I Quaderni dell’economia locale
n. 2/2010
Dalle spade agli occhiali:
i prodotti bellunesi nel mondo
dinamiche passate e attuali
novembre 2010
con il contributo di
Direttore Responsabile: Carlo Argenti
Aut. Tribunale n. 7 del 27/06/2003
Progetto e coordinamento: Monica Sandi
Testi: Monica Sandi, Paola Menazza, Giovanni Larese
e con contributi di: Melita Troian, Isabella Licini, Andrea Davià
tavole e grafici: Monica Sandi, Paola Menazza
stampato in proprio
Si autorizza la riproduzione per fini non commerciali e con la citazione della fonte.
Il volume è disponibile su richiesta presso il Servizio Statistica e Studi C.C.I.A.A. di Belluno e in formato
elettronico sul sito internet www.bl.camcom.it e www.starnet.unioncamere.it
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PREFAZIONE
Questo lavoro nasce con l’intento di descrivere l’andamento dell’interscambio commerciale della
provincia di Belluno dal 1993 ad oggi, rapportandolo al processo di internazionalizzazione
dell’economia. Si intende valutare in che misura il nostro territorio sia in grado di recepire le
dinamiche esterne e di adeguare la produzione di beni e servizi a un mercato in continua evoluzione.
Mettendo in relazione il passato al presente, il titolo del Quaderno suggerisce come le dinamiche del
mondo di ieri tendano costantemente a riproporsi e come i rapporti commerciali con Paesi anche
remoti abbiano caratterizzato la vita economica locale anche in tempi lontani.
Guardiamo, ad esempio, all’arte spadaria che, soprattutto nel Cinquecento, produsse manufatti di
pregio esportati in tutt’Europa. Si potrebbe addirittura parlare di un distretto ante litteram esteso da
Belluno a Fonzaso e capace di organizzare al meglio i fattori di produzione: la materia prima delle
miniere e dei boschi agordini e zoldani, la forza dell’acqua dei torrenti e l’abilità artigianale dei
forgiatori e dei fabbri bellunesi. Anche l’occhialeria è sorta su basi analoghe, facendo leva su un
territorio in grado di offrire a un’intuizione imprenditoriale manodopera efficiente ed energia
idraulica, entrambe a basso prezzo.
Sia le spade che gli occhiali rappresentano un’eccellenza della creatività locale per qualità e design
dei suoi prodotti, riconosciuti e apprezzati in ogni dove. Come ogni manufatto di pregio hanno fatto
leva su marchi universalmente riconoscibili soggetti a molteplici tentativi di imitazione e
contraffazione.
Come è noto, la produzione di armi bianche entrò in crisi nel XVII secolo e abbandonò per sempre
la montagna bellunese a seguito dell’introduzione della polvere da sparo. Fu allora che Venezia
spostò in Val Trompia la fabbricazione delle nuove e più potenti armi. La nostra manodopera
specializzata, costretta a emigrare, contribuì, poi, allo sviluppo del distretto della coltelleria di
Maniago. Se non ci si adatta alle mutate condizioni di mercato non si ha futuro; fortunatamente
l’occhialeria, nella sua lunga storia, ha saputo proporre modelli e materiali al passo coi tempi,
rinnovandosi continuamente perché in grado di sollecitare e anticipare i gusti della clientela.
Il confronto tra l’attualità e il passato non lesina sorprese: si scopre ad esempio che l’esperienza
della delocalizzazione attuale dell’occhialeria è già stata vissuta dalle lavorazioni della lana e della
seta insediate nel distretto feltrino, le quali, dopo secoli di splendore, entrarono in crisi perché la
produzione si trasferì in pianura.
E poi ancora: da sempre la vita produttiva provinciale appare caratterizzata da una grande mobilità,
se non di capitali almeno di persone. Ma è sorprendente pensare alla presenza di tecnici tedeschi
nelle miniere agordine nel Quattrocento, a lungo gestite poi da una famiglia di origini lombarde
come i Crotta, mentre anche il commercio del legname bellunese ha avuto tra i suoi protagonisti dei
personaggi stranieri.
Il mondo che oggi ci sembra diventato piccolo un tempo appariva invece fin troppo vasto ma,
ricercando nei secoli trascorsi delle analogie con l’attualità si scopre che la globalizzazione – come
si cercherà più avanti di spiegare – non è affatto un’invenzione recente e che della comunità
internazionale interessata ai traffici commerciali ha fatto parte a pieno titolo, già nel passato, anche
la periferica montagna bellunese, il cui territorio, in epoche diverse, è stato attraversato da due
grandi vie di comunicazione come la Claudia Augusta Altinate e la postale dell’Alemagna.
PRESENTAZIONE
I Quaderni dell’economia locale sono una rivista semestrale a carattere monografico edita dalla
Camera di Commercio. Essi hanno il compito di approfondire tematiche affrontate in chiave
congiunturale nelle relazioni sull’economia provinciale prodotte dall’Ente che rappresento.
Questo Quaderno è dedicato al tema degli scambi con l’estero, argomento cruciale nella
globalizzazione attuale, i cui risvolti negativi sono stati sotto gli occhi di tutti in particolare durante
il 2009, l’annus horribilis della crisi economica mondiale più forte dal dopoguerra.
La provincia di Belluno si caratterizza per un elevata propensione all’export, il che significa che è
particolarmente esposta alle turbolenze dei mercati. Infatti, l’impatto della crisi in provincia è stato
– in termini di export - immediato e forte, mentre in Veneto e in Italia, pur raggiungendo picchi di
minimo più bassi, è stato più graduale e ritardato. Allo stesso modo, in provincia la fase di
recupero di questo primo scorcio del 2010, sulla spinta delle sollecitazioni esterne, è iniziata prima.
Le imprese bellunesi dovrebbero farsi trovare pronte ad agganciare la ripresa, riposizionandosi al
meglio sui mercati esteri. Di questo tema si è dibattuto in altre occasioni, ma mi piace sottolineare
come sui servizi all’internazionalizzazione si fondi una parte considerevole e qualificante della
programmazione economica elaborata dalla Giunta camerale in stretta collaborazione con l’Unione
delle Camere di Commercio, Unioncamere del Veneto e Centro estero.
Questo studio, che non ha pretesa di essere esaustivo, analizza il commercio estero sotto vari
aspetti: partendo dal significato del termine globalizzazione, che assomma su di sé l’evoluzione del
concetto di impresa e di prodotto, approda a un’analisi più prettamente economica di alcuni
indicatori e a un esame in serie storica dell’andamento degli interscambi commerciali di beni e
servizi di Belluno, senza tralasciare alcuni accenni storici e parlare dell’offerta di servizi proposta
dal sistema camerale alle imprese che desiderano operare oltre confine.
Dalle spade agli occhiali: i prodotti bellunesi all’estero. Dinamiche passate e attuali: questo è il
titolo del lavoro, che evoca – per il Cinquecento (le spade) e per il presente (l’occhialeria) - quelli
che sono forse i due prodotti simbolo del Made in Belluno. Ma oltre alla produzione di spade,
esportate in tutt’Europa, e ai fasti del distretto degli occhiali, si parla del legno, delle mole, della
faesite, della lana feltrina e di altri prodotti che in diverse epoche hanno caratterizzato i traffici
commerciali di una terra ricca di materie prime, ma non sempre capace di trasformarle in prodotti
finiti.
Gli argomenti affrontati in questo Quaderno sono molteplici e avrebbero bisogno di ulteriori
approfondimenti, tante sono le problematiche correlate che ognuno di essi sollecita, tuttavia, il suo
scopo è stimolare interesse attorno a un tema che ci coinvolge tutti: il mondo sta cambiando e il
destino della nostra provincia è legato anche alla nostra capacità di cogliere i mutamenti in atto.
A seconda che si tratti di uno studioso di economia locale o di un appassionato di storia, di un
imprenditore desideroso di carpire informazioni per muoversi meglio sui mercati stranieri, oppure
di uno studente che desideri attualizzare le materie di studio o semplicemente di un curioso, sarà il
lettore stesso a scegliere su quale argomento focalizzare la propria attenzione.
Ed ora veniamo agli autori. Nato da un progetto del Servizio Statistica e Studi dell’Ente camerale,
per la sua realizzazione il Quaderno ha coinvolto altri uffici camerali (l’ufficio Commercio estero
e il Servizio Regolazione del mercato).
A tutti gli autori va il mio ringraziamento per il lavoro svolto e lo spirito di collaborazione.
Belluno, 29 novembre 2010
Paolo Doglioni
Presidente Camera di Commercio I.A.A.
INDICE
Parte I
GLOBALIZZAZIONE O GLOBALIZZAZIONI?............................................................pag.
1
EVOLUZIONE DELLA STRUTTURA DEL COMMERCIO MONDIALE ................... »
6
MODELLO AZIENDALE, EVOLUZIONE DEL PRODOTTO E GEOGRAFIA
DEL COMMERCIO ..........................................................................................................
Evoluzione del prodotto .....................................................................................................
Evoluzione della struttura dell’impresa..............................................................................
Evoluzione della geografia del commercio ........................................................................
»
»
»
»
9
9
13
18
TARIFFE, ACCORDI, LIBERALIZZAZIONI, AREE DI LIBERO SCAMBIO............. »
22
LO SCENARIO INTERNAZIONALE TRA IL 2008 E IL 2009......................................
Interscambio commerciale di beni .....................................................................................
Interscambio commerciale di servizi..................................................................................
Investimenti diretti esteri....................................................................................................
»
»
»
»
29
30
39
40
CENNI SULL’ANDAMENTO DEL COMMERCIO MONDIALE NEL 2010 ............... »
45
Parte II
IL PESO DEL COMMERCIO ESTERO IN PROVINCIA DI BELLUNO:
CONSIDERAZIONI DI CARATTERE STRUTTURALE ...............................................pag. 49
IL COMMERCIO ESTERO IN PROVINCIA DI BELLUNO:
I PRINCIPALI AGGREGATI ...........................................................................................
I prodotti dell’occhialeria ...................................................................................................
I macchinari........................................................................................................................
Apparecchiature elettriche..................................................................................................
I prodotti dell’elettronica....................................................................................................
Gli altri prodotti..................................................................................................................
I principali Paesi.................................................................................................................
»
»
»
»
»
»
»
55
57
67
73
77
82
83
IL COMMERCIO ESTERO IN PROVINCIA DI BELLUNO:
DINAMICHE RECENTI ................................................................................................... »
90
INTERSCAMBIO DI SERVIZI E INVESTIMENTI DIRETTI ESTERI......................... » 99
Interscambio di servizi ....................................................................................................... » 99
Investimenti diretti esteri.................................................................................................... » 101
Parte III
APPUNTI PER UNA STORIA DEL TRAFFICO COMMERCIALE BELLUNESE ......pag. 104
Noterelle di storia e limiti del lavoro.................................................................................. » 104
Frammentazione, isolamento e autarchia ........................................................................... » 105
La mobilità imprenditoriale e del lavoro all’origine dell’occhialeria bellunese ................ » 109
La condizione migrante...................................................................................................... » 112
Le vie del commercio........................................................................................................ » 112
Spade e lana i prodotti bellunesi alla conquista dei mercati.............................................. » 115
Parte IV
ATTORNO AL COMMERCIO INTERNAZIONALE .................................................... pag. 118
IL RUOLO DEL SISTEMA CAMERALE NELL’OFFERTA
DI SERVIZI PER L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE..................... »
Attività di assistenza.......................................................................................................... »
Sportello internazionalizzazione della Camera di Commercio di Belluno .................. »
Punto Eurosportello ..................................................................................................... »
Info Desk e Veneto House ............................................................................................ »
Attività di formazione ....................................................................................................... »
Attività di promozione....................................................................................................... »
Banca dati delle imprese della provincia di Belluno operanti con l'estero........................ »
EBR – Registro Imprese Europeo ..................................................................................... »
GLOBUS – rete degli Sportelli per l’internazionalizzazione delle Camere di Commercio »
A chi rivolgersi.................................................................................................................. »
Altri organismi del sistema camerale ................................................................................ »
Siti internet d’interesse per le imprese operanti con l’estero............................................. »
Pubblicazioni consultabili presso l’Ufficio Estero
della Camera di Commercio di Belluno ............................................................................ »
120
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127
MISSIONI CAMERALI ALL’ESTERO CON IMPRESE BELLUNESI ........................ » 128
IL RUOLO DEL SISTEMA CAMERALE NELLA REGOLAZIONE
DEL MERCATO...............................................................................................................
La proprietà industriale ...............................................................................................
Il marchio di impresa ...................................................................................................
Lotta alla contraffazione ..............................................................................................
»
»
»
»
130
131
132
132
IN FIN DEI CONTI… .................................................................................................... » 134
GLOBALIZZAZIONE O GLOBALIZZAZIONI ?
Una delle caratteristiche fondamentali della società odierna e dei mercati moderni è la loro scala
globale, che si esprime attraverso uno stato di interdipendenza fra soggetti individuali e collettivi
collocati nelle diverse parti del mondo che interagiscono in tempo reale. Le caratteristiche
principali di questa tendenza sono la formazione di sistemi specializzati e integrati transnazionali,
la contiguità temporale, che annulla di fatto la distanza spaziale, e l’indebolimento e/o la
ridefinizione dei confini geopolitici.
“Il mondo sta diventando uno solo, in un senso tutto a un tratto nuovo
(…). Mentre la terra è stata rimpicciolita dalle nuove forze che la
scienza ci ha messo a disposizione (…) i moti della politica,
dell’economia e del pensiero sono sempre più intrecciati fra di loro (…).
Qualsiasi cosa accada in qualunque parte del mondo ora ha un peso
anche in ogni altra sua parte. La Storia del Mondo tende a evolversi in
un’unica Storia Comune”1.
Il contenuto di questo brano ben riassume i punti salienti del fenomeno e non può che essere
condiviso tanto le sue affermazioni paiono scontate, tuttavia, potrebbe suscitare un certo stupore
sapere che fu pronunciato a Londra il 3 aprile 1913.
L’attuale epoca di globalizzazione2 è, infatti, soltanto una delle fasi che hanno accompagnato il
mondo nella sua storia più recente; negli ultimi 150 anni si possono individuare tre grandi periodi
di espansione commerciale3 in cui le distanze tra le varie parti del mondo si sono notevolmente
ridotte sulla spinta di innovazioni e invenzioni che hanno rivoluzionato soprattutto i trasporti e le
comunicazioni, riducendone sensibilmente i costi.
La prima fase è collocabile tra la metà dell’Ottocento e la 1ª Guerra Mondiale e matura all’interno
delle conquiste coloniali e delle grandi scoperte tecnico-scientifiche che trainarono la produzione
agricola e industriale e la costruzione delle grandi reti infrastrutturali4; la successiva parte dal
1
Discorso d’apertura di James Bryce presidente dell’International Congress of Historical Studies per la terza
sessione del congresso tenutasi a Londra nell’aprile del 1913. R.G. Rajan, L. Zingales, Salvare il capitalismo
dai capitalisti, Giulio Einaudi, Torino 2008.
2
Secondo una definizione dell’OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development, in
italiano conosciuta come OCSE) la globalizzazione economica è “un fenomeno per il quale il mercato e la
produzione di differenti Paesi diventano sempre più interdipendenti attraverso i cambiamenti indotti dalla
dinamica del commercio internazionale, dei flussi di capitali e tecnologici, cambiamenti dei quali il veicolo
principale è dato dalle imprese multinazionali. Grazie alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione
tali imprese sono organizzate come reti transnazionali in un contesto di accresciuta concorrenza internazionale
che si estende anche alle imprese locali, così come ad altre sfere della vita economica e sociale di ciascun
Paese”.
Una visione più ampia, riportata da G. Gozzini, Globalizzazione, Giunti, Firenze 2007, definisce la
globalizzazione “un processo in cui gli Stati nazionali e la loro sovranità vengono condizionati
trasversalmente da fattori internazionali, in cui l’azione politica è sostituita dal mercato mondiale, e attraverso
il quale la rappresentazione di spazi chiusi scompare per lasciare il posto a un unico, globale, spazio aperto.
(…) la globalizzazione ha diverse dimensioni, il rapporto globalizzazione/localizzazione non rappresenta una
questione strettamente economico-finanziaria, ma una problematica complessa, che va individuata,
ripercorrendo le tappe della sua evoluzione, e analizzata, sotto più aspetti, con l’ausilio delle scienze sociali”.
3
Altri economisti preferiscono parlare di due ondate di globalizzazione: la prima relativa al periodo 18201914, la seconda iniziata attorno al 1950 e tuttora in atto.
4
Si citano a titolo esemplificativo la nascita del sistema ferroviario, l’aviazione, la navigazione a vapore e a
motori a turbina, il motore a scoppio ed elettrico, l’apertura dei canale di Suez e di Panama, il telegrafo, il
telefono, l’elettricità, il petrolio, l’acciaio, ecc. Il primo cavo di telegrafo transatlantico fu posato nel 1866 e
già all’inizio del secolo successivo il mondo intero era cablato, il tempo della comunicazione venne ridotto da
mesi a pochi minuti. L’apporto delle nuove tecnologie comportò la comparsa sul mercato mondiale, dominato
secondo dopoguerra e giunge fino agli anni Settanta e fu sostenuta dalla necessità della
ricostruzione postbellica, dall’integrazione tra le economie statunitense, europea e giapponese e
dalla contrapposizione geopolitica ed economica delle due grandi potenze del tempo, USA e
URSS; la terza e attuale fase, pur rappresentando una continuità storica dello sviluppo industriale
della seconda metà degli anni Sessanta, nacque negli anni Ottanta e si potenziò sulla base delle
liberalizzazioni assunte in seno ad accordi commerciali plurilaterali (promossi dal GATT-WTO5) e
trovò slancio dalla caduta del muro di Berlino che aprì nuovi spazi geografici ed economici.
I tre periodi hanno caratteristiche ben distinte e scaturiscono da visioni politiche molto diverse:
•
la prima fase, avente per oggetto lo scambio di materie prime contro manufatti, vide
protagonisti gli allora pochi Paesi industrializzati e le relative colonie lungo una direttrice
nord/sud. Essa coinvolse a livello mondiale ingenti movimenti di persone (flussi di
manodopera e grandi migrazioni interessarono tutti i continenti), di capitale e di
investimenti diretti esteri destinati soprattutto ai settori agricolo, estrattivo-minerario e
ferroviario, che favorirono un sensibile aumento del reddito procapite nei nuovi Paesi
globalizzati. La forte innovazione tecnologica, che ridusse costi e distanze, sospinta anche
da politiche di liberalizzazione con l’abbattimento dei dazi doganali, fece sì che i valori
commercializzati raddoppiassero e che il rapporto tra esportazioni e reddito mondiale
passasse dal 4,6% del 1870 al 7,9% del 1913. In questo scorcio di tempo nacque la società
di massa: il proletariato e la borghesia, con l’aumentare dei salari, cominciano a diventare
consumatori di prodotti industriali e le loro nuove necessità favorirono l’incremento del
commercio estero.
•
nella seconda era globale fitte reti commerciali furono tessute nell’emisfero settentrionale e
portarono a una maggiore integrazione tra Paesi ricchi (nord America, Europa occidentale e
Giappone), mediante una serie di liberalizzazioni commerciali maturate nell’ambito del
GATT; le economie interessate registrarono tassi di crescita senza precedenti, ma si ampliò
il divario con il sud del mondo, escluso o solo lambito dallo sviluppo globale. Gli scambi
tra mondo occidentale ed economie socialiste furono molto limitati; l’interazione passò
quasi esclusivamente per gruppi omogenei di sistemi politico-economici.
Le movimentazioni riguardarono i manufatti, in quanto si creò un nuovo tipo di commercio
basato sulla «specializzazione di alcuni Paesi ricchi in nicchie la cui produttività era
maggiore grazie alla presenza di concentrazioni produttive»6.
Il motore della globalizzazione procedette attraverso la forza delle grandi imprese
americane e il know-how nel campo delle comunicazioni, entrambi sorretti da interessi non
solo economici, ma anche di natura politica e militare. Si assistette a un movimento di
capitali assai limitato, alla forte riduzione dei costi di comunicazione e a un flusso
migratorio più contenuto, interno ai continenti o ai singoli Paesi.
Il livello di commercio internazionale tornò a eguagliare il picco del 1913 e il rapporto tra
esportazioni e PIL mondiale passò dal 5,5% del 1950 al 10,5% del 1973.
•
la terza ondata di globalizzazione iniziata negli anni Ottanta è tuttora in corso e si concentra
nuovamente nell’emisfero nord del pianeta, coinvolgendo, però, anche Paesi di nuova
industrializzazione (globalizers), sostanzialmente i Paesi del sud-est asiatico, la Cina e
fino ad allora dalla Gran Bretagna, degli Stati Uniti, della Francia e della Germania. In questi Paesi le
esportazioni cominciarono a superare le importazioni, il che significava che il resto del mondo non era più
soltanto utilizzato per l’approvvigionamento delle materie prime, ma anche per la vendita di manufatti.
5
GATT, ossia, General Agreement on Tariffs and Trade in italiano “Accordo Generale sulle Tariffe e il
Commercio”; WTO, ossia, World Trade Organization in italiano noto come OMC, “Organizzazione
Mondiale del Commercio”.
6
Materiale di studio tratto dalle lezioni di Economia Politica di Filippo Reganati, Facoltà di Scienze della
Comunicazione, delle Arti e dell’Ambiente dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”.
2
l’India. Al commercio mondiale di beni si sono affiancati quelli dei servizi e degli scambi
finanziari, mentre gli Investimenti Diretti Esteri hanno ritrovato nuova forza sia all’interno
del mondo industrializzato che nei Paesi in via di sviluppo. L’interscambio commerciale ha
conosciuto in questo periodo tassi di crescita elevati e nella fase espansiva è aumentato in
media più del prodotto lordo mondiale, ciò anche grazie ad accordi di integrazione
regionale e all’affacciarsi sul mercato internazionale di Paesi (ex blocco comunista, Cina e
India) che erano rimasti fino ad allora ai margini dei grandi flussi. I Paesi in via di sviluppo,
inoltre, sfruttando le potenzialità di una forza lavoro abbondante e poco costosa, hanno
avuto accesso alla commercializzazione globale attraendo ingenti capitali esteri. Si assiste
in questa fase a una forte ripresa della corrente migratoria, come nella prima ondata di
globalizzazione, verso le aree industrializzate, accompagnata, però, da politiche restrittive.
L’ingente movimentazione di capitali (provenienti anche da risparmi popolari investiti in
strumenti finanziari), la rivoluzione informatica e l’interconnessione tra tutti i settori
dell’economia hanno creato una forte interdipendenza finanziaria tra le nazioni, a volte
anche geograficamente molto lontane.
Queste fasi di espansione furono separate da cesure significative nelle quali si assistette a un
rimodellamento politico ed economico del mondo. Il più lungo e difficile periodo è ravvisabile tra le
due guerre (1914-1950) quando politiche nazionaliste unite a misure protezionistiche portarono alla
frantumazione della globalizzazione, nonostante le condizioni favorevoli innescate dagli
indiscutibili progressi tecnologici e dalla diminuzione dei costi di trasporto. Il commercio estero, i
movimenti di capitali e i flussi migratori tornarono ai livelli del 1870.
Fra il 1929 e il 1932, quando le tensioni erano molto alte, il commercio mondiale crollò del 63% in
valore aureo; inoltre, il tasso di crescita del PIL pro-capite diminuì del 30%, comportando un
innalzamento della povertà e delle disuguaglianze.
Il periodo di transizione tra la seconda e la terza ondata di globalizzazione è stato, invece, marcato
da un declino del progresso tecnico degli USA, dallo shock petrolifero, da un arretramento della
produttività negli Stati Uniti a partire dalla fine degli anni Settanta fino al livello minimo del 1985
(andamento condiviso anche da Europa e Giappone), dalla stagflazione7, da un aumento della
disoccupazione, dalla sospensione della convertibilità del dollaro in oro, dai grandi movimenti di
contestazione (operaio, femminista, studentesco, pacifista, ambientalista) e dalla comparsa dei Paesi
di nuova industrializzazione (NICs) in particolare le cosiddette tigri asiatiche (Taiwan, Korea del
sud, Singapore e Hong Kong), che presentavano tassi di crescita molto elevati fin dagli anni
Sessanta.
Andamento della produttività totale in alcune economie avanzate. Anni 1960-1991. Tassi di variazione,
valori percentuali
Produttività totale
Produttività del lavoro
Produttività del capitale
Paesi
1960- 197419801960197419801960197419801973
1979
1991
1973
1979
1991
1973
1979
1991
Stati Uniti
Giappone
Germania
Francia
Italia
1,6
5,5
2,6
3,9
4,4
0,2
2,1
2,2
1,8
1,9
0,5
1,9
1,2
1,5
1,1
2,2
8,3
4,5
5,4
6,3
0,5
3,6
3,4
3,1
2,7
1,0
2,9
1,8
2,4
1,8
0,1
-2,8
-1,4
0,9
0,4
-0,5
-2,2
-0,4
-0,9
0,2
-0,4
-1,4
-0,2
-0,3
-0,3
Fonte: Confindustria; http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=83&artsuite=1
7
Combinazione dei termini stagnazione e inflazione che esprime una fase economica estremamente negativa.
in cui sono contemporaneamente presenti sia un aumento generale dei prezzi (inflazione), sia una mancanza di
crescita dell'economia in termini reali (stagnazione economica), a cui s’accompagna un’elevata
disoccupazione.
3
Tuttavia, anche all’interno dei periodi di espansione si possono distinguere alcuni momenti critici, i
più evidenti emergono nel 1952 (con la guerra in Korea), nel periodo 1981-1982 (quando una forte
recessione colpì gli Stati Uniti generando una crisi lunga ben sedici mesi) e nella recente crisi
finanziaria del 2008-2009. Altri episodi di declino, seppur meno marcati, riguardano la recessione
statunitense del 1958, la crisi della finanza asiatica del 1998 e l’attacco terroristico dell’11
settembre 2001, che si unì alla bolla della new economy di inizio secolo8.
Crescita mondiale delle esportazioni 1928 – 2009 (% annua su valori)
Media (1928-2008) = 7,8
valore stimato 2009
Fonte: MPRA, The second great contraction, Reinhart Carmen
Per alcuni osservatori9 l’attuale epoca di globalizzazione è un fenomeno ampiamente basato sul
progresso tecnologico e ciò la fa apparire come una forza irresistibile che ci legherà strettamente per
sempre gli uni agli altri. Ad altri, invece, la storia suggerisce che l’integrazione economica è un
evento squisitamente molto più politico che tecnologico e che, pertanto, può essere facilmente
invertito sia a causa di eventi di natura bellica che di azioni specifiche, in particolar modo quelle
8
Questa bolla speculativa ha preso forma nel corso della prima, entusiastica, fase legata allo sviluppo delle
soluzioni e dei servizi internet come, per esempio, quelli dei service provider e i fornitori di infrastrutture di
rete. Questo ciclo, definito come new economy o «era delle dot.com» (dot.com è riferibile a un’azienda di
servizi che fa la maggior parte del suo business tramite un sito internet. Il nome deriva dal comune utilizzo da
parte dei siti del dominio di primo livello .com), iniziò nel 1994 con la quotazione di Netscape, la società che
sviluppò il primo browser commerciale per internet, e terminò a cavallo tra il 2001 e il 2002, con lo scoppio
della bolla speculativa, la recessione economica e le conseguenze degli eventi dell'11 settembre 2001. Durante
gli anni della new economy aumentarono in maniera esponenziale le quotazioni di nuove start-up (definizione
entrata nel dizionario finanziario italiano ai tempi della bolla di internet che indica una nuova iniziativa
imprenditoriale nella sua fase iniziale di sviluppo) della Silicon Valley o legate al mondo dell'innovazione
tecnologica, dell'high-tech e di internet mentre gli investimenti in information technology diventarono una
delle caratteristiche chiave dei piani strategici delle grandi e medie aziende. Lo scoppio della bolla speculativa
finanziaria portò a un rapido crollo degli indici del Nasdaq, che dal valore record del 10 marzo 2000 di
5.132,52 punti, persero il 9% in tre giorni innescando, poi, la caduta delle quotazioni che portò alla scomparsa
di molte dot.com (Antonio Dini, Sole 24 Ore).
9
Ronald Findlay e Kevin H. O’Rourke, Lesson from the history of trade and war, marzo 2008,
www.voxeu.org.
4
legate all’innalzamento di barriere protezionistiche. Tale teoria attribuisce alla tecnologia il solo
compito di rendere ogni effetto più rapido e sincronizzato.
Storicamente il sistema internazionale non è mai stato accomodante nel lasciare spazio ai nuovi
arrivati e i passaggi di potere (dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dal binomio Stati UnitiGermania a quello Stati Uniti-Giappone, fino all’attuale Stati Uniti-Cina) non sono mai stati
indolore.
Alla luce degli insegnamenti del passato non si può pensare che l’attuale andamento persisterà nel
tempo automaticamente; è essenziale garantire un sistema geopolitico stabile accompagnato da
politiche di liberalizzazione in grado di integrare i diversi Paesi, così come avvenuto tra Europa e
Stati Uniti durante la seconda fase di globalizzazione. L’interdipendenza è comunque un’arma a
doppio taglio, porta con sé una vulnerabilità interna (spinte nazionalistiche e protezionistiche) ed
esterna (recente crisi finanziaria10) che può generare imprevedibili conseguenze.
10
«L’allargarsi del mercato degli investimenti di portafoglio è stato foriero di crisi a livello internazionale
perché ha provocato un’accresciuta volatilità finanziaria e l’integrazione mondiale della finanza ha accentuato
i fenomeni di propagazione, contagio e interdipendenza delle crisi. (…) Dal 1880 al 2001 dividendo il periodo
in trentenni, l’ultimo trentennio, dopo la fine del modello di Bretton Woods (1971), vede un numero di crisi
bancarie e valutarie che nei Paesi industrializzati è superiore a tutti i periodi precedenti e nei Paesi emergenti è
molto più elevato. (…) Il mondo negli ultimi anni ha assistito a una proliferazione di bolle finanziarie e di
instabilità economica di straordinaria virulenza. Le crisi possono avere origine partendo dalla periferia, come
la crisi asiatica del 1997 e russa del 1998 che si intrecciò con la crisi del Long Term Capital Management (un
hedge fund americano -gli hedge fund sono prodotti simili nella struttura ai fondi comuni di investimento;
rispetto a questi, però, si differenziano per la strategia di gestione adottata e per il numero di strumenti e
tecniche a disposizione dei gestori), o partire dal centro come la crisi dot.com del 2001 e soprattutto la crisi
attuale». Ferdinando Targetti, Globalizzazione: prima e dopo la crisi degli anni 2000, Fondazione Basso,
Roma 2010
5
EVOLUZIONE DELLA STRUTTURA DEL COMMERCIO MONDIALE
Dando uno sguardo al grafico elaborato dal dipartimento di Geografia dei sistemi di trasporto della
Hofstra University11 di New York sulla base dei dati dell’ultimo rapporto dell’Organizzazione
Mondiale del Commercio, si percepisce come il PIL, la produzione e le esportazioni mondiali si
muovano pressoché simultaneamente nella stessa direzione. La convergenza tra i tassi di crescita
del PIL e della produzione è evidente, mentre l’andamento del commercio estero, a partire dagli
anni Settanta, è soggetto ad ampie fluttuazioni che ne esasperano il ciclo. Ciò è dovuto non solo
all’alternarsi delle cicliche fasi economiche di crescita e recessione, ma anche all’evoluzione dei
prezzi delle materie prime, in particolare dei prodotti agricoli e minerali (tra cui i combustibili
fossili).
Dalla figura è ben visibile come, durante i recenti periodi di espansione economica, il commercio
internazionale è cresciuto più velocemente del PIL, mentre nei periodi di rallentamento si è avuta
una notevole decelerazione degli scambi.
Andamento delle esportazioni di beni, della produzione e del PIL mondiali. Anni 1950-2008 (variazioni
percentuali annue su valori)
█ recessione
• commercio di merci
■ PIL mondiale
■ produzione di merce
Fonte: 1998-2010, Dr. Jean-Paul Rodrigue, Dept. of Global Studies & Geography, Hofstra University
Analizzando gli scostamenti è possibile distinguere tre epoche:
-
prima del 1970. In questa fase le linee di crescita del commercio, del PIL e della
produzione sono piuttosto simili e allineate. Si è ai primi stadi della globalizzazione, anzi è
più corretto parlare di interazione e integrazione tra sistemi economici simili.
-
Tra il 1970 e il 1985. La prima importante frattura si verifica negli anni Settanta ed è
riconducibile principalmente agli shock petroliferi che comportarono un innalzamento
significativo dei prezzi energetici trasferiti sul valore delle merci. Una teoria economica
11
Si ringrazia il prof. Jean-Paul Rodrigue della Hofstra University di New York che ha concesso l’utilizzo dei
grafici e degli appunti delle lezioni.
6
contemporanea ipotizza che, quando l’attuale fase di globalizzazione raggiungerà la
maturità, i prezzi delle commodities diverranno nuovamente uno dei principali fattori di
divergenza.
-
Dopo il 1985. Questo periodo si caratterizza per l'impostazione di un nuovo sistema di
produzione globale che coinvolge molti Paesi in via di sviluppo. L’accentuazione di questa
divergenza è imputabile alla creazione di una fitta rete di produzione e di fornitura globali.
Secondo gli economisti il commercio mondiale è cresciuto tra il 1950 e il 2008 di almeno tre volte
la produzione e ciò è espressione di come le economie nelle diverse parti del mondo siano entrate
sempre più in relazione tra loro e di come il modello di produzione sia decisamente cambiato.
La recente fase recessiva ha ben evidenziato il grado di interdipendenza commerciale tra gli Stati e
questo è reso esplicito anche dai numeri: il PIL mondiale è arretrato nel 2009 “solo” dello 0,6%
rispetto alla contrazione del 22,5% in termini monetari riportata dalle merci, percentuale ridotta al
12,2% se si considerano i volumi scambiati.
Si è già avuto modo di accennare come il crollo del commercio mondiale non sia un fenomeno
nuovo, nuovissima, invece, è la portata di questo episodio. Il collasso del 2009 è, infatti, andato
ben al di là delle ipotesi formulate dalla maggior parte dei modelli econometrici e di quanto
valutato dalle principali organizzazioni economiche mondiali nelle prime strategie anticrisi.
Sul profondo divario tra stima e realtà hanno inciso una serie di fattori; importanti sono stati
senz’altro l’innalzamento di alcune misure protezionistiche da parte di alcuni Paesi e la riduzione
dell’accesso al credito alla base della maggior parte delle transazioni commerciali internazionali,
ma la prima causa è da ricercare nella caduta della domanda divenuta fragile fin dall’affacciarsi
della crisi dei mutui sub-prime12 nel 2007 e intensificatasi sul finire del 2008. L’impatto della
recessione sul commercio è stato amplificato dalla contemporaneità della caduta nelle diverse
regioni del pianeta e dalla crescita della catena globale di fornitura avvenuta negli ultimi decenni.
La perdita di ricchezza legata alla recessione ha convinto le famiglie a ridurre le spese in beni
durevoli e le imprese a riconsiderare gli investimenti, posticipando le uscite a tempi migliori
(bisogna considerare, inoltre, che questo tipo di merci necessita più di altre del sostegno del credito
e che in quel periodo le condizioni del mercato bancario si stavano inesorabilmente deteriorando).
Questa riduzione di domanda si è ripercossa nelle materie prime, in particolare ferro e acciaio sui
quali già influiva l’andamento negativo del settore delle costruzioni in quei Paesi dove il mercato
immobiliare aveva conosciuto un forte boom prima della crisi13. Agivano sul mercato anche le forti
oscillazioni dei prezzi dei combustibili fossili, in crescita galoppante fino alla metà del 2008, ma
precipitati nella seconda parte dell’anno fino a raggiungere il punto di minimo nei primi mesi del
2009.
L’ampiezza della caduta è stata gonfiata dall’espansione della frammentazione del processo
produttivo che determina un frenetico movimento di beni intermedi; è significativo il fatto che il
calo degli scambi di merce diverga di oltre 10 punti percentuali a seconda se si consideri il valore o
il volume. L’odierno modello produttivo delle grandi aziende prevede un’estesa catena di fornitura
e le merci attraversano i confini nazionali più volte durante il processo di produzione prima di
giungere alla destinazione finale. Le statistiche sul commercio rilevano il valore delle merci a ogni
passaggio, così che il valore totale dei beni scambiati annualmente diventa maggiore di quanto lo
12
Il credito sub-prime (detto anche B-paper, near-prime, second chance) è quel tipo di finanziamento, mutuo
o carta di credito, concesso a dei soggetti che non possono accedere ai tassi di interesse di mercato, per loro
più favorevoli, perché hanno avuto nel passato dei problemi di solvibilità (inadempienze, pignoramenti,
fallimenti e ritardi), oppure non hanno alcuna documentazione su redditi e attività. Sono considerati ad alto
rischio di insolvenza e per questo sono più costosi (tasso di interesse, commissioni, parcelle e premi più
elevati), nascono a tasso fisso per essere dopo qualche anno rinegoziati e trasformati in tasso variabile, con la
possibilità che le rate aumentino anche del 30%. “Prime” indica il debitore con rischio di insolvenza nella
media che si contrappone a sub-prime, cioè sotto la media.
13
Organizzazione Mondiale del Commercio, World Trade Report 2010. Trade in natural resources, 2010
7
sia stato in passato, quando si commerciavano principalmente materie prime e prodotti finiti. La
portata di questi multipli conteggi è difficile da determinare a causa della scarsità dei dati, ma si
legge nel fatto che il commercio si è sviluppato dagli anni Ottanta inesorabilmente molto di più
della produzione. A sostegno interviene anche l’analisi dell’andamento del rapporto tra
esportazioni e Pil mondiale, cresciuto significativamente dal 1985, ma in particolare tra il 2000 e il
2008, per poi cadere bruscamente nel 2009.
Rapporto tra le esportazioni mondiali di merci e sevizi commerciali e
PIL, 1981-2009 (indice 2000=100)
Un altro aspetto che ha caratterizzato la precipitosa caduta del 2009 è stata la natura sincronica
dell’evento; in tutte le nazioni, nessuna esclusa, le importazioni e le esportazioni sono crollate
nello stesso tempo. Ciò è legato, oltre che alla catena di fornitura, anche allo sviluppo della
tecnologia delle informazioni; in sostanza, il venir meno della domanda di un singolo prodotto
comporta l’arresto della produzione della serie di beni intermedi che lo costituiscono e
l’informatizzazione permette al produttore, collocato in una qualsiasi regione del globo, di
intervenire in tempo reale con le varie unità produttive delocalizzate, reagendo quasi
istantaneamente alle sollecitazioni del mercato.
8
MODELLO AZIENDALE, EVOLUZIONE DEL PRODOTTO E
GEOGRAFIA DEL COMMERCIO
Evoluzione del prodotto
Fino agli anni Ottanta “la maggior parte del commercio fra Paesi sviluppati fu determinata (…) dai
risparmi dei costi derivanti dallo sfruttamento di economie di scala e di agglomerazione. Le
imprese tesero a concentrarsi spazialmente”, alcune producendo lo stesso prodotto, altre
collegandosi in relazioni verticali14. La concentrazione spaziale rese possibile una forte
specializzazione con diminuzione dei costi e aumento di produttività. La produzione industriale per
due terzi fu costituita da beni manufatti venduti da un’impresa all’altra all’interno di una rete di
aziende presenti nello stesso territorio15 dove la maggiore, la più strutturata, distribuiva il prodotto
finito sui mercati. In Italia queste aggregazioni presero il nome di distretti industriali.
Questo tipo di modello è stato deformato dal perfezionamento tecnologico intervenuto nei decenni
successivi nel campo dei trasporti e delle comunicazioni e dalla decisione dei grandi Paesi in via di
sviluppo di liberalizzare il commercio attraendo capitali e fornendo un’abbondante forza lavoro a
basso costo.
Da questo punto il mercato mondiale, costituito prevalentemente da manufatti, diventa il motore
della globalizzazione e si assiste a una radicale trasformazione della struttura del commercio
internazionale, che lo porterà a raggiungere livelli di rapporto con il PIL mai visti in precedenza.
Ma è soprattutto il soggetto del commercio a cambiare veste: se lo scambio precedentemente
implicava l’esistenza del prodotto finito che viaggiava da una nazione all’altra, ora il movimento è
generato in gran parte da beni intermedi lavorati in diversi Paesi, che vengono successivamente
assemblati16. In questo processo di trasformazione hanno acquisito sempre maggiore peso i Paesi
in via di sviluppo17 detentori di capitale umano a basso costo e con legislazioni meno restrittive in
materia di lavoro e ambiente, mentre nelle economie avanzate si è avuto un processo di
deindustrializzazione, che ha mantenuto in sito prevalentemente le attività di core business, con
potenziamento delle strutture di ricerca e sviluppo, design, marketing, ecc18.
14
Materiale di studio tratto dalle lezioni di Economia Politica di Filippo Reganati, Facoltà di Scienze della
Comunicazione, delle Arti e dell’Ambiente dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”.
15
«La presenza di una rete di imprese dà luogo a un’esternalità positiva per ogni singola impresa del sistema,
permettendole l’acquisto di input da altre imprese locali e quindi riducendo i costi di trasporto, di
coordinamento, di monitoraggio e di contrattazione” (Sutton 2000), ibidem.
16
La frammentazione internazionale della produzione consiste nella rilocalizzazione all’estero di fasi
specifiche di un processo produttivo tradizionalmente integrato e condotto in un solo Paese (in un solo sito
produttivo). Quando la divisione internazionale del lavoro è il risultato della frammentazione di un processo
produttivo, le singole economie nazionali si caratterizzano per il fatto di specializzarsi in segmenti più o meno
estesi del processo produttivo: sarà sempre possibile che un Paese si specializzi, ad esempio, nelle fasi di
Capital intensive e/o in quelle di skill intensive, ma si dovrà parlare allora di specializzazione in una fase del
processo, e non più di specializzazione nella produzione di una certa merce». Lucia Tajoli, Scambi
internazionali e frammentazione internazionale della produzione: la posizione dell’Italia come fornitore
terzista nel Traffico di Perfezionamento Attivo, in www.confindustria.it
17
Nel 1980, circa tre quarti delle esportazioni dei Paesi in via di sviluppo era rappresentato da commodities
primarie (minerali e prodotti agricoli) e solo il 12% da beni manufatti, attualmente il flusso di manufatti
riguarda l’80% delle esportazioni, mentre l’apporto dei prodotti agricoli è sceso al 10%.
18
Un esempio di frammentazione della produzione può essere ben illustrato riprendendo uno studio
dell’economista R.C. Feenstra del 1998. Sebbene la bambola Barbie sia uno dei principali simboli americani,
la Mattel non ha mai avuto negli Stati Uniti stabilimenti di produzione. I materiali che compongono la
bambola (la plastica del corpo e i capelli) provengono da Taiwan e Giappone, ma a loro volta trovano,
probabilmente, origine nel petrolio del Medio Oriente; lo stampo per le bambole giunge dagli Stati Uniti, così
come i colori per la decorazione. L’assemblaggio e la decorazione, un tempo effettuati nelle Filippine e a
Taiwan, sono stati spostati successivamente in altri Paesi del sud-est asiatico ritenuti economicamente più
vantaggiosi. Dalla Cina, oltre che gran parte della forza lavoro, proviene anche il tessuto per i vestiti, mentre
9
Come si evince dal grafico, lo sviluppo del commercio di beni è stato, negli ultimi cinquant’anni,
significativamente più dinamico di quello espresso dai prodotti agricoli e minerari e dai
combustibili. La divergenza iniziata negli anni Settanta, si è espansa negli anni Ottanta per
diventare sintomaticamente più marcata nel XXI secolo.
Volume degli scambi mondiali di merce per maggiori aggregazioni di prodotti. Anni 1950-2008 (indice
1950=100)
Lo g. scale
10000
Variazione percentuale media annua 1950-2008
Totale esportazioni
----- Manufatti
----- Prodotti minerari e combustibili
----- Prodotti agricoli
5000
6.0
7.5
4.0
3.5
2500
M anufactures
1000
Fuels and mining
pro ducts
500
A gricultural
pro ducts
250
100
1950
1955
1960
1965
1970
1975
1980
1985
1990
1995
2000
2005
Fonte: WTO
L’importanza assunta dal manifatturiero è ben visibile anche dal grafico sotto riportato: se nel
1963 esso partecipava a poco più della metà dell’export totale, nel 2007 la quota era balzata al
68,8%, con picchi rilevanti negli ultimi anni Novanta (oltre il 75%).
Nel biennio della crisi è intervenuta una leggera flessione, ma non particolarmente importante da
pregiudicarne l’indiscussa leadership (65,5% nel 2008 e 67,8% nel 2009).
Hong Kong è il porto dove arrivano le materie prime per la produzione e da dove si spedisce la maggior parte
delle bambole per gli Stati Uniti; a questi ultimi spettano le attività “intellettuali e creative”, il disegno, il
marketing e le campagne di commercializzazione e vendita. La Mattel ha iniziato a operare nelle fabbriche
asiatiche già dagli anni Sessanta, molto tempo prima, dunque, che l’outsourcing diventasse pratica frequente.
Guardando ai luoghi di assemblaggio di Barbie espressi nella dicitura “Made in…” si possono ripercorrere le
tappe del processo di industrializzazione di alcuni Paesi, la loro crescita economica parimenti
all’innalzamento del costo del lavoro: dal 1959 al 1969 la bambola è stata prodotta in Giappone, negli anni
’60 in Mexico e Hong Kong, sostituiti poi dagli stabilimenti di Korea, Taiwan, Filippine, attualmente la
produzione conta due impianti in Cina, uno in Indonesia e uno in Malaysia (J. Tang, Barbie’s tale behind, Los
Angeles Times, 5 settembre 2007; Anthony Giddens, Sociology, 5° ed. Cambridge, 2006, pg. 58; Lucia
Tajoli, Scambi internazionali e frammentazione internazionale della produzione in www.fondazionemasi.it).
10
Esportazioni mondiali di merce per grandi aggregati di merce. Anni 1963-2007
Prodotti manifatturieri
Prodotti minerari
Prodotti agricoli
Fonte: 1998-2010, Dr. Jean-Paul Rodrigue, Dept. of Global Studies & Geography, Hofstra University su dati WTO
Come già più volte accennato, a sostenere questa evoluzione è intervenuto un uso intensivo e
diffuso delle innovazioni tecnologiche, in particolare nel settore dei trasporti (es.
containerizzazione) e nelle comunicazioni (es. internet), che hanno permesso una rapida ed
efficiente gestione delle merci, riducendone fortemente i costi. Su di essi si è poggiata la
frammentazione produttiva: è oramai frequente che i beni siano scambiati più volte in quanto fattori
intermedi di un bene più complesso e ciò interessa oramai tutte le industrie, da quella tessile a
quella aerospaziale.
La ricerca della contrazione dei costi ha condotto alla riduzione dello spazio-tempo, ma ciò è stato
possibile soprattutto per le grandi industrie che, disponendo di ingenti capitali, potevano usufruire
della tecnologia più innovativa prima di tutte le altre imprese.
Pur sottolineando la portata di questo processo, è interessante osservare come, in anni più recenti, la
quota di materie prime minerali si sia dilatata a detrimento dei manufatti e appaia destinata ad
aumentare a causa delle maggiori esigenze dei Paesi in via di sviluppo, che creano le note tensioni
dei prezzi sul mercato internazionale (cui si aggiungono forti speculazioni finanziarie). Secondo
alcuni osservatori, in un mondo dove alcune risorse cominciano a scarseggiare (sia per eccesso di
domanda che per esaurimento naturale) può esserci la concreta possibilità che la quota dei prodotti
agricoli e minerali possa nuovamente allargarsi e posizionarsi tra il 40-50%19, tenendo anche conto
della tendenza espressa da alcuni Paesi, finora esclusivamente export-oriented, a sostenere il
mercato interno e a ridurre le proprie esportazioni in futuro.
Secondo le stime del WTO, nel 200820 i prodotti intermedi contribuivano per circa il 40% al
commercio mondiale di merci (esclusi i carburanti); questa quota era variamente distribuita tra le
nazioni dipendendo fortemente dalla peculiare specializzazione dei singoli Paesi (vd. grafico
seguente). Per Brasile, Cina e India, le nuove locomotive del mondo, la quota di beni intermedi sul
totale dei flussi del manifatturiero aveva raggiunto circa il 70% nel 200521.
19
Appunti di studio del Dr. Jean-Paul Rodrigue, Dept. of Global Studies & Geography, Hofstra University.
WTO, International trade statistics 2009, Ginevra, 2009
21
A. Maurer e C. Degain, Globalization and trade flows: what you see is not what you get!, WTO Staff
Working Paper ERSD-2010-12, giugno 2010, pg. 2. Le attuali statistiche sul commercio non permettono di
20
11
Quota di beni intermedi nel commercio mondiale di beni (esclusi i carburanti). Anno 2008
Fonte: Wto International trade statistics 2009 Ginevra 2009
Nell’espansione del commercio di beni manufatti grande peso hanno avuto anche i servizi, in
particolar modo quelli individuati come “altri servizi commerciali” in cui rientrano quelli richiesti
espressamente dalle imprese e identificabili come attività esternalizzate a sostegno della produzione
e della commercializzazione22. Nei Paesi industrializzati l’attenzione si è spostata dalla produzione
ai servizi, ai diritti di proprietà intellettuale (sui quali è in corso un forte dibattito); inoltre, la
tradizionale divisione tra fornitori di beni intermedi e di servizi è venuta meno, portando alla
rivalutazione di questi ultimi considerati il legante che tiene insieme la catena di fornitura. Non a
caso, i negoziati internazionali per la liberalizzazione del commercio di servizi, ritenuti un settore
strategico e di grande potenzialità, procedono con molta lentezza e su di essi vien mantenuto un
livello di protezione elevato.
Il grafico sottoriportato mette in evidenza come il commercio mondiale di servizi commerciali sia
cresciuto molto più di quelli dei beni intermedi e delle merci, soprattutto in tempi recenti. In
particolar modo si individuano due andamenti distinti: i beni intermedi cominciano ad assumere
importanza attorno alla metà degli anni Novanta, mentre i servizi rivelano, al tempo, una crescita
limitata, ma costante; successivamente, a partire dal 2000 i servizi conoscono un’impennata.
L’OECD (ossia OCSE) ha calcolato una crescita media annua nel periodo 1995-2006 del 6,2% per i
beni intermedi e del 7% per i servizi intermedi in termini di volume, osservando che le attività di
offshoring23 sono cresciute nella maggioranza dei Paesi esaminati. Anche il commercio di prodotti e
cogliere l’esatta quantità del fenomeno perché la definizione che viene data del prodotto non sempre permette
di distinguere tra uso intermedio e finale.
22
“Il contenuto di servizi nei manufatti è in aumento a causa della necessità di collegare la catena globale di
produzione e di garantire una maggiore diversificazione dei prodotti e la personalizzazione degli stessi”.
Andreas Maurer e Christophe Degain, Globalization and trade flows: what you see is not what you get!, WTO
Staff Working Paper ERSD-2010-12, giugno 2010, pg. 13.
23
A volte si usa la parola outsourcing internazionale come sinonimo di delocalizzazione, tuttavia il significato
dei due termini è assai diverso.
12
servizi finali è aumentato allo stesso ritmo, così che la quota dei beni intermedi è rimasta costante,
mentre quella dei servizi intermedi è cresciuta lievemente24.
Andamento del commercio mondiale di merci, beni intermedi e altri servizi commerciali. Anni 1988-2006
(base 1988 = 100)
- - - - - - - - - Altri servizi commerciali
__ __ __ __ Beni intermedi
__________ Totale merci
Fonte: elaborazione WTO su database UN COMTRADE
Evoluzione della struttura dell’impresa
Prima del 1970 per una serie di fattori, tra cui costi di trasporto elevati e restrizioni doganali, le
commodities erano le merci maggiormente commercializzate, lo scambio di prodotti finiti era
conseguenza di una necessità, ma qualora il prodotto poteva essere, in teoria, realizzato nel territorio
nazionale si ergevano una serie di politiche protezionistiche per limitarne l’accesso esterno. In
questa fase dominano le grandi imprese attente soprattutto al mercato interno in espansione. Il
periodo è caratterizzato da una certa immobilità dei fattori della produzione, un equilibrio che viene
messo in discussione sul finire degli anni Sessanta.
Negli anni Settanta entrano in gioco nuove forze che portano alla crisi della grande impresa, al
proliferare delle piccole aziende e a una maggiore mobilità dei fattori della produzione (graduale
La delocalizzazione -offshoring- si riferisce all'organizzazione internazionale della produzione. In particolare,
si vuole fare riferimento alla crescente specializzazione verticale delle economie nazionali derivata dal
commercio internazionale: parte del processo produttivo viene riallocato dall'impresa oltre i confini nazionali,
spesso in cerca dei vantaggi derivanti dallo sfruttamento della manodopera a basso costo o della legislazione
più permissiva in materia di tutela ambientale dei Paesi in via di sviluppo. Da questo tuttavia non deriva
necessariamente l'esternalizzazione della fase del processo, perché lo stesso può rimanere entro i confini
dell'impresa, laddove svolto da una sua filiale estera o comunque da un'impresa che fa parte dello stesso
gruppo. L'attività produttiva fuoriesce, dunque, dai confini nazionali, ma non necessariamente da quelli
dell'impresa.
Nell'outsourcing internazionale, al contrario, per la produzione del bene o la fornitura del servizio ci si rivolge
a un'altra impresa che opera fuori dai confini nazionali. In questo senso l'attività produttiva fuoriesce sia dai
confini nazionali che da quelli dell'impresa.
24
Miroudot, S., R. Lanz and A. Ragoussis (2009), “Trade in Intermediate Goods and Services”, OECD Trade
Policy Working Papers, No. 93, OECD Publishing. doi: 10.1787/5kmlcxtdlk8r-en
13
rimozione delle restrizioni ai movimenti di capitale25, caduta del sistema finanziario di Bretton
Woods26, containerizzazione, liberalizzazioni commerciali). Nascono il decentramento produttivo e
l’economia di scala e ha luogo la deverticalizzazione: le grandi imprese, nel tentativo di contenere i
costi, tendono a far svolgere alle piccole ditte dell’indotto, più flessibili in un mercato variabile per
quantità e qualità, parte della produzione.
Questo processo avviene all’interno del medesimo Paese o, al massimo, nell’insieme delle
economie avanzate. In alcuni casi si raggiunge una forte specializzazione per fasi, il prodotto finito
viene scomposto e ciascuna parte affidata a una singola piccola fabbrica; in altri casi, piccole-medie
aziende, che talvolta interagiscono tra loro, ma non sono gerarchicamente collegate, tendono a
riprodurre il medesimo prodotto della grande impresa. L’azienda leader commercia all’esterno, ma
anche le medie, a volte, ne calcano l’orma.
Negli anni Ottanta lo sviluppo rilevante dei mercati internazionali obbligazionari e la crescita dei
prestiti bancari mondiali portano a una maggiore disponibilità di credito, che va a sostenere gli
investimenti e a favorire il commercio estero, avvantaggiando, sul finire del decennio, il ritorno
della grande impresa, già in fase di recupero per l’allentamento della pressione dei costi dei fattori
produttivi. Si fa strada, così, l’espansione della rete di produzione globale, favorita anche
dall’avanzata delle nuove tecnologie, i cui costi potevano essere meglio sostenuti dalla grande
impresa piuttosto che dalla medio-piccola.
Grazie a questo processo, molte economie emergenti, che non erano in grado di svolgere intere
produzioni, hanno potuto essere coinvolte nella realizzazione di componenti attraverso l’attivazione
di catene di fornitura globali, che le hanno rese sempre più specializzate. L’effetto è stato
moltiplicatore perché la filiera si è estesa coinvolgendo non solo i Paesi emergenti, ma anche le
regioni contigue27.
Le grandi aziende avviano processi di scambio di beni intermedi prodotti in stabilimenti diversi
della stessa industria (commercio intra-industriale) o tra industrie diverse (commercio interindustriale) collocati anche al di fuori del territorio nazionale28.
Se l’impresa fornitrice è localizzata in un Paese diverso dall’impresa acquirente si attiva,
ovviamente, un flusso commerciale internazionale che può scaturire da differenti tipi di integrazione
commerciale. Può trattarsi di semplici acquisti di beni intermedi sul mercato (outsourcing) oppure
implicare rapporti contrattuali più stretti, attraverso i quali un’impresa commissiona a fornitori
esteri beni intermedi o esecuzioni di fasi di lavorazione su specifiche indicazioni, detenendo o meno
il controllo proprietario sull’esecutrice.
Nel caso in cui l’impresa esporta temporaneamente materiali o semilavorati per alcune lavorazioni
per poi reimportarli, si parla di frantumazione internazionale della produzione in senso stretto
(production sharing). Questo rapporto crea «una certa dipendenza tra l’impresa committente e
l’impresa perfezionatrice, ed è possibile che si verifichino spillover o trasferimenti di tecnologia
25
Interventi attuati nel 1973 in Canada, Germania e Svizzera, nel 1974 negli Stati Uniti, nel 1979 in Gran
Bretagna, nel 1980 in Giappone, nel 1990 in Italia e Francia e nel 1992 in Spagna e Portogallo.
26
La Conferenza di Bretton Woods del 1944 stabilì le regole del sistema finanziario mondiale post-bellico,
basato sulla parità fissa tra le valute dei vari Paesi (le diverse valute erano ancorate al dollaro americano, la
cui convertibilità aurea era fissata a 35 dollari l’oncia) e creò il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e le
istituzione che fanno capo alla Banca Mondiale. La Conferenza prevedeva anche un’Organizzazione
Internazionale per il Commercio, la cui creazione è, però, avvenuta solo nel 1995 con il WTO (World Trade
Organization in italiano abbreviata con l’acronimo OMC). Nel 1947 si riuscì solo a raggiungere un accordo
internazionale noto come GATT, Accordo Generale sul Commercio e le Tariffe, che stabiliva le basi per un
sistema multilaterale di relazioni commerciali per favorire la liberalizzazione del commercio mondiale.
F. Bonaglia e A. Goldstein, Globalizzazione e sviluppo, Il Mulino, Bologna 2003, pg. 122.
27
Centro Studi Confindustria, Nuovi produttori, mercati e filiere globali. Le imprese italiane cambiano
assetto, scenari industriali n. 1, giugno 2010
28
Il fenomeno in realtà non è nuovo, le grandi imprese americane erano uscite dal territorio nazionale fin
dagli anni Cinquanta, nuova è la portata dello stesso, perché coinvolge un numero sempre crescente di
aziende, anche di media dimensione, localizzate in tutto il globo, che interagiscono tra loro.
14
dall’impresa committente verso l’impresa perfezionatrice»29. Questo tipo di legame è facile da
attuare, ma non garantisce un elevato grado di controllo dell’impresa richiedente sull’azienda
perfezionatrice come, invece, avviene con l’investimento diretto all’estero (IDE)30, attraverso il
quale un investitore straniero acquisisce una quota di impresa tale da poter esercitare una
significativa influenza sulla gestione strategica e operativa della stessa.
Tradizionalmente si distinguono tre modelli di imprese internazionali a seconda della forma di
investimento attuato:
-
-
Impresa multinazionale multidomestica (stand-alone) che replica all’estero tutta o parte
dell’attività svolta nel Paese di origine. Si tratta di IDE orizzontali che hanno come
obiettivo la penetrazione in un mercato straniero abbattendo i costi commerciali e aggirando
le barriere doganali;
Impresa multinazionale con integrazione semplice (simple integration strategy) che
delocalizza una o più fasi della produzione o la produzione di alcune parti componenti;
Impresa multinazionale con integrazione complessa (supply system policy) in cui ogni
consociata si specializza in precise funzioni, lasciando a una o più affiliate il compito di
assemblare i componenti.
Questi ultimi due si riferiscono a IDE verticali che hanno come scopo principale il contenimento dei
costi di produzione sfruttando il diverso costo dei fattori produttivi (capitale e lavoro) nei singoli
Paesi e la diversa intensità dei fattori nei vari cicli di fabbricazione. Conducono alla
frammentazione del processo produttivo in più stadi e in più luoghi e alla commercializzazione
internazionale dei prodotti semilavorati.
Negli anni Ottanta sono maturati anche altri generi di collaborazione tra imprese, al tempo definite
“Nuove Forme di Internazionalizzazione (NFI), che oggi rappresentano un modo frequente ed
efficace di affrontare congiuntamente la dinamica dei mercati esteri: si tratta di accordi di
cooperazione tra imprese che possono implicare una partecipazione al capitale o basarsi
semplicemente su accordi contrattuali per lo svolgimento di attività in comune o per particolari
forme di assistenza tecnico-produttiva31. Queste strategie di internazionalizzazione, necessitando di
minori capitali, coinvolgono anche le piccole e medie imprese.
29
Lucia, Tajoli, ibidem.
Si parla di investimento diretto quando chi investe possiede almeno il 10% delle azioni ordinarie con
l’obiettivo di stabilire un interesse duraturo nel Paese estero e una significativa influenza nella gestione
dell’impresa. Gli IDE si distinguono in:
- investimenti greenfield, che consistono nella costituzione di nuove unità produttive all’estero. Essi
rappresentano una quota marginale, circa il 10-15% del flusso mondiale di IDE.
- investimenti brownfield, che riguardano processi di fusione aziendale o acquisizione di strutture già esistenti.
Rappresentano la parte più consistente degli IDE.
Gli IDE sono aumentati fortemente tra 1985 e 2000, superando di molto la crescita del commercio
internazionale e del reddito, per poi stabilizzarsi tra il 2001 e il 2005. I flussi di investimento delle
multinazionali restano inferiori ai flussi commerciali, ma secondo dati UNCTAD circa un terzo del
commercio mondiale avviene all'interno delle strutture delle multinazionali, tra filiali di Paesi diversi o tra
filiali e casa madre. Gli IDE provengono dai Paesi avanzati e per lo più ad essi rivolti (Stati Uniti, Europa e
Tigri asiatiche), anche se sono in crescita quelli destinati ai Paesi in via di sviluppo.
31
Classificati da Momigliano e Balcet in joint-venture a partecipazione minoritaria, subappalti e
decentramenti produttivi internazionali extragruppo e accordi di cooperazione industriale internazionale tra
imprese.
30
15
Evoluzione del concetto di commercio internazionale e di impresa
Prima del 1970
Internazionalizzazione mercantile
Paese B
Paese A
Tra 1970 e 1990
Internazionalizzazione mercantile e produttiva
Paese B
Paese A
Dal 1990
Paese A
Internazionalizzazione produttiva
Paese C
Paese B
Paese D
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A.
L’Italia, come molti altri Paesi, è stata investita dal processo di frammentazione internazionale della
produzione (un po’ più tardi rispetto ad altre nazioni) e ciò ha prodotto, a partire dalla seconda metà
degli anni Novanta, un profondo mutamento nel modello di impresa con un infittirsi di relazioni
verticali interaziendali e una significativa emancipazione del subfornitore rispetto al suo ruolo
tradizionale32. Spesso l’impresa subfornitrice, non espleta solo funzioni di pura trasformazione, ma
instaura relazioni di complementarietà con l’impresa committente e partecipa a network produttivi
anche di carattere transnazionale.
L’impresa committente, relegando al subfornitore le attività meno remunerative, si focalizza su
quelle che danno maggiore redditività (fasi a monte e a valle del processo produttivo), e questo
assume maggior peso tanto più elevata è la quota di attività realizzate esternamente: la concorrenza
si trasferisce, dunque, sulla gestione dei fattori immateriali di competitività (selezione e gestione
dell’outsourcing, progettazione e sviluppo dei prodotti, marketing, logistica) che diventano i veri
elementi distintivi dei prodotti.
32
A. Giunta, A. Nifo, D. Scalera, Divisione del lavoro, crescita e divari di performance nell’industria italiana
degli anni ’90, Università degli studi Roma Tre, Collana del Dipartimento di economica, Working Paper n.
97, 2008
16
Vendita / Servizio
Alto
R&S
valore aggiunto
Globalizzazione
Marketing
Marchio
Distribuzione
Attività
concettuali
Design
Logistica
Manifattura
Basso
Fonte: adattatamento Camera di Commercio I.A.A. da 1998-2010, Dr. Jean-Paul Rodrigue, Dept. of Global Studies &
Geography, Hofstra University
Alle aziende subfornitrici è richiesto di innalzare la propria dimensione di operatività per
fronteggiare la crescente concorrenza dei Paesi produttori a basso costo, quindi, sono necessari alti
standard qualitativi, efficienza produttiva, recepimento ed elaborazione delle informazioni, capacità
di riposizionamento, massima soddisfazione delle richieste del committente, capacità di sviluppare
relazioni lungo tutta la rete, anche transnazionale, di appartenenza.
Queste imprese devono essere dotate di grande flessibilità e facoltà di relazione perché, ad
eccezione della figura dell’assemblatore finale, spesso esternalizzano a loro volta le fasi meno
remunerative assumendo, pertanto, il duplice ruolo di committenti e fornitori. Il fatto che l’azienda
subfornitrice possegga attitudini dinamiche costituisce un prerequisito per partecipare alla rete, che
non la mette al riparo dal rischio della concorrenza mondiale e dalla possibilità di futura
marginalizzazione.
Questo processo di partecipazione e interazione con le aziende maggiori è oramai imprescindibile,
pena l’esclusione dal processo produttivo33, come dimostra anche l’evoluzione strutturale dei
distretti industriali.
Il fenomeno della frammentazione della produzione ha interessato, infatti, da vicino le imprese dei
distretti, quelle che avevano tratto vantaggi competitivi investendo, al contrario, nel radicamento del
territorio. Differentemente dal passato, e già nel 2006 uno studio di Unioncamere lo evidenziava,
solo una parte delle imprese distrettuali utilizza fornitori della stessa provincia, mettendo quindi in
luce come l’outsourcing internazionale abbia avuto significative ripercussioni sui “confini del
distretto”34.
La catena della subfornitura appare organizzata in forma piramidale: al vertice si impone l’azienda
leader, generalmente di grandi dimensioni, immediatamente sotto si collocano i fornitori di primo
livello, un gruppo selezionato e ridotto di imprese con cui il committente instaura rapporti di quasiintegrazione, e poi tutti gli altri. I fornitori di primo livello si caratterizzano per sostenere importanti
investimenti specifici e per un portafoglio clienti poco diversificato.
33
«Ci si riferisce al processo di scrematura nell’industria calzaturiera e dell’abbigliamento, che ha operato a
partire dalla seconda metà degli anni ’90, per la quale le imprese collocate nelle fasi a elevato contenuto di
semplice manodopera hanno sofferto l’attacco competitivo dei produttori dei Paesi con più basso costo del
lavoro, fino a essere espulse dal mercato». A. Giunta, A. Nifo, D. Scalera, ibidem. Analoghe considerazioni
possono essere fatte per il settore dell’occhialeria bellunese. Il numero di unità locali presenti in provincia di
Belluno che operavano nel campo dell’occhialeria in senso stretto è passato da 843 di inizio secolo a 469 di
fine 2009 (ATECO 2002).
34
A. Giunta, A. Nifo, D. Scalera, ibidem. Il Rapporto di Unioncamere del 2006 evidenziava che solo un terzo
delle imprese distrettuali si riforniva in loco.
17
Il rapporto con l’impresa leader è molto stretto, spesso c’è assistenza tecnica e passaggio di
informazioni e tecnologia. I fornitori a loro volta intessono una propria rete di subfornitura e così di
seguito per tutta la catena produttiva. Questo sistema di organizzazione del lavoro comporta la
centralizzazione della responsabilità a ogni livello per specifiche competenze e porta nel contempo
alla dispersione della produzione, che può avvenire su scala planetaria.
Evoluzione della geografia del commercio
Fino al 1970 il commercio globale era dominato dai Paesi sviluppati e lo scambio prevedeva
l’invio delle materie prime dai Paesi in via di sviluppo alle economie maggiori, da cui migravano
successivamente i prodotti finiti in senso opposto. Ciò avveniva principalmente per la presenza di
notevoli differenze nel livello di sviluppo e per la sussistenza di poteri forti legati alla precedente
dominazione coloniale.
Con il processo di industrializzazione e di ricollocazione dei siti produttivi in zone
economicamente più appetibili, la corrente dei flussi è mutata profondamente. Lo spostamento
della produzione nelle aree straniere ha dato luogo ad attività produttive, sia di beni intermedi che
di prodotti finiti, che generalmente non vengono venduti sul mercato di fabbricazione, ma sono
acquisiti dall’impresa che opera nel Paese d’origine, per essere rivenduti sotto il suo marchio nei
Paesi sviluppati; pertanto i manufatti viaggiano, con sempre maggior intensità, dai Paesi emergenti
verso le economie mature. Un’altra importante differenza rispetto al passato è la creazione di
importanti e crescenti interrazioni tra i Paesi in via di sviluppo.
Cambiamenti nella geografia degli scambi
Prima del 1970
Dopo il 1970
Paesi sviluppati
Paesi sviluppati
Paesi in via di sviluppo
Polo industriale
Paesi in via di sviluppo
Flusso di merce
Flusso di materie prime
Fonte: 1998-2010, Dr. Jean-Paul Rodrigue, Dept. of Global Studies & Geography, Hofstra University su dati WTO
Come evidenziato nel primo capitolo, dal secondo dopoguerra il commercio internazionale ha
conosciuto un lungo periodo di espansione durato fino al 1973, quando i due shock petroliferi,
l’accendersi dell’inflazione causata da eccessiva espansione monetaria e inadeguate politiche
macroeconomiche hanno condotto a un rallentamento degli scambi. A partire dagli anni Novanta,
il commercio è ripartito nuovamente con grande vigore, ma con attori diversi.
18
L’originale posizione egemonica degli Stati Uniti fu messa in discussione dall’Europa occidentale
e dal Giappone che esibirono, tra il 1950 e il 1973, una maggiore dinamicità nelle transazioni oltre
frontiera. Il commercio fu allora sostenuto dall’esigenza della ricostruzione postbellica e dalla
necessità di colmare il divario con l’economia americana. Successivamente, l’integrazione
economica europea portò a un’intensificazione degli scambi intracontinentali che crebbero in
misura sempre maggiore.
Gli anni Novanta hanno segnato la massima espansione delle economie occidentali avanzate, ma
già il Giappone, sotto la pressione dei Paesi NIE’s35 e della Cina, aveva cominciato ad avvertire
una significativa perdita di competitività e a nulla sono valse la costituzione dell’accordo di libero
scambio Nord Americano (NAFTA) del 1994 e la maggiore integrazione ed espansione verso est
dell’Unione Europea (a seguito della caduta del blocco sovietico) per invertire la tendenza al
ridimensionamento dei Paesi industriali più maturi.
Nell’ultimo decennio la riduzione della partecipazione dei Paesi occidentali al commercio
mondiale è da imputarsi all’ascesa della Cina, entrata a far parte del WTO nel 2001, al recupero
della Comunità dei Stati Indipendenti e ai prezzi crescenti delle materie prime, che hanno
comportato un’espansione delle quote di Africa, Medio Oriente e centro e sud America. Inoltre, la
concorrenza si è fatta più serrata, in quanto le esportazioni dei Paesi emergenti, dapprima
concentrate su prodotti tessili o altre merci ad alta intensità di manodopera, si sono portate
velocemente su settori tecnologicamente più avanzati, creando allarme nei Paesi occidentali36. E’
oramai un dato certo che alcune lavorazioni labour intensive a basso valore aggiunto non sono più
35
Nei primi anni Sessanta fanno la comparsa sullo scenario internazionale le emergenti economie asiatiche
che iniziano intense politiche di espansione commerciale, tanto che in un ventennio riescono a conquistare
una quota di mercato vicina al 10%. In principio la specializzazione puntò sul tessile, ma poi, gli investimenti
puntarono su settori più evoluti quali l’elettronica e l’alta tecnologia, campi fino ad allora monopolio del
Giappone.
36
Nel primo decennio del XXI secolo si sono prodotte molte trasformazioni all’interno del panorama
imprenditoriale italiano che possono essere sintetizzate attraverso queste due autorevoli osservazioni che
esprimono l’evoluzione e la frattura intervenuta a metà del periodo considerato:
1) Molti Paesi europei, tra cui l’Italia, sono specializzati in settori tradizionali a media tecnologia (tessile,
meccanica, agroalimentare) e solo in parte in comparti ad alta tecnologia, che però risultano essere già maturi
e quindi a bassa crescita produttiva (auto, chimica, energia, costruzioni). Nel confronto con gli Stati Uniti,
l’Europa appare specializzata su settori a medio-alta tecnologia che attualmente non si trovano più sulla
frontiera tecnologica e produttiva (lo erano due, tre decenni fa). Proprio ai segmenti maturi l’Europa indirizza
gran parte delle proprie spese in R&S, quando gli Stati Uniti investono nei servizi e negli ambiti industriali
che maturano una maggiore remunerazione (elettronica, semiconduttori, hardware, software, biotecnologia).
«Contrariamente al dopoguerra, quando la crescita (…) poteva essere ottenuta attraverso l’accumulazione dei
fattori e l’imitazione, una volta che ci si è avvicinati alla frontiera delle possibilità tecnologiche, lo
spostamento in avanti della frontiera è diventato il principale motore della crescita». Sapir et al., An agenda
for a growing Europe: making the Eu economic system deliver, European Commission, Bruxelles, luglio 2003
in Paolo Crosetto, Il miracolo americano della produttività e l’Europa: fine della convergenza?, Unità di
Ricerca sulla Governance Europea, URGE Working Paper 3/2005, Torino 2005
2) Tra il 1999 e il 2004, l’industria italiana è stata messa in crisi dall’irrompere della concorrenza asimmetrica
cinese. Al tempo il pericolo Cina sembrava investire solo il Made in Italy che perdeva inesorabilmente quote
di mercato nelle calzature, nel tessile-abbigliamento e nei mobili. Però, nel quadriennio 2004-2008, l’Italia ha
saputo far aumentare il surplus commerciale nel manifatturiero (senza chimica), crescendo più della
Germania, in quanto ha riqualificato i suoi prodotti. La Cina, nel frattempo, si è organizzata e non esporta più
solo prodotti manifatturieri facilmente replicabili, ma si è posta all’attenzione del mondo anche
nell’elettronica e nelle tecnologie, facendo tremare tutte le economie avanzate, non solo, dunque, l’Italia,
legata ai prodotti tradizionali e facilmente preda dell’imitazione. La maggiore capacità a imporsi sul mercato
espressa dalle imprese italiane in questo periodo è dovuta all’acquisita specializzazione nella meccanicamezzi di trasporto e all’innalzamento del livello del manifatturiero posizionatosi su più alto valore aggiunto
tanto che, stando agli indicatori del Trade Performance Index (indice della competitività) redatti dal
UNCTAD-WTO, dopo la Germania, l’Italia è il Paese più competitivo al mondo. Marco Fortis, Imprese oltre
il declino, Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2010
19
localizzate in Cina, ma in altre economie dell’area asiatica, in cui il costo del lavoro è ancora più
basso. Particolarmente interessante è stata la velocità con cui la Cina si è imposta al mondo, uno
shock per l’economia mondiale, di gran lunga maggiore di quello sopportato all’inserimento di
quella statunitense all’inizio del secolo scorso: dal 1993 il colosso cinese ha triplicato la propria
quota mondiale di esportazioni e nel 2009 è diventato il primo esportatore mondiale scalzando la
Germania che deteneva il primato dal 2003.
Classifica dei Principali Paesi esportatori di merci del mondo. Anni 1950-2009
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
PAESE
1950
PAESE
1960
PAESE
1970
Stati Uniti
Regno Unito
Francia
Canada
Germania
URSS
Australia
Belgio- Lussemb.
Paesi Bassi
Brasile
16,6
10,2
5,0
4,9
3,2
2,9
2,7
2,7
2,6
2,2
Stati Uniti
Germania
Regno Unito
Francia
Canada
URSS
Paesi Bassi
Giappone
Belgio-Lussemb.
Italia
15,8
8,8
8,2
5,3
4,5
4,3
3,5
3,1
2,9
2,8
Stati Uniti
Germania
Regno Unito
Giappone
Francia
Canada
Paesi Bassi
Italia
URSS
Belgio-Lussemb.
13,6
10,8
6,1
6,1
5,7
5,3
4,2
4,2
4,0
3,7
PAESE
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
Germania
Stati Uniti
Giappone
Francia
Regno Unito
Italia
Paesi Bassi
Canada
Belgio- Lussemb.
Hong Kong
1990
12,2
11,4
8,3
6,3
5,4
4,9
3,8
3,7
3,4
2,4
PAESE
Stati Uniti
Germania
Giappone
Francia
Regno Unito
Canada
Cina
Italia
Paesi Bassi
Hong Kong
2000
12,1
8,5
7,4
5,1
4,4
4,3
3,9
3,7
3,6
3,1
PAESE
Cina
Germania
Stati Uniti
Giappone
Paesi Bassi
Francia
Italia
Belgio
Rep. di Korea
Regno Unito
PAESE
Stati Uniti
Germania
Giappone
Francia
Regno Unito
Arabia Saudita
Italia
URSS
Paesi Bassi
Canada
1980
11,1
9,5
6,4
5,7
5,4
5,4
3,8
3,8
3,6
3,3
2009
9,6
9,0
8,5
4,6
4,0
3,9
3,2
3,0
2,9
2,8
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO
E’ interessante osservare come la quota totale di partecipazione all’export mondiale dei primi dieci
Paesi esportatori sia molto variata nel corso di questi ultimi sessant’anni: nel 1950 si posizionava
attorno al 53% per poi espandersi e trovare l’apice nel 1971 con il 63,8% (limite mai più raggiunto);
successivamente si è assistito a una fase discendente accentuatasi negli anni Duemila, interrotta solo
dalla felice parentesi nel periodo 1986-1994 quando la quota è tornata a collocarsi oltre il 60%.
Nel 2009, i principali dieci esportatori concorrevano all’export globale solo per il 51,6%, il minimo
del periodo oggetto di osservazione, e ciò è segno manifesto che non esiste più un monopolio delle
merci in mano a pochi Paesi, ma che sul mercato sono presenti numerosi attori, in misura maggiore
rispetto al passato e che, quindi, la concorrenza si è fatta sempre più serrata.
La rapida (e non esaustiva) descrizione di queste pagine sull’ultimo processo di
internazionalizzazione evidenzia come le diverse economie del mondo, caduto il muro di divisione
ideologica, siano interdipendenti in virtù delle strategie adottate dalle grandi imprese multinazionali.
Il principale fattore che spinge un'azienda a portare oltre il confine nazionale le proprie attività è la
possibilità di ridurre i costi di produzione, a ciò si aggiungono le opportunità di nuovi e più agevoli
sbocchi commerciali per i propri prodotti o servizi, di allargare la propria quota di mercato, di
ricercare competenze e risorse umane qualificate. Condizione imprescindibile è ovviamente avere
un vantaggio economico, che non si esprime, però, solo attraverso benefici fiscali e abbattimento
20
del costo del lavoro, ma anche attraverso la condivisione di standard tecnici, di conoscenze
codificate e trasmissibili (intendendo con questo sviluppo della comunicazione su comuni
parametri); inoltre, è essenziale mantenere un certo controllo sull’operato altrui. E’ evidente che
aiutano e influenzano gli scambi l’affinità politica e culturale, la capacità e la facilità di instaurare
contatti personali; per questo, molte aziende, non particolarmente strutturate o non adeguatamente
sorrette da servizi qualificati, spinte dall’idea di ottenere comodi guadagni dalla semplice
contrazione dei fattori produttivi, avevano, nella prima ora, sposato con entusiasmo la
delocalizzazione in Paesi lontani geograficamente e culturalmente, per poi far ritorno in patria
delusi.
21
TARIFFE, ACCORDI, LIBERALIZZAZIONI, AREE DI LIBERO SCAMBIO
L’istituzione nel secondo dopoguerra dei grandi organismi internazionali è stata in grado di fornire
una piattaforma comune che ha favorito le attività di movimentazione dei capitali e ha sostenuto lo
sviluppo del commercio mondiale.
John Maynard Keynes, l’artefice della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale,
aveva lavorato anche alla costituzione di un’istituzione internazionale del commercio che, però
non venne mai creata perché gli Stati Uniti non ratificarono la Carta de L’Avana che ne
promulgava gli statuti. Scappato al fallimento, sopravvisse solo il capitolo IV della Carta, noto
come GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) o Accordo generale sulle tariffe doganali e
il commercio che dal 1948 è stato un tavolo permanente di contrattazione multilaterale, che ha
portato alla progressiva riduzione delle tariffe doganali sui prodotti manifatturieri. Nei quasi
cinquant’anni di attività, i Paesi membri, riuniti in cicli di negoziati (Round), sono riusciti ad
abbassare le tariffe medie sulle importazioni da oltre il 40% fino a una soglia condivisa del 4-5%37.
Grado medio di protezione doganale e andamento degli scambi all’interno del GATT. Anni
1947-1994
Fonte: tesi di dottorato di Alessandra Tzannis “Processi di internazionalizzazione delle PMI e dinamiche
culturali, Università agli Studi di Bergamo, Facoltà di economia a.a. 2007-2008
La liberalizzazione, però, è risultata incompleta sia per numero di Paesi aderenti che di prodotti
contemplati negli accordi; ciò ha contribuito a ripristinare la direttrice Nord-Sud, prodotti contro
materie prime, perdendo il flusso di capitale e di lavoro che era stato alla base del precedente
processo di globalizzazione e integrazione. I Paesi meno sviluppati (LDCs), lasciati ai margini del
processo, non hanno beneficiato dell’aumento degli scambi mondiali, per la presenza di ampie
politiche protezionistiche e di persistenti barriere doganali attuate nei loro confronti da parte dei
37
Appunti tratti dalle lezioni della prof.ssa Valeria Sodano del corso di "Mercati agroalimentari” a.a.
2008/2009, laurea magistrale in Scienze e tecnologie alimentari, dipartimento di economia e agraria
dell'Università di Napoli Federico II.
22
Paesi maggiormente sviluppati che cercavano di proteggere i propri manufatti38. Tuttavia, a partire
dagli anni Ottanta con l’apertura commerciale di alcuni LDCs, la riduzione dei dazi sui prodotti
finiti, politiche meno ostili nei confronti degli investitori esteri39 e la caduta del blocco sovietico,
per la prima volta numerosi Paesi, ottenendo un vantaggio competitivo dalla produzione di beni e
servizi a labour-intensive (abbondante presenza di forza lavoro a basso costo), sono riusciti a
entrare nel mercato globale40.
Con il trattato di Marrakech del 1994 si è conclusa l’ultima serie di negoziati41 del GATT e si è dato
vita a un nuovo organismo internazionale, il WTO (World Trade Organization) o Organizzazione
Mondiale del Commercio preposto alla liberalizzazione del commercio e all’abbassamento delle
barriere tariffarie. Differentemente dal GATT, che si occupava del solo manifatturiero, il WTO si
occupa di tutte le attività umane (tranne particolari eccezioni) e le decisioni adottate in materia sono
coercitive per gli Stati aderenti. Vi fanno parte 153 Paesi membri, cui si aggiungono 30 Paesi
osservatori, che in totale rappresentano circa il 97% del commercio mondiale di beni e servizi.
Qualche voce critica si leva contro l’organizzazione, che viene accusata di favorire le nazioni più
sviluppate e gli interessi delle multinazionali.
Attualmente il WTO è impegnato nel cosiddetto Doha Round, il cui obiettivo è di rendere le regole
del commercio più eque per i Paesi in via di sviluppo. Avviato nel 2001, è finora fallito perché le
negoziazioni si sono arenate su cruciali questioni in campo agricolo, ma difficoltoso è apparso
anche il dialogo sull’accesso al mercato dei prodotti non agricoli (tariffe industriali, barriere non
tariffarie e servizi). Le differenze più significative emergono tra le nazioni sviluppate, che non
cedono sui sussidi all’agricoltura, e quei Paesi in cui il settore primario è la principale fonte di
reddito e dove tali aiuti vengono visti come una forma di protezionismo. Ma anche i grandi Paesi
emergenti si oppongono alla liberalizzazione, essendo restii ad aprire i mercati interni ai manufatti
provenienti dai Paesi meno sviluppati e desiderosi di mantenere elevato anche lo scarto dei livelli
tariffari con i partners commerciali più evoluti. Questi ultimi, infine, chiedono al resto del mondo
livelli di apertura per i propri prodotti industriali e servizi tali da compensare l’accesso ai loro
mercati delle derrate agricole esterne.
Queste divergenze si riflettono sulle barriere tariffarie, generalmente alte nei Paesi in via di sviluppo
e mediamente basse nei Paesi economicamente avanzati (a eccezione di alcuni beni specifici per i
quali il grado di protezione è elevato). In termini di accesso al mercato, le economie mature, avendo
dazi ridotti, hanno ben poco da offrire e questo spiega in parte la lentezza con cui procedono le
trattative. Finora è risultato molto difficile trovare un accordo sulle modalità ed entità dei tagli da
effettuare, nonostante sia riconosciuto, e il direttore generale del WTO Pascal Lamy l’ha più volte
ricordato durante l’annus horribilis, che la positiva conclusione del negoziato sarebbe stata un
modo efficace per contrastare la crisi e rilanciare l’economia mondiale.
38
Tra le varie misure protezionistiche adottate va citato l’Accordo Multifibre, cessato il 1 gennaio 2005, un
complesso sistema di accordi bilaterali contro le esportazioni di prodotti di cotone, di lana e di fibre sintetiche
provenienti dalle economie meno sviluppate.
39
Gli IDE non portano solo capitale, ma anche tecnologia avanzata e accesso ai mercati internazionali e
quindi sono decisivi per poter partecipare alle reti produttive del mondo. Anche se i flussi netti di capitale
privato verso gli LDCs sono aumentati rispetto al Pil, essi rimangono al di sotto del livello raggiunto nel
1914. Appunti tratti dalle lezioni della prof.ssa Tiziana Cuccia, Università di Catania, Facoltà di economia,
Corso di politica economica internazionale.
40
Va ricordato che gli LDCs più globalizzati hanno messo in campo negli ultimi vent’anni interventi a
sostegno delle infrastrutture, delle istituzioni e dell’accrescimento delle competenze professionali per una
produzione in chiave moderna. Altri Paesi, invece, (soprattutto dell’Africa e dell’ex Unione Sovietica) pur
disponendo di manodopera abbondante, non sono riusciti a integrarsi nella nuova economia a causa di
politiche economiche inadeguate, svantaggio geografico, deficit infrastrutturale, rischio di guerre, insolvenza
Paese, ecc.
41
Noti con il nome di Uruguay Round, avviati nel 1986 e coinvolgenti 123 Paesi, riguardavano tre accordi
fondamentali recepiti, poi, dalla nuova istituzione: l’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio,
l’Accordo generale sul commercio dei servizi e Aspetti commerciali dei diritti di proprietà intellettuale.
23
Tariffe: media semplice applicata secondo la clausola della nazione più favorita (MFN - most
favoured nation*) in alcuni Paesi avanzati ed emergenti. Anno 2009
35,0
30,0
25,0
20,0
15,0
10,0
5,0
Totale
Agricoli
Af
ri c
a
in
a
d
ia
In
d
C
Su
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us
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ile
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Br
as
ne
pp
o
G
ia
ni
ti
St
at
iU
U
E
27
-
Non agricoli
* Il principio espresso dalla clausola della nazione più favorita (Most favoured nation, Mfn) è quello di non
discriminazione e prevede che i vantaggi concessi da una parte contraente a un Paese debbano essere
automaticamente estesi a tutte le altre parti contraenti. «Tutti i vantaggi, benefici, privilegi o immunità
accordati da una parte contraente a un prodotto originario o destinato a qualsiasi altro Paese saranno,
immediatamente e senza condizioni, estesi a tutti i prodotti similari o destinati al territorio di tutte le altre parti
contraenti» (art. I, GATT).
Fonte: ns. elaborazione su dati WTO, ITC, UN, World tariff profiles 2010
Il recente vertice dei G20 tenutosi a Seoul l’11 e il 12 novembre ha riproposto la necessità di
arrivare a delle risoluzioni condivise entro breve per evitare che l’espansione del commercio possa
essere minacciata e con essa la ripresa sentita ancora troppo fragile.
A questa presa di posizione ha contribuito anche la presentazione all’incontro di Seoul del rapporto
“Seizing the benefits of trade for employment and growth” elaborato dall'OECD (ossia OCSE) con
la collaborazione dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro, della Banca Mondiale e
dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, nel quale si riconosce che l'apertura dei mercati
svolge un ruolo fondamentale a sostegno della crescita e alla creazione di posti di lavoro.
L’analisi sottolinea che una maggiore apertura degli scambi di beni e servizi può esercitare un
effetto stimolante sull’economia mondiale nel momento in cui i numerosi dispositivi temporanei di
rilancio messi in atto dai governi durante la crisi stanno per essere ritirati. Appare chiaro, però, che
di fronte a un tasso di disoccupazione elevato, i governi possono essere sollecitati a riprendere
misure protezionistiche anche alla luce del fatto che le economie più aperte sono state anche quelle
che più hanno sofferto gli shock esterni. A questa tentazione è necessario resistere, insiste il
rapporto, perché la medesima apertura commerciale ha favorito una ripresa più rapida in quanto i
sistemi economici aperti sono anche quelli più adattabili e meno vincolati a una domanda interna
che è rimasta limitata.
Nello studio viene precisato che la liberalizzazione del commercio deve integrarsi ad adeguate
politiche interne per l’occupazione e la protezione sociale tali da garantire che i vantaggi derivanti
dagli scambi siano da tutti condivisi. Affinché la crescita sia durevole e proiettata sul lungo termine,
si ritiene necessario porre rimedio agli squilibri internazionali (quali i maxi surplus commerciali di
Cina e Germania e il perenne déficit statunitense) e ai problemi di redistribuzione, aiutando anche
quei lavoratori che rischiano di perdere il posto di lavoro per l’intensificarsi della concorrenza
24
internazionale42. Lo studio conclude affermando che un mercato aperto libera i Paesi dai vincoli
delle economie locali, promuovendo una maggiore efficienza e aiutando a sviluppare e a diffondere
il progresso tecnologico.
In questi anni di stallo si è assistito al proliferare del bilateralismo, cioè alla stesura di accordi
commerciali bilaterali o regionali visti come rapidi mezzi, rispetto al multilateralismo, per sostenere
le proprie imprese sui mercati esteri. Ai primi mesi del 2010 i trattati notificati al WTO erano 462,
quasi tutti riconducibili ad aree di libero scambio43. Benché il maggiore attivismo nella stipula di
accordi commerciali preferenziali sia stato espresso negli ultimi anni dal blocco Asia-Pacifico44,
tutto il mondo ha dimostrato di seguire questa tendenza.
Accordi commerciali regionali (ACR) notificati al WTO a marzo 2010
Fonte: elaborazione ICE su dati WTO
La Cina è stata protagonista in diverse parti del globo e nel 2009 ha sottoscritto un importante
accordo con l’Asean-645, un’area di libero scambio dalle forti potenzialità sia per peso economico
che per numero di abitanti, che, però, ha suscitato forti polemiche nel mondo imprenditoriale dei
42
Ciò passa «per politiche macroeconomiche stabili, politiche del mercato del lavoro e della protezione
sociale efficaci, investimenti nell’istruzione e un rafforzamento dei settori di esportazione nei Paesi in via di
sviluppo». OECD, ILO, WTO, The World Bank, Seizing the benefits of trade for employment and growth.
Final Report, prepared for submission to the G20 summit meeting Seoul (Korea) 11-12 November 2010.
43
ICE-ISTAT, L’Italia nell’economia internazionale. Rapporto ICE 2009-2010, giugno 2010, pg. 65-83. Gli
accordi preferenziali conclusi nel decennio 2000-2009 sono stati più della metà di quelli ratificati nel XX
secolo. La ragione della proliferazione di accordi bilaterali o regionali secondo gli esperti è dovuta allo stallo
del Doha Round, all’ “effetto competizione” che mira ad aumentare il peso di un’area o di singoli Paesi
rispetto ai concorrenti e l’ “effetto domino”, nel quale la creazione di blocchi commerciali incentiva i Paesi a
farne parte per timore di eventuali effetti negativi in caso di esclusione.
Il processo di integrazione sovranazionale si sviluppa su diversi livelli: Area di libero scambio (vengono
abolite le barriere doganali fra i Paesi membri, ma ciascun Paese è libero di fissare le tariffe doganali nei
confronti di Paesi terzi); Unione doganale (si adotta una tariffa esterna comune); Mercato comune (la
liberalizzazione degli scambi è estesa dai prodotti ai fattori della produzione); Unione economica (alla
liberalizzazione dei flussi intra-area di merci, servizi e fattori, si aggiunge un trasferimento di competenze a
livello sovranazionale che comporta un coordinamento di alcune politiche settoriali).
44
I singoli Paesi dell’Asean sono impegnati in circa 130 aree di libero scambio a vario stadio di negoziazione,
mentre come unico blocco commerciale partecipano a 6 accordi. Interessanti appaiono, per i possibili sviluppi
futuri, le cooperazioni con Australia e Nuova Zelanda, il cui patto è entrato in vigore nel 2010, e quelli in
itinere con Korea del Sud e India.
45
Brunei, Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore e Thailandia.
25
Paesi sottoscrittori preoccupati di vedere i propri manufatti soggiacere alla più competitiva forza
cinese (analoga preoccupazione è stata espressa dal tessuto economico peruviano all’entrata in
vigore dell’accordo Cina-Perù del marzo 2010).
Accanto alla Cina si sono mossi in questi anni anche Giappone e Corea del sud, i più maturi tra i
Paesi industriali della zona, che fino al 2001 erano rimasti al di fuori di qualsiasi accordo
commerciale su base regionale (il primo essendo sostenitore del multilateralismo e la seconda
perché protesa a Occidente), e si sono dimostrati molto attivi anche Singapore e Thailandia, tanto
che si segnalano pressioni per un allargamento dell’Asean (almeno a Cina, Giappone e Corea).
Nell’area centro meridionale americana, il Perù ha espresso un forte dinamismo siglando accordi
con Singapore, Canada e Cina e avviando nel 2009 negoziati con il Giappone, mentre il Brasile ha
proposto integrazioni sia nell’ambito del Mercosur46 che singolarmente con India e Sud Africa.
Il continente africano è rimasto ancora ai margini del processo, ma alcuni Paesi, tra i quali la Cina,
l’India e Singapore, hanno dimostrato un forte interesse e sono numerose le trattative in corso non
ancora, però, confluite in un accordo.
L’Unione Europea, da sempre in prima linea nelle intese bilaterali, porta avanti accordi in diverse
zone del mondo, generalmente non in contrapposizione con le iniziative multilaterali. Procedono
seppur lentamente i negoziati con i Paesi ACP (le ex colonie europee in Africa, Caraibi, Pacifico),
con la Corea del sud, l’India e la Comunità Andina, mentre sono in fase di stallo quelli con i Paesi
del Golfo e l’Asean, ed è ancora sospesa la costituzione della zona di libero scambio Euromed,
prevista per il 2010 (posticipata in attesa della definizione dell’accordo con la Siria). Un successo è
stato riportato, invece, con la firma, a maggio 2010, dell’accordo con gli Stati dell’America
centrale, mentre, nonostante dichiarazioni di riapertura da ambo le parti, le trattative con il
Mercosur, arenate dal 2006, non sono ripartite.
L’UE è assai attiva nel difendere gli interessi commerciali delle proprie imprese, impegnandosi
sugli ostacoli che le stesse incontrano all’estero, sulla protezione dei diritti di proprietà intellettuale
e sulla concorrenza sleale. Di fronte al WTO ci sono 40 cause che vedono coinvolta l’UE (in 16 vi
partecipa come ricorrente): nella maggior parte dei casi è opposta agli Stati Uniti (per gli OGM, la
proprietà intellettuale e alcuni prodotti alimentari), mentre le controversie emerse nel 2009
interessano la Cina i materia di servizi e materie prime. Gli USA accusano l’Europa di difendere il
proprio commercio e la Cina di innalzare dazi antidumping47.
Gli USA, che fino al 2000 non avevamo manifestato grande interesse per i negoziati bilaterali,
hanno consolidato nel decennio numerose zone di libero scambio in varie parti del mondo, ma
stanno incontrando difficoltà al Congresso per la mancata ratifica degli accordi sanciti nel 20072008 con Panama, Colombia e Korea.
Da alcuni anni il WTO ha messo in atto un meccanismo di comunicazione e trasparenza per tentare
di conciliare i negoziati bilaterali o regionali con quelli multilaterali, tuttavia c’è forte
preoccupazione che il proliferare di singoli accordi porti a una maggiore complessità dei rapporti
commerciali e a una distorsione degli scambi, colpendo i Paesi più deboli, che pur di assicurarsi
qualche beneficio, possono essere indotti ad accettare trattati iniqui che avvantaggiano una sola
delle parti.
Inoltre, la persistente crisi economica e l’aumento del livello di disoccupazione hanno indotto, come
accennato, molti governi a proteggere alcuni settori ritenuti strategici adottando una serie di misure
che, pur non risultando in violazione agli accordi sottoscritti in seno al WTO, sono state definite
protezionismo strisciante. Infatti, solo in rari casi si è avuto un aumento delle tariffe o procedure
restrittive all’esportazione, preferendo ricorrere ad altre forme quali sussidi, stimoli fiscali, misure
di restrizioni al lavoro estero, protezionismo verde che limita le importazioni di beni prodotti con
standard ambientali giudicati non conformi, uso di dazi antidumping e altre clausole di
46
Vi fanno parte in qualità di Stati membri Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay. Hanno invece la qualità
di Stati associati Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador e Perù. Il Venezuela è stato invitato a diventare membro
effettivo dell'organizzazione nel 2006, ma il processo di ratifica non è ancora stato completato.
47
Normativa o misura attuata da un Paese con lo scopo di contrastare la vendita di merci estere a prezzi
inferiori a quelli del mercato interno.
26
salvaguardia. Fortunatamente il temuto ritorno a uno stretto protezionismo non si è verificato, anche
se il ricorso a singole procedure conservative è notevolmente aumentato nel corso del 2009. Il
mancato massiccio ricorso a misure di protezione sembra essere in gran parte imputabile
all’importanza assunta dal commercio verticale, che crea in numerosi ambiti catene produttive
transnazionali: erigere delle barriere commerciali in quei Paesi in cui sussiste un ingente scambio di
beni e servizi intermedi è rischioso perché potrebbe rivelarsi un pericoloso boomerang che finisce
per danneggiare anche le imprese nazionali.
Alcuni economisti vedono con favore la presenza di misure di protezione a breve termine in
connessione a stimoli fiscali, ma, altri paventano che, in mancanza di un’unità di intenti espressa a
livello internazionale, ciò possa innescare una sequenza di ritorsioni con effetti negativi per tutti i
Paesi.
Procedure restrittive al commercio: antidumping e altre procedure di salvaguardia. Dati trimestrali
periodo 2007-2009
Fonte: elaborazione ICE su dati Banca Mondiale – Global Antidumping database, versione 6
Il commercio internazionale ha, quindi, una forte valenza politica e sono gli accordi commerciali,
l’abbattimento o l’inasprimento delle misure di protezione, più che lo sviluppo tecnologico, a
favorirne o a comprometterne lo sviluppo.
L’ultimo rapporto annuale48 della Camera di Commercio Europea in Cina, riprendendo uno studio
dell’OECD, sottolinea come, nonostante 30 anni di riforme, il gigante asiatico rimanga ancora
eccessivamente regolamentato e poco incline ad aprirsi alla competizione mondiale.
Gli indicatori sulla regolazione del mercato dei prodotti (Product Market Regulation, ossia, PMR),
redatti dall’OECD rendendo comparabili a livello internazionale i dati sul controllo statale, sulle
barriere all’imprenditorialità, al commercio e agli investimenti stranieri, evidenziano come i più
importanti Paesi emergenti inibiscano la concorrenza, rendendo difficoltoso l’accesso alle imprese
straniere.
Nei confronti della Cina, questa difficoltà è, inoltre, confermata anche dai risultati di un’indagine
condotta dalla Camera di Commercio Europea (European chambre 2010 Business Confidence
Survey) sul clima di fiducia degli investitori dell’Unione, che avvertono un sentimento di
frustrazione per come il contesto normativo cinese stia diventando meno equo in alcuni campi, in
particolare percepiscono una forte discriminazione negli ambiti legati ai servizi di
telecomunicazione, alle assicurazioni, all’edilizia e all’industria automobilistica.
Alcuni osservatori hanno l’impressione che i grandi Paesi emergenti vogliano guidare il loro
sviluppo favorendo gli operatori economici nazionali ed eventualmente selezionando
accuratamente i partners stranieri, limitando la penetrazione produttiva e commerciale solo ai
produttori di beni e servizi ad alto valore aggiunto (prodotti di consumo di fascia medio-alta, brand
48
European Chamber of Commerce in China, European Business in China Position Paper 2010/2011
disponibile in inglese all’indirizzo www.europeanchamber.com.cn/view/media/publications. Per gli indicatori
PMR consultare www.oecd.org/document/36/0,3343,en_2649_34323_35790244_1_1_1_1,00.html.
27
e marchi internazionalmente conosciuti, alta tecnologia e automazione). Fintanto che il campo
d’azione delle imprese delle economie avanzate sarà limitato e la domanda internazionale di beni
da parte dell’Occidente risulterà poco dinamica, sarà importante cercare di sollecitare anche la
ripresa della domanda interna.
Indicatori sulla regolazione del mercato dei prodotti (PMR) in Cina, Brasile,
India, Russia, Sud Africa e Eurozona (indicatori 2008)
Fonte: Camera di Commercio Europea in Cina da OECD
28
LO SCENARIO INTERNAZIONALE TRA IL 2008 E IL 2009
La bufera che si è abbattuta sul commercio internazionale a partire dagli ultimi mesi del 2008 non
trova precedenti nella storia economica moderna sia per l’entità del crollo degli scambi che per la
sincronicità dell’evento e la portata geografica.
La contrazione del 2009 è stata la peggiore e la più incisiva dalla fine del secondo dopoguerra e
non è possibile rintracciare paragoni con le turbolenze che il mondo ha vissuto in passato.
Le materie prime, in particolare quelle energetiche, hanno conosciuto una forte volatilità dei prezzi
e, dopo un periodo al rialzo, hanno avuto una brusca inversione di tendenza; per i manufatti,
invece, l’andamento al ribasso è stato più lento, anche se particolarmente profondo, ed è stato
caratterizzato da una cospicua riduzione dei flussi in volume49. Anche i servizi, in particolare quelli
legati alle imprese, hanno subito forti ripercussioni e hanno chiuso con un bilancio fortemente
negativo.
Esportazioni mondiali di beni e servizi. Anni 2000-2009 (valori in miliardi di
dollari US)
18.000
16.000
14.000
12.000
10.000
8.000
6.000
4.000
2.000
2000
2001
2002
2003
2004
Servizi
2005
2006
2007
2008
2009
Beni
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO
La caduta della domanda mondiale di manufatti ha comportato un calo immediato della
produzione, la quale si è trasferita sui beni intermedi prodotti in ogni parte del mondo a causa della
frantumazione delle filiere produttive; inoltre, gli scambi internazionali sono stati pesantemente
influenzati dalla restrizione del credito che ha amplificato gli shock da domanda. Secondo il WTO,
infatti, l’80% degli scambi mondiali è finanziato da strumenti di natura creditizia, venendo meno
questi, il commercio si è arrestato.
Molteplici sono le cause che hanno generato questo fenomeno e molte di esse sono già state
ampiamente analizzate, tuttavia, solo quando affluiranno maggiori informazioni, soprattutto sui
dati microeconomici, sarà possibile addivenire a un quadro più completo e preciso di quei
meccanismi che hanno scatenato la crisi e a comprendere le interconnessioni che stanno alla base
di un evento così singolare.
Le esportazioni mondiali, dopo sei anni di crescita ininterrotta a due cifre, hanno subito un tracollo
del 22,5% in termini monetari e del 12,2% in quantità, mentre per le importazioni sono calate del
23,2%. Nei servizi si è registrato un calo del 12,4% sulle esportazioni; su di essi ha pesato
49
ISTAT-ICE, L’Italia nell’economia internazionale. Rapporto ICE 2009-2010, giugno 2010
29
soprattutto la componente “trasporti” che è stata ridimensionata, rispetto all’anno precedente, del
-22,8%.
In termini di valori, per le merci, si è ritornati al 2006, mentre per i servizi, il cui arretramento è
stato meno vistoso, si è vicini a importi pre-crisi.
Esportazioni mondiali di beni. Anni 2000-2009 (variazione percentuale e valori in miliardi di dollari)
2000
Beni
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
6.456 6.191 6.492 7.586 9.218 10.489 12.112 14.001 16.117 12.490
variazione percentuali rispetto all'anno precedente:
per valore
per quantità
per valori unitari medi
Servizi
var. % su anno prec.
13,0
10,7
1,8
21,5
9,7
10,9
13,8
6,5
6,9
15,5
8,6
6,5
15,6
6,4
8,7
15,1
2,1
12,9
-22,5
-12,2
-12,1
1.484 1.487 1.599 1.836 2.222
2.488
2.823
3.388
3.826
3.350
12,0
13,5
20,0
12,9
-12.4
6,4
-4,1
-0,2
-3,9
0,2
4,9
3,5
1,3
7,5
16,9
5,6
10,7
14,8
21,0
Fonte: elaborazione ICE su dati WTO ed elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO
Interscambio commerciale di beni
Tutte le regioni del mondo sono state interessate dalla débacle, anche quelle aree che negli ultimi
anni avevano maturato tassi di crescita sostenuti. Nonostante ciò, la Cina è riuscita nel 2009 a
conquistare la leadership della classifica dei principali Paesi esportatori di merce, scavalcando la
Germania e ampliando la sua fetta di partecipazione alle esportazioni totali.
Esportazioni mondiali di beni per area geografica. Variazioni percentuali sull’anno precedente dei
valori in dollari e, per i volumi, degli indici base 2005=100. Anno 2009
Fonte: elaborazione ICE su dati WTO
30
Il risultato positivo della Cina è riflesso anche nelle quote mondiali per aree geografiche, tanto che
il continente asiatico è l’unico a espandere la propria quota di mercato nell’anno della crisi,
migliorando sensibilmente la penetrazione sui mercati esteri dal 2000. Chi arretra vistosamente è il
nord America con una perdita di posizioni notevole dovuta, verosimilmente, alla massiccia
delocalizzazione, mentre Africa, Medio Oriente e CIS, regioni di origine delle materie prime,
mettono in evidenza l’andamento ascendente dei prezzi del 2008 e la contrazione intervenuta
nell’anno successivo.
Quota regionale sulle esportazioni mondiali di merce. Anni 2000-2009
45,0
40,0
35,0
30,0
25,0
20,0
15,0
10,0
5,0
0,0
Africa
Asia
Comunità degli
Stati
Indipendenti
(CIS)
2000
Europa
2007
2008
Medio Oriente
America del
nord
Centro e sud
America
2009
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO
La maggior parte della perdita subita dal commercio globale è da imputare alla retrocessione
dell’Europa (-40,1%) e più propriamente dell’Unione Europea (36,8%), mentre di gran lunga
inferiori sono stati i mancati apporti di Asia e America del nord. Tuttavia, ancora oltre un terzo
delle esportazioni del pianeta sono ad appannaggio dell’UE50, anche se, l’agguerrita concorrenza
internazionale sta lentamente erodendone il contributo: si è passati, infatti, dal picco del 2003
rappresentato da una quota del 41,5%, al minimo del periodo, espresso nel biennio 2008-2009, pari
al 36,7%.
Fino al 2003 l’Unione aveva dimostrato di possedere interessanti capacità di sviluppo e gli
incrementi annui registrati erano stati superiori alla media mondiale, poi, negli anni successivi, a
parte la felice parentesi del 2007, i margini di crescita sono sempre stati inferiori e lo scorso anno
si è concluso in perfetta adesione, con un calo del 22,5%.
Dando un’occhiata alle performances dei nuovi motori del mondo, cioè ai cosiddetti Paesi BRIC,
si nota che Cina e India hanno arginato il danno (rispettivamente -16% e -16,5%) a paragone del
Brasile, che è poco al di sotto della media mondiale, e della Federazione Russa che arretra, invece,
del 35,7 %. Va comunque detto che, per tutti i BRIC il 2008 era stato un anno da record per il
valore delle merci esportate. Le quattro economie hanno mostrato negli ultimi anni margini di
crescita estremamente significativi e nettamente superiori all’andamento medio globale, però, solo
Russia e Cina appaiono manifestamente export-oriented, in quanto sono riuscite a espandere in
modo rilevante le loro esportazioni. Se nel 2009 il contributo russo all’export mondiale è stato del
50
L’Unione Europea è leader mondiale sia per valore di importazioni che di esportazioni in tutte e tre le
categorie analizzate dal commercio internazionale: prodotti agricoli, carburanti e prodotti minerari e
manufatti.
31
2,4%, ma era del 2,9 l’anno precedente, e l’incremento da inizio secolo è stato pari allo 0,8%, la
Cina in dieci anni ha conquistato voracemente terreno guadagnando il 5,8%, di cui quasi un punto
maturato nell’anno della crisi, proprio quando le altre potenze segnavano il passo.
Esportazioni di merce nei Paesi BRIC. Variazione percentuale su anno precedente e quota. Anni
2000-2009
Variazione % su anno precedente
Anno
Brasile
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
14,7
5,7
3,7
21,1
32,3
22,6
16,3
16,6
23,2
-22,7
Cina
27,8
6,8
22,4
34,6
35,4
28,4
27,2
26,0
17,2
-16,0
India
18,8
2,3
13,6
19,7
30,0
30,0
22,3
23,3
29,7
-16,5
Fed.
Russa
Quota %
Mondo
Brasile
13,0
-4,1
4,9
16,9
21,5
13,8
15,5
15,6
15,1
-22,5
0,9
0,9
0,9
1,0
1,0
1,1
1,1
1,1
1,2
1,2
39,5
-3,5
5,3
26,7
34,8
33,1
24,5
16,8
33,1
-35,7
Cina
3,9
4,3
5,0
5,8
6,4
7,3
8,0
8,7
8,9
9,6
India
0,7
0,7
0,8
0,8
0,8
0,9
1,0
1,1
1,2
1,3
Fed.
Russa
1,6
1,6
1,7
1,8
2,0
2,3
2,5
2,5
2,9
2,4
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO
Uno sguardo d’insieme evidenzia che le economie inserite nell’organismo per la cooperazione
economica dell'area asiatico-pacifica (APEC), che rappresentano oltre il 40% degli scambi del
mondo, sono state quelle maggiormente investite dalla caduta dei flussi commerciali51.
Tra le istituzioni, dopo l’Unione Europea, di cui si è già detto, è il Nafta (Stati Uniti, Canada e
Messico) che ha patito di più, con un calo sul 2008 del 21,3%, mentre un’altra importante zona di
libero scambio, l’Asean, ha tenuto meglio con una flessione del -17,8%. Nei confronti sul biennio,
quindi con un riferimento pre-crisi, è di nuovo l’Associazione delle nazioni dell'Asia sud-orientale
a presentare la dinamica migliore contenendo l’impatto della crisi al -6,0%. Tuttavia, se valutiamo
i singoli membri del patto, si nota che Filippine, Malaysia, Singapore, Indonesia, Thailandia, Paesi
fortemente coinvolti nel processo di frantumazione produttiva, hanno avuto le perdite maggiori.
Hanno patito molto anche i grandi produttori di combustibili fossili (Arabia Saudita, Algeria, Iran,
Nigeria, Russia, Gabon, Libia, Angola Kuwait) che hanno conosciuto una contrazione rispetto al
2008 compresa tra il 35 e il 45%, dovuta sia all’estrema oscillazione delle quotazioni energetiche
sia all’arresto della produzione industriale che, di fatto, ha condotto al crollo della domanda
mondiale.
In valori monetari e valutando i singoli Stati, a subire in maggior misura l’effetto crisi è stata la
Germania con 320 miliardi di dollari esportati in meno (-22,1%), seguita da Stati Uniti, Cina e
Giappone. Nel vecchio continente, tutti i membri dell’Unione hanno avuto forti sofferenze, con
diminuzioni attorno al 20%; si è “salvata” solo l’Irlanda che ha limitato le perdite (-8,9%), mentre
l’Italia ha lasciato sul campo un quarto dell’export 2008 e dopo Germania e Olanda è il Paese che
è stato più duramente colpito dalla recessione del commercio.
51
L’APEC è nato nel 1989 con lo scopo di favorire la cooperazione economica, il libero scambio e gli
investimenti tra i due versanti dell’oceano. Attualmente è costituito da 21 economie che esprimono alcune tra
le aree economiche più dinamiche del mondo. Dal 1994 al 2009 gli scambi di merci delle nazioni APEC sono
cresciuti in media del 7,1% l’anno, mentre gli scambi intra-APEC sono triplicati nel medesimo periodo. La
media delle tariffe è scesa dal 10,8% del 1996 al 6,6% del 2008 e ciò porta a pensare che nei prossimi anni il
commercio in quest’area si potrà ulteriormente intensificare.
32
Tra i pochissimi Stati che nel 2009 hanno avuto consuntivi positivi ci sono alcune nazioni africane
venditrici di derrate alimentari, il cui contributo al traffico mondiale è comunque assai esiguo.
I primi venti Paesi esportatori mondiali di merci (milioni di dollari a prezzi correnti). Anno 2009
Graduatorie
2009
2008
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
2
1
3
4
5
6
7
8
12
10
13
11
9
14
16
17
18
15
19
20
Paesi
Valori 2009
Variazione %
2009/08 2009/07
Quote %
2009
2008
1.2 01.534
1.1 26.383
1.0 56.043
5 80.719
4 98.330
4 84.725
4 05.777
3 69.854
3 63.533
3 52.491
3 29.422
3 16.713
3 03.388
2 69.832
2 29.637
2 18.511
2 03.675
1 92.296
1 75.000
1 72.850
-16,0
-22,1
-18,0
-25,7
-21,9
-21,3
-25,3
-21,6
-13,9
-23,3
-11,0
-30,6
-35,7
-20,2
-21,2
-22,4
-20,3
-38,7
-26,8
-13,7
-1,6
-14,8
-8,0
-18,7
-9,5
-13,4
-18,9
-14,2
-2,1
-19,7
-5,7
-24,7
-14,4
-9,8
-15,5
-13,7
-17,4
-18,2
-2,0
0,4
9,6
9,0
8,5
4,6
4,0
3,9
3,2
3,0
2,9
2,8
2,6
2,5
2,4
2,2
1,8
1,7
1,6
1,5
1,4
1,4
8,9
9,0
8,0
4,9
4,0
3,8
3,4
2,9
2,6
2,9
2,3
2,8
2,9
2,1
1,8
1,7
1,6
1,9
1,5
1,2
somma dei 20 Paesi
8.8 50.713
-21,8
-11,8
70,9
70,2
Mond o
12.4 90.000
-22,5
-10,8
Cina
Germania
Stati Uniti
Giappone
Paesi Bassi
Francia
Italia
Belgio
Korea d el su d
Regno Unito
Hong Kong
Canada
Russia
Singapore
Messico
Spagna
Taiwan
Arabia Saudita
Emirati Arabi
Svizzera
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO
La classifica dei prodotti scambiati mette in evidenza che tutti gli aggregati hanno conosciuto una
decrescita nel 2009: i prodotti agricoli del 12,8%, i combustibili e i prodotti minerari del 35,7 e i
manufatti del 20,252. Se si passa a una lettura dei dati su un arco temporale più lungo, si nota che la
composizione degli scambi nell’ultimo decennio è mutata: i manufatti che a inizio secolo
rappresentavano quasi tre quarti degli scambi hanno perso terreno a favore delle altre due
componenti. Il commercio delle materie prime è quasi triplicato dal 2000, mentre quello dei
prodotti agricoli e dei manufatti ha avuto una progressione analoga fino allo sganciamento
avvenuto nel 2007 sotto la pressione delle spinte speculative del mercato finanziario.
Appare evidente che la maggiore importanza attribuita ai prodotti energetici e minerari è sostenuta
dalla forte richiesta dei Paesi emergenti, che essendo in fase espansiva, stanno investendo molto
nell’industria, mentre la lievitazione delle derrate agricole è imputabile alla notevole espansione
dei consumi mondiali (accompagnata in alcuni casi da profondi mutamenti nella geografia della
produzione e dell’utilizzo) e allo squilibrio fra domanda e offerta accentua tosi, sempre più negli
52
I dati sono tratti dal database del WTO, nel quale si precisa che la somma dei prodotti agricoli, dei
combustibili e dei prodotti minerari e dei manufatti non corrisponde al totale delle esportazioni per la presenza
di prodotti non specificati (che incidono per circa il 5%; n.d.r.).
33
ultimi anni53. Sulle commodities pesano, inoltre, anche le speculazioni finanziarie (notevole lo
sviluppo degli investimenti in fondi bancari) che sono state particolarmente rilevanti nel 2007 e
2008 e valutabili anche attraverso gli importanti incrementi registrati dal commercio mondiale
nello stesso biennio.
Andamento delle esportazioni mondiali di merci per aggregati. Anni 2000-2009 (base
2000=100)
450
400
350
300
250
200
150
100
50
2000
2001
2002
Prodotti agricoli
2003
2004
2005
2006
2007
Prodotti energetici e minerari
2008
2009
Manufatti
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO
L’arresto del processo produttivo, che ha coinvolto soprattutto i prodotti dell’industria
automobilistica (per ragioni anche strutturali quali una diffusa sovracapacità produttiva e livelli di
redditività non più sostenibili) e della meccanica (a causa del crollo della domanda di beni durevoli
sia familiari che industriali), è ben riflesso nella pesante caduta dei flussi di ferro e acciaio che
sono alla base di molte lavorazioni (-44,7%); in termini percentuali si tratta del peggior consuntivo
2009. Il ferro e l’acciaio, assieme ai prodotti farmaceutici e chimici, sono stati, inoltre, i beni che
hanno espresso la migliore dinamica del decennio e il loro comportamento è sintomatico per
comprendere la portata della crisi. Va evidenziato che tutti i prodotti manifatturieri hanno
conosciuto un’ampia espansione nei commerci dopo la fase critica di inizio secolo (bolle
speculative e 11 settembre 2001) e che segnali di rallentamento erano visibili per alcune tipologie
già nel 2007. Questa stagnazione, accentuatasi nel 2008, è diventata acuta nello scorso anno.
In un quadro 2009 dove domina il segno rosso su percentuali a due cifre, è estremamente
importante sottolineare l’andamento dei prodotti farmaceutici, gli unici, con un aumento del 2,8%,
a guadagnare sull’anno precedente.
Dal lato delle importazioni, calate del 23,2%, sono ancora i Paesi avanzati a registrare le più
significative contrazioni e l’Unione Europea ha in questo un ruolo fondamentale: il 40,8% della
perdita mondiale è da addebitare a mancate importazioni del vecchio continente (nell’annus
horribilis l’UE lascia sul campo quasi un quarto dell’import 2008). Ma non va tanto meglio
nemmeno al gruppo Nafta (-25,1%) e all’Asean (-22,7%) e tra le singole nazioni spicca il risultato
particolarmente negativo della Russia (-34,3%).
Il paragone con il biennio evidenzia che alcuni Paesi Emergenti (Cina, Brasile, Perù e India) hanno
conosciuto nel 2009 solo una battuta d’arresto, in quanto, rispetto ai valori pre-crisi, hanno
comunque registrato degli incrementi e ciò è indice che il loro sistema economico non si è fermato.
53
Le rese nei Paesi avanzati si sono stabilizzate, mentre progrediscono in quelli in via di sviluppo, tuttavia
continuano a susseguirsi annate con condizioni climatiche avverse che incidono negativamente sulle quantità
prodotte e l’offerta, almeno nel breve, risulta inadeguata a fronteggiare la crescente domanda.
34
Altri, invece, come il Messico, troppo legato all’economia statunitense, o il Sud Africa, più vicino
all’UE, arretrano di alcuni anni (anche nell’export).
I primi venti Paesi importatori mondiali di merci (milioni di dollari a prezzi correnti). Anno 2009
Graduatorie
2009
2008
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
1
3
2
5
4
6
7
8
13
9
12
10
11
15
14
16
17
18
21
23
Paesi
Variazione %
Valori 2009
2009/08 2009/07
Stati Uniti
Cina
Germania
Francia
Giappone
Regno Unito
Paesi Bassi
Italia
Hong Kong
Belgio
Canada
Korea del sud
Spagna
India
Singapore
Messico
Russia
Taiwan
Australia
Svizzera
somma dei 20 Paesi
Mondo
Quote %
2009
2008
1.605.296
1.005.688
938.295
559.817
551.960
481.707
445.496
412.721
352.241
351.945
329.904
323.085
287.567
249.590
245.785
241.515
191.803
174.371
165.471
155.706
-26,0
-11,2
-20,8
-21,8
-27,6
-23,9
-23,3
-26,6
-10,4
-24,5
-21,3
-25,8
-31,7
-22,3
-23,1
-24,1
-34,3
-27,5
-17,4
-15,0
-20,5
5,2
-11,1
-11,3
-11,3
-22,7
-9,6
-19,4
-4,8
-14,5
-15,5
-9,5
-26,1
8,8
-6,6
-16,8
-14,2
-20,5
0,1
-3,4
12,7
7,9
7,4
4,4
4,4
3,8
3,5
3,3
2,8
2,8
2,6
2,5
2,3
2,0
1,9
1,9
1,5
1,4
1,3
1,2
13,1
6,9
7,2
4,3
4,6
3,8
3,5
3,4
2,4
2,8
2,5
2,6
2,5
1,9
1,9
1,9
1,8
1,5
1,2
1,1
9.069.963
-22,8
-12,6
71,5
71,2
12.682.000
-23,2
-11,3
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO
La classifica dei principali Paesi importatori vede primeggiare ancora una volta gli Stati Uniti,
mentre al secondo posto, scavalcando nuovamente la Germania, si piazza la Cina che, tra i primi
venti importatori, è quello che ha, al pari di Hong Kong, un decremento meno accentuato, la metà
di quello maturato dai grandi del mondo. La tenuta delle importazioni cinesi è dovuta, secondo gli
osservatori, alla presenza degli stimoli fiscali e degli incentivi governativi concessi al sistema
bancario per stimolare l’erogazione del credito al settore privato, con lo scopo di sostenere
l’economia interna.
In relazione alle quote di mercato, i giapponesi, gli statunitensi e i russi perdono qualche decimo,
mentre i cinesi guadagnano addirittura un punto percentuale e le principali economie europee
tengono.
Vale la pena osservare velocemente anche il posizionamento dei diversi Paesi in relazione ai tre
fondamentali aggregati (prodotti agricoli, prodotti minerari e combustibili e manufatti).
L’Unione Europea conferma in tutti e tre gli ambiti la leadership sia come principale Paese
esportatore che importatore. E’ interessante notare che è l’unico territorio che compare in tutte le
tipologie di merce e per entrambi i flussi.
35
Interscambio mondiale di merci. Principali Paesi per tipologia
di merce. Anno 2009 (importi in miliardi di dollari a prezzi
correnti).
var. %
importi
quota %
2009/08
Prodotti agricoli
Principali esportatori
Unione Europea 27
Stati Uniti
Brasile
495
120
58
42
10
3
-13
-15
-6
Principali importatori
Unione Europea 27
Stati Uniti
Cina
525
101
77
44
8
6
-14
-13
-12
Prodotti minerari e combustibili
Principali esportatori
Unione Europea 27
Russia
Arabia Saudita
378
209
166
6
3
3
-38
-39
-41
Principali importatori
Unione Europea 27
Stati Uniti
Cina
727
311
250
5
3
1
-41
-44
-19
Prodotti manifatturieri
Principali esportatori
Unione Europea 27
Cina
Stati Uniti
3.605
1.125
800
43
13
10
-22
-16
-17
Principali importatori
Unione Europea 27
Stati Uniti
Cina
3.377
1.121
675
39
13
8
-22
-21
-8
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO, World
Trade Report 2010
La frenata del ciclo economico, inducendo al risparmio forzato, ha consentito a quei Paesi su cui
pesava un rilevante déficit nei confronti dell’estero, come gli Usa, di contenere gli squilibri delle
partite correnti e alle economie in surplus (Cina, Paesi produttori di petrolio, Giappone e
Germania) di riflettere sul proprio futuro, in quanto la forte flessione della domanda esterna ha
portato alla consapevolezza della necessità di una rivalutazione del mercato nazionale54.
54
«Fintanto che i BRIC resteranno dei mercati miraggio crescere solo con l’export, per quanto si possa essere
competitivi, non basterà a nessuno. Anche perché il resto del mondo avanzato è oggi pieno di debiti, non
cresce e non compra più come un tempo i beni dei Paesi manifatturieri esportatori. Il problema di fondo della
bassa crescita a lungo termine dell’Italia e anche della Germania non è certo la competitività delle rispettive
industrie manifatturiere e dell’export. E’ invece quello della debolezza della domanda interna (…). Più in
36
I tre maggiori Paesi detentori di attivi nei conti con l’estero devono le loro eccedenze commerciali
a ragioni diverse: per i Paesi esportatori di petrolio e per il Giappone si tratta di un eccesso di
risparmio interno che non viene collegato all’evoluzione della posizione competitiva (contano altri
fattori come la pessima distribuzione del reddito nei Paesi esportatori di petrolio e le tendenze
demografiche per il Sol levante), mentre per la Cina entra il gioco il discorso sulle politiche
monetarie che è, nell’ultimo anno, al centro di un crescente e aspro dibattito internazionale. La
Cina viene accusata di non voler rivalutare la propria moneta per evitare che le proprie merci
perdano competitività (ciò viene visto all’esterno come un sussidio alle esportazioni) e di
accumulare un cospicuo avanzo nei conti con l’estero perché si impone al mondo con le proprie
esportazioni, senza, però, dare un impulso analogo alla sua domanda internazionale55.
Non è possibile in questa sede affrontare un argomento così complesso, però appare interessante
accennare ad alcune teorie economiche che sostengono o meno l’importanza delle oscillazioni dei
cambi sull’andamento dell’export. Alcuni affermano che una valuta debole aiuta molto le
esportazioni, perché rende le merci più appetibili sul più forte, monetariamente parlando, mercato
di destinazione (come l’Italia degli anni ’90), altri tendono a sottolineare, invece, che la
competitività di un Paese non si misura solo attraverso la debolezza della sua valuta, ma anche dal
differenziale di prezzo e qualità esistente tra i suoi prodotti e quelli dei concorrenti. A supporto
portano degli studi che indicano che innovazione e ricerca incidono sulle esportazioni molto più
del tasso di cambio56.
In questo contesto si inseriscono bene le osservazioni fatte dalla Fondazione Edison, che indicano
come la tenuta delle esportazioni italiane rispetto ad altri Paesi industrializzati in un periodo di
rivalutazione dell’euro sia maturata grazie all’innalzamento del livello di competitività: «i prodotti
del sistema industriale italiano sono diventati sempre più competitivi e apprezzati dal mercato
mondiale per la loro qualità e il loro contenuto innovativo di design, di tecnologia e di servizio»57.
Tornado alle esportazioni cinesi, alcuni esperti rimarcano che il loro successo non è dato solo dal
cambio favorevole e che il renminbi è meno sottovalutato di quanto si è inclini a pensare, e
segnalano che alcune produzioni a basso valore aggiunto e a forte concentrazione di manodopera
non sono più localizzate in Cina, ma sono state spostate in altre aree asiatiche58 a più basso costo;
esibiscono, inoltre, i notevoli passi avanti dell’export cinese nelle esportazioni high-tech dovuti a
investimenti in ricerca e sviluppo (la spesa cinese è più che raddoppiata in rapporto al PIL dal 1996
al 2006 e così il numero di ricercatori per milioni di abitanti).
generale, la questione di fondo è: senza più “bolle” e con gli attuali livelli di debiti privati e pubblici, è ancora
possibile nei prossimi anni una forte crescita della domanda interna e quindi del PIL nei Paesi ricchi? In un
simile scenario, sempre più verosimile, conservare una forte industria manifatturiera come stanno facendo
l’Italia e la Germania non è una scelta “primitiva” (…). E’ perlomeno una garanzia per non rischiare di
diventare più poveri, come sta accadendo agli Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e Irlanda». Marco Fortis,
Imprese oltre il declino, Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2010.
55
Congiuntura ref., Il puzzle dei cambi, 4 novembre 2010.
«L’apprezzamento del tasso di cambio non indicherebbe un’immediata trasformazione della Cina da
produttore di manufatti a basso costo in consumatore di prodotti internazionali. E’ da evidenziare inoltre il
pericolo di una destabilizzazione del gigante asiatico: la rivalutazione del renminbi provocherebbe, in questo
scenario di incertezza, un notevole afflusso di capitali stranieri con immediati riflessi sulla bilancia dei
pagamenti. Una successiva fuga degli investitori stranieri, come è avvenuto in Giappone durante gli anni ’80,
innescherebbe un circolo vizioso nel sistema economico che avrebbe come ultimo effetto quello di
“sgonfiare” la crescita di un Paese che ha contribuito notevolmente all’aumento del PIL mondiale negli ultimi
anni». ICE- ISTAT, L’Italia nell’economia internazionale. Rapporto Ice 2009-2010., giugno 2010
56
Alberto Bagnai, La rivalutazione del renminbi fra mito e realtà, www.sbilanciamoci.info, 22 giugno 2010.
57
Fondazione Edison e Symbola, Italia. Geografie del Nuovo Made in Italy, ottobre 2009.
58
Nelle altre nazioni emergenti stanno affluendo forti flussi di capitali internazionali in cerca di
remunerazioni interessanti. Questo flusso sta pilotando le valute locali verso l'alto minacciando, sul lungo
termine, di ridimensionare le prospettive di rafforzamento dell’industria dato il freno sull’export (nonché
creare le premesse per una bolla finanziaria).
37
La periodica pubblicazione del Trade Performance Index da parte dell’UNCTAD59 e del WTO
offre la possibilità di misurare la competitività dell’export dei principali Paesi. L’indice elaborato
non tiene conto solo del valore assoluto delle esportazioni, ma anche della loro dinamica, del loro
rapporto con i flussi di importazione, del grado di diversificazione del prodotto e del mercato, della
competitività e della specializzazione settoriale e geografica, nonché delle dimensione dei diversi
Paesi, pertanto risulta essere un importante strumento che sintetizza una serie di informazioni
molto articolate e consente di definire meglio la collocazione internazionale delle economie
esportatrici.
In questa particolare classifica domina la Germania, che occupa ben 8 primi posti su 14, in settori
rilevanti quali l’industria dei trasporti, la meccanica e la chimica, mentre l’Italia è il secondo Paese
che appare in ordine di frequenza, detenendo la leadership nei beni di consumo legati al sistema
moda, dunque nel più classico dei Made in Italy ( tessile, abbigliamento e cuoio, pelletteria e
calzature) e secondi piazzamenti nei comparti della meccanica non elettronica (dove compete ad
armi pari con la Germania), nella meccanica elettrica (grazie agli elettrodomestici) e nel
manifatturiero in generale (in particolare nei prodotti miscellanei, dove il contributo di occhialeria
e oreficeria è determinante). La Cina, l’avversario tanto temuto, è presente solo quattro volte sul
podio e mai in vetta alla graduatoria, anche se si piazza spesso nelle prime dieci posizioni in altri
ambiti. L’Italia, dunque, pur soffrendo la concorrenza dei Paesi emergenti, che ha minato il suo
sistema economico basato su lavorazioni tradizionali facilmente aggredibili dall’esterno, ha
spostato l’attenzione verso produzioni a crescente valore aggiunto, sacrificandone i volumi, ma
accrescendone il valore ed è pertanto riuscita a mantenere alta la competitività e l’attrazione di
alcuni suoi caratteristici prodotti.
Indice di competitività calcolato nel 2009
Macrosettori
Mezzi di trasporto
Meccanica non elettronica
Chimica
Prodotti manufatti di base*
Prodotti diversi
Meccanica elettric a ed elettodomestici
IT ed elettronica di consumo
Prodotti alimentari lavorati
Prodotti in legno
Tessili
Abbigliamento
Cuoio, pelletteria e calzature
1°
Germania
Germania
Germania
Germania
Germania
Germania
Rep. Ceca
Germania
Germania
Italia
Italia
Italia
2°
Francia
Italia
Singapore
Italia
Italia
Italia
Cina
Francia
Svezia
Germania
Cina
Cina
3°
Svezia
Svezia
Stati Uniti
Taiwan
Svizzera
Svizzera
Malaysia
Be lgio
Finlandia
Cina
Turchia
Be lgio
* metalli di base non ferrosi, metalli ferrosi, marmi, ceramich e, vetro
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO-UNCTAD
Non è un caso che questa classifica si sposi bene con altre analisi sull’export dei prodotti
industriali manifatturieri non alimentari (al netto di energia e materie prime) dei principali Paesi
industrializzati in cui si evidenzia come, in questi anni, il percorso della Germania e dell’Italia sia
59
UNCTAD, ossia, United Nations Conference on Trade and Development, in italiano, Conferenza delle
Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo. Per l’elaborazione dell’indicatore (TPI, Trade Performance
Index) il commercio internazionale viene suddiviso in 14 macrosettori e per ogni Paese e ogni voce
merceologica viene costruito un indice che tiene conto delle seguenti variabili: saldo commerciale, export procapite, quota nell’export mondiale, livello di diversificazione in termini di prodotto e livello di
diversificazione dei mercati serviti. Vedi: http://www.intracen.org/menus/countries.htm
38
stato più brillante rispetto alle più importanti economie occidentali che, differentemente, hanno
perso significative quote di mercato60.
Infatti, è sintomatico notare che Stati Uniti e Giappone, grandi potenze industriali, sono esclusi
dalle parti alte della classifica della competitività, mentre economie di dimensioni più contenute
(vedi Svezia e Italia) vi primeggiano, segno che una rilevazione più sofisticata è in grado di dire
qualcosa in più di quanto consenta una visione puramente quantitativa del commercio.
Interscambio commerciale di servizi
Una veloce panoramica al commercio internazionale di servizi per l’anno 2009 ci rivela che, pur
risentendo fortemente dell’andamento congiunturale sfavorevole, esso ha sostenuto il momento
negativo con minore difficoltà rispetto alle merci, dimostrando che i servizi godono di una capacità
di recupero maggiore: la contrazione è stata, infatti, del 12,4 %, dieci punti percentuali in meno dei
prodotti. La perdita sull’anno precedente è quantificabile in 476 miliardi di dollari correnti,
essendosi le esportazioni attestate a quasi 3.350 miliardi di dollari rispetto ai 3.826 dell’anno
precedente. Questa flessione interrompe una costante progressione iniziata nel lontano 1983, che
aveva conosciuto nell’ultimo quinquennio uno sviluppo particolarmente dinamico. Se si
rapportano i valori maturati nel 2009 con quelli del 2007, si nota che la contrazione è solo del
1,1% e uno sguardo sul decennio evidenzia come il consuntivo 2009 sia comunque il terzo miglior
risultato del secolo.
La migliore performance dei servizi trova probabilmente origine nell’esistenza di una vasta
gamma di servizi tecnici e professionali, la cui domanda a bassa discrezionalità, unita al fatto che
le transazioni sono pattuite a breve termine e già definite nelle modalità, ha permesso di rimanere
al di fuori delle turbolenze cicliche. Inoltre, molti servizi, essendo forniti elettronicamente, non
necessitano di sostegno da parte del credito e pertanto non sono stati coinvolti nell’azione di credit
crunch che ha attanagliato le merci. Altri fattori da non trascurare sono l’impossibilità di
stoccaggio dei servizi e la presenza di numerose transazioni a lungo termine, che influiscono sulla
loro minore vulnerabilità nel caso di inversione del ciclo economico. Inoltre, durante la crisi alcune
imprese, nel tentativo di contenere i costi, hanno provveduto a delocalizzare certi tipi di servizi e
ciò ha influenzato l’andamento degli scambi.
I trasporti hanno registrato la più importante diminuzione è ciò è facilmente riconducibile al
declino evidenziato dal commercio delle merci a cui si legano saldamente. La voce “altri servizi
commerciali”, invece, ha risentito meno dell’arretramento dell’attività economica e ha maturato un
calo del 9,2%, parimenti ai viaggi (-9,4%), che dopo un esordio alquanto negativo, grazie al
miglioramento del clima economico, si sono stabilizzati e hanno invertito la rotta sul finire d’anno.
Tutti i Paesi e le aree geografiche e commerciali del mondo hanno conosciuto un andamento
pesantemente avverso nel 2009, tuttavia, gli Stati Uniti, nonostante la flessione di quasi 9 punti
percentuali, guidano, come di consueto, la classifica dei Paesi esportatori di servizi, anzi, nel 2009
arrivano ad aumentare il loro peso nel mondo.
L’Italia mantiene l’ottava posizione assoluta tra i principali esportatori mondiali e la settima per le
importazioni, ma sul versante delle quote export si registra un’ulteriore lieve erosione e ciò, unito
ai riscontri sul biennio decisamente negativi, e al profondo disavanzo commerciale, ne conferma la
scarsa dinamicità, sia rispetto ai Paesi emergenti che ai tradizionali concorrenti. Tra i Paesi europei
solo la Germania ha un disavanzo commerciale più elevato dell’Italia, tutti gli altri, ad eccezione
dell’Irlanda, presentano un saldo positivo; questo aspetto è un riflesso dell’alta caratterizzazione
manifatturiera dei due Stati.
60
Fondazione Edison e Symbola, Italia. Geografie del nuovo Made in Italy, ottobre 2009
39
Principali Paesi esportatori nel commercio internazionale di servizi (milioni di dollari a prezzi correnti).
Anno 2009
variazioni %
quota di mercato
Graduatoria
Paesi
Valori 2009
2009/08
2009/07
2009
2008
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)
8)
9)
10)
Stati Uniti
Regno Unito
Germania
Francia
Cina
Giappone
Spagna
Italia
Irlanda
Paesi Bassi
Mondo
473.899
233.316
226.639
142.487
128.600
125.858
122.126
101.237
96.745
90.897
-8,6
-18,2
-11,6
-14,4
-12,2
-14,1
-14,3
-14,5
-4,8
-11,5
0,7
-16,8
1,7
-4,1
5,7
-0,9
-4,0
-8,5
3,8
-3,5
3.350.200
-12,4
-1,1
14,1
7,0
6,8
4,3
3,8
3,8
3,6
3,0
2,9
2,7
13,5
7,5
6,7
4,3
3,8
3,8
3,7
3,1
2,7
2,7
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO
Principali Paesi importatori nel commercio internazionale di servizi (milioni di dollari a prezzi correnti).
Anno 2009
variazioni %
quota di mercato
Graduatoria
Paesi
Valori 2009
2009/08
2009/07
2009
2008
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)
8)
9)
10)
Stati Uniti
Germania
Regno Unito
Cina
Giappone
Francia
Italia
Irlanda
Spagna
Paesi Bassi
Mondo
330.590
253.110
160.873
158.200
146.903
126.425
114.581
103.449
86.467
84.708
-9,4
-12,6
-18,3
0,1
-10,0
-10,3
-10,4
-5,3
-17,1
-7,8
-2,4
-2,4
-17,7
22,4
-1,2
-1,7
-3,5
9,0
-10,0
1,1
3.142.600
-11,6
0,3
10,5
8,1
5,1
5,0
4,7
4,0
3,6
3,3
2,8
2,7
10,3
8,1
5,5
4,4
4,6
4,0
3,6
3,1
2,9
2,6
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati WTO
Investimenti diretti esteri
Gli Investimenti diretti esteri (IDE61) hanno carattere ciclico e sono fortemente influenzati dai
fondamentali dell’economia pertanto, la difficile congiuntura, la crescente instabilità, le turbolenze
e i restringimenti del sistema finanziario ne hanno provocato una netta contrazione tra il 20082009, interrompendo un lustro di crescita.
All’interno di un panorama avvolto dalla più grande incertezza, le grandi imprese, già alle prese
con profitti ridotti, hanno rinviato i progetti di espansione e le attività di fusione e acquisizione
sono risultate in evidente flessione. Le multinazionali hanno preferito muoversi su forme più
leggere di internazionalizzazione (non equity) e meno rischiose, quali cessioni di licenze,
61
Per la definizione di IDE si rimanda alla nota 30 di pg. 15.
40
outsourcing e joint-venture62 oppure hanno adottato nuove strategie come l’individuazione di
nuovi siti con fattori produttivi a basso costo o la riduzione della presenza all’interno di quei
comparti considerati oramai maturi.
Dopo la contrazione del 16 % sul 2008, i flussi globali in entrata sono scesi ulteriormente del 37 %
arrestandosi a 1.114 miliardi di dollari nel 2009, mentre i flussi in uscita hanno raggiunto i 1.101
miliardi di dollari, risultando in calo del 43 %. A partire dalla seconda metà del 2009 i flussi di
IDE hanno iniziato a risalire la china, agguantando una modesta ripresa nella prima parte del
201063.
Tutti i Paesi sono stati interessati dal fenomeno di erosione (eccetto Danimarca, Germania e
Lussemburgo, Messico, Norvegia e Svezia), riflettendo la debolezza delle rispettive economie64 e le
ridotte capacità finanziarie delle imprese transnazionali; nonostante questo, le nazioni in via di
sviluppo e in transizione hanno, comunque, attirato metà delle entrate di IDE e i loro investimenti
hanno interessato un quarto dei flussi globali in uscita e le previsioni parlano di un’ulteriore
progressione in entrambe le direzioni nel prossimo futuro.
Flussi di investimenti diretti esteri in entrata per gruppi di economie. Anni 1980-2009
Mondo
Economie in via di sviluppo
Economie sviluppate
Economie in transizione
Fonte: UNCTAD, World Investment Report 2010
Anche la classifica dei Paesi destinatari di flussi IDE, capeggiata sempre dagli Stati Uniti,
conferma questa escalation: sono ben cinque le nazioni emergenti o in via di sviluppo (Cina, Hong
Kong, Russia, Arabia Saudita e India) nelle prime dieci posizioni. Le giovani economie sono in
grado di attirare molti più capitali per investimenti di tipo greenfield (creazione di imprese ex novo
in loco), mentre la maggior parte delle fusioni o acquisizioni (che rientrano nelle attività
brownfield) avviene ancora nelle nazioni sviluppate e questo, ovviamente, è riconducibile al
divario nel grado di sviluppo esistente tra le due aree. L’indagine sulle prospettive di investimento
2010-2012 condotta dall’UNCTAD conferma che il disinteresse manifestato in questi anni verso le
economie mature continuerà anche in futuro ed è presumibile attendersi una diminuzione
complessiva degli investimenti nei Paesi sviluppati. Su queste scelte influiscono una serie di
motivazioni molto varie che è difficile sintetizzare, tuttavia si possono evidenziare alcuni aspetti
tra i più comuni: agevolazioni fiscali e burocratiche, contributi promossi dai Paesi meno
62
Per la definizione di outsourcing si rimanda alla nota 23 di pg. 13. Per joint-venture si intende il contratto
con cui due o più imprese, anche appartenenti a Stati diversi, si impegnano a collaborare nella realizzazione di
un determinato progetto per suddividere i rischi e sfruttare le reciproche competenze.
63
UNCTAD, World Investment Report 2010: Investing in a low-carbon economy, New-York e Ginevra,
luglio 2010
64
I flussi di capitali stranieri verso gli USA sono diminuiti per mancanza di fiducia sulla tenuta del sistema
economico, sugli afflussi verso il Regno Unito ha pesato fortemente lo squilibrio finanziario, per l’Africa
determinante è stata la caduta di prezzo delle commodity, per Cina e India il crollo della domanda
internazionale di beni e servizi che ha rallentato nuove iniziative di internazionalizzazione e sul Medio
Oriente ha influito la bolla immobiliare.
41
industrializzati per attirare imprenditoria straniera e favorire nuovi insediamenti produttivi, minor
costo dei fattori produttivi, volumi di consumo e bisogni in crescita sia perché si è in fase di
espansione economica sia perché è in progressivo aumento il tenore di vita della popolazione
residente, demograficamente dinamica, spesso numericamente consistente e in cui la componente
giovanile è preponderante.
Appare rilevante notare che le campagne internazionali per la lotta all’evasione fiscale e per la
trasparenza dei mercati finanziari condotte in questi anni hanno portato a una caduta dei flussi di
investimento del 2009 in alcuni paradisi fiscali (Isole Vergini britanniche -43,3%).
I flussi in uscita, speculari a quelli in entrata, sono stati viziati dall’andamento critico
dell’economia nei Paesi sviluppati nell’ultimo biennio e dai crescenti movimenti provenienti dalle
economie emergenti. La contrazione registrata (-43%) riflette soprattutto la caduta dei profitti e la
morsa finanziaria sulle imprese capogruppo occidentali.
La modesta ripresa dei flussi in uscita registrata nei primi mesi del 2010 evidenzia che la maggior
parte dei Paesi, tra cui alcuni dei principali investitori (Stati Uniti, Germania e Svezia), risentendo
di un clima economico più favorevole, non privo comunque di incertezze, ha ricominciato
prudentemente a investire.
Nonostante il declino dei flussi in uscita sia stato condiviso da tutti i Paesi avanzati (salvo poche
eccezioni quali Danimarca, Irlanda, Norvegia e Svezia), l’area rimane la più importante fonte di
erogazione con uscite eccedenti abbondantemente le entrate.
Nel 2009, le principali economie occidentali hanno diminuito fortemente i flussi in uscita (gli Stati
Uniti sono ricorsi a importanti disinvestimenti nell’Unione Europea), mentre le economie in via di
sviluppo hanno avuto contrazioni meno severe, questo perché, solcando un percorso già avviato
prima della crisi, la maggiore disponibilità di capitali, la crescente competizione all’interno del
proprio territorio, la nascita di proprie aziende transnazionali hanno consentito l’espansione degli
investimenti oltre confine.
Flussi di investimenti diretti esteri in entrata per economia ospitante e in uscita per economia di origine.
Anni 2008-2009 (miliardi di dollari a prezzi corrente)
Flussi in entrata
Flussi in uscita
Stati Uniti
Stati Uniti
Cina
Francia
Francia
Giappone
Hong Kong
Germania
Regno Unito
Hong Kong
2009
Russia
Cina
2009
2008
Germania
Russia
Arabia Saudita
Italia
India
Canada
Belgio
Norvegia
0
50
100
150
200
250
300
2008
0
350
50
100
150
200
250
300
350
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati UNCTAD
Pur nell’oggettiva e generale difficoltà, i servizi e il settore primario hanno continuato ad attrarre
IDE anche se con un ritmo inferiore al passato, mentre il manifatturiero è apparso in affanno in
quanto le mancate entrate non hanno solo interessato le industrie sensibili al ciclo economico
(chimica e industria automobilistica), ma anche quelle apparentemente più resistenti alla crisi
(farmaceutiche e alimentari). Tuttavia, siccome gli investimenti esteri hanno continuato ad affluire
anche se in maniera meno sostenuta del passato, lo stock di IDE in entrata è aumentato del 15 %
sul 2008, raggiungendo i 17.743 miliardi di dollari.
42
Flussi e consistenze di IDE per regione ed economia (importi in milioni di dollari)
consistenze (milioni di dollari)
in entrata
Regione / economia
1990
in uscita
2000
2009
1990
2000
2009
Mondo
2.081.782
7.442.548
1 7.743.408
2.086.818
7.967.460
1 8.982.118
E conomie avanzate
1.557.248
5.653.182
1 2.352.514
1.941.646
7.083.493
1 6.010.825
Unione Europea
Giappone
761.851
9.850
2.322.127
50.322
7.447.904
200.141
810.472
201.441
3.492.879
278.442
9.006.575
740.930
Stati Uniti
539.601
2.783.235
3.120.583
731.762
2.694.014
4.302.851
524.526
1.728.455
4.893.490
145.172
862.628
2.691.484
60.675
154.200
514.759
19.826
44.147
102.165
America latina e caraibica
111.377
502.105
1.472.744
57.643
204.430
643.281
Asi a e Oceania
352.474
1.072.150
2.905.987
67.703
614.051
1.946.038
Medio Oriente
37.895
60.419
424.646
8.469
16.422
159.226
Asi a orientale
240.645
710.475
1.561.482
49.032
509.636
1.361.528
229.600
E conomie in via di sviluppo
Africa
Cina
20.691
193.348
473.083
4.455
27.768
201.653
455.469
912.166
11.920
388.380
834.089
Korea del sud
5.186
38.110
110.770
2.301
26.833
115.620
Asi a sud-orientale
Hong Kong
64.303
266.985
689.980
9.471
84.481
342.367
Indonesia
Malaysia
8.732
10.318
25.060
52.747
72.841
74.643
86
753
6.940
15.878
30.183
75.618
Singapore
30.468
110.570
343.599
7.808
56.755
213.110
Thailandia
8.242
29.915
99.000
418
2.203
16.303
-
5.682
77.628
-
840
10.396
9
55.228
419.776
-
20.500
269.412
Europa sud-orientale
Comunità Stati Indipendenti
flussi (milioni di dollari)
in entrata
Regione / economia
2007
2008
in uscita
2009
2007
2008
2009
Mondo
2.099.973
1.770.873
1.114.189
2.267.547
1.928.799
1.100.993
E conomie avanzate
1.444.075
1.018.273
565.892
1.923.895
1.571.899
820.665
923.810
536.917
361.949
1.287.277
915.780
388.527
Giappone
22.550
24.426
11.939
73.548
128.019
74.699
Stati Uniti
265.957
324.560
129.883
393.518
330.491
248.074
E conomie in via di sviluppo
564.930
630.013
478.349
292.147
296.286
229.159
Africa
America latina e caraibica
63.092
163.612
72.179
183.195
58.565
116.555
10.622
55.975
9.934
82.008
4.962
47.402
Asi a e Oceania
338.226
374.639
303.230
225.550
204.344
176.795
Medio Oriente
78.092
90.299
68.317
47.302
37.967
23.337
Asi a orientale
150.991
185.497
154.838
110.322
131.868
116.815
Cina
83.521
108.312
95.000
22.469
52.150
48.000
Hong Kong
54.341
59.621
48.449
61.081
50.581
52.269
Korea del sud
2.628
8.409
5.844
15.620
18.943
10.572
Asi a sud-orientale
21.284
Unione Europea
73.971
47.289
36.806
50.178
15.387
Indonesia
6.928
9.318
4.877
4.675
5.900
2.949
Malaysia
8.538
7.318
1.381
11.280
14.988
8.038
Singapore
35.778
10.912
16.809
27.645
-8.478
5.979
Thailandia
11.355
8.544
5.949
2.850
2.560
3.818
Europa sud-orientale
12.844
12.690
7.565
1.385
1.881
1.422
Comunità Stati Indipendenti
71.124
109.898
62.384
50.121
58.733
49.748
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati UNCTAD
43
A termine dell’argomento appare opportuno dar conto di alcune autorevoli osservazioni: le attività
di disinvestimento non solo vanno a incidere sull’evoluzione degli IDE, ma modificano anche la
struttura economica del Paese ospitante. Quando un’impresa multinazionale decide di ridurre le
proprie attività estere, di vendere una controllata e di reinvestire altrove (nel territorio nazionale o
oltre frontiera) origina un effetto sui movimenti di capitale con conseguenze importanti sulla
bilancia dei pagamenti e sul tessuto economico. Il massiccio ricorso al disinvestimento osservato
nel 2008 è stato particolarmente pronunciato in alcune aree geografiche e ciò potrebbe sottendere
alla volontà delle aziende transfrontaliere di migliorare il grado di competitività posizionandosi in
quei mercati dove la domanda interna è più dinamica, abbandonando quelli maturi.
44
CENNI SULL’ANDAMENTO DEL COMMERCIO MONDIALE NEL 2010
Il comunicato stampa dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) del 20 settembre
evidenzia come il commercio si stia riprendendo molto più velocemente di quanto inizialmente
prospettato, tanto che si suppone chiuderà il 2010 con un’espansione del 13,5% in termini di
volume. Questo positivo risultato, secondo gli economisti del WTO, si otterrà grazie alla
«saggezza» dimostrata dai governi che hanno respinto la facile tentazione del protezionismo.
Secondo gli esperti, l’effetto benefico di questa politica fornirà una base importante per l’uscita
dalla «dolorosa recessione economica» e si riverbererà anche sull’occupazione.
Il recupero è stimato attorno all’11,5% in termini di volume per le economie avanzate, mentre per
il resto del mondo si prevede una maggiore dinamicità (16,5%). Si tratterebbe dell’incremento più
significativo in serie storica dal 1950, anche se una così ampia crescita deve essere analizzata nel
contesto di una crisi economica di vaste proporzioni che ha sprofondato nel 2009 gli scambi al
-12,2%.
Esportazioni di merci e PIL per regioni (variazione percentuale annua). Anni 2007-2010
(stima)
2007
2008
2009
2010
(stima)
Volume di merci esportate
Mondo
Economie avanzate
Paesi in via di sviluppo e CIS
6,5
4,8
9,0
2,2
0,8
3,8
-12,2
-15,3
-7,8
13,5
11,5
16,5
PIL reale a tassi di cambio del mercato
Mondo
Economie avanzate
Paesi in via di sviluppo e CIS
3,8
2,6
8,0
1,6
0,4
5,7
-2,2
-3,5
2,0
3,0
2,1
5,9
Fonte: WTO – Comunicato stampa del 20 settembre 2010 press/616
Il commercio di merce si è particolarmente sviluppato nel primo semestre (in termini monetari la
crescita è stata del 25%) accompagnato dalla rimonta del Pil sia nei Paesi in via di sviluppo che
nelle economie mature. Tuttavia, la maggior parte degli economisti si aspetta che la progressione si
attesti su ritmi più lenti nella seconda parte dell’anno, a causa del venir meno degli stimoli fiscali.
Sussistono, inoltre, ancora timori sulla tenuta generale della ripresa in relazione a possibili shock
finanziari e macroeconomici, che paiono essere sempre in agguato.
A livello geografico l’Asia si conferma motore trainante, con margini di crescita nettamente
superiori alla media mondiale sia nelle esportazioni che nelle importazioni. Anche l’Africa e il
Medio Oriente esprimono una dinamica rilevante sostenuta dalla domanda asiatica e statunitense, a
cui si somma l’aumento dei prezzi delle commodities.
La crescita dell’Unione Europea è stata, invece, molto più contenuta sia in relazione alle nuove
economie che agli altri Paesi industriali. E’ interessante sottolineare che, a differenza di quanto
avvenuto nel passato, gli scambi si sono maggiormente indirizzati verso i partners extracomunitari
piuttosto che all’interno del mercato comune dove molti Paesi stentano a riagganciare la ripresa.
In ambito europeo, l’economia tedesca è quella che ha dimostrato di possedere una marcia in più:
le esportazioni nei primi sei mesi dell’anno sono state particolarmente rilevanti. Gli operatori
tedeschi hanno guardato non tanto ai tradizionali mercati di sbocco, ma ai Paesi emergenti65,
65
Micaela Cappellini, Nuova lezione di tedesco sull’export in Asia, Il Sole 24 Ore, 23 agosto 2010. «La
lezione tedesca sui mercati globali ci insegna che investimenti ed esportazioni verso i paesi emergenti sono
45
tuttavia non mancano ombre sul futuro (la produzione industriale è calata dello 0,8% in settembre
rispetto al mese precedente, condizionato dalla cattiva performance dei beni intermedi, -2%),
soprattutto perché il resto d’Europa non decolla, limitato, anche, dalle misure restrittive dettate
dalla necessità di controllo sulla spesa pubblica.
Commercio mondiale di beni per regioni. Variazione percentuale su anno e trimestre precedenti. Periodo
aprile-giugno 2010
Esportazioni variazione %
Regioni
Mondo (a)
Nord America
Stati Uniti
Canada
Centro e sud America
Brasile
Europa
Unione Europea (27) (b)
intra UE
extra UE
Comunità degli Stati Indipendenti (CIS)
Federazione russa
Africa e Medio Oriente
Asia (a)
Cina
India
Giappone
Economie emergenti asiatiche
Importazioni variazione %
su anno
precedente
su trimestre
precedente
su anno
precedente
su trimestre
precedente
26
28
25
32
24
29
13
13
11
17
44
43
35
37
41
32
41
37
7
7
6
7
16
27
0
0
-2
5
10
6
1
15
23
-1
5
12
25
32
32
30
36
56
15
14
11
21
27
33
10
38
44
33
35
43
6
12
12
10
13
12
0
0
-2
3
26
28
1
10
15
3
5
9
a Include significantivi valori di re-exports o importazioni per riesportazioni.
b “Intra UE” commercio all’interno della UE; “extra UE” commercio tra UE e le alter economie.
Fonte: WTO – Comunicato stampa del 1° settembre 2010 press/614
La ripresa tedesca appare, ad alcuni osservatori, strettamente connessa con il processo di
modernizzazione del terziario, settore che ha subito nel recente passato una profonda
riorganizzazione e razionalizzazione, ma che adesso, ben amalgamatosi all’industria, sta trainando
l'ingrediente essenziale di una crescita sorprendente del Pil, che la Bundesbank dice sarà del 3% nel 2010. La
Germania ci insegna anche che le imprese all'estero si muovono più facilmente quando alle spalle hanno un
granitico sistema di supporto istituzionale. Ma c'è un'altra lezione tedesca che arriva dall'Asia. E ha due
ingredienti: la cosiddetta mittelstand, il tessuto delle medie imprese specializzate, e le banche per lo sviluppo.
Prendiamo la Kirow di Lipsia: si è aggiudicata due contratti -uno da 98 milioni di dollari e l'altro da 68- con le
ferrovie cinesi, e per portarli a casa ha partecipato a un bando dell'Asian Development Bank, la Banca per lo
sviluppo dell'Asia. Un'istituzione cui Berlino contribuisce con un capitale di 2,3 miliardi di dollari, ma da cui
ha buoni ritorni in appalti per le proprie aziende. È un gioco a doppio guadagno: chi si aggiudica i
finanziamenti aiuta un Paese emergente a modernizzarsi e apre a se stesso nuovi mercati. I tedeschi sono tra i
più esperti utilizzatori dei fondi delle banche di sviluppo. Li conoscono, concorrono, vincono, vanno e
costruiscono. Questo serve loro a incontrare, in territori poco noti, interlocutori privilegiati con cui poi
continuare a fare affari, una volta chiuso il progetto finanziato. La posta in gioco è enorme: entro il 2020
l'Asia dovrà spendere 8mila miliardi di dollari in nuove infrastrutture».
46
l’economia con proiezioni oltrefrontiera che aumentano il grado di penetrazione sui mercati
lontani, non necessariamente vasti, come il Vietnam e il Cile66.
Gli Stati Uniti, nonostante interventi senza precedenti, non hanno ancora raggiunto una crescita
sufficientemente stabile da originare un significativo aumento di occupazione e ciò limita i
consumi, da sempre base dell’economia. E le prospettive future non sono rosee: l’ampio déficit
delle partite correnti americane, l’elevato livello di debito delle famiglie e il recente incremento del
debito pubblico fanno presagire che le prospettive di sviluppo della domanda interna ed esterna
degli USA risulteranno meno promettenti rispetto agli anni passati67.
La Cina, dal canto suo, teme la bolla del mercato immobiliare e tende a frenare il credito68, mentre
il Giappone, pur beneficiando del dinamismo dei suoi vicini e puntando sulle esportazioni, resta
prigioniero di una domanda interna scarsa e della deflazione.
Valutando i dati disponibili alla prima metà del 2010, gli IDE appaiono in crescita e sembra, a fine
anno, si porteranno su valori pre-crisi. I flussi, a parere degli esperti, saranno orientati, come
previsto, verso i Paesi a più alto tasso di crescita e che dispongono di manodopera a basso costo,
notoriamente siti in area asiatica; nelle economie avanzate, invece, saranno la qualità del lavoro, la
presenza di infrastrutture e l’efficienza istituzionale a svolgere un ruolo determinante per catturare
nuovi investimenti.
BIBLIOGRAFIA (parziale)
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globalizzazione: una visione multidisciplinare, Springer, Milano 2007
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settembre 2010, pg. 5. «La Germania ha investito ingenti risorse nelle reti infrastrutturali, con una rete
ferroviaria che segue la linea dei suoi confini ed è diventata così lo snodo d’Europa: un sistema a stella che
qualcuno ha definito plaque tournante, appunto piattaforma snodabile per indirizzare le merci in tutte le
direzioni. (…) E’ un intero sistema che agevola l’export: la Lufhansa ne è il braccio aereo. (…) Non è un caso
che oggi in Germania il fatturato della logistica è maggiore di quello dell’industria automobilistica».
67
Congiuntura ref., Il puzzle dei cambi, 4 novembre 2010.
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Dirk Heilmann, La locomotiva ha il fiato corto, in Handelsblatt Düsseldorf, 25 agosto 2010
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www.voxeu.org
48
IL PESO DEL COMMERCIO ESTERO IN PROVINCIA DI BELLUNO:
CONSIDERAZIONI DI CARATTERE STRUTTURALE
Quando si analizza l’economia di un’area si prendono in considerazioni due aspetti, il primo di tipo
congiunturale analizza i cambiamenti di breve periodo, il secondo strutturale prende in
considerazione le dinamiche di lungo periodo, che incidono nella struttura economica di un
territorio. I due aspetti si condizionano e le modalità di risposta a uno stimolo esterno sono in
diretta relazione con la struttura economica di quel territorio. Pertanto, prima di entrare nel dettaglio
delle dinamiche del commercio estero della provincia di Belluno, è opportuno introdurre alcune
considerazioni di carattere strutturale della nostra economia evidenziando le peculiari caratteristiche
dei suoi rapporti con l’estero.
Grafico 1. Belluno, Veneto e Italia. Propensione all’export (export/PIL*100) nel 1995 e
nel 2009.
40,0
34,7
35,0
30,7
30,0
25,0
28,3
27,8
20,8
19,2
20,0
15,0
10,0
5,0
0,0
1995
2009
Italia
Veneto
Belluno
45,0
40,0
35,0
30,0
25,0
20,0
15,0
10,0
5,0
0,0
1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Italia
Veneto
Belluno
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A. su dati Istat e Istituto Tagliacarne
49
Va anzitutto sottolineato1 che non è corretto pensare al dato dell’export come alla parte del
prodotto interno lordo (PIL2) inviata all’estero o a una parte di reddito conseguita con le vendite
all’estero. Il valore delle esportazioni desunto dalle serie storiche dell’Istat corrisponde, infatti, ai
ricavi delle aziende esportatrici e non al loro valore aggiunto, che è dato dalla differenza tra i ricavi
e i costi delle materie prime e dei prodotti intermedi importati per produrre i beni oggetto di
esportazione. Perciò l’export può incrementare più o meno il PIL in funzione del maggiore o
minore contenuto di beni esportati.
Grafico 2. Belluno, Veneto e Italia. Indice di copertura delle importazioni
(export/import*100) nel 1995 e nel 2009.
324,1
350,0
288,1
300,0
250,0
200,0
138,0
150,0
128,1
113,6
98,0
100,0
50,0
0,0
1995
2009
Italia
Veneto
Belluno
400,0
350,0
300,0
250,0
200,0
150,0
100,0
50,0
19
95
19
96
19
97
19
98
19
99
20
00
20
01
20
02
20
03
20
04
20
05
20
06
20
07
20
08
20
09
0,0
Italia
Veneto
Belluno
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A. su dati Istat e Istituto Tagliacarne
1
R. Chahinian e P. Menazza, Commercio estero e sviluppo economico del Veneto, in Veneto Internazionale
2008, Unioncamere del Veneto, 2008.
2
Il Prodotto interno lordo o PIL è una grandezza macroeconomica che misura la quantità di beni e servizi
prodotti dalla collettività e quindi la quantità di ricchezza prodotta da un territorio.
50
Per valutare l’impatto del commercio internazionale su un’economia ed effettuare confronti
territoriali e temporali è più opportuno costruire degli indicatori che mettono in relazione
l’interscambio commerciale e il PIL.
Il primo di questi calcola il rapporto percentuale tra le esportazioni e il PIL e misura la propensione
all’esportazione. Poiché confronta il valore delle esportazioni alle dimensioni produttive di un
territorio, misura il grado di sviluppo all’estero di un sistema economico, ovvero il livello di
competitività, che da un lato testimonia quanta parte di prodotto viene collocato all’estero, e
dall’altra esprime il potenziale di sviluppo di un territorio, date le scarse opportunità presenti sul
mercato interno.
Il grafico 1 (primo riquadro) riproduce il valore della propensione all’export di Italia, Veneto e
Belluno a due epoche diverse, nel 1995 (primo anno della serie storica del PIL fornitaci
dall’Istituto Tagliacarne) e nel 2009. Nonostante la provvisorietà dell’indice calcolato per il 2009
(poiché per quell’anno il dato del PIL è stimato e quello Istat delle esportazioni non è definitivo),
lo scenario appare profondamente cambiato. Se nel 1995 Belluno esportava una quota pari al
28,3% del PIL, compresa, quindi, tra il 20,8% nazionale e il 30,7% veneto, nel 2009 ha raggiunto
il 34,7%, che rappresenta un risultato di gran lunga superiore alla media regionale, che pure è una
delle più elevate d’Italia (solo Toscana con 35,3% e Friuli Venezia Giulia con 31,1% precedono il
Veneto).
Tra le sette province del Veneto, la propensione all’esportazione del 2009 è più elevata solo a
Vicenza (43,9%) e a Treviso (37%). Rispetto al 1995 la provincia è notevolmente cresciuta e ha
guadagnato una posizione nella graduatoria regionale (al tempo era preceduta da Vicenza con
47,8%, da Treviso con 39,8% e da Verona con 29,7%).
Come si evince dal secondo riquadro, l’andamento di questo indice nel tempo evidenzia una
maggiore propensione all’export del Veneto rispetto all’Italia in tutto il periodo 1995-2009, mentre
è solo a partire dal 2003 che Belluno si colloca al di sopra della media regionale.
Il secondo indicatore (grafico 2) è dato dal rapporto percentuale delle esportazioni e delle
importazioni ed è definito indice di copertura delle importazioni, poiché misura quanta parte della
produzione interna è destinata all’estero rispetto a quanto viene acquistato dall’estero per
soddisfare la domanda interna. Un valore superiore a 100 indica che in quel territorio le
esportazioni sono superiori alle importazioni, pari a 100 che i valori dei beni in entrata sono uguali
a quelli in uscita, inferiore a 100 che si importa più di quanto si esporta. In quest’ultima situazione
si trova l’Italia nel 2009, mentre le condizioni si capovolgono in Veneto, dove l’export vale il
128,1% dell’import e in provincia di Belluno, per la quale il rapporto sale enormemente arrivando
a 288,1, che è di gran lunga il più elevato tra le sette province.
La distanza di Belluno con il dato regionale e nazionale è abissale per tutto il periodo considerato,
nonostante il ridimensionamento rispetto al 1995 e, analizzando la parte inferiore del grafico,
anche rispetto al 2008. Dal grafico si evince anche che è nel 1998 che l’indice di copertura delle
importazioni bellunesi assume il valore massimo (372,6%). Anche il Veneto si conferma
costantemente sopra 100, pur con un andamento leggermente decrescente, mentre dal 2004 l’Italia
inizia a scendere e si mantiene sempre al di sotto di questa soglia.
A livello di province il primato di Belluno sulle altre sei del Veneto si conferma in tutto il periodo
esaminato, tuttavia è opportuno sottolineare che molto spesso quello che viene importato da una
regione (e ancor di più da una provincia) non corrisponde a quanto viene effettivamente consumato
in quel territorio, poiché influenzato dalla presenza di scali o interporti importanti, cioè da punti di
arrivo di merci che poi vengono smistate e indirizzate verso altre regioni o province. Da ciò deriva
un valore di import eccessivamente elevato non corrispondente alla reale domanda di quel
territorio.
Il terzo indicatore oggetto del grafico 3 è in qualche modo collegato al precedente, poiché misura il
saldo della bilancia commerciale (dato dalla differenza tra le esportazioni e le importazioni) in
rapporto (percentuale) al PIL. Se il saldo è positivo (cioè in tutti quei casi in cui l’indice di
copertura delle importazioni è superiore a 100) significa che il sistema produttivo è competitivo
nei mercati esteri con i suoi prodotti, più di quanto i prodotti del resto del mondo lo sono al suo
51
interno. Anche in questo valgono le considerazioni appena espresse sulle funzioni di centro di
smistamento per altri mercati.
Grafico 3. Belluno, Veneto e Italia. Rapporto tra saldo della bilancia commerciale e Pil
(export-import)/PIL*100. Anni 1995 e 2009.
25,0
22,6
19,6
20,0
15,0
8,4
10,0
5,0
6,1
2,5
0,0
-0,4
1995
2009
-5,0
Italia
Veneto
Belluno
30,0
25,0
20,0
15,0
10,0
5,0
0,0
1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
-5,0
Italia
Veneto
Belluno
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A. su dati Istat e Istituto Tagliacarne
Rapportare il saldo della bilancia commerciale al PIL, cioè alla misura in valore dei beni e servizi
di una collettività, significa parametrarlo all’economia di riferimento.
Anche questo indice indica una buonissima performance per Belluno, poiché il 22,6% del 2009 è
di gran lunga superiore alla media regionale (6,1%) e nazionale che è addirittura negativa. In vetta
alla graduatoria del 2009, Belluno dal 1995 al 2001 si è avvicendata sul podio con Treviso e
Vicenza, mentre nel periodo 2002-2008 si è contesa il primo posto con Vicenza.
Come si evince nella parte inferiore del grafico 3, se per il Veneto tale indicatore si muove lungo
un trend leggermente decrescente, per Belluno è in espansione dal 2000 al 2007 (anno in cui
esportazioni e importazioni hanno raggiunto il valore più elevato a Belluno e in Veneto), per
attenuarsi nei due anni successivi, quelli della grande crisi mondiale. Quanto all’Italia, l’indice dal
52
2004 si muove sul semipiano negativo, raggiunge il punto di minimo, pari a -1,4%, nel 2006, ma si
attenua negli ultimi due anni.
Infine, il quarto indicatore mette in relazione il saldo commerciale con la somma delle
importazioni e delle importazioni, cioè dei quantitativi complessivamente movimentati da e verso
l’estero. E’ simile al precedente, ma viene riferito all’apertura internazionale dell’economia
(somma di export ed import), così che il saldo commerciale viene rapportato al valore dei beni
internazionalizzati (cioè solo di quelli oggetto di competizione internazionale), indipendentemente
dalle dimensioni del PIL. In pratica, tale indicatore coglie la competitività internazionale di un
territorio, poiché considera quanto lo stesso tratta a livello internazionale, senza tener conto di
quanto produce per il mercato interno.
Grafico 4. Belluno, Veneto e Italia. Rapporto tra saldo della bilancia commerciale e
merci movimentate sui mercati esteri (export-import)/(export+import)*100. Anni 1995 e
2009.
60,0
52,8
48,5
50,0
40,0
30,0
16,0
20,0
10,0
12,3
6,3
0,0
-1,0
1995
2009
-10,0
Italia
Veneto
Belluno
70,0
60,0
50,0
40,0
30,0
20,0
10,0
0,0
1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
-10,0
Italia
Veneto
Belluno
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A. su dati Istat e Istituto Tagliacarne
53
Anche in questo caso Belluno dimostra una posizione eccellente (48,5%), di gran lunga superiore
alla media regionale (12,3%) e italiana (-1%) e nonostante un certo ridimensionamento rispetto al
1995, mantiene il primato in tutti gli anni considerati.
Alla luce di questi indicatori di struttura, Belluno, che nel 2009 è la penultima provincia del
Veneto per quantitativi esportati (con un peso di 5,3% sul totale export regionale) in realtà è terza
quando si commisurano le esportazioni alla sua economia, cioè se prendiamo in considerazione la
propensione all’esportazione (il primo dei quattro rapporti), che gli studiosi indicano come il
principale indicatore del potenziale sviluppo di un’area.
Analogamente, il Veneto, che con una quota di esportazioni del 13,5% risulta secondo in Italia
dopo la Lombardia (28,2%), diventa terzo, preceduto da Toscana (35,3%) e Friuli Venezia Giulia
(31,1%) se parametriamo le esportazioni al PIL.
Le implicazioni di questa spiccata vocazione all’export sono piuttosto forti, poiché in un momento
di stagnazione del mercato interno – com’è quello che caratterizza l’Italia già da alcuni anni prima
della crisi, il mercato estero offre buone prospettive di sviluppo per l’economia di un territorio,
perché può compensare la stasi di produzione da carenza di domanda interna. Questo perché i
mercati esteri sono da sempre più dinamici.
La forte propensione all’export può essere penalizzante in un momento di crisi, se questa colpisce
simultaneamente e globalmente tutti i mercati, come è successo nel 2008-2009. Infatti, la reazione
alla crisi economica è stata immediata e di forte intensità in provincia, mentre nel Veneto e in Italia
pur raggiungendo picchi di minimo delle esportazioni più bassi, è stata più graduale e ritardata;
allo stesso modo in provincia la fase di recupero, sulla spinta delle sollecitazioni esterne, è iniziata
prima. Questo è quanto emerge dai decrementi trimestrali tendenziali delle esportazioni, più
sostenuti nei trimestri di inizio crisi e più attenuati nei successivi a Belluno che in Veneto.
In una fase di lenta ripresa come è quella del 2010, legata alle dinamiche dei mercati esteri, la
tendenza all’internazionalizzazione sembrerebbe premiare, poiché anche in questo caso le risposte
(stavolta positive) sono più forti e immediate.
Sulla base di questi indicatori e delle considerazioni esposte, si capisce come lo sviluppo
economico di un territorio sia fortemente condizionato dalla sua capacità di imporsi sui mercati
esteri, visto che le esportazioni possono fare da volàno nell’intera economia.
BIBLIOGRAFIA
R. Chahinian e P. Menazza, Commercio estero e sviluppo economico del Veneto, in Veneto
Internazionale 2008, Unioncamere del Veneto, 2008.
Siti internet
www.coeweb.istat.it
54
IL COMMERCIO ESTERO IN PROVINCIA DI BELLUNO:
I PRINCIPALI AGGREGATI
Il presente capitolo è dedicato alle dinamiche con l’estero della provincia di Belluno dal 1993 al
2009, anni per i quali l’Istat mette a disposizione con dettaglio provinciale serie storiche di
esportazioni e di importazioni per merce e per Paese di destinazione (delle esportazioni) e di
provenienza (delle importazioni). La tabella 1 (Belluno. Serie storica delle esportazioni e delle
importazioni per principali aggregati. Anni 1993-2009, riportata a fine capitolo), in cui i prodotti
oggetto degli scambi sono stati raggruppati in trenta aggregati in ordine decrescente di importanza
rispetto a 2009, costituisce il data base di partenza per quest’analisi.
Una sintesi della tabella 1 riferita ai primi dieci prodotti di export e di import è oggetto della
tabella 2, dalla quale si evince che per le esportazioni sette dei primi dieci prodotti del 2009 fanno
parte, pur con ordine diverso, anche dei primi dieci del 1993. I prodotti dell’occhialeria e i
macchinari sono il primo e il secondo prodotto in tutti gli anni considerati, ma, come emerge
chiaramente anche dal grafico 1, con un grado di partecipazione sul totale export molto diverso, di
gran lunga superiore per i primi. Prodotti in gomma e plastica (al sesto posto nel 2009, con una
quota di export pari a 1,9%), concia e lavorazioni pelli (nono con 0,9%) e prodotti alimentari
(decimo con 0,8%) sono contemplati nel 2009, ma non lo erano nel 1993, quando, invece, vi si
ritrovavano gli altri prodotti manifatturieri (sesti, con il 3%) e i filati e tessuti (settimi con 2,5%).
L’insieme di questi prodotti è oggetto del grafico 1, in cui totale export, occhialeria e macchinari
sono considerati congiuntamente nel riquadro superiore per consistenza dei valori movimentati,
mentre i restati beni facenti parte della top-ten del 1993 e del 2009 sono collocati nella parte
inferiore.
Tabella 2. Belluno. Primi dieci prodotti di esportazione e di
importazione nel 1993 (euro correnti). Anni 2009 e 1993
ESPORTAZIONI
Prodotti
2009
Peso %
Occhialeria
Macchinari
Altre apparecchiature elettriche
Elettronica, app. medicali e misuraz. (no occh.)
Metallurgia
Prodotti in gomma e plastica
Carpenteria metallica
Carta e stampa
Concia e lavorazioni pelli
Prodotti alimentari
Somma primi dieci prodotti
Altri prodotti
1.311.581.100
322.246.816
79.817.138
71.941.297
40.172.767
39.976.684
37.786.623
22.038.039
17.939.388
17.399.954
1.960.899.806
99.950.555
63,6
15,6
3,9
3,5
1,9
1,9
1,8
1,1
0,9
0,8
95,2
4,8
TOTALE EXPORT
2.060.850.361
100,0
Prodotti
1993
Occhialeria
Macchinari
Carpenteria metallica
Elettronica, app. medicali e misuraz. (no occh.)
Carta e stampa
Altri prodotti dell'industria manifatturieria
Filati e tessuti
Altre apparecchiature elettriche
Metallurgia
Prodotti in gomma e plastica
Somma primi dieci prodotti
Altri prodotti
TOTALE EXPORT
55
346.026.788
127.909.927
34.294.312
31.556.554
24.084.281
21.953.434
18.089.482
16.123.270
14.254.080
14.157.034
648.449.162
80.288.885
728.738.047
Peso %
47,5
17,6
4,7
4,3
3,3
3,0
2,5
2,2
2,0
1,9
89,0
11,0
100,0
IMPORTAZIONI
Prodotti
20 09
Peso %
Occhiale ria
Macchinari
Metallurgia
Altre appa recchiature elettriche
Elettronica, app. medica li e misuraz. (no occh.)
Cuoio conciato e lavorato
Mezzi di trasporto e componentistica
Prodotti chimici, farmaceutici, fibre si ntetiche
Legno
Altri prodo tti dell'industria manifatturiera
Somma primi dieci prodotti
Altri prodo tti
345.189.081
58.352.898
53.964.573
37.495.907
27.970.771
25.566.585
22.616.484
18.260.093
16.372.038
15.938.933
621.727.363
93.656.867
48,3
8,2
7,5
5,2
3,9
3,6
3,2
2,6
2,3
2,2
86,9
13,1
TOTALE IMPORT
715.384.230
100,0
Prodotti
19 93
Occhiale ria
Metallurgia
Prodotti chimici, farmaceutici, fibre si ntetiche
Macchinari
Legno
Elettronica, app. medica li e misuraz. (no occh.)
Altre appa recchiature elettriche
Agricoltu ra e pesca
Prodotti alimentari
Bevande
Somma primi dieci prodotti
Altri prodo tti
TOTALE IMPORT
Peso %
27.744.565
25.710.822
23.188.800
20.742.265
16.909.307
10.808.576
8.347.497
7.468.454
6.865.059
5.804.681
153.590.026
42.183.758
195.773.784
14,2
13,1
11,8
10,6
8,6
5,5
4,3
3,8
3,5
3,0
78,5
21,5
100,0
Fonte: elaborazione Camera di Commercio su dati Istat
Grafico 1. Belluno. Esportazioni totali e dei primi dieci prodotti 1993 e 2009 (euro correnti). Anni 19932009
3.000.000.000
2.500.000.000
2.000.000.000
1.500.000.000
1.000.000.000
500.000.000
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
TOTALE EXPORT
56
Occhialeria
Macchinari
160.000.000
140.000.000
120.000.000
100.000.000
80.000.000
60.000.000
40.000.000
20.000.000
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Altre apparecchiature elettriche
Metallurgia
Carpenteria metallica
Concia e lavorazioni pelli
Altri prodotti manifatturieri
Elettronica, app. medicali e di misurazione (escl. occhialeria)
Prodotti in gomma e plastica
Carta e stampa
Prodotti alimentari
Filati e tessuti
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A. su dati Istat
Gli occhiali sono ancora i principali prodotti importati nel 2009, così come nel 1993. Come per le
esportazioni, nella graduatoria import delle prime dieci tipologie, sette prodotti sono comuni ai due
anni, mentre il cuoio conciato e lavorato (il sesto prodotto con una percentuale di import pari a
3,6%), i mezzi di trasporto e componentistica (settimo con 3,2%) e gli altri prodotti dell’industria
manifatturiera (decimi con il 2,2%) rientrano tra i primi dieci del 2009, ma non nel 1993. Al
contrario, comparivano tra le principali importazioni i prodotti dell’agricoltura e pesca (ottavi con
una quota del 3,8%), i prodotti alimentari (noni con 3,5%) e le bevande (decimi con il 3%). Si nota
dalla tabella 2 che i primi dieci prodotti assommano il 95,2% delle esportazioni del 2009 e l’89%
di quelle del 1993, mentre per quanto riguarda le importazioni le percentuali sono rispettivamente
86,9% e 78,5%, segno di una maggiore concentrazione di alcune specifiche merci che negli anni
hanno acquisito un peso sempre maggiore. Trattandosi comunque di percentuali molto elevate,
nelle pagine che seguono l’analisi verterà su alcuni prodotti, esaminati in ordine decrescente di
importanza nella graduatoria delle esportazioni del 2009, trattandone l’evoluzione nel periodo
1993-2009 dell’export e dell’import per principali Paesi di destinazione e di provenienza.
I prodotti dell’occhialeria
Nel 2009 la provincia di Belluno ha esportato merci per un valore di 2.060 milioni di euro, lo 0,7%
delle esportazioni italiane e il 5,3% di quelle venete; di queste 1.312 milioni hanno riguardato i
prodotti dell’occhialeria1, che hanno costituito il 63,6% del totale delle esportazioni bellunesi di
quell’anno.
Anche nel 1993 i principali prodotti in esportazione erano quelli dell’occhialeria, che costituivano
il 47,5% del totale delle merci in partenza di quell’anno. Il loro peso è cresciuto negli anni
1
I prodotti dell’occhialeria sono identificati dalle voci “CM325 – Strumenti e forniture mediche e dentistiche”
(che comprende la “32.50.5 - Fabbricazione di armature per occhiali di qualsiasi tipo; montatura in serie di
occhiali comuni”) e “CI267 - Strumenti ottici e attrezzature fotografiche del codice delle attività economico
Ateco 2007. La banca dati Istat sul commercio estero (www.istat.coeweb.it) non consente un’analisi con un
dettaglio superiore alle tre cifre, quindi l’identificazione dei codici dei prodotti dell’occhialeria avviene a un
livello superiore (e quindi meno dettagliata) di quello usato nell’identificazioni delle sedi e unità locali
d’impresa nelle banche dati del Registro delle Imprese.
57
superando il 50% nel 1998 (51%) e oscillando intorno a questa percentuale per i due anni
successivi. Ma è in questo primo decennio di secolo che l’occhialeria diventa dominante: nel 2001
raggiungeva quota 53,3%, ma già l’anno seguente arrivava al 57,1% e si manteneva su livelli
piuttosto elevati fino al 2005, anno in cui oltrepassava il 60%, fino a raggiungere nel 2009 la quota
massima di 63,6%.
L’occhiale è la punta di diamante dell’industria bellunese in quanto prodotto locale più diffuso nel
mondo. Tale primato è confermato anche dalle statistiche internazionali, secondo l’ITC2 infatti, nel
2009 le esportazioni nel mondo di questo prodotto hanno raggiunto 6.844 milioni di euro e l’Italia
si è confermata primo Paese esportatore con 1.819 milioni, pari al 26,6%. Siccome le esportazioni
provinciali contribuiscono al 72% dell’export italiano del settore, si evince indirettamente il peso
che il prodotto bellunese ha nel panorama mondiale.
Il 2007 è stato l’anno di massima espansione delle esportazioni di occhiali, sia nel mondo (7.300
milioni), sia in Italia (2.274) che in provincia (1.635), il rapporto Italia/mondo valeva 31%, quello
Belluno/Italia 72%.
Grafico 2. Belluno. Esportazioni ed importazioni di occhiali verso e da principali aree geografiche (milioni di
euro correnti). Anni 1993-2009
1.800
EXPORT di OCCHIALI
IMPORT di OCCHIALI
1.600
400,0
1.400
350,0
1.200
300,0
1.000
250,0
800
200,0
600
150,0
400
100,0
200
50,0
0,0
19
93
19
94
19
95
19
96
19
97
19
98
19
99
20
00
20
01
20
02
20
03
20
04
20
05
20
06
20
07
20
08
20
09
19
93
19
94
19
95
19
96
19
97
19
98
19
99
20
00
20
01
20
02
20
03
20
04
20
05
20
06
20
07
20
08
20
09
0
[MONDO]
[Extra Ue27]
[Unione europea 27]
Stati Uniti
[MONDO]
[Unione europea 27]
[Extra Ue27]
Cina
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
Guardando alle esportazioni del 2009 per aree geografiche, l’Europa è il primo continente di
destinazione degli occhiali bellunesi, verso il quale si è indirizzato il 52,7% del valore degli
occhiali esportati, soprattutto nell’Unione a 27 membri (47,6%), mentre il 40,1% si è indirizzato
verso l’Area euro. Il 30,4% ha preso la via dell’America e il 13,5% dell’Asia; l’Oceania ne ha
acquistati il 2% e l’Africa l’1,4% (tabella 3). Rispetto al 1993 è cresciuta la percentuale delle
esportazioni all’interno dell’Unione e in Asia, ma dal primo all’ultimo anno di osservazione il
tracciato delle esportazioni verso i Paesi extra UE 27 è sempre stato superiore a quello dei Paesi
UE27 (grafico 2).
2
International Trade Center, http://www.intracen.org/tradstat/, (statistiche congiunte WTO e ONU).
58
Tabella 3. Belluno. Esportazioni di prodotti dell’occhialeria per continenti e principali Paesi (euro correnti).
Anni 2009 e 1993.
2009
Continenti e aree
MONDO
Extra Ue27
Unione europea 27
EUROPA
AMERICA
ASIA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
AFRICA
Paesi
1993
Anno
1.311.581.100
687.517.616
624.063.484
690.934.503
398.478.364
176.586.546
26.611.213
18.970.474
Anno
Peso %
100,0
52,4
47,6
52,7
30,4
13,5
2,0
1,4
Continenti e aree
MONDO
Extra Ue27
Unione europea 27
EUROPA
AMERICA
ASIA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
AFRICA
Peso %
Stati Uniti
Francia
Spagna
Regno Unito
Germania
Hong Kong
Grecia
Paesi Bassi
Portogallo
Brasile
Giappone
Turchia
Australia
Cina
Svizzera
Belgio
Emirati Arabi Uniti
Corea del Sud
Messico
Singapore
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Paesi
332.853.707
188.430.188
129.582.945
68.610.652
60.814.190
37.641.651
36.605.659
34.227.042
28.979.510
28.747.733
20.706.126
20.621.616
19.533.088
16.670.150
16.629.611
16.426.823
15.233.305
15.154.020
13.404.044
12.543.190
1.113.415.250
198.165.850
25,4
14,4
9,9
5,2
4,6
2,9
2,8
2,6
2,2
2,2
1,6
1,6
1,5
1,3
1,3
1,3
1,2
1,2
1,0
1,0
84,9
15,1
Totale export occhiale
1.311.581.100
100,0
Paesi
Anno
346.026.788
195.332.773
150.694.014
167.536.239
136.953.150
32.004.461
4.945.112
4.587.825
Anno
Peso %
100,0
56,5
43,5
48,4
39,6
9,2
1,4
1,3
Peso %
Stati Uniti
Germania
Francia
Spagna
Regno Unito
Canada
Austria
Svizzera
Grecia
Paesi Bassi
Svezia
Arabia Saudita
Portogallo
Australia
Singapore
Turchia
Hong Kong
Emirati Arabi Uniti
Giappone
Brasile
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Paesi
115.553.103
54.102.499
17.132.225
14.113.474
13.147.008
11.455.031
11.093.188
9.004.588
8.438.133
7.667.784
6.929.436
5.928.130
4.763.236
4.636.304
4.599.687
3.965.694
3.549.756
3.373.870
3.364.343
3.116.770
305.934.259
40.092.529
33,4
15,6
5,0
4,1
3,8
3,3
3,2
2,6
2,4
2,2
2,0
1,7
1,4
1,3
1,3
1,1
1,0
1,0
1,0
0,9
88,4
11,6
Totale export occhiale
346.026.788
100,0
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
Dall’analisi del grafico 2 emerge che la serie dell’export presenta un andamento crescente (e in
accelerazione dal 2005) fino al 2007, anno in cui l’export ha raggiunto la quota massima di 1.634,7
milioni di euro, suddivisa per il 58,6% verso i Paesi Extra UE e per il rimanente 41,4% verso quelli
dell’Unione a 27 membri. A partire dal 2008, le esportazioni di occhiali hanno iniziato a diminuire
(-6,9% sul 2007), in modo più rilevante nell’Extra UE (-10,1%) rispetto all’UE (-2,3%), per poi
precipitare nel 2009 (-13,8%), con un calo dell’area Extra UE significativamente maggiore di
quella europea (-20,1% e -5,6% rispettivamente), in conseguenza della crisi globale. Come si
evince anche graficamente, determinanti risultano gli Stati Uniti. Le esportazioni di occhiali hanno
immediatamente accusato il colpo delle difficoltà di questo Paese, il principale acquirente di
occhiali bellunesi, da dove è partita la crisi finanziaria, successivamente sfociata in crisi globale
dell’economia reale3.
Poco meno del 40% delle esportazioni di occhiali del 2009 si sono indirizzate verso due Paesi: gli
Stati Uniti, che ne hanno acquistati il 25,4% del totale e la Francia con il 14,4% (tabella 3). La
Spagna è la terza destinazione con il 9,9% e il Regno Unito è quarto con il 5,2%, mentre la
Germania è risultata quinta con una percentuale del 4,6%. Cinque Paesi (Hong Kong, Grecia, Paesi
3
Per approfondimenti sulla crisi economica si veda: C.C.I.A.A. Belluno, I Quaderni dell’economia locale, n.
1/2009, Il punto sulla crisi economica: dinamiche, numeri e testimonianze, 2009 e C.C.I.A.A. Belluno, 8^
Giornata dell’economia, 7 maggio 2010, Rapporto sull’economia locale, 2010.
59
Bassi, Portogallo e Brasile) hanno acquistato occhiali per quote superiori al 2%, altri otto
(Giappone, Turchia, Australia, Cina, Svizzera, Belgio, Emirati Arabi Uniti e Corea del Sud) per
valori compresi tra il 2 e l’1%; chiudono Messico e Singapore con una quota dell’1%. La somma
dei primi venti Paesi del 2009 sfiora l’85%; tra questi, Cina, Belgio, Corea del Sud e Messico non
sono compresi tra i primi venti del 1993 e al loro posto si trovano Canada, Austria, Svezia e Arabia
Saudita; la somma dei primi venti copriva nel 1993 una percentuale ancora più alta (88,4%). Il
grafico 3 riporta l’andamento di questi ventiquattro Paesi (cioè dei primi venti del 2009 più quelli
del 1993), eccetto gli Stati Uniti già contemplati nel grafico 2. E’ comune a tutti (eccetto alla
Francia) un apice di crescita tra il 2005 e il 2007 e un ridimensionamento dovuto all’impatto della
crisi degli ultimi anni, più o meno vistoso a seconda dei Paesi.
Grafico 3. Belluno. Esportazioni di prodotti dell’occhialeria verso i primi venti
Paesi di destinazione (eccetto USA) del 1993 e del 2009 (euro correnti). Anni 19932009.
200.000.000
180.000.000
160.000.000
140.000.000
120.000.000
100.000.000
80.000.000
60.000.000
40.000.000
20.000.000
Francia
Spagna
Regno Unito
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
2000
1999
1998
1997
1996
1995
1994
1993
0
Germania
50.000.000
45.000.000
40.000.000
35.000.000
30.000.000
25.000.000
20.000.000
15.000.000
10.000.000
5.000.000
Hong Kong
Grecia
Paesi Bassi
60
Portogallo
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
2000
1999
1998
1997
1996
1995
1994
1993
0
Brasile
70.000.000
60.000.000
50.000.000
40.000.000
30.000.000
20.000.000
10.000.000
Giappone
Cina
Corea del Sud
Turchia
Svizzera
20
09
20
07
20
05
20
03
20
01
19
99
19
97
19
95
19
93
0
Australia
Emirati Arabi Uniti
60.000.000
50.000.000
40.000.000
30.000.000
20.000.000
10.000.000
20
09
20
07
20
05
20
03
20
01
19
99
19
97
19
95
19
93
0
Messico
Singapore
Austria
Svezia
Canada
Arabia Saudita
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
Gli Stati Uniti erano il primo Paese di destinazione anche nel 1993 e coprivano il 33,4% delle
esportazioni di occhiali di quell’anno; essi si confermano il primo mercato in tutti gli anni della
serie storica analizzata, con una quota sempre superiore al 30% (con un massimo nel 2005 con il
35,7%) fino al 2007, quota scesa negli ultimi due anni attorno al 25% (25% nel 2008 e 25,4% nel
2009).
La Germania ha mantenuto la seconda posizione per tutti gli anni Novanta pur con quote via via
decrescenti, successivamente è stata scalzata dalla Francia per il periodo successivo salvo il
quinquennio 2003-2007 in cui si è affacciata la Spagna.
I primi due riquadri del grafico 3 riportano i primi nove Paesi della graduatoria 2009 (sono esclusi
gli Stati Uniti) contemplati anche nella tabella 3: nel primo quadrante si nota la dinamica per lo più
costante della Germania, a cui si contrappone quella in crescita della Francia e (ad eccezione negli
ultimi due anni) della Spagna; discreta anche l’evoluzione del Regno Unito. Il secondo riquadro è
dominato dalle performances piuttosto simili di Grecia, Paesi Bassi e Portogallo, mentre Hong
Kong, in costante crescita dal 1993 ma soprattutto tra il 2003 (12,6 milioni di euro) e il 2006 (37,4
milioni), vede un ridimensionamento negli ultimi anni. Un’evoluzione interessante è quella del
Brasile (dal ventesimo posto del 1993 al decimo nel 2009), in crescita dal 1994 al 1997 e
soprattutto dal 2004 al 2007. Nel terzo riquadro prevale il Giappone, in forte crescita fino al 2003
(anno in cui ha acquistato 64,6 milioni di occhiali bellunesi) e gradualmente sceso ai 20,7 milioni
61
del 2009, mentre l’Australia ha preso quota dal 2000 al 2007. La Cina evidenzia una forte crescita
a partire dal 2005 (quando aveva già triplicato le esportazioni del 1993) fino al 2007 (quando le
esportazioni valevano trentacinque volte quelle del 1993), che è legata, con grande probabilità, alla
delocalizzazione di fasi produttive in questo Paese.
Grafico 4. Belluno. Esportazioni di prodotti dell’occhialeria dai primi dieci Paesi di
provenienza del 2009 e del 1993 (milioni di euro correnti), anni 1993-2009
2500
2000
1500
1000
500
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Stati Uniti
Germania
Portogallo
Francia
Hong Kong
Brasile
Spagna
Grecia
Giappone
Regno Unito
Paesi Bassi
4000
3500
3000
2500
2000
1500
1000
500
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Turchia
Svizzera
Messico
Svezia
Australia
Emirati Arabi Uniti
Singapore
Canada
Cina
Corea del Sud
Austria
Arabia Saudita
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
Nel quarto riquadro è ben evidenziata la progressiva perdita di importanza del Canada e la crescita
del Messico, passato dallo 0,4% del 1993 al 3,2% del 2008 e successivamente sceso all’1%. Se il
grafico 3 confronta i valori delle esportazioni tra Paesi, il grafico 4, costruito sui numeri indici di
questi stessi Paesi rispetto al 1993 (scelto come anno base) permette di cogliere l’evoluzione di
ciascuno dall’inizio alla fine del periodo analizzato.
62
Si nota come il Giappone abbia accresciuto la sua importanza soprattutto tra il 2000 e il 2003,
mentre dal 2004 ad oggi ha vissuto un ampio ridimensionamento. Il Brasile vede due fasi di
accelerazione: dal 1994 al 1997 e dal 2004 al 2007; più lenta ma costante l’evoluzione di Spagna,
Brasile, Francia e Regno Unito, tutte con un’accentuazione dal 2004 al 2007. Nel quadrante
inferiore dominano il Messico, che cresce soprattutto dal 1999 al 2003 e successivamente (e con
maggior forza) dal 2005 al 2008 e la Cina, la cui evoluzione è recentissima (parte dal 2005).
Infine, si notano la crescita di Corea del Sud e Australia nel periodo 2002-2007.
Vi è poi un gruppo di Paesi, non contemplati dal grafico, verso i quali si indirizzano quote di
esportazioni non molto rilevanti, ma che tuttavia presentano un’interessante evoluzione nell’arco
temporale 1993-2009: si tratta di Romania, Bosnia Erzegovina, Slovacchia e India. Come per la
Cina, anche in questi casi si può ipotizzare che in parte si tratti di movimenti in uscita legati a
qualche impresa che ha delocalizzato alcune fasi della produzione in Paesi a basso costo.
Tabella 4. Belluno. Importazioni di prodotti dell’occhialeria per continenti e principali Paesi (euro
correnti). Anni 2009 e 1993
2009
Continenti e aree
MONDO
Extra Ue27
Unione europea 27
ASIA
AMERICA
EUROPA
AFRICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Paesi
1993
Anno
345.189.081
324.970.576
20.218.505
292.695.251
29.563.061
22.164.201
499.358
267.210
Anno
Peso %
100,0
94,1
5,9
84,8
8,6
6,4
0,1
0,1
Continenti e aree
MONDO
Extra Ue27
Unione europea 27
ASIA
AMERICA
EUROPA
AFRICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Peso %
Cina
Stati Uniti
Giappone
Germania
Austria
Hong Kong
Regno Unito
Corea del Sud
Francia
Romania
Svizzera
Paesi Bassi
Ceca, Repubblica
Israele
Emirati Arabi Uniti
Taiwan
Slovacchia
Singapore
Turchia
India
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Paesi
264.719.614
29.087.398
19.260.163
7.012.133
3.405.056
3.024.194
2.755.788
2.092.171
2.077.418
1.780.310
1.231.458
1.132.042
882.355
644.866
594.408
532.267
505.914
488.245
452.994
437.495
342.116.289
3.072.792
76,7
8,4
5,6
2,0
1,0
0,9
0,8
0,6
0,6
0,5
0,4
0,3
0,3
0,2
0,2
0,2
0,1
0,1
0,1
0,1
99,1
0,9
Totale import occhiale
345.189.081
100,0
Paesi
Anno
27.744.565
5.517.903
22.226.662
2.584.865
2.006.677
22.998.311
104.547
50.164
Anno
Peso %
100,0
19,9
80,1
9,3
7,2
82,9
0,4
0,2
Peso %
Germania
Francia
Giappone
Stati Uniti
Regno Unito
Austria
Svizzera
Cina
Canada
Irlanda
Spagna
Corea del Sud
Svezia
Egitto
Paesi Bassi
Singapore
Taiwan
Arabia Saudita
Australia
Portogallo
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Paesi
10.356.148
8.890.073
1.576.865
1.564.685
1.158.934
807.097
740.360
487.417
416.029
324.075
319.615
253.903
161.801
97.749
76.846
68.391
64.967
55.554
47.796
45.348
27.513.653
230.912
37,3
32,0
5,7
5,6
4,2
2,9
2,7
1,8
1,5
1,2
1,2
0,9
0,6
0,4
0,3
0,2
0,2
0,2
0,2
0,2
99,2
0,8
Totale import occhiale
27.744.565
100,0
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
I prodotti dell’occhialeria sono anche il primo prodotto di importazione, per un valore pari a 345
milioni di euro, corrispondenti al 48,3% del totale del valore delle merci importate. Al contrario
delle esportazioni, le importazioni non hanno mai registrato battute d’arresto, neppure nel biennio
di crisi 2008-2009, ma è di gran lunga mutato lo scenario dei Paesi di provenienza, con l’Europa in
costante decremento dal 2003 e la contestuale crescita dei Paesi Extra UE 27. Dal 1993 al 2009 le
importazioni sono state di gran lunga inferiori alle esportazioni.
63
L’andamento delle importazioni risulta, come quello delle esportazioni, fortemente condizionato
da quello dei Paesi extra UE 27, di cui ne riproduce il tracciato (grafico 2): in questo caso risulta
determinante il peso della Cina. Per la struttura dei codici di classificazione delle merci non è
possibile distinguere il prodotto finito dal semilavorato, ma è realistico supporre che per una parte
cospicua le importazioni di occhiali siano prodotti che giungono in provincia per completare il
processo produttivo, per poi ripartire sotto forma di esportazioni verso altri Paesi esteri. In effetti,
se analizziamo le importazioni per area geografica, si nota come solo il 5,9% provenga dall’UE 27
e il 94,1% dai Paesi extra UE, di cui l’84,8% dall’Asia e il 76,7% dalla Cina, mentre il rapporto era
completamente ribaltato nel 1993 (tabella 4).
Grafico 5. Belluno. Importazioni di prodotti dell’occhialeria dai primi dieci Paesi di
provenienza del 2009 (euro correnti). Anni 1993-2009
300.000.000
250.000.000
200.000.000
150.000.000
100.000.000
50.000.000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Cina
Austria
Francia
Stati Uniti
Hong Kong
Romania
Giappone
Regno Unito
Germania
Corea del Sud
35.000.000
30.000.000
25.000.000
20.000.000
15.000.000
10.000.000
5.000.000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Stati Uniti
Austria
Corea del Sud
Giappone
Hong Kong
Francia
Germania
Regno Unito
Romania
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
Pur con un peso costantemente decrescente, fino al 1999 prevaleva ancora l’UE 27, da cui
proveniva il 63,9% degli occhiali, quota scesa poi a 43,4% nel 2000; nel 2003 si era già a 38,7%
che diventava 24% l’anno dopo. Scesa ulteriormente a 11% (2006), ha recuperato nel 2007
(12,1%), per andare sotto quota 10 nel 2008 (9,3%) e collocandosi, infine, a 5,9% nel 2009.
La graduatoria dei primi venti Paesi di provenienza è completamente mutata e solo undici sono
comuni nel 2009 e nel 1993; in entrambi i casi i primi venti coprono oltre il 99% del totale, ma già
con i primi dieci si supera il 97% nel 2009 e si sfiora il 95% nel 1993, così che sarà sufficiente
concentrarsi sull’evoluzione di questi.
Dal primo all’ultimo anno è anche completamente cambiata la distribuzione delle quote di import:
nel 1993 non vi era grande differenza tra Germania (al primo posto con un peso del 37,3%) e
64
Francia (al secondo con il 32%) mentre diciassette anni dopo è abissale il divario tra Cina (prima
con il 76,7%) e Stati Uniti (secondi con un assai più contenuto 8,4%). Inoltre, basta scendere al
sesto posto della graduatoria 2009 (Hong Kong con 0,9%) per trovare quote inferiori all’1%,
mentre nel 1993 ciò avveniva solo a partire dal dodicesimo Paese (Corea del Sud 0,9%).
Il grafico 5 relativo alle importazioni dei primi dieci Paesi di provenienza del 2009 mette in
evidenza il predominio del colosso asiatico: la Cina è passata dai 15 milioni di importazioni del
1999 ai 47 del 2000, anno dal quale inizia una forte crescita, culminata nel 2009 (264,7 milioni,
pari al 76,7%). L’evoluzione dell’import da questo Paese è tale che la sua rappresentazione grafica
appiattisce le serie relative agli altri Paesi, la somma dei quali, comunque, non arriva a coprire il
25% delle importazioni 2009.
Nel riquadro in basso è riprodotto lo stesso grafico senza la Cina.
A parte il picco nel 2000 (18 milioni) e nel 2001 (15,3), Hong Kong si muove su un sentiero
pressoché costante. Fino al 1998 il Paese più importante era la Germania (15,7 milioni di euro, pari
al 23,9% delle importazioni di occhiali di quell’anno), ma dal 1999 viene scavalcata dalla Cina. La
Francia raggiunge il punto più alto nel 2001 (21,4 milioni), dopodiché perde progressivamente di
importanza; evoluzione crescente anche quella del Giappone (anche nel 2009, con un massimo di
19,3 milioni) e – dal 2007 al 2009 – degli Stati Uniti.
Il grafico 6 descrive l’evoluzione nel tempo, rispetto al 1993 scelto come anno base, dei primi
dieci Paesi di destinazione del 2009 più Canada e Irlanda, che, pur non rientrando tra questi,
appartengono ai primi dieci del 1993 (essendo gli altri sette comuni, come si evince dalla tabella
4). Il confronto tra numeri indici rende efficacemente l’idea di come è variata l’importanza di
ciascuno di essi nel tempo.
Grafico 6. Belluno. Importazioni di prodotti dell’occhialeria: evoluzione dei primi dieci
Paesi di provenienza del 2009 e del 1993 (Numeri indici, anno 1993=100), anni 19932009.
250.000
200.000
150.000
100.000
50.000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Cina
Stati Uniti
Giappone
Germania
Austria
Hong Kong
Regno Unito
Corea del Sud
Francia
Romania
Canada
Irlanda
65
60.000
50.000
40.000
30.000
20.000
10.000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Cina
Stati Uniti
Giappone
Germania
Austria
Regno Unito
Corea del Sud
Francia
Romania
Canada
Irlanda
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A. su dati Istat
La peculiarità del grafico 6 (parte superiore) è data dall’andamento di Hong Kong di cui si è già
parlato. La sua importanza “schiaccia” graficamente tutti gli altri Paesi, così che è stato escluso dal
riquadro in basso. A questo punto risulta evidentissima l’evoluzione della Cina, partita con un
esiguo 1,8% delle importazioni del 1993 e salita vertiginosamente gli anni successivi: già nel 2000
superava il 30%, ma quattro anni dopo era oltre il 60%, raggiungendo la quota massima nel 2007
(78,8%), senza discostarsene significativamente nei due anni successivi.
Il valore delle merci importate nel 2009 dalla Cina è 540 volte superiore a quello del 1993: questo
andamento non può, naturalmente, essere scisso da quello simile visto per le esportazioni verso
questo Paese e si spiega con la delocalizzazione della produzione, una cosa simile è osservabile
anche per la Romania anche se con importi di tutt’altra portata.
Infine, il grafico mette in evidenza il ridimensionamento di Germania, Francia, Giappone, Regno
Unito e Austria, che, pur rientrando tra i maggiori del 2009, nel 1993 coprivano percentuali ben
più elevate, (tabella 4), nonché l’uscita dalla scena dei primi dieci (ma anche dai primi venti) di
Canada e Irlanda.
Emblematico è il caso della Slovenia, apparsa sulla scena dei Paesi di provenienza delle
importazioni bellunesi nel 1996 e cresciuta di importanza fino al 2003, quando con il 15,6%
sull’import totale si collocava in vetta alla graduatoria dei principali Paesi di importazione; già
l’anno successivo, però, il suo apporto era dimezzato e il calo proseguiva drasticamente negli anni
seguenti fino ad arrivare al 2009 quando “vale” solo lo 0,02% dell’import del settore.
Infine va citata l’India, anche se non appare nel grafico: pur movimentando un esiguo 0,1% che le
vale il ventesimo posto nella graduatoria 2009, la sua crescita è recentissima e risale
completamente agli anni Duemila.
66
I macchinari
Con riferimento alla tabella 2 e al grafico 1 i macchinari4 sono la seconda merce di esportazione
dell’industria manifatturiera bellunese per tutto il periodo 1993-2009, ma gli importi sono di gran
lunga inferiori a quelli degli occhiali. In termini di peso percentuale, si tratta del 17,6% di tutte le
esportazioni del 1993 e del 15,6% di quelle del 2009. Il peso di questa merce è stato massimo nel
1996 (20,4%), ma in termini assoluti il valore più elevato sono i 443,5 milioni di euro fatturati nel
2007; l’andamento delle esportazioni segue un trend di crescita dal 1993 al 2007, con due
contrazioni nei due anni successivi (var.% 2008/2007 pari a -9,8% e 2009/2008 a -19,4%).
Grafico 7. Belluno. Esportazioni ed importazioni di macchinari verso l’Unione europea a 27 membri e verso
i Paesi extra UE 27 (milioni di euro correnti). Anni 1993-2009
500,0
EXPORT DI MACCHINARI
IMPORT DI MACCHINARI
120,0
450,0
400,0
100,0
350,0
80,0
300,0
250,0
60,0
200,0
40,0
150,0
100,0
20,0
50,0
[Unione europea 27]
[Extra Ue27]
[MONDO]
[Unione europea 27]
20
09
20
07
20
05
20
03
20
01
19
99
19
97
19
93
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
2000
1999
1998
1997
1996
1995
1994
1993
[Extra Ue27]
19
95
0,0
0,0
[MONDO]
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
Si evince dal grafico 7 che la maggior parte delle esportazioni si indirizza ogni anno verso i Paesi
UE 27, la cui serie storica riproduce in toto l’andamento totale, mentre più basso e smorzato
(anche nella fase discendente) appare quello verso i Paesi extra UE 27. Nel 1993 la partecipazione
dell’UE 27 sul totale delle esportazioni di macchinari sfiorava l’80%, la quota più elevata in tutta
la serie storica.
Nella graduatoria dei primi venti Paesi del 2009 quattordici sono comuni al 1993 (tabella 5): a
differenza dei prodotti dell’occhialeria, c’è una minore concentrazione delle percentuali tra il
primo Paese e tutti gli altri. Francia e Germania sono al primo e al secondo posto, con una
percentuale di esportazioni di macchinari pari rispettivamente a 14,8% e a 11,8%: il loro
andamento è ben visualizzato nel grafico 8, dedicato all’evoluzione delle esportazioni dei primi
dieci Paesi del 2009.
Dallo stesso si evince come la Francia ha acquisito importanza nel tempo: era quinta nel 1993 con
una quota di 7,4%, salita a 15,5% nel 2006. Dal 2003 al 2007 le esportazioni di macchinari verso
questo Paese sono state in costante aumento, raggiungendo il massimo (65 milioni di euro) in
quell’anno e scendendo nei due successivi (48 milioni nel 2009).
La Germania, secondo Paese del 2009, era primo nel 1993 con 24 milioni di euro e una quota pari
a 18,6%. Nei rapporti con la Germania si visualizzano due fasi di crescita (dal 1996 al 1999 e
successivamente dal 2005 al 2007), ma ciò che appare significativo è la progressione verificatasi
nel 2009, quando tutti gli altri Paesi mostrano un decremento.
4
I macchinari sono identificati dal codice “CK-Macchinari e altri apparecchi elettrici non classificati altrove”
e comprende a sua volta le voci “CK281-Macchine di impiego generale”, CK282-Altre macchine di impiego
generale, CK283-Macchine per l'agricoltura e la silvicoltura, CK284-Macchine per la formatura dei metalli e
altre macchine utensili, CK289-Altre macchine per impieghi speciali, che qui consideriamo solo
complessivamente.
67
Terzo Paese 2009 è la Spagna (6,8% del totale), sesta (6,1%) nel 1993: ha vissuto tre fasi
ascendenti tra il 1993 e il 1995, tra il 1997 e il 2000 e dal 2005 al 2007 (anno in cui si è raggiunto
il massimo con 32 milioni di euro), ma nel 2009 il calo pesante (-27,7%) ha fatto scendere le
esportazioni a 21,8 milioni, un valore di poco superiore a quello del 1997.
Quarta è la Turchia, che nel 1993 verso la quale si esportava solo lo 0,3% dei macchinari totali per
324mila euro: da allora la sua crescita è stata graduale fino al 2006 (4,6 milioni di euro), esplosiva
fino al 2009 con 21,8 milioni; come la Germania, dal 2008 al 2009 ha avuto un aumento
considerevole (+36,5%) non comune agli altri Paesi.
Tabella 5. Belluno. Esportazioni di macchinari per continenti e principali Paesi (euro correnti). Anni 2009 e
1993.
2009
Continenti e aree
MONDO
Unione europea 27
Extra Ue27
EUROPA
ASIA
AFRICA
AMERICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Paesi
1993
Anno
322.246.816
214.971.488
107.275.328
267.342.903
32.676.736
14.356.121
4.711.549
3.159.507
Anno
Peso %
100,0
66,7
33,3
83,0
10,1
4,5
1,5
1,0
Continenti e aree
MONDO
Unione europea 27
Extra Ue27
EUROPA
ASIA
AFRICA
AMERICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Peso %
Paesi
Anno
127.909.926
101.904.247
26.005.679
109.847.593
11.646.563
2.786.025
3.557.539
72.206
Anno
Peso %
100,0
79,7
20,3
85,9
9,1
2,2
2,8
0,1
Peso %
Francia
Germania
Spagna
Turchia
Svizzera
Regno Unito
Slovenia
Polonia
Austria
Algeria
Paesi Bassi
Belgio
Ungheria
Grecia
Portogallo
Svezia
Russia
India
Romania
Emirati Arabi Uniti
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Paesi
47.658.216
38.169.984
21.799.610
20.128.802
17.330.655
16.955.375
13.629.651
9.790.497
8.773.050
6.939.908
6.633.545
6.605.556
5.972.520
5.888.690
5.781.140
5.718.893
5.152.010
4.711.881
4.702.884
4.690.059
257.032.926
65.213.890
14,8
11,8
6,8
6,2
5,4
5,3
4,2
3,0
2,7
2,2
2,1
2,0
1,9
1,8
1,8
1,8
1,6
1,5
1,5
1,5
79,8
20,2
Germania
Danimarca
Regno Unito
Austria
Francia
Spagna
Hong Kong
Svezia
Svizzera
Slovacchia
Russia
Belgio e Lussemburgo
Grecia
Slovenia
Finlandia
Ceca, Repubblica
Arabia Saudita
Paesi Bassi
Portogallo
Emirati Arabi Uniti
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Paesi
23.772.289
15.318.797
13.992.655
9.745.952
9.451.820
7.804.852
5.168.291
5.075.120
3.348.614
2.877.762
2.868.383
2.262.747
2.226.486
1.275.568
1.264.258
1.239.011
1.169.700
1.032.869
990.399
965.579
111.851.152
16.058.774
18,6
12,0
10,9
7,6
7,4
6,1
4,0
4,0
2,6
2,2
2,2
1,8
1,7
1,0
1,0
1,0
0,9
0,8
0,8
0,8
87,4
12,6
Totale export macchinari
322.246.816
100,0
Totale export macchinari
127.909.926
100,0
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
La crescita più sostenuta della Svizzera (quinta con 5,4%) va dal 2000 (3,7 milioni di euro) al 2008
(27,9 milioni), scesi a 17,3 l’ultimo anno. Più altalenante è l’andamento del Regno Unito, nel 2009
sesto con 17 milioni, pari a 5,3%, ma terzo nel 1993 con quasi 14 milioni, allora pari al 10,9%; dal
primo all’ultimo anno ha visto tre fasi di crescita sostenuta: dal 1993 al 1995, dal 1999 al 2003 e
soprattutto dal 2006 al 2007, quando raggiunge il massimo con 36,4 milioni di euro, per poi
scendere pesante nel recente biennio.
La Slovenia ha un andamento in leggera crescita dal 1993 al 2001, costante fino al 2003 con un
calo nel 1994, ma la ripresa è netta fino al 2008, quando importa 17,3 milioni di euro di
macchinari, scesi a 13,7 nel 2009 (4,2% del totale, settimo Paese per importanza).
68
Interessante appare l’evoluzione della Polonia: in crescita già nei primi anni, vede due forti
accelerazioni dal 2001 al 2004 e dal 2005 al 2007 e una fase di decelerazione piuttosto sostenuta
dal 2007 al 2009. L’Austria si caratterizza per una serie di piccole oscillazioni lungo un trend
sostanzialmente costante dal 1993 al 2009, mentre l’Algeria deve la sua decima posizione ai 6,9
milioni di euro importati nel 2009, secondo un’evoluzione positiva dell’ultimo quinquennio.
Grafico 8. Belluno. Esportazioni di macchinari verso i primi dieci Paesi del 2009
(euro correnti). Anni 1993-2009
70.000.000
60.000.000
50.000.000
40.000.000
30.000.000
20.000.000
10.000.000
19
93
19
94
19
95
19
96
19
97
19
98
19
99
20
00
20
01
20
02
20
03
20
04
20
05
20
06
20
07
20
08
20
09
0
Francia
Germania
Spagna
Turchia
Svizzera
40.000.000
35.000.000
30.000.000
25.000.000
20.000.000
15.000.000
10.000.000
5.000.000
19
93
19
94
19
95
19
96
19
97
19
98
19
99
20
00
20
01
20
02
20
03
20
04
20
05
20
06
20
07
20
08
20
09
0
Regno Unito
Slovenia
Polonia
Austria
Algeria
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
Volendo valutare quanto si sono evoluti i principali Paesi di destinazione rispetto all’inizio delle
osservazioni, sono stati costruiti degli indici scegliendo il 1993 come anno base, oggetto del
grafico 9: dallo stesso emerge la crescita di Ungheria, Polonia e Algeria (riquadro superiore) e di
Romania e India (riquadro inferiore)
69
Grafico 9. Belluno. Esportazioni di macchinari: evoluzione dei primi venti Paesi di destinazione
del 2009 e del 1993 (Numeri indici, anno 1993=100), anni 1993-2009.
12000,0
10000,0
8000,0
6000,0
4000,0
2000,0
0,0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Francia
Regno Unito
Paesi Bassi
Germania
Slovenia
Belgio
Spagna
Polonia
Ungheria
Turchia
Austria
Svizzera
Algeria
300000,0
250000,0
200000,0
150000,0
100000,0
50000,0
0,0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Grecia
India
Arabia Saudita
Slovacchia
Portogallo
Romania
Hong Kong
Svezia
Emirati Arabi Uniti
Finlandia
Russia
Ceca, Repubblica
Danimarca
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
Quanto alle importazioni di macchinari, va evidenziato con riferimento alla tabella 2 che mentre
costruiscono il secondo prodotto d’importazione nel 2009, nel 1993 erano il quarto, nonostante il
peso percentuale fosse maggiore (8,2% e 10,6% rispettivamente). Il totale delle importazioni di
macchinari ha vissuto due fasi espansive: dal 1993 al 2001 e una più forte dal 2003 al 2007, con un
ripiegamento negli ultimi due anni. Dal 1993 al 2009 le importazioni sono state sempre inferiori
alle esportazioni, così che dal commercio di macchinari deriva un saldo della bilancia commerciale
costantemente attivo. Come per le esportazioni, è evidente dalla tabella 6 che la maggior parte
delle importazioni proviene dai Paesi dell’UE 27 (l’86,9% nel 2009 e l’85,7% nel 1993) e il
grafico 7 evidenzia che questa tendenza è stata costante in tutto il periodo considerato.
Riguardo ai primi venti Paesi di provenienza delle importazioni di macchinari, si vede dalla tabella
6 che quindici sono comuni e che la somma dei principali Paesi copre il 95,5% del valore dei
macchinari importati nel 2009 e l’86,5% del 1993, ma già con i primi dieci si raggiungono delle
percentuali piuttosto elevate (84,9% e 85,2%), tanto più che dalla tredicesima posizione gli importi
movimentati sono inferiori al milione di euro. Nel grafico 10 si riporta l’andamento dei primi sei
Paesi del 2009, per valutare in quello successivo le perfomance dei venticinque Paesi (i primi venti
del 2009 più i cinque presenti solo nella graduatoria del 1993) attraverso numeri indici.
70
Tabella 6. Belluno. Importazioni di macchinari per continenti e principali Paesi (euro correnti). Anni 2009 e
1993.
2009
Continenti e aree
MONDO
EUROPA
Unione europea 27
Extra Ue27
ASIA
AFRICA
AMERICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Paesi
1993
Anno
58.352.898
55.402.611
50.721.756
7.631.142
2.546.703
246.031
157.553
Anno
Peso %
Continenti e aree
100,0
94,9
86,9
13,1
4,4
0,4
0,3
0,0
MONDO
EUROPA
Unione europea 27
Extra Ue27
ASIA
AFRICA
AMERICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Peso %
Paesi
Anno
20.742.265
19.298.158
17.767.445
2.974.821
947.225
478.766
18.116
Anno
Peso %
100,0
93,0
85,7
14,3
4,6
0,0
2,3
0,1
Peso %
Germania
Francia
Austria
Belgio
Finlandia
Svizzera
Spagna
Regno Unito
Cina
Ceca, Repubblica
Croazia
Irlanda
Paesi Bassi
Slovacchia
Turchia
Israele
Svezia
Slovenia
Etiopia
Russia
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Paesi
13.870.112
8.653.241
7.425.020
6.590.001
3.161.747
2.622.016
1.996.388
1.931.228
1.817.773
1.497.951
1.437.212
1.087.495
936.841
876.114
445.679
413.265
368.834
235.507
211.969
169.392
55.747.785
2.605.113
23,8
14,8
12,7
11,3
5,4
4,5
3,4
3,3
3,1
2,6
2,5
1,9
1,6
1,5
0,8
0,7
0,6
0,4
0,4
0,3
95,5
4,5
Germania
Austria
Francia
Svizzera
Regno Unito
Spagna
Paesi Bassi
Giappone
Stati Uniti
Malaysia
Svezia
Taiwan
Slovenia
Turchia
Grecia
Irlanda
Finlandia
Slovacchia
Croazia
Ceca, Repubblica
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Paesi
6.449.214
2.767.251
1.798.347
1.498.300
1.461.068
1.404.956
943.048
684.637
478.766
184.596
98.748
73.508
46.579
26.060
14.461
6.505
5.675
5.216
3.161
2.120
17.952.216
2.790.049
31,1
13,3
8,7
7,2
7,0
6,8
4,5
3,3
2,3
0,9
0,5
0,4
0,2
0,1
0,1
0,0
0,0
0,0
0,0
0,0
86,5
13,5
Totale import macchinari
58.352.898
100,0
Totale import macchinari
20.742.265
100,0
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
Il primo Paese è la Germania, da cui nel 2009 sono partiti macchinari per 13,9 milioni di euro pari
al 23,8% del totale; essa ha mantenuto la prima posizione in tutto il periodo considerato, ad
eccezione del 1999. A parte la caduta finale, comune al totale delle importazioni di macchinari e a
quasi tutti i Paesi, l’andamento è sempre stato crescente soprattutto nel periodo 2004-2007.
Importante, ma più contenuto il trend del Belgio, ridimensionatosi negli anni Duemila, quando
Francia e Austria hanno espresso dinamiche migliori e ascendenti.
71
Grafico 10. Belluno. Importazione di macchinari dai primi sei Paesi di provenienza del 2009,
anni 1993-2009.
40.000.000
35.000.000
30.000.000
25.000.000
20.000.000
15.000.000
10.000.000
5.000.000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Germania
Belgio
Francia
Finlandia
Austria
Svizzera
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
E’ attraverso il grafico 11 che riusciamo a intuire quanto sia mutata nel tempo l’importanza dei
primi venti Paesi rispetto al 1993 scelto come base (dal grafico è esclusa l’Etiopia, che si è resa
protagonista di un unico episodio nel 2009).
A parte l’andamento altalenante della Finlandia, nella parte superiore si stagliano le serie relative
alla Repubblica Ceca e alla Croazia, seguite da Cina e (nel secondo gruppo) Slovacchia, Paesi le
cui dinamiche commerciali sono storia recente; rilevante anche l’importanza assunta dal 2004 da
Israele, che nel 2009 è sedicesimo con lo 0,7%.
Grafico 11. Belluno. Importazioni di macchinari: evoluzione dei primi venti
Paesi di destinazione del 2009 e del 1993 (Numeri indici, anno 1993=100),
anni 1993-2009.
100.000
90.000
80.000
70.000
60.000
50.000
40.000
30.000
20.000
10.000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Germania
Finlandia
Cina
Francia
Svizzera
Ceca, Repubblica
Austria
Spagna
Croazia
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
72
Belgio
Regno Unito
Irlanda
35.000
30.000
25.000
20.000
15.000
10.000
5.000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Paesi Bassi
Svezia
Giappone
Slovacchia
Slovenia
Taiw an
Turchia
Russia
Malaysia
Israele
Stati Uniti
Grecia
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
Apparecchiature elettriche
Le apparecchiature elettriche5 sono il terzo prodotto di esportazione del 2009, con 79,8 milioni di
euro, pari al 3,9% delle esportazioni totali, ma nel 1993 erano l’ottavo, con 16,1 milioni di euro e il
2,2% del totale. La serie storica riprodotta al grafico 12 evidenzia una crescita costante dal 1993 al
2008, anno in cui si raggiunge il picco massimo di 95,7 milioni di euro, solo di poco superiore ai
95,6 dell’anno precedente. In tutti gli anni la destinazione assolutamente prevalente è l’Unione a
27 membri, verso la quale si è indirizzato il 71,2% delle esportazioni di apparecchiature elettriche
del 2009 e addirittura il 79,7% di quelle del 1993. La tabella 7 riassume la principali informazioni
per area, continente e primi venti Paesi di destinazione del 1993 e del 2009.
Si nota innanzitutto che dal 1993 al 2003 è aumentata l’incidenza dei Paesi extra UE 27, passata da
23,3 a 27,8%, ma anche la graduatoria dei primi venti Paesi di destinazione delle apparecchiature
elettriche è molto modificata, essendocene solo undici in comune a inizio e fine periodo: già tra i
primi dieci del 2009 sei non compaiono nella classifica del 1993. In entrambi gli anni la somma
delle esportazioni verso i primi venti mercati copre il 94% del totale; i primi tre (Polonia, Spagna e
Francia) costituiscono il 43,5% delle esportazioni di apparecchiature elettriche del 2009, ma nel
1993 con i primi due Paesi già si superava il 50% (36,4% la Germania e 14,7% la Francia).
5
Le altre apparecchiature elettriche comprendono le voci “CJ271-Motori, generatori e trasformatori elettrici;
apparecchiature per la distribuzione e il controllo dell’elettricità; CJ272-Batterie di pile e accumulatori
elettrici; CJ273-Apparecchiature di cablaggio; CJ274-Apparecchiature per illuminazione; CJ279-Altre
apparecchiature elettriche. In pratica sono ciò che residua dalla voce “CJ-Apparecchi elettrici” dopo che è
stata tolta la componente CJ275-Apparecchi per uso domestico.
73
Grafico 12. Belluno. Esportazioni ed importazioni di apparecchiature elettriche verso l’Unione europea a 27
membri e verso i Paesi extra UE 27 (euro correnti). Anni 1993-2009
120.000.000
EXPORT DI APPARECCHIATURE ELETTRICHE
IMPORT DI APPARECCHIATURE ELETTRICHE
50.000.000
45.000.000
100.000.000
40.000.000
80.000.000
35.000.000
30.000.000
60.000.000
25.000.000
20.000.000
40.000.000
15.000.000
10.000.000
20.000.000
5.000.000
[MONDO]
[Unione europea 27]
[MONDO]
[Extra Ue27]
[Extra Ue27]
Grafico 13. Belluno. Esportazioni di apparecchiature elettriche: evoluzione dei
principali Paesi di destinazione del 2009 e del 1993 (Numeri indici, anno
1993=100), anni 1993-2009.
80.000,0
70.000,0
60.000,0
50.000,0
40.000,0
30.000,0
20.000,0
10.000,0
20
09
20
08
20
07
20
06
20
05
20
04
20
03
20
02
20
01
20
00
19
99
19
98
19
97
19
96
19
95
19
94
19
93
0,0
Spagna
Germania
Francia
Slovenia
10.000.000
9.000.000
8.000.000
7.000.000
6.000.000
5.000.000
4.000.000
3.000.000
2.000.000
1.000.000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Turchia
Russia
Ungheria
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
74
Tunisia
Romania
20
09
[Unione europea 27]
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A. su dati Istat
Polonia
Croazia
20
07
20
05
20
03
20
01
19
99
19
97
19
95
19
93
20
09
20
07
20
05
20
03
20
01
19
99
19
97
0
19
95
19
93
0
Tabella 7. Belluno. Esportazioni di apparecchiature elettriche per continenti e principali Paesi (euro
correnti). Anni 2009 e 1993
20 09
Continenti e aree
MONDO
EUROPA
Unione europea 27
Extra Ue27
AFRICA
ASIA
AMERICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Paesi
Poloni a
Spagna
Franci a
Croazia
Germania
Slovenia
Turchia
Russia
Ungheria
Tunisia
Romani a
Hong Kon g
Austria
Regno Unito
Danima rca
Slovacchia
Svizzera
Stati Uni ti
Svezia
Libia
Somma dei p rimi 20 Paesi
Altri Pae si
Tot. export appar. elettriche
1993
Anno
79.817.138
72.321.038
57.599.946
22.217.192
3.108.512
3.088.792
1.113.081
185.715
Anno
15.024.009
10.667.118
9.034.404
7.076.036
4.380.105
4.063.065
3.708.276
2.915.223
2.534.646
2.452.901
2.277.951
2.078.736
2.036.468
1.571.059
1.425.490
1.104.031
865.787
780.719
764.110
533.684
75.293.818
4.523.320
79.817.138
Peso %
Continenti e aree
100,0
90,6
72,2
27,8
3,9
3,9
1,4
0,2
MONDO
EUROPA
Unione europea 27
Extra Ue27
AFRICA
ASIA
AMERICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Peso %
Paesi
18,8
13,4
11,3
8,9
5,5
5,1
4,6
3,7
3,2
3,1
2,9
2,6
2,6
2,0
1,8
1,4
1,1
1,0
1,0
0,7
94,3
5,7
100,0
Germania
Francia
Regno Unito
Austri a
Svizzera
Austra lia
Spagn a
Stati Un iti
Svezia
Finlandia
Belgi o e Lussemb urgo
Paesi Bassi
Giappo ne
Hong Ko ng
Singa pore
Messico
Canada
Danimarca
Grecia
Slovenia
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Pa esi
Tot. ex port appar. elettriche
Anno
16.123.270
13.652.251
12.847.870
3.275.401
131.235
754.094
980.470
605.220
Anno
5.868.796
2.377.863
1.223.448
851.184
638.099
602.946
601.232
592.074
467.693
310.895
262.617
242.877
193.028
170.371
167.295
162.658
140.341
116.394
102.097
101.726
15.193.634
929.636
16.123.270
Peso %
10 0,0
8 4,7
7 9,7
2 0,3
0,8
4,7
6,1
3,8
Peso %
3 6,4
1 4,7
7,6
5,3
4,0
3,7
3,7
3,7
2,9
1,9
1,6
1,5
1,2
1,1
1,0
1,0
0,9
0,7
0,6
0,6
94,2
94,2
9 4,2
Fonte: elaborazione Ca mera di Commercio I.A.A. su dati Istat
L’andamento delle importazioni di apparecchiature elettriche per lo riproduce quello delle
esportazioni, come si evince dal grafico 12: esse sono in crescita costante dal 1993, con
un’accelerazione a partire dal 1999 fino al 2008, anno in cui valevano 42,9 milioni di euro, mentre
risentono di un ripiegamento nel 2009 (38 milioni, cioè il 5,2% di tutte le importazioni bellunesi).
Per tutto il periodo esaminato le importazioni sono state inferiori alle esportazioni, così che anche
da questo prodotto deriva un saldo della bilancia commerciale costantemente positivo.
Come le esportazioni, la grandissima parte dei movimenti ha per protagonisti i Paesi dell’Unione
Europea a 27 membri, tuttavia si evince graficamente che la distanza tra il mercato interno
all’Unione e quello esterno, si assottiglia a partire dal 2005, anno in cui le esportazioni verso l’UE
27 calano e quelle verso l’Extra UE 27 continuano ad aumentare fino al 2007, poi dopo il declino
del 2008 riprendono quota nel 2009 quando gli acquisti dai Paesi al di fuori dell’Europa si rivelano
superiori a quelli dall’Europa (21,2 e 16,2 milioni di euro rispettivamente).
75
Tabella 8. Belluno. Importazioni di apparecchiature elettriche per continenti e principali Paesi (euro
correnti). Anni 2009 e 1993
2009
Paesi
Cina
Germania
Romani a
Tunisia
Paesi Bassi
Slovacchia
Slovenia
Belgio
Spagna
India
Ungheria
Franci a
Danima rca
Svizzera
Austria
Taiwan
Stati Uni ti
Thailandia
Giappon e
Indonesia
Somma dei p rimi 20 Paesi
Altri Pae si
Tot. import appar. elettriche
1993
Anno
7.577.412
5.521.199
4.301.964
2.464.389
1.581.019
1.287.503
836.919
583.843
529.782
450.603
370.988
331.035
322.447
315.149
296.138
175.811
160.083
130.441
97.896
80.874
27.415.495
10.080.412
37.495.907
Peso %
20,2
14,7
11,5
6,6
4,2
3,4
2,2
1,6
1,4
1,2
1,0
0,9
0,9
0,8
0,8
0,5
0,4
0,3
0,3
0,2
73,1
26,9
100,0
Paesi
Spagn a
Germania
Paesi Bassi
Francia
Cina
Taiwan
Filippine
Austri a
Giappo ne
Malaysia
Stati Un iti
Regno Unito
Thailandia
Belgi o e Lussemb urgo
Bulga ria
Slovacchia
Svezia
Svizzera
Grecia
Polon ia
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Pa esi
Tot. import appar. elettriche
Anno
2.580.492
2.148.880
825.526
598.175
436.088
404.530
393.787
196.665
192.425
121.300
120.517
70.365
47.436
36.811
34.883
29.290
24.974
10.640
9.832
6.017
8.288.633
58.865
8.347.498
Peso %
3 0,9
2 5,7
9,9
7,2
5,2
4,8
4,7
2,4
2,3
1,5
1,4
0,8
0,6
0,4
0,4
0,4
0,3
0,1
0,1
0,1
99,3
0,7
10 0,0
Fonte: elaborazione Ca mera di Commercio I.A.A. su dati Istat
La geografia dei primi venti Paesi importatori è molto cambiata nel 2009 rispetto al 1993: il fatto
che il primo Paese sia la Cina (7,6 milioni di euro pari al 20,2%) rispetto alla Spagna del 1993 (2,6
milioni pari a 30,9) è emblematico dell’avvenuto mutamento.
Su venti Paesi, tredici sono comuni nel primo e nell’ultimo anno di osservazione; se nel 2009 i
primi venti Paesi arrivano a spiegare il 73% delle importazioni di apparecchiature elettriche, nel
1993 si superava il 99%. Infatti, la somma di Cina, Germania e Romania (i primi tre del 2009)
costituisce il 46,4%, ma nel 1993 Spagna e Germania da sole arrivavano al 56,6%.
L’analisi per numeri indici di cui al grafico 14 individua come Paesi di maggiore crescita la
Slovenia e negli anni 2000 la Romania, che raggiunge il suo massimo nel 2008 (9,8 milioni di
euro) ed è seconda nel 2009. La Slovacchia acquista importanza dal 1998 al 2002, dopodiché le
importazioni si mantengono pressoché costanti (eccetto il calo del 2009), mentre India e
Danimarca raggiungono il loro punto di massimo nel 2009, al culmine di una fase crescente
iniziata rispettivamente nel 2007 e nel 2005.
76
Grafico 14. Belluno. Importazioni di apparecchiature elettriche: evoluzione dei
principali Paesi di provenienza del 2009. (Numeri indici, anno 1993=100), anni 19932009
90.000,0
80.000,0
70.000,0
60.000,0
50.000,0
40.000,0
30.000,0
20.000,0
10.000,0
19
93
19
94
19
95
19
96
19
97
19
98
19
99
20
00
20
01
20
02
20
03
20
04
20
05
20
06
20
07
20
08
20
09
-
Cina
Germania
Romania
Paesi Bassi
Slovacchia
Slovenia
Tunisia
14.000,0
12.000,0
10.000,0
8.000,0
6.000,0
4.000,0
2.000,0
Belgio
Spagna
20
01
20
02
20
03
20
04
20
05
20
06
20
07
20
08
20
09
20
00
19
99
19
98
19
97
19
96
19
95
19
94
19
93
-
India
Ungheria
Francia
Danimarca
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
I prodotti dell’elettronica
I prodotti dell’elettronica6 sono il quarto aggregato per importanza nella graduatoria delle
esportazioni del 2009 con 71,9 milioni di export, pari al 3,5% del totale; nel 1993 erano al nono
posto con 14,3 milioni di euro, il 2% delle esportazioni di quell’anno.
6
I prodotti dell’elettronica, apparecchi medicali e di misurazione (ad esclusione degli occhiali) sono
individuati dai codici “ CI261 – Componenti elettronici e schede elettroniche”, “CI262 – Computer e unità
77
Il grafico 15 riproduce le serie storiche dell’export e dell’import; l’export vede il suo punto di
massimo nei 137 milioni del 2006 (5,7% sul totale esportazioni), ma il peso percentuale di questi
prodotti sul totale delle esportazioni provinciali è stato maggiore nel 2004 (7%); l’andamento è
fortemente crescente fino al 2006, mentre la contrazione degli ultimi anni ha inizio nel 2007, anno in
cui si è verificata la massima espansione delle esportazioni totali e della maggior parte dei principali
prodotti.
Grafico 15. Belluno. Esportazioni e importazioni di prodotti dell’elettronica verso l’Unione europea a 27
membri e verso i Paesi extra UE 27 (euro correnti). Anni 1993-2009.
160.000.000
60.000.000
EXPORT di PRODOTTI ELETTRONICI
IMPORT di PRODOTTI ELETTRONICI
140.000.000
50.000.000
120.000.000
40.000.000
100.000.000
80.000.000
30.000.000
60.000.000
20.000.000
40.000.000
10.000.000
20.000.000
0
[MONDO]
[Unione europea 27]
08
07
06
05
09
20
20
20
20
20
04
03
[Unione europea 27]
20
20
01
02
20
20
99
00
20
98
97
[MONDO]
19
19
19
95
96
19
19
94
93
19
[Extra Ue27]
19
19
96
19
97
19
98
19
99
20
00
20
01
20
02
20
03
20
04
20
05
20
06
20
07
20
08
20
09
4
5
19
9
19
9
19
9
3
0
[Extra Ue27]
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A. su dati Istat
La maggior parte delle esportazioni si indirizza sempre verso i Paesi dell’Unione, che ne assorbe una
percentuale pari al 65,7% nel 2009, ma addirittura 85,4% nel 1993 (tabella 9).
Nella graduatoria dei principali destinatari del 2009 ne troviamo quattro (Regno Unito, Francia,
Spagna e Germania) che detengono le percentuali maggiori e che sono (pur con ordini diversi) i
quattro principali anche del 1993, ma in diciassette anni il loro peso complessivo si è di molto
ridimensionato (da 71 a 37,9%) per l’affacciarsi di nuovi Paesi. Si nota, infatti, che dall’inizio alla
fine del periodo analizzato la geografia dei primi venti è molto diversa, in particolare Polonia,
Russia, Croazia, Cina, Slovacchia, India e Romania (in tabella 9 presenti nel 2009, ma non nel 1993)
sono Paesi che assumono importanza nel panorama internazionale soprattutto in tempi recenti.
L’analisi dei numeri indici proposta al grafico 16 ne è la conferma: si vede la crescita di Croazia,
Cina, Russia, Polonia Slovacchia e Romania (più recente, anche se più contenuta).
Anche le importazioni gravitano prevalentemente verso i Paesi dell’UE 27 (il 60,2% nel 2009) e per
tutto il periodo si mantengono inferiori alle esportazioni, così che il saldo della bilancia commerciale
è costantemente positivo.
Anche in questo caso la geografia dei principali Paesi d’importazione è profondamente mutata: tra i
primi venti del 2009, dodici compaiono anche nella graduatoria del 1993 e tra gli otto esordienti, la
Cina occupa il primo posto con un 12,6% delle importazioni di questo prodotto. Croazia, Romania,
Tunisia e in seconda battuta Repubblica Ceca, Bulgaria e Slovacchia occupano posti rilevanti e la
loro crescita appartiene ad anni recenti.
periferiche”, “CI263 – Apparecchiature per le telecomunicazioni”, “CI264 – Prodotti di elettronica di
consumo audio e video”, “CI265 – Strumenti e apparecchi di misurazione, prova e navigazione; orologi”,
“CI266 – Strumenti per irradiazione, apparecchiature elettromedicali ed elettroterapeutiche”, “CI268 –
Supporti magnetici e ottici”.
78
Tabella 9. Belluno. Esportazioni di prodotti dell’elettronica per continenti e principali Paesi (euro correnti).
Anni 2009 e 1993
20 09
Continenti e aree
1993
Anno
MONDO
Unione europea 27
Extra Ue27
EUROPA
ASIA
AMERICA
AFRICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Peso %
71.941.297
47.262.183
24.679.114
56.488.426
8.485.473
3.633.299
2.316.252
1.017.847
Paesi
Anno
Regno Unito
Franci a
Spagna
Germania
Poloni a
Russia
Croazia
Danima rca
Stati Uni ti
Cina
Slovacchia
Turchia
Singap ore
Grecia
India
Sudafrica
Romani a
Portogallo
Slovenia
Paesi Bassi
Somma dei p rimi 20 Paesi
Altri Pae si
Totale e xport elettronica
100,0
65,7
34,3
78,5
11,8
5,1
3,2
1,4
Continenti e aree
Peso %
7.798.275
7.056.703
6.810.993
5.588.907
3.334.682
3.018.071
2.565.574
2.400.558
2.391.734
2.349.506
2.129.011
2.127.495
1.486.527
1.476.720
1.470.531
1.301.014
1.110.719
1.107.385
1.097.978
1.067.472
57.689.855
14.251.44 2
71.941.297
10,8
9,8
9,5
7,8
4,6
4,2
3,6
3,3
3,3
3,3
3,0
3,0
2,1
2,1
2,0
1,8
1,5
1,5
1,5
1,5
80,2
19,8
100,0
Anno
MONDO
Unione europea 27
Extra Ue27
EUROPA
ASIA
AMERICA
AFRICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Peso %
31.556.554
26.938.869
4.617.685
28.672.106
1.301.333
1.412.932
74.608
95.577
Paesi
Anno
Germania
Francia
Spagn a
Regno Unito
Turchia
Stati Un iti
Austri a
Svezia
Finlandia
Belgi o e Lussemb urgo
Svizzera
Paesi Bassi
Grecia
Singa pore
Thailandia
Danimarca
Corea d el Sud
Taiwan
Ceca, Repubblica
Irlanda
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Pa esi
Totale export elettronica
10 0,0
8 5,4
1 4,6
9 0,9
4,1
4,5
0,2
0,3
Peso %
8.728.305
5.795.806
4.964.504
2.929.323
1.039.398
1.010.836
894.054
803.575
658.265
645.853
526.457
385.332
295.036
277.767
225.390
217.084
179.570
166.442
137.157
128.734
30.008.888
1.547.666
31.556.554
Fonte: elaborazione Ca mera di Commercio I.A.A. su dati Istat
Grafico 16. Belluno. Esportazioni di prodotti dell’elettronica: evoluzione dei primi
venti Paesi di destinazione del 2009. (Numeri indici, anno 1993=100), anni 1993-2009
30000
25000
20000
15000
10000
5000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Regno Unito
Francia
Spagna
Germania
Polonia
Russia
Croazia
Danimarca
Stati Uniti
Cina
79
2 7,7
1 8,4
1 5,7
9,3
3,3
3,2
2,8
2,5
2,1
2,0
1,7
1,2
0,9
0,9
0,7
0,7
0,6
0,5
0,4
0,4
95,1
4,9
10 0,0
80000
70000
60000
50000
40000
30000
20000
10000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Slovacchia
Turchia
Singapore
Grecia
India
Sudafrica
Romania
Portogallo
Slovenia
Paesi Bassi
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
Tabella 10. Belluno. Importazioni di prodotti dell’elettronica per continenti e principali Paesi (euro correnti).
Anni 2009 e 1993
20 09
Continenti e aree
MONDO
Unione europea 27
Extra Ue27
EUROPA
ASIA
AMERICA
AFRICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Paesi
Cina
Croazia
Paesi Bassi
Romani a
Germania
Tunisia
Danima rca
Regno Unito
Spagna
Franci a
Taiwan
Ceca, Repubblica
Bulgari a
Slovenia
Slovacchia
Stati Uni ti
Austria
Malaysia
Messico
Singap ore
Somma dei p rimi 20 Paesi
Altri Pae si
Totale import elettronica
1993
Anno
27.970.771
16.831.428
11.139.343
20.236.099
4.685.193
319.586
2.690.344
39549
Anno
3.537.886
3.372.099
3.179.699
3.062.048
2.847.225
2.687.467
2.083.254
1.819.141
972.423
809.775
752.999
560.244
556.538
254.409
230.824
206.557
190.062
154.346
113.029
87.900
27.477.925
492.84 6
27.970.771
Peso %
100,0
60,2
39,8
72,3
16,8
1,1
9,6
0,1
Continenti e aree
MONDO
Unione europea 27
Extra Ue27
EUROPA
ASIA
AMERICA
AFRICA
OCEANIA E ALTRI TERRITORI
Peso %
12,6
12,1
11,4
10,9
10,2
9,6
7,4
6,5
3,5
2,9
2,7
2,0
2,0
0,9
0,8
0,7
0,7
0,6
0,4
0,3
98,2
1,8
100,0
Paesi
Germania
Croazia
Francia
Regno Unito
Slovenia
Austri a
Belgi o e Lussemb urgo
Svezia
Stati Un iti
Svizzera
Giappo ne
Danimarca
Filippine
Grecia
Taiwan
Paesi Bassi
Spagn a
Corea d el Sud
Hong Ko ng
Norvegia
Somma dei primi 20 Paesi
Altri Pa esi
Totale import elettronica
Fonte: elaborazione Ca mera di Commercio I.A.A. su dati Istat
80
Anno
10.808.577
7.296.043
3.512.534
10.432.609
172.590
203.379
Anno
3.291.984
3.048.413
1.995.709
463.763
445.527
359.969
347.909
236.989
203.379
81.654
68.466
49.412
38.037
37.133
31.881
29.535
28.737
21.963
6.836
5.155
10.792.451
16.126
10.808.577
Peso %
10 0,0
6 7,5
3 2,5
9 6,5
1,6
1,9
0,0
0,0
Peso %
3 0,5
2 8,2
1 8,5
4,3
4,1
3,3
3,2
2,2
1,9
0,8
0,6
0,5
0,4
0,3
0,3
0,3
0,3
0,2
0,1
0,0
99,9
0,1
10 0,0
Grafico 17. Belluno. Importazioni di prodotti dell’elettronica: evoluzione dei primi
venti Paesi di destinazione del 2009. (Numeri indici, anno 1993=100), anni 1993-2009
400000
350000
300000
250000
200000
150000
100000
50000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Cina
Croazia
Paesi Bassi
Romania
Germania
Tunisia
Danimarca
Regno Unito
Spagna
Francia
40000
35000
30000
25000
20000
15000
10000
5000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Croazia
Paesi Bassi
Romania
Germania
Danimarca
Regno Unito
Spagna
Francia
Tunisia
120000
100000
80000
60000
40000
20000
0
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Taiw an
Slovacchia
Messico
Ceca, Repubblica
Stati Uniti
Singapore
Bulgaria
Austria
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
81
Slovenia
Malaysia
Si evince chiaramente dal grafico 17, alla Cina appartiene l’evoluzione maggiore (soprattutto dal
2001 al 2005), tanto che il tracciato relativo al suo indice “schiaccia” gli andamenti degli altri (primo
riquadro). Nel secondo riquadro, che traccia l’evoluzione dei primi dieci Paesi del 2009 eccetto la
Cina, è evidente la crescita della Romania (dal 2003 fino al 2009), l’andamento crescente e poi
decrescente della Spagna, ma dal terzo si coglie l’affacciarsi sulla scena nel 1999 della Bulgaria e il
suo ridimensionamento degli ultimi tre anni.
Gli altri prodotti
Concludiamo la rassegna dei principali prodotti trattando gli ultimi prodotti della graduatoria delle
esportazioni del 2009 di cui alla tabella 2. Si tratta dei prodotti della metallurgia, gomma e plastica e
carpenteria metallica, rispettivamente quinto, sesto e settimo; essi valgono nel complesso il 5,7% di
tutte le merci esportate e movimentano merci ciascuno per valori vicini ai 40 milioni di euro. Carta e
stampa, concia e lavorazioni pelli e prodotti alimentari (ottavo, nono e decimo) movimentano un
2,8%: l’importanza di tutti è, quindi, decisamente inferiore rispetto ai prodotti analizzati nelle pagine
precedenti e le dinamiche vengono sinteticamente riassunte nel grafico 18.
Le esportazioni dei prodotti della metallurgia sono andati crescendo dal 1993 fino al 2007, anno in
cui hanno raggiunto l’importo massimo pari a 65 milioni di euro e dal 2008 hanno visto un naturale
ripiegamento conseguente alla crisi. Essi sono il quarto prodotto per importanza nel 2009, ma erano
il nono nel 1993, il principale Paese di destinazione è oggi come allora la Germania, che è anche il
primo delle importazioni di questo prodotto nel 2009 (nel 1993 lo era la Francia).
È questo uno dei pochi prodotti (l’unico tra quelli principali) per il quale le importazioni sono
costantemente superiori alle importazioni e che quindi generano un saldo della bilancia commerciale
negativo.
Grafico 18. Belluno. Esportazioni e importazioni dei principali prodotti in provincia di Belluno (euro
correnti). Anni 1993-2009
PRODOTTI IN GOMMA E PLASTICA
METALLURGIA
140.000.000
70.000.000
120.000.000
60.000.000
100.000.000
50.000.000
80.000.000
40.000.000
60.000.000
30.000.000
40.000.000
20.000.000
20.000.000
10.000.000
export
import
20
09
20
07
20
05
20
03
20
01
19
99
19
97
19
93
20
09
20
07
20
05
20
03
20
01
19
99
19
97
19
95
19
93
export
19
95
-
-
import
CARTA E STAMPA
CARPENTERIA METALLICA
70.000.000
70.000.000
60.000.000
60.000.000
50.000.000
50.000.000
40.000.000
40.000.000
30.000.000
30.000.000
20.000.000
20.000.000
10.000.000
10.000.000
export
import
82
import
20
09
20
07
20
05
20
03
20
01
19
99
19
97
19
93
20
09
20
07
20
05
20
03
19
99
19
97
19
95
19
93
20
01
export
19
95
-
-
CONCIA E LAVORAZIONE PELLI
PRODOTTI ALIMENTARI
40.000.000
18.000.000
35.000.000
16.000.000
30.000.000
14.000.000
25.000.000
12.000.000
20.000.000
10.000.000
8.000.000
15.000.000
6.000.000
10.000.000
4.000.000
5.000.000
2.000.000
-
export
import
export
20
09
20
07
20
05
20
03
20
01
19
99
19
97
19
95
19
93
20
09
20
07
20
05
20
03
20
01
19
99
19
97
19
95
19
93
-
import
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
Per i prodotti in gomma e plastica le esportazioni hanno un andamento costantemente crescente fino
al 2007, con un forte ripiegamento nel 2009, ma per tutto il periodo di osservazione sono di gran
lunga superiori alle importazioni; il principale Paese di destinazione è nel 2009 la Cina, ma nel 1993
la Germania.
Anche per la carpenteria metallica si riconosce l’andamento in costante crescita ma fino al 2006 (e
non al 2007 che segna la massima espansione delle esportazioni bellunesi che ritroviamo nella
maggior parte dei prodotti), mentre molto irregolare si presenta quella della carta e stampa. Per la
concia e lavorazione pelli notiamo come a partire dal 2005 (e con la sola eccezione del 2008) le
importazioni diventino maggiori delle esportazioni; per i prodotti alimentari, che compaiono nella
graduatoria del 2009 ma non del 1993, l’export super l’import solo in pochi casi (1993, 2001, 2008 e
2009), ma il saldo della bilancia commerciale generato dalla differenza tra i due è di così poco conto
che graficamente i due andamenti si sovrappongono.
I principali Paesi
A conclusione di questa disamina è interessante vedere l’evoluzione dei principali Paesi destinatari
delle esportazioni in partenza dalla provincia di Belluno. Ci aiuta il grafico 19, dove viene riprodotto
l’andamento dei numeri indici rispetto al 1993, scelto come anno base: ciò aiuta, come fatto finora
per i prodotti, a comprendere la maggiore o minore importanza di ciascun Paese dal 1993 al 2009 e
permette di fare il confronto tra essi.
Nel gruppo degli undici Paesi del quadrante superiore quello di gran lunga prevalente è la Cina, ma è
altresì evidente l’evoluzione della Croazia (soprattutto negli anni Duemila), nonché di Corea del
Sud, Brasile e Australia.
Nel secondo gruppo si staglia la Romania, che incrementa le proprie posizioni soprattutto nell’ultimo
quinquennio, più moderata appare la crescita di Polonia e Messico, mentre si constata il
ridimensionamento del Giappone. Infine, nell’ultimo gruppo riconosciamo l’importante crescita (e il
ridimensionamento a partire dal 2007) dell’Ungheria; in seconda istanza ci sono Russia e Slovenia,
mentre la Slovacchia vede la sua maggiore importanza circoscritta per lo più al biennio 1999-2000.
Crescono di importanza Spagna e Turchia e nell’ultimo periodo anche Singapore, mentre gli Stati
Uniti mantengono una presenza costante nell’arco del tempo considerato.
83
Grafico 19. Belluno. Evoluzione dei principali Paesi di esportazione (anno
1993=100), anni 1993-2009.
3.500
3.000
2.500
2.000
1.500
1.000
500
0
-500
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Arabia Saudita
Austria
Brasile
Cina
Croazia
Francia
Australia
Belgio (Luxemburgo fino 1996)
Canada
Corea del Sud
Danimarca
16.000
14.000
12.000
10.000
8.000
6.000
4.000
2.000
0
-2.000
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Germania
Israele
Portogallo
Giappone
Messico
Regno Unito
Grecia
Paesi Bassi
Romania
84
Hong Kong
Polonia
2.500
2.000
1.500
1.000
500
0
-500
1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009
Russia
Spagna
Taiw an
Singapore
Stati Uniti
Turchia
Slovacchia
Svezia
Ungheria
Slovenia
Svizzera
Fonte: elaborazione Camera di Commercio, I.A.A.su dati Istat
Se la Cina è il Paese di destinazione con la crescita più vistosa, gli Stati Uniti sono quello più
importante in termini di peso percentuale, con il 16,9% del totale delle esportazioni in partenza dalla
provincia nel 2009 (tabella 11). Il secondo posto è occupato dalla Francia (13,9%), quindi vi sono
Spagna (8,7%) e Germania (7,4%), alle quali si aggiungono Regno Unito e Svizzera, a costituire i
primi sei Paesi nel 2009 come nel 2007 e nel 2000 (con la sola eccezione di Austria al posto di
Svizzera in sesta posizione). Come si evince dalla tabella 11, la somma dei primi dieci Paesi di
destinazione costituisce il 63,9% delle esportazioni 2009; questa graduatoria non contempla la Cina,
che, invece, occupa l’undicesimo posto con un peso pari al 2%.
Diversa è la fotografia del 1993, che immortala al primo posto la Germania con una quota del 24%,
posizione che ha mantenuto fino al 1995 e che ha ceduto agli Stati Uniti nel 1996. Nel corso degli
anni l’importanza della Germania come mercato di sbocco è andata diminuendo: seconda
destinazione dal 1996 al 2001, dall’anno successivo ha perso un’ulteriore posizione a vantaggio della
Francia e a partire dal 2004 si è collocata quarta dietro alla Spagna.
Assai interessante l’evoluzione della Francia che, al terzo posto dal 1993 fino al 2001, dal 2002
occupa il secondo e che nel 2009 è stato l’unico Paese ad aver aumentato le importazioni di occhiali.
Quanto alle importazioni (tabella 12), lo scenario è dominato dalla Cina: mercato di provenienza
dello 0,7% delle importazioni bellunesi nel 1991, in quell’anno nei confronti di questo Paese il saldo
della bilancia commerciale provinciale era ancora positivo; a partire dal 1993 e fino ai giorni nostri
l’import supera inesorabilmente l’export. Così, se nel 1993 la Germania è al primo posto con una
quota del 34,2%, nel 1999 la Cina è al nono e l’anno successivo al secondo, dietro alla Germania.
Questa a sua volta viene definitivamente scalzata dalla prima posizione nel 2002 e da allora il
primato viene mantenuto e rafforzato dalla Cina, con una partecipazione al totale dell’import
bellunese che nel 2009 valeva il 44,7%.
85
Tabella 11. Belluno. Primi dieci Paesi di destinazione (incidenza percentuale su totale export
provinciale). Anni 1993, 2000, 2007, 2009
Paesi
Germania
Stati Uniti
Francia
Regno Unito
Spagna
Austria
Svizzera
Danimarca
Svezia
Grecia
Primi dieci Paesi
Altri Paesi
Totale complessivo
Paesi
Stati Uniti
Francia
Spagna
Germania
Regno Unito
Svizzera
Grecia
Paesi Bassi
Polonia
Australia
Primi dieci Paesi
Altri Paesi
Totale complessivo
1993
Paesi
Stati Uniti
Germania
Francia
Spagna
Regno Unito
Austria
Svezia
Grecia
Paesi Bassi
Giappone
Primi dieci Paesi
Altri Paesi
Totale complessivo
24,0
17,3
9,6
5,9
5,0
4,3
3,0
2,6
2,1
2,0
75,7
24,3
100,0
2007
Paesi
Stati Uniti
Francia
Spagna
Germania
Regno Unito
Svizzera
Hong Kong
Turchia
Paesi Bassi
Grecia
Primi dieci Paesi
Altri Paesi
Totale complessivo
19,5
10,7
8,6
7,3
6,1
2,3
2,2
2,1
2,1
2,0
63,0
37,0
100,0
Fonte: elaborazione Camera di Commercio su dati ICE-Istat
86
2000
16,8
11,8
11,0
8,8
5,7
2,8
2,6
2,4
2,3
2,3
66,6
33,4
100,0
2009
16,9
13,9
8,7
7,4
5,1
2,5
2,4
2,4
2,3
2,3
63,9
36,1
100,0
Tabella 12. Belluno. Primi dieci Paesi di provenienza (incidenza percentuale su totale import
provinciale). Anni 1993, 2000, 2007, 2009
Paesi
Germania
Francia
Austria
Belgio
Svezia
Croazia
Slovenia
Paesi Bassi
Svizzera
Regno Unito
Primi dieci Paesi
Altri Paesi
Totale complessivo
Paesi
Cina
Germania
Francia
Paesi Bassi
Austria
Grecia
Croazia
Belgio
Bulgaria
Romania
Primi dieci Paesi
Altri Paesi
Totale complessivo
1993
Paesi
Germania
Cina
Francia
Paesi Bassi
Austria
Slovenia
Belgio
Regno Unito
Hong Kong
Giappone
Primi dieci Paesi
Altri Paesi
Totale complessivo
34,2
16,8
7,8
3,6
3,5
2,2
2,3
3,5
2,7
3,5
80,0
20,0
100,0
2007
Paesi
Cina
Germania
Francia
Stati Uniti
Paesi Bassi
Austria
Croazia
Giappone
Belgio
Romania
Primi dieci Paesi
Altri Paesi
Totale complessivo
35,9
12,9
7,6
4,4
3,6
3,5
2,6
2,5
2,4
2,2
77,7
22,3
100,0
2000
17,7
11,5
8,8
8,5
7,8
4,4
3,9
3,6
3,5
3,3
73,0
27,0
100,0
2009
44,7
9,5
4,7
4,3
4,3
3,6
3,1
2,8
2,1
2,0
81,1
18,9
100,0
Fonte: elaborazione Camera di Commercio su dati ICE-Istat
BIBLIOGRAFIA
C.C.I.A.A. Belluno, I Quaderni dell’economia locale, n. 1/2009, Il punto sulla crisi economica:
dinamiche, numeri e testimonianze, 2009
C.C.I.A.A. Belluno, 8^ Giornata dell’economia, 7 maggio 2010, Rapporto sull’economia locale,
2010
SITI INTERNET
www.coeweb.istat.it
www.intracen.org/tradstat/
www.ice.it
87
Tabella 1. Belluno. Serie storica delle esportazioni e delle importazioni per principali aggregati ( euro correnti). Anni 1993-2009
ESPORTAZIONI
TOTALE EXPORT
Occhialeria
Macchinari
Altre apparecchiature elettriche
Elettronica, app. medicali e misuraz. (escl. occhialeria)
Metallurgia
Prodotti in gomma e plastica
Carpenteria metallica
Carta e stampa
Concia e lavorazioni pelli
Prodotti alimentari
Elettrodomestici
Filati e tessuti
Abbigliamento
Altri prodotti manifatturieri
Altri prodotti
Prodotti chimici, farmaceutici, fibre sintetiche
Mobili
Vetro e prodotti in vetro
Maglieria
Legno
Mezzi di trasporto e componentistica
Calzature
Gioielli
Bevande
Merci dichiarate come provviste di bordo….
Agricoltura e pesca
Pietre tagliate, modellate e finite
Prodotti petroliferi raffinati
Prodotti delle miniere e delle cave
1993
728.738.047
346.026.788
127.909.927
16.123.270
31.556.554
14.254.080
14.157.034
34.294.312
24.084.281
8.932.373
8.963.483
11.852.871
18.089.482
11.464.298
21.953.434
1.402.843
2.408.577
10.825.128
1.540.383
685.581
7.681.270
4.403.883
6.028.275
1.712.468
919.885
76.929
717.661
459.603
73.685
139.689
1994
877.282.528
423.534.692
145.213.304
18.754.751
38.283.663
16.836.113
14.913.759
34.272.840
25.153.103
12.363.899
4.575.612
14.003.087
27.439.236
12.644.661
25.627.137
2.177.332
3.705.726
8.153.599
4.160.058
6.833.135
5.895.480
17.680.006
11.619.444
897.433
1.290.926
171.566
326.461
632.517
57.615
65.373
1995
1996
1.157.838.235
557.183.932
211.217.304
25.519.608
67.191.110
23.564.154
18.620.348
36.732.110
39.091.361
16.865.146
6.456.600
18.823.289
30.977.369
14.635.094
24.851.146
3.632.439
4.122.770
10.917.656
3.726.881
12.224.001
7.915.509
6.289.137
12.652.828
1.804.809
1.491.381
46.049
330.731
915.201
19.010
21.262
88 a
1.204.906.509
598.169.256
245.908.302
29.513.279
62.571.341
19.503.485
15.958.684
30.086.343
36.397.917
18.383.103
6.865.867
17.144.090
37.437.747
13.478.165
17.900.665
4.100.280
6.134.802
9.887.969
2.243.677
11.608.657
7.282.833
2.881.739
6.376.615
2.211.824
1.334.894
101.448
557.442
831.975
5.643
28.467
1997
1.205.809.128
591.445.708
231.767.523
27.459.102
59.051.732
30.186.246
17.846.522
31.200.578
33.517.343
19.957.933
9.087.812
19.180.968
38.595.541
11.974.168
18.890.916
4.532.562
8.066.203
9.833.396
2.354.347
12.470.597
5.750.231
1.936.218
15.128.926
2.759.892
1.159.419
46.412
393.418
918.927
188.719
107.769
1998
1.296.899.240
660.869.054
237.013.332
29.108.976
62.941.375
35.876.967
16.949.551
36.014.364
37.655.913
21.584.817
7.714.481
20.571.593
36.688.094
10.444.313
17.301.407
4.948.390
5.469.762
8.934.277
5.209.927
14.947.531
6.084.505
2.036.351
13.023.525
3.272.789
943.126
77.673
395.529
793.895
3.069
24.654
1999
1.311.449.274
649.797.000
248.722.732
38.542.741
62.026.218
33.091.877
22.260.567
36.668.593
46.470.949
21.627.893
11.204.252
21.046.204
30.561.244
7.194.980
15.795.686
4.562.616
4.997.406
9.325.471
2.754.208
15.813.342
5.708.306
2.262.839
13.324.498
4.934.974
1.623.373
410.559
168.541
525.225
3.187
23.793
2000
1.540.412.836
783.512.241
263.247.450
56.399.888
77.347.741
35.132.033
23.274.617
39.464.816
57.565.922
26.558.972
15.446.191
24.496.856
35.833.785
7.839.904
18.662.389
5.294.351
5.196.690
11.145.914
4.661.139
16.696.190
6.820.665
3.369.790
14.288.658
5.214.018
1.659.653
53.286
194.642
819.574
5.676
209.785
2001
1.682.772.883
897.020.695
266.714.844
58.518.892
93.967.909
30.049.975
31.169.851
33.549.621
45.074.700
29.066.888
14.218.253
24.432.024
43.359.946
9.111.633
15.810.456
6.340.649
6.103.435
10.812.183
10.349.178
19.815.492
7.438.004
3.530.967
9.688.659
5.935.475
2.350.683
6.664.177
738.741
873.478
10.098
55.977
ESPORTAZIONI
TOTALE EXPORT
Occhialeria
Macchinari
Altre apparecchiature elettriche
Elettronica, app. medicali e misuraz. (escl. occhialeria)
Metallurgia
Prodotti in gomma e plastica
Carpenteria metallica
Carta e stampa
Concia e lavorazioni pelli
Prodotti alimentari
Elettrodomestici
Filati e tessuti
Abbigliamento
Altri prodotti manifatturieri
Altri prodotti
Prodotti chimici, farmaceutici, fibre sintetiche
Mobili
Vetro e prodotti in vetro
Maglieria
Legno
Mezzi di trasporto e componentistica
Calzature
Gioielli
Bevande
Merci dichiarate come provviste di bordo….
Agricoltura e pesca
Pietre tagliate, modellate e finite
Prodotti petroliferi raffinati
Prodotti delle miniere e delle cave
2002
1.767.001.187
1.008.469.138
260.560.953
63.525.900
102.688.091
29.600.225
31.653.849
34.860.534
22.455.333
25.412.195
12.426.406
24.154.408
36.333.533
8.435.213
16.629.744
7.220.358
7.329.557
12.116.312
16.692.433
23.586.574
5.570.599
3.003.422
1.580.641
5.014.398
2.223.178
3.862.292
243.664
1.289.807
14.049
48.381
2003
1.759.360.929
1.030.480.334
243.590.237
67.167.960
103.907.837
32.236.044
31.276.524
32.164.148
12.875.305
24.056.325
11.063.221
25.126.528
29.749.406
7.492.858
12.911.295
6.749.529
6.529.069
9.859.575
9.551.228
26.932.556
5.657.653
2.871.438
809.901
6.147.756
4.907.554
14.562.696
281.423
348.055
5.984
48.490
2004
2005
1.823.152.269
1.052.043.087
257.233.509
67.485.828
127.516.211
38.110.619
34.968.371
35.682.887
15.060.007
26.552.345
11.538.288
28.769.575
26.298.275
10.295.456
15.097.267
7.513.507
3.994.789
10.291.603
8.888.222
25.551.104
6.390.131
1.750.942
760.163
6.064.598
4.476.177
14.622
212.198
315.788
264.309
12.391
88/b
1.999.176.935
1.204.493.204
275.196.410
71.669.804
122.488.232
41.463.251
49.567.035
39.807.967
17.465.923
26.171.688
12.550.031
36.318.259
26.789.270
8.906.020
10.724.989
6.973.430
4.013.879
12.177.589
9.255.170
5.169.768
5.718.450
1.934.025
1.075.765
6.077.624
2.430.334
396.295
325.294
3.030
14.199
2006
2.403.910.928
1.455.865.184
324.309.356
83.984.914
137.383.247
59.544.606
48.731.860
61.114.408
24.984.422
31.569.316
12.188.284
40.644.911
24.617.802
12.171.082
12.035.069
9.000.545
3.869.696
11.417.324
12.476.621
5.825.207
5.518.213
18.572.525
1.473.240
5.064.488
180.228
58.555
335.990
965.277
4.293
4.265
2007
2.681.380.167
1.634.736.811
443.462.650
95.604.374
109.256.757
64.925.620
54.405.025
54.798.128
35.603.509
33.398.213
13.387.554
23.356.412
26.101.169
12.628.558
14.295.347
13.191.403
5.173.348
12.060.358
13.310.932
4.966.527
6.269.038
4.769.633
1.736.274
2.914.835
220.060
45.046
139.534
516.475
17.012
89.565
2008
2.484.713.069
1.521.926.294
399.781.756
95.709.252
90.238.207
61.578.680
62.002.045
51.651.546
28.689.735
30.339.293
15.113.386
17.846.281
22.160.929
13.721.314
12.175.103
12.508.937
9.629.260
12.832.157
8.025.558
5.814.431
4.843.049
4.125.674
1.786.962
1.477.800
211.912
19.239
245.881
219.642
12.300
26.446
2009
2.060.850.361
1.311.581.100
322.246.816
79.817.138
71.941.297
40.172.767
39.976.684
37.786.623
22.038.039
17.939.388
17.399.954
17.220.833
15.337.014
11.533.288
8.834.017
8.630.382
8.190.323
8.186.286
7.797.258
5.865.594
3.808.433
1.320.026
1.257.235
1.046.626
304.905
226.431
177.170
173.810
22.396
18.528
segue Tabella 1. Belluno. Serie storica delle esportazioni e delle importazioni per principali aggregati ( euro correnti). Anni 1993-2009
IMPORTAZIONI
TOTALE IMPORT
Occhialeria
Macchinari
Metallurgia
Altre apparecchiature elettriche
Elettronica, app. medicali e misuraz. (escl. occhialeria)
Cuoio conciato e lavorato
Mezzi di trasporto e componentistica
Prodotti chimici, farmaceutici, fibre sintetiche
Legno
Altri prodotti dell'industria manifatturiera
Abbigliamento
Prodotti alimentari
Agricoltura e pesca
Carpenteria metallica
Prodotti in gomma e plastica
Altri prodotti
Carta e stampa
Vetro e prodotti in vetro
Filati e tessuti
Elettrodomestici
Bevande
Maglieria
Gioielli
Calzature
Pietre tagliate, modellate e finite
Prodotti delle miniere e delle cave
Prodotti petroliferi raffinati
Mobili
Merci dichiarate come provviste di bordo…
1993
195.773.784
27.744.565
20.742.265
25.710.822
8.347.497
10.808.576
643.814
2.103.850
23.188.800
16.909.307
3.585.990
4.270.993
6.865.059
7.468.454
4.414.723
2.788.377
4.358.436
2.431.873
4.932.257
4.211.471
3.260.258
5.804.681
774.789
73.642
305.943
297.752
2.988.240
297.401
428.690
15.259
1994
242.007.927
35.015.530
22.733.966
39.953.636
10.012.076
10.988.001
741.692
1.611.507
27.310.303
19.526.750
4.146.068
5.331.749
7.299.746
8.016.405
6.283.441
4.089.732
6.804.319
2.219.199
5.501.448
5.348.465
2.062.156
4.700.369
1.691.037
285.846
5.132.665
402.516
4.038.899
97.509
612.603
50.294
1995
1996
357.216.929
53.859.563
30.824.225
70.121.027
10.412.050
13.594.513
1.033.156
3.772.605
39.352.853
25.435.478
5.311.506
7.229.310
8.442.983
13.616.655
7.990.560
6.117.416
18.482.425
2.577.182
6.258.247
6.999.258
1.889.299
5.152.723
1.847.417
362.185
9.721.553
456.844
5.750.484
250.454
342.729
12.229
89 a
334.185.148
56.340.558
31.917.417
48.355.595
10.051.670
16.633.523
1.316.914
21.103.275
40.536.604
22.111.678
5.599.728
7.237.484
9.177.976
10.741.031
5.827.624
5.787.016
8.258.519
2.293.720
4.713.729
7.940.863
2.359.147
5.043.231
3.121.749
232.695
1.068.859
514.509
5.450.763
220.626
227.922
723
1997
332.794.593
60.115.452
31.888.534
59.701.474
11.949.647
13.510.130
2.796.013
3.632.219
40.532.656
24.479.630
5.765.769
8.589.545
9.445.141
9.704.883
5.107.638
4.952.189
7.500.129
2.424.115
4.306.778
7.387.879
1.634.125
5.254.641
4.246.993
697.106
1.406.426
1.105.157
4.065.219
220.253
373.296
1.556
1998
348.024.063
65.541.778
37.720.022
59.789.492
13.202.422
17.736.398
3.758.967
5.064.494
31.936.553
24.350.932
5.620.544
9.852.490
10.602.081
11.441.544
5.808.978
4.161.848
5.687.181
2.407.945
4.752.600
6.207.140
1.040.678
6.265.867
6.568.666
1.208.351
1.429.710
1.230.281
3.896.771
202.393
537.931
6
1999
413.211.072
100.554.928
46.187.891
62.572.418
12.372.253
23.434.630
5.076.649
7.863.966
38.761.855
23.650.443
5.931.616
7.801.118
11.945.973
12.038.880
6.264.637
4.477.810
5.639.816
2.058.232
6.332.798
5.200.912
1.519.356
6.387.431
7.067.431
1.432.698
2.841.922
2.021.862
3.047.882
170.085
548.351
7.229
2000
553.264.298
155.325.836
62.258.586
81.654.450
18.112.554
32.078.016
10.594.556
11.283.582
41.055.653
24.559.509
8.133.996
7.932.223
15.649.254
12.412.535
9.303.165
6.490.010
10.496.424
2.294.640
8.228.938
6.671.877
3.679.407
6.677.344
6.992.519
1.434.782
1.726.727
2.396.559
4.433.682
107.345
1.104.744
175.385
2001
566.872.434
151.663.847
68.389.062
78.056.971
19.188.775
40.682.230
19.686.898
4.322.206
39.327.803
20.873.549
11.884.997
8.391.214
14.037.429
10.404.515
6.601.113
8.310.345
7.223.058
2.604.029
12.225.422
8.054.309
2.807.617
7.222.221
9.570.725
1.103.570
1.827.911
1.615.136
1.651.037
71.255
456.295
8.618.895
segue Tabella 1. Belluno. Serie storica delle esportazioni e delle importazioni per principali aggregati ( euro correnti). Anni 1993-2009
IMPORTAZIONI
TOTALE IMPORT
Occhialeria
Macchinari
Metallurgia
Altre apparecchiature elettriche
Elettronica, app. medicali e misuraz. (escl. occhialeria)
Cuoio conciato e lavorato
Mezzi di trasporto e componentistica
Prodotti chimici, farmaceutici, fibre sintetiche
Legno
Altri prodotti dell'industria manifatturiera
Abbigliamento
Prodotti alimentari
Agricoltura e pesca
Carpenteria metallica
Prodotti in gomma e plastica
Altri prodotti
Carta e stampa
Vetro e prodotti in vetro
Filati e tessuti
Elettrodomestici
Bevande
Maglieria
Gioielli
Calzature
Pietre tagliate, modellate e finite
Prodotti delle miniere e delle cave
Prodotti petroliferi raffinati
Mobili
Merci dichiarate come provviste di bordo…
2002
606.401.044
190.149.871
53.150.181
72.112.426
22.079.522
36.062.599
20.431.685
5.100.121
47.720.167
22.778.239
12.460.008
8.248.687
14.634.592
9.232.447
8.866.037
8.892.325
5.613.046
3.403.267
15.999.815
7.655.354
2.803.563
6.693.379
11.044.130
1.043.921
1.766.929
1.594.774
2.591.991
45.537
868.915
13.357.516
2003
547.068.777
178.345.674
45.500.723
59.596.759
21.729.975
32.301.768
20.428.766
5.304.087
35.419.994
22.627.403
6.810.777
7.340.002
12.800.866
8.687.576
7.376.647
8.134.779
4.860.812
3.361.258
9.379.111
8.253.111
1.883.319
8.642.880
14.890.180
1.601.420
1.239.801
1.145.370
1.203.825
46.355
531.634
17.623.905
2004
2005
568.032.487
190.218.222
47.432.637
68.856.876
24.404.732
48.638.714
22.044.317
3.247.145
30.879.124
20.400.430
7.610.816
9.553.525
12.987.905
9.017.764
7.919.490
6.189.769
5.679.360
3.580.287
9.638.908
8.343.075
1.682.301
6.798.512
15.107.108
1.521.420
2.137.105
1.247.100
2.364.082
89.883
403.091
38.789
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
89 b
619.051.822
216.818.788
53.206.793
73.146.451
22.594.435
44.176.314
27.437.023
12.831.496
36.260.608
22.193.669
7.889.575
11.717.783
14.090.270
10.723.658
6.194.511
6.792.161
10.527.845
3.725.151
11.368.794
9.011.610
1.317.587
3.801.404
5.739.630
1.134.607
2.168.755
1.167.388
2.125.253
161.174
536.686
192.403
2006
855.028.879
320.667.928
71.127.867
108.469.579
32.543.214
55.852.284
37.598.395
44.667.737
32.431.126
26.199.114
12.420.085
12.623.196
13.580.448
12.580.101
8.475.324
9.471.264
18.238.451
3.078.067
11.437.659
10.462.840
1.209.053
1.964.979
2.481.490
956.327
1.806.953
983.352
2.683.672
389.403
605.197
23.774
2007
883.313.075
334.090.493
113.259.001
114.741.923
41.739.461
28.122.724
33.159.833
13.677.325
40.473.539
25.975.467
20.217.669
15.990.512
13.862.801
12.877.637
9.893.147
9.377.107
13.409.043
3.147.073
10.450.508
12.195.095
2.156.894
2.438.226
1.774.236
1.773.762
1.590.659
813.085
4.332.299
936.802
717.102
119.652
2008
789.893.297
334.267.545
76.992.463
86.673.011
42.923.311
27.056.818
28.328.144
18.751.720
28.146.924
20.534.016
16.633.746
14.536.938
13.011.927
14.163.538
9.668.629
9.484.079
10.771.103
3.169.558
10.160.275
7.776.618
3.303.576
2.090.160
2.189.931
831.628
1.174.822
905.396
3.472.286
844.781
2.007.880
22.474
2009
715.384.230
345.189.081
58.352.898
53.964.573
37.495.907
27.970.771
25.566.585
22.616.484
18.260.093
16.372.038
15.938.933
13.503.121
12.711.042
12.460.193
9.696.662
8.605.531
8.349.090
5.240.961
5.184.468
4.615.563
2.588.878
2.064.078
1.819.407
1.708.056
1.440.844
1.154.722
847.569
846.332
723.240
97.110
IL COMMERCIO ESTERO IN PROVINCIA DI BELLUNO:
DINAMICHE RECENTI
Dopo aver descritto al capitolo precedente le dinamiche degli scambi internazionali della provincia
di Belluno per principali prodotti e per Paesi, nelle pagine che seguono l’analisi sarà di tipo
congiunturale – quindi di breve periodo – con l’intento di comprendere quale sia stato l’impatto della
crisi 2008-2009 e in che modo la provincia si stia muovendo nella ripresa del 2010.
Punto di partenza sono le serie storiche delle importazioni e delle esportazioni totali dell’Italia, del
Veneto e della provincia di Belluno dal 1991 al 2009, riprodotte al grafico 1.
In tutti e tre i casi le esportazioni si muovono lungo un trend di crescita in accelerazione negli anni
Duemila e con un forte ripiegamento finale per l’effetto della crisi; mentre in Italia il massimo è stato
toccato nel 2008, in Veneto e in provincia è si è avuto nel 2007 (ma nel Veneto il 2008 non se ne
discosta di molto).
Grafico 1. Belluno, Veneto e Italia. Andamento annuale delle importazioni e delle
esportazioni (euro correnti). Anni 1991-2009
BELLUNO
3.000.000.000
2.500.000.000
2.000.000.000
1.500.000.000
1.000.000.000
500.000.000
19
91
19
92
19
93
19
94
19
95
19
96
19
97
19
98
19
99
20
00
20
01
20
02
20
03
20
04
20
05
20
06
20
07
20
08
20
09
0
import
export
VENETO
60.000.000.000
50.000.000.000
40.000.000.000
30.000.000.000
20.000.000.000
10.000.000.000
19
91
19
92
19
93
19
94
19
95
19
96
19
97
19
98
19
99
20
00
20
01
20
02
20
03
20
04
20
05
20
06
20
07
20
08
20
09
0
import
90
export
ITALIA
450.000.000.000
400.000.000.000
350.000.000.000
300.000.000.000
250.000.000.000
200.000.000.000
150.000.000.000
100.000.000.000
50.000.000.000
import
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
2000
1999
1998
1997
1996
1995
1994
1993
1992
1991
0
export
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
Nella serie provinciale1 si possono individuare alcune fasi di particolare accelerazione: dal 1991 al
1995 (da 430 a 1.158 milioni di euro), dal 1999 al 2002 (da 1.311 a 1.767 milioni) e dal 2004 (1.823
milioni) al 2007. In quell’anno da Belluno partirono merci per 2,7 miliardi di euro, scesi a 2,5 nel
2008 e a poco più di 2 nel 2009.
Grafico 2. Belluno, Veneto e Italia. Andamento trimestrale delle importazioni e delle esportazioni
(euro correnti). Anni 2006-2010
Belluno
import
export
800.000.000
700.000.000
600.000.000
500.000.000
400.000.000
300.000.000
200.000.000
100.000.000
0
06
1°T
06
2°T
06
3°T
06
4°T
07
1°T
07
2°T
07
3°T
07
4°T
1
08
1°T
08
2°T
08
3°T
08
4°T
09
1°T
09
2°T
09
3°T
09
4°T
10
1°T
10
2°T
I dati sono tratti dal sistema informativo on-line dell’Istat (www.coeweb.istat.it) completamente dedicato alle
statistiche del commercio con l'estero. Le risultanze 2009 e 2010 devono essere considerate provvisorie in
quanto suscettibili di successivi aggiustamenti.
91
Veneto
import
export
14.000.000.000
12.000.000.000
10.000.000.000
8.000.000.000
6.000.000.000
4.000.000.000
2.000.000.000
0
06
1°T
06
2°T
06
3°T
06
4°T
07
1°T
07
2°T
07
3°T
07
4°T
08
1°T
08
2°T
08
3°T
08
4°T
09
1°T
Italia
09
2°T
09
3°T
09
4°T
10
1°T
10
2°T
09
3°T
09
4°T
10
1°T
10
2°T
import
export
120.000.000.000
100.000.000.000
80.000.000.000
60.000.000.000
40.000.000.000
20.000.000.000
0
06
1°T
06
2°T
06
3°T
06
4°T
07
1°T
07
2°T
07
3°T
07
4°T
08
1°T
08
2°T
08
3°T
08
4°T
09
1°T
09
2°T
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
Nelle serie delle importazioni si riconosce lo stesso andamento di crescita delle esportazioni, ma
decisamente più moderato in provincia. In Italia a partire dal 1994 la linea dell’import si colloca al di
sopra dell’export (da quell’anno il saldo della bilancia commerciale è negativo), mentre nel Veneto e
in provincia si mantiene ben al di sotto. Per la provincia si nota come il gap tra export e import si sia
ampliato con l’andare del tempo, passando da 248 milioni di euro correnti del 1991 fino a sfiorare i
1.635 milioni nel 2007, per poi scendere nei due anni successivi (1.345 nel 2009). Il ripiegamento è
dovuto alla crisi del 2008 e del 2009, che ha colpito simultaneamente e contemporaneamente il
mercato globale2.
Nell’analisi congiunturale di questo capitolo ci concentriamo sugli ultimi due anni di queste serie,
esaminandole con un dettaglio trimestrale, e allargando l’orizzonte alla prima metà del 2010 (grafico
2).
Nella serie trimestrale delle esportazioni bellunesi è evidente un andamento ad “arco” che ha
costantemente il minimo nel terzo trimestre dovuto sia alle chiusure aziendali estive che al ciclo di
produzione dell’occhiale. Una prima caduta di un certo peso si ha in corrispondenza del terzo
2
Per approfondimenti sulla crisi economica si veda: C.C.I.A.A. Belluno, I Quaderni dell’economia locale, n.
1/2009, Il punto sulla crisi economica: dinamiche, numeri e testimonianze, 2009 e C.C.I.A.A. Belluno, 8^
Giornata dell’economia, 7 maggio 2010, Rapporto sull’economia locale, 2010.
92
trimestre 2008, anche se è nel 2009 che le esportazioni toccano il valore minimo della serie storica,
dopodiché tornano a salire. Come osservato per la serie annuale, l’andamento delle importazioni
appare decisamente più stabile.
Grafico 3. Belluno, Veneto e Italia. Variazione trimestrale tendenziale delle esportazioni e
delle importazioni. Anni 2006-2010
EXPORT
30,0
20,0
10,0
0,0
06/05 06/05 06/05 06/05 07/06 07/06 07/06 07/06 08/07 08/07 08/07 08/07 09/08 09/08 09/08 09/08 10/09 10/09
1T
2T
3T
4T
1T
2T
3T
4T
1T
2T
3T
4T
1T
2T
3T
4T
1T
2T
-10,0
-20,0
-30,0
Italia
Veneto
Belluno
IMPORT
60,0
50,0
40,0
30,0
20,0
10,0
0,0
-10,0
06/05 06/05 06/05 06/05 07/06 07/06 07/06 07/06 08/07 08/07 08/07 08/07 09/08 09/08 09/08 09/08 10/09 10/09
1T
2T
3T
4T
1T
2T
3T
4T
1T
2T
3T
4T
1T
2T
3T
4T
1T
2T
-20,0
-30,0
-40,0
Italia
Veneto
Belluno
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
Le esportazioni del Veneto rivelano un andamento simile, quantunque leggermente più smussato,
anch’esse con un minimo nel terzo trimestre 2009; le importazioni ricalcano lo stesso ciclo. Per
l’Italia la caduta delle esportazioni si arresta nel primo trimestre 2009. Fino al quarto si mantengono
sullo stesso scarso livello, per riprendere fiato solo nell’ultima osservazione. L’andamento delle
importazioni è quasi identico, anche se il punto di minimo viene toccato nel terzo trimestre 2009 e la
93
risalita assume caratteri più accentuati. Per tutto il periodo osservato, le importazioni rimangono
sempre superiori alle esportazioni, tranne rare eccezioni (secondo e terzo trimestre 2009).
Il successivo grafico 3 è costruito sulle variazioni trimestrali tendenziali (cioè calcolate confrontando
un trimestre con lo stesso dell’anno precedente) delle esportazioni e delle importazioni di Belluno,
del Veneto e dell’Italia: operare con le variazioni permette di fare il confronto fra le tre economie e
individuare possibili differenze di reazione alla crisi dell’ultimo biennio. Per le esportazioni Italia,
Veneto e Belluno sono accomunate dallo stesso andamento decrescente che, manifestatosi nel corso
del 2007 continua, pur mantenendosi sul semipiano positivo, fino al primo 2008. E’ a partire dalla
variazione del secondo trimestre 2008/2007 – quando i segnali della crisi in ambito internazionale si
fanno certi – che Belluno mette a segno il primo (e non di poco conto) risultato negativo (-8,5%),
mentre Veneto e Italia non sembrano ancora percepire grossi scossoni; tale situazione si protrae nel
trimestre successivo. Quando a fine 2008 Italia e Veneto evidenziano il primo contraccolpo
(rispettivamente -7,9% e -8,8%), Belluno è già a -15,4%. Una percentuale destinata a scendere
ulteriormente a -22% nel primo trimestre 2009/2008, valore minimo nell’arco di tempo considerato.
Per Veneto e Italia il decremento maggiore si sposta, invece, nel periodo successivo, quando in
provincia già si vede un allentamento della morsa negativa e un’inversione di rotta confermata anche
successivamente. A partire dal terzo 2009/2008 anche per Veneto e Italia inizia un graduale recupero
e nei due trimestri del 2010 si torna finalmente (e con vigore) nel semipiano positivo, con Belluno
che dimostra di avere una marcia in più rispetto a Veneto e Italia: in valori assoluti, le esportazioni
bellunesi del secondo trimestre 2010 si sono riportate su livelli pre-crisi.
In sintesi, da questi andamenti emerge che l’impatto della crisi internazionale sulle esportazioni di
Belluno è stato immediato e subito di forte intensità, mentre nel Veneto e in Italia, dove si sono
raggiunti punti critici più acuti, è stato più graduale e ritardato. Il recupero appare al momento
sostenuto in tutte e tre le aree. E’, questa, l’immediata conseguenza della forte esposizione sui
mercati internazionali, in provincia molto più marcata che nel Veneto (a sua volta più che in Italia),
di cui si è parlato nel capitolo dedicato agli indicatori strutturali. Essendo Belluno una provincia
export oriented è fortemente ricettiva alle variazioni che intervengono nell’economia mondiale
risentendo subito dei venti di crisi, ma recependo immediatamente i primi segnali di ripresa.
Per quanto riguarda le importazioni, le variazioni si muovono ciclicamente nello stesso verso, ma è
evidentissimo come le oscillazioni siano molto più ampie per Belluno, sia nelle fasi ascendenti che
discendenti. Tuttavia, nel periodo più acuto della crisi, i decrementi sono stati più contenuti che in
Veneto e in Italia, e analogamente avviene per gli incrementi del primo scorcio del 2010.
La media sul semestre appiattisce la variabilità del dato trimestrale e l’entità delle perdite della fase
recessiva è per Belluno più contenuta.
Grafico 4. Italia, Veneto e Belluno. Esportazioni e importazioni: var. tendenziali annuali
(2008/2007 e 2009/2008) e semestrali (2009/2008 e 2010/2009)
EXPORT
20,0
ANNO
15,0
SEMESTRE
12,4
14,2
ESPORTAZIONI
11,5
Italia
Veneto
province
10,0
5,0
-10,0
2008/2007
2009/2008
2009/2008
2010/2009
-1,1
-7,3
-15,0
-17,1
-20,0
-25,0
2008/2007
SEMESTRE
2009/2008
2009/2008
2010/2009
1,2
0,0
-5,0
ANNO
-20,9
-21,5
-20,1
-24,9
Veneto
1,2
-1,1
4,3
-0,8
-7,3
1,7
-14,0
-4,1
27,6
-20,9
-21,5
-18,7
-24,6
-17,1
-17,2
-27,6
-21,1
-31,5
-24,9
-24,3
-20,1
-26,8
-20,1
-20,2
-32,9
-25,2
-31,5
Fonte: elab. Camera Commercio I.A.A. su dati Istat
-24,3
-30,0
Italia
Italia
Veneto
Verona
Vicenza
Belluno
Treviso
Venezia
Padova
Rovigo
Belluno
94
12,4
11,5
9,9
11,1
14,2
2,6
26,6
18,6
11,4
IMPORT
25,0
ANNO
20,0
SEMESTRE
18,6 19,6
IMPORTAZIONI
12,9
15,0
Italia
Veneto
province
10,0
5,0
2,3
0,0
-5,0
2008/2007
2009/2008
2010/2009
-6,3
-10,0
-15,0
2009/2008
-0,9
-9,4
-10,6
-20,0
Italia
Veneto
Verona
Vicenza
Belluno
Treviso
Venezia
Padova
Rovigo
ANNO
2008/2007
SEMESTRE
2009/2008
2,3
-0,9
1,5
-8,6
-10,6
-2,3
-6,0
-10,5
165,6
2009/2008
-22,1
-22,5
-18,9
-27,6
-9,4
-16,0
-19,7
-18,5
-61,8
2010/2009
-24,9
-21,7
-19,3
-32,3
-6,3
-19,0
-16,9
-20,6
-21,0
18,6
19,6
16,8
31,6
12,9
17,7
8,3
25,6
18,6
Fonte: elab. Camera Commercio I.A.A. su dati Istat
-22,1
-22,5
-25,0
-21,7
-24,9
-30,0
Italia
Veneto
Belluno
Come si evince dal grafico 4, le variazioni tendenziali delle esportazioni del primo semestre 2009 sul
2008 sono state del -20,1% in provincia (che, per quanto significativa, è stata la perdita meno elevata
del Veneto), del -24,3 nel Veneto e del -24,9% in Italia. Anche il bilancio annuale 2009/2008
presenta le stesse caratteristiche (-17,1%, -21,5% e -20,9%). Analogamente è andata per le
importazioni: il calo meno sostenuto si è avuto in provincia sia nel primo semestre (-6,3%) che
nell’anno 2009/2008 (-9,4%).
A conferma di quanto visto per gli andamenti trimestrali, il primo semestre 2010 ha chiuso le
esportazioni con un segno più in Italia (12,4%), nel Veneto (+11,5%) e soprattutto a Belluno
(+14,2%) e sono riprese con vigore anche le importazioni (+18,6%, +19,6% e +12,9%).
Tabella 1. Belluno. Primi dieci prodotti d’esportazione, gennaio-giugno 2008-2010 e anni 2007-2009 (euro
correnti)
SEMESTRE
Prodotti
2008
Occhialeria
Macchinari
Elettronica, app. medicali e di misurazione (escl. occhialeria)
Altre apparecchiature elettriche
Prodotti in gomma e plastica
Carpenteria metallica
Metallurgia
Carta e stampa
Concia e lavorazioni pelli
Prodotti alimentari
Primi 10 prodotti
Altri prodotti
Totale export
2009
874.600.491
201.823.499
47.065.052
49.339.744
31.001.662
28.031.624
34.013.352
15.890.298
17.474.058
6.785.827
1.306.025.607
68.208.320
1.374.233.927
820.539.367
178.827.437
44.265.285
39.783.604
27.957.511
27.422.534
27.113.186
13.170.978
10.863.844
10.295.038
1.200.238.784
54.531.141
1.254.769.925
ANNO
Prodotti
2007
Occhialeria
Macchinari
Altre apparecchiature elettriche
Elettronica, app. medicali e di misurazione (escl. occhialeria)
Metallurgia
Prodotti in gomma e plastica
Carpenteria metallica
Carta e stampa
Concia e lavorazioni pelli
Prodotti alimentari
Primi 10 prodotti
Altri prodotti
Totale export
731.431.531
151.376.577
33.359.070
40.166.037
24.467.727
18.399.900
19.911.629
11.758.259
9.517.342
7.986.231
1.048.374.303
50.062.799
1.098.437.102
peso %
2010
2008
1.634.736.811
443.462.650
95.604.374
109.256.757
64.925.620
54.405.025
54.798.128
35.603.509
33.398.213
13.387.554
2.539.578.641
141.801.526
2.681.380.167
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
95
1.521.926.294
399.781.756
95.709.252
90.238.207
61.578.680
62.002.045
51.651.546
28.689.735
30.339.293
15.113.386
2.357.030.194
127.682.875
2.484.713.069
2009
var.%
2010
66,6
13,8
3,0
3,7
2,2
1,7
1,8
1,1
0,9
0,7
95,4
4,6
100,0
65,4
14,3
3,5
3,2
2,2
2,2
2,2
1,0
0,9
0,8
95,7
4,3
100,0
peso %
2009
1.311.581.100
322.246.816
79.817.138
71.941.297
40.172.767
39.976.684
37.786.623
22.038.039
17.939.388
17.399.954
1.960.899.806
99.950.555
2.060.850.361
2008
61,3
16,1
3,9
3,6
2,5
2,5
2,1
1,2
1,2
0,6
94,9
5,1
100,0
2009
63,6
15,6
3,9
3,5
1,9
1,9
1,8
1,1
0,9
0,8
95,2
4,8
100,0
'2009/'08 '2010/'09
-16,4
-25,0
-29,1
-18,6
-21,1
-34,4
-41,5
-26,0
-45,5
17,7
-19,7
-26,6
-20,1
12,2
18,1
32,7
-1,0
14,3
49,0
36,2
12,0
14,1
28,9
14,5
8,9
14,2
var.%
'2008/'07 '2009/'08
-6,9
-9,8
0,1
-17,4
-5,2
14,0
-5,7
-19,4
-9,2
12,9
-7,2
-10,0
-7,3
-13,8
-19,4
-16,6
-20,3
-34,8
-35,5
-26,8
-23,2
-40,9
15,1
-16,8
-21,7
-17,1
Tabella 2. Belluno. Primi dieci prodotti d’importazione, gennaio-giugno 2008-2010 e anni 2007-2009 (euro
correnti)
SEMESTRE
Prodotti
2008
Occhialeria
Macchinari
Metallurgia
Altre apparecchiature elettriche
Elettronica, app. medicali e di misurazione (escl. occhialeria)
Concia e lavorazioni pelli
Prodotti chimici, farmaceutici, fibre sintetiche
Mezzi di trasporto e componentistica
Legno
Abbigliamento
Primi 10 prodotti
Altri prodotti
Totale import
2009
158.980.882
43.007.379
42.300.523
22.743.661
14.568.060
13.699.425
16.281.464
4.631.357
11.748.743
7.389.563
335.351.057
55.905.884
391.256.941
197.054.233
36.179.120
31.074.766
23.077.215
15.872.418
15.456.043
12.814.213
12.322.583
9.816.435
8.056.292
361.723.318
52.253.935
413.977.253
ANNO
Prodotti
2007
Occhialeria
Macchinari
Metallurgia
Altre apparecchiature elettriche
Elettronica, app. medicali e misuraz. (escl. Occhialeria)
Cuoio conciato e lavorato
Mezzi di trasporto e componentistica
Prodotti chimici, farmaceutici, fibre sintetiche
Legno
Altri prodotti dell'industria manifatturiera
Primi 10 prodotti
Altri prodotti
Totale import
180.870.749
29.094.699
33.999.855
18.388.402
12.490.626
12.409.541
9.311.362
11.841.473
8.221.242
5.903.852
322.531.801
44.179.132
366.710.933
peso %
2010
2008
334.090.493
113.259.001
114.741.923
41.739.461
28.122.724
33.159.833
13.677.325
40.473.539
25.975.467
20.217.669
765.457.435
117.857.647
883.315.082
334.267.545
76.992.463
86.673.011
42.923.311
27.056.818
28.328.144
18.751.720
28.146.924
20.534.016
16.633.746
680.307.698
109.587.607
789.895.305
2009
49,3
7,9
9,3
5,0
3,4
3,4
2,5
3,2
2,2
1,6
88,0
12,0
100,0
2010
47,6
8,7
7,5
5,6
3,8
3,7
3,1
3,0
2,4
1,9
87,4
12,6
100,0
peso %
2009
345.189.081
58.352.898
53.964.573
37.495.907
27.970.771
25.566.585
22.616.484
18.260.093
16.372.038
15.938.933
621.727.363
93.656.867
715.384.230
2008
42,3
9,7
11,0
5,4
3,4
3,6
2,4
3,6
2,6
2,1
86,1
13,9
100,0
2009
48,3
8,2
7,5
5,2
3,9
3,6
3,2
2,6
2,3
2,2
86,9
13,1
100,0
var.%
'2009/'08
'2010/'09
13,8
-32,3
-19,6
-19,1
-14,3
-9,4
-42,8
155,7
-30,0
-20,1
-3,8
-21,0
-6,3
8,9
24,3
-8,6
25,5
27,1
24,5
37,6
4,1
19,4
36,5
12,2
18,3
12,9
var.%
'2008/'07
0,1
-32,0
-24,5
2,8
-3,8
-14,6
37,1
-30,5
-20,9
-17,7
-11,1
-7,0
-10,6
'2009/'08
3,3
-24,2
-37,7
-12,6
3,4
-9,7
20,6
-35,1
-20,3
-4,2
-8,6
-14,5
-9,4
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
L’analisi per prodotto (tabella 1) evidenzia un recupero nella prima parte del 2010 di quasi tutti i
principali prodotti d’esportazione. I prodotti dell’occhialeria, che da soli valgono il 66% delle
esportazioni del semestre, sono cresciuti del 12,2%, i macchinari del 18,1%. Bastano già questi due
prodotti a stabilire le sorti dell’export provinciale poiché la somma dei due copre l’80% del totale
delle esportazioni del periodo.
L’aumento percentualmente più rilevante fa capo alla carpenteria metallica (+49%), ma anche
metallurgia (+36,2%) ed elettronica (+32,7%) evidenziano una buona performance. Solo pochi
prodotti, tra cui le altre apparecchiature elettriche (presenti tra i primi dieci), il bilancio semestrale è
ancora in rosso.
In evidenza i prodotti alimentari, che costituiscono appena lo 0,8% del totale, ma registrano non solo
un aumento nel semestre, ma anche nell’arco dell’anno, unica eccezione in un contesto –quello del
2009– caratterizzato di soli segni meno.
Passando alle importazioni, solo la metallurgia chiude il consuntivo semestrale in rosso (-8,6%), ma
già in quello annuale aveva manifestato la perdita percentualmente più rilevante. Si nota che gli
occhiali non hanno evidenziato segni di cedimento nemmeno al culmine della crisi, poiché sia il
primo semestre 2009 (rispetto al 2008) che gli ultimi due anni sono stati caratterizzati da variazioni
positive. Il dato non è di poco conto, visto che questo prodotto, oltre a spiegare oltre il 60% delle
esportazioni, movimenta poco meno della metà delle importazioni.
96
Tabella 3. Belluno. Esportazioni di prodotti dell’occhialeria: primi dieci Paesi di destinazione,
gennaio-giugno 2008-2010 e anni 2007-2009 (euro correnti)
SEMESTRE
Paesi
peso %
2008
2009
2010
MONDO
Extra Ue27
Unione europea 27
874.600.491
479.996.080
394.604.411
731.431.531
368.571.895
362.859.636
820.539.367
440.452.637
380.086.730
Stati Uniti
Francia
Spagna
Regno Unito
Germania
Hong Kong
Paesi Bassi
Grecia
Turchia
Australia
Primi 10 Paesi
Altri Paesi
Totale export occhiali
211.012.826
99.596.156
94.139.281
44.909.088
40.831.982
22.576.366
23.305.352
24.377.245
17.191.984
17.644.254
595.584.534
279.015.957
874.600.491
176.569.825
106.641.739
74.628.355
37.552.133
37.851.162
19.489.125
21.170.173
20.800.083
13.013.636
7.935.404
515.651.635
215.779.896
731.431.531
212.139.896
118.527.727
74.085.325
48.439.114
38.214.099
22.831.818
21.620.384
17.535.889
17.269.179
15.995.739
586.659.170
233.880.197
820.539.367
ANNO
Paesi
2007
100,0
50,4
49,6
24,1
14,6
10,2
5,1
5,2
2,7
2,9
2,8
1,8
1,1
70,5
29,5
100,0
var.%
2010
100,0
53,7
46,3
25,9
14,4
9,0
5,9
4,7
2,8
2,6
2,1
2,1
1,9
71,5
28,5
100,0
peso %
2008
2009
MONDO
Extra Ue27
Unione europea 27
1.634.736.811
958.114.590
676.622.221
1.521.926.294
860.938.944
660.987.350
1.311.581.100
687.517.616
624.063.484
Stati Uniti
Francia
Spagna
Regno Unito
Germania
Hong Kong
Grecia
Paesi Bassi
Portogallo
Brasile
495.325.453
143.580.399
159.807.227
93.060.598
77.184.634
32.075.340
45.208.856
36.092.397
26.401.049
30.722.281
1.139.458.234
495.278.577
1.634.736.811
379.924.636
170.224.565
154.519.417
75.424.731
64.875.689
38.901.941
43.930.045
39.229.124
24.923.944
28.776.247
1.020.730.339
501.195.955
1.521.926.294
332.853.707
188.430.188
129.582.945
68.610.652
60.814.190
37.641.651
36.605.659
34.227.042
28.979.510
28.747.733
946.493.277
365.087.823
1.311.581.100
Primi 10 Paesi
Altri Paesi
Totale export occhiali
2009
2008
100,0
56,6
43,4
25,0
11,2
10,2
5,0
4,3
2,6
2,9
2,6
1,6
1,9
67,1
32,9
100,0
'2009/'08
'2010/'09
-16,4
-23,2
-8,0
12,2
19,5
4,7
-16,3
7,1
-20,7
-16,4
-7,3
-13,7
-9,2
-14,7
-24,3
-55,0
-13,4
-22,7
-16,4
20,1
11,1
-0,7
29,0
1,0
17,2
2,1
-15,7
32,7
101,6
13,8
8,4
12,2
var.%
2009
100,0
52,4
47,6
25,4
14,4
9,9
5,2
4,6
2,9
2,8
2,6
2,2
2,2
72,2
27,8
100,0
'2008/'07
'2009/'08
-6,9
-5,9
-1,0
-13,8
-11,4
-2,4
-7,1
1,6
-0,3
-1,1
-0,8
0,4
-0,1
0,2
-0,1
-0,1
-7,3
0,4
-6,9
-3,1
1,2
-1,6
-0,4
-0,3
-0,1
-0,5
-0,3
0,3
0,0
-4,9
-8,9
-13,8
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
Poiché non è possibile distinguere tra prodotti finiti e semilavorati, è evidente che si tratta in larga
parte di manufatti di imprese locali costruiti in toto o in parte all’estero, importati per le fasi finali del
processo produttivo e la commercializzazione. Non a caso il primo Paese di provenienza è la Cina, da
cui sono partiti oltre il 77% delle importazioni di occhiali del primo semestre 2010 e una percentuale
di poco inferiore nel 2008 e 2009 (tabella 4), mentre è ipotizzabile che la crescita esponenziale degli
Stati Uniti, imputabile per lo più al primo semestre 2009 (perciò in piena crisi), sia in parte attribuibile
a resi su acquisti precedenti.
Quanto all’export di occhiali (tabella 3), la ripresa nella prima parte del 2010 è in stretta dipendenza
con il risveglio del mercato statunitense (+20,1%), verso cui si indirizza oltre un quarto della
produzione locale di occhiali.
Al secondo posto si conferma la Francia, il principale acquirente europeo e uno dei pochissimi partner
che hanno chiuso il consuntivo degli anni 2008 e 2009 con il segno più, mentre il calo del primo
semestre 2010 segnalato da Spagna e Grecia, mercati in crescita nel periodo pre-crisi, è l’inevitabile
conseguenza delle molte difficoltà che ancora persistono in questi Paesi. Infine, nella graduatoria
semestrale dei primi dieci si fa spazio l’Australia, soltanto al venticinquesimo posto nel 2009, con un
acquisto di occhiali raddoppiato rispetto al primo semestre 2009.
97
Tabella 4. Belluno. Importazioni di prodotti dell’occhialeria: primi dieci Paesi di provenienza,
gennaio-gennaio 2008-2010 e anni 2007-2009 (euro correnti)
MONDO
Extra Ue27
Unione europea 27
2008
158.980.882
140.965.925
18.014.957
SEMESTRE
2009
180.870.749
170.778.271
10.092.478
2010
197.054.233
185.829.387
11.224.846
Cina
Stati Uniti
Germania
Regno Unito
Svizzera
Francia
Austria
Romania
Paesi Bassi
Ceca, Repubblica
Primi 10 Paesi
Altri Paesi
Totale import occhiali
122.511.044
8.116.353
5.035.586
3.366.923
716.484
4.295.626
1.229.118
1.572.569
1.295.662
187.266
148.326.631
10.654.251
158.980.882
137.512.417
17.045.967
3.216.839
1.566.765
395.429
868.060
2.166.519
828.631
527.444
481.148
164.609.219
16.261.530
180.870.749
152.413.080
19.608.473
3.809.400
2.200.161
1.229.882
1.218.031
989.201
899.697
658.976
528.139
183.555.040
13.499.193
197.054.233
Paesi
Paesi
2007
ANNO
2008
2009
MONDO
Extra Ue27
Unione europea 27
334.090.493
293.540.422
40.550.071
334.267.545
303.120.360
31.147.185
345.189.081
324.970.576
20.218.505
Cina
Stati Uniti
Giappone
Germania
Austria
Hong Kong
Regno Unito
Corea del Sud
Francia
Romania
263.329.766
3.908.841
13.929.833
11.745.036
4.014.329
3.561.077
6.847.591
1.058.348
12.077.841
2.024.080
322.496.742
11.593.751
334.090.493
263.216.760
17.656.093
11.573.341
8.919.300
2.764.861
2.300.852
5.300.493
903.506
7.194.177
2.754.234
322.583.617
11.683.928
334.267.545
264.719.614
29.087.398
19.260.163
7.012.133
3.405.056
3.024.194
2.755.788
2.092.171
2.077.418
1.780.310
335.214.245
9.974.836
345.189.081
Primi 10 Paesi
Altri Paesi
Totale import occhiali
peso %
2009
2010
100,0
100,0
94,4
94,3
5,6
5,7
76,0
9,4
1,8
0,9
0,2
0,5
1,2
0,5
0,3
0,3
91,0
9,0
100,0
77,3
10,0
1,9
1,1
0,6
0,6
0,5
0,5
0,3
0,3
93,1
6,9
100,0
peso %
2008
2009
100,0
90,7
9,3
78,7
5,3
3,5
2,7
0,8
0,7
1,6
0,3
2,2
0,8
96,5
3,5
100,0
100,0
94,1
5,9
76,7
8,4
5,6
2,0
1,0
0,9
0,8
0,6
0,6
0,5
97,1
2,9
100,0
var.%
'2009/'08 '2010/'09
13,8
8,9
21,1
8,8
-44,0
11,2
12,2
110,0
-36,1
-53,5
-44,8
-79,8
76,3
-47,3
-59,3
156,9
11,0
52,6
13,8
10,8
15,0
18,4
40,4
211,0
40,3
-54,3
8,6
24,9
9,8
11,5
-17,0
8,9
var.%
'2008/'07 '2009/'08
0,1
3,3
-23,2
3,3
7,2
-35,1
0,0
351,7
-16,9
-24,1
-31,1
-35,4
-22,6
-14,6
-40,4
36,1
0,0
0,8
0,1
0,6
64,7
66,4
-21,4
23,2
31,4
-48,0
131,6
-71,1
-35,4
3,9
-14,6
3,3
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Istat
BIBLIOGRAFIA
C.C.I.A.A. Belluno, I Quaderni dell’economia locale, n. 1/2009, Il punto sulla crisi economica:
dinamiche, numeri e testimonianze, 2009
C.C.I.A.A. Belluno, 8^ Giornata dell’economia, 7 maggio 2010, Rapporto sull’economia locale, 2010
SITI INTERNET
www.coeweb.istat.it
98
INTERSCAMBIO DI SERVIZI E INVESTIMENTI DIRETTI ESTERI
Interscambio di servizi
L’interscambio commerciale di servizi è stato per lungo tempo trascurato, in gran parte a causa
della sua intrinseca natura, ma anche per la presenza di barriere doganali e vincoli di Stato in settori
portanti (comunicazioni e trasporti). La definizione classica di servizio1 esprime chiaramente la
difficoltà a esportare un bene non tangibile da un Paese all’altro e questo fino all’avvento della
rivoluzione informatica che ha dato un grande impulso alla sua commercializzazione, permettendo
di scindere l’erogazione del servizio dalla presenza contemporanea nello stesso luogo del fornitore e
del fruitore. L’innovazione informatica e la capillare diffusione su tutto il globo di processi di
automazione e l’adozione di nuove tecnologie di informazione sono i principali fattori che hanno
contribuito in modo determinante allo sviluppo dello scambio di servizi, soprattutto quelli legati alle
telecomunicazioni, alla logistica, all’organizzazione di attività produttive e distributive all’estero, ai
movimenti finanziari.
Per comprendere quanto abbia inciso sull’evoluzione degli scambi internazionali di servizi la
tecnologia è sufficiente prendere in esame il peso del commercio dei servizi sul totale delle
esportazioni mondiali, che è passato da poco più di un sesto negli anni Ottanta a quasi un quinto nel
decennio successivo. Questo rapporto è rimasto invariato fino al sopraggiungere della crisi
economica contemporanea che, facendo precipitare il commercio di beni, ha contemporaneamente
portato alla rivalutazione dei servizi, molto più resistenti nelle fasi cicliche avverse. Nel 2009, per la
prima volta l’incidenza dei servizi sull’export internazionale ha superato la soglia di un quinto.
A dare slancio alla commercializzazione dei servizi, oltre allo sviluppo tecnologico, hanno influito
le riforme politiche ed economiche adottate in alcuni Paesi, l’allargamento dei mercati e della
produzione a livello planetario, l’abbattimento di molte barriere tariffarie, la crescente mobilità di
beni, persone e capitali.
Una forte spinta al processo di liberalizzazione per l’accesso al mercato dei servizi è stata data nel
tempo anche dall’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi (GATS, ossia, General Agreement
on Trade in Services) promosso all’interno del GATT-WTO. In questi anni più recenti, tuttavia, si è
assistito a uno stallo dei negoziati multilaterali sui servizi, in parte come riflesso per l’inerzia che
domina le trattative dei beni, in particolare quelli agricoli, ma anche perché ci si è sempre più resi
conto che i servizi sono una fonte molto rilevante di valore aggiunto e, in molti ambiti, si rivelano
strategici.
Nonostante l’importanza assunta dai servizi nel mondo e all’interno del panorama industriale, tanto
che oramai si parla di legame inscindibile tra prodotto e servizio, l’entità dell’interscambio
internazionale di servizi di Belluno resta assai esigua: nel periodo 1997-2009 (serie storica
disponibile della Banca d’Italia) la provincia non ha evidenziato margini di crescita paragonabili
alle altre realtà venete. Nella graduatoria regionale, infatti, è in termini quantitativi penultima,
posizionandosi prima della provincia di Rovigo, ma seguendola se si guarda alla dinamica espressa.
Nell’intervallo oggetto di osservazione, Belluno partecipa al totale dei crediti della regione Veneto
in media per il 2,6 % e per il 3,8 nei debiti. Il saldo maturato è perennemente passivo, con un’unica
importante eccezione nell’anno della crisi, quando i debiti si sono ridimensionati in modo più
consistente dei crediti. Sul disavanzo pesano sempre i risultati negativi dei servizi alle imprese,
mentre a mitigarne l’entità interviene la componente “viaggi” che chiude sempre in attivo. Oltre ai
viaggi, anche le costruzioni e i servizi personali conoscono generalmente un saldo positivo, ma si
parla di importi meno rilevanti.
1
I servizi sono delle prestazioni che l’uomo rende ai suoi simili per soddisfare dei bisogni. Si distinguono dai
beni perché non possono essere conservati né separati da chi li rende.
Unioncamere Veneto, Il Veneto dei servizi. Rapporto sulla terziarizzazione dell’economia regionale, Treviso
2007
99
L’andamento del commercio internazionale di servizi di Belluno è assai altalenante nel tempo ed è
riferibile sostanzialmente alla componente “viaggi” (vi sono conteggiati non solo i viaggi di piacere,
ma anche quelli per motivi professionali) che copre mediamente, nell’arco di tempo considerato,
quasi il 90 % dei crediti (che pesano all’interno del Veneto per circa il 3%) e il 65 dei debiti (con
una partecipazione regionale del 5%).
Belluno. Interscambio internazionale di servizi. Anni 1997-2009 (dati in migliaia di euro)
Crediti
Debiti
Anno
Servizi alle Servizi
Servizi alle Servizi
Viaggi
Viaggi
imprese
totali
imprese
totali
1997
95.372
9.496
106.616
58.905
19.708
84.145
1998
124.985
9.904
135.902
103.783
23.538
129.579
1999
170.186
10.424
181.988
98.798
18.508
117.529
2000
133.955
16.016
151.265
85.871
26.918
114.092
2001
136.727
11.619
150.045
87.017
37.515
126.385
2002
84.371
7.948
92.787
74.862
33.048
108.604
2003
120.908
13.575
135.754
68.412
21.272
90.691
2004
160.637
16.704
178.740
47.489
50.240
98.201
2005
139.246
9.096
151.314
85.614
97.176
183.449
2006
169.863
13.566
186.697
90.608
78.602
170.481
2007
90.563
21.314
113.706
49.614
83.835
136.671
2008
153.501
22.194
178.145
91.617
57.299
150.248
2009
93.961
27.306
122.888
68.297
27.229
96.045
1. Nei servizi alle imprese sono conteggiati le “royalties e licenze”, i “servizi finanziari”, i servizi
“informatici” e gli “altri servizi alle imprese”.
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Banca d’Italia
Il 2009 ha visto un’importante contrazione delle entrate turistiche (-38,8%) che si sono attestate sui
livelli del 2007, registrando il terzo peggior risultato in tredici anni. Sulle entrate generate dal
turismo, a livello mondiale hanno inciso, come osservato da esperti internazionali, la scarsa
propensione alla spesa manifestata dai viaggiatori e la contrazione della durata del soggiorno di cui
si è avuto riscontro anche in provincia: a fronte di una diminuzione degli ospiti stranieri dello 0,9 %
c’è stato un decremento più importante del numero di pernottamenti (-3,2%).
Dando uno sguardo ai numeri degli arrivi e delle presenze degli ospiti non si può fare a meno di
notare come il turismo bellunese sia poco internazionalizzato rispetto alle regioni dolomitiche
limitrofe. Il movimento italiano genera oltre il 70 % degli arrivi e quasi l’80 % delle presenze, e a
un dettaglio più affinato si rileva che sono soprattutto i corregionali a costituire il bacino
preferenziale della clientela bellunese. Tenendo conto delle specificità paesaggistiche del territorio,
alla luce anche dell’importante riconoscimento UNESCO, si potrebbe pensare ad ambire a risultati
migliori.
Ricerche economiche sul turismo hanno dimostrato che per un euro speso in vitto e alloggio ne
corrisponde quasi un altro speso per acquisti vari sul territorio e che la propensione agli acquisti è
maggiore nei cittadini stranieri. Sfruttare adeguatamente questo filone rappresenterebbe una grande
opportunità per la provincia di Belluno e ciò si rifletterebbe non solo nella sua bilancia dei
pagamenti, ma anche nella rivalutazione del territorio sia in chiave economica che ambientale.
Le uscite dovute ai viaggi all’estero dei bellunesi sono molto variabili e sono state rilevanti solo sul
finire degli anni Novanta; nel 2009 si è evidenziata una contrazione del 25,5% sul precedente che
era stato particolarmente espansivo.
La voce servizi alle imprese incide molto meno nella bilancia dei pagamenti bellunese rispetto a
quella del Veneto. I crediti valgono in media, nel periodo considerato, poco più del 10%, mentre i
debiti il 34. Tuttavia, negli ultimi anni si è registrato un sensibile aumento delle entrate, triplicate
rispetto al 1997, e delle uscite, anche se il biennio della crisi ha prodotto una contrazione
significativa delle importazioni rispetto al periodo di massima espansione vissuto nel 2005-2007.
100
Tra i servizi alle imprese primeggiano le “royalties e licenze” che hanno avuto nella partita debiti
uno sviluppo significativo a partire dal 2001, interrotto soltanto dall’arrivo della recessione, e gli
“altri servizi alle imprese”, da metà secolo in espansione, con importi quasi raddoppiati rispetto al
periodo precedente. Nelle entrate, le medesime voci, pur esprimendo una dinamica favorevole,
hanno conosciuto un’evoluzione meno marcata, anche se una certa vivacità si è manifestata
nell’ultimo triennio, ciò è vero soprattutto per gli altri “servizi alle imprese” che negli ultimi tre anni
hanno registrato valori in esportazione tra i più rilevanti del periodo osservato e che nel 2009, al
pari di quelli della provincia di Treviso, sono gli unici nel Veneto ad aver espresso un andamento
positivo.
Nonostante questo favorevole risultato, non si può fare a meno di notare che i progressi registrati da
Belluno sono stati di gran lunga più contenuti rispetto allo sviluppo più marcato maturato dalle altre
province venete, in particolare Padova, Vicenza e Treviso.
Infine, un accenno alle costruzioni che nell’ultimo quinquennio hanno manifestato una tendenza al
ridimensionamento nei crediti, dopo che nel biennio 2005 e 2006 avevano avuto un felice exploit,
ciò è riferibile alle crescenti difficoltà che il comparto sta vivendo un po’ ovunque.
Essendo oramai indiscutibile l’apporto dei servizi all’economia generale e alla formazione e
commercializzazione del prodotto, sarebbe auspicabile che, anche in provincia di Belluno, il settore
dei servizi qualificati, quelli in grado di spalleggiare le aziende manifatturiere nell’approccio ai
mercati stranieri, assumesse un peso maggiore. L’esperienza recente insegna che uno stretto
connubio tra prodotto e servizio è la chiave vincente per raggiungere il cliente. Guardando al
modello tedesco di export, che attualmente sta avendo riscontri positivi, si osserva che nasce da una
riqualificazione del settore dei servizi, da una ricostruzione di un indotto fatto di rapporti di rete
intensi in cui manifatturiero e servizi si confondono.
Investimenti diretti esteri
E’ noto che il nostro Paese non è una meta molto ambita dagli investitori esteri (per problemi
soprattutto strutturali tra cui la dipendenza energetica e lo scarso livello infrastrutturale) e questo è
confermato anche dalle statistiche ufficiali.
Tra le regioni italiane più attrattive d’Italia, il Veneto appare al secondo posto dopo l’inarrivabile
Lombardia. All’interno del panorama regionale, Belluno figura fanalino di coda, con importi
alquanto limitati che lo distanziano nettamente da tutte le altre province. Il suo contributo ai flussi in
entrata regionali è, infatti, di poco superiore allo zero, anche se nel biennio 2004-2005 la sua quota
si era espansa collocandosi tra l’1,2 e l’1,8%.
Agli inizi del XXI secolo, Belluno condivideva con Rovigo questo primato, ma in anni più recenti,
il rodigino è stato in grado di dirottare nel proprio territorio in media circa il 10% dei flussi destinati
al Veneto esprimendo una dinamica positiva.
Anche per quanto riguarda gli investimenti bellunesi diretti all’estero si evidenzia, nel confronto
regionale, la portata limitati degli stessi. Il contributo ai flussi veneti in uscita oscilla negli ultimi
anni tra l’1 e l’1,6%, anche se nei primi anni Duemila si era dimostrato assai più vivace. In
particolare si segnala la quota del 14,7% del 2000 e del 20,1% nel 2003.
Detto ciò, per una corretta analisi del fenomeno va messo in giusta evidenza che gli IDE sono
caratterizzati da forti oscillazioni poiché soggetti a operazioni che possono risultare isolate; è
pertanto opportuno effettuare delle valutazioni guardando alla direzione geografica o settoriale dei
flussi, piuttosto che porre l’attenzione sull’analisi delle variazioni percentuali annue.
Il Paese che ha investito di più nel Bellunese in termini monetari nel periodo 1997-2009 (serie
storica disponibile della Banca d’Italia) è stata la Finlandia, attiva tra il 2000 e il 2004, seguono
l’Olanda (cui spetta il secondo più cospicuo investimento del periodo, focalizzato nell’anno 2005,
dopo quello della Finlandia del 2004), il Lussemburgo, la Francia e il Regno Unito.
Nessun Paese ha, però, investito in ciascuno degli anni dell’arco di tempo considerato; solo Francia
e Lussemburgo presentano una frequenza elevata sul territorio con 12 e 11 annualità
rispettivamente. Nella maggior parte dei casi siamo di fronte a interventi sporadici, ma dal 2005 si è
101
assistito a un aumento nel numero dei Paesi investitori. Sia per frequenza che per importi, i flussi in
entrata più significativi provengono dai principali Paesi europei e dagli Stati Uniti. Nel 2009 il
principale Paese investitore è stato il Regno Unito con 10,2 milioni di euro, seguito dagli Stati Uniti
con 4,3 milioni; ciò significa che, essendo i flussi di IDE in entrata poco più di 16 milioni di euro, il
Regno Unito vi ha concorso per il 63,8% e gli USA per il 26,7%. Un 3,2 % e, inoltre, pervenuto
dalla Francia, un 2,4% dal Lussemburgo, un 1,2% dal Belgio, mentre la residua quota è stata
spartita tra ben sette nazioni, il che testimonia quanto modesti siano gli importi investiti.
Nel 2009 si sono affacciati per la prima volta sul territorio bellunese Irlanda, El Salvador e Rep.
Sudafricana, mentre sono tornati dopo anni di assenza Canada, Belgio e Lussemburgo. Non si sono,
invece, riproposti Venezuela, Egitto e Hong Kong che nel 2008 avevano fatto degli investimenti. Il
panorama che ne esce evidenzia che, a parte i casi di alcuni Stati Europei (Svizzera, Francia, Gran
Bretagna, Lussemburgo) e degli Stati Uniti, si è di fronte a investimenti sporadici che non hanno
continuità temporale.
Gli investimenti degli operatori stranieri si sono indirizzati nel tempo quasi esclusivamente verso
l’industria (la media dei tredici anni indica una percentuale del 73,7% che ben riflette il nostro
tessuto imprenditoriale), anche se nell’ultimo triennio si avverte un maggiore peso dei servizi, in
particolare quelli legati alle famiglie.
Per quanto riguarda i disinvestimenti di operatori stranieri, essi sono stati esigui nell’ultimo biennio
e hanno riguardato Australia, Stati Uniti e Spagna per quanto concerne gli importi più elevati. Nel
periodo 2003-2004 erano stati, invece, molto rilevanti come valori monetari e avevano visto come
primo attore la Finlandia.
Belluno. IDE: movimenti di investimento e disinvestimento. Anni 1997-2009
dall'estero
verso l'estero
Anno
investimenti
disinvestimenti
investimenti disinvestimenti
1997
1998
1999
2000
2001
2002
2003
2004
2005
2006
2007
2008
2009
36.498
14.595
2.263
15.704
3.523
6.900
16.973
59.482
70.422
6.632
2.978
17.888
16.023
474
1.188
1.320
5.152
7.886
1.391
25.021
71.117
689
1.450
1.119
438
280
251.659
7.840
21.219
182.559
43.172
15.551
325.936
15.106
13.477
26.525
21.091
12.523
10.671
13.447
4.314
23.182
252.282
6.057
25.856
34.111
1.039
6.599
16.291
4.818
7.047
2.855
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Banca d’Italia
A differenza di quanto avviene per i flussi in entrata, quelli in uscita contemplano un vasto numero
di Paesi, nel 2009 erano venticinque. Gli importi più importanti sono stati destinati a Turchia (32%),
Stati Uniti (14,5%) e Svizzera (9,8%). I flussi di IDE in uscita sono risultati in calo per il secondo
biennio consecutivo e si sono attestati a 10,7 milioni di euro.
Contrariamente a quanto avviene per gli investimenti dall’estero, quelli verso l’estero presentano
delle frequenze annuali più numerose e ciò è segno di una continuità degli investimenti in senso
temporale rispetto a una data regione. Uno sguardo da vicino mette in evidenza che gli investimenti
non mancano mai in Austria, Francia, Germania, Stati Uniti e Gran Bretagna e che, in generale si
tende a preferire un Paese europeo. E’ comunque chiaro l’intento di approcciare i mercati emergenti
o comunque quelli che possono offrire vantaggi competitivi perché il numero di questi Paesi è
notevole e le frequenze tendono a intensificarsi proprio nell’ultimo quinquennio. L’elenco è lungo,
però, vale la pena segnalare la Croazia, la Romania, il Messico, l’Australia, l’Ungheria e la Cina
102
interessate dal fenomeno fin dalla fine degli anni Novanta, mentre è degli anni Duemila l’interesse
per Polonia, Russia e Brasile. In termini monetari si è investito di più nell’arco di tempo considerato
in Australia (un terzo di tutte le uscite dei tredici anni, quasi interamente devoluto nel 2003),
Germania e Gran Bretagna (un quinto ciascuna).
Belluno. IDE: primi tre Paesi di provenienza e di destinazione
degli investimenti nel 2009 (con storico 2005-2009)
2005 2006 2007
2008
2009
Investimenti dall'estero
Regno Unito
Stati Uniti
Francia
980 520 198 1.410 10.223
6.040 3.089 230
926 4.272
425 1.651 1.886 13.000
510
Investimenti per l'estero
Turchia
Svizzera
Stati Uniti
412 2.359 1.636
6.113 1.214
13
43
268
47
3.412
1.552
1.051
Fonte: elaborazione Camera di Commercio I.A.A. su dati Banca d’Italia
Nei flussi in uscita da Belluno si nota un interesse che si sposta negli anni in modo altalenante tra
industria e servizi, tanto che la media dei tredici anni evidenzia un moderato primato del secondo
settore (53,9%) rispetto al terziario (43%). I disinvestimenti si concentrano all’inizio e alla fine del
periodo considerato, in relazione, quindi, alle frenate dell’economia mondiale; la più alta
concentrazione riguardante il periodo oggetto di osservazione si verifica in Svizzera (tutte le annate
sono interessate), Francia, Germania e Lussemburgo. Questi Paesi sono coinvolti anche in
operazioni di dismissione nel 2009, accanto alla Moldavia e ad altri tre. Si cita la Moldavia perché
non è frequente rintracciare un disinvestimento nei Paesi in via di sviluppo. Complessivamente e
per tutto il periodo i disinvestimenti maggiori si sono avuti in Lussemburgo, Gran Bretagna, Olanda
e Svizzera, se si guarda al 2009, invece, i movimenti monetari maggiori si sono concentrati in
Francia, Germania e Spagna.
BIBLIOGRAFIA
Unioncamere Veneto, Il Veneto dei servizi. Rapporto sulla terziarizzazione dell’economia
regionale, Treviso 2007
Unioncamere Veneto, Veneto Internazionale. Rapporto sull’internazionalizzazione del sistema
economico regionale 2009, ottobre 2009
Unioncamere Veneto, Veneto Internazionale. Rapporto sull’internazionalizzazione del sistema
economico regionale 2010, ottobre 2010
SITI INTERNET
www.wto.org
www.bancaditalia.it
103
APPUNTI PER UNA STORIA DEL TRAFFICO COMMERCIALE BELLUNESE
Noterelle di storia e limiti del lavoro
Il commercio è antico come l’uomo e nasce insieme a lui, per assecondarne l’esigenza di procurarsi
ciò di cui non dispone ma che intende possedere. Il mito, duro a morire, dell’impenetrabilità della
barriera alpina è stato largamente sfatato e messo in crisi dalle scoperte archeologiche avvenute
nell’ultimo trentennio, che hanno permesso di accertare come, anche nella montagna bellunese, i
primissimi contatti commerciali e interculturali fossero avvenuti in occasione di incontri casuali tra
bande di cacciatori preistorici. L’apparizione dell’uomo di Neanderthal in provincia risalirebbe
addirittura a 40mila anni addietro. Nel 1984 sul monte Avena furono rinvenuti manufatti per la
produzione organizzata di lame di selce, una vera e propria industria dell'età della pietra, la prima
attività artigianale della quale si ha notizia dalle nostre parti. In Val Cismon sono riemersi invece i
resti d’un cacciatore di 12mila anni fa, nel corredo funebre del quale spiccava una misteriosa pietra
dipinta. La più antica presenza di agricoltori e allevatori nel bacino del Piave è stata invece
accostata al periodo neolitico (3000 a. C.), con siti in zona alpina (Val Fiorentina), in Valbelluna, da
Ponte nelle Alpi a Quero, e nelle montagne feltrine. Diversi ritrovamenti hanno messo in luce
come, fin dall’epoca protostorica, molte popolazioni abbiano risalito in epoche remote il corso del
Piave in cerca di giacimenti minerari, o, semplicemente, per oltrepassare i monti. C’è poi una storia
(economica, militare, religiosa, ecc.) dei valichi alpini che è ancora in gran parte da scrivere.
La prima strada importante che interessò il suolo provinciale, con partenza dal litorale Adriatico e
destinazione finale nell’area danubiana tedesca fu la via Claudia Augusta Altinate, tracciata da
Druso attorno al 15 a.C., ai tempi della campagna contro i Reti. Venne costruita per scopi non
soltanto militari, ma anche economici e culturali. Il cippo rinvenuto a Cesiomaggiore attesta come
percorresse anche il Feltrino. Una seconda strada romana, sempre costeggiando il Piave, univa
Feltre a Belluno e risaliva fino al Cadore.
Per imbattersi nelle prime organizzazioni sindacali degli addetti al commercio e all’artigianato è
necessario risalire fino all’epoca della romanizzazione. A Belluno è attestata infatti la presenza di
tre collegia: quello dei dendrophori che riuniva quanti avevano a che fare con il legno (boscaioli,
commercianti, zattieri), quello dei fabri (cui partecipavano coloro i quali lavoravano i metalli) e
quello dei centonarii (che associava i fabbricanti di panni). Le materie prime della montagna
arrivavano anche molto lontano: le zattere di abete, cariche di legname, minerali e pietre da
costruzione scendevano lungo il Piave fino al Po e al porto di Ravenna. Il Piave si rivelò in età
romana come una via navigabile percorsa da intensi traffici commerciali. Roma prima e Venezia
poi avranno interesse a poter contare sul Bellunese sia come avamposto difensivo difficilmente
valicabile, sia per la dovizia di materie prime che esso metteva loro a disposizione, come il legno
(che significa navi) e i minerali (da trasformare in armi).
Nel X secolo il bellicoso vescovo conte Giovanni conquistò il territorio tra Belluno e Jesolo, come
attesta nel 963 un diploma dell’imperatore Ottone I che riconosce al presule bellunese, al fine di
controllare i traffici militari e commerciali, il diritto di edificare torri e di scavare fossati nei territori
da lui conquistati. Mai Belluno ebbe tanto potere come a quel tempo, anche se fu di breve durata.
La fluitazione era un elemento vitale dell’economia bellunese: in epoca preveneziana non solo il
legname scendeva lungo le acque del Piave, ma anche il ferro delle miniere zoldane e cadorine e il
rame di quelle agordine. La filiera delle segherie, documentata dalla fine del Trecento, si distendeva
lungo il Piave fino a Ospitale, proseguiva tra Longarone e Belluno e si completava a Bribano, nel
tratto finale del Cordevole. Avremmo dovuto almeno accennare alla fitta rete di infrastrutture
(chiuse, castelli, ponti e ospizi) che costellava il territorio, così come avrebbero meritato spazio
anche gli Statuti di Belluno del 1392, che consentivano di importare ed esportare qualsiasi merce,
stabilivano dazi e mude per il passaggio nel territorio comunale di molti prodotti e tutelavano il
consumatore dalle frodi al punto di prevedere addirittura l’amputazione della mano destra per chi
realizzasse documenti falsi. Tuttavia, non spetta a questi appunti il compito di abbozzare un profilo
storico della lunga e affascinante trama dei traffici commerciali in entrata e in uscita dal Bellunese.
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Difficilmente, infatti, un argomento così impegnativo e ricco di sfaccettature avrebbe potuto
armonizzarsi con lo scopo di questa pubblicazione, protesa verso l’attualità. Si aggiunga poi che la
storia economica locale, con particolare riferimento al periodo tra il XIII e il XVIII secolo, non è
ancora stata studiata come invece meriterebbe. Ciononostante, è utile dare uno sguardo anche al
passato per tentare di capire l’evoluzione e i mutamenti dei processi economici. Considerato
l’esiguo spazio a disposizione, ci si è dunque limitati a fornire soltanto alcune chiavi di lettura della
storia economica locale, cercando, attraverso alcune esemplificazioni, di porre in relazione il
presente con il lungo cammino della storia. Ci sforzeremo di comprendere come e dove i bellunesi
si procurassero quello che a loro mancava e dove collocassero i beni e le materie prime di cui per
contro disponevano in abbondanza, presentando in particolare una panoramica dedicata ai principali
prodotti (materie prime, semilavorati e manufatti finiti) che, in epoche lontane o più prossime,
hanno contraddistinto fuori provincia il Made in Belluno. È doveroso altresì sottolineare come,
procedendo a ritroso nel tempo, si vedano aumentare sempre di più le difficoltà di reperire dati
credibili e coerenti del flusso commerciale dentro e fuori provincia, che possano fornire un’idea
abbastanza precisa della sua entità. Per fare i conti con la povertà della documentazione disponibile,
basta pensare che la raccolta delle statistiche di import/export, suddivisa a cura dell’Istat per voci
merceologiche, risulta alquanto sporadica e lacunosa anche con riferimento ad anni a noi vicini.
Soltanto a far data dal 1990, infatti, gli interessati possono fare affidamento su una serie omogenea
di risultanze statistiche. In assenza di numeri, facendo di necessità virtù, faremo parlare i testimoni
di allora: storici, studiosi e istituzioni pubbliche.
Queste pagine si propongono giocoforza di dare uno sguardo, con riferimento ai diversi periodi, alle
principali dinamiche sottese agli scambi commerciali. Si cercherà di concentrare l’attenzione sui
principali movimenti commerciali verificatisi nel mondo preindustriale, tenacemente ancorato
all’agricoltura, che in un’area a sviluppo economico ritardato come quella provinciale comprende
anche la parte iniziale del Novecento. Anche i più acritici laudatori del bel tempo antico sono
perfettamente consapevoli dell’evidente miglioramento delle condizioni di vita e dei robusti
progressi realizzatisi in seno alla società locale negli ultimi decenni. Dagli anni Sessanta in poi,
infatti, un diffuso benessere ha interessato quella che, soltanto qualche decennio prima, veniva
giudicata senza appello dall’Irsev la più arretrata tra le province dell’Italia settentrionale.
Attualmente, invece, Belluno viene considerata – da autorevoli ricerche di quotidiani prestigiosi
come Il Sole 24 Ore e Italia Oggi – uno dei capoluoghi del Paese dove la qualità della vita appare
migliore. Nondimeno, presenta qualche interesse evidenziare come alcune dinamiche e
comportamenti della popolazione siano rimasti pressoché immutati nel tempo, pur essendo trascorsi
parecchi secoli dal loro primo manifestarsi.
É scontato affermare che l’attuale invidiabile grado di internazionalizzazione dell’imprenditoria
nostrana, figlio della globalizzazione e di una lunga storia di traffici rivolti più verso la pianura che
a nord, sovrasti, quanto a volumi degli scambi, l’apertura ai mercati stranieri riscontrabile nel
passato, sia di quello remoto che del periodo più prossimo a noi. Tuttavia, andando a ritroso nel
tempo si va incontro a non poche sorprese che attestano la creatività e l’originalità delle soluzioni
adottate dai nostri avi.
Frammentazione, isolamento e autarchia
Il concetto di “estero”, così come viene modernamente inteso, può attagliarsi anche alla montagna
bellunese soltanto a partire dalla sua cinquantennale appartenenza ottocentesca all’impero
absburgico: in quel periodo, infatti, recarsi in Italia, ad esempio in Piemonte, significava entrare in
uno Stato straniero. Allora i traffici commerciali erano davvero di entità modesta, anzi, come
osserva nel 1860 una relazione sullo stato generale della provincia a firma del presidente della
Camera di Commercio Domenico Mori, il commercio si riduceva
unicamente all’introduzione di tutta quella molteplice massa di produzioni artificiali e naturali che al
giornaliero consumo della popolazione si rendono necessarie. E le non comode comunicazioni e la
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lontananza dalla strada ferrata aggravano il benessere degli abitanti poiché tutto è d’uopo pagare tra noi a
più alto prezzo.
Insomma, in un’economia che aveva il proprio baricentro e motore nelle pratiche agricole, l’unico
scambio fiorente era quello del legname e dei bovini, mentre tra i prodotti dell’agricoltura
mancavano, del tutto o in parte, frumento, vino, olio, riso, lino e canapa. Così avveniva che la poca
sovrabbondanza di granaglie a Belluno e Feltre compensasse nelle spese la quasi totale mancanza di
vino, mentre gli abitanti dei distretti di Agordo, Longarone, Pieve e Auronzo potevano contare sul
legname per procurarsi le granaglie e il vino, dal momento che certamente non bastavano al loro
sostentamento
i 60mila quintali di patate, l’orzo e la segale che producono che per sostenere lievemente la vita di quegli
alpigiani nella rigida stagione iemale.
Toccava ai carriaggi o agli ambulanti il compito di portare ai bellunesi ciò che non veniva prodotto
in quota e quello di cui avevano bisogno. In ogni caso l’occasione più propizia ed attesa per
procurarsi quel che mancava e preparare le scorte alimentari in vista della stagione improduttiva era
rappresentato dalla fiera agricola autunnale, che chiudeva l’annata agraria. A metà Ottocento la
fiera più importante della provincia era diventata quella di S. Martino, di origini addirittura
trecentesche, che si teneva in Campedel, a Belluno, per tre giorni consecutivi. I contadini, infatti,
realizzavano qualche guadagno vendendo capi di bestiame o i loro prodotti e con il ricavato
acquistavano vestiario, lana, utensili e scorte alimentari per l’inverno. Nella seconda metà
dell’Ottocento la reputazione del bestiame bellunese, di taglia piccola ma molto robusto e buon
produttore di latte, era decisamente elevata tanto che gli acquirenti venivano non soltanto dalla
piana veneta e dalla Pusteria, ma addirittura anche dalla Lombardia. Insomma, esportavano il
bestiame. Ma ecco un altro passaggio della relazione di Domenico Mori, il quale, in riferimento
all’industria, sostiene che
hassi pur troppo a deplorare la totale mancanza di ogni impresa industriale, non potendosi dare tal nome a
quelle poche industrie per così dire primitive che forniscono i mezzi necessari alla vita. Tali per esempio le
fornaci a tegole o a calce, tali i molini, tali le seghe.
A proposito di queste ultime si osserva come, in virtù della fluitazione del prodotto lungo il Piave,
da noi si effettuasse solo la prima lavorazione del legno, mentre la piazza commerciale era a
Venezia, dove si concludevano gli affari.
Nell’epoca pionieristica dello sviluppo industriale, la provincia purtroppo segnò il passo, a causa
dell’incapacità di rivitalizzare imprese un tempo fiorenti come l’industria della seta e della lana a
Feltre, la lavorazione del ferro e dell’acciaio nel capoluogo, l’estrazione di minerali in Agordino,
Zoldo e Cadore ed il lavoro degli squeraroli zoldani, abili come pochi nel costruire le gondole
veneziane. Diversi anni più tardi, nel 1924, in opuscolo della Camera di Commercio sottolineava
con schiettezza come i fasti del lontano passato artigiano fossero ormai diventati soltanto uno
sbiadito ricordo
Fra le piccole industrie esercitate in Provincia, alcune veramente caratteristiche, sono ora in decadenza o
addirittura abbandonate. Ricordiamo le chiavi fucinate a mano, i chiodi e alari in ferro dello Zoldano, le
posaterie e i ferri chirurgici di Alleghe, i bronzini (recipienti in bronzo per cucina), gli stampi da burro, la
tintoria, ecc. che hanno dovuto cedere alla concorrenza della grande e media industria. Meritano speciale
attenzione i merletti a punto di Venezia e ad ago, i merletti e i ricami a macchina, la fabbricazione di oggetti
di legno, svariatissimi, fra cui cerchi di faggio (scatolai del Cansiglio), oggetti didattici, le cornici artistiche
con fiori naturali alpini, i lavori d’intarsio in legno, i lavori in ferro battuto, la lavorazione dei rami, della
pietra e del marmo, la filigrana in argento, gli zoccoli artistici, le cementerie a stampo, gli accessori per
occhiali ecc.
In un articolo uscito nel 1867 sul periodico La Voce delle Alpi, Riccardo Volpe elenca i tanti
progetti di industrializzazione basati sulle risorse naturali (acqua, legno, rame, piombo, sabbie,
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argilla, lana, seta, ecc.) discussi e mai attuati nei precedenti quaranta anni: si va da una cartiera
(usando gli stracci) a una filanda per la seta (vista la diffusa coltivazione dei bozzoli), a una fabbrica
di stoviglie (sugli argini dei torrenti la materia prima non mancava), alla fabbricazione di caldaie
(con il rame), fino all’apertura di mobilifici. Dando fiato a queste iniziative si sarebbe potuto
“muovere” l’economia, trasformando in operai i contadini più miseri e le donne e dando loro un
reddito dignitoso. Nel contempo i bellunesi si sarebbero potuti sgravare della costosa
“importazione” di cose loro indispensabili. Purtroppo, però, le discussioni non originarono mai
iniziative concrete. A monte di tale impasse, ci sarebbe stata, secondo Volpe, la mentalità della
classe dirigente locale, disponibile a faticare ma restia a farsi intraprendente nel campo commerciale
e delle industrie:
Vi dico adunque che quanto avete proposto si può attuare, ma che non vi risolverete mai a farlo, perché
niuno di noi sa che cosa sia industria nel vero significato della parola, non per altro motivo, perché non
abbiamo mai fatto i mercanti, né abbiamo studiato un tale argomento; secondariamente perché né io né voi
abbiamo il coraggio di unirci in società ed esborsare tre o quattro mille lire in imprese che non conosciamo
che superficialmente e ci stancheremmo subito, volendo godere un profitto che non si potrebbe ottenere che
dopo un periodo di anni; terzo che noi alla fine siamo benestanti, né voi né io vogliamo occuparci per aver
fastidi.
Un ulteriore piccolo ma significativo indizio di tale apatia in campo economico lo fornisce nel suo
Possidente Bellunese il Bazolle, ricordando come, durante la dominazione austriaca, le mele locali
fossero un frutto apprezzato che però i nostri contadini non sapevano nemmeno raccogliere a regola
d’arte, dal momento che percuotevano le piante con le inime (lunghi bastoni), ammaccando (e
compromettendo) il raccolto. Fu così che gli abitanti di Revine, più portati per il commercio,
salivano a Belluno a raccogliere i nostri pomi, li acquistavano a prezzi bassi e li portavano via con
carri tirati da asini. I nuovi treni per Vienna e l’apertura delle corse del Lloyd per la Dalmazia, la
Grecia e l’Egitto videro le mele nostrane migliori finire all’estero grazie a un’iniziativa da fuori.
Nel 1866, conclusasi la terza guerra d’indipendenza con il passaggio dell’intero Veneto dall’impero
austriaco al Regno d’Italia, fu la vasta monarchia di Francesco Giuseppe a trasformarsi per i
bellunesi in un territorio estero. C’erano tanti entusiasmi e speranze a seguito dell’ingresso nello
stato unitario e sinceramente ci si illuse che gli atavici e strutturali problemi della terra bellunese
potessero finalmente avviarsi a soluzione. Ma le speranze furono di breve durata, come testimoniò,
massiccio ed immediato, il ricorso all’emigrazione.
Quel che è certo è che da allora la posizione geografico-strategica della provincia, ubicata a ridosso
d’uno Stato nemico, non ne ha certamente favorito lo sviluppo economico e in particolare la sua
industrializzazione. Anche le aspettative di miglioramento della mortificante dotazione di
infrastrutture (strade e ferrovia) risultarono penalizzate, dal momento che la provincia finì per
trasformarsi in una sorta di area-cuscinetto tra due Stati rivali, che si guardavano in cagnesco.
È quasi superfluo ricordare come nell’epoca attuale il quadro sociopolitico di riferimento sia
profondamente mutato in virtù dell’ormai avanzato processo di integrazione europea che, a seguito
degli accordi di Schenghen, firmati negli anni Novanta del secolo scorso, ha eliminato le frontiere
all’interno dell’area comunitaria, facendo venir meno l’originaria funzione economico-militare del
confine tra Stati. In questo diverso contesto la montagna bellunese non è più chiamata a svolgere,
come in passato, il compito di barriera naturale per separare l’Italia dall’ex nemico austriaco. Al
contrario, essa dovrà reinventarsi un ruolo all’insegna della cooperazione economica e culturale,
fungendo da cerniera al fine di meglio integrare le popolazioni confinanti sulla base di intese e di
comuni iniziative transfrontaliere.
C’è poi da aggiungere che pure i dirimpettai di oggi risultano alquanto “scomodi” per Belluno: la
nostra provincia si trova infatti a competere – per esempio in campo turistico – non certo ad armi
pari con le confinanti province autonome di Trento e Bolzano e con la regione a statuto speciale del
Friuli, tutte realtà amministrative dotate di finanziamenti pubblici e di livelli autonomia normativa e
decisionale decisamente superiori rispetto a quelli destinati alle terre alte.
I quattro secoli che precedettero la dominazione austriaca sono stati contrassegnati dalla lunga e
pacifica sottomissione alla Serenissima Repubblica e da accentuate difficoltà di comunicazione con
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la pianura. Era un mondo dominato dalla lentezza, quello; al suo interno, tuttavia, gli orizzonti
spaziali, pur essendo assai ristretti, sembravano decisamente maggiori rispetto a quelli odierni.
Allora, per arrivare a Venezia ci voleva quasi un’intera giornata di viaggio, mentre navigare il Piave
a bordo di una zattera era la via più breve per raggiungere la pianura. In un contesto nel quale gran
parte dei contadini bellunesi non aveva mai visto il capoluogo e quando vi entrava rimaneva
intimorita dalla presenza dei palaz, si poteva considerare alla stregua dell’estero qualsiasi territorio
che fosse ubicato appena al di là della propria valle di appartenenza, indipendentemente dal fatto
che venisse controllato da Venezia (pensiamo ad esempio alla Patria del Friuli o alla Marca
Trevigiana), o che fosse invece parte integrante (è il caso del Tirolo) di un altro Stato. La realtà
provinciale era (ed in parte rimane) assai frammentata, per ragioni geografiche, economiche e
culturali.
A giudizio di Riccardo Volpe, segretario della Camera di Commercio dal 1868 al 1887, le nostre
montagne rappresentavano non una risorsa ma un limite, «un baluardo fatale allo sviluppo
economico». Esse formavano altresì una barriera mentale, forgiando il conservatorismo degli
abitanti e tagliando fuori da ogni progresso la popolazione residente.
Ancora più esplicitamente nel 1868 una relazione del prefetto di Belluno ribadiva quanto espresso
pochi anni prima dal presidente camerale Mori:
La posizione topografica di questa Provincia posta nel centro delle Alpi che dividono l’Italia dalla Germania
è un impedimento a che possano qua fiorire quelle industrie, specialmente agricole, che formano la ricchezza
di altre regioni. La lontananza dai centri più popolosi, la difficoltà di comunicazioni specialmente nella
stagione invernale, fra i vari paesi della provincia ed il capoluogo, sono causa che il commercio anziché
florido sia scarso e languido. Nonostante però queste contrarietà la popolazione solerte e laboriosa non
trascura di attendere a quelle industrie rese possibili colla natura del terreno e colla posizione della località.
L’isolamento era quasi una condizione esistenziale per la gente bellunese, almeno secondo un acuto
testimone del suo tempo come Antonio Maresio Bazolle, che nel Possidente bellunese annotò:
Questa vallata di Belluno era segregata dal mondo, non aveva altra comunicazione buona che quella col
Piave per andare in giù; ma per trasportare qui le derrate alimentari dalla bassa, le difficoltà erano immense
e vi occorrevano ingente spesa e lungo tempo… Le relazioni dei bellunesi coi paesi della bassa era
ristrettissime, e non soltanto nei riguardi commerciali, ma altresì nei sociali. Come la più parte di questi
territoriali, massimamente donne, non venivano mai in tutta la lor vita a Belluno…, così pochissimi erano i
bellunesi che sortivano da questa vallata, e molti anche fra le primarie famiglie nobili non andavano mai a
Venezia.
Va inoltre messo in luce come la provincia di Belluno, intesa come entità amministrativa, abbia
origini recenti, non stratificate nella storia: é sorta infatti in epoca napoleonica, ma soltanto dal
1923 - con l’acquisizione dei territori ex austriaci di Cortina, Livinallongo e Colle S. Lucia - ha
potuto raggiungere la configurazione attuale, basata su 69 comuni. Con riferimento all’era lunga
quattro secoli (dal Quattrocento al Settecento) nella quale fu Venezia a comandare su un vasto
entroterra (non soltanto veneto), la provincia attuale risultava la sommatoria di tre territori
nettamente distinti e scarsamente in relazione tra loro: il Bellunese, il Feltrino e il Cadore. Altre
aree non troppo distanti da essa (come il Padovano, il Trevigiano o il Friuli) possedevano invece ab
antiquo una coesione interna maggiore della nostra, favorita dall’indiscussa supremazia politicoeconomica esercitata dai rispettivi capoluoghi sulle zone limitrofe. Da noi è avvenuto che Belluno,
il capoluogo, pur godendo di una posizione centrale nel bacino plavense, difettasse di autorevolezza
e di forza economica e non riuscisse ad imporsi quale punto di riferimento per le valli finitime,
ciascuna delle quali aveva le proprie peculiarità storiche, culturali e in fatto di tradizioni e pratiche
produttive e commerciali. Alla “montuosità” del territorio è altresì collegata la mancanza di
consolidate tradizioni storiche comuni. Per troppo tempo ogni valle è stata un mondo chiuso, a forte
dimensione comunitaria, incapace di dialogare con i vicini. Tra Bellunese, Feltrino e Cadore è
esistito per troppo tempo un reciproco senso di estraneità, originato dal fatto che la provincia venne
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creata a tavolino da Napoleone. Tale “storica” difficoltà di comunicazione intervalliva ha reso
talvolta difficile il dialogo tra aree contigue ma divise da rivalità di campanile.
Il già citato Antonio Maresio Bazolle descrisse con dovizia di particolari in quale direzione si
svolgessero in provincia i traffici commerciali:
I rapporti dei Feltrini e dei Fonzasini sono tutti col Trevigiano, col Padovano e col Vicentino, e con vicino
Primiero; solo per piccola porzione coll’Agordino. Egli è da quei tre primi Paesi, detti rispettivamente a loro
la bassa, ch’essi ritraggono quanto loro occorre dei generi prodotti colà, e di quelli meridionali e coloniali.
All’incontro i Feltrini e i Fonzasini quando sono a Belluno si trovano, per così dire, in un culo di sacco, e, se
vogliono riavvicinarsi ai loro affari della bassa, se vogliono andare nel mondo bisogna che rifacciano la
strada inversa. I Cadorini hanno tutti i loro rapporti con Venezia dove le loro case commerciali, tra le quali
parecchie di ricchezza gigantesca, costituiscono un elemento primario nel commercio attivo di quella piazza,
e dove tengono grandiosi magazzini che ricevono i legnami che gettati nel Piave in Cadore, e ridotti a forma
di zattere vi fluiscono giornalmente, e giornalmente pure, rappresentando un complessivo valore
commerciale per tanti milioni,, partono per via mare per soccorrere ai bisogni di Corfù, d’Atene, di Sira, di
Pera, di Smirne e d’Alessandria d’Egitto. Come situati sullo stradale di Venezia, sono i paesi del Trevigiano
quelli con i quali i Cadorini hanno, dopo Venezia, i loro rapporti.
Dopo aver ricordato che, in virtù del loro legname, ottima merce di scambio, i Cadorini avevano
proprietà fondiarie nella bassa con la quale intrattenevano vivaci scambi commerciali, il Bazolle
osserva che i Longaronesi, pur attratti dalla pianura, avevano maggiori comunanza di rapporti col
capoluogo, così come gli Agordini, mentre Mel e Trichiana guardavano piuttosto al Vittoriese e
l’Alpago si rivolgeva a Venezia e Treviso. Insomma, da questo quadro postunitario emerge come in
provincia gli unici a coltivare una dimensione internazionale negli scambi fossero soltanto i
cadorini, forti del loro legname, materia prima ambita e multiuso, di ottima qualità.
Lo stesso Bazolle non manca di sottolineare come la leadership di Belluno sul bacino provinciale
risultasse alquanto sbiadita, documentando nei suoi Annali manoscritti come, nel periodo
postunitario, ogni iniziativa pubblica e privata stentasse a trovare attuazione, frenata com’era da
continui litigi, campanilismi e separatismi, che, almeno in parte, perdurano. È bene ricordare che le
odierne istanze separatiste (Lamon, Sappada e Cortina d’Ampezzo i casi più spinosi) hanno una
lunga storia alle spalle: già nel 1848 i distretti bellunesi si ribellarono in ordine sparso all’Austria,
senza unire le forze contro il nemico comune, mentre già nel 1867 i distretti di Feltre e Fonzaso
avevano cercato di aggregarsi a Treviso, accusando Belluno di non perseguire l’interesse generale.
La mobilità imprenditoriale e del lavoro all’origine dell’occhialeria bellunese
Osservando a ritroso, con occhi disincantati, la vita socio-economica di quella che sarebbe diventata
la futura provincia di Belluno, risulta opportuno in primo luogo sfatare un mito privo di
fondamento, ma che appare duro a morire e viene riproposto con regolarità da una certa
pubblicistica locale. In più d’una occasione essa ha guardato quasi con rimpianto alla civiltà rurale
bellunese, spazzata via nel secondo dopoguerra dall’industrializzazione, diffondendo la
convinzione, erronea ed ideologica, che si trattasse di un mondo felice, che, insomma, si stesse
meglio allora, quando le condizioni di vita erano molto peggiori. Secondo tale vulgata, la poco
numerosa popolazione bellunese, sparpagliata in molti piccoli centri abitati, avrebbe vissuto per
secoli felicemente, nel pieno rispetto dei costumi e delle tradizioni tramandate dai padri.
Tale lettura della realtà è miope e non tiene affatto conto di come la collocazione geografica e la
montuosità del territorio provinciale abbiano costantemente condizionato in maniera pesantemente
negativa lo sviluppo dei rapporti commerciali con le aree circostanti, tenendo a lungo lontana la
popolazione attiva dalle più trafficate vie commerciali della pianura. È un dato di fatto pacifico
rilevare come nei secoli scorsi la mobilità delle merci bellunesi abbia raggiunto livelli quantitativi
del tutto trascurabili rispetto all’epoca attuale contrassegnata dalla competizione globale e da un
manifatturiero in larga parte export oriented.
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Pur con la rilevante eccezione della diffusa pratica migratoria, cui si parlerà nel prossimo paragrafo,
l’isolamento dei bellunesi è stato a lungo un dato di fatto, una diretta e dannosa conseguenza della
montuosità di un territorio accessibile soltanto (sia in entrata che in uscita) con grande difficoltà e
dispendio di danaro e di tempo. La montagna era (e rimane tuttora) troppo distante dai centri di
pianura, dove ferveva invece la vita produttiva. In ogni caso è sbagliato credere che la vita
economica provinciale si sia svolta esclusivamente entro il recinto dei confini provinciali: basti
pensare all’importanza, in termini economici, delle rimesse degli emigranti, studiate in un saggio
dal prof. Bresolin. Vero è invece che tra quanti popolavano la piana veneta e i residenti nelle vallate
solcate dal Piave e dai suoi affluenti i rapporti economici sono stati continui e di fondamentale
importanza per entrambi. Le rispettive economie si sono infatti integrate a vicenda, non fosse altro
perché la pianura ha sempre avuto bisogno ed ha utilizzato le materie prime che abbondano nelle
terre alte (acqua, legno, minerali, pietre, ecc.), mentre la comunità alpina, non potendo vivere di
autoconsumo, ha cercato di procurarsi quel che le mancava e di integrare i propri magri redditi
trovando beni e occupazione al di fuori dei suoi confini.
Guai a pensare insomma che a farla da padrone in provincia sia stato un inquietante e dannoso
immobilismo (soprattutto con riferimento alle merci).
Documenti storici alla mano, appare infatti verificabile l’immagine, in ogni epoca, di una montagna
in movimento, aperta ai valligiani e alle altre comunità, non soltanto a quelle confinanti. Alcune
esemplificazioni ci aiuteranno a chiarire meglio quanto si è affermato. Va sottolineato ad esempio il
diffuso caso delle minoranze linguistiche definitivamente stabilitesi in alcune zone della provincia,
dove formano vere e proprie isole alloglotte di lingua tedesca. La comunità di agricoltori della valle
dell’Inn, che attorno al 1200 si stanziò nel sito di Sappada, ha saputo mantenere per secoli lingua e
tradizioni dei luoghi d’origine ed è tuttora consapevole e orgogliosa della propria diversità, così
come lo sono anche le etnie ladine. Ma le suggestioni, sempre con riferimento a collegamenti con i
vicini di lingua tedesca non mancano: basti pensare che il primo documento scritto sulle miniere di
Colle S. Lucia risale al 1177 ed è conservato nel convento di Novacella (Bressanone) o alla
presenza sin dal Quattrocento di tecnici tedeschi per organizzare lo sfruttamento delle miniere di
rame di Rivamonte Agordino. A Belluno invece tra Sette e Ottocento si stanziarono diverse
famiglie pusteresi come gli Smalz (italianizzati in Smali), gli Hellweger, i Waschinger (divenuti
Bossiner), gli Occofer, i Toller ecc. Già nel XV secolo, provenienti addirittura da Buda(pest),
fissarono la loro dimora a Bribano di Sedico dei cittadini magiari che vennero chiamati Budati (poi
Buzzati). Presso il Cordevole, essi impiantarono una fucina, occupandosi anche del commercio di
legname. Discendente di quell’antico ceppo magiaro sarà Dino Buzzati, il più celebre scrittore
bellunese di sempre, mentre per rimanere a Budapest furono le maestranze di San Vito di Cadore a
costruire nell’Ottocento il ponte sul Danubio che collega le due sponde della capitale. Gli esempi
della mobilità e dell’interscambio dei lavoratori dentro e fuori la provincia si sprecano e
testimoniano di fecondi rapporti con comunità anche distanti.
Sin dal Settecento, le intense correnti migratorie stagionali dei bellunesi costruirono una rete di
rapporti economici e commerciali con alcune aree di riferimento, principalmente con la Marca
Trevigiana e Venezia. Una ricerca del prof. Antonio Lazzarini ha segnalato, con riferimento al
ventennio 1731-1750, la presenza, riscontrabile negli appositi registri, di ben 975 garzoni nostri
conterranei (forneri, luganegheri, tesseri, calegheri, marangoni, ecc.). È logico pensare che tutto
questo continuo movimento giovasse all’intera collettività, riuscendo talvolta ad introdurre al suo
interno non solo modi di vivere, bisogni ed usanze diverse da quelle praticate, ma anche idee od
iniziative economiche sino ad allora ignorate. Insomma, quando rientravano al paese, gli emigranti
contribuivano in qualche modo a mettere in crisi, se non a mutare, le abitudini e le attività dei
residenti. Dalla realtà straniera nella quale si erano inseriti con il loro lavoro, potevano derivare idee
e stimoli per far progredire la vita economica del luogo natale.
In tal senso, il caso forse più eclatante riguarda la nascita dell’occhialeria cadorina. La data da
incorniciare è il 15 marzo 1878, quando venne redatto dal notaio Francesco Giacomelli di Padova
un contratto “storico” che segnò la prima tappa d’una lunga avventura imprenditoriale che ha preso
le mosse dalla fabbrichetta in località Le Piazze, presso il torrente Molinà. Nessuno, allora, avrebbe
potuto immaginare che, partendo da esordi tanto modesti, l’occhialeria nostrana nel giro di alcuni
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decenni avrebbe raggiunto traguardi d’eccellenza, affermando il made in Belluno nel mondo. Un
semplice atto notarile sancì la costituzione di una società tra Angelo Frescura, calaltino di Rizzios,
suo fratello Leone e Giovanni Lozza. Il contratto in parola ha poche clausole e inizia così:
Padova 1878. Essendo venuto il signor Angelo Frescura nella determinazione di istituire una fabbrica di
occhiali in Calalzo del Cadore, ed avendo a questo fine già approntato il locale negli edifizi sul Molinà, di
proprietà del signor D.n Francesco Giacomelli, si diviene al presente convegno tra il suddetto Angelo
Frescura e gli operai. Il signor Angelo Frescura assume per lavoranti principali Lozza Giovanni e Frescura
Leone assegnando a ciascuno di essi la mercede giornaliera di Lire 2,00.
I patti sociali indicarono poi in un anno la durata minima della società, rinnovabile di volta in volta,
prevedendo la divisione in parti uguali degli utili ai tre soci. Insomma, mentre Leone Frescura e
Giovanni Lozza (addetto alla costruzione dei punzoni e delle macchine) offrirono idee e lavoro,
cervello e finanziatore dell’iniziativa fu l’ex venditore ambulante di chincaglierie Angelo Frescura,
un emigrante che aveva fatto fortuna ed era tornato in Cadore con l’idea di investire qui il piccolo
capitale accumulato in precedenza. L’opificio - in passato adibito a molino e a fabbricazione di olio
di noci - riceveva l’energia per azionare i macchinari dall’acqua del torrente e dava lavoro
inizialmente a dieci operai che si limitavano all’applicazione manuale della montatura alla lente.
Solo successivamente si iniziò a produrre montature. Fu nel 1883 che si dispose il potenziamento
del primitivo insediamento, costruendo una nuova fabbrica in località Molinà nei pressi
dell’omonimo ponte e della chiesetta cinquecentesca di S. Maria delle Grazie. Fu questo il primo
nucleo dei futuri stabilimenti Safilo e qui si può tuttora vedere la sede storica dell’occhialeria
cadorina, sopravvissuta a guerre ed incendi. Angelo morì a soli 45 anni nel 1886 e i due soci
superstiti non furono in grado di rilevare l’azienda. Tuttavia Giovanni Lozza, coi proventi della
liquidazione, costruì a sua volta una piccola officina meccanica in località S. Francesco d’Orsina,
dalla quale si sarebbe più tardi sviluppata la grande fabbrica d’occhiali Lozza. La ditta fondata da
Angelo Frescura venne ceduta alla società milanese Colon, Bonomi e Ferrari ed occupò una trentina
d’operai. Il Cadore ci aveva presso gusto a fare occhiali e da tale attività imprenditoriale avrebbe
avuto nei decenni a venire fama ed un relativo benessere, dando occupazione a molti lavoratori
locali ed arginando così, almeno in parte, la piaga dell’emigrazione. All’origine dell’occhialeria
cadorina – che si conferma tuttora il prodotto del manifatturiero provinciale più conosciuto ed
esportato nel mondo – c’è dunque il caso di mobilità imprenditoriale di Angelo Frescura, che ebbe
la felice intuizione di associarsi per aprire un opificio, divenuto il germoglio iniziale di una pianta
secolare e fruttifera come il futuro distretto dell’occhialeria. La sua non fu certo un’iniziativa
casuale o semplicemente dettata dalla nostalgia di un emigrante, ma un’operazione abilmente
pianificata, perché sfruttava la presenza in loco di energia derivante dall’acqua e di manodopera a
basso costo. Si aggiunga poi che l’occhiale è un prodotto leggero che si presta meglio di altri al
trasporto di grandi quantità a valle lungo le accidentate strade bellunesi.
Il successo dell’impresa di Frescura - che fu anche un campione di marketing dal momento che
regalò alla regina, in vacanza a Perarolo, un paio dei suoi occhiali trovando un notevole riscontro
pubblicitario - fece sì che il cavalier Carlo Enrico Ferrari, acquirente della fabbrica, trasformasse il
piccolo laboratorio artigianale legato ai mercati locali del Nord Italia in un’azienda industriale
capace di accedere con successo nei mercati stranieri. Più che dalle medaglie d’oro e d’argento
vinte nei concorsi e nelle esposizioni di fine secolo, la qualificazione dell’azienda fu attestata dal
rapido crescere delle ordinazioni da parte di tutte le grandi case della penisola e dall’estero,
segnatamente da Amburgo, Parigi, Costantinopoli, dall’Egitto, dalla Grecia, dal Brasile e
dall’Argentina. Ferrari fu determinante per la formazione professionale e imprenditoriale delle
nuove leve industriali e al suo spirito collaborativi si deve la successiva nascita in Cadore di altre
imprese del settore, creando solide basi per la nascita del locale distretto dell’occhialeria.
Nel 1951, prima che l’industrializzazione cambiasse il volto del sistema produttivo bellunese, le
ditte locali, piccole e grandi, dell’occhialeria erano circa una sessantina e la quota di prodotto da
esse collocata all’estero rappresentava il 90% del totale dell’export provinciale. Oggi che l’attività
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produttiva della provincia si è maggiormente differenziata, il peso dell’occhialeria sul mercato non
italiano resta comunque molto alto, interessando il 63,6% del flusso commerciale verso l’estero.
La condizione migrante
In passato si diceva che ogni benestante dovesse possedere «an canp in Faola, an loghet a le basse e
an capitalet in Alpago». A conferire ricchezza, cioè, secondo questa massima sarebbero bastati un
campo in Favola, la piana del capoluogo dispensatrice di granoturco, un podere nel Trevigiano (per
ottenere frumento e vino) e un terreno da affittare in Alpago in modo da ricavarne del denaro
liquido, necessario per affrontare le spese. La stragrande maggioranza della popolazione era però
indigente. Vivere in quota offriva sovente alle famiglie solo prospettive di fame: l’agricoltura di
sussistenza e l’allevamento, integrati da piccole attività artigiane rivolte al mercato interno, non
garantivano la sussistenza. Bastava un raccolto scarso gettare sul lastrico i contadini. La crescita
demografica, poi, senza alcun aumento delle risorse alimentari, rese quasi obbligatoria la dolorosa
scelta dell’espatrio, favorita dal sorgere in Europa di opifici e di attività industriali o dalla creazione
di nuove infrastrutture pubbliche. La provincia esportò a lungo non tanto prodotti finiti, quanto
forza lavoro. La fama di lavoratori onesti e instancabili caratterizzò a lungo all’estero i bellunesi.
L’esodo assunse presto proporzioni bibliche e privò per almeno un secolo e mezzo i paesi, in via
provvisoria o definitiva, delle loro forze migliori. Per i bellunesi emigrare è sempre stata una
condizione vitale e tipica, che ha comportato lo sradicamento dal luogo d’origine, la lenta
assimilazione alla nuova realtà e la continua ed operosa mobilità tra la piccola patria e il luogo di
lavoro. Austria, Ungheria, Svizzera, Francia, Germania, Balcani ed Oriente erano le mete più
frequenti, ma a fine secolo si moltiplicarono le partenze definitive verso la Merica del Sud (Brasile
ed Argentina) e del Nord. Lungo è l’elenco dei mestieri esercitati in terra straniera: contadini,
pastori, manovali braccianti, muratori, minatori, falegnami, carpentieri, scalpellini, chiodaioli,
tessitori, fabbri, facchini, seggiolai, venditori ambulanti, ecc. Erano fanciulli, mendicanti o
apprendisti. Erano donne: serve, operaie, merciaie ambulanti o balie, mentre le ciode lavoravano
stagionalmente nelle fattorie oltre confine. Incominciarono a migliaia nella prima metà del XIX
secolo. Nel 1843 erano circa 8mila i bellunesi (su 143.523 residenti in provincia) che costruivano in
Europa Centrale l’esampòn (la ferrovia, dal tedesco Eisenbahn). Il termine esamponèr divenne
presto sinonimo di emigrante. Per comprendere la vastità del fenomeno migratorio, basterà
ricordare che nel 1886 Belluno era la seconda provincia d’Italia (dopo Udine) come numero
d’emigranti, con una media del 49 per mille, rispetto alla percentuale nazionale del 6 per mille. Il
censimento del 1911 fotografò impietosamente il movimento migratorio: tra i residenti (oltre
235mila) e i presenti (meno di 193mila) la differenza era di oltre 43mila persone, quasi tutti
emigranti. Soltanto dal 1973 fu scritta la parola fine all’espatrio di massa: in quell’anno i rimpatri
definitivi hanno superato le partenze. Quelli di Dino Buzzati, Beniamino Dal Fabbro, Silvio
Guarnieri, Ugo Fasolo, Gino Rocca, Carlo Rizzarda, Masi Simonetti, Fiorenzo Tomea, Tancredi
Parmeggiani, Bruno Angoletta, Bruno ed Elio Migliorini, Rodolfo Sonego, Giambattista Pellegrini
sono i nomi forse più illustri tra i molti intellettuali novecenteschi che hanno trovato altrove un
ambiente culturale più stimolante. Questa è la sola forma di emigrazione, radicata e preoccupante,
che permane in provincia. Adesso le imprese nostrane richiedono quasi esclusivamente
manovalanza non qualificata e i cervelli migliori non trovano spazio. Andandosene, impoveriscono
una terra dove è rimasta elevata l’abitudine/attitudine al lavoro dipendente, figlia anche del migrare.
Le vie del commercio
Il territorio della provincia di Belluno - l’unica interamente montuosa nel Veneto - coincide quasi
per intero con il bacino del Piave. Ben 22 comuni su 69 hanno un’altezza media superiore ai 950 m.
Tale conformazione fisica sfavorisce gli insediamenti, e, se rende difficili e faticosi gli spostamenti
interni anche oggi, figuriamoci nel passato. All’interno della provincia, le strade erano tutt’altro che
rapide e sicure: non a caso, un adagio sosteneva che i pessimi collegamenti tra Feltre e il capoluogo
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costituissero un test probante circa la resistenza delle cavalcature Chi vol proar (mettere alla prova)
un caval vae da Feltre a Cividal (Belluno).
Per poter commerciare sarebbero state necessarie vie di collegamento che unissero in tempi (e con
rischi) ragionevoli la montagna alle realtà insediative contermini o più distanti. Ma così non è stato.
La condizione di estraneità del Bellunese dal mondo venne in parte attenuata, attorno al 1830,
dall’apertura della postale di Alemagna, la versione moderna dell’antica via Claudia Augusta, che
unì Venezia ed Austria. Al riguardo il solito Bazolle ci racconta che
V’era una continua processione di carrettoni tedeschi da sei cavalli che mantenevano un vivace ed
importante commercio tra Trieste, il Tirolo, la Baviera e il lago di Costanza. Questi passavano tutti per
Fadalto, S. Croce, Longarone ed il Cadore; e lo sviluppo commerciale ed economico dei paesi situati su
quello stradale ebbe principio ed acquistò forza appunto dall’essere stato quello stradale l’arteria di
comunicazione tra la Baviera ed il mare a Trieste
Pericolosa e troppo trafficata, questa strada (nota come la provinciale 51) resta ancor oggi la spina
dorsale della viabilità provinciale, penalizzata sovente da maltempo e frane. E’ facile sparlarne
oggi, ignorando che si tratta d’un capolavoro d’ingegneria realizzato oltre 170 anni fa per favorire il
carriaggio commerciale. In mancanza della macchina a vapore, erano infatti i lentissimi carri trainati
dai cavalli e guidati dai carradori (detti in Cadore cavallari) ad avvicinare mare e monti,
assicurando alle comunità in quota i rifornimenti di generi alimentari e merci varie che mancavano
loro. Il necessario rifornimento proveniente dalla pianura costava naturalmente moltissimo; di
conseguenza la “bilancia commerciale” bellunese era ampiamente in rosso, dal momento che i
ricavi ottenuti con l’esportazione via Piave di bovini, legname, lana grezza, pietre, minerali, ecc.
erano largamente inferiori all’esborso per le merci “importate” dalla Bassa.
Nel 1832 Belluno rimase tagliata fuori dal tracciato dell’Alemagna: già allora il capoluogo scontava
una penalizzante lontananza dalle grandi arterie stradali europee. In ogni caso, nella seconda metà
dell’Ottocento, anche quel fervore commerciale che aveva solo sfiorato il capoluogo, si spense: il
Lombardo-Veneto spostò il proprio baricentro viario lungo la direttrice del Brennero,
funzionalmente equidistante tra Venezia e Milano, facendo della provincia di Belluno la periferia
dell’impero. Attualmente l’assenza di un effettivo sbocco della provincia a nord si conferma un
handicap assai pesante per la vita economica bellunese, anche se la pianura appare adesso più
vicina grazie all’autostrada A27 Vittorio Veneto-Pian di Vedova che è stata aperta al traffico nel
1995. Se i collegamenti stradali piangevano, quelli ferroviari certo non ridevano.
Atteso quasi come un Messia capace di annullare la distanza con la pianura e di scacciare
isolamento e miseria, il treno collegò finalmente Belluno a Treviso soltanto nel 1886, con un ritardo
evidente: erano trascorsi quasi cinquant’anni dall’apertura della Napoli Portici, la prima linea
italiana su rotaia. Il ruolo militare della provincia quale estremo baluardo difensivo contro l’Austria
fece preferire la tratta da Treviso, sacrificando invece quella diretta in Cadore, via Fadalto. Il treno,
simbolo per eccellenza del progresso, non divenne mai la tanto sospirata leva del riscatto
economico, non spianò la strada a nuovi insediamenti industriali in loco né ampliò la portata dei
traffici commerciali: i lunghi tempi di percorrenza, il mancato collegamento alla rete europea e la
tardiva estensione al Cadore spensero presto ogni illusione di cambiamento. I sogni di riscatto
rimasero nel cassetto, tanto che del treno si servirono soprattutto gli emigranti per abbandonare,
spesso definitivamente, la terra natale.
Come già abbiamo avuto occasione di dire, per un lunghissimo arco di tempo, a partire dalla
romanizzazione della Valbelluna e del Cadore fino alla realizzazione della ferrovia, il Piave ha
svolto l’importante ruolo di via più rapida di collegamento con la bassa. La provincia di Belluno
ha costruito non soltanto nei campi e nei boschi, ma anche sull’acqua, la trama della propria
economia: lungo il Piave si commerciava con Treviso e Venezia, mentre l’intero bacino del fiume,
con i suoi affluenti forniva forza motrice alle attività artigianali ubicate lungo il suo corso: segherie,
botteghe di falegnami, fabbri e mugnai.
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Laggiù sulla sponda del torrente nella ripida infossatura sotto il villaggio, si possono vedere lunghe file di
officine da cui si leva sempre il fumo di molti fuochi. Qui gli uomini di Zoldo, che sono per la maggior parte
fabbri ferrai, hanno fabbricato chiodi da tempo immemorabile, inviando i loro prodotti giù a dorso di mulo a
Longarone, e procurandosi per la stessa via rifornimenti di ferro vecchio da Ceneda, Conegliano e perfino
Venezia.
E’ la viaggiatrice inglese Amelia B. Edwards a raccontare – siamo nel 1872 - delle fucine e del
rumoroso commercio del ferro in Val di Zoldo, documentando con vivezza di particolari quella
singolare specializzazione artigiana, la cui esistenza è attestata già nel corso del Trecento. Erede
delle antiche fucine era allora la Società Industriale Zoldana, che riuniva in cooperativa fabbricanti
di chiodi e fabbri, con l’impiego di oltre 700 operai, 9 fonderie e 35 stabilimenti con e senza maglio.
Vent’anni dopo la società fallì, non potendo affatto competere con la produzione industriale dei
chiodi. Anche in questo caso fu fatale l’inadeguatezza dei sistemi di lavorazione nostrani.
Ma procediamo con maggior ordine. Nel periodo antecedente il veneto dominio in tutto il bacino
del Piave l’economia sia di montagna che in pianura era rallentata a causa di continue contese
territoriali. Tutte le merci che fluitavano sul fiume ed i passaggi dello stesso erano soggetti a dazi.
E’ del 1293 una lettera del Vescovo di Belluno al Doge che ribadiva i dazi (mude) a lui spettanti
sulle merci in transito a Caput Pontis (Ponte nelle Alpi). Anche nel corso medio del Piave c’erano
dei dazi e passaggi a pagamento. Sotto Venezia i commerci si intensificarono e si regolarizzarono.
La Serenissima per il suo Arsenale e per le costruzioni civili aveva bisogno di molto materiale
proveniente dal bacino del Piave. A Perarolo di Cadore c’era il cidolo, una barriera artificiale
esistente dalla fine del XIII secolo, che raccoglieva tutto il legname delle valli adiacenti destinato
poi alla fluitazione in primavera quando le acque del fiume erano abbondanti. Sorsero lungo le rive
segherie, mulini, officine, centri di raccolta e smistamento del materiale. Nel corso medio della
valle, a Belluno e Feltre, si caricavano zattere con materiali ferrosi delle miniere zoldane e cadorine
e il rame proveniente dalla Val Imperina nell’ Agordino, pietre da costruzione, barili di pece,
carbone di legna, legna da ardere, bestiame, panni di lana, botti vuote da riempire con vino o
grappa, da riportare poi a dorso di mulo, nonché passeggeri di ogni tipo. Nei centri principali stava
intanto sorgendo una classe mercantile ed artigianale che avrebbe presto soppiantato i nobili terrieri,
ultimi esponenti di un’economia ormai superata. I tre secoli successivi di pace nel territorio
favorirono lo sviluppo di molte attività.
In particolare va ricordato che Belluno - anche se da tempo ha dimenticato la sua antica vocazione è una città fluviale, la quale proprio sull’acqua ha costruito la sua economia: sull’Ardo insisteva una
piccola zona artigianale, sul Piave si affacciava l’omonimo porto solcato dalle zattere, attive per
tutto l’Ottocento. Il fiume è anche una metafora delle vicende economiche locali: lungo il suo corso,
come già abbiamo detto, sono sfilate verso la pianura tutte quelle materie prime che potevano essere
foriere di ricchezza, ma che hanno contribuito invece alla prosperità di altri. Per contro l’uscita di
tante ricchezze non è stata compensata con denari necessari ad avviare una trasformazione efficace
in loco delle materie prime. L’acqua stessa del bacino plavense è sparita. Ma non è colpa delle
precipitazioni, il Piave di acqua ne avrebbe in abbondanza, oltre 3,5 miliardi di metri cubi l’anno. Il
punto sono le 121 centrali idroelettriche che gli prosciugano gli affluenti, quei 98 metri cubi al
secondo che nei mesi secchi gli vengono prelevati per irrigare i campi. Per non dire dei 37 punti di
«attingimento» per l’innevamento artificiale. Nei 227 chilometri dalle sorgenti alla foce costruisce
200 chilometri di tubature e 17 invasi di media grandezza. La storia ci racconta che nei primi anni
del Novecento, il Bellunese fu individuato quale territorio ideale per attuare su larga scala lo
sfruttamento dell’acqua, bene pubblico abbondante da trasformare in energia elettrica con la
costruzione delle centrali. Il primo impianto ad essere realizzato fu la centrale di Ponte della Serra
sul torrente Cismon, completata dalla Sade nel 1908. L’utilizzo della forza motrice idrica contribuì
allo sviluppo degli opifici artigianali della provincia ed in seguito cambiò anche l’aspetto delle
vallate, in virtù della creazione di invasi artificiali (Auronzo e Pieve di Cadore, Fedaia e Valle del
Mis, Vajont e Santa Croce, Forno di Zoldo ecc.). Nelle nostre montagne si produrrà l’8%
dell’energia nazionale, 2/3 della quale verrà utilizzata fuori provincia, in particolare per alimentare
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il polo industriale di Porto Marghera. Poi, nel 1963, il dissennato sfruttamento delle risorse idriche
originerà la tragedia del Vajont.
Spade e lana i prodotti bellunesi alla conquista dei mercati
Accanto all’acqua, l’altra primaria fonte di ricchezza del territorio bellunese è stata senza dubbio il
legno. Nel 1880 Riccardo Volpe sottolineò così l’importanza dei boschi:
Ornamento severo delle nostre Alpi, verdeggiano nelle valli e sui declivi vaste e ricche foreste, che, dono
generoso della natura, apportano non dirò la ricchezza ma un’agiata esistenza alle popolazioni, le quali,
senza di questa risorsa vedrebbero mancarsi il pane giornaliero, che viene rifiutato dalla terra improduttiva
Il legno costituiva una materia prima fondamentale nel mondo preindustriale. Ci riferiamo al
legname di costruzione (abete, pino, larice), abbondante in particolare in Cadore e al legno,
soprattutto di latifoglie (il faggio in primis), che è un combustile di pregio sia allo stato grezzo che
ridotto a carbone di legna. È ben noto come fin dal secolo XIII il Piave sia stato una delle maggiori
arterie di approvvigionamento di legname e di combustibile in particolare per Venezia. La
montagna si coprì gradualmente d’un reticolo di condotte di tronchi, dette risine, mentre negli
affluenti dell’alto Piave si costruivano le stue, piccole dighe atte a creare delle piene artificiali in
modo da facilitare la fluitazione del legname verso valle. I tronchi giungevano così a Perarolo, il
porto del Piave, dove il cidolo sbarrava loro il passo. Il legno veniva quindi smistato e avviato a una
prima lavorazione nelle segherie. Ma poi, dopo la prima lavorazione, esso lasciava la nostra
provincia e veniva lavorato nella bassa. È paradossale che, nonostante l’indice provinciale di
boscosità sia più che doppio rispetto a quello nazionale, non siano fiorite in quota che pochissime
attività capaci di esportare fuori dal nostro territorio i loro manufatti, semilavorati o finiti. Da noi
mancavano sia la tecnologia che i finanziamenti necessari per rivolgersi con successo a un mercato
più vasto. Ancora più paradossale è poi il fatto che da decenni i bellunesi, che pure sono quasi
“invasi” dal bosco siano costretti a importare il legno dall’estero, perché ci costa molto meno che
praticare l’esbosco nostrano.
Le lavorazioni della montagna erano caratterizzate da una tecnologia arretrata. Basti pensare che,
nella maggior parte delle cento segherie censite nel 1941 (con 1.150 addetti in totale) erano ancora
all’opera le seghe «veneziane» a una o due lame azionate ad acqua, capaci di produrre fino a 7
metri cubi di segato al giorno. In pochi impianti funzionavano le seghe meccaniche, a lame
multiple, che arrivavano a tagliare fino a 12 mc di legname; pochissimi opifici disponevano infine
di moderne e perfezionate seghe automatiche «brenta», velocissime e a nastro in grado di lavorare
fino a 25 mc di legname.
Se, per scarsità di capitali a disposizione, il sistema legno bellunese si limitò a fornire, soprattutto al
mercato veneto, soltanto la preziosa materia prima e non seconde lavorazioni – con l’unica rilevante
eccezione della faesite, il pannello di fibra di legno e cadorite prodotto per cinquant’anni, dal 1936,
dallo stabilimento Protti a Faè e diffuso in tutto il mondo - non mancano tuttavia altri settori che
seppero tenere alto all’estero il nome della piccola patria montana con produzioni artigianali di
riconosciuto valore. Quasi a titolo esemplificativo, presentiamo succintamente quelle che ci sono
sembrate le principali attività di ieri. Lo facciamo anche per evidenziare che sarebbe estremamente
ingeneroso e riduttivo identificare tout court la nostra provincia come la terra degli occhiali.
Quell’appellativo se lo sente cucito addosso fin dalla fine dell’Ottocento, ma anche altre attività
imprenditoriali bellunesi seppero affermarsi nei secoli scorsi, facendo leva sull’ingegnosità dei loro
artefici e sull’abbondanza di fonti di energia e di materie prime da trasformare.
Mescolando realtà ed elementi leggendari, lo storico tardocinquecentesco Giorgio Piloni introduce
così, nel primo libro dell’Historia, la tradizione locale della fabbricazione di armi bianche:
Ha reso molto famosa nelli tempi andati questa città la bontà esquisita delle spade et altre armi, che nel
continuo se ha in questo loco fabbricate; né cessa al presente de nobilitarla con gloria infinita delli suoi
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artefici. Poi che dalla Spagna, Inghilterra, Italia et Alemagna concorrono a garra li mercanti in questa città
per tal causa.
È plausibile, ha scritto Mario Dal Mas, che già i romani, fondatori del castrum Belunum con
caratteristiche stanziali, avessero avviato l’arte di forgiare armi, per sfruttare al meglio le vicine
miniere zoldane. La presenza di metalli e carbone a buon mercato favorì la nascita d’una filiera
produttiva che, attraverso le fasi dell’estrazione, della fusione e della lavorazione, fece sì che Zoldo
forgiasse armature (come attestano i cognomi locali Corazza, Gamba e Panciera) e Belluno, sin
dall’epoca caminese, si specializzasse nell’arte spadaria. Anzi, si può quasi parlare di distretto
bellunese della spada perché a S. Giustina, Feltre e Fonzaso lavoravano altri armaioli.
Oltre tre secoli prima degli occhiali, le spade furono forse il primo esempio di Made in Belluno
noto e apprezzato in tutt’Europa. Risalgono al 1425 le notizie più datate sulle fucine di Fisterre,
località bellunese sulla riva del tumultuoso torrente Ardo, ma non sappiamo da quanto tempo esse
fossero attive. Fatto sta che quell’industria prese grande vigore nel Cinquecento, gestita della nobile
famiglia Barcelloni. Si calcola che si producessero ogni anno ben 25mila esemplari di spade, un
numero che la dice lunga sull’effettiva importanza della fabbrica, animata da Andrea Ferrara da
Fonzaso, un fabbro di eccezionale talento. La bravura degli artigiani bellunesi primeggiò a lungo in
Europa. Celebre è il contratto con cui nel 1578 il Ferrara ebbe da due gentiluomini inglesi una
commessa straordinaria di 600 lame al mese per dieci anni. Tipicamente bellunese è la spada
schiavonesca, forgiata in cinque diversi modelli, usata dai fanti veneti per un secolo e mezzo, fino
al 1570. Le lame di maggior pregio uscite dalle fucine di Fisterre recavano il simbolo della lupa, il
primo marchio bellunese che fu anche al centro di un’intricata vicenda di spionaggio artigianale e di
contraffazione con gli armaioli tedeschi di Solingen e Passau. Ora le spade bellunesi col marchio
della lupa sono presenti nei principali musei e armerie. Il declino di questa fortunata attività si deve
principalmente all’invenzione delle armi da fuoco che Venezia fece costruire in val Trompia, nel
Bresciano, ma anche alle accresciute difficoltà di rifornirsi di carbone per le fusioni, dal momento
che i boschi locali erano stati ormai troppo sfruttati. Di conseguenza, alcune officine si trasferirono
in Zoldo per fare chiodi, altre emigrarono in Friuli, a Sacile e Maniago, specializzandosi nella
coltelleria.
Una delle più antiche industrie locali, già conosciuta in epoca romana ed in seguito collegata alla
produzione delle spade, fu la lavorazione delle pietre molari, usate per affilare le lame. Fino a
mezzo secolo fa l’area tra Libàno, Tisòi e Bolzano Bellunese, con le sue cave, era al centro di
quella plurisecolare attività che diede lavoro anche a 150 operai. In passato le mòle, trasportate coi
carri tirati da cavalli e da buoi e caricate sulle zattere nel porto fluviale di Belluno scendevano il
Piave fino a Covolo di Pederobba nel Trevigiano. Con i carri venivano poi smistate nel Veneto. In
zattera giungevano a Venezia, da dove venivano commercializzate nei porti del Mediterraneo e del
mar Nero. Le mole venivano esportate in Germania, Bosnia, Albania e perfino a Costantinopoli.
Nel medioevo attorno al 1100 le navi le portarono addirittura fino in Inghilterra. Insomma, anche
questi prodotti estratti dalle cave bellunesi giravano il mondo. Furono gli alti costi di produzione
delle mole naturali, molto più costose di quelle artificiali, a far entrare in crisi questa attività
millenaria che chiuse definitivamente i battenti nel 1963.
Nel settore delle lavorazioni tessili, a dettar legge era invece il Feltrino, con la lavorazione e la
commercializzazione della lana che dal Duecento costituì la principale fonte di ricchezza della
zona. La produzione di panni di lana si fondava sul radicato allevamento delle pecore, che aveva il
proprio epicentro a Lamon (ma interessava anche le montagne di Arsié e il Sovramonte) e nel
Cinquecento poteva contare su oltre 100mila capi. Feltre conobbe il massimo fervore produttivo tra
il XIV e il XVI secolo, quando ancora si producevano ogni anno 6mila pannilana.
Nel 1407 una sentenza del doge Michele Steno riservava alla città di Feltre l’esclusiva produzione
dei “panni gentili”, ponendo così al settore laniero feltrino una garanzia di qualità dal punto di vista
commerciale. Lo sviluppo dell’arte laniera è testimoniato dai documenti della scuola di S. Andrea
(documentata fin dall’inizio del XIII), corporazione che riuniva i marzeri feltrini e che dal 1595
deteneva un follo. I soci costituivano quasi 200 aziende, distinte l’una dall’altra da un preciso
marchio di fabbrica impresso sulle pezze di lana. In quell’epoca i tessuti feltrini venivano smerciati
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non soltanto in ambito veneto, ma anche in mercati esteri che vanno dalla Puglia al Tirolo, dalla
Francia alle terre dell’Impero e alla Polonia e in Oriente. Il commercio si svolgeva nel segno del
protezionismo corporativo: in città non si potevano vendere tessuti forestieri, mentre la vendita di
quelli feltrini spettava soltanto ai soci. Tale era la fama dei lanifici feltrini che essi fecero ricorso
anche alla manodopera foresta, in prevalenza d’area bresciana e bergamasca. Purtroppo, però,
mancano i dati per descrivere con esattezza l’entità della quota destinata allo smercio e di quella
riservata invece al consumo locale. Sul finire del Cinquecento il lanificio feltrino inizia una lunga
decadenza a causa dello spostamento della produzione nelle città pedemontane; gli artigiani feltrini
abbandonarono il territorio avita e si spostarono in quei centri.
Alla crisi dell’industria laniera, Feltre reagì favorendo con incentivi fiscali l’introduzione
dell’allevamento del baco da seta. Già sul finire del Cinquecento i feltrini si erano rivolti ad
artigiani bolognesi, esperti nel trazzer la seta, i quali avevano avviato in città i loro innovativi
filatoi per orsoglio, filato usato per l’orditura dei tessuti in seta, adattando vecchio opifici. Secondo
una relazione del rettore Da Riva del 1702, nel Seicento erano attivi sette filatoi che ricevevano
dalla campagna una discreta produzione di bozzoli e che davano lavoro a 1.500 persone. Il filato
ottenuto era in gran parte esportato “in terre aliene”. Nella medesima relazione si legge che
all’inizio del Settecento insistevano in Feltre solo due filatoi di seta, in mano a ricchi mercanti
veneziani, e che la manodopera locale era costretta all’emigrazione verso Asolo e Bassano.
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Storia di Belluno dalla preistoria all'età contemporanea a cura di Giuseppe Gullino,
Sommacampagna 2009
B. Simonato, La manifattura del Piave a Feltre. Uno degli ultimi opifici lungo il Colmeda, Cornuda
2005
117
ATTORNO AL COMMERCIO INTERNAZIONALE
Approcciare l’argomento sulle attività di internazionalizzazione è come avventurarsi in un pozzo
senza fondo, tante e varie sono le tematiche che si affrontano lungo il percorso.
A conclusione del nostro lavoro, accenneremo, quindi, brevemente, e senza intento di presentare un
elenco esaustivo, a quelle questioni (Made in, contraffazione, tutela delle opere di alto design, diritti
di proprietà industriale) che coinvolgono non solo importanti interessi economici, ma anche la gente
comune. In questo filone si inseriscono anche i servizi offerti dalla Camera di Commercio che
trovano spazio in due appositi capitoli pensati per dare qualche indicazione agli imprenditori che
intendono intraprendere delle attività che li portano a confrontarsi con l’estero sia nel caso decidano
di importare che di esportare beni o servizi.
Dopo quasi sei anni di lavoro e numerose trattative, il Parlamento Europeo ha approvato nello
scorso ottobre, la “Relazione sull’Indicazione del Paese di origine di taluni prodotti importati da
Paesi terzi” presentata da Cristiana Muscardini, vice presidente della Commissione Commercio
Internazionale1. Si tratta di una proposta di Regolamento che, secondo i parlamentari europei, avrà
lo scopo di informare correttamente i consumatori europei sul Paese d’origine di alcune categorie di
merci (dalle calzature all’abbigliamento, da viti, bulloni e rubinetteria a mobili e lampade, da
oreficeria a prodotti della ceramica) ponendo fine all'assenza di reciprocità nei confronti dei suoi
principali partner commerciali, Stati Uniti, Canada, Cina, India, Messico e Giappone, che già
impongono l'obbligo di un marchio di origine sulle importazioni.
A parere dei promotori e del parlamento europeo, una disciplina europea del marchio di origine
rafforzerebbe la competitività delle aziende europee e di tutta l'economia dell’Unione. Finora,
proseguono, la mancanza di norme comunitarie, tranne per alcuni casi specifici nel settore agricolo,
e le differenze tra i sistemi in vigore negli Stati membri hanno «fatto sì che, in alcuni settori, la
maggior parte dei prodotti importati da Paesi terzi e distribuiti sul mercato comunitario risulti non
riportare alcuna informazione, o informazioni ingannevoli, relativamente al Paese di origine».
Dal progetto di Regolamento sono stati esclusi i prodotti agricoli e ittici e gli occhiali. L’esclusione
di questi ultimi ha scatenato in provincia, come era logico attendersi, un vivace dibattito che
coinvolge tutto il tessuto imprenditoriale ed economico-politico bellunese2.
Nel riquadro sottostante segnaliamo le principali tappe di un percorso legislativo assai tortuoso, e
non ancora definito, della dicitura “Made in…”.
1
Perché il progetto diventi legge dovrà, comunque, passare l’esame del Consiglio (dove alcuni Stati membri
si oppongono all’idea di una legislazione europea sul “Made in”). Una volta che il testo sarà concordato fra
Parlamento e Consiglio, le nuove regole entreranno in vigore in tutta l'Unione un anno dopo la pubblicazione
sulla Gazzetta Ufficiale dell'UE. Dopo 5 anni, il regolamento, secondo un emendamento approvato dall’Aula,
scadrà e toccherà a Parlamento, Commissione e Consiglio decidere se prorogarlo o modificarlo.
I deputati hanno chiesto alla Commissione di proporre livelli sanzionatori minimi per assicurare l'applicazione
uniforme delle nuove disposizioni in tutti i Paesi membri e di presentare uno studio di valutazione sugli effetti
del regolamento a tre anni dall’entrata in vigore.
2
Benché in un contesto prettamente statistico, il direttore generale del WTO, Pascal Lamy, ha ripreso la
questione del Made in, affermando il 15 ottobre scorso, in occasione di un suo discorso di fronte al Senato
francese, che bisogna trovare un nuovo modo per guardare alle statistiche sul commercio poiché la nozione di
Paese di origine delle merci è gradualmente diventata obsoleta, in quanto molte operazioni, dal design alla
produzione di componenti, all’assemblaggio, al marketing sono sparpagliate in tutto il mondo creando catene
internazionali di produzione. In una parola, afferma Lamy, la produzione di merci e servizi non può più essere
considerata “monolocalizzata”, ma “multilocalizzata” ed è, quindi, più appropriato parlare di “Made in the
World”; le vecchie nozioni mercantili alla base delle tradizionali statistiche, “noi contrapposti a loro, residenti
contro resto del mondo”, hanno perduto molto del loro significato.
118
L’apposizione della dicitura “Made in” sui prodotti ha l’obiettivo di informare il consumatore circa la loro origine. Il
decreto attuativo, previsto dal Codice del consumo (D. Lgs. 205/05), che avrebbe dovuto rendere obbligatoria
l’indicazione del Paese di origine se situato fuori dall’UE, non è mai stato emanato. Quindi allo stato attuale non vige
in Italia alcun obbligo generale di etichettatura con l’indicazione del “Made in”, anche a seguito di una serie di
sentenze in contrasto con la prassi degli uffici doganali che ritenevano di fatto obbligatoria tale indicazione a seguito di
un’interpretazione restrittiva data al combinato disposto dell’art. 3 dell’Accordo di Madrid del 1891 sulla repressione
delle false o fallaci indicazioni di provenienza dei prodotti, dell’art. 4, comma 49 della Finanziaria 2004 e dell’art. 6
del già citato Codice del consumo. E’ in questo quadro poco lineare che si inserisce l’iter altrettanto tortuoso della
legge n. 55/2010 (nota come legge Reguzzoni-Versace-Calearo) sull’obbligo di marcatura “Made in“ sui prodotti
tessili, calzaturieri, della pelletteria, conciari e sui divani che, a seguito delle osservazioni fatte dalla DG Imprese e
Industria della Commissione europea e alla mancata approvazione dei decreti attuativi, è stata al momento “congelata”.
A livello comunitario la normativa sul “Made in” si sta muovendo attraverso il regolamento sull’etichettatura dei
prodotti tessili di origine comunitaria e la bozza di regolamento comunitario, ancora in fase di approvazione,
riguardante l’obbligo di etichettatura per una vasta gamma di prodotti.
Il termine contraffazione, inteso nella sua accezione più ampia, si riferisce a tutta una serie di
fenomenologie essenzialmente riconducibili alla:
1. produzione e commercializzazione di merci che recano - illecitamente - un marchio identico
a un marchio registrato;
2. produzioni di beni che costituiscono riproduzioni illecite di prodotti coperti da copyright fenomeno meglio conosciuto con il nome di “pirateria” - modelli o disegni.
La stessa parola “contraffare” suggerisce l’attività di chi riproduce qualcosa in modo tale che possa
essere scambiata per l’originale in violazione al diritto di proprietà intellettuale e/o industriale
(marchi d’impresa e altri segni distintivi, brevetti per invenzione, modelli di utilità, industrial
design, indicazioni geografiche, denominazioni di origine, diritti d’autore, ecc.).
La contraffazione è un fenomeno globale con rilevanti ripercussioni in ambito economico, fiscale e
sociale: compromette la fiducia dei consumatori nei servizi e nei prodotti che utilizzano, fa
diminuire il fatturato delle aziende danneggiate, sottrae posti di lavoro all’economia regolare e priva
lo Stato di rilevanti entrate fiscali 3. Secondo l’OECD (ossia OCSE) nel mondo vengono contraffatti
prodotti per un valore di 200 milioni di dollari, pari a circa il 7% del valore del commercio
mondiale, ma la stima sarebbe più elevata se si tenesse conto anche dei prodotti acquistati entro i
confini nazionali.
Secondo il Censis il mercato del falso genera un mancato introito per lo Stato italiano di 5 miliardi
di euro e una perdita di almeno 130mila posti di lavoro. La contraffazione porta a una significativa
perdita di produzione e di export e ben lo sanno le imprese bellunesi che lavorano nel campo
dell’occhialeria. Sollecitata da più organismi tra cui anche l’ANFAO (Associazione nazionale
fabbricanti articoli ottici) il 7 luglio 2010 è stata promossa la Giornata Nazionale della
Contraffazione per sensibilizzare e mobilitare le imprese e i cittadini contro il crescente fenomeno
della falsificazione.
La contraffazione di alcuni prodotti (farmaceutici, alimentari, giocattoli, parti di veicoli, occhiali,
ecc.), inoltre, rappresenta non solo un fatto economico, ma può essere un pericolo per la salute e la
sicurezza dei consumatori. L’Italia è uno dei Paese più esposti al crescente sviluppo del mercato del
falso, perché ha una struttura produttiva composta da piccole e medio-piccole imprese che operano
in settori facilmente aggredibili e che hanno difficoltà a contrastare tale fenomeno.
Ai primi di settembre 2010, il Codice della Proprietà Industriale, recependo una direttiva europea
vecchia di dodici anni fa, è stato ritoccato rafforzando la difesa del diritto d’autore sui prodotti di
alto design, pertanto non si potranno più riprodurre, imitare, opere di alto design considerabili di
pubblico dominio. Questa norma riconosce a chi investe in opere uniche l’esclusivo diritto di
sfruttamento.
3
Comunicato Censis del 22 aprile 2009 e Rita Fatiguso, Nuove tutele per le opere d’alto design. Anche gli
italiani copiano, ma ora non potranno più farlo, Sole 24 Ore, 23 settembre 2010
119
IL RUOLO DEL SISTEMA CAMERALE NELL’OFFERTA DI SERVIZI PER
L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE
L’internazionalizzazione delle imprese è un fenomeno che ha avuto, prima della crisi ancora in atto,
un’espansione straordinaria anche nella provincia di Belluno e in particolare nelle attività collegate
ai distretti industriali.
Attualmente si avverte l’esigenza di esaminare i possibili futuri scenari economici e di individuare
delle adeguate strategie di sostegno alle imprese che affrontano le sfide del mercato globale.
L’espansione all’estero, sia attraverso l’esportazione di merci, sia mediante l’investimento di
capitale economico e umano al di fuori dei confini italiani, costituisce una fondamentale modalità
con cui l’impresa crea valore, remunera le risorse investite, estende il proprio vantaggio competitivo
e accede a nuove opportunità di crescita.
Il sistema camerale, da sempre vicino al sistema delle imprese, è chiamato, in questa difficile fase
economica, a intensificare i servizi di accompagnamento alle imprese che intendono porsi sui nuovi
mercati.
In questo contesto anche lo Sportello per l’Internazionalizzazione della Camera di Commercio di
Belluno svolge un importante ruolo nel favorire l’accesso e l’espansione delle imprese sui mercati
esteri, attraverso la fornitura di servizi di assistenza, formazione e promozione. Quest’ultimo tipo di
attività viene svolto in collaborazione con gli altri soggetti del sistema camerale veneto: Centro
Estero Veneto e Unioncamere/Eurosportello Veneto.
Attività di assistenza
Sportello internazionalizzazione della Camera di Commercio di Belluno
Assistenza alle imprese che richiedono certificazioni e documenti a valere per l’estero emessi dalla
Camera di Commercio: Certificati di origine, Carnet ATA e CPD China Taiwan, certificati di libera
vendita, visti su fatture, visti su dichiarazioni varie richieste da autorità o clienti esteri,
legalizzazione di firme, iscrizione Repertorio Italiancom.
L'acquisizione di informazioni sui Paesi esteri e la conoscenza del sistema produttivo, delle
normative doganali, fiscali, valutarie e tecniche costituiscono un approccio indispensabile per la
scelta di nuovi mercati di sbocco e delle strategie da adottare. Ai tradizionali compiti istituzionali
l’Ufficio Estero della Camera di Commercio affianca, pertanto, una serie di servizi di assistenza a
supporto delle imprese che operano con l’estero.
Servizio gratuito di prima consulenza per la soluzione di quesiti inerenti problematiche collegate
all'internazionalizzazione:
- contrattualistica internazionale
- procedure doganali
- pagamenti internazionali
- fiscalità internazionale
- trasporti internazionali
- finanziamenti per l’internazionalizzazione delle imprese
- iniziative di organismi vari a favore dell’internazionalizzazione
- fiere e manifestazioni all’estero
- primo orientamento su paesi e mercati
- informazioni su società estere (per i paesi presenti nella banca dati EBR)
120
Le aziende interessate possono contattare telefonicamente o a mezzo posta elettronica l’Ufficio
Estero. I quesiti semplici vengono evasi direttamente, mentre per quelli che richiedono una ricerca
più approfondita e/o il ricorso a un consulente del gruppo di esperti di cui si avvale il servizio la
risposta verrà fornita nel giro di due/tre giorni lavorativi.
Punto Eurosportello
Presso la Camera di Commercio di Belluno ha sede il punto di informazione comunitaria collegato a
Eurosportello Veneto della rete Enterprise Europe Network, voluta dalla Direzione Generale per le
Imprese della Commissione europea, al fine di fornire un servizio integrato di supporto alle piccole
e medie imprese per :
•
•
•
•
reperire la legislazione comunitaria e quella nazionale di recepimento
ottenere informazioni su finanziamenti comunitari
identificare potenziali partner commerciali, specialmente in altri paesi
sviluppare nuovi prodotti, accedere a nuovi mercati e informare sulle attività e le opportunità
dell’Unione europea
• ricevere assistenza tecnica su tematiche specifiche come la proprietà intellettuale, gli standard e
la legislazione comunitaria
Info Desk e Veneto House
Il Centro Estero Veneto ha realizzato in varie aree geografiche una rete di sportelli - Veneto House
e Info Desk - ideata per favorire, attraverso l'informazione e la prestazione di servizi ad hoc, la
nascita di collaborazioni economiche tra imprese venete e imprese straniere.
Gli sportelli si trovano nei seguenti Paesi: Albania, Australia, Argentina Azerbaijan, Bielorussia,
Bosnia Erzegovina, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Cina, Corea, Croazia, Emirati Arabi Uniti,
Georgia, Giappone, India, Iran, Kirghizistan, Macedonia, Messico, Moldova, Montenegro,
Romania, Russia, Serbia, Ucraina, Uruguay, Stati Uniti e Vietnam.
I Desk, alcuni dei quali sono stati denominati Veneto House in quanto inseriti nell'ambito di
specifici progetti della Regione Veneto, sono costituiti con lo scopo di informare e assistere le PMI
venete sia nella fase iniziale di orientamento nel mercato straniero, sia nel momento più circoscritto
d'individuazione di potenziali partner commerciali.
I servizi mirano a fornire dati economici generali, ricerche di mercato per macrosettori, brevi note
su produzioni specifiche, notizie su normative in materia di commercio internazionale dei Paesi in
questione; prevedono, inoltre, attività di prima assistenza nella "ricerca partner" e di promozione
mediante la realizzazione di specifiche iniziative di animazione economica.
Attività di formazione
In uno scenario in continua evoluzione, quale quello in cui si trovano a operare le piccole e medie
imprese, la formazione gioca un ruolo determinante nell'assecondare e diffondere i cambiamenti,
promuovendo la diffusione della cultura e delle tecniche di internazionalizzazione e fornendo un
sostegno determinante nella scelta delle strategie e delle modalità operative più adeguate per
lavorare sui mercati esteri e rimanere competitivi.
La Camera di Commercio realizza le seguenti iniziative:
1.
2.
3.
Corso Base di Commercio Estero, che ha la durata di sei giornate e fornisce una serie di
strumenti operativi riguardo alle maggiori tematiche dell'export (marketing, fiscale, doganale,
trasporti, contrattualistica, valutario);
Seminari di informazione e di approfondimento su argomenti specifici e su novità normative.
Gli interventi sono indirizzati agli imprenditori, ai quadri aziendali e agli addetti agli uffici
estero, commerciali e amministrativi aziendali, nonché ai liberi professionisti;
Convegni e incontri informativi su tematiche comunitarie.
121
I programmi vengono pubblicati sul sito camerale www.bl.camcom.it dove è anche possibile
effettuare la registrazione di partecipazione online.
Attività di promozione
L’ente camerale riserva da sempre una grande attenzione alla promozione sui mercati esteri dei
settori produttivi caratteristici della provincia di Belluno.
L’evidente necessità di razionalizzare le risorse ha portato in questi ultimi anni allo sviluppo di
forme di collaborazione con il sistema camerale veneto e nazionale per la realizzazione di progetti
di più ampio respiro che garantiscano una promozione più efficace e unitaria del “Made in Italy” sui
mercati esteri.
In questa ottica si provvede alla diffusione degli eventi e missioni imprenditoriali organizzati dal
sistema camerale nazionale, coordinato dall’Unioncamere di Roma, nel cui ambito vengono
individuate annualmente, sulla base delle aree/Paese e settori di interesse prioritario, alcune
iniziative da incentivare con l’erogazione di contributi camerali sul costo di partecipazione.
La promozione delle imprese venete sui mercati esteri viene garantita dal Centro Estero Veneto
attraverso l’organizzazione di:
•
•
•
•
Partecipazione alle più importanti manifestazioni fieristiche a livello internazionale. Le
fiere sono ancora un'occasione privilegiata per testare un mercato in quanto rappresentano
un elemento essenziale sia per la comunicazione d'impresa e l'immagine del prodotto che
per l'opportunità di identificare potenziali partner commerciali.
Organizzazione di missioni economiche all'estero. Si tratta di momenti di verifica e di
contatto con realtà economiche difficili, ma ritenute strategiche, che permettono anche di
realizzare visite a imprese locali e incontri con potenziali partner individuati sulla base
degli specifici interessi dei partecipanti.
Realizzazione di workshop - incontri d'affari nel Veneto con interlocutori provenienti
dall'estero: manager meets manager, ovvero incontri individuali predefiniti sulla base del
matching dei relativi progetti/richieste di collaborazione commerciale e/o industriale.
Selezione e avvio di Progetti di Cooperazione Internazionale atti a favorire la presenza
stabile delle imprese venete all'estero. Nascono nell'ambito di Programmi a favore
dell'internazionalizzazione delle PMI e sono sostenuti e finanziati prevalentemente dal
Governo Italiano e dall'Unione Europea.
La Camera di Commercio di Belluno contribuisce, inoltre, finanziariamente ai progetti speciali
proposti e realizzati dalle associazioni di categoria della provincia.
In questi ultimi anni l’Ente camerale ha intensificato la partecipazione diretta ai processi di
partenariato e di cooperazione transfrontaliera. L’Unione Europea incentiva le relazioni a ridosso
dei confini di Stato e favorisce il superamento delle barriere derivanti dall’appartenenza a mercati
nazionali diversi.
In particolare, la partecipazione camerale a due progetti Interreg Italia-Austria cofinanziati dal
Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, ha permesso di individuare degli interessi convergenti su
molte tematiche e alcuni settori economici dove la sinergia è stata possibile. Questi progetti sono:
1) Costruire sulla qualità - apertura di nuovi mercati. Le costruzioni in ambito alpino –
Interreg III Italia Austria. Il progetto ha attivato la collaborazione con la Camera di
Commercio dell’Osttirolo e i partners della Pusteria con lo scopo di individuare nuove
opportunità e nuovi spazi di mercato per le PMI operanti nell’ambito della filiera delle
“costruzioni”, coinvolgendo le loro Associazioni di categoria e altre realtà socioeconomiche rilevanti.
122
2) EXPLORE – Interreg IV Italia Austria. Il progetto, che vede coinvolta la Camera di
Commercio di Klagenfurt, si prefigge l’obiettivo generale di contribuire allo sviluppo del
mercato transfrontaliero della filiera dell’Eco-I-Building, in particolare attraverso il
perseguimento di due congiunti obiettivi specifici: rafforzare le capacità delle istituzioni e
degli altri soggetti competenti ai fini dell’implementazione e dell’attuazione di strumenti
innovativi di supporto alle imprese del settore; fornire alle imprese della filiera transsettoriale dell’Eco-I-Building presenti sul territorio più incisivi strumenti per la crescita, lo
sviluppo e l’internazionalizzazione. Le azioni progettuali principali consistono
nell’elaborazione di una strategia di comunicazione virtuale condivisa per la
semplificazione del lavoro in team virtuali, la realizzazione di un modello di piattaforma di
comunicazione e informazione “SME friendly” per lo sviluppo di reti di supporto al
business e lo sviluppo di servizi ad alto contenuto innovativo nel settore della ricerca e del
trasferimento tecnologico.
Banca dati delle imprese della provincia di Belluno operanti con l'estero
La banca dati delle aziende della provincia di Belluno che hanno risposto all'indagine promossa fra
gli operatori in possesso del numero meccanografico di operatore abituale con l'estero è consultabile
sul sito internet della Camera di Commercio all''indirizzo www.bl.camcom.it. La possibilità di
estrarre elenchi di aziende, attraverso la ricerca con numerose variabili - denominazione, categoria
merceologica, settore, fatturato e Paese di destinazione e provenienza - agevola la consultazione da
parte degli operatori stranieri che sono alla ricerca di nuovi contatti commerciali.
EBR – Registro Imprese Europeo
Permette di ottenere alcune informazioni e dati ufficiali sulle imprese europee dei Paesi aderenti
(Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Irlanda,
isola di Jersey, Lettonia, Macedonia, Norvegia, Olanda, Serbia, Slovenia, Spagna, Svezia, Ucraina).
E’ possibile ottenere in italiano: scheda impresa, scheda persona e titolari cariche, mentre in lingua
originale sono disponibili atti e bilanci.
Il servizio è accessibile, previa registrazione, dal sito www.registroimprese.it. La consultazione è a
pagamento. In alternativa è possibile richiedere il servizio all’Ufficio Estero della CCIAA.
GLOBUS – rete degli Sportelli per l’internazionalizzazione delle Camere di Commercio
A livello nazionale è stata creata, con il coordinamento di Unioncamere Nazionale, la rete degli
Sportelli per l’internazionalizzazione, operativa anche con un portale in Internet all’indirizzo
www.globus.camcom.it e alla quale partecipano anche le Camere di Commercio Italiane all’estero.
123
A chi rivolgersi:
Camera di Commercio I.A.A. di Belluno
Ufficio Commercio Estero
piazza S. Stefano, 15/17 – 32100 BELLUNO
tel. 0437 955135/136 – fax 0437 955250 - e-mail: [email protected]
www.bl.camcom.it
orario di sportello: dal lunedì al venerdì ore 8:30 - 12:30 - giovedì 15:00 – 17:00
Altri organismi del sistema camerale
Centro Estero delle Camere di Commercio del Veneto - www.centroesteroveneto.com
Via delle Industrie, 19/D – Parco Scientifico Vega
30175 VENEZIA – MARGHERA
tel. 041 2526211 – fax 041 2526210 – e-mail: [email protected]
Si tratta di un’agenzia costituita dalle sette Camere di Commercio del Veneto che collabora con il
Governo regionale e gli Enti veneti per coordinare e sviluppare l’attività di promozione economica.
Realizza molteplici iniziative di animazione economica (partecipazioni fieristiche, incontri d’affari,
missioni economiche, progetti transnazionali) a favore delle PMI venete.
Unione Regionale delle CCIAA del Veneto - www.unioncameredelveneto.it
Via delle Industrie, 19/D – Parco Scientifico Vega
30175 VENEZIA-MARGHERA
tel. 041 0999311 – fax 041 0999303 – e-mail: [email protected]
Le Unioni Regionali hanno lo scopo di coordinare sul piano regionale le attività delle Camere di
Commercio finalizzate al potenziamento dello sviluppo economico regionale, l’attuazione di
indagini, rilevazioni, studi e pubblicazioni.
Eurosportello del Veneto – European Enterprise Network - www.eurosportelloveneto.it
Via delle Industrie, 19/D – Parco Scientifico Vega
30175 VENEZIA – MARGHERA
tel. 041 0999411 – fax 041 0999401 – e-mail: [email protected]
Delegazione di Bruxelles
tel. 003225510499 – e-mail: [email protected]
Eurosportello svolge attività di informazione, consulenza e assistenza sulle molteplici
problematiche legate all’attività legislativa e alla politica economica della Comunità Europea.
Unione Italiana delle Camere di Commercio - www.unioncamere.it
Piazza Sallustio, 21 – 00187 ROMA
Unioncamere nazionale ha il compito di rappresentare e curare gli interessi generali delle Camere di
Commercio italiane nei confronti di tutti gli interlocutori istituzionali a livello locale, regionale,
nazionale e sovranazionale, incluse le organizzazioni imprenditoriali, dei consumatori e dei
lavoratori. A livello europeo, l’Unioncamere assicura la rappresentanza delle Camere di Commercio
italiane in seno a Eurochambres, l’associazione che riunisce i sistemi camerali d’Europa.
124
Camere di Commercio Italiane all’Estero - www.assocamerestero.it
Sono associazioni di imprenditori e di professionisti, italiani e locali, riconosciute dal Governo
italiano in base alla legge del 1.7.1970, n. 518.
La rete conta 75 Camere, presenti in 49 Paesi con oltre 24.000 imprese associate. Le CCIE
realizzano iniziative volte ad agevolare l’accesso delle imprese italiane ai mercati esteri,
promuovendo contatti per la conclusione di affari e svolgendo un’intensa azione di informazione e
comunicazione, mediante un costante monitoraggio delle tendenze settoriali.
A completamento del quadro degli organismi che operano a supporto dei processi di
internazionalizzazione delle imprese si segnalano:
ICE - www.ice.it
L' Istituto nazionale per il Commercio Estero ha la propria sede centrale in Roma e dispone di una
rete composta da 17 uffici in Italia e da 116 uffici in 88 Paesi del mondo. L'ente opera in stretta
collaborazione con Ministero dello Sviluppo Economico nella realizzazione del Programma delle
Attività Promozionali all’estero. Offre una gamma completa di servizi per l'internazionalizzazione,
di cui la maggior parte gratuiti e disponibili direttamente online.
SIMEST - www.simest.it
Simest è la finanziaria, controllata per il 76% dal Governo Italiano, che assiste le imprese italiane
negli investimenti all’estero (sottoscrive fino al 25% del capitale delle società estere partecipate da
imprese italiane; agevola il finanziamento di quote sottoscritte dal partner italiano in società o
imprese all’estero; gestisce fondi di Venture Capital) e negli scambi commerciali (agevola crediti
all’esportazione).
FINEST - www.finest.it
Finest è la finanziaria per gli imprenditori del Nord Est, nata nel 1991 al fine di agevolare lo
sviluppo delle attività economiche e della cooperazione internazionale nel territorio. Promuove la
cooperazione economica con i Paesi dell’Europa contro-orientale e balcanica, la Russia e la
Comunità degli Stati Indipendenti, il nord Asia e i territori baltici e caucasici, fornendo alle aziende
gli strumenti finanziari per l’internazionalizzazione in questi Paesi.
SACE - www.sace.it
L’Agenzia di Credito all'Esportazione, controllata al 100% dal Ministero dell’Economia, offre una
gamma complessa di strumenti per l'assicurazione del credito, la protezione degli investimenti,
l'erogazione di cauzioni e garanzie finanziarie.
INFORMEST - www.informest.it
Informest è una delle quattro agenzie governative italiane per la cooperazione nell’area del sud-est
Europa (L. 84/01); ha realizzato progetti fortemente voluti dalle strategie di cooperazione delle
Regioni socie (Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige), dal Ministero Affari Esteri e
dal Ministero dello Sviluppo Economico.
Agenzia delle Dogane –
Sezione Operativa Territoriale di Sedico
Via Cavalieri di Vittorio Veneto, 20 - 32036 Sedico (BL)
tel. 0437 83718 - fax 0437 852490 – e-mail: [email protected]
125
Siti internet d’interesse per le imprese operanti con l’estero
www.ec.europa.eu
Portale
Europea
della
Commissione
www.eur-lex.europa.eu
Portale del diritto dell’Unione
Europea
Banca dati del diritto dell'UE,
comprendente le Gazzette
ufficiali,
i
trattati,
la
giurisprudenza.
http://mkaccdb.eu.int
Commissione Europea - Market
Access Database
Dazi applicati da paesi terzi,
barriere
non
tariffarie,
formalità
all’importazione,
statistiche
sui
flussi
commerciali,
studi
su
marcatura ed etichettatura.
http://ec.europa.eu/taxation_customs/cu
stoms/customs_duties/rules_origin/nonpreferential/article_410_en.htm
Commissione Europea – D.G.
Fiscalità e Unione doganale
Aspetti generali origine non
preferenziali delle merci
http://ec.europa.eu/taxation_customs/cu
stoms/customs_duties/rules_origin/nonpreferential/article_1622_en.htm
Tabelle delle regole di origine
non preferenziale per le merci
classificate in base alla
nomenclatura combinata
http://ec.europa.eu/taxation_customs/cu
stoms/customs_duties/rules_origin/pref
erential/index_en.htm
Aspetti
generali
origine
preferenziale delle merci.
Collegamento
ai
singoli
accordi.
Interventi per
l’internazionalizzazione delle
imprese, politica commerciale,
normativa import/export per
settori particolari, circolari e
D.M.
Consultazione TARIC
Controllo online partite Iva
comunitarie
Schede Paese
Formalità e documenti per
operare con Paesi Terzi
Newsletter online gratuita con
cadenza quindicinale per le
imprese che operano con
l’estero.
Banca dati statistiche del
commercio estero
Organo rappresentativo degli
interessi delle imprese a
livello mondiale.
Sede della Corte Arbitrale
Internazionale.
Pubblica Norme e Usi
Uniformi per il commercio
internazionale.
Database con informazioni su
fiere ed esposizioni mondiali.
www.mincomes.it
Ministero
dello
Sviluppo
Economico - Dipartimento per
l’impresa
e
l’internazionalizzazione
www.agenziadogane.it
Portale Agenzia delle Dogane
www.ice.it
www.unioncamere.it/schede
I.C.E.
Unioncamere Roma
www.newsmercati.com
Gruppo Aziende Speciali del
sistema camerale italiano
www.coeweb.istat.it
ISTAT
www.iccwbo.org
ICC - Camera di Commercio
Internazionale
www.expofairs.com
Pianeta srl
126
Pubblicazioni consultabili presso l’Ufficio Estero della Camera di Commercio di Belluno
Commercio Internazionale
IPSOA
Pubblicazioni della Camera di
Commercio Internazionale:
NUU 600 - Norme e usi uniformi
della CCI relativi ai crediti
documentari
Camera
di
Commercio
Internazionale - Roma
Guida Mondiale delle Fiere
Pianeta srl
Nuova
Integrata
Editrice Euritalia
Tariffa
Doganale
Quindicinale di diritto e pratica
degli scambi con l’estero, finanza,
mercati, contrattualistica, tecnica
valutaria e doganale, fiscalità
internazionale
127
MISSIONI CAMERALI ALL’ESTERO CON IMPRESE BELLUNESI
Oltre alla consueta attività di informazione e di formazione di sostegno per la partecipazione a fiere
all’estero, nel 2009 l’attenzione dell’Ente camerale si è concentrata su alcuni mercati emergenti:
Messico, Perù e India.
Per agevolare le imprese nell’approccio a questi mercati e far fronte all’impegno economico della
trasferta, è stato stanziato un contributo sulle spese di partecipazione alle due missioni
imprenditoriali. Per le aziende partecipanti sono state predisposte delle agende personalizzate di
lavoro con incontri d’affari e visite tecniche utili a conoscere i più importanti operatori locali e i
canali distributivi per i propri prodotti.
La missione in Messico e Perù è stata preceduta dal seminario “Vendere e fare impresa in Messico”
per presentare le opportunità di sviluppo in un Paese dal mercato in crescita. L’incontro si è svolto
presso la Camera di Commercio il 10 settembre 2010 e ha registrato la partecipazione di 45
imprese. Sono intervenuti l’ambasciatore messicano in Italia, Jorge Eduardo Chen Charpentier, il
Segretario Generale della Camera di Commercio italiana in Messico, Alberico Peyron e il
Consigliere commerciale del Consolato messicano di Milano, Claudia Esteves.
La Missione Delhi e Mumbai si è svolta tra il 19 e il 25 settembre 2009 con la partecipazione di
un’azienda bellunese. A seguito della preselezione effettuata dagli Uffici ICE locali e dalla Camera
di Commercio Italo Indiana è stata ammessa una delle tre aziende bellunesi che avevano
inizialmente aderito, la quale ha anche partecipato alla fiera INDEX Furniture di Mumbai.
La missione in Messico e Perù, tenutasi tra il 10 e il 17 ottobre 2009, era stata originariamente
programmata per la metà di giugno, ma è stata posticipata a causa della nota emergenza sanitaria
che aveva colpito il Messico. Lo slittamento temporale ha comportato un calo nel numero di
adesioni perché molte imprese, soprattutto quelle operanti nell’occhialeria erano impegnate nel
periodo autunnale nelle fiere di settore. La partecipazione ha quindi riguardato solo cinque delle
originali undici imprese. Sono state coinvolte quattro occhialerie e un’industria meccanica di
produzione di automatismi per serramenti. Ciascuna azienda ha avuto modo di incontrare una media
di dieci operatori locali per tappa. A Città del Messico la delegazione è stata accolta anche dalla
comunità imprenditoriale italiana e dall’Ambasciatore italiano Roberto Spinelli.
Dai questionari di valutazione raccolti al termine delle iniziative è emersa un grado di giudizio
elevato (fra il buono e l’ottimo) in tutti i seguenti aspetti: valutazione generale dell’evento,
pertinenza degli incontri bilaterali organizzati, servizi di assistenza ricevuti sia nella fase di
preparazione che durante l’evento, utilità degli eventi collaterali proposti.
Nel corso del 2010, Unioncamere del Veneto e le Camere di Commercio di Belluno, Rovigo e
Treviso hanno organizzato, con il contributo del Fondo Perequativo 2006, una missione
imprenditoriale in Australia svoltasi dal 1° al 9 maggio con la partecipazione di sette aziende
operanti in diversi settori (occhialeria, porte automatiche, meccanismi elettronici per serramenti,
abiti da sposa, mobili per ufficio e vitivinicolo). Per ogni azienda è stata fissata un’agenda
personalizzata di incontri bilaterali con controparti australiane preventivamente individuate sulla
base delle caratteristiche dei prodotti proposti dalle ditte venete. Le città in cui sono avvenuti gli
incontri sono Sidney e Melbourne, situate nel sud-est del Paese, cioè nella parte più densamente
popolata e industrializzata e quindi con maggior possibilità di offrire opportunità commerciali ai
partecipanti. La Camera di Commercio di Belluno è intervenuta finanziando i servizi di ricerca e
stesura del database di aziende australiane potenzialmente interessate, la predisposizione degli
incontri con le controparti australiane, l’organizzazione generale della missione e degli aspetti
logistici e fornendo l’assistenza di un dipendente camerale alle ditte della provincia presenti alla
missione durante la loro permanenza in Australia. L’esito della missione, sulla base di un’indagine
effettuata dopo un breve periodo dal rientro, è stato mediamente soddisfacente, tuttavia è doveroso
precisare che, dal momento che alcune tipologie di prodotto impongono tempi lunghi per le
trattative, in alcuni casi è richiesto un tempo maggiore per poter valutare i risultati degli incontri.
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Nel periodo compreso tra l’11 e il 19 settembre 2010 è stata effettuata una missione in Cina
organizzata dal Centro Estero Veneto e dalla Regione Veneto. Vi hanno preso parte ventisei
operatori economici veneti operanti in diversi settori (elettronica, nuove tecnologia, arredamento,
design, metalmeccanica, illuminotecnica, tessile e vetro artistico), tra i quali sei rappresentanti
bellunesi. Numerosi gli incontri con soggetti del tessuto economico locale.
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IL RUOLO DEL SISTEMA CAMERALE
NELLA REGOLAZIONE DEL MERCATO
La Camera di Commercio ha il compito di vigilare sul mercato e di favorirne la regolazione
attraverso la promozione di regole certe ed eque, uno sviluppo delle pratiche contrattuali coerente
con le regole, la correttezza dei comportamenti degli operatori, la vigilanza sulla sicurezza e
conformità dei prodotti immessi sul mercato.
Il servizio di regolazione del mercato comprende le attività di:
Arbitrato e conciliazione, strumenti alternativi alla giustizia ordinaria, che si propongono di
prevenire il contenzioso e accelerare la giustizia;
Controllo della presenza di clausole inique inserite nei contratti tramite la commissione contratti;
Verifica della regolarità dei concorsi a premio;
Ricezione delle domande di registrazione e tutela dei prodotti dell'ingegno (brevetti e marchi);
Raccolta degli usi e consuetudini, per l’accertamento di regole di equità contrattuale;
Controllo in materia di etichettatura e sicurezza dei prodotti;
Controllo in materia di conformità della marcatura CE o controlli sulle ditte che utilizzano amidi e
zuccheri;
Funzioni di depenalizzazione (sanzioni amministrative) in varie materie quali: autoriparazione,
impiantistica, iscrizioni in albi, ruoli, registri, etichettatura e marcatura prodotti;
Attività di denuncia della pubblicità ingannevole;
Attività di tutela e di informazione del consumatore;
Ufficio metrico, che tutela la fede pubblica nelle attività commerciali, effettuando verifiche su
strumenti per pesare, per misurare, su preimballaggi, su metalli preziosi.
I servizi per la regolazione del mercato hanno dunque l’obiettivo di promuovere la trasparenza,
tutelare i diversi interessi e garantire la correttezza nei rapporti tra imprese e tra imprese e
consumatori. Si mira in sostanza a perseguire l'efficienza e la competitività del sistema economico
locale e non, inducendo negli operatori economici comportamenti virtuosi, e definendo il quadro
delle "regole del gioco" entro il quale le imprese possono liberamente dispiegare le proprie
potenzialità economiche, nel rispetto degli interessi più generali, e tendere ad un’azione di sviluppo
e di maggior competitività.
Oltre ad essere chiamate ad assicurare qualità e concorrenzialità di prodotti e servizi, le imprese
sono chiamate a misurarsi con il processo di globalizzazione anche per quanto riguarda il rispetto
delle garanzie e dei diritti fondamentali dei consumatori e degli utenti, soggetti dapprima emergenti
ed ora protagonisti tra Stato e mercato.
Lo sviluppo delle norme tese a tutelare i loro diritti è uno dei tratti maggiormente innovativi del
panorama giuridico degli anni recenti e corrisponde ad una visione moderna dei rapporti sociali,
caratterizzata dalla consapevolezza che imprenditori e consumatori non sono antagonisti, ma
soggetti ugualmente interessati al corretto funzionamento del mercato.
In tale contesto nasce il Codice del Consumo (d.lgs. 206/2005), che armonizza e coordina tutte le
norme riguardanti il coinvolgimento del consumatore in relazioni giuridiche con i soggetti della
catena di produzione e distribuzione di prodotti e servizi. Uno degli aspetti innovativi del Codice è
la tutela del consumatore realizzata in modo preventivo, attraverso l’integrazione della normativa
vigente con i principi basilari dell’educazione del consumatore stesso, con ciò intendendo una serie
di processi attraverso i quali il consumatore apprende il funzionamento del mercato, migliorando la
propria capacità di agire come acquirente e consumatore di beni.
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Parallelamente il Codice del consumo mira ad individuare e definire gli obblighi dei diversi
operatori economici, nonché i poteri attribuiti alle autorità coinvolte nella sorveglianza del mercato.
Di qui le finalità:
- assicurare che tutti i prodotti destinati ai consumatori siano sicuri;
- rafforzare gli obblighi dei produttori, importatori, distributori nel fornire alle autorità
informazioni adeguate sui rischi legati ai prodotti e di ridurre i prodotti pericolosi;
- implementare la creazione e l’utilizzo di norme tecniche per gestire gli aspetti della
sicurezza dei prodotti;
- realizzare un sistema di scambio di informazioni tra autorità di controllo e soggetti
interessati;
- migliorare la sorveglianza del mercato.
Per realizzare l’obiettivo di immettere sul mercato (globale) solo prodotti sicuri, il legislatore è
intervenuto responsabilizzando tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, migliorando
l’informazione, sia a monte che a valle del processo di realizzazione e scambio dei prodotti,
individuando ed eliminando i rischi non necessari nella produzione e nell’uso dei prodotti ed
assicurando la conformità dei prodotti a norme cogenti, norme tecniche, raccomandazioni
comunitarie, codici di buona condotta, migliori tecniche disponibili.
D’altro canto il flusso crescente delle importazioni e il principio di divieto di limiti a tale fenomeno,
pone come centrale l’attività di controllo, così da poter garantire, oltre alla correttezza del
comportamento delle imprese nazionali, anche quella di determinati flussi economici.
La tutela assicurata dal codice del consumo è generale e non si applica ai prodotti oggetto di
specifiche disposizioni comunitarie o nazionali di recepimento, dotati di autonoma e particolare
disciplina, come:
-
materiale elettrico a bassa tensione (L. 791/1977, D.Lgs 626/1996)
compatibilità elettromagnetica (D.Lgs 476/1992, D.Lgs 615/1996, D.Lgs269/2001)
giocattoli (D.Lgs313/1991, D.Lgs 41/1997)
dispositivi di protezione individuale (D.Lgs 475/1992, D.Lgs 10/1997
attrezzatura a pressione (pentole a pressione) (D.Lgs 93/2000)
Informazioni particolari in materia di etichettatura sono anche previste per:
-
prodotti tessili (L. 883/1973, DPR 515/1976, D. Lgs 194/1999)
calzature (D.M. 30.1.2001, Direttiva 94/11/CE, L.1112/1966, D.M. 11.4.1996)
LA PROPRIETÀ INDUSTRIALE
La Proprietà Industriale indica l’insieme dei principi giuridici che tutelano le opere dell’ingegno
umano. La legge attribuisce a creatori e inventori un monopolio dello sfruttamento delle loro
creazioni/invenzioni ed indica gli strumenti legali per tutelarsi da eventuali abusi di soggetti non
autorizzati.
Tra gli strumenti: il brevetto, la registrazione o gli altri modi previsti dal Codice di Proprietà
Industriale (D. Lgs. 30/2005), che sono oggi la chiave nei processi di innovazione e sviluppo
economico delle imprese.
Il brevetto è un titolo in forza del quale lo Stato concede un monopolio temporaneo di sfruttamento
sull'oggetto trovato. Esso consiste nel diritto esclusivo di realizzarlo, di disporne e di farne oggetto
di commercio, nonché di vietare a terzi di produrlo, usarlo, metterlo in commercio, venderlo o
importarlo. I requisiti per ottenere un brevetto di invenzione o di modello sono: novità, attività
inventiva, applicazione industriale, liceità.
Possono costituire oggetto di brevetto:
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l’invenzione industriale - soluzione nuova e innovativa in risposta a un problema tecnico. Può fare
riferimento alla creazione di un congegno, prodotto, metodo o procedimento completamente nuovo
o può semplicemente rappresentare un miglioramento di un dato prodotto o procedimento già
esistente. Generalmente, la mera scoperta di qualcosa che già esiste in natura non può essere
qualificata come un’invenzione, affinché si possa parlare di invenzione devono sussistere ingegno,
creatività e inventiva. Il brevetto dura 20 anni.
i modelli di utilità – sono un trovato che fornisce a macchine o parti di esse, a strumenti, utensili od
oggetti in genere, particolare efficacia o comodità di applicazione o d’impiego. Il brevetto dura 5
anni, prorogabile per quinquenni fino a un massimo di 25 anni.
disegni o modelli ornamentali – sono un trovato che conferisce ai prodotti industriali uno speciale
ornamento grazie a una particolare forma o combinazione di linee, colori o altri elementi, a
condizione che siano nuovi e abbiano carattere individuale. Il brevetto dura 5 anni, prorogabile per
quinquenni fino a un massimo di 25 anni.
nuove varietà vegetali - una nuova varietà vegetale è una varietà nuova, omogenea, stabile e diversa
da altre già esistenti. Il brevetto dura 20 anni; per gli alberi e le viti dura 30 anni.
topografie di prodotto a semiconduttori. E' una serie di disegni correlati, comunque fissati o
codificati, rappresentanti lo schema tridimensionale degli strati di cui si compone un prodotto a
semiconduttori in uno stadio qualsiasi della sua fabbricazione. La protezione riguarda solo la
topografia del prodotto e non il software in esso incorporato. La protezione dura 10 anni.
IL MARCHIO DI IMPRESA
Il marchio d'impresa è un segno distintivo che contraddistingue i prodotti o i servizi che
un'impresa produce o mette in commercio.
Possono costituire marchi d'impresa i segni suscettibili di essere rappresentati graficamente,
come le parole (compresi i nomi di persona), i disegni, le lettere, le cifre, i suoni, la forma del
prodotto o della confezione di esso, o le combinazioni o le tonalità cromatiche, purché siano idonei
a distinguere i prodotti o i servizi di una impresa da quelli di altre imprese.
Per registrare come marchio uno dei segni sopra indicati è necessario che esso abbia i seguenti
caratteri: novità, capacità distintiva, liceità
Può ottenere la registrazione del marchio d'impresa chi lo utilizza, o si propone di utilizzarlo, nella
fabbricazione o nel commercio di prodotti o nella prestazione di servizi della propria impresa o di
imprese di cui abbia il controllo o che ne facciano uso con il suo consenso.
Possono essere richiesti anche marchi collettivi da parte di soggetti, individuali o collettivi, che
garantiscono la natura, la qualità o l'origine di determinati prodotti o servizi. Tali marchi possono
essere perciò usati da più persone che si assoggettano all'osservanza di determinati standard di
qualità e ai relativi controlli. I marchi d'impresa sono concessi anche agli stranieri a condizione di
reciprocità.
I marchi durano 10 anni dalla data di presentazione della domanda. La registrazione può essere
rinnovata per periodi decennali, purché la domanda venga presentata entro i 12 mesi precedenti la
scadenza del decennio in corso o nei 6 mesi successivi con l'applicazione di una soprattassa.
LOTTA ALLA CONTRAFFAZIONE
La contraffazione si verifica quando segni distintivi o marchi già registrati e attribuiti a determinati
prodotti vengono apposti da soggetti terzi e non autorizzati su prodotti nuovi, o soltanto similari,
o anche diversi da quelli legittimamente commercializzati dal titolare del marchio in questione.
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La contraffazione si verifica anche quando il consumatore viene tratto in inganno sulla reale
provenienza dei prodotti.
Fenomeno antichissimo e diffuso, la contraffazione si va oggi sempre più configurando come una
vera e propria industria criminale, con gravi ripercussioni sia in ambito economico che sociale, che
ha rilevante capacità di incidenza sul corretto funzionamento del mercato interno e sulla sicurezza
dei consumatori.
La principale strategia di azione è quindi volta all’educazione dei cittadini e delle imprese, a una
cultura del rispetto di questi valori e a un consumo più consapevole.
Gli strumenti diretti di azione, di controllo e di riferimento per l’utenza sono:
-
Il Consiglio Nazionale Anticontraffazione, presso il Ministero dello Sviluppo Economico;
i Call-center 06-47055800 06-47055437, principale filo diretto per le imprese e per i
consumatori, utile alla segnalazione capillare di casi di contraffazione.
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IN FIN DEI CONTI…
Dall’analisi statistica emerge che il processo di internazionalizzazione è ben visibile anche in
provincia di Belluno: nel periodo 1993-2009 si sono osservati numerosi cambiamenti, sia nella
tipologia dei prodotti che nella scelta dei partner commerciali, che sono in stretta relazione con i
mutamenti intervenuti a livello planetario.
Il predominio dell’occhialeria sull’interscambio commerciale del Bellunese si è fatto sempre più
netto e ciò è avvenuto con il progredire del peso economico e dimensionale delle grandi imprese
che, trasformatesi in multinazionali, hanno saputo, attraverso strategie aziendali diversificate,
cogliere le trasformazioni e porsi all’attenzione del mondo. L’apertura dei Paesi emergenti al
mercato mondiale ha condotto a una modifica significativa del tessuto imprenditoriale locale e del
distretto dell’occhiale in particolare. Sono scomparse tutta una miriade di aziende marginali che non
sono state in grado di avvertire i segni del tempo, poiché basandosi esclusivamente sull’utilizzo del
fattore lavoro sono state spazzate via dalla concorrenza dei Paesi asiatici a più basso costo di
manodopera.
Ma, non è solo l’occhialeria a essere stata investita dal fenomeno della globalizzazione: se si guarda
alla top-ten dei principali prodotti esportati, si nota che gli altri prodotti dell’industria
manifatturiera, i filati e i tessuti presenti rispettivamente al sesto e settimo posto della graduatoria
1993, non compaiono più in quella del 2009, fagocitati dalla competizione internazionale. Si tratta
di lavorazioni di tipo tradizionale, facilmente replicabili e ad alta partecipazione di manodopera non
specializzata che possono essere agevolmente “smontate” e ricollocate dove il vantaggio economico
si fa maggiore.
Negli anni sono avanzati, invece, quei settori che hanno un maggiore valore aggiunto e che
appartengono a un’industria più sofisticata e selettiva, in cui il fattore umano, spendibile in termini
di precisione e inventiva, è determinante per la riuscita dell’alta qualità del prodotto. Vengono
premiati quindi la meccanica, la metallurgia, i prodotti in gomma e plastica, le altre apparecchiature
elettriche e l’elettronica. Senza nulla togliere ai grandi big, non c’è solo l’occhialeria, ma anche una
serie di imprese di medie dimensioni che si sono organizzate e attivate per competere sul mercato
mondiale.
Tra le nuove tipologie di prodotto troviamo, nel 2009, la concia e la lavorazione di pelli e i prodotti
alimentari, la presenza di questi ultimi è singolare e può essere collegata alla crescente attrazione
che esercitano anche a livello internazionale (l’industria alimentare è stimata in crescita nei prossimi
anni assieme a quella farmaceutica).
Se la varietà della produzione e dell’esportazione di merci è mutata, altrettanto si può dire dei Paesi
di riferimento. Nel 1993 il principale interlocutore era la Germania, diciassette anni dopo, ai vertici
delle classifiche troviamo gli Stati Uniti (dal 1997 saldi al primo posto) per le esportazioni e la Cina
per le importazioni (dal 2002 in vetta). Il colosso asiatico entrato in scena come protagonista sul
finire degli anni Novanta, si è imposto con forza nella seconda metà del decennio e ora assorbe il
44,7% del totale delle importazioni bellunesi (la Germania, al secondo posto, deve accontentarsi del
9,5%). La storia ci dice che nel 1991 (primo anno di cui si posseggono i dati in serie storica) la Cina
valeva lo 0,7% dell’import bellunese e la nostra bilancia commerciale vantava un saldo positivo, ma
già due anni dopo le importazioni dominavano sulle esportazioni.
Pur rimanendo un importante mercato, l’Europa occidentale ha dunque perso l’esclusiva, ci sono
ora nuovi Paesi con cui si sono intrecciati rapporti commerciali stabili: l’Europa dell’est, Brasile,
Australia, Hong Kong, Turchia, Cina, Corea del sud e Russia.
Lo studio ha evidenziato anche l’alto grado di attenzione di alcune imprese bellunesi alle vicende
economico-politiche mondiali. La caduta dell’ex blocco comunista ha comportato l’attivazione di
relazioni commerciali con i Paesi dell’Europa orientale, che nella prima ora hanno riguardato quasi
esclusivamente i movimenti di importazione (Croazia, Slovenia, Ungheria e Romania già presenti
tra i primi venti importatori nel 1993) e solo in tempi più recenti quelli di esportazione. E’ probabile
che, dietro a questi legami, in alcuni casi, si celassero anche operazioni di delocalizzazione.
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Lo suggerirebbe, ad esempio, l’andamento dell’import della Slovenia, quasi interamente dovuto a
importazioni di materiale riconducibile all’occhialeria. Sul finire degli anni Novanta, la Slovenia
occupava la sesta posizione nella classifica dei principali Paesi importatori a ridosso dei grandi
Paesi europei (Germania, Francia, Austria, Belgio e Paesi Bassi), ma già nel 1999 perdeva punti ed
era scavalcata dalla Cina che debuttava negli anni Duemila al secondo posto dopo la Germania.
Tuttavia, le importazioni dalla Slovenia continuavano a crescere a ritmi piuttosto sostenuti e nel
biennio 2002-2003 era quarta nella classifica degli assoluti e seconda tra gli importatori di occhiali.
Già l’anno dopo, però, scendeva di un gradino per poi crollare bruscamente negli anni successivi;
attualmente le importazioni da questo Paese sono assolutamente esigue. Tenuto in debito conto che
la Slovenia entra nell’Unione Europa nel 2004, e che in quegli anni la Cina si avviava a diventare
un interlocutore sempre più privilegiato, è facilmente ipotizzabile che il Paese non fosse più ritenuto
economicamente appetibile e che si fosse scelto di dismettere l’insediamento per collocarlo altrove.
L’attuale crisi offre lo spunto per comprendere ancor meglio il grado di internazionalizzazione della
nostra provincia: ai primi segnali di deterioramento del clima economico mondiale le nostre
esportazioni hanno risposto con immediatezza, accusando una flessione significativa nel terzo
trimestre 2008, cui è seguito un forte ridimensionamento con un picco di minimo nel terzo trimestre
2009. Ma già sul finire d’anno, con il miglioramento del clima di fiducia e dei dati macroeconomici,
le esportazioni bellunesi hanno risalito velocemente la china. Al pari di tutte le economie aperte,
cioè fortemente votate all’export, quella bellunese è influenzata direttamente dagli stimoli esterni e
ad essi reagisce prontamente.
Questo fenomeno è tanto più evidente se si confronta l’andamento percentuale delle esportazioni
bellunesi, venete e italiane nei diversi trimestri: i primi segni di rallentamento nel bellunese si
notano nel terzo trimestre 2007 in connessione con la decelerazione dell’economia americana da cui
fortemente dipende, poi la discesa si fa inesorabile e diventa brusca, mentre, il Veneto e l’Italia, pur
risentendo nello stesso periodo delle mutate condizioni, non hanno significative variazioni e la loro
caduta è molto meno accentuata. Ma il forte grado di apertura agisce anche da volàno, infatti,
Belluno è il primo a partire e la sua ascesa è assai rapida.
La presenza della frantumazione della catena di produzione internazionale è ben radicata in
provincia ed è visibile dalle statistiche che guardano al prodotto per tipo di industria. Le
esportazioni di beni intermedi costituiscono il 14,2% del totale export e la loro importanza nel
tempo è diventata sempre più evidente: dal 2000 al 2008 sono cresciute del 29,4%, a fronte di un
import aumentato solo del 4,5%. Il principale interlocutore sia in entrata che in uscita è l’Europa e
l’area euro in particolare. Da conversazioni intercorse con operatori di diversi settori si apprende,
infatti, che sono numerose le PMI, che, specializzatesi nella lavorazione di prodotti intermedi,
servono l’industria estera, soprattutto tedesca. Si tratta di aziende appartenenti all’alta meccanica,
all’elettronica, alla meccatronica, che sono in grado di produrre con livelli di alta qualità. Hanno
patito l’effetto Cina, e ne risentono tuttora, tuttavia, la capacità di inventiva, la puntualità nella
consegna e la precisione nella produzione le rendono ancora partner affidabili e preferibili ai Paesi a
basso costo.
All’interno dell’occhialeria esiste ancora un piccolo indotto, ancorché ridimensionato. Si ha notizia
che un’azienda di medie dimensioni partecipi come fornitore privilegiato di primo livello per una
grande multinazionale; altre aziende subfornitrici sono state richiamate al loro ruolo perché
garantiscono tempi di consegna eccellenti soprattutto nella produzione di occhiali da sole,
caratterizzata da un ciclo molto breve. Inoltre, attorno all’occhialeria ruotano anche altri settori non
strettamente ad essa connessi a cui si richiede di risolvere problemi specifici per i quali la
competenza tecnica è indispensabile (soluzioni tecniche per le placchette di plastica, adattamento di
macchinari esistenti).
La subfornitura, costituita in nicchie di specializzazione, è quindi un aspetto che contraddistingue la
nostra provincia con, in alcuni casi, effetti positivi perché si sviluppano reti transnazionali con
passaggio di informazioni e tecnologia.
Gli aspetti negativi del tessuto economico bellunese sono già noti e ne faremo qui un breve cenno,
sfruttando le informazioni desunte da conversazioni avute con imprenditori e operatori economici
locali:
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• approcciarsi al mercato estero è spesso un fenomeno individuale e non collettivo, non c’è
squadra tra gli imprenditori bellunesi;
• le novità, le innovazioni, le migliorie non vengono condivise, ma custodite gelosamente;
• salvo rari casi, non c’è rapporto con centri di ricerca e università (sussiste però
un’innovazione interna all’azienda, non brevettata);
• in molti casi ci si scontra con una mentalità legata al passato. Gli aspetti culturali incidono
sull’individualità che condiziona anche le relazioni sul territorio in senso economico;
• mancanza di personale qualificato all’interno dell’azienda che sappia gestire i rapporti con
l’estero (amministrativi, commerciali, dirigenti);
• non ci sono strette reti di relazione con i servizi pubblici e privati che potrebbero, invece,
dare una maggiore spinta al processo di esternalizzazione;
• mancata partecipazione ai bandi regionali per lo sviluppo all’internazionalizzazione.
Per il futuro si avvertono pochi, ma significativi segnali positivi. Sta emergendo, infatti, una nuova
imprenditorialità, fatta di giovani laureati che spesso hanno compiuto studi all’estero e che si
accingono a prendere in mano l’azienda familiare. Tuttavia, ci sono ancora molti nodi da sciogliere:
bisogna comprendere che esiste una convenienza a mettersi in rete, a dialogare con settori
economici apparentemente lontani e che innovazione, ricerca e dialogo con il territorio sono chiavi
per il successo. In una frase: è necessario fare il salto di qualità, non più dunque solo aziende a
labour intensive, ma aziende in cui il capitale umano si esprima ai più alti livelli.
Gli studi promossi dall’Istituto per la Promozione Industriale ci indicano che, a parità di classe di
addetti, le aziende che si impegnano oltre frontiera hanno un fatturato e un valore aggiunto per
addetto di gran lunga maggiore di quelle che si rivolgono al solo mercato interno.
Decidere di impegnarsi con l’estero è, però, un’azione che non coinvolge solo aspetti legati alla
produzione in senso stretto; oltre a quelli tecnici, si devono valutare attentamente anche altri fattori
che presuppongono conoscenze in ambiti molto diversi: comprensione economica, culturale,
linguistica del mercato straniero, ciò comprende valutazioni di tipo macroeconomico in cui
rientrano analisi del PIL, del reddito pro-capite, studi sulla demografia e sul livello di istruzione
della popolazione, grado di apertura al commercio del Paese ospitante, ricerche di mercato, esami
della tipologia dei consumi e della propensione di spesa dei residenti, adesione ai gusti dei nuovi
possibili clienti, ricerche di nicchie di prodotti e mercati, legislazione del Paese di destinazione,
conoscenze sull’esistenza di tariffe e dazi doganali, tutela del marchio, del prodotto, della proprietà
industriale, ottimizzazione dei servizi di logistica e trasporti, ecc.
Se è pur vero che negli ultimi decenni si è avuta nel mondo una standardizzazione dei modelli di
consumo, e con essi dei modelli culturali e di organizzazione sociale, stimolati dalle strategie
produttive e di marketing delle grandi imprese che hanno condotto a una facilitazione dei rapporti
perché si dispone di parametri comuni, sussistono ancora delle barriere, non solo economiche e
legislative, che rendono difficile la penetrazione nei mercati altrui soprattutto quando si è piccoli e
isolati. Diventa, quindi, condizione imprescindibile poter contare su una rete di servizi pubblici e
privati che offrano gli strumenti per interpretare il mercato di destinazione e che agevolino e
semplifichino le attività di esportazione.
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Ca m e r a di Com m e r c i o Indu s tri a Artigia n a t o e Agricoltur a Belluno
Piazza S.St ef an o, 15-17
32100 Belluno
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