Domenica il reportage Viaggio nella pattumiera d’Europa La di DOMENICA 3 GIUGNO 2007 ATTILIO BOLZONI e ITALO CALVINO la memoria Repubblica La libreria lunga diciotto miglia A.M. HOMES e ANTONIO MONDA Mezzo secolo da Beatles Alla vigilia dell’uscita del suo nuovo album, “Memory Almost Full”, FOTO DA THE COMPLETE BEATLES CHRONICLE Paul McCartney racconta in esclusiva i ricordi e le emozioni di una vita “che gli ha dato tutto” GIUSEPPE VIDETTI «M LONDRA a non è morto?», esclama il fattorino, mentre consegna il plico indirizzato a Paul McCartney. «No, John Lennon è morto, George Harrison è morto. Ma Paul è vivo e vegeto. E oggi è nostro ospite», risponde impassibile il portiere del piccolo e prezioso albergo di Tottenham. «Ti sbagli, Paul è morto prima di John. L’unico vivo è Ringo. Quello che da decenni si spaccia per lui è un sosia», insiste, mentre s’infila il casco, pronto a risalire sullo scooter. Incredibile, c’è ancora chi crede a quell’antica leggenda metropolitana. La misero in giro nel 1969, quando tutti si affannavano a trovare una spiegazione allo scioglimento dei Beatles. Dicevano che il vero Paul era morto il 9 novembre 1966, decapitato in un truce incidente stradale. All’epoca ci fu anche un attore squattrinato, certo William Campbell, che dichiarò di essere stato contattato, a causa della sua somiglianza con Paul, per rimpiazzare il Beatle defunto nel gruppo rock più famoso del mondo. La verità è assai più banale: quel giorno Paul, che era ancora fidanzato con l’attrice Jane Asher, era a casa del suo blasonato amico Tara Browne, in trip lisergico e con lo spinello in mano. Fu proprio Browne, allora ventunenne e presumibilmente sballato, a schiantarsi con la sua Lotus Elan contro un camion parcheggiato in una via del centro. Quan- do lesse la notizia sui giornali, Lennon scrisse di getto A day in the life, uno dei capolavori di Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band, l’album dei Beatles pubblicato esattamente quarant’anni fa. Paul McCartney è vivo e vegeto, il 18 giugno compie sessantacinque anni e pubblica domani un nuovo album, Memory almost full, il ventunesimo dallo scioglimento dei Beatles, che non è geniale e grandioso come Sgt Pepper, ma suona tutt’altro che apocrifo. Invecchiando, assomiglia più a Angela Lansbury che al paffuto studentello che, a partire dal 1963, scatenò un’isteria che non ha uguali nella storia del pop. Non è un periodo felice della sua vita. Il divorzio dalla seconda moglie Heather Mills e le dispute per l’affidamento della figlioletta Bea, di tre anni e mezzo, sono state le occupazioni principali degli ultimi mesi. Si è consolato dalla delusione di non aver trovato un’altra Linda, scegliendosi un amore meno esigente, il mandolino, che si è messo a studiare con l’entusiasmo di un musicista al primo anno di conservatorio. Ci accoglie suonandoci una serenata napoletana. «Roma. Roma, la bella Roma», esclama in italiano. «Che ricordi! Quando suonammo con i Beatles al Teatro Adriano (27 giugno 1965), incontrammo Noel Coward nell’albergo dove gli organizzatori ci avevano sistemato, a due passi dallo zoo. Ma il free concertche ho tenuto l’11 maggio 2003 al Colosseo mi ha dato emozioni anche più forti. Vedere quella marea di gente che riempiva i Fori Imperiali è stata la sensazione più inebriante che abbia mai provato su un palcoscenico». i luoghi Shangri-La, il mito diventato business FEDERICO RAMPINI cultura Scipione l’Africano e il suo maestro PAOLO RUMIZ la lettura Una griglia per cuocere all’inferno BILL BUFORD e CARLO PETRINI spettacoli E.T. e Blade Runner, il doppio futuro IRENE BIGNARDI e SILVIA BIZIO (segue nelle pagine successive) Repubblica Nazionale 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 3 GIUGNO 2007 la copertina Beatles per sempre Cinquant’anni fa Paul McCartney incontrava John Lennon e avviava un sodalizio che avrebbe modificato la storia della musica Oggi pubblica il suo nuovo album, “Memory Almost Full”, e in questa intervista esclusiva spiega perché non è ancora tempo di bilanci “Che voglia e che paura di cambiare ancora” (segue dalla copertina) ascia il mandolino a riposo sul divano, e riflette sul titolo del nuovo disco: Memoria in esaurimento. «Non vuol mica dire che Paul McCartney è arrivato al capolinea. È solo una frase che ho letto un giorno sul mio cellulare sovraccarico di sms, e mi è sembrato un titolo carino, in sintonia con questi tempi in cui abbiamo troppo di tutto. Ma c’è poco da fare, è così che abbiamo scelto di vivere. Mi fa incazzare la gente che dice: “Non ho tempo per questa cosa o quest’altra”. Mi viene da rispondergli: “Sì che hai tempo, ne hai quanto ne vuoi, basta solo che ti organizzi”. Ed è quel che faccio io. Anche quando la memoria è in esaurimento, lascio sempre un po’ di spazio per la vita vera, camminare per strada, annusare l’aria, ammirare la natura. Non cerco, in questo modo, di trovare la giusta ispirazione per scrivere nuove canzoni, grazie a Dio quelle vengono naturalmente (in questo ho una fortuna sfacciata), lo faccio per sentirmi vivo, per godermi l’essenza della vita. Io non vado pazzo per i computer, e mi vengono i brividi quando sento dire: “Sai, ieri ero al pc e ho fatto una meravigliosa passeggiata in una foresta… virtuale”. No, guardi, io preferisco un bosco spelacchiato, purché sia vero. Ho bisogno di annusarla la natura, io. E poi, vogliamo parlare del sesso virtuale? Non è roba per quelli della mia generazione. Eppure un amico della mia età l’altro giorno se n’è uscito: “Sai Paul, l’ho fatto in cam, non è poi così male”. “Sei fuori di testa?”, gli ho detto. “Muoviti! Esci di casa e trovati una donna”». Mezzo secolo di canzoni, la militanza nel gruppo numero una della storia del pop, la comproprietà del repertorio più prestigioso e redditizio dell’ultimo secolo di musica, un patrimonio di mille milioni di euro (che questo divorzio rischia d’intaccare per il dieci per cento); molti al posto suo si sarebbero blindati da decenni in una prigione dorata, a godersi i diritti d’autore: quelli di Yesterday per mantenere lo yacht, quelli di Michelle per la villa al mare, quelli di Let it be per sostenere le ambizioni della figlia stilista (Stella McCartney), quelli di I want to hold your hand per la piccolina, e così via. «Che idea! Non ho mai pensato di smettere, mai. Ci sono stati, è vero, momenti di grande pressione nella mia vita, ma la musica non c’entra, la musica non mi ha mai causato stress. Ora sto affrontando un divorzio, è uno strazio; quando i Beatles si separarono, fu una tragedia. Ma anche in questi frangenti, la musica rimane una buona compagna, una fonte di salvezza. Le dicevo prima che le canzoni mi vengono naturalmente, come bisogni fisiologici. Intendevo dire che non c’è stato mai un momento in cui ho stentato a trovare l’ispirazione, in cui ho pensato: chissà se domani riuscirò a scrivere un’altra strofa o un altro ritornello? Le canzoni, al contrario, mi si affollano in testa, più ne scrivo, più me ne vengono». Ma sessantacinque anni è pur sempre un’età in cui un uomo avrebbe diritto alla pensione, l’epoca dei bilanci, delle riflessioni. In The end of the end, nell’ultimo disco, Paul fa ipotesi sull’aldilà. «Non mi considero una persona molto religiosa. Non ho un credo, ma riesco a percepire chiaramente la spinta verso una qualche forma di spiritualità insita negli esseri umani, il bisogno di credere che l’universo sia un posto più grande di quello che sembra, che ci sia una vita oltre la morte. Ma non so cosa sia né posso immaginare a cosa possa assomigliare Dio. Lo raffiguriamo come un vecchio signore con la barba, perché abbiamo bisogno di crederlo equo e rassicurante, generoso e protettivo. Ma questo, per la verità, è poco razionale. Qualcuno L ‘‘ John Lennon Mi chiamò e mi disse che stava per pubblicare un album da solista e aveva deciso di lasciare il gruppo Mi parve strano, perché per una volta era Paul a dirlo e non io 1957 L’INCONTRO Paul McCartney incontra John Lennon e si unisce alla sua band, i Quarry Man È il 6 luglio, giornata storica per la musica 1 1961 IL DEBUTTO ‘‘ I Beatles suonano il loro primo concerto serale al Cavern di Liverpool. È il 21 marzo. Dall’agosto dello stesso anno, la band suonerà tutti i mercoledì sera fino al 1963 per un totale di 292 esibizioni. Il locale sarà chiamato “la casa dei Beatles” 2 George Harrison Tutti e due eravamo appassionati di chitarre. Mia madre me ne comprò una, ma Paul, all'inizio, aveva solo una tromba e ci suonava di continuo “When the saints go marching in” Poi capì che se suonava la tromba non poteva cantare e fece cambio ‘‘ Ringo Starr All’epoca in cui stava per uscire “Let it be”, Paul aveva già pronto il suo primo disco da solista e si arrabbiò molto quando chiesi di posticiparlo Alzò la voce, era fuori di sé, aveva perso il controllo 1969 LINDA Il 12 marzo Paul sposa Linda Louise Eastman. Sarà il grande amore della sua vita. I due avranno quattro figli, Heather, Mary, Stella e James. Non si separano mai se non per i nove giorni in cui Paul finisce in prigione in Giappone per possesso di marijuana. Linda muore di cancro il 17 aprile 1998 3 preferisce pensarlo al femminile, come grande madre universale, un’immagine che fa tremare i teologi. Io ho solo il sentore che il mondo è meraviglioso e che l’universo è un posto incredibile, e questo mi rende ottimista sull’aldilà. Mi aiuta a superare qualsiasi paura». Nel 1998, quando Linda morì di cancro del seno, Paul perse la bussola. Poche settimane prima aveva convocato una conferenza stampa a Londra per la pubblicazione dell’album Fleming pie. Proprio quel giorno lei si aggravò. C’erano giornalisti arrivati dall’Australia e dalla Nuova Zelanda, stremati dal viaggio, che bivaccavano nell’auditorio. Attesero ore, Paul non arrivò. Alla fine quel posto era ridotto a un dormitorio pubblico. Due anni fa, al Bristol di Parigi, lo aspettarono una giornata intera, nella hall popolata da miliardari sauditi e dalle loro inaccessibili consorti. Quando apparve, disse a tutti: «Ho sette minuti, spero bastino». Bisbetico, intrattabile, oppure reso fragile dal dolore e dall’avanzare degli anni? Oggi è in buona, tutto merito del mandolino. «Paura d’invecchiare? Oddio, a chi piace? Quando sono soprappensiero, continuo a immaginarmi come un bel ragazzo di venticinque anni. Poi mi guardo allo specchio, e vedo un’altra realtà. Ma non mi fanno paura le rughe, è inevitabile, un destino che ci accomuna. E, francamente, non è tutto negativo, ora guardo la vita con un occhio più rilassato. Da ragazzo ero ossessionato dalla mia apparenza, soprattutto quando sapevo che c’erano in giro fotografi. Mi preoccupavo dei capelli, del completo che indossavo. Ma il fatto che io continui a immaginarmi l’eterno ragazzo del 1965 è dovuto al fatto che quando si parla di Paul McCartney i giornali continuano a usare vecchie foto di repertorio. Eppure non sono ancora un rottame. Per questo ringrazio l’Uomo Vogue per avermi dedicato un servizio fotografico nuovo di zecca nel numero di luglio. E poi diamine, un sacco di donne, ragazze anche, sostengono che gli uomini invecchiando diventano più sexy. Io sono d’accordo con loro». Cinquant’anni fa, d’estate, in cima ai suoi pensieri c’erano altre priorità. Il rock’n’roll aveva appena conquistato l’Inghilterra e Paul sognava il suo posto al sole. Entrare a far parte di una delle band di Liverpool sarebbe già stata un’ebbrezza sufficiente a placare l’ambizione di un adolescente di provincia. Quando in autunno tornò a scuola, la sua vita era già avviata verso il cambiamento totale. «Ho un ricordo vivido dell’anno 1957. Avevo quindici anni, il mio amico del cuore si chiamava Ivan, frequentavamo la stessa classe, ma lui era anche molto legato a un altro gruppo di ragazzi della sua zona, e non faceva che parlarmi “di un certo John che aveva diciassette anni e aveva una band...”. Era il 6 di luglio, la scuola era finita. Insistette per portarmi a una fiera organizzata dalla parrocchia. Ascoltai John cantare, poi Ivan me lo presentò. Fu una giornata particolare per me. E il destino volle che diventasse memorabile. Il destino? O cos’altro? Ricordo come fosse ora il momento in cui scivolai dietro il palco e feci ascoltare a John Lennon quella canzone, Twenty flight rock, che Eddie Cochran aveva pubblicato proprio quell’anno. Mi accompagnai con la chitarra, cercando in tutti i modi di fare buona impressione. A quanto pare funzionò, due settimane più tardi mi chiese se volevo far parte dei Quarry Men. Ero eccitatissimo, felice. Non sa quante volte, in questi cinquant’anni, ho pensato: se non ci fosse stato Ivan Vaughan non sarei andato a quella festa, e se non ci fossi andato non avrei mai incontrato John, e se non avessi incontrato John non ci sarebbero stati i Beatles, e così via. La nostra vita è tutta frutto di coincidenze e piccoli incidenti di percorso». La voce 1 2 FOTO DAVE HOGAN/HULTON ARCHIVE/GETTY IMAGES GIUSEPPE VIDETTI Repubblica Nazionale DOMENICA 3 GIUGNO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 Please please me The Beatles 1963 IL NUOVO CD Si intitola Memory Almost Full, è il ventunesimo album pubblicato da Paul McCartney dopo lo scioglimento dei Beatles e il primo non distribuito dalla Emi, che da sempre ha l’esclusiva del catalogo Parlophone e Apple. Dal 5 giugno il cd sarà anche reperibile in diecimila negozi Starbucks di ventinove paesi. La Hear Music, l’etichetta che ha prodotto l’ultimo lavoro di Sir Paul, è di proprietà della multinazionale del caffè, sempre più interessata alla musica Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band The Beatles 1967 The Beatles (White Album) The Beatles 1968 Ram Paul e Linda McCartney 1971 Band on the Run Paul McCartney & Wings 1973 3 Memory Almost Full Paul McCartney 2007 1970 LO SCIOGLIMENTO Il 31 dicembre i Beatles si separano ufficialmente quando Paul avvia un procedimento giudiziario per sciogliere la società e un curatore fallimentare viene incaricato di gestire i loro affari 4 1997 4 CAVALIERE Già dal 1965 membro dell’Ordine dell’Impero britannico per meriti musicali insieme ai Beatles, l’11 marzo Paul McCartney viene insignito dalla regina con il titolo di cavaliere 5 2002 SECONDE NOZZE L’11 giugno Paul sposa l’ex modella Heather Mills dalla quale avrà un’altra figlia, Beatrice. I due divorziano, dopo una feroce battaglia legale per la divisione del patrimonio dell’ex Beatle, il 29 luglio 2006 si spezza, Paul accarezza il mandolino, il pensiero va a John, alla magia che insieme hanno generato. A Ivan, nato anche lui il 18 giugno del 1942, Lennon e McCartney sono stati riconoscenti per tutta la vita. Dopo la laurea, Vaughan trovò impiego come maestro. Fu sua moglie Jan, insegnante di lingue, che aiutò i Beatles a comporre il testo francese di Michelle. Quando morì di Parkinson, nel 1994, Paul fu sconvolto. Iniziò a scrivere poesie. «Non lo facevo da quando ero bambino», dice. Ivan era parte attiva della comunità floreale dei Beatles anche quando il quartetto cominciò a scrivere Sgt Pepper. Che uscì esattamente dieci anni dopo il primo incontro di Paul con John. «Avrei bisogno di tre anni per raccontare quello che accadde dal ‘57 al ‘67. Tutto cambiò di colpo, diventammo molto famosi in quei dieci anni, prima molto conosciuti, poi straordinariamente popolari, infine universalmente noti. Non solo le nostre vite, ma anche le nostre menti cominciarono a espandersi in territori sconosciuti. Poco dopo, incontrai Linda, e iniziò un nuovo periodo. Così Paul McCartney cominciò ad avere a che fare con moglie e figli. Famiglia, come dite voi italiani. Che bella parola! Suona calda, generosa. Con la nuova band, i Wings, fu difficile all’inizio. Era gratificante avere l’opportunità di continuare a far musica, ma era mortificante vivere all’ombra dei Beatles, un gruppo leggendario e talmente famoso da scoraggiare qualsiasi paragone. Mi fa piacere che oggi ci sia una riscoperta dei Wings e una rinascita del rock. Qualcuno va predicando che questo è un periodo morto per la musica. Io non sono d’accordo. Ci sono giovani gruppi come Kaiser Chiefs e Snow Patrol che sanno il fatto loro. Lo sperimentalismo dei Radiohead ha prodotto frutti magnifici. I computer non sono ancora riusciti a metterci fuori uso. Il pericolo, di questi tempi, è che affidandoci anima e corpo alla tecnologia, finisce che diventiamo schiavi delle macchine. Mi pare che oggi ci sia una reazione dei giovani nei confronti della tecnologia, preferiscono la chitarra elettrica ai sintetizzatori». Non ha fatto simpatia, né ai figli né al pubblico, che Paul, a quattro anni dalla morte di Linda, si sia risposato con Heather Mills. «La solitudine gioca brutti scherzi», dice. Ma oggi che è di nuovo un uomo libero, il pensiero corre alla donna con cui ha vissuto trent’anni. Gratitude, nel nuovo disco, è dedicata a lei. «A Linda devo essere riconoscente per essermi stata accanto fino alla morte, senza di lei non sarei sopravvissuto artisticamente alla separazione dei Beatles. Ma Gratitude è una canzone che ho scritto pensando a tutto quel che di buono ho avuto dalla provvidenza, e in cima alla piramide ci sono lei, i miei figli, poi i Beatles, gli amici, Dio. Sono un privilegiato che a un certo punto ha sentito il bisogno di dire grazie. L’altro giorno qualcuno mi ha chiesto se ho dei rimpianti. Non mi hanno preso sul serio quando ho risposto: “Ho il rimpianto di non saper pattinare”. Lei sa pattinare sul ghiaccio? No? E non le dispiace? A me dispiace. Io rimpiango solo di non saper fare piccole cose, le grandi le ho avute tutte a portata di mano». Paure? «Qualcuna. Sono in un periodo di cambiamento, che a sessantacinque anni è pur sempre un rischio. Sto divorziando, e mi chiedo se avrò ancora diritto a un briciolo di felicità. Lei è sposato? No? Beato lei che non vive nell’incubo che dopo il divorzio forse non ci sarà nessun’altra. Ma mi fa più paura la stupidità dei politici, perché adesso ho la certezza che se ne infischiano della gente». Riprende il mandolino, improvvisa un’altra serenata. Ci accompagna verso l’uscita col sussiego di un posteggiatore navigato. Il portiere lo guarda compiaciuto. Che follia pensare che sia un sosia. 5 Repubblica Nazionale 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 3 GIUGNO 2007 il reportage Emergenza rifiuti Si chiama Ochiul Boului, occhio di bue, è la più grande discarica della Romania, quella dove qualcuno voleva stivare l’immondizia di Napoli. Un “mondo alla fine del mondo”, un regno dantesco abitato dal popolo dei riciclatori che avvelena tutto quello che c’è intorno E, anche, un business controllato da mani italiane Nella pattumiera d’Europa ATTILIO BOLZONI S BUCAREST cavano ancora sulla collina. C’è un altro buco, il più grande. Fra qualche mese, in bilico sulla sua cima resteranno solo la basilica di pietra bianca e il piccolo cimitero. Li dovranno pregare tanto i loro santi Mihail e Gavril quelli che abitano nella valle dove gli alberi di fico non fanno più fichi e i ciliegi non danno più ciliegie, dove gli orti sono morti e gli uomini dannati. Sentono il suo fiato. Ci camminano sopra a quelle alture che sembrano di cartapesta. In certi giorni prendono anche forme di animali. Di un leone, un serpente, un muso di cane. Si arrampicano sui resti di quattro o cinque o sei milioni di loro simili. I vapori stordiscono, i colori si mescolano. Al sole diventano un grigio che acceca. Ogni tanto passa un treno che scompare dietro la curva. È dietro la curva che c’è il mondo alla fine del mondo. È a dieci chilometri da Bucarest che c’è la discarica più spaventosa della Romania. Il nome gliel’ha dato la valle: Ochiul Boului, occhio di bue. Fino a una trentina di anni fa c’era un lago e c’era un pascolo, poi Ceausescu ha portato la spazzatura della capitale e Ochiul Boului è stato sepolto per sempre. Per centodiciannove ettari è una gobba fradicia che si allunga e si allarga, sale, scende, si rialza fino a una quarantina di metri e dentro di sé ha crateri fumanti come i vulcani, fosse nere, crepacci. Le sue nebbie si spingono fino a Glina e a Popesti Leordeni, paesi sventurati scivolati in una delle pattumiere più gigantesche d’Europa. Un recinto verde segna un confine che non c’è più. I camion sollevano nuvole di polvere e poi vengono ingoiati nella sacca. Ai cancelli fanno la guardia gli zingari. Assoldati per sorvegliare e malmenare chi si inoltra fra le creste dei rifiuti a raccattare ferro, plastica, vetro, scarpe sfondate, rimasugli di cibo. È il popolo che sopravvive con gli scarti degli altri. Sono puntini neri quegli uomini e quelle donne e quei bambini che vagano per Ochiul Boului. Si muovono lentamente, gli occhi che cercano, le mani che frugano, sprofondano nel marcio fino alle ginocchia, riaffiorano dalla loro miserabile caccia sempre con qualcosa che li farà resistere ancora un giorno. Siamo su uno dei precipizi dove volevano trasportare la «munnezza» di Napoli, nascondere qui quello schifo che si distende fra Portici e il Vesuvio, qui dove fanno sparire tutto, ogni specie di rifiuto. Quello di Bucarest e quell’altro che viene da lontano, quello stipato sui vecchi autocarri che sbuffano sulle rampe dopo il tramonto, dei container che sbarcano al porto di Costanza, dei vago- ni che partono dalla Bulgaria, dei carichi fantasma che giungono da Istanbul. E pure dall’Italia. Scambi. Traffici. Mafie. Il tanfo è spinto da un vento caldo al di là del recinto. Si spande verso una campagna rinsecchita, trafitta da piloni dell’alta tensione e scheletri in cemento armato. Caserme diroccate, capannoni deserti. È la ferrovia che taglia in due la strada che sbuca a Popesti Leordeni. L’ultima casa prima della discarica è quella di Niculina Anghel. È nata cinquantasette anni fa in questa casa e non se n’è mai andata. Dal suo balcone vede quello che stanno facendo ancora nella valle, un centinaio di metri più giù. Le ruspe risalgono il fianco della collina che è sempre più sottile, sta quasi per rotolare nel solco dove una volta scorreva il fiume Dambovita. «E poi il fiume si allargava fino a formare un laghetto, c’erano le trote e le carpe, e attorno c’erano le mucche e i bambini giocavano laggiù», ricorda Niculina. È diventata ogni giorno più grande la discarica di Ochiul Boului. «Prima o poi inghiottirà anche la mia casa», dice. Mostra un foglio, la petizione firmata dalla metà dei dodicimila abitanti di Popesti Leordeni. Si sono rivoltati contro quel letamaio che si muove come se fosse una cosa viva, che manda fuori i suoi fetori, che sta conquistando anche gli ultimi metri rimasti ai giardini, ai cortili, alle stradine poderali. «È tutto inutile: noi siamo piccoli e i padroni della spaz- zatura sono grossi, troppo grossi per noi», sussurra Niculina. Per legge la discarica dovrebbe chiudere nel 2012. Ma scavano, scavano sempre in fondo alla valle. Oltre la ferrovia c’è un “magazin mixt”, uno spaccio. Mirella e suo marito Valentin vendono frutta, birra, giornali, pane, gelati. Sono accerchiati dalla feccia, ci vivono dentro. Pagano anche loro la gabella, la tassa sui rifiuti. Poco meno di diciotto lei, l’equivalente di cinque o sei euro al mese. Un sacco al giorno che si portano via in un bidone e quasi venti milioni di tonnellate che lasciano sull’uscio della loro casa. Mirella e Valentin raccontano cosa è accaduto l’altro anno nell’ultima settimana di maggio, dopo la grande alluvione che ha sommerso le regioni più a nord. Mirella non se lo dimenticherà più: «Trascinati dall’acqua sono annegati migliaia di cavalli, di cani, di maiali. Li hanno portati tutti qui, ogni notte li infilavano di nascosto a Ochiul Boului». E Valentin ha scavalcato il recinto per scoprire la fine che facevano: «Li ho visti sotterrare, uno sopra l’altro». Le lasciavano lì carcasse, le lasciavano imputridire nel ventre della discarica. Sono cambiati anche gli odori in quelle notti. Le zaffate arrivavano fino ai due paesi, un puzzo aspro. Per scacciare mosche e zanzare fecero venire le autobotti e cominciarono a rovesciare disinfettanti con le pompe. La discarica era illuminata da potenti fari, ogni tanto ululavano anche le sirene. Un’apocalisse. È sporca l’aria. È sporca la terra. È sporca l’acqua. «Noi la facciamo bollire prima di lavarci o cucinare», dice Manole Marin, “primar” di Glina, il sindaco di quell’altro paese che è finito in questa tragica periferia romena dove fino a qualche anno fa c’erano sedici fabbriche e oggi c’è solo quella spaccatura nei campi con le sue sporgenze infette. Un’altra curva ed ecco Glina, altri settemila appestati da Ochiul Boului. I castagni selvatici bruciati. L’erba gialla, malata. Una lunga via dritta e poi tante traverse tutte uguali. Strada Ingusta, strada Veli, strada Revolutey, strada Rozeloy. Se Popesti Leordeni è costruita qualche metro più in alto, Glina è ancora più sciagurata. Sta sotto, schiacciata e soffocata. È rassegnato il sindaco Marin: «Ci hanno tolto la vita giorno dopo giorno e anno dopo anno, ci hanno ucciso lentamente in una camera a gas». E spiega come l’immondizia della capitale ha raggiunto le porte del suo paese. Era il 1976 quando Nicolae Ceausescu decise di mettere il pattume di tutta la sua Bucarest proprio là, a sud est, in quella campagna che avanza per trecentocinquanta chilometri fino al mare di Costanza. Arrivarono subito i bulldozer. Nel 1978 cominciarono a scaricare. Sparì il fiume. Sparì il lago. Sparirono le mucche. Una voragine e una montagna, un’altra voragine e un’altra montagna. JURGHEN HANS SCHULT Trash People Guerrieri di latta riciclata CLAES OLDENBURG ANDY WARHOL Mozzicone di sigaretta Gesso colorato Big Torn Campbell’s Soup Can ( Pepper Pot) Pittura su tela, 1962 ENRICA BORGHI Anello in plastica riciclata 2000 ROBERT RAUSCHENBERG Cardbird III (Turkey) offset collage di vari materiali,1971 JOHN CHAMBERLAIN EMILY PILLOTON Etruscan Romance Acciaio cromato dipinto, 1984 Human Nest. Nido per bambini Bamboo e stracci colorati Repubblica Nazionale DOMENICA 3 GIUGNO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 1976 l’anno di apertura della discarica 119 gli ettari di terra coperti di rifiuti 9mln gli euro pagati per averne il controllo VICINO BUCAREST Due immagini della discarica di Ochiul Boului, a dieci chilometri da Bucarest gnore dei rifiuti di Bucarest fa sorvegliare la sua grande discarica da una banda di rom. «Buttate fuori l’italiano di merda», ordina Victor appena entriamo nel suo regno. I ficcanaso non gli piacciono. Ma non ce l’ha con gli italiani. Anzi: con loro ha sempre fatto tanto business. È l’immondizia che li tiene insieme. Ogni fila di camion che si infila oltre il recinto è una palata di soldi per Victor Dombrovshi e suoi soci. Quelli di minoranza erano fino a qualche mese fa due fratelli di Rieti, Sergio e Giuseppe Pileri, imprenditori di successo a Bucarest. Hanno interessi nel lotto, negli ippodromi, nel campo immobiliare, in aziende informatiche. Sono anche gli editori di Piazza Italia, «periodico di informazione europea degli italiani in Romania». Il socio di maggioranza dell’“Sc Ecorec Sa”, che ha come patrimonio l’abisso di Ochiul Boului, è un siciliano molto noto. Per i magistrati di Palermo è Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, il famigerato sindaco mafioso degli anni Settanta. La spazzatura non ha frontiere. Come il denaro. Il 21 ottobre di due anni fa Victor Dombrovshi ha ceduto per 9 milioni e 375 mila euro l’82 per cento della sua “Sc Ecorec Sa” ad “Agenda 21”, una società controllata dalla “Sirco spa” che a sua volta è controllata dal giovane Ciancimino attraverso i suoi avvocati prestanome. Nella compravendita ha fatto da consulente un vecchio amico dei sicilia- Ci sono due paesi, Papesti Leordeni e Glina, nella valle dove gli alberi di fico non fanno più fichi e i ciliegi non danno più ciliegie, dove gli orti sono secchi e gli uomini dannati Nelle loro case si sente il fiato del letamaio, come se fosse una cosa viva ni, l’ingegnere Romano Tronci. È un conoscitore profondo di quelli che prima della caduta del Muro erano «i paesi dell’Est», ha buone conoscenze a Milano dove è rimasto invischiato in una coda di Tangentopoli, ha fatto qualche colpo anche in Sicilia. I boss di Corleone lo chiamavano «il comunista» perché curava alcuni appalti per le coop rosse. Appalti di rifiuti. A Palermo attraccava il suo panfilo ai moli della Cala, poi scendeva in città e si sedeva intorno al «tavolino» dove c’era la spartizione fra i mafiosi e i califfi della Regione. Tre per cento agli uni e tre per cento agli altri. L’ingegnere è finito sotto processo per la discarica di Bellolampo. I rifiuti, sempre i rifiuti. È un «giro» quello dell’immondizia. Italia, Romania, Milano, Palermo, Roma, Napoli, i soliti nomi, i soliti indirizzi. Un incastro di sigle, azioni cedute o acquistate per confondere, scatole cinesi, teste di legno che si registrano alle camere di commercio e firmano contratti milionari. Siamo andati a cercarli gli uffici delle società che fanno capo all’“Agenda 21” di Massimo Ciancimino. Da Ochiul Boului al km zero di Bucarest, il cuore della capitale. C’è la “Sc Ecorec Sa”, c’è la “Salub”, ci sono la “Sc Ecologica Mures” e la “Sc Ecologica Baicoli”. Sono tutte nate per riciclare spazzatura, le abbiamo trovate tutte nel Sector 2, in Strada Tunari numero 49. È una palazzina color corallo a meno di un chi- lometro dal centro, un isolato prima della grande caserma dell’Igp, l’Ispettorato generale della polizia romena. In Strada Tunari 49 ci sono anche la redazione del periodico Piazza Italia e le stanze dell’Agenzia Obiettivo Lavoro, che è sempre dei fratelli Pileri. È piccolo il mondo alla fine del mondo. Si conoscono tutti. La spazzatura è una colla che non li fa staccare mai. Per tornare a Ochiul Boului si oltrepassa ancora la ferrovia. Niculina è sempre là sul suo balcone a guardare le ruspe che svuotano la collina. Al Comune di Popesti Leordeni è appena arrivato il sindaco. «A me non importa chi sono i padroni di queste discariche né mi importa da dove vengono i soldi», sbotta Grigor Trache, il “primar” che non si lamenta come il suo collega di Glina della peste portata a Ochiul Boului. È di religione cattolica Grigor, sulla sua scrivania bacia una grande Madonna di Lourdes in legno. Gli chiediamo di Victor Dombrovshi. «Un grande imprenditore», dice. Gli chiediamo anche dei suoi soci. È infastidito, risentito: «Voi in Italia prima chiudete in carcere le persone e poi fate le indagini, da noi non vanno così le cose...». Sono i corvi appostati sui rami che annunciano la lunga fila di camion che si sta avvicinando alla discarica più grande della Romania. Gli zingari aprono i cancelli. I corvi si avventano sull’ultimo carico di Ochiul Boului. MICHELANGELO PISTOLETTO Venere di stracci Cemento, mica e stracci, 1967 I bastioni infetti di Leonia città che rinasce ogni giorno ITALO CALVINO a città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare. L ANONIMO Cestino per rifiuti Carta riciclata di poster pubblicitari Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori delle città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arretrare e le cataste s’innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. È una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne. [...] Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano. [...] Tratto da “Le città invisibili” © 1993 by Palomar Srl e Arnoldo Mondadori Editore Spa, Milano © 2002 by The Estate of Italo Calvino e Arnoldo Mondadori Editore Spa, Milano ARTE TRASH In queste immagini, oggetti d’arte confezionati con immondizia o ispirati al tema dei rifiuti Repubblica Nazionale FOTO ANGELO FRANCESCHI Così è cresciuto il più grande deposito di rifiuti urbani della Romania. Hanno aperto varchi in ogni suo lato. Nel 1981. Nel 1987. Nel 1994. Nel 2001 e nel 2004. Peggio del dittatore sono riusciti a fare solo quelli che la discarica l’hanno comprata dopo. L’hanno riempita. E ogni volta che avevano finito di riempirla, cominciavano di nuovo a fare buchi. Scavano, scavano sempre nello sfacelo di Ochiul Boului. È la spazzatura l’affare formidabile nella Romania di questi ultimi anni. Forse ancora più della droga. Più della tratta delle ragazze. Le società di smaltimento di rifiuti sono almeno quante i casinò e le sale da gioco, sessantaquattro contate ufficialmente fino al 2005, in realtà più di settanta e solo nel distretto di Bucarest. Sono nelle mani di russi e israeliani, gruppi indipendenti. Le società “ecologiche” hanno invece tutti finanziatori italiani e sono quasi tutte legate una all’altra. Anche quella più grande. Anche Ochiul Boului. È il tesoro di Bucarest. La “via balcanica” dei rifiuti passa fra Glina e Popesti Leordeni. Chi è che comanda nella pattumiera romena? Chi è il padrone di Ochiul Boului? «Il signor Victor», rispondono al telefono. La società è la “Sc Ecorec Sa” e il suo direttore generale si chiama proprio Victor, Victor Dombrovshi. Il direttore della produzione è suo figlio. Il direttore del personale è suo nipote. Tutto in famiglia. Quello che si presenta come il si- 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 3 GIUGNO 2007 la memoria Festeggia ottant’anni di vita un’istituzione di New York Remainder di lusso che si trova tra la Dodicesima e la Broadway. Un posto in cui due milioni e mezzo di volumi usati sono distribuiti su quattro piani secondo un ordine anarchico ma sublime. Nacque quando il suo fondatore decise di vendere la sua biblioteca privata. Oggi è il simbolo dell’anti-corporate. E funziona Strand, diciotto miglia di libri 1927 1956 Ben Bass apre la Strand sulla Quarta Avenue La libreria si sposta nell’ex cinema sulla Broadway ANTONIO MONDA P NEW YORK er il newyorkese doc è la libreria per antonomasia. Più colta, più autentica, più appassionante di qualunque Barnes & Noble o Borders, e più grande, più ricca e più varia di una qualunque libreria indipendente. All’angolo tra la Dodicesima e la Broadway dove è situato l’ingresso principale, la Strand Bookstore esibisce con orgoglio un’insegna in cui si annuncia che il visitatore ha a disposizione diciotto miglia di libri, che in termini numerici equivale a un totale di due milioni e cinquecentomila volumi. Nei quattro piani della sede storica non esiste argomento che non abbia un proprio settore, o almeno uno scaffale, ma la collocazione dei generi principali riflette in maniera sintomatica lo spirito laico, liberal ed edonista della città: al terzo piano sono esposti i libri rari, al secondo i volumi d’arte (insieme a quelli di spettacolo, design e architettura), al pianterreno la narrativa e l’umorismo, e nell’interrato la religione e la scienza. I testi di cucina, significativamente, attraversano trasversalmente tutti i piani. Per coloro che vivono a Manhattan, ma anche per chi viene da turista o la frequenta per lavoro, Strand è molto più di una libreria: è un centro di vita culturale e nello stesso tempo un’icona della vita newyorkese, che celebra sfacciatamente la propria realtà immutabile nel cuore di una metropoli che ha fatto del continuo rinnovamento la propria principale caratteristica. E anche in questi giorni, in cui si festeggia l’ottantesimo anniversario con una festa alla quale interverranno scrittori, intellettuali e star del cinema, si presenta orgogliosa della propria polverosità e del proprio disordine. L’esterno del locale è circondato da una serie di banchi nei quali sono messi in vendita libri usati a un dollaro, e l’interno costringe il visitatore a un percorso labirintico, che smentisce ogni strategia di mercato, e segue invece accostamenti arditi: l’opera omnia di Melville è proposta insieme a Maus di Art Spiegelman, Cent’anni di solitudineinsieme a una copia autografata di King of the World, il libro scritto da David Remnick su Mohammad Ali. E ancora: i romanzi di Martin Amis sullo stesso bancone dei libri su Chuck Close, quelli di Ian McEwan insieme ai testi sull’Actors Studio e a un libro introvabile in cui Lee Strasberg parla della necessità artistica del “Metodo”. The Leopardcioè Il Gattopardo(è uno dei pochissimi testi italiani esibiti nella zona privilegiata vicino all’ingresso), è accanto al libro fotografico di Bert Stern su Marilyn Monroe, e nel bancone di fronte campeggiano i racconti di Isaac Singer e la “trilogia della pianura” di Cormac McCarthy. Il disordine tende a scomparire man mano che ci si avvicina agli scaffali, ma ciò non impensierisce affatto il visitatore, divertito dall’idea di trovarsi in una specie di caotico mercato del libro frequen- tato dall’intellighenzia newyorkese che ama organizzare in questo luogo incontri, reading e presentazioni nelle quali si ribadisce che la cultura ha bisogno proprio di questa energia disordinata, e rifiuta l’approccio lussuoso e asettico delle grandi catene librarie, più simili a supermarket che a centri di cultura. Strand è l’antitesi orgogliosa e romantica del concetto di “corporate”: è uno degli ultimi posti in America, e forse anche nel mondo, in cui un libro ha un valore prima che un prezzo. Ma è anche il luogo che esalta la capacità imprenditoriale del singolo, che rifiuta il concetto di agglomerato industriale e riesce ad affermarsi grazie alla propria abnegazione e alla forza della propria idea. Da questo punto di vista rappresenta la quintessenza dello spirito americano. Questa mescolanza di pragmatismo e romanticismo è visibile sin dal pianterreno: molti dei volumi hanno l’etichetta Strand Price, che indica il prezzo ribassato che solo la libreria è in grado di offrire, e spiega meglio di ogni altra cosa perché Strand è il paradiso per il lettore ma l’inferno per lo scrittore: se il primo riesce a trovare di tutto a prezzo stracciato, il secondo deve affrontare la realtà delle rese invendute dei propri testi, o dei libri inviati ai recensori, che cominciano ad apparire sui banconi negli stessi giorni in cui vengono pubblicati. In questi giorni di celebrazione viene esposta in vetrina, accanto alla Remington 10 utilizzata per tenere i conti all’epoca dell’apertura, la storia della libreria, che venne fondata da Ben Bass sulla Quarta Avenue, nell’isolato opposto rispetto a quello attuale. Bass investì nel progetto seicento dollari, cifra che rap- ‘‘ La Strand è una macchina del tempo, un transporter, un allucinogeno e un intossicatore... Semplicemente è tutto qui ADAM GOPNIK scrittore Repubblica Nazionale DOMENICA 3 GIUGNO 2007 ‘‘ La scritta “a metà prezzo” della Strand è la più profonda delle recensioni ANATOLE BROYARD critico letterario del New York Times Una grande miscela di newyorkesità letteraria, non nuova di zecca, non pretenziosa, idiosincratica KURT ANDERSEN scrittore i clienti 2007 La Strand oggi, la più grande libreria dell’usato del mondo ILLUSTRAZIONE DI TULLIO PERICOLI ‘‘ LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 presentava tutti i suoi risparmi, ed iniziò mettendo in vendita la propria collezione di libri. Il nome lo scelse in onore della celebre casa editrice inglese, e decise di aprire la sede originaria sulla cosiddetta “Book Row”, la strada che congiunge tuttora Union Square ad Astor Place. All’epoca dell’apertura in quei pochi isolati c’erano ben quarantotto librerie, che offrivano le più importanti novità editoriali provenienti dall’Europa e i libri dei principali autori americani, ma oggi Strand è l’unica ad essere sopravvissuta. Sin dagli inizi, Bass impostò il lavoro in una chiave familiare, e chiamò il figlio Fred a lavorare dietro il bancone originale quando quest’ultimo aveva solo tredici anni. Fred cominciò a gestire in prima persona la libreria nel 1956, e ancora oggi siede ogni giorno accanto alla cassa, supervisiona gli acquisti e le vendite, organizza gli eventi più importanti, dirige uno staff di duecento persone e la seconda libreria aperta a Southstreet Seaport, più piccola nelle dimensioni, ma identica nello spirito. È stato Fred che ha deciso di spostarsi nella sede attuale e, sin dagli anni Sessanta, grazie alla sua prodigiosa memoria e alla vastissima conoscenza bibliografica ha conquistato la stima e l’affetto di personaggi diversissimi quali Saul Bellow, Allen Ginsberg, Jacqueline Kennedy, Jorge Luis Borges, Richard Avedon, Andy Warhol e Kurt Vonnegut. La prima consacrazione ufficiale avvenne nel 1970, quando il premio Pulitzer George F. Will scrisse, in un pezzo intitolato Hail to thee, Old Strand (cioè Ave a te, vecchia Strand): «Le otto miglia che sono degne di essere salvate in questa città sono all’angolo della Dodicesima e Broadway, e sono gli scaffali pieni di libri della Strand». A distanza di trentasette anni, le miglia sono diventate diciotto ed i clienti abituali della libreria non sono meno prestigiosi: Fred Bass cita con soddisfazione Jules Feiffer, Umberto Eco, Chuck Palahniuk, Salman Rushdie, Steven Spielberg, David Mamet e, novità dell’ultimo decennio, star del cinema come Julia Roberts, Tom Cruise, Uma Thurman, Johnny Depp, e della musica come Bono, Bjork e persino Michael Jackson. Lo scorso anno è stata venduta per centomila dollari una raccolta di tutte le opere di Shakespeare datata 1632, e Bass si dichiara alquanto sorpreso di non aver trovato ancora un acquirente disposto a spendere quarantamila dollari per una copia illustrata dell’Ulisseautografata da Joyce e da Matisse. Ma sul piano del semplice commercio la novità più significativa è quella denominata Books by the foot, un servizio di vendita di libri al metro quadro con funzione decorativa, che possono essere ordinati via Internet a seconda dell’altezza degli scaffali. L’idea di offrire la consulenza di un decoratore di interni è di Nancy Bass Wyden, figlia di Fred e prossima erede della libreria, che definisce il progetto un segno dei tempi e ribadisce con un sorriso orgoglioso l’inscindibilità dell’anima romantica da quella pragmatica. Alcuni assidui frequentatori della Strand di ieri e di oggi La grotta del tesoro nel cuore di Manhattan A.M. HOMES lla bella età di ottant’anni, la Strand non è soltanto un’istituzione della vita culturale newyorchese, è anche una destinazione internazionale, una celeberrima libreria indipendente che la famiglia Bass possiede e gestisce dal 1927. La Strand è e rimane la libreria per eccellenza, un luogo leggendario, un ricettacolo di tesori nascosti. Lo slogan del negozio (18 miles of books, diciotto miglia di libri) la dice già lunga. Scrittori, editori, bibliotecari e collezionisti di libri si aggirano attraverso i cinquemila metri quadri di caos organizzato e odore di polvere, inchiostro e libri antichi, alla caccia di quell’unico volume indispensabile che non sai neanche qual è fino a quando la tua mano non ci capita sopra per caso. Quando l’elettronica ha preso il sopravvento nel campo dell’acquisto di libri e delle ricerche bibliotecarie, e sono scomparsi i cataloghi cartacei e i libri ammonticchiati, posti come la Strand sono diventati ancora più importanti. Scaffale dopo scaffale, tavolo dopo tavolo, la pletora di libri di ogni genere incoraggia a sfogliare, induce al libero gioco delle associazioni: è il luogo dove perdersi, dove sognare ad occhi aperti; entrare ed uscire rapidamente è impossibile, sembra che il pavimento stesso eserciti una sorta di attrazione gravitazionale, una benigna distesa di sabbie mobili storico/culturali. I clienti, dal serioso allo squattrinato al fanatico, girano tutti per il negozio con la testa girata di lato, a leggere il dorso dei libri in esposizione. Il personale, composto da bibliofili appassionati con interessi e competenze nelle aree più disparate, è altrettanto variegato dello scenario circostante: negli anni, hanno lavorato alla Strand innumerevoli scrittori, e anche poeti del rock come Patti Smith e Tom Verlaine. La libreria compra ogni giorno libri «nuovi» (spesso un titolo arriva alla Strand parecchie settimane prima di arrivare nelle grandi catene), a riprova di come questo posto sia un paradiso per gli addetti ai lavori. Professionisti dell’editoria, critici, editori vendono le loro copie omaggio alla Strand in cambio di un prezzo poco più che simbolico, e a loro volta le biblioteche comprano i libri dalla Strand a un prezzo più basso di quello offerto direttamente dagli editori. Uno dei segnali che sei arrivato davvero, come scrittore, è trovare in magazzino qualche copia del tuo libro, spesso con i materiali destinati alla stampa ancora dentro. Quando ero una giovane scrittrice, con un piccolo appartamento e poco spazio, portavo i miei vecchi libri a Fred Bass, lui gli dava un’occhiata e mi proponeva due cifre, una se volevo essere pagata in contanti, una se volevo essere pagata con un credito sui libri: io sceglievo sempre il credito e spesso andavo direttamente al secondo piano dell’edificio adiacente, la famigerata sala dei libri rari. È stato qui che ho trovato una prima edizione, firmata dall’autore, di Undici solitudini, di Richard Yates: la dedica portava scritto «A Patty, che mi ha portato i fiori». E poi, prime edizioni di John Cheever e Truman Capote, e anche volumi di Maurice Samuel, mio lontano cugino. In questo piccolo, e ancora più polveroso, angolo del negozio c’è sempre un gruppetto di persone radunate a esaminare qualcosa: le bozze di un libro ancora non pubblicato con una firma strana, un raro volume antico, un catalogo ragionato di artisti, un’edizione limitata di un poeta. Nel corso degli anni, ho stretto amicizia con alcune delle persone che lavorano in quella sala: il mio preferito è Eddie Sutton, un tizio che suona il piano, che ho conosciuto nel lontano 1989, quando fu pubblicato il mio primo romanzo: lui sapeva chi ero, ancora prima che lo sapessi io! Negli anni mi è capitato spesso di chiamare il banco delle copie omaggio riciclate, nel seminterrato, chiedendo un titolo e, se non ce l’avevano, nel giro di poche ore miracolosamente riuscivano a trovarlo. E per le mie ricerche mi affido spesso alla sterminata quantità di materiali contenuti nei magazzini del negozio, telefonando a Eddie, con suo grande divertimento, con richieste apparentemente un po’ strane del tipo «Mi servirebbero tutti i titoli dei libri scritti dal presidente Ronald Reagan o che hanno a che fare con lui». Lui mi chiede semplicemente, «Che cosa hai in mente questa volta?», e io confesso: un racconto, un romanzo, un’opera teatrale. Non esco mai da Strand a mani vuote, vado sempre via carica di libri, è più forte di me. (Traduzione di Fabio Galimberti) A L’ultimo libro dell’autrice pubblicato in Italia : “Questo libro ti salverà la vita”, Feltrinelli JORGE LUIS BORGES Il suo amore per i libri si rispecchia nel suo racconto La Biblioteca di Babele ALLEN GINSBERG Amava anche la libreria City Lights di San Francisco che lo pubblicò PATTI SMITH La cantante e poetessa rock da giovane lavorò alla libreria Strand UMBERTO ECO Un capolavoro la descrizione della biblioteca de Il nome della rosa JULIA ROBERTS Star del cinema innamorata di un modesto libraio nel film Notting Hill Repubblica Nazionale 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 3 GIUGNO 2007 i luoghi Himalaya leggendaria In principio c’era Shambhala, paradiso in terra narrato dai testi sacri tibetani. Poi l’Occidente creò la favola di “Orizzonte perduto”, libro di James Hilton e film di Frank Capra. Ora la favola rinasce a Deqen, tramutata da Pechino in una Disneyland esoterica CARTOLINE FOTO IMAGINECHINA In queste pagine alcune foto della provincia dello Yunnan dove è stata battezzata la nuova Shangri-La e immagini del Tibet Il business di Shangri-La M de che si chiamano Himalayan Garden Inn, Himalayan Café ed anche Google Café e Balcony Laptop: per viaggiatori ansiosi di restare in contatto via Internet col resto del mondo. Un’accozzaglia di stili incolla fianco a fianco le case rifatte in stile tibetano e le pagode cinesi. Una folla di turismo che si crede alternativo — insieme agli occidentali spunta anche qualche “saccopelista” cinese con buffi capelli acconciati in trecce rasta — si mescola alle donne dal costume tradizionale. Loro hanno il turbante rosa, i pantaloni neri ricoperti di gonne-grembiuli di lana a strisce parallele di tutti i colori dell’arcobaleno. Sulle spalle hanno il grosso canestro per portare il bambino, o la frutta, o i tessuti da vendere al mercato. Sovrasta la cittadina il monastero Senze Ling detto “il piccolo Potala” perché imita la celebre dimora millenaria dei Lama a Lhasa, la capitale del Tibet. Ha la stessa posizione coricata su un fianco di montagna, i bei cubi regolari delle celle monacali, le fondamenta di pietra bianca e i piani alti di terra rossa. Ma l’originale del Diciassettesimo secolo fu completamente distrutto durante la Rivoluzione culturale maoista, come il lago di fronte (oggi inaridito) dove le Guardie rosse affogavano i monaci fedeli al Dalai Lama nel 1966. Il piccolo Potala di Shangri-La è una cineseria ricostruita nel 1982 con l’aggiunta volgare di un luccicante tetto dorato a forma di pagoda. È una delle ultime beffe che Pechino ha inflitto ai tibetani di questa zona, già “amputati” dal perimetro ufficiale del Tibet amministrativo dopo l’invasione dell’esercito cinese nel 1950: oggi questa terra risulta in provincia dello Yunnan. La gente di qui con- FEDERICO RAMPINI DEQEN, SHANGRI-LA entre il pilota annuncia la discesa, dal finestrino dell’aereo si intravede lontano il maestoso picco innevato del Karakal, 6.740 metri: la montagna incantata del romanzo che attira me e altri visitatori su queste cime tibetane della catena Meili. Oggi l’Airbus si abbassa delicatamente verso la vallata di Deqen e tocca la pista con sicurezza, nulla che ricordi il drammatico atterraggio di fortuna dei viaggiatori di Orizzonte perduto. Benvenuti a Shangri-La, annuncia un cartellone all’aeroporto, uno scalo piccolo ma nuovo fiammante. In quaranta minuti di taxi si arriva nella cittadina, preannunciata da un lungo paesaggio di crateri: voragini dove si accalcano scavatrici e betoniere, gru e miriadi di operai, i cantieri di grandi alberghi in costruzione che sporcano l’aria buona di montagna sollevando nubi di sabbia e cemento. È già inaugurato il nuovissimo Hotel Paradise, bunker di cemento armato, e al suo fianco svetta l’albergo Holy Palace (Palazzo Sacro), grattacielo imponente pronto ad accogliere fiumane di torpedoni cinesi. Finalmente appare la città antica, o quello che vorrebbe assomigliarle. È un borgo grazioso con i vicoli lastricati di pietra, le case di legno dai tetti spioventi coperti di tegole di ardesia, sui muri c’è qualche affresco buddista dove fanno capolino anche divinità induiste. Purtroppo quasi tutto è finto o ricostruito. Negozi di souvenir, ristoranti per turisti, locan- tinua a subire umiliazioni, come l’invasione di un turismo cinese chiassoso e cafone. Le comitive sguaiate che affluiscono nel piccolo Potala strepitano nella lamaseria e girano le ruote sacre della vita al contrario (in senso antiorario), offendendo la sensibilità dei fedeli. Loro si vendicano con silenziosi gesti di sfida come la foto proibita del Dalai Lama che si scopre in un’ala buia del monastero, mimetizzata in mezzo a una folla di immagini di Budda e di divinità di origine sciamanica o induista. La sola presenza di quella foto è un reato grave per la legge cinese, chi l’ha messa e chi la venera fa un atto di coraggio che può costare caro. È un triste destino questo di Deqen, propaggine sacrificata del grande Tibet di una volta, tranquillo villaggio di pastori strappato suo malgrado alla solitudine delle montagne, trasformato in una Disneyland pseudo-spiritualista da vendere ai turisti in cerca di spaesamento esoterico. Tutto per colpa di un’antica leggenda che si perde nella notte dei tempi, poi di un romanzo di successo degli anni Trenta, e infine di Hollywood. Non credete ai dépliants dell’ente turistico. Shangri-La non esiste. Non è mai esistita. Con questo nome un inglese di nome James Hilton storpiò il termine sanscrito di Shambhala, che nei sacri testi tibetani del Kalacakra Tantra designa una favolosa regione situata a nord della catena himalayana. Secondo la leggenda, in quel regno a forma di fiore di loto s’instaura il paradiso in terra grazie a una dinastia di sovrani illuminati che custodiscono l’autentica saggezza buddista. Protetto da barriere di montagne invalicabili, Shambhala consente ai suoi abi- tanti di seguire il proprio dharma, le regole di vita scritte nel destino. Lì ogni bisogno umano è soddisfatto; nessuno vi si ammala né invecchia. È il luogo dove gli uomini di buona volontà possono trovare rifugio dalle sofferenze, nell’attesa che il resto del mondo guarisca dalla violenza e si converta all’amore. L’Occidente s’invaghisce della leggenda di Shambhala verso la fine dell’Ottocento. All’apice degli imperialismi britannico, francese e russo, il Tibet — grazie al suo isolamento geografico, al clima rigido, alla natura aspra e ostile — è uno dei pochissimi territori asiatici che si sottraggono alla colonizzazione. Per gli europei dell’epoca, imbevuti di positivismo e fiducia nel progresso, è uno shock la descrizione fatta dai rari esploratori: sulle montagne più alte del pianeta esiste una civiltà rimasta indifferente all’invenzione della ruota… la usa solo come strumento di preghiera. Nell’èra in cui Cina India e Indocina vengono concupite dagli appetiti commerciali dell’uomo bianco, il Tibet diventa l’ultima landa arcana e inaccessibile, sulla quale tutte le fantasie possono scatenarsi. Dal 1870 al 1876 un esploratore dello Zar, il romantico colonnello Nikolai Mikhailovich Przhevalsky, detto “il Lord Byron russo”, lancia diverse spedizioni nella speranza di scoprire la mitica Shambhala, che ha sentito descrivere da un lama come «un’isola dorata in mezzo a un mare a elevatissima altitudine». Per una singolare coincidenza nel 1875 la misteriosa Madame Helena Petrovna Blavatsky, anche lei di origine russa, dà vita alla Teosofia. Quel movimento, che seduce una élite intellettuale a New York e a Città di Tivoli 16 Giugno Festa di inaugurazione: spettacoli, concerti, performance nelle piazze della Città (ingresso libero) 29 e 30 Giugno Cruda. Vuelta y vuelta. Al punto. Chamuscada Giorgio Barberio Corsetti (Italia) A cura di Giorgio Barberio Corsetti PRIMA ASSOLUTA Area archeologica di Villa Adriana Tivoli (Roma) S P O N S O R I S T I T U Z I O N 5 Luglio Concerto Ludovico Einaudi “Il tempo del mito” Rodrigo Garcia (Spagna, Argentina) PRIMA ASSOLUTA PRIMA ITALIANA Concerto Villa Adriana dal 21 al 24 Giugno Dionisiache Londra, vede nel buddismo tibetano il nucleo originario di tutte le religioni umane, indica nelle montagne dell’Himalaya i luoghi dove lo spirito umano può raggiungere la più pura introspezione, la sede dei Mahatma (le “grandi anime”). Per alcuni teosofi il Tibet è addirittura la regione dove si rifugiarono i sopravvissuti della mitica Atlantide per salvarsi dalla rovina della civiltà. L’esploratrice francese Alexandra David-Neel, che nel 1912 incontra il tredicesimo Dalai Lama, contribuisce a diffondere in Europa il fascino del Tibet come depositario della spiritualità autentica, una scuola di ascetismo dove lo stesso cristianesimo deve imparare a rigenerarsi. In questo contesto già sovraccarico di immaginazione, nel 1933 esce in Inghilterra Orizzonte perduto di James Hilton (edito in Italia da Sellerio), il primo libro della storia a essere pubblicato in edizione tascabile, quasi subito un best-seller mondiale: l’origine del mito di ShangriLa. All’inizio del romanzo un gruppo di occidentali sono casualmente riuniti in 3 e 4 Luglio The Manganiyar Seduction Roysten Abel (India) PRIMA EUROPEA 9 e 10 Luglio Myth Sidi Larbi Cherkaoui (Belgio, Marocco) 6 Luglio PRIMA ITALIANA Orchestra Popolare Italiana Ambrogio Sparagna 13 e 14 Luglio Vertiges con Sonia Bergamasco e Giovanni Lindo Ferretti “Bbella fatte chiama’ - Canti d’amore dalla campagna romana” Toni Gatlif (Algeria, Francia) PRIMA ITALIANA Tu compri solo lo spettacolo e ti portiamo noi. A L I L’acquisto a prezzo intero del biglietto d’ingresso a FESTIVAL dà diritto al trasporto in treno o in autobus. Per informazioni rivolgiti alla biglietteria dell’Auditorium o telefona allo 06.80.241.281. www.auditorium.com • Info 06.80.241.281 • Biglietteria e prevendita: tel. 199.109.783 (servizio a pagamento) Repubblica Nazionale DOMENICA 3 GIUGNO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 NIKOLAI PRZHEVALSKY ALEXANDRA DAVID-NEEL Fondatrice della teosofia che, sosteneva, si basava sulla saggezza himalayana L’esploratrice francese nel 1912 incontrò il Dalai Lama e diffuse in Europa il fascino del Tibet JAMES HILTON Nel 1933 uscì Orizzonte perduto: il mito Shangri-La divenne mondiale FOTO WEBPHOTO ECHINA FOTO IMAGIN Esploratore dello Zar dal 1870 al 1876 lanciò diverse spedizioni alla ricerca di Shangri-La HELENA BLAVATSKY un volo che viene dirottato per ragioni in apparenza misteriose. L’atterraggio forzato vicino al monte Karakal li porta a contatto con Shangri-La, altissima e sperduta, dove una comunità di saggi vivono felicemente lontani dalla civiltà moderna, pur conoscendo nei dettagli tutto ciò che vi avviene. A Shangri-La i lama che praticano lo yoga e la meditazione trascendentale restano giovani per centinaia d’anni, la morte li colpisce raramente e quando arriva li trova preparati, sereni. Ma il segreto dell’eterna giovinezza non è l’aspetto che più colpisce i lettori negli anni Trenta. Quando esce il romanzo di Hilton, e poi ne viene tratto l’omonimo film diretto da Frank Capra nel 1937, l’Occidente è ancora traumatizzato dalla Grande depressione iniziata nel 1929. A stento ha superato le ferite della Prima guerra mondiale e già l’avvento dei totalitarismi (Mussolini, Hitler, Stalin) preannuncia nuovi conflitti, altri orrori e violenze di massa. Il personaggio principale di Orizzonte perduto, Robert Conway — un diplomatico inglese angosciato dal ricordo della Prima guerra mondiale — riassume così il clima del suo tempo: «Il mondo intero attorno a me sembra essere diventato completamente pazzo». Un altro passaggio suona profetico, anni prima dell’Olocausto e della bomba atomica di Hiroshima: «Il Medioevo che sta per iniziare coprirà il mondo intero col suo manto funebre». Ai funesti presagi di Conway risponde il gran lama di Shangri-La: «Staremo qui con i nostri libri, con la nostra musica, con le nostre meditazioni, a custodire le fragili eleganze di un’età moribonda, cercando quella saggezza di cui gli uomini avranno tanto bisogno quando le loro passioni si saranno consumate». L’iniziazione che ha luogo a Shangri-La non è fanatica né settaria, si adatta alle menti più razionali FILM CULT A sinistra, la locandina di Orizzonte perduto, il film di Frank Capra del 1937 tratto dal bestseller di James Hilton La storia di un gruppo di sopravvissuti a un disastro aereo che scopre la magia di Shangri-La dell’Occidente. Il gran lama è ben diverso dai visionari feroci che vogliono costruire l’Uomo Nuovo. «In breve potrei definire la nostra principale credenza così: moderazione. Inculchiamo la virtù di evitare eccessi di qualunque specie; persino, perdonatemi il paradosso, eccessi di virtù. Questo principio è la fonte di uno speciale grado di felicità. La nostra gente è moderatamente sobria, moderatamente casta, e moderatamente onesta». Il successo di Orizzonte perduto diffonde il sogno di Shangri-La come una terra fuori dal tempo, lontana dal dolore e dal male, immunizzata dalla ferocia dell’uomo. È stato definito il più perfetto romanzo di evasione, in senso letterale, perché è centrato sul tema della fuga. L’evasione dalla realtà fu portata agli estremi da Frank Capra che realizzò il film nel canyon californiano della Ojai Valley, vicino a Los Angeles, usando indiani d’America come comparse al posto dei tibetani. Nel romanzo come nella sua versione hollywoodiana è rigorosamente assente il volto duro e retrogrado del Tibet: la miseria, la sporcizia e le malattie, gli aspetti superstiziosi e degradanti della tradizione, lo sfruttamento del popolo da parte della teocrazia parassitaria dei monaci. Via via che nuove generazioni occidentali si avvicinavano alle religioni orientali — i poeti beat negli anni Cinquanta a San Francisco, il movimento hippy, la New Age, oggi attori di Hollywood come Richard Gere e Steven Seagal — l’intera tradizione buddista tibetana veniva trasfigurata come una grande Shangri-La, una saggezza eterna fiorita sulle montagne, da proteggere contro gli assalti della modernità. Simbolo di rifugio, oasi di tranquillità, il nome di Shangri-La è perfino adottato da una celebre catena di alberghi di lusso. La ghiotta opportunità non poteva sfuggire ai cinesi. Dopo l’occupazione militare del Tibet lanciata da Mao Zedong nel 1950, dopo le persecuzioni religiose della Rivoluzione culturale, la nuova Cina capitalista ha annusato il business. Per decreto governativo Pechino ha stabilito che Shangri-La esiste davvero. Ha ribattezzato con quel nome un paesello vicino a Deqen, ha costruito l’aeroporto, ha dato via libera ai miliardari della speculazione edilizia perché si approprino del sogno e lo trasformino in attrazione per il turismo di massa. All’aeroporto un opuscolo in carta patinata ricco di fotografie a colori accoglie i visitatori con le parole del giornalista di regime Xie Jie: «Chiunque sia stato a Deqen è d’accordo che questo luogo sperduto è come il regno delle fate, è proprio la Shangri-La che abbiamo nel cuore». Gli unici che restano freddi di fronte allo sfruttamento industriale del mito sono i tibetani, quelli veri. Come la mia guida Tenzin, ventiseienne, cresciuto in India dove i genitori fuggirono dalle violenze maoiste. Tenzin è stato tre volte a Dharmasala, la città indiana dove vive il governo tibetano in esilio, per vedere il Dalai Lama. «Mi ero preparato tante cose da dirgli, da chiedergli, ma una volta davanti a lui mi sono sentito svuotato, sono rimasto muto». Tenzin non ha dubbi che il leader spirituale dei buddisti tibetani tornerà nella sua terra, sfidando il veto di Pechino. «Il Dalai Lama vivrà centocinquant’anni, noi lo sappiamo con certez- za, è scritto nel cielo. Prima che muoia lo rivedremo a Lhasa e in tutto il Tibet». La Repubblica popolare anche dopo aver riaperto i monasteri continua a trattare il Dalai Lama come un nemico, il regime non ammette un’autorità spirituale indipendente. Nonostante sia messo al bando, la sua popolarità qui resta immensa. Tenzin ricorda un episodio esemplare: «Due anni fa il Dalai Lama lanciò la campagna per proteggere l’antilope tibetana dall’estinzione. In modo clandestino diffuse al suo popolo la preghiera di non vestirsi più con le pelli degli animali selvatici. All’unisono in tutto il Tibet si accesero dei falò. Sui roghi la gente bruciava le pelli proibite. A Lhasa qualche turista vestita di pelliccia è stata aggredita per la strada, a pugnalate». Ma come il guru spirituale di Orizzonte perduto, il vero Dalai Lama persegue la moderazione. «Il Tibet potrebbe esplodere in qualsiasi momento contro i cinesi — dice Tenzin — se non fosse il Dalai Lama a vietarci la violenza». Nell’attesa del grande ritorno, Tenzin per sopravvivere è costretto a guidare i turisti tra spettacoli folcloristici e boutiques di paccottiglia in questa caricatura di Shangri-La, recitando una parte scritta per lui da un romanziere inglese settant’anni fa. «I cinesi sono abili, ma in testa hanno una cosa sola, il denaro. Questa Shangri-La la stanno rifacendo tutta, e poi fra tre anni ricominceranno daccapo. A me sembrano pazzi». Pare quasi di udire l’eco delle parole di un certo Robert Conway, sperduto e felice lassù sul Karakal, dove i ghiacciai eterni, i burroni e le bufere di vento tengono alla larga la curiosità malsana e distruttiva dei contemporanei. Repubblica Nazionale 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 3 GIUGNO 2007 I due grandi condottieri che si affrontarono in una lotta mortale per il dominio sul Mediterraneo, il cartaginese Annibale e il suo rivale, erano prigionieri di un rapporto psicologico che li legò l’uno all’altro per tutta la vita. Questa è l’avvincente tesi di un nuovo libro dello storico Giovanni Brizzi, secondo il quale il romano ebbe infine la meglio perché seppe mettere da parte l’odio e imparare dall’avversario IL CARTAGINESE Publio Cornelio Scipione Roma 235 a. C. - Literno 183 a. C. Annibale Barca 247 a. C. - 182 a. C. Quando la vittoria è l’arte di imitare il proprio nemico PAOLO RUMIZ rasso, ributtante, con un occhio solo. Macellaio dei popoli, traditore dei patti, sleale tessitore di inganni, capace di vincere solo con trucchi miserabili. Infido — anzi, perfido — e per di più scuro di pelle, figlio di un’odiosa razza inferiore. Era questo l’Annibale che ci propinò Mussolini nel kolossal Scipione l’africano, prodotto in tempi di leggi razziali e reboanti proclami, con l’impero appena conquistato in terra d’oltremare. Nel film gli venne contrapposto un eroe — il vincitore di Zama — leale e d’animo puro, parodia di gerarca italiota, ginnico e ovviamente ariano, che vinse restaurando il primato della disciplina romana sulle «astuzie dei greci» e «l’alta statura dei celti» e soprattutto — leggiamo nella monumentale Storia di Roma voluta dal Duce — la missione «normalizzatrice e civilizzatrice nei confronti della razza bianca». Un delirio. Si sa che la storia la fanno i vincitori; e poiché ventidue secoli prima Roma aveva vinto, agli occhi del popolo Annibale Barca — l’uomo che aveva tenuto in scacco le legioni per quasi vent’anni in Italia — era già diventato «il malvagio». Ma il fascismo aggiunse travisamento al travisamento, e così anche la storia romana fu trasformata in propaganda dal regime, che ne fu sponsor indegno e caricaturale. Il fascismo era razzista mentre Roma era policentrica, ebbe imperatori ispanici, dalmati e africani. L’Italia del fascio non era più un paese guerriero — solo fingeva di esserlo — laddove Roma fu una macchina bellica e organizzativa micidiale. Il fascismo fu agli antipodi di Roma: era scenografia contro sostanza, sopruso contro diritto, nazionalismo contro visione imperiale. Era totalitarismo contro accettazione delle culture “altre”; quella accettazione che trovò il suo centro nel Pantheon, il tempio dove gli dei dell’ecumene erano tutti a pari dignità. Con l’elmo di Scipio e la spada del cartaginese ridotti entrambi a caricatura, era difficile tentare, sulla strada di Plutarco, una biografia parallela dei due. E invece ci riesce alla grande Giovanni Brizzi, professore di storia romana all’Università di Bologna, in un testo acrobatico — Scipione e Annibale, la guerra per salvare Roma, edito da Laterza — che non solo rovescia lo schema di partenza e ri-umanizza i due generali, ma — riscattando Annibale — ne fa il modello cui Scipione tenta per tutta la vita di uniformarsi, e non solo sul piano militare. Il libro svela che l’intelligenza del romano sta nel mettere da parte l’odio per l’uomo che gli ha ucciso in battaglia il padre, lo zio e il cognato e nel riconoscerne la superiorità. Spiega che Scipione inizia G ancora adolescente a studiare e imitare le mosse del geniale nemico in un lavoro certosino e testardo, che lo porta a forzare la propria indole e a identificarsi con l’avversario. Un rapporto edipico, che lo condannerà a sconfiggere il nemico di Roma anche per “uccidere il padre” — freudianamente — e liberarsi di un modello ingombrante e ossessivo. Primato della disciplina romana sul disordine e l’imbroglio punico? Ma quando mai. Il giovane Scipione è dall’inizio uno scapestrato in fregola, un ragazzo dissoluto della Roma-bene. Quando ha diciassette anni, il padre imbestialito deve portarlo via seminudo dal cubiculum di una matrona e in età matura la moglie deve chiudere un occhio sulle sue scappatelle con le servotte di casa. Annibale, invece, è un asceta. Non tocca le prigioniere e ordina ai soldati di evitare abusi su di loro. Il cartaginese ha una convinzione di ferro: le donne del nemico non si toccano altrimenti la guerra degenera, si incattivisce, e soprattutto impedisce allo sconfitto — toccato nell’onore — di diventare un giorno prezioso alleato. Scipione capisce l’intelligenza della mossa e si adegua: al fronte diventa casto anche lui. Quando in Spagna degli ufficiali, che conoscono la sua passione per le donne, gli portano una vergine di straordinaria bellezza destinata a un principe dei celtiberi, lui non la sfiora e la fa riaccompagnare «a malincuore» dal padre. Impara a fare come il nemico. Come Annibale libera senza riscatto i prigionieri fatti tra gli alleati di Cartagine, per tirarli dalla parte di Roma: greci, ispanici, cavalieri nùmidi, frombolieri delle Baleari. Come Annibale studia il mondo ellenico — guardato ancora con diffidenza dai romani campagnoli — e il grande modello di Alessandro Magno. Come lui lavora meticolosamente a rafforzare il consenso con la truppa: vive tra i soldati, si massacra di fatica, dorme sulla nuda terra quando capita, anche in pieno giorno. E quando, dopo un attento studio dei venti e delle maree, scopre il modo di guadare — a sorpresa, di notte — la laguna interna di Nova Cartago per conquistare la base del nemico in terra di Spagna, non esita ad attribuire il “miracolo” all’intervento del dio Nettuno, ovviamente in suo favore. Come Annibale si richiama a Ercole, il semidio che uccide le fiere, disbosca e apre la strada della civiltà nel terreno dei barbari, così Scipione e il suomaestro FOTO THE BRIDGEMAN ART LIBRARY/ALINARI IL ROMANO IL LIBRO L’editore Laterza manda in libreria questa settimana il libro di Giovanni Brizzi Scipione e Annibale. La guerra per salvare Roma (414 pagine, 20 euro). Brizzi, ordinario di Storia romana all’Università di Bologna, specialista di storia militare antica, ha già pubblicato diverse opere sulla figura di Annibale. In questo nuovo lavoro ne racconta la vita in parallelo con quella del suo nemico romano Scipione, mettendo in evidenza affinità e specularità tra le figure dei due grandi condottieri. Il libro è costruito come il racconto di un veterano delle guerre puniche Scipione lascia filtrare la diceria che sua madre sia stata visitata da Giove sotto forma di serpente. E quando si ritira in isolamento nel tempio di Giove Capitolino, narra che al suo arrivo i sacri cani guardiani hanno evitato di abbaiare, forse riconoscendolo come uno di casa. Quando, sedici anni prima di Zama, il giovane Scipione ancora diciassettenne, a capo di un gruppo di giovani reclute a cavallo, vede «per la prima volta i cavalieri numidici volteggiare sul suolo gelato della Cisalpina, eleganti e mortali nonostante le pesanti cappe di pelle che li proteggono dai rigori dell’inverno», quando proprio lì, alla battaglia del Ticino, vede «uno dei loro corti giavellotti infilarsi, insidioso e preciso, in un interstizio della corazza del padre», console e comandante in capo col suo stesso nome, allora sente, anzi capisce con certezza, che «quella guerra è dall’inizio, e sarebbe stata sempre più, un affare tra lui e Annibale». E quando, nel 202 avanti Cristo, alla vigilia dello scontro finale sul suolo cartaginese, prima dell’unica ma definitiva vittoria romana, i due condottieri — come raccontano Tito Livio e Polibio — si incontrano da soli su richiesta di Annibale, ritti sulle loro cavalcature sul ventoso altopiano di Zama, Scipione sente di conoscere come nessuno l’uomo straordinario che ha di fronte. Alla fine di quella guerra interminabile, sentendosi stanco e precocemente invecchiato, s’accorge che il padre-padrone dei suoi incubi non gli ha solo rubato buona parte della famiglia, ma an- Repubblica Nazionale LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 ELEFANTI La battaglia di Zama, disegno di Giulio Romano (Museo del Louvre) In basso a sinistra, un dipinto dello stesso soggetto, della scuola di Giulio Romano (Museo Pushkin di Mosca) che la gioventù e la bellezza. Il comandante in capo delle legioni sa benissimo che è stato Annibale, a suon di batoste, a rilanciare la macchina militare romana, impartendole lezioni memorabili. E capisce di essere stato proprio lui, Scipione, l’autore di questa straordinaria metamorfosi che dopo il collaudo della guerra punica metterà Roma — nata secoli dopo l’espansione fenicia nel Mediterraneo — sulla strada di diventare una vera potenza imperiale. Con Scipione, che impara tutto da Annibale, il movimento dei reparti in campo perde rigidità, impara la manovra avvolgente portata alla perfezione dal cartaginese nella battaglia di Canne, e scopre — proprio a Canne, dove i romani erano il doppio del nemico ma furono massacrati egualmente — che la superiorità numerica, quando diventa eccessiva, finisce per divorare se stessa, generando confusione e intasamento fra i reparti. Lui romano, figlio di un esercito di fanterie, capisce che è la cavalleria la chiave di tutto, e concepisce l’audacia di reclutare i micidiali squadroni numidici di Massinissa che fino alla vigilia di Zama sono stati agli ordini di Annibale. Sono gli stessi squadroni che hanno determinato la sconfitta e la morte di suo padre e di suo zio. Ma lui, anziché vendicarsi, li tira dalla sua e ne fa l’arma vincente, rubando al nemico non solo la tattica rivoluzionaria, ma persino gli uomini. Così a Zama sono i cavalieri già di Annibale a salvare in extremis Scipione dalla mosse imprevedibili dell’av- Uniti dal campo di battaglia, lo furono anche dall’ingratitudine delle rispettive patrie versario, esattamente come a Waterloo i granatieri del prussiano Blücher, marciando a fine giornata attraverso il grano delle Fiandre, eviteranno all’inglese Wellington di essere beffato da Napoleone. Sempre da Annibale, racconta Brizzi nel suo libro, Scipione capisce l’utilità di mosse imprevedibili, apparentemente folli ma capaci di spiazzare l’avversario. Il cartaginese scorrazza indisturbato in Italia? E lui si sposta in Spagna, a devastare le terre del grande avversario. Annibale marcia su Roma beffando dodici legioni? E Scipione attacca Nova Cartago, apre un fronte dopo l’altro, trasforma la guerra italica in una guerra mediterranea, dunque — per quei tempi — mondiale. Ma fa di più: impara le tanto vituperate astuzie «greche» del cartaginese. Ricordate Virgilio, e il suo «timeo Danaos et dona ferentes», temo i greci anche quando portano doni? Bene, Virgilio, che era poeta di corte, fingeva di non sapere che in questo il romano Scipione aveva ampiamente superato Annibale, accantonando definitivamente la lealtà cavalleresca. Il capolavoro fu l’incendio dei campi numidici e cartaginesi in Africa — una strage da almeno ventimila morti — resa possibile da una finta trattativa di pace con uomini dei “servizi” travestiti da ambasciatori. I due generali sopravvivono entrambi all’armistizio che segna la fine della potenza cartaginese, ma ormai le loro vite parallele sono condannate a inseguirsi e a intrecciarsi fino alla fine. Entrambi sono personaggi ingombranti ed entrambi entrano in conflitto con i poteri forti delle loro metropoli. Di entrambi è la rispettiva patria, e non il nemico storico, a diventare il persecutore. Annibale, uomo di fieri principi e incapace di perseguire il suo personale tornaconto, è costretto alla fuga verso le terre dei progenitori fenici e poi a una vita raminga di reame in reame fino al Caucaso e poi alle coste d’Anatolia, dove — tradito — si avvelena a sessantaquattro anni. Scipione, attaccato da Catone il Censore (sì, quello che martellava il senato con l’invito a distruggere Cartagine, «Delenda Cartago») per aver coperto il fratello in una brutta storia di malversazione di pubblico denaro, alla fine si ritira — stanco e malato di idropisia — nel suo rifugio di Literno in Campania, dove esce di scena appena cinquantatreenne, mormorando: «Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes», non avrai nemmeno le mie ossa. Muoiono, i due nemici, nello stesso anno, e a Brizzi — che tesse con la fiction le parti lasciate vuote dal telaio della storia — piace credere che Annibale se ne sia andato per primo, tirandosi dietro Scipione. Alla notizia della sua morte, il romano — che sul cartaginese aveva costruito la sua grandezza — era stato colto da un presagio: «Aveva sentito — no, aveva saputo — che non gli sarebbe sopravvissuto a lungo. Non gli era stato amico, il Barcide; ma era stato il più grande e nobile dei suoi nemici». Per questo capì che l’avrebbe seguito in morte, esattamente come l’aveva seguito in vita. Repubblica Nazionale FOTO RMN/ © JEAN-GILLES BERIZZI DOMENICA 3 GIUGNO 2007 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA la lettura Segreti culinari DOMENICA 3 GIUGNO 2007 È sempre stato uno scrittore, un lavoratore da scrivania. Poi un giorno a New York conosce uno chef italoamericano e decide di diventare suo allievo. E di sottoporsi a qualsiasi tipo di fatica e umiliazione pur di trasformarsi a sua volta in un grande chef. Ecco la storia vera, divenuta un libro, di un uomo e del suo tirocinio, anche spirituale, tra piatti sporchi, cucine-caserma, bruciature, tagli e lacrime Una griglia per cuocere all’inferno L BILL BUFORD a griglia è come l’inferno. Dopo cinque minuti che ci stai pensi: allora era questo che aveva in mente Dante. Si trova in un angolo buio e caldo, più caldo di qualsiasi altro angolo della cucina, più caldo di qualsiasi altro luogo della vostra vita. Di recente avevano messo l’aria condizionata, ma sopra la griglia durante il servizio restava spenta: altrimenti come si faceva a mantenere inalterata quella temperatura da girone dell’inferno? L’illuminazione era pessima, per nessun motivo sensato a parte il fatto che non ce n’era abbastanza, il che accentuava la sensazione di trovarsi in un posto dove non voleva stare nessuno: troppo unto, troppo sgradevole. L’unica luce che c’era sembrava provenire dalle fiamme: venivano accese un’oretta prima che iniziasse il servizio e rimanevano così per le otto ore seguenti. Non avevo riflettuto bene su cosa avrebbe comportato imparare a lavorare alla griglia. Non mi ero mai visualizzato in quell’angolo, a svolgere quelle mansioni. Mario mi disse di andarci e io gli obbedii, varcando il muro di calore che avevo eretto nella mia mente, sentendo con l’improvviso aumento di temperatura una specie di crepitio sulla pelle. Visto da vicino Mark Barrett, che era stato incaricato di insegnarmi il mestiere, mi ricordava un uomo di un’altra epoca. Aveva le mani ricoperte di un sudiciume ottocentesco. Le unghie come falci di luna lorde di nero. Gli avambracci glabri e rigati di bruciature viola. Gli occhi ingigantiti — batteva le palpebre dietro un paio di lenti distorcenti con la montatura spessa — e il naso, ancora bendato perché se l’era rotto, striato di rigagnoli anneriti di grasso. Pareva uno spazzacamini miope. Puzzava di sudore. Mi descrisse la postazione. C’erano due apparecchi per la cottura oltre alla griglia. A destra c’era un forno per ultimare la cottura delle carni più voluminose, per esempio una bistecca alta dieci centimetri (prima sulla griglia, poi nel forno), e sulla sinistra una piastra per la preparazione dei contorni, ossia il resto della roba che andava sul piatto. Mi indicò alle sue spalle un espositore con un centinaio di vassoietti di ingredienti diversi: erbe aromatiche, fagiolini, cuori di carciofo, barbabietole e chissà che altro — un sacco di rosso e verde e giallo. Io li osservai e pensai: manco morto. Tornai a guardare la postazione nel suo insieme. Ero assediato dal calore. «Attento alla giacca», mi avvertì Mark. «Se dai le spalle alla griglia i fili si sciolgono e ti si appiccicano alla pelle». Mi propose di dividerci i compiti: lui avrebbe impiattato e io potevo stare alla griglia. Aggiunse che dividerli era comunque l’abitudine nella maggior parte dei ristoranti. Ero elettrizzato. Non significava forse che avrei cucinato io tutta la carne del ristorante? (Non significava anche che mi sarei evitato i contorni?) Mark mi spiegò la procedura. Visto che la carne doveva riposare, veniva cotta subito, appena qualcuno la ordinava, anche se sarebbe stata servita un’ora dopo. (Quando poi la comanda veniva “chiamata”, la carne veniva rapidamente riscaldata e impiattata.) Le comande venivano chiamate dall’annunciatore, che cinque sere alla settimana era Andy e le altre due era uno dei sous-chef, Memo o Frankie, poi il cuoco della postazione interessata le ripeteva a voce alta per conferma. «Due cinesi», diceva Andy, abbreviazione per il menu di assaggi di pasta, e Nick rispondeva: «Due cinesi». Oppure Andy diceva: «A seguire una lettera, un’anima e un ali» intendendo che a seguire bisognava servire una pasta che si chiamava lettere d’amore, una porzione di animelle e una di halibut, al che l’addetto alla pasta rispondeva: «Lettere», e Dom, l’addetto al sauté, rispondeva: «Un’anima, un ali», una sequenza di parole che se ascoltate con un minimo di distacco sembravano comporre una narrazione a sé stante. Oppure: «Perdente al bancone, maiale», che significava che c’era una persona da sola al bancone (il perdente) che aveva ordinato un filetto di maiale. Ripetei la comanda ad alta voce e presi la carne da un piccolo frigorifero sotto l’espositore dei contorni. Era tutto studiato per ridurre i movimenti al minimo, in modo che il cuoco potesse ruotare su se stesso tenendo i piedi fissi a terra come un giocatore di basket. La carne cruda andava su un vassoio, dove condivo entrambi i lati con sale e pepe. Una volta cotta veniva depositata su un altro vassoio a riposare. L’idea era che in qualsiasi momento dovevo avere sott’occhio tutto quello che era stato ordinato, cotto o no. Sul pavimento c’era un grosso secchio pieno d’acqua calda saponata. «Ti si copriranno le mani di olio e grasso, devi immergerle nell’acqua per evitare che la roba ti scivoli fra le dita», disse Mark. «Sfortunatamente di solito non c’è il tempo di cambiarla». Dopo un’oretta l’acqua non era più né calda né saponosa. Per essere onesti, dopo un’oretta l’acqua era qualcosa che preferivo non guardare, e quando ci immergevo le mani chiudevo gli occhi. A fine serata smisi di farlo: le mani sembravano più unte dopo che le bagnavo. [...] Imparare a grigliare la carne significa imparare a essere a proprio agio con variazione e improvvisazione, perché la carne è il tessuto di una creatura vivente e ogni pezzo è diverso. In questo senso cominciavo a capire che esistono due tipi di cuochi: quelli che cucinano carne e quelli che cucinano dolci. Il pasticcere è scientifico e lavora con misurazioni precise e ingredienti fissi che si comportano in maniera prevedibile. Mescolate una specifica quantità di latte, uova, zucchero, farina ed eccovi la torta. Aggiungete più burro e la torta sarà friabile; aggiungete un altro uovo e sarà spugnosa. La carne invece è pronta quando sentite che lo è. Un volatile, come una quaglia o un piccione, lo cuocete finché non sapete per esperienza che è pronto (oppure, se siete me e non avete esperienza, fate un taglietto e guardate com’è dentro). Una bistecca la tenete sul fuoco finché non capite “al tatto” che è arrivata. I libri di cucina non possono insegnarlo — questa sensazione, questa cosa che si apprende per ripetizione finché non la si immagazzina nella memoria come un odore — e io avevo qualche difficoltà a capire come funzionava. Normalmente s’intende che un pezzo di carne — una costoletta di agnello, poniamo — è medio al sangue quando ha una certa morbidezza al tatto. Per spiegarmelo Mario si toccava la parte più morbida del palmo paffuto e diceva che la carne doveva avere quel «tipo di elasticità», un gonfiore da trampolino imbottito, il che non mi aiutava affatto, perché le sue mani erano uniche al mondo, due zampone sproporzionate, tozze e larghe. Io avevo sempre il tocco pesante e mi bruciavo e non capivo mai se era il momento oppure no. Allora presi a toccare la carne per capire non quanto era cotta ma quanto era cruda. Misi le costolette di agnello sulla griglia — cinque, ognuna di forma diversa — e ne toccai una, anche se sapevo che sarebbe stata cedevole e molle. La girai e la toccai di nuovo. Ancora morbida, come lana bagnata. La toccai ancora, poi ancora, e ancora, fino a quando una iniziò a sembrarmi più soda, ma di pochissimo. La toccai. Ancora più soda. La toccai. Nessun cambiamento. La toccai. Pronta.[...] Ero alla griglia da due mesi quando, per dirla nel gergo della cucina, fui «martellato». Era giugno, l’inizio caldissimo di un’estate caldissima. [...] Fuori c’erano trentaquattro gradi. E dentro? Chissà. Diciamo di più. Una volta cominciato il servizio, l’aria condizionata sopra la griglia venne spenta. Mi fu detto di prepararmi una serie di brocche d’acqua. «Tienti pronto», mi disse Frankie: col caldo tutti ordinano qualcosa dalla griglia. (Perché? Forse perché sa di «rustico, all’aperto, italiano»? Oppure perché la gente sa che la griglia sta nella parte più calda della cucina e ha voglia di torturare il poveretto che ci lavora?) Alle cinque e mezza si sentì il rumore della telescrivente. «Calcio d’inizio», disse Memo. Secondo un diagramma preparato da John Mainieri si attendevano circa duecentocinquanta persone. Ne vennero di più, concentrate nei primi novanta minuti. Uno dei misteri dei ristoranti è che c’è sempre un piatto che ordinano tutti, e non puoi mai prevedere quale sarà. Una sera toccò ad anatra e branzino, e io e Dom eravamo i più indaffarati della cucina: ordinarono venticinque branzini e ventitré anatre. Era una serata caldissima e potevo capire l’attrattiva di un pesce alla griglia. Ma perché l’anatra? Un’altra sera toccò al coniglio, dopodiché basta, non lo volle più nessuno. La sera in questione era il turno delle costolette d’agnello, cottura media (media al sangue era la più facile da sentire, e ben cotta era la più facile di tutte: la carbonizzavi e basta). «Un branzino, due agnelli medi, un agnello ben cotto, un agnello medio al sangue», chiamò Andy. Io risposi: «Un branzino, due agnelli medi, uno ben cotto e uno medio al sangue». Per quale motivo, ricordo di aver pensato, uno va al ristorante italiano e ordina costolette d’agnello?[...] «Comanda!» attaccò Andy. «Due agnelli medi, un piccione, un maiale, una lombata». Io girai su me stesso, infilai una mano nel frigorifero, presi la carne, mi girai di nuovo, la buttai sul vassoio del crudo, e la condii. Allineai le costolette sulla griglia in due file da cinque, tutte rivolte verso destra, sistemai i filetti in un altro angolo, misi su la lombata, ma non ero ancora arrivato al piccione quando sentii il rumore della telescrivente: «Tre branzini e due agnelli medi». Stessa procedura: altre due file di costolette rivolte verso destra però in una parte diversa della griglia rispetto alle prime (che avevo girato ed erano rivolte a sinistra), perché queste dovevano essere medie al sangue. Ma i branzini dove li infilavo? Non c’era spazio. Di nuovo la telescrivente. «Comanda, tre agnelli medi, un branzino, un coniglio». Ancora? Interruppi quello che stavo facendo: dovevo almeno mettere le nuove ordinazioni sul vassoio dei crudi per condirle sennò al prossimo giro di comande me le sarei dimenticate, e se rimanevo indietro mettevo nei guai tutta la cucina. La carne da cuocere si stava accumulando sul vassoio perché sulla griglia non c’era spazio. Mi accorsi che Memo mi si era avvicinato, pronto a subentrare se non reggevo: quello che la cucina chiama «il tracollo» o «il momento della devastazione», quando ci sono più cose di quante la tua mente possa ricordare. Di nuovo la telescrivente. Cominciavo ad avere l’impressione di essere un concorrente in una gara sportiva. Il sudore mi colava giù per il naso mentre cercavo di muovermi veloce, quel tanto che mi consentiva la mia concentrazione: capovolgere, girare, toccare, bruciarmi, una fila rivolta verso destra, un’altra verso sinistra, toccare di nuovo, ammonticchiare carne da una parte, precipitarmi dai branzini che aspettavano un buco in cui essere cotti, girare, le fiamme in un angolo della griglia che non accennavano a placarsi, alimentate dal grasso della carne che andavo aggiungendo. Di nuovo la telescrivente. La Repubblica Nazionale DOMENICA 3 GIUGNO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 IL LIBRO Bill Buford, autore ed editor per la fiction per il New Yorker e tra i fondatori di Granta, una delle più prestigiose riviste letterarie del mondo anglosassone è anche famoso per il libro Among the Thugs, un viaggio nel mondo degli hooligans inglesi. Un giorno conosce il celebre chef italoamericano Mario Batali durante una cena e decide di diventare il suo “schiavo” nelle cucine di Babbo, uno dei migliori ristoranti di New York, pur di diventare un cuoco esperto. Heat è il racconto del suo apprendistato, duro, spesso umiliante ma anche divertente, tra fallimenti e speranze, cadute e successi. L’8 giugno esce in italiano con il titolo Calore. Le avventure di un dilettante come sguattero, cuoco di partita, pastaio e apprendista di un macellaio toscano che recita Dante (Fandango Libri, 320 pagine, 18,50 euro). Ne anticipiamo un capitolo. I disegni di queste pagine sono di Gipi. mia mente era satura, con un solo pensiero vagante, una domanda, ripetuta all’infinito: che succede se resto indietro? E arrivarono altre comande: un agnello medio, un agnello medio al sangue. Che problemi ha questa gente? Ero circondato di carne. Carne sulla griglia. Carne sul vassoio da condire. Carne sul vassoio a riposare, una montagna. Tanta carne che non sembrava neanche più carne. O forse sembrava esattamente quello. Erano tessuti e muscoli e nervi. E ancora altre comande. «La senti l’ebbrezza?», mi sussurrò Memo, ancora alle mie spalle. «È per questo che vivi», disse Andy, prendendo piatti dal passaggio e aggiungendo misteriosamente: «Dio, che figata». Quel commento mi rimase impresso per il resto della serata, e pensai bene a cos’era che sentivo: esaltazione, paura, stranezza, una scarica di endorfine da grande sforzo fisico. Ma definirla una «figata»? Si trattava, conclusi, del mio primo sguardo su quello che Mario aveva descritto come «la realtà della cucina»: una stanza piena di drogati di adrenalina. E poi, così com’era iniziato, il primo ciclo della serata terminò. [...] Diventai grigliere. In quel periodo Mario non era mai venuto in cucina. Era in viaggio, a promuovere qualcosa, e al suo ritorno io lavoravo alla griglia da quasi un mese. Forse mi ero montato la testa. Forse avevo bisogno di essere ridimensionato, sta di fatto che la prima sera che tornò Mario mi allontanò dalla mia postazione. Avevo cotto male due comande. I piatti erano sul passaggio. «Questo maiale è poco cotto», disse, staccando le fettine di un filetto e giudicandole troppo crude. «Rifai». Mi porse il piatto. «E il coniglio» — strinse la carne bianca e polposa fra il pollice e l’indice — «è troppo cotto». Il maiale si poteva sistemare mettendolo sotto la “salamandra”, una griglia che scalda dall’alto usata per riscaldare e cuocere in fretta, anche se non era proprio l’ideale: la carne, non più rosa, aveva assunto un color grigio smorto decisamente poco allettante. Ma il coniglio non si poteva sistemare in nessun modo: fu dato a un commis e servito comunque. Mario chiamò Memo e Frankie e conferì con loro dandomi le spalle, un mugugnio indecifrabile salvo che per la parola «inammissibile». Poi uscì emettendo quello che sembrò uno sbuffo e se ne andò. Memo, che prima era impegnato nella cella frigorifera, venne da me e mi disse di spostarmi. «Non è quello che farei io. È quello che mi ha detto di fare il capo». Poi prese il mio posto alla griglia. Non è che ci fosse un posto dove potevo spostarmi. Mi trovavo di fronte a un dilemma. Dovevo tornare a casa? Per l’ora seguente considerai l’eventualità. Fu una lunga ora. Rimasi in piedi più dritto che potevo. Ero schiacciato contro un forno acceso, lo stesso che avevo usato per completare le lombate. Stavo cercando di farmi piccolo. Anzi, stavo cercando di scomparire. La gente passando mi spintonava apposta. L’addetto agli antipasti doveva usare la griglia per scaldare il polipo, e per non essergli d’intralcio ero costretto ad appiattirmi contro il forno. Alla fine, nel tentativo di rendermi utile, mi misi a condire la carne che cuoceva Memo: divenne il mio ruolo, l’addetto al sale e al pepe. Un po’ di sale, un po’ di pepe, seguito da una lunga attesa finché non veniva ordinata dell’altra carne. Riflettei: se me ne fossi andato, sarebbe stato come dire che non potevo reggere lì dentro. Non sarei più riuscito a tornare. Condii dell’altra carne. In cucina era calato il silenzio. Nessuno mi guardava negli occhi, e me ne accorgevo bene, perché non avendo altro da fare era proprio questo che facevo: guardavo la gente che non mi guardava. L’ambiente della cucina incoraggia sentimenti da commilitoni — i lunghi orari, la pressione, la necessità di lavorare all’unisono — e questa umiliazione pubblica, lo spettacolo del «guardatelo, ha scazzato», metteva tutti a disagio: toccava il cuore di quello che significava essere parte di quel posto. Che Mario l’avesse fatto di proposito, creare disarmonia, ricordare a tutti che non esistono amici, ma solo risultati? Che fossi diventato troppo compagnone? Forse Mario aveva la luna storta. Quel filetto di maiale era davvero tanto crudo? Mi venne in mente una cosa che aveva detto una volta Mark Barrett: Mario non urla mai, ma quando è in cucina diventa un’altra persona ed è famoso per massacrare la gente. Poi Mario ricomparve. (Merda. E adesso?) Si mise a una delle piastre e iniziò a preparare pizze, “pizza alla piastra”, come le avrebbe servite nella nuova pizzeria. Era la sua fissazione del momento, e voleva che qualcuno del ristorante le assaggiasse. Ne cucinò una serie, mettendoci sopra pezzi di grasso di maiale e salsa piccante di peperoncini, un miscuglio molliccio e gocciolante. Ne morse una e si sbrodolò la guancia, un rivoletto lucido rosso di unto. Guardai tutto questo perché, ripeto, era quello che stavo facendo: guardavo. Poi si avvicinò a grandi passi e mi sbatté il resto della pizza in bocca, veloce e con forza. «Questo», disse, «è il sapore che l’America sta aspettando». Mi stava a pochi centimetri dalla faccia. «Non trovi anche tu che questo sia il sapore che l’America sta aspettando?». Teneva la testa inclinata all’indietro, come un pugile, porgendomi il mento ma parandosi il naso. Mi stava piantato davanti con un atteggiamento aggressivo, lo sguardo duro, quasi beffardo. Mi fissò, in attesa del mio assenso. «Questo», dissi, «è quello che l’America sta aspettando». Soddisfatto, Mario portò le pizze ai suoi ospiti e se ne tornò a casa, e allora Memo mi ordinò di rimettermi alla griglia. «Se n’è andato», mi disse, «e tu devi recuperare il tocco». Era un gesto profondamente solidale — generoso, ribelle, giusto — e così rientrai nella squadra. Frankie mi spiegò. «È successo a tutti noi. È così che impari. È la realtà della cucina. Benvenuto da Babbo». Il giorno dopo mi scusai con Mario. «Non lo farai mai più», rispose lui. E aveva ragione: non lo feci mai più. Traduzione di Adelaide Cioni (© 2007 Fandango Libri) La memoria del cuoco CARLO PETRINI rmai ne conosco a migliaia di cuochi e cuoche. Soltanto a Torino, lo scorso ottobre in occasione di Terra Madre, ne ho incontrati più di mille in un sol colpo: partecipavano, con cinquemila produttori di cibo realizzato in maniera sostenibile. Va detto che c’è una cosa fondamentale che accomuna i cuochi di tutto il mondo: la profonda passione per il loro lavoro. È un mestiere durissimo, che comporta un coinvolgimento totale, orari difficili, molti sacrifici: solo chi ha sincera passione può riuscire bene. E riuscire bene al giorno d’oggi non significa soltanto deliziare i propri clienti, significa anche ricoprire un ruolo fondamentale. In una società globale che rischia di rimuovere progressivamente, o dimenticare del tutto, gran parte del suo bagaglio di conoscenze legate alla preparazione del cibo, il savoir faire cucinario, sia che si parli di tradizione sia che si parli di innovazione, è sempre più nelle loro mani: hanno dunque una responsabilità notevole. Il cuoco conosce le tecniche, studia e inventa le ricette, impara letteralmente i prodotti per trarne sempre il massimo. Questa sua attività, in un mondo dove si cucina sempre meno nelle case, dove si è rotto il cordone ombelicale che consentiva la trasmissione di conoscenza di madre in figlia, lo rende in qualche modo custode di una parte importante del futuro del nostro cibo. Decisivo diventa il loro rapporto con i contadini, perché vedo due grandi tendenze in atto nel mondo della cucina: due correnti da apprezzare e promuovere allo stesso modo, che ci raccontano molto del ruolo attuale del cuoco. Da un lato abbiamo l’esaltazione della maestria in senso più classico, la capacità di trasformare i prodotti in una preparazione alta, risultato assoluto di un’abilità. In questo caso prevale la tecnica, anche molto complessa, a volte strabiliante, tanto che può arrivare a mettere in secondo piano il valore della materia prima, la sua provenienza, le sue caratteristiche organolettiche. Elementi che, invece, l’altra scuola sa mettere in grande risalto. È una tendenza figlia del tempo in cui il sistema del cibo palesa grandi contraddizioni e difficoltà: prevale in maniera preponderante la semplicità, per esaltare verdure, carni, pesci, condimenti, tutti eccellenti e locali. Nasce così un’alleanza tra cuochi e contadini, che oggi ha raggiunto un livello tale per cui si può davvero parlare di cucina della Terra, dominata da elementi come origine, stagionalità, naturalità. La bravura del cuoco sta prima di tutto nel conoscere i produttori e ricercare i prodotti, per poi esaltarli: il savoir faire cucinario è in questo caso molto discreto. Non si parli, però, di una contrapposizione tra tecnica e materia prima: sono due facce della stessa medaglia, della stessa immensa operazione culturale che ogni giorno milioni di cuochi compiono nelle loro cucine. Il risultato di una passione, di un duro lavoro che è un patrimonio da tenere in grande considerazione, incredibilmente prezioso. O ILLUSTRAZIONI DI GIPI Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 3 GIUGNO 2007 Negli stessi giorni del giugno di venticinque anni fa uscivano due classici della fantascienza, film di enorme successo per ragioni opposte: l’uno una fiaba per bambini di provincia, l’altro un incubo megalopolitano per adulti Eppure entrambi - come oggi ricordano gli artefici di quei successi ci parlano della sostanza e dei confini della nostra umanità E.T. e Blade Runner, lezione aliena U no è nato in mezzo al deserto del Sahara, l’altro in un libro. Uno guarda il mondo con l’occhio dei bambini, l’altro con l’occhio degli adulti consapevoli della loro mortalità. Uno è un “piccolo” film che sembra grande, nella memoria, per il successo che ha riscosso, ma che è stato concepito e realizzato come una deriva personale alla ricerca delle fiaba perduta, l’altro è un meraviglioso, sontuoso monumento visivo denso di rimandi filosofici, mistici, culturali. Uno si svolge in un presente indeterminato ai margini della classica piccola città americana, l’altro nell’immenso sprawl, nella distesa senza fine della Los Angeles del 2019. Tutti e due hanno segnato la storia del cinema di fantascienza con tanta forza da non aver creato (o quasi) dei cloni: unici, inimitabili, definitivi. Tutti e due, E.T. e Blade Runner, si confrontano in un anniversario, compiono un quarto di secolo. Della nascita di E.T., il piccolo extraterrestre abbandonato per errore dalla sua astronave vicino alla casa del piccolo e non tanto felice Elliott, ha racSILVIA BIZIO contato molte volte Steven Spielberg. Priarlo Rambaldi ha ottantuno anni, ma i ricordi: di quando vive in Calabria con la moglie Brului aveva sei anni e una na, vicino alla figlia Daniela dei cui notte suo padre lo svebambini fa il nonno a tempo pieno pur gliò alle tre per portarcontinuando a progettare parchi a tema lo a vedere una piogsul futuro e lo spazio. È passato un quargia di meteore, e lui, to di secolo dalla sua avventura con E.T., piccino, capì «che il il mega-successo di Steven Spielberg cui cielo e le stelle lassù lui diede un contributo decisivo comeritano un’osservastruendo il protagonista, la marionetta zione molto attenta». robotica allora di assoluta avanguardia Poi ci mette le sue tecnologica. esperienze con Il maRambaldi, ricorda il primo incontro go di Oz e Peter Pan, e con Spielberg? tanto Disney e Hitch«Quando Steven mi venne a trovare cock e Kubrick e Steinper parlarmi del progetto si rifiutò di mobeck e Faulkner e «tutstrarmi i modellini di E.T. che lui stesso te le esperienze che ho aveva costruito: per non influenzarmi, fatto alle elementari, diceva. Mi diede la sceneggiatura di Mealla medie, al liceo, al lissa Mathison, ex moglie di Harrison college per farmi spaFord, e scoprii che il personaggio dell’exzio nella vita». E infine traterrestre era in fondo un bambino che quando stava in mezsi ritrova in un pianeta lontano dal suo, zo al Sahara, durante con esseri diversi da lui. Si sente spaesale riprese di I predatoto, ha nostalgia di casa. La sua piccola stari dell’Arca perduta, tura riflette questa innocenza: è infatti «tra nazisti assassini e più piccolo degli altri bambini del film. proiettili che volavaMa E.T. ha quella capacità quasi magica no da tutte le parti». di allungare il collo, come una giraffa, e Che ci faccio qui? si è subito diventa il bambino più alto». chiesto il regista. «DeCi mise molto a realizzare i primi vo tornare indietro, alcampioni del pupazzo? la spiritualità di In«Poche settimane. Presentai a Spielcontri ravvicinati, al berg un modellino di E.T. in creta alto apcalore delle emozioni pena trenta centimetri per capire se era più genuine». quello che voleva: gli piacque. Steven Detto fatto. Dopo chiese alla Universal di svolgere un’indal’arrivo sulla scena di gine sul mercato dei pupazzi per assicuIndiana Jones, Holrarsi che la mia idea fosse di assoluta orilywood era pronta a ginalità. Indagarono ovunque, dall’Ameconcedere al suo purica al Giappone alla Cina, e dopo due setpillo qualsiasi caprictimane confermarono l’unicità del mio cio. E E.T. non era un disegno. Non c’era pericolo di plagio». capriccio costoso, Come s’inventò la fisionomia di E.T.? tutt’altro. Era l’incon«Dal copione capii cosa doveva raptro al massimo livello presentare nell’immaginario collettivo. I possibile tra la fantalineamenti facciali protuberanti sottolisia di Spielberg e la sua neavano l’alienità all’anatomia umana. voglia di gioco, come Pochi centimetri di troppo avrebbero requei giochi che i bamso ridicolo quel muso proteso in avanti. bini riescono a fare Non dovevo esagerare, e lo stesso valeva con poco. E era, a detper gli occhi grandi: una sfida da equilita sua, di nuovo un bristi. Quando E.T. allunga il collo cresce film «personale, il priin un istante di qualche anno: il bambino mo dopo Incontri ravdiventa ragazzino, e a volte sembra un vicinati». vecchietto». «Quando incominPerché dargli gambette così corte e ciai E.T. ero grasso, fegoffe? lice e soddisfatto dei «Per dare l’immediata impressione film che avevo in proche di fronte a un pericolo E.T. non può gramma. E sentivo darsela a gambe levate e correre veloce. che non avevo nulla La gambetta corta è un handicap che lo da perdere». Quello rende più vulnerabile e ti fa venire voglia che produsse grazie di proteggerlo. L’elemento fisico diventa anche all’ingegnosa e un tratto caratteriale. E.T. è il buono per poetica creatura di antonomasia: per difendersi ha solo la Carlo Rambaldi (che forza della mente». nella realtà della lavorazione furono tre, in un progressivo livello In queste storie i protagonisti , il tenero, ridicolo extraterrestre e i perfetti replicanti, sono umani, più che umani Questo è il punto di contatto tra le due vicende favoleggia, era forse Harrison Ford?), ha prodotto il miracolo di un cartone animato umanizzato, della meraviglia eretta a sistema (e con poco, come insiste il regista, con mezzi umani e moderatamente tecnologici, e ogni tanto l’intervento di un nanetto, Pat Bilon, nella pelle rugosa di E.T.). Quando, in occasione di un altro anniversario (il ventesimo) E.T. uscì in quella che veniva presentata come una nuova versione (in realtà limitata a tre minuti in più di girato), l’unica vera differenza rispetto alla versione del 1982 era che Spielberg aveva deciso di eliminare tutte le pistole dal film. Effetto 11 settembre, si disse. In realtà Spielberg aveva dichiarato da tempi insospettabili che c’erano due cose di cui si pentiva, nel film: gli adulti con la pistola che minacciano i bambini nella loro fuga in bicicletta verso la grande luna bianca, e la presenza nel film di armi. L’unico punto che collega E.T. al suo coetaneo Blade Runner — piccolo uno, gigantesco l’altro; provinciale il primo, megalopolitano il secondo; fiaba per bambini l’uno, incubo per adulti l’altro — è che in ambedue i film gli alieni sono umani, più che umani, che la definizione di umanità viene messa in discussione dalla natura della strana alienità degli altri. Se E.T. è nato dal desiderio di fiaba esploso nella fantasia di Spielberg in pieno Sahara, Blade Runner nasce dalle letture eccentriche di Ridley Scott: eccentriche perché Philip K. Dick non era in quegli anni assurto alla posizione di scrittore di culto che gli è riconosciuta oggi. Ma accanto a Dick, autore del racconto su cui si basa con molte varianti il film (Do Androids Dream of Electric Sheep? Gli androidi sognano pecore elettriche?), servirebbe un intero scaffale, se non di più, per contenere le fonti letterarie e filosofiche di un film che fortunatamente parla anche e sem- Carlo Rambaldi Ridley Scott La mia sfida da equilibrista La città-caos fece scandalo C mbientato in una Los Angeles dark e piovosa nel 2019, il thriller futurista di Ridley Scott Blade Runnerè diventato un “cult” assoluto. In occasione dell’anniversario, il regista inglese, sessantanove anni, ha deciso di aggiungere alcune scene per il pubblico dell’home video. Scott ha lamentato spesso problemi di budget al tempo delle riprese e alterazioni al montaggio imposte dai finanziatori, e ha col film un rapporto ambivalente. Come prese forma il mondo caotico e buio di Blade Runner? «Pensando a New York e Hong Kong. Era il periodo in cui da Londra andavo spesso a New York per girare spot pubblicitari. Atterravo a Jfk e prendevo l’elicottero-shuttle che mi depositava sul tetto del grattacielo PanAm; la notte dopo ripartivo dallo stesso tetto alla volta di Londra. Era pauroso: era inverno, c’era sempre vento e ghiaccio su quel tetto, i passeggeri erano già sbronzi di Martini e ero convinto che anche il pilota avesse fatto il pieno. Si buttava giù dal tetto e all’improvviso mi appariva Manhattan sotto i piedi. È questa immagine allucinante, oscura e notturna della metropoli che avrebbe poi dato forma al mondo di Blade Runner». E Hong Kong? «Ci andavo spesso per lavoro e ero sconvolto dal suo ambiente. Non c’erano grattacieli. Le strade erano medievali, il porto coperto da una crosta di schifezza: una città sull’orlo di perdere il controllo. Quando abbiamo disegnato la città di Blade Runnervolevo Hong Kong, volevo mettere grattacieli in quel porto. Così, a differenza di film dell’inizio del Ventesimo secolo come Metropolis, che presentava la città del futuro pulita e funzionale, il mio scenografo, Syd Mead, rese la città di Blade Runner eclettica, caotica e altamente tecnica, quasi in modo punitivo». Ricorda le prime reazioni al film? «Non venne subito capito. Alcuni critici mi insultarono per aver ritratto una Los Angeles, che si preparava alle Olimpiadi 1984, con tonalità troppo dark. Io cercavo solo di creare una sorta di fumetto heavy metal con un Philip Marlowe del 2019. Una proiezione lirica del futuro che risultò poi più accurata di quello che si pensava allora, anche se non ci voleva un genio a immaginarla». La versione ’92 non piacque a Ford. «Il suo personaggio è un replicante ma lui odiava essere un robot, che invece per me era l’idea cardine del film. Considero Blade Runner una fantascienza sociologica, e mi sarebbe piaciuto esplorarla con un secondo o terzo capitolo. Ma ora sono convinto che sia stato meglio lasciarlo in pace, va bene così com’è». (s.b.) A GRANDE BURATTINAIO In alto, Carlo Rambaldi, il papà di E.T. Accanto, un disegno del piccolo extraterrestre Rapporti Rapporto PUGLIA domani in edicola LA PUGLIA CHE VERRÀ L'Economia, i protagonisti, le prospettive di una Regione che punta al rilancio Repubblica Nazionale ILLUSTRAZIONE DA FILM POSTER OF THE 80S di sofisticazione e di ingombro) è un personaggio che si aggiunge al Pantheon degli eroi fantastici, a Mickey Mouse (come auspicava e annunciava il regista) e, andando indietro nel tempo delle favole, a Peter Pan, a Pollicino, agli archetipi dei bambini indipendenti e ribelli. Qui veramente i bambini sono due, stranamente assortiti: il bambino/vecchio, E.T., ormai l’extraterrestre per antonomasia, rugoso come una tartaruga e tenero come un pupazzo, e Elliott, il bambino/bambino che con E.T. cresce e diventa consapevole del suo essere umano. La singolare e strana coppia, bambino e extraterrestre, che si ritrova e si vuol bene, si riconosce e sperimenta la solidarietà dei piccoli, mossa dalla regia a altezza di bambino di Spielberg (chi non ricorda quegli adulti cattivi ripresi dalla vita in giù, quel tintinnare aggressivo di chiavi portate da uno sconosciuto di cui non si vede il volto e che, si IRENE BIGNARDI DOMENICA 3 GIUGNO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 STEVEN ALLAN SPIELBERG Nato a Cincinnati il 18 dicembre 1946, il regista e produttore ha vinto due premi Oscar (per la regia): Schindler's List e Salvate il soldato Ryan. Ha ricevuto il Leone d'Oro per la carriera nel 1993 a Venezia RIDLEY SCOTT Nato a South Shields (Regno Unito) il 30 novembre 1937, il regista e produttore ha ricevuto tre nomination all'Oscar come “miglior regista”, ma non ha mai portato a casa l'ambita statuetta Ha diretto 18 film plicemente per la sua potenza visiva ed emotiva. Perché se Blade Runner parla di alieni molto umani, parla in effetti della condizione umana, della vita a prestito e a termine che tutti viviamo e che nei “replicanti” del film (i perfettissimi robot costruiti sul modello degli uomini per lavorare nello “spazio esterno”) è limitata a quattro anni, con “data di ritiro” prestabilita e fissa. E se nel romanzo di Dick, secondo lo stesso Dick, «i replicanti sono odiosi, crudeli, freddi e senza cuore», nel film di Ridley Scott, sempre secondo Dick, sono «superuomini senza ali». Ridley Scott li mescola e confonde con un’umanità molto meno buona e sensibile di loro, più consapevoli degli uomini della loro fragile condizione di creature a termine, più umani degli umani. Di più: i replicanti (definiti da una parola che in questi venticinque anni si è radicata con un’accezione ironica e denigratoria nel linguaggio comune, almeno come paparazzi e vitelloni) con la loro stessa esistenza non solo costringono gli esseri umani a confrontarsi con l’essenza mortale, ma preannunciano tutto il dibattito attuale sulla clonazione e sull’ingegneria genetica. Eppure, come tutti i film diventati in qualche misura un universo mitico, anche di Blade Runner è difficile stabilire la preminenza, in termini di fascinazione, di un elemento sull’altro. La storia? Forse. Gli interpreti? Sicuramente (ma, poveretti, a parte Harrison Ford, il cacciatore di replicanti, talmente segnati dalla loro presenza nel film da avere poi una carriera altalenante, vedi la bellissima Sean Young, che apparirà e scomparirà come un fiume carsico, o Rutger Hauer, che non riapparirà fino a Lady Hawke e a La leggenda del santo bevitore in film di qualche riguardo). La emozionante, emotiva, “maledetta” musica di Vangelis? Anche. Ma io voto per il paesaggio, anzi, il cityscape. Blade Runner è il prototipo, il modello, l’invenzione, il canone del paesaggio urbano e magalopolitano prossimo venturo — o anche presente, a giudicare da certi skyline e certe strade e certi vicoli e gli onnipresenti schermi giganti sui grattacieli delle metropoli asiatiche. Ridley Scott, con Syd Mead, già designer dei Concorde, inventa sulle strutture della Los Angeles reale e su migliaia di modellini un paesaggio urbano metà vero e metà fantastico, fatto di grandi architetture tra rétro e postmoderno, miscellanea di stili e di moduli, lo invecchia e lo fa decadere, lo percorre con le sue inquadrature dall’alto al basso (simmetriche e diverse da quelle di E.T.) per stupirci con l’abisso di quei canyon urbani. E in definitiva sancisce e stabilisce quella che sarà la città futura della distopia architettonica. Appuntamento per un controllo al 2019? Abbiamo già superato senza danni particolari il 1984 (il Grande fratello per ora è solo quello televisivo, di guasti ne fa ma non così spaventosi…). E forse, se ha ragione Al Gore, la grande perenne pioggia quasi dantesca di Ridley Scott non ci sarà. Ma di E.T. e di Blade Runner resterà la poesia: la nuova fantascienza di un quarto di secolo fa lascia alle spalle, assieme ai baccelloni e ai dischi volanti, quello che Scott chiama «l’estetismo Nasa» e ci saluta con le immagini umane, molto umane, di un bambino e di un piccolo extraterrestre che si stagliano con la loro bicicletta contro la luna, e di un replicante che muore salutato da una colomba bianca. Repubblica Nazionale 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 3 GIUGNO 2007 i sapori Cucina del freddo C’erano una volta le specie selvagge che popolavano i fiumi del Nord Europa e sfamavano migliaia di pescatori. Oggi esaurite le risorse - prevale l’acquacoltura e gli “affumicatoi” lavorano solo esemplari allevati. Ma la Norvegia continua a mantenere il primato mondiale di qualità e gusto Pitlochry (Scozia) itinerari Frode Alræk è il più talentuoso tra i nuovi cuochi norvegesi. Nel suo “Søtt+Salt” (dolce e salato) propone percorsi didattici-degustativi che durano dal pomeriggio alla sera, dove il salmone è ingrediente base e viene interpretato in veste modernissima e molto sfiziosa Bergen (Norvegia) 1 Involtini Gli involtini di Ezio Santin hanno come base le fette di salmone marinato, da farcire con formaggio di capra, passato al setaccio e lavorato con olio, erba cipollina e pepe verde. Sul piatto, una maionese allungata con panna e vino bianco Reykjavik (Islanda) Cittadina vittoriana costruita tra laghi e sponde del Tay, è una sorta di paradiso dei salmoni. Qui, gli appassionati accorrono a tarda primavera per vedere the salmon ladder (la scala dei salmoni) con i pesci che guizzano risalendo il fiume Affacciata su un fiordo circondato da sette picchi, è stata inserita dall’Unesco tra i siti patrimonio dell’umanità per Bryggen, la meravigliosa sealine di colorate casette di legno ultrasecolari È capitale dell’acquacoltura di salmone e trota Dalla baia del vapore, nome italiano della capitale più settentrionale del mondo, da metà giugno a settembre partono escursioni per il salmon watching (o fishing, pesca) verso gli oltre cento fiumi dalle acque cristalline che scorrono nell’isola DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE PINE TREES HOTEL Strathview Terrace Tel. 01796-472121 Camera doppia da 60 euro, colazione inclusa CLARION HOTEL HAVNEKONTORET Slottsgaten 1 Tel. 0047-55601100 Camera doppia da 140 euro, colazione inclusa ÁSKOT B&B Ásvallagata 52 Tel. 00354-8681306 Camera doppia da 108 euro, colazione inclusa DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE OLD ARMOURY Armoury Road Tel. 01796-474281 In estate sempre aperto, menù da 30 euro SØTT+SALT Skostredet 14 Tel. 0047-40003713 Aperto tutte le sere, menù da 140 euro EINAR BEN Ingolfstorg square 101 Tel. 00354-5115090 Sempre aperto in estate, menù da 60 euro DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE HOUSE OF BRUAR Blair Atholl Tel. 01796-481543 FISH MARKET Fisketorget Aperto tutti i giorni FISH MARKET Reykjavik Harbour Aperto tutti i giorni LICIA GRANELLO era una volta il salmone selvaggio. Atlantico o Pacifico, faceva poca differenza. Tipologie diverse — il Salmo Salar dell’Atlantico, ben cinque varietà nel Pacifico — ma ovunque quantità abbondanti, carni succulente, benessere dei pescatori, se è vero che in Irlanda la sua immagine guizzante venne scelta per caratterizzare la moneta da dieci pence. Raccontano che nei fiumi del Nord Europa — Scozia, Irlanda, Islanda, Norvegia, più il Quebec canadese — durante la stagione degli amori un tempo si poteva letteralmente camminare sui corpi argentati dei salmoni in ostinata risalita delle correnti. Cibo tanto diffuso da suggerirne la conservazione (per affumicatura) fin dall’era mesolitica, quasi diecimila anni fa. L’introduzione del metodo della salatura, durante il Medioevo, provocò uno scollamento nell’accesso sociale al pesce: essiccato col fumo per i poveri, salato per ricchi e nobili. E i poveri di salmone ne mangiavano talmente tanto che le mense lavorative con due sole porzioni di salmone nel menù settimanale venivano considerate un privilegio assoluto. Possiamo ridere per non piangere. Perché nell’ultimo scorcio di Novecento, fiumi e mari sono rimasti orfani di salmone. Una penuria così impressionante da far azzerare gli approvvigionamenti su larga scala in tutto l’Atlantico e contingentare quelli del Pacifico. Ro- C’ Salmone Una carriera controcorrente ba che perfino il minuscolo Presidio Slow Food degli affumicatori irlandesi — lavorazione iper artigianale nella Contea di Cork — due anni fa è stato prima sospeso e poi chiuso, tra i messaggi di plauso di migliaia di membri dell’associazione. L’etica gastronomica ha premiato anche l’islandese Orri Vigfusson, pescatore pentito e fondatore del Nasf (North Atlantic Salmon Fund), fresco vincitore del Goldman Environmental Prize ed “Eroe europeo” di Time Magazine, per la sua opera di convincimento nei confronti di pescatori e affumicatori. Così, se in Alaska e Giappone ancora si pescano i selvaggi, in Europa, ormai, gli affumicatoi lavorano solo salmoni allevati, con la Norvegia al primo posto nel mondo. Uniche, orgogliose eccezioni, i pescatori sportivi, che a partire da quele calorie presenti sto fine settimana potranno, con clausole strettissime e licenze dai costi proibiin 100 grammi di salmone tivi, accedere ai fiumi-nursery, dove ogni fine primavera avviene il rito della deposizione delle uova. Un’impresa che ai salmoni più fortunati riesce due, tre volte nella vita. La maggior parte, infatti, non sopravvive allo sforzo e muore prima di tornare in mare dopo aver assicurato la prosecuzione della specie. Comunque, quello di acquacoltura non è certo un salmone di serie B. Un recente panel di degustatori internazionali ha accertato gusto meno evidente per gli esemplari di acI grassi presenti quacoltura, carne bella soda ma accenti più fangosi per quelli pescati. Molto simili anche nella carne di salmone i contenuti nutrizionali, con massiccia presenza dei famosi Omega Tre, gli acidi grassi polinsaturi ad azione antiossidante: addirittura 2.5 grammi per porzione, contro i 500 mg giornalieri auspicati nelle tabelle dietologiche, a cui aggiungere un alto numero di proteine, paragonabile al manzo. In più, nelle specie allevate non sono mai stati rintracciati parassiti, particolare che rende più lieve la pratica di sushi e sashimi. Se non ci credete, organizzate un weekend a Bergen, Norvegia, dividendovi tra una vile uova di salmone sita agli impianti di acquacoltura — immense reti chiuse galleggianti nei fiordi sotto l’occontenute in un litro d’acqua chio elettronico e vigile dell’Istituto superiore di nutrizione che controlla, oltre i mangimi e il benessere animale, i livelli di metalli pesanti e inquinanti chimici — e una gita al fiume. Portatevi appresso un barattolo di maionese, pane nero e limone. Ma non fatevi troppe illusioni: in caso di super salmone, il pescatore invece di apparecchiare tavola si dirigerà rapidamente verso l’imbalsamatore, per trasformarlo nel trofeo dell’anno. 170 23% 5mila Affumicato Nella lavorazione a freddo - la più frequente - il salmone, marinato in sale e zucchero, viene affumicato a 22 gradi Poi, abbattitura a 4 gradi L’affumicatura a caldo (80-100 gradi), invece, è preceduta da una marinatura di sale Marinato Il salmone pulito riposa 24 ore in frigo in una pirofila fra due strati composti da una miscela di zucchero e sale (40 e 60 per cento) con un peso sopra. Il giorno dopo, lavaggio sotto un filo d’acqua fredda, asciugatura e ulteriore riposo in pellicola unta d’olio Repubblica Nazionale DOMENICA 3 GIUGNO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 LE RICETTE DEGLI CHEF Ecco quattro ricette a base di salmone proposte da altrettanti chef tra i più celebri d’Italia 2 Penne Incubo gastronomico degli anni Settanta, le penne al salmone e vodka sono state rivisitate da Fulvio Pierangelini. Che le realizza a partire da una sfoglia di pasta fresca pizzicata in diagonale e farcita con un parallelepipedo di “selvaggio” affumicato 3 Dadolata 4 Gualtiero Marchesi prepara un guazzetto - cubetti di cipolla, sedano sbollentato, pomodoro senza semi, spadellati e cotti coperti cinque minuti - a cui aggiunge dragoncello tritato. Versato nei piatti, si completa con dadi di salmone saltati Zuppa Pietro Leemann cuoce una zuppa con cipolla, patate, paprika e la versa in cocotte individuali. Sopra, polpettine di salmone spadellate e zabaione (tuorli d’uovo lavorati a caldo con acqua, dragoncello tritato e panna montata), da gratinare in forno Crudo L’infiltrazione di grasso nella carne lo rende perfetto per carpacci e tartare. Molto utilizzati i ritagli avanzati dalla sfilettatura La consistenza morbida si sposa con vari tipi di vinaigrette. A piacere: limone, lime, zenzero, pepe verde e rosa Caviale Le uova, raccolte prima della completa maturità sessuale, devono essere color rosso-arancione brillante, intere, non schiacciate, facilmente separabili. Nei menù giapponesi si trovano sotto il nome di Ikura, di derivazione russa Quando il boscaiolo disse “basta” PIERO OTTONE P oiché ho sposato una danese, le mie feste nuziali si svolsero (in un passato lontano: nella notte dei tempi) a Copenaghen, e le esperienze gastronomiche furono di impronta nordica. Non ero del tutto sprovveduto: sebbene giovane, avevo già fatto qualche viaggio, avevo qualche esperienza alle spalle. In un soggiorno moscovita, avevo scoperto il caviale, quello grigio (ma forse l’aggettivo è un po’ pedestre, dovrei piuttosto dire perlaceo) e quello rosso: tanto diverso, bisogna pur dirlo, dal caviale che si compra oggi. In Inghilterra avevo scoperto le sogliole di Dover, in Normandia e in Olanda le ostriche. In Danimarca feci la conoscenza col salmone. Un salmone, a sua volta, diverso da quello contemporaneo. Si chiamava (spero di non sbagliare la grafia) vildlaks. E vild vuol dire selvatico. Il salmone di cui parlo apparteneva a una specie che si pescava nei laghi e nei fiumi (ma credo anche in mare) in Norvegia, in Finlandia, in Svezia, nel Canada. Era relativamente raro e costoso. Aveva un sapore allo stesso tempo deciso e gentile. I danesi non lo mangiavano sul pane di segala, che tanto amano: pensavano che fosse troppo delicato, e lo servivano col pane bianco. Ma col salmone non bevevano volentieri il vino, forse perché i due sapori, quello del salmone e quello del vino, si combattevano a vicenda. Preferivano l’acquavite, lo snaps: forte, ma neutrale. Oggi, quando si naviga per i mari del Nord, si vedono spesso allevamenti di salmone. Il pesce è diventato popolare: costa poco, ormai. Ma non è più quello di una volta. Anche nel passato il salmone ha subìto tuttavia, diremo così, qualche umiliazione. Come le ostriche. Si legge che i contadini d’Inghilterra inscenarono sommosse perché erano stanchi di essere mantenuti, nella stagione dei lavori campestri, a ostriche. Bene: anche i boscaioli finlandesi, si racconta, protestarono perché erano mantenuti a salmone (sebbene fosse quello buono). Non mi meraviglio: questa è la natura umana. Quando vivevo a Mosca, dopo un congruo periodo di tempo, scoprii che ero stufo di caviale. Repubblica Nazionale 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA le tendenze Imitazioni DOMENICA 3 GIUGNO 2007 Monili in stile Masai, decori etnici e arredi d’ispirazione esotica: il Nord del mondo s’innamora ancora una volta dell’Africa e in passerella sfilano abiti che rielaborano la sua arte e le sue tradizioni. Moda che non nasce solo dalla crisi creativa occidentale, ma anche dall’affermarsi di una nuova generazione di stilisti autoctoni PROFUMO DI BOSCO Ecco il porta computer che profuma di esotico. È in legno con finiture in pelle cucita a mano. Di Monacca DENTRO LA PELLE Raffinati grafismi africani per la borsa di Bottega Veneta Il disegno tipico si abbina alla pelle intrecciata SEDUTA ALLEGRA Mademoiselle è l’allegra poltroncina che nasce dall’inedito matrimonio tra Dolce & Gabbana e Kartell Un modo nuovo di vedere l’animalier Stregati dalla magia dei simboli tribali IRENE MARIA SCALISE Occidente s’innamora dell’Africa. E quest’estate, a quanto pare, l’amore sarà caldissimo. Grafismi sui vestiti, monili in stile Masai, design ispirato all’Africa nera. Non solo. Tra un anno sarà inaugurato il Museum for african art di New York. E, a Parigi, Jean Nouvel ha disegnato il museo etnografico. Il fascino sauvage non risparmia nessuno. Per chi l’Africa la conosce profondamente come Michela Manervisi, autrice del libro African style e collaboratrice dell’associazione Afritudine, l’innamoramento in atto non sorprende: «La moda ciclicamente subisce il fascino del completamente inesplorato e dell’esotismo nero. Per questo motivo ritorna, per i couturier francesi e italiani, il mito della pantera e della savana da proporre in passerella». Diciamolo: l’Africa è una costante che, dagli anni Trenta a oggi, ha contaminato la nostra cultura. «Le fantasie non annoiano, sono cromaticamente perfette e hanno forza visiva», dice la Manervisi, «gli stilisti sanno che l’impatto sul pubblico è assicurato e, inoltre, con l’Africa si esce dall’etnico per entrare nel contemporaneo». Nel 2007 però il mal d’Africa sembra aver contagiato anche molti designer. Mobili ed elementi d’arredo, presentati in aprile al Salone del mobile di Milano e presto in vendita negli showroom, richiamano spesso la cultura nera, estrema e minimalista. «Le linee elementari degli arredi possono solo insegnare ai nostri progettisti», aggiunge la Manervisi, «che la cosa migliore è togliere invece che aggiungere. La purezza di una chaise longue ricavata da un tronco di legno non ha nulla da invidiare a una poltrona di Le Corbusier». Anche un libro appena approdato in libreria, L’arte africana contemporanea (Bollati-Boringhieri editore), s’interroga sul perché di questa ricorrente passione. L’autore, l’antropologo francese Jean-Loup Amselle, riflette su come un numero sempre crescente di riviste, esposizioni e istituzioni fanno dell’arte africana il proprio orizzonte di riferimento. L’Africa, per lui, occupa un posto fondamentale nell’immaginario occidentale. Questo perché il carattere autoreferenziale dell’arte contemporanea la porta a essere imprigionata in un vicolo cieco e, di fronte a questo processo di disgregazione, proprio il meticciato, il riciclo, l’ibridazione delle culture potrebbero costituire una soluzione miracolosa. All’Africa, insomma, spetterebbe il ruolo di principale fonte di rigenerazione dell’arte occidentale. Ma se è vero — per Amselle — che l’Africa esercita un indubbio fascino sugli occidentali è altrettanto vero che c’è un disinteresse di fondo verso il continente. Ciò che è nero, da un lato, è vissuto come fonte di rigenerazione dall’altro come entità degenerata. Ma parallelamente a quella “inventata” o rielaborata dagli occidentali, esiste una “vera” (anche se ancora poco conosciuta) moda africana. Quella ideata da stilisti del continente nero che arrancano per conquistare posizioni sulla scena internazionale. I nomi sono tanti. Pathé O., famoso per essere il fornitore delle camicie stampate di Nelson Mandela e anche l’unico che produce un suo prêt-à-porter made in Africa. E poi Awa Meité, del Mali, specializzata negli accessori moda in pelle e cotone. Mimi Konaté, sempre del Mali, che crea inconfondibili colli a pieghe in perfetto stile Capucci. La senegalese Aissa Dione, regina di stampe in cotone e rafia, tessuti al telaio e grafiche geometriche. La sudafricana Marianne Fassler, ideatrice della moda urbana. Alphadi, stilista nigeriano che vive tra la Francia e l’Africa e aiuta a formare altri couturier africani. Dietro le loro creazioni c’è il progetto di un’Africa diversa, non terra di saccheggio ma interlocutrice alla pari. La moda come riscatto, un’inedita strada produttiva che rivaluti la sapienza artigianale. L’ LOOK DA VERTIGINI Non conosce limiti, almeno in centimetri, il sandalo con zeppa di Borbonese Sarà amatissimo da chi detesta le mezze misure Anche mobili e accessori per la casa richiamano sempre più spesso la cultura subsahariana, estrema e minimalista BON TON Il bon ton modello Africa Miu Miu ha abbinato ai grafismi stilizzati un colletto bianco da signorina per bene Versione morigerata dell’African style DOLCI SUONI A destra: la lampada di Foscarini, nascosta sotto il collo della maschera tribale africana, è in alluminio Sfiorando i suoi elementi tubolari si sprigionano suoni delicati Repubblica Nazionale DOMENICA 3 GIUGNO 2007 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 49 AUTENTICAMENTE TUA IN BELLA VISTA Una borsa autenticamente made in Africa. È di Afritudine, in tessuto abbinato a delicato pitone Colori sgargianti, effetto assicurato Sgabelli coloratissimi e trasparenti della nuova superstar del design Marcel Wanders. Sono adatti per interni ed esterni. Kartell MINIMALISMO D’AUTORE Ricorda i design minimalisti dell’Africa nera questa Sit Sat. È una seduta scultura di Massimilano e Doriana Fuksas, per Sawaya & Moroni SENZA CONFINI Vestito multicolor di cotone con profili a contrasto Di Magò, stilista italiana che lavora in Africa FORME Più che un anello sembra una scultura Lo ha disegnato Peter Chang Sinfonia di bianco, nero, rosso e argento COME IL FUOCO Sono di Louis Vuitton i nuovi accessori leopard rosso fuoco Fermacapelli, collane e ciondoli animalier Una stilista del Mali racconta il suo lavoro controcorrente L’ultimo saccheggio del continente nero MIMI KONATÉ a una decina d’anni, l’Africa è diventata un serbatoio d’ispirazione per i grandi stilisti degli altri continenti. Alcuni dei grandi nomi che influenzano le tendenze della moda internazionale non esitano a portare in passerella creazioni di matrice etnica: matrice che si esprime in materiali, disegni, accessori, oggetti, che spesso, nella coscienza delle popolazioni africane, rappresentano dei simboli della propria cultura o della propria storia. Ormai è normale vedere tessuti e gioielli africani nelle vetrine dei negozi occidentali, vedere i nostri motivi ornamentali utilizzati nell’arredamento, le nostre maschere o feticci ancestrali trasformati in soprammobili. Tutti questi oggetti perdono il loro senso etnologico nell’utilizzo distorto che viene fatto dai consumatori, a cui in certi casi poco importa l’origine e il significato del prodotto. Stiamo assistendo a un saccheggio della cultura africana: un saccheggio che è socioculturale ed economico. Perché, dietro a questa infatuazione per l’estetica del continente nero, si intravedono già i tratti di una mutazione economica internazionale legata alla produzione e alla distribuzione dell’artigianato, che non offrono alcuna risposta al problema della povertà dell’Africa. Nell’elenco dei prodotti più apprezzati nel Nord del mondo figura l’abbigliamento africano, realizzato a livello artigianale con tecniche antiche e che, spesso, è l’unica fonte di reddito per alcuni strati della popolazione. Telai e fusi sono stati rimpiazzati da grossi stabilimenti industriali, i pezzi unici ora sono prodotti in serie, le tinture artigianali hanno lasciato il posto alle tinture chimiche. Ritengo prioritario affrontare la questione dello sfruttamento dell’arte africana altrimenti, nel giro di una decina d’anni, i paesi asiatici potranno vantarsi di essere i maggiori esportatori di design africano. Un esempio concreto di questo sfruttamento sono i motivi ornamentali creati dalle celebri tintore del Mali che vengono imitati dalle industrie cinesi e venduti a prezzi tre volte più bassi. Gli stabilimenti tessili nazionali non sfuggono al saccheggio di creatività: al- D NELLA SAVANA Un originale abito savana di Antonio Marras per Kenzo Toni e grafismi sono quasi clonati da quelli delle stoffe del continente nero cuni hanno già chiuso e altri lo faranno a breve, non potendo far fronte alla concorrenza dei tessuti d’importazione. Sono entrata nel campo della moda per passione, ma ho forti dubbi che questo mestiere possa rappresentare un punto di forza nella nostra economia. Come me la maggioranza dei giovani stilisti africani oggi deve fare i conti con lo stesso problema: riuscire a sopravvivere. Le nostre difficoltà sono dovute alla mancanza di visibilità mediatica, di sussidi, di manodopera qualificata e così via. Fatichiamo a imporci di fronte ai colossi della creazione che considerano il nostro patrimonio unicamente come serbatoio d’ispirazione. Gli stilisti africani, che sono i principali innovatori del design del loro continente, molto spesso vengono esclusi dalle grandi passerelle: Parigi, Milano, New York e Londra. Per non parlare del disinteresse della stampa internazionale. La soluzione di questi problemi passa dalla presa di coscienza degli africani stessi della qualità dei loro prodotti, dal consumo locale, dalla resistenza all’invasione cinese, dagli aiuti internazionali, dal riconoscimento (nel Nord del mondo) delle nostre potenzialità. Io, oggi, ho la mia piccola boutique dove presento abiti che sono adattati alle donne africane “moderne”, quelle che vanno in ufficio, che hanno bisogno di vestiti pratici, ma vogliono mantenere le loro peculiarità. Gestisco la mia carriera di stilista lavorando per l’Ortm (la radio-tv pubblica del Mali) come presentatrice di trasmissioni radiofoniche o televisive sulla moda. Gestisco anche alcuni progetti che mi stanno molto a cuore: nel 2008, ho deciso di aprire — finanziandola di tasca mia — Mode Sup, una scuola di formazione a cui si può accedere dopo il diploma. Ma malgrado tutto continuo a sentirmi esclusa dal “vero mondo della moda”: posso dar prova di inventiva quanto voglio, ma so benissimo che la sorte di una giovane stilista è nelle mani di un grande couturier o di un giornalista occidentale che — durante un viaggio turistico o sfogliando una rivista sull’artigianato africano — si imbatta in una delle mie creazioni. Traduzione di Fabio Galimberti EFFETTO SELVAGGIO Poltroncina Leatherworks di Edra in vari tipi di pelle differenti L’effetto sauvage è garantito Repubblica Nazionale