Pride Rivista mensile - Autorizzazione del tribunale di Milano n.351 del 7-5-1999 - Direttore responsabile: Giovanni Dall'Orto. Distribuzione gratuita in tutti i locali (in edicola o libreria euro 2,5). Trasporto esonerato da DDT ai sensi del DPR n.472 del 14-8-1996
IL MENSILE
GAY ITALIANO
Copia gratuita
( € 2,5 in edicola e libreria)
n. 93 Marzo 2007
ATTUALITÀ
Il Dico nell’occhio
INTERVISTA
Fiorella Mannoia
SOCIETÀ
Disabili gay
2
pride
marzo 07
3
marzo 07
pride
Marzo 2007
6
Gianni Rossi Barilli
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Paolo Belmonte
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16
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24
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Daniela Danna
Giulio Maria Corbelli
Gian Pietro Leonardi
Stefano Bolognini
Francesco Belais
Antonio Malvezzi
30
36
42
45
46
Stefano Bolognini
Alessandro Martini
Roberto Cangioli
48
51
54
56
58
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62
64
66
Pigi Mazzoli
GiovanBattista Brambilla
Carmine Urciuoli
Francesco Gnerre
Vincenzo Patanè
Massimo Basili
Roberto Cangioli
Fabio e Gabriele
69
73
78
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Le famiglie sui Dico
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ottobre 06
IL MENSILE
GAY ITALIANO
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n. 93 Marzo 2007
ATTUALITÀ
Il Dico nell’occhio
INTERVISTA
Fiorella Mannoia
SOCIETÀ
Disabili gay
Diritti. Ora
Copertina di Fabio Sanvito
Il Dico nell’occhio
Pacs alla padovana
Antiratzisti in piazza
Queer Africa
Omofobia europea
Tra padre e nipote
La denuncia impossibile
Fiorella for president
Un gay sull’isola
Cronaca Italia
Cronaca estero
Disabili e gay
Sensualità a corte
Non diventare gay
Portfolio . Bamboleparty
Preservativo doppio?
I malnati
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marzo 07
pride
6 attualità+cultura
Il 10 marzo si scende in piazza a Roma per una legge giusta sulle unioni
civili. Ben sapendo che il progetto partorito dal governo sui cosiddetti
Dico è del tutto inadeguato. Cose che succedono, quando le pretese del
papa contano più della dignità delle persone.
Diritti. Ora
Gianni Rossi Barilli
Una soddisfazione almeno ce l’abbiamo. Su queste pagine abbiamo passato lunghi e frustranti
anni a sentirci soli nel continuare testardamente
(e spesso noiosamente) a occuparci di una legge
sulle coppie di fatto che non veniva mai messa
all’ordine del giorno. Adesso che quella legge ha
conquistato le prime pagine, insidiato la stabilità
del governo e minacciato i rapporti diplomatici
tra l’Italia e il Vaticano, può sembrarci di avere
raggiunto un parziale risultato.
Quello che però conta davvero, cioè il riconoscimento della pari dignità delle persone omosessuali
in questo paese, è ancora parecchio di là a venire.
Per questa ragione è importante che la comunità
glbt faccia sentire forti e chiare le proprie ragioni,
smettendola di essere il soggetto mancante in un
dibattito che la riguarda direttamente.
La prima occasione si presenta il 10 marzo con la
manifestazione nazionale convocata a Roma sulle
unioni civili. Dalla riuscita di questo evento dipende per esempio il fatto che le nostre richieste
vengano (o non vengano) prese adeguatamente
sul serio da un sistema politico finora molto più
preoccupato dalle minacce di guerra santa del Vaticano e dei suoi alfieri parlamentari.
La cronaca delle ultime settimane è da questo
punto di vista assolutamente imbarazzante, per
chi avesse pensato per qualche istante di vivere in
una matura democrazia europea. Abbiamo assistito alla lotta all’ultimo sangue e all’ultima virgola
sul testo di una legge che riguarda le nostre vite
ma doveva essere dettata dal cardinale Ruini.
Abbiamo visto un ministro della repubblica (Rosi
Bindi) sottoporre preventivamente gli articoli di
un disegno di legge del governo alla conferenza
episcopale. E un altro (Clemente Mastella) rifiutare di sottoscrivere “per ragioni etiche” lo stesso
disegno di legge pur rimanendo al proprio posto.
Abbiamo ascoltato a reti unificate gli strilli quotidiani delle gerarchie cattoliche che hanno denunciato presenze sataniche nella vita pubblica e
minacciato scomuniche ai politici disobbedienti,
sempre continuando a sostenere che la chiesa si
occupa solo delle anime e non fa politica. Il papa
tedesco ha addirittura avuto la faccia tosta di additare alla pubblica riprovazione l’azione di “lobby” che “cospirano nell’ombra” per distruggere
la famiglia. Cose che si facevano anche negli anni
trenta del secolo scorso per giustificare la persecuzione degli omosessuali.
pride
marzo 07
I commenti arrivati a “Pride”
E così, dopo che per tutta la vita, quando facevamo qualcosa di buono, dovevamo darci una pacca sulla spalla da soli, ora
non ci resterà che l’arduo compito, in uno
squallido atrio del municipio, di tentare di
darci un bacio da soli, poiché allo “sposo”
la notizia arriverà solo tramite raccomandata...
Pierangelo Fumagalli - [email protected]
Dico solo che non servono a nulla.
La Colombia ha equiparato/sta equiparando le coppie etero a quelle omo.
Io dico: vaffanculo, tanto casino per nulla.
Scusate lo sfogo Roberto Cangioli
Al limite ci troveremmo ora con Berlusconi e un’Italia in un tale stato che espatriare
sarebbe diventata un’ipotesi molto vantaggiosa. Tutti a Barcellona?
Nemo profeta in patria.
Pigi Mazzoli - [email protected]
PS - Poi esisteva già in italiano il verbo pacsare, ora come dovremmo dire? Dicare? Ci
siamo dicati ognuno all’altro?
PPS - Ma non basterebbe vietare il matrimonio gay solo a cattolici e musulmani? E
magari suggerire alla papessa di limitarsi
alla solita scomunica dei non osservanti?
PPPS - Perché Casini, che è sposato in
chiesa con una donna e convive “civilmente” con un’altra, dice che i suoi sono fatti
privati?
Caro direttore, avevi ragione tu, quando
prevedesti che la legge sulle unioni civili sarebbe stata al di sotto dell’accettabilità.
Sarebbe stato meglio essere intransigenti.
Ogni giorno vedo insultare i miei sentimenti verso il mio compagno e questo clima da
guerra civile mi fa pensare di chiedere asilo
in un altro paese europeo che non sia una
cultura+attualità
Cartolina per la manifestazione Diritti ora!
succursale del Vaticano.
Sono omosessuale e non mi sono mai nascosto, perché credo che più si è visibili
e meglio è per la società, ma ultimamente
mi sento come un ebreo sotto il regime
nazista, o se preferisce un nero nel regime
dell’apartheid sudafricano.
Il mio compagno è ultimamente diventato
presidente della locale associazione per
i diritti gay, e gli eventi a cui assisto giornalmente mi fanno temere per la nostra
incolumità, siamo stati insultati per la strada e ogni giorno vedo crescere intorno a
noi questo clima di violenza che è di fatto
avallata da coloro (religiosi e politici) che
affermano che una fetta della popolazione
italiana non ha diritti.
Mi tornano alla mente le lezioni della mia
insegnante di storia che mi aveva scioccato
con alcune lezioni di attualità sul razzismo:
allora pensavo di essere fortunato a vivere in un paese libero, ma oggi mi sto chiedendo davvero se vivo in un paese libero,
quando in un paese qualcuno si permette
di dire a qualcun altro: “Tu hai meno diritti
di me”, allora quel paese può definirsi in
molti modi ma non una democrazia libera,
questo mi diceva la mia insegnante molti
anni fa.
Mi preoccupa molto e mi spaventa vedere
il sopravvento del fanatismo religioso cattolico non meno che quello islamico, ma mi
preoccupa ancora di più vedere i politici
cavalcare quest’ondata di odio per favorire i propri interessi personali: tanto loro
le spalle le hanno sempre coperte. Penso
però a tutti quegli omosessuali vittime
giornalmente di questa violenza verbale e
fisica, che ogni giorno si vedono insultare
senza avere veramente la possibilità di difendersi.
Spero che le persone che aiutano a pensare aumentino in questo paese che ha un
gran bisogno di crescere....
Gian Luca Bartellone - bartellone@
infinito.it
Non sarebbe il caso di scendere in piazza
immediatamente, con qualche azione dimostrativa che faccia clamore? Qua ci vuole un’altra breccia che abbatta le gerarchie
vaticane e quelle dei politicanti nostrani
che hanno bisogno di una bella ostia avvelenata.
Dobbiamo dire basta una volta per tutte,
non possiamo più essere merce di scambio tra destra e sinistra e dobbiamo fare in
modo che siano smossi dai loro nascondigli
tutti i gay e le lesbiche che fanno “i pesci
in barile” e che ancora ci vengono a dire
che i pride e le manifestazioni di piazza non
servono a nulla...
Noi in piazza Montecitorio il 25 gennaio
c’eravamo, eppure eravamo troppo pochi
per dare un segnale forte: forse dobbiamo
pensare che la massa della comunità glbt
tutto sommato non è poi così scontenta?
Cosa dobbiamo aspettare ancora per
prendere in mano i nostri destini, la nostra
dignità e i nostri sacrosanti diritti?
Paolino - [email protected]
7
Sulla sponda teoricamente opposta della politica
laica abbiamo invece riscontrato come al solito
atteggiamenti a dir poco dimessi. Untuose dichiarazioni di rispetto nei confronti della chiesa e
sdegnate prese di posizione contro i pierini della
Rosa nel pugno, che hanno proposto la revisione
del concordato con il Vaticano in considerazione
delle irriducibili ingerenze della chiesa negli affari
italiani.
Neanche a parlarne. La centralità della collaborazione tra lo stato e la chiesa è stata ribadita
in pompa magna con un’apposita cerimonia, alla
quale hanno preso parte tutte le più alte cariche
della repubblica, per sottolineare che le relazioni
con il Vaticano restano solide quali che siano le
invasioni di campo del papa e dei suoi vescovi. Il
tutto mentre qualcosa di più della metà del parlamento (dai cattolici del centrosinistra all’intera
Casa delle libertà) prometteva che nessuna legge
contraria alle direttive della chiesa potrà mai essere approvata in questa legislatura.
In questo contesto, il disegno di legge sui “Dico”
(diritti dei conviventi) licenziato dal governo lo
scorso 8 febbraio rischia di apparire come un miracolo di laica obiettività, quando si tratta invece
di un compromesso al ribasso che calpesta con
gli scarponi chiodati la dignità di gay e lesbiche e
il loro diritto a essere pienamente cittadini come
gli altri.
Alcuni dei “nostri” parlamentari glbt l’hanno
definito un passo avanti. E in un certo senso è
anche vero, volendo guardare il bicchiere mezzo
pieno. Tra il nulla assoluto e il quasi niente c’è
effettivamente una notevole differenza. Non può
sfuggire tuttavia il fatto che le norme contenute nel disegno di legge (vedi articolo a pagina 8)
mettono nero su bianco una discriminazione e
una disparità di trattamento tra i cittadini, finora
data per scontata ma rimasta perlopiù implicita.
Se un domani, com’è tutt’altro che certo, questo
provvedimento dovesse ricevere l’approvazione
definitiva del parlamento senza modifiche sostanziali, verrebbe sancito il principio che qualunque
eterosessuale coniugato vale “per natura” più di
qualunque omosessuale convivente.
Sarebbe andata così, sià pure meno gravemente,
anche se al posto dei Dico il governo avesse fatto propria la proposta di legge sui Pacs. Ma se
la trattativa politica istituzionale presuppone ricerche di mediazione che possono comportare
prezzi pesanti, non spetta certo ai soggetti titolari di diritti accontentarsi delle briciole per non
disturbare il manovratore.
Gay e lesbiche che non hanno personali complessi d’inferiorità nei confronti dei loro concittadini
eterosessuali, devono essersi accorti che questi
Dico sono una mediazione umiliante. E devono
viceversa continuare a chiedere pari dignità e pari
diritti.
Se vogliono farci digerire i Dico con la scusa che
la chiesa non vorrebbe nemmeno quelli, dobbiamo rispondere che non ci stiamo. Anche perché
Ratzinger e Ruini, molto probabilmente, stapperanno lo champagne se mai i Dico dovessero passare così come sono usciti dalle stanze di palazzo
Chigi.
Ciascuno insomma faccia la propria parte. Prendendo esempio magari dalla comunità glbt spagnola, che rifiutò ostinatamente di accettare una legge discriminatoria sulle coppie omosessuali finché
non arrivò Zapatero a mettere le cose a posto.
marzo 07
pride
8 attualità+cultura
Il disegno di legge sulle coppie di fatto “anche omosessuali” approvato
dal governo è un duro colpo alla nozione di pari dignità e diritti per tutti i
cittadini. Il compromesso con i cattolici, alla fine, ha penalizzato i gay e le
lesbiche. Niente di nuovo sotto il sole.
Il DICO nell’occhio
La questione che ha sollevato più risse all’interno della maggioranza di governo è l’articolo
1. La stesura originaria prevedeva che le coppie
coviventi, etero e omosessuali, si presentassero
agli uffici dell’anagrafe per far registrare la loro
unione attraverso una dichiarazione congiunta. E qui apriti cielo: i ministri più fedeli
alle direttive vaticane, con Francesco Rutelli in
prima fila, hanno fatto il diavolo a quattro per
ottenere una modifica di questa espressione,
minacciando altrimenti di far saltare l’accordo
sull’intera legge. La dichiarazione congiunta,
hanno sostenuto, equivarrebbe alla formalizzazione di una specie di matrimonio, il che è
inaccettabile. Quindi è stato necessario aprire
il vocabolario in cerca di sinonimi più digeribili.
La dichiarazione perciò, da congiunta che era,
è diventata nel testo definitivo “solo” contestuale. Il significato è assolutamente lo stesso, ma non c’è di mezzo il congiungere, che nei
cattolici evoca evidentemente pensieri troppo
peccaminosi.
Questa distinzione di lana caprina non bastava però a separare a sufficienza il certificato di
convivenza dal contratto di nozze. Quindi i saggi legislatori hanno pensato bene di aggiungere
una clausola vessatoria: “Qualora la dichiarazione
all’ufficio di anagrafe”, recita l’articolo uno, “non
sia resa contestualmente da entrambi i conviventi, il
convivente che l’ha resa ha l’onere di darne comunicazione mediante lettera raccomandata con avviso
di ricevimento all’altro convivente”.
La norma, dal punto di vista logico, è un puro insulto all’intelligenza. Perché mai due conviventi
che vogliono registrare la loro unione affettiva
non dovrebbero andare insieme in comune? E
cosa succederebbe poi se la raccomandata con
avviso di ricevimento venisse materialmente ricevuta dal convivente che ha reso la dichiarazione anziché dall’altro che (chissà perché) ne era
rimasto all’oscuro?
Questo genere di stupidità si giustifica soltanto con il puerile accanimento contro qualunque
possibilità di accostare l’unione civile al matrimonio, cercando di farla passare contro ogni
buonsenso come un atto individuale. Ovviamente si tratta di una regola del tutto inutile, perché
avendone la facoltà, che la legge non nega, tutte
le coppie conviventi sceglieranno di registrarsi
all’anagrafe contestualmente. Cioè insieme.
Le stranezze del primo articolo del disegno
di legge non sono però finite qui. Per negare
il fatto che le unioni civili servono soprattutto
alle coppie unite da vincoli affettivi e sessuali
(come appunto avviene nel caso del matrimonio), si è pensato bene di lasciare entrare nel
pride
marzo 07
magico mondo dei Dico praticamente chiunque,
salvo genitori, figli, suoceri, generi, maggiordomi e badanti. L’unione sarà possibile, ad esempio,
anche tra fratelli e/o sorelle. Il che diventerà in
certi casi una forma di legittimazione dell’incesto di cui probabilmente il governo, distolto da
ben altri problemi, non si deve essere accorto.
L’articolo 2 spiega che non si può registrare
l’atto di convivenza quando si è ammazzato
o tentato di ammazzare il coniuge o un altro
convivente della persona con cui si convive. Se
invece si è fatta lo stesso nei confronti di un fidanzato o fidanzata che non abitava nella stessa
casa, non ci sono impedimenti espressi.
L’articolo 3 stabilisce poi il carcere da uno a
tre anni e la multa da 3.000 a 10.000 euro per la
falsa dichiarazione di convivenza. Come dire che
su queste cose non si scherza, anche se, considerando il meccanismo della raccomandata con
ricevuta di ritorno di cui all’articolo 1 la cosa
non è poi del tutto vera.
Più grave il contenuto dell’articolo 4, che demanda al buon cuore delle “strutture ospedaliere
e di assistenza pubbliche e private” la disciplina
delle “modalità di esercizio del diritto di accesso
del convivente per fini di visita e di assistenza nel
caso di malattia o ricovero dell’altro convivente”.
Qui occorreva stabilire con chiarezza l’obbligo
degli ospedali di accettare la titolarità di compagni e compagne di vita di una persona ricoverata
a prestare assistenza, e magari anche a prendere
decisioni in caso di incapacità di intendere e di
volere. Ma sarebbe stato troppo, perché occorreva ribadire implicitamente che il compagno e
la compagna non sono né il marito né la moglie.
Al non trascurabile inconveniente rimedia almeno in parte l’articolo 5, prevedendo che
ciascun convivente può delegare l’altro per
iscritto a rappresentarlo qualora lui stesso
ne fosse incapace. In concreto, comunque, non
è certo il massimo andare in ospedale sventolando carte bollate, dovendosi magari fare largo (come spesso accade) tra una folla di ostili
parenti di sangue che non hanno mai approvato
la relazione del loro congiunto omosessuale. Si
noti poi che il disegno di legge non fa cenno in
nessun modo al diritto di assistenza in carcere,
e non è una mancanza da poco.
L’articolo 6 stabilisce invece che l’eventuale
partner extracomunitario o apolide di
un cittadino italiano “può chiedere il rilascio di un
permesso di soggiorno per convivenza”. Che glielo
concedano è un altro paio di maniche.
Tutto bene all’articolo 7, in cui si dice che della convivenza bisogna tenere conto ai fini dell’assegnazione di alloggi popolari.
Meno bene all’articolo 8, secondo il quale si
può subentrare nel contratto di affitto, in
caso di morte del partner, solo dopo tre anni di
convivenza certificata.
Anche per ottenere agevolazioni e tutele in
materia di lavoro (articolo 9) bisogna vivere insieme da almeno tre anni, quando chi si
sposa ne può usufruire dal primo giorno successivo alle nozze.
Tutto questo però è niente rispetto alla farsa
rappresentata dall’articolo 10, che parla di
pensione di reversibilità. Il testo spiega
che prima bisognerà riordinare l’intero sistema previdenziale e solo dopo si stabiliranno dei
criteri di attuazione, tra cui figurano comunque
una durata minima della convivenza e le condizioni patrimoniali della persona che dovrebbe
ricevere l’eventuale reversibilità.
Un altro sonoro schiaffone si trova all’articolo 11, che disciplina il diritto all’eredità (si
suppone in assenza di testamento, ma non è specificato). Per ereditare dal convivente bisognerà
dimostrare di aver vissuto insieme per almeno
nove anni, cioè per un periodo che un altissimo numero di matrimoni “regolari” neppure si
sogna di raggiungere. In pratica chi convive deve
essere di base più stabile e più affidabile di chi
si sposa. Non è una discriminazione questa (e
per giunta paradossale, visto che la propaganda
cattolica dà per scontato il contrario)?
Infine gli alimenti in caso di separazione, disciplinati dall’articolo 12. Sono previsti solo
“nell’ipotesi in cui uno dei conviventi versi in stato di
bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio
mantenimento”. E solo “per un periodo proporzionale alla durata della convivenza” che anche qui
dev’essere stata almeno triennale.
Bontà loro, i legislatori hanno previsto all’articolo 13 che i conviventi possano dimostrare di
essere stati tali anche da prima dell’entrata in vigore della legge per usufruire dei benefici previsti. Devono farlo però entro nove mesi e sapendo
che la cosa non riguarda il diritto alla pensione
di reversibilità. Perché i soldi dell’Inps sono una
cosa seria, mentre i contributi dei concubini etero e gay sono evidentemente una sciocchezza.
9
marzo 07
pride
10
pride
marzo 07
cultura+attualità
11
Con la registrazione all’anagrafe di un certificato di convivenza, due coppie,
una gay ed una eterosessuale, hanno inaugurato quello che è già stato
soprannominato “Pacs alla padovana”. Suscitando le solite isterie politiche.
Pacspadovana
alla
Paolo Belmonte
Tommaso Grandis e Giorgio Perissinotto
sono la prima coppia gay che ha ottenuto il
certificato di convivenza “per legame affettivo”
regolarmente autorizzato dal comune di Padova. E
giustamente hanno festeggiato in pompa magna.
Per la rabbia di tutti gli azzeccagarbugli che si
affannano in acrobatici distinguo tra coppie
sposate e “di fatto”, loro si sono presentati
all’appuntamento vestiti con eleganza. E all’uscita
dagli uffici comunali, dove hanno ricevuto il
sospirato certificato di convivenza, sono stati
accolti da molti applausi e lancio di petali di rosa.
Qualche amico poi, al momento del brindisi
augurale che si è svolto nella Sala bianca del
mitico caffè Pedrocchi, ha perfino gridato “Viva
gli sposi”. Ecco annientati in un sol colpo gli
equilibrismi concettuali che dietro fiumi di parole
ambigue mascherano la solita vecchia omofobia.
Tommaso ha 27 anni e lavora al “The Block
disco club” di Limena, vicino a Padova. Giorgio
ne ha 34 e fa il magazziniere. Vivono insieme, si
amano e sono stati felici di fare da apripista ai
cosiddetti “Pacs alla padovana” insieme alla coppia
(eterosessuale) formata da Stefano Bonomo,
avvocato civilista trentasettenne, e Alicia
Tosoni, medico oncologo trentaduenne.
La mattina del 3 febbraio sono andati agli uffici
dell’anagrafe e in meno di tre quarti d’ora sono
diventati conviventi ufficialmente riconosciuti,
dopo aver compilato gli appositi moduli prestampati e accluso l’immancabile marca da bollo.
Poi sono iniziati i festeggiamenti, tra i flash dei
fotografi, le riprese Tv, le interviste, le felicitazioni
di parenti e amici e i mugugni dei tradizionalisti.
Hanno fatto ulteriore chiarezza la soddisfazione
dei protagonisti e i commenti lividi o pavidi,
secondo i casi, di esponenti politici preoccupati
delle direttive della chiesa cattolica.
Il sindaco diessino di Padova, Flavio Zanonato,
appartiene alla categoria dei timorosi. Non è
intervenuto alla cerimonia di “certificazione” e ha
dichiarato invece: “Non sono dell’idea di enfatizzare
questo episodio. Credo che sia il modo meno efficace
per rivendicare diritti. Così si finisce per attribuirgli un
significato diverso”.
Il vicesindaco della Margherita, Claudio
Sinigaglia, è apparso ancora più infastidito e
ha sottolineato che il certificato di convivenza
non ha “nessun valore e nessuna conseguenza”,
aggiungendo che “davanti all’anagrafe c’è stata
semplicemente una manifestazione politica”.
Tutto questo è però ancora nulla, di fronte allo
sdegno accesissimo della consigliera della Lega
Mariella Mazzetto, secondo la quale l’unione
di fronte all’anagrafe “è uno scandalo. Vogliono
liberalizzare la famiglia, nemmeno fosse un qualunque
farmaco da banco o una tanica di benzina”.
A noi, che rinnoviamo gli auguri a Tommaso e
Giorgio (e a Stefano e Alicia), non resta che sperare che prima poi a qualcuno venga in mente di
liberalizzare anche l’intelligenza.
Tommaso e Giorgio esibiscono il certificato appena ottenuto
Da molti punti di vista, a cominciare da quello
dei diritti concreti, non si è trattato di un vero
matrimonio, o Pacs (o Dico) che dir si voglia. Si
è trattato, dicono i detrattori, solo del rilascio
di un semplice certificato che attesta che due
cittadini sono uniti da un vincolo affettivo, come
consentito dalla legge anagrafica vigente, e come
stabilito da una mozione proposta dal consigliere
Alessandro Zan e approvata a larga maggioranza
il 4 dicembre scorso dal consiglio comunale
di Padova. Il clamore che l’evento ha suscitato
è bastato comunque a chiarirne l’importanza
simbolica.
La festa al “Block” dopo la registrazione e
l’immancabile taglio della torta
marzo 07
pride
12 attualità+cultura
Immagini dalla seconda manifestazione
nazionale No Vat, organizzata dal
coordinamento Facciamo breccia,
che si è svolta a Roma il 10 febbraio.
Antiratzisti in piazza
Gianni Rossi Barilli
Malgrado l’inclemenza di un tempo
eccezionalmente piovoso, hanno
risposto in migliaia all’appello di
Facciamo Breccia a scendere in piazza
contro le ingerenze del Vaticano nella
vita politica italiana.
Associazioni glbt, collettivi femministi,
centri sociali e gruppi studenteschi
(senza dimenticare atei e agnostici
impenitenti) hanno sfilato per le
vie della città da Porta San Paolo a
Campo de’ Fiori, dove il corteo si è
concluso con un doveroso omaggio
al monumento di Giordano Bruno,
bruciato vivo quattro secoli fa per
ordine appunto del Vaticano.
In mezzo a tanta gente era però
piuttosto ridotta la rappresentanza
delle personalità politiche. Solo pochi
esponenti di Rifondazione comunista
e della Rosa nel pugno hanno infatti
avuto l’ardire di sfidare il conformismo
imperante, che spinge gli eletti dal
popolo a mostrare un atteggiamento
umile e dimesso verso le gerarchie
cattoliche e le loro pretese di
controllo sulla vita dei cittadini.
Alla manifestazione No Vat, invece,
tutto c’era tranne la preoccupazione
di non urtare la suscettibilità del clero.
Così si sono fatti notare “sacrileghi”
travestimenti da vescovo e da papa,
insieme a parecchi slogan del tutto
irriverenti. Da “dieci, cento mille
Porta Pia” al delizioso “più prati meno
preti”. Non per fare un po’ di baccano
carnevalesco ma per richiamare
l’attenzione sull’indecoroso livello
di asservimento della nostra vita
pubblica al neotemporalismo vaticano.
E per chiedere una politica finalmente
laica, insieme all’abolizione dei molti
privilegi (prima di tutto economici) di
cui gode la chiesa cattolica.
Servizio fotografico di Mauro Terzi
pride
marzo 07
13
marzo 07
pride
14
pride
marzo 07
cultura+attualità
15
Dal 20 al 25 gennaio si è svolto a Nairobi, Kenya, il settimo forum sociale
mondiale. Daniela Danna ha partecipato, approfittandone per discutere
con i padroni di casa della condizione glbt in un paese africano.
Queer Africa
Daniela Danna
[email protected]
“Non importa quello che fanno: possono lapidarmi a
morte, ma io sono omosessuale”. Parla una donna
sudafricana nera: siamo a Nairobi, nel complesso
sportivo di Moi. Qui si sono riuniti più di 100.000
attivisti del Forum sociale mondiale, nato in
contrapposizione al “Club dei ricchi”, il Forum
economico mondiale che negli stessi giorni di fine
gennaio elabora le strategie di (mal)governo del
pianeta a Davos, tra le nevi delle Alpi svizzere.
diffusi sull’omosessualità. Al banchetto della
“Coalizione gay e lesbica keniana” si
avvicinano infatti moltissimi delegati, con aria di
disapprovazione, di sconcerto, e anche un po’ di
spavento. Però chiedono informazioni, discutono,
e il più delle volte se ne vanno
con un sorriso, ammettendo:
“Avevo una cattiva opinione dei
gay. Ora so”.
Sotto l’implacabile sole africano si discute di
come resistere: resistere all’invasione delle
sementi geneticamente modificate, agli espropri
delle terre dei contadini per la costruzione di
devastanti dighe, ai tagli alle spese sociali per
pagare un debito internazionale ingiusto, agli scippi
delle pensioni e dei beni pubblici, al progetto di
“costituzione” europea privo del principio della
sovranità popolare.
“Sono molto felice” dice Lauren,
23 anni, studente di gestione
ambientale, volontario nei
programmi anti-Hiv con peer
educators (educatori “pari”,
cioè provenienti dallo stesso
ambiente sociale dei destinatari
delle informazioni).
Anche lui siede al banchetto,
e ha partecipato ai momenti
pubblici del Forum: la marcia
partita da Libera (uno dei più
grandi slum del Kenya, casa di
un milione di persone senza
fogne,
acqua,
elettricità),
portando uno dei tre striscioni
delle associazioni omosessuali
africane, e la maratona di 14
km da Korogocho (un altro degli slum di Nairobi,
dove si trova la famosa missione comboniana di
Zanotelli) fino al parco Uhuru, cioè il parco della
Libertà.
“La Coalizione keniana è un ‘ombrello’ per dieci
organizzazioni, la più vecchia nata nel 2000 ed è
presente a Nairobi, Mombasa e Kisumu”, racconta
Judith, che è studente di legge e ha vent’anni.
Nessun politico li sostiene “Perché la società keniana
è molto conservatrice, la maggioranza è religiosa,
cristiana o mussulmana. C’è molta discriminazione,
se dichiari di essere gay persino gli amici possono
picchiarti. Oppure ignorarti. L’accettazione è molto
rara. Di alcuni personaggi famosi (cantanti, attori)
si dice che sono gay, ma nessuno di loro lo ha mai
dichiarato”.
E di come resistere all’eterosessualità dell’obbligo.
Nella tenda del Q spot (il “punto Q” come
“queer”) i dibattiti si susseguono per tutti i
quattro giorni del Forum, e il grande spazio è
sempre pieno.
Sono quasi tutti neri e nere, a dimostrazione (se
ce ne fosse bisogno) che non è affatto vero che
l’omosessualità sia “una malattia importata dai
colonizzatori”, come purtroppo pensa la maggior
parte degli africani. Al contrario: quello che
hanno lasciato gli inglesi e gli altri colonizzatori
sono semmai leggi repressive, che in Kenya
minacciano chi compie atti omosessuali con la
prigione (e naturalmente proibiscono anche la
prostituzione…).
Se per fortuna per applicare la condanna servono
i testimoni, anche in mancanza di prove le persone
dall’aria gaia vengono comunque fermate dalla
polizia, accusate, costrette a patteggiare e quindi
a pagare. Amici delle persone che ho incontrato
nel Q spot hanno perso il lavoro, il sostegno della
famiglia, hanno dovuto interrompere gli studi.
Leila ha perso il negozio che gestiva a Mombasa
in condivisione con la famiglia, che l’ha cacciata
quando il locale è diventato punto di incontro di
gay e lesbiche.
“I keniani hanno paura di parlare di sessualità”,
dichiara Judith, una dei coraggiosi che al Q spot
mettono la propria faccia e la propria storia
per contrastare l’ignoranza e il pregiudizio
Il Forum sociale mondiale è importantissimo per
l’attivismo glbti (“i” per “intersessuale”) in Kenya:
le discussioni più vivaci sui mass media sono state
proprio a commento della grande visibilità queer.
Le opinioni per lo più non sono state favorevoli, ma
sfottenti. Le chiese cristiane e i capi mussulmani
Le foto sono di Giorgio Caniglia
hanno ripetutamente chiesto insieme una netta
condanna dell’omosessualità da parte del governo
(una dichiarazione che comunque non c’è stata).
I momenti pubblici di visibilità durante le
manifestazioni per Judith e gli altri sono stati
bellissimi: “Eravamo felici, e completamente a nostro
agio insieme a tutti gli altri attivisti. Abbiamo ballato,
ci siamo divertiti così tanto. Invece il primo dicembre
eravamo solo in cinque a portare il nostro striscione”.
Le chiedo se tutti condividono le posizioni
critiche nei confronti della globalizzazione che il
resto del Forum sta esprimendo, e mi confessa
di non saperne molto. Ma i temi proposti alla
discussione nel Q spot sono profondamente
ispirati alla ricerca dell’“altro mondo possibile”, e
non solo per i diritti umani ma per quelli sociali ed
economici. “Minoranze sessuali e giustizia sociale”
è stato il titolo del primo incontro proposto:
anche gay e lesbiche lottano per il diritto alla casa
e il diritto al lavoro (o al reddito…): “Altrimenti”,
conclude uno degli oratori, “essere gay rimane
roba da ricchi, come è sempre stata”.
marzo 07
pride
16 attualità+cultura
Un sondaggio della
Commissione europea
punta il dito contro le
discriminazioni:
quelle per orientamento
sessuale sono tra le più
diffuse. E al primo posto
c’è l’Italia.
Omofobia
europea
Giulio Maria Corbelli
[email protected]
Eccola qui l’Europa del terzo millennio.
Quasi quattrocento milioni di persone, due terzi
delle quali convinte che per un gay o una lesbica
sia difficile dichiararsi.
Ventisette nazioni in cui, dove più dove meno,
l’omosessualità è ancora un tabù radicato.
Un continente accomunato dalla convinzione che
poco si faccia per combattere la discriminazione
legata all’orientamento sessuale.
Il sondaggio “Eurobarometer”, condotto su richiesta della Commissione europea, mette a fuoco la percezione della discriminazione nell’Europa
unita, e il ritratto che traccia non è dei più incoraggianti.
Nel 2000 sono state emanate due direttive, la 43
e la 78 (rispettivamente dedicate all’equità razziale e alle pari opportunità sul luogo di lavoro),
per proibire disparità di trattamento basate su sei
forme di discriminazione (sesso, origini etniche,
credo personale, età, disabilità e orientamento
sessuale).
Nonostante queste direttive, però, in molte nazioni la realtà è ancora tutt’altro che rosea. E il
nostro paese si trova, come spesso accade, nei
vagoni di coda: “L’Italia ha in questo campo una
legislazione meno efficace di quella di Ungheria e
Romania, dove almeno esistono organismi specifici di
lotta alla discriminazione”, spiega Riccardo Gottar-
di, co-presidente di Ilga-Europe, l’organismo che
rappresenta le associazioni gay e lesbiche nazionali presso le istituzioni europee.
Se si parla di discriminazione per orientamento
sessuale, l’Italia vanta nel sondaggio di Eurobarometer un primo posto assoluto: il 73% dei nostri
connazionali crede che essa sia largamente diffusa
nella società, seguito dal 72% dei ciprioti, dal 68%
dei greci e dal 67% dei portoghesi.
Un primato poco lusinghiero di cui non è difficile
intuire le motivazioni. “Dare la colpa al Vaticano
sarebbe banale anche se certamente non sbagliato”,
commenta ancora Gottardi, “ma il vero problema
è l’insipienza della nostra classe politica. Non c’è
nessun leader capace di mostrare un minimo scatto
d’orgoglio rispetto alle ingerenze cattoliche. Quando
la Francia approvò i Pacs, ormai quasi dieci anni fa, il
governo francese non perdeva occasione per vantarsene nelle sedi internazionali; la legge sulle unioni di
fatto in Italia, qualunque forma prenderà, non sarà
presentata con orgoglio da nessuno”.
Eppure la maggioranza della popolazione si rende
conto del grave deficit esistente a livello legislativo: tre quarti degli intervistati sarebbe favorevole
a misure specifiche che garantiscano in Italia pari
opportunità a gay e lesbiche sul luogo di lavoro,
ritenute utili invece solo dal 66% degli europei.
Leggi insomma che rimedino alla condizione sfavorevole vissuta nella società: essere omosessuali
è infatti, secondo i nostri connazionali, al quarto
posto degli svantaggi sociali dopo la disabilità, le
origini Rom o la diversa etnia. La percentuale di
chi la pensa così nel Bel Paese raggiunge il 63%,
ben al di sopra della media continentale, che si
ferma al 54%.
I risultati poco lusinghieri raggiunti dall’Italia
nell’Eurobarometer, però, potrebbero rivelarsi
meno negativi di quello che sembri: se si osserva,
infatti, che in Estonia solo il 26% degli intervistati
crede che la discriminazione di gay e lesbiche sia
largamente diffusa (ma c’è anche un agghiacciante
22% di persone che non sanno cosa rispondere
alla domanda), si comprende che almeno in Italia
di orientamento sessuale si discute.
Uno dei problemi più diffusi relativi a questo argomento è infatti la visibilità: di omosessualità
non si deve parlare, i gay e le lesbiche non esistono e quindi non possono essere discriminati.
Questa lettura giustificherebbe le percentuali superiori all’80% di cittadini dell’Europa meridionale che credono che l’omosessualità sia un tabù:
la pensa così l’86% degli abitanti di Cipro, l’85%
dei greci e l’83% dei portoghesi. Sulle sponde del
Mediterraneo si salva solo la Spagna, dove meno
della metà degli intervistati crede che questo
tabù esista ancora.
Ma ci sono altri segnali che mettono in evidenza
il problema della visibilità: oltre al caso già citato
dell’Estonia, sono molti i paesi dell’est in cui pochi
vivono l’orientamento omosessuale (altrui) come
una condizione problematica. Se solo il 32% dei
lettoni crede che la discriminazione di gay e lesbiche sia una realtà diffusa, evidentemente nessuno ha informato il restante 68% dell’indifferenza
con cui la polizia di quel paese assiste ai linciaggi pubblici che gli attivisti devono subire appena
mettono il naso fuori dalla loro sede. Meno male
che ci sono i giovani: sono loro infatti ad alzare le
percentuali di coloro che considerano la discriminazione per orientamento sessuale un fenomeno
diffuso, mentre chi ha più di 55 anni continua a
considerarla un argomento inesistente.
In tutto questo cosa fa l’Unione europea per superare le discriminazioni nella società, oltre naturalmente a realizzare interessantissimi sondaggi?
“Ben poco”, è costretto ad ammettere anche il copresidente di Ilga-Europe. “Il Parlamento europeo,
che nel 2000 e 2001 aveva approvato importanti risoluzioni, ora è fermo su tutto, e su questi argomenti
in particolare: dopo le ultime elezioni la composizione
è cambiata e ora la maggioranza è di centro-destra,
se non proprio di destra.
Le incertezze nate dopo la bocciatura del trattato
rendono tutto più difficile e costringono a mediazioni
complicatissime: pensate che solo dopo le violenze
contro i pride in Polonia e a Riga è stato possibile
far approvare risoluzioni che non fossero generiche
ma richiamassero questi paesi al rispetto dei diritti
umani”.
Nessun aiuto dalle istituzioni europee, nessun
impegno da parte della politica nazionale: la lotta
alla discriminazione per orientamento sessuale
sembra quindi un problema destinato solo ad aggravarsi.
Lo ha già constatato quasi un italiano su due secondo cui, come rivela Eurobarometer, la discriminazione per orientamento sessuale è oggi più
diffusa di quanto non fosse cinque anni fa.
pride
marzo 07
17
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marzo 07
pride
18
pride
marzo 07
cultura+attualità
19
Dio, fascismo, guerra, omosessualità: questo impegnativo mix
è alla base del nuovo libro di Franco Buffoni, Piu luce, padre.
Tra padre e nipote
Gian Pietro Leonardi
http://grammaticadelmancino.blogspot.com
Franco Buffoni, poeta di fama internazionale,
traduttore raffinato e professore di letterature
comparate, torna a riflettere su un’impegnativa eredità paterna, un diario scritto a matita in
stenografia su cartine da tabacco in tre campi di
concentramento tedeschi tra il ’43 e il ’45.
Il diario, già alla base del più significativo volume
di poesie di Buffoni, Guerra (Mondadori, 2005),
torna in questo nuovo libro in forma di dialogo,
Più luce, padre (Luca Sossella, 2006, [email protected]).
Non si tratta solo di una necessaria integrazione
a quella raccolta, ma è anche un accorato appello
da parte di un intellettuale omosessuale, laico e
illuminista, contro il conformismo e il qualunquismo della società attuale.
Buffoni sceglie come interlocutore il giovane nipote, che si fa portavoce nel testo di posizioni no
global. Tra i due si instaura un dialogo filosofico
serrato e appassionato su temi quali la figura pa-
terna, il fascismo, la guerra, dio e l’omosessualità.
Proprio su quest’ultima, che si prefigura nel testo
come la punta più avanzata della cultura occidentale verso la dissoluzione delle appartenenze, i
due sembrano trovare un punto d’incontro. Così
come il disertore, altra figura eroica che emerge
dalle pagine del libro, l’omosessuale si “chiama
fuori” e si sottrae alla logica dell’onore e dell’orgoglio, logica che finisce per avallare guerre e
fanatismi religiosi.
Come Primo Levi, il poeta si sente profondamente indignato al punto “da non poter nemmeno
provare odio”, e senza cadere nelle trappole della
metafisica continua a dialogare e a portare avanti
le proprie ragioni di pensatore libero.
“Pride” lo ha intervistato.
Gli italiani sono atei e bigotti allo stesso tempo.
Avere il papato in casa porta anche a questo. Paradossalmente in America ci sono reazioni quasi
viscerali, mentre in Italia si è ignorati.
Il libro si apre con un’esortazione al
dialogo da parte del nipote. Un dialogo su dio, la guerra e l’omosessualità:
tre istanze apparentemente mute tra
loro.
Per me sono inevitabilmente collegate tra loro.
Ho raggiunto la consapevolezza di me stesso e
quindi della mia natura organicamente omosessuale mentre apprendevo della guerra e di tutto
ciò che era accaduto a mio padre nel decennio
precedente.
La mia privata guerra contro mio padre per avere un’identità è andata di pari passo con la conoscenza della guerra in senso storico, e quindi della natura umana, ma anche con l’affrancamento
dell’impianto ideologico cattolico. Ecco perché
per me guerra, dio e omosessualità sono collegati e interfacciati: rappresentano la mia adolescenza, il periodo che va dai dodici ai vent’anni.
Cosa pensi dei continui anatemi contro
l’omosessualità dalle più alte cariche
della chiesa?
Li manderei tutti a Gerusalemme. Visto che i
capi religiosi si sono trovati uniti contro il gay
pride di Gerusalemme lì manderei tutti lì e lascerei a Roma i ragazzi della Repubblica romana
del ’49. Hanno passato il segno, e questo è chiaro
a tutti: stanno combattendo una lotta contro la
modernità. Lo stesso Wojtyla, che pur qualche
merito ha avuto, ha pavimentato la via al pontefice attuale, marginalizzando l’ala cosiddetta liberal
e circondandosi di collaboratori che la pensavano come lui. Quell’istituzione non si salva più, si
è autocondannata ad andare in una direzione antimoderna. Tant’è vero che attacchi così serrati
all’illuminismo non erano venuti né da Pacelli né
da Montini.
Come in Guerra, dove la tua poesia si fa
civile e politica, anche questo tuo nuovo “romanzo storico-autobiografico
in forma dialogica” prende spunto dal
diario di tuo padre.
Sì, la fonte e il procedimento sono gli stessi.
Nella nota finale a Guerra volevo dire molte più
cose, ma non potevo perché quello era un testo
poetico. Una volta uscito il libro ho pensato di
dilatare la nota e da due pagine e mezza sono
diventate venticinque, poi mi sono accorto che
avevo bisogno di un interlocutore e così le pagine sono diventate automaticamente cinquanta.
In quella fase il mio interlocutore era ancora un
giornalista anonimo. È stato Enzo Siciliano (uno
dei primi lettori del testo insieme a Tommaso
Giartosio e Edoardo Albinati) a suggerirmi che
l’interlocutore andava connotato psicologicamente. L’ho riscritto, dunque, pensando ai miei
veri nipoti.
Nel libro ti dichiari “ateo, omosessuale,
illuminista e antiproibizionista”. In alcuni paesi chi sostiene posizioni cosi chiare e nette rischia il linciaggio, mentre in
Italia vige una sorta di menefreghismo.
Verrà il momento che
anche costoro chiederanno perdono agli
omosessuali, ma come
non ho mai accettato
le richieste di perdono
proferite da Wojtyla
nel 2000, mi guarderò
bene dall’accettare le
loro scuse.
Franco Buffoni è
nato a Gallarate nel
1948. Vive a Roma e insegna all’università di
Cassino. Tra le sue pubblicazioni segnaliamo
Suora carmelitana (Guanda, 1997), Carmide
a Reading (Empiria, 2002), Il profilo del Rosa
(Mondadori, 1999).
marzo 07
pride
20 attualità+cultura
Insulti, minacce di morte, botte e soprattutto un’odissea per riuscire a
denunciare l’accaduto. La vittima ha deciso di rendere pubblica la vicenda.
La denuncia impossibile
Stefano Bolognini
[email protected]
Disegno di Massimo Basili
Jorg S., tedesco di 26 anni, l’8 gennaio 2007 passeggia
nella centralissima via Torino a Milano, in pieno
giorno, quando incrocia lo sguardo di un passante.
Succede il finimondo.
Tutto incomincia a due passi dal
Duomo…
Ero in centro, vicino a me camminava una persona
in compagnia di due donne, e i nostri sguardi si
sono incrociati per un istante. Lui ha reagito con
una espressione mimica molto aggressiva. Gli ho
chiesto “Che c’è”. Ha ribattuto: “Come, che c’è? Non
guardarmi”. Io non le mando a dire, e ho risposto:
“Guardo chi voglio e poi sei tu quello che ha guardato
per primo…”.
Oddio, hai cercato la rissa?
Non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno, ma
tutto sarebbe finito lì se non mi avesse apostrofato
con un sonoro “Frocio di merda, ti do due schiaffi!”. Ho
deciso immediatamente di chiamare la polizia. Ero
stato insultato, “frocio di merda” è un’espressione che
la corte di cassazione ha punito come reato. L’uomo
s’è accorto che parlavo con le forze dell’ordine e s’è
scaldato ulteriormente. Mi ha urlato: “Brutto frocio di
merda, ti ammazzo”.
Aveva incontrato l’omosessuale
sbagliato...
Lui mi insultava e minacciava le due donne che lo
accompagnavano e che cercavano di calmarlo, io
urlavo: “Voglio giustizia”, si era formato un capannello
di gente intorno a noi. Alcuni lo trattenevano, lui
dava in escandescenze. Si è liberato e mi ha preso
a calci e pugni.
pride
marzo 07
Era un incubo ed era assurdo. Sono finito a terra…
Cosa ti ha detto il 113?
Mi è rimasto impresso particolarmente il fatto che
abbiano prima chiesto: “Chi parla? Lei è un uomo
o una donna?”, e solo poi “Dove si trova?” e “Cosa
accade?”.
A questo punto l’aggressore si è dileguato
e tu hai fatto una inutile denuncia contro
ignoti.
Macché, si è allontanato, ma mi sono rialzato
nonostante i dolori e l’ho seguito fino in un bar,
dove tentava di nascondersi.
Fortuna vuole che ci fossero due finanzieri che
prendevano un caffè ai quali ho esposto il caso. Lo
hanno fermato e hanno preso gli estremi dei nostri
documenti. Lui riteneva che l’avessi provocato e
voleva denunciarmi: ma ti pare?
Dire per strada ad una persona “Che
c’è?” non è reato.
Assolutamente, ma anche se lo avessi provocato
non è mai giustificabile un’aggressione, né fisica né
verbale.
Sei poi finito in ospedale.
I finanzieri hanno chiamato l’ambulanza, mi doleva
tutto: 12 giorni di prognosi per trauma cranico e
contusioni multiple.
A questo punto decidi di denunciare.
Sì, torno a Roma, città nella quale vivo, scrivo il
testo della denuncia e mi presento al commissariato
di polizia di via Farini.
Per “problemi”, così mi hanno detto, non potevano
accettare la denuncia e mi suggerivano di tornare
un altro giorno. Non ho insistito, anche se so che
è il loro dovere accettare una denuncia in qualsiasi
momento.
Hanno specificato i “problemi”?
No, hanno detto “problemi”, ma solo dopo aver
letto il testo della denuncia. Se me l’avessero detto
subito…
Sono allora andato alla polizia alla stazione Termini.
Hanno letto il testo molto velocemente e sono
stati lapidari: “Non è di nostra competenza”. Non
mi andava di litigare, ci sono tanti commissariati di
polizia, sono andato a quello di via Marsala.
L’agente, dopo una lettura sommaria, ha detto: “La
denuncia è da riscrivere, al posto di “al commissariato
di polizia” dovevi scrivere “al posto di polizia”, e poi
in romanaccio: “Ao ma che t’a fatto questooo, t’à
minacciato, ma daaaiii”.
Insomma hai denunciato o no?
Sì al quarto tentativo e dopo aver ascoltato anche il
suggerimento di portare la denuncia ai carabinieri.
Ho il verbale tra le mani che dice fra
l’altro: “È presente il nominato in
oggetto, la quale presenta e consegna
la denuncia querela”. Ancora: “viene
sottoscritta dall’interessata”. Intende
persona interessata forse?
Spero di sì, però questi due errori fanno pensare.
Cosa chiederai in sede di processo?
Chiedo semplicemente giustizia... Fatti come questi
sono assolutamente intollerabili e vanno puniti a
norma di legge.
21
marzo 07
pride
22
pride
marzo 07
23
marzo 07
pride
24 attualità+cultura
Fiorella Mannoia: “Esigo uno stato
laico che legiferi in quanto tale.
Nessuno vieta ai cattolici di non
essere gay e praticare l’astinenza!
I Pacs? Non so se ce la faremo,
l’ingerenza della chiesa ha ormai
superato ogni limite”. Mitica!
Francesco Belais
[email protected]
Fiorella for president
La rossa Fiorella ha inciso un disco nuovo, Onda
tropicale, un album made in Brazil, nel quale ha raccolto i più grandi nomi della canzone brasiliana.
Il disco è un omaggio alla cultura e alla musica del
paese latinoamericano a cui la cantante si sente
particolarmente legata.
In gennaio è partita con un tour di oltre cinquanta
date, che la porterà in giro per tutta l’Italia. Grintosa, arrabbiata, controcorrente, ha accettato volentieri di parlare con noi. Ecco quello che ci ha
raccontato.
Innanzitutto complimenti perché hai
fatto un disco bellissimo.
Grazie. Mi sono voluta fare un regalo, con questo
disco.
Hai affermato che i brasiliani hanno capito qualcosa che a noi sfugge. A cosa ti
riferisci?
Alla loro visione della vita, al modo di affrontarla
con leggerezza e allegria. Spesso vengono ai miei
concerti, con le bandiere, e si distinguono dagli
altri, si fanno riconoscere. Io e i miei musicisti siamo rimasti stupiti per il loro calore, ti baciano, ti
toccano, non si fanno problemi, urlano di piacere,
hanno un approccio diverso dal nostro.
Noi abbiamo la tendenza a prenderci un po’ troppo sul serio, siamo troppo concentrati su noi stessi, come se il mondo girasse intorno a noi, loro
non sono così.
Visto che accenni al fatto di non prendersi troppo sul serio, se ti proponessero di sfilare a un gay pride su un carro
di trans brasiliane, con te davanti che
canti, accetteresti?
Ma perché no? Quello, al di là delle rivendicazioni,
è un momento di festa, è questo che la gente non
vuole capire. E non vengano a parlarmi di cattivo
gusto: ma perché additare sempre i gay? L’altro
giorno, per esempio, guardavo la televisione (che
tra l’altro non accendo quasi più) ma ero al ristorante, ed ho visto un programma di Papi dove erano tutti nudi. C’era quel filtro che non ti fa vedere,
ma questi erano nudi! Voglio dire, si dà addosso al
gay pride e poi alle 9 di sera, in televisione, c’è la
gente che gira nuda, ma stiamo scherzando, che
ipocrisia è?
pride
marzo 07
Erano cinque anni che non facevi un disco d’inediti, ed in questo periodo hai
praticamente vissuto in tournée. Ce
l’hai una vita privata, una casa?
(Ride) Certo, ce l’ho, e quando sono in giro mi mancano. Però, proprio oggi, durante una traversata,
ho capito che questa è la mia vita, io non potrei
farne un’altra. Non sarò mai grata abbastanza per
questo privilegio troppo grande che mi è stato dato.
Fiorella, tu sei pochissimo in televisione. Molti dicono che se non si fanno passaggi televisivi non si vendono i dischi e
non si riempiono i teatri. Sei l’eccezione
che conferma la regola?
No, non ci credo a questa cosa. Io posso parlare
a nome anche dei vari De Gregori, Fossati ecc.:
più stiamo fuori dalla televisione, meglio è. La Tv
non ci aiuta: ci fagocita. Al di là dei pochi passaggi che c’impongono le case discografiche, quando
usciamo con un disco, è meglio scappare, perché
è un tritacarne molto pericoloso, che usa, mastica
e sputa!
Io voglio starne fuori, anche perché sono sempre
più convinta che le persone che ti vengono a vedere ti somigliano, quando le guardo, dal palco, sento
che il loro pensiero è il mio pensiero, questo mi
basta.
Io sono doppiamente fortunata per la grande libertà che mi ha dato la gente, accordandomi fiducia. La libertà di non essere schiava della televisione, della radio o dei mezzi d’informazione: questo
è un privilegio enorme.
Tu hai sempre manifestato simpatia per
la sinistra. Cosa pensi di questo governo?
In realtà siamo tutti scontenti perché vorremmo
che fosse di sinistra, però ci sono tante difficoltà
perché è una coalizione messa su con le toppe.
Ci dobbiamo scontrare con Mastella, con Rutelli
e con tanti altri.
Quello che vorremmo è un po’ di decisionismo
di sinistra, e questo si fa fatica ad ottenerlo perché Prodi non è un uomo di sinistra. Ma dobbiamo
accontentarci perché, d’altra parte, l’alternativa è
talmente pericolosa, lontana ed assurda, almeno
per quello che è il mio punto di vista, che dobbiamo sostenerlo.
Da una parte avremmo voglia di gridare: “Basta,
dite qualcosa di sinistra!”; dall’altra siamo costretti a stringere i denti e sostenere il governo Prodi
perché, almeno per ora, non abbiamo alternativa.
In questi giorni il governo sta discutendo il testo di legge sui Pacs (non ti chiedo se sei favorevole perché sarebbe una
domanda retorica): credi che ce la faremo o l’avrà vinta Mastella?
Ho letto l’altro giorno l’intervista alla moglie di
Mastella, è una cosa raccapricciante, come si fa a
dire: “Io gli omosessuali li invito anche a pranzo”? È
come quelli che dicono: “A me i negri me so’ simpatici”. Non posso credere che, ancora oggi, ci sia
gente che fa questi discorsi, mi sento male. È una
cosa che non si può sentire. Cosa vuol dire dividere le persone in categorie, ma che frase è?
Che ti devo dire: ce la faremo? Non lo so, perché
l’ingerenza della chiesa ormai ha passato ogni limite.
Tu sei credente?
Sono religiosa, ma non sono credente. Ho una mia
spiritualità, credo nell’uomo, negli insegnamenti di
Cristo, ho letto tutti i vangeli e credo che se fossero presi alla lettera da tutti, preti compresi, non
ci saremmo trovati in questa situazione.
Però non ho il dono della fede, sono laica, vivo in
uno stato laico, e spero che si legiferi in maniera
laica. Non siamo in uno stato teocratico: questa è
una cosa che non si può più sopportare. I cattolici facciano quello che vogliono della loro vita, gli
insegnamenti del papa io non li discuto, lui dice la
sua opinione, io la rispetto. Nessuno vieta ai cattolici di non convivere, di non abortire, di non essere gay e praticare l’astinenza. Nessuno li obbliga, possono sposarsi, non divorziare, non usare le
cellule staminali, possono fare quello che vogliono,
con tutto il mio più grande rispetto... ma siamo in
uno stato laico, che deve legiferare in quanto tale.
Il papa esprima pure le sue opinioni. Sono le opinioni del papa, non le mie. Io sono una minoranza (anzi non siamo una minoranza, siamo forse la
metà del paese) ed esigo che si rispetti la laicità
dello stato. Su questo sono categorica e non posso transigere.
L’opinione pubblica, secondo me, è a favore dei
Pacs, ne sono più che certa. Hanno cercato di
dare una falsa notizia, come se fosse un problema
soltanto omosessuale: non è così! È una cosa che
cultura+attualità
cosa per volta sennò ci facciamo del male.
Questa non è una cosa semplice, non dobbiamo
essere ipocriti neanche noi che la pensiamo in
questo modo.
Non siamo ancora pronti a questo, abbiamo
strada da fare. Intanto cominciamo a riconoscerci come coppie di fatto, etero e gay: questo
già mi sembra un grande passo avanti.
riguarda tutte le coppie di fatto, omo ed etero.
Cercano di confondere l’opinione pubblica, facendo passare la richiesta dei Pacs come una voglia
degli omosessuali di sposarsi: non è questo.
Io mi auguro che qualcuno dei nostri governanti lo
dica, perché questo è un grande inganno, uno dei tanti.
Paradossalmente, alcuni esponenti della destra si sono espressi a favore.
Ma porca miseria, vogliamo parlarne?
Tu lo sai che loro, in parlamento, i Pacs se li sono
sottoscritti? Loro hanno la reversibilità della pensione e l’assistenza sanitaria anche se soltanto
conviventi.
Ma devo dirlo io questo? Perché non lo dicono
loro? I parlamentari se la sono fatta, la legge. Anche Casini è un convivente, ci mancherebbe altro
che gente come lui poi si schiera contro i Pacs.
Stiamo scherzando? Di quale famiglia stiamo parlando, di quella del Mulino bianco?
Ma dove stanno ‘ste famiglie, che il 60% delle coppie sono separate? Dove sono queste famiglie di
cui tanto si riempiono la bocca dicendo il Pacs è
contro la famiglia? Che cos’è quest’ipocrisia?
In merito alle adozioni nelle coppie gay,
saresti favorevole?
Sarei favorevole a tutto perché dove c’è amore
i bambini crescono bene. Però pregherei di non
mettere troppa carne al fuoco. Questa è una cosa
che è meglio lasciarla più avanti. Facciamo una
Speriamo che al momento della pubblicazione di quest’intervista ci siano
già buone notizie all’orizzonte!
Io me lo auguro, ma sono un po’ pessimista.
Credo che faranno una cosa raffazzonata all’italiana con un contentino di qua e uno di là. Stanno parlando di anni di convivenza prima di avere
certi diritti: ma che discorso è? Di che hanno
paura, degli inciuci? Questi possono esserci lo
stesso, se vogliamo.
Quante coppie di omosessuali sono state costrette a sposarsi con una persona dell’altro sesso,
fidata, solo per poter fare godere, un domani, certi di diritti di reversibilità al proprio compagno.
Io ho una grande amica che ha perso la sua compagna ed ho assistito ad uno strazio vergognoso.
Ha dovuto fingere in ospedale di essere prima la
cugina, poi la sorella, e questi che continuavano a
domandare e lei, in lacrime, che ha dovuto dire di
essere la compagna affinché la facessero passare.
Ha dovuto far impietosire, avendo “la fortuna” di
trovare un primario che le ha detto: “Signora, venga quando vuole”.
Ti rendi conto a che punto siamo?
Ma di Adelina Parrillo, ne vogliamo parlare, la conosci questa storia?
25
scinare perché non voleva uscire. Questi hanno
fatto la messa per i morti e sono entrati soltanto i
parenti, lei è dovuta rimanere fuori.
Nei giorni scorsi un altro attentato
ha macchiato di sangue una località di
Israele, che tu hai cantato in una tua
vecchia canzone: “Sorvolando Eilat”.
Che ti posso dire? È stato un dolore anche per me.
In quel brano cantavi: “Bimbi tende e il
vento se li prende…”
Stavolta non se li è presi il vento, se li sono presi
le bombe.
Che scenario si vuole aprire nel mondo di oggi?
Hanno condannato a morte quello, ed io sono
contraria alla pena di morte, anche se si trattasse
di Hitler in persona, ma se Saddam Hussein è colpevole, Bush non è da meno.
No, al momento mi sfugge.
Sul mio sito c’è una pagina che si chiama “A proposito di”, che io ho dedicato a questa donna, il cui
compagno è morto a Nassirya. Lui era un regista
che era andato là per fare una fiction sui nostri soldati e stava con loro per documentarsi e prendere
appunti. Quando c’è stata la tragedia dell’attentato
è morto anche lui.
La signora Parrillo non l’hanno fatta entrare in
chiesa, perché dopo dieci anni di convivenza non
era sposata, l’hanno accompagnata fuori i carabinieri, e stiamo parlando di una coppia etero.
Sono cose che in un paese civile non possono esistere. L’hanno sbattuta fuori, l’hanno dovuta tramarzo 07
pride
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pride
marzo 07
cultura+attualità
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Per la prima volta a un reality italiano partecipa un concorrente dichiaratamente gay. Anche se un trucco c’è: si tratta infatti non di un italiano, ma di
un olandese, Pascal Horbach, in Italia per amore. Lo abbiamo intervistato.
Un gay sull’isola
Antonio Malvezzi
L’olandese Pascal Horbach è il primo concorrente
gay dichiarato di un reality italiano, la seconda
edizione di Desconocidos, dal 7 marzo sul canale
Sky Match music. Fibra tosta e spirito avventuroso,
questo trentaseienne naturalizzato italiano ha visto
nascere dietro le quinte il primo Grande fratello.
Un “gigante buono” di un metro e ottantacinque
sorretto da un abbondante 44 di piedi, un viso che
ricorda vagamente il fascino moro dello splendido
attore hard Dino DiMarco, un corpo tonico che
parla da solo: ecco Pascal Horbach, trentaseienne
nato a Boxmeer, Paesi Bassi così bassi da sfiorare
la Germania, ma giramondo per vocazione e ormai
naturalizzato italiano, visto che vive a Parma da
più di sei anni col fidanzato Nicola.
L’affascinante Pascal sarà il primo concorrente
dichiaratamente omosessuale di un reality italiano,
la seconda edizione di Desconocidos (Reyson
production), una via di mezzo tra l’Isola dei famosi
e la Caccia al tesoro di Jocelyn. Il programma è
ambientato sull’isola di Hispaniola (ossia nella
Repubblica Dominicana) - in onda dal 7 marzo
per due mesi sul canale 716 di Sky, più noto come
Match music.
Finalmente l’omosessualità verrà sdoganata in toto
durante un reality italiano. Niente a che vedere,
però, con l’effeminatezza piumata di un Jonathan
che si guarda bene dall’ammettere di essere gay
o con l’ambiguità un po’ impacciata di un Rocco
Casalino: il comunicativo Pascal si presenta com’è,
senza barriere né complessi.
Spiegami un po’ com’è nata l’avventura
di Desconocidos.
Sono stato contattato perché avevano bisogno
di concorrenti gay. Io all’inizio ho detto che non
volevo partecipare a un programma televisivo
solo perché sono omosessuale. Quindi ho detto
subito di no, anche perché volevano una coppia
gay ma il mio fidanzato ha un lavoro che non gli
permette di prender parte a un programma di
quel tipo.
Poi mi ha chiamato un’altra persona e mi ha chiesto
di farlo da solo. Ho risposto che se avessi detto sì,
l’avrei fatto perché sono Pascal, non perché sono
gay. Il 21 ottobre mi hanno richiamato dicendo:
“Ciao Pascal, sei pronto a partire?”. Il 5 novembre è
iniziato il reality.
In che cosa consiste il gioco?
È una caccia al tesoro sull’isola di Santo Domingo
con dieci concorrenti che gareggiano uno contro
l’altro, tre coppie e quattro single. I primi tre
giorni si giocava uno contro tutti, con sfide fisiche,
dopodiché il gruppo è stato diviso in due squadre
da cinque e le tre coppie sono state separate.
Ogni giorno dovevi trovare un nuovo indizio in
direzione del tesoro. Ma in realtà si giocava per
se stessi: i due concorrenti col punteggio più alto
erano i due finalisti e potevano anche appartenere
allo stesso gruppo.
Le informazioni utili per trovare il tesoro si
ottenevano da quello che l’isola aveva da offrire
cioè, principalmente, la disponibilità degli abitanti.
Si potevano usare vari mezzi di trasporto, dai
cavalli alle canoe, ma ci è capitato di attraversare
una grotta a piedi nudi e anche fiumi e cascate!
Siamo stati persino sulla spiaggia davanti all’Isola
dei famosi. Eravamo nove italiani e un olandese...
che non parlavano spagnolo.
Che cosa c’era in palio?
Il tesoro era una statuina di legno tradizionale
dell’isola e rappresentava il montepremi: un
contratto di un anno con un’agenzia di spettacoli a
Milano per un anno e un viaggio di due settimane
per due persone ai Caraibi.
In quanto tempo è stato realizzato?
In tutto sedici giorni, ogni giorno venivano
registrate due puntate. In Tv andrà avanti per due
mesi a partire dal 7 marzo.
E come è venuta fuori la tua
omosessualità?
L’ho detto io quando volevo. Mi sono comportato
come faccio sempre nella vita quotidiana: se arrivo
in un posto dove non conosco nessuno sto zitto e
mi faccio conoscere attraverso il mio carattere.
La mia strategia è questa: quando ho capito quali
sono i leader in un gruppo e mi fido di loro, a un
certo punto faccio sapere com’è la situazione a
casa mia. Nel momento in cui questa persona mi
accetta sono sicuro che mi capiranno anche gli
altri. I quattro single si sono coalizzati in aereo. Ci
siamo conosciuti un’ora prima di partire, eravamo
seduti vicini e subito si è creato un feeling.
C’era un patto tacito: siamo noi contro le coppie.
Già in volo hanno capito come stanno le cose
perché, casualmente, una ragazza conosceva
una mia amica storica di Parma. A quel punto ho
detto: “Fate come volete, ma mi piacerebbe che gli
altri lo scoprissero durante il gioco”. Quando gli altri
lo hanno saputo non ci sono stati problemi: pare
marzo 07
pride
28 attualità+cultura
che abbiano detto delle belle cose su di me in
“confessionale”. Ma non so che cosa avrebbero
fatto nella vita reale: si trattava di un programma
televisivo visto da migliaia di persone!
Hai “legato” con qualche concorrente
in particolare?
C’è stato un momento in cui sono stato deluso da un
partecipante che ritenevo amico. Io e lui eravamo
i più forti di tutti gli altri sia caratterialmente che
fisicamente. Partecipava come single, ma aveva
a casa la fidanzata che lavora nel mondo dello
spettacolo e ha molti amici gay. Mi ha fatto capire
che per lui non c’era nessun problema.
Un giorno, come premio per una gara vinta,
doveva scegliere di dormire con una persona
alla quale si era affezionato. Tutti pensavano che
avrebbe scelto me. Invece ha optato per un altro
maschio e io ci sono rimasto male. È persino
scoppiato a piangere perché non voleva dare
quest’impressione e poi ha spiegato che aveva
scelto quest’altra persona perché ci aveva già
passato una notte e aveva riso tanto…
Abbiamo capito che stava facendo un gioco duro,
voleva vincere a tutti i costi. Alla fine ci ha anche
detto: “Quando vedrete il programma saprete come
ho giocato”. Non so quanto è stato leale.
Durante il reality hai sentito la mancanza
del tuo compagno?
Mi è mancato tantissimo, siamo sempre insieme.
Dopo una settimana volevo abbandonare il gioco.
Mi sentivo molto solo e mi dava fastidio il fatto
che quando la telecamera era accesa gli altri
concorrenti avevano un comportamento non
naturale.
A un certo punto ero completamente isterico,
piangevo e ho detto alla produzione che volevo
andarmene. Ho detto che per farmi rimanere
avrebbero dovuto darmi la possibilità di chiamare
a casa. Sono stato in camera per mezz’ora a parlare
al telefono con Nicola e lui mi ha fatto capire che
dovevo rimanere lì proprio perché ero la stessa
persona davanti e dietro le telecamere. Così sono
rimasto e ho potuto rivelare nel “confessionale”
tutto quello che pensavo delle persone intorno
a me.
E il fatto di essere gay quanto ha influito
sullo svolgimento del gioco?
Io ero uno dei più grandi del gruppo insieme a un
trentottenne, gli altri avevano tra i 19 e i 25 anni.
Quando avevo io quell’età, 25 anni, ho preso la
decisione più difficile della mia vita: dichiararmi. Lì
ho rischiato tutto. Tutti i gay si trovano davanti a
questo problema ma gli etero no. Devi accettare
chi sei, e non è facile in questo mondo, bisogna
confrontarsi con se stessi. Una volta superato
questo problema sei così forte che non hai paura
di affrontare gli altri problemi. Ho cercato di fare
capire questo concetto.
Ci sono stati incidenti, vista la
pericolosità dell’avventura?
Sì: eravamo in sei o sette, tutti in gara con l’altro
team, a bordo di un furgone che a un certo punto
ha preso fuoco mentre viaggiava a ottanta all’ora.
Un tipo su un motorino ci ha avvertito che
eravamo avvolti dalle fiamme. A un certo punto
c’era così tanto fumo che non si vedeva più nulla,
non riuscivo a trovare la maniglia per aprire la
porta ma poi siamo riusciti a uscire. Abbiamo
dato un centinaio di euro a una famiglia che aveva
un altro furgone, abbiamo messo le valigie dentro
e siamo andati avanti con questo mezzo.
pride
marzo 07
Da straniero, che cosa pensi della
rappresentazione
dell’omosessualità
nella Tv italiana?
Penso che sulle reti nazionali siano rappresentati
pochissimo gli uomini gay. O meglio, ci sono
ma non si vedono perché non si sa che sono
omosessuali. Sono sempre nascosti dietro a una
maschera che può essere una gonna e del trucco,
oppure pensano di aver bisogno di sarcasmo e
comportamenti stereotipati per essere accettati
dal grande pubblico.
Vorrei essere chiaro: non ho niente contro di
loro, ma penso che comunque sia importante
la “presenza gay” in tutte le sue forme! Ci sono
anche i gay che lavorano in banca, i cuochi, gli
allenatori e i manager...
Tu hai un fitto background professionale
nel mondo dello spettacolo come
organizzatore di eventi e produzioni
televisive. Hai anche lavorato in Olanda
per Jon De Mol, l’ideatore del format del
Grande fratello…
Sì, pensa che quindici anni fa ho partecipato al
primissimo incontro sul Grande fratello prodotto
in Olanda. È arrivato Jon De Mol in persona a
spiegare il concept di questo programma: l’80%
delle persone che erano lì gli ha riso in faccia,
dicendo che l’idea di una casa con telecamere
accese 24 ore su 24 era assurda. Pensavano che
fosse diventato pazzo. Mi hanno anche chiesto
se fossi interessato al programma ma io stavo già
lavorando a un altro progetto e ho detto di no.
Hai sempre viaggiato molto e hai
conosciuto vari Vip, ci racconti qualche
episodio?
Ho avuto una storia sentimentale con un cugino di
Lenny Kravitz, un ragazzo che abita ad Amsterdam,
molto sexy. Fa il produttore musicale e ha una
casa di 600 metri quadrati nel centro della città.
Ho conosciuto anche Lenny in persona a casa sua
a Miami, aveva appena lasciato Vanessa Paradis.
Mi ha accolto dicendo che sono molto sexy, è
davvero simpatico.
Poi alle Bahamas ho incontrato Elle Macpherson,
una donna bellissima e assai gradevole.
Pascal è noto ai lettori
di “Pride” anche come
modello di una passata
pubblicità della sauna
Steam
Che cosa ti aspetti dalla partecipazione
a Desconocidos?
L’ho fatto per visibilità, in questo momento non
ho un lavoro fisso. La produzione mi ha anche
incaricato di vendere il format all’estero, a canali
americani e olandesi. Da aprile farò alcune serate
nelle discoteche gay dove si svolgeranno provini
per il casting della terza edizione di Desconocidos.
Stai anche scrivendo un romanzo, una
love story gay…
È la storia autobiografica mia e del mio compagno
Nicola, una vicenda molto commovente. L’ho
conosciuto alla festa della regina d’Olanda, una
ricorrenza molto amata dai gay. Quando ho visto
quei due splendidi occhi stavo per partire per New
York col mio fidanzato di Manhattan. Poi per caso
l’ho di nuovo incontrato e non l’ho più lasciato.
Come spettatore segui gli altri reality?
Sì, seguivo il Grande fratello, lo preferivo a quello
olandese perché in Olanda sceglievano solo
ragazzi dai 16 ai 22 anni che non avevano molto da
dire. Quest’anno non lo guardo, ma devo rivelarti
che i reality non mi piacciono molto.
Desconocidos va in onda dal 7 marzo 2007 sul canale Matchmusic 716 di Sky, il lunedì, mercoledì e venerdì
alle ore 17:30. Le repliche vanno in onda dal martedì al venerdì a mezzanotte e il martedì e giovedì alle
17:30. Pascal presenterà serate nelle discoteche gay per i casting per la prossima edizione di Desconocidos:
[email protected]
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marzo 07
pride
30 cronaca
Perugia: allarme omofobia in città,
lanciato dall’associazione glbt “Omphalos”. Ripetute aggressioni a persone omosessuali riconosciute come
tali e continue incursioni a base di
insulti e vandalismi contro la sede di
“Omphalos”.
La denuncia ha suscitato un necessario dibattito in città. E dal consiglio
comunale è partita l’idea di promuovere nuove normative regionali per la
lotta alle discriminazioni.
Bari: la cappella è consacrata, quindi
non può ospitare un bacio gay. Con
questa opinabile motivazione, la sovrintendenza ai beni culturali ha imposto agli organizzatori della mostra
“Corte d’amore”, allestita al Castello
svevo di Bari, di togliere dai muri di
una chiesetta interna al castello (adibita a spazio espositivo) la foto “Gay
pride” dell’artista Giuseppe Digiglio. L’immagine raffigurava appunto
il bacio tra due ragazzi durante il
Worldpride del 2000 a Roma. Il tutto
è successo a poche ore dall’inaugurazione della mostra, a metà febbraio.
Nella cappella è invece rimasta senza
problemi un’altra immagine che ritrae
il bacio di una coppia eterosessuale. Ma saranno stati regolarmente
sposati?
Messina: omocidio a colpi di pietra,
il 15 febbraio. La vittima, Eugenio
Parisi, 60 anni, era dirigente della
squadra di calcio dilettantisitica dello
Spadafora, nonché sposato e padre
di famiglia. Il presunto assassino, che
ha confessato, è invece un calciatore
diciannovenne della stessa squadra,
che ha raccontato di avere ucciso per
reazione alle pesanti avances sessuali
ricevute da Parisi, che gli aveva offerto un passaggio in macchina dopo
una partita.
Roma: promosso dai radicali, è partito un appello pubblico a sostegno
della loro proposta di legge sull’apertura del matrimonio civile anche alle
coppie omosessuali.
Motivazione principale dell’iniziativa,
la manifesta insufficienza del disegno
di legge del governo in materia di
unioni civili, a fronte della necessità di
affermare che i cittadini omosessuali
hanno diritto a parità e uguaglianza
rispetto agli altri. Per aderire, si può
firmare su www.matrimoniodirittogay.it
Napoli:
un ordine del giorno approvato in consiglio comunale il 14
febbraio raccomanda la realizzazione
di un monumento alle vittime delle
persecuzioni nazifasciste che ricordi
anche gli omosessuali perseguitati.
Per l’Arcigay di Napoli, che aveva
raccolto centinaia di firme a favore di
questa iniziativa, un’altra discriminazione è stata eliminata.
pride
marzo 07
Silvio sbanda a destra
I gay? Stanno tutti a sinistra. Parola di Silvio Berlusconi, che se gli capita l’occasione
di fare una gaffe non se la perde per nessuna ragione. Anzi (così si esprime il cavaliere)
gli omosessuali stanno tutti “dall’altra parte”, che come ha osservato Platinette è un po’
come dire che sono “dell’altra sponda”.
Mister Mediaset d’altra parte è così appannato ultimamente che dev’essersi dimenticato
di essere stato di persona alle feste di Dolce e Gabbana, che saranno pure dell’altra
sponda ma di sicuro di sinistra non sono.
Le sprovvedute parole antigay hanno comunque provocato
un sussulto non indifferente tra le file degli omosessuali
(e non solo) di centrodestra, che hanno chiesto invano un
gesto riparatore. Molti, da Zeffirelli a Cecchi Paone
al governatore del Veneto Galan, hanno puntualizzato che
anche la destra pullula di omosessuali e che il cavaliere
sbaglia nel non tenerne conto.
“I gay non stanno tutti dall’altra parte”, scrive poi Platinette
in una lettera stile Veronica inviata a Silvio con annessa
richiesta di pubbliche scuse. “Io ad esempio, 52enne
‘travestitone obeso’, ho lasciato i radicali proprio quando
sono confluiti nell’Unione. Mi spiace che, nonostante dieci
anni di lavoro in Mediaset, Lei non si sia mai accorto che
io sia dichiaratamente gay e non di sinistra… Le assicuro
che una bella fetta dei suoi sostenitori, anche quelli in
azienda, sono ‘gay’ e hanno maturato una personale
coscienza politica che non appartiene a quella che Lei (un
po’ giurassicamente, se permette) definisce l’altra parte”.
Ancora più indignato il commento del presidente di GayLib
Enrico Oliari, che ha in tasca la tessera di An: “Ci ha
umiliato. È incredibile che il leader della nostra coalizione
sostenga che l’omosessualità abbia un colore politico. È
una cosa mortificante. Non vorrei che certe battute del
presidente Berlusconi ci facessero nuovamente perdere le
elezioni per ventimila voti, magari di gay stanchi della sua
omofobia”.
L’inferno di Giulio
I gay? Tutti all’inferno. Parola di Giulio Andreotti,
che dalla sua poltrona di senatore a vita ha sparato a
zero, in un’intervista al “Corriere della sera”, sul governo
che vuole legalizzare le coppie di fatto. “Se la cosiddetta
modernità”, ha attaccato Andreotti, “vuol dire che
addirittura si possa legiferare sulle unioni tra persone dello
stesso sesso, si è veramente fuori dal giusto. Nel disegno
di legge (del governo, ndr) c’è questo grosso problema: è lì
dove si parla delle unioni di fatto tra persone anche dello
stesso sesso. Questa cosa non mi va giù”.
“Non sarebbe male”, ha rincarato il senatore, “se tutti, compreso Prodi, si andassero
a rileggere Dante: i sodomiti nella Divina commedia finiscono all’inferno. Non c’è un
quarto girone che si crea per decreto legge”.
L’idea di uniformare la legislazione italiana alla visione del mondo del nostro più
grande poeta medievale non è così peregrina come potrebbe apparire a prima vista.
Si tratterebbe senza dubbio di un passo avanti rispetto alla preoccupazione costante
di almeno metà del parlamento di fare le leggi a immagine e somiglianza di papa
Ratzinger e del cardinale Ruini, che sono un bel po’ meno moderni di Dante Alighieri.
Con tutto il rispetto per la sua avanzata età, comunque, bisognerebbe consigliare
anche a Giulio Andreotti di rileggere la Divina commedia. Nell’inferno dantesco, infatti,
oltre che per qualche sodomita c’è molto spazio anche per parecchi uomini di chiesa,
inclusi diversi papi.
Quanto al senatore, che di peccati nella sua lunga esistenza deve averne commessi
parecchi, non avrebbe il minimo problema a ottenere la residenza infernale. Non per
niente, in tempi in cui era più in forma, l’avevano soprannominato “Belzebù”.
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marzo 07
pride
32 cronaca
Due gay in famiglia
Luciana la seria
Una coppia gay, con tanto di anelli di fidanzamento pronti per essere scambiati, è in
arrivo nella quinta stagione della fiction “Un medico in famiglia” che va in onda dal
15 marzo in prima serata su Raiuno.
Un personaggio omosessuale per la verità c’era già: il medico Oscar, interpretato
dall’attore Paolo Sassanelli.
Il salto di qualità è ora che, per la gioia della conferenza episcopale, gli sceneggiatori
hanno deciso di trovargli un compagno. Si tratta di Alessandro Bertolucci, che
nella fiction interpreterà la parte di Max, anche lui dottore e per giunta pediatra.
Ma ancora non basta: i due avranno anche il loro da fare a gestire una bambina
(Agnese, la figlia che Max ha avuto dalla sua relazione con un’infermiera). Una
famiglia moderna insomma, come ce ne sono tante tranne che nella costituzione,
almeno secondo la vulgata omofobica dei nostri politici.
“Credo che sia giusto che Oscar abbia un compagno, per troppo tempo infatti
non ha avuto una vita sentimentale”, ha spiegato Paolo Sassanelli a “Tv Sorrisi
e canzoni”. Quanto alle reazioni del pubblico, Bertolucci si dice che convinto che
“reagirà bene, perché Oscar e Max sono
due personaggi positivi”.
Spezza una lancia a favore dell’evoluzione
“filo gay” di “Un medico in famiglia” anche
Lino Banfi, che nella serie interpreta
il personaggio di nonno Libero e che nella
realtà è sempre più impegnato a difendere
la dignità degli omosessuali contro i rigurgiti
bacchettoni.
A proposito del fidanzamento televisivo
di Oscar ha dichiarato: “Se nasce una
simpatia tra lui e un altro uomo, dal
momento che è gay non c’è niente di
male. Se vogliamo essere umani, se
vogliamo essere altruisti, come lo siamo
noi nel ‘Medico’, come lo è nonno Libero
che è un antirazzista”.
Se la politica si trasforma in avanspettacolo, è normale
che i comici finiscano per essere i soli a parlare di
politica seriamente.
È proprio questo il caso di Luciana Littizzetto,
che nelle sue apparizioni a “Che tempo fa” (su Raitre) si
diverte a fustigare con arguzia le pretese delle gerarchie
cattoliche di controllare per legge i nostri comportamenti
sessuali e famigliari. Soprattutto quelli dei gay. Con le
sue gag, Littizzetto traduce in critica di buonsenso
l’indignazione di tutti coloro che non smettono di
stupirsi per quanto vengano di solito prese sul serio
le scempiaggini del Vaticano. E con il suo tormentone
“Eminenza!”, nel quale si rivolge direttamente al cardinale Ruini,
supplisce con civile umorismo alle continue e stucchevoli genuflessioni
della politica istituzionale.
Nella puntata andata in onda l’11 febbraio, per esempio, ha preso di
mira sua eminenza sul tema delle coppie di fatto (“Eminenza, dico a
lei”, ha cominciato, per poi subito correggersi: “Anzi, no, ‘dico’ non
si può dire…”).
Sbeffeggiando l’arcigno cardinale, Littizzetto ha sviluppato un piccolo
ragionamento che sarebbe bello prima o poi sentire da persone come
Prodi, Fassino o Bertinotti (per non parlare di Fini o Casini): con
tutta la violenza e l’odio che ci sono in giro non sarà un po’ assurdo
prendersela tanto con gente che dopotutto si ama e vuole anche farlo
sapere in giro? Non sarà meglio poi “uno con il rimmel che uno con
la spranga?”.
La chiesa cattolica però fa di tutto per non vedere la realtà, tanto da
far venire un dubbio: “Io non capisco”, ha detto infatti Littizzetto
concludendo il suo intervento, “se la pelle del salame che tenete
sugli occhi ve la danno insieme al turibolo. Il primo turibolo della
carriera”.
Un applauso a Luciana.
pride
marzo 07
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pride
34 cronaca
Amanda “no trans”
Chi l’avrebbe mai detto che perfino un’icona ante litteram del transgender come
Amanda Lear avrebbe finito per sputare nel piatto in cui ha lungamente mangiato?
Eppure è successo proprio questo, il 18 febbraio, durante la serata Join the gap
organizzata dall’Arcigay di Milano.
Secondo il comunicato degli organizzatori della serata, Madame Lear doveva essere
l’ospite d’onore, ma una discutibile concezione del proprio onore l’avrebbe spinta a
rifiutare con sdegno di salire sul palco accanto alle drag queen che animano abitualmente
la parte spettacolare della serata. Niente trans in giro, aveva fatto sapere già prima
dell’arrivo, e men che meno foto compromettenti in loro compagnia.
Gli organizzatori affermano di avere chiesto spiegazioni su questo atteggiamento e
Amanda avrebbe risposto di voler evitare che circolassero sue immagini insieme a
personaggi volgari e seminudi.
“Abbiamo cercato di capire cosa la signora
Lear intendesse con le sue parole”, ha
raccontato il presidente dell’Arcigay di Milano
Paolo Ferigo, “ma non ha voluto sentire
ragioni. Ha rifiutato categoricamente di
confrontarsi, e alla proposta di spiegare dal
palco i suoi perché, ha detto che era disposta
a farlo, ma che sarebbe stata offensiva”.
Di fronte a questa mancanza di disponibilità,
l’unica soluzione possibile è stata quella di
rinunciare alla diva, invitandola ad andarsene
e spiegando al pubblico in attesa le ragioni
della decisione. “Il pubblico”, ha dichiarato il
vicepresidente di Arcigay Milano Amedeo
Patrizi, “ha capito e applaudito la scelta.
Non vogliamo più accettare passivamente
questi atteggiamenti omofobici e transfobici,
da qualsiasi parte arrivino. Abbiamo smesso
di far finta di nulla e abbassare la testa. La
nostra dignità non è un compromesso”.
Patrizi ha aggiunto che “è incredibile che una
persona dello spettacolo che ha impostato l’inizio della sua carriera proprio partendo
dalla sua ambiguità di genere possa dimostrarsi così piena di pregiudizi. Un’altra delle
icone gay, dopo Patty Pravo e Renato Zero, che si scopre essere tutt’altro che amica
del popolo gay, lesbo e trans”.
Sembra proprio arrivato il momento di mandare definitivamente in pensione queste
icone logorate dal tempo e sostituirle, se proprio occorre, con interpreti un po’ più
moderni del nostro modo di essere e di sentire.
Bullismo in parlamento
L’inchiesta di “Pride” pubblicata in gennaio sul bullismo omofobico diffuso tra i giovani
ha fornito lo spunto per un’interrogazione parlamentare al ministro dell’istruzione
presentata dal deputato Ds Franco Grillini.
Citando numerosi dati sulla consistenza del fenomeno in Italia e nel resto d’Europa,
Grillini ha lamentato la latitanza delle istituzioni nazionali e ha chiesto “quali misure
intenda attivare il signor ministro per la prevenzione specifica del bullismo nelle scuole
e del disagio degli adolescenti omosessuali”.
Mentre Fioroni ci pensa, le associazioni glbt continuano a fare supplenza. È partito
infatti lo scorso mese in Emilia Romagna il corso di formazione “Educare al rispetto”,
prodotto da Arcigay, finanziato dalla fondazione del Monte di Bologna e rivolto al
personale docente e non delle scuole medie e superiori.
Il progetto intende insegnare a prevenire e affrontare episodi di bullismo, con particolare
attenzione al bullismo omofobico.
L’iniziativa è autorizzata dal ministero dell’istruzione, da cui però ci si aspetterebbe
anche qualche intervento più diretto, visto che il bullismo antigay nelle scuole è un dato
di fatto costante e piuttosto allarmante, anche se in pochi sembrano accorgersene
quando i giornali non ne parlano.
pride
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36 cronaca
New York: il reverendo Ted
Haggard, leader di un gruppo
evangelico omofobico licenziato nel
novembre scorso dalla sua congregazione dopo aver ammesso una relazione pluriennale con un prostituto,
è “definitivamente guarito”.
Ne ha dato lui stesso il lieto annuncio, spiegando che tre settimane di
terapia intensiva basata sulla Bibbia
sono riuscite a riportarlo sulla retta
via eterosessuale, ponendo fine a parecchi decenni di vane lotte contro
invincibili inclinazioni gay.
Il reverendo, che ha moglie e cinque
figli, ha anche fatto sapere che ora intende intraprendere studi di psicologia insieme alla sua signora. Speriamo
che gli facciano bene.
Esercito pappone
Parigi: la corte di appello di Amiens
E un altro, altrettanto anonimo, avrebbe aggiunto: “Almeno
La denuncia è venuta dall’associazione delle madri dei soldati di Russia e ha fatto il giro del mondo: giovani reclute
dell’esercito costrette a prostituirsi da ufficiali e soldati più
anziani che intascavano i proventi delle prestazioni.
I fatti si sarebbero svolti in una centralissima caserma di San
Pietroburgo e avrebbero riguardato decine di giovani soldati,
fatti uscire nottetempo per salire sulle auto di facoltosi clienti, tra cui figurerebbe anche un generale dei servizi segreti
russi. Il prezzo di un rapporto sessuale si sarebbe aggirato
intorno ai trenta euro.
Un soldato, rimasto anonimo, avrebbe raccontato: “Gli ufficiali ci picchiavano e ci costringevano ad andare a guadagnare
denaro. Io sono stato torturato anche con le scariche elettriche”.
ha confermato il 14 febbraio l’adozione semplice di un bambino di due anni e mezzo da parte della compagna
della madre biologica.
Il bambino è stato concepito con inseminazione artificiale effettuata in
Belgio ed è stato allevato dalle due
donne. Secondo la corte, l’adozione
da parte della madre non biologica è
dunque nel suo interesse.
L’assurdo è che per ottenere questa
sentenza, in accordo con la legge
francese, la madre biologica ha dovuto rinunciare alla propria autorità
parentale. La coppia ha comunque
annunciato l’immediato avvio di un’altra causa legale per avere il riconoscimento della co-genitorialità.
dieci di noi, giovani reclute, non passavano la notte nella base
Amsterdam: il governo olandese
gli abusi all’interno delle caserme sono rigorosi e puntuali.
militare”.
Oltre a questi episodi, le madri russe e altre associazioni
per i diritti umani hanno puntato il dito contro il criminale
bullismo diffuso all’interno delle forze armate, citando tra
gli altri il caso di Andrei Sychev, un soldato di appena
diciotto anni gravemente torturato lo scorso anno da alcuni commilitoni più anziani. Al punto da dover subire, come
conseguenza delle sevizie, l’amputazione delle gambe e dei
genitali. Le vittime del bullismo nell’esercito sarebbero ogni
anno varie centinaia.
Il ministero degli interni russo ha smentito con sdegno tutte
le accuse, accusando a sua volta l’associazione delle madri
di propaganda antinazionale e spiegando che i controlli su-
ha da qualche settimana una ministra apertamente lesbica. Si tratta
di Gerda Verburg, esponente del
partito cristiano-democratico, nominata ministro dell’agricoltura. È la
prima volta che una donna dichiaratamente omosessuale entra a far parte
del governo.
La rappresentanza glbt rimane così
intatta dopo la fine del mandato di
Joop Wijn, ex ministro dell’economia dichiaratamente gay (anche lui
cristiano-democratico).
Verburg e Wijn erano stati i soli esponenti del loro partito, cinque anni fa,
a votare in parlamento a favore dell’apertura del matrimonio civile alle
coppie dello stesso sesso.
È comunque innegabile che le denunce di bullismo, al di là
Kathmandu: a fine gennaio le au-
Yuri Luzhkov non ha esitato a definire addirittura “sata-
torità del Nepal hanno concesso, per
la prima volta, a un cittadino nepalese
di essere riconosciuto contemporaneamente come uomo e come donna. Si tratta di Chanda Rani, 40
anni, che ha ricevuto un passaporto
sul quale compare l’attribuzione di
entrambi i sessi. Per l’associazione
nepalese di difesa dei diritti glbt Blue
diamond society è una grande
vittoria, che apre le porte al riconoscimento del diritto all’ermafroditismo per altre centinaia di transgender
che ne hanno fatto richiesta.
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dei possibili ricami su singoli episodi, risultano quantomeno
verosimili se si pensa alla pessima fama che le forze armate
russe si sono conquistate sul campo in teatri di guerra come
la Cecenia.
Lo scandalo delle reclute costrette a prostituirsi aggiunge
peraltro una fosca pennellata all’immagine del potere in Russia anche in relazione all’atteggiamento delle autorità (civili
e militari) nei confronti degli omosessuali e dei loro diritti
negati.
Il presidente Putin ha di recente inanellato una nuova perla
omofobica dichiarando ai giornalisti che gli omosessuali rappresentano un problema sociale per via del basso coefficiente di natalità che affligge il paese. Mentre il sindaco di Mosca
nici” eventi come il gay pride, che fu vietato l’anno scorso
nella capitale russa e si appresta a esserlo anche quest’anno,
in base alle assicurazioni fornite dalle autorità cittadine in
ossequio al punto di vista della chiesa ortodossa.
Anche al consiglio d’Europa, che aveva espressamente richiesto spiegazioni relative al divieto di manifestare per gli
omosessuali, i rappresentanti russi hanno fatto sapere che
quando ragioni di ordine pubblico lo richiedono, è necessario limitare la sacrosanta libertà di espressione dei cittadini.
Sarà per questo che due omosessuali russi hanno ottenuto
il mese scorso l’asilo politico in Francia come perseguitati a
causa del proprio orientamento sessuale?
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L’uovo di Colombia
Ai giudici della corte costituzionale della Colombia è bastato cancellare tre
parole per porre fine a una discriminazione che da diciassette anni penalizzava
le coppie conviventi omosessuali rispetto a quelle eterosessuali.
Il 7 febbraio, con una decisione quasi unanime (otto a uno), la corte ha infatti
depennato l’espressione “uomo e donna” dalla legge del 1990 che garantiva
alcuni diritti alle coppie di fatto. Il diritto più importante è quello ad ereditare
i beni del partner, per usufruire del quale le coppie gay e lesbiche colombiane
erano fino a un mese fa costrette a provvedere legalmente fondando società
commerciali a due.
Il ricorso alla corte costituzionale era stato promosso da Colombia diversa,
associazione glbt che con l’assistenza di esperti giuristi aveva obiettato che
riservare diritti solo alle coppie eterosessuali era contrario “alla dignità umana
e alla libera associazione”.
La responsabile di Colombia diversa, Marcela Sanchez, ha definito la
decisione “un grande passo avanti a favore dei diritti delle coppie di fatto gay”, anche
se ha aggiunto che “per porre fine alle discriminazioni non bastano le leggi, occorre
un importante cambiamento culturale”.
Acquisire il diritto all’eredità non apre comunque automaticamente alle coppie
gay e lesbiche la strada per le unioni civili. Un testo di legge su questo argomento
è attualmente in discussione in parlamento, dove ha trovato la prevedibile
resistenza
dei
conservatori,
spalleggiati dalla chiesa cattolica.
Il segretario della conferenza
episcopale colombiana, Fabian
Marulanda,
ha
tuttavia
scavalcato a sinistra il cardinale
Ruini,
affermando
che
gli
omosessuali “devono godere degli
stessi diritti di qualunque cittadino
del paese”, pur specificando poi
che “per la chiesa è importante che
le coppie di fatto dello stesso sesso
non ottengano gli stessi diritti dei
matrimoni eterosessuali”.
Parole piuttosto contraddittorie,
che hanno reso necessario un
intervento chiarificatore del papa
in persona. Benedetto XVI infatti
ha ricevuto poche settimane fa
l’ambasciatore della Colombia per
spiegargli che bisogna resistere
in ogni modo alla tentazione
di “distruggere la famiglia”
concedendo diritti alle coppie
dello stesso sesso.
Ragazzini al pride
Perfino nella tollerante e apertissima Olanda ha suscitato parecchie perplessità
la proposta di far sfilare per i canali di Amsterdam, in occasione del pride di
quest’anno, una barca riservata a ragazzi tra gli 11 e i 16 anni.
Va detto che l’idea non partiva da qualche inquietante associazione di pedofili,
bensì da un ragazzo di 14 anni, Danny Hoekzema, che aveva aperto alla
bisogna una campagna di adesioni via internet. Con questo metodo aveva già
raccolto dieci adesioni di coetanei, quando il sindaco di Amsterdam è intervenuto
per bocciare la proposta, ritenuta “troppo rischiosa”. Danny però non si è dato
per vinto e ha contestato la presa di posizione del primo cittadino, riuscendo
alla fine a fargli cambiare idea.
La barca dei ragazzini potrà dunque partecipare al pride a due condizioni: che
sia tenuta a debita distanza da altre imbarcazioni considerate “provocatorie”
dalla sensibilità comune, e che i minorenni siano accompagnati nella traversata
dai rispettivi genitori.
Il dibattito intorno a questo caso ha avuto comunque il merito di rompere un
altro tabù: che non sia socialmente ammissibile dichiararsi gay, o gay friendly,
prima del raggiungimento di un’età ragionevolmente “matura”, a prescindere
dalle convinzioni soggettive.
Ciò fa sì che moltissimi adolescenti omosessuali siano costretti a venire educati
in un regime di eterosessualità coatta, e finiscano poi per ricordare la cosiddetta
“età spensierata” come un vero inferno.
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Basket e omofobia
Il coming out iperpubblicizzato di John Amaechi, ex giocatore del campionato
di basket nordamericano, ha riaperto il dibattito negli Stati uniti sul diritto di
cittadinanza dei gay nello sport. Amaechi, che oggi ha 36 anni e si è ritirato dal
basket professionistico tre anni fa, è “uscito fuori” con un libro autobiografico,
in cui racconta in dettaglio il disagio di aver dovuto rimanere nascosto come gay
a causa dell’omofobia che detta legge nell’ambiente del basket. Amaechi parla
anche dei suoi problemi con compagni di squadra e allenatori, delle incursioni
clandestine nei club gay e di come tutto questo lo facesse sentire come “un
alieno caduto dallo spazio”.
Il libro è uscito il mese scorso negli Stati uniti e ha suscitato molte reazioni
positive, a cominciare da quelle dei dirigenti della Nba (l’associazione nazionale
basket) che hanno ammesso la necessità di combattere l’omofobia diffusa nel
mondo del basket.
La testimonianza più convincente di
quanto fosse veritiero il racconto
di Amaechi è venuta però da Tim
Hardaway, un altro ex giocatore
professionista della Nba, che in
un’intervista radiofonica ha sparato
a zero contro gli omosessuali. “Io
odio i gay”, ha dichiarato, “e voglio
farlo sapere. Non mi piacciono e non
amo averli intorno. Sono omofobo e
penso che queste cose non dovrebbero
esistere nel mondo o negli Stati
uniti”.
Alla domanda su come avrebbe
reagito di fronte alla scoperta di
avere un compagno di squadra gay,
Hardaway ha poi risposto: “Per
prima cosa non l’avrei voluto nella
mia squadra. E in secondo luogo, se ci
fosse stato, mi sarei tenuto alla larga
da lui. Non penso che avrebbe dovuto
stare nello spogliatoio con noi”.
John Amaechi
Per queste parole Hardaway è stato
duramente sconfessato dalla Nba e ha subito dopo diffuso una dichiarazione di
scuse. Ma John Amaechi si è detto compiaciuto per la sincerità del collega:
“Finalmente”, ha spiegato, “qualcuno è stato onesto. È ridicolo, assurdo, meschino
e rivela una mancanza di empatia gigantesca. Tuttavia illustra il problema meglio di
qualunque linguaggio soft utilizzato fin qui da molti altri”.
Compagni
d’amore
Nella Cina comunista trasformata
nella vetrina del capitalismo globale,
la parola “compagno” viene usata
ormai dai giovani come sinonimo
di “frocio”. E stando alle cronache
si tratta di un insulto sanguinoso,
a testimonianza del fatto che i gay
non se la passano molto bene nel
paese più popoloso del mondo.
L’origine del cambio di significato non è però per niente omofobica, visto che
viene attribuita alla comunità gay di Hong Kong. Ne ha parlato in una recente
intervista l’artista cinese Lin Yiuho, rievocando l’organizzazione di un festival
di cinema omosessuale nell’ormai lontano 1989: “C’era una rassegna e molti
temevano di rivelare la loro identità, avevano paura di dichiararsi omosessuali. Allora
pensai di stimolarli con una famosa frase del padre della repubblica, Sun Yat Sen.
La frase diceva: “La rivoluzione non è ancora riuscita. I compagni devono ancora
impegnarsi”. Era un modo di coinvolgerli, di aiutarli a superare i timori”.
Da lì in avanti, secondo questa romantica ricostruzione, il termine “compagno”
ha assunto un nuovo significato prima ad Hong Kong, poi a Macao e in seguito
nel resto della Cina. Ma nel momento in cui ha cominciato a essere usato anche
dagli eterosessuali è diventato un insulto. Come appunto diceva il saggio Sun Yat
Sen, la rivoluzione non è ancora riuscita.
Nel frattempo i padri del comunismo, che in quanto a machismo non scherzavano,
si rivolteranno certamente nella tomba.
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Handicappato e gay? Discriminazione, sofferenza, solitudine, silenzio e vergogna, tutto moltiplicato per due. I diretti interessati la pensano però diversamente e sfidano, con richieste concrete, la comunità gay.
Disabili gay: la sfida
Stefano Bolognini
[email protected]
Parleremo di paraplegici, amputati, spine bifide, ciechi e per di più gay; siete pronti a versare qualche facile lacrimuccia?
Ebbene, non ne verserete: “Molti disabili gay”,
ci spiega Priscilla Berardi, coordinatrice
della ricerca di Arcigay “Omodisabili”, “hanno
percorsi di vita soddisfacenti, soprattutto se sono
visibili o hanno un compagno. Abbiamo incontrato
persone che vivono bene, anche con difficoltà che
sembrerebbero estreme: dalla sclerosi multipla a
gravi handicap motori. Alcuni si sono appoggiati a
percorsi interiori di psicoterapia o a gruppi di cattolici gay che li hanno accolti umanamente, senza
pietismo, in un rapporto alla pari”.
“La mia disabilità è lieve: sono focomelico e non
si nota molto”, conferma Martino Tommasino,
ventinovenne webmaster del sito “www.culturagay.it”. “In discoteca non ho lo stesso impatto di
un palestrato, ma nemmeno mi sento messo da
parte. Se poi parliamo di difficoltà, ho difficoltà a
rimorchiare... ma questo è un altro discorso”.
“Economicamente abbiamo alcuni vantaggi sotDisegno di Massimo Basili
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to forma di assegni ed aiuti”, amplia il discorso
Franco, emiplegico di 45 anni (fnegrett@tin.
it), “ma un gay, nell’immaginario, è bello, giovane
e perfetto: il mondo gay non è per i disabili”.
L’handicap gay, fino a ieri tanto invisibile, è insomma uscito allo scoperto, esprimendo una
lunga serie di difficoltà, ma anche e soprattutto richieste concrete alla comunità.
“Per coloro che hanno disabilità invisibili (protesi,
ipoudenti, ipovedenti, patologie congenite...) la
prima difficoltà dei gay disabili”, continua la Berardi, “è il doppio coming out, da omosessuali e
da disabili. A volte famiglie molto accoglienti diventano un ostacolo insormontabile per l’omosessualità visibile; molti non sono dichiarati sul lavoro
e alcuni, dopo aver raccontato la loro disabilità
ad altri gay, sono rifiutati. La sessualità è vissuta
più tardi: chi può frequenta darkroom o battuage, altri si rivolgono al sesso a pagamento, tutti
preferiscono relazioni con persone conosciute o in
internet o, per chi è autosufficente o può esservi
accompagnato, nei locali. I locali sono una emer-
genza: la maggior parte è inaccessibile, tanto che
il range di persone a cui un disabile ha accesso è
sovente ristretto. Molti lamentano di avere partner
per periodi brevi, ma mi pare un trend generico,
vale anche per il resto del genere umano. Alcuni si
sentono limitati a letto, mentre altri, in relazione
di coppia, scoprono modi fantasiosi di fare sesso
in maniera soddisfacente. Internet e le chat sono
d’aiuto, ma è un ragazzo che meglio ha espresso il
punto di vista dei disabili gay: ‘Usciamo dalle chat,
facciamoci vedere nel mondo reale’ ”.
Dalla ricerca, che continuerà (per contatti
[email protected] o 348 5167091) e che
non esaurisce l’argomento, la necessità di uscire allo scoperto emerge unanime, da coloro
per cui l’assenza di un arto diventa “una montagna insormontabile” a coloro che completamente paralizzati dalla nascita vivono orgogliosamente come gay.
In un paese lento ad assimilare ogni diversità, le uniche componenti visibili, però, sono i
cultura+attualità
sordi, con il Triangolo silenzioso (www.
arcigaymilano.org/triangolosilenzioso), attivo
dal 1993.
Il sito consiglia abbreviazioni per comunicare
via sms, chiede che conferenze e convegni gay
abbiano un traduttore nella lingua nei segni e
offre semplici “regole di condotta”: al cinema
si va solo alla proiezione dell’orginale sottotitolato, via libera poi, alla discoteca: i sordi
sentono le vibrazioni dei bassi.
I ciechi escono timidamente dal buio in internet. Alexis, il fondatore del sito www.gaynonvedenti.it, in un’intervista del 2006 racconta:
“Nella vita di tutti i giorni non ho grossi problemi,
forse i problemi nascono proprio dagli stessi gay
che non mi reputano ‘normale’, e tendono a scartarmi. Ci sono persone che non conoscono neanche il significato della parola ‘handicap’ e in chat
si spaventano”.
I ciechi chiedono siti gay leggibili dai lettori testuali (apparecchi che “leggono” i testi con una
voce sintetica), e audiolibri (la libreria Babele
di Milano ha qualche titolo in catalogo) a tematica. I volontari lettori di audiolibri sono avvisati, ma anche l’associazionismo gay potrebbe
prestare qualche voce.
Esaurisce il campo Handigay di Roma ([email protected]), un gruppo che, lentamente,
si sta strutturando e progetta una campagna
con opuscoli informativi.
Mancano all’appello decine di altre situazioni,
ed è buio fitto sull’handicap mentale, ma l’associazionismo di disabili è solo un palliativo: “I
disabili chedono di far parte dell’associazionismo
generico. Perché dovrebbero incontrarsi solo tra
loro? Uscire allo scoperto significa stare tra tutti”,
chiarisce Priscilla Berardi.
Ma intanto, con i luoghi di aggregazione gay
per lo più irraggiungibili, che si fa?
Moltissimi usano i siti internet nelle messaggerie generiche, e non esclusive come la francese www.andigay.com o la danese www.handicapdating.dk. “Perché dovrei frequentare un
ghetto?”, chiede Marco, paraplegico di 25 anni.
In italiano del resto quei siti non esistono neppure, se si esclude un poco partecipato forum
di discussione (www.gay.it/forum/list.php?147)
che raccoglie rari appelli di questo tenore: “28
anni, distrofia, cerco amore e sex”, “Sono sordomuto, ma so parlare bene ed ascoltare... cerco gay,
amore e sex, ma non è obbligatorio trovare un gay
disabile, cerco anche le persone normali”, “Sono
un ragazzo di 35 anni disabile motorio ma sufficientemente autonomo. Cerco ragazzo simpatico
ed estroverso dai 25 ai 30 libero per capodanno
che mi faccia compagnia”...
Le chat offrono qualche possibilità in più, ma
anche difficoltà, come riassume Franco (www.
arcigay.it/show.php?2161): “In chat il disabile
generalmente non si dichiara apertamente come
tale, ma approfittando dell’ambiente virtuale si
accontenta di avere qualche conversazione più o
meno erotica, oppure di parlare con qualcuno che
si presenta come persona attraente, cosa difficile
nel mondo reale... Vi sono molte eccezioni, per lo
più rappresentate da uomini che vogliono provare
a far sesso con un disabile o da gente che non si
ritiene in grado di avere una relazione con una
persona normale come ad esempio per la convin-
zione di essere brutto, comune a tanti gay… Ma
attenzione ai rapinatori di gay disabili”.
“Vi sono poi”, conclude, “i devotee, cioè quelle
persone normodotate che provano un’attrazione,
a volte morbosa, per i disabili. Si dividono per interesse specifico: esistono i devotee attratti da
amputazioni (la maggioranza), quelli attirati dai
paraplegici (su sedia a rotelle) e quelli interessati a
disabili di qualunque genere. In molti casi il devotee non è attratto dalla persona in sé ma dalla sua
disabilità, o dai suoi ausili da handicappato”.
Sui “devoti” la discussione è aperta: “Sono persone che cercano sesso con un disabile e poi ciao
ciao”, racconta un testimone sul web. Tuttavia
Max replica: “Io sono gay e devotee. Da qualche
mese ho conosciuto un ragazzo amputato. Lui sa
tutto di me, ma non mi considera un devotee e
io non considero lui un amputato. Siamo solo due
persone come tante e adesso lui è il mio compagno
e ci amiamo”.
In internet esiste un newsgroup di devotee italiani, “un angolino nascosto dove finalmente devotee e disabili possono incontrarsi senza problemi,
dove i devotee possono scambiarsi informazioni
ed i disabili possono conoscere i devotee come
persone” (it.groups.yahoo.com/group/milanodev) e, meno frequentato, it.groups.yahoo.
com/group/gaydisabililombardia), 312 iscritti e
due messaggi gay: “35 anni, gay, devotee. Cerco
amicizia e qualcos’altro con un ragazzo amputato, ho tanto amore da dare. A presto”. Risponde
lapidario un “gay, genovese, amputato, 44 anni”
in cerca di “nuove amicizie: scrivetemi e risponderò”.
“Fortunatamente non ho mai avuto a che fare”,
ci spiega Martino Tommasino, “con devoti. Mi
insospettiscono le persone che cercano un determinato tratto fisico, mi sembra una fissazione, un
feticcio”. Ma anche Brad Pitt, un palestrato o il
Tazio di turno lo sono... “ Pitt è il nostro ideale
estetico di bello, che uno vada a cercare un’amputazione è strano... è un po’ perverso”, conclude
Martino.
Il fenomeno devotee, al dì là del diluvio di discussioni che genera, va ridimensionato. Sul
mercato della pornografia gay, utile indicatore
della diffusione statistica dei nostri polimorfi piaceri, esiste solo un film datato, Stump
(www.dickwaddfetish.com/stump.htm), che
mostra un uomo amputato.
Sempre dalla pornografia però, ritorna lapalissiano il messaggio dall’universo dei disabili.
Un film porno etero spagnolo con un attore
paraplegico (www.putalocura.com/josito) nei
loro forum è stato acclamato, dai più, come
una nuova Genesi: “Finalmente, anche noi, facciamo vedere chi siamo”.
La disabilità chiede visibilità, innanzitutto,
quella gay visibilità doppia. È pronta la comunità gay a raccogliere la sfida?
“Arcigay”, conclude Raffaele Lelleri, responsabile salute di Arcigay, “si muove in due direzioni.
La prima è far incontrare le persone gay con disabilità, tra loro e con l’associazionismo, per aiutare
ad uscire da invisibilità e solitudine. Lavoreremo
poi sulla visibilità della disabilità nella comunità e
nell’associazionismo generico rivolto all’handicap,
che non contempla l’opzione omosessualità.
I disabili saranno presenti e molto visibili al gay
pride e al congresso di Arcigay e una rivista, “H
Parlante”, dedicherà finalmente loro un numero
monografico. Incomincerà poi il primo censimento
delle barriere architettoniche nelle sedi di Arcigay
e nei circoli ricreativi”. La sfida è accolta.
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La via Svizzera.
L’assistente sessuale
In Svizzera sono operativi gli assistenti sessuali professionisti (www.sexualassistenz.ch), che propongono ai
disabili che lo richiedono massaggi, carezze, esperienze
sensuali e giochi erotici. Nessuno, almeno per ora, lavora
con omosessuali. Lorenzo Fumagalli, uno di loro, ci racconta la sua esperienza.
Che cosa fa un assistente sessuale professionista?
L’assistente sessuale è colui che assiste un disabile nei
suoi bisogni sessuali. Abbiamo a che fare con persone
con handicap fisici e mentali e il lavoro di assistenza copre
un campo molto ampio. Si parte dalla semplice presenza
fisica, all’accarezzare, al massaggiare, fino all’insegnamento della masturbazione. Non è previsto l’atto sessuale
completo. In futuro, e possibilmente a partire dal corso
di formazione di quest’anno, si cercherà di trovare del
personale disposto ad offrire anche l’atto sessuale completo.
Come si diventa assistente?
Attraverso dei corsi, ma, almeno fino ad oggi, non si sono
tenuti regolarmente. Le difficoltà maggiori stanno nel
trovare i mezzi finanziari necessari. Lo stato offre un contributo, ma non basta, e motivare degli sponsor in questo
ambito non è impresa facile.
La vostra figura professionale è riconosciuta
dalla legislazione?
Non è riconosciuta ma nemmeno proibita.
Immagino che siate stati accolti tra molte
polemiche…
Al contrario, siamo stati accolti discretamente bene, forse anche perché il nostro gruppo ha cercato di non cadere nel tranello dei media a sfondo scandalistico.
Lavorate con disabili omosessuali?
Nel corso per assistenti di quest’anno è previsto di allargare la nostra offerta anche ad handicappati omosessuali
e lesbiche. Nel primo corso, del 2004, non vi erano assistenti omosessuali.
Cosa differenzia il suo lavoro dalla prostituzione?
Da sempre ci sono prostitute che si prendono cura di
persone con handicap: alcune lo fanno con molto tatto,
altre meno.
Non mi considero però un operatore nel campo della
prostituzione: la preparazione ad un incontro può comportare un coinvolgimento di terzi (educatori, genitori,
parenti) ed è molto impegnativa. Non di rado, prima e
dopo gli incontri mi trovo con un educatore per mettere
a punto la situazione, sempre, ovviamente, mantenendo
intatta la sfera privata ed intima del cliente.
L’assistenza sessuale e la prostituzione hanno sicuramente dei punti in comune ma sono comunque due attività
diverse. La società al momento fa fatica a capirlo e ad
accettarlo, per ragioni di ignoranza sul tema. Ma le cose
si evolveranno in una direzione giusta. Il ritmo frenetico
della nostra società “produce” sempre più persone che,
per incidenti o altro, sono obbligate a vivere una qualche
forma di infermità.
Siamo spero tutti concordi nell’affermare che queste persone abbiano il sano diritto di vivere la propria sessualità; alcune dovranno reimparare a gestirla, altre trovare
nuove forme.
Quanto guadagnate?
Il mio “guadagno” pecuniario (fare l’assistente è un grande
arricchimento sotto altri aspetti) è molto modesto. Siamo in pochissimi assistenti, le trasferte a domicilio sono
lunghe. Abbiamo richieste da tutta la Svizzera, e talvolta
anche da oltre confine. Considerando che spesso le persone handicappate non hanno grandi risorse finanziarie a
loro disposizione, i conti sono presto fatti.
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Marzo 2007
• Venerdì 2
- “I Piaceri della Notte”
Un Party Intrigante....Stuzzicante....
Trasgressivo....Goloso....Arrapante....
• Mercoledì 7
- “Porn Night” Live SexShow
• Sabato 17
- “The Wild Saturday”
Dedicated to: Fetish, Leather, Military, S.M
Dresscode Obbligatorio
• Domenica 18
- “Hard Party” “ Pomeriggio Naked”
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Mercoledì 21
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Chiuso il Lunedì
pride
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cultura+attualità
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Dalle leziose corti del settecento a Batman e Kriminal,
Sensualità a Corte mescola in modo molto camp generi,
epoche e personaggi. Seguendo comicamente il povero
Jean-Paul nella sua ricerca dell’uomo ideale.
Sensualità a Corte
Alessandro Martini
[email protected]
Con la ripresa dello show Mai dire martedì ritorna
in Tv la serie di sketch Sensualità a corte scritta,
diretta e interpretata da Marcello Cesena,
originale autore che da più di dieci anni ci regala una
comicità piena di riferimenti gay più o meno velati.
Sensualità a corte nasce anzitutto come parodia
delle fiction di ambientazione storica tipo Elisa di
Rivombrosa e dell’interattività dell’allora neonato
digitale terrestre, che attraverso un telecomando
consentirebbe agli spettatori di modificare gli eventi
della fiction, scegliendo se approvare o rifiutare
la proposta degli sceneggiatori (se non fosse che
qui gli “spettatori” accettano sempre, rendendosi
così complici della serie infinita di sciagure che si
riversano sul povero protagonista).
La serie è ambientata in un palazzo aristocratico
della Parigi nel 1794, ma il cuore di JeanClaude è altrove: in ogni stagione il nostro eroe
si innamora di un personaggio prelevato a forza da
tutt’altro genere di finzione. Nella prima stagione
si tratta di Batman. Jean-Claude lo chiama
affettuosamente “Renato”, e i due sembrano
destinati ad una felice matrimonio gay, se non che
nell’ultima puntata Jean-Claude viene rapito dagli
“alieni incazzosi” e portato su un pianeta lontano.
Nella seconda stagione Jean-Claude si invaghisce di
Darth Fener, che scopriamo chiamarsi in realtà
“Stefano”, il quale però non gradisce le avances del
baronetto e cerca in tutti i modi di annientarlo con
l’aiuto del “lato oscuro della forza”. A complicare le
cose ci si mette Batman/Renato, che appare in ogni
puntata sotto forma di spettro (come Obi-Wan
Kenobi nel secondo episodio di Guerre stellari) per
dispensare a Jean-Claude pessimi consigli su come
conquistare Stefano.
Nella terza stagione Jean-Claude sembra aver
trovato finalmente il vero amore: Diabolik, alias
“Armando”, che definisce: “Un eroe finalmente 
metrosexual, un uomo mansueto ma dalla profonda
morale”. La loro relazione è alquanto problematica:
malgrado Diabolik stia con Evan Kant, non sembra
disdegnare la compagnia di Jean-Claude.
A complicare le vicende sentimentali di Jean-Claude
ci si mettono tre inquietanti personaggi femminili.
Innanzitutto la Madre, una vecchia carampana
attanagliata da gravi problemi esistenziali, come le
doppie punte e la perdita di tonicità dell’ovale. La
Madre è in continuo conflitto con il figlio è cerca di
ostacolarne i progetti amorosi. Nel primo episodio
lo costringe a sposare la perfida Cassandra e ad
avere con lei dei bambini. Dato il poco interesse che
Jean-Claude ha verso le donne, e in particolare verso
la moglie, la Madre suggerisce di utilizzare il poco
ortodosso “metodo De Agostini”, da lei stessa usato
per avere Jean-Claude. In ogni puntata tiranneggia
poi Jean-Claude minacciandolo di privarlo dei suoi
più grandi tesori: dai pannolini in vellutino rosa
shocking, che scopriamo utilizzava quando era in
fasce, al fondotinta perlato di Beyoncé.
Cassandra è invece una nobildonna con un forte
esaurimento nervoso che cerca in ogni modo di
riportare Jean-Claude sulla “retta via” per poter
finalmente fare “l’ammore” con lui, anche se non
si scandalizza più di tanto per i gusti sessuali di suo
marito: quando lui gli confessa di essere innamorato
di Batman lei, senza battere ciglio, gli risponde: “E a
me mi arrapa l’Uomo Ragno!”.
Infine c’è la Madrina. Interpretata da Maurizio
Pirovano, la Madrina è una sorta di fatina,
nerovestita come una vedova, invocata da JeanClaude al termine di ogni episodio. Si materializza
da uno sbuffo di fuliggine e cerca maldestramente
di proteggere il nostro eroe portandolo in luoghi
dove finisce sempre nei guai, complice il perverso
meccanismo del digitale terrestre: che sia l’acquario
di Genova (dove Jean-Claude viene divorato da un
pescecane) o l’era giurassica (dove un T-rex affamato
lo ingoia in un sol boccone), fatto sta che ogni
puntata si chiude così con la prematura scomparsa
del nostro eroe.
Già da questo breve riassunto si capisce quanto
camp sia la comicità di Marcello Cesena. In ogni
sketch abbondano riferimenti alla cultura gay.
Cesena sbeffeggia tutto: da Renato Zero alla Carrà,
dalla mania per la musica da discoteca agli stereotipi
degli spot per i prodotti di bellezza.
Certo a lungo andare la serie risulta un pochino
ripetitiva. Per questo di tanto in tanto l’autore si
sforza in inserire qualche elemento nuovo o qualche
imprevista variazione sul tema.
Ma dopotutto parte del motivo del grande successo
di Sensualità a corte sta anche nell’aver creato una
serie di tormentoni: era dai tempi dell’ “Adalpina, taca
la musica”, lanciato da Giorgio Faletti (alias Franco
Tamburino), che un tormentone gay non prendeva
tanto piede.
marzo 07
pride
46 attualità+cultura
Il “tormentone” di Mines, “Per diventare gay”, è ora anche
un video. Ma la parolina “gay” non è ancora sdoganata per
le Tv italiane, che hanno preferito non trasmetterlo.
g
Non diventare ay
Roberto Cangioli
Ci sono vecchie glorie (noi le chiamiamo
signorilmente “has been”) che farebbero carte
false pur di apparire su qualche copertina patinata.
“Parlatene male, purché se ne parli”, l’importante
è essere visibili poiché, se nessuno parla di te,
positivamente o negativamente, di fatto non
esisti.
Nell’ambiente musicale poi, se non passi su
qualche Tv o in radio, scompari semplicemente.
È quanto rischia di accadere a Mines: ricordate?
Sul numero dello scorso dicembre ci eravamo
occupati di lui e della sua “Per diventare gay”.
La casa discografica Universal ha ristampato il Cd
Di bar in bar, si è premunita di distribuirlo presso
i grandi megastore, e non solo: ha prodotto un
video della canzone in questione, con gli attori
Mauro Negri, Rudy Borsella, Luigi Cosi per la
regia di Paolo Doppieri, di cui potete vedere in
questa pagina alcuni snapshot (altri sono visibili sul
sito dell’autore www.mines1.net).
Il problema è che il clip è stato candidamente
arginato, o meglio, ignorato dalle due principali
emittenti televisive musicali presenti nel nostro
paese: Mtv e All music.
Soprattutto quest’ultima sembra abbia decretato
che il video “è offensivo per i gay”.
Qualche altro addetto ai lavori ha però ammesso
che le Tv ritengano la parola “gay” scomoda.
A questo punto, mossi da curiosità, abbiamo chiesto
all’autore una copia del video e… sorpresa (!), a
parte qualche stereotipo effettivamente sciocco
di cui sembra che gli italiani non sappiano fare a
meno (gay = con parrucca da donna), non solo
non abbiamo trovato nulla che turbi nell’intimo gli
animi più sensibili, ma il filmato si dimostra invece
divertente, fresco e assolutamente non volgare.
La domanda che ci siamo posti a questo punto
è: come mai un prodotto valido come il disco di
Mines non è spinto sul mercato?
Sembra allora una bella contraddizione quella per
cui si dichiara la crisi del mercato discografico a
causa del p2p, quando in realtà c’è chi volutamente
dirige il pubblico verso determinate scelte di
acquisto.
E poi, suvvia, non ci sembra che Mines sia
volgare quanto un Fabri Fibra, i cui video sono
tranquillamente in rotazione…
Un consiglio: Mines, la prossima volta non usare
il termine “gay” che è offensivo, utilizza invece
“culattone” o “frocio”: vedrai che conquisterai
qualche punto in più nelle chart nazionali.
pride
marzo 07
47
marzo 07
pride
48 portfolio
A Milano, la mostra “Le due facce del travestimento”: bambole erotiche
di Chan Park. Dal 24 febbraio al 10 marzo, in viale Gorizia 14, presso lo
showroom di Pier Pour Hom.
Bamboleparty
“Sono figlio di due culture diverse, quella coreana e
quella giapponese. Penso che questa miscela si intraveda anche nelle mie creazioni, assieme ovviamente
agli influssi della moda italiana e della mia esperienza
nel settore grafico. Cerco di utilizzare tutte le mie
competenze per dare libero sfogo alle idee”.
Così si presenta Chan Park, artista/stilista poliedrico giapponese (ma di madre coreana: è nato
a Seul, nel 1973), oggi residente in Italia. Dove è
arrivato per studiare moda: “Ricordo di aver visto
una sfilata di John Galliano sul canale satellitare della
moda e ho pensato che quello era il mio palcoscenico
ideale. Il mese successivo ero già a Milano, iscritto
all’Istituto Carlo Secoli per seguire, come sempre, i
miei sogni”.
Questo spiega come mai le creazioni di Chan si
collochino a cavallo tra arte e moda, e perché egli
abbia scelto in passato, come supporto per i suoi
disegni e dipinti, t-shirts ed abiti. Con una produzione di “pezzi unici”, dipinti o disegnati a mano,
che vogliono essere indossati, e non esibiti su un
tavolo o appesi a un muro.
Certo, i suoi abiti non sono alla portata di tutti. E
non per una questione di prezzo, ma perché esibiscono sempre l’allusione erotica (anzi, omoerotica), in modo divertito, scanzonato, provocatorio.
Dopo essersi dedicato ai vestiti, Chan ha ora
aperto un nuovo fronte: le bambole erotiche, che
esibisce in mostra dal 24 febbraio al 10 marzo,
a Milano, presso lo showroom di Pier Pour
Hom (in viale Gorizia 14). Bambole speciali,
diciamo così, “anatomicamente corrette”, che
Chan si diverte a vestire e soprattutto travestire.
Sì, perché se provaste ad alzare la gonna a qualcuna delle sue leziose damine, “sotto” potreste
trovare una sorpresa...
“Ho imparato a cucire da bambino, guardando mia
nonna all’opera. Poi ho avuto l’occasione di vestire le
Barbie per un progetto esclusivo della Mattel e da
lì ho sempre pensato di realizzare una mia collezione di bambole. Oggi, semplicemente, la presento al
pubblico.
Dietro ogni bambola ci sono ore ed ore di lavoro e di
ricerca. Prima studio ogni modello e poi lo vesto da
capo a piedi. Utilizzo di tutto: dalla pelle al cotone,
dai pizzi alle pellicce a dei piccolissimi cristalli Swarovski. Ovviamente le dimensioni sono molto ridotte e
quindi è fondamentale l’attenzione ai dettagli.
Da parte loro gli organizzatori dichiarano di avere organizzato questa mostra “per la voglia di dare
una visione insolita del Carnevale, più accattivante e
più provocatoria. Un’esposizione incentrata sul rapporto tra vestire e travestire”.
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marzo 07
portfolio
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pride
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pride
marzo 07
cultura+attualità
51
Chiunque vorrebbe farne a meno, ma l’unica cosa possibile è imparare a farselo amico.
Preservativo
doppio?
Pigi Mazzoli
[email protected]
Ho digitato su Google le parole “rottura
preservativo”, senza un motivo preciso.
La ricerca un po’ casuale m’ha portato per prima
cosa sul sito del Vaticano.
Come mai era elencato? Per via di una lunga
relazione ufficiale del cardinale Alfonso Lopez
Trujillo sull’inefficacia del preservativo. Del
dicembre 2003, col titolo I valori della famiglia
e il cosiddetto sesso sicuro, dove nel titolo c’è già
l’assunto negativo della trattazione.
In queste pagine si spiega che il preservativo si
può rompere, che mettendone due si possono
rompere entrambi (ma cosa vanno a immaginare
in Vaticano?), che possono essere porosi e passare
il virus (vecchia storia falsa, ormai chiarita), che
possono essere usati male... per cui, per tutti
questi motivi, sarebbe meglio non usarli per non
essere indotti in una falsa sicurezza, meglio la
castità.
È come consigliare di non assumere farmaci
per via degli effetti collaterali, o non vaccinare i
bambini per via dei rischi.
Molto più interessanti delle elucubrazioni
cardinalizie sono invece state le pagine di blog
che sono riuscito a leggere. Tutte riguardavano
eterosessuali, e la rottura del preservativo era
l’angoscioso accadimento che esponeva a un
rischio-gravidanza questa o quell’altra giovane
utente. Di malattie veneree quasi neppure
l’ombra. Quasi, perché qui e là, ogni tanto,
qualcuno ricordava che fra pillola e spirali,
gravidanze indesiderate come unici argomenti, il
preservativo aveva in più il pregio di proteggerti
dall’Aids.
Le descrizioni tecniche sui preservativi e il loro
uso, in questi blog, rivelavano una tale ignoranza
che i polpastrelli presero a prudere e fui tentato
di registrarmi e stendere pagine e pagine di
informazioni corrette. Ma ero già passato da tante
altre pagine fitte di utili e corrette spiegazioni
sull’argomento, ed ho pensato che chiunque
riesca ad aprire un blog sull’argomento avrebbe
potuto prima leggere un po’ di informazioni utili,
e che quando una è tutta concentrata su “ma che
bella la prima volta, spero di non essere incinta”, la
sua salute non l’abbia messa al primo posto.
Noi che abbiamo passato da un pezzo le
romanticherie della prima volta, ora dobbiamo
badare a conservare a lungo la nostra integrità
fisica, ingrediente indispensabile per una sana
vita godereccia. Quindi dobbiamo informarci e
mettere a frutto le conoscenze acquisite.
Fra tutte le pagine che parlano di preservativi e
prevenzione delle malattie veneree, mi ha colpito
quella sul sito della Rai (sì, la Rai, radiotelevisione
italiana), dove viene schematizzato con
parole chiare cosa non è a rischio, e cosa lo è,
differenziando tra rischi lievi ed elevati.
Qui si parla non solo di preservativi, ma anche
di barriere, di guanti e di giocattoli sessuali. Ma
soprattutto, in queste poche righe, c’è lo spazio
per ricordare pure che “le altre malattie trasmesse
sessualmente possono favorire l’acquisizione (o
la trasmissione) del virus. Numerosi studi hanno
dimostrato che le malattie a trasmissione sessuale,
in particolare quelle comportanti ulcerazioni genitali
(herpes, sifilide, ulcera molle), aumentano sia la
suscettibilità all’infezione da Hiv, sia la contagiosità se
si è gia sieropositivi. L’uso del preservativo è efficace
nel contrastare non solo l’infezione da Hiv, ma
anche la maggior parte delle malattie sessualmente
trasmesse”.
Se volete ripassare le nozioni indispensabili,
andate anche voi a leggere http://www.
segretariatosociale.rai.it/codici/aids/contagio_
prevenzione_aids.html e lasciate stare il sito del
Vaticano, a meno che non vogliate sapere che
abat-jour si traduce in latino umbraculum lampadis,
il che esemplifica le idee contorte di certa gente.
Come lo scorso mese vi ho promesso, e come è
giusto che in queste pagine venga spiegato, eccoci
allora a parlare dei preservativi, nel loro aspetto
pratico.
La scelta
Grosso modo tutti sanno che in commercio
oltre ai tipi normali esistono quelli sottili e quelli
robusti. Dei primi tutti supponiamo siano meno
resistenti meccanicamente, ed è vero. Vengono
acquistati da chi inguaribilmente non riesce a
sopportare quei 72 millesimi di millimetro di
gomma. Avere 51 millesimo di millimetro (“Nudo”
e “Supersottile”) non è un grande guadagno in
sensibilità, ma una grande perdita in sicurezza.
Va usato eventualmente solo per il sesso orale,
o per penetrazioni anali brevi di un orifizio
sufficientemente cedevole e ben lubrificato, per
non indurre sforzi nel preservativo, perché la
marzo 07
pride
52
gomma così sottile è veramente fragile.
Quelli robusti si riconoscono per i rassicuranti
nomi commerciali che li contraddistinguono:
“Forte”, “Sicuro”, “Defensor”, ed hanno uno
spessore fra gli 80 e i 95 millesimi di millimetro.
Ripeto: millesimi di millimetro! Sono
comunque tutti praticamente impalpabili.
Per quanto riguarda le dimensioni, oltre ai
normali ci sono in commercio quelli più grandi
e quelli più piccoli. Si tratta di piccole differenze.
Un paio di millimetri di diametro e un centimetro
di lunghezza in più fanno poca differenza, ma
comunque è meglio orientarsi verso quello più
adatto, avendone la possibilità.
Lo stesso discorso varrebbe per quelli più piccoli,
che in commercio sono ben pochi e di scarsa
reperibilità per via del fatto che ancora si pensa
che, comunque, un cazzo grosso valga di più, e sia
disonorevole acquistare un preservativo piccolo.
Le difficoltà
Il primo problema insorge quando si deve infilare
il preservativo. Su un pene di dimensioni medie,
molto rigido e circonciso il preservativo si srotola
in un attimo, ma queste condizioni, tutte insieme,
non si presentano mai, se non nelle istruzioni dei
preservativi.
A volte il semplice atto di fermarsi, cercare la
bustina, aprire, guardare il verso da cui srotolare,
è sufficiente per perdere in parte l’erezione. Il
pene meno rigido rende ancor più macchinoso e
lento lo srotolare e questo aumenta ancor di più
lo stress, col risultato che molti affermano che il
preservativo gli fa perdere l’erezione.
Coll’esperienza si impara tuttavia a superare
questi problemi.
Inoltre se questo succedesse all’interno di una
coppia affiatata ci si potrebbe aiutare in due
ad infilare il preservativo velocemente. O si
potrebbe ritardare ulteriormente il momento
della penetrazione indugiando nei preliminari, il
che non è affatto una cosa spiacevole.
Proprio noi, che per un concetto di normalità
siamo stati estromessi dalla vita civile (e questo
accade ancora oggi), non dovremmo affidarci
troppo a questi giudizi, soprattutto per quel che
riguarda l’atto sessuale. Questo preambolo è
per spiegare che i modi della penetrazione sono
molto vari e che ognuno ha il suo.
C’è chi entra con un colpo di reni, tiene stretto
l’amante tenendo il pene ben premuto all’interno,
e con impercettibili movimenti arriva all’orgasmo
in pochi minuti.
C’è chi raggiunge il piacere entrando e uscendo
completamente con lentezza e metodo per molti,
molti minuti, inducendo in chi è penetrato l’estasi
prima e la noia dopo.
C’è chi ha un lungo e mobile prepuzio ed è questa
pelle che facilita lo scorrimento del pene durante
la penetrazione, come premio dopo la difficoltà di
srotolare completamente il preservativo sul pene
lasciando il prepuzio libero di scorrere.
C’è chi è circonciso, oppure ha la fimosi, ed
allora il preservativo deve essere robusto e ben
lubrificato, perché ad ogni movimento verrà
messa a prova la sua elasticità.
C’è chi trae il suo godimento nello sfregamento
del glande attraverso il culo, o nel palmo della
mano, e questo succede soprattutto a chi è
circonciso e ha perso la sensibilità della mucosa
pride
marzo 07
del glande perché è sempre esposta. Al contrario
altri trovano quasi doloroso lo sfregamento e
tutto il loro piacere si concentra nella sensazione
di costrizione e di calore.
C’è poi chi ha il pene troppo piccolo perché
un preservativo resti infilato saldamente, o chi
ha solo il glande piccolo, ed allora troverà il
preservativo sempre fuori posto, un poco sfilato,
a volte con la punta ripiegata di lato.
Di solito con la pratica si risolvono i problemi.
Qualcuno scopre che esiste un preservativo che
per forma e dimensione sembra incollato al suo
cazzo e non si stacca mai, neppure alla ventesima
diversa acrobatica posizione.
Altri troveranno nell’abbondanza delle dimensioni
la libertà di movimento e con essa la sensazione
di non indossare nulla.
A chi invece proprio non riesce ad infilarlo
ostentando indifferenza, a chi se lo sente come
ingessato anche nel modello XXXL, a chi
proprio non ha voglia di girare a cercarne uno
miniaturizzato... a tutti loro io consiglio di provare
il preservativo femminile.
Ma non solo.
Continueremo parlando dei preservativi di
poliuretano (che stanno ai preservativi di gomma
come le padelle di Teflon stanno a quelle di
ferro).
Non che ci piacciano i preservativi... ma sono
molto più simpatici delle malattie.
53
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marzo 07
pride
54 attualità+cultura
Il romanzo I malnati (Piero Betti editore, Firenze)
alla sua uscita nel 1960 fece un enorme scandalo.
Oggi è dimenticato, ed è un vero peccato, perché
è scritto in maniera preziosamente intelligente,
scorrevole e moderna. Ha inoltre un rilevante
interesse storico di testimonianza su ciò che significava essere omosessuale alla fine degli anni
’50. Vi si trova infatti una fedele trasposizione autobiografica “a chiave” (cioè con i nomi dei veri
protagonisti cambiati).
Scritto dal marchese Giorgio Quintini
Paleologo (nato nel 1933 a Roma) senza usare pseudonimi d’uopo, è il primo vero e proprio
romanzo “serio” con protagonista gay della storia
della letteratura italiana.
Era stato preceduto, l’anno prima, dal libro
scandalosamente autobiografico Roma capovolta (Quattrucci editore, Roma) di Giò Stajano
(nato a Lecce nel 1932) che sollevò un polverone
tale da essere sequestrato, processato e condannato al macero.
Sulla scia del grande clamore Stajano diede subito
alle stampe un nuovo libro nel novembre di quel
1959, Meglio un uovo oggi, che subì identico destino del precedente.
Quintini e Stajano erano molto amici: in quei
giorni erano entrambi pittori e molto intimi della
celeberrima Novella Parigini, colei che oltre
ad essere artista in via Margutta era anche la principale sobillatrice e fautrice della pazza “Dolce
Vita” romana. Non è un caso che ne I malnati si
ritrovi Stajano sotto il personaggio di “Giacomo
Variano”. Così come Quintini, pungentemente
quanto affettuosamente, è ritratto qua e là negli
scritti di Stajano: in Signorine sirene (Santanjello,
1961) è la sirena Passiria, e nella sua autobiografia (Sperling & Kupfer, 1992) è chiamato, tout
court, “La Marchesa”.
ospiti del falso nobile messicano “Juanito”.
Alla fine “Juanito” riuscirà a portarsi a letto “Pablo”, e “Andrea” li lascerà entrambi al loro destino.
Questa la trama, in soldoni. In pratica il libro è
pieno di descrizioni dettagliate dei diversi modus
vivendi e delle psicologie degli ambienti gay tra Parigi e Roma.
Nel libro non si ritrovano tutti i sensi di colpa
verso l’omosessualità tipici di tanti altri autori
dell’epoca (un limite che avrebbe fatto capolino
nell’opera di Pasolini e poi intriso fino all’ossessione quella del masochista Dario Bellezza), né
la pruriginosità che cade facilmente nel dettaglio
pornografico.
Nel libro Quintini ricorda anche la sua infanzia e il
graduale scoprirsi gay, accettando completamente, e senza tante tragedie, tutte le conseguenze
delle sue scelte di vita.
Il titolo del libro non si riferisce, come si potrebbe pensare, al significato di “malnato” in quanto
Giovanbattista Brambilla
I due autori avrebbero però preso, dopo questi
debutti letterari, strade differenti.
Stajano come giornalista e attore occasionale (si
diede pure al porno!), cambiò sesso nel 1982, per
poi tornare a dipingere e vivere, oggi, in un casolare di campagna come una suora laica.
Quintini, invece, divenne stilista di successo per
le più celebri case di moda dell’epoca tra Roma e
Firenze, poi diventò gallerista alla fine degli anni
’60, infine celebre antiquario e oggi, in riposo nel
Monferrato, è autore di testi teatrali.
Nel 1955 Quintini e Stajano avevano debuttato come pittori, esponendo insieme alla galleria
Open gate club e grazie alla Parigini erano entrati
in contatto col più bel mondo internazionale.
Fu nello studio della Parigini che Quintini conobbe una delle sue più care amiche: la leggendaria
top model Ivy Nicholson (nata nel 1933 a New
York). Che si ritrova, come “Eva”, trasposta ne I
malnati.
La vicenda del libro ha inizio quando Quintini
(che ne è il protagonista “Andrea”), durante un
suo soggiorno bohémien a Parigi nel 1957 ritrova
“Eva” e s’innamora del bellissimo pittore argentino “Pablo”, amante occasionale ma appassionato
della bellissima mannequin.
Alla fine “Andrea” riesce ad affascinare il pittore
e a portarselo in Italia. Prima nella casa di famiglia
a Perugia e poi a Roma, nel rutilante generone
artistico-cinematografico di via Veneto, entrambi
pride
marzo 07
01
malsano, bensì a quello di persona irrequieta
e scombinata, che ben si addice ad ogni gioventù. Specie a quella d’ogni “giovin artista”.
In effetti, ciascun personaggio del libro brilla per
una sua sensibilità: quella che anche al di fuori del
mondo artistico si può definire “talento”. Tutta
gente speciale, con una personalità unica.
Sono riuscito a parlare di tutto questo con Quintini in persona, che mi ha detto al telefono:
“Oggi c’è solo la volgarità. Sono contento d’aver vissuto in tempi migliori. Ho conosciuto tantissime persone eccezionali, al di là del fatto che fossero anche
famose...
Ad esempio Ivy Nicholson era d’una bellezza sconvolgente, con un’intelligenza e una folle stravaganza
tutta sua. Si sposò con un conte francese bellissimo.
Poi divenne anche pittrice e attrice. Nel 1967 si pensò
che fosse morta perché, per amore, si era tagliata le
vene per l’attore Anthony Perkins: tutti sapevano
che era gay, ma lei s’innamorava sempre e solo di
‘quelli’, perché li trovava eccezionali. Invece poi si sco-
I malnati
55
prì che era andata a New York alla Factory di Andy
Warhol, con cui girò sei film d’avanguardia.
S’innamorò perdutamente anche di Warhol, ma sposò
il suo assistente diciannovenne gay John Palmer, e
ci fece pure due gemelli. Poi scomparve di nuovo, e fu
ritrovata, per caso, come una barbona che vagava sui
marciapiedi di San Francisco nel 1984. Due anni fa
debuttò addirittura come regista cinematografica...
Anche il ‘Pablo’ del mio libro è realmente esistito. In
realtà era un pittore cileno di nome Andrés Gomez Monreal, talmente bello da fare impazzire
tutti. Fece la controfigura all’attore Horst Bucholz e
poi divenne un artista famoso a Madrid, dove si sposò. Era considerato il playboy di Saint Germain des
Prés… riuscì a sedurre pure una bellissima ragazza
che lavorava in una merceria.
Pensa come sono i casi della vita: in seguito questa
ragazza divenne un’attrice molto famosa, giunse a Cinecittà e s’innamorò di Vittorio Gassman. Il suo nome
era Juliette Mayniel e non è altri che la madre
del giovane Alessandro Gassman! Andrés divenne così
amico di famiglia, e quando passava per Roma era
sempre ospite a casa Gassman!
Il personaggio del perfido ‘Juanito’ era in realtà un cubano, prostituto gay d’alto bordo che era riuscito, non si sa
come, a diventare il segretario del vecchissimo principe
Johnny Del Drago...
Nel libro è ritratto anche il celebre costumista Folco,
che all’epoca viveva con lo scenografo Luigi Pizzi.
Il libro fece molto scandalo, ma fu distribuito male e fui
truffato dall’editore.
Di contro, mi stupì ricevere una splendida
recensione,
sull’omofobico
settimanale illustrato ‘Lo specchio’, dal famigerato scrittore di destra Giose Rimanelli.
In
quei
giorni,
con
lo
pseudonimo
‘A. G. Solari’, pubblicava impietose recensioni al
vetriolo che sconvolsero i salotti letterari: l’editore
Mondadori mise addirittura una taglia di mezzo
milione di lire per conoscerne la segreta identità! Una
volta la ‘cultura’ contava...”.
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02
05
01 Giorgio Quintini,
I malnati (1960)
02 Giorgio Quintini
nel 1960
03 Giorgio Quintini
con Ivy Nicholson a
Parigi (1957). Foto di
Jack Nisberg
04 Novella Parigini
con Giò Stajano,
Giorgio Quintini,
Marziano Lavarello
e Gigi Scuccimarra
(1955)
05 Ivy Nicholson’s
Screen Test di Andy
Warhol (1965)
06 Ivy Nicholson
(1970)
marzo 07
pride
56 rubriche
Spazio gay
Riscuote sempre più successo il nuovo sito di “personals” GaySpace. Ha più di 10.000 utenti registrati (per
la maggior parte del centronord), la guida ai locali gay
della penisola, è gratuito e contiene tantissime trovate
originali. Frutto del lavoro comune di giovanissimi che si
sono incontrati grazie ad internet, ha tra le rubriche “I
nostri modelli”, set creati dagli utenti di foto artigianali,
con pose forse leziose ma non per questo meno belle.
Lato negativo del sito? La lentezza.
http://www.gayspace.it
di Carmine Urciuoli
[email protected]
internet
libri
cinema
fumetti
musica
Tu mi tubi
È la moda del momento, sulla rete impazza la YouTubemania, la possibilità di mettere online e ripubblicare ovunque video e spezzoni da
trasmissioni televisive,
eventi pubblici o privati
ripresi con videocamere
o videofonini. Il primo a
lanciarsi nella videoimpresa è Franco Grillini,
che ha pubblicato le sue
audizioni con triangolo
rosa alla vigilia delle discussioni in parlamento della legge contro la
violenza antigay (http://
w w w.gaynews.it /view.
php?ID=72050) e tanti
graziosi documenti da
vedere e rivedere, come
il No del gerarca cattolico Camillo Ruini ai Pacs
(http://w w w.gaynews.
it/view.php?ID=72053)
o il faccia a faccia di
Barbero e Benzi sull’omosessualità a “Le Iene” (http://www.youtube.com/
watch?v=BuN0aKm6CDs).
tondo, con notizie ed informazioni centrate sui temi cari
al giornalista battipagliese.
http://www.p40.it
Anche Franco Barbero, il prete no vatican, ha un suo blog
con gli interventi di questi ultimi anni. Testuale e molto
spartano nella grafica, si lascia leggere tutto d’un fiato.
http://donfrancobarbero.blogspot.com
Nessuno sa dove trovi il tempo per aggiornare il suo blog
il segretario di Arcigay Aurelio Mancuso, che può essere
contemporaneamente ad un convegno a Roma, ad una
trasmissione in una Tv lombarda ed ad una cena sociale a
Salerno. Ubiquitari si nasce.
http://blog.libero.it/mancuso
Non è aggiornatissimo come vorrebbero i suoi affezionati
lettori il blog di Giulio M. Corbelli, capo redazione di gay.
it fino all’anno scorso.
http://outnews.ilcannocchiale.it
Storia proibita
Al grande interesse suscitato dalla pubblicazione recente
di saggi storici sull’omosessualità va incontro un lavoro
televisivo importante come Storia proibita, su History
channel (http://www.historychannel.it) canale tematico
dedicato alla storia incluso nel pacchetto base di Sky.
Il programma ripercorre con solerzia le vicende che hanno caratterizzato la storia dei costumi sessuali del nostro
paese durante il secolo scorso senza tralasciare nulla,
dallo scandalo dei Balletti verdi alla dolce vita gay di Giò
Stajano.
Sul sito, molto completo e curato, presente anche un blog
sempre aggiornato.
http://www.storiaproibita.it/1900/index.html
C’è chi ha poi creato un filmatino con il videogame Sims2,
con una regia impeccabile e una godibilissima trama a tema
(http://www.youtube.com/watch?v=esdl6kQNmVo).
Ma non è tutto oro quello che va in streaming: sulla rete
troviamo anche Salvatore Marino, “maschio 100%”, che
celebra “messe cristiane maschiliste” (http://www.youtube.com/watch?v=GE3yof3NLlA) e lancia anatemi contro
omosessuali e “lesbiche femministe e sataniste”. Sembra
satira di cattivo gusto, e invece non lo è.
Le mille blogger blu
Un blog personale che è un blog sulle emozioni quello di
Daniela Tuscano, con pensieri soffusi sull’incapacità che
ha il mondo contemporaneo di amare.
http://danielatuscano.wordpress.com
Adele Parrillo è stata la compagna di Stefano Rolla, regista
assassinato a Nassirya, che non potè, da vedova, partecipare alla celebrazione in onore del compagno morto
perché non era sposata con lui! Ha ora aperto un sito in
cui testimonia l’affetto per il compagno e l’intenzione di
cambiare le leggi discriminatorie. Affinché quello che è
accaduto a lei non si ripeta.
http://adeleparrillo.splinder.com
Il blog di Pasquale Quaranta, curatissimo nella struttura e
nella grafica, si presenta come un giornale online a tutto
>> EROSSTRIP
pride
marzo 07
Bazar saffico
Pieno di sezioni il pornoshop online “la Vilma”, dedicato
al sesso lesbico.
Tra le pagine “Le singles” e “Double toys”, strumenti erotici da usare da sole... o in due.
http://www.lavilma.it
Per chi non lo ha ancora visto, PornoTube (http://www.pornotube.com), il porno-clone
di YouTube, merita una visita, soprattutto ora che, a seguito del successo analogo del
suo originale, ha rinnovato completamente la grafica e la tecnologia di riproduzione dei
video. Un altro salto invece a Social porn (http://socialporn.com) sito di condivisione di
bookmark di siti hard. Per la striscia erotica della rubrica internet di questo mese, un
sito creato da e dedicato ad amanti dell’abbigliamento sportivo con centinaia di gallerie
con serie complete di foto e link esterni
http://www.adidasboyuk.com
57
marzo 07
pride
58 rubriche
Yves navarre
Il giardino zoologico
internet
libri
cinema
fumetti
musica
Il giardino zoologico
Questo romanzo è la saga di una famiglia
borghese, i Prouillan, all’epoca della Quinta
Repubblica. Tutto avviene tra il 9 e il 10 luglio
dello stesso anno, quando Henri Prouillan, una
sorta di padre padrone, e i figli Luc, Sébastien e
Claire ricordano, a modo loro, i quarant’anni di
Bertrand, il figlio più giovane di Henri. Da
tempo Bertrand è rinchiuso nella casa di campagna di Moncrabeau; perché è stato costretto a
lasciare l’elegante appartamento parigino del
padre? Che cosa è successo al giardino zoologico?
Sono questi i principali interrogativi che attraversano la drammatica storia di Bertrand, vittima del conformismo borghese di un passato non
ancora scomparso.
€ 15,80
Il giardino zoologico
Tutta la narrazione ruota intorno ad una data, un 9 luglio
Pubblicato in Italia nel 1981 con il titolo Il giardino segreto,
dei primi anni ottanta quando i vari componenti della
ma da molti anni introvabile, torna in libreria uno dei più
famiglia, (ognuno solo con se stesso, i propri ricordi e
bei romanzi della letteratura francese del novecento,
le macerie della propria esistenza) rievoca un 9 luglio di
con un titolo nuovo e una nuova traduzione.
venti anni prima, il ventesimo compleanno di Bertrand,
Nel 1980, quando uscì in Francia, il libro vinse il premio
il suo ritorno da Barcellona dove aveva accettato di
Goncourt. Il fatto che un premio così prestigioso venisse
andare a farsi operare di un tumore al cervello che
assegnato ad un romanzo che poneva l’omosessualità al
non aveva mai avuto e dove, con la complicità di medici
centro della narrazione, e che l’autore fosse uno scrittore
compiacenti, il padre gli aveva fatto in realtà praticare la
esplicitamente gay impegnato nelle lotte del movimento,
lobotomia con lo scopo di renderlo “sano”. Sano, cioè
fu percepito da molti omosessuali come un segnale di
non più omosessuale.
riconoscimento sociale, e il successo di Navarre (morto
nel 1994) nei primi anni ottanta rimane un importante
Quando si erano visti davanti Bertrand ridotto ad una
momento di affermazione di tutta la comunità gay.
larva umana, mezzo sordo, mezzo cieco e “svuotato”,
Riletto oggi, il romanzo ci riporta un po’ alla temperie
anche i fratelli avevano finalmente capito. Non avrebbero
culturale di quel periodo e alle analisi della famiglia come
più avuto la forza di guardarsi negli occhi né il coraggio
luogo di repressione di ogni
di rivedere Bertrand, ma non sarebbero
libertà (a cominciare dalla libertà
riusciti mai a liberarsi dall’orrore di quel
di amare persone del proprio
terribile compleanno.
Navarre è nato a Condom, una cittadiYves NAVARRE
sesso), tuttavia anche in un clima
IlYves
ma gli altri?
napadre
del sud-ovest è
dellastato
Francia, nelun
1940.mostro,
In
giovane età si trasferisce a Parigi con la famiglia.
diverso, quale è quello di oggi,
Davvero
nessuno
Davvero
Durante l’adolescenza,
il giovane Yves devesospettava?
lottare contro il padre, che vorrebbe
conserva intatta la forza della sua
non
sapeva niente la madre che farfuglia:
“normalizzare” il comportamento sessuale del
figlio, la cui omosessualità rischia di far naufraIl giardino zoologico
«Sul retro denuncia,
di questo messaggio c’è e
unarimangono
mappa. Raggiungimi. inalterati il
“Vostro
padre mi nasconde tutto”, “Credeva
gare la sua carriera politica. Il padre si spinge
Non puoi perderti. Il cielo è chiaro. La luna veglierà. Ci vora sollecitare
Yves,
affinché
si operi di lobotodiperuna
scrittura
di grande
difino
fare
la
cosa
giusta”?
Davvero non sapeva
ranno più o fascino
meno venti minuti
raggiungermi.
Il posto si
mia, decisione fortunatamente respinta anche
chiama Auzan. Sarò sdraiato sotto l’olmo, vicino alla fattoria.
grazie
all’intervento
di
alcuni
famigliari.
suggestione
e l’attualità
che solo i
niente
la zia Suzy? E i fratelli e la sorella
Quando lascerai
la casa, per le scale, cammina
vicino alla rinYves Navarre si dedica presto alla scrittura.
ghiera, senza scricchiolii. Vedrai, è gradevole uscire senza far
Apprezzatoimpegnati
dal pubblico sin dai primi
romanzi loro vite, hanno
grandi
classici
sanno
mantenere.
che,
nelle
rumore per raggiungere
un luogo
e un amico. A
tra poco. Con
(Lady Black, 1971; Evolène, 1972; les Louun po’ di fortuna, il piccolo Pierre piangerà nella culla, il bibekoums 1973), pubblica numerose
opere di nar- a loro padre?
abbandonato
Bertrand
ron di mezzanotte, e coprirà la tua fuga. Ho atteso questo
rativa e di teatro.
momento per i diciassette anni della mia vita, diciassette anni
Riceve il “Prix Goncourt”, il più prestigioso
Il romanzo
la rappresentazione
di servizio come
dicono i militari, cheèabbiano
conosciuto la
premio letterario francese, nel 1980 per Il giarguerra o no. E se io dovessi piangere al tuo arrivo, là, sotto il
dino zoologico
(Le jardin d’acclimatation)
di
una
famiglia
dell’alta
borghesia
La
lobotomia
del e nelfiglio omosessuale
mio albero, non lasciarti ingannare dalle lacrime. Saranno
1992 il premio della “Académie Française” per
scoppi di risa. Come schegge di vetro per strappare il telo nero
la sua opera letteraria.
Muore a 53 anni
francese:
unÈ bello.
capofamiglia
(Henry
sembra
essere
laa Pa-metafora estrema
della notte più
corta. Sbrigati. È folle.
Sei qui. Finalrigi, di una overdose di barbiturici.
mente»
Il talento difobia
Yves Navarredell’omosessualità,
si declina attraverso
Prouillan)
padre
padrone,
della
ma non
le sue opere rivelatrici della sua omosessualità e
sue ossessioni.questo, perché fino agli anni
moderno Crono che sbrana i suoi
èdellesolo
figli in nome della conservazione
sessanta è stata anche una realtà terribile
della famiglia e del potere (per
che ha caratterizzato la politica verso
diciassette mesi è ministro
l’omosessualità di alcuni stati, ed è
Edizioni del Cardo
della Repubblica); una madre
stata praticata anche nelle democrazie
sopraffatta
dall’autoritarismo
occidentali. Decine di ragazzi e ragazze
del marito e resa incapace di esprimere una qualche
gay, incubo di alcune famiglie potenti, hanno subito
emozione; quattro figli (Luc, Sébastien, Claire e
operazioni di lobotomia in cliniche per ricchi di Ginevra
Bertrand); una zia e suo marito; una governante; un
o di Barcellona. Lo stesso Navarre racconta in una sua
cane (sempre lo stesso anche se passano i decenni,
opera autobiografica di aver sperimentato su se stesso
perché quando muore viene subito rimpiazzato da un
un progetto di questo tipo da parte della sua famiglia.
altro cane identico), e poi i nuovi arrivi che i Prouillan
hanno sposato (perché “i Prouillan sposano, non si fanno
Rielaborando così un dato autobiografico, e alternando
sposare”), le mogli di Luc e Sébastien, il marito di Claire,
e mescolando generi diversi (dalla prosa spezzata e
i nipoti.
frammentata dei monologhi interiori, alla più piana
Dei figli solo Bertrand, il
descrizione di certe riunioni di famiglia, alla forma
più giovane, è condannato a restare solo. La sua colpa
epistolare con cui viene raccontata la bella e drammatica
è quella di essere omosessuale e Romain Leval, l’uomo
storia d’amore di Bertrand e Romain) e scardinando gli
di cui si è innamorato, non solo non potrà mai mettere
schemi della narrativa tradizionale, Yves Navarre ci ha
piede nella sua casa, ma pagherà con la vita i pochi
lasciato un romanzo di grande fascino, che si legge con
momenti d’amore vissuti con lui.
incredulità e partecipazione, con rabbia e commozione.
Yves NAVARRE
di Francesco Gnerre
[email protected]
edizioni del cardo Albano laziale 2007 - pp. 448,
euro 15,80
Illustrazione di copertina Jean La Personne
© Edizioni del Cardo, 2007
SEGNALAZIONI
AA.VV., Altri generi, a cura di
Flora Bisogno e Francesco Ronzon,
Il dito e la luna, Milano 2007, pp. 251,
euro 16.
Una serie di saggi di antropologia,
rigorosi ma non solo per studiosi,
in cui si mettono insieme riflessioni
teoriche e ricerche sul campo sul
tema del genere in diverse culture
(dai berdache presso i Nativi
d’America ai concorsi di bellezza
gay/bantut nelle Filippine all’ambiguità
dei/delle travestis del Brasile).
pride
marzo 07
Armistead Maupin, 28 Barbary
Lane, Rizzoli, Milano 2006, pp. 373,
euro 17.
Quarto volume dei famosi Racconti di
San Francisco, un cult della letteratura
gay. Il libro racconta, in una prosa
ironica e leggera, nuove avventure
degli inquilini del numero 28 di
Barbary Lane, travolti da equivoci e
colpi di scena, tra San Francisco e una
divertente escursione in Inghilterra..
AA.VV., Progetto Petrolio, a cura
di Paolo Salerno, Clueb, Bologna
2006, pp. 172, euro 15.
Il libro raccoglie gli atti di una giornata
di studi organizzata al Cassero di
Bologna sul romanzo incompiuto di
Pier Paolo Pasolini. Tra i saggi, tutti
di grande interesse, si segnalano in
particolare quelli sulle suggestioni
teatrali, di Stefano Casi, e quello di
Massimo Fusillo su metamorfosi e
ruoli sessuali.
Gore Vidal, Navigando a vista,
Fazi Editore, Roma 2006, pp. 296,
euro 17,50
Dieci anni dopo Palinsesto, Gore
Vidal torna all’autobiografia con la
consueta verve, ma anche con la
malinconia di chi procede “verso
la porta con la scritta Uscita”. Tra
le pagine più belle quelle sulla vita
italiana negli anni Sessanta e quelle
dedicate ad Howard Auster, suo
compagno per 54 anni.
59
marzo 07
pride
60 rubriche
Correndo con le forbici in mano
Questo mese eccezionalmente diamo spazio a due film.
di Vincenzo Patanè
[email protected]
internet
libri
cinema
fumetti
musica
Il primo è Correndo con le forbici in mano, tratto
da un fortunato libro cult: l’omonima autobiografia (edita
in Italia da Alet) del quarantunenne scrittore gay Augusten
Borroughs, una storia vera che però sembra inventata,
tanto è eccentrica.
Siamo negli anni settanta. Il dodicenne Augusten vive
col padre alcolizzato Norman (Alec Baldwin) e con la
madre bisessuale Deirdre (Annette Bening), schizzata e
depressa soprattutto perché non riesce a sfondare come
scrittrice.
Quando la famiglia si disgrega, il ragazzo viene depositato
presso lo strizzacervelli hippie della madre, il dottor Finch
(Brian Cox). Costui vive assieme alla moglie e a molti figli,
delle più svariate origini, senza parlare dei tanti pazienti
che stazionano lì.
Tutto nella casa ha dell’incredibile: dalla madre che
sgranocchia cibo per cani all’uso continuo di valium o
ai bambini che giocano allegramente con le macchine
per l’elettroshock. Un ambiente allucinato e surreale,
nel quale Augusten (Joseph Cross) riesce nonostante
tutto (incredibilmente) a resistere, uscendo indenne
da situazioni paradossali, tra esperienze insolite e sogni
bizzarri.
Prodotto nientepopodimeno che da Brad Pitt, il film (che
vanta nel cast anche Gwyneth Paltrow, Jill Clayburgh e
Evan Rachel Wood) ha fatto molto scalpore negli Usa,
anche perché tocca tanti argomenti delicati: il sesso, la
pedofilia, la tossicodipendenza, le malattie mentali, il
rapporto famiglie/adolescenti.
Come nel libro l’ironia riesce però a stemperare ogni
situazione, anche la più distruttiva. Del resto questo
è anche il punto di vista del giovane protagonista.
Augusten (che sogna di diventare parrucchiere)
cerca infatti di cogliere il positivo in ogni persona,
anche la più stravagante, grazie alla curiosità che gli
permetterà di conquistare una sua identità.
Il regista Ryan Murphy (gay dichiarato nonché
ideatore della serie televisiva Nip/Tuck) racconta con
un certo tatto l’iniziazione sessuale del ragazzo da
parte di Neil Bookman (Joseph Fiennes). Costui, figlio
“adottivo” del dottore, è un personaggio complicato,
roso dalla solitudine ma anche pieno di una certa
umanità. Vuole sì far sesso col ragazzo ma anche
offrirgli una protezione in quel contesto impossibile.
Incisivi i costumi e la scenografia, soprattutto per la
folle casa rosa-shocking dei Finch, dominata dal caos più
assoluto e zeppa di oggetti tipici degli anni settanta.
Anche Diario di uno scandalo, un raffinato thriller
psicologico, è tratto da un best seller del 2001, di Zoë
Heller (Bompiani).
Barbara Covett (Judi Dench) è un’anziana docente
della malridotta scuola londinese St. George. Da anni
vive disperatamente sola, in compagnia della sua gatta,
senza avere mai conosciuto l’amore, e forse anche per
questo è particolarmente ispida e autoritaria sul piano
professionale.
La sua vita è improvvisamente rischiarata dalla presenza
di Sheba Hart (Cate Blanchett), giovane insegnante di arte
appena trasferita, con la quale scopre una forte affinità
spirituale.
Immediatamente Barbara capisce di avere trovato la
persona ideale da sempre cercata (“È lei che aspettavo”,
scrive sul suo diario).Vive quindi con gelosia le confidenze
di Sheba, sposata col più anziano Richard (Bill Nighy), la
quale le racconta la sua focosa relazione con uno studente
quindicenne, Steven (Andrew Simpson). Per Barbara,
innamorata di Sheba ma anche invidiosa della sua presunta
felicità, il colpo è duro e sarà la goccia che fa traboccare il
vaso. Così cerca di sottomettere l’altra attraverso l’arma
del ricatto, minacciando di raccontare tutto a scuola o allo
stesso Richard. Ma così innesca una furia distruttrice che
finirà coll’annientare anche lei.
Il film è diretto dall’inglese Richard Eyre (regista di Stage
Beauty e Iris, anch’esso una storia lesbica con Judi Dench).
Proprio come nel romanzo la sceneggiatura si basa sul
diario di Barbara, puntiglioso e parziale quanto sarcastico.
Cambiando spesso direzione in maniera sorprendente, la
narrazione riesce a entrare a fondo nelle dinamiche di
possesso dell’amore (anche per il rapporto fra Sheba e
Steven), mostrando a quale vortice emotivo incontrollabile
esso possa portare, evidenziando la vulnerabilità delle
due donne, le loro ossessioni, la sensualità così come le
debolezze.
Un’attrazione fatale, quindi, asfissiante e morbosa che, pur
senza mai nominare col proprio nome l’amore di Barbara
per Sheba, ne fa il fulcro di tutta la storia, come poche
altre volte si era visto sullo schermo.
Ottima la fotografia e la musica di Philip Glass, eccezionali
le performances delle due protagoniste, ambedue in odore
di Oscar, in particolare Judi Dench.
C’è molta attesa per Saturno contro, l’ultimo film di Ferzan Ozpetek dopo la non convincentissima prova di Cuore sacro.
Stavolta il regista di origine turca ha fatto trapelare molto poco sulla trama. Il titolo fa riferimento a Saturno, “il pianeta
della maturità, dell’introspezione, dei cambiamenti, che ti aiuta a riflettere e a tagliare i rami secchi”. Per il resto si sa che è
una commedia corale, incentrata su un gruppo di amici borghesi trentenni e quarantenni. Costoro, uniti da un evento
inatteso, sono alle prese con malesseri esistenziali ma speranzosi di ritrovare fiducia nel “gruppo”, magari allargando il
concetto tradizionale di famiglia.
Tra gli attori spicca la coppia Margherita Buy e Stefano Accorsi, i protagonisti di Le fate ignoranti qui in crisi matrimoniale,
e poi Milena Vukotic, Isabella Ferrari, Ennio Fantastichini, Serra Yilmaz, Ambra Angiolini (per qualcuno icona gay)
e Pierfrancesco Favino, che interpreta uno scrittore omosessuale specializzato in favole. Ovviamente è qui che ci
aspettiamo delle situazioni gay.
pride
marzo 07
61
marzo 07
pride
62 rubriche
di Massimo Basili
[email protected]
internet
libri
cinema
fumetti
musica
Dopo tre lustri di turbolenta relazione fumettistica, anche l’inossidabile
coppia formata dal mite Conrad e dall’assatanato Paul decide di
convolare a nozze. O meglio, di usufruire della legge che in Germania,
dal 2001, permette alle coppie dello stesso sesso di registrare la propria
unione.
Ralf König ci racconta con la consueta maestria i risvolti tragicomici
che una simile notizia provoca tra amici e familiari: mentre Conrad
cerca di far digerire la decisone alla madre (ancora persa nell’illusione
di una miracolosa redenzione del figlio peccatore), la mamma di Paul
fa credere alla perfida nonna Tilla che il figlio si sposi con una donna, il
tutto orchestrato per strapparle qualche briciolo di eredità prima del
trapasso.
Mamma e figlio entrano però così in competizione con la sorella
siliconata di Paul, che annuncia (con sospetto tempismo) il nuovo
fidanzamento e un’imminente gravidanza.
Come se non bastasse, l’indomito Paul attende il giorno del “matrimonio”
trastullandosi con l’ennesima scimmiesca conquista: uno spacciatore
turco diciannovenne, arrapato e dalla sessualità piuttosto confusa, che
lo coinvolge in una “pericolosa” scampagnata dagli esiti inattesi.
Rispetto alle precedenti prove di Palle di toro e di Super Paradise, le
vicende raccontate in Lo sposo baci la sposa perdono in compattezza
narrativa ma guadagnano in divertimento, risultando un felice ibrido
tra le storie più articolate e quelle fulminanti basate sulle situazioni
comiche. Memorabili i siparietti con protagonista nonna Tilla, tutt’altro
che rassegnata a finire sottoterra e assai più arzilla di quanto si possa
pensare, e gli assurdi convegni tra Paul e il turco Gökhan, surreale
caricatura di quelle criptochecche “attivissime” nel concedersi a quanti
più maschi possibili rimanendo però degli etero di ferro, perché: “Se
ti scopi un uomo non vuol dire che
sei frocio, capisci? Succede in tutto
il mondo”.
Per la prima volta König ci svela
anche i retroscena del primo
storico incontro tra Conrad e
Paul, quando il primo era “ancora
etero e inconsapevole e (Paul)… una
dolce femme fatale che circolava
nell’ambiente…”.
Presentato con gran successo
all’ultima mostra-mercato di
Lucca dallo stesso König nel
novembre 2006, Lo sposo baci
la sposa è pubblicato da Kappa
edizioni con la consueta cura di
traduzione e lettering. Imperdibile.
Al mondo del fumetto underground dal quale proviene König appartiene
anche l’illustratrice e fumettista americana Phoebe Gloeckner,
allieva del grande Robert Crumb. Diario di una ragazzina racconta la
burrascosa adolescenza della quindicenne Minnie, alter-ego dell’autrice
di impressionante verosimiglianza.
Minnie-Phoebe vive le prime pulsioni sessuali e i dubbi sul proprio
ruolo nella San Francisco della fine degli anni settanta, popolata da
tardo-hippies ormai scivolati dall’illusione di poter fermare le guerre
infilando fiori nei cannoni a un’esistenza di annullamento della coscienza
attraverso le droghe e la promiscuità sessuale.
Trascurata da una madre irresponsabile e alcolista, iniziata al sesso dal
compagno della madre, sballottata da una scuola ad un’altra, Minnie
trova conforto nella scrittura e nel disegno, coi quali si racconta e si
mette a nudo. Scapperà di casa, si rifugerà dal marchettaro travestito
Richie e s’innamorerà anche di Tabatha, coetanea lesbica, di professione
spacciatrice nonché cacciatrice di ragazzine ingenue.
Basato sui veri diari dell’epoca della Gloeckner, scritto con linguaggio
realistico poco conciliante, spesso provocatorio e sgradevole ma di
acuta
sensibilità
psicologica,
Diario di una ragazzina mescola
con abilità la narrativa in prosa
con illustrazioni e fumetti dal
tratto graffiato e preciso, usati
per sottolineare i momenti più
toccanti e dolorosi della vita di
Minnie.
Da leggere, per non dimenticare i
nostri quindici anni.
pride
marzo 07
Ralf Koenig
Lo sposo baci
la sposa
Kappa edizioni,
b/n
pp. 144
euro 13
Phoebe Gloeckner
Diario di una
ragazzina
Fernandel - Collana Illustorie
b/n
pp. 352
euro 15
63
marzo 07
pride
64
rubriche
vorrei essere grace kelly
Anni fa David Bowie profetizzò il momento in cui gli artisti
non avrebbero più avuto bisogno di case discografiche per
promuovere i propri lavori, ma che i musicisti avrebbero
lanciato e venduto le proprie opere attraverso internet.
di Roberto Cangioli
[email protected]
internet
libri
cinema
fumetti
musica
Mai previsione fu così azzeccata, tanto che oggi milioni di
giovani e non scaricano musica legalmente (e illegalmente,
ma questo è un altro discorso) dalla madre delle reti.
Internet si è dimostrato un canale affidabile per farsi
conoscere, così che molti autori si sono lanciati a costruire
propri siti sul web, magari approfittando di quei provider
che mettono a disposizione gratuitamente degli spazi
autogestibili.
Mika (Penniman) è nato 23 anni fa a Beirut, in piena
guerra civile. La sua famiglia si è trasferita a Parigi subito
dopo la sua nascita, poi a Londra, dove per sottrarlo alla
timidezza e ad una forma di dislessia che lo torturava fin
da piccolo (sembra tra l’altro che i compagni di scuola lo
prendessero in giro chiamandolo “frocio” per i suoi capelli
lunghi e per il fatto che si distinguesse dagli altri alunni nel
modo di vestire), la madre decide di iscriverlo ad un corso
di musica.
La passione per quest’arte si fa subito sentire: Mika
frequenta il Royal college of music, dove inizia a comporre i
propri brani. “Ho iniziato a comporre canzoni sin da ragazzo,
non perché avessi grandi ambizioni, ma perché era un modo
semplice di raccontare una storia, uno scherzo e spesso la
verità. Di’ la verità in una canzone e vedrai che la gente si
incazza molto meno che se gliela spiattelli in faccia”… così
si presenta il cantante nella sua pagina personale creata su
myspace.com (www.myspace.com/mikamyspace).
Ancora adolescente presenta alla Rca un demo, che però
non viene preso in considerazione. Registra assiduamente
con la Royal opera house e canta in un jingle per il
chewingum “Orbit”, continuando a proporre i suoi brani
alle sorde case discografiche. Finalmente lo scorso anno
qualcuno inizia a notarlo negli Stati uniti, mentre il
suo sito web si riempie
di contatti in poco
tempo.
Da qui Mika lancia il suo
primo singolo, “Grace
Kelly”, che narra
proprio le difficoltà
di sfondare nello star
business. Il successo
è inaspettato: in due
settimane il brano
diventa il brano più
scaricato da internet.
Mika si evidenzia
subito al pubblico
per la sua voce dai
toni squillanti e in
generale per le
pride
marzo 07
sue doti canore: a metà tra i Queen e le Scissor sisters, il
ragazzo viene subito bollato come una nuova promessa
del pop e, guarda caso, alcuni siti gay lo promuovono
subito ad icona. Di fatto è cresciuto ascoltando Joan Baez,
Dylan e Serge Gainsbourg, ma le sue muse ispiratrici sono
Freddie Mercury, Prince, Elton John e Michael Jackson.
Nelle interviste evita solitamente di parlare della sua vita
privata, ma va dà sé che da più parti si è parlato di una
sua presunta ambiguità sessuale… “Potrei essere come
tu mi vuoi/cerco di essere come Grace Kelly / posso essere
come Freddie (Mercury). / Di’ ciò che vuoi per soddisfare
te stesso, / ma tu vuoi soltanto ciò che gli altri pensano tu
debba volere”.
“Grace Kelly” si presta dunque ad una doppia
interpretazione: se da una parte è una accusa rivolta ai
discografici, dall’altra è un invito a manifestare in libertà la
propria natura, il proprio ego.
Ma non è tutto qui: nel momento in cui stiamo scrivendo
sta per uscire il primo Cd di Mika, Life in cartoon motion,
che contiene una decina di brani orecchiabili ed intriganti.
È soprattutto dal decennio pop per eccellenza, gli anni
’80, che l’autore attinge a piene mani; basta ascoltare il
trainante “Relax, take it easy” (riempipista uscito già
l’estate scorsa negli States come singolo anche in versione
dance) per ricondurre la memoria ai Cutting crew di “(I
just) died in your arms”.
Tuttavia sono i primi Queen e gli Scissor Sisters odierni a
farla da padrone, anche per i testi ironici e spensierati di
cui questo disco è pieno: partendo dalla irriverente eppure
candida “Lollipop” (“sucking too hard on your lollipop, or
love’s gonna get you down”… facile e doveroso allo stesso
tempo scivolare nell’equivoco), fino alla divertente e dolce
“Billy Brown”, ritratto canzonatorio di un uomo standard
con tanto di moglie “precauzionale” e figli a carico, che si
innamora di un altro uomo e cerca un luogo dove poter
trovare pace.
Non vi basta? Gli altri brani ve li lasciamo scoprire da
soli (non fermate il lettore al termine di “Happy Ending”
perché vi aspetta un gioiellino finale), magari sul nuovo
sito www.mikasounds.com e, se le nostre profezie sono
veritiere, Life in cartoon motion è destinato a ruotare
incessantemente sul vostro lettore Cd per un bel po’ di
tempo.
65
marzo 07
pride
66 rubriche
Queen’s Day Amsterdam
di Fabio e Gabriele
[email protected]
viaggiare
low cost
Dal 28 aprile al primo maggio
Il Queen’s day, 30 aprile, è il giorno del compleanno della
regina d’Olanda.
In realtà il 30 aprile era il compleanno della madre
dell’attuale regina Beatrice, la quale ha però voluto
mantenere comunque fissa la data della festa nazionale.
Ad Amsterdam in questi giorni si riversa oltre un milione
di persone provenienti da ogni parte d’Olanda, e anche
dall’estero.
Un’occasione, questa, per invadere le strade, vestiti di
arancione, colore della monarchia, per ballare, bere ed
improvvisare mercatini dell’usato.
Nella zona dell’Homomonument (monumento in ricordo
delle vittime delle persecuzioni nei confronti di gay e
lesbiche), il Queen’s day si trasforma in un vero e proprio
gay pride. Un appuntamento, insomma, da non perdere!!!
Come arrivare
Una delle compagnie low cost che fa rotta su Amsterdam
dall’Italia è la Transavia (www.transavia.com) che vola da
Bergamo, Verona, Venezia, Pisa, Olbia, Roma, Napoli e
Catania, con tariffe a partire da 29,99 + tasse a tratta.
Un’altra compagnia è EasyJet (www.easyjet.com), che vola
su Amsterdam solamente da Milano Malpensa.
Per gli amanti del low cost estremo suggeriamo RyanAir
(www.ryanair.com) da Bergamo, Pisa e Roma Ciampino,
che vola su Eindhoven, da dove si può raggiungere
Amsterdam in un’ora e mezzo di treno. Per le tariffe
RyanAir suggeriamo di andare sul sito, in quanto spesso vi
sono offerte vantaggiose.
Dove dormire
Per quanto riguarda l’alloggio, se siete alla ricerca di un
hotel gay vi suggeriamo l’hotel Amistad (www.amistad.nl),
che si trova nel centro del quartiere gay con camere doppie
standard a partire da 50 € a notte a persona. Oppure
l’Amsterdam house hotel (www.amsterdamhouse.com),
con camere doppie a partire da 38 € a persona a notte; o
il Barangay Guest house (www.barangay.nl), con camere
doppie da 53 € a notte a persona. Infine segnaliamo The
Golden bear hotel (www.goldenbear.nl) con camere
pride
marzo 07
doppie a partire da 42 € a persona a notte.
Trasporti
L’aeroporto di Amsterdam Schiphol è direttamente
collegato alla stazione centrale di Amsterdam, con treni
che partono ogni dieci minuti e il cui biglietto costa 3,60
euro a tratta.
Per muoversi in città ci sono biglietti integrati autobus,
tram e metro validi 24/48/72/96 ore il cui prezzo va da
6,50 euro (24h) a 16,50 euro (96h).
Vi segnaliamo inoltre un pass che, oltre che a tutti i mezzi
di trasporto di terra, vi dà accesso anche ai traghetti
sui canali e offre sconti per musei, attrazioni turistiche,
ristoranti ed altri servizi: il tutto per 23 euro.
Divertimenti
Ad Amsterdam incontriamo più di 300 locali gay sparsi in
tutta la città, e non è poco per una città di 750.000 abitanti.
I ragazzi di Amsterdam hanno un’agenda molto piena da
seguire: il primo bar dove si beve la prima birra della sera
è il Barderij, seguito dal Queen’s head per la seconda birra
e se ti senti molto turista puoi anche avvicinarti al Getto
cafè per la terza birra della sera.
Entrando nella notte invece i principali club e disco sono:
Argos (dopo le 23); Eagle (dopo mezzanotte); Cockring;
Dirty dicks.
Inoltre fra i soliti appuntamenti segnaliamo due feste
da non perdere proprio in occasione del Queen’s day,
ovvero il “Sunday T-dance cruise” al Supper club boat; il
lunch al Pancake Factory, e come non menzionare anche
una delle serate più conosciute in Europa ovvero quella
del Joystick?
Per maggiori informazioni vi consigliamo di scaricare
una mappa di Amsterdam, dove potrete trovare tutti
gli indirizzi di club, bar & disco (www.gaymap.info/
amsterdam/index.html)
Totale
Per passare un Long weekend dal 28/04 al 01/05, ovvero
volo + 3 notti in hotel + trasporti noi abbiamo speso circa
330 euro a testa.
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annunci
Gentili lettori, dal mese di marzo non accetteremo
più nella rubrica di annunci personali le piccole
pubblicità (ad esempio quelle di tipo turistico).
Tutti gli annunci pubblicitari che perverrano in
redazione non saranno pubblicati e i francobolli
inviati saranno rispediti al mittente. Sarà a
disposizione delle attività commerciali una piccola
pubblicità nella rubrica Dovecosa. Vi preghiamo
di contattare la redazione per informazioni in
merito.
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(non inviate banconote per posta!).
• Per ricevere le risposte al vostro annuncio è possibile utilizzare il servizio “fermoposta” offerto dagli uffici
postali. Per farlo si indica come mittente il proprio numero di documento d’identità (per esempio: Fermo Posta,
Carta d’identità 1234567) e l’ufficio postale scelto (per esempio 20100 Milano Cordusio). La persona che si presenterà con il documento “Carta d’identità 1234567” all’ufficio postale indicato potrà ritirare la corrispondenza tenuta “ferma in posta” per lei, appunto. Si raccomanda di andare a controllare almeno una volta alla settimana: la posta non ritirata da voi viene distrutta dopo 15 giorni. I minorenni non possono utilizzare questo
servizio. Chi risponde ad un annuncio con Fermo posta deve affrancare con 0,57 Euro. Con bollo di posta prioritaria 0,62 Euro + 0,15 Euro.
• In alternativa è possibile indicare un numero di cellulare; in tal caso occorre aggiungere una fotocopia leggibile del
contratto di attivazione e di un documento d’identità corrispondente al nome dell’intestatario del contratto, oppure più semplicemente, se si tratta di un “ricaricabile”, della scheda telefonica corrispondente al numero indicato.
La redazione provvederà a telefonarvi sul numero che avete indicato per verificare che non si tratti di uno “scherzo” di cattivo gusto; per questo occorre aggiungere 6,00 Euro per coprire le spese da noi sostenute. Le richieste
pervenute senza fotocopia non saranno pubblicate. Non si accettano annunci di telefonia fissa.
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verificato per e-mail la correttezza. Anche in questo caso è necessario un rimborso di 6,00 Euro
• Le fotocopie di documenti verranno utilizzate solo per gli obblighi legali di verifica impostici dalle leggi italiane, e
non comunicati a nessuno, né utilizzati al di fuori di tale scopo. Trascorso il tempo imposto dalla legge verranno
distrutte. Le richieste giunte senza pagamento verranno cestinate senza avviso.
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verrà ceduto, affittato o prestato a terzi, ma sempre gestito in proprio da “Pride”.
• Pride si riserva il diritto di modificare il testo degli annunci che fanno riferimento alla prostituzione, sono diretti a minorenni, o sono comunque contrari alle leggi italiane.
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lettere al direttore
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Scrivete a PRIDE
via A. da Recanate 2 - 20124 MILANO
[email protected]
specificando se volete che siano pubblicati
o no il vostro nome e l' indirizzo email.
Per lasciare spazio a tutti, siate brevi.
In caso contrario taglieremo la lettera.
La redazione.
Le donne nelle dark?
Le scrivo queste poche righe per avere informazioni e chiarimenti in merito
ai servizi disponibili con il tesseramento UnoCard nei club, nei circoli e nelle
discoteche gay...
Una mia amica (donna) si è tesserata non molti anni fa (si diverte e le piace
moltissimo ballare nei locali gay!) ed ha sempre rinnovato la validità della tessera pagando la quota annuale ad ogni scadenza. Ma è possibile che le poche
volte, purtroppo, che questa mia amica ha deciso di uscire con me ed i miei
amici per passare una piacevole serata in discoteca le sia stato precluso entrare in una dark?
Può entrare in discoteca, ma non in una dark... e lo vorrebbe fare perché
sarebbe per lei eccitante la situazione che può solo immaginare: esserci in
una dark (consapevole, allo stesso tempo, che non la toccherebbe comunque
nessuno...).
Indipendentemente dal fatto che all’entrata di una dark ci sia o meno un
avviso che vieta l’ingresso alle donne, non rimane un assurdo controsenso?
Quasi a voler “ghettizzare” ingiustamente, secondo me, chi come qualsiasi altra
persona all’interno del locale paga per usufruire di tutti i servizi che la tessera
dovrebbe garantire!
Riccardo - [email protected]
Caro Riccardo, mi permetto di rispondere in prima persona senza girare la tua
domanda ai responsabili del “Circuito Uno” a cui ti rivolgi. Non credo infatti che la
tua sia una buona proposta, per il semplice motivo che chi sceglie di andare in un
locale gay, lo fa perché cerca un ambiente esclusivamente gay. Esistono poi
in Italia numerosi club non gay a disposizione di chi desidera situazioni “miste”. E
ad essi si rivolgono quanti non amano le situazioni “solo gay”. Quindi penso che la
tua amica potrebbe a sua volta rivolgersi a questi ambienti con migliore profitto.
Perché non provi allora, per una volta, ad essere tu ad accompagnare lei?
Arcigay e NoVat
Caro direttore, sabato 10 febbraio sono andato alla manifestazione NoVat, per
protestare contro l’ingerenza del Vaticano nella politica italiana, e per chiedere
che lo stato italiano sia uno stato laico.
Penso che il problema della laicità delle istituzioni dovrebbero porselo tutte le
persone civili e democratiche, soprattutto in tempi come questi in cui perfino
il presidente della repubblica, un tempo uomo di sinistra, invita il parlamento a
trovare una sintesi con la chiesa cattolica per scrivere una legge...
Ora, considerando che uno dei bersagli preferiti della suddetta chiesa siamo
noi gay e lesbiche, trovo davvero assurdo che l’Arcigay non abbia aderito alla
manifestazione NoVat (alla quale, fra parentesi, ha invece aderito l’Arci).
Faccio parte dell’Arcigay da quattordici anni, e penso che questa associazione
abbia fatto e faccia molto per i gay.
Ho particolarmente apprezzato la recente decisione di trovare un punto d’incontro con le altre associazioni tlgb italiane in modo da fare un pride unitario
quest’anno e l’anno prossimo: data la situazione politica nella quale ci troviamo,
sarebbe stata davvero una sciagura continuare a dividerci tra noi.
Ma perché non è stato fatto lo stesso con la manifestazione organizzata da
Facciamo Breccia? Il problema era Facciamo Breccia, o la piattaforma della
manifestazione?
Nel primo caso, sarebbe decisamente opportuno mettere da parte le rivalità
tra associazioni, che appunto non possiamo proprio permetterci.
Se invece il problema è la radicalità della protesta contro la chiesa cattolica,
allora credo che il problema sia grave, e mi chiedo: come possiamo pretendere
che i nostri governanti respingano al mittente (come sarebbe loro dovere) le
richieste vaticane, se noi stessi non siamo capaci di dire “più autodeterminazione, meno Vaticano”?
Cari saluti
Luca Mariani - [email protected]
Risponde Aurelio Mancuso, segretario dell’Arcigay nazionale:
Caro Luca, l’impegno unitario di tutto il movimento lgbt italiano di costruire un
anno e più di mobilitazione sui temi dei diritti e delle libertà, credo sia un risultato
politico enorme, che segna una presa di coscienza molto forte anche rispetto alle
responsabilità che dobbiamo tutti insieme assumerci.
La manifestazione del 10 febbraio, convocata molto tempo prima rispetto all’inmarzo 07
pride
74 lettere al direttore
contro del 14 gennaio, è stata vissuta da tutti e tutte noi come una delle iniziative inserite
dentro questa mobilitazione.
Naturalmente, nel rispetto delle reciproche autonomie, dentro il movimento parti o singole
associazioni promuovono iniziative che possono trovare l’accordo comune, oppure no.
Ecco, la proclamazione del rispetto reciproco significa anche prendere atto delle differenze, che sono una ricchezza e mai devono diventare un ostacolo.
Arcigay anche l’anno scorso non ha aderito alla manifestazione No Vat, e ha ritenuto anche quest’anno di confermare questa decisione. Questo non ha impedito a molti militanti
Arcigay di essere presenti, anche con bandiere, il 10 di febbraio.
Un caro saluto.
Aurelio Mancuso [email protected]
Tra lave e ginestre
Tra lave e ginestre: questo è il titolo che scelsi per un mio articolo, pubblicato alcuni
anni fa, in cui decantavo Catania, i suoi profumi e le sue meraviglie.
Oggi un’indicibile tristezza pervade la mia mente in questo 5 febbraio 2007, festa di
Sant’Agata, patrona di Catania. La mia bella città del sole si è macchiata ancora una
volta di sangue. Un velo grigio ricopre il cielo azzurro ed è come se il sole di oggi
fosse malato.
Non è festa. Non può esserlo.
La morte dell’ispettore capo Filippo Raciti e i vergognosi episodi che si sono scatenati nella partita Catania-Palermo sconvolgono, fanno prendere coscienza di come la
vita non ha più valore e viene tolta in nome di una violenza assurda, senza ragione.
Il mio cuore piange e lo sconforto s’impossessa di me, in questo momento non mi
sento orgoglioso di essere un catanese, di sapere che Catania figura come prima
città italiana invivibile. E’ vero, inutile nasconderlo, Catania è un caos. Basta uscire per
le strade il venerdì o il sabato sera per constatare, con amarezza, sdegno, il teppismo
di giovani belve scatenate che, senza casco su sgangherati motorini oltre i limiti delle
norme di legge, sfrecciano a frotte: passano a semaforo rosso, invadono corsie, banchine, sbucano da strade a senso unico, pronti ad aggredire se solo provi a guardarli.
Bombe vaganti nella notte.
E non è poi cosi difficile individuarne le ragioni.
Non hanno nulla a che vedere poi, come si è detto da più parti, riguardo ai fatti
accaduti al Cibali di Catania, con la mancanza di cultura sportiva dei nostri giovani o
con gli stadi non a norma di sicurezza. Queste possono solo essere concause. Non
facciamo finta di non vedere dove stanno le vere responsabilità. Il primo imputato
è la famiglia, nell’assenza di educazione e cura dei nostri figli. Ho ascoltato anch’io
l’Angelus di ieri, l’ho fatto apposta per vedere se il santo padre dicesse qualcosa su
Catania. Invece no, ha ripetuto lo stesso disco ormai stonato che di certo non può
far presa né su una mente libera, laica, razionale né tanto meno nei cuori ricolmi di
vera fede cattolica.
Chiesa sei lontana, molto lontana dall’uomo.
Fatti di sangue come quello di Catania avvengono proprio a causa di una famiglia
malata, di genitori distratti o peggio ancora assenti che per sentirsi meno colpevoli
sono pronti a giustificare i loro figli per qualsiasi “ragazzata” essi compiono. E non mi
si venga a parlare di famiglie minacciate dall’estensione dei diritti alle coppie di fatto!
Questa è vera eresia.
Ho una figlia: il mio orgoglio, la mia vita.
Da omosessuale, l’ho cresciuta in serenità, insieme alla mia ex moglie, con tutto
l’amore possibile ed immaginabile che si deve dare ai figli. Le siamo stati sempre
vicino, abbiamo pensato sempre a lei, senza la necessità di vivere sotto lo stesso tetto
o di sottostare a vincoli assurdi dettati dalla convenienza o da regole al di fuori della
nostra natura. Siamo stati e siamo famiglia lo stesso senza alcun bisogno di omologarci a tante belle famigliole così care al santo padre in cui però dietro l’apparenza
c’è il vuoto e l’odio più totale.
Il santo padre, che ama così tanto la famiglia tradizionale, che teme, ahimé, che i Pacs
possano distruggerla, dica invece a tutti i genitori, separati o non, divorziati, eterosessuali o omosessuali di stare vicini ai propri figli, di educarli al rispetto, alla tolleranza, al
dialogo, alla costruzione di un sano progetto di vita. L’amore prescinde dall’identità di
genere, l’amore prescinde da tutte le diversità, l’amore prescinde dai divieti bacchettoni di una chiesa assolutamente incapace di guardare in faccia la realtà.
Riccardo Di Salvo - Arcigay e Agedo Catania - [email protected]
Da Catania
Ciò che è accaduto il 2 febbraio del 2007 è stato subito legato alle tensioni sociali
che contraddistinguono Catania. La quale, anche per tali motivi, si è meritata l’ultimo
posto nella classifica sulla vivibilità delle città italiane stilata da “Il Sole-24ore”.
La nostra città si contraddistingue per il maggior tasso di criminalità minorile, per
essere tra le più violente e illegali città d’Italia, dove le più elementari norme di
convivenza civile sono puntualmente disattese e sostituite dalle conseguenze del più
gretto evoluzionismo sociale. Non a caso Catania è una delle più solide roccaforti del
berlusconismo, amministrata da più di sei anni dal medico privato del “Cavaliere”. Lo
stesso sindaco che, in occasione della pubblicazione della citata classifica, proclamò a
gran voce che non voleva “rotti i coglioni”, come è stato diligentemente pubblicato
su “La Sicilia”, quotidiano locale a volte fin troppo attento alle istanze di una certa
destra! A tale berlusconismo si aggiungono le recrudescenze fasciste, che la nostra
città conosce molto bene, lo stile mafioso, il fondamentalismo religioso e, non ultima,
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marzo 07
lettere al direttore
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l’omofobia. In questa gravissima deriva socio-culturale, si ha l’impressione che stia
mutando qualcosa della società (in)civile, a livello profondo; tasselli di un puzzle composito e, per certi versi, dal significato inafferrabile, che spingono prepotentemente a
formare il quadro emerso dagli eventi del 2 febbraio.
Tutto questo è immerso in un ipocrita buonismo “vittoriano”: ricordiamo che, a
seguito del profondo sdegno e della commozione che ha colpito la società italiana
(prima ancora di quella catanese?), sono stati sì indetti i funerali nel duomo, ma non
è stata bloccata la coincidente festività patronale. Quest’ipocrisia, senza nulla togliere
alla tragedia della perdita di un “lavoratore”, per dirla con Pasolini, emerge anche dal
clamore e dall’eccessiva commozione con cui si è accompagnata la morte di un poliziotto. E, infatti, solo a causa della scomparsa di Raciti è stato possibile l’arresto di uno
dei tanti militanti di Forza nuova (ne vantano un centinaio nella sola Catania!,) che
da molto tempo – e il coordinamento “16 Settembre - Orgoglioso antifascismo”, di
cui l’Open Mind fa parte, lo ha denunciato da sempre – si sono infiltrati tra gli ultras
catanesi, cercando di fomentare in essi un odio indiscriminato, feroce, violentissimo
nei confronti di tutto ciò che non rientra nei loro canoni allucina(n)ti di stampo neonazi-fascista.
Open Mind, Catania - [email protected]
Contro il letargo
Credo che la comunità omosessuale stia scivolando in un anomalo letargo sul fronte
dei diritti civili. Continuiamo ad assistere a ignobili prese di posizione da parte di
coloro che la maggior parte di noi ha mandato al governo nella speranza di vedere
realizzati alcuni diritti.
Il lavoro che la Pollastrini e la (sig) Bindi stanno portando a termine ha solo qualche
punto interessante ma è, per lo più, una bozza inutile e penalizzante (la Bindi vuole
che trascorrano 15 anni per avere alcuni diritti: ma stiamo scherzando?). Da un lato
vediamo che la società civile è pronta ad accettare i Pacs, dall’altra assistiamo alla presa di posizione disumana da parte della chiesa che, subdolamente, sta lavorando fianco a fianco di alcuni esponenti politici per affondare ogni legge pro omosessuale.
Dal mio punto di vista è ora di dire basta alle continue e umilianti offese di chi sta al
potere (sia di destra che di centro che di sinistra).
Innanzitutto ritiriamo la nostra fiducia nei confronti dell’attuale governo, gli esponenti
gay e lesbiche dovrebbero uscire da ogni singolo partito e si dovrebbe creare un
partito omosessuale che metta al centro del proprio programma i diritti delle donne,
delle minoranze, dei bambini e dei più deboli. Non un programma che riguardi solo
le minoranze sessuali, ma un programma che guardi i veri problemi del paese e che
proponga soluzioni, senza bisogno di tutta questa demagogia che ascoltiamo ogni
giorno.
Altro punto: fare in modo che si svolga un referendum per i Pacs, ricordando alla
gente cosa è accaduto per divorzio e aborto.
È ora di tornare a fare politica seriamente anche nel mondo gay e lesbico. Anche in
una città come Bologna mi sembra che ormai il Cassero abbia perso la forza culturale e politica che aveva.
Alle prossime elezioni dovremmo astenerci dall’andare a votare, non solo, dovremmo far sapere al governo come la pensiamo e dire loro che non avranno più i nostri
voti sino a quando non cambieranno atteggiamento. A che serve avere rappresentanti gay e lesbiche se poi nessuno li/le ascolta?
Occorre però fare un profondo lavoro anche all’interno del mondo omosessuale:
sono ancora troppi coloro che si vergognano della propria condizione. Sono stufo
di vedere gente in prima linea quando si tratta di scopare ma che si tira indietro
quando è ora di lottare.
Che senso ha? Sui vari siti trovi ancora gente che all’interno dei profili ha queste frasi:
“Alla larga coloro che fanno della propria omosessualità una bandiera o un manifesto
ideologico.” Se siamo noi i primi a vergognarci, come possiamo pretendere di poter
ottenere qualcosa?
Siamo troppo legati ai singoli partiti e questo non ci sta portando a nulla: è ora di
staccarci e di fondare qualcosa di nostro, qualcosa che possa proporre idee nuove e
soluzioni adeguate per tutti/e. Dobbiamo cominciare a manifestare la nostra indignazione ogni giorno, nel quotidiano, anche con piccole azioni.
Non dobbiamo nasconderci, non dobbiamo subire passivamente questa politica becera e inutile. Facciamo capire a chi governa che il momento delle belle parole è
superato.
Marino Buzzi - [email protected]
Berlusconi: “I gay sono di sinistra”
Vorrei rivolgermi a tutti i gay che votano a destra.
Dove sono adesso i candidati che avete votato? Quelli che dicevano che la destra
non è contro l’omosessualità etc etc? Era solo campagna elettorale!
Succede sempre, in periodo di elezioni. Fanno dichiarazioni, promettono, ma poi?
È solo un trucco per prendere qualche voto in più! Vi prendono in giro, non capite?
La destra e la Lega non saranno mai dalla parte dei gay. Mettetevelo in testa!
Facciamoci sentire per i Pacs . Scrivete a giornali, a trasmissioni, nei blog; non facciamoci scippare questo picolo diritto.
Samuel - [email protected]
marzo 07
pride
Non in mio nome
Vi scrivo perché in questi giorni, di fronte all’offensiva politica della chiesa, sto maturando una decisione su cui rifletto da tempo.
Da bambino ho ricevuto un’educazione cattolica. La mia maturazione, le riflessioni,
le letture mi hanno convinto a rifiutare la fede e assumere una visione materiale e
organicista della vita.
Non credo in Dio, non credo nella resurrezione di Cristo, non credo nella vita eterna.
Per anni ho vissuto questo come un fatto privato: la mia vita è iniziata in una certa
cultura, le opinioni che ho maturato crescendo sono state altre.
Tuttavia oggi sento la necessità di dissociarmi pubblicamente dalla chiesa. Essa interviene continuamente, esercitando fortissime pressioni sulle istituzioni repubblicane,
affinché siano approvate leggi illiberali che vincolino tutti i cittadini a vivere come
cattolici osservanti.
È il caso attuale delle unioni civili, ma anche del testamento biologico e dell’eutanasia,
della fecondazione assistita, della ricerca scientifica sulle cellule staminali. Tutti i temi
etici che stanno a cuore a chiunque rifletta sulla vita umana e su cui è ingiusto che la
fede diventi legge dello stato.
Intanto le statistiche ripetono che il 96% degli italiani sono cattolici - in quanto battezzati - i politici fanno a gara a chi è più leale al papa, tutti i telegiornali riportano con
enfasi le dichiarazioni di Ruini e della Cei senza mai contraddittorio.
Non voglio che ciò sia fatto anche in mio nome, perciò ho deciso di chiedere alla mia
parrocchia di annotare sul Registro dei battesimi, accanto al mio battesimo, che non
aderisco più alla chiesa cattolica. Precedenti ricorsi al garante per la protezione dei
dati personali hanno aperto la strada a tale procedura (vedi sotto).
Si trovano tutte le informazioni su questa iniziativa al sito:
http://www.uaar.it/laicita/sbattezzo/
Qui i provvedimenti del garante inerenti:
http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1090502
http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1065814
http://www.garanteprivacy.it/garante/doc.jsp?ID=1357386
Qui il modello di lettera da inviare alla propria parrocchia mediante raccomandata,
allegando fotocopia della carta d’identità:
http://www.uaar.it/laicita/sbattezzo/nuova-lettera-sbattezzo.rtf
Spero di non avervi turbati e sono interessato all’opinione di chi vorrà rifletterci.
Alberto - [email protected]
pride
marzo 07
La doppia morale
Come può la chiesa cattolica dire che i pacs scardinano la famiglia, quando la pedofilia
praticata da tanti suoi preti e religiosi, e coperta da tanti suoi vescovi e dallo stesso
Vaticano per anni, ha dilaniato le famiglie in tutto il mondo? È fuori da ogni logica che
Vaticano e Cei si mettano a giudicare i Pacs e che accusino addirittura i politici di
voler “scardinare” (sic!) la famiglia. Credono che l’opinione pubblica si sia dimenticata
di tutti gli scandali di pedofilia compiuti da esponenti del clero, in ogni parte del mondo (la diocesi di Boston, in cui il cardinale Bernard Francis Law è stato cacciato, ha
dovuto ipotecare persino la cattedrale per far fronte allo scandalo dei preti pedofili,
dovendo pagare miliardi di risarcimento danni; in quella di Vienna il cardinale Hans
Hermann Groer ha dovuto dimettersi e ritirarsi in monastero dopo aver insidiato e
corrotto vari giovani seminaristi.... solo per citare due tra i casi più importanti).
Il Vaticano, contando su una storica impunità, ha tenuto un atteggiamento molto
temporeggiante e omertoso, fino alla complicità. Salvo poi profondersi in richieste
di perdono, accuse e controaccuse, quando invece avrebbe per tempo potuto scongiurare una devastazione così estesa e drammatica, con interventi mirati e decisi che
non sono mai stati presi.
Se in Italia esistesse soltanto una stampa degna di questo nome, verrebbe alla luce
un’infinità di scandali di preti pedofili che insidiano i bambini e le famiglie. Altro che
i timori sui Pacs! Chi scrive è stato oggetto di pesanti attenzioni sessuali, in età adolescenziale (quando era chierichetto in parrocchia e poi seminarista) da almeno tre
sacerdoti cattolici, in tempi ravvicinati, dalla fine degli anni ‘60 a metà anni ‘70, nel
silenzio ed omertà totale delle parrocchie e diocesi, spesso a conoscenza dei fatti.
Per lo meno si abbia il pudore di tacere!
Chi insidia la famiglia? Occorre dirlo apertamente: crediamo che ormai la chiesa cattolica non disponga di quella autorità od autorevolezza morale per poter decidere
cosa sia il “bene comune” e cosa insidia o meno la vita delle famiglie: la sua dottrina,
sessuomane e sessuofoba, contraria alla conoscenza scientifica della realtà umana e
sociale, intessuta di negazionismo e di omertà, come pure di molta ipocrisia, ha fatto
danni immani dapprima al suo clero e poi alle famiglie stesse.
Occorre una chiarezza evangelica, (“il vostro parlare sia sì sì no no, il di più viene dal Maligno” - Vangelo) ispirata al maestro Gesù Cristo e non ai farisei che oggi stanno nelle
curie vaticane e diocesane, per ripudiare questa violenta e dissimulatrice campagna
clericale contro le persone di retta coscienza, cittadini italiani, che vogliono convivere
nella tutela delle leggi, e non clandestinamente.
Mons. Raffaele Contenti - Abate e teologo - Centro studi teologici (Milano)
www.centrostuditeologici.too.it
77
marzo 07
pride
78 l’opinione
Paolo Dall’Orto
[email protected]
L’affermarsi della democrazia ha significato il lento ma inesorabile abbattimento di tutte le barriere di
discriminazione sociale.
Ma noi padri e madri di gay e lesbiche dobbiamo vedere ancora con meraviglia come i nostri figli e
figlie siano vittime di comportamenti sociali che li stigmatizzano, e della carenza di leggi per difenderli
dalle discriminazioni.
Così continuano ad essere obbligati a nascondersi, senza altra “colpa” se non di essere ciò che sono,
pur essendo ormai socialmente condivisa l’idea che la pratica del proprio orientamento sessuale
non determini alcun danno alle persone e alla società, anzi dia un contributo di arricchimento alla
costruzione sociale.
Noi, padri e madri, conosciamo bene l’angoscia con cui i nostri figli e figlie hanno vissuto la propria
adolescenza, quando si guardavano attorno e non trovavano nessun modello positivo con cui potersi
identificare.
E crediamo che oggi esistano già le condizioni per vedere i nostri figli e figlie diventare membri a
pieno diritto della società, abolendo finalmente le ultime barriere di un’arbitraria segregazione.
Ci rivolgiamo quindi alle persone ed ai poteri pubblici che le rappresentano: sappiate che esiste un
gran numero di giovani condannati iniquamente a sofferenze distruttrici, che non solo tolgono loro
l’illusione di vivere, ma anche qualsiasi speranza di felicità, e che questo accade senza un qualsiasi
motivo razionalmente sostenibile.
• Deploriamo il modo frivolo e sensazionale (quando non rozzo) di trattare l’argomento da parte
delle varie istituzioni, che contribuisce a perpetuare lo stigma, ragione per cui chiediamo di
rispettare un codice deontologico che consideri l’omosessualità alla pari con l’orientamento
della maggioranza, facendo sì che essa possa partecipare, senza ostacoli, alla società.
• Reclamiamo l’abrogazione di quelle leggi sulla famiglia che segnano ancora una barriera omofoba.
• Chiediamo alla classe politica che si faccia carico di un impegno di pedagogia pubblica, il quale
accolga una piena integrazione dell’omosessualità nella vita quotidiana, facendo riferimento
ad essa (senza pretendere di nasconderla), ogni volta che ciò sia pertinente.
• Infine chiediamo di contribuire a educare la mentalità e a rimuovere quei pregiudizi irrazionali che
servono solo ad alimentare un dolore assurdo ed inutile. Sono pregiudizi che creano una
situazione di ingiustizia, di esclusione sociale e di arbitrarietà in base alla sola ragione di
essere diversi.
Onorevoli, noi vi preghiamo di prendere atto della realtà e di adeguare ad essa una legislazione non
discriminatoria, che scoraggi i comportamenti omofobi che ancora esistono a tutti i livelli, e che ci
avviliscono molto.
Noi amiamo i nostri figli e figlie omosessuali, le e li stimiamo come persone dagli elevati valori sociali,
capaci di rispettare i propri doveri. Ne deriva che anch’essi debbano godere degli stessi diritti e delle
stesse opportunità di cui già godono i nostri figli eterosessuali: sono, a tutti gli effetti, cittadini come
loro.
Siamo dunque amareggiati e delusi per l’impianto ideologico sotteso ai Dico: alle relazioni d’affetto
dei nostri figli viene negata ogni rilevanza, e non viene attribuita nessuna dignità, poiché non viene
riconosciuta la loro affettività e il loro essere coppia, e perché vengono umiliati con una dichiarazione
da fare “contestualmente” all’anagrafe, da inviare al convivente... via raccomandata!
Questa è sicuramente una legge utile a molti italiani, ma non riguarda le unioni d’amore dei nostri
figli.
Sui principi che stanno alla base dei diritti non si può scendere a compromessi: i diritti sono di tutti!
Paola Dall’Orto è presidente dell’Agedo (Associazione di genitori e amici di omosessuali), www.agedo.org
pride
marzo 07
79
marzo 07
pride
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Marzo - Pride