Verona è Quinta Parete cultura e società Novembre 2010 Verona Società Quinta Parete 13 Vi diremo qualsiasi cazzata vorrete sentire di Silvano Tommasoli [email protected] Sono in video, ergo sum www.quintaparete.it cultura e società mensile on-line Tutti vediamo la volgarità del Grande Fratello, ma nessuno ne parla Anno II - n. 8 - Settembre 2011 Diretto da Federico Martinelli Appuntamenti Cinema Viaggi Università e lavoro Colazione da Tiffany Friuli delle meraviglie In collaborazione con Un classico del cinema e programma, Omologati in TV. Peggio, omogenumerosi partnerpugni per con un minimo di eleganza un’icona femminilenon da ha mancato di proporre una selezione – mammaneizzati. No, non mi riferisco ai e di buon gusto? Oddio, non è che trovare le potenzialità rivedere in occasione selezione… Chissà gli programmi televisivi, che sem- siano tanto più signorili gli autori imprenditoriali dei 50 mia! anni Una del film brano tutti “fatti con lo stampino” della trasmissione, che ricordano a altri! – dei provini, dove quasi nessuno da almeno dieci anni, peggio5 an- ogni piè sospinto il premio finaleadipagina a pagina 8 dei candidati, per esempio, ha cora dei vari telegiornali che sono alcune centinaia di migliaia euro, saputo dare una risposta sensata, o come fosse l’unica molla a spingere almeno non insensata, alla richiesta proprio tutti uguali. umanità a di dichiarare StoEditoriale parlando dei concorrenti del questa variopinta Storie di ordinaria follia il proprio “tallone di Grande Fratello, tutti conformi a un esporre le proprie miserie alla vista Achille”. di Federico Martinelli di Monica modello standard tristissimo, quello di qualche milione di guardoni. E A ben pensarci, coloro che ne della volgarità estrema. Sì, la volga- qui cominciano le rogne vere, per- escono meno peggio sono proprio Mentre stiamo chiudere i reclusilettrice del Grande Fratello. Perché sarebbe necessaria com-nostra rità dei gesti, delleper parole, degli at-il chécommento diunauna rumena nuovo numero giornale mi Il missione di psicologi, sociologi e fanno pena, fino alla tenerezza. Abteggiamenti è ildeldenominatore assale comuneuna che forte unisce,preoccupaziotra loro, quasi antropologi per cercare di capire bagliati dal miraggio di diventare ne. Sono tre giorni esatti che che cosa possa indurre alcuni mi- Vip, e di guadagnare un sacco di tutti i reclusi della “casa”. E li uniiscemedia parlano di Alessia Vasco lioni di persone normali ad abbrut- quattrini, si prostituiscono fino a un anche non alla presentatrice, Rossi dellaaperte sua già nota conMartinelli, “all’estero”. In realtà non punto di non ritorno, rimanendo tire il proprioSig. spirito davanti alle già a gambeesempre Marcuzzi. Ma Buongiorno dotta, diffusaabbia in tutto affatto strano. volte lo a vita daTante quel suffisso – possibileormai che nessuno mai incredibili esibizioni dei “ragazzi èmarchiati il mondo: quello povera reale che regolarmente la voglia vs newse istru“del Grandesoprattutto Fratello” appunto della casa”. Forse la solita di straniero, fatto notareda a questa ra- ricevo – si muove ai concerti lo sletter che reputo molto inte- ito, la situazione sentirsi migliori? gazza – addirittura capaceelache scorsa che livede accompagnerà percon tuttapiù la legge sulla carta sul stampata, pur non essendo una chiarezza, con più lucidità A farci respirare, edizione di sedersi pavimentoa ressante, vita. Pochi finora hanno avuto lae fortunatamente, quello virtuale che lo segue su c’è grande consumatrice cultura Purtroppo dello studio, sempre rigorosamente capacità di affrancarsene, e disì,farè la Gialappa, che nondine lascia lungimiranza. facebook. Morgan fu messo veronese per di temvero: Italia non è un paese a gambe aperte, spalancando dimenticare questa squallida oripassare una siamancanza alla conduttrice sia tutto alla gogna per aversulle dichiarato ginegiovani. mediatica. Per tutti, Luca Arai concorrenti. Di più, per farci ca- per un’ampia panoramica propria po. di aver fatto uso– che, di certe so- Mi colpito l’articolo di Fino a decidere di abitare a Vegentero; e pochi altri che si possono pireha il livello di molto squallore (o di crubiancheria intima in video, stanze; venne esiliato monil titolo “Non un rona anch’io ho di fatto contare sulle dita unaun solapiccolo mano. deltà?) con dell’ufficio casting è del assume delle posture chedal fanno a giugno do della comunicazione pur paese per giovani” perché sono giro alcuni europei: ho Non in ritengo sia paesi indenne da questo avendo un accreditamento del anch’io madre di 2 giovani (23 e studiato a Vienna, St. Gallo, baratro di volgarità al’editore di grande pubblico decisamente 17) che si stanno avviando verso poi vissuto anche a Cannes, tantohospettacolo. minore. Inoltre, quest’ultimo, il mondo del lavoro. Per chi se- aVorrei Lugano. Inoltre chiedergli – se ho maiviaggiato fosse pernon si era dichiarato a favore gue la politica e la società italia- molto per lavoro, ancheallefuori sona abituata a rispondere dodella legalizzazione della ven- na, l’articolo non fa rivelazioni dall’Europa, e mantengo mande – se sarebbe contentoamicidi far dita, dell’uso e dell’abuso di inaudite, ma mette in chiaro, zie con iexsuoi colleghi di Bucarest assistere figli adolescenti, oi certe sostanze. Rossi invece dal punto di vista giovanile, la esuoi delle altre università dove ho nipoti, a una porcheria simile. scrive su facebook, pubblica situazione così com’è adesso sul studiato. Tutto la sommato miei Ma forse conosco risposta, direttramite internet le sue dichia- mercato del lavoro italiano. figli sono cresciuti un amtamente ispirata dal dioindenaro. razioni e continua imperterri- In tutta sincerità, già da molto biente internazionale, a contatMi sono sempre ribellato a ogni to a sostenere che la libertà, in tempo, consiglio ai miei figli di to condigente di moltissimi paesi, forma censura, come espressione ogni sua forma, è da difende- prepararsi per andare all’estero mantenendo però volontà molto vive le della più proterva di anre sempre. Guidare ubriachi dopo gli studi il che, visto che radici rumene. nientare, nella gente, il senso e la siamo una famiglia rumena, è Per giovani elevatiMa in un contecapacità di critica. devo dire Andiamo alla scoperta di quello che questa regione può regalare, tra storia, paesaggi e curiosità a pagina 16 Quale futuro per l’Italia? Segue a pag. 3 alquanto strano perché siamo sto del genere è naturale guar- darsi in giro, sentirsi cittadini europei (se non addirittura cittadini del mondo), avere l’apertura mentale di andare all’estero. Ai miei figli l’Italia piace molto ma non troppo, non abbastanza per costruirsi un futuro in Italia, il che mi addolora. Sono 8 anni che abitiamo a Verona (venendo da Lugano, dove hanno iniziato la scuola entrambi), abbiamo casaosanna 2 annialla fa, che, di comprato fronte a questo evolgarità, io mi sento moltoa acapire casa quella a Vecomincio rona incarta Italiabianca, in generale. strisciae di incollata,Più ai avanti semmai di andare tempi della miapenso adolescenza, sui amanifesti vivere everso la Puglia (amoe le locandine dei film molto l’Italia meridionale!), codegli spettacoli più “sconvenienti”, munque non all’estero. che prescriveva «V.M. di 16 anni». Ma ragione loro! Cosa Forse,hanno adesso, sul cartellone del potrebbero fare a Verona? Grande Fratellomai si dovrebbe scrivere In Italia? cresciuti con la «V.M. di 99Sono anni»… mentalità di istruirsi Per continuare con il girocostantedi volgamente, di diventare intellettuarità e stupidità sui media di oggi, vi li, parlanoall’ultima già 5 lingue, hanno rimando pubblicità di Marc Jacobs. Ma tenetevi forte, eh! Segue a pag. 2 Progettazione e realizzazione web Realizzazione software aziendali Web mail - Account di posta Via Leida, 8 37135 - Verona Tel. 045 82 13 434 www.ewakesolutions.it 2 L’opinione Settembre 2011 Segue dalla prima l’usage du monde come si dice in francese, asiprano ad entrare in aziende di alto livello o mettersi in proprio... hanno grandi sogni! Mia figlia ha fatto maturità con 92 e adesso studia a Padova dopo aver fatto un esame d’ammissione facilissimo. E’ scontentissima dell’ambiente universitario: completamente disorganizzato, non funziona quasi niente, le informazioni (anche se promosse tutte sul sito dell’università) sono scarse e tante volte errate, i professori arrivano in ritardo oppure mancano proprio (ti ritrovi a fare un viaggio a Padova per nulla). Manca inoltre un concetto base, un filo rosso, dopo 2 anni non ha ancora chiaro cosa vogliono da lei e per cosa la stanno preparando. Adesso sta valutando di continuare gli studi a Verona per evitare almeno i viaggi giornalieri a Padova che sono un’altra tragedia, ma una tragedia di Trenitalia questa volta! Poi si vedrà dove andrà... Da quando era alle superiori mia figlia ha sempre lavorato, prima durante il weekend a adesso durante le fiere ed altri eventi dove si cercano hostess o promoter. Meno male parla tante lingue ed è di bella presenza. Così è venuta presto a contatto con il mondo del lavoro, sa come funzionano le cose, qual è il livello e cosa si cerca. Decisamente nessuno cerca donne belle e super istruite, il che complica ancora di più la situazione per chi si ritrova ad avere queste caratteristiche. Se hai anche un carattere forte e non ti presti a portare il caffè al capo (perché non fa parte della job description!), allora sei ancora più sfortunata! Però lei ha imparato negli anni e adesso sa che fare la finta oca conviene: stai lì, sorridi, dici 4 frasi in 3 lingue quando richiesto... e ci si paga lo stipendio. Poi a casa ci facciamo 2 risate insieme sulle idiozie che vede sul lavoro, sugli impostori che girano, sulle avance che riceve costantemente (meno male sa come sviare da certe situazioni!). A me va meglio perché ho superato (anche se non del tutto) l’età quando ti si fanno avance sul lavoro, però restano ancora le difficoltà del essere troppo istru- ita: laurea in cibernetica economica, 2 master in marketing a Vienna e St. Gallo, esperienza di consulenza in ambito internazionale, soprattutto in due dilligence industriale, passato di lavoro con la banca Europea di Sviluppo.... parlo 5 lingue, disegno in Autocad.... è decisamente troppo per una donna nell’ambiente italiano di lavoro! Dal 1993 sono sempre a contatto con l’industria italiana, soprattutto con la piccola media impresa famigliare o no. Da nord a sud ho conosciuto moltissime aziende, gente stupenda, calda, creativa, gran lavoratori... però pochissima istruzione! C’erano tempi, soprattutto negli anni ’90, quando la mancanza d’istruzione poteva essere compensata dalla creatività, uno straniero, è trovare la via di mezzo fra l’impostura e la professionalità, cioè trovare la normalità. O si trovano situazioni come quelle brillantemente descritte dal giovane nel suo articolo... o si trovano aziende che vogliono ultra qualifiche sotto pagate perché non sanno nemmeno come impiegare le persone molto qualificate. Non a caso l’Italia si è beccata gli immigranti meno qualificati d’Europa, quasi analfabeti alcuni. Si è mai chiesto qualcuno perché tutta la gente qualificata dell’Est Europeo è andata in Germania, Francia e in genere a Nord? Nelle alte sfere della politica qualcuno abbia mai pensato che tutti laureati rumeni, polacchi, russi, ecc, sono andati a Nord degli Alpi mentre Lavoro, società, economia... il nostro Paese sembra proprio in crisi dall’arte dell’ arrangiarsi e da un grande impegno lavorativo. Adesso il mondo è cambiato... i personaggi che girano intorno purtroppo no! Pochissime sono le aziende italiane (ancora meno le PMI) che hanno capito la necessità di assumere gente qualificata e pagarla di conseguenza. Più che altro la maggior parte dei datori di lavoro si trova in difficoltà perché non riesce a valutare una persona molto istruita, non capisce le proposte che li vengono fatte, ritrovandosi in grande difficoltà anche quando ci sta la totale apertura mentale. Si chiama “vorrei ma non so come”! Vorrei che la mia azienda andasse all’estero, vorrei promuovere la mia attività tramite internet, vorrei assumere gente molto qualificata ma non so come valutare le offerte che mi vengono fatte. La tragedia dell’economica italiana, vista con gli occhi di domanda perché i grandi medici indiani vanno in Inghilterra, in Germania, ecc... mentre in Italia arrivano gli indiani che lavano le mucche! Perché in Italia arrivano solo muratori rumeni mentre gli ingegneri rumeni vanno in Germania? Come mai non si è riuscito a far l’Italia un paese attraente per l’immigrato qualificato? Risposta: perché non è attraente nemmeno per l’italiano qualificato! Italia non è assolutamente un paese razzista, anzi, è un paese aperto che accoglie calorosamente tutti quanti. Lavoro con l’Italia dal 1993, ci abito dal 2003, e non mi è mai successo di risentire la minima ombra di razzismo oppure sentirmi svantaggiata perché rumena. Nè io nè i miei figli e se decidessimo di andare via dall’Italia (col cuore infranto, perché ci piace moltissimo) è soltanto per via delle scarse opportunità di carriera! Mi sta a cuore il destino dell’Italia, è un popolo meraviglioso di gran lavoratori e grandi creativi che merita essere meta per i grandi professionisti, i grandi scienziati... ma non lo è! Se qualche anno fa alcuni facevano un pensierino, adesso in massa si pensa come andare via: la gioventù valorosa, quella che non sta a guardare Tamarreide in TV, non ha problemi di droga e non butta via la vita fra una discoteca e l’altra... quella ha già capito che deve andar via. Quelli più furbi sanno già che un posto da expat a Praga o a Bucarest offre opportunità di lavoro quanto uno a Londra o a Parigi: ci stanno le multinazionali con enormi sedi operative che pagano stipendi più alti che in Italia. Uno dev’essere proprio innamorato dell’Italia per restarci, oppure deve aver raggiunto un certo livello di vita e si permette di scegliere il sole, il mare, la bella gente e il buon mangiare. Spero di non essere inopportuna con il mio intervento, ma ultimamente sento proprio il bisogno di dire la mia, di alzarmi dalla poltrona di casa e prendere posizione nella speranza che saranno sempre più cittadini infuriati disposti ad investire un po’ di tempo ed energia... magari alla fine serve a qualcosa! in Italia sono arrivati, con rarissime eccezioni, solo contadini semi analfabeti e manovalanza senza alcuna qualifica? Lo straniero prende il polso del mercato ancora meglio, perché non è viziato dai sentimenti, dalle tradizioni... lui va dove è meglio per lui, dove trova le opportunità migliori! Come mai l’Italia non si è riempita di ingegneri, medici, avvocati, economisti dell’Est Europa o del Nordafrica? Perché non si trova l’impiego adatto alle loro qualifiche! Perché nelle PMI non ci stanno gli ingegneri, tanto meno gli economisti, perché negli ospedali italiani si fa troppa politica e non c’è spazio per un carriera onesta... Seguo con grandissimo interesse la politica italiana, mi guardo quasi tutti i talkshow della politica sui tutti i canali senza pregiudizi. Però mai e poi mai è sentito qualcuno toccare questo argomento! Mai uno si è fatto la Cordiali saluti. Teatro/Musica Settembre 2011 Segue dalla prima e drogati potrebbe essere un diritto di tutti e mettersi al volante completamente assuefatti dovrebbe essere legalizzato dal governo. Il buon facebook, trampolino di lancio per le perle di saggezza del dottor Rossi, ha delle regole: incitare alla violenza, all’uso e all’abuso di alcol e droghe non è consentito. Ma allora, perché non si prendono provvedimenti? Perché, quantomeno, non gli viene revocata la laurea ad honorem in Comunicazione? “Il male di vivere” di cui parla, può colpire tutti, dall’operaio al multimiliardario, ma è insopportabile sentirlo lamentarsi in un momento di crisi economica come questo. Avrebbero più diritto a essere preoccupate tutte quelle persone che non hanno lavoro, che non avranno mai una pensione o che passano la loro giornata a lavorare per uno stipendio di 5-600 euro al mese ma non un privilegiato mantenuto anche dai proventi SIAE. E in tutto questo orde di ragazzini assimilano che un cantante, per essere una star della musica pop rock, deve aderire ai clichè del dannato, del ribelle e del beone, per non dire di peggio. Loro, che dovrebbero rimanere puri (anche per un futuro sociale migliore), sono colpiti dalla continua immondizia che il mondo malato di certi adulti gli mette in testa. E come se non bastasse, adesso che ricomincia la scuola, se non hai il nuovo zaino con porta skateboard, mezzo con cui puoi liberamente andare addosso alle persone che vanno al lavoro, quello vero, facendo cadere a terra fogli e valigette, non sei alla moda. La pubblicità insegna. Complimenti. 3 Ne hanno viste di cose, questi occhi di Paolo Corsi Totola e Ruzzenenti in un’ottima interpretazione di “Emigranti” Nel sottoscala dell’esistenza Quando si dice “lo spettacolo giusto nel luogo giusto”! Non poteva trovare sistemazione migliore la rappresentazione di “Emigranti” del polacco Slawomir Mrozek, nella messinscena di Mamadanzateatro, con Massimo Totola e Guido Ruzzenenti, alla fattoria didattica Giarol Grande. Si, perché il sottoscala “naturale” nel porticato della fattoria dove è stata ricreata la scena (preferito al palcoscenico predisposto per la rassegna di teatro organizzata da Teatro Impiria) sembrava pensato apposta per questo spettacolo. La scala di ferro che scende da un ipotetico piano strada, due letti di fortuna, qualche povero capo di vestiario steso, pochi e semplici oggetti della quotidianità, un tavolino sotto una lampadina da poche candele, il pavimento di cemento grezzo, i muri bianchi e le finestre con le inferiate, con la luce che entra da fuori, e il pubblico a ridosso della sce- na, immerso nella vicenda, a contatto quasi fisico con i due protagonisti. Un contatto tuttavia impossibile, per la consistenza di una “quarta parete” simbolo della distanza tra due mondi e dell’isolamento fisico e sociale in cui vivono i due protagonisti. Come suggerisce il titolo, si tratta di due immigrati in una grande città occidentale da quella che si intuisce essere una qualche località dell’est Europa, al tempo compresa nel blocco sovietico. Senza nome i protagonisti (potrebbero essere chiunque di noi), diversissimi tra loro per livello culturale (un contadino ed un intellettuale), per storia (l’uno in fuga dalla miseria, l’altro un dissidente politico) e per aspirazioni (tornare ricco al paese, trovare un senso all’esistenza), accomunati solo dall’esperienza dell’emigrazione. Ma è un esperienza forte, che avvicina gli uomini molto più di tante altre esperienze. Non c’è una storia definita, ma un gioco a due, che alterna momenti tragici a momenti comici, che scava nelle vite dei due protagonisti e nella realtà che li circonda e in quella da visita il sito internet di “Verona è” www.quintaparete.it cui sono fuggiti. Non ci sono risposte ai loro perché, ma nella condivisione della stessa sorte c’è almeno un po’ di calore umano e qualche sprazzo di serenità, davanti ad una bottiglia di vino, nella notte di Capodanno. Superlativi Massimo Totola e Guido Ruzzenenti, intensi nella recitazione e sempre dentro ai personaggi, così complementari anche a livello fisico, in due ruoli che calzano a pennello. Con loro i personaggi sono veri, tanto che dalla prima fila, da dove è possibile vedere le gocce di sudore e sentire il respiro, si vede sempre e solo il personaggio, mai l’attore. Non c’è un momento di cedimento in quasi due ore in cui lo spettatore è totalmente catturato dalla vicenda, tanto che l’intervallo potrebbe anche essere evitato, per non rompere l’atmosfera. Anche se va detto che i due attori riescono in pochi secondi a riportare il pubblico nella stessa situazione psicologica in cui lo avevano lasciato, riprendendo la scena sospesa, come se non ci fosse stata alcuna soluzione di continuità. Azzeccata anche la scelta delle musiche, più che appropriate come colonna sonora di questa storia, che diverte, commuove e fa riflettere. Merito dunque ai protagonisti, ma anche a chi ha saputo valorizzare luoghi come questo, creando nuovi spazi teatrali, per una serata soddisfacente come non capita spesso. 4 Teatro Settembre 2011 Ne hanno viste di cose, questi occhi di Paolo Corsi L’impegno della compagnia Trixtragos nell’intenso testo di Ibsen La scomoda verità nemica del popolo Se c’è un’unità di misura della sce con il proclamarlo a gran grandezza di un’opera teatrale, voce nientemeno che “nemico questa è la sua capacità di essere del popolo”. attuale a dispetto del tempo che Ciò che emerge da questa stopassa e delle trasformazioni so- ria è che, a prescindere dalla ciali. Ne è un bell’esempio “Un ragione, chi ha la maggiorannemico del popolo”, dramma za compatta alle proprie spaldel 1882 del norvegese Henrik le ha sempre il modo di preIbsen, che indaga il conflitto tra valere, tanto più se si tratta di i princìpi etici e morali di un individuo e le convenienze della comunità in cui vive. Il testo, messo in scena dalla compagnia Trixtragos nell’adattamento di Nunzia Messina (sua anche la regia), narra del dottor Thomas Stockmann, sanitario delle terme di una tranquilla cittadina norvegese, che scopre che le acque che le alimentano sono inquinate. Il dottore si affretta ad avvisare i suoi concittadini, certo di trovare consenso e collaborazione. Ma all’immediata contrarietà del mondo politico si aggiunge Una scena dello spettacolo della compagnia Trixtragos a sorpresa anche quella dei ben- una massa acritica pronta ad pensanti della società borghese, allinearsi all’opinione pubblica inizialmente dalla sua parte, comune. ma che per salvaguardare i pro- Le tematiche affrontate, pri interessi non esitano a vol- dall’arroganza di una classe targli le spalle. Il movimento di politica inetta e corrotta ai promassa che sorge a contrastare blemi della salute pubblica e l’agire di un singolo individuo, dell’inquinamento, riempiono dal canto suo più che mai fermo le cronache ed animano i dibatnelle proprie convinzioni, fini- titi anche ai giorni nostri, e ciò fa della scelta di mettere in scena questo testo una scelta coraggiosa, oltreché impegnativa. L’imponente testo originale è stato abbondantemente ridotto, conservandone però la struttura e cogliendone l’essenzialità. La narrazione, affidata all’azione teatrale, è scorsa in maniera fluente, con qualche battuta d’arresto nella seconda parte, in occasione dei monologhi della moglie e dei figli del dottore. Qui il ritmo ha rallentato e, con il rivolgersi direttamente al pubblico, è mutato anche il tipo di comunicazione. Evidentemente un effetto ricercato per enfatizzare il momento e concentrare l’attenzione sulle parole del testo, ma che di fatto, sospendendo l’incalzare dell’azione, ha prodotto un calo di tensione. L’ambientazione d’epoca è stata ricreata attraverso una bella scenografia, con la particolarità dei filmati sullo sfondo, utili a dare profondità ed estendere virtualmente lo spazio scenico. Il resto lo hanno fatto i costumi e soprattutto il trucco, che ha avuto nell’utilizzo delle folte barbe il suo segno distintivo. La recitazione è stata generalmente buona ma un po’ troppo controllata, a discapito dell’intensità che il testo richiederebbe per tutta la sua durata, dando la sensazione che l’empatia tra personaggio ed interprete sia ancora da affinare. Probabilmente perché lo spettacolo è giovane e va ancora un po’ rodato. Rimane comunque un lavoro ben impostato, che non potrà che migliorare con il tempo. Quanto ai motivi del far teatro, già espressi in locandina, va detto che questo è uno spettacolo a cui è difficile rimanere indifferenti e ciò rende merito all’impegno della compagnia ed anche al suo far teatro. Eventi Settembre 2011 5 Appuntamenti culturali di Paolo Antonelli e Stefano Campostrini Un progetto interessante a costo zero per aiutare il lavoratore d’oggi Certificazione imprenditoriale all’Università di Verona scindibile la presa a carico, da parte delle istituzioni, di un dispositivo che consenta in modo chiaro e condiviso la validazione di tali apprendimenti. Obiettivi del progetto sono: - attivare un processo di partneriato operativo e di rete con associazioni di categoria, enti locali, servizi di orientamen- - condividere i risultati raggiunti con i partner coinvolti nel progetto e tutti i destinatari operativi e finali ipotizzati grazie alla realizzazione di tre percorsi di accompagnamento indirizzati ad operatori del settore in diretta collaborazione con i partner; - diffondere la cultura del riconoscimento e certificazione dei documenti presenti on line o inviati direttamente e grazie ad incontri specifici del comitato stesso o di parte di esso con il Responsabile del Progetto e i soggetti che nei vari momenti possono essere coinvolti (consulenti, rappresentanti dei partner, referenti di associazioni, imprenditori, operatori, esperti, …) Schema Generale del Progetto Controllo del Comitato Tecnico Scientifico Analisi delle Buone Pratiche Ricerca sul Campo Focus Group e Accompagnam ento alla Diffusione del Modello Sperimentazi one del Modello di Competenze Pagina Web Dedicata Workshop Destinatari Obbiettivi e Motivazioni L’Università di Verona con il contributo del Fondo Sociale Europeo, la collaborazione del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali e della Regione Veneto, presenta questo progetto con lo scopo di realizzare strumenti operativi a supporto dei processi di riconoscimento, validazione e certificazione delle competenze imprenditoriali. L’apprendimento permanente è stato definito dalla Commissione Europea come “qualsiasi attività di apprendimento avviata in qualsiasi momento della vita, volta a migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze in una prospettiva personale, civica, sociale e/o occupazionale” (2001). Il rischio è che questi tipi di apprendimento (non formali ed informali) non siano riconosciuti e valorizzati dalla stessa persona che ne è portatrice e, le conseguenze di questa mancanza, risultano essere particolarmente rilevanti in una società complessa quale la nostra; società il cui sviluppo culturale ed economico viene ad essere costruito sul concetto di Conoscenza. Nella Dichiarazione di Copenaghen (2002), è stata affermata la necessità di definire una serie di principi comuni concernenti la convalida dell’apprendimento non formale e informale, al fine di assicurarsi una maggiore compatibilità tra le impostazioni seguite dai vari Paesi ai diversi livelli d’istruzione. Alcuni paesi europei come la Francia e il Regno Unito hanno già avviato da anni processi questo tipo. L’Italia invece è ancora lontana da un sistema di riconoscimento degli apprendimenti acquisiti che sia caratterizzato da un’impronta di carattere nazionale o istituzionale. Le sollecitazioni dell’Unione Europea e le esigenze sempre più pressanti date dall’evoluzione del sistema formativo e di istruzione, rendono impre- Condivisione e Collaborazione con i Partner to che consentano un’analisi e quindi un rafforzamento dei legami esistenti tra i sistemi di formazione informale e non formale continua; - analizzare le buone pratiche esistenti a livello europeo, nazionale e/o regionale, arrivando ad identificare percorsi di valorizzazione delle stesse; - mettere a punto uno strumento di identificazione, rilevazione e misurazione dei risultati di apprendimento e delle competenze acquisite lungo l’esperienza imprenditoriale; - validare gli strumenti realizzati con l’ausilio dei partner che compongono il mercato del lavoro e la realtà di vita dell’impresa; - identificazione delle linee guida che evidenzino modalità applicabili per la costruzione di un modello di identificazione/ bilancio, riconoscimento e certificazione delle competenze; delle competenze in ambiti di apprendimento non formale ed informale attraverso momenti d’incontro finalizzati alla condivisione delle attività realizzate, al loro monitoraggio, alle criticità riscontrate ed alle soluzioni trovate sì da consentire una condivisione di pratiche tra gli interessati e l’adozione di soluzioni condivise. La creazione della pagina web dedicata (http://cd.univr.it/ aci/login.php) realizza il continuo aggiornamento dei materiali a disposizione dei diversi partecipanti al progetto e del Comitato Tecnico Scientifico, la presenza dell’area Materiali e dell’area Forum rende possibile sia la visione della documentazione sia la discussione sulla stessa.La supervisione del Comitato Tecnico Scientifico e dei referenti metodologici, si realizza attraverso la visione Comitato Tecnico Scientifico Prof. Giuseppe FAVRETTO - Responsabile del Progetto, Docente Universitario alla Ca’ Foscari di Venezia, esperto in direzione di progetti in innovazione di impresa Economia e Organizzazione Aziendale Ing. Enrico BONI - Vice Presidente ASS.IM.P Associazione fra imprenditori e professionisti - Verona Dott. Marco BRUNELLI Responsabile Servizio Nuova Impresa Dott Ferruccio CAVALLIN Consulente Senior esperto in Piccole e Medie Imprese Dott.ssa Miriam SALARDI - Responsabile servizi Promozione del Lavoro Comune di Verona Prof. Romano TOPPAN Docente di Organizzazione Aziendale Consulente Senior 6 Musica Settembre 2011 di Francesco Fontana La cantante britannica è morta a Londra all’età di 27 anni Addio a Amy Winehouse, diva tormentata una cantante e cantautrice di successo. Il primo disco arriva nel 2003 e si intitola “Frank”. È ze jazz, grazie al quale l’artista Jim Morrison vince due dischi di platino e Quando lo scorso 18 giugno la vende circa un milione e mezzo cantante si era presentata sul di copie. Dopo il convincente palco di Belgrado, per la tappa del suo nuovo tour, barcollante, grande successo con il seguente visibilmente ubriaca, mai in- album “Back to Black” (2006), tonata e con la voce che somi- nel quale emerge la sua strepigliava più a un lamento che ad tosa capacità vocale e il talenaltro, si era capito che la situa- to nella composizione di brani zione, già piuttosto grave, stava che diventano vere e proprie hit. Negli MTV Europe Music per raggiungere il capolinea. Awards vince per la categoria È morta Amy Winehouse, nel pomeriggio dello scorso 23 lu- Artist Chiose e nel 2008 si aggiuglio nel suo appartamento di dica 5 Grammy Awards. “Back Londra. Poco conta che la cau- to Black” è quindi la vera consa del decesso sia stata overdo- sacrazione. Nei testi delle canse, suicidio, mix letale di farmaci, droga e alcool o, come si è tà di una ragazza alle prese con anche supposto, una crisi d’asti- problemi di natura personale, nenza provocata dal tentativo relazionale, di alcool e droga, di disintossicarsi: l’unica cosa sempre vittima di nevrosi e detragicamente importante è che, pressione latente. Il primo sinancora una volta nel mondo del golo pubblicato è Rehab, pezzo rock, un altro talento cristallino ha perso la vita prematuramen- porsi alle cure necessarie per la te, all’età di soli 27 anni. Come disintossicazione. Anche Back lei, infatti, si ricordano molti altri nomi illustri, di grandissimi della scena musicale scomparsi giovanissimi e sempre in modi drammaticamente violenti: il chitarrista, forse il più grande di sempre, Jimi Hendrix, morto per overdose, Jim Morrison, sulla cui dipartita non è mai stata fatta completa chiarezza, il leader dei Nirvana Kurt Cobain, che si sparò con un fucile, Brian Jones dei Rolling Stones, affogato in piscina, e, purtroppo, altri ancora. Ma l’uscita di scena L’anima di una persona è nascosta nel suo sguardo, per questo abbiamo paura di farci guardare negli occhi non deve essere, anche se è l’ultimo in ordine cronologico, il ricordo simbolo della carriera dell’artista britannica. Oltre che l’icona degli eccessi, Amy Winehouse è stata certamente to Black diventa un tormentone e Love is a Losing Game è forse il pezzo più bello e struggente del disco. Le sue canzoni non erano di certo anonime, anzi, spesso azzardate nel raccontare in modo così esplicito particolari di vita e abiI comportamenti sopra per essere immortalati e occupare le pagine dei tabloid scandalistici, offuscando l’immagine dell’artista e un talento musicale evidente, senz’altro superiore a molte dive del pop. Il solito pericoloso mix, come sempre poco equilibrato, di genio e sregolatezza, per essere poco originali. L’ultima immagine che ci rimane è, purtroppo, spietata e realistica allo stesso tempo: il tormento sul volto, l’uscita di sceco, il successivo annullamento del tour e il triste epilogo. Che dispiacere. Edito da Quinta Parete Via Vasco de Gama 13 37024 Arbizzano di Negrar, Verona Direttore responsabile Federico Martinelli Coordinatore editoriale Silvano Tommasoli Assistente di redazione Stefano Campostrini Hanno collaborato Daniele Adami Paolo Antonelli Anna Chiara Bozza Stefano Campostrini Giulia Cerpelloni Paolo Corsi Francesco Fontana Lorenzo Magnabosco Federico Martinelli Ernesto Pavan Alice Perini Silvano Tommasoli Stefano Campostrini Autorizzazione del Tribunale di Verona del 26 novembre 2008 Registro stampa n° 1821 Eventi Settembre 2011 Verso l’infinito e oltre di Francesco Fontana Così parlò Eatwood Arrivano a Verona i Morblus e Checco Zalone. Tornano Zucchero e il “Notre Dame De Paris” Il settembre di Eventi Verona Dopo il ritorno a Verona, lo scorso 4 settembre, del vincitore dell’ultima edizione di Sanremo Giovani Raphael Gualazzi, che ha fatto tappa al Teatro Romano con il tour di presentazione dell’album “Reality And Fantasy”, prosegue il programma di Eventi Verona con molti altri interessanti appuntamenti. Venerdì 9 settembre arrivano al Teatro Romano di Verona i Morblus. La band, fondata esattamente vent’anni fa dal cantante e chitarrista Roberto Morbioli e dal pianista e organista Daniele Scala, sarà sul palco per una serata celebrativa. Per festeggiare al meglio i vent’anni di carriera il gruppo darà vita a un suggestivo spettacolo, arricchito dalla presenza di ospiti che hanno condiviso alcune delle tappe della carriera della band, portando i Morblus a occupare oggi un posto di tutto rispetto nella scena blues internazionale. Tre serate per il Notre Dame De Paris: il 9, 10 e 11 settembre. L’opera musicale di Riccardo Cocciante torna infatti all’Arena di Verona per festeggiare dieci anni di successi internazionali. Il Notre dame de Paris è stato uno degli spet- Qui sopra la locandina dello spettacolo ideato da Riccardo Cocciante, giunto al suo decimo anniversario. Sotto il pugliese Luca Medici, in arte Checco Zalone, nome derivato dal dialettale “che cozzalone” tacoli musicali più apprezzati e seguiti a livello mondiale, con oltre 15 milioni di spettatori dall’esordio a oggi. Per quanto riguarda il panorama italiano, l’opera di Cocciante ha trovato all’Arena di Verona una delle sue cornici più prestigiose, con un totale di oltre 250 mila spettatori nelle precedenti edizioni. Altro genere di spettacolo quello di Checco Zalone, protagonista all’Arena di Verona Sabato 24 settembre. Il comico, cantante e attore cinematografico sarà sul palco per il suo “Resto Umile World Tour”, che contiene già nel titolo importanti indicazioni sui contenuti dello show. Nello spettacolo Zalone cercherà infatti di mostrare, attraverso una sorta di riflessione in chiave comica sul contrasto tra la popolarità e la vita di tutti i giorni, come, nonostante il grande successo, sia possibile rimanere umili. Torna in Arena anche Zucchero. Il 25 e 26 settembre andranno in scena due serate per il tour dell’ultimo disco “Chocabeck”. Verona è l’unica tappa italiana per il cantante emiliano, che durante l’estate è approdato in molte delle più importanti città d’Europa. www.amicidellacattolica.com Nemmeno ad agosto Eatwood ha voluto andare qualche giorno al mare. Ha continuato imperterrito a girovagare come uno spiritello di 80 chili per Verona, riempiendo le sue valige di opuscoli, volantini e promemoria di vario tipo. Voleva, dice lui, scrivere il pezzo della sua vita, un saggio critico sulla realtà culturale veronese. Poi, si sarebbe ritirato in montagna, in un eremo solitario a godersi il fresco di settembre e a raccogliere i consensi di un trattato unico nel suo genere. Ma il giovane ragazzo, vestito rigorosamente di marca, anche per andare nel più putrido centro estetico della provincia, gli aveva impedito di avere questo slancio pindarico nella cultura veronese. Contattato più volte, spazientito ancora di più, il ragazzino invecchiato si sentì scavalcato. Dalle mattinate a prendere il sole, rovinate da pressanti messaggi, alle serate negli oscuri e segreti locali notturni, continuamente interrotte dal terribile vibrare del telefonino, aveva deciso di mollare. Ma come? Proprio lui? E allora, con grande spirito imprenditoriale tutto venne messo a tacere e la gloria di Eatwood venne sopita dopo un’abbondante cena a base di pizza e patatine fritte. E per la prima volta, dopo enormi discussioni, eravamo tutti sereni a un tavolo. E al momento di pagare Eatwood si alzò e ci disse: “Non preoccupatevi… ci penso io. Vado a chiedere il conto e poi dividiamo per 5, non per 6, così quantomeno mi offrite la pizza”. 7 8 Cinema Settembre 2011 Visto abbastanza? di Francesco Fontana Versione restaurata del celebre film e retrospettiva su Audrey Hepburn a Roma I cinquant’anni di Colazione da Tiffany Quando qualcuno mi scrive: vedendo uno dei tuoi film il mondo mi è sembrato meno negativo, io mi sento appagata Audrey Hepburn Compie cinquant’anni Colazione da Tiffany: il film che, nel corso degli anni, è diventato sempre più una leggenda e che ha fatto della splendida Audrey Hepburn, nel film Holly, una vera e propria icona di stile, bellezza ed eleganza. Intramontabile la scena di apertura del film: Holly, vestita con un elegantissimo tubino nero e indossando grandi occhiali da sole, scende all’alba da un taxi nella Quinta Strada di New York, procede a piccoli passi verso la vetrina della celebre gioielleria Tiffany dove, con in sottofondo le note di Moon River, si ferma a fare colazione con caffè in bicchiere e croissant, ipnotizzata dai preziosi esposti. Nel film il personaggio che interpreta la Hepburn è una giovane e raffinata prostituta di alto bordo che, nel vortice della vita mondana della Grande Mela, mira a sposare un uomo facoltoso per potersi permettere una vita all’altezza delle sue aspettative e, soprattutto, i sospirati gioielli di Tiffany. Come in tutte le favole, però, la storia con il miliardario naufraga ancora prima di iniziare e Holly si ritrova, nell’ultima scena del film, abbracciata sotto la pioggia a Paul (George Peppard), uno scrittore squattrinato suo vicino di casa, innamorato di lei sin dall’inizio della vicenda. La Hepburn, grazie a questa interpretazione, ha vinto il premio Oscar come miglior attrice protagonista. Il film ha anche il merito di aver reso celebre Moon River, pezzo di Henry Mancini e Johnny Mercer, che si è aggiudicato l’Oscar come miglior canzone. Audrey Hepburn in carriera ha lavorato con grandissimi registi come, tra gli altri, Billy Wilder, George Cokor e Blake Edwards, e recitato al fianco di attori, i divi del periodo, quali, tra gli altri, Gregory Peck, Humphrey Bogart e Cary Grant. Famosa, oltre che per Colazione da Tiffany, anche per le interpretazioni nei film Vacanze Romane, My Fair Lady e Sabrina. Per celebrare al meglio i cinquant’anni della pellicola è stata realizzata dall’Academy of Motion Pictures Arts una versione restaurata in digitale blue-ray del film, già presentata il 29 luglio al Samuel Golden Theater di Beverly Hills. Anche l’Italia è pronta a celebrare l’evento: sarà predisposta infatti al Festival Internazionale del Cinema di Roma, dal 27 ottobre al 4 novembre, una retrospettiva dedicata all’attrice intitolata “Audrey a Roma”, durante la quale verrà anche proiettata la nuova versione di Colazione da Tiffany. Il volto e lo charme di Audrey Hepburn sono da tempo simbolo di moda e tendenze per metterti in contatto con noi: [email protected] Cinema Settembre 2011 9 Visto abbastanza? di Stefano Campostrini Da vedere e apprezzare più volte questo lavoro di Michael Mann Heat: la realtà supera la finzione A tre anni dall’uscita del loro ultimo film insieme, andiamo a riscoprire quella che è rimasta, fino appunto al 2008, la pellicola che li ha visti comparire insieme in una stessa scena. Ci riferiamo a “Heat - la sfida” e i cinefili o i più appassionati ricorderanno senza difficoltà che i due protagonisti sono Al Pacino e Robert De Niro. Due dei massimi rappresentanti del cinema mondiale e senza dubbio meritatamente considerati tra i migliori attori di sempre. Era il 1995 e il regista Michael Mann, già apprezzato autore della serie televisiva Miami Vice -che ha poi trasportato sul grande schermo qualche anno fa-, li scelse per uno dei suoi film più riusciti, non solo per l’interpretazione dei due “mostri sacri” ma per una completa ed efficace messa in scena del genere poliziesco. La classica trama a “guardie e ladri” si rivela in tutto il suo interesse, elaborata per oltre due ore e mezza che trascorrono senza difficoltà, talvolta con il fiato sospeso, in altri casi con la mente concentrata negli sviluppi psicologici dei personaggi, altre volte ancora nell’intento di prevedere gli sviluppi delle vicende ed eventualmente sostenere la fortuna di uno o dell’altro contendente. Al Pacino interpreta il detective Vincent Hanna, istrionico, integerrimo, zelante, dedito al lavoro tanto da trascurare senza troppa modestia gli affetti ed in particolare la moglie, la sua terza. Il suo contraltare è invece impersonato da De Niro, il rapinatore Neil McCauley, più introverso, gentiluomo ma anche crudele e senza scrupoli. Violento quanto basta ed altrettanto tormentato interiormente, in cerca di serenità ed infine forse pentito della sua scelta di vita. Entrambi appassionati nel loro mestiere, inarrestabili e decisi Un dialogo rimasto negli annali, Pacino e De Niro danno il meglio di sè stessi ad andare fino in fondo, uno meglio l’intenzione realista del Portman nel ruolo della figlia per incastrare il nemico, l’al- film intero, in cui niente è sta- del detective. La trama è comtro per vendetta e convinto di to ricostruito in studio. Fonda- plessa, gli intrecci e gli sviluppi non tornare mai più in prigio- mentale inoltre l’apporto della delle storie parallele trovano il ne. Schermaglie dal loro ormai musica, mai esagerata o sotto loro spazio per mostrare infine leggendario dialogo al tavolo di tono ma che crea un tappeto so- una visione complessiva di queun ristorante, davanti ad una fisticato. Il compositore Elliott sto noir. Ridefinisce il genere, tazza di caffè come due vec- Goldenthal e la collaborazione lo porta quasi a livello di un cachi amici, confronto-scontro di Brian Eno l’hanno resa elet- polavoro e diventa di diritto un tronica e mai orchestrata, una film tra i migliori del suo decenscelta efficace con il senno di nio, come non se ne vedevano poi, per privilegiare l’attitudine da anni, permettendo a Mann moderna del film. La fotografia di lasciare la sua firma nel cidel “nostro” Dante Spinotti ha nema. reso le ambientazioni e le parti- Sicuramente consigliato a chi colari scene notturne di grande non lo ha ancora visto e anche intensità, valorizzate da una re- guardandolo più e più volte vale gia e da inquadrature studiate, tutta la sua grandiosità. garantendo enfasi e narrazione adatti quando richiesto. Un film tanto personale e costruttivo nella prima parte quanto d’azione e alla resa dei conti tra rivali nella sceneggiatura nella seconda. Il e nell’interpretazione. La loro ritmo è scorrevole voglia di competizione è sta- e in buona parte ta pienamente soddisfatta e serrato, la lunghezlo spettatore si trova immerso za da il tempo di nell’atmosfera che viene di vol- apprezzare i persota in volta proposta. Merito an- naggi. Oltre ai due che di due importanti scelte che protagonisti infatti rendono un film credibile ed troviamo altri attori emozionante. La prima è data di grande calibro, dalla terza protagonista, una tra cui Val Kilmer, Los Angeles davvero bellissima il complessato colnella sua essenza metropolitana lega di McCauley, americana. Ritratta di giorno o Jon Voight, aiutandi notte, durante scene di azio- te fuorilegge e una ne o di meditazione, rende al giovane Natalie 10 Cinema Settembre 2011 Visto abbastanza? di Ernesto Pavan Il nuovo Conan delude gli appassionati e, a dire il vero, chiunque altro L’era Hyboriana non è mai stata così lontana Il cimmero creato da Robert E. Howard ha sempre avuto un rapporto ambiguo con il grande schermo. Conan il barbaro del 1982, diretto da John Milius, mostrava un protagonista troppo introverso e riflessivo rispetto a come appariva nelle storie di Robert E. Howard, ma dipingeva in modo superbo l’Era Hyboriana in cui egli si muoveva. Il suo seguito, Conan il distruttore, deluse gli spettatori per la superficialità della trama e la netta censura della violenza. Questo nuovo Conan lar Zym (partecipante, assieme a Conan, in uno dei duelli più brutti che la storia della cinematografia ricordi) e sua figlia Marique (una Rose McGowan prigioniera tanto di un pessimo copione quanto del costume succinto); ma anche questa non è sufficiente a riscattare il film. L’obbligatoria storia d’amore fra il protagonista e la monaca Tamara è la ciliegina sulla torta di fango che è Conan il barbaro del 2011: complice probabilmente un cattivo montaggio, la relazione fra i due piove dal Alcune scene del film e i due protagonisti (qui sotto Jason Momoa) il barbaro non pecca sicuramente riguardo l’ultimo elemento: la brutalità dell’epoca selvaggia in cui si svolge la vicenda è celebrata in ogni momento, dando vita a un’atmosfera simile a quella dei racconti. Peccato che molte di queste scene di violenza, in particolare gli scontri di massa, appaiano uguali fra loro e che, inframmezzate a esse, vi siano sequenze altrettanto poco variegate (provate a contare il numero di processioni e carovane di schiavi che appaiono nel film), col risultato che il film appare di una lentezza e di una monotonia esasperanti. A ciò va aggiunta l’assoluta mancanza di profondità dei personaggi, ciascuno prigioniero del proprio ruolo: l’eroe che non deve chiedere mai, il fedele compagno, l’interesse amoroso del protagonista. L’unica punta di originalità è il rapporto più o meno incestuoso fra l’antagonista Kha- nulla e appare completamente ingiustificata. Parlando di Conan, quello interpretato da Jason Momoa è quanto di più lontano si possa immaginare dal personaggio di Howard. Il “vero” Conan era astuto, orgoglioso e per certi aspetti onorevole; questo è semplicemente brutale. Mentre il Cimmero del regista Marcus Nispel (ispiratosi in questo a Milius) è dominato dal desiderio di vendetta, quello di Howard era un individuo complesso e ambizioso, che non aveva bisogno di un trauma infantile a guida della propria vita. L’unico aspetto positivo è che Momoa ha una presenza scenica indubbiamen- te superiore rispetto ad Arnold Schwarzenegger, che interpretò Conan nei film precedenti; per quanto l’attore hawaiano paia più bravo a ringhiare e a urlare piuttosto che a dialogare normalmente. Costumi e scenografia sono molto più scadenti rispetto a quelli del predecessore, che almeno l’ingenuità poteva giustificare. Non ci sono scuse per un film del 2011 in cui Conan gira a torso nudo per la maggior parte del tempo, né per le riproduzioni di armi di scarsa qualità (con un budget di 90.000.000 $ avrebbero potuto permettersi qualcosa di meglio delle pentole in acciaio inox). Lo scenografo doveva avere una gran penuria di elementi se ha usato le stesse due colonne spezzate in una scena su due; per non parlare di quando la nave/dimora su ruote di Khalar Zym viene usata come ariete per sfondare un muro di pietra, ovviamente senza subire il minimo danno, o della dicotomia, vagamente pruriginosa e del tutto contraria allo spirito del genere, fra la “brava ragazza” bianco- e lungovestita e la “cattiva” seminuda (nei racconti Howard, entrambe sarebbero state seminude). Questo nuovo Conan il barbaro è una grossa delusione per chi si aspettava un film più moderno e, soprattutto, fedele ai canoni howardiani rispetto all’omonimo del 1982. Anzi, nel caso del film di Milius c’erano perlomeno diverse citazioni dai racconti dello scrittore texano (anche se non tutte si riferivano a opere del ciclo di Conan); quello di Nispel mette in scena una storia preconfezionata vista al cinema centinaia di volte, relegando le fonti originali in qualche parentesi narrata da una voce fuori campo. Anche abbandonando il punto di vista degli appassionati del genere, Conan il barbaro del 2011 rimane un film mediocre, che non offre spunti e fa pochi sforzi per intrattenere il pubblico. Decisamente da evitare. Libri Settembre 2011 11 È la stampa, bellezza di Ernesto Pavan Fra dialoghi farlocchi e descrizioni acerbe, Fred Vargas non lascia soddisfatti Cloppiti cloppiti clop. Arriva Hellequin. A qualcuno interessa? La cavalcata dei morti è uno di quei libri che sarebbero buoni libri, non fosse per quella sfilza di errori di stile che gli ignoranti scambiano per “stile” e basta che li rendono inutilmente pesanti. Il punto di vista cambia da un personaggio all’altro senza il minimo preavviso, confondendo il lettore; i paragrafi sono divisi a casaccio (spesso troviamo una riga vuota e, subito dopo, l’azione riprende da dove si era interrotta); l’autrice ha il terrore che i lettori non comprendano i dialoghi e li riempie di interpolazioni che, in realtà, non servono a niente (il classico “«Vai al diavolo!» disse con rabbia”). Sempre a proposito dei dialoghi: sono inverosimili, plastificati, spesso puro strumento del narratore per fornire a chi legge una sequenza di informazioni da enciclopedia su questo o quell’elemento della storia. Peccato, perché la vicenda narrata è molto interessante e avrebbe avuto il potenziale per esserlo ancora di più, se non fosse stata popolata da personaggi bidimensionali con una tendenza preoccupate al macchiettismo (si pensi a Danglard o a Emeri); fra i pochi a salvarsi c’è il protagonista, Adamsberg, la cui umanità e il cui acume suscitano immediatamente grande simpatia. Purtroppo, i personaggi secondari sono spesso poco più che lampi di visioni romantiche difficilmente confondili per esseri umani. Nonostante tutto ciò, La cavalcata dei morti si legge con un certo piacere. Merito dell’abilità di Vargas nel costruire una storia colma di assurdità, di grottesco e di surreale, a cui è facile rimanere incollati nonostante le numerose divagazioni che caratterizzano il lavoro di questa autrice. Del resto, si dice che Vargas scriva ciascun romanzo nel corso di 21 giorni; ogni scrittore, di fronte al desiderio di finire un libro in fretta, ha sempre la tentazione di inserire pagine e pagine scritte in preda al flusso di coscienza a cui dare poi un senso in fase di revisione. A volte funziona, a volte no. La cavalcata dei morti è un romanzo dal ritmo lento, uno di quelli da poltrona, sigaro e rum; il genere di libri che alcune persone possono gradire, altre (più interessate a una trama e a uno stile solidi) no. Personalmente, ci sentiamo di consigliarlo solo a quei lettori molto pazienti che sono pronti a sopportare uno stile non esattamente finissimo e, in alcuni punti, piuttosto grossolano. Una disponibilità che secondo noi non andrebbe mai chiesta assieme a venti euro. Fred Vargas, La cavalcata dei morti, Einaudi, pp. 428, € 19,00 12 Tempo libero Settembre 2011 Nessun uomo è un fallito se ha degli amici di Ernesto Pavan Lady Blackbird: un gioco a scenario che stupisce Un’avventura nel grande, selvaggio Lassù Di solito non amiamo i giochi a scenari, ossia quelli che presentano una situazione iniziale fissa e, a volte, addirittura personaggi precostruiti. Questo è una piacevole eccezione. Lady Blackbird (di John Harper, gratuito) ha un’ambientazione tanto affascinante, personaggi tanto versatili e un sistema così interessante da presentare un’attrattiva per qualunque giocatore di ruolo e avere anche una buona rigiocabilità. Cyrus Vance e guidata da una ciurma a dir poco bizzarra (lo stregone Kale Arkam e il mutaforma Snargle). Poco prima dell’inizio del gioco la Howl è intercettata da una nave da guerra imperiale, al che Vance dà una cattiva notizia a ciurma e passeggeri: oltre a essere un contrabbandiere, egli è anche un notissimo e ricercatissimo disertore dall’esercito dell’Impero. Da qui in poi si comincia. Come è facile intuire, ciascun bizzarre e divertenti ricompensandoli con nuove caratteristiche per i loro personaggi, dadi bonus e quant’altro. Una meccanica molto interessante è quella delle “scene di Refresh”: quando un giocatore ha esaurito la propria scorta di dadi, lui e un altro possono creare una scena in cui i loro personaggi hanno modo di approfondire la reciproca conoscenza. Alla fine della scena, entrambi recuperano i dadi spesi e tutti È importante notare che questi difetti non compromettono il divertimento, che (nel nostro caso e a giudicare dalle numerose testimonianze che abbiamo trovato) è praticamente garantito. Di Lady Blackbird sono stati fatti numerosi hack, varianti con ambientazioni diverse e regole leggermente modificate. Ne abbiamo vista una per il West americano, una per l’universo di Star Wars, una piratesca e La situazione iniziale di Lady Blackbird sembra tratta da un film di cappa e spada, se qualcuno di tali film fosse ambientato nello Spazio solcato da navi magiche. La nobile Natasha Syri è in fuga da un matrimonio combinato per andare a trovare il suo vecchio amore, il re dei pirati Uriah Flint; si è imbarcata con la sua guardia del corpo, l’ex-gladiatrice Naomi Bishop (una simpatica ragazza in grado di rompere il cemento a mani nude) sulla Howl, nave di contrabbandieri comandata dal capitano giocatore interpreterà uno dei cinque ruoli disponibili, pertanto il gioco è per un massimo di sei persone (cinque giocatori e un Game Master). Compito del Game Master è gestire le risposte dell’ambiente (inclusi i personaggi non giocanti) alla azioni dei protagonisti e sfruttare tali spunti per creare assieme ai giocatori una storia avventurosa e interessante. Il sistema di gioco è un ibrido sacrilego (ma abbastanza ben riuscito) di svariati altri e, fondamentalmente, spinge i giocatori a creare situazioni sanno qualcosa di più su di loro (perché Lady Blackbird non ama il suo futuro marito? Cosa spinse Vance a disertare? E via dicendo...). Il metodo di risoluzione dei conflitti, purtroppo, è meno elegante: non ci sono poste dichiarate (“Voglio ottenere questo”) e non è chiaro chi ha facoltà di narrare gli esiti. Trattandosi di un’opera di John Harper, famoso per rispondere “Non lo so, ma la vostra ipotesi sembra interessante” a domande sulle meccaniche fondamentali dei suoi stessi giochi, la cosa non stupisce. una futuristica. In effetti, uno scenario e dei personaggi pregenerati fanno di Lady Blackbird e varianti degli ottimi giochi da convention o da serata fra amici in cui nessuno ha preparato nulla; un’ulteriore dimostrazione del fatto che un gioco non deve essere longevo per essere divertente. La qualità degli hack, a ogni modo, è quantomeno fluttuante. Chi volesse provare Lady Blackbird può scaricarlo dal sito ufficiale dell’autore: http:// w w w.onesevendesig n.com/ ladyblackbird/ L’opinione Settembre 2011 13 Il re è nudo di Silvano Tommasoli È il momento dei bilanci di fine stagione Si spengono le luci dei riflettori: tout va très bien madame la Marquise? La stagione Areniana è finita. Ora, si tratta solo di fare i conti. A Verona, sono molte le categorie di persone che, carta e penna, dai prossimi giorni trarranno i primi bilanci. Ad esempio, gli esercenti dei locali pubblici. Ristoranti, pizzerie e bar della Città Antica hanno avuto tre mesi di tempo buono, a volte caldissimo. E un afflusso di turisti assetati e affamati che – nonostante la evidentissima crisi economica – hanno speso volentieri. D’altra parte, visto che la vacanze di permanenza sono solo un ricordo, vuoi che, se faccio un mordi e fuggi dalla mattina alla sera a Verona, non mi conceda una pizza, o un gelato, seduto di fronte all’Arena? Dunque, ci sono difficoltà economiche come dalla fine della Seconda Guerra Mondiale nessuno aveva visto mai. Ma, paradossalmente, ci si lascia andare con più autobenevolenza a quelle piccole concessioni che sono, oggi, dei veri e propri lussi. Una famigliola di quattro persone, per consumare una pizza, una coca e un gelato in Piazza Bra spende più di un centone, a patto che nessuno prenda una di quelle fantasmagoriche coppe gelato della Casa che, spesso, costano quanto una pizza, se non di più. Insomma, la stagione dovrebbe essere andata abbastanza bene. Infatti i turisti, nella nostra bella città, non hanno motivo di fermarsi più che dalla mattina alla sera (le statistiche ufficiali, fino allo scorso anno, parlavano di un soggiorno medio pro capite di un giorno e mezzo di permanenza) perché a Verona, se alla sera si va all’Arena, di giorno non c’è molto da fare, a parte lo shopping che è, per lo più, riservato al target altissimo. E adesso li vedo, i miei dodici seccatissimi lettori, che sobbalzano sulla sedia, scagliano lontano il giornale (No, non fatelo ragazzi! Che state leggendo un periodico on line, e non conviene gettar via il PC o, peggio, il vostro nuovo iPad) e sibilano “Ma che cosa dice, ‘sto mona? E i musei? Castelvecchio, Palazzo Forti, il Civico di Storia Naturale? Abbiamo perfino un Museo Africano!”. Ecco, appunto. Almeno al Museo Africano hanno dedicato l’estate ai giocattoli africani, con una mostra intitolata Tesori nella discarica. Ma a Castelvecchio l’ultima mostra è finita in gennaio. Palazzo Forti propone le opere della collezione in un nuovo allestimento, e meno male che han tirato fuori dagli armadi una Madonna con Bambino di Pio Semeghini che, per chi ha un ricordo personale del Maestro, vale il prezzo del biglietto. Il Museo di Storia Naturale è sempre interessantissimo, ma è ospitato in una sede decisamente inadeguata. Per fortuna, alla Casa di Giulietta sono in mostra le Medaglie d’Amore, vicino al (falso) balcone e a tutti quei simpaticissimi bigliettini appiccicati con il chewingum dagli innamorati. Ecco, adesso forse è più chiaro perché i turisti����������������� , a Verona, assistono all’opera, mangiano una pizza e se ne vanno. D’altra parte, se è vero che si vuole far diventare la nostra qualcosa come “la città degli sposi”, visto l’innarrestabile calo di matrimoni vrintendente Girondini, un’antipatica scena alla quale abbiamo personalmente assistito, quando un disabile in carozzina e visibilmente autosufficiente, accompagnato da persona munita di biglietto di platea, non è stato fatto entrare perché non provvisto, a sua volta, di un ridotto del costo di euro diciotto. L’Arena di Verona è, probabilmente, l’unico grande teatro nel quale i disabili, anche assolutamente autosufficienti, devono pagare un biglietto ridotto per sé e uno intero per l’accompagnatore. Che si voglia ottenere a causa anche delle difficoltà così il pareggio di bilancio della economiche, ci sembra che que- Fondazione dopo i ripetuti tagli sta scelta di posizionamento tu- delle finanziarie estive? ristico della nostra città sia coerente con lo stato di abbandono dell’arte e della cultura in generale che si sta soffrendo in riva all’Adige. A parte in Arena, comunque. Dove, quest’anno, è stato allestito un cartellone degno degli anni migliori – sovrintendente Carlo Alberto Cappelli, per intenderci. O il suo successore Renzo Giacchieri – con una splendida Boheme e una non inferiore Traviata, la certezza di Aida e un coinvolgente Nabucco. Unico neo, da segnalare alla sensibilità della direzione della Fondazione e del so- 14 Viaggi Settembre 2011 Giro giro tondo, io giro intorno al mondo di Alice Perini Per rivedere la strada, il rifugio, la montagna. E quella targa monca, in loro ricordo Se quel viaggio è una promessa… Esistono cammini senza viaggiatori. Ma vi sono ancor più viaggiatori che non hanno i loro sentieri Gustave Flaubert Vi è mai capitato di viaggiare per qualcun altro? Di sostituire qualcuno che avrebbe dovuto partire al posto vostro? Un imprevisto scompone l’equilibrio di chi avrebbe dovuto mettersi in cammino e voi, con vita vostra al seguito, ci siete dentro: tocca a voi mettere tutto in ordine, riorganizzarvi e andare. Viaggio di lavoro (perché non dire “lavoro in viaggio?”) o vacanza-villeggiatura (non uso “ferie”, mi sembra una parola che sa di malattia) non importa. È il vostro turno, che vi piaccia o meno. E i vostri compagni di viaggio? Alcuni, in pochi, sostengono di mediatico-informatico del last minute, last second, 2x1. Se oggi esistono sentieri per tutti, organizzatissimi, accessoriatissimi e all-inclusivissimi (vi siete mai chiesti cosa si potrebbe ancora includere nell’all-inclusive?), qualche tempo fa erano i sentieri voler partire soli. Nessuno lo fa, perché per soli che si possa essere, si sarà pur sempre in compagnia di se stessi, nel bene e nel male. Flaubert era preoccupato per quei viaggiatori senza sentieri, ed era giusto così; se avesse potuto contare sull’amico Tomtom, forse non si sarebbe posto questo problema. D’altronde, nessuno si era ancora preso la briga di scatenare il tam-tam (quelli di ghiaia) a scarseggiare. Oggi, invece, di percorsi ce n’è per tutti e per ogni tasca, anche per quelle bucate, dati i prestiti e i finanziamenti cui in molti ricorrono. Con Tan – Taeg si faranno i conti più tardi, anche dopo un mese dal rientro. A dire il vero, mentre noi ci preoccupiamo di strade materiali, l’inquietudine di Flaubert era di tutt’altro genere e spessore: in poche parole, un tormen- to nel vedere viaggiatori allo sbando, senza strada morale, etica, onesta, virtuosa e… Meglio cambiare direzione. «Esistono cammini senza viaggiatori». Per voi cosa significa? Se avessi letto questa frase qualche mese fa, non l’avrei capita fino in fondo. Perché, in fin dei conti, se un cammino c’è, vorrà dire che qualcuno l’avrà inaugurato. Prima ancora costruito. Prima ancora pensato. Forse, prima ancora di pensarlo, lo si è desiderato, se n’è sentita la mancanza. Ora so che può essere vero, almeno in parte, perché può esistere nella realtà un cammino con tanti viaggiatori. Meno uno. Meno due, cinque o mille. Qualcuno, purtroppo, potrebbe mancare. Ecco che bisogna rimediare, soprattutto se in ballo c’è una promessa. È strano arrivare al rifugio Pederù, nel comune di San Vigilio di Marebbe, piccolo comune delle Dolomiti dell’Alto Adige, in provincia di Bolzano. È strano perché non vorresti perderti nemmeno uno scorcio di quello che vedi attorno stando incollata al finestrino della macchina. Vuoi fissare ogni cosa che pensi sarebbe stata oggetto di curio- sità del viaggiatore che non c’è: avrebbe guardato con gli stessi occhi i contadini che raccolgono le patate di montagna? Avrebbe confrontato il granoturco della Pianura Padana con quello che cresce a quasi 1000 metri d’altitudine? Si sarebbe fermato per fare qualche foto a un campo di fiori? Forse sì, perché in pianura, di prati così, non se ne vedono. Entri nel Parco Naturale Fanes – Sennes – Braies, percorso obbligato per raggiungere il rifugio, e ti chiedi se di notte non venga qualche folletto a sistemare i tronchi degli alberi, perfettamente diritti, ordinati e belli. Non vedi l’ora di scendere dalla macchina. Sai bene di viaggiare al posto di qualcun altro sul suo sentiero; sai anche che lui sarebbe già con la mano sulla maniglia della portella della macchina, pronto per rivedere quei luoghi, dopo quarant’anni. 1966-1969: quattro anni e chissà quanti alpini per costruire quella strada che dal Pederù arriva al rifugio Fodara Vedla. 1545-1965: 420 metri di dislivello per 2,8 Km di un sentiero a tornanti che si arrampica su per la montagna. Come avranno fatto a tracciare questa serpentina tra la roccia? Il tritolo sì, serviva proprio, piazzato nel punto giusto e nella giusta quantità; anche il piccone dev’essere stato utile, almeno quanto le braccia di chi lo usava. Forse, vi starete chiedendo per quale motivo dare così tanta importanza a un tracciato tra la roccia: perché far lavorare tutte queste persone per neanche mezzo chilometro, a quasi 2000 metri di quota? Chissà quante volte se lo sono chiesto gli alpini del ’66-’69, anche perché proprio questa strada si innesta nella vecchia rotabile che collega il rifugio Fodara con il Sennes, dove proprio in quegli anni il Genio Pionieri Tridentina completò un’altra difficile opera: la costruzione di una striscia d’atterraggio per Viaggi Settembre 2011 15 Giro giro tondo, io giro intorno al mondo aerei leggeri a 2122 metri di altezza, la più alta in Europa. Eppure, per chi abita da queste parti, quel sentiero dev’essere stata una conquista, un avvenimento. Lo si capisce quando chiedi al vigile urbano, in servizio al Pederù, se sei nel posto giusto, se quello che cerchi è proprio lì. Il fatto è che non stai cercando l’Arena a Verona o il Duomo a Milano. Sei alla ricerca di un sentiero. In mezzo alla montagna. Costruito oltre quarant’anni fa. Hai paura di sentirti rispondere un qualcosa del tipo “non so, non ero ancora nato” o “qui è pieno di stra- dine tutte uguali”; invece, devi ricrederti. Vai al tabellone commemorativo della costruzione del percorso e cerchi il nome. Non lo trovi, ma non ti preoccupi perché sai di aver scorso l’elenco troppo in fretta, presa dalla frenesia di trovare davvero quel che cerchi. Non lo vedi, e ripassi ancora tutti i nomi e i cognomi. Non c’è. Pensi di essere proprio sfortunata: si son dimenticati proprio di lui. Ne trovi uno che porta il suo stesso nome. Non è che si son sbagliati e gli hanno affibbiato un cognome sbagliato? Vorresti avere un indelebile nero con punta sottile per correggere l’errore o, al limite, per aggiungere in fondo il suo nome. Sei delusa tanto quanto sarebbe deluso lui nel vedere questa lavagna “monca”. Sai che gli si erano gelate le orecchie a forza di dormire fuori in tenda in mezzo alla neve per questa strada; almeno il nome ci doveva essere. Poi pensi che su quel tabellone compaiono troppi pochi nomi: forse una trentina. Impossibile che in quattro anni abbiano lavorato solo 30 persone. Ora è chiaro! Quelli sono gli ufficiali, i tenenti e gli alti in grado; gli alpini, quelli, non li hanno nominati. Problemi di spazio, certo. Problema di riconoscenza? Certo, perché è disarmante constatare che su quella targa manca ciò che vorresti leggere, un ringra- ziamento per tutti gli alpini che lì hanno passato anche diciotto mesi. Bastava la solita frase di rito, quella che si sente un po’ dappertutto nelle grandi occasioni. La tua occasione, invece, è oggi. Non puoi rimanere incollata lì al tabellone con quello che ti circonda: sembra non ci sia altro che montagne lì a San Vigilio, mentre basta una passeggiata per accorgersi che c’è tanta gente, molti giovani con sacco a pelo, genitori con carrozzine al seguito, escursionisti esperti e quasi tutti ti salutano. C’è una distesa di pino mugo, il classico ruscello con dell’acqua vera, quella trasparente, inodore e insapore e non la solita acqua cui sei abituata (quella dei fossi grigiolina-marroncina con tante bollicine e tanta schiuma). C’è il rifugio in legno chiaro con i balconi tappezzati di gerani. C’è lo speck con il timbro dell’Alto Adige e lo strudel con le mele. Anche se non li hai visti, sai che da qual- visita il sito internet di “Verona è” www.quintaparete.it Alcune immagini dei paesaggi che si incontrano nelle valli dell’Alto Adige tra sentieri rocciosi e verdi vallate che parte spuntano i funghi e le stelle alpine. Sai di essere stata fortunata perché hai visto cinque cerbiatti e nessuna vipera. Sulla strada della Val Pusteria, ormai sulla via del ritorno, hai curiosato (perché solo quello potevi permetterti…) al negozio del Loden, quello originale. Non prendi più l’autostrada a Bressanone, perché è qui che ti vuoi fermare. Chiedi della caserma Vodice e scopri che ha preso la strada di un centro commerciale; allora passeggi per il centro storico di Brixen, dove tutto è perfetto e pulitissimo, quasi finto. Un altro mondo, per te che abiti a 300 chilometri di distanza. Non possiamo sapere come avrebbe viaggiato chi non ha potuto essere con noi oggi. Per questa volta, però, ciò che conta è aver viaggiato. E aver restituito a quel cammino il suo viaggiatore. 16 Viaggi Settembre 2011 Houston, abbiamo un problema di Alice Perini Mettetevi in viaggio sulla linea del tempo: è l’ora del Friuli! Qui è tutta un’altra Storia… come la vicina Venezia: la sua struttura urbana si è originata in modo spontaneo nel tempo, senza seguire le direttive di alcun piano regolatore. Semplicemente, là dove c’era il posto per qualche mattone si è dato forma a una casa con leto, fogo e balaor (ballatoio esterno); case che a distanza di anni sono state in gran parte ristrutturate, acquistate, o affittate, dagli Austriaci per le vacanze estive. Un centro storico davvero grazioso, ordinato e scenografico, con scalinate e balconi ricchi di fiori di ogni colore, con locali, taverne e osterie “d’altri tempi”. Dall’intimità del cuore di Grado agli spazi aperti della sua laguna, circa 12 ettari di un ambien- Non c’è bisogno di viaggiare nel tempo per essere degli storici Isaac Asimov Se vi venisse offerta la possibilità di viaggiare nel tempo, a quale punto della storia vorreste fermarvi? Ai tempi dei Romani o intorno al 1300, in pieno Medioevo? Preferite forse una sosta intermedia, tra il VI e l’VIII secolo dopo Cristo, quando i Longobardi, guidati dal re Alboino, si stabiliscono da queste parti, nel Friuli Venezia Giulia? O vi accontentate di scendere alla prima fermata, a un centinaio d’anni da oggi? Se non avete fretta, date un’occhiata a ciascuna di queste tappe, perché ognuna di loro è parte della storia. Potrete scegliere l’ordine che preferite, visto che il viaggio è, come sempre, anche il vostro; questa è solo la mia proposta. Procedendo in direzione di Monfalcone, a una ventina di chilometri da Trieste, trovate Duino, località la cui fama è legata ai suoi due castelli, quello vecchio, dedicato, come vuole la tradizione, al culto del dio Sole, e quello nuovo, attuale dimora dei Principi della Torre e Tasso. In posizione fortunata, il vecchio castello era inespugnabile, tanto che nel 1369 anche i Veneziani, durante la guerra contro Trieste, dovettero desistere. Qualche anno più tardi, tal Ugone di Duino, capitano di Trieste, pensò che era ormai giunto il momento di adeguarsi alla moda: il maniero, infatti, era tanto inattaccabile quanto angusto. Nacque così, nei primi anni del 1400, il nuovo castello: più spazioso ma pur sempre arroccato su una rupe a strapiombo sul mare. Rinnovata più volte nel corso dei secoli, dopo le scorrerie musulmane, la minaccia delle incursioni turche e le Guerre Mondiali, la fortezza, visitabile dal 2003, appare oggi come un complesso di edifici di epoche diverse affacciati su un cortile interno e circondati da un parco di alberi secolari. A proposito di natura, il consiglio è di percorrere la passeggiata intitolata al poeta Rainer Maria Rilke, ospite, nei primi del ‘900, dei Principi della Torre e Tasso. Il sentiero si snoda tra le rocce calcaree e pareti a picco sul mare, per poi inoltrarsi nella macchia mediterranea: la vista spazia lungo tutta la riviera triestina, dalla baia di Sistiana, una delle più suggestive dell’Alto Adriatico, alla laguna di Grado, dalla costa istriana alle Dolomiti. Dagli anni 1943-1945, epoca in cui venne costruito per la Kriegsmarine tedesca il bunker, oggi visitabile, del castello di Duino, al 3 novembre 580, giorno (probabile) in cui, in quel di Grado, l’arcivescovo di Aquileia consacrò la nuova chiesa a Sant’Eufemia di Calcedonia, una delle basiliche paleocristiane più vecchie in Italia, miracolosamente sopravvissuta a guerre e invasioni. Sant’Eufemia era la chiave del centro storico di Grado, il luogo sicuro in cui i suoi abitanti (Aquileiesi compresi) correvano a rifugiarsi ai tempi delle incursioni barbariche. Nonostante la storia di questa cittadina si intrecci con quella di Venezia e Aquileia (“Figio, recordete che Gravo xé figia de Quileia e mare de Venessia”), Grado può vantare un passato da vera pro- tagonista, soprattutto come luogo di cura termale. Tutto iniziò nel 1873, quando Giuseppe Barellai, medico fiorentino, promosse, proprio a Grado, l’elioterapia marina per i bambini linfatici; qualche anno più tardi, nel 1890, venne aperto il primo centro balneare, mentre nel 1892 l’imperatore Francesco Giuseppe d’Austria conferiva a Grado la denominazione di “luogo di cura”. Da allora, la città è una delle mete termali dell’Alto Adriatico preferite dagli Austriaci. Grado vecchia è un intreccio di vie, o meglio, di calli, proprio In questa pagina dall’alto: il Castello di Duino e due scorci di Grado vecchia, dove il tempo sembra si sia fermato Viaggi Settembre 2011 17 Houston, abbiamo un problema te la cui principale costante è la sua capacità di trasformarsi: il ritmo delle stagioni, l’alternarsi del giorno e della notte, il trascorrere degli anni disegnano un ambiente sempre nuovo, con atmosfere e colori differenti. Si tratta di un ecosistema unico al mondo: con il suo caratteristico fronte di cordoni litoranei lungo ben 25 Km, occupa una superficie di circa 90 Km2 ed è divisa in due settori, quello orientale, la palù de sora, e quello occidentale, la palù de soto. La Riserva naturale Valle Cavanata, situata nella parte orientale, merita una visita: riconosciuto il suo valore internazionale di habitat riservato agli uccelli acquatici, la valle è una delle più estese di tutta la laguna. Una gita in barca per osservare le mote, le piccole isole che affiorano dall’acqua, e i casoni, l’abitazione tipica dei pescatori gradesi, nonché l’em- blema di quella vita semplice trascorsa in questi luoghi. Dalla paglia dei casoni, alla pietra di Cividale del Friuli, l’antica Forum Iulii, cittadina arroccata sulle rive del Natisone che conserva splendide testimonianze storico-artistiche. Inserita nella World Heritage List dell’UNESCO per l’alto valore dei monumenti lasciati dai Longobardi tra il VI e l’VIII secolo (assie- me ad altri sei luoghi sparsi per tutt’Italia), Cividât no jè une vile, ma une ponte di citât, ovvero, Cividale non è un paese, ma una piccola città. E come ogni città su un fiume, anche Cividale ha il suo ponte, quello del Diavolo, un passaggio indispensabile la cui costruzione è legata alla fantasia popolare: si racconta, infatti, che il diavolo abbia aiutato gli abitanti nell’edificare questa opera in cambio di un’anima, quella della prima persona che La Baia di Sistiana, lungo il litorale triestino vi fosse transitata sopra. Peccato (per il maligno) che i Cividalesi abbiano lavorato di cervello, riuscendo a farsi beffe del demonio: ad attraversare il ponte fu, a seconda delle versioni, un gatto o un cane. Dalla leggenda alla storia, quella scritta dai Longobardi, che, qui a Cividale, stabilirono la loro sede. Tra i monumenti della lista UNESCO rientrano ne augustea che comprendeva i territori di Friuli, Veneto, Trentino, parte della Lombardia, della Slovenia e dell’Istria. La sua posizione strategica le consentì di controllare l’Alto Adriatico e l’arco delle Alpi Carniche, di avere accesso al fiume Natisone, di sfruttare sia la fertile pianura, ricca di acque, boschi e argilla che l’altopiano carsico per le cave di pietra. Il bello di sia il complesso episcopale, con la basilica di Santa Maria Assunta, il Tegurium di Callisto, l’altare di Rachtis, il Palazzo Patriarcale che l’area della Gastaldaga (luogo destinato al gastaldus regis, rappresentante del potere del re longobardo nel ducato del Friuli) con il Monastero di Santa Maria in Valle, la chiesa di San Giovanni e il Tempietto Longobardo. Se la fama del tempietto è ormai nota, tanto che per molti turisti il nome di Cividale è associato a questo monumento, meno conosciuti sono l’altare di Rachtis e il Tegurium di Callisto, due esempi ben conservatisi dell’arte scultorea dell’VIII secolo d.C. Volete ancora camminare nella storia? Allora dovete ripartire alla volta di Aquileia, la colonia militare fondata dai Romani nel 181 a.C., nonché centro d’importanza politica ed economica per almeno sette secoli, fino a quando non sopraggiunse Attila. Aquileia mantiene ancora inalterato un ricco patrimonio culturale, testimonianza di anni di grande splendore: divenne, infatti, caput Venetiae et Histriae, cioè capitale della decima regio- A sinistra il Ponte del Diavolo di Cividale, sopra la Basilica di Aquileia e sotto un particolare di un mosaico all’interno Aquileia, il “mercato dell’Italia” secondo lo storico Erodiano, sta in tutto ciò che, ancora oggi, dopo più di duemila anni, è possibile visitare e rivivere, passeggiando per il foro, con le sue botteghe, taverne, edifici religiosi e civili, o camminando per le strade lastricate fino a raggiungere le terme, l’anfiteatro o i templi. Guardatevi attorno per immaginare come poteva essere la vita ad Aquileia e guardatevi i piedi, perché state calpestando un mosaico dopo l’altro. Una visita al Museo Archeologico, uno dei più importanti, per ricchezza e varietà dei reperti qui conservati, di tutta l’Italia settentrionale: ritratti funerari, gemme e pietre intagliate, vetri di ogni colore e trasparenza, mausolei… Perché la storia, quella con la S maiuscola, è passata di qua. Ora tocca a voi! 18 Viaggi Settembre 2011 Giro giro tondo, io giro intorno al mondo di Anna Chiara Bozza Ananas, gamberi, banane e koala di dimensioni kolossal che si palesano all’improvviso ai lati delle infinite strade dell’Outback per attirare i turisti Australia, giganti on the road L’Australia è un grande paese e lunghe sono le distanze da percorrere in auto. Questa è la caratteristica che l’accomuna agli Stati Uniti e, proprio come gli abitanti a stelle e strisce, anche i compatrioti di Mr. Crocodile Dundee hanno trovato la stessa soluzione per vivacizzare il viaggio degli automobilisti: le attrazioni da strada. Non è raro trovare queste strutture che per una qualche particolarità inducono il turista a fare una sosta per la foto e magari, dopo la posa di rito, un pasto nel ristorante lì vicino. Gli australiani sono specializzati in una branca delle road attraction: quelle giganti. Lungo le strade del Queensland o del Nuovo Galles del Sud compaiono ananas, pecore, gamberi e chitarre enormi. Tra frutti e animali vari si possono contare ben centocinquanta “Big Things”. Un’enorme ananas alto sedici metri caratterizza il paesaggio di Woombye nel Queensland. Ma la Big Pineapple offre sicuramente qualcosa di più di un semplice foto-stop. Due trenini conducono i visitatori alla scoperta delle piantagioni di ananas e macadamia e del piccolo zoo di emu, canguri e vombati. L’insegna più vecchia di tutta l’Australia è la banana gigante del Nuovo Galles del Sud. Co- struita nel 1964 sulla Pacific Highway riproduce le coltivazioni presenti nella zona. Con il tempo attorno ad essa sono sorte diverse attrazioni tra cui un tour delle piantagioni e un parco acquatico. Nel 1973 per attirare l’attenzione degli automobilisti sulla fabbrica di giocattoli di Gumeracha fu costruito un enorme giraffa in legno, sostituita qualche tempo dopo da una serie di cavalli a dondolo. La struttura attuale, il Big Rocking Horse, raggiunge ben diciotto metri d’altezza. Vista poi l’importanza iconica dei Koala, non stupisce che in Australia si trovino ben due costruzioni rappresentanti questo animale. Una è situata vicino ad un parco naturale che ospita queste graziose cre- ature, mentre l’altra funge da facciata per un negozio di articoli regalo. Ma forse la Big Thing che meglio descrive l’attrazione che queste strutture gigantesche esercitano sugli automobilisti è la pecora gigante. Big Merino, situata nello stato del nuovo Galles del Sud e alta quindici metri, contiene al suo interno Alcuni degli esemplari più caratteristici delle “Big Things” un negozio di souvenir e uno di lana. “Rambo”, come viene soprannominata dagli abitanti locali, si trovava lungo la Hume Highway. Nel 1992 però la strada è stata spostata e così sono venuti a mancare i turisti. Nel 2007 quindi la decisione: trasferire l’enorme statua in una posizione più vicina all’autostrada. Ora “Rambo” è stata collocata in una stazione di servizio nei pressi della Hume. Non tutte le strutture, però, godono di vita facile. Alcune, per la posizione, o per la mancanza di attrazioni vicine sono state abbandonate oppure rischiano la chiusura. È il caso del gamberetto gigante di Ballina. Gli alti costi di manutenzione e la chiusura dei negozi gli sono stati fatali. L’impressione che si ha osservando questi colossi che si stagliano contro il cielo, e fanno a pugni con il meraviglioso e selvaggio panorama dell’Outback australiano, è che la natura da sola non basti più. Il viaggiatore moderno ha davvero bisogno di queste attrazioni? La risposta sembra scontata visto che in tutto il paese si possono trovare più di un centinaio di queste strutture. Alcuni li odiano, altri li adorano, ma alla fine risultano senz’altro un’abile strategia di marketing che invita i visitatori a fermarsi anche nei piccoli centri. Il turista, quasi annoiato dalle bellezze naturali circostanti, ha bisogno di questi palliativi che gli impediscono di “annoiarsi” durante i lunghi viaggi in automobile. Sport Settembre 2011 19 Quando il gioco si fa duro di Daniele Adami Dai piedi agli aerei. E i mezzi di comunicazione. I passi di uno sport mondiale A spasso con i media, e con sé L’arte e i giochi ci permettono di distaccarci dalle pressioni della routine e della convenzione, di osservare e di dubitare. I giochi come forma d’arte popolare offrono a tutti un mezzo immediato di partecipazione all’intera vita di una società, che l’uomo non può trovare in nessuna funzione e in nessun impiego Marshall McLuhan Lo sport, lo sappiamo (e lo accettiamo), è un fenomeno sociale e culturale presente in ogni angolo del pianeta. Ma si badi bene, questa sua globalizzazione non è esclusiva dei nostri giorni. È sempre stato “mondiale”, anche in passato, e in forme a noi spesso sconosciute. Ciascuna civiltà possedeva i suoi giochi e passatempi, con regole e restrizioni particolari. Pensiamo ai Giochi Olimpici che si svolgevano nell’antica Grecia. Non tutti potevano partecipare. Donne e schiavi non erano ammessi. La sabbia delle arene romane, invece, era affollata di schiavi, mentre il popolo stava seduto sugli spalti a osservare. Due realtà molto differenti fra loro. I racconti e gli aneddoti degli storici di quel tempo, o degli studiosi “più giovani”, hanno portato alla luce le modalità di viaggio e i mezzi di trasporto utilizzati dagli atleti per raggiungere i luoghi dello sport. Intere settimane trascorse per terra o per mare, animati dalla speranza di una vittoria tanto difficile quanto prestigiosa. E una volta terminata la competizione, con medaglie o senza, occorreva riprendere la via del ritorno a casa. Abbiamo qui accennato a eventi sportivi (come le antiche Olimpiadi) per i quali la partecipazione era spesso su- bordinata alla necessità di uno spostamento dalle proprie terre d’origine. Dove, ossia, si trovavano individui anche stranieri. Tuttavia, non possiamo dimenticare la miriade di giochi che venivano praticati unicamente da persone che vivevano sul luogo. Giochi “sedentari”. Attività diventate poi (forse) di impronta internazionale, o scomparse nel giro di breve tempo, o che sono rimaste laddove sono nate. Attività per le quali, oggi, non vi sono testimonianze. Nonostante ciò, ognuno di questi elementi, secondo il parere di chi scrive, non toglie peso alla portata mondiale dello sport del passato. Il ludus, termine molto caro a Johan Huizinga, è fortemente legato al concetto di cultura, e si esprime con i mezzi e i modi che quella cultura ha a sua disposizione. Fattore di unione o divisione, il gioco è prima di tutto un media, un veicolo guidato da un significato. Un media che dipende da altri media. Di trasporto, per esempio. I piedi, poi divenuti chiglie di navi o ruote di carri. Ruote mosse da una locomotiva a vapore. Motore a scoppio che si è insediato in una carrozzeria di un’automobile. Auto sempre più complesse e veloci. Aerei che tagliano fuori intere nazioni e città. Lo sport è stato influenzato da simili cambiamenti. La mobilità degli atleti nello spazio, e nel tempo, è un fattore fondamentale per la buona riuscita di un elevato numero di competizioni. A Roma e a Olimpia lo sapevano bene, e noi abbiamo ereditato questo loro modo di pensare e di agire. Certo, col passare degli anni e dei secoli v’è stata una fortissima spinta di carattere scientifico e tecnologico, ma il sostrato non è mutato. paesi per partecipare a un evento totalmente “locale”. Mi riferisco, ad esempio, alla recente Supercoppa Italiana di calcio svoltasi a Pechino. Sotto questo lungo viaggio, non lo si potrà negare, si celano obiettivi di stampo aziendale (le società impegnate nella gara). Volontà di promuovere il proprio nome in una nazione lontana ed enorme come la Cina potrà condurre a un certo guadagno in termini di immagine e di mercato. Dopotutto, lo sport è business. Lo sono anche i Giri d’Italia che scattano dall’estero. Bisogna dare una colpa allo sport? Diciamo che esso viaggia assieme ai media (di trasporto, e di comunicazione, soprattutto) e viceversa. Pertanto, una colpa reciproca. Beati i tempi dell’assenza dei media di comunicazione di massa? Non credo. O meglio, in parte. Molta attività sportiva, in parecchie sue branche, è degenerata in altro. Troppi interessi “alieni” stanno disturbando e distruggendo questo mondo nato dal Tuttavia, uno sguardo attento (anche non troppo comunque, poiché la situazione non è immersa nella nebbia) ci suggerisce che qualcosa è cambiato. Un cambiamento prodotto, inoltre, da altri media: di comunicazione. Partite che si disputano a certi orari per motivi di diritti televisivi. Sfide spesso distribuite in maniera imbarazzante all’interno di una stessa giornata o di un fine settimana. Squadre che si recano in altri desiderio di fare spettacolo per passione. Quali sono ora i suoi desideri? Da un lato, il gossip, dall’altro, la tenacia di una canoista che risponde al nome di Josefa Idem. Come non sentire 47 anni sulle spalle e 8 Olimpiadi (l’ottava sarà quella di Londra 2012). Meglio la seconda opzione. E nel mezzo? Tanta indecisione. In alto a sinistra il nuovo stadio di Pechino, sopra a destra la canoista Josefa Idem 20 Cucina Settembre 2011 Serviti il pasto, cowboy di Giulia Cerpelloni Prepariamo l’orata in umido, secondo la ricetta classica Cucinare il pesce con il microonde verso l’utilizzo del microonde, riscoprirsi un cibo sano, veloce e facilissimo da preparare: il pesce. Pulite il pesce, lavatelo, asciugatelo e poi salate e pepate l’interno. Mettete in un recipiente, adatto per la cottura a microonde, la cipolla, pomodoro, prezzemolo, origano, vino, olio, sale e e pepe, coprite e cuocete 3 minuti a potenza massima. Ingredienti per 4 persone 1 orata da 1200 gr circa; 1 cucchiaio di cipolla tritata; 50 gr di polpa di pomodoro; 1 cucchiaio di prezzemolo tritato; 4 cucchiai di vino bianco; origano, sale e pepe; 3 cucchiai di olio extravergine d’oliva. Adagiate l’orata nel recipiente e irroratela con un poco di condimento. Coprite con la carta da forno e cuocete 8 minuti a potenza massima. Irrorate ancora il pesce con il sugo, fate ruotare il pesce anche dall’altro lato, copritelo nuovamente con la carta da forno, e cuocete altri 8 minuti circa. Fate riposare 5 minuti e servite. Gnam gnam...cotto e sbafato! Per alcuni è un oggetto più che necessario. Per altri è solo un bene accessorio con cui scongelare il pane conservato nel freezer. Per molti ha ancora tanti segreti da scoprire. Parliamo del forno a microonde: l’elettrodomestico più in grado di farci risparmiare tempo e pulizia in cucina. Un alimento che per molti è un dramma cucinare può, attra- appleproducts.tk Apple Products è un gruppo di persone che condividono la passione per i prodotti Apple. Visitateci sul sito internet dove potrete trovare guide, aiuti e molto altro sul mondo Apple. Per una totale accessibilità al sito è necessaria l’iscrizione gratuita al forum. R I S TO R A N T E Casale Spighetta ... dove la cucina tradizionale italiana viene rivisitata con un sapore d'Oriente ... Casale Spighetta, un nuovo spazio, un sorprendente gioco architettonico di salette che si intersecano pur rimanendo raccolte nella loro intimità. L'atrio Nafura, il Lounge panoramico Gioia & Gaia, la cantina del Trabucco, il Coffee Lounge tutti con arredi eleganti, diversi, con un tocco d'oriente legati da toni materiali ed effetti di luce e colore che rispecchiano alla logica di mirabili equilibri. Le sale esprimono un’atmosfera ariosa ed elegante perfettamente in linea con la cucina dello Chef Patron. Un’esigenza per chi, come lo Chef Angelo Zantedeschi va al di la dell’arte culinaria, un grande amore per la tradizione e l’arte moderma. Il Casale la Spighetta è un ristorante collocato nelle colline della Valpolicella a Verona, i suoi ambienti eleganti sono indicati per cene romantiche, banchetti e cene aziendali. Dal giardino estivo si può godere di un meraviglioso panorama. Via Spighetta 15 37020 Torbe di Negrar, Verona Tel/fax: +39 045 750 21 88 www.casalespighetta.it