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ANNO XXXVII N. 1
GENNAIO 1989
MENSILE DELL'AICCRE
ASSOCIAZIONE UNITARIA DI COMUNI PROVINCE REGIONI
dal quartiere alla regione per una Comunità europea federale
Sì ad un Parlamento costituente
I1 terzo sondaggio dell'Intergruppo federalista del Parlamento europeo è stato effettuato tra l'ottobre e il novembre
del 1988, cioè a circa sei mesi dall'elezione per il rinnovo del Parlamento europeo. Esso ha interessato un campione di
11.796 persone di età superiore ai quindici anni. Per un mandato costituente al prossimo Parlamento hanno risposto favorevolmente sei europei su dieci (i sì sono risultati superiori al 50% in Italia, Belgio, Francia, Olanda, Lussemburgo, Germania, Portogallo, Spagna, Irlanda e Grecia; i sì sono stati superiori ai no ma non hanno raggiunto il 50% in Gran Bretagna; i no non hanno raggiunto il 50%. ma sono stati superiori ai sì, in Danimarca). Per ungovento europeo hanno risposto
favorevolmente il 53% degli intervistati (i sì hanno superato i no in tutti i Paesi della Comunità, fatta eccezione per
la Gran Bretagna - 37% no contro 33% sì - e la Danimarca - 63% no contro 15% sì -1. Per una difesa comune
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O
si sono dichiarati favorevoli 72 europei su 100. In tutti i paesi comunitari è stata superata la maggioranza assoluta (com.
= presa la Gran Bretagna) con la sola eccezione della Danimarca. La moneta comune è ritenuta necessaria da 56 intervistati
su 100. Tuttavia le risposte favorevoli non superano la maggioranza assoluta in Germania (46 sì contro 40 no) mentre
a
in Gran Bretagna e Danimarca i no superano largamente i sì. I1 59 per cento degli europei si dichiarano favorevoli ad
m
una politica estera comune verso i paesi esterni alla Comunità. L'eventualità che si proceda ugualmente verso la formazio8
a ne dell'unione europea con quei ((paesiche cz rtannon (anche se si dovesse lasciarne per strada alcuni) trova iavorevoli
g il 51% dei cittadini europei. Essi superano la maggioranza assoluta in Italia, Francia, Olanda, Belgio, Lussenihurgo,
Irlanda e Portogallo, sono in maggioranza, ma non raggiungono quella assoluta, in Germania e in Spagna; i no superano
u i sì in Danimarca e in Gran Bretagna. Infine tutti i cittadini d i tutti i paesi comunitari (danesi compresi) sono favorevoli
ad un referendum che decida sul futuro dell'unione europea, con una media di sì che si situa intorno a11180%.
a
Ii 1989 dell'Europa:
disposizione una sede uiiiciale, istituzionalmente riconosciuta, nella quale far pesare la
loro volontà nell'elaborazione delle decisioni
della Comunità europea e nella gestione delle
politiche comunitarie per tutte le questioni
d'interesse regionale e locale, cioè quasi su
tutto.
Più in generale, invece, il 1988 è stato senz'altro un anno ricco di novità e di avvenimenti positivi, qualcuno di portata eccezionale.
Anche per la Cee può considerarsi un anno favorevole, sia pure ad un livello non paragonabile a quello generale o a quello di altre aree
del mondo: rapporti USA-URSS e impulso ad
una vera politica d i disarmo e di coesistenza
pacifica; Europa centro-orientale; Medio
Oriente; Africa orientale; Asia e Estremo
Oriente; America latina.
I1 1989 inizia in gran parte sullo slancio positivo e sulle potenzialità ancora non espresse
dall'anno precedente. Tutto, è vero, rimane
ancora molto incerto, non consolidato, tanto
che necessitano un'attenta vigilanza ed un forte impegno politico affinchè i processi aperti
si rafforzino, e comportamenti irresponsabili,
anche se in aree limitate (vedi USA nel Mediterraneo), possano compromettere le prospettive ereditate dal 1788.
La Comunità europea ha avanzato celermente verso la costituzione di un mercato unico
nel 1993 (la Commissione ha già presentato al
Consiglio 260 proposte sulle 285 previste), ma
l'ha fatto eludendo i nodi più difficili e rinviando le decisioni sugli aspetti più immediatamente di interesse dei lavoratori e dei cittadini più in generale. Marcia molto più veloce
l'Europa della libera circolazione dei capitali
e delle merci, di quella dei cittadini e dello
«spazio sociale». Rispetto agli scenari che si sono aperti nel mondo c'è molto da lavorare affinchè l'Europa comunitaria non viva il 1989
ripiegata su se stessa, stremata dalla ricerca di
mediazioni sui prezzi agricoli o sulle monete
in attesa del 1993. Anche per la Comunità c'è
bisogno di un fatto «storico» che riesca a darle uno slancio ed un impulso politico da poterla collocare ancor più tra i protagonisti della scena mondiale. Sarà l'anno delle terze elezioni a suffragio universale diretto e chissà se
questa scadenza riuscirà a promuovere, se non
proprio il fatto eccezionale, almeno qualcosa
di nuovo che possa rappresentare iin concreto
e qualitativo passo in avanti verso l'unità politica dell'Europa comunitaria.
I1 CCRE e la sua Sezione italiana, 1'AICCRE, proseguiranno il loro impegno portando a compimento la campagna delle petizioni
(già approvate da migliaia di Consigli comunali, provinciali e regionali) e dei acahiers de
doléances~.Una campagna complessa ed impegnativa per l'associazione e gli Enti associati,
ma che ha già dato i suoi risultati positivi sia
rafforzando il legame tra le istituzioni elettive locali ed i cittadini amministrati, sia sul piano politico di un'ampia mobilitazione di forze politiche, sociali e cultiirali per dare al nuovo Parlamento europeo un mandato costituente. L'AICCRE ha sempre considerato la campagna delle petizioni e dei «quaderni» nella duplice prospettiva: di una sua autonoma validità politica, e come un contributo ad un eventuale referendum in Europa o nel nostro Paese (in Italia, sembra ormai certo, si effettuerà
a giugno prossimo in concomitanza con le elezioni del Parlamento europeo).
som
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COMUNI D'EUROPA
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Rispetto al referendum non abbiamo mai avuto dubbi sulla possibilità di poterlo effettuare
in Italia e di avere un risultato largamente favorevole ad un mandato costituente da riconoscere al nuovo Parlamento europeo. I1 nostro obiettivo ha puntato sempre al superamento delle difficoltà politiche ed istituzionali, presenti nella maggior parte degli altri Paesi membri della Comunità, in modo da far esprimere
la grande maggioranza dei cittadini e costringere anche i governi più lenti e meno convinti
dell'utilità immediata dell'unità politica della
Comunità a prendere atto di una volontà po-
Limiti e difficoltà li stiamo incontrando in
qualche Sezione nazionale del CCRE anche
per lo svolgimento della nostra campagna europea. Sono difficoltà che non comprometteranno il valore europeistico dell'iniziativa, ma
che in ogni caso impongono all'insieme del
CCRE una riflessione politica generale che abbia come presa d'atto la mutata situazione nella quale l'Associazione si trova ad operare e
porti alla ridefinizione del proprio ruolo, dei
nuovi impegni, degli obiettivi da perseguire
nella prospettiva europea dopo il 1992 e del
ruolo e dei compiti che le Regioni e gli Enti
Cossiga: istituzioni e mercato europeo del '92
. .. Qzlesti mutanzenti istituzionali, questo adeguare cioé la nostra Costituzione alle esigenze
nuove di una società che si è trasfortnata, zlanno anche nella linea di una nostra integrazione
sempre pizì stretta nella Comunità Europea. Ricordo che nel 1932 si realizzcvà il Mercato
Unico fra i Dodici paesi della Comunità Economica Europea. La società ecotrotnica fone
è già pronta, anzi certamente è già pronta a questa integrazione. Ma sono pronte le strtitture
statuali, sono proirte le strutture amministrative degli Stati, e per quello che ci riguarda è pronta
la nostra Amministrazione, le nostre strutture amnzinistrative, i nostri governi locali, il nostro
Governo cerrtmle, il nostro apparato pubblico ad affontare i problemi in modo tale che il
Mercato Comune non sia dominato soltanto dalle grandi forze economiche, nza trovi una
regola e una disciplina comune il2 t~istadel benessere di ttitti in una pvesenza pi2ì efficace
dei pubblici poteri?. . .
(dal discorso del Presidente della Repubb1ic.i Francesco Cossiga agli itali'ini, 3 1/12/1988)
polare largamente espressa. Di fronte ad una
situazione complessa e differenziata, le Regioni, i Comuni e gli Enti intermedi europei associati nel CCRE hanno sentito come loro dovere, politico e istituzionale, mobilitarsi in una
campagna europea la quale (e di questo siamo
stati confortati anche dal riconoscimento e dall'appoggio del Ministro degli Affari esteri italiano, on. Andreotti) assumesse un significato
ed un valore politico di importanza tale da valere un referendum, difficile da promuovere
e organizzare su scala comunitaria.
La campagna delle petizioni è ancora in corso, è già iniziata la seconda fase (dei ~ q u a d e r ni») legata ad una mobilitazione dei cittadini
su problemi più specifici, collegati alla vita
quotidiana (problemi economico-sociali, dei diritti dei cittadini, dei servizi, ecc.) con i quali
cittadini ed amministratori devono fare i conti ogni giorno e l'attuale Comunità europea è
addirittura di ostacolo o comunque è insufficiente così com'è, per dare le soluzioni che non
possono più essere trovate ad una dimensione
locale o nazionale.
locali dovranno assolvere in una Europa unita economicamente e politicamente.
Sotto questo aspetto pesano i limiti della direzione politica internazionale del CCRE; vanno rapidamente superate le inerzie che portano più a registrare le difficoltà di alcune Sezioni nazionali, che a rimuoverle.
La Sezione italiana, che nel frattempo è cresciuta e si è rafforzata, si fa carico di questa
consapevolezza ed è impegnata nel CCRE ad
una vera e propria rifondazione. Noi stessi abbiamo iniziato un rinnovamento generale che
investe la struttura organizzativa e gli orientamenti dell'Associazione. Anche per I'AICCRE si tratta di essere sempre più capace, assieme alla sua ispirazione storica di associazione politica di sensibilizzazione e di azione europeistica, di assicurare la rappresentanza e di
conquistare spazi crescenti di presenza politica e di potere decisionale alle Regioni e agli
Enti locali nell'Europa unita.
11 Consiglio Consultivo insediato da Delors
il 20 dicembre può essere la sede nella quale
irezue
iii riIiit>m)
Rileggendo le conversazioni radiofoniche di Eliot, di Paolo Barbi
L'ambiente è problema europeo, di Carlo Alberto Graziani
La legge per il referendum a metà del guado, di Giorgio De Sabbata
La prima riunione del Consiglio consultivo, di Gabriele Panizzi
I1 quinto Rapporto annuale del19SPS, di Gianfranco Martini
ECU, Rublo, ordine monetario internazionale, di Dario Velo
Italia ed Europa: sotto le parole niente?, di Belliard
Le indicazioni dell'ultimo sondaggio d'opinione, di Roberto Santaniello
I libri
Lettere al Direttore
GENNAIO 1989
rileggendo le conversazioni radiofoniche di Eliot
Alla base dell'unità culturale dell'Europa
tradizione locale e comune, influenza reciproca
di Paolo Barbi"
((Perchéla cultura europea fiorisca, si richiedono due condizioni: che la cultura di ogni paese sia unica e che le diverse
culture riconoscano la reciproca relazione, cosicché ciascuna sia in grado di accogliere l'influenza delle altre». ((Quando
le diverse nazioni d'Europa sono divise l'una dalle altre, quando i poeti non leggono più altre letterature che quelle
della loro lingua, la poesia d'ogni paese dovrà decadere)). Eliot, la politica federalista e i valori spirituali e umani
Tutti i miei cortesi lettori conoscono Thomas Eliot. Ma non tutti, forse, hanno letto il
testo delle sue tre conversazioni su «L'unità
della cultura europea» rivolte per radio agli
ascoltatori tedeschi nell'immediato dopoguerra, nel 1946. 0 , se le hanno lette, verosimilmente non le ricordano. Ma io ritengo che non
sia male ricordarle, giacché - pur a quarant'anni e più di distanza - conservano tutta
la loro validità.
Cercherò di farlo con le sue stesse parole,
e poi mi permetterò di aggiungere qualche considerazione personale.
Tutte e tre le conversazioni sono fatte «dal
punto di vista di un uomo di lettere», e la prima Eliot la incentrò sulla poesia, com'era naturale essendo lui stesso un poeta. Egli prese
le mosse dalla sua convinzione che la lingua
inglese sia la più idonea per la poesia perché
«la più ricca fra tutte le lingue dell'Europa moderna», sia per la parole che per i ritmi. Essa,
infatti, ha «il vocabolario più ampio», dovuto
alla «varietà degli elementi di cui l'inglese è
costituito»: «il fondamento germanico», «un
considerevole apporto scandinavo dovuto in
primo luogo aila conquista danese», «l'elemento franco-normanno, successivo alla conquista
nomanna», le «influenze francesi, riconoscibili neile parole adottate in età diverse», l'«elemento celticov e «le nuove parole coniate dal
latino» dal sedicesimo secolo in poi. Ma «la ricchezza poetica della lingua inglese sta in primo luogo nella varietà degli elementi metrici»
apportati da ciascuna di quelle lingue: «vi è il
ritmo dell'antico verso sassone, i ritmi del
franco-normanno e del gallese, e vi si nota anche l'influenza dello studio di generazioni sdla
poesia latina e greca».
«Non mi sono dato pena di parlarvi per lodare la mia lingua - precisò a questo punto
Eliot - il motivo di questa trattazione è che
io ritengo che la ragione per cui la lingua inglese è cosi acconcia alla poesia sta nell'essere tratta da tante diverse fonti europee».
Ciò vale non solo per la poesia, ma per tutte le arti: la pittura, la scultura, l'architettura, la musica. «Sono così giunto ad una importante verità riguardo alla cultura europea, e
* Vicepresidente del hlovimento europeo
GENNAIO 1989
cioé che nessuna nazione e nessuna lingua
avrebbe compiuto ciò che ha compiuto se la
medesima arte non fosse stata coltivata in paesi
vicini, in lingue diverse. Né possiamo comprendere alcuna letteratura europea senza conoscere ampiamente le altre». E precisò con
g a n d e chiarezza: «la possibilità che ciascuna
letteratura si rimuovi e proceda a nuove attività creatrici e compia nuove scoperte nell'uso delle parole, dipende d a due cose: in primo
luogo dalla sua capacità di ricercare e di assimilare influenze dall'esterno, ed in secondo
luogo dalla sua capacità di ritornare ad apprendere dalle sue stesse fonti». Di conseguenza
«quando le diverse nazioni d'Europa sono divise l'una dall'altra, quando i poeti non leggono più altra letteratura che quella nella loro
lingua, la poesia di ogni paese dovrà decadere». E se è vero che «ogni letteratura deve avere fonti che le sono peculiari, radicate nella sua
stessa storia», «non sono di minore importanza le fonti che abbiamo in comune: cioé la letteratura di Roma, della Grecia e di Israele».
Nella poesia, dunque, e in tutte le arti si trovano sempre «gli stessi tre elementi: la tradizione locale, la comune tradizione europea e
l'influenza dell'arte di un paese europeo sull'altro». «In poesia non vi è originalità completa, che nulla debba al passato. Ogni qualvolta nasca un Virgilio, un Dante, uno Shakespeare, un Goethe, l'intero futuro della poesia europea viene modificato».
Nella seconda conversazione Eliot affrontò - sempre «dal punto di vista di un uomo
di lettere» - l'aspetto politico dell'unità della cultura europea. E lo affrontò narrando la
sua esperienza di direttore di una rivista, «I1
Criterio», da lui stesso fondata con l'aiuto fi-
Il tema delle opere d'arte perdute - per l'azione del tempo, per la violenza dell'uomo, per l'impeto degli eventi storici - è il filo conduttore delle illustrazioni di questa e delle pagine seguenti.
Sottolineiamo casi, in forma quasi di simbolo, l'esigenza di un rinnovato impegno per la difesa
di ciò che testimonia l'Europa, dalla cultura all'ambiente, alla politica, alle tradizioni. Qui sopra
una incisione del monastero di S. Benigno a Digione. La corsa ai profitti nell'Ottocento portò
alla distruzione del complesso, del quale oggi restano soltanto la chiesa e il dormitorio (A e D)
COMUNI D'EUROPA
nanziario di Lady Rothermere nel 1922 e pubblicata fino al 1939. La pubblicazione si proponeva «di raccogliere il meglio del nuovo pensiero e dei nuovi scritti del tempo, da tutti i
paesi d'Europa che avessero qualcosa di utile
da offrire. Naturalmente la rivista era principalmente destinata ai lettori inglesi, e perciò
tutti i contributi stranieri dovevano apparire
in traduzioni inglesi»; ma era «internazionale
nell'impostazione». Perciò cercò di «stabilire
dei rapporti con quei periodici letterari esteri
i cui fini si accostassero» ai suoi (la «Nouvelle
Revue Franqaise», la «Neue Rundschau*, la
«Revista de Occidente)), il «Convegno», ecc.),
per «stimolare quella circolazione del pensiero e della sensibilità tra nazione e nazione
d'Europa che feconda e rimuove dall'esterno
la letteratura di ciascuna di esse)). «Tali rapporti si svilupparono in modo assai soddisfacente. E non fu colpa di nessuno dei direttori
interessati se più tardi languirono». Alla fine
gli scopi della rivista - in cui apparvero scritti
di autori di prim'ordine come Proust, Valéry,
Mallarmé, Thomas Mann, Henry Miller, Pirandello, Croce, Yeats, Malraux, e altri «fallirono, principalmente per il graduale chiudersi delle frontiere mentali in Europa. Una
sorta di autarchia culturale seguì inevitabilmente l'autarchia politica ed economica». «I1
flagello cadde dapprima sui nostri amici d'Italia. Dopo il 1933 divenne sempre più difficile ricevere contributi dalla Germania.. . Più
confuso è quel che accade in Spagna: il tumulto
della guerra civile non fu favorevole al pensiero e alla creazione letteraria e quella guerra
divise e disperse quando non soppresse molti
dei suoi scrittori più capaci. Nella Francia vi
fu ancora libera attività intellettuale, ma sempre più tormentata e limitata da inquietudini
e preoccupazioni politiche, e dalle divisioni interne originate da pregiudizi politici. L'Inghilterra, sebbene manifestasse qualche sintomo
della medesima malattia, rimase apparentemente intatta. Ma credo che la nostra letteratura di quel periodo abbia sofferto dal venir
sempre maggiormente limitata alle sue uniche
risorse)).
Noi avevamo «l'idea - disse Eliot - che
in Europa esistesse una fraternità internazio-
nale fra uomini di lettere, un legame che non
sostituiva, ma che era anzi perfettamente compatibile con i vincoli nazionali e religiosi e con
le divergenze nella filosofia politica. E che non
fosse nostro compito far prevalere una qualsiasi idea particolare, quanto mantenere l'attività intellettuale al livello più alto». Invece
prevalse la politica, quella politica «che non
unisce ma divide» e «tende a distruggere l'unità culturale d'Europa». «Non pretendo egli riconobbe, realisticamente - che la politica e la cultura non abbiano nulla a che fare
l'una con l'altra*. «La struttura politica di una
nazione ne influenza la cultura e ne è a sua volta influenzata. M a oggi troppo ci interessiamo ciascuno della politica interna dell'altro,
e nello stesso tempo abbiamo assai scarsi contatti con la cultura dell'altro». E la cultura a differenza della politica - non è una costruzione, una organizzazione; è qualcosa che deve crescere liberamente. Come un albero: «non
potete costruirlo, potete soltanto piantarlo e
curarlo e attendere che germogli nel tempo dovuto». La politica perciò non deve pretendere
di condizionare la cultura, ma al contrario deve nutrirsene. E «perché la cultura europea fiorisca si richiedono due condizioni: che la cultura di ogni paese sia unica, e che le diverse
culture riconoscano la reciproca relazione, cosicché ciascuna sia in grado di accogliere l'influenza delle altre. E ciò è possibile poiché vi
è un elemento comune nella cultura europea,
ed è una storia di rapporti nel pensiero, nel
sentimento, nella condotta, uno scambio di arti
e di idee». Rapporti che si sono naturalmente
sviluppati ogni qualvolta non sono stati impediti o distorti da una politica errata, inumana, anticristiana di divisioni e di chiusure.
Nelle due prime conversazioni Eliot aveva
trattato dell'unità sostanziale della cultura europea e della necessità di preservarla dal pericolo delle divisioni politiche abnormi: perciò
aveva «fatto uso frequente della parola cultura». Ma che cosa si deve intendere precisamente con tale termine? Ecco l'oggetto della terza
conversazione.
La «Benedizione di Giacobbe)) di Rembrandt dopo l'attentato di un folle che cercò di distruggere
la tela con acidi corrosivi. L'episodio accadde nell'ottobre del 1977 nella pinacoteca di Kassel
COMUNI D'EUROPA
«Come democrazia così anche cultura è un
termine che deve esser non solamente definito, ma illustrato, quasi ogni volta che lo usiamo». «Per cultura intendo anzituttto quello che
intendono gli antropologi: un modo di vivere
d i un particolare popolo che vive in un certo
luogo. Tale cultura è visibile nell'arte, nel sistema sociale, nelle abitudini e nei costumi,
nella religione)). Queste però sono solo «le parti
in cui può anatomizzarsi una cultura, come un
corpo umano. Ma proprio come un uomo è
qualcosa di più che non l'insieme delle varie
parti che ne costituiscono il corpo, così la cultura è più della riunione delle sue arti, costumi e credenze religio.se». Molta importanza per
l'unità di una cultura ha la lingua, «ma le culture di popoli diversi si influenzano a vicenda» (come «ho accennato precedentemente»):
«cioé le culture di popoli di lingua diversa possono avere rapporti più o meno stretti, e talora così stretti che possiamo parlare di essi come avessero una cultura comune. Ora, quando parliamo di cultura europea, intendiamo le
identità che possiamo scoprire in varie culture nazionali; e naturalmente anche in Europa
tra alcune culture vi sono rapporti più stretti
che tra altre».
Orbene, quali sono i «caratteri comuni che
permettono di parlare di cultura europea?» Per
Eliot non c'è dubbio: «la forza dominante nella
creazione di una cultura comune tra popoli,
ciascuno dei quali abbia una cultura distinta,
è la religione». Quindi è la «comune tradizione cristiana che ha fatto l'Europa quella che
è»; sono i «comuni elementi culturali che questa cristianità ha portato con sè». Egli non fa
una questione religiosa, di fede («questa non
è una conversazione religiosa - disse ai suoi
ascoltatori tedeschi - né io mi propongo di
convertire alcuno»): considera i1 Cristianesimo come base di cultura, come elemento portante di una civiltà. «Da singolo europeo può
non credere che la Fede Cristiana sia la vera,
e tuttavia ciò che egli dice e fa scaturirà dalla
parte di cultura cristiana di cui è erede e da
quella trarrà significato. Solamente una cultura
cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire ed un Nietzschen. Qualche anno prima Benedetto Croce - che, a differenza di Eliot,
non era certo un credente - aveva scritto un
opuscolo per spiegare «perché non possiamo
non dirci cristiani*. Ma lui aggiunge che «se
il Cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. Ed allora voi dovrete ricominciare faticosamente da capo e non potrete indossare una nuova cultura già fatta ... Dovrete attraversare molti secoli di barbarie».
Infatti noi «dobbiamo molte cose alla nostra eredità cristiana, oltre alla fede religiosa:
la nostra unità si fonda in questa eredità, nel
Cristianesimo e nelle antiche civiltà della Grecia, di Roma e di Israele, alle quali, attraverso
duemila anni di Cristianesimo, noi riconduciamo le nostre origini».
«Questa unità negli elementi comuni della
cultura è da molti secoli il vero legame tra di
noi. Nessuna organizzazione politica ed economica, quale che sia la buona volontà che essa uo-
glia imporre, può supplire a quanto dà questa unità culturale».
Questo lo induce a distinguere «tra organizzazione materiale e organismo spirituale delGENNAIO 1989
l'Europa. Se quest'ultimo muore, quel che organizzerete non sarà l'Europa, ma unicamente una massa di esseri umani che parla diverse
lingue». Ma come «non vi può essere cultura
europea se i diversi paesi sono isolati l'uno dall'altro», così «non vi può esser cultura europea ove tutti questi paesi vengano ridotti ad
una identità indifferenziata. Ci occorre varietà nell'unità: non l'unità dell'organizzazione,
ma della natura».
Strumento essenziale per la conservazione
e lo sviluppo di tale unità culturale devono essere - per Eliot - le università d'Europa che
«dovrebbero avere ideali comuni e obblighi reciproci», non quali «istituzioni meramente nazionali anche se ciascuna è sostenuta dalla nazione», ma «indipendenti dai governi», non
tanto «nel compito di formare una burocrazia
efficiente» quanto soprattutto per «mirare alla conservazione della scienza, al perseguiment o del vero e, per quel che è possibile agli uomini, al conseguimento della saggezza».
Egli concluse le sue tre conversazioni con
un appello agli uomini di lettere dell'Europa:
«mantenete questa nostra cultura comune incontaminata da influenze politiche», giacché
«nel nostro mondo, che ha visto tanta devastazione materiale, anche questo patrimonio
spirituale è in imminente pericolo».
Da allora sono passati oltre quarant'anni.
Molte cose sono cambiate nella vita materiale
- cioé politica ed economica - degli Europei; ma nulla si è verificato che abbia intaccato la validità di quanto Eliot allora disse sulla
loro unità spirituale. Anzi la stessa tragica esperienza bellica e postbellica degli effetti delle
divisioni politiche e le impellenti esigenze della
vita economica, l'incombente minaccia dell'imperialismo militarista sovietico e I'ossessiva sfida degli sviluppi tecnologici e dell'espansione
commerciale nippo-americana, hanno indotto
politici ed economisti, imprenditori e sindacalisti a cercare forme di intesa e di cooperazione - se non proprio di unità, finora - anche per la vita materiale europea. Lo hanno
fatto, si direbbe, di malavoglia, costretti dalla
dura realtà, tra mille esitazioni e diffidenze,
senza convinzione, senza slancio, senza decisione. Perché? Soprattutto perché - credo sono privi della carica ideale unitaria, perché
sono ancora sviati dai sedimenti storici di lunghi secoli di divisioni politiche, di conflittualità nazionalistiche, di velleità sopraffattorie,
imperialistiche. Perché nella maggior parte degli uomini di governo - e dei parlamenti che
li sostengono, e delle opinioni pubbliche cui
devono render conto - sui valori unitari della cultura europea prevalgono gli istinti e i sentimenti particolaristici, le chiusure egoistiche.
Perché non vedono - o non credono - la
possibilità di conciliare la diversità con l'unità; temono che una più stretta e più stabile
unione europea comprometta le peculiarità nazionali, affoghi nell'uniformità la ricca e feconda varietà dei nostri popoli, ne sopprima l'originalità e la vitalità.
È qui che sta l'importanza e la permanente
validità delle riflessioni di Eliot. Egli ha saputo indicare agli intelletti e ai cuori degli EuGENNAIO 1989
ropei la via giusta della «varietà dell'unità» non
come un mero espediente politico (di «organizzazione))), ma come una condizione naturale della cultura europea, come una sua esigenza vitale. Ricordiamolo ancora: «quando le
diverse nazioni d'Europa sono divise l'una dall'altra, quando i poeti non leggono più altra
letteratura che quella della loro lingua, la poesia d'ogni paese dovrà decadere». Significa
questo uniformità, compressione o eliminazione dei valori peculiari di ciascuno? No, al contrario significa indispensabile alimentazione di
questi valori, nel riconoscimento delle comuni origini e delle continue reciproche influenze.
Secondo Eliot, dunque, la storia della cultura europea - della nostra vita spirituale sta a dimostrare la fecondità di tali reciproci
La statua dell'Autunno decorava il ponte di S.
Trinita a Firenze. I1 ponte è stato ricostruito
recuperando i pezzi neii9Arno,ma nessuna delle statue è stata ripescata finita la guerra
rapporti: non solo la lingua inglese ma, ovviamente, tutte le nostre lingue sono vissute e si
sono sviluppate in questo vasto, complesso, ricchissimo sistema di relazioni; non solo la cultura inglese ma tutte le nostre culture non sono il prodotto di chiusure nazionalistiche, di
«autarchie culturali)) - che sono sempre sterili, involutive, mortali - bensì di un'ampia,
continua reciproca conoscenza e influenza. E d
è proprio in questa sostanziale unità di relazioni e di influenze - oltre che nelle comuni
origini greco-romane ed ebraico-cristiane che è stato reso possibile il grandioso fiorire
della civiltà europea e la stessa pluralità e varietà delle sue incarnazioni.
Eliot non lo dice (anche perché aveva, verosimilmente, una notevole diffidenza per la
politica: d'altronde ne1'46 erano ancora fumanti le rovine che sconsiderati usi e pessimi abusi della politica avevano prodotto), ma tutto
ciò vale anche per la vita materiale degli Europei: per il semplicissimo fatto che l'uomo sia come singola persona, sia come politikon
zoon - non è soltanto materia, corpo, «Magenfrage», ma è anche spirito e realizza pienamente la sua natura quando lo spirito guida
il corpo, quando l'intelletto e la ragione illuminano tutte le sue attività, comprese quelle
materiali, e quando la volontà domina I'istin-
to. Quindi anche l'economia e la politica la vita materiale - devono farsi illuminare da
quei valori e da quei criteri che emergono nella vita spirituale, nella cultura.
In verità ciò avviene normalmente e, vorrei dire, inevitabilmente - perché così lo impone la natura stessa dell'uomo. Senonché può
accadere - ed è, purtroppo, accaduto - che
l'intelletto e la ragione umani, limitati e imperfetti come sono, elaborino teorie, forniscano indicazioni, costruiscano culture erronee,
sballate, inumane, da cui l'economia e la politica vengono influenzate e determinate. Può
accadere - ed è accaduto - che sviamenti,
abusi, misfatti politici cerchino giustificazioni e teorizzazioni nei risvolti dello sviluppo culturale. Le filosofie immanentistiche - positivismo, idealismo, storicismo - contestando
e negando il valore universale delle norme morali, hanno largamente ispirato e in certo modo «autorizzato» gli individualismi, gli egoismi,
gli sfruttamenti spregiudicati che hanno caratterizzato la vita economica degli ultimi secoli;
ed hanno ispirato o quanto meno hanno fornito giustificazioni ai nazionalismi, alle autarchie, agli imperialismi che hanno funestato la
vita politica. E d ancor oggi una largamente diffusa «cultura» materialistica - sia nella sua
forma empirica, sia in quella dialettica - influenza negativamente gran parte dell'economia mondiale portandola alle aberrazioni dello sfrenato sfruttamento capitalistico o della
rovinosa oppressione collettivistica - ambedue, paradossalmente, distruttori dei valori
personali, ambedue massificanti - e determina la politica mondiale con la sua concezione
della dialettica, cioé della naturale e necessaria contrapposizione di tesi e antitesi, con la
sua teorizzazione della conflittualità permanente come legge della natura umana anzi di
tutta la realtà, e così la avvia sulla china fatale
delle lotte inevitabili, delle sfide imperialistiche, della folle corsa agli armamenti.
Non qualunque cultura, dunque, non qualunque elaborazione dello spirito umano è in
grado di illuminare efficacemente e di guidare positivamente la vita politica ed economica. E d Eliot lo sapeva benissimo e non ha mai
esitato in tale valutazione. I1 suo giudizio è stat o netto e preciso: la cultura che ha caratterizzato il cammino della civiltà europea e che
le ha fornito la forza costruttiva per il progresso dei nostri popoli è quella che affonda le sue
radici nell'arte e nella filosofia greca, nel diritto romano, nella trascendenza ebraica, nella giustizia, nell'uguaglianza, nella libertà e nell'amore insegnati dal Cristianesimo. È questo
il «patrimonio spirituale» che egli nel '46 vedeva in «imminente pericolo». È questo il «patrimonio spirituale» che «gli uomini di lettere» - cui egli rivolgeva il suo appello - hanno la responsabilità di mantenere «incontaminato». Allora si era appena usciti dalla miseranda esperienza delle autarchie nazionali naziste e fasciste che però si erano diffuse e avevano coinvolto anche i regimi democratici e
avevano prodotto non solo la decadenza e la
miseria economica, non solo le conflittualità
e gli sciovinismi politici, ma anche quello che
Eliot chiamava il «graduale chiudersi delle
frontiere mentali in Europa» con l'inevitabile
(segue a pag. 8)
COMUNI D'EUROPA
la questione istituzionale cardine dell'unione europea
L'ambiente è problema europeo; ma non lo si risolve
senza superare il deficit democratico della Comunità
di Carlo Alberto Graziani*
Le competenze attribuite progressivamente alla Comunità - e sulle quali prima del trasferimento si esercitava il ruolo legislativo e di controllo democratico dei parlamenti nazionali - vengono ora gestite dal Consiglio dei Ministri
e dalla Commissione senza che il Parlamento Europeo - che ha poteri meramente consultivi - possa esercitare un
analogo ruolo. E così «l'ingiustizia ambientale» continua ad essere affrontata in misura inadeguata sul piano normativo
Vi è una considerazione fondamentale che
deve rappresentare la base di qualsiasi riflessione sull'ambiente: la questione ambientale
si configura per sua natura come grande questione sovranazionale, questione planetaria.
Tutti i problemi decisivi che si inseriscono
all'interno di tale questione - dalle pioggie
acide all'inquinamento dei mari e dei fiumi,
dall'energia nucleare ai rifiuti industriali, dall'erosione alla chimizzazione del territorio sono chiaramente irrisolvibili a livello locale
e nazionale.
D'altro canto, politiche nazionali per l'ambiente divergenti e diversificate, oltre a rivelarsi inefficaci sul piano della protezione ecologica, comporterebbero - in un regime di
mercato unico - disequilibri economici gravissimi falsando la libera concorrenza e, su un
piano più strettamente qualitativo, porterebbero ad una inaccettabile diversificazione delle
condizioni di vita nei paesi membri.
Da queste considerazioni emerge la necessità di concepire la politica per l'ambiente nei
termini di politica comunitaria: è solo a questo livello di intervento che si possono adeguatamente perseguire gli obiettivi di protezione
ambientale in armonia con gli obiettivi d i sviluppo economico e sociale.
Certo si potrebbe affermare che la stessa dimensione europea - anzi comunitaria - è di
per sé insufficiente perché i problemi si pongono a livello planetario. Dico subito che anche in materia ambientale questa affermazione si rivela - come sempre - alibi per non
affrontare concretamente i nodi decisivi: oggi
l'Europa comunitaria rappresenta un'area
omogenea che può giuocare un ruolo decisivo
nei rapporti mondiali solo se riesce a darsi
un'effettiva politica complessiva; essa può essere in grado - e qui non è tanto un problema di esempio istituzionale quanto di introduzione di meccanismi economici che possono risultare vincenti - di indirizzare (o quanto
meno di contribuire a indirizzare) il meccanismo dell'economia mondiale per introdurre e
consolidare modelli non più fondati sulla logica distruttrice dello sviluppo quantitativo.
È a partire dalla consapevolezza della dimensione europea del fattore ambientale che
si è mossa la Comunità con i suoi quattro programmi di azione in materia ambientale e in
particolare con il IV (1987-92), che almeno in
'' Parlamentare europeo Ordinario di diritto civile all'Università
di Macerata
teoria segna l'avvio di una nuova importante
fase della ~ o l i t i c acomunitaria all'interno della quale la protezione dell'ambiente riveste un
ruolo centrale in relazione alle politiche economiche e sociali, configurandosi essa stessa
come motore e limite di ogni ulteriore sviluppo.
I1 principio affermato nel 1972 al Vertice
di Parigi secondo il quale «l'espansione economica non è fine a se stessa» e preso a fondamento già dal I programma di azione in materia ambientale adottato nel 1973, ha incontrato un sempre maggiore riconoscimento nella
Esempio di restauro distruttore. George Gilbert Scott, per conferire all'edificio della Cattedrale di Oxford un carattere ritenuto più appropriato, asportò una vetrata autentica del
XIV secolo sostituendola con una copia ottocentesca da un disegno del XII secolo
elaborazione degli obiettivi comunitari in tema di protezione ambientale.
Nei dieci anni intercorsi tra il primo e il terzo programma la filosofia della politica comune in materia è andata evolvendosi e ha conosciuto una sostanziale modifica della prospettiva in cui ascrivere gli obiettivi d i protezione
ambientale.
I punti cardine su cui poggiava l'impegno
della Comunità in questo campo sono rimasti
inalterati: il principio delia prevenzione e quello - che pur presenta elementi di equivocità
- del «chi inquina paga». Inizialmente fina-
lizzata al controllo dell'inquinamento la politica ambientale è ora considerata come elemento d i base di una sana politica economica. Già
il I11 programma d'azione, adottato nel 1983,
poneva al centro dell'intervento comunitario
la prevenzione dei fenomeni di degrado ambientale da perseguire tramite l'adozione di misure economiche e sociali che ne impedissero
l'insorgenza e riconosceva le risorse ambientali come il limite di ogni ulteriore sviluppo
economico ponendo l'accento sulla valutazione di impatto ambientale come strumento cardine per garantire l'integrazione dei requisiti
ambientali nella pianificazione e nella esecuzione di interventi nei vari settori di sviluppo.
Con il IV programma si è giunti ad una matura consapevolezza del ruolo da assegnare alla politica di protezione ambientale nell'ambito del corpus totale della strategia comunitaria affermando la imprescindibile necessità
di instaurare rigidi standards ambientali anche in risposta alla crescente domanda pubblica di prodotti non nocivi per l'ambiente e rilevando il contributo di tale politica alla crescita economica e alla creazione di nuovi posti di lavoro. I requisiti ambientali, in passato
considerati come elementi frenanti e condizionanti lo sviluppo economico, sono oggi riconosciuti come elementi cardine per il futuro
successo economico della Comunità. C'è un
principio contenuto nello stesso Atto Unico
che, nella sua notevole, sia pur potenziale, carica dirompente, offre il segno della nuova dimensione: è il principio delllobbligo di prendere in considerazione l'ambiente in qualsiasi
intervento comunitario («Le esigenze connesse con la salvaguardia dell'ambiente - recita
testualmente l'Atto Unico - costituiscono una
componente delle altre politiche della Comunità»).
I n questa prospettiva - ed è significativo
che la politica ambientale non contemplata affatto nei trattati istitutivi delle Comunità europee (anche se di fatto grazie all'art. 235 del
Trattato la Comunità aveva già una sua politica ambientale) sia assurta con l'Atto Unico
a fulcro delle altre politiche comunitarie - acquista un suo spessore e un suo grande significato l'idea di porre la questione ambientale
a fondamento dell'unione europea (come del
resto aveva incisivamente previsto il progetto
Spinelli).
Ma è proprio in relazione alla consapevolezza ormai acquisita a livello comunitario della
dimensione sovranazionale del problema, e
GENNAIO 1989
quindi agli obiettivi che la Comunità si è prefissa in tale ambito, che emergono i limiti di
questa politica.
Nel 1986 due terzi delle spese sono stati impiegati per le spese agricole e solo lo 0,06%
per la tutela dell'ambiente che salgono a 0,25
se si considerano non il solo settore specifico,
ma tutte le spese che interessano l'ambiente
(mi riferisco alla ricerca ambientale, al Terzo
Mondo, alla politica regionale).
E anche se l'ambiente è tra i settori di hilancio cresciuti maggiormente (tra il 1980 e il
1986 si è passati da 4 a 21 milioni di ECU,
grazie soprattutto all'opera compiuta dal Parlamento europeo eletto a suffragio universale) è evidente che il limitatissimo impegno finanziario in valori assoluti (che oltretutto rischia di diminuire nell'attuale vicenda finanziaria) dimostra come alla priorità teorica accordata dalla politica ambientale non corrisponda in alcun modo la priorità concreta
espressa dalle cifre, cioé dagli impegni finanziari.
Che la questione ambientale rappresenti per
sua natura un terreno di integrazione sovranazionale (e comunitaria in specie) viene riconosciuto in misura sempre crescente a livello
di pubblica opinione nei paesi della Comunità.
Si può anzi dire che la considerazione di tale
questione come potenziale elemento coesivo
nasce in egual misura dall'analisi delle grandi
emergenze ambientali e dall'analisi dell'atteggiamento della collettività di fronte ad esse.
A differenza di quanto accade per altri nodi cruciali nella vita economica e sociale dei
paesi, la consapevolezza della gravità del problema ambientale e dell'urgenza di un intervento comune in questo ambito è largamente
diffusa tra i cittadini della Comunità.
La grande sensibilità con cui l'opinione pubblica ha risposto ai dis-astri ambientali occorsi
negli ultimi quindici anni (Seveso, fiume Reno, Cernobil) è senz'altro anch'essa spiegabile in base ai valori intrinseci connessi all'ambiente.
L'alterazione dell'ambiente naturale viene
immediatamente percepita come pericolosa e
inammissibile e «l'ingiustizia ambientale» viene individuata con chiarezza e riconosciuta come un attentato alla qualità della vita quando
non alla vita stessa.
È attraverso questo riconoscimento che molti sono giunti alla coscienza delle responsabilità politiche ed economiche. I sondaggi di opinione effettuati nei paesi membri per iniziativa della Commissione delle Comunità europee
a partire dal 1973 testimoniano un interesse
radicato da tempo per le tematiche ambientali.
Nel 1973 gli europei, consultati sull'importanza assegnata a una decina di problemi di
interesse nazionale o mondiale, ponevano al
primo posto l'inquinamento ambientale anteponendolo all'inflazione, alla povertà e alla disoccupazione.
Nel 1976 e nel 1978, in un contesto internazionale mutato, contrassegnato da un rallentamento della crescita economica e da sempre
maggiori difficoltà economiche, i sondaggi confermavano la tendenza già emersa, con la protezione della natura e la lotta all'inquinamento annoverati tra i tre problemi più importanti del momento.
GENNAIO 1989
Uno dei pochissimi nudi di Velasquez («La Venere con lo specchio») fotografato dopo essere
stato profondamente sfregiato nel 1914 alla National Gallery a Londra da una suffragetta esaltata
Nel 1982 una ricerca condotta in collaborazione con I'OCSE negli allora dieci stati
membri su un campione di quasi diecimila persone ha indagato lo stato della pubblica opinione relativamente a tre aspetti particolarmente rilevanti nel contesto del nostro discorso: 1) percezione di danni nell'ambiente quotidiano e locale; 2) livello d'inquietudine rispetto all'ambiente nazionale e mondiale;
3) considerazione della necessità o meno di
privilegiare una politica dell'ambiente accettando, al bisogno, una crescita dei costi industriali e eventualmente un blocco della crescita economica.
Riassunti sommariamente, i risultati dell'inchiesta indicano che la maggior parte degli europei ritiene di non avere grandi motivi di lamentela riguardo l'ambiente locale ed è contemporaneamente molto preoccupata di tutti
gli aspetti dell'ambiente a livello nazionale e
mondiale al punto di conferire una assoluta
priorità alla politica di protezione ambientale
anche a scapito della stabilità dei prezzi e della crescita economica.
La percentuale degli europei che si dicono
insoddisfatti della situazione dell'ambiente
della zona di residenza è tra il 20 e il 3O%,
mentre la percentuale di coloro che si dicono
inquieti o preoccupati della situazione dell'ambiente a livello nazionale o mondiale arriva
a11180%.
Da un più recente sondaggio condotto nel
1986 è emerso che la sensibilità nei confronti
dell'ambiente è maggiormente diffusa in Italia dove 1'85% della popolazione ritiene che
la tutela dell'ambiente sia un problema urgente
e non procrastinabile, seguono la Grecia
(84%), il Lussemburgo (83%) e la Repubblica Federale d i Germania (80%). I paesi in cui
il problema è meno sentito risultano essere la
Francia e l'Irlanda (56%) che seguono a grande distanza i nuovi stati membri, Spagna e Portogallo (rispettivamente 72 e 71%).
Confrontando i risultati del sondaggio del
1982 con quelli del 1986 si può costatare un
aumento in alcuni casi molto rilevante della
sensibilizzazione della popolazione ai prohlemi dell'ambiente nazionale e mondiale.
Un'ulteriore conferma della ormai radicata
disponibilità dell'opinione pubblica della Comunità a far proprio il tema ambientale come
tema unificante a livello europeo viene dai sondaggi del 1976 e del 1978 nei quali la proporzione delle persone che ritenevano il problema ambientale molto importante risultava superiore ad otto su dieci e superiore al 50%
quella degli europei che considervano preferibile un'azione intrapresa dalla Comunità europea piuttosto che da ciascun paese separatamente.
Un altro elemento determinante nella valutazione delle effettive possibilità di porre al
centro della battaglia per l'unione europea la
questione ambientale, viene dalla considerazione della centralità che essa ha assunto nella riflessione dei partiti e delle organizzazioni
sindacali in tutta Europa.
Ad esemplificazione della priorità assunta
dai problemi ecologici nella elaborazione delle strategie delle associazioni sindacali, voglio
fare riferimento al documento della DGB, il
sindacato della sinistra tedesca, del maggio
1985 sulla questione «Tutela dell'ambiente e
sviluppo qualitativo».
In esso si evidenzia la priorità della questione ecologica attraverso la considerazione del
fatto che il crescente danneggiamento dell'ambiente e l'indiscriminato sfruttamento delle risorse naturali coinvolgono i lavoratori sia sul
piano della salute, sia su quello dell'occupazione.
La DGB ritiene che la questione della protezione ambientale non possa né debba essere
affrontata separatamente dagli interessi sociali
dei lavoratori e dagli altri settori delle decisioni economiche e politiche, ma come parte
fondamentale di esse: il successo di una politica per l'ambiente basata sul principio di preCOMUNI D'EUROPA
venzione dipende dal suo inquadramento in
una politica strutturale orientata ad un processo di sviluppo qualitativo e finalizzata a un miglioramento complessivo delle condizioni di vita e di lavoro della collettività che riduca l'agg r a v i ~ambientale e comporti effetti positivi
sull'occupazione.
Una legislazione di tutela dell'ambiente, infatti, può costituire un notevole contributo alla
lotta alla disoccupazione consentendo l'inserimento di parte dei disoccupati nella utilizzazione di materiali e impianti per la protezione dell'ambiente e nella produzione di filtri,
catalizzatori, processi di produzione e prodotti
favorevoli all'ambiente.
La DGB sottolinea l'importanza di una collaborazione internazionale tanto nell'ambito
della Comunità europea quanto a livello mondiale che unifichi gli sforzi delle iniziative e
contribuisca ad evitare ostacoli negli interventi
e nelle distorsioni della concorrenza, evidenziando però la necessità che essa non arrivi a
costituire un pretesto per un'inattività a livello nazionale.
All'inizio degli anni '70, quando esplodeva
il dibattito sui limiti dello sviluppo, su Comuni d'Europa compariva a più riprese una bibliografia ragionata di Andrea Chiti Batelli su
«politica ecologica, problema europeo», in cui
l'autore poteva verificare come anche il dibattito scientifico e politico confermasse l'assunto da cui muoveva: la natura europea del problema ecologico.
Ma nello stesso tempo Chiti Batelli sottolineava come nessuno in quel dibattito riuscisse a cogliere le conseguenze politiche, in ordine alla necessità di impostare il problema come lui diceva - in termini di Federazione
europea e mondiale; in termini cioé di effettiva integrazione politica sovranazionale.
Le cose oggi non sono mutate: occorre rilevarlo con molta franchezza.
Qui, in questa tematica, tocchiamo con mano quello che definirei il paradosso della mancata costruzione dell'unione politica dell'Europa e che potrebbe interpretarsi anche in termini di schizofrenia politica.
I presupposti perché sulla base della questione ambientale si operi concretamente, e non
solo a parole, nella prospettiva dell'unione politica dell'Europa (della Federazione) ci sono
tutti (O almeno così sembra):
- c'è, come abbiamo visto, la consapevolezza della dimensione europea della questione sia
nelle istituzioni (sono significativi i programmi di azione ambientale) sia nelle forze politiche sindacali nazionali;
- c'è la constatazione oramai generale dell'inefficienza e della incapacità dell'attuale Co-
Errata corrige
Nel numero di dicembre 1988 di «Comuni d'Europa», alle pagine 3 e 4 dedicate al documento del Consiglio nazionale delllAICCRE sulla riforma delle autonomie regionali e locali, è saltata una riga del quarto capoverso, che è così risultato sostanzialmente modificato.
Riportiamo di seguito la versione cornetta del capoverso:
Di questa impostazione si fece, del resto, portavoce, fin dal 1953, il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa con l'approvazione a Versailles della
Carta Europea delle libertà locali; dopo oltre tren-
munità ad affrontare i problemi di fondo della società (e, se non altro, l'attuale crisi finanziaria lo dimostra clamorosamente);
- c'è, soprattutto, la sensibilità dell'opinione pubblica: i cittadini sanno che la questione
ambientale è europea e sono disposti anche a
sacrifici per affrontarla.
Eppure nulla, o quasi, si fa per compiere
quel salto qualitativo necessario per creare
un'entità politica in grado d i affrontare e in
qualche modo contribuire a risolvere quella
questione. L'iniziativa resta saldamente all'interno di una logica nazionale.
Elemento indicatore, e particolarmente significativo, d i questa impostazione tutta nazionalistica appare l'attuale dibattito sulle riforme istituzionali. Forse che il problema istituzionale numero uno non è oggi rappresentato d a quel deficit democratico (per usare l'espressione del Parlamento europeo) generato
dal fatto che le competenze trasferite progressivamente alla Comunità - e sulle quali prima del trasferimento si esercitava il ruolo legislativo e di controllo democratico dei parlamenti nazionali - vengono ora gestite dal
Consiglio dei ministri e dalla Commissione
senza che l'organo democratico, cioé il Parlamento europeo che ha poteri meramenti consultivi, possa esercitare un analogo ruolo?
Ma di questo problema non c'è alcuna eco
in quel dibattito tutto teso ad affrontare i gravi
problemi delle istituzioni italiane, ma che pur
rappresentano quasi delle «pagliuzze» di fronte
alla «trave» del deficit democratico che si determina a livello comunitario.
I n questo quadro la stessa felice istituzione
del Ministero dell'ambiente - proprio nel momento in cui la Comunità, in vista dell'Atto
unico, è diventata a pieno titolo competente
in materia ambientale - rischia di diventare
inadeguata perché oramai non può esistere una
politica nazionale dell'ambiente.
Le organizzazioni ambientalistiche, che pure
sono le più attente a cogliere la dimensione sovranazionale delle tematiche ecologiche - come è dimostrato dalle loro pubblicazioni e dalle
loro stesse attività - ancora stentano a rendersi conto della necessità di iscrivere il loro
impegno nell'ambito di una rivendicazione,
chiara e permanente, di istituzioni autenticamente sovranazionali.
Questa mancanza rappresenta un'ulteriore
e nuovissima sfida all'iniziativa dei federalisti: creare alleanze con quei soggetti e con quei
movimenti - e oggi in prima fila i movimenti per la protezione dell'ambiente - che esprimono «oggettivamente» interessi sovranazionali.
m
t'anni il Consiglio d'Europa ha ripreso in parte dette
indicazioni, con la Carta Europea delle autonomie
locali: essa merita la dovuta attenzione da parte dei
governi e dei parlamenti nazionali, compreso quello italiano, per la sua ratifica ed applicazione. In
pari tempo sin dalle origini - cioé negli anni cinquanta - il CCRE delineò la strategia di una Europa delle Regioni e la prospettiva di un Senato europeo delle Regioni, verso il quale è oggi un passaggio intermedio - che acquisterà tutto il suo rilievo e l'esigenza di una consultazione obbligatoria
a partire dal 1993 - il Consiglio consultivo dei Poteri regionali e locali della Comunità.
Rileggendo Eliot
(segue da
pag
>)
conseguenza del generale impoverimento intellettuale, della miseria e della decadenza culturale di tutti gli Europei. Ora c'è il pericolo
che il residuo di quelle strutture autarchiche
e gli effetti tardivi di quelle chiusure mentali
intralcino ed ostacolino il processo di unione
che è stato avviato. Ed è un pericolo reale, che
abbiamo sotto gli occhi ogni giorno e che si
è manifestato macroscopicamente nella sorda
- e, ahimè, vincente - resistenza delle burocrazie, delle diplomazie, dei governi di molti
paesi di fronte alla proposta unificatrice del
Parlamento Europeo.
Perciò ritengo veramente opportuna e malto utile la rilettura e la meditazione delle parole di Eliot sulll«unità della cultura europea».
Egli ci riconduce sapientemente alle fonti
comuni e alla comune condizione di reciproca
influenza della nostra civiltà.
Egli ci ricorda che non la dialettica e le conflittualità materialistiche ma la solidarietà e l'amore cristiano costituiscono la base più solida
per la convivenza pacifica e per il progresso
civile dei nostri popoli. Solo il Cristianesimo
- egli aveva scritto già prima della guerra nel
suo saggio su «L'idea di una società cristiana»
del '39 - può costituire il fondamento di una
società più umana, non perfetta ma sempre
perfettibile, secondo l'indicazione di ideali universali, perenni, inesauribili e quindi mai compiutamente realizzati. Solo il Cristianesimo
può ispirare un'azione politica non conservatrice del potere conseguito, ma continuamente rivolta alla perfettibilità della società umana che ha {(costantementebisogno di riforme».
Egli ci ha ricordato che non l'isolamento ma
l'apertura, non la sopraffazione dell'uno sull'altro ma la conoscenza reciproca e la comprensione, non la piatta uniformità ma la ricca varietà, hanno costituito in passato le ragioni della grandiosa fioritura della nostra cultura e devono costituire anche in avvenire le
vie del suo ulteriore sviluppo. Ci ha indicato,
cioé, - parlando dell'wnità della cultura europea» - quella necessità di conciliare la molteplicità con l'unità, la varietà e la peculiarità
con la comunanza e l'integrazione dei nostri
valori spirituali che costituisce il fondamento
e la premessa del rispetto e del potenziamento dei singoli nel tutto, delle varie nazioni nell'unione, degli interessi particolari nell'interesse generale: che è - sul terreno della vita materiale, cioé dell'economia e della politica la proposta del federalismo.
Non so se Eliot sia stato un federalista.
E non so neppure se lo sarebbe oggi. Verosimilmente direbbe, umilmente, che lui di politica non se ne intende, che lui è solo un «uomo di lettere».
Ma so con certezza che da «uomo di lettere» egli ha fornito una delle più efficaci basi
culturali a quanti - in politica - vogliono essere federalisti, proprio perché vogliono che
la vita materiale degli Europei sia dominata dalla vita spirituale , che gli istinti materiali - di
divisione e di lotta - siano dominati dalla ragione spirituale - che suggerisce cooperazione, solidarietà, unione.
m
GENNAIO 1989
voto unanime del Parlamento in prima lettura
La legge per il referendum a metà del guado
Ottenere entro marzo la seconda approvazioi~e
di Giorgio De Sabbata"
La decisione italiana è di grande rilievo perché esprime la chiara volontà di procedere democraticamente alla realizzazione dellJUnioneeuropea. Trattandosi di legge costituzionale, alla prima decisione favorevole deve seguirne una seconda: essa deve avvenire non oltre il mese di marzo e raccogliere il consenso dei due terzi delle Camere perché si
possa organizzare il referendum in occasione delle prossime elezioni del Parlamento Europeo del giugno 1989
Un primo importante atto è stato compiuto
per chiamare tutti gli elettori ad esprimersi s d l'unità europea.
I1 progetto di legge costituzionale che indice il referendum è stato approvato dalla Camera e dal Senato all'unanimità nelle sedute
del 14 dicembre e del 20 dicembre.
I1 progetto votato è quello presentato da
Cervetti, Zangheri ed altri, identico a quello
del Senato a firma Pecchioli, Tedesco Tato'
ed altri. Al testo sono state introdotte alcune
modificazioni che non ne hanno alterato la sostanza.
Gli elettori saranno chiamati, nelle votazioni
per il Parlamento Europeo del prossimo giugno, ad esprimere la propria volontà di realizzare l'unità politica dell'Europa entro il 1992
dando mandato al Parlamento Europeo di for-
La legge costituzionale per il referendum
Art. 1
l . Il Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, indice un
referendum per il giorno delle elezioni dei rappresentanti del Parlamento europeo, avente
per oggetto il quesito indicato nell'articolo 2.
2. Hanno diritto di voto tutti i cittadini che, alla data di svolgimento del referendum,
abbiano compiuto il diciottesimo anno di età e che siano iscritti nelle liste elettorali del comune, a termini delle disposizioni contenute nel testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1967, n. 223, e successive modificazioni ed integrazioni.
Art. 2.
1. Il quesito da sottoporre al referendum è il seguente: «Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidandoallo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica
degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?
mulare un progetto di Costituzione che poi i
singoli Stati dovranno ratificare senza altri passaggi di procedura.
Si tratta, è vero, di un'iniziativa che per il
momento riguarda solo l'Italia, ma è di grande rilievo politico che si affermi in modo concreto una volontà rivolta a tutti gli Stati aderenti alla Comunità per spingerli secondo l'indicazione data da Altiero Spinelli sulla strada
aperta da tutte le forze e le personalità sinceramente ed efficacemente europeiste fino dai
primi passi dei movimenti europei e nelle istituzioni comunitarie.
Questo credo sia il senso del voto unanime
con cui la Camera ha superato le perplessità
e i timori espressi nella stessa seduta dal Governo.
Ed è la ragione prima della soddisfazione di
tutti coloro che in Italia sono impegnati per
la costruzione dell'Europa dei cittadini e delle istituzioni comunitarie democratiche.
Lettore, partecipa all'impegno
per l'Unione Europea con I'abbonamento a ((Comuni d'Europa»,
di cui è iniziato il 37' anno di vita coraggiosa*
"utilizzarido l'allegato bollettirio di c/c postale
Art. 3.
,
l
I. La propaganda relativa allo svolgimento del referendum previsto dalla presente legge
costituzionale è disciplinata dalle disposizioni contenute nelle leggi 4 aprile 1956, n. 212,
24 aprile 1975, n. 130, nonchè nell'articolo 52 della legge 25 maggio 1970, n. 352, come
modificato dall'articolo 3 della legge 22 maggio 1978, n. 199.
2. Le facoltà riconosciute dalle disposizioni vigenti ai partiti o gruppi politici rappresentati
in Parlamento e ai comitati promotori di referendum sono estese anche agli enti e alle associazioni aventi rileuanza nazionale o che comunque operino in almeno due regioni e che abbiano interesse positivo o negativo vevso la formazione dell'unità euvopea e il sostegno e la
pvomozione delllEuvopa comunitavia. Tali enti e associazioni sono individuati, a richiesta
dei medesimi, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministvi di concerto con il Ministro dell'intevno, entvo tventa giovni dalla data di entrata in vigove della pvesente legge costituzionale.
3. La Commissione parlamentave pev l'inclivizzo genevale e la vigilanza dei sewizi radioteleuisivi formula gli indirizzi atti a garantire ai partiti, enti ed associazioni di cui al comma
2 la pavtecipazione alle tvasmissioni vadiotelevisive dedicate alla illustvazione del quesito vefevendario, entvo i termini stabiliti pev lu elezione dei rappvesentanti del Pavlamento euvopeo.
Art. 4
I . La pvesente legge costituzionale entra in vigove il giorno successivo a quello della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale successiva alla sua promulgazione.
GENNAIO 1989
I1 testo di legge deve ancora superare una
strettoia procedurale perchè il referendum possa essere indetto. Trattandosi d i norme che
modificano la Costituzione è infatti obbligatoria una seconda approvazione sia alla Camera
che al Senato dopo che siano trascorsi almeno
tre mesi dalla prima.
La seconda approvazione si deve ottenere
non più tardi del prossimo marzo in modo che
la legge entri in vigore in tempo utile per organizzare il referendum per giugno. Per rispettare la data del referendum bisogna anche soddisfare la condizione che la seconda approvazione raccolga in ciascuna camera il voto dei
due terzi dei componenti.
Da queste colonne viene un fermo invito a
tutte le forze politiche perchè consentano al
Parlamento di dare una prova di vitalità concludendo tempestivamente gli adempimenti
procedurali e dando un importante impulso al
difficile cammino dell'unità europea.
Membro della Giunta dell'AICCRE
COMUNI D'EUROPA
la prima riunione presenti Delors e Schmidhuber
Al Consiglio consultivo prevale la linea del CCRE:
unità di Regioni ed Enti locali per l'Unione europea
di Gabriele Panizzi"
Il Consiglio non deve essere l'assemblea corporativa delle Autonomie ma la sede ove i poteri regionali e locali possono sviluppare un 'azione politica concreta per la costruzione dell'Europa. Evitare la tentazione di considerarlo un organismo da consultare sporadicamente su argomenti più definiti. Hofmann eletto presidente; Bernini e Bolanospresidenti delle sezioni regioni ed enti locali. Un prossimo incontro a Bonn per approfondire il ruolo del Consiglio
I1 Consiglio consultivo degli Enti regionali
e locali, istituito con decisione della Commissione esecutiva della Comunità europea del 24
giugno 1988, è stato insediato il 20 dicembre
scorso a Bruxelles.
Alla solenne riunione hanno partecipato,
con due significativi interventi circa l'attuale
fase della costruzione europea ed il ruolo degli Enti regionali e locali, il Presidente della
Commissione esecutiva della Comunità Jacques Delors ed il Commissario Peter Schmidhuber.
I1 Comitato, come è noto ( l ) , è composto
di 42 rappresentanti effettivi (21 regionali e
21 dei Comuni e degli Enti intermedi), 6 dei
quali italiani (3 regionali, 1 provinciale e 2 comunali).
I membri supplenti sono complessivamente 42, 6 dei quali italiani, articolati come gli
effettivi.
Poche le assenze dei componenti il Comitato.
Degli italiani, presenti il Presidente della
Sardegna, Mario Melis (PS d'AZ), ed il Vice
Presidente del Consiglio regionale del Lazio,
Gabriele Panizzi (PSI), il Consigliere comunale di Viareggio, Moreno Bucci (PSI) ed il
Consigliere comunale di Napoli, Francesco Picardi (PSDI).
I1 dibattito che ha preceduto l'elezione del
Presidente del Consiglio consultivo ha riguardato il ruolo dello stesso Consiglio e, quindi,
il peso politico che, al suo interno, hanno le
Regioni e gli altri Enti rappresentati.
È prevalso l'orientamento, asserito dal Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa,
che non è opportuno - ai fini della battaglia
politica da condurre per un salto di qualità nel
processo di integrazione europea - marcare
le diversità fra Regioni ed Enti locali.
Queste si riferiscono al ruolo, alle competenze ed alle funzioni che ciascun soggetto istituzionale ha nell'ambito nazionale ed al ruolo
istituzionale che potranno avere nella costituenda Unione europea; ma la battaglia politica per la costruzione dell'unione europea deve vedere solidali i diversi soggetti, pena il consolidamento dell'egemonia dei Governi nazionali ed il permanere delle tendenze della eurocrazia a decidere (anche attraverso un'uniforme normativa comunitaria) prescindendo
dalle realtà regionali e locali.
" Vicepresidente
del Consiglio regionale del Lazio
COMUNI D'EUROPA
Insomma, il Consiglio consultivo non deve
essere l'assemblea corporativa delle Regioni,
dei Comuni, degli Enti intermedi.
Esso, viceversa, deve essere la sede ove i poteri regionali e locali europei possano sviluppare una concreta azione politica mirata alla
costruzione dell'unione europea.
Presidente del Consiglio consultivo è stato
eletto Josef Hofmann (CDU), Borgomastro di
Magonza, Presidente del Consiglio dei Comuni
e delle Regioni d'Europa (CCRE), la maggiore organizzazione europea di Regioni, Enti intermedi e Comuni che ha avuto un ruolo fondamentale perchè gli Enti regionali e locali
avessero una sede istituzionale attraverso la
quale anche concorrere alla definizione delle
normative comunitarie (il CCRE è nato nel
1951 ed il suo impegno federalista, articolato
nel binomio Stati Uniti d'Europa ed Autonomie regionali e locali, ha consentito di sviluppare tra i cittadini quella consapevolezza europea - non nazionalista - che è alla base
di una costruzione europea autenticamente democratica).
I1 Consiglio consultivo si articola in due Sezioni: regionale, a presiedere la quale è stato
eletto il Presidente della Regione Veneto, Carlo Bernini (DC), e degli Enti locali, per la quale
è stato eletto Presidente il Sindaco di Valladolid, Tomas Rodriguez Bolanos (socialista).
O r a si tratta di cominciare a lavorare: occorre guardarsi dalla tentazione dell'apparato
comunitario di considerare il Consiglio consultivo come un organismo da consultare sporadicamente su argomenti delimitati e già sostanzialmente definiti (un fiore all'occhiello della
Commissione esecutiva della Comunità, da
mettere e da togliere a piacimento della Commissione stessa).
Se così avvenisse, allora la istituzionalizzazione della presenza delle Regioni e degli Enti locali presso la Comunità europea paradossalmente darebbe luogo ad una riduzione della loro capacità di svolgere un ruolo politico
per costruire una Europa sovrannazionale, autenticamente democratica, fondata sulle autonomie locali e non sulla burocrazia (che poi significherebbe il dominio degli interessi costituiti e dominanti).
Nello scorso mese di novembre il Parlamento europeo ha adottato una importante risoluzione sul ruolo delle Regioni nella costruzione di un'Europa democratica.
È stata anche definita una Carta comunitaria della regionalizzazione (Comuni d'Europa
l'ha pubblicata nel numero speciale di ottobre
1988, dedicato alla regionalizzazione in Europa).
Ancora una volta occorre operare per stabilire uno stretto raccordo tra il sistema dei
poteri regionali e locali europei ed il Parlament o europeo: questo è il modo per costruire
unlEuropa dove le Assemblee elettive (il Parlamento, le Regioni) non siano subalterne rispetto a organismi intergovernativi, ma legiferino, eleggano i Governi relativi e ne controllino l'operato, scelgano le linee politiche
da sviluppare e le azioni da condurre, nell'interesse generale dei cittadini europei.
La prossima riunione del Consiglio è prevista per il 19 aprile 1989.
I quattro mesi che corrono dall'insediamento del Consiglio (troppi, in verità) servano all'ufficio di Presidenza dello stesso (il Presidente Hofmann, i Vice Presidenti eletti - il francese Noel Josephe Presidente della Regione
Nord Pas de Calàis, l'inglese Robert Neame,
della Contea del Kent ed il belga Jean Claude
Van Cauwenberge, Borgomastro di Charleroi
- , ed i Vice Presidenti di diritto, Presidenti
delle due Sezioni del Consiglio) per definire
alcune proposte politiche ed organizzative alle quali il Consiglio stesso possa riferirsi per
espletare correttamente le proprie funzioni e
per esercitare il proprio ruolo politico.
Nel frattempo il CCRE terrà a Bonn (il 24
e 25 gennaio 1989) una riunione, alla quale sono invitati anche tutti i componenti del Consiglio consultivo, per discutere il ruolo del Consiglio e la strategia dei poteri regionali e locali
con riferimento al grande mercato del 1992 ed
alle conseguenze economiche, sociali, politiche
ed istituzionali dello stesso.
Alla vigilia delle elezioni europee del prossimo giugno vi sono le condizioni perchè la formalizzazione della partecipazione delle Regioni
e degli Enti locali al processo di formulazione
delle normative comunitarie, attraverso il Consiglio consultivo, costituisca una occasione solenne perchè sia rivendicata al prossimo Parlamento l'attribuzione di poteri incisivi per un
autentico salto di qualità dell'Europa: dall'attuale Comunità intergovernativa all'unione
europea proposta da Altiero Spinelli.
M
(1) Comuni d'Europa, ha pubblicato, nel numero di
settembre 1988, il testo della decisione della Commissione CEE a corredo di una nota relativa al lungo itinerario
che ha condotto alla istituzione del Consiglio consultivo
degli Enti regionali e locali.
GENNAIO 1989
il quinto Rapporto annuale del1'S.P .S.
«Anche il mercato unico deve essere governato;
occorre andare oltre il processo in corso»
di Gianfranco Martini
L 'AICCRE ha contribuito alla redazione della relazione del 1988 ma, soprattutto, a porre l'analisi dello stato dei
poteri locali e regionali in Italia nella giusta e indispensabile prospettiva europea. Scrive 1'S.P.S.: «Ciò che si è voluto
evidenziare quest 'anno è il carattere 'non optional" della dimensione europea, e quindi l'importanza dell'attenzione
che ad essa devono riservare anche gli amministratori di Comuni, Province e Regioni per azioni piu efficaci»
Da qualche tempo si parla e si scrive molto
sul 1992, data in cui dovrebbe essere completato il mercato unico europeo con la liberalizzazione della circolazione di persone, merci e
capitali all'interno della Comunità europea.
Qualcuno ritiene che se ne parli e se ne scriva
troppo, altri che lo si faccia invece in misura
insufficiente non tanto sotto il profilo della
quantità dei riferimenti quanto del modo approssimativo, incompleto e persino distorto col
quale questa scadenza viene additata all'attenzione dei cittadini europei. Questo giudizio è
sostanzialmente fondato. 11 1992 appare spesso
come l'oggetto d i una scommessa, non di un
impegno. Scommessa nel senso di un evento
affidato alla sorte più che alla consapevolezza
e alla volontà di coloro che del grande mercato unico europeo sono i destinatari, ma soprattutto i soggetti operanti. Si rischia allora che
il 1992 appaia come uno «slogan» attraente ma
misterioso, dai contorni sfumati e persino equivoci, atto a stimolare la fantasia della gente
ma non altrettanto a sollecitarne i comportamenti coerenti. I1 1992 rischia di divenire un
«dato» più che un compito d a svolgere: qualcosa da constatare più che d a costruire.
Il rischio di questa deformazione concettuale lo si riscontra tra gli operatori economici,
anche se in misura ridotta, tra i responsabili
politici e nell'uomo della strada: lo si riscontra anche in una parte degli amministratori di
Comuni, di Province e di Regioni attenti talvolta alle formule più che alle implicazioni dei
contenuti e comunque non ancora, nella media, sufficientemente preparati a cogliere i
grandi mutamenti che il 1992 comporterà anche per il loro ruolo di amministratori, per la
gestione della cosa pubblica, per la soluzione
dei problemi concreti dei loro concittadini.
Tutto ciò che si può fare per migliorare questa situazione per stimolare gli eletti locali e
regionali a guardare all'Europa non come oggetto di contemplazione ma con impegno di
partecipazione, va quindi salutato positivamente. Riteniamo che in questo quadro vada
visto e valutato il V Rapporto annuale che
I'SPS ha redatto e presentato alla fine del novembre 1988. L'SPS, come noto, è una società consortile per azioni a prevalente capitale
pubblico che ha il compito di promuovere e
sostenere attivamente la crescita dei molteplici
soggetti istituzionali ed economici che operano nelle diverse realtà locali del paese. Dal
GENNAIO 1989
1984 essa elabora un Rapporto annuale sullo
stato dei poteri locali che costituisce una fonte aggiornata di informazioni e di valutazioni
sui principali problemi (istituzionali, finanziari,
gestionali) del complesso sistema di enti locali
e regionali operanti in Italia. Proprio la constatazione che non era più giustificato e sufficiente circoscrivere il contenuto del Rapporto alla pura realtà italiana come se essa fosse
isolabile dal più ampio ambito europeo e persino internazionale, ha indotto i responsabili
dell'SPS a dare un taglio diverso al Rapporto
1988, non solo inserendovi alcune parti direttamente collegate alla problematica europea ma
anche intrecciando le specifiche valutazioni di
singoli argomenti con le esperienze di altri paesi europei. L'AICCRE ha contribuito, oltre
che alla redazione di alcune parti del Rapporto 1988 in questa nuova ottica, a porre I'analisi dello stato dei poteri locali e regionali in
Italia nella sua giusta ed indispensabile pro-
spettiva che è appunto quella europea: di ciò
viene dato esplicitamente atto nella premessa
che introduce il V Rapporto.
«L'orizzonte del 1992 - si legge testualmente in detto Rapporto - è il riferimento
obbligato di un processo di adeguamento dei
sistemi di governo allo sviluppo del paese» ...
«Ciò che si è voluto evidenziare nel Rapporto
di quest'anno è il carattere «non optional» della dimensione europea e quindi l'importanza
dell'attenzione che ad essa devono riservare
anche gli amministratori di Comuni, Province e Regioni proprio per assolvere meglio alle
loro specifiche responsabilità e per dare migliori e più efficaci risposte alle attese dei cittadini».
Un criterio di fondo ha ispirato correttamente il Rapporto SPS, criterio sul quale
1'AICCRE ha sempre insistito con adeguata
motivazione e che segna un orientamento essenziale per influenzare la presenza del nostro
Una testimonianza dell'impegno europeista
Il Sindaco di Rovigo, Carlo Piombo, riceve dal parlamentare Wolfgang Blenk la Bandiera d'onore del Consiglio d'Europa durante una cerimonia svoltasi il 24 settembre 1988. La manifestazione, nella quale è stato ricordato il centenario della nascita di Jean Monnet, ha visto inoltre la
premiazione dei partecipanti al seminario federalista di Ventotene svoltosi a settembre
COMUNI D'EUROPA
paese, nei diversi settori, nella Comunità europea. Questo criterio è il seguente: la Comunità europea non è - si legge testualmente nel
rapporto - «estero», cioè una realtà separata
da quella nazionale; i rapporti tra la Comunità europea e gli Stati membri non vanno confusi con i tradizionali canali e procedure di
contatto e di relazione, disciplinati dalle regole
proprie dell'ordinamento e del diritto internazionali. La Comunità europea è invece un quadro di riferimento «interno» (e non esterno)
ai problemi, alle situazioni, alla società e anche all'amrninistrazione pubblica, centrale e locale, dei singoli paesi che la compongono: non
sfuggirà a nessuno l'incidenza, non solo concettuale ma pratica di questa puntualizzazione. Un esempio tra i tanti. La comparazione
tra situazioni ed esperienze di diversi paesi è
un esercizio al quale politici e studiosi si sono
sempre - giustamente - dedicati in funzione prevalentemente conoscitiva. Ora non è (e
non può più essere) così: la valutazione del rapporto tra quantità e qualità di servizi a disposizione dei cittadini nei vari Stati membri della
Comunità non ci interessa più solo come un
dato di conoscenza, ma come un'esigenza fisiologica e permanente interna al nostro stesso ordinamento complessivo che non può non
preoccuparsi di disparità e sperequazioni che
eccedano limiti di tollerabilità. Ciò è vero già
oggi e lo sarà ancora più nel 1992, pur con la
doverosa cautela di non guardare a questa scadenza, come già ricordato, con un atteggiament o «millenaristico» ed evitando di proiettare
nel futuro ciò che non sappiamo fare o che troviamo difficile fare subito.
Riteniamo utile sottolineare gli aspetti positivi di questa prima collaborazione tra 1'AIC-
CRE e I'SPS che ci auguriamo possa continuare. L'AICCRE ha una sua specificità di obiettivi e di azione che la differenzia da altre Associazioni di enti locali con le quali, del resto,
essa intrattiene continui e cordiali rapporti. La
conoscenza di una realtà e di un processo (nel
campo normativo, economico-finanziario, sociale) sempre più complessi non si improvvisa
e il rispetto dei criteri di divisione del lavoro
rende I'AICCRE un interlocutore obiettivamente privilegiato per chi, come I'SPS, persegue questa periodica indagine sullo stato dei
poteri locali e regionali in Italia, sempre più
inseriti in un contesto europeo.
Quattro fatti vengono giustamente ricordati
nel Rapporto SPS sui quali 1'AICCRE ha spesso insistito: i PIM, la recente creazione del
Consiglio consultivo degli enti locali e regionali presso la Comunità europea, la riforma in
corso dei fondi strutturali europei, le iniziative «europee» di varie Regioni italiane. Essi testimoniano il rapporto sempre più stretto tra
Europa ed autonomie territoriali, sotto il profilo del loro finanziamento (fondi strutturali),
della partecipazione delle Regioni ai programmi comunitari di intervento (PIM), del coinvolgimento istituzionale di Enti locali e Regioni nell'attività della Comunità europea che li
riguarda (Consiglio consultivo istituito il 24
giugno 1988) dell'attenzione che sempre più
numerose Regioni rivolgono ai problemi europei, sotto forma di informazione e sensibilizzazione dell'opinione pubblica, e della sollecitazione all'impegno di singoli cittadini e di
gruppi sociali per costruire l'Unione europea.
A questi eventi altri, sempre più consistenti
e significativi, si aggiungeranno nel prossimo
futuro, a conferma ulteriore del legame tra pro-
Santeramo tappa verso l'Europa dei popoli
I1 5 novembre scorso è stata consegnata, dal parlamentare Cevdet Akqali, la Bandiera d'onore
del Consiglio d'Europa al Sindaco di Santeramo Angelantonio Digregorio. Era presente una delegazione della città gemellata Bad Sackingen. Nei vari discorsi è stato ribadito l'impegno nel
processo lungo e faticoso dell'integrazione tra i popoli e l'importanza dei gemellaggi per raggiungere la solidarietà, il progresso e la pace, di cui l'Unione europea è la prima condizione
COMUNI D'EUROPA
cesso di unificazione europea ed autonomie
territoriali.
Un capitolo del Rapporto è dedicato in modo specifico all'appuntamento con il 1992: esso
delinea una complessa strategia per affrontare questa scadenza in modo non solo efficace,
ma politicamente corretto, cioè precisando significato, portata, ma anche limiti del mercato unico europeo, che non è l'Unione europea
e che va collocato perciò in un contesto «politico» cioè di «governo» dell'economia, che presuppone istituzioni, risorse, controllo democratico, moneta unica, spazio sociale, capacità di superamento degli squilibri regionali: in
una parola, l'Unione europea.
A tale proposito il Rapporto si esprime nel
modo seguente «Sarebbe un grave errore scambiare l'obiettivo del mercato unico con quello
della creazione di un'area di libero scambio.
Un mercato unico europeo ha anch'esso bisogno di essere "governato", cioè di un quadro
istituzionale e normativo che può essere assicurato soltanto da decisivi progressi dall'attuale Comunità verso un'unione europea.
I1 mercato unico non è l'Unione europea: ne
può essere una componente ed un parziale avvio ma la differenza è qualitativa. Non è indifferente neppure per gli amministratori comunali, provinciali e regionali che il processo
in corso si arresti al mercato unico».
In tale prospettiva occorre ricuperare una
gerarchia di interessi degli amministratori comunali, provinciali e regionali. Nessuno che
abbia avuto l'esperienza di eletto locale o regionale può ignorare il sovraccarico di impegni, problemi, tensioni che l'esercizio della loro
carica - comporta, specie in un clima di larga instabilità delle amministrazioni come quello che vige in Italia -. Ma sottolineare «difficultatem - si diceva una volta - non est
solvere argumentum». Bisogna cioè modificare questa situazione e questa gerarchia di interessi degli eletti locali e regionali che penalizzano frequentemente tutto ciò che chiama
in causa l'Europa, la sua unificazione, il significato politico di questo grande disegno, e che
si limitano spesso al calcolo - pur doveroso
ma non sufficiente - di ciò che si può ricavare in termini di flussi finanziari e di aiuti dalla Comunità europea.
I1 problema cioè non è solo quello della capacità del sistema di dare informazioni e risposte alle domande degli amministratori locali e regionali concernenti l'Europa. Prima ancora è quello di suscitare e qualificare questa
domanda, che non è certo agevolata dai massmedia e dalle stesse forze politiche cui detti
amministratori appartengono.
Crediamo che il Rapporto SPS possa dare
un contributo interessante a questa esigenza;
era perciò naturale che esso si intrecciasse con
il ruolo dell'AICCRE che, in altra prospettiva associativa e più politica, persegue un convergente obiettivo: far sentire agli eletti locali e regionali italiani la loro simultanea qualità
di cittadini europei - investiti di particolari
responsabilità di guida e di mobilitazione operanti oramai in un contesto di integrazione non solo economica, sociale e finanziaria,
ma anche politico-istituzionale, che non è marginale o accessorio ma qualificante il loro stesso
H
ruolo di amministratori e legislatori.
GENNAIO 1989
ECU,rublo, ordine monetario internazionale
CEE e Comecon di fronte alle stesse scelte
Unione monetaria e integrazione economica
di Dario Velo*
Le tre fasi dei rapporti fra Europa occidentale e paesi dell'Est. Lo sviluppo della cooperazionefra Comunità europea
e Comecon. I tre sistemi monetari internazionali: dollaro, ECU,rublo trasferibile. La nascita di un nuovo ordine monetario internazionale sarebbe destinata a favorire un nuovo ordine economico. Il finanziamento di un piano Marshall trilaterale, che coinvolga CEE, Comecon e paesi in via di sviluppo. La responsabilità storica dell'Europa
Le relazioni fra la C E E e il Comecon costituiscono una parte dell'economia mondiale.
Esse pertanto sono influenzate dall'evoluzione dell'ordine monetario, finanziario, economico e politico mondiale. Al tempo stesso, esse sono in grado di influenzare in modo rilevante l'evoluzione di questo stesso ordine.
I n questo secondo dopoguerra, lo sviluppo
delle relazioni fra l'Europa occidentale e i paesi
dell'Est europeo ha vissuto tre fasi con caratteristiche profondamente diverse. I caratteri
di questi periodi sono stati profondamente influenzati dallo sviluppo dei rapporti Est-Ovest.
Con il fluire del tempo, hanno assunto importanza crescente gli impulsi germinati, in modo sempre più autonomo, nel vecchio continente. I1 mutuo riconoscimento fra CEE e Comecon costituisce una tappa storica in questo
processo.
11 primo periodo è stato caratterizzato dalla guerra fredda. La divisione del mondo in
due blocchi contrapposti ha diviso rigidamente
in due il vecchio continente, riducendo al minimo gli interscambi fra i paesi europei dell'Est e quelli dell'ovest.
I1 secondo periodo può essere identificato
negli anni '70. La distensione ha costituito il
quadro entro cui ha potuto svilupparsi un crescente interscambio fra Est ed Ovest. I1 successo del mercato comune ha posto la Comunità Europea in condizione di assumere un
ruolo internazionale sempre più rilevante. Gli
anni 70 sono stati peraltro caratterizzati da una
serie di crisi che si sono ripercosse sui rapporti Est-Ovest; gli anni '70 costituiscono un periodo di transizione fra il vecchio ordine
politico-economico bipolare e un nuovo ordine in via di definizione.
L 'ordine economico multipolare
Le tensioni maggiori, in questi anni di transizione, si sono generate a livello monetario e
finanziario. Europa e Giappone hanno posto
in crisi il dollaro, senza peraltro sostituire ad
esso un nuovo ordine monetario fondato su più
valute. A subire le conseguenze più drammatiche di questo disordine sono stati soprattutto i paesi debitori, primi fra tutti i paesi in via
di sviluppo. Gravemente destabilizzante è risultato altresì l'impatto di queste crisi sui rapporti fra l'Europa occidentale e quella orientale.
*
Professore ordinario all'Università di Pavia
GENNAIO 1989
I1 terzo periodo inizia con gli anni '80 ed
è tutt'ora in piena evoluzione. L'ordine
economico-politico internazionale assume caratteri sempre più marcatamente multipoiari.
L'Europa raggiunge un primo grado di unità
politica, con caratteri confederali, con l'elezione diretta del Parlamento Europeo. La nascita dello Sme e dell'Ecu pongono le premesse
per la fondazione di un'unione economicomonetaria, con caratteri federali, negli anni
'90.
Al processo costituente in corso nella Comunità Europea fa riscontro l'avvio di un processo d i modernizzazione, anch'esso con contenuti costituzionali, nelllEuropa dell'Est. In
ultima analisi, sia nella CEE sia nel Comecon,
l'obiettivo economico strategico oggi perseguito è la formazione di un mercato unico; in questo processo, il ritardo del Comecon spinge a
ricercare riforme strutturali radicali.
I rapporti tra ECUe rublo
I caratteri di questa nuova fase richiedono
una crescente cooperazione a livello mondiale, ed in particolare fra Comunità Europea e
Comecon. Lo sviluppo della cooperazione richiede, a livello mondiale, la fondazione di un
nuovo ordine economico-monetario; a livello
CEE-Comecon, i rapporti fra ECUe Rublo si
pongono come un punto decisivo.
Le necessità d i creare un nuovo ordine monetario internazionale, fondato sulla stabilità
monetaria e sulla cooperazione, in grado di sorreggere uno sviluppo stabile ed equilibrato a
livello mondiale, è condivisa in modo sempre
più ampio. Un sistema monetario forte e stabile è necessario per sostenere l'integrazione
e lo sviluppo equilibrato; esso è necessario per
togliere a qualsiasi paese l'ambizione di scaricare sul resto del mondo i propri squilibri con
il cattivo uso della propria moneta.
A livello mondiale, oggi esistono tre sistemi monetari internazionali: il primo centrato
sul dollaro, i1 secondo sull'Ecu, il terzo sul rublo trasferibile. I1 dollar standard è un sistema di pagamento planetario. I1 Sistema Monetario Europeo è un sistema regionale, mentre 1'Ecu sta acquistando un ruolo mondiale
crescente. I1 rublo trasferibile è utilizzato solo all'interno del Comecon; per cui, nei rapporti con il resto del mondo, i paesi delllEst
debbono subire il dominio del dollaro. La riforma del sistema monetario internazionale è
per questi ultimi paesi un obiettivo prioritario. L'internazionalizzazione dell'economia e
la crescente apertura del Comecon alla cooperazione con i paesi capitalistici rendono urgente per i paesi dell'Est la necessità di superare
questa condizione di dipendenza.
Rublo trasferibilee rublo convertibile
I n questo quadro, il primo problema su cui
è opportuno focalizzare l'attenzione è costituito da un'alternativa con cui sono confrontati
oggi i paesi delllEst. Da un lato è possibile,
per essi, riformare l'ordine economico-politico
interno, in modo da rendere convertibili le monete nazionali, ricercando per alcune di esse
un ruolo internazionale. L'URSS, in primo luogo, può ambire a conquistare per il rublo lo
status di moneta di pagamento e di riserva internazionale. Dall'altro lato, il processo di riforma può essere progettato a dimensione Comecon; il ruolo di moneta internazionale sarebbe allora riservato al rublo convertibile, opportunamente modificato.
Per valutare le implicazioni dell'alternativa,
occorre tener presente l'evoluzione subita dal
Rublo trasferibile. Questo fu creato parallelamente alla Banca Internazionale per la Cooperazione Economica, nel 1964, per sostenere l'integrazione economica e monetaria all'interno del Comecon. I1 rublo trasferibile e la
Bice dovevano realizzare un sitema multilaterale di regolamento, creando condizioni favorevoli alle operazioni di credito. Nel tempo,
il ruolo del rublo trasferibile si è esteso, benchè il processo d i multilateralizzazione debba
essere considerato ancora molto arretrato; esso è oggi impiegato negli scambi commerciali,
nel regolamento dei servizi, nelle operazioni
creditizie.
L'ostacolo cruciale contro cui si sono scontrate le possibilità di diffusione del rublo trasferibile, va individuato nella sua inconvertibilità sostanziale. Una moneta può affermarsi
come mezzo di pagamento internazionale, se
può essere utilizzata liberamente per acquisire beni o servizi - direttamente, o tramite sua
conversione in altra moneta. I paesi del Comecon non possono, invece, utilizzare liberamente i propri surplus finanziari con la Bice
per l'acquisto di beni e servizi in uno qualsiasi dei paesi membri, nè tanto meno in un paese occidentale. All'interno del Comecon l'inconvertibilità del rublo trasferibile deriva dal~
-
COMUNI D'EUROPA
l'assenza o scarsità di certi prodotti e dalla rigidità del mercato. Una profonda riforma economica è la condizione per sostenere l'internazionalizzazione, economico-monetaria, nel
Comecon e del Comecon verso il resto del
mondo. Le difficoltà contro cui si scontra la
diffusione del rublo trasferibile sono, in realtà, sperimentate anche dagli operatori occidentali che si affacciano sui mercati dell'est offrendo valute convertibili. I1 problema non è, dunque, monetario o finanziario, anche se ha certamente aspetti monetari e finanziari. Si tratta di superare l'attuale sistema di pianificazione e di riformare radicalmente il sistema dei
prezzi in vigore nei paesi orientali, che oggi
risulta gravemente distorto e impermeabile al
mercato mondiale.
La condizione per l'affermazione del rublo
trasferibile è la sua convertibilità, cioè una ridefinizione dei meccanismi monetari nel quadro di una più generale riforma politicoeconomica. Questo processo è iniziato in alcuni paesi orientali. I1 rischio che minaccia il
Comecon è che le riforme necessarie siano
adottate solo in alcuni paesi, rendendo convertibili alcune monete ma non il rublo trasferibile. I1 perseguimento di «vie nazionali al mercato» rischierebbe di compromettere il Comecon, che costituisce lo strumento essenziale per
garantire ai paesi europei dell'Est, in prospettiva, un mercato interno di dimensioni adeguate. I1 Comecon può al contrario fruire del vantaggio che deriva dall'aver affrontato con lungimiranza la necessità dell'integrazione monetaria, cioè di una moneta unica e di istituzioni comuni.
La convertibilità del rublo trasferibile nei
confronti delle valute del Comecon e di queste ultime fra loro potrà naturalmente procedere in parallelo con la sua convertibilità nei
confronti delle valute occidentali. Ciò vale in,
primo luogo per l'Ecu, con cui il rublo trasferibile può stabilire rapporti di cambio concordati.
La cooperazione CEE-Comecon
Per valutare le possibilità di cooperazione
monetaria fra C E E e Comecon, occorre tenere presente che le due aree oggi sono confrontate a problemi analoghi. Lo sviluppo del processo di integrazione, in entrambi i sistemi, richiede un maggior grado di unione monetaria,
cioè, rispettivamente, il rafforzamento delllEcu e del rublo trasferibile.
Lo stabilimento di forme di cooperazione fra
ECU e rublo trasferibile consentirebbe di rafforzare entrambe le monete e, al tempo stesso, darebbe impulso all'interscambio CEEComecon.
La cooperazione monetaria può essere avviata dalla diffusione dell'Ecu nelle transazioni
commerciali e finanziarie. Parallelamente, si
tratta di iniziare prime forme di utilizzo del
rublo trasferibile nei rapporti fra la Comunità e il Comecon; ciò consentirebbe di dare credibilità all'obiettivo della convertibilità, al
tempo stesso incentivando le riforme economiche interne necessarie.
L'uso di entrambe le valute nei rapporti fra
CEE e Comecon richiede la stabilizzazione dei
loro tassi di cambio. Ciò può essere frutto uniCOMUNI D'EUROPA
camente di accordi fra i due sistemi, che contemplino anche le garanzie offerte dalle due
monete, cioè le riserve valutarie. I1 punto è
cruciale, in quanto pone in discussione le riserve auree e, più in generale, il ruolo dell'oro
nel sistema monetario internazionale. A tal fine non va dimenticato che l'Europa detiene
le maggiori riserve auree, mentre l'Unione Sovietica è fra i maggiori produttori ed esportatori di oro.
Entrambi i sistemi hanno creato, per sorreggere l'integrazione monetaria, istituzioni
monetarie comuni, con caratteristiche similari: il Fecom e la Bice. Entrambe le istituzioni
costituiscono una prima forma, ancora imperfetta, di banca centrale; a entrambe le istituzioni è stata riconosciuta la possibilità di concedere crediti per finanziare gli squilibri di bilancia dei pagamenti.
Entrambi i sistemi hanno creato istituzioni
comuni per finanziare a medio-lungo termine
lo sviluppo economico, ed in particolare progetti di comune interesse: la Banca Europea
degli Investimenti (BEI) e la Banca Interna-
do Monetario Internazionale. I n questo quadro, va presa in considerazione anche l'opportunità di decentrare il Fmi, sulla base di una
articolazione territoriale, a livello mondiale, di
tipo federale con la creazione di Distretti, in
corrispondenza delle grandi aree monetarie. I1
Fmi ha oggi sede a Washington; tale soluzione logistica centralizzata riflette il ruolo degli
Stati Uniti affermatosi a Bretton Woods e
mantenutosi, se pure con crescenti difficoltà,
in questo dopoguerra. Una tappa nella direzione sopra delineata potrebbe essere costituita
dalla individuazione di una sede istituzionale
ove riferire la cooperazione monetaria fra CEE
e Comecon; la Bri, a Basilea, ha le caratteristiche per soddisfare questa esigenza.
La nascita di un nuovo ordine monetario internazionale sarebbe destinata a favorire la nascita di un nuovo ordine economico internazionale.
L'affermazione di un nuovo ordine economico mondiale ha costituito, in questo dopoguerra, un progetto lungimirante ma astratto.
Nelle condizioni attuali, tale progetto può di-
In pieno svolgimento la campagna per l'Unione europea
Crescono ogni giorno le adesioni alla campagna del CCRE per ottenere che il Parlamento Europeo riceva il mandato, a partire dalla sua prossima legislatura che comincia nel giugno 1989,
di elaborare il Trattato di Unione europea. "Comuni d'EuropaNha già pubblicato, nel numero
di luglio-agosto 1988, il testo della petizione "Chiediamo una Europa unita scelta dai popoli",
da approvare da parte dei Consigli elettivi di Comuni, Regioni ed Enti intermedi europei, e l'invito alla redazione di "quaderni di protesta e di proposta". Numerose sono le proposte legislative
di diversi Consigli regionali per l'indizione di un referendum per l'attribuzione di un mandato
costituente al nuovo Parlamento Europeo e altrettanto numerose sono le iniziative, sullo stesso
tema, di Province e capoluoghi di Provincia, di Comuni piccoli e grandi. Le Federazioni regionali delllAICCRE costituiscono un punto di rqerimento essenziale nel dl;ffonderela campagna
per la petizione e la compilazione dei quaderni di protesta e di proposta. Invitiamo infine tutti
gli Enti locali e regionali a segnalare tempestivamente allJAICCRE la loro adesione alla campagna per l'Unione europea.
zionale per gli Investimenti (BII).
La simmetria esistente nelle istituzioni delle due aree può agevolare la cooperazione. Rapporti privilegiati possono essere stabiliti fra i
paesi membri della CEE con la Bice e fra i paesi membri del Comecon con il Fecom. Ciò che
più ha rilevanza, accordi di cooperazione fra
il Fecom e la Bice, potranno costituire il perno per armonizzare le relazioni monetarie fra
le due aree.
In questo quadro alcuni paesi membri del
Comecon potrebbero assumere un ruolo di iniziativa, anticipando l'applicazione di soluzioni adottabili dal Comecon, in quanto tale, in
una fase successiva. Tali iniziative nazionali
avrebbero valore positivo se concepite come
stimolo alla cooperazione fra aree; esse invece avrebbero conseguenze centrifughe se concepite unicamente come una ricerca di una via
nazionale al mercato.
La cooperazione monetaria fra C E E e Comecon è destinata ad avere un impatto rilevantissimo sul sistema monetario internazionale, contribuendo al suo sviluppo verso un ordine multipolare. Esito di questo processo non
può essere che una profonda riforma del Fon-
venire realistico. L'affermazione dell'Ecu e del
rublo convertibile come monete internazionali
consentirebbe di finanziare un piano Marshall
trilaterale, che coinvolga CEE, Comecon e
paesi in via di sviluppo, in primo luogo africani. I1 varo di un piano Marshali trilaterale, che
coinvolga queste tre aree, costituisce una prospettiva in grado di sostenere la modernizzazione delle tre aree, che occupano attualmente tre stadi di sviluppo economico. Per nessuna di queste tre aree la crescita economica può
essere concepita al di fuori di un quadro di sviluppo della cooperazione internazionale.
Lo sviluppo dei rapporti fra C E E e Comecon pone in discussione un nuovo ordine internazionale. I1 varo di un piano Marshall trilaterale, come sopra descritto, sosterrebbe altre iniziative nella stessa direzione; così, può
essere progettato un grande piano che coinvolga Giappone, Cina e i paesi meno sviluppati
dell'estremo oriente.
Si tratta di prendere piena coscienza della
portata dei cambiamenti oggi necessari e possibili. Si tratta cioè di prendere piena coscienza
della nostra responsabilità storica e di assumere
¤
decisioni coerenti.
GENNAIO 1989
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CRONACHE DELLE ISTITUZIONI ELIROPEE
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Italia ed Europa: sotto le parole niente?
(spesso confusione, disattenzione e ritardi)
di Belliard
I1 42% dei deputati nazionali crede che le leggi comunitarie siano emanate dal Parlamento Europeo. Il nostro Paese
è in testa per il numero dei ricorsi presentati a suo carico dalla Commissione e per le condanne subite nel settore
del mercato interno. Il mancato utilizzo dei fondi strutturali. Il ritardo nella designazione dei commissari ha influito
nella attribuzione degli incarichi (ambiente e ricerca) che sono tuttavia di grande rilievo per l'obiettivo del 1992
Vi è in Italia un'opinione largamente diffusa che attribuisce alla nostra classe politica una
scarsa attenzione ai problemi dell'integrazione europea, considerata dai più come un dominio riservato di alcuni uomini di governo
(che agiscono normalmente l'uno all'insaputa
dell'altro e in spregio della collegialità governativa), di pochi parlamentari nazionali e, naturalmente, dei rappresentanti dell'amministrazione nazionale (che agiscono spesso nell'interesse di settori industriali, pronti ad accoglierli al momento della pensione).
Quest'opinione è stata di recente confermata dal sondaggio effettuato dalla rivista di Enzo Mattina, «Europa Forum», su un campione di 95 deputati di ogni partito e provenienza geografica. Per citare solo alcuni esempi, il
49% degli intervistati confonde la Corte di
Giustizia della CEE con quella internazionale dell'Aja, per il 47,2% le leggi comunitarie
sono emanate dal Parlamento europeo, il 7,5%
ritiene che il Presidente della Commissione sia
Ripa di Meana a pari merito con Dankert e
davanti a Plumb (5,7%), mentre il Presidente del Parlamento europeo è Simone Veil
(13,4%), Delors o Clinton Davis (9,4% a pari merito) e, buon ultimo, Natali (1,9%).
È utile affiancare i risultati del sondaggio
ai dati rivelati dal rapporto annuale della Corte
di Lussemburgo, dalla relazione della Commissione sull'applicazione del diritto comunitario
e dal rendiconto finanziario della Corte dei
Conti europea. L'Italia è in testa alla classifica per numero di ricorsi presentati dalla Commissione per inadempimenti, seguita a distanza
dalla Grecia e dal Belgio. La magistratura italiana è, al contrario, nel gruppo di coda per
le domande pregiudiziali sottoposte alla Corte dai giudici nazionali che chiedono una pronuncia interpretativa: nel 1987, i giudici italiani hanno presentato 5 domande, contro 69
spagnole, 36 francesi, 32 tedesche, 19 olandesi, 17 greche e 15 belghe.
Nel periodo 1980-1987, la Corte di Giustizia ha pronunziato 44 sentenze contro Stati
membri nel settore del mercato interno, condannando 21 volte l'Italia, 7 volte la Francia,
4 la Grecia, 3 il Belgio, la Germania e la Gran
Bretagna, 2 l'Irlanda ed 1 la Spagna ed i Paesi Bassi.
GENNAIO 1989
Per quanto riguarda la gestione finanziaria,
la Corte dei Conti cita - oltre alla nota questione della mancata utilizzazione dei fondi
strutturali CEE attribuiti all'Italia - i casi
"esemplari" di contributi a favore di strade
rurali non utilizzate (Molise),di miglioramenti
portuali utilizzati nella migliore delle ipotesi
al 50% (Cagliari, Termoli e Taranto), di opere irrigue non operative (Alghero e Puglia), laddove all'inefficienza amministrativa si accompagna talvolta una gestione perlomeno ambigua dei fondi comunitari.
Questo panorama si è arricchito in queste
settimane della demagogia pasticciona esibita
da ambienti politici e sindacali e dalla stampa
in tema di riforma delle aliquote IVA e di ristrutturazione dell'industria siderurgica. Nel
primo caso, si tratta di eliminare le aliquote
IVA a tasso zero (libri e giornali, in particolare) per adeguarsi alle proposte della Commissione in materia di armonizzazione fiscale, nella prospettiva del 1992. Nel secondo caso, si
tratta di dare attuazione ad una inevitabile decisione assunta dalla CEE su proposta italiana ampiamente pubblicizzata dalla stampa già
nel giugno 1988.
In questo quadro di desolante confusione e
disattenzione, è stato sorprendente l'improvviso interesse polemico dei partiti e della stampa sulla designazione dei membri italiani della Commissione CEE.
Nessuna forza politica e nessun membro del
nostro governo (a cominciare dal ministro degli esteri Andreotti) hanno ricordato che i
membri della Commissione devono essere nominati «di comune accordo dai governi degli
Stati membri» (art. 158 CEE); che essi devono essere scelti in ragione delle garanzie di indipendenza e di competenza generale che offrono (art. 157 CEE: la ragione «a contrario»
per la quale la signora Thachter ha licenziato
Lord Cockfield e Clinton Davis); che vi era
stata una richiesta formale del Presidente designato Delors di influire sulla scelta dei membri della nuova Commissione conformemente
alle proposte del progetto Spinelli e del Comitato Dooge e dell'orientamento adottato dai
governi in occasione della nomina di Roy Jenkins (luglio 1976).
Alle pretese di due partiti di governo (DC
e PSI) di voler considerare la scelta dei commissari come loro dominio riservato e del governo nel suo insieme di voler perpetuare il
metodo secondo il quale i due commissari debbono appartenere all'area politica della maggioranza, si è affiancata non già un'iniziativa
chiara e tempestiva per far prevalere criteri
conformi ad esigenze comunitarie, ma una confusa campagna d'agosto dagli obiettivi mai ben
definiti e, soprattutto, un'operazione ufficiosa a favore di un candidato (il ministro del
commercio con l'estero Ruggiero) espressione
di interessi industriali (FIAT), editoriali («La
Repubblica») e di personali simpatie (La
Malf a).
Sarebbe stato facile contrapporre al background comunitario di Ruggiero (l'asse antieuropeo RomaILondra a favore del giusto ritorno nel bilancio CEE contrapposto all'asse
ParigiIBonn a favore dello SME, la resistenza
più o meno passiva alle manovre europeiste del
ministro Andreotti nel periodo 1984-1985, la
proposta estemporanea Attali-TelchickRuggiero scritta e presentata all'alba del Consiglio europeo di Milano, ecc.) l'impegno di Ripa di Meana per lo sviluppo concreto di politiche comunitarie finora neglette (cultura,
mass-media, Europa dei Cittadini) e per un serio rafforzamento istituzionale della Comunità.
Chi ha imposto la conferma di Ripa di Meana (Craxi) ha preferito invece tacere fino a nomina avvenuta, danneggiando così l'immagine non solo nazionale ma europea del candidato italiano, mentre la scelta tardiva del Presidente del Consiglio del secondo commissario italiano è apparsa più dettata da valutazioni pre-congressuali nella DC che da serie valutazioni sulle capacità di questo o quel candidato.
Pandolfi e Ripa di Meana sono «giunti» a
Bruxelles solo alla vigilia della riunione informale del 16 dicembre, convocata da Delors per
definire la ripartizione dei portafogli comunitari, e non hanno così potuto prendere parte
ai contatti bilaterali che lo stesso Delors ha
avuto con i commissari confermati (Andriessen, Christophersen, Cardoso, Marin, Matutes, Schmidhuber), con un nuovo commissa[segue da pag. 1 7)
COMUNI D'EUROPA
Le indicazioni dell'ultirno sondaggio d'opinione:
mandato costituente ed Europa «con chi ci sta»
di Roberto SantanielloQ
Favorvole la maggioranza degli interessati con la sola eccezione dei danesi sul primo quesito e dei danesi e degli inglesi
sul secondo. Elevatissimo in ogni paese il numero di coloro che chiedono politiche comuni. I problemi della «non
democrazia» europea. La coesione economica nonché lo spazio sociale sono obiettivi irrealizzabili senza il controllo
esercitato da una assemblea rappresentativa. L'infuenza del referendum in Italia sulla politica degli altri stati
Nelle pagine di «Comuni d'Europa», si è
sempre sostenuto che il 1989 rappresenterà
una scadenza importante nella realizzazione
dell'unione europea. Dopo l'avventura costituente del progetto istituente l'Unione europea che scaturì dall'epica esperienza del «Coccodrillo» di Altiero Spinelli e dopo la «miniriforma» dell'Atto unico europeo, le forze federaliste europee sono più che mai impegnate
nella costituzione di un'autentica Unione europea.
Lo sforzo delle forze federaliste è oggi quello
di indicare le contraddizioni esistenti di fron. molto probabile che
t e «all'orizzonte ' 9 2 ~ È
questa scadenza rappresenterà un ennesimo appuntamento mancato come fu quello del 1969
quando l'allora «mercato comune» doveva essere definitivamente realizzato per quella data. Ecco allora che le prossime elezioni del Parlamento Europeo assumeranno una valenza
particolare perché spetterà ai 5 18 nuovi membri fare in modo che il sistema comunitario sia
realmente un sistema democratico attraverso
l'istituzione dell'unione europea.
L'approssimarsi della scadenza elettorale,
che non sarà confortata ancora una volta dalla definizione di una procedura elettorale uniforme per tutti gli Stati membri (e di ciò è colpevole soprattutto l'Assemblea di Strasburgo
che non ha saputo indicare chiaramente un
preciso progetto) ha provocato una serie di iniziative da parte dei gruppi politici in seno al
Parlamento Europeo. I1 gruppo del PPE, il
gruppo socialista nonché quello liberale hanno infatti definito i loro programmi elettorali
nei quali è ben presente la richiesta di conferire all'assemblea di Strasburgo «il mandato di
redigere un Trattato istituente l'Unione europea».
Malgrado questa esplicita richiesta, i documenti dei gruppi politici presenti in seno al
Parlamento Europeo non indicano gli strumenti per legittimare il conferimento del mandat o costituente. I1 Movimento Federalista Europeo ha sempre indicato nella celebrazione di
referendum nei differenti Stati membri lo strumento di «democrazia diretta» per canalizzare la domanda di Europa da parte dei cittadini europei.
Questa domanda di Europa non è una invenzione «propagandistica» delle forze federaliste europee, ma è confortata da una serie
di rilevamenti demoscopici effettuati dai più
'' Assistente al Parlamento Europeo
COMUNI D'EUROPA
importanti istituti europei. La Commissione
prima, e 1'Integruppo federalista per l'Unione
europea del Parlamento Europeo, hanno commissionato dei sondaggi di opinione i cui risultati, senza avere un valore giuridico vincolante, mostrano la crescente richiesta di Europa dei cittadini europei.
Queste indicazioni sono chiaramente riscontrabili nei risultati del terzo sondaggio di opinione organizzato per conto dell'Intergruppo
federalista dallo European Omnibus Survey,
risultati che sono apparsi sui principali giornali europei (per l'Italia, «La Repubblica») il
sedici dicembre scorso.
Ci sembra interessante analizzare i risultati
di questo sondaggio che precede quello che
verrà effettuato immediatamente prima delle
prossime elezioni europee. Analizzare bene i
risultati dell'indagine demoscopica significa
giungere ad alcune importanti considerazioni
su alcune iniziative europee come quella attualmente in discussione nel Parlamento Europeo.
La prima domanda del questionario riguarda l'instaurazione di politiche comuni in alcuni importanti settori. O t t o europei su dieci si
sono pronunciati per una politica economica
e sociale comune: si è registrata una maggioranza assoluta in undici paesi su dodici mentre si è avuta una maggioranza relativa in Danimarca.
Sette europei su dieci si dichiarano favorevoli alla creazione di una organizzazione comune di sicurezza e di difesa: si è registrata
una maggioranza assoluta in undici paesi su dodici e una minoranza esigua in Danimarca.
Sei europei su dieci sono in favore di una
politica estera comune. I n questo caso, si è registrata una maggioranza assoluta in dieci paesi, una sostanziale eguaglianza tra favorevoli
e contrari nel Regno Unito e una maggioranza contraria in Danimarca. L'adozione di una
moneta europea comune è invece una materia
più controversa. I1 sondaggio ha rilevato una
maggioranza assoluta in nove paesi della Cee.
Nella Repubblica Federale tedesca si registra
una maggioranza relativa (46% contro il 40%)
mentre in Danimarca e nel Regno Unito vi è
una maggioranza contraria.
Se gli europei - con percentuali che si aggirano in media tra il 60 e il 73% - si dichiarano favorevoli alla istituzione di politiche comuni, meno omogenee sembrano le loro opinioni riguardo all'istituzione che deve attuare
tali politiche. Inparticolare, infatti, nell'insieme degli europei, una maggioranza del 53%
si dichiara in favore della formazione di un governo europeo, con delle differenze considerevoli tra un paese e l'altro.
Sono a favore dell'istituzione di un governo europeo il 75% degli italiani, il 64% dei
belgi, tra il 60 e il 50% dei portoghesi, dei
francesi, degli irlandesi, degli spagnoli e dei
greci, il 49% dei tedeschi, 48% dei lussemburghesi.
Sono decisamente contro gli inglesi (sono il
37% i contrari) e i danesi dove si registra il
63% dei pareri sfavorevoli.
Nonostante i risultati negativi nel Regno
Unito ed in Danimarca, si registra anche in
questi due Stati una crescita di consenso sull'idea del governo europeo. In definitiva, tra
le persone interrogate che si sono dichiarate
favorevoli alla formazione di un governo europeo, una larga maggioranza desidera una politica comune nei quattro settori esaminati. Per
contro, non si è verificato l'inverso.
Su 100 persone che sono favorevoli all'istituzione di autentiche politiche comuni, solo
un terzo non è favorevole alla formazione di
un governo europeo. La seconda domanda è
stata posta agli intervistati riguardo la possibilità di creare l'Unione europea tra gli Stati
che intendano farlo senza che una minoranza
di essi possa impedirlo.
Rispetto ai due sondaggi precedenti, la maggioranza delle persone interrogate, ad eccezione degli inglesi e dei danesi, è favorevole all'Europa a geometria variabile e per l'ipotesi
prevista dall'articolo 82 del Progetto Spinelli.
I1 maggior consenso si è realizzato in Italia
dove il 72% si dichiara favorevole all'unione
europea «tra chi ci sta» con percentuali piuttosto significative in Belgio ed in Francia (rispettivamente il 63 e il 53%). Nella Repubblica Federale tedesca il 48% degli intervistati
si dichiara favorevole a questa eventualità.
I1 terzo quesito che è stato posto agli intervistati riguarda il progetto di conferire al Parlamento Europeo il mandato di redigere una
costituzione europea. Su questa idea sei europei su dieci sono favorevoli. Le maggioranze
vanno dal 78% in Italia, al 72% in Francia,
al 49% in Grecia e al 38% nel Regno Unito.
Solamente in Danimarca una larga maggioranza (il 45%) è contraria a questo progetto.
L'evoluzione, rispetto ai due sondaggi precedenti, mostra che l'idea del «mandato costituente» al Parlamento Europeo sta progressivamente trovando favore. I1 60% degli intervistati è favorevole. Salta agli occhi la percenGENNAIO 1989
tuale degli «indecisi», circa il 27% rispetto ai
contrari, che sono il 13%.
Si può prevedere che uno sforzo di informazione durante la campagna elettorale potrà
certamente accentuare l'evoluzione favorevole in atto. L'ultimo quesito riguarda il referendum a livello europeo: agli intervistati è stato
chiesto se fossero a favore o contro la celebrazione di una consultazione popolare sulla realizzazione dell'unione europea.
Le risposte a tale quesito sono generalmente favorevoli. Più di otto su dieci sono le persone favorevoli in Italia, in Danimarca, in Irlanda ed in Grecia; tra sette e otto su dieci negli altri paesi.
Naturalmente le motivazioni che sono alla
base di questo generale consenso sono differenti da Stato a Stato; basti pensare alla Danimarca dove una buona parte della popolazione vede con molta reticenza il progetto di
Unione europea.
Al termine di questa fredda analisi di dati
e percentuali, possiamo tranquillamente giungere a conclusioni «trasparenti». Malgrado la
valenza del tutto particolare dei sondaggi di
opinione, non può essere negato che esiste all'interno della Comunità un aumento del consenso sulla realizzazione dell'unione europea.
Se la maggioranza dei cittadini europei è favorevole alla realizzazione di autentiche politiche comuni, quindi all'attuazione dell'integrazione positiva, essa è altresì favorevole all'Unione europea. Meno chiari, come abbiamo visto, sono per l'opinione pubblica gli strumenti attraverso i quali raggiungere questi
obiettivi. Ecco dunque che il compito delle forze federaliste europee è quello di canalizzare
questa istintiva domanda di Europa verso
«conclusioni federaliste». E se a queste conclusioni alcuni Stati membri sono arrivati, pensiamo alllItalia e al Belgio, altri e più energici
sforzi debbono essere concentrati in Francia
e nella Repubblica Federale tedesca, il cui consenso è indispensabile per far progredire l'evoluzione in atto.
I1 momento è realmente cruciale: se l'Atto
unico ha avuto come effetto quello di dare una
sferzata di novità d a stagnante routine comunitaria, è pur vero che ora è il momento di operare un'autentica rivoluzione democratica per
rendere effettivamente democratico il sistema
comunitario.
Se i risultati del sondaggio dell'Intergruppo Federalista indicano l'Italia come uno Stato europeista, una ulteriore conferma ci viene
dal voto unanime con cui la Camera dei Deputati ha adottato il progetto di legge costituzionale per associare alle elezioni europee del
giugno 1989 un referendum sul mandato costituente. Si tratta del primo passo verso un'iniziativa che, se confermata, rappresenterà una
grande svolta politica per la Comunità nel suo
complesso. Lungi da considerarlo un fenomeno parziale e pericoloso, come sembra sostenere il nostro governo, la celebrazione di un
simile referendum in Italia darebbe al nostro
paese un peso «federalista» molto forte difficilmente ignorabile da parte degli altri governi nazionali.
I1 governo italiano, e coloro che ne ispirano
le scelte di politica estera (anche se proprio per
l'interdipendenza dei fenomeni comunitari si
tratta di un problema di politica interna), non
possono permettersi di affossare la celebrazione del referendum. Esistono a tale riguardo numerosi motivi: primo tra tutti l'effetto estero
di una tale iniziativa. I n Belgio, per esempio,
alla luce dell'evoluzione in atto in Italia, si registra un medesimo tentativo da parte di alcuni parlamentari nazionali. Ugualmente si avverte un certo fermento in Francia. Probabilmente, per gli altri Stati membri della Cee è
già tardi. Probabilmente lo è già per il Belgio
e per la Francia.
I partiti politici non possono permettersi il
lusso, di fronte ad una opinione pubblica, di
far affogare il referendum sull'unione europea
per piccole e oscure scaramuccie di bottega oppure per insignificanti ed assurde preoccupa-
Proseguire sulla strada intrapresa
I1 Sindaco di Rosignano Marittimo, Giuseppe Danesi, mentre riceve dal parlamentare Bernard
Dupont la Bandiera d'onore del Consiglio d'Europa. Alla manifestazione, 1'11 ottobre 1988, erano
presenti tre folte delegazioni delle città gemellate: Pardubice, Champigny e Musselburg
GENNAIO 1989
Sotto le parole niente?
(segue da pag. ISi
rio (Bangemann) e con alcuni governi nazionali.
Tradito anche dallo scarso europeismo del
governo italiano (che avrebbe potuto e dovuto difendere con determinazione le esigenze
d i principio avanzate da Delors dopo il Consiglio europeo di Hannover) il Presidente della Commissione designato ha dovuto così «subire» le pretese di alcuni capi di governo
(Thachter e Kohl) e, quel che è più grave, di
alcune lobbies industriali che hanno portato
fra l'altro all'incarico nel settore audiovisivo
affidato al lussemburghese Dondelinger.
Delors ha avuto da parte sua buon gioco nell'imporre ai commissari un basso profilo politico (dov'è finita la competenza per le questioni istituzionali in una Commissione chiamata
ad agire alla vigilia delle elezioni europee e di
una legislatura d i fatto «costituente»?),certamente conforme ai desideri di molti governi
nazionali.
Per quanto riguarda le lacrime versate da chi
guidava la «cordata» pro-Ruggiero (Scalfari) sui
modesti portafogli avuti dai commissari italiani, ci permettiamo di esprimere qualche dubbio europeo su tale italiota catastrofismo.
Le questioni della protezione ambientale e
dello sviluppo tecnologico della Comunità sono essenziali per raggiungere l'obiettivo 1992
garantendo alla Comunità non solo la realizzazione di una g a n d e area di libero scambio,
ma un progresso economico conforme ad una
visione nuova della qualità della vita e del territorio che ci circonda ed un rafforzamento
della competitività del nostro sistema industriale.
Si tratta evidentemente di gestire queste due
politiche facendole uscire dallo stato di cenerentole delle azioni comunitarie, sapendo che
una battaglia di questo genere avrà il sostegno
di vasti settori delle nostre società e della maggioranza delle forze politiche rappresentate nel
Parlamento europeo.
Avendo apprezzato le capacità di gestione
dimostrate da Ripa di Meana nei primi quattro anni della sua esperienza a Bruxelles ed i
risultati ottenuti da Pandolfi come ministro
dell'agricoltura (anche se, talvolta, essi sono
stati messi al servizio di questo o quell'interesse corporativo italiano), siamo certi che i
commissari italiani sono pronti a battersi per
lo sviluppo equilibrato dell'integrazione comunitaria, mantenendo costantemente come punto di riferimento l'obiettivo dell'unione europea secondo lo spirito ed il metodo dell'azione svolta dal Parlamento europeo e da Altiero
Spinelli.
COMUNI D'EUROPA
&J
I LIBRI
L'Europa nella parola letteraria
Armando Gnisci, Appuntamenti, Palermo, Palumbo 1988, pp. 177, L. 16.000.
Appuntamenti è il primo libro della nuova
collana di Letteratura comparata e Storia delle idee «Aurora» che Armando Gnisci e Gianni
Puglisi dirigono per l'editore Palumbo di Palermo. Questa collana intende presentare lavori che affrontino tematiche di frontiera tra
la critica letteraria, l'estetica, la storia della cultura e la filosofia.
Armando Gnisci, docente di Letterature
comparate all'università di Roma «La Sapienza», ha raccolto in questo volume undici scritti
preparati e presentati in occasione di lezioni,
seminari e conferenze, tenuti in 'Italia e in Europa negli ultimi anni.
Ma perché presentare questo testo su una
rivista come «Comuni d'Europa»? Perché potremmo dire - l'Europa e il concetto di civiltà europea disegnano l'orizzonte dei diversi temi trattati. Endre Ady, Majakovskij, Jakobson, Kafka, Borges, Nietzsche, Croce, Sal i n a ~Curtius
,
e le letterature e i saperi non solo
occidentali che sono attraversati nel libro, sono ripensati da Gnisci come facenti parte di
una «rete» - la tradizione europea, appunto
- piena di rimandi e di integrazioni, di vuoti
e anche di contraddizioni, ma comune. Le diverse scritture sembrano così comporre un «disegno» al quale si arriva attraverso tanti piccoli tratti di senso: e riescono a costruire senso una volta «appuntate» insieme.
Esplicita l'idea di letteratura dell'autore:
«un risorsa inesauribile di appigli, connessioni, intese ed appuntamenti, una rete che sempre più, intrattenendo il nostro spirito, tesse
e infittisce il vuoto delle nostre vite». E tutto
questo e la prassi comparatistica ermeneutica
- attenta ai significati, «radicale», ma nello
stesso tempo aperta all'ascolto del testo e alla
propria trasformazione - hanno come «punto» la costruzione di uno stile: «lo sforzo di
tenere insieme i testi e la vita, il lavoro e il
destino, la professione e il pensiero, anelando
a scovare tutti i punti di passaggio, e quante
più connessioni possibili tra loro: i transiti e
i sensi».
Ma c'è un saggio nel libro che - oltre ad
essere tenuto entro l'orizzonte occidentale ed
europeo - è centrato proprio sull'idea della
letteratura europea: «L'Europa nella parola letteraria».
Questo testo venne presentato da Gnisci in
occasione del Convegno «L'Europa in copertina - Per un libro senza frontiere» che l'ASE (Associazione Stampa Europea) organizzò
a Firenze nell'ottobre '86 e di cui sono in corso di stampa gli atti.
In questo scritto l'autore argomenta il tema dell'esistenza di una letteratura europea a
partire da due articoli: il primo di Leo Ferrero dal titolo «Perché l'Italia abbia una letteratura europea», su «Solaria» (I, 1929), e l'altro
di Claudio Magris, «Quegli scrittori seduti al
Caffé Europa» («Corriere della sera», 24 sett.
1986) che riporta integralmente la relazione
COMUNI D'EUROPA
«Letteratura e identità europea» da lui tenuta
il 16 sett. 1986 al convegno «Europagenti»
svoltosi a Venezia.
Nel primo articolo Gnisci sottolinea una frase significativa: «Si chiama letteratura europea quella che dipinge il proprio paese, sottintendendo gli altri»; e nel testo di Magris che
la letteratura può fare oggi «assai poco» e che
«solo rendendosi conto di questa sua pochezza essa svolge realmente una sua funzione», per
«reclamare e contribuire a fondare» un concetto di identità europea.
Gnisci in questo saggio prova a ripensare i
due tempi e orizzonti di possibilità, per arrivare a nominare l'Europa, meglio: «il modo in
cui l'Europa è dicibile e detta dalla parola letteraria». «I1 dire della letteratura, insieme a
quello delle leggi della polis, è il primo dire degli uomini agli uomini in Europa ... La letteratura per l'Europa - aggiunge - sembra essere e funzionare come una specie di predizione fondativa, di didascalia primordiale, che
fin dall'origine ne costituisce l'origine del dire nel dire». Tanto che l'Europa è «riconoscibile» proprio «dalla parola e dalla sua fissazione nella scrittura». La letteratura, fin dall'origine, ha detto l'Europa, «facendo di questa penisola continentale l'immagine della civilizza-
zione della terra, il luogo più diverso e più riconoscibile: la fonte stessa della diversità del
mondo e della sua riconoscibilità come contrada umana, il sottinteso della civiltà mondiale».
Letteratura ed Europa appaiono strettamente ed esplicitamente legate anche in un altro
testo di Gnisci. Ne Il colore di Gaia. Azzuwo
(in corso di pubblicazione), infatti, egli si chiede: «È un caso che la bandiera dell'Europa
"unita" sia un drappo di azzurro intenso costellato da una corona di stelle dorate, come
l'icona della poesia vista e considerata dal Cavaliere Cesare Ripa ...?». No, non è certamente un caso, o - meglio - così preferisce pensare uno studioso di letteratura.
Evidentemente, questo è un modo di argomentare l'idea di Europa diverso da quello della politica o dell'economia. La critica, la letteratura comparata, la filosofia, infatti, pensano o - come accade in questo saggio di Gnisci - provano a ripensare la tradizione europea attraverso concetti che molto spesso appaiono come scontati o ininfluenti rispetto alla vita quotidiana e ai suoi problemi «reali».
L'importante - come sempre - è essere
riusciti a nominare, a partire dalla propria professionalità e quindi dal proprio punto di vista, almeno un tratto, un colore, una curva di
questo grande e complesso affresco che è la nostra civiltà europea.
Carla Valentino
«Erasmus e Comett~:il manuale
del moderno pellegrino europeo
S. Corradi, Erasmus, Roma, Bulzoni editore 1988, pp. 208, E . 22.000
È in libreria un volume di Sofia Cowadi dal
titolo «Erasmus e COMETT - Educazione degli adulti e formazione universitaria transculturale».
Ora, da sempre la storia delllEuropa ha segnato
le tappe di una politica transculturale di scambi,
di penetrazioni, di diffusione: i romani con le loro
conquiste, le loro strade, la loro lingua, il cristianesimo con la d$fusione del verbo divino, le invasioni barbariche, le repubbliche marinare, la
«peregrinatio» universitaria, i mercanti e i banchieri, la «peregrinatio»umanistica, le grandi scoperte, la stampa e cosi via (tutto questo malgrado le guerre, le pestilenze, le invasioni, le lotte
religiose).
Oggi il simbolo della <qeregrinatio»umanistica, di una cultura di comprensione e di tolleranza, vale a dire di una cultura europea, Erasmus
di Rotterdam, è la sigla di una iniziativa (European Community Action Scheme for the Mobility of University Students) varata dalla Comunità Europea nel maggio del 1987.
Il programma Erasmus, come è noto, si propone mediante l'erogazione di borse di studio e
di altre provvidenze, di decuplicare l'interscambio di studenti universitari tra gli atenei dei vari
Paesi delllEuropa comunitaria, con il pieno riconoscimento degli studi compiuti all'estero ai
fini del conseguimento della laurea.
Il Programma COMETT, tende a promuove-
re la collaborazione tra Università e Imprese di
vario tipo, pubbliche e private (Camere di Commercio, associazioni imprenditoriali, sindacati,
ecc.) per una formazione a livello universitario
basata sulle nuove tecnologie.
In tal modo, attraverso accordi tra gli Stati a
favore della formazione dei giovani, l'Europa rivendica la sua vocazione di non essere solo
un'Europa di mercato, di prezzi, di finanza, ma
un'Europa politica e perciò stesso culturale.
Sofia Cowadi, afionta le tematiche dei due
Programmi Erasmus e COMETT, con la padronanza e la partecipazione di chi ha vissuto in prima persona le vicende comunitarie che portarono all'approvazione.
Il libro, secondo una tradizione pragmatica di
stampo anglosassone ha il merito di essere una
«guida»: infatti è ricco di consigli utili, di esempi, di note e porta in allegato il bando di concorso Erasmus, ma è anche una storia delle vicende
europee in questo cammino verso l'integrazione
culturale, una rivendicazione del ruolo primario
avuto dalla Conferenza Europea dei Rettori e in
particolare dalla Conferenza dei Rettori italiani, cosi che il libro è anche ricco di problematiche più vaste e generali, come l'autonomia universitaria per una coscienza innovativa del diritto allo studio, oppure il superamento della dimensione professionale e l'educazione alla pace.
Una puntuale bibliografia sugli algomenti presi
in esame chiude il volume.
Anna Lorenzetto
GENNAIO 1989
LETTERE
Una riforma della finanza locale
sensibile alle scelte territoriali
Montalcino, 19 settembre 1988
Caro Direttore,
la situazione presente della finanza locale in
Italia conferma le indicazioni generali formulate dallJAICCRE nelle stte tesi srt [la riforma delle autonomie, pttbblicate sttl nttmero di novembre di Conzuni d'Ettropa.
Faide tra Tesoro e Interno, rivolttzione culturale, tagli pereqttati, sono qttesti i termini qttotidiani prodromici alla irrinviabile riforma della
finanza locale.
Intanto ormai oltre il 60% dei Comuni presenta consuntivi in deficit, i bilanci preventivi solo fomjalmente in pareggio e notoriamente in
rosso.
E si che anche la Corte dei Conti, tra un colpo al cerchio e un altro alla botte, ha recentemente rilevato i ritardi della legislazione contabile e finanziaria, «la nzancanza dì ttn concreto
raccordo ed armonizzazione del diritto in fieri con
quello vigente» e quindi la necessità di ztna pizì
ampia autonomia impositiva negli Enti Locali.
Con la riforma tribtttaria del 1971/1973, ispirata al principio dell'accentramento nello Stato
del potere impositivo e la consegttente soppressione dei pizì significativi tributi comttnali, la
compnlsazione con le compartecipazioni, con la
INVIM, svilita e irrisoria oggi per i marchingegni di valtttazione degli immobili, l'ILOR sempre acqzrisita al bilancio dello Stato, fu introdotto ttn regime di finanziamento transitorio che
avrebbe dovttto durare fino al 1977 in attesa della
riforma delle Atttonomie Locali.
Da oltre 15 anni, e con I I di ritardo szri sistema finanziario provvisorio (sic!) la finanza dei
Comrtni si presenta oggi qttasi esclusivamente il?centrata sai trasfn'menha carico del bilancio dello Stato. Il rapporto tra Finanza diretta e derivatu corrente è cosi stimato: imposte, tasse e tribttti speciali circa 12,28%, tar#e ed introiti extratributati con grosso recttpero nell'ttltimo biennio:
15,49% qttindi circa il 70%fonziti dallo Stato.
Con le recenti initovaziotzi hibtttalie: il canone di disinqttinamentodelle acque provenienti da
ttsi civili e prodztttivi, la tassu sttlle concessioni
comunali, gli addizionali sui consttmi civili e prodzrttivi dell'energia elettrica ora resa obbligatoria, la SOCOF limitatamente all'anno 1 983 (la
TASCO è rimasta a livello di proposta) si è driblato il problema cercando di rintttzzare le istanze
atttonomistiche. Purtroppo in qttesti tre lttstri i
Comuni sono stati considerati centri di spesa da
condizionare e controllare attraverso la sistematica ridttzione di certezza legislativa comprimendo gli spazi di manovra e deresponsaOilizzando
gli amministratori nel rapporto tra spesa e prelievo fiscale.
Dunqtte la condizione essenziale della riforma della Finanza locale è l'autonomia finanziaria con potestà impositiva da attribttire nnovamente ai Comttni riducendo la dipendenza di
GENNAIO 1989
questi dalla finanza centrale e stabilendo un nuovo equilibrio fra le due fonti d'entrata.
Un sistema cioé che garantisca risorse adeguate alle necessitàfinanziarie con possibilità di modificare il livello d'entrata.
La soluzione non è certo semplice in quanto
oltre a stttdiosi contrari all'atttonomia impositiva, c'è ztn'altva grossa difficoltà ad individttare
la base imponibile, e alla gestione, mentre ancora si rilevano resistenze a pagare ttn costo politico di applicazione dei tribzrti di fronte alla preferenza per il sistema dei trasferimenti che coinvolge anche il Ministero delle Finanze vedendosi
ridotta la ara materia imponibile o tolta la gestione di inzportanti cespiti.
L'autonomia finanziaria di contro potenzia le
atttonomie locali svincolandole dalk direttive statali indotte con la finanza derivata, riduce il deficit del bilancio statale, qualifica la ftnanzzr di
trasferimento, ma sopratttttto responsabilizza le
scelte politiche locali in terrrzini di efficienza economica.
La base imponibile dovrà essere individuata
tenendo conto della connessione tra vantaggio della spesa per il cittadino e prelievo. Iiroltre dovrà
essere facilmente localizzabile, meglio se esclttsivamente sul territorio dell'amministrazione interessata. Ma sopratttttto dovrà avere una caratteristica, qttella di essere ((elastica rispetto alle
scelte locali», cioé tale da procttrare maggior reddito nel c a o di maggiore livello dei servizi generali per ttttti coloro chefittiscono dei servizi locali.
Ciò non implica che si debba individttare un
solo tribttto, purché l'applicazione sia semplice,
anche se ormai è limitato il nttmero dei cespiti
m
tributari disponibili, i pi2 significativi dei quali
sono saldamente in mano dello Stato. Né avrebbe senso un accotpamento di tributi su un unico
cespite che si risolverebbe in una insignificante
sommatoria, né dovrebbe essere aggiuntivo dell'attuale pressione fiscale, semmai perequativo.
Anche gli undici tributi esistenti già riscossi dai
Comuni, attraverso una loro sistematica revisione con adeguato aggiornamento dell'impianto
possono svolgere ttna fttnzione importante per il
rieqttilibrio delle risorse locali.
La Finanza locale potrebbe essere pertanto ripartita srt tre fronti di ttgttale importanza: tariffe
locali, tribttti comztnali, trasferimenti, cosicché
si possa effettivamentegovernare la spesa, e le risorse in rapporto agli obiettivi da consegzrire attuando ttna politica di bilancio fttnzionale agli
stessi, anziché ttn 'attività mevamente previsionale
spesso una enttnciazione di principi.
I trasferimenti rtatali,fermo restando ttna quota rapportata all'ttltimo anno di gestione della Finanza derivata, possono essere qttalificati rispetto alla capacità fiscale locale con incentivazione
allo sforzo organizzativofiscale ed alla efficacia
progettttale ecl operativa dell'Ente.
L'ttnico tentativo recente, ben lontano dall'autonomia tribtttaria, è stata la SOCOF, di fatto
ttna sovrimposta fondiaria, mentre la TASCO è
stata rifitttata in ipotesi, ed ora si delinea la TAU
(tributo per l'ambiente ztrbano), che dovrebbe sostitttire la tassa per la raccolta dei rifirtti ed essere applicata con tar#a a metro quadro individuata dal Comune tra ttn minimo ed ttn massimo per tatti gli immobili, il ctti gettito è stimato
in circa 2.500 miliardi. Nttlla di incisivo drtnqrre.
È inossidabilmenteimportante pertanto attttare
la riforma della Finanza Locale non in termini
di rastrellamento di risorse, ma finalmente pensando i Comuni quali istitttzioni fondamefz~ali
della Repubblica.
Riccardo Tenerini
l.5egrrtarzo rf~mtitialedz i\.iovitalcii~oi
Una proposta per la biblioteca
della Comunità europea a Roma
Roma, 3 1 lttglio 1988
Egregio Direttore,
ti scrivo nella mia qualità di modesto strtdioso - ormai da qttarant'anni! - di problemi ettropei, oltre che di ex-addetto ai lavori.
A lttngo e in pizì occasioni - e in particolare
scrivendo il mio saggio sttllJUnionePolitica Europea, edito dal Senato, nonché i miei dtte volumi sul Parlamento Ettropeo - ho avttto occasione di consrtltare con profitto la biblioteca (piccola, ma specializzata e assai fornita) che allora
esisteva, in Via Poli, presso l'ufficioromano delle Comzrnità Europee. E, freqttentandola, ho avuto occasione di constatare, a pizì riprese, qttanto
numerosifossero gli studenti che giornalmente vi
studiavano e preparavano i loro esami e soprattutto le loro tesi.
,
Orbene, pttraoppo già da oltre dtte anni qztesta biblioteca è chittsa e gli ttjfficicompetenti non
prevedono U I M sua riaperttcra: si che. a quel che
credo, detta biblioteca non viene neppur tenttta
aggiornata, con nttove accessioni, con la continttazione delle collezioni di riviste ecc. Il ttttto
resta ad ogni modo inaccessibile, a studenti e stadiosi, a tempo indeterminato.
Non disctcto le carae di forza maggiore (dovttte, ritengo, soprattutto alla mancanza di spazio)
che hanno reso inevitabile e irrevocabile tale decisione. Anzi, vorrei formttlare ttna proposta proprio dando per ammessa, senza disctttere, tale inevitabilità.
Pressoché coitemporaneamente a tale chittsr{COMUNI D'EUROPA
ra sine die della biblioteca di Via Poli, gli Uffici del Parlamento Europeo si sono trasferiti in
Via IV Novembre, in una sede eccezionalmente
ampia e ricca di numerosi locali. Perché non traslocare li anche quella biblioteca, riaprendola al
pubblico e - ciò che in via IV Novembre è possibile - ampliandola e potenziandola?
Non è mio compito scendere a ulteriori particolari amministrativi:ma non vorrei, almeno, sottacere che vi sono, negli uffici romani del Parla;
mento Europeo, persone particolamente adatte
e - ciò che soprattutto conta - ben disposte
a metter in opera la soluzione da me prospettata. Né dovrebbe costituir d#icoltà burocratica
insomontabile aggregare a dette persone - eventualmente e se necessario - quelle due o tre valenti bibliotecarie che in Via Poli raccoglievano
e schedavano le pubblicazioni e, con molta competenza e cortesia, si mettevano a disposizione del
pubblico.
Il problema, come Tu ben comprendi, è soprattutto educativo e culturale, e va quindi molto al di là dei nostri personali interessi, Tuo e
mio, di europeisti e di federalisti giacché - per
fare un esempio limite - il fatto che Tu non sia
maomettano, né abbia (almeno spero) nessuna
simpatia per il fondamentalismo islamico certamente non Ti fa velo, da uomo di studi qual sei,
a riconoscer l'esigenza essenziale, in un Paese civile, che gli studiosi e studenti d'islamistica abbiano a disposizione tutti gli strumenti utili allo
svolgimento della loro attività. E più che utili
dovrei dire indispensabili, quando tali strumenti
non siano facilmente reperibili in altra sede, com'è nel nostro caso.
Confido che questa mia lettera possa esserportuta a conoscenza sia dei nostri parlamentari europei, sia della Rappresentanza italiana a Bruxelles, sia, infine, degli Ufficicompetenti del Ministero degli Esteri e del Ministero per gli affari
comunitari si che tutti - ciascuno per la sua parte - mettano una buona parola in favore di
quanto ho suggerito: in particolare presso il Commissario Ripa di Meana che mi sembra dovrebbe esser, per ragioni di competenza, il più direttamente interessato.
Si sarà dato cosi un contributo (modesto quanto si vuole, ma non del tutto insignificante) non
tanto alla causa europea, ma - insisto su questo punto - a quella, più generale, dell'informazione, della cultura, della preparazione di studiosi e studenti della materia, quali che siano poi
i loro orientamenti politici e dottrinali.
Ti ringrazio dell'attenzione e Ti saluto cordialmente.
Andrea Chiti-Batelli
DALLE PAGINE INTERNE
Le indicazioni dell'ultimo sondaggio d'opinione
(segue da pag. 17)
zioni di «velleitarismo europeista» di fronte
agli altri Stati membri della Cee.
Francamente non capiamo nè le ragioni di
politica interna nè le ragioni di politica estera
che potrebbero impedire questa straordinaria
espressione d i volontà da parte degli italiani.
Come dicevo sono molte le ragioni che spingono il nostro Parlamento a portare avanti l'iniziativa del Movimento Federalista Europeo
anche di fronte all'apatia o al disinteresse delle altre assemblee rappresentative.
E torniamo nuovamente all'attualità: al termine del Consiglio europeo di Rodi, il nostro
presidente del Consiglio ha dichiarato alla
stampa che troppe ambiguità pesano sulla realizzazione del grande mercato unico. E guarda caso, Ciriaco De Mita ha evocato le tre ragioni - da noi precedentemente indicate che impedirono ed impediscono la realizzazione di una più stretta integrazione europea.
L'armonizzazione fiscale, l'eliminazione fisica delle frontiere e l'istituzione dell'unione
monetaria.
Su questi tre argomenti De Mita si è impegnato a presentare al prossimo Consiglio europeo di Madrid un memorandum del governo italiano. Ma De Mita si è spinto oltre: egli
infatti ha dichiarato che sarà necessario modificare l'attuale sistema istituzionale. Ed anche su tale materia egli presenterà delle proposte concrete agli altri capi di Stato e di Governo a Madrid. Ebbene, questo appuntamento è previsto dopo le prossime elezioni europee e dopo l'eventuale celebrazione della consultazione popolare.
I n tal modo, forte dell'appoggio del popolo
italiano, il nostro governo potrà presentare una
proposta «forte» e difenderla da posizioni di
particolare vantaggio.
E questa proposta non potrà che essere quella - fatta a nome del popolo italiano (e non
solo del governo) - di conferire al Parlamento Europeo il mandato di redigere un Trattato istituente l'unione europea. E in quella sede, di fronte ad una proposta concreta avallata da una precisa manifestazione di volontà e
di consenso dei cittadini italiani e dal crescente
consenso dei cittadini europei, sarà ben difficile per gli altri governi degli Stati membri rifiutare una simile iniziativa. Ecco una ragione in più, rispetto alle tante, per pretendere
la celebrazione del referendum.
- -
Affinché il progetto divenga realtà, è necessaria una forte pressione di tutte le forze politiche economiche e sociali che, all'esterno del
Parlamento italiano sono impegnate in questa
lunga ma necessaria battaglia per l'Unione europea.
m
(segue da pag. 2)
si potrà rafforzare il dialogo tra gli Enti territoriali e la Comunità europea. Noi abbiamo
premuto affinchè iniziasse la sua attività prima possibile, malgrado le riserve su come è stato concepito e le preoccupazioni per il lavoro
che potrà svolgere. Resta, malgrado ciò, una
conquista importante e per questo faremo tutto quanto ci compete ed è nelle nostre possibilità perchè assolva pienamente alle finalità
che abbiamo indicato.
I cambiamenti e le conseguenze, pur di diverso segno, che si determineranno con l'attuazione dell'Atto Unico, ed in particolare con
la formazione di un mercato europeo unico,
inducono in tutti i campi ed a tutti i livelli una
profonda indagine di comprensione ed uno
sforzo intenso di ridefinizione delle strategie,
degli obiettivi e quindi dei programmi. Si fanno sentire le diversità delle tradizioni storicoistituzionali, le ispirazioni culturali e le esperienze politiche che riguardano sia il tradizionale ruolo delle Regioni e degli Enti locali nel
quadro dei diversi impianti istituzionali, sia la
concezione di una nuova democrazia che non
può limitarsi ad un formalismo istituzionale ma
dovrà imperniarsi intorno ai diritti del cittadino ed interessare tutte le sfere del vivere
quotidiano: istituzionale, economica, sociale,
culturale, ecc.
I1 CCRE potrà e dovrà ritrovare un'unità
politica ed un nuovo impulso d'azione su questa base. È una questione che non riguarda soltanto la prospettiva di un migliore e proficuo
rapporto tra Comunità europea-Stati-Regioni-Enti locali: è la prospettiva stessa della democrazia europea, intesa come equilibrio dei
poteri (locali, nazionali ed europei), con i cittadini consapevoli e responsabili di poter determinare il loro presente e di poter decidere
¤
il loro futuro.
@mmdil3wapo
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