TRIMESTRALE DELLE ACCADEMIE E DELLE ARTI, TESTIMONIANZE, PROGETTI, DIDATTICA, RECENSIONI, MOSTRE, NOVITÀ. ANNO 2013 - N° 15 - EURO 6,00
www.academy-of.eu
GINO MAROTTA RACCONTATO DA LAURA CHERUBINI - IL COLLEGE OF ART DI
PARIGI - INTERVISTA AL GALLERISTA GIORGIO MARCONI - NICOLA SALVATORE
FRA COMO E MARRAKECH - LA FONDAZIONE BISAZZA A VICENZA - CANTIERE
MILANO EXPO DI COSMO LAERA - NICOLA MARIA MARTINO A TORINO - UN GIOVANE TALENTO: PASQUALE GADALETA - RECENSIONI E TANTO ALTRO ANCORA.
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troverai la nuova rivista ACADEMY on line, una rivista molto più
ampia e ricca di rubriche; basta abbonarsi semplicemente seguendo le indicazioni contenute nella finestra “abbonati” e con soli 20
euro riceverai per un anno intero tante notizie, potrai scaricare tutti
i numeri arretrati della rivista, scoprire le tante opportunità e la ricchezza dei suoi contenuti ogni volta che vorrai.
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EMILIO TADINI - ECOLE NATIONALE SUPERIÉURE DES BEAUX-ARTS DI PARIGI NUOVI DIRETTORI: A BRERA FRANCO MARROCCO, A BARI BEPPE SYLOS LABINI,
A CATANZARO ANNA RUSSO, A CARRARA LUCILLA MELONI - P.N.A. ACCADEMIA
ALBERTINA DI TORINO - DOCUMENTA, KASSEL - NUOVA IMMAGINE NAPOLETANA - GERARDO LO RUSSO - PAOLA PEZZI - L’ABITAZIONE DELL’ARCHITETTO
ARBORE - ALBERTO GARUTTI AL PAC - RECENSIONI E TANTO ALTRO ANCORA.
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TRIMESTRALE DELLE ACCADEMIE E DELLE ARTI, TESTIMONIANZE, PROGETTI, DIDATTICA, RECENSIONI, MOSTRE, NOVITÀ. ANNO 2012 - N° 14 - EURO 6,00
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GINO MAROTTA RACCONTATO DA LAURA CHERUBINI - IL COLLEGE OF ART DI
PARIGI - INTERVISTA AL GALLERISTA GIORGIO MARCONI - NICOLA SALVATORE
FRA COMO E MARRAKECH - LA FONDAZIONE BISAZZA A VICENZA - CANTIERE
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Sommario ragionato
di Elisabetta Longari
ACADEMY OF FINE ARTS
Iscritta al Tribunale di Trani
n.3/09
Rivista fondata da Gaetano Grillo
NUMERO 15 anno 2013
SEDE
Viale Stelvio, 66
20159 Milano
tel. 02 392 9149654
fax 02 6072609
[email protected]
DIRETTORE RESPONSABILE
Gaetano Grillo
*Tutte le collaborazioni si intendono a titolo gratuito
Prima di sommare, ragioniamo. Ragioniamo
intorno al passato di questa rivista, che ha
svolto un’attività unica nel suo settore della
pubblica istruzione artistica italiana legata alle
Accademie, e poniamoci dei quesiti a proposito
del suo futuro sempre più incerto alla luce
delle risorse sempre più risicate dai temi di
crisi che stiamo attraversando. Il lavoro da
fare è ancora moltissimo; sarebbe importante
dunque non soltanto non smettere di pubblicare
Academy, ma incrementarne piuttosto sezioni
e ambiti d’indagine, come abbiamo cercato
negli ultimi numeri attraverso il confronto anche
con istituzioni internazionali (si veda in questo
numero 15 Ivo Bonacorsi sul Paris College of
Art). Eppure il numero degli abbonamenti on line
è ridicolmente basso, il sostegno delle istituzioni
per lo più ci difetta o ci viene a mancare, con
il risultato che in redazione continuiamo a
essere soltanto fondamentalmente due persone,
direttore e vicedirettore, perché nessuno,
giustamente, si presta a lavorare con una certa
continuità completamente gratis.
DIRETTORE EDITORIALE
Gaetano Grillo
[email protected]
SOMMARIO
1
02 Redazionale di Gaetano Grillo
04 Gino Marotta raccontato da Laura Cherubini
08 Paris College of Art
12 Profili: Giorgio Marconi
16 Nuovi Presidenti: Rocco Guglielmo
18 Nicola Salvatore
23 Pietro Capogrosso
26 Nicola Maria Martino
28 Rossella Bisazza
36 Antonio Caronia
REDAZIONE
Gaetano Grillo
Elisabetta Longari
Melissa Provezza
Giuliana Storino
40 Pasquale Gadaleta
42 Recensioni
GRAFICA
Massimiliano Patriarca
[email protected]
* A QUESTO NUMERO
HANNO COLLABORATO:
EDITRICE
L’IMMAGINE SRL
Via Lucarelli 62/H
70124 BARI
Francesca Alfano Miglietti
Andrea Balzola
Ivo Bonacorsi
Cristina Casero
Laura Cherubini
Marco Cingolani
Anna Comino
Roberto Pace
Giuliana Schiavone
www.editricelimmagine.it
[email protected]
Poiché
vorremmo
tanto
poter
continuare la pubblicazione, con
un po’ di incosciente ottimismo vi
rimando al prossimo numero e vi
auguro buona lettura.
24 Cosmo Laera
VICE- DIRETTORE EDITORIALE
Elisabetta Longari
[email protected]
tel. +39.0803381123
fax +39.0803381251
Ora, se ritenete che Academy debba
continuare a occuparsi di valorizzare il
nostro lavoro, TAKE ACTION!
Detto questo, il numero 15 della rivista
presenta in copertina un’opera di Nicola
Salvatore che apre una personale a Como
in questi giorni, contiene un ricordo a più
voci di Antonio Caronia, insostituibile teorico
della sovversione intellettuale, mentre
Laura Cherubini firma una testimonianza
su Gino Marotta, anch’egli scomparso
di recente. Un’intervista con Rossella
BIsazza chiarisce le ragioni dell’esistenza
e
dell’ammirevole
programmazione
dell’omonima Fondazione che ha appena
inaugurato una mostra del leggendario
architetto Richard Meier.
In copertina: Nicola Salvatore
Vanitas, 2013. Bronzo e acciaio cm. 2500 x 1500
L’UNICA RIVISTA PERIODICA RIVOLTA ALLE ACCADEMIE DI BELLE ARTI, AI DOCENTI, AGLI STUDENTI E A TUTTI GLI OPERATORI DEL SETTORE.
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Foto Ranuccio Bastoni
Academy
ha bisogno di tutti voi altrimenti saremo
costretti a chiudere!
Questo potrebbe essere l’ultimo numero!
di Gaetano Grillo
Dopo alcuni anni di attività e sedici numeri pubblicati, Academy
rischia di chiudere a causa dei pochi abbonamenti e dei
fortissimi ritardi nei rinnovi.
Abbiamo cercato di sviluppare dibattito, di valorizzare e far
conoscere docenti e studenti, patrimoni storici, progetti,
operatori del settore, abbiamo ospitato tantissime interviste
a personalità di alto profilo e abbiamo prodotto tanta
informazione e approfondimenti, tali da poter dire oggi che
prima dell’esistenza di questa rivista il piccolo mondo delle
accademie italiane era molto più piccolo, più isolato, slegato
e disinformato.
Non è stato assolutamente facile vincere la diffidenza
iniziale, spesso soprassedere all’invidia e addirittura ad
alcune manovre per ostacolare il successo di Academy ma
nel frattempo, dal 2008 al 2013 sono passati cinque anni e le
quasi 800 pagine che abbiamo riempito di contenuti saranno
probabilmente l’unica documentazione che resterà nel tempo
di quanto è accaduto in questi anni nelle accademie italiane.
Ciò nonostante le accademie di Palermo, L’Aquila, Foggia,
Lecce, Frosinone, Firenze e Carrara non hanno mai voluto
abbonarsi, ciò nonostante alcuni direttori non hanno più
onorato i debiti pregressi con il nostro editore, ciò nonostante
la stessa Direzione Generale dell’AFAM, più volte invitata,
non ha mai voluto contrarre un abbonamento ad Academy,
neanche uno da 50 euro, mentre spendeva cifre ben più esose
per pubblicare una rivista di tutto il comparto, tanto eterogenea
che è sparita nel nulla. Non abbiamo avuto aiuti da nessuno
e abbiamo lavorato senza pretese, con pochissima pubblicità
e tante spese.
Tutti chiedono di essere presenti nella rivista, alcuni lo
pretendono, a molti abbiamo dedicato interviste e servizi
senza avere in cambio neanche una mail di ringraziamento,
quasi come se essere presenti su Academy fosse un diritto
acquisito da chi appartiene al mondo accademico italiano,
come se la rivista fosse pagata dal Ministero dell’Istruzione e
dell’Università.
Naturalmente tutto ha un limite e noi lo abbiamo
quasi raggiunto!
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Abbiamo fatto investimenti per affiancare alla rivista
cartacea un’edizione online per produrre un’informazione più
veloce e più diffusa, una rivista a cui poter accedere anche
individualmente dal proprio computer o dall’Ipad.
Abbiamo fatto anche quello e da quasi sei mesi stiamo
lavorando praticamente con il doppio dell’impegno; abbiamo
quasi 1.500 iscritti che ricevono le nostre newsletters ma
pochissimi abbonati…
E pensare che l’abbonamento costa solo 20€ l’anno!
Questo potrebbe essere l’ultimo numero di Academy se entro
la fine di giugno non avremo avuto nuovi abbonamenti e
rinnovi tali da poter coprire i costi.
Alle accademie chiediamo di sviluppare quello spirito di
solidarietà che ci renderebbe tutti più forti se imparassimo,
una volta per tutte a “fare sistema”.
Ai direttori chiediamo di divulgare il nostro lavoro
nell’interesse di tutti e di veicolare e rendere accessibile
la rivista nelle rispettive accademie.
Ai Consigli accademici chiediamo di non dimenticare
tutto il lavoro che abbiamo fatto sin’ora e di rinnovare
l’attenzione e gli abbonamenti.
Ai docenti chiediamo di sostenerci con il loro personale
piccolo abbonamento alla rivista online e di diffonderla
presso i propri amici e presso gli studenti.
Agli studenti chiediamo di seguire la nostra rivista
per essere informati e per avere tante opportunità per
approfondire la formazione accademica al costo di un
libro in edizione economica.
A tutti i simpatizzanti chiediamo di rinnovare il proprio
sostegno e di considerare le opportunità di pubblicità a
costi bassissimi che offriamo in particolare con la rivista
online.
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TRIMESTRALE DELLE ACCADEMIE E DELLE ARTI, TESTIMONIANZE, PROGETTI, DIDATTICA, RECENSIONI, MOSTRE, NOVITÀ. ANNO 2013 - N° 15 - EURO 6,00
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GINO MAROTTA RACCONTATO DA LAURA CHERUBINI - IL COLLEGE OF ART DI
PARIGI - INTERVISTA AL GALLERISTA GIORGIO MARCONI - NICOLA SALVATORE
FRA COMO E MARRAKECH - LA FONDAZIONE BISAZZA A VICENZA - CANTIERE
MILANO EXPO DI COSMO LAERA - NICOLA MARIA MARTINO A TORINO - UN GIOVANE TALENTO: PASQUALE GADALETA - RECENSIONI E TANTO ALTRO ANCORA.
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GINO MAROTTA
4
GINO MAROTTA
raccontato da Laura Cherubini
profili
La cosa molto bella che voglio ricordare è che Gino aveva questo amore per i
giovani anche perché lui aveva insegnato per tantissimi anni ed era stato direttore
dell’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. La nuova Accademia dell’Aquila che è
stata fatta costruire da lui nella zona di Pettino è stata paradossalmente l’unico
edificio dell’Aquila rimasto in piedi dopo il terremoto.
Innanzitutto parlando di Gino la prima cosa che viene in
mente, la cosa da cui sicuramente non si può prescindere
e che penso tutti quelli che l’abbiano conosciuto ricordino,
è questa grandissima e vivissima intelligenza.
Era un uomo di una intelligenza straordinaria, di una
cultura molto profonda e di una vivacità intellettuale
incredibile, e questa è una cosa che ci mancherà
moltissimo.
Io ho curato la sua ultima grande mostra alla Galleria
nazionale d’arte moderna e purtroppo Gino è mancato
dopo poche settimane; ho curato la mostra insieme ad
Angela Rorro della GNAM e con la direttrice Maria Vittoria
Marini Clarelli siamo state tutte tre molto colpite da una
cosa: lui tenacemente ogni volta che si parlava di questa
mostra rifiutava ogni idea di mostra antologica quindi
non voleva assolutamente impostarla in quel modo. Non
voleva essere imbalsamato, nè monumentalizzato, non
voleva la mostra classica o tradizionale, non voleva la
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mostra che fosse una retrospettiva e che avesse un
senso celebrativo. Dunque tutto questo è per spiegare
com’era la vitalità del suo spirito. Allora per quale tipo di
mostra ha optato?
Gino ha optato per un tipo di mostra completamente
diverso, un tipo di mostra vitale e dialogante, una
mostra in cui lui, con le sue opere, attraverso il mezzo
della trasparenza che è la caratteristica formale di
tutto il suo lavoro, poteva inserirsi dialogare e porsi in
relazione, dando una lettura in trasparenza della storia
dell’arte e della storia della collezione del museo con le
opere della collezione del museo stesso.
Si è inserito con le sue opere nelle varie sale, dove
c’erano gli artisti a cui lui aveva guardato, che erano stati
i suoi maestri o che erano stati i suoi compagni di strada,
e tra l’altro la cosa molto bella è che quando si arrivava
alle sale in cui c’erano stati gli artisti suoi amici (che lui
aveva frequentato, con i quali si era sentito più legato,
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Le foto di Gino Marotta sono di Bernardo Ricci
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soprattutto il film Salomè per il quale Gino si era inventato
cinque tipi di pellicole diverse per rendere cinque tipi di
luci diverse.
La sperimentazione continua è stato il suo insegnamento.
L’omaggio a Carmelo Bene non lo abbiamo potuto più
fare perché in quei giorni Gino è venuto a mancare, ma
spero che si possa fare in futuro, magari con l’aiuto della
moglie Isa che è stata una colonna portante del lavoro
di Gino ed a cui lui era molto molto legato; la loro era
una storia di grande amore e di grande collaborazione
e spero che proprio per questo motivo Isa potrà dare il
suo aiuto perché si possa fare un omaggio a Carmelo
Bene e a Gino Marotta insieme. Gino aveva recuperato i
costumi per la Salomè che sono veramente straordinari
e pensate all’innovazione che ha apportato quella
intuizione che vedeva gli attori nascosti dietro ai costumi
piuttosto che indossarli.
Lo ricorderò sempre in mezzo ai ragazzi del Liceo
Artistico di Frosinone che erano venuti a fare un
workshop con lui mentre montavamo la mostra alla
Galleria nazionale d’arte moderna, Gino era molto felice
e sedeva sulla sommità di una scalinata, attorniato dai
ragazzi ai quali lui aveva chiesto di rifare in modo diverso
la performance che lui aveva fatto alla mostra Arte
Povera Azioni Povere ad Amalfi curata da Celant nel ’68;
la sua performance si chiamava Giardino all’italiana ed
profili
più amico come Twombly, Giulio Turcato, Novelli e via
via gli altri artisti della così detta scuola di Piazza del
Popolo a Roma, cioè la sala dove c’erano Mauri, Ceroli,
Schifano ecc..) a quel punto piano piano Gino diceva:
“Man mano che mi avvicino ai miei amici la mia opera
perde il colore!”.
Nella sala della così detta Scuola di Piazza del Popolo
era istallato il Cronotopo che è una specie di stanza
trasparente, invece nelle sale dove c’erano Twombly,
Giacometti, Turcato ecc… aveva istallato questi lavori
che lui chiamava della “zona d’ombra” cioè erano opere
sempre realizzate con questo materiale altamente
tecnologico che lui aveva scoperto negli anni ’60 e
che poi aveva sempre adoperato, ovvero il metacrilato
ma che perdevano i colori anche molto accesi, vivaci,
squillanti, quei rosa, quei verdi, quegli arancio, che
abbiamo amato e che invece assumevano un colore
grigio come se fosse ombra.
Eravamo come ombre autoportanti, questo era il senso.
Quello che mi dispiace molto è che noi stavamo
preparando una seconda mostra che non abbiamo
purtroppo fatto in tempo a realizzare, una mostra che
sarebbe stata un omaggio da parte di Gino a Carmelo
Bene, il suo grande amico, con il quale lui aveva lavorato
tantissimo. Lui e Carmelo Bene, infatti, erano due
grandi sperimentatori e avevano fatto tanti spettacoli e
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profili
6
era fatta da alcune balle di paglia dalla forma minimale e
dalla materia invece povera, reale, contadina, legata alla
terra, balle di paglia disposte come una sorta di coda alla
quale i ragazzi avevano dato una diversa disposizione su
indicazioni di Gino.
Lui era veramente felice tra di loro, era trasformato e per
quei ragazzi l’incontro con lui aveva costituito un po’ una
svolta nella loro esperienza tanto che dopo uno di loro è
anche venuto a rilasciare una sua testimonianza quando
abbiamo ricordato Gino alla Galleria nazionale d’arte
moderna. La cosa molto bella che voglio ricordare è che
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Gino aveva questo amore per i giovani anche perché
lui aveva insegnato per tantissimi anni ed era stato
direttore dell’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. La
nuova Accademia dell’Aquila che è stata fatta costruire
da lui nella zona di Pettino è stata paradossalmente
l’unico edificio dell’Aquila rimasto in piedi dopo il
terremoto.
Gino aveva combattuto per questo e mi disse: “io
mi ci sono giocato la direzione però ho voluto che
l’accademia fosse progettata bene e costruita bene;
quindi ho chiamato persone di cui potevo essere sicuro
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che erano degne di fiducia e le ho difese contro tutto e
tutti”. Il risultato è che dopo il terremoto all’Aquila questo
edificio è rimasto in piedi non vi era una crepa, non è
crollato un mattone, ma ha riaperto 5 - 6 giorni dopo il
terremoto e ha addirittura ospitato altre istituzioni al suo
interno. Questo ci tenevo a dirlo perché era fonte di
orgoglio per Gino.
Mi mancheranno i suoi racconti che erano veramente
straordinari.
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Gino Marotta, nato a Campobasso nel 1935. Già nel ‘57-‘58 è
presente, insieme a pittori come Burri, Fontana, Capogrossi,
Balthus, Licini e Léger, in mostre di grande rilievo internazionale. A lui, come a pochissimi grandi artisti del XX secolo, è
toccato l’onore di esporre al Louvre, nel 1969. Il cinema e il
teatro d’avanguardia lo vedono impegnato nel film “Salomè”,
nella scenografia teatrale di “Nostra Signora dei Turchi” di
Carmelo Bene ecc.��������������������������������������������
Titolare
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della cattedra di Decorazione pittorica presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, ha diretto l’Accademia di Belle Arti dell’Aquila. Aveva pubblicato un libro di
saggi brevi dal titolo «Rosso di Cinabro». Gino Marotta ci ha
lasciati da alcuni mesi.
profili
Le foto di Gino Marotta sono di Bernardo Ricci
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istituzioni internazionali
Paris College
of Art
Siamo una scuola
d’arte, moda e design
da cui si esce
con un
diploma di laurea
americano.
La nostra sede é a Parigi
ma siamo soprattutto
una scuola internazionale.
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Una conversazione fra Ivo Bonacorsi
e Linda Jarvin, PhD Dean del
Paris College of Art.
L’’autunno prossimo il Paris College of Art riunirà tutti
i suoi dipartimenti in un nuovo spazio di 2550 metri
quadrati nel centro di Parigi. Il nuovo campus é dotato di
un anfiteatro in grado di ospitare 200 persone, una galleria
per esposizioni temporanee e un raddoppiato numero di
aule e spazi di lavoro.
Lo splendido campus ruota attorno ad un cortile interno
in un edificio che culmina con la splendida vista della
collina di Montmartre…
Ivo Bonacorsi …mi piaceva l’idea di parlare di una scuola un
poco speciale, (in cui io insegno dal 1999 ndr.) Ha una storia
molto lunga e prestigiosa, basta guardare la lista degli ex alunni
( da Tom Ford a Ryan Mendoza). Ora intraprende un nuovo
corso, quasi una nouvelle vague. Mi interssava la tua visione, la
tua impulsione, dunque le nuove strategie e sinergie dopo gli
anni Parsons e New School…
Linda Jarvin. Ecco per cominciare, guardando il focus sulle scuole
europee della vostra rivista possiamo partire proprio dalla specificità
del Paris College of Art. Siamo una scuola d’arte, moda e design
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9
Quindi molto di più che una (scuola) americana a Parigi…
Penso che per chiarezza occorra partire dal sistema di istruzione
delle scuole superiori. Quelle americane sono molto diverse da
quelle delle europee, consideriamo questi due sistemi. Le scuole
americane danno accesso ad un ottimo livello superiore di cultura
generale e penso per esempio ai critical studies e all’enorme offerta
delle università americane. Intanto abbiamo in mente questo modello
da cui poi arriva la specializzazione.
Mi fa piacere che tu sottolinei questo aspetto, perché é uno
dei grandi equivoci nella struttura delle Accademie di Belle
Arti italiane, é l’equiparazione degli studi artistici a livello
universitario che crea problemi con l’annosa questione delle
lauree ed io francamente credo…
Entrambi immagino pensiamo che con gli strumenti forniti dal Bologna
process ora gli strumenti, per definire crediti e realtà dell’educazione
a livello europeo ed internazionale, sono diventati decisamente
più chiari. Il sistema europeo tende a specializzare in anticipo ma
comunque é evidente che ciò che occorre é costruire dei curriculum
di studio coerenti.
Per fare un esempio, direi che in una scuola americana se vuoi
costruirti una specializzazione in arte e business lo puoi fare più
agilmente…no ?
Si partiamo da una struttura universitaria, dove si presuppone ci siano
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già corsi di business, letteratura, storia dell’arte, management…
eccetera.
Vorrei cercare di capire un po’ meglio visto che oggi c’é
già un offerta del privato professionale molto differenziata
qualitativamente. Per esempio, oggigiorno, persino le grandi
case d’asta Sotheby’s o Christies offrono dei masters, così
come le strutture della Moda finaziano degli istituti precisi l’IFM
a Parigi per esempio…
Noi offriamo non solo un’istruzione e una formazione a livello
universitaro ma credo di poter dire che abbiamo qualche plus.
Aprire una finestra sul Paris College of Art, già la porta del tuo
uffico (foto) é un graffito di sviluppo ed ingombra di diagrammi
tracciati con un marker sul suo futuro…
Se davvero andiamo indietro alla preistoria siamo a Parigi dalla
fine degli anni ’20 come Parsons School, Ecole Parsons à Paris ed
ora Paris College of Art. Ripartiamo dal fatto che siamo dal 2012
un’istituzione indipendente e non più un ramo della New School, con
alunni ed una faculty internazionale. Dunque abbiamo sottolineato il
carattere cosmopolita e non solo americano. E’ nel nostro DNA, nel
nostro modo di affrontare programmi e pianificazioni, ci confrontiamo
con una situazione globale e direi in modo estremamente articolato.
E’ la nostra ricchezza.
Personalmente lo riscontro nella presenza eterogenea, nella
composizione delle classi in Foundation. Già in entrata… direi.
Ed anche dal fatto che qui i temi trattati, le discussioni a partire dagli
studenti coinvolgono ogni tipo di argomenti. Questo si riflette nella
nostra offerta di corsi e dal dipartimento di critical studies, fino a quelli
di fashion design o belle arti.
istituzioni internazionali
da cui si esce con un diploma di laurea americano. La nostra sede
é a Parigi ma siamo soprattutto una scuola internazionale. I nostri
studenti arrivano da ogni parte del mondo così come il nostro corpo
insegnante che é composto da persone che vivono e soprattutto
lavorano professionalmente sul territorio.
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Dunque una didattica che viene lavorata a
partire dalla richezza identitaria verso un
dialogo comune a tutte le culture presenti,
notavo ultimamente studenti che arrivano da
bacini di economie emergenti come gli Emirati
Arabi, la Corea, l’India…
Infatti investiamo sul futuro, che per noi é anche
nell’apertura del nuovo campus nel centralissimo
X arrondissmente, un effettivo ampliamento
delle strutture di studi e lavoro. Con un numero
di studenti ancora molto ben armonizzato rispetto
ai costi. E stiamo parlando di una scuola privata.
Ti confesserò che personalmente sono
disorientato da ogni aspetto di business legato
all’insegnamento ma ancor quando parliamo
più di arte e design Nicolas Bourriaud in una
precedente intervista mi diceva che le Beaux
Arts a Parigi erano concorrenziali al privato a
livello di costi.
Se consideri tasse e costi a carico dei contribuenti
potrei dimostrarti che non é esattemente così. Nel
nostro caso comunque a livello di costi siamo
ancora una scuola relativamente piccola e
conveniente in relazione ai risultati. Poi ci sono
diversi dibattiti oggi a cui occorre accennare che
vanno dallo spostamento del’istruzione superiore
a piattaforme on- line, fino alle reali aspettative
degli studenti.
istituzioni internazionali
10
Si perché é evidente che oggi al di là della
preprazione tecnica ed artistica i curriculum
sembrano dover refigurare delle vere e proprie
carriere in un offerta ben definita. E ciò apre le
scuole a problemi di marketinq e target diretti
ed indiretti. Tutti i nostri studenti in fashion
probabilment arrivano a Parigi sognando
di diventare come Marc Jacobs…e quelli di
belle arti di esporre al Beaubourg. Tutto ciò
é ragionevole ma a volte impossibile, almeno
nei numeri…
Direi, che il compito di una buona scuola é più
realisticamente di prepararli nella maniera più
completa. Poi ci sono altrettante belle e gratificanti
opportunità di lavoro nella moda, nell’arte e nel
design. Qualcuno arriva anche al top.
Dunque da una piccola scuola, un poco
monolitica ed in cui alcuni dipartimenti
vivevano di un privilegio glocal (come la
moda ) siamo passati, sotto la tua direzione,
ad una offerta di spazi e contenuti molto ben
distribuiti per tutte le discipline.
Direi proprio di si e con un sacco di progetti
davvero eccellenti in vista .
Li puoi anticipare
Cominciamo a maggio con un nome di grande
prestigio, Christian Loboutin, che sarà nostro
maestro di cerimonie e direttamente coinvolto
nelle tesi e nel final show non solo del Fashion
Departement.
Per giugno un progetto di
collaborazione tra il dipartimento educazione
della Tate di Londra ed il nostro dipartimento
di Foundation con un concorso internazionale
e workshop di due giorni sul funzionamento
dei corsi d’insegnamento di arte e design. Per
l’autunno l’apertura del nuovo campus.
Grazie Linda… mi pare che davvero si stia
aprendo una nuova ed interssante stagione.
www.paris.edu
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GIORGIO
MARCONI
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Foto: Cosmo Laera
Poi c’è il fenomeno finanziario legato a un mercato dell’arte altissimo con
cifre da spavento, milioni di dollari, è un mercato drogato, artisti di oggi che
costano più di Picasso o di Bacon.
E’ cambiato questo, l’interesse del mondo della finanza a guardare all’arte
come un grande business.
profili
A cura di Gaetano Grillo
Giorgio vuoi parlarci della tua storia sin dagli inizi, da quando
frequentavi la corniceria di tuo padre?
Certo! Avevo circa 5-6 anni e mi piaceva andarci perché lì mi
aiutavano a costruire le sciabole di legno ma anche perché mi
incuriosiva molto vedere tutto quello che facevano gli operai di
mio padre, tutti quei quadri che passavano. Per me era un mondo
strano e molto diverso da quello della scuola.
Che quadri vedevi passare?
Soprattutto quelli del ‘900 italiano, De Pisis, Campigli, Sironi ma
anche Modigliani. Ero stupito da quei suoi colli lunghi.
Ma anche gli artisti frequentavano la corniceria?
Sicuro! E andavano anche a giocare a scopa in un’osteria che era
lì vicino, dove si giocava anche a bocce.
Dove si trovava quest’osteria?
In via Pisacane vicino alla corniceria. Quell’edificio fu bombardato
durante la guerra e mio padre aprì successivamente qui in via
Tadino, 15. Ricordo molto De Pisis perché era un tipo curioso, mi
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regalava sempre qualcosa, vuoi un libretto di poesie, era sempre
disponibile! La domenica mio padre mi portava con sé in centro.
Sto parlando sempre degli anni prima del Quaranta. Lui andava a
prendere l’aperitivo e parlava con gli artisti, per me era un mondo
assolutamente affascinante, mi sembrava una favola!
Di che parlavano? Erano discorsi animati?
Si erano molto animati perché erano sempre un po’ in polemica.
Ricordo che gli artisti, gli stessi professori e maestri di Brera
avevano sempre delle cose da discutere, cose in cui credevano
con molta passione. Era un’atmosfera assolutamente diversa da
quella che vivevo tutti i giorni.
Quali artisti hai sentito più vicino? C’è qualcuno che ricordi
particolarmente? Che ti ha segnato?
Chi mi ha insegnato davvero qualcosa è stato Sironi perché a
lui piaceva molto parlare ma anche sentire e ascoltare i giovani.
Io lo andavo spesso a trovare, era generoso con me mi dava un
disegno o una tempera e poi scriveva su un pezzo di carta che io
gli avevo lasciato un acconto.
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Foto: Cosmo Laera
Milano era una città stimolante?
Milano era molto stimolante per l’arte! Tu andavi a Brera e fra
i tavolini dei caffè c’erano tutti, sempre a discutere, magari a
bocciare tutti, a criticare, ma si parlava tanto, ci si confrontava.
Non erano caffè normali, erano come i capannelli che c’erano in
piazza del Duomo ma rivolti all’arte.
Dopo la guerra cosa è cambiato?
Il fascismo aveva chiuso le porte e molti si erano adeguati a
quella situazione. Mentre nel dopoguerra all’estero c’erano grandi
movimenti, a Milano hanno iniziato a sciacquare i propri pennelli
in tutti gli “ismi” che venivano d’oltralpe. Gli artisti del ‘900 puro
sono rimasti fedeli a quella stagione mentre gli altri cercavano di
aggiornarsi come potevano.
Tu che rapporti avevi con lui?
Gli facevo le cornici, dopo che mio padre aveva smesso. Poi nel
1965 decisi di aprire la galleria.
Quale fu la prima mostra? Con quali artisti?
Fu con alcuni artisti che da qualche anno avevo iniziato a
frequentare, erano più o meno della mia generazione, erano
Adami, Del Pezzo, Schifano e Tadini.
Io so che nel 1969 tu facesti una mostra che fece scalpore
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Si ma l’idea di portare in galleria un ring come era nata?
Sicuramente non era una cosa normale e un gesto del genere
era un po’ dadaista, un po’ provocatorio…
Tutte le gallerie facevano dei piccoli cataloghi o dei notiziari, come
Il Milione; bene! Io avevo deciso di fare qualcosa di diverso. Vedi
questa scatoletta? L’ho fatta come invito alla mostra di apertura
dello Studio Marconi (novembre 1965). Conteneva le riproduzioni
dei quadri di Adami, Del Pezzo, Schifano e Tadini, stampate su
dei puzzle così che chi riceveva l’invito poteva anche cimentarsi
a ricostruire l’immagine e a prendere familiarità con quelle opere.
Erano già delle immagini bizzarre ma ancora più bizzarro era
smontare e rimontare le immagini. Questa iniziativa ha avuto
successo ed io ho sempre cercato di avere delle idee nuove per
le inaugurazioni. Adami aveva fatto un grande quadro che ora è
in un museo, in cui c’era dipinto un ring e allora ho pensato di fare
quel gesto provocatorio. Ho telefonato all’associazione della box
e li ho coinvolti. Abbiamo montato all’ingresso della galleria un
vero ring con una competizione fra due pugili dilettanti. La strada
era piena di gente e i vigili avevano dirottato il traffico in Corso
Buenos Aires perché la strada era stracolma.
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In quegli anni era venuto a Milano anche Fontana!
Fontana era venuto anche prima della guerra e fu accolto bene
dalla Galleria del Milione. Lui faceva un’arte astratta e portava con
sé il clima culturale dell’Argentina, da dove veniva, era eccitato di
essere tornato in Europa perché capiva che in quel momento era
qui che succedevano le cose.
perché portasti in galleria un vero e proprio ring con un
incontro di pugilato, è vero?
Adami si era avvicinato, come altri alla fotografia. Con lui c’era
Bepi Romagnoni, purtroppo scomparso prematuramente nel
1964. Facevano dei collages, frantumando e riaggregando delle
immagini fotografiche come dei brani. La fotografia era la novità
del momento.
Io so anche di un’altra storia alquanto curiosa, di quando
tu, Adami e Tadini vi siete chiusi in un museo di notte per
spostare un tavolo di Beuys che lui continuava a mettere
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Foto: Cosmo Laera
davanti ai vostri quadri, è vero?
Allora, tutto è cominciato così! A Milano c’era il direttore di Documenta 3 che
cercava dei giovani ed era stato dirottato sulla mia galleria e così ha invitato Adami
e Romagnoni a Documenta. Noi siamo andati là ad allestire le nostre opere ma
nella stessa sala c’era Beuys che continuava a mettere dei tavoli-bacheche con
dentro delle ossa, davanti ai nostri quadri. Così abbiamo deciso di chiuderci nel
bagno prima della chiusura del museo per poi uscire quando non c’erano più i
guardiani e allontanare i tavoli di Beuys. Così abbiamo fatto ma si sono accorti
della nostra presenza ed è nato un putiferio. Noi abbiamo detto che eravamo
alla toilette e non c’eravamo accorti della chiusura… un battibecco incredibile ma
eravamo riusciti nel nostro intento. L’indomani però Beuys che era tedesco era
andato lì prima di noi e aveva di nuovo spostato i suoi tavoli.
profili
Insomma vi eravate divertiti!
Sono sempre stato incuriosito dalle novità e ho sempre cercato di divertirmi nel
mio lavoro. Ho viaggiato molto, seguendo spesso gli artisti e ho potuto conoscere
realtà culturali diverse, altri artisti e questi incontri mi hanno arricchito.
Poi hai cominciato a lavorare con Arnaldo Pomodoro e poi ancora dopo
sono arrivati artisti della generazione di Uncini, vero?
Mi piaceva fare cose diverse e ho lavorato con artisti diversi. Comunque vorrei
aggiungere a tutto questo che in quegli anni Milano era un riferimento per tutti gli
artisti, non solo europei. Sono arrivati giapponesi, brasiliani e questo perché c’era
una vivacità straordinaria. C’era anche un po’ di mercato perché c’era curiosità.
Dopo tanti anni di attività e dopo aver vissuto delle stagioni così stimolanti,
cosa vedi oggi nel mondo dell’arte?
Io sto cercando di ripercorrere ciò che ho fatto, ma anche cosa succede nell’arte
giovane e in questo senso sono contento che ci sia mio figlio che si occupa degli
artisti delle generazioni dopo gli anni ’90. Purtroppo oggi si fa molta fatica ad
andare avanti, è come camminare nell’erba alta, c’è troppo e forse inutilmente.
Vedi queste targhe? (siamo nell’ascensore della Galleria) c’è scritto: Durante il
movimento della cabina accertarsi che i carichi mobili in esso trasportati non siano
suscettibili di eventuali spostamenti accidentali, pertanto si prega di bloccare gli
stessi con appositi accorgimenti.
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Allora vedi quando si scrivono queste cose
così burocratiche c’è da chiedersi dove stiamo
andando. Non solo, la burocrazia vorrebbe che
questo messaggio io lo esponga in grande sulla
parete qui di fronte all’entrata; come dire che
potrebbe essere confuso con un intervento
concettuale…
Oggi l’arte è molto diversa da quando ho
cominciato io; tutto si è velocizzato e oggi
l’arte è arrivata dappertutto nel mondo, ci sono
paesi orientali dove hanno costruito musei
straordinari. L’arte prima rispecchiava un
pensiero filosofico e sociale, aveva una sua
sensibilità in questo senso e si strutturava in
un oggetto ben preciso; oggi è diventata più
un progetto, un processo, prima ancora di
essere un’opera completa come si intendeva
una volta e con tutte le contaminazioni del
caso che ne fanno quasi uno “spettacolo”. Poi
c’è il fenomeno finanziario legato a un mercato
dell’arte altissimo con cifre da spavento, milioni
di dollari, è un mercato drogato, artisti di oggi
che costano più di Picasso o di Bacon.
E’ cambiato questo, l’interesse del mondo della
finanza a guardare all’arte come un grande
business.
Per me però questa è la moda dell’arte;
certamente rimarrà qualcosa, qualche valore
cambierà in su o in giù ma al di là di questo c’è la
poi la storia dell’arte che non necessariamente
sarà ciò che oggi viene ritenuto che sia. Tanti
artisti hanno sempre faticato per affermare le
loro idee.
Cosa potresti consigliare ai giovani artisti?
Penso che dopo aver fatto il tirocinio in
accademia devono viaggiare molto per capire
quello che succede nel mondo.
Devono presentare il proprio lavoro prima a
un gallerista o prima a un critico?
Oh bella questa! Io direi ad entrambi
contemporaneamente ma anche e soprattutto
agli altri artisti, ai collezionisti; i giovani
dovrebbero fare degli happy hour nei loro studi
e invitare più gente possibile. Non è poi detto
che quelli che comprano o che possono proporti
nei luoghi che contano siano i depositari della
verità. Penso che debba comunque passare
del tempo per capire il valore di un artista, c’è
sempre il setaccio che va, bisogna addirittura
ancora aspettare dopo la morte per capire
davvero il peso che ha avuto un artista.
Credi che sia ancora valido questo principio?
Assolutamente si! Si può avere il riconoscimento
anche tardivo, dopo la morte, perché ciò
che non sono stati capaci di leggere i tuoi
contemporanei è possibile che arrivi col tempo,
con un’analisi più approfondita degli studiosi; io
credo molto nell’utilità degli storici dell’arte.
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Giorgio Marconi con Louise Nevelson
Giorgio Marconi ed Emilio Tadini, foto Fabrizio Garghetti
profili
Franco Pardi, Giorgio Marconi, Emilio Tadini e Gianni Colombo, foto Enrico Cattaneo
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Rocco Guglielmo
presidenti
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... devo dare merito al Direttore, che con grande determinazione, sta
coinvolgendo diversi artisti, alcuni dei quali hanno in passato insegnato
a Catanzaro, al fine di costituire un patrimonio dell’Accademia. I risultati
cominciano già a vedersi e mi auguro che si continui su questa strada.
A cura di Gaetano Grillo
Rocco Guglielmo, notaio con la passione per l’arte
contemporanea, Presidente della Fondazione Mimmo Rotella
e da poco nominato Presidente anche dell’Accademia di
Belle Arti di Catanzaro che, con la recente direzione di
Anna Russo, sta vivendo una nuova stagione di rilancio
dell’Istituzione. Come è iniziato l’interesse per l’arte?
Il mio interesse per l’arte è iniziato circa 30 anni fa. Subito dopo
la mia laurea, grazie ad un caro amico mi sono avvicinato all’arte
moderna e contemporanea ed appena avuta la possibilità
economica ho iniziato ad acquistare qualche piccola opera
d’arte.
Il suo rapporto con l’arte non è di solo interesse, lei svolge
anche un preziosissimo ruolo di promotore culturale
attivandosi con l’organizzazione di esposizioni di qualità
che io stesso ho avuto modo di constatare di persona
in una mia visita a Catanzaro; ci vuole parlare almeno di
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alcune delle iniziative che l’hanno vista protagonista negli
ultimi anni?
Oltre al mio ruolo nella Fondazione Mimmo Rotella che presiedo
dal 2006 subito dopo la morte del maestro, nel luglio 2010 ho
deciso di costituire una Fondazione che porta il mio nome, con
la finalità di promuovere l’arte contemporanea con particolare
attenzione anche per i giovani artisti.
In questi tre anni scarsi di vita la Fondazione ha già realizzato
numerosi eventi espositivi, un libro di artista e un libro sul
racconto breve in Europa.
Da ultimo si è appena conclusa una grande mostra sul
cinema d’artista in Italia dal 1912 al 2012 che ha visto circa
50 artisti in mostra, 340 opere, 127 film tra mostra e rassegna
collegata. Mostra che avuto un grande successo e che segue
cronologicamente un’ altra mostra sulla videoarte che ha
coinvolto 16 grandi artisti, indagando un settore dell’arte
contemporanea in notevole crescita.
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Catanzaro è una cittadina del sud Italia molto vivace che ha però, potenzialità
non sempre espresse come potrebbe e soprattutto è ammalata di quella
epidemia tipica della provincia che è la discontinuità, spesso causata dalla
miopia dei governanti locali. Ci sono le condizioni per avviare progetti artistici
duraturi sul territorio?
In parte quello che lei sottolinea è vero. Di recente la Regione Calabria ha destinato
notevoli risorse per l’arte contemporanea che hanno visto la realizzazione di grandi
eventi. Solo una reale collaborazione tra le varie istituzioni pubbliche e private può
consentire una continuità sul territorio. Le ricadute economiche in questo momento
storico possono venire principalmente da iniziative culturali. Mi auguro che si smetta
di ragionare sull’immediato e si guardi al medio-lungo periodo.
Quali sono gli obiettivi che intende perseguire in questo suo primo mandato
come Presidente dell’Accademia di Catanzaro? In che modo pensa di
rilanciare l’istituzione?
La situazione delle Accademie Italiane e in particolare dell’Accademia di Catanzaro
è molto difficile. Gli obiettivi sono quelli di cercare di riportare l’Accademia nel centro
cittadino perché sono convinto che la linfa vitale che i giovani studenti possono dare
alla città è fondamentale per un rilancio culturale. Inoltre vorrei che l’Accademia
avesse una maggiore visibilità e considerazione perché molto spesso non si coglie
l’enorme importanza di un’istituzione culturale quale essa è.
E’ utile anche presentarsi nelle scuole medie superiori al fine di illustrare ai giovani
ruolo e finalità dell’istituzione.
Da poco si è costituita la Conferenza nazionale dei Presidenti delle Accademie
di Belle Arti, vi ha già preso parte? Come considera il ruolo del Presidente
rispetto a quello del Direttore?
Non sono riuscito ad intervenire alla prima riunione, aspetto la prossima convocazione.
Il ruolo del Presidente è quello di rappresentante legale dell’Ente. Certo è che per
la crescita dell’Accademia Presidente e Direttore devono necessariamente lavorare
sinergicamente per raggiungere risultati soddisfacenti, nel rispetto dei rispettivi ruoli.
L’Accademia di Catanzaro ha una sua vocazione verso il contemporaneo e sta
iniziando a formare un suo patrimonio a riguardo, con quale criterio si stanno
facendo gli inviti? Lei in passato si è servito di curatori professionisti per le
sue mostre, intende avvalersene ancora?
Di questo devo dare merito al Direttore, che con grande determinazione, sta
coinvolgendo diversi artisti, alcuni dei quali hanno in passato insegnato a Catanzaro,
al fine di costituire un patrimonio dell’Accademia. I risultati cominciano già a vedersi
e mi auguro che si continui su questa strada.
Relativamente ai curatori penso sinceramente di servirmi ancora per le iniziative
della mia Fondazione di curatori professionisti, dando sempre maggiore spazio a
curatori calabresi, anche giovani, con i quali abbiamo già iniziato un percorso di
collaborazione.
L’ultima riforma delle accademie ha in qualche modo sfocato la centralità
dell’artista docente, spesso sopraffatto da un’eccessiva presenza
d’insegnamenti che all’origine avrebbero dovuto accrescere lo spessore
culturale della formazione ma più spesso si stanno rivelando come elementi
di parcellizzazione del sapere. Pur essendo la materia una questione didattica
e quindi di specifica competenza del Direttore, qual è la sua idea in merito?
La didattica è un settore di stretta
competenza del Direttore. Certo è che è
vero che la presenza di molti insegnamenti
nei piani di studio è necessaria per un’offerta
didattica completa ma è pur vero che il ruolo
dell’artista in Accademia è essenziale per la
crescita delle nuove generazioni di artisti.
Ci sono prospettive per un adeguamento
della sede? Sarebbe possibile riuscire
a stipulare delle convenzioni con
enti pubblici e privati per recuperare
delle risorse utili ad investimenti
sull’accademia nel futuro prossimo?
Certo, stiamo lavorando proprio su questo
fronte. Così come le stipule di convenzioni
diventa essenziale per la sopravvivenza
dell’Ente che altrimenti può solo contare
sulle tasse d’iscrizione degli studenti e sul
contributo ministeriale che è veramente
esiguo.
Sarebbe bello riuscire a costruire una
rete di relazioni culturali con diverse
istituzioni per fare “sistema” quella
magica parola che nel nostro Paese
sembrerebbe essere un’utopia; potrebbe
essere un obiettivo praticabile un
tentativo regionale in questo senso? Ci
sono già rapporti con l’Università?
E’ come sottolineavo prima. E’ essenziale
creare una rete fra gli operatori culturali
per evitare che le iniziative per l’arte siano
episodiche e slegate fra loro.
Questa necessità deriva anche dalla
situazione geografica della Calabria, che
essendo fuori dai grandi circuiti, può avere
speranza di rientrarvi solo se si riesce a
puntare su accordi integrati fra enti pubblici
e privati.
Con l’Università c’è un ottimo rapporto di
collaborazione che deve sempre più essere
incentivato.
Lei conosce da anni il lavoro che facciamo
con questa rivista, ritiene che sia utile al
sistema accademico nazionale? Quali
suggerimenti ci darebbe per migliorare il
nostro servizio?
Apprezzo molto il grande lavoro che viene
svolto dalla rivista. E’ senz’altro utile al
sistema accademico perché costituisce un
osservatorio privilegiato sulla realtà delle
Accademie.
Occorrerebbe sempre più dare spazi alle
nuove generazioni e al lavoro che viene
svolto a favore dei giovani.
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presidenti
Lei è dell’idea che le accademie siano
a tutti gli effetti delle università delle
arti visive oppure pensa che debbano
mantenere una fisionomia identitaria
propria? Se è così, quale?
Penso che le Accademie abbiano un ruolo
ancora più delicato delle Università. Non
sono solo un luogo di formazione culturale
teorica, ma uniscono sullo stesso piano
una formazione di tipo pratico non presente
attualmente nelle Università tradizionali.
Questo ci dovrebbe convincere sempre
più dell’importanza enorme del ruolo che
possono e devono svolgere le Accademie,
che dovrebbero diventare le fucine delle
nuove generazioni di artisti.
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NICOLA
SALVATORE
Incontro il mio amico Nicola
in occasione di una sua
prossima grande mostra
nel parco di Villa Olmo a
Como, ma con lui incontro
anche l’Accademia di Brera,
la Trattoria da Salvatore, la
Balena, la casa a Marrakech,
le grandi sculture, i suoi
pensieri sull’arte e i suoi
sogni futuri.
A cura di Gaetano Grillo
docenti
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Nel nostro ricordo della fiaba di Pinocchio
la bocca della balena ha spesso
rappresentato non una bocca che uccide
e che mastica, ma piuttosto una bocca che
ingoia con il suo istinto onnivoro. Così
Pinocchio viene risucchiato insieme a
tanti oggetti strappati al mare in burrasca
e nella pancia della balena c’è posto per
sopravvivere, paradossalmente più protetti
che all’esterno.
L’archetipo della balena che connota la
tua opera mi sembra alludere a un luogo
della speranza. Il grande cetaceo ci appare
come una nave o addirittura come un’isola,
talvolta ci sembra umano, per l’avidità ma
anche per il suo modo di respirare.
Se lo squalo è un feroce predatore e uccide
con freddo calcolo, la balena è più goffa e
approssimativa, fra i suoi denti c’è tanto
spazio che ci si può anche infilare nella sua
bocca senza farsi dilaniare; insomma la
balena ci è simpatica!
Quale è per te il valore simbolico di questo
grande cetaceo?
La storia di Pinocchio, così come la balena
che è contenitore, nella mia opera diviene
metaforicamente isola, grande nave, casa;
come tante o come tutte le cose è finzione,
immaginazione, inconscio, trucco, sogno e mi
chiedo spesso quanta verità ci sia intorno a me
e cosa intimamente io riesca a comprendere.
Anch’io come Pinocchio ho trovato nella balena
il mio rifugio: artistico, ma anche umano – pur
se il termine sembra improprio – e viaggio
dentro di lei e con lei.
Perché la balena? Difficile da spiegare:
sarebbe come spiegare perché ci si innamora.
L’immagine del mitico cetaceo è a me cara
sin dagli anni ‘70. È alla sfortunata vicenda
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di un compito in classe aspramente criticato
che è nata ‘la mia balena’: in quel momento
ne disegnai – forse inconsciamente – lo
scheletro o, detto in altri termini, quel poco
che resta di essa per l’assurdità degli uomini.
Nacque così il mio affetto e la mia solidarietà
per quell’immenso mammifero che ha
accompagnato la mia giovinezza e segnato il
mio percorso artistico.
Si tratta allo stesso tempo di un mammifero
e di un monumento al mammifero, ma è
soprattutto la più leggendaria e suggestiva
creatura che popola i mari. L’ho indagata,
analizzata, ho accentuato gli aspetti mitici,
gli elementi simbolici ed enigmatici che
caratterizzano la sua ‘aura’.
La balena da leggendario animale di un
territorio smisurato è diventata la protagonista
del territorio della mia arte. I riferimenti alla
sua silhouette, ai suoi dati anatomici, ai suoi
resti sono un richiamo al tema del mare che
per me è di ‘appartenenza genetica’. Ho
allargato il campo d’azione della mia pittura
attraverso la scultura, con i suoi materiali e
le sue specificità, per dare corpo e sensualità
all’immagine, rimarcando il valore che essa
assume nello spazio e imponendone la
presenza plastica.
Il tuo progetto didattico che porti avanti
da tanti anni come cattedra di Pittura
all’Accademia di Brera è a tutti gli effetti un
progetto artistico che si realizza attraverso
il pretesto della Trattoria da Salvatore,
un lunghissimo percorso che ha visto
tantissimi ospiti di eccezione e che porta a
riflettere su importanti contenuti artistici e
filosofici attraverso la metafora del cibo e
della cucina. Ce ne parli?
Trattoria da Salvatore è un progetto didattico
che nasce all’interno del mio corso di Pittura
nel 1996 e che vede protagonista il rapporto
arte e cibo, in un momento in cui di cucina
se ne parlava, ma non era ancora argomento
tanto diffuso e osannato come oggi.
Cucinare alimenti, idee, pensieri, fa parte
della magnifica capacità dell’uomo di “creare”
in qualsiasi campo. “Ogni uomo è un artista”
anche se non dipinge o fa scultura: è questo
pensiero cardine di Joseph Beuys che mi ha
suggerito la Trattoria.
Al suo interno molti sono stati gli ospiti: non
solo chefs, ma pure amici, medici, storici
dell’arte, tanti miei colleghi e anche persone
semplici. In questo luogo dove senso e
intelletto convivono, dove il cibo diventa
aggregazione, molti hanno dato e ricevuto
‘creatività’. Oggi siamo saturi dell’effimero e
del ridondante in cucina come in arte, tant’è
che ho già pensato di mettere in vendita la
mia Trattoria da Salvatore.
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La società occidentale contemporanea
ha sviluppato un’esasperata attitudine
all’onnivoro e alla bulimia, una sorta
d’incontinente avidità a possedere le
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docenti
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I tuoi cetacei, così come le tue sculture, sono generalmente
spogliati del volume e ridotti a scheletri fossilizzati,
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asciugati irreparabilmente dal caldo del deserto e ridotti
a carcasse che nella loro essenza rivendicano una sorta
di bellezza e persino di eleganza. A volte addirittura le
forme sembrano tracciate, disegnate nello spazio come
proiezioni, sembrano voler riflettere la luce dorata del
sole o specchiarsi nella superficie argentea dell’acqua del
lago che vedi dalla tua casa o nel fondo di una fontana.
Le linee possono far pensare anche a dardi e saette
lanciate nel cielo da personaggi della mitologia o
addirittura a scherzi di Nettuno che gioca ironico con la
vita così come credo piaccia fare anche a te. Che cos’è
per te il disegno?
Il mio dialogo artistico e di ricerca con la scultura è iniziato
alla fine degli anni ‘80 con oggetti nelle resine, cilindri e altre
forme in ferro che si presentavano possenti, installate anche
in contesti urbani, o che venivano collocate come grandi
presenze nel vuoto di una tela.
È in quest’ultimo ambito – quello bidimensionale della
tela – che la mia ricerca si fa più minimale, specialmente
sintetizzando l’immagine della balena in una forma generale
che la racchiude o la contiene. In effetti non hai tutti i torti a
parlare di disegno nel mio percorso, anche se spesso ai segni
e alle linee si alternano sculture bidimensionali.
Come a molti succede, talvolta lavorando pensi di essere
arrivato a trovare qualcosa di nuovo, in realtà poi scopri di aver
già percorso quella strada, che semplicemente era rimasta
nascosta, latente nei meandri della tua mente, come l’idea
primigenia che spesso proprio attraverso il disegno prende
forma.
docenti
cose attraverso la fisicità del corpo e il piacere del gusto.
L’individuo esiste in quanto realizza la sua esperienza
esistenziale attraverso la materia e come San Tommaso,
proprio attraverso il tatto e il contatto, si accerta della vita
e dunque della morte.
Pur essendo titolare di Pittura tu sei praticamente uno
scultore, ovvero previlegi la forma tridimensionale, ti
interessa lo spazio e ti piace adoperare i materiali; ancora
– casomai ce ne fosse bisogno – una riprova della tua
indole verso l’oggettualità.
Ti riconosci in questa dimensione della scultura?
Penso che chi guardi il lavoro di un artista debba sempre
farsi trasportare dalle atmosfere evocate da forme e colori,
dalle suggestioni sensoriali, estetiche e concettuali, non certo
solamente dal senso di possesso, spesso dettato da logiche
meramente commerciali come è successo in questi ultimi anni
nel collezionismo.
Oggi invece scopriamo – non solo in occidente – che
c’è del superfluo e la nostra società sta per traboccare,
paradossalmente troppo piena di niente.
Sicuramente mi appartiene una dimensione oggettuale
e plastica, ma il mio fare artistico è un attraversamento tra
pittura, scultura e altre forme espressive.
Nel rispondenti penso ai tre soggetti – balena, nave, casa –
che Aldo Spoldi cita nel testo che mi ha dedicato in occasione
della mia prossima mostra. Nel suo pensiero trovo puntuale
la lettura che fa di questi tre elementi come “pance che
contengono, dispense che danno da vivere”, evocando la
potenza della forma tridimensionale, della scultura, di spazio
e materiali, di vita e morte, possesso, corpo, gusto, eccetera.
I tuoi colori sono argento, oro, nero, bianco e rosso…
(quasi non colori) sei molto grafico e non sembreresti un
pittore ma il cibo e la cucina tradiscono questa freddezza
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internazionale dell’arte, ma ci sono. Quanto alla situazione
corrente del sistema dell’arte penso che si siano ormai
consumati i collezionisti di fotografia e anche coloro che erano
stati abbagliati – almeno nell’interesse della conoscenza – da
big come Damien Hirst e Jeff Koon,ecc.
docenti
22
così come la tradisce la tua esuberanza caratteriale,
istrionica, curiosa, passionale, creativa, frenetica, come
dire… campana! Che cos’è per te la pittura?
Quando sono ai fornelli ci sono momenti in cui sono pervaso
da odori e aromi, vedo colori freschi e brillanti: l’argento delle
alici, il nero di seppia, il rosso di un pomodoro maturo o il dorato
dell’olio del Marocco, ecc. Sono gli stessi colori che ritrovo
sulla tela che altro non è se non quello che inconsciamente
trasferisco dal di dentro. Spesso dico che il mio lavoro mi
diverte e sono stato fortunato perchè è quello che volevo fare.
Hai scelto di vivere parte della tua vita nella bellissima
casa che hai costruito in Marocco a Marrakech, un
luogo dove trovi nuova energia e soprattutto interesse
all’arte, quell’interesse che in Italia e in Europa è un po’
assopito, cosa succede al sistema internazionale dell’arte
contemporanea? Di quale malattia soffre?
La mia casa a Marrakech è lo stesso “mondo lontano” di
quando mi trovavo forse dentro al ventre della balena di cui ti
parlavo. Una casa-studio dove riflettere, riposare, lavorare, un
mondo con colori e atmosfere diverse. Il Marocco è un paese
che mi ha conquistato, mi ha accolto e mi fa star bene. Certo
non potrei viverci sempre poiché mi piace tornare in Italia,
viaggiare e visitare altri luoghi.
Per quanto riguarda l’arte vi ho trovato un terreno da coltivare:
sono poche le persone attente che seguono il sistema
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In tutto il tuo lavoro la balena rappresenta la metafora
principale e, pure essendo un luogo protettivo tu la
rappresenti sempre come silouette proiettata all’aperto. Io
sono convinto che prima o poi smetterai di rappresentarla
e comincerai a viverne più specificatamente il suo
significato simbolico vivendola dall’interno.
Questa tua nuova mostra è un progetto ambizioso che
si misura ancora una volta nello spazio, quello esterno
e vastissimo di Villa Olmo sul lago di Como. Sono tutte
sculture, oggetti, installazioni, i tuoi materiali sono
generalmente metalli ma hai anche fatto un’opera che
rende omaggio al tessuto e alla grande tradizione comasca
della tessitura, ci parli dell’idea generale della mostra?
In contemporanea alla grande mostra dell’architetto futurista
Antonio Sant’Elia La città nuova, oltre Sant’Elia, saranno
esposte sette mie sculture di grandi dimensioni in ferro,
acciaio, bronzo, resina e anche tessuto stampato con immagini
di balene per omaggiare Como.
Ci sono lavori che ho sviluppato da piccoli progetti pensati in
questi ultimi anni e che ho immaginato ben collocati a Villa
Olmo che si presenta come un grande palcoscenico all’aperto.
Il pubblico va sovente in questo splendido luogo a ritemprarsi,
a giocare e quindi non vi deve entrare come se visitasse una
galleria d’arte. I miei lavori potranno creare o meno curiosità
e interesse, comunque sarà me ne starò seduto in disparte ad
osservare il teatro della vita.
Qual è il tuo sogno?
Andare avanti sempre così, trasformare la finzione quotidiana
in verità.
* Nicola Salvatore è titolare di cattedra di Pittura
all’Accademia di Brera.
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Pietro
Capogrosso
“SCHNEE – SEHNSUCHT”
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focus docenti
Paolo Erbetta Gallery
Potsdamer Str. 107 - D - 10785 Berlin
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Cosmo Laera
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Cosmo Laera è nato in Puglia ad Alberobello nel 1962, ha iniziato
il suo rapporto con la fotografia da giovanissimo scegliendo di
percorrere la carriera artistica e professionale nella sua terra
d’origine. Ha avviato la sua attività espositiva negli anni ottanta
proponendo la sua produzione all’interno di mostre e festival in
Italia e all’estero. Da queste esperienze nasce il suo progetto di
vita che da circa venticinque anni sta sviluppando affermandosi
come curatore di mostre, festival e rassegne internazionali.
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Resta determinato nel proseguire la sua ricerca fotografica
sempre più incentrata sul rapporto tra visione e territorio: il fine di
queste opere è quello di rivelare aspetti di immediata empatia tra i
luoghi e la loro morfologia indipendentemente dalla loro funzione.
Concettualmente le fotografie assumono un potenziale espressivo
in continua evoluzione che permette una ri-conoscenza e uno
sviluppo dell’attenzione intorno al luogo o al soggetto ritratto.
Attualmente è particolarmente attratto dal processo di
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CANTIERE MILANO EXPO 2015
focus docenti
trasformazione che la città di Milano sta attuando
in attesa dell’Expo del 2015, dai cantieri agli spazi
storici, dalle scuole ai parchi, sottolineando l’impatto
emotivo attraverso la luce. Vive e lavora tra Milano e
la Puglia. Insegna fotografia presso l’Accademia di
Belle Arti di Brera a Milano.
Milano, Centro Direzionale Porta Nuova. Porta Nuova, attraverso la ricomposizione
dei tre progetti Garibaldi, Varesine e Isola, si estende complessivamente per
oltre 290.000 metri quadrati. La riqualificazione del tessuto urbano è il naturale
sviluppo dei quartieri esistenti.
www.cosmolaera.it
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una mostra
un dibattito
maestri- storici
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Nicola Maria Martino
La pratica della pittura è la condizione privilegiata di Nicola Maria Martino
e le sue opere sono il risultato di questo amore.
Sentimento che è stato ben capito dagli studenti che l’hanno riconosciuto
come l’intimo e unico dono che l’Accademia può fare a loro: trasmettere
l’amore totale per l’arte, in modo che diventi il vero scopo della vita.
A cura di Marco Cingolani
La storia dell’arte, prima d’ogni discorso estetico, è una raccolta
di vite, di incontri ed amicizie importanti, di passione calata
nella realtà, nella cronaca minuta; senza scomodare Vasari
i recenti successi editoriali di biografie d’artista testimonia il
desiderio di verificare che l’arte è una esperienza reale di vita
e non una costruzione a tavolino.
Nella mia esperienza di professore all’Accademia ho osservato
che il modo migliore per conquistare l’attenzione dei giovani
pittori/studenti è raccontare con sincerità i propri esordi artistici,
infatti la sera del 12 marzo presso la galleria Allegretti a Torino,
l’artista Nicola Maria Martino ha conquistato artisti/studenti
raccontando, con coinvolgente semplicità, la sua vita di pittore,
dalla prima scatola di colori alla scoperta della’arte attraverso
monografie scarne, ma decisive per la sua vocazione all’arte.
Figlio di un Prefetto, invece di giurisprudenza, scelse di
iscriversi all’Accademia di Roma, scegliendo come docente
l’amatissimo Sante Monachesi, artista fra i più innovativi,
che deve ancora trovare una piena consacrazione. Inizia un
sodalizio artistico che divenne, per NMM un vero e proprio
apprendistato all’arte, fatto di poetica e militanza anarchica
tutta rivolta al concepimento dell’opera e alla diffusione della
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cultura. “Monachesi è stato un maestro per la sua follia e per
il senso di libertà della pittura e allo stesso tempo di rigore
che sapeva trasmettere, come il concetto di essere artisti in
modo totale”, anche la lotta intellettuale contro Guttuso era
parte della posizione libertaria dell’arte e nell’arte condotta da
Monachesi e da Martino, Il racconto di Nicola ha offerto tracce
dello splendore della Roma negli anni sessanta: “Turcato lo
incontravo tutti i giorni in via Ripetta. Forse è lui quello che mi
affascinava di più per la sua pittura…”.
La frequentazione di artisti affermati come Tano Festa,
soave poeta, capace delle azioni più strambe e di generosità
inaspettate, l’amicizia di compagni di strada come il critico
Cesare Vivaldi che lo presenterà nella personale del 1976
“Macondo” presso la galleria Franco Soligo che diventerà il
suo primo importante mercante. Nel suo racconto non poteva
mancare un omaggio all’amico Italo Mussa, lucido interprete
della prima stagione postmoderna, che lo incluse in mostre
significative.
La mostra presso la galleria Allegretti è l’inizio di un percorso
di approfondimento storico della pittura di NMM, che prende
il via da una serie di foto di un’azione performativa del 1972,
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senza l’eleganza decorativa e stucchevole del kitsch, che in
quegli anni dilagava assieme ad un brutalismo insensato.
La pratica della pittura è la condizione privilegiata di Nicola
Maria Martino e le sue opere sono il risultato di questo amore.
Sentimento che è stato ben capito dagli studenti che l’hanno
riconosciuto come l’intimo e unico dono che l’Accademia può
fare a loro: trasmettere l’amore totale per l’arte in modo che
diventi il vero scopo della vita.
una mostra - un dibattito
nella quale l’artista si aggira per strada tenendo un cartello
con scritto “Artista italiano in vendita”; questa ed altre azioni
concettuali/situazioniste come “l’artista firma i muri” del 1969,
erano il frutto estetico delle sue posizioni anarchico libertarie
che lo portarono in prima linea nella “battaglia” all’Università
di Valle Giulia, ispiratrice della famosa poesia di Pasolini
che prendeva difesa dei poliziotti proletari contro gli studenti
borghesi. Nicola Maria Martino ribadisce che Pasolini aveva
ragione.
Nel 1973 iniziò a formalizzarsi una poetica personale,
pensiamo all’azione “guardiamo e pensiamo le stelle” del
1973, dove il pubblico era invitato a stare con il naso all’insù
presso l’obelisco di Piazza del Popolo a Roma, che approdò
ad una rimeditazione degli strumenti della pittura: il segno, il
colore, la linea.
La ricerca della semantica interna della pittura era priva delle
rigidità analitiche tipiche di quegli anni, ed era invece nutrita
dalla vicinanza, come scriveva Cesare Vivaldi, con il mondo di
Licini, Twombly e Gastone Novelli. Martino con i suoi grafismi,
parole segno e macchie di colore aveva trovato un’uscita lirica
dal manierismo pop e concettuale.
Nella mostra torinese sono presentate opere di quel periodo
germinale e felice, dove le parole e i colori sono in consapevole
equilibrio e si impongono ancora per freschezza.
La maturità pittorica è raggiunta subito dopo, quando il colore
diventa protagonista assoluto, evocando un paesaggio
dell’anima dove l’artista deposita e combina i suoi simboli
prediletti: la casa, le colonne del tempio, l’aeroplano del
viaggio, la bicicletta.
Sicuramente l’opera di Nicola Maria Martino ha una vicinanza
formale con le pratiche postmoderne, ma non c’è uso disinvolto
di stili e citazioni, ma la pratica quotidiana della pittura che lo
porta a lavorare sulla materia pittorica con sincerità e perizia,
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ROSSELLA BISAZZA
In famiglia eravamo anche appassionati di arte e questa sensibilità ha
trasformato nel tempo e fatto crescere l’azienda; noi figli abbiamo vissuto
molto quell’atmosfera. Io e mio fratello, che siamo la seconda generazione,
cerchiamo la perfezione e la bellezza in tutte le manifestazioni della nostra
vita...
luoghi d’arte
maestri
storici
A cura di Elisabetta Longari e Gaetano Grillo
Elisabetta Longari. Sono rimasta folgorata dalla bellezza
degli spazi, soprattutto perché siamo abituati alle realtà
italiane che purtroppo hanno raramente la cura per i dettagli...
il tendere alla perfezione, che invece ho riscontrato nella
vostra Fondazione a Vicenza.
Rossella Bisazza. per noi i dettagli sono importantissimi e per
tutta la nostra filosofia aziendale, la qualità e il rigore sono al
centro del nostro operare; l’attenzione alla bellezza e all’estetica
sono una nostra caratteristica di famiglia, da mia madre a mio
fratello.
Gaetano Grillo. Suo padre è stato il fondatore della Bisazza
ma prima di lui in famiglia c’erano precedenti? Qualche
antenato aveva la passione per l’arte?
R. B. No, ha iniziato mio padre, lui andava a Murano a vedere
il vetro perché gli piaceva molto tanto che ha fondato un’azienda
di mosaico solo ed esclusivamente vitreo. Gli piacevano molto i
laboratori di Venezia ma ha avuto l’intuizione di fondare un’azienda
non a livello artigianale bensì industriale già nel 1956. Negli anni
’60 c’era un mercato dell’edilizia che esplodeva e lui ha pensato al
rivestimento in mosaico delle facciate dei palazzi. Con il tempo la
tecnica è migliorata e la tessera è diventata sempre più bella fino
alla svolta degli anni ’80 con il mosaico per interni e soprattutto
per i bagni; ma non più come si usava negli anni ’50 quando il
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mosaico aveva perso la connotazione di materiale nobile. Mio
padre si attivò molto per ridare preziosità sia al materiale sia alla
lavorazione, sperimentò nuove miscele, aumentò la palette dei
colori e rilanciò il prodotto che aveva perso la sua connotazione
artistica. In famiglia eravamo anche appassionati di arte e questa
sensibilità ha trasformato nel tempo e fatto crescere l’azienda;
noi figli abbiamo vissuto molto quell’atmosfera. Io e mio fratello,
che siamo la seconda generazione, cerchiamo la perfezione e la
bellezza in tutte le manifestazioni della nostra vita così come per
me ha una uguale rilevanza la passione per la danza, all’interno
della quale c’è ugualmente una spinta verso la bellezza, l’armonia,
la perfezione; questo anelito è nel nostro dna. viviamo già un
mondo che è così brutto!
I nostri politici parlano tanto del patrimonio artistico italiano, se ne
fanno vanto ma nessuno dice come viene conservato e curato il
nostro patrimonio.
E.L. Condivido con te l’assenza della cultura della cura; nel
nostro paese è tutto così sciatto! La cura è una dimostrazione
di voler bene non solo a se stessi ma anche all’altro, al
prossimo che passa e si nutre visivamente di atmosfere.
R. B. Se vai a lavorare in un bel posto, che non è trasandato,
cambia anche la qualità del tuo lavoro. Tanti hanno magari cura
della propria abitazione e nessuna cura del luogo di lavoro, come
se non appartenesse a nessuno.
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E.L. Come è venuta fuori l’idea della Fondazione? Mi
piacerebbe conoscere l’iter che vi ha portato a pensare prima
e a realizzare dopo questo bellissimo progetto.
R. B. In questi ultimi vent’anni noi abbiamo molto approcciato
architetti e designers per immaginare opere in mosaico. Niente di
commerciale, volevamo spostare l’orientamento dell’azienda su
applicazioni più vicine alla creatività artistica.
G.G. La vostra è una fondazione che è rivolta anche all’arte o
soltanto al design e all’architettura?
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G. G. Ora che la fondazione esiste, quali obiettivi vi siete
posti per la programmazione del futuro prossimo?
R. B. Noi vorremmo avere una mostra all’anno legata
all’architettura che può essere ospitata oppure prodotta, come
stiamo facendo ora per la mostra dedicata a Richard Meier che è
un grande personaggio, che quest’anno compie ottant’anni.
Questa è una mostra che arriverà da New York e che ha dei costi
pazzeschi non solo di produzione ma di trasporti, assicurazioni
e tutto il resto. Richard Meier ha anche accettato di fare
esclusivamente per noi un’opera site-specific che sarà una specie
di foresta-labirinto di colonne bianche.
Ogni volta che faremo delle mostre chiederemo ai vari autori di
lasciare un segno per la fondazione, di fare qualcosa di esclusivo
per noi che resti ad arricchire la nostra collezione.
G.G. Gli spazi sono allestiti per avere una destinazione stabile
della collezione oppure saranno modificati per ospitare le
esposizioni temporanee?
R. B. Abbiamo riservato un’ampia zona libera da destinare
esclusivamente alle mostre temporanee, si tratta di uno spazio
di circa 1.500 metri quadri. La fondazione per noi è un progetto
bellissimo che ci permette di pensare a qualcosa di un po’ più alto
del mero quotidiano, di tutte le grane che comporta la gestione di
un’azienda come la nostra.
Ora che nostro padre non c’è più, ormai da un anno, io e mio
fratello abbiamo l’onere della gestione complessiva della Bisazza.
Nostro padre era un grandissimo lavoratore ed ha lavorato tanto
fino al giorno prima di morire.
luoghi d’arte
R. B. La nostra fondazione si chiama proprio Fondazione
Bisazza per l’architettura e il design, intanto perché non volevamo
competere con le tante fondazioni per l’arte già esistenti in Europa
ma anche perché ce ne sono poche espressamente rivolte
all’architettura e al design.
Avendo dunque lavorato molto con queste persone, nel corso di
questi anni, senza pensare all’idea della fondazione, abbiamo
messo insieme diverse opere come la poltrona “Proust” di
Mendini, per esempio ma tante altre ancora sino al punto che
ci siamo detti: ma noi abbiamo già abbastanza materiale per
mettere su una fondazione!
Abbiamo riconvertito gli spazi dell’azienda che una volta erano
destinati alla produzione in spazi d’esposizione, spostando la
produzione da un’altra parte. Successivamente abbiamo aggiunto
altri corpi intorno.
La prima idea è stata nel 2004-2005 ma abb­iamo costituito il
documento nel 2007; poi c’è stato un periodo in cui abbiamo dovuto
concentrarci sulla produzione ed abbiamo un po’ tralasciato il
lavoro della fondazione ma nel 2011 io e mio fratello siamo tornati
alla carica anche perché l’anno prima la ristrutturazione degli
spazi era già stata completata. Abbiamo parlato con Maria Cristina
Livero, che è stata curatrice per Vitra per dieci anni e le abbiamo
proposto di fare la direttrice della nostra Fondazione. Nel 2012
si vedevano già segnali di crisi e non ci sembrava il momento
per aprire ma poi ci siamo detti: forse non è mai il momento che
facciamo? Basta, togliamo gli ormeggi e partiamo! Abbiamo avuto
il coraggio di partire nel momento meno indicato; in un momento
in cui tutte le aziende stanno soffrendo ma in particolare quelle
legate all’edilizia, alla casa e alla decorazione.
È stato un modo per dire che la nostra azienda non è soltanto
commerciale ma ha un cuore culturale.
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ANTONIO CARONIA
UN INTELLETTUALE CHE AMAVA IL FUTURO
“Gli artisti devono gettare sassolini negli ingranaggi
del potere, non oliarli“
docenti
maestri
storici
Di Andrea Balzola
Ho conosciuto Antonio Caronia nel 1977, io ero un ragazzino che si affacciava alla vita politica,
trascinato dall’onda creativa e ribelle del movimento giovanile, poi affossato dalla stagione
buia e sanguinosa del terrorismo. Frequentavo il liceo a Torino ed ero entrato in contatto con
il movimento studentesco, all’epoca molto vivace e convinto di poter cambiare il mondo, non
solo quello della scuola.
Purtroppo da allora il mondo non è cambiato granché e la scuola italiana è ancora peggiorata,
non per colpa degli studenti e dei professori, ma di una politica che non ha saputo né voluto
investire nella scuola pubblica. Caronia aveva già superato la trentina (nato a Genova nel
1944) con una solida esperienza culturale, politica e sindacale.
All’epoca era un dirigente trotskysta (dopo esser stato un socialista lombardiano), il che voleva
dire appartenere a un’area della protesta un po’ eretica, internazionalista, antistalinista e antimaoista, più aperta all’arte e alla cultura.
Ma anche quei panni stavano stretti ad Antonio, già appassionato di letteratura fantascientifica
e intellettuale dal pensiero troppo indipendente per resistere in ambiti ristretti e troppo marcati ideologicamente. Laureato in matematica con una tesi su Noam Chomsky, nella seconda
metà degli anni Settanta si trasferisce a Milano, dove inizia a tradurre e quindi a rendere
noti in Italia gli autori più innovativi della fantascienza come James Ballard, Philip Dick e la
dirompente letteratura cyberpunk (da William Gibson a Clive Barker). Tra il 1978 e i primi anni
Ottanta fa parte del collettivo e della rivista milanese Un’ambigua utopia, a cui si deve la cura
di una fondamentale guida alla Fantascienza (Nei labirinti della fantascienza. Guida critica, Feltrinelli, Milano 1979). Negli anni Ottanta collabora con i quotidiani L’Unità e Il Manifesto, e
con numerose riviste: Linus, Corto Maltese,Videomagazine, Virtual, Isaac Asimov’s Science
Fiction Magazine, Virus mutations, Cyberzone, Millepiani, Linea d’ombra, Pulp, Flesh Out, Digicult. Insieme a Daniele Brolli dirige la rivista Alphaville ed è tra gli autori della trasmissione
televisiva della Rai MediaMente, dedicata ai new media.
Dagli anni Novanta collabora con Mimesis Edizioni come autore, consulente editoriale e
direttore di due collane: “Postumani» e «Fantascienza e società».
La sua attenzione alla nuova fantascienza si concentra su una scrittura “impegnata in operazioni di destrutturazione del reale, di esplorazione di nuovi codici comunicativi, in un univer-
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so che la crisi e la scomposizione del
linguaggio mantiene costantemente
aperto”.
Questo interesse per le trasformazioni
del linguaggio e le visioni utopiche è il
filo rosso che ha accompagnato tutta
la vivace biografia di Caronia, con accenti diversi a seconda delle stagioni,
ma sempre unendo un grande rigore
intellettuale a un’apertura esplorativa
verso tutte le idee, le narrazioni e gli
strumenti tecnologici innovativi.
La fantascienza era per lui un laboratorio dell’immaginario antropologico,
un ambito utopico dove pensare liberamente e costruire creativamente il
futuro, o – come lo chiamava lui – il
“post-umano”, in controtendenza con
una società troppo conservatrice o
fautrice di un futuro prevalentemente
concepito in termini economici e tecnici.
Anticonformista radicale, dotato di
uno spirito critico tagliente che non
risparmiava nemmeno gli amici, Antonio non scivolava mai sulla superficie degli argomenti che attraversava,
ci entrava dentro, li interrogava e li
smontava per farne emergere gli stimoli e le contraddizioni, segnalando
nello stesso tempo verità possibili e
dubbi, per questo era amato dai suoi
allievi (prima delle Scuole superiori,
poi dell’Accademia di Brera e della
Naba).
Oratore di talento e di vocazione, riusciva sempre ad aprire vie inedite nella mente dei suoi ascoltatori e dei suoi
lettori, e di certo era nemico giurato
dei “modelli dominanti e cristallizzati”
della politica, dell’arte e della cultura.
Il suo interesse per la fantascienza e
per le nuove tecnologie (dalla rivoluzione digitale all’intelligenza artificiale,
dalle realtà virtuali alle biotecnologie)
non seguiva mai facili suggestioni, ma
mirava a svelarne l’incidenza concreta
e possibile sui comportamenti e sulla
corporeità.
I suoi orizzonti erano continuamente
aggiornati e rielaborati e lui stesso, chi
lo ha conosciuto lo sa bene, sembrava avere sempre fretta, c’era sempre
qualche nuovo movimento sociale,
qualche scritto, o conferenza o libro
da leggere che lo catturavano.
Il suo carattere ruvido e spigoloso,
spesso aggressivo, si rilassava con gli
amici e con gli allievi più fedeli nel gioco dell’ironia e del racconto delle sue
avventure galanti, del suo nomadismo
e delle sue scoperte intellettuali. Dopo
gli anni giovanili avevo ritrovato Caronia a Milano nel 1993, in un memorabile incontro alla Fondazione Mudima
(io ero arrivato da Torino con Piero Gilardi) dove lui, insieme a Mario Canali,
Gino Di Maggio, Antonio Glessi, Maria
Grazia Mattei, Paolo Rosa, Giacomo
Verde avevano presentato il Manifesto dell’arte e della comunicazione
nell’era del virtuale, un documento
profetico e precursore della grande
rivoluzione digitale esplosa nella se-
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conda metà degli anni Novanta. Poi Antonio aveva scritto un testo sul primo spettacolo ipertestuale italiano (Storie Mandaliche,
1998-2003) realizzato dal suo amico tecnoartista Giacomo Verde
e da me, nel 2004 aveva partecipato al libro Le Arti multimediali digitali, edito da Garzanti, e infine mi aveva coinvolto nel ciclo
di conferenze “Techné” a Milano, poi pubblicate nel libro L’opera
d’arte nell’epoca della producibilità digitale (a cura di Caronia, Livraghi, Pezzano, Mimesis, 2006).
E’ stato uno dei primi docenti a contratto della Scuola di Nuove
tecnologie dell’arte di Brera, quando questa fu attivata all’inizio
degli anni Duemila, con gli insegnamenti di Comunicazione multimediale e Sociologia dei processi culturali, e aveva guidato le
rivendicazioni dei docenti precari nelle Accademie italiane.
Pur essendo il motore del rinnovamento e del notevole arricchimento dell’offerta formativa delle Accademie, dopo la riforma universitaria del 1999 (disegno di legge 508), quindi dopo ben 14
anni, i docenti a contratto non hanno avuto alcuna possibilità di
ottenere un doveroso inquadramento nell’organico e risultano discriminati sia sul piano economico sia nella partecipazione agli
incarichi e alle attività di gestione e di indirizzo.
Questa condizione penalizzante aveva fatto infuriare Antonio ma
gli sforzi suoi e dei suoi colleghi erano caduti nel vuoto e negli ultimi anni lo avevano portato a un atteggiamento di radicale sfiducia
nei confronti dell’istituzione, pur mantenendo sempre un grande
attaccamento all’insegnamento e un costante impegno con i suoi
studenti.
Il nostro rammarico per la sua prematura scomparsa, oltre al vuoto che lascia, è anche quello di un mancato riconoscimento e una
insufficiente valorizzazione istituzionale del suo prezioso contributo. E’ ora intenzione di un gruppo di suoi amici e colleghi preparare una pubblicazione dell’Accademia di Brera dedicata ad alcune
sue lezioni e scritti inediti, per rilevare l’impronta postuma eppure
vivissima lasciata da un intellettuale che amava il futuro e credeva
ostinatamente in un altro mondo possibile.
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Ciao Caronia!
di Francesca Alfano Miglietti
Il 30 gennaio 2013 è deceduto. Il suo funerale, il giorno dopo, è
stato introdotto da “Superman” di Laurie Anderson e si è concluso
con “Let’s Twist Again” di Chubby Checker.
Qualcuno si chiede: “Chissà cosa avrebbe detto oggi nel
vederci qui tutti assieme per lui”. E’ facile immaginare la
risposta: “Ma che cazzo ci fate qui?”.
Ciao Caronia.
docenti
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Nato nel ‘44 a Genova, ma residente a Milano, Antonio Caronia
studia matematica, laureandosi con una tesi su Naom Chomsky.
Dal ‘64 al ‘77 svolge attività politica, e dirige per un paio d’anni il
giornale “Bandiera Rossa.
Dal ‘78 data il suo ingresso nel mondo della fantascienza italiana,
allorché si unì all’attivissimo collettivo milanese “Un’ambigua
utopia” (UAU), denominazione che riprendeva il sottotitolo del
celebre romanzo di Ursula K. LeGuin I reietti dell’altro pianeta
(The Dispossed, 1976). UAU ha completamente rinnovato i canoni
di lettura della fantascienza, aggiornandoli al contemporaneo,
operazione resa necessaria negli anni ’70, quando nella
fantascienza irruppero autori che restano tra i massimi del genere,
e che proponevano un linguaggio molto più ricco, denso, innovativo,
fin allora sconosciuto alla fantascienza; una mutazione capace di
scendere più in profondità di quanto avesse fatto la fantascienza in
precedenza.
La nuova narrativa degli anni ’70 mostrava d’aver assimilato una
consapevolezza della dimensione “politica” (in senso esteso) del
discorso, una diversità rispetto al passato. Scrittori quali Ursula Le
Guin, James G. Ballard, Philip K. Dick, Samuel R. Delany, Richard
Zelazny, e molti altri. Caronia scriveva in quegli anni: “La scrittura della nuova fantascienza (…) è impegnata in
operazioni di destrutturazione del reale, di esplorazione di nuovi
codici comunicativi, in un universo che la crisi e la scomposizione
del linguaggio mantiene costantemente aperto (…)
La nuova fantascienza gioca con le convenzioni stilistiche e
narrative fino a stravolgerle. (…)
Questa fantascienza vuole caricare di ambiguità i [vecchi] temi del
corpo e della sessualità per farne strumento di conoscenza reale e
di messa in crisi dei modelli.” Cessata a metà degli anni ’80 l’attività
del gruppo UAU, Caronia inizia a collaborare a riviste e quotidiani,
fra cui “Linus”, “Corto Maltese”, “il manifesto”, “Isaac Asimov
Science Fiction Magazine”, “L’unità”, “Linea d’ombra”, e “Virus”.
A “Virus” ha contribuito con le pagine fisse sulle nuove tecnologie,
sulle ibridazioni umano-tecnologiche, sulle questioni che
intrecciavano politica, corpo, movimenti e futuro.
Fu tra i primi, in Italia, a scrivere di reti telematiche, di realtà virtuali,
di immaginario tecnologico. Abbiamo insieme, in quegli anni,
organizzato convegni e incontri e cene e lunghissime, interminabili
riunioni di redazione.
Abbiamo, insieme, invitato Stelarc…
Ha sempre insegnato, in più posti e a moltissimi studenti. E per
molti anni è stato un docente di Brera. Ottimo traduttore (specie
opere di Dick, Rucker, e in particolare di Ballard). Dal 1993 al 1995
curò l’edizione italiana di Batman.
Con Daniele Brolli ha diretto la rivista “Alphaville”. Molti i libri che
ha scritto o curato, tra tutti ricordiamo “Il cyborg. Saggio sull’uomo
artificiale” (Theoria, Roma-Napoli 1985,); “Attenzione polizia!” di
Philip K. Dick (Telemaco, Bologna 1992; cura dell’edizione italiana).
“ Houdini e Faust. Breve storia del cyberpunk” con Domenico Gallo,
(Baldini&Castoldi, Milano 1997); e ancora con Domenico Gallo)
“Philip K. Dick. La macchina della paranoia. Enciclopedia dickiana”,
(2006, Agenzia X).
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curatrice dell’Archivio Paresce e di questo stesso volume. Le opere
di Paresce godono di un collezionismo raffinato e sono conservate
presso importanti prestigiose collezioni: la Galleria Nazionale d’Arte
Moderna, Roma, Casa Museo Boschi Di Stefano, Milano, Museo del
Novecento, Milano, Raccolta della Banca d’Italia, Collezione Alberto
della Ragione ai Musei Civici Fiorentini – Collezione del Novecento,
Stedelijk Museum, Amsterdam, e raccolte private italiane, francesi,
svizzere, tedesche e spagnole.
Il catalogo documenta più di 500 opere tra oli su tela e carte con
schede scientifiche e ampi apparati storico-critici, bibliografici e
antologici, e contiene una parte di scritti dell’artista come autore e
come giornalista. Il volume – dopo la mostra antologica al LaMEC di
Vicenza nel 2000 e la biografia Lo scrittore che dipinse l’atomo, edita
da Sellerio nel 2005, sempre di Rachele Ferrario - offre l’occasione di
fare il punto su René Paresce e sulla straordinaria avventura che ha
coinvolto la pittura e la cultura italiana tra le due guerre.
René Paresce
Catalogo Ragionato
A cura di Rachele Ferrario
Skira pp. 352, 220 euro, edizione bilingue Italiano inglese
È in libreria il primo Catalogo Generale Ragionato dedicato all’opera
di René Paresce (1986-1937), protagonista degli Italiens de Paris,
il gruppo degli italiani residenti a Parigi formato da De Chirico, De
Pisis, Severini, Campigli, Tozzi, Savinio e lo stesso Paresce.
René Paresce è una figura singolare nella storia dell’arte italiana
e francese tra gli anni Venti e Trenta. Nell’ultimo decennio è stato al
centro di una rivalutazione storico-critica, in seguito al ritrovamento
di opere inedite riscoperte nel 1998 da Rachele Ferrario,
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Biografia di René Paresce
René Paresce nasce nel 1886 in Svizzera a Carouge, vicino a Ginevra.
Trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Firenze, aggiornandosi sulle
ricerche più avanzate di artisti fiorentini come Ardengo Soffici. Dopo
la laurea in Fisica all’Università di Palermo, rinuncia alla carriera
scientifica per dedicarsi alla pittura e al giornalismo (dagli anni Venti
sarà il corrispondente da Londra per il quotidiano “La Stampa”).
Nel 1912 si trasferisce a Parigi, dove dal 1925 al 1930 entra a far
parte del gruppo degli Italiens de Paris. Abile tessitore di relazioni con
gli artisti della Parigi di Montparnasse, Paresce frequenta i Café e
partecipa alle animate discussioni sulle novità della pittura, entrando
in contatto con personalità di spicco della Ville Lumière degli anni
Venti e Trenta, che raccoglie intorno a sé artisti da tutto il mondo, in
particolare dall’Europa.
Nel 1928 proprio Paresce è incaricato da Antonio Maraini, che
presiede la Biennale di Venezia, di scegliere gli artisti stranieri
che vivono a Parigi per una sala della XVI edizione della Biennale
di Venezia. Dal 1928 al 1933 Paresce espone a tutte le principali
mostre del gruppo degli Italiens de Paris in Italia e all’estero, fedele a
una propria fisionomia stilistica, e intesse rapporti con la Galleria del
Milione a Milano, centro propulsore di idee innovative. Muore a Parigi
nel 1937, dopo un avventuroso viaggio alle isole Figi, che compie
passando per le Americhe.
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Il volume contiene una parte di scritti dell’artista come autore
e come giornalista ed è l’occasione per fare il punto su René
Paresce e sulla straordinaria avventura che ha coinvolto la
pittura e la cultura italiana e francese tra le due guerre. 2012,
edizione bilingue (italiano-inglese), 24 x 28 cm, 352 pagine 102
colori e 540 b/n, cartonato con cofanetto.
ISBN 978-88-572-1623-2, € 220,00
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In questi ultimi anni, all’Accademia di Brera, fra i tanti giovani talenti che si sono distinti, mi piace segnalare
Pasquale Gadaleta. Non è stato un mio allievo perchè ha
studiato scultura e non pittura, ma appena arrivato a Milano è venuto a trovarmi in studio, forse per solidarietà fra
corregionali. Pasquale viene dalla Puglia, come me e si
è subito imposto per la sua autentica visionarietà, lavora
con qualsiasi materiale che gli capita sott’occhio e di volta in volta ci sorprende per la sua capacità di interpretare
e dominare il mezzo. Affascina la sua abilità ma anche la
sua poetica che fa delle sue radici culturali un elemento di
forza, di riflessione e di racconto.
Gaetano Grillo
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Pasquale Gadaleta imprigiona le sue origini e il suo presente, la memoria materica delle processioni del suo paese e il lavoro di artista, in
una dimensione meditativa plasmata dalla cera o bruciata dal fuoco.Il
suo lavoro, sempre sperimentale, dà vita a sculture, installazioni e disegni, sia quando lavora con il pane trasformandolo in oscuri serpenti
che quando inforna disegni per ottenerne un’impronta, sia quando
raccoglie candele dalle processioni della settimana santa per farle
diventare oggetti rituali del quotidiano che quando spreme dalle piante la clorofilla per stampare tracce effimere ....... Con una costante
e attiva ricerca, blocca nei suoi lavori una simbologia arcaica, in cui
riaffiora la rielaborazione sapiente della cultura popolare che diventa
corposa sostanza mentale, sottolinea il valore della memoria, la sua
rievocazione e la sua solennità; le proiezioni simboliche del passato si
impongono nella materia, calibrate ed evocate in elementi emergenti
e fortemente significativi, diventando i temi centrali del suo lavoro.
Carro trionfale, 2012. Pasta di sale cm. 60 x 60 x 80
Pasquale Gadaleta
TRESPOLI
L’opera Trespoli nasce come inizio di un nuovo percorso, per questo ho scelto di riprodurre il trespolo usato dallo scultore per creare una nuova
opera. Il lavoro è composto da tre trespoli leggermente più alti rispetto alle misure reali, ed è realizzata interamente in cera araffina.
giovani storici
talenti
maestri
Trespoli, 2009
Cera paraffina cm 50 x cm 165 x cm 60
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Gommone, 2012
Pasta di sale, cm 50 x cm 25 x cm10
GOMMONE
Nella notte buia e nel giorno accecante, per 15 o 20 giorni, persone si ammassano su un gommone, aggrappandosi all’unica realtà che
loro appartiene: la speranza in un mondo migliore al di là del profondo mare. Nell’impotenza che appartiene a chi solo può guardare ho dovuto creare un simulacro per liberarmi di un’immagine scomoda nella mia mente, ma che rendesse concreto e palpabile ciò che non può
essere dimenticato... e l’ho fatto in pane, unico materiale che a noi tutti appartiene, l’unico alimento base in ogni luogo e in ogni tempo.
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Pale in legno, 2012. Installazione di dimensioni variabili
giovani talenti
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Palazzo Reale sugli anni Settanta. Ricca la messe di documenti che
accompagna le opere vere e proprie, cataloghi, libri, opuscoli, inviti,
locandine e manifesti, anche lettere, tutti materiali indispensabili al
curioso come allo studioso. Soprattutto il fenomeno dell’happening
teorizzato e praticato principalmente da Allan Kaprow risulta fruibile
e comprensibile proprio attraverso la larga messe di materiali
informativi, come del resto l’azione sovversiva ed ecologista della
Scultura sociale di Joseph Beuys. Non potevano essere assenti
alcune delle opere più forti realizzate nell’ambito Wiener Aktionismus.
quelle di Hermann Nitsch che dal 1957 si dedica all’Orgien Mysterien
Theater, un misto cruento di mitologia pagana e religiosità. Presenti
anche alcuni tra i protagonisti dell’Arte Povera (Giovanni Anselmo,
Giuseppe Penone e Michelangelo Pistoletto) e della Narrative Art
(tra cui Franco Vaccari di cui sono presenti alcuni lavori legati alla
sua memorabile partecipazione alla Biennale di Venezia del 1972:
Esposizione in tempo reale).
Tutto ciò detto in sintesi non rende certamente giustizia ad una
mostra complessa, articolata e imperdibile.
Elisabetta Longari
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CORPI IN AZIONE / CORPI IN
VISIONE
recensioni
maestri
storici
ESPERIENZE E INDAGINI ARTISTICHE
1965-1980
L’esposizione, che si è aperta nella sede milanese del Museo Pecci,
realizzata a partire da un’idea di Angela Madesani che è stata
affiancata nella curatela da Annamaria Maggi e Stefano Pezzato,
raccoglie una ricca selezione di testimonianze fotografiche e video
delle esperienze artistiche delle cosiddette seconde avanguardie
che, a partire dalla metà degli anni Sessanta, hanno portato alla
ribalta il corpo come strumento espressivo nella ricerca di identità
e come arma di una rivoluzione non soltanto linguistica. La finalità
principale degli artisti che hanno utilizzato il corpo, proprio e altrui,
è quella di strappare al torpore delle convenzioni sociali e politiche
l’osservatore per cercare di fargli prendere coscienza dei giochi
distorti delle ideologie dominanti. Uno degli esempi più intensi del
discorso è Ebrea (1971) di Fabio Mauri. Notevolmente nutrita risulta
essere la sezione “femminile e femminista”, con lavori, tra l’altro,
di Valie Export, Ketty La Rocca, Ana Mendieta, Gina Pane e Cindy
Sherman, e di particolare interesse l’ala della ricerca antropologica,
rappresentata in Italia, per non citare che alcuni, da Giuseppe
Desiato, Aldo Tagliaferro, Michele Zaza e Gianfranco Baruchello, che
quest’anno sarà ospite della Biennale di Venezia. Indimenticabili le
immagini di Francesca Woodman. come sempre sorprendenti e fuori
dal coro quanto l’ossessiva ricognizione su di sé e sul tempo che
trascorre attuata da Roman Opalka a partire dal 1965. La mostra,
dal respiro museale, consente alla città di Milano di colmare la
clamorosa carenza dell’esposizione allestita non tanto tempo fa a
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Itinerari di Ugo La Pietra
Alla Galleria Ca’ di Frà a Milano è esposta una stringata ma assai
soddisfacente selezione delle acute riflessioni e delle azioni per certi versi ironiche, ludiche, surreali- compiute sull’ambiente
e nell’ambiente urbano da Ugo La Pietra in un arco di tempo che
va dagli anni settanta ad oggi. La stella polare del suo lavoro è
sempre stata un’interrogazione sulla realtà attuata a partire dalla
presa di coscienza delle concrete condizioni che formano l’habitat
dell’uomo contemporaneo: la città con la sua complessa e meticcia
cifra che deriva dalla sommatoria di una componente dominante,
rappresentata dalle zone dove è soverchio l’intervento del potere,
e da altri tasselli, in cui regna miracolosamente qualche altro codice
spontaneo, a causa del disinteresse e della conseguente, e forse
soltanto temporanea, dimenticanza da parte delle logiche della
produzione. La Pietra è spesso presente nei suoi lavori, documentato
attraverso fotografie e video mentre svolge diverse azioni nelle aree
urbane: con un candore alla Buster Keaton, si aggira nel nostro
ambiente collettivo rilevandone il funzionamento più segreto e
proponendone una alternativa reinvenzione a partire dall’esistente.
I giochi, una volta svelati sono anche sabotati; l’artista infatti
porta, scientemente e frequentemente, l’osservatore a reagire con
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un sorriso, favorendone in tal modo la distanza critica necessaria
alla presa di coscienza. Il concept/slogan che guida l’artista e che
funziona come una didascalia estensibile alla gran parte delle sue
opere è Abitare è essere ovunque a casa propria.
La mostra milanese, a cura di Marco Meneguzzo, precede di qualche
settimana quella intitolata Attrezzature urbane per la collettività che
si apre il 23 maggio a Mantova da Corraini Arte Contemporanea,
accompagnata da un libro che contiene un prologo di Riccardo
Zelatore e un testo di Giacinto Di Pietrantonio. A contatto con lo
sguardo di la Pietra sarà evidente a chiunque che Un altro mondo è
possibile, basterebbe volerlo.
Elisabetta Longari
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Miscellanea
di Stefano Pizzi
testo di Vittoria Coen
progetto grafico di Federico Maggioni
Prearo Editore presenta Miscellanea, un nuovo e prestigioso libro
d’artista di Stefano Pizzi.
Stefano Pizzi è nato a Pavia nel 1955, ha studiato al Liceo Artistico
e all’Accademia di Belle Arti di Brera di cui oggi è Prorettore e
Titolare di Cattedra di Pittura. Dal 1974 svolge attività espositiva
allestendo personali e partecipando alle più significative rassegne in
Italia e all’estero. Precoce animatore di istanze culturali contribuisce
su posizioni anomale, critiche e fuori dal coro al dibattito sulle arti
visive contemporanee. Ben note, anche al grande pubblico, le sue
spettacolari installazioni urbane degli anni Ottanta e Novanta così
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Miscellanea è un libro d’artista realizzato con un particolare
procedimento litografico a colori, composto da 75 pagine stampate
a 6 colori e 10 in bianco e nero. L’edizione è composta da 25 sestine
che riproducono fedelmente i disegni originali realizzati da Stefano
Pizzi appositamente per questo volume.
Le tavole sono state stampate in digitale ad 8 colori su carta
acquerello da 250 gr. della cartiera Fedrigoni. Su ciascuna tavola
sono stati applicati a mano dei brillantini colorati in modo da riprodurre
fedelmente i disegni originali del Maestro. Tutte le tavole sono state
applicate a mano su cartoncino Bindacot monolucido da 350 gr.,
confezionate a fogli mobili, cordonati e fustellati con varie forme
geometriche. Tutte le tavole in formato 21 x 21 cm che illustrano
questo volume sono state numerate e firmate dall’artista. Il volume
è raccolto in una scatola cofanetto in tela seta con impressione a
caldo. Ogni esemplare contiene un disegno originale di 33 x 33 cm
realizzato con tecnica mista a pastelli colorati e collage, firmato in
originale dall’artista. Tutte le copie sono corredate da certificato
di garanzia numerato e firmato dall’artista e dall’editore, con
recensioni
L’autore per l’occasione ha creato venticinque opere originali
realizzate a tecnica mista su carta pregiata ispirandosi ad una serie
di aforismi, citazioni, pensieri e poesie di vari autori accomunati “non
senza azzardo”, come egli dichiara nel testo introduttivo, dal secolo di
nascita, l’Ottocento. Come un gentiluomo d’antan, Pizzi, ci conduce
in un grand tour di meraviglie immaginifiche, delle quali si fa referente
e garante, precluse oramai ai nostri occhi in quanto non più esistenti.
In Miscellanea le immagini s’incastrano alle parole, con ritmo
incalzante e profondo, facendo rivivere profumi e sensazioni lontane.
Le tessiture impreziosite da glitter e motivi arabeggianti narrano di
viaggi sorprendenti e di mondi lontani, fino a toccare il presente e a
regalarci visioni di un prossimo futuro.
Paesaggi incontaminati così come apparivano ai giovani che
intraprendevano il grand-tour, soldati a cavallo, curiosi e gentili volti
esotici, uomini blu, cortesi geishe tatuate, isole tropicali, eleganti
ufficiali ed enigmatici sguardi dal sapore d’oriente trovano dimora in
questa onirica e unica pubblicazione impreziosita dalla progettualità
del packaging e da uno scritto poetico di accompagnamento di
Vittoria Coen.
come la sua ricerca nell’ambito della ceramica e della xilografia. Sue
opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private. Vive
e lavora a Milano.
Scheda tecnica
numerazione progressiva e timbro a secco.
Tiratura: 100 copie. Formato chiuso: cm 35 x 35
PRESS & INFO
Federica Morandi art projects [email protected]
www.fmap.it
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“CONTEMPORARY PRINTS”
PORTARE LA GRAFICA DEGLI ARTISTI CONTEMPORANEI
NEI NUOVI LABORATORI DEDICATI A SERIGRAFIA, STAMPA DIGITALE E PRODUZIONE DELLA CARTA, PER FAR INTERAGIRE L’ARTE CONTEMPORANEA CON LA DIDATTICA DELL’ACCADEMIA ED IMMERGERLA NELLA PRATICA
QUOTIDIANA DEGLI STUDENTI.
di Roberto Pace
Da pochi anni l’Accademia Italiana ha accolto tra i suoi indirizzi quello della
Grafica d’Arte con un marcato ritardo riguardo alla sua indifferibile introduzione
come percorso didattico autonomo; si è riconosciuta finalmente l’evoluzione
verso un’autonomia della grafica, testimoniata sia dallo sviluppo, diffusione e
importanza delle edizioni a stampa, con l’uso strategico avutasi nelle avanguardie storiche, sia dall’incremento decisivo dal dopoguerra in poi e che trova
ai nostri giorni un’accellerazione consistente, ripensandosi come processo di
pensiero originale del contemporaneo.
ha potuto prolungarsi in un arco temporale ben più ampio
di quello solitamente a disposizione in musei e gallerie,
con la possibilità unica per gli studenti di avere delle opere d’alta qualità sempre visibili durante la normale attività
svolta nei laboratori, così da poterle confrontare in tempo
reale con lo sviluppo della propria matrice..
Affiancate alle immagini le schede ipotizzavano quelle
che potevano essere state le relazioni segrete tra idee
e poetiche degli artisti, suggerendo i percorsi inediti che
reinventavano caratteristiche e potenzialità delle tecniche
utilizzate.
In questo modo si è voluto creare un corto circuito tra
contemporaneità e didattica, tra gli stili di molteplici artisti
e attitudini degli allievi che ne mettesse in luce la singolarità; tralasciare la storia cronologica per evidenziare la
microstoria del fare dove si mescola all’impulso creativo
la potenzialità di rigenerazione di percorsi tecnici unici per
versatilità e complessità.
Goldin / Holzer / B.& H. Becher
Paolini / Aitken / Bianchi
Yuasa / Kossuth / Nicolai
Oppenheim / Lasker Salle
Warhol / Phillips / Rosenquist
Iannone / Raedecher / Torres
Dine / Girke / Hayter / Kounnellis
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Judd / Johns / Paladino
Dessi / Uecker / Cucchi
recensioni
maestri
storici
La possibilità di maturare una vocazione percorrerendo le molteplici strade di
un fare caratterizzato dal forte impianto metodologico e con la peculiarità costante di non realizzare direttamente le immagini, le quali scaturiscono modificate e ripensate dal loro interno grazie al filtro della matrice, colma un vuoto e
porta alla luce con forza come l’insegnamento della grafica d’Arte debba portare a compimento il processo di emancipazione dai ruoli storici di riproduzione
ed anche d’invenzione segnica, disegnando con sempre maggiore chiarezza
una più completa autonomia nel percorso formativo dei suoi iscritti.
Baselitz / Rauschemberg / Stella
Accardi / Long / Ceccobelli.
La mostra tenutasi all’Accademia di Roma nel mese di dicembre del 2012,
intitolata “Contemporary prints” nasce da queste riflessioni sullo status attuale della grafica di cui la principale conduce a considerare come la metodica
comune a tutte quelle tecniche che portano a sviluppare il pensiero artistico
attraverso la realizzazione di matrici, la possibilità d’incremento che le caratterizza, è diventata il modus operandi di un numero consistente degli artisti
contemporanei.
In questo senso la Grafica d’Arte, e così il suo insegnamento, ha perso la
connotazione esclusivamente tecnica avuta nel passato indicando piuttosto un
modo creativo complesso e articolato, affine a quello sviluppato in pittura, scultura o decorazione.
Questa raccolta di opere di trentaquattro artisti* di svariate tendenze, volutamente non organica, senza un taglio cronologico ma con un arco temporale
che parte dagli anni 60’ fino ad oggi, ha voluto mescolare non solo stili e tecniche ma essere un tassello per l’improrogabile riflessione anche teorica, ma
soprattutto calata nella didattica quotidiana, che porti alla costruzione di una
identità più definita per questo percorso di studi.
Si è voluto quindi ripensare alcune consuetudini, iniziando dal luogo che avrebbe ospitato la mostra e continuando nel taglio curatoriale, concentrato sulla
stesura delle schede che avrebbero accompagnato le opere sollecitandone
una lettura dall’interno.
Le grafiche sono state esposte rifuggendo la cornice di uno spazio neutro, ma
scegliendo i due nuovi laboratori dedicati il primo alla produzione della carta e
il secondo alla serigrafia e stampa digitale; per una volta la visita a una mostra
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Le “Giovani promesse” al
Premio Internazionale Lìmen
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Arte e antropologia:
opere ed esperienze
negli anni Settanta.
Questa esposizione alla Galleria Il Chiostro arte
contemporanea di Saronno, r a ff o r z a c o n i s u o i
contenuti l’ambito degli studi intorno alle
esperienze artistiche degli anni settanta che
g o d o n o a t t u a l m e n t e di un rinnovato interesse,
studi cui già altre volte le curatrici, Cristina Casero
e Sara Fontana, hanno portato contributi significativi
, soprattutto con i saggi contenuti nel volume Anni
‘70: l’arte dell’impegno (Silvana Editoriale, 2009).
Proprio in quegli anni si individua infatti
la nascita di una coscienza ecologista e
si sviluppa la necessità di indagare forme
di organizzazioni sociali, rituali, culturali
diverse, dismettendo la lente “colonialista
”attraverso cui occidente
aveva sempre
guardato ai temi e t n o g r a f i c i e antropologici.
In mostra sono documentate alcune fra le ricerche
italiane di punta in tale senso: sono presenti alcuni
lavori di Claudio Costa, artista che accompagnò
con un forte intervento teorico le operazioni e
la produzione delle sue “opere museo”, Antonio
Paradiso, Armando Marrocco, Gabriella Benedini
(con materiali video), Giovanni Rubino, Franco
Guerzoni, Ferdinando
Greco, William Xerra,
Giannetto Bravi (con una bellissima proposta: quella
di “smontare” il Vesuvio, raccogliendone le porzioni
in numerosissime valigette al fine di preservarlo e
ricostruirlo in tempi migliori), Ugo La Pietra, Mario
Cresci, Michele Zaza, Aldo Tagliaferro, Luigi Erba
e Uliano Lucas, cui si aggiungono opere quali
Journal herbier (1973) di Anne et Patrick Poirier e
Tableau (1972) di Daniel Spoerri, u n a d e l l e s u e
bacheche piene di resti della prosaica vita
quotidiana di chiunque.
Come sottolineano Casero e Fontana, tale interesse
dell’arte nei confronti dello studio scientifico
dell’uomo e del suo ambiente si avvia grazie
alla conoscenza di autori e testi antropologici
fondamentali diffusi a partire dagli anni Sessanta
da Claude Levi Strauss e da Ernesto de Martino
e si approfondisce attraverso una metodologia di
raccolta del dato preso dalle tradizioni popolari,
ma l’argomento è un capitolo della storia dell’arte,
particolarnente avvincente e in larga misura ancora
da scrivere.
45
recensioni
La formazione possibile per un artista viene riconosciuta in tre differenti momenti
che possono essere distinti fra loro, o far parte di un unico percorso: da autodidatta,
presso una scuola d’arte ed un’accademia, o attraverso iniziative culturali ed
espositive extradidattiche. Ma per la maggior parte dei giovani artisti, le accademie
rimangono comunque “il primo luogo” in cui vengono a contatto con il mondo dell’arte,
sviluppando relazioni con gli insegnati, artisti già affermati e critici, e riuscendo a
realizzare le prime esperienze espositive.
Dopo questa fase iniziale, la difficoltà che s’incontra è quella di poter usufruire
di occasioni che permettano loro di partecipare ad attività extra-didattiche e di
continuare ad accrescere la loro esperienza anche successivamente al conferimento
del diploma. Occorrerebbe poter fare affidamento su una sinergia delle istituzioni
con i privati che investano in proposte culturali dedicate all’emersione artistica e
progettuale di questi giovani.
In questa progettualità può rientrare l’apertura del premio Lìmen alle accademie, che
ha dato la possibilità agli allievi di affacciarsi su una vetrina internazionale ed essere
presenti in una importante pubblicazione. Il premio è stato istituito quattro anni fa
dalla Camera di Commercio di Vibo Valentia, quando la provincia era commissariata
per infiltrazione mafiosa, con l’intento e la convinzione che attraverso l’arte si può
cambiare un territorio. Il direttore artistico è Giorgio Di Genova che ogni anno indica
alcuni critici per la curatela delle diverse sessioni, a parte è quella dedicata agli artisti
calabresi curata da Enzo Le Pera. Le opere vincitrici vengono acquistate e andranno
a formare una collezione d’arte della Camera di Commercio, la quale si impegna a
renderla fruibile e a disposizione della cittadinanza. Collateralmente all’esposizione
vengono organizzati nelle scuole degli incontri con gli artisti e delle lezioni di
approfondimento di alcuni argomenti di storia dell’arte; inoltre alcuni giovani studiosi
sono a disposizione per le visite guidate e i laboratori didattici, per una fruizione
“consapevole” del pubblico e delle scuole.
Il particolare interesse di un riscontro sul territorio è stato veicolato soprattutto
attraverso l’apertura del premio alla sessione “Giovani promesse”. Nell’edizione
appena conclusa sono stati invitati, oltre gli studenti delle accademie calabresi,
anche quelli di numerose accademie nazionali (comprese quella della moda e del
design) e internazionali. Si è realizzata, in tal modo, l’opportunità di una risposta
concreta da parte di un’istituzione pubblica al bisogno dei ragazzi di un confronto
reale, non limitato semplicemente, come il più delle volte avviene, attraverso la via
virtuale del web.
In questo confronto è stato interessante individuare la pluralità dei linguaggi, dalla
pittura alla scultura, dalla fotografia al video, fino alle installazioni ambientali. Le
curatrici delle giovani promesse sono state per le accademie calabresi Lara Caccia
e per tutte le altre Genny Di Bert.
La vittoria per l’edizione del premio Lìmen 2012 è stata assegnata alla giovane
artista Noemi Aversa dell’Accademia di Belle Arti di Roma, con una particolare
opera dal titolo Presenza Assenza: un totem girevole con cui è riuscita a
coniugare conoscenza tecnologica e delicatezza del disegno, per una innovata
“rappresentazione sensoriale”. Tra gli studenti stranieri ha vinto Maria Maquiera
Vales-Villamarin dell’Accademia di Vales con l’installazione dal titolo Cartas de
cumpleanos: piccoli e medi fogli di carta disegnati, scritti o dipinti che invadono una
parete, diventando appunti di una narrazione. Inoltre la giuria ha dato delle menzioni
speciali all’artista Tommaso Milazzo che ha partecipato con l’opera Il piatto è servito
e all’artista Martina Meo con l’installazione Bambino indaco, con la motivazione di
aver “contribuito ad accrescere il complessivo livello artistico della manifestazione
espositiva con la particolare qualità stilistica e semantica”. Per le giovani promesse
straniere la menzione critica è andata all’artista Domenique Catton con il video
Silent Noise e a Yiannis Vogdanis con l’opera Occhi
– Eyes. Un particolare riconoscimento di pubblico e
delle diverse associazioni della città, le quali hanno
contribuito con altri premi, è andato al cortometraggio
Il segreto di Pius con la regia di Gino d’Amico e
Alessia Capuccini, che ha colpito soprattutto per la
delicatezza e poeticità con cui ha trattato temi legati
alle problematiche sociali.
Viene così riconosciuto il lavoro didattico e formativo
delle diverse Accademie, le quali possono considerare
questo premio un possibile trampolino di lancio non
solo per i loro studenti, ma anche per la loro struttura.
In considerazione del fatto che, nel periodo che
stiamo attraversando in Italia e in Europa, non è per
nulla facile ottenere per l’accademia, come per tutte
le istituzioni scolastiche e di formazione, adeguati
riconoscimenti a livello politico istituzionale.
Elisabetta Longari
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PAOLO GALLERANI
L’era dei sopravvissuti
Di Anna Comino
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Attraversare una scultura è la prova che il corpo plastico è violabile. Dapprima con lo sguardo, poi
con le mani, infine solo con la mente. Le pietre di Paolo Gallerani sono un intricato tunnel di fori
irregolari che penetrano le superfici, che trapassano i piani da parte a parte sfondando i confini del
blocco, o che si ingarbugliano in un percorso ascensionale vagamente spiraliforme.
L’impianto, la lavorazione, in apparenza tradizionali, abbandonano presto i canoni classici per
sondare cavità inesplorabili, ostili e contorte, sfregiate dal colore e da incisioni ripetute e insistite,
che celano più che suggerire possibili aperture. Al culmine, germogliano mute con innesti in pietra
e, successivamente, con rami spezzati o ferri che occludono la parte terminale degli squarci.
E queste escrescenze diventano presto ricettacolo di altro. Foto, biglietti, appunti, disegni fioriscono
ovunque: immagini che richiamano un
tempo artistico lontano e parole che
illustrano pensieri. Propri, altrui. Sono le
voci, le ombre che addensano gli strati
della memoria e che si sovrappongono,
con studiata casualità, alle Vigne, alle
Urne nere contaminandole. Il violento
contrasto non è attutito da nessun
elemento accomodante, ma brutalmente
esibito, sia nella tridimensionalità che
nei lavori su carta.
Una quantità impressionante di dettagli
sfidano i vuoti e quasi li annichiliscono
fino ad arrivare alla costruzione finale:
il Teatro dell’Albero. Un tavolo work
in progress che ospita una creatura
mutante, senza corpo, di sola struttura,
nata dall’accumulo-assemblaggio di
“scarti”.
Avanzi che vivono dei pensieri che
li hanno formati e che mantengono
inalterato quel concetto di insieme di cui
ora sono solo un frammento. Obbligati
a relazionarsi con i manufatti, i pezzi e
i libri sparpagliati sul piano, inscenano
di volta in volta micro-variazioni di un
copione già testato, sottoponendosi
docili alle cure maniacali e millimetriche
di cui sono continuo oggetto.
Un velo cupo riveste questi organismi
che sembrano già reperti, incrostati di
una patina che li rende sopravvissuti.
Sopravvissuti a cosa? Alla perenne
lotta, in cui la natura disconosce l’opera
dell’uomo, e viceversa. Dove una cerca
di sopraffare l’altra senza risultato, in
una coabitazione forzata.
Sono spettatori, o forse aspiranti attori,
di un’attualità che poggia sulla storia
(dei molti e dei pochi), ma già vittima
della dimenticanza che la spegne e la
ingloba nel flusso circolare del tempo.
La provincia infaticabile.
Tornare@itaca VI.
recensioni
maestri
storici
Museo dei Brettii e degli Enotri, Cosenza.
Di Paolo Aita
Nel generale lamento sulle finanze delle istituzioni, il capitolo
dell’arte dà motivo per gemiti biblici. In vero più che la
mancanza di fondi è la disparità di trattamento a motivarli,
generando situazioni come quella della meritoria associazione
culturale VertigoArte di Cosenza (con la cura di Mimma
Pasqua, Franco Gordano ed Edoardo Di Mauro), costretta
ai famigerati salti mortali per sopravvivere.
Eppure si allestiscono mostre che, sebbene “spontanee”
(ovvero senza padrini o coperture, provvidenziali ma sospette),
per la disponibilità dei grandi artisti convocati, i quali volentieri
hanno prestato opere di grande rilievo, anche in provincia si
trovano suggestioni per una vera e profonda crescita culturale.
Credo che l’arte contemporanea sia soprattutto un innesco,
ovvero un sistema per far crescere la coscienza e la
consapevolezza. Infatti l’arte da tempo ha rinunciato alla ricerca
del bello, che ammantata di edonismo, ha promosso produzioni
e soluzioni ipocrite, denunziate della contemporaneità.
Di questo avviso sono tutti gli artisti presenti, infatti si tratta di
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B. Bassiri. Materia in rosso, 2011.
una mostra dura, profonda. In ogni caso sono state scartate le
facili soluzioni, e anche quando sembrano percorse strade già
battute, interviene l’ironia, una realizzazione sbilenca, oppure
riflessioni meta-linguistiche per distinguere le realizzazioni
attuali dalle soluzioni già percorse in tema di figurazione
(Salvatore Astore, Ferruccio D’Angelo, Teo De Palma,
Giulio De Mitri, Gaetano Grillo, Franco Dellerba, Iginio
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Salvatore Anelli, Diversa-mente, 2011
Iurilli, Andrea Petrone, Felice Levini, Gruppo Plumcake,
Leonardo Santoli, Giuseppe Salvatori, Gianfranco Sergio,
Carmine Calvanese).
Un altro nutrito gruppo di artisti lavora sull’approfondimento,
e ciò è testimoniato dalla realizzazioni di monocromi che,
lungi dall’alimentare la sensazione di eleganza e modernità
che si connetteva a questo stile, oggi diventano allarmanti nel
segnalare un’omogeneità che nella disseminazione attuale
ormai non ha più cittadinanza (Caterina Arcuri, Bizhan
Bassiri, Cesare Berlingeri, Franco Flaccavento, Adele
Lotito, Max Marra, Elena Modorati, Tarcisio Pingitore).
Un altro gruppo lavora sul sempiterno tema della materia,
realizzando opere variamente ibridate dall’immagine, come
se nel concedersi allo studio di un materiale fosse inevitabile
la ricostruzione di una memoria (Salvatore Anelli, Albano
Morandi, Francesco Correggia, Giovanna Fra, Giovanni
Leto, Alfredo Romano, Stefano Soddu, Fiorenzo Zaffina,
Lucia Pescador).
Gli altri tentano straordinari innesti, mescolando l’astrazione
con ricordi geometrici (Salvatore Pepe, Lucilla Catania), con i
segni (Giulio Telarico), i media (Ruggero Maggi), le geometrie
e i materiali (Antonio Pujia Veneziano, Cloti Ricciardi,
Ascanio Renda, Fausta Squatriti, Enzo Bersezio, Luisa
Mazza, Franco Marrocco), i segni e la loro decodificazione
visuale (Paolo Lunanova, Sergio Ragalzi, Luce Delhove) o
linguistica (Dario Carmentano, Pietro Fortuna), anche nel
video (Ernesto Jannini).
Come si deduce da questo elenco, sono praticamente presenti
tutte le direttive della ricerca contemporanea. Scorrendo anche
le zone di residenza, si nota agevolmente che tutta l’Italia è
presente, ed è senz’altro un grande traguardo aver realizzato
in una provincia meridionale l’unione di un gruppo così ampio
di artisti aderenti.
Nella nuova sede milanese della Federico Bianchi Contemporary Art Jacopo Prina tiene la sua
terza personale in collaborazione con la galleria. I dipinti di grandissimo formato e di colori
straordinariamente vivaci e dagli accostamenti marcatamente arditi sorprendono l’osservatore
non appena varca la soglia, ma c’è dell’altro: l’organizzazione di queste superfici, che
funzionano, secondo l’indicazione del titolo della mostra (Maps) come grandi frammenti di una
estesissima visione topografica dall’alto, è composta dalla combinazione di forme geometriche
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recensioni
MAPS di Jacopo Prina
eseguite a mano libera, imprecise,
“sbavate”. Ogni dipinto risulta come una
sorta di prelievo di una zona dell’universo
infinito vista da un satellite attraverso
un nuovo sistema di rilevazione,
quasi Jacopo avesse inventato uno
strumento tipo google maps applicabile
esclusivamente a territori squisitamente
pittorici. Nel tessuto compositivo dal
ritmo misto, a tratti sincopato ma a volte
anche largamente disteso, tra i colori
strabilianti per la loro spudoratezza o
per la loro tenera ritrosi, si accampano
laconici i numeri, uno per quadro,
numeri che servono a distinguere un
dipinto dall’altro ma che portano anche
con sé l’idea di un territorio più vasto da
ricomporre. Come se la superficie intera
del pianeta fosse stata reinventata e
rimappata.
<<Il mondo artificiale è il mio habitat
naturale>> sostiene l’artista che fino
a pochi anni fa usava il mezzo della
fotografia per prelevare visioni urbane
che lasciavano però l’osservatore nella
sua posizione di osservatore verticale;
oggi invece Prina, tramite questi dipinti
che sembrano tappeti volanti, riesce a
spostare radicalmente il nostro sguardo
e il nostro pensiero sullo spazio che
viviamo.
47
Elisabetta Longari
17/05/13 08:16
LOREM IPSUM
Teresa Romano / Marco Testini
Accademia di Bari
academy segnala
48
Lorem Ipsum è il nome di un celebre testo segnaposto, un dummy
text composto da una serie pseudo-casuale di parole in latino,
adoperato da tempo come espediente e riempitivo nel settore della
tipografia e della stampa per simulare la verosimiglianza con un
testo reale nelle prove tecniche di impaginazione. Utilizzato sin dal
sedicesimo secolo, deriva in realtà da uno scritto di Cicerone del
45. a.C., il“De Finibus Bonorum et Malorum”, un trattato di etica
da cui sarebbero state successivamente estrapolate delle sezioni,
alterandone però l’assetto morfologico e semantico di base. Lorem Ipsum è anche la premessa che ha spinto gli artisti Marco
Testini e Teresa Romano a realizzare un progetto artistico dalla natura
interattiva, che si configura contemporaneamente come intervento
di arte pubblica e riflessione sul rischio dell’incomunicabilità che
sottende a ogni processo comunicativo.
In questo progetto composito, nato dalla combinazione di nuovi media
e arti visive, il momento di affissione del manifesto in via Postiglione,
con successiva fruizione dei video contenuti all’interno dei QRcode sovrapposti ai volti dei due artisti raffigurati, sarà affiancato da
una fase di documentazione dei vari step che anticipano e seguono
la sua realizzazione. Uno spazio pubblicitario può così subire non
solo una ridefinizione estetica, ma trasformarsi in luogo del racconto
della storia collettiva, un’area di spontaneo e inconsapevole scambio
relazionale, in cui l’immagine trova la sua estensione non solo
temporale ma anche sociale nel suo incontro col tessuto urbano e
con la sua componente antropica. Compongono il progetto Lorem Ipsum un manifesto di 6m x 3m e
due QR-code leggibili attraverso apposito dispositivo. I volti di profilo
degli artisti sono immobili contro uno sfondo neutro, l’attenzione di
chi osserva è focalizzata su ciò che accade nel momento del suo
svolgimento. Le immagini costituiscono, dunque, un primo livello
di lettura su cui vanno a innestarsi, in seguito, i dati contenuti nei
codici criptati: due video in cui gli artisti, neutrali testimoni o fautori
di una simulazione comunicativa (?), decantano il celebre testo
pseudo ciceroniano in un asettico ed essenziale tentativo di liberare
da ogni artificio il processo comunicativo, svincolandolo da qualsiasi
associazione con una precisa dimensione identitaria ed emotiva
sino a raggiungere la sua natura primaria. Tale espediente, in cui
la pronuncia dei versi risulta volutamente errata, manifesta i rischi
legati a ogni convenzione culturale che considera come inalterabile
impaginato Academy n. 15.indd 48
e assolutamente reale ogni prodotto della comunicazione e dei suoi
elementi segnici e noetici.
Lorem ipsum è in fondo una realtà linguistica alterata e aleatoria,
nata dallo smembramento della costruzione non solo sintattica
ma del senso originario del testo. Se ascoltassimo per la prima
volta i suoni riprodotti dalle voci di Testini e Romano, la nostra
mente riuscirebbe gradualmente a riconoscere che si tratta di
lingua latina, e in seguito, rovistando nella memoria individuale,
potremmo quasi cogliere parvenze frammentarie quanto illusorie di
concetti verosimili o già noti. Ma la nostra capacità di comprensione
resterebbe lì, nell’epochécognitiva che fa parte della natura ambigua
della comunicazione e della profonda arbitrarietà che domina ogni
nostro atto espressivo, come a lungo asserito dal celebre linguista
De Saussure. L’interferenza umana, nel caso di Lorem Ipsum, ha
deviato il senso stabilito dall’autore classico, al punto che non vi
è più un significato univoco, né una sua composizione verbale
che funzioni come veicolo formale di concetti condivisi e
pertanto condivisibili. L’affermazione di partenza è stata
capovolta sino a divenire interrogativo su cosa significhi, in fondo,
comunicare qualcosa se il mezzo quotidianamente adoperato,
quella parole che crediamo immutabile, è costantemente
suscettibile a costruzione fittizia, oltre che alla modificazione del
tempo storico. E se la realtà insegna che non possiamo fare a
meno di comunicare attraverso i più svariati mezzi espressivi,
potremmo forse abbandonare l’idea che attraverso il linguaggio si
affermi necessariamente e univocamente qualcosa, e che quel
contenuto funzioni ugualmente in ogni contesto ambientale. La nascita di un significato non è mai un’operazione autonoma ma
necessita di una partecipazione: è la comunità che interagendo
contribuisce alla produzione di contenuti, essa definisce, sovrappone
continuamente usi e spazi legati alla comunicazione. Ed è ciò
che accade all’interno di questo progetto artistico poliedrico e
multimediale, in cui Testini e Romano coniugano abilmente
fotografia, video, happening e arte pubblica, dando vita a una
riflessione ampia sulle modalità d’accesso alle informazioni e sul
senso di ogni atto comunicativo nella società contemporanea, in
continua trasformazione, tra costruzione e destrutturazione di valori
e significati.
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Giuliana Schiavone
17/05/13 08:16
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