AMICI BEPPE GRILLO - ROMA
CONOSCERE
PER
CRESCERE
2009
ISBN 978-88-8407-102-6
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Edizioni Nuova Impronta
Filippo Chillemi - Via dei Rutoli, 12 - 00185 Roma
Tel. 06.44.51.962 - Cell. 332658285
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Impronta
© 2009 Edizioni Nuova Impronta
Conoscere per crescere
Introduzione
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Conoscere per crescere
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Introduzione
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Conoscere per crescere
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Introduzione
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Conoscere per crescere
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Introduzione
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Conoscere per crescere
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Introduzione
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Conoscere per crescere
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Introduzione
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Conoscere per crescere
1
Energie
rinnovabili
BREVI CENNI
SULLE PRINCIPALI TECNOLOGIE IN USO
PER L’UTILIZZO DELLE ENERGIE
DA FONTE RINNOVABILE
Eolico
L’energia eolica è il prodotto della conversione dell’energia cinetica del vento in altre forme di energia. Attualmente viene per lo più
convertita in elettrica tramite una centrale eolica, mentre in passato
l’energia del vento veniva utilizzata immediatamente sul posto come
energia motrice per applicazioni industriali e pre-industriali. Prima tra
tutte le energie rinnovabili per il rapporto costo/produzione, è stata
anche la prima fonte energetica rinnovabile usata dall’uomo. Tale energia varia con il cubo della sua velocità. Trattandosi d’un fenomeno non
costante in termini di potenza e direzione, legato alla morfologia del
territorio e dell’ambiente, è possibile localizzare gli impianti eolici solo
in determinate zone. I rilevamenti anemometrici atti a stabilire un quadro generale per l’installazione d’un sistema eolico possono durare anni
ed i siti vengono selezionati secondo indicatori biologici, geomorfologici e socioculturali.
È stato dimostrato (A. Betz) che solamente il 59,3% della potenza
del vento può essere ceduta ad una macchina eolica attraverso il rallentamento durante il passaggio all’interno del sistema. Una resa maggiore
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Conoscere per crescere
è impossibile dal momento che il vento dovrebbe teoricamente ridurre
a zero la sua velocità immediatamente dopo il suo passaggio.
Termico
Solare termico indica un sistema in grado di trasformare l’energia
irradiata dal sole in energia termica, ossia calore, che può essere utilizzato
negli usi quotidiani, quali ad esempio il riscaldamento dell’acqua per i
servizi o il riscaldamento degli ambienti. Nel caso si utilizzi il calore del
Sole per produrre corrente tramite l’evaporazione di fluidi vettori che alimentano turbine collegate ad alternatori si parla di solare termodinamico.
Con il termine Solare termico pertanto, viene indicata la tecnologia
che sfrutta l’energia irradiata dal sole per scaldare fluidi da utilizzarsi
prevalentemente nell’ambito domestico, civile e produttivo.
Le tecnologie utilizzate nel solare termico sono suddivise in: a
bassa, media ed alta temperatura.
•
A bassa temperatura, i sistemi che tramite i collettori solari scaldano
fluidi a temperature inferiori ai 100°C; sono finalizzati principalmente alla produzione d’acqua calda sanitaria (ad uso domestico,
per utenze collettive, per impianti sportivi etc.), al riscaldamento
domestico e, più in generale, di ambienti, al riscaldamento dell’acqua delle piscine, alla produzione di calore a bassa temperatura
ad uso industriale (tipicamente acqua di lavaggio di macchinari,
mantenimento in temperatura di vasche di fluidi di varia natura,
preriscaldamento dell’acqua di alimento delle caldaie etc.). di abitazioni private.
•
A media temperatura, i sistemi che tramite collettori a più elevata
tecnologia (si veda la definizione di seguito riportata) raggiungono
temperature comprese tra i 100°C e i 250°C, possono essere utilizzati ampiamente nei processi industriali (anche per la produzione di vapore), per il raffrescamento degli ambienti.
18
Energie rinnovabili
•
Ad alta temperatura, i sistemi che utilizzano collettori in grado di
concentrare i raggi solari verso un ricevitore termico, per poter
elevare la temperatura del fluido termovettore ben oltre i 250°C,
raggiungendo contestualmente pressioni compatibili anche con
l’utilizzo per la produzione di elettricità.
La breve trattazione che segue, riguarda principalmente i sistemi
della prima tipologia menzionata, sebbene alcuni dei principi presentati
possano essere traslati alle applicazioni tecnologicamente più avanzate.
Il collettore solare:
principio di funzionamento e tipologie
Lo scopo di qualsiasi dispositivo che rientri in questa categoria è,
naturalmente, quello di convertire la massima parte dell’energia elettromagnetica associata alla radiazione solare incidente in energia termica
disponibile per l’utenza.
A tal fine, si sfrutta e potenzia la capacità di alcuni materiali (ad
esempio metalli o leghe come rame o acciaio) di scaldarsi rapidamente
se sottoposti a radiazione solare e di cedere con estrema facilità il calore
accumulato. L’elemento principe di un collettore solare è, in pratica,
una piastra captante (con le caratteristiche appena citate) percorsa da
una serie di tubazioni lungo le quali scorre il fluido che deve scaldarsi.
Tutti i meccanismi di scambio di calore dell’elemento piastra-tubi
verso elementi diversi dal fluido vanno minimizzati o riconvertiti, allo
scopo di trasferire al fluido la maggior quota possibile dell’energia solare incidente.
Proprio per questo motivo, la parte posteriore della piastra (ossia
quella non esposta al sole) e le sue parti laterali vengono rivestite di
materiale isolante e, inoltre, la temperatura interna del collettore viene
mantenuta più elevata possibile grazie alla presenza di una o più lastre
trasparenti di copertura.
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Conoscere per crescere
Fotovoltaico
La tecnologia fotovoltaica consente di convertire l’energia solare
direttamente in energia elettrica mediante “l’effetto fotovoltaico”.
La teoria fisica che spiega l’effetto fotoelettrico, del quale l’effetto
fotovoltaico ne rappresenta una sottocategoria, fu pubblicata nel 1909
da Albert Einstein che per questo ricevette il premio Nobel.
Per energia solare si intende l’energia emanata dal sole e trasmessa
sulla terra come radiazione elettromagnetica investe un materiale può,
in certe condizioni, cedere energia agli elettroni più esterni degli atomi
del materiale e, se questa è sufficiente, l’elettrone risulta libero di allontanarsi dall’atomo di origine. Evitando tuttavia di addentrarci nei
dettagli tecnici della disciplina, è possibile identificare la tecnologia fotovoltaica con l’utilizzo di sistemi articolati in moduli a base di silicio,
assemblati in pannelli e collegati in sistemi; occorre inoltre specificare
che la ricerca in campo fotovoltaico, maggiormente avanzata in paesi
come la Germania ed il Giappone, determina la nascita di nuove tecnologie ancora in corso di sperimentazione quale ad esempio quella
che prevede la possibilità di applicare a “pennello”, su qualsiasi tipo di
superficie, il materiale “siliceo” necessario all’effetto fotovoltaico, in
sostituzione dei tradizionali pannelli. L’utilizzo del sole come fonte
energetica presenta dei pro e dei contro: si tratta di una fonte pulita,
inesauribile ed abbondante che tuttavia è discontinua nel tempo. Inoltre
le varie condizioni climatiche e la latitudine influenzano l’irraggiamento
del sito (potenza ist antanea che colpisce la superficie, misurata in
kW/m2).
Tecnologia Fotovoltaica
La tecnologia Fotovoltaica consente di trasformare in maniera
diretta l’energia associata alla radiazione solare in energia elettrica sfruttando il fenomeno fotoelettrico.
20
Energie rinnovabili
La conversione energetica avviene in un dispositivo (cella fotovoltaica) costituito da un materiale semiconduttore, opportunamente
trattato, all’interno del quale si crea un campo elettrico, che orienta le
cariche elettriche generate dalla interazione della radiazione solare (fotoni) con la struttura elettronica del materiale semiconduttore, dando
origine ad un flusso di corrente elettrica.
Attualmente il materiale più usato è il silicio cristallino (mono/poli
o amorfo), impiegato in una sottile fetta di spessore compreso tra 0,25
e 0,35 mm. Il monocristallino ha rendimenti di conversione pari al 1517%, mentre il policristallino, caratterizzato da un minore costo di produzione, presenta rendimenti del 12-14%, più bassi per la presenza di
un maggior grado di impurità. Il silicio amorfo, utilizzato nella tecnologia a “film sottile”, viene invece spruzzato sotto forma di gas su una
superficie di supporto.
Tale tecnologia presenta una convenienza maggiore rispetto alle
precedenti, in quanto, per la produzione delle celle viene usata una
quantità inferiore di materiale, abbassando quindi il costo di produzione. Inoltre possiede un’ampia versatilità e flessibilità di impiego.
L’unico svantaggio, non ancora risolto, è la bassa efficienza dovuta alla
struttura cristallina instabile del silicio amorfo.
Sono sistemi a film sottile anche quelli con semiconduttori CIS,
CIGS, tellururo di cadmio (CdTe). CIS e CIGS hanno efficienze fino
al 13% e costi attuali leggermente inferiori ai sistemi in silicio. Tuttavia
la scarsa disponibilità di indio e selenio costituiscono un ostacolo per
uno sviluppo su larga scala.
Per un maggiore rendimento si stanno studiando celle fotovoltaiche multigiunzione (Split spectrum cell o Vertical Multijunction Cell).
Sono costituite da differenti materiali semiconduttori disposti l’uno
sull’altro che permettono di avere un più largo spettro del livello assorbente di energia e quindi un rendimento maggiore, aumentando l’efficienza totale di conversione della radiazione solare (raggiungimento di
efficienze superiori al 30%).
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Conoscere per crescere
Ancora in fase di sviluppo sono le celle organiche, note come
DSSC (Dye-Sensitized Solar Cell), ottenute con la nanotecnologia.
Questo tipo di unità utilizza un pigmento organico fotosensibile (in
grado d’assorbire la luce e generare un flusso d’elettroni), applicato su
un film sottile costituito da un strato d’ossido metallico nanoporoso e
polimeri conduttori o elettroliti liquidi. La peculiarità delle DSSC è di
essere notevolmente flessibili e adatte ad essere conformate in diverse
forme e applicazioni, oltre a costituire un prodotto più economico rispetto alle celle tradizionali.
Solo una parte dell’energia radiogena che colpisce la cella è convertita in energia elettrica; l’efficienza di conversione dipende in alta
percentuale dalle caratteristiche del materiale costitutivo e non supera
generalmente il 20%.
In condizioni standard (a 25°C con 1 kW/m2 di irraggiamento)
una cella eroga circa 1.5 Watt di potenza (Wp – potenza di picco).
Le celle vengono assemblate insieme fra uno strato superiore di
vetro ed uno strato inferiore di materiale plastico (Tedlar) e racchiuse
da una cornice di alluminio, in modo da costruire un’unica struttura: il
modulo fotovoltaico, tradizionalmente costituito da 36-72 unità collegate in serie e in parallelo, per una potenza di uscita che va dai 50 agli
150 Wp.
A seconda della tensione richiesta dalle utenze elettriche più moduli possono esser connessi, in serie o in parallelo, a costituire una
stringa. A loro volta più stringhe collegate in parallelo vanno a costituire il generatore fotovoltaico.
Un complesso di ulteriori dispositivi (BOS) collega il generatore
alle utenze, convertendo ed adattando la corrente continua in uscita
alle esigenze finali; ne fanno parte: – sistema di controllo – convertitore CC/CA o inverter – protezione di interfaccia – sistema d’accumulo.
In base alla loro configurazione elettrica gli impianti fotovoltaici
sono suddivisi in:
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Energie rinnovabili
– STAND ALONE sistemi autonomi.
Gli impianti stand alone sono impiegati in caso di utenze a bassissimi consumi energetici e per edifici ubicati in zone poco accessibili
dalla rete elettrica e quindi difficilmente collegabili. In questa tipologia
di sistemi è necessario ricorrere all’utilizzo di batterie per accumulare
l’energia elettrica e garantire pertanto la continuità dell’erogazione
anche nei periodi in cui il generatore non produce corrente. Un altro
componente essenziale in caso di sistemi autonomi è il regolatore di
carica, la cui installazione preserva le batterie da eccessi di carica ed impedisce la scarica eccessiva.
– GRID CONNECTED sistemi allacciati alla rete elettrica nazionale.
Nei sistemi grid connect la rete fornisce l’energia sufficiente a coprire la richiesta quando non viene prodotta dal generatore fotovoltaico
(periodi di scarsa o nulla insolazione) e riceve il surplus di elettricità
che il sistema genera nelle ore di massima incidenza solare. I grid connect sono impiegati nelle centrali fotovoltaiche e negli impianti inseriti
negli edifici.
L’integrazione dei moduli fotovoltaici negli edifici offre una serie
di vantaggi:
1)
2)
3)
4)
5)
riduzione delle perdite dovute alla distribuzione.
riduzione della domanda di picco nei mesi estivi, conseguente ad
sempre un maggior impiego di condizionatori.
risparmio nei materiali di investimento degli edifici.
recupero dell’energia termica.
utilizzazione come frangisole per le superfici vetrate esposte a sud.
I moduli fotovoltaici stanno inoltre trovando sempre più spazio
di diffusione commerciale in tutti quei casi in cui l’allaccio alla rete nazionale comporterebbe costi sproporzionati rispetto alle ridotte richieste di energia. Rispondono a questi requisiti: illuminazione e segnaletica
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Conoscere per crescere
stradale, ponti radio e ripetitori televisivi, stazioni per la raccolta dati,
batterie di servizio di roulotte ed imbarcazioni.
La quantità di energia prodotta da un sistema fotovoltaico è legata
ad una serie di fattori che variano da impianto ad impianto, ed i più importanti sono:
•
•
•
•
•
•
Latitudine del sito
Area dell’impianto
Angolo di inclinazione della superficie considerata ed angolo
d’orientamento rispetto al sud
Efficienza e grado di pulizia dei moduli
Temperatura delle celle
Rendimento dell’inverter e degli altri componenti elettrici convenzionali (cavi, interruttori, etc.).
A titolo indicativo, prendendo in considerazione le latitudini dell’Italia centrale, un m2 di moduli, installato su una struttura fissa, è in
grado di erogare in media circa 190kWh/anno, con una produzione
maggiore d’estate e minore d’inverno.
I vantaggi principali di questo tipo di tecnologia riguardano innanzitutto la sua modularità (alta flessibilità di impiego), le ridotte esigenze di manutenzione, in quanto costituiti da materiali resistenti agli
agenti atmosferici, un impatto ambientale praticamente nullo e la sua
semplicità di utilizzo.
Efficienza energetica
L’efficienza energetica di un sistema sia esso di taglia industriale,
o sia che ci si riferisca a strutture civili ed abitative, rappresenta la capacità di sfruttare l’energia ad essa fornita per soddisfarne il fabbisogno.
Minori sono i consumi relativi al soddisfacimento di un determinato
fabbisogno, migliore è l’efficienza energetica della struttura.
24
Energie rinnovabili
Definire quindi l’efficienza energetica di un sistema, sia esso industriale che civile, può risultare complesso, a causa della varietà di apparati che lo compongono e della loro configurazione.
Tra gli strumenti per la pianificazione delle politiche energetiche
risulta particolarmente utile il bilancio energetico reso con grafico di
Sankey. Questo infatti fornisce una rappresentazione chiara dei flussi
energetici e permette di evidenziare due saldi significativi: i consumi interni lordi (o impieghi interni di fonti primarie) e i consumi finali di
energia (impieghi finali).
Attraverso tale tipo di rappresentazione è possibile visualizzare i
flussi energetici di una qualsiasi struttura energetica (sia essa un fabbricato abitativo o i fabbisogni energetici di una provincia) ed attraverso tale
rappresentazione riconoscere i maggiori settori di consumo per i quali
cercare opportune politiche di efficienza e risparmio energetico.
Politiche energetiche ed efficienza energetica
Attraverso lo studio degli usi finali e del settore di trasformazione
(produzione di energia elettrica) è possibile individuare quali sono i
settori maggiormente energivori, allo scopo di definire politiche mirate
per un uso razionale dell’energia.
Il principio dell’analisi attraverso i flussi energetici è applicabile
a sistemi di qualsiasi taglia, e quindi ben si sposa con realtà di livello
industriale, come con la quotidianità dei consumi civili.
Come è percepibile dalla lettura del grafico relativo al bilancio nazionale, i consumi finali si suddividono in quote quasi uguali tra i settori
industria, civile e trasporti; questo dimostra che delle corrette scelte di
economia energetica non sono solo responsabilità dei macrosettori industriali, ma anche del cittadino, il quale attraverso una razionalizzazione
dei consumi può contribuire in maniera sostanziale alla diminuzione
del fabbisogno energetico nazionale, con una conseguente convenienza
economica sia personale che sociale.
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Conoscere per crescere
Il Consiglio europeo ha sottoscritto un obiettivo UE di riduzione
del 30% delle emissioni di gas ad effetto serra entro il 2020 quale contributo ad un accordo globale e completo per il periodo successivo al
2012, a condizione che altri paesi sviluppati si impegnino ad analoghe
riduzioni delle emissioni e i paesi in via di sviluppo economicamente
più avanzati si impegnino a contribuire adeguatamente, sulla base delle
loro responsabilità e rispettive capacità.
In ogni caso l’UE si impegna in modo fermo ed indipendente a
realizzare una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra di almeno il 20% entro il 2020.
La riduzione dei gas clima-alteranti passa attraverso l’efficienza
energetica da realizzare a tutti i livelli, partendo dagli interventi di rilievo
sul settore energetico, e raggiungendo il fabbisogno quotidiano di
ognuno di noi.
L’industria
L’efficienza energetica è un obbiettivo primario della politica energetica del settore industriale, in quanto proprio l’industria risulta essere
tra le principali voci di consumo finale sia in termini economici che
strettamente energetici. L’efficienza può essere raggiunta attraverso interventi di energy saving, con lo scopo di recuperare parte dell’energia
dispersa durante i processi attraverso fumi di scarico e vapore, e riutilizzata in altri processi termici o ceduta all’esterno per teleriscaldamento.
I trasporti
Il settore dei trasporti civili risulta essere una delle maggiori voci
di consumo finale, e che presenta alcuni potenziali di miglioramento
per il risparmio energetico. Parallelamente allo sviluppo di nuove tecnologie per migliorare o sostituire il motore a scoppio, occorre strutturare in maniera differente l’offerta dei trasporti.
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Energie rinnovabili
Un effettivo miglioramento dell’efficienza per il settore trasporti
si otterrebbe aumentando l’offerta di trasporti su rotaia e di trasporto
pubblico su gomma, allo scopo di diminuire il traffico urbano e di conseguenza il consumo di fonte primaria.
La produzione di energia elettrica
Il settore dell’energia elettrica permette ad oggi margini di risparmio energetico notevoli, sopratutto in Italia.
L’uso di centrali turbogas a ciclo combinato permette un recupero
energetico interessante, che rende tali centrali maggiormente appetibili
rispetto alle vecchi centrali ad olio combustibile.
Le fonti rinnovabili sono comunque l’alternativa che dispone del
maggior margine di efficienza energetica disponibile, grazie alla possibilità di essere alimentate da fonti inesauribile e con basso impatto ambientale.
Il settore civile
I consumi del settore civile sono spesso dovuti ad un alto grado
di inefficienza energetica delle utenze, sia per ciò che riguarda il fabbisogno termico che quello elettrico.
Il fabbisogno termico è dovuto principalmente alla necessità di
riscaldamento degli ambienti abitativi ed alla produzione di acqua calda
sanitaria. Pur mantenendo gli stessi comfort è possibile diminuire drasticamente i consumi termici attraverso interventi che rendano più efficiente l’involucro dei fabbricati.
In base al grado di efficienza raggiunta (certificabile sulla base del
fabbisogno termico annuo per metro quadro) è possibile (oltre ad un
risparmio diretto in bolletta) ottenere i certificati bianchi, ovvero dei titoli di efficienza energetica emessi dal GME a favore dei soggetti che
hanno conseguito i risparmi energetici prefissati.
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Conoscere per crescere
Altri interventi di efficientazione energetica riguardano la sostituzione di utenze termiche con sistemi a fonte rinnovabile come il solare
termico, oppure l’utilizzo di pompe di calore e di caldaie a condensazione.
Il fabbisogno elettrico civile è per la maggior parte legato all’illuminazione ed all’alimentazione di utenze termiche. Il consumo elettrico relativo al funzionamento dell’elettronica è difatti di molto
inferiore rispetto a quello delle lampade poco efficienti o di sistemi frigoriferi o dello scaldabagno elettrico.
I maggiori interventi di efficientazione sono quindi da indirizzare
verso una migliore tecnologia per i corpi illuminanti (lampade ad alta
efficienza) e la sostituzione delle utenze termiche attraverso sistemi solari termici, pompe di calore e caldaie a condensazione.
L’utilizzo di elettrodomestici di classe A permette un importante
risparmio in temini di consumi energetici, e la sostituzione di vecchi
elettrodomestici con sistemi energy saving (classe A) è incentivata mediante sgravi fiscali.
Il panorama estremamente esteso degli interventi per il miglioramento dell’efficienza energetica e per la gestione intelligente dell’energia richiede spesso la pianificazione e la gestione da parte di specialisti
del settore, tale complessa realtà ha portato al riconoscimento delle società ESCO (Energy Service Company). Tali società operanti nel settore energetico si occupano di fornire al cliente servizi di progettazione
gestione ed analisi degli impianti energivori ai fini di mantenere i consumi entro i limiti stabiliti.
Biomassa
Si definisce biomassa qualsiasi sostanza di matrice organica, vegetale o animale, destinata a fini energetici o alla produzione di ammendante agricolo, e rappresenta una sofisticata forma di accumulo
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Energie rinnovabili
dell’energia solare. La brevità del periodo di ripristino fa si che le biomasse rientrino tra le fonti energetiche rinnovabili, in quanto il tempo
di sfruttamento della sostanza è paragonabile a quello di rigenerazione.
Poiché nel concetto di rinnovabilità di una fonte energetica è insita
anche la sostenibilità ambientale, sarà necessario che le biomasse, con
particolare riferimento a quelle di origine forestale, provengano da pratiche aventi impatto ambientale trascurabile o nullo (es. le operazioni
di manutenzione boschiva).
Non sono invece considerati biomasse alcuni materiali, pur appartenenti alla chimica organica (come le materie plastiche e i materiali
fossili), perché non rientrano nel concetto con cui si intendono i materiali organici qui presi in considerazione.
Quando si bruciano le biomasse (ad esempio la legna), estraendone
l’energia immagazzinata nei componenti chimici, l’ossigeno presente
nell’atmosfera si combina con il carbonio delle piante e produce, tra
l’altro, anidride carbonica, uno dei principali gas responsabile dell’effetto
serra. Tuttavia, la stessa quantità di anidride carbonica viene assorbita
dall’atmosfera durante la crescita delle biomasse. Il processo è ciclico.
Fino a quando le biomasse bruciate sono rimpiazzate con nuove
biomasse, l’immissione netta di anidride carbonica nell’atmosfera è
nulla.
La Biomassa utilizzabile ai fini energetici consiste in tutti quei
materiali organici che possono essere utilizzati direttamente come combustibili ovvero trasformati in combustibili solidi, liquidi o gassosi.
Sono quindi biomasse, oltre alle essenze coltivate espressamente
per scopi energetici, tutti i prodotti delle coltivazioni agricole e della forestazione, compresi i residui delle lavorazioni agricole e della silvicoltura, gli scarti dei prodotti agro-alimentari destinati all’alimentazione
umana o alla zootecnia, i residui, non trattati chimicamente, dell’industria della lavorazione del legno e della carta, tutti i prodotti organici derivanti dall’attività biologica degli animali e dell’uomo, come quelli
contenuti nei rifiuti urbani (la “frazione organica” dei Rifiuti).
29
Conoscere per crescere
Nell’accezione più generale si può quindi considerare Biomassa
tutto il materiale di origine organica sia vegetale, sia animale, ma per
schematizzare meglio questo settore si possono prendere in considerazione le tre principali filiere che lo rappresentano:
•
•
•
Filiera del legno
Filiera dell’agricoltura
Filiera degli scarti e dei rifiuti.
I combustibili solidi, liquidi o gassosi derivati da questi materiali
(direttamente o in seguito a processi di trasformazione) sono definiti
biocombustibili, mentre qualsiasi forma di energia ottenuta con processi di conversione della biomassa è definita bio-energia.
Geotermia
L’energia geotermica è la forma d’energia dovuta al calore endogeno della terra. Tale calore si manifesta con l’aumento progressivo
della temperatura delle rocce con la profondità, secondo un gradiente
geotermico, in media, di 3°C ogni 100m di profondità. Alcune zone
presentano gradienti più alti della media (9°-12°C ogni 100m), a causa
di anomalie geologiche o vulcaniche.
L’energia termica accumulata nel sottosuolo è resa disponibile tramite vettori fluidi (acqua o vapore), naturali o iniettati, che fluiscono
dal serbatoio geotermico alla superficie spontaneamente (geyser, soffioni, sorgenti termali) o erogati artificialmente tramite perforazione
meccanica (pozzo
Con riferimento ai fluidi erogati i sistemi geotermici sono classificati in:
1)
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Sistemi a vapore dominante: costituiti da vapore secco presente
a pressione e temperatura anche elevate, in cui sono presenti altri
gas o sostanze solide.
Energie rinnovabili
2)
3)
4)
5)
Sistemi ad acqua dominante: costituiti da acqua a pressione e
temperatura anche elevate, erogata in superficie in forma di miscela bifasica acqua/vapore tramite depressurizzazione oppure
per sollevamento meccanico tramite pompe sommerse. Temperatura maggiore di circa 85°C.
Sistemi ad acqua calda: con acqua a temperatura tra i 30°C e gli
85°C.
Sistemi artificiali: sfruttano il calore diretto di un magma o di
rocce calde secche per scaldare un fluido di lavoro, iniettato tramite un pozzo e recuperato in superficie per la sua utilizzazione
(Deep Heat Mining). Tali sistemi sono ancora in fase di sperimentazione.
Sistemi geopressurizzati: La pressione dell’acqua calda (200°C),
imprigionata all’interno di un serbatoio geotermico (formato da
rocce sedimentarie) è notevolmente maggiore della pressione idrostatica, approssimandosi a quella litostatica. Possono produrre energia termica, meccanica e chimica, ma non sono ancora sfruttati.
Cogenerazione
La cogenerazione, nota anche come CHP (Combined Heat and
Power), è la produzione congiunta e contemporanea di energia elettrica
(o meccanica) e calore utile a partire da una singola fonte energetica,
attuata in un unico sistema integrato. La cogenerazione, utilizzando il
medesimo combustibile per due utilizzi differenti, mira ad un più efficiente utilizzo dell’energia primaria, con relativi risparmi economici
soprattutto nei processi produttivi laddove esista una forte contemporaneità tra prelievi elettrici e prelievi termici.
Generalmente i sistemi CHP sono formati da un motore primario,
un generatore, un sistema di recupero termico ed interconnessioni elettriche.
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Conoscere per crescere
Il motore primario è un qualunque motore utilizzato per convertire il combustibile in energia meccanica, il generatore la converte in
energia elettrica, mentre il sistema di recupero termico raccoglie e converte l’energia contenuta negli scarichi del motore primario, in energia
termica utilizzabile.
La produzione combinata può incrementare l’efficienza di utilizzo
del combustibile fossile fino ad oltre l’80%; a ciò corrispondono minori
costi e minori emissioni di inquinanti e di gas ad effetto serra, rispetto
alla produzione separata di elettricità e di calore.
Rispetto alle centrali elettriche, la cogenerazione ha natura distribuita e si realizza mediante piccoli impianti che sono in grado di generare calore ed elettricità per grandi strutture (es. ospedali, alberghi ecc.)
o piccoli centri urbani. La combustione nelle piccole centrali a cogenerazione raggiunge risparmi fino al 40% nell’utilizzo delle fonti primarie di energia.
Bioclimatica
Con il termine Architettura bioclimatica si intende una costruzione generata da una specifica metodologia di progettazione in grado
di utilizzare l’apporto delle fonti energetiche ambientali, nel pieno rispetto dei climi locali, garantendo il mantenimento delle condizioni di
benessere e di funzionamento interno.
Essa riduce i consumi energetici necessari per la climatizzazione
(riscaldamento, condizionamento ed illuminazione) limitando di conseguenza l’inquinamento dell’ambiente.
Pertanto richiede una conoscenza delle tecnologie e dei materiali, un
profondo studio dei fattori climatici ed un’analisi precisa dell’influenza
di quest’ultimi sui materiali stessi. Lo scopo ultimo è quello di poter
creare una stretta interdipendenza tra l’edificio e il suo ambiente in modo
che possa teoricamente modificarsi ed adattarsi ad ogni cambiamento
delle condizioni esterne, in modo da trarne il maggior beneficio.
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Energie rinnovabili
Per poter parlare di edificio bioclimatico devono essere rispettati alcuni canoni progettuali di carattere generale:
•
•
•
•
•
•
Rispetto dell’ambiente
Riduzione al minimo delle risorse inquinanti.
Uso di materiali biocompatibili (biologia edile).
Mantenimento di un buon livello di comfort.
Riduzione del consumo energetico sfruttando le energie rinnovabili e le caratteristiche dei cambiamenti climatici.
Risparmio nei costi di manutenzione.
Un edificio bioclimatico ideale dovrebbe essere quindi energicamente razionale, disperdendo poco calore nei mesi invernali, tenendo
lontano le radiazioni solari in quelli estivi ed immagazzinando durante
il giorno l’energia solare per poterla riutilizzare.
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Conoscere per crescere
FOTOVOLTAICO E PROGETTAZIONE INTEGRATA:
ALCUNI ESEMPI
DI SISTEMI FOTOVOLTAICI REALIZZATI,
POSSIBILITÀ DI APPLICAZIONE.
Impianto fotovoltaico ad “alta valenza architettonica”
realizzato a Trevignano (RM)
come copertura della tribuna dello stadio comunale
L’impianto progettato dall’Arch. Mauro Spagnolo, assieme ai collaboratori dello Studio Associato Spagnolo-Rocchegiani di Roma, è
costituito da un generatore fotovoltaico della potenza di 40,5 kWp
(potenza massima o chilowatt di “picco” di un impianto fotovoltaico)
integrato nella struttura di copertura delle tribune dello Stadio Comunale. Il tentativo è stato quello di elaborare soluzioni innovative nel
settore delle applicazioni edili del fotovoltaico, utilizzando i moduli fotovoltaici direttamente come componenti edili. La sovrapposizione
omogenea delle funzioni tecniche del generatore di energia elettrica
con quelle tecnologiche ed architettoniche della struttura di copertura
delle tribune ha offerto la possibilità di ottenere un elevato standard di
integrazione. Le interessanti potenzialità di sviluppo del settore sono
costituite proprio da questo connubio: fotovoltaico/architettura. Attualmente è possibile realizzare interi “edifici fotovoltaici” integrando
i moduli in ogni componente della loro “pelle esterna” (facciate, coperture, rivestimenti, balaustre, vetrate,ecc.). L’impianto presso lo Stadio
di Trevignano produce circa 50.000 kWh (chilowatt ora) annuali; la
quantità di energia elettrica sufficiente per la la quantità di energia elettrica sufficiente per la completa autonomia di circa 15 alloggi da 100
m2 ognuno.Nello specifico esso servirà a rendere autonoma l’intera
struttura sportiva e a risparmiare circa 49.000 kg CO2/anno. La struttura di copertura è realizzata in acciaio zincato e ha il duplice scopo di
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Energie rinnovabili
proteggere gli spettatori dagli agenti atmosferici e di sostenere integralmente il generatore fotovoltaico. Per evitare impedimenti visivi, la
struttura è priva di appoggi sul lato frontale, mentre è sostenuta da due
file di pilastri posizionati nella parte posteriore. La copertura, completamente aggettata verso il campo da gioco, è caratterizzata da una
forma ad “ala di gabbiano” derivata dallo sviluppo curvilineo delle
travi. I profili e gli ingombri formali della struttura sono stati particolarmente studiati per renderla compatibile con il particolare contesto
naturale che la ospita. Nella concezione dell’impianto non si è voluto
nascondere ma anzi valorizzare, già dall’aspetto formale, la sua componente “energetica”, al fine di realizzare anche un sistema dimostrativo
in grado di evidenziare immediatamente le sue potenzialità innovative;
la scelta dei moduli fotovoltaici in “doppio vetro” consente, anche dal
basso, la completa fruizione delle componenti tecnologiche. Con
questa struttura, modulare e facilmente replicabile in altre situazioni, si
intende dimostrare la maturità tecnologica e progettuale delle applicazioni nel settore dei generatori fotovoltaici integrati all’architettura.
Stazione di ricarica solare per auto elettriche
La copertura di un parcheggio d’interscambio si arricchisce di
nuovi significati: non più solo riparo per l’auto ma anche elemento di
percorso pedonale e, soprattutto, generatore fotovoltaico per la ricarica
di veicoli elettrici. L’impianto realizzato presso il parcheggio della stazione FS di Notarbartolo a Palermo, inaugurato nel febbraio del 1998,
costituisce una delle prime esperienze italiane di integrazione di energia
tratta dal sole e viabilità a trazione elettrica.
L’iniziativa, a cura del Comune di Palermo in collaborazione con
l’ENEL, la Metropark spa, l’azienda Municipalizzata del Gas di Palermo e l’Anit/Ansaldo, rientra nel progetto dell’Unione Europea
“Zeus-Thermie” finalizzato alla promozione delle fonti energetiche
35
Conoscere per crescere
rinnovabili e al contenimento dell’inquinamento urbano, così come
previsto dalla direttiva comunitaria 96/92 sulla qualità dell’aria. L’esperienza pilota di Palermo si può considerare come un sistema di mobilità
urbana ad emissione zero; in altri termini: non vengono generate emissioni nocive, sia nella fase di produzione dell’energia necessaria ad alimentare il sistema, sia in quella di esercizio dei veicoli a trazione
elettrica. Come è noto, infatti, l’utilizzo di automezzi a trazione elettrica
può contribuire sostanzialmente, soprattutto in ambienti urbani, alla
riduzione dei fattori inquinanti dipendenti dalla circolazione.
La particolarità dell’intervento consiste nella realizzazione di una
stazione di ricarica delle auto elettriche alimentata direttamente da energia fotovoltaica. Un sistema modulare di pensiline in cui ogni modulo,
corrispondente ad un posto auto, oltre a costituire l’elemento di copertura per le auto elettriche, supporterà un generatore fotovoltaico. In
realtà l’energia solare, trasformata dall’impianto fotovoltaico in energia
elettrica nelle ore di insolazione, viene ceduta alla rete ENEL e quindi
riacquistata, secondo necessità, nell’arco delle ventiquattro ore. Ciò risulta particolarmente vantaggioso nei periodi di condizioni atmosferiche sfavorevoli.
Il parcheggio è dotato di n. 16 moduli pensilina disposti su due
bracci composti, rispettivamente, da n. 5 e n. 11 pensiline con orientamenti Sud-Est e Sud-Ovest. Esattamente sulla bisettrice dell’angolo
composto dai due bracci coincide l’esposizione Sud; l’intero parcheggio
occupa una superficie di circa 360 metri quadrati. Il sistema FV montato sulle pensiline ha una potenza di 24 kWp (potenza massima o
chilowatt di “picco” di un impianto fotovoltaico)
La nuova infrastruttura può essere considerata un parcheggio
d‘interscambio, cioè di passaggio da un veicolo privato a trazione convenzionale ad uno pubblico a trazione elettrica. L’utente può posteggiare la propria auto nel parcheggio ed attivare direttamente l’auto
elettrica desiderata che troverà nella postazione di ricarica. L’utilizzazione di quest’ultima permette all’utente sia di contribuire in maniera
36
Energie rinnovabili
attiva alla salvaguardia della salute della propria città e dei propri concittadini, che di accedere a settori urbani interdetti alla viabilità convenzionale. Al suo rientro, l’utente potrà lasciare l’auto elettrica nella
stazione di ricarica e riprendere la propria auto.
37
Conoscere per crescere
DIRETTIVA EUROPEA 2002/91/CE
L’affermarsi delle grandi tematiche ambientali, i fenomeni di mutamento climatico ed un ripensamento del sistema di sviluppo e più in
generale, del concetto di progresso hanno generato, a livello internazionale, la consapevolezza che non si possa più pensare a modelli di
sviluppo che non siano sostenibili anche dal punto di vista delle risorse
ambientali.
Tale regola generale vale certamente anche per il settore dell’edilizia che, assieme al settore industriale, assorbe la maggior parte dei
consumi energetici del mondo occidentale e delle nuove economie
emergenti.
Nel campo dell’edilizia sono sempre più diffuse le esperienze tese
alla creazione di edifici “virtuosi” dal punto di vista energetico, che
siano cioè in grado di soddisfare i tradizionali requisiti prestazionali
mediante l’adozione di soluzioni tecniche e progettuali maggiormente
compatibili con l’uso razionale delle risorse energetiche.
La Direttiva Europea 2002/91/CE, nasce dalla necessità di accelerare, a livello comunitario, tutte le azioni volte al risparmio energetico
e di ridurre tutte le differenze tra i vari Stati Membri attraverso la definizione di un omogeneo quadro di riferimento normativo. Essa infatti
definisce:
•
•
38
Disposizioni a tutti gli Stati Membri per la predisposizione e la
definizione di tutte le norme legislative, regolamentari ed amministrative necessarie a consentire l’entrata in vigore della Direttiva
Europea entro il 4 gennaio 2006.
Definizione di una metodologia comune finalizzata allo sviluppo
di standard minimi di prestazione energetica da applicarsi per le
diverse tipologie edilizie (con esclusione degli edifici storici, delle
seconde case, dei siti industriali, delle officine e delle strutture esistenti aventi superficie inferiore ai 1000 mq.
Energie rinnovabili
•
•
•
•
Adozione, nel calcolo termico, di un approccio integrato che tiene
conto delle differenze climatiche, della coibentazione della struttura, degli impianti di riscaldamento e di condizionamento, dei sistemi di illuminazione, di ventilazione e dell’orientamento
dell’edificio.
Introduzione, per gli edifici di nuova costruzione di superficie superiore ai 1000 mq. della valutazione di fattibilità tecnico-economica per l’installazione di impianti energetici alternativi che
utilizzino fonti energetiche rinnovabili.
Disposizione di un attestato di certificazione energetica al momento della costruzione, della compravendita e della locazione di
un edificio di nuova costruzione o già esistente, accompagnata da
“raccomandazioni per il miglioramento del rendimento energetico
in termini di costi-benefici”.
Ispezioni periodiche e manutenzioni agli impianti, eseguite da personale specializzato.
Le informazioni contenute nei presenti appunti di discussione sono
tratte da:
•
•
•
•
•
•
“Rinnovabili.it” quotidiano on line di informazione sulle fonti rinnovabili.
La certificazione energetica degli edifici. Francesco Paolo Marino,
Mariateresa Grieco EPC libri - Roma.
Efficienza energetica. Mauro Spagnolo - Dei, Tipografia del
Genio Civile - Roma.
Vocabolario della lingua italiana Devoto - Oli, Le Monnier
Normativa sul Fotovoltaico - Edizione aggiornata 2007, Dei, Tipografia del Genio Civile - Roma.
Progettazione energetica dell’Architettura. Kristian Fabbri - Michele Conti. Dei, Tipografia del Genio Civile - Roma.
LUCA ERNESTO MELLINA
39
Energie rinnovabili
Opzioni
per il futuro
Introduzione
Questo scritto si propone di illustrare a lettori più o meno consapevoli la situazione del nostro modello di civilizzazione e le ragioni per
cui oggi più che mai esso è messo in discussione e rischia di implodere
provocando il più terribile sconquasso mai registrato nella storia dell’umanità. Esistono i precedenti storici di grandi civiltà (per tacere di
esempi in scala minore) che hanno subito un collasso, l’Impero Romano,
la Cina Imperiale antica, la moderna Unione Sovietica; ma si è sempre
trattato di sistemi, seppur grandi, mai estesi su tutto il pianeta come il
sistema economico mondiale globalizzato che oggi conosciamo e che
è reso possibile dalla disponibilità di energia a basso costo. Si vuole, in
sintesi, evidenziare che:
1)
La crescita mondiale ha accelerato il passo man mano che sono
stati disponibili fonti di energia a basso costo, ovvero con EROEI
(Energy Return On Energy Investment; ovvero il rapporto tra
quantità di energia prodotta in un determinato processo e quantità
di energia impiegata nel processo per ottenere quell’energia) alto.
Questo significa che l’umanità sta utilizzando il basso costo di tale
energia per trasformarla in beni materiali e servizi che senza tali
fonti energetiche avrebbero un costo elevato. Ad esempio oggi
acquistare un barile di gasolio per alimentare un trattore costa
meno che ingaggiare dei braccianti per effettuare manualmente
il lavoro che il trattore può eseguire con quella quantità di carburante.
41
Conoscere per crescere
2)
Il sistema produttivo utilizza sempre il più possibile la fonte di
energia a più basso costo disponibile, diminuendone così la disponibilità, in quanto ogni fonte di energia (tranne solare e geotermica, anche esse esauribili ma su una scala temporale di miliardi
di anni per noi non significativa) è presente in quantità limitate.
Nella storia recente, prima che ciò avvenisse è sempre stata trovata
una fonte energetica a costo ancor minore (o EROEI maggiore)
delle precedenti secondo lo schema legno->carbone->idrocarburi.
In questo momento storico attraversiamo una delicata fase in cui
la disponibilità di idrocarburi a basso costo è limitata dalla necessità di grandi investimenti e non si è ancora affermata una alternativa a costo inferiore. Le più discusse alternative, quali nucleare,
carbone e fonti rinnovabili tradizionali presentano infatti costi
maggiori degli idrocarburi nel settore dei trasporti (quello su cui
principalmente si basa il modello economico globalizzato, della
divisione internazionale del lavoro, che assicura ai mercati dell’area del benessere manufatti provenienti dai paesi in via di
sviuppo a prezzi ridotti) e mostrano di non essere competitivi,
anche nel tradizionale settore della generazione di energia elettrica, quanto lo era il petrolio nel suo periodo d’oro del “magnifico trentennio” dal dopoguerra alla prima crisi petrolifera degli
anni ’70. Per non parlare del settore della chimica, in cui sostituire
la materia prima idrocarburi con altre opzioni renderebbe assai
rare e costose numerose merci oggi tanto diffuse quanto necessarie alla nostra civiltà.
Da 1) e 2) consegue che in mancanza di fonti energetiche a basso
costo o di alternative tecnologiche, i beni e servizi oggi prodotti in
grandi quantità perché a basso costo saranno prodotti in quantità minori e a costo sempre maggiore, per la ben nota legge della domanda
e dell’offerta. Dunque i beni e le risorse materiali saranno richieste al
sistema produttivo in misure decrescenti provocando una crisi del
42
Energie rinnovabili
modello di “crescita indefinita” che politici, intellettuali, cittadini e
forze economiche nate e cresciute nel periodo di prosperità energetica
considerano un assioma indiscutibile
Cos’è infatti la crescita se non la capacità di produrre più beni a
costi più bassi ottenendo il risultato finale che ciascun operatore economico (lavoratori, imprese) possa produrre mediante i fattori di cui dispone (lavoro, capitale) un reddito tale da poter acquisire un numero
sempre maggiore di beni e servizi. Vero che il costo dell’energia non è
il solo fattore che può influire sul costo finale dei beni, visto che i processi e le tecnologie produttive, con il loro fattore di efficienza possono
determinare correzioni alla quantità di energia necessaria per produrre
un bene, ma l’efficienza energetica non è in grado, di azzerare il consumo di energia ed opera secondo un tipico schema di rendimenti decrescenti (ovvero ogni successiva unità di capitale investita in efficienza
energetica provoca un risparmio energetico sempre inferiore a quello
dato dal precedente investimento). Per cui il costo dell’energia può salire sempre più di quanto il miglioramento dell’efficienza può contribuire a diminuirlo.
Dunque, se sentite parlare di problemi della crescita, sappiate che
il modello economico di per se non sarà in grado, né con strumenti di
libero mercato, né con nessun altro schema legato alla “crescita indefinita” di perpetuarsi e continuerà a vivere cibandosi di se stesso (ovvero trasferendo risorse ad alcuni gruppi sociali economici o nazionali
a danni di altre entità, garantendo così la crescita dei primi a discapito
dei secondi).
Non è dato sapere esattamente come potrà evolvere una tale situazione, si possono fare degli esercizi previsivi che possono prefigurare un declino economico lento ed inesorabile ma ordinato, grazie alla
capacità di poteri egemoni di imporre la riduzione programmata del
reddito, oppure un periodo di grande conflittualità tra gruppi di interesse che lottano per far pagare ad altri il costo della crisi energetica che
si trasforma in crisi economica e produttiva.
43
Conoscere per crescere
La crisi del paradigma della civiltà basata sulle risorse esauribili
La nostra civiltà è basata sullo sfruttamento di risorse disponibili
in quantità limitate: terreno coltivabile, carbone, idrocarburi, capacità
dell’atmosfera di assorbire agenti inquinanti e gas serra, metalli, che
per quanto abbondanti esistono in quantità finite, questo è un dato di
fatto indiscutibile, visto che sono ricavati dal nostro pianeta che ha una
massa limitata. Anche le risorse cosiddette rinnovabili come legname,
acqua potabile, fauna acquatica e terrestre, oltre un certo tasso di sfruttamento, non compatibile con i tassi di riproduzione, tendono ad esaurirsi, portando a fenomeni di estinzione.
Vi sono risorse teoricamente infinite come l’acqua, la quale ha un
suo ciclo naturale che la rinnova continuamente, oppure alcuni minerali
che possono essere riciclati, ma l’utilizzo di queste risorse pone ugualmente dei rischi di esaurimento. Se una falda idrica o una sorgente subiscono inquinamento da agenti tossici, questa non potrà essere più
utilizzata per gli usi civili ed agricoli, questo è un problema che riduce
la disponibilità di acqua utilizzabile, anche se la quantità di acqua non
varia. Al contrario una falda idrica sovrautillizzata, rispetto al livello di
precipitazioni locali, che ne determinano il ripristino anno per anno,
cala di livello e si esaurisce. Questo è il caso di numerose regioni agricole mondiali che, pur non ricevendo sufficienti precipitazioni, basano
il loro sviluppo su colture che necessitano di molta acqua, la quale viene
prelevata dalle falde, finché queste ultime non saranno esaurite. Da
quel momento in poi le coltivazioni che necessitano di abbondante irrigazione non possono essere più mantenute e, presumibilmente gli
agricoltori della zona dovranno optare per altre colture, eventualmente
meno produttive e redditizie, se non abbandonare i terreni. Una possibilità potrebbe essere far pervenire acqua mediante pompaggio da
bacini distanti o dissalare acque marine o salmastre, ma questa ipotesi
prevede l’utilizzo di notevoli quantità di energia, e sono praticabili finché il costo dell’energia utilizzata è compatibile con i ricavi dell’attività
44
Energie rinnovabili
agricola; con il salire dei costi energetici (o con l’impossibilità di far
crescere il reddito medio dei consumatori) l’opzione è sempre meno
praticabile.
Molti minerali sono riciclabili, a parte una piccola quantità che si
polverizza o si ossida per l’usura, teoricamente è possibile reciclare indefinitamente acciaio, alluminio, oro, rame ed altri metalli indispensabili.
Anche qui è da considerarsi il costo energetico del processo di riciclo,
quanto più dovesse costare l’energia tanto meno sarà possibile effettuare il riciclo. La pratica di abbattere le foreste ad una velocità maggiore di quella di ricrescita e la volontà di sottrarre area alle foreste per
destinarle ad altri usi (in genere pascolo o colture) è causa della cosiddetta deforestazione La deforestazione è un grave problema, anche
senza considerare argomenti come la perdita di biodiversità e la deturpazione del paesaggio, nell’ottica di questo lavoro la perdita di superficie
forestale è equiparabile all’esaurimento di una risorsa. Le foreste se
sfruttate in modo sostenibile possono fornire legname da costruzione
e per riscaldamento, pur mantenendo in funzione i meccanismi di stabilizzazione delle precipitazioni, mantenimento dell’umidità del suolo,
protezione dall’erosione e quindi dalle inondazioni e dalla siccità. Uno
straordinario condensatore naturale che protegge vaste aree del pianeta
e coloro che ci vivono. Un sistema biologico che immagazzina l’energia
del sole durante la stagione vegetativa e la restituisce in inverno quando
centinaia di milioni di persone utilizzano la legna per riscaldarsi.
Il legname è una risorsa rinnovabile, ma ciascuna varietà arborea
ha tempi di crescita propri e areali di diffusione ben determinati. Anche
qui si presenta il problema del tasso di sfruttamento, se ho una specie
che cresce alla dimensione commerciale in 10 anni ed una foresta di 10
ettari non è possibile abbattere più di un ettaro all’anno, lasciandolo poi
a riposo per altri 10 anni. Se il ritmo di abbattimento fosse maggiore
la foresta non potrebbe più essere sfruttata in maniera rinnovabile, ovvero sostenibile. Questo termine è molto importante, proprio perché
l’esempio della foresta che produce legname ma ricresce solamente se
45
Conoscere per crescere
rispettiamo i cicli naturali chiarifica in modo soddisfacente il concetto
di sostenibilità.
Dal punto di vista della biodiversità si deve aggiungere che non è
pensabile sfruttare tutte le foreste anche se in modo sostenibile, è necessario che alcune foreste rimangano indisturbate, ovvero non vi siano
attività umane in grado di modificarle in modo sensibile. Le foreste indisturbate sono sempre di meno bisognerebbe proteggerle tutte ed applicare lo sfruttamento sostenibile solo a quelle già compromesse ed
azzerare per poi invertire il processo di deforestazione.
Il terreno agricolo, apparentemente immutabile, è una risorsa
esauribile e delicatissima. Basti ricordare numerosi casi noti di desertificazione, erosione, perdita di produttività ed abbandono di aree agricole. La crescita della vegetazione è un processo che dipende da
numerosi fattori quali luce solare, temperature, acqua, flora batterica e
fungina presente nel terreno e sostanze nutrienti del terreno. Non potendo variare significativamente la prima la tecnologia si è concentrata
sulle restanti per cercare di aumentare la produttività agricola. Le serre,
mediante la somministrazione di calore (quindi utilizzo di energia), permettono colture fuori stagione o in aree geografiche altrimenti non
idonee, dell’apporto di acqua addizionale mediante utilizzo di energia
si è già discusso. I concimi organici e di sintesi sono stati utilizzati per
la funzione dei nutrienti del terreno. In particolare i concimi di sintesi
sono prodotti mediante l’utilizzo di energia per fissare i composti azotati NOx con l’azoto e l’ossigeno presi dall’aria oppure utilizzando fosfati e altre risorse minerali presenti in quantità limitata in depositi
naturali economicamente sfruttabili e che una volta utilizzati vengono
dispersi nel terreno, disciolti nelle acque ed infine dispersi nel mare,
dal quale potrebbe essere teoricamente possibile riciclarli a costo di
una grandissima spesa energetica.
Abbiamo quindi mostrato che le attività primarie dell’uomo, ovvero procurarsi cibo, acqua, riparo e riscaldamento sono in realtà tutte
attività che hanno a che fare con l’energia.
46
Energie rinnovabili
Quando l’umanità non conosceva l’utilizzo dei combustibili fossili
l’energia necessaria al sostentamento primario era ottenuta dal sole,
mediante la fotosintesi clorofilliana ed il ciclo dell’acqua. Anche i trasporti, con l’utilizzo della trazione animale e del vento possono risalire
ad una forma di sfruttamento dell’energia solare.
Ciononostante le popolazioni, fin dall’età preistorica hanno dovuto confrontarsi con fenomeni di sfruttamento non sostenibile delle
risorse, intere regioni videro estinguersi specie cacciabili. Immense aree
fertili, come la Mesopotamia e la valle dell’Indo hanno perso nei secoli
gran parte della capacità di sostentare l’agricoltura e la popolazione a
causa di uno sfruttamento non sostenibile. Tutto ciò è avvenuto in totale assenza di sviluppo industriale, combustibili fossili ed altre tecnologie cui oggi tendiamo a dare la colpa del degrado ambientale. Questo
è uno spunto molto importante per comprendere che la tendenza allo
sfruttamento insostenibile delle risorse è insita nella specie umana e
che l’utilizzo dell’energia fossile ha solo aggravato questa tendenza, offrendo a costo basso una soluzione ai problemi dello sfruttamento insostenibile di altre risorse, come il terreno fertile, il legname, l’acqua.
Le dinamiche risorsa-consumatore sono ben espresse da curve
Lotka-Volterra per cui una popolazione che sfrutta una risorsa rinnovabile tende a sovrasfruttarla aumentando la propria popolazione,
quando la soglia di sostenibilità viene superata la popolazione si ritrova
ad affrontare una carenza con livelli di popolazione intollerabili. La
popolazione dunque diminuisce e, di conseguenza la soglia di sostenibilità viene nuovamente attraversata al contrario, ciò permette alla risorsa rinnovabile di crescere nuovamente. Quando la popolazione
ritrova risorse abbondanti il periodo di crisi termina ed essa ricomincia
a crescere ai danni della risorsa. Se le due grandezze vengono graficate
si hanno due sinusoidi sfasate e smorzate in quanto ad ogni rispettivo
ciclo di ripresa la popolazione e la risorsa crescono sempre di meno finché ciascuna di esse si stabilizza su un proprio livello sostenibile, dato
dall’ambiente e dalle interazioni che vi avvengono. Ciò è quello che si
47
Conoscere per crescere
ritrova negli ambienti naturali ove non interviene l’uomo, in cui le specie sono in equilibrio tra loro e le popolazioni variano poco. Se un
evento (incendio, inondazione) varia le proporzioni, queste riguadagnano un nuovo stato di equilibrio sempre mediante un andamento
oscillatorio smorzato alla Lotka-Volterra.
L’umanità è stata soggetta a tali forze, lo sfruttamento di risorse
agricole in periodi piovosi poteva portare aumenti di popolazione che
si risolvevano in carestie e morie in anni di siccità limitatamente a determinate regioni. La deforestazione a scopo agricolo o per guadagnare
pascoli ha tolto la protezione a terreni fragili che, dopo alcuni anni di
buona produttività hanno gradatamente perso fertilità, si sono erosi e
sono stati definitivamente desertificati a causa del pascolo eccessivo. La
popolazione che da questi dipendeva e che era cresciuta grazie al tasso
di sfruttamento non sostenibile del territorio si trovava in pericolo e
doveva spostarsi o ridursi.
L’umanità, al contrario delle altre specie animali, ha spesso trovato
il modo di evitare di sottoporsi a questi processi di stabilizzazione naturale mediante la tecnologia.
Quando lo sfruttamento eccessivo di risorse cominciava a provocare problemi, alcuni popoli sono riusciti a sviluppare tecnologie che
vi ponevano rimedio.
Se la terra perdeva produttività per sfruttamento eccessivo o erosione o parassiti ecco intervenire tecniche di rotazione, maggese, terrazzamento, aratura meccanica, fertilizzazione organica e chimica,
pesticidi. Se il problema era la siccità ecco l’irrigazione a gravità mediante canali, o a mezzo di pozzi (si richiede l’invenzione della pompa
e la disponibilità di energia per azionarla) o addirittura gli esperimenti
di “inseminazione” delle nubi per forzare le precipitazioni.
Se l’eccessivo sfruttamento rendeva difficoltoso reperire legname
da costruzione o da ardere, nell’europa tardo medioevale si inizia ad
utilizzare il carbone, grazie al quale (in seguito) si produrrà anche il cemento ovviando in toto sia al problema delle costruzioni sia al fabbi48
Energie rinnovabili
sogno energetico. Questa fu la prima grande transizione energetica, da
una risorsa rinnovabile quale il legname, che ovviamente non poteva
soddisfare i bisogni di una popolazione in crescita, si passò ad utilizzare
una risorsa fossile, non rinnovabile ma abbondante oltre ogni ipotesi
di utilizzo all’epoca, tanto che ancora oggi ne esiste moltissimo. Infatti
prima che ci si cominciasse seriamente a chiedere cosa fare quando la
produzione di carbone non avesse più soddisfatto le necessità, come
era già successo con il legname, si iniziò ad utilizzare il petrolio. Oggi
ci stiamo già chiedendo cosa fare se il petrolio non fosse più sufficiente
ma al contrario dei nostri predecessori non abbiamo ancora applicato
una alternativa più economica del petrolio.
Entrambe le transizioni legno->carbone e carbone->petrolio furono caratterizzate dalla maggiore economicità e versatilità della seconda
risorsa rispetto alla prima.
Il carbone aveva, a parità di massa un potere calorifico superiore
del legno, non doveva essere essiccato, permetteva di raggiungere temperature maggiori e per tempi più lunghi Tale versatilità ne ha permesso l’ottimale utilizzo nelle macchine a vapore e la maggiore
produttività nella metallurgia.
Il petrolio, a differenza del carbone è liquido, ha un potere calorifico ancor superiore a parità di massa (dunque si può trasportare in
modo più efficiente), ha il pregio di fuoriuscire dai pozzi da solo per
via della pressione cui è sottoposto nel sottosuolo (una percentuale dal
10 al 20% del contenuto, fino ad esaurimento della sovrapressione, di
un giacimento esce da solo, il rimanente deve essere pompato o spinto
fuori iniettando gas ed acqua. Per tale ragione i primi giacimenti di petrolio furono sviluppati soltanto finché il liquido usciva da solo e poi
abbandonati in quanto la tecnologia non permetteva un recupero secondario).
In ogni caso bastava praticare una perforazione (i primi campi
furono sviluppati vicino ad affioramenti naturali, quindi la profondità
dei pozzi era di pochi metri) e si otteneva una fonte di energia abbon49
Conoscere per crescere
dante. Al contrario il carbone bisognava estrarlo scavando in miniera
con notevole dispendio di energia.
È per questo che, dopo un periodo iniziale di prezzi oscillanti ed
incerti il petrolio si rivela essere molto più economico e versatile (può
essere distillato ottenendo numerosi prodotti) del carbone, quindi lo
sostituisce in pochi decenni, relegandolo a fonte di energia di serie B.
Dalle serie storiche dei prezzi si evince che dal dopoguerra fino agli
anni ’70 il petrolio costa, a parità di energia, meno del carbone ed è
anche più versatile in quanto la distillazione del petrolio, per l’uso nei
trasporti e nella chimica può essere effettuata con costo energetico e
finanziario molto inferiore che per il carbone. Questo portò allora ad
una serie di utilizzi di prodotti petroliferi che oggi non sembrano più
ammissibili, quale la produzione elettrica con olio combustibile, il
petcoke per accaieria e cementificio al posto del coke di carbone. All’esplosione della disponibilità di energia nel dopoguerra si affianca la
crescita illimitata dell’economia finanziarizzata. Mentre la crescita della
disponibilità di energia procapite si arresta già negli anni ’80 (e da allora
se ne vedono le nefaste conseguenze nelle politiche di riduzione della
sicurezza sociale nei paesi avanzati e di aumento della povertà nei paesi
sottosviluppati) la finanza e le rendite dei capitali, risultato dell’energia
e delle risorse consumate per la produzione di beni e servizi, continuano a crescere finché la quantità di energia consumata nel mondo
continua ad aumentare (seppure in modo sempre meno paritario).
Ma la natura della ricchezza finanziaria, destinata a crescere sempre e
comunque tramite l’applicazione dell’interesse composto, deve necessariamente scontrarsi con l’impossibilità di far crescere indefinitamente
il valore dei beni e dei servizi che traggono origine da una disponibilità
limitata di energia e risorse.
Da alcuni anni, ormai, sembra che il mondo sviluppato, dopo
un’era di prosperità e crescita economica mai vista prima, passi da una
crisi all’altra; la percezione del futuro economico non è mai stata tanto
fosca. Intuitivamente si potrebbe cercare di dare una spiegazione guar50
Energie rinnovabili
dando la catena degli eventi che si è succeduta dalla fine degli anni ’90
ad oggi.
L’affermazione prepotente della globalizzazione finanziaria, con
l’ingresso dei nuovi giganti asiatici, dopo il crollo dell’Unione Sovietica
ha provocato una notevole crescita economica che ha portato anche
alla creazione di “bolle”, eccessi di investimenti in determinati settori
(new economy, immobiliare, energetico e materie prime) che sono poi
esplose in sequenza provocando crisi finanziarie sempre più gravi,
l’ultima che stiamo vedendo in questo momento sembra essere catastrofica e sembra essere stata innescata da due bolle esplose in stretta
sequenza in quanto correlate, i mutui e l’energia; alcuni analisti vedono
una correlazione nel fatto che i proprietari di immobili (con mutui
ipotecari) nelle immense periferie prive di servizi di trasporto pubblico
che la crescita del settore immobiliare ha disseminato per il mondo,
abbiano dato default per via dei crescenti costi energetici che tali fabbricati, per la loro distanza dai centri economici o posti di lavoro e
per la leggerezza con cui sono stati progettati i sistemi di riscaldamento e climatizzazione, hanno comportato.
Ciò ha provocato difficoltà nel comparto del credito che si sono
acuite per altri fattori dovuti alla struttura dei mercati finanziari, una
crisi dei consumi, in particolare energetici e lo scoppio delle bolle di
energia e materie prime legate appunto a questi consumi.
Cerchiamo qualche conferma di questo ragionamento esaminando l’evoluzione dell’ultima bolla, quella energetica, che sembra
aver originato (o in ogni caso ne rappresenta un evidente sintomo) la
catastrofe finanziaria del 2008 che è stato definito “il nuovo 1929”.
Dal sito della EIA http://www.eia.doe.gov/emeu/ipsr/t21.xls
ente governativo USA per l’informazione sull’energia è possibile esaminare l’andamento della produzione e della domanda mondiale di
petrolio.
Dai dati disponibili è possibile effettuare una semplice analisi
basata sull’elementare concetto di domanda e offerta.
51
Conoscere per crescere
Si osserva, dal grafico seguente, che fino dal 2005 la domanda ha
continuato a salire mentre la produzione è stata stagnante, in leggero
calo. Nel 2006 le difficoltà di aumentare la produzione sono evidenti
anche dal fatto che la domanda è stata superiore all’offerta benché i
prezzi fossero considerati già allora troppo alti da molti analisti. Tale
situazione permaneva e peggiorava nel 2007 mentre gli alti prezzi già
deprimevano anche la domanda che aumentò meno che negli anni precedenti. Nel 2008, primo semestre, la produzione media è risalita notevolmente (oltre 1 milione di barili al giorno) mentre la domanda è
stata, per la prima volta da molti anni, distrutta; non solo la domanda
non è cresciuta come negli anni precedenti, ma è diminuita in modo
abbastanza sensibile riportando l’equilibrio con l’offerta intorno agli
85,5 milioni di barili al giorno.
Da questa analisi possiamo trarre alcune sommarie conclusioni;
ovvio che la domanda è stata strettamente influenzata da due fattori,
la crescita economica ed il livello dei prezzi. L’entrata in recessione di
molte economie nel 2008 ha provocato una notevole distruzione di
domanda già a metà anno, a questa possono essere in parte attribuiti i
recenti cali del prezzo; nel periodo 2004-2007, quando la crisi econo52
Energie rinnovabili
mica non sussisteva è possibile ipotizzare che il rallentamento della
velocità con cui la domanda è aumentata possa essere attribuita quasi
esclusivamente alla crescita dei prezzi petroliferi, cresciuti di oltre il
300% in tale intervallo temporale.
Si potrebbe concludere con una ovvia previsione: se la domanda
continuerà a calare, dato che la fase di recessione che si prospetta sarà
biennale od oltre, anche l’offerta si adeguerà al ribasso; alcune qualità
di greggi ad alto costo di produzione usciranno dal mercato, alcuni dei
megaprojects da cui si attendevano milioni di barili giornalieri aggiuntivi rallenteranno, la progettazione e la costruzione di nuovi impianti
per il trattamento di olii pesanti non convenzionali come quelli canadesi o venezuelani si arresterà. Se tutto ciò avverrà, in estrema sintesi,
si tratterà di un picco di Hubbert della produzione petrolifera a tutti gli
effetti. Se infatti la domanda nel 2009 e 2010 calasse ad esempio a 85
mbd e poi 84 trascinando in basso l’offerta, osservando un grafico
della produzione prolungato al 2010 vedremmo un picco sul 2008. Ciò
non esclude che una successiva ripresa possa far ripartire al domanda
e far risalire la produzione ma possiamo essere abbastanza sicuri che
in tal caso i prezzi ricominceranno a salire provocando una nuova recessione ed un nuovo picco che potrebbe essere anche a livelli di produzione più alti di quello odierno.
Certamente questo ragionamento può aiutare a capire più profondamente la natura del concetto di picco. Il picco di una risorsa non
è esclusivamente una questione di prezzi (finanza), né di produzione
(geologia), né di domanda (economia reale) ma un combinato disposto
di questi tre fattori che si influenzano e limitano a vicenda. Non vi sarà
picco perché non si riesce a produrre di più, i megaprojects averbbero
consentito di aumentare la produzione a patto che il prezzo del petrolio
rimanesse alto (tutti i nuovi progetti hanno costi di estrazione alti, altrimenti sarebbero stati sfruttati prima), ma al prezzo di 150$ al barile
qualcosa nell’economia si è rotto. L’inflazione creata dall’aumento dei
prezzi energetici ha costretto le banche centrali a far salire i tassi di
53
Conoscere per crescere
interesse, questi hanno messo in difficoltà i consumatori che si erano
indebitati, costoro hanno ridotto i consumi, molti non hanno più potuto pagare il mutuo, il settore immobiliare è entrato in crisi perché
poteva reggersi solo se i prezzi fossero stati in costante aumento. L’edilizia ha rallentato, i trasporti e tutte le attività produttive si ridimensionano. Il consumo di energia e materie prime è stato ridotto e la bolla
speculativa si è sgonfiata; se i consumi petroliferi medi giornalieri scendessero di alcuni milioni di barili i prezzi potrebbero tornare quelli di
alcuni anni or sono; ciò nonostante, il picco del 2008 ci sarà stato e
nessun barile a 80 o 60$ e nemmeno a 40$ potrà smuoverlo da dove si
è manifestato finché non sarà possibile ripartire con la ri-crescita economica dopo il disastro. Ri-crescita che potrebbe portare solamente,
presto o tardi, ad un nuovo disastro. Ma è proprio in occasione di una
catastrofe che è opportuno ripensare alle cause e cercare di evitarne
una nuova. I governi si stanno muovendo per assicurare che lo stesso
meccanismo che tanti danni economici sta provocando riparta tra due
o più anni, dopo una crisi che si prospetta lunga e penosa, sulle stesse
basi, magari con qualche regola in più e un maggiore controllo dello
stato, ma se è il momento di riflettere, voglio lanciare una provocazione: che la crescita economica ad ogni costo non sia la soluzione ma
il problema stesso?
La necessità storica di un mondo basato sulle fonti energetiche
rinnovabili
La civiltà moderna si trova, dunque, di fronte a due sfide epocali:
i cambiamenti climatici ed il graduale esaurimento delle fonti energetiche fossili e fissili a basso costo di sfruttamento. Le fonti rinnovabili
di energia originano solamente dal sole e dal calore della terra:
•
•
54
Solare (fotovoltaico o termico)
Eolica (tradizionale e troposferica)
Energie rinnovabili
•
•
•
•
•
Idroelettrica (fluente o a bacino)
Biomassa (centrali a biomassa e biofuel)
Geotermia (alta e bassa entalpia)
Maree, Onde, Correnti
Rifiuti e Nucleare NON sono fonti rinnovabili.
Sappiamo che dal sole giunge sulla terra una quantità di energia
pari a 10.000 volte quella che è utilizzata ad oggi dall’umanità e che
può essere fruita mediante tecnologie solari ed eoliche (il 2% della
radiazione solare si trasforma in vento), in particolare troposferiche o
d’alta quota, come il nuovissimo concetto Kitegen attualmente in sperimentazione in Italia.
Lo sviluppo delle fonti rinnovabili rappresenta una soluzione sia
per il contrasto al cambiamento climatico, sia per i problemi di approvigionamento di fonti energetiche, e dunque, per quanto affermato in
precedenza, favorisce la stabilità economica e finanziaria.
La ragione di questa affermazione risiede nel fatto che lo sviluppo
di una fonte di energia rinnovabile richiede un investimento iniziale
ben definito e produce per un dato numero di anni una quantità di
energia in linea con un fenomeno naturale (sole, vento) e pertanto subisce una variabilità nota, ricompresa in una forchetta statistica propria
del fenomeno in sé.
Contrariamente ai combustibili fossili e ad alcuni tipi di biomasse
(che appunto per questo non dovrebbero essere prese in considerazione come sostitute delle fonti fossili) non si sperimenta alcuna volatilità dei prezzi dovuta a fattori politici od economici, né è possibile
ottimizzare la produzione per ottenere profitti maggiori; quest’ultima
possibilità è una delle cause fondamentali del fatto che per una risorsa
non rinnovabile non si cerchi mai di ottimizzare la durata delle riserve,
ciò contrasta con esigenze di massimizzazione del profitto. Ciò è un
potente fattore di stabilizzazione, significa redditi stabili e sicuri per
tempi definiti; l’esatto contrario della flessibilità e della variabilità attual55
Conoscere per crescere
mente imposta ai redditi da lavoro e capitale dalle non-regole insensate
della finanza globalizzata che in effetti, ha in queste sue premesse il
germe stesso della propria dissoluzione.
È necessario, pertanto, ricorrere alle fonti rinnovabili ma lo sviluppo risulta difficoltoso per due ordini di motivi:
•
•
Costi; I costi di alcune fonti rinnovabili sono maggiori di quelli
delle fonti fossili. Sono necessari incentivi, ricerca e sviluppo di
fonti rinnovabili meno costose.
Intermittenza; Il vento e il sole non ci sono sempre, mentre l’energia serve a qualsiasi ora; Sono necessari sistemi di stoccaggio e
sviluppo di fonti non intermittenti.
Lo schema seguente può dare un’idea del significato economico
delle varie fonti energetiche.
FONTE
Solare FV
Eolico
Geotermico
Biomasse
56
COSTO IMPIANTO
AL KW IN EURO
5000-7000
1000-2000
2000-2500
2000-3000
COSTO KWH
IN EUROCENT
PRO
CONTRO
30-38
Adatto a piccoli
impianti, ideale nei
paesi mediterranei
o tropicali,
ben incentivato
Troppo costoso,
inadatto
ai paesi nordici,
intermittente,
necessita spazio
6-12
Competitivo,
ampiamente
disponibile
in siti ventosi,
ben incentivato
in alcuni paesi
Inutilizzabile
in regioni
poco ventose,
intermittente,
trasforma
il paesaggio
10-13
Sfruttamento
del calore
nei bacini
geotermici,
incentivi
Indisponibile
nelle zone
prive di attività
geotermica,
non flessibile
10-13
Valorizza
alcune
produzioni
agricole,
incentivi
Deforestazione,
emissioni
di fumi e polveri,
concorrenza
con cibo
Energie rinnovabili
FONTE
COSTO IMPIANTO
AL KW IN EURO
Idroelettrico
COSTO KWH
IN EUROCENT
12-20
PRO
CONTRO
Altamente
competitivo,
altamente
flessibile
Indisponibile nelle
zone povere di precipitazioni, trasforma il territorio
Altamente
competitivo,
È una tecnologia
disponibile
non ancora
ovunque e sempre, pienamente matura
bassissimo impatto
che necessita
sul territorio,
più investimenti
flessibile
Eolico
troposferico
KiteGen
1500-1600
1-4
Gas
ciclo combinato
1500-1000
7-8
Alta efficienza,
basse emissioni,
flessibilità
Problemi di
approvigionamento
gas
4-5
Competitivo,
combustibile
abbondante
Altamente
inquinante,
anche
nelle sue varianti
“pulite”,
non è flessibile
Carbone
Nucleare
(nuovo impianto)
1000-2000
2000-3000
6-8
Problem
con sicurezza,
Il costo del kWh
scorie nucleari e
è sostanzialmente approvigionamento
stabile anche
di uranio.
al variare del prezzo
Solo grandi
del combustibile
impianti e notevoli
investimenti,
non è flessibile
Il problema dei costi è fondamentale e la ragione è stata accennata
più volte nelle pagine precedenti: dover rinunciare alle fonti energetiche
fossili a basso costo significa rinunciare alle condizioni di vita moderne,
tanto più desiderabili di quelle che vigevano ancora pochi decenni or
sono e ancora vigono in molti paesi sottosviluppati. La disponibilità di
energia a basso costo ha permesso anche ai ceti meno abbienti di ottenere cibo, istruzione, assistenza medica e condizioni igienico sanitarie
accettabili. Certamente anche con l’energia rinnovabile è possibile ottenere questi importanti aspetti del nostro stile di vita, ma il livello di
57
Conoscere per crescere
diffusione di tali preziose conquiste presso i ceti a reddito meno elevato
dipende essenzialmente dal costo. Per chiarificare può essere utile un
esempio: il costo del gas metano da riscaldamento è attualmente tra i
30 e i 40 centesimi di euro al kWh se lo confrontiamo con il costo al
kWh di una fonte energetica rinnovabile quale il solare fotovoltaico
(prima riga della tabella) notiamo che quest’ultimo ha un costo 10 volte
superiore. Pertanto, nell’ipotesi di avere disponibilità solamente di energia da tale fonte, una famiglia non benestante che attualmente spendesse 1000 euro annui per il riscaldamento domestico si troverebbe a
spendere dieci volte tanto se volesse scaldarsi con una stufa, probabilmente dovrebbe rinunciare al riscaldamento con ovvie e spiacevoli
conseguenze. Un nucleo familiare benestante in una simile eventualità
non solo potrebbe permettersi comunque un certo comfort termico
ma, disponendo di un ragionevole capitale, potrebbe effettuare interventi quali l’isolamento dell’abitazione e l’installazione di pompe di calore; spese notevoli iniziali che permetterebbero però di abbassare
drasticamente la bolletta riportando l’esborso vicino a quello di chi
oggi usa il metano.
Dunque la necessità di un mondo alimentato dalle fonti rinnovabili presenta importanti aspetti politici oltre che tecnici; non mi sembra
di esagerare se riconduco, in ultima analisi, il livello di democraticità di
una società al livello di disponibilità di energia a basso costo.
Per scalzare il dominio delle fonti esauribili mantenendo un livello
dignitoso di sviluppo umano e di diritti democratici è necessario ottenere più energia rinnovabile a costi competitivi. KiteGen è la tecnologia
più promettente ed è totalmente italiana. Dobbiamo l’idea dello sfruttamento dei venti d’alta quota (forti e molto più costanti di quelli a
bassa quota utilizzati dalle torri eoliche tradizionali) e le soluzioni tecniche necessarie allo scopo all’imprenditore ed inventore Massimo Ippolito ed al suo gruppo di collaboratori della ricerca e sviluppo di una
piccola azienda piemontese; la Sequoia Automation. La ricerca di applicazioni di un avanzato sensore di posizione triassiale, prodotto di
58
Energie rinnovabili
punta dell’azienda ha consentito di ipotizzarne l’utilizzo a bordo di un
kite, un profilo alare di quelli che gli amanti del parapendio utilizzano
per librarsi in volo, che mosso dai venti d’alta quota debba essere pilotato automaticamente . Un sensore di posizione triassiale consente,
infatti, di calcolare esattamente la posizione e la velocità del kite e dunque permette ad un computer di comandarlo a distanza mediante due
cavi posti alle estremità, esattamente come farebbe un pilota umano
che può direzionare il suo parapendio agendo sui cavi. La trazione esercitata dalla vela mossa dal vento sui cavi che la tengono ancorata ai
macchinari di produzione dell’energia elettrica fornisce l’energia meccanica che viene trasformata in energia elettrica da un alternatore. Essendo i cavi di lunghezza limitata il profilo alare non può allontanarsi
indefinitamente, pertanto il meccanismo automatico di controllo brevettato del Kitegen fa compiere al profilo alare un percorso simile ad
un otto in cui vi è un breve arco in cui la macchina assorbe energia invece di produrla, ma il bilancio di ciascun ciclo è sempre positivo. Questa descrizione corrisponde ad un impianto a torre, denominato anche
yo-yo con un singolo kite.
59
Conoscere per crescere
KiteGen in configurazione yo-yo (piccoli impianti)
I componenti:
1. profilo alare
2. sensori di bordo (posizione e orientamento relativo)
3. cavi
4. unità di attuazione (motori, verricelli)
5. sensori di terra (direzione e velocità vento, tensione cavi...)
6. centralina
7. direzione vento.
KiteGen in configurazione a Carosello (grandi impianti)
Disegno d’artista fuori scala (ridotta l’altezza dei profili alari e aumentato il diametro dei cavi).
60
Energie rinnovabili
Un impianto di tipologia più complessa (denominato anche carosello) è composto da batterie di grandi profili alari di potenza in volo
a una altezza di 800/1000 metri, i cui movimenti sono controllati elettronicamente via sensori e software proprietario. I profili alari sono
ancorati ad una struttura a livello suolo, che viene trascinata ruotando
lungo un asse verticale e nella quale avviene la generazione di energia.
In tutti i casi gli impianti KiteGen devono operare in assenza di velivoli
che transitino nel raggio d’azione delle vele e dei cavi; Normalmente
tali zone, dette di “non sorvolo” esistono in prossimità di impianti nucleari, petrolchimici e rigasificatori.
Una proposta per il territorio di Roma:
Energia dal vento con KiteGen
Il KiteGen, per le sue caratteristiche di fonte rinnovabile a basso
costo, rappresenta la soluzione ottimale sia a livello tecnico che delle
scelte politiche, ragione per cui si addice perfettamente al tema del comune a 5 stelle.
Voglio concludere, pertanto, con una proposta che rappresenta
una speranza concreta ed un riscatto per il cittadino impotente di
fronte ad interessi economici immensamente più grandi che lo vorrebbero spettatore impotente dei grandi scempi ambientali compiuti in
nome dello “sviluppo” e che lo etichettano come ingrato che sputa nel
piatto in cui mangia quando si oppone.
Lo sfruttamento pulito ed a bassissimo impatto ambientale dei
venti d’alta quota che passano sopra il nostro territorio (quelli che distorcono rapidamente le dritte scie degli aerei in volo tramutandole in
nastri serpeggianti per intenderci) è la chiave per produrre energia rinnovabile pulita, abbondante ed accessibile democraticamente, perché
gli impianti KiteGen sono progettati per costare poco e produrre tanto,
permettendo in linea di principio anche a piccoli comuni di dotarsene;
61
Conoscere per crescere
a maggior ragione dovrebbe dotarsene il più grande comune d’Italia ed
il suo hinterland. In dettaglio si propone la costruzione di tre impianti
sui siti delle zone di non sorvolo già esistenti. Produrrebbero tanta
energia quanta ne produce il polo di Civitavecchia.
•
•
I: Impianto da 300 MW, formato da 100 torri KiteGen in configurazione yo-yo necessita di al più 300 M€ e di un’area di 1 kmq;
produrrebbe oltre 1-1,5 TWh equivalente a circa 100-150 M€
annui ai prezzi di mercato dell’energia. Pertanto si ripagherebbe
al più in 3 anni
Fase II: Impianti da 1000 MW in configurazione a Carosello sui
siti delle ex centrali nucleari di Latina e Montalto. Ciascun impianto produrrebbe fino a 5 TWh occuperebbe 9 kmq ma nell’interno dell’anello sono possibili le consuete attività agricole e
produttive. Le caratteristiche della configurazione ad anello sono
tali che i costi ed i tempi di ritorno sarebbero inferiori al caso
descritto sopra.
Come le chiese cristiane furono costruite spesso sopra gli antichi
templi pagani, utilizzandone materiali di riporto, affinché fosse chiaro
che un culto nuovo aveva sostituito il paganesimo per sempre così mi
piace pensare che i KiteGen puliti nasceranno sulle vestigia di impianti
che tanto inquinamento hanno provocato.
Iniziative segnalate:
http://www.wow.pe Le attività di Wind Operations Worldwide S.r.l.
che investe nello sviluppo di energia eolica troposferica con la tecnologia KiteGen. Lo scopo è produrre energia rinnovabile più economica
di quella ottenuta da carbone.
http://www.retenergie.it Le attività della cooperativa di produttori
ed utilizzatori di energia rinnovabile Retenergie
62
Energie rinnovabili
Riferimenti:
http://www.aspoitalia.it sito web di Aspo Italia con articoli scientifici
http://aspoitalia.blogspot.com notizie e commenti quotidiani risorse ed energia
http://petrolio.blogosfere.it diario divulgativo su tutto ciò che riguarda il petrolio
http://www.kitegen.com Home page della Kitegen Resarch che sviluppa la tecnologia KiteGen
http://www.ecoblog.it notizie su ecologia, energia e risorse
EUGENIO SARACENO
63
Conoscere per crescere
2
Acqua
pubblica
La gestione delle risorse idriche
Una delle emergenze che nell’ultimo decennio sta attanagliando
il pianeta, è quella collegata alla possibilità di poter disporre di acqua
potabile.
Nel 2008 oltre un miliardo di persone non ha potuto accedere ad
acqua potabile e sicura, mentre il 40% della popolazione mondiale,
circa 2,6 miliardi di persone, non ha ancora accesso a servizi igienici
di qualità e sono esposti a gravi rischi sanitari, specie in Africa e Asia.
In particolare, oltre il 20% degli abitanti in 30 Paesi del mondo
deve fronteggiare problemi di carenza di acqua, una percentuale che
entro il 2025 diventerà del 30% in 50 Paesi. Queste alcune cifre ricordate in occasione della Giornata mondiale dell’acqua celebrata sabato
22 marzo. In Italia, secondo le stime della Relazione annuale sullo stato
dei servizi idrici del 2006, la disponibilità di acqua non copre totalmente i fabbisogni, ma a pesare di più sono sprechi e reti “colabrodo”.
Forse questi dati ci appaiono come parte di un problema lontano e
che difficilmente potrà colpirci: ma questa valutazione rischia di farci precipitare in un grossolano errore che potrebbe avere come ripercussione
se non la privazione, un costo assai elevato per avere accesso a quello che
è sempre stato un diritto inalienabile per ogni cittadino, ossia quello di
poter usufruire di acqua potabile per tutte le sue esigenze quotidiane.
L’acqua, ormai nota anche come oro blu, è divenuta un prodotto
di investimento, come futures, bond, ot similia: infatti su pubblicazioni
specializzate più volte sono apparsi articoli che presentavano la ge65
Conoscere per crescere
stione delle risorse idriche alla stregua di quelle minerarie od agricole,
niente altro che un business da cui trarre profitto.
Infatti questa importantissima risorsa viene sempre meno colta
come un bene, e come ogni prodotto, se deve essere un bene da investimento, viene trattata come uno di essi; leggete cosa riporta un depliant informativo di un prodotto finanziario denominato “Benchmark
Certificate su indice WOWAX”:
“Investire nel Settore dell’Acqua.
SG Benchmark Certificate su indice WOWAX
L’acqua - L’oro blu
La fornitura d’acqua diventerà la principale sfida del XXI secolo.
Di fronte alla scarsità globale e all’aumento del consumo, la politica e l’economia dovranno affrontare delle importanti sfide nel settore
dell’acqua.
È impossibile stabilire esattamente quanta acqua sia disponibile in
totale sul pianeta, dato che la quantità trattenuta nell’atmosfera e nella
crosta terrestre è solo stimabile. In ogni modo sempre meno acqua è
e sarà disponibile per il consumo umano, per l’industria e per l’agricoltura, basti pensare che dal 1970 le riserve di acqua si sono ridotte del
40% a fronte di un consumo in continua crescita. [...]
Le opportunità di investimento nel settore dell’acqua
Nei prossimi 30 anni l’acqua diventerà un materia prima scarsa.
Ciò la rende un’opportunità di investimento molto attraente per
gli investitori. [...]
Per essere incluse nell’indice WOWAX, le società devono rispondere determinati requisiti. La maggior parte del fatturato deve derivare
da investimenti nei settori della fornitura, delle infrastrutture e della
purificazione dell’acqua. In base al loro flottante di mercato, le società
66
Acqua pubblica
devono risultare le più grandi nel loro settore e le azioni devono avere
una liquidità sufficientemente elevata”.
E così via di questo passo... Ma anche altrove riusciamo ad avere
illuminanti informazioni su come venga considerato questo indispensabile bene primario; leggiamo infatti sul sito web di Finanza on Line:
“Acqua da investimento.
Investire con i Certificates ABN AMRO sull’oro blu.
La chiamano l’oro blu. E non a caso. In futuro, ma un futuro molto
prossimo, l’acqua è destinata a diventare un bene prezioso come il
metallo nobile per antonomasia e come il petrolio, l’oro nero. Del resto,
se in alcune parti del mondo l’acqua ancora oggi si spreca, altrove sta
diventando sempre di più una chimera, in particolare quella potabile.
Solo l’1% delle risorse di acque mondiali è disponibile come potabile.
Già oggi un miliardo e 300 milioni di persone non ne dispongono a sufficienza ed è stimato che nel giro di venti anni un terzo della popolazione
mondiale potrebbe rimanerne privo mentre cresce la richiesta proveniente
dall’agricoltura, che ormai necessita del 70% delle risorse disponibili. Il
fenomeno non è di oggi ma è in costante accelerazione: dal 1970 la quantità di acqua pro capite disponibile è diminuita del 40%”.
Ed ecco che quindi è partita la nuova corsa all’oro, dove invece di
avventurosi pionieri verso il Klondike, troviamo aziende multinazionali
che si precipitano ad accaparrarsi più risorse idriche possibili, noncuranti di saccheggiare il territorio, e delle pesanti ricadute ambientali che
spesso depauperano aree gravate già da pesanti problemi.
Comitato per l’Aniene
La mia esperienza alla guida del Comitato per l’Aniene, mi ha consentito di constatare in modo tangibile cosa si arrivi a pianificare, a cercare di portare a termine, quando la politica e gli interessi economici
67
Conoscere per crescere
si intrecciano in inestricabili matasse di accordi politicamente trasversali
nei quali gli unici ad esserne estromessi ed a pagare per essi sono i normali cittadini, spesso ignari di quanto stia accadendo.
Il Comitato per l’Aniene è nato nel 2002 per impedire che uno
scempio totale, la captazione della più importante sorgente perenne
che alimenta il fiume Aniene venisse impedita. Tutta la società civile di
un’ampia zona del Lazio si è mobilitata per impedire che questo forsennato progetto venisse portato in porto: associazioni culturali, sportive ed ambientaliste da sezioni locali di WWF ed Italia Nostra, da
Legambiente alla UISP, insieme a comitati e singoli cittadini di tutta
una valle, quella attraversata dal fiume Aniene, si sono coalizzati per
impedire di vedere sparire il fiume che contribuiva da sempre alla loro
identità culturale.
Ma qui occorre fare una premessa per far bene comprendere al
lettore di cosa stiamo parlando. Il fiume Aniene, detto Teverone, è uno
dei principali fiumi del Lazio e del centro Italia, affluente del Tevere che
confluisce in esso proprio dentro Roma.
Esso ha consentito lo sviluppo di insediamenti lungo tutta la valle
che attraversa già da tempi preistorici, ed ha attirato lungo le sue
sponde, grandi uomini del passato, come San Bendetto, che nei suoi
pressi fondò il monachesimo occidentale a Subiaco, ove si trova il
primo protocenobio al mondo, ma addirittura l’imperatore Nerone,
che lo sbarrò per creare tre laghi con i quali abbellire una sontuosissima
villa che fece edificare sulle sue sponde. Mezzo eccezionale di comunicazione, infatti navigabile, consentì di trasportare i travertini che
servirono a costruire gli edifici dell’antica Roma.
Le sue acque alimentavano fino a qualche decennio fa una grande
moltitudine di mulini ed opifici, consentendo di poter realizzare lungo
il suo corso, importanti realtà artigianali ed industriali, come alcune
cartiere, di cui una è tra le più antiche d’Italia.
Ancora oggi alimenta numerose centrali idroelettriche, ma anche
microcentrali realizzate nei precedenti mulini.
68
Acqua pubblica
Possiede acque limpidissime per ben due terzi del suo tratto, perdendo questa importante caratteristica solo alle porte della Capitale.
Per questa sua peculiarità, attira frotte di pescatori o di semplici
turisti che godono della sua bellezza facendo escursioni lungo le sue
sponde.
La popolazione che vive nei centri venutisi a creare sulle sue
sponde, vive il fiume Aniene come parte della sua identità culturale,
tant’è che già in passato si batté duramente contro sue possibili derivazioni o captazioni.
Leggete infatti cosa riporta un articolo tratto da “Il Tempo” del
lontano 1955:
“Manifestazioni a Subiaco per la deviazione dell’Aniene.
I cittadini, in occasione di un sopralluogo dei funzionari del Ministero dei Lavori Pubblici, sono riuniti nella grande sala del cinema
“Narzio”.
Se c’erano dubbi sull’atteggiamento della popolazione di Subiaco
nei confronti del fiume Aniene, la manifestazione che si è svolta nei
giorni scorsi li ha fugati definitivamente e chiaramente. Il sopralluogo
effettuato dalle autorità del Ministero dei LL.PP. Onde verbalizzare
alla presenza degli interessati i motivi delle varie opposizioni, presenti
anche le ditte concorrenti e le autorità interessate al delicato problema,
ha provocato una manifestazione tale di cui per lungo tempo si parlerà
e non solo a Subiaco.
L’affluenza di numerose camionette della celere, di numerosi
grossi camion dei carabinieri non ha per nulla intimorito i cittadini che
avevano unicamente intenzione di manifestare pacificamente.
Malgrado fosse giorno di lavoro, la sala consigliare scelta per la
manifestazione, si è subito rivelata insufficiente ed i convenuti sono
stati costretti a spostarsi nel grande salone del Narzio.
In un batter d’occhio platea e galleria si sono letteralmente riempite e il servizio d’ordine ha avuto un bel da fare per tenere a bada la
69
Conoscere per crescere
folla che fuori faceva capannelli non avendo trovato dentro né a sedere
né in piedi. Sul palco hanno preso posto tre ingegneri del Ministero
dei LL.PP.
Incaricati di leggere e verbalizzare tutte le opposizioni; il sindaco
di Subiaco generale Alberto Scalpellini, il segretario del Ministro Campilli, dott. Chiricò, l’assessore alla provincia Maderchi, il consigliere
provinciale della zona di Subiaco comm. Greco, il maggiore del Genio
Militare Vaccaio, il capitano dei carabinieri Balestrieri, il dott. Bottari del
Ministero degli Interni, e il commissario Polizia. Nelle prime file della
platea al completo i tecnici della S.R.E., dell’ACEA, l’ing. Crespi della
Cartiera di Subiaco, i rappresentanti della ditta Girala, tutti concorrenti
con vari progetti di dimensioni differenti alla concessione della derivazione dell’Aniene.
Il Ministro Andreotti, il principe Lancellotti, il senatore Manghi,
l’on. Bonomi, impossibilitati ad intervenire di persona si sono fatti rappresentare da propri inviati.
Tutte le categorie e le correnti politiche di Subiaco erano rappresentate: il segretario della D.C., il presidente della Sezione Combattenti
medaglia d’oro Gerardo Lustrissimi, i mutilati del lavoro, i coltivatori
diretti, i pensionati del lavoro, gli artigiani, i contadini ed i commercianti.
Di notevole interesse la lettura delle varie esposizioni”. [...]
Quando ho letto questo articolo, ho compreso due cose: quanto
la popolazione della Valle dell’Aniene avesse a cuore il destino del suo
fiume, ma anche di come all’epoca la politica fosse più attenta e propensa ad ascoltare i cittadini.
Credo infatti che da decenni, per una manifestazione tenutasi in
un centro abitato tutto sommato modesto, non intervenga un così nutrito ed eterogeneo stuolo di personalità.
Insomma, il fiume Aniene appare come un’incredibile risorsa a
tutta la popolazione: ebbene, questo che dovrebbe essere un fiore all’occhiello del patrimonio ambientale laziale ma anche italiano, ha su70
Acqua pubblica
bito negli ultimi anni una nuova pesante aggressione, che ne minaccia
addirittura la sua esistenza.
Ci stiamo riferendo ad un progetto che prevede la captazione
della più importante (per il volume di acqua, per la sua qualità e per
la costanza di erogazione) sorgente del fiume Aniene da parte di Acea,
detta del Pertuso, per essere convogliata in un acquedotto, denominato del “Simbrivio”, che rifornisce l’area dei Castelli Romani nei
pressi dei Roma, area un tempo meravigliosa, oggi oggetto di mire
speculative, edilizia selvaggia,una pressione antropica in alcuni casi
intollerabile.
La sorgente del Pertuso si trova all’interno di un’area dall’importantissimo valore ambientale: infatti è all’interno del Parco Naturale
Regionale dei Monti Simbruini, della Zona a Protezione Speciale Simbruini-Ernici, ed addirittura di un’area protetta di valenza europea, all’interno di un Sito di Interesse Comunitario (SIC).
Comprendiamo da questi elementi di quanto sia delicato l’equilibrio ambientale che si andrebbe a compromettere portando a termine
un siffatto progetto.
Anche perché alcuni decenni fa, già sono state effettuate importanti captazioni idriche delle sorgenti di alcuni affluenti dell’Aniene,
captazioni che già ridussero all’osso le portate del fiume. Basti pensare
che nel 1948, quando avvenne una siccità considerata la più grave del
secolo scorso, il fiume Aniene aveva una portata idrica pari a quella
che ai nostri giorni possiede nei maggiori periodi di pioggia!
Quindi il progetto di captazione da parte di Acea cozzava contro
questi imprevisti: infattio l’Ente Parco dei Monti Simbruini aveva addirittura dichiarato incaptabile la sorgente del Pertuso.
Venne quindi studiato uno stratagemma per consentire di infischiarsene di leggi e divieti: venne prima orchestrata una campagna
mediatica senza precedenti su quotidiani a tiratura nazionale (uno dei
quali nelle mani di uno dei principali azionisti di Acea) nei quali sugli
articoli che vi apparivano si leggevano delle vere e proprie assurdità,
71
Conoscere per crescere
come che occorreva captare la sorgente in quanto “si perde nell’Aniene!”. Non lo alimenta, ma vi si perde!!!
Venne quindi chiesto al Presidente del Consiglio (allora Berlusconi)
di decretare uno bello Stato di emergenza idrica causa siccità, ed il gioco
è fatto!
Ma era veramente così? La condizione era veramente siccitosa?
Veramente la condizione metereologica era diametralmente opposta, ed infatti le abbondantissime precipitazioni che avvennero in quel
periodo portarono i fiumi del Lazo a tracimare in molte zone, creando
criticità tali che condussero la Protezione Civile ad intervenire di concerto con l’Agenzia Regionale per la Difesa del Suolo, le quali vennero
costrette a prendere immediate contromisure contro di esse per evitare
danni ancora maggiori dovuti agli allagamenti in atto: insomma vi era
una condizione di siccità istituita tramite Decreto Legge!!!
Questa situazione non sfuggì ai cittadini che si mobilitarono in
massa insieme al mondo dell’associazionismo.
Quindi cominciò la prima di una serie di battaglie condotte per
evitare appunto che questo progetto venisse portato a termine. Infatti
i lavori della nuova conduttura iniziarono e vennero portati a termine,
con grande preoccupazione di quanti temevano per la sorte del fiume
Aniene.
Ma fortunatamente, il Comitato riuscì ad ottenere l’appoggio di
moltissimi sindaci dei centri che insistono nella valle ove scorre il fiume
Aniene; sostegno che si rivelò di fondamentale importanza allorché si
tenne nel dicembre del 2002 una Conferenza dei Servizi dei Comuni e
delle Province servite dall’ATO2 (Ambito Territoriale Ottimale ossia
l’area servita dall’acquedotto del Simbrivio); infatti in quella sede i sindaci
bocciarono sonoramente il progetto di captazione totale della sorgente.
Doveva da questo episodio essere preso atto di come la volontà
non solo politica ma anche dei cittadini collimasse e quindi archiviare
il progetto.
Ma così non fu.
72
Acqua pubblica
La condizione di emergenza continuava ad essere in atto, nonostante apparisse a tutti l’evidenza di come sia solo un alibi per procedere con il progetto, un grimaldello per scardinare i vincoli ambientali
posti a protezione dell’area nella quale si trova questa importante
sorgente.
Ma fortunatamente, il diavolo fa le pentole e non i coperchi, e
giunse In soccorso del fiume Aniene e quindi contro questo progetto
di captazione anche una direttiva dell’Unione Europea, che ha decretato il rispetto della normativa di tutela ambientale anche in condizioni
di emergenza, e che quindi ha portato a dover redigere una valutazione
di impatto ambientale.
Nel frattempo il Presidente della Regione Storace prima ed il
Governo Berlusconi poi avevano esaurito i loro mandati e si torno ò
alle urne.
L’esito elettorale ribaltò la situazione, accendendo in molti speranze di cambiamento, che in questa situazione dovevano tradursi
nell’abbandono di quelle velleità aggressive nei confronti del fiume
Aniene.
Cambiarono quindi i governi, sia nazionali che regionali, ma
l’emergenza venne purtroppo prorogata anche dal Governo Prodi, e
nonostante il parere contrario di sindaci, Parchi naturali, cittadini,
associazioni e comitati, si continuava a lavorare per portare a termine
il progetto di captazione.
Insomma una determinazione veramente agguerrita, noncurante
di ogni principio democratico, volta unicamente a conseguire lo scopo
che ci si era prefissati.
Chi era contrario al progetto e vi si opponeva, veniva quasi additato come reo di chissà quali colpe, di responsabilità nei confronti di
cittadini che erano costretti a subire carenze idriche e pesanti turni
nell’erogazione idrica.
Ma era veramente cosi? O si giocava a creare disagio per giustificare azioni altrimenti improponibili?
73
Conoscere per crescere
La battaglia del Comitato andava comunque avanti, ed la trappola
nella quale si intendeva farci cadere, ossia di mettere gli uni contro gli
altri i cittadini di due aree diverse (quelli della Valle dell’Aniene contro
quelli dei Castelli Romani) non funzionò.
Venni infatti invitato a conferenze organizzate proprio da cittadini
ed associazioni dei Castelli Romani, i quali convenivano con noi che il
problema era proprio quello che avevamo sempre denunciato, ossia
una rete idrica vecchia e fatiscente, che con le sue dispersioni rappresenta la vera causa dei problemi per i cittadini serviti dall’acquedotto
del Simbrivio.
Nel frattempo, venimmo a conoscenza di alcuni elementi veramente interessanti: come ad esempio che proprio la società che voleva
effettuare la captazione (Acea) chiedeva che venisse dichiarata la condizione di emergenza, condizione che come abbiamo già detto, si voleva utilizzare come un grimaldello per scardinare i vincoli ambientali
che si frapponevano come forte ostacolo al progetto.
Fummo convocati nel 2007 dal Garante del Servizio Idrico della
Regione Lazio per discutere proprio di questa vicenda, e ci recammo
all’incontro pieni di ottimismo con un dossier che illustrava la nostra
posizione, analizzava i punti deboli del progetto di captazione, e forniva
soluzioni e controproposte.
Ma purtroppo dovemmo poi scoprire anche che il Garante del
Servizio Idrico della Regione Lazio era una dipendente stipendiato
sempre di Acea.
Leggette infatti come “Il Tempo”, noto quotidiano della capitale,
riportava la notizia:
“Garante-dipendente
«Lo sapevano tutti»
Sconcerto da una parte, rassegnazione e indifferenza dall’altra.
Una giornata di commenti, tutti rigorosamente anonimi, quella vissuta
ieri a piazzale Ostiense. Molti in Acea sapevano e non si sconvolgono,
74
Acqua pubblica
alcuni si sforzano di ricordare («ma sì, ho capito, è quella bionda»), altri
difendono «il grande lavoro svolto dalla Garante».
Si spacca su più fronti la vicenda del Garante del Servizio Idrico
Integrato della Regione Lazio. L’avvocato Lucia Pitzurra, nominata nel
2005 Garante è risultata essere dipendente Acea SpA, ovvero dal gestore del servizio idrico integrato, dal 2001. Una circostanza che la
legge regionale numero 26 del 1998 istitutiva della figura a tutela dei
consumatori, definisce incompatibile, contemplandone la decadenza
qualora si verficasse una situazione del genere”. [...]
Insomma, il controllato ed il controllore erano praticamente gli
stessi.
Per correttezza occorre anche dire che poi la Garante si mise in
aspettativa da Acea, ma ci sarebbe stato interessante poter verificare
se ciò sarebbe accduto egualmente se tutto non fosse stato scoperto.
Ed in ogni caso, questa vicenda lascia comunque molto perplessi.
La Regione Lazio tramite l’Assessorato all’Ambiente elabora un
nuovo piano per giusticare la captazione della sorgente, tornando alla
carica insistentemente. Addirittura il nuovo piano venne annunciato
con enfasi in un comunicato stampa che recitava. “Aniene, più acqua
nel fiume, più acqua nei rubinetti”. Uno slogan talmente miracoloso
che sapeva così tanto di truffa, dato che trasformare l’acqua in vino è
riuscito una sola volta nella storia.
Ed infatti, analizzammo il nuovo progetto per scoprire che era
l’ennesima presa in giro per i cittadini: infatti, nel nuovo progetto,
votato in maniera bipartizan, era presente un accordo con Enel, la
quale rinunciava a parte dell’acqua che utilizzava per produrre energia
elettrica in una delle sue centrali, per rilasciarla nel fiume Aniene, ed
in cambio si procedeva con la captazione della sorgente del Pertuso.
La truffa si annidava nel fatto che Enel già rilasciava tutta l’acqua
che prendeva per uso idroelettrico nel fiume, mentre quella captata
nell’acquedotto non sarebbe mai più tornata nel letto del fiume. Senza
contare che il beneficio per il fiume sarebbe stato assai misero sia in ter75
Conoscere per crescere
mini di tratto interessato dall’operazione che di quantitativo di acqua
immessa nel fiume in più.
A questo punto il Comitato per l’Aniene scoprì un potente e prezioso alleato: internet.
Infatti, cominciammo ad inserire alcuni filmati che testimoniavano
come mentre era in corso l’emergenza idrica l’acqua veniva sprecata
nelle strutture dell’acquedotto perché era addirittura in eccesso, informando di quanto ingannevole fosse la situazione in atto.
Questo ci consentì di attuare un’operazione di informazione attiva, che consentiva a tutti i cittadini ovunque essi si trovassero, di essere informati sulla vicenda.
ll Comitato per l’Aniene si oppose fermamente all’inganno che si
stava quindi tentando di portare a termine, mise in atto una serie di
azioni per continuare a manifestare pubblicamente il proprio dissenso
a questo progetto; infatti si tennero in breve tempo una serie di avvenimenti: un’assemblea pubblica a Villa Scarpellini a Subiaco, un dibattito aperto a tutti i cittadini che vide la partecipazione di numerosi
sindaci della valle dell’Aniene e che si tenne nella Sala Consiliare del
Comune di Subiaco, una manifestazione di protesta sotto la sede della
X Comunità Montana che si apprestava a ricevere l’Assessore regionale
all’Ambiente Filiberto Zaratti, ed una a Roma proprio sotto la sede
dell’Acea.
Le nostre azioni di protesta, che ci condussero ad essere ricevuti
nel dicembre 2007 durante una sessione speciale della Giunta Regionale che si stava svolgendo nell’Abbazia di Santa Scolastica, a Subiaco.
In questa sede, il presidente della Regione Lazio Marrazzo e l’Assessore all’Ambiente Zaratti si impegnarono a non effettuare opere di
cui sarebbe stato dimostrato che avrebbero apportato danni al fiume
Aniene, congelando il protocollo d’intesa Enel Acea che prevedeva la
paventata captazione della sorgente del Pertuso.
Venne anche proposta la creazione di un tavolo tecnico composto
da elementi assai qualificati, al quale partecipò anche il Comitato per
76
Acqua pubblica
l’Aniene, rappresentato dal Prof. Bono dell’Università “La Sapienza”
di Roma della Facoltà di Geologia.
Il Comitato elaborò un documento nel quale erano contenuti una
serie di punti di cui si sarebbe dovuto occupare il tavolo tecnico, in
modo da avere un quadro chiaro e completo dei problemi in cui
avrebbe incorso il fiume Aniene. Purtroppo l’Assessore Zaratti non
accolse i punti proposti dal Comitato, che cominciò i lavori nei primi
mesi del 2008. Le conclusioni del suo studio bocciarono comunque la
possibilità della captazione della sorgente del Pertuso così come era
prevista, accogliendo molte delle eccezioni sollevate dal Comitato e
limitando la captazione ad una quantità più modesta di acqua e da
effettuarsi in solo caso di emergenza.
Lo scorso 24 novembre, il Comitato è stato invitato dal Prefetto
di Roma ad un’incontro da lui presieduto, al quale erano presenti anche
l’Assessore Zaratti, il Commissario Sessa, alcuni sindaci della Valle
dell’Aniene e dei Castelli Romani.
Qui venne reso pubblico il risultato dello studio del tavolo tecnico
e l’impegno della Regione ad effettuare l’accordo con Enel rispettandone i contenuti.
Qualche giorno fa è scaduto il decreto di emergenza ed ancora
non sappiamo se verrà prorogato oppure no.
Altri elementi da conoscere per comprendere bene questa vicenda, e di non poca importanza sono alcuni dati: la qualità delle acque
della sorgente sono eccezionali, in quanto la falda acquifera sotterranea
che la alimenta, come hanno rivelato alcuni studi effettuati da valenti
docenti universitari, grazie a confronti isotopici, è la stessa di una blasonata acqua minerale.
La rete idrica che avrebbe dovuto trasportare l’acqua ha perdite ingentissime, con picchi del 40%, come emerge da uno studio della stessa
Acea.
Senza contare che le captazioni già effettuate da decenni, hanno
ridotto all’osso il fiume Aniene, consentendo agli abitanti del territorio
77
Conoscere per crescere
dei Castelli Romani di avere a disposizione una quantità di acqua pro
capite tre volte maggiore di quella che l’OMS reputa necessaria, insomma parliamo di un’area geografica che ha a disposizione una fornitura idrica tra le più alte del Pianeta, equiparabile a quella di Beverly
Hills in California!
Ed allora, perché tanto accanimento per impadronirsi di questa
importante risorsa, sacrificando addirittura uno dei fiumi più belli e
puliti d’Italia? Infatti l’Aniene, prima di giungere a Roma ha una qualità
delle acque veramente pulite, e per metà del suo corso veramente eccezionali.
Anche perché il nostro Comitato aveva fornito immediatamente
proposte alternative, della cui bontà siamo certi dato che alcune sono
state recepite, ma senza rinunciare alla captazione.
Ma evidentemente ben altri interessi erano in gioco: infatti un
piano della Provincia di Roma prevedeva la realizzazione di 200.000
nuove unità abitative sul territorio dei castelli romani, l’area dove sarebbe dovuta essere condotta l’acqua del fiume Aniene. Appariva
chiaro che quindi il fiume Aniene doveva essere sacrificato sull’altare
della speculazione edilizia in un’area ad alto profitto, quella dei Castelli
Romani, appunto.
Appariva chiaro che probabilmente per alimentare le forniture di
questa nuova città che si sarebbe andata a costruire, occorreva nuova
acqua. E dire che risanando le reti idriche dalle ingenti perdite e limitando i numerosi sprechi, l’acqua già a disposizione per quel territorio
sarebbe più che sufficiente.
ANTONIO AMATI
78
Acqua pubblica
Privatizzazione
dell’acqua
I Nemici dell’Acqua
I film americani degli anni ’50 ambientati nel Far West erano
molto rilassanti, i buoni erano i cow boy, i cattivi erano i pellirosse ed
acquisiti questi dati fondamentali lo spettatore poteva serenamente godersi lo spettacolo, soprattutto perché, grazie al rigido perbenismo
americano di quei tempi, si poteva essere certi che i “buoni”, alla fine
del film, avrebbero sempre vinto. Qualche anno dopo abbiamo scoperto che le cose non stavano proprio così ma questa è un’altra storia.
Quando si parla di “privatizzazione dell’acqua” la cosa è un po’
più complessa e individuare con chiarezza chi sono i buoni ed i cattivi
richiede una analisi un po’ più attenta ed approfondita.
Cercando quindi di schematizzare questa esposizione in modo
elementare diremo che i “cattivi” di questa storia sono almeno tre e
precisamente:
•
•
•
la speculazione economica sul bene acqua;
lo spreco dell’acqua;
la colpevole e spesso interessata inefficienza degli enti locali.
Il primo “cattivo” che incontriamo sul nostro percorso è rappresentato dalle “multinazionali dell’acqua”: società internazionali (le più
grandi sono di origine francese, britannica e statunitense) che, avendo
acquisito con la loro attività, un importante know how nel settore della
captazione, trasporto e distribuzione dell’acqua, hanno utilizzato le
loro competenze per assumere importanti commesse internazionali,
79
Conoscere per crescere
le più tristemente note in America Latina, che di fatto hanno portato
queste società a diventare le “reali” proprietarie dell’acqua in alcuni
paesi del mondo ed a imporre a molte popolazioni sottosviluppate
costi insostenibili per poter godere del bene più prezioso ed indispensabile per la vita.
In questo caso un progetto complessivamente “virtuoso”: fornire
di acqua potabile la popolazione di un paese, si è alla fine rivelato un
vero e proprio disastro che ha costretto molti di quei governi a fare
una rapida marcia indietro.
La diretta conseguenza di questa esperienza negativa ha portato
al costituirsi del Comitato Internazionale dell’Acqua presieduto
da Mario Soares e creato per iniziativa di Riccardo Petrella,1 che nel
Settembre 1998 ha elaborato a Lisbona il “Manifesto dell’Acqua” nel
quale, partendo dal principio che l’acqua è fonte di vita insostituibile,
è un bene vitale ed appartiene a tutti gli abitanti della terra in comune,
si invita ad impedire che l’inaccettabile diventi possibile stabilendo
che:
•
•
•
•
l’acqua è un diritto alla vita, un diritto inalienabile, individuale e
collettivo;
l’acqua deve essere riconosciuta dalla legge come un bene comune
pubblico, non può essere oggetto di scambio commerciale di tipo
lucrativo;
l’acqua deve contribuire al rafforzamento della solidarietà fra i
popoli, i paesi, le generazioni;
una gestione dell’acqua sostenibile deve essere fondata sul rispetto
delle diversità culturali e sul pluralismo soci-economico;
1
Riccardo Petrella, economista politico (studi all’Università di Firenze), è consigliere della
Commissione Europea a Bruxelles e professore di mondializzazione presso l’Università Cattolica
di Lovanio (Belgio). Insegna anche alla “Libera Università di Bruxelles” (sessione olandese).
Presidente del Gruppo di Lisbona è collaboratore di “Le Monde Diplomatique” ed è stato per
cinque anni presidente dell’Associatión des Amis de Le Monde Diplomatique.
80
Acqua pubblica
•
•
•
la società deve assumere collettivamente i costi relativi alla raccolta, produzione, deposito, distribuzione, uso, conservazione e
riciclo dell’acqua;
è compito delle generazioni attuali di usare, valorizzare, proteggere e conservare le risorse d’acqua in modo tale che le generazioni future possano godere della stessa libertà d’azione e di
scelta;
l’acqua richiede una gestione decentralizzata e trasparente. Nuove
forme di governo democratico devono essere create. La democrazia partecipativa è inevitabile. I parlamenti sono il luogo e gli attori
naturali a questo riguardo.
Possiamo quindi ritenere che il primo “cattivo” di questa storia sia
stato ben individuato e che i correttivi per combatterlo siano certamente quelli proposti dal Manifesto dell’Acqua con una sola perplessità
per quanto enunciato al punto 5: infatti spostando il costo di distribuzione dell’acqua dalla tariffa alla fiscalità generale di fatto si “nasconde”
al cittadino il costo ed il valore del servizio idrico e dell’acqua fornita
al rubinetto di casa.
Sulla base di questa ultima osservazione andiamo a conoscere il
secondo “nemico”.
La garanzia del diritto all’acqua per tutta la popolazione del
mondo è possibile solo se la risorsa disponibile è usata con oculatezza;
è indispensabile quindi che le attività di captazione, trasporto e distribuzione siano gestite al meglio evitando rigorosamente sprechi, dispersioni e uso incontrollato ed eccessivo.
I numeri attualmente disponibili sul consumo umano di acqua in
Italia indicano in circa 36 miliardi di mc/anno l’acqua erogata nel nostro paese così ripartita:
•
uso potabile 8 miliardi pari a circa 380 litri/abitante/giorno dei quali
solo 240 risultano effettivamente erogati al cittadino con una perdita (o mancata fatturazione) di circa il 37%;
81
Conoscere per crescere
•
•
uso irriguo 20 miliardi pari a circa 5700 mc. per ettaro valore assolutamente troppo elevato (è quello generalmente attribuito alle
coltivazioni più idrovore). Un consumo così elevato può in parte
dipendere dalla riduzione dei terreni irrigati che negli ultimi 13
anni si sono contratti di quasi il 20% consentendo una maggiore
disponibilità di risorsa e strutture di distribuzione.
uso industriale 8 miliardi con ovviamente una molto maggiore diversificazione di consumi a seconda del tipo di produzione a cui
ci si riferisce.
Dalla lettura di questi dati si rileva sia un eccesso di incidenza percentuale dell’acqua destinata all’uso potabile, che vale oltre il 20% del
consumo complessivo, sia la preoccupante riduzione dell’uso irriguo
avvenuta negli ultimi anni.
Per limitare gli sprechi è necessario tenere sotto controllo tutti
gli usi e non limitarsi a guardare solo al potabile, che essendo una percentuale minoritaria non può essere l’unico oggetto di controlli e ricerche di efficienza; limitarsi ad operare in un solo settore è un chiaro
indizio di una visione miope del problema.
Va inoltre segnalato che per “consumo di acqua” si deve intendere
anche il consumo necessario a produrre tutti i beni utilizzati dall’uomo,
in questo caso essendo il nostro paese fortemente industrializzato con
una importante industria di trasformazione e con un tenore di vita elevato il nostro “consumo totale di acqua nel mondo” è molto maggiore
dei numeri sopra esposti relativi solo ai consumi interni.
Per combattere quindi il secondo “nemico” lo spreco dell’acqua
dobbiamo:
•
•
82
sensibilizzare ed educare i “consumatori” (un rubinetto che perde
consuma cento litri di acqua al giorno);
raggiungere una assoluta efficienza del servizio idrico con adozione di criteri “economici” nella gestione del bene e nella programmazione degli interventi di manutenzione, sostituzione e
Acqua pubblica
potenziamento delle strutture. Le perdite, gli sprechi e le inefficienze devono incidere come “costi” per il gestore.
Su questi aspetti è interessante citare quanto affermato da Lester
Brown nel suo libro Piano B3.0:
“Una scarsa efficienza idrica è spesso conseguenza di tariffe troppo convenienti. In molti paesi i sussidi governativi portano i costi a livelli irrazionalmente bassi, creando al percezione di una abbondanza di risorse idriche che
invece scarseggiano”.
In questo senso si deve segnalare che ancora adesso in Italia le tariffe per uso irriguo sono assolutamente non proporzionali al costo
reale di fornitura della risorsa all’utente.
Le teorie di Lester Brown sembrano in totale contraddizione con
i principi enunciati dal “Manifesto dell’acqua” (soprattutto al punto 5)
eppure è evidente la correttezza di entrambe le affermazioni, l’equa
gestione del bene acqua deve coniugare sia l’esigenza della sua disponibilità
per l’uomo sia l’esigenza che l’uomo ne conosca e ne affronti coscientemente e rispettosamente i costi.
Passiamo ora ad individuare il terzo “nemico” quello certamente più
anomalo e quindi più inaccettabile in quanto abusivo e collaterale rispetto
alle problematiche insite nel ciclo dell’acqua. Ci riferiamo a tutti gli enti
pubblici o parapubblici coinvolti nella realizzazione e nella gestione di
opere destinate al servizio idrico: Comuni, Province, Regioni ma anche
Consorzi Agrari, Enti di Sviluppo Agricolo, Aree di Sviluppo Industriale,
Comunità Montane, Aziende a totale o parziale partecipazione pubblica
ecc. Complessivamente gli Enti Locali coinvolti nella gestione dell’acqua
sono quasi 10.000 ed ognuno di essi ha potestà di ente appaltante e quindi
può essere, e spesso desidera ardentemente essere, titolare di finanziamenti pubblici. La grande frammentazione delle competenze rappresenta
complessivamente un nemico subdolo e sottile che ostacola il raggiungimento dell’efficienza nell’uso di una risorsa cosi preziosa.
83
Conoscere per crescere
Citiamo a questo proposito la ricerca pubblicata nel 2007 dal
Ministero delle Infrastrutture ed intitolata “Proposta di un metodo di analisi
statistica dei costi delle opere idriche” nella quale alla pagina 29 viene
pubblicata la tabella che segue:
COD
84
IMPORTO DELLO STATO FINALE
TAB. ABITANTI (RELATIVO A OGGETTI E IMPORTI)
IMPORTO DELLO STATO FINALE
(ABITANTI)
121
123
125
126
129
141
146
150
151
155
157
160
163
164
167
168
169
171
172
173
174
175
189
190
200
207
215
218
219
223
224
225
226
227
228
233
235
237
239
244
245
247
111.100
110.012
124.174
113.000
111.050
113.500
138.248
114.700
111.348
112.122
111.956
118.810
111.374
112.295
111.377
111.991
111.072
111.200
111.848
111.556
111.700
113.150
114.164
111.327
125.000
113.090
111.200
123.100
116.920
135.300
185.000
156.100
110.840
116.203
115.000
111.400
114.600
113.090
114.200
128.210
116.800
140.000
111.746.249.910
111.785.015.148
115.200.227.226
115.560.160.855
115.839.265.860
111.088.684.492
118.510.022.967
111.223.513.867
115.365.357.188
115.873.062.982
115.976.006.046
112.425.820.734
115.750.369.106
115.593.272.927
115.564.210.392
115.572.488.702
115.499.959.957
115.555.463.643
115.659.141.565
115.717.432.839
115.572.399.830
115.570.210.456
115.801.107.400
115.543.555.128
116.595.233.407
113.827.806.864
112.169.441.044
123.300.452.164
123.073.191.107
221.011.019.051
223.264.935.005
218.002.329.015
120.797.623.596
211.129.829.050
120.319.146.212
122.621.924.341
111.069.234.425
112.242.585.335
125.317.491.935
112.450.813.252
112.705.538.584
128.592.415.352
1.587.500
1.178.288
1.215.117
1.143.089
1.528.440
1.311.053
1.222.496
1.260.322
1.271.036
1.411.434
1.498.981
1.128.964
1.546.120
1.258.507
1.409.739
1.287.538
1.466.381
1.462.886
1.356.678
1.461.075
1.336.706
1.181.019
1.192.389
1.409.612
1.263.809
1.292.422
1.807.868
1.142.877
1.444.103
1.155.292
1.273.705
1.115.326
1.187.636
1.686.899
1.354.610
1.444.232
1.232.442
1.171.320
1.266.070
1.186.877
1.397.873
1.204.232
TOTALE
939.127
214.484.008.958
228.387
Acqua pubblica
Dalla tabella si evince che i due comuni individuati con i numeri
207 e 228, molto simili per dimensioni e localizzazione sono stati entrambi destinatari di un finanziamento per il rifacimento della rete
idrica cittadina. Il primo ha speso complessivamente meno di quattro
miliardi di lire con un costo ad abitante di circa 300.000 lire. Il secondo per un lavoro quasi analogo ha speso oltre 20 miliardi di lire
con un costo ad abitante di quasi 1,5 milioni di lire. Vale la pena di
segnalare che la spesa per la progettazione delle due opere è stata di
circa 130 milioni di lire per la prima e di oltre 600 milioni per la seconda
(le parcelle professionali sono proporzionali al costo delle opere
progettate). Questo esempio clamoroso è solo la punta dell’iceberg
della complessiva inefficienza “di sistema” della pletora di enti interessati alla gestione della cosa pubblica e, in questo caso, alla gestione
dell’acqua e delle opere pubbliche a questa collegate.
Per combattere questo terzo nemico i provvedimenti devono essere di sistema:
•
•
concentrazione delle responsabilità e delle competenze in enti
specificamente individuati per questo compito;
selezione delle opere e degli interventi da effettuare in base a criteri di beneficio effettivo prodotto dall’opera progettata.
Il Quadro Normativo
Fissati i “nemici” che dobbiamo combattere e le strategie che pensiamo vadano adottate iniziamo a descrivere il quadro normativo di riferimento per verificare quali provvedimenti sono coerenti con in
nostri principi e quali ostacolano una buona gestione del bene acqua.
Tutte le leggi di settore fissano con chiarezza che l’acqua è un
bene pubblico che al massimo può essere concessa in uso al privato.
Il “Testo unico delle Acque” (regio decreto 11 dicembre 1933 n°
1775) all’articolo 1 recita:
85
Conoscere per crescere
“Sono pubbliche tutte le acque sorgenti, fluenti e lacuali, anche se artificialmente estratte dal sottosuolo, sistemate o incrementate...”.
Al successivo articolo 2 la legge individua lo strumento della
“concessione” di acqua per uso privato (principalmente agricolo e industriale) o per uso pubblico (potabile) e descrive le modalità e le verifiche attraverso le quali lo Stato può pervenire a tale determinazione.
In realtà quindi “la privatizzazione dell’acqua” è stata introdotta
nel 1933 mentre quella a cui ci si riferisce normalmente quando si usa
questo termine è la privatizzazione del servizio di distribuzione dell’acqua che nasce con la Legge Galli del 1994.
Dal 1933 anno di approvazione del Testo Unico al 1994, anno di
emissione della Legge Galli le normative relative al settore delle acque
sono rimaste quasi immutate, l’unica norma rilevante è stata la L.
183/89 Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa
del suolo.
Diversa è invece la situazione relativa alle normative dei servizi
pubblici locali che il legislatore ha variato in due successive occasioni:
prima con la L 142/90 si stabiliva:
•
86
Art. 22.
Servizi pubblici locali
1. I comuni e le province, nell’ambito delle rispettive competenze, provvedono
alla gestione dei servizi pubblici che abbiano per oggetto produzione di beni
ed attività rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico
e civile delle comunità locali.
2. I servizi riservati in via esclusiva ai comuni e alle province sono stabiliti
dalla legge.
3. I comuni e le province possono gestire i servizi pubblici nelle seguenti forme:
a) in economia, quando per le modeste dimensioni o per le caratteristiche del
servizio non sia opportuno costituire una istituzione o una azienda;
b) in concessione a terzi, quando sussistano ragioni tecniche, economiche e di
opportunità sociale;
Acqua pubblica
c) a mezzo di azienda speciale, anche per la gestione di più servizi di rilevanza economica ed imprenditoriale;
d) a mezzo di istituzione, per l’esercizio di servizi sociali senza rilevanza imprenditoriale;
e) a mezzo di società per azioni o a responsabilità limitata a prevalente capitale pubblico locale costituite o partecipate dall’ente titolare del pubblico servizio, qualora sia opportuna in relazione alla natura o all’ambito territoriale
del servizio la partecipazione di più soggetti pubblici o privati.
Con questa norma scompaiono le classiche “municipalizzate” (in
origine tutte le aziende cittadine di gestione del servizio erano connotate da questa forma giuridica), aziende diretta espressione dei Comuni,
e compaiono le SpA ad intero capitale pubblico, strani soggetti di diritto privato gravati, almeno sino ad ora, da tutte le patologie e l’elefantiasi del pubblico. Basti citare rispetto a questo il Comune di Roma che
controlla più di 80 società di questo tipo con un numero di dipendenti
(contratto di tipo privato) quasi doppio di quelli assunti direttamente
dal Comune.
Questa mutazione genetica del gestore pubblico subisce una ulteriore accelerazione con il Dlgs 267/2000 che stabilisce:
5. L’erogazione del servizio avviene secondo le discipline di settore e nel rispetto
della normativa dell’Unione europea, con conferimento della titolarità del servizio:
a) a società di capitali individuate attraverso l’espletamento di gare con procedure ad evidenza pubblica;
b) a società a capitale misto pubblico privato nelle quali il socio privato venga
scelto attraverso l’espletamento di gare con procedure ad evidenza pubblica
che abbiano dato garanzia di rispetto delle norme interne e comunitarie in materia di concorrenza secondo le linee di indirizzo emanate dalle autorità competenti attraverso provvedimenti o circolari specifiche;
c) a società a capitale interamente pubblico a condizione che l’ente o gli enti
pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo
87
Conoscere per crescere
a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l’ente o gli enti pubblici che la controllano.
L’articolo sopra descritto si riferisce a tutti i servizi pubblici “con
rilevanza economica” e quindi ricomprende anche la fornitura di acqua
potabile nei centri abitati. Sarebbe opportuno riconsiderare in modo
complessivo gli effetti delle normative sui servizi pubblici locali. Di
fatto le società di diritto privato ad intero capitale pubblico o a partecipazione pubblica sono diventate una vera e propria “tangentopoli legale” degli anni 2000, al loro interno i controlli ed i limiti imposti dalle
norme sulla spesa pubblica si sfumano diventando del tutto inefficaci
consentendo il conferimento di lavori, consulenze, compensi agli amministratori senza un vero controllo di legittimità. Fatta questa breve
ma indispensabile digressione sulle modalità di espletamento del servizio pubblico veniamo finalmente alla protagonista principale della
lotta tra i cattivi ed i buoni di questa storia: la Legge Galli del 1994:
L’onorevole Galli in un suo intervento in pubblico immediatamente successivo alla entrata in vigore della legge dichiarava:
“... l’Italia paga oggi in definitiva, il duro prezzo dell’acqua facile, ossia di
una concezione sbagliata (l’acqua come risorsa naturale illimitata e gratuita
(o quasi) di una programmazione inesistente, di un governo frammentato, di
un sevizio idrico disarticolato, di rilevanti sprechi...”.
Vediamo come la legge intendeva dare risposta al problema segnalato: riportiamo i punti più rilevanti della norma:
•
Capo I - Principi generali
1. Tutela e uso delle risorse idriche
1. Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo,
sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata
secondo criteri di solidarietà.
2. Qualsiasi uso delle acque è effettuato salvaguardando le aspettative ed i
diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale.
88
Acqua pubblica
3. Gli usi delle acque sono indirizzati al risparmio e al rinnovo delle risorse
per non pregiudicare il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri
idrologici.
4. Le acque termali, minerali e per uso geotermico sono disciplinate da leggi
speciali.
•
Capo II - Servizio idrico integrato
8. Organizzazione territoriale del servizio idrico integrato
1. I servizi idrici (attenzione per servizio idrico si intende solo
quello potabile nda) sono riorganizzati sulla base di ambiti territoriali ottimali delimitati secondo i seguenti criteri:
a) rispetto dell’unità del bacino idrografico o del sub-bacino o dei bacini idrografici contigui, tenuto conto delle previsioni e dei vincoli contenuti nei piani
regionali di risanamento delle acque di cui alla legge 10 maggio 1976,
n. 319 (6), e successive modificazioni, e nel piano regolatore generale degli acquedotti, nonché della localizzazione delle risorse e dei loro vincoli di destinazione, anche derivanti da consuetudine, in favore dei centri abitati
interessati;
b) superamento della frammentazione delle gestioni;
c) conseguimento di adeguate dimensioni gestionali, definite sulla base di
parametri fisici, demografici, tecnici e sulla base delle ripartizioni politicoamministrative.
9. Disciplina della gestione del servizio idrico integrato
1. I comuni e le province di ciascun ambito territoriale ottimale di cui all’articolo 8, entro il termine perentorio di sei mesi dalla delimitazione dell’ambito
medesimo, organizzano il servizio idrico integrato, come definito dall’articolo
4, comma 1, lettera f), al fine di garantirne la gestione secondo criteri di efficienza, di efficacia e di economicità.
2. I comuni e le province provvedono alla gestione del servizio idrico integrato
mediante le forme, anche obbligatorie, previste dalla legge 8 giugno 1990,
n. 142 (10), come integrata dall’articolo 12, L. 23 dicembre 1992, n. 498 (11).
89
Conoscere per crescere
13. Tariffa del servizio idrico
1. La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico come definito all’articolo 4, comma 1, lettera f). ( f) i criteri per la gestione del servizio idrico
integrato, costituito dall’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione
e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle
acque reflue).
2. La tariffa è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e
del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell’entità dei
costi di gestione delle opere, dell’adeguatezza della remunerazione del capitale
investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, in modo che sia
assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio.
Fino a questo articolo possiamo dire che la legge è abbastanza
coerente con i principi enunciati precedentemente: si limita la frammentazione del servizio portandolo ad una dimensione che può consentire una professionalizzazione del gestore, si sostituisce la figura
dell’ente locale singolo (Comune) con quella dell’ente d’ambito (Consorzio di Comuni a livello almeno provinciale) e si conferisce al “gestore” la responsabilità del servizio imponendogli attraverso la tariffa
di effettuare una gestione “economicamente efficiente” nella quale
sprechi ed investimenti sbagliati non vengono compensati e restano
un “costo” prodotto dalla inefficienza.
L’errore di fondo di questa parte della legge è, a parere del sottoscritto, il limitare l’intervento al solo settore potabile come se la risorsa
destinata ad usi irrigui ed industriali non fosse la stessa; questa divisione, che impedisce di applicare analoghi principi di efficienza su servizi con consumi addirittura più rilevanti di quelli potabili, è del tutto
illogica e causa di inefficienze. La legge poi prosegue con:
2. Usi delle acque
1. L’uso dell’acqua per il consumo umano è prioritario rispetto agli altri usi
del medesimo corpo idrico superficiale o sotterraneo. Gli altri usi sono ammessi
90
Acqua pubblica
quando la risorsa è sufficiente e a condizione che non ledano la qualità dell’acqua per il consumo umano.
2. Con decreto emanato, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della
presente legge, dal Ministro dell’ambiente, di concerto con il Ministro dei
lavori pubblici, ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988,
n. 400 (2), è adottato il regolamento per la disciplina delle modificazioni
artificiali della fase atmosferica del ciclo naturale.
La affermazione evidenziata in giallo è assolutamente da contestare, l’uomo per la sua vita necessita sia dell’acqua potabile che
dell’acqua irrigua e per il suo benessere e per il mantenimento dell’attuale tenore di vita necessita anche dei beni prodotti dall’industria, è
quindi necessario mantenere un equilibrio tra i vari usi, paradossalmente, applicando alla lettera questa determinazione l’uomo potrebbe
bere e lavarsi all’infinito e contemporaneamente morire di fame e di
freddo.
20. Concessione della gestione del servizio idrico a soggetti
non appartenenti alla pubblica amministrazione
1. La concessione a terzi della gestione del servizio idrico, nei casi previsti
dalla presente legge, è soggetta alle disposizioni dell’appalto pubblico di servizi
degli enti erogatori di acqua in conformità alle vigenti direttive della Comunità
europea in materia, secondo modalità definite con decreto del Ministro dei
lavori pubblici, di concerto con il Ministro dell’ambiente. Non sono applicabili
le norme relative agli importi degli appalti, ivi compreso il limite di importo
della concessione medesima.
2. I concessionari e gli affidatari del servizio idrico diversi dalle pubbliche
amministrazioni e dalle relative aziende speciali sono considerati come
operatori in virtù di diritti speciali o esclusivi ai sensi della direttiva 90/
531/CEE del Consiglio, del 17 settembre 1990, e successive modificazioni.
3. Qualora la gestione di servizi idrici rientri nell’oggetto di una concessione
di costruzione e gestione, le relative attività sono assoggettate alla disciplina
vigente in materia di appalti di lavori pubblici.
91
Conoscere per crescere
E qui arriviamo al punto dolente: la apertura ai privati, costituiti
sotto forma di società a scopo di lucro, della gestione di un servizio che
distribuisce un bene definito per legge “pubblico” utilizzando una rete
di opere tutte pagate dai cittadini.
È una vera e propria dichiarazione di resa: il legislatore ammette
di essere incapace di gestire in modo efficiente ed economico e chiama
il privato, pagandogli l’utile di impresa, perché, evidentemente, è convinto, nella migliore delle ipotesi, che una gestione totalmente pubblica
sarebbe più costosa in quanto gravata da patologie ed inefficienze tali
da incidere più dell’utile di impresa stesso.
Il quadro aggiornato al 2008 della attuazione della legge è il seguente (fonte: Utilitatis presso Federutility, via Cavour 179/a, Roma):
•
Numero di Autorità di Ambito previste ed insediate
La riorganizzazione della gestione del servizio idrico approvata
dalla regioni prevede la creazione di 91 Ambiti Territoriali Ottimali. Tutti gli ATO previsti hanno effettuato l’insediamento
(Fonte: Rapporto COVIRI 2008).
•
Numero di affidamenti per tipologia
Al 30 giugno 2008, risultavano effettuati 67 affidamenti, di cui 31
a società in house, 13 a società quotate, 12 a società a capitale
misto pubblico privato, 6 in concessione a società di capitali e 5
transitori / plurigestione /salvaguardia (Fonte: Utilitatis - Blue
Book 2008).
Come si vede sino ad ora la “privatizzazione dell’acqua” è avvenuta solo in parte a favore di società di capitali “private”, la parte del
leone l’hanno fatta le ex municipalizzate che trasformatesi in SpA a
capitale pubblico o a capitale misto si sono aggiudicate la gran parte
degli affidamenti esterni.
Il quadro normativo nel frattempo si è ulteriormente evoluto con
la entrata in vigore del Dlgs n° 152 del 2006. Tale provvedimento, un
92
Acqua pubblica
vero e proprio testo unico del settore che abroga e sostituisce interamente la legge Galli ma, di fatto, ne ribadisce gli effetti e le procedure
relativamente al servizio idrico integrato. Segnaliamo in particolare:
l’art. 144 comma 4 che recita:
4. Gli usi diversi dal consumo umano sono consentiti nei limiti nei quali
le risorse idriche siano sufficienti e a condizione che non ne pregiudichino la
qualità.
Variando in tal modo la dizione più intransigente contenuta nell’art. 2 della L. Galli. Resta sempre una priorità dell’uso potabile, sul
quale abbiamo già espresso le nostre riserve, ma certamente questo
testo è preferibile al precedente:
l’art 157 comma 1 che recita:
1. Gli enti locali hanno facoltà di realizzare le opere necessarie per provvedere
all’adeguamento del servizio idrico in relazione ai piani urbanistici ed a concessioni per nuovi edifici in zone già urbanizzate, previo parere di compatibilità con il piano d’ambito reso dall’Autorità d’ambito e a seguito di
convenzione con il soggetto gestore del servizio medesimo, al quale le opere, una
volta realizzate, sono affidate in concessione.
Confermando in toto la potestà degli enti locali di realizzare in
proprio opere idriche e successivamente affidarle in concessione al gestore. L’effetto di questo articolo di fatto vanifica del tutto la parte
virtuosa della legge: il principio di efficienza ed efficacia dell’intervento è completamente eluso perché di fatto si consente all’ente locale
di ricevere finanziamenti pubblici per realizzare le opere che più gli
aggradano senza ricadere nella logica di una gestione “economica”
degli interventi.
È sufficiente scorrere gli elenchi di opere contenuti negli accordi
di programma quadro sottoscritti dalle autorità centrali di concerto
con le regioni per prendere atto di questa gravissima distorsione dei
principi ispiratori della norma.
93
Conoscere per crescere
Se a questo aggiungiamo l’ultimo intervento del legislatore effettuato con la Finanziaria 2008 (L 133/2008):
•
Art. 23-bis.
Servizi pubblici locali di rilevanza economica
1. Le disposizioni del presente articolo disciplinano l’affidamento e la gestione
dei servizi pubblici locali di rilevanza economica...
2. Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali avviene, in via
ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite
individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica...
3. In deroga alle modalità di affidamento ordinario di cui al comma 2, per
situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire nel
rispetto dei principi della disciplina comunitaria.
4. Nei casi di cui al comma 3, l’ente affidante deve dare adeguata pubblicità
alla scelta, motivandola in base ad un’analisi del mercato e contestualmente
trasmettere una relazione contenente gli esiti della predetta verifica all’Autorità garante della concorrenza e del mercato e alle autorità di regolazione del
settore, ove costituite, per l’espressione di un parere sui profili di competenza
da rendere entro sessanta giorni dalla ricezione della predetta relazione.
5. Ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere
affidata a soggetti privati.
8. Salvo quanto previsto dal comma 10, lettera e) le concessioni relative al
servizio idrico integrato rilasciate con procedure diverse dall’evidenza pubblica
cessano comunque entro e non oltre la data del 31 dicembre 2010, senza
necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante. Sono escluse dalla
cessazione le concessioni affidate ai sensi del comma 3.
Possiamo tranquillamente affermare che l’effetto composto degli
ultimi due articoli di legge citati, unito alla complessiva inefficienza e
diseconomicità dell’intero sistema, garantisce la vittoria di tutte e tre
i “nemici” che avevamo individuato all’inizio di questo intervento,
94
Acqua pubblica
speculatori dell’acqua, sprechi ed enti locali inefficienti risultano tutti
garantiti di poter proseguire nella loro azione di danno.
A questo quadro si è opposta una proposta di legge di iniziativa
popolare sponsorizzata da associazioni e comitati che hanno raccolto
oltre 400.000 firme per promuovere la adozione di un testo intitolato:
Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e
disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico. Tale proposta
contiene alcune novità senza dubbio interessanti quali:
•
•
•
•
consente l’uso dell’acqua per fini non potabili solo se non siano
presenti altre risorse idriche meno pregiate;
definisce il servizio idrico “privo di rilevanza economica” sottraendolo in tal modo agli effetti delle norme sui servizi pubblici
degli enti locali;
fissa in 50 litri abitante giorno il quantitativo minimo vitale da
sottrarre alla tariffa e da fornire ad ogni persona anche in caso di
mancato pagamento dei canoni di servizio;
istituisce il Fondo nazionale di solidarietà internazionale per favorire l’accesso all’acqua potabile per tutti gli abitanti del pianeta.
Le proposte sopra descritte appaiono tutte degne di attenzione e
si può solo osservare che non vi è alcun correttivo agli effetti perversi
dell’art 157 del Dlgs 152/2006 che meriterebbero di essere anch’essi
contemplati in questa proposta.
AUGUSTO MERLETTI
95
Conoscere per crescere
3
Rifiuti
zero
Introduzione
Il movimento che in questi anni si è costituito ed ha preso forma
di reale antagonismo popolare alla deriva della politica, in materia di tutela dell’ambiente e della salute ma in genere rispetto alla tutela dei beni
comuni, è arrivato oggi ad un punto di snodo essenziale: costruire una
seria agenda ed un progetto di lavoro multidisciplinare o soccombere
all’incalzare dello strapotere delle lobby che a vario titolo intendono
spolpare anche le ultime risorse rimaste.
Si intendono infatti sfruttare tecnologie che, sebbene siano gravemente lesive per la conservazione della salubrità delle popolazione e
dell’ambiente naturale, siano in grado di soddisfare il bisogno di produrre reddito speculativo ad una ristretta cerchia di imprenditori che
vuole imporre un modello di sviluppo ormai insostenibile, soprattutto
in presenza di un crollo del sistema industriale di riferimento che in
un centinaio di anni ha bruciato risorse accumulate in molti secoli dal
nostro pianeta.
Il riferimento è all’uso di combustibili fossili non rinnovabili, di
cui abbiamo da poco superato il picco delle risorse disponibili, sia in
forma diretta come carburanti per usi industriali e domestici sia allo
sproporzionato modello di una società che produce beni di consumo
ad un ritmo insostenibile sia in relazione allo smodato consumo di materiali vergini sia all’altrettanto incontrollato accumulo di materiali postconsumo chiamati rifiuti.
97
Conoscere per crescere
Riteniamo infatti che il termine “rifiuto” si oggi oltre che inopportuno anche improprio, dal momento che si dimostra che una avveduta
azione di gestione programmata rispetto alla raccolta, al recupero ed
al riciclaggio di materiali post-consumo annulli definitivamente il senso
dispregiativo di questo termine, rimettendo in un nuovo circolo produttivo materiali che consentono un risparmio da otto a dodici volte il costo
di produzione degli stessi partendo dalle materie prime naturali e consentendo la conservazione dell’energia originaria spesa per realizzarli.
Questo ultimo concetto ci offre l’opportunità di capire come sono
intimamente legati i temi della gestione del ciclo produttivo e del ciclo
post-consumo con il tema della produzione e del fabbisogno energetico nazionale.
Non è pensabile infatti ritenere ancora sostenibile l’estrazione,
il trasporto e la raffinazione del petrolio come base per la produzione
industriale delle plastiche per gli usi più svariati se poi questi stessi materiali vengono bruciati con il recupero di appena il 20% del contenuto
energetico, tenendo conto che il rapporto in peso di petrolio per produrre plastica è di due a uno!!!
Il modello attuale di consumo è quindi destinato a fermarsi sia in
rapporto a limiti fisici oggettivi, quali l’esaurimento delle risorse naturali ed il costo sempre più elevato dei combustibili fossili in particolare,
sia in rapporto alla crisi globale in atto ed ai conseguenti limiti sociali
e finanziari di reddito che hanno ridimensionato drasticamente le reali
capacità di un livello di consumo sfrenato.
Occorrerà pertanto ricostruire dalle macerie di una società consumistica in declino un progetto di autentica sostenibilità basato sul
concetto di una produzione energetica da fonti veramente rinnovabili,
come il solare, l’eolico, il geotermico ed il fotovoltaico nelle forme più
performanti, che si rapporti con un modello di consumo basato sulla
filiera corta, sul miglioramento del ciclo naturale delle acque, sulla biodiversità, sulla qualità agro-biologica degli alimenti, sul ciclo lavorativo
locale.
98
Rifiuti zero
Esercito Popolare
Partendo da questa introduzione generale, possiamo capire come
l’attuale gestione del ciclo dei rifiuti in Italia sia, oltre che anacronistico
in termini di prospettive di risparmio energetico, anche sconsiderato da
quello più propriamente ambientale in genere e di tutela della salute
pubblica in particolare.
L’impronta caratteristica che abbiamo voluto dare infatti alla nostra iniziativa nel tema specifico deriva da un giudizio storico-politico
di come si è arrivati oggi all’esplodere di contraddizioni sociali gravissime che hanno messo in luce un mondo di connivenza tra settori imprenditoriali e pezzi importanti ed estesi delle istituzioni e dei partiti
politici, condensato in queste frasi:
“Partendo dall’attuale stato dell’arte nella gestione del ciclo dei rifiuti in Italia
e nel Lazio in particolare verifichiamo che la classe politica ed i rappresentanti
istituzionali regionali, sull’onda di una situazione di “procurata emergenza”
da loro stessi costruita in decenni di immobilismo politico a fronte di una legislazione comunitaria inapplicata, stanno cercando di accreditare il passaggio
da una trentennale politica di conferimento in discarica del “tal quale” ad un
generalizzato ricorso ad impianti di incenerimento visti come la panacea che
risolverà l’emergenza stessa autoindotta.
Questa in sintesi la rappresentazione di una offensiva di carattere lobbystico
proposta da una classe imprenditoriale interessata a far ripartire l’economia
di settore sulla base di una normativa che solo nel nostro paese in Europa vede
assegnati a questi impianti grandissima parte del 7% prelevato dalle bollette
energetiche pagate dagli utenti e quindi di risorse economiche pubbliche a fondo
perduto, i cosiddetti CIP 6, che dovevano servire a finanziare le cosiddette
“fonti energetiche alternative”.
Tale offensiva è oggi sostenuta da uno schieramento politico trasversale
rappresentato in primis dal livello governativo, con norme speciali varate dal
governo Prodi e riprese da quello attuale in favore della secretazione dei siti
99
Conoscere per crescere
e delle operazioni svolte con l’uso minacciato dell’esercito e di tribunali speciali
militari per i disobbedienti, che sullo spunto della situazione campana vuole
accelerare l’impiego di tecnologie di incenerimento ad altissimo rischio ambientale e sanitario.
L’assenza di autonoma iniziativa delle istituzioni di livello territoriale, che
spesso sostengono lo stesso schema, sancisce oggi la netta separazione tra la
“politica” e la cittadinanza prefigurando in questa “guerra dei rifiuti” il costituirsi di un “esercito popolare antagonista” che vuole riaffermare i principi
di tutela e di salvaguardia del proprio ambiente e della propria salute, cioè il
proprio futuro.
La Campagna parte dalla constatata assenza di informazione corretta nella
popolazione, a causa della disinformazione della quasi totalità della stampa
e dei media utilizzati in funzione di fiancheggiatori della lobby, rispetto ai rischi ambientali-sanitari, alle patologie indotte della tecnologia inceneritrice e
soprattutto della praticabilità e concretezza della procedura di differenziazione
“a freddo” dei rifiuti con il Trattamento Meccanico Biologico (T.M.B.).
Questa mancanza di corretta informazione impedisce oggi a Roma e nel
Lazio di lanciare mobilitazioni popolari che raggiungano una massa critica
sufficiente a rimettere in discussione gli orientamenti politici ed istituzionali
oggi in atto, restando sconosciute le condizioni di precarietà delle discariche laziali e di Malagrotta in particolare e le motivazioni economico-speculative
che ci sono dietro il mancato avvio di una seria raccolta differenziata, presupposto di un diverso modello di responsabilizzazione nella produzione e nel
trattamento dei rifiuti.
Il nostro “esercito popolare” dovrà essere costituito dalla miriade di organizzazioni di base esistenti quali i comitati locali o di quartiere uniti o meno in
reti cittadine, le associazioni ambientaliste locali, i nuovi movimenti civici ed
i meetup di Beppe Grillo, validi testimonial con personalità del mondo scientifico e della cultura, i bloggers e/o singole persone che vogliano dare un contributo attivo professionale o di elaborazione oltre che di mobilitazione.
100
Rifiuti zero
Un “esercito popolare” con una struttura orizzontale “senza generali” che
possa sviluppare una forma di autogestione territoriale della propria battaglia
sulla base di una azione coordinata in rete, con una capacità collettiva condivisa di produrre informazione e “formazione comunicativa “ per produrre
iniziative centralizzate e/o localizzate ed il relativo materiale di supporto
omogeneo.
Questo esercito dovrà essere il soggetto promotore di un processo aggregativo
di adesione pubblica agli obiettivi ed alle regole contenute in questa piattaforma
di iniziativa popolare con le forze politiche ed i rappresentanti istituzionali
locali, con le organizzazioni sindacali, con le associazioni di difesa dei consumatori e con le organizzazioni imprenditoriali di categoria a livello locale
specialmente nel settore agroalimentare e turistico”.
Queste considerazioni sono la base della piattaforma di adesione
della Campagna pubblica “Non bruciamoci il futuro” e rappresentano
oggi la motivazione aggregativa ed il senso ampio di convergenza che
si sono realizzate in un percorso di pochi mesi con l’adesione di oltre
quaranta organizzazioni territoriali e di diverse organizzazioni nazionali
che ne condividono lo spirito e gli obiettivi.
È stato fondamentale nel percorso aggregativo l’aver annunciato
già in fase preliminare la forma volutamente aperta e non formalizzata
in una struttura associativa o di rete, lasciando la piena autonomia
territoriale di diffondere i contenuti e le iniziative di una Campagna di
comunicazione ma anche di formazione, di battaglia, di elaborazione
progettuale, di promozione di imprenditoria locale, di raccordo con gli
amministratori comunali - provinciali - regionali.
Così come si ritiene fondamentale oggi riuscire a chiudere “il cerchio degli attori” di un concreto e possibile cambiamento attraverso il
coinvolgimento delle organizzazioni attive e delle popolazioni informate, degli amministratori locali e dei soggetti politici di riferimento,
una nuova imprenditoria del territorio interessata a cimentarsi sul piano
dell’ecosostenibilità.
101
Conoscere per crescere
Strategia Rifiuti Zero
La filosofia di riferimento che la Campagna ha adottato sin dalla
sua costituzione è quella proposta dal prof. Paul Connett denominato
come Strategia Rifiuti Zero, intendendo questo obiettivo come fondante di qualsiasi iniziativa che sarà supportata delle organizzazioni
aderenti, che propone la nuova frontiera nel ciclo di vita dei materiali
basata sul contrasto di qualsiasi attività di distruzione degli stessi prevedendo l’eliminazione del ricorso sia alle discariche che all’incenerimento come sistema di smaltimento.
La Campagna pubblica nasce infatti proprio per sopperire ad una
conclamata mancanza di corretta informazione sulle tematiche ambientali e sanitarie derivanti dalla attuale gestione del ciclo dei rifiuti e
delle tecnologie adottate in rapporto alla tutela ambientale del territorio
e della salute pubblica delle comunità residenti, prendendo spunto dalla
vicenda esemplare di Malagrotta.
In questo sito la malagestione trentennale della megadiscarica dei
rifiuti di Roma - Fiumicino - Ciampino ha accumulato oltre cinquanta
milioni di metri cubi di rifiuti indifferenziati creando una condizione
di pesante inquinamento olfattivo oltre alla contaminazione della falda
idrica e delle acque superficiali in particolare dei canali di drenaggio
che confluiscono nel Rio Galeria e quindi nel fiume Tevere.
Su questo disastro ambientale, di fatto consentito dalle istituzioni
locali ed in primis dalla Regione Lazio ed in particolare dall’Agenzia
Regionale Protezione Ambientale (A.R.P.A.) quale ente preposto ai
controlli ed alle prescrizioni in materia autorizzativa della gestione delle
società che fanno capo all’avv. Manlio Cerroni, si è saldato l’ultimo
anello della catena con la realizzazione sullo stesso sito di un grande
impianto di incenerimento/gassificazione del cosiddetto Combustibile
Da Rifiuti (C.D.R.) costituito da carta e soprattutto dalla plastica.
Quest’ultima componente è responsabile in fase di combustione
della produzione di composti chimici tossici presenti sia nelle ceneri/
102
Rifiuti zero
scorie di lavorazione che nei fumi dispersi in atmosfera con particelle
non filtrabili avendo dimensioni talmente piccole come la nanoparticelle (PM 0,1) pari ad un decimilionesimo di millimetro.
Questo ha di fatto rappresentato la presa di coscienza della nuova
scala territoriale riguardante sia l’intera città di Roma che i Comuni della
Provincia circostante in rapporto alla contaminazione atmosferica, derivata dai fumi e dal particolato trasportato (PM 2,5-PM 0,1) contenente
composti chimici tossici e cancerogeni come diossine – furani – metalli
pesanti, di cui si prevede un raggio di dispersione in atmosfera di almeno
un centinaio di chilometri.
Si registra infatti tuttora una sostanziale ignoranza sul ciclo industriale degli inceneritori, sui prodotti della combustione stessa (ceneri e
granulati tossici - fumi e nanoparticelle tossiche) e soprattutto sugli effetti per
la salute pubblica di questi ultimi nel raggio di contaminazione previsto
dovuti sia all’inalazione diretta che alla deposizione al suolo ed al conseguente inserimento nel ciclo alimentare umano.
Nonostante una campagna informativa ufficiale martellante sui
cosiddetti “termovalorizzatori”, falsamente presentati come la soluzione
salvifica per una situazione di emergenza, vogliamo informare i cittadini
dei contenuti alternativi presenti nella Strategia Rifiuti Zero che, partendo
da una decisa riduzione dei rifiuti stessi, prevede il ricorso ad un ciclo
“chiuso” in cui tutto viene riusato, riciclato e riutilizzato in quanto la stessa
produzione di rifiuti è di fatto una “errata progettazione industriale”.
Nuovo ciclo dei rifiuti
Partendo da una campagna di vera controinformazione sui rischi
sanitari ed ambientali connessi all’uso della tecnologia inceneritrice
vogliamo riaffermare la nostra concreta e propositiva proposta di piattaforma per un nuovo ciclo dei rifiuti che si basi su cinque fasi fondamentali:
103
Conoscere per crescere
1)
2)
3)
4)
5)
Riduzione generalizzata e riprogettazione produttiva di beni differenziabili al 100%.
Raccolta differenziata attraverso il sistema porta a porta spinto e
generalizzato.
Recupero dei rifiuti indifferenziati con il trattamento meccanico
– biologico (T.M.B.).
Riciclaggio degli imballaggi e dei materiali secchi (vetro, metalli,
carta, legno, tessili e plastiche) attraverso le isole ecologiche e le
piattaforme di recupero come i Centri di Riciclo tipo Vedelago,
che operano sia della frazione secca differenziata che della frazione secca residua da esito T.M.B.
Riciclaggio della frazione organica (umido domestico e commerciale, sfalcio verde, potature) attraverso il compostaggio domestico,
le isole ecologiche due processi industriali successivi: i Digestori
anaerobici con recupero di biogas e gli Impianti di Compostaggio
per la produzione di Compost di qualità agronomica certificata,
1) Riduzione consapevole dei rifiuti
•
•
•
104
Riduzione del numero di imballaggi e dei contenitori e loro riutilizzo attraverso la promozione del sistema del vuoto a rendere e
la diffusione della vendita “alla spina” di prodotti di largo consumo, anche attraverso politiche di incentivazione economica alle
aziende distributrici;
Riprogettazione industriale, da parte delle industrie produttive di
beni di consumo, in cui i materiali dei singoli componenti possano
essere differenziati completamente, attraverso una serie di misure
di incentivazione e/o detassazione mirate al riconoscimento di
un marchio legato alla progettazione di qualità ambientale
Responsabilizzazione delle utenze domestiche, produttive, commerciali attraverso campagna di sensibilizzazione cittadine, nei
luoghi di lavoro, accordi di programma o patti territoriali con le
Rifiuti zero
•
imprese con incentivazioni fiscali per la riduzione e il riciclaggio
effettuato, il compostaggio domestico e di quartiere, isole ecologiche per gli ingombranti ed i rifiuti verdi di potatura, tassazione
mirata per l’uso delle buste di plastica;
Responsabilizzazione dell’amministrazione pubblica locale attraverso una campagna sistematica di sensibilizzazione nelle scuole
e negli uffici pubblici, un nuovo regolamento di igiene pubblica
con la conversione della TARSU in tariffa individuale, obbligatorietà del recupero della carta per la pubblica amministrazione, le
opportune sanzioni amministrative per chi non rispetta l’ambiente
da irrogare attraverso l’uso integrato della polizia municipale, della
polizia provinciale, delle guardie forestali e di associazioni di volontariato territoriali addestrate al controllo ed alla segnalazione
degli abusi con l’istituzione di un numero verde per le segnalazioni
di abusi direttamente dai cittadini;
2) Raccolta differenziata porta a porta
•
•
•
Adozione del sistema di raccolta differenziata porta a porta spinto
e generalizzato nel Lazio attraverso una campagna di pressione nei
Comuni in cui ancora non risulta attivato il servizio, con l’abolizione
dei cassonetti stradali prevedendo il ricorso alla raccolta stradale
differenziata esclusivamente nelle località rurali o per abitazioni isolate e fuori dal perimetro ufficiale dei nuclei urbanizzati esistenti;
Detassazione dei rifiuti con l’applicazione della tariffa individuale,
con lo scopo di abbattere i costi sostenuti dalla collettività in proporzione all’efficienza riciclatoria di ogni nucleo familiare, con
una informazione-formazione quotidiana e puntuale dell’utenza
da parte del personale addetto al prelievo;
Incentivazione del compostaggio domestico, attraverso la fornitura di compostiere da balcone o da giardino ed il ritiro porta a
porta a credito del compost eventualmente inutilizzato;
105
Conoscere per crescere
•
Individuazione di siti pubblici di quartiere per le isole ecologiche
con depositi coperti e per il posizionamento di contenitori industriali per il conferimento di materiali differenziati vari e rifiuti ingombranti attraverso la gestione diretta delle aziende municipalizzate o attraverso l’affidamento in convenzione a cooperative di
giovani locali remunerati a progetto od a risultato annuale;
3) Trattamento Meccanico Biologico
Il processo di T.M.B. è riassumibile come una serie di operazioni
meccaniche mirate alla separazione ottimale tra i materiali componenti
la frazione secca (vetro,metalli, carta, legno, tessili, plastiche) dalla frazione organica attraverso la selezione che utilizza le proprietà fisiche
(peso specifico, proprietà magnetiche) per il recupero del vetro e dei
metalli ed attraverso la successiva operazione di tritovagliatura che consente il recupero delle restanti frazioni secche nel sopravaglio da avviare
a successiva selezione e nel sottovaglio composto dalla frazione organica residua.
Le tecnologie usate sono composte quindi da tecniche di separazione meccanica che possono essere adeguatamente migliorate nel
tempo per ottenere la separazione completa di tutta la frazione secca
nei diversi componenti che può essere avviata alle piattaforme di recupero convenzionate con i Consorzi di filiera del vetro, della carta, del
legno, dell’alluminio, dell’acciaio, della plastica come i Centri di Riciclo
di tipo Vedelago che operano sia come piattaforma di recupero che
come impianto di produzione di materia prima secondaria per il riciclaggio delle plastiche.
Attualmente sono presenti ed in fase di potenziamento nel Lazio
ben sette impianti definiti come T.M.B. ma che in effetti sono impianti
per la produzione del C.D.R., pensati in funzione quindi dell’estrazione
di carta e plastica, e non di una seria selezione e differenziazione di
tutti i componenti della frazione secca e dell’ottimizzazione del recu106
Rifiuti zero
pero di quella organica, in quanto la legislazione italiana prevede un
prodotto contenente fino al 20% di acqua o di organico.
4) Riciclaggio della frazione secca
Il riciclaggio ed il riuso devono essere pratica quotidiana, partendo
dalle isole ecologiche, dagli eventuali centri di raccolta nelle scuole e
nelle pubbliche amministrazioni deve diffondersi la responsabilità-obbligo per l’utente domestico- commerciale-industriale di contribuire
all’economia locale ed alla propria famiglia-azienda di recuperare un
bonus sotto forma di credito monetizzabile per i materiali di cui si fornisce una corretta raccolta con un sistema a piramide rovesciata che
passando dalle piattaforme di recupero confluisce nell’esito finale dei
Consorzi per la raccolta e la commercializzazione dei materiali.
Tali Consorzi di filiera CoMieco, CoRePlast, CoReVetro, CiAl,
RiLegno ecc. fanno parte del Consorzio nazionale imballaggi (CONAI)
che a livello nazionale è sottoscrittore di accordo economico con l’Associazione nazionale Comuni italiani (A.N.C.I.) che fissa le modalità
operative, i controlli di qualità e le quotazioni di mercato dei materiali
oggetto di recupero/riciclaggio.
Si ritiene che tra le piattaforme di recupero convenzionate con i
Consorzi di filiera possono essere considerati soggetti privilegiati i Centri di Riciclo tipo Vedelago per quanto attiene alla capacità di operare
la selezione, la purificazione e l’imballaggio della frazione secca mista
con provenienza sia da raccolta differenziata stradale “multimateriale”
che da raccolta differenziata porta a porta che da selezione secca residua in impianti T.M.B.
L’ulteriore lavorazione innovativa dell’estrusione a freddo delle
diverse componenti plastiche, pur in presenza di minime impurità organiche, rappresenta oggi un importantissimo capitolo nel riciclo come
produzione industriale di materia prima secondaria. Tale materia prima
secondaria è oggi molto richiesta sul mercato europeo essendo dispo107
Conoscere per crescere
nibile a costi da otto a dodici volte inferiori alla materia prima originale
e rappresenta in un momento di crisi economica ed industriale un approccio decisamente ecosostenibile per la produzione di manufatti
edili, stradali e di stampaggio plastico.
Questo processo non solo sottrae combustibile all’incenerimento
ma riutilizza quasi totalmente, arrivando al recupero del 93% dei materiali in entrata, sia il contenuto di materia che quello energetico servito per produrlo. Questo meccanismo di recupero e riciclaggio
consente infatti a questi impianti, realizzati con risorse esclusivamente
private, di poter gestire una attività remunerativa e con profitto di impresa svolgendo nel contempo una funzione di “smaltimento a recupero” ad impatto ambientale zero e soprattutto a costo zero per i
Comuni che vedono ritornate risorse economiche dal CONAI, rispetto
alle operazioni svolte di raccolta e di trasporto, che compensano i costi
di conferimento presso questo impianti.
Tenendo conto che oggi i costi di conferimento in discarica per
lo smaltimento dei rifiuti urbani ed assimilati rappresenta una voce di
bilancio passiva molto pesante, pari attualmente a circa cento euro a
tonnellata ma soggetti ad aumento progressivo dei costi, stiamo parlando in media di un costo annuo ad abitante di circa cinquanta euro:
cioè per una città di 1.000.000 abitanti stiamo parlando di cinquanta milioni di euro l’anno!!!
Le piattaforme di recupero a carattere comunale, tra cui i Centri
di Riciclo, entrano quindi a pieno merito nella filiera del ciclo dei rifiuti
come l’anello finale che può provvedere a remunerare le attività di raccolta a monte, attivandosi nell’attività di fornire materiali selezionati
alle industrie di produzione di carta, legno, plastica, metalli e vetro.
5) Riciclaggio della frazione organica
Questo processo parte dall’attivazione di due importanti azioni
dirette da parte dei cittadini quali il conferimento dei rifiuti verdi (sfalci
108
Rifiuti zero
di giardino, potature) presso isole ecologiche di quartiere e laddove
possibile la riduzione della frazione umida attraverso il compostaggio
domestico.
È infatti determinante operare una seria politica di riduzione alla
fonte della frazione organica in quanto questa frazione non è supportata, come quella secca, da alcuna forma di Consorzio di recupero sebbene rappresenti in assoluto la frazione più significativa in termini
ponderali (circa il 40% del rifiuto urbano).
La raccolta differenziata porta a porta rappresenta in termini reali
la migliore pratica di recupero di questa frazione, rispetto al processo
di recupero in impianti di T.M.B. precedentemente descritti, in virtù
della separazione manuale molto più accurata di quella meccanica.
Per questo si ritiene oggi che la vera sfida all’erosione dei suoli ed
al progressivo processo di desertificazione possa essere contrastato
con reimmissione nell’ambiente di compost di qualità agronomica che
funzionando da ammendante naturale svolge fondamentalmente due
funzioni vitali:
•
•
aumenta la ritenzione idrica e l’assorbimento dei suoli delle precipitazioni atmosferiche,
aumenta la fertilità e la resa agricola di terreni spesso sottoposti a
coltivazioni intensive.
Ovviamente per avviare un significativo apporto di ammendante
bisogna avviare un ciclo di produzione che impegni quantità significative di materia, ed il ciclo di trattamento attuale in discarica non prevede
ad esempio la riutilizzabilità della frazione organica stabilizzata (F.O.S.)
che rappresenta almeno il 70% della frazione organica selezionata dopo
l’essiccazione e la perdita di acqua, prodotta dagli attuali T.M.B./C.D.R.
in quanto contenente tossicità ed impurità che comportano il riutilizzo
esclusivo in discarica per le operazioni di copertura e di bonifica.
Tale frazione organica insieme ai fanghi degli impianti di depurazione fognaria potrebbe invece essere avviata presso digestori anaero109
Conoscere per crescere
bici per il recupero energetico di biogas, cosi come può essere prevista
con linea di lavorazione separata di trattare anche la frazione organica
proveniente da porta a porta insieme alla frazione verde raccolta presso
le isole ecologiche.
In questi impianti avviene la fermentazione in assenza di ossigeno
della materia organica, e quindi la trasformazione di parte del carbonio
organico in biogas a base di metano CH4, che a sua volta può essere
riutilizzato in centrali termiche per la produzione di energia elettrica.
Il prodotto residuo può infine essere avviato infine agli impianti
di Compostaggio aerobico in cui la fermentazione avviene in presenza
di ossigeno, con trasformazione di parte del carbonio organico in anidride carbonica CO2, con successivo processo di maturazione e stabilizzazione finale del compost di qualità finale.
ControPiano dei rifiuti nel Lazio
Partiamo dalla constatazione che il Piano Commissariale “transitorio” rifiuti della Regione Lazio, che è stato oltretutto oggetto di un
approssimativo lavoro di rimaneggiamento nella versione approvata in
aula, non ha saputo e voluto affrontare il nodo cruciale del ciclo dei rifiuti costituito dalla visione strategica di abolire sostanzialmente la discarica come terminale di accumulo di un processo sociale ed
industriale antiquato ed errato, in quanto ancora oggi consente lo
spreco di materie prime preziose.
L’approccio al problema infatti è di natura essenzialmente impiantistica con l’uso preponderante della tecnologia dell’incenerimento,
visto come la soluzione salvifica, pur in presenza di enormi ed irrisolti
problemi tecnologici e corrispondenti responsabilità in materia di salute pubblica, in merito da un lato alla dispersione in atmosfera di polveri ultrafini nanometriche con effetti patologici molto gravi e dall’altro
di ceneri tossiche da conferire poi infatti in discariche speciali.
110
Rifiuti zero
Inoltre lo stesso Piano è in contrasto con le direttive della Comunità Europea, tra cui l’ultima Direttiva 98/2008, e con lo stesso Codice
ambientale italiano approvato con D.Lgs. 152/2006 in particolare nel
rispetto della gerarchia d’intervento che viene ribadita debba nell’ordine riguardare:
1)
2)
3)
4)
5)
la prevenzione dei rifiuti tossici e pericolosi e le azioni per la riduzione della produzione;
il riutilizzo dei prodotti attraverso la riparazione ed il riuso degli
stessi;
il riciclaggio attraverso la raccolta differenziata e la preparazione
al recupero,
il recupero con la produzione di materie prime secondarie e la
riutilizzazione delle stesse;
lo smaltimento con le discariche, i tombamenti e l’incenerimento
con recupero di energia.
Quindi si dimostra che nel Lazio, ma in molte altre regioni italiane,
si sono saltate a piè pari le prime quattro fasi e si è legiferato in difformità totale sotto un preteso stato di emergenza, lasciando volutamente
deperire la raccolta differenziata a pratica inutile e costosa pur di favorire lo smaltimento del rifiuto “tal quale” ancora oggi conferito in discarica.
In assenza di una strategia complessiva, di un quadro normativo
e di massicce risorse finanziarie dedicate alla riduzione dei rifiuti e soprattutto all’avvio/estensione generalizzata della raccolta differenziata
domiciliare e del conseguente riutilizzo e riciclaggio di prodotti e materiali, la Regione Lazio ha oggi semplicemente rinunciato al suo compito di natura istituzionale di promuovere un modello di gestione
raccolta/smaltimento che sia razionale, efficiente ed economico oltre
ovviamente a non essere inquinante per la comunità e per il territorio.
Il Piano Transitorio Rifiuti della Regione Lazio è infatti volto al
solo dimensionamento degli impianti di trattamento/separazione, al
111
Conoscere per crescere
dimensionamento delle volumetrie da autorizzare nelle discariche, al
dimensionamento degli impianti di incenerimento.
Purtroppo si rileva che nulla è detto, a parte gli stanziamenti economici pur importanti, del come si possa raggiungere il pur scarsissimo
obiettivo del 50% al 31/12/2011 di raccolta differenziata e quindi delle
necessità:
•
•
•
•
•
•
infrastrutturali, quali impianti di compostaggio, isole ecologiche,
impianti per il riciclo della frazione secca differenziata di cui oggi
il Lazio ancora non dispone spedendola fuori Regione,
accordi CONAI e consorzi di filiera che favoriscano il recupero
ed il riciclaggio,
campagne di sensibilizzazione e di promozione della raccolta differenziata porta a porta,
iniziative di normativa regionale, visto che la legislazione vigente
L.R. 27/1998 non è allineata né con la normativa europea né con
quella nazionale vigente,
politiche di “acquisti verdi” rispetto alla pubblica amministrazione
in genere ed alle scuole,
tariffe puntuali (chi inquina/produce rifiuti paga)
Analoga osservazione sulla totale mancanza di pianificazione della
riduzione a monte e sulle politiche di promozione del riuso, come il fissare un obiettivo di raccolta differenziata illegittimo: si ricorda infatti
che il Codice ambientale citato fissa obiettivi precisi minimi da raggiungere quantificati al 31/12/2008 in almeno il 45% ed al
31/12/2012. in almeno il 65%.
Inoltre viene proposta una visione di scenari futuri con continui
aumenti della produzione e conseguente necessità impiantistica: questa
tesi è da sfatare in una regione dove i primi sintomi di una stagnazione
economica cominciano a manifestarsi anche nel settore rifiuti.
In particolare la produzione di Rifiuti Solidi Urbani (RSU) nella
provincia di Roma mostra un andamento di forte crescita fino al 2000
112
Rifiuti zero
e poi, dopo un periodo di stabilizzazione, sembra oggi destinata alla
riduzione. La crescita, in vista del Giubileo del 2000, portò al commissariamento (1999), forma di gestione monocratica appena conclusa con la presentazione del presente pessimo Piano transitorio dei
rifiuti.
La produzione di rifiuti nel Lazio è guidata dalla Provincia di
Roma e mostra un andamento non sempre crescente come dimostrato
dal grafico seguente:
Produzione RSU nel Lazio
Anni
Produzione RSU nel Lazio (dati vari rapporti APAT).
Il fenomeno della attuale diminuzione degli RSU avviene anche in
assenza di politiche volte direttamente alla riduzione dei rifiuti è probabilmente dovuto a cause strutturali:
•
•
la difficoltà alla crescita del PIL dovuta alla crisi economica interna
ed internazionale,
l’aumento dei costi energetici e finanziari, che portano ad una riduzione delle spese delle famiglie per beni (quali quelli non “durevoli”) ad alta potenzialità di generazione rifiuti.
La diminuzione 2006-2007 è di circa il 3,3%.
113
Conoscere per crescere
RSU Procapite Provincia di Roma
Anni
RSU Provincia di Roma
Anni
Contemporaneamente, a fronte di un aumento della popolazione
da 3.831.959 (2006) 4.013.057(2007) abitanti la produzione procapite
diminuisce del 7,67%, cioè la diminuzione del procapite è ancora più
marcata.
La provincia di Roma, nel suo “Piano d’indirizzo”, prevede una
riduzione progressiva della produzione rifiuti che, tenendo conto della
dinamica della popolazione, comporta per il 2012, 2.669.622 t/anno di
rifiuti contro i 2.753.279 t/anno previsti dal piano. Il risultato proviene
da una stima di una riduzione di solo lo 0,2% annuo e porterebbe al
2012 una produzione procapite di 677 kg/abitanti/anno nel 2012 e
657 kg/abitanti/anno nel 2015 con ulteriori significative riduzioni che
114
Rifiuti zero
portano a valutare eccessiva la capacità impiantistica proposta nel
documento.
Va osservato che la Regione Lazio assumerebbe obiettivi più
ambiziosi di riduzione dell’1% annuo.
Dinamica Popolazione del Lazio (ISTAT)
l
Anni
Si noti che impianti che entreranno in funzione nel 2010 dovrebbero avere quantomeno 10 anni di vita commerciale. Le dinamiche di
popolazione prevedono un picco (5453136 abitanti), nella regione Lazio,
intorno al 2015 e una successiva riduzione. Quindi i due fenomeni, dinamica popolazione e diminuzione della produzione procapite, porterebbero ad ulteriori riduzioni. Purtroppo nulla è detto nell’integrazione
al piano (come nel piano stesso) su uno scenario oltre il 2012. Lo stesso
documento, a pagina 12, presenta una tabella dove la capacità di incenerimento, al 2012, supera la produzione di CDR di 20.000 t/anno.
Un eccessivo dimensionamento impiantistico dell’incenerimento
che diverrà evidente superato il 2015.
“La ulteriore capacità di termovalorizzazione a regime rappresenta una
ulteriore elemento di salvaguardia del sistema..” (pag. 13). In realtà questa
eccessiva capacità comporterà la competizione, sempre più evidente,
con la raccolta differenziata.
Questa competizione potrebbe essere mitigata dalla separazione
tra ditte che effettuano la raccolta e recupero materia e ditte che si oc115
Conoscere per crescere
cupano dello smaltimento. Esempi del genere sono contenuti nelle
leggi regionali più avanzate (esempio di Piemonte e Lombardia) dove
si vieta la possibilità, per una stessa ditta, di fornire contemporaneamente il servizio di raccolta e quello dello smaltimento.
Parlando dell’esperienza di Roma l’errore grave perdurante è la
mancata programmazione dell’attività di commercializzazione e riuso
industriale del materiale raccolto con la R.D. porta a porta. A tale scopo
la Regione, il Comune e l’AMA avrebbero dovuto:
•
Individuare gli impianti industriali adatti al riuso di questo materiale;
•
Optare per una R.D. porta a porta a carico dei Consorzi e non al
costo oneroso di AMA;
•
Indicare, in questo secondo caso, se nel bilancio dell’AMA il ricavo della vendita del differenziato è portato in attivo nel bilancio
e se la vendita avviene a prezzi di mercato, indicandone chiaramente i valori.
In altre parole si sarebbe dovuto investigare se esiste nel Lazio o
nelle regioni limitrofe un mercato capace di ricevere una tale quantità
di materiale, ovvero se la Regione e l’AMA hanno investigato e programmato un’attività commerciale che a regime avrebbe, solo per la
città di Roma, una portata pari a circa 3.000 ton/giorno, da movimentare e da commercializzare. Invece né la Regione, né il Comune, né
tanto meno l’AMA hanno mai pensato ad organizzarsi per commercializzare il riciclabile, e al contrario:
•
commercializzano a costo ridotto quel poco che si raccoglie dalla
raccolta differenziata,
•
hanno costruito impianti di selezione del tal quale (Rocca Cengia)
che alimentano ad alto costo impianti di gassificazione e/o incenerimento privati,
•
hanno programmato il piano dei rifiuti regionale con l’incremento
di questi impianti privati.
116
Rifiuti zero
La nostra proposta, che è in linea con quanto avviene nelle principali città del mondo, è che:
•
•
carta, vetro, metalli, plastica, legno etc, di cui il cittadino paga già
al momento dell’acquisto il costo della raccolta e dello smaltimento, andrebbero tolti dalla raccolta AMA,
che la raccolta e riciclo a Costo Zero sia affidata direttamente ai
Consorzi di filiera tramite le piattaforme di recupero convenzionate, con il conseguente forte risparmio nei costi di gestione
dell’AMA, con una stima conservativa di questo risparmio di circa
il 40% dei costi di gestione dichiarati da AMA, e con la conseguente riduzione della tassa sui rifiuti a carico dei cittadini.
Smaltiti con il riciclo/riuso del differenziato circa 1.000.000 di
ton/anno, rimarrebbero quindi circa 700.000 t/a da raccogliere e smaltire da parte dell’AMA, di cui circa 200.000 ton/a sono di “frazione
verde” che sarà avviata direttamente agli impianti di compostaggio.
Qualche ulteriore commento sulla raccolta differenziata a Roma
nasce dal fatto che spesso soprattutto a Roma, e nelle città meridionali
dove è maggiore l’influsso della malavita organizzata e della pessima
amministrazione pubblica si sente parlare di costo della raccolta differenziata.
Come per tutta la gestione dei rifiuti a Roma si tratta anche in
questo caso di:
1)
2)
3)
Incapacità gestionale,
Incompetenza tecnica,
Conflitto di interesse con privati.
Infatti dalla tabella seguente:
117
Conoscere per crescere
QUANTITÀ
TON/ANNO
VOLUME INDICATIVO
COMMERCIALE
EURO/TON
IMPORTI PARZIALI
DA RICICLAGGIO MATERIALI
EURO
Carta
1.355.000
290
131.950.000
Cartone
1.200.000
290
118.000.000
Plastica
1.250.000
280
170.000.000
Vetro
1.140.000
225
213.500.000
Verde*
1.100.000
1.
1.
Metalli
1.180.000
200
116.000.000
TOTALE
RECUPERATO
1.125.000
1.125.000
139.450.000
TIPOLOGIA
* Raccolta che sarà effettuata dagli smaltitori che gestiscono gli impianti di compostaggio.
Si deduce quindi che se si passasse alla R.D. porta a porta generalizzata si potrebbe ricavare dalla vendita del differenziato una cifra
notevole, molto superiore ai 100.000.000 di euro/anno.
Infine nel documento viene sottovalutato il problema della gestione della FOS (Frazione Organica Stabilizzata) prodotta dagli impianti di separazione.
Questa frazione, detta anche “compost grigio”, che rappresenta
un terzo del totale dei rifiuti indifferenziato non è destinabile, secondo
la normativa vigente, altro che alla discarica rendendo inutile il processo
di recupero e separazione della frazione organica.
Recupero oggi quanto mai indispensabile, nel momento in cui
il prodotto è un compost di qualità, per gli usi agricoli connessi alla
ricostituzione di uno strato di humus fertile in aree sempre più vaste
soggette a fenomeni di impoverimento e/o desertificazione per la pratica legata a monocolture intensive con pesante concimazione chimica.
Le altre ipotesi (esempio ripristino ambientale di cave dismesse)
sono ancora prive di qualsiasi fondamento realizzativo.
Per questo appare qui evidente proporre le seguenti iniziative di
piano che si basano sul “Documento di Indirizzo per la riduzione della produzione dei rifiuti urbani e l’implementazione delle raccolte differenziate nel terri118
Rifiuti zero
torio della Provincia di Roma” (2008). Questo documento assume la seguente distribuzione merceologica dei rifiuti, che assumiamo per tutta
la regione
FRAZIONI
ZONA
ZONA
ZONA
COMUNI
PEDEMONTANA
DI PIANURA
DE COLLINA
TURISTICA
DI MEDIO-GRANDI
DIMENSIONI
Umido
15.674
167.552
174.348
179.330
1.510.776
Verde
12.032
111.814
116.779
118.648
1.254.927
Carta
16.879
134.512
142.534
142.827
1.335.971
Cartone
12.439
112.682
138.595
116.870
1.203.324
Alluminio
1.462
132.430
132.370
132.623
1.115.283
Metalli ferrosi
11.579
137.712
138.258
138.966
1.130.733
Vetro
13.512
116.144
116.432
118.978
1.196.680
Plastica imballaggi
14.266
123.428
126.777
127.407
1.180.638
Altra Plastica
11.462
135.661
135.014
135.799
1.134.833
Legno
11.808
138.900
112.463
139.343
1.134.680
Tessili e cuoio
13.834
116.506
120.012
120.968
1.186.106
Pannolini
11.433
137.381
137.830
137.654
1.127.078
Inerti
11.262
137.635
137.862
137.908
1.134.034
R.U.P.
11.856
132.898
132.423
132.448
1.152.786
Ingombranti e RAEE
13.921
137.122
136.912
138.298
1.152.985
Spazzamento
11.522
131.852
131.550
132.144
1.178.343
TOTALE
51.433
234.229
260.159
270.210
1.829.178
MERCEOLOGICHE
ROMA
Flussi di produzione di RU al lordo delle RD nelle varie aree di raccolta nel 2006.
Per la riduzione, come è noto, sono possibili varie azioni. Queste,
per esempio sono raccolte nel rapporto The Use of Life Cycle
Assessment Tool for the Development of Integrated Waste
Management Strategies Rev 2005. Contract number: EVK4-CT2002-00087 (lavoro finanziato dall’Unione Europea) a cui si può fare
riferimento per la quantità di riduzione possibile.
119
Conoscere per crescere
CAPACITÀ MAX
KG/ANNO/AB
AZIONE
Etichette No pubblicità-Posta indesiderata
15.4
Promozione servizi di riparazione
88.6
Promozione riuso beni
80.7
Promozione servizi affitto beni
80.2
Servizio pannolini riusabili
81.8
Campagne di sensibilizzazione
32.5
Compostaggio domestico
23.5
Stampa doppia faccia
81.0
Asciugamani riusabili
80.2
TOTALE
83.9
Per quanto riguarda gli obiettivi di RD assumiamo qui quelli della
provincia di Roma (circa il 60%) presentati nella seguente tabella:
FRAZIONI l
MERCEOLOGICHE
ZONA
ZONA
ZONA
COMUNI
PEDEMONTANA
DI PIANURA
DE COLLINA
TURISTICA
DI MEDIO-GRANDI
DIMENSIONI
ROMA
TOTALE
PROVINCIA
% su fraz
% su fraz
Kg/ab.a
% su fraz
Kg/ab.a
% su fraz
Kg/ab.a
% su fraz
Kg/ab.a
% su fraz
Kg/ab.a
Umido
50%
69
60%
88
70%
143
70%
111
65%
129
65,3% 123
Verde
60%
11
65%
16
70%
32
75%
13
70%
15
69,7%
16
Carta
60%
46
70%
64
75%
95
75%
70
75%
100
74,4%
91
Cartone
65%
17
75%
24
80%
20
80%
29
80%
63
79,6%
50
Alluminio
35%
2
50%
3
60%
4
60%
3
60%
4
58,4%
4
Metalli ferrosi
35%
6
55%
11
60%
15
65%
13
60%
7
59,4%
9
Vetro
70%
27
75%
31
80%
38
80%
32
80%
30
79,2%
31
Plastica imball.
55%
25
65%
38
70%
51
75%
42
70%
21
69,7%
28
Legno
35%
0
55%
0
65%
0
70%
0
65%
0
63,5%
11
Tessili e cuoio
45%
7
55%
13
60%
24
65%
14
60%
9
59,8%
24
R.U.P.
40%
20
50%
25
50%
37
50%
31
50%
21
49,9%
8
Ingomb. e RAEE
40%
0
50%
0
60%
0
65%
0
60%
0
58,6%
13
TOTALE
43,3% 251
56,6% 328
63,6% 474
65,3% 372
58,7% 422
59,4% 407
Quantificazione degli obiettivi di RD nelle varie aree di raccolta al 2015 (in Kg/ab*anno).
120
Kg/ab.a
Rifiuti zero
Si noti che con il picco di circa 5.5 milioni di abitanti, previsti dall’Istat al 2015, si avrebbe una situazione per l’organico da RD come da
tabella:
kg organico/abit/anno
Popolazione 2015
123
5453100
Tot Organico (T/anno)
670735
Impianto Maccarese
90000
Tot senza Maccarese
580735
Dimensione impianti
20000
N. Impianti necessari
29
Sarebbero oggi necessari, nel Lazio, 29 piccoli impianti di compostaggio, da 20.000 t/annue ciascuno, per trattare l’organico raccolto in
modo differenziato.
Le altre frazioni merceologiche sono trattate dal CONAI che ha
sempre ribadito, in tutte le sedi, le capacità impiantistiche per il trattamento delle frazioni merceologiche.
Anche considerando il picco di abitanti e quindi di produzione
rifiuti al 2015, si avrebbe la seguente tabella di rifiuti da smaltire:
Procapite 2015 kg/ab/anno = Procapite 2006
Riduzione kg/ab/anno
Procapite rifiuti dopo riduzione kg/ab/anno
RD 60% kg/ab/anno
Resto kg/ab/anno
610.00
83.90
526.10
-315.66
210.44
Totale Popolazione 2015-ISTAT
5.453.136
Rifiuti da smaltire t/abitante/anno 2015
1.147.558
Quindi al 2015 è possibile avere, circa 1.1 milioni di tonnellate
annue di rifiuti residui da smaltire (per esempio in impianti TMB), e se
gli impianti fossero da 100.000 /t/annue vi sarebbe bisogno di circa
11 impianti.
121
Conoscere per crescere
Essendo, secondo quanto contenuto nel Piano transitorio la quantità trattabile dagli attuali 7 impianti TMB del Lazio (alcuni di essi
hanno capacità autorizzate superiori alle 200.000 t/anno) pari a 1,76
milioni/t/anno (+ ulteriori 3 impianti previsti dal Piano transitorio per
altre 333 t/anno) si rileva che non sarebbe necessaria la realizzazione
di nessun nuovo impianto.
Si rileva inoltre che a fronte di una attuale copertura in termini di
capacità totale di TMB non appare invece rispettata l’esigenza di una
distribuzione territoriale omogenea di detti impianti ( quattro nel Comune di Roma, e uno per ognuna delle tre Province di Viterbo, Frosinone e Latina) né tantomeno l’esigenza di superare l’attuale e grave
122
Rifiuti zero
situazione di posizione monopolistica da parte delle società che fanno
capo all’avv. Manlio Cerroni.
Situazione di monopolio che vede sotto accusa l’intero ciclo dei
rifiuti del Lazio in quanto la posizione monopolistica citata si ripercuote su buona parte dei terreni in cui insistono gli impianti di discarica
e di incenerimento sia realizzati che in fase di progettazione.
Si precisa che nella situazione attuale, di ancora preponderante
attività di raccolta stradale di rifiuti indifferenziati, la necessità di mantenere e di modificare gli attuali impianti di C.D.R. in veri impianti di
TMB è un obiettivo irrinunciabile, dati i tempi di attuazione di una generalizzata R.D. porta a porta. Infatti si fa notare che questo tipo di impianti di T.M.B. possono essere veramente il motore per il trattamento
ed il recupero di materiali dall’indifferenziato, che attualmente è attestato nel Lazio nell’80% del totale dei rifiuti prodotti e quindi indispensabili nel gestire la fase di transizione tra l’attuale sistema di raccolta
stradale e l’avvio del porta a porta nel Lazio.
Mentre occorre realizzare una rete di piattaforme di recupero per
i materiali differenziati sia da raccolta stradale che da porta a porta,
con una impiantistica come i Centri di Riciclo tipo Vedelago (C.R.V.)
che operano sulla lavorazione in ingresso proprio di tutte le frazioni
secche.
Si sottolinea infatti che il processo attuale di filiera della R.D. stradale e della scarsissima R.D. domiciliare ha esito presso i Consorzi di
recupero per la parte utilizzabile con una grande percentuale di sottoutilizzazione, dovuta a mancanza di ulteriore anello di chiusura finale,
costituito dalla separazione del “multimateriale”, dalla depurazione e
dal riavvio ai Consorzi di filiera dei materiali differenziati “sporchi” e
dal processo di produzione di materia prima secondaria. Questi materiali infatti possono subire un trattamento di depurazione ulteriore, per
estrarre la residua frazione organica o tossica prima di essere trasformati in materie prime secondarie o in granulati plastici estrusi, con tecnologia ideata dall’esperienza del Centro di riciclo di Vedelago**, in
123
Conoscere per crescere
quanto “la chiusura del ciclo” pone la primaria esigenza di fabbricare
prodotti di qualità e di creare un “mercato del riciclato” nel settore
dell’edilizia, dell’arredo urbano e di materiali stampati.
Mentre a regime questa filiera potrebbe essere costituita dal R.D.
domiciliare effettuata a cura di piattaforme di recupero convenzionate
od aziende e cooperative di riciclo, che potrebbero gestire la raccolta
delle frazioni secche per avviarle insieme presso i Centri di riciclo territoriali, mentre la frazione organica potrebbe essere raccolta a cura
degli stessi soggetti gestori degli impianti di compostaggio territoriali.
Pertanto possiamo affermare che esiste oggi una necessità di
creare un mercato nel Lazio con grandi aspettative in termini di occupazione e di fatturato, se iniziamo a prevedere la realizzazione di almeno nove Centri di riciclo tipo Vedelago con caratteristiche modulari
sulla base delle esigenze territoriali.
124
Rifiuti zero
Detti impianti dovranno infatti essere localizzati almeno uno per
ognuna delle tre province e, in base al rapporto contenuto nei dati della
produzione rifiuti del Lazio, almeno sei nella provincia di Roma o in
numero minore se previsti di capacità maggiorata.
Questi impianti potranno essere la soluzione all’attuale situazione
bloccata di “gestore unico” per avviare una sana differenziazione di
soggetti imprenditoriali che operano su punti diversi della filiera stessa,
o con nuove cooperative di produzione e lavoro territoriali oltre all’attuale funzione di collettore della R.D. pubblica effettuata dai Comuni
tramite le aziende municipalizzate.
Seconda, ma non secondaria, considerazione và fatta sul piano
dell’investimento complessivo di risorse pubbliche necessarie alla comparazione dei due opposti scenari:
a)
b)
nel caso previsto dal “piano integrativo” si mettono in preventivo
la realizzazione di ben quattro nuovi impianti di incenerimento che
sono quantificabili oggi in un investimento di circa 200 milioni cadauno (ipotizzando come tipologia media l’impianto di Malagrotta)
per un importo complessivo di 800 milioni, oltre alla ulteriore spesa
per le sette nuove discariche anche di tipo speciale da allestire;
nel caso invece della presente controproposta il costo medio di un
impianto di compostaggio da 20.000 t/anno è pari a circa 2 milioni
che per i 29 impianti previsti sviluppa un importo totale di 58 milioni!!! Gli impianti di riciclo sono infatti impianti finanziati interamente da imprenditori privati e non gravano sulla spesa pubblica!!!
Quanto considerato in merito alla linea tendenziale di decremento
strutturale della produzione di rifiuti, la constatazione di una catena
impiantistica di fatto già sufficientemente strutturata per quanto attiene
il TMB (una volta effettuate le necessarie piccole modifiche da apportare) insieme all’abissale ridimensionamento dell’investimento per
realizzare gli impianti di compostaggio ancora mancanti dimostrano
l’assoluta sostenibilità finanziaria ed ambientale di quanto sosteniamo,
125
Conoscere per crescere
portandoci a sostenere che il Piano regionale commissariale è assolutamente privo di qualsiasi motivazione tecnica o finanziaria che ne
dimostri la reale fondatezza.
Restano inoltre fuori da questo bilancio i costi sanitari ed ambientali che dovrebbe sopportare la comunità in termini di patologie gravi
soprattutto cancerogene e dei relativi costosi trattamenti presso le
strutture sanitarie pubbliche, dei costi relativi allo smaltimento delle
ceneri tossiche e dei controlli e monitoraggi ambientali.
Obiettivi della Campagna pubblica
L’iniziativa parte con la consapevolezza di dover affrontare un lavoro di lungo periodo che dovrà essere un progetto di “nuova responsa126
Rifiuti zero
bilizzazione civica” che spazierà a tutto campo dal settore didattico ed
educativo al settore prevenzione e ricerca medica, dal “fare cultura” diffusa nel territorio al “fare azioni” concrete da parte dei cittadini in casa
ed insieme nel quartiere.
A questa nuova responsabilizzazione civica dovranno corrispondere iniziative concrete ed azioni di mobilitazione popolare che supportino un
diverso orizzonte nel ciclo dei rifiuti per la persona e la comunità in cui
all’attuale gestione del territorio, che spartisce enormi guadagni tra pochi
soggetti ma distribuisce a pioggia inquinamento e catastrofi sanitarie,
opponiamo un’informazione autorevole e indipendente dal potere ed
oggi una nostra controproposta di Piano alternativo per i nostri rifiuti.
Per rendere credibile e sostenibile finanziariamente il progetto
ogni Comitato o associazione aderente avrà il compito di prendere
contatti con aziende del proprio territorio, in particolare nel settore
agricolo, turistico e della ristorazione, ai fini di saldare un interesse collettivo che si riflette in queste attività imprenditoriali in modo assolutamente diretto sul volume degli affari e sulle prospettive dei flussi
turistici in transito.
Strumenti operativi
Abbiamo infatti già predisposto in diversi Comuni della Provincia
di Roma, nell’ambito della programmazione didattica annuale, un progetto di educazione ambientale in cui è stata inserita una proiezione
specifica di slide sul tema che saranno illustrate e commentate a cura
di personale didattico. Nel contempo vogliamo avviare con i medici di
base e le loro strutture associative una serie di convegni territoriali, con
il supporto del Comitato nazionale medici per l’ambiente, dei medici
di base e dei ricercatori ambientali, che illustrino dati e ricerche territoriali in rapporto a patologie connesse all’inquinamento in generale ed
a quello atmosferico in particolare.
127
Conoscere per crescere
Così come stiamo proponendo una serie di azioni di “pressing
territoriale” coordinate i Comuni in cui ancora non riesce a partire concretamente la raccolta differenziata porta a porta: dai gazebo per la distribuzione del nostro opuscolo informativo alla petizione popolare
con raccolta di firme, alla presentazione di una deliberazione di iniziativa popolare che può avere rilevanza Comunale o Regionale all’organizzazione di simulazioni temporanee di raccolta differenziata porta a
porta volontarie.
La diffusione territoriale del materiale illustrativo potrà essere veicolata oltre ai Comitati locali o di quartiere e dalle associazioni o movimenti civici realmente operanti sul territorio, dai medici di base e
dagli insegnanti in iniziative culturali di quartiere o assemblee specifiche
con proiezioni ed intervento di testimonianza del mondo scientifico.
Non bruciamoci il futuro
La campagna pubblica “Non bruciamoci il futuro” è sostenuta da
un gruppo promotore iniziale costituito dai comitati locali o di quartiere uniti o meno in reti cittadine, le associazioni ambientaliste locali,
i nuovi movimenti civici ed i meetup di Beppe Grillo, validi testimonial
con personalità del mondo scientifico e della cultura, i bloggers e/o
singole persone che vogliano dare un contributo attivo professionale
o di elaborazione nell’ambito della regione Lazio in primis, ed in possibile condivisione con altre regioni interessate.
Tale processo aggregativo dovrà essere esteso per l’adesione pubblica alle organizzazioni sindacali, alle associazioni ambientaliste nazionali, alle associazioni di difesa dei consumatori ed alle organizzazioni
imprenditoriali di categoria a livello locale specialmente nel settore
agroalimentare e turistico.
Il gruppo promotore ritiene opportuno nella prima fase costituente mantenere una propria visibile indipendenza, pur riconoscendo
128
Rifiuti zero
necessario avviare subito dopo un percorso di confronto per l’adesione
ed il sostegno alla campagna stessa dei partiti politici e dai rappresentanti istituzionali soprattutto a livello locale, ed attraverso una adesione
individuale e non di sola sigla politica.
L’iniziativa dovrà essere oggetto di condivisione con altre reti regionali nell’ambito del confronto e del sostegno con analoghe iniziative
e lotte a livello nazionale, con l’adesione del gruppo promotore stesso
alla Strategia Rifiuti Zero ed alle iniziative che condivideremo con la
Rete nazionale Rifiuti Zero.
L’adesione dovrà comportare la condivisione degli obiettivi ed il
supporto operativo alla campagna stessa, che sarà impostata sul principio
della pari rappresentatività e della totale autonomia di iniziativa sul territorio, nella filosofia di costruire insieme rapporti di solidale collaborazione operativa locale ed iniziative di mobilitazione centrali collettive.
In questa filosofia di lavoro il gruppo promotore ritiene opportuno
poter aderire alla Rete romana di mutuo soccorso, in funzione di rafforzare e favorire un processo in atto di aggregazione di comitati locali e
movimenti nel territorio di Roma e Provincia in una prima fase e dell’intera Regione Lazio successivamente.
Il gruppo promotore promuove la produzione di materiali ed iniziative pubbliche, attraverso uno o più portavoce a rotazione, in cui non
compaiano le sigle individuali dei comitati sostenitori ma semplicemente
i contenuti in modo da renderli appropriabili da chiunque li condivida,
e non intende darsi alcuna struttura gerarchica né gestire fondi comuni.
Comitato Tecnico Scientifico della Campagna pubblica:
DOTT. CARLA POLI - CENTRO RICICLO VEDELAGO (TV)
DOTT. FABIO MUSUMECI - RICERCATORE CASACCIA E.N.E.A. - BRACCIANO (RM)
ING. PIERGIORGIO ROSSO - ESPERTO SISTEMI INDUSTRIALI - ROMA
ING. GIUSEPPE GIRARDI - CONSIGLIERE DELEGATO AMBIENTE - ANGUILLARA (RM)
DOTT. GIOVANNI GHIRGA - MEDICI PER L’AMBIENTE/I.S.D.E. - CIVITAVECCHIA
DOTT. MAURO MOCCI - MEDICI PER L’AMBIENTE/I.S.D.E. - CIVITAVECCHIA.
MASSIMO PIRAS
129
Conoscere per crescere
4
Mobilità
131
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