AMICI BEPPE GRILLO - ROMA CONOSCERE PER CRESCERE 2009 ISBN 978-88-8407-102-6 Per segnalazioni o suggerimenti sul presente volume scrivere a: Edizioni Nuova Impronta Filippo Chillemi - Via dei Rutoli, 12 - 00185 Roma Tel. 06.44.51.962 - Cell. 332658285 Tutti i diritti sono riservati. È pertanto vietata la riproduzione, l’archiviazione o la trasmissione, in qualsiasi forma e con qualsiasi mezzo, comprese la fotocopia e la digitalizzazione, senza l’autorizzazione scritta delle Edizioni Nuova Impronta © 2009 Edizioni Nuova Impronta Conoscere per crescere Introduzione 5 Conoscere per crescere 6 Introduzione 7 Conoscere per crescere 8 Introduzione 9 Conoscere per crescere 10 Introduzione 11 Conoscere per crescere 12 Introduzione 13 Conoscere per crescere 14 Introduzione 15 Conoscere per crescere 1 Energie rinnovabili BREVI CENNI SULLE PRINCIPALI TECNOLOGIE IN USO PER L’UTILIZZO DELLE ENERGIE DA FONTE RINNOVABILE Eolico L’energia eolica è il prodotto della conversione dell’energia cinetica del vento in altre forme di energia. Attualmente viene per lo più convertita in elettrica tramite una centrale eolica, mentre in passato l’energia del vento veniva utilizzata immediatamente sul posto come energia motrice per applicazioni industriali e pre-industriali. Prima tra tutte le energie rinnovabili per il rapporto costo/produzione, è stata anche la prima fonte energetica rinnovabile usata dall’uomo. Tale energia varia con il cubo della sua velocità. Trattandosi d’un fenomeno non costante in termini di potenza e direzione, legato alla morfologia del territorio e dell’ambiente, è possibile localizzare gli impianti eolici solo in determinate zone. I rilevamenti anemometrici atti a stabilire un quadro generale per l’installazione d’un sistema eolico possono durare anni ed i siti vengono selezionati secondo indicatori biologici, geomorfologici e socioculturali. È stato dimostrato (A. Betz) che solamente il 59,3% della potenza del vento può essere ceduta ad una macchina eolica attraverso il rallentamento durante il passaggio all’interno del sistema. Una resa maggiore 17 Conoscere per crescere è impossibile dal momento che il vento dovrebbe teoricamente ridurre a zero la sua velocità immediatamente dopo il suo passaggio. Termico Solare termico indica un sistema in grado di trasformare l’energia irradiata dal sole in energia termica, ossia calore, che può essere utilizzato negli usi quotidiani, quali ad esempio il riscaldamento dell’acqua per i servizi o il riscaldamento degli ambienti. Nel caso si utilizzi il calore del Sole per produrre corrente tramite l’evaporazione di fluidi vettori che alimentano turbine collegate ad alternatori si parla di solare termodinamico. Con il termine Solare termico pertanto, viene indicata la tecnologia che sfrutta l’energia irradiata dal sole per scaldare fluidi da utilizzarsi prevalentemente nell’ambito domestico, civile e produttivo. Le tecnologie utilizzate nel solare termico sono suddivise in: a bassa, media ed alta temperatura. • A bassa temperatura, i sistemi che tramite i collettori solari scaldano fluidi a temperature inferiori ai 100°C; sono finalizzati principalmente alla produzione d’acqua calda sanitaria (ad uso domestico, per utenze collettive, per impianti sportivi etc.), al riscaldamento domestico e, più in generale, di ambienti, al riscaldamento dell’acqua delle piscine, alla produzione di calore a bassa temperatura ad uso industriale (tipicamente acqua di lavaggio di macchinari, mantenimento in temperatura di vasche di fluidi di varia natura, preriscaldamento dell’acqua di alimento delle caldaie etc.). di abitazioni private. • A media temperatura, i sistemi che tramite collettori a più elevata tecnologia (si veda la definizione di seguito riportata) raggiungono temperature comprese tra i 100°C e i 250°C, possono essere utilizzati ampiamente nei processi industriali (anche per la produzione di vapore), per il raffrescamento degli ambienti. 18 Energie rinnovabili • Ad alta temperatura, i sistemi che utilizzano collettori in grado di concentrare i raggi solari verso un ricevitore termico, per poter elevare la temperatura del fluido termovettore ben oltre i 250°C, raggiungendo contestualmente pressioni compatibili anche con l’utilizzo per la produzione di elettricità. La breve trattazione che segue, riguarda principalmente i sistemi della prima tipologia menzionata, sebbene alcuni dei principi presentati possano essere traslati alle applicazioni tecnologicamente più avanzate. Il collettore solare: principio di funzionamento e tipologie Lo scopo di qualsiasi dispositivo che rientri in questa categoria è, naturalmente, quello di convertire la massima parte dell’energia elettromagnetica associata alla radiazione solare incidente in energia termica disponibile per l’utenza. A tal fine, si sfrutta e potenzia la capacità di alcuni materiali (ad esempio metalli o leghe come rame o acciaio) di scaldarsi rapidamente se sottoposti a radiazione solare e di cedere con estrema facilità il calore accumulato. L’elemento principe di un collettore solare è, in pratica, una piastra captante (con le caratteristiche appena citate) percorsa da una serie di tubazioni lungo le quali scorre il fluido che deve scaldarsi. Tutti i meccanismi di scambio di calore dell’elemento piastra-tubi verso elementi diversi dal fluido vanno minimizzati o riconvertiti, allo scopo di trasferire al fluido la maggior quota possibile dell’energia solare incidente. Proprio per questo motivo, la parte posteriore della piastra (ossia quella non esposta al sole) e le sue parti laterali vengono rivestite di materiale isolante e, inoltre, la temperatura interna del collettore viene mantenuta più elevata possibile grazie alla presenza di una o più lastre trasparenti di copertura. 19 Conoscere per crescere Fotovoltaico La tecnologia fotovoltaica consente di convertire l’energia solare direttamente in energia elettrica mediante “l’effetto fotovoltaico”. La teoria fisica che spiega l’effetto fotoelettrico, del quale l’effetto fotovoltaico ne rappresenta una sottocategoria, fu pubblicata nel 1909 da Albert Einstein che per questo ricevette il premio Nobel. Per energia solare si intende l’energia emanata dal sole e trasmessa sulla terra come radiazione elettromagnetica investe un materiale può, in certe condizioni, cedere energia agli elettroni più esterni degli atomi del materiale e, se questa è sufficiente, l’elettrone risulta libero di allontanarsi dall’atomo di origine. Evitando tuttavia di addentrarci nei dettagli tecnici della disciplina, è possibile identificare la tecnologia fotovoltaica con l’utilizzo di sistemi articolati in moduli a base di silicio, assemblati in pannelli e collegati in sistemi; occorre inoltre specificare che la ricerca in campo fotovoltaico, maggiormente avanzata in paesi come la Germania ed il Giappone, determina la nascita di nuove tecnologie ancora in corso di sperimentazione quale ad esempio quella che prevede la possibilità di applicare a “pennello”, su qualsiasi tipo di superficie, il materiale “siliceo” necessario all’effetto fotovoltaico, in sostituzione dei tradizionali pannelli. L’utilizzo del sole come fonte energetica presenta dei pro e dei contro: si tratta di una fonte pulita, inesauribile ed abbondante che tuttavia è discontinua nel tempo. Inoltre le varie condizioni climatiche e la latitudine influenzano l’irraggiamento del sito (potenza ist antanea che colpisce la superficie, misurata in kW/m2). Tecnologia Fotovoltaica La tecnologia Fotovoltaica consente di trasformare in maniera diretta l’energia associata alla radiazione solare in energia elettrica sfruttando il fenomeno fotoelettrico. 20 Energie rinnovabili La conversione energetica avviene in un dispositivo (cella fotovoltaica) costituito da un materiale semiconduttore, opportunamente trattato, all’interno del quale si crea un campo elettrico, che orienta le cariche elettriche generate dalla interazione della radiazione solare (fotoni) con la struttura elettronica del materiale semiconduttore, dando origine ad un flusso di corrente elettrica. Attualmente il materiale più usato è il silicio cristallino (mono/poli o amorfo), impiegato in una sottile fetta di spessore compreso tra 0,25 e 0,35 mm. Il monocristallino ha rendimenti di conversione pari al 1517%, mentre il policristallino, caratterizzato da un minore costo di produzione, presenta rendimenti del 12-14%, più bassi per la presenza di un maggior grado di impurità. Il silicio amorfo, utilizzato nella tecnologia a “film sottile”, viene invece spruzzato sotto forma di gas su una superficie di supporto. Tale tecnologia presenta una convenienza maggiore rispetto alle precedenti, in quanto, per la produzione delle celle viene usata una quantità inferiore di materiale, abbassando quindi il costo di produzione. Inoltre possiede un’ampia versatilità e flessibilità di impiego. L’unico svantaggio, non ancora risolto, è la bassa efficienza dovuta alla struttura cristallina instabile del silicio amorfo. Sono sistemi a film sottile anche quelli con semiconduttori CIS, CIGS, tellururo di cadmio (CdTe). CIS e CIGS hanno efficienze fino al 13% e costi attuali leggermente inferiori ai sistemi in silicio. Tuttavia la scarsa disponibilità di indio e selenio costituiscono un ostacolo per uno sviluppo su larga scala. Per un maggiore rendimento si stanno studiando celle fotovoltaiche multigiunzione (Split spectrum cell o Vertical Multijunction Cell). Sono costituite da differenti materiali semiconduttori disposti l’uno sull’altro che permettono di avere un più largo spettro del livello assorbente di energia e quindi un rendimento maggiore, aumentando l’efficienza totale di conversione della radiazione solare (raggiungimento di efficienze superiori al 30%). 21 Conoscere per crescere Ancora in fase di sviluppo sono le celle organiche, note come DSSC (Dye-Sensitized Solar Cell), ottenute con la nanotecnologia. Questo tipo di unità utilizza un pigmento organico fotosensibile (in grado d’assorbire la luce e generare un flusso d’elettroni), applicato su un film sottile costituito da un strato d’ossido metallico nanoporoso e polimeri conduttori o elettroliti liquidi. La peculiarità delle DSSC è di essere notevolmente flessibili e adatte ad essere conformate in diverse forme e applicazioni, oltre a costituire un prodotto più economico rispetto alle celle tradizionali. Solo una parte dell’energia radiogena che colpisce la cella è convertita in energia elettrica; l’efficienza di conversione dipende in alta percentuale dalle caratteristiche del materiale costitutivo e non supera generalmente il 20%. In condizioni standard (a 25°C con 1 kW/m2 di irraggiamento) una cella eroga circa 1.5 Watt di potenza (Wp – potenza di picco). Le celle vengono assemblate insieme fra uno strato superiore di vetro ed uno strato inferiore di materiale plastico (Tedlar) e racchiuse da una cornice di alluminio, in modo da costruire un’unica struttura: il modulo fotovoltaico, tradizionalmente costituito da 36-72 unità collegate in serie e in parallelo, per una potenza di uscita che va dai 50 agli 150 Wp. A seconda della tensione richiesta dalle utenze elettriche più moduli possono esser connessi, in serie o in parallelo, a costituire una stringa. A loro volta più stringhe collegate in parallelo vanno a costituire il generatore fotovoltaico. Un complesso di ulteriori dispositivi (BOS) collega il generatore alle utenze, convertendo ed adattando la corrente continua in uscita alle esigenze finali; ne fanno parte: – sistema di controllo – convertitore CC/CA o inverter – protezione di interfaccia – sistema d’accumulo. In base alla loro configurazione elettrica gli impianti fotovoltaici sono suddivisi in: 22 Energie rinnovabili – STAND ALONE sistemi autonomi. Gli impianti stand alone sono impiegati in caso di utenze a bassissimi consumi energetici e per edifici ubicati in zone poco accessibili dalla rete elettrica e quindi difficilmente collegabili. In questa tipologia di sistemi è necessario ricorrere all’utilizzo di batterie per accumulare l’energia elettrica e garantire pertanto la continuità dell’erogazione anche nei periodi in cui il generatore non produce corrente. Un altro componente essenziale in caso di sistemi autonomi è il regolatore di carica, la cui installazione preserva le batterie da eccessi di carica ed impedisce la scarica eccessiva. – GRID CONNECTED sistemi allacciati alla rete elettrica nazionale. Nei sistemi grid connect la rete fornisce l’energia sufficiente a coprire la richiesta quando non viene prodotta dal generatore fotovoltaico (periodi di scarsa o nulla insolazione) e riceve il surplus di elettricità che il sistema genera nelle ore di massima incidenza solare. I grid connect sono impiegati nelle centrali fotovoltaiche e negli impianti inseriti negli edifici. L’integrazione dei moduli fotovoltaici negli edifici offre una serie di vantaggi: 1) 2) 3) 4) 5) riduzione delle perdite dovute alla distribuzione. riduzione della domanda di picco nei mesi estivi, conseguente ad sempre un maggior impiego di condizionatori. risparmio nei materiali di investimento degli edifici. recupero dell’energia termica. utilizzazione come frangisole per le superfici vetrate esposte a sud. I moduli fotovoltaici stanno inoltre trovando sempre più spazio di diffusione commerciale in tutti quei casi in cui l’allaccio alla rete nazionale comporterebbe costi sproporzionati rispetto alle ridotte richieste di energia. Rispondono a questi requisiti: illuminazione e segnaletica 23 Conoscere per crescere stradale, ponti radio e ripetitori televisivi, stazioni per la raccolta dati, batterie di servizio di roulotte ed imbarcazioni. La quantità di energia prodotta da un sistema fotovoltaico è legata ad una serie di fattori che variano da impianto ad impianto, ed i più importanti sono: • • • • • • Latitudine del sito Area dell’impianto Angolo di inclinazione della superficie considerata ed angolo d’orientamento rispetto al sud Efficienza e grado di pulizia dei moduli Temperatura delle celle Rendimento dell’inverter e degli altri componenti elettrici convenzionali (cavi, interruttori, etc.). A titolo indicativo, prendendo in considerazione le latitudini dell’Italia centrale, un m2 di moduli, installato su una struttura fissa, è in grado di erogare in media circa 190kWh/anno, con una produzione maggiore d’estate e minore d’inverno. I vantaggi principali di questo tipo di tecnologia riguardano innanzitutto la sua modularità (alta flessibilità di impiego), le ridotte esigenze di manutenzione, in quanto costituiti da materiali resistenti agli agenti atmosferici, un impatto ambientale praticamente nullo e la sua semplicità di utilizzo. Efficienza energetica L’efficienza energetica di un sistema sia esso di taglia industriale, o sia che ci si riferisca a strutture civili ed abitative, rappresenta la capacità di sfruttare l’energia ad essa fornita per soddisfarne il fabbisogno. Minori sono i consumi relativi al soddisfacimento di un determinato fabbisogno, migliore è l’efficienza energetica della struttura. 24 Energie rinnovabili Definire quindi l’efficienza energetica di un sistema, sia esso industriale che civile, può risultare complesso, a causa della varietà di apparati che lo compongono e della loro configurazione. Tra gli strumenti per la pianificazione delle politiche energetiche risulta particolarmente utile il bilancio energetico reso con grafico di Sankey. Questo infatti fornisce una rappresentazione chiara dei flussi energetici e permette di evidenziare due saldi significativi: i consumi interni lordi (o impieghi interni di fonti primarie) e i consumi finali di energia (impieghi finali). Attraverso tale tipo di rappresentazione è possibile visualizzare i flussi energetici di una qualsiasi struttura energetica (sia essa un fabbricato abitativo o i fabbisogni energetici di una provincia) ed attraverso tale rappresentazione riconoscere i maggiori settori di consumo per i quali cercare opportune politiche di efficienza e risparmio energetico. Politiche energetiche ed efficienza energetica Attraverso lo studio degli usi finali e del settore di trasformazione (produzione di energia elettrica) è possibile individuare quali sono i settori maggiormente energivori, allo scopo di definire politiche mirate per un uso razionale dell’energia. Il principio dell’analisi attraverso i flussi energetici è applicabile a sistemi di qualsiasi taglia, e quindi ben si sposa con realtà di livello industriale, come con la quotidianità dei consumi civili. Come è percepibile dalla lettura del grafico relativo al bilancio nazionale, i consumi finali si suddividono in quote quasi uguali tra i settori industria, civile e trasporti; questo dimostra che delle corrette scelte di economia energetica non sono solo responsabilità dei macrosettori industriali, ma anche del cittadino, il quale attraverso una razionalizzazione dei consumi può contribuire in maniera sostanziale alla diminuzione del fabbisogno energetico nazionale, con una conseguente convenienza economica sia personale che sociale. 25 Conoscere per crescere Il Consiglio europeo ha sottoscritto un obiettivo UE di riduzione del 30% delle emissioni di gas ad effetto serra entro il 2020 quale contributo ad un accordo globale e completo per il periodo successivo al 2012, a condizione che altri paesi sviluppati si impegnino ad analoghe riduzioni delle emissioni e i paesi in via di sviluppo economicamente più avanzati si impegnino a contribuire adeguatamente, sulla base delle loro responsabilità e rispettive capacità. In ogni caso l’UE si impegna in modo fermo ed indipendente a realizzare una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra di almeno il 20% entro il 2020. La riduzione dei gas clima-alteranti passa attraverso l’efficienza energetica da realizzare a tutti i livelli, partendo dagli interventi di rilievo sul settore energetico, e raggiungendo il fabbisogno quotidiano di ognuno di noi. L’industria L’efficienza energetica è un obbiettivo primario della politica energetica del settore industriale, in quanto proprio l’industria risulta essere tra le principali voci di consumo finale sia in termini economici che strettamente energetici. L’efficienza può essere raggiunta attraverso interventi di energy saving, con lo scopo di recuperare parte dell’energia dispersa durante i processi attraverso fumi di scarico e vapore, e riutilizzata in altri processi termici o ceduta all’esterno per teleriscaldamento. I trasporti Il settore dei trasporti civili risulta essere una delle maggiori voci di consumo finale, e che presenta alcuni potenziali di miglioramento per il risparmio energetico. Parallelamente allo sviluppo di nuove tecnologie per migliorare o sostituire il motore a scoppio, occorre strutturare in maniera differente l’offerta dei trasporti. 26 Energie rinnovabili Un effettivo miglioramento dell’efficienza per il settore trasporti si otterrebbe aumentando l’offerta di trasporti su rotaia e di trasporto pubblico su gomma, allo scopo di diminuire il traffico urbano e di conseguenza il consumo di fonte primaria. La produzione di energia elettrica Il settore dell’energia elettrica permette ad oggi margini di risparmio energetico notevoli, sopratutto in Italia. L’uso di centrali turbogas a ciclo combinato permette un recupero energetico interessante, che rende tali centrali maggiormente appetibili rispetto alle vecchi centrali ad olio combustibile. Le fonti rinnovabili sono comunque l’alternativa che dispone del maggior margine di efficienza energetica disponibile, grazie alla possibilità di essere alimentate da fonti inesauribile e con basso impatto ambientale. Il settore civile I consumi del settore civile sono spesso dovuti ad un alto grado di inefficienza energetica delle utenze, sia per ciò che riguarda il fabbisogno termico che quello elettrico. Il fabbisogno termico è dovuto principalmente alla necessità di riscaldamento degli ambienti abitativi ed alla produzione di acqua calda sanitaria. Pur mantenendo gli stessi comfort è possibile diminuire drasticamente i consumi termici attraverso interventi che rendano più efficiente l’involucro dei fabbricati. In base al grado di efficienza raggiunta (certificabile sulla base del fabbisogno termico annuo per metro quadro) è possibile (oltre ad un risparmio diretto in bolletta) ottenere i certificati bianchi, ovvero dei titoli di efficienza energetica emessi dal GME a favore dei soggetti che hanno conseguito i risparmi energetici prefissati. 27 Conoscere per crescere Altri interventi di efficientazione energetica riguardano la sostituzione di utenze termiche con sistemi a fonte rinnovabile come il solare termico, oppure l’utilizzo di pompe di calore e di caldaie a condensazione. Il fabbisogno elettrico civile è per la maggior parte legato all’illuminazione ed all’alimentazione di utenze termiche. Il consumo elettrico relativo al funzionamento dell’elettronica è difatti di molto inferiore rispetto a quello delle lampade poco efficienti o di sistemi frigoriferi o dello scaldabagno elettrico. I maggiori interventi di efficientazione sono quindi da indirizzare verso una migliore tecnologia per i corpi illuminanti (lampade ad alta efficienza) e la sostituzione delle utenze termiche attraverso sistemi solari termici, pompe di calore e caldaie a condensazione. L’utilizzo di elettrodomestici di classe A permette un importante risparmio in temini di consumi energetici, e la sostituzione di vecchi elettrodomestici con sistemi energy saving (classe A) è incentivata mediante sgravi fiscali. Il panorama estremamente esteso degli interventi per il miglioramento dell’efficienza energetica e per la gestione intelligente dell’energia richiede spesso la pianificazione e la gestione da parte di specialisti del settore, tale complessa realtà ha portato al riconoscimento delle società ESCO (Energy Service Company). Tali società operanti nel settore energetico si occupano di fornire al cliente servizi di progettazione gestione ed analisi degli impianti energivori ai fini di mantenere i consumi entro i limiti stabiliti. Biomassa Si definisce biomassa qualsiasi sostanza di matrice organica, vegetale o animale, destinata a fini energetici o alla produzione di ammendante agricolo, e rappresenta una sofisticata forma di accumulo 28 Energie rinnovabili dell’energia solare. La brevità del periodo di ripristino fa si che le biomasse rientrino tra le fonti energetiche rinnovabili, in quanto il tempo di sfruttamento della sostanza è paragonabile a quello di rigenerazione. Poiché nel concetto di rinnovabilità di una fonte energetica è insita anche la sostenibilità ambientale, sarà necessario che le biomasse, con particolare riferimento a quelle di origine forestale, provengano da pratiche aventi impatto ambientale trascurabile o nullo (es. le operazioni di manutenzione boschiva). Non sono invece considerati biomasse alcuni materiali, pur appartenenti alla chimica organica (come le materie plastiche e i materiali fossili), perché non rientrano nel concetto con cui si intendono i materiali organici qui presi in considerazione. Quando si bruciano le biomasse (ad esempio la legna), estraendone l’energia immagazzinata nei componenti chimici, l’ossigeno presente nell’atmosfera si combina con il carbonio delle piante e produce, tra l’altro, anidride carbonica, uno dei principali gas responsabile dell’effetto serra. Tuttavia, la stessa quantità di anidride carbonica viene assorbita dall’atmosfera durante la crescita delle biomasse. Il processo è ciclico. Fino a quando le biomasse bruciate sono rimpiazzate con nuove biomasse, l’immissione netta di anidride carbonica nell’atmosfera è nulla. La Biomassa utilizzabile ai fini energetici consiste in tutti quei materiali organici che possono essere utilizzati direttamente come combustibili ovvero trasformati in combustibili solidi, liquidi o gassosi. Sono quindi biomasse, oltre alle essenze coltivate espressamente per scopi energetici, tutti i prodotti delle coltivazioni agricole e della forestazione, compresi i residui delle lavorazioni agricole e della silvicoltura, gli scarti dei prodotti agro-alimentari destinati all’alimentazione umana o alla zootecnia, i residui, non trattati chimicamente, dell’industria della lavorazione del legno e della carta, tutti i prodotti organici derivanti dall’attività biologica degli animali e dell’uomo, come quelli contenuti nei rifiuti urbani (la “frazione organica” dei Rifiuti). 29 Conoscere per crescere Nell’accezione più generale si può quindi considerare Biomassa tutto il materiale di origine organica sia vegetale, sia animale, ma per schematizzare meglio questo settore si possono prendere in considerazione le tre principali filiere che lo rappresentano: • • • Filiera del legno Filiera dell’agricoltura Filiera degli scarti e dei rifiuti. I combustibili solidi, liquidi o gassosi derivati da questi materiali (direttamente o in seguito a processi di trasformazione) sono definiti biocombustibili, mentre qualsiasi forma di energia ottenuta con processi di conversione della biomassa è definita bio-energia. Geotermia L’energia geotermica è la forma d’energia dovuta al calore endogeno della terra. Tale calore si manifesta con l’aumento progressivo della temperatura delle rocce con la profondità, secondo un gradiente geotermico, in media, di 3°C ogni 100m di profondità. Alcune zone presentano gradienti più alti della media (9°-12°C ogni 100m), a causa di anomalie geologiche o vulcaniche. L’energia termica accumulata nel sottosuolo è resa disponibile tramite vettori fluidi (acqua o vapore), naturali o iniettati, che fluiscono dal serbatoio geotermico alla superficie spontaneamente (geyser, soffioni, sorgenti termali) o erogati artificialmente tramite perforazione meccanica (pozzo Con riferimento ai fluidi erogati i sistemi geotermici sono classificati in: 1) 30 Sistemi a vapore dominante: costituiti da vapore secco presente a pressione e temperatura anche elevate, in cui sono presenti altri gas o sostanze solide. Energie rinnovabili 2) 3) 4) 5) Sistemi ad acqua dominante: costituiti da acqua a pressione e temperatura anche elevate, erogata in superficie in forma di miscela bifasica acqua/vapore tramite depressurizzazione oppure per sollevamento meccanico tramite pompe sommerse. Temperatura maggiore di circa 85°C. Sistemi ad acqua calda: con acqua a temperatura tra i 30°C e gli 85°C. Sistemi artificiali: sfruttano il calore diretto di un magma o di rocce calde secche per scaldare un fluido di lavoro, iniettato tramite un pozzo e recuperato in superficie per la sua utilizzazione (Deep Heat Mining). Tali sistemi sono ancora in fase di sperimentazione. Sistemi geopressurizzati: La pressione dell’acqua calda (200°C), imprigionata all’interno di un serbatoio geotermico (formato da rocce sedimentarie) è notevolmente maggiore della pressione idrostatica, approssimandosi a quella litostatica. Possono produrre energia termica, meccanica e chimica, ma non sono ancora sfruttati. Cogenerazione La cogenerazione, nota anche come CHP (Combined Heat and Power), è la produzione congiunta e contemporanea di energia elettrica (o meccanica) e calore utile a partire da una singola fonte energetica, attuata in un unico sistema integrato. La cogenerazione, utilizzando il medesimo combustibile per due utilizzi differenti, mira ad un più efficiente utilizzo dell’energia primaria, con relativi risparmi economici soprattutto nei processi produttivi laddove esista una forte contemporaneità tra prelievi elettrici e prelievi termici. Generalmente i sistemi CHP sono formati da un motore primario, un generatore, un sistema di recupero termico ed interconnessioni elettriche. 31 Conoscere per crescere Il motore primario è un qualunque motore utilizzato per convertire il combustibile in energia meccanica, il generatore la converte in energia elettrica, mentre il sistema di recupero termico raccoglie e converte l’energia contenuta negli scarichi del motore primario, in energia termica utilizzabile. La produzione combinata può incrementare l’efficienza di utilizzo del combustibile fossile fino ad oltre l’80%; a ciò corrispondono minori costi e minori emissioni di inquinanti e di gas ad effetto serra, rispetto alla produzione separata di elettricità e di calore. Rispetto alle centrali elettriche, la cogenerazione ha natura distribuita e si realizza mediante piccoli impianti che sono in grado di generare calore ed elettricità per grandi strutture (es. ospedali, alberghi ecc.) o piccoli centri urbani. La combustione nelle piccole centrali a cogenerazione raggiunge risparmi fino al 40% nell’utilizzo delle fonti primarie di energia. Bioclimatica Con il termine Architettura bioclimatica si intende una costruzione generata da una specifica metodologia di progettazione in grado di utilizzare l’apporto delle fonti energetiche ambientali, nel pieno rispetto dei climi locali, garantendo il mantenimento delle condizioni di benessere e di funzionamento interno. Essa riduce i consumi energetici necessari per la climatizzazione (riscaldamento, condizionamento ed illuminazione) limitando di conseguenza l’inquinamento dell’ambiente. Pertanto richiede una conoscenza delle tecnologie e dei materiali, un profondo studio dei fattori climatici ed un’analisi precisa dell’influenza di quest’ultimi sui materiali stessi. Lo scopo ultimo è quello di poter creare una stretta interdipendenza tra l’edificio e il suo ambiente in modo che possa teoricamente modificarsi ed adattarsi ad ogni cambiamento delle condizioni esterne, in modo da trarne il maggior beneficio. 32 Energie rinnovabili Per poter parlare di edificio bioclimatico devono essere rispettati alcuni canoni progettuali di carattere generale: • • • • • • Rispetto dell’ambiente Riduzione al minimo delle risorse inquinanti. Uso di materiali biocompatibili (biologia edile). Mantenimento di un buon livello di comfort. Riduzione del consumo energetico sfruttando le energie rinnovabili e le caratteristiche dei cambiamenti climatici. Risparmio nei costi di manutenzione. Un edificio bioclimatico ideale dovrebbe essere quindi energicamente razionale, disperdendo poco calore nei mesi invernali, tenendo lontano le radiazioni solari in quelli estivi ed immagazzinando durante il giorno l’energia solare per poterla riutilizzare. 33 Conoscere per crescere FOTOVOLTAICO E PROGETTAZIONE INTEGRATA: ALCUNI ESEMPI DI SISTEMI FOTOVOLTAICI REALIZZATI, POSSIBILITÀ DI APPLICAZIONE. Impianto fotovoltaico ad “alta valenza architettonica” realizzato a Trevignano (RM) come copertura della tribuna dello stadio comunale L’impianto progettato dall’Arch. Mauro Spagnolo, assieme ai collaboratori dello Studio Associato Spagnolo-Rocchegiani di Roma, è costituito da un generatore fotovoltaico della potenza di 40,5 kWp (potenza massima o chilowatt di “picco” di un impianto fotovoltaico) integrato nella struttura di copertura delle tribune dello Stadio Comunale. Il tentativo è stato quello di elaborare soluzioni innovative nel settore delle applicazioni edili del fotovoltaico, utilizzando i moduli fotovoltaici direttamente come componenti edili. La sovrapposizione omogenea delle funzioni tecniche del generatore di energia elettrica con quelle tecnologiche ed architettoniche della struttura di copertura delle tribune ha offerto la possibilità di ottenere un elevato standard di integrazione. Le interessanti potenzialità di sviluppo del settore sono costituite proprio da questo connubio: fotovoltaico/architettura. Attualmente è possibile realizzare interi “edifici fotovoltaici” integrando i moduli in ogni componente della loro “pelle esterna” (facciate, coperture, rivestimenti, balaustre, vetrate,ecc.). L’impianto presso lo Stadio di Trevignano produce circa 50.000 kWh (chilowatt ora) annuali; la quantità di energia elettrica sufficiente per la la quantità di energia elettrica sufficiente per la completa autonomia di circa 15 alloggi da 100 m2 ognuno.Nello specifico esso servirà a rendere autonoma l’intera struttura sportiva e a risparmiare circa 49.000 kg CO2/anno. La struttura di copertura è realizzata in acciaio zincato e ha il duplice scopo di 34 Energie rinnovabili proteggere gli spettatori dagli agenti atmosferici e di sostenere integralmente il generatore fotovoltaico. Per evitare impedimenti visivi, la struttura è priva di appoggi sul lato frontale, mentre è sostenuta da due file di pilastri posizionati nella parte posteriore. La copertura, completamente aggettata verso il campo da gioco, è caratterizzata da una forma ad “ala di gabbiano” derivata dallo sviluppo curvilineo delle travi. I profili e gli ingombri formali della struttura sono stati particolarmente studiati per renderla compatibile con il particolare contesto naturale che la ospita. Nella concezione dell’impianto non si è voluto nascondere ma anzi valorizzare, già dall’aspetto formale, la sua componente “energetica”, al fine di realizzare anche un sistema dimostrativo in grado di evidenziare immediatamente le sue potenzialità innovative; la scelta dei moduli fotovoltaici in “doppio vetro” consente, anche dal basso, la completa fruizione delle componenti tecnologiche. Con questa struttura, modulare e facilmente replicabile in altre situazioni, si intende dimostrare la maturità tecnologica e progettuale delle applicazioni nel settore dei generatori fotovoltaici integrati all’architettura. Stazione di ricarica solare per auto elettriche La copertura di un parcheggio d’interscambio si arricchisce di nuovi significati: non più solo riparo per l’auto ma anche elemento di percorso pedonale e, soprattutto, generatore fotovoltaico per la ricarica di veicoli elettrici. L’impianto realizzato presso il parcheggio della stazione FS di Notarbartolo a Palermo, inaugurato nel febbraio del 1998, costituisce una delle prime esperienze italiane di integrazione di energia tratta dal sole e viabilità a trazione elettrica. L’iniziativa, a cura del Comune di Palermo in collaborazione con l’ENEL, la Metropark spa, l’azienda Municipalizzata del Gas di Palermo e l’Anit/Ansaldo, rientra nel progetto dell’Unione Europea “Zeus-Thermie” finalizzato alla promozione delle fonti energetiche 35 Conoscere per crescere rinnovabili e al contenimento dell’inquinamento urbano, così come previsto dalla direttiva comunitaria 96/92 sulla qualità dell’aria. L’esperienza pilota di Palermo si può considerare come un sistema di mobilità urbana ad emissione zero; in altri termini: non vengono generate emissioni nocive, sia nella fase di produzione dell’energia necessaria ad alimentare il sistema, sia in quella di esercizio dei veicoli a trazione elettrica. Come è noto, infatti, l’utilizzo di automezzi a trazione elettrica può contribuire sostanzialmente, soprattutto in ambienti urbani, alla riduzione dei fattori inquinanti dipendenti dalla circolazione. La particolarità dell’intervento consiste nella realizzazione di una stazione di ricarica delle auto elettriche alimentata direttamente da energia fotovoltaica. Un sistema modulare di pensiline in cui ogni modulo, corrispondente ad un posto auto, oltre a costituire l’elemento di copertura per le auto elettriche, supporterà un generatore fotovoltaico. In realtà l’energia solare, trasformata dall’impianto fotovoltaico in energia elettrica nelle ore di insolazione, viene ceduta alla rete ENEL e quindi riacquistata, secondo necessità, nell’arco delle ventiquattro ore. Ciò risulta particolarmente vantaggioso nei periodi di condizioni atmosferiche sfavorevoli. Il parcheggio è dotato di n. 16 moduli pensilina disposti su due bracci composti, rispettivamente, da n. 5 e n. 11 pensiline con orientamenti Sud-Est e Sud-Ovest. Esattamente sulla bisettrice dell’angolo composto dai due bracci coincide l’esposizione Sud; l’intero parcheggio occupa una superficie di circa 360 metri quadrati. Il sistema FV montato sulle pensiline ha una potenza di 24 kWp (potenza massima o chilowatt di “picco” di un impianto fotovoltaico) La nuova infrastruttura può essere considerata un parcheggio d‘interscambio, cioè di passaggio da un veicolo privato a trazione convenzionale ad uno pubblico a trazione elettrica. L’utente può posteggiare la propria auto nel parcheggio ed attivare direttamente l’auto elettrica desiderata che troverà nella postazione di ricarica. L’utilizzazione di quest’ultima permette all’utente sia di contribuire in maniera 36 Energie rinnovabili attiva alla salvaguardia della salute della propria città e dei propri concittadini, che di accedere a settori urbani interdetti alla viabilità convenzionale. Al suo rientro, l’utente potrà lasciare l’auto elettrica nella stazione di ricarica e riprendere la propria auto. 37 Conoscere per crescere DIRETTIVA EUROPEA 2002/91/CE L’affermarsi delle grandi tematiche ambientali, i fenomeni di mutamento climatico ed un ripensamento del sistema di sviluppo e più in generale, del concetto di progresso hanno generato, a livello internazionale, la consapevolezza che non si possa più pensare a modelli di sviluppo che non siano sostenibili anche dal punto di vista delle risorse ambientali. Tale regola generale vale certamente anche per il settore dell’edilizia che, assieme al settore industriale, assorbe la maggior parte dei consumi energetici del mondo occidentale e delle nuove economie emergenti. Nel campo dell’edilizia sono sempre più diffuse le esperienze tese alla creazione di edifici “virtuosi” dal punto di vista energetico, che siano cioè in grado di soddisfare i tradizionali requisiti prestazionali mediante l’adozione di soluzioni tecniche e progettuali maggiormente compatibili con l’uso razionale delle risorse energetiche. La Direttiva Europea 2002/91/CE, nasce dalla necessità di accelerare, a livello comunitario, tutte le azioni volte al risparmio energetico e di ridurre tutte le differenze tra i vari Stati Membri attraverso la definizione di un omogeneo quadro di riferimento normativo. Essa infatti definisce: • • 38 Disposizioni a tutti gli Stati Membri per la predisposizione e la definizione di tutte le norme legislative, regolamentari ed amministrative necessarie a consentire l’entrata in vigore della Direttiva Europea entro il 4 gennaio 2006. Definizione di una metodologia comune finalizzata allo sviluppo di standard minimi di prestazione energetica da applicarsi per le diverse tipologie edilizie (con esclusione degli edifici storici, delle seconde case, dei siti industriali, delle officine e delle strutture esistenti aventi superficie inferiore ai 1000 mq. Energie rinnovabili • • • • Adozione, nel calcolo termico, di un approccio integrato che tiene conto delle differenze climatiche, della coibentazione della struttura, degli impianti di riscaldamento e di condizionamento, dei sistemi di illuminazione, di ventilazione e dell’orientamento dell’edificio. Introduzione, per gli edifici di nuova costruzione di superficie superiore ai 1000 mq. della valutazione di fattibilità tecnico-economica per l’installazione di impianti energetici alternativi che utilizzino fonti energetiche rinnovabili. Disposizione di un attestato di certificazione energetica al momento della costruzione, della compravendita e della locazione di un edificio di nuova costruzione o già esistente, accompagnata da “raccomandazioni per il miglioramento del rendimento energetico in termini di costi-benefici”. Ispezioni periodiche e manutenzioni agli impianti, eseguite da personale specializzato. Le informazioni contenute nei presenti appunti di discussione sono tratte da: • • • • • • “Rinnovabili.it” quotidiano on line di informazione sulle fonti rinnovabili. La certificazione energetica degli edifici. Francesco Paolo Marino, Mariateresa Grieco EPC libri - Roma. Efficienza energetica. Mauro Spagnolo - Dei, Tipografia del Genio Civile - Roma. Vocabolario della lingua italiana Devoto - Oli, Le Monnier Normativa sul Fotovoltaico - Edizione aggiornata 2007, Dei, Tipografia del Genio Civile - Roma. Progettazione energetica dell’Architettura. Kristian Fabbri - Michele Conti. Dei, Tipografia del Genio Civile - Roma. LUCA ERNESTO MELLINA 39 Energie rinnovabili Opzioni per il futuro Introduzione Questo scritto si propone di illustrare a lettori più o meno consapevoli la situazione del nostro modello di civilizzazione e le ragioni per cui oggi più che mai esso è messo in discussione e rischia di implodere provocando il più terribile sconquasso mai registrato nella storia dell’umanità. Esistono i precedenti storici di grandi civiltà (per tacere di esempi in scala minore) che hanno subito un collasso, l’Impero Romano, la Cina Imperiale antica, la moderna Unione Sovietica; ma si è sempre trattato di sistemi, seppur grandi, mai estesi su tutto il pianeta come il sistema economico mondiale globalizzato che oggi conosciamo e che è reso possibile dalla disponibilità di energia a basso costo. Si vuole, in sintesi, evidenziare che: 1) La crescita mondiale ha accelerato il passo man mano che sono stati disponibili fonti di energia a basso costo, ovvero con EROEI (Energy Return On Energy Investment; ovvero il rapporto tra quantità di energia prodotta in un determinato processo e quantità di energia impiegata nel processo per ottenere quell’energia) alto. Questo significa che l’umanità sta utilizzando il basso costo di tale energia per trasformarla in beni materiali e servizi che senza tali fonti energetiche avrebbero un costo elevato. Ad esempio oggi acquistare un barile di gasolio per alimentare un trattore costa meno che ingaggiare dei braccianti per effettuare manualmente il lavoro che il trattore può eseguire con quella quantità di carburante. 41 Conoscere per crescere 2) Il sistema produttivo utilizza sempre il più possibile la fonte di energia a più basso costo disponibile, diminuendone così la disponibilità, in quanto ogni fonte di energia (tranne solare e geotermica, anche esse esauribili ma su una scala temporale di miliardi di anni per noi non significativa) è presente in quantità limitate. Nella storia recente, prima che ciò avvenisse è sempre stata trovata una fonte energetica a costo ancor minore (o EROEI maggiore) delle precedenti secondo lo schema legno->carbone->idrocarburi. In questo momento storico attraversiamo una delicata fase in cui la disponibilità di idrocarburi a basso costo è limitata dalla necessità di grandi investimenti e non si è ancora affermata una alternativa a costo inferiore. Le più discusse alternative, quali nucleare, carbone e fonti rinnovabili tradizionali presentano infatti costi maggiori degli idrocarburi nel settore dei trasporti (quello su cui principalmente si basa il modello economico globalizzato, della divisione internazionale del lavoro, che assicura ai mercati dell’area del benessere manufatti provenienti dai paesi in via di sviuppo a prezzi ridotti) e mostrano di non essere competitivi, anche nel tradizionale settore della generazione di energia elettrica, quanto lo era il petrolio nel suo periodo d’oro del “magnifico trentennio” dal dopoguerra alla prima crisi petrolifera degli anni ’70. Per non parlare del settore della chimica, in cui sostituire la materia prima idrocarburi con altre opzioni renderebbe assai rare e costose numerose merci oggi tanto diffuse quanto necessarie alla nostra civiltà. Da 1) e 2) consegue che in mancanza di fonti energetiche a basso costo o di alternative tecnologiche, i beni e servizi oggi prodotti in grandi quantità perché a basso costo saranno prodotti in quantità minori e a costo sempre maggiore, per la ben nota legge della domanda e dell’offerta. Dunque i beni e le risorse materiali saranno richieste al sistema produttivo in misure decrescenti provocando una crisi del 42 Energie rinnovabili modello di “crescita indefinita” che politici, intellettuali, cittadini e forze economiche nate e cresciute nel periodo di prosperità energetica considerano un assioma indiscutibile Cos’è infatti la crescita se non la capacità di produrre più beni a costi più bassi ottenendo il risultato finale che ciascun operatore economico (lavoratori, imprese) possa produrre mediante i fattori di cui dispone (lavoro, capitale) un reddito tale da poter acquisire un numero sempre maggiore di beni e servizi. Vero che il costo dell’energia non è il solo fattore che può influire sul costo finale dei beni, visto che i processi e le tecnologie produttive, con il loro fattore di efficienza possono determinare correzioni alla quantità di energia necessaria per produrre un bene, ma l’efficienza energetica non è in grado, di azzerare il consumo di energia ed opera secondo un tipico schema di rendimenti decrescenti (ovvero ogni successiva unità di capitale investita in efficienza energetica provoca un risparmio energetico sempre inferiore a quello dato dal precedente investimento). Per cui il costo dell’energia può salire sempre più di quanto il miglioramento dell’efficienza può contribuire a diminuirlo. Dunque, se sentite parlare di problemi della crescita, sappiate che il modello economico di per se non sarà in grado, né con strumenti di libero mercato, né con nessun altro schema legato alla “crescita indefinita” di perpetuarsi e continuerà a vivere cibandosi di se stesso (ovvero trasferendo risorse ad alcuni gruppi sociali economici o nazionali a danni di altre entità, garantendo così la crescita dei primi a discapito dei secondi). Non è dato sapere esattamente come potrà evolvere una tale situazione, si possono fare degli esercizi previsivi che possono prefigurare un declino economico lento ed inesorabile ma ordinato, grazie alla capacità di poteri egemoni di imporre la riduzione programmata del reddito, oppure un periodo di grande conflittualità tra gruppi di interesse che lottano per far pagare ad altri il costo della crisi energetica che si trasforma in crisi economica e produttiva. 43 Conoscere per crescere La crisi del paradigma della civiltà basata sulle risorse esauribili La nostra civiltà è basata sullo sfruttamento di risorse disponibili in quantità limitate: terreno coltivabile, carbone, idrocarburi, capacità dell’atmosfera di assorbire agenti inquinanti e gas serra, metalli, che per quanto abbondanti esistono in quantità finite, questo è un dato di fatto indiscutibile, visto che sono ricavati dal nostro pianeta che ha una massa limitata. Anche le risorse cosiddette rinnovabili come legname, acqua potabile, fauna acquatica e terrestre, oltre un certo tasso di sfruttamento, non compatibile con i tassi di riproduzione, tendono ad esaurirsi, portando a fenomeni di estinzione. Vi sono risorse teoricamente infinite come l’acqua, la quale ha un suo ciclo naturale che la rinnova continuamente, oppure alcuni minerali che possono essere riciclati, ma l’utilizzo di queste risorse pone ugualmente dei rischi di esaurimento. Se una falda idrica o una sorgente subiscono inquinamento da agenti tossici, questa non potrà essere più utilizzata per gli usi civili ed agricoli, questo è un problema che riduce la disponibilità di acqua utilizzabile, anche se la quantità di acqua non varia. Al contrario una falda idrica sovrautillizzata, rispetto al livello di precipitazioni locali, che ne determinano il ripristino anno per anno, cala di livello e si esaurisce. Questo è il caso di numerose regioni agricole mondiali che, pur non ricevendo sufficienti precipitazioni, basano il loro sviluppo su colture che necessitano di molta acqua, la quale viene prelevata dalle falde, finché queste ultime non saranno esaurite. Da quel momento in poi le coltivazioni che necessitano di abbondante irrigazione non possono essere più mantenute e, presumibilmente gli agricoltori della zona dovranno optare per altre colture, eventualmente meno produttive e redditizie, se non abbandonare i terreni. Una possibilità potrebbe essere far pervenire acqua mediante pompaggio da bacini distanti o dissalare acque marine o salmastre, ma questa ipotesi prevede l’utilizzo di notevoli quantità di energia, e sono praticabili finché il costo dell’energia utilizzata è compatibile con i ricavi dell’attività 44 Energie rinnovabili agricola; con il salire dei costi energetici (o con l’impossibilità di far crescere il reddito medio dei consumatori) l’opzione è sempre meno praticabile. Molti minerali sono riciclabili, a parte una piccola quantità che si polverizza o si ossida per l’usura, teoricamente è possibile reciclare indefinitamente acciaio, alluminio, oro, rame ed altri metalli indispensabili. Anche qui è da considerarsi il costo energetico del processo di riciclo, quanto più dovesse costare l’energia tanto meno sarà possibile effettuare il riciclo. La pratica di abbattere le foreste ad una velocità maggiore di quella di ricrescita e la volontà di sottrarre area alle foreste per destinarle ad altri usi (in genere pascolo o colture) è causa della cosiddetta deforestazione La deforestazione è un grave problema, anche senza considerare argomenti come la perdita di biodiversità e la deturpazione del paesaggio, nell’ottica di questo lavoro la perdita di superficie forestale è equiparabile all’esaurimento di una risorsa. Le foreste se sfruttate in modo sostenibile possono fornire legname da costruzione e per riscaldamento, pur mantenendo in funzione i meccanismi di stabilizzazione delle precipitazioni, mantenimento dell’umidità del suolo, protezione dall’erosione e quindi dalle inondazioni e dalla siccità. Uno straordinario condensatore naturale che protegge vaste aree del pianeta e coloro che ci vivono. Un sistema biologico che immagazzina l’energia del sole durante la stagione vegetativa e la restituisce in inverno quando centinaia di milioni di persone utilizzano la legna per riscaldarsi. Il legname è una risorsa rinnovabile, ma ciascuna varietà arborea ha tempi di crescita propri e areali di diffusione ben determinati. Anche qui si presenta il problema del tasso di sfruttamento, se ho una specie che cresce alla dimensione commerciale in 10 anni ed una foresta di 10 ettari non è possibile abbattere più di un ettaro all’anno, lasciandolo poi a riposo per altri 10 anni. Se il ritmo di abbattimento fosse maggiore la foresta non potrebbe più essere sfruttata in maniera rinnovabile, ovvero sostenibile. Questo termine è molto importante, proprio perché l’esempio della foresta che produce legname ma ricresce solamente se 45 Conoscere per crescere rispettiamo i cicli naturali chiarifica in modo soddisfacente il concetto di sostenibilità. Dal punto di vista della biodiversità si deve aggiungere che non è pensabile sfruttare tutte le foreste anche se in modo sostenibile, è necessario che alcune foreste rimangano indisturbate, ovvero non vi siano attività umane in grado di modificarle in modo sensibile. Le foreste indisturbate sono sempre di meno bisognerebbe proteggerle tutte ed applicare lo sfruttamento sostenibile solo a quelle già compromesse ed azzerare per poi invertire il processo di deforestazione. Il terreno agricolo, apparentemente immutabile, è una risorsa esauribile e delicatissima. Basti ricordare numerosi casi noti di desertificazione, erosione, perdita di produttività ed abbandono di aree agricole. La crescita della vegetazione è un processo che dipende da numerosi fattori quali luce solare, temperature, acqua, flora batterica e fungina presente nel terreno e sostanze nutrienti del terreno. Non potendo variare significativamente la prima la tecnologia si è concentrata sulle restanti per cercare di aumentare la produttività agricola. Le serre, mediante la somministrazione di calore (quindi utilizzo di energia), permettono colture fuori stagione o in aree geografiche altrimenti non idonee, dell’apporto di acqua addizionale mediante utilizzo di energia si è già discusso. I concimi organici e di sintesi sono stati utilizzati per la funzione dei nutrienti del terreno. In particolare i concimi di sintesi sono prodotti mediante l’utilizzo di energia per fissare i composti azotati NOx con l’azoto e l’ossigeno presi dall’aria oppure utilizzando fosfati e altre risorse minerali presenti in quantità limitata in depositi naturali economicamente sfruttabili e che una volta utilizzati vengono dispersi nel terreno, disciolti nelle acque ed infine dispersi nel mare, dal quale potrebbe essere teoricamente possibile riciclarli a costo di una grandissima spesa energetica. Abbiamo quindi mostrato che le attività primarie dell’uomo, ovvero procurarsi cibo, acqua, riparo e riscaldamento sono in realtà tutte attività che hanno a che fare con l’energia. 46 Energie rinnovabili Quando l’umanità non conosceva l’utilizzo dei combustibili fossili l’energia necessaria al sostentamento primario era ottenuta dal sole, mediante la fotosintesi clorofilliana ed il ciclo dell’acqua. Anche i trasporti, con l’utilizzo della trazione animale e del vento possono risalire ad una forma di sfruttamento dell’energia solare. Ciononostante le popolazioni, fin dall’età preistorica hanno dovuto confrontarsi con fenomeni di sfruttamento non sostenibile delle risorse, intere regioni videro estinguersi specie cacciabili. Immense aree fertili, come la Mesopotamia e la valle dell’Indo hanno perso nei secoli gran parte della capacità di sostentare l’agricoltura e la popolazione a causa di uno sfruttamento non sostenibile. Tutto ciò è avvenuto in totale assenza di sviluppo industriale, combustibili fossili ed altre tecnologie cui oggi tendiamo a dare la colpa del degrado ambientale. Questo è uno spunto molto importante per comprendere che la tendenza allo sfruttamento insostenibile delle risorse è insita nella specie umana e che l’utilizzo dell’energia fossile ha solo aggravato questa tendenza, offrendo a costo basso una soluzione ai problemi dello sfruttamento insostenibile di altre risorse, come il terreno fertile, il legname, l’acqua. Le dinamiche risorsa-consumatore sono ben espresse da curve Lotka-Volterra per cui una popolazione che sfrutta una risorsa rinnovabile tende a sovrasfruttarla aumentando la propria popolazione, quando la soglia di sostenibilità viene superata la popolazione si ritrova ad affrontare una carenza con livelli di popolazione intollerabili. La popolazione dunque diminuisce e, di conseguenza la soglia di sostenibilità viene nuovamente attraversata al contrario, ciò permette alla risorsa rinnovabile di crescere nuovamente. Quando la popolazione ritrova risorse abbondanti il periodo di crisi termina ed essa ricomincia a crescere ai danni della risorsa. Se le due grandezze vengono graficate si hanno due sinusoidi sfasate e smorzate in quanto ad ogni rispettivo ciclo di ripresa la popolazione e la risorsa crescono sempre di meno finché ciascuna di esse si stabilizza su un proprio livello sostenibile, dato dall’ambiente e dalle interazioni che vi avvengono. Ciò è quello che si 47 Conoscere per crescere ritrova negli ambienti naturali ove non interviene l’uomo, in cui le specie sono in equilibrio tra loro e le popolazioni variano poco. Se un evento (incendio, inondazione) varia le proporzioni, queste riguadagnano un nuovo stato di equilibrio sempre mediante un andamento oscillatorio smorzato alla Lotka-Volterra. L’umanità è stata soggetta a tali forze, lo sfruttamento di risorse agricole in periodi piovosi poteva portare aumenti di popolazione che si risolvevano in carestie e morie in anni di siccità limitatamente a determinate regioni. La deforestazione a scopo agricolo o per guadagnare pascoli ha tolto la protezione a terreni fragili che, dopo alcuni anni di buona produttività hanno gradatamente perso fertilità, si sono erosi e sono stati definitivamente desertificati a causa del pascolo eccessivo. La popolazione che da questi dipendeva e che era cresciuta grazie al tasso di sfruttamento non sostenibile del territorio si trovava in pericolo e doveva spostarsi o ridursi. L’umanità, al contrario delle altre specie animali, ha spesso trovato il modo di evitare di sottoporsi a questi processi di stabilizzazione naturale mediante la tecnologia. Quando lo sfruttamento eccessivo di risorse cominciava a provocare problemi, alcuni popoli sono riusciti a sviluppare tecnologie che vi ponevano rimedio. Se la terra perdeva produttività per sfruttamento eccessivo o erosione o parassiti ecco intervenire tecniche di rotazione, maggese, terrazzamento, aratura meccanica, fertilizzazione organica e chimica, pesticidi. Se il problema era la siccità ecco l’irrigazione a gravità mediante canali, o a mezzo di pozzi (si richiede l’invenzione della pompa e la disponibilità di energia per azionarla) o addirittura gli esperimenti di “inseminazione” delle nubi per forzare le precipitazioni. Se l’eccessivo sfruttamento rendeva difficoltoso reperire legname da costruzione o da ardere, nell’europa tardo medioevale si inizia ad utilizzare il carbone, grazie al quale (in seguito) si produrrà anche il cemento ovviando in toto sia al problema delle costruzioni sia al fabbi48 Energie rinnovabili sogno energetico. Questa fu la prima grande transizione energetica, da una risorsa rinnovabile quale il legname, che ovviamente non poteva soddisfare i bisogni di una popolazione in crescita, si passò ad utilizzare una risorsa fossile, non rinnovabile ma abbondante oltre ogni ipotesi di utilizzo all’epoca, tanto che ancora oggi ne esiste moltissimo. Infatti prima che ci si cominciasse seriamente a chiedere cosa fare quando la produzione di carbone non avesse più soddisfatto le necessità, come era già successo con il legname, si iniziò ad utilizzare il petrolio. Oggi ci stiamo già chiedendo cosa fare se il petrolio non fosse più sufficiente ma al contrario dei nostri predecessori non abbiamo ancora applicato una alternativa più economica del petrolio. Entrambe le transizioni legno->carbone e carbone->petrolio furono caratterizzate dalla maggiore economicità e versatilità della seconda risorsa rispetto alla prima. Il carbone aveva, a parità di massa un potere calorifico superiore del legno, non doveva essere essiccato, permetteva di raggiungere temperature maggiori e per tempi più lunghi Tale versatilità ne ha permesso l’ottimale utilizzo nelle macchine a vapore e la maggiore produttività nella metallurgia. Il petrolio, a differenza del carbone è liquido, ha un potere calorifico ancor superiore a parità di massa (dunque si può trasportare in modo più efficiente), ha il pregio di fuoriuscire dai pozzi da solo per via della pressione cui è sottoposto nel sottosuolo (una percentuale dal 10 al 20% del contenuto, fino ad esaurimento della sovrapressione, di un giacimento esce da solo, il rimanente deve essere pompato o spinto fuori iniettando gas ed acqua. Per tale ragione i primi giacimenti di petrolio furono sviluppati soltanto finché il liquido usciva da solo e poi abbandonati in quanto la tecnologia non permetteva un recupero secondario). In ogni caso bastava praticare una perforazione (i primi campi furono sviluppati vicino ad affioramenti naturali, quindi la profondità dei pozzi era di pochi metri) e si otteneva una fonte di energia abbon49 Conoscere per crescere dante. Al contrario il carbone bisognava estrarlo scavando in miniera con notevole dispendio di energia. È per questo che, dopo un periodo iniziale di prezzi oscillanti ed incerti il petrolio si rivela essere molto più economico e versatile (può essere distillato ottenendo numerosi prodotti) del carbone, quindi lo sostituisce in pochi decenni, relegandolo a fonte di energia di serie B. Dalle serie storiche dei prezzi si evince che dal dopoguerra fino agli anni ’70 il petrolio costa, a parità di energia, meno del carbone ed è anche più versatile in quanto la distillazione del petrolio, per l’uso nei trasporti e nella chimica può essere effettuata con costo energetico e finanziario molto inferiore che per il carbone. Questo portò allora ad una serie di utilizzi di prodotti petroliferi che oggi non sembrano più ammissibili, quale la produzione elettrica con olio combustibile, il petcoke per accaieria e cementificio al posto del coke di carbone. All’esplosione della disponibilità di energia nel dopoguerra si affianca la crescita illimitata dell’economia finanziarizzata. Mentre la crescita della disponibilità di energia procapite si arresta già negli anni ’80 (e da allora se ne vedono le nefaste conseguenze nelle politiche di riduzione della sicurezza sociale nei paesi avanzati e di aumento della povertà nei paesi sottosviluppati) la finanza e le rendite dei capitali, risultato dell’energia e delle risorse consumate per la produzione di beni e servizi, continuano a crescere finché la quantità di energia consumata nel mondo continua ad aumentare (seppure in modo sempre meno paritario). Ma la natura della ricchezza finanziaria, destinata a crescere sempre e comunque tramite l’applicazione dell’interesse composto, deve necessariamente scontrarsi con l’impossibilità di far crescere indefinitamente il valore dei beni e dei servizi che traggono origine da una disponibilità limitata di energia e risorse. Da alcuni anni, ormai, sembra che il mondo sviluppato, dopo un’era di prosperità e crescita economica mai vista prima, passi da una crisi all’altra; la percezione del futuro economico non è mai stata tanto fosca. Intuitivamente si potrebbe cercare di dare una spiegazione guar50 Energie rinnovabili dando la catena degli eventi che si è succeduta dalla fine degli anni ’90 ad oggi. L’affermazione prepotente della globalizzazione finanziaria, con l’ingresso dei nuovi giganti asiatici, dopo il crollo dell’Unione Sovietica ha provocato una notevole crescita economica che ha portato anche alla creazione di “bolle”, eccessi di investimenti in determinati settori (new economy, immobiliare, energetico e materie prime) che sono poi esplose in sequenza provocando crisi finanziarie sempre più gravi, l’ultima che stiamo vedendo in questo momento sembra essere catastrofica e sembra essere stata innescata da due bolle esplose in stretta sequenza in quanto correlate, i mutui e l’energia; alcuni analisti vedono una correlazione nel fatto che i proprietari di immobili (con mutui ipotecari) nelle immense periferie prive di servizi di trasporto pubblico che la crescita del settore immobiliare ha disseminato per il mondo, abbiano dato default per via dei crescenti costi energetici che tali fabbricati, per la loro distanza dai centri economici o posti di lavoro e per la leggerezza con cui sono stati progettati i sistemi di riscaldamento e climatizzazione, hanno comportato. Ciò ha provocato difficoltà nel comparto del credito che si sono acuite per altri fattori dovuti alla struttura dei mercati finanziari, una crisi dei consumi, in particolare energetici e lo scoppio delle bolle di energia e materie prime legate appunto a questi consumi. Cerchiamo qualche conferma di questo ragionamento esaminando l’evoluzione dell’ultima bolla, quella energetica, che sembra aver originato (o in ogni caso ne rappresenta un evidente sintomo) la catastrofe finanziaria del 2008 che è stato definito “il nuovo 1929”. Dal sito della EIA http://www.eia.doe.gov/emeu/ipsr/t21.xls ente governativo USA per l’informazione sull’energia è possibile esaminare l’andamento della produzione e della domanda mondiale di petrolio. Dai dati disponibili è possibile effettuare una semplice analisi basata sull’elementare concetto di domanda e offerta. 51 Conoscere per crescere Si osserva, dal grafico seguente, che fino dal 2005 la domanda ha continuato a salire mentre la produzione è stata stagnante, in leggero calo. Nel 2006 le difficoltà di aumentare la produzione sono evidenti anche dal fatto che la domanda è stata superiore all’offerta benché i prezzi fossero considerati già allora troppo alti da molti analisti. Tale situazione permaneva e peggiorava nel 2007 mentre gli alti prezzi già deprimevano anche la domanda che aumentò meno che negli anni precedenti. Nel 2008, primo semestre, la produzione media è risalita notevolmente (oltre 1 milione di barili al giorno) mentre la domanda è stata, per la prima volta da molti anni, distrutta; non solo la domanda non è cresciuta come negli anni precedenti, ma è diminuita in modo abbastanza sensibile riportando l’equilibrio con l’offerta intorno agli 85,5 milioni di barili al giorno. Da questa analisi possiamo trarre alcune sommarie conclusioni; ovvio che la domanda è stata strettamente influenzata da due fattori, la crescita economica ed il livello dei prezzi. L’entrata in recessione di molte economie nel 2008 ha provocato una notevole distruzione di domanda già a metà anno, a questa possono essere in parte attribuiti i recenti cali del prezzo; nel periodo 2004-2007, quando la crisi econo52 Energie rinnovabili mica non sussisteva è possibile ipotizzare che il rallentamento della velocità con cui la domanda è aumentata possa essere attribuita quasi esclusivamente alla crescita dei prezzi petroliferi, cresciuti di oltre il 300% in tale intervallo temporale. Si potrebbe concludere con una ovvia previsione: se la domanda continuerà a calare, dato che la fase di recessione che si prospetta sarà biennale od oltre, anche l’offerta si adeguerà al ribasso; alcune qualità di greggi ad alto costo di produzione usciranno dal mercato, alcuni dei megaprojects da cui si attendevano milioni di barili giornalieri aggiuntivi rallenteranno, la progettazione e la costruzione di nuovi impianti per il trattamento di olii pesanti non convenzionali come quelli canadesi o venezuelani si arresterà. Se tutto ciò avverrà, in estrema sintesi, si tratterà di un picco di Hubbert della produzione petrolifera a tutti gli effetti. Se infatti la domanda nel 2009 e 2010 calasse ad esempio a 85 mbd e poi 84 trascinando in basso l’offerta, osservando un grafico della produzione prolungato al 2010 vedremmo un picco sul 2008. Ciò non esclude che una successiva ripresa possa far ripartire al domanda e far risalire la produzione ma possiamo essere abbastanza sicuri che in tal caso i prezzi ricominceranno a salire provocando una nuova recessione ed un nuovo picco che potrebbe essere anche a livelli di produzione più alti di quello odierno. Certamente questo ragionamento può aiutare a capire più profondamente la natura del concetto di picco. Il picco di una risorsa non è esclusivamente una questione di prezzi (finanza), né di produzione (geologia), né di domanda (economia reale) ma un combinato disposto di questi tre fattori che si influenzano e limitano a vicenda. Non vi sarà picco perché non si riesce a produrre di più, i megaprojects averbbero consentito di aumentare la produzione a patto che il prezzo del petrolio rimanesse alto (tutti i nuovi progetti hanno costi di estrazione alti, altrimenti sarebbero stati sfruttati prima), ma al prezzo di 150$ al barile qualcosa nell’economia si è rotto. L’inflazione creata dall’aumento dei prezzi energetici ha costretto le banche centrali a far salire i tassi di 53 Conoscere per crescere interesse, questi hanno messo in difficoltà i consumatori che si erano indebitati, costoro hanno ridotto i consumi, molti non hanno più potuto pagare il mutuo, il settore immobiliare è entrato in crisi perché poteva reggersi solo se i prezzi fossero stati in costante aumento. L’edilizia ha rallentato, i trasporti e tutte le attività produttive si ridimensionano. Il consumo di energia e materie prime è stato ridotto e la bolla speculativa si è sgonfiata; se i consumi petroliferi medi giornalieri scendessero di alcuni milioni di barili i prezzi potrebbero tornare quelli di alcuni anni or sono; ciò nonostante, il picco del 2008 ci sarà stato e nessun barile a 80 o 60$ e nemmeno a 40$ potrà smuoverlo da dove si è manifestato finché non sarà possibile ripartire con la ri-crescita economica dopo il disastro. Ri-crescita che potrebbe portare solamente, presto o tardi, ad un nuovo disastro. Ma è proprio in occasione di una catastrofe che è opportuno ripensare alle cause e cercare di evitarne una nuova. I governi si stanno muovendo per assicurare che lo stesso meccanismo che tanti danni economici sta provocando riparta tra due o più anni, dopo una crisi che si prospetta lunga e penosa, sulle stesse basi, magari con qualche regola in più e un maggiore controllo dello stato, ma se è il momento di riflettere, voglio lanciare una provocazione: che la crescita economica ad ogni costo non sia la soluzione ma il problema stesso? La necessità storica di un mondo basato sulle fonti energetiche rinnovabili La civiltà moderna si trova, dunque, di fronte a due sfide epocali: i cambiamenti climatici ed il graduale esaurimento delle fonti energetiche fossili e fissili a basso costo di sfruttamento. Le fonti rinnovabili di energia originano solamente dal sole e dal calore della terra: • • 54 Solare (fotovoltaico o termico) Eolica (tradizionale e troposferica) Energie rinnovabili • • • • • Idroelettrica (fluente o a bacino) Biomassa (centrali a biomassa e biofuel) Geotermia (alta e bassa entalpia) Maree, Onde, Correnti Rifiuti e Nucleare NON sono fonti rinnovabili. Sappiamo che dal sole giunge sulla terra una quantità di energia pari a 10.000 volte quella che è utilizzata ad oggi dall’umanità e che può essere fruita mediante tecnologie solari ed eoliche (il 2% della radiazione solare si trasforma in vento), in particolare troposferiche o d’alta quota, come il nuovissimo concetto Kitegen attualmente in sperimentazione in Italia. Lo sviluppo delle fonti rinnovabili rappresenta una soluzione sia per il contrasto al cambiamento climatico, sia per i problemi di approvigionamento di fonti energetiche, e dunque, per quanto affermato in precedenza, favorisce la stabilità economica e finanziaria. La ragione di questa affermazione risiede nel fatto che lo sviluppo di una fonte di energia rinnovabile richiede un investimento iniziale ben definito e produce per un dato numero di anni una quantità di energia in linea con un fenomeno naturale (sole, vento) e pertanto subisce una variabilità nota, ricompresa in una forchetta statistica propria del fenomeno in sé. Contrariamente ai combustibili fossili e ad alcuni tipi di biomasse (che appunto per questo non dovrebbero essere prese in considerazione come sostitute delle fonti fossili) non si sperimenta alcuna volatilità dei prezzi dovuta a fattori politici od economici, né è possibile ottimizzare la produzione per ottenere profitti maggiori; quest’ultima possibilità è una delle cause fondamentali del fatto che per una risorsa non rinnovabile non si cerchi mai di ottimizzare la durata delle riserve, ciò contrasta con esigenze di massimizzazione del profitto. Ciò è un potente fattore di stabilizzazione, significa redditi stabili e sicuri per tempi definiti; l’esatto contrario della flessibilità e della variabilità attual55 Conoscere per crescere mente imposta ai redditi da lavoro e capitale dalle non-regole insensate della finanza globalizzata che in effetti, ha in queste sue premesse il germe stesso della propria dissoluzione. È necessario, pertanto, ricorrere alle fonti rinnovabili ma lo sviluppo risulta difficoltoso per due ordini di motivi: • • Costi; I costi di alcune fonti rinnovabili sono maggiori di quelli delle fonti fossili. Sono necessari incentivi, ricerca e sviluppo di fonti rinnovabili meno costose. Intermittenza; Il vento e il sole non ci sono sempre, mentre l’energia serve a qualsiasi ora; Sono necessari sistemi di stoccaggio e sviluppo di fonti non intermittenti. Lo schema seguente può dare un’idea del significato economico delle varie fonti energetiche. FONTE Solare FV Eolico Geotermico Biomasse 56 COSTO IMPIANTO AL KW IN EURO 5000-7000 1000-2000 2000-2500 2000-3000 COSTO KWH IN EUROCENT PRO CONTRO 30-38 Adatto a piccoli impianti, ideale nei paesi mediterranei o tropicali, ben incentivato Troppo costoso, inadatto ai paesi nordici, intermittente, necessita spazio 6-12 Competitivo, ampiamente disponibile in siti ventosi, ben incentivato in alcuni paesi Inutilizzabile in regioni poco ventose, intermittente, trasforma il paesaggio 10-13 Sfruttamento del calore nei bacini geotermici, incentivi Indisponibile nelle zone prive di attività geotermica, non flessibile 10-13 Valorizza alcune produzioni agricole, incentivi Deforestazione, emissioni di fumi e polveri, concorrenza con cibo Energie rinnovabili FONTE COSTO IMPIANTO AL KW IN EURO Idroelettrico COSTO KWH IN EUROCENT 12-20 PRO CONTRO Altamente competitivo, altamente flessibile Indisponibile nelle zone povere di precipitazioni, trasforma il territorio Altamente competitivo, È una tecnologia disponibile non ancora ovunque e sempre, pienamente matura bassissimo impatto che necessita sul territorio, più investimenti flessibile Eolico troposferico KiteGen 1500-1600 1-4 Gas ciclo combinato 1500-1000 7-8 Alta efficienza, basse emissioni, flessibilità Problemi di approvigionamento gas 4-5 Competitivo, combustibile abbondante Altamente inquinante, anche nelle sue varianti “pulite”, non è flessibile Carbone Nucleare (nuovo impianto) 1000-2000 2000-3000 6-8 Problem con sicurezza, Il costo del kWh scorie nucleari e è sostanzialmente approvigionamento stabile anche di uranio. al variare del prezzo Solo grandi del combustibile impianti e notevoli investimenti, non è flessibile Il problema dei costi è fondamentale e la ragione è stata accennata più volte nelle pagine precedenti: dover rinunciare alle fonti energetiche fossili a basso costo significa rinunciare alle condizioni di vita moderne, tanto più desiderabili di quelle che vigevano ancora pochi decenni or sono e ancora vigono in molti paesi sottosviluppati. La disponibilità di energia a basso costo ha permesso anche ai ceti meno abbienti di ottenere cibo, istruzione, assistenza medica e condizioni igienico sanitarie accettabili. Certamente anche con l’energia rinnovabile è possibile ottenere questi importanti aspetti del nostro stile di vita, ma il livello di 57 Conoscere per crescere diffusione di tali preziose conquiste presso i ceti a reddito meno elevato dipende essenzialmente dal costo. Per chiarificare può essere utile un esempio: il costo del gas metano da riscaldamento è attualmente tra i 30 e i 40 centesimi di euro al kWh se lo confrontiamo con il costo al kWh di una fonte energetica rinnovabile quale il solare fotovoltaico (prima riga della tabella) notiamo che quest’ultimo ha un costo 10 volte superiore. Pertanto, nell’ipotesi di avere disponibilità solamente di energia da tale fonte, una famiglia non benestante che attualmente spendesse 1000 euro annui per il riscaldamento domestico si troverebbe a spendere dieci volte tanto se volesse scaldarsi con una stufa, probabilmente dovrebbe rinunciare al riscaldamento con ovvie e spiacevoli conseguenze. Un nucleo familiare benestante in una simile eventualità non solo potrebbe permettersi comunque un certo comfort termico ma, disponendo di un ragionevole capitale, potrebbe effettuare interventi quali l’isolamento dell’abitazione e l’installazione di pompe di calore; spese notevoli iniziali che permetterebbero però di abbassare drasticamente la bolletta riportando l’esborso vicino a quello di chi oggi usa il metano. Dunque la necessità di un mondo alimentato dalle fonti rinnovabili presenta importanti aspetti politici oltre che tecnici; non mi sembra di esagerare se riconduco, in ultima analisi, il livello di democraticità di una società al livello di disponibilità di energia a basso costo. Per scalzare il dominio delle fonti esauribili mantenendo un livello dignitoso di sviluppo umano e di diritti democratici è necessario ottenere più energia rinnovabile a costi competitivi. KiteGen è la tecnologia più promettente ed è totalmente italiana. Dobbiamo l’idea dello sfruttamento dei venti d’alta quota (forti e molto più costanti di quelli a bassa quota utilizzati dalle torri eoliche tradizionali) e le soluzioni tecniche necessarie allo scopo all’imprenditore ed inventore Massimo Ippolito ed al suo gruppo di collaboratori della ricerca e sviluppo di una piccola azienda piemontese; la Sequoia Automation. La ricerca di applicazioni di un avanzato sensore di posizione triassiale, prodotto di 58 Energie rinnovabili punta dell’azienda ha consentito di ipotizzarne l’utilizzo a bordo di un kite, un profilo alare di quelli che gli amanti del parapendio utilizzano per librarsi in volo, che mosso dai venti d’alta quota debba essere pilotato automaticamente . Un sensore di posizione triassiale consente, infatti, di calcolare esattamente la posizione e la velocità del kite e dunque permette ad un computer di comandarlo a distanza mediante due cavi posti alle estremità, esattamente come farebbe un pilota umano che può direzionare il suo parapendio agendo sui cavi. La trazione esercitata dalla vela mossa dal vento sui cavi che la tengono ancorata ai macchinari di produzione dell’energia elettrica fornisce l’energia meccanica che viene trasformata in energia elettrica da un alternatore. Essendo i cavi di lunghezza limitata il profilo alare non può allontanarsi indefinitamente, pertanto il meccanismo automatico di controllo brevettato del Kitegen fa compiere al profilo alare un percorso simile ad un otto in cui vi è un breve arco in cui la macchina assorbe energia invece di produrla, ma il bilancio di ciascun ciclo è sempre positivo. Questa descrizione corrisponde ad un impianto a torre, denominato anche yo-yo con un singolo kite. 59 Conoscere per crescere KiteGen in configurazione yo-yo (piccoli impianti) I componenti: 1. profilo alare 2. sensori di bordo (posizione e orientamento relativo) 3. cavi 4. unità di attuazione (motori, verricelli) 5. sensori di terra (direzione e velocità vento, tensione cavi...) 6. centralina 7. direzione vento. KiteGen in configurazione a Carosello (grandi impianti) Disegno d’artista fuori scala (ridotta l’altezza dei profili alari e aumentato il diametro dei cavi). 60 Energie rinnovabili Un impianto di tipologia più complessa (denominato anche carosello) è composto da batterie di grandi profili alari di potenza in volo a una altezza di 800/1000 metri, i cui movimenti sono controllati elettronicamente via sensori e software proprietario. I profili alari sono ancorati ad una struttura a livello suolo, che viene trascinata ruotando lungo un asse verticale e nella quale avviene la generazione di energia. In tutti i casi gli impianti KiteGen devono operare in assenza di velivoli che transitino nel raggio d’azione delle vele e dei cavi; Normalmente tali zone, dette di “non sorvolo” esistono in prossimità di impianti nucleari, petrolchimici e rigasificatori. Una proposta per il territorio di Roma: Energia dal vento con KiteGen Il KiteGen, per le sue caratteristiche di fonte rinnovabile a basso costo, rappresenta la soluzione ottimale sia a livello tecnico che delle scelte politiche, ragione per cui si addice perfettamente al tema del comune a 5 stelle. Voglio concludere, pertanto, con una proposta che rappresenta una speranza concreta ed un riscatto per il cittadino impotente di fronte ad interessi economici immensamente più grandi che lo vorrebbero spettatore impotente dei grandi scempi ambientali compiuti in nome dello “sviluppo” e che lo etichettano come ingrato che sputa nel piatto in cui mangia quando si oppone. Lo sfruttamento pulito ed a bassissimo impatto ambientale dei venti d’alta quota che passano sopra il nostro territorio (quelli che distorcono rapidamente le dritte scie degli aerei in volo tramutandole in nastri serpeggianti per intenderci) è la chiave per produrre energia rinnovabile pulita, abbondante ed accessibile democraticamente, perché gli impianti KiteGen sono progettati per costare poco e produrre tanto, permettendo in linea di principio anche a piccoli comuni di dotarsene; 61 Conoscere per crescere a maggior ragione dovrebbe dotarsene il più grande comune d’Italia ed il suo hinterland. In dettaglio si propone la costruzione di tre impianti sui siti delle zone di non sorvolo già esistenti. Produrrebbero tanta energia quanta ne produce il polo di Civitavecchia. • • I: Impianto da 300 MW, formato da 100 torri KiteGen in configurazione yo-yo necessita di al più 300 M€ e di un’area di 1 kmq; produrrebbe oltre 1-1,5 TWh equivalente a circa 100-150 M€ annui ai prezzi di mercato dell’energia. Pertanto si ripagherebbe al più in 3 anni Fase II: Impianti da 1000 MW in configurazione a Carosello sui siti delle ex centrali nucleari di Latina e Montalto. Ciascun impianto produrrebbe fino a 5 TWh occuperebbe 9 kmq ma nell’interno dell’anello sono possibili le consuete attività agricole e produttive. Le caratteristiche della configurazione ad anello sono tali che i costi ed i tempi di ritorno sarebbero inferiori al caso descritto sopra. Come le chiese cristiane furono costruite spesso sopra gli antichi templi pagani, utilizzandone materiali di riporto, affinché fosse chiaro che un culto nuovo aveva sostituito il paganesimo per sempre così mi piace pensare che i KiteGen puliti nasceranno sulle vestigia di impianti che tanto inquinamento hanno provocato. Iniziative segnalate: http://www.wow.pe Le attività di Wind Operations Worldwide S.r.l. che investe nello sviluppo di energia eolica troposferica con la tecnologia KiteGen. Lo scopo è produrre energia rinnovabile più economica di quella ottenuta da carbone. http://www.retenergie.it Le attività della cooperativa di produttori ed utilizzatori di energia rinnovabile Retenergie 62 Energie rinnovabili Riferimenti: http://www.aspoitalia.it sito web di Aspo Italia con articoli scientifici http://aspoitalia.blogspot.com notizie e commenti quotidiani risorse ed energia http://petrolio.blogosfere.it diario divulgativo su tutto ciò che riguarda il petrolio http://www.kitegen.com Home page della Kitegen Resarch che sviluppa la tecnologia KiteGen http://www.ecoblog.it notizie su ecologia, energia e risorse EUGENIO SARACENO 63 Conoscere per crescere 2 Acqua pubblica La gestione delle risorse idriche Una delle emergenze che nell’ultimo decennio sta attanagliando il pianeta, è quella collegata alla possibilità di poter disporre di acqua potabile. Nel 2008 oltre un miliardo di persone non ha potuto accedere ad acqua potabile e sicura, mentre il 40% della popolazione mondiale, circa 2,6 miliardi di persone, non ha ancora accesso a servizi igienici di qualità e sono esposti a gravi rischi sanitari, specie in Africa e Asia. In particolare, oltre il 20% degli abitanti in 30 Paesi del mondo deve fronteggiare problemi di carenza di acqua, una percentuale che entro il 2025 diventerà del 30% in 50 Paesi. Queste alcune cifre ricordate in occasione della Giornata mondiale dell’acqua celebrata sabato 22 marzo. In Italia, secondo le stime della Relazione annuale sullo stato dei servizi idrici del 2006, la disponibilità di acqua non copre totalmente i fabbisogni, ma a pesare di più sono sprechi e reti “colabrodo”. Forse questi dati ci appaiono come parte di un problema lontano e che difficilmente potrà colpirci: ma questa valutazione rischia di farci precipitare in un grossolano errore che potrebbe avere come ripercussione se non la privazione, un costo assai elevato per avere accesso a quello che è sempre stato un diritto inalienabile per ogni cittadino, ossia quello di poter usufruire di acqua potabile per tutte le sue esigenze quotidiane. L’acqua, ormai nota anche come oro blu, è divenuta un prodotto di investimento, come futures, bond, ot similia: infatti su pubblicazioni specializzate più volte sono apparsi articoli che presentavano la ge65 Conoscere per crescere stione delle risorse idriche alla stregua di quelle minerarie od agricole, niente altro che un business da cui trarre profitto. Infatti questa importantissima risorsa viene sempre meno colta come un bene, e come ogni prodotto, se deve essere un bene da investimento, viene trattata come uno di essi; leggete cosa riporta un depliant informativo di un prodotto finanziario denominato “Benchmark Certificate su indice WOWAX”: “Investire nel Settore dell’Acqua. SG Benchmark Certificate su indice WOWAX L’acqua - L’oro blu La fornitura d’acqua diventerà la principale sfida del XXI secolo. Di fronte alla scarsità globale e all’aumento del consumo, la politica e l’economia dovranno affrontare delle importanti sfide nel settore dell’acqua. È impossibile stabilire esattamente quanta acqua sia disponibile in totale sul pianeta, dato che la quantità trattenuta nell’atmosfera e nella crosta terrestre è solo stimabile. In ogni modo sempre meno acqua è e sarà disponibile per il consumo umano, per l’industria e per l’agricoltura, basti pensare che dal 1970 le riserve di acqua si sono ridotte del 40% a fronte di un consumo in continua crescita. [...] Le opportunità di investimento nel settore dell’acqua Nei prossimi 30 anni l’acqua diventerà un materia prima scarsa. Ciò la rende un’opportunità di investimento molto attraente per gli investitori. [...] Per essere incluse nell’indice WOWAX, le società devono rispondere determinati requisiti. La maggior parte del fatturato deve derivare da investimenti nei settori della fornitura, delle infrastrutture e della purificazione dell’acqua. In base al loro flottante di mercato, le società 66 Acqua pubblica devono risultare le più grandi nel loro settore e le azioni devono avere una liquidità sufficientemente elevata”. E così via di questo passo... Ma anche altrove riusciamo ad avere illuminanti informazioni su come venga considerato questo indispensabile bene primario; leggiamo infatti sul sito web di Finanza on Line: “Acqua da investimento. Investire con i Certificates ABN AMRO sull’oro blu. La chiamano l’oro blu. E non a caso. In futuro, ma un futuro molto prossimo, l’acqua è destinata a diventare un bene prezioso come il metallo nobile per antonomasia e come il petrolio, l’oro nero. Del resto, se in alcune parti del mondo l’acqua ancora oggi si spreca, altrove sta diventando sempre di più una chimera, in particolare quella potabile. Solo l’1% delle risorse di acque mondiali è disponibile come potabile. Già oggi un miliardo e 300 milioni di persone non ne dispongono a sufficienza ed è stimato che nel giro di venti anni un terzo della popolazione mondiale potrebbe rimanerne privo mentre cresce la richiesta proveniente dall’agricoltura, che ormai necessita del 70% delle risorse disponibili. Il fenomeno non è di oggi ma è in costante accelerazione: dal 1970 la quantità di acqua pro capite disponibile è diminuita del 40%”. Ed ecco che quindi è partita la nuova corsa all’oro, dove invece di avventurosi pionieri verso il Klondike, troviamo aziende multinazionali che si precipitano ad accaparrarsi più risorse idriche possibili, noncuranti di saccheggiare il territorio, e delle pesanti ricadute ambientali che spesso depauperano aree gravate già da pesanti problemi. Comitato per l’Aniene La mia esperienza alla guida del Comitato per l’Aniene, mi ha consentito di constatare in modo tangibile cosa si arrivi a pianificare, a cercare di portare a termine, quando la politica e gli interessi economici 67 Conoscere per crescere si intrecciano in inestricabili matasse di accordi politicamente trasversali nei quali gli unici ad esserne estromessi ed a pagare per essi sono i normali cittadini, spesso ignari di quanto stia accadendo. Il Comitato per l’Aniene è nato nel 2002 per impedire che uno scempio totale, la captazione della più importante sorgente perenne che alimenta il fiume Aniene venisse impedita. Tutta la società civile di un’ampia zona del Lazio si è mobilitata per impedire che questo forsennato progetto venisse portato in porto: associazioni culturali, sportive ed ambientaliste da sezioni locali di WWF ed Italia Nostra, da Legambiente alla UISP, insieme a comitati e singoli cittadini di tutta una valle, quella attraversata dal fiume Aniene, si sono coalizzati per impedire di vedere sparire il fiume che contribuiva da sempre alla loro identità culturale. Ma qui occorre fare una premessa per far bene comprendere al lettore di cosa stiamo parlando. Il fiume Aniene, detto Teverone, è uno dei principali fiumi del Lazio e del centro Italia, affluente del Tevere che confluisce in esso proprio dentro Roma. Esso ha consentito lo sviluppo di insediamenti lungo tutta la valle che attraversa già da tempi preistorici, ed ha attirato lungo le sue sponde, grandi uomini del passato, come San Bendetto, che nei suoi pressi fondò il monachesimo occidentale a Subiaco, ove si trova il primo protocenobio al mondo, ma addirittura l’imperatore Nerone, che lo sbarrò per creare tre laghi con i quali abbellire una sontuosissima villa che fece edificare sulle sue sponde. Mezzo eccezionale di comunicazione, infatti navigabile, consentì di trasportare i travertini che servirono a costruire gli edifici dell’antica Roma. Le sue acque alimentavano fino a qualche decennio fa una grande moltitudine di mulini ed opifici, consentendo di poter realizzare lungo il suo corso, importanti realtà artigianali ed industriali, come alcune cartiere, di cui una è tra le più antiche d’Italia. Ancora oggi alimenta numerose centrali idroelettriche, ma anche microcentrali realizzate nei precedenti mulini. 68 Acqua pubblica Possiede acque limpidissime per ben due terzi del suo tratto, perdendo questa importante caratteristica solo alle porte della Capitale. Per questa sua peculiarità, attira frotte di pescatori o di semplici turisti che godono della sua bellezza facendo escursioni lungo le sue sponde. La popolazione che vive nei centri venutisi a creare sulle sue sponde, vive il fiume Aniene come parte della sua identità culturale, tant’è che già in passato si batté duramente contro sue possibili derivazioni o captazioni. Leggete infatti cosa riporta un articolo tratto da “Il Tempo” del lontano 1955: “Manifestazioni a Subiaco per la deviazione dell’Aniene. I cittadini, in occasione di un sopralluogo dei funzionari del Ministero dei Lavori Pubblici, sono riuniti nella grande sala del cinema “Narzio”. Se c’erano dubbi sull’atteggiamento della popolazione di Subiaco nei confronti del fiume Aniene, la manifestazione che si è svolta nei giorni scorsi li ha fugati definitivamente e chiaramente. Il sopralluogo effettuato dalle autorità del Ministero dei LL.PP. Onde verbalizzare alla presenza degli interessati i motivi delle varie opposizioni, presenti anche le ditte concorrenti e le autorità interessate al delicato problema, ha provocato una manifestazione tale di cui per lungo tempo si parlerà e non solo a Subiaco. L’affluenza di numerose camionette della celere, di numerosi grossi camion dei carabinieri non ha per nulla intimorito i cittadini che avevano unicamente intenzione di manifestare pacificamente. Malgrado fosse giorno di lavoro, la sala consigliare scelta per la manifestazione, si è subito rivelata insufficiente ed i convenuti sono stati costretti a spostarsi nel grande salone del Narzio. In un batter d’occhio platea e galleria si sono letteralmente riempite e il servizio d’ordine ha avuto un bel da fare per tenere a bada la 69 Conoscere per crescere folla che fuori faceva capannelli non avendo trovato dentro né a sedere né in piedi. Sul palco hanno preso posto tre ingegneri del Ministero dei LL.PP. Incaricati di leggere e verbalizzare tutte le opposizioni; il sindaco di Subiaco generale Alberto Scalpellini, il segretario del Ministro Campilli, dott. Chiricò, l’assessore alla provincia Maderchi, il consigliere provinciale della zona di Subiaco comm. Greco, il maggiore del Genio Militare Vaccaio, il capitano dei carabinieri Balestrieri, il dott. Bottari del Ministero degli Interni, e il commissario Polizia. Nelle prime file della platea al completo i tecnici della S.R.E., dell’ACEA, l’ing. Crespi della Cartiera di Subiaco, i rappresentanti della ditta Girala, tutti concorrenti con vari progetti di dimensioni differenti alla concessione della derivazione dell’Aniene. Il Ministro Andreotti, il principe Lancellotti, il senatore Manghi, l’on. Bonomi, impossibilitati ad intervenire di persona si sono fatti rappresentare da propri inviati. Tutte le categorie e le correnti politiche di Subiaco erano rappresentate: il segretario della D.C., il presidente della Sezione Combattenti medaglia d’oro Gerardo Lustrissimi, i mutilati del lavoro, i coltivatori diretti, i pensionati del lavoro, gli artigiani, i contadini ed i commercianti. Di notevole interesse la lettura delle varie esposizioni”. [...] Quando ho letto questo articolo, ho compreso due cose: quanto la popolazione della Valle dell’Aniene avesse a cuore il destino del suo fiume, ma anche di come all’epoca la politica fosse più attenta e propensa ad ascoltare i cittadini. Credo infatti che da decenni, per una manifestazione tenutasi in un centro abitato tutto sommato modesto, non intervenga un così nutrito ed eterogeneo stuolo di personalità. Insomma, il fiume Aniene appare come un’incredibile risorsa a tutta la popolazione: ebbene, questo che dovrebbe essere un fiore all’occhiello del patrimonio ambientale laziale ma anche italiano, ha su70 Acqua pubblica bito negli ultimi anni una nuova pesante aggressione, che ne minaccia addirittura la sua esistenza. Ci stiamo riferendo ad un progetto che prevede la captazione della più importante (per il volume di acqua, per la sua qualità e per la costanza di erogazione) sorgente del fiume Aniene da parte di Acea, detta del Pertuso, per essere convogliata in un acquedotto, denominato del “Simbrivio”, che rifornisce l’area dei Castelli Romani nei pressi dei Roma, area un tempo meravigliosa, oggi oggetto di mire speculative, edilizia selvaggia,una pressione antropica in alcuni casi intollerabile. La sorgente del Pertuso si trova all’interno di un’area dall’importantissimo valore ambientale: infatti è all’interno del Parco Naturale Regionale dei Monti Simbruini, della Zona a Protezione Speciale Simbruini-Ernici, ed addirittura di un’area protetta di valenza europea, all’interno di un Sito di Interesse Comunitario (SIC). Comprendiamo da questi elementi di quanto sia delicato l’equilibrio ambientale che si andrebbe a compromettere portando a termine un siffatto progetto. Anche perché alcuni decenni fa, già sono state effettuate importanti captazioni idriche delle sorgenti di alcuni affluenti dell’Aniene, captazioni che già ridussero all’osso le portate del fiume. Basti pensare che nel 1948, quando avvenne una siccità considerata la più grave del secolo scorso, il fiume Aniene aveva una portata idrica pari a quella che ai nostri giorni possiede nei maggiori periodi di pioggia! Quindi il progetto di captazione da parte di Acea cozzava contro questi imprevisti: infattio l’Ente Parco dei Monti Simbruini aveva addirittura dichiarato incaptabile la sorgente del Pertuso. Venne quindi studiato uno stratagemma per consentire di infischiarsene di leggi e divieti: venne prima orchestrata una campagna mediatica senza precedenti su quotidiani a tiratura nazionale (uno dei quali nelle mani di uno dei principali azionisti di Acea) nei quali sugli articoli che vi apparivano si leggevano delle vere e proprie assurdità, 71 Conoscere per crescere come che occorreva captare la sorgente in quanto “si perde nell’Aniene!”. Non lo alimenta, ma vi si perde!!! Venne quindi chiesto al Presidente del Consiglio (allora Berlusconi) di decretare uno bello Stato di emergenza idrica causa siccità, ed il gioco è fatto! Ma era veramente così? La condizione era veramente siccitosa? Veramente la condizione metereologica era diametralmente opposta, ed infatti le abbondantissime precipitazioni che avvennero in quel periodo portarono i fiumi del Lazo a tracimare in molte zone, creando criticità tali che condussero la Protezione Civile ad intervenire di concerto con l’Agenzia Regionale per la Difesa del Suolo, le quali vennero costrette a prendere immediate contromisure contro di esse per evitare danni ancora maggiori dovuti agli allagamenti in atto: insomma vi era una condizione di siccità istituita tramite Decreto Legge!!! Questa situazione non sfuggì ai cittadini che si mobilitarono in massa insieme al mondo dell’associazionismo. Quindi cominciò la prima di una serie di battaglie condotte per evitare appunto che questo progetto venisse portato a termine. Infatti i lavori della nuova conduttura iniziarono e vennero portati a termine, con grande preoccupazione di quanti temevano per la sorte del fiume Aniene. Ma fortunatamente, il Comitato riuscì ad ottenere l’appoggio di moltissimi sindaci dei centri che insistono nella valle ove scorre il fiume Aniene; sostegno che si rivelò di fondamentale importanza allorché si tenne nel dicembre del 2002 una Conferenza dei Servizi dei Comuni e delle Province servite dall’ATO2 (Ambito Territoriale Ottimale ossia l’area servita dall’acquedotto del Simbrivio); infatti in quella sede i sindaci bocciarono sonoramente il progetto di captazione totale della sorgente. Doveva da questo episodio essere preso atto di come la volontà non solo politica ma anche dei cittadini collimasse e quindi archiviare il progetto. Ma così non fu. 72 Acqua pubblica La condizione di emergenza continuava ad essere in atto, nonostante apparisse a tutti l’evidenza di come sia solo un alibi per procedere con il progetto, un grimaldello per scardinare i vincoli ambientali posti a protezione dell’area nella quale si trova questa importante sorgente. Ma fortunatamente, il diavolo fa le pentole e non i coperchi, e giunse In soccorso del fiume Aniene e quindi contro questo progetto di captazione anche una direttiva dell’Unione Europea, che ha decretato il rispetto della normativa di tutela ambientale anche in condizioni di emergenza, e che quindi ha portato a dover redigere una valutazione di impatto ambientale. Nel frattempo il Presidente della Regione Storace prima ed il Governo Berlusconi poi avevano esaurito i loro mandati e si torno ò alle urne. L’esito elettorale ribaltò la situazione, accendendo in molti speranze di cambiamento, che in questa situazione dovevano tradursi nell’abbandono di quelle velleità aggressive nei confronti del fiume Aniene. Cambiarono quindi i governi, sia nazionali che regionali, ma l’emergenza venne purtroppo prorogata anche dal Governo Prodi, e nonostante il parere contrario di sindaci, Parchi naturali, cittadini, associazioni e comitati, si continuava a lavorare per portare a termine il progetto di captazione. Insomma una determinazione veramente agguerrita, noncurante di ogni principio democratico, volta unicamente a conseguire lo scopo che ci si era prefissati. Chi era contrario al progetto e vi si opponeva, veniva quasi additato come reo di chissà quali colpe, di responsabilità nei confronti di cittadini che erano costretti a subire carenze idriche e pesanti turni nell’erogazione idrica. Ma era veramente cosi? O si giocava a creare disagio per giustificare azioni altrimenti improponibili? 73 Conoscere per crescere La battaglia del Comitato andava comunque avanti, ed la trappola nella quale si intendeva farci cadere, ossia di mettere gli uni contro gli altri i cittadini di due aree diverse (quelli della Valle dell’Aniene contro quelli dei Castelli Romani) non funzionò. Venni infatti invitato a conferenze organizzate proprio da cittadini ed associazioni dei Castelli Romani, i quali convenivano con noi che il problema era proprio quello che avevamo sempre denunciato, ossia una rete idrica vecchia e fatiscente, che con le sue dispersioni rappresenta la vera causa dei problemi per i cittadini serviti dall’acquedotto del Simbrivio. Nel frattempo, venimmo a conoscenza di alcuni elementi veramente interessanti: come ad esempio che proprio la società che voleva effettuare la captazione (Acea) chiedeva che venisse dichiarata la condizione di emergenza, condizione che come abbiamo già detto, si voleva utilizzare come un grimaldello per scardinare i vincoli ambientali che si frapponevano come forte ostacolo al progetto. Fummo convocati nel 2007 dal Garante del Servizio Idrico della Regione Lazio per discutere proprio di questa vicenda, e ci recammo all’incontro pieni di ottimismo con un dossier che illustrava la nostra posizione, analizzava i punti deboli del progetto di captazione, e forniva soluzioni e controproposte. Ma purtroppo dovemmo poi scoprire anche che il Garante del Servizio Idrico della Regione Lazio era una dipendente stipendiato sempre di Acea. Leggette infatti come “Il Tempo”, noto quotidiano della capitale, riportava la notizia: “Garante-dipendente «Lo sapevano tutti» Sconcerto da una parte, rassegnazione e indifferenza dall’altra. Una giornata di commenti, tutti rigorosamente anonimi, quella vissuta ieri a piazzale Ostiense. Molti in Acea sapevano e non si sconvolgono, 74 Acqua pubblica alcuni si sforzano di ricordare («ma sì, ho capito, è quella bionda»), altri difendono «il grande lavoro svolto dalla Garante». Si spacca su più fronti la vicenda del Garante del Servizio Idrico Integrato della Regione Lazio. L’avvocato Lucia Pitzurra, nominata nel 2005 Garante è risultata essere dipendente Acea SpA, ovvero dal gestore del servizio idrico integrato, dal 2001. Una circostanza che la legge regionale numero 26 del 1998 istitutiva della figura a tutela dei consumatori, definisce incompatibile, contemplandone la decadenza qualora si verficasse una situazione del genere”. [...] Insomma, il controllato ed il controllore erano praticamente gli stessi. Per correttezza occorre anche dire che poi la Garante si mise in aspettativa da Acea, ma ci sarebbe stato interessante poter verificare se ciò sarebbe accduto egualmente se tutto non fosse stato scoperto. Ed in ogni caso, questa vicenda lascia comunque molto perplessi. La Regione Lazio tramite l’Assessorato all’Ambiente elabora un nuovo piano per giusticare la captazione della sorgente, tornando alla carica insistentemente. Addirittura il nuovo piano venne annunciato con enfasi in un comunicato stampa che recitava. “Aniene, più acqua nel fiume, più acqua nei rubinetti”. Uno slogan talmente miracoloso che sapeva così tanto di truffa, dato che trasformare l’acqua in vino è riuscito una sola volta nella storia. Ed infatti, analizzammo il nuovo progetto per scoprire che era l’ennesima presa in giro per i cittadini: infatti, nel nuovo progetto, votato in maniera bipartizan, era presente un accordo con Enel, la quale rinunciava a parte dell’acqua che utilizzava per produrre energia elettrica in una delle sue centrali, per rilasciarla nel fiume Aniene, ed in cambio si procedeva con la captazione della sorgente del Pertuso. La truffa si annidava nel fatto che Enel già rilasciava tutta l’acqua che prendeva per uso idroelettrico nel fiume, mentre quella captata nell’acquedotto non sarebbe mai più tornata nel letto del fiume. Senza contare che il beneficio per il fiume sarebbe stato assai misero sia in ter75 Conoscere per crescere mini di tratto interessato dall’operazione che di quantitativo di acqua immessa nel fiume in più. A questo punto il Comitato per l’Aniene scoprì un potente e prezioso alleato: internet. Infatti, cominciammo ad inserire alcuni filmati che testimoniavano come mentre era in corso l’emergenza idrica l’acqua veniva sprecata nelle strutture dell’acquedotto perché era addirittura in eccesso, informando di quanto ingannevole fosse la situazione in atto. Questo ci consentì di attuare un’operazione di informazione attiva, che consentiva a tutti i cittadini ovunque essi si trovassero, di essere informati sulla vicenda. ll Comitato per l’Aniene si oppose fermamente all’inganno che si stava quindi tentando di portare a termine, mise in atto una serie di azioni per continuare a manifestare pubblicamente il proprio dissenso a questo progetto; infatti si tennero in breve tempo una serie di avvenimenti: un’assemblea pubblica a Villa Scarpellini a Subiaco, un dibattito aperto a tutti i cittadini che vide la partecipazione di numerosi sindaci della valle dell’Aniene e che si tenne nella Sala Consiliare del Comune di Subiaco, una manifestazione di protesta sotto la sede della X Comunità Montana che si apprestava a ricevere l’Assessore regionale all’Ambiente Filiberto Zaratti, ed una a Roma proprio sotto la sede dell’Acea. Le nostre azioni di protesta, che ci condussero ad essere ricevuti nel dicembre 2007 durante una sessione speciale della Giunta Regionale che si stava svolgendo nell’Abbazia di Santa Scolastica, a Subiaco. In questa sede, il presidente della Regione Lazio Marrazzo e l’Assessore all’Ambiente Zaratti si impegnarono a non effettuare opere di cui sarebbe stato dimostrato che avrebbero apportato danni al fiume Aniene, congelando il protocollo d’intesa Enel Acea che prevedeva la paventata captazione della sorgente del Pertuso. Venne anche proposta la creazione di un tavolo tecnico composto da elementi assai qualificati, al quale partecipò anche il Comitato per 76 Acqua pubblica l’Aniene, rappresentato dal Prof. Bono dell’Università “La Sapienza” di Roma della Facoltà di Geologia. Il Comitato elaborò un documento nel quale erano contenuti una serie di punti di cui si sarebbe dovuto occupare il tavolo tecnico, in modo da avere un quadro chiaro e completo dei problemi in cui avrebbe incorso il fiume Aniene. Purtroppo l’Assessore Zaratti non accolse i punti proposti dal Comitato, che cominciò i lavori nei primi mesi del 2008. Le conclusioni del suo studio bocciarono comunque la possibilità della captazione della sorgente del Pertuso così come era prevista, accogliendo molte delle eccezioni sollevate dal Comitato e limitando la captazione ad una quantità più modesta di acqua e da effettuarsi in solo caso di emergenza. Lo scorso 24 novembre, il Comitato è stato invitato dal Prefetto di Roma ad un’incontro da lui presieduto, al quale erano presenti anche l’Assessore Zaratti, il Commissario Sessa, alcuni sindaci della Valle dell’Aniene e dei Castelli Romani. Qui venne reso pubblico il risultato dello studio del tavolo tecnico e l’impegno della Regione ad effettuare l’accordo con Enel rispettandone i contenuti. Qualche giorno fa è scaduto il decreto di emergenza ed ancora non sappiamo se verrà prorogato oppure no. Altri elementi da conoscere per comprendere bene questa vicenda, e di non poca importanza sono alcuni dati: la qualità delle acque della sorgente sono eccezionali, in quanto la falda acquifera sotterranea che la alimenta, come hanno rivelato alcuni studi effettuati da valenti docenti universitari, grazie a confronti isotopici, è la stessa di una blasonata acqua minerale. La rete idrica che avrebbe dovuto trasportare l’acqua ha perdite ingentissime, con picchi del 40%, come emerge da uno studio della stessa Acea. Senza contare che le captazioni già effettuate da decenni, hanno ridotto all’osso il fiume Aniene, consentendo agli abitanti del territorio 77 Conoscere per crescere dei Castelli Romani di avere a disposizione una quantità di acqua pro capite tre volte maggiore di quella che l’OMS reputa necessaria, insomma parliamo di un’area geografica che ha a disposizione una fornitura idrica tra le più alte del Pianeta, equiparabile a quella di Beverly Hills in California! Ed allora, perché tanto accanimento per impadronirsi di questa importante risorsa, sacrificando addirittura uno dei fiumi più belli e puliti d’Italia? Infatti l’Aniene, prima di giungere a Roma ha una qualità delle acque veramente pulite, e per metà del suo corso veramente eccezionali. Anche perché il nostro Comitato aveva fornito immediatamente proposte alternative, della cui bontà siamo certi dato che alcune sono state recepite, ma senza rinunciare alla captazione. Ma evidentemente ben altri interessi erano in gioco: infatti un piano della Provincia di Roma prevedeva la realizzazione di 200.000 nuove unità abitative sul territorio dei castelli romani, l’area dove sarebbe dovuta essere condotta l’acqua del fiume Aniene. Appariva chiaro che quindi il fiume Aniene doveva essere sacrificato sull’altare della speculazione edilizia in un’area ad alto profitto, quella dei Castelli Romani, appunto. Appariva chiaro che probabilmente per alimentare le forniture di questa nuova città che si sarebbe andata a costruire, occorreva nuova acqua. E dire che risanando le reti idriche dalle ingenti perdite e limitando i numerosi sprechi, l’acqua già a disposizione per quel territorio sarebbe più che sufficiente. ANTONIO AMATI 78 Acqua pubblica Privatizzazione dell’acqua I Nemici dell’Acqua I film americani degli anni ’50 ambientati nel Far West erano molto rilassanti, i buoni erano i cow boy, i cattivi erano i pellirosse ed acquisiti questi dati fondamentali lo spettatore poteva serenamente godersi lo spettacolo, soprattutto perché, grazie al rigido perbenismo americano di quei tempi, si poteva essere certi che i “buoni”, alla fine del film, avrebbero sempre vinto. Qualche anno dopo abbiamo scoperto che le cose non stavano proprio così ma questa è un’altra storia. Quando si parla di “privatizzazione dell’acqua” la cosa è un po’ più complessa e individuare con chiarezza chi sono i buoni ed i cattivi richiede una analisi un po’ più attenta ed approfondita. Cercando quindi di schematizzare questa esposizione in modo elementare diremo che i “cattivi” di questa storia sono almeno tre e precisamente: • • • la speculazione economica sul bene acqua; lo spreco dell’acqua; la colpevole e spesso interessata inefficienza degli enti locali. Il primo “cattivo” che incontriamo sul nostro percorso è rappresentato dalle “multinazionali dell’acqua”: società internazionali (le più grandi sono di origine francese, britannica e statunitense) che, avendo acquisito con la loro attività, un importante know how nel settore della captazione, trasporto e distribuzione dell’acqua, hanno utilizzato le loro competenze per assumere importanti commesse internazionali, 79 Conoscere per crescere le più tristemente note in America Latina, che di fatto hanno portato queste società a diventare le “reali” proprietarie dell’acqua in alcuni paesi del mondo ed a imporre a molte popolazioni sottosviluppate costi insostenibili per poter godere del bene più prezioso ed indispensabile per la vita. In questo caso un progetto complessivamente “virtuoso”: fornire di acqua potabile la popolazione di un paese, si è alla fine rivelato un vero e proprio disastro che ha costretto molti di quei governi a fare una rapida marcia indietro. La diretta conseguenza di questa esperienza negativa ha portato al costituirsi del Comitato Internazionale dell’Acqua presieduto da Mario Soares e creato per iniziativa di Riccardo Petrella,1 che nel Settembre 1998 ha elaborato a Lisbona il “Manifesto dell’Acqua” nel quale, partendo dal principio che l’acqua è fonte di vita insostituibile, è un bene vitale ed appartiene a tutti gli abitanti della terra in comune, si invita ad impedire che l’inaccettabile diventi possibile stabilendo che: • • • • l’acqua è un diritto alla vita, un diritto inalienabile, individuale e collettivo; l’acqua deve essere riconosciuta dalla legge come un bene comune pubblico, non può essere oggetto di scambio commerciale di tipo lucrativo; l’acqua deve contribuire al rafforzamento della solidarietà fra i popoli, i paesi, le generazioni; una gestione dell’acqua sostenibile deve essere fondata sul rispetto delle diversità culturali e sul pluralismo soci-economico; 1 Riccardo Petrella, economista politico (studi all’Università di Firenze), è consigliere della Commissione Europea a Bruxelles e professore di mondializzazione presso l’Università Cattolica di Lovanio (Belgio). Insegna anche alla “Libera Università di Bruxelles” (sessione olandese). Presidente del Gruppo di Lisbona è collaboratore di “Le Monde Diplomatique” ed è stato per cinque anni presidente dell’Associatión des Amis de Le Monde Diplomatique. 80 Acqua pubblica • • • la società deve assumere collettivamente i costi relativi alla raccolta, produzione, deposito, distribuzione, uso, conservazione e riciclo dell’acqua; è compito delle generazioni attuali di usare, valorizzare, proteggere e conservare le risorse d’acqua in modo tale che le generazioni future possano godere della stessa libertà d’azione e di scelta; l’acqua richiede una gestione decentralizzata e trasparente. Nuove forme di governo democratico devono essere create. La democrazia partecipativa è inevitabile. I parlamenti sono il luogo e gli attori naturali a questo riguardo. Possiamo quindi ritenere che il primo “cattivo” di questa storia sia stato ben individuato e che i correttivi per combatterlo siano certamente quelli proposti dal Manifesto dell’Acqua con una sola perplessità per quanto enunciato al punto 5: infatti spostando il costo di distribuzione dell’acqua dalla tariffa alla fiscalità generale di fatto si “nasconde” al cittadino il costo ed il valore del servizio idrico e dell’acqua fornita al rubinetto di casa. Sulla base di questa ultima osservazione andiamo a conoscere il secondo “nemico”. La garanzia del diritto all’acqua per tutta la popolazione del mondo è possibile solo se la risorsa disponibile è usata con oculatezza; è indispensabile quindi che le attività di captazione, trasporto e distribuzione siano gestite al meglio evitando rigorosamente sprechi, dispersioni e uso incontrollato ed eccessivo. I numeri attualmente disponibili sul consumo umano di acqua in Italia indicano in circa 36 miliardi di mc/anno l’acqua erogata nel nostro paese così ripartita: • uso potabile 8 miliardi pari a circa 380 litri/abitante/giorno dei quali solo 240 risultano effettivamente erogati al cittadino con una perdita (o mancata fatturazione) di circa il 37%; 81 Conoscere per crescere • • uso irriguo 20 miliardi pari a circa 5700 mc. per ettaro valore assolutamente troppo elevato (è quello generalmente attribuito alle coltivazioni più idrovore). Un consumo così elevato può in parte dipendere dalla riduzione dei terreni irrigati che negli ultimi 13 anni si sono contratti di quasi il 20% consentendo una maggiore disponibilità di risorsa e strutture di distribuzione. uso industriale 8 miliardi con ovviamente una molto maggiore diversificazione di consumi a seconda del tipo di produzione a cui ci si riferisce. Dalla lettura di questi dati si rileva sia un eccesso di incidenza percentuale dell’acqua destinata all’uso potabile, che vale oltre il 20% del consumo complessivo, sia la preoccupante riduzione dell’uso irriguo avvenuta negli ultimi anni. Per limitare gli sprechi è necessario tenere sotto controllo tutti gli usi e non limitarsi a guardare solo al potabile, che essendo una percentuale minoritaria non può essere l’unico oggetto di controlli e ricerche di efficienza; limitarsi ad operare in un solo settore è un chiaro indizio di una visione miope del problema. Va inoltre segnalato che per “consumo di acqua” si deve intendere anche il consumo necessario a produrre tutti i beni utilizzati dall’uomo, in questo caso essendo il nostro paese fortemente industrializzato con una importante industria di trasformazione e con un tenore di vita elevato il nostro “consumo totale di acqua nel mondo” è molto maggiore dei numeri sopra esposti relativi solo ai consumi interni. Per combattere quindi il secondo “nemico” lo spreco dell’acqua dobbiamo: • • 82 sensibilizzare ed educare i “consumatori” (un rubinetto che perde consuma cento litri di acqua al giorno); raggiungere una assoluta efficienza del servizio idrico con adozione di criteri “economici” nella gestione del bene e nella programmazione degli interventi di manutenzione, sostituzione e Acqua pubblica potenziamento delle strutture. Le perdite, gli sprechi e le inefficienze devono incidere come “costi” per il gestore. Su questi aspetti è interessante citare quanto affermato da Lester Brown nel suo libro Piano B3.0: “Una scarsa efficienza idrica è spesso conseguenza di tariffe troppo convenienti. In molti paesi i sussidi governativi portano i costi a livelli irrazionalmente bassi, creando al percezione di una abbondanza di risorse idriche che invece scarseggiano”. In questo senso si deve segnalare che ancora adesso in Italia le tariffe per uso irriguo sono assolutamente non proporzionali al costo reale di fornitura della risorsa all’utente. Le teorie di Lester Brown sembrano in totale contraddizione con i principi enunciati dal “Manifesto dell’acqua” (soprattutto al punto 5) eppure è evidente la correttezza di entrambe le affermazioni, l’equa gestione del bene acqua deve coniugare sia l’esigenza della sua disponibilità per l’uomo sia l’esigenza che l’uomo ne conosca e ne affronti coscientemente e rispettosamente i costi. Passiamo ora ad individuare il terzo “nemico” quello certamente più anomalo e quindi più inaccettabile in quanto abusivo e collaterale rispetto alle problematiche insite nel ciclo dell’acqua. Ci riferiamo a tutti gli enti pubblici o parapubblici coinvolti nella realizzazione e nella gestione di opere destinate al servizio idrico: Comuni, Province, Regioni ma anche Consorzi Agrari, Enti di Sviluppo Agricolo, Aree di Sviluppo Industriale, Comunità Montane, Aziende a totale o parziale partecipazione pubblica ecc. Complessivamente gli Enti Locali coinvolti nella gestione dell’acqua sono quasi 10.000 ed ognuno di essi ha potestà di ente appaltante e quindi può essere, e spesso desidera ardentemente essere, titolare di finanziamenti pubblici. La grande frammentazione delle competenze rappresenta complessivamente un nemico subdolo e sottile che ostacola il raggiungimento dell’efficienza nell’uso di una risorsa cosi preziosa. 83 Conoscere per crescere Citiamo a questo proposito la ricerca pubblicata nel 2007 dal Ministero delle Infrastrutture ed intitolata “Proposta di un metodo di analisi statistica dei costi delle opere idriche” nella quale alla pagina 29 viene pubblicata la tabella che segue: COD 84 IMPORTO DELLO STATO FINALE TAB. ABITANTI (RELATIVO A OGGETTI E IMPORTI) IMPORTO DELLO STATO FINALE (ABITANTI) 121 123 125 126 129 141 146 150 151 155 157 160 163 164 167 168 169 171 172 173 174 175 189 190 200 207 215 218 219 223 224 225 226 227 228 233 235 237 239 244 245 247 111.100 110.012 124.174 113.000 111.050 113.500 138.248 114.700 111.348 112.122 111.956 118.810 111.374 112.295 111.377 111.991 111.072 111.200 111.848 111.556 111.700 113.150 114.164 111.327 125.000 113.090 111.200 123.100 116.920 135.300 185.000 156.100 110.840 116.203 115.000 111.400 114.600 113.090 114.200 128.210 116.800 140.000 111.746.249.910 111.785.015.148 115.200.227.226 115.560.160.855 115.839.265.860 111.088.684.492 118.510.022.967 111.223.513.867 115.365.357.188 115.873.062.982 115.976.006.046 112.425.820.734 115.750.369.106 115.593.272.927 115.564.210.392 115.572.488.702 115.499.959.957 115.555.463.643 115.659.141.565 115.717.432.839 115.572.399.830 115.570.210.456 115.801.107.400 115.543.555.128 116.595.233.407 113.827.806.864 112.169.441.044 123.300.452.164 123.073.191.107 221.011.019.051 223.264.935.005 218.002.329.015 120.797.623.596 211.129.829.050 120.319.146.212 122.621.924.341 111.069.234.425 112.242.585.335 125.317.491.935 112.450.813.252 112.705.538.584 128.592.415.352 1.587.500 1.178.288 1.215.117 1.143.089 1.528.440 1.311.053 1.222.496 1.260.322 1.271.036 1.411.434 1.498.981 1.128.964 1.546.120 1.258.507 1.409.739 1.287.538 1.466.381 1.462.886 1.356.678 1.461.075 1.336.706 1.181.019 1.192.389 1.409.612 1.263.809 1.292.422 1.807.868 1.142.877 1.444.103 1.155.292 1.273.705 1.115.326 1.187.636 1.686.899 1.354.610 1.444.232 1.232.442 1.171.320 1.266.070 1.186.877 1.397.873 1.204.232 TOTALE 939.127 214.484.008.958 228.387 Acqua pubblica Dalla tabella si evince che i due comuni individuati con i numeri 207 e 228, molto simili per dimensioni e localizzazione sono stati entrambi destinatari di un finanziamento per il rifacimento della rete idrica cittadina. Il primo ha speso complessivamente meno di quattro miliardi di lire con un costo ad abitante di circa 300.000 lire. Il secondo per un lavoro quasi analogo ha speso oltre 20 miliardi di lire con un costo ad abitante di quasi 1,5 milioni di lire. Vale la pena di segnalare che la spesa per la progettazione delle due opere è stata di circa 130 milioni di lire per la prima e di oltre 600 milioni per la seconda (le parcelle professionali sono proporzionali al costo delle opere progettate). Questo esempio clamoroso è solo la punta dell’iceberg della complessiva inefficienza “di sistema” della pletora di enti interessati alla gestione della cosa pubblica e, in questo caso, alla gestione dell’acqua e delle opere pubbliche a questa collegate. Per combattere questo terzo nemico i provvedimenti devono essere di sistema: • • concentrazione delle responsabilità e delle competenze in enti specificamente individuati per questo compito; selezione delle opere e degli interventi da effettuare in base a criteri di beneficio effettivo prodotto dall’opera progettata. Il Quadro Normativo Fissati i “nemici” che dobbiamo combattere e le strategie che pensiamo vadano adottate iniziamo a descrivere il quadro normativo di riferimento per verificare quali provvedimenti sono coerenti con in nostri principi e quali ostacolano una buona gestione del bene acqua. Tutte le leggi di settore fissano con chiarezza che l’acqua è un bene pubblico che al massimo può essere concessa in uso al privato. Il “Testo unico delle Acque” (regio decreto 11 dicembre 1933 n° 1775) all’articolo 1 recita: 85 Conoscere per crescere “Sono pubbliche tutte le acque sorgenti, fluenti e lacuali, anche se artificialmente estratte dal sottosuolo, sistemate o incrementate...”. Al successivo articolo 2 la legge individua lo strumento della “concessione” di acqua per uso privato (principalmente agricolo e industriale) o per uso pubblico (potabile) e descrive le modalità e le verifiche attraverso le quali lo Stato può pervenire a tale determinazione. In realtà quindi “la privatizzazione dell’acqua” è stata introdotta nel 1933 mentre quella a cui ci si riferisce normalmente quando si usa questo termine è la privatizzazione del servizio di distribuzione dell’acqua che nasce con la Legge Galli del 1994. Dal 1933 anno di approvazione del Testo Unico al 1994, anno di emissione della Legge Galli le normative relative al settore delle acque sono rimaste quasi immutate, l’unica norma rilevante è stata la L. 183/89 Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo. Diversa è invece la situazione relativa alle normative dei servizi pubblici locali che il legislatore ha variato in due successive occasioni: prima con la L 142/90 si stabiliva: • 86 Art. 22. Servizi pubblici locali 1. I comuni e le province, nell’ambito delle rispettive competenze, provvedono alla gestione dei servizi pubblici che abbiano per oggetto produzione di beni ed attività rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali. 2. I servizi riservati in via esclusiva ai comuni e alle province sono stabiliti dalla legge. 3. I comuni e le province possono gestire i servizi pubblici nelle seguenti forme: a) in economia, quando per le modeste dimensioni o per le caratteristiche del servizio non sia opportuno costituire una istituzione o una azienda; b) in concessione a terzi, quando sussistano ragioni tecniche, economiche e di opportunità sociale; Acqua pubblica c) a mezzo di azienda speciale, anche per la gestione di più servizi di rilevanza economica ed imprenditoriale; d) a mezzo di istituzione, per l’esercizio di servizi sociali senza rilevanza imprenditoriale; e) a mezzo di società per azioni o a responsabilità limitata a prevalente capitale pubblico locale costituite o partecipate dall’ente titolare del pubblico servizio, qualora sia opportuna in relazione alla natura o all’ambito territoriale del servizio la partecipazione di più soggetti pubblici o privati. Con questa norma scompaiono le classiche “municipalizzate” (in origine tutte le aziende cittadine di gestione del servizio erano connotate da questa forma giuridica), aziende diretta espressione dei Comuni, e compaiono le SpA ad intero capitale pubblico, strani soggetti di diritto privato gravati, almeno sino ad ora, da tutte le patologie e l’elefantiasi del pubblico. Basti citare rispetto a questo il Comune di Roma che controlla più di 80 società di questo tipo con un numero di dipendenti (contratto di tipo privato) quasi doppio di quelli assunti direttamente dal Comune. Questa mutazione genetica del gestore pubblico subisce una ulteriore accelerazione con il Dlgs 267/2000 che stabilisce: 5. L’erogazione del servizio avviene secondo le discipline di settore e nel rispetto della normativa dell’Unione europea, con conferimento della titolarità del servizio: a) a società di capitali individuate attraverso l’espletamento di gare con procedure ad evidenza pubblica; b) a società a capitale misto pubblico privato nelle quali il socio privato venga scelto attraverso l’espletamento di gare con procedure ad evidenza pubblica che abbiano dato garanzia di rispetto delle norme interne e comunitarie in materia di concorrenza secondo le linee di indirizzo emanate dalle autorità competenti attraverso provvedimenti o circolari specifiche; c) a società a capitale interamente pubblico a condizione che l’ente o gli enti pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo 87 Conoscere per crescere a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente o gli enti pubblici che la controllano. L’articolo sopra descritto si riferisce a tutti i servizi pubblici “con rilevanza economica” e quindi ricomprende anche la fornitura di acqua potabile nei centri abitati. Sarebbe opportuno riconsiderare in modo complessivo gli effetti delle normative sui servizi pubblici locali. Di fatto le società di diritto privato ad intero capitale pubblico o a partecipazione pubblica sono diventate una vera e propria “tangentopoli legale” degli anni 2000, al loro interno i controlli ed i limiti imposti dalle norme sulla spesa pubblica si sfumano diventando del tutto inefficaci consentendo il conferimento di lavori, consulenze, compensi agli amministratori senza un vero controllo di legittimità. Fatta questa breve ma indispensabile digressione sulle modalità di espletamento del servizio pubblico veniamo finalmente alla protagonista principale della lotta tra i cattivi ed i buoni di questa storia: la Legge Galli del 1994: L’onorevole Galli in un suo intervento in pubblico immediatamente successivo alla entrata in vigore della legge dichiarava: “... l’Italia paga oggi in definitiva, il duro prezzo dell’acqua facile, ossia di una concezione sbagliata (l’acqua come risorsa naturale illimitata e gratuita (o quasi) di una programmazione inesistente, di un governo frammentato, di un sevizio idrico disarticolato, di rilevanti sprechi...”. Vediamo come la legge intendeva dare risposta al problema segnalato: riportiamo i punti più rilevanti della norma: • Capo I - Principi generali 1. Tutela e uso delle risorse idriche 1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà. 2. Qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative ed i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. 88 Acqua pubblica 3. Gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse per non pregiudicare il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrologici. 4. Le acque termali, minerali e per uso geotermico sono disciplinate da leggi speciali. • Capo II - Servizio idrico integrato 8. Organizzazione territoriale del servizio idrico integrato 1. I servizi idrici (attenzione per servizio idrico si intende solo quello potabile nda) sono riorganizzati sulla base di ambiti territoriali ottimali delimitati secondo i seguenti criteri: a) rispetto dell’unità del bacino idrografico o del sub-bacino o dei bacini idrografici contigui, tenuto conto delle previsioni e dei vincoli contenuti nei piani regionali di risanamento delle acque di cui alla legge 10 maggio 1976, n. 319 (6), e successive modificazioni, e nel piano regolatore generale degli acquedotti, nonché della localizzazione delle risorse e dei loro vincoli di destinazione, anche derivanti da consuetudine, in favore dei centri abitati interessati; b) superamento della frammentazione delle gestioni; c) conseguimento di adeguate dimensioni gestionali, definite sulla base di parametri fisici, demografici, tecnici e sulla base delle ripartizioni politicoamministrative. 9. Disciplina della gestione del servizio idrico integrato 1. I comuni e le province di ciascun ambito territoriale ottimale di cui all’articolo 8, entro il termine perentorio di sei mesi dalla delimitazione dell’ambito medesimo, organizzano il servizio idrico integrato, come definito dall’articolo 4, comma 1, lettera f), al fine di garantirne la gestione secondo criteri di efficienza, di efficacia e di economicità. 2. I comuni e le province provvedono alla gestione del servizio idrico integrato mediante le forme, anche obbligatorie, previste dalla legge 8 giugno 1990, n. 142 (10), come integrata dall’articolo 12, L. 23 dicembre 1992, n. 498 (11). 89 Conoscere per crescere 13. Tariffa del servizio idrico 1. La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico come definito all’articolo 4, comma 1, lettera f). ( f) i criteri per la gestione del servizio idrico integrato, costituito dall’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue). 2. La tariffa è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio. Fino a questo articolo possiamo dire che la legge è abbastanza coerente con i principi enunciati precedentemente: si limita la frammentazione del servizio portandolo ad una dimensione che può consentire una professionalizzazione del gestore, si sostituisce la figura dell’ente locale singolo (Comune) con quella dell’ente d’ambito (Consorzio di Comuni a livello almeno provinciale) e si conferisce al “gestore” la responsabilità del servizio imponendogli attraverso la tariffa di effettuare una gestione “economicamente efficiente” nella quale sprechi ed investimenti sbagliati non vengono compensati e restano un “costo” prodotto dalla inefficienza. L’errore di fondo di questa parte della legge è, a parere del sottoscritto, il limitare l’intervento al solo settore potabile come se la risorsa destinata ad usi irrigui ed industriali non fosse la stessa; questa divisione, che impedisce di applicare analoghi principi di efficienza su servizi con consumi addirittura più rilevanti di quelli potabili, è del tutto illogica e causa di inefficienze. La legge poi prosegue con: 2. Usi delle acque 1. L’uso dell’acqua per il consumo umano è prioritario rispetto agli altri usi del medesimo corpo idrico superficiale o sotterraneo. Gli altri usi sono ammessi 90 Acqua pubblica quando la risorsa è sufficiente e a condizione che non ledano la qualità dell’acqua per il consumo umano. 2. Con decreto emanato, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, dal Ministro dell’ambiente, di concerto con il Ministro dei lavori pubblici, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400 (2), è adottato il regolamento per la disciplina delle modificazioni artificiali della fase atmosferica del ciclo naturale. La affermazione evidenziata in giallo è assolutamente da contestare, l’uomo per la sua vita necessita sia dell’acqua potabile che dell’acqua irrigua e per il suo benessere e per il mantenimento dell’attuale tenore di vita necessita anche dei beni prodotti dall’industria, è quindi necessario mantenere un equilibrio tra i vari usi, paradossalmente, applicando alla lettera questa determinazione l’uomo potrebbe bere e lavarsi all’infinito e contemporaneamente morire di fame e di freddo. 20. Concessione della gestione del servizio idrico a soggetti non appartenenti alla pubblica amministrazione 1. La concessione a terzi della gestione del servizio idrico, nei casi previsti dalla presente legge, è soggetta alle disposizioni dell’appalto pubblico di servizi degli enti erogatori di acqua in conformità alle vigenti direttive della Comunità europea in materia, secondo modalità definite con decreto del Ministro dei lavori pubblici, di concerto con il Ministro dell’ambiente. Non sono applicabili le norme relative agli importi degli appalti, ivi compreso il limite di importo della concessione medesima. 2. I concessionari e gli affidatari del servizio idrico diversi dalle pubbliche amministrazioni e dalle relative aziende speciali sono considerati come operatori in virtù di diritti speciali o esclusivi ai sensi della direttiva 90/ 531/CEE del Consiglio, del 17 settembre 1990, e successive modificazioni. 3. Qualora la gestione di servizi idrici rientri nell’oggetto di una concessione di costruzione e gestione, le relative attività sono assoggettate alla disciplina vigente in materia di appalti di lavori pubblici. 91 Conoscere per crescere E qui arriviamo al punto dolente: la apertura ai privati, costituiti sotto forma di società a scopo di lucro, della gestione di un servizio che distribuisce un bene definito per legge “pubblico” utilizzando una rete di opere tutte pagate dai cittadini. È una vera e propria dichiarazione di resa: il legislatore ammette di essere incapace di gestire in modo efficiente ed economico e chiama il privato, pagandogli l’utile di impresa, perché, evidentemente, è convinto, nella migliore delle ipotesi, che una gestione totalmente pubblica sarebbe più costosa in quanto gravata da patologie ed inefficienze tali da incidere più dell’utile di impresa stesso. Il quadro aggiornato al 2008 della attuazione della legge è il seguente (fonte: Utilitatis presso Federutility, via Cavour 179/a, Roma): • Numero di Autorità di Ambito previste ed insediate La riorganizzazione della gestione del servizio idrico approvata dalla regioni prevede la creazione di 91 Ambiti Territoriali Ottimali. Tutti gli ATO previsti hanno effettuato l’insediamento (Fonte: Rapporto COVIRI 2008). • Numero di affidamenti per tipologia Al 30 giugno 2008, risultavano effettuati 67 affidamenti, di cui 31 a società in house, 13 a società quotate, 12 a società a capitale misto pubblico privato, 6 in concessione a società di capitali e 5 transitori / plurigestione /salvaguardia (Fonte: Utilitatis - Blue Book 2008). Come si vede sino ad ora la “privatizzazione dell’acqua” è avvenuta solo in parte a favore di società di capitali “private”, la parte del leone l’hanno fatta le ex municipalizzate che trasformatesi in SpA a capitale pubblico o a capitale misto si sono aggiudicate la gran parte degli affidamenti esterni. Il quadro normativo nel frattempo si è ulteriormente evoluto con la entrata in vigore del Dlgs n° 152 del 2006. Tale provvedimento, un 92 Acqua pubblica vero e proprio testo unico del settore che abroga e sostituisce interamente la legge Galli ma, di fatto, ne ribadisce gli effetti e le procedure relativamente al servizio idrico integrato. Segnaliamo in particolare: l’art. 144 comma 4 che recita: 4. Gli usi diversi dal consumo umano sono consentiti nei limiti nei quali le risorse idriche siano sufficienti e a condizione che non ne pregiudichino la qualità. Variando in tal modo la dizione più intransigente contenuta nell’art. 2 della L. Galli. Resta sempre una priorità dell’uso potabile, sul quale abbiamo già espresso le nostre riserve, ma certamente questo testo è preferibile al precedente: l’art 157 comma 1 che recita: 1. Gli enti locali hanno facoltà di realizzare le opere necessarie per provvedere all’adeguamento del servizio idrico in relazione ai piani urbanistici ed a concessioni per nuovi edifici in zone già urbanizzate, previo parere di compatibilità con il piano d’ambito reso dall’Autorità d’ambito e a seguito di convenzione con il soggetto gestore del servizio medesimo, al quale le opere, una volta realizzate, sono affidate in concessione. Confermando in toto la potestà degli enti locali di realizzare in proprio opere idriche e successivamente affidarle in concessione al gestore. L’effetto di questo articolo di fatto vanifica del tutto la parte virtuosa della legge: il principio di efficienza ed efficacia dell’intervento è completamente eluso perché di fatto si consente all’ente locale di ricevere finanziamenti pubblici per realizzare le opere che più gli aggradano senza ricadere nella logica di una gestione “economica” degli interventi. È sufficiente scorrere gli elenchi di opere contenuti negli accordi di programma quadro sottoscritti dalle autorità centrali di concerto con le regioni per prendere atto di questa gravissima distorsione dei principi ispiratori della norma. 93 Conoscere per crescere Se a questo aggiungiamo l’ultimo intervento del legislatore effettuato con la Finanziaria 2008 (L 133/2008): • Art. 23-bis. Servizi pubblici locali di rilevanza economica 1. Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica... 2. Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica... 3. In deroga alle modalità di affidamento ordinario di cui al comma 2, per situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire nel rispetto dei principi della disciplina comunitaria. 4. Nei casi di cui al comma 3, l’ente affidante deve dare adeguata pubblicità alla scelta, motivandola in base ad un’analisi del mercato e contestualmente trasmettere una relazione contenente gli esiti della predetta verifica all’Autorità garante della concorrenza e del mercato e alle autorità di regolazione del settore, ove costituite, per l’espressione di un parere sui profili di competenza da rendere entro sessanta giorni dalla ricezione della predetta relazione. 5. Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati. 8. Salvo quanto previsto dal comma 10, lettera e) le concessioni relative al servizio idrico integrato rilasciate con procedure diverse dall’evidenza pubblica cessano comunque entro e non oltre la data del 31 dicembre 2010, senza necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante. Sono escluse dalla cessazione le concessioni affidate ai sensi del comma 3. Possiamo tranquillamente affermare che l’effetto composto degli ultimi due articoli di legge citati, unito alla complessiva inefficienza e diseconomicità dell’intero sistema, garantisce la vittoria di tutte e tre i “nemici” che avevamo individuato all’inizio di questo intervento, 94 Acqua pubblica speculatori dell’acqua, sprechi ed enti locali inefficienti risultano tutti garantiti di poter proseguire nella loro azione di danno. A questo quadro si è opposta una proposta di legge di iniziativa popolare sponsorizzata da associazioni e comitati che hanno raccolto oltre 400.000 firme per promuovere la adozione di un testo intitolato: Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico. Tale proposta contiene alcune novità senza dubbio interessanti quali: • • • • consente l’uso dell’acqua per fini non potabili solo se non siano presenti altre risorse idriche meno pregiate; definisce il servizio idrico “privo di rilevanza economica” sottraendolo in tal modo agli effetti delle norme sui servizi pubblici degli enti locali; fissa in 50 litri abitante giorno il quantitativo minimo vitale da sottrarre alla tariffa e da fornire ad ogni persona anche in caso di mancato pagamento dei canoni di servizio; istituisce il Fondo nazionale di solidarietà internazionale per favorire l’accesso all’acqua potabile per tutti gli abitanti del pianeta. Le proposte sopra descritte appaiono tutte degne di attenzione e si può solo osservare che non vi è alcun correttivo agli effetti perversi dell’art 157 del Dlgs 152/2006 che meriterebbero di essere anch’essi contemplati in questa proposta. AUGUSTO MERLETTI 95 Conoscere per crescere 3 Rifiuti zero Introduzione Il movimento che in questi anni si è costituito ed ha preso forma di reale antagonismo popolare alla deriva della politica, in materia di tutela dell’ambiente e della salute ma in genere rispetto alla tutela dei beni comuni, è arrivato oggi ad un punto di snodo essenziale: costruire una seria agenda ed un progetto di lavoro multidisciplinare o soccombere all’incalzare dello strapotere delle lobby che a vario titolo intendono spolpare anche le ultime risorse rimaste. Si intendono infatti sfruttare tecnologie che, sebbene siano gravemente lesive per la conservazione della salubrità delle popolazione e dell’ambiente naturale, siano in grado di soddisfare il bisogno di produrre reddito speculativo ad una ristretta cerchia di imprenditori che vuole imporre un modello di sviluppo ormai insostenibile, soprattutto in presenza di un crollo del sistema industriale di riferimento che in un centinaio di anni ha bruciato risorse accumulate in molti secoli dal nostro pianeta. Il riferimento è all’uso di combustibili fossili non rinnovabili, di cui abbiamo da poco superato il picco delle risorse disponibili, sia in forma diretta come carburanti per usi industriali e domestici sia allo sproporzionato modello di una società che produce beni di consumo ad un ritmo insostenibile sia in relazione allo smodato consumo di materiali vergini sia all’altrettanto incontrollato accumulo di materiali postconsumo chiamati rifiuti. 97 Conoscere per crescere Riteniamo infatti che il termine “rifiuto” si oggi oltre che inopportuno anche improprio, dal momento che si dimostra che una avveduta azione di gestione programmata rispetto alla raccolta, al recupero ed al riciclaggio di materiali post-consumo annulli definitivamente il senso dispregiativo di questo termine, rimettendo in un nuovo circolo produttivo materiali che consentono un risparmio da otto a dodici volte il costo di produzione degli stessi partendo dalle materie prime naturali e consentendo la conservazione dell’energia originaria spesa per realizzarli. Questo ultimo concetto ci offre l’opportunità di capire come sono intimamente legati i temi della gestione del ciclo produttivo e del ciclo post-consumo con il tema della produzione e del fabbisogno energetico nazionale. Non è pensabile infatti ritenere ancora sostenibile l’estrazione, il trasporto e la raffinazione del petrolio come base per la produzione industriale delle plastiche per gli usi più svariati se poi questi stessi materiali vengono bruciati con il recupero di appena il 20% del contenuto energetico, tenendo conto che il rapporto in peso di petrolio per produrre plastica è di due a uno!!! Il modello attuale di consumo è quindi destinato a fermarsi sia in rapporto a limiti fisici oggettivi, quali l’esaurimento delle risorse naturali ed il costo sempre più elevato dei combustibili fossili in particolare, sia in rapporto alla crisi globale in atto ed ai conseguenti limiti sociali e finanziari di reddito che hanno ridimensionato drasticamente le reali capacità di un livello di consumo sfrenato. Occorrerà pertanto ricostruire dalle macerie di una società consumistica in declino un progetto di autentica sostenibilità basato sul concetto di una produzione energetica da fonti veramente rinnovabili, come il solare, l’eolico, il geotermico ed il fotovoltaico nelle forme più performanti, che si rapporti con un modello di consumo basato sulla filiera corta, sul miglioramento del ciclo naturale delle acque, sulla biodiversità, sulla qualità agro-biologica degli alimenti, sul ciclo lavorativo locale. 98 Rifiuti zero Esercito Popolare Partendo da questa introduzione generale, possiamo capire come l’attuale gestione del ciclo dei rifiuti in Italia sia, oltre che anacronistico in termini di prospettive di risparmio energetico, anche sconsiderato da quello più propriamente ambientale in genere e di tutela della salute pubblica in particolare. L’impronta caratteristica che abbiamo voluto dare infatti alla nostra iniziativa nel tema specifico deriva da un giudizio storico-politico di come si è arrivati oggi all’esplodere di contraddizioni sociali gravissime che hanno messo in luce un mondo di connivenza tra settori imprenditoriali e pezzi importanti ed estesi delle istituzioni e dei partiti politici, condensato in queste frasi: “Partendo dall’attuale stato dell’arte nella gestione del ciclo dei rifiuti in Italia e nel Lazio in particolare verifichiamo che la classe politica ed i rappresentanti istituzionali regionali, sull’onda di una situazione di “procurata emergenza” da loro stessi costruita in decenni di immobilismo politico a fronte di una legislazione comunitaria inapplicata, stanno cercando di accreditare il passaggio da una trentennale politica di conferimento in discarica del “tal quale” ad un generalizzato ricorso ad impianti di incenerimento visti come la panacea che risolverà l’emergenza stessa autoindotta. Questa in sintesi la rappresentazione di una offensiva di carattere lobbystico proposta da una classe imprenditoriale interessata a far ripartire l’economia di settore sulla base di una normativa che solo nel nostro paese in Europa vede assegnati a questi impianti grandissima parte del 7% prelevato dalle bollette energetiche pagate dagli utenti e quindi di risorse economiche pubbliche a fondo perduto, i cosiddetti CIP 6, che dovevano servire a finanziare le cosiddette “fonti energetiche alternative”. Tale offensiva è oggi sostenuta da uno schieramento politico trasversale rappresentato in primis dal livello governativo, con norme speciali varate dal governo Prodi e riprese da quello attuale in favore della secretazione dei siti 99 Conoscere per crescere e delle operazioni svolte con l’uso minacciato dell’esercito e di tribunali speciali militari per i disobbedienti, che sullo spunto della situazione campana vuole accelerare l’impiego di tecnologie di incenerimento ad altissimo rischio ambientale e sanitario. L’assenza di autonoma iniziativa delle istituzioni di livello territoriale, che spesso sostengono lo stesso schema, sancisce oggi la netta separazione tra la “politica” e la cittadinanza prefigurando in questa “guerra dei rifiuti” il costituirsi di un “esercito popolare antagonista” che vuole riaffermare i principi di tutela e di salvaguardia del proprio ambiente e della propria salute, cioè il proprio futuro. La Campagna parte dalla constatata assenza di informazione corretta nella popolazione, a causa della disinformazione della quasi totalità della stampa e dei media utilizzati in funzione di fiancheggiatori della lobby, rispetto ai rischi ambientali-sanitari, alle patologie indotte della tecnologia inceneritrice e soprattutto della praticabilità e concretezza della procedura di differenziazione “a freddo” dei rifiuti con il Trattamento Meccanico Biologico (T.M.B.). Questa mancanza di corretta informazione impedisce oggi a Roma e nel Lazio di lanciare mobilitazioni popolari che raggiungano una massa critica sufficiente a rimettere in discussione gli orientamenti politici ed istituzionali oggi in atto, restando sconosciute le condizioni di precarietà delle discariche laziali e di Malagrotta in particolare e le motivazioni economico-speculative che ci sono dietro il mancato avvio di una seria raccolta differenziata, presupposto di un diverso modello di responsabilizzazione nella produzione e nel trattamento dei rifiuti. Il nostro “esercito popolare” dovrà essere costituito dalla miriade di organizzazioni di base esistenti quali i comitati locali o di quartiere uniti o meno in reti cittadine, le associazioni ambientaliste locali, i nuovi movimenti civici ed i meetup di Beppe Grillo, validi testimonial con personalità del mondo scientifico e della cultura, i bloggers e/o singole persone che vogliano dare un contributo attivo professionale o di elaborazione oltre che di mobilitazione. 100 Rifiuti zero Un “esercito popolare” con una struttura orizzontale “senza generali” che possa sviluppare una forma di autogestione territoriale della propria battaglia sulla base di una azione coordinata in rete, con una capacità collettiva condivisa di produrre informazione e “formazione comunicativa “ per produrre iniziative centralizzate e/o localizzate ed il relativo materiale di supporto omogeneo. Questo esercito dovrà essere il soggetto promotore di un processo aggregativo di adesione pubblica agli obiettivi ed alle regole contenute in questa piattaforma di iniziativa popolare con le forze politiche ed i rappresentanti istituzionali locali, con le organizzazioni sindacali, con le associazioni di difesa dei consumatori e con le organizzazioni imprenditoriali di categoria a livello locale specialmente nel settore agroalimentare e turistico”. Queste considerazioni sono la base della piattaforma di adesione della Campagna pubblica “Non bruciamoci il futuro” e rappresentano oggi la motivazione aggregativa ed il senso ampio di convergenza che si sono realizzate in un percorso di pochi mesi con l’adesione di oltre quaranta organizzazioni territoriali e di diverse organizzazioni nazionali che ne condividono lo spirito e gli obiettivi. È stato fondamentale nel percorso aggregativo l’aver annunciato già in fase preliminare la forma volutamente aperta e non formalizzata in una struttura associativa o di rete, lasciando la piena autonomia territoriale di diffondere i contenuti e le iniziative di una Campagna di comunicazione ma anche di formazione, di battaglia, di elaborazione progettuale, di promozione di imprenditoria locale, di raccordo con gli amministratori comunali - provinciali - regionali. Così come si ritiene fondamentale oggi riuscire a chiudere “il cerchio degli attori” di un concreto e possibile cambiamento attraverso il coinvolgimento delle organizzazioni attive e delle popolazioni informate, degli amministratori locali e dei soggetti politici di riferimento, una nuova imprenditoria del territorio interessata a cimentarsi sul piano dell’ecosostenibilità. 101 Conoscere per crescere Strategia Rifiuti Zero La filosofia di riferimento che la Campagna ha adottato sin dalla sua costituzione è quella proposta dal prof. Paul Connett denominato come Strategia Rifiuti Zero, intendendo questo obiettivo come fondante di qualsiasi iniziativa che sarà supportata delle organizzazioni aderenti, che propone la nuova frontiera nel ciclo di vita dei materiali basata sul contrasto di qualsiasi attività di distruzione degli stessi prevedendo l’eliminazione del ricorso sia alle discariche che all’incenerimento come sistema di smaltimento. La Campagna pubblica nasce infatti proprio per sopperire ad una conclamata mancanza di corretta informazione sulle tematiche ambientali e sanitarie derivanti dalla attuale gestione del ciclo dei rifiuti e delle tecnologie adottate in rapporto alla tutela ambientale del territorio e della salute pubblica delle comunità residenti, prendendo spunto dalla vicenda esemplare di Malagrotta. In questo sito la malagestione trentennale della megadiscarica dei rifiuti di Roma - Fiumicino - Ciampino ha accumulato oltre cinquanta milioni di metri cubi di rifiuti indifferenziati creando una condizione di pesante inquinamento olfattivo oltre alla contaminazione della falda idrica e delle acque superficiali in particolare dei canali di drenaggio che confluiscono nel Rio Galeria e quindi nel fiume Tevere. Su questo disastro ambientale, di fatto consentito dalle istituzioni locali ed in primis dalla Regione Lazio ed in particolare dall’Agenzia Regionale Protezione Ambientale (A.R.P.A.) quale ente preposto ai controlli ed alle prescrizioni in materia autorizzativa della gestione delle società che fanno capo all’avv. Manlio Cerroni, si è saldato l’ultimo anello della catena con la realizzazione sullo stesso sito di un grande impianto di incenerimento/gassificazione del cosiddetto Combustibile Da Rifiuti (C.D.R.) costituito da carta e soprattutto dalla plastica. Quest’ultima componente è responsabile in fase di combustione della produzione di composti chimici tossici presenti sia nelle ceneri/ 102 Rifiuti zero scorie di lavorazione che nei fumi dispersi in atmosfera con particelle non filtrabili avendo dimensioni talmente piccole come la nanoparticelle (PM 0,1) pari ad un decimilionesimo di millimetro. Questo ha di fatto rappresentato la presa di coscienza della nuova scala territoriale riguardante sia l’intera città di Roma che i Comuni della Provincia circostante in rapporto alla contaminazione atmosferica, derivata dai fumi e dal particolato trasportato (PM 2,5-PM 0,1) contenente composti chimici tossici e cancerogeni come diossine – furani – metalli pesanti, di cui si prevede un raggio di dispersione in atmosfera di almeno un centinaio di chilometri. Si registra infatti tuttora una sostanziale ignoranza sul ciclo industriale degli inceneritori, sui prodotti della combustione stessa (ceneri e granulati tossici - fumi e nanoparticelle tossiche) e soprattutto sugli effetti per la salute pubblica di questi ultimi nel raggio di contaminazione previsto dovuti sia all’inalazione diretta che alla deposizione al suolo ed al conseguente inserimento nel ciclo alimentare umano. Nonostante una campagna informativa ufficiale martellante sui cosiddetti “termovalorizzatori”, falsamente presentati come la soluzione salvifica per una situazione di emergenza, vogliamo informare i cittadini dei contenuti alternativi presenti nella Strategia Rifiuti Zero che, partendo da una decisa riduzione dei rifiuti stessi, prevede il ricorso ad un ciclo “chiuso” in cui tutto viene riusato, riciclato e riutilizzato in quanto la stessa produzione di rifiuti è di fatto una “errata progettazione industriale”. Nuovo ciclo dei rifiuti Partendo da una campagna di vera controinformazione sui rischi sanitari ed ambientali connessi all’uso della tecnologia inceneritrice vogliamo riaffermare la nostra concreta e propositiva proposta di piattaforma per un nuovo ciclo dei rifiuti che si basi su cinque fasi fondamentali: 103 Conoscere per crescere 1) 2) 3) 4) 5) Riduzione generalizzata e riprogettazione produttiva di beni differenziabili al 100%. Raccolta differenziata attraverso il sistema porta a porta spinto e generalizzato. Recupero dei rifiuti indifferenziati con il trattamento meccanico – biologico (T.M.B.). Riciclaggio degli imballaggi e dei materiali secchi (vetro, metalli, carta, legno, tessili e plastiche) attraverso le isole ecologiche e le piattaforme di recupero come i Centri di Riciclo tipo Vedelago, che operano sia della frazione secca differenziata che della frazione secca residua da esito T.M.B. Riciclaggio della frazione organica (umido domestico e commerciale, sfalcio verde, potature) attraverso il compostaggio domestico, le isole ecologiche due processi industriali successivi: i Digestori anaerobici con recupero di biogas e gli Impianti di Compostaggio per la produzione di Compost di qualità agronomica certificata, 1) Riduzione consapevole dei rifiuti • • • 104 Riduzione del numero di imballaggi e dei contenitori e loro riutilizzo attraverso la promozione del sistema del vuoto a rendere e la diffusione della vendita “alla spina” di prodotti di largo consumo, anche attraverso politiche di incentivazione economica alle aziende distributrici; Riprogettazione industriale, da parte delle industrie produttive di beni di consumo, in cui i materiali dei singoli componenti possano essere differenziati completamente, attraverso una serie di misure di incentivazione e/o detassazione mirate al riconoscimento di un marchio legato alla progettazione di qualità ambientale Responsabilizzazione delle utenze domestiche, produttive, commerciali attraverso campagna di sensibilizzazione cittadine, nei luoghi di lavoro, accordi di programma o patti territoriali con le Rifiuti zero • imprese con incentivazioni fiscali per la riduzione e il riciclaggio effettuato, il compostaggio domestico e di quartiere, isole ecologiche per gli ingombranti ed i rifiuti verdi di potatura, tassazione mirata per l’uso delle buste di plastica; Responsabilizzazione dell’amministrazione pubblica locale attraverso una campagna sistematica di sensibilizzazione nelle scuole e negli uffici pubblici, un nuovo regolamento di igiene pubblica con la conversione della TARSU in tariffa individuale, obbligatorietà del recupero della carta per la pubblica amministrazione, le opportune sanzioni amministrative per chi non rispetta l’ambiente da irrogare attraverso l’uso integrato della polizia municipale, della polizia provinciale, delle guardie forestali e di associazioni di volontariato territoriali addestrate al controllo ed alla segnalazione degli abusi con l’istituzione di un numero verde per le segnalazioni di abusi direttamente dai cittadini; 2) Raccolta differenziata porta a porta • • • Adozione del sistema di raccolta differenziata porta a porta spinto e generalizzato nel Lazio attraverso una campagna di pressione nei Comuni in cui ancora non risulta attivato il servizio, con l’abolizione dei cassonetti stradali prevedendo il ricorso alla raccolta stradale differenziata esclusivamente nelle località rurali o per abitazioni isolate e fuori dal perimetro ufficiale dei nuclei urbanizzati esistenti; Detassazione dei rifiuti con l’applicazione della tariffa individuale, con lo scopo di abbattere i costi sostenuti dalla collettività in proporzione all’efficienza riciclatoria di ogni nucleo familiare, con una informazione-formazione quotidiana e puntuale dell’utenza da parte del personale addetto al prelievo; Incentivazione del compostaggio domestico, attraverso la fornitura di compostiere da balcone o da giardino ed il ritiro porta a porta a credito del compost eventualmente inutilizzato; 105 Conoscere per crescere • Individuazione di siti pubblici di quartiere per le isole ecologiche con depositi coperti e per il posizionamento di contenitori industriali per il conferimento di materiali differenziati vari e rifiuti ingombranti attraverso la gestione diretta delle aziende municipalizzate o attraverso l’affidamento in convenzione a cooperative di giovani locali remunerati a progetto od a risultato annuale; 3) Trattamento Meccanico Biologico Il processo di T.M.B. è riassumibile come una serie di operazioni meccaniche mirate alla separazione ottimale tra i materiali componenti la frazione secca (vetro,metalli, carta, legno, tessili, plastiche) dalla frazione organica attraverso la selezione che utilizza le proprietà fisiche (peso specifico, proprietà magnetiche) per il recupero del vetro e dei metalli ed attraverso la successiva operazione di tritovagliatura che consente il recupero delle restanti frazioni secche nel sopravaglio da avviare a successiva selezione e nel sottovaglio composto dalla frazione organica residua. Le tecnologie usate sono composte quindi da tecniche di separazione meccanica che possono essere adeguatamente migliorate nel tempo per ottenere la separazione completa di tutta la frazione secca nei diversi componenti che può essere avviata alle piattaforme di recupero convenzionate con i Consorzi di filiera del vetro, della carta, del legno, dell’alluminio, dell’acciaio, della plastica come i Centri di Riciclo di tipo Vedelago che operano sia come piattaforma di recupero che come impianto di produzione di materia prima secondaria per il riciclaggio delle plastiche. Attualmente sono presenti ed in fase di potenziamento nel Lazio ben sette impianti definiti come T.M.B. ma che in effetti sono impianti per la produzione del C.D.R., pensati in funzione quindi dell’estrazione di carta e plastica, e non di una seria selezione e differenziazione di tutti i componenti della frazione secca e dell’ottimizzazione del recu106 Rifiuti zero pero di quella organica, in quanto la legislazione italiana prevede un prodotto contenente fino al 20% di acqua o di organico. 4) Riciclaggio della frazione secca Il riciclaggio ed il riuso devono essere pratica quotidiana, partendo dalle isole ecologiche, dagli eventuali centri di raccolta nelle scuole e nelle pubbliche amministrazioni deve diffondersi la responsabilità-obbligo per l’utente domestico- commerciale-industriale di contribuire all’economia locale ed alla propria famiglia-azienda di recuperare un bonus sotto forma di credito monetizzabile per i materiali di cui si fornisce una corretta raccolta con un sistema a piramide rovesciata che passando dalle piattaforme di recupero confluisce nell’esito finale dei Consorzi per la raccolta e la commercializzazione dei materiali. Tali Consorzi di filiera CoMieco, CoRePlast, CoReVetro, CiAl, RiLegno ecc. fanno parte del Consorzio nazionale imballaggi (CONAI) che a livello nazionale è sottoscrittore di accordo economico con l’Associazione nazionale Comuni italiani (A.N.C.I.) che fissa le modalità operative, i controlli di qualità e le quotazioni di mercato dei materiali oggetto di recupero/riciclaggio. Si ritiene che tra le piattaforme di recupero convenzionate con i Consorzi di filiera possono essere considerati soggetti privilegiati i Centri di Riciclo tipo Vedelago per quanto attiene alla capacità di operare la selezione, la purificazione e l’imballaggio della frazione secca mista con provenienza sia da raccolta differenziata stradale “multimateriale” che da raccolta differenziata porta a porta che da selezione secca residua in impianti T.M.B. L’ulteriore lavorazione innovativa dell’estrusione a freddo delle diverse componenti plastiche, pur in presenza di minime impurità organiche, rappresenta oggi un importantissimo capitolo nel riciclo come produzione industriale di materia prima secondaria. Tale materia prima secondaria è oggi molto richiesta sul mercato europeo essendo dispo107 Conoscere per crescere nibile a costi da otto a dodici volte inferiori alla materia prima originale e rappresenta in un momento di crisi economica ed industriale un approccio decisamente ecosostenibile per la produzione di manufatti edili, stradali e di stampaggio plastico. Questo processo non solo sottrae combustibile all’incenerimento ma riutilizza quasi totalmente, arrivando al recupero del 93% dei materiali in entrata, sia il contenuto di materia che quello energetico servito per produrlo. Questo meccanismo di recupero e riciclaggio consente infatti a questi impianti, realizzati con risorse esclusivamente private, di poter gestire una attività remunerativa e con profitto di impresa svolgendo nel contempo una funzione di “smaltimento a recupero” ad impatto ambientale zero e soprattutto a costo zero per i Comuni che vedono ritornate risorse economiche dal CONAI, rispetto alle operazioni svolte di raccolta e di trasporto, che compensano i costi di conferimento presso questo impianti. Tenendo conto che oggi i costi di conferimento in discarica per lo smaltimento dei rifiuti urbani ed assimilati rappresenta una voce di bilancio passiva molto pesante, pari attualmente a circa cento euro a tonnellata ma soggetti ad aumento progressivo dei costi, stiamo parlando in media di un costo annuo ad abitante di circa cinquanta euro: cioè per una città di 1.000.000 abitanti stiamo parlando di cinquanta milioni di euro l’anno!!! Le piattaforme di recupero a carattere comunale, tra cui i Centri di Riciclo, entrano quindi a pieno merito nella filiera del ciclo dei rifiuti come l’anello finale che può provvedere a remunerare le attività di raccolta a monte, attivandosi nell’attività di fornire materiali selezionati alle industrie di produzione di carta, legno, plastica, metalli e vetro. 5) Riciclaggio della frazione organica Questo processo parte dall’attivazione di due importanti azioni dirette da parte dei cittadini quali il conferimento dei rifiuti verdi (sfalci 108 Rifiuti zero di giardino, potature) presso isole ecologiche di quartiere e laddove possibile la riduzione della frazione umida attraverso il compostaggio domestico. È infatti determinante operare una seria politica di riduzione alla fonte della frazione organica in quanto questa frazione non è supportata, come quella secca, da alcuna forma di Consorzio di recupero sebbene rappresenti in assoluto la frazione più significativa in termini ponderali (circa il 40% del rifiuto urbano). La raccolta differenziata porta a porta rappresenta in termini reali la migliore pratica di recupero di questa frazione, rispetto al processo di recupero in impianti di T.M.B. precedentemente descritti, in virtù della separazione manuale molto più accurata di quella meccanica. Per questo si ritiene oggi che la vera sfida all’erosione dei suoli ed al progressivo processo di desertificazione possa essere contrastato con reimmissione nell’ambiente di compost di qualità agronomica che funzionando da ammendante naturale svolge fondamentalmente due funzioni vitali: • • aumenta la ritenzione idrica e l’assorbimento dei suoli delle precipitazioni atmosferiche, aumenta la fertilità e la resa agricola di terreni spesso sottoposti a coltivazioni intensive. Ovviamente per avviare un significativo apporto di ammendante bisogna avviare un ciclo di produzione che impegni quantità significative di materia, ed il ciclo di trattamento attuale in discarica non prevede ad esempio la riutilizzabilità della frazione organica stabilizzata (F.O.S.) che rappresenta almeno il 70% della frazione organica selezionata dopo l’essiccazione e la perdita di acqua, prodotta dagli attuali T.M.B./C.D.R. in quanto contenente tossicità ed impurità che comportano il riutilizzo esclusivo in discarica per le operazioni di copertura e di bonifica. Tale frazione organica insieme ai fanghi degli impianti di depurazione fognaria potrebbe invece essere avviata presso digestori anaero109 Conoscere per crescere bici per il recupero energetico di biogas, cosi come può essere prevista con linea di lavorazione separata di trattare anche la frazione organica proveniente da porta a porta insieme alla frazione verde raccolta presso le isole ecologiche. In questi impianti avviene la fermentazione in assenza di ossigeno della materia organica, e quindi la trasformazione di parte del carbonio organico in biogas a base di metano CH4, che a sua volta può essere riutilizzato in centrali termiche per la produzione di energia elettrica. Il prodotto residuo può infine essere avviato infine agli impianti di Compostaggio aerobico in cui la fermentazione avviene in presenza di ossigeno, con trasformazione di parte del carbonio organico in anidride carbonica CO2, con successivo processo di maturazione e stabilizzazione finale del compost di qualità finale. ControPiano dei rifiuti nel Lazio Partiamo dalla constatazione che il Piano Commissariale “transitorio” rifiuti della Regione Lazio, che è stato oltretutto oggetto di un approssimativo lavoro di rimaneggiamento nella versione approvata in aula, non ha saputo e voluto affrontare il nodo cruciale del ciclo dei rifiuti costituito dalla visione strategica di abolire sostanzialmente la discarica come terminale di accumulo di un processo sociale ed industriale antiquato ed errato, in quanto ancora oggi consente lo spreco di materie prime preziose. L’approccio al problema infatti è di natura essenzialmente impiantistica con l’uso preponderante della tecnologia dell’incenerimento, visto come la soluzione salvifica, pur in presenza di enormi ed irrisolti problemi tecnologici e corrispondenti responsabilità in materia di salute pubblica, in merito da un lato alla dispersione in atmosfera di polveri ultrafini nanometriche con effetti patologici molto gravi e dall’altro di ceneri tossiche da conferire poi infatti in discariche speciali. 110 Rifiuti zero Inoltre lo stesso Piano è in contrasto con le direttive della Comunità Europea, tra cui l’ultima Direttiva 98/2008, e con lo stesso Codice ambientale italiano approvato con D.Lgs. 152/2006 in particolare nel rispetto della gerarchia d’intervento che viene ribadita debba nell’ordine riguardare: 1) 2) 3) 4) 5) la prevenzione dei rifiuti tossici e pericolosi e le azioni per la riduzione della produzione; il riutilizzo dei prodotti attraverso la riparazione ed il riuso degli stessi; il riciclaggio attraverso la raccolta differenziata e la preparazione al recupero, il recupero con la produzione di materie prime secondarie e la riutilizzazione delle stesse; lo smaltimento con le discariche, i tombamenti e l’incenerimento con recupero di energia. Quindi si dimostra che nel Lazio, ma in molte altre regioni italiane, si sono saltate a piè pari le prime quattro fasi e si è legiferato in difformità totale sotto un preteso stato di emergenza, lasciando volutamente deperire la raccolta differenziata a pratica inutile e costosa pur di favorire lo smaltimento del rifiuto “tal quale” ancora oggi conferito in discarica. In assenza di una strategia complessiva, di un quadro normativo e di massicce risorse finanziarie dedicate alla riduzione dei rifiuti e soprattutto all’avvio/estensione generalizzata della raccolta differenziata domiciliare e del conseguente riutilizzo e riciclaggio di prodotti e materiali, la Regione Lazio ha oggi semplicemente rinunciato al suo compito di natura istituzionale di promuovere un modello di gestione raccolta/smaltimento che sia razionale, efficiente ed economico oltre ovviamente a non essere inquinante per la comunità e per il territorio. Il Piano Transitorio Rifiuti della Regione Lazio è infatti volto al solo dimensionamento degli impianti di trattamento/separazione, al 111 Conoscere per crescere dimensionamento delle volumetrie da autorizzare nelle discariche, al dimensionamento degli impianti di incenerimento. Purtroppo si rileva che nulla è detto, a parte gli stanziamenti economici pur importanti, del come si possa raggiungere il pur scarsissimo obiettivo del 50% al 31/12/2011 di raccolta differenziata e quindi delle necessità: • • • • • • infrastrutturali, quali impianti di compostaggio, isole ecologiche, impianti per il riciclo della frazione secca differenziata di cui oggi il Lazio ancora non dispone spedendola fuori Regione, accordi CONAI e consorzi di filiera che favoriscano il recupero ed il riciclaggio, campagne di sensibilizzazione e di promozione della raccolta differenziata porta a porta, iniziative di normativa regionale, visto che la legislazione vigente L.R. 27/1998 non è allineata né con la normativa europea né con quella nazionale vigente, politiche di “acquisti verdi” rispetto alla pubblica amministrazione in genere ed alle scuole, tariffe puntuali (chi inquina/produce rifiuti paga) Analoga osservazione sulla totale mancanza di pianificazione della riduzione a monte e sulle politiche di promozione del riuso, come il fissare un obiettivo di raccolta differenziata illegittimo: si ricorda infatti che il Codice ambientale citato fissa obiettivi precisi minimi da raggiungere quantificati al 31/12/2008 in almeno il 45% ed al 31/12/2012. in almeno il 65%. Inoltre viene proposta una visione di scenari futuri con continui aumenti della produzione e conseguente necessità impiantistica: questa tesi è da sfatare in una regione dove i primi sintomi di una stagnazione economica cominciano a manifestarsi anche nel settore rifiuti. In particolare la produzione di Rifiuti Solidi Urbani (RSU) nella provincia di Roma mostra un andamento di forte crescita fino al 2000 112 Rifiuti zero e poi, dopo un periodo di stabilizzazione, sembra oggi destinata alla riduzione. La crescita, in vista del Giubileo del 2000, portò al commissariamento (1999), forma di gestione monocratica appena conclusa con la presentazione del presente pessimo Piano transitorio dei rifiuti. La produzione di rifiuti nel Lazio è guidata dalla Provincia di Roma e mostra un andamento non sempre crescente come dimostrato dal grafico seguente: Produzione RSU nel Lazio Anni Produzione RSU nel Lazio (dati vari rapporti APAT). Il fenomeno della attuale diminuzione degli RSU avviene anche in assenza di politiche volte direttamente alla riduzione dei rifiuti è probabilmente dovuto a cause strutturali: • • la difficoltà alla crescita del PIL dovuta alla crisi economica interna ed internazionale, l’aumento dei costi energetici e finanziari, che portano ad una riduzione delle spese delle famiglie per beni (quali quelli non “durevoli”) ad alta potenzialità di generazione rifiuti. La diminuzione 2006-2007 è di circa il 3,3%. 113 Conoscere per crescere RSU Procapite Provincia di Roma Anni RSU Provincia di Roma Anni Contemporaneamente, a fronte di un aumento della popolazione da 3.831.959 (2006) 4.013.057(2007) abitanti la produzione procapite diminuisce del 7,67%, cioè la diminuzione del procapite è ancora più marcata. La provincia di Roma, nel suo “Piano d’indirizzo”, prevede una riduzione progressiva della produzione rifiuti che, tenendo conto della dinamica della popolazione, comporta per il 2012, 2.669.622 t/anno di rifiuti contro i 2.753.279 t/anno previsti dal piano. Il risultato proviene da una stima di una riduzione di solo lo 0,2% annuo e porterebbe al 2012 una produzione procapite di 677 kg/abitanti/anno nel 2012 e 657 kg/abitanti/anno nel 2015 con ulteriori significative riduzioni che 114 Rifiuti zero portano a valutare eccessiva la capacità impiantistica proposta nel documento. Va osservato che la Regione Lazio assumerebbe obiettivi più ambiziosi di riduzione dell’1% annuo. Dinamica Popolazione del Lazio (ISTAT) l Anni Si noti che impianti che entreranno in funzione nel 2010 dovrebbero avere quantomeno 10 anni di vita commerciale. Le dinamiche di popolazione prevedono un picco (5453136 abitanti), nella regione Lazio, intorno al 2015 e una successiva riduzione. Quindi i due fenomeni, dinamica popolazione e diminuzione della produzione procapite, porterebbero ad ulteriori riduzioni. Purtroppo nulla è detto nell’integrazione al piano (come nel piano stesso) su uno scenario oltre il 2012. Lo stesso documento, a pagina 12, presenta una tabella dove la capacità di incenerimento, al 2012, supera la produzione di CDR di 20.000 t/anno. Un eccessivo dimensionamento impiantistico dell’incenerimento che diverrà evidente superato il 2015. “La ulteriore capacità di termovalorizzazione a regime rappresenta una ulteriore elemento di salvaguardia del sistema..” (pag. 13). In realtà questa eccessiva capacità comporterà la competizione, sempre più evidente, con la raccolta differenziata. Questa competizione potrebbe essere mitigata dalla separazione tra ditte che effettuano la raccolta e recupero materia e ditte che si oc115 Conoscere per crescere cupano dello smaltimento. Esempi del genere sono contenuti nelle leggi regionali più avanzate (esempio di Piemonte e Lombardia) dove si vieta la possibilità, per una stessa ditta, di fornire contemporaneamente il servizio di raccolta e quello dello smaltimento. Parlando dell’esperienza di Roma l’errore grave perdurante è la mancata programmazione dell’attività di commercializzazione e riuso industriale del materiale raccolto con la R.D. porta a porta. A tale scopo la Regione, il Comune e l’AMA avrebbero dovuto: • Individuare gli impianti industriali adatti al riuso di questo materiale; • Optare per una R.D. porta a porta a carico dei Consorzi e non al costo oneroso di AMA; • Indicare, in questo secondo caso, se nel bilancio dell’AMA il ricavo della vendita del differenziato è portato in attivo nel bilancio e se la vendita avviene a prezzi di mercato, indicandone chiaramente i valori. In altre parole si sarebbe dovuto investigare se esiste nel Lazio o nelle regioni limitrofe un mercato capace di ricevere una tale quantità di materiale, ovvero se la Regione e l’AMA hanno investigato e programmato un’attività commerciale che a regime avrebbe, solo per la città di Roma, una portata pari a circa 3.000 ton/giorno, da movimentare e da commercializzare. Invece né la Regione, né il Comune, né tanto meno l’AMA hanno mai pensato ad organizzarsi per commercializzare il riciclabile, e al contrario: • commercializzano a costo ridotto quel poco che si raccoglie dalla raccolta differenziata, • hanno costruito impianti di selezione del tal quale (Rocca Cengia) che alimentano ad alto costo impianti di gassificazione e/o incenerimento privati, • hanno programmato il piano dei rifiuti regionale con l’incremento di questi impianti privati. 116 Rifiuti zero La nostra proposta, che è in linea con quanto avviene nelle principali città del mondo, è che: • • carta, vetro, metalli, plastica, legno etc, di cui il cittadino paga già al momento dell’acquisto il costo della raccolta e dello smaltimento, andrebbero tolti dalla raccolta AMA, che la raccolta e riciclo a Costo Zero sia affidata direttamente ai Consorzi di filiera tramite le piattaforme di recupero convenzionate, con il conseguente forte risparmio nei costi di gestione dell’AMA, con una stima conservativa di questo risparmio di circa il 40% dei costi di gestione dichiarati da AMA, e con la conseguente riduzione della tassa sui rifiuti a carico dei cittadini. Smaltiti con il riciclo/riuso del differenziato circa 1.000.000 di ton/anno, rimarrebbero quindi circa 700.000 t/a da raccogliere e smaltire da parte dell’AMA, di cui circa 200.000 ton/a sono di “frazione verde” che sarà avviata direttamente agli impianti di compostaggio. Qualche ulteriore commento sulla raccolta differenziata a Roma nasce dal fatto che spesso soprattutto a Roma, e nelle città meridionali dove è maggiore l’influsso della malavita organizzata e della pessima amministrazione pubblica si sente parlare di costo della raccolta differenziata. Come per tutta la gestione dei rifiuti a Roma si tratta anche in questo caso di: 1) 2) 3) Incapacità gestionale, Incompetenza tecnica, Conflitto di interesse con privati. Infatti dalla tabella seguente: 117 Conoscere per crescere QUANTITÀ TON/ANNO VOLUME INDICATIVO COMMERCIALE EURO/TON IMPORTI PARZIALI DA RICICLAGGIO MATERIALI EURO Carta 1.355.000 290 131.950.000 Cartone 1.200.000 290 118.000.000 Plastica 1.250.000 280 170.000.000 Vetro 1.140.000 225 213.500.000 Verde* 1.100.000 1. 1. Metalli 1.180.000 200 116.000.000 TOTALE RECUPERATO 1.125.000 1.125.000 139.450.000 TIPOLOGIA * Raccolta che sarà effettuata dagli smaltitori che gestiscono gli impianti di compostaggio. Si deduce quindi che se si passasse alla R.D. porta a porta generalizzata si potrebbe ricavare dalla vendita del differenziato una cifra notevole, molto superiore ai 100.000.000 di euro/anno. Infine nel documento viene sottovalutato il problema della gestione della FOS (Frazione Organica Stabilizzata) prodotta dagli impianti di separazione. Questa frazione, detta anche “compost grigio”, che rappresenta un terzo del totale dei rifiuti indifferenziato non è destinabile, secondo la normativa vigente, altro che alla discarica rendendo inutile il processo di recupero e separazione della frazione organica. Recupero oggi quanto mai indispensabile, nel momento in cui il prodotto è un compost di qualità, per gli usi agricoli connessi alla ricostituzione di uno strato di humus fertile in aree sempre più vaste soggette a fenomeni di impoverimento e/o desertificazione per la pratica legata a monocolture intensive con pesante concimazione chimica. Le altre ipotesi (esempio ripristino ambientale di cave dismesse) sono ancora prive di qualsiasi fondamento realizzativo. Per questo appare qui evidente proporre le seguenti iniziative di piano che si basano sul “Documento di Indirizzo per la riduzione della produzione dei rifiuti urbani e l’implementazione delle raccolte differenziate nel terri118 Rifiuti zero torio della Provincia di Roma” (2008). Questo documento assume la seguente distribuzione merceologica dei rifiuti, che assumiamo per tutta la regione FRAZIONI ZONA ZONA ZONA COMUNI PEDEMONTANA DI PIANURA DE COLLINA TURISTICA DI MEDIO-GRANDI DIMENSIONI Umido 15.674 167.552 174.348 179.330 1.510.776 Verde 12.032 111.814 116.779 118.648 1.254.927 Carta 16.879 134.512 142.534 142.827 1.335.971 Cartone 12.439 112.682 138.595 116.870 1.203.324 Alluminio 1.462 132.430 132.370 132.623 1.115.283 Metalli ferrosi 11.579 137.712 138.258 138.966 1.130.733 Vetro 13.512 116.144 116.432 118.978 1.196.680 Plastica imballaggi 14.266 123.428 126.777 127.407 1.180.638 Altra Plastica 11.462 135.661 135.014 135.799 1.134.833 Legno 11.808 138.900 112.463 139.343 1.134.680 Tessili e cuoio 13.834 116.506 120.012 120.968 1.186.106 Pannolini 11.433 137.381 137.830 137.654 1.127.078 Inerti 11.262 137.635 137.862 137.908 1.134.034 R.U.P. 11.856 132.898 132.423 132.448 1.152.786 Ingombranti e RAEE 13.921 137.122 136.912 138.298 1.152.985 Spazzamento 11.522 131.852 131.550 132.144 1.178.343 TOTALE 51.433 234.229 260.159 270.210 1.829.178 MERCEOLOGICHE ROMA Flussi di produzione di RU al lordo delle RD nelle varie aree di raccolta nel 2006. Per la riduzione, come è noto, sono possibili varie azioni. Queste, per esempio sono raccolte nel rapporto The Use of Life Cycle Assessment Tool for the Development of Integrated Waste Management Strategies Rev 2005. Contract number: EVK4-CT2002-00087 (lavoro finanziato dall’Unione Europea) a cui si può fare riferimento per la quantità di riduzione possibile. 119 Conoscere per crescere CAPACITÀ MAX KG/ANNO/AB AZIONE Etichette No pubblicità-Posta indesiderata 15.4 Promozione servizi di riparazione 88.6 Promozione riuso beni 80.7 Promozione servizi affitto beni 80.2 Servizio pannolini riusabili 81.8 Campagne di sensibilizzazione 32.5 Compostaggio domestico 23.5 Stampa doppia faccia 81.0 Asciugamani riusabili 80.2 TOTALE 83.9 Per quanto riguarda gli obiettivi di RD assumiamo qui quelli della provincia di Roma (circa il 60%) presentati nella seguente tabella: FRAZIONI l MERCEOLOGICHE ZONA ZONA ZONA COMUNI PEDEMONTANA DI PIANURA DE COLLINA TURISTICA DI MEDIO-GRANDI DIMENSIONI ROMA TOTALE PROVINCIA % su fraz % su fraz Kg/ab.a % su fraz Kg/ab.a % su fraz Kg/ab.a % su fraz Kg/ab.a % su fraz Kg/ab.a Umido 50% 69 60% 88 70% 143 70% 111 65% 129 65,3% 123 Verde 60% 11 65% 16 70% 32 75% 13 70% 15 69,7% 16 Carta 60% 46 70% 64 75% 95 75% 70 75% 100 74,4% 91 Cartone 65% 17 75% 24 80% 20 80% 29 80% 63 79,6% 50 Alluminio 35% 2 50% 3 60% 4 60% 3 60% 4 58,4% 4 Metalli ferrosi 35% 6 55% 11 60% 15 65% 13 60% 7 59,4% 9 Vetro 70% 27 75% 31 80% 38 80% 32 80% 30 79,2% 31 Plastica imball. 55% 25 65% 38 70% 51 75% 42 70% 21 69,7% 28 Legno 35% 0 55% 0 65% 0 70% 0 65% 0 63,5% 11 Tessili e cuoio 45% 7 55% 13 60% 24 65% 14 60% 9 59,8% 24 R.U.P. 40% 20 50% 25 50% 37 50% 31 50% 21 49,9% 8 Ingomb. e RAEE 40% 0 50% 0 60% 0 65% 0 60% 0 58,6% 13 TOTALE 43,3% 251 56,6% 328 63,6% 474 65,3% 372 58,7% 422 59,4% 407 Quantificazione degli obiettivi di RD nelle varie aree di raccolta al 2015 (in Kg/ab*anno). 120 Kg/ab.a Rifiuti zero Si noti che con il picco di circa 5.5 milioni di abitanti, previsti dall’Istat al 2015, si avrebbe una situazione per l’organico da RD come da tabella: kg organico/abit/anno Popolazione 2015 123 5453100 Tot Organico (T/anno) 670735 Impianto Maccarese 90000 Tot senza Maccarese 580735 Dimensione impianti 20000 N. Impianti necessari 29 Sarebbero oggi necessari, nel Lazio, 29 piccoli impianti di compostaggio, da 20.000 t/annue ciascuno, per trattare l’organico raccolto in modo differenziato. Le altre frazioni merceologiche sono trattate dal CONAI che ha sempre ribadito, in tutte le sedi, le capacità impiantistiche per il trattamento delle frazioni merceologiche. Anche considerando il picco di abitanti e quindi di produzione rifiuti al 2015, si avrebbe la seguente tabella di rifiuti da smaltire: Procapite 2015 kg/ab/anno = Procapite 2006 Riduzione kg/ab/anno Procapite rifiuti dopo riduzione kg/ab/anno RD 60% kg/ab/anno Resto kg/ab/anno 610.00 83.90 526.10 -315.66 210.44 Totale Popolazione 2015-ISTAT 5.453.136 Rifiuti da smaltire t/abitante/anno 2015 1.147.558 Quindi al 2015 è possibile avere, circa 1.1 milioni di tonnellate annue di rifiuti residui da smaltire (per esempio in impianti TMB), e se gli impianti fossero da 100.000 /t/annue vi sarebbe bisogno di circa 11 impianti. 121 Conoscere per crescere Essendo, secondo quanto contenuto nel Piano transitorio la quantità trattabile dagli attuali 7 impianti TMB del Lazio (alcuni di essi hanno capacità autorizzate superiori alle 200.000 t/anno) pari a 1,76 milioni/t/anno (+ ulteriori 3 impianti previsti dal Piano transitorio per altre 333 t/anno) si rileva che non sarebbe necessaria la realizzazione di nessun nuovo impianto. Si rileva inoltre che a fronte di una attuale copertura in termini di capacità totale di TMB non appare invece rispettata l’esigenza di una distribuzione territoriale omogenea di detti impianti ( quattro nel Comune di Roma, e uno per ognuna delle tre Province di Viterbo, Frosinone e Latina) né tantomeno l’esigenza di superare l’attuale e grave 122 Rifiuti zero situazione di posizione monopolistica da parte delle società che fanno capo all’avv. Manlio Cerroni. Situazione di monopolio che vede sotto accusa l’intero ciclo dei rifiuti del Lazio in quanto la posizione monopolistica citata si ripercuote su buona parte dei terreni in cui insistono gli impianti di discarica e di incenerimento sia realizzati che in fase di progettazione. Si precisa che nella situazione attuale, di ancora preponderante attività di raccolta stradale di rifiuti indifferenziati, la necessità di mantenere e di modificare gli attuali impianti di C.D.R. in veri impianti di TMB è un obiettivo irrinunciabile, dati i tempi di attuazione di una generalizzata R.D. porta a porta. Infatti si fa notare che questo tipo di impianti di T.M.B. possono essere veramente il motore per il trattamento ed il recupero di materiali dall’indifferenziato, che attualmente è attestato nel Lazio nell’80% del totale dei rifiuti prodotti e quindi indispensabili nel gestire la fase di transizione tra l’attuale sistema di raccolta stradale e l’avvio del porta a porta nel Lazio. Mentre occorre realizzare una rete di piattaforme di recupero per i materiali differenziati sia da raccolta stradale che da porta a porta, con una impiantistica come i Centri di Riciclo tipo Vedelago (C.R.V.) che operano sulla lavorazione in ingresso proprio di tutte le frazioni secche. Si sottolinea infatti che il processo attuale di filiera della R.D. stradale e della scarsissima R.D. domiciliare ha esito presso i Consorzi di recupero per la parte utilizzabile con una grande percentuale di sottoutilizzazione, dovuta a mancanza di ulteriore anello di chiusura finale, costituito dalla separazione del “multimateriale”, dalla depurazione e dal riavvio ai Consorzi di filiera dei materiali differenziati “sporchi” e dal processo di produzione di materia prima secondaria. Questi materiali infatti possono subire un trattamento di depurazione ulteriore, per estrarre la residua frazione organica o tossica prima di essere trasformati in materie prime secondarie o in granulati plastici estrusi, con tecnologia ideata dall’esperienza del Centro di riciclo di Vedelago**, in 123 Conoscere per crescere quanto “la chiusura del ciclo” pone la primaria esigenza di fabbricare prodotti di qualità e di creare un “mercato del riciclato” nel settore dell’edilizia, dell’arredo urbano e di materiali stampati. Mentre a regime questa filiera potrebbe essere costituita dal R.D. domiciliare effettuata a cura di piattaforme di recupero convenzionate od aziende e cooperative di riciclo, che potrebbero gestire la raccolta delle frazioni secche per avviarle insieme presso i Centri di riciclo territoriali, mentre la frazione organica potrebbe essere raccolta a cura degli stessi soggetti gestori degli impianti di compostaggio territoriali. Pertanto possiamo affermare che esiste oggi una necessità di creare un mercato nel Lazio con grandi aspettative in termini di occupazione e di fatturato, se iniziamo a prevedere la realizzazione di almeno nove Centri di riciclo tipo Vedelago con caratteristiche modulari sulla base delle esigenze territoriali. 124 Rifiuti zero Detti impianti dovranno infatti essere localizzati almeno uno per ognuna delle tre province e, in base al rapporto contenuto nei dati della produzione rifiuti del Lazio, almeno sei nella provincia di Roma o in numero minore se previsti di capacità maggiorata. Questi impianti potranno essere la soluzione all’attuale situazione bloccata di “gestore unico” per avviare una sana differenziazione di soggetti imprenditoriali che operano su punti diversi della filiera stessa, o con nuove cooperative di produzione e lavoro territoriali oltre all’attuale funzione di collettore della R.D. pubblica effettuata dai Comuni tramite le aziende municipalizzate. Seconda, ma non secondaria, considerazione và fatta sul piano dell’investimento complessivo di risorse pubbliche necessarie alla comparazione dei due opposti scenari: a) b) nel caso previsto dal “piano integrativo” si mettono in preventivo la realizzazione di ben quattro nuovi impianti di incenerimento che sono quantificabili oggi in un investimento di circa 200 milioni cadauno (ipotizzando come tipologia media l’impianto di Malagrotta) per un importo complessivo di 800 milioni, oltre alla ulteriore spesa per le sette nuove discariche anche di tipo speciale da allestire; nel caso invece della presente controproposta il costo medio di un impianto di compostaggio da 20.000 t/anno è pari a circa 2 milioni che per i 29 impianti previsti sviluppa un importo totale di 58 milioni!!! Gli impianti di riciclo sono infatti impianti finanziati interamente da imprenditori privati e non gravano sulla spesa pubblica!!! Quanto considerato in merito alla linea tendenziale di decremento strutturale della produzione di rifiuti, la constatazione di una catena impiantistica di fatto già sufficientemente strutturata per quanto attiene il TMB (una volta effettuate le necessarie piccole modifiche da apportare) insieme all’abissale ridimensionamento dell’investimento per realizzare gli impianti di compostaggio ancora mancanti dimostrano l’assoluta sostenibilità finanziaria ed ambientale di quanto sosteniamo, 125 Conoscere per crescere portandoci a sostenere che il Piano regionale commissariale è assolutamente privo di qualsiasi motivazione tecnica o finanziaria che ne dimostri la reale fondatezza. Restano inoltre fuori da questo bilancio i costi sanitari ed ambientali che dovrebbe sopportare la comunità in termini di patologie gravi soprattutto cancerogene e dei relativi costosi trattamenti presso le strutture sanitarie pubbliche, dei costi relativi allo smaltimento delle ceneri tossiche e dei controlli e monitoraggi ambientali. Obiettivi della Campagna pubblica L’iniziativa parte con la consapevolezza di dover affrontare un lavoro di lungo periodo che dovrà essere un progetto di “nuova responsa126 Rifiuti zero bilizzazione civica” che spazierà a tutto campo dal settore didattico ed educativo al settore prevenzione e ricerca medica, dal “fare cultura” diffusa nel territorio al “fare azioni” concrete da parte dei cittadini in casa ed insieme nel quartiere. A questa nuova responsabilizzazione civica dovranno corrispondere iniziative concrete ed azioni di mobilitazione popolare che supportino un diverso orizzonte nel ciclo dei rifiuti per la persona e la comunità in cui all’attuale gestione del territorio, che spartisce enormi guadagni tra pochi soggetti ma distribuisce a pioggia inquinamento e catastrofi sanitarie, opponiamo un’informazione autorevole e indipendente dal potere ed oggi una nostra controproposta di Piano alternativo per i nostri rifiuti. Per rendere credibile e sostenibile finanziariamente il progetto ogni Comitato o associazione aderente avrà il compito di prendere contatti con aziende del proprio territorio, in particolare nel settore agricolo, turistico e della ristorazione, ai fini di saldare un interesse collettivo che si riflette in queste attività imprenditoriali in modo assolutamente diretto sul volume degli affari e sulle prospettive dei flussi turistici in transito. Strumenti operativi Abbiamo infatti già predisposto in diversi Comuni della Provincia di Roma, nell’ambito della programmazione didattica annuale, un progetto di educazione ambientale in cui è stata inserita una proiezione specifica di slide sul tema che saranno illustrate e commentate a cura di personale didattico. Nel contempo vogliamo avviare con i medici di base e le loro strutture associative una serie di convegni territoriali, con il supporto del Comitato nazionale medici per l’ambiente, dei medici di base e dei ricercatori ambientali, che illustrino dati e ricerche territoriali in rapporto a patologie connesse all’inquinamento in generale ed a quello atmosferico in particolare. 127 Conoscere per crescere Così come stiamo proponendo una serie di azioni di “pressing territoriale” coordinate i Comuni in cui ancora non riesce a partire concretamente la raccolta differenziata porta a porta: dai gazebo per la distribuzione del nostro opuscolo informativo alla petizione popolare con raccolta di firme, alla presentazione di una deliberazione di iniziativa popolare che può avere rilevanza Comunale o Regionale all’organizzazione di simulazioni temporanee di raccolta differenziata porta a porta volontarie. La diffusione territoriale del materiale illustrativo potrà essere veicolata oltre ai Comitati locali o di quartiere e dalle associazioni o movimenti civici realmente operanti sul territorio, dai medici di base e dagli insegnanti in iniziative culturali di quartiere o assemblee specifiche con proiezioni ed intervento di testimonianza del mondo scientifico. Non bruciamoci il futuro La campagna pubblica “Non bruciamoci il futuro” è sostenuta da un gruppo promotore iniziale costituito dai comitati locali o di quartiere uniti o meno in reti cittadine, le associazioni ambientaliste locali, i nuovi movimenti civici ed i meetup di Beppe Grillo, validi testimonial con personalità del mondo scientifico e della cultura, i bloggers e/o singole persone che vogliano dare un contributo attivo professionale o di elaborazione nell’ambito della regione Lazio in primis, ed in possibile condivisione con altre regioni interessate. Tale processo aggregativo dovrà essere esteso per l’adesione pubblica alle organizzazioni sindacali, alle associazioni ambientaliste nazionali, alle associazioni di difesa dei consumatori ed alle organizzazioni imprenditoriali di categoria a livello locale specialmente nel settore agroalimentare e turistico. Il gruppo promotore ritiene opportuno nella prima fase costituente mantenere una propria visibile indipendenza, pur riconoscendo 128 Rifiuti zero necessario avviare subito dopo un percorso di confronto per l’adesione ed il sostegno alla campagna stessa dei partiti politici e dai rappresentanti istituzionali soprattutto a livello locale, ed attraverso una adesione individuale e non di sola sigla politica. L’iniziativa dovrà essere oggetto di condivisione con altre reti regionali nell’ambito del confronto e del sostegno con analoghe iniziative e lotte a livello nazionale, con l’adesione del gruppo promotore stesso alla Strategia Rifiuti Zero ed alle iniziative che condivideremo con la Rete nazionale Rifiuti Zero. L’adesione dovrà comportare la condivisione degli obiettivi ed il supporto operativo alla campagna stessa, che sarà impostata sul principio della pari rappresentatività e della totale autonomia di iniziativa sul territorio, nella filosofia di costruire insieme rapporti di solidale collaborazione operativa locale ed iniziative di mobilitazione centrali collettive. In questa filosofia di lavoro il gruppo promotore ritiene opportuno poter aderire alla Rete romana di mutuo soccorso, in funzione di rafforzare e favorire un processo in atto di aggregazione di comitati locali e movimenti nel territorio di Roma e Provincia in una prima fase e dell’intera Regione Lazio successivamente. Il gruppo promotore promuove la produzione di materiali ed iniziative pubbliche, attraverso uno o più portavoce a rotazione, in cui non compaiano le sigle individuali dei comitati sostenitori ma semplicemente i contenuti in modo da renderli appropriabili da chiunque li condivida, e non intende darsi alcuna struttura gerarchica né gestire fondi comuni. Comitato Tecnico Scientifico della Campagna pubblica: DOTT. CARLA POLI - CENTRO RICICLO VEDELAGO (TV) DOTT. FABIO MUSUMECI - RICERCATORE CASACCIA E.N.E.A. - BRACCIANO (RM) ING. PIERGIORGIO ROSSO - ESPERTO SISTEMI INDUSTRIALI - ROMA ING. GIUSEPPE GIRARDI - CONSIGLIERE DELEGATO AMBIENTE - ANGUILLARA (RM) DOTT. GIOVANNI GHIRGA - MEDICI PER L’AMBIENTE/I.S.D.E. - CIVITAVECCHIA DOTT. MAURO MOCCI - MEDICI PER L’AMBIENTE/I.S.D.E. - CIVITAVECCHIA. MASSIMO PIRAS 129 Conoscere per crescere 4 Mobilità 131