Domenica
il reportage
Viaggio nella pattumiera d’Europa
La
di
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
ATTILIO BOLZONI e ITALO CALVINO
la memoria
Repubblica
La libreria lunga diciotto miglia
A.M. HOMES e ANTONIO MONDA
Mezzo
secolo
da
Beatles
Alla vigilia dell’uscita
del suo nuovo album,
“Memory Almost Full”,
FOTO DA THE COMPLETE BEATLES CHRONICLE
Paul McCartney
racconta in esclusiva
i ricordi e le emozioni
di una vita
“che gli ha dato tutto”
GIUSEPPE VIDETTI
«M
LONDRA
a non è morto?», esclama il fattorino,
mentre consegna il plico indirizzato a
Paul McCartney. «No, John Lennon è
morto, George Harrison è morto. Ma
Paul è vivo e vegeto. E oggi è nostro ospite», risponde impassibile il
portiere del piccolo e prezioso albergo di Tottenham. «Ti sbagli,
Paul è morto prima di John. L’unico vivo è Ringo. Quello che da decenni si spaccia per lui è un sosia», insiste, mentre s’infila il casco,
pronto a risalire sullo scooter.
Incredibile, c’è ancora chi crede a quell’antica leggenda metropolitana. La misero in giro nel 1969, quando tutti si affannavano a
trovare una spiegazione allo scioglimento dei Beatles. Dicevano
che il vero Paul era morto il 9 novembre 1966, decapitato in un truce incidente stradale. All’epoca ci fu anche un attore squattrinato,
certo William Campbell, che dichiarò di essere stato contattato, a
causa della sua somiglianza con Paul, per rimpiazzare il Beatle defunto nel gruppo rock più famoso del mondo. La verità è assai più
banale: quel giorno Paul, che era ancora fidanzato con l’attrice Jane Asher, era a casa del suo blasonato amico Tara Browne, in trip lisergico e con lo spinello in mano. Fu proprio Browne, allora ventunenne e presumibilmente sballato, a schiantarsi con la sua Lotus
Elan contro un camion parcheggiato in una via del centro. Quan-
do lesse la notizia sui giornali, Lennon scrisse di getto A day in the
life, uno dei capolavori di Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, l’album dei Beatles pubblicato esattamente quarant’anni fa.
Paul McCartney è vivo e vegeto, il 18 giugno compie sessantacinque anni e pubblica domani un nuovo album, Memory almost
full, il ventunesimo dallo scioglimento dei Beatles, che non è geniale e grandioso come Sgt Pepper, ma suona tutt’altro che apocrifo. Invecchiando, assomiglia più a Angela Lansbury che al paffuto studentello che, a partire dal 1963, scatenò un’isteria che non
ha uguali nella storia del pop. Non è un periodo felice della sua vita. Il divorzio dalla seconda moglie Heather Mills e le dispute per
l’affidamento della figlioletta Bea, di tre anni e mezzo, sono state le
occupazioni principali degli ultimi mesi. Si è consolato dalla delusione di non aver trovato un’altra Linda, scegliendosi un amore meno esigente, il mandolino, che si è messo a studiare con l’entusiasmo di un musicista al primo anno di conservatorio.
Ci accoglie suonandoci una serenata napoletana. «Roma. Roma,
la bella Roma», esclama in italiano. «Che ricordi! Quando suonammo con i Beatles al Teatro Adriano (27 giugno 1965), incontrammo
Noel Coward nell’albergo dove gli organizzatori ci avevano sistemato, a due passi dallo zoo. Ma il free concertche ho tenuto l’11 maggio 2003 al Colosseo mi ha dato emozioni anche più forti. Vedere
quella marea di gente che riempiva i Fori Imperiali è stata la sensazione più inebriante che abbia mai provato su un palcoscenico».
i luoghi
Shangri-La, il mito diventato business
FEDERICO RAMPINI
cultura
Scipione l’Africano e il suo maestro
PAOLO RUMIZ
la lettura
Una griglia per cuocere all’inferno
BILL BUFORD e CARLO PETRINI
spettacoli
E.T. e Blade Runner, il doppio futuro
IRENE BIGNARDI e SILVIA BIZIO
(segue nelle pagine successive)
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
la copertina
Beatles per sempre
Cinquant’anni fa Paul McCartney incontrava
John Lennon e avviava un sodalizio
che avrebbe modificato la storia della musica
Oggi pubblica il suo nuovo album, “Memory
Almost Full”, e in questa intervista esclusiva
spiega perché non è ancora tempo di bilanci
“Che voglia e che paura
di cambiare ancora”
(segue dalla copertina)
ascia il mandolino a riposo sul divano, e riflette sul
titolo del nuovo disco:
Memoria in esaurimento.
«Non vuol mica dire che
Paul McCartney è arrivato
al capolinea. È solo una frase che ho
letto un giorno sul mio cellulare sovraccarico di sms, e mi è sembrato un
titolo carino, in sintonia con questi
tempi in cui abbiamo troppo di tutto.
Ma c’è poco da fare, è così che abbiamo scelto di vivere. Mi fa incazzare la
gente che dice: “Non ho tempo per
questa cosa o quest’altra”. Mi viene da
rispondergli: “Sì che hai tempo, ne hai
quanto ne vuoi, basta solo che ti organizzi”. Ed è quel che faccio io. Anche
quando la memoria è in esaurimento,
lascio sempre un po’ di spazio per la
vita vera, camminare per strada, annusare l’aria, ammirare la natura. Non
cerco, in questo modo, di trovare la
giusta ispirazione per scrivere nuove
canzoni, grazie a Dio quelle vengono
naturalmente (in questo ho una fortuna sfacciata), lo faccio per sentirmi vivo, per godermi l’essenza della vita. Io
non vado pazzo per i computer, e mi
vengono i brividi quando sento dire:
“Sai, ieri ero al pc e ho fatto una meravigliosa passeggiata in una foresta…
virtuale”. No, guardi, io preferisco un
bosco spelacchiato, purché sia vero.
Ho bisogno di annusarla la natura, io.
E poi, vogliamo parlare del sesso virtuale? Non è roba per quelli della mia
generazione. Eppure un amico della
mia età l’altro giorno se n’è uscito: “Sai
Paul, l’ho fatto in cam, non è poi così
male”. “Sei fuori di testa?”, gli ho detto. “Muoviti! Esci di casa e trovati una
donna”».
Mezzo secolo di canzoni, la militanza nel gruppo numero una della storia
del pop, la comproprietà del repertorio più prestigioso e redditizio dell’ultimo secolo di musica, un patrimonio
di mille milioni di euro (che questo divorzio rischia d’intaccare per il dieci
per cento); molti al posto suo si sarebbero blindati da decenni in una prigione dorata, a godersi i diritti d’autore: quelli di Yesterday per mantenere
lo yacht, quelli di Michelle per la villa
al mare, quelli di Let it be per sostenere le ambizioni della figlia stilista (Stella McCartney), quelli di I want to hold
your hand per la piccolina, e così via.
«Che idea! Non ho mai pensato di
smettere, mai. Ci sono stati, è vero,
momenti di grande pressione nella
mia vita, ma la musica non c’entra, la
musica non mi ha mai causato stress.
Ora sto affrontando un divorzio, è uno
strazio; quando i Beatles si separarono, fu una tragedia. Ma anche in questi frangenti, la musica rimane una
buona compagna, una fonte di salvezza. Le dicevo prima che le canzoni mi
vengono naturalmente, come bisogni
fisiologici. Intendevo dire che non c’è
stato mai un momento in cui ho stentato a trovare l’ispirazione, in cui ho
pensato: chissà se domani riuscirò a
scrivere un’altra strofa o un altro ritornello? Le canzoni, al contrario, mi si
affollano in testa, più ne scrivo, più me
ne vengono».
Ma sessantacinque anni è pur sempre un’età in cui un uomo avrebbe diritto alla pensione, l’epoca dei bilanci,
delle riflessioni. In The end of the end,
nell’ultimo disco, Paul fa ipotesi sull’aldilà. «Non mi considero una persona molto religiosa. Non ho un credo,
ma riesco a percepire chiaramente la
spinta verso una qualche forma di spiritualità insita negli esseri umani, il bisogno di credere che l’universo sia un
posto più grande di quello che sembra, che ci sia una vita oltre la morte.
Ma non so cosa sia né posso immaginare a cosa possa assomigliare Dio. Lo
raffiguriamo come un vecchio signore con la barba, perché abbiamo bisogno di crederlo equo e rassicurante,
generoso e protettivo. Ma questo, per
la verità, è poco razionale. Qualcuno
L
‘‘
John Lennon
Mi chiamò
e mi disse che stava
per pubblicare
un album da solista
e aveva deciso
di lasciare il gruppo
Mi parve strano,
perché per una volta
era Paul a dirlo
e non io
1957
L’INCONTRO
Paul McCartney
incontra John Lennon
e si unisce alla sua
band, i Quarry Man
È il 6 luglio,
giornata storica
per la musica
1
1961
IL DEBUTTO
‘‘
I Beatles suonano
il loro primo concerto
serale al Cavern
di Liverpool. È il 21
marzo. Dall’agosto
dello stesso anno,
la band suonerà tutti
i mercoledì sera fino
al 1963 per un totale
di 292 esibizioni. Il
locale sarà chiamato
“la casa dei Beatles”
2
George Harrison
Tutti e due eravamo appassionati
di chitarre. Mia madre me ne comprò
una, ma Paul, all'inizio, aveva solo
una tromba e ci suonava di continuo
“When the saints go marching in”
Poi capì che se suonava la tromba
non poteva cantare e fece cambio
‘‘
Ringo Starr
All’epoca in cui stava
per uscire “Let it be”,
Paul aveva già pronto
il suo primo disco
da solista e si arrabbiò
molto quando chiesi
di posticiparlo
Alzò la voce, era fuori
di sé, aveva perso
il controllo
1969
LINDA
Il 12 marzo Paul
sposa Linda Louise
Eastman. Sarà
il grande amore
della sua vita. I due
avranno quattro figli,
Heather, Mary, Stella
e James. Non si
separano mai se
non per i nove giorni
in cui Paul finisce
in prigione in Giappone
per possesso
di marijuana. Linda
muore di cancro
il 17 aprile 1998
3
preferisce pensarlo al femminile, come grande madre universale, un’immagine che fa tremare i teologi. Io ho
solo il sentore che il mondo è meraviglioso e che l’universo è un posto incredibile, e questo mi rende ottimista
sull’aldilà. Mi aiuta a superare qualsiasi paura».
Nel 1998, quando Linda morì di
cancro del seno, Paul perse la bussola.
Poche settimane prima aveva convocato una conferenza stampa a Londra
per la pubblicazione dell’album Fleming pie. Proprio quel giorno lei si aggravò. C’erano giornalisti arrivati dall’Australia e dalla Nuova Zelanda,
stremati dal viaggio, che bivaccavano
nell’auditorio. Attesero ore, Paul non
arrivò. Alla fine quel posto era ridotto
a un dormitorio pubblico. Due anni fa,
al Bristol di Parigi, lo aspettarono una
giornata intera, nella hall popolata da
miliardari sauditi e dalle loro inaccessibili consorti. Quando apparve, disse
a tutti: «Ho sette minuti, spero bastino». Bisbetico, intrattabile, oppure
reso fragile dal dolore e dall’avanzare
degli anni?
Oggi è in buona, tutto merito del
mandolino. «Paura d’invecchiare?
Oddio, a chi piace? Quando sono soprappensiero, continuo a immaginarmi come un bel ragazzo di venticinque anni. Poi mi guardo allo specchio, e vedo un’altra realtà. Ma non mi
fanno paura le rughe, è inevitabile, un
destino che ci accomuna. E, francamente, non è tutto negativo, ora guardo la vita con un occhio più rilassato.
Da ragazzo ero ossessionato dalla mia
apparenza, soprattutto quando sapevo che c’erano in giro fotografi. Mi
preoccupavo dei capelli, del completo che indossavo. Ma il fatto che io
continui a immaginarmi l’eterno ragazzo del 1965 è dovuto al fatto che
quando si parla di Paul McCartney i
giornali continuano a usare vecchie
foto di repertorio. Eppure non sono
ancora un rottame. Per questo ringrazio l’Uomo Vogue per avermi dedicato
un servizio fotografico nuovo di zecca
nel numero di luglio. E poi diamine,
un sacco di donne, ragazze anche, sostengono che gli uomini invecchiando diventano più sexy. Io sono d’accordo con loro».
Cinquant’anni fa, d’estate, in cima
ai suoi pensieri c’erano altre priorità.
Il rock’n’roll aveva appena conquistato l’Inghilterra e Paul sognava il suo
posto al sole. Entrare a far parte di una
delle band di Liverpool sarebbe già
stata un’ebbrezza sufficiente a placare l’ambizione di un adolescente di
provincia. Quando in autunno tornò a
scuola, la sua vita era già avviata verso
il cambiamento totale. «Ho un ricordo
vivido dell’anno 1957. Avevo quindici
anni, il mio amico del cuore si chiamava Ivan, frequentavamo la stessa
classe, ma lui era anche molto legato a
un altro gruppo di ragazzi della sua zona, e non faceva che parlarmi “di un
certo John che aveva diciassette anni
e aveva una band...”. Era il 6 di luglio,
la scuola era finita. Insistette per portarmi a una fiera organizzata dalla
parrocchia. Ascoltai John cantare, poi
Ivan me lo presentò. Fu una giornata
particolare per me. E il destino volle
che diventasse memorabile. Il destino? O cos’altro? Ricordo come fosse
ora il momento in cui scivolai dietro il
palco e feci ascoltare a John Lennon
quella canzone, Twenty flight rock,
che Eddie Cochran aveva pubblicato
proprio quell’anno. Mi accompagnai
con la chitarra, cercando in tutti i modi di fare buona impressione. A quanto pare funzionò, due settimane più
tardi mi chiese se volevo far parte dei
Quarry Men. Ero eccitatissimo, felice.
Non sa quante volte, in questi cinquant’anni, ho pensato: se non ci fosse stato Ivan Vaughan non sarei andato a quella festa, e se non ci fossi andato non avrei mai incontrato John, e se
non avessi incontrato John non ci sarebbero stati i Beatles, e così via. La nostra vita è tutta frutto di coincidenze e
piccoli incidenti di percorso». La voce
1
2
FOTO DAVE HOGAN/HULTON ARCHIVE/GETTY IMAGES
GIUSEPPE VIDETTI
Repubblica Nazionale
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
Please please me
The Beatles
1963
IL NUOVO CD
Si intitola Memory Almost Full,
è il ventunesimo album
pubblicato da Paul McCartney
dopo lo scioglimento dei Beatles
e il primo non distribuito
dalla Emi, che da sempre
ha l’esclusiva del catalogo
Parlophone e Apple. Dal 5 giugno
il cd sarà anche reperibile
in diecimila negozi Starbucks
di ventinove paesi. La Hear
Music, l’etichetta che ha prodotto
l’ultimo lavoro di Sir Paul,
è di proprietà della multinazionale
del caffè, sempre più interessata
alla musica
Sgt. Pepper’s
Lonely Hearts Club Band
The Beatles 1967
The Beatles
(White Album)
The Beatles 1968
Ram
Paul e Linda
McCartney 1971
Band on the Run
Paul McCartney
& Wings 1973
3
Memory Almost Full
Paul McCartney
2007
1970
LO SCIOGLIMENTO
Il 31 dicembre
i Beatles si separano
ufficialmente quando
Paul avvia
un procedimento
giudiziario
per sciogliere
la società
e un curatore
fallimentare viene
incaricato di gestire
i loro affari
4
1997
4
CAVALIERE
Già dal 1965
membro dell’Ordine
dell’Impero britannico
per meriti musicali
insieme ai Beatles,
l’11 marzo Paul
McCartney viene
insignito dalla regina
con il titolo
di cavaliere
5
2002
SECONDE NOZZE
L’11 giugno Paul
sposa l’ex modella
Heather Mills
dalla quale avrà
un’altra figlia,
Beatrice. I due
divorziano, dopo
una feroce battaglia
legale per la divisione
del patrimonio
dell’ex Beatle,
il 29 luglio 2006
si spezza, Paul accarezza il mandolino, il pensiero va a John, alla magia
che insieme hanno generato.
A Ivan, nato anche lui il 18 giugno
del 1942, Lennon e McCartney sono
stati riconoscenti per tutta la vita. Dopo la laurea, Vaughan trovò impiego
come maestro. Fu sua moglie Jan, insegnante di lingue, che aiutò i Beatles
a comporre il testo francese di Michelle. Quando morì di Parkinson, nel
1994, Paul fu sconvolto. Iniziò a scrivere poesie. «Non lo facevo da quando
ero bambino», dice. Ivan era parte attiva della comunità floreale dei Beatles anche quando il quartetto cominciò a scrivere Sgt Pepper. Che uscì esattamente dieci anni dopo il primo incontro di Paul con John. «Avrei bisogno di tre anni per raccontare quello
che accadde dal ‘57 al ‘67. Tutto cambiò di colpo, diventammo molto famosi in quei dieci anni, prima molto
conosciuti, poi straordinariamente
popolari, infine universalmente noti.
Non solo le nostre vite, ma anche le
nostre menti cominciarono a espandersi in territori sconosciuti. Poco dopo, incontrai Linda, e iniziò un nuovo
periodo. Così Paul McCartney cominciò ad avere a che fare con moglie e figli. Famiglia, come dite voi italiani.
Che bella parola! Suona calda, generosa. Con la nuova band, i Wings, fu
difficile all’inizio. Era gratificante avere l’opportunità di continuare a far
musica, ma era mortificante vivere all’ombra dei Beatles, un gruppo leggendario e talmente famoso da scoraggiare qualsiasi paragone. Mi fa piacere che oggi ci sia una riscoperta dei
Wings e una rinascita del rock. Qualcuno va predicando che questo è un
periodo morto per la musica. Io non
sono d’accordo. Ci sono giovani gruppi come Kaiser Chiefs e Snow Patrol
che sanno il fatto loro. Lo sperimentalismo dei Radiohead ha prodotto frutti magnifici. I computer non sono ancora riusciti a metterci fuori uso. Il pericolo, di questi tempi, è che affidandoci anima e corpo alla tecnologia, finisce che diventiamo schiavi delle
macchine. Mi pare che oggi ci sia una
reazione dei giovani nei confronti della tecnologia, preferiscono la chitarra
elettrica ai sintetizzatori».
Non ha fatto simpatia, né ai figli né
al pubblico, che Paul, a quattro anni
dalla morte di Linda, si sia risposato
con Heather Mills. «La solitudine gioca brutti scherzi», dice. Ma oggi che è
di nuovo un uomo libero, il pensiero
corre alla donna con cui ha vissuto
trent’anni. Gratitude, nel nuovo disco,
è dedicata a lei. «A Linda devo essere riconoscente per essermi stata accanto
fino alla morte, senza di lei non sarei
sopravvissuto artisticamente alla separazione dei Beatles. Ma Gratitude è
una canzone che ho scritto pensando
a tutto quel che di buono ho avuto dalla provvidenza, e in cima alla piramide
ci sono lei, i miei figli, poi i Beatles, gli
amici, Dio. Sono un privilegiato che a
un certo punto ha sentito il bisogno di
dire grazie. L’altro giorno qualcuno mi
ha chiesto se ho dei rimpianti. Non mi
hanno preso sul serio quando ho risposto: “Ho il rimpianto di non saper
pattinare”. Lei sa pattinare sul ghiaccio? No? E non le dispiace? A me dispiace. Io rimpiango solo di non saper
fare piccole cose, le grandi le ho avute
tutte a portata di mano».
Paure? «Qualcuna. Sono in un periodo di cambiamento, che a sessantacinque anni è pur sempre un rischio. Sto divorziando, e mi chiedo se
avrò ancora diritto a un briciolo di felicità. Lei è sposato? No? Beato lei che
non vive nell’incubo che dopo il divorzio forse non ci sarà nessun’altra.
Ma mi fa più paura la stupidità dei politici, perché adesso ho la certezza che
se ne infischiano della gente». Riprende il mandolino, improvvisa un’altra
serenata. Ci accompagna verso l’uscita col sussiego di un posteggiatore navigato. Il portiere lo guarda compiaciuto. Che follia pensare che sia un sosia.
5
Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
il reportage
Emergenza rifiuti
Si chiama Ochiul Boului, occhio di bue, è la più grande
discarica della Romania, quella dove qualcuno voleva
stivare l’immondizia di Napoli. Un “mondo alla fine
del mondo”, un regno dantesco abitato dal popolo
dei riciclatori che avvelena tutto quello che c’è intorno
E, anche, un business controllato da mani italiane
Nella pattumiera d’Europa
ATTILIO BOLZONI
S
BUCAREST
cavano ancora sulla collina.
C’è un altro buco, il più grande. Fra qualche mese, in bilico sulla sua cima resteranno
solo la basilica di pietra bianca e il piccolo cimitero. Li dovranno pregare tanto i loro santi Mihail e Gavril quelli che
abitano nella valle dove gli alberi di fico
non fanno più fichi e i ciliegi non danno
più ciliegie, dove gli orti sono morti e gli
uomini dannati.
Sentono il suo fiato. Ci camminano
sopra a quelle alture che sembrano di
cartapesta. In certi giorni prendono anche forme di animali. Di un leone, un
serpente, un muso di cane. Si arrampicano sui resti di quattro o cinque o sei
milioni di loro simili. I vapori stordiscono, i colori si mescolano. Al sole diventano un grigio che acceca. Ogni tanto
passa un treno che scompare dietro la
curva. È dietro la curva che c’è il mondo
alla fine del mondo. È a dieci chilometri
da Bucarest che c’è la discarica più spaventosa della Romania.
Il nome gliel’ha dato la valle: Ochiul
Boului, occhio di bue. Fino a una trentina di anni fa c’era un lago e c’era un pascolo, poi Ceausescu ha portato la spazzatura della capitale e Ochiul Boului è
stato sepolto per sempre. Per centodiciannove ettari è una gobba fradicia che
si allunga e si allarga, sale, scende, si rialza fino a una quarantina di metri e dentro di sé ha crateri fumanti come i vulcani, fosse nere, crepacci. Le sue nebbie si
spingono fino a Glina e a Popesti Leordeni, paesi sventurati scivolati in una
delle pattumiere più gigantesche d’Europa.
Un recinto verde segna un confine
che non c’è più. I camion sollevano nuvole di polvere e poi vengono ingoiati
nella sacca. Ai cancelli fanno la guardia
gli zingari. Assoldati per sorvegliare e
malmenare chi si inoltra fra le creste dei
rifiuti a raccattare ferro, plastica, vetro,
scarpe sfondate, rimasugli di cibo. È il
popolo che sopravvive con gli scarti degli altri. Sono puntini neri quegli uomini e quelle donne e quei bambini che vagano per Ochiul Boului. Si muovono
lentamente, gli occhi che cercano, le
mani che frugano, sprofondano nel
marcio fino alle ginocchia, riaffiorano
dalla loro miserabile caccia sempre con
qualcosa che li farà resistere ancora un
giorno.
Siamo su uno dei precipizi dove volevano trasportare la «munnezza» di Napoli, nascondere qui quello schifo che si
distende fra Portici e il Vesuvio, qui dove fanno sparire tutto, ogni specie di rifiuto. Quello di Bucarest e quell’altro
che viene da lontano, quello stipato sui
vecchi autocarri che sbuffano sulle rampe dopo il tramonto, dei container che
sbarcano al porto di Costanza, dei vago-
ni che partono dalla Bulgaria, dei carichi
fantasma che giungono da Istanbul. E
pure dall’Italia. Scambi. Traffici. Mafie.
Il tanfo è spinto da un vento caldo al di
là del recinto. Si spande verso una campagna rinsecchita, trafitta da piloni dell’alta tensione e scheletri in cemento armato. Caserme diroccate, capannoni
deserti. È la ferrovia che taglia in due la
strada che sbuca a Popesti Leordeni.
L’ultima casa prima della discarica è
quella di Niculina Anghel. È nata cinquantasette anni fa in questa casa e non
se n’è mai andata. Dal suo balcone vede
quello che stanno facendo ancora nella
valle, un centinaio di metri più giù. Le
ruspe risalgono il fianco della collina
che è sempre più sottile, sta quasi per rotolare nel solco dove una volta scorreva
il fiume Dambovita. «E poi il fiume si allargava fino a formare un laghetto, c’erano le trote e le carpe, e attorno c’erano
le mucche e i bambini giocavano laggiù», ricorda Niculina.
È diventata ogni giorno più grande la
discarica di Ochiul Boului. «Prima o poi
inghiottirà anche la mia casa», dice. Mostra un foglio, la petizione firmata dalla
metà dei dodicimila abitanti di Popesti
Leordeni. Si sono rivoltati contro quel
letamaio che si muove come se fosse
una cosa viva, che manda fuori i suoi fetori, che sta conquistando anche gli ultimi metri rimasti ai giardini, ai cortili,
alle stradine poderali. «È tutto inutile:
noi siamo piccoli e i padroni della spaz-
zatura sono grossi, troppo grossi per
noi», sussurra Niculina. Per legge la discarica dovrebbe chiudere nel 2012. Ma
scavano, scavano sempre in fondo alla
valle.
Oltre la ferrovia c’è un “magazin
mixt”, uno spaccio. Mirella e suo marito
Valentin vendono frutta, birra, giornali,
pane, gelati. Sono accerchiati dalla feccia, ci vivono dentro. Pagano anche loro
la gabella, la tassa sui rifiuti. Poco meno
di diciotto lei, l’equivalente di cinque o
sei euro al mese. Un sacco al giorno che
si portano via in un bidone e quasi venti
milioni di tonnellate che lasciano sull’uscio della loro casa. Mirella e Valentin
raccontano cosa è accaduto l’altro anno
nell’ultima settimana di maggio, dopo
la grande alluvione che ha sommerso le
regioni più a nord. Mirella non se lo dimenticherà più: «Trascinati dall’acqua
sono annegati migliaia di cavalli, di cani, di maiali. Li hanno portati tutti qui,
ogni notte li infilavano di nascosto a
Ochiul Boului». E Valentin ha scavalcato il recinto per scoprire la fine che facevano: «Li ho visti sotterrare, uno sopra
l’altro». Le lasciavano lì carcasse, le lasciavano imputridire nel ventre della discarica. Sono cambiati anche gli odori in
quelle notti. Le zaffate arrivavano fino ai
due paesi, un puzzo aspro. Per scacciare mosche e zanzare fecero venire le autobotti e cominciarono a rovesciare disinfettanti con le pompe. La discarica
era illuminata da potenti fari, ogni tanto
ululavano anche le sirene. Un’apocalisse.
È sporca l’aria. È sporca la terra. È
sporca l’acqua. «Noi la facciamo bollire
prima di lavarci o cucinare», dice Manole Marin, “primar” di Glina, il sindaco di
quell’altro paese che è finito in questa
tragica periferia romena dove fino a
qualche anno fa c’erano sedici fabbriche e oggi c’è solo quella spaccatura nei
campi con le sue sporgenze infette.
Un’altra curva ed ecco Glina, altri settemila appestati da Ochiul Boului. I castagni selvatici bruciati. L’erba gialla, malata. Una lunga via dritta e poi tante traverse tutte uguali. Strada Ingusta, strada
Veli, strada Revolutey, strada Rozeloy.
Se Popesti Leordeni è costruita qualche
metro più in alto, Glina è ancora più
sciagurata. Sta sotto, schiacciata e soffocata. È rassegnato il sindaco Marin: «Ci
hanno tolto la vita giorno dopo giorno e
anno dopo anno, ci hanno ucciso lentamente in una camera a gas». E spiega come l’immondizia della capitale ha raggiunto le porte del suo paese.
Era il 1976 quando Nicolae Ceausescu
decise di mettere il pattume di tutta la
sua Bucarest proprio là, a sud est, in
quella campagna che avanza per trecentocinquanta chilometri fino al mare
di Costanza. Arrivarono subito i bulldozer. Nel 1978 cominciarono a scaricare.
Sparì il fiume. Sparì il lago. Sparirono le
mucche. Una voragine e una montagna,
un’altra voragine e un’altra montagna.
JURGHEN HANS
SCHULT
Trash People
Guerrieri di latta
riciclata
CLAES OLDENBURG
ANDY WARHOL
Mozzicone di sigaretta
Gesso colorato
Big Torn Campbell’s Soup Can ( Pepper Pot)
Pittura su tela, 1962
ENRICA BORGHI
Anello in plastica riciclata
2000
ROBERT RAUSCHENBERG
Cardbird III (Turkey)
offset collage di vari materiali,1971
JOHN CHAMBERLAIN
EMILY PILLOTON
Etruscan Romance
Acciaio cromato dipinto, 1984
Human Nest. Nido per bambini
Bamboo e stracci colorati
Repubblica Nazionale
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
1976
l’anno
di apertura
della discarica
119
gli ettari
di terra coperti
di rifiuti
9mln
gli euro pagati
per averne
il controllo
VICINO BUCAREST
Due immagini
della discarica
di Ochiul Boului,
a dieci chilometri
da Bucarest
gnore dei rifiuti di Bucarest fa sorvegliare la sua grande discarica da una banda
di rom. «Buttate fuori l’italiano di merda», ordina Victor appena entriamo nel
suo regno. I ficcanaso non gli piacciono.
Ma non ce l’ha con gli italiani. Anzi: con
loro ha sempre fatto tanto business. È
l’immondizia che li tiene insieme. Ogni
fila di camion che si infila oltre il recinto
è una palata di soldi per Victor Dombrovshi e suoi soci. Quelli di minoranza
erano fino a qualche mese fa due fratelli di Rieti, Sergio e Giuseppe Pileri, imprenditori di successo a Bucarest. Hanno interessi nel lotto, negli ippodromi,
nel campo immobiliare, in aziende
informatiche. Sono anche gli editori di
Piazza Italia, «periodico di informazione europea degli italiani in Romania». Il
socio di maggioranza dell’“Sc Ecorec
Sa”, che ha come patrimonio l’abisso di
Ochiul Boului, è un siciliano molto noto. Per i magistrati di Palermo è Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, il famigerato sindaco mafioso degli anni
Settanta.
La spazzatura non ha frontiere. Come
il denaro. Il 21 ottobre di due anni fa Victor Dombrovshi ha ceduto per 9 milioni
e 375 mila euro l’82 per cento della sua
“Sc Ecorec Sa” ad “Agenda 21”, una società controllata dalla “Sirco spa” che a
sua volta è controllata dal giovane Ciancimino attraverso i suoi avvocati prestanome. Nella compravendita ha fatto da
consulente un vecchio amico dei sicilia-
Ci sono due paesi,
Papesti Leordeni
e Glina, nella valle
dove gli alberi di fico
non fanno più fichi
e i ciliegi non danno
più ciliegie, dove
gli orti sono secchi
e gli uomini dannati
Nelle loro case
si sente il fiato
del letamaio, come
se fosse una cosa viva
ni, l’ingegnere Romano Tronci. È un conoscitore profondo di quelli che prima
della caduta del Muro erano «i paesi dell’Est», ha buone conoscenze a Milano
dove è rimasto invischiato in una coda
di Tangentopoli, ha fatto qualche colpo
anche in Sicilia. I boss di Corleone lo
chiamavano «il comunista» perché curava alcuni appalti per le coop rosse. Appalti di rifiuti. A Palermo attraccava il
suo panfilo ai moli della Cala, poi scendeva in città e si sedeva intorno al «tavolino» dove c’era la spartizione fra i mafiosi e i califfi della Regione. Tre per cento agli uni e tre per cento agli altri. L’ingegnere è finito sotto processo per la discarica di Bellolampo. I rifiuti, sempre i
rifiuti.
È un «giro» quello dell’immondizia.
Italia, Romania, Milano, Palermo, Roma, Napoli, i soliti nomi, i soliti indirizzi. Un incastro di sigle, azioni cedute o
acquistate per confondere, scatole cinesi, teste di legno che si registrano alle
camere di commercio e firmano contratti milionari. Siamo andati a cercarli
gli uffici delle società che fanno capo
all’“Agenda 21” di Massimo Ciancimino. Da Ochiul Boului al km zero di Bucarest, il cuore della capitale. C’è la “Sc
Ecorec Sa”, c’è la “Salub”, ci sono la “Sc
Ecologica Mures” e la “Sc Ecologica Baicoli”. Sono tutte nate per riciclare spazzatura, le abbiamo trovate tutte nel Sector 2, in Strada Tunari numero 49. È una
palazzina color corallo a meno di un chi-
lometro dal centro, un isolato prima
della grande caserma dell’Igp, l’Ispettorato generale della polizia romena. In
Strada Tunari 49 ci sono anche la redazione del periodico Piazza Italia e le
stanze dell’Agenzia Obiettivo Lavoro,
che è sempre dei fratelli Pileri. È piccolo
il mondo alla fine del mondo. Si conoscono tutti. La spazzatura è una colla
che non li fa staccare mai.
Per tornare a Ochiul Boului si oltrepassa ancora la ferrovia. Niculina è sempre là sul suo balcone a guardare le ruspe che svuotano la collina. Al Comune
di Popesti Leordeni è appena arrivato il
sindaco. «A me non importa chi sono i
padroni di queste discariche né mi importa da dove vengono i soldi», sbotta
Grigor Trache, il “primar” che non si lamenta come il suo collega di Glina della
peste portata a Ochiul Boului. È di religione cattolica Grigor, sulla sua scrivania bacia una grande Madonna di Lourdes in legno. Gli chiediamo di Victor
Dombrovshi. «Un grande imprenditore», dice. Gli chiediamo anche dei suoi
soci. È infastidito, risentito: «Voi in Italia
prima chiudete in carcere le persone e
poi fate le indagini, da noi non vanno così le cose...».
Sono i corvi appostati sui rami che annunciano la lunga fila di camion che si
sta avvicinando alla discarica più grande della Romania. Gli zingari aprono i
cancelli. I corvi si avventano sull’ultimo
carico di Ochiul Boului.
MICHELANGELO
PISTOLETTO
Venere di stracci
Cemento, mica
e stracci, 1967
I bastioni infetti di Leonia
città che rinasce ogni giorno
ITALO CALVINO
a città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con
saponette appena sgusciate dall’involucro,
indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae
dal più perfezionato frigorifero barattoli di
latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi
di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi
di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che
dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si
misura dalle cose che ogni giorno vengono
buttate via per far posto alle nuove. Tanto che
ci si chiede se la vera passione di Leonia sia
davvero come dicono il godere delle cose
nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere,
l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito
che ispira devozione, o forse solo perché una
volta buttata via la roba nessuno vuole più
averci da pensare.
L
ANONIMO
Cestino per rifiuti
Carta riciclata
di poster
pubblicitari
Dove portino ogni giorno il loro carico gli
spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori delle
città, certo; ma ogni anno la città s’espande,
e gli immondezzai devono arretrare e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano
su un perimetro più vasto. Aggiungi che più
l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi
materiali, più la spazzatura migliora la sua
sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a
fermentazioni e combustioni. È una fortezza
di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. [...]
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città,
che anch’esse respingono lontano da sé
montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di
spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra
le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. [...]
Tratto da “Le città invisibili”
© 1993 by Palomar Srl e Arnoldo Mondadori
Editore Spa, Milano
© 2002 by The Estate of Italo Calvino
e Arnoldo Mondadori Editore Spa, Milano
ARTE TRASH
In queste immagini,
oggetti d’arte
confezionati
con immondizia
o ispirati al tema
dei rifiuti
Repubblica Nazionale
FOTO ANGELO FRANCESCHI
Così è cresciuto il più grande deposito di
rifiuti urbani della Romania. Hanno
aperto varchi in ogni suo lato. Nel 1981.
Nel 1987. Nel 1994. Nel 2001 e nel 2004.
Peggio del dittatore sono riusciti a fare
solo quelli che la discarica l’hanno comprata dopo. L’hanno riempita. E ogni
volta che avevano finito di riempirla, cominciavano di nuovo a fare buchi. Scavano, scavano sempre nello sfacelo di
Ochiul Boului.
È la spazzatura l’affare formidabile
nella Romania di questi ultimi anni.
Forse ancora più della droga. Più della
tratta delle ragazze. Le società di smaltimento di rifiuti sono almeno quante i
casinò e le sale da gioco, sessantaquattro contate ufficialmente fino al 2005, in
realtà più di settanta e solo nel distretto
di Bucarest. Sono nelle mani di russi e
israeliani, gruppi indipendenti. Le società “ecologiche” hanno invece tutti finanziatori italiani e sono quasi tutte legate una all’altra. Anche quella più grande. Anche Ochiul Boului. È il tesoro di
Bucarest. La “via balcanica” dei rifiuti
passa fra Glina e Popesti Leordeni.
Chi è che comanda nella pattumiera
romena? Chi è il padrone di Ochiul Boului? «Il signor Victor», rispondono al telefono. La società è la “Sc Ecorec Sa” e il
suo direttore generale si chiama proprio
Victor, Victor Dombrovshi. Il direttore
della produzione è suo figlio. Il direttore
del personale è suo nipote. Tutto in famiglia. Quello che si presenta come il si-
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
la memoria
Festeggia ottant’anni di vita un’istituzione di New York
Remainder di lusso
che si trova tra la Dodicesima e la Broadway. Un posto in cui
due milioni e mezzo di volumi usati sono distribuiti su quattro
piani secondo un ordine anarchico ma sublime. Nacque
quando il suo fondatore decise di vendere la sua biblioteca
privata. Oggi è il simbolo dell’anti-corporate. E funziona
Strand, diciotto miglia di libri
1927
1956
Ben Bass apre la Strand
sulla Quarta Avenue
La libreria si sposta
nell’ex cinema sulla Broadway
ANTONIO MONDA
P
NEW YORK
er il newyorkese doc è la libreria per antonomasia. Più colta, più autentica, più appassionante di qualunque Barnes & Noble o Borders, e più grande, più
ricca e più varia di una qualunque libreria indipendente. All’angolo tra la Dodicesima e la Broadway dove è situato l’ingresso principale, la Strand Bookstore
esibisce con orgoglio un’insegna in cui si
annuncia che il visitatore ha a disposizione diciotto miglia di libri, che in termini
numerici equivale a un totale di due milioni e cinquecentomila volumi. Nei
quattro piani della sede storica non esiste
argomento che non abbia un proprio settore, o almeno uno scaffale, ma la collocazione dei generi principali riflette in
maniera sintomatica lo spirito laico, liberal ed edonista della città: al terzo piano
sono esposti i libri rari, al secondo i volumi d’arte (insieme a quelli di spettacolo,
design e architettura), al pianterreno la
narrativa e l’umorismo, e nell’interrato la
religione e la scienza. I testi di cucina, significativamente, attraversano trasversalmente tutti i piani.
Per coloro che vivono a Manhattan,
ma anche per chi viene da turista o la frequenta per lavoro, Strand è molto più di
una libreria: è un centro di vita culturale
e nello stesso tempo un’icona della vita
newyorkese, che celebra sfacciatamente
la propria realtà immutabile nel cuore di
una metropoli che ha fatto del continuo
rinnovamento la propria principale caratteristica. E anche in questi giorni, in
cui si festeggia l’ottantesimo anniversario con una festa alla quale interverranno
scrittori, intellettuali e star del cinema, si
presenta orgogliosa della propria polverosità e del proprio disordine.
L’esterno del locale è circondato da
una serie di banchi nei quali sono messi
in vendita libri usati a un dollaro, e l’interno costringe il visitatore a un percorso
labirintico, che smentisce ogni strategia
di mercato, e segue invece accostamenti
arditi: l’opera omnia di Melville è proposta insieme a Maus di Art Spiegelman,
Cent’anni di solitudineinsieme a una copia autografata di King of the World, il libro scritto da David Remnick su Mohammad Ali. E ancora: i romanzi di Martin
Amis sullo stesso bancone dei libri su
Chuck Close, quelli di Ian McEwan insieme ai testi sull’Actors Studio e a un libro
introvabile in cui Lee Strasberg parla della necessità artistica del “Metodo”. The
Leopardcioè Il Gattopardo(è uno dei pochissimi testi italiani esibiti nella zona
privilegiata vicino all’ingresso), è accanto al libro fotografico di Bert Stern su Marilyn Monroe, e nel bancone di fronte
campeggiano i racconti di Isaac Singer e
la “trilogia della pianura” di Cormac McCarthy.
Il disordine tende a scomparire man
mano che ci si avvicina agli scaffali, ma
ciò non impensierisce affatto il visitatore,
divertito dall’idea di trovarsi in una specie di caotico mercato del libro frequen-
tato dall’intellighenzia newyorkese che
ama organizzare in questo luogo incontri, reading e presentazioni nelle quali si
ribadisce che la cultura ha bisogno proprio di questa energia disordinata, e rifiuta l’approccio lussuoso e asettico delle grandi catene librarie, più simili a supermarket che a centri di cultura. Strand
è l’antitesi orgogliosa e romantica del
concetto di “corporate”: è uno degli ultimi posti in America, e forse anche nel
mondo, in cui un libro ha un valore prima
che un prezzo. Ma è anche il luogo che
esalta la capacità imprenditoriale del singolo, che rifiuta il concetto di agglomerato industriale e riesce ad affermarsi grazie alla propria abnegazione e alla forza
della propria idea. Da questo punto di vista rappresenta la quintessenza dello
spirito americano.
Questa mescolanza di pragmatismo e
romanticismo è visibile sin dal pianterreno: molti dei volumi hanno l’etichetta
Strand Price, che indica il prezzo ribassato che solo la libreria è in grado di offrire,
e spiega meglio di ogni altra cosa perché
Strand è il paradiso per il lettore ma l’inferno per lo scrittore: se il primo riesce a
trovare di tutto a prezzo stracciato, il secondo deve affrontare la realtà delle rese
invendute dei propri testi, o dei libri inviati ai recensori, che cominciano ad apparire sui banconi negli stessi giorni in
cui vengono pubblicati.
In questi giorni di celebrazione viene
esposta in vetrina, accanto alla Remington 10 utilizzata per tenere i conti all’epoca dell’apertura, la storia della libreria,
che venne fondata da Ben Bass sulla
Quarta Avenue, nell’isolato opposto rispetto a quello attuale. Bass investì nel
progetto seicento dollari, cifra che rap-
‘‘
La Strand
è una macchina
del tempo,
un transporter,
un allucinogeno
e un intossicatore...
Semplicemente
è tutto qui
ADAM GOPNIK
scrittore
Repubblica Nazionale
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
‘‘
La scritta “a metà prezzo” della Strand
è la più profonda delle recensioni
ANATOLE BROYARD
critico letterario del New York Times
Una grande miscela di newyorkesità letteraria,
non nuova di zecca, non pretenziosa, idiosincratica
KURT ANDERSEN
scrittore
i clienti
2007
La Strand oggi, la più grande
libreria dell’usato del mondo
ILLUSTRAZIONE DI TULLIO PERICOLI
‘‘
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
presentava tutti i suoi risparmi, ed iniziò
mettendo in vendita la propria collezione di libri. Il nome lo scelse in onore della
celebre casa editrice inglese, e decise di
aprire la sede originaria sulla cosiddetta
“Book Row”, la strada che congiunge tuttora Union Square ad Astor Place. All’epoca dell’apertura in quei pochi isolati
c’erano ben quarantotto librerie, che offrivano le più importanti novità editoriali provenienti dall’Europa e i libri dei
principali autori americani, ma oggi
Strand è l’unica ad essere sopravvissuta.
Sin dagli inizi, Bass impostò il lavoro in
una chiave familiare, e chiamò il figlio
Fred a lavorare dietro il bancone originale quando quest’ultimo aveva solo tredici anni. Fred cominciò a gestire in prima
persona la libreria nel 1956, e ancora oggi siede ogni giorno accanto alla cassa,
supervisiona gli acquisti e le vendite, organizza gli eventi più importanti, dirige
uno staff di duecento persone e la seconda libreria aperta a Southstreet Seaport,
più piccola nelle dimensioni, ma identica nello spirito. È stato Fred che ha deciso di spostarsi nella sede attuale e, sin dagli anni Sessanta, grazie alla sua prodigiosa memoria e alla vastissima conoscenza bibliografica ha conquistato la
stima e l’affetto di personaggi diversissimi quali Saul Bellow, Allen Ginsberg, Jacqueline Kennedy, Jorge Luis Borges, Richard Avedon, Andy Warhol e Kurt Vonnegut.
La prima consacrazione ufficiale avvenne nel 1970, quando il premio Pulitzer George F. Will scrisse, in un pezzo intitolato Hail to thee, Old Strand (cioè Ave
a te, vecchia Strand): «Le otto miglia che
sono degne di essere salvate in questa
città sono all’angolo della Dodicesima e
Broadway, e sono gli scaffali pieni di libri
della Strand». A distanza di trentasette
anni, le miglia sono diventate diciotto ed
i clienti abituali della libreria non sono
meno prestigiosi: Fred Bass cita con soddisfazione Jules Feiffer, Umberto Eco,
Chuck Palahniuk, Salman Rushdie, Steven Spielberg, David Mamet e, novità
dell’ultimo decennio, star del cinema come Julia Roberts, Tom Cruise, Uma
Thurman, Johnny Depp, e della musica
come Bono, Bjork e persino Michael
Jackson.
Lo scorso anno è stata venduta per
centomila dollari una raccolta di tutte le
opere di Shakespeare datata 1632, e Bass
si dichiara alquanto sorpreso di non aver
trovato ancora un acquirente disposto a
spendere quarantamila dollari per una
copia illustrata dell’Ulisseautografata da
Joyce e da Matisse. Ma sul piano del semplice commercio la novità più significativa è quella denominata Books by the foot,
un servizio di vendita di libri al metro
quadro con funzione decorativa, che
possono essere ordinati via Internet a seconda dell’altezza degli scaffali. L’idea di
offrire la consulenza di un decoratore di
interni è di Nancy Bass Wyden, figlia di
Fred e prossima erede della libreria, che
definisce il progetto un segno dei tempi e
ribadisce con un sorriso orgoglioso l’inscindibilità dell’anima romantica da
quella pragmatica.
Alcuni assidui frequentatori
della Strand di ieri e di oggi
La grotta del tesoro
nel cuore di Manhattan
A.M. HOMES
lla bella età di ottant’anni, la Strand non è soltanto un’istituzione
della vita culturale newyorchese, è anche una destinazione internazionale, una celeberrima libreria indipendente che la famiglia
Bass possiede e gestisce dal 1927. La Strand è e rimane la libreria per eccellenza, un luogo leggendario, un ricettacolo di tesori nascosti. Lo slogan del negozio (18 miles of books, diciotto miglia di libri) la dice già lunga. Scrittori, editori, bibliotecari e collezionisti di libri si aggirano attraverso i cinquemila metri quadri di caos organizzato e odore di polvere,
inchiostro e libri antichi, alla caccia di quell’unico volume indispensabile che non sai neanche qual è fino a quando la tua mano non ci capita sopra per caso. Quando l’elettronica ha preso il sopravvento nel campo
dell’acquisto di libri e delle ricerche bibliotecarie, e sono scomparsi i cataloghi cartacei e i libri ammonticchiati, posti come la Strand sono diventati ancora più importanti. Scaffale dopo scaffale, tavolo dopo tavolo, la pletora di libri di ogni genere incoraggia a sfogliare, induce al libero gioco delle associazioni: è il luogo dove perdersi, dove sognare ad occhi aperti; entrare ed uscire rapidamente è impossibile, sembra che il pavimento stesso eserciti una sorta di attrazione gravitazionale, una benigna distesa di sabbie mobili storico/culturali.
I clienti, dal serioso allo squattrinato al fanatico, girano tutti per il negozio con la testa girata di lato, a leggere il dorso dei libri in esposizione.
Il personale, composto da bibliofili appassionati con interessi e competenze nelle aree più disparate, è altrettanto variegato dello scenario circostante: negli anni, hanno lavorato alla Strand innumerevoli scrittori,
e anche poeti del rock come Patti Smith e Tom Verlaine. La libreria compra ogni giorno libri «nuovi» (spesso un titolo arriva alla Strand parecchie settimane prima di arrivare nelle grandi catene), a riprova di come
questo posto sia un paradiso per gli addetti ai lavori. Professionisti dell’editoria, critici, editori vendono le loro copie omaggio alla Strand in
cambio di un prezzo poco più che simbolico, e a loro volta le biblioteche
comprano i libri dalla Strand a un prezzo più basso di quello offerto direttamente dagli editori.
Uno dei segnali che sei arrivato davvero, come scrittore, è trovare in
magazzino qualche copia del tuo libro, spesso con i materiali destinati
alla stampa ancora dentro. Quando ero una giovane scrittrice, con un
piccolo appartamento e poco spazio, portavo i miei vecchi libri a Fred
Bass, lui gli dava un’occhiata e mi proponeva due cifre, una se volevo essere pagata in contanti, una se volevo essere pagata con un credito sui libri: io sceglievo sempre il credito e spesso andavo direttamente al secondo piano dell’edificio adiacente, la famigerata sala dei libri rari. È stato qui che ho trovato una prima edizione, firmata dall’autore, di Undici
solitudini, di Richard Yates: la dedica portava scritto «A Patty, che mi ha
portato i fiori». E poi, prime edizioni di John Cheever e Truman Capote,
e anche volumi di Maurice Samuel, mio lontano cugino.
In questo piccolo, e ancora più polveroso, angolo del negozio c’è sempre un gruppetto di persone radunate a esaminare qualcosa: le bozze di
un libro ancora non pubblicato con una firma strana, un raro volume
antico, un catalogo ragionato di artisti, un’edizione limitata di un poeta. Nel corso degli anni, ho stretto amicizia con alcune delle persone che
lavorano in quella sala: il mio preferito è Eddie Sutton, un tizio che suona il piano, che ho conosciuto nel lontano 1989, quando fu pubblicato il
mio primo romanzo: lui sapeva chi ero, ancora prima che lo sapessi io!
Negli anni mi è capitato spesso di chiamare il banco delle copie omaggio riciclate, nel seminterrato, chiedendo un titolo e, se non ce l’avevano, nel giro di poche ore miracolosamente riuscivano a trovarlo. E per le
mie ricerche mi affido spesso alla sterminata quantità di materiali contenuti nei magazzini del negozio, telefonando a Eddie, con suo grande
divertimento, con richieste apparentemente un po’ strane del tipo «Mi
servirebbero tutti i titoli dei libri scritti dal presidente Ronald Reagan o
che hanno a che fare con lui». Lui mi chiede semplicemente, «Che cosa
hai in mente questa volta?», e io confesso: un racconto, un romanzo,
un’opera teatrale. Non esco mai da Strand a mani vuote, vado sempre
via carica di libri, è più forte di me. (Traduzione di Fabio Galimberti)
A
L’ultimo libro dell’autrice pubblicato in Italia :
“Questo libro ti salverà la vita”, Feltrinelli
JORGE LUIS BORGES
Il suo amore per i libri
si rispecchia nel suo racconto
La Biblioteca di Babele
ALLEN GINSBERG
Amava anche la libreria
City Lights di San Francisco
che lo pubblicò
PATTI SMITH
La cantante e poetessa rock
da giovane lavorò
alla libreria Strand
UMBERTO ECO
Un capolavoro
la descrizione della biblioteca
de Il nome della rosa
JULIA ROBERTS
Star del cinema innamorata
di un modesto libraio
nel film Notting Hill
Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
i luoghi
Himalaya leggendaria
In principio c’era Shambhala, paradiso in terra narrato
dai testi sacri tibetani. Poi l’Occidente creò la favola
di “Orizzonte perduto”, libro di James Hilton
e film di Frank Capra. Ora la favola rinasce a Deqen,
tramutata da Pechino in una Disneyland esoterica
CARTOLINE
FOTO IMAGINECHINA
In queste pagine alcune foto
della provincia dello Yunnan
dove è stata battezzata la nuova
Shangri-La e immagini del Tibet
Il business di Shangri-La
M
de che si chiamano Himalayan Garden
Inn, Himalayan Café ed anche Google
Café e Balcony Laptop: per viaggiatori
ansiosi di restare in contatto via Internet
col resto del mondo. Un’accozzaglia di
stili incolla fianco a fianco le case rifatte in
stile tibetano e le pagode cinesi. Una folla di turismo che si crede alternativo — insieme agli occidentali spunta anche
qualche “saccopelista” cinese con buffi
capelli acconciati in trecce rasta — si mescola alle donne dal costume tradizionale. Loro hanno il turbante rosa, i pantaloni neri ricoperti di gonne-grembiuli di lana a strisce parallele di tutti i colori dell’arcobaleno. Sulle spalle hanno il grosso
canestro per portare il bambino, o la frutta, o i tessuti da vendere al mercato.
Sovrasta la cittadina il monastero Senze Ling detto “il piccolo Potala” perché
imita la celebre dimora millenaria dei Lama a Lhasa, la capitale del Tibet. Ha la
stessa posizione coricata su un fianco di
montagna, i bei cubi regolari delle celle
monacali, le fondamenta di pietra bianca e i piani alti di terra rossa. Ma l’originale del Diciassettesimo secolo fu completamente distrutto durante la Rivoluzione
culturale maoista, come il lago di fronte
(oggi inaridito) dove le Guardie rosse
affogavano i monaci fedeli al Dalai Lama
nel 1966. Il piccolo Potala di Shangri-La è
una cineseria ricostruita nel 1982 con
l’aggiunta volgare di un luccicante tetto
dorato a forma di pagoda. È una delle ultime beffe che Pechino ha inflitto ai tibetani di questa zona, già “amputati” dal
perimetro ufficiale del Tibet amministrativo dopo l’invasione dell’esercito cinese
nel 1950: oggi questa terra risulta in provincia dello Yunnan. La gente di qui con-
FEDERICO RAMPINI
DEQEN, SHANGRI-LA
entre il pilota annuncia
la discesa, dal finestrino
dell’aereo si intravede
lontano il maestoso picco innevato del Karakal, 6.740 metri: la
montagna incantata del romanzo che attira me e altri visitatori su queste cime tibetane della catena Meili. Oggi l’Airbus si
abbassa delicatamente verso la vallata di
Deqen e tocca la pista con sicurezza, nulla che ricordi il drammatico atterraggio di
fortuna dei viaggiatori di Orizzonte perduto. Benvenuti a Shangri-La, annuncia
un cartellone all’aeroporto, uno scalo
piccolo ma nuovo fiammante. In quaranta minuti di taxi si arriva nella cittadina, preannunciata da un lungo paesaggio di crateri: voragini dove si accalcano
scavatrici e betoniere, gru e miriadi di
operai, i cantieri di grandi alberghi in costruzione che sporcano l’aria buona di
montagna sollevando nubi di sabbia e cemento. È già inaugurato il nuovissimo
Hotel Paradise, bunker di cemento armato, e al suo fianco svetta l’albergo Holy
Palace (Palazzo Sacro), grattacielo imponente pronto ad accogliere fiumane di
torpedoni cinesi.
Finalmente appare la città antica, o
quello che vorrebbe assomigliarle. È un
borgo grazioso con i vicoli lastricati di pietra, le case di legno dai tetti spioventi coperti di tegole di ardesia, sui muri c’è
qualche affresco buddista dove fanno capolino anche divinità induiste. Purtroppo quasi tutto è finto o ricostruito. Negozi di souvenir, ristoranti per turisti, locan-
tinua a subire umiliazioni, come l’invasione di un turismo cinese chiassoso e
cafone. Le comitive sguaiate che affluiscono nel piccolo Potala strepitano nella
lamaseria e girano le ruote sacre della vita al contrario (in senso antiorario), offendendo la sensibilità dei fedeli. Loro si
vendicano con silenziosi gesti di sfida come la foto proibita del Dalai Lama che si
scopre in un’ala buia del monastero, mimetizzata in mezzo a una folla di immagini di Budda e di divinità di origine sciamanica o induista. La sola presenza di
quella foto è un reato grave per la legge cinese, chi l’ha messa e chi la venera fa un
atto di coraggio che può costare caro.
È un triste destino questo di Deqen,
propaggine sacrificata del grande Tibet
di una volta, tranquillo villaggio di pastori strappato suo malgrado alla solitudine
delle montagne, trasformato in una Disneyland pseudo-spiritualista da vendere ai turisti in cerca di spaesamento esoterico. Tutto per colpa di un’antica leggenda che si perde nella notte dei tempi,
poi di un romanzo di successo degli anni
Trenta, e infine di Hollywood.
Non credete ai dépliants dell’ente turistico. Shangri-La non esiste. Non è mai
esistita. Con questo nome un inglese di
nome James Hilton storpiò il termine
sanscrito di Shambhala, che nei sacri testi tibetani del Kalacakra Tantra designa
una favolosa regione situata a nord della
catena himalayana. Secondo la leggenda, in quel regno a forma di fiore di loto
s’instaura il paradiso in terra grazie a una
dinastia di sovrani illuminati che custodiscono l’autentica saggezza buddista.
Protetto da barriere di montagne invalicabili, Shambhala consente ai suoi abi-
tanti di seguire il proprio dharma, le regole di vita scritte nel destino. Lì ogni bisogno umano è soddisfatto; nessuno vi si
ammala né invecchia. È il luogo dove gli
uomini di buona volontà possono trovare rifugio dalle sofferenze, nell’attesa che
il resto del mondo guarisca dalla violenza
e si converta all’amore.
L’Occidente s’invaghisce della leggenda di Shambhala verso la fine dell’Ottocento. All’apice degli imperialismi britannico, francese e russo, il Tibet — grazie al suo isolamento geografico, al clima
rigido, alla natura aspra e ostile — è uno
dei pochissimi territori asiatici che si sottraggono alla colonizzazione. Per gli europei dell’epoca, imbevuti di positivismo
e fiducia nel progresso, è uno shock la descrizione fatta dai rari esploratori: sulle
montagne più alte del pianeta esiste una
civiltà rimasta indifferente all’invenzione della ruota… la usa solo come strumento di preghiera. Nell’èra in cui Cina
India e Indocina vengono concupite dagli appetiti commerciali dell’uomo bianco, il Tibet diventa l’ultima landa arcana
e inaccessibile, sulla quale tutte le fantasie possono scatenarsi.
Dal 1870 al 1876 un esploratore dello
Zar, il romantico colonnello Nikolai
Mikhailovich Przhevalsky, detto “il Lord
Byron russo”, lancia diverse spedizioni
nella speranza di scoprire la mitica
Shambhala, che ha sentito descrivere da
un lama come «un’isola dorata in mezzo
a un mare a elevatissima altitudine». Per
una singolare coincidenza nel 1875 la misteriosa Madame Helena Petrovna Blavatsky, anche lei di origine russa, dà vita
alla Teosofia. Quel movimento, che seduce una élite intellettuale a New York e a
Città di Tivoli
16 Giugno
Festa di inaugurazione:
spettacoli, concerti, performance
nelle piazze della Città
(ingresso libero)
29 e 30 Giugno
Cruda. Vuelta y
vuelta. Al punto.
Chamuscada
Giorgio Barberio Corsetti
(Italia)
A cura di Giorgio Barberio Corsetti
PRIMA ASSOLUTA
Area archeologica di Villa Adriana
Tivoli (Roma)
S
P
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N
S
O
R
I
S
T
I
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Z
I
O
N
5 Luglio
Concerto
Ludovico Einaudi
“Il tempo del mito”
Rodrigo Garcia
(Spagna, Argentina)
PRIMA ASSOLUTA
PRIMA ITALIANA
Concerto
Villa Adriana
dal 21 al 24 Giugno
Dionisiache
Londra, vede
nel buddismo tibetano il nucleo originario di tutte le religioni umane, indica
nelle montagne dell’Himalaya i luoghi
dove lo spirito umano può raggiungere la
più pura introspezione, la sede dei
Mahatma (le “grandi anime”). Per alcuni
teosofi il Tibet è addirittura la regione dove si rifugiarono i sopravvissuti della mitica Atlantide per salvarsi dalla rovina
della civiltà. L’esploratrice francese
Alexandra David-Neel, che nel 1912 incontra il tredicesimo Dalai Lama, contribuisce a diffondere in Europa il fascino
del Tibet come depositario della spiritualità autentica, una scuola di ascetismo
dove lo stesso cristianesimo deve imparare a rigenerarsi.
In questo contesto già sovraccarico di
immaginazione, nel 1933 esce in Inghilterra Orizzonte perduto di James Hilton
(edito in Italia da Sellerio), il primo libro
della storia a essere pubblicato in edizione tascabile, quasi subito un best-seller
mondiale: l’origine del mito di ShangriLa. All’inizio del romanzo un gruppo di
occidentali sono casualmente riuniti in
3 e 4 Luglio
The Manganiyar
Seduction
Roysten Abel (India)
PRIMA EUROPEA
9 e 10 Luglio
Myth
Sidi Larbi
Cherkaoui
(Belgio, Marocco)
6 Luglio
PRIMA ITALIANA
Orchestra Popolare
Italiana
Ambrogio Sparagna
13 e 14 Luglio
Vertiges
con Sonia Bergamasco e
Giovanni Lindo Ferretti
“Bbella fatte chiama’ - Canti
d’amore dalla campagna romana”
Toni
Gatlif
(Algeria, Francia)
PRIMA ITALIANA
Tu compri solo lo spettacolo e ti portiamo noi.
A
L
I
L’acquisto a prezzo intero del biglietto d’ingresso a FESTIVAL dà diritto al trasporto in treno o in autobus.
Per informazioni rivolgiti alla biglietteria dell’Auditorium o telefona allo 06.80.241.281.
www.auditorium.com • Info 06.80.241.281 • Biglietteria e prevendita: tel. 199.109.783 (servizio a pagamento)
Repubblica Nazionale
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
NIKOLAI
PRZHEVALSKY
ALEXANDRA
DAVID-NEEL
Fondatrice della teosofia
che, sosteneva,
si basava sulla saggezza
himalayana
L’esploratrice francese
nel 1912 incontrò il Dalai
Lama e diffuse in Europa
il fascino del Tibet
JAMES
HILTON
Nel 1933 uscì
Orizzonte perduto:
il mito Shangri-La
divenne mondiale
FOTO WEBPHOTO
ECHINA
FOTO IMAGIN
Esploratore dello Zar
dal 1870 al 1876 lanciò
diverse spedizioni
alla ricerca di Shangri-La
HELENA
BLAVATSKY
un volo che viene dirottato per ragioni in apparenza misteriose.
L’atterraggio forzato vicino al monte Karakal li porta a contatto con Shangri-La,
altissima e sperduta, dove una comunità
di saggi vivono felicemente lontani dalla
civiltà moderna, pur conoscendo nei dettagli tutto ciò che vi avviene. A Shangri-La
i lama che praticano lo yoga e la meditazione trascendentale restano giovani per
centinaia d’anni, la morte li colpisce raramente e quando arriva li trova preparati,
sereni. Ma il segreto dell’eterna giovinezza non è l’aspetto che più colpisce i lettori
negli anni Trenta. Quando esce il romanzo di Hilton, e poi ne viene tratto l’omonimo film diretto da Frank Capra nel 1937,
l’Occidente è ancora traumatizzato dalla
Grande depressione iniziata nel 1929. A
stento ha superato le ferite della Prima
guerra mondiale e già l’avvento dei totalitarismi (Mussolini, Hitler, Stalin) preannuncia nuovi conflitti, altri orrori e violenze di massa.
Il personaggio principale di Orizzonte perduto, Robert
Conway — un diplomatico inglese angosciato dal ricordo della Prima guerra
mondiale — riassume così il clima del suo
tempo: «Il mondo intero attorno a me
sembra essere diventato completamente pazzo». Un altro passaggio suona profetico, anni prima dell’Olocausto e della
bomba atomica di Hiroshima: «Il Medioevo che sta per iniziare coprirà il mondo intero col suo manto funebre». Ai funesti presagi di Conway risponde il gran
lama di Shangri-La: «Staremo qui con i
nostri libri, con la nostra musica, con le
nostre meditazioni, a custodire le fragili
eleganze di un’età moribonda, cercando
quella saggezza di cui gli uomini avranno
tanto bisogno quando le loro passioni si
saranno consumate». L’iniziazione che
ha luogo a Shangri-La non è fanatica né
settaria, si adatta alle menti più razionali
FILM CULT
A sinistra,
la locandina
di Orizzonte
perduto,
il film di Frank
Capra del 1937
tratto dal bestseller
di James Hilton
La storia
di un gruppo
di sopravvissuti
a un disastro aereo
che scopre
la magia
di Shangri-La
dell’Occidente. Il gran lama è ben diverso dai visionari feroci che vogliono
costruire l’Uomo Nuovo. «In breve potrei definire la nostra principale credenza così: moderazione. Inculchiamo la virtù di evitare eccessi di qualunque specie; persino, perdonatemi il paradosso, eccessi di virtù. Questo principio è la fonte di uno speciale grado di felicità. La nostra gente è moderatamente
sobria, moderatamente casta, e moderatamente onesta».
Il successo di Orizzonte perduto
diffonde il sogno di Shangri-La come una
terra fuori dal tempo, lontana dal dolore
e dal male, immunizzata dalla ferocia
dell’uomo. È stato definito il più perfetto
romanzo di evasione, in senso letterale,
perché è centrato sul tema della fuga. L’evasione dalla realtà fu portata agli estremi da Frank Capra che realizzò il film nel
canyon californiano della Ojai Valley, vicino a Los Angeles, usando indiani d’America come comparse al posto dei tibetani. Nel romanzo come nella sua versione hollywoodiana è rigorosamente assente il volto duro e retrogrado del Tibet:
la miseria, la sporcizia e le malattie, gli
aspetti superstiziosi e degradanti della
tradizione, lo sfruttamento del popolo da
parte della teocrazia parassitaria dei monaci. Via via che nuove generazioni occidentali si avvicinavano alle religioni
orientali — i poeti beat negli anni Cinquanta a San Francisco, il movimento
hippy, la New Age, oggi attori di Hollywood come Richard Gere e Steven Seagal — l’intera tradizione buddista tibetana veniva trasfigurata come una grande
Shangri-La, una saggezza eterna fiorita
sulle montagne, da proteggere contro gli
assalti della modernità. Simbolo di rifugio, oasi di tranquillità, il nome di Shangri-La è perfino adottato da una celebre
catena di alberghi di lusso.
La ghiotta opportunità non poteva
sfuggire ai cinesi. Dopo l’occupazione
militare del Tibet lanciata da Mao Zedong nel 1950, dopo le persecuzioni religiose della Rivoluzione culturale, la nuova Cina capitalista ha annusato il business. Per decreto governativo Pechino ha
stabilito che Shangri-La esiste davvero.
Ha ribattezzato con quel nome un paesello vicino a Deqen, ha costruito l’aeroporto, ha dato via libera ai miliardari della speculazione edilizia perché si approprino del sogno e lo trasformino in attrazione per il turismo di massa. All’aeroporto un opuscolo in carta patinata ricco
di fotografie a colori accoglie i visitatori
con le parole del giornalista di regime Xie
Jie: «Chiunque sia stato a Deqen è d’accordo che questo luogo sperduto è come
il regno delle fate, è proprio la Shangri-La
che abbiamo nel cuore».
Gli unici che restano freddi di fronte allo sfruttamento industriale del mito sono
i tibetani, quelli veri. Come la mia guida
Tenzin, ventiseienne, cresciuto in India
dove i genitori fuggirono dalle violenze
maoiste. Tenzin è stato tre volte a Dharmasala, la città indiana dove vive il governo tibetano in esilio, per vedere il Dalai
Lama. «Mi ero preparato tante cose da
dirgli, da chiedergli, ma una volta davanti a lui mi sono sentito svuotato, sono rimasto muto». Tenzin non ha dubbi che il
leader spirituale dei buddisti tibetani tornerà nella sua terra, sfidando il veto di Pechino. «Il Dalai Lama vivrà centocinquant’anni, noi lo sappiamo con certez-
za, è scritto nel cielo. Prima che muoia lo
rivedremo a Lhasa e in tutto il Tibet». La
Repubblica popolare anche dopo aver
riaperto i monasteri continua a trattare il
Dalai Lama come un nemico, il regime
non ammette un’autorità spirituale indipendente. Nonostante sia messo al bando, la sua popolarità qui resta immensa.
Tenzin ricorda un episodio esemplare:
«Due anni fa il Dalai Lama lanciò la campagna per proteggere l’antilope tibetana
dall’estinzione. In modo clandestino diffuse al suo popolo la preghiera di non vestirsi più con le pelli degli animali selvatici. All’unisono in tutto il Tibet si accesero
dei falò. Sui roghi la gente bruciava le pelli proibite. A Lhasa qualche turista vestita
di pelliccia è stata aggredita per la strada,
a pugnalate».
Ma come il guru spirituale di Orizzonte perduto, il vero Dalai Lama persegue la
moderazione. «Il Tibet potrebbe esplodere in qualsiasi momento contro i cinesi — dice Tenzin — se non fosse il Dalai
Lama a vietarci la violenza». Nell’attesa
del grande ritorno, Tenzin per sopravvivere è costretto a guidare i turisti tra spettacoli folcloristici e boutiques di paccottiglia in questa caricatura di Shangri-La,
recitando una parte scritta per lui da un
romanziere inglese settant’anni fa. «I cinesi sono abili, ma in testa hanno una cosa sola, il denaro. Questa Shangri-La la
stanno rifacendo tutta, e poi fra tre anni
ricominceranno daccapo. A me sembrano pazzi». Pare quasi di udire l’eco delle
parole di un certo Robert Conway, sperduto e felice lassù sul Karakal, dove i
ghiacciai eterni, i burroni e le bufere di
vento tengono alla larga la curiosità malsana e distruttiva dei contemporanei.
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
I due grandi condottieri che si affrontarono in una lotta mortale
per il dominio sul Mediterraneo, il cartaginese Annibale
e il suo rivale, erano prigionieri di un rapporto psicologico
che li legò l’uno all’altro per tutta la vita. Questa è l’avvincente tesi di un nuovo
libro dello storico Giovanni Brizzi, secondo il quale il romano ebbe infine la meglio
perché seppe mettere da parte l’odio e imparare dall’avversario
IL CARTAGINESE
Publio Cornelio Scipione
Roma 235 a. C. - Literno 183 a. C.
Annibale Barca
247 a. C. - 182 a. C.
Quando la vittoria
è l’arte di imitare
il proprio nemico
PAOLO RUMIZ
rasso, ributtante, con un
occhio solo. Macellaio
dei popoli, traditore dei
patti, sleale tessitore di
inganni, capace di vincere solo con trucchi miserabili. Infido — anzi, perfido — e per di
più scuro di pelle, figlio di un’odiosa razza inferiore. Era questo l’Annibale che ci
propinò Mussolini nel kolossal Scipione
l’africano, prodotto in tempi di leggi razziali e reboanti proclami, con l’impero
appena conquistato in terra d’oltremare. Nel film gli venne contrapposto un
eroe — il vincitore di Zama — leale e d’animo puro, parodia di gerarca italiota,
ginnico e ovviamente ariano, che vinse
restaurando il primato della disciplina
romana sulle «astuzie dei greci» e «l’alta
statura dei celti» e soprattutto — leggiamo nella monumentale Storia di Roma
voluta dal Duce — la missione «normalizzatrice e civilizzatrice nei confronti
della razza bianca». Un delirio.
Si sa che la storia la fanno i vincitori; e
poiché ventidue secoli prima Roma
aveva vinto, agli occhi del popolo Annibale Barca — l’uomo che aveva tenuto
in scacco le legioni per quasi vent’anni
in Italia — era già diventato «il malvagio». Ma il fascismo aggiunse travisamento al travisamento, e così anche la
storia romana fu trasformata in propaganda dal regime, che ne fu sponsor indegno e caricaturale. Il fascismo era razzista mentre Roma era policentrica, ebbe imperatori ispanici, dalmati e africani. L’Italia del fascio non era più un paese guerriero — solo fingeva di esserlo —
laddove Roma fu una macchina bellica
e organizzativa micidiale. Il fascismo fu
agli antipodi di Roma: era scenografia
contro sostanza, sopruso contro diritto,
nazionalismo contro visione imperiale.
Era totalitarismo contro accettazione
delle culture “altre”; quella accettazione che trovò il suo centro nel Pantheon,
il tempio dove gli dei dell’ecumene erano tutti a pari dignità.
Con l’elmo di Scipio e la spada del cartaginese ridotti entrambi a caricatura,
era difficile tentare, sulla strada di Plutarco, una biografia parallela dei due. E
invece ci riesce alla grande Giovanni
Brizzi, professore di storia romana all’Università di Bologna, in un testo acrobatico — Scipione e Annibale, la guerra per
salvare Roma, edito da Laterza — che
non solo rovescia lo schema di partenza
e ri-umanizza i due generali, ma — riscattando Annibale — ne fa il modello
cui Scipione tenta per tutta la vita di
uniformarsi, e non solo sul piano militare. Il libro svela che l’intelligenza del romano sta nel mettere da parte l’odio per
l’uomo che gli ha ucciso in battaglia il padre, lo zio e il cognato e nel riconoscerne
la superiorità. Spiega che Scipione inizia
G
ancora adolescente a studiare e imitare
le mosse del geniale nemico in un lavoro certosino e testardo, che lo porta a forzare la propria indole e a identificarsi
con l’avversario. Un rapporto edipico,
che lo condannerà a sconfiggere il nemico di Roma anche per “uccidere il padre”
— freudianamente — e liberarsi di un
modello ingombrante e ossessivo.
Primato della disciplina romana sul
disordine e l’imbroglio punico? Ma
quando mai. Il giovane Scipione è dall’inizio uno scapestrato in fregola, un ragazzo dissoluto della Roma-bene.
Quando ha diciassette anni, il padre imbestialito deve portarlo via seminudo
dal cubiculum di una matrona e in età
matura la moglie deve chiudere un occhio sulle sue scappatelle con le servotte di casa. Annibale, invece, è un asceta.
Non tocca le prigioniere e ordina ai soldati di evitare abusi su di loro. Il cartaginese ha una convinzione di ferro: le
donne del nemico non si toccano altrimenti la guerra degenera, si incattivisce, e soprattutto impedisce allo sconfitto — toccato nell’onore — di diventare un giorno prezioso alleato. Scipione
capisce l’intelligenza della mossa e si
adegua: al fronte diventa casto anche
lui. Quando in Spagna degli ufficiali, che conoscono
la sua passione per le donne, gli portano una vergine
di straordinaria bellezza
destinata a un principe dei
celtiberi, lui non la sfiora e
la fa riaccompagnare «a
malincuore» dal padre.
Impara a fare come il nemico. Come Annibale libera senza riscatto i prigionieri fatti tra gli alleati di
Cartagine, per tirarli dalla
parte di Roma: greci, ispanici, cavalieri nùmidi,
frombolieri delle Baleari.
Come Annibale studia il
mondo ellenico — guardato ancora con diffidenza
dai romani campagnoli —
e il grande modello di Alessandro Magno. Come lui
lavora meticolosamente a
rafforzare il consenso con
la truppa: vive tra i soldati,
si massacra di fatica, dorme sulla nuda terra quando capita, anche in pieno
giorno. E quando, dopo un attento studio dei venti e delle maree, scopre il modo di guadare — a sorpresa, di notte —
la laguna interna di Nova Cartago per
conquistare la base del nemico in terra
di Spagna, non esita ad attribuire il “miracolo” all’intervento del dio Nettuno,
ovviamente in suo favore. Come Annibale si richiama a Ercole, il semidio che
uccide le fiere, disbosca e apre la strada
della civiltà nel terreno dei barbari, così
Scipione
e il
suomaestro
FOTO THE BRIDGEMAN ART LIBRARY/ALINARI
IL ROMANO
IL LIBRO
L’editore Laterza manda in libreria questa settimana
il libro di Giovanni Brizzi Scipione e Annibale. La guerra
per salvare Roma (414 pagine, 20 euro). Brizzi, ordinario di Storia
romana all’Università di Bologna, specialista di storia militare
antica, ha già pubblicato diverse opere sulla figura di Annibale.
In questo nuovo lavoro ne racconta la vita in parallelo con quella
del suo nemico romano Scipione, mettendo in evidenza affinità
e specularità tra le figure dei due grandi condottieri. Il libro
è costruito come il racconto di un veterano delle guerre puniche
Scipione lascia filtrare la diceria che sua
madre sia stata visitata da Giove sotto
forma di serpente. E quando si ritira in
isolamento nel tempio di Giove Capitolino, narra che al suo arrivo i sacri cani
guardiani hanno evitato di abbaiare,
forse riconoscendolo come uno di casa.
Quando, sedici anni prima di Zama, il
giovane Scipione ancora diciassettenne, a capo di un gruppo di giovani reclute a cavallo, vede «per la prima volta i cavalieri numidici volteggiare sul suolo
gelato della Cisalpina, eleganti e mortali nonostante le pesanti cappe di pelle
che li proteggono dai rigori dell’inverno», quando proprio lì, alla battaglia del
Ticino, vede «uno dei loro corti giavellotti infilarsi, insidioso e preciso, in un
interstizio della corazza del padre»,
console e comandante in capo col suo
stesso nome, allora sente, anzi capisce
con certezza, che «quella guerra è dall’inizio, e sarebbe stata sempre più, un affare tra lui e Annibale». E quando, nel
202 avanti Cristo, alla vigilia dello scontro finale sul suolo cartaginese, prima
dell’unica ma definitiva vittoria romana, i due condottieri — come raccontano Tito Livio e Polibio — si incontrano
da soli su richiesta di Annibale, ritti sulle loro cavalcature sul ventoso altopiano di Zama, Scipione sente di conoscere come nessuno l’uomo straordinario
che ha di fronte.
Alla fine di quella guerra interminabile, sentendosi stanco e precocemente
invecchiato, s’accorge che il padre-padrone dei suoi incubi non gli ha solo rubato buona parte della famiglia, ma an-
Repubblica Nazionale
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
ELEFANTI
La battaglia di Zama,
disegno di Giulio
Romano (Museo del Louvre)
In basso a sinistra,
un dipinto dello stesso
soggetto, della scuola
di Giulio Romano (Museo
Pushkin di Mosca)
che la gioventù e la bellezza.
Il comandante in capo delle legioni sa
benissimo che è stato Annibale, a suon
di batoste, a rilanciare la macchina militare romana, impartendole lezioni
memorabili. E capisce di essere stato
proprio lui, Scipione, l’autore di questa
straordinaria metamorfosi che dopo il
collaudo della guerra punica metterà
Roma — nata secoli dopo l’espansione
fenicia nel Mediterraneo — sulla strada
di diventare una vera potenza imperiale. Con Scipione, che impara tutto da
Annibale, il movimento dei reparti in
campo perde rigidità, impara la manovra avvolgente portata alla perfezione
dal cartaginese nella battaglia di Canne,
e scopre — proprio a Canne, dove i romani erano il doppio del nemico ma furono massacrati egualmente — che la
superiorità numerica, quando diventa
eccessiva, finisce per divorare se stessa,
generando confusione e intasamento
fra i reparti.
Lui romano, figlio di un esercito di
fanterie, capisce che è la cavalleria la
chiave di tutto, e concepisce l’audacia di
reclutare i micidiali squadroni numidici di Massinissa che fino alla vigilia di Zama sono stati agli ordini di Annibale. Sono gli stessi squadroni che hanno determinato la sconfitta e la morte di suo padre e di suo zio. Ma lui, anziché vendicarsi, li tira dalla sua e ne fa l’arma vincente, rubando al nemico non solo la
tattica rivoluzionaria, ma persino gli
uomini. Così a Zama sono i cavalieri già
di Annibale a salvare in extremis Scipione dalla mosse imprevedibili dell’av-
Uniti dal campo di battaglia,
lo furono anche dall’ingratitudine
delle rispettive patrie
versario, esattamente come a Waterloo
i granatieri del prussiano Blücher, marciando a fine giornata attraverso il grano delle Fiandre, eviteranno all’inglese
Wellington di essere beffato da Napoleone.
Sempre da Annibale, racconta Brizzi
nel suo libro, Scipione capisce l’utilità di
mosse imprevedibili, apparentemente
folli ma capaci di spiazzare l’avversario.
Il cartaginese scorrazza indisturbato in
Italia? E lui si sposta in Spagna, a devastare le terre del grande avversario. Annibale marcia su Roma beffando dodici
legioni? E Scipione attacca Nova Cartago, apre un fronte dopo l’altro, trasforma la guerra italica in una guerra mediterranea, dunque — per quei tempi —
mondiale. Ma fa di più: impara le tanto
vituperate astuzie «greche» del cartaginese. Ricordate Virgilio, e il suo «timeo
Danaos et dona ferentes», temo i greci
anche quando portano doni? Bene, Virgilio, che era poeta di corte, fingeva di
non sapere che in questo il romano Scipione aveva ampiamente superato Annibale, accantonando definitivamente
la lealtà cavalleresca. Il capolavoro fu
l’incendio dei campi numidici e cartaginesi in Africa — una strage da almeno
ventimila morti — resa possibile da una
finta trattativa di pace con uomini dei
“servizi” travestiti da ambasciatori.
I due generali sopravvivono entrambi all’armistizio che segna la fine della
potenza cartaginese, ma ormai le loro
vite parallele sono condannate a inseguirsi e a intrecciarsi fino alla fine. Entrambi sono personaggi ingombranti
ed entrambi entrano in conflitto con i
poteri forti delle loro metropoli. Di entrambi è la rispettiva patria, e non il nemico storico, a diventare il persecutore.
Annibale, uomo di fieri principi e incapace di perseguire il suo personale tornaconto, è costretto alla fuga verso le
terre dei progenitori fenici e poi a una vita raminga di reame in reame fino al
Caucaso e poi alle coste d’Anatolia, dove — tradito — si avvelena a sessantaquattro anni. Scipione, attaccato da Catone il Censore (sì, quello che martellava il senato con l’invito a distruggere
Cartagine, «Delenda Cartago») per aver
coperto il fratello in una brutta storia di
malversazione di pubblico denaro, alla
fine si ritira — stanco e malato di idropisia — nel suo rifugio di Literno in Campania, dove esce di scena appena cinquantatreenne, mormorando: «Ingrata
patria, ne ossa quidem mea habes», non
avrai nemmeno le mie ossa.
Muoiono, i due nemici, nello stesso
anno, e a Brizzi — che tesse con la fiction
le parti lasciate vuote dal telaio della storia — piace credere che Annibale se ne
sia andato per primo, tirandosi dietro
Scipione. Alla notizia della sua morte, il
romano — che sul cartaginese aveva costruito la sua grandezza — era stato colto da un presagio: «Aveva sentito — no,
aveva saputo — che non gli sarebbe sopravvissuto a lungo. Non gli era stato
amico, il Barcide; ma era stato il più
grande e nobile dei suoi nemici». Per
questo capì che l’avrebbe seguito in
morte, esattamente come l’aveva seguito in vita.
Repubblica Nazionale
FOTO RMN/ © JEAN-GILLES BERIZZI
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la lettura
Segreti culinari
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
È sempre stato uno scrittore, un lavoratore da scrivania. Poi un giorno
a New York conosce uno chef italoamericano e decide di diventare
suo allievo. E di sottoporsi a qualsiasi tipo di fatica e umiliazione
pur di trasformarsi a sua volta in un grande chef. Ecco la storia vera,
divenuta un libro, di un uomo e del suo tirocinio, anche spirituale,
tra piatti sporchi, cucine-caserma, bruciature, tagli e lacrime
Una griglia per cuocere all’inferno
L
BILL BUFORD
a griglia è come l’inferno. Dopo cinque
minuti che ci stai pensi: allora era questo
che aveva in mente Dante. Si trova in un
angolo buio e caldo, più caldo di qualsiasi altro angolo della cucina, più caldo
di qualsiasi altro luogo della vostra vita.
Di recente avevano messo l’aria condizionata, ma
sopra la griglia durante il servizio restava spenta: altrimenti come si faceva a mantenere inalterata quella temperatura da girone dell’inferno? L’illuminazione era pessima, per nessun motivo sensato a parte il fatto che non ce n’era abbastanza, il che accentuava la sensazione di trovarsi in un posto dove non
voleva stare nessuno: troppo unto, troppo sgradevole. L’unica luce che c’era sembrava provenire dalle
fiamme: venivano accese un’oretta prima che iniziasse il servizio e rimanevano così per le otto ore seguenti. Non avevo riflettuto bene su cosa avrebbe
comportato imparare a lavorare alla griglia. Non mi
ero mai visualizzato in quell’angolo, a svolgere quelle mansioni.
Mario mi disse di andarci e io gli obbedii, varcando il muro di calore che avevo eretto nella mia mente, sentendo con l’improvviso aumento di temperatura una specie di crepitio sulla pelle. Visto da vicino
Mark Barrett, che era stato incaricato di insegnarmi
il mestiere, mi ricordava un uomo di un’altra epoca.
Aveva le mani ricoperte di un sudiciume ottocentesco. Le unghie come falci di luna lorde di nero. Gli
avambracci glabri e rigati di bruciature viola. Gli occhi ingigantiti — batteva le palpebre dietro un paio
di lenti distorcenti con la montatura spessa — e il naso, ancora bendato perché se l’era rotto, striato di rigagnoli anneriti di grasso. Pareva uno spazzacamini
miope. Puzzava di sudore.
Mi descrisse la postazione. C’erano due apparecchi per la cottura oltre alla griglia. A destra c’era un forno per ultimare la cottura delle carni più voluminose, per esempio una bistecca alta dieci centimetri
(prima sulla griglia, poi nel forno), e sulla sinistra una
piastra per la preparazione dei contorni, ossia il resto
della roba che andava sul piatto. Mi indicò alle sue
spalle un espositore con un centinaio di vassoietti di
ingredienti diversi: erbe aromatiche, fagiolini, cuori
di carciofo, barbabietole e chissà che altro — un sacco di rosso e verde e giallo. Io li osservai e pensai: manco morto. Tornai a guardare la postazione nel suo insieme. Ero assediato dal calore. «Attento alla giacca»,
mi avvertì Mark. «Se dai le spalle alla griglia i fili si
sciolgono e ti si appiccicano alla pelle». Mi propose di
dividerci i compiti: lui avrebbe impiattato e io potevo
stare alla griglia. Aggiunse che dividerli era comunque l’abitudine nella maggior parte dei ristoranti.
Ero elettrizzato. Non significava forse che avrei cucinato io tutta la carne del ristorante? (Non significava anche che mi sarei evitato i contorni?) Mark mi
spiegò la procedura. Visto che la carne doveva riposare, veniva cotta subito, appena qualcuno la ordinava, anche se sarebbe stata servita un’ora dopo.
(Quando poi la comanda veniva “chiamata”, la carne veniva rapidamente riscaldata e impiattata.) Le
comande venivano chiamate dall’annunciatore,
che cinque sere alla settimana era Andy e le altre due
era uno dei sous-chef, Memo o Frankie, poi il cuoco
della postazione interessata le ripeteva a voce alta
per conferma.
«Due cinesi», diceva Andy, abbreviazione per il
menu di assaggi di pasta, e Nick rispondeva: «Due cinesi». Oppure Andy diceva: «A seguire una lettera,
un’anima e un ali» intendendo che a seguire bisognava servire una pasta che si chiamava lettere d’amore, una porzione di animelle e una di halibut, al
che l’addetto alla pasta rispondeva: «Lettere», e
Dom, l’addetto al sauté, rispondeva: «Un’anima, un
ali», una sequenza di parole che se ascoltate con un
minimo di distacco sembravano comporre una
narrazione a sé stante. Oppure: «Perdente al
bancone, maiale», che significava che c’era una
persona da sola al bancone (il perdente) che
aveva ordinato un filetto di maiale.
Ripetei la comanda ad alta voce e presi la
carne da un piccolo frigorifero sotto l’espositore dei contorni. Era tutto studiato per ridurre i movimenti al minimo, in modo che
il cuoco potesse ruotare su se stesso tenendo i piedi fissi a terra come un giocatore di
basket. La carne cruda andava su un vassoio,
dove condivo entrambi i lati con sale e pepe.
Una volta cotta veniva depositata su un altro
vassoio a riposare. L’idea era che in qualsiasi
momento dovevo avere sott’occhio tutto
quello che era stato ordinato, cotto o no. Sul
pavimento c’era un grosso secchio pieno
d’acqua calda saponata. «Ti si copriranno
le mani di olio e grasso, devi immergerle
nell’acqua per evitare che la roba ti scivoli fra le dita», disse Mark. «Sfortunatamente di solito non c’è il tempo di cambiarla». Dopo un’oretta l’acqua non era
più né calda né saponosa. Per essere onesti, dopo un’oretta l’acqua era qualcosa
che preferivo non guardare, e quando ci
immergevo le mani chiudevo gli occhi. A fine serata smisi di farlo: le mani sembravano
più unte dopo che le bagnavo.
[...] Imparare a grigliare la carne significa imparare a essere a proprio agio con variazione e
improvvisazione, perché la carne è il tessuto di una
creatura vivente e ogni pezzo è diverso. In questo
senso cominciavo a capire che esistono due tipi di
cuochi: quelli che cucinano carne e quelli che cucinano dolci. Il pasticcere è scientifico e lavora con
misurazioni precise e ingredienti fissi che si comportano in maniera prevedibile.
Mescolate una specifica quantità di latte, uova,
zucchero, farina ed eccovi la torta. Aggiungete più
burro e la torta sarà friabile; aggiungete un
altro uovo e sarà spugnosa. La carne invece è pronta quando sentite che lo è.
Un volatile, come una quaglia o un
piccione, lo cuocete finché non sapete per esperienza che è pronto
(oppure, se siete me e non avete
esperienza, fate un taglietto e
guardate com’è dentro). Una bistecca la tenete sul fuoco finché
non capite “al tatto” che è arrivata. I libri di cucina non possono
insegnarlo — questa sensazione,
questa cosa che si apprende per ripetizione finché non la si immagazzina nella memoria come un odore —
e io avevo qualche difficoltà a capire come funzionava. Normalmente s’intende
che un pezzo di carne — una costoletta di agnello, poniamo — è medio al sangue quando ha una
certa morbidezza al tatto. Per spiegarmelo Mario si
toccava la parte più morbida del palmo paffuto e diceva che la carne doveva avere quel «tipo di elasticità», un gonfiore da trampolino imbottito, il che
non mi aiutava affatto, perché le sue mani erano
uniche al mondo, due zampone sproporzionate,
tozze e larghe. Io avevo sempre il tocco pesante e mi
bruciavo e non capivo mai se era il momento oppure no.
Allora presi a toccare la carne per capire non
quanto era cotta ma quanto era cruda. Misi le costolette di agnello sulla griglia — cinque, ognuna di
forma diversa — e ne toccai una, anche se sapevo
che sarebbe stata cedevole e molle. La girai e la toccai di nuovo. Ancora morbida, come lana bagnata. La toccai ancora, poi ancora, e ancora,
fino a quando una iniziò a sembrarmi più
soda, ma di pochissimo. La toccai. Ancora più soda. La toccai. Nessun
cambiamento. La
toccai. Pronta.[...]
Ero alla
griglia da
due mesi
quando, per dirla
nel gergo della cucina, fui «martellato». Era giugno, l’inizio
caldissimo di un’estate caldissima. [...] Fuori c’erano trentaquattro gradi. E dentro? Chissà. Diciamo
di più. Una volta cominciato il servizio, l’aria condizionata sopra la griglia venne spenta. Mi fu detto di
prepararmi una serie di brocche d’acqua. «Tienti
pronto», mi disse Frankie: col caldo tutti ordinano
qualcosa dalla griglia. (Perché? Forse perché sa di
«rustico, all’aperto, italiano»? Oppure perché la
gente sa che la griglia sta nella parte più calda della
cucina e ha voglia di torturare il poveretto
che ci lavora?) Alle cinque e mezza si
sentì il rumore della telescrivente.
«Calcio d’inizio», disse Memo. Secondo un diagramma preparato
da John Mainieri si attendevano
circa duecentocinquanta persone. Ne vennero di più, concentrate nei primi novanta minuti.
Uno dei misteri dei ristoranti è che c’è sempre un piatto che
ordinano tutti, e non puoi mai
prevedere quale sarà. Una sera
toccò ad anatra e branzino, e io e
Dom eravamo i più indaffarati della cucina: ordinarono venticinque
branzini e ventitré anatre. Era una serata
caldissima e potevo capire l’attrattiva di un
pesce alla griglia. Ma perché l’anatra? Un’altra sera
toccò al coniglio, dopodiché basta, non lo volle più
nessuno. La sera in questione era il turno delle costolette d’agnello, cottura media (media al sangue
era la più facile da sentire, e ben cotta era la più facile di tutte: la carbonizzavi e basta).
«Un branzino, due agnelli medi, un agnello ben
cotto, un agnello medio al sangue», chiamò Andy.
Io risposi: «Un branzino, due agnelli medi, uno ben
cotto e uno medio al sangue». Per quale motivo, ricordo di aver pensato, uno va al ristorante italiano
e ordina costolette d’agnello?[...]
«Comanda!» attaccò Andy. «Due agnelli medi, un
piccione, un maiale, una lombata». Io
girai su me stesso, infilai
una mano nel frigorifero, presi la
carne,
mi girai di nuovo, la buttai sul vassoio del crudo, e la
condii. Allineai le costolette sulla griglia in due file
da cinque, tutte rivolte verso destra, sistemai i filetti in un altro angolo, misi su la lombata, ma non ero
ancora arrivato al piccione quando sentii il rumore
della telescrivente: «Tre branzini e due agnelli medi». Stessa procedura: altre due file di costolette rivolte verso destra però in una parte diversa della griglia rispetto alle prime (che avevo girato ed erano rivolte a sinistra), perché queste dovevano essere medie al sangue. Ma i branzini dove li infilavo? Non c’era spazio.
Di nuovo la telescrivente. «Comanda, tre agnelli
medi, un branzino, un coniglio». Ancora? Interruppi quello che stavo facendo: dovevo almeno mettere le nuove ordinazioni sul vassoio dei crudi per
condirle sennò al prossimo giro di comande me le
sarei dimenticate, e se rimanevo indietro mettevo
nei guai tutta la cucina. La carne da cuocere si stava
accumulando sul vassoio perché sulla griglia non
c’era spazio. Mi accorsi che Memo mi si era avvicinato, pronto a subentrare se non reggevo: quello
che la cucina chiama «il tracollo» o «il momento della devastazione», quando ci sono più cose di quante la tua mente possa ricordare.
Di nuovo la telescrivente. Cominciavo ad avere
l’impressione di essere un concorrente in una gara
sportiva. Il sudore mi colava giù per il naso mentre
cercavo di muovermi veloce, quel tanto che mi consentiva la mia concentrazione: capovolgere, girare, toccare, bruciarmi, una fila rivolta verso destra, un’altra verso sinistra, toccare di nuovo, ammonticchiare carne da una parte,
precipitarmi dai branzini che
aspettavano un buco in cui essere cotti, girare, le fiamme
in un angolo della griglia
che non accennavano a
placarsi, alimentate
dal grasso della carne che andavo aggiungendo. Di
nuovo la telescrivente. La
Repubblica Nazionale
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
IL LIBRO
Bill Buford, autore ed editor per la fiction per il New Yorker e tra i fondatori
di Granta, una delle più prestigiose riviste letterarie del mondo anglosassone
è anche famoso per il libro Among the Thugs, un viaggio nel mondo degli
hooligans inglesi. Un giorno conosce il celebre chef italoamericano Mario
Batali durante una cena e decide di diventare il suo “schiavo” nelle cucine
di Babbo, uno dei migliori ristoranti di New York, pur di diventare un cuoco
esperto. Heat è il racconto del suo apprendistato, duro, spesso umiliante
ma anche divertente, tra fallimenti e speranze, cadute e successi.
L’8 giugno esce in italiano con il titolo Calore. Le avventure di un dilettante
come sguattero, cuoco di partita, pastaio e apprendista di un macellaio
toscano che recita Dante (Fandango Libri, 320 pagine, 18,50 euro).
Ne anticipiamo un capitolo. I disegni di queste pagine sono di Gipi.
mia mente era satura, con un solo pensiero vagante, una domanda, ripetuta all’infinito: che succede
se resto indietro? E arrivarono altre comande: un
agnello medio, un agnello medio al sangue. Che
problemi ha questa gente?
Ero circondato di carne. Carne sulla griglia. Carne
sul vassoio da condire. Carne sul vassoio a riposare,
una montagna. Tanta carne che non sembrava
neanche più carne. O forse sembrava esattamente
quello. Erano tessuti e muscoli e nervi. E ancora altre comande. «La senti l’ebbrezza?», mi sussurrò
Memo, ancora alle mie spalle. «È per questo che vivi», disse Andy, prendendo piatti dal passaggio e aggiungendo misteriosamente: «Dio, che figata». Quel
commento mi rimase impresso per il resto della serata, e pensai bene a cos’era che sentivo: esaltazione, paura, stranezza, una scarica di endorfine da
grande sforzo fisico. Ma definirla una «figata»? Si
trattava, conclusi, del mio primo sguardo su quello
che Mario aveva descritto come «la realtà della cucina»: una stanza piena di drogati di adrenalina.
E poi, così com’era iniziato, il primo ciclo della serata terminò.
[...] Diventai grigliere. In quel periodo Mario non
era mai venuto in cucina. Era in viaggio, a promuovere qualcosa, e al suo ritorno io lavoravo alla griglia
da quasi un mese. Forse mi ero montato la testa. Forse avevo bisogno
di essere ridimensionato, sta di
fatto che la prima sera che
tornò Mario mi allontanò
dalla mia postazione. Avevo cotto male due comande. I piatti erano sul passaggio.
«Questo maiale è poco cotto», disse, staccando le
fettine di un filetto e giudicandole troppo crude.
«Rifai». Mi porse il piatto. «E il coniglio» — strinse la
carne bianca e polposa fra il pollice e l’indice — «è
troppo cotto». Il maiale si poteva sistemare mettendolo sotto la “salamandra”, una griglia che scalda
dall’alto usata per riscaldare e cuocere in fretta, anche se non era proprio l’ideale: la carne,
non più rosa, aveva assunto un color
grigio smorto decisamente poco allettante. Ma il coniglio non si poteva sistemare in nessun modo: fu
dato a un commis e servito comunque. Mario chiamò Memo
e Frankie e conferì con loro
dandomi le spalle, un mugugnio indecifrabile salvo che
per la parola «inammissibile».
Poi uscì emettendo quello che
sembrò uno sbuffo e se ne andò.
Memo, che prima era impegnato nella cella frigorifera, venne da
me e mi disse di spostarmi.
«Non è quello che farei io. È quello
che mi ha detto di fare il capo». Poi prese
il mio posto alla griglia. Non è che ci fosse un
posto dove potevo spostarmi. Mi trovavo di fronte a
un dilemma. Dovevo tornare a casa? Per l’ora seguente considerai l’eventualità. Fu una lunga ora.
Rimasi in piedi più dritto che potevo. Ero schiacciato contro un forno acceso, lo stesso che avevo usato
per completare le lombate. Stavo cercando di farmi
piccolo. Anzi, stavo cercando di scomparire. La gente passando mi spintonava apposta. L’addetto agli
antipasti doveva usare la griglia per scaldare il polipo, e per non essergli d’intralcio ero costretto ad appiattirmi contro il forno. Alla fine, nel tentativo di
rendermi utile, mi misi a condire la carne che cuoceva Memo: divenne il mio ruolo, l’addetto al
sale e al pepe. Un po’ di sale, un po’ di pepe, seguito da una lunga attesa finché
non veniva ordinata dell’altra carne.
Riflettei: se me ne fossi andato, sarebbe stato come dire che non potevo reggere lì dentro. Non sarei
più riuscito a tornare. Condii dell’altra carne. In cucina era calato
il silenzio.
Nessuno mi guardava negli
occhi, e me ne accorgevo bene,
perché non avendo altro da fare
era proprio questo che facevo:
guardavo la gente che non mi guardava. L’ambiente della cucina incoraggia sentimenti da commilitoni — i
lunghi orari, la pressione, la necessità di lavorare all’unisono — e questa umiliazione
pubblica, lo spettacolo del «guardatelo, ha scazzato», metteva tutti a disagio: toccava il cuore di quello che significava essere parte di quel posto. Che Mario l’avesse fatto di proposito, creare disarmonia, ricordare a tutti che non esistono amici, ma solo risultati? Che fossi diventato troppo compagnone?
Forse Mario aveva la luna storta. Quel filetto di maiale era davvero tanto crudo? Mi venne in mente una
cosa che aveva detto una volta Mark Barrett: Mario
non urla mai, ma quando è in cucina diventa un’altra persona ed è famoso per massacrare la gente. Poi
Mario ricomparve. (Merda. E adesso?) Si mise a una
delle piastre e iniziò a preparare pizze, “pizza alla piastra”, come le avrebbe servite nella nuova pizzeria. Era la sua fissazione del momento, e voleva che qualcuno del ristorante le assaggiasse. Ne cucinò una serie, mettendoci sopra pezzi di grasso di maiale e salsa piccante di peperoncini, un miscuglio molliccio e gocciolante. Ne morse una e si sbrodolò la
guancia, un rivoletto lucido rosso di unto.
Guardai tutto questo perché, ripeto,
era quello che stavo facendo:
guardavo. Poi si avvicinò
a grandi passi e mi
sbatté il resto della
pizza in bocca,
veloce e con
forza.
«Questo»,
disse, «è il sapore che l’America
sta
aspettando».
Mi stava a pochi
centimetri dalla faccia. «Non trovi anche tu
che questo sia il sapore che
l’America sta aspettando?». Teneva la testa inclinata all’indietro, come un pugile, porgendomi il mento
ma parandosi il naso. Mi
stava piantato davanti
con un atteggiamento aggressivo, lo sguardo duro,
quasi beffardo. Mi fissò,
in attesa del mio assenso. «Questo», dissi, «è
quello che l’America
sta aspettando».
Soddisfatto,
Mario portò le
pizze ai suoi
ospiti e se ne
tornò a casa, e
allora Memo mi
ordinò di rimettermi alla griglia. «Se n’è andato», mi disse, «e
tu devi recuperare
il tocco». Era un gesto profondamente solidale — generoso, ribelle, giusto
— e così rientrai nella
squadra.
Frankie mi spiegò.
«È successo a tutti noi.
È così che impari. È la
realtà della cucina.
Benvenuto da Babbo».
Il giorno dopo mi scusai con Mario.
«Non lo farai mai più»,
rispose lui. E aveva ragione:
non lo feci mai più.
Traduzione
di Adelaide Cioni
(© 2007 Fandango Libri)
La memoria
del cuoco
CARLO PETRINI
rmai ne conosco a migliaia
di cuochi e cuoche. Soltanto a Torino, lo scorso ottobre in occasione di Terra Madre,
ne ho incontrati più di mille in un
sol colpo: partecipavano, con
cinquemila produttori di cibo
realizzato in maniera sostenibile.
Va detto che c’è una cosa fondamentale che accomuna i cuochi
di tutto il mondo: la profonda
passione per il loro lavoro. È un
mestiere durissimo, che comporta un coinvolgimento totale, orari difficili, molti sacrifici: solo chi
ha sincera passione può riuscire
bene.
E riuscire bene al giorno d’oggi
non significa soltanto deliziare i
propri clienti, significa anche ricoprire un ruolo fondamentale.
In una società globale che rischia
di rimuovere progressivamente,
o dimenticare del tutto, gran parte del suo bagaglio di conoscenze
legate alla preparazione del cibo,
il savoir faire cucinario, sia che si
parli di tradizione sia che si parli
di innovazione, è sempre più nelle loro mani: hanno dunque una
responsabilità notevole.
Il cuoco conosce le tecniche,
studia e inventa le ricette, impara
letteralmente i prodotti per trarne sempre il massimo. Questa
sua attività, in un mondo dove si
cucina sempre meno nelle case,
dove si è rotto il cordone ombelicale che consentiva la
trasmissione di conoscenza di madre in figlia, lo rende in qualche modo custode
di una parte importante del futuro del
nostro cibo.
Decisivo diventa
il loro rapporto con
i contadini, perché
vedo due grandi tendenze in atto nel mondo della cucina: due
correnti da apprezzare e
promuovere allo stesso modo, che ci raccontano molto del
ruolo attuale del cuoco. Da un lato abbiamo l’esaltazione della
maestria in senso più classico, la
capacità di trasformare i prodotti
in una preparazione alta, risultato assoluto di un’abilità. In questo caso prevale la tecnica, anche
molto complessa, a volte strabiliante, tanto che può arrivare a
mettere in secondo piano il valore della materia prima, la sua provenienza, le sue caratteristiche
organolettiche. Elementi che, invece, l’altra scuola sa mettere in
grande risalto. È una tendenza figlia del tempo in cui il sistema del
cibo palesa grandi contraddizioni e difficoltà: prevale in maniera
preponderante la semplicità, per
esaltare verdure, carni, pesci,
condimenti, tutti eccellenti e locali. Nasce così un’alleanza tra
cuochi e contadini, che oggi ha
raggiunto un livello tale per cui si
può davvero parlare di cucina
della Terra, dominata da elementi come origine, stagionalità, naturalità. La bravura del cuoco sta
prima di tutto nel conoscere i
produttori e ricercare i prodotti,
per poi esaltarli: il savoir faire cucinario è in questo caso molto discreto.
Non si parli, però, di una contrapposizione tra tecnica e materia prima: sono due facce della
stessa medaglia, della stessa immensa operazione culturale che
ogni giorno milioni di cuochi
compiono nelle loro cucine. Il risultato di una passione, di un duro lavoro che è un patrimonio da
tenere in grande considerazione,
incredibilmente prezioso.
O
ILLUSTRAZIONI DI GIPI
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
Negli stessi giorni del giugno di venticinque anni fa
uscivano due classici della fantascienza, film
di enorme successo per ragioni opposte: l’uno una fiaba
per bambini di provincia, l’altro un incubo megalopolitano per adulti
Eppure entrambi - come oggi ricordano gli artefici di quei successi ci parlano della sostanza e dei confini della nostra umanità
E.T. e Blade Runner, lezione aliena
U
no è nato in mezzo al deserto del Sahara, l’altro in
un libro. Uno guarda il
mondo con l’occhio dei
bambini, l’altro con l’occhio degli adulti consapevoli della loro mortalità. Uno è un
“piccolo” film che sembra grande, nella memoria, per il successo che ha riscosso, ma che è stato concepito e realizzato come una deriva personale alla
ricerca delle fiaba perduta, l’altro è un
meraviglioso, sontuoso monumento
visivo denso di rimandi filosofici, mistici, culturali. Uno si svolge in un presente indeterminato ai margini della classica piccola città americana, l’altro nell’immenso sprawl, nella distesa senza
fine della Los Angeles del 2019. Tutti e
due hanno segnato la storia del cinema
di fantascienza con tanta forza da non
aver creato (o quasi) dei cloni: unici, inimitabili, definitivi.
Tutti e due, E.T. e Blade Runner, si confrontano in un anniversario, compiono un
quarto di secolo.
Della nascita di E.T.,
il piccolo extraterrestre abbandonato per
errore dalla sua astronave vicino alla casa
del piccolo e non tanto felice Elliott, ha racSILVIA BIZIO
contato molte volte
Steven Spielberg. Priarlo Rambaldi ha ottantuno anni,
ma i ricordi: di quando
vive in Calabria con la moglie Brului aveva sei anni e una
na, vicino alla figlia Daniela dei cui
notte suo padre lo svebambini fa il nonno a tempo pieno pur
gliò alle tre per portarcontinuando a progettare parchi a tema
lo a vedere una piogsul futuro e lo spazio. È passato un quargia di meteore, e lui,
to di secolo dalla sua avventura con E.T.,
piccino, capì «che il
il mega-successo di Steven Spielberg cui
cielo e le stelle lassù
lui diede un contributo decisivo comeritano un’osservastruendo il protagonista, la marionetta
zione molto attenta».
robotica allora di assoluta avanguardia
Poi ci mette le sue
tecnologica.
esperienze con Il maRambaldi, ricorda il primo incontro
go di Oz e Peter Pan, e
con Spielberg?
tanto Disney e Hitch«Quando Steven mi venne a trovare
cock e Kubrick e Steinper parlarmi del progetto si rifiutò di mobeck e Faulkner e «tutstrarmi i modellini di E.T. che lui stesso
te le esperienze che ho
aveva costruito: per non influenzarmi,
fatto alle elementari,
diceva. Mi diede la sceneggiatura di Mealla medie, al liceo, al
lissa Mathison, ex moglie di Harrison
college per farmi spaFord, e scoprii che il personaggio dell’exzio nella vita». E infine
traterrestre era in fondo un bambino che
quando stava in mezsi ritrova in un pianeta lontano dal suo,
zo al Sahara, durante
con esseri diversi da lui. Si sente spaesale riprese di I predatoto, ha nostalgia di casa. La sua piccola stari dell’Arca perduta,
tura riflette questa innocenza: è infatti
«tra nazisti assassini e
più piccolo degli altri bambini del film.
proiettili che volavaMa E.T. ha quella capacità quasi magica
no da tutte le parti».
di allungare il collo, come una giraffa, e
Che ci faccio qui? si è
subito diventa il bambino più alto».
chiesto il regista. «DeCi mise molto a realizzare i primi
vo tornare indietro, alcampioni del pupazzo?
la spiritualità di In«Poche settimane. Presentai a Spielcontri ravvicinati, al
berg un modellino di E.T. in creta alto apcalore delle emozioni
pena trenta centimetri per capire se era
più genuine».
quello che voleva: gli piacque. Steven
Detto fatto. Dopo
chiese alla Universal di svolgere un’indal’arrivo sulla scena di
gine sul mercato dei pupazzi per assicuIndiana Jones, Holrarsi che la mia idea fosse di assoluta orilywood era pronta a
ginalità. Indagarono ovunque, dall’Ameconcedere al suo purica al Giappone alla Cina, e dopo due setpillo qualsiasi caprictimane confermarono l’unicità del mio
cio. E E.T. non era un
disegno. Non c’era pericolo di plagio».
capriccio costoso,
Come s’inventò la fisionomia di E.T.?
tutt’altro. Era l’incon«Dal copione capii cosa doveva raptro al massimo livello
presentare nell’immaginario collettivo. I
possibile tra la fantalineamenti facciali protuberanti sottolisia di Spielberg e la sua
neavano l’alienità all’anatomia umana.
voglia di gioco, come
Pochi centimetri di troppo avrebbero requei giochi che i bamso ridicolo quel muso proteso in avanti.
bini riescono a fare
Non dovevo esagerare, e lo stesso valeva
con poco. E era, a detper gli occhi grandi: una sfida da equilita sua, di nuovo un
bristi. Quando E.T. allunga il collo cresce
film «personale, il priin un istante di qualche anno: il bambino
mo dopo Incontri ravdiventa ragazzino, e a volte sembra un
vicinati».
vecchietto».
«Quando incominPerché dargli gambette così corte e
ciai E.T. ero grasso, fegoffe?
lice e soddisfatto dei
«Per dare l’immediata impressione
film che avevo in proche di fronte a un pericolo E.T. non può
gramma. E sentivo
darsela a gambe levate e correre veloce.
che non avevo nulla
La gambetta corta è un handicap che lo
da perdere». Quello
rende più vulnerabile e ti fa venire voglia
che produsse grazie
di proteggerlo. L’elemento fisico diventa
anche all’ingegnosa e
un tratto caratteriale. E.T. è il buono per
poetica creatura di
antonomasia: per difendersi ha solo la
Carlo Rambaldi (che
forza della mente».
nella realtà della lavorazione furono tre, in
un progressivo livello
In queste storie
i protagonisti ,
il tenero, ridicolo
extraterrestre
e i perfetti replicanti,
sono umani,
più che umani
Questo è il punto
di contatto
tra le due vicende
favoleggia, era forse Harrison Ford?),
ha prodotto il miracolo di un cartone
animato umanizzato, della meraviglia
eretta a sistema (e con poco, come insiste il regista, con mezzi umani e moderatamente tecnologici, e ogni tanto l’intervento di un nanetto, Pat Bilon, nella
pelle rugosa di E.T.).
Quando, in occasione di un altro anniversario (il ventesimo) E.T. uscì in
quella che veniva presentata come una
nuova versione (in realtà limitata a tre
minuti in più di girato), l’unica vera differenza rispetto alla versione del 1982
era che Spielberg aveva deciso di eliminare tutte le pistole dal film. Effetto 11
settembre, si disse. In realtà Spielberg
aveva dichiarato da tempi insospettabili che c’erano due cose di cui si pentiva, nel film: gli adulti con la pistola che
minacciano i bambini nella loro fuga in
bicicletta verso la grande luna bianca, e
la presenza nel film di armi.
L’unico punto che collega E.T. al suo
coetaneo Blade Runner — piccolo uno,
gigantesco l’altro; provinciale il primo,
megalopolitano il secondo; fiaba per
bambini l’uno, incubo per adulti l’altro
— è che in ambedue i film gli alieni sono umani, più che umani, che la definizione di umanità viene messa in discussione dalla natura della strana alienità degli altri.
Se E.T. è nato dal desiderio di fiaba
esploso nella fantasia di Spielberg in
pieno Sahara, Blade Runner nasce dalle letture eccentriche di Ridley Scott:
eccentriche perché Philip K. Dick non
era in quegli anni assurto alla posizione
di scrittore di culto che gli è riconosciuta oggi. Ma accanto a Dick, autore del
racconto su cui si basa con molte varianti il film (Do Androids Dream of
Electric Sheep? Gli androidi sognano pecore elettriche?), servirebbe un intero
scaffale, se non di più, per contenere le
fonti letterarie e filosofiche di un film
che fortunatamente parla anche e sem-
Carlo Rambaldi
Ridley Scott
La mia sfida
da equilibrista
La città-caos
fece scandalo
C
mbientato in una Los Angeles
dark e piovosa nel 2019, il thriller
futurista di Ridley Scott Blade
Runnerè diventato un “cult” assoluto. In
occasione dell’anniversario, il regista inglese, sessantanove anni, ha deciso di aggiungere alcune scene per il pubblico
dell’home video. Scott ha lamentato
spesso problemi di budget al tempo delle riprese e alterazioni al montaggio imposte dai finanziatori, e ha col film un
rapporto ambivalente.
Come prese forma il mondo caotico e
buio di Blade Runner?
«Pensando a New York e Hong Kong.
Era il periodo in cui da Londra andavo
spesso a New York per girare spot pubblicitari. Atterravo a Jfk e prendevo l’elicottero-shuttle che mi depositava sul
tetto del grattacielo PanAm; la notte dopo ripartivo dallo stesso tetto alla volta di
Londra. Era pauroso: era inverno, c’era
sempre vento e ghiaccio su quel tetto, i
passeggeri erano già sbronzi di Martini e
ero convinto che anche il pilota avesse
fatto il pieno. Si buttava giù dal tetto e all’improvviso mi appariva Manhattan
sotto i piedi. È questa immagine allucinante, oscura e notturna della metropoli che avrebbe poi dato forma al mondo
di Blade Runner».
E Hong Kong?
«Ci andavo spesso per lavoro e ero
sconvolto dal suo ambiente. Non c’erano grattacieli. Le strade erano medievali, il porto coperto da una crosta di schifezza: una città sull’orlo di perdere il controllo. Quando abbiamo disegnato la
città di Blade Runnervolevo Hong Kong,
volevo mettere grattacieli in quel porto.
Così, a differenza di film dell’inizio del
Ventesimo secolo come Metropolis, che
presentava la città del futuro pulita e funzionale, il mio scenografo, Syd Mead, rese la città di Blade Runner eclettica, caotica e altamente tecnica, quasi in modo
punitivo».
Ricorda le prime reazioni al film?
«Non venne subito capito. Alcuni critici mi insultarono per aver ritratto una
Los Angeles, che si preparava alle Olimpiadi 1984, con tonalità troppo dark. Io
cercavo solo di creare una sorta di fumetto heavy metal con un Philip Marlowe del 2019. Una proiezione lirica del
futuro che risultò poi più accurata di
quello che si pensava allora, anche se
non ci voleva un genio a immaginarla».
La versione ’92 non piacque a Ford.
«Il suo personaggio è un replicante ma
lui odiava essere un robot, che invece per
me era l’idea cardine del film. Considero
Blade Runner una fantascienza sociologica, e mi sarebbe piaciuto esplorarla
con un secondo o terzo capitolo. Ma ora
sono convinto che sia stato meglio lasciarlo in pace, va bene così com’è». (s.b.)
A
GRANDE
BURATTINAIO
In alto, Carlo
Rambaldi,
il papà di E.T.
Accanto,
un disegno
del piccolo
extraterrestre
Rapporti
Rapporto PUGLIA
domani in edicola
LA PUGLIA CHE VERRÀ
L'Economia, i protagonisti, le prospettive
di una Regione che punta al rilancio
Repubblica Nazionale
ILLUSTRAZIONE DA FILM POSTER OF THE 80S
di sofisticazione e di ingombro) è un
personaggio che si aggiunge al
Pantheon degli eroi fantastici, a Mickey
Mouse (come auspicava e annunciava
il regista) e, andando indietro nel tempo delle favole, a Peter Pan, a Pollicino,
agli archetipi dei bambini indipendenti e ribelli.
Qui veramente i bambini sono due,
stranamente assortiti: il bambino/vecchio, E.T., ormai l’extraterrestre per antonomasia, rugoso come una tartaruga
e tenero come un pupazzo, e Elliott, il
bambino/bambino che con E.T. cresce
e diventa consapevole del suo essere
umano. La singolare e strana coppia,
bambino e extraterrestre, che si ritrova
e si vuol bene, si riconosce e sperimenta la solidarietà dei piccoli, mossa dalla
regia a altezza di bambino di Spielberg
(chi non ricorda quegli adulti cattivi ripresi dalla vita in giù, quel tintinnare aggressivo di chiavi portate da uno sconosciuto di cui non si vede il volto e che, si
IRENE BIGNARDI
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
STEVEN ALLAN
SPIELBERG
Nato a Cincinnati
il 18 dicembre 1946,
il regista e produttore
ha vinto due premi
Oscar (per la regia):
Schindler's List
e Salvate il soldato
Ryan. Ha ricevuto
il Leone d'Oro
per la carriera
nel 1993 a Venezia
RIDLEY
SCOTT
Nato a South Shields
(Regno Unito)
il 30 novembre 1937,
il regista e produttore
ha ricevuto tre
nomination all'Oscar
come “miglior
regista”, ma non
ha mai portato a casa
l'ambita statuetta
Ha diretto 18 film
plicemente per la sua potenza visiva ed
emotiva.
Perché se Blade Runner parla di alieni molto umani, parla in effetti della
condizione umana, della vita a prestito
e a termine che tutti viviamo e che nei
“replicanti” del film (i perfettissimi robot costruiti sul modello degli uomini
per lavorare nello “spazio esterno”) è limitata a quattro anni, con “data di ritiro” prestabilita e fissa. E se nel romanzo
di Dick, secondo lo stesso Dick, «i replicanti sono odiosi, crudeli, freddi e senza cuore», nel film di Ridley Scott, sempre secondo Dick, sono «superuomini
senza ali». Ridley Scott li mescola e
confonde con un’umanità molto meno
buona e sensibile di loro, più consapevoli degli uomini della loro fragile condizione di creature a termine, più umani degli umani. Di più: i replicanti (definiti da una parola che in questi venticinque anni si è radicata con un’accezione ironica e denigratoria nel linguaggio comune, almeno come
paparazzi e vitelloni) con la loro stessa
esistenza non solo costringono gli esseri umani a confrontarsi con l’essenza
mortale, ma preannunciano tutto il dibattito attuale sulla clonazione e sull’ingegneria genetica.
Eppure, come tutti i film diventati in
qualche misura un universo mitico, anche di Blade Runner è difficile stabilire
la preminenza, in termini di fascinazione, di un elemento sull’altro. La storia?
Forse. Gli interpreti? Sicuramente (ma,
poveretti, a parte Harrison Ford, il cacciatore di replicanti, talmente segnati
dalla loro presenza nel film da avere poi
una carriera altalenante, vedi la bellissima Sean Young, che apparirà e scomparirà come un fiume carsico, o Rutger
Hauer, che non riapparirà fino a Lady
Hawke e a La leggenda del santo bevitore in film di qualche riguardo). La emozionante, emotiva, “maledetta” musica
di Vangelis? Anche. Ma io voto per il
paesaggio, anzi, il cityscape. Blade Runner è il prototipo, il modello, l’invenzione, il canone del paesaggio urbano e
magalopolitano prossimo venturo — o
anche presente, a giudicare da certi skyline e certe strade e certi vicoli e gli onnipresenti schermi giganti sui grattacieli delle metropoli asiatiche. Ridley
Scott, con Syd Mead, già designer dei
Concorde, inventa sulle strutture della
Los Angeles reale e su migliaia di modellini un paesaggio urbano metà vero
e metà fantastico, fatto di grandi architetture tra rétro e postmoderno, miscellanea di stili e di moduli, lo invecchia e
lo fa decadere, lo percorre con le sue inquadrature dall’alto al basso (simmetriche e diverse da quelle di E.T.) per stupirci con l’abisso di quei canyon urbani. E in definitiva sancisce e stabilisce
quella che sarà la città futura della distopia architettonica.
Appuntamento per un controllo al
2019? Abbiamo già superato senza danni particolari il 1984 (il Grande fratello
per ora è solo quello televisivo, di guasti
ne fa ma non così spaventosi…). E forse, se ha ragione Al Gore, la grande perenne pioggia quasi dantesca di Ridley
Scott non ci sarà. Ma di E.T. e di Blade
Runner resterà la poesia: la nuova fantascienza di un quarto di secolo fa lascia alle spalle, assieme ai baccelloni e ai dischi volanti, quello che
Scott chiama «l’estetismo Nasa» e ci saluta con le immagini
umane, molto umane, di un
bambino e di un piccolo
extraterrestre che si stagliano con la loro bicicletta contro la luna, e di un replicante che muore salutato da
una colomba bianca.
Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
i sapori
Cucina del freddo
C’erano una volta le specie selvagge
che popolavano i fiumi del Nord Europa
e sfamavano migliaia di pescatori. Oggi esaurite le risorse - prevale l’acquacoltura
e gli “affumicatoi” lavorano solo esemplari
allevati. Ma la Norvegia continua a mantenere
il primato mondiale di qualità e gusto
Pitlochry (Scozia)
itinerari
Frode Alræk
è il più talentuoso
tra i nuovi cuochi
norvegesi. Nel suo
“Søtt+Salt”
(dolce e salato)
propone percorsi
didattici-degustativi
che durano dal pomeriggio
alla sera, dove il salmone
è ingrediente base
e viene interpretato
in veste modernissima
e molto sfiziosa
Bergen (Norvegia)
1
Involtini
Gli involtini di Ezio Santin
hanno come base le fette
di salmone marinato,
da farcire con formaggio
di capra, passato
al setaccio e lavorato
con olio, erba cipollina
e pepe verde. Sul piatto,
una maionese allungata
con panna e vino bianco
Reykjavik (Islanda)
Cittadina vittoriana
costruita tra laghi
e sponde del Tay,
è una sorta
di paradiso
dei salmoni. Qui,
gli appassionati
accorrono a tarda
primavera
per vedere the salmon ladder (la scala dei salmoni)
con i pesci che guizzano risalendo il fiume
Affacciata
su un fiordo
circondato da sette
picchi, è stata
inserita dall’Unesco
tra i siti patrimonio
dell’umanità
per Bryggen,
la meravigliosa
sealine di colorate casette di legno ultrasecolari
È capitale dell’acquacoltura di salmone e trota
Dalla baia
del vapore,
nome italiano
della capitale
più settentrionale
del mondo, da metà
giugno a settembre
partono escursioni
per il salmon
watching (o fishing, pesca) verso gli oltre cento fiumi
dalle acque cristalline che scorrono nell’isola
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
PINE TREES HOTEL
Strathview Terrace
Tel. 01796-472121
Camera doppia da 60 euro, colazione inclusa
CLARION HOTEL HAVNEKONTORET
Slottsgaten 1
Tel. 0047-55601100
Camera doppia da 140 euro, colazione inclusa
ÁSKOT B&B
Ásvallagata 52
Tel. 00354-8681306
Camera doppia da 108 euro, colazione inclusa
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
OLD ARMOURY
Armoury Road
Tel. 01796-474281
In estate sempre aperto, menù da 30 euro
SØTT+SALT
Skostredet 14
Tel. 0047-40003713
Aperto tutte le sere, menù da 140 euro
EINAR BEN
Ingolfstorg square 101
Tel. 00354-5115090
Sempre aperto in estate, menù da 60 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
HOUSE OF BRUAR
Blair Atholl
Tel. 01796-481543
FISH MARKET
Fisketorget
Aperto tutti i giorni
FISH MARKET
Reykjavik Harbour
Aperto tutti i giorni
LICIA GRANELLO
era una volta il salmone selvaggio. Atlantico o Pacifico, faceva poca
differenza. Tipologie diverse — il Salmo Salar dell’Atlantico, ben cinque varietà nel Pacifico — ma ovunque quantità abbondanti, carni
succulente, benessere dei pescatori, se è vero che in Irlanda la sua immagine guizzante venne scelta per caratterizzare la moneta da dieci
pence.
Raccontano che nei fiumi del Nord Europa — Scozia, Irlanda, Islanda, Norvegia, più il
Quebec canadese — durante la stagione degli amori un tempo si poteva letteralmente
camminare sui corpi argentati dei salmoni in ostinata risalita delle correnti. Cibo tanto diffuso da suggerirne la conservazione (per affumicatura) fin dall’era mesolitica, quasi diecimila anni fa. L’introduzione del metodo della salatura, durante il Medioevo, provocò
uno scollamento nell’accesso sociale al pesce: essiccato col fumo per i poveri, salato per
ricchi e nobili. E i poveri di salmone ne mangiavano talmente tanto che le mense lavorative con due sole porzioni di salmone nel menù settimanale venivano considerate un privilegio assoluto.
Possiamo ridere per non piangere. Perché nell’ultimo scorcio di Novecento, fiumi e mari sono rimasti orfani di salmone. Una penuria così impressionante da far azzerare gli approvvigionamenti su larga scala in tutto l’Atlantico e contingentare quelli del Pacifico. Ro-
C’
Salmone
Una carriera controcorrente
ba che perfino il minuscolo Presidio Slow Food degli affumicatori irlandesi — lavorazione iper artigianale nella Contea di Cork — due anni fa è stato prima sospeso e poi chiuso,
tra i messaggi di plauso di migliaia di membri dell’associazione. L’etica gastronomica ha
premiato anche l’islandese Orri Vigfusson, pescatore pentito e fondatore del Nasf (North
Atlantic Salmon Fund), fresco vincitore del Goldman Environmental Prize ed “Eroe europeo” di Time Magazine, per la sua opera di convincimento nei confronti di pescatori e
affumicatori.
Così, se in Alaska e Giappone ancora si pescano i selvaggi, in Europa, ormai, gli
affumicatoi lavorano solo salmoni allevati, con la Norvegia al primo posto nel
mondo. Uniche, orgogliose eccezioni, i pescatori sportivi, che a partire da quele calorie presenti
sto fine settimana potranno, con clausole strettissime e licenze dai costi proibiin 100 grammi di salmone tivi, accedere ai fiumi-nursery, dove ogni fine primavera avviene il rito della deposizione delle uova. Un’impresa che ai salmoni più fortunati riesce due, tre volte nella vita. La maggior parte, infatti, non sopravvive allo sforzo e muore prima
di tornare in mare dopo aver assicurato la prosecuzione della specie.
Comunque, quello di acquacoltura non è certo un salmone di serie B. Un recente panel
di degustatori internazionali ha accertato gusto meno evidente per gli esemplari di acI grassi presenti
quacoltura, carne bella soda ma accenti più fangosi per quelli pescati. Molto simili anche
nella carne di salmone
i contenuti nutrizionali, con massiccia presenza dei famosi Omega Tre, gli acidi grassi polinsaturi ad azione antiossidante: addirittura 2.5 grammi per porzione, contro i 500 mg
giornalieri auspicati nelle tabelle dietologiche, a cui aggiungere un alto numero di proteine, paragonabile al manzo. In più, nelle specie allevate non sono mai stati rintracciati parassiti, particolare che rende più lieve la pratica di sushi e sashimi.
Se non ci credete, organizzate un weekend a Bergen, Norvegia, dividendovi tra una vile uova di salmone
sita agli impianti di acquacoltura — immense reti chiuse galleggianti nei fiordi sotto l’occontenute in un litro d’acqua
chio elettronico e vigile dell’Istituto superiore di nutrizione che controlla, oltre i mangimi
e il benessere animale, i livelli di metalli pesanti e inquinanti chimici — e una gita al fiume.
Portatevi appresso un barattolo di maionese, pane nero e limone. Ma non fatevi troppe illusioni: in caso di super salmone, il pescatore invece di apparecchiare tavola si dirigerà rapidamente verso l’imbalsamatore, per trasformarlo nel trofeo dell’anno.
170
23%
5mila
Affumicato
Nella lavorazione a freddo
- la più frequente - il
salmone, marinato in sale
e zucchero, viene
affumicato a 22 gradi Poi,
abbattitura a 4 gradi
L’affumicatura a caldo
(80-100 gradi), invece,
è preceduta
da una marinatura di sale
Marinato
Il salmone pulito riposa
24 ore in frigo in una pirofila
fra due strati composti
da una miscela di zucchero
e sale (40 e 60 per cento)
con un peso sopra. Il giorno
dopo, lavaggio sotto un filo
d’acqua fredda, asciugatura
e ulteriore riposo in pellicola
unta d’olio
Repubblica Nazionale
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
LE RICETTE DEGLI CHEF
Ecco quattro ricette a base di salmone
proposte da altrettanti chef
tra i più celebri d’Italia
2
Penne
Incubo gastronomico
degli anni Settanta, le penne
al salmone e vodka sono
state rivisitate da Fulvio
Pierangelini. Che le realizza
a partire da una sfoglia
di pasta fresca pizzicata
in diagonale e farcita
con un parallelepipedo
di “selvaggio” affumicato
3
Dadolata
4
Gualtiero Marchesi prepara
un guazzetto - cubetti
di cipolla, sedano sbollentato,
pomodoro senza semi,
spadellati e cotti coperti
cinque minuti - a cui aggiunge
dragoncello tritato.
Versato nei piatti,
si completa con dadi
di salmone saltati
Zuppa
Pietro Leemann cuoce
una zuppa con cipolla,
patate, paprika e la versa
in cocotte individuali. Sopra,
polpettine di salmone
spadellate e zabaione (tuorli
d’uovo lavorati a caldo
con acqua, dragoncello
tritato e panna montata),
da gratinare in forno
Crudo
L’infiltrazione di grasso
nella carne lo rende perfetto
per carpacci e tartare. Molto
utilizzati i ritagli avanzati
dalla sfilettatura
La consistenza morbida
si sposa con vari tipi
di vinaigrette. A piacere:
limone, lime, zenzero,
pepe verde e rosa
Caviale
Le uova, raccolte prima
della completa maturità
sessuale, devono essere
color rosso-arancione
brillante, intere,
non schiacciate, facilmente
separabili. Nei menù
giapponesi si trovano
sotto il nome di Ikura,
di derivazione russa
Quando il boscaiolo disse “basta”
PIERO OTTONE
P
oiché ho sposato una danese, le mie feste nuziali si svolsero (in un
passato lontano: nella notte dei tempi) a Copenaghen, e le esperienze gastronomiche furono di impronta nordica. Non ero del tutto
sprovveduto: sebbene giovane, avevo già fatto qualche viaggio, avevo
qualche esperienza alle spalle. In un soggiorno moscovita, avevo scoperto il caviale, quello grigio (ma forse l’aggettivo è un po’ pedestre, dovrei
piuttosto dire perlaceo) e quello rosso: tanto diverso, bisogna pur dirlo, dal
caviale che si compra oggi. In Inghilterra avevo scoperto le sogliole di Dover, in Normandia e in Olanda le ostriche. In Danimarca feci la conoscenza col salmone.
Un salmone, a sua volta, diverso da quello contemporaneo. Si chiamava (spero di non sbagliare la grafia) vildlaks. E vild vuol dire selvatico. Il salmone di cui parlo apparteneva a una specie che si pescava nei laghi e nei
fiumi (ma credo anche in mare) in Norvegia, in Finlandia, in Svezia, nel
Canada. Era relativamente raro e costoso. Aveva un sapore allo stesso tempo deciso e gentile. I danesi non lo mangiavano sul pane di segala, che tanto amano: pensavano che fosse troppo delicato, e lo servivano col pane
bianco. Ma col salmone non bevevano volentieri il vino, forse perché i due
sapori, quello del salmone e quello del vino, si combattevano a vicenda.
Preferivano l’acquavite, lo snaps: forte, ma neutrale.
Oggi, quando si naviga per i mari del Nord, si vedono spesso allevamenti di salmone. Il pesce è diventato popolare: costa poco, ormai. Ma non è
più quello di una volta. Anche nel passato il salmone ha subìto tuttavia, diremo così, qualche umiliazione. Come le ostriche. Si legge che i contadini
d’Inghilterra inscenarono sommosse perché erano stanchi di essere mantenuti, nella stagione dei lavori campestri, a ostriche. Bene: anche i boscaioli finlandesi, si racconta, protestarono perché erano mantenuti a salmone (sebbene fosse quello buono).
Non mi meraviglio: questa è la natura umana. Quando vivevo a Mosca,
dopo un congruo periodo di tempo, scoprii che ero stufo di caviale.
Repubblica Nazionale
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le tendenze
Imitazioni
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
Monili in stile Masai, decori etnici e arredi d’ispirazione esotica:
il Nord del mondo s’innamora ancora una volta dell’Africa
e in passerella sfilano abiti che rielaborano la sua arte
e le sue tradizioni. Moda che non nasce solo dalla crisi
creativa occidentale, ma anche dall’affermarsi
di una nuova generazione di stilisti autoctoni
PROFUMO DI BOSCO
Ecco il porta computer che profuma
di esotico. È in legno con finiture
in pelle cucita a mano. Di Monacca
DENTRO LA PELLE
Raffinati grafismi
africani per la borsa
di Bottega Veneta
Il disegno tipico
si abbina alla pelle
intrecciata
SEDUTA ALLEGRA
Mademoiselle
è l’allegra poltroncina
che nasce dall’inedito
matrimonio tra Dolce
& Gabbana e Kartell
Un modo nuovo
di vedere l’animalier
Stregati dalla magia
dei simboli tribali
IRENE MARIA SCALISE
Occidente s’innamora dell’Africa. E quest’estate, a quanto pare, l’amore sarà caldissimo. Grafismi sui vestiti, monili in stile Masai, design
ispirato all’Africa nera. Non solo. Tra un anno sarà inaugurato il Museum for african art di New York. E, a Parigi, Jean Nouvel ha disegnato
il museo etnografico. Il fascino sauvage non risparmia nessuno. Per chi
l’Africa la conosce profondamente come Michela Manervisi, autrice
del libro African style e collaboratrice dell’associazione Afritudine, l’innamoramento in
atto non sorprende: «La moda ciclicamente subisce il fascino del completamente inesplorato e dell’esotismo nero. Per questo motivo ritorna, per i couturier francesi e italiani,
il mito della pantera e della savana da proporre in passerella». Diciamolo: l’Africa è una costante che, dagli anni Trenta a oggi, ha contaminato la nostra cultura. «Le fantasie non annoiano, sono cromaticamente perfette e hanno forza visiva», dice la Manervisi, «gli stilisti
sanno che l’impatto sul pubblico è assicurato e, inoltre, con l’Africa si esce dall’etnico per
entrare nel contemporaneo».
Nel 2007 però il mal d’Africa sembra aver contagiato anche molti designer. Mobili ed
elementi d’arredo, presentati in aprile al Salone del mobile di Milano e presto in vendita
negli showroom, richiamano spesso la cultura nera, estrema e
minimalista. «Le linee elementari degli arredi possono solo insegnare ai nostri progettisti», aggiunge la Manervisi, «che la cosa migliore è togliere invece che aggiungere. La purezza di una
chaise longue ricavata da un tronco di legno non ha nulla da invidiare a una poltrona di Le Corbusier».
Anche un libro appena approdato in libreria, L’arte africana
contemporanea (Bollati-Boringhieri editore), s’interroga sul
perché di questa ricorrente passione. L’autore, l’antropologo
francese Jean-Loup Amselle, riflette su come un numero sempre
crescente di riviste, esposizioni e istituzioni fanno dell’arte africana il proprio orizzonte di riferimento. L’Africa, per lui, occupa
un posto fondamentale nell’immaginario occidentale. Questo
perché il carattere autoreferenziale dell’arte contemporanea la
porta a essere imprigionata in un vicolo cieco e, di fronte a questo processo di disgregazione, proprio il meticciato, il riciclo, l’ibridazione delle culture potrebbero costituire una soluzione miracolosa. All’Africa, insomma, spetterebbe il ruolo di principale fonte di rigenerazione dell’arte occidentale. Ma
se è vero — per Amselle — che l’Africa esercita un indubbio fascino sugli occidentali è altrettanto vero che c’è un disinteresse di fondo verso il continente. Ciò che è nero, da un lato, è vissuto come fonte di rigenerazione dall’altro come entità degenerata.
Ma parallelamente a quella “inventata” o rielaborata dagli occidentali, esiste una “vera” (anche se ancora poco conosciuta) moda africana. Quella ideata da stilisti del continente nero che arrancano per conquistare posizioni sulla scena internazionale. I nomi sono tanti. Pathé O., famoso per essere il fornitore delle camicie stampate di Nelson Mandela e anche l’unico che produce un suo prêt-à-porter made in Africa. E poi Awa Meité, del
Mali, specializzata negli accessori moda in pelle e cotone. Mimi Konaté, sempre del Mali,
che crea inconfondibili colli a pieghe in perfetto stile Capucci. La senegalese Aissa Dione,
regina di stampe in cotone e rafia, tessuti al telaio e grafiche geometriche. La sudafricana
Marianne Fassler, ideatrice della moda urbana. Alphadi, stilista nigeriano che vive tra la
Francia e l’Africa e aiuta a formare altri couturier africani. Dietro le loro creazioni c’è il progetto di un’Africa diversa, non terra di saccheggio ma interlocutrice alla pari. La moda come riscatto, un’inedita strada produttiva che rivaluti la sapienza artigianale.
L’
LOOK DA VERTIGINI
Non conosce limiti,
almeno in centimetri,
il sandalo con zeppa
di Borbonese
Sarà amatissimo
da chi detesta
le mezze misure
Anche mobili
e accessori per la casa
richiamano sempre
più spesso la cultura
subsahariana,
estrema e minimalista
BON TON
Il bon ton
modello
Africa
Miu Miu
ha abbinato
ai grafismi
stilizzati
un colletto
bianco
da signorina
per bene
Versione
morigerata
dell’African
style
DOLCI SUONI
A destra:
la lampada
di Foscarini,
nascosta
sotto il collo
della maschera
tribale africana,
è in alluminio
Sfiorando
i suoi elementi
tubolari
si sprigionano
suoni delicati
Repubblica Nazionale
DOMENICA 3 GIUGNO 2007
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49
AUTENTICAMENTE TUA
IN BELLA VISTA
Una borsa autenticamente made
in Africa. È di Afritudine, in tessuto
abbinato a delicato pitone
Colori sgargianti, effetto assicurato
Sgabelli coloratissimi e trasparenti
della nuova superstar del design
Marcel Wanders. Sono adatti
per interni ed esterni. Kartell
MINIMALISMO D’AUTORE
Ricorda i design minimalisti dell’Africa
nera questa Sit Sat. È una seduta
scultura di Massimilano e Doriana
Fuksas, per Sawaya & Moroni
SENZA CONFINI
Vestito multicolor di cotone
con profili a contrasto
Di Magò, stilista italiana
che lavora in Africa
FORME
Più che un anello
sembra
una scultura
Lo ha disegnato
Peter Chang
Sinfonia
di bianco, nero,
rosso e argento
COME IL FUOCO
Sono di Louis Vuitton
i nuovi accessori
leopard rosso fuoco
Fermacapelli, collane
e ciondoli animalier
Una stilista del Mali racconta il suo lavoro controcorrente
L’ultimo saccheggio del continente nero
MIMI KONATÉ
a una decina d’anni, l’Africa è diventata un serbatoio d’ispirazione per i
grandi stilisti degli altri continenti. Alcuni dei grandi nomi che influenzano le tendenze della moda internazionale non esitano
a portare in passerella creazioni di matrice
etnica: matrice che si esprime in materiali, disegni, accessori, oggetti, che spesso, nella coscienza delle popolazioni africane, rappresentano dei simboli della propria cultura o
della propria storia. Ormai è normale vedere
tessuti e gioielli africani nelle vetrine dei negozi occidentali, vedere i nostri motivi ornamentali utilizzati nell’arredamento, le nostre
maschere o feticci ancestrali trasformati in
soprammobili. Tutti questi oggetti perdono il
loro senso etnologico nell’utilizzo distorto
che viene fatto dai consumatori, a cui in certi
casi poco importa l’origine e il significato del prodotto.
Stiamo assistendo a un saccheggio della cultura africana: un saccheggio che è socioculturale ed
economico. Perché, dietro a
questa infatuazione per l’estetica del continente nero, si intravedono già i tratti di una mutazione
economica internazionale legata
alla produzione e alla distribuzione
dell’artigianato, che non offrono alcuna risposta al problema della povertà dell’Africa.
Nell’elenco dei prodotti più apprezzati nel
Nord del mondo figura l’abbigliamento africano, realizzato a livello artigianale con tecniche antiche e che, spesso, è l’unica fonte di
reddito per alcuni strati della popolazione.
Telai e fusi sono stati rimpiazzati da grossi stabilimenti industriali, i pezzi unici ora sono
prodotti in serie, le tinture artigianali hanno
lasciato il posto alle tinture chimiche. Ritengo prioritario affrontare la questione dello
sfruttamento dell’arte africana altrimenti,
nel giro di una decina d’anni, i paesi asiatici
potranno vantarsi di essere i maggiori esportatori di design africano.
Un esempio concreto di questo sfruttamento sono i motivi ornamentali creati dalle
celebri tintore del Mali che vengono imitati
dalle industrie cinesi e venduti a prezzi tre volte più bassi. Gli stabilimenti tessili nazionali
non sfuggono al saccheggio di creatività: al-
D
NELLA SAVANA
Un originale abito
savana di Antonio
Marras per Kenzo
Toni e grafismi
sono quasi clonati
da quelli
delle stoffe
del continente
nero
cuni hanno già chiuso e altri lo faranno a breve, non potendo far fronte alla concorrenza
dei tessuti d’importazione.
Sono entrata nel campo della moda per passione, ma ho forti dubbi che questo mestiere
possa rappresentare un punto di forza nella
nostra economia. Come me la maggioranza
dei giovani stilisti africani oggi deve fare i conti con lo stesso problema: riuscire a sopravvivere. Le nostre difficoltà sono dovute alla mancanza di visibilità mediatica, di sussidi, di manodopera qualificata e così via. Fatichiamo a
imporci di fronte ai colossi della creazione che
considerano il nostro patrimonio unicamente come serbatoio d’ispirazione.
Gli stilisti africani, che sono i principali innovatori del design del loro continente, molto spesso vengono esclusi dalle grandi passerelle: Parigi, Milano, New York e Londra.
Per non parlare del disinteresse della
stampa internazionale. La soluzione di questi problemi passa dalla
presa di coscienza degli africani
stessi della qualità dei loro prodotti, dal consumo locale, dalla
resistenza all’invasione cinese,
dagli aiuti internazionali, dal riconoscimento (nel Nord del mondo)
delle nostre potenzialità.
Io, oggi, ho la mia piccola boutique dove presento abiti che sono adattati alle donne
africane “moderne”, quelle che vanno in ufficio, che hanno bisogno di vestiti pratici, ma
vogliono mantenere le loro peculiarità. Gestisco la mia carriera di stilista lavorando per
l’Ortm (la radio-tv pubblica del Mali) come
presentatrice di trasmissioni radiofoniche o
televisive sulla moda. Gestisco anche alcuni
progetti che mi stanno molto a cuore: nel
2008, ho deciso di aprire — finanziandola di
tasca mia — Mode Sup, una scuola di formazione a cui si può accedere dopo il diploma.
Ma malgrado tutto continuo a sentirmi esclusa dal “vero mondo della moda”: posso dar
prova di inventiva quanto voglio, ma so benissimo che la sorte di una giovane stilista è
nelle mani di un grande couturier o di un giornalista occidentale che — durante un viaggio
turistico o sfogliando una rivista sull’artigianato africano — si imbatta in una delle mie
creazioni.
Traduzione di Fabio Galimberti
EFFETTO SELVAGGIO
Poltroncina
Leatherworks
di Edra in vari tipi
di pelle differenti
L’effetto sauvage
è garantito
Repubblica Nazionale
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