Gennaio-Febbraio-Marzo-Aprile 2014 - Anno CI - N. 1
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Gennaio-Febbraio-Marzo-Aprile 2014 - Anno CI - N. 1
Poste Italiane s.p.a. - Sped in Abb. Post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2, DCB Verona
Bollettino della Diocesi
di Verona
Atti ufficiali
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Gennaio-Febbraio-Marzo-Aprile 2014 - Anno CI - N. 1
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BOLLETTINO DELLA DIOCESI DI VERONA - Pubblicazione ufficiale
Direttore: Don Francesco Grazian
Direttore responsabile: Mons. Bruno Fasani
Redazione e amministrazione: Curia Diocesana, Piazza Vescovado 7 - 37121 Verona
Autorizzazione n. 658 del Tribunale C.P. di Verona, 27 aprile 1985
Abbonamento annuale: € 31,00
Fotocomposizione: Ufficio Informatico Diocesano
Stampa: Eurotipo - Via Dell'Agricoltura, 5 - Sommacampagna (VR)
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SOMMARIO
MAGISTERO PONTIFICIO
– Santa Messa nella solennità di Maria SS.ma Madre di Dio, XLVII Giornata Mondiale della Pace, Omelia del Santo Padre Francesco, Basilica Vaticana, Mercoledì 1° gennaio 2014 (6)
– Discorso del Santo Padre Francesco ai membri dell’Eccellentissimo Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, Sala Regia, Lunedì 13
gennaio 2014 (8)
– Messaggio del Santo Padre Francesco per la 51ª Giornata Mondiale di
preghiera per le vocazioni (11 maggio 2014), 15 gennaio 2014 (14)
– Discorso del Santo Padre Francesco al Tribunale della Rota Romana,
per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, Sala Clementina, Venerdì 24
gennaio 2014 (17)
– Messaggio del Santo Padre Francesco per la XLVIII Giornata Mondiale
delle comunicazioni sociali (1 giugno 2014), 24 gennaio 2014 (19)
– Discorso del Santo Padre Francesco ai partecipanti alla plenaria della
Congregazione per la dottrina della fede, Sala Clementina, Venerdi 31
gennaio 2014 (23)
– Discorso del Santo Padre Francesco ai fidanzati che si preparano al matrimonio, Piazza San Pietro, Venerdì 14 febbraio 2014 (25)
– Lettera apostolica in forma di “motu proprio” Fidelis dispensator et prudens
del Sommo Pontefice Francesco per la costituzione di una nuova struttura
di coordinamento degli affari economici e amministrativi della Santa Sede
e dello Stato della Città del Vaticano, 24 febbraio 2014 (29)
– Discorso del Santo Padre Francesco ai parroci di Roma, Aula Paolo VI,
Giovedì 6 marzo 2014 (31)
– Veglia Pasquale nella Notte Santa, Omelia del Santo Padre Francesco,
Basilica Vaticana, Sabato Santo, 19 aprile 2014 (37)
– Santa Messa e canonizzazione dei Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, Omelia del Santo Padre Francesco, Piazza San Pietro, Domenica
27 aprile 2014 (39)
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CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
– Consiglio Episcopale Permanente. Comunicato finale, Roma 27-29 gennaio 2014 (41)
– Calendario delle attività degli organi collegiali della CEI per l'anno pastorale 2014-2015 (47)
– Consiglio Episcopale Permanente. Comunicato finale, Roma 24-26 marzo 2014 (48)
CONFERENZA EPISCOPALE TRIVENETA
– “Il compito educativo è una missione chiave!”. Nota dei Vescovi del Trivento su alcune urgenti questioni di carattere antropologico e educativo,
2 febbraio 2014 (54)
LA PAROLA DEL VESCOVO
– Decimo anniversario dell'Ordinazione Episcopale, Cattedrale di Verona, Sabato 11 gennaio 2014 (59)
– “Lo stile di Papa Francesco mappa per il ministero pastorale”: Ritiro quaresimale del clero, Cattedrale di Verona, Giovedì 6 marzo 2014 (63)
– “La donazione come valore etico”: Intervento al Lions Club, San Bonifacio
(VR), Sabato 29 marzo 2014 (69)
– “Un presbiterio unito in intima fraternità sacramentale e unico sotto la guida
del Vescovo all'altezza della nuova evangelizzazione”: Messa del Crisma, Cattedrale di Verona, Giovedì santo 17 aprile 2014 (74)
– “L'attenzione agli scarti della società è la corsia preferenziale della diaconia”:
Messa in cœna Domini, Cattedrale di Verona, Giovedì santo, 17 aprile 2004
(80)
– “Alle scaturigini del senso e delle ragioni del vivere umano terreno”: Veglia
Pasquale, Cattedrale di Verona, Sabato 19 aprile 2014 (82)
– “Credibili testimoni del Risorto”: Santa Pasqua di Risurrezione, Cattedrale
di Verona, Domenica 20 aprile 2014 (85)
– “La diaconia dell'Eccomi!”: Ordinazioni diaconali, Cattedrale di Verona,
Domenica 27 aprile 2014 (88)
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VITA DELLA CHIESA DI VERONA
– Costituzione del nuovo Consiglio Presbiterale (91)
– Consiglio Presbiterale Diocesano – verbale di Giovedì 30 gennaio 2014
(95)
– Rendiconto relativo alla erogazione delle somme attribuite alla Diocesi
della Conferenza Episcopale Italiana, ex art. 47 della legge 22/1985 per
l'anno 2013 (101)
– Decreto sulla eroicità delle virtù del Servo di Dio don Giuseppe Girelli
(Congregazione per le cause dei santi) 7 gennaio 2014 (106)
– Attività del Vescovo da gennaio ad aprile 2014 (109)
– Nomine tra il clero e altri decreti (116)
NELLA PACE DEL SIGNORE
– SANTI don Angelo – BENNATI mons. Andrea – GATTI mons. Mario – FACCI don Giuseppe – MERENDELLI don Walter – DAL DOSSO don Zeffirino – GHINI don Ugo (don Mazza) – FRATUCELLO don Sergio – ZANCANELLA don Luigi – NOLI don Giovanni
(† 6 gennaio 2014) (118)
(† 20 gennaio 2014) (118)
(† 9 febbraio 2014) (118)
(† 18 febbraio 2014) (119)
(† 24 febbraio 2014) (119)
(† 25 febbraio 2014) (119)
(† 26 febbraio 2014) (120)
(† 14 aprile 2014) (120)
(† 18 aprile 2014) (120)
(† 21 aprile 2014) (121)
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MAGISTERO
PONTIFICIO
SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ
di maria SANTISSIMA madre di dio
xlvii giornata mondiale
della pace
Omelia del Santo Padre Francesco
Basilica Vaticana, Mercoledì 1 gennaio 2014.
La prima Lettura ci ha riproposto l’antica preghiera di benedizione
che Dio aveva suggerito a Mosè perché la insegnasse ad Aronne e ai suoi
figli: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere
per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti
conceda pace» (Nm 6,24-26). È quanto mai significativo riascoltare queste
parole di benedizione all’inizio di un nuovo anno: accompagneranno il
nostro cammino per il tempo che si apre davanti a noi. Sono parole di forza, di coraggio, di speranza. Non una speranza illusoria, basata su fragili
promesse umane; neppure una speranza ingenua che immagina migliore
il futuro semplicemente perché è futuro. Questa speranza ha la sua ragione proprio nella benedizione di Dio, una benedizione che contiene l’augurio più grande, l’augurio della Chiesa ad ognuno di noi, pieno di tutta la
protezione amorevole del Signore, del suo provvidente aiuto.
L’augurio contenuto in questa benedizione si è realizzato pienamente in una donna, Maria, in quanto destinata a diventare la Madre di
Dio, e si è realizzato in lei prima che in ogni creatura.
Madre di Dio. Questo è il titolo principale ed essenziale della Madonna. Si tratta di una qualità, di un ruolo che la fede del popolo cristiano,
nella sua tenera e genuina devozione per la mamma celeste, ha percepito
da sempre. Ricordiamo quel grande momento della storia della Chiesa
antica che è stato il Concilio di Efeso, nel quale fu autorevolmente definita la divina maternità della Vergine. La verità sulla divina maternità di
Maria trovò eco a Roma dove, poco dopo, fu costruita la Basilica di Santa
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Maria Maggiore, primo santuario mariano di Roma e dell’intero Occidente, nel quale si venera l’immagine della Madre di Dio - la Theotokos - con il
titolo di Salus populi romani. Si racconta che gli abitanti di Efeso, durante il
Concilio, si radunassero ai lati della porta della basilica dove si riunivano
i Vescovi e gridassero: «Madre di Dio!». I fedeli, chiedendo di definire
ufficialmente questo titolo della Madonna, dimostravano di riconoscerne
la divina maternità. È l’atteggiamento spontaneo e sincero dei figli, che
conoscono bene la loro Madre, perché la amano con immensa tenerezza.
Ma è di più: è il sensus fidei del santo popolo fedele di Dio, che mai, nella
sua unità, mai sbaglia.
Maria è da sempre presente nel cuore, nella devozione e soprattutto
nel cammino di fede del popolo cristiano. «La Chiesa cammina nel tempo
… e in questo cammino procede ricalcando l’itinerario compiuto dalla
Vergine Maria» (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris Mater, 2). Il nostro
itinerario di fede è uguale a quello di Maria, per questo la sentiamo particolarmente vicina a noi! Per quanto riguarda la fede, che è il cardine
della vita cristiana, la Madre di Dio ha condiviso la nostra condizione, ha
dovuto camminare sulle stesse strade frequentate da noi, a volte difficili e
oscure, ha dovuto avanzare nel «pellegrinaggio della fede» (Conc. Ecum.
Vat. II, Cost. Lumen gentium, 58).
Il nostro cammino di fede è legato in modo indissolubile a Maria da
quando Gesù, morente sulla croce, ce l’ha donata come Madre dicendo:
«Ecco tua madre!» (Gv 19,27). Queste parole hanno il valore di un testamento e danno al mondo una Madre. Da quel momento la Madre di Dio è
diventata anche Madre nostra! Nell’ora in cui la fede dei discepoli veniva
incrinata da tante difficoltà e incertezze, Gesù li affidava a Colei che era
stata la prima a credere, e la cui fede non sarebbe mai venuta meno. E la
“donna” diventa Madre nostra nel momento in cui perde il Figlio divino.
Il suo cuore ferito si dilata per fare posto a tutti gli uomini, buoni e cattivi,
tutti, e li ama come li amava Gesù. La donna che alle nozze di Cana di
Galilea aveva dato la sua cooperazione di fede per la manifestazione delle
meraviglie di Dio nel mondo, al calvario tiene accesa la fiamma della fede
nella risurrezione del Figlio, e la comunica con affetto materno agli altri.
Maria diventa così sorgente di speranza e di gioia vera!
La Madre del Redentore ci precede e continuamente ci conferma
nella fede, nella vocazione e nella missione. Con il suo esempio di umiltà
e di disponibilità alla volontà di Dio ci aiuta a tradurre la nostra fede in
un annuncio del Vangelo gioioso e senza frontiere. Così la nostra missione
sarà feconda, perché è modellata sulla maternità di Maria. A Lei affidiamo
il nostro itinerario di fede, i desideri del nostro cuore, le nostre necessità,
i bisogni del mondo intero, specialmente la fame e la sete di giustizia e di
pace e di Dio; e la invochiamo tutti insieme, e vi invito ad invocarla per tre
volte, imitando quei fratelli di Efeso, dicendole “Madre di Dio”: Madre di
Dio! Madre di Dio! Madre di Dio! Amen.
FRANCESCO
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DISCORSO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO AI MEMBRI
DELL'ECCELLENTISSIMO CORPO
DIPLOMATICO ACCREDITATO
PRESSO LA SANTA SEDE
Sala Regia del Palazzo Apostolico, Lunedì 13 gennaio 2014.
Eminenza, Eccellenze, Signore e Signori, È ormai una lunga e consolidata tradizione quella che, all’inizio di
ogni nuovo anno, vuole che il Papa incontri il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per porgere voti augurali e scambiare alcune
riflessioni, che sgorgano anzitutto dal suo cuore di pastore, attento alle
gioie e ai dolori dell’umanità. È perciò motivo di grande letizia l’incontro
di oggi. Esso mi permette di formulare a Voi personalmente, alle Vostre
famiglie, alle Autorità e ai popoli che rappresentate i miei più sentiti auguri per un Anno ricco di benedizioni e di pace.
Ringrazio anzitutto il Decano Jean-Claude Michel, il quale ha dato
voce, a nome di tutti Voi, alle espressioni di affetto e di stima che legano le
Vostre Nazioni alla Sede Apostolica. Sono lieto di rivedervi qui, così numerosi, dopo avervi incontrato una prima volta pochi giorni dopo la mia
elezione. Nel frattempo sono stati accreditati numerosi nuovi Ambasciatori, a cui rinnovo il benvenuto, mentre, tra coloro che ci hanno lasciato,
non posso non menzionare, come ha fatto il Vostro Decano, il compianto
Ambasciatore Alejandro Valladares Lanza, per diversi anni Decano del
Corpo Diplomatico, che il Signore ha chiamato a sé alcuni mesi fa.
L’anno appena conclusosi è stato particolarmente denso di avvenimenti non solo nella vita della Chiesa, ma anche nell’ambito dei rapporti
che la Santa Sede intrattiene con gli Stati e le Organizzazioni internazionali. Ricordo, in particolare, l’allacciamento delle relazioni diplomatiche
con il Sud Sudan, la firma di accordi, di base o specifici, con Capo Verde,
Ungheria e Ciad, e la ratifica di quello con la Guinea Equatoriale sottoscritto nel 2012. Anche nell’ambito regionale è cresciuta la presenza della
Santa Sede, sia in America centrale, dove essa è diventata Osservatore
Extra-Regionale presso il Sistema de la Integración Centroamericana, sia in
Africa, con l’accreditamento del primo Osservatore Permanente presso la
Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale.
Nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, dedicato alla
fraternità come fondamento e via per la pace, ho notato che «la fraternità si
comincia ad imparare solitamente in seno alla famiglia» (Messaggio per la
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XLVII Giornata Mondiale della Pace, 8 dicembre 2013, 1), la quale «per vocazione, dovrebbe contagiare il mondo con il suo amore» (ibid.) e contribuire
a far maturare quello spirito di servizio e di condivisione che edifica la
pace (cfr ibid., 10). Ce lo racconta il presepe, dove vediamo la Santa Famiglia non sola e isolata dal mondo, ma attorniata dai pastori e dai magi,
cioè una comunità aperta, nella quale c’è spazio per tutti, poveri e ricchi,
vicini e lontani. E si comprendono così le parole del mio amato predecessore Benedetto XVI, il quale sottolineava come «il lessico familiare è un
lessico di pace» (Benedetto XVI, Messaggio per la XLI Giornata Mondiale
della Pace [8 dicembre 2007], 3: AAS 100 [2008], 39).
Purtroppo, spesso ciò non accade, perché aumenta il numero delle
famiglie divise e lacerate, non solo per la fragile coscienza del senso di appartenenza che contraddistingue il mondo attuale, ma anche per le condizioni difficili in cui molte di esse sono costrette a vivere, fino al punto
di mancare degli stessi mezzi di sussistenza. Si rendono perciò necessarie
politiche appropriate che sostengano, favoriscano e consolidino la famiglia! Capita, inoltre, che gli anziani siano considerati un peso, mentre i
giovani non vedono davanti a sé prospettive certe per la loro vita. Anziani
e giovani, al contrario, sono la speranza dell’umanità. I primi apportano
la saggezza dell’esperienza; i secondi ci aprono al futuro, impedendo di
chiuderci in noi stessi (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 108). È saggio non
emarginare gli anziani dalla vita sociale per mantenere viva la memoria di
un popolo. Parimenti, è bene investire sui giovani, con iniziative adeguate
che li aiutino a trovare lavoro e a fondare un focolare domestico. Non bisogna spegnere il loro entusiasmo! Conservo viva nella mia mente l’esperienza della Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro. Quanti
ragazzi contenti ho potuto incontrare! Quanta speranza e attesa nei loro
occhi e nelle loro preghiere! Quanta sete di vita e desiderio di aprirsi agli
altri! La chiusura e l’isolamento creano sempre un’atmosfera asfittica e
pesante, che prima o poi finisce per intristire e soffocare. Serve, invece, un
impegno comune di tutti per favorire una cultura dell’incontro, perché
solo chi è in grado di andare verso gli altri è capace di portare frutto, di
creare vincoli, di creare comunione, di irradiare gioia, di edificare la pace.
Lo confermano – se ce ne fosse bisogno – le immagini di distruzione
e di morte che abbiamo avuto davanti agli occhi nell’anno appena trascorso. Quanto dolore, quanta disperazione causa la chiusura in sé stessi, che
prende via via il volto dell’invidia, dell’egoismo, della rivalità, della sete
di potere e di denaro! Sembra, talvolta, che tali realtà siano destinate a dominare. Il Natale, invece, infonde in noi cristiani la certezza che l’ultima e
definitiva parola appartiene al Principe della Pace, che muta «le spade in
vomeri e le lance in falci» (cfr Is 2,4) e trasforma l’egoismo in dono di sé e
la vendetta in perdono.
È con questa fiducia che desidero guardare all’anno che ci sta di
fronte. Non cesso, pertanto, di sperare che abbia finalmente termine il
conflitto in Siria. La sollecitudine per quella cara popolazione e il deside-
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rio di scongiurare l’aggravarsi della violenza mi hanno portato, nel settembre scorso, a indire una giornata di digiuno e di preghiera. Attraverso
di Voi ringrazio di vero cuore quanti nei Vostri Paesi, Autorità pubbliche
e persone di buona volontà, si sono associati a tale iniziativa. Occorre ora
una rinnovata volontà politica comune per porre fine al conflitto. In tale
prospettiva, auspico che la Conferenza “Ginevra 2”, convocata per il 22
gennaio p.v., segni l’inizio del desiderato cammino di pacificazione. Nello stesso tempo, è imprescindibile il pieno rispetto del diritto umanitario. Non si può accettare che venga colpita la popolazione civile inerme,
soprattutto i bambini. Incoraggio, inoltre, tutti a favorire e a garantire,
in ogni modo possibile, la necessaria e urgente assistenza di gran parte
della popolazione, senza dimenticare l’encomiabile sforzo di quei Paesi,
soprattutto il Libano e la Giordania, che con generosità hanno accolto nel
proprio territorio i numerosi profughi siriani.
Rimanendo nel Medio Oriente, noto con preoccupazione le tensioni
che in diversi modi colpiscono la Regione. Guardo con particolare preoccupazione al protrarsi delle difficoltà politiche in Libano, dove un clima
di rinnovata collaborazione fra le diverse istanze della società civile e le
forze politiche è quanto mai indispensabile per evitare l’acuirsi di contrasti che possono minare la stabilità del Paese. Penso anche all’Egitto, bisognoso di una ritrovata concordia sociale, come pure all’Iraq, che stenta a
giungere all’auspicata pace e stabilità. In pari tempo, rilevo con soddisfazione i significativi progressi compiuti nel dialogo tra l’Iran ed il “Gruppo
5+1” sulla questione nucleare.
Ovunque la via per risolvere le problematiche aperte deve essere
quella diplomatica del dialogo. È la strada maestra già indicata con lucida chiarezza dal papa Benedetto XV allorché invitava i responsabili delle
Nazioni europee a far prevalere «la forza morale del diritto» su quella
«materiale delle armi» per porre fine a quella «inutile strage» (cfr Benedetto XV, Lettera ai Capi dei Popoli belligeranti [1 agosto 1917]: AAS 9 [1917],
421-423), che è stata la Prima Guerra Mondiale, di cui quest’anno ricorre il
centenario. Occorre «il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale»
(Esort. ap. Evangelii gaudium, 228), per considerare gli altri nella loro dignità più profonda, affinché l’unità prevalga sul conflitto e sia «possibile
sviluppare una comunione nelle differenze» (ibid.). In questo senso è positivo che siano ripresi i negoziati di pace tra Israeliani e Palestinesi e faccio
voti affinché le Parti siano determinate ad assumere, con il sostegno della
Comunità internazionale, decisioni coraggiose per trovare una soluzione
giusta e duratura ad un conflitto la cui fine si rivela sempre più necessaria
e urgente. Non cessa di destare preoccupazione l’esodo dei cristiani dal
Medio Oriente e dal Nord Africa. Essi desiderano continuare a far parte
dell’insieme sociale, politico e culturale dei Paesi che hanno contribuito
ad edificare, e ambiscono concorrere al bene comune delle società nelle
quali vogliono essere pienamente inseriti, quali artefici di pace e di riconciliazione.
Pure in altre parti dell’Africa, i cristiani sono chiamati a dare testi-
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monianza dell’amore e della misericordia di Dio. Non bisogna mai desistere dal compiere il bene anche quando è arduo e quando si subiscono
atti di intolleranza, se non addirittura di vera e propria persecuzione. In
vaste aree della Nigeria non si fermano le violenze e continua ad essere
versato tanto sangue innocente. Il mio pensiero va soprattutto alla Repubblica Centroafricana, dove la popolazione soffre a causa delle tensioni
che il Paese attraversa e che hanno seminato a più riprese distruzione e
morte. Mentre assicuro la mia preghiera per le vittime e per i numerosi
sfollati, costretti a vivere in condizioni di indigenza, auspico che l’interessamento della Comunità internazionale contribuisca a far cessare le
violenze, a ripristinare lo stato di diritto e a garantire l’accesso degli aiuti
umanitari anche alle zone più remote del Paese. Da parte sua, la Chiesa
cattolica continuerà ad assicurare la propria presenza e collaborazione,
adoperandosi con generosità per fornire ogni aiuto possibile alla popolazione e, soprattutto, per ricostruire un clima di riconciliazione e di pace
fra tutte le componenti della società. Riconciliazione e pace sono priorità
fondamentali anche in altre parti del continente africano. Mi riferisco particolarmente al Mali, dove pur si nota il positivo ripristino delle strutture
democratiche del Paese, come pure al Sud Sudan, dove, al contrario, l’instabilità politica dell’ultimo periodo ha già provocato numerosi morti e
una nuova emergenza umanitaria.
La Santa Sede segue con viva attenzione anche le vicende dell’Asia,
dove la Chiesa desidera condividere le gioie e le attese di tutti i popoli
che compongono quel vasto e nobile continente. In occasione del 50° anniversario delle relazioni diplomatiche con la Repubblica di Corea, vorrei
implorare da Dio il dono della riconciliazione nella penisola, con l’auspicio che, per il bene di tutto il popolo coreano, le Parti interessate non si
stanchino di cercare punti d’incontro e possibili soluzioni. L’Asia, infatti,
ha una lunga storia di pacifica convivenza tra le sue varie componenti
civili, etniche e religiose. Occorre incoraggiare tale reciproco rispetto, soprattutto di fronte ad alcuni preoccupanti segnali di un suo indebolimento, in particolare a crescenti atteggiamenti di chiusura che, facendo leva
su motivazioni religiose, tendono a privare i cristiani delle loro libertà
e a mettere a rischio la convivenza civile. La Santa Sede guarda, invece,
con viva speranza i segni di apertura che provengono da Paesi di grande
tradizione religiosa e culturale, con i quali desidera collaborare all’edificazione del bene comune.
La pace è inoltre ferita da qualunque negazione della dignità umana, prima fra tutte dalla impossibilità di nutrirsi in modo sufficiente. Non
possono lasciarci indifferenti i volti di quanti soffrono la fame, soprattutto dei bambini, se pensiamo a quanto cibo viene sprecato ogni giorno
in molte parti del mondo, immerse in quella che ho più volte definito la
“cultura dello scarto”. Purtroppo, oggetto di scarto non sono solo il cibo
o i beni superflui, ma spesso gli stessi esseri umani, che vengono “scartati” come fossero “cose non necessarie”. Ad esempio, desta orrore il solo
pensiero che vi siano bambini che non potranno mai vedere la luce, vit-
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time dell’aborto, o quelli che vengono utilizzati come soldati, violentati
o uccisi nei conflitti armati, o fatti oggetti di mercato in quella tremenda
forma di schiavitù moderna che è la tratta degli esseri umani, la quale è
un delitto contro l’umanità.
Non può trovarci insensibili il dramma delle moltitudini costrette a
fuggire dalla carestia o dalle violenze e dai soprusi, particolarmente nel
Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi Laghi. Molti di essi vivono
come profughi o rifugiati in campi dove non sono più considerate persone ma cifre anonime. Altri, con la speranza di una vita migliore, intraprendono viaggi di fortuna, che non di rado terminano tragicamente.
Penso in modo particolare ai numerosi migranti che dall’America Latina
sono diretti negli Stati Uniti, ma soprattutto a quanti dall’Africa o dal Medio Oriente cercano rifugio in Europa.
È ancora viva nella mia memoria la breve visita che ho compiuto
a Lampedusa nel luglio scorso per pregare per i numerosi naufraghi nel
Mediterraneo. Purtroppo vi è una generale indifferenza davanti a simili
tragedie, che è un segnale drammatico della perdita di quel «senso della
responsabilità fraterna» (Omelia nella S. Messa a Lampedusa, 8 luglio 2013),
su cui si basa ogni società civile. In tale circostanza ho però potuto constatare anche l’accoglienza e la dedizione di tante persone. Auguro al popolo
italiano, al quale guardo con affetto, anche per le comuni radici che ci
legano, di rinnovare il proprio encomiabile impegno di solidarietà verso
i più deboli e gli indifesi e, con lo sforzo sincero e corale di cittadini e istituzioni, di superare le attuali difficoltà, ritrovando il clima di costruttiva
creatività sociale che lo ha lungamente caratterizzato.
Infine, desidero menzionare un’altra ferita alla pace, che sorge
dall’avido sfruttamento delle risorse ambientali. Anche se «la natura è a
nostra disposizione» (Messaggio per la XLVII Giornata Mondiale della Pace,
8 dicembre 2013, 9), troppo spesso «non la rispettiamo e non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio
dei fratelli, comprese le generazioni future» (ibid.). Pure in questo caso
va chiamata in causa la responsabilità di ciascuno affinché, con spirito
fraterno, si perseguano politiche rispettose di questa nostra terra, che è la
casa di ognuno di noi. Ricordo un detto popolare che dice: “Dio perdona
sempre, noi perdoniamo a volte, la natura – il creato – non perdona mai
quando viene maltrattata!”. D’altra parte, abbiamo avuto davanti ai nostri
occhi gli effetti devastanti di alcune recenti catastrofi naturali. In particolare, desidero ricordare ancora le numerose vittime e le gravi devastazioni
nelle Filippine e in altri Paesi del Sud-Est asiatico provocate dal tifone
Haiyan.
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Eminenza, Eccellenze, Signore e Signori,
Il Papa Paolo VI notava che la pace «non si riduce ad un’assenza di
guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento di un ordine voluto da Dio,
che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini» (Paolo VI, Lett.
enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], 76: AAS 59 [1967], 294-295).
È questo lo spirito che anima l’azione della Chiesa ovunque nel mondo,
attraverso i sacerdoti, i missionari, i fedeli laici, che con grande spirito di
dedizione si prodigano, tra l’altro, in molteplici opere di carattere educativo, sanitario ed assistenziale, a servizio dei poveri, dei malati, degli
orfani e di chiunque sia bisognoso di aiuto e conforto. A partire da tale
«attenzione d’amore» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 199), la Chiesa coopera con tutte le istituzioni che hanno a cuore tanto il bene dei singoli
quanto quello comune.
All’inizio di questo nuovo anno, desidero perciò rinnovare la disponibilità della Santa Sede, e in particolare della Segreteria di Stato, a
collaborare con i Vostri Paesi per favorire quei legami di fraternità, che
sono riverbero dell’amore di Dio, e fondamento della concordia e della
pace. Su di Voi, sulle Vostre famiglie e sui Vostri popoli scenda copiosa la
benedizione del Signore. Grazie.
FRANCESCO
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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO PER LA 51ª GIORNATA
MONDIALE DI PREGHIERA
PER LE VOCAZIONI
11 maggio 2014 - IV Domenica di Pasqua
Tema: Le vocazioni, testimonianza della verità
Cari fratelli e sorelle!
1. Il Vangelo racconta che «Gesù percorreva tutte le città e i villaggi
… Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite
come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La
messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore
della messe, perché mandi operai nella sua messe”» (Mt 9,35-38). Queste parole ci sorprendono, perché tutti sappiamo che occorre prima arare,
seminare e coltivare per poter poi, a tempo debito, mietere una messe
abbondante. Gesù afferma invece che «la messe è abbondante». Ma chi
ha lavorato perché il risultato fosse tale? La risposta è una sola: Dio. Evidentemente il campo di cui parla Gesù è l’umanità, siamo noi. E l’azione
efficace che è causa del «molto frutto» è la grazia di Dio, la comunione
con Lui (cfr Gv 15,5). La preghiera che Gesù chiede alla Chiesa, dunque,
riguarda la richiesta di accrescere il numero di coloro che sono al servizio
del suo Regno. San Paolo, che è stato uno di questi “collaboratori di Dio”,
instancabilmente si è prodigato per la causa del Vangelo e della Chiesa.
Con la consapevolezza di chi ha sperimentato personalmente quanto la
volontà salvifica di Dio sia imperscrutabile e l’iniziativa della grazia sia
l’origine di ogni vocazione, l’Apostolo ricorda ai cristiani di Corinto: «Voi
siete campo di Dio» (1 Cor 3,9). Pertanto sorge dentro il nostro cuore prima lo stupore per una messe abbondante che Dio solo può elargire; poi la
gratitudine per un amore che sempre ci previene; infine l’adorazione per
l’opera da Lui compiuta, che richiede la nostra libera adesione ad agire
con Lui e per Lui.
2. Tante volte abbiamo pregato con le parole del Salmista: «Egli ci
ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo» (Sal 100,3);
o anche: «Il Signore si è scelto Giacobbe, Israele come sua proprietà» (Sal
135,4). Ebbene, noi siamo “proprietà” di Dio non nel senso del possesso
che rende schiavi, ma di un legame forte che ci unisce a Dio e tra noi,
secondo un patto di alleanza che rimane in eterno «perché il suo amore è
per sempre» (Sal 136). Nel racconto della vocazione del profeta Geremia,
ad esempio, Dio ricorda che Egli veglia continuamente su ciascuno affinché si realizzi la sua Parola in noi. L’immagine adottata è quella del ramo
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di mandorlo che primo fra tutti fiorisce, annunziando la rinascita della
vita in primavera (cfr Ger 1,11-12). Tutto proviene da Lui ed è suo dono:
il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro, ma – rassicura l’Apostolo
– «voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3,23). Ecco spiegata la modalità di appartenenza a Dio: attraverso il rapporto unico e personale con
Gesù, che il Battesimo ci ha conferito sin dall’inizio della nostra rinascita
a vita nuova. È Cristo, dunque, che continuamente ci interpella con la sua
Parola affinché poniamo fiducia in Lui, amandolo «con tutto il cuore, con
tutta l’intelligenza e con tutta la forza» (Mc 12,33). Perciò ogni vocazione,
pur nella pluralità delle strade, richiede sempre un esodo da se stessi per
centrare la propria esistenza su Cristo e sul suo Vangelo. Sia nella vita
coniugale, sia nelle forme di consacrazione religiosa, sia nella vita sacerdotale, occorre superare i modi di pensare e di agire non conformi alla
volontà di Dio. E’ un «esodo che ci porta a un cammino di adorazione del
Signore di servizio a Lui nei fratelli e nelle sorelle» (Discorso all’Unione
Internazionale delle Superiore Generali, 8 maggio 2013). Perciò siamo tutti
chiamati ad adorare Cristo nei nostri cuori (cfr 1 Pt 3,15) per lasciarci raggiungere dall’impulso della grazia contenuto nel seme della Parola, che
deve crescere in noi e trasformarsi in servizio concreto al prossimo. Non
dobbiamo avere paura: Dio segue con passione e perizia l’opera uscita
dalle sue mani, in ogni stagione della vita. Non ci abbandona mai! Ha a
cuore la realizzazione del suo progetto su di noi e, tuttavia, intende conseguirlo con il nostro assenso e la nostra collaborazione.
3. Anche oggi Gesù vive e cammina nelle nostre realtà della vita
ordinaria per accostarsi a tutti, a cominciare dagli ultimi, e guarirci dalle
nostre infermità e malattie. Mi rivolgo ora a coloro che sono ben disposti a
mettersi in ascolto della voce di Cristo che risuona nella Chiesa, per comprendere quale sia la propria vocazione. Vi invito ad ascoltare e seguire
Gesù, a lasciarvi trasformare interiormente dalle sue parole che «sono spirito e sono vita» (Gv 6,62). Maria, Madre di Gesù e nostra, ripete anche a
noi: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela!» (Gv 2,5). Vi farà bene partecipare con
fiducia ad un cammino comunitario che sappia sprigionare in voi e attorno a voi le energie migliori. La vocazione è un frutto che matura nel campo ben coltivato dell’amore reciproco che si fa servizio vicendevole, nel
contesto di un’autentica vita ecclesiale. Nessuna vocazione nasce da sé o
vive per se stessa. La vocazione scaturisce dal cuore di Dio e germoglia
nella terra buona del popolo fedele, nell’esperienza dell’amore fraterno.
Non ha forse detto Gesù: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35)?
4. Cari fratelli e sorelle, vivere questa «misura alta della vita cristiana ordinaria» (cfr Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte,
31), significa talvolta andare controcorrente e comporta incontrare anche
ostacoli, fuori di noi e dentro di noi. Gesù stesso ci avverte: il buon seme
della Parola di Dio spesso viene rubato dal Maligno, bloccato dalle tribolazioni, soffocato da preoccupazioni e seduzioni mondane (cfr Mt 13,1922). Tutte queste difficoltà potrebbero scoraggiarci, facendoci ripiegare su
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vie apparentemente più comode. Ma la vera gioia dei chiamati consiste
nel credere e sperimentare che Lui, il Signore, è fedele, e con Lui possiamo
camminare, essere discepoli e testimoni dell’amore di Dio, aprire il cuore
a grandi ideali, a cose grandi. «Noi cristiani non siamo scelti dal Signore
per cosine piccole, andate sempre al di là, verso le cose grandi. Giocate la
vita per grandi ideali!» (Omelia nella Messa per i cresimandi, 28 aprile 2013).
A voi Vescovi, sacerdoti, religiosi, comunità e famiglie cristiane chiedo di
orientare la pastorale vocazionale in questa direzione, accompagnando i
giovani su percorsi di santità che, essendo personali, «esigono una vera
e propria pedagogia della santità, che sia capace di adattarsi ai ritmi delle
singole persone. Essa dovrà integrare le ricchezze della proposta rivolta a
tutti con le forme tradizionali di aiuto personale e di gruppo e con forme
più recenti offerte nelle associazioni e nei movimenti riconosciuti dalla
Chiesa» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte, 31).
Disponiamo dunque il nostro cuore ad essere “terreno buono” per
ascoltare, accogliere e vivere la Parola e portare così frutto. Quanto più
sapremo unirci a Gesù con la preghiera, la Sacra Scrittura, l’Eucaristia, i
Sacramenti celebrati e vissuti nella Chiesa, con la fraternità vissuta, tanto
più crescerà in noi la gioia di collaborare con Dio al servizio del Regno di
misericordia e di verità, di giustizia e di pace. E il raccolto sarà abbondante, proporzionato alla grazia che con docilità avremo saputo accogliere
in noi. Con questo auspicio, e chiedendovi di pregare per me, imparto di
cuore a tutti la mia Apostolica Benedizione.
Dal Vaticano, 15 gennaio 2014.
FRANCESCO
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DISCORSO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO AL TRIBUNALE
DELLA ROTA ROMANA,
PER L'INAUGURAZIONE
DELL'ANNO GIUDIZIARIO
Sala Clementina del Palazzo Apostolico, Venerdì 24 gennaio 2014.
Cari Prelati Uditori, Officiali e Collaboratori del Tribunale Apostolico
della Rota Romana,
vi incontro per la prima volta, in occasione dell’inaugurazione
dell’anno giudiziario. Saluto cordialmente il collegio dei Prelati uditori,
ad iniziare dal Decano, Mons. Pio Vito Pinto, che ringrazio per le parole
che mi ha rivolto a nome dei presenti. Saluto poi gli Officiali, gli Avvocati
e gli altri collaboratori, come pure i membri dello Studio rotale. Questo incontro mi offre l’opportunità di ringraziarvi per il vostro prezioso servizio
ecclesiale. La mia riconoscenza va in particolare a voi, Giudici rotali, che
siete chiamati a svolgere la vostra delicata opera in nome e per mandato
del Successore di Pietro.
La dimensione giuridica e la dimensione pastorale del ministero ecclesiale non sono in contrapposizione, perché entrambe concorrono alla
realizzazione delle finalità e dell’unità di azione proprie della Chiesa.
L’attività giudiziaria ecclesiale, che si configura come servizio alla verità nella giustizia, ha infatti una connotazione profondamente pastorale,
perché finalizzata al perseguimento del bene dei fedeli e alla edificazione
della comunità cristiana. Tale attività costituisce un peculiare sviluppo
della potestà di governo, volta alla cura spirituale del Popolo di Dio, ed
è pertanto pienamente inserita nel cammino della missione della Chiesa.
Ne consegue che l’ufficio giudiziario è una vera diaconia, cioè un servizio
al Popolo di Dio in vista del consolidamento della piena comunione tra i
singoli fedeli, e fra di essi e la compagine ecclesiale. Inoltre, cari Giudici,
mediante il vostro specifico ministero, voi offrite un competente contributo per affrontare le tematiche pastorali emergenti.
Vorrei ora tracciare un breve profilo del giudice ecclesiastico. Anzitutto il profilo umano: al giudice è richiesta una maturità umana che si
esprime nella serenità di giudizio e nel distacco da vedute personali. Fa
parte anche della maturità umana la capacità di calarsi nella mentalità
e nelle legittime aspirazioni della comunità in cui si svolge il servizio.
Così egli si farà interprete di quell’animus communitatis che caratterizza la
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porzione di Popolo di Dio destinataria del suo operato e potrà praticare
una giustizia non legalistica e astratta, ma adatta alle esigenze della realtà
concreta. Di conseguenza, non si accontenterà di una conoscenza superficiale della realtà delle persone che attendono il suo giudizio, ma avvertirà
la necessità di entrare in profondità nella situazione delle parti in causa,
studiando a fondo gli atti e tutti gli elementi utili per il giudizio.
Il secondo aspetto è quello giudiziario. Oltre ai requisiti di dottrina
giuridica e teologica, nell’esercizio del suo ministero il giudice si caratterizza per la perizia nel diritto, l’obiettività di giudizio e l’equità, giudicando con imperturbabile e imparziale equidistanza. Inoltre nella sua attività
è guidato dall’intento di tutelare la verità, nel rispetto della legge, senza
tralasciare la delicatezza e umanità proprie del pastore di anime.
Il terzo aspetto è quello pastorale. In quanto espressione della sollecitudine pastorale del Papa e dei Vescovi, al giudice è richiesta non soltanto provata competenza, ma anche genuino spirito di servizio. Egli è il
servitore della giustizia, chiamato a trattare e giudicare la condizione dei
fedeli che con fiducia si rivolgono a lui, imitando il Buon Pastore che si
prende cura della pecorella ferita. Per questo è animato dalla carità pastorale; quella carità che Dio ha riversato nei nostri cuori mediante «lo
Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). La carità – scrive san Paolo – «è
il vincolo della perfezione» (Col 3,14), e costituisce l’anima anche della
funzione del giudice ecclesiastico.
Il vostro ministero, cari giudici e operatori del Tribunale della Rota
Romana, vissuto nella gioia e nella serenità che vengono dal lavorare là
dove il Signore ci ha posti, è un servizio peculiare a Dio Amore, che è
vicino ad ogni persona. Siete essenzialmente pastori. Mentre svolgete il
lavoro giudiziario, non dimenticate che siete pastori! Dietro ogni pratica,
ogni posizione, ogni causa, ci sono persone che attendono giustizia.
Cari fratelli, vi ringrazio e vi incoraggio a proseguire il vostro munus con scrupolosità e mitezza. Pregate per me! Il Signore vi benedica e la
Madonna vi protegga.
FRANCESCO
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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO PER LA XLVIII
GIORNATA MONDIALE DELLE
COMUNICAZIONI SOCIALI
Ascensione del Signore, Domenica 1 giugno 2014
Tema: Comunicazione al servizio di un'autentica
cultura dell'incontro
Cari fratelli e sorelle,
oggi viviamo in un mondo che sta diventando sempre più “piccolo”
e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri.
Gli sviluppi dei trasporti e delle tecnologie di comunicazione ci stanno
avvicinando, connettendoci sempre di più, e la globalizzazione ci fa interdipendenti. Tuttavia all’interno dell’umanità permangono divisioni, a
volte molto marcate. A livello globale vediamo la scandalosa distanza tra
il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in
giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la gente che vive
sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati
a tutto ciò che non ci colpisce più. Il mondo soffre di molteplici forme
di esclusione, emarginazione e povertà; come pure di conflitti in cui si
mescolano cause economiche, politiche, ideologiche e, purtroppo, anche
religiose.
In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della
famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una
vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare
gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso
forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel
rispetto. La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto
a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo,
particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno
raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori
possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona,
è un dono di Dio.
Esistono però aspetti problematici: la velocità dell’informazione supera la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un’espressione di sé misurata e corretta. La varietà delle opinioni espresse può esse-
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re percepita come ricchezza, ma è anche possibile chiudersi in una sfera di
informazioni che corrispondono solo alle nostre attese e alle nostre idee,
o anche a determinati interessi politici ed economici. L’ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci. Il desiderio
di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo, da chi
ci sta più vicino. Senza dimenticare che chi, per diversi motivi, non ha
accesso ai media sociali, rischia di essere escluso.
Questi limiti sono reali, tuttavia non giustificano un rifiuto dei media
sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una
conquista più umana che tecnologica. Dunque, che cosa ci aiuta nell’ambiente digitale a crescere in umanità e nella comprensione reciproca? Ad
esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma.
Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo
anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi:
la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente
tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta. Se siamo veramente
desiderosi di ascoltare gli altri, allora impareremo a guardare il mondo
con occhi diversi e ad apprezzare l’esperienza umana come si manifesta
nelle varie culture e tradizioni. Ma sapremo anche meglio apprezzare i
grandi valori ispirati dal Cristianesimo, ad esempio la visione dell’uomo
come persona, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa
e sfera politica, i principi di solidarietà e sussidiarietà, e altri.
Come allora la comunicazione può essere a servizio di un’autentica
cultura dell’incontro? E per noi discepoli del Signore, che cosa significa
incontrare una persona secondo il Vangelo? Come è possibile, nonostante
tutti i nostri limiti e peccati, essere veramente vicini gli uni agli altri? Queste domande si riassumono in quella che un giorno uno scriba, cioè un
comunicatore, rivolse a Gesù: «E chi è mio prossimo?» (Lc 10,29). Questa
domanda ci aiuta a capire la comunicazione in termini di prossimità. Potremmo tradurla così: come si manifesta la “prossimità” nell’uso dei mezzi di comunicazione e nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali?
Trovo una risposta nella parabola del buon samaritano, che è anche una
parabola del comunicatore. Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon
samaritano non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede
mezzo morto sul ciglio della strada. Gesù inverte la prospettiva: non si
tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di
farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della
comunicazione come “prossimità”.
Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e
abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola. In lui il levita e il sacerdote non vedono un loro prossimo, ma un estraneo da cui era
meglio tenersi a distanza. A quel tempo, ciò che li condizionava erano le
regole della purità rituale. Oggi, noi corriamo il rischio che alcuni media ci
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condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale.
Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro
vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono
le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della
comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla
cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale
può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone
umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il
coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può
raggiungere le periferie esistenziali.
Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada,
e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire
la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è
raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono
anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne
che cercano una salvezza o una speranza. Anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare «fino ai confini della terra» (At 1,8). Aprire le
porte delle chiese significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché
la gente entri, in qualunque condizione di vita essa si trovi, sia perché il
Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti. Siamo
chiamati a testimoniare una Chiesa che sia casa di tutti. Siamo capaci di
comunicare il volto di una Chiesa così? La comunicazione concorre a dare
forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono
oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza
della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo. Anche nel contesto della
comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere
il cuore.
La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi, ma con la volontà di donare se stessi agli altri «attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro
domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana» (Benedetto XVI, Messaggio per la XLVII Giornata
Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 2013). Pensiamo all’episodio dei discepoli di Emmaus. Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e
le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire
loro il Vangelo, cioè Gesù Cristo, Dio fatto uomo, morto e risorto per liberarci dal peccato e dalla morte. La sfida richiede profondità, attenzione alla vita, sensibilità spirituale. Dialogare significa essere convinti che
l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista,
alle sue proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee e
tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute.
L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso
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versandovi sopra olio e vino, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia
olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza.
Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante
l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione,
per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una
Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In
questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche
e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio.
Dal Vaticano, 24 gennaio 2014, memoria di san Francesco di Sales.
FRANCESCO
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DISCORSO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA
PLENARIA DELLA CONGREGAZIONE
PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
Sala Clementina del Palazzo Apostolico, Venerdì 31 gennaio 2014.
Cari fratelli e sorelle,
vi incontro al termine dei lavori della vostra Sessione Plenaria; vi
saluto tutti cordialmente, e ringrazio Mons. Müller per le sue parole.
I compiti della Congregazione per la Dottrina della Fede sono legati
alla missione del Successore di Pietro di confermare i fratelli nella fede
(cfr Lc 22,32). In tal senso, il vostro ruolo di «promuovere e di tutelare la
dottrina sulla fede e i costumi in tutto l’orbe cattolico» (Costit. ap. Pastor
bonus, 48) è un vero servizio offerto al Magistero del Papa e alla Chiesa
intera. Per questo, il Dicastero si impegna affinché siano sempre i criteri
della fede a prevalere nelle parole e nella prassi della Chiesa. Quando la
fede brilla nella sua semplicità e purezza originaria, anche il vissuto ecclesiale diventa il luogo in cui la vita di Dio emerge con tutto il suo fascino e
porta frutto. La fede in Gesù Cristo, infatti, spalanca i cuori a Dio, apre gli
spazi dell’esistenza umana alla Verità, al Bene e alla Bellezza che vengono
da Lui.
Fin dai primi tempi della Chiesa esiste la tentazione di intendere
la dottrina in un senso ideologico o di ridurla ad un insieme di teorie
astratte e cristallizzate (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 39-42). In realtà,
la dottrina ha l’unico scopo di servire la vita del Popolo di Dio ed intende assicurare alla nostra fede un fondamento certo. Grande è infatti la
tentazione di appropriarci dei doni della salvezza che viene da Dio, per
addomesticarli – magari anche con buona intenzione – alle vedute e allo
spirito del mondo. E questa è una tentazione che si ripete continuamente.
Prendersi cura dell’integrità della fede è un compito molto delicato
che vi è affidato, sempre in collaborazione con i Pastori locali e con le
Commissioni Dottrinali delle Conferenze Episcopali. Ciò serve a salvaguardare il diritto di tutto il Popolo di Dio a ricevere il deposito della fede
nella sua purezza e nella sua integralità. Il vostro lavoro cerca di tenere
sempre presenti anche le esigenze del dialogo costruttivo, rispettoso e paziente con gli Autori. Se la verità esige la fedeltà, questa cresce sempre
nella carità e nell’aiuto fraterno per chi è chiamato a maturare o chiarire
le proprie convinzioni.
Riguardo poi al metodo del vostro lavoro, so che il vostro Dicastero
si distingue per la prassi della collegialità e del dialogo. La Chiesa infatti è
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il luogo della comunione e, ad ogni livello, tutti siamo chiamati a coltivare
e promuovere la comunione, ciascuno nella responsabilità che il Signore
gli ha assegnato. Sono certo che quanto più la collegialità sarà un tratto
effettivo del nostro operare, tanto più risplenderà davanti al mondo la
luce della nostra fede (cfr Mt 5,16).
In tutto il vostro servizio, possiate conservare sempre un profondo
senso di gioia, la gioia della fede, che ha la sua fonte inesauribile nel Signore Gesù. La grazia di essere suoi discepoli, di partecipare alla missione
evangelizzatrice della Chiesa, ci riempie di santa gioia.
Nella Sessione Plenaria appena conclusa avete anche trattato del
rapporto tra fede e Sacramento del matrimonio. Si tratta di una riflessione
di grande rilevanza. Essa si pone nella scia dell’invito che già Benedetto
XVI aveva formulato circa la necessità di interrogarsi più a fondo sulla relazione tra fede personale e celebrazione del Sacramento del matrimonio,
soprattutto nel mutato contesto culturale (cfr Discorso al Tribunale della
Rota Romana, 26 gennaio 2013).
In questa occasione vorrei anche ringraziarvi per il vostro impegno
nel trattare le problematiche delicate circa i cosiddetti delitti più gravi, in
particolare i casi di abuso sessuale di minori da parte di chierici. Pensate
al bene dei bambini e dei giovani, che nella comunità cristiana devono
sempre essere protetti e sostenuti nella loro crescita umana e spirituale. In
tal senso si studia la possibilità di collegare con il vostro Dicastero la specifica Commissione per la protezione dei fanciulli, che ho istituito e che
vorrei sia esemplare per tutti coloro che intendono promuovere il bene
dei bambini.
Cari fratelli e sorelle, vi assicuro il mio ricordo nella preghiera e
confido nel vostro per me e per il mio ministero. Il Signore vi benedica e
la Madonna vi protegga.
FRANCESCO
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DISCORSO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO AI FIDANZATI
CHE SI PREPARANO AL MATRIMONIO
Piazza San Pietro, Venerdì 14 febbraio 2014.
Domanda 1 : La paura del “per sempre”
Santità, in tanti oggi pensano che promettersi fedeltà per tutta la vita sia
un’impresa troppo difficile; molti sentono che la sfida di vivere insieme per sempre
è bella, affascinante, ma troppo esigente, quasi impossibile. Le chiederemmo la sua
parola per illuminarci su questo.
Ringrazio per la testimonianza e per la domanda. Vi spiego: loro mi
hanno inviato le domande in anticipo... Si capisce... E così io ho potuto
riflettere e pensare una risposta un po’ più solida.
È importante chiedersi se è possibile amarsi “per sempre”. Questa è
una domanda che dobbiamo fare: è possibile amarsi “per sempre”? Oggi
tante persone hanno paura di fare scelte definitive. Un ragazzo diceva al
suo vescovo: “Io voglio diventare sacerdote, ma soltanto per dieci anni”.
Aveva paura di una scelta definitiva. Ma è una paura generale, propria
della nostra cultura. Fare scelte per tutta la vita, sembra impossibile. Oggi
tutto cambia rapidamente, niente dura a lungo... E questa mentalità porta
tanti che si preparano al matrimonio a dire: “stiamo insieme finché dura
l’amore”, e poi? Tanti saluti e ci vediamo... E finisce così il matrimonio. Ma
cosa intendiamo per “amore”? Solo un sentimento, uno stato psicofisico?
Certo, se è questo, non si può costruirci sopra qualcosa di solido. Ma se
invece l’amore è una relazione, allora è una realtà che cresce, e possiamo
anche dire a modo di esempio che si costruisce come una casa. E la casa
si costruisce assieme, non da soli! Costruire qui significa favorire e aiutare
la crescita. Cari fidanzati, voi vi state preparando a crescere insieme, a
costruire questa casa, per vivere insieme per sempre. Non volete fondarla
sulla sabbia dei sentimenti che vanno e vengono, ma sulla roccia dell’amore vero, l’amore che viene da Dio. La famiglia nasce da questo progetto
d’amore che vuole crescere come si costruisce una casa che sia luogo di affetto, di aiuto, di speranza, di sostegno. Come l’amore di Dio è stabile e per
sempre, così anche l’amore che fonda la famiglia vogliamo che sia stabile e
per sempre. Per favore, non dobbiamo lasciarci vincere dalla “cultura del
provvisorio”! Questa cultura che oggi ci invade tutti, questa cultura del
provvisorio. Questo non va! Dunque come si cura questa paura del “per
sempre”? Si cura giorno per giorno affidandosi al Signore Gesù in una
vita che diventa un cammino spirituale quotidiano, fatto di passi - passi
piccoli, passi di crescita comune - fatto di impegno a diventare donne e
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uomini maturi nella fede. Perché, cari fidanzati, il “per sempre” non è solo
una questione di durata! Un matrimonio non è riuscito solo se dura, ma
è importante la sua qualità. Stare insieme e sapersi amare per sempre è la
sfida degli sposi cristiani. Mi viene in mente il miracolo della moltiplicazione dei pani: anche per voi, il Signore può moltiplicare il vostro amore
e donarvelo fresco e buono ogni giorno. Ne ha una riserva infinita! Lui vi
dona l’amore che sta a fondamento della vostra unione e ogni giorno lo
rinnova, lo rafforza. E lo rende ancora più grande quando la famiglia cresce con i figli. In questo cammino è importante, è necessaria la preghiera,
sempre. Lui per lei, lei per lui e tutti e due insieme. Chiedete a Gesù di
moltiplicare il vostro amore. Nella preghiera del Padre Nostro noi diciamo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Gli sposi possono imparare
a pregare anche così: “Signore, dacci oggi il nostro amore quotidiano”,
perché l’amore quotidiano degli sposi è il pane, il vero pane dell’anima,
quello che li sostiene per andare avanti. E la preghiera: possiamo fare la
prova per sapere se sappiamo dirla? “Signore dacci oggi il nostro amore
quotidiano”. Tutti insieme! [fidanzati: “Signore dacci oggi il nostro amore
quotidiano”]. Un’altra volta! [fidanzati: “Signore dacci oggi il nostro amore quotidiano”]. Questa è la preghiera dei fidanzati e degli sposi. Insegnaci ad amarci, a volerci bene! Più vi affiderete a Lui, più il vostro amore
sarà “per sempre”, capace di rinnovarsi, e vincerà ogni difficoltà. Questo
ho pensato che volevo dirvi, rispondendo alla vostra domanda. Grazie!
Domanda 2: Vivere insieme: lo “stile” della vita matrimoniale
Santità, vivere insieme tutti i giorni è bello, dà gioia, sostiene. Ma è una
sfida da affrontare. Crediamo che bisogna imparare ad amarsi. C’è uno “stile”
della vita di coppia, una spiritualità del quotidiano che vogliamo apprendere. Può
aiutarci in questo, Padre Santo?
Vivere insieme è un’arte, un cammino paziente, bello e affascinante.
Non finisce quando vi siete conquistati l’un l’altro… Anzi, è proprio allora che inizia! Questo cammino di ogni giorno ha delle regole che si possono riassumere in queste tre parole che tu hai detto, parole che ho ripetuto
tante volte alle famiglie: permesso - ossia ‘posso’, tu hai detto – grazie, e scusa.
“Posso-Permesso?”. È la richiesta gentile di poter entrare nella vita
di qualcun altro con rispetto e attenzione. Bisogna imparare a chiedere:
posso fare questo? Ti piace che facciamo così? Che prendiamo questa iniziativa, che educhiamo così i figli? Vuoi che questa sera usciamo?... Insomma, chiedere permesso significa saper entrare con cortesia nella vita
degli altri. Ma sentite bene questo: saper entrare con cortesia nella vita
degli altri. E non è facile, non è facile. A volte invece si usano maniere
un po’ pesanti, come certi scarponi da montagna! L’amore vero non si
impone con durezza e aggressività. Nei Fioretti di san Francesco si trova
questa espressione: «Sappi che la cortesia è una delle proprietà di Dio … e
la cortesia è sorella della carità, la quale spegne l’odio e conserva l’amore»
(Cap. 37). Sì, la cortesia conserva l’amore. E oggi nelle nostre famiglie, nel
nostro mondo, spesso violento e arrogante, c’è bisogno di molta più cor-
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tesia. E questo può incominciare a casa.
“Grazie”. Sembra facile pronunciare questa parola, ma sappiamo
che non è così... Però è importante! La insegniamo ai bambini, ma poi la
dimentichiamo! La gratitudine è un sentimento importante! Un’anziana,
una volta, mi diceva a Buenos Aires: “la gratitudine è un fiore che cresce
in terra nobile”. È necessaria la nobiltà dell’anima perché cresca questo
fiore. Ricordate il Vangelo di Luca? Gesù guarisce dieci malati di lebbra e
poi solo uno torna indietro a dire grazie a Gesù. E il Signore dice: e gli altri
nove dove sono? Questo vale anche per noi: sappiamo ringraziare? Nella
vostra relazione, e domani nella vita matrimoniale, è importante tenere
viva la coscienza che l’altra persona è un dono di Dio, e ai doni di Dio si
dice grazie! E in questo atteggiamento interiore dirsi grazie a vicenda, per
ogni cosa. Non è una parola gentile da usare con gli estranei, per essere
educati. Bisogna sapersi dire grazie, per andare avanti bene insieme nella
vita matrimoniale.
La terza: “Scusa”. Nella vita facciamo tanti errori, tanti sbagli. Li facciamo tutti. Ma forse qui c’è qualcuno che non mai ha fatto uno sbaglio?
Alzi la mano se c’è qualcuno, lì: una persona che mai ha fatto uno sbaglio?
Tutti ne facciamo! Tutti! Forse non c’è giorno in cui non facciamo qualche sbaglio. La Bibbia dice che il più giusto pecca sette volte al giorno. E
così noi facciamo sbagli… Ecco allora la necessità di usare questa semplice
parola: “scusa”. In genere ciascuno di noi è pronto ad accusare l’altro e
a giustificare se stesso. Questo è incominciato dal nostro padre Adamo,
quando Dio gli chiede: “Adamo, tu hai mangiato di quel frutto?”. “Io? No!
E’ quella che me lo ha dato!”. Accusare l’altro per non dire “scusa”, “perdono”. È una storia vecchia! È un istinto che sta all’origine di tanti disastri.
Impariamo a riconoscere i nostri errori e a chiedere scusa. “Scusa se oggi
ho alzato la voce”; “scusa se sono passato senza salutare”; “scusa se ho
fatto tardi”, “se questa settimana sono stato così silenzioso”, “se ho parlato
troppo senza ascoltare mai”; “scusa mi sono dimenticato”; “scusa ero arrabbiato e me la sono presa con te”... Tanti “scusa” al giorno noi possiamo
dire. Anche così cresce una famiglia cristiana. Sappiamo tutti che non esiste la famiglia perfetta, e neppure il marito perfetto, o la moglie perfetta.
Non parliamo della suocera perfetta... Esistiamo noi, peccatori. Gesù, che
ci conosce bene, ci insegna un segreto: non finire mai una giornata senza
chiedersi perdono, senza che la pace torni nella nostra casa, nella nostra
famiglia. È abituale litigare tra gli sposi, ma sempre c’è qualcosa, avevamo
litigato... Forse vi siete arrabbiati, forse è volato un piatto, ma per favore
ricordate questo: mai finire la giornata senza fare la pace! Mai, mai, mai!
Questo è un segreto, un segreto per conservare l’amore e per fare la pace.
Non è necessario fare un bel discorso… Talvolta un gesto così e… è fatta la
pace. Mai finire… perché se tu finisci la giornata senza fare la pace, quello
che hai dentro, il giorno dopo è freddo e duro ed è più difficile fare la pace.
Ricordate bene: mai finire la giornata senza fare la pace! Se impariamo
a chiederci scusa e a perdonarci a vicenda, il matrimonio durerà, andrà
avanti. Quando vengono nelle udienze o a Messa qui a Santa Marta gli
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anziani sposi, che fanno il 50.mo, io faccio la domanda: “Chi ha sopportato
chi?” È bello questo! Tutti si guardano, mi guardano, e mi dicono: “Tutt’e
due!”. E questo è bello! Questa è una bella testimonianza!
Domanda 3: Lo stile della celebrazione del Matrimonio
Santità, in questi mesi stiamo facendo tanti preparativi per le nostre nozze.
Può darci qualche consiglio per celebrare bene il nostro matrimonio?
Fate in modo che sia una vera festa - perché il matrimonio è una
festa - una festa cristiana, non una festa mondana! Il motivo più profondo
della gioia di quel giorno ce lo indica il Vangelo di Giovanni: ricordate il
miracolo delle nozze di Cana? A un certo punto il vino viene a mancare e
la festa sembra rovinata. Immaginate di finire la festa bevendo tè! No, non
va! Senza vino non c’è festa! Su suggerimento di Maria, in quel momento
Gesù si rivela per la prima volta e dà un segno: trasforma l’acqua in vino
e, così facendo, salva la festa di nozze. Quanto accaduto a Cana duemila
anni fa, capita in realtà in ogni festa nuziale: ciò che renderà pieno e profondamente vero il vostro matrimonio sarà la presenza del Signore che si
rivela e dona la sua grazia. È la sua presenza che offre il “vino buono”,
è Lui il segreto della gioia piena, quella che scalda il cuore veramente. E’
la presenza di Gesù in quella festa. Che sia una belle festa, ma con Gesù!
Non con lo spirito del mondo, no! Questo si sente, quando il Signore è lì.
Al tempo stesso, però, è bene che il vostro matrimonio sia sobrio e
faccia risaltare ciò che è veramente importante. Alcuni sono più preoccupati dei segni esteriori, del banchetto, delle fotografie, dei vestiti e dei fiori... Sono cose importanti in una festa, ma solo se sono capaci di indicare il
vero motivo della vostra gioia: la benedizione del Signore sul vostro amore. Fate in modo che, come il vino di Cana, i segni esteriori della vostra
festa rivelino la presenza del Signore e ricordino a voi e a tutti l’origine e
il motivo della vostra gioia. Ma c’è qualcosa che tu hai detto e che voglio
prendere al volo, perché non voglio lasciarla passare. Il matrimonio è anche un lavoro di tutti i giorni, potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro
di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e
la moglie ha il compito di fare più uomo il marito. Crescere anche in umanità, come uomo e come donna. E questo si fa tra voi. Questo si chiama
crescere insieme. Questo non viene dall’aria! Il Signore lo benedice, ma
viene dalla vostre mani, dai vostri atteggiamenti, dal modo di vivere, dal
modo di amarvi. Farci crescere! Sempre fare in modo che l’altro cresca.
Lavorare per questo. E così, non so, penso a te che un giorno andrai per
la strada del tuo paese e la gente dirà: “Ma guarda quella che bella donna, che forte!…”. “Col marito che ha, si capisce!”. E anche a te: “Guarda
quello, com’è!…”. “Con la moglie che ha, si capisce!”. E’ questo, arrivare a
questo: farci crescere insieme, l’uno l’altro. E i figli avranno questa eredità
di aver avuto un papà e una mamma che sono cresciuti insieme, facendosi
- l’un l’altro - più uomo e più donna!
FRANCESCO
28
LETTERA APOSTOLICA IN FORMA DI
“MOTU PROPRIO” FIDELIS DISPENSATOR
ET PRUDENS DEL SOMMO PONTEFICE
FRANCESCO PER LA COSTITUZIONE
DI UNA NUOVA STRUTTURA
DI COORDINAMENTO DEGLI AFFARI
ECONOMICI E AMMINISTRATIVI
DELLA SANTA SEDE E DELLO STATO
DELLA CITTÀ DEL VATICANO
Fidelis dispensator et prudens (Lc 12,42).
Come l’amministratore fedele e prudente ha il compito di curare
attentamente quanto gli è stato affidato, così la Chiesa è consapevole della
responsabilità di tutelare e gestire con attenzione i propri beni, alla luce
della sua missione di evangelizzazione e con particolare premura verso i
bisognosi. In special modo, la gestione dei settori economico e finanziario
della Santa Sede è intimamente legata alla sua specifica missione, non
solo al servizio del ministero universale del Santo Padre, ma anche in relazione al bene comune, nella prospettiva dello sviluppo integrale della
persona umana.
Dopo aver considerato attentamente i risultati del lavoro della
Commissione referente di studio e indirizzo sull’organizzazione della
struttura economico- amministrativa della Santa Sede (cfr Chirografo del
18 luglio 2013), dopo essermi consultato con il Consiglio dei Cardinali per
la riforma della Costituzione apostolica Pastor Bonus e con il Consiglio di
Cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede, con questa Lettera apostolica in forma di Motu proprio stabilisco
quanto segue:
CONSIGLIO PER L’ECONOMIA
1. È istituito il Consiglio per l’Economia, con il compito di sorvegliare la gestione economica e di vigilare sulle strutture e sulle attività amministrative e finanziarie dei Dicasteri della Curia Romana, delle Istituzioni
collegate con la Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano.
2. Il Consiglio per l’Economia è composto di quindici membri, otto
dei quali sono scelti tra Cardinali e Vescovi in modo da rispecchiare l’universalità della Chiesa e sette sono esperti laici di varie nazionalità, con
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competenze finanziarie e riconosciuta professionalità.
3. Il Consiglio per l’Economia è presieduto da un Cardinale Coordinatore.
SEGRETERIA PER L’ECONOMIA
4. È istituita la Segreteria per l’Economia, quale Dicastero della Curia Romana secondo la Costituzione apostolica Pastor Bonus.
5. Tenendo conto di quanto stabilito dal Consiglio per l’Economia,
la Segreteria risponde direttamente al Santo Padre e attua il controllo economico e la vigilanza sugli Enti di cui al punto 1, come pure le politiche e
le procedure relative agli acquisti e all’adeguata allocazione delle risorse
umane, nel rispetto delle competenze proprie di ciascun Ente. La competenza della Segreteria si estende pertanto a tutto ciò che in qualunque
maniera rientra nell’ambito in oggetto.
6. La Segreteria per l’Economia è presieduta da un Cardinale Prefetto, il quale collabora con il Segretario di Stato. Un Prelato Segretario
Generale ha il compito di coadiuvare il Cardinale Prefetto.
REVISORE GENERALE
7. Il Revisore Generale è nominato dal Santo Padre ed ha il compito
di compiere la revisione contabile (audit) degli Enti di cui al punto 1.
GLI STATUTI
8. Il Cardinale Prefetto è responsabile della stesura degli Statuti definitivi del Consiglio per l’Economia, della Segreteria per l’Economia e
dell’ufficio del Revisore Generale. Gli Statuti saranno presentati quam primum all’approvazione del Santo Padre. Dispongo che quanto stabilito abbia immediato, pieno e stabile valore, anche abrogando tutte le disposizioni incompatibili e che la presente
Lettera apostolica in forma di Motu proprio sia pubblicata su “L’Osservatore Romano” del 24-25 febbraio 2014 e successivamente negli Acta Apostolicae Sedis. Dato a Roma, presso San Pietro, il 24 febbraio 2014, primo del Pontificato.
FRANCISCUS
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DISCORSO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO AI PARROCI DI ROMA
Aula Paolo VI, Giovedì 6 marzo 2014.
Quando insieme al Cardinale Vicario abbiamo pensato a questo incontro, gli ho detto che avrei potuto fare per voi una meditazione sul tema
della misericordia. All’inizio della Quaresima riflettere insieme, come
preti, sulla misericordia ci fa bene. Tutti noi ne abbiamo bisogno. E anche
i fedeli, perché come pastori dobbiamo dare tanta misericordia, tanta!
Il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato ci fa rivolgere
lo sguardo a Gesù che cammina per le città e i villaggi. E questo è curioso.
Qual è il posto dove Gesù era più spesso, dove lo si poteva trovare con
più facilità? Sulle strade. Poteva sembrare che fosse un senzatetto, perché
era sempre sulla strada. La vita di Gesù era nella strada. Soprattutto ci
invita a cogliere la profondità del suo cuore, ciò che Lui prova per le folle,
per la gente che incontra: quell’atteggiamento interiore di “compassione”,
vedendo le folle, ne sentì compassione. Perché vede le persone “stanche
e sfinite, come pecore senza pastore”. Abbiamo sentito tante volte queste
parole che forse non entrano con forza. Ma sono forti! Un po’ come tante
persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri... Poi l’orizzonte si allarga, e vediamo che queste città e questi villaggi sono non
solo Roma e l’Italia, ma sono il mondo… e quelle folle sfinite sono popolazioni di tanti Paesi che stanno soffrendo situazioni ancora più difficili...
Allora comprendiamo che noi non siamo qui per fare un bell’esercizio spirituale all’inizio della Quaresima, ma per ascoltare la voce dello
Spirito che parla a tutta la Chiesa in questo nostro tempo, che è proprio
il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro. Non è solo la Quaresima; noi stiamo vivendo in tempo di misericordia, da trent’anni o più, fino
adesso.
1. Nella Chiesa tutta è il tempo della misericordia.
Questa è stata un’intuizione del beato Giovanni Paolo II. Lui ha
avuto il “fiuto” che questo era il tempo della misericordia. Pensiamo alla
beatificazione e canonizzazione di Suor Faustina Kowalska; poi ha introdotto la festa della Divina Misericordia. Piano piano è avanzato, è andato
avanti su questo.
Nell’Omelia per la Canonizzazione, che avvenne nel 2000, Giovanni Paolo II sottolineò che il messaggio di Gesù Cristo a Suor Faustina si
colloca temporalmente tra le due guerre mondiali ed è molto legato alla
storia del ventesimo secolo. E guardando al futuro disse: «Che cosa ci
porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uo-
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mo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. È certo tuttavia che accanto a
nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la
luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare
al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino
degli uomini del terzo millennio». È chiaro. Qui è esplicito, nel 2000, ma
è una cosa che nel suo cuore maturava da tempo. Nella sua preghiera ha
avuto questa intuizione.
Oggi dimentichiamo tutto troppo in fretta, anche il Magistero della
Chiesa! In parte è inevitabile, ma i grandi contenuti, le grandi intuizioni e le consegne lasciate al Popolo di Dio non possiamo dimenticarle. E
quella della divina misericordia è una di queste. È una consegna che lui
ci ha dato, ma che viene dall’alto. Sta a noi, come ministri della Chiesa,
tenere vivo questo messaggio soprattutto nella predicazione e nei gesti,
nei segni, nelle scelte pastorali, ad esempio la scelta di restituire priorità
al sacramento della Riconciliazione, e al tempo stesso alle opere di misericordia. Riconciliare, fare pace mediante il Sacramento, e anche con le
parole, e con le opere di misericordia.
2. Che cosa significa misericordia per i preti?
Mi viene in mente che alcuni di voi mi hanno telefonato, scritto una
lettera, poi ho parlato al telefono... “Ma Padre, perché Lei ce l’ha con i
preti?”. Perché dicevano che io bastono i preti! Non voglio bastonare qui...
Domandiamoci che cosa significa misericordia per un prete, permettetemi di dire per noi preti. Per noi, per tutti noi! I preti si commuovono davanti alle pecore, come Gesù, quando vedeva la gente stanca e
sfinita come pecore senza pastore. Gesù ha le “viscere” di Dio, Isaia ne
parla tanto: è pieno di tenerezza verso la gente, specialmente verso le persone escluse, cioè verso i peccatori, verso i malati di cui nessuno si prende
cura... Così a immagine del Buon Pastore, il prete è uomo di misericordia
e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti. Questo è un
criterio pastorale che vorrei sottolineare tanto: la vicinanza. La prossimità
e il servizio, ma la prossimità, la vicinanza!... Chiunque si trovi ferito nella
propria vita, in qualsiasi modo, può trovare in lui attenzione e ascolto…
In particolare il prete dimostra viscere di misericordia nell’amministrare
il sacramento della Riconciliazione; lo dimostra in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere…
Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona,
da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane
dentro questo abbraccio... Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore,
può anche donarlo agli altri nel ministero. E vi lascio la domanda: Come
mi confesso? Mi lascio abbracciare? Mi viene alla mente un grande sacerdote di Buenos Aires, ha meno anni di me, ne avrà 72... Una volta è venuto
da me. È un grande confessore: c’è sempre la coda lì da lui... I preti, la
maggioranza, vanno da lui a confessarsi... È un grande confessore. E una
volta è venuto da me: “Ma Padre...”, “Dimmi”, “Io ho un po’ di scrupolo,
perché io so che perdono troppo!”; “Prega… se tu perdoni troppo…”. E
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abbiamo parlato della misericordia. A un certo punto mi ha detto: “Sai,
quando io sento che è forte questo scrupolo, vado in cappella, davanti
al Tabernacolo, e Gli dico: Scusami, Tu hai la colpa, perché mi hai dato
il cattivo esempio! E me ne vado tranquillo...”. È una bella preghiera di
misericordia! Se uno nella Confessione vive questo su di sé, nel proprio
cuore, può anche donarlo agli altri.
Il prete è chiamato a imparare questo, ad avere un cuore che si commuove. I preti - mi permetto la parola - “asettici” quelli “di laboratorio”,
tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa. La Chiesa oggi possiamo
pensarla come un “ospedale da campo”. Questo scusatemi lo ripeto, perché lo vedo così, lo sento così: un “ospedale da campo”. C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Tante ferite! C’è tanta gente ferita, dai problemi
materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa... Gente ferita dalle illusioni
del mondo... Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente. Misericordia significa prima di tutto curare le ferite. Quando uno è ferito, ha
bisogno subito di questo, non delle analisi, come i valori del colesterolo,
della glicemia... Ma c’è la ferita, cura la ferita, e poi vediamo le analisi.
Poi si faranno le cure specialistiche, ma prima si devono curare le ferite
aperte. Per me questo, in questo momento, è più importante. E ci sono
anche ferite nascoste, perché c’è gente che si allontana per non far vedere
le ferite... Mi viene in mente l’abitudine, per la legge mosaica, dei lebbrosi
al tempo di Gesù, che sempre erano allontanati, per non contagiare… C’è
gente che si allontana per la vergogna, per quella vergogna di non far
vedere le ferite... E si allontanano forse un po’ con la faccia storta, contro
la Chiesa, ma nel fondo, dentro c’è la ferita... Vogliono una carezza! E voi,
cari confratelli - vi domando - conoscete le ferite dei vostri parrocchiani?
Le intuite? Siete vicini a loro? È la sola domanda...
3. Misericordia significa né manica larga né rigidità.
Ritorniamo al sacramento della Riconciliazione. Capita spesso, a
noi preti, di sentire l’esperienza dei nostri fedeli che ci raccontano di aver
incontrato nella Confessione un sacerdote molto “stretto”, oppure molto “largo”, rigorista o lassista. E questo non va bene. Che tra i confessori
ci siano differenze di stile è normale, ma queste differenze non possono riguardare la sostanza, cioè la sana dottrina morale e la misericordia.
Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né
l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava
le mani: infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il
lassista invece si lava le mani: solo apparentemente è misericordioso, ma
in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta
attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e
la accompagna nel cammino della riconciliazione. E questo è faticoso, sì,
certamente. Il sacerdote veramente misericordioso si comporta come il
Buon Samaritano… ma perché lo fa? Perché il suo cuore è capace di compassione, è il cuore di Cristo!
33
Sappiamo bene che né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità. Forse alcuni rigoristi sembrano santi, santi... Ma pensate a Pelagio e poi
parliamo… Non santificano il prete, e non santificano il fedele, né il lassismo né il rigorismo! La misericordia invece accompagna il cammino della
santità, la accompagna e la fa crescere... Troppo lavoro per un parroco? È
vero, troppo lavoro! E in che modo accompagna e fa crescere il cammino
della santità? Attraverso la sofferenza pastorale, che è una forma della misericordia. Che cosa significa sofferenza pastorale? Vuol dire soffrire per e
con le persone. E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre
soffrono per i figli; mi permetto di dire, anche con ansia…
Per spiegarmi faccio anche a voi alcune domande che mi aiutano
quando un sacerdote viene da me. Mi aiutano anche quando sono solo
davanti al Signore!
Dimmi: Tu piangi? O abbiamo perso le lacrime? Ricordo che nei
Messali antichi, quelli di un altro tempo, c’è una preghiera bellissima per
chiedere il dono delle lacrime. Incominciava così, la preghiera: “Signore,
Tu che hai dato a Mosè il mandato di colpire la pietra perché venisse l’acqua, colpisci la pietra del mio cuore perché le lacrime...”: era così, più o
meno, la preghiera. Era bellissima. Ma, quanti di noi piangiamo davanti
alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia,
davanti a tanta gente che non trova il cammino?... Il pianto del prete... Tu
piangi? O in questo presbiterio abbiamo perso le lacrime?
Piangi per il tuo popolo? Dimmi, tu fai la preghiera di intercessione
davanti al Tabernacolo?
Tu lotti con il Signore per il tuo popolo, come Abramo ha lottato:
“E se fossero meno? E se fossero 25? E se fossero 20?...” (cfr Gen 18,22-33).
Quella preghiera coraggiosa di intercessione... Noi parliamo di parresia, di
coraggio apostolico, e pensiamo ai piani pastorali, questo va bene, ma la
stessa parresia è necessaria anche nella preghiera. Lotti con il Signore? Discuti con il Signore come ha fatto Mosè? Quando il Signore era stufo, stanco del suo popolo e gli disse: “Tu stai tranquillo... distruggerò tutti, e ti
farò capo di un altro popolo”. “No, no! Se tu distruggi il popolo, distruggi
anche a me!”. Ma questi avevano i pantaloni! E io faccio la domanda: Noi
abbiamo i pantaloni per lottare con Dio per il nostro popolo?
Un’altra domanda che faccio: la sera, come concludi la tua giornata?
Con il Signore o con la televisione?
Com’è il tuo rapporto con quelli che aiutano ad essere più misericordiosi? Cioè, com’è il tuo rapporto con i bambini, con gli anziani, con i
malati? Sai accarezzarli, o ti vergogni di accarezzare un anziano?
Non avere vergogna della carne del tuo fratello (cfr Reflexiones en
esperanza, I cap.). Alla fine, saremo giudicati su come avremo saputo avvicinarci ad “ogni carne” – questo è Isaia. Non vergognarti della carne di
tuo fratello. “Farci prossimo”: la prossimità, la vicinanza, farci prossimo
alla carne del fratello. Il sacerdote e il levita che passarono prima del buon
samaritano non seppero avvicinarsi a quella persona malmenata dai banditi. Il loro cuore era chiuso. Forse il prete ha guardato l’orologio e ha
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detto: “Devo andare alla Messa, non posso arrivare in ritardo alla Messa”,
e se n’è andato. Giustificazioni! Quante volte prendiamo giustificazioni,
per girare intorno al problema, alla persona. L’altro, il levita, o il dottore
della legge, l’avvocato, disse: “No, non posso perché se io faccio questo
domani dovrò andare come testimone, perderò tempo...”. Le scuse!... Avevano il cuore chiuso. Ma il cuore chiuso si giustifica sempre per quello che
non fa. Invece quel samaritano apre il suo cuore, si lascia commuovere
nelle viscere, e questo movimento interiore si traduce in azione pratica, in
un intervento concreto ed efficace per aiutare quella persona.
Alla fine dei tempi, sarà ammesso a contemplare la carne glorificata
di Cristo solo chi non avrà avuto vergogna della carne del suo fratello
ferito ed escluso.
Io vi confesso, a me fa bene, alcune volte, leggere l’elenco sul quale
sarò giudicato, mi fa bene: è in Matteo 25.
Queste sono le cose che mi sono venute in mente, per condividerle
con voi. Sono un po’ alla buona, come sono venute... [Il cardinale Vallini:
“Un bell’esame di coscienza”] Ci farà bene. [applausi]
A Buenos Aires – parlo di un altro prete – c’era un confessore famoso: questo era Sacramentino. Quasi tutto il clero si confessava da lui.
Quando, una delle due volte che è venuto, Giovanni Paolo II ha chiesto
un confessore in Nunziatura, è andato lui. È anziano, molto anziano... Ha
fatto il Provinciale nel suo Ordine, il professore… ma sempre confessore,
sempre. E sempre aveva la coda, lì, nella chiesa del Santissimo Sacramento. In quel tempo, io ero Vicario generale e abitavo nella Curia, e ogni mattina, presto, scendevo al fax per guardare se c’era qualcosa. E la mattina di
Pasqua ho letto un fax del superiore della comunità: “Ieri, mezz’ora prima
della Veglia Pasquale, è mancato il padre Aristi, a 94 – o 96? – anni. Il funerale sarà il tal giorno...”. E la mattina di Pasqua io dovevo andare a fare il
pranzo con i preti della casa di riposo - lo facevo di solito a Pasqua -, e poi
– mi sono detto - dopo pranzo andrò alla chiesa. Era una chiesa grande,
molto grande, con una cripta bellissima. Sono sceso nella cripta e c’era la
bara, solo due vecchiette lì che pregavano, ma nessun fiore. Io ho pensato:
ma quest’uomo, che ha perdonato i peccati a tutto il clero di Buenos Aires,
anche a me, nemmeno un fiore... Sono salito e sono andato in una fioreria – perché a Buenos Aires agli incroci delle vie ci sono le fiorerie, sulle
strade, nei posti dove c’è gente – e ho comprato fiori, rose... E sono tornato
e ho incominciato a preparare bene la bara, con fiori... E ho guardato il Rosario che avevo in mano... E subito mi è venuto in mente - quel ladro che
tutti noi abbiamo dentro, no? -, e mentre sistemavo i fiori ho preso la croce
del Rosario, e con un po’ di forza l’ho staccata. E in quel momento l’ho
guardato e ho detto: “Dammi la metà della tua misericordia”. Ho sentito
una cosa forte che mi ha dato il coraggio di fare questo e di fare questa
preghiera! E poi, quella croce l’ho messa qui, in tasca. Le camicie del Papa
non hanno tasche, ma io sempre porto qui una busta di stoffa piccola, e
da quel giorno fino ad oggi, quella croce è con me. E quando mi viene un
cattivo pensiero contro qualche persona, la mano mi viene qui, sempre. E
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sento la grazia! Sento che mi fa bene. Quanto bene fa l’esempio di un prete
misericordioso, di un prete che si avvicina alle ferite...
Se pensate, voi sicuramente ne avete conosciuti tanti, tanti, perché
i preti dell’Italia sono bravi! Sono bravi. Io credo che se l’Italia ancora è
tanto forte, non è tanto per noi Vescovi, ma per i parroci, per i preti! È
vero, questo è vero! Non è un po’ d’incenso per confortarvi, lo sento così.
La misericordia. Pensate a tanti preti che sono in cielo e chiedete
questa grazia! Che vi diano quella misericordia che hanno avuto con i loro
fedeli. E questo fa bene.
Grazie tante dell’ascolto e di essere venuti qui.
Angelus Domini...
FRANCESCO
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VEGLIA PASQUALE
NELLA NOTTE SANTA
OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana, Sabato Santo, 19 aprile 2014.
Il Vangelo della risurrezione di Gesù Cristo incomincia con il cammino delle donne verso il sepolcro, all’alba del giorno dopo il sabato. Esse
vanno alla tomba, per onorare il corpo del Signore, ma la trovano aperta
e vuota. Un angelo potente dice loro: «Voi non abbiate paura!» (Mt 28,5),
e ordina di andare a portare la notizia ai discepoli: «È risorto dai morti,
ed ecco, vi precede in Galilea» (v. 7). Le donne corrono via subito, e lungo
la strada Gesù stesso si fa loro incontro e dice: «Non temete; andate ad
annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (v. 10).
“Non abbiate paura”, “non temete”: è una voce che incoraggia ad aprire
il cuore per ricevere questo annuncio.
Dopo la morte del Maestro, i discepoli si erano dispersi; la loro
fede si era infranta, tutto sembrava finito, crollate le certezze, spente le
speranze. Ma ora, quell’annuncio delle donne, benché incredibile, giungeva come un raggio di luce nel buio. La notizia si sparge: Gesù è risorto,
come aveva predetto... E anche quel comando di andare in Galilea; per
due volte le donne l’avevano sentito, prima dall’angelo, poi da Gesù stesso: «Che vadano in Galilea, là mi vedranno». “Non temete” e “andate in
Galilea”.
La Galilea è il luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato! Tornare là, tornare al luogo della prima chiamata. Sulla riva del lago Gesù era
passato, mentre i pescatori stavano sistemando le reti. Li aveva chiamati,
e loro avevano lasciato tutto e lo avevano seguito (cfr Mt 4,18-22).
Ritornare in Galilea vuol dire rileggere tutto a partire dalla croce e
dalla vittoria; senza paura, “non temete”. Rileggere tutto – la predicazione, i miracoli, la nuova comunità, gli entusiasmi e le defezioni, fino al
tradimento – rileggere tutto a partire dalla fine, che è un nuovo inizio, da
questo supremo atto d’amore.
Anche per ognuno di noi c’è una “Galilea” all’origine del cammino
con Gesù. “Andare in Galilea” significa qualcosa di bello, significa per noi
riscoprire il nostro Battesimo come sorgente viva, attingere energia nuova
alla radice della nostra fede e della nostra esperienza cristiana. Tornare in
Galilea significa anzitutto tornare lì, a quel punto incandescente in cui la
Grazia di Dio mi ha toccato all’inizio del cammino. È da quella scintilla
che posso accendere il fuoco per l’oggi, per ogni giorno, e portare calore
e luce ai miei fratelli e alle mie sorelle. Da quella scintilla si accende una
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gioia umile, una gioia che non offende il dolore e la disperazione, una
gioia buona e mite.
Nella vita del cristiano, dopo il Battesimo, c’è anche un’altra “Galilea”, una “Galilea” più esistenziale: l’esperienza dell’incontro personale con
Gesù Cristo, che mi ha chiamato a seguirlo e a partecipare alla sua missione. In questo senso, tornare in Galilea significa custodire nel cuore la
memoria viva di questa chiamata, quando Gesù è passato sulla mia strada, mi ha guardato con misericordia, mi ha chiesto di seguirlo; tornare
in Galilea significa recuperare la memoria di quel momento in cui i suoi
occhi si sono incrociati con i miei, il momento in cui mi ha fatto sentire
che mi amava.
Oggi, in questa notte, ognuno di noi può domandarsi: qual è la mia
Galilea? Si tratta di fare memoria, andare indietro col ricordo. Dov’è la mia
Galilea? La ricordo? L’ho dimenticata? Cercala e la troverai! Lì ti aspetta il
Signore. Sono andato per strade e sentieri che me l’hanno fatta dimenticare. Signore, aiutami: dimmi qual è la mia Galilea; sai, io voglio ritornare là
per incontrarti e lasciarmi abbracciare dalla tua misericordia. Non abbiate
paura, non temete, tornate in Galilea!
Il Vangelo è chiaro: bisogna ritornare là, per vedere Gesù risorto, e
diventare testimoni della sua risurrezione. Non è un ritorno indietro, non
è una nostalgia. È ritornare al primo amore, per ricevere il fuoco che Gesù
ha acceso nel mondo, e portarlo a tutti, sino ai confini della terra. Tornare
in Galilea senza paura.
«Galilea delle genti» (Mt 4,15; Is 8,23): orizzonte del Risorto, orizzonte della Chiesa; desiderio intenso di incontro... Mettiamoci in cammino!
FRANCESCO
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SANTA MESSA E CANONIZZAZIONE
DEI BEATI GIOVANNI XXIII
E GIOVANNI PAOLO II
Piazza San Pietro,
II Domenica di Pasqua (o della Divina Misericordia), 27 aprile 2014.
Al centro di questa domenica che conclude l’Ottava di Pasqua, e
che san Giovanni Paolo II ha voluto intitolare alla Divina Misericordia, ci
sono le piaghe gloriose di Gesù risorto.
Egli le mostrò già la prima volta in cui apparve agli Apostoli, la sera
stessa del giorno dopo il sabato, il giorno della Risurrezione. Ma quella
sera, come abbiamo sentito, non c’era Tommaso; e quando gli altri gli dissero che avevano visto il Signore, lui rispose che se non avesse visto e
toccato quelle ferite, non avrebbe creduto. Otto giorni dopo, Gesù apparve di nuovo nel cenacolo, in mezzo ai discepoli: c’era anche Tommaso; si
rivolse a lui e lo invitò a toccare le sue piaghe. E allora quell’uomo sincero,
quell’uomo abituato a verificare di persona, si inginocchiò davanti a Gesù
e disse: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).
Le piaghe di Gesù sono scandalo per la fede, ma sono anche la verifica
della fede. Per questo nel corpo di Cristo risorto le piaghe non scompaiono,
rimangono, perché quelle piaghe sono il segno permanente dell’amore
di Dio per noi, e sono indispensabili per credere in Dio. Non per credere che
Dio esiste, ma per credere che Dio è amore, misericordia, fedeltà. San Pietro,
riprendendo Isaia, scrive ai cristiani: «Dalle sue piaghe siete stati guariti»
(1 Pt 2,24; cfr Is 53,5).
San Giovanni XXIII e san Giovanni Paolo II hanno avuto il coraggio di
guardare le ferite di Gesù, di toccare le sue mani piagate e il suo costato trafitto.
Non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del
fratello (cfr Is 58,7), perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù.
Sono stati due uomini coraggiosi, pieni della parresia dello Spirito Santo, e
hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della
sua misericordia.
Sono stati sacerdoti, e vescovi e papi del XX secolo. Ne hanno conosciuto le tragedie, ma non ne sono stati sopraffatti. Più forte, in loro, era
Dio; più forte era la fede in Gesù Cristo Redentore dell’uomo e Signore
della storia; più forte in loro era la misericordia di Dio che si manifesta in
queste cinque piaghe; più forte era la vicinanza materna di Maria.
In questi due uomini contemplativi delle piaghe di Cristo e testimoni della sua misericordia dimorava «una speranza viva», insieme con
una «gioia indicibile e gloriosa» (1 Pt 1,3.8). La speranza e la gioia che Cristo
39
risorto dà ai suoi discepoli, e delle quali nulla e nessuno può privarli. La
speranza e la gioia pasquali, passate attraverso il crogiolo della spogliazione,
dello svuotamento, della vicinanza ai peccatori fino all’estremo, fino alla
nausea per l’amarezza di quel calice. Queste sono la speranza e la gioia
che i due santi Papi hanno ricevuto in dono dal Signore risorto e a loro
volta hanno donato in abbondanza al Popolo di Dio, ricevendone eterna
riconoscenza.
Questa speranza e questa gioia si respiravano nella prima comunità dei credenti, a Gerusalemme, di cui parlano gli Atti degli Apostoli (cfr
2,42-47), che abbiamo ascoltato nella seconda Lettura. E’ una comunità
in cui si vive l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in
semplicità e fraternità.
E questa è l’immagine di Chiesa che il Concilio Vaticano II ha tenuto
davanti a sé. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno collaborato con lo
Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia
originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli. Non
dimentichiamo che sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa. Nella convocazione del Concilio san Giovanni XXIII ha
dimostrato una delicata docilità allo Spirito Santo, si è lasciato condurre ed
è stato per la Chiesa un pastore, una guida-guidata, guidata dallo Spirito.
Questo è stato il suo grande servizio alla Chiesa; per questo a me piace
pensarlo come il Papa della docilità allo Spirito Santo.
In questo servizio al Popolo di Dio, san Giovanni Paolo II è stato il
Papa della famiglia. Così lui stesso, una volta, disse che avrebbe voluto essere ricordato, come il Papa della famiglia. Mi piace sottolinearlo mentre
stiamo vivendo un cammino sinodale sulla famiglia e con le famiglie, un cammino che sicuramente dal Cielo lui accompagna e sostiene.
Che entrambi questi nuovi santi Pastori del Popolo di Dio intercedano per la Chiesa affinché, durante questi due anni di cammino sinodale, sia docile allo Spirito Santo nel servizio pastorale alla famiglia. Che
entrambi ci insegnino a non scandalizzarci delle piaghe di Cristo, ad addentrarci nel mistero della misericordia divina che sempre spera, sempre
perdona, perché sempre ama.
FRANCESCO
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CONFERENZA
EPISCOPALE
ITALIANA
CONSIGLIO PERMANENTE
ROMA, 27-29 GENNAIO 2014
COMUNICATO FINALE
Promuovere una sempre maggiore partecipazione alla vita della
Conferenza, stimolare la collegialità e favorire la comunione: il percorso
indicato ai Vescovi da Papa Francesco nel contesto dell’Assemblea Generale dello scorso maggio e riaffermato nei colloqui con il Cardinale Presidente, ha raggiunto una prima significativa tappa nella sessione invernale
del Consiglio Episcopale Permanente.
Riunito a Roma da lunedì 27 a mercoledì 29 gennaio 2014, sotto
la guida del Card. Angelo Bagnasco, ha concentrato i propri lavori sulla
rivisitazione dello Statuto della Conferenza Episcopale Italiana. Il materiale del dialogo è stato fornito dalle consultazioni delle Conferenze Episcopali Regionali, in un ascolto del territorio attento a raccogliere la voce
di tutti. Nel contempo, per evitare frammentazioni e indebite equiparazioni, il Consiglio Permanente ha cercato di focalizzarsi sulle posizioni
prevalenti, cogliendone orientamenti e proposte per un miglioramento
normativo. Al riguardo, è subito emerso con chiarezza come molte delle
cose suggerite in realtà siano già previste dallo Statuto, a cui si riconosce
logica complessiva e coerenza interna. Le Conferenze Regionali hanno
condiviso una valutazione positiva del cammino della CEI, esprimendo
stima per la rilevanza che ha nella vita sociale e politica del Paese e, soprattutto, per l’azione svolta nei diversi ambiti a servizio del bene della
Chiesa che è in Italia, della sua vita e missione, in spirito di collegialità e
di collaborazione.
Il cambiamento che si intende maturare muove dunque dal riconoscimento di quello che rimane un patrimonio esemplare; punta, poi, a
rispondere nella maniera più fedele a ciò che in questo tempo il Signore
– anche per voce del Santo Padre – chiede alla Chiesa. Rispetto alla mole
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dei contributi ricevuti, i Vescovi hanno distinto tra suggerimenti di carattere generale, richieste già contenute nello Statuto e proposte che possono
diventare emendamenti da sottoporre all’Assemblea Generale. In particolare, sulla scia delle consultazioni, i Pastori si sono concentrati su quattro temi: la valorizzazione delle Conferenze Episcopale Regionali, il ruolo
delle Commissioni Episcopali, le nomine delle figure della Presidenza e
le procedure di lavoro dell’Assemblea Generale e dello stesso Consiglio
Permanente.
Per continuare un ascolto ravvicinato delle Chiese, il nuovo Segretario Generale, Mons. Nunzio Galantino, farà visita nei prossimi mesi
alle Conferenze Regionali: una modalità di comunione volta a sollecitare
e a raccogliere domande e indicazioni da travasare nel lavoro della Segreteria Generale della CEI. Il Consiglio Permanente, che si era aperto
con la prolusione del Cardinale Presidente, si è soffermato anche sulla
sintesi relativa alle risposte delle diocesi al documento preparatorio della
III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi. Ha, quindi, approvato una lettera-invito per l’iniziativa La Chiesa per la scuola; ha
esaminato per un’ultima approvazione il testo delle Linee guida per i casi
di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici, ha approvato i
nuovi parametri per l’edilizia di culto e ha provveduto ad alcune nomine.
1. La voce dei Pastori
La sollecitazione espressa da Papa Francesco per una maggiore
compartecipazione aveva portato il Consiglio Permanente di settembre
alla decisione di coinvolgere tutti i Vescovi in una consultazione articolatasi nei seguenti temi: valutazioni circa le modalità di nomina delle diverse figure della Presidenza; considerazioni in merito alle procedure di
lavoro del Consiglio Permanente e dell’Assemblea Generale; valorizzazione del ruolo e del contributo delle Conferenze Episcopali Regionali;
proposte sulle modalità di svolgimento del compito delle Commissioni
Episcopali.
Intorno a questi quattro punti, la Segreteria Generale ha ordinato
i contributi giunti in questi mesi dalle Conferenze Regionali, offrendo al
Consiglio Permanente la traccia per concentrare i propri lavori sulla disanima delle proposte emerse. In particolare, i Vescovi si sono soffermati
sulle indicazioni prevalenti. È subito apparso chiaro che molte delle richieste avanzate riguardano norme già stabilite dall’attuale Statuto e Regolamento della CEI: più che un cambio di regole, va migliorato il modo
di interpretarle e di porle in atto, modificando alcuni aspetti della prassi
per una sempre maggiore corrispondenza della stessa con il dettato statutario.
1.1. Presidenza, i Vescovi e le nomine
Le Conferenze Regionali ribadiscono l’importanza che sia salvaguardato il peculiare rapporto tra la Chiesa che è in Italia e il Santo Padre.
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In questa luce, si ritiene che la nomina del Presidente della CEI debba
continuare ad essere riservata al Papa, sulla base di un elenco di nomi,
frutto di una consultazione di tutto l’episcopato. Sulla modalità concreta
attraverso la quale salvaguardare il coinvolgimento di tutti i Vescovi e
nel contempo conservare al Santo Padre la libertà di nomina, il Consiglio
Permanente indica due possibili percorsi.
Il primo prevedrebbe una consultazione riservata di tutti i singoli
Vescovi. Il secondo aggiungerebbe a tale procedura un ulteriore passaggio – altrettanto riservato nelle procedure e nei risultati – nel quale l’Assemblea Generale verrebbe chiamata a esprimere la propria preferenza
su una quindicina di nomi, corrispondenti ai candidati maggiormente
segnalati. Circa la nomina dei tre Vice Presidenti, le Conferenze Regionali
concordano sul fatto di non cambiare l’attuale procedura, che ne prevede
l’elezione da parte dell’Assemblea Generale fra i Vescovi diocesani (cfr.
Statuto, art. 15, par.f).
Infine, per quanto riguarda la figura del Segretario Generale, la maggioranza chiede che sia un Vescovo e che – come avviene per il Presidente
– sia nominato dal Papa su una rosa di nomi, “proposta dalla Presidenza, sentito il Consiglio Episcopale Permanente” (Statuto, art. 30, par.1). I
Pastori hanno sottolineato che tale forma, prevista dallo Statuto, appare
come un buon punto di equilibrio che tutela rispettivamente la libertà del
Santo Padre, il rapporto particolare del Presidente con il Segretario Generale e le istanze di partecipazione del Consiglio Permanente.
La scelta della modalità concreta attraverso la quale giungere alla
formulazione dell’elenco di nomi da presentare al Santo Padre verrà sottoposta alla deliberazione dell’Assemblea Generale.
1.2. Assemblea Generale, dinamismo e partecipazione
Per quanto riguarda l’Assemblea Generale, le consultazioni hanno
fatto emergere una diffusa domanda di revisione delle modalità di lavoro. Le Conferenze Regionali chiedono uno snellimento dei punti all’ordine del giorno, un alleggerimento delle sessioni e delle comunicazioni,
l’eventuale delega ad altri Organi – Consiglio Permanente o Presidenza
– di alcune competenze. Sempre nell’ottica di evitare appesantimenti, si
chiede di inviare per tempo a domicilio i materiali da discutere in Assemblea. Nella linea di una partecipazione aperta – peraltro già prevista dallo
Statuto – si sottolinea l’importanza che tanto l’ordine del giorno quanto i
temi della prolusione siano formulati sulla base di contributi fatti previamente pervenire dalle Conferenze Regionali.
Proprio sulla prolusione si concentra un gruppo di osservazioni: si
riconosce l’importanza di conservare centralità a questo contributo che
qualifica a livello nazionale la voce dei Vescovi con un’analisi tanto della
vita ecclesiale, quanto della situazione e delle prospettive del Paese. Osservazioni sono state avanzate in merito alla collocazione della prolusione stessa.
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1.3. Conferenze Regionali, ambito di collegialità
Il Consiglio Permanente ha condiviso quanto sia corale il desiderio del territorio di essere maggiormente ascoltato. Le Conferenze Episcopali Regionali si avvertono come ambito propizio per l’esercizio della
collegialità, favorita sia dal numero ridotto dei membri che consente il
confronto, sia dall’omogeneità culturale e sociale di tante problematiche,
che permette di promuovere un’azione pastorale comune (cfr. Statuto, art.
43, par. 1). Non manca qualche proposta orientata a valorizzare anche la
dimensione delle aree: Nord, Centro e Sud.
La richiesta di un maggiore coinvolgimento delle Conferenze Regionali porta con sé l’avvertenza da tutti fortemente sottolineata che questo
non vada a scapito dell’unità della Conferenza Nazionale. A quest’ultima
si riconosce un ruolo decisivo, quale punto di riferimento per la comunità
ecclesiale e per la società, nel suo servizio alla Chiesa e al Paese. Viene,
piuttosto, sollecitato un miglioramento metodologico, che si esprima innanzitutto in una regolare consultazione previa dell’ambito territoriale
– tramite i Presidenti e i Segretari – in occasione della preparazione delle
riunioni del Consiglio Permanente e, soprattutto, dell’Assemblea, come
più in generale su questioni di comune interesse. Per rendere operativa
questa richiesta, il Consiglio Permanente invita a calendarizzare gli incontri delle Conferenze Regionali in anticipo rispetto a quelli degli Organi
nazionali, in modo da permettere il loro apporto tanto per l’ordine del
giorno quanto per la prolusione.
1.4. Commissioni Episcopali: natura, ruolo e composizione
Il punto relativo alle Commissioni Episcopali si è rivelato il più articolato nelle osservazioni giunte dalle Conferenze Regionali; per questo
il Consiglio Permanente ha concluso affidando alla Segreteria Generale
il compito di raccogliere le proposte emerse in modo da farne oggetto di
ulteriore approfondimento nella sessione primaverile. Le questioni rilevanti sono essenzialmente tre.
Innanzitutto, quella che concerne la natura e i compiti delle Commissioni, che – per Statuto – svolgono un ruolo di supporto all’attività della
Conferenza Episcopale nel suo insieme e dei suoi Organi. Le Conferenze
Regionali osservano che, in realtà, non sempre il lavoro delle Commissioni risulta poi incisivo nella vita della Conferenza Nazionale. Una seconda
questione riguarda il rapporto delle Commissioni con gli Uffici della Segreteria Generale, dove si invita ad una armonizzazione delle competenze e
degli apporti. Si avverte l’importanza di condividere la programmazione delle Commissioni e degli Uffici con la Segreteria Generale. Un ultimo
aspetto è relativo alla composizione delle Commissioni, di cui è ribadito
il valore comunionale che ne caratterizza il lavoro e che le rende autentico snodo di collegialità e di partecipazione. Il Consiglio Permanente, alla
luce delle osservazioni rilevate, conviene sull’opportunità di scegliere i
membri da coinvolgere nelle singole Commissioni tra i Vescovi delegati
regionali.
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2. Fame di famiglia
Il questionario, che la Segreteria Generale del Sinodo ha inviato alle
diocesi in vista della preparazione dell’Instrumentum laboris, ha riscontrato una risposta pronta e capillare. Ai membri del Consiglio Permanente
ne è stata presentata una sintesi, da cui emerge innanzitutto un diffuso
interesse per il tema della famiglia. Gli interpellati manifestano il desiderio di trovare nel Sinodo indicazioni capaci di sollecitare un rinnovato
annuncio del Vangelo del matrimonio e della famiglia, a fronte di problematiche che in maniera sempre più invasiva tendono a scardinare dal
punto di vista antropologico i fondamenti della famiglia.
3. Papa Francesco e il mondo della scuola
Un’occasione per ribadire l’importanza della scuola quale luogo deputato ad acquisire gli strumenti critici per approntare risposte di senso a
domande reali: è questa la convinzione che anima il progetto La Chiesa per
la scuola, con il quale la Chiesa che è in Italia vuole testimoniare la propria
attenzione al mondo della scuola nella sua interezza. Per ribadirlo e coinvolgere il più ampio numero di genitori, alunni e insegnanti il Consiglio
Permanente ha approvato una lettera-invito in vista della manifestazione
del prossimo 10 maggio in Piazza San Pietro con Papa Francesco.
4. Varie
Ai Vescovi è stato presentato, per un’ultima approvazione, il testo
delle Linee-guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da
parte di chierici, come risultante dalle indicazioni e dai suggerimenti offerti dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Consiglio Permanente ha anche approvato i nuovi parametri indicativi, redatti dal Servizio
Nazionale per l’edilizia di culto, con i quali sono chiamati a confrontarsi
i dati progettuali relativi alla realizzazione di nuove strutture di servizio
religioso.
5. Nomine
Nel corso dei lavori, il Consiglio Permanente ha proceduto alle seguenti nomine:
Rappresentante della CEI nel Consiglio di amministrazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano: S.E. Mons. Nunzio GALANTINO, Segretario Generale della CEI.
Sottosegretario della CEI: Mons. Domenico POMPILI (Anagni Alatri), donec aliter provideatur.
Assistente ecclesiastico nazionale dell’Opera Assistenza Malati Impediti (OAMI): S.E. Mons. Gastone SIMONI, Vescovo emerito di Prato.
Assistente ecclesiastico centrale dell’Azione Cattolica Italiana per il
Settore Giovani: Don Tony DRAZZA (Nardò - Gallipoli).
Assistente ecclesiastico nazionale per la formazione dei capi dell’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani (AGESCI): Padre Davide BRASCA, B.
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Consulente ecclesiastico centrale dell’Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi (UCIIM): Padre Salvatore CURRÒ, CSI.
Assistente ecclesiastico nazionale della Gioventù Operaia Cristiana
(GIOC): Don Pietro CARNOVALE (Mileto - Nicotera - Tropea).
Assistente ecclesiastico nazionale dell’Associazione Familiari del
Clero: Don Pier Giulio DIACO (Cesena - Sarsina).
Il Consiglio Permanente ha confermato le seguenti elezioni:
Presidente nazionale dell’Unione Apostolica del Clero (UAC):
Mons. Luigi MANSI (Cerignola - Ascoli Satriano).
Presidente nazionale dell’Associazione Familiari del Clero: Sig.ra
Anna CAVAZZUTI.
La Presidenza, nella riunione del 27 gennaio, ha proceduto alle seguenti nomine:
Presidente della Commissione Presbiterale Italiana: S.E. Mons.
Nunzio GALANTINO, Segretario Generale della CEI.
Presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione di
religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena: S.E. Mons. Nunzio
GALANTINO, Segretario Generale della CEI.
Presidente e membri della Commissione Nazionale Valutazione
Film: Don Ivan MAFFEIS, Presidente; Dott. Massimo GIRALDI, Segretario; Prof.ssa Giuliana ARCIDIACONO; Suor Teresa BRACCIO, FSP; Dott.
ssa Elisa COPPONI; Dott. Mario DAL BELLO; Prof. Nicola DI MARCOBERARDINO; Dott. Francesco GIRALDO; Dott. Vittorio GIUSTI; Prof.
ssa Daniela IANNOTTA; Prof.ssa Marina MATALONI; Sig.ra Graziella
MILANO; Dott. Sergio PERUGINI; Dott. Valerio SAMMARCO; Dott.
Gianluca ARNONE; Dott. Lorenzo NATTA; Dott. Beowulf PAESLER-LUSCHKOWKO; Mons. Domenico POMPILI; Dott. Renato TARANTELLI;
Dott. Giancarlo TARÉ.
Roma, 31 gennaio 2014.
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CALENDARIO DELLE ATTIVITÀ
DEGLI ORGANI COLLEGIALI DELLA CEI
PER L'ANNO PASTORALE 2014-2015
ANNO 2014
18 giugno: Presidenza
22 settembre: Presidenza
22-24 settembre: CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
10 novembre: Presidenza
10-13 novembre (Assisi): ASSEMBLEA GENERALE STRAORDINARIA
ANNO 2015
26 gennaio: Presidenza
26-28 gennaio: CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
23 marzo: Presidenza
23-25 marzo: CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
18 maggio: Presidenza
18-21 maggio: ASSEMBLEA GENERALE
17 giugno: Presidenza
21 settembre: Presidenza
21-23 settembre: CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE
9-13 novembre (Firenze): 5° CONVEGNO ECCLESIALE NAZIONALE
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CONSIGLIO PERMANENTE
ROMA, 24-26 MARZO 2014
COMUNICATO FINALE
Sarà Papa Francesco ad aprire l’Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana il prossimo maggio. L’invito del Card. Angelo
Bagnasco ha incontrato la pronta disponibilità del Santo Padre, che aveva
in animo la medesima intenzione. Il Presidente della CEI ha comunicato la notizia ai membri del Consiglio Episcopale Permanente – riunito a
Roma da lunedì 24 a mercoledì 26 marzo – i cui lavori per molti versi sono
stati orientati proprio alla preparazione dell’Assemblea.
Martedì 25 marzo il Papa, dopo aver accolto la proposta della Presidenza, condivisa in Consiglio Permanente, ha nominato Segretario Generale della CEI ad quinquennium S.E. Mons. Nunzio Galantino, Vescovo di
Cassano all’Jonio, confermando così l’indicazione data a fine dicembre. A
questo proposito il Consiglio Permanente ha rilasciato una dichiarazione
nella quale esprime riconoscenza al Papa (“la Sua scelta qualifica la Segreteria Generale con la conferma di un Vescovo del quale in questi mesi
abbiamo apprezzato dedizione, passione e impegno”) e “cordiale stima e
accoglienza” al Segretario, nella fiducia che saprà continuare “a promuovere la fraternità e la partecipazione con disponibilità all’ascolto e dialogo
costante”. Nella prolusione il Card. Bagnasco ha richiamato il messaggio
del Papa per la Quaresima, soffermandosi sulla miseria materiale – che “si
riversa come una tempesta” su chi è escluso dal mondo del lavoro, come
su quanti sono alle prese con le conseguenze della “rottura dei rapporti
coniugali” – e sulla miseria morale e spirituale, che porta a illudersi di
poter bastare a se stessi.
I membri del Consiglio Permanente hanno ampiamente ripreso, approfondito e rilanciato gli appelli del Presidente della CEI a reagire all’erosione e alla corruzione dell’impianto culturale umanistico – fra tutti, “la
lettura ideologica del «genere»” – a superare gli ostacoli sul fronte della
famiglia e della libertà educativa, a riaffermare il primato della persona,
a partire da quanti sono rimasti “feriti sulla via di Gerico” da “un individualismo scellerato”. Nel corso dei lavori il Consiglio Permanente ha
approvato due Note pastorali: la prima, dedicata alla scuola cattolica, ne
ribadisce la finalità educativa e il suo essere risorsa per l’intera collettività,
invitando a superare pregiudizi ideologici che ne compromettono l’effettiva parità; la seconda si concentra su una particolare forma di vita consacrata – l’Ordo Virginum -, ne coglie i tratti distintivi e offre alle Chiese
indicazioni per criteri comuni e prassi condivise.
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I Vescovi hanno esaminato il Documento conclusivo della 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani e valutato positivamente gli Orientamenti per l’annuncio e la catechesi, testo che verrà discusso nell’Assemblea Generale di maggio. Il Consiglio Permanente è stato occasione anche
per fare il punto sul cammino di preparazione al Convegno Ecclesiale
Nazionale di Firenze. Ampio spazio è stato dato pure all’esame delle proposte di emendamento dello Statuto e del Regolamento della CEI, che
saranno portati in discussione all’Assemblea Generale.
Nel clima di condivisione fraterna che ha caratterizzato i lavori, è
stata accolta la richiesta di riconoscimento canonico di un’associazione;
si è dato il nulla osta per l’avvio dell’iter per la traduzione del Messale
Romano in lingua friulana; infine, sono stati presi in esame una serie di
adempimenti in vista della prossima Assemblea Generale.
1. L’ideologia del «genere»
“La lettura ideologica del «genere» è una vera dittatura che vuole
appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e
donna come pure astrazioni”. L’analisi, contenuta nella prolusione, prende spunto dall’iniziativa di tre opuscoli – destinati rispettivamente alla
scuola primaria, alla scuola secondaria di primo grado e a quella di secondo grado – intitolati Educare alla diversità a scuola e recanti Lineeguida per un insegnamento più accogliente e rispettoso delle differenze.
Il confronto all’interno del Consiglio Permanente ha messo in risalto la
preoccupazione dei Vescovi per forzature che rischiano di colpire pesantemente la famiglia, di associare in maniera indebita religione e omofobia,
di presentare come pacifico l’assunto circa l’indifferenza della diversità
sessuale dei genitori per la crescita del figlio e di spingere verso il matrimonio tra soggetti dello stesso sesso.
I Vescovi avvertono la necessità di investire con generosità e rinnovato impegno nella formazione, risvegliando le coscienze di genitori,
educatori, associazioni, consulte di aggregazioni laicali e istituzioni di
ispirazione cristiana in merito a quella che si rivela una questione antropologica di rilevante urgenza.
2. Scuola cattolica, risorsa sociale
Una preziosa risorsa per la società, al cui servizio intende porsi
come espressione della comunità ecclesiale: è l’orizzonte della scuola cattolica, che con la sua finalità educativa è al servizio del Paese, ma ancora si
scontra con disattenzioni, incomprensioni e chiusure di natura ideologica.
Per questo il Consiglio Permanente ha approvato una Nota pastorale –
curata dalla Commissione Episcopale per l’educazione cattolica, la scuola
e l’università – dal titolo La scuola cattolica, risorsa educativa della Chiesa
locale per la società.
Il testo vede la luce in un contesto gravido di preoccupazioni sul futuro stesso di molte scuole cattoliche: pesano i tagli dei finanziamenti e la
mancanza di un autentico sostegno nella linea della sussidiarietà; pesano
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le riduzioni di personale religioso e le difficoltà a promuovere una proposta più unitaria tra le diverse realtà; soprattutto – hanno evidenziato i
Vescovi – pesano pregiudizi e resistenze che riducono a enunciato puramente nominale il riconoscimento della parità scolastica. Queste difficoltà
– hanno rilevato – permangono, nonostante la funzione assicurata dalle
scuole cattoliche rappresenti per l’amministrazione statale un significativo risparmio anche sul piano economico: le sovvenzioni pubbliche di cui
esse sono destinatarie rimangono lontane da quelle di cui beneficiano gli
altri istituti; paradossalmente, in Paesi più «laici» – quali, ad esempio, la
Francia – il sostegno è significativamente maggiore.
A partire dall’esperienza concreta, il confronto tra i Vescovi ha fatto
emergere i valori della scuola cattolica: l’originalità di una proposta culturale che muove da un progetto educativo, raccoglie con responsabilità
le sfide del tempo presente e forma le giovani generazioni alla vita futura.
Lo fa con una proposta di qualità che è a vantaggio di tutta la collettività
e che si esprime nell’attenzione alla persona (significativa, al riguardo, la
cura dei soggetti più deboli, come pure il fatto che le paritarie non conoscano dispersione scolastica); nella preparazione di programmi rispondenti al bisogno culturale e professionale, che agevola significativamente
anche gli sbocchi occupazionali; nelle motivazioni e nelle competenze del
suo personale.
Per queste ragioni il Consiglio Permanente, oltre ad approvare la
Nota pastorale, rilancia con forza al Governo la richiesta di politiche coerenti, che garantiscano finanziamenti certi e in prospettiva pluriennale,
recuperando da subito l’intero fondo destinato alle paritarie e poi in parte
reso indisponibile dal patto di stabilità.
3. Con Cristo vergine, povero e obbediente
Una particolare espressione di vita consacrata, dalle radici antiche e rifiorita con tratti inediti nella stagione post-conciliare, è costituita
dall’Ordo Virginum, presente oggi in Italia in 113 diocesi: alle circa 500
consacrate se ne affiancano quasi altrettante in fase di discernimento e di
formazione. Tra i tratti distintivi che concorrono a descrivere tale carisma
vi sono la sequela di Cristo vergine, povero e obbediente, la dedizione
alla Chiesa particolare e la vita nel mondo, nonché un rapporto specifico
con il Vescovo, responsabile del discernimento, dell’ammissione alla consacrazione – e della sua celebrazione –, della formazione e dell’accompagnamento. A fronte della significatività di questa vocazione, da tempo i
Vescovi chiedevano orientamenti e indicazioni per elaborare criteri comuni e attivare prassi condivise. In questa prospettiva la Commissione Episcopale per il clero e la vita consacrata ha presentato al Consiglio Permanente – ottenendone l’approvazione – la Nota pastorale L’Ordo Virginum
nella Chiesa in Italia. Mentre offre punti di riferimento per orientare scelte
concordi nelle Chiese particolari, essa esprime un’attenzione incoraggiante nei confronti delle vergini consacrate, insieme all’aspettativa che con il
tempo questa esperienza evangelica consenta di portarne a più compiuta
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maturità i percorsi formativi, il loro stile di presenza nella Chiesa, le forme della loro missione e i tratti della loro spiritualità.
4. Annuncio e catechesi
Il Consiglio Permanente ha ampiamente condiviso una positiva
valutazione del testo Incontriamo Gesù. Orientamenti per l’annuncio e la
catechesi – presentato dalla Commissione Episcopale per la dottrina della
fede, l’annuncio e la catechesi – che verrà portato alla discussione della
prossima Assemblea Generale. Sul solco del Documento Base Il Rinnovamento della catechesi (1970), che rimane la “magna charta”, i Vescovi
hanno sottolineato il valore della catechesi per gli adulti come punto fondamentale dell’impegno pastorale delle parrocchie e l’importanza della
pastorale di primo annuncio e della formazione di sacerdoti, diaconi e
catechisti nell’ambito della catechesi; hanno, inoltre, evidenziato il valore
del Mandato del Vescovo ai catechisti.
In sintonia con la Evangelii gaudium, il testo intende mostrare l’intimo e organico rapporto tra annuncio e catechesi nell’orizzonte dell’azione
evangelizzatrice della Chiesa. Frutto di un’ampia e articolata consultazione, legge l’attuale contesto ecclesiale alla luce del cammino delle Chiese
che sono in Italia, del magistero del Papa e delle linee pastorali espresse
dall’episcopato. In particolare, dedica un intero capitolo alla catechesi per
l’iniziazione cristiana di bambini e ragazzi tenendo conto anche dei nuovi
itinerari espressi in numerose Diocesi italiane.
5. Da Torino a Firenze
Il tema della famiglia è tornato all’attenzione dei membri del Consiglio Permanente con la presentazione della bozza del Documento conclusivo della 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Torino, 12-15 settembre 2013), dedicata a La famiglia, speranza e futuro della Società Italiana. Il
testo, intitolato La famiglia fa differenza, si articola in quattro parti: la prima
richiama l’attuale contesto di crisi che in molti casi ha ridimensionato in
modo drastico non solo il reddito, ma anche la libertà e la dignità di famiglie già impoverite dalla crisi demografica; la seconda parte affronta questa situazione con uno sguardo di fede e, quindi, di speranza, rilanciando
il progetto di famiglia che scaturisce dal sacramento del matrimonio. In
continuità con la precedente Settimana Sociale di Reggio Calabria, la terza
parte del Documento focalizza alcune priorità urgenti per una ragionevole agenda della famiglia. La quarta e ultima parte è dedicata all’impegno
particolare dei laici, sia quali protagonisti principali dell’esperienza familiare sia in quanto portatori di una missione propria nell’ambito politico.
I Vescovi hanno evidenziato come si tratti di contenuti preziosi pure
per il cammino di preparazione al 5° Convegno Ecclesiale Nazionale, che
si svolgerà a Firenze nel 2015 sul tema dell’umanesimo incentrato in Gesù
Cristo e che avrà il suo momento più alto nell’incontro con il Santo Padre.
Una comunicazione specifica, relativa a tale appuntamento, ha sottolineato l’importanza che in questa fase le diocesi, le facoltà teologiche e le
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aggregazioni laicali lavorino per individuare esperienze particolarmente
significative circa il tema del Convegno: costituiranno la materia principale del Documento base dell’incontro, che sarà predisposto per il prossimo autunno. Nel frattempo, si sta approntando un apposito sito internet
che sarà pubblicato entro Pasqua.
6. Statuto e Regolamento
Nei suoi lavori in vista dell’Assemblea Generale del prossimo maggio il Consiglio Permanente ha esaminato le proposte di emendamento
dello Statuto e del Regolamento della CEI, formulate sulla base del confronto maturato nelle Conferenze Episcopali Regionali in seguito alle indicazioni del Papa. Gli ambiti riguardano la nomina del Presidente, per
la quale si prevede una consultazione dei Vescovi, riservando comunque
la decisione al Santo Padre; le modalità di contribuzione alla relazione
del Presidente, quale momento espressivo forte della CEI sulla vita della
Chiesa e della società civile; la natura, i compiti e la composizione delle
Commissione Episcopali, nel loro riferimento all’Assemblea Generale, al
Consiglio Episcopale Permanente e alla Presidenza e nei loro rapporti con
la Segreteria Generale; infine, la valorizzazione delle Conferenze Episcopali Regionali.
7. Varie
Nel corso di questa sessione primaverile il Consiglio Permanente
ha approvato il tema principale (Educazione cristiana e missionarietà alla
luce dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium) e l’ordine del giorno
dell’Assemblea Generale, che si svolgerà in Vaticano, nell’aula del Sinodo, da lunedì 19 a giovedì 22 maggio prossimi: su invito del Cardinale
Presidente, sarà aperta dall’intervento del Santo Padre, che ha confidato
di aver avuto in animo la medesima intenzione.
Il Consiglio Permanente ha accolto la richiesta di riconoscimento canonico dell’Associazione Fede e Luce, approvandone lo statuto a norma
del can. 299 § 3 del Codice di Diritto Canonico. Ha quindi approvato la
proposta di ripartizione dei fondi otto per mille da presentare all’Assemblea Generale e la determinazione del contributo da assegnare ai Tribunali ecclesiastici regionali per l’anno in corso; ha dato il nulla osta per l’avvio
dell’iter per la traduzione del Messale Romano in lingua friulana. Infine,
ha approvato il calendario delle attività della CEI per l’anno pastorale
2014-2015.
8. Nomine
Nel corso dei lavori, il Consiglio Permanente ha proceduto alle seguenti nomine:
Consulente ecclesiastico nazionale della Unione Cristiana Imprenditori e Dirigenti (UCID): S.Em. Card. Salvatore DE GIORGI (Arcivescovo
emerito di Palermo).
Membri del Collegio dei revisori dei conti della Fondazione Mi-
52
grantes: Dott. Diego BARBATO; Don Rocco PENNACCHIO, Economo
della CEI; Rag. Fabio PORFIRI.
Consulente ecclesiastico nazionale dell’Associazione Italiana Ascoltatori Radio e Televisione (AIART): Don Ivan MAFFEIS, Vice Direttore
dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI.
Roma, 28 marzo 2014.
53
CONFERENZA
EPISCOPALE
TRIVENETA
“IL COMPITO EDUCATIVO
È UNA MISSIONE CHIAVE!”
NOTA DEI VESCOVI DEL TRIVENETO SU ALCUNE URGENTI
QUESTIONI DI CARATTERE ANTROPOLOGICO E EDUCATIVO
Noi Vescovi del Triveneto siamo quotidianamente raggiunti - soprattutto nell’incontro con persone, famiglie, parrocchie e realtà associative - da notizie e questioni preoccupanti che riguardano la vita delle
persone in tutti i suoi aspetti. Una vita che - ne siamo consapevoli - è
dono di Dio ed è cosa preziosa, ma è minacciata e resa fragile da molte
cause.
In occasione della 36ª Giornata per la Vita desideriamo ribadire, in
comunione con la Chiesa italiana, la nostra preoccupazione per tante situazioni che contrastano la vita in tutte le sue fasi, dal concepimento alla
nascita, dalla crescita alla piena maturità, dal declino fino alla morte naturale. Tale preoccupazione diventa per la Chiesa impegno a continuare,
insieme a tutte le persone di buona volontà, a sostenere la vita umana in
ogni momento e in ogni circostanza, ribadendone l’inviolabile dignità ed
offrendo concreti aiuti a chi vive fragilità e sofferenze.
Il perdurare della crisi economica ci spinge ad essere vicini a chi ha
perso il lavoro, alle famiglie che non arrivano a fine mese, ai giovani che
non riescono a inserirsi nel mondo produttivo. Vogliamo continuare con
le nostre Chiese - in particolare attraverso le Caritas - l’opera di ascolto, aiuto, sostegno alle situazioni di difficoltà e invitiamo tutti coloro che
possono offrire occasioni concrete di lavoro a un di più di generosità e di
inventiva.
Consapevoli del venir meno di molte tutele sociali, incoraggiamo e
ci impegniamo a sostenere chi opera a favore dei molteplici disagi delle
persone e delle famiglie. E ribadiamo in questa giornata l’appello a “gene-
54
rare futuro”, sostenendo concretamente quel desiderio dei giovani sposi di
generare figli che spesso “resta mortificato per la carenza di adeguate politiche
familiari, per la pressione fiscale e una cultura diffidente verso la vita”1.
Esprimiamo vicinanza a chi soffre per le condizioni - spesso non
rispettose della dignità umana - di carcerato, profugo o straniero e invitiamo chi ne ha la responsabilità ad assumere i necessari interventi legislativi e amministrativi, assicurando contemporaneamente l’impegno della
comunità cristiana verso queste sorelle e questi fratelli.
Senza trascurare tali aspetti di difesa e promozione della vita, sentiamo oggi in particolare il dovere di soffermarci più diffusamente su alcune questioni educative che riguardano aspetti fondamentali e delicatissimi dell’essere umano, con numerose e preoccupanti ricadute in ambito
culturale, formativo, educativo e, quindi, politico della nostra società (triveneta, italiana, europea) e che toccano e coinvolgono in modo diretto la
vita delle persone, delle famiglie e della scuola.
Ci sentiamo così in sintonia con il decennio che la Chiesa italiana
sta dedicando al tema dell’educazione e in piena consonanza con quanto
papa Francesco ha di recente espresso con forza, mettendo in rilievo come
la situazione attuale ponga dinanzi sfide sempre nuove e più difficili: “Il
compito educativo è una missione chiave!”2.
A questo riguardo, ci riferiamo al dibattito sugli “stereotipi di genere” e sul possibile inserimento dell’ideologia del gender nei programmi
educativi e formativi delle scuole e nella formazione degli insegnanti, ad
alcuni aspetti problematici presenti nell’affrontare in chiave legislativa la
lotta all’omofobia, a taluni non solo discutibili ma fuorvianti orientamenti sull’educazione sessuale ai bambini anche in tenera età, alle richieste
di accantonare gli stessi termini “padre” e “madre” in luogo di altri considerati meno “discriminanti” e, infine, al grave stravolgimento - potenziale e talora, purtroppo, già in atto - del valore e del concetto stesso di
famiglia naturale fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna.
Questa inedita situazione richiede a noi Vescovi, prima di tutto, e
alle comunità ecclesiali di non venir meno ad un compito e ad una testimonianza di carità e verità che rappresentano il primo e concreto modo
per servire e promuovere l’uomo e la vita buona nella nostra società. Ci
sentiamo, in tal senso, sollecitati da Papa Francesco, il quale ci ha appena
ricordato che “i Pastori, accogliendo gli apporti delle diverse scienze, hanno il
diritto di emettere opinioni su tutto ciò che riguarda la vita delle persone, dal
momento che il compito dell’evangelizzazione implica ed esige una promozione
integrale di ogni essere umano. Non si può più affermare che la religione deve
limitarsi nell’ambito del privato...”3.
Di fronte a quella che si configura come una vera “emergenza educativa”, noi Vescovi avvertiamo la responsabilità e il dovere di richiamare tutti alla delicatezza e all’importanza di una corretta formazione delle
nuove generazioni - a partire da una visione dell’uomo che sia integrale
e solidale - affinché possano orientarsi nella vita, discernere il bene dal
male, acquisire criteri di giudizio e obiettivi forti attorno ai quali giocare
55
al meglio la propria esistenza e perseguire la gioia e la felicità del compimento4.
Riaffermiamo, come prima cosa, la dignità e il valore della persona umana e poi la tutela e il rispetto che si devono ad ogni persona, soprattutto se in situazioni di fragilità, nonché la necessità di continuare a
combattere strenuamente ogni forma di discriminazione (di carattere religioso, etnico, sessuale) o, addirittura, di violenza. Sottolineiamo, altresì, il
grave pericolo che deriva, per la nostra civiltà, dal disattendere o stravolgere i fondamentali fatti e principi di natura che riguardano i beni della
vita, della famiglia e dell’educazione, confondendo gli elementi obiettivi
con quelli discutibili concezioni ideologiche della persona che non conducono al vero bene né dei singoli né della società.
Riconosciamo la “ricchezza insostituibile della differenza”5 - specialmente quella fondamentale, tra “maschile” e “femminile” - e la specificità
assoluta della famiglia come “unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio. Essa nasce dal loro amore (...), dal riconoscimento e dall’accettazione
della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola
carne e sono capaci di generare una nuova vita”6; essa è, davvero, la “cellula
fondamentale della società, luogo dove si impara a convivere nella differenza e ad
appartenere ad altri”7.
Su tale linea indichiamo anche due testi che, essendo espressione
di una sana laicità, possono ben alimentare un sereno e positivo dibattito
pubblico su questi temi: l’art. 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’Uomo e l’art. 29 della Costituzione repubblicana8.
Siamo, infatti, consapevoli che la differenza dei sessi è elemento
portante di ogni essere umano ed espressione chiara del suo essere in “relazione”; senza la comune salvaguardia delle “grandi differenze” vi è un
grave e concreto rischio per la realizzazione di un autentico e pieno sviluppo della vita delle persone e della società9.
Ribadiamo perciò – come espresso autorevolmente, anche di recente, dalla Santa Sede di fronte al Comitato ONU della Convenzione dei
diritti del fanciullo – il rifiuto di un’ideologia del gender che neghi di fatto
il fondamento oggettivo della differenza e complementarietà dei sessi, divenendo anche fonte di confusione sul piano giuridico10.
Invitiamo quindi a non avere paura e a non nutrire ingiustificati
pudori o ritrosie nel continuare ad utilizzare, anche nel contesto pubblico,
le parole tra le più dolci e vere che ci sia mai dato di poter pronunciare:
“padre”, “madre”, “marito”, “moglie”, “famiglia” fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna.
Difendiamo e promuoviamo il carattere decisivo - oggi più che mai
- della libertà di educazione dei figli che spetta, di diritto, al padre e alla
madre aiutati, di volta in volta, da soggettivi e veicolati da soggetti o istituzioni chiamati a coadiuvarli11. E rigettiamo ogni tentativo ideologico
che porterebbe ad omologare tutto e tutti in una sorta di deviante e mortificante “pensiero unico”, sempre più spesso veicolato da iniziative delle
pubbliche istituzioni.
56
Sosteniamo e incoraggiamo l’impegno e lo sforzo di quanti, a vari
livelli e su più ambiti, affrontano ogni giorno, anche nel contesto pubblico
e nella prospettiva di una vera e positiva “laicità”, tutte le più importanti
questioni antropologiche ed educative del nostro tempo e che segnatamente riguardano: la difesa della vita, dal concepimento al suo naturale
spegnersi, la famiglia, il matrimonio e la differenza sessuale, la libertà
religiosa e di educazione.
La proposta cristiana punta al bene integrale dell’uomo e contribuisce in modo decisivo al bene comune e alla promessa di un buon futuro
per tutti. E pur in un contesto di diffusa secolarizzazione, che insinua la
tendenza a ridurre la fede e la Chiesa all’ambito privato e intimo, come
ricorda Papa Francesco “nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e
nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni e della società civile,
senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini”12.
Al termine di questa Nota, proponiamo ancora un passo dell’Evangelii gaudium che spiega bene il senso della nostra riflessione e nel quale
noi Vescovi ci ritroviamo in pieno perché tocca anche le delicate e importanti questioni antropologiche, culturali, formative ed educative qui
menzionate e sottoposte sempre più all’attenzione e all’approfondimento
di tutti, noi per primi: “Amiamo questo magnifico pianeta e amiamo l’umanità
che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue
speranze, con i suoi valori e le sue fragilità (...). Tutti i cristiani, anche i Pastori,
sono chiamati a preoccuparsi della costruzione di un mondo migliore… il pensiero sociale della Chiesa è in primo luogo positivo e propositivo, orienta un’azione
trasformatrice, e in questo senso non cessa di essere un segno di speranza che
sgorga dal cuore pieno d’amore di Gesù Cristo”13.
Condividendo con fiducia queste nostre riflessioni e indicazioni, in
un momento grave per il bene delle persone e della società, assicuriamo
la nostra preghiera.
2 febbraio 2014. Festa della Presentazione del Signore
e 36ª Giornata nazionale per la Vita
I VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE TRIVENETO
Cfr. Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente della Cei per la 36ª
Giornata nazionale per la Vita (2 febbraio 2014) sul tema “Generare futuro”.
2
Il riferimento è all’incontro di Papa Francesco avvenuto il 29 novembre
2013 con i Superiori Generali degli Istituti maschili di vita religiosa, il cui
resoconto è stato appena pubblicato su “La Civiltà Cattolica” (2014)|3-17).
3
Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium , n. 182.
4
Cfr. Benedetto XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito
urgente dell’educazione , 21 gennaio 2008.
1
57
Cfr. Card. Angelo Bagnasco, Prolusione su “L’architettura della famiglia:
logica e ricadute sociali” alla 47ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani,
Torino 13 settembre 2013.
6
Papa Francesco, Lettera enciclica Lumen fidei , n. 52.
7
Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium , n. 66.
8
L’art. 16 (terzo comma) della Dichiarazione recita: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta
dalla società e dallo Stato” . E l’art. 29 (primo comma) della Costituzione
italiana afferma: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come
società naturale fondata sul matrimonio” .
9
Cfr. Card. Angelo Bagnasco, Prolusione su “L’architettura della famiglia:
logica e ricadute sociali” alla 47a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani ,
Torino 13 settembre 2013.
10
Cfr. L’Osservatore Romano del 17 gennaio 2014 - v. articolo “Dignità
da tutelare ” sull’incontro a Ginevra della Delegazione della Santa Sede,
guidata dall’Arcivescovo Silvano M. Tomasi, con il Comitato ONU della
Convenzione dei diritti del fanciullo.
11
Su libertà e diritto d’istruzione si esprime, tra l’altro, anche la Carta dei
diritti fondamentali dell’Unione Europea (all’articolo 14), proclamata una
prima volta nel dicembre 2000 a Nizza e poi una seconda volta, con alcune
modifiche, nel dicembre 2007 a Strasburgo.
12
Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium , n. 183.
13
Ibidem, n. 183.
5
58
LA PAROLA
DEL VESCOVO
DECIMO ANNIVERSARIO
DELL'ORDINAZIONE EPISCOPALE
Cattedrale di Verona, Sabato 11 gennaio 2014.
Carissimi, vorrei vivere con voi questo evento di grazia in un clima
di fede. Dio solo, mistero di amore trinitario, sa il perché, avvolto nella
assoluta e arcana gratuità, della chiamata al ministero episcopale rivolta a
me, nonostante la mia evidente inadeguatezza.
Pur a distanza di dieci anni dall’ordinazione, ogni giorno di più
prendo coscienza della mia identità sacramentale di vescovo. E mi colgono le vertigini: il ministero sacramentale a me affidato mi configura a Cristo Pastore del suo gregge! Io dunque sono chiamato a renderlo presente,
a personificarlo. Appena ci rifletto ho come un sussulto di sgomento. Tra
la realtà sacramentale – essere configurato a Cristo Pastore – e la mia realtà spirituale esistenziale, cioè l’insieme del mio essere concreto, c’è uno
scarto che mi fa paura (“Me terret”, direbbe S. Agostino), soprattutto pensando a quanto il mio comportamento ha di ricaduta in positivo e in negativo sul mio presbiterio e sui fedeli, della cui salvezza eterna dovrò rendere conto. Ad aumentare il senso di paura concorre anche il binomio, pure
di Agostino, che nel suo conciso latino suona così: “Preesse si prodesse”: il
compito della presidenza non è un titolo di onore, ma è interamente funzionale all’utilità. E allora, non posso esimermi dal domandarmi: di fatto
io sono utile o sono di inciampo? Tuttavia, proprio la consapevolezza che
in me agisce Cristo Pastore, sul piano sacramentale, mi libera dall’angoscia di dover essere io il salvatore delle persone a me affidate: “Pasci il
mio gregge”, dice anche a me Gesù come a Pietro, “è il mio gregge, non
è il tuo; pascilo come mio, non come tuo! Sono io che lo nutro, non tu!”.
Allora mi invade un misto di trepidazione per l’inadeguatezza, e di gioia
per la certezza che è Lui che agisce sacramentalmente attraverso di me.
E quale ufficio mi è stato affidato nel consegnarmi il ministero di
Vescovo? Quello di “insegnare, santificare e reggere” (CD 11; cfr LG 2527). Io ne ho viva coscienza. Ma lo chiarisco anche a voi perché anche voi
59
- ordinati, consacrati e laici - destinatari e, in qualche modo, partecipi del
ministero del vescovo, ve ne rendiate conto e ne favoriate l’attuazione,
con la preghiera e con la docilità.
Anzitutto, l’ufficio di insegnare il patrimonio della fede nella sua
autenticità e integrità, in perfetta sintonia con tutto il Magistero della
Chiesa, il collegio dei vescovi sotto la guida del successore di Pietro, oggi
papa Francesco. Annunciare e insegnare il Vangelo: “Guai a me se non
l’annuncio”, direbbe Paolo con fierezza! È la mia vita. È il mio costante
pensiero. È il mio assillo, ma anche la mia gioia. Annunciare Cristo! Farlo
conoscere come il Senso del vivere! Ai giovani e alle famiglie per primi. È
entusiasmante. E papa Francesco ce ne offre la freschezza e la fragranza
ogni giorno. Oggi ce n’è un’estrema ed impellente necessità. Trasmettere
la fede nel Mistero della vita Trinitaria! In Gesù Cristo Figlio di Dio! Coscienti che, se vogliamo aver la meglio sul mondo, cioè sul sistema del
peccato, la fede è l’arma vincente: “Chi è che vince il mondo se non colui
che crede che Gesù Cristo è il Figlio di Dio?”, ci ha annunciato Giovanni
nella sua prima lettera, affermazione immediatamente preceduta da quella ancor più lapidaria: “Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede!” (1 Gv 5, 4b.5). Ecco dunque: il vescovo e la trasmissione della
fede, qui significata dalla cattedra! La trasmissione della fede battesimale
mi sta sommamente a cuore, nelle sue forme di primo e secondo annuncio, di catechesi e di percorsi differenziati.
Popolo cristiano della diocesi di S. Zeno, tu che puoi contare su una
ininterrotta serie di vescovi che ti hanno garantito una fede mai venuta a
meno nella tua tradizione, come popolo di evangelizzatori (ricordate il vibrante appello della Evangelii Gaudium), fa’ tua questa fede. Non temere
di trasmetterla ai figli, di generazione in generazione, quale patrimonio
che meglio protegge e alimenta il tuo umanesimo, cioè la storia della tua
singolare civiltà. Fa’ tuo l’atteggiamento della folla registrato dal vangelo
appena proclamato nei confronti di Gesù: “Di lui si parlava sempre di
più!”. Non aver rossore di parlare di Gesù e di testimoniarlo con una vita
coerente, di fedeltà a Lui, in tutti gli ambiti della laicità!
Il secondo ministero: santificare. Il vescovo è il liturgo della sua diocesi, “il grande sacerdote del suo gregge” (SC 41). Di conseguenza, mi
sento responsabile e partecipe di ogni celebrazione liturgica. Sacramentalmente sono vicino ad ogni presbitero che celebra la Liturgia, specialmente eucaristica, con i suoi fedeli “in unione con il nostro papa e il nostro
vescovo”, (e vorrei tanto che mi sentisse spiritualmente al suo fianco!).
Su sollecitazione del Concilio, oso però suggerire a tutti i fedeli, Consigli
pastorali, operatori di pastorale, aggregazioni della Consulta, di valorizzare le occasioni opportune, per fare anche l’esperienza di una liturgia
presieduta dal vescovo qui in Cattedrale: la celebrazione più feconda di
grazie e di più forte spessore di diocesanità. Ma come liturgo della diocesi mi preme che anche la celebrazione della Liturgia delle Ore, in primo
luogo da parte degli ordinati, sia compiuta con la dignità che merita un
pregare a nome e in funzione di tutta la Chiesa. Per questo ho scritto una
60
pubblicazione che intende essere di aiuto nella riscoperta del volto di Dio
nei Salmi. Infine come liturgo vi confido che sono estremamente preoccupato per la diminuzione delle richieste di battesimi e, soprattutto, per
un vistoso calo di matrimoni cristiani e di confessioni. E che dire poi di
troppi ragazzi e giovani che disertano la Messa! Perno della vita cristiana!
Assieme al vescovo, l’intera comunità cristiana si faccia carico di questo
dramma, a cominciare dai presbiteri “vice gerenti del vescovo” e dai Consigli pastorali. Evangelizziamo la Messa ai ragazzi e ai giovani! Perché la
loro vita diventi eucaristica! Ne va del futuro della diocesi.
Terzo ministero: governare il popolo di Dio. “Principio visibile e
fondamento di unità della sua chiesa particolare” (LG 23), il vescovo ha
il compito di valorizzare i carismi e i ministeri in funzione della crescita
comunionale e corresponsabile della sua Chiesa. Mi sta immensamente a
cuore la comunione fraterna, favorita dalla sintonizzazione con il Progetto
pastorale, tra tutti: presbiteri, diaconi, consacrati, laici. Operanti in diocesi
o nelle missioni. Facciamocene un punto di onore. Superando campanilismi e autoreferenzialità: la diocesi sia la nostra casa spirituale comune,
dove tra presbiteri e tra cristiani prevale la logica della comprensione, della comunione fraterna, della stima e della gioia di starsi insieme, della solidarietà che riserva la priorità di premurose attenzioni alle povertà, alle
infermità e alle disabilità. L’impegno della comunione fraterna corresponsabile, dove ognuno sa stare al suo posto, al meglio di sé, in rapporto alla
sua competenza, farà sempre di più della nostra Chiesa particolare una
composizione floreale. Splendida e attraente. Capace di credibilità evangelizzante, motivata dalla testimonianza di amore fraterno avvincente.
Questo triplice ministero può essere riassunto nel termine “pascere”, essere pastore, cioè pura espressione di amore, al dire di S. Agostino:
“Officium amoris pascere dominicum gregem”. Pascere il gregge del Signore esige un cuore pieno di amore accogliente, di misericordia, di pazienza e di tenerezza. Con le vostre preghiere, aiutatemi ad acquisire un
cuore così.
Anche perché, diciamocelo francamente, questi non sono tempi facili per fare i vescovi, se mai ce ne furono di facili. Il vescovo ha il compito
di annunciare la verità e oggi essa è avversata dalla dittatura del relativismo; di essere il testimone qualificato di Dio e imperversa l’ateismo e lo
gnosticismo; di essere il segno sacramentale della comunione fraterna, e
domina l’individualismo arrivista, egoista e autoreferenziale. Aiutatemi
ad essere vescovo per voi, al passo con i tempi della nuova evangelizzazione. Tempi difficili, sì. Ma proprio perché difficili, affascinanti, capaci di
sollecitare ad intercettare nuove rotte. Che si stanno profilando.
Pur sotto il peso delle responsabilità, che spesso mi hanno fatto volgere lo sguardo di fede sul Crocifisso, lungo il percorso di dieci anni mi
sono climatizzato al ministero episcopale. Posso dire che mi sento in tutto
e per tutto vescovo e che questa Chiesa mi è entrata in cuore, a partire
dal suo presbiterio. Nell’amore di Cristo, occupa tutto il mio cuore, come
la mia sola e vera famiglia. Mi dedico ad essa volentieri. E non mi pesa.
61
Vorrei servirla con maggior dedizione e zelo, anche se mi rendo conto che
il mio impeto pastorale da quinta marcia va calibrato in marce più ridotte.
Benedico ogni giorno il Signore per averla affidata a me. E con gioia la benedico ogni sera prima di coricarmi, con un pensiero particolare carico di
affetto per i miei/nostri presbiteri e per il mio/nostro Seminario, mentre
io stesso mi sento le spalle coperte, come da un baluardo, dalla preghiera
e dalla benevolenza immeritata della diocesi.
Carissimi, grazie al successore degli Apostoli, anche questa Chiesa
particolare ha respiro universale, in quanto in essa “è veramente presente
e operante la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica” (LG 11).
Chiesa di Verona a me affidata in quest’ora della storia, nel contemplare il mistero che è nel tuo vescovo, sei chiamata a prendere coscienza
del tuo compito, con lui, di popolo sacerdotale, profetico e regale, a cominciare dalle tue famiglie, costituite piccole chiese domestiche grazie al
sacramento del matrimonio. Siine fiera. Siine degna. Sotto la protezione e
con la benedizione materna di Maria, Madonna del Popolo.
X GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
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LO STILE DI PAPA FRANCESCO
MAPPA PER IL MINISTERO PASTORALE
Ritiro quaresimale del clero,
Cattedrale di Verona, Giovedì 6 marzo 2014.
Carissimi presbiteri e diaconi, all’inizio dell’itinerario quaresimale
che già da ieri avete avviato con le vostre comunità cristiane, desidero
proporvi qualche riflessione sullo stile di papa Francesco come mappa
per il nostro ministero pastorale. Non sarei però corretto se mi permettessi di isolarlo dall’insieme dei suoi predecessori e di astrarlo dal tempo che
caratterizza il suo pontificato. Compirei una operazione fuorviante e antistorica. Di fatto, solo per stare entro i confini che vanno dalla modernità,
agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso, fino all’oggi, non si può
non riconoscere che tutti i Papi che si sono susseguiti sono stati davvero
Papi della Provvidenza. Senza retorica, si può affermare che ognuno è
stato il Papa giusto al tempo giusto.
Esemplifichiamo, per flash. Papa Giovanni XXIII: il Papa del passaggio dalla cristianità alla modernità (preceduto da papa Pacelli, Pio XII:
personificazione alta della cristianità!). Fu per la Chiesa, alle prese con la
novità della secolarizzazione, un uomo di prestigio internazionale. Grazie
alla sua ricca umanità dal tocco paterno, un’ondata di simpatia si riversò
su di lui. E, attraverso l’amabilità della sua persona, anche la Chiesa da lui
guidata acquistò credibilità. Proprio agli albori di una cultura che stava
tentando l’avventura assai rischiosa di una autoreferenzialità dell’uomo
e di una concomitante emarginazione di Dio dalle vicende umane, non
tolse la fiducia all’uomo, nel cui cuore era convinto che Dio comunque
agisse, nel dono del suo Spirito. Al contrario, fu lui che accentuò l’importanza di puntare i fari su ciò che avvicina e unisce piuttosto che su ciò che
allontana e divide e di non credere ai profeti di sventura. E fu di lui che la
Provvidenza si servì per dare avvio a quell’evento mirabile dello Spirito
di cui l’uomo della modernità aveva bisogno: il Concilio Vaticano II. Per
quel segmento di storia della Chiesa occorreva appunto un Papa come lui.
Paolo VI. Il Papa che personificò il dramma di una Chiesa alle prese
sempre più impegnative con la cultura della modernità. Aperto e guardingo, appassionato e trepidante nei confronti dell’uomo moderno, gli toccò
in sorte di portare a compimento, con rara lucidità e ferma determinazione, il Concilio Vaticano II. Occorreva proprio lui. Uomo del dialogo su
tutti i fronti, entrò all’ONU e si recò in parecchi paesi del mondo avviando
la stagione dei viaggi missionari dei Papi. Il suo pensiero, di straordinaria
acutezza, espresso in forme anche linguisticamente pregevoli, fu di grande conforto e di luce rispetto alle problematiche che hanno caratterizzato
i quindici anni del suo pontificato: dalla secolarizzazione radicale che ha
63
predisposto gli esiti negativi dei referendum sul divorzio e sull’aborto,
alla contestazione, al terrorismo. Proprio il Papa giusto al tempo giusto.
Nemmeno Giovanni Paolo I fu inutile. I trentatré giorni del suo pontificato furono come un raggio di luce che preludeva l’alba di un nuovo
giorno. Questa volta della durata di ben ventisette anni: Giovanni Paolo
II. Dire che fu il Papa giusto al tempo giusto è persino scontato. Con lui si
è passati dalla modernità alla postmodernità. Della modernità ha vissuto
l’ultima fase, per un decennio. Ne affrontò le sfide con la sua personalità riconosciuta a livello mondiale. E con un coraggio e un entusiasmo
travolgente, capace di essere significativo per le folle, specialmente per i
giovani. Con una serie di encicliche ha affrontato tutte le grosse tematiche
problematiche provocate appunto dall’evolversi della modernità. Ed è il
Papa che più di ogni altro ha dato una spallata decisiva al Muro di Berlino.
Di conseguenza, per un quindicennio è stato il Papa della postmodernità
che sempre più stava prendendo il volto della globalizzazione. Punto di
riferimento di forte credibilità per tutti, nel travaglio dell’evolversi sempre più complesso delle situazioni internazionali a livello politico, sociale,
economico e finanziario. Anch’egli uomo di dialogo convinto sulle frontiere dell’ecumenismo e delle espressioni culturali della postmodernità,
soprattutto nei riguardi dei rapporti fede e cultura-scienza.
Alla sua pia morte, la Provvidenza ha fatto dono alla Chiesa di papa
Benedetto XVI. Dovette prendere sulle sue spalle un carico assai pesante
e nodoso. Ebbe il compito di riportare luce sapienziale su questioni culturali, filosofiche e teologiche, in travaglio veritativo, che rischiavano di
prendere il sopravvento. Non ebbe timore di stigmatizzare “la dittatura
del relativismo”, il vero cancro della cultura che si respirava, quella del
pensiero debole e della società liquida. Le sue posizioni, lucide oltre ogni
sospetto e ferme, anche se espresse con il cuore di un padre che, dovendo
operare da medico, doveva contemperare intervento chirurgico di salvezza con l’amabilità connaturale del suo animo, gli attirarono le ire di chi
sul pensiero debole e sul soggettivismo aveva fondato il proprio impero
culturale ed economico. Le hanno tentate tutte. Colpendolo con la valanga di accuse mosse alla Chiesa: quelle riguardanti la pedofilia (con radici
decennali!), e poi lo sperpero di soldi e la mala gestione amministrativa,
soprattutto dello IOR. Amatissimo dalle persone che lo capivano e con lui
soffrivano per i mali della Chiesa che egli stesso non ha esitato a palesare,
è stato soggetto di diffidenze e di vilipendi mediatici oltre la misura del
buon senso, senza godere il conforto, almeno aperto, lui anche Capo di
Stato, dei Capi di Stato. Papa martire del suo ministero petrino, portato
avanti fino alla croce! Papa senza il quale non avremmo avuto Papa Francesco. Grazie soprattutto al suo gesto, ispirato, rivoluzionario e sconvolgente, di consegnare il timone della Chiesa ad un altro, dopo aver portato
a compimento, in modo eroico, il suo compito storico. Gesto che vale una
enciclica sul tema: “Il servo non insostituibile”. Ed ora, nell’assoluto nascondimento, sta sostenendo il ministero di Papa Francesco con il dono
delle sue sofferenze, delle sue preghiere, della sua vita.
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Da notare che nessuno dei Papi citati è il clone dell’altro o il vice
dell’altro o la perfetta continuazione dell’altro. Al contrario. Ognuno ha
rivelato una personalità stagliata e inconfondibile. Ed è stato collocato
dalla Provvidenza nel tempo che esigeva quella specifica personalità. Per
l’oggi la Provvidenza ha disposto Papa Francesco. Verrebbe subito da osservare: se nel conclave del 2005 al posto di Joseph Ratzinger fosse stato
eletto, ed era possibile, Mario Bergoglio, gli sarebbe stato possibile esprimersi fin da allora, mentre l’ondata mediatica di anticattolicesimo si stava
raggrumando ed estendendo, con quella immediatezza che lo connota, o
sarebbe stato costretto a contenerla? Il collegio dei Cardinali, sotto l’ispirazione dello Spirito, ha eletto Ratzinger, perché per la Chiesa di allora
occorreva un martire della verità.
Per il tempo attuale della Chiesa, che ha bisogno di ricuperare credibilità e fiducia a livello popolare e anche a livello mediatico culturale,
Papa Bergoglio è il dono della Provvidenza, grazie alla sua personalità,
alla sua storia e alle indicazioni fornite con autorevolezza dal collegio cardinalizio durante le sessioni preparatorie al conclave, che hanno aperto
alcune porte e hanno affidato al nuovo Pontefice alcune linee di intervento ormai maturate durante il pontificato di Papa Benedetto XVI.
La Chiesa proveniva da un periodo di turbolenze. Era stata infangata per i peccati, anche di antica data, dei suoi membri, venuti alla luce
magari per vendetta o per determinazione di farla tacere su questioni etiche di grossa portata. E Papa Benedetto se li è portati sulle spalle come un
capro espiatorio. Si respirava un’aria pesante come una cappa di piombo.
Nel travaglio di una sofferenza umiliante, da venerdì e da sabato santo, lo
Spirito stava predisponendo i tempi del rinnovamento.
Papa Francesco sta incarnando questa sorta di “palingenesi”, cioè
del rinnovamento sognato e invocato. Con uno stile inedito che diventa
profezia per la Chiesa per vocazione città sul monte, luce di verità per
l’umanità, lievito della storia.
Fatte queste opportune premesse, ci viene spontaneo chiederci:
Quali sono i tratti caratteristici di tale stile che denotano il volto nuovo
della Chiesa, quello credibile e simpatico all’uomo di oggi, al punto da
diventare esemplare per la Chiesa, a partire dagli “ordinati”? Quali sono
cioè gli aspetti significativi dell’agire di Papa Francesco, per i quali potrebbe in tutta verità dire a noi, come già Paolo ai suoi cristiani: “Diventate miei imitatori come io lo sono di Gesù Cristo” (1 Cor 11,1)?
1) Anzitutto, Papa Francesco ama stare in mezzo alla gente. Ci sta
a pieno suo agio. È il suo habitat. E in quel momento, per così dire, si dimentica di essere in pubblico, sotto i riflettori dei media. Non si atteggia
a idolo, nemmeno quando a Piazza S. Pietro traboccante lo acclamano
con ovazioni a ripetizione o si permettono il vezzeggiativo confidenziale
“Francy!”. Significativo ed emblematico quel grido, da me udito: “Francesco, sei uno di noi!”. Immerso nella folla come un pesce nell’acqua, mai
accetterebbe l’isolamento tipico del leader, nemmeno quello dell’abitazione. Preferisce lo stile del pastore che si lascia intridere vesti e pelle dell’o-
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dore del gregge. E questo in un tempo nel quale i grandi della terra, i governanti e quanti sono rivestiti di autorità vengono blindati dal contatto
diretto con la gente. È la sua vita stare con la gente.
2) E alla gente fa il dono della sua straordinaria umanità, carica di
empatia, di affettuosità, di passione per l’uomo nelle sue condizioni di
fragilità. Guarda negli occhi. Sorride. Come riuscisse ad entrare nell’animo di ognuno. Ha forte il senso della carne umana come luogo di incontro. Perciò bacia e abbraccia e a sua volta si lascia toccare, baciare e
abbracciare. Il tutto con una naturalezza che commuove. Non esita a compromettersi, schierandosi dalla parte dei poveri e cercando di coinvolgere
anche altri in questa sua predilezione.
3) Fa il possibile per farsi capire. Di conseguenza i suoi interventi
non sono mai magniloquenti. Il suo è un eloquio semplice, colloquiale,
carico di immagini plastiche che colpiscono e rimangono come sintesi di
un discorso, immediatamente comprensibile e capace di quella confidenza che si permette anche qualche battuta.
4) Nel dono della sua umanità si riscontra pura autenticità, nel senso più pregnante della parola, cioè trasparenza di Vangelo, anzi, di Gesù
stesso di cui è un innamorato, fuor di misura. Gesù è la parola da lui più
usata, come lo è stato per Paolo. A tutti vuole mostrare il Gesù che è in
lui. E gli sta facendo fare bella figura. Gli sta facendo ricuperare simpatia
persino mediatica. Al punto che invece di fare un percorso a gincana per
arrivare a proporre l’esempio di Gesù, parte dal suo esempio e ne fa inondare la vita di ognuno.
5) Il tutto avvolto da un’umiltà sincera che non teme di esporre anche le proprie fragilità bisognose della Misericordia di Dio e di chiedere,
ovunque e da tutti, il dono della preghiera. Ed è quanto ha fatto fin dalla
suo primo impatto con la folla che gremiva Piazza S. Pietro la sera della
sua elezione a pontefice.
6) Umiltà tuttavia non significa nemmeno per lui annacquamento
della propria identità. Papa Francesco infatti non nasconde mai la sua
forte identità di appartenenza. Proprio questa sua marcata identità gli
consente di dialogare con chiunque, manifestando per tutti sommo e incondizionato rispetto, cogliendo in ognuno ciò che ritiene condivisibile.
7) Consequenziale allora appare l’altra qualità del suo stile: si muove da uomo libero, non condizionato e non condizionabile, né dai paludamenti sfarzosi, né da rigidi protocolli propri del cerimoniale che lo rendono visibilmente impacciato, né dalle convenienze attribuite ad un’alta
personalità come è quella di un Papa. Si muove dove lo porta il cuore.
Con immediatezza.
8) Aggiungiamo un altro tassello al mosaico dello stile di Papa
Francesco: egli proclama all’infinito, e ce la fa rispecchiare nel suo comportamento, la tenerezza misericordiosa del Vangelo, anche se i suoi interventi non sono tutta tenerezza e morbidezza. All’occorrenza affonda
il bisturi. A tale riguardo è opportuno un chiarimento, benché sia tutto
da discutere. Papa Francesco infinite volte fa appello alla Misericordia di
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Dio che non viene negata a nessuno. Non si tratta tuttavia di una Misericordia da carta da parati che copre un muro fatiscente, ma di un intervento di restauro divino in chi ne è predisposto, anche se la sua condizione
interiore è diroccata. Dio cioè risana nella verità, per riportare l’uomo ad
essere verità nella Verità. Certo, papa Francesco preferisce partire dalla
persona umana, uomo o donna, dalla sua situazione concreta per farle
balenare la grande opportunità di aprirsi alla Misericordia di Dio, più
che dalla verità in sé. In altre parole, il binomio paolino “Verità nella
Carità” (Ef 4,15) viene da lui pensato come “Carità nella Verità”, senza
sconvolgerne il prodotto che è l’incontro con il Dio Amore-Verità. Cerco
di chiarire ulteriormente questa precisazione. Il Dio dell’Amore ama a
tal punto l’uomo da fargli dono del suo Figlio Crocifisso ed Eucaristia.
Non è il Dio giudice che misura l’uomo in prima istanza sui parametri
della fredda verità, bensì il Dio che si offre come Amore misericordioso
risanante. Proprio perché ama l’uomo, attraverso l’elargizione assolutamente gratuita della sua Misericordia, lo riporta allo splendore della
verità del suo essere. In effetti, solo l’amore di Dio è in grado di fare vero
l’uomo. In definitiva, papa Francesco, sembra orientato a ricercare le vie
efficaci perché la Verità raggiunga l’uomo, sotto il volto della Misericordia risanatrice e veritativa. Esattamente come fa un medico, al quale non
basta aver assicurato ad un moribondo che sta guarendo. La dichiarazione in sé è assolutamente insufficiente. Lo deve risanare, con interventi
adeguati, per poterlo dichiarare fuori pericolo, in via di guarigione e,
finalmente, guarito. È questa la più gratificante delle soddisfazioni per
un medico. Come lo è per Dio quando è riuscito a risanare il malato
nello spirito, secondo l’aforisma di Gesù: “Non sono i sani che hanno
bisogno del medico, ma i malati... Io non sono venuto a chiamare i giusti,
ma i peccatori” (Mt 9,12-13). Sotto questo profilo si comprende anche la
sua presa di posizione nei confronti degli omosessuali, rilasciata nell’intervista: “Chi sono io per giudicare i gay?”. Lasciando in penombra la
questione culturale che distingue gay da omosessuali (gli omosessuali
sarebbero coloro che avvertono la tendenza all’omosessualità e magari
la praticano, mentre i gay sarebbero gli omosessuali che ostentano la
loro omosessualità), sta di fatto che il Papa non esclude dal suo amore
nessuno. Sull’esempio di Gesù. Accoglie qualsiasi persona per quello
che è, senza sottoporla a giudizio. Del resto, chi può conoscere a fondo
la storia delle persone, le ragioni che le hanno portate anche a sbagliare?
Le persone non vanno mai giudicate e condannate. È il loro comportamento semmai che va giudicato: se conforme o no all’etica universale e
alla morale rivelata, specialmente cristiana. Da questo punto di vista,
se nessuno ha il diritto di giudicare un omosessuale, chiunque si appella all’etica e, in particolare, alla morale cristiana non può esimersi dal
ritenere l’omosessualità come discordante e difforme dal progetto originario di Dio sull’uomo (cfr soprattutto primo capitolo della lettera ai
Romani). Con tutto ciò, nessuna intolleranza e offesa nei confronti degli
omosessuali.
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9) Va da sé che, come i Gesuiti doc, non è un debole e facilmente
manovrabile. È capace di decisioni nette e irreversibili. Sa dove vuole arrivare e quali strade percorrere, pur con la prudenza necessaria. Anche
nell’ambito della riforma della Curia Vaticana, dalla Segreteria di Stato ai
vari Dicasteri. Ci mette del suo. Si mette in prima fila. Vuol mostrare che
la riforma della Chiesa può e deve partire dall’alto. E lui stesso si mette in gioco. Al punto che di fatto si presenta al naturale come l’icona di
una Chiesa riformata. Cosa, del resto, che, salvo le doverose distinzioni,
si è verificata anche per i papi suoi predecessori, la cui santità di vita è
indiscussa. Tuttavia, e in ciò sta la vera novità, anche in forza degli impegni presi prima del Conclave e con l’aiuto degli otto Consiglieri, papa
Francesco è seriamente intenzionato a riformare simultaneamente pure
la Curia Vaticana. Impresa assai ardua se si pensa che i suoi responsabili,
i suoi officiali, i suoi funzionari, risentono di un sistema più burocratico che pastorale, anche se molti di loro sono ottime persone. Con papa
Francesco dunque la riforma della Chiesa parte “in capite”, dalle stesse
strutture chiamate a cambiare anima, da burocratica a pastorale appunto,
per discendere poi “in membris”. Lui ne è il protagonista. Ed è seriamente
intenzionato di portare a compimento questo obiettivo. Fa parte dei suoi
convincimenti che tutto nell’ambito istituzionale deve essere al servizio
del bene della Chiesa. Anche lo IOR che non può che essere trasparente e
fedele al suo statuto epistemologico.
10) Bisogna riconoscere che il suo stile è gradito alla gente che lo approva plebiscitariamente. Eccetto strane, anche se comprensibili, eccezioni e le lobby che poggiano il proprio impero sull’antivangelo della gioia,
cioè sull’egoismo disumanizzante.
In tal modo la Chiesa, impegnata con il suo Papa a prendere le distanze dalla mondanizzazione e a testimoniare uno stile di sobrietà solidale con le povertà, sta ritornando ad essere guida di un umanesimo
nuovo in Cristo, faro di civiltà in un tempo drammatico per l’umanità
sostanzialmente senza punti di riferimento universalmente significativi,
non solo con il suo alto magistero, che mai è venuto a mancare, ma soprattutto con l’esemplarità di vita, coerente con il Vangelo proclamato.
Proprio l’esemplarità di vita evangelica di Papa Francesco, nel cui cono
di luce intende trascinare l’intera Curia, sta interpellando e intercettando
i ricercatori di verità e di senso del vivere umano, mentre sta riaprendo
le menti e i cuori anche dei lontani, sensibili, comunque, e non allergici
alle testimonianze di autenticità. Davvero Papa Francesco in questi dodici mesi di pontificato sta segnalandosi come il Papa della Provvidenza.
Per la Chiesa e per l’umanità del nostro tempo. Con uno stile che un po’
alla volta sta interessando e coinvolgendo anche la Chiesa, nei suoi laici,
nei suoi consacrati e nei suoi ordinati. Ne va della credibilità della nuova
evangelizzazione.
X GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
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LA DONAZIONE
COME VALORE ETICO
San Bonifacio (VR), Sabato 29 marzo 2014.
Fa piacere poter condividere la sensibilità che i Lions club nutrono
e non esitano a mostrare nei confronti dell’uomo. Ai Lions interessa l’uomo. Tutti gli uomini. Tutto l’uomo, nelle sue varie dimensioni, sulle quali
oggi è in corso un dibattito serrato, al fine di trovare almeno il minimo comune denominatore, da condividere, su cui stabilire un dialogo proficuo,
grazie ad un confronto improntato a rispetto, ad ascolto, a determinazione di accogliere eventuali correzioni e, soprattutto, integrazioni su quella
che ormai viene comunemente definita la questione antropologica che si
sviluppa attorno all’interrogativo, inevitabile nella sua radicalità: chi è
l’uomo? Da che cosa si contraddistingue da ogni altro essere vivente?
Questione non certo oziosa, da salotto. Sta all’origine di tutte le altre questioni e, al contempo, ne è la soluzione adeguata. Solo quando io
riesco a capire chi sono io, nell’intreccio delle infinite potenzialità insite
nella corporeità, mente, cuore, visceralità, volontà, libertà, coscienza, autocoscienza, relazionalità... potrò capire perché ci sono, che cosa ci sto a
fare sulla terra e su quale mappa posso costruire la mia vita, perché sia
una vita felice.
Quella dell’antropologia condivisibile, ne sono convinto, è questione imprescindibile per un vivere sociale all’altezza della dignità dell’uomo, di cui dovremmo essere tutti alleati. Nessuno estraneo. Almeno nelle
linee essenziali, quelle che hanno una forte ricaduta sul vivere sociale civile, fatto cioè da cittadini propensi a solidarizzare e ad entrare in rete tra
loro.
Ed eccoci all’argomento assegnatomi dal Lions Club di San Bonifacio Soave. Dell’antropologia ha scelto la dimensione donativa. Nella sua
formulazione da aforisma: “Donazione come valore etico”. Per affermare
che il senso e il dinamismo del donare fa parte del DNA dell’uomo, di
ogni uomo. Al limite, chi si sottrae volontariamente dal circuito virtuoso
della donazione, convinto che il mondo debba ruotare attorno a lui e che
all’umanità lui non debba proprio nulla, dovrebbe interrogarsi sul senso
del suo essere uomo.
A me dunque il compito, arduo e alquanto impegnativo nel suo
essere altresì gratificante, di segnalare le pietre miliari del dinamismo
della donazione.
Il punto di partenza del nostro percorso culturale coincide con il coraggio di una ecografia del nostro animo, potremmo definirlo cuore, per
vedere di fatto da che cosa è abitato: dall’io ipertrofico al punto che non
lascia spazio a null’altro, o da un forte senso e bisogno di benevolenza
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nei confronti delle persone che intersecano il nostro vivere quotidiano. A
tale riguardo occorre riconoscere che l’uomo, ogni uomo, vive una forte
tensione tra la difesa di se stesso fino all’arroccamento in sé, fino cioè a
blindarsi in se stesso, e il bisogno vitale del donarsi come un uscire da sé.
Quale delle due tendenze, dialettiche, abbia poi il sopravvento nella vita
concreta, dipende in gran parte dalla formazione cercata e accolta. Si tratta di una formazione che fa perno su se stesso, sul mito di se stesso egoisticamente perseguito o di una formazione che mira a fare di una persona
un altruista, tendenzialmente solidale con le altre persone.
Come si può facilmente constatare, ci sta di mezzo non solo la questione antropologica, bensì anche quella sociologica. In altri termini, dopo
aver focalizzato l’interrogativo: chi sono io?, non posso esimermi dal pormi il conseguente interrogativo: chi sono gli altri per me? Che società mi
immagino? Che genere di società sono disposto ad edificare con un mio
stesso contributo significativo?
Questa seconda questione, quasi scontata fino a circa trenta anni fa,
nel cuore della modernità, quando il senso partecipativo, assembleare,
socializzante caratterizzava la cultura, oggi si fa particolarmente acuta,
in quanto la cultura di fondo della postmodernità è caratterizzata proprio dall’individualismo tendenzialmente egoista, arrivista, intollerante
dell’alterità, indifferente nei riguardi delle povertà di ogni genere, proteso
alla creazione del mito di sé (aggiungo, ideologicamente ateo e si sa che
l’ateismo ideologico dialettico, che spazza via Dio è, in buona sostanza,
antiumano, in quanto sostituisce all’assoluto di Dio il proprio io. Cosa
diversa è il dubbio e persino lo scetticismo in una persona che comunque
non fa perno sul proprio io ed è sempre alla ricerca di una trascendenza,
si denomini ad esempio solidarietà e onestà, rettitudine d’animo).
In una cultura dell’individualismo (dove non c’è posto per Dio) non
c’è posto per la cultura della donazione. Ciò sta a significare che, dati
alla mano che vedono ancora attivi i principi della solidarietà espressa
appunto nella donazione, sia pur nella morsa di una certa crisi, la cultura
dell’individualismo, oggi dominante, non è imperante. Qualche spazio
per il sentire diffuso di un bisogno personale di fare dono si riesce a ritagliarselo.
In gran parte dipende dallo stato d’animo che caratterizza ogni persona umana. Per comprendere più nitidamente il senso di questa affermazione, mi sia consentito riportare un verbo, nella sua dizione in lingua
greca, che gli evangelisti evidenziano nei confronti di Gesù: “splaxnizomai”. Viene tradotto: “Gesù si commosse”. In realtà, etimologicamente,
evoca le viscere materne nell’atto di aprirsi per dare alla luce un figlio.
In altre parole, di fronte ad esempio ad una folla affamata o lasciata allo
sbando come un gregge senza pastore, o alla morte di una bambina di
dodici anni, di un ragazzo portato a sepoltura, all’amico Lazzaro nel sepolcro da quattro giorni, a Gesù si aprì, si spalancò il cuore, le sue stesse
viscere materne! Quella folla, quelle persone morte con i loro familiari gli
sono entrate in cuore e ne hanno preso possesso. Sono entrate nel grembo
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del suo amore, dei suoi interessi. E non gli era più consentito di restarne
estraneo. Entra in quella realtà, se ne fa carico, fa dono dei suoi poteri
taumaturgici. Si fa cioè Buon Samaritano, quello per intenderci della parabola narrata da Gesù e riportata dall’evangelista Luca, che, profondamente sconvolto nelle sue viscere materne, si prende cura del malcapitato
e paga di tasca propria il suo “ricovero” presso una locanda. Questo è l’atteggiamento che sta a fondamento della donazione, perché possa essere
considerata come un atto di umanità vera. Questo è il punto di partenza
imprescindibile. La prima pietra miliare di una cultura della donazione.
Ora ci incamminiamo verso la seconda pietra miliare: il senso e il
bisogno vitale della gratuità. L’obiettivo originario della donazione non è
la gratificazione personale, ma la soluzione dei problemi degli altri considerati come parte viva della propria famiglia sociale. Ciò significa che la
donazione sbilancia il proprio io sul tu che diventa più importante dell’io.
Il vertice e la massima intensità raggiungibile sotto questo profilo della
donazione che sbilancia l’io sul tu sono dati indubbiamente dalla sponsalità che, per natura, realizza un “noi”, grazie a tale sbilanciatura, che
snerva, stempera, l’io in funzione del tu. Nella sponsalità la donazione
non riguarda un bene, come un regalo in oro, un diamante, una villa,
una vacanza in paesi esotici, ma il bene della propria persona: gli sposi si
fanno dono reciproco della propria persona, con modalità di unidirezionalità senza reversibilità, altrimenti non sarebbe dono, in quanto il dono
esige assolutezza incondizionata, persino in caso di mancata gratitudine che il destinatario dovrebbe manifestare al beneficante. La donazione
non è legata alla gratificazione come condizione sine qua non. Se poi alla
sponsalità uniamo la genitorialità, ancora una volta constatiamo le leggi
intrinseche della donazione senza condizioni: i figli cui si è trasmessa la
vita possono essere fonte di gratificazioni ma anche causa di grattacapi.
Ma i genitori li amano, donandosi a loro, oltre le risposte.
Terza pietra miliare della donazione perché si possa definire atto
squisitamente umano e umanizzante: il senso della libertà, della volontarietà. Nessuno può essere costretto alla donazione che implica una scelta
consapevole del valore della donazione (so di donare e che senso ha per
me il donare), una limpida coscienza di un bene esigito dalla situazione,
di una possibilità messa a disposizione, e della ricaduta benefica sul vivere sociale civile. Precisiamo: per essere atto di libertà deve incidere in
profondità sull’animo umano, liberandolo da tutti i condizionamenti, dalle stesse attese almeno implicite e sottili di gratificazione. Da questo versante l’atto del donare diventa catartico per lo stesso donante, liberatorio.
Solo a queste condizioni il donare è manifestazione dell’amare. Del resto,
se non fosse manifestazione di amore, a poco gioverebbe al destinatario
della donazione che ha bisogno prima di tutto di sapersi destinatario di
una relazione positiva ancor prima che di un intervento in sé, e a nulla
al soggetto della donazione che non cresce nella linea dell’umanità. Aggiungiamo una ulteriore osservazione che nasce dall’esperienza: solo se la
donazione è atto di amore genera gioia. Allora davvero si verifica il detto:
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“C’è più gioia nel dare che nel ricevere” (At. 20,35), oltre tutto perché ti
sperimenti utile, senti che la tua vita vale per qualcuno, non è insignificante. Per questo, in seguito alla donazione, ad un atto di generosità, ci
si sperimenta felici. E viene spontaneo dire a tutti che nel donare è più
ciò che si riceve in termini di ricchezza di umanità che ciò che si dona in
termini di tempo, di beni, di sangue, di organi.
La quarta pietra miliare: la consapevolezza che tutti sono nelle condizioni di fare donazione. Come a dire che nessuno è tanto povero da non
aver nulla da donare o tanto ricco da non aver nulla da ricevere. Suggestivo ed esemplare in proposito è un aneddoto narrato da S. Agostino,
per inculcare nei suoi cristiani di Ippona il dovere di dare ognuno un
contributo alla edificazione fraterna della comunità. Un ricco, racconta
il grande vescovo, deve attraversare un fiume. È vecchio e acciaccato. Il
fiume manca di ponte in quel tratto. Se lo attraversasse a nuoto rischierebbe una polmonite. Fatalmente nei pressi si trova un povero che viveva
di elemosine. Alto di statura. Spalle robuste. Salute in sovrabbondanza.
Avvezzo al nuoto. Anche con acque gelide. Il ricco ha bisogno di quelle
spalle. Il povero ha bisogno del denaro del ricco. E così e l’uno e l’altro
ne hanno tratto beneficio. Uno senza l’altro sarebbe stato nei guai. L’uno
per l’altro, sollecitati alla donazione, l’uno delle proprie spalle, l’altro del
proprio denaro, sono stati un regalo. Ambedue si sono sentiti utili. E ne
hanno conseguito con il beneficio una gratificazione.
In ogni caso, non è detto che chi è povero sotto il profilo economico
dia meno sotto il profilo del patrimonio valoriale. Spesso i cosiddetti poveri sono una lezione di vita per chi ha beni in eccedenza, dando esempio
di nobiltà con cui affrontano prove durissime imposte loro dalla vita.
Infine, la quinta pietra miliare: l’umiltà. Solo l’umile riconosce di
aver tutto ricevuto o, per dirla con Bernanos in “Diario di un curato di
campagna” è consapevole che “tutto è grazia”. L’umile si riconosce un
dono ricevuto, che lo trascende, e perciò gli appare naturale trasformare
se stesso in dono. Trasformare se stesso in dono! È infinitamente di più
che fare dono di qualche cosa, anche di prezioso. Potremmo persino affermare che ogni donazione è autentica se è espressione della donazione di
se stesso. E proprio perché è donazione di se stesso mette il destinatario a
suo agio, non gli fa pesare l’atto della donazione, da benefattore senza il
quale uno sarebbe spacciato. Dunque, umiliandolo di fatto. La donazione
parte dal cuore e lì rimane sepolta. Non ha bisogno di pubblicità. La stessa
donazione del sangue e degli organi, su cui si concentra la riflessione di
questo Convegno, ha senso e valore nella misura in cui di fatto segnala
partecipazione personale alle vicende di chi ha bisogno di tale donazione.
Dai riferimenti, per flash, alle cinque pietre miliari caratteristiche
della logica della donazione possiamo dedurre una conclusione: la donazione è la quintessenza dell’essere umano in quanto tale. Solo la donazione lo fa sperimentare davvero umano. Questa esperienza ha carattere
universale. Oggi diremmo, ad estensione di globalizzazione. Come a dire
che nel DNA dell’antropologia è innestato il senso del donare. È dunque
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espressione di etica, cioè di un comportamento tipico dell’uomo in quanto uomo, indipendentemente dalla cultura e dalla stessa religione di appartenenza. Sta addirittura nel cuore del patrimonio valoriale dell’agire
umano degno dell’uomo.
Concludo tentando di riassumere il mio intervento. Proprio nel capire chi sono gli altri per me e nel predispormi al senso della donazione,
di fatto capisco meglio chi sono io: io sono ciò che dono! E nella misura
del mio farmi dono mi ritrovo appagato di felicità.
X GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
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UN PRESBITERIO UNITO IN INTIMA
FRATERNITÀ SACRAMENTALE
E UNICO SOTTO LA GUIDA
DEL VESCOVO ALL'ALTEZZA
DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE
Cattedrale di Verona , Giovedì santo, 17 aprile 2014.
Messa del Crisma
Carissimi, ogni anno la Messa del Crisma ha il potere di convocarci
in Cattedrale in un numero considerevole e ben visibile di ordinati. Con
noi sentiamo spiritualmente uniti anche i missionari fidei donum, i diaconi e i presbiteri anziani o infermi, il vescovo ausiliare emerito mons.
Veggio e padre Roberto Carraro, ai quali sulle ali della preghiera inviamo
i nostri voti augurali.
Il testo del Vangelo di Luca concentra la nostra attenzione sul Messia che, grazie allo Spirito del Signore su di Lui, realizza la propria vocazione nell’essere profeta destinato ad evangelizzare i poveri.
Anche noi, configurati sacramentalmente al Messia, cioè a Cristo
Pastore che dà la sua vita per il suo gregge, siamo inviati come profeti
del popolo di Dio, dotato per il Battesimo della dignità profetica, regale,
sacerdotale, come ha evidenziato il testo dell’Apocalisse proclamato nella
prima lettura.
È un popolo che da qualche decennio è in profondo travaglio. Ed ha
bisogno di essere rievangelizzato in modo adeguato.
Le vie possono essere molteplici. Ma la più sicura e la più efficace
siamo noi, Presbiterio della diocesi di S. Zeno. Da noi dipende in gran
parte la credibilità stessa del Vangelo che annunciamo per mandato. Solo
se l’uomo del nostro tempo, la nostra gente, vede incarnato nel Presbiterio
il Vangelo della gioia, che si identifica con il Vangelo dell’amore fraterno
come partecipazione all’amore trinitario di Dio, sarà invogliato a credere nel Vangelo, nella sua efficacia agli effetti di una vita di senso. Anche
perché, ad essere sinceri, noi siamo messi nelle condizioni migliori in assoluto, assieme ai consacrati, per vivere il Vangelo dell’amore fraterno:
“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Se non ci riusciamo noi
e i consacrati, i fedeli si convinceranno che questo vangelo dell’amore fraterno è pura utopia, è illusione! E la nostra evangelizzazione è fallimentare in partenza.
Carissimi, parliamoci con molta franchezza: al nostro Presbiterio
riconosciamo zelo encomiabile, dedizione indefessa, capacità di inizia-
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tive pastorali geniali, radicato senso di fede e di ricerca della gloria di
Dio, segnato, e non da ora, da personalità di spicco, da individualità
stagliate.
Ciò di cui il nostro Presbiterio ha oggi bisogno è una presa di coscienza collettiva di essere un Presbiterio interamente proteso all’unica
missione evangelizzatrice che risponde all’oggi di Dio, resa possibile grazie alla sua intima fraternità sacramentale e alla sua unicità sotto la guida
del Vescovo (cfr LG 28; CD 28; PO 7.8). L’unicità e l’intima fraternità del
Presbiterio e la sua unicità hanno radice sacramentale. Ambedue - intima
fraternità e unicità - fanno parte del DNA dell’essere presbitero. Tentiamo
di focalizzare il senso e il valore di ambedue agli effetti del nostro ministero di evangelizzatori.
Un Presbiterio unito da intima fraternità sacramentale
Anzitutto, un Presbiterio unito da intima fraternità sacramentale,
grazie alla quale ogni presbitero ha diritto di abitare il cuore di ogni presbitero, ed ogni presbitero si fa carico di ogni presbitero.
Al limite, parlo per assurdo, non riuscissimo a far decollare iniziative pastorali anche di grande respiro, su cui abbiamo concentrato notevoli forze, come attuazione del progetto pastorale, se siamo un Presbiterio
unito nella fraternità, siamo una potenza agli effetti della rievangelizzazione: la gente crederà al Vangelo che il suo Presbiterio vive in prima persona, dandone una bella testimonianza, ancor prima di annunciarglielo.
Anch’io ho dovuto imparare, rendendomene sempre più conto in
questi dieci anni di ministero episcopale, dapprima a Vittorio Veneto e da
quasi sette anni qui con voi, che ciò che vale come Presbiterio, e lo qualifica, non è ciò che fa ma ciò che è: Presbiterio unito da intima fraternità!
Prima della funzionalità pastorale ci sta l’essere pastori nel Pastore! Non
da singoli, ma come Presbiterio.
Carissimi, in questa celebrazione liturgica del Crisma, fortemente
evocativa di unità comunionale presbiterale, sulla scorta dei testi del Concilio Vaticano II, mi permettete qualche indicazione che mi viene dal cuore di pastore nei confronti dei presbiteri che il Concilio definisce “corona
spirituale” del Vescovo.
Anzitutto vi esorto a stare insieme. Il pensiero va spontaneo al Salmo 133: “Com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme”. Se non si
vive insieme, sotto lo steso tetto, tra presbiteri, come provvidenzialmente
avviene in vescovado, si desideri almeno stare insieme. Il più possibile.
Determinati a trovare ad ogni costo il tempo necessario per stare insieme.
Proprio per alimentare, far crescere e maturare sempre più il senso, cioè il
valore e il significato, dell’intima fraternità presbiterale.
Non si tratta di starsi insieme per un obbligo, o solo per ragioni di
funzionalità, ma per un bisogno del cuore. Da fratelli in virtù del Battesimo, da confratelli in virtù dell’Ordine sacro. È così che si intercetta al
naturale lo stato di salute fisica, psichica e spirituale dei confratelli e ci si
dispone a farcene carico. Facciamo in modo che, anche grazie allo starsi
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insieme, il Presbiterio sia davvero il luogo delle belle e limpide relazioni
fraterne, fondate sulla fiducia e sulla stima; sulla confidenza e sulla riservatezza; sul garbo e la gentilezza; sulla tenerezza e la misericordia; sulla
simpatia, cioè sulla partecipazione ai travagli della vita di un confratello;
sull’accoglienza per quello che ognuno è e sull’ascolto sincero; sulla vicinanza fraterna nei momenti lieti e in quelli aggrovigliati; sulla preghiera
gli uni per gli altri; sull’interscambio di intuizioni, di pensieri, di proposte. Ne consegue spontaneamente la messa al bando di diffidenze, sospetti, insinuazioni, pettegolezzi, smania di rivelare per primo le news ancora
segretate, lettere anonime, autoreferenzialità e, soprattutto, ne consegue
l’impegno di ognuno di non palesare un difetto di un confratello, fino ad
infierire, se prima non si sono evidenziati i primi nove pregi. Per questo
occorre corazzarsi di pazienza, di benevolenza, di mitezza che sa prendere ognuno dal verso giusto, di umiltà.
Quali vantaggi ognuno ne ricaverebbe! Non sarebbe bello vivere
fraternamente così? E dove sta il problema? Chi ce lo può impedire? Il
tutto dipende da ciascuno e dall’insieme. Nessuno se ne senta esonerato.
Più ci si sta insieme da fratelli confratelli più l’intima fraternità presbiterale cresce, per così dire, spontaneamente, cioè sotto l’impulso della grazia
dello Spirito che feconda sempre la comunione fraterna. Sicché, un Presbiterio unito nell’intima fraternità sacerdotale alla fin fine è questione di
docilità allo Spirito, è più frutto del suo agire in noi, in ciascuno di noi, che
effetto di una strategia concordata tra di noi.
Di conseguenza, non mi stancherò mai di ricordare al mio Presbiterio che i tempi riservati alla fraternità sacerdotale, come quelli riservati
alla formazione e all’intimità con Cristo, non sono dissipati o sottratti
alla pastorale, ma ne sono l’espressione primaria e la condizione della sua efficacia. Il tempo dedicato ai confratelli è il fior fiore del nostro
ministero pastorale. Davvero il Presbiterio, a cominciare da quella manifestazione territoriale che è data dalla zona pastorale e dalla vicaria,
è luogo altamente propizio per le relazioni significative, ricche di umanità e di fede che salvaguardano da esposizioni imprudenti nel campo
dell’affettività, da gravi rischi per il celibato, da crisi di identità e da stati
d’animo depressi. Suggerisco pertanto caldamente di trovarsi almeno
a pranzare insieme, più volte la settimana, per scambiarsi una parola,
confidarsi una preoccupazione, una amarezza, ma anche la gioia di una
iniziativa riuscita. In ogni caso, dell’amore fraterno ce ne facciamo un
punto d’onore .
Mi permetto una aggiunta. Sarà pure un sogno per il momento, ma
la strada segnata per il futuro, inevitabilmente e provvidenzialmente, andrà anche oltre il pur importante starsi insieme, non appena si presentano
le opportunità. Non potrà che essere la seguente: un Presbiterio sempre
più a formato comunità presbiterali e sempre meno lasciato in balia delle
individualità.
Consentitemi a questo punto di trarre una conseguenza di carattere
spirituale concreta, valida a partire da me: almeno prima di ogni confes-
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sione, assidua e celebrata nella fede, facciamo costantemente una verifica
su questi interrogativi: mi rendo conto di essere Presbiterio e non solo
presbitero? Chi sono i miei confratelli per me? Chi escludo dal mio animo? Per quale motivazione? Quale contributo assicuro io alla fraternità
sacerdotale nel mio Presbiterio, perché sia coeso? Amo stare insieme ai
confratelli, almeno nei momenti “programmati”? Do il mio contributo
perché il volto del mio Presbiterio sia più luminoso, attraente, gioioso?
Un Presbiterio unico e corresponsabile sotto la guida del vescovo
Mettiamo ora insieme il valore dell’intima fraternità con quello
dell’unicità del Presbiterio, di matrice sacramentale. Ne risulta che al di
fuori del Presbiterio un prete è come un pesce fuor d’acqua. Con l’ordinazione, vi è radicato, incardinato! Di conseguenza, sempre più deve maturare dentro di lui la coscienza di essere corresponsabile, con la specificità
delle sue competenze, dell’intera diocesi. Ciò esige una mente aperta e un
cuore sensibile sull’intero orizzonte della diocesi, compreso quella della sua dimensione missionaria ad gentes e una chiara consapevolezza di
non agire mai solo a nome proprio, a titolo personale. Egli sempre rende
presente l’intero Presbiterio e agisce in nome del Presbiterio. L’operare del
presbitero, con la carica di umanità di cui dispone nella docilità alla grazia
di Dio, è sempre conseguenza ed espressione del suo essere Presbiterio.
Per cui ogni suo comportamento e ogni sua scelta implicano sempre l’intero Presbiterio. Sicché è davvero stridente una eventuale affermazione
di questo genere, in qualunque ambito della vita di un prete: “Sono affari
miei!”. Persino sui tempi riservati a sé ci sarebbe da discutere, se papa
Francesco non esita a mettere in guardia i preti dall’ossessione di ritagliarsi tempi personali (cfr EG 82).
Un presbitero non è l’equivalente di un funzionario di stato o di
un operaio di una azienda, che fissa i tempi di impegno con il timbrare il
cartellino e si ritaglia per diritto le sue ferie. Essi infatti non si identificano
né con lo stato né con l’azienda. Il presbitero invece è identificato con il
suo Presbiterio. Non è allora un affare privato nemmeno l’abbandono del
ministero presbiterale, che è sempre uno sradicamento sanguinante dal
Presbiterio. Dall’esperienza che fa del proprio presbitero, la nostra gente
giudica l’intero Presbiterio! In bene e in male.
Di conseguenza, ogni intervento deve essere la migliore manifestazione del Presbiterio; agli occhi della gente in quel momento tu sei il
Presbiterio! Come, d’altra parte, ogni estraniamento da parte anche di un
solo presbitero dal Presbiterio, diventa uno scandalo per la gente, mentre
va sentito per l’intero Presbiterio come una sua ferita, su cui deve scorrere più abbondante il sangue dell’amore fraterno. Fatte salve le debite
distinzioni, sono persuaso che quanto detto per i presbiteri del Presbiterio
diocesano, sia applicabile e valido anche per i presbiteri, oggi qui ampiamente rappresentati, delle Congregazioni religiose, nei confronti della
propria Congregazione e, per molti versi, anche nei confronti della diocesi
di residenza.
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Il senso dell’unicità di un Presbiterio è accentuato dall’unicità del
vescovo, da tutti riconosciuto nella fede come successore degli Apostoli,
in unità sintonica con il collegio episcopale, sotto il primato del successore
di Pietro, oggi papa Francesco. Del vescovo, “visibile principio e fondamento di unità” (LG 23) della diocesi a lui affidata dalla Santa Sede, i presbiteri sono i “collaboratori, cooperatori, consiglieri, vice gerenti” come ci
ricorda il Concilio Vaticano II.
Carissimi, presbiteri, voi rendete presente il vostro vescovo sul territorio. Di conseguenza, essere in sintonia con lui, indipendentemente
dalla persona che incarna il successore di S. Zeno su questa Cattedra, è un
bisogno ancor prima che un adeguamento obbedienziale.
Certo, ogni Presbiterio vorrebbe essere sul territorio la presenza di
un vescovo all’altezza del suo ministero, mentre in questa singolare celebrazione annuale avverto più acutamente la mia inadeguatezza e le mie
fragilità, di cui non mi resta che chiedere perdono al mio Presbiterio, oltre
che a Dio. Benché, nella coscienza che ho di me stesso davanti a Dio, mi
senta di confidarvi che vi amo tutti - non riesco in verità ad individuare
un solo prete che non mi stia a cuore e per il quale non preghi ogni giorno - soprattutto quando incidentalmente capita qualche incomprensione,
magari in seguito a trasferimenti non capiti o mal digeriti. D’altra parte,
lo capite anche voi, compete al vescovo che la presiede segnalare le opportunità e le necessità di una diocesi, pur cercando di tenere presenti le
osservazioni, e persino i desiderata, espressi in un clima di dialogo corresponsabile.
Sotto questo profilo, si comprende anche la necessità che tutti i
presbiteri si sintonizzino con il Progetto diocesano, all’interno del quale
hanno senso interventi integrativi e iniziative nate dal confronto e dalla
condivisione a livello almeno di zona o di vicaria. Una iniziativa “singolare” proposta da un presbitero o da una parrocchia va sempre riportata
in zona o in vicaria e da esse vagliata e autorizzata. Allora è espressione
di comunione ecclesiale e non di autoreferenzialità.
Un’ultima osservazione. Se spetta a tutti i presbiteri contribuire
all’intima fraternità presbiterale e all’unicità corresponsabile attorno al
vescovo, un compito singolare spetta al vicario foraneo, vero snodo di
comunione con il vescovo, efficace sinapsi che crea rete tra i presbiteri e,
con lui, i vice vicari e i coordinatori delle équipe di zona.
Questa, in sostanza, la spiritualità del presbitero diocesano incardinato nel Presbiterio diocesano. Egli può attingere anche da altre spiritualità al fine di incrementare la spiritualità del presbitero diocesano, mai per
sostituirla e omologarla. Oso pensare tuttavia che nelle sue grandi linee
corrisponda anche alla spiritualità della vita consacrata religiosa, qui ampiamente rappresentata.
Carissimi, un Presbiterio di tal tempra, e il nostro nel suo insieme
è un buon Presbiterio che sta impegnandosi ad essere di tal tempra, non
può che affrontare la nuova evangelizzazione con parresia. Nello stesso
tempo diventa pubblicità attraente per nuove vocazioni. Propiziamole
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con la preghiera. Propiziamole con la testimonianza. Sappiano i giovani chiamati al presbiterato che ad accoglierli nel giorno dell’ordinazione
c’è una famiglia viva, anche se non immunizzata da problematiche, nella
quale potranno fare vera esperienza di Vangelo non solo annunciato ma
soprattutto messo in pratica. Testimoniato nell’intima fraternità presbiterale. Sotto la materna protezione della Vergine Maria.
X GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
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L'ATTENZIONE AGLI SCARTI
DELLA SOCIETÀ È la corsia
preferenziale della diaconia
Messa in cœna Domini, Cattedrale di Verona,
Giovedì santo, 17 aprile 2014.
Se c’è un messaggio che papa Francesco non si stanca di richiamare
e di testimoniare esemplarmente, in modo commovente, è quello che
riguarda la presenza sacramentale di Gesù nei poveri: in chi viene emarginato e scartato perché non conta nulla, o è considerato solo un peso.
Agli occhi di una umanità che segue la logica del mondo queste
persone non dovrebbero esistere. Sono un disturbo. E quando emergono,
mettono a disagio. Per cui anche i media si guardano bene dal farne destinatari di interesse comunicativo. Oltretutto sono improduttive. Perché
interessarsi di loro? Sono veri scarti. Eppure non sono pochi. Sono una
moltitudine. E se ben numerati, di fatto sono la maggior parte dell’umanità stessa, messi nella condizione di scarti perché la società dei benestanti
li ha scartati e li considera scarti, destinati cioè alla pattumiera dei rifiuti.
Ebbene, proprio queste persone sono considerate protagoniste da
Dio. Dio rivolge il suo sguardo di benevolenza con indubbia predilezione. È un messaggio radicalmente evangelico. Fuori dalla prospettiva del
Vangelo gli scarti rimangono scarti. E anche chi governa, senza ispirarsi
al Vangelo, li lascia nella discarica degli scarti. Anzi, non ne avverte nemmeno la presenza. O se vi inciampa, per varie ragioni, volta il suo sguardo dall’altra parte. “Tra di voi”, precisa Gesù, “non deve essere così. Chi
vuole essere il primo sia il servo di tutti! Se io, il Maestro e il Signore, ho
lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho
dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi!”.
Il Maestro e il Signore si è fatto servo, fino a piegarsi ai piedi dei
discepoli, a lavarli e ad asciugarli. Li ha serviti da Signore! Li ha trattati
in modo da riconoscere in loro dei signori. È sorprendente! Non poteva
che essere uno scandalo anche per Pietro che in un primo tempo si è rifiutato: “Tu non mi laverai mai i piedi!”. È una logica rovesciata. Del tutto
controcorrente. Il mondo, inteso come l’insieme delle persone gregarie di
satana, cioè l’umanità che fa del benessere fisico e materiale un idolo, la
combatte, la snobba, la ritiene insensata. Per il Vangelo questo è lo stile di
Gesù. E chi vuol seguire Gesù, essere cioè davvero cristiano, non può che
imitarlo. È sempre in agguato il pericolo della miopia, che ci impedisce di
accorgersi di chi è in situazione di disabilità fisica, mentale, relazionale,
sociale; o, per altro verso, dell’abitudine e dell’assuefazione. Almeno fin-
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ché qualcuna di queste situazioni non pizzica la nostra carne, in quanto
entra nel circuito della nostra parentela, delle nostre amicizie, della nostra
famiglia, non ci fanno né caldo né freddo. Ci lasciano sostanzialmente indifferenti. È allucinante il fatto che in una fin troppo prolungata stagione
di crisi economica, indotta dal folle egoismo umano, proprio le riserve
per il “sociale debole” siano quasi sempre esaurite per prime, lasciandolo
fatalisticamente alla deriva. È evidente che vi prevale la logica dell’esclusione, come se le persone evocate non facessero parte del banchetto del
nostro vivere sociale.
Noi invece questa sera vogliamo mettere in risalto la logica dell’inclusione che Gesù pone a fondamento del suo messaggio di gioia, del
Vangelo della sua gioia: “Questo è il mio comandamento: amatevi gli uni
gli altri come io ho amato voi”. Gesù ci ha amati fino a lavarci i piedi,
fino a farsi per noi Eucaristia, donando se stesso come nostro nutrimento
spirituale. Senza escludere nessuno. A cominciare dai più peccatori, che
Lui vuole purificare. E papa Francesco se ne fa interprete e testimone incessantemente.
Carissimi, abbiamo desiderato che a questa messa fossero presenti
molte persone a diverso titolo di disabilità. Li riteniamo, perché lo sono
nella logica del vangelo, i gioielli della nostra comunità cristiana. I gioielli
di nicchia, si direbbe in termini di economia. Se è vero, come è vero per
il Vangelo, che in loro è presente Gesù sul piano sacramentale, in modo
analogo a quanto è presente nell’Eucaristia, davanti a loro non rifuggiamo
per disagio, ma ci mettiamo in ginocchio: sono per così dire l’Eucaristia
in carne e ossa! La carne viva, da toccare, di cui prenderci cura, su cui
papa Francesco ci riconduce nelle sue riflessioni. Per questo nella lavanda
dei piedi mi inginocchierò davanti ai loro piedi. Il mio, ovviamente, è un
gesto simbolico. Sta a rappresentare quanti nei fatti si rimboccano le maniche e si cingono il grembiule nei confronti di tutte le disabilità. Per loro,
cioè per i familiari, gli operatori e i volontari – tantissimi e meravigliosi – i
disabili sono piantati al centro del loro cuore. Ne fanno motivo di vita. E
sperimentano una gioia indescrivibile, proprio nel donare il loro tempo
e le loro risorse umane. Essi ci testimoniano che mettendo al centro degli
interessi e delle premure del vivere sociale le persone che la logica del
mondo scarta, ci rinnoviamo nel cuore. E mentre non lasciamo nessuno
solo, in balia del suo destino, nel riscoprire in loro una ricchezza di cui
l’umanità ha bisogno per non fare naufragio, ci facciamo e ci riscopriamo
più umani noi stessi.
In sintesi potremmo dire che se i portatori di disabilità diventano la
nostra corsia preferenziale, come luogo di autentica umanizzazione, nella dedizione a loro riscontriamo e verifichiamo la cartina di tornasole di
quanto siamo cristiani, che credono nella presenza sacramentale di Cristo
nella martoriata carne umana.
X GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
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ALLE SCATURIGINI DEL SENSO
E DELLE RAGIONI DEL VIVERE
UMANO TERRENO
Veglia Pasquale, Cattedrale di Verona, Sabato 19 aprile 2014.
Carissimi, la Pasqua è il Mistero della morte, della sepoltura e della
risurrezione di Gesù, portati a compimento dalla Pentecoste.
Siamo schietti: la morte per crocifissione e la sepoltura di Gesù è un
dato scomodo e inquietante. Non di rado il solo pensiero mette a disagio
e si tende a rimuoverlo dalle realtà a noi familiari.
Un dato ancor più scomodo è quello della risurrezione. Si preferisce
snobbarlo cinicamente e relegarlo tra i miti. In realtà, vi è una sequenza
di fatti registrata dagli evangelisti, sia pur con criteri di selezione e di descrizione diversi, che viene presentata come innegabile: Gesù, morto per
crocifissione, è stato realmente deposto in un sepolcro vuoto, “nuovo”,
scavato nella roccia. Il giorno seguente il sabato la tomba risulta vuota a
chi vi si reca per primo, come Maria di Magdala e l’altra Maria. La constatazione le riempie di sorpresa e di inquietudine, miste a gioia in seguito all’annuncio dell’angelo: “Non abbiate paura! So che cercate Gesù, il
Crocifisso. Non è qui. È risorto”. Più sinteticamente di così non si poteva
dare l’annuncio di un evento che ha cambiato il senso del vivere umano:
la Risurrezione di Gesù. L’evento fa parte del patrimonio da consegnare a
tutta l’umanità, il cui rinnovamento in termini di civiltà trova nel mistero
pasquale di morte e di risurrezione la sua perenne e inesauribile sorgiva.
L’umanità di tutti i tempi, e del nostro in particolare, ha assoluta e impellente necessità della Pasqua. Quanto meno nella misura in cui è interessata
a tener viva la speranza, in una stagione sociale culturale di non speranza
o di speranza ridotta al lumicino, fondamentalmente provocata dalla profonda, ma non irreversibile, crisi etico valoriale, la vera causa della crisi
economico occupazionale, che continua a buttare nella disperazione tante
famiglie rimaste, o con l’incubo di rimanere, senza alcun reddito.
Perché? Perché non è solo un dato che appartiene alle vicende del
passato riguardanti Gesù di Nazareth, registrate nei vangeli e archiviate
nell’archeologia. Di fatto, la Pasqua ha possibilità di incidere fortemente,
a livello di formazione singolare di grande personalità, in chi si impegna
ad incarnarne le virtualità nella vita di oggi, fino a darle pienezza di senso, come ci è dato di constatare, ad esempio, nei due Papi che domenica
prossima saranno dichiarati santi: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.
La Pasqua di Gesù, di morte che approda intrinsecamente alla risurrezione come pienezza di vita, è forza insostituibile di alta qualità di vita
umana proprio nel proiettarsi costantemente sul suo compimento e non
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rassegnandosi mai all’insignificanza di un vivere a circuito chiuso, senza
orizzonte e senza speranza.
Ricordiamoci sempre che la Pasqua impegna il cristiano nella storia, fino ad essere un esempio da imitare a livello di responsabilità civili
e professionali, come condizione per fare della vita del cristiano un preludio e un anticipo della vita da risorti nell’oltre, con tutte le sue ricadute
possibili sul vivere civile. Non è lo stesso cioè improntare la vita terrena,
personale e sociale, nel suo evolversi storico, sui parametri e sui valori
della Pasqua o meno. Ne va del senso del vivere, in quanto dalla Pasqua
nasce una vita tutta imperniata sull’amore: sentirsi amati e amare!
L’amore vero, di matrice pasquale, è vita; fa vivere bene, ci fa paradiso ed estende attorno a noi un clima di fraternità; fa guardare agli altri
con occhio di benevolenza. Al contrario, l’egoismo è morte, morte interiore della persona e morte del vivere civile; ci fa vivere inferno, senza relazioni, considerando gli altri o inesistenti o come concorrenti e avversari.
Questo amore pasquale è amore vero perché sta sempre sotto il segno della gratuità. Come a dire: “ti amo perché ti amo, senza condizioni,
e per amarti sono disposto a far dono della mia vita, a sacrificare me per
amore tuo!”. Questo del resto è il criterio di Dio nell’amare l’uomo: “Dio
ha tanto amato l’umanità da farle dono e da mettere nelle sue mani il
Figlio unigenito!” (Gv 3, 16). Ecco qual è l’identità dell’amore di Dio per
noi: in Gesù ha sacrificato la sua vita per noi! E l’amore sacrificato non
può morire; per sua natura l’amore vince la morte. E così, in Cristo risorto
perché ha fatto dono sacrificale della sua vita, la vita nostra ha potuto risorgere: ora dal sistema del peccato e, oltre la morte fisica, in tutto l’essere,
anche nella dimensione corporea.
Tutto ciò avviene nel sacramento del Battesimo, che fa accedere al
Mistero dell’Amore trinitario di Dio: “Io ti battezzo (- ti immergo -) nel
nome (- nel grembo dell’Amore trinitario -) del Padre, del Figlio, dello
Spirito Santo” e abilita il battezzato a sperimentare di essere destinatario
dell’amore di Dio e ad essere davvero capace di amare tutti coloro che Dio
ama, con il suo stesso amore.
Carissimi, tra poco, proprio nel contesto della liturgia battesimale
che scandisce la celebrazione della Veglia pasquale, conferirò il battesimo
a due bambini. Non si tratta di un rito di anagrafe. Celebro un sacramento, il sacramento fontale da cui prendono senso e vigore tutti gli altri.
Mediante tale sacramento, questi due bambini, nati alla vita fisica grazie
all’amore dei genitori e alla potenza creatrice di Dio, rinascono a vita nuova. Entrano cioè nel circuito, nel flusso vitale della vita cristiana, della vita
in Cristo, fino alla sua piena maturità.
Questa maturazione del cristiano però non avviene automaticamente. Esige un percorso di formazione al senso cristiano della vita che i
genitori, nell’atto stesso di chiedere il Battesimo, si impegnano a compiere
in prima persona e che, con loro, anche il figlio, una volta giunto alla capacità di assumersi la responsabilità, proporzionata all’età, si impegna a
far proprio.
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Non basta infatti mettere al mondo un figlio. L’amore che è innato
nel cuore dei genitori per il figlio li sospinge ad assicurare il meglio per
la sua crescita sana: il cibo, le cure pediatriche. Ma, non di meno, li carica
della responsabilità di aiutare il figlio a stare al mondo, a creare cioè belle
relazioni personali, ad acquisire il senso dei diritti e dei doveri, il senso
della responsabilità civile e della laboriosità. Sono i genitori i primi e insostituibili educatori dei figli! Tutti gli altri, Scuola e Chiesa compresi, sono
ad essi sussidiari. Per quanto riguarda la Chiesa, essa offre alla famiglia
tutti gli aiuti necessari, perché un figlio battezzato assimili e metabolizzi
il senso profondo del vivere terreno, che si identifica con il vivere da figlio di Dio nel Figlio, in vista del vivere da risorti con Cristo, terminato il
percorso della vita terrena. Come a dire: oggi vivo con la dignità di figlio
di Dio; vivo in Gesù, in compagnia di Maria; vivo come membro responsabile della Chiesa anche in funzione di un vivere buono civile; so per
Chi vivo; so dove sono diretto: per me c’è un oltre che sorregge e sospinge in avanti i passi della speranza. La mia vita di battezzato ha dunque
motivate ragioni che la sorreggono in quanto è carica di senso, cioè di un
contenuto valoriale, gode di una direzione e mira ad approdo finale, nel
mondo della pienezza della luce della Pasqua. Di conseguenza, nonostante le sofferenze e le contrarietà che rendono travagliati i giorni terreni,
non posso che vivere nella gioia del Vangelo che si fa garante di una vita
buona, qui in terra, pienamente riuscita. Indipendentemente dallo stato
sociale di appartenenza e dallo stesso stato di salute fisica e psichica.
Fatte queste dilucidazioni a modo di premesse, ora oso formulare
per tutti voi, per i vostri cari e per l’intera diocesi l’augurio di Buona
Pasqua, portatrice di ogni bene. Di ciò che, nel misterioso disegno della
Provvidenza di Dio, è il nostro vero bene.
X GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
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CREDIBILI TESTIMONI DEL RISORTO
Pasqua di Risurrezione,
Cattedrale di Verona, Domenica 20 aprile 2014.
Carissimi, nella Veglia pasquale di questa notte abbiamo celebrato
l’evento della Pasqua nella sua sorgiva. Ora non facciamo che attingervi
tutte le risorse spirituali che vi sgorgano in modo permanente e sovrabbondante.
In un certo modo, anche noi attraverso la celebrazione liturgica facciamo l’esperienza di Maria Maddalena che di buon mattino si reca al sepolcro dove era stato deposto il corpo esangue di Gesù e di Giovanni, cui
è bastata la constatazione del sepolcro vuoto per credere al mistero della
risurrezione di Gesù: “Vide e credette”.
Anche noi, tutti noi, a cominciare dal Vescovo, siamo chiamati a
lasciarci raggiungere dalla potenza redentrice del Mistero Pasquale di
morte e di risurrezione finalizzata a trasformare in radice l’intera nostra
vita in vita da risorti. In ciò infatti consiste essenzialmente la nuova evangelizzazione che ha come primi destinatari noi, perché a nostra volta ci
facciamo mediazione credibile di nuova evangelizzazione nei confronti
dei nostri fratelli, quasi tutti battezzati, che hanno preso le distanze dalla
Chiesa e persino dalla fede battesimale cristiana. Solo se l’annuncio del
Vangelo rivela la sua potenza trasformante capace di produrre novità di
vita, intrisa per così dire di quella gioia, che ne è la cartina di tornasole, su
cui papa Francesco ha imperniato la sua Esortazione apostolica Evangelii
Gaudium, sarà credibile, nel senso che più facilmente potrà essere preso
in seria considerazione.
Va da sé che per aderire con la vita al Vangelo, conformandola ad
esso, l’uomo ha diritto, oltre che bisogno, di conoscerne il contenuto di
senso dato dallo studio esegetico ed ermeneutico, cioè interpretativo, gli
giova la predicazione omiletica, la catechesi. Ma senza una concreta testimonianza dei frutti di umanesimo alto, cioè di vita di senso sublime,
che il Vangelo produce nella vita delle persone, la sua accoglienza rimane
sempre un po’ problematica, perché venata di dubbio e di diffidenza circa
la sua realizzabilità.
Ho detto “testimonianza”, alludendo al suo significato più pregnante che implica simultaneamente esperienza diretta dell’evento e adesione
di vita. Quando ad esempio gli apostoli si presentano come testimoni di
Gesù, e i primi capitoli degli Atti ne riportano varie manifestazioni, si
identificano con le persone che dopo essere state al seguito di Gesù, hanno fatto vita con Lui, ne ricordano parole ed eventi, e sono in grado di
riprodurle in narrazioni corrispondenti, in quanto diretti testimoni, ma,
nello stesso tempo, ciò che annunciavano trovava verifica immediata nel
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loro stile di vita. Di fatto annunciavano ciò che dava senso di eccezionalità
al loro vivere. Di conseguenza, mentre riscontravano parecchie opposizioni e netti rifiuti, trovavano anche numerose adesioni in coloro che, da
ricercatori instancabili e appassionati della verità, si lasciavano ammaestrare interiormente dal dono dello Spirito che apriva loro la mente all’intelligenza delle Scritture.
Le cose non stanno diversamente nei riguardi degli uomini e delle
donne del nostro tempo. Molti sono in attesa di vedere concretamente
realizzato nel suo nucleo essenziale il Vangelo, che narra la qualità di vita
assunta da Gesù e trasmessa in modo esemplare ai suoi discepoli: il Vangelo dell’amore fraterno e della gioia conseguente. Che in definitiva è il
Vangelo del Mistero pasquale di morte e di risurrezione, cioè del dono
della vita che, donata, non può che risorgere.
Anche oggi l’evangelizzazione ha bisogno di testimoni. Di credenti
cioè che sono conquistati dal mistero pasquale, davvero cristiani, cioè appartenenti a Cristo, suoi discepoli che ne riproducono la qualità di vita.
Almeno in miniatura.
Si tratta del laborioso e travagliato tentativo di coniugare il vivere
sulla terra respirando aria di mondo, intrisi di problematiche di mondanità e di affari di tutti i giorni, con la tensione spirituale implicita nel Battesimo e nel suo dinamismo, quale risulta dal tratto della seconda lettura
dalla lettera ai Colossesi: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di
lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle
cose di lassù, non a quelle della terra”. Come a dire: la vostra attenzione
prioritaria sia concentrata sul grande Affare della salvezza eterna più che
sugli affari collegati alla vita terrena.
Non è facile, nemmeno per i cristiani più convinti e impegnati. Ma
è urgente. La nostra gente, confusa e disorientata, ha bisogno di testimoni
della Pasqua che tiene aperti i battenti sul futuro illuminato di speranza.
Soprattutto ragazzi e giovani hanno bisogno di adulti nella fede,
cioè cristiani che credono nella potenza e nelle potenzialità della Pasqua,
come modello. Adulti peccatori ma non corrotti, come direbbe papa Francesco. Ci fu un tempo non lontano in cui si discuteva fino all’animosità
qual era la religione vera. Ebbene, senza entrare nella spirale delle polemiche proprie della dialettica, potremmo affermare che una religione ha
tanto di verità da offrire all’uomo quanto ha di risorse di umanizzazione,
cioè di far diventare l’uomo più uomo. Lungi dal voler fare confronti,
che forse servono a poco, sta di fatto che la potenza trasformante del mistero pasquale è elevatissima. Al riguardo potremmo citare i due papi
che saranno canonizzati domenica prossima: papa Giovanni XXIII e papa
Giovanni Paolo II. Vi aggiungiamo l’infinita schiera dei santi canonizzati
o anonimi. Aggiungiamo quanti pur inchiodati su una carrozzella come
su una croce sanno donare un sorriso invece che estenuanti lamentele.
E quanti dei nostri laici, dentro gli ambiti della laicità, pur nella fatica
di dover andare controcorrente, sono di esempio di alta professionalità,
di onestà, di senso di responsabilità, di solidarietà grazie alla loro fede,
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limpida nella sua autenticità! Proprio perché cristiani non sono esonerati
dall’immergersi nella vita con i suoi problemi, ma sono mandati e abilitati
a farsi carico del sociale, se occorre e se ne presenta l’opportunità anche
attraverso la mediazione della cultura e della politica.
Sono questi i cristiani, umili e fieri di esserlo, che amano stare dalla parte della gente e dei più emarginati, che credono nel vivere sociale
civile, di cui ha bisogno oggi l’umanità per continuare a sperare; alfieri
del Vangelo ovunque; donne e uomini che, per usare una metafora paolina, risplendono “come astri nel cielo, irreprensibili e puri, figli di Dio
innocenti in mezzo ad una generazione malvagia e perversa” (Fil 2, 15).
Proprio questa nostra generazione, ed estendiamo lo sguardo a livello
planetario, globalizzato, stordita, impazzita e disumanizzata perché determinata o trascinata a vivere come se Dio non ci fosse, ha bisogno di
laici che credono nelle risorse rigeneranti della Pasqua, paragonabili alle
inesauribili riserve di staminali. Sono questi laici cristiani importanti punti di riferimento, bussola sul mare in tempesta, capaci di ricaricare di fiducia una umanità sconfortata.
Invochiamo allora la grazia di laici che dalla Pasqua liturgicamente
celebrata partono per portarne la sovrabbondanza di risorse umanizzanti
negli ambienti di tutti i giorni: lavoro, professione, cultura, salute, incontri
informali. Soprattutto nella famiglia, geneticamente baluardo, in quanto
culla, di umanizzazione. Si riaccendano il gusto e la passione per la famiglia, a partire da quella fondata sul sacramento del matrimonio. Non c’è
dubbio infatti che i suoi esiti di positiva riuscita sono inequivocabilmente
frutto della Pasqua di Gesù, in cui, divenendo Gesù sposo della Chiesa
per la quale ha sacrificato la sua vita per renderla “santa e immacolata”
(Ef 5, 27), è la fonte inesauribile dell’amore fedele e radicale tra gli sposi,
condizione questa di una umanità nuova che si affida senza dubbi e senza
riserve alla forza dello Spirito che scaturisce dalla Pasqua di Gesù.
X GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
87
LA DIACONIA DELL'“ECCOMI”!
Ordinazioni diaconali,
Cattedrale di Verona, Domenica 27 aprile 2014.
Carissimi, è solo di qualche istante fa l’“Eccomi”, pronunciato con
solennità da ogni ordinando diacono e da ciascuno di noi nitidamente
udito.
In quel “Eccomi” vorremmo ravvisare non solo la notificazione di
una presenza, e nemmeno soltanto l’affermazione di disponibilità a lasciarsi raggiungere dal sacramento dell’Ordine nel suo primo grado, una
sorta di firma che sigilla un contratto, ma fondamentalmente la dichiarazione di uno stato d’animo, analogo a quello vissuto da Maria nel suo
“Eccomi, sono a completo servizio del progetto di salvezza di Dio”, cui
ogni forma di diaconia deve ispirarsi.
Carissimi ordinandi diaconi, per il bene che vi voglio, consentitemi
di entrare più in profondità nel senso, cioè nel valore, nel significato e
nell’orientamento di vita che ne consegue, di quell’ “Eccomi”, al quale vi
siete preparati liberamente e consapevolmente lungo gli anni di Seminario.
Come mi avete confidato voi stessi, prima dell’Eccomi ci sta una
chiamata singolare. È quella del Padre per mezzo di Gesù, nell’afflato comunionale dello Spirito, perché di Gesù riproduciate la dimensione di
Servo, sul piano sacramentale, cioè efficace, al punto che in voi Cristo si
fa servitore della salvezza dell’uomo. Mai sarete abbastanza grati di tale
chiamata che ha come obiettivo quella della vostra assoluta felicità, secondo l’assioma di Gesù riportato negli Atti degli Apostoli: “Vi è più gioia
nel dare che ricevere” (At 20,35), perché alla gioia conduce la diaconia,
mentre diffonde gioia nei suoi destinatari.
Dio non vi ha chiamati alla sequela di Cristo Servo, fino al punto da
divenirne la personificazione sacramentale, per banalizzare e umiliare la
vostra vita, ma per darle compimento.
Configurati a Lui servo di Jawhè, proprio guardando a Lui, immedesimandovi a Lui, conformandovi a Lui come il Sì del Padre all’umanità
e l’ “Eccomi” dell’umanità al Padre, anche il vostro “Eccomi” sia partecipe
delle sue caratteristiche, delle quali conviene evidenziare le principali.
Per sua natura, l’ “Eccomi” è caratterizzato dalla prontezza della
disponibilità senza freni e senza condizionamenti nei confronti della chiamata; dalla perseveranza che abilita a far superare le inevitabili prove
connesse con qualsiasi vocazione senza nostalgie e pentimenti; dall’ardimento di fronte ad una impresa che sa di divino; dalla radicalità che non
indulge a compromessi e inquinamenti; dalla totalità del dono di sé, non
condizionato dai ritmi di lavoro retribuito, né identificato con il lavoro o
con la professione che si svolge, ma identificato con la missione di cui si
88
è portatori, senza esclusioni di tempi e di spazi: a tempo pieno in tutti gli
spazi, diacono cioè nell’essere, senza intermittenza, non funzionario del
sacro, del ritualismo; dalla generosità che non misura tutto con il bilancino delle convenienze e degli opportunismi; dalla gioiosità che deriva dalla consapevolezza di essere a disposizione di Dio stesso per un progetto
in grande, pur destinato a passare per il travaglio della storia, nell’attitudine a far tutto volentieri; dal senso dell’umiltà che ti fa riconoscere non
indispensabile e insostituibile proprio mentre stai dando il meglio di te;
dall’irreversibilità tipica del “per sempre”, senza retromarcia.
Riconosciamolo: queste caratteristiche non vanno di moda, anzi incutono timori, paure e angosce al solo pensarle, nel tempo della postmodernità che indirizza la vita più alla deriva più che ad una meta, a cominciare dal senso del vivere. Di conseguenza, carissimi ordinandi diaconi,
per quanti dei vostri coetanei sono pensosi sul senso del vivere voi siete
un interrogativo. Potete diventare dei testimoni.
Voi avete capito che il “per sempre” è qualità intrinseca dell’amore
e volete testimoniare loro che è possibile, che è realistico, pur in eventuali
situazioni di fragilità, mentre essi respirano una cultura del carpe diem,
della provvisorietà, degli opportunismi. Vi onora anche presso di loro la
capacità, maturata a lungo nel percorso formativo, di sapervi decidere da
che parte stare, cosa alquanto tormentosa per troppi di loro che ondeggiano da una parte all’altra all’infinito, e persino di spostare il baricentro
dall’io, cui tutti tendiamo a stare abbarbicati, a Dio, cosa assai problematica per chi fatica a consegnarsi a Dio nella fede. Ma, forse, ciò che li impressionerà maggiormente nei vostri confronti sarà la testimonianza che
un tal genere di vita germina in voi la gioia del Vangelo che vivete mentre
la annunciate a loro.
Del resto, a ben pensare, le caratteristiche accennate sono le stesse
della sponsalità. È lo stile dei genitori, e da essi primariamente l’avete
appreso. Sono stati essi i vostri primi e qualificati maestri di vita. E oggi
sentiamo il bisogno di ringraziarli.
Quando si contrae un rapporto di sponsalità, queste caratteristiche
ne sono la condizione e l’effetto. E il sacramento dell’Ordine, nei suoi tre
gradi, fa contrarre con il Cristo totale, Capo e Chiesa, un legame così forte
e inscindibile da essere espresso dal simbolismo della sponsalità, nella
quale l’uno è disponibilità assoluta all’altro nella linea dell’ “Eccomi”. Di
qui si capisce il senso obbedienziale, non da esecutori angariati, ma da
corresponsabili che sanno far appello a tutte le caratteristiche dell’ “Eccomi”, anche nei momenti umanamente complessi e difficili.
Viene ad esempio il momento in cui il Vescovo dice ad un diacono,
ma la stessa cosa vale per un prete: “Ci sarebbe bisogno di te in quella determinata situazione”. Il diacono, il presbitero, innervato della spiritualità
dell’ “Eccomi”, non inventa scuse, non tergiversa, non fa calcoli: “Vedo se
ce la faccio; mi lasci riflettere; mi consiglierò; glielo farò sapere!”. Mostra
subito la sua generosità: “Eccomi, conti su di me!”; salvo motivazioni di
una certa entità che ognuno ha il diritto di manifestare.
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Certo, la spiritualità propria della diaconia dell’ “Eccomi” non trova motivazioni puramente razionali. Il suo habitat che lo giustifica e lo
alimenta non può che essere la fede in Cristo Risorto, passata magari anche attraverso il travaglio dell’esperienza di Tommaso, la cui narrazione è
stata letta nel Vangelo proclamato nella presente liturgia: “Mio Signore e
mio Dio!”. In felice e provvidenziale coincidenza, venite ordinati diaconi
nello stesso giorno in cui a Roma sono stati canonizzati papa Giovanni
XXIII e papa Giovanni Paolo II: due giganti di testimonianza di fede in
Cristo Risorto, al quale hanno spalancato le porte, ancor prima di esortare
altri a farlo. Fissate, cari ordinandi, nella memoria del cuore l’idea guida
che del Risorto diventate diaconi e non di un morto. Siete a disposizione
del Signore della storia. Nello stesso tempo, ricordate che siete a disposizione del Signore della storia che chiama l’uomo alla “speranza viva”,
come ci ha ricordato la prima di Pietro. Dunque siete a servizio dell’uomo
perché raggiunga la pienezza della sua vita nell’oltre morte, nel mondo
dei risorti in Cristo. Anzi, voi stessi, tutti noi, siamo chiamati a quella destinazione. In quell’ “Eccomi” vi è implicita la dimensione cristologica e la
dimensione escatologica: a disposizione di Cristo Servo e pronti a salpare
per l’eternità.
Proprio nella dimensione cristologica ed escatologica del vostro
“Eccomi” trova ragione d’essere il celibato per il Regno, di cui con gioia
accogliete il carisma, riconosciuto autentico in voi dal discernimento del
vescovo. Certo non sarà tutto rose e fiori. Il celibato ha anche un risvolto
di impegno personale a livello di fede, di ascetica e di preghiera: condizioni non solo per la sua tenuta, ma anche per una buona e serena riuscita.
Modello supremo e principio del vostro “Eccomi” non può che essere il Messia, il Servo di Jawhè, il Figlio di Dio fatto uomo nel grembo
purissimo di Maria, la madre di ogni discepolo chiamato a rispondere a
Dio, come Lei: “Eccomi!”.
X GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
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VITA DELLA CHIESA
DI VERONA
COSTITUZIONE DEL NUOVO
CONSIGLIO PRESBITERALE
1. NOMINA DELLA COMMISSIONE ELETTORALE DIOCESANA
Con decreto Prot. 208/2013 del 1° ottobre 2013 il Vescovo, visto lo
Statuto del Consiglio Presbiterale della Diocesi di Verona, promulgato in
data 1° ottobre 2013 (Prot. 208/2013) e le disposizioni procedurali elettive,
aggiornate il 25 gennaio 2002 e Pubblicate sul “Bollettino della Diocesi
di Verona” n° 3 – 2002, pp. 222-225, con modifiche approvate il 17 marzo
2005, il 30 ottobre 2008 e il 1° ottobre 2013, in vista dell’elezione del nuovo
Consiglio Presbiterale, ha nominato la commissione elettorale diocesana, composta dal Presidente mons. Mario MASINA, Vicario generale; don
Francesco GRAZIAN, Cancelliere vescovile; don Agostino ALBERTINI,
Direttore ufficio disciplina dei Sacramenti; affidando il compito, a noma
delle Disposizioni procedurali art. 1, di “fornire direttive e chiarimenti ai
responsabili delle votazioni, dirimere eventuali incertezze interpretative
e dubbi procedurali, nonché, in riunione collegiale, verificare la regolarità
delle votazioni”.
2. RISULTATI VOTAZIONI
a) Dai gruppi elettorali
A seguito di consultazione elettorale, espletata attraverso le commissioni elettorali in loco, sono risultati eletti per il consiglio presbiterale
i seguenti sacerdoti.
Nome del sacerdote
Gruppo elettorale di riferimento
VINCO CarloVerona centro
ADAMI Davide
Verona nord-est
FAINELLI Giorgio
Verona nord-ovest
MENEGOLO Severino
Verona sud
MARCUCCI Giampaolo
Cadidavid
BATTISTOLI Pierpaolo
Lago veronese
ROSSI BrunoLago bresciano
ROVAI MarcoCaprino
91
MARTINI AlessandroValpolicella
TRESSINO MicheleValpantena-Lessinia
CANTU’ Silvano
Val d’Illasi
GUARDINI RenzoBussolengo
SOARDO DanieleVillafranca-Valeggio
LANCIAI Gabriele
Soave-San Martino
GENNARO GianniRonco-Zevio
LONARDI FrancescoBovolone-Cerea
MASIN Luca
Isola della Scala-Nogara
MEGGIORINI GinoLegnago
MERLO LucaSeminario-Studio teologico
FERRANTE BrunoCuria-Capitolo
I sacerdoti che sono stati votati e risultano, come da verbale di elezione al 2°, 3° e 4° posto hanno costituito la lista diocesana da cui sono
stati eletti, come da Statuto, e come sotto riportato, altri 5 sacerdoti.
b) Dalla lista diocesana
c) Sono risultati maggiormente votati nella lista diocesana:
Zuccari Paolo 79
Mazzoni Giampietro 78
Mainente Luca 69
Giusti Alberto 67
Campedelli Adelino 62
Giacomi Nicola 62
Avendo Giusti don Alberto rinunciato all’elezione, risultano eletti:
ZUCCARI don Paolo, MAZZONI mons. Giampietro, MAINENTE don
Luca, CAMPEDELLI don Adelino, GIACOMI don Nicola.
Hanno ricevuto 30 e più voti: Tortella Roberto 61, Caurla Mauro 59,
Vinco Roberto 59, Selmo Matteo 57, Ferrari Matteo 54, Bellamoli Zeno 49,
Bocci Achille 49, Brugnoli Andrea 47, Mazzi Luca 46, Bonetti Alessandro
44, Roncoletta Moreno 43, Marini Francesco 42, Ongaro Stefano 38, Castelli Angelo 33, Troiani Paolo 33, Vallicella Claudio 33, Beghini Renzo 32;
Peschiera Gianluca 32, Saccoman Maurizio 31, Pasetto Giovanni 30.
Gli altri votati, che hanno ricevuto meno di 30 voti, non sono stati
qui riportati.
92
3. DECRETO DI COSTITUZIONE DEL CONSIGLIO PRESBITERALE
Prot. 8/2014
Oggetto: Costituzione del Consiglio presbiterale 2014-2019
DECRETO
Espletate le procedure per la designazione dei membri eletti del
Consiglio Presbiterale; preso atto del verbale finale consegnatomi dalla
commissione elettorale e datato 17-01-2014; a norma del can. 495 del Codice di Diritto Canonico, COSTITUISCO IL CONSIGLIO PRESBITERALE
2014-2019, da me presieduto, e che risulta così composto:
Membri di diritto:
MASINA Mario
TEBALDI Roberto, GRANDIS Giancarlo, BARBOLAN Callisto, COTTARELLI Gianluigi CAMPOSTRINI Roberto
GRAZIAN Francesco
Vicario Generale
Vicario Episcopale
Vicario Episcopale
Vicario Episcopale
Rettore del Seminario
Direttore dell’Istituto di pastorale “G.M. Giberti”
Cancelliere Vescovile
Membri eletti dal Presbiterio nei gruppi elettorali:
VINCO Carlo
Verona centro
ADAMI Davide
Verona nord-est
FAINELLI Giorgio
Verona nord-ovest
MENEGOLO Severino Verona sud
MARCUCCI Giampaolo Cadidavid
BATTISTOLI Pierpaolo Lago veronese
ROSSI Bruno
Lago bresciano
ROVAI Marco
Caprino
MARTINI Alessandro
Valpolicella
TRESSINO Michele
Valpantena-Lessinia
CANTU’ Silvano
Val d’Illasi
GUARDINI Renzo
Bussolengo
SOARDO Daniele
Villafranca-Valeggio
LANCIAI Gabriele
Soave-San Martino
GENNARO Gianni
Ronco-Zevio
LONARDI Francesco
Bovolone-Cerea
MASIN Luca
Isola della Scala-Nogara
MEGGIORINI Gino
Legnago
MERLO Luca
Seminario-Studio teologico
FERRANTE Bruno
Curia-Capitolo
93
Membri eletti dal Presbiterio dalla “lista diocesana”:
ZUCCARI Paolo
MAZZONI Giampietro
MAINENTE Luca
CAMPEDELLI Adelino
GIACOMI Nicola
Religiosi designati dalla CISM:
ANDOLFO Gianluigi, canossiano
BOGOTTO Rodolfo, salesiano
di nomina vescovile:
CHECCHINI Osvaldo
FERRARI Matteo
FIORIO Franco
BONETTI Alessandro
VESENTINI Roberto
ZONIN Silvio
Il consiglio, come da Statuto, rimarrà in carica per cinque anni. Ai
consiglieri auguro buon lavoro, in spirito di fraterna comunione e di aiuto
al Vescovo nel governo della diocesi. Invoco su di loro la benedizione del
Signore.
Verona, dalla Curia diocesana, il giorno 20 gennaio 2014.
X GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
Sac. FRANCESCO GRAZIAN
Cancelliere vescovile
94
CONSIGLIO PRESBITERALE DIOCESANO
Seminario Maggiore, Giovedì 30 gennaio 2014.
Il consiglio inizia alle ore 9.35 con la preghiera dell’ora media.
Il moderatore uscente, mons. Luigi Cottarelli, introduce i lavori del
consiglio presentando l’odg e lasciando poi la parola al vescovo per una
riflessione introduttiva.
Il Vescovo chiede che siano presentati i compiti che il CIC affida al
CPrD.
Mazzoni richiama l’articolo 3 dello statuto e il canone 500 CIC che
indica come il vescovo ascolta il parere del CPrD su questioni importanti,
senza farne comunque un elenco.
Cita l’articolo 3 dello statuto del consiglio: “Il Vescovo ha l’obbligo
di ascoltare il parere del Consiglio presbiterale nei seguenti casi: la celebrazione del Sinodo diocesano (can. 461 § 1); l’erezione, la soppressione e
la modifica rilevante di una parrocchia (can. 515 § 2); la destinazione delle
offerte parrocchiali e la remunerazione dei sacerdoti con funzioni parrocchiali (can. 531); la remunerazione dovuta dagli enti ecclesiastici ai sacerdoti che esercitano presso di essi il ministero (“Norme circa gli enti e i beni
ecclesiastici in Italia”, art. 33); l’istituzione obbligatoria dei Consigli pastorali parrocchiali (can. 536 § 1); la costruzione di una nuova chiesa (can.
1215 § 2); la riduzione ad uso profano di una chiesa (can. 1222 § 2); l’imposizione di un tributo alle persone giuridiche pubbliche soggette al Vescovo (can. 1263). Su singole questioni il Vescovo può attribuire al Consiglio presbiterale voto deliberativo (cfr. can. 500 § 2). Non spetta al Consiglio presbiterale trattare questioni che riguardino persone singole, oppure
relative a nomine, rimozioni, trasferimenti”.
Il Vescovo evidenzia l’obiettivo del consiglio che egli individua nel
cercare di essere promotori di riflessione su quello che riguarda la realtà
del presbiterio. E sottolinea queste dimensioni:
1. UNITÀ COMUNIONALE DEL PRESBITERIO. Sapendo quindi
offrire suggerimenti, iniziative, che aiutino a rendere forte l’unità sacramentale del presbiterio chiamato a diventare sempre più una comunione
di fratelli.
2. TENERE DESTA LA COSCIENZA DELLA BELLEZZA DELL’ESSERE PRETI. Volendo aiutare i preti a non demotivarsi, intercettando in
mezzo alla realtà in cui ci si trova a vivere, quali sono le inquietudini, le
fatiche che affievoliscono il vibrare del cuore sacerdotale.
3. ESSERE PONTE TRA IL VIVERE LA DIOCESI E LE COMUNITÀ
TERRITORIALI ED IL SEMINARIO. Protagonisti della pastorale vocazionale negli ambiti in cui uno svolge il servizio pastorale. È sempre pasto-
95
rale vocazionale in senso ampio.
4. Saper riportare le istanze e le problematiche dei preti, perché nessuna fatica resti sepolta senza che alcuno la possa cogliere o non ci sia la
possibilità di un offrire un aiuto concreto. Le diverse situazioni che ognuno vive domandano una attenzione peculiare e richiedono una osservazione precisa proprio da parte di coloro che vivono accanto.
Precisa inoltre che si sta facendo una chiara distinzione tra i luoghi
propri del seminario e i luoghi che il seminario mette a disposizione degli
altri enti che svolgono attività negli spazi appartenenti al seminario.
Chiede che ci sia un legame sempre più forte tra il presbiterio e il seminario. Propone quindi che ogni sacerdote possa dare ogni anno 500,00
euro per il seminario diventando quindi un respiro per il seminario ed
esprimendo così riconoscenza per il dono ricevuto nel passato.
Il Moderatore introduce il momento della votazione citando l’Art.
12 dello statuto: “Nel corso della prima sessione del mandato il Consiglio
presbiterale elegge tra i suoi membri il Moderatore. Il primo dei non eletti
assume il ruolo di Vice-moderatore.
Il Moderatore o, in caso di assenza il Vice-moderatore, regola le discussioni dell’assemblea; concede la parola; dirige le operazioni di voto
precisandone con chiarezza le opzioni; garantisce l’osservanza dello Statuto”.
Informa che il vescovo ha già nominato don Roberto Campostrini
come segretario del consiglio.
E quindi ricorda l’ Art. 14 dello statuto: “Il Consiglio presbiterale si
avvale di un Consiglio di presidenza composto dal Moderatore, dal Vicemoderatore, dal Segretario e da due membri eletti dal Consiglio nel proprio ambito. Presiede il Consiglio di presidenza il Vescovo personalmente
o un Vicario da lui delegato”.
Procedendo alla votazione e allo scrutinio risultano eletti:
Ferrari mons. Matteo – moderatore
Checchini mons. Osvaldo – vice moderatore
Giacomi don Nicola – consigliere di presidenza
Bonetti don Alessandro – consigliere di presidenza
Il Moderatore chiede che i consiglieri si esprimano sui temi che ritengono urgenti ed importanti affrontare nelle sessioni del consiglio.
Il Vescovo precisa il servizio del consiglio in riferimento all’attenzione del presbiterio, al governo proprio della diocesi.
Tebaldi vede utile un confronto sulle zone pastorali dal momento
che hanno come primo scopo quello della vicinanza e confronto dei presbiteri per poter favorire una migliore riuscita pastorale.
Fiorio propone una riflessione su quello che sarà la chiesa veronese
nel 2030, cercando quindi di verificare aspetti storici e mutamenti sociali
della nostra stessa chiesa.
96
Masina esprime il bisogno di un confronto sul disagio nella gestione della pastorale, operando un discernimento su questioni concrete che
poi gravano sulla vita del prete.
Bonetti chiede che ci si confronti sulla distribuzione del clero, dal
momento che la presenza del clero giovane sta diminuendo e questo provoca una scarsa attenzione vocazionale.
Vesentini propone che si faccia una riflessione sull’idea che di Dio
e di Gesù Cristo hanno i preti. Nel sacramento della Riconciliazione, nella
situazione della malattia, nei funerali, il prete offre una idea di Dio che ha
delle ricadute non indifferenti.
Menegolo chiede che ci sia uno sguardo proiettato in avanti per
poter discernere i passi da fare per camminare sulla strada di Dio.
Marcucci chiede che si faccia una scelta precisa nell’affrontare le tematiche e di essere attenti ad un tema che poi diventi anche una proposta
concreta magari con qualche linea operativa concreta e non solo parole.
Grandis propone che ci sia una scelta più sulla linea del contenuto.
Ricorda come ci sia una nuova visione della persona umana che riduce
la possibilità di accoglienza del vangelo. È in atto il cambiamento del paradigma antropologico con risvolti quindi molto forti circa il servizio di
annuncio di Cristo e dei valori conseguenti.
Grazian avverte l’esigenza di collegarsi con il cammino percorso
dal consiglio precedente. Ripensare l’essere preti dentro il nostro contesto
è importante facendo però attenzione ai diversi livelli su cui ci si pone,
infatti c’è un livello di tipo strutturale e un livello che riguarda lo stile con
cui si vive il ministero stesso. Il fatto, p.e., che in diocesi ci siano più di
100 parrocchie senza parroco residente chiede di fatto un modo nuovo di
svolgere il ministero. Chiede che ci sia una riflessione legata alla promozione della collaborazione pastorale tra preti e tra preti e laici.
Lonardi chiede che si possano individuare dei piccoli passi da proporre ai preti nelle zone pastorali per rivitalizzare il loro confronto e le
scelte pastorali.
Ferrante ripresentando un argomento proposto in sede di consiglio
presbiterale Triveneto, chiede che si faccia un po’ di luce sulle accoglienze
di preti stranieri presenti a diverso titolo nella nostra diocesi.
Cottarelli chiede quale sia l’idea di prete che ha il nostro presbiterio
e anche in noi consiglieri. Vede bene partire dalla teologia del ministero
ordinato per poter offrire una riflessione comune anche al nostro presbiterio crescendo così nella comunione.
Zonin vede estremamente interessante una valutazione e un approfondimento delle radici del nostro essere preti, per poter guardare alla
qualità della nostra identità sacerdotale.
Mazzoni chiede che non ci si frammenti in troppi argomenti, ma si
cerchi di individuare un tema che poi sia condotto anche a delle indicazioni specifiche ed operative che possono così diventare scelte della diocesi.
Dedicare gli incontri di un anno ad un solo argomento.
Masina rileva il fatto che lo stile di papa Francesco sta suscitando
97
nella prassi pastorale qualche interrogativo con diversi modi di accoglienza e critica.
Tressino ricorda la presenza dell’ufficio diocesano vocazioni, chiedendo che sia valorizzato questo strumento di pastorale.
Soardo vede opportuno riflettere sulle strutture pastorali che non
sono più utilizzate e che quindi richiedono un modo di procedere in
modo uniforme. Vede inoltre bene riflettere sul ministero dell’annuncio
con i diversi cambiamenti in atto che domandano una nuova presenza.
Bogotto ricorda che l’anno 2015 sarà un anno dedicato alla vita consacrata e quindi vede bene potersi confrontare sulla presenza dei religiosi
nelle diverse realtà, potendo così valorizzare la loro presenza superando
le fatiche e i limiti.
Gennaro riporta il lavoro fatto in vicariato riflettendo sul ruolo della parrocchia e sulla capacità di rigenerarsi potendo così individuare nuovi ministeri laicali. Vede bene confrontarsi su questo anche in linea con il
tema della ridistribuzione del clero.
Meggiorini ricorda il disagio che il clero vive in riferimento alla
pastorale troppo pesante, vede bene quindi che si rifletta e si offrano suggerimenti su come vivere in serenità. Chiede che si rifletta sulla spiritualità che il prete diocesano vive per poter essere aiutato a vivere in modo
adeguato il suo ministero nella comunità.
Il Vescovo precisa che offrirà, durante la meditazione del ritiro del
clero di inizio Quaresima, alcuni spunti per leggere lo stile di papa Francesco e come accogliere tali stimoli pastorali, riuscendo così ad essere in
sintonia.
Dopo la sospensione il consiglio riprende ed il Vescovo presenta
alcune questioni:
La scuola diocesana di preghiera come frutto dell’anno della fede
con questi temi:
– Salmi (2014)
– Eucaristia (2015)
– Preghiera popolare (2016)
Il Vescovo quindi, dopo aver chiarito alcuni passaggi inerenti la
ristrutturazione del Seminario di Verona e la costruzione del nuovo seminario a San Massimo, presenta il futuro trasferimento del Seminario
minore presso il Centro mons. Carraro (Saval) e l’ipotesi del trasferimento
dei centri di pastorale (ragazzi, adolescenti, giovani…) presso l’ex portineria del Seminario di San Massimo.
Giacomi afferma che il centro di pastorale non vuole accentrare, ma
vuole mettersi a servizio dell’animazione della pastorale giovanile, divenendo propulsore di attività. In questo senso si sta già lavorando cercando di coinvolgere preti e altre persone nella costituzione di alcune commissioni di lavoro al centro, ma soprattutto nella realizzazione di equipe
vicariali che si prenderanno cura di animare la pastorale giovanile nelle
diverse zone della diocesi, sostenuti in questo dal centro stesso. Richiesto
98
dal vescovo di chiarire la situazione strutturale della casa di Settimo, risponde che la situazione è molto pesante e che è indispensabile provvedere o adeguando la struttura o andando altrove.
Il Vescovo chiede che i beni di nicchia della diocesi siano messi a
profitto, anche in vista del calo delle entrate dell’8 per mille. La situazione
dell’ostello della gioventù è a completa discrezione del vescovo che - stando allo statuto – ha la facoltà di alienare il bene o di mantenerlo. Una serie
di beni della diocesi non rendono nulla dal punto di vista economico, e
per questo si sta cercando di vedere come metterli in regime di utile. Presenta la Finanziaria assicurata dalla banca d’Italia che ingloba questi beni,
ricevendo un utile immediato, divenendo soci di questa realtà e ricevendo l’utile senza comunque apparire nominalmente.
Soardo chiede se la scuola ‘Giberti’ avrà l’autonomia finanziaria o
se dovrà intervenire la diocesi. Ritiene quindi necessario – se intervenisse
la diocesi a sostegno della prima - estendere l’intervento della diocesi
anche in aiuto delle altre scuole per un principio di parità.
Il Vescovo ribadisce la dimensione cattolica della scuola del seminario con un progetto educativo concreto, su cui la diocesi investe anche
dal punto di vista economico.
Verrà proposto un secondo indirizzo e la possibilità di frequentare
anche una scuola esterna per chi non riesce a sostenere il liceo. È un modo
più flessibile di concepire il seminario e la scuola, ponendosi a servizio
del cammino vocazionale dei ragazzi e dei giovani.
Lonardi chiede quanti soldi sono stati realmente spesi per la ristrutturazione del seminario maggiore.
Il Vescovo risponde che non è a conoscenza delle spese vere e proprie, si è fatta una valutazione solo in forma forfettaria.
Martini chiede se c’è un progetto su quello che sarà costruito a San
Massimo.
Il vescovo assicura che si sta facendo una progettazione in modo
molto concreto ed è possibile quindi procedere all’edificazione appena ci
saranno dati i permessi.
Cottarelli aggiunge che una cosa è la macro operazione di vendita
dei campi e dei volumi, ma resta da mettere in conto la spesa di gestione
ordinaria della struttura seminario, che è molto alta. Ci sono una serie di
uscite troppo alte che non possono essere sostenute dal seminario stesso.
Non è possibile spostare gli utili della vendita per la gestione ordinaria,
perché sono vincolati dal rogito per un utilizzo legato alla costruzione o
ristrutturazione delle strutture.
Zuccari chiede di fare chiarezza dell’uso di ambienti e delle strutture, per non chiedere soldi ai preti e alle parrocchie.
Masina ripropone la proposta del bonifico continuativo. Suggerire
la formulazione dei testamenti a favore del seminario o diocesi. Informa
che il vescovo procederà a nominare il nuovo collegio dei consultori scegliendo i membri dal CPrD.
Cantù ricorda che nel 1996-97 era stato proposto che ogni prete do-
99
nasse uno stipendio all’anno alla diocesi, tutto è caduto nel dimenticatoio
e nessuno si è preoccupato di dare riscontro. Chiede inoltre chiarimenti
su alcuni ambienti delle parrocchie che producono utile e che stanno suscitando alcune problematiche: campi di S. Benedetto di Lugana, casa di
riposo di Colognola ai Colli e di Pescantina.
Il Vescovo risponde in riferimento alla situazione di san Benedetto
di Lugana che è stato possibile avere un provento di 60.000 euro mentre
il rimanente milione e mezzo è rimasto alla parrocchia che ha investito in
immobili. Su Pescantina informa che si stanno chiarendo le posizioni e
non è a conoscenza di altre questioni .
Chiede che si informi i confratelli sulle condizioni della diocesi e
rassicuri di come si sta procedendo.
Mainente evidenzia il disagio in riferimento al calcolo delle spese
secondo quanto alcune persone devono donare, rischiando di fare più i
conti in tasca ad altri che realmente essere consapevoli delle possibilità
esistenti. Chiede quanto viene a costare il mantenimento della scuola di
alto profilo e dove andiamo a reperire i fondi per il suo mantenimento.
Vescovo rassicura che non ci sono spese richieste ai preti per il mantenimento di strutture, ma per il mantenimento della realtà seminario.
Vengono indicate le date per le prossime sedute del consiglio: 27
marzo e 8 maggio 2014.
Il consiglio si chiude alle ore 12.30 con la preghiera dell’Angelus.
.
100
RENDICONTO RELATIVO ALLA
EROGAZIONE DELLE SOMME
ATTRIBUITE ALLA DIOCESI DELLA
CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
EX ART. 47 DELLA LEGGE 222/1985
PER L'ANNO 2013
Il presente “Rendiconto” deve essere inviato alla Segreteria Generale della
C.E.I. entro il 31 maggio 2014, ai sensi della determinazione approvata dalla XLV
Assemblea Generale (9-12 novembre 1998).
EROGAZIONE DELLE SOMME DERIVANTI DALL’OTTO PER MILLE DELL’IRPEF PER L’ESERCIZIO 2013
1 ESIGENZE DI CULTO E PASTORALE
A. ESIGENZE DEL CULTO
1. Nuovi complessi parrocchiali
150.000,00
2. Conservazione o restauro edifici di culto già esistenti o altri beni culturali ecclesiastici
250.000,00
3. Arredi sacri delle nuove parrocchie
0,00
4. Sussidi liturgici
0,00
5. Studio, formazione e rinnovamento delle forme di pietà popolare 0,00
6. Formazione di operatori liturgici
0,00
400.000,00
B. ESERCIZIO CURA DELLE ANIME
1. Attività pastorali straordinarie...
0,00
2. Curia diocesana e centri pastorali diocesani
100.000,00
3. Tribunale ecclesiastico diocesano
10.000,00
4. Mezzi di comunicazione sociale a finalità pastorale
5. Istituto di scienze religiose
0,00
6. Contributo alla facoltà teologica
0,00
7. Archivi e biblioteche di enti ecclesiastici
0,00
8. Manutenzione straordinaria di case canoniche e/o locali di ministero
pastorale400.000,00
9. Consultorio familiare diocesano
15.000,00
10. Parrocchie in condizioni di straordinaria necessità
440.000,00
11. Enti ecclesiastici per il sostentamento dei sacerdoti addetti
0,00
12. Clero anziano e malato
0,00
13. Istituti di vita consacrata in straordinaria necessità
0,00
965.000,00
101
C. FORMAZIONE DEL CLERO
1. Seminario diocesano, interdiocesano, regionale
0,00
2. Rette di seminaristi e sacerdoti studenti a Roma o presso altre facoltà
ecclesiatiche50.000,00
3. Borse di studio seminaristi
0,00
4. Formazione permanente del clero
15.000,00
5. Formazione al diaconato permanente
10.000,00
6. Pastorale vocazionale
0,00
75.000,00
D. SCOPI MISSIONARI
1. Centro missionario diocesano e animazione missionaria
2. Volontari Missionari Laici
3. Cura pastorale degli immigrati presenti in diocesi
4. Sacerdoti Fidei Donum
0,00
0,00
10.000,00
0,00
10.000,00
E. CATECHESI ED EDUC. CRISTIANA
1. Oratori e patronati per ragazzi e giovani
2. Associazioni ecclesiali(per la formazione dei membri)
3. Iniziative di cultura religiosa nell’ambito della diocesi
0,00
0,00
70.000,00
70.000,00
F. CONTRIBUTO SERVIZIO DIOCESANO
1. Contributo al servizio diocesano per la promozione del sostegno economico della diocesi
2.350,00
2.350,00
G. ALTRE ASSEGNAZIONI/EROGAZIONI
Rendiconto delle erogazioni 2013
0,00
a) TOTALE DELLE EROGAZIONI EFFETTUATE NEL 2013: 1.522.350,00
RIEPILOGO
TOTALE DELLE SOMME DA EROGARE PER L’ANNO 2013
Riportare la somma di cui al quadro l, lett. a) del rendiconto delle assegnazioni1.539.563,34
A DEDURRE TOTALE DELLE EROGAZIONI EFFETTUATE NELL’ANNO 2013 (fino al31/03/2014)
Riportare la somma di cui al rigo a) del presente rendiconto 1.522.350,00
102
DIFFERENZA17.213,34
L’importo “differenza” è cosi composto:
• Fondo diocesano di garanzia (fino al 10% del contributo dell’anno
2013)6.343,89
• Fondo diocesano di garanzia relativo agli anni precedenti
10.869,45
Totale Fondo diocesano di garanzia
(da riportare nel rendiconto assegnazioni 2014)
17.213,34
• Somme impegnate per iniziative pluriennali anno in corso
0,00
• Somme impegnate per iniziative pluriennali negli esercizi precedenti
0,00
Totale iniziative pluriennali
(da riportare nel rendiconto assegnazioni 2014)
0,00
Altre somme assegnate nell’esercizio 2013 e non erogate al 31/03/2014
(da riportare nel rendiconto assegnazioni 2014)
0,00
INTERESSI NETTI del 30/09/2013; 31/12/2013 e 31/03/2014
194,79
ASSEGNI EMESSI O BONIFICI EFFETTUATI MA NON ANCORA CONTABILIZZA TI NELL’E/C
0,00
SALDO CONTO CORRENTE E/0 DEPOSITO TITOLI AL 31/03/2014
17.408,13
2 INTERVENTI CARITATIVI
A. DISTRIB. PERSONE BISOGNOSE
1. Da parte della diocesi
2. Da parte delle parrocchie
3. Da parte di enti ecclesiastici
474.356,84
0,00
0,00
474.356,84
B. OPERE CARITATIVE DIOCESANE
1. In favore di extracomunitari
2. In favore di tossicodipendenti
3. In favore di anziani
4. In favore di portatori di handicap
5. In favore di altri bisognosi
6. Fondo antiusura (diocesano o regionale)
40.000,00
0,00
20.000,00
0,00
150.000,00
0,00
210.000,00
C. OPERE CARITATIVE PARROCCHIALI
1. In favore di extracomunitari
2. In favore di tossicodipendenti
3. In favore di anziani
4. In favore di portatori di handicap
5. In favore di altri bisognosi
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
103
D. OPERE CARITATIVE ALTRI ENTI
1. In favore di extracomunitari
2. In favore di tossicodipendenti
3. In favore di anziani
4. In favore di portatori di handicap
5. In favore di altri bisognosi
E. ALTRE ASSEGNAZIONI/EROGAZIONI
1. Caritas Diocesana
2. Ostello di prima accoglienza – Dormitorio
3. Carità del Vescovo verso Terzo Mondo
4. Progetto Casa Perez
5. Casa Samaritano n. 2- ristrutturazione
6. Immobili - ristrutturazione per Caritas
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
0,00
265.000,00
0,00
0,00
0,00
0,00
350.000,00
615.000,00
b) TOTALE DELLE EROGAZIONI EFFETTUATE NEL 2013: 1.299.356,84
RIEPILOGO
TOTALE DELLE SOMME DA EROGARE PER L’ANNO 2013
Riportare la somma di cui al quadro 2, lett. a) del rendiconto delle assegnazioni2.409.681,53
A DEDURRE TOTALE DELLE EROGAZIONI EFFETTUATE NELL’ANNO 2013 (fmo al31-03-2014)
Riportare la somma di cui al rigo b) del presente rendiconto 1.299.356,84
DIFFERENZA1.110.324,69
L’importo “differenza” è cosi composto:
• Somme impegnate per iniziative pluriennali anno in corso
0,00
• Somme impegnate per iniziative pluriennali negli esercizi precedenti
1.110.324,69
Totale iniziative pluriennali
(da riportare nel rendiconto assegnazioni 2014)
1.110.324,69
Altre somme assegnate nell”esercizio 2013 e non erogate al 31-03-2014
(da riportare nel rendiconto assegnazioni 2014)
0,00
INTERESSI NETTI del 30-09-2013; 31-12-2013 e 31-03-2014
104
20.906,88
ASSEGNI EMESSI O BONIFICI EFFETTUATI MA NON ANCORA CONTABILIZZATI NELL”E/C
0,00
SALDO CONTO CORRENTE E/0 DEPOSITO TITOLI AL 31-03-2014
1.131.231,57
Si allegano:
1. relazione esplicativa del rendiconto relativo alle somme erogate;
2. fotocopia delle pagine di tutti gli estratti conto bancari dal 01/04/2013
al 31/03/2014;
3. documentazione dei depositi amministrati o della gestione patrimoniale nel caso in cui le disponibilità siano state temporaneamente investite.
Si attesta che:
• Il presente Rendiconto è stato sottoposto alla verifica del Consiglio Diocesano per gli affari economici nella seduta in data 28/05/2014;
• Il Rendiconto è pubblicato nel bollettino ufficiale della diocesi n. 01 giugno/luglio 2014.
Verona, 29/05/2014.
X GIUSEPPE ZENTI
Vescovo di Verona
don GINO ZAMPIERI
Economo diocesano
105
DECRETO SULLA EROICITÀ
delle virtÙ DEL SERVO DI DIO
DON GIUSEPPE GIRELLI
VERONENSIS
BEATIFICATIONS ET CANONIZATIONIS
SERVI DEI IOSEPHI GIRELLI
SACERDOTIS DIOECESANI
(1886-1978)
DECRETUM SUPER VIRTUTIBUS
«Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt, 25, 36b).
La sesta opera di misericordia corporale, visitare i carcerati, è stata
fatta propria dal Servo di Dio Giuseppe Girelli, profondendo nel suo esercizio tutta la sua carità e educando allo stesso tempo i fedeli laici da impegnare nelle missioni ai carcerati. «Gesù è venuto sulla terra per salvare ciò
che era perduto, per ricercare la pecorella smarrita, per offrire il perdono
al buon ladrone... Non solo, ma non ha temuto di identificarsi con i più
miseri e abbandonati» (Regolamento della Croce Bianca). Alla scuola di
Gesù e di San Francesco d’Assisi, il Servo di Dio impara che solamente
con la charitas, l’amore fraterno e cristiano, può essere colmato l’abisso che
separa il mondo dei carcerati dal mondo di chi è libero. Per questo occorre
non solo conoscere le condizioni di vita del carcerato, ma stare con loro
condividendo per quanto possibile ogni spazio e momento della loro
giornata.
Il Servo di Dio nacque il 10 gennaio 1886 a Verona (Italia) e venne
battezzato dieci giorni dopo, il 17 gennaio nella chiesa di Santa Maria
Maddalena in Dossobuono, frazione di Villafranca di Verona. Qui ricevette la prima comunione nel maggio 1892.
Terminate le scuole elementari nel paese natale, proseguì gli studi a
Verona presso l’Istituto Stimmate. Nel 1903, superato l’esame di quinta
ginnasio come privatista presso il Seminario vescovile di Verona, all’interno dello stesso frequentò il liceo e compì anche gli studi teologici.
Il 7 agosto del 1910 riceveva l’Ordinazione sacerdotale per la preghiera e l’imposizione delle mani di Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Bartolomeo Bacilieri, vescovo di Verona. Celebrava la sua
prima Messa nella chiesa della Madonna della Salute a Dossobuono. La
sua prima obbedienza lo destinava a Villa d’Adige, piccolo paese della
provincia di Rovigo ma in diocesi di Verona, come vicario cooperatore del
106
parroco. Nell’agosto del 1918 fa il suo ingresso, a piedi, come rettore e, al
momento dell’erezione a parrocchia nel 1928, parroco, a Rosegaferro di
Villafranca di Verona, dove è rimasto fino al 1951, raggiungendo risultati
fecondi da un punto di vista spirituale. Qui maturerà e organizzerà dal
1933 la Pia Unione Sacerdotale per le missioni gratuite negli Istituti di
pena, attività pastorale che maggiormente l’avrebbe contraddistinto.
Nel luglio 1934 con l’appoggio e l’amicizia di don Giuseppe Girelli
detto Bepo, organizza la prima doppia missione ai carcerati rinchiusi nei
settori Penale e Giudiziario di Parma. In pochi anni tale attività pastorale
si svilupperà in maniera sempre più rapida raggiungendo le carceri di
Roma, Venezia, Pianosa, Torino, Brescia, Isola della Gorgona, Castiadas,
Castelfranco Emilia ecc…
L’attività delle missioni nelle carceri non diminuì l’attenzione e il
servizio alla comunità parrocchiale e anche durante il periodo della seconda guerra mondiale, 1939-1945, il Servo di Dio fu guida e difesa sicura
per i fedeli a lui affidati in cura.
Per svolgere nel migliore dei modi il suo apostolato tra i carcerati e
i prigionieri, chiese di essere esonerato dalla parrocchia, coltivando il desiderio, condiviso con don Bepo, di consacrarsi nell’Istituto dei Poveri
Servi della Divina Provvidenza fondato da San Giovanni Calabria. Tale
progetto, a causa della particolare situazione della Diocesi che richiedeva
la presenza del parroco, per ora non andò in porto. Il Servo di Dio accettò
la decisione del suo Vescovo e con rinnovato ardore proseguì il suo ministero pastorale.
Il 12 gennaio 1946 moriva don Bepo, fedele amico e collaboratore
dell’Opera definito dal Servo di Dio, “occhio esperto, cuore sensibilissimo
e generoso del nostro lavoro”.
La guerra era da poco terminata lasciando molte macerie e profonde ferite quando il 4 agosto 1947 fu approvato, da parte del Vescovo di
Verona, il Regolamento delle missioni gratuite nei luoghi di prevenzione
e pena. Tra le finalità del movimento nato dalla caritas del Servo di Dio
oltre alle missioni nei luoghi di detenzione era chiesto ai membri di impegnarsi nell’aiuto alle famiglie dei reclusi e soprattutto a coloro che, scontata la pena, uscivano dal carcere. Quasi contemporaneamente fondava il
giornale “Croce Bianca”, bimestrale di collegamento per i carcerati e le
loro famiglie.
L’impegno del Servo di Dio nelle missioni ai carcerati e nella cura
degli aderenti alla Pia Unione andava sempre più crescendo tanto da indurre il Servo di Dio a richiedere di essere esonerato dall’impegno parrocchiale data la mole di apostolato nelle carceri. La sua richiesta fu accolta e
nel 1951 lasciava la parrocchia per stabilirsi a Ronco all’Adige, Assistente
religioso della Casa di riposo retta dalle Figlie di San Giuseppe del Beato
Giuseppe Baldo. Qui fonda la Casa san Giuseppe per accogliere gli ex
carcerati ricavando uno spazio adeguato nell’ex noviziato delle Suore. La
nuova attività iniziò in modo istituzionale nel 1954, ma già dal 1952 accoglieva i primi ospiti.
107
L’opera apostolica del Servo di Dio si estese rapidamente ottenendo
anche sempre maggiore collaborazione, tanto che nel 1957 nasceva la
Sesta Opera, associazione di laici che si impegnava a collaborare con le
missioni ai carcerati. Nel giugno 1959 il governo italiano per mano del
Ministro di Grazia e Giustizia, on. Guido Gonella, gli conferiva la medaglia d’oro con diploma al merito civile della Redenzione Sociale.
Verso la fine del 1961 l’Opera ricevette in dono un edificio sito nel
comune di Mezzane di Sotto (Verona) subito utilizzato per dare ospitalità
al sempre crescente numero di ex carcerati. La nuova struttura fu denominata Casa San Leonardo. Successivamente alla Casa San Leonardo si affiancò la Casa Maternigo, poi rinominata Maternostra, fattoria con un
ampio caseggiato, un rustico, un abbondante terreno boschivo e un esteso
terreno coltivabile, dove fino al 1970, ospita i carcerati in licenza premio,
anno in cui la proprietà fu donata all’Istituto dei Poveri Servi della Divina
Provvidenza fondata da San Giovanni Calabria per la continuità dell’Opera. L’impegno a Ronco all’Adige e a Mezzane di Sotto non interrompe
le missioni ai carcerati che porta avanti fino al 1975 quando il Servo di Dio
si accinge a compiere novant’anni.
Nel settembre 1977 lascia la Casa San Giuseppe per ritirarsi al Pensionato Sacro Cuore dell’ospedale geriatrico di Negrar (Verona) gestito
dai figli di San Giovanni Calabria. Il Primo maggio 1978 vestito dei paramenti sacerdotali mentre si accinge a salire l’altare per la celebrazione
della Santa Messa rende l’anima a Dio. Mai si erano affievolite in lui la
freschezza di spirito, la chiarezza di mente e la serenità di un’anima totalmente di Dio e degli ultimi. Il permanente sorriso sulle sue labbra veniva
dal Mistero di un Cuore ferito per amore.
Il suo umile, silenzioso e semplice apostolato in sessantotto anni di
vita sacerdotale, appariva ora con maggiore chiarezza a coloro che lo avevano conosciuto.
In virtù di questa fama di santità, dal 10 aprile 2002 al 30 aprile 2005
presso la Curia ecclesiastica di Verona fu celebrata l’Inchiesta Diocesana.
La validità giuridica è stata riconosciuta da questa Congregazione con
Decreto del 9 giugno 2007. Preparata la Positio, si è discusso, secondo la
consueta procedura, se il Servo di Dio abbia esercitato in grado eroico le
virtù. Con esito positivo, il 26 febbraio 2013 si è tenuto il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi. I Padri Cardinali e Vescovi nella Sessione
Ordinaria del 7 gennaio 2014, presieduta da me, Card. Angelo Amato,
hanno riconosciuto che il Servo di Dio ha esercitato in grado eroico le
virtù teologali, cardinali ed annesse.
Facta demum de hisce omnibus rebus Summo Pontifici Francisco per
subscriptum Cardinalem Praefectum accurata relatione, Sanctitas Sua, vota
Congregationis de Causis Sanctorum excipiens rataque habens, hodierno die declaravit: Constare de virtutibus theologalibus Fide, Spe et Caritate tum in Deum
tum in proximum, necnon de cardinalibus Prudentia, Iustitia, Temperantia et
Fortitudine, iisque adnexis, in gradu heroico, Servi Dei Iosephi Girelli, Sacerdotis dioecesani, in casu et ad effectum de quo agitur.
108
L'ATTIVITÀ DEL VESCOVO
GENNAIO
Mercoledì 1: In Cattedrale presiede il Pontificale nella Solennità di Maria
Santissima Madre di Dio (18.30).
Venerdì 3: A Casa San Fidenzio incontra i diaconi permanenti durante gli
esercizi spirituali (16.30).
Domenica 5: A San Francesco di Roverè celebra la Messa (9.30).
Lunedì 6: A San Zeno Maggiore presiede il Pontificale nella Solennità
dell'Epifania del Signore con le comunità etniche presenti in Diocesi
(15.00).
Martedì 7 e mercoledì 8: A Zelarino (VE) partecipa alla due giorni di formazione della Conferenza Episcopale Triveneta.
Giovedì 9: Incontra i sacerdoti della Zona pastorale di Casette-Roverchiara (17.00).
Venerdì 10: A Santa Lucia Extra celebra la Messa con i membri dell’Accademia d’Arte Circense (18.00).
Sabato 11: In Cattedrale celebra la Messa per il decimo anniversario di
Ordinazione Episcopale (11.00).
Domenica 12: A Pescantina incontra cresimandi e cresimati nell’anno pastorale in corso (15.00). Presso il Centro Carraro partecipa al Convegno
dell’Ufficio diocesano Pastorale della Salute (17.00).
Lunedì 13: Nel Monastero delle Carmelitane Scalze celebra la Messa
(7.00) e tiene la meditazione (8.00). A San Benedetto di Lugana incontra i
sacerdoti della Vicaria del Lago veronese (17.00).
Mercoledì 15: A san Zeno di Montagna, presso la Casa Monte Tabor, celebra la Messa con i sacerdoti dell’Istituto Pastorale Giberti (11.30).
Giovedì 16: In Vescovado presiede il Consiglio Episcopale (9.30-12.00).
Venerdì 17: A Caprino incontra i sacerdoti della Vicaria (18.00).
Sabato 18: Ai Santi Apostoli partecipa alla Liturgia della Parola per l’apertura della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (20.30).
Domenica 19: A Rovigo celebra la Messa per il Convegno della Commissione della Pastorale familiare della CET (12.00). A Bovolone incontra
cresimandi e cresimati nell’anno pastorale in corso (15.00). A Caselle di
Nogara celebra la Messa con l’Associazione Figli in Cielo (17.00).
Lunedì 20: Nel Monastero delle Serve di Maria Oblate sacerdotali celebra
la Messa (7.00) e tiene la meditazione (8.00).
Martedì 21: A Bovolone incontra i sacerdoti della Zona pastorale (17.00)
ed i rappresentanti dei CPP della Vicaria (20.30).
Mercoledì 22: Presso Casa San Fidenzio celebra la Messa con i sacerdoti
durante gli esercizi spirituali (11.30). Incontra i sacerdoti della Zona pastorale di Oppeano-Isola Rizza (17.00).
109
Giovedì 23: In Vescovado presiede il Consiglio Episcopale (9.30-12.00). A
Casaleone incontra i sacerdoti della Zona pastorale (17.00).
Venerdì 24: In Vescovado udienze libere per sacerdoti (9.00-12.00).
Sabato 25: Presso la comunità religiosa della Pia Società Figlie di San
Paolo celebra la Messa (7.00). A Settimo di Pescantina, presso il Centro di
Pastorale Casa Serena, presiede il Consiglio Pastorale Diocesano (15.00).
Domenica 26: In Cattedrale celebra la Messa per l’anniversario della
morte del Servo di Dio mons. Luigi Bosio (9.30). A Lonato incontra cresimandi e cresimati nell’anno pastorale in corso (15.00). A Presina celebra la
Messa (18.00).
Lunedì 27: A Roma partecipa alla Commissione Episcopale per l'Educazione Cattolica, la Scuola e l'Università (10.30-13.30).
Martedì 28: Ad Asparetto incontra i sacerdoti della Zona pastorale (17.00).
Mercoledì 29: Nel Monastero delle Clarisse Sacramentine di Novaglie
tiene la meditazione (6.30) e celebra la Messa (7.30). Ad Oppeano incontra
i sacerdoti della Zona pastorale (17.00).
Giovedì 30: In Seminario Maggiore presiede il Consiglio Presbiterale
(9.30-12.30). A Zevio incontra i sacerdoti della Vicaria (17.00) e i rappresentanti dei CPP (20.30).
Venerdì 31: In Vescovado udienze libere per sacerdoti (9.00-12.00). A San
Pietro in Cariano incontra i sacerdoti della Zona pastorale (17.30) e i
catechisti/e della Vicaria (20.30).
FEBBRAIO
Sabato 1: Presenzia alla posa della prima pietra della chiesa ortodossa
romena di Sant’Elia il Tisbita in Verona (9.00). In Vescovado, partecipa alla
Conferenza stampa del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari in
vista della XXII Giornata Mondiale del Malato (10.30). A Isola della Scala,
presso il Palariso, celebra la Messa con gli adolescenti e giovani della Diocesi per il Meeting invernale nella Festa della Vita (17.30).
Domenica 2: A Santa Teresa degli Scalzi celebra la Messa (11.00). In Cattedrale presiede i Vespri con l’adorazione eucaristica per la Giornata della
vita consacrata (16.00).
Lunedì 3: Nel monastero delle Clarisse di Sant’Elisabetta celebra la Messa
(7.00) e tiene la meditazione (8.00). Nella chiesa di San Nazaro celebra la
Messa (11.00). A Casaleone incontra i sacerdoti della zona pastorale
(17.00) e celebra la Messa nella festa patronale di San Biagio (20.30).
Martedì 4: A Casa San Fidenzio presiede il Collegio dei Vicari foranei
(9.30-12.00) e incontra i sacerdoti dell’Istituto Pastorale Giberti (19.00).
Mercoledì 5: A Pedemonte incontra i sacerdoti della Zona pastorale
(17.30) e gli animatori e giovani della Vicaria (20.30).
Giovedì 6: A Domegliara incontra i cresimandi della Vicaria (17.00) e i
sacerdoti della Zona pastorale (20.30).
110
Venerdì 7: In Vescovado udienze libere per sacerdoti (9.00-12.00). A Negrar incontra i sacerdoti della Zona pastorale (17.30) e a San Floriano celebra la Messa per il Vicariato della Valpolicella (20.30).
Sabato 8: A Cavalcaselle amministra le Cresime (18.00).
Domenica 9: A Minerbe amministra le Cresime (11.00). A San Bernardino
celebra la Messa per la Festa degli innamorati (18.30).
Lunedì 10: Nel monastero delle Carmelitane Scalze celebra la Messa e
tiene la meditazione (7.00). A Sona celebra la Messa (11.00). A Tregnago
incontra i sacerdoti della Vicaria (17.00).
Martedì 11: Al Santuario Madonna di Lourdes, celebra la Messa con l’Unitalsi per la Giornata del Malato (11.00). All’Ospedale di Desenzano del
Garda celebra la Messa (17.00).
Mercoledì 12: A Isola della Scala incontra i sacerdoti della Vicaria (17.00).
Venerdì 14: In Vescovado udienze libere per sacerdoti (9.00-12.00). Al palazzo della Gran Guardia incontra i Presidenti Coldiretti della Provincia
(18.00).
Sabato 15: A Sant’Ambrogio di Valpolicella amministra le Cresime
(18.00).
Domenica 16: A San Vito al Mantico amministra le Cresime (10.30). A
Santa Maria Regina incontra cresimandi e cresimati nell’Anno pastorale
in corso (15.00). A Cerea celebra la Messa per l’apertura della Settimana
vocazionale del Seminario minore (18.30).
Lunedì 17: Nel monastero delle Serve di Maria Oblate Sacerdotali celebra
la Messa (7.00) e tiene la meditazione. All’Ospedale di Borgo Trento,
presso il reparto di Pediatria, celebra la Messa (15.00). A Vestenanova incontro con il Consiglio Pastorale Unitario dell'Unità pastorale (20.00).
Mercoledì 19: Al Seminario Maggiore partecipa alla conferenza dello
Studio Teologico San Zeno (9.00) e celebra la Messa (11.00). In Cattedrale
celebra la Messa per il movimento Comunione e Liberazione in memoria
di mons. Luigi Giussani (21.00).
Giovedì 20: In Vescovado presiede il Consiglio episcopale (8.30-10.00). A
Balconi di Pescantina incontra i sacerdoti del Vicariato di Bussolengo
(10.30). A Lugagnano incontra i Consigli Pastorali della Zona di Lugagnano-Sona (20.45).
Venerdì 21: Presso il monastero delle Clarisse Sacramentine di Novaglie
tiene la meditazione (6.30) e celebra la Messa (7.30). In Vescovado udienze
libere per sacerdoti (9.00-12.00).
Sabato 22: A Isola Rizza amministra le Cresime (17.00).
Domenica 23: A Costermano amministra le Cresime (10.00). A Soave incontra cresimandi e cresimati nell’Anno pastorale in corso (15.00).
Da lunedì 24 a venerdì 28: A Vittorio Veneto partecipa agli Esercizi spirituali con i vescovi della CET.
111
MARZO
Sabato 1: A Cherubine amministra le Cresime (18.00).
Domenica 2: Ad Angiari amministra le Cresime (9.30). A Sanguinetto amministra le Cresime (15.00).
Lunedì 3: Presso il monastero delle Clarisse di Sant’Elisabetta celebra la
Messa (7.00) e tiene la meditazione.
Mercoledì 5: In Cattedrale presiede la Messa con la imposizione delle ceneri (18.30).
Giovedì 6: A Sant'Anastasia e poi in Cattedrale presiede il Ritiro del Clero
(9.30). In Vescovado presiede gli scrutini per i candidati al Diaconato
(15.30).
Venerdì 7: In Vescovado udienze libere per sacerdoti (9.00-12.00). In Cattedrale presiede il Vespro con la consegna del libro biblico per la Quaresima (20.30).
Sabato 8: A Santa Lucia Extra amministra le Cresime (18.00).
Domenica 9: Al Seminario minore, tiene la meditazione alla Collaboratrici del Seminario (9.00). A Roncanova amministra le Cresime (10.30). A
San Domenico Savio presiede la Scuola diocesana di Preghiera (17.30).
Lunedì 10: Presso il monastero delle Carmelitane Scalze celebra la Messa
(7.00) e tiene la meditazione. A Valeggio incontra i sacerdoti della Zona
pastorale e i laici dei CPP (17.30).
Martedì 11: A Sommacampagna incontra i sacerdoti della Zona pastorale
(17.30) e i laici dei CPP (20.30).
Mercoledì 12: Al teatro K2 partecipa alla Giornata di studio dal tema
“L’annuncio del Vangelo in un contesto secolarizzato” (20.30).
Giovedì 13: In Vescovado presiede il Consiglio Episcopale (9.30-12.00). A
Bagnolo incontra i sacerdoti della Zona pastorale e i laici dei CPP (17.00).
Venerdì 14: In Vescovado udienze libere per sacerdoti (9.00-12.00). In Vescovado presiede gli scrutini per i candidati al Presbiterato (15.30). In
Cattedrale celebra la Messa per l’anniversario della morte di Chiara Lubich (20.30).
Domenica 16: A Pozzolengo amministra le Cresime (10.30). A Santa Maria
di Zevio amministra le Cresime (15.30). A San Domenico Savio presiede la
Scuola diocesana di Preghiera (17.30).
Lunedì 17: Presso il monastero delle Serve di Maria Oblate Sacerdotali
celebra la Messa (7.00) e tiene la meditazione. A Villafranca incontra i sacerdoti della Zona pastorale (17.30).
Martedì 18: A Casa San Fidenzio presiede il Collegio Vicari Foranei (9.3012.00). A Cadidavid incontra i sacerdoti della Zona pastorale (17.30) e i
laici dei Consigli pastorali (20.30).
Mercoledì 19: Ad Azzano incontra i sacerdoti della Zona pastorale (17.30)
e i responsabili dei Consigli Pastorali (20.30).
Giovedì 20: In Vescovado presiede il Consiglio Episcopale (9.30-12.00).
Venerdì 21: In Vescovado udienze libere per sacerdoti (9.00-12.00).
Sabato 22: A Lazise amministra le Cresime (16.00).
112
Domenica 23: A Sant’Angela Merici in Desenzano amministra le Cresime
(10.30). A Bovolone amministra le Cresime (15.00). A San Domenico Savio
presiede la Scuola diocesana di Preghiera (17.30).
Lunedì 24: Presso il monastero delle Clarisse Sacramentine di Novaglie
tiene la meditazione (6.30) e celebra la Messa (7.30). In Vescovado riceve
gli ordinandi diaconi (15.30). Presso Casa San Giovanni Battista del Seminario incontra la comunità e celebra la Messa (18.30).
Martedì 25: A San Giovanni Lupatoto incontra i sacerdoti della Zona pastorale ed i laici dei Consigli Pastorali (19.00).
Mercoledì 26: A San Giacomo Maggiore incontra i sacerdoti della Zona
pastorale ed i laici dei Consigli Pastorali (17.30).
Giovedì 27: In Seminario Maggiore presiede il Consiglio Presbiterale
(9.30-12.30).
Venerdì 28: In Vescovado udienze libere per sacerdoti (9.00-12.00). A Golosine incontra i sacerdoti della Zona pastorale ed i laici dei Consigli Pastorali (17.30).
Sabato 29: A San Bonifacio, presso il Teatro centrale, tiene una Lectio Magistralis sul tema: La donazione come valore etico per il 7° Convegno del
Lions Club San Bonifacio-Soave (10.30). In Cattedrale presiede la Messa
conclusiva delle “24ore con il Signore” (16.00). A Balconi amministra le
Cresime (18.00).
Domenica 30: A Lugagnano amministra le Cresime (10.30). A San Domenico Savio presiede la Scuola diocesana di Preghiera (17.30) e celebra la
Messa (19.00).
Lunedì 31: Presso il monastero delle Clarisse di Sant'Elisabetta celebra la
Messa (7.00) e tiene la meditazione. A Castelletto di Brenzone, presso il
Garda Family House, partecipa alla cerimonia di apertura della stagione
turistica (11.00). A Madonna di Campagna incontra i sacerdoti delle Zone
Pastorali di Verona Nord-Est (17.30) e a Santa Croce incontra i laici della
Vicaria impegnati negli ambiti della carità (20.45).
APRILE
Martedì 1: A Madonna di Campagna incontra i laici della Vicaria Verona
Nord-Est impegnati nella catechesi (20.45).
Mercoledì 2: A Quinto, presso le Suore del Cenacolo, incontra i sacerdoti
della Zona Bassa Valpantena (17.30) ed i laici dei Consigli pastorali
(20.45).
Giovedì 3: Partecipa al ritiro mensile del Clero (9.30-12.00). A Peschiera
partecipa all’inaugurazione della rinnovata Scuola dell’Infanzia Sacra
Famiglia (15.30). Al Seminario Minore, presiede il Consiglio Pastorale
Diocesano (20.30).
Venerdì 4: In Vescovado udienze libere per sacerdoti (9.00-12.00). In Cattedrale incontra le Comunità Neocatecumenali presenti in Diocesi (20.30).
113
Sabato 5: Presso il Centro Polifunzionale Don Calabria porta un saluto
all’Incontro dei Malati Reumatici (9.00). Presso la nuova sede della Cooperativa Sociale Luce e Lavoro Unione Nazionale Ciechi legata al
Movimento Apostolico Ciechi, celebra la Messa per l’inaugurazione
(10.30).
Domenica 6: A Marchesino amministra le Cresime (10.30). A Cerea amministra le Cresime (16.00).
Lunedì 7: Presso il monastero delle Carmelitane Scalze celebra la Messa
(7.00) e tiene la meditazione. Presso la sede di AMIA celebra la Messa con
i dipendenti (10.30). A Cerea, partecipa alla serata dal tema “Democrazia,
verità e potere” (20.45).
Martedì 8: Presso l’R.S.A. di Marzana celebra la Messa (10.00).
Mercoledì 9: A San Bernardino celebra la Messa per il Precetto Pasquale
Interforze (10.30). A San Domenico Savio incontra i sacerdoti del Vicariato
Verona Nord-Ovest (17.30).
Giovedì 10: In Vescovado presiede il Consiglio Episcopale (9.30-11.30).
Presso la sede di AGSM celebra la Messa con i dipendenti (12.00). A Sirmione nella chiesa di San Pietro celebra la Messa per la fine dei lavori di
recupero (17.00).
Venerdì 11: A Maguzzano celebra la Messa per il Precetto Pasquale delle
Forze di Polizia di Desenzano (11.00). In Città presiede la Via Crucis per la
Vicaria Verona Centro (21.00).
Sabato 12: A Villadadige amministra le Cresime (18.00). In Cattedrale incontra i giovani della Diocesi per la Giornata Mondiale della Gioventù
(21.00).
Domenica 13: In Cattedrale presiede il Pontificale della Domenica delle
Palme con la processione dalla Basilica di Sant’Anastasia (10.30).
Lunedì 14: Presso il monastero delle Serve di Maria Oblate Sacerdotali
celebra la Messa (7.00) e tiene la meditazione. Presso la sede di Officine
Ferroviarie Veronesi celebra la Messa con i dipendenti (10.00). A Negrar,
presso Casa Sacerdoti, celebra la Messa (16.15) e incontra la comunità dei
sacerdoti.
Martedì 15: Presso il centro di accoglienza residenziale Cerris celebra la
Messa (14.30).
Mercoledì 16: In Seminario Maggiore incontra docenti e studenti dello
Studio Teologico San Zeno per gli auguri pasquali (8.40). Presso l’Officina
manutenzione locomotori di Porta Vescovo celebra la Messa con gli operai
(11.00). Presso la sede di Elcograf Spa (ex Mondadori) celebra la Messa con
i dipendenti (15.00).
Giovedì 17: In Cattedrale presiede il pontificale della Messa del Crisma
(9.30) ed il Pontificale nella Cena del Signore (18.30).
Venerdì 18: In Cattedrale presiede le Lodi del Venerdì Santo con il Capitolo dei Canonici (8.00), nel pomeriggio presiede la solenne azione liturgica della Passione del Signore (18.00) e alla sera la Via Crucis (21.00).
Sabato 19: In Cattedrale presiede le Lodi del Sabato Santo con il Capitolo
dei Canonici (8.00) e nella notte la solenne Veglia Pasquale (21.30).
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Domenica 20: In Cattedrale presiede il Pontificale nella Pasqua di Risurrezione (11.00).
Da lunedì 21 a sabato 26: A Lourdes partecipa al pellegrinaggio dell’Unitalsi.
Domenica 27: In piazza Bra celebra la Messa con il coro dello “Zecchino
d’Oro” (9.30). A Marcellise celebra la Messa (11.00). In Cattedrale presiede
le Ordinazioni diaconali (16.00).
Lunedì 28: Nel monastero delle Clarisse Sacramentine di Novaglie tiene
la meditazione (6.30) e celebra la Messa (7.30). In Vescovado udienze per
gli ordinandi presbiteri (9.30-12.00). In Vescovado partecipa all'assemblea
ordinaria della Società “Verona Fedele Srl” (15.30). Al Tempio Votivo incontra i sacerdoti della Zona pastorale (17.30).
Mercoledì 30: In Vescovado celebra la Messa con i sacerdoti del I anno
dell’Istituto pastorale Giberti (7.00). A Buttapietra, presso l’Istituto di
Istruzione Superiore “Stefani-Bentegodi”, incontra studenti e docenti
(11.00-12.00). A San Giovanni in Valle incontra i sacerdoti della Zona pastorale (17.30).
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NOMINE TRA IL CLERO E DECRETI
DECRETI DI NOMINA
(Dal 1° gennaio 2014)
TOSI don Cristian è trasferito dall’ufficio di Vicario parrocchiale di Valeggio è inviato a Milano per lo studio della teologia spirituale (1° febbraio
2014)
ZANDONÀ don Matteo è trasferito dall’ufficio di Vicario parrocchiale di
Grezzana e di animatore della pastorale giovanile del vicariato foraneo
della Valpantena Lessinia all’ufficio di Vicario parrocchiale di Valeggio (1°
febbraio 2014)
MILANELLO don Graziano è trasferito dall’ufficio di Collaboratore del
Rettore del Santuario Madonna della Corona all’ufficio di Collaboratore a
Roverchiaretta (1° marzo 2014)
RONCONI don Cesare, sono accolte le dimissioni da Parroco di Novaglie
(7 marzo 2014)
FERRARI don Giorgio, della diocesi di Novara, viene incardinato nella
diocesi di Verona (21 marzo 2014)
COTTINI don Valentino è nominato dal Santo Padre Francesco Consultore del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso (29 marzo 2014)
ORIGANO don Stefano è nominato anche Parroco di Novaglie (1° aprile
2014)
VECCHINI don Massimo, n.d., è accolto temporaneamente in Diocesi e
nominato Collaboratore della Parrocchia di Rivoltella (9 maggio 2014)
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ALTRI DECRETI
TRASLAZIONE DEL SERVO DI DIO ALESSANDRO NOTTEGAR
Con decreto prot. n. 3/2014 del 10 gennaio 2014 il Vescovo ha autorizzato la traslazione dei resti mortali del Servo di Dio Alessandro NOTTEGAR presso la Cappella della Sede della Associazione Comunità Regina Pacis in Verona.
NUOVA DENOMINAZIONE ENTE FAMIGLIA CORSI (ora CENTRO
CARRARO-LUGO-CORSI) E NUOVO CONSIGLIO DI AMMINSITRAZIONE
Con decreto del 24 gennaio 2014 il Ministero dell’Interno della Repubblica italiana, accogliendo l’istanza del Presidente dello stesso Ente,
ha disposto l’assunzione da parte della Fondazione di religione denominata “Ente Famiglia Corsi”, con sede in Verona, della nuova denominazione “Centro Carraro-Lugo-Corsi”, mantenendo immutata la natura di
Fondazione di religione.
Con decreto prot. n. 20/2014 del 20 febbraio 2014 il Vescovo ha nominato il nuovo Consiglio di Amministrazione della Fondazione di religione “Centro Carraro-Lugo-Corsi”, composto dal Presidente, mons. Roberto Tebaldi, da don Gino Zampieri e don Floriano Panato.
COLLEGIO DEI CONSULTORI
Con decreto prot. n. 41/2014 del 1° aprile 2014 il Vescovo, a norma
del can. 502 del Codice di Diritto canonico, ha nominato il nuovo Collegio
dei Consultori, composto da: BATTISTOLI don Pierpaolo, FERRANTE
mons. Bruno, FERRARI mons. Matteo, GIACOMI don Nicola, MASIN
don Luca, MENEGOLO don Severino, ZONIN don Silvio. A norma del
can. 502 CIC il Collegio rimarrà in carica per un quinquennio.
117
NELLA PACE DEL SIGNORE
SANTI DON ANGELO
Don Angelo Santi nacque il 16 aprile 1927 a Bassano del Grappa
(VI). Fu ordinato l’8 luglio 1951, come appartenente alla Parrocchia di San
Michele Extra. Fu Vicario parrocchiale a Parona dal 1951 al 1956, a Pazzon
dal 1956 al 1957, a Vangadizza dal 1957 al 1958, a Isola Rizza dal 1958
al 1960. Fu poi nominato Vicario Adiutore a Belluno, dal 1960 al 1961.
Divenne, nel 1961, Parroco di Rivalta, fino al 1974, poi di Azzano, fino al
1993. Nominato Collaboratore ad Azzano, nel 1993, vi rimase fino al 1994,
quando divenne Rettore del Santuario Cristo della Strada, fino al 2008. Si
dovette quindi trasferire, per motivi di salute, in Casa Sacerdoti a Negrar.
È defunto il 6 gennaio 2014 presso l’Ospedale di Negrar; i funerali, celebrati da S.E. mons. Zenti, si sono svolti il 9 gennaio presso il Santuario Cristo della Strada; la sepoltura è avvenuta nel cimitero di San Michele Extra.
BENNATI MONS. ANDREA
Mons. Andrea Bennati nacque il 4 marzo 1923 a Grezzana. Della
Parrocchia di Cazzano, fu ordinato il 7 luglio 1946. Fu Vicario parrocchiale
a San Michele Extra dal 1946 al 1947, a Trevenzuolo dal 1947 al 1948, a Velo
dal 1948 al 1952. Fu nominato prima Rettore della Parrocchia di Santissima Trinità di Badia, nel 1952, e poi Parroco, dal 1953 al 1963. Fu poi nominato Parroco di Gazzo, dal 1963 al 1970 e di Roverchiara, dal 1970 al 1995.
Dal 1980 fu incaricato dalla Caritas di seguire i rapporti con i Vietnamiti
in Italia, incarico che portò avanti con impegno fino al 2005. Fu nominato,
nel 1996, Prelato d’Onore di Sua Santità. Divenne Collaboratore a Roverchiara dal 1995 al 2008, anno in cui si ritirò in Casa Sacerdoti a Negrar per
motivi di salute, e dove si spense il 20 gennaio 2014. I funerali, celebrati da
S.E. mons. Zenti, si sono svolti a Roverchiara il 22 gennaio. La sepoltura è
avvenuta nella tomba dei sacerdoti del cimitero di Roverchiara.
GATTI MONS. MARIO
Mons. Mario, conosciuto come don Gatti, nacque il 23 aprile 1917 a
Legnago, e come appartenente alla medesima parrocchia fu ordinato il 9
giugno 1940. Fu Vicario parrocchiale a Belfiore dal 1940 al 1942, e poi a
Tomba Extra, dal 1942 al 1953, quando vi fu nominato Parroco, fino al
1983. Fu Consulente ecclesiastico Donatori di Sangue e Incaricato della
diffusione di Verona Fedele dal 1983 al 2004. Fu residente in Casa Sacerdoti
118
a Negrar dal 2004. Fu nominato Cappellano di Sua Santità nel 2008. È
defunto il 9 febbraio 2014 presso Casa Sacerdoti di Negrar. I funerali,
presieduti, da S.E. mons. G. Zenti, sono stati celebrati il 12 febbraio a
Tomba Extra; la sepoltura è avvenuta nella tomba dei sacerdoti del
Cimitero di Borgo Roma.
FACCI DON GIUSEPPE
Don Giuseppe Facci nacque il 15 dicembre 1944 a Buttapietra. Fu ordinato il 29 giugno 1969 come appartenente alla Parrocchia di Cadidavid.
Fu quindi nominato Vicario parrocchiale San Pietro in Cariano, fino al
1973, a Buttapietra fino al 1977. Conseguì la Licenza in Liturgia nel 1975.
Nel 1977 divenne Parroco di San Pietro in Valle, fino al 1979, poi di Tarmassia, fino al 1993, e di Colognola ai Colli, fino al 2012. Una improvvisa
malattia lo costrinse al ritiro, nel 2012, presso Casa Sacerdoti di Negrar,
dove morì il 18 febbraio 2014. I funerali sono stati celebrati da S.E. mons.
Zenti, il 21 febbraio 2014 a Marchesino; la sepoltura è avvenuta nel cimitero di Cadidavid.
MERENDELLI DON WALTER
Don Walter Merendelli nacque l’8 dicembre 1927 a Sansepolcro
(AR). Fu ordinato, come appartenente alla Parrocchia di Borgo Bonavicina, il 6 luglio 1952. Fu Vicario parrocchiale di Nogara, dal 1952 al 1953,
di Concamarise, fino al 1954, di Villa Bartolomea, fino al 1961. Fu poi nominato Parroco di Cherubine, fino al 1973 e di Raldon, dal 1973 al 1996.
Rimase a Raldon come Collaboratore fino alla morte, avvenuta il 24 febbraio 2014, nell’Ospedale Borgo Roma. I funerali, presieduti da S.E. mons.
Zenti, sono stati celebrati a Raldon l’1 marzo, dove pure è avvenuta la
sepoltura, nella tomba dei sacerdoti del locale cimitero.
DAL DOSSO DON ZEFFIRINO
Don Zeffirino Dal Dosso nacque il 16 maggio 1924 a Isola Rizza.
Della Parrocchia di Bovolone, fu ordinato il 29 giugno 1947. Fu Vicario
Parrocchiale a San Zenone di Minerbe fino al 1950, di Poiano, nel 1950,
di Ronco all’Adige, dal 1950 al 1953, di San Giuseppe Fuori le Mura, fino
al 1961. Fu Parroco di Sorgà dal 1962 al 1968, di Vangadizza, dal 1968 al
1997. Dal 1997 al 2011 fu Collaboratore a Palazzolo. Nel 2011 si trasferì
presso Casa Sacerdoti di Negrar. È defunto il 25 febbraio 2014 presso l’Ospedale di Negrar. I funerali sono stati celebrati da S.E. Mons. Zenti il 1°
marzo 2014 a Palazzolo; la sepoltura è avvenuta nella tomba dei sacerdoti
del cimitero di Pescantina.
119
GHINI DON UGO (don Mazza)
Don Ugo nacque a Verona - Cadidavid il 29 gennaio 1929. Laureato
in lettere classiche nel 1954, si incorporò nella Pia società di Don Nicola
Mazza e ricevette l’ordinazione il 29 giugno 1958. Fu educatore e responsabile del Collegio liceale, insegnante di lettere, Assistente scout. Alla fine
degli anni ’60 lavorò con gli emigrati italiani presso la Missione cattolica
di Göppingen (Germania Federale). Rientrato a Verona, negli anni 197075, si interessò del problema della tossicodipendenza. Quindi insegnò
lettere nel liceo classico e fu educatore presso il Collegio universitario di
Verona (Direttore) e di Padova (Assistente di direzione). Dal 1992 al 1998
fu Superiore generale della Pia Società di Don Nicola Mazza, poi Direttore
del Collegio universitario di Roma, fino al 2001, quindi assistente spirituale nello stesso Collegio, dal 2002 al 2011. È defunto il 26 febbraio 2014
presso l’Ospedale di Negrar. I funerali sono stati presieduti dal Superiore
della Pia Società, don Corrado Ginami il 1° marzo presso la Parrocchia
di Santo Stefano. La sepoltura è avvenuta nella tomba della Pia Società,
presso il cimitero monumentale di Verona.
FRATUCELLO DON SERGIO
Don Sergio nacque il 31 maggio 1928 a Minerbe. Della Parrocchia
di San Zenone di Minerbe, fu ordinato l’8 luglio 1951. Fu Vicario parrocchiale a Villa Bartolomea, dal 1951 al 1956, a Quaderni, dal 1956 al
1958, aGrezzana, dal 1958 al 1964. Fu poi Parroco di Correzzo, dal 1964 al
1973, di Pacengo, dal 1973 al 2003. A Pacengo rimase, come Amministratore parrocchiale, dal 2003 al 2006. Fu poi Collaboratore a Castelnuovo
del Garda, dal 2006 al 2011. Continuò a risiedere a Pacengo fino al 2012,
quando si trasferì in Casa Sacerdoti di Negrar. È defunto il 14 aprile 2014
presso l’Ospedale di Negrar. I funerali, celebrati da S.E. mons. G. Zenti,
si sono svolti il 16 aprile a San Zenone di Minerbe, dove è avvenuta la
sepoltura, nella tomba di famiglia del locale cimitero.
ZANCANELLA DON LUIGI
Don Luigi Zancanella nacque il 24 maggio 1924 a Bonavigo. Della
parrocchia di San Vito di Legnago, fu ordinato il 27 maggio 1948. Fu Vicario parrocchiale a San Pietro in Valle dal 1948 al 1952, di Terrazzo dal 1952
al 1956. Fu poi nominato Parroco, dapprima a Roncanova, dal 1956 al
1972, poi a Chievo, dal 1972 al 1996. A Chievo, dopo le dimissioni, fu Collaboratore fino al 1997; si trasferì poi a Roncanova, dove vi rimase come
residente. È morto nella sua abitazione il 18 aprile 2014. I funerali celebrati
da mons. Franco Fiorio si sono svolti il 21 aprile a Roncanova, dove è stato
sepolto nella tomba di famiglia del locale cimitero.
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NOLI DON GIOVANNI
Don Giovanni Noli nacque il 13 maggio 1925 a Cazzano di Tramigna e, come appartenente alla medesima Parrocchia, fu ordinato il 6 luglio
1952. Fu Vicario parrocchiale a Fumane dal 1952 al 1954, a San Briccio, dal
1954 al 1962. La maggior parte del suo ministero fu però vissuta a Pigozzo, dove fu parroco dal 1962 al 2000, ma continuò poi a rimanervi come
collaboratore, fino al 2013. Ritiratosi in Casa Sacerdoti a Negrar, vi morì il
21 aprile 2014. I funerali, presieduti da mons. Franco Fiorio, si sono svolti
il 24 aprile a Pigozzo. La salma riposa nella tomba di famiglia del cimitero
di Cazzano di Tramigna.
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Gennaio-Febbraio-Marzo-Aprile 2014 - Anno CI