Verona è
Quinta Parete
cultura e società
Novembre 2010
Verona
Società
Quinta Parete
13
Vi diremo qualsiasi cazzata vorrete sentire
di Silvano Tommasoli [email protected]
Sono in video, ergo sum
www.quintaparete.it
cultura e società
mensile on-line
Tutti vediamo la volgarità del Grande
Fratello, ma nessuno ne parla
Anno II - n. 8 - Settembre 2011
Diretto da Federico Martinelli
Appuntamenti
Cinema
Viaggi
Università e lavoro
Colazione da Tiffany
Friuli delle meraviglie
In collaborazione con
Un classico del cinema e
programma,
Omologati in TV. Peggio,
omogenumerosi
partnerpugni
per con un minimo di eleganza
un’icona
femminilenon
da ha mancato di
proporre
una selezione – mammaneizzati. No, non mi
riferisco
ai e di buon gusto? Oddio, non è che
trovare
le potenzialità
rivedere
in occasione
selezione… Chissà gli
programmi televisivi,
che sem- siano tanto più signorili gli autori
imprenditoriali
dei 50 mia!
anni Una
del film
brano tutti “fatti con lo stampino” della trasmissione, che ricordano a altri! – dei provini, dove quasi nessuno
da almeno dieci anni,
peggio5 an- ogni piè sospinto il premio finaleadipagina
a pagina
8 dei candidati, per esempio, ha
cora dei vari telegiornali che sono alcune centinaia di migliaia euro, saputo dare una risposta sensata, o
come fosse l’unica molla a spingere almeno non insensata, alla richiesta
proprio tutti uguali.
umanità
a di dichiarare
StoEditoriale
parlando dei concorrenti del questa variopinta
Storie
di ordinaria
follia il proprio “tallone di
Grande Fratello, tutti conformi a un esporre le proprie miserie alla vista Achille”.
di Federico Martinelli
di Monica
modello standard tristissimo, quello di qualche milione
di guardoni. E A ben pensarci, coloro che ne
della volgarità estrema. Sì, la volga- qui cominciano le rogne vere, per- escono meno peggio sono proprio
Mentre
stiamo
chiudere
i reclusilettrice
del Grande Fratello.
Perché
sarebbe necessaria
com-nostra
rità dei gesti,
delleper
parole,
degli at-il chécommento
diunauna
rumena
nuovo
numero
giornale mi Il
missione di psicologi, sociologi e fanno pena, fino alla tenerezza. Abteggiamenti
è ildeldenominatore
assale
comuneuna
che forte
unisce,preoccupaziotra loro, quasi antropologi per cercare di capire bagliati dal miraggio di diventare
ne.
Sono
tre
giorni
esatti
che che cosa possa indurre alcuni mi- Vip, e di guadagnare un sacco di
tutti i reclusi della
“casa”.
E li uniiscemedia
parlano di Alessia
Vasco lioni di persone normali ad abbrut- quattrini, si prostituiscono fino a un
anche non
alla presentatrice,
Rossi
dellaaperte
sua già
nota conMartinelli,
“all’estero”.
In realtà
non
punto
di non ritorno,
rimanendo
tire il proprioSig.
spirito
davanti alle già
a gambeesempre
Marcuzzi.
Ma Buongiorno
dotta,
diffusaabbia
in tutto
affatto strano.
volte lo
a vita daTante
quel suffisso
–
possibileormai
che nessuno
mai incredibili esibizioni dei “ragazzi èmarchiati
il
mondo:
quello povera
reale che
regolarmente
la voglia
vs newse istru“del Grandesoprattutto
Fratello” appunto
della casa”.
Forse la solita
di straniero,
fatto
notareda
a questa
ra- ricevo
–
si
muove
ai concerti
lo sletter
che reputo molto inte- ito,
la situazione
sentirsi migliori?
gazza
– addirittura
capaceelache
scorsa
che livede
accompagnerà
percon
tuttapiù
la
legge
sulla
carta sul
stampata,
pur non
essendo una chiarezza,
con più
lucidità
A farci respirare,
edizione
di sedersi
pavimentoa ressante,
vita. Pochi finora
hanno
avuto lae
fortunatamente,
quello
virtuale
che
lo segue su c’è
grande
consumatrice
cultura
Purtroppo
dello studio,
sempre
rigorosamente
capacità di affrancarsene,
e disì,farè
la Gialappa,
che nondine
lascia lungimiranza.
facebook.
Morgan
fu messo veronese
per
di temvero: Italia
non
è un paese
a gambe aperte, spalancando
dimenticare
questa
squallida
oripassare una
siamancanza
alla conduttrice
sia tutto
alla
gogna
per aversulle
dichiarato
ginegiovani.
mediatica. Per tutti, Luca Arai concorrenti. Di più, per farci ca- per
un’ampia
panoramica
propria po.
di
aver fatto
uso– che,
di certe
so- Mi
colpito
l’articolo
di Fino
a decidere
di abitare
a Vegentero;
e pochi altri
che si possono
pireha
il livello
di molto
squallore
(o di crubiancheria
intima
in video,
stanze;
venne
esiliato
monil titolo “Non
un rona
anch’io
ho di
fatto
contare
sulle dita
unaun
solapiccolo
mano.
deltà?) con
dell’ufficio
casting è del
assume delle
posture
chedal
fanno
a giugno
do della comunicazione pur paese per giovani” perché sono giro
alcuni
europei:
ho
Non in
ritengo
sia paesi
indenne
da questo
avendo un accreditamento del anch’io madre di 2 giovani (23 e studiato
a Vienna,
St. Gallo,
baratro di
volgarità al’editore
di
grande pubblico decisamente 17) che si stanno avviando verso poi
vissuto anche a Cannes,
tantohospettacolo.
minore. Inoltre, quest’ultimo, il mondo del lavoro. Per chi se- aVorrei
Lugano.
Inoltre
chiedergli
– se ho
maiviaggiato
fosse pernon si era dichiarato a favore gue la politica e la società italia- molto
per lavoro,
ancheallefuori
sona abituata
a rispondere
dodella legalizzazione della ven- na, l’articolo non fa rivelazioni dall’Europa,
e mantengo
mande – se sarebbe
contentoamicidi far
dita, dell’uso e dell’abuso di inaudite, ma mette in chiaro, zie
con iexsuoi
colleghi
di Bucarest
assistere
figli adolescenti,
oi
certe sostanze. Rossi invece dal punto di vista giovanile, la esuoi
delle
altre
università
dove
ho
nipoti,
a una
porcheria
simile.
scrive su facebook, pubblica situazione così com’è adesso sul studiato.
Tutto la
sommato
miei
Ma forse conosco
risposta, direttramite internet le sue dichia- mercato del lavoro italiano.
figli
sono
cresciuti
un amtamente
ispirata
dal dioindenaro.
razioni e continua imperterri- In tutta sincerità, già da molto biente
internazionale,
a contatMi sono
sempre ribellato
a ogni
to a sostenere che la libertà, in tempo, consiglio ai miei figli di to
condigente
di moltissimi
paesi,
forma
censura,
come espressione
ogni sua forma, è da difende- prepararsi per andare all’estero mantenendo
però volontà
molto vive
le
della più proterva
di anre sempre. Guidare ubriachi dopo gli studi il che, visto che radici
rumene.
nientare,
nella gente, il senso e la
siamo una famiglia rumena, è Per
giovani
elevatiMa
in un
contecapacità
di critica.
devo
dire
Andiamo alla scoperta di
quello che questa regione
può regalare, tra storia,
paesaggi e curiosità
a pagina 16
Quale futuro per l’Italia?
Segue a pag. 3
alquanto strano perché siamo sto del genere è naturale guar-
darsi in giro, sentirsi cittadini
europei (se non addirittura cittadini del mondo), avere l’apertura mentale di andare all’estero.
Ai miei figli l’Italia piace molto
ma non troppo, non abbastanza
per costruirsi un futuro in Italia, il che mi addolora. Sono 8
anni che abitiamo a Verona (venendo da Lugano, dove hanno
iniziato la scuola entrambi), abbiamo
casaosanna
2 annialla
fa,
che, di comprato
fronte a questo
evolgarità,
io mi sento
moltoa acapire
casa quella
a Vecomincio
rona
incarta
Italiabianca,
in generale.
strisciae di
incollata,Più
ai
avanti
semmai
di andare
tempi della
miapenso
adolescenza,
sui
amanifesti
vivere everso
la Puglia
(amoe
le locandine
dei film
molto
l’Italia meridionale!),
codegli spettacoli
più “sconvenienti”,
munque
non all’estero.
che prescriveva
«V.M. di 16 anni».
Ma
ragione
loro! Cosa
Forse,hanno
adesso,
sul cartellone
del
potrebbero
fare a Verona?
Grande Fratellomai
si dovrebbe
scrivere
In
Italia?
cresciuti con la
«V.M.
di 99Sono
anni»…
mentalità
di istruirsi
Per continuare
con il girocostantedi volgamente,
di diventare
intellettuarità e stupidità
sui media
di oggi, vi
li,
parlanoall’ultima
già 5 lingue,
hanno
rimando
pubblicità
di
Marc Jacobs. Ma tenetevi forte, eh!
Segue a pag. 2
Progettazione e realizzazione web
Realizzazione software aziendali
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Via Leida, 8 37135 - Verona Tel. 045 82 13 434
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2
L’opinione
Settembre 2011
Segue dalla prima
l’usage du monde come si dice
in francese, asiprano ad entrare
in aziende di alto livello o mettersi in proprio... hanno grandi
sogni!
Mia figlia ha fatto maturità
con 92 e adesso studia a Padova dopo aver fatto un esame
d’ammissione facilissimo. E’
scontentissima
dell’ambiente
universitario: completamente
disorganizzato, non funziona
quasi niente, le informazioni
(anche se promosse tutte sul
sito dell’università) sono scarse
e tante volte errate, i professori arrivano in ritardo oppure
mancano proprio (ti ritrovi a
fare un viaggio a Padova per
nulla). Manca inoltre un concetto base, un filo rosso, dopo
2 anni non ha ancora chiaro
cosa vogliono da lei e per cosa la
stanno preparando. Adesso sta
valutando di continuare gli studi a Verona per evitare almeno
i viaggi giornalieri a Padova che
sono un’altra tragedia, ma una
tragedia di Trenitalia questa
volta! Poi si vedrà dove andrà...
Da quando era alle superiori
mia figlia ha sempre lavorato,
prima durante il weekend a
adesso durante le fiere ed altri
eventi dove si cercano hostess o
promoter. Meno male parla tante lingue ed è di bella presenza.
Così è venuta presto a contatto con il mondo del lavoro, sa
come funzionano le cose, qual
è il livello e cosa si cerca. Decisamente nessuno cerca donne
belle e super istruite, il che complica ancora di più la situazione
per chi si ritrova ad avere queste
caratteristiche. Se hai anche un
carattere forte e non ti presti a
portare il caffè al capo (perché
non fa parte della job description!), allora sei ancora più sfortunata!
Però lei ha imparato negli anni
e adesso sa che fare la finta oca
conviene: stai lì, sorridi, dici 4
frasi in 3 lingue quando richiesto... e ci si paga lo stipendio.
Poi a casa ci facciamo 2 risate
insieme sulle idiozie che vede
sul lavoro, sugli impostori che
girano, sulle avance che riceve
costantemente (meno male sa
come sviare da certe situazioni!).
A me va meglio perché ho superato (anche se non del tutto) l’età
quando ti si fanno avance sul
lavoro, però restano ancora le
difficoltà del essere troppo istru-
ita: laurea in cibernetica economica, 2 master in marketing a
Vienna e St. Gallo, esperienza
di consulenza in ambito internazionale, soprattutto in due
dilligence industriale, passato
di lavoro con la banca Europea
di Sviluppo.... parlo 5 lingue,
disegno in Autocad.... è decisamente troppo per una donna
nell’ambiente italiano di lavoro!
Dal 1993 sono sempre a contatto con l’industria italiana,
soprattutto con la piccola media impresa famigliare o no. Da
nord a sud ho conosciuto moltissime aziende, gente stupenda,
calda, creativa, gran lavoratori... però pochissima istruzione! C’erano tempi, soprattutto
negli anni ’90, quando la mancanza d’istruzione poteva essere compensata dalla creatività,
uno straniero, è trovare la via
di mezzo fra l’impostura e la
professionalità, cioè trovare la
normalità. O si trovano situazioni come quelle brillantemente descritte dal giovane nel suo
articolo... o si trovano aziende
che vogliono ultra qualifiche
sotto pagate perché non sanno
nemmeno come impiegare le
persone molto qualificate.
Non a caso l’Italia si è beccata
gli immigranti meno qualificati
d’Europa, quasi analfabeti alcuni. Si è mai chiesto qualcuno
perché tutta la gente qualificata dell’Est Europeo è andata in
Germania, Francia e in genere
a Nord? Nelle alte sfere della
politica qualcuno abbia mai
pensato che tutti laureati rumeni, polacchi, russi, ecc, sono
andati a Nord degli Alpi mentre
Lavoro, società, economia... il nostro Paese sembra proprio in crisi
dall’arte dell’ arrangiarsi e da
un grande impegno lavorativo.
Adesso il mondo è cambiato... i
personaggi che girano intorno
purtroppo no!
Pochissime sono le aziende
italiane (ancora meno le PMI)
che hanno capito la necessità
di assumere gente qualificata
e pagarla di conseguenza. Più
che altro la maggior parte dei
datori di lavoro si trova in difficoltà perché non riesce a valutare una persona molto istruita,
non capisce le proposte che li
vengono fatte, ritrovandosi in
grande difficoltà anche quando
ci sta la totale apertura mentale. Si chiama “vorrei ma non so
come”! Vorrei che la mia azienda andasse all’estero, vorrei
promuovere la mia attività tramite internet, vorrei assumere
gente molto qualificata ma non
so come valutare le offerte che
mi vengono fatte.
La tragedia dell’economica
italiana, vista con gli occhi di
domanda perché i grandi medici indiani vanno in Inghilterra,
in Germania, ecc... mentre in
Italia arrivano gli indiani che
lavano le mucche! Perché in
Italia arrivano solo muratori
rumeni mentre gli ingegneri
rumeni vanno in Germania?
Come mai non si è riuscito a far
l’Italia un paese attraente per
l’immigrato qualificato? Risposta: perché non è attraente nemmeno per l’italiano qualificato!
Italia non è assolutamente un
paese razzista, anzi, è un paese
aperto che accoglie calorosamente tutti quanti. Lavoro con
l’Italia dal 1993, ci abito dal
2003, e non mi è mai successo
di risentire la minima ombra di
razzismo oppure sentirmi svantaggiata perché rumena. Nè io
nè i miei figli e se decidessimo di
andare via dall’Italia (col cuore
infranto, perché ci piace moltissimo) è soltanto per via delle
scarse opportunità di carriera!
Mi sta a cuore il destino dell’Italia, è un popolo meraviglioso
di gran lavoratori e grandi creativi che merita essere meta per
i grandi professionisti, i grandi
scienziati... ma non lo è! Se qualche anno fa alcuni facevano un
pensierino, adesso in massa si
pensa come andare via: la gioventù valorosa, quella che non
sta a guardare Tamarreide in
TV, non ha problemi di droga e
non butta via la vita fra una discoteca e l’altra... quella ha già
capito che deve andar via.
Quelli più furbi sanno già che
un posto da expat a Praga o a
Bucarest offre opportunità di
lavoro quanto uno a Londra o a
Parigi: ci stanno le multinazionali con enormi sedi operative
che pagano stipendi più alti che
in Italia. Uno dev’essere proprio innamorato dell’Italia per
restarci, oppure deve aver raggiunto un certo livello di vita e
si permette di scegliere il sole,
il mare, la bella gente e il buon
mangiare.
Spero di non essere inopportuna con il mio intervento, ma
ultimamente sento proprio il bisogno di dire la mia, di alzarmi
dalla poltrona di casa e prendere posizione nella speranza che
saranno sempre più cittadini
infuriati disposti ad investire un
po’ di tempo ed energia... magari alla fine serve a qualcosa!
in Italia sono arrivati, con rarissime eccezioni, solo contadini
semi analfabeti e manovalanza
senza alcuna qualifica?
Lo straniero prende il polso del
mercato ancora meglio, perché
non è viziato dai sentimenti,
dalle tradizioni... lui va dove è
meglio per lui, dove trova le opportunità migliori! Come mai
l’Italia non si è riempita di ingegneri, medici, avvocati, economisti dell’Est Europa o del
Nordafrica? Perché non si trova
l’impiego adatto alle loro qualifiche! Perché nelle PMI non
ci stanno gli ingegneri, tanto
meno gli economisti, perché negli ospedali italiani si fa troppa
politica e non c’è spazio per un
carriera onesta...
Seguo con grandissimo interesse la politica italiana, mi guardo quasi tutti i talkshow della
politica sui tutti i canali senza
pregiudizi. Però mai e poi mai è
sentito qualcuno toccare questo
argomento! Mai uno si è fatto la Cordiali saluti.
Teatro/Musica
Settembre 2011
Segue dalla prima
e drogati potrebbe essere un
diritto di tutti e mettersi al volante completamente assuefatti dovrebbe essere legalizzato
dal governo. Il buon facebook, trampolino di lancio per
le perle di saggezza del dottor
Rossi, ha delle regole: incitare
alla violenza, all’uso e all’abuso di alcol e droghe non è
consentito. Ma allora, perché
non si prendono provvedimenti? Perché, quantomeno, non
gli viene revocata la laurea
ad honorem in Comunicazione? “Il male di vivere” di cui
parla, può colpire tutti, dall’operaio al multimiliardario,
ma è insopportabile sentirlo
lamentarsi in un momento di
crisi economica come questo.
Avrebbero più diritto a essere
preoccupate tutte quelle persone che non hanno lavoro, che
non avranno mai una pensione
o che passano la loro giornata
a lavorare per uno stipendio
di 5-600 euro al mese ma non
un privilegiato mantenuto anche dai proventi SIAE. E in
tutto questo orde di ragazzini
assimilano che un cantante,
per essere una star della musica pop rock, deve aderire ai
clichè del dannato, del ribelle
e del beone, per non dire di
peggio. Loro, che dovrebbero
rimanere puri (anche per un
futuro sociale migliore), sono
colpiti dalla continua immondizia che il mondo malato di
certi adulti gli mette in testa.
E come se non bastasse, adesso che ricomincia la scuola, se
non hai il nuovo zaino con porta skateboard, mezzo con cui
puoi liberamente andare addosso alle persone che vanno
al lavoro, quello vero, facendo
cadere a terra fogli e valigette,
non sei alla moda. La pubblicità insegna. Complimenti.
3
Ne hanno viste di cose, questi occhi
di Paolo Corsi
Totola e Ruzzenenti in un’ottima interpretazione di “Emigranti”
Nel sottoscala dell’esistenza
Quando si dice “lo spettacolo
giusto nel luogo giusto”! Non
poteva trovare sistemazione
migliore la rappresentazione
di “Emigranti” del polacco
Slawomir Mrozek, nella messinscena di Mamadanzateatro,
con Massimo Totola e Guido
Ruzzenenti, alla fattoria didattica Giarol Grande. Si, perché
il sottoscala “naturale” nel
porticato della fattoria dove è
stata ricreata la scena (preferito al palcoscenico predisposto
per la rassegna di teatro organizzata da Teatro Impiria)
sembrava pensato apposta per
questo spettacolo. La scala di
ferro che scende da un ipotetico piano strada, due letti di fortuna, qualche povero capo di
vestiario steso, pochi e semplici
oggetti della quotidianità, un
tavolino sotto una lampadina
da poche candele, il pavimento
di cemento grezzo, i muri bianchi e le finestre con le inferiate,
con la luce che entra da fuori, e
il pubblico a ridosso della sce-
na, immerso
nella vicenda, a contatto quasi
fisico
con
i due protagonisti.
Un contatto tuttavia
impossibile,
per la consistenza di
una “quarta
parete” simbolo della
distanza tra
due mondi e dell’isolamento
fisico e sociale in cui vivono i
due protagonisti. Come suggerisce il titolo, si tratta di due
immigrati in una grande città
occidentale da quella che si
intuisce essere una qualche località dell’est Europa, al tempo
compresa nel blocco sovietico. Senza nome i protagonisti
(potrebbero essere chiunque di
noi), diversissimi tra loro per
livello culturale (un contadino
ed un intellettuale), per storia
(l’uno in fuga dalla miseria,
l’altro un dissidente politico)
e per aspirazioni (tornare ricco al paese, trovare un senso
all’esistenza), accomunati solo
dall’esperienza dell’emigrazione. Ma è un esperienza forte,
che avvicina gli uomini molto
più di tante altre esperienze.
Non c’è una storia definita,
ma un gioco a due, che alterna momenti tragici a momenti
comici, che scava nelle vite dei
due protagonisti e nella realtà
che li circonda e in quella da
visita il sito internet di “Verona è”
www.quintaparete.it
cui sono fuggiti. Non ci sono risposte ai loro perché, ma nella
condivisione della stessa sorte c’è almeno un po’ di calore
umano e qualche sprazzo di
serenità, davanti ad una bottiglia di vino, nella notte di Capodanno.
Superlativi Massimo Totola e
Guido Ruzzenenti, intensi nella recitazione e sempre dentro
ai personaggi, così complementari anche a livello fisico, in due
ruoli che calzano a pennello.
Con loro i personaggi sono
veri, tanto che dalla prima fila,
da dove è possibile vedere le
gocce di sudore e sentire il respiro, si vede sempre e solo il
personaggio, mai l’attore. Non
c’è un momento di cedimento
in quasi due ore in cui lo spettatore è totalmente catturato
dalla vicenda, tanto che l’intervallo potrebbe anche essere
evitato, per non rompere l’atmosfera. Anche se va detto che
i due attori riescono in pochi
secondi a riportare il pubblico
nella stessa situazione psicologica in cui lo avevano lasciato,
riprendendo la scena sospesa,
come se non ci fosse stata alcuna soluzione di continuità.
Azzeccata anche la scelta delle
musiche, più che appropriate
come colonna sonora di questa
storia, che diverte, commuove
e fa riflettere.
Merito dunque ai protagonisti,
ma anche a chi ha saputo valorizzare luoghi come questo,
creando nuovi spazi teatrali,
per una serata soddisfacente
come non capita spesso.
4
Teatro
Settembre 2011
Ne hanno viste di cose, questi occhi
di Paolo Corsi
L’impegno della compagnia Trixtragos nell’intenso testo di Ibsen
La scomoda verità nemica del popolo
Se c’è un’unità di misura della sce con il proclamarlo a gran
grandezza di un’opera teatrale, voce nientemeno che “nemico
questa è la sua capacità di essere del popolo”.
attuale a dispetto del tempo che Ciò che emerge da questa stopassa e delle trasformazioni so- ria è che, a prescindere dalla
ciali. Ne è un bell’esempio “Un ragione, chi ha la maggiorannemico del popolo”, dramma za compatta alle proprie spaldel 1882 del norvegese Henrik le ha sempre il modo di preIbsen, che indaga il conflitto tra valere, tanto più se si tratta di
i princìpi etici e morali di un individuo e
le convenienze della
comunità in cui vive.
Il testo, messo in scena dalla compagnia
Trixtragos nell’adattamento di Nunzia
Messina (sua anche la regia), narra
del dottor Thomas
Stockmann,
sanitario delle terme di
una tranquilla cittadina norvegese, che
scopre che le acque
che le alimentano
sono inquinate. Il
dottore si affretta ad
avvisare i suoi concittadini, certo di
trovare consenso e
collaborazione. Ma
all’immediata contrarietà del mondo
politico si aggiunge Una scena dello spettacolo della compagnia Trixtragos
a sorpresa anche quella dei ben- una massa acritica pronta ad
pensanti della società borghese, allinearsi all’opinione pubblica
inizialmente dalla sua parte, comune.
ma che per salvaguardare i pro- Le
tematiche
affrontate,
pri interessi non esitano a vol- dall’arroganza di una classe
targli le spalle. Il movimento di politica inetta e corrotta ai promassa che sorge a contrastare blemi della salute pubblica e
l’agire di un singolo individuo, dell’inquinamento, riempiono
dal canto suo più che mai fermo le cronache ed animano i dibatnelle proprie convinzioni, fini- titi anche ai giorni nostri, e ciò
fa della scelta di mettere in scena questo testo una scelta coraggiosa, oltreché impegnativa.
L’imponente testo originale
è stato abbondantemente ridotto, conservandone però la
struttura e cogliendone l’essenzialità. La narrazione, affidata
all’azione teatrale, è scorsa in
maniera fluente, con qualche
battuta d’arresto nella seconda
parte, in occasione dei monologhi della moglie e dei figli del
dottore. Qui il ritmo ha rallentato e, con il rivolgersi direttamente al pubblico, è mutato
anche il tipo di comunicazione.
Evidentemente un effetto ricercato per enfatizzare il momento
e concentrare l’attenzione sulle
parole del testo, ma che di fatto,
sospendendo l’incalzare dell’azione, ha prodotto un calo di
tensione.
L’ambientazione d’epoca è stata ricreata attraverso una bella
scenografia, con la particolarità
dei filmati sullo sfondo, utili a
dare profondità ed
estendere
virtualmente lo spazio scenico. Il resto lo hanno fatto i costumi e
soprattutto il trucco,
che ha avuto nell’utilizzo delle folte barbe
il suo segno distintivo.
La recitazione è stata
generalmente buona
ma un po’ troppo
controllata, a discapito dell’intensità che
il testo richiederebbe
per tutta la sua durata, dando la sensazione che l’empatia
tra personaggio ed
interprete sia ancora
da affinare. Probabilmente perché lo
spettacolo è giovane
e va ancora un po’
rodato. Rimane comunque un lavoro ben impostato, che non potrà che migliorare con il tempo. Quanto ai motivi del far teatro, già espressi in
locandina, va detto che questo
è uno spettacolo a cui è difficile rimanere indifferenti e ciò
rende merito all’impegno della
compagnia ed anche al suo far
teatro.
Eventi
Settembre 2011
5
Appuntamenti culturali
di Paolo Antonelli e Stefano Campostrini
Un progetto interessante a costo zero per aiutare il lavoratore d’oggi
Certificazione imprenditoriale
all’Università di Verona
scindibile la presa a carico, da
parte delle istituzioni, di un dispositivo che consenta in modo
chiaro e condiviso la validazione di tali apprendimenti.
Obiettivi del progetto sono:
- attivare un processo di partneriato operativo e di rete con
associazioni di categoria, enti
locali, servizi di orientamen-
- condividere i risultati raggiunti con i partner coinvolti
nel progetto e tutti i destinatari operativi e finali ipotizzati
grazie alla realizzazione di tre
percorsi di accompagnamento
indirizzati ad operatori del settore in diretta collaborazione
con i partner;
- diffondere la cultura del riconoscimento e certificazione
dei documenti presenti on line
o inviati direttamente e grazie
ad incontri specifici del comitato stesso o di parte di esso con
il Responsabile del Progetto e
i soggetti che nei vari momenti
possono essere coinvolti (consulenti, rappresentanti dei partner, referenti di associazioni,
imprenditori, operatori, esperti, …)
Schema Generale del Progetto
Controllo del Comitato Tecnico Scientifico
Analisi
delle
Buone
Pratiche
Ricerca
sul
Campo
Focus Group e
Accompagnam
ento alla
Diffusione del
Modello
Sperimentazi
one del
Modello di
Competenze
Pagina Web Dedicata
Workshop
Destinatari
Obbiettivi e
Motivazioni
L’Università di Verona con il
contributo del Fondo Sociale
Europeo, la collaborazione del
Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali e
della Regione Veneto, presenta
questo progetto con lo scopo
di realizzare strumenti operativi a supporto dei processi di
riconoscimento, validazione e
certificazione delle competenze
imprenditoriali.
L’apprendimento permanente è
stato definito dalla Commissione Europea come “qualsiasi attività di apprendimento avviata
in qualsiasi momento della vita,
volta a migliorare le conoscenze, le capacità e le competenze
in una prospettiva personale,
civica, sociale e/o occupazionale” (2001). Il rischio è che
questi tipi di apprendimento
(non formali ed informali) non
siano riconosciuti e valorizzati
dalla stessa persona che ne è
portatrice e, le conseguenze di
questa mancanza, risultano essere particolarmente rilevanti
in una società complessa quale
la nostra; società il cui sviluppo
culturale ed economico viene
ad essere costruito sul concetto
di Conoscenza.
Nella Dichiarazione di Copenaghen (2002), è stata affermata
la necessità di definire una serie
di principi comuni concernenti
la convalida dell’apprendimento non formale e informale, al
fine di assicurarsi una maggiore
compatibilità tra le impostazioni seguite dai vari Paesi ai diversi livelli d’istruzione.
Alcuni paesi europei come la
Francia e il Regno Unito hanno già avviato da anni processi questo tipo. L’Italia invece è
ancora lontana da un sistema
di riconoscimento degli apprendimenti acquisiti che sia caratterizzato da un’impronta di carattere nazionale o istituzionale. Le sollecitazioni dell’Unione
Europea e le esigenze sempre
più pressanti date dall’evoluzione del sistema formativo e
di istruzione, rendono impre-
Condivisione e Collaborazione con i Partner
to che consentano un’analisi e
quindi un rafforzamento dei
legami esistenti tra i sistemi di
formazione informale e non
formale continua;
- analizzare le buone pratiche
esistenti a livello europeo, nazionale e/o regionale, arrivando ad identificare percorsi di
valorizzazione delle stesse;
- mettere a punto uno strumento di identificazione, rilevazione e misurazione dei risultati
di apprendimento e delle competenze acquisite lungo l’esperienza imprenditoriale;
- validare gli strumenti realizzati con l’ausilio dei partner
che compongono il mercato del
lavoro e la realtà di vita dell’impresa;
- identificazione delle linee guida che evidenzino modalità
applicabili per la costruzione di
un modello di identificazione/
bilancio, riconoscimento e certificazione delle competenze;
delle competenze in ambiti di
apprendimento non formale
ed informale attraverso momenti d’incontro finalizzati alla
condivisione delle attività realizzate, al loro monitoraggio,
alle criticità riscontrate ed alle
soluzioni trovate sì da consentire una condivisione di pratiche
tra gli interessati e l’adozione di
soluzioni condivise.
La creazione della pagina web
dedicata
(http://cd.univr.it/
aci/login.php) realizza il continuo aggiornamento dei materiali a disposizione dei diversi
partecipanti al progetto e del
Comitato Tecnico Scientifico,
la presenza dell’area Materiali
e dell’area Forum rende possibile sia la visione della documentazione sia la discussione
sulla stessa.La supervisione del
Comitato Tecnico Scientifico
e dei referenti metodologici, si
realizza attraverso la visione
Comitato Tecnico Scientifico
Prof. Giuseppe FAVRETTO
- Responsabile del Progetto,
Docente Universitario alla Ca’
Foscari di Venezia, esperto
in direzione di progetti in
innovazione di impresa Economia e Organizzazione
Aziendale
Ing. Enrico BONI - Vice
Presidente ASS.IM.P
Associazione fra imprenditori e
professionisti - Verona
Dott. Marco BRUNELLI Responsabile Servizio Nuova
Impresa
Dott Ferruccio CAVALLIN Consulente Senior esperto in
Piccole e Medie Imprese
Dott.ssa Miriam SALARDI
- Responsabile servizi
Promozione del Lavoro Comune di Verona
Prof. Romano TOPPAN Docente di Organizzazione
Aziendale Consulente Senior
6
Musica
Settembre 2011
di Francesco Fontana
La cantante britannica è morta a Londra all’età di 27 anni
Addio a Amy Winehouse, diva tormentata
una cantante e cantautrice di
successo. Il primo disco arriva
nel 2003 e si intitola “Frank”. È
ze
jazz,
grazie
al
quale
l’artista
Jim Morrison
vince due dischi di platino e
Quando lo scorso 18 giugno la vende circa un milione e mezzo
cantante si era presentata sul di copie. Dopo il convincente
palco di Belgrado, per la tappa
del suo nuovo tour, barcollante, grande successo con il seguente
visibilmente ubriaca, mai in- album “Back to Black” (2006),
tonata e con la voce che somi- nel quale emerge la sua strepigliava più a un lamento che ad tosa capacità vocale e il talenaltro, si era capito che la situa- to nella composizione di brani
zione, già piuttosto grave, stava che diventano vere e proprie
hit. Negli MTV Europe Music
per raggiungere il capolinea.
Awards
vince per la categoria
È morta Amy Winehouse, nel
pomeriggio dello scorso 23 lu- Artist Chiose e nel 2008 si aggiuglio nel suo appartamento di dica 5 Grammy Awards. “Back
Londra. Poco conta che la cau- to Black” è quindi la vera consa del decesso sia stata overdo- sacrazione. Nei testi delle canse, suicidio, mix letale di farmaci, droga e alcool o, come si è tà di una ragazza alle prese con
anche supposto, una crisi d’asti- problemi di natura personale,
nenza provocata dal tentativo relazionale, di alcool e droga,
di disintossicarsi: l’unica cosa sempre vittima di nevrosi e detragicamente importante è che, pressione latente. Il primo sinancora una volta nel mondo del golo pubblicato è Rehab, pezzo
rock, un altro talento cristallino
ha perso la vita prematuramen- porsi alle cure necessarie per la
te, all’età di soli 27 anni. Come disintossicazione. Anche Back
lei, infatti, si ricordano
molti altri nomi illustri,
di grandissimi della scena musicale scomparsi
giovanissimi e sempre in
modi drammaticamente
violenti: il chitarrista,
forse il più grande di
sempre, Jimi Hendrix,
morto per overdose, Jim
Morrison, sulla cui dipartita non è mai stata
fatta completa chiarezza, il leader dei Nirvana
Kurt Cobain, che si sparò con un fucile, Brian
Jones dei Rolling Stones,
affogato in piscina, e,
purtroppo, altri ancora.
Ma l’uscita di scena
L’anima di una persona è
nascosta nel suo sguardo, per
questo abbiamo paura di farci
guardare negli occhi
non deve essere, anche
se è l’ultimo in ordine
cronologico, il ricordo
simbolo della carriera
dell’artista britannica.
Oltre che l’icona degli
eccessi, Amy Winehouse è stata certamente
to Black diventa un tormentone
e Love is a Losing Game è forse il
pezzo più bello e struggente del
disco.
Le sue canzoni non erano di
certo anonime, anzi, spesso azzardate nel raccontare
in modo così esplicito
particolari di vita e abiI comportamenti sopra
per essere immortalati e occupare le pagine
dei tabloid scandalistici,
offuscando l’immagine
dell’artista e un talento musicale evidente,
senz’altro superiore a
molte dive del pop. Il
solito pericoloso mix,
come sempre poco equilibrato, di genio e sregolatezza, per essere poco
originali.
L’ultima immagine che
ci rimane è, purtroppo,
spietata e realistica allo
stesso tempo: il tormento
sul volto, l’uscita di sceco, il successivo annullamento del tour e il triste
epilogo. Che dispiacere.
Edito da
Quinta Parete
Via Vasco de Gama 13
37024 Arbizzano di Negrar, Verona
Direttore responsabile
Federico Martinelli
Coordinatore editoriale
Silvano Tommasoli
Assistente di redazione
Stefano Campostrini
Hanno collaborato
Daniele Adami
Paolo Antonelli
Anna Chiara Bozza
Stefano Campostrini
Giulia Cerpelloni
Paolo Corsi
Francesco Fontana
Lorenzo Magnabosco
Federico Martinelli
Ernesto Pavan
Alice Perini
Silvano Tommasoli
Stefano Campostrini
Autorizzazione del Tribunale di Verona
del 26 novembre 2008
Registro stampa n° 1821
Eventi
Settembre 2011
Verso l’infinito e oltre
di Francesco Fontana
Così parlò Eatwood
Arrivano a Verona i Morblus e Checco Zalone.
Tornano Zucchero e il “Notre Dame De Paris”
Il settembre di Eventi Verona
Dopo il ritorno a Verona,
lo scorso 4 settembre, del
vincitore dell’ultima edizione di Sanremo Giovani Raphael Gualazzi, che
ha fatto tappa al Teatro
Romano con il tour di
presentazione dell’album
“Reality And Fantasy”,
prosegue il programma di
Eventi Verona con molti
altri interessanti appuntamenti.
Venerdì 9 settembre arrivano al Teatro Romano
di Verona i Morblus. La
band, fondata esattamente
vent’anni fa dal cantante e
chitarrista Roberto Morbioli e dal pianista e organista Daniele Scala, sarà
sul palco per una serata
celebrativa. Per festeggiare al meglio i vent’anni
di carriera il gruppo darà
vita a un suggestivo spettacolo, arricchito dalla
presenza di ospiti che hanno condiviso alcune delle
tappe della carriera della
band, portando i Morblus
a occupare oggi un posto
di tutto rispetto nella scena blues internazionale.
Tre serate per il Notre Dame
De Paris: il 9, 10 e 11 settembre. L’opera musicale
di Riccardo Cocciante
torna infatti all’Arena di
Verona per festeggiare
dieci anni di successi internazionali. Il Notre dame de
Paris è stato uno degli spet-
Qui sopra la locandina dello spettacolo ideato da
Riccardo Cocciante, giunto al suo decimo anniversario.
Sotto il pugliese Luca Medici, in arte Checco Zalone,
nome derivato dal dialettale “che cozzalone”
tacoli musicali più apprezzati e seguiti a livello mondiale, con oltre 15 milioni
di spettatori dall’esordio a
oggi. Per quanto riguarda
il panorama italiano, l’opera di Cocciante ha trovato all’Arena di Verona
una delle sue cornici più
prestigiose, con un totale
di oltre 250 mila spettatori
nelle precedenti edizioni.
Altro genere di spettacolo
quello di Checco Zalone,
protagonista all’Arena di
Verona Sabato 24 settembre. Il comico, cantante e
attore cinematografico sarà
sul palco per il suo “Resto Umile World Tour”,
che contiene già nel titolo
importanti
indicazioni
sui contenuti dello show.
Nello spettacolo Zalone
cercherà infatti di mostrare, attraverso una sorta di
riflessione in chiave comica sul contrasto tra la popolarità e la vita di tutti i
giorni, come, nonostante il
grande successo, sia possibile rimanere umili.
Torna in Arena anche
Zucchero. Il 25 e 26 settembre andranno in scena due serate per il tour
dell’ultimo disco “Chocabeck”. Verona è l’unica
tappa italiana per il cantante emiliano, che durante l’estate è approdato in
molte delle più importanti
città d’Europa.
www.amicidellacattolica.com
Nemmeno ad agosto Eatwood ha voluto andare qualche
giorno al mare. Ha continuato imperterrito a girovagare
come uno spiritello di 80 chili
per Verona, riempiendo le sue
valige di opuscoli, volantini e
promemoria di vario tipo. Voleva, dice lui, scrivere il pezzo
della sua vita, un saggio critico
sulla realtà culturale veronese.
Poi, si sarebbe ritirato in montagna, in un eremo solitario a
godersi il fresco di settembre e
a raccogliere i consensi di un
trattato unico nel suo genere.
Ma il giovane ragazzo, vestito
rigorosamente di marca, anche per andare nel più putrido
centro estetico della provincia,
gli aveva impedito di avere
questo slancio pindarico nella
cultura veronese. Contattato
più volte, spazientito ancora di
più, il ragazzino invecchiato si
sentì scavalcato. Dalle mattinate a prendere il sole, rovinate da pressanti messaggi, alle
serate negli oscuri e segreti locali notturni, continuamente
interrotte dal terribile vibrare
del telefonino, aveva deciso di
mollare. Ma come? Proprio
lui? E allora, con grande spirito imprenditoriale tutto venne
messo a tacere e la gloria di
Eatwood venne sopita dopo
un’abbondante cena a base di
pizza e patatine fritte. E per la
prima volta, dopo enormi discussioni, eravamo tutti sereni
a un tavolo. E al momento di
pagare Eatwood si alzò e ci
disse: “Non preoccupatevi…
ci penso io. Vado a chiedere
il conto e poi dividiamo per
5, non per 6, così quantomeno
mi offrite la pizza”.
7
8
Cinema
Settembre 2011
Visto abbastanza?
di Francesco Fontana
Versione restaurata del celebre film e retrospettiva su Audrey Hepburn a Roma
I cinquant’anni di Colazione da Tiffany
Quando qualcuno mi scrive:
vedendo uno dei tuoi film il
mondo mi è sembrato meno
negativo, io mi sento appagata
Audrey Hepburn
Compie cinquant’anni Colazione da Tiffany: il film che, nel
corso degli anni, è diventato
sempre più una leggenda e che
ha fatto della splendida Audrey
Hepburn, nel film Holly, una
vera e propria icona di stile,
bellezza ed eleganza.
Intramontabile la scena di apertura del film: Holly, vestita con
un elegantissimo tubino nero e
indossando grandi occhiali da
sole, scende all’alba da un taxi
nella Quinta Strada di New
York, procede a piccoli passi
verso la vetrina della celebre
gioielleria Tiffany dove, con in
sottofondo le note di Moon River,
si ferma a fare colazione con
caffè in bicchiere e croissant,
ipnotizzata dai preziosi esposti. Nel film
il personaggio che interpreta la Hepburn
è una giovane e raffinata prostituta di alto
bordo che, nel vortice
della vita mondana
della Grande Mela,
mira a sposare un
uomo facoltoso per
potersi
permettere
una vita all’altezza
delle sue aspettative
e, soprattutto, i sospirati gioielli di Tiffany.
Come in tutte le favole, però, la storia con il
miliardario naufraga
ancora prima di iniziare e Holly si ritrova, nell’ultima scena
del film, abbracciata
sotto la pioggia a Paul
(George
Peppard),
uno scrittore squattrinato suo
vicino di casa, innamorato di
lei sin dall’inizio della vicenda.
La Hepburn, grazie a questa
interpretazione, ha vinto il premio Oscar come miglior attrice
protagonista. Il film ha anche
il merito di aver reso celebre
Moon River, pezzo di Henry
Mancini e Johnny Mercer, che
si è aggiudicato l’Oscar come
miglior canzone.
Audrey Hepburn in carriera
ha lavorato con grandissimi
registi come, tra gli altri, Billy
Wilder, George Cokor e Blake
Edwards, e recitato al fianco di
attori, i divi del periodo, quali, tra gli altri, Gregory Peck,
Humphrey Bogart e Cary
Grant. Famosa, oltre che per
Colazione da Tiffany, anche per le
interpretazioni nei film Vacanze
Romane, My Fair Lady e Sabrina.
Per celebrare al meglio i cinquant’anni della pellicola è
stata realizzata dall’Academy
of Motion Pictures Arts una
versione restaurata in digitale
blue-ray del film, già presentata il 29 luglio al Samuel Golden Theater di Beverly Hills.
Anche l’Italia è pronta a celebrare l’evento: sarà predisposta
infatti al Festival Internazionale del Cinema di Roma, dal
27 ottobre al 4 novembre, una
retrospettiva dedicata all’attrice intitolata “Audrey a Roma”,
durante la quale verrà anche
proiettata la nuova versione di
Colazione da Tiffany.
Il volto e lo charme di Audrey Hepburn sono da tempo simbolo di moda e tendenze
per metterti in contatto con noi:
[email protected]
Cinema
Settembre 2011
9
Visto abbastanza?
di Stefano Campostrini
Da vedere e apprezzare più volte questo lavoro di Michael Mann
Heat: la realtà supera la finzione
A tre anni dall’uscita del loro
ultimo film insieme, andiamo a
riscoprire quella che è rimasta,
fino appunto al 2008, la pellicola che li ha visti comparire
insieme in una stessa scena. Ci
riferiamo a “Heat - la sfida” e
i cinefili o i più appassionati ricorderanno senza difficoltà che
i due protagonisti sono Al Pacino e Robert De Niro. Due dei
massimi rappresentanti del cinema mondiale e senza dubbio
meritatamente considerati tra i
migliori attori di sempre. Era il
1995 e il regista Michael Mann,
già apprezzato autore della serie televisiva Miami Vice -che
ha poi trasportato sul grande
schermo qualche anno fa-, li
scelse per uno dei suoi film più
riusciti, non solo per l’interpretazione dei due “mostri sacri”
ma per una completa ed efficace messa in scena del genere
poliziesco. La classica trama
a “guardie e ladri” si rivela in
tutto il suo interesse, elaborata
per oltre due ore e mezza che
trascorrono senza difficoltà,
talvolta con il fiato sospeso, in
altri casi con la mente concentrata negli sviluppi psicologici
dei personaggi, altre volte ancora nell’intento di prevedere gli
sviluppi delle vicende ed eventualmente sostenere la fortuna
di uno o dell’altro contendente.
Al Pacino interpreta il detective Vincent Hanna, istrionico,
integerrimo, zelante, dedito al
lavoro tanto da trascurare senza troppa modestia gli affetti
ed in particolare la moglie, la
sua terza. Il suo
contraltare è invece impersonato da
De Niro, il rapinatore Neil McCauley, più introverso,
gentiluomo ma anche crudele e senza
scrupoli. Violento
quanto basta ed
altrettanto tormentato interiormente,
in cerca di serenità
ed infine forse pentito della sua scelta
di vita. Entrambi
appassionati
nel
loro mestiere, inarrestabili e decisi Un dialogo rimasto negli annali, Pacino e De Niro danno il meglio di sè stessi
ad andare fino in fondo, uno meglio l’intenzione realista del Portman nel ruolo della figlia
per incastrare il nemico, l’al- film intero, in cui niente è sta- del detective. La trama è comtro per vendetta e convinto di to ricostruito in studio. Fonda- plessa, gli intrecci e gli sviluppi
non tornare mai più in prigio- mentale inoltre l’apporto della delle storie parallele trovano il
ne. Schermaglie dal loro ormai musica, mai esagerata o sotto loro spazio per mostrare infine
leggendario dialogo al tavolo di tono ma che crea un tappeto so- una visione complessiva di queun ristorante, davanti ad una fisticato. Il compositore Elliott sto noir. Ridefinisce il genere,
tazza di caffè come due vec- Goldenthal e la collaborazione lo porta quasi a livello di un cachi amici, confronto-scontro di Brian Eno l’hanno resa elet- polavoro e diventa di diritto un
tronica e mai orchestrata, una film tra i migliori del suo decenscelta efficace con il senno di nio, come non se ne vedevano
poi, per privilegiare l’attitudine da anni, permettendo a Mann
moderna del film. La fotografia di lasciare la sua firma nel cidel “nostro” Dante Spinotti ha nema.
reso le ambientazioni e le parti- Sicuramente consigliato a chi
colari scene notturne di grande non lo ha ancora visto e anche
intensità, valorizzate da una re- guardandolo più e più volte vale
gia e da inquadrature studiate, tutta la sua grandiosità.
garantendo enfasi
e narrazione adatti
quando richiesto.
Un film tanto personale e costruttivo
nella prima parte
quanto d’azione e
alla resa dei conti
tra rivali nella sceneggiatura nella seconda. Il
e nell’interpretazione. La loro ritmo è scorrevole
voglia di competizione è sta- e in buona parte
ta pienamente soddisfatta e serrato, la lunghezlo spettatore si trova immerso za da il tempo di
nell’atmosfera che viene di vol- apprezzare i persota in volta proposta. Merito an- naggi. Oltre ai due
che di due importanti scelte che protagonisti infatti
rendono un film credibile ed troviamo altri attori
emozionante. La prima è data di grande calibro,
dalla terza protagonista, una tra cui Val Kilmer,
Los Angeles davvero bellissima il complessato colnella sua essenza metropolitana lega di McCauley,
americana. Ritratta di giorno o Jon Voight, aiutandi notte, durante scene di azio- te fuorilegge e una
ne o di meditazione, rende al giovane
Natalie
10
Cinema
Settembre 2011
Visto abbastanza?
di Ernesto Pavan
Il nuovo Conan delude gli appassionati e, a dire il vero, chiunque altro
L’era Hyboriana non è mai stata così lontana
Il cimmero creato da Robert
E. Howard ha sempre avuto
un rapporto ambiguo con il
grande schermo. Conan il barbaro
del 1982, diretto da John Milius, mostrava un protagonista
troppo introverso e riflessivo
rispetto a come appariva nelle storie di Robert E. Howard,
ma dipingeva in modo superbo
l’Era Hyboriana in cui egli si
muoveva. Il suo seguito, Conan
il distruttore, deluse gli spettatori per la superficialità della
trama e la netta censura della
violenza. Questo nuovo Conan
lar Zym (partecipante, assieme
a Conan, in uno dei duelli più
brutti che la storia della cinematografia ricordi) e sua figlia
Marique (una Rose McGowan
prigioniera tanto di un pessimo
copione quanto del costume
succinto); ma anche questa non
è sufficiente a riscattare il film.
L’obbligatoria storia d’amore
fra il protagonista e la monaca
Tamara è la ciliegina sulla torta di fango che è Conan il barbaro
del 2011: complice probabilmente un cattivo montaggio,
la relazione fra i due piove dal
Alcune scene del film e i due protagonisti
(qui sotto Jason Momoa)
il barbaro non pecca sicuramente riguardo l’ultimo elemento:
la brutalità dell’epoca selvaggia
in cui si svolge la vicenda è celebrata in ogni momento, dando vita a un’atmosfera simile a
quella dei racconti. Peccato che
molte di queste scene di violenza, in particolare gli scontri di
massa, appaiano uguali fra loro
e che, inframmezzate a esse, vi
siano sequenze altrettanto poco
variegate (provate a contare il
numero di processioni e carovane di schiavi che appaiono
nel film), col risultato che il film
appare di una lentezza e di una
monotonia esasperanti. A ciò va
aggiunta l’assoluta mancanza di
profondità dei personaggi, ciascuno prigioniero del proprio
ruolo: l’eroe che non deve chiedere mai, il fedele compagno,
l’interesse amoroso del protagonista. L’unica punta di originalità è il rapporto più o meno incestuoso fra l’antagonista Kha-
nulla e appare completamente
ingiustificata.
Parlando di Conan, quello interpretato da Jason Momoa è
quanto di più lontano si possa
immaginare dal personaggio
di Howard. Il “vero” Conan
era astuto, orgoglioso e per certi aspetti onorevole; questo è
semplicemente brutale. Mentre
il Cimmero del regista Marcus
Nispel (ispiratosi in questo a Milius) è dominato dal desiderio di
vendetta, quello di Howard era
un individuo complesso e ambizioso, che non aveva bisogno di
un trauma infantile a guida della propria vita. L’unico aspetto
positivo è che Momoa ha una
presenza scenica indubbiamen-
te superiore rispetto ad Arnold
Schwarzenegger, che interpretò
Conan nei film precedenti; per
quanto l’attore hawaiano paia
più bravo a ringhiare e a urlare
piuttosto che a dialogare normalmente.
Costumi e scenografia sono
molto più scadenti rispetto a
quelli del predecessore, che almeno l’ingenuità poteva giustificare. Non ci sono scuse per
un film del 2011 in cui Conan
gira a torso nudo per la maggior
parte del tempo, né per le riproduzioni di armi di scarsa qualità (con un budget di 90.000.000
$ avrebbero potuto permettersi
qualcosa di meglio delle pentole
in acciaio inox). Lo scenografo
doveva avere una gran penuria di elementi se ha usato le
stesse due colonne spezzate in
una scena su due; per non parlare di quando la nave/dimora
su ruote di Khalar Zym viene
usata come ariete per sfondare
un muro di pietra, ovviamente
senza subire il minimo danno,
o della dicotomia, vagamente
pruriginosa e del tutto contraria allo spirito del genere, fra
la “brava ragazza” bianco- e
lungovestita e la “cattiva” seminuda (nei racconti Howard,
entrambe sarebbero state seminude).
Questo nuovo Conan il barbaro è
una grossa delusione per chi si
aspettava un film più moderno
e, soprattutto, fedele ai canoni
howardiani rispetto all’omonimo del 1982. Anzi, nel caso del
film di Milius c’erano perlomeno diverse citazioni dai racconti
dello scrittore texano (anche se
non tutte si riferivano a opere
del ciclo di Conan); quello di
Nispel mette in scena una storia
preconfezionata vista al cinema
centinaia di volte, relegando le
fonti originali in qualche parentesi narrata da una voce fuori
campo. Anche abbandonando
il punto di vista degli appassionati del genere, Conan il barbaro
del 2011 rimane un film mediocre, che non offre spunti e fa pochi sforzi per intrattenere il pubblico. Decisamente da evitare.
Libri
Settembre 2011
11
È la stampa, bellezza
di Ernesto Pavan
Fra dialoghi farlocchi e descrizioni acerbe, Fred Vargas non lascia soddisfatti
Cloppiti cloppiti clop. Arriva Hellequin.
A qualcuno interessa?
La cavalcata dei morti è uno di
quei libri che sarebbero buoni
libri, non fosse per quella sfilza
di errori di stile che gli ignoranti scambiano per “stile” e basta
che li rendono inutilmente pesanti. Il punto di vista cambia
da un personaggio all’altro senza il minimo preavviso, confondendo il lettore; i paragrafi sono
divisi a casaccio (spesso troviamo una riga vuota e, subito
dopo, l’azione riprende da dove
si era interrotta); l’autrice ha il
terrore che i lettori non comprendano i dialoghi e li riempie
di interpolazioni che, in realtà,
non servono a niente (il classico “«Vai al diavolo!» disse con
rabbia”). Sempre a proposito
dei dialoghi: sono inverosimili,
plastificati, spesso puro strumento del narratore per fornire a chi legge una sequenza di
informazioni da enciclopedia
su questo o quell’elemento della
storia. Peccato, perché la vicenda narrata è molto interessante
e avrebbe avuto il potenziale
per esserlo ancora di più, se non
fosse stata popolata da personaggi bidimensionali con una
tendenza preoccupate al macchiettismo (si pensi a Danglard
o a Emeri); fra i pochi a salvarsi
c’è il protagonista, Adamsberg,
la cui umanità e il cui acume
suscitano
immediatamente
grande simpatia. Purtroppo,
i personaggi secondari sono
spesso poco più che lampi di visioni romantiche difficilmente
confondili per esseri umani.
Nonostante tutto ciò, La cavalcata dei morti si legge con un certo piacere. Merito dell’abilità di
Vargas nel costruire una storia
colma di assurdità, di grottesco
e di surreale, a cui è facile rimanere incollati nonostante le
numerose divagazioni che caratterizzano il lavoro di questa
autrice. Del resto, si dice che
Vargas scriva ciascun romanzo nel corso di 21 giorni; ogni
scrittore, di fronte al desiderio
di finire un libro in fretta, ha
sempre la tentazione di inserire
pagine e pagine scritte in preda
al flusso di coscienza a cui dare
poi un senso in fase di revisione. A volte funziona, a volte no.
La cavalcata dei morti è un romanzo dal ritmo lento, uno
di quelli da poltrona, sigaro e
rum; il genere di libri che alcune persone possono gradire, altre (più interessate a una
trama e a uno stile solidi) no.
Personalmente, ci sentiamo di
consigliarlo solo a quei lettori
molto pazienti che sono pronti
a sopportare uno stile non esattamente finissimo e, in alcuni
punti, piuttosto grossolano.
Una disponibilità che secondo
noi non andrebbe mai chiesta
assieme a venti euro.
Fred Vargas, La cavalcata dei
morti, Einaudi, pp. 428, € 19,00
12
Tempo libero
Settembre 2011
Nessun uomo è un fallito se ha degli amici
di Ernesto Pavan
Lady Blackbird: un gioco a scenario che stupisce
Un’avventura nel grande, selvaggio Lassù
Di solito non amiamo i giochi
a scenari, ossia quelli che presentano una situazione iniziale fissa e, a volte, addirittura
personaggi precostruiti. Questo è una piacevole eccezione.
Lady Blackbird (di John Harper,
gratuito) ha un’ambientazione
tanto affascinante, personaggi tanto versatili e un sistema
così interessante da presentare un’attrattiva per qualunque
giocatore di ruolo e avere anche una buona rigiocabilità.
Cyrus Vance e guidata da una
ciurma a dir poco bizzarra (lo
stregone Kale Arkam e il mutaforma Snargle). Poco prima
dell’inizio del gioco la Howl
è intercettata da una nave da
guerra imperiale, al che Vance
dà una cattiva notizia a ciurma
e passeggeri: oltre a essere un
contrabbandiere, egli è anche
un notissimo e ricercatissimo
disertore dall’esercito dell’Impero. Da qui in poi si comincia.
Come è facile intuire, ciascun
bizzarre e divertenti ricompensandoli con nuove caratteristiche per i loro personaggi,
dadi bonus e quant’altro. Una
meccanica molto interessante è
quella delle “scene di Refresh”:
quando un giocatore ha esaurito la propria scorta di dadi, lui
e un altro possono creare una
scena in cui i loro personaggi
hanno modo di approfondire
la reciproca conoscenza. Alla
fine della scena, entrambi recuperano i dadi spesi e tutti
È importante notare che questi
difetti non compromettono il
divertimento, che (nel nostro
caso e a giudicare dalle numerose testimonianze che abbiamo trovato) è praticamente
garantito.
Di Lady Blackbird sono stati fatti numerosi hack, varianti con
ambientazioni diverse e regole leggermente modificate. Ne
abbiamo vista una per il West
americano, una per l’universo
di Star Wars, una piratesca e
La situazione iniziale di Lady
Blackbird sembra tratta da un
film di cappa e spada, se qualcuno di tali film fosse ambientato nello Spazio solcato da
navi magiche. La nobile Natasha Syri è in fuga da un matrimonio combinato per andare a trovare il suo vecchio amore, il re dei pirati Uriah Flint;
si è imbarcata con la sua guardia del corpo, l’ex-gladiatrice
Naomi Bishop (una simpatica
ragazza in grado di rompere
il cemento a mani nude) sulla Howl, nave di contrabbandieri comandata dal capitano
giocatore interpreterà uno dei
cinque ruoli disponibili, pertanto il gioco è per un massimo
di sei persone (cinque giocatori
e un Game Master). Compito
del Game Master è gestire le
risposte dell’ambiente (inclusi i personaggi non giocanti)
alla azioni dei protagonisti e
sfruttare tali spunti per creare
assieme ai giocatori una storia avventurosa e interessante.
Il sistema di gioco è un ibrido sacrilego (ma abbastanza
ben riuscito) di svariati altri
e, fondamentalmente, spinge
i giocatori a creare situazioni
sanno qualcosa di più su di
loro (perché Lady Blackbird
non ama il suo futuro marito?
Cosa spinse Vance a disertare?
E via dicendo...). Il metodo di
risoluzione dei conflitti, purtroppo, è meno elegante: non
ci sono poste dichiarate (“Voglio ottenere questo”) e non è
chiaro chi ha facoltà di narrare
gli esiti. Trattandosi di un’opera di John Harper, famoso per
rispondere “Non lo so, ma la
vostra ipotesi sembra interessante” a domande sulle meccaniche fondamentali dei suoi
stessi giochi, la cosa non stupisce.
una futuristica. In effetti, uno
scenario e dei personaggi pregenerati fanno di Lady Blackbird
e varianti degli ottimi giochi da
convention o da serata fra amici in cui nessuno ha preparato
nulla; un’ulteriore dimostrazione del fatto che un gioco non
deve essere longevo per essere
divertente. La qualità degli
hack, a ogni modo, è quantomeno fluttuante.
Chi volesse provare Lady
Blackbird può scaricarlo dal sito
ufficiale dell’autore: http://
w w w.onesevendesig n.com/
ladyblackbird/
L’opinione
Settembre 2011
13
Il re è nudo
di Silvano Tommasoli
È il momento dei bilanci di fine stagione
Si spengono le luci dei riflettori:
tout va très bien madame la Marquise?
La stagione Areniana è finita. Ora, si tratta solo di fare i
conti. A Verona, sono molte le
categorie di persone che, carta e penna, dai prossimi giorni
trarranno i primi bilanci. Ad
esempio, gli esercenti dei locali
pubblici. Ristoranti, pizzerie e
bar della Città Antica hanno
avuto tre mesi di tempo buono,
a volte caldissimo. E un afflusso
di turisti assetati e affamati che
– nonostante la evidentissima
crisi economica – hanno speso
volentieri. D’altra parte, visto
che la vacanze di permanenza
sono solo un ricordo, vuoi che,
se faccio un mordi e fuggi dalla
mattina alla sera a Verona, non
mi conceda una pizza, o un gelato, seduto di fronte all’Arena?
Dunque, ci sono difficoltà economiche come dalla fine della
Seconda Guerra Mondiale nessuno aveva visto mai. Ma, paradossalmente, ci si lascia andare
con più autobenevolenza a quelle piccole concessioni che sono,
oggi, dei veri e propri lussi. Una
famigliola di quattro persone,
per consumare una pizza, una
coca e un gelato in Piazza Bra
spende più di un centone, a patto che nessuno prenda una di
quelle fantasmagoriche coppe
gelato della Casa che, spesso,
costano quanto una pizza, se
non di più.
Insomma, la stagione dovrebbe
essere andata abbastanza bene.
Infatti i turisti, nella nostra bella città, non hanno motivo di
fermarsi più che dalla mattina
alla sera (le statistiche ufficiali,
fino allo scorso anno, parlavano di un soggiorno medio pro
capite di un giorno e mezzo di
permanenza) perché a Verona,
se alla sera si va all’Arena, di
giorno non c’è molto da fare, a
parte lo shopping che è, per lo
più, riservato al target altissimo.
E adesso li vedo, i miei dodici
seccatissimi lettori, che sobbalzano sulla sedia, scagliano lontano il giornale (No, non fatelo
ragazzi! Che state leggendo un
periodico on line, e non conviene gettar via il PC o, peggio, il
vostro nuovo iPad) e sibilano
“Ma che cosa dice, ‘sto mona?
E i musei? Castelvecchio, Palazzo Forti, il Civico di Storia
Naturale? Abbiamo perfino un
Museo Africano!”. Ecco, appunto. Almeno al Museo Africano hanno dedicato l’estate
ai giocattoli africani, con una
mostra intitolata Tesori nella discarica. Ma a Castelvecchio l’ultima mostra è finita in gennaio.
Palazzo Forti propone le opere
della collezione in un nuovo
allestimento, e meno male che
han tirato fuori dagli armadi una Madonna con Bambino di
Pio Semeghini che, per chi ha
un ricordo personale del Maestro, vale il prezzo del biglietto.
Il Museo di Storia Naturale è
sempre interessantissimo, ma
è ospitato in una sede decisamente inadeguata. Per fortuna,
alla Casa di Giulietta sono in
mostra le Medaglie d’Amore,
vicino al (falso) balcone e a tutti
quei simpaticissimi bigliettini
appiccicati con il chewingum
dagli innamorati.
Ecco, adesso forse è più chiaro
perché i turisti�����������������
, a Verona, assistono all’opera, mangiano una
pizza e se ne vanno. D’altra parte, se è vero che si vuole far diventare la nostra qualcosa come
“la città degli sposi”, visto l’innarrestabile calo di matrimoni
vrintendente Girondini, un’antipatica scena alla quale abbiamo personalmente assistito,
quando un disabile in carozzina
e visibilmente autosufficiente,
accompagnato da persona munita di biglietto di platea, non è
stato fatto entrare perché non
provvisto, a sua volta, di un ridotto del costo di euro diciotto.
L’Arena di Verona è, probabilmente, l’unico grande teatro nel
quale i disabili, anche assolutamente autosufficienti, devono
pagare un biglietto ridotto per
sé e uno intero per l’accompagnatore. Che si voglia ottenere
a causa anche delle difficoltà così il pareggio di bilancio della
economiche, ci sembra che que- Fondazione dopo i ripetuti tagli
sta scelta di posizionamento tu- delle finanziarie estive?
ristico della nostra città
sia coerente con lo stato
di abbandono dell’arte
e della cultura in generale che si sta soffrendo in riva all’Adige. A
parte in Arena, comunque. Dove, quest’anno, è stato allestito un
cartellone degno degli
anni migliori – sovrintendente Carlo Alberto
Cappelli, per intenderci. O il suo successore
Renzo Giacchieri – con
una splendida Boheme e una non inferiore
Traviata, la certezza di
Aida e un coinvolgente
Nabucco. Unico neo, da
segnalare alla sensibilità della direzione della
Fondazione e del so-
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Viaggi
Settembre 2011
Giro giro tondo, io giro intorno al mondo
di Alice Perini
Per rivedere la strada, il rifugio, la montagna. E quella targa monca, in loro ricordo
Se quel viaggio è una promessa…
Esistono cammini senza viaggiatori. Ma vi sono ancor più
viaggiatori che non hanno i
loro sentieri
Gustave Flaubert
Vi è mai capitato di viaggiare
per qualcun altro? Di sostituire
qualcuno che avrebbe dovuto
partire al posto vostro? Un imprevisto scompone l’equilibrio
di chi avrebbe dovuto mettersi
in cammino e voi, con vita vostra al seguito, ci siete dentro:
tocca a voi mettere tutto in ordine, riorganizzarvi e andare.
Viaggio di lavoro (perché non
dire “lavoro in viaggio?”) o
vacanza-villeggiatura (non uso
“ferie”, mi sembra una parola che sa di malattia) non importa. È il vostro turno, che vi
piaccia o meno.
E i vostri compagni di viaggio?
Alcuni, in pochi, sostengono di
mediatico-informatico del last
minute, last second, 2x1. Se oggi
esistono sentieri per tutti, organizzatissimi, accessoriatissimi
e all-inclusivissimi (vi siete mai
chiesti cosa si potrebbe ancora
includere nell’all-inclusive?), qualche tempo fa erano i sentieri
voler partire soli. Nessuno lo
fa, perché per soli che si possa
essere, si sarà pur sempre in
compagnia di se stessi, nel bene
e nel male.
Flaubert era preoccupato per
quei viaggiatori senza sentieri, ed era giusto così; se avesse
potuto contare sull’amico Tomtom, forse non si sarebbe posto
questo problema. D’altronde,
nessuno si era ancora preso la
briga di scatenare il tam-tam
(quelli di ghiaia) a scarseggiare.
Oggi, invece, di percorsi ce n’è
per tutti e per ogni tasca, anche
per quelle bucate, dati i prestiti
e i finanziamenti cui in molti
ricorrono. Con Tan – Taeg si faranno i conti più tardi, anche
dopo un mese dal rientro.
A dire il vero, mentre noi ci
preoccupiamo di strade materiali, l’inquietudine di Flaubert
era di tutt’altro genere e spessore: in poche parole, un tormen-
to nel vedere viaggiatori allo
sbando, senza strada morale,
etica, onesta, virtuosa e… Meglio cambiare direzione.
«Esistono cammini senza viaggiatori». Per voi cosa significa?
Se avessi letto questa frase
qualche mese fa, non l’avrei
capita fino in fondo.
Perché, in fin dei conti, se un cammino c’è,
vorrà dire che qualcuno l’avrà inaugurato. Prima ancora costruito. Prima ancora
pensato. Forse, prima
ancora di pensarlo, lo
si è desiderato, se n’è
sentita la mancanza.
Ora so che può essere vero, almeno in
parte, perché può esistere nella realtà un
cammino con tanti
viaggiatori.
Meno
uno. Meno due, cinque o mille. Qualcuno,
purtroppo,
potrebbe mancare.
Ecco che bisogna rimediare, soprattutto se in ballo
c’è una promessa.
È strano arrivare al rifugio Pederù, nel comune di San Vigilio di Marebbe, piccolo comune
delle Dolomiti dell’Alto Adige,
in provincia di Bolzano. È strano perché non vorresti perderti
nemmeno uno scorcio di quello
che vedi attorno stando incollata al finestrino della macchina.
Vuoi fissare ogni cosa che pensi
sarebbe stata oggetto di curio-
sità del viaggiatore che non c’è:
avrebbe guardato con gli stessi
occhi i contadini che raccolgono le patate di montagna?
Avrebbe confrontato il granoturco della Pianura Padana
con quello che cresce a quasi
1000 metri d’altitudine? Si sarebbe fermato per fare qualche
foto a un campo di fiori? Forse
sì, perché in pianura, di prati
così, non se ne vedono.
Entri nel Parco Naturale Fanes – Sennes – Braies, percorso obbligato per raggiungere il
rifugio, e ti chiedi se di notte
non venga qualche folletto a
sistemare i tronchi degli alberi,
perfettamente diritti, ordinati
e belli. Non vedi l’ora di scendere dalla macchina. Sai bene
di viaggiare al posto di qualcun
altro sul suo sentiero; sai anche
che lui sarebbe già con la mano
sulla maniglia della portella
della macchina, pronto per rivedere quei luoghi, dopo quarant’anni.
1966-1969: quattro anni e chissà quanti alpini per costruire
quella strada che dal Pederù
arriva al rifugio Fodara Vedla.
1545-1965: 420 metri di dislivello per 2,8 Km di un sentiero
a tornanti che si arrampica su
per la montagna.
Come avranno fatto a tracciare
questa serpentina tra la roccia?
Il tritolo sì, serviva proprio,
piazzato nel punto giusto e
nella giusta quantità; anche il
piccone dev’essere stato utile,
almeno quanto le braccia di chi
lo usava.
Forse, vi starete chiedendo per
quale motivo dare così tanta
importanza a un tracciato tra
la roccia: perché far lavorare
tutte queste persone per neanche mezzo chilometro, a quasi
2000 metri di quota? Chissà
quante volte se lo sono chiesto
gli alpini del ’66-’69, anche
perché proprio questa strada
si innesta nella vecchia rotabile che collega il rifugio Fodara
con il Sennes, dove proprio in
quegli anni il Genio Pionieri
Tridentina completò un’altra
difficile opera: la costruzione
di una striscia d’atterraggio per
Viaggi
Settembre 2011
15
Giro giro tondo, io giro intorno al mondo
aerei leggeri a 2122 metri di
altezza, la più alta in Europa.
Eppure, per chi abita da queste
parti, quel sentiero dev’essere
stata una conquista, un avvenimento. Lo si capisce quando
chiedi al vigile urbano, in servizio al Pederù, se sei nel posto giusto, se quello che cerchi
è proprio lì. Il fatto è che non
stai cercando l’Arena a Verona
o il Duomo a Milano. Sei alla
ricerca di un sentiero. In mezzo
alla montagna. Costruito oltre
quarant’anni fa. Hai paura di
sentirti rispondere un qualcosa
del tipo “non so, non ero ancora nato” o “qui è pieno di stra-
dine tutte uguali”; invece, devi
ricrederti.
Vai al tabellone commemorativo della costruzione del percorso e cerchi il nome. Non lo
trovi, ma non ti preoccupi perché sai di aver scorso l’elenco
troppo in fretta, presa dalla frenesia di trovare davvero quel che
cerchi. Non lo vedi, e ripassi
ancora tutti i nomi e i cognomi.
Non c’è. Pensi di essere proprio
sfortunata: si son dimenticati
proprio di lui. Ne trovi uno che
porta il suo stesso nome. Non è
che si son sbagliati e gli hanno
affibbiato un cognome sbagliato? Vorresti avere un indelebile nero con punta sottile per
correggere l’errore o, al limite,
per aggiungere in fondo il suo
nome. Sei delusa tanto quanto
sarebbe deluso lui nel vedere
questa lavagna “monca”. Sai
che gli si erano gelate le orecchie a forza di dormire fuori in
tenda in mezzo alla neve per
questa strada; almeno il nome
ci doveva essere. Poi pensi che
su quel tabellone compaiono
troppi pochi nomi: forse una
trentina. Impossibile che in
quattro anni abbiano lavorato
solo 30 persone. Ora è chiaro!
Quelli sono gli ufficiali, i tenenti e gli alti in grado; gli alpini,
quelli, non li hanno nominati.
Problemi di spazio, certo. Problema di riconoscenza? Certo,
perché è disarmante constatare
che su quella targa manca ciò
che vorresti leggere, un ringra-
ziamento per tutti gli alpini che
lì hanno passato anche diciotto
mesi. Bastava la solita frase di
rito, quella che si sente un po’
dappertutto nelle grandi occasioni.
La tua occasione, invece, è
oggi. Non puoi rimanere incollata lì al tabellone con quello
che ti circonda: sembra non ci
sia altro che montagne lì a San
Vigilio, mentre basta una passeggiata per accorgersi che c’è
tanta gente, molti giovani con
sacco a pelo, genitori con carrozzine al seguito, escursionisti
esperti e quasi tutti ti salutano.
C’è una distesa di pino mugo, il
classico ruscello con dell’acqua
vera, quella trasparente, inodore e insapore e non la solita
acqua cui sei abituata (quella
dei fossi grigiolina-marroncina con tante bollicine e tanta
schiuma). C’è il rifugio in legno
chiaro con i balconi tappezzati di gerani. C’è lo speck con
il timbro dell’Alto Adige e lo
strudel con le mele. Anche se
non li hai visti, sai che da qual-
visita il sito internet di “Verona è”
www.quintaparete.it
Alcune immagini dei paesaggi che si
incontrano nelle valli dell’Alto Adige
tra sentieri rocciosi e verdi vallate
che parte spuntano i funghi e le
stelle alpine. Sai di essere stata
fortunata perché hai visto cinque cerbiatti e nessuna vipera.
Sulla strada della Val Pusteria,
ormai sulla via del ritorno, hai
curiosato (perché solo quello
potevi permetterti…) al negozio del Loden, quello originale.
Non prendi più l’autostrada a
Bressanone, perché è qui che
ti vuoi fermare. Chiedi della
caserma Vodice e scopri che
ha preso la strada di un centro
commerciale; allora passeggi
per il centro storico di Brixen,
dove tutto è perfetto e pulitissimo, quasi finto. Un altro mondo, per te che abiti a 300 chilometri di distanza.
Non possiamo sapere come
avrebbe viaggiato chi non ha
potuto essere con noi oggi.
Per questa volta, però, ciò che
conta è aver viaggiato. E aver
restituito a quel cammino il suo
viaggiatore.
16
Viaggi
Settembre 2011
Houston, abbiamo un problema
di Alice Perini
Mettetevi in viaggio sulla linea del tempo: è l’ora del Friuli!
Qui è tutta un’altra Storia…
come la vicina Venezia: la sua
struttura urbana si è originata
in modo spontaneo nel tempo,
senza seguire le direttive di alcun piano regolatore. Semplicemente, là dove c’era il posto per
qualche mattone si è dato forma
a una casa con leto, fogo e balaor
(ballatoio esterno); case che a distanza di anni sono state in gran
parte ristrutturate, acquistate, o
affittate, dagli Austriaci per le
vacanze estive. Un centro storico davvero grazioso, ordinato
e scenografico, con scalinate e
balconi ricchi di fiori di ogni colore, con locali, taverne e osterie
“d’altri tempi”.
Dall’intimità del cuore di Grado
agli spazi aperti della sua laguna, circa 12 ettari di un ambien-
Non c’è bisogno di viaggiare
nel tempo per essere degli
storici
Isaac Asimov
Se vi venisse offerta la possibilità di viaggiare nel tempo, a
quale punto della storia vorreste
fermarvi? Ai tempi dei Romani
o intorno al 1300, in pieno Medioevo? Preferite forse una sosta
intermedia, tra il VI e l’VIII secolo dopo Cristo, quando i Longobardi, guidati dal re Alboino,
si stabiliscono da queste parti,
nel Friuli Venezia Giulia? O vi
accontentate di scendere alla
prima fermata, a un centinaio
d’anni da oggi?
Se non avete fretta, date un’occhiata a ciascuna di queste tappe, perché ognuna di loro è parte della storia. Potrete scegliere
l’ordine che preferite, visto che il
viaggio è, come sempre, anche il
vostro; questa è solo la mia proposta.
Procedendo in direzione di
Monfalcone, a una ventina di
chilometri da Trieste, trovate
Duino, località la cui fama è legata ai suoi due castelli, quello
vecchio, dedicato, come vuole
la tradizione, al culto del dio
Sole, e quello nuovo, attuale dimora dei Principi della Torre e
Tasso. In posizione fortunata, il
vecchio castello era inespugnabile, tanto che nel 1369 anche
i Veneziani, durante la guerra
contro Trieste, dovettero desistere. Qualche anno più tardi,
tal Ugone di Duino, capitano
di Trieste, pensò che era ormai
giunto il momento di adeguarsi alla moda: il maniero, infatti,
era tanto inattaccabile quanto
angusto.
Nacque così, nei primi anni del
1400, il nuovo castello: più spazioso ma pur sempre arroccato
su una rupe a strapiombo sul
mare. Rinnovata più volte nel
corso dei secoli, dopo le scorrerie musulmane, la minaccia delle incursioni turche e le Guerre
Mondiali, la fortezza, visitabile
dal 2003, appare oggi come un
complesso di edifici di epoche
diverse affacciati su un cortile
interno e circondati da un parco di alberi secolari. A proposito
di natura, il consiglio è di percorrere la passeggiata intitolata
al poeta Rainer Maria Rilke,
ospite, nei primi del ‘900, dei
Principi della Torre e Tasso. Il
sentiero si snoda tra le rocce calcaree e pareti a picco sul mare,
per poi inoltrarsi nella macchia
mediterranea: la vista spazia
lungo tutta la riviera triestina,
dalla baia di Sistiana, una delle
più suggestive dell’Alto Adriatico, alla laguna di Grado, dalla
costa istriana alle Dolomiti.
Dagli anni 1943-1945, epoca in
cui venne costruito per la Kriegsmarine tedesca il bunker, oggi
visitabile, del castello di Duino,
al 3 novembre 580, giorno (probabile) in cui, in quel di Grado,
l’arcivescovo di Aquileia consacrò la nuova chiesa a Sant’Eufemia di Calcedonia, una delle
basiliche paleocristiane più vecchie in Italia, miracolosamente
sopravvissuta a guerre e invasioni. Sant’Eufemia era la chiave del centro storico di Grado, il
luogo sicuro in cui i suoi abitanti
(Aquileiesi compresi) correvano
a rifugiarsi ai tempi delle incursioni barbariche.
Nonostante la storia di questa
cittadina si intrecci con quella
di Venezia e Aquileia (“Figio, recordete che Gravo xé figia de Quileia
e mare de Venessia”), Grado può
vantare un passato da vera pro-
tagonista, soprattutto
come luogo di cura termale. Tutto iniziò nel
1873, quando Giuseppe
Barellai, medico fiorentino, promosse, proprio
a Grado, l’elioterapia
marina per i bambini
linfatici; qualche anno
più tardi, nel 1890, venne aperto il primo centro balneare, mentre
nel 1892 l’imperatore
Francesco
Giuseppe
d’Austria conferiva a
Grado la denominazione di “luogo di cura”.
Da allora, la città è
una delle mete termali
dell’Alto Adriatico preferite dagli Austriaci.
Grado vecchia è un intreccio di
vie, o meglio, di calli, proprio
In questa pagina dall’alto:
il Castello di Duino
e due scorci di Grado vecchia,
dove il tempo sembra si sia fermato
Viaggi
Settembre 2011
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Houston, abbiamo un problema
te la cui principale costante è la
sua capacità di trasformarsi: il
ritmo delle stagioni, l’alternarsi
del giorno e della notte, il trascorrere degli anni disegnano
un ambiente sempre nuovo, con
atmosfere e colori differenti. Si
tratta di un ecosistema unico al
mondo: con il suo caratteristico
fronte di cordoni litoranei lungo
ben 25 Km, occupa una superficie di circa 90 Km2 ed è divisa
in due settori, quello orientale,
la palù de sora, e quello occidentale, la palù de soto. La Riserva
naturale Valle Cavanata, situata nella parte orientale, merita
una visita: riconosciuto il suo
valore internazionale di habitat
riservato agli uccelli acquatici,
la valle è una delle più estese di
tutta la laguna. Una gita in barca per osservare le mote, le piccole isole che affiorano dall’acqua,
e i casoni, l’abitazione tipica dei
pescatori gradesi, nonché l’em-
blema di quella vita semplice
trascorsa in questi luoghi.
Dalla paglia dei casoni, alla pietra di Cividale del Friuli, l’antica
Forum Iulii, cittadina arroccata
sulle rive del Natisone che conserva splendide testimonianze
storico-artistiche. Inserita nella
World Heritage List dell’UNESCO per l’alto valore dei monumenti lasciati dai Longobardi
tra il VI e l’VIII secolo (assie-
me ad altri sei luoghi sparsi per
tutt’Italia), Cividât no jè une vile,
ma une ponte di citât, ovvero, Cividale non è un paese, ma una
piccola città. E come ogni città
su un fiume, anche Cividale ha
il suo ponte, quello del Diavolo,
un passaggio indispensabile la
cui costruzione è legata alla fantasia popolare: si racconta, infatti, che il diavolo abbia aiutato
gli abitanti nell’edificare questa
opera in cambio di un’anima,
quella della prima persona che
La Baia di Sistiana, lungo il litorale triestino
vi fosse transitata sopra. Peccato
(per il maligno) che i Cividalesi
abbiano lavorato di cervello, riuscendo a farsi beffe del demonio: ad attraversare il ponte fu, a
seconda delle versioni, un gatto
o un cane.
Dalla leggenda alla storia,
quella scritta dai Longobardi,
che, qui a Cividale, stabilirono
la loro sede. Tra i monumenti
della lista UNESCO rientrano
ne augustea che comprendeva i
territori di Friuli, Veneto, Trentino, parte della Lombardia,
della Slovenia e dell’Istria. La
sua posizione strategica le consentì di controllare l’Alto Adriatico e l’arco delle Alpi Carniche,
di avere accesso al fiume Natisone, di sfruttare sia la fertile
pianura, ricca di acque, boschi
e argilla che l’altopiano carsico
per le cave di pietra. Il bello di
sia il complesso episcopale, con
la basilica di Santa Maria Assunta, il Tegurium di Callisto,
l’altare di Rachtis,
il Palazzo Patriarcale che l’area della
Gastaldaga (luogo
destinato al gastaldus
regis, rappresentante
del potere del re longobardo nel ducato
del Friuli) con il Monastero di
Santa Maria in Valle, la chiesa
di San Giovanni e il Tempietto Longobardo. Se la fama del
tempietto è ormai nota, tanto
che per molti turisti il nome di
Cividale è associato a questo
monumento, meno conosciuti
sono l’altare di Rachtis e il Tegurium di Callisto, due esempi
ben conservatisi dell’arte scultorea dell’VIII secolo d.C.
Volete ancora camminare nella
storia? Allora dovete ripartire
alla volta di Aquileia, la colonia
militare fondata dai Romani nel
181 a.C., nonché centro d’importanza politica ed economica
per almeno sette secoli, fino a
quando non sopraggiunse Attila. Aquileia mantiene ancora
inalterato un ricco patrimonio
culturale, testimonianza di anni
di grande splendore: divenne,
infatti, caput Venetiae et Histriae,
cioè capitale della decima regio-
A sinistra il Ponte del Diavolo di Cividale,
sopra la Basilica di Aquileia e sotto un
particolare di un mosaico all’interno
Aquileia, il “mercato dell’Italia”
secondo lo storico Erodiano, sta
in tutto ciò che, ancora oggi,
dopo più di duemila anni, è
possibile visitare e rivivere, passeggiando per il foro, con le sue
botteghe, taverne, edifici religiosi e civili, o camminando per
le strade lastricate fino a raggiungere le terme, l’anfiteatro o
i templi. Guardatevi attorno per
immaginare come poteva essere
la vita ad Aquileia e guardatevi
i piedi, perché state calpestando
un mosaico dopo l’altro. Una
visita al Museo Archeologico,
uno dei più importanti, per
ricchezza e varietà dei reperti
qui conservati, di tutta l’Italia
settentrionale: ritratti funerari,
gemme e pietre intagliate, vetri
di ogni colore e trasparenza,
mausolei…
Perché la storia, quella con la S
maiuscola, è passata di qua. Ora
tocca a voi!
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Viaggi
Settembre 2011
Giro giro tondo, io giro intorno al mondo
di Anna Chiara Bozza
Ananas, gamberi, banane e koala di dimensioni kolossal che si palesano all’improvviso
ai lati delle infinite strade dell’Outback per attirare i turisti
Australia, giganti on the road
L’Australia è un grande paese e
lunghe sono le distanze da percorrere in auto. Questa è la caratteristica che l’accomuna agli
Stati Uniti e, proprio come gli
abitanti a stelle e strisce, anche
i compatrioti di Mr. Crocodile
Dundee hanno trovato la stessa soluzione per vivacizzare
il viaggio degli automobilisti:
le attrazioni da strada. Non è
raro trovare queste strutture
che per una qualche particolarità inducono il turista a fare
una sosta per la foto e magari,
dopo la posa di rito, un pasto
nel ristorante lì vicino. Gli australiani sono specializzati in
una branca delle road attraction: quelle giganti. Lungo le
strade del Queensland o del
Nuovo Galles del Sud compaiono ananas, pecore, gamberi
e chitarre enormi. Tra frutti
e animali vari si possono contare ben centocinquanta “Big
Things”.
Un’enorme ananas alto sedici
metri caratterizza il paesaggio
di Woombye nel Queensland.
Ma la Big Pineapple offre sicuramente qualcosa di più di un
semplice foto-stop. Due trenini
conducono i visitatori alla scoperta delle piantagioni di ananas e macadamia e del piccolo
zoo di emu, canguri e vombati.
L’insegna più vecchia di tutta
l’Australia è la banana gigante
del Nuovo Galles del Sud. Co-
struita nel 1964 sulla
Pacific Highway riproduce le coltivazioni presenti nella zona.
Con il tempo attorno
ad essa sono sorte diverse attrazioni tra
cui un tour delle piantagioni e un parco acquatico.
Nel 1973 per attirare l’attenzione degli
automobilisti
sulla
fabbrica di giocattoli di Gumeracha fu
costruito un enorme
giraffa in legno, sostituita qualche tempo dopo da
una serie di cavalli a dondolo.
La struttura attuale, il Big Rocking Horse, raggiunge ben diciotto metri d’altezza.
Vista poi l’importanza iconica
dei Koala, non stupisce che in
Australia si trovino ben due
costruzioni
rappresentanti
questo animale. Una è situata
vicino ad un parco naturale
che ospita queste graziose cre-
ature, mentre l’altra funge da
facciata per un negozio di articoli regalo.
Ma forse la Big Thing che meglio descrive l’attrazione che
queste strutture gigantesche
esercitano sugli automobilisti è
la pecora gigante. Big Merino,
situata nello stato del nuovo
Galles del Sud e alta quindici
metri, contiene al suo interno
Alcuni degli esemplari più caratteristici delle “Big Things”
un negozio di souvenir e uno
di lana. “Rambo”, come viene soprannominata dagli abitanti locali, si trovava lungo la
Hume Highway. Nel 1992 però
la strada è stata spostata e così
sono venuti a mancare i turisti.
Nel 2007 quindi la decisione:
trasferire l’enorme statua in
una posizione più vicina all’autostrada. Ora “Rambo” è stata collocata in una stazione di
servizio nei pressi della Hume.
Non tutte le strutture, però, godono di vita facile. Alcune, per
la posizione, o per la mancanza
di attrazioni vicine sono state
abbandonate oppure rischiano
la chiusura. È il caso del gamberetto gigante di Ballina. Gli
alti costi di manutenzione e la
chiusura dei negozi gli sono
stati fatali.
L’impressione che si ha osservando questi colossi che si stagliano contro il cielo, e fanno a
pugni con il meraviglioso e selvaggio panorama dell’Outback
australiano, è che la natura da
sola non basti più. Il viaggiatore moderno ha davvero bisogno di queste attrazioni? La
risposta sembra scontata visto
che in tutto il paese si possono
trovare più di un centinaio di
queste strutture. Alcuni li odiano, altri li adorano, ma alla
fine risultano senz’altro un’abile strategia di marketing che
invita i visitatori a fermarsi anche nei piccoli centri. Il turista,
quasi annoiato dalle bellezze
naturali circostanti, ha bisogno
di questi palliativi che gli impediscono di “annoiarsi” durante
i lunghi viaggi in automobile.
Sport
Settembre 2011
19
Quando il gioco si fa duro
di Daniele Adami
Dai piedi agli aerei. E i mezzi di comunicazione. I passi di uno sport mondiale
A spasso con i media, e con sé
L’arte e i giochi ci permettono
di distaccarci dalle pressioni
della routine e della convenzione, di osservare e di dubitare. I giochi come forma d’arte
popolare offrono a tutti un
mezzo immediato di partecipazione all’intera vita di una
società, che l’uomo non può
trovare in nessuna funzione e
in nessun impiego
Marshall McLuhan
Lo sport, lo sappiamo (e lo accettiamo), è un fenomeno sociale e culturale presente in
ogni angolo del pianeta. Ma
si badi bene, questa sua globalizzazione non è esclusiva dei
nostri giorni. È sempre stato
“mondiale”, anche in passato, e
in forme a noi spesso sconosciute. Ciascuna civiltà possedeva
i suoi giochi e passatempi, con
regole e restrizioni particolari.
Pensiamo ai Giochi Olimpici
che si svolgevano nell’antica
Grecia. Non tutti potevano
partecipare. Donne e schiavi
non erano ammessi. La sabbia
delle arene romane, invece, era
affollata di schiavi, mentre il
popolo stava seduto sugli spalti
a osservare. Due realtà molto
differenti fra loro.
I racconti e gli aneddoti degli
storici di quel tempo, o degli
studiosi “più giovani”, hanno
portato alla luce le modalità di
viaggio e i mezzi di trasporto
utilizzati dagli atleti per raggiungere i luoghi dello sport.
Intere settimane trascorse per
terra o per mare, animati dalla
speranza di una vittoria tanto
difficile quanto prestigiosa. E
una volta terminata la competizione, con medaglie o senza,
occorreva riprendere la via del
ritorno a casa.
Abbiamo qui accennato a
eventi sportivi (come le antiche Olimpiadi) per i quali la
partecipazione era spesso su-
bordinata alla necessità di uno
spostamento dalle proprie terre
d’origine. Dove, ossia, si trovavano individui anche stranieri.
Tuttavia, non possiamo dimenticare la miriade di giochi che
venivano praticati unicamente
da persone che vivevano sul
luogo. Giochi “sedentari”. Attività diventate poi (forse) di impronta internazionale, o scomparse nel giro di breve tempo, o
che sono rimaste laddove sono
nate. Attività per le quali, oggi,
non vi sono testimonianze. Nonostante ciò, ognuno di questi
elementi, secondo il parere di
chi scrive, non toglie peso alla
portata mondiale dello sport
del passato. Il ludus, termine
molto caro a Johan Huizinga, è
fortemente legato al concetto di
cultura, e si esprime con i mezzi e i modi che quella cultura
ha a sua disposizione. Fattore
di unione o divisione, il gioco
è prima di tutto un media, un
veicolo guidato da un significato.
Un media che dipende da altri
media. Di trasporto, per esempio. I piedi, poi divenuti chiglie
di navi o ruote di carri. Ruote
mosse da una locomotiva a vapore. Motore a scoppio che si
è insediato in una carrozzeria
di un’automobile. Auto sempre
più complesse e veloci. Aerei
che tagliano fuori intere nazioni e città. Lo sport è stato
influenzato da simili cambiamenti. La mobilità
degli atleti nello spazio, e nel tempo, è un
fattore fondamentale
per la buona riuscita
di un elevato numero
di competizioni. A
Roma e a Olimpia lo
sapevano bene, e noi
abbiamo ereditato
questo loro modo di
pensare e di agire.
Certo, col passare degli anni e dei
secoli v’è stata una
fortissima spinta di
carattere scientifico e
tecnologico, ma il sostrato non è mutato.
paesi per partecipare a un evento totalmente “locale”. Mi riferisco, ad esempio, alla recente
Supercoppa Italiana di calcio
svoltasi a Pechino. Sotto questo
lungo viaggio, non lo si potrà
negare, si celano obiettivi di
stampo aziendale (le società impegnate nella gara). Volontà di
promuovere il proprio nome in
una nazione lontana ed enorme
come la Cina potrà condurre a
un certo guadagno in termini
di immagine e di mercato. Dopotutto, lo sport è business. Lo
sono anche i Giri d’Italia che
scattano dall’estero.
Bisogna dare una colpa allo
sport? Diciamo che esso viaggia assieme ai media (di trasporto, e di comunicazione,
soprattutto) e viceversa. Pertanto, una colpa reciproca. Beati i
tempi dell’assenza dei media di
comunicazione di massa? Non
credo. O meglio, in parte. Molta attività sportiva, in parecchie
sue branche, è degenerata in
altro. Troppi interessi “alieni”
stanno disturbando e distruggendo questo mondo nato dal
Tuttavia, uno sguardo attento
(anche non troppo comunque,
poiché la situazione non è immersa nella nebbia) ci suggerisce che qualcosa è cambiato.
Un cambiamento prodotto,
inoltre, da altri media: di comunicazione. Partite che si disputano a certi orari per motivi
di diritti televisivi. Sfide spesso
distribuite in maniera imbarazzante all’interno di una stessa
giornata o di un fine settimana.
Squadre che si recano in altri
desiderio di fare spettacolo per
passione. Quali sono ora i suoi
desideri? Da un lato, il gossip,
dall’altro, la tenacia di una canoista che risponde al nome di
Josefa Idem. Come non sentire
47 anni sulle spalle e 8 Olimpiadi (l’ottava sarà quella di
Londra 2012). Meglio la seconda opzione. E nel mezzo? Tanta
indecisione.
In alto a sinistra il nuovo stadio di Pechino,
sopra a destra la canoista Josefa Idem
20
Cucina
Settembre 2011
Serviti il pasto, cowboy
di Giulia Cerpelloni
Prepariamo l’orata in umido, secondo la ricetta classica
Cucinare il pesce con il microonde
verso l’utilizzo del microonde,
riscoprirsi un cibo sano, veloce
e facilissimo da preparare: il
pesce.
Pulite il pesce, lavatelo, asciugatelo e poi salate e pepate l’interno. Mettete in un recipiente,
adatto per la cottura a microonde, la cipolla, pomodoro,
prezzemolo, origano, vino, olio,
sale e e pepe, coprite e cuocete
3 minuti a potenza massima.
Ingredienti per 4 persone
1 orata da 1200 gr circa;
1 cucchiaio di cipolla tritata;
50 gr di polpa di pomodoro;
1 cucchiaio di prezzemolo
tritato;
4 cucchiai di vino bianco;
origano, sale e pepe;
3 cucchiai di olio
extravergine d’oliva.
Adagiate l’orata nel recipiente e
irroratela con un poco di condimento. Coprite con la carta
da forno e cuocete 8 minuti a
potenza massima. Irrorate ancora il pesce con il sugo, fate
ruotare il pesce anche dall’altro
lato, copritelo nuovamente con
la carta da forno, e cuocete altri
8 minuti circa.
Fate riposare 5 minuti e servite.
Gnam gnam...cotto e sbafato!
Per alcuni è un oggetto più che
necessario. Per altri è solo un
bene accessorio con cui scongelare il pane conservato nel freezer. Per molti ha ancora tanti
segreti da scoprire. Parliamo
del forno a microonde: l’elettrodomestico più in grado di farci
risparmiare tempo e pulizia in
cucina.
Un alimento che per molti è un
dramma cucinare può, attra-
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R I S TO R A N T E
Casale Spighetta
... dove la cucina tradizionale italiana
viene rivisitata con un sapore d'Oriente ...
Casale Spighetta, un nuovo spazio, un sorprendente gioco
architettonico di salette che si intersecano pur rimanendo raccolte
nella loro intimità. L'atrio Nafura, il Lounge panoramico Gioia
& Gaia, la cantina del Trabucco, il Coffee Lounge tutti con arredi
eleganti, diversi, con un tocco d'oriente legati da toni materiali ed
effetti di luce e colore che rispecchiano alla logica di mirabili equilibri.
Le sale esprimono un’atmosfera ariosa ed elegante perfettamente in
linea con la cucina dello Chef Patron. Un’esigenza per chi, come lo
Chef Angelo Zantedeschi va al di la dell’arte culinaria, un grande
amore per la tradizione e l’arte moderma.
Il Casale la Spighetta è un ristorante collocato nelle colline della
Valpolicella a Verona, i suoi ambienti eleganti sono indicati per cene
romantiche, banchetti e cene aziendali. Dal giardino estivo si può
godere di un meraviglioso panorama.
Via Spighetta 15
37020 Torbe di Negrar, Verona
Tel/fax: +39 045 750 21 88
www.casalespighetta.it
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