STORIE IN CORSO VI.
Seminario nazionale dottorandi
Catania, 26-28 maggio 2011
www.sissco.it
Trieste, marzo 2011
Sicurezza sul lavoro e navalmeccanica dal secondo dopoguerra all’inizio degli anni Novanta.
Il caso di Monfalcone
Enrico Bullian
1. Interrogativi, obiettivi e struttura provvisoria della ricerca
Questo progetto di ricerca ha l’obiettivo di indagare l’evoluzione della gestione della sicurezza sul
lavoro nell’Italia del secondo dopoguerra, in particolare in un caso specifico di studio: il cantiere
navale di Monfalcone.
I quesiti di fondo che hanno animato la ricerca partono dalla constatazione dello scarso interesse
storiografico finora generato dalla tematica: come mai si studiano così poco gli infortuni sul lavoro
e ancor meno le malattie professionali? In Italia, ogni anno, i morti sul lavoro superano
costantemente il migliaio, mentre le neoplasie riconducibili alla pregressa esposizione all’amianto
provocano almeno due-tre migliaia di decessi. Monfalcone, considerato l’ampio utilizzo
dell’amianto nel locale cantiere navale fino agli anni Ottanta, è uno degli epicentri mondiali di
queste neoplasie. Ma quali sono le altre principali malattie dei lavoratori e quali le cause? Come si è

La ricerca – inserita nel XXIV ciclo di Dottorato in Scienze Umanistiche indirizzo storico e storico-artistico
dell’Università degli Studi di Trieste, con direttrici le professoresse Elisabetta Vezzosi e Tullia Catalan – è resa
possibile grazie al sostegno della Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, dell’Associazione Adriano
Cragnolin, della Fondazione Ca.Ri.Go., del Dipartimento di Storia e culture dall’antichità al mondo contemporaneo
dell’Università degli Studi di Trieste, del Comune di Monfalcone e del Consorzio Culturale del Monfalconese.
1
evoluta in Italia e nel cantiere di Monfalcone la tutela della salute operaia? Si possono delineare
delle fasi storiche? Come si è modificata la percezione del rischio da parte dei lavoratori, dei
dirigenti aziendali e delle istituzioni?
La struttura della ricerca è divisa in due parti: la prima – prevalentemente compilativa – comprende
una serie di analisi propedeutiche per sostenere con maggior profondità la seconda, cioè l’oggetto
vero e proprio della ricerca. Nella prima parte, i temi che vengono affrontati – su scala nazionale ed
europea – sono: lo sviluppo della storiografia su sicurezza sul lavoro e “questione amianto”; le
statistiche e le serie storiche di infortuni e malattie professionali; la legislazione. La seconda parte –
sperimentale – è un caso di studio incentrato sulla storia del cantiere di Monfalcone riletta alla luce
dell’evoluzione dei rischi professionali. In questa seconda parte, che rappresenta il fulcro della
ricerca ed è particolarmente sviluppata anche all’interno del paper, si analizza la storiografia
specifica sul cantiere; si propone una periodizzazione che aiuti a comprendere le fasi evolutive dello
stabilimento; si riflette sulle fonti e sul loro utilizzo; infine si tenta una comparazione con altri
cantieri navali liguri, veneti e giuliani. Nella terza parte della ricerca si traggono le conclusioni del
lavoro.
2. Quadro storiografico/interpretativo
La ricerca risulta innovativa perché non è stata ancora attuata da un punto di vista storico e
interdisciplinare. In generale, la storiografia del lavoro italiana (già di per sé meno strutturata di
quella europea) non ha approfondito il filone relativo alla sicurezza sul lavoro nel secondo
dopoguerra, nonostante alcune lodevoli eccezioni1. Ciò è in parte dovuto al fatto che questo settore
di ricerca necessita dell’acquisizione di conoscenze fortemente interdisciplinari – di medicina e di
psicologia del lavoro, di ergonomia, di ingegneria industriale, di diritto e di giurisprudenza – e
quindi risulta di non semplice trattazione. Nell’ultimo quindicennio, tuttavia, nei Paesi occidentali si
è sviluppata una estesa letteratura storica (oltre che medica, giuridica, sociale) sulla “questione
amianto”2. Questa attenzione non si è tuttavia “allargata” alle altre tematiche della sicurezza sul
lavoro: la ricerca in oggetto rappresenta un tentativo di procedere in questa direzione.
1
Si citano, esclusivamente a titolo d’esempio, i principali studi storici in materia: F. Carnevale, A. Baldasseroni, Mal da
lavoro. Storia della salute dei lavoratori, Roma, Laterza, 1999; Per una storiografia italiana della prevenzione
occupazionale ed ambientale, a cura di A. Grieco, P.A. Bertazzi, Milano, Angeli, 1997; F. Carnevale, F. Capacci, Il
rischio cancerogeno occupazionale oggi. Continuità e discontinuità con il passato prossimo: problemi emergenti e
prospettive, in “Epidemiologia e Prevenzione”, 33, 4-5/2, 2009 pp. 9- 16.
2
Per la storiografia europea sull’amianto: O. Hardy-Hémery, Eternit et les dangers de l’amiante-ciment, 1922-2006, in
“Reveu d’histoire moderne & contemporaine”, 56, 1, 2009, pp. 197-226; R. Johnston, A. McIvor, Lethal Work. A
History of the Asbestos Tragedy in Scotland, East Linton, Tuckwell, 2000; J. McCulloch, G. Tweedale, Defending The
Indefensible. The Global Asbestos Industry and its Fight for Survival, New York, Oxford University, 2008; G.
Tweedale, Magic mineral to killer dust. Turner & Newall and the asbestos hazard, New York, Oxford University, 2000;
R.F. Ruers, N. Schouten, The tragedy of asbestos. Eternit and the consequences of a hundred years of asbestos cement,
2
Per quanto riguarda l’approfondimento specifico sul cantiere di Monfalcone, si premette che lo
stabilimento è – da oltre un secolo – la principale fonte di reddito per migliaia di famiglie locali:
rappresentando mediamente la metà del PIL della Provincia di Gorizia, è stato un “oggetto di
studio” ricorrente per storici e scienziati sociali. In generale, la storiografia si è sviluppata attorno a
due filoni principali: il primo privilegia un approccio prevalentemente “produttivo” per esaltare le
costruzioni e i primati raggiunti dallo stabilimento; il secondo utilizza un’impostazione “sindacale”
per sottolineare le lotte operaie, spesso prendendo le mosse dall’antifascismo e dalla fase
resistenziale, considerato il notevole contributo fornito dai lavoratori alla guerra di liberazione
nazionale3. L’attività di ricerca sulle condizioni di lavoro – rischi, infortuni, malattie professionali –
è stata molto meno praticata4. In altre parole, la ricostruzione dell’evoluzione della sicurezza sul
lavoro in cantiere non ha rappresentato finora una chiave di lettura per interpretare (e scrivere) la
storia dello stabilimento e per proporre eventualmente una periodizzazione specifica.
3. Fonti, archivi e metodologia della ricerca
Nella ricerca si sono impiegati e confrontati studi e provvedimenti delle organizzazioni
internazionali e nazionali, pubblicazioni di altri studiosi, legislazione italiana ed europea e sentenze
significative.
trad. ingl., sl, Socialistische Partij (Netherlands), 2006; AA.VV., A visual historical review of exposure to asbestos at
Puget sound naval shipyard (1962–1972), in “Journal of Toxicology and Environmental Health”, Part B, 12, 2, 2009,
pp. 124-156; P.G. Harries, Asbestos Hazards in naval dockyards, in “The Annals of Occupational Hygiene”, 11, 2,
1968, pp. 135-145. È utile segnalare che gran parte degli storici che si sono avvicinati al tema avevano l’intento di
incidere anche nel dibattito politico o giudiziario contemporaneo, spesso assumendo posizioni colpevolizzanti nei
confronti delle imprese che avevano impiegato indiscriminatamente l’amianto. Esistono tuttavia delle “eccezioni”, la
più importante delle quali è rappresentata da Peter Bartrip: P. Bartrip, The Way from dusty death: Turner and Newall
and the regulation of occupational helth in the british asbestos industry, 1890s-1970, London, Athlone, 2001; Id.,
Beyond The Factory Gates: asbestos and health in twentieth century America, London, Continuum Intl Pub Group,
2006; Id., The Home Office and the dangerous trades: regulating occupational diseases in Victorian and Edwardian
Britain, Amsterdam and New York, Rodopi, 2002; R. Maines, Asbestos & Fire, technological trade-offs and the body
at risk, New Brunswick, Rutgers University Press, 2006. Fra i migliori studi italiani nella materia: F. Carnevale,
Amianto: una tragedia di lunga durata. Argomenti utili per una ricostruzione storica dei fatti più rilevanti, in
“Epidemiologia e Prevenzione”, 31, 4, 2007, pp. 53-74. Sul problema a livello nazionale sono state pubblicate due
monografie di studiosi che operano nel Monfalconese: C. Bianchi, T. Bianchi, Amianto. Un secolo di sperimentazione
sull’uomo, Trieste, Hammerle, 2002; E. Bullian, Il male che non scompare. Storia e conseguenze dell’uso dell’amianto
nell’Italia contemporanea, Trieste, Il Ramo d’Oro, 2008.
3
A titolo d’esempio, per il primo filone: Associazione Culturale Tempora, Sommergibili, tecnologia e cantieristica:
Monfalcone 1907-2007, Bassano del Grappa, Itinera Progetti, 2008; Cantiere 100 anni di navi a Monfalcone, a cura di
M. Martinuzzi, sl, Fincantieri, sa (ma 2008). Per il secondo: S. Parenzan, Le lotte dei lavoratori al cantiere di
Monfalcone. Dal dopoguerra alle esperienze nel “Consiglio di Fabbrica” Italcantieri, in “Il Territorio”, 9 (1983), pp.
19-28; M. Puppini, Costruire un mondo nuovo. Un secolo di lotte operaie nel Cantiere di Monfalcone, Gorizia, Comune
di Monfalcone, ANPI Monfalcone, Centro L. Gasparini, 2008.
4
Rappresentano delle eccezioni: A. Di Gianantonio, Ristrutturare, che passione!, in “Il Territorio”, 23, 1988, pp. 14-23;
C. De Vecchi, P. Maschio, Organizzazione del lavoro e condizione operaia all’Italcantieri di Monfalcone, in
“Qualestoria”, 1, 1979, pp. 9-15; AA.VV., Sindacato e discriminazione razziale nella navalmeccanica italiana, Venezia,
Università Ca’ Foscari Venezia, 2005, pp. 53, 55-56.
3
La parte più interessante della ricerca riguarda la consultazione di archivi sulla navalmeccanica,
tentando di valorizzare documenti “tradizionali”, ma anche immagini, manifesti, filmati. Gli archivi
individuati e in buona parte già consultati sono:
1) l’Archivio Storico Sindacale “Sergio Parenzan” della CGIL di Gorizia. È composto da una parte
documentale e da una fotografica incentrate sul cantiere di Monfalcone e copre principalmente il
periodo che parte dal secondo dopoguerra e arriva agli anni Ottanta.
2) l’Archivio corrente dell’INAIL di Monfalcone. Qui la ricerca è stata condotta su tre filoni:
a) selezione di una ventina di cartelle di lavoratori che hanno subito malattie professionali per
verificare quali erano le più diffuse e quali invalidità procuravano;
b) costruzione di statistiche relative a infortuni e malattie professionali per quanto riguarda la
provincia di Gorizia e di Trieste attraverso la serie storica del “Notiziario Statistico” dell’INAIL
(pubblicazione trimestrale);
c) spoglio della “Rivista degli infortuni e delle malattie professionali” edita dall’INAIL.
3) gli archivi del Comune di Monfalcone suddivisibili in tre filoni:
a) archivio delle delibere di giunta e di consiglio (odg politici dopo gli infortuni mortali in cantiere e
atti per creare il Servizio comunale di Medicina del Lavoro);
b) archivio storico della biblioteca comunale (alcuni faldoni con le relazioni curate dal Servizio di
Medicina del Lavoro del Comune di Monfalcone);
c) archivio dei documenti e degli atti protocollati del Comune (documenti variegati
nei cartolari della Categoria I e IV).
4) l’archivio della Provincia di Gorizia (delibere e atti inerenti sicurezza e medicina del lavoro).
5) i materiali documentali depositati in formato digitale dalla Procura di Gorizia e dalla Difesa e le
testimonianze raccolte dal Giudice per il processo in corso al Tribunale di Gorizia per i decessi dei
lavoratori del cantiere esposti all’amianto. Parte della documentazione – come le comunicazioni
interne e i verbali delle riunioni aziendali – diviene “pubblica” per la prima volta. Di particolare
interesse la Consulenza Tecnica per il PM Beniamino Deidda, intitolata Ricostruzione dello stato di
salute dei lavoratori e delle condizioni igieniche nelle lavorazioni del cantiere navale di
Monfalcone in relazione all’esposizione ad amianto, con particolare riguardo agli anni 1965-1985.
In chiave comparativa, sono state recuperate le perizie dei processi per i decessi amianto correlati
nei cantieri di Venezia-Marghera5.
5
AA.VV., Ricostruzione dello stato di salute dei lavoratori e delle condizioni igieniche nelle lavorazioni del cantiere
navale di Monfalcone in relazione all’esposizione ad amianto, con particolare riguardo agli anni 1965-1985,
Consulenza Tecnica per il Pubblico Ministero dr. B. Deidda, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Trieste,
procedimenti penali n. 08/08 – 50/08 Reg.Av., 2008. Per l’acquisizione della consulenza si ringrazia l’avvocato
dell’Associazione Esposti Amianto di Monfalcone, Annamaria Marin. Per quanto riguarda due esempi di perizie
tecniche dell’accusa e della difesa nei processi di Venezia si veda: S. Silvestri, La ricostruzione delle esposizioni
4
6) gli archivi dei Tribunali di Trieste e di Gorizia, dove si sono cercate le sentenze sulle morti
bianche ai cantieri navali, in particolare negli anni Settanta.
7) l’archivio dell’Istituto di Ricerca Livio Saranz. È il principale archivio sindacale di Trieste, con
una trentina di faldoni che interessano il cantiere di Monfalcone dal 1946 al 1982. Nell’archivio
dell’Istituto si trovano numerosi faldoni sui cantieri di Trieste e in particolare sull’ex Arsenale
Triestino San Marco. Questo materiale ha permesso – a livello metodologico – una comparazione
fra le fonti, dalle quali emerge che la situazione fra i cantieri – o meglio l’intervento del sindacato in
materia di sicurezza – appare diversificata nonostante la vicinanza degli stabilimenti6.
8) l’archivio corrente dell’Azienda Sanitaria Triestina, dove si trovano le relazioni degli ex Servizi
di Medicina del Lavoro su infortunistica e malattie professionali nei cantieri.
9) l’archivio del Centro Ligure di Storia Sociale (Genova), che possiede due fondi sindacali, quello
della CGIL (più corposo) e quello della CISL, nei quali sono reperibili documenti sulla questione
della salute nei cantieri liguri. Anche da qui emergono ulteriori elementi utili per una comparazione
fra i cantieri.
10) l’Ufficio Stampa e Audiovisivi della Provincia di Genova, che conserva i filmati del Centro
Audiovisivi dell’ASL di Genova, di cui una serie riguarda la medicina del lavoro. Si segnala a titolo
d’esempio uno spezzone di un TG2 del 1977, nel quale si dava risonanza nazionale all’accordo per
bandire l’uso dell’amianto nell’Arsenale Triestino San Marco di Trieste7.
11) l’archivio dell’International Institute of Social History di Amsterdam. L’Istituto raccoglie i
fondi dei sindacati internazionali, di cui si sono visionati i materiali inerenti alle tematiche della
ricerca e in particolare alla questione amianto, anche per approcciare un’analisi comparativa su
scala europea.
12) l’archivio della memoria del Consorzio Culturale del Monfalconese, dove sono conservati
alcuni documenti, ma soprattutto molte immagini (nella Fototeca in particolare si trova il Fondo
Cividini).
13) gli archivi Fincantieri, non ancora consultati, con un corposo archivio fotografico.
professionali ad amianto presso il cantiere navale di Marghera relativa al quesito n. 2, Consulenza Tecnica per la
Procura della Repubblica presso il Tribunale di Venezia, procedimento penale n. 11980/02; D. Cottica, Memoria
tecnica in difesa della Fincantieri Cantieri Navali Italiani S.p.A. Stabilimento di Marghera, Procura della Repubblica
presso il Tribunale di Venezia, procedimento n. 5837/04 R.n.r., 2005.
6
Le organizzazioni dei metalmeccanici triestini svilupparono una maggior mobilitazione in particolare per contrastare
l’uso dell’amianto già nel corso degli anni Settanta, mentre questa presa di coscienza e capacità di “reazione” fu meno
vistosa a Monfalcone. Su questo argomento è in corso di pubblicazione: E. Bullian, La percezione del rischio amianto
fra gli operai dei cantieri navali di Monfalcone e Trieste negli anni Settanta. Le fonti storiche e la loro interpretazione,
in Atti del Seminario Storia/storie di amianto organizzato dall’Istituto di Ricerca Livio Saranz e dall’INCA FVG
(Gradisca d’Isonzo, 23 settembre 2010).
7
Ufficio stampa e Audiovisivi della Provincia di Genova, Fondo CID, ASL 3, Regione Liguria, Trieste Cantieri Navali
Amianto (RAI-TG2 T77183/556), Numero prodotto 120, Numero cassetta 58, 1977.
5
È stato effettuato lo spoglio de “Il Piccolo” (il principale quotidiano locale) per gli anni 1965-1980,
selezionando gli articoli che trattano degli infortuni mortali o gravi e della salute operaia nel
Monfalconese.
Per quanto riguarda le fonti orali, si è scelto di intervistare una serie di “testimoni privilegiati” che
hanno svolto lunghe carriere professionali e che – a vario titolo – si sono occupati di sicurezza negli
stabilimenti navali. Tale decisione è conseguente al fatto che su questioni complesse e specifiche la
memoria dei lavoratori “comuni”, non integrati in dinamiche sindacali, non appare particolarmente
stimolante dal punto di vista della ricerca, rimanendo – a livello di contenuti – tendenzialmente
superficiale e di scarsa concretezza. D’altra parte si crede di essere riusciti a delineare il modo in cui
i lavoratori vivevano la loro condizione e soprattutto il modo in cui volevano modificarla, alle volte
riuscendoci. Inoltre, ci si avvale di interviste effettuate da altri studiosi 8 , oltre che delle
testimonianze in sede processuale. Le fonti orali sono utili anche per valorizzare una prospettiva
storico-comparativa su alcuni grandi “casi di studio” nazionali: per questo si sono effettuati diversi
colloqui con medici del lavoro e sindacalisti dei cantieri genovesi e triestini9.
La ricerca si basa su un approccio ampiamente interdisciplinare: sono stati approfonditi, anche
attraverso la collaborazione con esperti, aspetti giurisprudenziali (prof.ssa Roberta Nunin), di
medicina del lavoro (prof. Francesco Carnevale), di storia economica e del lavoro (prof.ssa
Loredana Panariti) legati alle dinamiche della sicurezza sul lavoro e delle conseguenze di malattie e
incidenti.
4. Risultati provvisori
Il cantiere di Monfalcone fu fondato nel 1907-1908 e, dagli anni Trenta in poi, è un’azienda a
capitale pubblico. Fino al 1966 lo stabilimento rientrava nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico (CRDA),
mentre fra il 1966 e il 1984 fece parte, con gli stabilimenti di Genova-Sestri e Castellamare di
Stabbia, dell’Italcantieri (ITC). A metà degli anni Ottanta gran parte della cantieristica italiana –
compreso lo stabilimento di Monfalcone – fu raggruppata in un’unica società, Fincantieri, che oggi
è una delle maggiori aziende al mondo nella costruzione di navi da crociera e di traghetti.
L’obiettivo principale della ricerca è quello di ripensare la storia del cantiere in una periodizzazione
dettata prevalentemente dalle tematiche inerenti la sicurezza sul lavoro. Il periodo centrale da
8
L’opera più importante è A. Morena, Polvere. Storia e conseguenze dell'uso dell'amianto ai cantieri navali di
Monfalcone, Udine, Kappa Vu, 2000. L’ultima pubblicazione con questo taglio sull’argomento è Io sono il cantiere!
Amianto mai più, a cura di C. Michelin, T. Pizzamiglio, Roma, fuorilinea, 2011.
9
Per i cantieri veneziani si vedano i seguenti lavori caratterizzati da un ampio ricorso alle fonti orali: C. Biasiato, I
rischi del mestiere. Percezione del rischio sul lavoro nelle narrazioni di un gruppo di operai di un cantiere navale di
Venezia, Tesi di Laurea in Storia, relatrice D. Cozzi, Università Ca’ Foscari di Venezia, a.a. 2006-2007; Operai in
croce. Inchiesta sul lavoro malato, a cura di A. Casellato, G. Zazzara, in “Venetica. Rivista di Storia Contemporanea”,
18, 2008.
6
approfondire parte dagli anni Sessanta per concludersi con gli anni Ottanta, inglobando
completamente il ventennio dell’ITC (1966-1984), che inizia e si conclude con crisi produttive. Si
propone dunque una periodizzazione che aiuti a comprendere i principali elementi che
caratterizzano ogni fase del cantiere dal punto di vista della salute operaia:
1 - Dagli anni Trenta alla Seconda Guerra Mondiale (nel 1941 avvenne il peggiore infortunio
collettivo in cantiere con 9 decessi).
2 - Dal secondo dopoguerra al 1965 (il periodo era ancora segnato dalle discriminazioni sindacali,
ma nel 1961 fu istituito il servizio di sicurezza aziendale in cantiere).
3 - 1965-1972 (iniziò la lotta operaia per una maggiore salute, con alcuni momenti “epici” come i
due cortei a Monfalcone contro gli “omicidi bianchi” nel 1968 e nel 1972 e l’accordo del 1971 fra
Direzione dell’ITC e Commissioni Interne, che consentì l’ingresso dell’Istituto di Medicina del
Lavoro dell’Università di Trieste in cantiere).
4 - Gli anni Settanta (furono realizzate dalla Medicina del Lavoro le indagini ambientali e sanitarie,
presupposto per ottenere un miglioramento delle condizioni di lavoro nel cantiere).
5 - Gli anni Ottanta (la crisi produttiva, iniziata nel 1977, raggiunse l’apice di cassaintegrati – oltre
duemila in cantiere – nel 1983-1985, con la parallela crisi della “linea sindacale” sulla salute. Si
concluse la produzione delle superpetroliere e delle imbarcazioni per la Marina Militare).
6 - Dalla fine degli anni Ottanta a oggi (si costruiscono navi da crociera in un “nuovo” ambiente
di lavoro, caratterizzato dalla catena degli appalti, dal trasfertismo e dalla nuova immigrazione).
Si sviluppa sinteticamente ogni singola fase, al fine di evidenziare i risultati dell’attività di ricerca
finora svolta.
1 - Negli anni Trenta non esistevano documenti specifici sulla salute operaia nel cantiere di
Monfalcone perché né l’azienda né le istituzioni erano interessate allo studio della mortalità e delle
malattie dei lavoratori. Tuttavia, l’Archivio fotografico Cividini, conservato presso il Consorzio
Culturale del Monfalconese, propone una serie di scatti sull’antinfortunistica che dimostrano
l’approccio alla tematica. Ad esempio, in un manifesto intitolato Cantieri Riuniti Dell’Adriatico.
Propaganda “prevenzione degli infortuni”, si leggeva: “Operai: attendete al vostro lavoro con
serena consapevolezza del pericolo che esso può offrire, con vigile attenzione, con ferma volontà di
evitare gli infortuni; riflettete sempre ad ogni atto che compite: il 90 per cento degli infortuni sono
causati da un momento di distrazione”. Da segnalare che tutta la campagna antinfortunistica lanciata
dalla Direzione del cantiere era incentrata sull’utilizzo dei mezzi di protezione individuali e
sull’acquisizione della necessaria esperienza professionale. In altre parole, si esaltava un’ideologia
7
fatalista verso gli incidenti e si veicolava l’idea che il lavoratore fosse solo davanti al rischio: tutto
dipendeva dalla sua buona volontà e dalla corretta applicazione delle norme impartite dalla
Direzione.
In quel periodo si verificarono due avvenimenti fra i più drammatici della storia dello stabilimento:
nel 1938 divampò un enorme incendio sul transatlantico Stockholm, fortunatamente senza
conseguenze mortali, mentre nel 1941 ci fu il peggiore infortunio collettivo, dovuto al cedimento
della passerella che provocò 9 decessi e altrettanti feriti tra i lavoratori10.
2 - Nel secondo dopoguerra l’interpretazione che l’azienda dava al termine sicurezza era abbastanza
univoca, considerata ancora per diversi anni dal punto di vista repressivo. Per questo esisteva il
servizio dei guardiani, con il quale la Direzione dell’allora CRDA voleva assicurarsi l’“ordine
aziendale”. L’organizzazione della sicurezza in fabbrica si riduceva alla presenza dei guardia fuoco
e delle infermerie.
A metà degli anni Cinquanta, a livello nazionale, si notarono i primi cambiamenti istituzionali e
sociali. Furono varati dei decreti sulla prevenzione di infortuni e malattie professionali e nel 1956 fu
istituito il Ministero della Sanità, completando il percorso di fuoriuscita dal Ministero dell’Interno
delle politiche sanitarie11. I lavoratori del cantiere di Monfalcone apparivano ancora “dormienti” e
permaneva la pratica della monetizzazione del rischio12. Tuttavia nel 1961 fu costituito – in seguito
alle richieste sindacali – il servizio di sicurezza aziendale e sicuramente era presente un Comitato
antinfortunistico, al quale non partecipavano ancora i rappresentanti degli operai.
3 - Fra il 1965 e il 1972 si verificò una mobilitazione operaia per una maggiore salute: l’inizio
dell’inversione di tendenza nei rapporti di forza nel mondo del lavoro lo si nota nella pubblicazione
della FIOM del Libro Bianco sulle condizioni dei lavoratori dei C.R.D.A. di Monfalcone nel 1965.
In realtà, sulle 40 pagine complessive, solamente 2 sono dedicate specificamente a infortuni e
10
Grave disgrazia a Monfalcone per lo sbandamento di una passerella, in “Il Piccolo di Trieste”, 2/10/1941, p. VI.
DPR 27 aprile 1955, n. 547 – Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro; DPR 19 marzo 1956, n. 303 –
Norme generali per l’igiene del lavoro; Per una storiografia italiana della prevenzione, cit. (in particolare A. Pagano,
G. Fara, Dalla soluzione imposta al consenso acquisito. La storia della prevenzione dalla polizia sanitaria alla
promozione della salute, pp. 289-308; G. Pelissero, V. Carreri, Contributo alla storia organizzativa della sanità
pubblica italiana, pp. 309-321).
12
Ai lavoratori esposti a sostanze pericolose veniva corrisposta un’indennità di nocività ad integrazione del salario, già
costituito per buona parte dal cottimo. La logica di questa impostazione era accettata dal sindacato e dai lavoratori fino
a quando non si modificarono i rapporti di forza dentro le aziende e nella società, dando vita a una svolta culturale nel
modo di affrontare la problematica. A. Pizzinato, Lotte e iniziative per la sicurezza sul lavoro: dall’indennità di nocività
alla partecipazione per il cambiamento delle condizioni di lavoro, in La fabbrica e la salute. Lotte operaie e
contrattazione a partire da Sesto San Giovanni nei 100 anni della CGIL, a cura di G. Pelucchi, A. Pizzinato, Roma,
Ediesse, 2006, pp. 13-27.
11
8
malattie professionali. Tuttavia l’opuscolo permette di contestualizzare la quotidianità della
gestione della sicurezza nella maggiore azienda della Provincia di Gorizia:
La direzione si è sempre rifiutata di consegnare alla Commissione Interna i dati riguardanti gli infortuni mensili ai
CRDA; ha respinto la richiesta che rappresentanti dei lavoratori entrino a far parte del Comitato antinfortunistico di
stabilimento, mentre […] la percentuale di infortuni aumenta penosamente ogni anno […]. L’Ufficio antinfortunistico,
pagato dall’azienda, si limita a richiamare e a dar multe ai lavoratori che non ottemperano ad alcune delle norme
antinfortunistiche, guardandosi bene dall’imporre alla direzione tutti quegli accorgimenti previsti dalla legge 13.
La situazione era ancora pesante, ma – attraverso questa “denuncia” – iniziava a crescere una
volontà di modificare quella realtà. Il 22 maggio 1968, la FIOM – per la prima volta – mobilitò i
lavoratori del cantiere di Monfalcone contro quelli che chiamò “omicidi bianchi” (i 9 infortuni
mortali avvenuti nello stabilimento negli ultimi anni). In seguito, ci fu una lunga lotta dei saldatori
elettrici dell’ITC, che portò fra il 6 e l’8 febbraio del 1969 all’occupazione del Municipio di
Monfalcone e che sullo sfondo aveva delle rivendicazioni per salvaguardare la salute. Nel gennaio
del 1971 fu siglato il primo importante accordo aziendale che prevedeva l’ingresso nello
stabilimento navale dell’appena fondato Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università degli Studi
di Trieste, al fine di svolgere indagini sanitarie e ambientali indipendenti nel cantiere di Monfalcone,
che furono effettuate nel corso degli anni Settanta. Il 17 febbraio 1972 il sindacato unitario
organizzò un secondo sciopero contro gli “omicidi bianchi” nel cantiere di Monfalcone, che erano
drammaticamente aumentati, ripetendosi per 17 volte negli ultimi 6 anni.
Inoltre, almeno a partire da questa fase a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, da parte
dell’azienda fu acquisita la conoscenza del rischio cancerogeno dell’amianto, sebbene proseguì
ancora il suo utilizzo sulle navi, perlopiù senza adeguati sistemi preventivi e protettivi14. Risale al
1972 uno dei primi accorgimenti aziendali relativi all’uso dell’amianto, che comportò – almeno in
teoria – la modifica dell’organizzazione del lavoro. Infatti l’ITC chiese che le operazioni di
spruzzatura fossero eseguite dalle ditte in appalto in orari diversi e senza la contemporanea presenza
di altri lavoratori. Nonostante ciò – secondo i consulenti della Procura – sussistono “fondati motivi,
come risulta dalla documentazione e dalle testimonianze, per affermare che questo principio non sia
stato rispettato”15.
13
FIOM Provinciale Monfalcone, Libro Bianco sulle condizioni dei lavoratori dei C.R.D.A. di Monfalcone.
Documentazione della FIOM-CGIL sulle violazioni contrattuali, l’intensificazione dello sfruttamento e l’attuale
condizione operaia negatrice dei diritti della personalità del lavoratore, Monfalcone, se, 1965, pp. 27-28.
14
AA.VV., Ricostruzione dello stato di salute dei lavoratori cit., pp. 577, 533.
15
Ivi, p. 558.
9
4 – Gli anni Settanta sono caratterizzati dalle indagini ambientali e sanitarie che venivano
pubblicate dagli enti pubblici e quindi rappresentavano una forma di socializzazione delle malattie,
mutandole da fatti individuali a fenomeni collettivi, che divenivano la base di una serie di
rivendicazioni operaie per migliorare l’ambiente di lavoro (estrattori, areazione, mezzi di protezione
individuale, riduzione delle esposizioni attraverso un’adeguata organizzazione del lavoro).
Nell’ambito della storia dell’ITC di Monfalcone, si propongono tre indagini significative sulla
salute operaia.
La prima è l’Indagine epidemiologica sulla morbilità dei lavoratori del 1974 16 . Il clima era
completamento mutato rispetto al decennio precedente (si pensi al Libro Bianco). Infatti l’indagine,
eseguita su iniziativa unitaria del Consiglio di Fabbrica, esaminava in maniera specifica le malattie
(non solo professionali) dei lavoratori dell’ITC di Monfalcone. Lo studio riguardava oltre due terzi
della manodopera (3.749 dipendenti su 5.042) e fu svolto dall’Istituto di Medicina del Lavoro
dell’Università di Trieste, con il patrocinio dell’Assessorato regionale dell’Igiene e della Sanità.
L’introduzione dell’Assessore Ermenegildo Nardini dimostrava la nuova attenzione istituzionale su
tali tematiche e la penetrazione nel lessico politico della terminologia utilizzata dal movimento
operaio. Infatti, l’Assessore sosteneva che:
i lavoratori tendono sempre più a respingere la monetizzazione del rischio (una forma, mi si passi il termine, di
prostituzione operaia), una “pratica” che non paga, anche quando fa lucrare una indennità di rischio o una rendita per
danno: essi affermano, invece, che le condizioni di nocività devono essere ridotte e annullate, perché la salute non si
vende a nessun prezzo17.
La conclusione dell’indagine fu che le maestranze del cantiere erano più soggette a patologie
rispetto sia alla popolazione standard sia agli altri lavoratori dell’industria. Il maggior contributo
alla morbilità dei cantierini era dato da malattie dell’apparato respiratorio (che rappresentavano il
33,73% del totale delle patologie), delle ossa e degli organi di locomozione (20,08%), dell’apparato
digerente (12,18%) e della sfera psichica (7,25%)18.
Il secondo documento è costituito dagli atti di una Tavola Rotonda di medici, tenuta il 28 settembre
1974 a Trieste, su Le pneumopatie professionali nei cantieri navali. All’incontro parteciparono
16
Indagine epidemiologica sulla morbilità dei lavoratori dell’Italcantieri di Monfalcone nel periodo 1967-1972
eseguita per iniziativa del Consiglio di Fabbrica, a cura di F. Gobbato, Trieste, Regione Autonoma Friuli-Venezia
Giulia-Assessorato dell’Igiene e della Sanità, 1974.
17
18
E. Nardini, Introduzione in Indagine epidemiologica sulla morbilità dei lavoratori, a cura di F. Gobbato cit., pp. II.
Indagine epidemiologica sulla morbilità dei lavoratori, a cura di F. Gobbato cit., pp. 12-13, tabella n. 7.
10
alcune delegazioni di sindacalisti e di lavoratori, che furono accolti come “i veri protagonisti di
queste nostre ricerche” 19 , e del convegno era a conoscenza anche la Direzione dell’ITC di
Monfalcone. La Tavola Rotonda, che “dovrebbe avere uno scopo eminentemente pratico, mirando
alla prevenzione” delle pneumopatie, si concentrò sui danni al polmone, perché questo organo era
“la porta d’ingresso più ampia, la superficie di contatto di gran lunga maggiore rispetto all’ambiente
esterno”20. Nell’intervento introduttivo, il moderatore Massimo Crepet spiegava che:
È evidente l’interesse per un argomento di questo genere che riguarda la patologia del lavoro nei cantieri navali […].
Innanzitutto perché qui troviamo esemplificato quello che è un ambiente di lavoro a diversi rischi, che non solo si
sommano ma alle volte si moltiplicano fra di loro. […] Molto spesso questi rischi si sommano, rischi ambientali, che
assommano e non solo calore, affaticamento, rumore e rischi specifici: polveri, gas, fumi. […] Ci sono le polveri da
asbesto in primo piano, come rischio grave, non di rado mortale, per le conseguenze a distanza che l’amianto procura
ristagnando nel polmone. Ci sono rischi rappresentati dai fumi, soprattutto di saldatura, ossidi di ferro che si depositano
e danno luogo a delle lesioni polmonari nelle diramazioni distali, poi ci sono rischi rappresentati dai gas. La saldatura è
una delle operazioni più rappresentate in un ambiente cantieristico, quindi i fumi e i gas di saldatura, (l’ozono, il
monossido di carbonio e i gas nitrosi), sono presenti e costituiscono un rischio che preoccupa molto l’igienicità del
lavoro. Infine c’è tutta una serie di condizioni ambientali, tra cui la particolare ristrettezza della cubatura, dello spazio
entro il quale si svolgono spesso queste lavorazioni, cha accentua ancora di più la pericolosità di questo ambiente. […
Ne consegue] la complessità e la difficoltà di esaminare un ambiente di lavoro come questo. Come vi dicevo, per il
sommarsi e il moltiplicarsi i rischi: ad esempio l’azione di alcuni gas, tipo l’ozono, deprimono alcune difese naturali
dell’organismo, sul quale organismo privato di queste difese, alcune sostanze, polveri, possono agire più in profondità e
con maggiore gravità21.
Il terzo documento si riferisce agli atti del congresso – tenuto a Trieste nel 1979 – della Società
Italiana di Medicina del Lavoro e in particolare nella voluminosa relazione Rischi, patologia
professionale, infortuni sul lavoro e prevenzione nei grandi cantieri navali di costruzione e
trasformazione22, in gran parte costruita sulla base dell’esperienza di studi svolti negli stabilimenti
della Venezia Giulia. Emergeva l’assoluta preponderanza riservata ai rischi della saldatura, che
occupava circa il 35% della relazione, mentre al rischio amianto si concedeva solo il 3% della
pubblicazione. Non a caso, i saldatori negli anni Settanta rappresentavano più del 20% della
19
Tavola rotonda su Le pneumopatie professionali nei cantieri navali, in AA.VV., Pneumologia. Atti delle giornate
mediche triestine 26-27-28 settembre 1974, 28, Trieste 1976, p. 519 (testo integrale pp. 517-657).
20
Tavola rotonda su Le pneumopatie professionali cit., pp. 518-519.
21
Ivi, pp. 517-518.
22
AA.VV., Rischi, patologia professionale, infortuni sul lavoro e prevenzione nei grandi cantieri navali di costruzione
e trasformazione, in Rischi, malattie professionali e prevenzione nell’industria navalmeccanica, Atti del XLII
Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina del Lavoro ed Igiene Industriale (Trieste 10-13 ottobre 1979), I,
CLUET, Trieste 1979, pp. 1-383. Il congresso ebbe risonanza nazionale: Gianni Marsilli, articolista de “l’Unità”, riferì
– attraverso un’intervista ai professori Ferdinando Gobbato e Pier Mario Biava – dell’attività svolta dall’Istituto di
Medicina del Lavoro dell’Università di Trieste: G. Marsilli, Se la medicina del lavoro è pilotata dai lavoratori,
“l’Unità”, 9/10/1979, p. 6.
11
manodopera dell’ITC di Monfalcone, superando il migliaio di unità. Nella relazione si riportava una
tabella riassuntiva dei rischi conseguenti alla saldatura elettrica ed autogena:
1.0 INALAZIONE E ASSORBIMENTO DEI GAS E FUMI DI SALDATURA
1.1 EDEMA POLMONARE E BRONCOPNEUMOPATIE ACUTE
1.2 LA BRONCOPNEUMOPATIA CRONICA DEL SALDATORE
1.3 TUMORE DEL POLMONE ?
1.4 INTOSSICAZIONI GENERALI
2.0 ESPOSIZIONE A RADIAZIONI
2.1 CONGIUNTIVITE E CHERATOCONGIUNTIVITE ATTINICA (UV)
2.2 FOTOFTALMIA
2.3 ERITEMA CUTANEO E CARCINOMA SPINOCELLULARE DELLA CUTE
3.0 RISCHI INFORTUNISTICI
3.1 USTIONI DA PROIEZIONE DI PARTICELLE INCANDESCENTI
3.2 INCENDIO ED ESPLOSIONE
3.3 INFORTUNIO ELETTRICO
4.0 RISCHI ERGONOMICI
4.1 SALDATURA ALL’INTERNO DI STRUTTURE PRERISCALDATE: STRESS CALORICO
4.2 OSTEOARTROPATIE DA CONDIZIONI POSTURALI SFAVOREVOLI
4.3 OSTEOARTROPATIE DELLA SPALLA E GOMITO PER SALDATURA AD ARCO MANUALE 23.
A dimostrazione della gravità della situazione, si affermava che l’Istituto di Medicina del Lavoro
dell’Università di Trieste aveva seguito una casistica di 643 operai dei cantieri navali per
l’accertamento della broncopneumopatia professionale. Si concludeva che “tutti, o quasi tutti, gli
inquinanti da saldatura hanno una azione irritativa sulle mucose respiratorie e sono in grado di
promuovere l’insorgenza e/o aggravare l’evoluzione della bronchite cronica” e che “va da sé che
l’enfisema è la naturale complicazione e della bronchite e delle alterazioni fibrosclerotiche prodotte
dai diversi agenti causali presenti nei fumi di saldatura”24.
Nella parte della relazione dedicata ai danni da rumore, dalle indagini fonometriche risultava che i
lavori nelle salderie e a bordo si svolgevano in ambienti molto rumorosi, nei quali l’80% delle
misure, eseguite nell’arco di due anni, superava il limite di 85dB ed il 96% si poneva sopra gli
80dB-A 25 . Dagli esami audiometrici, i medici rilevarono in tutte le categorie professionali
esaminate un danno uditivo abbastanza rilevante e le prospettive non apparivano rosee in quanto
“L’elaborazione statistica porta a concludere – in linea di previsione – che un operaio
navalmeccanico già all’età di 40 anni e con circa 20 anni di esposizione presenta un deficit uditivo
abbastanza rilevante e quando si avvicina all’età del pensionamento ha una ipoacusia di grado
notevole, con sicure ripercussioni sul piano sociale”26.
23
Riproduzione della tabella contenuta in AA.VV., Rischi, patologia professionale, infortuni cit., p. 32.
Ivi, pp. 116-117 (si vedano anche pp. 83, 86).
25
Ivi, pp. 265-267.
26
Ivi, p. 279 (e p. 275).
24
12
Le ultime considerazioni del paragrafo riguardano il dramma dell’esposizione all’amianto, che
rappresenta, come scrivono due storici di origine anglosassone, “no other industrial agent […] even
approaches the burden of disease that asbestos has caused worldwide”27. Rispetto agli altri rischi
per la salute, questo minerale ha prodotto gli effetti più devastanti anche nella Venezia Giulia:
asbestosi, mesotelioma e tumore del polmone hanno provocato almeno centinaia di decessi fra i
lavoratori del Monfalconese 28 . Nella citata relazione del 1979, nel capitolo dedicato ai rischi
“indiretti” derivanti dal lavoro di coibentazione con l’amianto, si sosteneva che “si può dire che ad
un elevato rischio di contrarre un mesotelioma pleurico sono veramente soggetti tutti i lavoratori di
un cantiere navale”29.
Secondo la Consulenza Tecnica disposta dal PM per il processo in corso al Tribunale di Gorizia, i
lavoratori dell’ITC di Monfalcone
non sono stati messi nelle condizioni di adottare almeno comportamenti consapevoli, in modo da ridurre la loro
esposizione. E questo sarebbe stato particolarmente utile tenendo conto che, per loro, il rischio amianto o scaturiva da
lavori svolti da altri (esposizione passiva) oppure era un elemento accessorio al lavoro (esposizione attiva), e non
derivava da un suo normale utilizzo come materia prima. Ciò ha determinato un ulteriore abbassamento del livello di
guardia: basta citare l’assoluta discrezionalità nell’uso delle maschere […]. Conseguentemente sono derivati in molti
casi comportamenti incongrui che hanno determinato nuove ed evitabili occasioni di esposizione, quali l’uso dell’aria
compressa, l’armadietto unico in spogliatoio, le tute lavate a casa, ecc. 30
Per lo stesso motivo, cioè per la mancata comunicazione del rischio e dei comportamenti scorretti, cui va associata la
mancata formalizzazione dei ruoli e delle responsabilità, i preposti non hanno svolto alcuna attività di controllo.
È mancata del tutto quindi una seria e mirata informazione/formazione sull’amianto, che rappresenta la premessa
essenziale di un qualunque piano di prevenzione primaria 31.
Si potrebbe chiedere dunque se una corretta informazione sul rischio sarebbe stata davvero
importante. I consulenti della Procura rispondono portando ad esempio gli interventi preventivi
attuati per le operazioni di saldatura.
Che la informazione/formazione ed interventi tecnici “dedicati” abbiano avuto successo lo dimostra un dato di fatto
storico: l’utilizzo che i saldatori e perfino i puntatori hanno imparato a fare, sempre e dovunque, delle maniche aspiranti
27
J. McCulloch, G. Tweedale, Defending The Indefensible cit., p. 11.
L’asbestosi è una malattia cronica e progressiva, si manifesta con l’aumento del tessuto fibroso presente
nell’interstizio polmonare e conduce all’insufficienza respiratoria. Il mesotelioma della pleura e il tumore al polmone
sono neoplasie gravi che lasciano una ridotta aspettativa di vita dopo la diagnosi (attorno a un anno). Queste malattie
professionali insorgono con decenni di ritardo rispetto alle esposizioni subite, a causa dei lunghi periodi di latenza.
29
AA.VV., Rischi, patologia professionale, infortuni cit., pp. 185, 188.
30
I consulenti si riferiscono all’uso improprio dell’aria compressa praticato dagli operai per pulire le tute da lavoro,
mentre l’armadietto unico implicava l’assenza di quello doppio, che sarebbe stato necessario per tenere separati gli abiti
civili da quelli da lavoro.
31
AA.VV., Ricostruzione dello stato di salute dei lavoratori cit., pp. 578-579.
28
13
per catturare i fumi e gas di saldatura, indipendentemente dalla tipologia dell’ambiente e del manufatto in lavoro […].
Si tratta di un grande risultato di prevenzione lavorativa, non casuale, bensì voluto e costruito […]. Vi ritroviamo il
puntuale coinvolgimento delle figure (lavoratori, preposti, dirigenti), la formazione, la progettazione e la
predisposizione di impianti dedicati, sicuramente il controllo sul campo del loro utilizzo, visti la gravità dei rischi da
controllare.
Per l’amianto è impossibile ricostruire un percorso simile 32.
Da queste riflessioni emerge una interpretazione storiografica: la Direzione aziendale sul tema della
prevenzione si mosse – negli anni Sessanta e Settanta – con due modalità distinte, ottenendo dunque
effetti opposti. L’opera di prevenzione riuscì per gli inquinanti e per i rischi da saldatura, mentre
l’utilizzo quasi indiscriminato dell’amianto sortì conseguenze disastrose.
5-6 - Con la crisi produttiva degli anni Ottanta, che fece ventilare la possibilità della chiusura dello
stabilimento, diminuì l’attenzione verso la salute operaia, intesa come “oggetto-soggetto di studio”.
Con la fine del decennio iniziò una fase che prosegue fino all’oggi, con l’affermarsi di una nuova
produzione nel cantiere (navi da crociera), caratterizzata da un ambiente di lavoro segnato dalla
catena degli appalti, dal trasfertismo e dai nuovi flussi migratori.
All’inizio degli anni Novanta furono approvate due norme fondamentali: la legge n. 257 del 1992
che vietò l’uso dell’amianto e il D.Lgs. n. 626 del 1994 che creò un nuovo modello di vigilanza, di
indagine delle patologie professionali e di rilevazione dei rischi nei luoghi di lavoro33. Nel 1994 fu
fondata a Monfalcone la sezione locale dell’Associazione Esposti Amianto, per tutelare i diritti
delle vittime e per far applicare la nuova normativa34. Tuttavia, la questione amianto rimane ancora
oggi estremamente aperta, com’è testimoniato in maniera eloquente dai decessi e dalle patologie
che inesorabilmente proseguono, dalle bonifiche ambientali che non sono ancora state operate e dal
processo penale in corso che – come si è visto – ha fornito nuove fonti da analizzare.
Il 21 febbraio 2011 è deceduto, precipitando da un ponteggio, il ventiduenne Ismail Mia: è il primo
infortunio mortale avvenuto nel cantiere di Monfalcone ad un operaio – assunto da una ditta
dell’appalto – originario del Bangladesh.
Questi fatti drammatici rappresentano la sintesi dei cambiamenti e delle continuità presenti
nell’attività dello stabilimento e dimostrano la necessità di una riflessione storica su questi temi.
32
Ivi, p. 577.
Legge 27 marzo 1992, n. 257 – Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto; D. LGS. 19 settembre
1994, n. 626 – Attuazione delle direttive 89/391/CEE, 89/654/CEE, 89/655/CEE, 89/656/CEE, 90/269 /CEE,
90/270/CEE, 90/394/CEE, 90/679/CEE, 93/88/CEE, 97/42/CEE e 1999/38/CE riguardanti il miglioramento della
sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro.
34
Per la ricostruzione storica dell’attività dell’Associazione Esposti Amianto di Monfalcone si veda: E. Bullian, D.
Dotto, C. Paternoster, Il movimento di lotta contro l'amianto a Monfalcone: storia e prospettive, in Movimento per la
salute e associazioni delle persone malate, a cura di L. Corradi, Milano, Angeli, 2010, pp. 52-81.
33
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Sicurezza sul lavoro e navalmeccanica dal secondo