RICERCHE
STORICHE
Rivista quadrimestrale
dell'Istituto
per la storia della Resistenza
e della guerra di Liberazione
in provinciadi Reggio Emilia
ANNO XXII
N.61 - DICEMBRE 1988
SOMMARIO
Comitato di Direzione
Vittorio Parenti
Annibale Alpi
Luigi Ferrari
Aldo Magnani
Mons. Prospero Simonelli
OIelio Montanari
Direttore
Responsabile
Sergio Rivi
Comitato di Redazione
Renzo Barazzoni, Ettore Borghi,
Sereno Folloni, Sergio Morini,
Giorgio Boccolari
Segretario
Antonio Zamboilelli
Amministratore
Olga Baccarani
DIREZIONE, REDAZIONE,
AMMINISTRAZIONE
Via Dante, 11
Telefono 437.327
c.c.p. N.14832422
Cod. Fisc. 363670357
Prezzo del fascicolo
Prezzo del fascicolo doppio
Numeri arretrati il doppio
Abbonamento annuale
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6.000
NOSTRI LUTTI
Il "Colonnello Monti"; Don Prospero;
Rolando Cavandoli............................... pago
3
SAGGI E RICERCH E
ANTONIOZAMBONELLI
Ebrei reggiani tra leggi razziali ed
Olocausto. 1938-1945 ... :......................
GUIDO QUAZZA
Storia e memoria nei ricordi di un partigiano reggiano
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DOCUMENTI E TESTIMONIANZE
NADIACAITI
Reggio Emilia 1945-1947. La formazione del gruppo dirigente comunista
nella testimonianza di Valdo Magnani ...........................................................
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ATTI E ATTIVITÀ DELL'ISTITUTO
Assemblea sociale del 5.3.1988.........
Nuovi organi dell'Istituto ....................
Difendiamo la cultura dell'antifascismo ..................................................... ..
Riunioni di organi dell'Istituto .......... ..
Conferenze ......................................... ..
Donazioni all'Istituto .......................... .
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cod. lise. 80011330356
cienza dagli ospizi medioevali al ricovero di mendicità (1841). VoLI, (A. Appari); M. SACCANI, Correggio 19201945. 1/ sacrificio di un popolo per la
libertà e la democrazia, (M. Storchi); ..
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Registazione presso il Tribunale di
Reggio E. n. 220 in data 18 marzo 1967
PRECISAZIONI E CORREZiONI...............
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La collaborazione alla rivista è fatta solo
per invito o previo accordo con ladirezio·
ne. Ogni scritto pubblicato impegna po·
Iiticamente e scientificamente l'esclusi·
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Istituto per la Storia della Resistenza
e della guerra di Liberazione
in provincia di Reggio Emilia
STRUMENTI
ANNA APPARI
Il censimento fotografico ...................
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RECENSIONI
P. BARAZZONI, L'assistenza sociale
a Reggio Emilia. Assistenza e benefi-
I nostri lutti
IL «COLONNELLO MONTI"
1125 agosto 1988, quando aveva già superato la vetta dei 92 anni di età, è deceduto a Parma il generale (r.) degli alpini Augusto Berti, noto negli ambienti
della Resistenza reggiana come "colonnello Monti", il nome di battaglia che
ebbe quale comandante generale della zona montana dal settembre 1944 alla
Liberazione.
Nato il 15 febbraio 1896 a Borgo San Lazzaro (Parma), ufficiale di carriera,
aveva il grado di tenente colonnello degli alpini quando fu colto dagli eventi
dell'8 settembre 1943.
Di fronte al disastro, seppe compiere una scelta immediata schierandosi con
le forze della Resistenza. Per i servigi resi alla causa della lotta contro il nazifascismo, dopo la Liberazione fu decorato con la "Bronze star" dal governo degli Stati Uniti.
Di idee che si richiamavano a quelle del Partito d'Azione, ma sostanzialmente indipendente (dopo la guerra vivrà una breve parentesi nelle file del socialismo democratico), fu designato dal C.L.N. reggiano, ilIo settembre 1944, alla
carica di Comandante generale allo scopo dichiarato di "salvaguardare l'unità
d'azione e di comando del Corpo volontari della libertà" nella nostra provincia.
In effetti Monti assolse in modo egregio alla funzione di mediatore tra le diverse componenti ideali della Resistenza reggiana svolgendo altresì una instancabile azione per ottenere, dagli alleati anglo-americani, quella fiducia politica
verso l'insieme delle brigate partigiane che si tradusse anche in aviolanci (di armamenti, di equipaggiamento, ecc.) che furono vitali per lo sviluppo e il successo della guerriglia.
Parimenti non secondario fu il ruolo di Monti nella istituzione del Tribunale
partigiano unico, strumento importante nel dare all'amministrazione della giustizia, come ha scritto Guerrino Franzini, "una veste seria, umana, diversa e
superiore sul piano morale a quella dei nemici" contribuendo nel contempo anche per questa via - ad "educare i combattenti ... a quella legalità democratica che era nelle aspirazioni comuni" (e che giovani di vent'anni cresciuti sotto il
fascismo non avevano mai conosciuto) pur nell'atroce realtà determinata dalla
guerra nazifascista.
Nell'immediato post Liberazione fu presente nella vita del risorto Partito so-
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cialista (che allora si chiamava P.S.I.U.P.): partecipò come invitato al congresso nazionale del Partito, a Firenze, nella primavera del 1946; nel dicembre
dello stesso anno ebbe a presiedere una delle sedute del congresso provinciale
dei socialisti reggiani e venne eletto a far parte del comitato direttivo della Federazione.
La originaria ispirazione liberaI-democratica e azionista lo collocava nell'area riformista del partito socialista, a fianco di Alberto Simonini, del quale fu
anche amico personale.
Con la scissione di palazzo Barberini Augusto Berti aderì al P .S.L.1. e ne fu
segretario per la provincia di Reggio durante alcuni mesi, nel 1947 .
Successivamente, forse deluso rispetto alle attese che lo avevano animato
nella lotta antifascista, si estraniò dalla politica attiva.
Dopo alcuni anni di lavoro come direttore del personale dell'Ente terme di
Salsomaggiore, si ritirò del tutto a vita privata nella sua Parma, anche a cagione di una malattia che ne travagliò la parte finale dell' esistenza e lungo la quale
ebbe il conforto affettuoso della moglie, Signora Olga Chiesi, e dei figli, ai
quali rinnoviamo, da queste pagine, l'attestazione del nostro cordoglio.
a.z.
DON PROSPERO
Un'esperienza di lotta per il diritto e la libertà hanno segnato l'intensa giornata di monsignor Prospero Simonelli, oppositore del fascismo, amico e collaboratore di Giuseppe Dossetti, di Pasquale Marconi, dei preti della Resistenza
e di tutti coloro - credenti o non credenti - che posero la vita al servizio della democrazia. Membro del CLN provinciale e in procinto di arresto fu salvo per il
pronto intervento di mons. Tondelli, arciprete della Cattedrale, e di due giovani patrioti che riuscirono ad allontanarlo dalla canonica di Calerno pochi istanti prima dell'arrivo dei nazi-fascisti.
Lo consideriamo uno dei Padri della democrazia nel nostro territorio reggiano sia per l'impegno assunto nel periodo fascista di preparare - con la guida di
mons. Tondelli - i cattolici intellettuali a rompere l'accerchiamento nazionalista e razzista, e a riconoscere l'imperativo morale della libertà quale fondamentale valore della convivenza civile di un popolo; sia ancora per l'esemplare partecipazione alla lotta resistenziale con la certezza della scelta e la generosità dello spirito.
E' stato per tutti - i suoi allievi in primo luogo nel seminario e nei licei e poi
l'infinito numero delle persone conquistate dal suo sorriso di amico e dai suoi
sereni giudizi - un esempio di onestà intellettuale, di sacerdozio senza compromessi, di scelte ideali senza pentimenti.
Membro del Comitato direttivo del nostro Istituto fin dalla fondazione
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(1965) e della Presidenza (dal 1969), fu tra gli animatori di questa rivista come
componente il Comitato di redazione (dalI o numero, 1967) poi come Direttore, succedendo nel 1984 al compianto Guerrino Franzini: per merito di monsignor Simonelli e dei suoi collaboratori "Ricerche storiche" è divenuta fonte essenziale di informazioni storiche e di trasparente trasmissione di idee forza alle
nuove generazioni.
La sua morte, avvenuta a Reggio il4 ottobre 1988, ha creato in noi tutti un
vuoto difficilmente colmabile nel ricordo di incontri non casuali, di vincoli non
inutili sui sentieri irti di ostacoli della vita democratica, della giustizia sociale e
della ricerca intellettuale senza veli e senza discriminazioni.
Continueremo a ripercorrere con lui un doveroso cammino per arricchire di
acqua cristallina la fontana antica che anche per la sua testimonianza civile e
religiosa venne - quarant'anni orsono - confermata nel cuore delle nostra società.
Corrado Corghi
ROLANDO CA VANDOLI
1124 dicembre 1988, a soli 60 anni di età, si è spento Rolando Cavandoli dopo anni di sofferenze sopportate con il coraggio suffiCiente a non farci mancare, fino all'ultimo, il dono della sua garbata ironia sempre intrecciata a grande
comprensione ed umana simpatia.
Intellettuale di salda e vasta preparazione, funzionario pubblico di alto livello, militante comunista con fedeltà e intelligenza critica, storico "locale" aperto alle problematiche generali della contemporaneistica, finissimo rimatore
(mai pubblicato) in dialetto reggiano, è stato per molti di noi autentico maestro
che non sale in cattedra ma che regala, quasi chiedendo scusa, i frutti delle proprie competenze nei più diversi campi.
Appena sedicenne, studente di liceo, fece in tempo ad essere più che testimone della Resistenza raggiungendo il fratello maggiore, Luigi, partigiano sul nostro Appennino, e partecipando alla liberazione di Reggio.
Militante nel Fronte della Gioventù, poi nella F.G .C.I., assolse, lungo gli anni che vanno dal 1947 ai cinquanta, a diversi compiti dirigenziali in seno alla
Federazione comunista reggiana, particolarmente a livello di commissione culturale.
Già laureato in Lettere e filosofia, volle anche seguire corsi di legge all'Uni- .
versità di Bologna per presentarsi scrupolosamente preparato al concorso per
un posto di funzionario al Comune di Reggio.
Capo divisione dal 1959 sino al pensionamento, avvenuto nel 1984, lavoratore instancabile, manifestò doti di grande competenza in vari settori della pubblica amministrazione, con rara disponibilità verso tutti.
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Capo di gabinetto di due sindaci, Renzo Bonazzi ed Ugo Benassi, fu anche,
oltre che loro prezioso collaboratore sul piano "tecnico", filtro umanissimo
per chiunque avesse istanze, problemi, bisogni da sottoporre al primo cittadino.
I molteplici impegni assolti con scrupolo che molti di noi, amici suoi, consideravamo perfino eccessivo (e non mancavamo talvolta di rimproverarlo affettuosamente per questo) non soffocarono la vocazione per gli studi storici manifestata fin dai primi anni del secondo dopoguerra con la produzione di saggi
che rimangono fondamentali per la storia del movimento operaio e antifascista
della nostra provincia.
Accogliendo e sviluppando la lezione gramsciana Cavandoli ha ininterrottamente studiato ed analizzato, per oltre 35 anni, vicende sociali e politiche, singole figure di protagonisti, momenti decisivi della nostra storia locale dal Risorgimento alla Resistenza con attenzione partecipe alla collocazione e al ruolo
delle' 'classi subalterne" .
Della sua vasta bibliografia, che richiederà una attenta riconsiderazione, ricordiamo qui Le origini deljascismo a Reggio Emilia. 1919-1923 (Editori Riuniti, 1972), le numerose "microstorie" di comuni della provincia, le 19 accuratissime "voci" per i 5 volumi de Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico (Ed. Riuniti, 1975-1978). Socio del nostro Istituto dalla fondazione,
per anni collaboratore di questa rivista sia con saggi che con attente recensioni,
Cavandoli ci lascia una ricca eredità culturale che solo col tempo potrà colmare
il senso di "perdita secca" e di vuoto che la sua morte ci provoca.
Alla moglie Mimma, al figlio Vincenzo, rinnoviamo da queste pagine l'attestazione commossa della nostra partecipazione alloro dolore.
a.z.
Saggi e ricerche
EBREI REGGIANI TRA LEGGI RAZZIALI
ED OLOCAUSTO. 1938-1945
di Antonio Zambonelli
1. DA REGGIO AD AUSCHWITZ: APPELLO DEI "SOMMERSI"
2. EBRAISMO E ANTIGIUDAISMO NELLA STORIA LOCALE (SECOLI XV-XIX)
2.1. Dal ghetto all' emancipazione.
2.2. Assimilazione e persistenze antisemite.
2.3. Tra Marx e Camillo Prampolini.
3. L' ANTISEMITISMO FASCISTA NELLA STAMP A REGGIANA
(1938-t"943)
3.1. Scorrendo le pagine del "Solco fascista" .
3:2. I cattolici tra fermo dissenso e qualche ambiguità.
4. L'APPLICAZIONE DELLE LEGGI RAZZIALI (1938-1943)
4.1. Il censimento degli ebrei reggiani.
4.2. Licenziati ed espulsi da incarichi.
4.3. Razzismo e scuola reggiana.
4.4. Opinione pubblica e razzismo.
4.5. Il Suicidio del Cav. Carlo Segré.
4.6. Razzismo e burocrazia.
TESTIMONIANZA
Dalla tradizione sefardita all'impegno nella Resistenza. (Intervista ad Alessandro Cantoni)
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AVVERTENZA
Pubblichiamo i primi quattro capitoli di una ricerca, promossa dall'Istituto
storico Resistenza, sulle persecuzioni antisemite in provincia di Reggio dal 1938
al 1945.
Il quinto ed ultimo capitolo (II cono d'ombra dell 'Olocausto. Settembre 1943 aprile 1945) verrà pubblicato sulprossimo numero della rivista assieme ad un'appendicedi quattro testimonianze. Una quinta testimonianza, diAlessandro Cantoni, la pubblichiamo fin d'ora poiché, pur anticipando, in alcune sue parti, temi
relativi al periodo '43- '45, ci offre elementi di vivo interesse sulla tradizione religiosa e culturale dell'ebraismo reggiano.
Nel loro insieme i 5 capitoli costituiscono il primo tentativo in assoluto di ricostruire le vicende degli ebrei reggiani dall'entrata in vigore delle leggi razziali
(J 938) alla deportazione senza ritorno di dieci di loro.
Tutta la bibliografia esistente sul tema si riassume nell'articolo Drammatiche
vicende hanno minato la schiera degli ebrei della nostra zona, pubblicato su "Il
Giornaledell'Emilia"deI22.2.1948.
Lefonti archivistiche a cui abbiamo potuto attingere non sono particolarmente ricche, anche se sono tutte completamente inedite efino ad oggi da nessuno utilizzate. Manca, per esempio, l'esplorazione degli archivi comunali di Correggio e
Guastalla, chepurefurono sedi di relativamente notevoli comunità israelitiche.
All'Archivio di stato di Reggio non abbiamo rinvenuto - come invece speravamo - concentrati in un 'unica sede documenti riguardanti l'insieme degli ebrei residenti in provincia di Reggio nel 1938; vi abbiamo tuttavia potuto consultare alcuni documenti di notevole interesse.
Lefonti documentarierelativamente più ricche le abbiamo rinvenute nell'archivio del Comune di Reggio e riguardano ovviamente soltanto gli israeliti residenti nel Capoluogo della provincia.
Riteniamo comunque doveroso non allontanarci di troppo dal 1988, 50 o anniversario delle leggi razziali; per questo abbiamo deciso di pubblicare così com'ècioé con tutte le lacune segnalate - una ricerca che, nonostante i limiti, anche soggettivi, riteniamo presenti elementi di qualche utilità rispetto alla conoscenza di
unapagina distoriafino ad oggi rimastapressoché bianca.
Le critiche, le osservazioni, i suggerimenti che ci verranno, così come gli ulteriori contributi di altri eventuali testimoni e nuovefonti documentarie, saranno
tutti ugualmente graditi: renderanno possibile riprendere l'argomento onde sviluppar/o in modo più congruo sia quanto ai contenuti che allaforma in cui viene
qui esposto.
Infine non possiamo ignorare che, mentre mandiamo in tipografia questo lavoro sulle persecuzioni antiebraiche di 50 anni or sono, altre persecuzioni - ma
non paragonabili a quelle che si conclusero con Auschwitz - sono in atto in vari
luoghi del Pianeta, compresa l'antica terra di Palestina; là, non ilpopolo ebraico
ma il Governo di Israele cerca testardamente di negare alpopolo arabo-palestinese il diritto ad una propria patria, nonostante le posizioni, apertamente manifestatedaArafat, di riconoscimento dello Stato israeliano.
lO
Ci conforta, rispetto ad un problema in verità assai complesso, il fatto che
consistenti minoranze di ebrei israeliani, come quelle che si raccolgono nel movimento di Shalom aksav (Pace subito), sappiano invece, e possano, manifestare apertamente ben altre posizioni.
Ringraziamo quanti, Enti e Persone, ci hanno aiutato nelle nostre ricerche.
In particolare, sperando di non dimenticare nessuno:
Archivio del Comune di Reggio Emilia, Archivio del Comune di Novellara,
Dott. Gino Badini (Direttore dell' Archivio di Stato di Reggio Emilia), per la
documentazione di cui ci è stata cortesemente permessa la consultazione.
E ancora i signori: Alessandro Cantoni, Prof. Lazzaro Padoa, Rag. Vera
Padoa, Rag. Fausto Ravà, Avv. Franco Tedeschi, per le interviste concesse;
P.i. Atanasio Paganini, Cesarina Rossi vedo Segré, Maria Luisa Caminati vedo
Segré, per le preziose informazioni sull'ebraismo novellarese e sulla tragica vicenda del Cav. Carlo Segré.
1. DA REGGIO AD A USCHWITZ: APPELLO DEI
"SOMMERSI"
Dei circa 120 ebrei che vivevano in provincia di Reggio nel 1943, lO finirono
nelle mani delle SS germaniche nel mese di novembre. e andarono a far parte
della schiera di sommersi - per usare la dolente espressione di Primo Levi - nell'immane carnaio con cui si attuò lo sterminio di 6 milioni di israeliti.
Essi incontrarono Amalek sulla loro strada, e noi dobbiamo ricordare quello
che ha fatto Amalek, come vogliamo, qui, ricordare i nomi di lO delle sue vittime.
Altri incontrarono, è il caso di dirlo, il disinteressato Samaritano, sotto le
spoglie di famiglie contadine, di partigiani, di sacerdoti, e furono salvati. Altri
ancora incontrarono samaritani un po' meno disinteressati, potendo tuttavia
ugualmente salvarsi.
Anche dei salvati parleremo nel V capitolo.
Qui riferiremo in modo sommario sui dieci sterminati, a cominciare dai loro
nomi, che non compaiòno sulla lapide murata in loro memoria sulla facciata
della ex Sinagoga, in Via dell' Aquila, al centro del vecchio Ghetto in cui il pregiudizio antigiudaico cattolico aveva costretto gli israeliti reggiani tra la fine
del '600 e il 1859:
Oreste Sinigaglia, Benedetto Melli, Lina Jacchia in Melli, Ada, Olga e Bice
Corinaldi, Beatrice Ravà vedova Rietti e le sue figlie lIma e Iole Rietti - tutti di
Reggio città -, e Lucia Finzi, di Correggio.
1 - ORESTE SINIGAGLIA, fu Angelo, era nato a Milano 1'11.12.1881; co-
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niugato con Bona Liuzzi, nata a Reggio il 27.9.1875; immigrato a Reggio da
Viadana nel 1904, abitava in Via Monzermone, 8, nel vecchio Ghetto, e faceva
il mobiliere.
Dichiarato di "razza ebraica" al censimento dell'autunno 1938, venne arrestato dalla questura di Reggio nel novembre 1943 ed internato a Fossoli; venne
avviato ad Auschwitz, in vagone piombato, nel febbraio 1944. Non.se ne è più
saputo nulla.
Una sentenza del Tribunale di Reggio, in data 10.12.1949, ne dichiarava la
morte presunta avvenuta"il15.2.1944 nel campo di sterminio di Auschwitz (Atto N. 16.11.C.1950 dell' Anagrafe del Comune di Reggio).
2 - BENEDETTO MELLI, di Samuele e Malvina Padova, nato a Modena il
17.1.1890, immigrato a Reggio nel 1895, commerciante di biancheria: aveva un
negozio in Via Emilia San Pietro. "Discriminato" con decreto del Ministero
dell'Interno N. 258 del 2.3.1939, in atti al N. 254 di prot. riservato in Archivio
comunale di Reggio Emilia.
Morte presunta sua e della moglie Lina J acchia: 22.2.1944, atto N. 52 del
10.7.1951.
3 - LINA JACCHIA, nata a Venezia il 29.12.1889; sposò il Melli il 14.2.1915.
4,5,6, - aLGA, BICE e ADA CORINALD!, nate a Reggio Emilia, rispettivamente, il 9.8.1888, il 16.12.1873 e il 3.3.1877, da Cesare ed Elvira Ravà; di
famiglia benestante, tutte e tre nubili, abitavano nella villa di loro proprietà in
viale Montegrappa.
Tutte e tre dichiarate "di razza ebraica" nel 1939.
Per tutte e tre esiste una dichiarazione di morte presunta avvenuta nel febbraio 1944.
Il loro padre, Cesare, nato a Reggio da Sansone ed Eva Diena, negoziante,
era morto il 26.10.1915. Un loro fratello, Mario, impiegato, nato nel 1869, viveva lontano da Reggio durante la 2 a guerra mondiale. E' morto a Bologna nel
1954.
7. BEATRI CE RAVA', nata a Reggio il lO maggio 1877 da Serse (custode
della Sinagoga di Via dell' Aquila) e da Clelia Mortara; sposata nel 1908 ad Angelo Rietti, negoziante, rimase vedova nel 1925 con le due figlie ancora bambine. Nel 1939 tutte e tre furono dichiarate "di razza ebraica".
8 - ILMA RIETTI, nata a Reggio il9.5.1913 da Angelo e Beatrice Ravà, nubile; impiegata come telefonista alla T.I.M.O., fu licenziata all'entrata in vigore delle leggi razziali.
9 - IOLE RIETTI, nata a Reggio il22.1.1910 da Angelo e Beatrice Ravà, nubile, casalinga.
Le tre donne furono avviate alla camera a gas, nel campo di Auschwitz, il 28
febbraio 1944.
12
lO - LUCIA FINZI, nata a Correggio il 14.2.1894, da Raffaele e da Ianny
Finzi, !1ubile; dichiarata "di razza ebraica" nel 1939. Cancellata dai registri
della popolazione residente come "dispersa in Germania nel 1943"; fu poi dichiarata la sua morte presunta come avvenuta il 30.11.1943.
Come poté accadere? Chi collaborò, qui a Reggio, alla cattura e allo sterminio di inermi persone, in gran parte donne, alcune delle quali sui 70 anni di età?
Chi invece, volle e seppe aiutare gli israeliti che si salvarono?
A queste domande cercheremo di rispondere nel V capitolo.
Intanto vediamo, dopo un sommario excursus relativo a 5 secoli di ebraismo,
reggiano, come la cosa ebbe inizio sul finire del 1938, quando vennero promulgate le leggi razziali antisemite e quando vennero prodotti, comune per comune, elenchi e schede di cui si serviranno, nell'autunno 1943; gli occupanti tedeschi, nonché poliziotti e fascisti di casa nostra alloro servizio, pér mettersl'in
caccia di ebrei.
2. EBRAISMO E ANTIGIUDAISMO NELLA STORIA
LOCALE (SEC. XIV-XIX)
La presenza ebraica a Reggio viene fatta risalire alla fine del 1200 ma se ne ha
documentazione dagli inizi del 1400 ..
Gli ebrei che si insediarono dalle nostre parti in quel periodo, in genere provenienti dalla Romagna e dal Veneto via Ferrara, erano Italiani, c.ioé residenti
nel territorio della Penisola da vari secoli, e si raccolsero appunto nella Schola
italiana. (Come è ben noto una comunità ebraica esisteva a Roma prima ancora
dell'inizio dell' Era volgare).
Una seconda consistente ondata la si ebbe tra la fine del secolo XV e lungo
tutto il XVI e fu costituita da sefarditi, cioé ebrei provenienti dalla penisola iberica da dove fuggivano per sottrarsi alla persecuzione dei re cattolici di Spagna
dopo la reconquista e la cacciata dei mori.
Una terza ondata la si ebbe nel 1597: ceduta Ferrara dagli Estensi al Papa, gli
ebrei ferraresi seguirono il duca installandosi a Modena e a Reggio.
La quarta ed ultima ondata si verificò nella seconda metà del 1600, ed era
composta ancora di spagnoli (sefardim, in ebraico) con l'aggiunta di tedeschi
(Ashkenazim).
Per tutte e quattro le immigrazioni si registra (per molti) la tappa intermedia
di Venezia: da qui probabilmente (ma è ipotesi del tutto personale) la cadenza
venetizzante del dialetto che veniva parlato dagli ebrei del Ghetto di Reggio ancora sul finire del secolo XIX.
2.1. Dal Ghetto all'emancipazione
Quando nel 1669 Laura Martinazzoli, vedova del duca Alfonso IV e reggente
lo Stato estense a nome del figlio minore Francesco II, decretò l'obbligo per
tutti gli ebrei della città di Reggio di abitare in Ghetto, gli israeliti reggiani as-
13
sommavano a 162 famiglie per un totale stimabile in 885 persone, costituendo
all'incirca un quindicesimo di tutta la popolazione residente entro le mura cittadine.
Di quelle 162 famiglie una cinquantina viveva sparsa per la città, "il resto come scrive il Balletti - erasi di per sé raccolto nelle quattro stradicciole di Monzermone, l'Aquila, della Volta e Cagiati"l dove si trovava come "assediato"
da ben sei chiese cattoliche: di San Silvestro, dei monaci di Santo Spirito, di
San Rocco, San Paolo, Sant'Egidio e della Trinità.
A determinare l'atto della reggente, ovviamente assai mal sopportato dagli
ebrei che abitavano in vari altri punti di Reggio, non era certo stato estraneo
l'antico pregiudizio cristiano verso "i primi e più duri nemici di Cristo, i quali
perciò sono senza Re ed esuli dal Regno pagano ancora ii fio del commesso deicidio cacciati dalla loro terra"2, come decretava il Sino do cattolico di Reggio
nel 1697 ripetendo l'antica invettiva di San Giovanni Crisòstomo, invettiva che
verrà ripetuta anche da padre Agostino Gemelli, rettore magnifico dell'Università cattolica, nel 1938, a sostegno delle leggi razziali fasciste.
Pare tuttavia si possa affermare, sulla base di quanto fin qua conosciamo,
che negli Stati estensi gli ebrei, accolti dapprima in Ferrara e poi un po' in tutti
gli altri centri del Ducato, abbiano per secoli goduto di una condizione relativamente migliore di quella dei loro correligionari dimoranti nelle provincie emiliane soggette allo Stato della Chiesa. Per quanto riguarda la nostra città, passò
oltre un secolo tra emanazione della Bolla di Papa Paolo IV (recante la data del
12 luglio 1555) Cum nimis absurdum, decretante, tra l'altro, la restrizione degli
ebrei nei ghetti, e la effettiva realizzazione del Ghetto reggiano, con tanto di
portoni d'accesso chiusi al tramonto e riaperti all'alba.
Diversi altri decreti vessatori trovarono a Reggio, e nei territori estensi in generale, vari ostacoli ad essere applicati.
Così, per esempio, il decreto del governatore di Reggio Molza, del 1735, con
cui si stabiliva che gli ebrei da 10 anni in su dovessero portare' 'il segno nel cappello" , richiamando altra grida, di pari contenuto, del 1670, non solo non ebbe
effetto, ma, benché già stampato, non fu nemmeno affisso per le rimostranze
tempestive di un influente ebreo reggiano presso le superiori autorità 3 •
Alle motivazioni ideologico-religiose dell'ostilità verso gli israeliti, si intrecciavano vari altri fattori: dagli interessi di mercanti "cristiani" che si ritenevano danneggiati dalla vivace concorrenza dei loro colleghi ebrei, all'odio popolare per gli "usurai", secondo il tragico cliché reso universalmente famoso dallo Shylock shakespeariano.
Quando la tradizionale benevolenza (non del tutto disinteressata, peraltro)
degli Estensi verso i figli di Israele, venne travolta dalla spinta religiosa controriformista e si giunse all'istituzione del Ghetto, non mancò un bello spirito di
lettèrato locale (rimasto anonimo) che si applicò nella stesura di una mattinata
Agli Ebrei chiusi nel Ghetto l'anno 1673 in 50 strofe di 7 versi cadauna:
lANDREA BALLETTI, Gli ebrei e gli Estensi, Reggio E. 1930, p. 178.
2Ibidem, p. 146.
3Mostra Arte e cultura ebraiche in Emilia-Romagna, Ferrara, 20.9.1988-15.1.1989, scheda n. 142
nel relativo catalogo.
14
"Or che l'Ebrea canaglia / Alfin con suo dispetto / Smorba il paese e fa la
marchia al Ghetto / Gusto non v'è che al gusto mio s'agguaglia", iniziava il
componimento dell' Anonimo, che metteva poi alla berlina, indicandoli per nome e connotando li in modi variamente oltraggiosi, vari esponenti della comunità ebraica, che nel loro insieme costituivano, secondo il rimatore "Gentaglia
bassa e vile / Degna di un Ghetto no / ma di un Porzile' '4.
Lasciando per un momento da parte le espressioni di antiebraismo nostrano,
osserveremo che la piccola colonia fondata nella città di Reggio nel 1413 da
Muso di Luguzo si era dunque di molto accresciuta nel giro di due secoli e
mezzo.
Odiati per la loro diversità religiosa, gli ebrei erano però, se non amati, comunque ricercati dai signori estensi non solo per la professione di prestatori di
denaro a cui erano indotti (essendo vietata l'usura ai cristiani) ma anche per
quella sorta di "Know how" commerciale che molti di loro possedevano rendendoli capaci di stabilire molteplici relazioni internazionali (grazie ai legami
di parentela e alla comunanza di lingua con i correligionari residenti in vari stati europei) utili al procacciamento di merci diversamente non reperibili data la
chiusura e l'isolamento dei "cristiani" in tema di commercio.
Nei momenti difficili essi fungevano poi da comodi parafulmini per sfogare
il malcontento popolare. Era soprattutto in tali momenti che esplodeva ferocemente il pregiudizio religioso antiebraico, approdato talvolta anche nella condanna al rogo di israeliti accusati di aver conquistato cristiani al giudaism0 5 •
L'atteggiamento sarca~tico del prima ricordato Anonimo rimatore, era certo
espressione di un diffuso (ma non del tutto spontaneo) sentire che tuttavia, da
noi, non raggiunse mai, a livello popolare, le punte feroci che condussero per
secoli a sanguinosi pogroms nell'Europa orientale e che ebbero ancora tragiche
epifanie durante la seconda guerra mondiale quando i nazisti, dalla Polonia all'Ucraina, trovarono troppi e troppo zelanti collaboratori nell'opera di sterminio di centinaia di migliaia di ebrei.
"Emancipati" una prima volta in periodo napoleonico (1796-1814), riconfinati in Ghetto e sottoposti a varie vessazioni durànte la Restaurazione, va ricordato che da noi gli ebrei furono presi di mira per ragioni socio-religiose (le accuse di usura e di deicidio )ma non mai razziali in senso' 'biologico" .
[Del resto la nozione biologica di antisemitismo è concetto del tutto "moderno", e portato ai
suoi tragici fasti ad opera del nazismo coadiuvato dai vari fascismi.
.
Pare che soltanto nella Spagna cattolica, da fine secolo XV fino al franchismo, in base al mito
della' 'limpieza de sangre", abbia avuto ininterrotta vigenza un antisemitismo anche biologico, rivolto sia nei confronti degli ebrei che dei maomettani convertiti (rispettivamente definiti, con valenza spregiativa, marranos e moriscos): un ebreo, convertito o anche discendente da convertiti,
non poteva diventare sacerdotel.
Quell'antiebraismo andò dalle nostre parti stemperandosi dopo l'unità d'Italia fino alla pressoché totale "assimilazione" degli israeliti.
2.2. Assimilazione e persistenze antisemite
4Biblioteca civica' 'Panizzi", Reggio Emilia, Manoscritti.
SA. BALLETTI, o.c., p. 208.
15
Tale condizione, cioé di ebrei "politicamente" assimilati pur mantenendosi
fedeli alla propria religione, è bene espressa - nella percezione soggettiva di parte ebraica - dalle parole con cui il rabbino Alessandro da Fano si congedava dal
suo gregge (poiché destinato ad altra città) la sera del 27 aprile 1888, nel Tempio maggiore di Reggio:
"La religione, già vel dissi più volte, non osteggia mai il civile progresso; religione bene intesa e
bene esplicata nel senso di legame amoroso tra Dio e l'uomo, è feconda di civiltà e di progresso,
perché religione e civiltà sono ambedue ispirazione dell'amore Divino, e questa e quella cercano lumi nella vera sapienza che parte dalla mente di Dio, ed in Lui si compie e si perfeziona,,6.
Parole che rendono il rabbino Fano più vicino ad un qualche prete liberalcattolico o "modernista" che ai Rebbe o agli Zaddikim (= perfettamente Giusti) degli Shtettlach dell'Europa orientale, maestri di quel filone chassidico del
giudaismo improntato ad una religiosità impregnata di un esaltante spirito mistico e caratterizzata da un forte sentimento (violentemente ricambiato) di separatezza dai gojim cattolici o cristiano-ortodossi.
Parole, viene anche da osservare, che ci offrono un'immagine di rabbino assai diversa da quella raffigurata dal Ramusani, sette anni dopo il discorso di
Alessandro da Fano, in un suo componimento dialettale, quando fa dire al Moreno (il rabbino, appunto) predicante in Sinagoga: " ... al ziztema de vitta di Judim, / dev'ezzer quel de far volèr la tezta, / a la conquistazion di pizziutim, /
che riazzum del ghett tutta la ztoria" [il sistema di vita dei Giudei, dev'esser
quel di far voler la testa alla conquista dei soldi, il che riassume del Ghetto tutta
la storia].
Ramusani, che pure non risparmiò, lui cattolico di condizione borghese e uomo d'ordine, la propria vena ironica nei confronti di singole figure di preti cattolici, ma sempre entro limiti ben definiti e tutto sommato affettuosi, ebbe una
particolare vena satirica, sfiorante il sarcasmo, nei confronti degli ebrei, che
non vengono - va detto - presi di mira per i difetti personali di questo o quell'individuo (come avviene invece nei confronti dei preti cattolici) - ma per dei pretesi caratteri generali della "razza" di cui si ravvisano, e si dilatano abilmente,
manifestazioni in questo o quell'individuo 7 •
6ALESSANDRO DA FANO, Discorso di congedo pronunciato la sera del 27 aprile 1888 nel Tempio
Maggiore di Reggio Emilia, R.E., Stabilimento Tipo-Litografico Artigianelli, 1888, pp. 6,7.
7GIOVANNI RAMUSANI, Opere, Reggio Emilia, Bizzocchi, 1978, pp .... Divergenti i pareri circa l'antesisemitismo o meno del Ramusani nei componimenti raccolti sotto il titolo In Ghett, sia da parte
di contemporanei del Ramusani stesso che nostri, tutti comunque concordi nel valutare positivamente la notevole capacità del R. di usare il dialetto reggiano (anzi i dialetti: montanaro, cittadino e
del ghetto) per comporre satire di innegabile efficacia espressiva. Una tranquillaquanto acritica accettazione di antichi stereotipi sugli ebrei in RETO BEZZOLA, Giovanni Ramusani poeta dialettale
reggiano ("La Provincia di Reggio", a. V, nn. 9-10, sett.-ott. 1926).
"Gli ebrei reggiani erano una classe che al buon senso di Giovanni Ramusani più di tutte le altre doveva fornire materia di satira. Ed infatti qui la satira è fortissima, e spesso spinta fino alla caricatura. Certe qualità della razza ebraica come la sua avarizia e avidità, la sua codardia [sottolineatura
nostra, A.Z.] non potevano quadrare all'ideale sano e sereno che egli aveva dell'uomo. Egli, sobrio
e contenuto, non comprende questa sete e passione del guadagno" .
Più attento ad una considerazione critica della condizione ebraica a partire da una lettura dei sonetti del Ramusani, il seguente brano di GIUSEPPE VILLANI (La morte del Cav. ing. Giovanni Ramusani, in "Giornale di Reggio" - Quotidiano liberale [ma filofascista fin dal 1921J, a. lO, n. 101,3
maggio 1923):
16
Quasi scontato il permanere anche dopo l'unità d'Italia di una vena antiebraica (non mai antisemitica in senso razziale, va ribadito) anche in sede locale,
sul versante cattolico. Ai tradizionali motivi religiosi, autorevolmente ravvivati
da scritti pubblicati sulla "Civiltà cattolica", si aggiungeva l'astiò verso alcuni
ricchi ebrei reggiani acquirenti di beni ecclesiastici prima incamerati dallo Stato; meriterebbero una approfondita indagine, al riguardo, episodi come "la
protesta dei rurali che, a centinaia, nell'inverno [1866-1867], armati di zappe e
forconi, vengono a turbare la quiete della città, per chiedere lavoro e per tentare l'assalto al quartiere dei ricchi israeliti"8.
Protesta e tentativo che furono visti all'epoca, da parte liberale, come opera
di sobillazione clericale.
2.3. TraMarxeCamilloPrampolini
Non manca poi il sospetto, da parte di alcuni autori, della presenza di un filone antisemitico anche all'interno del movimento operaio reggiano di ispirazione socialista.
Del resto Karl Marx, battezzato a 7 anni, discendente da una stirpe di rabbini, aveva scritto, nel suo saggio Sulla questione ebraica (1843), parole che fanno sobbalzare, estrapolate dal contesto, e lette con la sensibilità del dopo-olocausto: "Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico,
l'egoismo. Qual'è il culto mondano dell'ebreo? Il traffico. Qualè il suo Dio
mondano? Il denaro"9.
Quelli citati sono però concetti appartenenti ad un testo "il cui vero oggetto è
la categoria del politico e la sua critica" come ci avverte il Bongiovanni IO.
Dal suo canto il Massara ci ricorda che la violenta polemica di Marx si rivolgeva non tanto, o non solo, all'ebraismo, ma alle religioni in generale, tutte
considerate, sulla scia del Feuerbach, manifestazioni dell'alienazione umana Il.
Se risulterebbe perciò grottesco attribuire a Marx, ebreo, sentimenti antisemiti (sia pure scomodando la psicanalisi, come taluni hanno fatto), non è da
" .. .la sua satira e la sua ironia avevano sempre un fondo popolare e sereno, uno spirito arguto, malizioso, anche, ma non maligno, mai... Così nelle caratteristiche, e, se vogliamo, nelle debolezze di
una razza, che ha pure una storia gloriosa ed è esempio di qualità meravigliose di volontà e di tenacia, egli trovò argomento di satira e di pittura insieme, poiché i suoi numerosi e brillanti sonetti In
Ghètt che vanno dal 1889 al 1901 , sono una vera riproduzione all'acquaforte, con punta secca, acuta, ma non avvelenata".
Scrive a sua volta Uoo BELLOCCHI (Il volgare reggiano, voI. II): "Il virtuosismo e l'estro di cui era
dotato gli consentirono anche di poetare imitando il caratteristico gergo dialettale-ebraico dei suoi
tempi, pieno di zete e di vocaboli tronchi, del quale fece uso nella raccolta In Ghett... " [p. 120] con
versi "nei quali dipinse stupendamente personaggi ed episodi del chiuso, astuto ed infelice mondo
di via dell'Aquila e via Monzermone": [p.l31].
8S. SPREAFICO, La chiesa di Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi. l. L'agonia dei poteri temporali, Bologna, Cappelli, 1979, p. 527.
9KARL MARX, Sulla questione ebraica, in Il pensiero politico dalle origini ai nostri giorni, Ed. Riuniti, 1966, v.p. 857.
IOB. BONGIOVANNI, in "Storia contemporanea" , n. 1, 1983.
liMASSIMO MASSARA, Il marxismo e la questione ebraica, Teti, 1982 (Introduzione).
17
escludere che settori del movimento operaio abbiano dato, di quel testo del giovane Marx, una lettura antisemita.
E' però da escludere, scendendo da Treviri a Reggio Emilia, la presenza di
manifestazioni antisemitiche nel socialismo di Camillo Prampolini (il quale,
peraltro, è assai improbabile che abbia mai letto la marxiana Judenfrage); manifestazioni che gli vengono invece attribuite da un pur attentissimo studioso
del pensiero socialista e marxista, il già citato Massara, sulla scorta di una lettera del 28.10.1892 di Antonio Labriola a Federico Engels ("Il buon Prampolini
per riuscire a Guastalla usa contro il suo avversario il più volgare antisemitismo ... "), e di un'altra lettera, di qualche giorno prima, dello stesso Labriola a
Prampolini medesimo ("Spero non vorrete mettere sul bilancio del partito socialista l'antisemitismo che state facendo costà per ragioni troppo locali ... ")12;
il Massara però sembra non conoscere i testi che, letti troppo in fretta da un indaffaratissimo Labriola, avevano dato origine alle reprimende del marxista napoletano, testi che compaiono sulla "Giustizia" dell'estate-autunno 1892 13 •
Del resto Prampolini reagì subito, con notevole vivacità, alle accuse del suo
illustre compagno:
"Un nostro amico carissimo - leggiamo su "La Giustizia" del 30 ottobre 1892 - ci scrive domandandoci come mai noi combattiamo il Guastalla quale ebreo. Preghiamo il nostro amico a rileggere
meglio il nostro giornale ... Ci vergogneremmo di essere pur lontanamente affetti da quella triste
malattia che è l'antisemitismo ... Lo combattiamo perché egli, che si chiama Isacco Elia Michele, si
vergogna del nome avuto dai suoi genitori e si fa chiamare Enrico ... perché invece di dichiararsi orgoglioso di appartenere alla razza che alla civiltà ha dato i Cristo, i Marx, i Lassalle, gli Heine ...
egli ... è giunto a rinnegarla ... " .
Ed in effetti, rileggendo il giornale di Prampolini, ci si rende conto che la sua
polemica contro il Guastalla, candidato nel collegio omonimo per il partito
"clerico-moderato" , è rivolta contro l'uomo che' 'rappresenta l'alta banca" , e
che gli accenni alle sue origini ebraiche sono soltanto espedienti polemici elettorali tesi a rilevare la contraddizione insita nel mettersi il Guastalla, ebreo, con i
"caporioni del partito clerico moderato di Reggio, ciod Bacchi, i Viganò ... "
loro sì "antisemiti arrabbiati" 14.
A parte tali fraintendimenti di scritti polemici prampoliniani, e accennando
appena agli strali antisocialisti e antisemiti che da sponda opposta lanciava don
Pacifico Vellanil 5 , va aggiunto, a mo' di.conclusione di questi appunti sulla tra-
12Tali lettere sono integralmente pubblicate in ANTONIO LABRIOLA, Epistolario 1890-1895, Ed. Riuniti,1983.
l3Uno dei pezzi polemici più "incriminabili" del Prampolini potrebbe essere il seguente:" .. .il col.
Enrico Guastalla ... per i preti (vestiti o non) del cui appoggio non possono far senza i nostri avversari, ha il difetto di essere ebreo e, quel ch'è peggio, uno dei pezzi grossi della massoneria" ("Giustiziadomenicale", 18.9.1892).
14"La Giustizia", 12.10.1892, corsivo che inizia con: "Noi non siamo antisemiti. Noi non combattiamo gli ebrei bensì l'attuale sistema borghese, che è il sistema dell'usura in grande, delle nazioni
sfruttate ... " .
15PACIFICO VELLANI Are., La verità sul socialismo e il nuovo ordine sociale cattolico, Istruzioni catechistiche popolari, Reggio Emilia, Stab. Tipo-Litografico degli Artigianelli, 1894, dove leggiamo
(p. 6): "Il socialismo ... Nella forma attuale, coperto dal manto delle moderne teorie della pretesa
scienza sociale, è piuttosto nuovo ed ha per padri due ebrei, Carlo Marx di Treveri, morto nel 1883,
e Ferdinando Lasalle morto nel 1863 in duello. Questa paternità deve fare aprire gli occhi agli ope-
18
dizione antisemitica a Reggio, che quello ebraico fu, dal periodo postunitario in
avanti, problema sempre più marginale nel dibattito politico-culturale della nostra provincia.
D'altra parte le opzioni politiche degli ebrei reggiani, i quali del resto erano ormai piuttosto pochi (al censimento del 1938 ne vennero elencati 129in tutta la provincia, di cui 65 nel Capoluogo, contro gli 885, nel solo Capoluogo, del 1669; o
controi 113, aNovellara, nel 1829), non furono mai determinate, nell'Italia unita,
dalla propria originaria appartenenza religiosa, bensì dalla collocazione sociale,
o di classe che dir si voglia, quando non da autonome scelte culturali. Così avemmo, qui nel Reggiano, liberaI-conservatori come il barone Ulderico Levi, seguaci
di Camillo Prampolini anche durante il fascismo, come il mobiliere Gino Ravà
(che negli anni Venti abitava al n. 3 di via dell' Aquila col padre Serse, custode della
Sinagoga), fascisti della prima ora, come l'Avv. Sergio Finzi, segretario politico
del fascio di Correggio fino all' agosto 1938, perfino un simpatizzante comunista
come Alessandro Cantoni che, vicino di casa di Manlio Bonaccioli, in via dell' Aquila, negli anni Venti, ricorda di avere sfogliato con lui quel suo prezioso schedario sulle violenze squadriste in provincia di Reggio, e, ancora, che Bonaccioli andavasoventeincasasua, di Cantoni, per ascoltare dalla radio notiziari esteri.
Cantoni sarà, durante la Resistenza, collaboratore dei SAP di Novellara e si
iscriveràalP .C.I., per alcuni anni, dopolaliberazione.
Su tutti gli ebreireggiani, indipendentemente dalle opzioni politiche manifestate fino a quel momento, si abbatterà la pesante mazzata delle leggi antisemite fascistene11938.
Su tutti, ancora, calerà l'ombra cupa del terrore nazista, dopo 1'8 settembre
1943, quando 1Oisraeliti nostri conterranei finiranno nell'immane sterminio di sei
milioni di ebrei, un unicum "nella storia degli uomini" , come ha scritto Don Giuseppe Dossetti Sr., un unicum che fa ripetere al sacerdote eteologo reggiano la domanda angosciosa che giàElie Wiesel si era posto e che entrambi mutuano dai Salmi "mentre i riti demoniaci si celebravano in tutta Europa e dovunque il III Reich
imperava e arrivavano i suoi sacrificatori, le SS, siimmolavano le loro vittime, intanto il Dio unico evero, il Dio diAbramo, di Isacco, di Giacobbeedi Gesù Cristo,
doveera?"16.
rai cristiani, e vedere nell'invenzione ebraica la loro rovina materiale e religiosa, perché gli ebrei - come
si vede in pratica -conducono alla miseria e all' incredulità le nazioni cristiane.
E ancora: "Il partito socialista è oggi diretto in Germania da Singer ebreo, ed in Austria daAdler, pure
ebreo, mentre altri ebrei sono gli scrittori ordinari del giornale Vorwaerst [sicl, organo centrale del partito. Ebrei dirigono i comitati, la propaganda ecc. Ebrei socialisti seggono in parlamento. Ciò mostra
che gli ebrei veggononel socialismoilloro tornaconto! " .
16GruSEPPE DOSSETTI, IntroduzioneaLucIANo GHERARDI, Le querce diMonteSo/e. Vitaemortedelle
comunità martirifraSettaeReno. 1898-1944, Il Mulino , 1986, p. XXIV.
19
BIBLIOGRAFIA
Oltre all'opera fondamentale, e ripetutamente citata, del Balletti, segnaliamo, relativamente all'ebraismo reggiano secco XV-XIX:
SANDRO SPREAFICO, La chiesa di Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi. l. L'agonia dei poteri
temporali, Bologna, Cappelli, 1979,721 pp.passim
S. SPREAFICO, ldem. 2. Il controstato socialcattolico, Bologna, Cappelli, 1982, 1441 pp., pas-
sim.
LAZZARO p ADOA, La Comunità ebraica di Reggio Emilia, R.E., Comune, 1986, 83 pp.
GABRIELE FABBRICI, Per una storia dell'ebraismo reggiano, in "Strenna degli Artigianelli", 1986
(da p. 63 a 69).
GABRIELE FABBRICI, I mestieri del Ghetto, Ibidem, 1988 (da p. 53 a p. 59)
MARIA GIUSEPPINA MUZZARELLI, Presenza ebraica in Emilia e Romagna; MICHELE LUZZATI,
Ghetto e insediamento ebraico in Emilia-Romagna; GIUSEPPE LARAS, Cultura e intellettuali in
Emilia-Romagna; FABIO FORESTI, Le parlate giudeo-dialettali dell'Emilia-Romagna, in Arte e cultura ebraiche in Emilia-Romagna, Mondadori, De Luca, 1988. [Catalogo della mostra omonima,
Ferrara, 20.9.1988-15.1.1989.]
3. L'ANTISEMITISMO FASCISTA NELLA STAMPA
REGGIANA (1937-1939)
3.1. Scorrendo le pagine del «Solco fascista"
Sono forse da credere le dichiarazioni recentemente rilasciate da uno che nel
gennaio 1938 fu nominato "capo servizio preparazione culturale, spirituale e
professionale" in seno al Comando federale del P.N.F. di Reggio Emilia, il
Prof. Alcide Spaggiari. quando sostiene che nel 1938, all'entrata in vigore delle
leggi razziali adottate dal fascismo sul modello nazista, all' "antisemitismo
nessuno ci credeva. Ma era una imposizione tedesca ... perché nessuno di noi
... nessuno era convinto" , e del resto, sempre nelle parole di Spaggiari "moltissimi gerarchi erano ebrei" .
Se è vero - e ne scriveremo a suo luogo - che tra i gerarchi fascisti c'erano degli ebrei è pur vero che anche i fascisti reggiani applicarono diligentemente la
"imposizione tedesca"; più oltre ne documenteremo modi e tempi.
In questo paragrafo ci limiteremo ad esaminare quanto si scrisse in tema di
razzismo e di leggi razziali sul quotidiano fascista reggiano.
Accenni antisemitici, o comunque antiebraici, compaiono sul "Solco fascista", ma nelle pagine nazionali (e perciò confezionate dall'alto), già prima del
1938.
Riecheggiando tesi la cui matrice deriva dal famigerato falso dei Protocolli
dei Savi di Sion, il "Solco" del 7 agosto 1937 titolava in 1a pagina, taglio basso
su 5 colonne: Staline prigioniero degli ebrei; e nel sommario spiegava: "Gli
ebrei per la guerra di Spagna e per la rivoluzione in Europa" .
Se sarà con l'entrata in vigore, settembre 1938, dei provvedimenti di legge
antisemiti che la stampa italiana si impegnerà a fondo nella campagna razzista,
già dai primi giorni del 1938 iniziò quella che De Felice ha chiamato "la preparazione psicologica dell'opinione pubblica" attraverso la costante pubblicazione di "veline" (o di articoli ripresi da giornali specializzati in materia a comin-
20
ciare dal "Tevere" di Roma, diretto da Telesio Interlandi) che troviamo anche
sulle pagine del quotidiano reggiano.
Il primo accenno si ebbe il4 gennaio con la pubblicazione, in 3 a pagina, sotto
il titolo su tre colonne Monito agli Ebrei, di un brano di "un nuovo capitolo della seconda edizione" del libro di Paolo Orano Gli Ebrei in Italia, un libro, leggiamo nella nota redazionale introduttiva, con cui "l'A. dimostra che occorre
una attenta vigilanza agli ebrei combattendo senza quartiere il sionismo" .
"Gli ebrei militanti sono in Italia un partito che - scrive Paolo Orano - anche proclamando si patriota e magari fascista, per forza naturalmente, e pur affermando - al che si può credere - di non avere rapporti con la concentrazione ebraica internazionale ... prepara nell'ombra della transigenza
Romana del regime un annucleamento di principi e di orientamenti sociali e politici che, all' occasione si incolonnerebbero con la vasta cospirazione d'Israele" .
1119 gennaio, in prima pagina, articolo ripreso dal' 'Tevere" (Quelli che vengono) dove si parla degli ebrei che entrano in Italia, soprattutto dalla Germania,
per sfuggire alle già gravi persecuzioni conseguenti alle leggi di Norimberga del
1935.
"Il problema degli ebrei che vengono è dunque complesso e grave - si legge - ...
Un bel giorno bisognerà risolverlo; e sarà veramente un bel giorno" .
Sotto il titolo Opinioni, 1'8 febbraio compare un attacco a quanti sostengono
che sulla questione ebraica non si deve esagerare se non altro perché in Italia gli
israeliti sono una quantità trascurabile.
"Sì, egregi invertebrati - conclude l'emerito opinionista - gli ebrei sono 40 mila ma 40 mila generali" .
Nuova recensione di un libro relativo al tema il 27 febbraio. Questa volta si
tratta di un autore ebreo ben noto per il suo filo-fascismo, Ettore Ovazza, e del
suo Ìibro Il problema ebraico, teso a riaffermare "la italianità degli italiani di religione ebraica i quali ... seguono, con profonda devozione, il regime che può
contare sulla loro assoluta fede", afferma il recensore, che così conclude:
"L'Ovazza, bisogna riconoscerlo, è stato particolarmente esauriente con questa sua profonda ed originale opera, ed ha dimostrato che da noi, se mai, esiste
un problema ebraico limitato alla sparuta insidiosa frazione sionista" .
A tale impostazione' 'ovazziana" si attiene ancora, osserviamo qui di passaggio, la gerarchia fascista reggiana (ma le cose cambieranno bruscamente nella
tarda estate '38 ... ), in seno alla quale un Sergio Finzi continua a rimanere come
segretario del fascio di Correggio e il21 aprile 1938 può ancora tenere il discorso
celebrativo del Natale di Roma a Budrio (,'Solco fascista", 17.4.1938).
In marzo, nel crescendo della campagna antisemita, troviamo un minaccioso
titolo, Al muro, riguardante - per il momento - gli ebrei rumeni accusati di oscure trame contro il governo fascisteggiante (e violentemente antisemita) di quel
Paese.
"Noi attendiamo - scrive l'anonimo articolista - di sentire che i soldati di Re
Carol ... hanno fucilato senza processo tutti i protagonisti, i complici e i sospetti
del criminoso tentativo di gettare nei gorghi di un caos bolscevico la Romania" .
Dalla tarda primavera all'inizio estate 1938 la questione ebraica rimane "in
sonno", sulle pagine del nostro quotidiano, per lasciare posto al tema della so-
21
stituzione dell'italico VOI allo spagnolesco LEI e a connessi annunci del tipo
Abbiamo cominciato a darci del 'tu' . Il lei e il voi aboliti nellafamiglia del Solco (titolo in pagina locale, 16.7.1938).
Ma il31 luglio, una domenica, il problema riappare in modo esplosivo con le
parole del duce pubblicate come titolo su tutte le colonne in prima pagina: ...
Ognuno sappia che anche sulla questione della razza noi tireremo diritto; parole accompagnate, nel testo della dichiarazione pronunciata a Forlì davanti ai
segretari federali, dalla seguente precisazione: "Dire che il fascismo ha imitato
qualcuno o qualcosa è semplicemente assurdo" .
Il riferimento mussoliniano era al documento razzista approvato dal Gran
consiglio il 6 luglio ed alle osservazioni polemiche, soprattutto di fonte cattolica, contro le teorie "neopagane" del razzismo germanico giudicate estranee alla tradizione cattolico-latina, come vedremo meglio a proposito di stampa cattolica locale.
Puntualmente il 2 agosto successivo, martedì, "Il Solco" pubblicava il Foglio disposizioni del P .N.F. annunciante le "direttive ai GUF per lo studio del
problema della razza". Il giorno successivo si annunciava la prossima uscita
del primo numero della rivista' 'La difesa della razza" , diretta da Telesio Interlandi, segretario di redazione Giorgio Almirante.
L'intera campagna di stampa appare volta al raggiungimento di due obbiettivi: primo, convincere gli italiani che, in quanto popolo "imperiale" dovevano acquisire una salda mentalità razzista sia nei confronti dei sudditi delle colonie africane che, in particolare, verso gli ebrei di casa nostra proclamati non
appartenenti alla (peraltro inesistente) "razza italiana"; secondo, dimostrare
non era (come invece indubbiamente fu) serviche, appunto, il razzismo fasista
c:-le imitazione di quello nazista bensì frutto di un pensiero autoctono, italiano e
fascista, precedente alle teorie naziste, essenzialmente scaturito dalla mente di
Benito Mussolini.
A quest'ultimo scopo il 6 agosto la prima pagina del "Solco" veniva interamente dedicata ad una antologia di pensieri mussoliniani, di varie epoche, sul
problema della razza.
L'orgia - per ora soltanto cartacea - antiebraica, non impediva (svista? Prevalere di un campanilismo prosperiano sulle troppo recenti teorie razziste antisemite?) il comparire in terza pagina (9.8.1939) di un articolo, ripreso peraltro
da "La Sera" , di esaltazione della figura del barone Raimondo Franchetti, appartenente ad una famiglia di ebrei stabiliti si a Reggio almeno dal secolo XVI
(dopo l'Unità d'Italia ebbe residenza signorile nel palazzo con parco di Via
Emilia S. Stefano) e la cui nonna, come si legge nell'articolo stesso "era una
Rotschild" .
Del famoso esploratore, che ai Civici Musei di Reggio aveva lasciato numerosi cimeli portati dalle sue imprese africane "dice la canzone dancala (è sempre "Il Solco" che ci informa): E' morto il grande Simba, il leone più forte, che
ci amò, ci difese, ci seppe comandare" .
Ma già l' Il agosto le tirate razziste continuano col saggio I giovani e la razza,
ripreso dal primo numero della rivista di Interlandi.
Il tema viene ora cucinato, quotidianamente, in tutte le salse. Anche la tra-
22
versata del Po (praticamente una gara di biatlon: nuoto più podismo) diventa
l'occasione per esaltare "la potenza della razza italica" (13.8.1938).
Ed anche innocenti scritti di dietetica sono finalizzati, nel titolo, allo stesso
scopo (Per la sanità della razza. Elogio scientifico della sobrietà, 14.8.1938).
Sulla pagina del 14 agosto, da allora in avanti periodica, del GUF, compare il
tema con ben due articoli: uno Razzismo e imperialismo, è firmato da un improbabile Nero Azzurro, il quale, dopo un excursus storico conclude:
"Così è nato l'ebraismo internazionale. Molti spiriti forse hanno acquistato il sentimento nazionale per gli stati che li ospitano; ma i corpi che li racchiudono continuano a professare l'isolamento
razziale [sottolineatura mia, A.Z.] Nulla di straordinario se oggi l'Italiano nuovo vuole rivedere i
propri rapporti con l'Ebreo. Costui non ha voluto avere uno Stato l?], ha abbandonato la Nazione,
che un tempo possedeva, per raggiungere miraggi materialistici. E' logico perciò che non può avere
cordiale ospitalità nell'Italia fascista, chi ha ucciso, per tradizione, l'Idea della Patria" .
Con buona pace del verdiano Coro del Nabucco, verrebbe di scherzare; come
se non fosse bastata l'accusa secolare di deicidio formulata costantemente da
tutte le chiese cristiane fino (per quanto riguarda quella cattolica) al Concilio vaticano II ...
Se questo primo articolo si mostra francamente improntato ad un razzismo
biologico (quei corpi irrimediabilmente ebraici ... ) il secondo, Sordità ebraica,
gli si avvicina di molto:
" ... Coloro [tra gli ebrei] che affermano di essere anche fascisti convinti, rammentino che il fascismo non può ammettere riserve mentali di alcun genere ... Non possono esistere due Idee per le quali
si sia pronti a morire ... Chi dunque sa di non essere a posto si tiri in disparte prima che lo raggiunga
la freccia inesorabile; chi ritiene di aver sempre agito in buona fede, sia ancora una volta tanto onesto da lasciare ampia libertà a chi dovrebbe giudicarlo tenendosi ugualmente in disparte".
In terza pagina (24.8.'38) troviamo poi il "saggio" Fondamenti del razzismo
italiano, ripreso dalla' 'Critica fascista" .
Con la titolazione delle grandi occasioni il2 settembre si annunciava, in prima
pagina, la prima delle misure legislative antisemite: Revoca della cittadinanza e
allontanamento entro sei mesi per gli ebrei che si sono stabiliti in Italia dopo il
1919.
Il giorno successivo veniva dato il seguente annuncio, di nuovo prima pagina
su tutte le colonne: Gli insegnanti e gli alunni ebrei I esclusi dalle scuole a datare
dal 16 ottobre.
Quel provvedimento legislativo fu, come vedremo, il colpo forse più crudele
sferrato agli ebrei italiani fra il 1938 e il settembre 1943.
Il 7 settembre, in pagina di cronaca locale, c'è un pezzo di apertura sul prossimo inizio dell' anno scolastico ma non vi si accenna minimamente alla questione
che pure è trattata, nei suoi vari aspetti non solo scolastici, oltre che in prima (come ormai ogni giorno), in terza pagina con un pezzo ripreso dal solito "Tevere" .
Emanata e resa pubblica la legge, si intensificò il martellamento propagandistico teso a dimostrarne la necessità e ad illustrare gli infiniti difetti di una' 'razza" pericolosa: Gli ebrei non amano la terra, èil titolo di un articolo inprimapagina dell'8.9.1938; Razza, stirpe, religione è il titolo di un "saggio" in terza paginade113.9. ,
23
Ma a dare fondamenti "scientifici", e diffusione a livello di massa, aWideologia antisemita provvede addirittura, anche qui a Reggio, il Seno Nicola Pende, il maggiore teorico del razzismo italiano e artefice del famigerato Manifesto degli scienziati razzisti. Si comincia il 25 settembre con una intervista al senatore, pubblicata sul "Solco", di Nearco Zambelli.
Dopo un lungo battage preparatorio a base di vistosi palchetti in cronaca,
Pende tenne poi una conferenza al Teatro Ariosto il 16 ottobre (domenica),
inaugurando così l'anno accademico del locale Istituto di cultura fascista, sul
tema L'uomo e la donna nella culturafascista.
Oltre ad allinearsi in pieno col nazismo in tema di antisemitismo, l'illustre
oratore si allineava anche al famoso sintetico slogan nazista delle' 'tre K" in tema di questione femminile (Kinder, Kiiche, Kirche - Bambini, cucina, chiesa).
Egli si pronunciava infatti (resoconto sul "Solco", 18.1O.38)contro
"i fattori di pervertimento della natura femminile ... cioé la volontà di emancipazione economica mediante il lavoro ... , la volontà di emancipazione familiare e coniugale mediante l'acquisizione
di diritti in tutto pari a quelli del marito, la volontà di emancipazione spirituale mediante una cultura intellettuale e fisica dello stesso genere di quella dell'uomo",
spiegando poi che la battaglia contro cotali pretese femministe era "intimamente connessa con quella della razza" .
Si fa ora quotidiano l'annuncio di una attività capillare di spiegazione e convincimento con le "conferenze di cultura fascista" rivolte alle varie categorie:
ai partenti per le terre dell'impero, alle donne, ai giovani.
Così, per esempio, apprendiamo (S.F., 18.10.'38) che l'avv. Francesco Gatta ha parlato ad Arceto sul tema Razzismo efascismo avvertendo "coloro che
dovranno recarsi nelle terre deWimpero sulle degenerazioni che derivano dalla
promiscuità di razze diverse" e illustrando i "recenti provvedimenti presi dal
Regime a carico degli appartenenti alla razza ebraica" .
Anche donna Laura Marani, fiduciaria dei fasci femminili reggiani, interviene ripetutamente sul tema, come nella conversazione tenuta alle giovani e alle
donne fasciste di Reggio nel dicembre 1938 e nel corso della quale, stando al resoconto del "Solco" (15.12) "riafferma[va] la necessità che la donna comprenda e secondi l'opera che il Regime compie per la tutela della razza" e si soffermava "ad illustrare i provvedimenti adottati contro il pericolo ebraico".
"La donna nella sua sensibilità di madre e di educatrice-concludeva la Marani - deve essere lo
strumento più efficace e più cosciente della campagna per la difesa della razza ... farsi una vera e
propria cultura in merito".
La campagna specifica verso le donne era iniziata un mese prima, in occasione del rapporto della stessa Marani alle segretarie dei fasci femminili della provincia, con un intervento del Prefetto D'Andrea il quale si era "soffermato a
mettere in rilievo l'illuminata saggezza della nuova legislazione sancita per la
tutela della razza" (S.F., 12.11.'38).
In una' 'conferenza di cultura" tenuta a Guastalla il 3 dicembre a cura dellocale Nucleo universitario, tal Bruno Simonazzi "ha svolto il tema razzismo alla
presenza dei giovani fascisti premilitari della classe 1921" .
24
Nelle pagine di cronaca locale, quando non c'è un pezzo specifico, compare
un "palchetto" con un detto di Mussolini, come per esempio questo: "Il problema razziale non è scoppiato all'improvviso come pensano coloro i quali sono abituati ai bruschi risvegli, perché sono abituati ai lunghi sonni poltroni".
(19.10.38).
Una sorta di dibattito sul tema del razzismo trova spazio tra la fine del 1938 e
l'inizio del '39 sulla pagina settimanale del GUF dove accenni ad un "razzismo
spirituale" parrebbero implicitamente contrapporsi al razzismo biologico di
scuola germanica (Razza e cultura, Il.9.1938) ma rivendicato anche al punto 3
del Manifesto degli scienziati razzisti italiani, del luglio 1938 ("Il concetto di
razza è concetto puramente biologico' ').
" ... Ora se è vero che il problema della razza va studiato scientificamente -leggiamo nell'articolo
- è altrettanto vero che l'indagine scientifica non dev'esser intesa tanto strettamente da arrestarsi
all'esame di alberi genealogici, di forme craniche, di frequenze mendelliane, ma deve andar oltre e
addentrarsi più a fondo nello studio di quell'alta perfezione di valori spirituali a cui la stirpe italica
ha saputo pervenire attraverso la purezza razziale dei suoi tipi più nobilmente rappresentati".
Francamente biologico invece l'anonimo articolo Agli antipodi (23.10.'38)
traendo argomenti da una supposta "totalitaria assenza dei giudei dall'attività
agricola e dai cimenti sportivi";
"coloro che, ebrei - spiega l'anonimo -, hanno dato al fascismo la loro piena adesione e coloro
che hanno bene meritato dalla Patria, hanno ottenuto il più benevolo trattamento possibile ... Ma
fuori di queste eccezioni le posizioni sono ben nette e divise. Noi e i giudei siamo due popoli, due
razze più che distinte, nettamente contrarie per caratteri fisici, per origine, per tradizioni, per
ideali" .
Tale Aurelio Monticelli si impegna poi, col pezzo Questo è il nostro razzismo
(15.1.39, quattro colonne da cima a fondo pagina) a "sfatare una leggenda,
quella che il razzismo italiano sia una copia, un esemplare del razzismo tedesco" .
Non solo prodotto nazionale il razzismo italiano, secondo Monticelli, ma
anche cattolico ed all'uopo si appoggia all'autorità di "un noto studioso cattolico di problemi razziali" il quale aveva sostenuto, sulle pagine dell' "Avvenire
d'Italia", che tale razzismo "eminentemente nazionale e latino non urta contro le idee della Chiesa" .
Il riferimento, non meglio chiarito, parrebbe essere il padre Agostino Gemelli, rettore dell'Università cattolica di Milano, il quale in varie occasioni aveva preso posizione (a dire il vero contro il coevo magistero della Chiesa) in favore delle leggi razziali con asserzioni come quella formulata in una conferenza, il 9 gennaio 1939, all'Università di Bologna, quando aveva ravvisato nei
provvedimenti antisemiti "attuarsi quella terribile sentenza che il popolo deicida ha chiesto su di sé e per la quale va ramingo per il mondo, incapace di trovare la pace di una patria, mentre le conseguenze dell'orribile delitto lo perseguitano in ogni tempo" .
Le idee in materia di Agostino Gemelli e di qualche altro esponente del mondo cattolico non facevano che seguire una tradizione cristiana secolare risalente ai Padri della chiesa (da San Giovanni Crisòstomo, a Sant' Agostino) e continuata attraverso la Riforma e la Controriforma fino alle pagine di "Civiltà cat-
25
tolica" a cavallo tra secolo XIX e XX; tuttavia, se fu una tragica realtà l'antigiudaismo (che non fu quasi mai antisemitismo in senso razziale-biologico) del
cristianesimo, va subito detto che la Chiesa cattolica espresse all'epoca del razzismo nazifascista ben altre posizioni, a partire dal Magistero papale, come vedremo fra poco.
Ma tornando al nostro "Solco", diremo che col 1939 anche le pagine di cronaca locale, oltre a quelle "culturali" (la 3.a) e quella dei GUF, vengono sempre più frequentemente investite dal tema; così ilIo febbraio 1939, con un articolo che, partendo dall'affermazione-auspicio di carattere generale secondo
cui "la epurazione completa dell'industria e del commercio nazionali dalla nefasta influenza giudaica non potrà tardare" , scende nel concreto e nel locale informando che
"anche nella nostra città [si verifica] il caso di un'azienda alla quale sono abbarbicati ancor oggi alcuni giudei di fuori, che con la loro tradizionale cieca avidità la spremono in tutti i modi per cavarne il maggior profitto personale anche a costo di ledere l'efficienza stessa dell'azienda e di mettere
in pericolo il pane sudato delle maestranze che vi lavorano: la Società anonima calzificio Marconi.
Consigliamo questi giudei ad asciugarsi la bocca ed a considerare il lauto pasto di già finito, perché in diverso caso saremmo costretti a ritornare specificatamente sull'argomento rivelando cose
veramente interessanti nei loro riguardi".
Testo esemplare, sia detto di passaggio, per la concentrazione in poche righe
di tutti i più comuni stereòtipi dell'armamentario polemico antisemita.
L'ultima citazione di questa rassegna tesa ad analizzare il modo in cui l'antisemitismo venne propagandato tra i reggi ani attraverso il quotidiano locale,
nell'arco temporale che va dal gennaio 1937 ai primi mesi del '39, la traiamo
ancora dalla pagina del GUF (31.3.'39) e precisamente dall'elzeviro di tale Eithel Torelli il quale, disquisendo di Razzismo fascista, cerca in pratica di applicare alla situazione italiana lo schema nazista più estremo, come contributo a
contrastare esitazioni e dubbi:
" .. .le leggi sulla razza rispondono ad una necessità manifestatasi ma non abbastanza sentita nelle coscienze - scrive infatti il Torelli - facendo opera di propaganda si otterrà quasi il collimare della
condotta individuale con quella voluta dalla legge ... D'altro canto, la lotta dovendosi manifestare
contro tutte le razze che non siano la nostra, perciò tutte ugualmente nemiche, il razzismo deve amplificare lo spirito guerriero della razza";
spirito la cui incarnazione viene indicata nientemeno che nella Milizia V0lontaria Sicurezza Nazionale (il "partito in armi") qualificata come "la più potente originalità di questa razza", con un sottinteso accostamento alle SS germaniche.
3.2. I cattolici tra dissenso e ambiguità. Alcuni esempi.
Palese è dal 1938 in avanti lo sforzo del fascismo e dei suoi "intellettuali organici" per appoggiare sulla tradizione cattolica il nuovo antisemitismo.
L'utilizzazione, più o meno fedele, di dichiarazioni sul tema provenienti da
sacerdoti o da qualche vescovo è una costante.
Secondo il "Solco" del 29.1.1939 il vescovo di Guastalla, Mons. Zaffrani,
avrebbe detto "in sostanza", nel corso di una conferenza, "che lo Stato s'è at-
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tenuto alle norme dettate dalla Chiesa nei secoli" , e si è dichiarato' 'contrario alla
persecuzione spietata, la qualeinrealtà non avviene perché finora non un capello è
stato torto agli ebrei' '.
"Il Vescovo ha concluso: Sua Eccellenza Farinacci, che ha sottoscritto incondizionatamente le affermazioni del vescovo di Cremona [Mons. G. Cazzani, schierato sulle posizioni antisemite di padre
Gemelli], sono certo che sottoscriverà anche lemie' , .
Per affrontare in modo adeguato il tema del comportamento complessivo del
mondo cattolico reggiano di fronte alle leggi razziali sarebbe necessario un vasto
lavoro di ricerca che comprendesse anche, manonsolo, l' analisi dei bollettini parrocchiali e di quelle preziosissime fonti che sono i diari delle varie parrocchie. In
questa sede ci limiteremo a riportare brani di alcuni testi pubblicati nel 1938 sul
Bollettino della diocesi di Reggio. Si tratta in pratica delle sole prese di posizione
pubbliche che all'epoca si ebbero contro le leggi razziali; e se anche il Bollettino
aveva una diffusione limitata che presumibilmente andava poco più inlà del clero
e dei dirigenti di Azione cattolica diocesani, è assai probabile che la generalità dei
parroci reggiani se ne siano serviti nella azione pastorale. D'altra parte è asserzione reiterata, in quanto presente in varie testimonianze di esponenti cattolici reggiani, che il razzismo fascista segnò l'inizio di un ripensamento e di una presa di distanza, da parte del cattolicesimo militante locale, nei confronti di quel fascismo
al quale si era invece data ampia solidarietà sia in occasione della guerra d'Africa
che durante tutta la guerra di Spagna. E nello svolgersi di quest'ultima vicenda tale
solidarietà conviveva, per così dire, con la presa di distanza in tema di politica razziale.
Nell' aprile 1937 il Bollettino della diocesi pubblicava integralmente l'enciclica
Mi! brennenderSorge (Con arden te cura, o Con vivasolleci!udinechetradur si voglia) di Papa Pio XI, contenente anche una esplicita condanna, evangelicamente
"gridata dai tetti" ,del' 'neopaganesimo" nazistaedellesueteorierazziste.
Sul numero di maggio; mentre si ribadisce la condanna (contenuta nell' altra enciclica papale, laDivini Redemptoris) del' 'comunismo àteo" , si afferma che anche' 'in altri campi si vuole con intenzione manifesta cancellare la vera fede' 'in base ad ideologie che costituiscono una "insidia non meno minacciosa" di quella
dello stesso comunismo.
Sul numero di giugno 1938, perciò nel pieno della campagna fascista per la
"preparazione psicologica dell'opinione pubblica" alle imminenti leggi antisemitiche, viene pubblicato il testo Le assurde proposizioni del razzismo, emanato
dallà Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università.
Nel breve ma assai chiaro testo si invitano" gli insegnanti dei Seminari e delle
Università cattoliche a trarre assiduamente dalla biologia, dalla storia, dalla filosofia, dall'apologetica e dalle discipline giuridiche e morali le armi necessarie per
confutare validamente e competentemente" tali proposizioni" suffragate da una
scienza di falso nome ed intese aconfonderelo spirito e a sradicare la vera religione
con una larghissima diffusione' , .
Questa vigorosa presa di posizione fa riferimento a quanto stava accadendo in
Germania ma evidentemente, e neanche tanto implicitamente, si inseriva, unica
voce di aperto dissenso, nella campagna in corso in Italia.
27
Il Bollettino del dicembre 1939, perciò uscito all'indomani della promulgazione delle leggi razziali e nel pieno della loro applicazione, pubblica un vero e
proprio dossier di 17 pagine con cui si contestano da vari punti di vista le decisioni del governo fascista italiano.
Si comincia con il testo A proposito di un nuovo decreto legge, nel quale, a
parte l'adozione senza virgolette di locuzioni come "razza ariana", si riafferma un principio fondamentale:
"Tutti, a qualsiasi razza appartengano, sono chiamati ad essere figli di Dio, membra vive del
Cristo vivente, cittadini in quel regno del Divin Redentore sulla terra, che è la sua Chiesa. Venti secoli di storia stanno a dimostrare questa grandiosa e meravigliosa universalità. Sicché le razze non
hanno mai costituito una discriminante tra i fedeli cattolici" .
Di seguito compare l'omelia del cardinale arcivescovo di Milano Idelfonso
'Schuster, che pur non avendo né prima né dopo goduto gran fama di antifascista, ebbe tuttavia sulla questione razziale una presa di posizione assai ferma e
ben espressa fin dal titolo della omelia: Il mistero del Sangue nella Redenzione
e l'eresia antiromana del razzismo.
"Oggi, in nome di questo mito del secolo XX - affermaeha l'altro Schuster -, si mette al bando
del territorio dell'Impero il discendente di Abramo ma insieme si combatte l'unica religione rivelata. Domani, in forza dei medesimi principi, non si vorrà rinnovare anche contro i discendenti di
Augusto e di Varo l'eccidio delle Legioni Romane nella Foresta di Teutoburgo?"
Se le parole appena citate ci appaiono come un estremo appello al fascismo
italiano a non seguire, in nome della "romanità" , le teorie naziste, quelle che
seguono colpiscono per il vigore profetico, in ogni senso, che le caratterizza:
"Si parla assai e dappertutto di buona volontà di pace per evitare ad ogni costo un conflitto internazionale. Ma codesta filosofia nordica che è divenuta teosofia e politica insieme, non costituisce forse la fucina ove si forgiano le armi più micidiali per una guerra a venire? Sarà l'ora predetta
del Vangelo quando: Surget Gens contra Gentem et Regnum adversus Regnum ".
Improntato a razionalità e molto buon senso il testo che segue, redatto dal
cardinal Van Roey, arcivescovo di Malìnes e primate del Belgio:
"Che cosa bisogna pensare di questa dottrina? sÌ chiede il cardinale dopo aver riassunto le teorie
razziali naziste - Che esistono razze umane differenti, aventi ciascuna le sue caratteristiche proprie,
le sue qualità e i suoi difetti, è certo. Se si vuoI attribuire queste note specifiche all'influenza del
Sangue, passi! Però non è affatto dimostrato che la purezza razziale è una condizione di progresso;
al contrario, molti scienziati pretendono che incroci di razze contribuiscono al loro sviluppo e favoriscono il progresso dell'umanità".
'«Per osare affermare che esistono razze pure - incalza con cipiglio illuministico il cardinale -,
periomeno in Europa, occorre non conoscere nulla della storia, nulla delle migrazioni di popoli che
si sono mescolati e sovrapposti" .
Rispondendo alle' 'parole così luminose" del cardinal Van Roey, il cardinale
arcivescovo di Parigi, Verdier, scrisse una lettera, che compare di seguito nello
stesso "dossier" che stiamo esaminando, nella quale tra l'altro si afferma:
"Voi indicate con una chiarezza perfetta quel che vi è di arbitrario e di pericoloso in queste nuove teorie del sangue e della razza" .
"A migliaia e migliaia di uomini vicini a noi - scrive ancora Verdier - si dà la caccia, in nome dei
diritti della razza, come a delle bestie feroci, spogliandoli dei loro beni, veri paria che cercano invano in mezzo alla civiltà asilo e un pezzo di pane. Ecco il risultato fatale della teoria razzista" .
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E ancora:
"COSÌ Dio ci protegga contro queste teorie e la loro applicazione; cosÌ Egli allontani da noi questo razzismo che la nostra civiltà cristiana respinge in nome della biologia, della storia, della vera filosofia del diritto, della morale tradizionale e della religione cristiana ... Più che mai restiamo fedeli a quelle idee di fraternità universale, di savia libertà, di rispetto per tutto quello che è umano e di
predilezione per i molti sofferenti della grande famiglia umana. Questa è la vera civiltà cristiana, la
nostra" .
115° testo è del cardinale patriarca di Lisbona, Manuel Conçalves Cerejeira,
il quale afferma che
"Nel fondo del conflitto religioso che si svolge in Germania tra lo stato nazista e le Chiese [è il
primo a parlare di Chiese al plurale], vi è ben più che un episodio passeggero di lotta storica tra Stato e Chiesa: vi è tutto il dramma dell'eredità cristiana.
La Chiesa soffre e lotta per il regno di Cristo - e con essa tutti i protestanti eroici - al quale si vuoi
sostituire una religione della comunità tedesca, purgata dal cristianesimo "orientale" ... Il mito
della razza sostituisce l'ideale di Cristo".
"Mentre il comunismo si dichiara francamente ateo - continua Cerejeira -, il nuovo ideale si proclama invece religiosq. Ma questa religione -la religione della nazione - non cessa d'esser la morte
della Religione cristiana ... L'ideale nazionale reclama per essa la categoria del divino. Adotta il
vocabolario religioso dell'adorazione. Coltiva l'emozione religiosa nel sacrificio totale dell'individuo al suo servizio".
Decisamente più debole, e perfino ambiguo l'articolo (6° pezzo del nostro
dossier) a proposito della rivista "La difesa della razza" , ripreso dall' "Osservatore romano", e nel quale l'immondo periodico di Telesio Interlandi viene
criticato come' 'immorale" non tanto per le teorie razziste di cui si fa banditore
quanto per le fotografie di nudi e per le descrizioni "osées" che vi vengono
pubblicate ed a cagione delle quali "simili quaderni ... non possono entrare negli Istituti di educazione cattolica" .
Come se, tolti gli aspetti che l" 'Osservatore" riteneva pornografici, tale rivista avesse potuto essere accettata in un progetto di educazione cattolica.
Una pagina a dir poco imbarazzante, insomma, a cui però fa seguito il 7° ed
ultimo pezzo del dossier, Religione e Stato.
Con una breve premessa e cinque sintetici punti il documento contesta sul
piano del diritto, Concordato alla mano, le pretese totalitarie, relativamente
alla situazione italiana, espresse in un saggio di Mario Rivoire su' 'Critica fascista" .
4. L'APPLICAZIONE DELLE LEGGI RAZZIALI
Il Decreto legge 17 novembre 1938 n. 1728, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 19.11.1938 e recante il titolo Provvedimenti per la difesa della razza italiana, coi suoi 29 articoli stabiliva in sostanza la proibizione dei matrimoni di
cittadini italiani di "razza ariana" con persone appartenenti "ad altra razza";
determinava chi fossero gli appartenenti alla "razza ebraica"; enunciava una
serie di divieti o di limitazioni in ordine alla possibilità di esercitare i diritti derivanti dalla qualità di cittadino italiano ivi compreso quello di possedere beni
immobili, imprese, ecc.
29
All' art. 13 si escludevano gli ebrei dalle organizzazioni del P.N.F. e da tutti
gli uffici pubblici: si faceva eccezione per quanti, previa istanza degli interessati, fossero riconosciuti particolarmente meritevoli per servizi resi al fascismo o
alla patria.
In ultima istanza spettava al Ministero degli interni, e per esso ad una commissione tutta composta di gerarchi fascisti, stabilire chi fosse ebreo a tutti gli
effetti (negativi) o chi poteva venire "discriminato", cioé esonerato dal subire,
parzialmente, le conseguenze negative della propria' 'ebraicità' '..
Il più crudele dei provvedimenti antisemiti fu certamente quello, non contenuto nella legge n. 1728, di esclusione dalle scuole pubbliche di ogni ordine e
grado, non solo degli insegnanti, ma anche degli alunni e degli studenti ebrei,
provvedimento che, come riferiamo nel capitolo sulla stampa locale, fu annunciato ai reggi ani sulla prima pagina del "Solco" del 3 settembre 1938.
4.1. Il censimento degli ebrei reggiani.
Il primo atto compiuto anche a Reggio, come nel resto d'Italia, fu il censimento della popolazione ebraica, effettuato comune per comune, ed i cui elenchi servirono poi agli occupanti nazisti ed ai loro collaboratori repubblichini
per catturare ed inviare nei campi di sterminio migliaia di israeliti italiani.
Gli ebrei in provincia di Reggio risultarono 129. Nel corso della nostra ricerca siamo riusciti a reperire soltanto l'elenco relativo ai 65 ebrei censiti nel comune di Reggio, elenco che riportiamo di seguito integralmente:
Cognome Nome ePaternità
Anno di nascita Abitazione
Almansi Benvenuta fu Giuseppe
Almansi Ebe fu Giuseppe
Almansi Elena fu Cesare
Almansi Giannina fu Emanuele
Basevi Guido fu Giuseppe
Bonaventura Prof. Paolo fu Felice
Borghi Rag. Aleardo fu Eugenio
Brisi Edmea fu Amedeo
Brisi Emilia fu Daniele
Calabresi Cesare fu Amadio
Calò Silvia fu Benedetto
Camerini Ada fu Giuseppe
Camerini Eduardo fu Guglielmo
Cantoni Alberigo fu Alessandro
Cantoni Alessandrina di Alberigo
Cantoni Alessandro fu Ardo
Cantoni Alfeo fu Alessandro
Cantoni Alfredo fu Ardo
Cantoni Anna di Aurelia
Cantoni Aurelia di Alberigo
Cantoni Aurelio fu Alessandro
1884
1880
1885
1894
1888
1870
1893
1892
1866
1884
1903
1868
1866
1879
1904
1908
1883
1913
". 1935
1885
1876
V.V. Cagni4
V.V. Cagni4
V. Fontanelli 7
V.S. Rocco 12
Manicomio
V. Sessi 7
V. Carbone 2
V. Monzermone 6
V.Aquila2
Manicomio
E.S. Stefano 23
Corso Cairoli 3
V. Aquila 2
C. Garibaldi 34
C. Garibaldi 34
V. Aquila 8
V. Monzermone 2
V.Aquila8
C. Garibaldi 34
C. Garibaldi 34
Via Sessi 2
30
Cognome Nome ePaternità
Carmi Gino fu Umberto
Cevidalli Elvira fu Simone
Coen Fano Fortunata di Marco
Corinaldi Ada fu Cesare
Corinaldi Bice fu Cesare
Corinaldi Rag. Guido fu Cesare
Corinaldi Olga fu Cesare
Di Capua Alberto di Marco
Finzi Gilda Ginda di Raffaele
Finzi Irma fu Giacomo
Fuchs Elda fu Angelo
J acchia Lina fu Israele
Jona prof. Annita fu Alfredo
Levi Cesare fu Florio
Liuzzi Bona fu Emanuele
Liuzzi Ida fu Samuele
Luzzati Emilia fu Salvatore
MelIi Benedetto fu Samuele
MelIi Giorgio di Benedetto
Modena Aldo fu Flaminio
Ottolenghi Elisa fu Salvatore
Ottolenghi Salomone fu Beniamino
Padoa Dante fu Paolo
Padoa Lazzaro di Dante
Padoa Vera di Dante
Piattelli Ing. Fidia fu Ismaele Ignazio
Rabbeno Primo fu Leone
Ravà Beatrice fu Serse
Ravà Gino fu Serse
Ravà Linda fu Raimondo
Rietti lIma fu Angelo
Rietti Iole fu Angelo
Sacerdoti Aldo fu Federico
Sacerdoti Amleto fu Giuseppe
Sacerdoti Umberto fu Flaminio
Sinigaglia Cesare di Oreste
Sinigaglia Elvina di Oreste
Sinigaglia Oreste fu Angelo
Steiner Ing. Paolo di Maurizio
Tedeschi Avv. Augusto fu Silvio
Tedeschi Rag. Bruno fu Carlo
Tedeschi Franco di Augusto
Tedeschi Lia fu Carlo
Toscano Prof. Enzo fu Dario
Anno di nascita
1898
1864
1886
1877
1873
1867
1888
1905
1893
1878
1897
1889
1882
1863
1875
1877
1870
1890
1919
1884
1864
1880
1883
1915
1917
1907
-1856
1877
1885
1880
1913
1910
1897
1876
1861
1906
1905
1881
1902
1899
1910
1925
1908
1901
Abitazione
Manicomio
V.E.S. Stefano 21
V.A. Allegri 2
V. Monte Grappa 8
V. Monte Grappa 18
V. Monte Grappa 18
defunto
V. Monte Grappa 18
V.G. Fogliani21
Manicomio
Galleria S. Maria
V. Farini 7
V.E.S. Pietro 30
V.E.S. Pietro 73
V.S. Paolo 6
V. Monzermone 8
V. Roma 7
V. Castelli 1
V.E.S. Pietro 30
V.E.S. Pietro 30
V. Fontanelli 3
V. Caggiati 9
V. Monzermone 6
V.U.Cagni4
V.U. Cagni4
U. Cagni4
V. Monte Grappa 7
Ricov. Mend. defunto
V. Monzermone 6
V.Aquila3
V.E.S. Stefano 23
V. Monzermone 6
V. Monzermone 6
V. De' Gobbi
Manicomio
V.S. Martino 5
V. Monzermone 8
V.A. Allegri 6
V. Monzermone 8
V.E.S. Pietro 57
V.A. Allegri 2
V.A. Allegri 2
V.A. Allegri 2
V.A. Allegri 2
V. Secchi 12
31
L'applicazione concreta delle leggi antisemitiche avvenne sotto la diretta regìa prefettizia.
Rispondendo a telegramma del Ministero degli Interni ricevuto il 24 settembre 1938, il Prefetto di Reggio Tassoni, con proprio telegramma 957 ga. 47001
deI26.9.1938, scriveva che
"Situazione razzistica questa provincia non presenta caratteristiche degne rilievo. Non esistono
elementi razza non italiana aut simili ad eccezione ebrei.
Anche problema ebraico presenta scarsa importanza sia per limitato numero israeliti sia per attività da essi spiegata.
Ebrei investiti cariche pubbliche N. 5 tutti dimissionari in parte già sostituiti in parte in corso sostituzione: 1° - Membro O.P.A. Direttorio sindacato Avvocati [si trattava dell'Avv. Augusto Tedeschi] 2° - Consigliere Consorzio Ferrovie Reggiane [si trattava del Comm. Claudio Sinigaglia],
3° Segretario politico Fascio Correggio e Consigliere Consorzio Ferrovie Reggiane [Avv. Sergio
Finzi, fondatore del fascio correggese, proprietario di vari poderi nel Reggiano e nel Modenese]; 4°
e 5° Membri Direttorio Sindacato Commercianti abbigliamento et Sindacato commercianti legnami mobili et affini. Questi ultimi svolgono bene avviata attività commerciale e godono ottima posizione economica. Dei predetti secondo est altresì Sindaco Soc. Anonima Officine Meccaniche Italiane "Reggiane" et terzo Consigliere Amministrazione locale Banca Agricola Commerciale, cariche dalle quali non risulta si siano dimessi [si tratta, evidentemente, di Claudio Sinigaglia e Sergio
Finzi]. Altro elemento ebraico riveste cariche direttore locale stabilimento ausiliario Società Aereonuatuca Italiana. Risiedono inoltre qui due tecnici stranieri razza ebraica, uno di cittadinanza
tedesca altro ungherese [Ing. Paolo Steiner], rispettivamente impiegati presso stabilimento farmacologico Recordati di Correggio et presso Stabilimento ausiliario Officine Meccaniche "Reggiane" ,,17.
4.2. Licenziati ed espulsi da incarichi
Le conseguenze delle leggi razziali furono immediate in ogni settore: da quello del Partito, a quello della scuola e del pubblico impiego. A Correggio la classe dirigente espressa dal fascismo aveva avuto (o aveva ancora), tra i suoi esponenti, ebrei come il Cav. Gian Battista Sinigaglia, podestà nel 1928 (deceduto il
26.3.1929), un Walter Finzi, iscritto ai fasci dal 3.4.1921, l'Avv. Sergio Finzi,
fascista dal 15.7.1922, il quale, oltre a ricoprire gli incarichi elencati nel telegramma prefettizio sopra citato, figurava tra i membri del direttorio del fascio
correggese nel 1932 (' 'Solco fascista", 17.2.1932) ed era segretario politico dello stesso fascio al momento della promulgazione delle leggi antisemite.
Sergio Finzi fu immediatamente invitato a dimettersi da quest'ultimo incarico, anche se, evidentemente in considerazione di benemerenze acquisite, potrà
mantenere l'iscrizione al P.N.F.
Sul "Solco" del 18.9.1938, nella rubrica Attifederali, leggiamo un secco annuncio: "Il fascista Sergio Finzi cessa dall'incarico di segretario politico del fascio di Correggio. In di lui sostituzione nomino il fascista Vittorio Perucca" .
Di altre sostituzioni si dà il motivo ("avvicendamento", "passaggio ad altro
incarico", ecc.) della sua no.
Testimonianza indiretta della condizione in cui venne a trovarsi, Finzi stesso
ce la dà attraverso il racconto di un comunista suo concittadino, Aldo Magnani, il quale, uscito dal carcere (dopo aver scontato una condanna inflittagli nel
17Ads RE, Carte di Prefettura, Rapporti col PNF [e col PFR], Razza ebraica.
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1928 dal Tribunale speciale) sbarcava il lunario con un problematico commercio ambulante e verso la fine dell'autunno 1938 ebbe ritirata la relativa licenza:
"In Municipio il podestà mi rispose che avevano ricevuto ordine di ritirarmela per motivi di sicurezza - scrive Magnani nella sua autobiografia - Mi recai dal Maresciallo e questi mi disse che l' ordine veniva dal segretario del fascio. Credendo che segretario del fascio fosse ancora l'avvocato Sergio Finzi, uno dei cosiddetti "fascisti per bene", mi recai nel suo studio sperando di ottenere di rimuovere il provvedimento. Mi ricevette con modi urbani, ma mi disse subito che non poteva far
niente, primo perché non era più segretario e sul nuovo segretario, un giovane istruttore del Convitto nazionale, fanatico esecutore delle direttive di Starace, non aveva nessuna influenza; secondo, perché dopo l'accordo nazifascista e la promulgazione delle leggi razziali a lui, come ebreo discriminato, era concessa la permanenza nel partito perché fascista della prima ora, ma era appena
tollerato dai fanatici neorazzisti che comandavano allora al fascio" 18.
Finzi venne anche "dimesso" da consigliere del Consorzio cooperativo ferrovie reggiane. Da un verbale di riunione di Consiglio del Consorzio, riportato
in un suo studio da Giannetta Magnanini (senza indicazione di data) leggiamo
infatti quanto segue:
"il presidente informa che il consiglio, in applicazione alle direttive del partito, invitò i consiglieri avv. comm. Sinigallia e l'avv. cav. Finzi appartenenti alla razza ebraica, a presentare le dimissioni. Mentre l'avv. Finzi si adeguò a queste esigenze di carattere politico, l'avv. Sinigallia non diede
alcuna risposta. Essendo poi venuto a decadere il mandato dei predetti sigg. consiglieri per la rappresentanza in seno all'assemblea, essi furono sostituiti anche dal Consiglio" 19.
Analogo il caso dell'Avv. Augusto Tedeschi, di Reggio, che, iscritto al
p .N.F. dall' 11.11.1925, era segretario del Direttorio del Sindacato fascista Avvocati e Procuratori per la circoscrizione del Tribunale di Reggio Emilia, come
risulta anche dal relativo Albo dell' anno 1937.
Anche l'Avv. Tedeschi, come Finzi, fu "discriminato", per le benemerenze
acquisite, con decreto del Ministero dell'interno n. 230 del 2.3.1939 (A.C. di
R.E., n. 525 di protocollo riservato). Tuttavia subì l'onta di venire estromesso
dal suo incarico e, fatto che ancor più lo ferì, vide il figlio minore espulso dalla
scuola.
"Quando nel settembre del 1938 vennero promulgate le leggi razziali mio padre [ci racconta quel
figlio, l'Avv. Franco Tedeschi], il quale peraltro era stato fascista, mi spiegò che - tra l'altro - io
non avrei più potuto continuare a frequentare la scuola pubblica. All'epoca ero in seconda ginnasio.
Ricordo che mio padre, che non era certo un uomo che non fosse abituato a controllare i propri
sentimenti, aveva gli occhi lucidi: e anch'io, - ovviamente - rimasi molto scosso".
Anche Benedetto Melli, di Samuele e Malvina Padova, commerciante di
biancheria (aveva un negozio in Via Emilia San Pietro, a Reggio, dovo possedeva altresì un palazzo di 27 stanze), fu discriminato; egli era - tra l'altro - autorevole componente del Direttorio del Sindacato fascista dell'abbigliamento, incarico dal quale dovette comunque dimettersi.
Ma la "discriminazione", se lo salvò, in parte, dalle misure persecutorie del
'38, a nulla valse dopo 1'8 settembre '43. Assieme alla moglie Lina Jacchia sarà
uno dei lO ebrei reggiani sterminati dai nazisti.
18ALDO MAGNANI, Sessant'anni di un militante comunista reggiano, Milano, Teti, 1982, v.p. 105.
19GIANNETTOMAGNANINI, TrasportipubbliciaReggioEmilia. Cent'anni, Analisi, 1985, v.p.124.
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Pure discriminato il rag. Fausto Ravà, figlio di un artigiano falegname di
idee socialiste prampoliniane; abitava in Via Monzermone, nel vecchio Ghetto,
dove il nonno Serse era custode della Sinagoga.
Impiegato alle "Reggiane", ottenne la discriminazione perché nato da madre "ariana" e cattolica e' 'grazie ad una compiacente dichiarazione di avvenuto battesimo da parte della levatrice" .
"Fui costretto a ricorrere a questo ripiego - racconta Ravà - perché nessun
sacerdote a cui mi ero rivolto si era assunto la responsabilità di rilasciare un certificato di battesimo retrodatato" .
Ma in seguito, nella ridda di circolari applicative ed interpretative delle leggi
razziali, venne dichiarato di razza ebraica e non discriminabile.
Riuscì comunque a mantenere l'impiego alle "Reggiane" in quanto lo stesso
venne tramutato in rapporto di consulenza.
Ma il 15 .6.1943 fu licenziato definitivamente "in seguito a pressioni di fascisti fanatici" .
Anche il Ravà era in precedenza del tutto inserito nella vita "normale" dei
suoi coetanei: iscritto al fascio giovanile del gruppo rionale "A. Maramotti" ,
frequentava con profitto, proprio nella primavera di quel 1938, il secondo anno del terzo corso' 'per la formazione politica dei giovani" , come leggiamo sul
"Solco" del 23 marzo.
Anche Alfredo Cantoni venne licenziato dalle "Reggiane". Faceva parte
dell'équipe della Caproni impegnata nella progettazione dell'aereo RE-2000,
diretta da un altro Cantoni, ingegnere milanese, e lontano parente di Alfredo.
Benché nato da madre cattolica venne dichiarato di "razza ebraica", assieme al fratello, Alessandro, con determinazione del Ministero dell'Interno (che
confermava precedente decisione) comunicata dalla Prefettura al Podestà di
Reggio in data 27.3.1941, n. 855 di protocollo.
Fu però subito assunto alla Lombardini, l'azienda metalmeccanica dove trovarono occupazione anche diversi militanti antifascisti perseguitati dal regime,
quale responsabile dell'ufficio personale e produzione.
Rimase lì fin oltre 1'8 settembre, sia pure in condizioni di semiclandestinità,
grazie alla protezione del cav. Adelmo Lombardini al quale era legato da vecchia amicizia di famiglia. Dovette allontanarsi dalla fabbrica per una ventina di
giorni quando il comando germanico di occupazione esercitò un controllo sulle
maestranze, e sui "quadri" in particolare, dell'azienda, dato che "si lavorava
per produrre motori marini, considerati produzione di guerra' '20.
Anche le sorelle Antonietta ed Emilia Camerini, impiegate al Consorzio cooperativo ferrovie reggiane, furono licenziate.
Il loro caso venne discusso in una seduta del Consiglio d'amministrazione
del consorzio nel corso della quale vennero discusse anche le posizioni dell' Avv. Sergio Finzi (che, invitato a dimettersi da consigliere, si era immediatamente adeguato) e dell'Avv. Sinigaglia, che ad analogo invito aveva invece
contrapposto unfin de non recevoir.
Quanto alle sorelle Camerini
20Notizie fornite da Giannetta Magnanini all'autore.
34
"si affermò che per intervento delle autorità, ma dal verbale vi sono parole cancellate, ci si era rivolti all'Ufficio di collocamento dei disoccupati per affrontare l'esame della loro posizione. Solo
ad una di esse fu data l'indennità di licenziamento. Non vi fu riferimento ai provvedimenti legislativi ma si cercò di affrontare la questione amichevolmente. Ad un certo punto le due sorelle si accordarono e proposero restasse la più anziana, l'Antonietta, per assicurarle il lavoro sino alla pensione
e l'altra avrebbe rinunciato all'indennizzo di L. 25.000.
Tale proposta fu ritenuta equa dal consiglio ed approvata l'l luglio 1939. Le cose però non furono tanto amichevoli perché le due sorelle coraggiosamente, con l'invio di una lettera, facevano riferimento ad un colloquio avuto con il presidente Celio Rabotti il quale aveva promesso obbedienza
alla legge. Le due sorelle si dichiaravano umiliate dal colloquio e avanzavano la proposta accennata per la più anziana, che assolveva il ruolo di capo servizio contabilità e che qualora avesse perso il
posto di lavoro avrebbe perso anche - per soli sei mesi - il diritto di pensione nonostante avesse 30
anni di anzianità,,21.
Dalle poste venne licenziato il rag. Dante Padoa. La figlia, ragioniera Vera,
ci ha fornito la seguente testimonianza:
"La prima vera tragedia fu il licenziamento di mio padre, dalla sera alla mattina, dal suo impiego di direttore della ragioneria delle Poste di Reggio. Per lui fu un colpo terribile; dopo di allora
non è più stato lo stesso uomo. Oltretutto fu un dramma anche economicamente.
Mio fratello si arrangiava dando lezioni private, aveva già cominciato quando era studente universitario ... " .
I Padoa vennero anche sfrattati dall'appartamento delle case dei postelegrafonici, in Via Cagni n. 9. Vera fu l'unica della famiglia, essendo impiegata
presso una azienda privata, che riuscì a mantenere un posto di lavoro fisso tra
l'autunno 1938 e il 1943.
Ilma Rietti, nubile, impiegata alla T .LM.O. (l'attuale S.LP.) come telefonista, venne a sua volta licenziata. Il suo era l'unico stipendio fisso per la famiglia
composta anche dalla sorella Iole e dalla mamma Beatrice Ravà, vedova, che
contribuiva al reddito familiare affittando una stanza dell'appartamento in cui
vivevano, in Via Monzermone n. 6. Le tre donne finiranno, nel febbraio 1944,
in un forno crematorio ad Auschwitz.
4.3. Razzismo e scuola reggiana.
Da scuole reggiane furono espulsi, in quanto ebrei, la prof.ssa Anita lona,
Preside del Liceo classico; la prof.ssa Sandra Basilea, insegnante al Ginnasio, e
il prof. Ferruccio Pardo, Preside dell'Istituto magistrale22 .
A questo riguardo va registrata la testimonianza di opposizione alle leggi
razziali, e di solidarietà ai perseguitati, offerta da un gruppo di insegnanti dell'Istituto magistrale, così come riferita da Giovanni Fucili sulla base del racconto fattone dalla vedova del prof. Pardo, Iris Volli, sulle pagine di "Sha10m", n. 8, 1988:
"Ferruccio Pardo, in base alla circolare del Ministro Bottai, dovette licenziare ... se stesso. Nella
riunione che precedette il suo allontanamento Pardo salutò gli insegnanti ed il personale e si avviò
verso la stazione ferroviaria ... Ma nell'atrio della stazione Pardo ebbe una gradita sorpresa: si ritrovò tutti gli insegnanti, con tanti fiori, lettere, regali e ricordi. Tra questi anche una sveglia con
l'augurio' che possa segnare ore più liete' .
Ibidem, pp. 124-125.
22"Il Giornale della Scuola media" ,A. VIII, N. 9, 1939.
21GIANNETTO MAGNANINI,
35
Tra i firmatari del messaggio la segretaria della scuola, Vera Bergomi, la prof.ssa Lina Cecchini,
vivente, già deputato al Parlamento per la Democrazia cristiana, e tanti altri, ~li stessi che poi festeggiarono, nel 1945, il suo rientro in sede e la ripresa del possesso della carica" 3.
Tra gli studenti che subirono le conseguenze delle leggi razziali cominceremo
dal caso di Lazzaro Padoa, il quale in realtà riuscì a completare gli studi universitari, laureandosi nel febbraio 1939, in forza di una norma delle leggi razziali
che prevedeva tale possibilità per gli studenti ebrei già arrivati ad un certo livello di esami. Ma la laurea in Lettere classiche non gli permise, fino alla Liberazione, di partecipare a concorsi per l'insegnamento né di avere supplenze. Se la
cavò dando lezioni private. Tra i suoi allievi ebbe anche il già citato Franco Tedeschi (l'attuale Avvocato) espulso dal ginnasio, dove aveva frequentato la 1.a
classe nell'anno scolastico 1937-'38.
"I successivi quattro anni scolastici li feci da privatista - ci informa lo stesso Avv. Tedeschi -.
Prendevo lezioni dal prof. Padoa (latino, greco, italiano) e dalla prof.. ssa Mortari (matematica).
Ogni anno affrontavo l'esame per il passaggio alla classe successiva, fino all' anno scolastico
1942-'43. Una cosa mi colpì: agli esami di matematica ebbi sempre il Prof.Lindner [sarà Provveditore agli studi dopo la Liberazione su nomina del C.L.N.] ed ebbi sempre 8. Ora la matematica non
era proprio il mio forte, anche se scarso del tutto non ero. Comunque un 8, da Lindner, era un voto
altissimo, ed io pensai già allora che fosse anche il frutto di una intenzione tacitamente solidale, ciò
che mi fu poi confermato da Lindner medesimo, dopo la guerra".
Giorgio Melli, figlio del già citato commerciante di biancheria espulso dal direttorio del sindacato di categoria, aveva terminato il Liceo classico proprio nel
luglio 1938.
Suoi compagni di studi, come Davide Valeriani, lo ricordano giovane piuttosto riservato, di eccezionale intelligenza. Vista l'impossibilità di iscriversi all'Università, si trasferì in Svizzera, a Losanna, dove ottenne la laurea in ingegneria chimica. Là i genitori lo avrebbero dovuto raggiungere dopo 1'8 settembre '43, ma furono catturati e condotti allo sterminio, come spiegheremo meglio nell'apposito capitolo.
4.4. Opinione pubblica e razzismo
Abbiamo già segnalato il caso della solidarietà apertamente espressa da un
gruppo di insegnanti dell'Istituto magistrale al Preside Pardo al momento del
suo allontanamento.
Si potrebbe pensare ad un semplice gesto (ma già prezioso e rischioso, date le
circostanze) di amicizia verso un collega. Ma c'era evidentemente qualcosa di
più, tenendo conto della qualità delle persone (per quanto ne sappiamo tutte
cattoliche militanti) che tale gesto ebbero a compiere.
In particolare la prof.ssa Lina Cecchini che, insegnando allora (e insegnerà
per anni anche nel dopoguerra; chi scrive ne fu allievo) filosofia e pedagogia,
fu anche (a partire da posizioni di una cultura fortemente segnata dalla linea
Agostino-Pascal), per chi la sapeva ascoltare, maestra di impegno civile in senso implicitamente antifascista. Essa si rese indubbiamente, in quella circostan2311
racconto di Giovanni Fucili sta in "Gazzetta di Reggio", 15.11.1988, Lettere al Direttore.
36
za, testimone partecipe di quel magistero che le più alte coscienze del cattolicesimo andavano apertamente esercitando in vari luoghi, ivi comprese le pagine
del Bollettino della Diocesi di Reggio, già citate nel capitolo sulla stampa locale.
Discorso analogo a quello fatto per la prof.ssa Cecchini, si potrebbe molto
probabilmente ripetere per il prof. Ettore Lindner (a sua volta cattolico militante) circa il gesto di tacita solidarietà ripetutamente compiuto nei confronti
dell' allora studente Franco Tedeschi.
Lo stesso ambiente degli industriali, come nel caso del cav. Adelmo Lombardini, ebbe comportamenti solidali, anche se, come più volte è stato rilevato, potevano essere altresì determinati dalla ricerca di un proprio onesto tornaconto
in quanto, sia nel caso di Cantoni, perseguitato razziale, che di altre maestranze licenziate per motivi politici dalle "Reggiane", si trattava di mano d'opera
altamente qualificata e dunque assai preziosa per l'azienda.
Ma più in generale è senz'altro da accogliere la testimonianza di Vera Padoa
quando, rispondendo ad una nostra domanda, ci ha detto che' 'in generale la
gente non ci era contraria, non manifestava ostilità verso di noi" .
Ma è questo un tema che meriterà altri approfondimenti, avendo la possibilità di esplorare fonti alle quali nemmeno nella presente occasione abbiamo potuto accedere.
Fin qua risulterebbero dunque documentate le reazioni, positive verso gli
ebrei nel periodo 1938-1943, di un ceto piccolo borghese o borghese (insegnanti, imprenditori) e soprattutto (nel caso relativo al prof. Pardo) di intellettuali
che agivano a partire da un retroterra culturale cattolico.
Rimarrebbe da capire quale sia stato l'atteggiamento, qui a Reggio, di quella
sinistra che pure era attiva nell'azione antifascista clandestina, soprattutto ad
opera del P .C.I., unica organizzazione mantenutasi vitale negli anni della dittatura.
Per giungere a dare risposta attendibile a questo problema occorrerà un ulteriore lavoro di scavo, soprattutto nella memoria dei protagonisti.
Al momento disponiamo, in riferimento allo specifico argomento, soltanto
delle dichiarazioni, già citate, di Aldo Magnani (comunista dal 1921 , condannato dal Tribunale speciale) e di Giannetto Magnanini (accostatosi al P .C.I. in
fabbrica, alla "Lombardini", proprio in quel volgere di anni) ed è decisamente
troppo poco. Del resto nelle decine di testimonianze di militanti a noi note il tema non appare mai come facente parte della "memoria" dei protagonisti dell'antifascismo reggiano durante il ventennio.
Potremmo però osservare, come approccio al tema, quanto segue:
- Da un lato la presenza ebraica, nel Reggiano, oltre che numericamente non
rilevante, era stata anche poco "visibile" proprio in forza di quella pressoché
totale assimilazione degli ebrei di cui abbiamo già detto.
- D'altro canto proprio tra il 1938 e la caduta del fascismo (25 luglio '43) centinaia di militanti comunisti reggiani, quasi tutti operai, contadini, braccianti,
piccoli artigiani, si trovavano a loro volta costantemente esposti al rischio di
venire scoperti, e molti lo furono, venendo inviati al confino dalla apposita
commissione prefettizia o ~n galera dal Tribunale speciale; qualcuno di loro,
37
tra il 1936 e il 1938, aveva raggiunto propri conterranei in Spagna a formare
quel gruppo di oltre 60 reggiani che combatterono volontari nelle formazioni
antifranchiste.
Dunque erano persone di non elevata cultura scolastica, di umile condizione
sociale (gli ebrei reggiani appartenevano tutti a quello che potremmo definire
ceto medio o medio-alto) e che da sempre conoscevano la persecuzione fascista
nelle sue forme più brutali.
Ora va detto (per non calare anacronisticamente su quel passato delle sensibilità, che condividiamo fino in fondo, ma che appartengono al dopo-Olocausto) che proprio alcuni degli ebrei reggiani, per la loro condizione di possidenti,
o comunque di borghesi, non solo appartenevano ad una classe sociale tradizionalmente antagonista del proletariato reggiano, ma in alcuni casi erano essi
stessi, quei possidenti di origine ebraica, partecipi fin dal suo sorgere del movimento fascista; e dunque le vessazioni che subirono tra il settembre 1938 e l'estate 1943, col sopraggiungere, oltretutto, del conflitto mondiale, non potevano risultare gran che' 'visibili" , per così dire, alla massa di quei militanti antifascisti. E dove venivano notate, come nel ricordato caso Aldo Magnani / avv.
Sergio Finzi di Correggio, non potevano probabilmente commuovere più di
tanto chi, avendo subito ben altre persecuzioni, faticava a riconoscere nell'ex
segretario politico del fascio un compagno di pena, per il solo fatto della sua
destituzione dalle cariche fin al giorno prima ricoperte.
Va poi aggiunto che proprio la quasi totale integrazione degli ebrei reggiani
nella società del tempo, fino ad essere alcuni di loro parte non secondaria della
classe dirigente fascista, rese più drammatiche e sconvolgenti, nel vissuto personale e familiare di ciascuno dei colpiti, le conseguenze delle leggi razziali.
Persone appartenenti a famiglie che da quasi un secolo godevano di uno status sociale di tutto rispetto, si videro dall'oggi all'indomani gettate nella condizione di non italiani, di non uomini, privati di ogni diritto, perfino di quello di
non essere oltraggiati impunemente, in pubblico, dal primo cialtrone in camicia nera, come fu il caso, tragico per le conseguenze che ebbe, del cav. Carlo Segré, di Novellara, suicidatosi il6 giugno 1939.
Le stesse autorità di polizia avvertirono ben presto, e con una certa esattezza,
quegli stati d'animo,e li segnalarono alle istanze superiori, soprattutto per la
ferita dolorosa rappresentata dalla espulsione di bambini e giovani dalle scuole
pubbliche, come ci testimonia il "promemoria riservato personale" inviato dal
Ten. col. Guido Solaini, comandante del Gruppo carabinieri reali di Reggio, al
Prefetto, in data lO dicembre 1938, cioé in un momento in cui le conseguenze
delle leggi razziali si manifestavano in tutta la loro durezza.
"L'elemento ebraico non ha mai avuto, in provincia Reggio Emilia - scrive il Solaini - alcuna vera importanza nei riflessi della politica né della economia.
Le ripercussioni dirette locali dei provvedimenti per la difesa della razza sono perciò in complesso, trascurabili e non hanno dato luogo che a sporadiche recriminazione degli interessati. - Più di
ogni altro provvedimento è stato qui, dagli ebrei, dolorosamente accolto quello che esclude i giovani dalle scuole, togliendo loro, conseguentemente, la possibilità di affermarsi nella vita civile.
Per quanto riguarda le ripercussioni indirette, affiora, di tanto in tanto, in sordina, nei circoli affaristici e nei ceti commerciali, un senso di preoccupazione per le conseguenze di ordine economico
che si teme possano derivare, (ed in parte si dice siano già derivate) dalla lotta intrapresa dal Regime contro il giudaismo. - Si dice, infatti, che si avvertono già, sebbene in misura non allarmante,
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gli effetti della resistenza all'importazione, da parte degli Stati demo-liberali, soggetti all'influenza
ebraica, di prodotti italiani che, diversamente, potrebbero essere, con facilità, collocati all'estero. Si dice anche che i provvedimenti di carattere economico e patrimoniale a carico degli israeliti abbiano provocato una stasi nel movimento degli affari, per la notoria influenza che, nel campo economico-finanziario, anche in Italia, ha avuto finora l'elemento ebraico.
Negli altri strati sociali si riscontra quasi assoluta indifferenza al problema ebraico che, come si è
detto, non ha alcuna importanza locale.
Per quanto riguarda i temperamenti e le eccezioni priviste per gli ebrei che hanno acquistato benemerenze civili e militari verso la Nazione, essi riscuotono i generali consensi, ma è diffuso il parere che, in casi veramente eccezionali, di particolari benemerenze o di sicure tradizioni patriottiche,
sÌ potrebbe addivenire ad una più completa parificazione dei diritti, anche nei riguardi della istruzione media e superiore.
Ciò premesso, è tuttavia indubbio che i principi ispiratori della lotta per la difesa della razza hanno incontrato la generale comprensione nelle classi elevate ed in tutti coloro che, per intelligenza e
cultura, sono in grado di comprenderne le alte finalità. - Con particolare compiacimento sono stati
accolti i provvedimenti che regolano il matrimonio di cittadini italiani con stranieri, e quelli che mirano a tutelare il prestigio e la purezza della razza nelle colonie,,24.
A conclusione di questo capitolo, ed a commento ulteriore del documento di
cui sopra, non ci sarà bisogno di sottolineare il carattere "minimizzatore", secondo un'antica tradizione, di tutto il capoverso finale, e nemmeno di far rilevare l'interessante elencazione dei "si dice" o "si riscontra".
Ma per avvicinarci a capire dall'interno, per così dire, la tragedia vissuta già
allora (i campi di sterminio avrebbero fatto il resto) dagli ebrei reggiani, cercheremo ora di accostarci, forse con un taglio che attiene più alla narrativa che alla
asettica ricerca storica, ma comunque basandoci rigorosamente su di una controllata documentazione, all'accennato suicidio del cav. Carlo Segré di Novellara.
4.5. Il suicidio del cav. Carlo Segré
"e invano cercarono il germe ch'erano accusati di tenere
addosso, invano si guardarono d'attorno per vedere se avessero contagiato qualcuno"
(GIACOMO DEBENEDETTI, Otto ebrei, 1944)
I suoi antenati da almeno due secoli nascevano, frequentavano la Sinagoga,
si sposavano e morivano a Novellara, nella pianura reggiana, all'ombra della
Rocca dei Gonzaga.
Dalla seconda metà del Settecento è documentata, nelle carte dell' Archivio
comunale, la presenza dei Segré; un Giuseppe Segré sposava, nel 1817, Ester,
figlia del rabbino Mattaria Padovani.
Un dottor Emilio Segré per vari anni, attorno al 1840, firmò le denunce di
nascita presentate agli uffici del comune a nome della "Nazionale israelitica"
di Novellara, una "Nazione" i cui membri oscillarono, lungo il secolo XIX, tra
le 100 e le 113 anime.
C'erano i Milla (o Milli), i Finzi, i Vita Segré, i Rovighi, i Sanguinetti, i Sacerdoti, i Cividalli, i Liuzzi, i Padovani, i Levi, i Gallico, i Fano, i Romanelli, i
Pavia, i Basilea, i Rimini, i Vigevani, i Nàmias.
Erano in genere commercianti, piccoli artigiani, chi benestante chi meno;
24Ads RE, Ibidem
39
c'era anche un facchino, Mardocheo Milla, nato il 15.6.1791 da Raffaele e Bonaventura Finzi ...
Già trattati con esemplare tolleranza, rispetto ad altre zone d'Italia, ai tempi
degli Estensi, quando i Segré, nella seconda metà del Settecento, intrattenevano rapporti cordiali con lo stesso Duca, come testimoniano lettere conservate
dalla famiglia, gli ebrei novellaresi videro gravemente peggiorata la loro condizione nel periodo della Restaurazione, come testimonia anche "il dramma di
Isacco Segré, ebreo novellarese che, nonostante l'appoggio del parroco don
Giovanni Boschi, si vede rifiutato dal podestà [nel 1816] il permesso di affidare
la figlioletta lattante alle cure di una donna cristiana' '25.
E fu anche per il risorto fanatismo religioso contro gli israeliti e contro tutte
le minoranze non cattoliche che gli ebrei del ducato di Modena, ed i novellaresi
tra questi, diventarono "rivoluzionari" da uomini d'ordine che erano sempre
stati (e che torneranno ad essere, nella loro generalità, dopo l'Unità d'Italia).
Essi furono infatti protagonisti delle lotte risorgimentali partecipando ai
moti ed alle guerre per l'indipendenza e l'unità d'Italia: a quella del '59, su 49
novellaresi accorsi volontari il 7 marzo sotto' 'il vessillo tricolore e della Croce
di Vittorio Emanuele re sardo" , come si esprime l'Altimani in un suo opuscolo
del 1862, ben 12 erano ebrei, praticamente illOOJo di tutta la comunità novellarese, maschi e femmine compresi, da anni in su; o, per essere ancora più precisi, circa la metà degli ebrei flovellaresi maschi in età idonea a portare le armi;
merita ricordarne i nomi, anche perché tra di loro figurano almeno tre antenati
del cav. Carlo Segré: Gedeone, Giuseppe ed Enrico Levi; Stefano e Achille Milli; Angelo, Eugenio e Guglielmo Nàmias; Augusto, Enrico ed Orazio Segré26 •
Nel 1938, quando gli ebrei vennero censiti per essere proclamati diversi ed
estranei, a Novellara erano rimasti soltanto in due: Giuseppe Nàmias, detto
Luigi, nato il 5.5.1880, impiegato comunale, sposato con una cattolica e padre
di tre figlie battezzate e lui, Carlo Segré, nato a Novellara il 28.12.1866, dunque soltanto 7 anni dopo quel 1859 che aveva visto la definitiva emancipazione
degli ebrei nel nascente stato unitario italiano.
Molte famiglie si erano estinte o se ne erano andate.
Anche Carlo Segré, come Nàmias, aveva sposato una cristiana ed i suoi figli
erano stati battezzati.
Lui però era rimasto ebreo.
Possedeva cinque poderi lavorati da mezzadri nonché un caseificio.
I figli erano del tutto inseriti nella società, e del resto anche lui lo era sempre
stato, fin dalla fine del secolo precedente, sempre coi costituzionali, coi moderati, e poi, nel 1906, nella' 'Grande Armata" , la coalizione di cattolici e moderati che riuscì a bloccare temporaneamente il dilagare del socialismo e delle leghe; e nel consorzio di Bonifica, per togliere di mezzo le ultime paludi e regolare le acque irrigue; nel '21, scherzi del destino ... , aveva visto di buon occhio
°
La chiesa di Reggio ... , cit., p. 284.
26Cenni dei casi accaduti in Novellara, Modena, Piemonte, Italia, Francia, Europa dall'anno 1814
a tutto il 1861, del Dottor Felice Altimani da Novellara [s.i.d.ma 1862 circa]
25SANDRO SPREAFICO,
40
perfino quegli scalmanati degli squadristi e aveva lasciato che suo figlio Enrico,
un ragazzo allora di 18 anni, si iscrivesse al fascio di combattimento.
Certo, lui era un padrone come gli altri, come quelli che andavano a messa la
domenica, né più né meno; c'era la sola differenza, ma era una cosa privata,
tutta sua, di quell'intimo legame con antichi ricordi, ora più vivamente riaffioranti, che lo avevano sempre tenuto avvinto - ma più come domande e sottili
nostalgie che come certezze rispetto ai problemi del vivere - al popolo d'Israele
se non al suo Dio. Per quanto ... non aveva quasi mai fatto passare alcuna delle
grandi festività ebraiche senza recarsi a Reggio, nella Sinagoga di via dell' Aquila: Pessach, Sukkot, Chanukkah ...
Aveva sempre tenuto, come i suoi vecchi, il settilabro ben in vista in sala da
pranzo e un rotolo della Torah vecchio di secoli che ogni tanto, in solitudine,
estraeva dall'armadio in cui era custodito contemplando la perfezione dei caratteri ebraici che un antico amanuense aveva stilato sulla pergamena; e c'erano sempre state, c'erano ancora, sotto vetro, entro le piccole teche scavate negli
stipiti delle porte di passaggio da una stanza all'altra di casa, i rotolini di pergamena con su vergati, in minuscoli caratteri, versetti del Deuteronomio secondo
. '
quanto in esso il Signore comanda ad Israele:
"E saranno queste parole, che io oggi ti insegno, nel tuo cuore, e le ripeterai
ai tuoi figli, e le mediterai sedendo nella tua casa, e camminando, in viaggio, e
mentre dormi e quando ti svegli ...
E le inscriverai sul limitare e sulle porte di casa tua" . (Deut. V, 6-9).
E anche i figli, benché cresciuti nella fede cattolica della madre, benché assi,dui nelle loro pratiche religiose, portavano grande rispetto a quei simboli della
religione dei loro antenati.
Ne aveva avuti sette di figli: Athos, morto di peritonite a 16 anni, una ragazza, Laura, Guglielmo, affettuosamente chiamato Mino perché era il più giovane dei fratelli, Ermes, Renato, Enrico, che aveva avuto qualche incarico nella
gerarchia fascista novellarese; poi Carlo, omonimo del padre: anche lui era stato fascista, ma dopo essere stato volontario in Africa, nel 1936, tornò disgustato da quello che aveva visto e buttò la camicia nera che per anni aveva indossato
con giovanile entusiasmo, in buona fede; non la buttò soltanto in senso metaforico: la gettò nel fuoco, assieme alla divisa, e lasciò bruciare il tutto; Renato
era già capitano dell'esercito; Mino manifestava vocazione per la medicina ed
era particolarmente devoto - come la sorella Laura - alla religione di Cristo.
Lui solo, il cavalier Segré, era ebreo in famiglia.
E quando dovette denunciarsi, il 31 gennaio 1939, come appartenente alla
razza ebraica, quando lesse i continui divieti, le crescenti limitazioni alla propria libertà personale, sentì di essere più solo che mai in quel bel paese di Novellara, col suo piccolo antico cimitero,ebraico ormai del tutto in rovina ma dove
tanti dei suoi vecchi riposavano attendendo il Messia.
Sentì che non sarebbe finita lì, che Mussolini di lì a poco avrebbe uguagliato
Hitler nelle misure contro gli ebrei. Tanti segni glielo facevano pensare, come
quel viaggio in Germania del Conte Ciano, il genero del duce e ministro degli
Esteri, con cui si suggellava il patto italo-tedesco che - come aveva letto sul
"Solco fascista" del 24 maggio '39 - "pone l'Europa dinnanzi a una svolta de-
41
cisiva". Una brutta svolta, lo sentiva. Per i nazisti anche i figli di un solo genitore ebreo, anche se battezzati, erano ebrei.
Sentì che la sua presenza avrebbe creato crescenti difficoltà ai figli che forse,
più avanti, avrebbero rischiato di perdere tutto per causa sua; e forse non ci sarebbe stato limite al peggio.
Per decenni, per secoli, lì a Novellara, mai niente di troppo grave era accaduto ai suoi vecchi: ma andando indietro nel tempo, ricomponendo i ricordi sempre più stinti tramandati per generazioni, riaffiorava ora nitida, come di cosa
vista coi propri occhi, la memoria delle sanguinose persecuzioni di cinque secoli prima, nella Spagna cattolica, da dove colui che fu probabilmente il capostipite dei Segré di Novellara, Salvador, era fuggito trovando rifugio nel Monferràto, dove "insegnava", come si è sempre detto in famiglia; suoi discendenti si
trasferirono poi a Mantova e infine lì, attraversando il Po, a Novellara (che fu
per i Segré, come per altri "judim", una nuova terra di Canaan, terra d'asilo e
di riposo, e di crescente prosperità), ancora circondata dalle paludrpadane.
Dalla Spagna Salvador si era portato quel cognome, ricordo di un altro fiume, e il sentimento di una segreta angoscia e la fede dei padri nell'unico Dio sia benedetto il Suo Santo Nome, come dicevano i vecchi - e la speranza e l'attesa messianica di una universale liberazione che si riassumeva nell'augurio ripetuto: "l'anno prossimo a Gerusalemme" ... Come dicevano i vecchi? Leshama
aba bi Jerushaleim ... Così dicevano. Ma lui non avrebbe visto Gerusalemme.
Forse alla fine dei tempi, con l'aiuto di Dio. Shemà Israel, "Ascolta Israele".
Shemà Adonai, "Ascolta o Signore". Ma lui nessuno più l'ascoltava. A chi
avrebbe potuto rivolgersi?
Nemmeno per strada poteva più liberamente passeggiare, poiché rischiava
l'incontro con persone che, se andava bene, si voltavano dall'altra parte; questo a lui, che fino a poco prima vedeva i suoi compaesani togliersi il cappello ed
accennare un inchino quando lo incontravano a passeggio sulla bella piazza
gonzaghesca, tra la Rocca e la parrocchiale.
Perfino in teatro, nel teatro della Rocca, dove da settant'anni la sua famiglia
possedeva due palchi, perfino lì giovanotti in camicia nera la sera precedente, 5
giugno, lo avevano offeso con epìteti resi volgari dall'uso e dall'intonazione oltraggiosa: "Oh te, rabéin, seneghìn!" [ehilà rabbino, ebreU(;cio].
Il 6 giugno pranzò coi familiari, nessuno dei quali, pur avendolo visto sconvolto per l'oltraggio subìto, mai avrebbe immaginato che un uomo da sempre
così forte e autorevole meditasse un gesto irreparabile.
Ma la sua segreta decisione era presa.
UsCÌ dalla sala da pranzo, toccò per l'ultima volta - gesto che da tempo aveva
dimenticato di compiere - con la punta delle dita, il vetro della teca contenente
la Mezuzah col testo ebraico della professione di fede giudaica: "Shemà Israel
Come Formiggini, come Formiggini avrebbe fatto, che sei mesi prima s'era
buttato dalla torre della Ghirlandina, nella sua Modena.
"Sopprimendo me - aveva lasciato scritto Formiggini alla moglie - affranco
la mia diletta famiglia dalle vessazioni che le potrebbero derivare dalla mia persona" .
41
Carlo Segré non conobbe il testo di quella lettera, ma pensò la stessa cosa e
scrisse anche quasi le stesse cose, in una propria lettera lasciata ai figli, sul capo
dei quali invocava' 'la benedizione del Signore" . Prese il veleno e lo ingerì.
Il giorno dopo, 7 giugno 1939, sul quotidiano reggiano "Il Solo fascista", apparve il seguente annuncio: "Ieri alle 15,30 improvvisamente decedeva il cav.
Carlo Segré, di anni 72. Ne danno il doloroso annuncio i figli Enrico, capitano
Renato, geom. Carlo, Ermes, Mino, Laura e i parenti tutti. I funerali, in forma
civile, avranno luogo in Novellara oggi alle ore 18 partendo dall'abitazione dell'Estinto" .
Al tramonto di quel 7 giugno, il cavalier Carlo Segré fu sepolto nel settore riservato agli ebrei del cimitero di Novellara (poiché non si inumava più nell' antico cimitero ebraico).
Nessuno all'epoca, al di fuori della stretta cerchia familiare, conobbe la ragione della sua morte.
Ai funerali partecipò una gran folla, diversamente da quanto era accaduto
per il povero Formiggini, il cui gesto "scandaloso" era stato troppo eloquente
perché le autorità fasciste permettessero pubbliche onoranze funebri.
Del resto quel 7 giugno era una chiara giornata di sole, resa limpida e fresca
dopo alcuni giorni di violente pioggie che avevano fatto tracimare i canali del cui
governo il cavalier Carlo si era per tanti anni occupato come consigliere del Consorzio di bonifica.
Al suo corteo c'erano proprio tutti: anche le autorità, anche i fascisti. Personaggi, questi ultimi, la cui presenza dovette essere sopportata a fatica dai figli
del defunto, drammaticamente consapevoli della causa di quella morte voluta e
da allora per sempre tutti ostili a quel fascismo a cui alcuni di loro avevano in
buona fede creduto nella prima giovinezza.
Una ostilità che per il figlio omonimo, il geometra Carlo Segré, era del resto
cominciata fin dai tempi della guerra d'Africa, come sappiamo, con quel gesto
di ribellione che aveva segnato una rottura definitiva col passato, una rottura
che lo condusse per un certo periodo, seguìto più tardi in questo anche dal fratello Guglielmo, ad accostarsi ad idee politiche di sinistra, benché entrambi, come
gli altri fratelli, fossero cresciuti con l'educazione rigorosamente cattolica della
madre oltre che nel rispetto della tradizione ebraica paterna.
Renato, ufficiale di carriera (all' epoca era capitano dell' esercito; raggiungerà
il grado di generale in questo dopoguerra), catturato in Francia dai tedeschi all'indomani dell'8 settembre '43, testimonierà la propria resistenza dietro il filo
spinato di un lager nazista respingendo gli allettamenti del collaborazionismo.
4.6. Razzismo e burocrazia
La macchina burocatica continuò imperterrita, fino al luglio 1943, a produrre
circolari e decreti, regolarmente trasmessi dalla prefettura ai comuni della provincia, e scambi di corrispondenza tra comuni del Regno, alla ricerca di ebrei
sfuggiti al censimento.
43
Il 15.2.1938 la prefettura di Reggio era alla ricerca di un Riccardo Padoa fu
Paolo e fu Emilia Camuzzi, nato a Reggio il 12.9.1885, "recentemente trasferitosi a Carpi" e che risultava, appunto, non essere stato censito.
Il podestà del Capoluogo rispondeva che' 'il nominato ... emigrato a Correggio il 3.6.1924, non ha più fatto ritorno in questo comune.
Si ritiene pertanto che il trasferimento a Carpi sia stato effettuato da Correggio" .
In data 20.12.1938, il prefetto D'Andrea diramava ai comuni la circolare riservata, n. "1234 gab." di protocollo, relativa alla "revoca di cittadinanza a
persone di razza ebraica" con la quale si spiegava, tra l'altro, che la cittadinanza in oggetto non era revocabile "agli irredenti che abbiano prestato servizio
militare durante la grande guerra nell'Esercito onell' Armata italiana" .
1127 .1.1939 il prefetto segnalava alcune varianti alla circolare del 9 gennaio
precedente.
Il giorno successivo spiegava che non potevano essere concessi prestiti matrimoniali a coppie appartenenti alla' 'razza" ebraica.
1115.2., altra spiegazione prefettizia: "debbono essere considerati domestici
agli effetti del divieto" di prestare servizio, essendo "ariani", alle dipendenze
di ebrei, anche gli autisti, i portieri, i giardinieri, i mozzi di stalla, i cocchieri,
"mentre nella suddetta categoria non debbono comprendersi i vaccari, i contadini, i braccianti, le lavandaie, le sarte, le cucitrici in bianco e gli operai in genere" (Prefettura di R.E., Div. gab. n. 238).
Da Pavia, il 22.3.1939, il podestà locale chiedeva a quello di Reggio notizie
di "Rabbeno Onorio, fu Leone e Mantovani Vittoria, nato in codesta città il
29.7.1860 ... presunto appartenente alla razza ebraica, essendo sicuramente
ebreo il padre ed avendo professato la religione israelita fino al 1889" , ma essendo dubbio se la madre fosse a sua volta israelita.
Dalla risposta del nostro podestà apprendiamo che "la Mantovani Giulia,
qui deceduta il 25 ottobre 1864" , era forse la stessa' 'indicata come Mantovani
Vittoria" , e che comunque, per ulteriori indagini, ci si doveva rivolgere al comune di Modena ove la Mantovani era nata.
Di nuovo il prefetto di Reggio, in data 20.6.1939, spiegava a podestà e commissari prefettizi, nonché "ai Signori presidenti di Istituzioni Pubbliche di Assistenza e Beneficienza" che "non esistono certificati di arianità". (Div. gab.
n.860).
Il 16.1.1940 il prefetto, sciogliendo un quesito in merito, spiegava che non si
potevano concedere licenze a condurre "agenzie brevetti agenzie d'affari in genere ... ad ebrei anche se discriminati". (Div. gab. n. 0646 P.S.).
117.5.1940 ordinava a podestà, ecc. di non chiedere ai parroci di indicare la
razza degli sposi nella compilazione degli atti di matrimonio. E non era un gesto di riguardo verso i sacerdoti cattolici, bensì il timore che gli stessi fossero di
manica larga, per così dire, dichiarando "ariani" coniugi che invece non lo
erano.
1113.9.1940, mentre l'Italia era entrata in guerra già da più di tre mesi, il questore di Reggio Roberti diramava la norma secondo la quale "appartenenti raz-
44
za ebraica anche se discriminati non dicesi NON [sic!] possono essere addetti
quali impiegati uffici propaganda aziende alberghiere qualsiasi specie" .
Ancora il questore, in data 9.4.1941, comunicava che "ad appartenenti razza ebraica anche se discriminati o stranieri o apolidi deve essere vietato commercio libri usati". (Div. gab. n. 04441).
Il prefetto Tassoni, il 30.6. '41, trasmetteva la disposizione di eliminare dagli
elenchi telefonici i "nominativi degli appartenenti alla razza ebraica, anche se
discriminati, e delle ditte ebraiche" .
Dunque anche la cancellazione del nome, per i figli d'Israele, una delle condanne più annichilenti secondo l'antico Testamento ...
Il 16.3.1942 la prefettura, con sua "riservatissima Div. gab. n. 866 di prot.",
diramava nuove disposizioni correttive dei criteri per l'accertamento della razza dei nati da matrimonio misto precisando - tra l'altro - che domande in tal
senso potevano essere inoltrate alla prefettura stessa soltanto da "uffici od Enti pubblici, per pubblici concorsi, servizio militare, iscrizioni al P.N.F .... ",
mentre potevano essere inoltrate "le domande di cittadini italiani che, ai sensi
della legge 13.7.1939, n. 1055, chiedono di cambiare il proprio cognome". E
chi chiese di cambiare cognome, per non risultare più ebreo, ci fu, come vedremo appena più avanti.
1122.7 .19421a prefettura precisa, tra varie altre cose, che chi è nato da matrimonio misto viene considerato ebreo o non ebreo per decisione del Ministero
degli Interni. (Div. gab. n. 2198).
La circolare prefettiziadeI14.11.1942 (n. 4133 di prot.) merita più ampia e
testuale citazione per l'allucinante puntigliosità con cui vi si trovano precisate
le norme in tema di "domestici ariani al servizio di ebrei" (materia già trattata
il 15.2.1939):
"E' stato superiormente segnalato - leggiamo nella circolare - che in alcune città ... da parte di
famiglie ebraiche, vengono assunte quali segretarie, dattilografe, stiratrici ecc. ecc .. , persone di
razza ariana che, in effetti, prestano vera e propria opera di domestiche.
Allo stesso espediente sembra che si ricorra per quanto concerne il personale domestico maschile, che, a volte, viene assunto con fittizia qualifica di impiegati, infermieri, ecc.
AI fine di dirimere tale increscioso inconveniente che aiuta ad eludere la legge frustrandone gli
scopi e, ferme restando le disposizioni già da tempo impartite, disponete che venga effettuata una
più assidua e severa vigilanza e che gli eventuali trasgressori, senza indugio, vengano denunciati all'Autorità Giudiziaria per le sanzioni previste dal citato Decreto Legge ... " .
L'ultima circolare della nostra antologia, emanata in regime fascista, è della
questura e reca la data del 1o luglio 1943, n. 64880 di prot..
Vi si stabilisce che
"gli appartenenti alla razza ebraica, anche se discriminati, non possono trasferirsi e soggiornare,
per nessun motivo, nelle località marine o di villeggiatura di lusso ... E' fatta eccezione per coloro
che abbiano avuto, per causa di incursioni aeree nemiche, distrutte o gravemente danneggiate le loro case, sempreché vadano ad abitare stabili di loro proprietà esistenti nelle menzionate località
"
Dopo la caduta del fascismo l'unica circolare "badogliana" in tema di politica razziale è quella diramata dalla questura 1'11 agosto 1943 (Div. gab. n.
05557) per abrogare, curiosamente, soltanto le norme della sopra citata circolare relativa al divieto di soggiornare in località marine o di villeggiatura.
45
Se la congerie di norme fin qua antologizzate può farci sorridere per la cavillosità burocratica che le caratterizza, nel loro insieme però tali norme costituirono una vera e propria gabbia entro la quale gli ebrei, quelli che vivevano del
loro stipendio in particolare, si trovarono rinserrati ed umiliati.
Ci si permetta ora di compiere un salto all'indietro per fornire alcuni esempi
di come talune delle norme citate abbiano provocato un umiliante annullamento psicologico in chi le dovette subire, anticipazione di quell'annullamento,
materiale e totale, che celebrerà i suoi macabri fasti dietro i fili spinati dei campi di sterminio.
Alcuni ebrei si trovarono costretti a ricorrere ai più vari espedienti per potere
essere "discriminati", cioé per rientrare almeno in quella condizione limbi ca
consistente, potremmo dire, nel "beneficio della non menzione" (posto che
non fosse possibile perseguire l'obbiettivo massimo della' 'arianizzazione"); in
qualche caso ci si limitò ad inoltrare istanza per ottenere parziali esoneri dalle
interdizioni derivanti dalla legislazione razziale.
Fu quest'ultimo il caso del sottotenente di fanteria, in servizo a Reggio, Leone De Benedetti fu Edmondo, il quale chiese di essere discriminato ai sensi dell'art. 14 del R.D.L. 17.11.1938 n. 1728, cioé in quanto orfano di padre caduto
in guerra, per poter in sostanza continuare a prestare il servizio militare come
ufficiale.
Il Ministero degli Interni, Direzione generale per la demografia e razza, rispondeva in merito al podestà di Reggio in data 10 marzo 1940 informando che
"per le determinazioni di competenza" del Ministero stesso occorreva "invitare l'interessato a produrre copia autentica dello stato di servizio militare del defunto padre Edmondo" .
Di un vero e proprio annullamento della personalità si trattò nel caso di un
ingegnere, temporaneamente residente a Reggio ma non reggiano (ometteremo
il nome per ovvie ragioni di discrezione), il quale non solo chiese ed ottenne il
riconoscimento, per sé, per la moglie e per i figli, della non appartenenza alla
razza ebraica (con motivazioni non riportate nelle fonti a cui abbiamo attinto)
ma inoltrò anche domanda di cambiamento del cognome "x" (palesemente
ebraico) in quello materno "y", onde cancellare ogni possibilie traccia della
propria ebraicità.
Rispetto a questa ultima richiesta la prefettura di Reggio comunicava al podestà, in data 27.8.1940 (prot. n. 2127) che "il Ministero dell'Intreno si riservalva] di far conoscere, poi, le determinazioni di cOmpetenza in merito ... ai
sensi della legge 13.7.1939 n. 1055" . Si trattava, è utile spiegarlo, della cosidetta "legge dell'arianizzazione", in base alla quale era facoltà del Ministero dell'Interno di dichiarare su conforme parere di una commissione "la non appartenenza alla razza ebraica anche in difformità dalle risultanze degli atti dello
stato civile". Ed in base a tali facoltà l'ingegner "x" diventò "y".
,-
"Se tutta la legislazione antisemita era immorale e antigiuridica - ha scritto Renzo De Felice -,
questa legge lo fu certamente più di ogni altra; essa infatti non si fondava che sull'arbitrio più assoluto e non aveva altro scopo che favorire coloro che neppure da u.n punto di vista strettamente fascista avevano altrimenti titoli per essere discriminati e, addirittura, di metterli in una situazione di
netto privilegio rispetto agli stessi discriminati";
'èL\
46
per i quali ultimi infatti rimanevano una serie di interdizioni, a cominciare da
quelle relative all'insegnamento o alla frequenza nelle scuole pubbliche.
Tale legge diventò in sostanza, scrive ancora il De Felice "fonte di immoralità, di corruzione, di favoritismo e di lucro' '27.
Insomma, diventare "ariani", nell'Italià fascista e imperiale, poteva anche
essere semplice questione di prezzo.
Ci fu anche chi, per essere discriminato, si fece battezzare a leggi antisemite
già vigenti. E' il caso del dott. Guido Sinigaglia, sposato con una "ariana" e
cattolica, nato a Correggio il 6.8.1885, ma residente a Bologna (aveva possedimenti a San Martino in Rio e gli verranno sequestrati nel 1944), il quale fu discriminato nel 1940 essendosi convertito al cattolicesimo e avendo ricevuto il
battesimo ilIO settembre 1939.
Capitò perfino che in una stessa famiglia ci fosse chi veniva discriminato e
chi no, con effetti potenzialmente devastanti rispetto ai rapporti tra fratelli, o
tra genitori e figli, o tra còniugi.
Fu il caso di tre fratelli, figli di padre ebreo; duè di essi, figli "di primo letto", avevano anche la madre ebrea; il terzo era nato da madre "ariana".
Ebbene, il padre fu discriminato per meriti politici, il figlio minore per esser
nato da matrimonio misto, gli altri due invece ebbero respinta la domanda di
discriminazione e furono schedati come ebrei a tutti gli effetti. Anche qui c'era
una sottile ma ugualmente crudele anticipazione di Auschwitz.
Il "cono d'ombra dell'Olocausto" si proiettava già sul razzismo "spirituale" e "latino" di Mussolini prima ancora del passaggio alla collaborazione attiva con le SS del dopo 8 settembre 1943.
27RENZO DE FELICE,
Storia degli ebrei italiani sotto ilfascismo, Einaudi, 1961, p. 398.
47
Appendice
ALESSANDRO CANTONI. DALLA TRADIZIONE
SEFARDITA ALL'IMPEGNO NELLA RESISTENZA
(Trascrizione, dalla registrazione su nastro, dell'intervistajatta il 29. Il. 1988
da Antonio Zambonelli ad Alessandro Cantoni nella sede dell'Istituto storico
Resistenza di Reggio Emilia).
D. Nome, cognome e data di nascita ...
R. Cantoni Alessandro, nato a Reggio Emilia il 7 novembre 1908.
D. E la sua famiglia era di origine reggiana, o di che origine era e dove si è insediata appena venuta a Reggio?
R. La famiglia, io ricordo la nonna e il nonno, provenivano da Milano e si
insediarono a Reggio, non le posso precisare la data ...
D. E cosa facevano nella sua famiglia come attività: ..• commercianti? ...
R. Mio nonno era un commerciante, Alessandro, e si dedicava alla vendita
di tutti i prodotto della' 'Cucirini Cantoni".
D. Ah! Stavo per chiederglielo .•• ricordo quando da bambino vedevo sulle
"spagnolette" la scrittua "Cucirini Cantoni Coats" ...
R. No, sono due, le società sono due. "Cucirini Cantoni" e "Cantoni
Coats", due società ben distinte.
D. Bene. Comunque, la famiglia si è insediata a Reggio ... dove abitavano?
R. La prima abitazione alla barriera Santo Stefano, sulla destra uscendo
[dalla città verso Parma] e la sua abitazione confinava con la scuderia del baron Franchetti ... [l'attuale palestra di Via Monte Pasubio].
D. Lei è cresciuto in questa famiglia con una educazione religiosa ebraica? E'
stato circonciso, ha fatto Bar Mitzvah?
R. Circonciso, si, si
D. Bar Mitzvah a 13 anni? E l'ha fatta nella sinagoga qui di Reggio?
R. Di Reggio.
D. E il rabbino chi era, se lo ricorda?
R. Che io ho rivisto a Napoli durante il servizio militare ... Lazzaro Laide
Tedesco, che io, nel 1926 ho incontrato Rabbino alla comunità di Napoli; il
Tempio e la sua abitazione erano in Via Cappella Vecchia n. 45.
D. Lei aveva imparato anche l'ebraico, alcune orazioni diciamo?
R. Si, si.
D. Shemà Israel, queste cose qui...?
R. Si, senz'altro.
D. Lei capiva anche l'ebraico?
R. Ero un can-to-re. Quindi dovevo conoscere perfettamente l'ebraico.
D. E i suoi parlavano in dialetto in casa?
R. Si parlava l'italiano, solamente italiano ...
D. E nell'italiano mescolavano anche parole di ebraico?
R. Ne conoscevamo tante ...
D. Sì. Per esempio mi dicono, ebrei reggiani di vecchio ceppo, che in casa
48
magari parlavano in dialetto ma talvolta per dir dell'asino a uno dicevano Camor, non so ...
R. Hamor! [accentua fortemente l'acca aspirata iniziale]
D. Bene. Poi, non so, nelle poesie dialettali di Ramusani, che dovrebbero essere nel dialetto che parlavano gli ebrei del Ghetto, troviamo, per esempio pizziutim per dire "i soldi" ...
R. Beh, àdesso le devo precisare che la famiglia Cantoni era di rito sefardita,
provenienti dalla Spagna, sefarditi.
D. Sì, sì, Sefardim ...
R. A Reggio Emilia in via dell' Aquila, esistevano tre templi: quello italiano,
il principale; sulla destra c'era un piccolo tempietto che era di rito tedesco ...
dalla Via Emilia a destra. La parte principale era di rito italiano, quella grande
che adesso è ancora ... poi c'era un tempio di rito tedesco ...
D. E questi erano gIiAshkenazim ...
R. C'era anche, ai tempi di mio nonno, un tempio di rito spagnolo, che era
nell'ultima casa di Via dell' Aquila sulla destra, proprio d'angolo eh ...
D. Usavano la parola tempio o - per esempio a Ferrara in un unico edificio
c'è ancora adesso la Scola tedesca ..•
R. La Shcola! Sì, Shcola tedesca, Shcola spagnola e Shcola italiana.
D. Quindi in casa sua erano osservanti; nei cibi per esempio: l'esclusione del
maiale ... L'uccisione secondo il rito kasher degli animali ...
R. Sì, in prevalenza erano cibi kasher; tante volte quando venivano i miei zii
da Milano, venivano in casa nostra perché in casa nostra si trovavano ... si trovava una tavola ...
D. Il salame d'oca lo usavate anche voi, no?
R. Senz'altro! Lo sto cercando anche [sorride].
La mia mamma, a Prignano sul Secchia, aveva un podere; l'affittuario, che
era un cugino, allevava le oche per produrre i salami e i prosciutti d'oca; e il
grasso, che serviva durante la stagione invernale, e i ciccioli, che erano squisiti...
D. In casa celebravate anche le feste ... ?
R. Sempre. Se io ero cantore! ... Anche mio papà era cantore, anche mio fratello. E poi anche un mio zio, lo zio Alberto di Milano, veniva a Reggio in occasione delle festività, anche lui era un cantore.
D. Ecco ma lei ha fatto proprio anche una scuola? ... Avrà fatto le scuole
normali, no? Fino a qundo è andato a scuola lei?
R. lo ho il diploma dell'Istituto tecnico commerciale; però le premetto che
io, dunque, all'età di 5 anni è stata iniziata la scuola ebraica, e siamo andati oltre, qui a Reggio; c'erano degli insegnanti, che ci insegnavano l'ebraico e poi
dato che noi eravamo sefarditi ci parlavano del rito spagnolo ... Ricordo tante
parole anche di spagnolo ma ... sono passati tanti anni ... ne ho 80 eh!
D. Eravate in tanti a scuola?
R. C'ero io, due mie cugine, che erano poi le figlie del segretario della Comunità israelitica ...
D. Come si chiamavano?
R. Alessandra, la maggiore e Aurelia, la minore.
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D. Lo zio, come si chiamava?
R. Alberigo. Cantoni Alberigo, segretario della Comunità; e qualche volta
aveva anche la mia collaborazione ... sì, dato che la Comunità di Reggio doveva
presentare dei bilanci alla prefettura ... perché erano diverse le [istituzioni]: c'era la Comunità israelitica ...
D. L'Opera pia ...
R. C'era l'Opera pia, l'Opera della misericordia, erano tante, e allora si dovevano fare i bilanci per ogni organizzazione. lo coadiuvavo qualche volta lo
zio Alberigo.
D. Che lei ricordi, l'Opera pia ha dovuto assistere qualche volta dei correligionari...?
R. Sempre! Tutti quelli che erano di passaggio. Perché n poi, adesso le dirò,
in fondo a Via Monzermone, sulla destra, quel bel fabbricato che c'è d'angolo,
che poi c'è anche un ingresso interno, n c'era poi la scuderia, perché c'erano i
cavalli, il carro funebre, e n tutto il piano terra, sulla destra c'erano gli uffici,
sulla sinistra c'erano anche due stanze per gli ebrei di passaggio, due stanze ammobiliate ...
D. Quel signore, che io ricordo quando facevo la prima media e andavo a
mettere la bicicletta [nel 1949] in via Monzermone ... ; c'era un signore che dicevano "è il Rabbino" ma poi qualcuno m'ha detto "no ... ".
R. No, non quello n...
D. Che camminava curvo, curvo ... vestito di nero ...
R. Quello n non era un Rabbino.
D. Era Ottolenghi?
R. Sì. Ottolenghi; non era un Rabbino, era un Kazàn: poteva officiare come
tutti gli altri ebrei. La sua carica, oltre a quella della lettura, diciamo, al Tempio, ... provvedeva anche all'uccisione nel macello comunale, degli animali,
con il rito ebraico. Adesso mi sfugge il nome dell'incarico ... Comunque lui uccideva e basta. Poi c'erano i macellai che provvedevano a spogliare l'animale ...
D. Lui doveva essere sicuro che fosse uscito tutto il sangue? ...
R. Sì. Tutto il sangue. I bovini, il pollame, eccetera. Tutto. Al cimitero sulla
lapide c'è proprio ...
D. Il nome della carica. Beh questo non ha importanza ... Ecco, perciò lei ha
frequentato la scuola normale e ... Per quanti anni ha frequentato la scuola di
ebraico?
R. Otto o nove anni. Perché si facevano le elementari poi... Cioé, prima c'erano i primi insegnamenti, no? Insomma, fino a 13 anni, no?
D. Sì, fino alla Bar Mitzvah ...
R. Sì. E uno dei maestri era il papà Ottolenghi. E poi c'era ... era un negoziante di ... il ragionier Corinaldi ...
D. Il rag. Corinaldi era poi della famiglia di quelle sorelle Corinaldi che sono
state portate ad Auschwitz?
R. Sì, sì.
D . Avevano una casa, una villa, in viale Montegrappa?
R. No, guardi che la casa, la casa è dove c'è l'Ambra ... Quando è stato ven-
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duto il palazzo [che diventò appunto il cinema "Ambra", dopo la 2.a guerra
mondiale]' allora hanno costruito la villa in viale Montegrappa.
D. Adesso, facciamo un salto in avanti: io qui ho una bellissima lettera che
mi ha mandato qualche mese addietro Giannetto Magnanini, presidente dell'Azienda consorziale trasporti, dove si parla con grande ammirazione di lei lui era un ragazzino allora e lavorava da Lombardini -, che era stato licenziato
dalle Reggiane, dice ...
R. No, quello delle "Reggiane" era mio fratello ... lo ero un dipendente dell'I.N.A.I.L.; Alfredo, mio fratello, era un funzionario della ditta Lombardini...
D. Lavorava alle "Reggiane" prima, come mi ha detto Magnanini?
R. Un momento. Adesso le dirò una cosa, che mio fratello era un dipendente
della "Caproni", che aveva gli uffici sopra al Mercato coperto dove c'era
l'Ing. Cantoni - un nostro parente, che era di Milano -; poi dopo il passaggio
della "Caproni' alle "Reggiane" dove costruivano l'R-2000, partì da Reggio,
con un apparecchio, e raggiunse l'Inghilterra, l'ingegnere. Poi lì c'erano altri
due ingegneri ebrei. .. Lì, in quegli uffici sopra il Mercato coperto, stavano proprio elaborando quei disegni, che erano venuti in loro possesso, per la costruzione dell'R-2000. E poi dopo Ìnio fratello con tutta questa équipe passò alle
"Reggiane". Al momento poi della persecuzione venne licenziato, proprio
quando partì l'ing. Cantoni, venne licenziato e assunto da Adelmo Lombardini, di Novellara.
D. Ecco, ma, Novellara c'entra per qualche cosa?
R. Sì perché la mia mamma era di Novellara.
D. E la mamma come si chiamava?
R. Bertoluzzi Giselda.
D. Lei era ebrea o cristiana?
R. Era cattolica.
D. Ma con Lombardini eravate amici per via della mamma o •. ? ..•
R. Beh, lo posso anche dire ... una mia sorellastra era stata fidanzata con
Adelmo Lombardini, Lelio, quando Adelmo Lombardini era ancora un socio
con altri due, che uno era Slanzi, e l'altro ... non mi ricordo il cognome ... , che
impostarono il primo motore a scoppio.
D. Di suo fratello dice, sempre Magnanini, che quando era lì alla "Lombardini" , per esempio quando ... voglio chiederle, tutto il periodo che ci sono stati
i tedeschi, cioé fino alla Liberazione, lui ha potuto rimanere a lavorare? •..
R. No, no, no: perché prima che arrivassero i tedeschi, no?, noi siamo stati
chiamati in questura e il questore ci diffidò: io dovevo rimanere costantemente
in casa a disposizione della questura, mio fratello doveva poi, con l'autorizzazione e con la garanzia di Adelmo Lombardini, rimanere nello stabilimento.
Il giorno in cui vennero a prelevarmi, id avevo già preparato una fuga. Avevo già messo il catenaccio nella porta sulla strada, ed ero alla finesta: suonarono il campanello' 'Cantoni scenda!" , dico' 'Vengo giù subito" .
D. Chi era venuto?
R. Due della questura; due della Feldgendarmerie, quelli che avevano quel
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piatto d'argento, no? [fa un gesto semicircolare con le mani appena sotto il
collo].
I nomi, posso fare anche i nomi: uno era il maresciallo Moritto e l'altro era il
brigadiere Capodicasa. Mi dissero: "Cantoni scenda!". lo d'accordo con una
famiglia che confinava, cioé i nostri solai confinavano ...
D. Lei abitava allora dove?
R. In via dell' Aquila, di fronte alla Sinagoga, c'è una casa ancora diroccata,
manca tutto il piano sopra, no? Sotto c'è un negozio dove lavorano le cornici.
Allora io ero passato, dal mio solaio a un altro solaio, sono sceso in via della
Volta [parallela di via dell' Aquila], c'era una persona lì che mi conosceva, gli
ho chiesto in prestito la bicicletta, ho raggiunto lo stabilimento della "Lombardini", non sono entrato dalla parte principale perché eravamo già d'accordo
con Adelmo, ma di entrare in ... lungo il Crostolo c'era una porticina da dove si
poteva entrare nello stabilimento; io non sono entrato da quella parte [principale] e contemporaneamente in portineria c'erano già altri che stavano cercando mio fratello. Adelmo aveva chiamato Franco, il figlio di Adelmo [stesso] e
l'accompagnò a questa porticina con tre biciclette, abbiamo fatto il lungo Crostolo e poi siamo andati a Borzano, nella villa del conte Spadoni, dove la famiglia Lombardini era sfollata.
D. Ecco, qui eravamo, più o meno, in che stagione, in che periodo? .••
R. La data precisa gliela potrebbe dire il cavalier Lombardini Rainero, perché Rainero poi provvide anche a farci, a portar via in macchina mio fratello .
quando qualcuno fece la spia che io e mio fratello eravamo nascosti dai Lombardini.
D. Lei e suo fratello stavate tutti e due nascosti nella villa Spadoni a Borzano?
R. Sì, sì, siamo stati diversi mesi, fino a quando poi qualcuno fece una spiata. Allora Rainero Lombardini in macchina portò mio fratello presso un dipendente della "Lombardini", in città, nell'angolo di via Guasco, dove c'è la farmacia ... lo poi andai a Novellara, con la mamma.
D. Lei a Novellara ha potuto rimanere? .••
R. Sì, ah! son rimasto fino alla Liberazione.
D. Ma lì la conoscevano, cioé? ...
R. Adesso le dirò una cosa: il presidente del C.L.N. di Novellara era il maestro Andrea Mariani Cerati, che era un mio carissimo amico.
lo poi avevo ottenuto - a pagamento - dei documenti falsi, e portavo il cognome di mia madre, però a Novellara ero chiamato Sandro ...
D. Cioé c'erano dei novellaresi che la conoscevano, che sapevano che lei era
di origine ebraica...
.
R. Ho dei cugini, c'erano dei cugini di mia madre che erano anche degli antifascisti; io poi ero nella zona dove non sempre i tedeschi e i fascisti andavano
perché ... era zona "Achtung, achtung ... " [sorride]
D. Sì, sì "Achtung Banditen!" insomma, eh?
R. Sì, sì.
D. Sì, dov.e c'erano le S.A.P ....
R. Sì, perché io poi ero un collaboratore, sono stato un collaboratore io ...
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D. Lei ha collaborato in che senso?
R. lo ero molto amico di Garibaldi [Francesco Miari, partigiano comunista]
e allora nella viIla vicino all'abitazione dove ero nascosto io, venne un comando tedesco, e lì piazzarono una radio, no?, una ricetrasmittente; io in questa
casa, che era la viIla Torriani, io la frequentavo perché c'era poi un figlio che
[in età di servizio militare] era nascosto in soffitta [sorride] e io mi son sempre
dilettato un po' come radio amatore ... E allora lì potevo anche sapere quando
facevano i rastrellamenti, partivano da lì ...
D. Cioé lei lo imparava frequentando la casa? •..
R. No, c'era l'operatore, c'era il comandante, perché era l'unico comando
che fosse in una zona, in una zona dove, insomma i partigiani erano lì ecco. Zona partigiana ecco.
D.E suo fratello?
R. Mio fratello è rimasto a Reggio. Fino all'ultimo.
D. Come è riuscito a non farsi prendere?
R. Beh era nascosto in una soffitta quindi lì lo sapeva solamente Adelmo
Lombardini, dov' era mio fratello, e il proprietario della casa.
Voglio fare un'aggiunta. In un primo periodo, io, mio fratello e mia madre,
prima che, prima della partenza mia e di mia madre per Novellara, siamo stati
qualche mese alla Bettola ...
D. Dove, nella locanda proprio dove poi ... [i nazisti compir~mo l'eccidio di
civili]?
R. Non, no. Casa Lari. Era un'abitazione un pochino oltre la Bettola, tra la
Bettola e il Bocco. Siamo s~ati qualche mese poi dopo era una situazione pesante.
D. Eravate in casa con altri ... , cioé c'era una famiglia che vi. .• ?
R. No c'era un gruppo di famiglie.
D. Di sfollati o? ...
R. No, no, gente del posto.
D. Questa gente del posto sapeva chi eravate?
R. No non sapeva niente.
D. Per loro eravate degli "sfollati" e basta.
R. Eravamo degli sfollati. Poi dopo sa, con tutto il movimento di tedeschi
che c'era siamo dovuti ... che poi io sono andato a Novellara con la mamma,
ecco.
D. Magnanini dice anche, di suo fratello, che quando già c'era la R.S.I. lui
lavorava ancora in fabbrica. Cioé dormiva nascosto ... però Lombardini lo faceva andare a lavorare lo stesso e anzi, quando ci fu il problema della elezione
di una commisione interna, voluta dalla RSI, operai comunisti della Lombardini, come Ganassi, proposero di chiedere un parere a Cantoni. Cioé Magnanini lo presenta come uno che era in rapporto con questi antifasciti della "Lombardini" .
R. Le dirò poi una cosa anche. Quando noi eravamo lì dal conte Spadoni i
Lombardini avevano portato dei brevetti, dei documenti ché tante volte mio
fratello li esaminava per fare appunti, per dare notizie che gli venivano chieste
53
dal Comm. Adelmo. E poi, è probabile che lui qualche volta sia stato spostato ...
D. Suo fratello ... è morto?
R. Sì, nel 1980. Lui era del' 13. E' andato in pensione a 65 anni e dopo pochi
mesi è morto.
D. Ora torniamo a lei. Lei era impiegato, funzionario dove?
m All'INAIL.
D. Ecco, quando arrivano le leggi razziali, 1938, a lei cosa succede?
R. Eh, m'han cacciato via.
D. Senza liquidazione? ..•
R. Senza niente, niente, non ho avuto una lira.
D. E questo è avvenuto ... se lo ricorda?
R. Novembre '38.
D. E dopo lei, c'eran problemi di tessera allora, lei per mangiare ...
R. Si comprava alla borsa nera.
D. Doveva utilizzare i risparmi che aveva per comprare il cibo? ..•
R. Lì a Novellara c'era un mulino privato sotto ... lì si comperava la farina
bianca, la farina gialla per far la polenta ... Poi c'erano sempre dei contadini
che uccidevano il maiale ...
D. Ecco, durante la guerra ha derogato alle regole ebraiche in materia di alimentazione mangiando anche il maiale in caso di necessità?
R. Per forza! Se non c'era altro ...
D. Ma lei adesso ha continuato a mantenersi legato alla tradizione anche alimentare dell'ebraismo o ... ?
R. Una parte sì. Sì perché noi abbiamo sempre seguito quella che era ... i cibi
kasher.
D. E in casa voi avevate le ... ?
R. La Chanukkah.? Ce l'ho. Anzi, l'Amenorah [Il candeliere a sette braccia]
D. E sugli stipiti della porta, la Mezuzah?
R. No, qui adesso no. Noi l'avevamo. In via dell' Aquila sì, sì l'avevamo.
D. Come l'avevate voi, murata dentro al muro con un vetrino sopra, o appesa?
R. Col vetrino
[segue una domanda, non registrata, sulla biblioteca della Comunità israelitica]
R. Quando venne a Reggio il dottor Jovine, che era bibliotecario della Biblioteca di Gerusalemme, a ritirare tutti i libri che l'Università aveva, mi pare
libri del '200 e del '300, che riguardavano solamente la religione ebraica, io feci
vedere queste [due piccole pergamene con iscrizioni ebraiche: una reca lo Shemà Israel] che me le diede mio papà quando sono andato militare nel '26, lui mi
disse che risalivano al 1200 o al 1300.
D. Mi fa una cortesia, mi legge ...
R. Allora adesso mi permetta, dato che abbiamo parlato del dott. Jovine, allora io le dirò una cosa: lasciò lì in biblioteca delle pubblicazioni che lo zio mi
disse, dato che abitavo lì di fronte [alla Sinagoga], "tutti quei libri lì, portali a
casa tua".
54
D. Questo nel '38 vero? Prima mi diceva che era stato poco dopo la "notte
dei cristalli in Germania?
R. Sì, sL Allora tutto ciò che non riguardava la religione -libri del '500, '600,
... quando poi è stata distrutta la mia casa, tutti quei volumi lì, forse 60,70,
vennero trovati e portati via.
D. Distrutta da una bomba?
R. Sì, lì è stata centrata; la mia casa è stata centrata come è stata centrata anche la Sinagoga. Una mia zia che andò subito a vedere, trovò qualche cosa da
portare in casa, due di questi volumi, uno dei quali c'è ancora una scheggia
dentro, della bomba eh, dentro ...
D. Le chiedo una cortesia: legge lo Shemà Israel, magari andando lentamente ...
R. Shemà Israel, Adonai Eloenu, Adonai Echad / Baruch Shem kevod malchutò leolam ... basta [si emoziona] [Ascolta Israele, il Signore è il Dio nostro,
il Signore è unico / benedetto il suo Nome per sempre e eternamente ... ]
D. La ringrazio molto.
STORIA E MEMORIA NEI RICORDI
DI UN PARTIGIANO REGGIANO
di Guido Quazza
Siamo lieti di poter pubblicare la recensione che Guido Quazza, professore
ordinario di Storia contemporanea presso l'Università di Torino, presidente
dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, già
comandante partigiano e da cinquant'anni militante antifascista, ha dedicato
al volume di Egidio Baraldi (Walter), Nulla da rivendicare. L'infanzia, la Resistenza, gli anni bui della persecuzione (con prefazione di Sandro Spreafico).
La recensione è estratta da "Rivista di storia contemporanea", a. XVII, fa. sc.3, luglio 1988, pp. 465-467.
Il libro di Baraldi era già stato recensito, sulla nostra rivista (a. XXI, n. 56/
58, aprile 1987), da Nadia Caiti.
L'interesse di questo libretto di memorie autobiografiche sta in primo luogo
nel coraggio col quale l'autore, già comandante partigiano e poi militante comunista e segretario della Camera del lavoro di Campagnola (in provincia di
Reggio Emilia), rievoca vicende non solo dolorose per lui ma anche non mai
confessate dal PCI. Sta anche, tuttavia, nell'essere uno dei primi documenti
degli anni nei quali gli organi nazionali dell'ordine pubblico, numerosi magistrati e le stesse chiese locali trovarono una naturale alleanza nel colpire i membri del partito comunista che avevano combattuto la lotta armata ed erano accusati di fatti di violenza e di azioni contro fascisti o ritenuti o bollati tali. Nel
convegno romano sulle origini della Repubblica del giugno 1987 Fausto Fonzi,
il noto storico cattolico, ha affrontato per la prima volta quegli anni con l'intenzione di andare oltre le polemiche giornalistiche e partitiche di allora e di
poi, ma egli stesso si è trovato a doversi avvalere sostanzialmente di documenti
di parte. Di quella parte sui generis, in verità, che sono la polizia e l'arma dei
carabinieri, ufficialmente strumenti della Legge e dello Stato, ma allora talmente coinvolti nella fase della restaurazione dell'''ordine pubblico", diretta
da uomini come Scelba, da svolgere di fatto compiti di repressione antipartigiana e antisinistra. Non molto più attendibili, i materiali dei processi, sebbene più
ricchi di voci diverse e perciò suscettibili di essere vagliati con maggiore rispetto
del classico audiatur et altera parso
Non sembra negabile che l'Emilia sia stata nel 1945-'48 una delle regioni più
ricche di fatti violenti contro fascisti ed ex collaborazionisti, ma non meno negabile è che l'uso di quei fatti fu da parte governativa e da parte conservatrice
(
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locale, oltre che da parroci e vescovi, profondamente e spregiudicatamente volto ad accelerare quel generale passaggio dalla spinta resistenzialealla vittoria
moderata che avrà il suo culmine nel successo trionfale della DC nelle elezioni
del 18 aprile 1948. Di qui nasce l'interesse per la "confessione" di un figlio di
quel mondo contadino-operaio che, evangelizzato da Camillo Prampolini e
cresciuto contro la persecuzione antisocialista e anticomunista dei governi liberali, era stato sconfitto ma non domo da Mussolini. Un figlio sensibile e attento
a cogliere gli echi di un cristianesimo proletario e le suggestioni di un marxismo
libertario, a reagire contro le sofferenze e umiliazioni della guerra in Libia e in
Grecia, a buttarsi con tutto se stesso nell' esaltante vicenda dei ribelli partigiani.
Il racconto di questa storia, che può veramente chiamarsi educazione sentimentale alla lotta per la libertà e la giutizia, è scritto in toni misurati ma profondamente intrisi di un "antifascismo esistenziale" sentito come vera e propria
anche se anomala fede religiosa. Spreafico ha ragione.di insistere sull' appartenenza di una vita così "spontanea" a un'area nella quale i confini tra cristianesimo e socialismo sono spesso incerti, di un'incertezza - aggiungo io - indotta
dal prevalere del credere sul pensare, dell'agire sul meditare. Con quell'accento
di verità che nella guerriglia partigiana noi abbiamo conosciuto in tanti compagni contadini, toccati da un bisogno tanto elementare quanto schietto di farsi
parte dell'avanguardia, così come i loro padri non avevano potuto nella grande
guerra, che era stata tutta estranea. ai "vinti" del Risorgimento e dell'Italia unificata.
Nelle pagine del comandante di battaglione e poi vicecommissario di brigata
Walter il tono è sempre ispirato alla modestia ma anche animato dall'orgoglio
dell'appartenere a quelle schiere di popolo che avevano lasciato la passività per
diventare "dirigenti", secondo la lezione del partito comunista al quale l'autore si iscrisse nell'aprile del '45. L'orgoglio d'avere retto alla terribile responsabilità di decidere da solo per molti, soprattutto nei momenti nei quali la salvezza dei propri compagni impone scelte durissime e spesso tragiche (qui mi pare
che Spreafico "tiri" Baraldi nel mondo della solidarietà difensiva più di quanto non sia desumibile dal testo). L'orgoglio di "esserci" quando il rischio è di
perdere la vita.
Quando, dirigente di partito e di sindacato, viene coinvolto nella delusione
della sconfitta politica della Resistenza, Walter sente - ed è spiegabile - come
prioritaria l'obbedienza alla "Casa" e alla "Causa". Ed è per questa strada
che W alter incappa nel dramma: una strada che è buona maestra nel senso del
dovere di difendere il tutto per la parte ma è o può essere cattiva consigliera nel
senso di imporre o almeno suggerire l'omertà veso i propri correligionari di
fronte agli altri partiti e allo Stato rivelatosi ben diverso da quello sperato nella
lunga vigilia. E incappa proprio perché è ricco di entusiasmo e di dedizione.
Non meraviglia che gli tocchi il "tradimento" dei compagni. La vicenda del
"delitto Mirotti" (20 agosto 1946) lo coinvolge nei modi e nei tempi classici del
sacrificio del militante per il salvataggio dei dirigenti della Federazione provinciale.
Il libro sottolinea bene le "colpe" del connubio fra la chiesa locale, le forze
conservatrici e l'apparato statale di controllo e di condanna. I sette anni di car-
57
cere effettivamente scontati sui ventitre della condanna sono una lezione tremenda per Baraldi, che si trova a dover pagare colpe non sue e soprattutto a subire l'isolamento dai compagni, dai quali giustamente attende prove della stima mostrata per lui combattente e militante generoso e invece riceve accuse, ingiurie e addirittura il sabotaggio del lavoro della moglie coraggiosamente impegnata a difenderlo. Lo strazio è fra i più grandi che un uomo dedicatosi a un'idea può subire. L'autobiografia ne dà conto con discrezione ma con efficacia,
e tuttavia va detto, per omaggio al vero, che essa non riesce a cancellare l'impressione che Walter non abbia scritto tutto ciò che sapeva e che sa. E che il
"nulla da rivendicare" del titolo si~ Un sommesso atto di accusa contro il partito e i compagni che lo hanno ridotto all'umiliante condizione di non potersi difendere, ma non, come vorrebbe essere, un intero riconoscere quanto la morale
individualistica che lo detta suggerisce. Un militante della sinistra allora più
impegnata per un mondo -nuovo non accettava atteggiamenti così umilmente
passivi perché segno d'un passato dominato dalla mentalità borghese liberale o
contadina cattolica. A distan;z:a di quarant' anni il militante resta legato alla primazia del Partito, del dispé,nsatore della fede, e non si sente di mettere in discussione quella "doppiezza" èhe allora imperava nel "partito nuovo". Un
auspicio, finita la lettura, è consentito a chi ha ben capito che Walter era ed è
uomo che tanto ha creduto e crede in una sola verità: andare oltre, verso una testimonianza completa. Questa è la sola legge di una storiografia verace, e una
storiografia verace è la sola base possibile di una lotta politica e morale per un
futuro migliort;.
g.q.
Documenti e testimonianze
REGGIO EMILIA 1945-1947. LA FORMAZIONE DEL GRUPPO
DIRIGENTE COMUNISTA NELLA TESTIMONIANZA
DI VALDO MAGNANI
a cura di N adia Caiti
Partigiano di Tito. Il ritorno a Reggio: il plumbeo Nizzoli e il tormentato
Eros. Etica proletaria e pettegolezzo: "Dicono che la Nilde ... " . Partito nuovo
e persistenti doppiezze.
I comunisti reggiani tra prassi riformista e dogma staliniano sul persistente
substrato di millenarismo contadino ...
Potrebbero essere i titoli di altrettanti paragrafi di questa eccezionale e lunga
conversazione di Valdo Magnani con Nadia Caiti; una intervista rilasciata dall'ex capo dei comunisti reggiani (tanto un tempo amato quanto poi odiato per
la solitaria "eresia titoista") nove mesi prima dell'improvvisa morte e lungo la
quale quegli ed altri argomenti, personaggi e situazioni si intrecciano e ritornano dall'inizio alla fine.
Un "ritorno a Reggio" sul filo della memoria - dopo altri non metaforici ritorni, di nuovo da militante nel P .C.I., ma ogni volta in una sorta di pudica atmosfera di rimozione -, un ritorno che è anche dialogo affettuoso e teso, quasi
sempre sereno ma con qualche punta di "turbata memoria" (quei conventicolari ex gappisti del '46, '47 ... ), con la sua terra d'origine e con la sua gente.
Comunque un contributo di grande rilievo alla storia - da fare - dei comunisti
reggiani nei primi anni del dopo Liberazione.
Un contributo che la redazione è ben lieta di ospitare - se si vuole nello spirito
di una nostrana "glasnost" - sulle pagine di "Ricerche storiche" , come ulteriore passo avanti nell'indagine, altre volte in questa sede accostata, sulla storia
reggiana del secondo dopoguerra.
A.Z.
60
Premessa
Ho incontrato Valdo Magnani nel novembre 1980 presso lafederazione comunista provinciale, ad una riunione interna, che doveva definire le iniziative
da intraprendere per celebrare il 60 o anniversario del PC/.
In questa occasione Valdo Magnani aveva riconosciuto l'opportunità di un
approfondimento storico della vicenda locale, dalla "ricostruzione" in poi. Ma
aveva avvertito anche la necessità di una storia che fosse critica, che servisse in
quanto e perché vera.
A suo parere era difficile fare anche solo una cronaca dei fatti avvenuti nel. l'anno 1945; di questo periodo si poteva semmai inquadrare uno dei momenti
centrali: il passaggio dalla guerra di liberazione al partito nuovo. "Ma - ricono. sceva Valdo Magnani - questo è unfatto traumatico, il cui esame storico è molto
difficile".
Infatti su questo periodo e su queste vicende non esiste niente di scritto, neppure sull'avvento stesso di Valdo Magnani a segretario federale. Tutto ciò che è
avvenuto tra il25 aprile 1945 e il 195Ocirca sembrava essere avvolto nel!'oscurità
più profonda; di questo periodo non mi è stato possibile rintracciare materiale
documentario presso l'archivio del PCI locale, all'epoca della mia indagine.
L'oggetto della mia ricerca consisteva nella ricostruzione del gruppo dirigente
che aveva organizzato e diretto la federazione comunista reggiana nell'immediato dopoguerra (1945-1947).
L'utilizzo della fon te orale ha consentito di ricordare e ricomporre coni protagoniti stessi gli avvenimenti, le iniziative politiche più importanti intraprese
nel periodo iniziale della ricostruzione a Reggio, ma soprattutto difar emergere
e tracciare l'esperienza politica e personale di ciascun funzionario politico.
Per definire il gruppo dirigente di allora si è presa la composizione del comitatofederaleeletto al V congresso provinciale, svoltosi nell'ottobre 1945.
Valdo Magnani a questa data non era ancora tornato a Reggio, perciò non risulta eletto in questo comitato federale, ma a quello successivo. Quando l'ho incontrato, il periodo cronologico dell'indagine non era stato delimitato con precisione, per cui il CF eletto al VI congresso non era ancora stato escluso dalla
mia ricerca.
Così è nata questa intervista che, grazie alla disponibilità di Valdo Magnani, è
ilfrutto di due incontri, avvenuti il 14 e 15 maggio 1981 nel suo ufficio, presso
l'Istituto "Luigi Luzzatti" a Roma.
La testimOnianza che ne è risultata costituisce veramente un documento prezioso perché ricostruisce, per la prima volta, i momenti iniziali della sua segreteria e quindi della storia del gruppo dirigente comunista reggiano. Infatti, definire il processo formativo e l'itinerario politico che lo hanno portato ad assumere
l'incarico della direzione federale ha significato trattare la difficile e complessa
questione dellaformazione del gruppo dirigente locale, nel delicato momento di
passaggio dallafase illegale a quella legale.
Valdo Magnani è nato e cresciuto in una famiglia artigiana di chiara e profon-
61
da fede socialista, che ha mantenuto sempre "una tradizione orale di ammirazione verso Prampolini".
Per la nascita di uno spirito antifascista è stato importante anche il contatto
con l'Azione cattolica e in particolare con quella parte di cattolici che hanno
manifestato un,atteggiamento sostanzialmente antifascista.
Il Concordato, gli effetti della grave crisi economica, insieme all'esempio
che l'Unione Sovietica costituiva per gli antifascisti del tempo, lo avevano portato ad accostarsi al gruppo di intellettuali reggiani che, negli anni trenta, si andavano organizzando politicamente ed orientando verso l'ideologia marxista.
Certamente, è stata allafine decisiva, per la maturazione di una milizia antifascista e comunista, la sua partecipazione alla guerra di liberazione jugoslava .
. Magnani nella testimonianza ha ripercorso abbastanza velocemente questi
primi momenti del suo processo formativo perché era piuttosto interessato a
trattare le circostanze in cui era tornato a Reggio e vi aveva assunto, nel 1947, la
carica di segretario provinciale del PC!.
La situazione a Reggio era in questo periodo particolarmente delicata, per la
contrastata acquisizione dello sbocco democratico che la lotta antifascista doveva avere - secondo la "svolta di Salerno" e secondo le condizioni oggettive
della nazione - e per la conversione della natura e dell'azione politica che questo comportava per il Pci, anche se era, in assoluto, laforza più importante della provincia.
A guidare questo processo assai complesso si erano posti proprio quei quadri
che si erano formati nei difficili anni della clandestinità, che avevano maturato
una preparazione politico-ideologica in carcere o al confino e che, di conseguenza, dovevano iniziare questa opera di riconversione già a partire da se
stessi.
E' innegabile che per alcuni di loro doveva risultare particolarmente difficile
questa operazione, anche perché non era suffragata a sufficienza da una reale
comprensione della situazione politica nazionale e soprattutto dell'ipotesi politica lanciata dal PC!.
Spiega molto efficacemente Ragionieri che: "Mentre, infatti, l'ipotesi politica poggiava sulla trasformazione democratica della società italiana come un
processo da realizzare attraverso la partecipazione delle masse popolari, guidate da partiti politici legati tra di loro da uno stretto patto di alleanza, la tesi teorica, ferma alla versione staliniana del len in ismo, rifiutava le implicazioni e gli
approfondimenti del concetto di 'dittatura del proletariato' insiti nel progetto
di 'democrazia progressiva , "l.
Per cogliere meglio /'incomprensione di questo programma politico o la sua
riduzione a semplice manovra tattica, è giusto ricordare che quella tesi teorica
era stata, appunto, conosciuta in carcere e aveva guidato l'azione (e anche aiutato a resistere) per tutto il periodo clandestino; mentre il progetto di "democrazia progressiva", oltre ad essere meno nitido nei suoi contorni, era anche
Cfr. E. RAGIONIERI, La storia politica e sociale, in Storia d'Italia, voI. IV, tomo terzo, Torino,
1975, p. 2415. Questo studio di Ragionieri è molto importante complessivamente, e in particolare
le pagine seguenti a quella indicata, per un'analisi sulla "doppiezza" che tutti e tre i partiti di massa
dimostravano nel periodo.
l
62
troppo recente. Era stato enunciato e diffuso da Togliatti nella primavera del
1944, quando più cruenta e difficile diveniva la lotta partigiana, che continuava ad essere organizzata - anche se ogni giorno aumentava l'adesione in forze
sociali e politiche sempre più ampie - da quel nucleo resistente originario. Era
abbastanza comprensibile che quest'ultimo si sentisse legittimato a ritenere valida la concezione ideologica che lo aveva sorretto nella lunga lotta alfascismo
e che vedeva concretizzata nel paese che, ora, stava gloriosamente annientando
l'esercito nazista: se era stata vincente allora, perché non poteva esserlo ancora
quando si credeva che la situazione fosse rivoluzionaria e si stava effettivamente combattendo con le armi in pugno?
Questi stati d'animo erano piuttosto diffusi anche nella base e nelle masse
popolari, soprattutto in una provincia in cui ampia, intensa e dura era stata la
guerra di liberazione. Il sopravvivere di queste aspirazioni e concezioni ideali,
insieme ai primi grossi ostacoli che cominciavano afrapporsi (come la grave situazione economica; le difficili condizioni di vita; la stentata conquista della
Repubblica; l'amara sorpresa elettorale che mostra come il Pci non sia a livello
nazionale il primo partito, neppure del movimento operaio, e che fa comprendere "dolorosamente" come esista anche il "resto d'Italia"), avevano determinato una situazione di tensione e di radicalizzazione dello scontro che aveva
portato anche ad alcuni gravi episodi di sangue.
Questa era la situazione che doveva governare il gruppo dirigente comunista,
mentre era travagliato dalle difficoltà sopra evidenziate e da differenziazioni
interne, che diventavano sempre più marcate proprio con l'aggravarsi della situazione esterna e con il verificarsi di questi delitti.
Se una iniziativa di apertura era di difficile attuazione verso l'esterno, a maggior ragione faticava a farsi strada anche nella vita interna del partito. Infatti,
questi quadri riproducevano lo stile di direzione assai rigido, militaresco, improntato al comando più che alla discussione, che avevano sperimentato durante la lotta passata, che - è bene ricordarlo - è stata prima clandestina e poi armata.
Può sembrare una contraddizione vistosa la scelta di far tradurre il progetto
di rinnovamento del partito e di trasformazione democratica della società al
vecchio gruppo dirigente, ma a parte la considerazione che questo godeva di
ampio prestigio proprio per la sua lunga milizia, perché era formato da quelli
che avevano conosciuto i massimi dirigenti del Pci in carcere o al confino ed
erano cresciuti alla loro scuola, vale anche la constatazione che rilevava Magnani nella sua testimonianza. Si trattava di una necessità, se si voleva mantenere unito e compatto il partito in un momento di svolta assai delicato, quando
tendenze e situazioni così fortemente disgregatrici, interne ed esterne, potevano minacciare la sua integrità e identità.
Del resto questi limiti e carenze ricordati non erano tanto da imputare a precise persone fisiche (a parte la discutibile figura del primo segretario) o a incapacità di gestione solo locale; basterebbe analizzare la situazione che si aveva in
questo stesso periodo nelle vicine province di Modena, Bologna, Ravenna, per
verificare come fossero il risultato di un passato storico scandito da una succes- sione di lotte sociali e politiche particolari. Sarebbe decisamente opportuno
63
raccogliere il suggerimento che qui Magnani proponeva: una analisi comparata di queste realtà provinciali. Nel frattempo risultano piuttosto indicative le considerazioni che egli ha sviluppato, sia pure velocemente. Forse
questo studio comparativo potrebbe dimostrare, anche che la presenza di
Valdo Magnani a Reggio aveva effettivamente permesso ai membri della segreteria federale di ristabilire un rapporto più franco e disteso, di improntare un metodo di direzione più democratico, atto a promuovere la partecipazione dei dirigenti (in particolare dei giovani) e dei militanti alla vita interna di partito. Ma soprattutto mostrerebbe che è vero che: "se io ho avuto una funzione a Reggio, l'ho avuta in questo passaggio [dalla fase di
clandestinità alla fase di vita democratica], prima di tutto".
La sua capacità e disponibilità a persuadere e a diffondere fra i militanti
(e gli ex partigiani per primi) l'essenza della nuova linea politica del Pci, ha
permesso al partito a Reggio di promuovere un'azione politica che gli consentiva di porsi come forza democratica credibile; tanto che dopo la "svolta" del 1947 sarà una delle poche federazioni emiliane (insieme a quella di
Bologna) a non subire una contrazione del numero degli iscritti.
Per comune accordo non abbiamo trattato la vicenda di cui era stato
protagonista nel 1951, perché esulava dal periodo posto al 'centro dell'indagine.
Un altro argomento che ha invece interessato in modo particolare Valdo
Magnani è stato ricordare il modo in cui si "faceva politica" in quegli anni. Dalla sua descrizione sono emerse considerazioni utili ed efficaci che
hanno reso molto bene il clima, lo spessore politico e le idealità in cui e
con cui operavano i dirigenti comunisti all'epoca.
Un'ultima considerazione è bene anticipare:
Valdo Magnani per primo ricordava che la sua ricostruzione degli avvenimeti non poteva essere del tutto oggettiva, ma era da mettere insieme a
quelle fornite dagli altri protagonisti.
E' opportuno ricordare che ogni tipo di fonte (anche i resoconti giornalistici, i censimenti, le inchieste statali, le lettere private, le biografie ed autobiografie, etc.) ha alla sua base motivazioni e pulsioni soggettive, che possono comportare un certo grado di deformazione dell'informazione2.
Se non altro la fonte orale non tende a mascherare tale rischio, ma lo
pone in evidenza; viene infatti denunciato subito che il ricordo - e la valutazione che di esso il testimone fornisce - è, appunto, personale.
L'intervista registrata su nastro, viene pubblicata nella sua trascrizione
integrale e fedele al "parlato" (con tutti i rischi "linguistici" ben noti); la
trascrizione non è stata rivista da Valdo Magnani.
NAD/A CA/TI
2 Cfr. P. THOMPSON, Problemi di metodo
PASSERINI, Torino, 1978, pp. 31-33.
nella storia orale, in "Storia orale", a cura di L.
64
Valdo Magnani - Scheda Biografica
E' nato a Reggio Emilia nel 1912 da famiglia d'origine artigiana.
Fino all' età di 17 anni ha militato nel circolo cittadino dell' Azione Cattolica,
di cui è stato Presidente per un anno (1929/30).
Insegnante, laureato in scienze economiche e commerciali e in filosofia, ha
svolto attività antifascista aderendo nel 1936 al gruppo di intellettuali comunisti, organizzato da Degani e da Negri.
Chiamato a prestare servizio militare, svolse attività politica anche nell'Esercito italiano, creandovi un nucleo antifascista. Nel 1942 venne inviato a combattere in Jugoslavia, col grado di capitano; con 1'8 settembre 1943 iniziò la sua
partecipazione al grande movimento di liberazione jugoslavo, dove assunse,
nel 1944, il ruolo di Comandante di Unità Partigiane Garibaldi Italiane, con
funzione di Commissario. Partecipò a vari combattimenti fino all'8 marzo
1945.
E' stato decorato con medaglia di bronzo al Valor Militare. Nel 1945 rientrò
in Italia e collaborò alla costituzione, presso il Ministero dell' Assitenza postbellica, della Commissione Nazionale per il riconoscimentopei Partigiani Italiani all'estero, di cui diventò il Segretario.
Tornato a Reggio Emilia, nei primi mesi 1946, presso la focale federazione
comunista assunse la responsabilità della Commissione Stampa e Propaganda,
fece parte della Commissione Intellettuali e venne cooptato- nella Segreteria e
nel CF.
Nell'aprile 1947 sostituì ufficialmente Nizzoli, primo segretario della federazione provinciale nel dopoguerra; mantenne questo incarico fino al momento
del suo clamoroso dissenso col PCI (gennaio 1951). Uscito dal partito fondò
con altri intellettuali, prima il MLI (Movimento dei Lavoratori Italiani), poi
l'USI. Nel 1957 confluì, insieme a una parte dell'USI, nel PSI; vi militò per
quattro anni, facendo parte del CC e dell'apparato centrale. Nel 1961, dopo
che il PCI con l'VIII e il IX Congresso aveva chiaramente r~vendicato e intrapreso "la via italiana al socialismo", chiese di essere riammesso al suo interno.
Già dirigente dell'Uffico studi della CGIL, ha Javorato all~ sezione economica del PCI fino al 1965. Da allora ha assunto vari ed importanti incarichi nel
movimento cooperativo: dal 1977 al 1979 è stato Presidente della Lega delle
cooperative; nel 1979 era stato nominato Presidente dell'Istituto di studi cooperativi "Luigi Luzzatti".
114 febbraio 1982 muore per infarto cardiaco.
E' stato membro del CF dal 1946 al gennaio 1951 e deputato per una legislatura (1948-1953).117 giugno 1953 l'USI (Unione Socialisti Indipendenti) si presentò alle elezioni politiche; raccolse solo 250.000 voti in tutta Italia e il 7,230/0
nella provincia.
Per la sua partecipazione alla Resistenza Jugoslava gli è stato conferito, alla
memoria, l'Ordine al merito del popolo con stella d'oro, il15 marzo 1987 .
.;\
65
Testimonianza di Valdo Magnani
La mia famiglia è stata una famiglia socialista.
Mio padre era un socialista prampoliniano: mio zio, Pietro Magnani, era un
attivista della Federazione socialista e, perseguitato dai fascisti, andò in esilio a
Parigi dove è vissuto poi fino alla morte, anche dopo la Liberazione.
E questa è già una prima indicazione, una prima componente.
Già in casa mia alcuni opuscoli, testi del vecchio socialismo, una tradizione
orale di ammirazione verso Prampolini, questa personalità del socialismo reggiano, erano di casa.
Un'altra componente della mia formazione è indubbiamente la componente
cattolica. lo sono stato militante dell' Azione Cattolica fino a diciassette anni,
sono anche stato Presidente del Circolo cattolico cittadino. ;
E ho vissuto, le circostanze erano queste, in quella parte déi cattolici che hanno manifestato un atteggiamento antifascista sostanzialmeri'te, compreso alcuni ecclesiastici come ad esempio, mi ricordo, il curato della parrocchia di Reggio Emilia, Don Guido Iori.
La vicinanza con questo elemento cattolico indubbiamente contribuì anche a
far nascere, a far crescere uno spirito antifascista: genericamente antifascista,
contro la dittatura, contro tutto quello che nel fascismo, non è il caso qui di
elencarlo, suscitava indignazione ed opposizione da tutti i punti di vista: dal
punto di vista della condizione delle classi popolari, come anche dal punto di
vista culturale.
A questo, crescendo negli anni, si aggiunse una conoscenza della letteratura
che riguardava il movimento comunista; diciamo, la conoscenza delle dottrine
comuniste. I testi comunisti che si leggevano facilmente nelle biblioteche allora, anche nell'epoca fascista; gli scritti di Antonio Labriolaj La storia della rivoluzione russa di Trockij, che era un testo che si poteva sempre
trovare (io
,
l'ho comperato allora nella libreria Zanichelli). Questa, sia 4etto tra parentesi,
è una differenza radicale tra il fascismo italiano e il nazismo;' che aveva distrutto e bruciato queste cose. Ho letto il primo libro del Capitale nella vecchia edizione dell'economista Bocca, nella Biblioteca municipale di Reggio Emilia. Si
potevano consultare anche di quei volumi, opere di Marx ed Engels, Lassalle
edizioni "Avanti!", che non erano state tolte dalla biblioteca.
Poi, naturalmente, la conoscenza di quello che era l'Unione Sovietica e le
realizzazioni dell'Unione Sovietica. Posso ricordare un libro, allora pubblicato, Il piano quinquennale sovietico, di quel giornalista americano Knicker Bockers, che non era un comunista, faceva tutte le più ampie riserve intorno al regime sovietico, però esponeva le realizzazioni (allora il piano quinquennale) che
avvenivano in concomitanza con la crisi del 1929-33, che colpì il mondo capitalista e pure l'Italia.
Ecco, sommariamente, erano questi gli elementi che contribuirono ad alimentare uno spirito antifascista, che poi si indirizzò ad una militanza comunista.
D. Anche partendo dalla tua esperienza familiare, pensi che il socialismo ri-
66
formista abbia avuto una incidenza sullo sviluppo del radicato movimento di
resistenza al fascismo e sull'affermarsi del partito comunista nel reggiano?
R. Due osservazioni a questo proposito sono fondamentali.
L'una è che i socialisti riformisti erano degli sconfitti; di fronte ai giovani
erano sconfitti, non c'è alcun dubbio. Quindi se vi era stima per le singole persone, per quello che avevano fatto, vi era però anche critica radicale al riformismo. Dico subito, una critica eccessiva; però questi erano i fatti.
La seconda considerazione è che contemporaneamente, però, nel movimento operaio, quindi anche comunista, reggiano vi fu una continuità nella capacità di realizzazione pratica - cooperative, amministrazioni comunali - realizzazioni immediate. Questo, mentre vi fu una critica al riformismo radicale, eccessiva, perché si metteva anche sul piano di un certo disprezzo, anche di quello
che i riformisti avevano teorizzato o scritto.
lo ricordo di avere letto i discorsi di Turati in un volume edito da Treves, una
scelta di articoli da "Critica Sociale"; anche questo fa parte dei testi che ho letto. Quindi molti testi erano disponibili per chi avesse un interesse.
Vi fu dunque una eredità della capacità dei riformisti di aderire ai bisogni
delle classi più sfruttate e di realizzare, per migliorare le loro condizioni, una
politica locale, e realizzare tutto quello che soprattutto nel campo della politica
comunale e nel campo della cooperazione i riformisti avevano fatto. Quindi,
questa attitudine a fare, a non restare astratti, che era una delle caratteristiche
positive del riformismo, fu in pieno ereditata anche dal Partito comunista, come si vede poi in tutto il seguito della storia del P .C.l. a Reggio Emilia.
D. Qual è stata la tua esperienza durante la lotta di Liberazione? Nelle formazioni partigiane jugoslave vi era discussione politica? Si curava la formazione politica dei partigiani stessi, in merito anche al tipo di società e di comunismo che si voleva realizzare?
R. Dopo 1'8 settembre ho partecipato alla guerra di Liberazione, come è noto, in Jugoslavia. lo mi trovavo là con l'esercito italiano dopo 1'8 settembre,
con quelle vicende tempestose. Poi feci parte di una divisione partigiana, la 29"
Divisione Erzegovese, comandando un battaglione di italiani. Dopo, feci parte
della Divisione Italiana Partigiani "Garibaldi" con la quale poi rimpatriati
verso la fine della guerra.
Naturalmente quella esperienza fu per me decisiva. lo ero già, allora, comunista, come orientamento, pensiero e anche come rapporti che avevo già preso
in Italia con altri compagni.
Qui abbiamo fatto un salto, perché mentre si maturava questo orientamento
verso il Partito comunista, naturalmente io avevo dei rapporti, particolarmente con i compagni Degani e Negri.
Già nel '36 avevamo creato un gruppo con Degani, Negri e altri, che rappresentavano l'embrionale collegamento che vi era tra gli intellettuali, però era
difficile il collegamento con questi. Eravamo un gruppo che comprendeva appunto: me, Degani, Negri; più periferici [rispetto a questro gruppo], Poppi,
Mariani, questi che ritroviamo tutti nella guerra di Liberazione e poi nel Parti-
67
to comunista. Poi all'Università di Bologna c'era Cucchi; quindi io frequentavo l'Università di Bologna, e allora rapporto, attraverso Cucchi, con altri compagni di Bologna, come Mario Pasi che fu ucciso dai tedeschi durante la guerra
di Liberazione. Quindi c'era già una certa rete, anche se allora i rapporti col
Centro erano quantomai difficili, tenuti solo da qualcuno. Naturalmente vi era
la clandestinità! 3.
Allora torniamo alla Jugoslavia: io quindi là, avevo già questa posizione di
comunista e entrai in rapporto con il Partito comunista jugoslavo.
Per, diciamo, farmi riconoscere - a parte le proprie idee come si manifestavano - avevo anche una copia de "L'Unità" clandestina, perché durante l'ultima
licenza ottenuta a Reggio Emilia, dai compagni appunto, avevo avuto una copia de "l'Unità" clandestina, che io conservavo in tasca; era un foglietto in
quel momento!
Quindi entrai subito in rapporto con il Partito comunista jugoslavo, perché
allora questa era la regola: ogni comunista, anche se la Terza Internazionale
era già stata sciolta, doveva, diciamo, attenersi alle direttive del partito che in
quel territorio aveva i compiti di guidare la lotta.delle masse.
Partecipai, quindi, con attiva coscienza alla guerra di Liberazione in Jugoslavia. Bisogna subito dire, schematizzando molto, che la guerra di Liberazione qui aveva due caratteri.
Dal punto di vista dell'inquadramento generale, era una lotta che si faceva
riconoscendo la guida e il modello dell'Unione Sovietica; quindi non c'era
niente mai contro l'Unione Sovietica nella propaganda e nell'azione, nemmeno
di critica.
Contemporaneamente, come ho avuto occasione di scrivere tante volte, però
aveva un carattere particolare perché era contemporaneamente una lotta nazionale, come del resto quella italiana. Però qui era più marcata, in r<!,gione del
fatto che la Jugoslavia era un paese tradizionalmente conteso tra le grandi potenze imperialistiche; era un paese diviso in varie nazionalità, con una lotta tra
le varie nazionalità (serbi e croati soprattutto) che era eccitata e sostenuta dalle
potenze imperialistiche che sono intervenute nelle lotte balcaniche.
Il movimento di Liberazione in Jugoslavia, organizzato sostanzialmente dal
Partito comunista, (vi partecipavano anche altre forze, ma era indubbiamente
diretto ed egemonizzato, per dire una parola attuale, dal Partito comunista),
aveva una visione nazionale che già prevedeva la federazione e l'unità dei popoli jugoslavi, cioé degli slavi del Sud. Era una componente fondamentale. Quindi questo carattere nazionale conteneva in sé ovviamente anche una spinta molto forte, già reale coi fatti che avvenivano, all'indipendenza.
Perciò questo, di essere una lotta che si inquadrava nella lotta generale contro il fascismo e nella quale l'Unione Sovietica aveva un ruolo fondamentale, il
carattere nazionale e il carattere di indipendenza erano già nel movimento di
3 Per il periodo iniziale del processo formativo cfr. V. MAGNANI - A. CUCCHI, Crisi di una generazione, La Nuova Italia, Firenze, febbraio 1952. Per la nascita e l'attività del gruppo clandestino degli intellettuali reggiani cfr. G. DEGANI, Sugli Appennini nevica, Reggio Emilia, Ed .. Libertas,
1948.
68
Liberazione jugoslavo e nella guerra partigiana ed erano già elementi caratteristici e determinanti.
Come poi si è appreso più tardi, ai vertici del Partito comunista nei rapporti
con il Partito comunista dell'Unione Sovietica, con Stalin, vi erano già dei dissensi. Dei quali qualche notizia si aveva anche allora!
Per esempio quando io arrivai al primo colloquio con il comandante della divisione erzegovese di cui io facevo parte, che era Seghert, un contadino come
origine ma membro autorevole del Partito comunista dell'Erzegovina; allora io
che avevo imparato abbastanza bene la lingua - perché, voglio dire, è anche un
dovere di un comunista; non si può vivere in mezzo ad un popolo senza imparare la lingua - e parlammo molte volte.
Lui raccontava questo episodio: mentre la spinta del Partito comunistajugoslavo era per identificare la rivoluzione con la lotta nazionale e quindi si era
adottato sul berretto la stella a cinque punte come stemma dei partigiani, addirittura con la falce e martello anche sopra; Mosca non voleva questo, non voleva le brigate proletarie perché riteneva che la linea giusta fosse quella della
guerra nazionale, ma non della rivoluzione proletaria; allora non voleva la falce e il martellq.
E sempre "Mosca nece", "Mosca non vuole"; non vuole le brigate proletarie4 •
Ecco, qua era già evidente che vi era una intersezione tra le esigenze, tra l'altro in quella fase probabilmente legittime - ma non voglio con questo legittimare una posizione che diventa giusta più tardi - con le esigenze, ripeto, forse storicamente legittime, dell'Unione Sovietica di mantenere saldo il suo rapporto
con gli alleati, l'America e l'Inghilterra; e quindi di non creare delle rivoluzioni
comuniste, come si dice abitualmente, comunque delle rivoluzioni socialiste, in
questa fase.
Invece la spinta che vi era nel partito comunista jugoslavo andava nel senso
di identificare le due cose e ad arrivare alla fine della guerra - come infatti arrivò - all'instaurazione subito, di un regime collettivista.
Ecco, questo può essere un accenno.
Altri episodi, poi, del carattere di indipendenza - ne ho parlato varie volte del movimento partigiano jugoslavo, sono quelli relativi al momento nel quale
sbarcano sulle coste jugoslave, precisamente a Dubrovnik - io ero in quella zona con la 29 a Divisione - sbarcano gli inglesi; fanno una testa di ponte, per così
dire, a Dubrovnik (Ragusa). E cercano di assumere il comando della zona. Viceversa, il movimento partigiano, che accanto alla sua organizzazione militare
aveva una organizzazione civile - quelli che da noi erano i Comitati di Liberazione, soltanto che qui avevano il potere effettivo - non cedono alcun comando
ed essi infatti restano lì qualche mese, partecipano alla liberazione di Mostar,
battaglia alla quale ho partecipato anch'io; e poi se ne vanno via.
Cfr. V. MAGNANI, Cominternista senza miti, in "Rinascita", a XXXVII, n. 20, 16 maggio 1980.
In questo articolo Magnani sviluppa le considerazioni che riprende anche in questa testimonianza;
inoltre c'è il ricordo del lungo colloquio avuto con Tito nel 1953, durante il quale il leader jugoslavo esprime un giudizio positivo su Togliatti e sulla delineazione di una via italiana al socialismo.
che, sotto la sua guida, il PCI stava elaborando.
4
69
Ecco, questa, diciamo, posizione che ho citato prima, di indipendenza ancora non manifesta verso Mosca e di indipendenza già manifesta verso gli alleati,
indicava tipicamente qual era la posizione del movimento partigiano jugoslavo.
E' indubbio che queste esperienze che io avevo vissuto, avevano radicato in
me questi concetti, insomma, del carattere del movimento di Liberazione come
rivoluzione che era insieme nazionale e molto legata quindi alle particolarità, al
carattere del paese nel quale avvenivano.
Perché questo è il modo un po' superficiale di dire che erano l'espressione del
popolo nel quale si faceva la rivoluzione .. Quando si dice: bisogna adeguarsi alle peculiarità!, si dice una cosa molto ambigua, perché che ci si adegui alle. particolarità è una banalità; ma fatto reale è che la rivoluzione deve essere un'espressione di quel popolo. Questo è il fatto sostanziale, da cui deriva poi più
tardi la condanna dei tentativi di imporre una rivoluzione cosiddetta dall'alto.
Accenno soltanto a questi temi che avranno sviluppo successivo nella storia del
movimento operaio.
Allora questo carattere nazionale, nel senso testé detto, della guerra di Liberazione era per me molto radicato e contò parecchio. Non vi era però nessuna
idea, in realtà, sul modello di socialismo da creare. Modello unico al quale si
guardava, era quello dell'Unione Sovietica. Su questo non vi erano idee; si accettava quello che era il modello. Del resto poi la Jugoslavia nel '45 attuò quel
modello.
D. Si tenevano all'interno delle formazioni partigiane dei corsi, delle lezioni
su questo modello da realizzare e sul tipo di partecipazione che poi, nel dopoguerra, il popolo doveva garantire? Perché, è vero che anche qui ci si rifà al modello sovietico, però forse non eraneppure molto noto nelle sue diverse concretizzazioni.
R. In realtà, continuando il discorso di prima, il punto del quale c'era il massimo di adesione e di partecipazione alla guerra popolare, alla guerra partigiana in Jugoslavia era l'indipendenza e l'unità della Jugoslavia. Questo era il
punto sul quale Tito raccoglieva, già allora, un vasto consenso. Non era il consenso che otterrà poi, più tardi, nel corso degli avvenimenti; ma comunque un
vasto consenso.
Del resto un testo fondamentale che allora era diffuso nelle unità partigiane,
erano quattro articoli di Tito, ma uno fondamentale era La questione della nazionalità, alla luce della guerra di Liberazione, un titolo di questo genere; erano
pochi fogli. Ce l'ho ancora.
Allora questo spirito nazionale ... del resto è stato detto giustamente che Tito
assumeva in sé un po' quello che da noi è stato Garibaldi, cioé l'indipendenza e
l'unità del paese, assieme però a una rivoluzione sociale. Ecco, questo è un po'
la personalità di Tito. Allora qui c'era il massimo del consenso.
Sul modello dell'Unione Sovietica si faceva della propaganda; ma non si conosceva, né effettivamente si poteva conoscere com'era il modello dell'Unione
Sovietica. Questo era, così, una speranza o semplicemente una propaganda e
una, così, ammirazione per quello che si supponeva fosse perfetto. Non inten-
70
do fare, a questo punto della ricerca storica, una critica particolare a questo.
Voglio dire che, naturalmente, la presenza di questo mito era anche un elemento fondamentale di coesione e di entusiasmo che trascinava; in una parte, convinzione, e in un'altra, così si seguiva passivamente.
Vi era però anche una opposizione molto forte, perché vi erano coloro, i cetnici, che viceversa attaccavano violentemente il comunismo in Unione Sovietica. Questi erano i nemici del movimento partigiano ..
Adesso abbiamo imbroccato un argomento piuttosto ampio. Perché la guerra partigiana in Jugoslavia è stata una guerra che si è fatta contro l'occupatoreitaliani e tedeschi -, ma era anche una guerra civile, contro la parte avversa che
nella Jugoslavia meridionale erano i cetnici, cioé i rappresentanti di D. Mihajlovic, della monarchia, eccetera, i quali erano violentemente anticomunisti.
Quindi questi facevano una violenta propaganda antisovietica.
Che i contadini accettassero il modello sovietico, direi di no. Però accettavano l'unità nazionale. Non accettavano anche per degli errori fatti dai comunisti
jugoslavi in una prima fase. Ad esempio, nella fase alla quale io ho partecipato
- e conoscevo bene le condizioni di vita popolare - in un primo momento, cioé
nel '41 nella prima rivolta contro l'occupatore italiano in quelle zone, nelle
Bocche di Cattaro e nell'entroterra cattarino, i partigiani fecero una zona libera piuttosto ampia, che poi fu ristretta nelle varie vicende della guerra. E instaurarono una specie di Repubblica Sovietica. Cosa che fu poi aspramente criticata dai dirigenti e anche da Mosca indubbiamente, perché non si doveva né si
poteva instaurare un regime sociale così radicalmente diverso nel corso di una
guerra partigiana e per quei motivi che poi consigliarono altre vie, eccetera, eccetera.
Quindi il modello sovietico, diciamo, era attaccato dagli avversari dei partigiani, ma era anche poco noto e un po' di avversione esisteva anche nella base
che pure combatteva per la guerra di Liberazione anche per questi errori che
erano stati fatti dal Partito comunista jugoslavo, che li riconobbe e li corresse
poi successivamente.
Quello che io voglio dire, in connessione con questi avvenimenti, è che io
portavo un patrimonio di conoscenze e di esperienze, personalmente, che, pur
non essendo esplicitato nei punti critici delle vicende internazionali del movimento operaio, conteneva però dei germi che mi avrebbero reso, a mio avviso,
più facile la comprensione degli avvenimenti futuri. Ecco, questo è un fatto
reale.
L'altro fatto è che arrivando io, a Reggio Emilia - naturalmente, poi, i compagni coi quali ero in collegamento già da prima, che abbiamo nominato (Negri, Degani, Maramotti (ho nominato un altro che è morto), Mariani, altri),
avevano parlato di me, indubbiamente. E io arrivavo con l'autorevolezza che
mi derivava dal fatto di aver partecipato alla guerra di Liberazione in Jugoslavia con funzioni notevoli, diciamo, ecco.
E questo mi circondava di un certo prestigio.
lo nel' 45 rientrai in Italia con la Divisione Italiana Partigiana "Garibaldi";
restai in questa divisione per alcuni mesi.
71
Poi divenni segretario della Commissione Nazionale Riconoscimento Partigiani all'Estero, qui a Roma.
E nella prima licenza, perché era formalmente una licenza da questa, venni a
Reggio Emilia a tenere una conversazione o una conferenza lì alla Federazione
di Reggio Emilia sulla guerra di Liberazione Jugoslava. E mi ricordo che allora
ero stato presentato così: "ci sarà una conferenza del compagno Magnani, partigiano di Tito!" scritto grande così. Il che faceva affluire molti compagni ad
ascoltare. Quella conferenza fece una larga impressione, perché cercai di
esporre le linee di sviluppo storico della lotta di Liberazione jugoslava con le
sue caratteristiche5 •
L'altra caratteristica che conviene forse ricordare subito è che io venivo dall'esperienza di una guerra di Liberazione vittoriosa, cioé che aveva condotto fino in fondo la conseguenza delle premesse della guerra di Liberazione; il che
non avvenne in Italia. Ma io mi resi immediatamente conto che in Italia non era
possibile che la guerra di Liberazione giungesse fino alle ultime vittorie - che
erano di natura sociale, di cambiamento radicale della struttura del paese - per
la diversità delle condizioni internazionali, eccetera, eccetera.
Ad ogni modo l'avere partecipato ad una guerra di Liberazione vittoriosa
dava un certo spirito. Dava anche, forse, una certa capacità di vedere le cose
come si sviluppavano, perché poi noi avremmo dovuto seguire un'altra strada,
come sappiamo.
Comunque quando arrivai a Reggio Emilia arrivavo con questo prestigio,
arrivavo con quello che i compagni coi quali ero stato nella clandestinità avevano raccontato di me e un po' con questo prestigio che derivava dall'essere stato
e di aver fatto parte del movimento di Liberazione.
Quindi non arrivavo come un ignoto, diciamo così. Ecco, questo tanto per
dire, per spiegare un po' come succede poi che Magnani diventa segretario della
Federazione, era popolare, eccetera, eccetera. E' importante questo aspetto
della questione.
Infatti io lasciai, su richiesta di Reggio Emilia, questa Commissione Nazionale, che avevo messo in piedi io, presso l'allora Ministero dell'Assistenza post-bellica; in contatto continuo col Partito, cioé con Botteghe Oscure, per quello che si doveva fare in questa azione di riconoscimento dei partigiani all'estero.
Quando venni a Reggio Emilia, venni su richiesta del Partito di Reggio. I
compagni che mi conoscevano, insistettero perché io rientrassi nel lavoro politico a Reggio Emilia.
E immediatamente io, qui, ebbi delle cariche. Fui cooptato nella segreteria,
nel' 46. Quindi immediatamente mi trovai nel gruppo dirigente provinciale.
Questo riguarda la formazione di un elemento del gruppo dirigente. Affrontare adesso il discorso del gruppo dirigente è abbastanza complesso.
"La Verità" in effetti dedica in questi primi anni alcuni articoli alla resistenza e alla società jugoslava. E' interessante notare che nello stesso numero che annuncia la costituzione del Cominform
appare anche un articolo di A. Colombi teso ad illustrare e a difendere l'esito socio-politico della
lotta di Liberazione jugoslava. Cfr. A. COLOMBI, Carattere della nuova democrazia jugoslava, in
"La Verità", a. III, n. 42, 26 ottobre 1947.
5
72
Il gruppo dirigente di allora che cos'era? C'era un gruppo di vecchi compagni della clandestinità: Nizzoli, Aldo Magnani, Scanio Fontanesi, Morgotti,
Sacchetti, poi altri che sono morti come Fantuzzi, e altri. Questo era un gruppo
di compagni che venivano, dalla clandestinità, molti dalle carceri; pressoché
tutti quelli che ho nominato erano stati in carcere [ed avevano preso parte alla
lotta di liberazione].
Poi c'era il gruppo di compagni che venivano dalla guerra di Liberazione.
Ecco, questo era l'altro gruppo di compagni; e che comunque non erano stati
in carcere. Erano vicini al partito o nel partito anche nel periodo clandestino,
ma poi attraverso la guerra di Liberazione sono entrati più attivamente nel
complesso della compagine del partito, come erano i compagni: Negri, Degani,
io, la compagna lotti che viene dal movimento di Liberazione, per dir così, che
era un altro apporto di altra natura.
Quindi vi erano queste varie fonti, diciamo, componenti.
Poi, c'erano quelli che sono arrivati al partito proprio negli ultimi mesi oppure alla Liberazione.
Ecco, queste un po' erano le diverse stratificazioni.
Bisogna dire subito che, naturalmente, il potere nel partito - è un fatto molto
importane, soprattutto allora - era totalmente nelle mani del vecchio gruppo
~he veniva dalla clandestinità e dalle carceri.
, Era una NECESSITA' assoluta! E quindi non c'è da deprecare questo fatto;
c'è da farlo, storicamente, semplicemente come constatazione. Perché la politica del partito in quel periodo era una politica difficile, come sempre del resto.
Era una politica che non poteva essere spontanea. Doveva comportare anche
delle svolte, dei passaggi difficili, sia nei rapporti internazionali, sia nel modo
di condurre la trasformazione dell'Italia. Sui due versanti - sia internazionale
(allora la fedeltà all'Unione Sovietica era un dogma), sia nella questione di contenere la politica nazionale nell'ambito di una politica unitaria, della politica
lanciata durante la guerra di Liberazione, la piattaforma di solidarietà nazionale - ci volevano dei compagni, come dirigenti, che seguissero fedelmente queste direttive le accettassero o, anche se intimamente erano piuttosto critici o
non le accettavano addirittura, però in pratica le applicassero.
E questa natura del partito comunista che comportava questa fedeltà assoluta al gruppo dirigente, è quella che spiega perché per parecchi anni il potere resti in mano a questo ceppo originario.
'
Ora per le mie vicende, sia perché nella clandestinità ero stato comunista, sia
perché avevo partecipato alla guerra di Liberazione, sia perché fui subito cooptato nel gruppo dirigente, io venni a far parte, anche se non ero un vecchio
compagno che veniva dalla trafila eccetera eccetera, venni a far parte del gruppo dirigente provinciale.
Ecco, questa è un po' la vicenda mia particolare.
D. Il silenzio che tuttora ricopre il tuo itinerario politico che precede l'eIezione a segretario provinciale, porterebbe a ritenere che, questa, sia stata agevolata dal legame di parentela che ti unisce alla compagna Nilde lotti.
;
1
l
R. No, ma questo non c'entra niente. E' vero semmai il contrario.
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, Scusa, questo non scriverlo, con la compagna Nilde, mia cugina, siamo stati
sempre molto amici, lo siamo tuttora; in fondo il suo avviamento al socialismo
e poi al comunismo - anche lei di tradizioni familiari socialiste, il padre era un
socialista prampoliniano - ma poi anche l'avviamento al Partito comunista è
avvenuto, non voglio dire sotto la mia ispirazione, ma in comune. Quando io
venivo in licenza durante il periodo militare, ci vedevamo sempre, ci scambiavamo queste opinioni, eccetera, eccetera.
Ciò non toglie che poi la Nilde si affermasse poi con la sua personalità, nel
movimento femminile, eccetera, eccetera; poi la sua candidatura alla Costituente, che è il momento di passaggio, in cui lei da una posizione provinciale
come potevano avere tante compagne, passa subito ad una posizione di carattere nazionale, eccetera, eccetera; poi dopo c'è la sua vicenda personale.
Ad ogni modo la mia parentela con la Nilde non ha niente a che fare con la
mia cooptazione nel gruppo dirigente, perché io divento il segretario della Federazione che la Nilde non è nulla nella gerarchia del partito.
D. In effetti, solo il responsabile dell'Ufficio Quadri di allora ha ricordato
questo vincolo di parentela, dando l'impressione che questo ufficio dovesse occuparsi più del controllo della vita privata del compagno che non della promozione di quadri capaci.
- R. Eh sì, ma allora qui entriamo ... Ti voglio raccontare qualcosa su questo
Allora ne parliamo un po' a briglia sciolta, poi dopo tu metterai giù.
~'; Allora la visione del partito e la sua concezione erano del tutto totalizzanti: il
partito comprendeva tutto. Quindi la direttiva del partito doveva valere in tutti
i campi.
Mi ricordo che come segretario di Federazione, nei primi tempi, per esempio, mi capitavano di questi casi. Una volta un compagno, non ricordo neppur~ il nome, non so se di Massenzatico o di qualche paese di quella zona, venne a
dire che insomma sua moglie lo aveva tradito e che questa questione doveva essere discussa dalla cellula e che quel compagno che era stato con sua moglie doveva essere espulso dal partito.
Chiedeva una riunione straordinaria della cellula, con la mia partecipazione
come segretario di Federazione, come un tribunale per dibattere questa questione!
t~rreno.
D. Quale concetto di moralità era diffuso allora? E quale incidenza aveva
sulla scelta e la promozione dei quadri?
R. La morale della grande massa, posso dire, era una morale abbastanza rigorista.
Mentre i riformisti avevano abbastanza agitato il problema del divorzio almeno in linea teorica, tra l'altro presentarono anche delle leggi; e quindi su alcuni punti che facevano parte del patrimonio di diritti civili moderni il riformismo non era stato passivo.
I comunisti erano molto più rigoristi, in Italia almeno, in quel periodo. Anche perché si presentavano al paese e quindi volevano presentarsi con una certa
74
veste; erano perciò molto più rigoristi del vecchio riformismo e richiedevano
una condotta personale irreprensibile anche in questi aspetti familiari. Tipico
episodio che illustra questo è quando la lotti fu eletta deputato, poi incominciò
il suo rapporto con Togliatti. E il rapporto con Togliatti filtrò. Ma pensa che
Scanio Fontanesi quando sollevò questa questione, parlando nella segreteria ristretta, disse: "Dicono che la Nilde è la fidanzata di Togliatti!". Questo è illinguaggio che usò, e ti dice molto. E diventò rosso mentre diceva questo. Questo
non credo che si debba scrivere anche se la Nilde, in interviste recenti ha accennato a questa cosa.
A Reggio si discussero le liste e c'era la candidatura della lotti per la prima legislatura. Non c'era nessuna ragione per toglierla perché aveva fatto molto bene il suo lavoro di deputato alla Costituente, quindi veramente si meritava pienamente la rielezione. Però sorsero una serie di contestazioni perché dicevano
che essendo nota la sua relazione con Togliatti e avendo Togliatti abbandonato
la moglie, vecchia compagna, Rita Montagnana, questo fatto avrebbe molto
nuociuto al Partito in campagna elettorale e quindi c'era la maggioranza della
segreteria che era contraria a candidare la lotti.
Allora, io ero veramente un po' in angustia, ebbi un lungo colloquio con la
Nilde; e le dissi: "Va beh, questa è la situazione che io, segretario di Federazione già abbastanza di tipo, vorrei dire, nuovo eccetera, eccetera, però devo tenere conto anche realisticamente di questo. Nessuno, né io per primo, vuoI fare
delle critiche alla condotta privata di Togliatti; dico, questo non c'entra, però è
vho che c'è un certo disagio nel partito per questa questione. (Che era soprattdtto nelle donne. Tu puoi immaginare).
: Forse tu potresti contemplare, se non rinunciare, a questa posizione politica?".
Lèi voleva sapere giustamente, come risolvere il problema,perché esisteva.
Allora la segreteria decise di fare una piccola delegazione composta da me e
Campioli, allora sindaco, e di andare a porre la questione a Roma. Andammo
a Roma, io e Campioli, a parlare con Secchia che era responsabile dell'Organizzazione allora. Chi parlò fu soprattutto Campioli. lo esposi soltanto la situazione così com'era, dissi solo: "Sì, c'è questo disagio nel partito". lo lo volli esporre. Allora Campioli fece una di quelle sparate - questo ti dice quella che
era la moralità nel partito e la motivazione - diceva: "E' comoda abbandonare
le vecchie compagne per pigliare delle giovani! E' ora di finirla con questo costume - ed elencò una serie di casi di vecchi compagni che avevano abbandonato le prime compagne per nuove; e questo avvenne infatti. Ma si può capire che
questo avenisse perché in fondo i matrimoni che erano avvenuti nella clandestinità erano matrimoni un po' obbligati, in un ambiente molto ristretto, congiunti nella illegalità; così Longo, Scoccimarro, insomma tutta una serie di
cambiamenti ci furono - E' comoda! Anch'io magari lascerei, ma è ora di finirla!" . E urlava per le Botteghe Oscure. Al quale Secchia rispose: "Questo non è
il mio caso!", infatti non era il suo caso, ma adesso qui c'entra tutta un'altra
storia che non è il caso qui di ricordare.
Comunque Secchia fu molto corretto, perché era di una correttezza estrema.
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D. Eppure nell'intervista che Nilde ha rilasciato al "Giorno", ricordando la
sua vicenda personale, attribuisce un atteggiamento ostile a Secchia e un atteggiamento più benevolo, e protettivo anche, a Colombi. Poi, presenta - cosa che
non ho compreso - Colombi come "il capo" della Federazione reggiana; non
era il segretario regionale?6.
R. Era comunque membro della Direzione nazionale del Partito. Sì era già
segretario regionale, perché cosa avvenne dopo? Secchia disse: "Va beh, parlerò coi compagni; vi saprò dire" .
Ad una riunione regionale di pochi giorni dopo, allora Colombi mi chiamò
da parte e disse: "E' stato posto dalla Federazione di Reggio questo problemae Colombi disse pressapoco queste parole - Insomma voi dovete capire, Togliatti è il capo del partito, lui ha bisogno nella sua vita di avere ... " - insomma
lo giustificava in maniera piuttosto tortuosa; non che dicesse semplicemente,
come avremmo detto più tardi, ma noi ammettiamo il divorzio, la separazione
eccetera eccetera; lui non disse questo, ma che bisognava comprendere le esigenze di Togliatti, capo del partito. Aveva un rispetto per lui! E quindi bisognava che questa questione fosse chiusa.
lo tornai a Reggio Emilia, la questione fu chiusa e la lotti fu messa tra i candidati alla Camera.
lo la ripeto nei termini in cui avvenne, perché a questo punto ci interessa non
già la vicenda in se stessa che ormai è una questione sorpassata larghissimamente, ma per dire qual era la mentalità rispetto alla questione femminile nel
partito. Ecco, questo è un indice di come nella questione femminile, cioé nella
considerazione del diritto della donna, della sua libertà di scelta, della sua personalità, fossimo molto indietro.
Voglio dire che personalmente io non ho mai affrontato la questione sotto
questo punto di vista, cioé per me era fuori discussione che c'era la piena libertà
di scelta. lo avevo affrontato la questione soltanto dal punto di vista dell'opportunità o non opportunità politica, di fronte alle elezioni, di tenere conto o
no di questo elemento, in questo senso.
(Tu sai che la questione continuò, perché arrivò al punto che la lotti fu portata candidata a Bologna - io allora non c'entravo più, ero fuori dal partito eccetera -. Questa rogna scoppiò poi con la segreteria di Boni, non so poi in che maniera, ma fu una grossa rogna). E l'ostilità era composta di due fatti: l'una era
una questione di fondo: non si ammetteva che ci fossero questi atteggiamenti
dei compagni; l'una era soprattutto un movimento di solidarietà verso la Rita
Montagnana, manifestato principalmente dalle donne. Questo era l'altro
aspetto.
Questi atteggiamenti, che purtuttavia esistevano alla base del partito e in alcuni dirigenti anche a livello provinciale, denotano come era la situazione, la
mentalità dominante nel partito, insomma. L'episodio che ti dicevo prima, la
cellula che deve giudicare di un tradimento! Capirai se io vado a fare una riu-
6
Cfr. "Il Giorno" del 15 marzo 1981, intervista raccolta da Domenico Campana.
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nione di cellula su questo argomento. Smontai subito il tutto, dicendo: "Non
sono questioni nella quali il partito possa entrare e dare dei giudizi" .
E poi quest'altro episodio qui, ti dice come si pretendeva che il partito giudicasse nella vita privata e giudicasse secondo una legge di un rigorismo assoluto.
Questo, in sunto, in breve, era il reale stato d'animo, almeno in una provincia come quella di Reggio Emilia, ma credo anche nelle province vicine.
Questo interessa oggi di rilevarlo per dire l'evoluzione che c'è stata nella questione femminile, nella considerazione della donna e i probabili residui che ci
sono, tuttora, di queste mentalità.
D. Tornando ora al 1946, con quale incarico vieni cooptato nella segreteria
provinciale?
R. Subito; divento responsabile della Stampa e propaganda; questo fu il mio
primo incarico ufficiale. Poi ebbi un incarico di fatto che fu quello di riordinare l'Amministrazione della Federazione. Un impegno di assoluta fiducia, perché l'Amministrazione della Federazione - segretario era Nizzoli - era nel caos
completo; insomma. C'era una cassaforte nell'ufficio di segreteria in cui si
mettevano i soldi e poi quando ce n'era bisogno si andavano a prendere. Questo era tutto.
Infatti, io feci un inventario; possedevamo una tipografia, allora si stampava un giornale locale, un quotidiano "Il lavoro" di cui era direttore il fratello
di Degani (che è stato il direttore del museo, poi).
Quindi portai un po', un certo ordine in questo caos amministrativo. Ora l'episodio dell'amministrazione mi permette di avanzare subito, un problema
molto difficile in quei tempi, sul quale non esiste una storia.
Qual era nel partito, in realtà, il problema politico come partito, non il problema della strategia, della tattica, eccetera.
E' che si doveva passare da una fase prima di clandestinità poi di lotta armata, ad una fase di vita legale, democratica. Allora, questo passaggio è quello
che è costato più fatiche, più occupazione, più impegno da parte dei dirigenti
ed è quello che è costato più lotte nel gruppo dirigente.
Voglio dire che se io ho avuto una funzione a Reggio Emilia, l'ho avuta in
questo passaggio, prima di tutto.
Questo è il punto chiave.
E se si paragonano le storie delle federazioni vicine, Modena e Bologna, tu
vedi i segretari federali che cadono in malo modo. In varie occasioni, ma cadono tutti per questo; perché? Perché questo passaggio, primo, supponeva una
comprensione della linea politica, poi una accettazione della linea politica. Accettazione che fu solo graduale, perché per lungo tempo l'accettazione della linea politica avveniva per disciplina di partito - ecco perché ci volevano i vecchi
compagni, perché accettavano la disciplina di partito - e solo gradualmente,
con una acquisizione che diventerà totale soltanto dopo il XX Congresso, con
una ,acquisizione ideologica profonda e una convinzione che la via che si doveva seguire in Italia era una via democratica, parlamentare e di lotta di massa.
Questo passaggio è quello che, oserei dire, ha occupato di più i gruppi dirigenti; con la caduta dei vari dirigenti, nelle carceri oppure che sono dovuti
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scappare in Cecoslovacchia o all'estero, eccetera. Cattini (sic), "Eros", è stato
in carcere e poi è andato in Cecoslovacchia; Nizzoli idem. Molti dirigenti ci
hanno lasciato le penne, per dir così, in questa battaglia: o per loro errori o perché non erano convinti della linea, adesso ogni caso andrebbe visto per conto
proprio.
Ma sta in questa fase politica la ragione della nascita di una certa "doppiezza" . Sta in questo problema, che è un problema storico, oggettivo, che vale per
tutti i movimenti. La ritirata da una lotta armata che comincia in fase clandestina e poi si manifesta con la guerra partigiana, la ritirata in una fase senza
aver vinto la lotta armata, cioé senza aver conquistato il potere; si è vinta dal
punto di vista che nel contesto internazionale si sono sconfitti gli occupatori e i
fascisti, ma senza aver raggiunto la conquista del potere; in una tale fase si doveva iniziare la ritirata.
Ci possono essere due motivi di doppiezza. Una doppiezza poteva essere forte dove tu sapevi che avevi conquistato il potere reale, come nelle nostre province. E, dall'altra parte, la doppiezza poteva essere nelle zone più arretrate del
Mezzogiorno. Poiché se tu andavi in certe Federazioni del Sud, la "doppiezza"
consisteva nel fatto che vigeva ancora il mito, l'attesa dell'ora X, dato che eri
debolissimo.
Quindi, la "doppiezza" o perché eri fortissimo o perché eri debolissimo.
Ecco, questi erano i due poli che alimentavano questo atteggiamento. Perché
io, allora, siccome ero un propagandista molto utilizzato nel partito, andai a
fare diversi comizi nel Sud, andai a parlare un po' in tutta Italia poco dopo che
ero arrivato a Reggio Emilia, per esempio la campagna elettorale del '48, ma
anche per la celebrazione del 2 giugno. Ero uno degli oratori "di ruolo" che venivano mandati; son andato a parlare in molte città d'Italia. E nessuno conosce
- e sarebbe anche difficile descriverne la storia - quanto tempo e quante difficoltà vi erano.
Naturalmente queste difficoltà erano maggiori a Reggio Emilia, e anche a
Modena, perché oltre al movimento partigiano aperto, legale sui monti, vi era
stato un movimento gappista, clandestino fino all'ultimo giorno.
E questi gruppi gappisti continuarono anche dopo il 25 aprile, di loro spontanea iniziativa - vi era una tendenza di questo genere - ad agire e a sopprimere
alcune persone. Che, naturalmente, erano condannati dal partito, però erano
compagni: chi diceva fanno bene, fanno male. Questo non si può scrivere, non
si può dire. Questo era il tormento di quegli annF.
Quindi, una difficoltà che da parte mia, ho cercato di superare soprattutto
attraverso un'azione profonda di educazione.
lo, mentre avevo la stampa e la propaganda, ho avuto subito un rapporto
molto stretto con i partigiani, perché ero un partigiano e venivo dalla Jugoslavia, quindi col prestigio di essere stato là un partigiano.
Ora questo rapporto lo intendevo non soltanto nel senso di fare ubbidire non
7 Purtroppo di tutta questa attività restano solo alcuni articoli apparsi su "La Verità" nell'estate
del 1946 ed alcune testimonianze in N. CAIT!, Riformismo e leninismo. La nascita del partito di
massa a Reggio Emilia nelle testimonianze del primo Comitato Federale, tesi di laurea, a.a. 19811982, Università di Bologna, relatore L. Casali.
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per disciplina, perché la linea del partito era la linea legale, perché si ubbidisce
alla disciplina; ma convincere. Questo era un fatto estremamente difficile,
molto difficile e non credo che, in quegli anni, fosse esaurito. Beh, poi dopo
l'episodio che accadde, come succede nei residui dei gruppi clandestini che poi
si ammazzano l'uno con l'altro, cioé il partigiano "Robinson" - si chiamava
Ferretti [sic] - che ammazzò un altro, poi fu arrestato a Milano, ci fu un processo in corte d'Assise; io fui chiamato come testimone, eccetera; negli anni '608 •
Allora, questo groviglio di questioni - dottrinarie, d'educazione, di vita politica, di disciplina, eccetera eccetera - era un lavoro da far venire i capelli bianchi
al segretario della Federazione. E, purtroppo, era un lavoro che portava i dirigenti massimi ad occuparsi di più di questo che dei gravi problemi, delle lotte di
massa. Ci se ne occupava, ovviamente, perché quello di cui si discuteva nei Comitati Federali, nelle riunioni era questo: della conduzione dell' Amministrazione locale, eccetera eccetera; però questo era un lavoro estremamente tormentante, estremamente difficile e che assorbiva energia.
E una delle ragioni, poi, della mia popolarità era un po' perché io con questo
contatto coi partigiani avevo acquistato prestigio, serietà; l'uomo che rappresentava il partito, non solo autorevole ma convincente, non soltanto perché dava ordini ma perché convinceva - questo è un fatto estremamente importante quindi questo contava tra i partigiani. Ma poi perché nella vita complessiva della Federazione, beh, fui io che introdussi metodi più democratici. Il che Campioli riconosce, nelle sue memorie.
Può sembrare un paradosso: io che venivo da una guerra partigiana vittoriosa, cioé una lotta armata che era giunta alla conquista del potere, ero invece
quello che meglio mi potevo rendere conto dei problemi relativi ad un itinerario
diverso da quello a cui io avevo partecipato in Jugoslavia, e quindi anche la coscienza delle differenzazioni tra le diversità delle situazioni per una più ricca
esperienza, veniva da questo lato.
E avere dato questo accento più democratico, più di massa, più di partecipazione - che si sentiva, poi, nei comizi, nelle riunioni - era questo che aveva creato intorno a me un certo prestigio.
Poi, naturalmente, il fatto che fui deputato - ecco, qui forse sì, un po', il fatto che la lotti era compagna di Togliatti e che quindi avevo con Togliatti maggiore familiarità, anche perché poi a Togliatti piaceva discutere di questioni di
cultura, eccetera, con chi un po' di cultura sapeva; questo forse contribuì a sua
volta, ma sono fatti successivi non relativi al mio ingresso nel gruppo dirigente
di Reggio Emilia.
Ecco, quindi, tutta questa vicenda è anche difficile che uno la scriva, però
per esempio, Campioli l'ha riconosciuto, sia pure anche lì con qualche difficoltà.
D. Sì, però anche lui ti presenta come "l'uomo nuovo" di cui la situazione
8A Reggio Emilia c'è un solo caso su migliaia di clandestini, tra sappisti e gappisti: l'uccisione di
"Muso" da parte di "Robinson". Cfr. i giornali locali del marzo 1961 e le testimonianze di C.
Truffi e N. lotti in N. CAITI, "Riformismo e leninismo", cit. Sull'identità di "Robinson" Magnani
si confonde, infatti questo era il nome di battaglia di Alfredo Casoli.
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locale necessitava, e non dice nient'altro se non che anche lui ha caldeggiato la
tua elezione9 •
Alcuni compagni, che allora facevano parte della segreteria, ricordano come
stiano stati, in buona parte, loro a volere questo cambiamento, a sollecitarlo.
Quale fu, allora, il ruolo svolto dalla Direzione nazionale?
R. Sì. La Direzione mi appoggiò, perché poi conosceva già il mio nome, le
mie vicende; naturalmente io ero già in rapporto con la Direzione del partito
perché in Jugoslavia praticamente feci il Commissario Politico per gli italiani;
avevo quindi una missione in Jugoslavia. Quindi, io ero già inserito in un rapporto diretto· con il Centro del partito.
Si sapeva delle mie tendenze politiche, già prima della guerra avevo questi
rapporti con i compagni; quindi ero praticamente un comunista, anche se allora mica si distribuivano le tessere, ovviamente. Quindi, non era affatto un nome nuovo che sorgesse.
E c'era questa insofferenza verso vecchi compagniche avevano metodi di direzione come Nizzoli, eccetera; quindi la mia venuta era salutata con soddisfazione. Particolarmente Magnani Aldo era uno di quelli che capiva molto bene
che non si poteva andare avanti con Nizzoli, eccetera. Per tante ragioni, anche
per questo fatto che i compagni, come Nizzoli, non avevano capito; prima di
dire che non erano convinti della linea democratica, bisogna dire che non l' avevano capita. E quindi alimentavano questa atmosfera di doppiezza. Magnani
Aldo, invece, è un compagno molto bravo, molto intelligente, che - io dissi a
quella riunione - purtroppo non divenne lui segretario della Federazione, invece di Nizzoli, già nella clandestinità; che sarebbe stato molto meglio lO •
Invece Nizzoli, uomo duro, eccetera eccetera, amico di gappisti, va beh ... 11.
D. Fangareggi, nel suo libro Il partigiano Dossetti, ti ricorda in una nota, così: "Valdo Magnani destinato a divenire deputato e segretario del P .C.I. reggiano, uscendone poi clamorosamente nel '51, per rientrarvi molti anni dopo
attraverso un tormentato itinerario politico" 12.
R. Avevo condizioni soggettive che mi permettevano di essere maturato più
rapidamente degli altri compagni, almeno di quelli che poi sono maturati nel
corso degli anni.
lo rimasi fuori dal partito, almeno fino a che, a mio giudizio, non vi erano le
condizioni per rientrare; cosa che io feci nel '61.
Questa è la mia storia: io ho diretto un movimento di socialisti indipendenti.
Cfr. C. CAMPIOLI, Cronache di lotta, Guanda, Parma, giugno 1965, p. 202.
Cfr. testimonianza di A. Magnani in N. CAITI, Riformismo e leninismo, cit..
V. Magnani è qui costretto a dipingere sinteticamente la figura di Nizzoli perché dovevo raggiungere Montecitorio per intervistare N. lotti. Da tutte le testimonianze raccolte emerge il ritratto di
un uomo dotato di un brutto carattere, arrogante, presuntuoso, accentratore, privo di grandi nozioni culturali, anzi piuttosto povero sotto questo profilo e quindi non attrezzato a capire e ad interpretare la nuova linea politica. Cfr. N. CAITI Riformismo e leninismo, dt. Da questo punto inizia la seconda parte della testimonianza, raccolta il 15 maggio 1981.
12 Cfr. S. FANGAREGGI, Il partigiano Dossetti, prefazione di B. ZACCAGNINI, Vallechi, Firenze,
1978, p. 35 nota n. 4.
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Il
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Era un'aggregazione di gente di diversa provenienza e anche di diverso orientamento, ma contingentemente, si può dire, riuniti intorno a quel settimanale
"Risorgimento Socialista'.', per una battaglia che si condusse intorno all'autonomia del movimento operaio italiano da Mosca, dallo Stato Guida.
Poi questo movimento che andava avanti molto faticosamente, in condizioni
molto difficili, si sciolse: una parte, una piccola parte, con Cucchi andò nella
socialdemocrazia, dove è tuttora; e una parte nel P . S. I., nel quale io militai per
quattro anni, facendo parte del Comitato Centrale e dell'apparato centrale.
Quindi i compagni socialisti, almeno di quell'epoca in cui ci sono stato io, mi
conoscono. Poi, appena si realizzarono quelle che io giudicai condizioni che
rendevano possibile nel partito comunista un dibattito su questo tema e un
orientamento sostanzialmente positivo rispetto al rifiuto dello stato e del partito guida - questi erano i due punti fondamentali - fui riammesso nel Partito; poi
allora lavoravo alle Botteghe Oscure, alla CGIL, poi alla fine alle Cooperative,
insomma.
Questa è un po' la mia storia. E ogni tanto tornai a Reggio, devo dire, essendo, salvo qualche rarissima eccezione, accolto molto cordialmente dai compagni. Dopo che sono tornato al Partito i compagni di Reggio si sono sempre
comportati con gande cordialità nei miei confronti; con riconoscimenti, almeno verbali, che in fondo avevo ragione, ma forse sempre anche con un certo risentimento per quello che era avvenuto, per avere io abbandonato lì il partito.
Però in complesso in maniera molto soddisfacente, voglio dire, per me.
A parte il fatto che nella struttura del partito, pur essendo rientrato, riprendere funzioni di carattere dirigente, questo mi rendevo conto anch'io, che era
molto difficile dopo quello che era successo. Questo è ovvio, non dovrebbe esserlo, ma così è accaduto, e limitiamoci a dire questo.
Per quanto riguarda Dossetti, io, son sempre stato suo amico, anche in quegli anni di battaglia politica frontale. Perché avevamo fatto insieme l'Università: eravamo due reggiani che studiavano a Bologna, per quanto lui facesse la
facoltà di legge e io quella di scienze economiche; ma eravamo amici, anche per
aver partecipato insieme alI'Azione Cattolica; infatti io ne ero stato tra i dirigenti provinciali.
E questa amicizia, questa stima reciproca continuò sempre anche nel periodo
di lotta politica frontale.
Più tardi, quando io ero uscito dal partito e quando lui uscì dalla Democrazia Cristiana in seguito ad una sua vocazione sacerdotale, ci siamo visti qualche
volta così con sentimenti di molta amicizia.
Lui era ferocemente critico degli orientamenti presi dalla D.C., da De Gasperi, da Fanfani, eccetera. Poi aveva posizioni nel campo religioso che sono
note.
Ad ogni modo, incidentalmente, può soltanto essere interessante notare questo: nella lotta politica reggiana i casi, diciamo, di dissidenza dal conformismo
dei partiti sono stati ab bastanza clamorosi e significativi.
Il caso mio, nel partito comunista; il caso Dossetti, nella Democrazia Cristiana; se vuoi anche aggiungere, per esempio, il caso di Monsignor Spadoni che
era il vicario del vescovo e che poi fu scomunicato - secondo me uno squilibrato
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- comunque diventò un eretico e si avvicinò alle tesi del partito comunista, pubblicò i suoi articoli in un giornale di Milano che allora era fiancheggiatore del
partito comunista, "Milano Sera" 13.
Quindi, questi casi possono indicare e porre un interrogativo, perché proprio
nell'ambiente reggiano queste dissidenze?
Secondo me, in prima approssimazione, bisogna ricordare che la lotta politica in questa zona sorge soprattutto sul terreno di una contestazione al fondo
contadina, infatti le grandi lotte operaie della fine del secolo scorso e del principio del secolo son state soprattutto delle lotte contadine, perché delle industrie
ce ne erano pochissime. E come è noto il coacervo delle ribellioni, delle dissidenze che nascono dalla sofferenza e dalla ribellione delle lotte contadine, dà
luogo spesso a fenomeni di eretici, di dissidenti eccetera.
Probabilmente - è un'ipotesi di ricerca - questo può spiegare la frequenza o
l'intensità nei momenti di lotta politica acuta, come il periodo di cui stiamo
parlando, di queste dissidenze che si manifestarono nelle grandi forze politiche.
Comunque è un'ipotesi, non intendo assolutamente suffragarla; però il fatto
esiste.
D. Si può avanzare questa ipotesi anche per spiegare la condizione di difficoltà in cui versa il partito comunista a Reggio, nell'immediato dopoguerra;
cioé da un lato, "doppiezza" nell'interpretare la linea politica e dall'altro, una
situazione di radicalizzazione acuta che arriva fino ai "fatti di sangue"?
R. Sì, certamente, la stessa matrice contadina conduce alla radicalizzazione;
questo non c'è dubbio. E gli stessi, 'cosiddetti, "Fatti dell'Emilia", il "Triangolo della morte", i delitti che sono stati commessi allora, dopo il '45; perché
fino alla Liberazione rientravano nel quadro generale della lotta di Liberazione, ma la continuazione diquesti fatti di sangue, quando non rientravano nella
strategia di nessun partito, sono certamente riconducibili a questa radicalizzazibne di matrice contadina. Non c'è dubbio anche per il carattere che hanno
avuto, perché altri fatti di questo genere accaddero, per esempio, a Milano c'era una specie di squadra di ex gappisti, ma con una natura molto diversa in
una metropoli industriale come era Milano.
Invece, nel carattere che hanno avuto a Reggio, indubbiamente ritengo che
la matrice contadina e quindi la radicalizzazione senz'altro sia accettabile come
uno dei criteri interpretativi.
Certo che l'analisi di questo periodo, che rientra nel problema generale cui io
accennavo, del passaggio dalla lotta armata alla lotta democratica, nella circostanza che la lotta armata non aveva conquistato il potere - questo bisogna
sempre dirlo - non è stata fatta in realtà ancora da nessuno.
Anche perché è una storia difficile, perché ci sono in ballo delle persone, alcune delle quali sono ancora viventi, che sono state in carcere, che sono state
13 Sull' originale figura di Monsignor Spadoni, vicario della Diocesi di Reggio dal 1929 al 1936 e poi
canonico della Cattedrale fino al 1949, cfr. l'articolo commemorativo scritto da G. DEGANI su
"l'Unità" del7 ottobre 1958.
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giudicate, assolte, eccetera. Quindi per entrare in una questione di questo genere forse la distanza storica non è ancora sufficiente.
D. La compagna Nilde, parlando del gruppo dirigente reggiano, avvertiva
che esistevano delle distinzioni anche fra i componenti del vecchio gruppo clandestino, in quanto non tutti erano dello stesso orientamento politico. Così, ad
esempio, "Eros" aveva accolto sinceramente e profondamente il nuovo indirizzo politico del P .C.I.14.
Condividi anche tu questa analisi, anche in ragione del fatto che, quando tu
sostituisci Nizzoli, nella segreteria vengono cooptati Onder Boni e Ferrari Didimo ("Eros", appunto). Dunque, questa cooptazione era avvenuta perché costituivano un sostegno reale all'applicazione della nuova linea politica, o, invece, corrispondeva più ad una riproduzione dell'indirizzo nazionale? Infatti, se
non sbaglio, proprio in questo momento, Togliatti viene affi!lncato alla guida
del P.C.I. da due vice segretari, Longo e Secchia.
R. La mia interpretazione coincide abbastanza bene, credo, con quella della
compagna Nilde. Cioé, è indubbio che c'era una differenza e potremmo fare
l'arco delle differenze in questo senso. Prendiamo un compagno come Aldo
Magnani, questo era uno di quelli veramente convinti della nuova linea e così
via. Malauguratamente non era un compagno che aveva influenza in questo
gruppo dirigente, era sempre tenuto piuttosto al margine. Questa è la ragione
per la quale non divenne lui segretario provinciale nella clandestinità, quando
si trattava di sostituire Saltini, "Toti". Poi ci fu il periodo di Gambia [sic}, un
periodo confuso che non conosco bene 15 .
Nizzoli, a mio giudizio, secondo la mia testimonianza, era un tipico compagno della "doppiezza", cioé che accettava per disciplina di partito, ma pensava
che fosse una tattica. Ecco, detto in breve.
Didimo Ferrari "Eros", era un compagno politicamente molto tormentato e
molto sincero in quello che faceva e in quello che diceva. Per questo era un
compagno che, con la sua cooptazione in segreteria, aiutava, diciamo, il dibattito politico e il chiarimento politico, nella pratica, intorno a questi fatti; e senz'altro lui accettava di più, ecco diciamo, questa linea democratica, per quanto
fosse un compagno molto tormentato nella sua struttura di politico, ma un
compagno che pensava, che si tormentava, che rifletteva, che cercava, eccetera. Lui rimase un po' nella fase di passaggio dal vecchio gruppo, diciamo, ad
un gruppo nuovo; un compagno tipico di questo passaggio. Purtroppo poi rimase impigliato anche lui in un fatto di sangue, fu colpito - io non so se a ragio14Cfr. testimonianza di N. lOTTI in N. CAITI, Riformismo e leninismo, cit..
15Attilio Gombia è tra i fondatori del partito nel 1921; perseguitato ed emigrato in Unione Sovietica, ha incarichi da parte dell'Internazionale nel settore sindacale; nel 1937 torna in Italia, viene arrestato e condannato a 30 anni dal Tribunale Speciale. Durante la resistenza è inviato in Veneto ed
è comandante di tutte le forze garibaldine delle tre Venezie; catturato dai tedeschi, è torturato duramente nelle carceri di Padova. Rientrato a Reggio, a metà luglio 1945 viene nominato segretario
della CdL, ma già all'inizio del 1946 viene sostituito in questo incarico da B. Cattini. Da questa data scompare dal gruppo dirigente locale e non si sa più nulla di lui, almeno dai documenti ufficiali
del partito comunista. Cfr. R. GUARNIERI, Riformismo e leninismo: le testimonianze del primo
gruppo dirigente della CGIL. reggiana, tesi di laurea, a.a. 1981-'82, relatore prof. L. CASALI.
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ne o a torto, perché non ho mai voluto mettermi a fare il giudice, ad indagare
come sarebbero avvenuti questi fatti - e dovette poi darsi alla clandestinità.
Accanto a Nizzoli, poi, ce n'erano degli altri di minore rilievo, se vuoi, ma
che avevano importanza e che appartenevano tutti a questo gruppo di ex gappisti, che era veramente il gruppo che continuava l6 • Tra questi c'era il "Robinson"; un altro era quello che fu incolpato dell'uccisione del capitano Mirotti e
fu condannato addirittura all'ergastolo e poi per una serie di successive amnistie uscì e diventò sindaco di Fabbrico. Fu un caso clamoroso; gli avvocati dicevano: "Ma come, è stato condannato all'ergastolo e poi appena esce dal carcere lo fanno sindaco! "17.
Poi tra gli esponenti di questo gruppo c'era ancora Nizzoli stesso; "Sintoni", però questo è un compagno molto fedele al partito quindi un compagno,
non so, di sicurezza vogliamo dire; però girava intorno a questo gruppo di gappisti. Del quale ce ne sono anche altri, mi sembra un certo Simoncini, un gappista che poi fu impiegato alla Previdenza Sociale; poi altri compagni, il compagno "Toscanino" . Sarebbe interessante reperire i nomi di tutti questi gappisti e
vederne la successiva storia, politicamente che cosa successe. Pochissimi, poi,
sono stati dei militanti convinti della nuova linea politica, ma hanno avuto varie deviazioni: "Robinson", è finito che ha amazzato il "Muso", quell'altro
partigiano che era pure lui gappista - avvenimento tipico dei gruppi clandestini
settari, che si ammazzano poi l'uno con l'altro; quello che sta succedendo con
le Brigate Rosse è la stessa cosa; questa è una legge generale I 8 • Poi, Nizzoli, va
beh, ha avuto quegli incidenti che sappiamo, fu rapidamente periferizzato: andò a finire a Ferrara, con un incarico per permettergli di vivere, ma non aveva
più nessuna storia politica Il "Toscanino", che è appartato anche lui. E poi,
Attolini, che anche lui appartiene un po' a questo gruppo, che rifiuta la tessera
del partito l9 •
Se si fa una statistica, si vede molto bene che questi compagni, non credevano alla possibilità della lotta democratica.
Da parte mia c'è sempre stato un rapporto cordiale con questi compagni perché io capivo questi compagni e cercavo di fare un'azione di convinzione e di
chiarimento politico.
Ricordo una riunione di questo gruppo di partigiani, nei primi tempi che io
ero a Reggio, in cui illustrai loro un brano de L'estremismo di Lenin in cui si
puntava su questo concetto: la disciplina del partito è vera, cioé si realizza sol16In realtà su alcune decine di gappisti, solo alcuni di loro continuarono.
17Renato Bolondi (Maggi) in realtà è stato sindaco di Luzzara. Su questa vicenda Cfr. E. BARALDI
(Walter), Nulla da rivendicare, Tecnostampa, RE, 1985.
18Si tratta di una vicenda ambigua, verificatasi nel marzo 1961: A. Casoli uccise Soragni, che era
stato suo comandante durante la guerra di liberazione, quasi per vendicarsi dei propri fallimenti
esistenziali. In tutti i dirigenti che si sono allontanati da Reggio alla fine degli anni '40 è rimasto
particolarmente impresso questo episodio, tanto da caricarlo di significati estranei all'avvenimento
stesso. Qui, poi, Valda Magnani è inoltre indotto ad accostare BR e GAP di Reggio da un fatto che
era appena avvenuto all'epoca dell'intervista: l'uccisione di Roberto Peci, fratello del brigatista
Patrizio, per mano delle BR.
19I1 riferimento a "Toscanino" in questo contesto va inteso, probabilmente, nel senso che egli, anche per gli incarichi che ricopriva nell'ANPI e nella comm.ne CARS, era in stretto contatto con i
gappisti e gli ex partigiani.
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tanto quando i militanti sono immersi nella lotta di massa. Quindi ognuno,
partito o gruppo, che si estrania dalla lotta effettiva di massa, diventa forzatamente un indisciplinato rispetto alla linea del partito. Cioé, dava un fondamento molto profondo e molto acuto del concetto di disciplina, che non era una disciplina di carattere militare ma era una disciplina che derivava da una concezione politica: se ti identifichi con la lotta di massa - e il partito si identifica con
la lotta di massa - allora la disciplina di partito diventa un fatto vivo, non meccanico. Diventa un fatto di convinzione e diventa un fatto positivo agli effetti
generali di crescita.
E mi ricordo che - si potrebbe ricercare il passo de l'Estremismo di Lenin - la
lettura di questo passo - sai, poi, con il nome di Lenin, quindi naturalmente con
tutto quello che derivava, era un argomento fondato sull'autorità. Quindi da
un lato non sarebbe molto accettabile, "è giusto perché l'ha detto Lenin"; però
nella contingenza serviva per cercare di convincere questi compagni.
Ricordo che loro restarono molto impressionatPo. .
Devo dire che nessun altro del vecchio gruppo dirigente aveva questo atteggiamento di comprensione e di educazione. Il loro atteggiamento era di questo
tipo: "Ma, tu, devi ubbidire perché il partito dice così! Basta stop, qui c'è la rivoltella!".
Riportavano non solo la disciplina delle formazioni partigiane, ma qualche
cosa di più profondo: la disciplina dei gruppi clandestini, nei quali la regola
dell'obbedienza militare, della clandestinità, obbliga ad una disciplina meccanica. Questo è il fatto. Ora, un gruppo clandestino non può fare diversamente e
vige quindi una assoluta disciplina di tipo militare. Mentre già nella guerra partigiana dispiegata, aperta, in una zona di territorio libero, le cose sono già un
po' diverse, ecco.
D. Questa è un'esemplificazione efficace di quel "clima più disteso" e del
"metodo di discussione democratico" che tu hai realmente introdotto nella Federazione reggiana, come anche Campi oli riconosce.
La questione giovanile e quella femminile, dopo o all'interno di questo cambiamento, che rilievo assumono? Perché mi pare che questi due problemi rappresentino due segnali considerevoli di questo mutamento.
R. Sono due segnali, indubbiamente. Della questione femminile abbiamo
già parlato, cioé la questione femminile, secondo me, non riuscì in quell'epoca
a fare passi in avanti. Restò un fatto importantissimo; importatissimo che il
partito l'agitasse, la presentasse. Ma non penetrò nella coscienza dei compagni
e nella convinzione politica dei compagni il carattere che aveva la lotta per l'emancipazione femminile. Si arrivava fino alla parità di salario, ma la vera
emancipazione della donna non si coglieva.
Diversa è la questione giovanile. Allora per la verità prevaleva sempre questo
concetto della "cinghia di trasmissione" sostanzialmente. Devo ricordare che
20Cfr.
testimonianza di A. ATTOLlNI in N. CAITI, Riformismo e leninismo, dt.
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Togliatti batteva molto, dicendo che la Federazione Giovanile, che si costituì in
quegli anni, doveva essere un' organizzazione di massa.
Lui sosteneva, fece anche degli interventi a Reggio in questo senso, che doveva essere un'organizzazione di massa. Il che voleva dire uscire da una situazione di dépendence, di dipendenza del gruppo dirigente della Federazione Giovanile dal partito; e dare al movimento dei giovani una sua individualità, una sua
funzione.
Non mi sembra però che questo passaggio effettivamente sia avvenuto. Fu
una delle battaglie che Togliatti fece e che non ebbe al momento esiti. Dico che
poi non li ebbe al momepto, ma nemmeno al prosieguo della storia; qui entriamo poi in una discussione molto più ampia, perché secondo il mio parere, per
tutto il periodo in cui ci fu la divisione del mondo in blocchi, la guerra fredda
eccetera, l'azione di Togliatti trovò degli ostacoli insormontabili in questa situazione politica. E l'azione di Togliatti per il Partito Nuovo riprende invece
più tardi, negli ultimi anni della sua vita in cui ha scritto le cose più notevoli dal
punto di vista, appunto, del rinnovamento, del Partito Nuovo, eccetera.
Di modo che, da questo punto di vista si può fare una periodizzazione: Togliatti torna in Italia nel' 44, impianta il problema del Partito Nuovo, questione
.femminile, organizzazione giovanile, organizzazione di massa, dibattito nel
partito, partito che fa politica riprendendo la tradizione riformista. Ecco, tutte
queste cose c'erano. Poi, secondo me, negli anni '47-'48, i blocchi, Cominform, eccetera: ci fu un arresto di questi temi e ci fu invece una ripresa dei temi
su base della lotta frontale e quindi del partito rigidamente disciplinato, eccetera eccetera.
Poi una ripresa quando la situazione internazionale cambia, una ripresa che
avviene attraverso episodi clamorosi e drammatici di cui il primo è naturalmente il dissidio con Tito; e poi ci son tutti gli altri avvenimenti, Cecoslovacchia e
così via.
Ma, per quanto riguarda la mia storia personale, è chiaro che il dissidio con
Tito dà una significazione oggettiva ad un atteggiamento - ecco perché dico che
non era solo ribellistico per una insofferenza ad una disciplina; perché fino a
che io son rimasto convinto che una disciplina ci voleva, mi sono adeguato alla
disciplina, anche diciamo in un senso materiale della parola. Quandò mi sono
convinto che questo non corrispondeva più alla situazione, e il segnale più importante era la dissidenza di Tito, allora sono uscito. Quindi c'era un retroterra
storico dietro ad un atteggiamento individuale, non era più la ribellione di una
persona, ma era l'interpretazione di una modificazione sostanziale nel quadro
internazionale della lotta operaia che richiedeva una battaglia per un certo
cambiamento. Il fatto più importante, oltre a quello di Tito, era la guerra di
Corea. Oggi sta al margine del dibattito, non si interpreta molto, a parte che indicava chiaramente come la concezione della espansione dello spazio socialista
mediante una espansione armata dell'influena dell'Unione Sovietica aveva trovato un limite invalicabile. La guerra di Corea fa purtroppo tutte le vittime che
ha fatto, poi non conclude niente, resta al 37° parallelo e poi niente si fa. Poi
invece, nella nuova fase politica, nel Vietnam vi è un'altra dinamica, gli sforzi
in Indocina del partito comunista vietnamita di affermare una sua indipenden-
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za, eccetera, poi resta, oggi come oggi, nelle strettoie del dissidio Cina-Urss, eccetera; ma questo non c'entra niente con la nostra storia.
Riprendiamo invece quella storia. Secondo me, la questione femminile venne agitata dal partito con particolare insistenza da parte di Togliatti, però non
riuscì a superare dei limiti molto ristretti. E idem per la questione giovanile.
Debbo dire che io stesso, segretario di Federazione, non è che potessi dedicare a questi due temi molta attenzione e molta cura. I nuclei fondamentali erano
da una parte, quelle questioni relative al passaggio dalla lotta armata alla lotta
legale - e questo occupava di più il pensiero - e dall'altra parte, le lotte che si facevano: mezzadri, operai, insomma amministrazione dei comuni; tutte le lotte
relative a questo.
Questi erano i due poli. Per le altre questioni non restava lo spazio mentale
per applicarsi fino in fondo al di fuori di quello che non era semplicemente
l'applicazione delle direttive che arrivavano.
D. Ci sarebbe un fatto che riguarda la tua vita privata, che si riferisce all'estate 1947: il tuo primo matrimonio. Per qualcheduno non si è mai verificato,
ed è stato messo in relazione e quanto avverrà nel 1951.
R. Non c'è nessun collegamento dei fatti. Cioé, io andai in Jugoslavia una
prima volta con una delegazione del Fronte della Gioventù in occasione della
costruzione della Ferrovia della Gioventù. E andai con una delegazione che era
capeggiata da Giolitti, allora comunista.
Andai per due ragioni: una era l'interesse che avevo alle vicende jugoslave.
Questo è abbastanza chiaro, continuare la conoscenza del paese; infatti fui aggregato a questa delegazione, anche se io non ero giovanissimo, anche perché
potevo essere quello che, conoscendo di più il mondo jugoslavo, potevo dare
un contributo per i contatti, gli orientamenti, come in effetti avvenne. E l'altra,
ero interessato ad andare in questa delegazione perché avevo questa compagna
con la quale avevo rapporti, rapporto personale e amoroso. E infatti in questa
visita in Jugoslavia, io ho ripreso i rapporti con questa compagna.
E il matrimonio avvenne a Sarajevo - potrei presentare i documenti, perché
avvenne - ma allora questo fu un fatto privato. lo allora non ebbi alcun contatto politico se non con i compagni che nella zona, a Sarajevo, conoscevo, con
cui scambiavo opinioni, eccetera. Fu una visita assolutaJp.ente contenuta nei limiti privati, senza nessuna significazione politica particolare da parte mia.
Come si sa questo matrimonio avvenne, però mia moglie era ammalata, restò lì, e poi purtroppo morì, eccetera.
Questa è una vicenda personale che non ha nessuna connessione. Naturalmente, date le condizioni della mia compagna, fu una visita che ebbe dei caratteri anche abbastanza drammatici, dolorosi; perché, va beh il matrimonio lo
facemmo perché così avevamo deciso, così sentivamo, ma le sue condizioni di
salute erano tali da non poter presumere un ingresso in Italia, era minacciata la
vita, eccetera. Quindi per questo non ci fu un certo clamore intorno a questo
fatto, che poi purtroppo si risolse in questo modo luttuoso; e questo è tutto,
ecco.
87
lo tornai a Reggio, ripresi il mio lavoro in Federazione. Mi immersi subito,
di nuovo, in maniera totale nel lavoro di partito.
Anzi, per il sesto congresso io feci una relazione che venne stampata e che è
un documento interessante di quello che era la mentalità dell'epoca. Era abbastanza settaria, insomma; così la giudicherei io oggi.
Però rispetto ad altre relazioni conteneva un esame un po' sociale, dei ceti
sociali che noi guidavamo politicamente nella provincia di Reggio e così via.
Quindi è un documento interessante nella storia del partito a Reggio, perché
quella relazione fu molto apprezzata allora, e anche al Centro. Poi perché era
difficile che allora si presentassero relazioni a stampa.
D. Era anche più articolata l'analisi che vi sottostava. Nella relazione fatta
al precedente congresso, ad esemio, la mancanza di influenza del P .C.I. nel
centro urbano, viene liquidata con la semplice considerazione che il ceto medio
urbano è ancora borghese 21 •
R. Il giudizio che si può dare su questo punto della politica del partito, lo si
può fare in due modi. Nella impostazione dottrinaria, adoperiamo questa parola, nell'impostazione di dottrina la collocazione del ceto medio era ancora
difficile, si davano dei giudizi ancora tradizionali: sono piccoli borghesi, oscillanti, eccetera. Fatta eccezione di Togliatti che viceversa aveva una posizione
molto chiara su questa, vedi la conferenza da lui tenuta a Reggio.
Nella pratica, però, il partito fece sempre a Reggio Emilia una politica che
aveva riguardo agli interessi del ceto medio e che aveva riguardo a questa alleanza fondamentale.
Quindi, nella prassi si continuava l'eredità della politica riformista e nei confronti dei ceti medi, particolarmente dei ceti medi della campagna ma anche dei
ceti medi artigiani eccetera, si continuò una politica positiva.
Esisteva questa divaricazione fra una prassi che ereditava il meglio della politica riformista; non tutta la politica riformista può essere giudicata positiva,
ovviamente, ma ereditava il meglio. Ma nella formulazione tattico~strategica
era ancora molto nebulosa e molto incerta; e maturerà piano piano fino all'go
Congresso.
Il tema della conferenza tenuta a Reggio da Togliatti, fu suggerito dai compagni di Reggio, perché nella pratica urgeva questa parola da dire in maniera
autorevole ai ceti medi, che la politica del partito non era contro di loro ma anzi
era favorevole ad una loro elevazione, diciamo questa parola. Si voleva una parola autorevole22 •
Naturalmente quello che muoveva questa motivazione era soprattutto una
preoccupazione di carattere elettorale, poi, in definitiva.
Ma che ci fosse invece nella elaborazione della tattica e della strategia del
Cfr. Relazione di V. MAGNANI a16° congresso del PCI di RE, opuscolo a stampa in Archivio del
PCI di RE.
22 Togliatti ha pronunciato due discorsi importanti proprio a Reggio nel settembre 1946: "Ceto
medio e Emilia rossa"; e "Un partito di governo di massa", entrambi in P. TOGLIATTI, Politica nazionalee Emilia rossa, Ed. Riuniti, Roma, 1974.
21
88
partito una collocazione giusta della funzione dei ceti medi, questo io non credo, salvo in Togliatti.
Poi, invece, il gruppo dirigente era attaccato al vecchio concetto settario,
classe operaia eccetera; non c'era un rinnovamento dal punto di vista ideologico; questo procederà con molta lentezza. Però c'è questo fatto estremamente
positivo, che nella pratica si faceva questa politica senza interruzione. E questo
è molto importante per la storia del partito a Reggio.
Per quel che riguarda la politica sindacale del partito si può dire che in un primo periodo, '45-'48, era una politica molto moderata, cioé era una politica che
mirava a controllare e a moderare delle spinte spontanee che venivano per lotte
molto radicalizzate. Alcuni episodi che tu stessa hai ricordato rientrano in questo caratter~ di una politica per cui la Camera del Lavoro aveva, primo, il compito di costruirsi, quindi organizzare, e questo non era un compito piccolo: non
sorge un' organizzazione sindacale dal mattino alla sera, dal nulla.
Quindi il problema della organizzazione, della scelta dei quadri, della costruzione dei sindacati di categoria eccetera; fu un problema immenso, che è stato
risolto nel corso di quegli anni. Allora, soprattutto c'era questo problema di
carattere organizzativo: costruire l'organizzazione sindacale.
L'altro problema, degli orientamenti, si risolveva in una funzione molto moderatrice. Soltanto quando il partito passò all' opposizione in maniera ormai
prevedibile di lungo periodo, o meglio, in un primo periodo - e cioé dal' 47 fino
alla vigilia della consultazione elettorale che avrà luogo il18 Aprile' 48 - si continuò a pensare che l'allontanamento dei comunisti dal governo fosse di breve
durata e perciò si continuò questa politica moderata perché c'era ancora questa
istanza delle elezioni del Fronte che, chissà, forse potevano cambiare la situazione.
Allora era ancora una politia moderata. Dopo, quando fu chiaro, con l'affermarsi della politica centrista di De Gasperi, che l'opposizione sarebbe durata a lungo, beh allora, le lotte acquistarono un carattere più ampio, più frequente, più intenso e anche più radicale. E l'avvenimento delle lotte alle "Reggiane" è tipico di questa significazione che si è data poi alle lotte sindacali, in
maniera più radicale. Addirittura, in alcuni episodi, al di là di quello che la stessa situazione non comportasse. Il giudizio su come furono condotte le lotte sindacali dal' 48 in poi è un giudizio che va articolato, non si può dare un giudizio
sommario, ma deve essere articolato nelle singole categorie, nei singoli episodi.
D. L'episodio che riguarda Cattini si riferisce al primo periodo?
R. L'attività di Cattini appartiene tutta al primo periodo, e quindi era un periodo in cui vigeva nettamente la "cinghia di trasmissione" .
Quindi lui era molto disciplinato a questo atteggiamento. Poi, Cattini in·
quanto ex partigiano eccetera è stato implicato in vicende che non c'entravano
niente con la lotta sindacale. Questo fu, purtroppo, la sua personale vicenda.
E' stato condannato, processato, è stato in carcere. La sua vicenda personale
ha avuto anche questo episodio doloroso del carcere; adesso non ricordo bene
se fu codannato e poi assolto in istruttoria. Però fu implicato in questi fatti in-
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sieme a Nizzoli, in carcere anche lui. Ecco, fu implicato nello stesso cerchio di
avvenimenti. [Sic.f3.
Tu hai accennato a una figura che ha fatto una fugace comparsa a Reggio
Emilia: Gombia. Quando io venni a Reggio, in licenza ancora, c'erano infatti'
Nizzoli e Gombia che eran un po' così il duo che reggeva la Federazione. Ecco,
posso dire un piccolo episodio di cronaca che è abbastanza significativo della
mentalità di allora e di questo gruppo dirigente.
lo arrivai a Reggio; non so se fu a seguito di quella conferenza di cui ti ho
parlato, comunque mi chiamarono alcune sezioni e feci qua e là sulla politica
del partito qualche comizietto che aveva molto successo. Allora questi della Federazione si preoccuparono un po' e fui sottoposto ad una specie di esame
ideologico. Dicevano: "Ma tu sei andato a parlare di fascismo; che cos'è il fascismo, secondo te?" Naturalmente io risposi, cosa di cui ero convinto allora,
con la definizione che era di Dimitrov, che è la dittatura, la parte più sciovinista
del capitale finanziario. Con una tale definizione l'esame fu superato!!
Indica abbastanza bene la mentalità: vedevano un compagno che arrivava
con quel prestigio che derivava dall'essere stato partigiano di Tito, dall'essere
noto, eccetera, ma che si era formato fuori dal gruppo: quindi adesso vogliamo
sapere, vedere che cosa questo veramente è ... Allora io risposi con questa definizione che era la definizione del 7° Congresso dell'Internazionale, dal rapporto di Dimitrov. Quindi si sedavano, per il momento almeno, le preoccupazioni.
Posso dire un altro episodio? Ricordo che in quell'epoca io rientrai definitivamente a Reggio; ti ho detto già le circostanze.
Quando diventai segretario della Federazione, c'era una confusione colossale, l'amministrazione l'avevo messa un po' a posto, ma insomma il resto, sai,
idee di carteggi, di cose, erano cose molto ipotetiche.
Nel guardare nel cassetto del segretario, io vedo una lettera della direzione
del partito, in cui si diceva: "Alcuni compagni ci hanno scritto lamentandosi
perché la Federazione comunista non utilizza il compagno Magnani per quelle
funzioni per cui il compagno è portato". E lui, questa lettera l'aveva lasciata in
fondo al cassetto! Anche questo è indicativo, molto indicativo.
D. Questo episodio è indicativo (e molto) di quell'atteggiamento tipico di
questo primo gruppo dirigente, il quale nutriva una certa ostilità o diffidenza
verso chi non faceva parte di tale gruppo, ed anche quindi verso i giovani che
stavano crescendo allora politicamente.
Quando ponevo la questione giovanile la giudicavo anche in riferimento alla
sensibilità e all'attenzione che si aveva nei confronti dei giovani quadri. Nel
momento in cui tu sostituisci Nizzoli, si verifica un mutamento anche in questo: infatti tu solleciti una presenza e una crescita dei giovani, a differenza di
quanto avveniva prima.
R. Sì, c'era l'opinione del gruppo clandestino che chiunque non si era forMagnani si confonde: non si tratta di Bruno Cattini, ma di un altro Cattini, implicato nel caso
Vischi.
23
90
mato con la loro storia, con la loro esperienza e con i loro collaudi di fedeltà al
partito, era persona da vedere con un certo sospetto.
Ecco, questo è il fatto, che mi fece ridere perché contrariamente, forse, a
quanto molti compagni pensano, non avevo affatto l'ambizione di diventare
dirigenté, eccetera. lo facevo il segretario della Commissione partigiani qui a
Roma. Non mi dispiaceva stare qui a Roma, pensavo di riprendere i miei studi e
di prospettare un mio impegno negli studi, l'insegnamento; poi uno pensa all'Università o la pubblicistica. Questo era il mio orientamento. Fu soltanto per
questa sollecitazione; poi, come accade, una volta arrivato a Reggio e visti i
problemi drammatici che vi erano all'interno del partito, mi sono lasciato prendere totalmente per parecchi anni.
Ma non è che io ambissi a diventare lì, qualche cosa; non ambivo affatto e
del resto il seguito della mia storia lo prova abbastanza. Quindi quella lettera
mi fece un po' ridere, tutto sommato. Però è un indice, ecco, è una spia di una
situazione.
Ecco, la formazione del gruppo dirigente trovava degli ostacoli nella chiusura del vecchio gruppo.
D. L'intervento che Togliatti fece qui a Reggio nel settembre '46, in occasione della Conferenza d'organizzazione provinciale, produsse dei mutamenti?
R. Certamente, fa parte naturalmente della battaglia generale che Togliatti
ha condotto in quegli anni con molta energia, per la creazione del Partito Nuovo. E così, qualche conseguenza l'aveva pure, naturalmente.
Perché il prestigio e l'autorevolezza del compagno Togliatti avevano un'influenza. Indubbiamente questo è vero. Come è anche vero, però, che compagni
come Nizzoli, per esempio, conservavano un certo rapporto personale con Secchia insieme a questi vecchi compagni che uscivano da questa esperienza drammatica, anche vissuta con molto coraggio nella clandestinità, del carcere; guardavano sempre a Secchia. E questo è un fatto vero.
Quindi, poi Nizzoli è con l'appoggio di Secchia (che allora era responsabile
dell'organizzazione e quindi anche all'ufficio "quadri" eccetera) che, sebbene
per ragioni di malattia avesse lasciato la segreteria della Federazione, dopo un
certo tempo lo troviamo segretario della Federazione di Parma. Sì, è stato per
un certo periodo segretario della Federazione a Parma.
Tanto che io, avendo con abbastanza chiarezza individuato quali erano le
gravi deficienze politiche della gestione Nizzoli (ristretta, autoritaria, settaria,
legata alla promozione politica di questo genere), andai alla Direzione del partito a protestare perché il Nizzoli, incidentalmente per la malattia, ma sostanzialmente per un giudizio politico, non era più segretario di Reggio, e nonostante questo viene nominato segretario della Federazione di Parma! Andai a
protestare da Secchia. Del resto non resistette molto tempo, e andò, se non erro, Aldo Magnani segretario a Parma24 •
Ecco, allora vedi anche queste vicende abbastanza tortuose che indicano,
Sulla singolare presenza di Nizzoli a Parma, come segretario della federazione comunista provinciale, Cfr. testimonianza di A. MAGNANI in N. CAIT!, Riformismo e leninismo, cit..
24
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confermano quel tipo di analisi che abbiamo cercato di fare, almeno in prima
istanza, sulla formazione del gruppo dirigente e su compagni come Nizzoli. Effettivamente era impossibile pensare ad un compagno come Nizzoli segretario
di una Federazione; erano stati fatti contingenti alla lotta clandestina a portare
un compagno di quel tipo ad essere segretario della Federazione.
Però ci sarebbe da fare analoghi discorsi per le altre federazioni dell'Emilia.
La storia del segretario di Modena, che era il compagno Roncaglia, che poi
finì nel cimitero degli elefanti, infatti finì a dirigere il garage del partito a BottegheOscure.
Il compagno di Bologna, che era Albertino Masetti, che poi andò a finire alla
FIOM; e il compagno Cicalini, che era il segretario di Ravenna.
Ecco, questi che ho testé nominato: Nizzoli, Roncaglia, Masetti, Cicalini,
sono la prima, diciamo così generazione di segretari di federazione usciti dalla
lotta clandestina e che attraverso vicende, formalmente assai· diverse - Nizzoli
perché cade malato, Masetti perché resta in difficoltà con fatti che accaddero
durante uno sciopero, eccetera - però rapidamente decadono, vengono tolti da
segretari e succede un'altra generazione, anche se non dappertutto succede con
lo stesso ritmo.
A Reggio Emilia, succedo io e sappiamo quello che avviene. A Modena, ci fu
un'alternanza di altri segretari: ci fu un compagno, mi pare si chiamasse Silvestri, che resistette pochissimo tempo; poi diventò D'Alema, venendo da fuori,
segretario di Modena.
A Bologna, dopo ci andò il compagno Bonazzi. A Ravenna, ci fu un'alternanza ancora più frequente di capi di Federazione, che è l'indicazione del travaglio della formazione dei gruppi dirigenti. Ecco, questa per dirla in breve.
Per cui se uno volesse fare uno studio più ampio dovrebbe farlo contemporaneo, di tutte queste Federazioni emiliane (sono queste che io conosco, non so di
altre Federazioni). Ma nelle Federazioni emiliane c'è una vicenda politica che si
riferisce alla formazione dei gruppi dirigenti nel passaggio dai vecchi gruppi
della galera ad una generazione di compagni più aperti e formatisi fuori dalla
trafila clandestina eccetera, che è analoga e andrebbe vista in maniera contemporanea, almeno sul piano regionale. Lasciando fuori Piacenza che ha tutta
un'altra storia; mentre Parma ha una storia analoga perché anche Parma, che è
una Federazione molto più inquieta perché eredita tradizioni di carattere diverso, anarcosindacaliste eccetera, però anche Parma ha una storia tumultuosa.
Il primo segretario è Porcari, già quando c'era Nizzoli a Reggio e poi è restato anche quando io ero segretario della Federazione, ed era compagno, devo dire, abbastanza equilibrato. Però sostanzialmente non resse; allora si cerca un
commissario dall'esterno: prima Nizzoli, poi Magnani Aldo; poi dopo si forma
un quadro parmense. Però la formazione del quadro dirigente di Parma è molto più travagliata e complessa di quella delle altre Federazioni.
Trovo che con caratteri del tutto analoghi, almeno per un certo numero di
anni, ci siano: Modena, Reggio Emilia, Bologna, Ravenna; queste sono, forse,
abbastanza assimilabili come vicende che si susseguono per la formazione del
gruppo dirigente. Naturalmente parliamo di un periodo limitato, fino al
92
'48-'49; perché dopo, ad esempio Bologna ha un'altra storia, che è diversa da
Reggio, quando c'è Fanti e altri, quella è una storia che va studiata a sé.
Però per quel periodo e per la prima formazione del gruppo dirigente ci sono
analogie, a mio giudizio, tra queste Federazioni.
Analogie non formali perché derivano da un passato di retroterra del movimento operaio di lotte contadine e di affermazione del socialismo riformista;
poi della lotta clandestina e della lotta partigiana, della lotta armata. Ecco, la
cadenza di questi avvenimenti politici fa da sfondo alla formazione dei gruppi
dirigenti ed è analoga in queste province; mentre fuori dall'Emilia, in altre province non so dirti, forse qualche analogia si può trovare in Toscana; poi se si va
in Lombardia o in Piemonte altre sono le caratteritiche. Resta che ancora la
storia dell'Italia, quindi anche della formazione dei gruppi dirigenti, è abbastanza una storia regionale; si unificherà mano a mano che procede una linea
nazionale.
Voglio dire un altro episodio su questo carattere ristretto di questi gruppi che
vivevano su un retroterra limitato di esperienze. Un episodio può essere questo:
quando ci fu il passaggio di poteri dagli alleati al governo italiano e nell'ambito
di questo passaggio "Il giornale dell'Emilia", che era allora "Il resto del Carlino" , passò quindi in mani italiane diventando il giornale reazionario della regione, il giornale soprattutto degli agrari. Allora per qualche settimana i compagni di Modena si erano messi in testa che questo giornale, il giornale della
reazione, non si doveva vendere a Modena. Quindi andavano alla stazione,
quando arrivavano i pacchi del "Giornale dell'Emilia" li sequestravano e li
bruciavano. Naturamente puoi capire che questa azione poteva durare quel che
poteva durare, e poi alla fine diede luogo a processi eccetera.
Allora, ci fu una riunione a Modena - poi questo mettilo nel quadro dei
"Fatti dell'Emilia" eccetera, allora può darsi che tu acquisti il significato di
questo piccolo episodio - vi fu una riunione a Modena, cui partecipò anche Togliatti, che fu una riunione di orientamento. Perché a Reggio c'era la mia segreteria. E Togliatti disse: "No, qui il giornale non si brucia. Non ha senso!"
Era uno dei particolari da cui si rilevava un certo atteggiamento. Dopo, tornando, mi ricordo, in automobile a Reggio da Modena - Bologna con Togliatti,
parlando di queste cose, disse: "Ma i compagni di Modena credono ancora che
esista il ducato estense, che possono governare contro il resto!"
Ecco, questo è tipico come indicazione di cose; è tipico anche da mettere nel
quadro delle difficoltà della formazione di un gruppo dirigente omogeneo. Si
può anche capire, allora, che, diciamo, l'apertura di un dibattito democratico
nel partito fosse molto difficile, si dovesse andare cautamente, perché particolarmente nel pensiero di Togliatti, credo io, anche nella sua azione, fosse presente e chiaro che bisognava mantenere un'autorità centrale molto forte per
riuscire gradualmente ad omogeneizzare tutte queste diverse storie e questi diversi gruppi dirigenti.
Non era possibile fare un'azione di omogeneizzazione e di rinnovamento se
non sotto il potere centrale che era assoluto.
D. Per il gruppo dirigente reggiano, quindi anche per te che eri il segretario,
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cosa ha significatQ il 1947? Cioé, soprattutto i due fatti più importanti e drammatici di questo anno, uno nazionale e uno internazionale: il forzato passaggio
all'opposizione e la costruzione del Cominform.
R. Il passaggio all'opposizione fu indubbiamente uno shock, di cui si discusse effettivamente molto nel partito, soprattutto intorno a diversità di opinioni
del modo come si doveva reagire a questa cacciata dei comunisti fuori dal governo.
Però, l'autorità centrale era tale che ci si attestò sulle posizioni ufficiali che
erano quelle di restare nella legalità, insomma pure facendo quelle azioni che
vennero fatte - restando una speranza che poi le elezioni avrebbero creato
un'altra situazione.
Questa speranza restò accesa. Vorrei dire però che naturalmente la cacciata
dal governo diede fiato, internamente, diede un supporto alla "doppiezza" e a
quelli che ritenevano che' 'è evidente che qui non si va avanti con le elezioni, ma
qui bisogna pensare che è tutta una tattica, poi alla fine si faranno i conti" .
Ecco, la cacciata dal governo alimentò molto questa doppiezza, questa fatalità. E per chi faceva il dirigente, come nel mio caso, bisognava un po' navigare
tra queste cose. Devo dire che, per quanto mi riguarda, naturalmente, mi trovavo a mio agio ad attestarmi e a difendere le posizioni centrali del partito. Ecco, perché come sai il partito disse: "No, si continua sulla via del rinnovamento
democratico" .
Ancor di più la costituzione del Cominform alimentò la "doppiezza" non
c'è alcun dubbio. Perché il fatto di costruire di nuovo, dopo lo scioglimento
della Terza Internazionale, una organizzazione internazionale, beh alimentò
l'idea che qui ormai si tratta di una battaglia di blocco contro blocco, la guida
indiscussa e indiscutibile è l'Unione Sovietica. Quindi questo alimentò ulteriormente, cioé appiattì la linea politica del partito, appiattì anche le discussioni
che eventualmente potevano sorgere. E quindi fu molto negativo questo fatto
perché alimentò il settarismo, la chiusura, eccetera; e soprattutto rallentò la
possibile evoluzione, il possibile passaggio ad una accettazione della lotta democratica, articolata, così come si andrà definendo nel corso degli anni.
Naturalmente anche dal punto di vista dell'indipendenza nazionale, dei caratteri originali della guerra di Liberazione - guerra nazionale, guerra per l'indipendenza, guerra per l'autonomia eccetera - tutto fu appannato da queste vicende.
Sarebbe solo da fare questa osservazione, che allora io la pensai e in parte mi
pare anche di averla detta qua e là: alla costituzione del Cominform il rapporto
ai quadri sulla costituzione del Cominform non venne Togliatti a farla, ma la
fece Longo a Milano con tutti i quadri di partito dell'Italia settentrionale. lo,
insieme a qualche compagno di Reggio e delle altre province, andai a Milano e
ci fu il rapporto di Longa sul rapporto di Zdanov sulla costituzione del Cominformo
Togliatti, cercò sempre di restare un po' come ... di non essere in prima linea,
diciamo, su questa questione del Cominform; del resto negli scritti successivi
che lui ha fatto ha giudicato che questa costituzione fu un errore. Quindi c'era,
da parte di Togliatti, di fare l'indispensabile, secondo la situazione che vi era,
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ma non oltre l'indispensabile. Non è mai stato in prima linea su questa questione, dette il via invece Longo con la tipica secchezza, allora, di Longo e con questo piglio un po' militaresco che lui allora aveva.
Certamente la cacciata dal governo e la costituzione del Cominform, insomma, spensero per alcuni anni le possibilità di evoluzione della mentalità dei
gruppi dirigenti e quindi anche della stessa formazione di gruppi dirigenti più
aperti e nuovi. Questo è fuori dubbio. Parlare di una inversione di marcia non è
esatto, credo io, perché questa certa coesistenza incerta di due linee: una che
era la continuazione della lotta in sede politica del blocco contro blocco, e
quindi frontale, che poi trova nel 18 aprile una sua espressione anche elettorale,
e in sede organizzativa, il partito militare pronto a qualsiasi evenienza; questa
coesisteva con una linea un pochino più aperta.
Allora, io dico questo: non tanto fu un'inversione di marcia, quanto piuttosto venne arrestato il travaglio che poteva facilitare il passaggio che si stava sviluppando. Questo travaglio venne arrestato con questi avvenimenti.
Questo dispiegarsi di una dialettica interna al partito, di una vita di partito
quindi anche più democratica, fu arrestata da questi fatti.
Per cui il dibattito interno restò limitato e sotterraneo, come si vede poi dalle
memorie di Secchia e compagnia.
Il dibattito restò limitato e sotterraneo, c'era però, perché nella realtà esistevano la coesistenza o la combinazione di queste due prospettive, di queste due
strategie. Quindi andò a finire sotto terra il dibattito. Non so se tu hai letto il
diario di Secchia per gli "Annali" Feltrinelli, è abbastanza evidente che questo
è quello che avvenne allora25 •
Naturalmente, l'abilità di Togliatti consiste nel mantenere l'unità del partito
anche in questa situazione e nel riuscire a mantenere aperte le prospettive per il
futuro, ma secondo il mio giudizio, anche lui dovette subire dei condizionamenti molto duri, perché i condizionamenti internazionali corrispondevano alla posizione dei Secchia, dei D'Onofrio, dei Roasio, eccetera che aveva cercato
di far sì che per anni e anni non avessero più un'influenza politica. Questo è il
fatto.
D. E riferendoci alla situazione del partito a Reggio. Perché c'è, ormai, un
riconoscimento generale della validità e della diversità della tua segreteria, la
quale introduce un respiro più ampio nel fare politica, sia all'interno che all'esterno del partito. Però si dice anche che, poi, nei fatti, tutto sommato non
cambiò molto a Reggio.
Allora, ti chiedo, se questo è vero, è da richiamare, forse, al sopraggiungere
di questi avvenimenti?
R. Sì, sono d'accordo; è da richiamare a questi due avvenimenti. Infatti questi due avvenimenti contribuirono a questa, diremmo, certa chiusura.
L'unica spia che restò a movimentare le cose fu la dissidenza di Tito, la posizione della Jugoslavia; quindi su questa dapprima una lotta feroce contro Tito,
Archivio Pietro Secchia. 1945-1973, introduzione e cura di E.
Milano 1979.
25 Cfr.
COLLOTTI,
Annali Feltrinelli,
95
poi un'incertezza, poi un riconoscimento; allora questo manteneva un po' agitate le acque.
D. Mi potresti, per concludere, descrivere come si svolgeva la giornata tipo
di un funzionario politico, allora?
R. Era una giornata estremamente intensa e, vorrei dire, che occupava totalmente.
Nella Federazione di Reggio, abitualmente, si faceva una breve riunione di
segreteria alle otto di mattina, prima di cominciare il lavoro, per determinare i
problemi del giorno.
I membri della segreteria, quelli presenti a Reggio, si trovavano di nuovo dalle due alle tre del pomeriggio.
Eppoi, due-tre volte alla settimana facevamo una lunga riunione alla sera.
Quindi era punteggiata tutta la giornata da queste riunioni ristrette, più, naturalmente, il lavoro delle riunioni più larghe, delle gite in provincia e così, delle
riunioni regionali, nazionali e così via.
Di modo che non restava, letteralmente, tempo per niente altro. Devo dire
che il tempo era estremamente limitato, anche per la possibilità di leggere, di
informarsi.
Quindi, il dirigente tipico di quell'epoca si limitava a leggere i documenti di
partito, e al di là di questo non andava.
Questo era un poco il carattere, assorbente ed eccessivo, perché veramente
ad un certo momento atrofizzava un po' le facoltà intellettuali; non lasciava
tempo alla riflessione.
L'aspetto positivo era che era un lavoro applicato a tutte le questioni che interessavano la città, la provincia, la vita del partito, del comune, del sindacato;
anche le questioni più minute venivano giornalmente sottoposte a questo esame, a questa discussione, eccetera eccetera.
Quindi c'era anche questo aspetto che era un aspetto di forza, perché era
quello poi da cui si vedeva, dal di fuori, che il partito comunista si occupava di
tutto.
Ma era anche limitativo delle possibilità di formazione, di discussione eccetera
Era una vita di impegno organizzativo totale. Ecco, questo, volevo dire, era
il carattere di quegli anni; solamente che era sorretto da un grande entusiasmo,
da una grande dedizione al partito. Il partito era un punto fermo, totalizzante.
C'era il partito e basta.
Ecco, questa era un po' la mentalità, fino a sacrificare ogni altra cosa personale, familiare: tutto era, non dico, subordinato, ma inesistente o meglio messo dentro a questo quadro. Se entrava in questo quadro esisteva, se non vi entrava non esisteva.
Questo è un po' il riassunto della situazione anche nei suo aspetti critici, che
era chiaro che poi una situazione di questo genere non può durare anni e anni;
ad un certo momento produce degli inconvenienti e comunque indurrà più tardi a delle modifiche, eccetera.
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Quello che ti sorreggeva, bisogna dirlo - questa era la forza di quei tempi - era
un entusiasmo, un'applicazione senza limiti, ecco.
Atti e attività dell'Istituto
ASSEMBLEA SOCIALE DEL 5.3.1988
L'assemblea ha avuto inizio alle ore 10,15 del 5.3.1988, in seconda convocazione, nella sede dell'Istituto, per discutere e deliberare sui seguenti punti all'O.d.G.
1 - Bilancio consuntivo 1987; relazione dei Sindaci revisori dei conti;
2 - Bilancio preventivo 1988;
3 - Relazione morale del Comitato direttivo uscente; discussione e deliberazioni relative.
4 - Elezione del Comitato Direttivo, del Collegio dei Revisori dei conti e del
Collegio dei Probiviri.
Erano presenti n. 32 soci (di cui 7 mediante delega) tra Enti e Persone. Presiedeva Vittorio Parenti, verbalizzavaAntonio Zambonelli.
Preliminarmente si è proceduto alla elezione di tre scrutatori (per le votazioni di cui al p. 4) nelle persone di Giorgio Romei, James Malaguti, Massimo
Storchi.
Parenti dava poi la parola alla rag. Olga Baccarani, amministratrice dell'Istituto, per la lettura della relazione sul bilancio consuntivo di cassa 1987 e preventivo 1988.
Dal consuntivo risultano entrate per L. 32.387.886 ed uscite per lire
28.828.810, con un resto di cassa, al 31.12.87, di L. 3.558.906, con la precisazione che tra le entrate c'è anche un prestito di L. 5.000.000; ottenuto d~ll' ANPI di Reggio, non ancora restituito al momento dell' Assemblea.
Come preventivo si prospettano entrate per L. 22.558.906 e spese di pari importo.
Con tale modesta disponibilità - si afferma testualmente nella relazione - le
spese sono state previste nel loro minimo indispensabile per la sola parte di spese fisse e inderogabili" .
Aveva poi la parola il dott. Pino Ferrari, che, a nome del Collegio dei revisori, leggeva la relazione con cui si dà atto della corretta tenuta del carteggio amministrativo.
Il Presidente Parenti invitava poi Zambonelli a leggere - in sua vece· il testo
della relazione del Comitato direttivo uscente.
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Sintesi della Relazione
Teniamo l'Assemblea mentre è ancora vivo nel Paese il dibattito, re~o "popolare" dalle dichiarazioni dello storico Renzo De Felice, sulla fine dell~ "Cultura dell'antifascismo" e rispetto al quale credo che dobbiamo riafferrilare invece l'attualità di quella cultura, non solo in relazione alla questione del:'ffiantenere o meno la XII disposizione transitoria della Costituzione repubblicana,
ma nel senso che l'intera Costituzione è permeata dalla cultura dell'antifascismo.
Talché è bene che anche la XII disposizione rimanga a segnare esplicitamerhe
la radice storica da cui la nostra democrazia è nata. Anche perché nel mondo di
oggi emergono qua e là, a vari livelli, tendenze pericolose per la democrazia e
tali da riproporre il tema di un nuovo fascismo in chiave di pericolo attuale: si
va dalle tendenze autoritarie delle nuove destre, all'emergere di allarmanti conflittualità interetniche, a manifestazioni di un vitalismo e di una violenza gratuiti e "spontanei" che ci ricordano, in forme nuove, altri vitalismi da cui, sul
nascere del secolo XX, germinò il fascismo su ·scala europea.
Ecco dunque, solo che si abbia mente a questo tipo di problematiche, impegni e compiti di grande rilievo per un istituto come il nostro, e per l'intera rete
dei 52 istituti storici resistenza operanti in Italia, un impegno che deve sapersi
articolare tra i livelli della ricerca storica, della promozione del dibattito culturale e dell'azione verso la scuola.
Impegno rispetto al quale il nostro Istituto si trova però del tutto privo di
mezzi finanziari per farvi fronte, come emerso dalla relazione della nostra amministratrice.
Eppure, benché già da mesi carenti di mezzi, qualcosa lo abbiamo fatto. Vediamo che cosa, rispetto ai programmi che approvammo nella Assemblea dello
scorso anno.
Ricerca sui deportati civili e sui prigionieri di guerra. Non è ancora ccmpiuta, sia perché la materia in sé, vastissima, riguardando circa 18.000 pers'one, ha
presentato vari problemi cui far fronte, sia, soprattutto, per assoluta m,ancanza di fondi per l'ulteriore lavoro da realizzare; si è andati avanti pressoché
.
esclusivamente grazie all'impegno volontario di Baraldi.
- Mostra sui materiali dell'Istituto: si è partiti per la scelta dei pezzi da utilizzare, ma anche qui ci si è dovuti interrompere per mancanza di fondi.
- Il n. 56/58 di "Ricerche storiche" è stato realizzato ed è andato in distribuzione nell'aprile scorso. Ne abbiamo diffuso 710 copie.
- Il n. 59/60, in gran parte dedicato alla pubblicazione dei verbali del CLNP
nel post Liberazione, è in tipografia.
Per i due numeri della rivista surricordati si era chiesto, nel novembre 1986,
il contributo della Regione come da legge regionale aprile 1986. Ci hanno però
informato che tale contributo non lo riceveremo.
- Anche la ricerca.sulle classi dirigenti locali, che andavamo conducendo da
tempo in collaborazione con l'intera rete nazionale degli istituti resistenza,
l'abbiamo dovuta interrompere, essendo venuta meno la collaborazione di Silvia Pastorini, alla quale era stata affidata.
99
- Per quanto riguarda la ricerca, Zambonelli ne ha avviata una sugli ebrei
reggiani tra il 1938 (anno di promulgazione delle leggi antisemite) e lo sterminio
nazista.
- Ancora Zambonelli, ma con il crescente impegno personale di Anna Appari, ha avviato una collaborazione con un gruppo promotore per la realizzazione
di una storia documentaria dell'UDI di RE dall'immediato post Liberazione
all'autoscioglimento di tale organizzazione.
- Mostre - durante i mesi di aprile e maggio 1987 diverse scolaresche (medie
inferiori e superiori) hanno visitato, con gli insegnanti, la mostra Donne d'Appennino trafascismo e Resistenza, esposta nell'atrio dell'Istituto.
1123 aprile Baraldi e Zambonelli hanno parlato sulla deportazione nell'aula
consigliare del Municipio di San Polo d'Enza.
Durante il mese di aprile abbiamo effettuato la proiezione di films del ciclo
"viaggio tra le ombre" (sulle persecuzioni antiebraiche) alla Sala Verdi, per
studenti delle scuole superiori.
Zambonelli ha poi tenuto due conferenze nelle aule magne delle scuole medie
di Castelnuovo Sotto e Novellara (27.4.87 e 21.5.87).
Biblioteca, i volumi sono ora 4.680 (erano 3.650); il grosso balzo è dovuto
soprattutto alla donazione di centinaia di volumi da parte delle sezioni del PCI
di Santa Croce e di San Pietro, nonché da parte del Circolo' 'Gramsci".
Emeroteca, Silvia Pastorini, prima' di interrompere la sua collaborazione
con noi, ha prodotto il catalogo delle RIVISTE IN CORSO presenti nella nostra Emeroteca; si tratta di 100 testate, in maggioranza di riviste di storia contemporanea reperibili, qui a Reggio, soltanto presso di noi. Tale catalogo viene
pubblicato sul n. 59/60 della nostra rivista.
Nell' emeroteca storica, cioé nella raccolta di periodici "cessati", che hanno
valore documentario e di "fonti" per la storia, abbiamo avuto una donazione
dal socio prof. Corrado Corghi.
Fototeca - E' continuato il lavoro di schedatura da parte di Anna Appari.
Circa il servizio pubblico da noi garantito, va ricordato, ancora, che dieci ricercatori hanno lavorato sulle carte del nostro archivio durante il 1987. Di essi
4 sono laureandi in storia contemporanea.
Dobbiamo poi sottolineare con vivo rammarico che l'ipotesi, formulata in
sede di relazione dello scorso anno, di un potenziamento dell'organico dell'Istituto, non solo è rimasta irrealizzata ma si è capovolta nel suo contrario in
quanto i due collaboratori, validissimi per il contributo sostanziale che ci stavano dando, M. Storchi e S. Pastorini, si sono trovati costretti a seguire proprie
strade non potendo noi garantire un rapporto di lavoro appena appena decente
benché' 'occasionale".
Prospettive
Del ,tutto teoriche stante la grave situazione cui già abbiamo fatto ripetuti
cenni.
Tuttavia, attraverso la collaborazione con altri Enti, alcune cose già si stanno realizzando:
100
marzo '88, 4 conferenze, patrocinate dal Comune, col C.I.D.1. e con l'Istituto Gramsci, nel 40° della Costituzione.
Col Comune e l'Amm.ne provinciale si sta realizzando un progetto di interventi verso la scuola, ancora in tema di Costituzione, da effettuare durane l'anno scoI. 1988/89.
Mostre - ridimensionando l'idea iniziale, ne realizzeremo una, da esporre
nell'atrio dell'Istituto verso i primi di aprile, su I manifesti della Resistenza reggiana.
Rivista. Entro il 1988 pubblicare un fascicolo monografico dedicato ai processi del Tribunale speciale contro 199 antifascisti reggiani: svolgimento dei vari processi; schede biografiche dei processati; qualche testimonianza autobiografica; una bibliografia dell'antifascismo reggiano durante il "ventennio".
Sul tema del nodo fascismo-antifascismo, dovremo realizzare una iniziativa,
già prevista nel Programma generale nostro, che sia una sorta di bilancio su
.quanto si è pubblicato relativamente al Reggiano. Sarebbe anche un nostro
contributo all'analogo progetto dell'Istituto nazionale.
Sarà necessaria una seria riflessione, peraltro già in corso anche a livello regionale, sulla funzione e sul destino degli Istituti storici resistenza. Funzione
nella quale crediamo, della cui positività già da anni stiamo dando prova, sia su
scala nazionale, che, modestamente, su scala provinciale, per quanto ci riguarda come istituto reggiano.
Dibattito
Finita la lettura della relazione Parenti prendeva subito dopo la parola sostenendo che in fondo De Felice ha posto all'attenzione problemi sui quali un po'
dormivamo: è perciò auspicabile che questo ci induca ad attrezzarci meglio culturalmente.
Informava poi che nei colloqui avuti con gli amministratori degli Enti locali
si è trovata molta comprensione rispetto alla necessità e all'utilità del servizio
che rendiamo alla collettività. Aggiungeva che da un recente convegno tenutosi
a Parma, organizzato dall' ANPI nazionale, sul tema della rete dei nostri Istituti, sono emerse le situazioni più disparate: dalle gravi difficoltà finanziarie di
Istituti come il nostro, alla situazione assia buona determinata per gli Istituti
piemontesi dalle apposite leggi regionali.
"Ora le cose pare si stiano muovendo anche per noi; dobbiamo tutti premere
per uscire dalle difficoltà. L'esigenza minima è di avere entrate di almeno 70
milioni annui per dare dignità al nostro lavoro; occorrerà poi rivolgersi ad altre
fonti per il finanziamento di iniziative specifiche" .
Viva/do Sa/si affermava che, per avere il necessariç>, ci è mancato il coraggio
di mettere Enti e Organizzazioni varie di fronte alle loro responsabilità. Manipolazioni storiografiche, problemi economici e sociali emergenti rischiano di
alimentare una situazione pericolosa per la democrazia.
Occorre convocare i responsabili degli Enti locali per affrontare la situazione
del nostro Istituto.
Giovanni Fucili chiedeva che l'Assemblea reagisca al tentativo grave di riabi-
101
litazione del fascismo e manifestava stupore per il fatto che le Amministrazioni
democratiche non abbiano discusso su questi problemi (ipotesi soppressione
XII disposizione transitoria della Costituzione, ecc.).
Proponeva all' Assemblea di fare proprio un documento sulla questione.
Dopo gli interventi, tutti a sostegno del documento, dei soci Vittorio Parenti, Olga Baccarani, James Malaguti, Luciano Guidotti, Luigi Ferrari, Giorgio
Romei, Agata Pallaj, Gioacchino Fresta, Egidio Baraldi, accogliendo suggerimenti emersi nel dibattito, Fucili proponeva che il documento venisse inviato
alla stampa in versione sintetica, mentre ai Parlamentari e alle Istituzioni varie
si facesse pervenire il testo integrale.
Sulla specifica situazione dell'Istituto:
Luciano Guidotti affermava che manchiamo di grinta: le cooperative spendono centinaia di milioni per iniziative sportive agonistiche, e per noi?
Giorgio Romei suggeriva di indire riunioni in Comune a Reggio e in altre località della provincia.
Egidio Bara/di osservava che il piano di rafforzamento dell'Istituto è fallito
per mancanza di mezzi; lamentava in particolare che non si sia ancora trovato il
necessario per portare a termine la importante ricerca in corso sui prigionieri di
guerra e i deportati civili.
"Dobbiamo farci sentire di più, anche con proteste e 'provocazioni' " . ,
Si procedeva poi alla votazione per alzata di mano, con operazioni distinte,
dei bilanci consuntivo e preventivo nonché della relazione dei sindaci revisori,
che venivano approvati all'unanimità.
Approvazione unanime anche per la relazione del Comitato direttivo. Anche
il documento su cultura e fascismo veniva messo ai voti ottenendo l'approvazione unanime. (Se ne veda il testo integrale in appendice).
Si procedeva poi alle elezioni per il rinnovo degli organi di cui al punto 4. Le
liste di candidati presentate per il Comitato direttivo, per il Collegio dei revisori
e per il Collegio dei probiviri, venivano approvate all'unanimità, con operazioni distinte, per alzata di mano. (Si veda in appendice il nuovo organigramma)
A questo punto il presidente dell' Assemblea, a nome di un gruppo di Soci
appartenenti alle varie associazioni partigiane, proponeva l'elezione di Aldo
Magnani a Presidente onorario a vita dell'Istituto, per i meriti acquisiti con la
lunga lotta antifascista iniziata nel 1919, con l'impegno profuso in seguito nel
movimento cooperativo, nella pubblica amministrazione e nella fondazione ed
animazione del nostro Istituto.
La proposta veniva approvata all'unanimità per alzata di mano e con un applauso.
La seduta si concludeva alle ore 12,30.
102
NUOVI ORGANI DELL 'ISTITUTO DOPO L'ASSEMBLEA SOCIALE
DEL 5.3. 1988 E DOPO LE RIUNIONI DI C.D. DEL 6.4. EDEL 17.5.1988
Comitato direttivo: Olga Baccarani, Luigi Ferrari, Vittorio Parenti, Odoardo Rombaldi (proposti dalla comm. elettorale); James Malaguti, Ivano Curti,
Osvaldo Salvarani (designazione ANPI); Annibale Alpi, Remo Torlai, Gioacchino Fresta (designazione FIAP); Sereno Folloni, Giovanni Fucili, Prospero
Simonelli (designazione FIVLI APC/ ALPI); Corrado Corghi (delegato dal
Presid. Amm.ne prov.le); Giordano Gasparini (Assessore cultura Comune, in
rapp.za del Sindaco di RE); Otello Montanari (Presidente e in rapp.za Istituto
"Cervi' '); Imerio Cantoni (per i comuni della provincia soci).
Collegio dei Revisori: Giuseppe Ferrari, Guido Varini, Giorgio Zatelli (effettivi); Nero Fontanesi, Federico Franzoni (suppl.).
Probiviri: Egimio Davoli, Giorgio Romei, Vivaldo Salsi.
Presidenza: Vittorio Parenti (Pres.); Annibale Alpi, Luigi Ferrari, James
Malaguti (Vice Presidenti): Prospero Simonelli, atello Montanari (membri).
Delegato Consiglio gen. INSMLI: Vittorio Parenti, con supplenza a ciascuno dei tre vice presidenti.
Delegati nel Cons. gen. detrIst. regionale Emilia-Romagna: Giorgio Carpi,
James Malaguti, Sergio Rivi, Prospero Simonelli, Otello Montanari.
Designato per il C.D. regionale: Mons. Prospero Simonelli.
Comitato scientifico: Giorgio Boccolari, Franco Boiardi, Ettore Borghi,
Corrado Carghi, Salvatore Fangareggi, Romolo Fioroni, Alfredo Gianolio,
Marco Mietto, Athos Porta, Odoardo Rombaldi, Laura Spinabelli, Sandro
Spreafico.
Direttore di "Ricerche Storiche": P. Simonelli.
Direttore dell'Istituto: Antonio Zambonelli (ins. comandato).
Salvatore Fangareggi nel Comitato Direttivo
In seguito alla morte di Mons. Prospero Simonelli, la cui figura viene ricordata in altra parte di questo fascicolo, il Comitato direttivo dell'Istituto, riunitosi nella giornata dell'8 novembre 1988, ha votato all'unanimità la cooptazione nel proprio seno dell' avv. Salvatore Fangareggi.
Ben noto negli ambienti culturali e politici cittadini, Fangareggi ha al suo attivo diversi scritti relativi alla storia della Resistenza: basti ricordare il libro su
don Pasquino Borghi, pubblicato da La Tartaruga nel 1975 e quello sull'esperienza partigiana di Giuseppe Dossetti (Vallecchi, 1977).
103
DIFENDIAMO LA CULTURA DELL 'ANTIFASCISMO
Testo del documento approvato atrunanimità datrAssemblea sociale del 5
marzo 1988 ed inviato, oltre che atrlstituto nazionale ed agli altri Istituti confederati, al Presidente della Repubblica, ai Presidenti del Senato, della Camera
dei Deputati, della Corte costituzionale, del Consiglio dei Ministri, del Consiglio e della giunta della Regione Emilia-Romagna, della Amministrazione provinciale di Reggio Emilia; al sindaco di Reggio, ai segretari nazionali dei partiti: D.C., P.C.I., P.S.I., P.R.I., P.S.D.I., P.L.I., P. Rad., D.P..
"L'assemblea dei Soci dell'Istituto per la Storia della Resistenza e della
Guerra di Liberazione di Reggio Emilia, riunita per il rinnovo delle cariche sociali nella giornata di sabato 5 marzo 1988, presa notizia delle proposte di cancellare la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Repubblicana,
intesa a vietare la ricostituzione del disciolto partito nazionale fascista,
considerato
che ciò avviene nel più generale contesto della pretesa necessità di giudicare
superata la cultura dell' antifascismo ed in presenza di "riforme" della Costituzione in senso presidenzialista;
constatato
che il disegno della destra eversiva europea sta concretizzandosi sfruttando
nuovi e vecchi razzismi che trovano consensi soprattutto nelle persone sfornite
di adeguate conoscenza storiche,
la respinge
ravvisando nel tentativo un nefasto pericolo per le Istituzioni Democratiche
e Repubblicane che l'Italia si è liberamente date dopo una guerra di Liberazione condotta da tutto il popolo contro il fascismo ed il nazismo e costata lutti,
sangue e rovine morali e materiali.
afferma
che la cancellazione della precitata norma può aprire una stagione politica in
cui sia costituzionalmente ineccepibile ricostituire il disciolto partito nazionale
fascista, che si esplicò:
a) nel graduale annientamento dell'opposizione mediante intimidazione,
carcerazione, omicidio degli avversari politici;
b) nella organizzazione di una oligarchia minoritaria onnipotente;
c) nella creazione di una milizia di regime e nella conseguente, costante umiliazione delle Forze Armate e degli Stati Maggiori, costretti a seguire le balorde
iniziative tattiche e strategiche di ufficiali imposti per meriti politici e che con il
104
regime contrattavano i loro avanzamenti di carriera o, peggio ancora, di gerarchi e miliziani assolutamente digiuni di cognizioni tattiche e strategiche, non
provenendo da Scuola di guerra o da accademie militari ma da gruppi di potere
e formazioni paramilitari fascisti;
d) nell'umiliazione della libera iniziativa;
e) nella reale vanificazione della trattativa sindacale fra datori di lavoro,
pubblici o privati, e prestatori d'opera, mediante la costituzione di sindacati di
regime e l'abolizione del diritto di sciopero;
f) nell' asservimento della cultura;
g) nella legislazione razziale;
h) nel tentativo di monopolizzare l'educazione della gioventù con strumenti
di regime (vedi l'opera nazionale balilla e la gioventù italiana dellittorio poi)
che si sovrapponessero, si sostituissero o vanificassero l'attività educativa della
scuola, della famigla e della Chiesa;
i) nello strumentalizzare il diritto al lavoro barattandolo, sempre, con l'acquiescenza al regime.
rifiuta
la riqualificazione della dittatura fascista come dittatura umana e morbida,
chiarendo che ogni dittatura rappresenta sempre, senza distinzioni di sorta, il
totale annientamento di ogni diritto della persona umana.
Nell'onorare il ricordo di chi si sacrificò, volontariamente, per la rinascita
dello Stato Democratico in libere Istituzioni repubbicane costituzionalmente
ordinate,
auspica
quelle riforme istituzionali che possano permettere un più libero ed ordinato
esercizio dell'attività democratica ai livelli locale, parlamentare e governativo,
e che possano altresì garantire nella giustizia enel progresso, le libertà per sempre sancite dalla Costituzione repubblicana per tutto il popolo italiano:
ribadisce
come costitutiva della difesa delle libere Istituzioni repubblicane la questione
morale che deve essere urgentemente affrontata e risolta con appropriati strumenti legislativi e con adeguati mezzi e programmi educativi nei riguardi di tutto il popolo e della gioventù in particolare.
Invita ed esorta
lo Stato, gli Organi democratici e gli Enti locali in particolare, a sostenere,
con adeguati mezzi, la cultura dell'antifascismo quale fonte privilegiata di lettura della storia nazionale ed europea dell'ultimo secolo e chiede che la Resistenza rappresenti, per i cittadini che l'hanno conosciuta e sofferta, non un de-
105
merito, come purtroppo spesso è avvenuto, ed avviene, ma un altissimo titolo
di merito, degno di stima e di fiducia da parte dello Stato e delle sue dirette ed
indirette emanazioni.
RIUNIONI DI ORGANI DELL 'ISTITUTO
- 26.1.1988, riunione del Comitato direttivo con alcuni componenti il Comitato scientifico.
- Il.2.1988, riunione del Comitato scientifico.
-16.2.1988, riunione del C.D. in preparazione dell'assemblea sociale.
- 6.4.1988, riunione del C.D. per l'elezione del Presidente e di altre cariche
sociali.
- 17.5.1988, riunione di C.D.; all'o.d.g., tra l'altro, l'attribuzione di incarichi.
- 8.11.1988, riunione di Comitato direttivo.
Il 9 marzo 1988 il Presidente Parenti e il Direttore Zambonelli sono stati ricevuti dalla Commissione cultura del Comune di Reggio per una udienza conoscitiva sulla vita el'attività dell'Istituto.
CONFERENZE
- Il 24.5.1988, nella sede dell'Istituto, è avvenuta la presentazione del libro
Carmen Zanti. Una biografiafemminile, di P. Nava e M.G. Ruggerini. Dopo
le introduzioni di Luciano Casali e Raffaella Lamberti sono intervenuti nel dibattito: prof. Franco Boiardi, dotto Letizia Valli, ono Eletta Bertani, Giannetto
Magnanini e una delle due autrici, M.G. Ruggerini.
- Il 28.5.1988, ancora nella sede dell'Istituto, presentazione, in collaborazione con la Sezione Giustizia dell'Istituto Gramsci di Reggio, del libro di Giuseppe Armani, La Costituzione italiana (Costituzione e società dal dopoguerra ad
oggi. Formazione del testo, caratteri, fasi di attuazione, crisi e prospettive di riforma).
Dopo l'introduzione dell'ono prof. Augusto Barbera, docente di Istituzioni
di diritto pubblico all'Università di Bologna, si è svolto un vivace e ricco dibattito nel corso del quale sono intervenuti, oltre all'autore, l'ono avv. Dino Feli-
106
setti, l'ono prof. Franco Boiardi, il prof. Corrado Corghi, il seno Avv. Renzo
Bonazzi, il prof. Lorenzo Capitani, Luciano Guidotti, i magistrati Pietro Fanile e Antonio Soda, il prof. Ettore Borghi, l'avv. Salvatore Fangareggi, l'ono
Elena Montecchi, il prof. Carlo Bortolani.
DONAZIONI ALL 'ISTITUTO
Biblioteca
Il socio e Presidente onorario dell'Istituto, Aldo Magnani, che proprio nel
dicembre 1988 ha compiuto 85 anni (auguri vivissimi!) ha donato alla nostra biblioteca 113 volumi e la collezione di "Critica marxista" da a.I, 1963, n. 5-6 a
a. XXI, 1983, n. 6.
Archivio
- Il socio Giovanni Bertolini ha donato all'Istituto il carteggio originale del
VI Battaglione (di cui fu Commissario) della 144.a Brigata Garibaldi.
Si tratta di circa 400 documenti che sono stati suddivisi in 6 cartelle recanti le
seguenti descrizioni:
1 - Polizia e Giustizia partigiana della 144.a Brigata.
2 - Corrispondenza in arrivo dall'Ufficio informazioni della 32.a (poi diventata 144.a) Brigata ai vari battaglioni dipendenti, al carcere e all'Intendenza.
3 - Corrispondenza con vari altri battaglioni e con distaccamenti.
4 - Intendenza del VI Btg.; organici nello stesso nelle varie fasi di sviluppo.
5 - Corrispondenza in arrivo dal Comando della 32.a (poi 144.a) ai Btgg. dipendenti.
6 - Corrispondenza in arrivo dal Comando unico ai comandi dipendenti. In
gran parte relativa all'attività operativa di tutte le formazioni della montagna.
Estremi cronologici: fine agosto 1944 - maggio 1945 (smobilitazione).
- Il socio James Malaguti ha donato: fotocopia del libro verbali del C.L.N.
post-Liberazione del comune di Guastalla (8.5.1945 - 29.4.1946).
Dattiloscritto recante l'elenco delle incursioni aeree subite dal guastallese durante la seconda guerra mondiale.
- La socia rag. Olga Baccarani, amministratrice del nostro Istituto, ha donato una raccolta di 85 manifesti originali pubblicati a Reggio in epoca napoleonica e reperiti tra le carte del marito, il compianto rag. Bruno Caprari, che fu
per lunghi anni, e fino alla sua morte improvvisa, amministratore dell'Istituto.
Tale raccolta entra a far parte del "Fondo Caprari", che già comprende filmati, diapositive, fotografie e documenti vari relativi a organizzazioni democratiche locali nei primi anni del secondo dopoguerra.
Strumenti
IL CENSIMENTO FOTOGRAFICO
Nel marzo 1986 l'Istituto Storico della Resistenza di Reggio Emilia possedeva circa 2.000 foto, relative soprattutto alla lotta partigiana e alla liberazione
nel reggiano, ma anche al prefascismo, al fascismo e al dopoguerra, in gran
parte acquisite nel 1967, al momento dell'assegnazione della Sede, in seguito al
trasferimento dei materiali archivistici dall'ufficio storico dell' Anpi provinciale, che ne aveva cominciato la raccolta fin dal 1945 .
Come già accennato nel n. 56/58 di "Ricerche storiche", la necessità e l'urgenza di provvedere alla schedatura e alla ordinata collocazione del materiale
erano determinate dall'indubbio interesse documentario della raccolta che ne
consigliava la salvaguardia, la conoscenza e la fruibilità, e quindi rendeva opportuno fissarne la connotazione. Il problema non era del resto tanto quello di
garantire la conservazione "fisica" delle foto ed evitare la dispersione e il deterioramento dei pezzi (le foto in qualche modo danneggiate sono in tutto 152,
corrispondenti a circa il 6070 del totale censito, ma si tratta in molti casi di immagini pervenute all'Istituto già in precario stato di conservazione, oppure con
ingiallimento, scoloriture o altre alterazioni cromatiche dovute al naturale invecchiamento e non ad incuria), quanto quello di consentire la fissazione della
memoria storica, e quindi un corretto e consapevole uso del materiale. Con il
passare degli anni, infatti, diventa sempre più difficile individuare luoghi, tempi, persone, circostanze, avvenimenti che le vecchie foto documentano, fino a
diventare, in certi casi, storicamente inutilizzabili. Il problema, naturalmente,
si pone con particolare pregnanza nel caso, come questo, di foto che, mentre
non hanno alcuna pretesa di perfezione tecnica e formale, intendono raccontare una parte della nostra storia locale, ed alle quali l'utenza attinge con una certa frequenza per scopi precisi (pubblicazioni, audiovisivi, mostre, iniziative
culturali rivolte alla scuola, ecc.).
L'Istituto Beni Culturali della Regione Emilia-Romagna ha pertanto aderito
alla richiesta di collaborazione, provvedendo direttamene, tramite proprio personale, alla schedatura e sistemazione del materiale fotografico, realizzando
dunque il recupero culturale di un patrimonio storico altrimenti difficilmente
fruibile e che costituisce una documentazione di primaria importanza al fine
della' 'leggibilità" degli avvenimenti a cui si riferisce.
108
CLASSIFICAZIONE E CATALOGAZIONE
L'operazione si è rivelata più laboriosa di quanto non apparisse a prima vista, per le stesse modalità di acquisizione e manipolazione del materiale nel corso degli anni, durante i quali si erano venuti costituendo quattro album: il primo, di 626 positivi (l'unico corredato - ma purtroppo solo nelle prime paginedi qualche didascalia esplicativa) ereditato dall'ufficio storico dell' ANPI nel
1967, insieme ad un altro, di 51 immagini, con la riproduzione dei pannelli della mostra permanente, relativa alla lotta di liberazione e alle torture nazi-fasciste nella nostra provincia, allestita presso i musei civici (attualmente smantellata, in attesa di nuova sistemazione presso il costituendo museo del tricolore);
gli altri due, rispettivamente di 36 e 70 positivi, in parte donati da privati, in
parte riprodotti da pubblicazioni a cura dell'ISR; per un totale di 783 positivi.
Il resto del materiale, pure incamerato in più riprese, era sparso in cassetti o
dentro buste e scatoloni. Della stessa immagine si potevano trovare, in luoghi
diversi, copie di uguale o differente formato, o riproduzione di particolari (utilizzate per mostre o pubblicazioni o per sussidi didattici), nonché i negativi (originali o riprodotti da positivi, su vetro o su pellicola, anch'essi a volte presenti
in più copie in diversi contenitori), mescolati fra loro e riferiti alle stampe raccolte o non raccolte negli album, e a volte anche privi di positivo.
E' stato necessario dunque, innanzi tutto, unire le copie e mettere insieme
positivi e negativi, per evitare che la stessa foto venisse catalogata più di una
volta.
Nel frattempo occorreva cercare di dividere le immagini per argomento e periodo, per studiare una classificazione funzionale al materiale esistente e, nello
stesso tempo, in grado di collocare agevolmente nuove eventuali acquisizioni.
Si è scelta dunque una classificazione "aperta" - con possibilità cioé di aggiungere titoli e sottotitoli - che è stata sottoposta ad aggiustamenti e modifiche nel
corso del censimento e che attualmente è costituita dalle seguenti voci:
1. PREFASCISMO
A. Personaggi.
B. Avvenimenti, manifestazioni, associazioni, partiti, documenti, ecc.
C. La prima guerra mondiale e il primo dopoguerra.
2. FASCISMO E ANTIFASCISMO NEL VENTENNIO
A. Squadrismo, delitti, persecuzioni, vandalismi; la marcia su Roma.
B. Vittime, esuli, fuoriusciti, ammoniti, esponenti antifascisti.
C. Attività antifasciste: associazioni, partiti, sindacati, sommosse, documenti, stampa e propaganda clandestine.
D. Guerra di Spagna.
E. Manifestazioni del "regime", cerimonie ufficiali, Tribunale Speciale.
F. Guerra d'Africa e immagini dell' Africa "italiana".
G. Associazionismo cattolico e manifestazioni religiose.
109
3. SECONDA GUERRA MONDIALE
A. Reggio bombardata e distruzioni nella provincia.
B. Soldati italiani; notizie e scene di guerra.
C. Deportazioni, campi di concentramento, vittime di persecuzioni.
D. Tedeschi in patria e all'estero.
4. CADUTA DI MUSSOLINI E REPUBBLICA DI SALO'
A. Il 25 luglio e le manifestazioni successive.
B. 8 settembre e resistenza all'estero.
C. LarepubblicadiSalò.
D. I tedeschi nella provincia.
5. GUERRA DI LIBERAZIONE
A. Luoghi partigiani e di fatti d'armi.
B. Vita partigiana.
C. Partigiani e gruppi partigiani.
D. Aspetti della guerriglia.
E. Rapporti con la popolazione.
F. Eccidi, rappresaglie e distruzioni da parte di fascisti e tedeschi.
G. Case di latitanza e resistenza nella' 'bassa" .
H. CLN, stampa clandestina, documenti partigiani e alleati, ecc.
I. Carceri fasciste e torture.
L. La resistenza fuori provincia.
6. LIBERAZIONE
A. Incontro fra partigiani e alleati, cattura di nemici, ingresso in città, vita e
manifestazioni dei giorni successivi, funerali di partigiani, ecc.
B. Grande sfilata del 3 maggio.
C. La liberazione fuori provincia.
D. Gli alleati, il CLN, le manifestazioni per la Costituente.
7. IL RICORDO DELLA RESISTENZA
A. Immagini di partigiani, esponenti del movimento di lotta clandestina,
martiri della resistenza.
B. Monumenti, lapidi, cippi, medaglie della resistenza.
C. I Cervi.
D. Il ricordo fuori provincia.
8. IL DOPOGUERRA FINO AL 1960
A. Celebrazione del 25 aprile e della lotta d.i liberazione (comizi, sfilate, scoprimento di monumenti e lapidi, mostre, libri, convegni, incontri, viaggi,
funerali di ex partigiani); le associazioni partigiane; il consiglio federativo della resistenza.
B. Festa dello maggio; lotte delle Reggiane, scioperi, proteste, repressioni
della polizia; attività sindacale e dopolavoristica; le scuole della rinascita;
la cooperazione, ecc.
C. Proclamazione della Repubblica, celebrazione del 2 giugno; anniversario
110
D.
E.
F.
G.
del Tricolore, le associazioni combattentistiche e dei perseguitati politici,
commemorazione dei caduti, assegnazione di benemerenze e medaglie;
ricordo delle vittime e delle distruzioni dello squadrismo fascista e della
guerra di Spagna; la Fratellanza Reggiana di Parigi.
Giunte e consigli comunali e provinciali; attività, iniziative e manifestazioni promosse dagli enti locali, dalle consulte popolari e da Enti diversi.
Attività e manifestazioni dei movimenti e dei partiti, elezioni, risultati
elettorali.
Personaggi e avvenimenti.
Associazionismo cattolico e manifestazioni religiose.
9. DAL 1961 IN POI
A. Celebrazione del 25 aprile e della lotta di liberazione (comizi, sfilate, scoprimento di monumenti e lapidi, mostre, libri, convegni, incontri, viaggi,
funerali di ex partigiani); le associazioni partigiane; il consiglio federativo della resistenza.
B. Festa dello maggio; scioperi, proteste, rivendicazioni, repressioni della
polizia; attività sindacali e dopolavoristiche; la cooperazione; ecc.
C. Celebrazione del 2 giugno e dell'anniversario del Tricolore; le associazioni combattentistiche e dei perseguitati politici; commemorazione di caduti, assegnazione di benemerenze e medaglie; ricordo delle vittime e delle
distruzioni dello squadrismo fascista e della guerra di Spagna; la Fratellanza Reggiana di Parigi.
D. Giunte e consigli comunali e provinciali; attività, iniziative e manifestazioni promosse dagli Enti locali, dalla Regione, da altri Enti.
E. Attività e manifestazioni dei movimenti e dei partiti, elezioni, risultati
elettorali.
F. Personaggi e avvenimenti.
G. Associazionismo cattolico e manifestazioni religiose.
H. L'Istituto Storico della Resistenza.
I. Attentati, terrorismo.
lO. DOCUMENTI DI VITA ED'AMBIENTE
A.
B.
. C.
D.
E.
Immagini vecchie e nuove della città.
Immagini della provincia .
Ambienti e aspetti di vita della popolazione; manifestazioni diverse.
Varie.
Il deposito ex "stalloni", già convento dei domenicani e attuale sede dell'ISR.
La procedura di classificazione adottata è la seguente: le singole immagini
vengono man mano numerate progressivamente e registrate in un apposito
"registro di ingresso", che riporta, oltre al numero stesso, anche la data di acquisizione da parte dell'ISR; la provenienza; la presenza di positive, diapositive, negative; la classificazione (in base al titolario più sopra illustrato: ad esempio 3B, 7A, 5D, ecc.); il soggetto; eventuali note.
111
Alle positive e alle negative di una stessa immagine viene assegnato un unico
numero, riportato sul retro della foto, sulla busta che la contiene (o accanto ad
essa negli album) e sul contenitore della negativa (per le pellicole si è adottato il
modo Microseal Zion 184xl, in dotazione anche alla biblioteca Panizzi, che
consente la stampa senza togliere la pellicola dal suo contenitore per una migliore protezione). Si procede poi alla compilazione della scheda, anche questa
unificata (si è adottato, con opportune modifiche, un fac-simile studiato a suo
tempo dall' !BC, ma poi non ufficializzato, che riporta - oltre naturalmente allo
stesso numero progressivo - la provenienza; la eventuale collocazione in album; l'autore; la descrizione del soggetto; la data di effettuazione della foto; la
presenza o meno di dati tecnici della negativa, della diapositiva, della positiva; i
segni particolari del documento (annotazioni, dediche, timbri, precedenti numerazioni, ecc.); lo stato di conservazione e l'eventuale intervento di restauro;
il numero di copie; la classificazione in base al titolario; i riferimenti e l'eventuale pubblicazione; le note; la data di compilazione e il compilatore.
Le schede compilate sono conservate in contenitori metallici, suddivise secondo la classificazione per titoli e sottotitoli e, all'interno di essi, per numero
progressivo, onde facilitare la ricerca. Le foto, sia positive che negative, vengono conservate secondo il numero progressivo, indipendentemente dalla classificazione.
FONTI D'INFORMAZIONE
Come già accennato, il problema più arduo da risolvere era l'interpretazione
del soggetto e il riconoscimento dei personaggi rappresentati.
Una parte del materiale (soprattutto quello riguardante la lotta di liberazione) è stata sottoposta all'osservazione di vari esponenti o iscritti dell' ANPI, ex
partigiani che in certi casi si ritrovavano nelle foto stesse. Purtroppo, nonostante la generosa collaborazione, la distanza di tempo dagli avvenimenti rappresentati non ha loro facilitato il compito. Tuttavia è stato possibile, per un
certo numero di foto, arrivare a conoscere varie notizie, che poi hanno in parte
reso più agevole anche l'esame di altre, ed hanno aiutato a discernere le immagini istantanee "vere", scattate cioé fra il 1943 e il 1945 durante la lotta di liberazione, da quelle fatte nell'inverno 1945-46, cioé a guerra finita: l'ANPI, infatti, in quel periodo aveva costituito una specie di "troupe" di volontari, che
si recò col fotografo sulle nostre montagne per riprendere i luoghi e ricostruire
aspetti della vita partigiana e della guerriglia, altrimenti non documentabili. A
questo tipo di foto appartengono soprattutto le file di partigiani con armi in
marcia sulla neve, le sentinelle in postazione, ecc.
Un'altra fonte importante di notizie è stato l'esame di pubbicazioni uscite
nel dopoguerra e presenti nella biblioteca dell'Istituto (alcune delle quali riproducono imagini fotografiche a suo tempo fornite dall' ANPI e dallo stesso ISR,
o altre simili a cui confrontarle), nonché le didascalie riportate su ingrandimenti e pannelli che servirono nel dopoguerra (e anche dopo) per mostre su vari
aspetti della resistenza.
L'esame, sia pure sommario, di molti documenti dell'archivio storico dell'I-
112
stituto, effettuato prima di incominciare l'esame del materiale fotografico, è
stato molto utile per inquadrare l'argomento e fornire quindi una conoscenza
storica di base; senza contare, naturalmente, le preziose indicazioni del direttore dell'Istituto, sempre disponibile a collaborare, come del resto il personale
volontario che presta da anni la propria attività.
Per tutta una serie di foto del dopoguerra è stato necessario fare uno spoglio
dei giornali del tempo, per ricercare notizie e date su avvenimenti e manifestazioni a cui potevano riferirsi certe immagini, mentre per altre la ricerca della
provenienza ha permesso di risalire ad una ulteriore fonte di informazioni. Solo per pochissime foto non è stato ancora possibile procedere alla classificazione.
Il coinvolgimento di varie persone nel lavoro di interpretazione delle immagini, ha contribuito a facilitare l'acquisizione di nuovo materiale fotografico.
Ultimamente si sono infatti incamerate oltre 400 immagini, donate o concesse
per la riproduzione, da privati cittadini (ex partigiani, membri del direttivo e
del comitato scientifico o semplici soci dell'ISR, ecc.), che hanno consentito
così l'arricchimento di alcune serie (ad esempio la donazione Paterlini, che riguarda soprattutto monumenti, lapidi e medaglie della resistenza) o addirittura
la costituzione di voci nuove, come quella relativa all'associazionismo cattolico
durante il ventennio fascista e nei primi anni del dopoguerra (donazione Corghi), o tutta una serie di immagini riferite all'attività delle consulte popolari
sorte dopo la liberazione (donazione Caprari). Altri donatori sono stati Carini,
Spaggiari, Ferrari, Baraldi, Malaguti, ecc.
CARATTERISTICHE DELLA RACCOLTA
Le foto classificate all'aprile 1988.sono 2.400 così suddivise:
A
B
C
D
E
F
1
2
3
4
5
6
7
8
9
lO
lO
30
19
18
20
23
24
74
12
23
24
2
19
lO
38
lO
44
59
118
22
168
113
14
75
9
45
27
31
255
83
32
7
54
183
41
21
146
59
54
68
16
11
15
77
20
28
9
4
30
17
30
7
17
622
377
G
H
I
L
TOT.
59
194
55 . 151
O
O
35
1
299
369
174
101
2.400
Le immagini sono costituite da 2.194 positivi e 944 negativi, in una o più copie (oltre a 4 diapositive). Dunque 1.452 positivi mancano del negativo e 202
negativi mancano del positivo. Occorre comunque ricordare che, in molti casi,
i negativi non sono originali, ma riprodotti dal positivo.
113
Come si può vedere dal prospetto, la serie più numerosa è costituita naturalmente dal titolo 5 (guerra di liberazione), con particolare abbondanza dei sottotitoli relativi alle immagini di partigiani e gruppi di partigiani (C), ai luoghi
partigiani e difatti d'arme (A) e agli aspetti della guerriglia (D); seguìto dal titolo 4 (liberazione) e dall'8 (il dopoguerra fin o al 1960). Vengono poi il 7 (il ricordo della resistenza), il 2 (fascismo e antifascismo nel ventennio), il 9 (dal
1961 in poi), il4 (caduta di Mussolini e repubblica di Salò), ilIO (documenti di
vita e d'ambiente), l' 1 (pre-fascismo), e infine il3 (seconda guerra mondiale).
Come già accennato agli inizi, le foto non hanno alcuna pretesa di perfezione
formale, se si escludono alcune vecchie e belle immagini eseguite da studi fotografici professionali della città (Sevardi, Codeluppi, Vaiani, ecc.), che quasi
sempre però si possono rintracciare anche in altre sedi (biblioteca Panizzi, musei civici, ecc.). La quasi totalità del materiale è costituita infatti da istantanee
eseguite dai protagonisti stessi delle storie rappresentate, fatte per ricordo o per
documentare, spesso con macchinette fotografiche per dilettanti.
D'altra parte è proprio questo uno degli aspetti più interessanti ed originali
della raccolta, le cui immagini non sono reperibili in altri fondi. Esiste, ad
esempio, tutta una serie di piccole istantanee scattate da tedeschi durante la
guerra e ritrovate per la massima parte dopo la liberazione presso la colonia di
Busana, dove era installato un loro presidio (altre sono state confiscate a prigionieri o prelevate dalle tasche degli uccisi). Ritraggono i luoghi percorsi o in
cui hanno soggiornato (sul retro, a volte, sono accuratamente segnate la data e
la località), loro stessi in posa sullo sfondo del nostro Appennino, o colti in
conversazione con ragazze, bambini, abitanti del posto; alcune documentano
le loro precedenti destinazioni in Europa o in Africa, i loro superiori, gli accampamenti, i commilitoni, le tombe dei caduti. In molte traspare il desiderio
di fissare un'esperienza di vita da riportare in patria, di rappresentare il modo
di vivere e di rapportarsi con gli altri, di sottolineare gli aspetti più umanj e meno drammatici della guerra: il cameratismo, le piccole azioni quotidiane, i gesti
di simpatia.
Un'altra serie ritrae partigiani in foto individuali e di gruppo, operanti nel
toanese, ritratti durante la breve ed euforica parentesi della repubbica di Montefiorino, quando fu possibile, sia pure in mezzo a mille difficoltà e contraddizioni, assaporare un'anticipazione del ritorno alla vita democratica, attraveso
il ripristino delle amministrazioni comunali elettive. Ogni personaggio è ritratto nella posa preferita: a cavallo, col cane, in motocicletta, nell'atto di sparare
o di scagliare una bomba a mano. Molti si mostrano sorridenti e in atteggiamento scherzoso (magari in netto contrasto con la posa minacciosa delle armi
puntate), altri con l'aria sprezzante del "duro"; la maggior parte sfoggia orgogligosamente il proprio equipaggiamento, anche se c'è chi si esibisce scalzo e a
torace nudò. Le foto di gruppo simulano battaglie, cattura di nemici, appostamenti; oppure ritraggono l'intero distaccamento in posa con la bandiera spiegata. In alcune foto si riconosce Valentina Guidetti, medaglia d'argento alla
memoria, che rimarrà uccisa il lO aprile 1945 nella battaglia di monte Castagna, presso Ca' Marastoni.
114
Altre immagini suggestive (in parte donate da Paola Davoli) riguardano la
vita dei reggi ani fuoriusciti in Francia durante il fascismo, a volte scritte fittamente sul retro, perché inviate ai parenti in patria. Una serie importante per il valore documentario (anche se ridotta numericamente) è infine costituita dalle immagini dei reggi ani che parteciparono alla
guerra di Spagna, alcuni dei quali si ritroveranno fra le fila dei partigiani della
Resistenza.
Non si è invece ritenuto necessario catalogare le foto di scena scattate durante le riprese del film di Gianni Puccini, "I sette fratelli Cervi", girato a Reggio
Emilia nel 1969; e nemmeno una serie di foto della seconda guerra mondiale,
riprodotte da pubblicazioni (entrambe le serie sono state semplicemente raggruppate in un cassetto e non vengono quindi conteggiate nel prospetto precedentemente illustrato).
Si conservano inoltre i materiali relativi ad alcune mostre fotografiche, e precisamente:
- 38 pannelli sulle" case di latitanza" nella bassa reggiana;
- 33 paimelli (in due copie) sul periodo che va dall'esperienza prampoliniana
alla liberazione nella provincia.
- 24 pannelli sull'attività della donna nel nostro Appennino dal periodo prebellico alla resistenza;
- 80 pannelli sui campi di concentramento;
- lO pannelli sulla resistenza italiana.
Occorre poi ricordare che l'Istituto storico ha raccolto, a parte, i cartellini
con dati anagrafici e professionali e con foto dell'epoca, dei partigiani, patrioti
e benemeriti della Resistenza nella provincia di Reggio (in numero di 10.578, di
cui 1.268 donne), nonché di 1.528 fra deportati e prigionieri di guerra già iscritti alI'ANPI; tutti divisi per comune e in ordine alfabetico.
Presso l'Istituto si trovano infine alcune casse con i vecchi elichet, in parte a
retino e in parte al tratto, della ex Tipografia Popolare (trasformata attualmente nella Tecnostampa), relativi al primo decennio post-liberazione; nonché alcune centinaia di manifesti di diverso formato e di argomenti attinenti soprattutto alla Resistenza, dal 1945 ad oggi, in ambito locale, ma anche extra-provinciale, che sarebbe opportuno classificare e schedare.
Dopo l'uso sperimentale della scheda utilizzata, ora si è naturalmente in grado di valutarne pregi e difetti.
Nel complesso il giudizio è positivo, nel senso che è stato possibile inserirvi
tutte le notizie utili all'uso che ne deve fare l'istituto. Sarebbe tuttavia possibile
perfezionarla, soprattutto semplificandola. Alcune voci, infatti, nonostante le
modifiche in tal senso già apportate in partenza, sono rimaste parzialmente ripetitive, altre troppo particolareggiate per il tipo di foto esaminate. (Non si può
peraltro escludere che, col tempo, altri dati potranno risultare invece insufficienti).
A questo proposito potrebbe essere utile avviare, intanto almeno a livello
provinciale, un confronto fra gli strumenti utilizzati dai diversi enti che hanno
proceduto a catalogare foto (biblioteca Panizzi, Istituto storico, Azienda con-
115
sorziale trasporti, ecc.) per uno scambio di informazioni sui procedimenti
adottati, i risultati raggiunti, le proposte di impostazione del lavoro per il futuro.
Per l'esperienza fatta, del resto, si ritiene di poter affermare la non opportunità di pensare ad una scheda fissa per qualsiasi tipo di raccolta: a parte alcuni
dati essenziali comuni a tutte e che ovviamente non possono mancare, si possono prevedere aggiunte di dati diversi, a seconda delle caratteristiche delle immagini da schedare e dell'uso che se ne deve fare.
O meglio, il fac-simile può anche essere unico, ma formato di diverse parti:
una di base uguale per tutte, e altre che si possono aggiungere o meno a seconda
della natura della raccolta, lasciando comunque sempre un certo spazio per le
note, per rendere la scheda più aderente alle esigenze del fondo da schedare.
Su questa linea (e utilizzando anche le eventuali esperienze in corso in altre
provincie) sarebbe senz'altro auspicabile arrivare ad un'unica formulazione a
livello regionale (come sarebbe intenzione dell'Istituto Beni Culturali realizzare), soprattutto tenendo presenti le notevoli possibilità che offre attualmente la
compiuterizzazione dei dati.
ANNA APPARI
Recensioni
PAOLA BARAZZONI, L'assistenza sociale
a Reggio Emilia. Assistenza e beneficenza dagli ospizi medioevali al ricovero di mendicità
(1841). VoI. I, Reggio E., 1987, n. 122 pp.
Voluto dalla Casa di riposo di Reggio Emilia, per contribuire alla conoscenza della propria storia e di quella della città, il volume,
uscito nel febbraio 1987 - a cui dovrebbe seguirne un secondo, incentrato sull'ultimo periodo - ripercorre la storia dell'assistenza e
della beneficenza a Reggio, dal medioevo alla
restaurazione, dagli antichi xenodochi, hospitali, luoghi pii dell'epoca matildica, quasi
sempre fondati e retti da ordini monastici e
cavallereschi, alle opere fiorite a partire dal
periodo comunale per iniziativa soprattutto
della ricca borghesia mercantile e gestite da
ordini religiosi e confraternite laiche; seguendo le trasformazioni che le mutate condizioni
politiche e sociali rendevano via via necessario imporre da parte delle autorità civili e religiose, fino alle innovazioni, ai riordini, alle
razionalizzazioni settecentesche che, soprattutto nella seconda metà del secolo, avevano
preso impulso dal filantropismo illuminato e
dall'utopismo sociale, a cui seguono le riforme e gli espropri napoleonici e le iniziative degli ultimi estensi.
Il paziende ed accurato lavoro di Paola Barazzoni offre un suggestivo affresco delle istituzioni, prima rivolte indifferentemente ad
ogni tipo di bisognoso, poi sempre più differenziate e specifiche, che lungo i secoli hanno
fatto fronte alle esigenze assistenziali della
popolazione reggiana, delineando uno spaccato sociale di vita cittadina, di episodi, di
problematiche, di rapporti fra clero e amministrazione comunale, senza mai perdere di
vista gli avvenimenti politici e le condizioni
civili.
Il volume è arricchito da una piacevole ed
appropriata iconografia e da due interessanti
appendici, che riportano importanti documenti settecenteschi sulla riforma delle opere
pie di Modena e Reggio.
Sicuramente un lavoro assai apprezzabile
(anche se ha un po' stupito la dimenticanza di
un'antica istituzione, peraltro sopravvissuta,
almeno nominalmente, fino ai nostri giorni,
come l'opera pia "della magnifica arte dei
calzolai", sorta nel XIV secolo, soppressa
durante il periodo napoleonico e ripristinata
da Francesco IV nel 1845, essenzialmente finalizzata a dare aiuti ai calzolai e alle loro famiglie in caso di malattie e disgrazie e procurare loro le materie prime a prezzo di costo),
che si auspica verrà completato con il II volume preannunciato.
ANNA APPARI
MAURO SACCANI, Correggio 1920-1945.
Il sacrifico di un popolo per la libertà e la democrazia. Amministrazione Comunale di
Correggio, 1988, 219pp ..
Nel frastagliato panorama degli studi di
ambito locale sugli anni più cruciali del nostro secolo Correggio spiccava fino ad oggi
per un' assenza difficilmente giustificabile visto il ruolo per tanti versi cruciale giocato in
più periodi dall'importante centro della pianura orientale reggiana.
Saccani oggi viene a colmare questa lacuna
proponendo, attraverso il suo studio, una panoramica completa, dall'inizio dell'esperienza fascista al recupero dell'identità democratica, delle vicende politiche e sociali di un ampia fascia territoriale, confermando nelle vicende esposte la estrema complessità e ricchezza della geografia politica della provincia
reggiana. L'autore usa con correttezza le fonti tradizionali per questo tipo di ricerche, ricollegandosi idealmente alla via aperta da
quasi un ventennio da Cavandoli con il suo
Le origini del fascismo a Reggio Emilia. Di
questo tipo di metodologia Saccani riesce a·
utilizzare con efficacia gli aspetti più convincenti facilitando l'approccio del lettore che si
trova a ripercorrere vicende e a conoscere
personaggi con l'immediatezza e la chiarezza
necessarie ad una facile comprensione del
narrato. Così, mantenendo fermi i capisaldi
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metodo logici detti, si riprendono temi tradizionali della storiografia locale (e non solo)
inserendoli nel contesto correggese, introducendo spunti originali identificabili in una attenzione maggiore alla controparte fascista,
letta con meno superficialità che in altri analoghi contributi, fino a proporre una visione
più variegata e certamente più aderente al
reale della stessa lotta partigiana. La continuità della lotta antifascista attraverso gli anni venti e trenta si salda così con la concreta e
sofferta partecipazione di massa all'attività
cospirativa e militare del periodo resistenziale, confermando la centralità del partito comunista sempre più radicato nella base contadina a formare la spina dorsale del movimento di opposizione alla dittatura.
In senso generale possiamo dire come Correggio 1920-1945 rappresenti la più completa
maturazione di quegli schemi già accennati
che hanno avuto in Cavandoli il padre fondatore: lo studio di Saccani rappresenta in questo senso la degna conclusione della prima generazione di ricerche sull'antifascismo e la
guerra di Liberazione. Il problema semmai si
pone ora in termini di apertura di nuovi percorsi interpretativi e metodologici, più adeguati ai tempi e allo stato dell'arte della storiografia contemporanea, capaci di partorire
in tempi brevi contributi degni di una seconda generazione di studi di detto argomento.
In questa luce si dimostra stimolante la
prefazione di Luciano Casali quando con
acutezza suggerisce come sia indispensabile
"Riprendere ad indagare (00') le ragioni più
profonde delle lotte e gli scopi che i protagonisti speravano e preparavano. (00') abbando-
nando la retorica e scoprendo nuovi e più ampi contenuti, dando un segno di svolta che è
assolutamente necessario" .
Una maggior attenzione e precisione nell'uso delle fonti, ricercandone una pluralità e
completezza; una lettura critica non più apologetica e finalizzata, spesso costretta a percorrere a ritroso cammini annosi in una visione spesso faticosamente giustificazionista;
leggere con maggior attenzione i fattori economici e sociali interagenti evitando schematismi e facili diagnosi di brevissimo respiro;
evitare il continuo rinvio a scenari nazionali,
troppo complessi e per questo spesso risolti
per linee troppo semplificate; maggiore attenzione all'uso della pubblicistica locale, facendo finalmente giustizia di contributi ormai obsoleti e discutibili, concentrando l'attenzione a quanto di nuovo si sta producendo; superare steccati, ideologicamente inadeguati, per indagare a tutto campo sulla molteplicità di schieramenti politici ed ideologici
presenti; recuperare infine un linguaggio che,
superati i termini trionfalistici e criminalizzanti, sia in grado di accostare felicemente a
questi tipi di ricerche platee sempre più ampie
di giovani e appassionati. Sono tutte queste
esigenze, già emerse da tempo nel campo della ricerca storica contemporanea, ad imporre
in sede locale, dove certamente non mancano
forze e capacità per concretizzare tale cammino innovativo, un momento di riflessione. Lo
studio di Saccani conclude degnamente un
periodo fruttuoso e per molti aspetti positivo,
gli anni novanta ci impongono nuove scelte
ed impegni.
MASSIMO STORCHI
119
PRECISAZIONI E CORREZIONI
Sui verbali del c.L.N.P.
- Nella premessa ai verbali del C.L.N.P. post-liberazione, sul n. 59/60 di
"Ricerche storiche", scrivevamo di non essere sicuri di pubblicare l'intera serie
dei verbali stessi.
Che qualcuno manchi, ce lo fa pensare la seguente constatazione, frutto di
una più attenta rilettura:
nel verbale del 2.5.45 si parla della nomina dei due vice-questori nelle persone di Gottardo Bottarelli e Riccardo Cocconi; in quello del 18.5.45 (v. pago 74)
si parla di una investigazione effettuata dal vice-questore Davide Valeriani.
Certamente fra quelle due date deve essere avvenuta una riunione (della quale non possediamo il verbale) in cui si è deliberato di affidare uno dei due posti
di vice-questore a Valeriani stesso, evidentemente in luogo di Cocconi, tenuto
conto della uguale collocazione partitica dei due e del fatto che di lì a poco Cocconi verrà nominato vice-prefetto, come proposto nella riunione del 16.5 .45 (v.
pag.72,73).
- A pago 48, sciogliendo la sigla E.L.A.P., se ne dà il seguente testo: Ente
Luogotenenziale Assistenza Post-bellica. Va corretto come segue: Ente Lavori
Assistenza Pubblica. Aggiungiamo che tale Ente aveva lo scopo "di intervenire, con anticipazioni o con donazioni, per il finanziamento di opere di ricostruzione e di assistenza, là dove non fossero stati sufficienti i mezzi finanziarii degli Enti interessati" (Cfr. V. Pelizzi, Trenta mesi, p. 84).
- A pago 49, nella sintetica scheda biografica a lui dedicata, si legge che Gottardo Bottarelli "fu comandante della 5.a Zona SAP".
In realtà il Bottarelli ebbe il comando del 3o Settore (territorio di Rubiera)
della 5. a Zona
Comandante della 5. a Zona era Gioacchino Fresta.
Ci scusiamo con l'amico Gen. Fresta per averlo distrattamente degradato.
Unicuique suum.
A.Z.
Finito di stampare
da Tecnostampa s.c.r.l.
di Reggio Emilia
nel mese di febbraio 1989