Sarà una risata che (ci) penserà (Pierpaolo Casarin) Inizio con un saluto e un ringraziamento a tutti e in particolare a Don Andrea Gallo e ai ragazzi e alle ragazze della comunità San Benedetto al Porto per l’impegno profuso nell’organizzazione e nella realizzazione di queste due giornate d’incontro e confronto. Il titolo del mio contributo, Sarà una risata che (ci) penserà, si presta a diverse letture che cercherò di chiarire, ma, prima ancora di fare ciò, permettetemi di dire che l’immagine proiettata all’inizio, ovvero l’abbraccio e la risata che vede coinvolti Emir Kusturica e Diego Armando Maradona, vuole essere un omaggio. Un omaggio nei confronti di Walter Kohan e Giuseppe Ferraro che, fra le tante altre cose, sono appassionati del gioco del calcio; vuole anche essere un segnale per tutti quelli che credono nella possibilità di una lettura visionaria della realtà. La seconda immagine proposta (molto in voga qualche tempo fa, ovvero l’arresto dell’anarcosindacalista che, nonostante ciò, sghignazza) porta l’eloquente scritta: sarà una risata che vi seppellirà. Evidente che da questo slogan e da questo sfondo culturale ho tratto ispirazione per l’individuazione del titolo del mio intervento. Anche in questo caso un omaggio, un riconoscimento al pensiero libertario e ai molti partecipanti di queste due giornate che mostrano affinità con questa prospettiva. L’operaio, nonostante l’arresto, ride. Una risata destabilizzante che ci ricorda quanto le idee non si possano imprigionare, nonostante i polsi risultino ammanettati. Quale il senso del titolo di questo intervento? Quale la tesi di fondo di questa relazione che prende questa non usuale nominazione? Innanzitutto una precisazione: con risata intendiamo tutta una vasta area concettuale che comprende l’ironia, l’autoironia, il gioco, l’umorismo, il paradosso. Si tratta di una sintesi indebita, avvicineremo questioni che non sono uguali fra di loro, ma che qui assumeremo come un corpo unico che poi, a veder bene, non ha trovato grande cittadinanza e ospitalità nel panorama della storia della filosofia. Su questo torneremo fra poco, raccogliendo i numerosi inviti di Rosella Prezzo, per una rilettura del rapporto fra filosofia e scena comica. Ma va ricordato, fin da subito, quanto la stessa filosofia pur essendo affar serio di fatto nasce “nell’eco di una risata: il primo filosofo Talete con lo sguardo rivolto al cielo stellato, cade nella profondità di un pozzo facendo risuonare gli scoppi di risa di una serva tracia.”1 Con tale esordio, persino paradossale, il ridere entra nel teatro filosofico da un accesso secondario, rappresentando, prosegue Rosella Prezzo, “un ospite poco gradito e un intruso sconveniente, da tenere a bada o ricacciare nelle basse cucine del palazzo. Quasi che il riso di una giovane serva sia un abisso più profondo di quello di un pozzo. E poche saranno, infatti, le risa nella filosofia all’interno della tradizione, e ancor meno per motivi filosofici.”2 Riteniamo che la risata, e tutto lo sfondo concettuale ad essa sotteso, abbia la possibilità di promuovere un certo esercizio, di creare una condizione di movimento in grado di operare disattese. Ora si impone una domanda: disattese di cosa? Forse del potere? Risultano necessari alcuni approfondimenti. Per Michel Foucault potere vale a dire relazioni di potere. Foucault afferma in un’intervista rilasciata nel gennaio del 1984: “Utilizzo raramente la parola potere e, quando mi 1 2 Rosella Prezzo, Ridere la verità, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994, p. 9 Ibidem [Digitare il testo] capita, è sempre per abbreviare l’espressione che uso sempre: relazioni di potere.”3 Il potere, in questa prospettiva, è sempre presente, in ogni relazione sia essa di natura istituzionale, economica o amorosa. Foucault fa riferimento a quelle relazioni nelle quali uno vuole dirigere la condotta dell’altro. Per Foucault tali relazioni possono essere riscontrate a livelli diversi, sotto forme diverse. Le relazioni di potere, a partire da questo sguardo, divengono “relazioni mobili, possono cioè modificarsi e non sono date una volta per tutte.”4 Foucault procede nella sua analisi, sottolineando quanto le relazioni di potere esistano soltanto nella misura in cui i soggetti siano liberi: “se uno dei due fosse completamente a disposizione dell’altro e diventasse una cosa sua, un oggetto su cui poter esercitare una violenza infinita e illimitata, non ci sarebbero relazioni di potere.”5 Una certa forma di libertà come condizione per l’esistenza delle relazioni di potere, ma non è tutto; nel senso che, per Foucault, nelle relazioni di potere appunto, c’è necessariamente possibilità di resistenza, attraverso sotterfugi, fughe o passaggi violenti, attraverso ribaltamenti della situazione. La situazione diviene insostenibile solo qualora le relazioni di potere dovessero perdere le loro proprietà caratterizzanti. Ovvero allorquando tali relazioni si cristallizzino al punto da divenire perpetuamente asimmetriche e finiscano per “limitare estremamente i margini di libertà.”6 Siamo innanzi ad una condizione di dominio. Forse è su questa asimmetria che si tratta di concentrarsi nell’operazione della disattesa; ciò che costituisce problema è la cristallizzazione del potere, più che il potere. Un potere che non è più reciproco, che si fissa, che così diviene dominio. E’ il dominio da disattendere, da frammentare, per riprendere alcune delle parole che sono state utilizzate ieri nella comunità di ricerca al ghetto. Ma probabilmente c’è altro ancora da disattendere. La disattesa, ad esempio, di un certo tipo di seriosità, di un certo tipo di aderenza acritica alla realtà. Ironia, comico, giochi da intendersi come esercizi di alleggerimento che provino a smobilitare, a diminuire le cristallizzazioni, che tentino, acrobaticamente, di perdere questa forma di rigidità che spesso incontriamo. A questo proposito risultano particolarmente invitanti alcune riflessioni di Pier Aldo Rovatti: “noi siamo immersi nel nostro ovvio mondo quotidiano, il nostro normale e comune essere nel mondo, come lo chiama la filosofia. Questa realtà scorre, per così dire, insieme alla nostra esistenza e raramente ne facciamo un problema. E’ la nostra. Ci accompagna come un’ombra. Il gioco appartiene anch’esso a questa realtà, ma realizza uno scarto.”7 Non si tratta di qualcosa di brusco o di traumatico, non è una dolorosa conversione, “è una sospensione giocosa, una distanza divertente. Avviene, ma è anche una piccola arte che si può imparare. Si può apprendere a realizzare una distanza giocosa dalla realtà.”8 Dalle riflessioni di Rovatti ricaviamo una particolare realtà, non certo rimossa, ma semplicemente mantenuta alla giusta distanza per il tempo del gioco per lo spazio particolare che esso prevede. In questa direzione alcune riflessioni di Eugen Fink: “Si dice che la vita dell’uomo si realizzi in un tendere duro e faticoso verso la comprensione, nel tendere alla virtù e alla bravura, alla stima, alla dignità e all’onore, al potere e al benessere e a cose simili. Si dice per contro che il gioco abbia il carattere dell’interruzione saltuaria, della pausa, che in un certo qual modo si rapporti 3 Michel Foucault, L’etica della cura di sé come pratica della libertà, in Antologia, Vincenzo Sorrentino [a cura di], Feltrinelli, Milano 2005, p. 244 4 Ibidem 5 Ivi, pp. 244-‐245 6 Ivi, 245 7 Pier Aldo Rovatti, Davide Zoletto, La scuola dei giochi, Bompiani, Milano 2005, p. 35 8 Ivi, p. 36 [Digitare il testo] al modo proprio e serio di praticare la vita, come il sonno alla veglia.”9 Agli uomini, in questa luce, la possibilità di emanciparsi dal giogo del lavoro, liberarsi dalla tensione permanente, sgravarsi dal peso degli affari, “liberarsi dall’angustia del tempo parcellizzato per guadagnare un rapporto più disteso con il tempo.”10 Attraverso il gioco, una pausa, una disattesa delle logiche del profitto ad ogni costo talvolta esterne alla nostra volontà, ma in certe situazioni prodotte e rinforzate, persino inconsapevolmente, dal nostro modo di relazionarci con gli altri e con il mondo. Tornando al titolo della relazione: ci sono tre possibili modi di intenderlo. Anzitutto il “ci” è fra parentesi perché potrebbe essere omesso e allora Sarà una risata che penserà. Si intende valorizzare la possibilità riflessiva del riso. Un terreno privilegiato per muovere riflessioni sul mondo. Oppure senza omettere il ci, Sarà una risata che ci penserà, ecco che il comico, la risata diviene un punto di auto-osservazione e auto-riflessione privilegiato. Un’occasione di rivisitazione di ciò che siamo, un ponte verso ciò che potremmo essere ulteriormente, un modo per pensare altrimenti. Infine sarà una risata che ci penserà nel senso che sarà in grado di occuparsi delle questioni che si troverà innanzi, nel senso che si mostrerà capace di fronteggiare le difficoltà. a) Vediamo un po’ la prima: Sarà una risata che penserà. Attribuiamo al riso, al comico, una capacità decisiva, quella di pensare. Un diritto, una titolarità che la storia della filosofia ha concesso a fatica. Nel lavoro di Rosella Prezzo intitolato Ridere la verità alcune importanti prove che testimoniano quanto la filosofia non vedesse di buon occhio ironia, riso e tutto ciò che potesse, in qualche misura, destabilizzare il sapere costituito. Per Platone, ad esempio, l’eccesso del riso risulta essere incompatibile con gli equilibri della città ideale e la corretta formazione dei suoi guardiani. Il “riso inestinguibile” del troppo gioioso popolo degli dèi di Omero diviene un pericolo per gli arconti e per tutti i buoni cittadini, risulta essere addirittura un contagio catastrofico che, provocando una “violenta mutazione dell’anima”, tende a sfuggire a ogni controllo11. Ulteriori testimonianze contro l’ironia provenienti dall’accreditato e serio mondo della filosofia, sapientemente messe in evidenza dalla Prezzo, ci provengono da Hobbes e Vico. In Hobbes il riso è unicamente il ridicolo che si fissa nella maschera dello scherno dettato dal disprezzo verso gli altri: nel riso non ci si diletta della compagnia altrui, ma solo della propria gloria: “il gloriarsi subitaneo è la passione che produce quelle smorfie chiamate riso.”12 Con Vico, la situazione non muta, anzi. Per Vico il riso13, pur se legato alla nostra natura razionale, è “molto spesso irragionevole in quanto oblio dell’utile, peccato contro la decenza, trovando la sua fonte erronea nell’immaginazione che, incapace di esatti giudizi poiché si basa su immagini ancora grossolane, entra in conflitto con l’intelletto.”14 Quando la dimensione comica, l’ironia, il riso insomma, acquistano un po’ di cittadinanza, trovano dignità di espressione nel panorama della filosofia? Quando il tema del riso diviene centrale per l’indagine filosofica? Quando, cioè, la sfida alla speculazione filosofica, che secondo Bergson il riso ha continuato a lanciare15, viene da essa raccolta fino a produrre veri e propri slittamenti all’interno del discorso filosofico, portando a conseguenze non del tutto 9 Eugen Fink, L’oasi del gioco, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008 p. 8 Ibidem 11 Cfr. Platone, La repubblica, in Opere complete, G. Giannantoni [a cura di], Vol. VI, Laterza, Bari 1987 12 Thomas Hobbes, Leviatano, La Nuova Italia, Firenze 1988, p. 56 13 La teorizzazione vichiana sul riso si trova in una digressione di un opuscolo polemico dal titolo Vici vindicae. La traduzione del capitolo sul riso dal titolo Dell’ingegno umano, dei detti arguti e del riso di tale testo si trova in G. B Vico, Opere, Ricciardi, Mlano-‐NapoIi 1943 14 Rosella Prezzo, Ridere la verità, Raffaello Cortina editore, Milano 1994, p. 16 15 Cfr. Henri Bergson, Il riso. Saggio sul significato del comico, SE, Milano 2002 10 [Digitare il testo] prevedibili? In questa lenta torsione, scrive Rosella Prezzo, “in questo lento scivolamento, come dallo spirito al motto di spirito o anche dalla filosofia del ridere al ridere della filosofia, è come se il regolare ritmo binario respiratorio del pensiero venisse interrotto dalla sincope del ridere che diventa l’impensabile stesso che dà da pensare.”16 Con Kant i primi segnali di una diversa considerazione del riso (siamo nella Critica del giudizio). Con Bataille l’ospite emarginato diviene gradito. Figura decisiva in questo trasformazione, in questa differente attribuzione di importanza è sicuramente quella di Nietzsche. Così si esprimeva nei riguardi di Hobbes: “A dispetto di quel filosofo che da vero inglese cercò di creare una cattiva fama al riso in tutte le teste pensanti dicendo ‘il riso è un grande malanno della natura umana che ogni testa pensante dovrà sforzarsi di vincere’, mi permetterei persino di stabilire una gerarchia di filosofi secondo la dignità del loro riso su fino a quelli che son capaci dell’aureo riso … Posto che anche gli dei filosofeggino - come più di una deduzione mi ha indotto a credere -, non dubito che essi sappiano anche ridere in una guisa nuova e sovrumana - e in barba a tutte le cose serie! Gli dei amano motteggiare: pare che nemmeno nelle sacre azioni possano impedirsi di ridere.”17 Qua c’è un cambio di passo, un capovolgimento: questi sono dei semplici rimandi, ma si tratta di una rilettura, in cui il riso non è estraneo al pensiero, diventa un esercizio da apprendere, una modalità. Si può dire, attraverso Nietzsche, che la filosofia rida del suo soggetto di verità e della sua posa. Questi riferimenti al panorama della storia della filosofia non implicano una fuga dalla nostra condizione. Noi, presunti esperti di pratiche filosofiche, ad esempio, talora andiamo in giro dicendo di fare filosofia,assumendo posture talvolta involontariamente comiche. A parte che questo fatto potrebbe far già ridere di per sé, rispetto a questa questione in che modo ci moduliamo? In che modo la nostra seriosità entra in gioco? Si potrebbe anche morire dal ridere. Bataille, il filosofo dell’eccesso arriva ad affermare che “ridere è pensare.”18 La filosofia che ride di se stessa. Illuminante. A questo punto vorrei però aprire una parentesi relativa ad un rischio connesso a questa operazione di accreditamento dell’orizzonte comico o ironico che dir si voglia. Rischio che non ci deve far desistere dall’intento, ma che ci metta in guardia da alcune semplificazioni. Il rischio, se prendiamo le cose con eccessiva superficialità che, in questa prospettiva, il riso divenga sinonimo di disimpegno, banalità. Siamo nel terreno della barzelletta greve che crede di sdrammatizzare ogni cosa, che ritiene di poter rendere praticabile ogni condotta. Siamo nel mondo dei sorrisi di plastica e dell’artificio retorico che sminuisce ogni problematica e finisce per disimpegnarci da ogni analisi critica della realtà. Siamo, evidentemente, nel panorama politico a cui il nostro paese è stato abituato in questi ultimi venti anni. Altra questione che ci pare interessante considerare, anche se di altro ordine, è quella legata al rischio di manomissione delle parole che in questa società probabilmente ha a che fare anche con un processo mediatico e che comunque produce effetti. Pensiamo alla parola “libertà” ad esempio, termine che un tempo sembrava permettere respiri ampi, concetto che ci imponeva riflessioni storiche e politiche di una certa rilevanza. Ora qualsiasi organizzazione politica che nasce deve aver dentro questa parola. Situazione affaticante, viene persino voglia di trovare la libertà altrove, lontano dall’alone che circonda la sua ossessiva e strumentale presa in considerazione. Assistiamo ad una svalutazione di questo termine. E’ dappertutto ( “sinistra e libertà”, “futuro e libertà”, 16 Rosella Prezzo, Ridere la verità, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994, p. 17 Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Adelphi, Milano 1986, pp. 202-‐203 18 George Bataille, L’esperienza interiore, Dedalo, Bai 1978, p. 281 17 [Digitare il testo] “popolo delle libertà”). Libertà è sicuramente una delle parole depredate. Si tratta quindi anche di resistere ad un modo di avvicinare il linguaggio, un modo che presenta delle ripercussioni anche sul piano della condotta. Come resistere a questa deriva? Come dare forma a uno sguardo critico capace di organizzare le nostre esistenze con un certo stile? Possibili suggestioni provengono dalle riflessioni, o meglio, dal progetto politico presente negli scritti di Pier Aldo Rovatti. Mi riferisco anche alla raccolta di scritti intitolati Etica minima, ovvero un tentativo, riprendendo lo spirito pasoliniano, di resistere a certe prevaricazioni, di tornare ad assumersi “il rischio delle proprie parole, adoperando l’ironia, cercando di mettersi sempre in gioco, almeno un poco.”19 Un vero e proprio invito all’impegno. Praticare l’etica minima, sempre riprendendo le parole di Rovatti, “significa accorgersi che al di sotto di una certa soglia non si può scendere, e che allora occorre alzare gli occhi per impedire che la nostra stessa vita conti ogni giorno di meno, si svuoti di ogni senso e si riduca così a denaro, tempo libero, qualche amico.”20 Un messaggio chiaro per continuare a vigilare, per riuscire ad operare distinzioni, per indignarsi, qualcosa che rievoca il memorabile finale de Le città invisibili di Calvino: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”21 Sempre in riferimento al rischio di non riporre la giusta attenzione al linguaggio vengono alla mente le riflessioni di Luigina Mortari intorno alla cura delle parole: “Proprio perché siamo esseri pensanti e il pensare si materializza nel discorso, si può affermare che la sostanza dell’essere umano è costituita dalle parole attraverso le quali nomina il senso dell’esperienza. Se le parole strutturano la casa dell’essere, allora la primaria forma di cura del pensiero consiste di aver cura delle parole così che il dialogo sia un buon modo di porsi in relazione con gli altri.”22 Questa è la strada da seguire, organizzare comunità di ricerca, trovare nelle parole delle attenzioni perché esse possono produrre delle aperture, possano risultare generative. Continua Luigina Mortari: “C’è un modo di pronunciare le parole che risponde al desiderio di sottomettere la realtà: sono le parole che intendono materializzare un potere.”23 In certi contesti ci sono linguaggi che inquietano, usi delle parole che si impossessano del senso della nostra esperienza; pensiamo, ad esempio, a quando andiamo dal notaio: non ci si ricorda nemmeno la ragione del nostro essere in quel luogo, ci si trova sovrastati dai termini utilizzati e dalla velocità con la quale vengono lette le norme. Anche in campo educativo, nel mondo del sociale, nelle riunioni a scuola, si usano termini che divorano la profondità delle esperienze che si progettano e si realizzano; parole stereotipate, logorate da utilizzi molto distanti dall’originario senso. Fortunatamente, ci sono parole che corrispondono al desiderio di costruire comunità con gli altri, vanno trovate, coltivate, sono quelle che Maria Zambrano ha definito “parole di comunione”24. 19 Pier Aldo Rovatti, Etica minima, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010, p. 12 Ivi, p.15 21 Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 1993, p. 164 22 Luigina Mortari, A scuola di libertà, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, pp.62-‐63 23 Ivi, p. 63 24 Maria Zambrano, Chiari del bosco, Feltrinelli, Milano 1991, p.88 20 [Digitare il testo] b) Torniamo ora al secondo modo di intendere il titolo della relazione: Sarà una risata che ci penserà. C’è questa possibile carica autoriflessiva: si assume che la dimensione ironica possa gettare uno sguardo su di noi: la risata è un occasione per pensarsi e ripensarsi, una attenuazione delle nostre supposte verità, delle nostre insindacabili certezze. Ci sono poi delle situazioni in cui la nostra condizione induce il riso. Ci riferiamo agli equivoci, ai garbugli, a tutte quelle situazioni che Bateson chiamava pasticci. Nel celebre metalogo Dei giochi e della serietà si legge infatti: “ tutto il sugo del gioco è che noi finiamo nei pasticci, e poi ne veniamo fuori dall’altra parte, e se non ci fossero pasticci il nostro gioco sarebbe come la canasta o gli scacchi e noi non vogliamo che sia così.”25 Tiziano Possamai nel suo libro Dove il pensiero esita precisa quanto il gioco, nella prospettiva di Bateson ovvero libero dai vincoli rigidi della logica, possa “diventare un esercizio di rottura che apre alla novità e al cambiamento e la stessa infrazione delle regole può racchiudere qualcosa d’importante per i processi creaturali a cominciare dalla messa a nudo delle regole stesse, e non in termini di sola descrizione o spiegazione ma di trasformazione, sviluppo, crescita.”26 Vi voglio ora raccontare un episodio. Un paio di anni fa andai a Teramo a un festival delle pratiche filosofiche; dovevo fare degli incontri di p4c nelle classi. Arrivavano classi in continuazione e mi trovavo nella biblioteca centrale della città. Dopo la sessione con le quarte, aspettavo altri bambini di quarta o quinta, ma sono arrivati dei sedicenni che si sono messi nella stanza dov’ero e ho pensato si trattasse dell’ennesima sessione di p4c della mattinata. Velocemente ho distribuito de fogli tratti da “Elfi”, uno dei testi previsti dal curricolo Lipman; abbiamo condiviso la lettura del brano, sono state fatte delle domande. C’era un professore che poneva quesiti che nulla avevano a che fare con il testo proposto, ma che piuttosto riguardavano la catalogazione dei libri. Non gli dissi nulla, rimasi perplesso, pensavo avesse molto a cuore anche la questione. Quando la sessione stava per terminare, ecco che entra il bibliotecario e dice al professore: “è domani che dovevate venire voi, è domani che arriva l’esperto della catalogazione dei libri!”. Lui credeva che io stessi prendendo alla larga il discorso per parlare poi dei libri, ma i ragazzi erano contenti dell’esperienza di philsophy for children che avevano condiviso e hanno poi chiesto a Irene Merlini – una carissima amica abruzzese, esperta di philosophy for children - di proseguire l’esperienza a scuola. Chissà se avremmo ottenuto lo stesso risultato andando dai ragazzi con l’idea di presentare la p4c? Ogni tanto il paradosso, l’equivoco, offrono opportunità conoscitive e questo episodio va nella direzione del discorso che stiamo facendo. Una vicenda di spaesamenti e di cornici che si sfaldano e si risaldano. Ieri Don Gallo, appena arrivato, ha detto, rivolgendosi a noi che stavamo iniziando l’esercizio di filosofia proposto nei locali del Ghetto: “questi non vogliono trasmettere verità, questi vogliono pensare in comunità, pensare insieme, scoprire il piacere del pensare insieme.” Ritengo che proprio su questo punto si giochi la partita di questo modo di intendere la filosofia. Ovviamente non tutti sono d’accordo sul fatto che la filosofia non sia passaggio di verità, anzi, qualcuno vorrebbe proprio che fosse così. Ma la filosofia può essere una pratica di oscillazione e in qualche modo ridimensiona le nostre pretese veritative. Questa nostra oscillazione è anche quello che ci permette di avere un certo gioco rispetto alle nostre premesse teoriche, di alleggerirci rispetto ad esse, sicuramente anche di indebolirci. Una questione non certo irrilevante rispetto alla questione delle 25 Gregory Bateson, Dei giochi e della serietà, in Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1989, p. 50 Tiziano Possamai, Quando il pensiero esita, Ombre corte, Verona 2009, p.56 26 [Digitare il testo] pratiche filosofiche dove il facilitatore ha un ruolo preciso. Noi partiamo sempre da un certo controllo, da una certa padronanza derivante dal ruolo di esperti che si assume talvolta nelle varie pratiche. Si tratta di indebolire questa condizione. Quale infatti è il compito per il facilitatore, all’interno della philosophy for children, se non quello di provare a dar vita ad un indebolimento della figura di potere? Queste riflessioni ne generano altre e ci conducono ad alcune annotazioni critiche da rivolgere niente meno che a una delle massime autorità in campo filosofico: Socrate. Una figura straordinaria, certamente affascinante; ritenuto, forse in modo eccessivamente enfatico, maestro nel dar vita a relazioni libere, non indottrinanti, con i numerosi interlocutori incontrati nella polis. Non di rado si attribuisce a Socrate il merito di aver inaugurato percorsi capaci di generare “coconoscenze” insieme ai suoi amici lungo le vie e le piazze della città. Eppure qualcosa rimane in sospeso. Un retrogusto non tanto amaro quanto, piuttosto, eccessivamente dolce, che merita di essere rivisitato; qualcosa che chiama in causa questioni cruciali come quelle di ironia e verità. Rosella Prezzo scrive: “Proprio nell’ironia socratica si cela piuttosto un’astuzia edificante, una strategia pedagogica, che blocca sul nascere la possibile via comica del pensiero.”27 Socrate riesce nell’intento di trasformare l’inganno in virtù, riportando la natura allusiva del linguaggio all’interno di un dispositivo pedagogico che gradatamente conduca al discorso autentico, o meglio “alla pretesa di un tale discorso.”28 Socrate, attraverso l’ironia, finge ignoranza e ingenuità. Atteggiamenti strumentali per far cascare in errore l’interlocutore, prigioniero del suo supposto sapere, costretto ad assumere comportamenti caricaturali. Socrate finge di non sapere per poter porre le domande, domande che in realtà implicano conoscenza e sicurezza. Socrate finge di essere esposto ai venti, ma in realtà è del tutto al riparo nei suoi dialoghi, dove l’ironia è al servizio della voce più forte, non certo una opportunità emancipativa. Socrate finge di non sapere per poter porre le domande, domande che però prevedono necessariamente un certo sapere; Socrate ascolta ciò che gli altri hanno da dire assecondandoli, non “co-costruendo” percorsi di conoscenza, ma svelando piuttosto “l’inautenticità dei loro discorsi e il loro essere semplici soggetti d’ignoranza.”29 Walter Kohan in riferimento alla figura di Socrate ritiene che non favorisca in realtà l’esperienza del sapere o del pensare bensì “l’esperienza di una frustrante ignoranza che permette di pensare solo ciò che il maestro ha già pensato.”30 Non sembra esserci nel comportamento di Socrate una disponibilità alla messa in discussione della propria verità. Anche le trasformazioni che talora avvengono sono sempre in una direzione che Socrate prevede e conosce anticipatamente e che non accetta di mettere in discussione; Socrate, risulta essere “un maestro di verità, anche se questa si chiama ignoranza, e, come tale, si oppone certamente a un’esperienza che non conduca alla sua propria verità.”31 In questa prospettiva la figura di Socrate appare impegnata a non abitare mai qualcosa che si mostri in contraddizione con la sua creazione; non sembra, di fatto, così disponibile a pensare ciò che egli stesso non ha potuto pensare. Uno sfondo davvero distante da quegli scenari dove l’esitazione risulta una possibilità, una via di uscita. Esitare, come scrive Rovatti nella prefazione al volume prima citato di Possamai, “a buttarsi a capofitto nelle supposte verità e neppure cercarle come se si trattasse di una preda da possedere a tutti i costi. Al contrario custodire quel bene che la nostra 27 Rosella Prezzo, Ridere la verità, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994, p. 10 Ibidem 29 Ivi, p. 11 30 Walter Kohan, Infanzia e filosofia, Morlacchi, Perugia 2006, p. 14 31 Ibidem 28 [Digitare il testo] velocità ci fa scambiare per un disvalore, cioè la distanza dalle cose e dalla verità sulle cose, ma anche da noi stessi.”32 C) Un’altra possibilità per leggere il titolo della relazione “sarà una risata che ci penserà” è nel senso di interpretare il titolo come se il riso, l’ironia, il gioco si possano mostrare in grado di sistemare le cose. Come? L’intenzione è quella di appellarsi nuovamente allo scritto Oasi del gioco di Fink dove si sostiene che il gioco abbia delle capacità particolari per rivisitare momenti essenziali dell’esistenza: “Il gioco è un fenomeno fondamentale dell’esistenza, tanto originario e a sé stante quanto la morte, l’amore, il lavoro e il dominio, ma non è direzionato, come gli altri fenomeni fondamentali, da un comune tendere a uno scopo finale. Piuttosto gli sta per così dire di fronte, così da accoglierli in sé rappresentandoli. Noi giochiamo con la serietà, l’autenticità, il lavoro e la lotta, l’amore e la morte. E giochiamo persino con il gioco.”33 Il gioco pertanto è occasione per trasformare i mondi, per uscire dalle cornici abituali; il gioco ci rapisce, ci cattura. Può esserci persino il rischio della dipendenza in tutto ciò, comunque il gioco non ci permette di pensare sempre in modo funzionale, non è direzionato verso un obiettivo conclusivo. Pensiamo rispetto ad un obiettivo che non è a lunga gittata, ma è “durante”, è in queste occasioni che si creano momenti di trasformazione: riusciamo a cambiare il mondo e a “spostarci in questa oasi.” Il gioco ricorda le pause, le sospensioni, gli intervalli, anche i temutissimi ritardi. A questo proposito, perdonatemi, ma non sono così dispiaciuto del ritardo col quale abbiamo iniziato oggi i lavori, lo trovo una forma interessante di posizionamento nei tempi, un decidere che in fondo è anche possibile variare i calendari, alterare le programmazioni. Questa ossessività della puntualità come unica garanzia di professionalità è qualcosa di sospetto, nasconde altro. Concludendo: qual è lo sguardo su di noi? In che modo facciamo i conti con la disattesa del nostro stesso potere? Come evitare il rischio di dare vita a condizioni di dominio? In queste due giornate genovesi non stiamo facendo un incontro di associazioni. Qui non siamo solo di Phronesis, non siamo solo del Crif, non siamo solo dei vari corsi di perfezionamento o master che dir si voglia; siamo persone che si incontrano, che si mescolano, che gettano ponti, siamo un insieme di pratiche filosoficamente autonome. Capaci di organizzarsi, dissolversi, per riapparire più appassionati di prima. Ci sono fra di noi i rappresentanti delle scuole libertarie di cui ci porta testimonianza Francesco Codello, i progetti di philosophy for children, introdotti in Italia da Antonio Cosentino e Marina Santi oltre venti anni fa, le esperienze di filosofia con i bambini, di pratica filosofica, ci sono soprattutto molti insegnanti della scuola pubblica che talvolta riserva delle sorprese, conserva degli spazi di incontro meravigliosi per continuare a pensare insieme. Ritengo ci sia un’esigenza di costituire delle reti e di offrire nuova possibilità di movimento, di riflettere sul ruolo delle associazioni che operano nell’ambito delle pratiche filosofiche. Esse hanno il potere di “titolare” e pertanto devono essere chiari i criteri della titolazione. Deve essere chiaro chi conferisce loro la possibilità di assegnare attestati di competenza più o meno ufficiali. Soprattutto ci si potrebbe domandare come mai è così importante la titolazione in un orizzonte che diceva di smarcarsi da una logica strettamente accademica. Le pratiche filosofiche hanno spesso una precisa fisionomia, e anche il ruolo del facilitatore, del consulente filosofico che dir si voglia, è un ruolo di potere, è inutile fingere di non accorgersene. Il problema non è tanto quello di negarlo, ma di ragionare su come metterlo in gioco al meglio. Poi c’è la Philosophy for Community che è il terreno di 32 Tiziano Possamai, Dove il pensiero esita, Ombre corte, Verona 2009, p. 7 Eugen Fink, L’oasi del gioco, Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, p. 20 33 [Digitare il testo] discussione attuale: stiamo cercando di capire di che si tratta. Ricordo che fu Nicoletta Bottalla, filosofa ligure che ora vive a Foligno, durante un’edizione del corso di formazione residenziale di philosophy for children del centro di ricerca sull’indagine filosofica ad Acuto, qualche anno fa, che inventò questo termine. Un termine che manteneva l’acronimo della philosphy for children, ma ne rendeva possibile l’estensione di applicazione. Eppure quando sento dire sempre philosophy for mi chiedo: e se fosse invece Community for philosophy? E se fosse c4p al posto di p4c? Perché la filosofia viene data per certa, chi stabilisce che qualcuno, necessariamente, dia qualcosa ad altri? Forse non basta parlare di “comunità di ricerca filosofica”, si tratta di iniziare ad immaginare e realizzare una “comunità di ricerca filosofica liberata”. Liberata da cosa? Dalla sua pretesa di verità, dal suo riprodurre anche involontariamente le stesse logiche di sorveglianza dalle quali, forse, voleva emanciparsi. Perché ci riteniamo necessariamente depositari di qualcosa da elargire? Siamo così buoni, così bravi, così sapienti? E se, invece, fosse il nostro incontro, la nostra amicizia, a permettere qualcosa? Se fosse l’esperienza dello stare insieme, l’impegno reciproco che assumiamo in questo incontro, la capacità di dare forma alle nostre energie creative, lo studio condiviso, a generare pensieri? Vengono in mente alcune idee di Giuseppe Ferraro intorno alla filosofia: “La filosofia è la sola espressione di sapere che ha un sentimento nella sua denominazione. La si traduce con amore di sapere, ma si dovrebbe più correttamente rispettare l’inversione della composizione della parola, secondo la corretta regola linguistica, e tradurre sapere dell’amore … philia è piuttosto l’espressione di un legame che non è direttamente parentale secondo la consanguineità della famiglia, ma che esprime un affetto ad esso pari, se non più intenso, perché non patrimoniale. Un legame basato su un affetto invece che un affetto basato su un legame.”34 E poi vengono anche in mente le parole di pronunciate ieri da Walter Kohan al Ghetto quando ci ricorda che filosofia verso i bambini forse è anche un’infanzia della filosofia, un nuovo inizio, un nuovo rapporto con la filosofia, una nuova infanzia. Ogni tanto forse vale la pena creare occasioni di incontro come questa di Genova. Da questi incontri possono nascere idee, da questi scambi, da queste contaminazioni nuove proposte e nuove traiettorie. In una delle fotografie proiettate, in una di quelle che si riferiscono all’esperienza realizzata proprio qui a Genova nella Piazza senza nome del ghetto, in onore di Fabrizio de Andrè si vede un signore con i baffi che faceva il burattinaio in un paese della Valle Brembana in provincia di Bergamo. Si vede questo signore che discute del punto di vista di Dio a partire da Khorakhané (a forza di essere vento), canzone memorabile di Faber che avevamo utilizzato come spunto per una dialogo filosofico. In un’altra immagine c’è un fiume. Il pensiero ha a che fare con i fiumi. I fiumi sono in continuo movimento; dovremo diventare tutti appassionati ed esperti di fiumi. Viene in mente la consulenza filosofica che forse andrebbe chiamata confluenza filosofica. Si tratta di ridisegnare nuove mappe, di immaginare nuove cartine filosofiche, forse geo-filosofiche. Una nuova geografia dei saperi che implicherà una nuova geografia dei poteri. Il fatto che sia nuova, modificabile, nomade, che abbia a che vedere con elementi della natura, non è irrilevante. Vi lascio con due citazioni a cui sono molto affezionato. La prima, di Alain il maestro di liceo di Simone Weil, è un tentativo di sintetizzare una visione che non è solo famigliare a chi non ama obbedire, ma soprattutto vicina a chi prova a fare l’esercizio, faticoso, ma affascinante al tempo stesso, di perdere la passione per il comando: “Esiste qualcosa di più bello a vedersi di colui che non ama obbedire: è colui che non ama comandare.” Infine una citazione di Nietzsche: “Sempre mi 34 Giuseppe Ferraro, La scuola dei sentimenti, Filema, Napoli 2003, p. 50 [Digitare il testo] burlai di ogni maestro, che se stesso burlato non avesse”. Credo che sia una modalità promettente per avvicinare e, al tempo stesso, mettere in relazione filosofia e infanzia. Vi saluto tanto! Pierpaolo [Digitare il testo]