DOTTORATO DI RICERCA - XVI CICLO
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI GENOVA
Geografia e pianificazione del paesaggio
per la valorizzazione del patrimonio storico-ambientale
TESI FINALE DI DOTTORATO
“ALTERNATIVE PER LA PRODUZIONE AGRICOLA CONTADINA NELL’OTTICA DELLO
SVILUPPO LOCALE AUTOSOSTENIBILE ”
Dottoranda: Dott. Valeria de Marcos
Tutor: Prof. Massimo Quaini
Aprile 2004
Genova - Italia
A
Walter Yukio Homma
(in memoria)
perché il tuo sogno, che ora è anche il mio,
è già una realtà
2
RINGRAZIAMENTI
Iniziare a scrivere questi ringraziamenti mi è tanto difficile. Non perché non mi
piaccia ringraziare, anzi, ma perché con essi si chiude un altro ciclo della mia vita
personale e accademica. Il sentimento che mi prende ora è un misto di allegria e tristezza
ma, siccome non potrei consegnare questa tesi senza ringraziare tutti quelli che di essa
hanno fatto parte, comincio il difficile compito di mettere il punto finale di questo ciclo.
Innanzitutto ringrazio le tre persone che hanno reso possibile l’inizio di questo
percorso:
•
il Sig.re. Walter Yukio Homma, purtroppo in memoria, per tutto quello che mi ha dato
e insegnato durante gli anni in cui ho vissuto nella Comunità Sinsei (a San Paolo/Brasile),
durante la ricerca per la tesi di Master. L’idea di questa tesi è nata da quell’esperienza e da
tutte le conversazioni che abbiamo avuto sin da quando ci siamo conosciuti. È stato lui a
insegnarmi a sognare e a credere nella realtà dei miei sogni;
•
il Prof. Ariovaldo Umbelino de Oliveira, mio tutor della tesi di Master, amico e punto
di riferimento accademico, che ha ancora una volta creduto in me prima ancora che io
l’avessi fatto, incoraggiandomi – in realtà quasi spingendomi – a provare a fare questa
esperienza di dottorato all’estero e a cercar il Prof. Quaini come tutor della tesi;
•
il Prof. Massimo Quaini, mio tutor per questa tesi, per aver creduto nell’idea e
accettato di guidarmi in questo cammino, trasformando così il mio sogno in realtà e per la
sua preziosa collaborazione in questo lavoro.
Poi, a quelli che mi hanno dato le condizioni logistiche di realizzare questo
percorso:
•
all’Agenzia Capes, l’agenzia di finanziamento alla ricerca che ha creduto nella validità
del progetto di ricerca che ho consegnato, offrendomi una borsa di studio per svolgere il
corso di dottorato all’estero per quattro anni. In particolare alla Prof.ssa Marigens
Carvalho, che si è sempre resa disponibile a risolvere i problemi comparsi nel trascorrere
del tempo;
3
•
il Departamento di Geociências dell’Universidade Federal da Paraíba, dove lavoro, per avermi
concesso il nulla osta alla mia partecipazione a questo dottorato di ricerca;
•
l’Istituto Interfacoltà di Geografia dell’Università degli Studi di Firenze, in particolare
il Prof. Leonardo Rombai e la Prof.ssa. Teresa Isemburg che mi hanno gentilmente
accolto al mio arrivo;
•
i professori Diego Moreno e Osvaldo Raggio del Dipartimento di Storia Moderna e
Contemporanea che mi hanno offerto importanti aiuti anche prima dell’inizio del corso di
dottorato;
•
i professori del collegio docenti del Corso di Dottorato in Geografia e
Pianificazione del Paesaggio per la Valorizzazione del Patrimonio StoricoAmbientale, per gli importanti contributi offerti durante gli anni di svolgimento della
ricerca, in particolare ai Professori Stringa, Montanari, Moreno, Orlando, Pinto, Quaini,
Raggio e Spotorno e alle Professoresse Balletti, Cristina e Mazzino.
Alle persone che ho intervistato per lo svolgimento di questa ricerca, per la loro
gentilezza e disponibilità ad aiutarmi, sia attraverso le interviste che le innumerevoli altre
domande fatte e risposte via email e per il materiale che buona parte di loro mi ha
concesso:
•
il Prof. Alberto Magnaghi che pazientemente ha letto il mio progetto di ricerca e mi ha
offerto un importante contributo, mettendomi in contatto con le esperienze più
interessanti che compongono i capitoli otto e nove di questa tesi;
•
il Prof. Omodeo Zorini, della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Firenze;
•
Libereso Guglielmi, che mi ha gentilmente concesso un’intervista a casa sua, a
Sanremo, per la lezione di vita lasciatami e la persona bellissima che è;
•
Walter Gasperini, del Consorzio Radici, a Suvereto, Toscana;
•
David Fanfano – Laboratorio Anci Toscana Val di Bisenzio – Prato, Toscana;
•
Antonio De Falco – Agricoltura sinergica, che mi ha portato anche a vedere un orto
sinergico a Ontignano, nella proprietà di Giannozzo Pucci;
•
Giannozzo Pucci – Fierucola di Santo Spirito a Firenze;
•
Marilia Zappalà e Marco Naldini – Ecovillaggio Basilico;
Ai personali della Biblioteca Franco Serantini di Pisa e della Sala Consultazione della
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, dove ho svolto buona parte della ricerca.
Ai miei genitori che mi hanno sostenuto emozionalmente durante questi lunghi anni
di assenza.
Ai miei amici brasiliani che mi sono stati sempre vicini, nonostante l’Oceano che ci
separava.
4
Ai nuovi amici di Firenze che hanno reso il mio soggiorno molto più piacevole,
facendomi sentire voluta bene e integrata da questa parte dell’Oceano. In particolare a quelli
del Circolo Vie Nuove (Lamberto e Paola, Anna e Silvio, Bruno e Angela, Orlando) e alle
amiche che ho fatto durante l’ultimo anno passato nella “Nazionale” e che mi hanno dato
la forza che mi mancava nei momenti più duri da affrontare: Francesca Battaglini, Cristina
Monni, Vanessa Castelnovi, Sara Centi e Cecilia Calabri. A Donata Vitali, l’italiana più
brasiliana che conosco, che mi ha mostrato una Firenze vista dagli occhi di una
marchigiana e che mi è stata sempre vicina, anche se non sempre fisicamente. A Pinuccia,
una delle mie più belle scoperte e mio “angiolo custode” italiano, e a Giancarlo per il
prezioso aiuto tecnico.
A Pierluigi Benevieri, per l’amore che mi ha dedicato, senza il quale questo
cammino sarebbe stato molto meno colorato.
5
In alto la testa! avete un bisogno vitale
Di questa alba che brilla e si leva per voi.
Alzate gli occhi, guardate
E ridate nascita
Al sogno.
Maya Angelou
6
INDICE
PARTE I – INQUADRAMENTO STORICO
INTRODUZIONE ………………………………………………………………….…………..
12
CAPITOLO 1 – LE RADICI STORICHE DELLA DISCUSSIONE …………………………………
17
1.
Il mondo alle porte delle rivoluzioni industriale e francese ………………………...
17
2.
La rivoluzione industriale ………………………………………………………….
19
3.
La rivoluzione francese ……………………………………………………………
22
4.
Camminando verso il 1848 ………………………………………………………..
29
5.
E il mondo gira … ………………………………………………………………...
33
CAPITOLO 2 – IL MOVIMENTO ANARCHICO E LE PROPOSTE DI ORGANIZZAZIONE
SOCIALE DELLA PRODUZIONE ………………………………………………………………
36
1.
Le origini dell’anarchia ………………………………………………….…………
36
2.
GODWIN e la prima sistemazione del pensiero anarchico ………………………..
41
3.
Che cos’è l’anarchia ……………………………………………………………….
46
4.
Le scuole di pensiero anarchiche e le proposte di organizzazione sociale della
produzione ….…………………………………………………………………….
50
CAPITOLO 3 – L’EMIGRAZIONE ITALIANA IN BRASILE DALLA SECONDA METÀ
DELL’OTTOCENTO FINO ALLA PRIMA METÀ DEL NOVECENTO …………………………...
80
1.
Introduzione ………………………………………………………………………
80
2.
Perché emigrare ? ………………………………………………………………….
81
3.
Mentre questo in Brasile … ………………………………………………………..
85
4.
Verso la “Mérica”: la lunga distanza tra l’Italia e il Brasile ………………………….
86
5.
L’arrivo alla “terra promessa” ……………………………………………………..
88
6.
Il lavoro nelle fazendas di caffè ……………………………………………………
89
7.
Le colonie agricole nel sud del Brasile ……………………………………………..
94
8.
Conclusione ……………………………………………………………………….
98
PARTE II – LE «VECCHIE» UTOPIE
CAPITOLO 4 – LA PRASSI ANARCHICA: GIOVANNI ROSSI E LA COLONIA CECILIA ………..
101
1.
Giovanni Rossi: vita e idee ………………………………………………………...
101
2.
L’(u)topia di Giovanni Rossi: Un comune socialista …………………………………..
106
7
2.1.
L’analisi del libro ………………………………………………………………….
108
3.
Il veterinario anarchico: il soggiorno di Rossi a Gavardo e i primi passi verso la
realizzazione della sua utopia ……………………………………………………...
116
4.
La necessità di “sperimentare”: la difesa dello sperimentalismo e la polemica con gli
anarchici …………………………………………………………………………..
120
4.1.
«Lo Sperimentale» numero a numero ……………………………………………..
124
5.
Cittadella ……………………………………………………………………….....
134
6.
Dove c’è autorità non c’è libertà: la Colonia Cecilia e l’utopia del comunismo
anarchico ….………………………………………………………………………
141
Dopo Cecilia: il legato di Giovanni Rossi …………………………………………
161
CAPITOLO 5 – ALTRE ESPERIENZE DI COLONIE SOCIALISTE ……………………………..
164
1.
Le colonie americane ……………………………………………………………...
164
2.
Altre esperienze …………………………………………………………………...
172
3.
I collettivi durante la Guerra Civile Spagnola ……………………………………...
183
3.1.
La struttura agraria e l’agricoltura spagnola ………………………………………..
183
3.2.
Verso la guerra civile ………………………………………………………………
189
3.3.
La formazione dei collettivi spagnoli ………………………………………………
195
3.4.
I collettivi visti dall’interno ………………………………………………………..
200
3.5.
Gli insegnamenti della Guerra di Spagna: successi e fallimenti della
collettivizzazione ………………………………………………………………….
220
La fine della guerra: la sconfitta della Repubblica ………………………………….
225
7.
3.6.
CAPITOLO 6 – PER UNA TEORIA DELLA PRODUZIONE COLLETTIVA E COMUNITARIA
ALL’INTERNO DEL MOVIMENTO ANARCHICO ……………………………………………...
227
1.
La pratica nella storia ……………………………………………………………...
227
2.
La teoria ………………………………………………………………………...…
232
2.1.
BAKUNIN e il collettivismo ……………………………………………………...
232
2.2.
KROPOTKIN e il comunismo anarchico …………………………………………
237
2.2.1.
I cardini del pensiero di KROPOTKIN e del comunismo anarchico ……………...
240
PARTE III – LE «NUOVE» UTOPIE
CAPITOLO 7 – SVILUPPO LOCALE AUTOSOSTENIBILE: UN PROGETTO PER LA
VALORIZZAZIONE DEL PATRIMONIO TERRITORIALE ………………………………………
261
1.
Dal territorio come supporto al territorio come patrimonio ……………………….
261
2.
La valorizzazione del patrimonio territoriale e lo sviluppo locale autosostenibile …..
270
2.1.
L’origine del concetto di sviluppo locale autosostenibile …………………………..
270
2.2.
Lo sviluppo locale autosostenibile come progetto per la valorizzazione del
patrimonio territoriale …………………………………………………………….
281
8
2.3.
Verso il cambiamento ……………………………………………………………...
285
CAPITOLO 8 – LO SVILUPPO LOCALE AUTOSOSTENIBILE NELLA PRATICA I. VERSO
UN’ALTRA PRODUZIONE …………………………………………………………………….
300
1.
«Laboratorio Toscana»: l’ANCI TOSCANA e l’università per la sostenibilità
dell’agricoltura …………………………………………………………………….
300
1.1.
Un manifesto per la Toscana ……………………………………………………...
301
1.2.
Dal manifesto all’azione: il Laboratorio ANCI Val di Bisenzio ……………………
303
1.2.1.
Il quadro normativo di riferimento ………………………………………………..
303
1.2.2.
La Val di Bisenzio e la costruzione di una rete di economia integrata nell’ambito del
recupero dell’agricoltura tradizionale ….…………………………………………..
307
2.
Dall’agricoltura naturale all’agricoltura sinergica …………………………………..
327
2.1.
Tante agricolture ………………………….………………………………………
327
2.2.
FUKUOKA e l’agricoltura naturale …………….…………………………………
330
2.3.
I principi dell’agricoltura naturale ………………………………………………….
333
2.4.
L’agricoltura naturale nella pratica ……………………………….………………...
338
2.5.
Un futuro per l’agricoltura naturale …………………………..……………………
343
2.6.
L’agricoltura sinergica ……………………………….…………………………….
347
3.
Lo Slow Food ……………………………………………………………….……
352
3.1.
Le origini e lo svolgersi del movimento ……………………………………………
353
3.2.
Le fondamenta di Slow Food e le strategie per diffondere la sua filosofia ………...
361
3.3.
Operazione Salvezza: l’Arca, il Presìdio e il Premio Slow Food …………………..
367
3.3.1.
L’Arca del Gusto …………………………………………………….……………
367
3.3.2.
I Presìdi Slow Food …………………………………………….………………...
371
3.3.2.1.
I Presìdi Slow Food in Italia ………………….…………………………………..
376
3.3.2.2.
I Presìdi Slow Food Internazionali …….…………………………………………
381
3.3.3.
Il Premio Internazionale Slow Food per la difesa della biodiversità ………………
385
4.
Dalle comunità agli ecovillaggi …………………………………………………….
386
4.1.
Un passo indietro: le radici degli ecovillaggi ……………………………………….
391
4.2.
Due passi in avanti – gli ecovillaggi nell’attualità: un’idea, tante realtà ……………..
403
4.2.1.
Gli ecovillaggi appartenenti alla RIVE ……………………………….……………
405
4.2.1.1.
Torri Superiore …………………………………………………….……………...
405
4.2.1.2.
Federazione Comunità di Damanhur …………………………………….………..
407
4.2.1.3.
Cooperativa Agricola Mogliazze ……………………………………….………….
412
4.2.1.4.
La Confederazione dei Villaggi Elfici ………………………………..…………….
414
4.2.1.5.
La Comune di Bagnaia ………………………………………………..…………...
418
4.2.1.6.
Il Villaggio Upacchi ………………………………………………..………………
419
4.2.1.7.
L’Ecovillaggio Basilico ………….…………………………………………………
420
4.2.2.
Gli ecovillaggi fuori della RIVE ……..………………………….…………………
426
9
CAPITOLO 9 – LO SVILUPPO LOCALE AUTOSOSTENIBILE NELLA PRATICA II. VERSO UN
ALTRO MERCATO …………………………………………………….………………………
431
1.
Il Consorzio Radici ……………………………………...………………………...
431
2.
La Fierucola a Firenze: produzione e consumo alternativo ………………………..
438
3.
I GAS – gruppo di acquisto solidale – e il consumo critico ………………………..
447
4.
La CTM ALTROMERCATO e il commercio equo e solidale …..…………………….
457
CONCLUSIONE …………………………………………………………………………..…...
462
BIBLIOGRAFIA ……………………………………………………………………………….
472
INDICE DEI SITI WEB VISITATI ………………………………………………………………
484
ALLEGATI
1.
La produzione intellettuale di Piotr KROPOTKIN ……………………………..
492
2.
Manifesto dello Slow Food ………………………..…………………………….
521
3.
Manifesto dell’Arca ………………………………….…………………………..
522
4.
Depliant “Carciofo Violetto della Val di Cornia” ..…..…………………………..
523
5.
Scheda Produttori – GAS …………………………..……………………………
525
6.
Intervista a Libereso Guglielmi – Sanremo, luglio 2003 …………………………
530
7.
Intervista a David Fanfano – Firenze, dicembre 2003 …..……………………….
565
8.
Intervista ad Antonio De Falco – Settignano, novembre 2003 …………………..
575
9.
Intervista a Marilia Zappalà e Marco Naldini ………..…………………………...
587
10
Intervista a Walter Gasperini – Suvereto, luglio 2003 ……………………………
609
11.
Intervista a Giannozzo Pucci – Firenze, dicembre 2003 ..………………………..
621
10
PARTE I
INQUADRAMENTO STORICO
11
INTRODUZIONE
Il tema centrale di questa tesi di dottorato svolta all’interno del Corso di Dottorato
di Ricerca Geografia e Pianificazione del paesaggio per la valorizzazione del
patrimonio storico-ambientale, è quello delle Alternative per la produzione agricola contadina
nell’ottica dello sviluppo locale autosostenibile. Il suo punto di partenza sono stati i risultati
raggiunti da due altre ricerche da me realizzate negli anni ’90. Una, sulla produzione
collettiva e comunitaria, svolta per l’ottenimento del titolo di Master in Geografia Umana
e l’altra, un’indagine multidisciplinare richiesta dalla CPT – Commissione Pastorale della
Terra – e condotta da un gruppo di professori dell’UFPB – l’Università Federale della
Paraiba – sulla qualità della vita nelle aree di riforma agraria nel nord est brasiliano, alla
quale ho partecipato come ricercatrice responsabile della raccolta dei dati economici.
La prima ricerca mi aveva messo in contatto con la pratica della produzione
comunitaria e collettiva svolta da una comunità di giapponesi nella campagna dello stato
di San Paolo e mi aveva spinto alla ricerca di altre forme di produzione con un livello di
socializzazione del lavoro e della produzione minore, avvenute in Brasile e all’estero,
nonché alla ricerca degli studi teorici su questi tipi di produzione. Gli studi e le analisi
svolte mi hanno condotto alla conclusione della pertinenza e praticabilità della produzione
comunitaria e collettiva, ma allo stesso tempo dell’estrema difficoltà di raggiungimento di
risultati positivi nei tempi e nei modi in cui queste pratiche venivano proposte per
esempio dal MST – Movimento dei Senza Terra – per le sue aree di riforma agraria. Mi
hanno rivelato anche la necessità di realizzare un lavoro di sistematizzazione delle
discussioni teoriche su questi tipi di produzioni, svolte all’interno del movimento
anarchico e socialista a partire dal XIX secolo, davanti a quello che sembrava essere
l’imminenza del superamento del modo capitalista di produzione tramite la rivoluzione
sociale.
Il contatto con la realtà delle aree di riforma agraria del nord est brasiliano,
avvenuto con la seconda ricerca, mi ha convinto della necessità di cercare alternative a
12
quella forma di produzione, realizzata in forma arcaica e senza risorse economiche.
L’alternativa della produzione collettiva e comunitaria si situavano in un orizzonte
distante. Era, però, necessario iniziare il percorso in quella direzione, cercando altri tipi di
esperienze che potessero servire di esempi, di che cosa potesse funzionare o meno in
quelle aree.
In questa prospettiva ho iniziato il Corso di Dottorato di Ricerca avendo davanti a
me i seguenti obiettivi: lo studio della discussione teorica sulla produzione collettiva e
comunitaria; lo studio di altre forme di esperienze di questo tipo di produzione in modo
da trovare la conferma o meno di quello che veniva proposto teoricamente, così come
somiglianze o differenze riguardo alle esperienze da me previamente studiate; lo studio di
forme alternative attuali di produzione nell’agricoltura, svolte all’interno della prospettiva
dello sviluppo locale autosostenibile e della valorizzazione del patrimonio territoriale che
potessero essere messe in pratica nelle aree di riforma agraria brasiliane.
Così, avendo questi obiettivi definiti, mi sono occupata inizialmente dello studio
della discussione teorica sulle produzioni collettiva e comunitaria e altre esperienze svolte
nell’ambito di queste discussioni. Per rispondere al primo obiettivo, mi sono dedicata allo
studio del movimento anarchico e dei suoi principali rappresentanti, in particolare alle
proposte di organizzazione della produzione presentate da BAKUNIN – la produzione
collettiva – e da KROPOTKIN – la produzione comunitaria. Il risultato di questa ricerca
è stata la redazione dei due primi capitoli di questa tesi.
In seguito mi sono occupata delle esperienze concrete realizzate all’interno di questa
discussione. Ho studiato la Colonia Cecilia, esperienza di produzione comunitaria
realizzata nel sud del Brasile da un gruppo di italiani anarchici alla fine dell’Ottocento, le
esperienze realizzate dalle colonie americane, di carattere religioso, sempre alla fine
dell’Ottocento, e altre esperienze avvenute in diversi luoghi e momenti della storia e infine
i collettivi spagnoli durante la guerra civile degli anni 1936-‘39. Il risultato di questa ricerca
è stata la redazione dei capitoli tre, quattro, cinque e sei di questa tesi. L’obiettivo è stato
quello di trovare, tra tutti questi casi, punti in comune che potessero portare a una teoria
della produzione collettiva e comunitaria nell’ottica del movimento anarchico.
Conclusa questa parte più storica, mi sono dedicata allo studio dei casi attuali messi
in pratica nell’ottica dello sviluppo locale autosostenibile come modo di produrre la
valorizzazione del patrimonio territoriale. Mi sono dedicata allo studio del concetto di
sviluppo locale autosostenibile, cercando di capire quali sono state le sue origini, quali
sono i suoi assi fondanti per poi passare a occuparmi dello studio delle esperienze messe
in pratica a partire di questa prospettiva. Di fondamentale importanza è stato l’aiuto che
13
mi è stato offerto dal Prof. MAGNAGHI, che ha letto il mio progetto di ricerca e mi ha
suggerito la maggior parte dei casi di studio che compongono i capitoli otto e nove di
questa tesi.
Ugualmente importante per lo svolgere dei lavori d’indagine sono state le costanti
verifiche fatte dal collegio docente del Corso di Dottorato, esperienza che ritengo molto
produttiva. Da un lato, attraverso l’obbligo della consegna delle tesine annuali, che ci ha
imposto sin dall’inizio un ritmo di lavoro intenso, i cui risultati diventavano via via
evidenti. Dall’altro, il confronto con un collegio docente tanto plurale che ci ha permesso
una valutazione del lavoro in chiave più globale e meno specialistica. Questo è stato, a mio
parere, il punto più ricco e allo stesso tempo più difficile da affrontare e, proprio per
questo, più stimolante del Corso di Dottorato che concludo con la consegna e discussione
di questa tesi. Spero di essere stata in grado di rispondere attraverso questa tesi almeno
parte delle obiezioni che mi sono state fatte nel trascorrere di questi tre anni. Ho
sicuramente imparato ad affrontare approcci e sguardi diversi allo stesso problema e credo
di averli incorporati, anche se sotto uno sguardo e un discorso più geografico, all’interno
di questa tesi e della mia pratica futura. Infine, credo di poter dire che esco da questo
percorso molto più matura di quando sono entrata.
La tesi che ora presento in discussione è composta di nove capitoli divisi in tre parti.
La prima parte, intitolata INQUADRAMENTO STORICO, è suddivisa in tre capitoli. Il
primo, Le radici storiche della discussione, tratta del quadro storico che ha dato origine al
movimento anarchico, attraverso l’analisi della rivoluzione Industriale, della Rivoluzione
Francese, e degli avvenimenti che le hanno succedute. Il secondo capitolo, Il movimento
anarchico e le proposte di organizzazione sociale della produzione, tratta delle origini dell’anarchia,
della prima sistemazione del pensiero anarchico con GODWIN, del significato vero e
proprio dell’anarchia e delle scuole di pensiero anarchiche – individualista, mutualista,
collettivista e comunista – e delle loro proposte di organizzazione sociale della
produzione. Il terzo capitolo, L’emigrazione italiana in Brasile dalla seconda metà dell’Ottocento
fino alla prima metà del Novecento, tratta della situazione vissuta sia dall’Italia che dal Brasile e
che ha scatenato il processo migratorio dall’Italia verso il Brasile, dell’introduzione degli
emigranti in Brasile nelle fazendas di caffè a San Paolo e nelle colonie nel sud del paese,
cercando di sottolineare l’importanza dell’emigrazione italiana nel cambiamento del
paesaggio agrario brasiliano e di ricostruire il momento storico che ha dato origine a una
delle più importanti esperienze di produzione comunitaria anarchica in Brasile.
La seconda parte, LE «VECCHIE» UTOPIE, è anch’essa suddivisa in tre capitoli. Il
quarto capitolo, La prassi anarchica: Giovanni Rossi e la Colonia Cecilia, tratta del percorso
14
tracciato da Giovanni Rossi, uno dei più importanti anarchici sperimentalisti, dalla
realizzazione della sua utopia Un comune socialista fino alla messa in pratica delle sue idee
attraverso la realizzazione della Colonia Cecilia, cercando di sottolineare l’evolvere delle
sue idee, dalla difesa dello sperimentalismo attraverso la pubblicazione della sua utopia e
del giornale «Lo Sperimentale» e la polemica con gli anarchici, dal tentativo di costruzione
di una colonia socialista sperimentale in Italia durante il suo soggiorno come veterinario a
Gavardo, nel nord d’Italia attraverso Cittadella fino alla realizzazione della colonia Cecilia
avendo come base il comunismo anarchico. Il quinto capitolo, Altre esperienze di colonie
socialiste tratta, appunto, basandosi sui casi citati da Rossi nel suo «Lo Sperimentale», di
altri casi di colonie socialiste realizzati in diverse località, con speciale attenzione alle
colonie americane, così come dell’esperienza di produzione collettiva attraverso i collettivi
spagnoli durante la guerra civile del 1936-‘39. Il sesto capitolo, Per una teoria della produzione
collettiva e comunitaria all’interno del movimento anarchico, corrisponde a un tentativo di
costruzione di una teoria della produzione collettiva e comunitaria a partire da un lato,
dagli esempi studiati in questa tesi e dalle conoscenze accumulate dagli studi precedenti e,
dall’altro, dalla produzione teorica dei suoi più importanti difensori, BAKUNIN e
KROPOTKIN.
La terza parte, LE «NUOVE» UTOPIE è anch’essa suddivisa in tre capitoli. Il settimo
capitolo, Sviluppo locale autosostenibile: un progetto per la valorizzazione del patrimonio territoriale,
tratta della discussione teorica sullo sviluppo locale autosostenibile: della trasformazione
del territorio da supporto a patrimonio; delle origini del concetto di sviluppo locale
autosostenibile; di come esso può essere utilizzato per la valorizzazione del patrimonio
territoriale e delle tappe che devono essere percorse verso il raggiungimento
dell’autosostenibilità dello sviluppo locale. L’ottavo capitolo, Lo sviluppo locale autosostenibile
nella pratica I. Verso un’altra produzione, tratta di quattro tipi diversi di esperienze di una
produzione alternativa nell’ottica dello sviluppo locale autosostenibile: il Laboratorio
ANCI Val di Bisenzio, esperienza pilota di realizzazione pratica delle idee contenute nel
capitolo precedente; la pratica di un’agricoltura nel totale rispetto della natura attraverso
l’agricoltura naturale e l’agricoltura sinergica; la proposta di recupero e valorizzazione
dei prodotti locali in via d’estinzione messe in moto dal movimento Slow Food
soprattutto attraverso i suoi Presìdi; il ritorno al tema delle comunità attraverso gli
ecovillaggi. Il nono capitolo, Lo sviluppo locale autosostenibile nella pratica II. Verso un altro
mercato, tratta dei mercati alternativi nati sempre all’interno di quest’ottica di ricerca
dell’autosostenibilità dello sviluppo. In questo capitolo, vengono studiati i casi del
Consorzio Radici, a Suvereto, tentativo di recupero di prodotti locali attraverso una
15
pratica agricola capace di promuovere la valorizzazione del patrimonio territoriale e di
rimessa di questi prodotti nel circuito commerciale; la Fierucola di Firenze, tentativo di
unire produzione e commercializzazione alternative, attraverso la costruzione di un
mercato con una morale; i Gruppi di Acquisto Solidale e l’esperienza del consumo
critico; la pratica di un commercio equo e solidale messo in moto dalla Ctm
altromercato.
Infine, nella Conclusione, viene riassunta la tesi maturata nel corso del lavoro e cioè
che le idee contenute nella nuova utopia dello sviluppo locale autosostenibile e praticate
attraverso le nuove utopie analizzate nell’ottavo e nono capitolo erano state già enunciate
attraverso le vecchie utopie della società libertaria anarchica.
In fondo a questa tesi, come Allegati, si possono trovare i seguenti documenti:
1. La Produzione intellettuale di Piotr KROPOTKIN: analisi dei libri Parole di un
ribelle, La conquista del pane, Il mutuo appoggio, Campi, fabbriche e officine.
2.
Manifesto Slow Food
3. Manifesto dell’Arca
4. Depliant “Carciofo violetto della Val di Cornia: una coltura tipica e autoctona che
vogliamo promuovere e rilanciare per la salubrità e la qualità nel territorio e sulla
tavola”
5. Scheda Produttori GAS
6. Intervista a Libereso Guglielmi
7. Intervista a Walter Gasperini – Consorzio Radici – Suvereto, Toscana.
8. Intervista a David Fanfano – Laboratorio Anci Toscana Val di Bisenzio –
Prato, Toscana
9. Intervista ad Antonio De Falco – Agricoltura sinergica
10. Intervista a Giannozzo Pucci – Fierucola a Firenze
11. Intervista a Marilia Zappalà e Marco Naldini – Ecovillaggio Basilico.
16
CAPITOLO 1
LE RADICI STORICHE DELLA DISCUSSIONE
La discussione sulle forme di organizzazione sociale della produzione fu realizzata
all’interno di una discussione più ampia, relativa all’organizzazione di una nuova società,
fatta da intellettuali e militanti di partiti politici con differenti concezioni sul tema. Perché
si possa capire non solo lo svolgimento di questa discussione nella sua integrità, ma
soprattutto il significato delle proposte da essa risultanti, è necessario situare
sinteticamente il contesto e il momento storico in cui si svolse.
L’Ottocento è stato un secolo senza pari per l’umanità. È stato un secolo di intensi
dibattiti a livello politico, intellettuale, sociale; di formazione di una classe operaia e di
costituzione di una coscienza di classe; della realizzazione di innumerevoli movimenti e
rivoluzioni sociali; di sviluppo delle scienze e delle ricerche di forme di superamento di
una realtà di sfruttamento e oppressione dovuta al modo in cui si sviluppava il
capitalismo. Il punto di partenza di questi importanti cambiamenti dev’essere cercato alla
fine del Settecento, più specificamente nelle due rivoluzioni che hanno segnato l’inizio di
queste trasformazioni: la Rivoluzione Industriale e la Rivoluzione Francese.
1. Il mondo alle porte delle rivoluzioni industriale e francese
Secondo HOBSBAWM, il mondo alle porte di ciò che viene da lui chiamata “la
duplice rivoluzione”, ossia nel decennio 1780, era allo stesso tempo più piccolo e molto
più vasto di quanto lo conosciamo oggi. Più piccolo perché anche le persone più istruite
conoscevano appena una parte di esso, perché la popolazione era numericamente minore
dell’attuale e più sparsamente distribuita. Molto più vasto perché le difficoltà di
comunicazioni – il trasporto era soprattutto fluviale e marittimo – lo rendevano ancora
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più irraggiungibile e facevano sì che la maggioranza delle persone morisse senza mai aver
messo piede fuori del suo “piccolo mondo”.
Nel decennio 1780 il mondo era anche prevalentemente rurale, anche nelle aree con
forte tradizione urbana. Il problema agrario era poi fondamentale, e il suo punto cruciale
era “quello dei rapporti tra quelli che coltivavano la terra e quelli che ne erano i proprietari, tra
quelli che producevano ricchezza e quelli che l’accumulavano” (HOBSBAWM, 1988:26/27).
L’Europa – il complesso economico il cui centro si trovava nell’Europa occidentale
– era divisa in tre grandi settori. A ovest dell’Europa erano le colonie, la cui economia era
parte integrante di quella europea, e si basava sulle grandi proprietà (latifondi) dove schiavi
si dedicavano a piantagioni di alcune derrate di vitale importanza destinate
all’esportazione, come zucchero, tabacco, caffè, sostanze coloranti (come il pau brasil,
albero tipico brasiliano) e, dopo la Rivoluzione Industriale, il cotone. A est dell’Europa
occidentale si stendeva la regione della servitù della gleba, con qualche piccola zona dove i
contadini erano tecnicamente liberi. Nel resto dell’Europa, nonostante la struttura agraria
fosse socialmente simile, ossia, chiunque possedesse una proprietà era un “signore” e
membro della classe dirigente e per quanto la nobiltà o la signoria fosse inconcepibile
senza la proprietà terriera, dal punto di vista economico la società rurale era molto diversa.
“Il tipico coltivatore del suolo era il contadino, più o meno libero, che gestiva appezzamenti di
grande, media o piccola estensione” (HOBSBAWM, 1988:31). La proprietà tipica era stata
trasformata in una forma di affitto o altri rendimenti monetari, e il contadino continuava a
dovere una serie di obblighi al signore locale, tasse al principe e decime alla Chiesa. Ma se
tutto ciò venisse tolto, questa parte dell’Europa si sarebbe presentata come un’enorme
area di agricoltura contadina, dove pochi contadini sarebbero diventati grandi produttori
commerciali e una maggioranza, invece, avrebbe vissuto della sua propria proprietà di
forma più o meno autosufficiente. Soltanto poche aree – tra le quali l’Inghilterra era la più
importante – si erano sviluppate verso un tipo di agricoltura tipicamente capitalista. In
queste aree la proprietà era molto concentrata e il produttore tipico era un affittuario che
lavorava la terra basandosi sulla manodopera salariata.
Il mondo del commercio e dei manufatti era, invece, molto dinamico e vivace, e
cresceva soprattutto grazie alle colonie. Si esportavano i manufatti e s’importavano i
prodotti agricoli e, nel caso dell’Africa, anche gli uomini, che venivano schiavizzati nelle
Americhe1. Lo Stato più importante era la Gran Bretagna grazie al suo sviluppo
economico. Tutti gli altri stati europei che volevano raggiungere lo stesso successo
cercavano di imitarla, investendo nello sviluppo economico, in particolare del settore
1
Questo tipo di commercio perdurerà fino ai primi decenni dell’Ottocento, quando allora esso verrà
vietato dall’Inghilterra.
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industriale. Le scienze, non ancora divise dall’accademismo, si dedicavano alla risoluzione
di problemi pratici e contribuivano così al progresso economico.
Dal punto di vista politico, a eccezione della Gran Bretagna e di alcuni pochi stati
minori, la monarchia assoluta regnava in Europa e, nonostante essa fosse circondata da
una classe media “illuminata”, non aveva intenzione di dedicarsi alla totale trasformazione
economica e sociale che il progresso dell’economia e i gruppi sociali ascendenti
richiedevano. “Vi era dunque un antagonismo latente, che ben presto sarebbe sfociato in un
aperto conflitto, tra le forze della vecchia e della nuova società, la società «borghese», e
quest’ultima non poteva essere inserita nel quadro degli esistenti regimi politici, tranne,
naturalmente, là dove essi impersonavano già il trionfo della borghesia, ad esempio in Gran
Bretagna. Ciò che rendeva ancora più vulnerabili tali regimi era il fatto che venivano
sottoposti a una triplice pressione, dovuta alle nuove forze, alla resistenza intransigente e
sempre più tenace degli antichi interessi padronali, e alle rivalità straniere” (HOBSBAWM,
1988:39/40).
La rapida e crescente espansione del commercio e dell’iniziativa capitalista europea
in tutte le parti del mondo minava alla base l’ordine sociale delle civiltà preesistenti.
“Quella che è stata chiamata «l’èra Vasco da Gama», i quattro secoli di storia mondiale nei
quali un gruppo di stati europei e le forze del capitalismo stabilirono una dominazione
completa anche se temporanea (…) sul mondo intero, stava per raggiungere il suo apice. La
duplice rivoluzione avrebbe reso vana ogni resistenza all’espansione europea, ma avrebbe
anche fornito al mondo extra-europeo le condizioni e i mezzi per sferrare il contrattacco
finale” (HOBSBAWM, 1988:42).
2. La Rivoluzione Industriale
Secondo HOBSBAWM, le ripercussioni della Rivoluzione Industriale – iniziata nel
decennio 1780 e realizzata tra il 1780 e il 1800 – non si fecero sentire fuori dell’Inghilterra
prima del 1830 oppure del 1840. Ritenuta uno degli avvenimenti più importanti della
storia, la Rivoluzione Industriale non fu un episodio con un principio e una fine. Infatti
sarebbe più corretto domandarsi quando “le trasformazioni economiche siano giunte ad una
fase tanto avanzata da determinare la formazione di un’economia sostanzialmente industriale,
capace di produrre qualsiasi merce nei limiti imposti dai mezzi tecnici esistenti, cioè, detta in
linguaggio tecnico, un’economia industriale matura” (HOBSBAWM, 1988:47). Inoltre, furono
necessarie poche raffinatezze intellettuali per realizzarla dato che, almeno all’inizio, le sue
innovazioni erano molto modeste.
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In Gran Bretagna il processo iniziò in un certo momento tra gli anni 1780 e 1800,
dopo l’improvvisa ascesa economica verificatasi in quegli anni, e finì con la costruzione
delle ferrovie e la creazione dell’industria pesante nel decennio successivo al 1840. Infatti,
la maggior parte dell’espansione industriale del XVIII secolo non aveva portato
immediatamente a una rivoluzione vera e propria, ossia, alla creazione di un “sistema di
fabbriche” che producesse in modo totalmente meccanizzato una quantità sempre più
crescente di merce, a prezzi sempre più decrescenti, capace così di creare il suo proprio
mercato. Anzi, l’aumento della produzione continuava a darsi nella fase iniziale,
sostanzialmente alla vecchia maniera.
Perché la Rivoluzione Industriale potesse avvenire erano necessari non solo
un’industria già esistente che offrisse guadagni in grado di stimolare i fabbricanti a
sviluppare rapidamente la sua produzione, basandosi su piccole innovazioni non tanto
costose, ma anche un mercato mondiale ampiamente monopolizzato da un’unica nazione
produttrice. Soltanto la Gran Bretagna aveva un’economia sufficientemente forte e uno
Stato sufficientemente aggressivo per poter conquistare i mercati e avviare così il processo
di industrializzazione.
La prima industria britannica a svilupparsi fu quella cotoniera, inizialmente come un
prodotto marginale del commercio d’oltreoceano. Il successo ottenuto da essa nel
mercato nazionale fu modesto, ma proficuo. Fu il commercio coloniale a creare e
alimentare per molto tempo questa industria, tanto da poter descrivere la Rivoluzione
Industriale come il trionfo del mercato di esportazione su quello nazionale. E all’interno
del mercato esterno, quello coloniale o semi coloniale si costituì nel principale sbocco per
le merci britanniche.
Le possibilità di guadagni offerti dal cotone incentivavano gli impresari privati a
lanciarsi all’avventura della Rivoluzione Industriale. Le innovazioni tecniche erano a basso
costo e presto venivano ammortizzate dagli alti rendimenti provenienti del commercio.
Inoltre, le materie prime provenivano dall’estero (soprattutto dagli USA), dove non
esistevano problemi per l’espansione delle coltivazioni. Così, l’industria cotoniera fu la
prima a beneficiare dei progressi tecnologici2 ed ebbe un gran dominio sui movimenti di
tutta l’economia britannica per molto tempo. Ma questa crescita non fu sempre tranquilla
e negli anni intorno al 1830 la miseria e il malcontento popolare derivati dal passaggio
dalla vecchia alla nuova economia erano sempre più preoccupanti.
Oltre ai lavoratori e ai poveri della città, i modesti uomini d’affari, la piccola
borghesia e altri settori particolari dell’economia erano anch’essi vittime delle
2
La produzione meccanizzata in altri settori tessili, come quello del lino, ebbe uno sviluppo lento fino
al decennio 1840 e in altri settori fu quasi trascurabile.
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trasformazioni in corso ed erano molto insoddisfatti della direzione che esse avevano
preso. Lo sfruttamento dei lavoratori tramite il contenimento dei salari sulla soglia della
sussistenza, mentre i ricchi accumulavano guadagni che finanziavano l’industrializzazione,
creava un conflitto con il proletariato. Ma nell’ottica capitalista ciò che veramente
preoccupava erano le falle che cominciavano a minare la forza motrice fondamentale di
tutta l’economia.
“Le tre falle più evidenti erano il ciclo commerciale del rialzo e del ribasso, la tendenza
dei profitti a diminuire, e – ciò che era poi lo stesso – l’impossibilità di investimenti redditizi”
(HOBSBAWM, 1988:60). Il primo non era considerato un problema serio, ma il secondo
sì e, per evitarlo, si investiva nella meccanizzazione, aumentando la produttività della
manodopera; si dava la preferenza alla contrattazione di donne e bambini che percepivano
salari ancora più bassi; si riducevano i costi della produzione, tramite la riduzione dei
salari, la contrattazione di manodopera non specializzata e l’utilizzo maggiore delle
macchine. Ma esisteva un minimo fisiologico oltre al quale non si poteva andare, pena il
non garantire la riproduzione fisica dei lavoratori. Per poter oltrepassare tale minimo era
necessario diminuire il costo della vita, e con tale obiettivo gli impresari cominciarono a
far pressione sul governo per abolire le leggi di protezione all’agricoltura, pensando che
così il costo della vita sarebbe diminuito automaticamente. Ma questo non avvenne con la
velocità attesa e ciò costrinse l’industria a meccanizzarsi ancora di più per compensare la
diminuzione dei margini di profitto.
Un altro fatto importante è che nessuna economia industriale può svilupparsi oltre
certi limiti se non possiede una capacità adeguata di capitale-merce. Ma in un contesto di
imprese private, l’investimento di capitale necessario è estremamente alto e non attrae gli
investitori perché non esiste un mercato di massa per la sua produzione. Questi svantaggi
colpivano particolarmente la metallurgia, specialmente la siderurgia, ma non toccavano
l’industria mineraria, principalmente costituita da miniere del carbone, che era, allo stesso
tempo, la principale energia motrice delle industrie e il principale combustibile per uso
domestico. L’industria del carbone non chiedeva e né passò per un’importante rivoluzione
tecnologica, ma ebbe la forza sufficiente per diventare la responsabile per lo stimolo
all’invenzione che avrebbe trasformato le industrie delle materie prime: la ferrovia. Questa
fu la risposta dell’industria mineraria del carbone alla necessità di trovare “mezzi adeguati
per trasportare enormi quantità di carbone dal fronte carbonifero ai pozzi e specialmente dai
pozzi ai punti di imbarco. Una soluzione semplice era la «tramvia» o la «strada ferrata» su cui
far scorrere le ruote dei carrelli (…). La ferrovia è figlia della miniera, e in particolare della
miniera di carbone dell’Inghilterra settentrionale” (HOBSBAWM, 1988:66).
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Il capitale necessario a tale espansione proveniva da una classe media che per anni
aveva risparmiato e che ora cercava un settore lucrativo nel quale poter investire. Ma non
bastava il capitale per portare avanti l’attività industriale: ci volevano i lavoratori. Se
trovare i lavoratori era già un’impresa difficile, trovare quelli con le necessarie
qualificazioni e abilità lo era ancora di più. Fu necessario trasformare il lavoratore. Ogni
operaio dovette imparare a lavorare a un ritmo regolare, giornaliero e ininterrotto,
necessario alla produzione industriale. Dovette anche imparare a rispondere agli incentivi
monetari: la strategia utilizzata fu il pagamento di salari molto bassi, in modo che i
lavoratori fossero obbligati a lavorare instancabilmente per tutta la settimana per poter
riuscire ad avere un guadagno minimo. Per risolvere i problemi della disciplina del lavoro
all’interno delle fabbriche gli industriali contrattavano le donne e i bambini – “più facili da
trattare” – o si servivano del subappalto, ossia, contrattavano effettivamente solo i
lavoratori specializzati che dovevano cercare gli aiutanti per conto proprio, trasformandosi
così nei veri datori di lavoro dei loro aiutanti e, soprattutto, nei responsabili per la
disciplina del lavoro. Paragonati ai problemi con i lavoratori, i problemi che riguardavano
il capitale diventavano insignificanti.
3. La Rivoluzione Francese
“Se l’economia del mondo del secolo XIX scaturì soprattutto dall’influenza della
Rivoluzione Industriale britannica, la sua politica e la sua ideologia scaturirono soprattutto
dalla Rivoluzione Francese. La Gran Bretagna fornì al mondo il modello per la costruzione
delle ferrovie e delle fabbriche, l’esplosivo economico che fece crollare le tradizionali strutture
economiche e sociali del mondo non europeo; ma la Francia ebbe le sue rivoluzioni e infuse
in esse degli ideali tanto potenti che la bandiera tricolore divenne l’emblema di quasi tutte le
nazioni nuove (…). La Francia fornì alla maggior parte del mondo il vocabolario e le finalità
della politica liberale e democratico-liberale. La Francia fornì il primo grande esempio, il
concetto e il vocabolario del nazionalismo. La Francia fornì a moltissimi paesi i codici legali, il
modello di un’organizzazione scientifica e tecnica, il sistema metrico decimale. Grazie
all’influenza francese l’ideologia del mondo moderno fece breccia per la prima volta in quelle
antiche civiltà che, fino a quel momento, avevano resistito alle idee europee. Tutto ciò fu
opera della Rivoluzione Francese” (HOBSBAWM, 1988:81/82).
Secondo HOBSBAWM, la Rivoluzione Francese non fu un fenomeno isolato, ma
fu molto più radicale di qualunque altra rivoluzione contemporanea. Le sue conseguenze
furono molto più profonde, e questo per tre motivi: primo, perché essa avvenne in quello
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che era il più potente e popoloso Stato d’Europa (esclusa la Russia); secondo, perché fu
l’unica rivoluzione sociale di massima, infinitamente più radicale di qualunque altra
sollevazione popolare; terzo, tra tutte le rivoluzioni contemporanee, fu l’unica ecumenica.
La Rivoluzione Francese rimane così la rivoluzione di quel tempo, e le sue origini
debbono essere ricercate non solo nelle condizioni generali dell’Europa ma in quella
specifica della Francia. Essa fu, durante tutto il XVIII secolo, la maggiore rivale
economica internazionale della Gran Bretagna, ma senza essere mai una potenza di quel
porte.
La situazione della nobiltà in Francia era piuttosto tranquilla: i nobili godevano di
molti privilegi, come l’esenzione fiscale e il diritto di percepire tributi feudali.
Politicamente, però, la monarchia assoluta li aveva privati dalla loro indipendenza e
iniziativa politica e aveva abolito, a più riprese, le loro antiche istituzioni rappresentative,
come gli états e i parlements. Quando la situazione economica cominciò a cambiare, per
poter controbilanciare il declino delle loro rendite, cercarono di sfruttare l’unica loro
prerogativa: i privilegi riconosciuti della loro classe. E lo fecero tramite l’usurpazione delle
cariche ufficiali che la monarchia assoluta aveva preferito affidare a uomini della
borghesia, e attraverso lo sfruttamento al massimo dei loro diritti feudali di esigere denaro
o prestazioni dai contadini. Nel fare questo, i nobili esasperavano allo stesso tempo la
borghesia e i contadini, questi ultimi nella loro maggioranza nullatenenti o quasi, la cui
situazione si aggravava con i tributi che dovevano pagare – i diritti feudali, le decime e le
tasse – che toglievano una parte sempre più grande delle loro entrate.
Le difficoltà finanziarie della monarchia precipitarono gli eventi: i tentativi di
riforma per sanare la struttura amministrativa e fiscale del regno, compiuti nel 1774-76,
furono sconfitti dagli interessi padronali rappresentati dai parlements. Inoltre, la Francia fu
coinvolta nella guerra d’indipendenza americana, ed ebbe la vittoria sull’Inghilterra al
prezzo della sua completa bancarotta.
L’aristocrazia e i parlements approfittarono della crisi del governo e “si rifiutarono di
pagare se non fossero stati estesi i loro privilegi. (…) La Rivoluzione cominciò quindi col
tentativo dell’aristocrazia di impadronirsi nuovamente dello stato. Fu un tentativo sbagliato
per due motivi: esso sottovalutava le aspirazioni indipendentiste del «terzo stato» – quell’entità
fittizia che avrebbe dovuto rappresentare tutti coloro che non appartenevano né alla nobiltà
né al clero, ma che in realtà era dominata dalla borghesia – e trascurava la profonda crisi
economica e sociale in mezzo alla quale faceva cadere le sue richieste politiche”
(HOBSBAWM, 1988:87).
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La Rivoluzione Francese ebbe uno straordinario consenso di idee generali in seno a
un gruppo sociale abbastanza compatto: la borghesia. Le “sue idee erano quelle del
liberalismo classico, quali erano state formulate dai «filosofi», dagli «economisti» e propagate
dalla massoneria e da associazioni a carattere non ufficiale. Sotto questo aspetto il merito della
Rivoluzione può essere giustamente attribuito ai «filosofi». Sarebbe certo scoppiata anche
senza di loro; ma grazie a loro essa non segnò soltanto il crollo di un vecchio regime, bensì
l’avvento rapido ed effettivo di un regime nuovo” (HOBSBAWM, 1988:88).
In termini generali, l’ideologia del 1789 era quella massonica. “In particolare, le
richieste dei borghesi del 1789 sono contenute nella famosa Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del
Cittadino pubblicata in quello stesso anno. Questo documento è un manifesto contro la società
gerarchica e i privilegi dell’aristocrazia, ma non in favore di una società democratica o fondata
sull’uguaglianza. «Gli uomini sono nati per vivere liberi e uguali di fronte alla legge», dice il
primo articolo; ma poi ammette l’esistenza di talune distinzioni sociali, sia pur determinate
«soltanto sulla base dell’utilità collettiva». La proprietà privata è un diritto naturale, sacro,
inalienabile e inviolabile. Gli uomini sono uguali di fronte alla legge e tutte le carriere sono
ugualmente aperte al talento: ma anche se la corsa s’inizia alla pari, si presuppone già che non
tutti i concorrenti arriveranno insieme al traguardo. La dichiarazione stabiliva (…) che «tutti i
cittadini hanno il diritto di collaborare alla formazione della legge»: ma «o personalmente o
tramite i loro rappresentanti». E l’assemblea rappresentativa di cui essa prevedeva l’esistenza
quale
organo
fondamentale
di
governo
non
era
necessariamente
un’assemblea
democraticamente eletta, né il regime da essa proposto escludeva l’esistenza dei re. Una
monarchia costituzionale basata su una oligarchia dei proprietari che facesse sentire la propria
voce attraverso un’assemblea rappresentativa era più conforme alle aspirazioni della maggior
parte dei borghesi liberali di quanto non lo fosse una repubblica democratica, che pure
sarebbe sembrata un’espressione più logica delle loro aspirazioni teoriche (…). Tutto
sommato, dunque, il classico borghese liberale del 1789 – e il liberale del 1789-1848 – non era
un democratico, bensì uno che credeva nel costituzionalismo, cioè in uno stato laico
caratterizzato dalle libertà civili, che garantisse l’iniziativa privata, governato dai contribuenti e
dai proprietari” (HOBSBAWM, 1988:88/89).
Per rappresentare il Terzo Stato furono eletti 610 uomini, tra contadini e poveri
della città, avvocati, capitalisti e uomini d’affari. La borghesia lottò prima per ottenere una
rappresentanza altrettanto numerosa di quella della nobiltà e del clero uniti, e poi per il
diritto di sfruttare la maggioranza potenziale dei suoi voti, trasformando gli Stati Generali
in un’assemblea di deputati con diritto di voto individuale, in sostituzione della
tradizionale assemblea feudale dove si votava e si deliberava per “stato”. Questa fu la
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prima vittoria rivoluzionaria. Poco dopo la convocazione degli Stati Generali, i Comuni si
costituirono come Assemblea Nazionale con il diritto di riformare la costituzione.
Il Terzo Stato vinse la resistenza del re e degli altri ordini privilegiati perché
rappresentava non solo le aspirazioni di una minoranza colta e militante, ma anche di
forze molto più potenti: i lavoratori della città e i contadini rivoluzionari. La profonda crisi
economica e sociale che colpiva questi ultimi in modo significativo trasformò
un’agitazione di riforma in una rivoluzione. In più, mise alle spalle del Terzo Stato un
popolo in rivolta.
“La controrivoluzione trasformò una sollevazione potenziale delle masse in una
sollevazione reale. (…) La conseguenza più sensazionale di questa mobilitazione fu la presa
della Bastiglia, [la quale] (…) ratificò la caduta del despotismo e fu salutata in tutto il mondo
come l’inizio della liberazione” (HOBSBAWM, 1988:91). Tre settimane dopo, la struttura
sociale del feudalesimo rurale francese e la macchina statale erano state distrutte ed “entro
il 1793 tutti i privilegi feudali vennero ufficialmente aboliti. Alla fine d’agosto la
Rivoluzione ebbe anche il suo manifesto formale: la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del
Cittadino” (HOBSBAWM, 1988:92). Solo il re continuò a resistere.
Secondo HOBSBAWM, la singolarità della Rivoluzione Francese si deve al fatto
che un settore della borghesia era deciso a rimanere rivoluzionario: il giacobino. Questo
perché, da un lato, la borghesia non aveva ancora nulla da temere; dall’altro, non esisteva
un’altra classe che potesse offrire un’alternativa sociale coerente. Essa sarebbe creata in
seguito, nel corso della Rivoluzione Industriale, col proletariato. Ma durante la
Rivoluzione Francese la classe operaia non aveva una voce propria: si ribellava, è vero, ma
lo faceva seguendo i capi non proletari. L’unica alternativa al radicalismo borghese
giacobino erano i sans-culottes, un movimento informe, soprattutto urbano, formato da
lavoratori poveri, che cercava di esprimere gli interessi della massa di “piccoli uomini”
compresa tra la “borghesia” e il “proletariato”, più vicina a quest’ultimo perché
sostanzialmente composta dalla povera gente. Ma nemmeno loro riuscirono a offrire
un’alternativa reale.
Tra il 1789 e il 1791 la borghesia moderata attuò, attraverso l’Assemblea
Costituente, la razionalizzazione e riforma della Francia, compiendo realizzazioni
importanti a livello internazionale. “Dal punto di vista economico, l’indirizzo dell’Assemblea
Costituente era completamente liberale: la sua politica prevedeva per i contadini la
suddivisione delle terre comuni e l’incoraggiamento delle imprese agricole, per la classe
operaia l’abolizione delle associazioni sindacali, per i piccoli artigiani l’abolizione delle
corporazioni e delle associazioni d’arti e mestieri. Essa diede ben poche soddisfazioni concrete
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alla gente comune, se si eccettua, dal 1790 in poi, la confisca e la vendita delle proprietà della
chiesa e di quelle dei nobili emigrati; il che ebbe il triplice vantaggio di indebolire il clero, di
rafforzare le imprese provinciali e contadine e di dare a molti un compenso tangibile per la
loro attività rivoluzionaria. La Costituente del 1791 scongiurava il pericolo di una eccessiva
democrazia mediante un sistema di monarchia costituzionale basato sul diritto di libera
proprietà concesso ai «cittadini attivi»” (HOBSBAWM, 1988:95).
Da parte sua, la monarchia non accettava questa situazione e la corte sognava e
tramava una crociata per restituire il potere al re. Ma “la Costituzione civile del clero (1790),
(…) inteso a distruggere non la Chiesa ma il potere assolutista romano della Chiesa, spinse la
maggioranza del clero e dei fedeli a passare all’opposizione, e contribuì ad indurre il re a
compiere il tentativo disperato – e (…) suicida – di fuggire dal paese” (HOBSBAWM,
1988:95). Egli venne ripreso e da allora in poi il repubblicanesimo divenne una forza di
massa.
Per completare il quadro, l’economia delle libere imprese private accentuava la
fluttuazione dei prezzi e, insieme a essi, del malcontento delle masse rivoluzionarie.
Scoppiò la guerra e questo aggravò ancora di più la situazione, portando a una seconda
rivoluzione nel 1792, alla Repubblica Giacobina dell’Anno II, e in seguito a Napoleone.
Secondo HOBSBAWM, due forze portarono la Francia a una guerra generale:
l’estrema destra e la sinistra moderata. La destra cercò in tutti i modi, attraverso
l’intervento straniero, di restaurare l’antico regime. Allo stesso tempo, i liberali moderati
erano una forza belligerante, poi ritenevano che “la liberazione della Francia non era che il
primo passo verso il trionfo universale della libertà (…). [Fino al 1848, tutti] i progetti di
liberazione europea furono imperniati su una sollevazione unanime di tutti i popoli sotto la
guida della Francia per abbattere la reazione europea” (HOBSBAWM, 1988:97). Inoltre, la
guerra avrebbe potuto risolvere vari problemi interni, attribuendo le difficoltà del nuovo
regime alle macchinazioni degli emigrati e degli stranieri e riversando su di loro il
malcontento popolare. In più, piano piano si costruiva l’idea, soprattutto tra gli uomini
d’affari, che la supremazia economica era frutto di una sistematica aggressività. Per questi
motivi la maggioranza della nuova Assemblea Legislativa predicava la guerra. E anche per
questo, quando essa arrivò, le conquiste della rivoluzione portarono la libertà, ma anche le
speculazioni e le deviazioni politiche.
“La guerra venne dichiarata nell’aprile 1792. La sconfitta, che il popolo (…) attribuì ai
sabotaggi e ai tradimenti perpetrati dal re, portò alla radicalizzazione. Nell’agosto-settembre
venne rovesciata la monarchia, istituita la Repubblica una e indivisibile, proclamata una nuova
era della storia dell’umanità con l’istituzione dell’Anno I del calendario rivoluzionario, in
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seguito all’insurrezione armata dei sans-culottes di Parigi. L’età ferrea ed eroica della Rivoluzione
Francese iniziò con i massacri dei prigionieri politici, con l’elezione della Convenzione
Nazionale (…) e l’incitamento alla resistenza totale contro gli invasori” (HOBSBAWM,
1988:97).
Nella guerra della rivoluzione non esistevano forze stabilite: si oscillava tra la
massima vittoria che avrebbe portato alla rivoluzione mondiale, e la massima sconfitta,
che avrebbe significato il trionfo della controrivoluzione. Soltanto con metodi
rivoluzionari senza precedenti si poteva vincere una guerra come questa. E questi metodi
furono trovati. “In quel periodo di crisi, la giovane Repubblica Francese scoperse o inventò la
guerra totale: la mobilitazione generale di tutte le risorse nazionali mediante la coscrizione, il
razionamento e un’economia di guerra rigidamente controllata, e abolendo praticamente, in
patria e all’estero, ogni distinzione tra soldati e civili” (HOBSBAWM, 1988:98/99). Nel
marzo 1793 la Francia era in guerra contro la maggior parte dell’Europa e aveva già
iniziato le annessioni dei territori stranieri.
L’immagine “comune” della Rivoluzione Francese è quella della Repubblica
Giacobina dell’Anno II. I conservatori crearono un’immagine indimenticabile del
“Terrore”, della dittatura e della furia sanguinaria che vigeva, ciò nonostante, se
paragonata ad altre repressioni o rivoluzioni sociali, le sue furono azioni modeste. Per i
rivoluzionari, invece, essa fu la prima repubblica del popolo, l’ispirazione di tutte le rivolte
che le successero. Per loro, e per la maggioranza della Convenzione Nazionale, anche con
tutti i suoi difetti, il Terrore era l’unica forma di preservare la Rivoluzione, lo Stato
Nazionale, la Nazione.
Il primo compito dei giacobini fu quello di mobilitare le masse contro la dissidenza
della Gironda e dei notabili provinciali, conservando allo stesso tempo l’appoggio
massiccio dei sans-cullotes. “Venne proclamata una costituzione nuova di indirizzo piuttosto
radicale (…). In base a questo nobile ma accademico documento veniva concesso al popolo il
suffragio universale, il diritto all’insurrezione, al lavoro e all’assistenza, nonché – più
importante di tutto – la dichiarazione ufficiale che lo scopo del governo era il benessere di
tutti e che i diritti del popolo dovevano essere non soltanto potenziali ma operanti. Era la
prima
costituzione
veramente
democratica
proclamata
da
uno
stato
moderno”
(HOBSBAWM, 1988:101). Concretamente, i giacobini abolirono tutti i diritti feudali senza
indennizzo, facilitarono ai piccoli risparmiatori l’accesso alle terre confiscate dagli emigrati
e abolirono la schiavitù nelle colonie francesi con l’obiettivo di stimolare i neri di San
Domenico a combattere per la Repubblica contro gli inglesi.
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Il centro del governo si spostò a sinistra, e la prova di ciò fu il rimaneggiamento del
Comitato di Salute Pubblica che presto diventò il Ministero della Guerra Francese.
Robespierre divenne il membro più influente. Per lui, la Repubblica Giacobina “era un
ideale: il terribile e glorioso regno della giustizia e della virtù, dove tutti i buoni cittadini erano
uguali agli occhi della nazione e il popolo annientava i traditori. Attingeva tutta la sua forza
dagli insegnamenti di Jean-Jacques Rousseau e dalla cristallina convinzione della propria
rettitudine. (…) La sua forza era quella del popolo, quella delle masse parigine; il suo terrore
era il loro terrore. E quando le masse lo abbandonarono egli cadde.
La tragedia di Robespierre e della Repubblica Giacobina fu che entrambi furono
costretti a rinunciare all’appoggio delle masse. (…) Le esigenze economiche della guerra
finirono per allontanare il popolo” (HOBSBAWM, 1988:103). Il congelamento dei salari
nelle città e la sistematica requisizione dei prodotti alimentari nelle campagne segnarono
questo allontanamento.
Secondo HOBSBAWM, nell’aprile del 1794 sia la destra che la sinistra erano finite
sotto la ghigliottina. I seguaci di Robespierre erano rimasti politicamente isolati e
resistevano ancora al potere dovuto alla crisi della guerra. Ma quando, alla fine del giugno
1794, il nuovo esercito della Repubblica riuscì a sconfiggere gli austriaci e occupare il
Belgio, essi capirono che la fine era ormai prossima. “Il 9 termidoro, secondo il calendario
rivoluzionario (27 luglio 1794), la Convenzione rovesciò Robespierre. Il giorno successivo
egli, Saint-Just e Couthon vennero giustiziati, e la stessa sorte toccò pochi giorni dopo ad altri
ottantasette membri della Comune rivoluzionaria di Parigi” (HOBSBAWM, 1988:104).
Il Termidoro è la fine della fase eroica e più memorabile della rivoluzione. Una fase
irreversibile, che trasformò tutta la storia e spazzò via gli eserciti dei vecchi regimi europei.
Il problema che la borghesia si trovò ad affrontare durante il resto di ciò che viene
definito il periodo rivoluzionario (1794-99) era quello di raggiungere la stabilità politica e il
progresso economico sulla base del programma liberale originario del 1789-91. La
debolezza dei Termidoriani fu quella di non aver mai avuto alcun appoggio politico. I
continui spostamenti a destra e a sinistra permettevano un equilibrio del tutto instabile.
L’unica forma di disperdere l’opposizione era contare sull’esercito. E fu questo che
successe. L’esercito risolse il problema apparentemente insolubile del governo,
conquistando, pagando da sé le proprie spese e in più, anche quelle del governo.
“Questo esercito rivoluzionario fu il prodotto più formidabile della Repubblica
Giacobina. Da un levée en masse di cittadini rivoluzionari esso si trasformò ben presto in una
forza composta di combattenti professionisti (…). Esso perciò mantenne le caratteristiche
della Rivoluzione e assunse nello stesso tempo quelle degli interessi acquisiti: la tipica mistura
28
bonapartista” (HOBSBAWM, 1988:106). La rivoluzione diede all’esercito una superiorità
senza precedenti: senza contare su molte risorse, esso conquistò tutta l’Europa non tanto
perché poteva ma soprattutto perché doveva farlo. E Napoleone seppe poi sfruttare il
prestigio acquisito dalle vittorie dell’esercito da lui condotto. “Divenne Primo Console, poi
Console a vita, poi Imperatore. E al suo arrivo, come per miracolo, i problemi insolubili del
Direttorio trovarono una soluzione. Nel giro di tre anni la Francia ebbe un Codice Civile, un
concordato con la Chiesa e persino, simbolo importantissimo di una stabilità borghese, una
Banca Nazionale. E il mondo ebbe il suo primo mito secolare” (HOBSBAWM, 1988:108).
Per il mondo, Napoleone era allo stesso tempo l’uomo che aveva fatto la
Rivoluzione e quello che aveva riportato l’ordine. Per i francesi, era il sovrano più
fortunato di tutta la loro storia. “Aveva trionfato gloriosamente all’estero; ma in patria aveva
anche instaurato o restaurato tutto il sistema delle istituzioni francesi quali esistono fino ad
oggi. Vero è che la maggior parte delle sue idee – forse tutte – erano già state anticipate dalla
Rivoluzione e dal Direttorio (…). Ma i suoi predecessori le avevano soltanto anticipate: egli le
metteva in pratica. Il grande e luminoso monumento della giurisprudenza francese, il Codice
che venne preso a modello in tutto in mondo borghese non anglosassone, era napoleonico.
Sua era la gerarchia dei funzionari, dai prefetti in giù, dei magistrati, delle università e delle
scuole. Le grandi «carriere» della vita pubblica francese, l’esercito, i servizi di stato, l’istruzione,
il diritto, recano ancor oggi l’impronta di Napoleone” (HOBSBAWM, 1988:109/110).
4. Camminando verso il 1848
Secondo HOBSBAWM, il periodo tra il 1789 e il 1848 fu un’età di superlativi. La
superficie conosciuta, mappata e in comunicazione tra sé, così come la popolazione
mondiale, era più grande che mai. Le città si moltiplicavano rapidamente, la produzione
industriale raggiungeva cifre superate solo dal commercio internazionale. La scienza
progrediva, l’inventiva umana rivoluzionava il mondo e la conoscenza veniva ampiamente
diffusa, con un numero di pubblicazioni tra libri e giornali mai visto prima. Ma tanti
trionfi avevano anche un lato oscuro. La rivoluzione industriale aveva reso il mondo il più
squallido e insicuro in cui l’uomo aveva mai vissuto. C’era tantissima povertà. Le
condizioni materiali dei lavoratori non erano migliori che nel passato e, in alcuni casi, era
anche peggiori. I paladini del progresso attribuivano tale situazione agli ostacoli che la
vecchia società imponeva alla libera iniziativa; i nuovi socialisti l’attribuivano invece alla
forma di conduzione della nuova società. Ma entrambi credevano in “un avvenire di
29
prosperità materiale che avrebbe eguagliato i progressi compiuti dall’uomo nel controllo delle
forze della natura” (HOBSBAWM, 1988:409).
Riguardo alla struttura politica e sociale del decennio 1840-’50, invece, cessavano i
superlativi. Secondo HOBSBAWM, socialmente la maggior parte degli abitanti della terra
era ancora fatta di contadini, ciò nonostante alcune zone dove l’agricoltura era già il
mestiere di una minoranza e la popolazione urbana stava per superare la rurale. C’erano
meno schiavi di prima, dato che la tratta internazionale era stata ufficialmente abolita nel
1815 (in alcuni posti la schiavitù fu abolita nel 1834). Ma essa continuava a crescere nelle
due roccaforti dello schiavismo – il Brasile e gli Stati Uniti – stimolati dallo stesso
progresso dell’industria e del commercio3. Parallelamente, si creavano nuove forme di
semischiavitù, come la manodopera a contratto che veniva presa dall’India e, dopo la metà
dell’Ottocento, anche dall’Italia.
In gran parte dell’Europa la servitù della gleba era già stata abolita ma i cambiamenti
delle condizioni economiche dei lavoratori rurali erano irrilevanti. Anche la situazione
dell’aristocrazia, nell’altro estremo della piramide sociale, era poco cambiata e le maggiori
concentrazioni di ricchezza erano ancora quelle della nobiltà. Ma “i redditi dei nobili
dipendevano sempre più dall’industria, dai titoli azionari, dall’accrescersi delle proprietà
immobiliari della disprezzata borghesia” (HOBSBAWM, 1988:411). I ceti medi erano
aumentati rapidamente, ma non erano ancora predominanti né tutti erano ricchi. “La
classe lavoratrice (…) cresceva con una rapidità assai maggiore. (….) [Comunque, di] fronte
alla popolazione totale del mondo, era un’entità numericamente trascurabile e, (…) [quasi
sempre] una classe disorganizzata. Pure, (…) la sua importanza politica era già enorme e del
tutto sproporzionata alla sua consistenza o alle sue capacità” (HOBSBAWM, 1988:411/412).
Nonostante la struttura politica del mondo fosse stata molto meno trasformata di
quanto non si possa pensare, erano successi importanti cambiamenti. La rivoluzione del
3
La proibizione ufficiale della tratta internazionale degli schiavi fece nascere un traffico interno, delle
aree più arretrate a quelle più sviluppate, ancora più redditizio di prima.
30
18304, aveva introdotto “nei principali Stati dell’Europa Occidentale delle costituzioni
borghesi modernamente liberali (antidemocratiche, ma anche nettamente anti-aristocratiche).
Esse contenevano indubbiamente dei compromessi, imposti dal timore di una rivoluzione in
massa che avrebbe trasceso le aspirazioni del ceto medio moderato (…). Ma erano
compromessi che decisamente facevano pendere la bilancia politica verso la borghesia”
(HOBSBAWM, 1988:412/413). Anche la democrazia radicale aveva fatto importanti
progressi, finendo per essere instaurata negli Stati Uniti. Nella politica internazionale c’era
stata una rivoluzione totale. “Dal 1840 in poi il mondo era completamente dominato dalle
potenze politiche ed economiche europee, a cui si aggiungeva la potenza crescente degli Stati
Uniti. (…) E in mezzo a questo predominio generale dell’occidente la Gran Bretagna era in
testa (…). (…) Mai, in tutta la storia del mondo, una potenza ha esercitato da sola
un’egemonia universale come quella esercitata dall’Inghilterra verso la metà del secolo XIX
(…). (…)
Nondimeno, i primi segni del futuro declino della Gran Bretagna erano già visibili. Già
nel quarto e nel quinto decennio del secolo XIX osservatori (…) avevano predetto che per la
loro estensione e per le loro risorse potenziali gli Stati Uniti e la Russia avrebbero finito col
diventare i due massimi giganti del mondo; e all’interno dell’Europa, ben presto la Germania
(…) sarebbe entrata in concorrenza su un piano di parità. Solo la Francia era rimasta
definitivamente battuta nella corsa all’egemonia” (HOBSBAWM, 1988:413/414).
Nel decennio 1840 il mondo si trovava fuori dell’equilibrio. Non c’era un analogo
delle forze del cambiamento economico, tecnico e sociale dei cinquant’anni precedenti.
“Era inevitabile (…) che prima o poi la schiavitù e la servitù della gleba scomparissero
ufficialmente (…), come era inevitabile che la Gran Bretagna non potesse rimanere per
sempre il solo paese industrializzato. Era inevitabile che le aristocrazie terriere e le monarchie
assolute dovessero capitolare in tutti i paesi nei quali si stava sviluppando una forte borghesia,
4
La Rivoluzione del 1830 attinse tutta l’Europa a ovest della Russia e il continente americano, e fu
composta da sollevamenti rivoluzionari in diverse parte dell’Europa. Essa segnò “la sconfitta definitiva
del potere aristocratico da parte della borghesia nell’Europa occidentale. Nei cinquant’anni successivi la
classe dirigente sarebbe stata la grande bourgeoisie dei banchieri, dei grossi industriali e, talvolta, degli alti
funzionari statali, accettata da un’aristocrazia che si teneva in disparte o si rassegnava ad adottare una
politica precipuamente borghese, non ancora minacciata dal suffragio universale, ma bersagliata
dall’esterno dalle agitazioni degli speculatori insoddisfatti o di minor calibro, della piccola borghesia e dei
primi movimenti operai. Il sistema politico, in Gran Bretagna, in Francia e in Belgio, era
fondamentalmente lo stesso: istituzioni liberali, difese contro il pericolo della democrazia dai requisiti
patrimoniali o culturali che si richiedevano ai votanti (…) sotto un monarca costituzionale (…). (…) Ma,
(…) il 1830 segna un’innovazione ancora più radicale: l’apparizione della classe operaia come forza
indipendente e autocosciente sulla scena politica della Gran Bretagna e della Francia, e di movimenti
nazionalisti in moltissimi paesi europei. Alla base di queste grandi trasformazioni politiche stanno altre
grandi trasformazioni nello sviluppo economico. In ogni aspetto della vita sociale il 1830 segna una svolta;
di tutte le date, tra il 1789 e il 1848, questa è indubbiamente la più memorabile” (HOBSBAWM,
1988:159/160).
31
quali che fossero i compromessi o le formule escogitate per conservare il proprio stato, la
propria influenza e persino il potere politico. E inoltre, era inevitabile che l’infusione di una
coscienza politica e di un’attività politica permanente nelle masse, che era la grande eredità
lasciata dalla Rivoluzione Francese, dovesse prima o poi significare che queste masse
avrebbero avuto la loro parte ufficiale nella politica” (HOBSBAWM, 1988:415).
Tutto ciò bastava per far crescere, in tutta l’Europa, la coscienza di una imminente
rivoluzione sociale presente tra tutti i segmenti della società: tra i rivoluzionari, tra le classi
governanti e anche tra le masse povere. E questo perché la crisi di ciò che era rimasto
della vecchia società sembrava coincidere con la crisi di quella nuova. Inoltre, tra il 1830 e
il 1840 non sembrava “che la nuova economia dovesse o potesse superare le difficoltà che
pareva andassero sempre crescendo con la capacità di produrre quantitativi sempre maggiori
di merci con metodi sempre più rivoluzionari. Gli stessi teorici erano assillati dallo spettro
dello «stato stazionario», cioè di un esaurimento della forza motrice che animava il progresso
dell’economia, che (…) essi consideravano come un pericolo imminente e non semplicemente
come una prospettiva storica” (HOBSBAWM, 1988:416).
Nel 1841-42 sembrava ai capitalisti che l’industria corresse il pericolo di uno
strangolamento generale che l’avrebbe portata al collasso. “Per le masse popolari, il
problema era ancora più semplice. (…) [Le] loro condizioni nelle grandi città e nelle zone
industriali dell’Europa occidentale e centrale le spingevano inevitabilmente verso la
rivoluzione sociale. (…)
Era questo lo «spettro del comunismo» che incombeva l’Europa, la paura del
«proletariato» (…). E giustamente. Perché la rivoluzione che scoppiò nei primi mesi del 1848
non fu una rivoluzione sociale solo nel senso che coinvolse e mobilitò tutte le classi sociali.
Essa fu né più né meno che l’insurrezione delle classi lavoratrici di tutte le città – e
specialmente delle capitali – dell’Europa occidentale e centrale. Fu la loro forza, e quasi da
sola, a rovesciare gli antichi regimi (…). E dalla polvere delle loro rovine, i lavoratori (…) si
levarono a domandare non solo pane e lavoro, ma un nuovo stato e una nuova società”
(HOBSBAWM, 1988:417). Mentre i lavoratori poveri si agitavano, il mondo dei ricchi e
influenti si vedeva davanti una crisi senza precedenti.
La crisi nella politica della classe governante “coincise con una catastrofe sociale: la
grande carestia che dilagò in tutto il continente dal 1845 in poi. Il raccolto (…) era
scarsissimo; intere popolazioni (…) morivano di fame (…). La crisi industriale moltiplicava la
disoccupazione, e le masse lavoratrici venivano private del loro modesto reddito proprio nel
momento in cui il costo della vita saliva alle stelle. (…) Fortunatamente per i regimi esistenti,
le popolazioni più misere (…) erano anche politicamente tra le più immature (…). Ma (…) la
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catastrofe del 1846-48 fu una catastrofe universale e l’umore delle masse, sempre ridotte quasi
al livello dei mezzi di sussistenza, era teso e agitato.
Un cataclisma economico europeo coincideva dunque con la visibile corrosione degli
antichi regimi. (…) Raramente una rivoluzione è stata prevista in maniera più universale (…).
Tutto un continente aspettava, e la notizia della rivoluzione sarebbe ora passata quasi
istantaneamente di città in città grazie al telegrafo elettrico. Nel 1831, Victor Hugo aveva
scritto che già sentiva «il suono cupo della rivoluzione, ancora nelle profondità della terra, che
scavava le sue gallerie sotterranee sotto tutti i regni d’Europa, partendo dal pozzo centrale
della miniera, che è Parigi». Nel 1847 quel suono era forte e vicinissimo. Nel 1848 avvenne
l’esplosione” (HOBSBAWM, 1988:419/420).
5. E il mondo gira…
La transizione dalla fase concorrenziale a quella monopolista del capitalismo,
iniziata nella seconda metà del XIX secolo, introdusse cambiamenti strutturali nel modo
di produrre finora realizzato. Le industrie già esistenti furono modernizzate, nacquero
nuovi settori industriali e la scienza diede il suo importante contributo per il progresso
economico. L’industria aveva un ruolo decisivo nell’economia di diversi paesi, e non è
sbagliato affermare che essa cominciava a comandare il mondo. Nei paesi di economia più
avanzata una società urbano-industriale si consolidò e, in seno a tutti questi cambiamenti,
si formò la classe operaia. Ma il capitalismo non tardò a conoscere una crisi che sembrava
stesse per segnare la sua fine.
Inoltre, il vento della Rivoluzione Francese aveva sparso il sogno della libertà per il
mondo. Le monarchie assolute erano state rovesciate e una nuova classe aveva raggiunto il
potere: la borghesia. Essa, che tanto aveva promesso, poco aveva fatto per il
miglioramento materiale della vita dei lavoratori. La crisi e il ciclo di ribasso economico
aumentavano il malcontento tra le masse povere, che si trovavano senza soldi, senza
lavoro e con molta fame. Le agitazioni si propagavano per tutta l’Europa Occidentale. Il
popolo ormai aveva imparato a esprimersi attraverso i sollevamenti di massa e in tutti i
canti soffiava il vento della rivoluzione sociale.
Gli industriali cercarono di uscire dalla crisi introducendo altri cambiamenti
tecnologici. Essi, a loro volta, crearono la necessità di altri mutamenti nella forma di
produrre, che furono resi possibili tramite l’intensificazione della divisione del lavoro e la
standardizzazione delle operazioni. La risposta a questa necessità fu concretizzata più
tardi, con l’impianto nelle industrie dell’organizzazione scientifica del lavoro, mondialmente
33
conosciuta come taylorismo. L’obiettivo era aumentare la produttività del lavoro,
eliminando qualsiasi perdita di tempo durante il processo produttivo, il che si garantiva
tramite la riduzione della complessità dei gesti e movimenti del lavoratore. Diversi
cambiamenti accaddero all’interno dell’industria con la taylorizzazione della produzione.
Il più significativo, a mio giudizio, fu il consolidamento della separazione tra il lavoro
intellettuale e il lavoro manuale.
I lavoratori, a loro volta, non accettarono questi cambiamenti passivamente,
scatenando una serie di scioperi che finirono per stimolare la loro organizzazione nei
sindacati. Piano piano il sindacalismo – che fece dello sciopero generale e delle
cooperative di produzione le sue principali armi di lotta – si costituì in uno dei poli più
importanti delle lotte vissute dai lavoratori nei paesi industrializzati. La sua formazione si
basò sul pensiero socialista, inizialmente sul socialismo utopico e, posteriormente, sul
socialismo scientifico di MARX ed ENGELS. Il Manifesto del Partito Comunista,
pubblicato nel 1848 e scritto dai due intellettuali per la Lega dei Comunisti, rappresentò
un passo importante nel rafforzamento del processo di organizzazione dei lavoratori, fino
a proporre l’internazionalizzazione del movimento operaio.
In conseguenza dei progressi delle organizzazioni dei lavoratori fu fondata in
Germania, nel 1863, l’Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi, che rivendicava il
voto a suffragio universale e l’appoggio dello Stato alle cooperative di produzione.
Nell’anno successivo, a Londra, fu fondata l’AIL – Associazione Internazionale dei
Lavoratori, mondialmente conosciuta come Prima Internazionale. Questa associazione
aggregava sindacalisti, leader operai e intellettuali dei grandi centri industriali dell’Europa,
tra i quali MARX. Egli, parlando ai lavoratori, sottolineava la diversità e disuguaglianza
esistenti all’interno della classe operaia, frutto delle differenti esperienze storiche vissute
nelle varie parti del mondo, e avvertiva sui pericoli di delegare ad altre classi e/o categorie
sociali la soluzione dei loro problemi particolari.
La Prima Internazionale fu anche segnata dai dibattiti realizzati da un lato, tra i
seguaci delle tesi di MARX e gli anarchici guidati da BAKUNIN e, dall’altro, tra i seguaci
delle tesi di MARX e i riformisti piccolo-borghesi. È giustamente il dibattito tra marxisti e
anarchici che interessa più da vicino questa parte del lavoro. Il grande punto di discordia
tra loro era la comprensione del modo in cui si sarebbe arrivati al socialismo. Per i
marxisti il socialismo sarebbe stato possibile soltanto tramite la rivoluzione proletaria. Nel
momento in cui i lavoratori avessero preso coscienza del quadro di sfruttamento in cui
erano inseriti, sarebbero stati capaci di realizzare la rivoluzione e assumere il potere, cosa
che avrebbe significato l’istituzione della dittatura del proletariato. Gli anarchici, a loro volta,
34
ritenevano che la rivoluzione dovesse essere realizzata da tutta la società – e non solo dagli
operai – e sarebbe culminata con la caduta dello Stato e di qualsiasi altra forma di potere, e
non con la sostituzione di una classe al potere con un'altra. Per gli anarchici la vittoria del
socialismo sarebbe stata anche la vittoria della società anarchica, intesa come una società
senza poteri stabiliti. Se tra i marxisti esisteva una certa uniformità nel capire la società
futura, lo stesso non si può affermare degli anarchici.
All’interno del movimento anarchico, mai un argomento provocò tanta polemica
come quello che si riferiva a ciò che sarebbe stata l’organizzazione socioeconomica della
società futura. Le posizioni diverse e tante volte contrastanti degli anarchici dipendevano
dalle premesse delle scuole di pensiero alle quali appartenevano. Tra queste, si possono
citare l’individualista, rappresentata da STIRNER; la mutualista, rappresentata da
PROUDHON e la socialista, suddivisa in due correnti diverse, la collettivista,
rappresentata da BAKUNIN e la comunista, rappresentata da KROPOTKIN. Al fine di
comprendere i contributi dati da queste diverse scuole per la discussione delle forme di
produzione collettiva e comunitaria, si passerà nel prossimo capitolo a sottolineare le
caratteristiche principali di ognuna di esse.
35
CAPITOLO 2
IL MOVIMENTO ANARCHICO E LE PROPOSTE
DI ORGANIZZAZIONE SOCIALE DELLA
PRODUZIONE
1. Le origini dell’anarchia
Secondo NETTLAU, una storia dell’idea anarchica è inseparabile dalla storia delle
“evoluzioni progressive e dalle aspirazioni verso la libertà, cioè dal momento storico
favorevole in cui sorse quella coscienza di una libera esistenza propugnata dagli anarchici,
garantibile soltanto dopo la completa liberazione dai ceppi autoritari e sempre che, nello
stesso tempo, siano bene sviluppati ed abbiano libera espansione i sentimenti sociali di
solidarietà, di reciprocità, di abnegazione, etc.” (NETTLAU, 1964:1).
Lo studio delle origini del movimento anarchico presenta molte divergenze. Tutti gli
storici dell’anarchismo sono unanimi nell’attribuire a GODWIN i primi passi nel senso di
una sistemazione della dottrina anarchica anche se, secondo WOODCOCK, egli non
abbia mai usato il termine anarchico per definire sé stesso, né abbia mai usato la parola
“anarchia” nel suo significato positivo. Rispetto alle origini più lontane del movimento,
l’unanimità di prima dà luogo a una grande diversità. Alcuni, come KROPOTKIN,
identificano le origini del movimento nella massa anonima del popolo; altri scoprono
elementi anarchici nel pensiero di filosofi e scrittori del passato, come Lao-Tse, Aristippo,
Zenone, Étienne de La Boëtie, Fénelon, Diderot, Rabelais, Meslier, Morelly (o Morelli),
Tory5, il filosofo libertino6 Gabriel de Foigny, il monaco benedettino francese Don
Deschamps e anche Thomas Jefferson. Anche Rousseau, soprattutto per le sue idee sulla
5
6
Per il suo libro Viaggi di Gulliver.
Il libertinismo, altro movimento identificato all’anarchismo, si caratterizzava per l’esaltazione del
libero pensiero, la fiducia nella ragione individuale e la critica nei confronti della religione e del
pensiero metafisico.
36
Natura7 e su un’educazione razionale, viene ritenuto da JOLL “il vero progenitore
settecentesco dell’anarchia, come di quasi tutte le successive dottrine politiche” (JOLL,
1970:30).
Le origini del movimento anarchico sono ricercate anche tra i movimenti religiosi
avvenuti dal XIII secolo in poi – come i movimenti eretici, le sette gnostiche, gli
anabattisti, ecc. – nonché tra i movimenti contadini svoltisi in Inghilterra nel XIV secolo e
in Germania agli inizi del XV secolo oppure tra le comunità popolari primitive o
medioevali. WOODCOCK si discosta da queste posizioni. Riguardo ai filosofi e scrittori,
ritiene che in “generale, gli storici anarchici hanno confuso certi atteggiamenti che
costituiscono il nucleo dell’anarchia – fiducia nell’essenziale bontà e onestà dell’uomo,
desiderio di libertà individuale, intolleranza dell’autorità – con l’anarchia come un movimento
e un credo apparsi in un dato momento storico, con teorie, fini e metodi propri.
Manifestazioni degli atteggiamenti di base si possono certamente rintracciare nella storia,
indietro nel tempo fino agli antichi greci, ma l’anarchia in quanto movimento consapevole e
chiaramente identificabile appare solo nei tempi moderni, di consapevoli rivoluzioni sociali e
politiche” (WOODCOCK, 1966:33). Il vero movimento anarchico apparse soltanto dopo
il crollo dell’ordine medioevale, e fino alla fine del XVIII secolo “le critiche estremistiche
alla società non furono espresse da umanisti ma dai dissidenti religiosi fondamentalisti che
attaccarono sia la Chiesa sia i sistemi contemporanei di autorità e di proprietà sulla base di
un’interpretazione letterale della Bibbia” (WOODCOCK, 1966:33/34).
Rispetto ai movimenti contadini, WOODCOCK ritiene trattarsi di uno sbaglio
perché le richieste dei contadini non erano in sé rivoluzionarie e solo tra i loro capi si
potevano trovare per la prima volta espressioni di una critica sociale che poi avrebbe dato
origine all’anarchia. Ma questo sarebbe avvenuto più tardi. In quei tempi, non sembrava
che si potesse fare a meno del potere, e dietro alle richieste di uguaglianza c’era sempre
una struttura autoritaria. Inoltre, mancava in questi avvenimenti, da un punto di vista
anarchico, l’elemento individualistico che avrebbe controbilanciato il loro egualitarismo, e
ciò succede anche nel caso delle comunità popolari primitive o medioevali.
Tutte queste nuove tendenze – laiche e religiose - portarono il XVII secolo in
direzione di una coscienza sempre più elevata del valore della libertà individuale e finirono
7
L’autore si riferisce in particolare all’idea del “Nobile Selvaggio”, tanto cara agli anarchici, e alla
nozione di uno “stato di natura” in cui gli uomini, lungi di essere impegnati in una lotta costante tra
loro, vivono in uno stato di collaborazione reciproca – idea che sarà poi sviluppata da KROPOTKIN
nell’opera El apoyo mutuo. Secondo JOLL, il “concetto fondamentale di Rousseau, che l’uomo è buono
per natura e che sono le istituzioni a corromperlo, è rimasto alla base di tutto l’anarchismo (…)[:] nella
società anarchica si presuppone che (…) l’istinto naturale del bene presente in ogni uomo possa
svilupparsi e fiorire” (JOLL, 1970:31).
37
per produrre durante la Guerra Civile Inglese il primo movimento che, secondo l’autore,
può essere definito veramente anarchico: i Levellers (Livellatori). Emerso dalle classi
inferiori e spinto dallo stesso individualismo che spinse le classi medie a una lotta politica
e militare per la creazione di un’oligarchia di classe, i Levellers si costituirono negli “antenati
dei cartisti e nei fautori del suffragio universale. Benché alcuni di loro (…) accennassero alla
comunanza dei beni, essi chiedevano in genere eguaglianza politica più che economica, e una
costituzione democratica che eliminasse i privilegi rivendicati dagli ufficiali superiori del
Nuovo Esercito Modello.
… Ma l’ala veramente anarchica del movimento rivoluzionario inglese nel
diciassettesimo secolo non fu rappresentata dai Levellers, bensì dall’effimero gruppo la cui
forma peculiare di protesta sociale guadagnò ai suoi membri il nome di Diggers, Zappatori.
I Levellers provenivano per la maggior parte dai bassi ranghi del Nuovo Esercito
Modello, e volevano partecipare in giusta misura al governo del paese che, con la loro opera di
combattenti, avevano contribuito a liberare del dominio dei re per diritto divino. Invece i
Diggers erano per lo più uomini poveri, vittime della crisi economica (…) e le loro richieste
erano principalmente d’ordine sociale ed economico. Essi si consideravano derubati da coloro
ch’erano rimasti ricchi, non solo dei diritti politici, ma anche dell’elementare diritto ai mezzi di
sopravvivenza. La loro protesta era un grido di fame, e i loro capi, Gerrard Winstanley e
William Everard, avevano sofferto entrambi per i disordini dell’epoca” (WOODCOCK,
1966:37/38).
La visione di società egualitaria di Winstanley presenta molte delle caratteristiche
della società ideale presentata dagli anarchici due secoli dopo. “Comune partecipazione al
lavoro ed equa divisione dei suoi prodotti; assenza di governanti e pacifica vita comune di tutti
gli uomini, secondo i dettami della coscienza; abolizione del commercio, sostituito da un
sistema di depositi aperti a tutti: sembra un abbozzo della società comunista anarchica di
Kropotkin; e a questo schizzo Winstanley dà l’ultimo tocco, rendendolo ancora più
somigliante e anticipando le argomentazioni di tutti i pensatori libertari, là dove condanna il
sistema delle punizioni e afferma che il delitto ha le sue cause nell’ineguaglianza economica”
(WOODCOCK, 1966:40).
Winstanley riteneva che il popolo doveva agire impadronendosi della terra e
lavorandola. Senza che ci fosse bisogno di usare la forza per impadronirsi delle terre dei
ricchi, i poveri potevano, secondo lui, “prendersi i pascoli comuni e le terre incolte (…) e
lavorarli insieme. Dal loro esempio gli uomini potranno imparare i vantaggi della solidarietà e
dell’abolizione della proprietà privata, e la terra diventerà un «tesoro comune» che a tutti
offrirà di che vivere nell’abbondanza e nella libertà” (WOODCOCK, 1966:40). All’inizio
38
dell’aprile 1649, Winstanley e i suoi compagni iniziarono la loro campagna di azione
diretta, trasferendosi a St. George’s Hill, dove cominciarono a dissodare le terre incolte e a
coltivarle. Ma i Diggers provocavano ostilità fra il clero e i proprietari di terre locali e
nemmeno fra i loro poveri vicini raccoglievano le simpatie. Contrari alla violenza,
resistettero alla repressione dei loro avversari durante un po’ di tempo, ma alla fine si
arresero e nel marzo 1650 abbandonarono St. George’s Hill e, insieme a essa, il sogno di
conquistare l’Inghilterra al comunismo agrario.
Il movimento dei Diggers finì senza lasciare un’eredità tra i movimenti sociali e
politici che lo succedettero. Persino GODWIN, “nella sua History of Commonwealth, non
dimostra di aver capito quanto simile fosse la dottrina dei Diggers a quella che egli stesso
espose in Political Justice. L’importanza di Winstanley come precursore delle ideologie sociali
moderne fu riconosciuta solo alla fine del diciannovesimo secolo” (WOODCOCK, 1966:42).
Dal punto di vista delle singole persone, WOODCOCK ritiene che colui che
avrebbe maggior diritto a essere studiato come precursore dell’anarchismo sarebbe
Thomas Paine. La sua “estrema diffidenza (…) per il governo influenzò indubbiamente
Godwin (…). Paine era uno di coloro che pensano che il governo sia una necessità, ma una
necessità sgradevole impostaci dal corrompersi dell’originaria innocenza dell’uomo”
(WOODCOCK, 1966:43).
Nella sua opera The Rights of Man, Paine “parla del governo come di un ostacolo alla
«naturale propensione alla società,» e afferma che «quanto più perfetta è la civiltà, tanto meno
occasioni offre alla formazione di un governo, perché tanto più regola da sé i suoi affari e si
governa da sola». Troviamo qui formulato un punto di vista che (…) caratterizza l’anarchico
tipico: egli vive in un presente pessimo, dominato dal governo, e guarda indietro, a un perduto
paradiso di innocenza primitiva, e avanti, a un futuro che nella sua civile semplicità tornerà a
creare l’età dell’oro della libertà. Per temperamento e ideali, Paine era molto vicino agli
anarchici; soltanto la sua mancanza di ottimismo per quanto riguardava il futuro
immediatamente prevedibile gli impedì di diventare uno di loro” (WOODCOCK, 1966:44).
Un altro punto di riferimento importante per lo studio delle origini dell’anarchismo
fu la Rivoluzione Francese, soprattutto in ciò che riguarda i concetti di libertà, uguaglianza
e fratellanza; l’idea del progresso dell’uomo verso una libertà senza classi, della mutualité e
del progetto di una grande associazione di mutuo soccorso tra i lavoratori, difese da
Condorcet e poi riprese da PROUDHON; e il concetto di federalismo provato anche
durante la Comune di Parigi, anch’essi un altro pilastro del sistema proudhoniano.
WOODCOCK però è del parere che si deve guardare oltre il mutualismo di
Condorcet e il federalismo della Comune per trovare i veri antenati degli anarchici durante
39
la Rivoluzione Francese. Essi devono essere cercati tra Jacques Roux, Jean Varlet e nel
movimento degli Enragés (Arrabiati) che si riunirono intorno a loro. Questo movimento
cominciò nel 1793 e durò per tutti gli anni del Terrore. Nacque in un momento di crisi
economica, come risposta al gravissimo disagio economico dei poveri di Parigi e Lione,
nonché “una reazione alle distinzioni sociali che caratterizzavano l’affermarsi del potere della
borghesia in ascesa.
Gli Enragés (…) erano soltanto un gruppo di rivoluzionari che cooperavano nel modo
più rudimentale, ma erano concordi nel respingere la concezione giacobina dell’autorità
statale. Affermavano la necessità di un’azione diretta da parte del popolo e vedevano in
misure economiche comunistiche più che nell’azione politica un modo di porre fine alle
sofferenze dei poveri” (WOODCOCK, 1966:47).
Trattando sempre dell’influenza della Rivoluzione Francese per le origini del
movimento anarchico, JOLL ritiene che essa “lasciò dietro di sé almeno tre miti, che
dovevano alimentare il credo rivoluzionario del secolo XIX, e divennero parte integrante delle
dottrine anarchiche. Il primo fu il mito della rivoluzione vittoriosa. Da quel momento la
rivoluzione violenta era possibile; e (ecco il secondo mito) la prossima sarebbe stata una vera
rivoluzione sociale non la pura e semplice sostituzione di una classe dominante con un’altra. (…)
Infine, questa rivoluzione sarebbe stata possibile solo dopo che una congiura di rivoluzionari
pronti al sacrificio avesse minato le basi della società esistente. Queste dottrine dovevano
essere il patrimonio comune dei marxisti tedeschi, populisti russi, e degli anarchici francesi e
spagnoli. Da allora, le rivoluzioni dovevano essere fatte per le strade non meno che negli studi
dei filosofi” (JOLL, 1970:58).
Con il passare del tempo, nella “generazione seguita alla rivoluzione, nuove utopie
visionarie apparvero, tutte basate sulla consapevolezza (…) sia delle capacità produttive
dell’industria e delle macchine, sia dell’impotenza della rivoluzione francese a soddisfare se
non una piccola parte delle aspirazioni economiche e sociali dei poveri. Al mito della
rivoluzione si aggiunsero nuovi miti di una società futura.
I socialisti utopisti, fra cui i più notevoli e influenti furono Fourier e Saint-Simon, si
preoccuparono più dello stato futuro della società, che dei mezzi che avrebbero reso possibile
la rivoluzione. Essi credevano, e in questo furono i veri eredi del Settecento, che la ragione e il
progresso umano avrebbero operato le trasformazioni necessarie senza bisogno di violenza.
(…) Ma le loro concezioni di una società nuova contengono molte idee destinate a ricorrere
nel futuro pensiero anarchico, e Saint-Simon, ma soprattutto Fourier, contribuirono a
modellare il tipo dell’anarchico mite, pacifico e razionale” (JOLL, 1970:58/59).
40
Secondo JOLL, ciò “che rese importanti i socialisti utopistici nello sviluppo dei grandi
movimenti rivoluzionari dei secoli XIX e XX (sia anarchici che comunisti) (…) fu la
diffusione della credenza che la trasformazione sociale ed economica debba precedere ogni
riforma puramente politica, e che la discussione dei rapporti fra produttore e consumatore, o
fra capitale e lavoro, sia più importante che la critica delle forme costituzionali e degli istituti
politici.
Questa coscienza della «questione sociale» aveva, naturalmente, tratto origine dalle
condizioni sociali ed economiche del primo Ottocento, un’epoca in cui nuove forme di
attività industriale e nuovi procedimenti tecnologici, insieme con l’incremento della
popolazione urbana in tutta l’Europa occidentale, andavano suscitando una quantità di
conflitti e problemi sociali e politici fin allora sconosciuti” (JOLL, 1970:67/68).
Con Hegel – in realtà con i suoi discepoli – fu data la spinta finale. “La rivoluzione
francese aveva dimostrato la possibilità di distruggere le forme tradizionali di governo. A loro
volta, i socialisti utopistici avevano disegnato il quadro ideale di un mondo nuovo. Furono gli
hegeliani a instillare nella nuova generazione rivoluzionaria la fede che la storia era dalla loro
parte; e a munirli di una filosofia di radicale innovazione. I successori di Hegel (…) presero la
dottrina del maestro e la misero al servizio di finalità rivoluzionarie: mentre Hegel aveva usato
la propria filosofia a giustificazione dello Stato prussiano, i suoi discepoli (…) capovolsero la
dialettica hegeliana per derivarne una teoria della rivoluzione” (JOLL, 1970:64).
2. GODWIN e la prima sistemazione del pensiero anarchico
GODWIN fu un filosofo libertario che rimase fuori dal movimento anarchico.
Ebbe “poca influenza diretta su di esso, e molti fra i leader anarchici, le cui teorie sono tanto
vicine alle sue, ignorarono in quale misura egli le avesse anticipate” (WOODCOCK,
1966:51). L’unico a leggere la sua opera più importante, l’Enquiry Concerning Political Justice
(1793) fu Kropotkin, ma questo successe quando le sue idee e teorie erano già
completamente formate.
Anche se GODWIN, come più tardi tutti i pensatori libertari, “vedeva la società
come un fenomeno che si sviluppa naturalmente e può operare in completa indipendenza da
ogni governo (…) non condivideva la fiducia dei suoi successori negli istinti spontanei del
popolo abbandonato a se stesso. In questo senso, rimase un illuminista; per lui l’educazione
era l’unica vera chiave alla libertà” (WOODCOCK, 1966:51). Egli era convinto delle
tendenze distruttive dell’autorità e riteneva che il disordine estremo era infinitamente più
desiderabile della subordinazione.
41
“In Godwin convergono eterogeneamente elementi desunti da differenti esperienze
culturali: fondendoli tra di loro non senza contraddizioni, il filosofo inglese diede così inizio,
inconsapevolmente, ad una nuova tradizione di pensiero. Dal radicalismo protestante Godwin
deduce l’intransigente individualismo, il tema dell’autonomia etica e intellettuale del singolo;
dal liberalismo ricava l’esaltazione della libertà e la teoria del potere minimo; dall’illuminismo
desume la fiducia nella ragione e nella perfettibilità dell’uomo assommata alla critica nei
confronti dei poteri tradizionali, che egli traduce in critica al potere tout court” (PANI &
VACCARO, 1997:34/35).
GODWIN fu l’iniziatore della tradizione anarchica intesa nel suo senso positivo,
“poiché le idee da lui formulate nell’Enquiry Concerning Political Justice (1793) presentano tutti i
tratti essenziali della dottrina anarchica” (WOODCOCK, 1966:52). Respingendo ogni
sistema sociale dipendente da un governo, formulò la sua concezione di una società
semplificata e decentrata basata su un minimo di autorità sempre meno necessaria e sulla
spartizione volontaria dei beni materiali. Secondo WOODCOCK, questa dottrina era
sostanzialmente la stessa proclamata da Proudhon fra il 1840 e il 1850.
Sono tante le influenze subite da GODWIN nell’organizzazione del suo pensiero.
WOODCOCK cita la dottrina sandemanista, i Dissent, i sociologi francesi e alcuni autori
inglesi come John Locke e Thomas Paine. Fa un richiamo speciale sull’influenza della
Rivoluzione Francese che non solo gli diede l’impulso immediato a scrivere Political Justice,
ma anche gli assicurò un pubblico disposto ad accoglierlo con entusiasmo. Ma le idee
chiave che trovarono espressione in Political Justice erano maturate in lui prima della
Rivoluzione, quando nel 1784 progettò di fondare una scuola privata e pubblicò un breve
prospetto intitolato An Account of the Seminary That Will Be Opened on Monday the Fourth Day
of August at Epsom in Surrey, dove espose le sue teorie sulla natura della società e la
funzione generale dell’educazione.
In An Account of the Seminary, una “società naturale, egualitaria, è contrapposta a una
società artificiale dominata da un governo; è sottolineato il potere del pensiero; è data
particolare importanza all’educazione, in obbedienza alla convinzione di Godwin che il
carattere sia determinato dall’ambiente più che dall’eredità, e che i difetti siano la conseguenza
di una cattiva educazione. (…) E, pur non essendo ancora arrivato alla logica conclusione che
il governo è positivamente un male, Godwin è già pronto a sostenere che ha ben poco di
positivamente buono” (WOODCOCK, 1966:53/54). Quando più tardi scrisse Political
Justice e soprattutto quando la Rivoluzione Francese degenerò in violenza e dittatura
GODWIN, data l’indipendenza della sua opera rispetto a ciò che accadeva in Francia,
42
rafforzò le sue idee che i cambiamenti politici non servono a niente se non sono frutto di
cambiamenti morali.
Political Justice, è la sua opera più importante, e per capirla è fondamentale capire
l’idea di Necessità che la percorre dall’inizio alla fine. GODWIN la vede come “la legge
immutabile e impersonale che muove l’universo, si esprime nelle leggi della natura, determina
le azioni umane” (WOODCOCK, 1966:60). Per sfuggire al rischio delle conclusioni
deterministiche a cui questo tipo di interpretazione poteva portare, e che erano in evidente
contraddizione con l’idea della libertà e dell’azione individuale, egli optò per un
compromesso fra l’idea di necessità e quella di libertà, non sempre evidente.
La struttura di Political Justice è costruita sulla regione sospesa fra il necessario e il
volontario. “Parte dall’assunto che «la felicità della specie umana è l’obiettivo più desiderabile
che la scienza dell’uomo possa perseguire» e fra tutte le forme di felicità dà il primo posto a
quella «intellettuale e morale»; i più potenti nemici di questa felicità sono per lui i «governi
incapaci e corrotti». Il suo libro ha così un duplice proposito: è un’indagine sul funzionamento
politico della società, (…) [e] un «veicolo di miglioramento morale …»” (WOODCOCK,
1966:63). JOLL a questo proposito sottolinea che il cardine della teoria politica di
GODWIN è che giustizia e felicità sono indissolubilmente unite, e la pratica della virtù la
vera via alla felicità individuale.
GODWIN si basa su quattro proposizioni fondamentali. “In primo luogo, afferma
che «il carattere morale degli uomini è il risultato delle loro percezioni», e che né il bene né il
male sono innati. L’eliminazione di fattori esterni nocivi può dunque eliminare anche le
tendenze criminali dal carattere degli essere umani” (WOODCOCK, 1966:63). La seconda
proposizione è che, fra “tutti i mezzi di «operare sulla mente» il più potente è il governo. (…)
In Political Justice, egli osserva che «l’istituzione politica è particolarmente forte là dove
l’efficacia
dell’educazione
è
deficiente,
cioè
nell’ampiezza
del
raggio
d’azione»”
(WOODCOCK, 1966:64). “La terza proposizione è in realtà un corollario della seconda: il
governo è tanto cattivo nella pratica quanto nei principi. Nel dimostrare quanto afferma,
Godwin pone l’accento soprattutto sui fortissimi dislivelli economici fra le classi nel mondo
del diciottesimo secolo. (…) Godwin è così uno dei primi ad illuminare quell’intimo rapporto
fra proprietà e potere che ha reso gli anarchici nemici del capitalismo non meno che dello
stato.
La quarta proposizione fondamentale è quella, famosa, riguardante la perfettibilità
dell’uomo. «La perfettibilità è una fra le caratteristiche più indiscutibili della specie umana,
tanto che si può presumere che lo stato così politico come intellettuale dell’uomo sia in corso
di progressivo miglioramento»” (WOODCOCK, 1966:64).
43
Partendo da queste proposizioni per analizzare i principi della società, GODWIN
pone l’accento sulla giustizia e conclude che la società adempie i suoi veri scopi quando
aiuta l’uomo a vivere da essere morale. GODWIN ritiene anche che tutti gli uomini sono
uguali sul piano della morale, in virtù della loro essenziale indipendenza. Essendo così,
eguale “per tutti dev’essere la giustizia, e a tutti si devono offrire possibilità e incoraggiamenti
in eguale misura” (WOODCOCK, 1966:66).
Affrontando il problema della confusione tra giustizia e legge umana, egli afferma
che la prima “è basata su verità morali immutabili, la seconda sulle decisioni, che possono
essere erronee, di organismi politici. L’uomo deve giudicare da sé del giusto e dell’ingiusto, e
sua guida deve essere l’evidenza, non l’autorità” (WOODCOCK, 1966:66). Analizzando poi
il problema delle necessarie restrizioni alla libertà, GODWIN si chiede come mai si debba
rinunciare al giudizio individuale che è, a suo parere, necessario per il bene pubblico e
dopo essersi chiesto quale sia il fondamento del governo politico, conclude che l’unica
finalità della comunità è la pubblica difesa della giustizia. Quando questo si effettua, gli
uomini devono cooperare; altrimenti, devono resistere alle sue decisioni. La fiducia nel
potere della ragione è, secondo WOODCOCK, quasi esclusiva del secolo in cui
GODWIN è vissuto.
L’idea di resistenza proposta da GODWIN segna l’inizio delle controversie tra gli
anarchici sui fini e i mezzi. GODWIN difende la superiorità della persuasione morale e la
resistenza passiva sulla resistenza violenta e attiva, ritiene che la miglior forma di
resistenza è la diffusione della verità e avverte che la persuasione dev’essere, sempre che
possibile, diretta e individuale. L’unica forma di associazione da lui ammessa è quella
creata in situazioni d’emergenza, per resistere agli attentati contro la libertà. Questa però
deve essere sciolta appena cessata la sua necessità. Inoltre, suggerisce la formazione di
gruppi di discussione che potrebbero a loro volta formare un movimento mondiale, ma
richiama l’attenzione sulla necessità di non creare un’uniformità di pensiero. In più,
“nell’opposizione a partiti politici altamente organizzati e nell’insistenza su piccoli gruppi
dall’organizzazione fluida, che potrebbero riunirsi spontaneamente in un più vasto
movimento, Godwin traccia il primo modello di tutte le successive forme di organizzazione
anarchica” (WOODCOCK, 1966:69).
Una volta gettate le basi morali della sua argomentazione, GODWIN passa ad
analizzare ciò che chiama “i particolari pratici dell’istituzione politica”, trattando dei “quattro
aspetti della vita politica: amministrazione generale, o governo; educazione; delitto e legge;
regolamentazione della proprietà” (WOODCOCK, 1966:69). Ritiene la democrazia come la
forma di governo che offre maggiori possibilità di progredire verso qualcosa di meglio.
44
Trattando del funzionamento pratico del governo democratico, espone i vantaggi della
semplificazione e del decentramento di tutte le forme d’amministrazione, e propone la
creazione di istituzioni amministrative localizzate capaci di trasformare il mondo in una
grande repubblica, in cui gli uomini potrebbero muoversi e discutere liberamente, senza
l’impedimento delle barriere nazionali8.
L’educazione ha nel suo pensiero un ruolo fondamentale. GODWIN ritiene il
piccolo gruppo sociale come il più adatto nel processo di formazione di opinioni giuste.
Non vede i pericoli della censura reciproca, ma avverte sugli usi pericolosi che il governo
può fare dell’educazione una volta che ne abbia il controllo.
La parte più famosa del Political Justice è l’ultima, nella quale GODWIN esamina
l’istituto della proprietà e anticipa le teorie economiche socialiste. Ma lo fa “solo
nell’esposizione degli effetti del sistema di proprietà e nell’insistenza sullo stretto rapporto fra
proprietà e sistemi di governo; le sue proposte positive circa cambiamenti nel sistema di
proprietà sono uniformemente anarchiche.
Godwin comincia con l’osservare che l’abolizione del «sistema di coercizione e
punizione è intimamente connessa con un’equa distribuzione della ricchezza.» Ogni uomo ha
«diritto, finché bastino le riserve comuni, ai mezzi non solo per vivere, ma per vivere bene.»
Ma questo diritto a una giusta parte dei beni comuni implica il dovere di partecipare in giusta
misura al lavoro comune:
La giustizia vuole che ogni uomo, a meno forse che possa essere impiegato altrimenti
con maggior vantaggio della comunità, contribuisca alla produzione del raccolto comune, di
cui ciascuno consuma una parte. Questa reciprocità … è l’essenza stessa della giustizia.
Nel quadro abbozzato da Godwin di una società in cui non esiste il diritto di proprietà
riconosciamo la stessa visione di una società rurale delineata nelle opere di Moro, Winstanley,
Morris e Kropotkin: la visione di uomini che lavorano insieme nei campi e poi attingono,
secondo una stima individuale dei loro giusti bisogni, ai granai e ai depositi comuni, senza
alcun meccanismo di pagamento o di scambi, «fra tutte le pratiche la più perniciosa.» Come
altri più tardi scrittori anarchici, Godwin vagheggia una drastica semplificazione della vita,
perché il lusso corrompe (…) e il lavoro è necessario alla felicità dell’uomo. (…)
L’«accumulo della proprietà» – con questo termine premarxista Godwin indica quello
che noi chiamiamo capitalismo – è un ostacolo all’arricchimento qualitativo della vita”
(WOODCOCK, 1966:74/75). GODWIN ritiene inoltre che questo sistema “eliminerebbe
anche le principali cause della criminalità, le cui radici sono nel fatto che «l’uno possiede in
abbondanza ciò di cui l’altro è privo.»” (WOODCOCK, 1966:76).
8
Questo è, almeno in teoria, ciò a cui si propone la società globalizzata dei nostri giorni.
45
“Nonostante la diffidenza per la cooperazione9, Godwin è ben lontano dal pensare che
l’umanità liberata debba vivere nell’isolamento e nel sospetto reciproci. Al contrario, prevede
la possibilità di una specializzazione nei vari mestieri, che permetterà all’uomo di dedicarsi
all’occupazione per la quale ha maggior attitudine, distribuendo il sovrappiù della produzione
a chiunque ne abbia bisogno e ricevendo quanto gli occorre del sovrappiù prodotto dagli altri;
sempre però sulla base della distribuzione gratuita, non dello scambio. È evidente che,
nonostante le sue congetture sul futuro della macchina, la società ideale di Godwin è fondata
su un’economia agraria e artigianale” (WOODCOCK, 1966:77).
GODWIN scrisse un’altra opera, Caleb Williams, ma niente che somigliasse in
importanza al suo capolavoro, Political Justice. Ebbe molta influenza sullo scrittore
SHELLEY e sui socialisti inglesi Robert OWEN, Francis PLACE e William
THOMPSON ma l’influenza delle sue idee sul movimento anarchico cominciò in una fase
già avanzata della storia del movimento. Gli anni di prestigio furono pochi ma, secondo
WOODCOCK, la più importante influenza esercitata da GODWIN avvenne negli anni in
cui la sua fama era al livello più basso.
3. Che cos’è l’anarchia?
Descrivere una teoria essenziale dell’anarchismo è un’opera difficile, proprio
“perché la natura stessa dell’atteggiamento libertario – il suo rifiuto di ogni dogma e di ogni
teoria rigidamente sistematica, e, soprattutto, la sua insistenza sull’estrema libertà di scelta e
sull’importanza primaria del giudizio individuale – rende possibile una varietà di punti di vista
inconcepibile in un sistema rigorosamente dogmatico. L’anarchia è insieme varia e mutevole
(…). Come dottrina, cambia continuamente; come movimento cresce e si disintegra, in
fluttuazione costante, ma non scompare mai del tutto. Esiste in Europa, senza interruzioni,
dal decennio 1840-50, e la sua stessa qualità proteica gli ha permesso di sopravvivere mentre
molti movimenti assai più potenti ma meno adattabili dell’ultimo secolo sono completamente
scomparsi” (WOODCOCK, 1966:12/13).
L’anarchia “è una dottrina che critica la società esistente, preconizza un nuovo
ordinamento sociale, indica i mezzi per passare dall’uno all’altro. (…) L’anarchia, storicamente
parlando, ha in vista soprattutto l’uomo nei suoi rapporti con la società. Il suo fine ultimo è
sempre di condanna della società, anche se può derivare da una concezione individualistica
della natura umana; il suo metodo è sempre quello della rivolta, violenta o meno, contro la
9
GODWIN, come poi “Proudhon e Stirner, (…) [considera] con profonda diffidenza ogni tipo di
collaborazione suscettibile di cristallizzarsi e perpetuarsi in forma istituzionale” (WOODCOCK,1966:76).
46
società” (WOODCOCK, 1966:5). Sono due le definizioni dell’anarchico presenti nei
dizionari: una lo presenta come un uomo convinto che il governo deve morire prima che
possa vivere la libertà; l’altra lo liquida sbrigativamente come un semplice promotore di
disordini che non offre nulla in cambio dell’ordine che distrugge. Nel pensiero popolare è
quest’ultima che prevale: anarchia come sinonimo di caos. Questo si deve, da un lato,
all’attitudine di una parte degli anarchici che preferivano sottolineare l’aspetto distruttivo
della dottrina, molte volte tramite l’uso della violenza. Dall’altro, dalla visione distorta che
è stata fornita da una parte importante della storiografia, di destra e di sinistra.
Dal punto di vista scientifico, l’anarchia deve essere intesa “come un sistema di
pensiero sociale, mirante a cambiamenti fondamentali nella struttura della società e in
particolare – perché questo è l’elemento che accomuna tutte le sue varie forme – alla
sostituzione dello stato autoritario con qualche forma di cooperazione tra individui liberi”
(WOODCOCK, 1966:9).
Ci sono diverse questioni importanti all’interno della filosofia anarchica. La
questione dei mezzi usati per raggiungere i fini è una di esse. Gli anarchici sono d’accordo
rispetto ai fini della loro lotta, ma non sui mezzi utilizzati per raggiungerli. A questo
riguardo l’uso o meno della violenza diventa centrale. Non tutti erano d’accordo sull’uso
della violenza, ma la negazione dell’autorità da parte degli anarchici fece diventare
automatica l’associazione tra anarchismo e violenza.
La questione dello Stato è quella centrale all’interno di questa filosofia. Esiste
unanimità sulla necessità di distruggerlo – e questo è uno dei fini della loro lotta, se non il
principale. Gli anarchici rifiutano l’azione politica in quanto tale e soprattutto l’idea che si
possa trasformare la società con misure parziali e graduali. Così, “basano (…) la loro tattica
sulla teoria dell’«azione diretta,» e affermano che i loro mezzi di lotta comprendono tutta una
gamma di tattiche – dallo sciopero generale e dal rifiuto di prestare servizio militare alla
formazione di cooperative e società di credito – miranti a distruggere l’ordine esistente e a
preparare la rivoluzione sociale o a fare in modo che, una volta cominciata, essa non sfoci
nell’instaurazione di un regime autoritario” (WOODCOCK, 1966:26).
Una volta distrutto lo Stato, si doveva pensare a come organizzare la società senza
di esso. Gli anarchici sono unanimi nel sottoporre il socialismo “autoritario” – quello
difeso da Marx e i suoi discepoli – a una critica severa, sottolineando come fanno
STIRNER e PROUDHON, la subordinazione dell’individuo alla collettività e di
conseguenza, il non rispetto della libertà individuale. Gli anarchici vedono la collettività
come un insieme di individui sovrani la cui individualità deve essere rispettata, il che non
si effettua nel socialismo autoritario. Dopodiché, ognuno, d’accordo con la sua
47
interpretazione dell’anarchia, passa a presentare le proposte di ciò che ritiene essere la vera
società futura.
Riguardo alla questione dell’organizzazione, non tutti gli anarchici la respingono “in
linea di principio, ma nessuno di loro cerca di darle una continuità artificiosa; importante è
soltanto la fluida sopravvivenza dell’atteggiamento libertario. I principi anarchici
fondamentali, che attribuiscono tanta importanza alla libertà e alla spontaneità, precludono
anzi in partenza la possibilità di un’organizzazione rigida, in particolare di tutto ciò che somigli
anche lontanamente ad un partito organizzato per la conquista e il mantenimento del potere.
(…) All’idea dell’organizzazione di partito gli anarchici sostituiscono la loro mistica
dell’impulso individuale e popolare, che nella pratica ha trovato espressione in una serie di
gruppi fluidi ed effimeri e in federazioni di propagandisti convinti che loro dovere non sia
guidare il popolo ma illuminarlo e offrirgli un esempio” (WOODCOCK, 1966:13).
L’altro pilastro della filosofia anarchica è la visione naturalista della società, frutto
dell’influenza illuminista nella formazione del pensiero anarchico10. “Tutti gli anarchici (…)
sarebbero pronti a sottoscrivere l’affermazione che l’uomo possiede per natura tutti gli
attributi necessari per vivere in libertà e concordia sociale. Forse non credono che l’uomo sia
buono per natura, ma sono fermamente convinti che l’uomo sia per natura «sociale»”
(WOODCOCK, 1966:17). Gli anarchici pretendono quello che è, per certi versi un
ritorno alla semplicità come per esempio, quella del mondo contadino. Possedere ciò che
basta per essere liberi: questo è tutto quanto chiedono gli anarchici.
Il progresso è concepito dall’anarchico “non nei termini di un continuo aumento della
ricchezza materiale e della complessità della vita, ma piuttosto come moralizzazione della
società attraverso l’abolizione dell’autorità, dell’ineguaglianza, dello sfruttamento economico.
Una volta raggiunta questa meta, gli uomini potranno tornare ad una condizione in cui i
processi naturali eserciteranno un’influenza sulla vita delle società e degli individui; e allora
l’uomo potrà svilupparsi interiormente in armonia con lo spirito che fa di lui un essere
superiore agli animali” (WOODCOCK, 1966:24).
Per gli anarchici non esistono avvenimenti inevitabili, soprattutto nella società
umana. Loro ritengono che la storia cammina seguendo le linee della lotta, e che la lotta
umana è prodotto dell’esercizio della volontà dell’uomo, basata sulla coscienza che esiste
dentro di lui, reagendo a uno stimolo capace di risvegliare la sua eterna ansia di libertà.
Tutte le varie tattiche proposte dagli anarchici si basano su decisioni personali dirette: non
esiste coercizione nemmeno delega di responsabilità. È l’individuo che decide che cosa
fare o non fare, d’accordo con le sue convenienze. Il popolo è visto non come una massa
10
In particolare quella di Rousseau.
48
nel senso marxista, ma come una collezione di individui sovrani, e ognuno deve decidere
da solo se e quando agire.
Altre tematiche importanti che caratterizzano l’anarchismo sono l’anticlericalismo,
l’antimilitarismo e il rapporto contraddittorio nei confronti della scienza e del progresso.
Infine, vale sottolineare il punto nevralgico delle differenze tra l’anarchismo e il marxismo,
quello dell’abbattimento dello Stato e dell’imputazione delle origini delle disuguaglianze
sociali. Secondo l’anarchismo esse si riproducono proprio attraverso lo Stato attraverso la
“divisione gerarchica del lavoro – tra manuale e intellettuale – e al conseguente monopolio del
sapere cui ha accesso esclusivo la parte minoritaria dei lavoratori intellettuali; infine, nel
dominio politico ed economico che il monopolio del sapere rende possibile. Scopo principale
di una società anarchica diventa dunque quello di favorire un processo di istruzione integrale
che elimini la divisione verticale del lavoro e che permetta l’integrazione delle varie forme del
sapere umano, superando la dicotomica contrapposizione tra le classi, l’antagonismo tra
mente e corpo, la divisione tra città e campagna, la contrapposizione tra stato e società”
(PANI & VACCARO, 1997:18).
Finalmente, un’altra differenziazione del movimento anarchico riguarda la sua
distribuzione geografica. “In linea di massima, si può affermare che, da un punto di vista
geografico, l’anarchismo di matrice europea sviluppò maggiormente una visione collettivistica,
classista e insurrezionale, mentre quello di origine statunitense si rivolse prevalentemente
verso principi individualistici e non-violenti.
Tale differenza si spiega sia con motivi storici che culturali: in Europa, il movimento
anarchico, che si rivolgeva soprattutto alla classe operaia e contadina, si trovò a fronteggiare
soprattutto regimi dispotici o non pienamente democratici (Spagna, Russia, Italia) ed era
dunque più predisposto ad adottare una concezione rivoluzionaria. L’imparentamento con il
movimento socialista, poi, lo rese incline a optare per una visione di tipo collettivista, anche
perché le forti disparità sociali e l’altissima conflittualità tra le classi rendeva più auspicabile, da
parte di queste ultime, la fine del regime di proprietà privata.
In America11 (…), invece, dove si era già compiuta una rivoluzione, quella liberale, e
dove la sterminata estensione territoriale e l’ampiezza delle risorse rendeva scarsamente
accettabile una organizzazione sociale di tipo comunista, si sviluppò una corrente anarchica
individualista e non violenta: quest’ultima si proponeva la diffusione e la socializzazione delle
libertà esistenti, e non mancò di entrare in conflitto con l’anarchismo socialista importato
dall’Europa nella seconda metà del XIX secolo dagli esuli politici europei e propagandato
11
Gli autori qui si riferiscono agli Stati Uniti già che nell’America Latina l’anarchismo fu introdotto
dagli immigrati e quindi si caratterizzò come una riproduzione di quello europeo.
49
nelle comunità di immigrati, soprattutto delle grandi città della costa orientale degli Stati
Uniti” (PANI & VACCARO, 1997:16).
4. Le scuole di pensiero anarchiche e le proposte di organizzazione sociale della
produzione
Nonostante lo stimolo a forme di approccio e interpretazione individualizzate,
frutto del rispetto della libertà e dell’individualità, è possibile identificare “scuole” o
“correnti” di pensiero ben definite. All’interno della dottrina anarchica convergono
tendenze di carattere marcatamente individualistico (l’anarchismo individualista difeso da
STIRNER); che preconizzano una società di piccoli produttori o di associazioni di
produttori in libera concorrenza tra di loro (il mutualismo difeso da PROUDHON);
tendenze più marcatamente socialiste, che prevedono, accanto all’autogestione dei
produttori e a suo stesso presidio, dei freni e delle regolamentazioni che limitino la
concorrenza fra i gruppi economici (il collettivismo difeso da BAKUNIN); tendenze più
spiccatamente collettiviste o comuniste (il comunismo difeso da KROPOTKIN e il
sindacalismo libertario del quale SOREL è ritenuto il suo più importante teorico).
Secondo la scuola individualista, l’organizzazione della futura società avrebbe
dovuto obbedire al principio della massima libertà individuale. Per gli anarchici
individualisti, l’interesse individuale è la misura di tutte le cose. L’individuo non dovrebbe
preoccuparsi del benessere della società, ma della sua felicità personale e la società gli
sarebbe servita solo come mezzo per raggiungerla. “La vita sociale, secondo tale punto di
vista, trascorre sotto costante e irreversibile tensione, già che l’individuo ha bisogno di stare
sempre a difendere la sua libertà e a preservare la sua singolarità” (LUIZETTO, 1987:17).
Gli individualisti non scartano la possibilità che nella società futura possa esistere qualche
struttura associativa, ma essa deve avere un carattere provvisorio, esistendo soltanto in
quanto necessaria. È il caso, per esempio, dell’“Unione degli Egoisti”, proposta da
STIRNER. Essa doveva essere organizzata spontaneamente con lo scopo di difendere gli
interessi particolari dei suoi membri, sciogliendosi non appena avesse raggiunto il suo
obiettivo.
L’esponente più importante dell’anarchismo individualista fu Max STIRNER, anche
se, secondo autori come WOODCOCK e PANI & VACCARO, egli non abbia mai usato
il termine “anarchico” per riferirsi a se stesso e, in più, sia stato scoperto dagli anarchici
solo dopo la sua morte. Nella sua opera più importante, L’Unico, STIRNER critica la
società esistente per il suo carattere autoritario e anti-individualista e indica una situazione
50
desiderabile che però si realizzerebbe soltanto con l’abolizione dello Stato e delle
istituzioni governative; chiede l’uguaglianza fra gli egoisti, anche se si rende conto che ciò
comporterebbe una tensione nell’equilibrio delle forze e poteri e, infine, suggerisce mezzi
insurrezionali per la trasformazione della società nell’“Unione degli Egoisti”. Egli “nega
tutte le leggi naturali e un’umanità comune; indica il suo ideale nell’egoista, l’uomo che realizza
se stesso in conflitto con la collettività e gli altri individui, che non rifugge dall’uso di nessun
mezzo nella «lotta di ciascuno contro tutti,» che spietatamente giudica ogni cosa dal punto di
vista del benessere e che, avendo proclamato la sua sovranità, può formare con altri individui
che la pensano come lui un’«unione di egoisti,» senza norme né regole, per provvedere a
questioni di interesse comune” (WOODCOCK, 1966: 81/82).
Secondo STIRNER, “l’individuo non deve esercitare il suo potere sugli altri. Ogni
uomo difende con la forza la sua unicità, ma deve mirare soltanto alla realizzazione di sé
propria del vero egoismo, non già sovraccaricarsi di proprietà inutili, né cercar di esercitare
sugli altri un predominio che distruggerebbe la sua indipendenza.
(…)
Nel mondo di Stirner non vi saranno padroni né servi, e lo stesso ritrarsi di ogni uomo
nella sua unicità, lungi dal provocare conflitti, contribuirà ad eliminarli” (WOODCOCK,
1966:88). Inoltre, per lui, l’egoismo non impedisce l’unione fra individui, anzi, favorisce
unioni vere e spontanee.
STIRNER critica la convinzione dei socialisti e dei comunisti che il problema della
proprietà potesse risolversi in forma amichevole. Secondo lui, ogni uomo deve avere e
prendere ciò che gli è necessario, e ciò implica la “guerra di ciascuno contro tutti”. Stando
così le cose, per STIRNER il rifiuto a qualsiasi progetto sociale proposto dalle altre scuole
aveva una ragione in più: “in qualsiasi delle modalità di socialismo suggerite, sarebbe
necessario ammettere l’esistenza di qualche istanza sovraindividuale di potere, capace di
definire procedimenti collettivi, di imporre regolamenti generali e di arbitrare tutti i casi di
divergenze e conflitti. Con questo, l’individuo si sarebbe sottomesso a un insieme di interessi
stranei, dato che i suoi obiettivi particolari non coincidono con quelli della collettività”
(LUIZETTO, 1987:18).
Secondo WOODCOCK, L’Unico rimane un libro estremamente personale, in cui
STIRNER manifestò tutto il suo scontento su tutto ciò che l’opprimeva e distruggeva. Ma
è anche l’espressione di un punto di vista di un estremo del vario “spettro” delle teorie
anarchiche.
Le idee suddette furono ampiamente difese da Max STIRNER, ma chi di fatto le ha
messe in pratica fu Josiah WARREN. Egli, nel 1825, aderì ai piani di Robert OWEN e,
51
insieme a circa ottocento persone, aiutò a fondare, in Indiana-EUA, la Colonia New
Harmony. L’obiettivo di OWEN nel creare questa comunità era quello di, avendo per
principio fondante il comunismo, ricostruire la società secondo l’ideale della proprietà
comune, credendo che così avrebbe posto le basi per la felicità personale e per la
costruzione di un rapporto più armonioso tra gli uomini.
Secondo LUIZETTO, due anni dopo il suo ingresso nel gruppo, WARREN lo
abbandonò, deluso dai risultati raggiunti dall’esperienza, affermando che l’uniformità
richiesta alle persone aveva fatto diventare l’ambiente insopportabile. Per WARREN, il
problema principale non era il livellamento economico imposto, ma il fatto che il tempo
aveva fatto diventare “sempre più difficile l’esistenza di divergenze di opinioni, sempre più
criticata la pretesa di raggiungere certi obiettivi personali e sempre più ostacolata la ricerca
della realizzazione di certi gusti particolari. Tutte queste manifestazioni erano viste con
diffidenza e giudicate pericolose per l’esito della colonia” (LUIZETTO, 1987:20).
WARREN riteneva che la colonia non era riuscita a risolvere, in forma
soddisfacente, il conflitto tra gli interessi individuali e collettivi. Le questioni più rilevanti
erano sempre risolte direttamente da OWEN o per decisione della maggioranza, tramite
l’assemblea. Per la minoranza, però, quest’assemblea aveva un’aria tirannica. Secondo lui,
tramite la manifestazione dell’interesse generale, tutti hanno avuto un progetto o un
desiderio personale contestato. Inoltre, questa esperienza l’indusse “a dedurre che è
impossibile la convivenza sociale disinteressata appunto a causa della diversità naturale degli
individui. Lo indusse altresì alla conclusione sull’individualizzazione completa della vita sociale,
cioè nei rapporti di scambio eguale, di stretta reciprocità tra gli uomini e lo portò infine a
considerare il tempo che richiede un prodotto od un servizio come misura del valore di
scambio ed a seconda della moralità di ciascuno.
Warren concluse anche per il ripudio di tutto ciò che una collettività potrebbe imporre
ai singoli per i servizi pubblici, giacché – egli dice spetta agli individui, se lo vogliono, di
decidersi per fare eseguire questi servizi da persone impiegate e pagate a seconda del tempo
che impiegano in detti lavori” (NETTLAU, 1964:37).
Nello stesso anno in cui abbandonò New Harmony, WARREN passò a dedicarsi
all’elaborazione del suo proprio piano per la costruzione del nuovo ordine sociale, che
aveva come obiettivo principale il rispetto della libertà completa dell’individuo. Il suo
piano, che derivava delle idee di OWEN, prevedeva il libero accesso delle persone alle
risorse naturali, la libertà dell’individuo di disporre della sua persona, del suo tempo, della
sua proprietà e dell’accesso all’acquisizione di beni tramite il proprio lavoro. Per tale, il
sistema doveva essere guidato da un principio di giustizia, che prevedeva l’instaurazione
52
“di rapporti economici limitati all’interscambio equo di prodotti del proprio lavoro, essendo il
valore di ogni prodotto determinato soltanto dal (…) tempo necessario alla sua produzione”
(LUIZETTO, 1987:22). Dopo aver fissato il suo piano, WARREN lo mise in pratica
creando nel 1827 a Cincinnati-USA uno stabilimento chiamato Equity Store/Time
Store12 “(uno spaccio nel quale vendeva o comprava egli stesso le mercanzie a seconda della
misura del tempo); propagandò questo sistema con la sua azione personale, con gli scritti e col
giornale The Peaceful Revolutionist, nel 1833, in Cincinnati – il primo giornale anarchico secondo
ogni probabilità – ed intrattenne una corrispondenza con le cooperative inglesi; in breve,
riuscì ad attrarre l’attenzione sulle esperienze e sulle sue idee” (NETTLAU, 1964:37). Più
tardi, fondò in Ohio una comunità basata su imprese individualiste.
Molti furono i tentativi, negli Stati Uniti, di mettere in pratica esperienze di questo
tipo. NETTLAU cita quelli che, “dal 1851 e per i dieci anni successivi, vissero a Trianville (la
città meglio conosciuta come Modern Times, in Long Island, non molto distante di New York),
ciascuno a suo modo, servendosi localmente dallo scambio tra di loro ed usando dei buoni di
lavoro. Fu prevalentemente una comunità di vita indipendente e senza autorità ufficiale, che
attrasse buoni elementi e che dimostrò come la libertà unisca gli uomini e come invece
l’autorità li divida” (NETTLAU, 1964:38). La Guerra Civile, però, intiepidì gli animi di
quelli che si dedicavano all’esecuzione di tali progetti.
La seconda scuola, la mutualista, ebbe in PROUDHON il suo rappresentante più
importante e occupò una posizione intermedia tra la scuola individualista e quella
socialista. Secondo WOODCOCK, PROUDHON fu il primo a usare la parola “anarchia”
in senso positivo e ad autodenominarsi “anarchico”, diventando il precursore diretto del
movimento anarchico organizzato. Le sue idee aiutarono a formare l’Associazione
Internazionale dei Lavoratori, la Comune del 1871 nonché le idee della maggior parte dei
sindacalisti francesi tra il 1890 e il 1910.
L’influenza esercitata da PROUDHON si deve alla natura sociologica del suo
pensiero.
Secondo
WOODCOCK,
PROUDHON
dev’essere
“considerato
un
individualista sociale. (…) Per Proudhon l’individuo è insieme il punto di partenza e la meta
ultima dei nostri sforzi, ma la società rappresenta la matrice – l’ordine seriale, direbbe lui – in
cui la personalità di ogni uomo deve trovare la sua funzione e realizzazione” (WOODCOCK,
1966:93). Più che un semplice teorico anarchico, PROUDHON fu uno fra i grandi
europei del XIX secolo. Tutta la sua opera, sottolinea GUÉRIN, fu la ricerca di un
equilibrio fra le preoccupazioni degli individui e l’interesse della società.
12
Il primo nome appare in LUIZETTO e il secondo in NETTLAU.
53
Secondo PROUDHON, l’individualismo è il fatto primordiale dell’Umanità e
l’associazione il complementare, non si può avere l’egemonia di uno sull’altro. E conclude:
né comunismo, né libertà illimitata. Inoltre, secondo NETTLAU, PROUDHON aveva
molta fiducia nelle tendenze associative e federative degli uomini. Riteneva che ristabilire
l’azione libera delle associazioni e delle federazioni contro l’intervento del monopolio
creerebbe l’isolamento e la conseguente liquidazione degli Stati, dando luogo
all’associazione e alla federazione degli organi di vera utilità sociale. D’altra parte, PANI &
VACCARO richiamano l’attenzione sul fatto che, per PROUDHON, l’obiettivo
prioritario della lotta per l’emancipazione umana doveva essere l’abolizione dello Stato e
del capitalismo, il che sarebbe avvenuto tramite la loro sistematica riduzione. Al loro
posto, proponeva il mutualismo come sistema di produzione e di scambio e il federalismo
politico come sistema decentrato di potere, nel quale l’autorità salirebbe dal basso verso
l’alto.
L’idea di giustizia immanente occupa una posizione centrale nel pensiero di
PROUDHON, e l’elemento chiave del suo pensiero sociale e politico è l’ideale della vita
libera contadina. Il primo si deve alla tradizione rivoluzionaria francese del suo tempo; il
secondo, alle sue origini. È in questo quadro che deve essere analizzato il pensiero e il
contributo di PROUDHON all’anarchia.
PROUDHON scrisse diverse opere. La prima, Célébration du dimanche fu scritta per
partecipare a un concorso promosso dall’Accademia di Bensançon in cui si doveva
presentare un saggio sulla Celebrazione della Domenica. Secondo WOODCOCK, in
quest’opera PROUDHON esprime l’approvazione per l’istituzione di un giorno di riposo
e dedica buona parte del saggio a un’idillica descrizione della pacifica vita rurale. Propone
Mosè non solo come un leader religioso ma anche come il padre della riforma sociale.
Mette in dubbio la traduzione dell’ottavo comandamento, interpretandolo come “Non
mettere da parte nulla per te stesso” e denuncia chiaramente l’istituto della proprietà,
affermando categoricamente che “l’eguaglianza di condizioni è… il fine ultimo della società”.
“L’atteggiamento di Proudhon nei confronti dei problemi sociali era già quello che avrebbe
mantenuto per il resto della vita, e nel suo pensiero erano già presenti quelli che ne sarebbero
rimasti gli elementi essenziali: l’egualitarismo, la teoria che l’accumulo della proprietà è un
male, il senso di una giustizia naturale e immanente” (WOODCOCK, 1966:98).
54
PROUDHON parte all’attacco diretto con Che cos’è la proprietà?, opera pubblicata nel
1840 e che gli diede notorietà13. La risposta è diventata slogan per tutto il movimento
anarchico: “La proprietà è un furto!”. Si trattava, come spiegò lui stesso più tardi, di una
frase ad effetto. Per “proprietà egli intendeva (…) «la somma dei suoi abusi.» Voleva
denunciare la proprietà dell’uomo che se ne serve per sfruttare il lavoro di altri senza alcuno
sforzo da parte sua. Per il «possesso,» il diritto dell’uomo all’effettivo controllo della casa in
cui abita, della terra, degli utensili di cui ha bisogno per lavorare, Proudhon aveva soltanto
approvazione; lo considerava anzi la chiave di volta della libertà, e la principale critica da lui
rivolta ai comunisti fu che essi volevano distruggerlo.
(…) L’uomo che lavora ha un diritto assoluto su ciò che produce, ma non sui mezzi di
produzione. «Il diritto ai prodotti è esclusivo, jus in re; il diritto ai mezzi è comune, jus ad rem.»
Così dev’essere, non soltanto perché le materie prime sono fornite dalla natura, ma anche a
causa di quel retaggio di installazioni e tecniche che è la vera fonte della ricchezza umana, e a
causa di quella collaborazione che rende il contributo di ciascuno tanto più efficace che se
ciascuno lavorasse in solitudine” (WOODCOCK, 1966:99).
Secondo PROUDHON, “la proprietà è (…) incompatibile con la giustizia, in quanto
in pratica determina l’esclusione della maggioranza dei produttori dal diritto ad una giusta
parte dei prodotti del lavoro comune” (WOODCOCK, 1966:99). PROUDHON si dedica a
cercare alternative alla proprietà e all’organizzazione sociale basata sulla proprietà e la
trova nell’“anarchia”, “un governo che non è governo”. È “nell’«anarchia» o «libertà» [che]
Proudhon (…) trova una sintesi che elimina le deficienze di entrambi e apre la strada ad una
società in cui potranno fiorire insieme eguaglianza, giustizia, indipendenza, riconoscimento di
meriti individuali, in un mondo di produttori uniti da un sistema di liberi contatti”
(WOODCOCK, 1966:100). Che cos’è la proprietà? contiene gli elementi di base su cui poi
saranno costruite le dottrine libertarie e decentraliste.
13
In questo libro, che sconvolse non solo la Francia ma anche l’Europa di quegli anni, PROUDHON usa
per la prima volta il termine anarchia nella sua accezione positiva e allo stesso tempo richiede a se
stesso il titolo di anarchico. E lo fece “in parte per sfida, in parte con l’idea di sfruttare le qualità
paradossali del termine. Aveva capito l’ambiguità del greco anarchos, ed era risalito ad esso appunto per
questo motivo, per sottolineare che la critica dell’autorità cui si accingeva non implicava necessariamente
una difesa del disordine” (WOODCOCK, 1966:7). Questo termine verrà usato dagli anarchici solo
dopo la rottura tra i seguaci di Marx e quelli di Bakunin, accaduta negli anni 1870 durante la I
Internazionale. Prima gli anarchici si autoidentificavano e cercavano di attrarre simpatie verso le sue
idee usando termini come federalista (usato da Proudhon), mutualista (usato da PROUDHON e dai
suoi discepoli), collettivista (da Bakunin e suoi discepoli) oppure libertario (termine coniato da J.
Déjacque). Ma, come afferma GUÉRIN, “la maggior parte di questi termini (…) trascurano di
esprimere l’aspetto fondamentale delle dottrine che pretendono di descrivere. Infatti, anarchia è,
innanzitutto, sinonimo di socialismo. L’anarchico è, in primo luogo, un socialista che mira ad abolire lo
sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. L’anarchismo non è che una delle tendenze del pensiero
socialista. Una tendenza in cui predominano la preoccupazione della libertà, la fretta di abolire lo Stato”
(GUÉRIN, sdp:9).
55
Nell’autunno 1846 PROUDHON pubblicò il suo Sistema delle contraddizioni
economiche, o Filosofia della miseria, dove si dedica a dimostrare perché, nella società, le buone
possibilità si trasformano in cattivi risultati. Critica il comunismo che, secondo lui, assume
come principio la fratellanza umana ma finisce per distruggerla stabilendo il monopolio.
Non mira a eliminare le contraddizioni economiche ma sì a stabilire fra di esse un
equilibrio dinamico. “Questo equilibrio (…) egli lo vede nel mutualismo, un concetto in cui
entrano (…) le idee di dissoluzione del governo, di equa distribuzione della proprietà, di
libertà del credito” (WOODCOCK, 1966:106).
PROUDHON che aveva previsto la rivoluzione del febbraio 1848, vi partecipò
attivamente. Ma non tardò a concludere che si trattava di “una rivoluzione senza idee”.
Decise allora di fornire queste idee, mettendo in moto “il processo attraverso il quale, nei
due decenni successivi, l’anarchia avrebbe cessato di essere una semplice tendenza teorica,
senza alcun rapporto con gli eventi immediati, e si sarebbe invece volta alla propaganda e ad
un’azione mirante a una trasformazione sociale in un futuro prevedibile. Nel 1848, anno della
rivoluzione, e nel 1849, anno della reazione, la sua attività ebbe per oggetto principalmente tre
attività: la serie di periodici avviata con la pubblicazione del primo numero di Le Représentant
du peuple il 27 febbraio 1848; il tentativo di creare una Banca del Popolo e un sistema di
scambio mutualistico; e l’unico, deludente esperimento parlamentare, iniziato quando
un’elezione straordinaria nel giugno 1848 lo portò all’Assemblea Costituente.
«Che cos’è il produttore? Nulla. Che cosa dovrebbe essere? Tutto.» Con questo motto
stampato sotto la testata Le Représentant du peuple iniziò la sua carriera di primo periodico
anarchico regolarmente pubblicato14” (WOODCOCK, 1966:108). L’indipendenza del
giornale e lo stile inflessibile di PROUDHON garantirono un successo immediato. Lì
difese l’idea che “il proletariato si deve emancipare senza l’aiuto del governo”, denunciò il
mito del suffragio universale “e sottolineò che la democrazia politica senza cambiamenti
economici avrebbe potuto risultare in un regresso anziché in un progresso” (WOODCOCK,
1966:109). Secondo WOODCOCK questo fatto rende ancora più incomprensibile il
desiderio di PROUDHON di farsi eleggere all’Assemblea Costituente ma, comunque sia,
l’esperienza rivelandosi quasi subito deludente “accrebbe la sua diffidenza per i metodi
politici e contribuì all’anti-parlamentarismo che caratterizzò i suoi ultimi anni e che egli
avrebbe lasciato in eredità a tutto il movimento anarchico” (WOODCOCK, 1966:110). Nel
luglio 1848, a causa di un articolo contro Luigi Napoleone, PROUDHON ebbe il suo
14
“Il primo periodico anarchico in assoluto fu probabilmente un giornale intitolato El Porvenir che lo
spagnolo Ramón de la Sagra, discepolo di Proudhon, pubblicò per breve tempo in Galizia nel 1845”
(WOODCOCK, 1966:108).
56
giornale chiuso. Decise allora di trasformare l’Assemblea Costituente nel suo foro, ma le
sue proposte erano sempre rifiutate.
PROUDHON era riuscito a riaprire il suo giornale, ma subito dopo esso venne
chiuso definitivamente. Con alcuni amici creò un altro giornale, Le Peuple, e mentre esso
non cominciava a pubblicare, PROUDHON si dedicò a maturare “i suoi progetti per la
Banca del Popolo. Doveva essere uno strumento per favorire uno scambio di prodotti fra i
lavoratori basato su buoni di lavoro e per fornire crediti ad un bassissimo tasso d’interesse, il
cui gettito sarebbe servito a coprire le spese d’amministrazione. Proudhon riteneva possibile
creare con questi mezzi una rete di artigiani e agricoltori indipendenti e di associazioni operaie
che avrebbero contrattato al di fuori del sistema capitalistico e avrebbero infine operato la
trasformazione della società: una trasformazione che Proudhon sperava sempre (…) dovesse
essere pacifica.
Ma, benché fosse costituita in ente il 31 gennaio 1849 e ben presto raccogliesse le
adesioni di 27.000 membri, la Banca non iniziò mai le operazioni a causa delle vicende della
carriera giornalistica del suo promotore” (WOODCOCK, 1966:112/113). A causa di altri
due articoli pubblicati ne Le Peuple contro Luigi Napoleone PROUDHON venne
dichiarato decaduto dall’immunità parlamentare e condannato a tre anni di prigione e a
tremila franchi di multa. Si appellò contro l’accusa e fuggì in Belgio ma dopo due
settimane tornò a Parigi dove liquidò la Banca del Popolo e continuò a pubblicare il suo
giornale. Fu scoperto, arrestato e portato in carcere.
Gli anni che trascorse in prigione (1849-1852) furono tra i migliori della sua vita. Fu
alloggiato confortevolmente, poté studiare, scrivere, ricevere gli amici e addirittura gli fu
concesso di uscire dal carcere ogni tanto per curare i suoi affari. “In questo periodo scrisse
tre libri, due dei quali sono tra i suoi migliori, continuò a pubblicare giornali, addirittura si
sposò e procreò” (WOODCOCK, 1966:113). Pubblicò anche tre giornali diversi. Dopo il
fallimento dell’insurrezione del giugno 1849 contro Luigi Napoleone aver segnato la fine
di Le Peuple, lui si dedicò a creare un altro giornale, chiamato La Voix du peuple, ancora più
popolare degli altri. Questo giornale circolò dal settembre 1849 al maggio 1850. Poco
dopo la definitiva soppressione di La Voix PROUDHON cominciò a pubblicare un
quarto giornale, chiamato Le Peuple come il secondo, ma la mancanza di fondi faceva sì
che la sua uscita si desse in intervalli irregolari. Esso venne chiuso definitivamente,
nell’ottobre 1850. Senza dover dedicarsi alla pubblicazione dei giornali, PROUDHON
passò a impegnarsi nella scrittura dei suoi libri.
“Les confessions d’un révolutionnaire, apparse nel 1850, analizzano i fatti del 1848 da un
punto di vista anarchico, giungendo alla conclusione che il vero fine rivoluzionario non sarà
57
raggiunto finché non si accetterà il vero principio della rivoluzione: «non più governo
dell’uomo da parte dell’uomo, attraverso il mezzo dell’accumulo di capitale.»”
(WOODCOCK, 1966:115). “L’idée générale de la Révolution au XIX siécle, pubblicata nel luglio
1851, è quanto a stile molto meno brillante delle Confessions, ma più importante come
documento d’una fase nel processo del pensiero anarchico” (WOODCOCK, 1966:115). È
in quest’opera che PROUDHON presenta l’esame attento della società che aveva
annunciato cinque anni prima come supplemento alle Contraddizioni economiche.
L’idée générale de la Révolution comincia con uno studio del processo rivoluzionario
inteso come un fenomeno necessario e naturale. Secondo lui, bisognava costruire il nuovo
edificio dalle istituzioni industriali, e ciò sarebbe avvenuto attraverso l’Associazione,
sempre che intesa come mezzo per un fine più grande e non come fine a sé stessa. Nella
generalizzazione del principio del contratto – che oppone a quella del governo – e nella
trasformazione della società in una rete di volontari accordi fra individui liberi,
PROUDHON vede il nuovo ordine di organizzazione economica, nettamente distinta da
quella politica. Una volta instaurato quell’ordine, non vi sarà più nessun bisogno d’un
governo e, tornando alla sua vecchia dottrina serialista, conclude che l’anarchia è la fine
della serie di cui l’autorità è l’inizio.
Ma non si ferma a queste considerazioni in termini generali e presenta invece un
rapido quadro dell’organizzazione che si potrà dare alla società quando avrà trionfato
l’idea di contratto. Sono già presenti elementi che caratterizzeranno le visioni di anarchici
e sindacalisti in un periodo successivo: decentramento, federalismo, controllo diretto da
parte dei lavoratori.
De la justice dans la révolution et dans l’église, la sua opera più grande e voluminosa,
apparve nel 1858. Nacque “come replica allo scandalistico attacco personale di un dubbio
apologista cattolico che scriveva sotto il nome di Eugène de Mirecourt, ma si sviluppò strada
facendo in un ampio trattato in cui la giustizia trascendente – la giustizia della Chiesa – era
posta a confronto con la giustizia immanente, che vive nella coscienza dell’uomo ed è la vera
forza animatrice della rivoluzione” (WOODCOCK, 1966:119). Per quanto riguarda la
storia del pensiero anarchico, secondo WOODCOCK, questo è un libro secondario. Ma
le idee lì espresse gli procurarono un’altra condanna. Ancora una volta ricorse in appello e
fuggì in Belgio, dove “cominciò a scrivere La Guerra et la Paix, un’opera stimolante sulla
sublimazione degli impulsi bellicosi dell’uomo in impulsi sociali creativi. In quel periodo gli
divenne anche chiaro che fra gli intellettuali russi e gli operai francesi stava rinascendo
l’interesse per le sue idee” (WOODCOCK, 1966:119).
58
PROUDHON ritornò in Francia nell’autunno del 1862. Negli ultimi mesi dell’esilio
in Belgio aveva cominciato a interessarsi dalla questione del nazionalismo, motivato dal
rapido progresso vissuto dall’Italia verso l’unificazione. Secondo WOODCOCK il
nazionalismo era il retaggio più dinamico della Rivoluzione Francese, ma PROUDHON
non fu mai un nazionalista nel vero senso della parola. “Per lui, l’unità che contava non era
quella politica e nell’Idée générale del la Révolution espresse apertamente il desiderio che fossero
abolite le frontiere nazionali, con tutte le divisioni che comportano. Fu, tra gli uomini del
1848, uno dei pochi che si resero conto degli aspetti reazionari del nazionalismo”
(WOODCOCK, 1966:121).
“Di nuovo a Parigi, si mise a lavorare ad un libro che doveva essere un sommario delle
sue idee sul nazionalismo e presentare l’alternativa federalistica. Du principe fédératif, apparso nel
1863, è una delle sue opere più caotiche (…); buona parte del libro era consacrata a diatribe
con critici nazionalistici, ma l’intenzione centrale era trasferire la sua idea di anarchia dal livello
dei rapporti economici e industriali alla società in generale. Egli vedeva infatti la federazione
come una tappa sulla strada verso quell’anarchia definitiva che si sarebbe realizzata – ora lo
ammetteva – solo di lì a qualche secolo; alla base di entrambe vedeva «l’ordine pubblico
direttamente fondato sulla libertà e coscienza del cittadino.» Nella sua concezione, il principio
federativo avrebbe dovuto operare partendo dal più semplice livello della società.
L’organizzazione amministrativa doveva cominciare al livello locale, rimanendo il più vicino
possibile al diretto controllo del popolo; gli individui dovevano dare inizio al processo
federandosi in comuni e associazioni. Al di sopra di quel livello primario l’organizzazione
federativa sarebbe divenuta meno un organo amministrativo e più un organo di
coordinamento fra unità locali. Alla nazione si sarebbe così sostituita una confederazione
geografica di regioni, e l’Europa sarebbe divenuta una confederazione di confederazioni, in
cui gli interessi della più piccola provincia avrebbero avuto lo stesso peso di quelli della più
grande e tutte le questioni sarebbero state risolte mediante reciproci accordi, contratti,
arbitrati. Dal punto di vista dell’evoluzione delle idee anarchiche Du principe fédératif è uno fra i
libri più importanti di Proudhon in quanto è il primo che sviluppò a fondo in senso libertario
l’idea di organizzazione federale come alternativa pratica al nazionalismo politico”
(WOODCOCK, 1966:122/123).
Un’altra questione a cui si dedicò fu quella della partecipazione alla vita politica.
Non tutti i lavoratori che aderivano ai principi federalisti e mutualisti proudhoniani erano
d’accordo con la sua idea di astenersi dalla vita parlamentare. Tre tra questi operai
presentarono la loro candidatura nel 1863, senza però ottenere successo. La loro
posizione divenne chiara nel 1864 quando il gruppo che li aveva sostenuti pubblicò il
59
famoso Manifesto dei Sessanta, uno fra i documenti chiave del socialismo francese. In questo
documento, sostanzialmente viene difeso il loro diritto a partecipare alla vita parlamentare
come rappresentanti dei lavoratori, dato che i deputati di allora rappresentavano l’interessi
di una sola parte della società. Benché non fosse totalmente d’accordo con i firmatari del
Manifesto, PROUDHON discusse con loro e si servì di questo documento per scrivere il
suo ultimo libro, De la capacité politique des classes ouvriéres, il quale “influenzò lo sviluppo del
movimento operaio in Francia e indirettamente, attraverso il sindacalismo, lo sviluppo
dell’anarchia in tutta l’Europa e nelle Americhe. Inoltre esso diede l’ultimo tocco alla visione
anarchica alla cui formulazione Proudhon aveva dedicato tutta la vita.
In questo libro Proudhon elabora la sua dichiarazione del 1848 che «il proletariato si
deve emancipare da solo» celebrando l’avvento dei lavoratori come classe indipendente nel
campo della politica. «Possedere capacità politica,» dichiara, «significa avere coscienza di se
stesso come membro della comunità, proclamare l’idea che deriva da questa coscienza, e
perseguirne la realizzazione. Chiunque riunisca queste tre condizioni è politicamente capace.» Il
Manifesto dei Sessanta, nonostante gli errori che contiene, dimostra che il proletariato
francese comincia a soddisfare le tre condizioni. Ha coscienza15 che la sua vita e le sue necessità
ne fanno un gruppo separato, con un suo posto nella società e una sua missione
nell’evoluzione sociale. L’idea che emerge da questa consapevolezza è quella di mutualità, che,
mirando all’organizzazione della società su una base egualitaria, dà alla classe operaia un
carattere progressista. La realizzazione avverrà attraverso il federalismo, che assicurerà al
popolo un’autentica sovranità in quanto il potere verrà dal basso e avrà il suo fondamento in
«gruppi naturali,» uniti in corpi con compiti di coordinazione per attuare la volontà generale.
La sensibilità del sistema sarà assicurata dall’immediata revocabilità di qualsiasi delega. I
«gruppi naturali» saranno una sola cosa con le unità operanti (della società), e così lo stato
politico scomparirà per essere sostituito da una rete di organi d’amministrazione sociale ed
economica: sarà l’anarchia, nel senso positivo della parola.
Proudhon morì nel gennaio 1865, prima che fosse pubblicata questa sorta di
testamento; era vissuto abbastanza da poter ricevere, con gioia, la notizia della fondazione
della Prima Internazionale, in gran parte per iniziativa dei suoi seguaci” (WOODCOCK,
1966:124/125).
Nel frattempo le esperienze del proletariato nei paesi latini rendevano le sue idee più
ricettive. “Da questo rapprochement fra le idee dei rivoluzionari e i desideri nascenti di un vasto
settore della classe operaia l’anarchia doveva finalmente emergere come movimento verso la
fine del decennio 1860-1870. Proudhon non fondò il movimento anarchico – benché vada
15
Il corsivo è mio.
60
considerato, insieme a Godwin, il fondatore dell’anarchia – e probabilmente avrebbe
sconfessato molte delle sue manifestazioni successive; ma senza il suo lavoro preparatorio
quel movimento non sarebbe potuto nascere sotto la guida del suo più pittoresco e più eretico
discepolo, Michail Bakunin” (WOODCOCK, 1966:125).
Il grande contributo di PROUDHON resta, come sottolinea NETTLAU, la critica
all’autorità, la difesa dell’azione economica e qualsiasi altra azione umana diretta; la
proposta della federazione e del patto, inteso come legami tra individui o gruppi, sempre
temporaneo e revocabile.
In intenso contrasto con le scuole individualista e mutualista era la scuola
socialista, la cui proposta, apparentemente, sembrava essere in contraddizione col
principio della società libertaria, soprattutto con la libertà individuale. Tale contraddizione
era soltanto apparente in quanto per i membri della scuola socialista le due questioni
principali dell’anarchismo – quella dei rapporti degli individui tra di loro e dei rapporti tra
gli individui e la società – erano analizzate partendo da premesse diverse.
Per la scuola socialista la vita societaria non era condannata a svolgersi in lotta
permanente tra gli individui, ognuno dei quali preoccupato soltanto di difendere e
garantire la sua individualità rispetto al prossimo. Per questa scuola, era necessario saper
distinguere tra la singolarità degli individui e i conflitti individuali. I socialisti non hanno
mai negato l’esistenza dei conflitti individuali nella società, solo non li attribuivano alla
difesa della singolarità dell’individuo, ma sì a un processo storico che diffondeva principi
antisociali, come la competizione, protetti soprattutto dallo Stato. Nella loro visione, la
società era l’ambiente dove si sviluppava l’individualità e, perciò, non era ostile a essa.
Anzi, era in questo ambiente che si sviluppavano anche i sentimenti sociali inerenti agli
uomini, come la solidarietà e la cooperazione. Credevano così che l’“egoismo” difeso dagli
individualisti fosse un comportamento acquisito e che, come tale, dovesse essere
modificato. Altrimenti, a che cosa servirebbe la rivoluzione sociale? Era partendo da
queste premesse che i socialisti difendevano la possibilità di conciliare la libertà e la
singolarità individuali con le necessità e gli interessi collettivi. Sarà rispetto alla
realizzazione di tale piano che si presenteranno le differenze tra le correnti collettivista e
comunista.
La corrente collettivista aveva in BAKUNIN il suo principale rappresentante.
Secondo JOLL, BAKUNIN fu colui che, oltre a dare “alle generazioni successive un
esempio di ardore rivoluzionario in azione[,] (…) mostrò [anche] quale distanza nella teoria e
nella pratica, separasse l’anarchia dal comunismo marxista, rendendo così esplicita quella
61
frattura nel movimento rivoluzionario internazionale che era già stata implicita nelle
divergenze fra Proudhon e Marx nel decennio 1840-50” (JOLL, 1970:107).
BAKUNIN è ritenuto da diversi studiosi il fondatore del movimento anarchico e il
pensatore che primo dotò l’anarchismo di una ideologia specifica e di una strategia
rivoluzionaria. Tutto il suo “pensiero (…) ruota intorno alla coppia antinomica autoritàlibertà (…). Bakunin concepisce questi due elementi come inconciliabili e irriducibili l’uno
all’altro: dove vi è l’uno non vi può essere l’altro, per cui il loro rapporto non può che darsi in
termini di conflittualità” (PANI & VACCARO, 1997:57).
Come tanti altri, BAKUNIN era un uomo di campagna. Con la sua famiglia, viveva
una vita semplice, ma questo non lo impedì di imparare il tedesco, il francese, l’inglese e
l’italiano, lingue che le furono utile durante la sua vita di rivoluzionario. Stette un anno alla
Scuola d’Artiglieria a Pietroburgo e in seguito andò a Mosca, dove conobbe Nikokaj
Stankevic, il primo ad avviarlo sulla strada della rivoluzione. Nel 1839 fuggì in Germania,
restando a Berlino per due anni, come uno studente entusiasta alla ricerca del sapere,
esplorando i circoli intellettuali e la società bohémienne di Berlino. Nel 1841 fece un
viaggio a Dresda dove conobbe Arnold RUGE, uno fra i più influenti Giovani Hegeliani16
e l’uomo che iniziò la sua conversione. BAKUNIN si dedicò allo studio di questi filosofi e
celebrò la sua “conversione pubblicando nei Deutsche Jahrbücher di Ruge, con il nom de plume di
Jules Elysard, il suo primo saggio, uno dei suoi più importanti: La reazione in Germania. È per la
maggior parte, un tipico tentativo di Giovane Hegeliano di presentare la dottrina di Hegel
come una dottrina fondamentalmente rivoluzionaria; ma vi è qualcosa di veramente
bakuniano nel tono apocalittico e nell’insistenza sulla distruzione come necessario preludio
alla creazione” (WOODCOCK, 1966:131). Quando scrisse questo saggio BAKUNIN non
era ancora un anarchico, ma fece qui la sua prima dichiarazione di perpetua rivolta e
sottolineò l’elemento distruttivo che esiste in tutto il processo rivoluzionario. Questo
marcò le sue idee fino a diventare uno degli elementi più importanti della sua visione
dell’anarchia.
Un anno dopo, a Zurigo, BAKUNIN conobbe WEITLING, il primo
rivoluzionario militante che egli facesse la conoscenza. Fu WEITLING a farlo diventare
un ribelle pratico. Quando più tardi WEITLING fu arrestato, BAKUNIN venne
coinvolto e per sfuggire dall’esilio a cui fu condannato, se ne andò a Parigi, dove conobbe
importanti ribelli come Marx, Leroux, Cabet e Proudhon.
16
Un gruppo di studiosi che aveva capovolto le teorie del Maestro al sostenere che il metodo dialettico
poteva essere usato per dimostrare che tutto è in perpetuo flusso e che quindi la rivoluzione è più
reale della reazione.
62
Secondo TARIZZO, durante “gli anni del soggiorno parigino Bakunin elabora
l’embrione della sua concezione rivoluzionaria: il concetto di rivolta, come istinto innato
dell’uomo, che deve ribellarsi per arrivare alla libertà contro tutti i valori e le convenzioni
morali imposte dalla società, e soprattutto contro l’idea di Dio, fonte primaria di ogni autorità;
la necessità di distruggere lo stato di cose esistente e di conseguenza la necessità della
rivoluzione. Bakunin intravede nei popoli slavi, ancora non corrotti dalla civiltà e portati a
vivere una vita comunitaria, lo strumento per ribaltare la società ed attuare la rivoluzione, e si
mette in contatto con l’emigrazione polacca, perorando la causa delle nazionalità oppresse”
(TARIZZO, 1976:36/37).
Nel novembre 1847, a Parigi, BAKUNIN fa il suo primo discorso pubblico,
enunciando “per la prima volta (…) quello che doveva essere il tema chiave del periodo di
mezzo della sua esistenza: l’unione dei popoli slavi nella rivolta e la conseguente rigenerazione
dell’Europa” (WOODCOCK, 1966:133). Nel 1849 “scrisse l’Appello agli Slavi, il più
importante documento del periodo nazionalistico, in cui (…) esortava alla creazione d’una
grande federazione di tutti gli slavi. Profetizzava al popolo russo un ruolo messianico, e
vedeva il suo paese come la chiave alla distruzione su scala mondiale dell’oppressione. (…)
Per Bakunin le rivoluzioni nazionaliste avevano già implicazioni internazionalistiche, ed
egli fece un altro passo sulla strada verso l’anarchia dichiarando che movimenti del genere
potevano avere successo solo se includevano una rivoluzione sociale” (WOODCOCK,
1966:135).
Secondo JOLL, nell’Appello agli Slavi e nelle Fondamenta della politica slava “si trovano
già formulate alcune delle idee che faranno parte integrante del suo bagaglio teorico. Gli slavi
dovevano federarsi (scriveva) in modo che «la nuova politica fosse una politica non di Stati,
ma di popoli, di individualità libere e indipendenti»” (JOLL, 1970:110).
Piano piano BAKUNIN si avviava verso una concezione sempre più radicale
dell’avvenire. “Idee come quelle del primato della rivoluzione sociale, dell’indivisibilità della
libertà (che implica il rifiuto dell’individualismo di Stirner), della necessità di distruggere
l’ordine sociale esistente per ricominciare tutto da capo dovevano entrare nella dottrina
anarchica formulata da Bakunin nel decennio 1860-70, insieme a certi elementi dell’Appello agli
slavi, come l’idea della funzione rivoluzionaria della classe contadina e il rifiuto della
democrazia parlamentare. Ma nel 1848 Bakunin non aveva ancora elaborato le sue più tarde
concezioni dell’organizzazione libertaria: il rifiuto dello stato borghese non era incompatibile,
in quest’epoca, con l’idea di una dittatura rivoluzionaria, carezzata per tutto il periodo
panslavico” (WOODCOCK, 1966:135/136).
63
A causa della sua partecipazione affianco ai tedeschi nella lotta contro i re di
Sassonia e Prussia, BAKUNIN fu catturato e portato in prigione, dove stette per sei anni.
In questo periodo, diversamente da ciò che accadde a PROUDHON, l’unica cosa che gli
fu permesso di scrivere furono le Confessione allo zar, richiesta dallo zar stesso, in cui
doveva pentirsi delle sue attività di rivoluzionario. BAKUNIN le scrisse ma non convinse
lo zar, che non gli consentì il suo trasferimento in Siberia, ottenuto solo nel 1857. Lì
rimase fino al 1861 quando ottenne il permesso di fare un viaggio lungo l’Amur, riuscendo
in quell’occasione a scappare.
Una volta in libertà, BAKUNIN passò a dedicarsi alla causa panslava. Interruppe i
suoi sforzi di unire tutti gli elementi della ribellione panslava quando scoppiò la
rivoluzione polacca nel 1863 alla quale provò a partecipare. Ma la “fallita rivolta polacca del
1863 e l’eccessivo sciovinismo dimostrato dai polacchi indurranno Bakunin a rivedere il suo
concetto di rivoluzione basato su ideali nazionalistici, facendolo approdare alla conclusione
che la vera rivoluzione può avere soltanto un carattere sociale, punto fermo del suo pensiero
dal quale non si discosterà più” (TARIZZO, 1976:37). Dopodiché BAKUNIN lasciò
Londra e si diresse in Italia, dando inizio al periodo più attivo della sua carriera.
Scelse la sua prima residenza a Firenze e lì fondò la sua prima Fratellanza segreta,
una associazione dell'esistenza dubbiosa che si sciolse prima che lui se ne andasse a
Napoli, all’inizio dell’estate del 1865. A Napoli trovò un ambiente molto più ricettivo e
molti di quelli che conobbe in quell’occasione diventarono dopo devoti propagandisti
delle sue idee17. Lì egli fondò “la sua Fratellanza Internazionale, che nel 1866 aveva reclutato
un seguito e raggiunto una certa complessità d’organizzazione, almeno sulla carta”
(WOODCOCK, 1966:140). Il Catechismo del rivoluzionario documento scritto da Bakunin
per i membri della società, dimostra che egli e i suoi seguaci stavano facendo gli ultimi
passi verso l’anarchia. In questo documento BAKUNIN dava un’importante enfasi alla
questione della libertà, ritenendo che essa doveva essere assoluta e completa.
“Bakunin va oltre la concezione individualistica della libertà, di stampo liberale (…) [e]
ne afferma l’intima valenza sociale. La libertà altrui, lungi dall’essere un freno alla mia libertà,
ne è anzi la conferma più esplicita, perché io non posso essere libero se anche gli altri non lo
sono. Di qui lo stretto legame che unisce la libertà e l’uguaglianza: la realizzazione di un
termine deve comportare la realizzazione dell’altro, perché non vi può essere vera libertà
senza uguaglianza né vera uguaglianza senza libertà. Di qui la critica al socialismo (marxista) e
17
Secondo NETTLAU, a Napoli, oltre alla Fratellanza fu fondata nel febbraio 1867 dai compagni di
BAKUNIN la società Libertà e Giustizia, che pubblicò dall’agosto fino agli inizi del 1868 un periodico
omonimo.
64
al liberalismo, considerati rispettivamente una dottrina parziale dell’eguaglianza e una dottrina
parziale della libertà.
La libertà comunque, per Bakunin, non è solo un fine, una meta mai completamente
raggiungibile alla quale tendere, non ha cioè solo una valenza etica. La libertà è anche un
mezzo, una scienza, una prassi politica, e come tale ha dunque una diretta ed immediata
valenza operativa” (PANI & VACCARO, 1997:58). Più avanti, BAKUNIN dichiara che
l’autorità è la nemica naturale della libertà e afferma che essa si incarna in due archetipi,
l’uno ideale, dio, e l’altro materiale, lo Stato. Secondo lui, la “scienza della libertà permette di
cogliere gli elementi generali che compongono la struttura autoritaria della società, e che si
trovano sempre presenti in ogni società aldilà della diversa forma che assumono in tempi e
luoghi diversi. Essi sono: la divisione gerarchica del lavoro, il monopolio del sapere
socialmente utile ai fini del comando politico, le classi e lo stato.
Questi elementi sono intimamente legati tra di loro come in una catena, per cui è
impossibile pensare di assolutizzarne uno e di far passare in secondo piano tutti gli altri,
pensare che l’abolizione di uno possa comportare l’abolizione di tutti gli altri. La divisione
generale e gerarchica del lavoro tra manuale e intellettuale produce ed è prodotta dal
monopolio del sapere che rende possibile la subordinazione del lavoro manuale a quello
intellettuale. Questi fattori sono l’origine e la causa della diseguaglianza sociale: la loro
cristallizzazione gerarchica determina la divisione in classe della società (distribuzione
gerarchica della proprietà, monopolio dei mezzi di produzione) e l’esistenza dello stato
(distribuzione gerarchica del potere, monopolio del potere politico)” (PANI & VACCARO,
1997:60).
“Allo Stato Bakunin vuol sostituire la libera federazione dei lavoratori: essi si riuniranno
prima nelle associazioni, poi nei comuni cui è affidata la gestione della proprietà a livello
locale; i comuni si federeranno in regioni, le regioni in nazioni e infine le nazioni in una
grande federazione internazionale. Ogni organismo dovrà essere autonomo e potrà scindere
anche i legami che lo uniscono alla federazione, così come ogni individuo potrà liberamente,
se lo riterrà opportuno, allontanarsi dall’associazione, e dal comune18.
Bakunin individua nelle classi più oppresse e miserabili della società, negli elementi
déclassés, nel sottoproletariato della città e nei contadini, la forza motrice della rivoluzione
sociale. Il suo proponimento è quello di collegare il sottoproletariato delle città e delle
campagne per l’azione rivoluzionaria comune. Nella classe operaia così come la intende Marx,
egli vede un’aristocrazia che sfrutta la massa dei lavoratori, in particolare modo i contadini”
(TARIZZO, 1976:48).
18
La base di quest’organizzazione è il federalismo di PROUDHON.
65
Per BAKUNIN, l’associazione e la federazione costituiscono la base sulla quale si
ricostruirebbe la società dopo l’abbattimento del sistema attuale. Inoltre, BAKUNIN
afferma “che il fine supremo dell’umanità è «la conquista e la realizzazione della libertà e del
pieno sviluppo materiale, intellettuale e morale di ognuno, attraverso la più completa
solidarietà economica e sociale fra tutti gli esseri viventi sulla terra». Egli distingue nettamente
fra società e Stato: la società per lui è qualcosa di naturale, comune all’uomo e a moltissime
specie di animali, e va accettata perché fa parte dell’ordine naturale; lo Stato è invece la causa
di ogni oppressione, politica ed economica, è forza bruta organizzata, creata al solo scopo «di
organizzare il più vasto sfruttamento del lavoro a profitto del capitale concentrato in un
ristrettissimo numero di mani. (…)» (Dio e lo Stato)” (TARIZZO, 1976:46).
Davanti a tutti questi presupposti, la Fratellanza risultava, così, “avversa all’autorità,
allo stato, alla religione, favorevole al federalismo e all’autonomia comunale; accettava il
socialismo per la ragione che il lavoro «dev’essere l’unica base del diritto umano e
dell’organizzazione economica dello stato»; affermava che la rivoluzione sociale non poteva
affidarsi a mezzi pacifici.
Per quanto riguarda però l’organizzazione, la Fratellanza Internazionale progettava una
struttura gerarchica e diede un rilievo decisamente non libertario alla disciplina interna”
(WOODCOCK, 1966:140/141).
Nel settembre 1867 BAKUNIN partecipò a un congresso svoltosi a Ginevra “per
discutere del «mantenimento della libertà, della giustizia e della pace» nell’Europa minacciata
dal conflitto tra la Prussia e la Francia imperiale” (WOODCOCK, 1966:142). In
quell’occasione venne fondata la “Lega della Pace e della Libertà” e BAKUNIN riuscì a
essere eletto al suo comitato centrale. Al preparare i rapporti per il secondo Congresso che
si sarebbe svolto l’anno successivo “compose una vasta tesi, pubblicata poi con il titolo
Federalismo, socialismo e antiteologismo. La parte dedicata al federalismo era basata sempre sulle
idee di Proudhon, e ancora Proudhon dominava in parte le sezione sul socialismo, che
sottolineava la struttura classista della società contemporanea e l’inconciliabilità degli interessi
di capitalisti e lavoratori. Bakunin definiva il suo atteggiamento socialista in questi termini:
Ciò che chiediamo, è che sia nuovamente proclamato questo grande principio della rivoluzione
francese: che ogni uomo deve avere i mezzi materiali e morali di sviluppare tutta la sua umanità. E
questo principio, a nostro parere, va tradotto nel seguente problema: organizzare la società in
modo tale che ogni individuo, uomo o donna, trovi nascendo mezzi il più possibile eguali
per lo sviluppo delle sue differenti facoltà e per l’utilizzazione di esse attraverso il lavoro;
organizzare una società che, rendendo impossibile per qualunque individuo, chiunque
sia, lo sfruttamento di un altro, permetta a ciascuno di partecipare della ricchezza della
66
società – ricchezza non mai prodotta altrimenti che col lavoro – solo nella misura in cui
col suo lavoro ha contribuito a produrla.19
La clausola finale, che noi abbiamo sottolineata, dimostra che anche su questo punto
Bakunin era d’accordo con Proudhon. Diversamente dai comunisti anarchici del 1880-90, non
credeva nella formula «da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi
bisogni,» ma in quella radicalmente diversa «da ciascuno secondo le sue possibilità, a
ciascuno secondo quanto ha fatto»20 (…).
Tuttavia Bakunin, benché non fosse, in termini kropotkiniani, un comunista, differisce
da Proudhon in quanto fa dell’associazione (…) il principio centrale dell’organizzazione
economica. Il gruppo di lavoratori, la collettività, prende il posto del lavoratore singolo come
unità di base dell’organizzazione sociale. Con Bakunin la corrente principale dell’anarchia si
stacca dall’individualismo, anche nella forma mitigata che ha in Proudhon; più tardi, nelle
sessioni dell’Internazionale, i seguaci collettivisti di Bakunin si sarebbero battuti contro i
seguaci mutualisti di Proudhon – gli altri eredi dell’anarchia – sulle questioni della proprietà e
del possesso” (WOODCOCK, 1966:142/143/144).
BAKUNIN non riuscì a fare il comitato centrale approvare il suo programma e la
sua raccomandazione radicale al Congresso di Berna del 1868 in cui chiedeva l’eguaglianza
economica e attaccava le autorità della Chiesa e dello Stato venne respinta dalla
maggioranza del Congresso. BAKUNIN capì allora che non gli sarebbe riuscito fare della
Lega lo strumento per promuovere la rivoluzione sociale. In quello stesso Congresso si
dimise insieme a diciassette suoi seguaci – tra i quali Élisée RECLUS – e in mezzo a loro
reclutò il nucleo della sua successiva organizzazione, l’Alleanza Internazionale della
Democrazia Socialista. Essa assunse su scala internazionale la funzione di organizzazione
di propaganda operante nella legalità assegnata alle Famiglie Nazionali nel piano originario
della Fratellanza.
Pensando in ampliare il raggio d’azione dell’Alleanza Internazionale, BAKUNIN
chiese la sua ammissione come gruppo alla Prima Internazionale, già creata.
Cominciarono allora le polemiche con MARX che, in quanto presidente del Consiglio
Generale dell’Internazionale dei Lavoratori rifiutò la domanda, allegando che non riteneva
utile alla causa dei lavoratori suddividere il movimento. BAKUNIN s’inchinò alla
decisione del Consiglio e sciolse l’Alleanza. Nella primavera del 1869 le sue sezioni furono
trasformate in sezioni dell’Internazionale, ma ciò non diminuì l’influenza di BAKUNIN
all’interno dell’Internazionale.
19
20
Il grassetto è mio. Il corsivo è dell’autore.
Il grassetto è mio.
67
Ci furono diversi scontri tra MARX e BAKUNIN all’interno dell’Internazionale, il
più importante si svolse durante in Congresso di Basilea del settembre 1869, quando egli
riuscì a battere i marxisti su un punto che, secondo WOODCOCK, non riguardava le
differenze fondamentali tra i socialisti libertari e autoritari. “La materia del contendere è
data, sul piano contingente, dal problema del diritto di successione, di cui Bakunin chiedeva
con fermezza l’abolizione come «una delle condizioni indispensabili per l’emancipazione dei
lavoratori»21[, mentre] (…) Marx sosteneva (…) che il diritto di successione era una semplice
conseguenza della proprietà privata e che bisognava attaccare il sistema e non le conseguenze
particolari dello stesso, come volevano i paladini dell’abolizione del diritto d’eredità”
(WOODCOCK, 1966:148). BAKUNIN uscì vittorioso in quest’occasione, ma alla fine
vinse MARX: il risultato dei diversi scontri tra loro fu l’espulsione di BAKUNIN
dall’Internazionale nel Congresso dell’Aia nel 1872. In quell’occasione, MARX propose
anche il trasferimento della sede del Consiglio Generale da Londra a New York. La
proposta vinse ma questo segnò anche la fine della Prima Internazionale dei Lavoratori.
Pochi giorni dopo il Congresso dell’Aia si svolse a Saint-Imier nel Giura “un
congresso dei superstiti anarchici dell’Internazionale. Le decisioni raggiunte all’Aia furono
ripudiate, e venne proclamata una libera unione di federazioni dell’Internazionale.
Con l’Internazionale anti-autoritaria nata da quell’incontro Bakunin non ebbe nessun
rapporto diretto; dal 1872 in poi la sua attività si andò restringendo, di pari passo con il rapido
declinare della sua salute” (WOODCOCK, 1966:159).
Prima ancora di lasciare definitivamente il movimento rivoluzionario BAKUNIN si
unì a CAFIERO e al movimento italiano e in seguito agli anarchici insorti a Bologna
nell’agosto 1874, un’insurrezione che neppure riuscì a cominciare. Fu l’ultimo tentativo
rivoluzionario di BAKUNIN, che morì il 1° luglio 1876. Tra gli uomini che si raccolsero
attorno alla sua tomba, c’era anche Elisée RECLUS.
Secondo LUIZETTO, per l’elaborazione della sua proposta BAKUNIN assimilò
alcune idee di PROUDHON, tra le quali la teoria dell’organizzazione federativa e la
nozione che la parte della ricchezza socialmente prodotta corrispondente a ogni individuo
deve essere proporzionale alla sua partecipazione nella produzione. Da ciò deriva
l’espressione a ognuno secondo il suo lavoro. D’altra parte il distacco di BAKUNIN
dalla scuola mutualista è significativo, soprattutto rispetto alla proposta di organizzazione
della società in base alla collettivizzazione dei mezzi di produzione, che rappresentava la
21
BAKUNIN riteneva l’abolizione del diritto di eredità come primo passo verso l’instaurazione
dell’eguaglianza sociale ed economica. E ciò faceva già parte, vale ricordare, del programma scritto
per l’Alleanza Internazionale della Democrazia Socialista, come è stato suddetto.
68
sua condanna dalla proprietà privata, compresa la proprietà possesso difesa da
PROUDHON.
Sotto l’influenza di BAKUNIN, gli anarchici di questa corrente passarono a
considerare la vita associativa come un dato inerente alla vita sociale, ritenendo che
qualsiasi progetto di organizzazione sociale dovesse tenerla in considerazione. Il
collettivismo proposto da BAKUNIN supponeva la fusione tra la teoria federalista di
PROUDHON (la libera organizzazione dei produttori indipendenti) e la teoria socialista
(la proprietà collettiva dei mezzi di produzione). Erano questi, secondo BAKUNIN, i due
pilastri sui quali si sarebbe costruita la società libertaria futura.
“Il funzionamento del sistema economico a partire dalla collettivizzazione della
proprietà privata dei mezzi di produzione seguirebbe, in linee generali, il modello federalista
proudhoniano: nella base, esisterebbero le unioni locali di lavoratori liberamente formate, che
potrebbero proporre associazioni più ampie, d’accordo con i loro interessi e necessità. Si
costituirebbe inoltre un’organizzazione di produttori-consumatori incaricati di amministrare
l’economia, dalla produzione alla distribuzione. Bakunin immaginava che si strutturerebbe,
con questo, l’unione mondiale di associazioni libere, di natura industriale e agricola.
In un altro punto ancora il collettivismo secondo Bakunin seguiva il modello mutualista
proudhoniano, ossia, nel problema dell’appropriazione individuale della ricchezza socialmente
prodotta. In questo aspetto, Bakunin difendeva anche il sistema di retribuzione individuale
rigorosamente proporzionale al lavoro effettivamente realizzato” (LUIZETTO, 1987:32/33).
Secondo BAKUNIN, l’unica uguaglianza che dovrebbe esistere è quella
dell’accesso ai mezzi di produzione, perché tutti gli individui, potenzialmente disuguali,
possano svilupparsi secondo la loro capacità. Perciò BAKUNIN difendeva soltanto la
collettivizzazione dei mezzi di produzione e chiedeva la fine della proprietà ereditaria,
affermando essere questa la fonte delle disuguaglianze artificiali tra gli uomini. Nelle sue
parole, “fin quando ci sarà l’eredità, ci sarà la disuguaglianza economica ereditaria, non la
disuguaglianza naturale degli individui, ma quella artificiale delle classi, e (…) questa si tradurrà
necessariamente sempre nella disuguaglianza ereditaria dello sviluppo e della cultura delle
intelligenze e continuerà a essere la fonte e la consacrazione di tutte le disuguaglianze politiche
e sociali” (BAKUNIN, 1988:37).
In quel che si riferisce all’appropriazione del prodotto del lavoro, BAKUNIN
difendeva l’idea che ognuno si appropriasse della ricchezza prodotta secondo la sua
partecipazione, né più né meno.
L’ultima corrente è infine quella anarchica comunista o comunista libertaria,
rappresentata principalmente da KROPOTKIN. Questa corrente può essere caratterizzata
69
come un prolungamento dalla corrente collettivista. La grande differenza tra le due sta
nell’introduzione del comunismo. Per BAKUNIN esso rappresentava la negazione della
libertà individuale, mentre per KROPOTKIN questi due punti non erano escludenti, ma
si completavano mutuamente, essendo non solo accettabili ma anche possibili.
Durante tutta la sua vita KROPOTKIN credette nell’inevitabilità e desiderabilità
della rivoluzione, ma non fu mai un rivoluzionario attivo come lo era stato BAKUNIN.
Nonostante ammettesse la necessità della violenza, era contrario al suo uso. Ciò che
attraeva la sua attenzione era l’aspetto positivo e costruttivo dell’anarchia, la visione di un
paradiso terrestre alla quale si dedicò a edificare. KROPOTKIN era un uomo mite e
l’originalità del suo pensiero “fece di lui uno scienziato e sociologo rispettato in tutto
l’Occidente; (…) fu soprattutto merito suo se si cominciò a vedere nell’anarchia non un credo
di violenza di classe e di distruzione indiscriminata, ma una teoria seria e idealista volta alla
trasformazione della società” (WOODCOCK, 1966:162).
Benché BAKUNIN e KROPOTKIN rappresentassero aspetti così distinti
dell’anarchismo, le differenze fra loro non erano fondamentali. “La volontà di distruggere il
mondo ingiusto dell’ineguaglianza e dell’autorità era implicito nell’atteggiamento di entrambi,
come lo era la visione di un mondo nuovo, pacifico, un mondo di fratellanza umana che
sarebbe nato (…) dalle ceneri dell’antico. Le differenze erano di accento, dettate dalle
circostanze storiche non meno che dalle diversità di carattere” (WOODCOCK, 1966:162).
Per KROPOTKIN, nato alla metà dell’Ottocento, l’idea di rivoluzione come un processo
naturale era inevitabilmente più accettabile della concezione bakuniniana di rivoluzione
come apocalisse. Le differenze tra loro sono il risultato delle trasformazioni accadute nelle
circostanze storiche che accompagnarono la nascita e l’espansione dell’anarchismo.
KROPOTKIN ebbe un ruolo fondamentale in questa espansione, ma come personalità e
scrittore più che come organizzatore delle masse.
Figlio di un alto ufficiale, tutto lo destinava a una carriera a servizio dello zar. Fu
accolto nel Corpo di Paggi per indicazione personale dello zar Nicola I. Divenne lo
studente più brillante della scuola ma quando uscì, nel 1862, le sue idee erano cambiate al
punto d’impedirlo di accettare la carriera a cui i suoi maestri e genitori lo consideravano
destinato. Due forti influenze positive avevano contribuito a farlo abbandonare l’idea della
carriera militare: i suoi istinti liberali e il suo interesse per la scienza. Con l’obiettivo di
“fuggire dell’atmosfera mefitica di Pietroburgo, continuare gli studi scientifici [e] giocare una
parte nelle grandi riforme che sperava ancora sarebbero seguite all’emancipazione dei servi”
(WOODCOCK, 1966:165), KROPOTKIN scelse di andare in Siberia. Lì, dove la riforma
veniva ancora presa sul serio, trovò un’atmosfera ancora speranzosa. Il suo primo
70
compito fu l’investigazione del sistema penale in Siberia. Egli si dedicò con energia ed
entusiasmo, ma col tempo divenne sempre meno fiducioso nella possibilità di realizzare le
riforme e allora si rifugiò nella scienza.
Durante il tempo in cui servì in Siberia viaggiò in Estremo Oriente un percorso di
cinquantamila miglia. Questi viaggi gli resero una buona reputazione come geografo,
grazie agli importanti contributi allo sviluppo della scienza che saranno da me studiati in
futuro. Nel 1866 dopo un episodio con gli esuli polacchi, KROPOTKIN e il suo fratello
decisero di dare dimissione dall’esercito zarista e tornare a Pietroburgo.
KROPOTKIN si iscrisse all’Università e per guadagnarsi la vita, svolsi lavori
occasionali per la Società Geografica Russa. Nel 1871 rifiutò l’offerta della carica di
Segretario di quella Società Geografica e se ne andò in Svizzera, all’epoca la Mecca dei
radicali russi. S’installò a Zurigo, ma più tardi la lasciò per Ginevra, un centro più attivo
dell’Internazionale, dove si rese conto delle divisioni all’interno dell’Associazione
Internazionale dei Lavoratori. Conobbe Guillaume e Schwitzguébel, anarchici attivi in
quella sede e, sotto l’influenza del primo, tornò in Russia dove passò ad attuare come
propagandista e membro attivo del Circolo Čaikovskij. Ma era l’unico anarchico e le sue
idee ebbero poche influenze.
Fu in questo periodo che KROPOTKIN scrisse il suo primo saggio anarchico, un
opuscolo intitolato Dobbiamo esaminare gli ideali di una società futura?. In questo saggio le sue
idee si somigliavano molto a quelle di PROUDHON – la proposta che al denaro si
sostituiscano buoni di lavoro e la raccomandazione di fondare cooperative di consumatori
e produttori – e anche a quelle del collettivismo di BAKUNIN – l’idea che la terra e le
fabbriche diventassero possesso di associazioni di lavoratori. Ma discordava dell’idea di
rivoluzione con mezzi cospirativi. Secondo KROPOTKIN “i rivoluzionari non devono
fare rivoluzioni, possono solo unire e guidare gli sforzi del popolo scontento”
(WOODCOCK, 1966:172).
Nel 1874 fu arrestato nella Fortezza di Pietro e Paolo e nel 1876, a causa di una
malattia, fu trasferito all’Ospedale Militare di Pietroburgo, da dove riuscì a scappare.
Nell’agosto di quell’anno raggiunse l’Inghilterra e all’inizio del 1877 la Svizzera, dove
riprese i contatti con i membri della Fédération Jurassienne. Cominciò a scrivere per il
Bulletin della Fédération e per altri fogli anarchici, partecipando attivamente dei lavori da
essa svolti. Convinto di essere ricercato dalla polizia belga, tornò in Inghilterra, dove dopo
aver passato un breve periodo a studiare al British Museum, passò a “collaborare con
Andrea Costa e Jules Guesde alla fondazione dei piccoli gruppi che dovevano formare il
71
nucleo di un movimento anarchico a Parigi” (WOODCOCK, 1966:173). Nell’aprile del
1878 ritornò in Svizzera e lì rimase fino al 1880.
Fu in questo periodo che cominciò il suo periodo più attivo come agitatore e
pubblicista. A Ginevra, dopo la delusione con i risultati raggiunti dalla Fédération
Jurassienne, cominciò a pubblicare insieme a Paul Brousse il giornale L’Avant Garde
stampato clandestinamente con l’obiettivo principale di diffondere le idee anarchiche in
Francia. Nel 1878 dopo la soppressione del giornale e l’arresto di Brousse, KROPOTKIN
fondò Le Révolté, il più influente giornale anarchico dopo la sparizione del Le Peuple di
PROUDHON, nel 1850.
All’inizio KROPOTKIN pubblicava il giornale da solo e la ricerca di campi di
attività pratica dominò il suo lavoro per Le Révolté. I suoi primi articoli trattavano di
problemi d’attualità ed egli vedeva in ogni sciopero, in ogni tumulto popolare, un
preannuncio dell’avvenire della rivoluzione sociale in Europa, attesa anche dai marxisti.
Dopo passò a scrivere articoli di meno immediata attualità, criticando la società
contemporanea e le sue istituzioni dal punto di vista di un sociologo libertario.
KROPOTKIN diresse Le Révolté fino al luglio 1881, quando venne espulso dalla Svizzera
dopo aver partecipato al Congresso Internazionale Anarchico di Londra.
In realtà, due dei suoi primi libri Parole d’un ribelle e La conquista del pane sono una
collana degli articoli scritti per il Le Révolté e per il suo successore parigino La Révolte.
Secondo WOODCOCK sono attraverso questi articoli che si può datare l’influenza di
KROPOTKIN come ultimo dei grandi teorici anarchici. In questi articoli è evidente il suo
desiderio di stabilire un rapporto concreto tra teoria e pratica. Parte dallo stesso tema
generale di cui era partito PROUDHON, le rivoluzioni, e afferma che esse “non si fanno
solo a parole; bisogna anche saper quel che bisogna fare e volerlo fare” (WOODCOCK,
1966:175).
Secondo KROPOTKIN dopo la realizzazione della rivoluzione, per assicurarsi che
le cose non continuassero come prima, “tutto deve diventare proprietà della Comune[,] (…)
per lui (…) un’associazione volontaria cui fanno capo tutti gli interessi sociali, rappresentati
dai gruppi di individui che essi direttamente riguardano; l’unione fra diverse Comuni forma
una rete di rapporti di cooperazione che sostituisce lo stato.
Sul piano economico, la Comune troverà espressione nella libera disponibilità di beni e
servizi per tutti coloro che ne hanno bisogno; e qui, in presto porre l’accento sul bisogno più
che sulla quantità di lavoro fatto come criterio di distribuzione, Kropotkin si differenzia da
Bakunin, collettivista, e da Proudhon, mutualista, che teorizzarono entrambi sistemi di
distribuzione in diretto rapporto con la quantità di tempo dedicata al lavoro dal lavoratore
72
singolo. In altre parole, Kropotkin è un comunista anarchico: per lui il sistema salariale, in
qualsiasi sua forma, e anche se affidato all’amministrazione di Banche del Popolo o di
associazioni di lavoratori attraverso buoni di lavoro, è semplicemente un’altra forma di
coercizione. In una società volontaria non ha più posto” (WOODCOCK, 1966:176/177).
La teoria completa del comunismo anarchico fu sviluppata nel libro La conquista del
pane pubblicato a Parigi nel 1892. La caratteristica che differenzia il comunismo anarchico
dalle altre dottrine libertarie è l’idea della libera distribuzione, ma essa è più vecchia
dell’anarchia stessa. Secondo WOODCOCK, pare “probabile che l’idea di Fourier fosse
una tra le fonti del comunismo anarchico. Proudhon aveva condannato i fourieristi per
quell’irreggimentazione che le loro comunità socialiste sembravano implicare, ma Elisée
Reclus fu un fourierista attivo prima di collaborare con Bakunin nei primi tempi della
Fratellanza Internazionale, ed è probabile che portasse con sé alcune idee di Fourier quando
divenne uno fra i leaders del movimento anarchico francese nel decennio 1870-80”
(WOODCOCK, 1966:177)22.
“Il Congresso della Fédération Jurassienne nel 1880 fu la prima occasione in cui
Kropotkin espose pubblicamente i principi del comunismo anarchico. Sotto lo pseudonimo
rivoluzionario di Levašov presentò infatti un rapporto intitolato L’idea anarchica dal punto di
vista della sua realizzazione pratica, pubblicato poi nel Révolté, che divenne da quel momento
l’organo dei comunisti anarchici. Il rapporto sottolinea la necessità che la rivoluzione –
quando sarebbe avvenuta – fosse basata sulle Comuni locali, che avrebbero compiuto le
necessarie espropriazioni e collettivizzato i mezzi di produzione. Non indicava in modo
specifico il metodo comunista di distribuzione, ma nel discorso con cui lo accompagnò
Kropotkin disse chiaramente di considerare il comunismo – nel senso di libera distribuzione e
di abolizione d’ogni forma di sistema salariale – il risultato che sarebbe immediatamente
derivato dalla collettivizzazione dei mezzi di produzione.
Nella Conquista del pane (…) Kropotkin dimostra di avere riflettuto più a fondo sui
principi del comunismo anarchico. L’accento, qui, si è spostato (…) e l’attenzione dell’autore è
assorbita in gran parte da un esame delle ragioni scientifiche e storiche che possono spingerci
ad accettare la possibilità di una vita di «benessere a tutti». Kropotkin non vi propone
un’Utopia, non vi presenta cioè l’immagine di un mondo ideale illustrato fin nei minimi
particolari (…). Prende solo in considerazione alcuni dei più gravi problemi sociali del
presente e cerca di stabilire come potranno essere risolti in un mondo in cui la produzione
22
Secondo WOODCOCK, la prima pubblicazione che mise insieme anarchismo e comunismo fu un
opuscoletto scritto da François Dumartheray intitolato Aux travailleurs manuels partisans de l’action
politique, datato dal 1876.
73
risponderà ai fini del consumo e non del profitto e in cui la scienza si consacrerà alla ricerca
dei mezzi per conciliare e soddisfare le necessità di tutti.
La conquista del pane prende le mosse dell’assunto – derivato da Proudhon – che il
retaggio dell’umanità è un retaggio collettivo, in cui è impossibile isolare e misurare il
contributo del singolo, e del quale dunque gli uomini devono godere collettivamente.
Tutte le cose devono essere di tutti gli uomini, perché tutti gli uomini ne hanno
bisogno, perché tutti hanno collaborato secondo le loro forze a produrle, perché non è
possibile valutare la parte di ciascuno nella produzione delle ricchezze del mondo … Se
l’uomo e la donna svolgono la loro giusta parte di lavoro, hanno anche diritto alla loro giusta
parte di tutto ciò che è prodotto da tutti e quella parte è sufficiente ad assicurare il loro
benessere.
Ne segue che ineguaglianza e proprietà privata devono essere abolite; ma
all’individualismo capitalistico non si dovrebbe sostituire la proprietà dello stato, come
vorrebbero i socialisti autoritari bensì un sistema di cooperazione volontaria”
(WOODCOCK, 1966:178/179).
Secondo KROPOTKIN, le ingiustizie e le crisi economiche del capitalismo non
hanno le sue radice nella sovrapproduzione ma sì nel sottoconsumo e nel fatto che buona
parte del lavoro è applicato in occupazioni improduttive. Inoltre, ritiene che una volta
reso l’ambiente di lavoro sano e piacevole, e offerte ai lavoratori variate occupazioni in
grado di dargli “il senso dell’utilità, il lavoro cesserà di essere sgradevole, e il piacere che
ciascuno vi potrà trovare sarà rafforzato dalla soddisfazione morale di sapersi un uomo libero
che lavora per il bene generale. Tanto basta, secondo Kropotkin, a respingere le obiezioni di
quanti sostengono che in un mondo comunista anarchico, dove ciascuno potrà prendere
liberamente dai depositi comuni ciò di cui ha bisogno, verrà meno ogni incentivo al lavoro; il
migliore incentivo non è la minaccia del bisogno ma la consapevolezza di fare qualcosa di
utile.
In questo, Kropotkin dimostra la caratteristica fiducia anarchica nella naturale tendenza
dell’uomo ad assumersi le proprie responsabilità sociali. La società – sostiene – diversamente
dal governo, è un fenomeno naturale; rimosse tutte le restrizioni artificiali, gli uomini si
comporteranno da esseri socialmente responsabili, perché a questo li porta la loro natura.
Naturalmente, egli non tiene conto del fatto che quando gli uomini sono stati condizionati alla
dipendenza la paura della responsabilità diventa un’affezione psicologica che non scompare
appena ne sono state eliminate le cause” (WOODCOCK, 1966:181).
Nel 1882 KROPOTKIN lasciò Londra per Thonon, dove poteva stare più vicino ai
compagni di Ginevra, ma scelse male il momento e arrivò proprio quando le autorità
74
francesi stavano dando la caccia ai rivoluzionari anarchici. Fu arrestato alla fine del 1882 e,
nel 1883, condannato a cinque anni di carcere. Godendo del trattamento riservato ai
carcerati politici, egli riempì il tempo con molte attività. Fu in questo periodo che “scrisse
articoli sulla Russia per il Nineteenth Century e di argomento geografico per La Revue socialiste,
collaborò all’Enciclopedia Britannica e alla monumentale Geografia universale di Élisée Reclus”
(WOODCOCK, 1966:181).
KROPOTKIN fu rilasciato dopo tre anni di carcere, nel gennaio 1886, e nel marzo
era già tornato in Inghilterra, dove rimase per più di trent’anni. Ma questa volta prevalse in
lui la tendenza al ritiro, a una vita di studioso e teorico, non più di attivista. “Per gli
anarchici divenne il grande studioso e il profeta del movimento (…). Il pubblico inglese colto
onorava in lui un simbolo della lotta russa contro l’autocrazia. I suoi articoli nel Times e nei
periodici scientifici erano letti con rispetto: la sua autobiografia, Memorie di un rivoluzionario, e
l’opera in cui illustrava il ruolo della cooperazione come fattore dell’evoluzione, Il mutuo
appoggio, furono subito accettate come classici nel loro campo.
Nello stesso tempo anche l’atteggiamento di Kropotkin si andava lentamente
modificando. Egli dava sempre maggior rilievo all’aspetto evolutivo del cambiamento sociale,
mettendolo in rapporto con pacifici sviluppi in seno alla società più che con violente
sollevazioni rivoluzionarie; raccomandava sempre meno i metodi violenti, e già nel 1891
accennò in uno dei suoi discorsi alla possibilità che l’anarchia si affermasse grazie al semplice
«maturare dell’opinione pubblica e con il minimo possibile di agitazione e disordini»”
(WOODCOCK, 1966:184/185).
WOODCOCK attribuisce il cambiamento nell’atteggiamento di KROPOTKIN
soprattutto al contatto che egli ebbe con il movimento socialista inglese, rimanendo
colpito dalla reciproca tolleranza fra le varie correnti del movimento operaio inglese. Ma
ciò non significa che avesse abbandonato gli ideali d’un tempo. Anzi, fino alla fine della
sua vita, contribuì per trasformare l’anarchia in “una dottrina che, senza essere rigidamente
utopistica come in Cabet e nei più tardi fourieristi, presentava un’alternativa concreta e
realizzabile alla società esistente.
Gli ultimi contributi di Kropotkin alla teoria generale anarchica furono Il mutuo appoggio,
pubblicato nel 1902, e un saggio pubblicato nel 1903 col titolo Lo Stato. I libri successivi, Ideali
e realtà nella letteratura russa, La Grande Rivoluzione e L’Etica, pubblicata postuma, sono opere
periferiche, espressioni di uno spirito libertario, ma non direttamente intese a difendere la
causa del comunismo anarchico.
75
Il mutuo appoggio fu il contributo di Kropotkin a una controversia le cui origini remote
vanno cercate nell'opera che segnò la nascita dell’anarchia teorica: Political Justice di Godwin”
(WOODCOCK, 1966:186/187).
Pensato come risposta agli argomenti di Malthus23 e Huxley24, KROPOTKIN
comincia il suo libro sostenendo che in “tutto il mondo animale, dagli insetti su su fino ai
mammiferi più evoluti, (…) «le specie i cui membri vivono solitari o in piccole famiglie sono
relativamente poche, e il numero dei loro rappresentanti è limitato.» Spesso si tratta di specie
in via d’estinzione, oppure il loro modo d’esistenza è determinato dalle condizioni artificiali
che gli uomini hanno creato distruggendo l’equilibrio naturale. Ma il soccorso reciproco è la
regola nelle specie meglio affermate, come Kropotkin dimostra con un’imponente serie di
osservazioni raccolte da lui e da altri scienziati; è anzi l’elemento più importante nella loro
evoluzione.
(…)
La facoltà intellettuale, secondo Kropotkin, è «eminentemente sociale,» in quanto
alimentata dal linguaggio, dall’imitazione, dall’esperienza. Inoltre, il fatto stesso di vivere in
società tende a sviluppare – in forma sia pure rudimentale - «quel senso collettivo di giustizia
che finisce per diventare un abito mentale» e che è l’essenza stessa della vita in società.
La lotta per l’esistenza è certamente importante, ma come lotta contro circostanze
avverse più che fra individui della stessa specie. La lotta all’interno di una stessa specie, là
dove esiste, è più nociva che altro, giacché distrugge i vantaggi derivanti dal vivere in comune.
Lungi dal trarre profitto dalla competizione, la selezione naturale cerca i mezzi di eliminarla.
Le stesse considerazione valgono per gli uomini. A Huxley (…), Kropotkin
contrappone le osservazioni compiute su società primitive contemporanee (…). L’uomo è
sempre stato, afferma Kropotkin, un animale sociale. La tendenza all’assistenza reciproca ha
toccato l’apogeo nella ricca vita comunale delle società medievali, e anche la comparsa di
istituzioni coercitive come lo stato non ha eliminato la cooperazione volontaria, che rimane il
fattore più importante nei rapporti fra uomini e donne considerati come individui. La socialità
naturale dell’uomo è il fondamento d’ogni credo di etica sociale, e se non condizionasse quasi
tutti i nostri atti quotidiani, i quotidiani rapporti con i nostri simili, lo stato meglio organizzato
non potrebbe impedire la disgregazione della società” (WOODCOCK, 1966:188-190).
Secondo WOODCOCK, Il mutuo appoggio pecca di ottimismo, nel non riconoscere la
23
24
La sua teoria che la popolazione ha una tendenza naturale ad aumentare a un ritmo più rapido
(progressione geometrica) delle riserve disponibili di cibo (progressione aritmetica), e che l’equilibrio
è mantenuto solo da fenomeni come epidemie, carestie, guerre e dalla generale lotta per l’esistenza,
nella quale i deboli vengono eliminati.
La “sua visione del mondo animale come «un perpetuo spettacolo di gladiatori» e della vita
dell’uomo primitivo come «una continua lotta libera»” (WOODCOCK, 1966:188).
76
tirannia imposta dalle abitudini e costumi come riconosce invece quelle imposte dai
governi e dai regolamenti.
Negli ultimi anni della sua vita ebbe una serie di problemi di salute. Nel 1914 lo
scoppio della prima guerra mondiale lo separò improvvisamente dalla maggior parte degli
anarchici che rimasero contro la guerra, mentre lui prese posizione a favore degli Alleati.
La rottura con gli anarchici fu, secondo WOODCOCK, l’avvenimento più infelice della
vita di KROPOTKIN. Nel marzo 1917 giunse la notizia che il popolo russo era insorto e
la tirannia finita. KROPOTKIN ne fu felice e nell’estate di quell’anno, lasciò l’Inghilterra
per tornare a Pietroburgo. Ma i quarant’anni che aveva trascorso all’estero l’avevano fatto
perdere ogni contatto con la realtà russa, e non “capì in quanta misura la Rivoluzione di
febbraio fosse stata motivata dalla stanchezza della guerra in un popolo coinvolto che non [la]
capiva” (WOODCOCK, 1966:192). Cominciò così a esortare i russi a proseguire la guerra
contro la Germania e questo suo atteggiamento lo isolò di tutta la sinistra. Rapidamente
KROPOTKIN divenne una figura priva di significato e il suo riavvicinamento agli
anarchici si diede solo con l’avvento dei bolscevichi al potere, dopo la Rivoluzione
d’ottobre.
In questa ultima fase della sua vita, il documento più importante da lui prodotto fu
la Lettera ai lavoratori di tutto il mondo, in cui KROPOTKIN “distingueva nettamente la sua
posizione da quella di coloro che si proponevano di distruggere i bolscevichi mediante il
ricorso ad una forza esterna, ed esortava tutti gli elementi progressisti nei paesi occidentali a
porre fine al blocco e alla guerra d’intervento, che avrebbero soltanto rafforzato la dittatura e
reso più difficile il compito a quei russi che stavano lavorando a una genuina ricostruzione
sociale. Illustrava poi la sua visione anarchica di una Russia organizzata sulla base di un’unione
federale di libere comuni, città e regioni, ed esortava gli uomini di altri paesi ad imparare dagli
errori della Rivoluzione russa. Lodava alcuni aspetti di quest’ultima, in particolare i grandi
passi fatti verso l’eguaglianza economica e l’idea originale dei Soviet come istituzione che
avrebbe portato alla diretta partecipazione dei produttori all’amministrazione dei loro campi
d’attività. Ma osservava che, una volta caduti sotto il controllo di una dittatura politica, i
Soviet dovevano ridursi alla funzione passiva di strumenti dell'autorità” (WOODCOCK,
1966:193).
Nonostante tutto, KROPOTKIN era ancora ottimista, credeva in una rinascita del
socialismo “ed esortava i lavoratori a fondare una nuova Internazionale, del tutto
indipendente dai partiti politici e fondata su sindacati liberamente organizzati e miranti alla
liberazione della produzione dal «suo presente asservimento al capitale»” (WOODCOCK,
1966:193). Ma non riuscì a cambiare gli eventi successivi.
77
Le idee di KROPOTKIN hanno grande accoglienza tra gli anarchici,
principalmente per la collaborazione di MALATESTA, “che annunciava in una formula di
grande effetto gli ideali della nuova corrente: «nella misura in cui si realizzi il comunismo sarà
possibile realizzare l’individualismo, cioè, il massimo di solidarietà per usufruire dal massimo
di libertà»” (LUIZETTO, 1987:34).
KROPOTKIN non condivideva l’idea dell’applicazione delle teorie darwiniste nel
campo della sociologia. Anzi, affermava che lo studio delle società umane in differenti
epoche della storia aveva comprovato che le fasi di maggior sviluppo erano state quelle in
cui le lotte tra gli individui furono ristrette al massimo, dando posto all’aiuto mutuo.
Essendo così, concludeva che la garanzia dell’evoluzione dell’umanità stava nell’ampia
diffusione di questi principi. Si nota, poi, un grande allontanamento tra la sua proposta –
di cooperazione, solidarietà – e quella della scuola individualista – dell’egoismo.
L’esistenza della proprietà personale della terra e degli strumenti di lavoro
costituivano però un ostacolo alla realizzazione del suo piano di organizzazione della
nuova società libertaria, per cui ne prevedeva l’abolizione. Fin qua ambedue le correnti
socialiste – collettivista e comunista – coincidevano. La differenza stava nella forma di
appropriazione individuale della ricchezza socialmente prodotta.
BAKUNIN, come si è già detto, rifiutava il modello comunista perché vedeva in
esso la negazione della libertà individuale. A loro volta, gli anarchici comunisti vedevano
proprio nel modello collettivista tale negazione. Secondo questi ultimi, perché fosse
possibile determinare, con la precisione definita da BAKUNIN, la parte che si doveva
distribuire a ognuno in accordo con il suo lavoro, c’era la necessità d’ammettere una
forma di potere sovraindividuale - come un corpo di esperti fiscali - responsabili di
fiscalizzare e controllare tale appropriazione. In questo modo, l’uomo passerebbe a essere
nuovamente governato dall’uomo, il che distruggerebbe il grande pilastro dell’anarchismo
– la libertà.
“In queste condizioni, un piano d’organizzazione sociale coerentemente anarchico
dovrebbe essere completamente comunista: la partecipazione individuale alla ricchezza
socialmente prodotta dovrebbe essere determinata esclusivamente dalle necessità individuali,
applicandosi in tutti i casi, senza esclusioni, la formula: «da ciascuno secondo le sue
possibilità e a ciascuno secondo le sue necessità»” (LUIZETTO, 1987:38)25.
Consapevole del proprio isolamento e fallimento, KROPOTKIN passò a dedicarsi
alla sua ultima opera, L’Etica. Morì l’8 febbraio 1921. Il suo contributo più importante alla
tradizione anarchica fu, secondo WOODCOCK, l’umanizzazione dell’anarchismo.
25
Il grassetto è mio.
78
In termini generali, questa fu la discussione sulla produzione comunitaria fatta
all’interno del movimento anarchico. Tra tutte le scuole suddette, le correnti della scuola
socialista sono quelle che richiamano più l’attenzione riguardo alla mia tematica
d’investigazione specifica.
Ritengo che queste forme di organizzazione della produzione possono essere intese
all’interno di un discorso più ampio riguardante la sostenibilità dell’agricoltura contadina.
La condizione è che si realizzi un’utopia costruita da tutti i contadini che a essa si
dedichino, e non soltanto dalla volontà dei leaders, come si verificò con la Colonia Cecilia26
e come quello che sta accadendo in alcune esperienze realizzate dal Movimento dei
Lavoratori Senza Terra (MST) a San Paolo, in Brasile. È da quest’ottica che passerò ora ad
analizzare la Colonia Cecilia, la cui storia non può essere intesa al di fuori della
discussione realizzata dal movimento anarchico.
26
Anche se non è molto adeguato, in questo caso, parlare di leader.
79
CAPITOLO 3
L’EMIGRAZIONE ITALIANA IN BRASILE
DALLA SECONDA METÀ DELL’OTTOCENTO
FINO ALLA PRIMA METÀ DEL NOVECENTO
1. Introduzione
Prima di occuparmi della storia della Colonia Cecilia in quanto esempio di pratica
alternativa di organizzazione socioterritoriale per la produzione agricola, tratterò in questo
capitolo della storia dell’emigrazione italiana in Brasile avvenuta dalla seconda metà
dell’Ottocento fino alla prima metà del Novecento e, in specifico, dell’emigrazione
“agraria”, ossia, della storia degli italiani che a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, in
ragione della crisi economica e sociale che attraversava l’Italia, decisero di abbandonare la
loro patria con l’obiettivo di continuare a lavorare come contadini nelle terre brasiliane. Il
destino della maggioranza degli emigranti furono le fazendas di caffè nello stato di San
Paolo. Lì, lavorando come coloni, sostituirono il lavoro schiavo e contribuirono
all’espansione delle piantagioni di caffè per tutto l’ovest dello stato di San Paolo. Solo una
piccola parte si diresse verso i progetti di colonizzazione localizzati nel sud del paese – Rio
Grande do Sul, Santa Catarina e Paraná – pubblici o privati, nati con l’obiettivo di
proteggere la frontiera sud dalle invasioni straniere e dagli attacchi delle tribù indigene
locali e anche di “imbiancare” il Brasile nero della schiavitù. Infine, una parte ancora più
piccola emigrò in Brasile per sperimentare, sempre nel sud, la vita anarchica attraverso la
realizzazione della Colonia Cecilia, uno degli argomenti del prossimo capitolo.
L’obiettivo di questo capitolo è evidenziare il contesto in cui avvenne l’emigrazione
italiana in Brasile e il contributo dato da essa al cambiamento del paesaggio agrario
brasiliano.
80
2. Perché emigrare?
Nel periodo in cui si sviluppò il fenomeno migratorio italiano in Brasile, l’Italia
aveva appena concluso il suo processo di unificazione politica e amministrativa e doveva
risolvere una serie di problemi: trovare la sua unità “spirituale”, diventare una grande
potenza e affrontare una grave crisi economica e sociale. Secondo GODECHOT, dopo
l’unità l’Italia era rimasta un paese sostanzialmente agricolo27 e i contrasti tra la grande
proprietà del mezzogiorno e la piccola proprietà dell’Italia centrale divennero ancora più
evidenti. Il tentativo del governo di moltiplicare il numero di piccoli proprietari, mettendo
in vendita una parte significativa dei beni della Chiesa, non ebbe l’effetto desiderato dato
che essi furono acquistati soprattutto dalla borghesia. L’aumento dei prezzi dei prodotti
agricoli avvenuto tra gli anni 1849 e 1873 non aveva alterato la qualità materiale della vita
dei contadini che vivevano un rapido incremento demografico dovuto al calo della
mortalità, dando origine a una sovrappopolazione incapace di trovare occupazione sia in
campagna che in città.
A partire dal 1860, la notizia che oltremare c’era terra e lavoro per tutti corse in
fretta per tutta la penisola, divulgata da giornali liguri, piemontesi, veneti e lombardi.
Rapidamente il Brasile e l’Argentina, con i loro piani di colonizzazione e popolamento
delle immense terre vergini, divennero la “terra promessa” dei contadini italiani. In
Brasile, le terre nelle colonie del sud erano assegnate per pochi soldi o in cambio di alcuni
anni di lavoro gratuito nelle opere messe in pratica dal governo brasiliano28. L’inserimento
dei coloni era curato dalle amministrazioni locali. I paesi di accoglienza avevano aperto
consolati nell’Italia settentrionale e nei porti principali, e una rete di agenti d’immigrazione
diffondeva le notizie nei posti più sperduti. “Agenti di grandi compagnie di navigazione si
facevano concorrenza per accaparrarsi clienti, spesso con promesse fasulle. Le famiglie
contadine vendevano tutto e si indebitavano per affrontare le spese di viaggio, esposte a
prestiti usurai, senserie nella compravendita e tangenti estorte a vario titolo. Fuggivano da
tasse vessatorie, dal carovita, dalle carestie che distruggevano i raccolti e dalla sudditanza verso
i padroni delle terre” (SALVATORI, 1999:33).
Il suo processo di industrializzazione era stato interrotto dal Risorgimento e dai blocchi dell’epoca
napoleonica.
28 Dal 1825 era già in pratica l’esperienza delle colonie di colonizzazione in Brasile, negli attuali stati del
Rio Grande do Sul e Santa Catarina, nel sud del paese, basati sull’emigrazione tedesca. Dovuto il
successo raggiunto da questa esperienza il governo brasiliano decise di aprire il programma ad altri
paesi nordeuropei, ragione per cui la prima ondata emigratoria italiana verso il Brasile proviene dal
Settentrione.
27
81
Nel 1880 il paese manifestò un certo interesse coloniale verso l’Africa, ma questo
non risolse la crisi economica in mezzo alla quale esso si trovava29. Così, l’emigrazione
non tardò a trasformarsi nell’alternativa possibile per risolvere i problemi economici. Più
che una libera scelta, essa fu, secondo GIADRESCO, una scelta politica, organizzata dallo
Stato e concordata nei trattati stipulati dai governi.
Lo svolgersi del processo emigratorio diede origine a un ampio dibattito politico tra
i fautori dell’emigrazione di massa – fra i quali si schierò la classe dirigente liberale – e i
suoi oppositori. Nonostante la paura dei proprietari riguardo allo spopolamento delle
campagne e al conseguente rialzo dei salari, soprattutto nell’agricoltura, prevalse la tesi
favorevole all’emigrazione, vista anche come “valvola di sicurezza”. Tra i vantaggi
venivano citati “l’eliminazione delle punte più acute del ribellismo meridionale, l’attenuazione
delle lotte operaie e contadine, l’attivazione di un prezioso canale di finanziamento in valuta,
attraverso le rimesse, anch’esso destinato a sostenere l’industria del Nord più che l’economia
meridionale” (GIADRESCO, 1998:27). Fu in questo quadro che ebbe inizio il processo di
emigrazione di massa verso le Americhe (in particolare Stati Uniti, Brasile e Argentina),
Tunisia e alcuni paesi dell’Europa, come la Francia e il Belgio.
L’esodo contadino assunse lentamente un volto senza precedenti, obbligando il
governo a intervenire. Secondo PITTAU & ULIVI, nel 1873 il ministro dell’interno Lanza
ostacolò, con una circolare, l’esodo e invitò i sindaci a non concedere il “nulla-osta” per
l’espatrio quando gli interessati non avessero i soldi sufficienti per il viaggio, per vivere
durante il tempo necessario a trovare il lavoro e per il viaggio di ritorno. La circolare,
gravemente lesiva della libertà, spinse all’esodo clandestino sempre più vertiginoso.
Da parte sua l’emigrazione non era un fatto nuovo. Secondo SORI, il meccanismo
di erosione della proprietà contadina – concretizzato dalla crescente necessità di soldi per
pagare debiti di natura diversa – costruiva un’integrazione tra le aree di pianura e quelle di
montagna, tramite la migrazione stagionale di una parte dei membri della famiglia verso le
aree di economia capitalistica consolidata – agricole o urbane – alla ricerca di lavoro.
Dall’ultimo quarto del XIX secolo in poi questo movimento cominciò a prendere
contorni e intensità sempre più forti, fino a trasformarsi in un’emigrazione vera e
propria30. La crisi agraria degli anni ’80, espressa attraverso il ribasso dei prezzi di alcune
delle principali produzioni agricole italiane – soprattutto del grano – e l’incentivo dato alla
29
30
Secondo SORI, tale crisi era il risultato della sua difficoltà di adattamento ai ritmi imposti dalla
rivoluzione industriale inglese e dalle nascenti relazioni capitalistiche europee. Rimanevano
nell’economia italiana le caratteristiche dell’ancien régime, come crisi di sussistenza, epidemie e malattie
endemiche.
SORI cita l’aumento dei flussi di espatrio, della partecipazione femminile e del periodo di assenza
come indicativi di questo cambiamento.
82
navigazione transoceanica dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla prima guerra
mondiale – tanto da trasformarla nel veicolo tecnico-materiale ed economico della grande
emigrazione europea verso il nuovo mondo – furono anch’essi fattori responsabili per
l’inizio del processo migratorio.
Le leggi dello Stato cominciarono a prendere in considerazione il fenomeno
dell’emigrazione quando ormai essa era già avviata a pieno ritmo. Nel 1876 era già stato
divulgato un primo dato, di centomila emigrati, cifra che nonostante sia di memoria e
sottostimata, ha un valore storico in quanto rivelatrice del fenomeno emigratorio. Nel
1884 si fece una prima inchiesta sulle cause del fenomeno, da cui emersero quelle sociali
come le determinanti. Ma fino al 1888 niente fu fatto per cambiare il corso degli
avvenimenti e l’emigrazione, libera da norme e controlli, fu molto redditizia per le
compagnie di navigazione e gli agenti di emigrazione che incitavano i contadini all’esodo
con false promesse.
Il governo cominciò ad agire nel 1888, approvando una legge che regolamentava
l’emigrazione. Passarono così le prime norme: “necessità di un’autorizzazione per le agenzie
intermediarie tra emigranti e vettori marittimi; speciale contratto di partenza tra agenti
autorizzati ed emigranti; commissione provinciale di arbitri per le controversie tra emigrati e
agenti” (PITTAU & ULIVI, 1986:15). Essa però non risolse il problema; anzi, le
compagnie acquistarono una sovranità assoluta nel reclutare e trasportare gli emigranti.
Questa situazione si sviluppò senza problemi perché nei primi anni della grande
emigrazione, colui che desiderava emigrare doveva finanziare da solo i costi del viaggio,
cominciando dal prezzo del biglietto marittimo che, nella fase iniziale, costituiva
praticamente l’unica voce31. Quando, all’inizio del Novecento, l’emigrazione italiana
assunse un notevole rilievo quantitativo e temporale, si affermarono una serie di strumenti
di finanziamenti “autonomi”, come per esempio l’autofinanziamento32, o i cosiddetti
prepaids33. Questi meccanismi prevalsero nel caso dell’emigrazione verso gli Stati Uniti.
L’emigrazione verso l’America Latina, invece, fu in genere associata all’abolizione della
schiavitù e alla conseguente necessità di offerta di lavoro “libero”.
Questo problema era risolto vendendo tutto, servendosi della dote della sposa oppure tramite un
settore creditizio privato che si sviluppò nelle aree di emigrazione e che si costituiva spesso
nell’ultima usura alla quale il contadino si assoggettava verso l’incerta via dell’emancipazione
economica.
32 Quando le rimesse inviate dagli emigrati erano risparmiate per essere utilizzate nell’emigrazione di un
altro membro della famiglia.
33 Biglietti di viaggio prepagati, acquistati all’estero e inviati in Italia a un aspirante emigrante. Essi
furono una trovata molto conveniente per le compagnie di navigazione per risolvere i problemi di
flusso di entrate durante i periodi morti dell’emigrazione, così come un meccanismo utilizzato per
raggiungere il pieno carico delle navi. L’emigrante poteva contare su biglietti più economici ma
doveva assoggettarsi alle peggiori condizioni di viaggio.
31
83
L’emigrazione italiana si inserì nel quadro delle politiche latinoamericane –
soprattutto brasiliane e argentine – di sovvenzione all’emigrazione, iniziate negli anni 1870
e intensificate negli anni 1880 e 1890. Tali politiche nacquero soprattutto dalle pressioni
delle oligarchie di produttori di caffè di San Paolo sul governo statale e posteriormente
federale, per risolvere il problema della mancanza di manodopera per la coltivazione del
caffè che l’imminente fine della schiavitù portava con sé. Nel caso brasiliano, questa
politica consistette nel reclutamento di emigranti nelle campagne italiane per il lavoro nelle
fazendas di caffè e, in proporzione minore, per la creazione di nuclei coloniali nel sud del
paese. Agli emigranti venivano offerti i biglietti gratuiti e la possibilità di diventare
proprietari di un piccolo appezzamento di terra in cambio di alcuni anni di lavoro nelle
fazendas o, nel caso di quelli che andavano al sud del Brasile, di lavoro nelle opere
pubbliche di infrastruttura.
A partire dagli anni 1870, e con maggiore intensità negli anni 188034 e primi anni
1890, l’emigrazione gratuita si sviluppò rapidamente, in accordo con i programmi di
immigrazione di massa messi in pratica dal governo brasiliano35. Questo avvenne senza
nessuna opposizione o interferenza da parte del governo italiano, anche davanti alle
denunce di irregolarità alle quali dovevano assoggettarsi gli emigranti che andavano a San
Paolo, come i maltrattamenti nelle fazendas, il non rispetto dei contratti, ecc. Questo sia
perché l’Italia si trovava al centro dell’attenzione delle politiche migratorie
latinoamericane, sia perché non aveva un’altra forma per “potersi liberare” di un
proletariato eccedente e indigente. Il “via libera” dato al processo migratorio serviva a far
risparmiare risorse che poi sarebbero state investite nel suo sviluppo economico. Secondo
SALVATORI, con il passare degli anni il fenomeno migratorio cominciò a presentare
effetti positivi dovuti alle rimesse di denaro che contribuirono a finanziare lo sviluppo
dell’intera economia italiana e ad aumentare il reddito di intere zone rurali, permettendo ai
contadini di innalzare il loro tenore di vita.
34
35
Soprattutto dopo l’abolizione della schiavitù avvenuta il 13 maggio 1888 e la proclamazione della
Repubblica avvenuta il 15 ottobre 1889, quando i produttori di caffè assunsero il potere. Ma già
all’inizio del 1888 le cose cominciavano a cambiare. Basta ricordare la legge provinciale di San Paolo,
del 3-2-1888, che “autorizza l’indennizzo per il costo del passaggio della Società Promotrice
dell’Emigrazione, che si era impegnata ad introdurre 100.000 immigrati europei per il settore
agricolo, mentre dal 1893 vige un contratto tra governo e la società La Metropolitana per
l’introduzione di un milione di immigranti, che dovevano essere per il 90% agricoltori organizzati in
gruppi familiari” (SORI, 1984:299).
È in questo quadro di immigrazione sovvenzionata che si inserirono le “grandi migrazioni agrarie”
(contadini che emigravano per lavorare nell’agricoltura in Brasile) venete del 1888, 1891 e 1894-95.
Secondo la relazione di SCALABRINI il governo brasiliano spese “per i contratti di introduzione
(comprendenti il costo del viaggio, dello stazionamento per non più di 8 ore nei porti di sbarco,
dell’avviamento ai luoghi di lavoro e della provvigione di 10-12 lire per emigrante agli agenti) somme pari
a 46 milioni di lire nel 1890, 84 milioni nel 1891, mentre il solo Stato di San Paolo aveva erogato 20
milioni tra il 1881 e il 1888” (SCALABRINI apud SORI, 1984:302).
84
Le prime proibizioni all’emigrazione gratuita da parte del governo italiano si ebbero
soltanto all’inizio del XX secolo, quando gli Stati Uniti divennero un importante mercato
alternativo per lo sbocco dell’emigrazione transatlantica. Fu in questo contesto che fu
promulgata la legge italiana del 31 gennaio 1901 sull’emigrazione, la quale soppresse gli
agenti e i subagenti di emigrazione; istituì la patente di vettore degli emigranti; impose noli
agli armatori; unificò i servizi emigratori centrali in un solo organo, il commissariato
dell’emigrazione, con un consiglio consultivo e un proprio fondo e istituì nuove commissioni
provinciali e ispettorati dell’emigrazione nei porti d’imbarco36. Nello stesso periodo anche
la Chiesa intervenne, inviando missionari dediti a opere di assistenza agli emigranti nei
paesi di accoglienza. Da parte sua, il Brasile sospese la politica immigratoria nel 1901
adducendo l’inservibilità della manodopera italiana – reclutata senza criteri – al lavoro
nelle fazendas di caffè37.
3. Mentre questo in Brasile …
Dall’altra parte dell’Atlantico il Brasile viveva una situazione particolare. La fine
della schiavitù era imminente e la necessità di forza lavoro per le fazendas di caffè, in rapida
espansione, era un problema urgente. Tutti erano d’accordo sul fatto che la nuova forza
lavoro doveva essere libera, ma mancavano i lavoratori. La possibilità di contare sull’ex
Secondo GRISPO, l’esigenza di un’organizzazione più razionale dei servizi relativi all’emigrazione e
di una tutela più efficace degli emigranti, portò all’istituzione, nel 1901, di una serie di nuovi uffici,
attraverso i quali lo Stato italiano si proponeva di seguire e proteggere l’emigrante in ogni tappa del
suo viaggio, dal paese di partenza a quello di destinazione. “L’organo centrale, nel quale avrebbe
dovuto concentrarsi tutto ciò che si riferiva ai servizi dell’emigrazione, era un commissariato dipendente
dal ministro degli affari esteri e composto da un commissario generale, nominato tra gli impiegati
superiori dello Stato su proposta del ministro AA.EE., da tre commissari e dagli ufficiali d’ordine richiesti
dal servizio (art. 7 legge 31 gennaio 1901) (…) La legge istituiva altresì un consiglio dell’emigrazione,
organo consultivo da sentire nelle questioni più rilevanti relative all’emigrazione e nella trattazione degli
affari di competenza di più ministeri” (GRISPO, 1986:1). Per garantire l’assistenza e la tutela degli
emigranti venivano istituiti comitati mandamentali o comunali con funzioni gratuite. Nei porti
d’imbarco la tutela e sorveglianza degli emigranti doveva essere fatta da un ispettore dell’emigrazione
con funzione anche di ufficiale di pubblica sicurezza e, durante il viaggio, da un medico militare. La
legge prevedeva anche l’istituzione, nei paesi di accoglienza, di uffici di protezione, informazione e
avviamento al lavoro nell’interesse degli emigrati; quattro ispettori d’emigrazione viaggianti, tre per
paesi transoceanici e uno per i principali centri d’emigrazione; regolari ispezioni a bordo dei piroscafi
che trasportavano emigranti nei porti di transito e in quelli d’arrivo. Stipulava inoltre l’istituzione di
commissioni per arbitrare i danni subiti dagli emigranti e la creazione di un Fondo d’emigrazione che
doveva ricevere tutte le somme riscosse in seguito alla sua applicazione. La complessità della legge
impediva il consolidarsi di un assetto definitivo e non tardarono a verificarsi una serie di lacune,
come il numero ridotto di funzionari, il grande numero di comitati di scarsa operosità, la mancanza
di fondi per spese varie. Con l’obiettivo di rendere più efficiente la legge furono introdotte modifiche
nel 1906, 1907 e 1911, tra le quali l’introduzione della tutela anche all’emigrazione continentale.
37 Anche la contropropaganda, fatta dagli emigrati italiani in Brasile tramite i racconti delle situazioni in
cui effettivamente si trovavano, contribuì per far cambiare la direzione del flusso migratorio.
36
85
schiavo dopo l’abolizione sembrava impossibile. Ugualmente impossibile era trasferire al
ridotto numero di lavoratori liberi nazionali il compito di sostituire gli schiavi nelle
fazendas. Così, dalla crisi del sistema schiavista e dall’impossibilità di contare sulla
manodopera nazionale per il lavoro nelle piantagioni di caffè sorse la questione
dell’immigrazione e della colonizzazione del paese: la soluzione doveva essere trovata oltre
i confini brasiliani.
Partendo da questa prospettiva il governo brasiliano passò all’azione. Nel 1850
alterò la Legge di Terre, impedendo l’accesso alla terra se non tramite l’acquisto38. Nel
1873 ampliò il credito ipotecario a tutti i municipi delle province di San Paolo, Paraná e
Santa Catarina, avendo come sopporto la fazenda (piantagioni e installazioni) e non più lo
schiavo, misura che fu responsabile dell’espansione del caffè per tutto l’ovest dello stato di
San Paolo. Per incentivare l’immigrazione, vincolò la possibilità di accesso alla terra da
parte dell’immigrante (tramite l’acquisto di un piccolo appezzamento) al lavoro iniziale
nelle fazendas di caffè. Lavorare per diventare proprietario: questa fu la formula trovata per
integrare l’immigrante nella produzione del caffè. Con questo obiettivo, riprese la politica
di popolamento e, parallelamente alla creazione delle colonie ufficiali, diede inizio a un
altro tipo di colonizzazione, caratterizzato dalla fissazione degli immigranti direttamente
nelle fazendas attraverso un sistema simile alla mezzadria39. Infine, mise in pratica le
politiche di incentivo all’immigrazione tramite l’immigrazione sovvenzionata.
4. Verso la “Mèrica”: la lunga distanza tra l’Italia e il Brasile
In Italia, il boom del processo migratorio originò una rete composta da usurai,
sacerdoti, sindaci, notai e segretari o impiegati comunali, agenti di emigrazione (sia italiani
che stranieri) e compagnie di navigazione. Tutti, ognuno a modo suo, lucravano con
l’emigrazione, soprattutto con quella transatlantica. Anche la borghesia, che si diceva
rovinata dall’emigrazione contadina, ristrutturò la sua attività e si inserì nel circuito
migratorio, svolgendo un ruolo dominante nelle campagne italiane, soprattutto nel
Mezzogiorno (reintroducendo l’usura agraria); trasferendo il suo potere oltreoceano e
interferendo nella distribuzione dei posti di lavoro, attraverso una rete di tipo mafiosa con
In questo modo, allo stesso tempo in cui impediva l’accesso alla terra da parte degli ex schiavi e degli
immigranti appena arrivati – senza soldi per comprarla – garantiva legalmente la continuità dello
sfruttamento della forza lavoro.
39 In questo sistema il colono riceveva secondo il lavoro svolto. Era divisa a metà soltanto la somma
appurata con la vendita del caffè da lui raccolto e consegnato al fazendeiro per essere venduto.
38
86
boss e banchieri e, infine, responsabilizzandosi per le pratiche di espatrio40. Inoltre, nei
porti d’imbarco – ai quali molte volte erano incamminati una settimana prima della
partenza per essere “puliti” – gli emigranti erano esposti all’azione di commercianti senza
scrupoli, affaristi, esercenti, truffatori, ladri e faccendieri. Una volta imbarcati, erano
soggetti a viaggi in condizioni subumane; a rischi di epidemie e molte volte di morte,
dovuti sia alle pessime condizioni igienico-sanitarie, sia alle condizioni in cui viaggiavano –
agglomerati in cabine senza ventilazioni – sia alla mancanza di alimenti. Si verificavano
persino dirottamenti di destinazioni – dall’America del Nord all’America del Sud – senza
previa conoscenza; sbarchi fraudolenti in porti europei; interminabili giorni di attesa per lo
sbarco. E la situazione si aggravava quando si trattava di emigrazione clandestina. Ma
tutto questo non ridusse l’importanza né l’intensità del movimento migratorio italiano.
L’emigrazione transoceanica – principalmente quando si osservano i tre principali paesi
recettori: gli Stati Uniti, il Brasile e l’Argentina – fu sempre crescente.
Secondo SORI esistette una “specializzazione” dalle regioni italiane riguardo ai posti
di destinazione. Analizzando il periodo 1876-1914 e considerando tre destinazioni
specifiche (Europa, Africa e altri paesi transoceanici), informa che da regioni come la
Lombardia, il Piemonte, il Veneto, l’Emilia-Romagna e la Toscana si partiva quasi sempre
verso l’Europa, con brevi periodi di emigrazione transoceanica41 che non vanno oltre la
seconda metà degli anni 1890. La Liguria, per la presenza del porto di Genova, il sud,
esclusa la Puglia, le regioni che cominciarono tardi l’emigrazione di massa (come la Sicilia
e in parte la Puglia) e quelle che ebbero poca emigrazione (come la Sardegna e in parte la
Puglia) furono sempre più propense all’emigrazione transoceanica. Le altre regioni
dell’Italia Centrale (Marche, Umbria e Lazio) ora ebbero grandi flussi di emigrazioni
europea, ora inviarono emigranti in direzione transoceanica, ma sempre con
un’importanza secondaria. GIADRESCO, a sua volta, sottolinea la svolta meridionale dei
flussi emigratori avvenuta nei primi anni del Novecento, con l’inizio del grande esodo
transoceanico42 verso soprattutto gli Stati Uniti. I massimi storici furono raggiunti tra il
1901 e il 1915, periodo che registrò più di un terzo degli espatri di cent’anni
dell’emigrazione italiana: emigrarono 9 milioni di persone, quasi 4 milioni dalle regioni
meridionali, e più del 50 per cento del totale, oltreoceano.
Questo tipo di pratica era valida per l’emigrazione verso gli Stati Uniti.
“Il caso estremo è costituito dal Veneto, che ebbe accesso all’emigrazione transoceanica di massa
praticamente solo attraverso le grandi punte di emigrazione sovvenzionata del 1888, 1891 e 1895-96”
(SORI, 1984:64).
42 Prima l’emigrazione di massa era stata alimentata dall’Italia Settentrionale, soprattutto dal Veneto,
Piemonte e Lombardia.
40
41
87
Un’altra caratteristica che merita di essere sottolineata riguarda il profilo
dell’emigrante: nella maggior parte erano uomini con più di 15 anni, quasi sempre semplici
erogatori di forza muscolare. Questa situazione si alterò durante il periodo di
reclutamento massiccio di famiglie agricole verso l’America Latina, in particolare per il
Brasile negli anni 1888, 1891 e 1895-96, nonché durante la prima guerra mondiale, quando
il tasso di mascolinità ebbe una riduzione. Riguardo alle professioni, SORI informa che le
prime leve erano formate soprattutto da antichi artigiani, i primi a sentire la crisi
dell’antico sistema frutto della concorrenza delle merci capitalistiche. Solo più tardi furono
i contadini43.
5. L’arrivo nella “terra promessa”
Una volta sbarcati in Brasile, gli immigranti erano trasferiti nelle “Locande degli
Immigranti” situate vicino ai porti di sbarco, dove rimanevano fino al trasferimento
definitivo nelle fazendas di caffè a San Paolo oppure ai nuclei coloniali del sud del paese.
Prima che il governo brasiliano assumesse la responsabilità sull’immigrazione, i costi del
viaggio, del vitto e alloggio erano posteriormente riscossi in piccole rate, essendo scontata
una parte per volta a ogni verifica annuale dei conti, soprattutto tra quelli che si dirigevano
verso le fazendas di caffè. Dopodiché, queste spese furono assunte dal governo. Il
trasporto dal porto principale – di solito quello di Rio de Janeiro – fino allo stato di
destinazione era fatto in piccole navi. Da quel punto, fino ai luoghi di destinazioni finali,
dipendeva dalle distanze da percorre, potendo essere a piedi o con l’uso di animali per
trasportare le valigie, in diligenze per le strade appena sterrate oppure in treno utilizzando
la linea che era stata costruita per il trasporto del caffè fino al porto di Santos. L’acquisto
dei prodotti di prima necessità era fatto presso negozi all’interno delle fazendas o in piccole
botteghe nei paesi vicini ai nuclei coloniali, in genere a prezzi maggiorati, incrementando
ancora il debito iniziale del colono.
43
GIADRESCO cita ancora il cambiamento nella definizione dell’emigrante. Nella legge del 1901 è
considerato emigrante quello che viaggia in terza classe o equivalente verso posti situati al di là dello
Stretto di Gibilterra - escluse le coste europee – e del Canale di Suez. A partire dal 1913 saranno
considerati emigranti quelli che si dirigono anche verso i paesi europei, muniti di passaporti
individuali, non importando in quale classe, sempre che per cercare un lavoro manuale. È la prima
volta che si fa l’associazione “lavoro manuale-emigrante”. Quindici anni più tardi, durante il regime
fascista venne fatta un’ulteriore distinzione che divise gli emigranti in due categorie: i “lavoratori”,
intendendo i soli manovali; e i “non lavoratori” intendendo coloro che andavano all’estero per altri
motivi oppure che esercitavano una professione non manuale.
88
6. Il lavoro nelle fazendas di caffè
La prima forma di introduzione dell’immigrante nelle fazendas di caffè avvenne
tramite un sistema simile alla “mezzadria”. Esso vigeva anteriormente all’immigrazione di
massa ed era regolato da un contratto firmato tra il fazendeiro e il colono-“mezzadro”. In
esso veniva accordato che il colono doveva trattare un numero non determinato di alberi
di caffè e poteva uscire dalla fazenda solo dopo aver liquidato il montante del debito a suo
carico44. Il colono riceveva in cambio un appezzamento di terra dove poteva dedicarsi alla
coltivazione di alimenti per il proprio consumo e una casa nella parte della fazenda
destinata all’abitazione dei coloni, la cosiddetta “colonia”. Il suo reddito era composto da
metà del rendimento netto del caffè sotto sua responsabilità e dalle colture alimentari, di
cui poteva commercializzare l’eccedente, essendo obbligato a restituire le spese fatte per
lui dal fazendeiro con almeno metà dei suoi guadagni annuali con il caffè.
Questo sistema fu utilizzato per molto tempo nelle fazendas dello stato di San Paolo,
sia per la sua maggiore efficienza nella dispersione dei rischi45 e costi46, sia perché era un
metodo più efficiente del lavoro salariato. Vincolando il pagamento a una parte della
produzione, il fazendeiro da un lato faceva sì che il lavoratore intensificasse da solo il suo
sfruttamento per aumentare i suoi guadagni e, dall’altro, riduceva la necessità di
supervisione del lavoro.
Ma i coloni non tardarono a prendere coscienza dell’impossibilità di saldare i debiti
e comprare un piccolo appezzamento di terra nei due o tre anni che gli avevano promesso
e decisero allora di trovare una soluzione al problema. Siccome i contratti non
determinavano il numero di alberi di caffè sotto l’incarico di ogni famiglia, né limitavano
l’area destinata alla coltivazione di alimenti, i coloni passarono a dedicare più tempo alle
colture alimentari, che offrivano guadagni diretti e immediati, non di rado abbandonando
il trattamento del caffè che così perdeva produttività. Tale pratica fu frutto, da un lato,
delle gravi irregolarità praticate dai fazendeiros nella stipula dei contratti – come frequenti
errori nei calcoli realizzati da direttori incompetenti o senza scrupoli – e, dall’altro, dalla
perdita di fiducia nel proprietario e dalla delusione da parte degli immigranti riguardo alle
Il debito contratto dal colono era composto dalle spese del viaggio, dagli elevati interessi sugli
anticipi fatti dal fazendeiro a suo favore e dai prezzi maggiorati dei prodotti venduti nel negozio della
fazenda. L’aspettativa era che ogni famiglia dovesse lavorare in media quattro o cinque anni prima di
azzerare i conti.
45 Nel caso di cattivi raccolti o di ribasso dei prezzi nel mercato internazionale, il fazendeiro non
doveva compromettere una parte dei suoi guadagni per pagare gli stipendi ai lavoratori.
46 Permettendo ai coloni di coltivare le terre per la produzione di alimenti destinati al proprio consumo,
i fazendeiros riducevano significativamente le spese per la manodopera.
44
89
condizioni di vita e di lavoro nelle fazendas. Il risultato fu la nascita di un gran numero di
rivolte e il conseguente fallimento di questo sistema47.
Secondo STOLCKE, i fazendeiros sperimentarono sistemi alternativi di lavoro
libero, come il contratto di locazione di servizi, tramite il quale i lavoratori ricevevano
un prezzo prestabilito per una certa quantità di caffè raccolto, misurato con l’area
necessaria alla sua coltivazione, in genere un alqueire paulista (24.200 m2). Altro
cambiamento fu l’instaurazione di un vincolo tra l’area destinata alla coltivazione per il
proprio consumo – ceduta gratuitamente o affittata – e il numero di alberi di caffè trattati
o affittati, in un tentativo di scoraggiare la sottrazione di tempo dal lavoro nel caffè verso
le colture alimentari. Erano anche affittati ai coloni, a prezzi bassi, le abitazioni e il pascolo
per il bestiame.
Il beneficio del caffè tornò a essere realizzato dagli schiavi fino al decennio 1880-’90
e, dopo, passò a essere realizzato da lavoratori salariati. Ma tutti questi cambiamenti non
risolsero il problema del debito come disincentivo e, conseguentemente, quello della
produttività del lavoratore. L’alternativa utilizzata per diminuire il problema fu
l’applicazione di multe per la non esecuzione della sarchiatura invece di multe per
l’abbandono della fazenda, ma nell’essenza il problema rimaneva senza soluzione.
La situazione diventò acuta nel 1870, in virtù dell’aumento delle piantagioni di caffè
del decennio anteriore e dei colpi ricevuti dal sistema schiavista. All’inizio degli anni 1880,
rispondendo alle pressioni dei coltivatori di caffè di San Paolo, il governo brasiliano mise
in pratica un programma di immigrazione, stabilendo un accordo di immigrazione
sovvenzionata con l’Italia per il rifornimento di lavoratori liberi per le fazendas di caffè. Il
risultato fu immediato e permise ai fazendeiros di abolire la schiavitù e, incentivati dagli
alti prezzi del prodotto nel mercato internazionale, di dare continuità al processo di
ampliamento delle fazendas.
Inizialmente gli immigranti erano inseriti nelle colonie ufficiali dove ricevevano un
piccolo appezzamento di terra. Il governo assumeva le spese di viaggio dall’Italia per il
Brasile, fino alla colonia, finanziava la terra e le spese iniziali e manteneva un regime di
tutela sui coloni durante i primi due anni. Queste colonie erano localizzate in aree non
adatte alla coltivazione del caffè e della canna da zucchero, servendo soltanto alla
coltivazione di alimenti. L’obiettivo era formare un “vivaio di manodopera” per le fazendas
di caffè: il governo garantiva all’immigrante la produzione di alimenti per il suo
47
Secondo HOLANDA, alcuni fazendeiros avevano optato per il pagamento di un salario mensile
fissato previamente e per il rifornimento di alimenti o di terra per la loro coltivazione. Il colono era
obbligato a realizzare tutti i servizi della fazenda. Questo tipo di contratto era più adatto ai lavoratori
nazionali che non agli immigranti, abituati che erano a uno standard di vita relativamente più alto di
quello dei lavoratori nazionali.
90
sostentamento, ma l’obbligava a lavorare nelle fazendas come bracciante per poter ricavare
i soldi necessari all’acquisizione di vestiti, medicine, ecc. Questa pratica ebbe breve durata
per gli innumerevoli lamenti dei proprietari che adducevano che non sempre le colonie
erano situate vicine alle fazendas che più avevano bisogno di lavoratori.
In poco tempo gli immigranti sovvenzionati dallo Stato cominciarono a essere
incamminati direttamente alle fazendas, dando origine alle colonie particolari e
determinando la sovvenzione pubblica alla formazione del capitale nella grande fazenda.
Nonostante il fatto di essere appoggiata dai difensori della colonizzazione, tale pratica
occasionò una forte reazione politica davanti alla deviazione di risorse pubbliche in un
unico settore e, soprattutto, alla concentrazione regionale di queste risorse. Al di là delle
polemiche questa decisione governativa ebbe come risultato la rapida espansione delle
fazendas di caffè per tutto l’ovest di San Paolo dato che l’unica forma di incorporare il
capitale fornito dallo Stato era reclutando nuovi coloni. La corsa per l’apertura di nuove
fazendas48, a sua volta, originò l’industria della grilagem49 e i diversi espedienti da essa usati
per fornire al fazendeiro un terra “libera e sbarazzata di qualsiasi contestazione giudiziale”.
Così, il tributo prima pagato ai commercianti di schiavi passò a essere pagato al grileiro50.
Ma oltre a garantire l’offerta di manodopera alle fazendas in quantità sufficiente, era
necessario promuovere cambiamenti strutturali nelle relazioni di lavoro finora praticate. Il
grande problema rimaneva quello di garantire la realizzazione del trattamento della
piantagione di caffè. Cercando di risolverlo alcuni fazendeiros passarono a introdurre “un
sistema misto di rimunerazione per incarico svolto e per misura raccolta, il colonato, formula
che prevalse nelle fazendas di caffè dagli anni 1880 fino agli anni ’60 di questo secolo. In questo
sistema, il trattamento della piantagione di caffè era pagato a un prezzo annuale fisso per mille
alberi trattati, e la raccolta a un prezzo per alqueire di caffè raccolto” (STOLCKE, 1986:36)51.
Inoltre, era permessa al colono la produzione diretta di alimenti per il proprio consumo52
e la commercializzazione dell’eccedente. Infine, è opportuno sottolineare che il colono
non era un lavoratore individuale, ma familiare.
Ogni famiglia preservava la sua individualità nel lavoro, ricevendo una quantità di
alberi di caffè che restavano sotto la sua responsabilità diretta e che variava a seconda
Secondo MARTINS, la formazione della fazenda di caffè, almeno nei primi tempi, era realizzata dai
lavoratori liberi nazionali chiamati “camaradas”. Questo lavoro richiamava l’attenzione dei coloni
perché rappresentava una possibilità di aumentare i loro guadagni e pagare i loro debiti in tempi più
brevi.
49 L’“industria” di falsificazione di titoli di proprietà.
50 Nome dato a quello che falsifica i titoli di proprietà.
51 Il grassetto è mio. La scrittrice si riferisce al secolo XX.
52 La maggior parte dell’alimentazione del colono proveniva da questa coltivazione.
48
91
della grandezza della famiglia, in una proporzione di 2000 alberi/uomo adulto e 1000
alberi/donna e bambino con più di 12 anni. Tutti dovevano curare la pulizia della
piantagione di caffè, realizzando da cinque a sei sarchiature annuali. Nel “raccolto il
pagamento era fatto con base in una quantità determinata per alqueire di 50 litri di caffè
raccolto e depositato nel tratturo” (MARTINS, 1986:82).
Il colono combinava la produzione del caffè a quella dei mezzi di
sussistenza/riproduzione. Nelle piantagioni di caffè nuove coltivava mais, fagioli o altro
prodotto agricolo che potesse essere consorziato, intercalandoli agli alberi di caffè. Nelle
piantagioni più antiche, dove il suolo aveva perso un po’ della sua fertilità naturale, gli
veniva destinata un’altra area per la coltivazione di tali generi, fatto che lo forzava ad
ampliare la giornata lavorativa53. I prodotti erano coltivati durante il periodo del
trattamento del caffè, quando la domanda di lavoro era minore.
Inoltre il colono era obbligato a lavorare gratuitamente per il fazendeiro durante sei
giorni all’anno, in attività come la riparazione delle strade che collegavano la fazenda alla
ferrovia, manutenzione del pascolo e dei confini della proprietà e altro, sotto pena di
pagare una multa per il non rispetto del contratto. Gli era offerta anche la possibilità di
integrare il suo reddito lavorando come giornaliero nelle terre del fazendeiro oppure di un
altro colono54. I fazendeiros contrattavano ancora lavoratori singoli – nominati avulsi –
che lavoravano come giornalieri e aiutavano nella raccolta del caffè e in altre attività,
nonché lavoratori qualificati, come falegnami, muratori, fiscali, ecc.
La principale fonte di risparmio dei coloni era la vendita degli eccedenti alimentari,
ma la possibilità di ampliare le aree di coltivazione avveniva soltanto nei momenti di
ribasso dei prezzi del caffè, occasione in cui i fazendeiros permettevano la coltivazione di
generi alimentari intercalati agli alberi di caffè anche nelle aree antiche. Quando, però, i
prezzi si alzavano un’altra volta, tale coltivazione era nuovamente vietata. In alcuni casi i
coloni erano ricompensati con un piccolo aumento salariale che raramente compensava
l’autosussistenza perduta.
Tutte le transazioni realizzate tra i coloni e i fazendeiros erano annotate in un
piccolo quaderno. Ognuno di loro possedeva il suo proprio quaderno e gli appunti
contenuti in entrambi erano confrontati nel momento di fare la verifica dei conti. Si
trattava di un sistema di conto-corrente dove venivano segnalati i crediti e i debiti del
colono. L’apparente uguaglianza tra il fazendeiro e il colono, che si manifestava soltanto
nel momento di fare la verifica dei conti, servì a rendere a quest’ultimo l’illusione che il
Secondo STOLCKE, per minimizzare il problema i fazendeiros offrivano guadagni superiori (circa il
25%) ai coloni che dovevano coltivare i generi alimentari fuori dalle piantagioni di caffè.
54 In questo caso essendo pagato dal colono che contrattava i servizi.
53
92
lavoro che consegnava al fazendeiro sotto la forma di caffè fosse il tributo pagato per
lavorare a se stesso. Il colono non era rassegnato a guadagni monetari ridotti e la fazenda
era soltanto una tappa nel movimento della sua autonomia. Nel migrare non stava
andando semplicemente da un posto all’altro, stava andando verso il lavoro autonomo. La
proprietà era per lui la condizione dell’uguaglianza e libertà: l’unica forma di liberarsi dalla
soggezione della proprietà era diventare un proprietario.
Il successo del colonato può essere provato dalla straordinaria espansione della
coltivazione di caffè. “Tra il 1890 e il 1907 la produzione di caffè a San Paolo quintuplicò. Lo
stato diventò il principale produttore di caffè del paese e il Brasile diventò il principale
fornitore di caffè sul mercato mondiale, posizioni queste che entrambi avrebbero mantenuto
fino agli anni ’50. Il caffè costituiva in media il 50% delle entrate delle esportazioni del Brasile,
con punte, come nel 1924, quando la partecipazione del caffè salì a 74%. Il predominio del
caffè sarebbe diminuito soltanto negli anni ’60” (STOLCKE, 1986:53/54). L’espansione
delle piantagioni di caffè, a sua volta, comportò una crisi di superproduzione con il
conseguente ribasso dei prezzi. Il governo di San Paolo adottò diverse misure per
risolvere il problema, come l’istituzione di un’imposta sui nuovi alberi di caffè e l’avvio di
programmi di sussidio ai prezzi. Ma esse contribuirono soltanto a far espandere ancora di
più le piantagioni fino alla crisi di 1929.
Il nuovo sistema non impedì la continuità delle frodi sui nuovi contratti da parte dei
fazendeiros, soprattutto di quelle legate ai conti. Queste notizie arrivarono al governo
italiano. In reazione a questa situazione fu annunciata, nel 1902, la proibizione
dell’emigrazione sovvenzionata a San Paolo, la quale, però, ottenne all’inizio poco esito.
Nonostante i fazendeiros cercassero di reprimere ogni forma di manifestazione di
malcontento da parte dei coloni, gli scioperi si verificavano con una frequenza sempre
maggiore. L’aumento della disciplina sul lavoro – tenuta, non di rado, tramite metodi
violenti – fece nascere tra i lavoratori le condizioni per un’azione collettiva molto più
efficace. Ma i risultati raggiunti erano piccoli davanti alle perdite accumulate nel
trascorrere degli anni. Le proteste passarono a essere sempre più frequenti e, in poco
tempo, migliaia di immigranti sollecitarono al Consolato italiano il rimpatrio. Secondo
STOLCKE, tra il 1902 e il 1913 il tasso di migrazione di ritorno tra gli immigranti italiani
era del 65%, mentre tra quelli che rimanevano nelle fazendas, le fughe notturne prima della
scadenza del contratto diventarono una pratica sempre più comune.
Questa situazione diede inizio alla promulgazione delle prime leggi a tutela dei
coloni che, in pratica, diventarono armi efficaci utilizzate dai fazendeiros per reprimere
tutte le minacce da parte dei lavoratori. Il grande movimento di ritorno all’Europa ridusse
93
drasticamente il flusso migratorio verso il Brasile e l’alta mobilità della manodopera – da
una fazenda all’altra e dalle aree più antiche a quelle più nuove – fu la risposta data dai
coloni alle condizioni miserabili nelle fazendas e alla concorrenza tra i fazendeiros.
Ma la fine di questo tipo di sfruttamento non era lontana. Lentamente l’accesso alla
terra da parte dei compratori con poche risorse cominciò a diventare una realtà, in
funzione dalla frammentazione delle fazendas nelle aree antiche. Acquistate dalle grandi
compagnie private di colonizzazione, le antiche fazendas venivano divise in piccoli
appezzamenti di terra, poi venduti ai coloni a condizioni agevolate55.
In questo senso, gli anni ’20 furono significativi per i coloni. I prezzi del caffè, dopo
il 1923, ebbero un rialzo repentino e si mantennero elevati fino alla crisi del 1929/30.
Questo favorì gli immigranti europei che ricominciarono ad arrivare dopo la fine della
prima guerra mondiale, così come i lavoratori nazionali che erano stati “riscoperti”
dall’ondata nazionalista vissuta durante gli anni di guerra. Gli alti prezzi del caffè facevano
sì che i fazendeiros offrissero compensi più alti per il trattamento e la raccolta del caffè,
soprattutto nelle aree più antiche, permettendo ai coloni di risparmiare i soldi necessari
all’acquisto di piccoli appezzamenti di terra in meno tempo. Gradualmente passarono a
essere i coloni stessi a occuparsi della coltivazione del caffè e dei prodotti alimentari in
piccoli appezzamenti di terra. Il risultato di questo processo fu la diversificazione della
produzione agricola e il cambiamento, anche se non radicale, della struttura agraria e del
paesaggio rurale dello stato di San Paolo. Aree anteriormente dominate dalla grande
proprietà destinata alla monocoltura passarono a essere caratterizzate da un mosaico
formato dalle proprietà contadine con colture diversificate.
7. Le colonie agricole nel sud del Brasile
Il processo di colonizzazione del sud del paese (inizialmente del Rio Grande do Sul
e più tardi di Santa Catarina e del Paraná) possiede caratteristiche molto diverse da quelle
delle altre parti del Brasile. Durante molti anni questa area fu “emarginata” dalla politica
economica della Metropoli portoghese che favoriva lo sviluppo delle aree
economicamente più importanti, capaci di produrre generi agricoli tropicali di facile
55
Secondo STOLCKE queste compagnie facilitavano il pagamento, chiedendo soltanto una piccola
soma come entrata e dividendo il restante in rate che potevano così essere pagate con il risultato dei
primi raccolti.
94
sbocco nel mercato internazionale56. Possedendo caratteristiche climatiche somiglianti a
quelle europee, il sud del Brasile rimase a lungo fuori del raggio di azione di queste
politiche.
La colonizzazione di questa regione fu, secondo SABBATINI, il risultato di un
programma politico dettato dal Governo Imperiale. Aveva come obiettivo “imbiancare” il
Brasile, il cui sviluppo economico si basava ancora sulla forza lavoro dello schiavo
africano, nonché proteggere e occupare strategicamente la linea di frontiera, evitando
invasioni indigene e straniere e collegando internamente il Rio Grande do Sul a Santa
Catarina, Paraná e finalmente, a San Paolo. I maggiori ostacoli all’espansione della
colonizzazione erano la struttura economica fondamentalmente basata sull’allevamento
del bestiame per l’esportazione e l’inesistenza di un settore agricolo di produzione per il
mercato. Inoltre, le distanze e la mancanza di comunicazioni, rendendo difficile la
commercializzazione tra le aree di colonizzazione, fecero della policoltura per
l’autoconsumo la forma economica iniziale obbligatoria per l’espansione della
colonizzazione in quella regione.
Secondo SABBATINI, la formazione della Regione Coloniale Italiana nel Rio Grande
do Sul ebbe inizio nel 1875 con l’arrivo e l’installazione delle prime famiglie lombarde e
venete in un area di foresta vergine situata al sud del Fiume das Antas (attuale Nova
Milano) e nell’area di Campo dos Bugres (attuale Caxias do Sul). I primi immigranti erano
veneti provenienti dalle aree di produzione contadina che affrontavano una crisi
strutturale caratterizzata da sovrappopolazione, dal continuo frazionamento della
proprietà e dall’impossibilità di trovare sbocco nella propria patria. Questo quadro era
ancora più aggravato dalla crisi congiunturale scatenata dalla depressione economica del
decennio 1870 che mise in evidenza la loro marginalità economica. Così, essi furono
attratti dalla possibilità di coltivare terre vergini in un sistema di “nuclei coloniali”
(pubblici o privati) inizialmente come concessionari e poi come proprietari.
Secondo GUARDINI, all’aspirante a emigrante la società colonizzatrice57 offriva il
viaggio gratis e un piccolo appezzamento di terra in area di foresta, da pagare in un lungo
periodo, tramite prestazioni gratuite di lavoro nella realizzazione di opere di competenza
governativa, in particolare strade, scuole, chiese, ospedali, ecc. Da parte sua il governo si
impegnava a realizzare opere di infrastruttura fondamentali come strade, centri e servizi di
56
57
L’economia brasiliana si sviluppò per cicli economici, ognuno dei quali dominati da un unico
prodotto commerciale: inizialmente la canna da zucchero nel Nordest, seguita dall’oro nella regione
di Minas Gerais e infine dal caffè a San Paolo, Rio de Janeiro e più tardi nel nord del Paraná.
Le compagnie di colonizzazione ricevevano dal governo brasiliano una somma per immigrante
introdotto nel paese, oltre a ciò che lucravano tramite gli accordi stabiliti con i proprietari di terre,
con le compagnie di navigazione e con quelle del trasporto ferroviario.
95
rifornimento. Il trasporto dalle aree di origini fino alla stazione ferroviaria di partenza in
Italia (Trento o Verona nel caso degli emigranti veneti), era a carico degli emigranti. Essi
portavano con sé gli strumenti indispensabili – piantine di vite, sementi diverse58 – armi –
per la caccia e per difendersi dagli attacchi delle tribù indigene locali che resistevano
all’arrivo di altri uomini bianchi – strumenti di lavoro – i falcetti, le roncole, le zappe più
piccole dell’attività agricola – utensili domestici – i mortai e i pestelli di legno, i mestoli, i
recipienti delle cucine, le molinelle – gli strumenti dell’artigianato femminile – i fusi e le
rocche – nonché la speranza di dare continuità alla riproduzione contadina nella nuova
patria. In Brasile i coloni ricevevano dalla compagnia di colonizzazione gli animali come
aiuto nel trasporto delle valigie fino ai nuclei coloniali, alcuni strumenti per il lavoro di
preparazione della terra e, posteriormente, i buoi per l’arato a trazione animale.
Secondo SABBATINI il flusso migratorio veneto verso il sud del Brasile
rappresentò l’avanguardia di un movimento migratorio più intenso durante il periodo del
boom de caffè, dal 1887 al 1897. Esso propiziò la formazione di una nuova società italobrasiliana che, per la ridotta dimensione della regione coloniale storica, si caratterizzò per la
conservazione e riproduzione del modello di società contadina veneta in terre brasiliane,
con un forte incremento demografico e con costanti movimenti migratori verso terre
sempre più lontane. Secondo l’autore, abituate a dure fatiche per la sopravvivenza, le
famiglie venete, si mostrarono adatte a portare avanti l’esperienza della colonizzazione
tramite i nuclei coloniali.
La fase iniziale di impianto degli insediamenti fu difficilissima, dovendo il colono
“passare dal baraccone collettivo degli emigranti al disboscamento, alla costruzione
dell’abitazione, all’attesa dei primi raccolti, che talvolta erano distrutti da varie calamità
naturali” (SABBATINI, 1975:XX). Ma, anche se per l’alimentazione le condizioni di vita
che i contadini si lasciavano alle spalle non erano migliori, in generale le condizioni
essenziali della vita furono durante molto tempo peggiori di quelle lasciate. La durezza
della lotta per la sopravvivenza, l’isolamento e la dispersione di piccoli nuclei coloniali
determinò inizialmente una certa regressione culturale. Ma la prospettiva di avere la piena
proprietà di un piccolo appezzamento di terra, aspirazione più profonda della famiglia
contadina veneta, compensava tutti i tipi di fatiche e privazioni.
Così, lentamente si disegnò la geografia delle nuove aree coloniali. Parallelamente
alla costruzione delle case e alla preparazione dei campi, prendeva forma nel centro di
58
Furono portati anche i semi del baco della seta, la cui produzione non poté essere iniziata a causa
dell’inesistenza di industrie di filatura della seta. Questa attività fu impiantata nello stato di San Paolo
verso gli anni 50 del XX secolo, durante il periodo dell’emigrazione giapponese in Brasile con
l’installazione dell’industria giapponese BRATAC.
96
ogni nucleo coloniale ciò che più tardi sarebbe diventato il centro del paese: la residenza
dell’ingegnere responsabile del progetto, i magazzini per i rifornimenti indispensabili; gli
uffici postali, sulle strade appena costruite. Sulle rive dei fiumi sorgevano molini, segherie,
officine per la lavorazione dei metalli, tutti costruiti dai coloni. Al centro di ogni nucleo, le
chiese, durante molto tempo l’unica istituzione effettivamente presente e responsabile per
il contatto tra le piccole comunità disperse.
A partire dagli anni ’50 l’espansione industriale dell’area di Caxias cambiò
radicalmente le caratteristiche della regione di colonizzazione tradizionale. L’espansione
delle vie di comunicazione ruppe l’isolamento contadino e portò alla crisi delle forme
culturali il cui mantenimento e sopravvivenza dipendevano da tale isolamento. Secondo
SABBATINI, il collegamento ferroviario tra Caxias e Porto Alegre, realizzato nel 1910,
occasionò cambiamenti nella base economica della regione, inducendo una rapida
sostituzione, avvenuta tra gli anni 1915 e 1925, della policoltura per la monocoltura della
vite destinata alla produzione del vino. Da allora l’industria vinicola perse la sua funzione
economica fondamentale che ebbe nel periodo tra le due guerre, ma la monocoltura
viticola resta ancora oggi fondamentale per l’economia contadina dell’antica regione coloniale.
La formazione di un’agricoltura commerciale, basata sulla viticoltura, può essere
caratterizzata come una fase di transizione tra l’economia di sussistenza iniziale e
l’industrializzazione successiva degli anni ’50, frutto della politica governativa di sviluppo
industriale avviata dal governo Vargas.
Piano piano Caxias diventò il centro commerciale e artigianale più importante della
regione coloniale italiana, beneficiando della sua localizzazione privilegiata di punto di
incrocio di tre aree geoeconomiche distinte: l’area della regione coloniale italiana a ovest e
nord ovest, l’area lusobrasiliana di allevamento del bestiame di Campos de Cima da Serra a
nord est e, infine, Porto Alegre, la capitale dello stato, tramite la regione delle colonie
tedesche. Tale supremazia si concretizzò in un epoca (1890-1914) in cui le condizioni delle
società contadine erano ancora basate sulla sussistenza. Secondo SABBATINI, questo
meccanismo fu possibile per l’importanza del commercio d’importazione di generi di
prima necessità come medicine, sale, polvere, strumenti di lavoro, vestiti, ecc. Inoltre, una
parte del reddito familiare proveniva da lavori accessori nella costruzione delle strade e
altre opere pubbliche. Infine, nella mancanza di soldi per l’acquisto dei generi necessari, il
contadino si assoggettava al sistema del “conto-corrente”59 offerto dai commercianti che
chiedevano prezzi maggiorati per le loro merci.
59
Piccoli quaderni dove venivano annotati i debiti contratti con i commercianti.
97
8. Conclusione
Le esperienze vissute dagli immigranti italiani in Brasile discusse in questo capitolo
hanno in comune l’importante segno lasciato da loro nel paesaggio agrario brasiliano e
nella creazione di una nuova cultura contadina. A San Paolo gli immigranti italiani furono
responsabili, da un lato, dell’espansione delle piantagioni del caffè per tutto l’ovest dello
stato, nelle aree previamente occupate dalle foreste, dall’altro dell’introduzione di una serie
di nuove colture – il grano, le patate, le vite e altre alberi di frutta – che risultarono nel
cambiamento delle abitudini alimentari delle popolazioni locali. Dagli anni ’20 in poi,
furono anche gli attori della diversificazione della produzione e conseguentemente del
paesaggio agrario nelle antiche aree produttore di caffè, dove il latifondo monocolturale
diede luogo a un mosaico di piccole unità di produzione contadine dove venivano coltivati
generi agricoli di diversi tipi, destinati al consumo della famiglia e al commercio nei
mercati locali.
Nel sud del Brasile, nello stato di Rio Grande do Sul, essi furono responsabili della
trasformazione di aree di foresta vergine in aree di effervescente produzione contadina,
seguendo il modello delle comunità contadine venete: piccoli appezzamenti di terra
destinati inizialmente alla policoltura per l’autoconsumo e posteriormente alla
monocoltura della vite, introdotta da loro stessi, per la produzione del vino. Nel centro di
queste aree un piccolo paese offriva i servizi indispensabili e la possibilità di
socializzazione, portata avanti soprattutto dalla Chiesa, durante molto tempo l’unica
responsabile per il contatto tra le varie comunità contadine disperse.
Sempre nel sud, nello stato del Paraná, ebbe luogo la breve ma importantissima
esperienza di comunismo anarchico, con la costruzione di una vera e propria comunità
contadina, la Colonia Cecilia, che sarà trattata nel capitolo successivo. Anche qui, l’antico
“mare verde” formato dalla foresta vergine diede luogo a un mosaico colorato formato dai
campi di lavoro comunitario con le diverse coltivazioni destinate al consumo della comunità e
alla commercializzazione, e dal nucleo della colonia composto dai laboratori artigianali, dalla
scuola, dalle abitazioni delle famiglie e dal baraccone destinato all’abitazione dei singoli,
dove avevano luogo anche i pasti collettivi, le serate dove si discutevano di filosofia e
politica, si svolgevano le feste e le calorose assemblee che tracciavano il destino della
comunità.
La ridefinizione del paesaggio agrario brasiliano e l’innovazione per cui passò
l’agricoltura tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento è, senza dubbio, opera della
“brava gente” che lì immigrò portando con sé il sogno contadino della produzione
98
autonoma e della libertà del lavoro. L’introduzione, nella storia brasiliana, dell’allegria,
della festa, della speranza, dell’amore per la terra, del fervore religioso, della mamma, del
nonno, della minestra, degli gnocchi e della polenta; della fisarmonica e del violino, della
famiglia numerosa, della conversazione allegra e rumorosa, del “ciao”, del gusto per i
proverbi e di una bevanda semplice che rallegra l’anima, il vino, è merito loro.
99
PARTE II
LE «VECCHIE» UTOPIE
100
CAPITOLO 4
LA PRASSI ANARCHICA:
GIOVANNI ROSSI E LA COLONIA CECILIA
1. Giovanni Rossi: vita e idee
“È un uomo onesto quanto lo può essere un pagano, filantropo quanto lo può essere un epicuro
che cerca il benessere privato; cerca di far del bene anche agli altri privandosi se occorre anche
del proprio per sollevare l’altrui miseria, materialista nega la spiritualità dell’anima
e così via con tutti i pessimi principi della moderna civiltà”60
Nato a Pisa nel gennaio 1856, Giovanni Rossi era il primogenito di altri cinque
fratelli di una famiglia media borghese. Si iscrisse al corso di medicina veterinaria presso
l’università pisana61, diplomandosi nel 1875. Il contatto con il mondo universitario diede al
suo orientamento politico un taglio marcatamente rivoluzionario: Rossi aderì alla sezione
pisana dell’Internazionale, fondata alcuni anni prima della sua laurea, fatto che gli rese ben
presto una schedatura in questura come elemento pericoloso e sovversivo62.
Dopo l’improvvista morte del padre avvenuta nel 1875, Rossi si trasferì a
Montescudaio, vicino a Cecina, per dedicarsi al podere di proprietà della famiglia, senza,
però, rinunciare all’attività politica. Infatti, risalgono a questo periodo le collaborazioni
con importanti giornali anarchici, tra cui il «Plebe»; l’inizio dei contatti con Andrea
COSTA, che avrebbero poi avuto importanti sviluppi; la fondazione e direzione di una
Lettera scritta da don Bonomelli, parroco di Gavardo a don Brunelli, vescovo di Cremona,
pubblicata da A. FAPPANI in Gabriele Rosa fra democrazia e socialismo, in «Commentari dell’Ateneo di
Brescia», 1965..; cfr. inoltre ID., Un anarchico a Gavardo, in ‹‹La voce del popolo››, 19 aprile 1969.
61 Secondo GOSI egli terminò i suoi studi presso la Scuola Normale Superiore Agraria.
62 Secondo GOSI, negli anni dell’università ROSSI si legò in amicizia a Gustavo Berton, un giovane
veneto noto alla polizia come “addetto alla società Internazionale” e “promotore dell’Associazione
Universitaria”. Più tardi ROSSI gli renderà un omaggio nelle pagine di Un Comune Socialista.
60
101
“sezione” dell’Internazionale a Montescudaio63. Tutto questo mise Rossi sotto la costante
sorveglianza della questura pisana. Ciò nonostante, egli riuscì a svolgere un ampio lavoro
politico che giunse fino il capoluogo della Provincia.
“Parallelamente all’impegno politico il Rossi proseguiva, in questo stesso periodo, una
ricerca più propriamente scientifica, testimoniata in numerosi articoli e pubblicazioni, per
ottenere una condotta veterinaria e un incarico universitario: sia l’uno che l’altro obiettivo
furono preclusi all’anarchico in almeno un paio di circostanze, causa il negativo intervento
delle autorità” (GOSI, 1977:09).
Il 1878 fu per lui importante. Nel febbraio di quell’anno, con lo pseudonimo di
CARDIAS64, pubblica sul giornale «Il Lavoro» l’articolo Del collettivismo. Sempre con lo
pseudonimo di CARDIAS, Rossi pubblica nell’estate di quell’anno anche il libro Un
Comune Socialista, dove “espone per la prima volta il suo programma per la realizzazione di
una colonia collettivista anarchica. Nel libro vengono descritti la nascita e lo strutturarsi di un
villaggio ove è stata instaurata la collettivizzazione della terra e della proprietà, posta
«l’anarchia nelle relazioni sociali, la proprietà collettiva dei capitali, la distribuzione gratuita dei
prodotti nell’assestamento economico, la negazione di Dio in religione». Un racconto (…) che
fa emergere il Rossi dalla maggior parte degli internazionalisti dell’epoca per quella
caratteristica che lo contraddistinguerà in futuro: la volontà di mettere immediatamente in
pratica gli ideali rivoluzionari, la necessità di applicare alla ricerca delle idee socialiste la verifica
empirica. Un impegno cioè tipicamente sperimentale” (ZANE, 1989:8).
Ma la sua intensa attività politica non sfugge al controllo dello Stato e, nel novembre
di quello stesso anno, dopo la scoperta di nuovi contatti dell’anarchico con il “Comitato
Internazionale Imolese” e la pubblicazione di Un Comune socialista, egli venne arrestato, in
seguito a una provocazione poliziesca, per “attentato contro la sicurezza interna dello
Stato”. Rimase in carcere per circa cinque mesi, nonostante fosse stata riconosciuta la sua
estraneità ai fatti.
Secondo ANDREUCCI e DETTI, una volta uscito dalla prigione, l’anarchico si
avvicinò sempre di più alle posizioni di Andrea Costa e all’evoluzionismo del gruppo della
«Plebe», influenzando così il movimento operaio pisano. Sono esempi della sua influenza
La “sezione” a cui fa riferimento la polizia, era stata, secondo GOSI, segnalata dallo stesso Rossi sul
giornale ‹‹La Plebe›› fin dall’agosto ’77 come “partito socialista di Montescudaio”.
64 Con questo pseudonimo Rossi pubblicò numerosi scritti oltre ai libri Un comune socialista, uscito in
prima stampa a Milano nel 1878, Cecilia comunità anarchica sperimentale. Un episodio d’amore nella colonia
«Cecilia», uscito in prima stampa a Livorno nel 1893 e Utopie und Experiment, pubblicato a Zurigo nel
1897. Secondo MASINI, il termine cardias si riferisce all’apertura superiore dello stomaco. L’autore
ritiene che l’anarchico, “da buon materialista e da buon veterinario, aveva preso quel nome
probabilmente a significare che la questione sociale era anzitutto nell’Italia del macinato e della pellagra,
una questione di stomaci vuoti da riempire” (MASINI, 1974:249).
63
102
il giornale «Sempre avanti!» di Livorno del 1891 – che propugnava la costituzione di un
nuovo partito socialista e l’accettazione di “tutti i mezzi senza preconcetti” – e il giornale
«Il Socialista» di Pisa del 1883, che sosteneva la partecipazione elettorale con candidature
di protesta. In questo giornale Rossi pubblica in prima pagina, nel dicembre del 1883,
sempre sotto pseudonimo, l’articolo Vantaggi e possibilità di una colonia socialista.
“Il costante controllo delle autorità, unito probabilmente alla necessità di stringere più
stretti rapporti con il movimento socialista romagnolo e lombardo, lo convincono, nel 1882, a
partecipare ad un concorso di veterinario condotto a Gavardo, nella provincia bresciana65.
Trasferitosi nel piccolo paese, non rinunc[iò] (…) a svolgere una intensa attività di
propaganda, dando il via a tutta una serie di iniziative per i contadini della zona,
dall’istituzione di una cooperativa di mutuo soccorso alla pubblicazione di un giornale, «Dal
campo alla stalla», alla trasformazione della condotta veterinaria «a tutta cura gratuita». A
Gavardo il Rossi intesse […] anche una fitta serie di relazioni con i maggiori esponenti del
socialismo bresciano, iniziando la propria collaborazione all’«Avanti!» fondato dall’amico
Andrea Costa, con cui [ebbe] frequenti rapporti epistolari” (ZANE, 1989:8)
Fu in questo periodo che l’anarchico elaborò compiutamente la sua teoria sulla
creazione delle colonie sperimentali in quanto strumento indispensabile per apprendere,
dalla sperimentazione pratica, quali forme fossero più adatte alla prospettiva di un
cambiamento sociale. Tanto che, nel 1884, nella quarta edizione del suo opuscolo Un
comune socialista, inserì l’enunciazione “della necessità di applicare alla ricerca scientifica nel
campo socialista il metodo sperimentale; realizzare cioè colonie socialiste sperimentali in
modo da poter studiare «i fenomeni nuovi» che ne [fossero emersi] e «quali forme di vita
sociale» siano «più consentanee all’indole umana», fondandosi sulla convinzione che
l’evoluzione della società debba avvenire ineluttabilmente in senso socialista” (ANDREUCCI
e DETTI, 1978:405).
65
Secondo ZANE, Gavardo era, nella seconda metà dell’Ottocento, un villaggio di economia
sostanzialmente agricola ma con importanti attività industriali e artigianali. La popolazione era in
buona parte dedita all’agricoltura. Il contratto più diffuso era quello a mezzadria, applicata su poderi
di piccole dimensioni e con coltivazioni promiscue, soprattutto grano e vite. I braccianti di solito
integravano i magri guadagni provenienti dai lavori agricoli stagionali impegnandosi in altre attività
come facchini, mattonai, ecc. Di rilievo era anche l’allevamento dei bachi della seta che aveva
importante commercio presso il setificio locale. Le coltivazioni della vite e dei cereali erano in linea
di massima destinate al consumo familiare. Le tecniche agricole e di produzione rimasero inalterate
per tutta la seconda metà dell’Ottocento, fatto a cui Giovanni Rossi si oppose svariate volte. Con
l’arrivo del tram a vapore Gavardo ebbe maggiori opportunità di commercializzazione, fatto che
contribuì a incentivare l’industria e l’artigianato locale. La vita politica era controllata da un gruppo
delimitato e compatto, anche se non omogeneo, composto per esponenti della borghesia agraria.
Nel mondo cattolico, un gruppo eterogeneo con alla testa don Giuseppe Brunelli, con cui Rossi
ebbe numerosi scontri.
103
Nel frattempo collaborò con diversi giornali fra cui l’«Avanti!» di Costa, «La Favilla» di
Mantova e «In marcia» di Fano-Pesaro, battendosi a favore dell’utilità e validità delle
colonie socialiste, sulle quali si era acceso un interessante dibattito. Così, nel gennaio 1885
pubblica su «La Favilla» la proposta di creazione di una colonia agricola cooperativa, da
trasformarsi successivamente in colonia socialista, seguita da un appello di sottoscrizione
per la creazione di tale colonia in Italia. Tale appello fu inviato anche a tutte le federazioni,
sezioni, circoli e nuclei socialisti in Italia.
Dal dibattito iniziato dopo tale pubblicazione nacquero le premesse per la
pubblicazione di un nuovo giornale, «Lo Sperimentale», “diretto dallo stesso Rossi, scritto e
pensato a Gavardo e pubblicato a Brescia negli anni 1886-1887. Il nuovo periodico, dedicato
quasi esclusivamente alla discussione ed alla propaganda del suo progetto di colonia socialista
anarchica, raccoglierà attorno a sé alcuni fra i più importanti nomi del socialismo italiano e
francese, da Filippo Turati al Candelari, da Reybaud a Reanaud, con un interessamento anche
da parte del milanese Gnocchi Viani. Il fine [era] quello di dimostrare, con la realizzazione
della colonia sperimentale, che se tali realizzazioni sono possibili in una società autoritaria e
coercitiva, tanto più tali forme di vita e di organizzazione sociale saranno possibili ed
auspicabili in una società libera” (ZANE, 1989:8/9). In questo giornale, che uscì per cinque
numeri di modo indipendente – dal maggio 1886 al gennaio/febbraio 1887 – e per altri
sette numeri dopo la fusione con il napoletano «Humanitas», Rossi espose la biografia di
importanti socialisti utopistici e anarchici e fornì esempi di colonie socialiste di diversi tipi
e svoltesi nei più variati luoghi66.
La realizzazione del suo ambito progetto avvenne non a Gavardo, ma nella vicina
provincia cremonese, “ove il Rossi si [trasferì] nel novembre del 1887 su invito del
possidente Giuseppe Mori, ex-deputato mazziniano, e con l’intermediazione del socialista
Leonida Bissolati. In questa occasione Rossi tenterà, inutilmente, di trasformare la cooperativa
istituita fra i contadini della zona di Cittadella, nel comune di Stagno Lombardo, in una vera e
propria colonia collettivista, tramite l’allargamento ad un gruppo di agricoltori socialisti. Il
66
Il n° 1, del maggio 1886, è dedicato a Robert Owen. Il n° 2, dell’agosto 1886, a Stefano Cabet. Il n°
3, del settembre 1886, a Francesco Natale Babeuf. Il n° 4, dell’ottobre/novembre 1886, a Carlo
Fourier. Il n° 5, l’ultimo, uscito nel gennaio/febbraio 1887 lo è a Michele Bakounine. Dopo la
fusione con il periodico napoletano «Humanitas» – che, a sua volta, cessò le sue pubblicazioni
nell’ottobre 1887 – passò a disporre soltanto di una pagina, la quale era dedicata ai soli esempi di
colonie socialiste nel mondo. I numeri usciti dopo la fusione furono: 7, uscito all’interno
dell’«Humanitas» X; 10, con l’«Humanitas» XIII; 11, con l’«Humanitas» XIV; 12, con l’«Humanitas»
XV; 13, con l’«Humanitas» XVI; 14, con l’«Humanitas» XVII e 16, con l’«Humanitas» XX. Con
eccezione del numero XX, uscito senza la pagina de «Lo Sperimentale», i numeri mancanti sono stati
sequestrati dalla polizia, non essendo possibile conoscere il suo contenuto. L’ultima uscita ebbe il
numero XXIII, con data 2 ottobre 1887, ma sin dal numero precedente non era uscita la pagina de
«Lo Sperimentale», senza previo avvertimento.
104
lavoro preparatorio sarà lungo e complesso, con la stesura di uno statuto che conserva in sé
l’impronta delle idee del Rossi, ma i rancori mai sopiti fra alcuni coloni di Cittadella faranno
ben presto naufragare il progetto appena avviato, sino allo scioglimento della colonia,
avvenuto nell’ottobre del 1890. In questo stesso periodo il Rossi [tentò] di dare corpo ad
iniziative similari nella campagna parmese, a Torricella di Sissa, e nella regione padovana e
reggiana, ma la cronica mancanza di fondi e le innumerevoli difficoltà burocratiche
sovrappostesi insabbia[ro]no definitivamente tutti i progetti” (ZANE, 1989:9).
Rossi però non desistette dal suo intento. Quanto più l’Italia si mostrava refrattaria
al suo progetto, più l’America gli appariva come possibilità. Dopo la delusione vissuta a
Cittadella, l’anarchico decise di andare in America a integrare una delle colonie
collettiviste che si erano appena formate e, mentre si organizzava per partire fu contattato
da amici bresciani che lo invitarono a partire verso l’America del Sud per fondare una
colonia socialista. Dopo una nuova e rapida campagna per la raccolta di fondi, Giovanni
Rossi si imbarca a Genova, insieme a pochi compagni, il 20 febbraio 1890, per fondare in
Brasile la sua colonia socialista, la colonia Cecilia67.
Esistita dal 1891 al 1894, la colonia Cecilia conobbe alcuni anni di prosperità
economica e sociale. I più di 150 coloni68 lavoravano vasti appezzamenti di terreno in
modo comunitario, e la colonia era dotata di una farmacia e di una biblioteca. Un gruppo
più ristretto di famiglie – in realtà una unica famiglia insieme a Rossi – si diede anche
all’attuazione del principio “del libero amore”, attuato contro “l’azione micidiale dei
rapporti di parentela”69. Ma anche in questo esperimento le incomprensioni fra vecchi e
nuovi coloni aggravarono i difetti della colonia. Il colpo di grazia alla Cecilia viene inferto
nel 1894 dallo scontro ormai arrivato a un livello insopportabile tra un gruppo di
contadini parmensi arrivati nel maggio 1891 – a cui Rossi si riferisce come il “partito
contadino” – e il gruppo formato da persone meno operose oppure incapaci di sostenere
il lavoro manuale, e che culminò con la vendita dell’attivo della colonia al gruppo di
contadini e la fine dell’esperienza.
L’esperienza comunitaria vissuta nella colonia venne analizzata dal Rossi
nell’opuscolo Un episodio d’amore nella colonia Cecilia, pubblicato nel 1893, con
l’individuazione delle cause del parziale fallimento dell’esperimento, oltre a quella appena
Il nome dato alla colonia fu un omaggio alla “Cecilia” presente nel suo libro “Un comune socialista”, il
quale sarà trattato in sezione posteriore. Nel 1891 ROSSI pubblica l’articolo Notarelle di viaggio e di
colonizzazione, dove tratta del viaggio e dei primi mesi di permanenza nel Paraná nella Rivista La
Geografia per tutti, edita a Bergamo e diretta da A. Ghisleri.
68 Le cifre riguardanti il numero di membri della colonia Cecilia sono molto divergenti tra loro. Mi
sono basata sull’informazione fornita dal Rossi stesso.
69 Una delle idee centrali dal pensiero di Rossi era l’influenza nefasta della famiglia per l’avvenire del
socialismo.
67
105
menzionata, nella struttura familiare tradizionalmente intesa, inconciliabile con il concetto
di libertà. “Scioltasi la colonia, Giovanni Rossi si [trasferì] in altre regioni brasiliane, dove
[assunse] per breve tempo anche l’incarico di direttore di una stazione agraria sperimentale.
Nel 1895 [diede] alle stampe il volume Il Paraná nel XX secolo. Utopia di G. R. (Cardias), in cui
[cercò] di dare una pratica valutazione di una eventuale e futura rivoluzione sociale,
utilizzando a piene mani le esperienze realizzate alla colonia «Cecilia», non mancando di
evidenziare le forme di autoritarismo che potrebbero emergere da un regime di proprietà
comunistica e rivalutando la figura della donna emancipata ed economicamente indipendente.
Assunto alle dipendenze del governo brasiliano, Rossi [venne] trasferito come direttore
di stazioni agronomiche a Rio dos Cedros70 e successivamente a Florianópolis. La morte,
avvenuta a pochi anni di distanza, di due figlie in tenera età, lo [convinsero] a fare ritorno in
Italia, dove giungerà con la famiglia nell’aprile del 1907; stabilitosi a San Remo prima e sulla
costa versiliese poi, raggiungerà definitivamente la città natale di Pisa nel 1914, alla vigilia del
primo conflitto mondiale.
Lasciata in pratica la politica, Rossi si dedicherà all’agricoltura nel proprio piccolo
podere, ma le ristrettezze economiche imposte dalla guerra lo costringeranno ad accettare una
supplenza veterinaria presso Codegno, dove insegnerà anche nel locale istituto tecnico. È di
questi anni il suo ultimo intervento sul giornale «Università popolare», in cui spiegherà,
trent’anni dopo, il suo punto di vista sulle colonie sperimentali e sulla colonia «Cecilia».
L’avvento del fascismo [trovò] Giovanni Rossi ormai stanco ed invecchiato, tanto da evitare
qualsiasi schieramento pubblico. Morirà a Pisa, alla veneranda età di 87 anni, il 9 gennaio
1943” (ZANE, 1989:10)71.
2. L’(u)topia di Giovanni Rossi: Un comune socialista
Secondo GOSI, Un Comune Socialista, bozzetto semi-veridico di Cardias, pubblicato in
prima stampa nell’estate del 1878 come quarto nell’ordine della Biblioteca socialista del
giornale milanese «La Plebe», rappresenta uno degli esempi più significativi, almeno in
Secondo ANDREUCCI e DETTI, dopo la fine della Colonia Cecilia Rossi si stabilì prima a Curitiba
e poi a Taquari, dove assunse l’incarico di direttore di una stazione agronomica sperimentale. Solo
più tardi fu trasferito a Rio dos Cedros.
71 ANDREUCCI e DETTI fanno riferimento a un articolo del 1916 apparso sulla rivista Critica sociale,
dal titolo Il socialismo dei margini in cui proponeva, tenendo conto delle difficoltà economiche
dell’epoca, che lavoratori organizzati comunisticamente coltivassero i margini delle strade.
70
106
Italia, di letteratura socialista utopistica72. Accanto alla produzione teorica, il socialismo
utopistico diede vita ad alcune realizzazioni pratiche, ma esse ebbero un successo assai
limitato e non tardarono a spostare il loro campo d’azione dal Vecchio al Nuovo Mondo.
In Italia, la produzione letteraria utopistica, di modeste proporzioni, riflesse la realtà
sociale dell’epoca ed ebbe uno stampo marcatamente contadino, raramente andando oltre
alla pura fantasticheria73. Il romanzo di Rossi, invece, segnò un importante cambiamento,
configurandosi come l’enunciato teorico di un progetto portato avanti nel tempo fino alla
sua concretizzazione in due precise realizzazioni: Cittadella e Cecilia.
Il romanzo è strutturato in forma narrativa ed è diviso in due parti principali: la
prima, intitolata propaganda, dove Rossi prova a convincere il lettore a convertirsi al
Socialismo; la seconda, intitolata organizzazione, dove è descritta l’organizzazione e il
funzionamento di Poggio al Mare, il paese immaginario situato sulla costa tirrenica, dopo
la sua conversione al Socialismo. Il libro ebbe cinque ristampe. Quella da me analizzata,
oggetto di questa sezione, fu la quarta, uscita nel 1884 a Brescia e pubblicata dalla
Tipografia Sociale Operaia, con una prefazione di Andrea Costa. Oltre le due parti
principali e la suddetta prefazione, il libro contiene ancora altre tre parti. Una parte
introduttiva, intitolata sragionamenti, dove l’autore si rivolge ai borghesi nel tentativo di
spiegare che cos’è veramente il Socialismo e come si sarebbe organizzata la società
dell’avvenire. L’epilogo, dove difende la tesi della naturale tendenza dell’umanità alla vita
socialista e fa un altro tentativo di sensibilizzare i borghesi. Infine l’appendice, dove
difende lo sperimentalismo e propone la realizzazione di esperimenti pratici di vita
anarchica, ambedue messi in fondo al libro. Nella quinta edizione del suo libro, pubblicata
a Livorno, Rossi introdusse un capitolo sulla colonia Cecilia dove racconta i primi mesi
della storia della colonia socialista in Brasile, in tono nitidamente propagandistico.
Una produzione più ricca e complessa di questo tipo di letteratura ebbe posto in Francia e
Inghilterra nella prima metà dell’Ottocento, quando alcuni pensatori elaborarono proposte di società
“alternative” – di solito fondate sulla ragione, la verità e la giustizia – mossi dalle idee emerse con la
Rivoluzione Francese.
73 GOSI cita il romanzo La colonia Felice. Utopia, di Carlo Dossi, uscito in Italia, nel 1874. Tale romanzo
ebbe numerose ristampe, anche come appendice su importanti giornali d’epoca, tra i quali «La
Riforma», «Il Sole» e «La Plebe». Questo romanzo, però, portava in sé poche proposte di
cambiamento della società. Secondo l’autrice, nella nuova organizzazione sociale descritta nel libro,
gli istituti fondamentali della società tradizionale, primo fra tutti la famiglia, erano mantenuti tali e
quali. Per questa ragione, anche se si tratta di un’utopia, il romanzo viene messo nel campo del
“socialismo conservatore”.
72
107
2.1. L’analisi del libro
Andrea COSTA inizia la prefazione alla quarta edizione del libro di Rossi
affermando che tra le accuse fatte dagli avversari, quella che lui teme di più è di essere
considerato un “sognatore”. Ciò nonostante, dice di aver sognato anche lui, immaginando
in Un sogno, una città della Romagna tutta convertita al socialismo74. COSTA sottolinea le
somiglianze esistenti tra i due libri, pur riconoscendo quello di Rossi come più completo,
“colorato” e pieno di raffinatezze e fondamenti scientifici. Riconosce soprattutto nel libro
di Rossi la risposta alle domande sull’avvenire in un ordinamento socialistico. Secondo lui,
il giorno in cui le persone avessero capito che il socialismo avrebbe dato luogo a una
società dove i beni sarebbero aumentati e i mali diminuiti di molto, allora avrebbero
cominciato a condividere il sogno socialista, oppure, avrebbero cominciato a pensare e
dubitare. E conclude: “quando la parte più intelligente della società pensa e dubita, e la parte
più numerosa, sicura di sé, si muove, oh! Allora può dirsi, che, dalle coscienze almeno, il
vecchio ideale se n’è andato; e l’avvenimento del nuovo è questione di tempo.
A questo rivolgimento della coscienza sociale tu coopererai certo, o amico Rossi, col tuo
Comune Socialista, non poco; e di ciò grati ti saranno tutti quelli che camminano verso i nuovi
orizzonti.
Non discutiamo ora se, in tutto e per tutto, (…) andiamo d’accordo. (…).
Il fondamento nostro è lo stesso: questo è l’importante. E con lo stesso fondamento e
con lo stesso metodo, le conseguenze saranno le stesse.
Il fondamento: comunità di mezzi e libertà.
Il metodo: evoluzione per preparare; rivoluzione per attuare.
Le conseguenze: prosperità e libertà per tutti; svolgimento progressivo infinito del
genere umano” (COSTA in ROSSI, 1884:VIII).
Il libro di ROSSI inizia, dopo questa prefazione, con gli sragionamenti, dove
l’autore, rivolgendosi ai borghesi, spiega che cos’è il socialismo e la forma di
organizzazione della società dell’avvenire. Inizia informando che il socialismo: elimina, per
tutti gli uomini, le cause delle miserie economiche, organiche, morali e intellettuali,
74
Un Sogno, l’utopia di Andrea COSTA, fu pubblicato a Imola nel 1881 in un «Almanacco popolare».
Secondo GOSI, in questo libro, COSTA tratta dell’Imola trasformata dopo una rivoluzione
scoppiata contemporaneamente in tutta l’Europa. La città era completamente cambiata: le mura e la
rocca erano state abbattute, le strade ferrate avevano sostituito le vecchie strade, i vicoli e gli edifici
sudici avevano dato luogo a nuove strade e a edifici più belli e puliti. La proprietà apparteneva ai
lavoratori. C’era la libera circolazione delle persone e non esistevano più le guardie, i soldati, i preti e
i mendicanti. Pure la famiglia era scomparsa, regnando al suo posto l’amore libero (questi ultimi temi
– la famiglia e l’amore libero – saranno ripresi più tardi da Rossi durante la realizzazione della
Colonia Cecilia).
108
facendo scomparire le pagine di cronache nere della società; riconduce gli uomini alle
benefiche leggi naturali, condizioni del progresso morfologico e funzionale; fa giustizia
sulla produzione; elimina il concetto di autorità; afferma e conferma la legge del progresso
storico indefinito; risolve la questione della soggezione femminile e, infine, si presenta
come il prototipo del grande, del bello, dello splendido. Riassume: il socialismo è il posto
della felicità e del benessere.
ROSSI prosegue i suoi ragionamenti avvertendo i borghesi, e i lettori in generale,
che manca l’esperimento a dare caratteristica di verità o meno al socialismo moderno, che
il suo libro tenta di colmare. Allo stesso tempo, sottolinea che il socialismo moderno – da
lui inteso come “anarchia nelle relazioni pubbliche e private; amore e nient’altro che amore
nella famiglia; proprietà collettiva del capitale, proprietà personale o distribuzione gratuita dei prodotti
nell’assettamento economico” (ROSSI (CARDIAS), 1884:5) – è una tendenza popolare e il
suo studio è una scienza. In seguito, spiega che cosa intende per ciascuno di questi
concetti.
In ciò che riguarda la proprietà collettiva, ROSSI ritiene che siccome le
generazioni passate hanno contribuito alla formazione del patrimonio sociale, esso deve
appartenere all’umanità intesa come ente collettivo. I socialisti, informa l’anarchico,
vogliono trasformare questo diritto in fatto: la presa di possesso del patrimonio sociale da
parte della collettività significherebbe la rivoluzione sociale nel campo economico. Questo
patrimonio, però, “non può, non deve andare diviso, pena il pronto ricomparire
dell’oppressione economica; esso deve restare patrimonio indivisibile e inalienabile della
collettività. Questa è la proprietà collettiva che sostituirà la proprietà individuale. Ove però a questo
patrimonio non fosse associato il lavoro, presto diventerebbe infruttifero. Sarà questa
convinzione, sarà l’interesse collettivo, sarà la ineluttabile necessità delle cose, che indurrà gli
uomini al lavoro” (ROSSI (CARDIAS), 1884:9). Riguardo al consumo, ROSSI fa
riferimento all’esistenza di due scuole di pensiero: quelli che associano il consumo alla
quantità di lavoro svolto, ritenendo questa la forma per mantenere lo stimolo alla
produzione, e quelli, invece, che difendono il consumo libero, a seconda dei bisogni
personali e delle rendite sociali, sperando in metodi più razionali capaci di trasformare il
lavoro in qualcosa di più attraente, facendo così aumentare la produzione in modo da non
compromettere il libero accesso alla produzione sociale.
Una volta fatti questi chiarimenti, ROSSI dà inizio alla sua utopia. Il libro si
struttura in forma di romanzo. Nella prima parte, intitolata propaganda, egli ci porta al
paese immaginario di Poggio al Mare, sulla costa tirrenica, dove si reca in visita ad
Alessandro De Bardi, un suo vecchio amico. Appena arrivato, assiste a una lite tra due
109
contadini e, dopo aver incontrato e salutato il suo amico, gli richiama l’attenzione sugli
effetti negativi della proprietà, in fondo la causa del litigio presenziato.
ROSSI, accompagnato da una guida, fa un giro per la campagna e poi per il paese di
Poggio al Mare. Si serve di questo giro per fare un’accurata descrizione del posto, prima
della campagna, dissertando sull’agricoltura, sulle condizioni di vita dei contadini e del
loro abbrutimento dovuto all’eccesso di lavoro, e poi del paese, affrontando gli aspetti
della vita economica, sociale e culturale. Conclude che sono i principi guida della vita
borghese i responsabili di tutta quella situazione.
ROSSI, anzi CARDIAS, torna a casa del suo amico, dove rimarrà ospite per qualche
giorno. Lì conosce Cecilia, la sorella di De Bardi, e scopre essere anche lei una socialista.
Dopodiché questa parte del libro passa a svolgersi tramite una serie di dialoghi e lettere
scambiate tra CARDIAS e Cecilia sui principi fondamentali del socialismo: la questione
della proprietà, della giustizia sociale, della produzione e dello stimolo alla produzione, dei
diritti all’eredità, della famiglia, dell’emancipazione delle donne, dei privilegi pecuniari, del
collettivismo, dei valori morali e sociali degli uomini. Questi erano gli argomenti di
animate serate di discussioni, di lettere appassionate scambiate tra i due che, oltre a servire
di scambio di idee tra i due socialisti, avevano lo scopo di convertire il proprietario delle
terre, Alessandro De Bardi, al socialismo.
Questa prima parte finisce con l’unione di CARDIAS e Cecilia in matrimonio e con
l’accettazione, da parte di De Bardi, delle idee da loro difese. Come prova di questa
accettazione, De Bardi gli offre le terre in concessione perché fossero trasformate in
socialismo per un periodo di dieci anni, rinnovabile in caso di successo e per espresso
desiderio dei contadini. Restava, però, da convincere gli abitanti di Poggio al Mare a
realizzare tale esperimento e CARDIAS affida la missione a un suo amico, Gustavo
Berton75. Dopo un discorso appassionato fatto dal giovane anarchico nella piazza del
paese, gli abitanti decidono di accettare la proposta. Ha così inizio la seconda parte
dell’utopia, dove ROSSI passa a descrivere come si diede l’organizzazione di Poggio al
Mare in socialismo.
La seconda parte del libro, l’organizzazione, è senza dubbio quella più importante,
poiché è quella in cui CARDIAS descrive l’organizzazione di Poggio al Mare in
socialismo, ed è la base delle idee sull’organizzazione della produzione agricola che
l’anarchico cercherà di mettere in pratica negli esperimenti di Cittadella e della Cecilia.
Il primo passo, racconta l’autore, fu l’organizzazione di un Comitato Organizzativo
Provvisorio e l’elaborazione di un contratto ufficiale, dove fu stabilita la forma di
75
In omaggio all’amico socialista delle lotte universitarie, morto ancora giovane.
110
organizzazione e funzionamento di Poggio al Mare. In questo contratto gli abitanti
dichiaravano: di associarsi per dieci anni con l’obiettivo di coltivare le terre e dedicarsi ad
alcune attività industriali; che i capitali – mobili e immobili – diventavano collettivi, e che
la divisione degli utili sarebbe stata determinata in un altro momento; che passati dieci
anni la società, a seconda dei risultati raggiunti, sarebbe stata sciolta oppure prorogata per
altri dieci anni e che gli amministratori della società che si stava organizzando sarebbero
stati nominati dai membri stessi. Furono adottati altri provvedimenti, come per esempio
l’inventario delle proprietà di ciascuno in caso di scioglimento dell’esperienza; la denunzia
delle entrate sociali all’agente delle imposte e, infine, dopo essere stata stabilita la
cooperazione sociale all’interno delle associazioni, furono organizzate le associazioni di
arti e mestieri a titolo di esperimento.
Una volta organizzate tali associazioni, ciascuno dei partecipanti scelse liberamente
a quale partecipare secondo le proprie inclinazioni e interessi. Il Consiglio Provvisorio
suggeriva soltanto che le attività che richiedevano l’uso della forza muscolare fossero
realizzate preferibilmente dagli uomini, causando così una sorta di divisione sessuale del
lavoro. Inoltre, nonostante la attenzione di ROSSI verso l’emancipazione delle donne,
nella sua utopia non esistettero associazioni miste.
Ciascuna delle associazioni, riunite in assemblee generali76, ricevette il suo capitale
sociale in custodia: i contadini ricevettero la terra, il bestiame e gli strumenti di lavoro, i
tessitori i loro opifici e magazzini e così via. Sempre nelle assemblee generali furono scelti
i direttori tecnici o maestri di lavoro. La produzione fu così organizzata in condizioni
veramente razionali e scientifiche: la piccola e disorganizzata produzione di una volta
diede luogo alla produzione grande e organizzata; il credito dell’associazione permetteva ai
contadini l’introduzione di macchine che diminuivano la fatica mentre aumentavano il
rendimento del terreno. Tutti erano interessati a introdurre innovazioni capaci di
proporzionare allo stesso tempo il risparmio delle fatiche e l’aumento della produzione.
Alcuni esperti esterni furono invitati a partecipare all’esperienza, contribuendo al continuo
perfezionamento e miglioramento del lavoro e della produzione a Poggio al Mare.
Il lavoro era organizzato in forma libera e anarchica. I lavoratori organizzati nelle
rispettive associazioni si riunivano alla mattina per decidere il lavoro da svolgere durante la
giornata. Decidevano anche quali ore erano più favorevoli al lavoro, nonché di quante ore
sarebbe stata la giornata lavorativa, a seconda della stagione e della fatica richiesta. Ma
questo non significava un compromesso fisso, dato che ciascuno era libero di dirigersi al
76
Le assemblee generali erano il posto dove venivano prese le decisioni più importanti riguardo alla
conduzione del comune socialista.
111
lavoro quando lo riteneva più opportuno. Inoltre, era prassi anche l’aiuto ai lavoratori che
svolgevano altre attività, sempre che la propria lo permettesse. Tutto il lavoro eccedente
veniva registrato e poi convertito in tempo libero.
ROSSI riteneva intrinseco all’uomo il rispetto per il benessere comune, anche se
non considerava il benessere sociale al di sopra di quello individuale. Da questo
l’attenzione costante, nella sua costruzione utopica, alla ricerca dell’equilibrio tra gli
interessi collettivi e quelli individuali. In questa direzione il collettivismo fu valorizzato
tramite l’incentivo alle associazioni e uno degli obiettivi del benessere collettivo era quello
della preoccupazione con la salubrità del lavoro.
Riguardo al consumo, perché si potesse raggiungere l’aspirazione socialista «a
ciascuno l’intero prodotto del suo lavoro», si dovette organizzare anche lo scambio, dando ai
prodotti un valore reale, composto dalla somma dei diversi valori attribuitigli durante la
loro elaborazione. Inoltre, doveva essere possibile identificare, con facilità, tutte le sue
frazioni costituenti, in modo che ciascuno potesse sapere quale era stata la sua “quota di
proprietà” in ogni oggetto prodotto. Nelle parole di ROSSI, si “voleva in somma che la
determinazione del valore avesse fondamento nelle condizioni organiche onde nasce, [in
modo che] tutelasse l’interesse personale e si prestasse alle operazioni di scambio” (ROSSI
(CARDIAS), 1884:37). E così, basandosi su esperienze chimico-fisiologiche che calcolavano
il consumo organico indotto dai diversi tipi di lavoro muscolare e intellettuale svoltisi a
Poggio al Mare, si arrivò alle unità di valore.
Ogni associazione aveva un libro di registro dove venivano registrati i dati che poi
avrebbero dato origine ai biglietti di valore consegnati a ciascuno dei lavoratori. In essi
contavano il lavoro compiuto, il coefficiente attribuito e le unità di valore guadagnate.
Con questi biglietti, i lavoratori si recavano al magazzino di deposito per scambiarli con
altri, di tipo uniforme ma di taglio diverso, da un centesimo a cento unità di valore.
Questa era la moneta – il warrant, come venne chiamata – che circolava a Poggio al Mare. I
biglietti consegnati al magazzino andavano all’ufficio di statistica, dove venivano usati per
calcolare il valore delle merce prodotte. Il valore delle merce introdotte “dal di fuori” era
calcolato in base alle unità di valore della produzione degli oggetti scambiati per quella
compra. L’ordinamento di questo metodo era di responsabilità delle associazioni
cooperative di produzione, e tutti erano interessati a che non ci fossero irregolarità nel
funzionamento77.
77
Secondo DE MELLO NETO, nella quinta edizione del libro, CARDIAS aveva abolito la moneta
all’interno del comune. Inoltre, la produzione era tutta destinata al consumo, commercializzandosi
soltanto l’eccedente.
112
CARDIAS aggiunge che i valori erano stati calcolati sulla media degli esperimenti e
da questo emergeva il problema che più tardi preoccuperà KROPOTKIN: quelli che
producono di più perché sono più capaci avrebbero un eccesso di unità di valore e ciò
avrebbe potuto originare il problema dell’accumulazione capitalistica all’interno del
comune socialista. Per evitare che ciò accadesse fu deciso di dare al warrant una scadenza
annua. Così, da un lato si evitava il risorgere del capitalismo personale e, dall’altro,
s’incentivavano i lavoratori alla totale soddisfazione dei propri bisogni. A scopo
illustrativo, CARDIAS cita l’esempio di quelli che mettevano un po’ di moneta da parte e,
prima della scadenza, la scambiavano per moneta legale alla cassa dell’associazione e se ne
andavano in viaggio per le belle città d’Italia.
Con la comunità in pieno funzionamento, il Comitato Provvisorio fu sostituito dal
Consiglio Comunale, i cui membri furono eletti all’interno delle diverse Associazioni. Tale
consiglio aveva funzioni esecutive: le proposte di innovazioni vi erano sottoposte per
essere esaminate e discusse. Le decisioni prese erano presentate a tutte le associazioni lì
rappresentate. Una volta approvate, la sua esecuzione passava a essere compito dalle
associazioni.
Così si diede l’organizzazione di Poggio al Mare in collettivismo, e l’autore passa a
descrivere nei dettagli la vita comunitaria condotta da tutti, sottolineando le numerose
trasformazioni in meglio che il comune aveva attraversato e che lo rendevano
irriconoscibile. Particolare importanza fu data alle trasformazioni tecnologiche introdotte
che determinarono l’aumento della produzione allo stesso tempo resero il lavoro meno
faticoso e conseguentemente più piacevole, offrendo ai lavoratori più tempo libero. Fu
così che il lavoro diventò un’abitudine per tutti, facendo sì che automaticamente sorgesse
la domanda: perché ricompensare con misura determinata ciò che è diventata un’abitudine
universale?
Presto fu convenuto che il lavoro fosse libero da ogni determinazione di tempo e
quantità, anche se continuava mantenendo la direzione tecnica delle maestranze. E dal
“momento che la produzione è restata facoltà incontrollabile di tutti, anche il consumo non
può essere determinato che dai bisogni di ciascuno soddisfatti senza controllo. E poiché è
insegna che l’abuso avviene solamente dove vi ha deficienza della cosa della quale si abusa,
(…) così in Poggio al Mare, dove è abbondanza di tutto, si abusa di niente. D’altronde tutti
sappiamo che l’abuso è dannoso a chi lo esercita, e da buoni egoisti non abusiamo di cosa
alcuna.
Eccoci dunque in piena distribuzione gratuita dei prodotti del lavoro. Il socialismo nella
più alta espressione fino ad oggi escogitata – il Comunismo agrario – si trova praticamente
113
applicato in Poggio al Mare” (ROSSI (CARDIAS), 1884:45). In più, CARDIAS sottolinea il
fatto che il desiderio di fortuna aveva ceduto posto ai premi e riconoscimenti morali e
sociali all’interno di Poggio al Mare.
Dopo questa descrizione, CARDIAS fa un salto di dieci anni nel suo racconto, e
simula una situazione in cui un suo amico era andato a trovarlo a Poggio al Mare. Facendo
gli onori di casa, lui lo porta in giro per il comune. Nel percorso trovano contadini che
preparano la terra per un frutteto, con un aratro mosso con l’energia prodotta da una
cascata utilizzando un fiume lontano 3 km dalla proprietà. Vanno a vedere il bestiame, di
tre razze diverse, da carne e da latte. Vanno alla stalla che rispettava gli standard di igiene
già all’epoca. Gli fa vedere un silos, profondo 5 metri, dove venivano conservati freschi gli
steli del granoturco Cuzco, ricevuti annualmente dagli amici d’America. Visitano
l’Associazione delle lattaie, passano davanti alla scuola e raggiunta l’ora di pranzo, si
recano al ristorante dove quelli che non vogliono avere il pasto a casa mangiano e
chiacchierano animatamente.
Dopo il pranzo continuano il giro per il paese e CARDIAS gli fa vedere l’edificio
dove lavorano le sarte, le tessitrici e le stiratrici. A questo proposito il suo amico richiama
l’attenzione sull’inesistenza di uniformità nel vestirsi, e CARDIAS gli risponde che tutti
hanno la libertà di scegliersi il tessuto e il modello che più piace loro. Continuano la
passeggiata e CARDIAS gli fa vedere gli edifici delle varie associazioni di Arti e Mestieri e,
in fondo alla Piazza Tommaso Campanella, il teatro. CARDIAS richiama infine
l’attenzione dell’amico sul fatto che tutte quelle innovazioni tecnologiche in un’unica
proprietà erano possibili solo con quel tipo di organizzazione: un proprietario individuale
non si può permettere tutto quanto.
Dopo la passeggiata si dirigono a casa di CARDIAS, che fa vedere all’amico il
piccolo appartamento, facendo notare che lì non manca niente né di necessario né di
confortevole. Continuano a chiacchierare sul benessere raggiunto da Poggio al Mare e alla
fine del pomeriggio si dirigono verso la piazza del paese, dove si sarebbe svolta la
cerimonia delle distribuzioni delle pubbliche ricompense, consegnate ai lavoratori che si
erano dimostrati più attivi e intelligenti. Questa parte del libro si conclude con il discorso
fatto da Gustavo Breton che rammenta a tutti che sono passati dieci anni da quando
avevano iniziato l’esperimento della vita in socialismo e che è arrivato il momento di
decidere che cosa fare. A nome di Alessandro De Bardi, domanda loro se vogliono
prendere ognuno la sua casa e dividere le terre e il bestiame, al che tutti rispondono:
“No!”. Domanda allora se vogliono continuare a vivere in socialismo, e tutti uniti e
insieme rispondono: “Sì!”.
114
Si procede poi alla cerimonia della distribuzione delle medaglie alle Associazioni.
Terminata la cerimonia, la popolazione si sparge per il paese, chi rimane in piazza a
ballare, chi si dirige a casa, chi va a fare una bella passeggiata, tutti secondo i propri gusti.
Quella sera CARDIAS sogna un’Italia organizzata in socialismo.
Nella terza e ultima parte, l’epilogo, l’autore richiama l’attenzione del lettore sulla
naturale tendenza della vita al socialismo allo stesso tempo in cui afferma di credere che il
passaggio dal capitalismo al socialismo non avverrà di modo tranquillo ed evoluzionista,
ma tramite una rivoluzione sociale. Si tratta anche di un tentativo di sensibilizzare i
borghesi verso le idee socialiste da lui concepite e difese. Infine, nell’appendice, si lancia
a difendere lo sperimentalismo e, tramite questo, propone di realizzare nella pratica tutto
quanto descritto nel libro.
GOSI, analizzando l’utopia di ROSSI, sottolinea le somiglianze tra la sua opera e
quelle di FOURIER e CABET. Con FOURIER, secondo l’autrice, tra i punti in comune
riguardo ad alcuni aspetti dell’organizzazione della comunità – il lavoro come gioia, la
spontanea aggregazione sociale, il rispetto delle inclinazioni individuali come chiave per
l’equilibrio dell’esperienza – quello più importante è il carattere decisamente
antiautoritario con cui ROSSI organizzò Poggio al Mare. GOSI ritiene anche possibile
ipotizzare che ROSSI avesse conosciuto le idee di FOURIER non solo tramite la lettura
dei suoi testi, ma anche tramite contatti con un nucleo fourierista genovese attivo già nel
1876.
Con CABET, sono condivise l’idea della comunità dei beni – con il lavoro e
l’educazione comune –, e soprattutto la convinzione dell’utilità della propaganda, tanto da
trasformare ambedue oltre che in promotori di esperienze di questo tipo, anche in
realizzatori in prima persona. CABET, infatti, credeva che Icaria, la sua colonia egualitaria
e comunista, avrebbe esercitato un’attrazione su tutte le classi, facendo sì che tutta la
società europea fosse in grado di realizzare il passaggio dal capitalismo al comunismo di
modo pacifico e naturale.
ROSSI però va oltre a queste influenze e nella sua utopia propone innovazioni
importanti: l’accentuazione del senso libertario, particolarmente in quel che riguarda
l’organizzazione del lavoro; il tentativo, sia pur impreciso, di formulazione di una teoria
del valore e una interpretazione positiva della lotta per l’esistenza.
115
3. Il veterinario anarchico: il soggiorno di ROSSI a Gavardo e i primi passi verso la
realizzazione della sua utopia
Com’è già stato detto, nei primi di agosto del 1882, ROSSI partecipò al concorso
aperto nel comune di Gavardo, provincia di Brescia, per coprire un posto di veterinario
rimasto vacante dopo che il precedente veterinario era andato in pensione. La decisione di
partecipare a questo concorso probabilmente fu dovuta al fatto che la sua attività politica
in Toscana, e la costante sorveglianza da parte delle autorità locali da essa innescata –
soprattutto dopo il suo arresto avvenuto nel 1879 – gli avevano reso praticamente
impossibile la riuscita di uno sbocco professionale da quelle parti. Decise allora di
presentare la domanda di iscrizione al sindaco di Gavardo, allegando alcune delle sue
pubblicazioni scientifiche. Riuscì a vincere il posto, iniziando la sua attività verso l’ottobre
dello stesso anno. Prima di partire, però, l’anarchico fece ancora parlare di sé per nuovi
“scritti sovversivi”78 e per un suo intervento avvenuto a una riunione di socialisti a
Livorno, dove difese la necessità di organizzarsi in modo da diffondere la propaganda
delle idee socialiste anche nelle campagne.
A Gavardo, ROSSI trovò un paese di salde tradizioni religiose e popolari, su cui
poco aveva inciso l’unità d’Italia e dove la vita politica riguardava un numero ristretto di
famiglie. Il primo contatto con gli esponenti del paese avvenne in clima di cordialità,
atteggiamento che non tardò a cambiare verso alcuni di loro, come il parroco don Brunelli
e l’ingegner Quarena. Nel mondo contadino, egli trovò un attaccamento alle conoscenze e
le pratiche di medicina popolari e nessun segno di voler cambiare. Decise di lottare da
solo contro questo stato di cose, e si diede alla pubblicazione e divulgazione di opuscoli
sulle malattie più frequenti tra gli animali della regione, anche senza contare sull’appoggio
delle autorità locali. Inoltre, secondo GOSI, le misure di sorveglianza sull’anarchico da
parte delle autorità toscane non cessarono dopo il suo trasferimento a Gavardo. Anzi, la
rete si allargò con i nuovi collegamenti stabilitisi con le autorità gavardesi, soprattutto con
quelle della Prefettura del Circondario di Salò, sotto la cui giurisdizione Rossi si trovava.
I frequenti spostamenti tra i paesi consorziati per motivi di lavoro79 gli permisero di
continuare a realizzare la sua propaganda socialista. La stessa Gavardo offriva molte
possibilità in questo senso, trattandosi di un borgo di grandi dimensioni, densamente
popolato, prevalentemente rurale ma già con qualche traccia di industrializzazione. “Il
paese presentava una certa vivacità dal punto di vista dell’organizzazione sociale, con la
nascita, fino dal 1876, di una società di mutuo soccorso, nel momento in cui il movimento
Secondo GOSI, le pubblicazioni sono probabilmente Il progresso e i contadini. A veglia in un podere
toscano, stampato a Siena nel 1881 e l’edizione livornese di Un comune socialista, di quello stesso anno.
79 Oltre a Gavardo, ROSSI doveva prestare servizi ad altri sette comuni circonvicini.
78
116
mutualistico bresciano cominciava a espandersi in buona parte della provincia” (GOSI,
1977:30).
Secondo GOSI e ZANE, anche se sotto costante sorveglianza da parte delle
autorità, in pochi mesi Rossi era riuscito a incidere sulla realtà sociale del paese, mettendo
in moto numerose iniziative. La pubblicazione del giornale «Dal Campo alla Stalla» – già
edito a Montescudaio e rivolto ai contadini – è la sua prima realizzazione concreta. Il
contenuto del giornale non è conosciuto, ma i suddetti autori credono trattarsi di articoli
di divulgazione igienico-sanitaria, oltre che tecnica, per contadini e allevatori, non essendo
possibile sapere se ci fossero accenni di propaganda politica o meno80.
Un’altra sua realizzazione fu la creazione di una società agricola di cooperazione con
circa 70 soci – secondo una lettera di don Brunelli a G. Bonomelli, vescovo di Cremona –
ove gli animali dei soci, in gran parte bovini, entravano a far parte del patrimonio comune.
Quest’ultima iniziativa ricevette la forte opposizione da parte del parroco locale, dato che
concorreva con la già esistente “Società di Mutuo Soccorso Operaia Agricola di
Gavardo”, legata alla chiesa e con scopi assai diversi da quella organizzata da Rossi81.
Importante fu anche il ruolo svolto da Rossi per l’espansione del movimento
socialista non solo sull’area del paese, ma anche sul nascente socialismo bresciano di fine
secolo. Particolare attenzione deve essere data ai contatti stabilitisi con gli ambienti più
progressisti dell’epoca, in particolare con il parlamentare romagnolo Andrea Costa. La
fitta corrispondenza scambiata con il parlamentare aveva l’obiettivo di avvicinarlo ai
socialisti bresciani, nonché di tenerlo aggiornato sull’andamento del clima politico
bresciano, prova dell’impegno politico di Rossi per il diffondersi delle idee socialiste a
Gavardo.
Oltre ai contatti con il gruppo di Brescia, Rossi collaborò con numerosi giornali e
riviste già citate nella prima parte di questo capitolo, e portò alla stampa la quarta edizione
del suo libro Un comune socialista, questa volta con la prefazione di Andrea Costa. Il fervore
rivoluzionario vissuto all’epoca gli fece credere alla possibilità di mettere in pratica l’antico
progetto di realizzazione di una colonia agricola socialista in Italia. Il primo a essere
contattato fu Costa, di cui non ebbe una risposta favorevole. Nonostante lo scontro – a
cui Rossi si riferisce come “una doccia fredda sulla testa” – i rapporti tra i due non si
ruppero.
80
81
GOSI non scarta la possibilità di che esso fosse, nonostante il suo titolo, un giornale soltanto di
propaganda politica, anche se non gli sembra tanto probabile.
Infatti, durante il suo soggiorno a Gavardo, la società cattolica ebbe il suo quadro di soci
progressivamente ridotto, fatto che non piacque alle autorità ecclesiastiche.
117
I tentativi di ottenere appoggio da altre parti continuarono, come testimoniano due
articoli pubblicati sull’«Avanti» di Costa. In un primo articolo, intitolato Accademia, Rossi
sviluppò un confronto sui significati assunti dai termini “evoluzione” e “rivoluzione”,
argomentando che se era vero che l’evoluzione era in grado di preparare gli animi per i
cambiamenti necessari, soltanto la rivoluzione sarebbe stata in grado di realizzarli. In un
secondo articolo sempre sullo stesso giornale, ma di cui non riusciamo a rilevare il titolo,
egli propose un’altra volta la fondazione di una colonia agricola sperimentale.
Per portare avanti il suo progetto, Rossi moltiplicò i suoi contatti. “Dopo aver
illustrato a diversi esponenti socialisti e repubblicani82 il suo progetto, nel gennaio del 1885,
sulle colonne del giornale mantovano «La Favilla», Giovanni Rossi formulò ufficialmente e
pubblicamente la sua proposta per la creazione di una colonia agricola cooperativa socialista,
chiedendo
«un movimento espresso in lettere di adesioni […] di molti compagni per un’opera che tenti con
l’efficacia seria dell’esperimento le vie segnate, fra l’empirismo e l’utopia, dell’umano destino»83”
(ZANE, 1989:35)
L’articolo, firmato da Rossi, portava il titolo Colonia Agricola Socialista, e trattava dello
stesso progetto già esposto per il paese immaginario di Poggio al Mare nel suo libro Un
comune socialista. “La colonia avrebbe dovuto sorgere in una zona mite per clima e di terreno
fertile, non ancora dominata da un’agricoltura esercitata in modo intensivo; sarebbe stata
costituita da una libera federazione di associazioni operaie; e ognuna di esse avrebbe disposto
di tutti i mezzi occorrenti al suo lavoro e della massima libertà per l’organizzazione delle
proprie funzioni interne” (GOSI, 1977:38).
Secondo GOSI, tre erano gli obiettivi di Rossi rispetto a questo esperimento: primo,
di assicurare benessere e giustizia sociale ai suoi partecipanti; secondo, di sperimentare
forme alternative di cooperazione economiche, evidenziando forme migliori di quelle già
esistenti da poter proporre; terzo, capire, nella prospettiva di un rinnovamento sociale,
dove finiva l’attendibilità delle teorie innovatrici e dove invece aveva inizio l’utopia.
Rispetto ai mezzi necessari per l’attuazione pratica dell’esperimento, fu stabilito che il
capitale sociale sarebbe stato costituito da un numero indeterminato di azioni da L. 50,
nominali, indivisibili e non trasmissibili. Una volta raggiunto il capitale necessario per un
Secondo ZANE, Rossi chiese a Gabriele Rosa, in una lettera del 17 novembre 1884 spedita da
Gavardo, più informazioni sulla colonia irlandese di Ralahine a cui lui aveva fatto riferimento in un
articolo. Nell’occasione, gli spiegò che tale interesse era dovuto al fatto che egli, insieme a Filippo
Turati e altri, stavano maturando il progetto di fondare nell’Italia meridionale o nella zona di bonifica
intorno a Roma, una “Colonia agricola sperimentale”, con l’obiettivo di fornire argomenti
sperimentali alla soluzione della questione sociale. Oltre a queste informazioni, Rossi chiese anche
l’appoggio di Rosa alla sua colonia socialista.
83 In: Colonia Agricola Socialista, in ‹‹La Favilla››, 11 gennaio 1885. (Cfr. ZANE, 1989: nota 73, p. 35).
82
118
primo impianto, i partecipanti avrebbero comprato un primo lotto di terre nella zona di
bonifica intorno a Roma o su quelle demaniali. Esse sarebbero assegnate a un gruppo di
dieci coloni, che avrebbero dovuto dedicarsi, oltre che ai lavori agricoli tradizionali, alla
frutticoltura e all’orticoltura. Concludendo l’articolo, Rossi presentava anche un
preventivo di spesa per una colonia agricola cooperativa per l’Italia meridionale, con una
superficie prevista di 100 ettari da essere coltivata con la frutticoltura e l’orticoltura.
Avendo superato la fase del dibattito ideale e raggiunta quella dell’attuazione pratica,
Rossi riteneva valida come punto di partenza l’idea della creazione di una colonia agricola
cooperativa da trasformare, poi, con sviluppi e integrazioni, in una colonia agricola
socialista84. Nel giro di un mese egli elaborò un documento indirizzato alla “Commissione
Federale di Corrispondenza del partito Socialista Rivoluzionario” di Forlì, richiedendo che
tutto il partito discutesse la proposta in seno alle associazioni locali e decidesse se e come
partecipare all’attuazione dell’esperimento. Fu un tentativo di coinvolgere le maggiori
forze socialiste italiane nella realizzazione del suo progetto. Lanciò anche un Appello per la
fondazione di colonie agricole socialiste indirizzato a tutte le “federazioni, sezioni, circoli e
nuclei socialisti d’Italia”, mettendo ancora una volta in evidenza la necessità di suffragare
con esempi pratici la validità delle teorie socialiste, provando così la loro possibilità di
realizzazione pratica. Inoltre, egli sosteneva che, una volta istituite, le colonie, dedicandosi
a rami della produzione dove la concorrenza della produzione capitalistica fosse meno
temibile, avrebbero potuto destinare una larga parte dei loro profitti al movimento
socialista e alla promozione di altre colonie.
Secondo GOSI, dall’esame di questi due documenti si può osservare una differenza
di tono. Mentre nel primo, rivolto a un pubblico più ampio, l’accento è posto sull’aspetto
cooperativistico dell’esperimento, nel secondo, rivolto a un pubblico più ristretto e
impegnato nella causa, si radicalizza il senso dell’iniziativa, con una maggiore insistenza
sulle sue implicazioni rivoluzionarie.
Rossi, però, dovette aspettare ancora un altro momento per la realizzazione della
sua colonia, perché nessuno degli esponenti consultati rispose positivamente e le
sottoscrizioni arrivate non raggiunsero il numero necessario. Ma lo scopo di iniziare una
discussione del suo progetto era stato raggiunto e, per mantenerla accesa, scrisse vari
articoli sui giornali socialisti dell’epoca, tra cui «In Marcia» di Pesaro, «I Miserabili» di
Padova e «La Questione Sociale» di Torino.
84
Secondo BETRI, in questo periodo, anche se criticato da alcuni dei suoi compagni, tra cui
CANDELARI, Rossi aveva una posizione molto più aperta, ritenendo la cooperazione come un
processo evolutivo verso l’inevitabile traguardo socialistico.
119
Il dibattito era ormai innescato e durante alcuni anni l’anarchico scambiò una fitta
corrispondenza con numerose personalità del socialismo italiano. Sul progetto delle
colonie socialiste si sollevarono voci a favore e contro la loro realizzazione. Tra le
opposizioni, egli si difese da una in particolare, mossagli ripetutamente da Converti e
ripresa più tardi da MALATESTA. Secondo loro, le colonie sottraevano forze preziose
alla rivoluzione, allontanando i compagni dai luoghi di preparazione e propaganda. Rossi
rispose a questa critica, argomentando che in una guerra dove le parti belligeranti si
chiamavano borghesia e proletariato, la presenza di un centinaio di uomini in più o in
meno era del tutto irrilevante. Inoltre, ribattete che tali colonie dovevano nascere in Italia
e che, neppure se così non fosse, nessuno poteva essere considerato un “disertore” dato
che la questione sociale era mondiale e nessuno poteva sapere dove essa sarebbe
cominciata. Ma un discorso più approfondito sulle colonie fu realizzato tramite la
pubblicazione del suo giornale «Lo Sperimentale» a partire dal maggio 1886, del quale
parleremo in seguito.
Intanto egli continuava a svolgere la sua attività di veterinario consorziale e, senza
farsi intimidire dalle resistenze opposte, si spinse alla realizzazione di interventi che
migliorassero la sua condotta, ma che tenessero conto anche della realtà economica e
sociale dei contadini. Stando così le cose, nell’autunno del 1885, Rossi presentò al sindaco
di Gavardo una relazione dettagliata trattando non solo della situazione igienico-sanitaria
della zona ma anche di problemi di ordine economico e sociale. In conclusione, propose
una serie di procedure da adottare ai fini di poter portare la condotta veterinaria “a tutta
cura gratuita”, proposta che venne accettata dalla maggior parte dei paesi consorziati.
Ma la realizzazione della colonia agricola socialista restava al centro della sua vita, ed
egli cercava di rompere il suo isolamento a Gavardo con costanti contatti con i socialisti
bresciani, romagnoli e milanesi. Alla fine del 1885 ROSSI chiese al sindaco di Gavardo un
permesso di vacanza per i mesi di gennaio e febbraio dell’anno successivo, argomentando
di dover andare a trovare la sua famiglia. Dietro a questa richiesta stava il desiderio di
stringere i contatti che, credeva, avrebbero portato alla realizzazione della sua colonia
socialista.
4. La necessità di “sperimentare”: la difesa dello sperimentalismo e la polemica
con gli anarchici
Da questo punto della sua vita in poi, Rossi non abbandonò mai più la difesa dello
sperimentalismo e impiegò tutte le sue forze nel tentativo di convincere sempre più
120
persone a dedicarsi, insieme a lui e ai suoi compagni, alla realizzazione di una colonia
agricola socialista. In seno al dibattito ormai acceso sul tema, decise di creare un giornale
che avesse l’obiettivo “di studiare e di propagandare le colonie sperimentali, (…) di costruire
anche centri e comitati d’appoggio, di promuovere ed organizzare la raccolta dei fondi
necessari all’impresa (…).
Già il 3 ottobre 1885, il «Farfarello», giornale della sinistra bresciana, pubblica un
comunicato dal titolo Movimento Socialista, in cui, fra l’altro, viene annunciato come:
«gli anarchici di Brescia vogliono riempire la lacuna che nella stampa socialista fu sempre lasciata
aperta. Essa è la necessità di un foglio che dimostri praticamente la attuabilità della vita in comune,
sia descrivendo e commentando tutti i tentativi fatti ed attuati a questo scopo, sia non tralasciando
eziandio di provocarne continuamente. Intento precipuo della pubblicazione è quello di far
toccare con mano che se tali associazioni sono possibili e possono sussistere fra gente povera,
molto maggiormente attecchiranno e si svilupperanno in un ambiente sociale che avrà per base
l’uguaglianza nei diritti e nei doveri di tutti gli uomini. Il foglio avrà per titolo “Lo Sperimentale”,
fermo posta, Brescia. Ai compagni l’avviso che l’amico Cardias sarà il principale degli sgobboni
dello “Sperimentale”»85” (ZANE, 1989:43).
Pronto sin dall’autunno del 1885, «Lo Sperimentale» apparirà per la prima volta
soltanto nel maggio 1886, stampato presso la Tipografia Rivetti, a Brescia. Sin dall’inizio
sulla collaborazione fissa di Candelari, Reybaud, Reanaud e Turati, e con un
interessamento senza seguito da parte di Lazzari e Gnocchi Viani. Ma fu soprattutto il
giornale di Rossi, dove traspariva la sua grande fede nell’ideale anarchico e la sua
insofferenza nei confronti di sterili accademismi che avrebbero potuto portare alla
trasformazione del socialismo in un’ideologia senza presa sulla realtà. Sul primo numero,
sotto il titolo Programma, firmato dalla Redazione, dopo aver chiarito che intendeva
colmare il vuoto lasciato dal partito e dalla stampa socialista riguardo agli esempi concreti
di che l’avvenire preconizzato è possibile, informa:
«Lasciando in seconda linea la critica del presente e la glorificazione dell’avvenire, ci applicheremo
a dimostrare con l’esame dei fatti e con l’esperimento, che questo avvenire è possibile. Per dare
questa dimostrazione ci serviremo dei fatti avvenuti, e di quelli che avvengono, non solo, ma ne
provocheremo anche. Descriveremo e commenteremo tutti gli esempi di vita comunistica che ci
presenta la storia; procureremo corrispondenze dalle attuali colonie comuniste; studieremo quel
tanto di comunismo che esiste nelle istituzioni moderne, come nella famiglia, nel monastero, nel
Comune, nello Stato, nell’associazione; vedremo quale tendenza addimostra il movimento
statistico del soccorso mutuo e della cooperazione; analizzeremo i conflitti tra autorità e libertà,
procurando di determinare se e come e quanto lo Stato si atrofizza di fronte a quella inutilità del
governo che è l’anarchia, propria degli uomini civili, liberi, onesti e perciò ingovernabili;
solleciteremmo i nostri compagni di ogni città e di ogni borgata a raccogliersi in vita comune, onde
dimostrare con i fatti che se una comunanza povera è possibile tra gli sfruttati della società
85
«Farfarello» 3 ottobre 1885 (Cfr. ZANE, 1989, nota 89 p. 43).
121
moderna, a maggior ragione sarà possibile una comunanza agiata tra i liberi produttori della società
futura; che se la pratica dell’anarchia nelle relazioni private è possibile in mezzo a tanti eccitamenti
autoritarî, onde è circondato e insidiato oggi l’uomo più mite e più libero, a maggior ragione sarà
possibile, quando nell’armonia e nella giustizia economica il rispetto per l’altrui personalità non
sarà controccambiato con un oltraggio alla personalità propria.
E mentre in cento luoghi diversi solleciteremo la costituzione di gruppi in vita comunistaanarchica, (…) propugneremo la fondazione in Italia di un gruppo modello, o colonia socialista
sperimentale, nel quale siano possibili su più vasta scala i tentativi e le prove di nuova vita sociale.
Della esistenza intima di questi gruppi daremo conto esatto e conscienzioso nelle colonne dello
‹‹Sperimentale››, che per tale indirizzo non smentirà il suo nome.»86
Concludendo il primo numero del giornale, ROSSI firma l’articolo intitolato
Sperimentiamo, dove insiste sulla necessità di partire alla sperimentazione, argomentando
che perché tale sperimentazione potesse avere la forza dell’esempio, essa avrebbe dovuto
aver luogo in Italia. Nelle sue parole:
«Non si tratta di stabilire né di mostrare, come e quale sarà precisamente, e nei suoi minimi dettagli, la società
dell’avvenire; neppure si deve credere di risolvere la questione sociale per via di fattorie socialiste. No, l’avvenire sarà
quello che sarà, e la questione sociale verrà risolta dai bisogni invadenti, dallo svolgersi irresistibile dello spirito
umano in tutte le sue manifestazioni.
Ma in mezzo alla nebulosità del vago, dell’indeterminato troviamo questo di certo e di preciso: che
la civiltà moderna si impenna sul cardine della proprietà privata dei capitali, e la società
nuova avrà invece per asse di rotazione la proprietà comune.
[…] Se domani i lavoratori del mondo sapessero che si può fare a meno di proprietà
privata, gli attuali ordinamenti sparirebbero a un tratto e senza violenza. Ecco dunque
dove e per cosa deve entrare in campo l’esperimento. Solamente per mostrare con i fatti se
la proprietà comune può essere a sua volta pernio della società umana. Questo il principio
di massima da sottoporsi alla prova; i particolari, i dettagli non hanno poi che menoma
importanza perché sono facilmente variabili.
Ma per influire sulle moltitudini, bisogna che queste prove siano date in paese, tanto che
possano verificarle con i loro occhi. I villaggi comunisti dell’America sono troppo lontani
perché possano persuadere i contadini italiani. “Questi non sono i paesi” è la risposta abituale che
si sente. Quando invece vedranno nella loro provincia una fattoria socialista coltivata a perfezione
(…) comunismo oggi sconosciuto, deriso o calunniato, doventerà aspirazione popolare.
Questa è la nostra convinzione, che speriamo sarà divisa dai compagni, non fraintesa né
schiacciata sotto una valanga di ma e di se. (…)
Facciamo dunque proposta di costituire in Italia una Colonia socialista sperimentale. Per mandarla ad
esecuzione, prendendo in affitto un terreno e relativi fabbricati capaci di due a trecento persone,
occorrerà una somma di 50 mila lire. Quindi invitiamo i privati e le società, che desiderano vedere
attuata questa idea, a dichiararci quale somma possono prestare o donare per questa impresa.
Appena le promesse di sussidio avranno raggiunta o superata la somma ritenuta necessaria, gli
86
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 1, maggio 1886, p. 1.
122
azionisti si costituiranno in Società con tutte quelle garanzie morali e giuridiche che hanno diritto
di esigere».87
All’appello di sottoscrizione per la fondazione di una colonia socialista in Italia,
lanciato sul primo numero del giornale, risposero alcuni fra i maggiori nomi del
movimento contadino e di quello socialista, tra cui Turati, Bissolati, Bosco Garibaldi e
Annamaria Mozzoni. L’iniziativa era così avviata. Nel secondo numero, Rossi informa che
la somma raggiunta era di lire 2.050 e allega l’elenco dei sottoscrittori, informando inoltre
che erano stati costituiti comitati locali a Milano, Brescia, Castenedolo, Gavardo, Padova,
Ferrara, Pisa, S. Croce sull’Arno e Palermo. Secondo GOSI, perché la sua proposta
potesse essere interpretata in senso “gradualista”, Rossi pubblicò, nel numero 3 del suo
giornale, l’articolo intitolato L’utopia sperimentale di Lassalle, dove cercò di chiarire come era
sbagliato pensare a una trasformazione graduale della società, insistendo sul fato che i
“gruppi di vita socialistica valgono come mezzo di propaganda, non come graduata e pacifica
soluzione della questione sociale”88. Ma questo non bastò per far aumentare il numero delle
sottoscrizioni, che proseguirono a passi lenti. L’ultimo elenco delle offerte pervenute o
promesse portava la somma di lire 2.150, somma ancora lontana dalle 50 mila lire
necessarie per dare il via al progetto.
I temi trattati da Rossi nel suo giornale sono quelli classici del rapporto fra
socialismo e libertà, autorità e anarchismo. Inoltre, particolare attenzione era data
all’analisi delle esperienze già realizzate da altre colonie, cercando di capire i motivi
dell’insuccesso ed i limiti teorici. Il giornale uscì di forma indipendente per cinque numeri,
dal maggio 1886 al gennaio-febbraio 1887, e ripeté lo stesso schema per tutti e cinque
numeri. Sulle prime pagine, una biografia di uno dei fondatori delle dottrine socialiste
utopistiche e altri figure importanti, come precedentemente informato. In seguito, una
serie articoli che fornivano notizie e storie dei più diversi sperimenti di vita comunitaria,
antichi o contemporanei, disfatti o in corso, in Italia o all’estero (Stati Uniti, Francia,
Messico, Russia, Belgio, ecc). Con alcuni di esse, come per esempio l’Icaria, si realizzavano
servizi dettagliati; con altri, invece, le notizie erano riportate da giornali o altri tipi di
pubblicazioni straniere. Un altro spazio sul giornale era destinato a brani e citazioni di
autori come Kropotkin, Mâlon, Lavelaye, Cernychewsky, oltre a quelli dei collaboratori
Renaud e Reybaud.
La rubrica Socialismo sperimentale, non firmata ma secondo GOSI
probabilmente curata da CANDELARI, proponeva aspetti e caratteristiche di vita
comunitaria in generale. Inoltre, uno spazio destinato ai fatti di cronaca, divisi in due parti:
87
88
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 1, maggio 1886, p. 8. Il grassetto è mio.
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 3, settembre 1886, p. 2.
123
sotto la rubrica «Vecchia Cronaca» venivano riportati gli omicidi, furti, tragedie d’amore,
da Rossi classificati come «fatti [che] non sono mai avvenuti, né avverranno mai nei paesi
che vivono in socialismo»89. In contrapposizione, sotto la rubrica «Cronaca Nuova»,
venivano registrati la nascita di nuove colonie, cooperative di braccianti, enopoli e società
di mutuo soccorso. In conclusione, sotto la rubrica Colonia Socialista Sperimentale in
Italia, Rossi informava la somma raggiunta dalle sottoscrizioni per la realizzazione della
colonia socialista e i nuovi comitati nati, allo stesso tempo in cui rafforzava l’appello a
nuove sottoscrizioni.
Dopo il quinto numero, «Lo Sperimentale» si unì all’«Humanitas» di Napoli, e uscì
ancora per altri sette numeri. Ma, com’è già stato detto, avendo a disposizione solo una
pagina, passò a dedicarsi soltanto a esempi di colonie socialiste nel mondo. Nell’ottobre
1887 con la chiusura del periodico napoletano, «Lo Sperimentale» ebbe la sua fine
definitiva.
4.1. «Lo Sperimentale» numero a numero
Nel numero 1, del maggio 1886, dopo il suddetto Programma, il giornale passa
trattare degli aspetti più importanti della biografia di Roberto OWEN (1771-1858). È
sottolineato il successo raggiunto dalla sua impresa di colonizzazione di New-Lanark,
diventato un paese modello grazie alla sua influenza morale e moralizzatrice, offrendosi al
lettore una descrizione delle condizioni materiali di vita della popolazione lì abitante. “Con
le sue idee, Owen condusse gli operai a costituire cooperazioni particolari per fondare e
mantenere magazzini di consumo, infermerie, asili di allattamento, scuole ecc”90.
Il successo raggiunto da questo esperimento spinse Owen a voler stendere le sue
idee a tutta l’umanità. A questo scopo pubblicò, nel 1812, il libro Nuovi concetti di società, o
saggio sul carattere umano. Egli credeva che la base di rigenerazione sociale stava
nell’educazione morale e scientifica della popolazione e così propose la riforma
dell’istruzione, il comunismo egualitario e la responsabilità personale. L’opera ebbe un
gran successo, anche tra i membri del governo che decisero di metterlo in pratica appena
lo spirito pubblico fosse preparato.
Approfittando della sua popolarità, Owen si lanciò alla propaganda delle sue idee in
diversi meeting organizzati dal governo. Nel 1817 decise di partire all’azione pratica: aprì
delle sottoscrizioni per la fondazione di colonie sperimentali, partecipando in prima
persona con una somma significativa. I fondi raccolti dovevano servire all’acquisto di 500
89
90
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 1, maggio 1886, p. 5.
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 1, maggio 1886, p. 1.
124
acri di terreno a Motherwell, in Scozia, dove si sarebbero costruiti gli edifici necessari per
una colonia di prova. Ma i venti cominciarono a cambiare e nel 1819 egli si trovò isolato.
Decise allora di partire per l’America per fondare la colonia comunista di New
Harmony91. Il tentativo fallì, ma nonostante tutto, egli riuscì a diffondere le sue idee sulla
cooperazione, a far riformare il sistema di istruzione in America e a riunire attorno a sé
numerosi discepoli. Owen ritornò in Inghilterra, dove svolse nuovi e numerosi meeting,
fondò il giornale Cooperative Magazine e, insieme ad altri, tentò di nuovo di realizzare una
colonia sperimentale a Orbiston, sotto la direzione di Abramo Combe. Il tentativo, che
ebbe successo all’inizio, si esaurì dopo la morte del suo direttore, dato che Owen,
impegnato nella diffusione delle sue idee, non poteva occuparsene.
“Sotto l’impulso di Bray si costituì un’altra lega «Equo scambio del lavoro nazionale»: questa
lega aveva per scopo l’abolizione della moneta che era sostituita da buoni di lavoro; era stata
fondata una banca, analoga a quella che più tardi tentò Proudhon, e vi si aggiunsero dei
magazzini cooperativi. Owen si consacrò anche a quest’opera; ma la sua influenza maggiore e
più efficace si esercitò nelle mutualità dei lavoratori, che egli allargò e trasformò. Per opera sua
il mutualismo divenne l’«Associazione di tutte le classi e di tutte le nazioni» diretta da un comitato ove
erano i suoi principali discepoli. All’antico giornale Cooperative Magazine si erano aggiunti
l’Orbiston Register, la Gazetta de New-Harmony, Weeck’y Chronicle, la Crisis, il Pionner, Man (l’uomo),
il Rationalist, Star of the East (la stella dell’Est), New-Moral World (il nuovo mondo morale)”92.
Owen morì nel 1858 avendo dedicato tutta la sua vita alla trasformazione sociale.
Sotto la rubrica Socialismo Sperimentale, sono offerti al lettore dati statistici,
economici e morali sulle colonie comunistiche degli Stati Uniti. I dati sono presi nella
maggior parte dal libro di Charles NORDHOFF, The Communistic Societies in the United
States, from personal visit and observation. I lettori sono avvertiti che, ad eccezione di Icaria, le
comunità di cui si occupavano in questa rubrica non si costituivano proprio in esempi di
vita comunista nel senso stretto – la maggior parte di esse professavano fede religiosa –
ma servivano in quanto riferimenti per l’organizzazione della colonia socialista
sperimentale, proposta da Rossi e accettata dai membri di quel giornale.
Le colonie comunistiche americane studiate in questa rubrica sono: “quella degli
Shakers, stabilitasi nel 1794 nella parte occidentale degli Stati Uniti, e nel 1808 circa nella parte
orientale di questi Stati; quella dei Rappists, stabilitasi nel 1805; dei Zoarites, stabilitasi nel 1817;
la comunità di Amana, fondata nel 1844; quella di Bethel, costituitasi lo stesso anno; quella dei
Ho trattato questo esperimento nel capitolo 2, all’interno delle idee diffuse dalla corrente
individualista dell’anarchismo.
92 «Lo Sperimentale», Brescia, n. 1, maggio 1886, p. 2-3.
91
125
Perfezionisti di Oneida stabilitasi nel 1848; quella degli Icariani o Cabetisti, che data dal 1849, e
per ultimo quella di Aurora fondata nel 1852, – tutte negli Stati Uniti.
Sebbene (…) queste comunità non sieno (sic) che otto, in realtà però esse formano non
meno di settantadue comuni, dei quali 58 sono costituiti dagli Shakers, 7 dai comunisti di
Amana, 2 dei Perfezionisti, ed uno da ciascuna delle rimanenti società”93. Dopo l’elenco delle
esperienze, segue la descrizione della storia e della loro forma di organizzazione, fatta in
forma comparativa. Per questioni di spazio destinato alla rubrica all’interno del giornale,
tale studio è diviso e ripreso nei numeri tre, quattro, cinque e sette del giornale.
Seguono poi due articoli sulle colonie di OWEN, uno su New Harmony e l’altro su
Orbiston; un articolo intitolato Il socialismo colonizzatore e la lotta economica del proletariato, dove
si tratta del valore delle esperienze delle colonie agricole socialiste sperimentali in quanto
precursore della società dell’avvenire; uno sui comunisti di Jault in Francia; uno sulla vita a
Icaria, negli Stati Uniti – ripreso poi in altri numeri del giornale –; un altro su una colonia
societaria a Parigi; l’articolo intitolato Sperimentiamo già citato anteriormente e, in
conclusione, un articolo sul comunismo a Sparta.
Il numero 2, uscito nell’agosto 1886, porta la biografia di Stefano CABET (17881836). Sono sottolineate la sua formazione in giurisprudenza; la sua nomina a procuratore
generale in Corsica dopo la rivoluzione del 1830, seguita dalla sua rapida revoca, dovuta al
suo radicalismo; la sua condanna, nel 1834, quando occupava il cargo di deputato della
Côte-d’Or, a due anni di carcere per aver sostenuto la causa polacca e criticato la politica
di Guizot e dei Thiers e la sua scelta di passare cinque anni in esilio in Inghilterra. Infine il
suo ritorno in Francia, avvenuto nel 1839, come comunista dovuto l’influenza owenista
assorbita in Inghilterra.
Il comunismo di Cabet fu abbracciato dal proletariato francese e il suo Viaggio in
Icaria, del 1840, diede al comunismo una forma determinata, diventando poi il vangelo dei
comunisti francesi, tanto da dare origine alla scuola icariana e, nell’anno successivo, alla
nascita del loro giornale intitolato «Il Popolare». Sostenuto dagli icariani, esso spiegò e
difese le dottrine contenute nel libro Viaggio in Icaria con gran successo.
“Nel dicembre 1848 Cabet partì dalla Francia per recarsi agli Stati Uniti, in mezzo ai
compagni che l’avevano preceduto, e fondare a Nauvoo una colonia comunista, che mostrasse
a tutti la possibilità pratica ed i vantaggi della vita comunistica.
Dopo sei anni di splendida riuscita, avvenne una scissione, in seguito alla quale Cabet
lasciò Nauvoo alla testa di 200 membri della minoranza. Spezzato da questa lotta, che egli
93
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 1, maggio 1886, p. 2. La storia di queste comunità e delle altre studiate
in questo giornale saranno trattate nel prossimo capitolo.
126
aveva provocata con i suoi modi autoritari, morì (…) a San Luigi (Missouri) l’8 novembre
1856. Aveva 69 anni”94.
Segue un lungo articolo intitolato Icaria, dove sono riportate la storia di questa
comunità, il suo svolgersi, i problemi da essa vissuti, la tensione creata all’interno tra i
giovani e i vecchi icariani fino alla scissione della comunità. In fondo, sono riportati alcuni
estratti dello statuto della nuova Comunità Icariana, stabilitasi in Iowa, negli Stati Uniti.
Il numero 3 uscito nel settembre 1886, porta la biografia di Francesco Natale
BABEUF (1764-?). Sono sottolineate la sua partecipazione attiva alla Rivoluzione
Francese accanto a Robespierre e a Saint Just e la sua conversione al comunismo durante
il periodo trascorso in carcere – da dove uscì con l’amnistia del 3 brumaio anno IV –
quando entrò in contatto con le idee di Morelly nel suo libro Il codice della natura. È citato
anche il tentativo di Babeuf e altri compagni di realizzare il comunismo in Francia, tramite
la creazione della società degli uguali e la pubblicazione del giornale «Il tribuno del popolo»,
dove egli pubblicava articoli di forte appello rivoluzionario sotto la firma Caio Gracco
Babeuf.
La società venne sciolta dal Direttorio e gli uguali dovettero raddoppiare i loro sforzi
per portare avanti le loro iniziative. “Fu pubblicata l’analisi della dottrina di Babeuf; si
incaricarono agenti speciali di preparare l’insurrezione nei diversi quartieri e di spingere le
truppe alla rivolta; altri agitatori percorrevano degli attruppamenti arringando la folla; si
spargevano a piene mani fogli volanti ed opuscoli; si pubblicavano giornali a buon mercato, e
in mezzo a questa agitazione pubblica si organizzava una formidabile congiura con
ramificazioni nelle principali città della Francia.
I mezzi d’azione dei congiurati erano formidabili (…).
Ma Grisel, ufficiale dell’armata dell’interno, che avevano tentato di associare, li
denunciò al Direttorio. Arrestati il 21 fiorile 1797, i capi della congiura furono rinviati davanti
l’alta corte di Vendome, che condannò a morte Babeuf e Darthé”95. Questo studio finisce
con la citazione di alcuni articoli del decreto preparato dai congiurati riguardanti
l’organizzazione della società in una grande comunanza nazionale, la forma come si
sarebbero svolti i lavori comuni, la distribuzione e l’uso dei beni della comunanza.
L’articolo successivo è il già menzionato L’utopia sperimentale di Lassale. Seguono un
articolo sulle Sette socialiste in Russia, estratto da HOPPÉ, La Russie inconnue; la rubrica
Socialismo Sperimentale, con la sequenza dell’articolo sulle colonie comuniste degli
Stati Uniti; un articolo sui Quacqueri, firmato da L. REYBAUD; un articolo sul MIR –
94
95
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 2, agosto 1886, p. 1.
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 3, settembre 1886, p. 1.
127
comune rurale russo, firmato da S r ff. MACK WALL; una citazione di due righe di
KROPOTKIN sull’atteggiamento del piccolo proprietario davanti ai vantaggi
dell’agricoltura comunistica; un articolo sui Fratelli moravi, firmato da H. RINK; un articolo
intitolato L’opinione di Kropotkine, estratto dal suo libro Paroles d’un révolté che servivano a
confermare l’indirizzo sperimentalista del giornale; un articolo intitolato Per la storia
d’Icaria, trascritto dalla «Révue icarienne» del giugno 1886, scritto dalla parte cosiddetta
autoritaria per denunciare gli arbitri dei pretesi libertari o anarchici. Il giornale si conclude
con la rubrica Colonia Socialista Sperimentale in Italia, dove Rossi informa sulla
somma raggiunta dalle sottoscrizioni fino a quel momento – L. 2100 – e sul compito dei
comitati locali creatisi per portare avanti la proposta della colonia socialista.
Il numero 4, dell’ottobre/novembre 1886, porta la biografia de Carlo FOURIER
(1772-1837). Si scrive che lui, ancora giovanissimo, era stato “inviato a Lione come
apprendista e poi viaggiatore di commercio; condizione che gli permise di visitare oltre le
principali città di Francia, la Germania, il Belgio e l’Olanda”96. In seguito, è citato l’episodio
che l’aveva condotto a scoprire la teoria dell’associazione, fino alla pubblicazione, avvenuta
nel 1808 a Lione, della sua opera Teorie dei quattro movimenti e dei destini generali, dove fa una
critica vigorosa alla società di allora.
In seguito, si tratta del suo trasferimento a Belley, nell’inverno del 1815/1816, dove
rimase per cinque anni, occasione in cui ricevette il suo primo discepolo, Giusto Muiron,
già nel 1816; completò e svolse la sua teoria e preparò i materiali per il suo Trattato
dell’associazione domestica agricola, pubblicato in due volumi nel 1822, senza avere il dovuto
riconoscimento. In questa opera Fourier, “prendendo per archetipo dell’universo
l’organizzazione passionale (cioè di tutte le forze o passioni) dell’uomo, applicando ovunque la
legge della serie (cioè della unione spontanea dei gruppi) stabilisce il rapporto dei destini di
tutti gli esseri, senza dimenticare lo scopo prossimo ed immediato della sua opera,
l’associazione… della quale rivela la proprietà più meravigliosa, l’attrazione industriale, la
proprietà di spandere tanto incanto su i lavori, che ciascuno vi sia trascinato per piacere, per
passione”97.
Avendo capito che per rovesciare le abitudini sociali servivano gli esempi concreti e
non le parole, egli cercò, in tutti i modi, senza mai riuscirvi, di mettere in pratica le sue
idee sull’associazione “sopra un primo gruppo di lavoratori associati, che egli chiamava
falange, raccolti sopra un comune rurale, ed abitanti in una casa unitaria, da lui detta falanstero o
abitazione della falange. Si rivolse successivamente a tutte le persone influenti del suo tempo,
96
97
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 4, ottobre/novembre 1886, p. 1
Idem ibidem.
128
da Owen ad Eufantin, da Napoleone I a Luigi Filippo, motivando sempre con nuove ragioni
la necessità di sperimentare in piccolo il suo metodo di associazione”98.
Nel 1832 la scuola societaria diede inizio alla pubblicazione del periodico
settimanale il Falanstero o Riforma industriale con lo scopo di rendere popolari le sue dottrine
e propugnare la costituzione di una colonia societaria di prova, il cui tentativo fu fatto a
Condé-sur-Vesgre99. Ma le idee di Fourier ebbero poche applicazioni all’interno del
movimento socialista.
L’articolo segue con una spiegazione della Teoria di Fourier, chiarendo come lui riuscì
“a concludere come esistano in noi passioni che si spronano inesorabilmente alla conquista del
nostro benessere; alla costituzione di gruppi nei quali abbiano soddisfazione l’amor proprio,
l’amicizia, l’amore, l’affetto domestico; alla fusione dei gruppi in riunioni più vaste, che egli
chiama serie, e che servono ad applicare utilmente il nostro amore di lotta, la piena dei nostri
entusiasmi, il bisogno di variare l’esistenza che nella monotonia s’infiacchisce. Queste passioni
principali, lasciate a loro stesse, conducono all’armonia universale, per quella legge pure
universale che è l’attrazione. (…) Qui sta il perno della dottrina di Fourier, che nei rapporti
economici riesce all’associazione”100.
In seguito, sotto il titolo L’organizzazione del comune secondo Fourier, si descrive come,
secondo lui, si sarebbe svolta l’organizzazione e il funzionamento di un comune in forma
associativa, elencando i diritti e i doveri degli associati. Tra i vantaggi di questo sistema
sono sottolineati il fatto di esso far convergere gli interessi di tutti gli abitanti del comune
che presto imparano che il lavoro svolto per il bene comune si converte in lavoro per il
bene proprio e che le modificazioni introdotte hanno come risposta la riduzione delle
fatiche individuali e l’aumento dei profitti e del tempo libero che può essere impiegato
nella diversificazione della produzione101. Nella sequenza è spiegata l’origine del falanstero,
edificio destinato all’abitazione comune degli abitanti del comune associato.
In questa organizzazione, il lavoro non viene più realizzato in modo isolato, ma
all’interno di un gruppo. Ogni lavoratore sceglie le attività a cui dedicarsi e divide la sua
giornata lavorativa in sedute di due ore, spostandosi durante il giorno tra le varie attività
scelte. Ogni gruppo è responsabile per la parte del lavoro che gli piace più realizzare.
L’insieme dei gruppi all’interno di un settore della produzione è chiamata serie e la riunione
di tutte le serie nel comune, falange. “Ogni sera i rappresentanti delle serie e dei gruppi
Idem ibidem.
Sempre su questo giornale seguirà un articolo su questo esperimento.
100 «Lo Sperimentale», Brescia, n. 4, ottobre/novembre 1886, p. 2.
101 FOURIER parte da un esempio di comune agricola che, con il tempo, passa a dedicarsi anche a
lavori industriali. È l’embrione delle attuali aziende agricole.
98
99
129
stabiliranno l’impiego del tempo per i giorni seguenti. In modo che, ad ogni ora della giornata,
ciascuno saprà perfettamente dove deve recarsi, ed i trasferimenti si faranno con regolarità
perfetta, senza esitazione né incaglio.
Il territorio della falange sarà di una lega quadrata circa, e intorno al falanstero costruito
al centro saranno riuniti i giardini, i frutteti, fabbricati rurali, officine, manifatture etc. Così gli
spostamenti saranno in generale brevi, e solo i lavori di grande cultura chiameranno i
lavoratori su punti lontani.
Questa disposizione dei lavori in sedute brevi e variate, per quanto lo consente la natura
dei lavori stessi, liberamente scelte dai lavoratori, soddisfa tutte le inclinazioni e determina nei
rapporti sociali quell’armonia, che qui abbiamo potuto solamente accennare”102. Questa
sezione si conclude con l’informazione della costituzione, nel 1876, di una Casa rurale di
esperimenti societari a Ry, un piccolo comune vicino a Rouen, in Francia, secondo le idee di
Fourier.
Il giornale prosegue con la rubrica Socialismo Sperimentale; con un articolo
firmato da I. RENAUD sulla Libertà falansteriana; un articolo sull’esperimento di Condé-surVesgre, la scuola falansteriana fondata da Baudet-Dulary secondo il metodo di FOURIER;
una breve notizia sui Falansteri incompleti103, organizzati da Considerant nel Texas nel 1850
ma falliti; un articolo sul Familistero104 di Guisa, in Francia; un breve articolo sul Comunismo
falansteriano, firmato anch’essi da I. RENAUD e, infine, la rubrica Colonia Socialista
Sperimentale in Italia, dove Rossi comunica che le sottoscrizioni avevano raggiunto la
somma di L. 2150, e informa della creazione di un comitato locale ad Alessandria.
L’ultimo numero de «Lo Sperimentale» uscito nel gennaio-febbraio 1887 porta la
biografia di M. BAKOUNINE (1814-1876), firmata da F. TURATI. Partendo dal
presupposto che narrare la vita dell’anarchico russo significava narrare la storia del
socialismo e della rivoluzione in Europa per più di 30 anni (1840-1876), l’autore domanda
al lettore come vuole vedere Bakounine, se come agitatore o propagandista, oppure come
un uomo di perno e morale, diventato cospiratore. Poi, rinuncia a seguire questi indirizzi e
ritiene che la sua biografia vera era quella fatta da HERZEN e pubblicata postuma sotto il
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 4, ottobre/novembre 1886, p. 3. Vale la pena di sottolineare la
somiglianza tra questa descrizione e quella fatta da Rossi nel suo Un comune socialista, provando così
le somiglianze tra le idee dei due autori, accennata nel paragrafo precedente.
103 I falansteri incompleti sono, secondo Fourier, un’associazione avente uno scopo puramente
economico.
104 Godin, discepolo di Fourier, decise di mettere in pratica le idee del suo maestro, facendo costruire
grandi abitazioni destinate alle famiglie che lavoravano al suo impianto di officine metallurgiche,
questo però organizzato capitalisticamente.
102
130
titolo La grande Lisa, dove sono descritti il carattere, la vita intima e perfino le debolezze
dell’uomo.
“La sua vita è irregolare e boema – vive di the e di tabacco, e veglia le intere notti a
tavolino scrivendo lettere, opuscoli, con lena indiavolata, tenendosi in rapporti con
rivoluzionari di tutti i paesi. Nulla gli sfugge, tutto assimila, tutto trasforma nel moto perpetuo
del suo cervello. Sempre aperto alla confidenza, sempre pronto all’azione, avendo per canone
supremo la inversione del binomio evoluzionista, ossia la necessità della rivoluzione come
precedente logico e storico di ogni evoluzione progressiva, egli è sbalzato continuamente di
luogo in luogo dal vario soffio delle speranze e della fortuna. Così i suoi scritti sono di rado
compiuti; suscitati dall’occasione, dall’occasione o dall’evento interrotti. La sua vita è tutta
nell’azione e non serve che all’azione”105.
TURATI continua raccontando i fatti principali della vita di Bakounine, la sua
gioventù come giovane hegeliano, il tempo rimasto nella Fortezza di Pietro e Paolo in
Russia e il cambiamento che questo “soggiorno” determinò nel suo idealismo dottrinale.
L’autore ritiene che soltanto se si considera la parola sperimentale in senso ampio, in quanto
indirizzo pratico, si può considerare Bakounine come uno sperimentalista e afferma che per
egli, l’unico esperimento da affrettare era l’insurrezione generale contro lo Stato e il
vecchio mondo borghese. Conclude ricordando che egli è considerato il padre immediato
dell’anarchismo.
Il numero segue con la rubrica Socialismo Sperimentale; con una breve nota sulle
Antiche comunità francesi estratta da E. BONNEMÈRE, Histoire des Paysans e da MALTON,
Histoire du Socialisme; una piccola citazione estratta dal libro di KROPOTKIN, Paroles d’un
révolté sul Lavoro comunistico e lavoro individuale e più avanti, sempre suo, una breve nota sulla
Piccola proprietà; una breve nota sulle condizioni di vita di una comunità di contadini nel
bacino dell’Amur, firmata da WENJUKOFF; una breve citazione sulla Proprietà collettiva del
terreno nell’India, estratta da STRAFFORELLO, La terra e l’uomo; un’altra breve citazione
sulla forma di organizzazione degli Incas, intitolata Nell’antico Perù ed estratta da MALOU,
Histoire du Socialisme; una citazione intitolata Un po’ d’anarchia in Russia, estratta della rivista
La Nuova Russia, Treves; un’altra breve citazione dal titolo Comunismo rurale in Serbia,
estratta da R. RAJAESICH, Das Leben, die silten und Gebrânche der ir Kaiserl-hume Oesterreich
lebenden Süd-Slaven, Vienna 1873. E, infine, il seguente avviso:
“Lo Sperimentale, col numero prossimo, si fonda nell’Humanitas di Napoli. Una pagina
sarà sempre esclusivamente destinata alla esposizione del socialismo sperimentale. Gli
abbonati continueranno a ricevere il giornale fino al ventesimo numero. Abbiamo voluto
105
«Lo Sperimentale», Brescia, n. 5, gennaio/febbraio 1887, p. 1.
131
iniziare un movimento di raccolta che, se imitato, potrà assicurare l’esistenza ad un buon
periodico di propaganda delle idee socialiste in generale. Invitiamo perciò i sostenitori dello
Sperimentale a voler trasmettere i loro sussidi a questo solo indirizzo: Humanitas, Napoli. Gli
scritti di carattere sperimentalista, al solito indirizzo. Il saldo delle partite pendenti con
abbonati e rivenditori dovrà essere trasmesso ad: Humanitas, Napoli.
Dr. Giovanni Rossi, gerente responsabile”106.
Così, a partire dal numero 10 uscito il 6 aprile 1887, il giornale «Humanitas» di
Napoli passa a riservare una pagina a studi di anarchia e comunismo sperimentale che
continuò a chiamarsi «Lo Sperimentale». La prima uscita, come numero 7, porta quattro
articoli essendo tre piccoli – uno comunismo cristiano, l’altro Progresso borghese entrambi senza
riferimento all’autore e Pensiero societario di RENAUD – il quarto, più dettagliato, intitolato
Un villaggio comunista con notizie aggiornate dell’Icaria. Portò anche quattro citazioni, una
senza titolo, sui concetti di libertà, minimum e attrattiva industriale di FOURIER; e le
altre tre così intitolate: comunismo del lavoro, estratto da CHATEAUBRIAND, Œuvres
complètes, t. 7; Tra i settari russi, estratta da L. TIKHOMIROV, La Russie politique et sociale e
Una forma di proprietà collettiva nella Scozia estratta da SKENE, Celtic Scottland, vol. 3.
Il numero 10, uscito all’interno dell’«Humanitas» XIII, il 2 maggio 1887, porta
una breve biografia di Paolina Roland, un articolo intitolato Le comunità americane (Bethel),
firmato R.C. e due citazioni estratte da L. TIKHOMIROW, La Russie politique et sociale, una
intitolata Il villaggio russo e l’altra Ancora del comunismo russo. In fondo, un appello redatto da
Giovanni Rossi a favore del sostegno al giornale napoletano.
Con il numero 11, uscito con l’«Humanitas» XIV, del 15 maggio 1887, inizia la
serie Storia dell’Associazione Agricola di Ralahine. Essa parte dal Capitolo I – I mali secolari
dell’Irlanda. Seguono due brevi note, una sul successo raggiunto dalla fabbrica cooperativa
di stoviglie ad East Liverpool, l’altra, uscita sul The Advance, Detroit, dell’aprile 1887, sulla
preparazione di una bottega cooperativa tra gli operai barbieri di New York. Completano
il numero le seguenti citazioni: Il comunismo nell’Oural, estratta da LAVELEYE, De la
proprieté; Un podere sociale e Società cooperativa di Calzolai, estratte da The Labour Leaf, e una
citazione senza titolo, estratta da LE PLAY, Les ouvriers européens sul principio di
comunanza tra i popoli nomadi e seminomadi senza specificare la località.
Il numero 12, uscito con l’«Humanitas» XV, del 29 maggio 1887, porta solo delle
citazioni, alcune più piccole, altre più dettagliate: Columbia – colonia cooperativa, estratta da
The Avant-Courier, Portland, Oreg, vol. I, n°. 48; Le comunità scozzesi, estratta da
106
Idem, p. 4.
132
LAVELEYE, op. cit.; Una miniera sociale, dal The Advance, Detroit, Mich. 23 aprile 1887;
Italia antica, dal MOMMSEN, Hist. Rom. Inoltre questo numero porta altre sei citazioni
senza titolo con i seguenti argomenti: l’organizzazione della tribù celto-ibera dei Vaccei,
estratta da Bibl. histor. l. V; l’agricoltura degli indios messicani, estratta da L’Année
géographique (1873) per M. Vivien de Saint-Martin; la pratica dell’estrazione annua a sorte dei
lotti di terreno, e qualche volta il lavoro in comune esistente in Irlanda, eredità dalle
abitudini delle comunità dei villaggi, estratta da Hume, Hist. of England, cap. XLVI e Mac
Culoch, statisti I; casi di lavori agricoli comuni in Tcheremisses, nell’Altmark e nello Iutland,
estratte da pubblicazioni di Von HAXTHAUSEN; le comunità di villaggio africane,
estratte dalla Relazione delle isole Pelew del capitano Wilson, tradotta dall’inglese da G. READ,
Parigi 1788 e sulle società cooperative delle arti costruttrici e dei canepini a Bologna,
estratte da La cooperazione italiana, maggio 1887.
Il numero 13, dell’«Humanitas» XVI, del 12 giugno 1887 prosegue con la Storia della
Colonia Agricola di Ralahine con i seguenti testi: Capitolo II – Miseria dei contadini nel 1830;
Capitolo III – Progetto d’associazione – accordo tra Vandeleur e Craig; Capitolo IV – Stato delle
persone e delle cose all’arrivo di Craig. Inoltre, porta alcune citazioni come Comunismo nella
Magna Grecia, estratto da ARISTOTELE, Politica lib. IV – Cap. III); Comunità nel Medio Evo,
estratto da LAVELEYE, op. cit., una piccola citazione senza titolo sulla storia della Sicilia,
estratta da DIODORO, Bibl. histor. V. 9; infine l’annuncio della formazione della Società
Cooperativa dei lavoratori bottai a Messina.
Il numero 14, dell’«Humanitas» XVII, del 2 luglio 1887 è interamente dedicato alla
Storia della Colonia Agricola di Ralahine con i seguenti testi: Capitolo V – Studio della lingua
irlandese; Capitolo VI – Prime misure per organizzare l’associazione; Capitolo VII – Statuto
dell’associazione.
L’ultimo numero uscito fu il 16, con l’«Humanitas» XX, del 8 settembre 1887,
anch’esso dedicato alla Storia della Colonia Agricola di Ralahine con la continuazione dello
Statuto dell’associazione e poi con il Capitolo IX – Dettagli pratici sulla direzione. Comitato eletto;
in conclusione, la notizia dell’organizzazione della Colonia Kaweach in California, seguita da
invito d’adesione. Non si trova avvertimento sulla fine del giornale.
Con il numero 16 «Lo Sperimentale» cessò definitivamente la sua esistenza. Ma il
seme per la nascita della colonia agricola socialista non tarderà a dare i suoi frutti: ancora
nel 1887 nascerà a Stagno Lombardo, nel territorio cremonese, l’«Associazione Agricola
Cooperativa di Cittadella», di cui Giovanni Rossi, oltre che l’ideatore, fu il segretario.
133
5. Cittadella
Secondo BETRI, i primi contatti tra Rossi e il gruppo cremonese di Giuseppe Mori,
Bissolati, Sacchi e altri risalgono agli anni 1885/86107. Tra l’altro, questo fu il periodo in cui
Rossi intensificò la propaganda della sua colonia sperimentale, parlando per la prima volta
della creazione di una colonia cooperativa da trasformarsi in una colonia socialista,
sembrando così moderare il carattere rivoluzionario del suo discorso. Ciò nonostante,
rimase fedele all’idea di far nascere questa trasformazione dai nuclei contadini, fatto che,
secondo BETRI e GOSI, rimanda al lungo dibattito sull’obščina russa durato dal 1875
fino agli ultimi anni di ENGELS108.
La disposizione di appoggiare il progetto di Rossi era presente anche in Mori,
proprietario del podere di Cittadella dove si svolse l’esperimento. Mazziniano e deputato
di Estrema Sinistra, Mori si era impegnato a favore delle classi lavoratrici, svolgendo un
ruolo importante tra i lavoratori, cercando di renderli consapevoli dei loro diritti e doveri
come cittadini. Da tempo egli cercava di porre fine al sistema del lavoro salariato nelle sue
terre e la proposta di organizzazione di una colonia agricola socialista presentata dal Rossi
nel giornale «La Favilla» gli sembrò il modo migliore di realizzare il suo obiettivo.
I primi contatti avvennero nel 1886 quando Mori e Bissolati si recarono a Gavardo
a trovare l’anarchico. Dopo aver discusso sulla realtà locale, decisero di ripetere
l’esperimento di Ralahine in Irlanda, offrendo così la Cittadella in appalto a una
Il punto di incontro soprattutto tra ROSSI, MORI e BISSOLATI riguardava la questione
dell’organizzazione della produzione agricola. Infatti, nell’opuscolo intitolato «I contadini del
Circondario di Cremona», pubblicato dalla Tip. Sociale a Cremona nel 1886, BISSOLATI si mostrò
un grande “sostenitore delle cooperative di produzione come uno dei mezzi più validi che si potessero
offrire ai lavoratori agricoli per il miglioramento delle loro condizioni” (GOSI, 1977:50). Inoltre,
l’autore suggeriva l’attivazione di “leghe cooperative che consentissero ai contadini di gestire
direttamente l’azienda: il sistema dell’affitto (…) avrebbe dovuto essere sfruttato collettivamente dai
lavoratori” (GOSI, 1977:50). Tali associazioni cooperative avrebbero dovuto svolgere una funzione
emancipatrice, conducendo i lavoratori fino alla proprietà collettiva, segnando così l’evoluzione fino
a un sistema economico diverso.
108 “I populisti russi ritenevano che la comune agricola (obščina), che amministrava terre comuni, tenute
come proprietà collettiva e distribuite periodicamente tra le famiglie, fosse un fenomeno esclusivamente
slavo. Il popolo russo sarebbe quindi stato imbevuto dei principi della proprietà comune, e quindi molto
più vicino al socialismo che i popoli dell’Occidente europeo. A cominciare dagli anni ’60, fu lecito
pensare che le comuni agricole russe, (…) potessero ancora servire da passaggio diretto al comunismo
superiore eludendo la fase capitalistica” (BETRI, 1971:11/12). MARX e ENGELS credevano
possibile che questo avvenisse, ma tenevano anche conto dei rapidi cambiamenti che rendevano
questo passaggio sempre più difficile. Secondo i due intellettuali, “sfuggita la grande occasione storica
di appoggiare alla comune agricola il passaggio al comunismo superiore, e avanzando il capitalismo in
Russia, la possibilità di salvare la comune restava legata infine ad un'eventuale rivoluzione proletaria in
Occidente; mancata anche questa, la Russia doveva inevitabilmente passare per la fase capitalistica e
arrivare attraverso questa alla sua rivoluzione proletaria” (VENTURI apud BETRI, 1971:12). Rossi,
insomma, credeva alla possibilità che il cambiamento potesse avvenire anche nelle campagne tra i
contadini, perciò insisteva nella creazione di una colonia agricola socialista sperimentale.
107
134
associazione di contadini da costituirsi con i contadini che lì lavoravano come salariati.
L’unica condizione imposta da Mori fu che Rossi vi partecipasse e seguisse il progetto
nella qualità di segretario, condizione alla quale egli acconsentì senza esitare.
Secondo GOSI, la scelta del podere di Cittadella in Stagno Lombardo non fu
casuale, bensì in funzione del carattere socialmente più organizzato di quei contadini.
Infatti, loro erano stati protagonisti degli scioperi del 1882 e del 1885 svoltisi in quella
località e aree limitrofe. Anche se, secondo GOSI, “la prima ondata di azioni rivendicative
fu improntata da un ribellismo generico, sostanzialmente incapace di scalfire lo strapotere dei
conduttori di fondi nell’applicazione dei patti colonici, diverso carattere ebbero le agitazioni
del 1885” (GOSI, 1977:49). Anche se lo sciopero dell’’85 fallì, quei contadini diedero
prova della loro capacità di organizzazione e della coscienza dei diritti loro spettanti, fatto
che richiamò l’attenzione dei nostri rivoluzionari.
Le trattative tra Rossi e il gruppo cremonese furono seguite con interesse e
apprensione dal parroco don Brunelli, che non tardò ad avvertire il vescovo di Cremona
su ciò che stava per accadere. La preparazione delle condizioni d’appalto e l’elaborazione
dello Statuto organico dell’Associazione – che contò sulla collaborazione di Maffi e
Landriani – fu lunga e complessa. Le corrispondenze scambiate tra Mori e Rossi tra il
gennaio e l’agosto 1887 rivelano le difficoltà dell’impresa e l’impegno di Rossi nella
soluzione delle difficoltà che man mano apparivano. La più importante fu quella relativa al
capitale circolante, per la cui soluzione “Rossi propo[s]e un accordo fra la Società dei
contadini e la Ditta Cirio, in questi termini: a Cittadella si sarebbero piantate colture i cui
prodotti la Ditta Cirio avrebbe comprato a prezzo prestabilito. Come caparra Cirio avrebbe
sborsato L. 50.000 garantendosi sulle scorte e sui frutti pendenti. Questa caparra si sarebbe
dovuta ammortizzare in un determinato numero di anni. Accanto a questa possibilità, viene
poi avanzata l’ipotesi di ricorrere ad un’ipoteca” (BETRI, 1971:16).
A metà dell’agosto 1887 il progetto di Statuto sembrava aver raggiunto buon
termine. In seguito, l’opera di propaganda del progetto tra i contadini fu affidata a
Bissolati e, quando tutto pareva pronto, i contadini furono convocati a una riunione in cui
Bissolati gli spiegò l’idea di Mori di consegnargli in appalto, non appena si fosse costituita
la Società, il podere di Cittadella su cui lavoravano. I contadini esultarono per quello che
non parve loro vero. Ma le prime difficoltà apparvero con la lettura dello Statuto organico
della società, scritto in base all’esperimento di Ralahine e perciò comunistico ed
egualitario.
“Quando Bissolati ed io spiegammo i vantaggi di questi ordinamenti, i contadini di
Cittadella non ne vollero sapere e modificarono il progetto dello Statuto organico in modo
135
tale che dettero all’Associazione un’impronta puramente collettivistica, che differisse il meno
possibile dal loro abituale tipo di vita e di lavoro. L’abitudine infatti è più dura da combattere
e da vincere di qualunque altra cosa” (ROSSI apud BETRI, 1971:18/19).
Fu per voler andare al di là del discorso utopico e partire alla sperimentazione che
Rossi ridusse ancora di più il contenuto socialista della sua colonia. L’atto costitutivo
dell’Associazione Agricola di Cittadella avvenne l’11 novembre 1887. Furono
approvati lo Statuto109 – con le modifiche richieste dai contadini – e il capitolato d’affitto
dello stabile; per votazione segreta fu eletto il segretario – Giovanni Rossi – e, per
acclamazione, furono eletti tre membri per integrare la commissione tecnica; il
rappresentante dell’Associazione nella Commissione Amministrazione e uno dei tre
sindaci dell’Associazione, essendo gli altri due designati personalmente da Mori. Infine, si
determinò l’organizzazione dell’Associazione: in quella occasione, trenta contadini e
Giovanni Rossi presero atto della proposta di Mori di cedere in affitto fiduciario lo stabile
di Cittadella a una associazione cooperativa di produzione formata dai contadini che lì
abitavano e lavoravano come salariati. Essi dichiararono “di accettare (…) la proposta di
Mori, stipulando con lui apposito contratto d’affitto[, nonché] di costituirsi in società sotto il
nome di «Associazione Agricola Cooperativa di Cittadella in Comune di Stagno Lombardo,
Cremona», onde esercitare collettivamente l’industria agraria ed ogni altra che [potesse
sembrare] conveniente in avvenire” (BETRI, 1971:20). La riunione si sciolse con un
applauso a Mori e subito dopo la commissione tecnica si riunì per decidere sui lavori da
eseguire il giorno successivo.
Cittadella era costituita “da venti case di contadini e da corrispondenti costruzioni
agricole, raggruppate intorno a due grandi piazzali. Su un terzo piazzale adiacente si
affacciavano l’abitazione del proprietario e l’asilo infantile, da lui fatto costruire e mantenuto.
Intorno a questo nucleo di costruzioni si estendevano 120 ettari di terreno piano ben
coltivato, diviso in due parti dall’argine principale del Po. I campi situati al di là dell’argine
erano irrigati mediante un’imponente pompa centrifuga a vapore che si alimentava da un
laghetto presso il paese. Vi si coltivavano frumento, mais, prato, viti e vi si allevavano
bestiame e bachi da seta” (GOSI, 1977:55).
109
Lo Statuto Organico dell’Associazione Agricola Cooperativa di Cittadella in Comune di Stagno
Lombardo, Cremona, approvato dall’Assemblea Generale dell’11 novembre 1887 è suddiviso in 11
Titoli e 53 articoli così disciplinati: I. Costituzione e scopo; II. Ammissione dei soci; III. Delle
adunanze; IV. Organizzazione amministrativa; V. Diritti dei soci; VI. Capitale sociale ed utili; VII.
Lavori agricoli; VIII. Magazzino di consumo; IX. Istruzione; X. Rapporti morali; XI. Dimissione
espulsione dei soci e scioglimento della società. Per maggiori dettagli, vedere BETRI. L. (a cura di)
Cittadella e Cecilia due esperimenti di colonia agricola socialista. Carte inedite a cura di Luisa Betri e un saggio
introduttivo su l’utopia contadina. Milano: Edizioni del Gallo, giugno 1971. 395 p.
136
A Cittadella le decisioni e le deliberazioni più importanti erano prese tramite
l’Assemblea Generale, avvenute due volte al mese, il primo e il terzo sabato sera. Alle
donne era concessa la partecipazione, ma senza il diritto al voto. L’amministrazione
dell’Associazione era invece responsabilità della Commissione Amministrazione, formata
da un rappresentante dei lavoratori eletto annualmente dall’Assemblea, un rappresentante
di Mori e da Rossi. Erano compiti di questa Commissione l’organizzazione amministrativa
dell’Associazione, l’elaborazione del bilancio consuntivo e preventivo entro dicembre di
ogni anno e la consultazione pubblica del libro ai soci in ore previamente accordate.
Inoltre, la Commissione aveva autonomia di compra e vendita fino alla somma totale di L.
400.
“Per la rimunerazione si prevede[va] il mantenimento di categorie diverse, a seconda
della quantità del lavoro e della responsabilità di ogni singolo socio. I braccianti obbligati
percepi[vano] L. 300; i famigli lire 340; i capi-stalla, capo bracciante e segretario L.. 360. Per i
braccianti disobbligati e per le donne lo Statuto stabili[va] una rimunerazione per ogni
giornata di lavoro da convenirsi di volta in volta” (BETRI, 1971:20)110.
“Ogni nucleo familiare avrebbe avuto a disposizione una casa, un orto e cortile per
l’allevamento di cinque galline ed avrebbe avuto inoltre diritto ai due quinti del prodotto dei
bachi, a metà del valore di un maiale da ingrasso, a un terzo del prodotto di quella parte a
granoturco e a lino assegnata in parti uguali. Gli utili netti aziendali sarebbero stati
annualmente divisi come segue: il 50% a riscatto del capitale mobile, il 50% diviso fra i soci
proporzionalmente alle mercedi guadagnate. Una volta riscattato il capitale mobile, il 40%
sarebbe stato destinato ad aumentare il capitale comune indivisibile, ed il 60% a
partecipazione proporzionale dei soci” (GOSI, 1977:56). Qualora “la società, in assemblea
generale, pronunciasse il proprio scioglimento, si [sarebbe proceduto] alla liquidazione
dell’azienda, conservando il capitale sociale a disposizione di un nuovo gruppo di lavoratori
che si [costituisse], informato ai principi generali dell’Atto di costituzione e dello Statuto
organico. [Era] assolutamente esclusa la divisione del capitale sociale fra i soci” (BETRI,
1971:21).
Tutti i lavori agricoli svolti in Cittadella dovevano essere fatti in modo e per
interesse collettivo. I lavori venivano diretti da una Commissione Tecnica composta da tre
membri eletti in assemblea a maggioranza assoluta, e assistita dal Segretario. Essa lavorava
insieme agli altri membri durante la giornata, e la sera si riuniva per decidere i lavori da
svolgere il giorno successivo, così come la quantità di lavoratori necessari per le singole
110
Secondo BETRI, tutti questi valori erano superiori a quelli rivendicati dai lavoratori stessi durante lo
sciopero del 1885.
137
attività. A tutti coloro che non erano d’accordo con le pratiche svolte veniva concessa una
superficie di terreno determinata, affinché potessero realizzare l’esperimento desiderato a
dimostrazione dei propri intendimenti. Come magazzino di consumo funzionava a
Cittadella una succursale della Società Cooperativa di Consumo fra artigiani e braccianti
di Pieve d’Olmi.
La prima difficoltà che i contadini dovettero superare fu quella relativa ai soldi
necessari per pagare la cauzione al proprietario (un anno di affitto in anticipo), comprare il
materiale mobile necessario per l’avvio dell’esperimento e mantenersi fino ai primi incassi.
Fu Mori che alla fine anticipò i soldi, all’interesse del 4,5%. Risolto questo problema, la
vita dell’Associazione si sviluppò regolarmente. “I verbali delle Assemblee registra[va]no
fedelmente tutto quanto si decide[va] in merito ai lavori da compiere, all’acquisto di concimi,
sementi, bestiame, all’introduzione di nuovi attrezzi o di nuove macchine.
L’Associazione si mant[en]ne tecnicamente all’avanguardia: [era] in contatto con
numerose ditte fornitrici di concimi artificiali, con alcuni stabilimenti agrario-botanici, con la
Regia Scuola di Agricoltura di Milano, con il Ministero dell’Agricoltura Industria e
Commercio, con il Comizio Agrario di Piacenza, e con altri privati. Riceve[tte], ad
incoraggiamento, subito dopo la costituzione, alcune partite gratuite di concime e di sementi.
Speriment[ò] nuovi tipi di attrezzi: un aratro Sack e un bivomero Eckert; una sgranatrice di
mais azionata a vapore, una centrifuga per il burro.
Per migliorare il bestiame si deci[s]e di chiedere il prezzo di un toro di razza reggiana. Il
Ministero dell’Agricoltura invi[ò] un sussidio di L. 200 per l’acquisto di una giovenca della
Frisia Orientale” (BETRI, 1971:22/23). Nel 1889 l’Associazione partecipò all’esposizione
di Parigi, vincendo la medaglia d’argento per produttività. I risultati raggiunti erano tali che
i proprietari confinanti dovettero riconoscere un notevole miglioramento nelle
coltivazioni di Cittadella. Ma tutti questi risultati, rammenta Rossi in una lettera, gli
furono costati tante discussioni e tanta lotta contro la resistenza dei contadini a provare le
novità proposte.
Durante tutto il periodo di svolgimento di Cittadella, Rossi continuò la sua opera
di propaganda per la diffusione delle cooperative agricole sperimentali, senza inoltre
abbandonare l’idea di trasformare l’associazione cooperativa in una vera e propria colonia
socialista. A tale scopo si costituì l’11 dicembre 1888 l’Unione Lavoratrice per la Colonizzazione
Sociale in Italia, con l’obiettivo di colonizzare i terreni disponibili, organizzandovi
socialmente la proprietà, il lavoro e la convivenza. Nella prima metà del 1889 si svolsero le
138
trattative per la costituzione di una colonia sociale a Torricela di Sissa111 in provincia di
Parma e nel settembre dello stesso anno si parlava della costituzione di un’altra colonia a
Padova. A Cittadella, però, le cose non sembravano svilupparsi verso le direttive
proposte da Rossi: se dal punto di vista economico l’esperimento poteva considerarsi
riuscito, lo stesso non si poteva dire da quello sociale.
Con lo scopo di eliminare tutte le tracce di individualismo e conservatorismo che
prevalsero
a
Cittadella
fin
dalla
sua
organizzazione,
e
prendendo
spunto
dall’allontanamento di due famiglie dall’esperimento, Mori e Rossi decisero di introdurre a
Cittadella un gruppo di contadini di idee socialiste che servisse di esempio alle altre
famiglie affinché si potesse trasformare gradualmente tutta la colonia. “Il nucleo
socialista112 è già costituito nel maggio dell’’89113: il Rossi lo ha formato andando a prendere
due famiglie di coloni fra le più miserabili del Parmigiano. Una è composta da marito, moglie
e tre figli; l’altra da marito, moglie e sei figli. Ad essi si sono aggiunti due giovani contadini
professanti idee socialiste e Cardias stesso. Sono in tutto sedici persone che lavorano: il
guadagno è posto in comune.
La casa è affidata alle donne che dirigono a turno le cose domestiche. All’inizio di
ciascun turno di quindici giorni gli uomini domandano quanto c’è in cassa e quanto è
necessario per mantenere la casa nella quindicina. Si discute la spesa e si dà il permesso alla
massaia di recarsi all’Agenzia per farsi dare la somma; la donna che non attende alla casa si
reca a lavorare nei campi. Nella cucina le pareti sono tappezzate di incisioni rappresentanti i
capi del socialismo.
Il guadagno riposto dal nucleo alla fine dell’anno sarà destinato all’acquisto di mobili,
utensili, vesti” (BETRI, 1971:24). Ma neppure questo bastò a cambiare le cose. Il tentativo
socialista non fu accettato dai contadini, che si opponevano principalmente all’idea
ugualitaria. A questo punto i primi sintomi della crisi cominciarono a manifestarsi: i
contadini opposero forte resistenza al nucleo socialista e si voltarono contro Rossi, che si
trovò al centro di innumerevoli critiche e presto si rese conto dell’impossibilità di
trasformare Cittadella in un esperimento basato sul collettivismo integrale.
“Contemporaneamente il progetto di Torricella di Sissa incontrava difficoltà per il
reperimento dei finanziamenti; altre iniziative analoghe promosse nel Reggiano, nella zona di
Bracciano e nel Parmense si insabbiarono in incagli burocratici” (GOSI, 1977:61).
Il “progetto contemplava la formazione di una società anonima per azioni che consentisse di acquistare
in Torricella un fondo, chiamato «Il Palazzo». Per coprire il capitale necessario all’acquisto, 150.000 lire,
furono emesse trecento azioni da 500 lire ciascuna” (GOSI, 1977:58/59). Tra i sottoscrittori figurano
nomi quali quelli di De Azarta, Nathan, Odescalchi, Mori, Bissolati, Boldori, Garibotti e Sacchi.
112 Pensato all’interno della nozione di “leaders-guida” di BAKUNIN.
113 «Il Secolo», Milano 20-21 maggio 1889 (Cfr. BETRI, 1971, nota 28 p. 25).
111
139
Davanti a questi avvenimenti, Rossi decise di abbandonare Cittadella e di trasferirsi
in America, in una delle Colonie appena fondate nell’America del Nord114.
Successivamente gli apparse la possibilità di andare a fondare insieme ad altri compagni
una colonia socialista nell’America del Sud, alla quale egli aderì senza esitare. Tramite una
lettera inviata a Bissolati alla fine del dicembre 1889, chiese all’amico di lanciare un appello
di sottoscrizione a favore dei pionieri sul giornale «Eco del Popolo». La lettera – in cui
Rossi diceva di partire per l’Uruguay a realizzare l’esperimento115 – fu pubblicata nel
numero 52 del suddetto giornale116, con le scuse di Bissolati per l’impossibilità
dell’apertura delle sottoscrizioni data l’imminente chiusura del giornale, ma con un suo
appello personale perché questa richiesta venisse in qualche modo soddisfatta.
Fatto sta che Rossi s’imbarcò a Genova per il Brasile il 20 febbraio 1890, a bordo
del “Città di Roma”, sorretto dalla “speranza di attuare finalmente il suo piano, in un paese
che offriva, con le sue vastissime zone ancora vergini o appena popolate, condizioni
ambientali più favorevoli. Anche gli elementi costitutivi della futura Colonia presentavano
maggiori garanzie, essendosi distaccati dalle tradizioni e dalle remore consuetudinarie del
mondo contadino” (BETRI, 1971:29).
Dopo la partenza di Rossi, Mori decise di disdire il contratto d’appalto alla fine del
secondo anno. Dovette però retrocedere, dopo che i contadini gli presentarono un
documento scritto e firmato da tutti, invitandolo a cambiare idea. Tuttavia, la cooperativa
venne sciolta su espresso desiderio di Mori alla fine del terzo anno, l’11 novembre 1890,
nonostante il successo raggiunto.
Secondo BETRI è difficile stabilire i motivi che portarono Mori a tale decisione.
Basandosi su una lettera scritta da Ettore Guindani117, uno degli uomini di fiducia di Mori,
l’autrice afferma che lui si era stancato delle contese provocate arbitrariamente dai
contadini, così come della carica di cassiere che gli aveva provocato numerosi fastidi. La
partenza di Rossi, secondo BETRI, è anch’essa un punto nodale per lo svolgersi
dell’esperimento che senza di lui retrocedette fino allo scioglimento. GOSI individua
anche come possibile causa del fallimento gli effetti del protezionismo granario varati
nell’’87 e sentiti dai proprietari settentrionali alcuni anni dopo. Secondo l’autrice, è
possibile pensare che si fosse messo fine all’esperimento perché non più favorevole nelle
nuove condizioni economiche. Infine, cita le considerazioni fatte da Bissolati, secondo il
Una in California e l’altra in Messico.
Dai documenti da me analizzati, non sono riuscita ad arrivare alle circostanze che gli fecero
cambiare destinazione dato che tale esperimento si riferisce alla Colonia Cecilia della quale parlerò
in seguito.
116 Materiale pubblicato por BETRI, 1971, p. 305/306.
117 ROSSI dott. G., Utopie und Experiment. op. cit., pp. 93-94 (Cfr. BETRI, 1971, nota 30 p. 27).
114
115
140
quale la fine di Cittadella fu dovuta al fatto di essersi configurata isolatamente come
nucleo innovatore in un contesto economico e sociale immutato.
In ogni modo, la fine dell’esperimento, secondo MÜELLER, insegnò a Rossi la
pertinenza di una delle questioni centrali dell’anarchismo, secondo la quale un
cambiamento non può essere fatto dall’alto in basso, da fuori, ma dev’essere costruito dai
suoi protagonisti.
6. Dove c’è autorità non c’è libertà: la Colonia Cecilia e l’utopia del comunismo
anarchico
All’erta compagni dall’animo forte / più non ci turbino il dolore e la morte
all’erta compagni formiamo l’unione / evviva evviva la rivoluzione
Ti lascio Italia terra di ladri / coi miei compagni vado in esilio
e tutti uniti a lavorare / e formeremo la colonia social118
Il risultato ottenuto con Cittadella non scoraggiò Rossi. Senza essere riuscito a
mettere in pratica il suo progetto di costituzione di una colonia agricola sociale in Italia,
l’anarchico decise di cercare la realizzazione del suo ideale altrove. Quanto più l’Italia – e
l’Europa in generale – si mostravano refrattarie alle sue idee, tanto più l’America si
presentava come lo spazio possibile.
Il primo posto nel quale l’anarchico pensò di andare fu l’America del Nord. Non
esisteva però nessun legame tra lui e l’America. Qualsiasi fosse stato il posto dove si fosse
diretto, esso sarebbe stato soltanto un laboratorio dove si sarebbe svolta l’esperienza.
L’Italia rimaneva come il punto di riferimento, di partenza e di ritorno. Per quel che si
riferisce alla scelta del Brasile, esistono delle divergenze tra la letteratura consultata.
Secondo MÜELLER, questa scelta fu dovuta alla propaganda delle facilità offerte dal
governo brasiliano agli immigranti, messa in moto a partire dalla seconda metà
dell’Ottocento. Rossi stesso, come abbiamo appena detto, parla inizialmente di una
partenza per l’Uruguay e non si ha riferimento nei suoi scritti sulle ragioni del
cambiamento della destinazione.
Comunque sia, nel Brasile della fine dell’Ottocento, la schiavitù aveva i suoi giorni
contati119 e la necessità di forza lavoro per le fazendas di caffè era un problema al quale il
governo brasiliano non poteva restare indifferente. Sul fatto che la forza lavoro doveva
essere libera erano oramai tutti d’accordo. Mancavano però i lavoratori. Secondo
AMODEI, La Colonia Cecilia. In Quella sera a Milano era caldo … antologia della canzone anarchica in
Italia 2, curato da BERMANI, C. Milano: I Dischi del Sole, Modena: Bravo Records, 1996.
119 La Legge Aurea che l’abolì fu firmata il 13 maggio 1888.
118
141
MARTINS l’utilizzo degli ex schiavi dopo l’abolizione della schiavitù era poco probabile
dato che, per loro, la libertà passava ad assumere un senso di negazione del lavoro, anche
se temporanea. Inoltre, era impossibile affidare al ridotto numero di lavoratori liberi, già
esistenti durante il periodo schiavista, l’incarico di portare avanti il lavoro nelle fazendas di
caffè. Così, dalla crisi del sistema schiavista e dall’impossibilità di contare sulla
manodopera nazionale, emerse la questione dell’immigrazione e della colonizzazione: la
soluzione doveva essere cercata altrove.
Altrove c’era l’Italia con cui il Brasile stabilì un accordo di emigrazione. Fu questo il
periodo in cui gli anarchici italiani decisero emigrare in Brasile per costruire l’utopia del
comunismo anarchico. Il “20 febbraio 1890, Giovanni Rossi e altri cinque compagni –
Cattina e Achille Dondelli, Evangelista Benedetti, Lorenzo Arrighini e Giacomo Zanetti
partono da Genova per il Brasile, a bordo del «Città di Roma», antica nave da carico
trasformata in nave da passeggeri” (MÜELLER, 1989:244/245). Portavano con loro la
piccola somma di 2500 lire, raggiunta dalle sottoscrizioni. Ritenuti da una parte del
movimento anarchico in Italia “disertori”, essi erano mossi dall’idea “di cercare nelle
solitudini americane un pezzo di terra da coltivare – loro, inesperti e quasi sprovvisti di tutto –
per vedere essi stessi e per mostrare agli altri se e come degli uomini vivrebbero senza leggi e
senza padroni” (ROSSI (Cardias), 1993:23)120.
Riguardo alla partenza per il Brasile ci sono delle divergenze tra le fonti consultate e,
molte di esse, come sottolinea DE MELLO NETO, sono in realtà poco fondate
scientificamente. L’autore si riferisce soprattutto a CERCHIAI, SCHMIDT, STADLER
DE SOUZA, MASINI che si riferiscono a trattative realizzate negli ultimi anni della
120
A proposito della critica a loro diretta, Rossi nel suo discorso afferma che nessuno di loro aveva mai
riconosciuto capi né discipline, neppure apparteneva a nessun esercito, ragione per cui non
potevano essere chiamati disertori. Inoltre, ricorda che furono le circostanze, più che la loro volontà
personale, a spingerli verso il Brasile.
142
Monarchia tra Rossi e l’Imperatore del Brasile D. Pedro II, per l’installazione della sua
colonia socialista121.
GOSI, d’altra parte, argomenta che la versione dei suddetti autori è più romanzata
che vera. A suo parere alcune informazioni non corrispondono alla realtà. All’inizio del
1888 “l’esperimento di Cittadella era appena iniziato e faceva bene sperare; non si comprende,
dunque, per quale motivo il Rossi si sarebbe dovuto cercare, allora, un’alternativa così lontana;
inoltre la parentela con quel Rossi, professore al Conservatorio, i conseguenti contatti con il
Gomez e la comunità brasiliana residente a Milano si sono rivelati, in ultima analisi, molto più
incerti; infine l’anarchico, ricordando in vari scritti le circostanze che lo indussero, a suo
tempo, a interrompere l’esperimento di Stagno per tentare, altrove, una nuova impresa più
conforme ai suoi intendimenti, non fa di questo episodio alcuna menzione” (GOSI, 1977:64).
Infine, lo stesso Rossi nell’edizione livornese del 1891 del suo Un comune socialista,
racconta che, alla “fine del 1889, dopo che una prova imperfetta a Stagno Lombardo non
aveva corrisposto alle mie speranze, mi ero deciso a passare in una delle due colonie
collettiviste fondate recentemente nell’America del Nord (…) quando Achille Dondelli di
121
Secondo DE MELLO NETO, gli equivoci cominciano con delle imprecisioni, o comunque
informazioni senza fonti precise, contenute in alcuni testi di CERCHIAI pubblicati sul periodico I
quaderni della libertà, edito a San Paolo sin dal 1932 (non sono riuscita a sapere se questo periodico
esiste tuttora). Diverse sono state le informazione aggiunte alla storia dell’esperienza anarchica,
senza un riscontro nelle informazioni fornite sia da Rossi che da Cappellaro – il “cronista ufficiale”
della Cecilia – dal cambiamento del titolo del libro Un comune socialista a Il commune in riva al mare
fino a dettagli colorati riguardo a un incontro tra D. Pedro II e Rossi, argomento che fu dopo
ripreso sia da Jean-Luis Comolli nel film La Cecilia, sia dallo sceneggiato televisivo intitolato Colonia
Cecilia e veicolato dalla Rete Bandeirantes di Televisione alla fine degli anni ’80. Secondo gli autori,
il Monarca, affetto da febbri palustri, si era recato in Europa nel 1887 per farsi curare dai più illustri
clinici del continente, occasione in cui visitò le principali stazioni di riposo e di mondanità.
Nell’aprile 1888 si era fermato a Milano, dove prese una pleurite secca che l’obbligò a starci più a
lungo. Per distrarlo la comunità brasiliana ivi residente decise di organizzare un concerto del
promettente musicista brasiliano Carlos Gomez, un talento scoperto da Lauro Rossi, secondo gli
autori uno zio di Giovanni Rossi. SCHMIDT e MASINI fanno menzione di un incontro personale
tra l’anarchico e il monarca in occasione del concerto, mentre STADLER DE SOUZA parla di uno
scritto dell’anarchico consegnato al monarca tramite il Conte Mota-Maya, sempre durante il
suddetto concerto. Secondo quest’ultimo autore, Don Pedro II di ritorno in Brasile, avrebbe letto il
libro Un comune socialista e in seguito avrebbe scritto a Rossi informando di essere disposto a donare
le terre affinché si potesse realizzare l’esperimento descritto nel libro. SCHMIDT, da parte sua,
giustifica la cosiddetta concessione di terra, affermando che all’epoca in Brasile esisteva l’urgente
problema di trovare forza lavoro sia per le fazendas di caffè sia per le colonie nel sud del paese, dove
già esisteva una colonia di tedeschi del Volga organizzatisi sotto la forma di un «mir». Stando così le
cose, continua l’autore, il governo decise di cedere altre terre perché pure gli anarchici italiani
potessero installare la loro colonia, certo che la terra avrebbe finito per assorbire le preoccupazioni
ideologiche. Sempre secondo lui, dopo aver ricevuto la lettera del Monarca sulla concessione delle
terre, Rossi avrebbe cercato subito di stabilire contatti con quelli che s’erano offerti per realizzare
insieme a lui l’esperienza di vita anarchica, attraverso la colonia sperimentale. In realtà Rossi
racconta di essere stato ricercato da degli amici di Brescia per realizzare l’esperimento della colonia
socialista nell’America del Sud.
143
Brescia, a nome suo e di altri compagni, mi propose di andare a fondare una colonia
nell’America del Sud” (ROSSI apud GOSI, 1977:64).
Dopo lunghi giorni di viaggio, il piccolo gruppo di pionieri arrivò al porto di Rio de
Janeiro, in Brasile, il 18 marzo 1890. Dopo l’ispezione sanitaria, il gruppo si diresse
all’Isola dei Fiori, sempre a Rio de Janeiro, alloggiando temporaneamente nella Casa degli
Immigranti, dove rimase alcuni giorni122. La partenza a bordo del vapore Desterro verso
Porto Alegre capitale dello stato di Rio Grande do Sul, nel sud del paese, avvenne il 26
marzo. Però, siccome durante il viaggio due di loro stettero molto male a causa del mal di
mare, il gruppo decise di concludere il viaggio nel porto di Paranaguà nello stato del
Paraná, dove arrivarono il 28 marzo123. Da Paranaguà il gruppo si diresse a Curitiba a
bordo di un treno il cui tragitto si svolse tutto in mezzo alla Foresta Atlantica124, e
l’anarchico descrive il paesaggio che vede con una ricchezza di dettagli che ci sembra di
fare il viaggio insieme a lui.
Tenendo conto delle preoccupazioni degli italiani che pensavano di emigrare e
cercando di convincerli a farlo, Rossi tratta dell’abbondante caccia e dei bellissimi uccelli
presenti nella regione. Cita i tordi, i merli, i picchi, i tucani, i pappagalli e tanti altri uccelli
colorati di cui non conosceva il nome. Tra gli animali da caccia, cita il formichiere,
l’armadillo, il porco, il coniglio selvatico, il cervo e il macaco, sottolineando però di aver
visto soltanto gli ultimi due. Tra gli animali pericolosi, cita la tigre del Paranà (Felis uncia),
l’onça parda (una tigre più piccola e timida), il tamandoà-bandeira o orso formichiere
(Myrmecophaga jubata), il queixada o porco di bosco (Dicotilas labiatus) e i serpenti,
distinguendo tra quelli che solo attaccano gli uomini se provocati, come il serpente a
sonagli (cascavel), e quelli invece che lo attaccano comunque, come il jararaca, il
Rossi, prendendo spunto dalla condizione degli emigranti e dallo splendido ambiente naturale
trovato, scrisse un articolo sul viaggio in Brasile e sui primi mesi della Colonia Cecilia. La prima
parte di questo articolo, riguardante il viaggio fino alla scelta delle terre per la fondazione della
colonia, è stata pubblicata nella rivista «La geografia per tutti», edita a Bergamo e diretta dal
geografo e anarchico A. GHISLERI in diversi “puntate”, uscite dal 31 maggio al 16 novembre 1891
nella rubrica Notarelle di viaggio e di colonizzazione. In questo articolo, tra le altre cose, Rossi parla con
parole lusinghiere delle bellezze naturali del Brasile, della politica immigratoria brasiliana, della
qualità del trattamento ricevuto nella maggior parte delle Case degli Immigranti in cui stette e del
trasporto gratuito fino alle terre fertili delle colonie offerte dal governo. Secondo DE MELLO
NETO, alcuni studiosi hanno giudicato il testo molto pubblicitario. Personalmente, tendo a essere
d’accordo con questi ultimi, dato che la storia dell’immigrazione italiana in Brasile, almeno nella sua
maggior parte, rivela contorni assai diversi da quelli descritti dall’anarchico.
123 Informazione pubblicata sul giornale brasiliano «O Paiz» il 19.03.1890 e riportata da DE MELLO
NETO, 1996, p. 97. L’autore informa inoltre che tanto il registro del gruppo nella Casa degli
Immigranti a Rio de Janeiro quanto la pubblicazione di una lettera di Rossi sul giornale «La Révolte»
di Parigi confermano che la destinazione iniziale era il Rio Grande do Sul e non il Paranà.
124 Il treno esiste tuttora però ha funzione soltanto turistica. E ancora oggi, passati più di cento anni, il
paesaggio che vi si ammira è tra quelli più belli del Brasile.
122
144
jararacussù, il jararaca preguiçosa (appartenenti al genere trigonocephalus), il quatiara e
l’urutù. Inoltre cita l’aranha caranguejeira – un ragno grosso e coperto di peli con due
denti grossi come quelli del topo nella mascella superiore), i cento piedi (Lacraia), lo
scorpione, la mosca varejeira e la berne – zanzare che colpiscono uomini e animali – e,
infine, la pulce penetrante – conosciuta come “bicho geográfico” – che al Paranà si trova
soltanto nel litorale.
Speciale attenzione è data al bosco, che Rossi descrive con grande ricchezza di
dettagli, tanto dal punto di vista estetico quanto da quello economico. Inizia la sua
descrizione citando le innumerevoli liane, il bambù e la taquara – canne a stecche
flessibili utili per fare ceste, stuoie, crivelli e altri lavori d’intreccio – le felci arboree, utili
come canne per la conduzione d’acqua; le orchidee e i fiori delle cactacee, di rara bellezza,
tanto da fargli immaginare un giardino in mezzo alla foresta. Tratta in seguito degli alberi
lì presenti, come l’imbuia – il cui legname, essendo imputrescibile, si presta alla
preparazione di travi da poggiare sulle basi dei pilastri, messi nei posti della casa
maggiormente esposti all’umidità, oltre a essere un bellissimo legname per l’ebanisteria.
Cita l’Araucaria brasiliense, il cui legname imputridisce al contatto col terreno ma resiste per
anni alla pioggia e al sole, essendo perciò utilizzata dal colono nella costruzione della casa.
Per la lavorazione dei mobili, cita il cedro e la cajarana, i quali conservano inalterato il
colore e sono anch’essi imputrescibili. Cita infine il Sassafrax (anice), anche questo
resistente all’umidità del terreno oltre a essere pregiatissimo in Europa per la preparazione
di liquori. Infine, cita l’“oro verde” brasiliano, l’albero del mate125 (l’Ilex paraguaiensis),
utilizzato nella preparazione di un infuso dal gusto amaro, molto diffuso nel sud del
Brasile (dov’è conosciuto come chimarrão), Argentina e Uruguay.
In seguito tratta delle poche vie di comunicazione esistenti: la ristretta linea
ferroviaria, le strade sterrate – senza nasconderne la difficile percorribilità durante il
periodo delle piogge – e i fiumi, all’epoca anch’essi utilizzati come vie di comunicazione.
Attribuisce tale precarietà alla recente creazione di quello stato e alle piccole dimensioni
del paese dove si localizzava la colonia. Inoltre, ricorda che dato che non si pagavano le
tasse, era già tanto che lo Stato avesse aperto tutte quelle strade. Conclude il suo articolo
trattando della popolazione locale, descritta come gentile, servizievole e aperta allo
straniero appena arrivato, tanto da regalare i primi animali per la colonia.
Una volta a Curitiba i pionieri si diressero all’Ispettoria di Terre e Colonizzazione, dove il
responsabile mostrò loro le aree destinate alla colonizzazione e gli appezzamenti
125
Tutti i nomi segnati con corsivo e grassetto sono stati riportati dal Rossi in portoghese. In alcuni di
loro mi sono permessa di correggere la grafia.
145
disponibili. Davanti al loro manifesto desiderio di “stabilirsi presso un fiume navigabile fu
loro suggerito il territorio di St. Mattheus, lungo il corso dell’Iguassù.
Fu così che, lasciato momentaneamente a Curytiba il resto del gruppo
su i primi dell’aprile 1890 [narrava il Rossi] […] Evangelista Benedetti ed io, dopo alcuni giorni di
esplorazioni, ci stabilimmo in una casetta di legno abbandonata, a 18 Km. sud da Palmeira; sul
margine di una zona di 10 Km. quadrati, costituita da prateria e da boschi, e riservata per noi al
prezzo medio di L. 15 per ettaro pagabile ratealmente” (GOSI, 1977:65)126.
Le campagne intorno a Palmeira erano, secondo Rossi, costituite da colline a
declivio, in parte erbose – localmente chiamate “campos” – e in parte boscose, assai elevate
sul livello del mare, con clima mite e salubre. Inoltre, esisteva una parte di terreno
municipale divisa in lotti e con delle piccole abitazioni in legno che dovevano ancora
essere assegnate ai nuovi contadini.
Riguardo all’agricoltura, Rossi identificò due forme diverse di pratica agricola: una,
quella del “campo” – dove si praticava la coltivazione della manioca127 – e quella del bosco, a
cui si riferisce come “qualche cosa di originale. Qui vi sono boschi di ogni età (…). Tutti
questi boschi possono essere roçati; vale a dire inceneriti e coltivati. Il brasiliano preferisce i
boschi che hanno dai 40 ai 60 anni di età, perché di fronte ad una certa facilità di lavoro
danno un reddito assai elevato. Durante l’inverno penetra in questi boschi, di proprietà sua o
di proprietà pubblica, e con una scure particolare atterra le piante più sottili, mentre adopera
una scure ordinaria per abbattere le piante più grosse. (…) Alla primavera successiva danno
fuoco su diversi punti a tutto questo legname abbattuto, ed il bosco diviene una fornace. Se gli
alberi abbattuti erano sottili e completamente essiccati, il terreno rimane coperto di brace e
cenere; altrimenti vi si trovano tronchi incrociati per ogni verso. In un caso o nell’altro
l’agricoltore entra nella roça e con la punta di un bastone fa in terra dei buchi, dove getta il
seme del granturco, dei fagiuoli neri e delle zucche. Poi abbatte gli alberi attorno alla roça,
facendoli cadere in modo che costituiscano una barriera insuperabile per il bestiame. Niente
altro ha da fare fino al raccolto, che riesce fenomenalmente abbondante, se per eccezione la
stagione non corre o troppo asciutta o troppo piovosa. Terminato il raccolto, il brasiliano
abbandona la roça, che senza altro lavoro non produrrebbe bene il secondo anno, e va ad
attaccare il bosco in un altro punto; il colono europeo, invece, dopo avere roçato il suo lotto di
126
127
Il testo scritto dal ROSSI e citato da GOSI è stato pubblicato sull’edizione livornese del 1891 del
libro Un comune socialsta.
Tubercolo con vari usi: da mangiarsi appena cotto oppure cotto e poi fritto come contorno alla
carne. Dalla sua trasformazione industriale o artigianale si estraggono la farina di manioca – usata
nei pasti in sostituzione al riso, soprattutto nel nord est – il pulviglio – usato nella produzione di
biscotti – la farina di tapioca – usata nel nord est per un tipo di “crespelle” in sostituzione al pane,
normalmente mangiato a colazione.
146
bosco, lo coltiva con la zappa e con l’aratro, secondo i metodi, più o meno razionali, della
nostra agricoltura popolare” (ROSSI, 1891:123).
Oltre a sottolineare la differenza di pratica agricola – e conseguentemente di uso del
suolo e di rapporto con il territorio – Rossi si dedica all’esposizione di informazioni
dettagliate sulla fertilità e la composizione del terreno; tipi, metodi ed epoche di
piantagioni a seconda del prodotto; intervallo tra la semina e il raccolto; capacità di
produzione per ettaro, ecc. Tratta anche dei prodotti preferibilmente coltivati a seconda
della nazionalità dei coloni, informando che i russi, i tedeschi e i polacchi coltivavano la
segale e il riso, mentre gli italiani il mais bianco, i fagioli e l’uva Isabel (per la produzione
del vino), oltre ai primi tentativi di coltivazione del grano. Infine, informa che il periodo
migliore per cominciare a preparare il terreno era agosto, per seminare novembre e per la
raccolta aprile. Tratta infine dell’allevamento del bestiame di razze diverse – lasciato
pascolare liberamente ovunque – della sua commercializzazione e di un’industrializzazione
ancora incipiente, sottolineando positivamente l’inesistenza di malattie epidemiche tra gli
animali. Nel suo racconto, si nota una certa perplessità davanti al «modo primitivo ma
estremamente economico» con cui si creava la ricchezza locale.
Tornando alla Colonia Cecilia, una volta scelti i lotti e adottata come abitazione
provvisoria una piccola casa di legno che vi trovarono deserta, Rossi e Benedetti furono
raggiunti dal resto del gruppo. L’utopia muoveva così i suoi primi passi nel cammino della
sua realizzazione: nasceva, in quel momento, la Colonia Cecilia, senza programmi né
piani di organizzazione previamente stabiliti: gli anarchici avrebbero cercato,
sperimentalmente, una forma di convivenza sociale che più corrispondesse alle loro
aspirazioni di giustizia e libertà.
“Erano i primi di Aprile 1890. Il lavoro al quale tosto si accinsero i pionieri, fu di pulire
la loro nuova dimora, e prepararvi un giaciglio di verdi felci, sulle quali dormirono,
imperfettamente coperti dai loro mantelli.
L’indomani, e nei giorni successivi, accomodarono un po’ meno peggio i loro giacigli di
legna ed erbe secche, improvvisarono un focolare, pulirono intorno alla casetta,
determinarono le più vicine sorgenti d’acqua e fecero qualche colpo di fucile per i loro pasti
frugalissimi.
In seguito, e cioè nei primi sei mesi di dimora, fu provvista di un poco di mobilio la
casa, e fu una grande soddisfazione quando potemmo farci delle brande, dei pagliericci, delle
piccole e sempre insufficienti coperte. Si stabilì un orticello; si ripararono e si ingrandirono gli
steccati di difesa contro il bestiame vagante; si impiantò una vigna a fossati, seminando
fagiuoli e patate negli interfilari; si preparò del legname per costruire un’altra casa; si fabbricò
147
la cucina; si vangò del terreno per piantarvi la mandioca; si fece un piccolo giardinetto davanti
alla casa” (ROSSI (Cardias), 1993:23/24). E così, tra le spese di mantenimento e l’acquisto
degli strumenti agricoli necessari a portare avanti i lavori, presto finì il piccolo capitale
portato dall’Italia.
Il lavoro da eseguire era tanto, soprattutto perché la maggior parte dei pionieri non
era abituata a quel tipo di attività. Non si dettero un’organizzazione sociale, regolamenti,
né capi. Spesso si accordavano sul lavoro da svolgere e, talvolta, alcuni decidevano da soli
di che occuparsi. Le decisioni più importanti venivano ampiamente discusse e votate, e le
assemblee erano lo spazio per questo scambio di opinioni. Rossi rammenta che non
mancarono le dispute tra i membri, ma niente che portasse a qualcosa di serio.
Verso la fine di ottobre 1890 i coloni ritennero che qualcuno doveva tornare in
Italia per raccontare personalmente come andavano le cose a Cecilia. Rossi fu quello
scelto e, partendo dal Porto di Paranaguà il 24 ottobre, sbarcò a Genova il 25 novembre.
Dopo un giro di propaganda a Pisa, Cecina, Livorno, La Spezia, Torino, Milano e Brescia,
numerose furono le persone che si offrirono di raggiungere la colonia. Dal febbraio al
maggio numerosi gruppi si susseguirono, elevando il numero di integranti a 150 nel
giugno 1891.
Secondo GOSI, la campagna propagandistica aveva avuto successo e, oltre ai
coloni, Cecilia ricevette libri e giornali raccolti da Turati e Bissolati, aiuti e sovvenzioni da
parte del Museo Civico di Genova, dell’Orto Botanico di Pisa e della Fratellanza Artigiana
di Firenze. Anche la stampa italiana seguì con attenzione l’esperimento anarchico,
riportando notizie – non sempre vere – sulla colonia e sugli emigranti. Non mancarono
anche le contrarietà e i dissensi in sede burocratica, tanto da obbligare Rossi a scrivere una
lettera ad Andrea Costa pregandolo di inviare una circolare a tutte le prefetture dell’Italia
Settentrionale e Centrale chiedendo ai prefetti di non opporre difficoltà agli emigranti che
vi si presentassero con una sua lettera. Ma tali difficoltà non impedirono a Rossi di
raggiungere il suo obiettivo. Egli colse anche l’occasione del suo soggiorno in Italia per
preparare la quinta edizione del suo libro, nel quale incluse un capitolo sulla Colonia
Cecilia, in un testo nitidamente propagandistico.
Ma nonostante il successo della propaganda svolta e il numero sempre in crescita di
candidati decisi a partecipare all’esperimento – o forse proprio per questo – non
mancarono le polemiche con gli anarchici rispetto alla pertinenza o meno di considerare il
socialismo sperimentale come parte integrante dell’anarchismo. La discussione più seria fu
quella tenuta con Malatesta, legata alla questione legalitaria e alla scissione che essa causò
nel movimento anarchico.
148
Malatesta era sostenitore della corrente dell’antilegalitarismo e aveva come
preoccupazione centrale quella di svegliare il rivoluzionario che si trovava addormentato
tra i socialisti per provocare l’insurrezione che, dal punto di vista degli anarchici, era
sempre latente. Con tale finalità, pensava di organizzare un “partito” senza gerarchia,
senza rigidità formale e, soprattutto, senza partecipare alle elezioni. Con l’obiettivo di
ampliare le discussioni, l’anarchico convocò il Congresso Socialista Rivoluzionario
Italiano, tenuto nel gennaio 1891 a Capolago. Anche Rossi vi partecipò, cogliendo
l’occasione per fare propaganda alla Cecilia, invitando le persone a unirsi all’esperimento.
Questo fatto dispiacque profondamente a Malatesta, che fece critiche severe al
comportamento di Rossi, in una lettera pubblicata nel marzo 1891 sul giornale «La
Rivendicazione» di Forlì. “La lettera [era] dura nella critica a ciò che chiama[va] «Colonia
Rossi». Inoltre, [era] decisa non solo in relazione alle colonie, ma [era] contro l’emigrazione in
generale. Per lui l’emigrazione rappresenta[va] un’ancora di salvezza che distanzia[va]
l’emigrante dalla rivoluzione, una volta che ritira[va] il dominato dal luogo della dominazione
e della latente insurrezione e, in più, non risolve[va] la ragione dell’emigrare” (MÜELLER,
1989:265/266). La principale preoccupazione di Malatesta era che i coloni venissero ad
appassionarsi all’esperienza, trasformandola in un fine in sé, tralasciando il suo carattere di
“laboratorio”.
MÜELLER informa che Rossi rispose alla lettera di Malatesta soltanto nel 1893, nel
suo libro Cecilia, Comunità anarchica sperimentale. Un episodio d’amore nella Colonia «Cecilia»,
dove un’altra volta riaffermò la libertà di scelta dei mezzi per arrivare al fine, questo sì
unico: la rivoluzione sociale. L’autrice richiama l’attenzione sul fatto che Rossi aveva
mantenuto viva la funzione utopica della sua colonia sperimentale, dal momento in cui
non aveva “mai obbedito a un piano più elaborato o senza dubbio più ambizioso che non
quello della ricerca costante della libertà. (…) Il quotidiano esige[va] piani perché la
sopravvivenza [fosse] garantita: la coltivazione, la costruzione di piccole case e la preparazione
dell’arrivo di nuovi compagni sarà la preoccupazione immediata dei pionieri. Chi saranno
questi nuovi compagni non si sa[peva]. Non si ammett[eva]no regole o criteri per la loro
accettazione” (MÜELLER, 1989: 272/273).
Questo è, senza dubbio, un punto che merita di essere sottolineato. Dopo che Rossi
era tornato in Italia, molte furono le persone che si candidarono a emigrare nella Colonia,
al punto che, nel 1891, essa contava, com’è stato detto, più di centocinquanta membri.
Questa crescita rapida fu, secondo Rossi stesso, disastrosa. Dal momento in cui la ricerca
della libertà era l’unico piano stabilito, non si poteva impedire che le persone entrassero. E
molti di quelli che si destinarono alla Cecilia non avevano niente in comune col progetto
149
di Rossi. Per questi, essa era soltanto una possibilità di diventare proprietari di terre, o
soltanto di uscire dall’Italia. Alcuni vi arrivarono casualmente, altri non erano adatti alla
rude vita dei pionieri. I mezzi di esistenza erano di gran lunga insufficienti per tutti:
mancavano alimenti e la maggior parte di loro doveva alloggiare ammucchiata nel
baraccone. Infine, la vita comune, il lavoro comunitario, la divisione del frutto del lavoro
tra tutti era, per molti dei membri, inaccettabile. “Si fecero palesi però gli egoismi di
famiglia, e la parentela spesso mangiava mentre gli altri digiunavano” (ROSSI (Cardias),
1993:25).
Rossi rientrò in Brasile nel luglio 1891128. In quel periodo una “squadra
numerosissima lavorò sempre alle strade dove fortunatamente (…) il lavoro richiesto era più
apparente che reale. Altri terminarono la costruzione del baraccamento, ingrandirono l’orto
della comunità, fecero un piazzale davanti all’abitazione, iniziarono la fabbricazione dei
mattoni e costruirono una lunga paracinta per chiudervi il bestiame comprato dalla comunità.
Come organizzazione, questo periodo fu caratterizzato da un grottesco sistema di
referendum, per cui la popolazione perdeva molto tempo in assemblee oziose, dalle quali non
emergevano commissioni, si votavano regolamenti, si parlamentarizzava fino a incretinire. La
colonia, in quel tempo, non ebbe la coscienza anarchica che poteva salvarla, e dové morire”
(ROSSI (Cardias), 1993:26).
Questa situazione non tardò a cambiare. Quelli che non si adattavano alla realtà
della Cecilia e che volevano ricostruire in Brasile la vita che avevano in Italia presto
cominciarono a voler “organizzare” la colonia e a esercitare “funzioni di comando”. Lo
scontro tra i due gruppi fu inevitabile, provocando un aumento del numero delle
assemblee, senza che si riuscisse ad arrivare a un consenso. Verso la “metà di Giugno del
128
Nonostante la sua assenza, Rossi si mantenne informato su ciò che lì accadeva. Nel suo libro,
informa che verso la fine del 1890 i coloni avevano atterrato un tratto di bosco per mettere il
terreno a coltura e costruito una paracinta destinata a proteggere la piantagione di granturco
dell’invasione del bestiame. Quest’ultima, però, non fu sufficiente per trattenerlo e, nei primi del
1891, esso vi riuscì a entrare, distruggendola. Nel gennaio 1891 arrivarono alcune famiglie di
contadini che non andarono d’accordo con i pionieri, ma ciò nonostante i lavori agricoli
continuarono. Alcuni coloni si diedero alla costruzione di un baraccone d’alloggio usato come
abitazione comune per i nuovi arrivati, spazio di riunioni, di pasti collettivi e di abitazione per i
celibi. Altri invece lavorarono nelle strade comunali del governo, a profitto della comunità. Dal
marzo fino al maggio 1891 la colonia ricevette numerosi arrivi, raggiungendo più di 150 integranti.
DE MELLO NETO, inoltre, informa che in un articolo pubblicato come supplemento letterario
sulla rivista «La Révolte» di Parigi della settimana 01-07 ottobre 1892, CAPPELLARO informa che
nel maggio 1891 la colonia aveva ricevuto dal governo brasiliano la somma di 2.884 franchi,
sussidio destinato a titolo di aiuto a tutti gli immigranti stabilitisi nella regione durante il suo primo
anno. Infine, l’autore cita anche una lettera scritta dal Rossi alla sua famiglia dove, oltre a smentire
le accuse che responsabilizzavano la miseria come causa delle diserzioni nella Cecilia, menzionava
un altro sussidio di L. 1.100, sempre dal governo, ma di cui la colonia non poté usufruire perché
non rispettò l’esigenza che fosse costruita una piccola casa in legno per ogni singola famiglia, fatto
che l’anarchico attribuiva alla pigrizia e alla distorsione culturale dei coloni.
150
1891 le sette famiglie stabilite per prime dichiararono di ritirarsi, sotto il pretesto di ricostituire
la colonia con migliori elementi, e s’impossessarono del capitale sociale, che poi divisero tra
loro” (ROSSI (Cardias), 1993:26). Un gruppo di giovani si organizzò per continuare
l’esperienza, mentre il resto della popolazione ritornava alla vita individuale,
abbandonando poco a poco la comunità129.
Tra quelli che restarono, nonostante le defezioni, risorgeva lo spirito anarchico. La
determinazione dei giovani a far prosperare l’esperienza e la volontà con cui si dedicarono
alle attività fecero sì che quattro famiglie che prima avevano abbandonato la colonia
chiedessero di essere riassunte nel loro gruppo, essendo accettate. “Per [ri]cominciare, [era]
necessario produrre per soddisfare le necessità di base. Molto lavoro e molte difficoltà: questo
[era] il quotidiano dei coloni. Come alternativa a completamento del lavoro nella colonia (…)
alcuni coloni s’alternavano nel lavoro delle strade che lo Stato costruiva. Secondo Rossi,
l’organizzazione di Cecilia si propone di essere comunista ma anche e principalmente
anarchica. Tra i coloni esiste[va] un’estrema attenzione perché nessuno prevalesse sugli altri,
perché non si stabilis[se] nessuna forma di rappresentazione o delega di diritti: tutti e ognuno
rappresenta[va]no la colonia, tanto all’«esterno» (…) quanto tra di loro. La gerarchia [era]
rifiutata” (MÜELLER, 1989: 275/276).
In reazione allo sterile e dannoso formalismo del periodo appena passato, il nuovo
gruppo decise di essere assolutamente non organizzato, non accettando nessun tipo di
patto. “Nessun regolamento, nessun orario, nessuna carica sociale, nessuna delegazione di
poteri, nessuna norma fissa di vita o di lavoro. La voce di uno qualunque dava la sveglia agli
altri; le necessità tecniche del lavoro, palesi a tutti, ci chiamavano all’opera, ora divisi, ora uniti;
l’appetito ci chiamava ai pasti, il sonno al riposo.
Eppure si condu[ss]e un’esistenza traboccante di vitalità, fremente di nervosismo. Il
celibato forzoso, la gravità della situazione, la risoluta volontà di riuscire in una impresa
divenuta tanto difficile, l’azione irritante delle difficoltà stesse ci avevano reso mezzo spiritati.
La nostra vita era piena di allegria clamorosa e di un sistematico spirito di contraddizione che,
sul lavoro, ci faceva perdere molto tempo in discussioni interminabili e la sera dava alle nostre
riunioni il carattere di club rivoluzionario, per cui il rumore delle nostre ordinarie
129
Secondo Rossi, le cause dell’abbandono erano molte: dalle famiglie che si ritirarono portando via il
bestiame della comunità, al giovane che l’abbandona per seguire la donna amata; dal ladro spagnolo
che fuggì svuotando la cassa comune, al marito che se ne andò per paura che gli conquistassero la
moglie; dalla difficoltà di abituarsi ai lavori faticosi della campagna, alla difficoltà di abituarsi
all’insufficienza nutritiva degli alimenti; dalla delusione davanti alla miseria in cui si trovarono alla
volontà di riprendere vecchie abitudini, tante e diverse tra loro furono le ragioni dell’abbandono. Ma
egli insiste nel sottolineare che nessuno l’ha mai abbandonata per avversione ai principi economici e
politici fondamentali sui quali si posava; per la tendenza al possesso individuale della terra, si erano
separati soltanto alcuni contadini.
151
conversazioni si sentiva da un chilometro di distanza dalla chiusa casetta” (ROSSI (Cardias),
1993:27/28).
Entusiasmato dal lavoro di riorganizzazione della colonia su basi veramente
anarchiche, Rossi scrisse alla sua famiglia nel secondo semestre del 1891 chiedendo l’invio
di semi e piantine per poter aumentare e diversificare la produzione della Cecilia. La
richiesta era specifica: ciliegi giganti, noci, castagni comuni e speciali, pesche di rapida
maturazione, ulivi, arachidi, viti. L’anarchico, così, oltre che introdurre colture che
avrebbero
cambiato
il
paesaggio
locale,
contribuiva
anche
alla
diversificazione/miglioramento delle abitudini alimentare brasiliane.
Nel novembre del 1891, Cecilia ricevette nuove famiglie di contadini arrivati in due
gruppi diversi. Il primo, attratto dall’aspettativa di diventare piccoli proprietari, si trattenne
pochi giorni. Il secondo, invece, decise di rimanere e diede un grande impulso ai lavori
agricoli. I coloni si divisero tra le diverse coltivazioni, la costruzione di un grande riparo
alle seminagioni, di un forno e di un pozzo, oltre il lavoro sulle strade coloniali,
quest’ultimo ai fini di assicurare il mantenimento della comunità nell’attesa dei nuovi
raccolti.
Nel 1892, pur contando su pochi integranti130, la colonia prosperò come mai prima.
Nell’aprile “si raccolsero i fagiuoli e fu aperta una strada carreggiabile nei fianchi della collina
occupata dalla coltivazione del granoturco. In Maggio si raccolse questo prodotto, che i
compagni più robusti caricavano in ceste sulle spalle, ascendendo faticosamente le pendici fin
alla strada rotabile, d’onde si trasportava col carro. In questo mese, si scavò un altro pozzo
nella pietra viva. In Giugno e Luglio si zappò molto terreno ove fu seminata la segale, furono
ancora piantati un centinaio d’aranci ed altri alberi fruttiferi. In Novembre piantammo vigna,
mandioca e patate. In Dicembre incendiammo il bosco atterrato; si fece una estesa
seminagione di granturco e di fagiuoli; si raccolse la segale. Sulla fine del 1892 arrivarono altre
famiglie. Si stabilì allora la calzoleria e si iniziò la fabbricazione dei barili da imballaggio che
vendono nella vicina Palmeira” (ROSSI (Cardias), 1993:28/29). Cecilia prosperò e, nel
130
GOSI, basandosi su una lettera anonima pubblicata dal giornale «La Révolte» di Parigi il 17.7.1892,
informa che in quell’epoca la colonia contava 39 integranti di cui “20 uomini, 9 donne e 10 bambini
per i quali era già stata costruita una scuola” (GOSI, 1977:71/72). Ma la situazione cambiò
rapidamente. Poco tempo dopo, quelli che si occupavano del reclutamento per la colonia dovettero
mettere un limite alle adesioni, passando a sollecitare persone con delle abilità specifiche: calzolai,
agricoltori e uomini capaci di svolgere lavori faticosi. Inoltre, veniva fatta espressa richiesta che gli
uomini partissero accompagnati di compagne, allo stesso tempo in cui si incentivava l’adesione
femminile, cercando così di diminuire la differenza esistente tra uomini e donne.
152
dicembre 1892, chiuse il suo bilancio con un attivo netto di poco più di 7 milioni di reis,
pari a 9.360 franchi131.
“Dall’inventario generale risultava che Cecilia era composta a quell’epoca di 64 abitanti
e disponeva di una farmacia, una scuola, una biblioteca. La colonia, in questa sua seconda fase,
si era dunque notevolmente ingrandita, pur avendo attraversato un momento di impopolarità
che le aveva fatto perdere molto «dell’antica stima e simpatia di cui godeva»; motivo di ciò
erano stati alcuni furti e delitti commessi a Curytiba e nello stato del Paranà da ex-abitanti
della colonia, in seguito ai quali, infatti, i responsabili erano stati arrestati. Inoltre, poiché
alcuni anarchici avevano preso parte ad una tumultuosa manifestazione di coloni nella vicina
Palmeira, si era diffusa la notizia che gli abitanti della Cecilia fossero dei continui provocatori
di disordine, tanto che lo stesso governo italiano aveva raccomandato al governatore del
Paranà di porre sotto sorveglianza la colonia” (GOSI, 1977:73).
Nel 1893 i lavori continuarono a pieno ritmo: sì costruì un altro steccato per
chiudere il bestiame al pascolo durante il giorno; si eseguirono delle sarchiature, delle
piantagioni di igname e l’ingrandimento dell’orto; si raccolse fieno, patate, fagioli e
tabacco132; si costruì il laboratorio per i bottai; si procedette alle riparazioni dei carri e alla
correzione di una strada. Tutto questo senza disciplina né organizzazione del lavoro. E lo
stesso valeva anche per la produzione industriale, di cui Rossi cita l’esempio dei barili da
imballaggio che poi venivano venduti a Palmeira, descrivendo tutta la fase di produzione,
dalla scelta e taglio del legname fino al trasporto dei barili in paese, tutto tramite il metodo
anarchico, dove ciascuno partecipava alle diverse fase della produzione secondo le proprie
abilità e possibilità. E conclude la sua descrizione con la seguente domanda: “Qual è la
forza che fa muovere così armonicamente tutti gli elementi della produzione? È il buon senso,
che conosce i bisogni e il modo di soddisfarli; in grado minore è la paura della critica, che
certamente colpirebbe i restii al lavoro” (ROSSI (Cardias), 1993:32).
Riguardo alle abitazioni, il villaggio chiamato da loro Anarchia era costituito da una
ventina di piccole case in legno133, costruite lungo una strada e attorno a un piazzale.
In una lettera indirizzata e pubblicata sul giornale «La Révolte», CAPPELLARO informa che la
colonia aveva un’area totale di 200 ettari, 28 dei quali coltivati come segue: 15 con mais bianco, 6
con patate, 4 con fagioli, 3 con orto. Tutto il resto era occupato dal pascolo e foresta. Il bestiame
era composto da 4 buoi, 2 mucche, 2 cavalli e 14 maiali. Inoltre, c’erano anche 50 galline.
132 DE MELLO NETO cita un’altra lettera di Rossi ai suoi fratelli, chiedendo che gli inviassero semi di
pomodori, castagni, mandorle, zucche, albicocche, funghi, ciliegi, fichi e lenticchie, raccomandando
vivamente di provvedere alla disinfestazione con una soluzione a base si solfato di rame. Nella
stessa lettera, egli racconta dei progressi raggiunti dalla Cecilia, descrivendo il bel frutteto,
composto da 50 alberi di arance a buona crescita, 150 piantine di more, 60 noci, 500 peschi, peri,
meli e il vigneto con 15 mila viti. Dichiara inoltre di nutrire la speranza di vincere il primo posto in
produttività tra le colonie.
133 Ogni casa aveva sei metri di fronte, quattro di fondo e tre di altezza. Alcune avevano il pavimento di
tavole, altre appena di terra battuta.
131
153
L’arredamento di queste case consisteva in letti più o meno soffici, coperte e, in alcuni
casi, un piccolo tavolo, panche e sgabelli. I vestiti erano ancora quelli portati dall’Italia,
ormai pieni di rappezzature. Anche la biancheria era insufficiente. Soltanto le scarpe
avevano una condizione migliore dovuta al lavoro dei calzolai della colonia.
La giornata lavorativa cominciava verso il sorgere del sole, un po’ prima o un po’
dopo, a seconda delle persone e del lavoro da svolgere134. “Dopo un’ora o due di lavoro
mattutino, alla spicciolata, a gruppi, tutti forniti di ottimo appetito, accorriamo al refettorio,
ove si prende caffè e latte – un po’ lungo ma abbondante – con polenta arrostita e con pane di
segale. Torniamo al lavoro [e] verso il mezzogiorno (…) [un’]altra visita al refettorio per il
minestrone – anche questo poco saporito ma abbondante – e poi ci prendiamo un paio d’ore
di riposo, tanto da fare il chilo e da fumare una sigaretta. Torniamo poi al lavoro fino al
tramontare del sole, e la nostra cena consiste in polenta e insalata, con legumi, e qualche rara
volta con ragù di pollastro o di carne suina” (ROSSI (Cardias), 1993:32/33). Gli alcolici non
erano ammessi all’interno della colonia, sia per mancanza di soldi sia perché essi
turbavano il cervello e la pace sociale.
La vita intellettuale della colonia era limitata alle “conversazioni durante il lavoro e
durante i pasti, le riunioni serali, la lettura di giornali socialisti e politici o di qualche libro, la
scuola per i bambini aperta un po’ saltuariamente” (ROSSI (Cardias), 1993:33). Assorbiti dal
lavoro produttivo, non gli fu possibile provvedere ad altro, come istruzione per gli adulti,
musica, teatro, balli e passatempi di varie specie che tanto desideravano. Neppure
all’ornamentazione del villaggio avevano potuto provvedere.
Riguardo alla vita morale, Rossi informa che per liberare tutti dai pregiudizi e dalle
storture morali acquisiti dalla società borghese ci sarebbe ancora voluto tanto tempo.
“Non siamo mostri di perversità (…) neppure angeli di mansuetudine. (…) Di quando in
quando un lamento, un rimprovero, un’accusa; delle simpatie e delle antipatie, delle tendenze
a parteggiare” (ROSSI (Cardias), 1993:33/34). La causa di questi malumori, riteneva Rossi,
stava nella miseria e nelle privazioni da cui passavano ma, forse soprattutto, nelle abitudini
contratte in una società affatto opposta alla loro, e nella vita di famiglia, per lui la genitrice
più feconda di egoismi e di rivalità e una delle cause più importanti del non completo
successo in senso anarchico della Cecilia. Era talmente convinto di questo che riteneva
che il suo ideale si sarebbe potuto svolgere integralmente soltanto quando, a una radicale
trasformazione dei rapporti economici – già avvenuta in Cecilia – si fosse accompagnata
una profonda evoluzione dell’istituzione familiare.
134
Nei periodi di intenso lavoro, il membro più mattiniero era incaricato di svegliare gli altri.
154
Eppure qualche cambiamento c’era già stato. Rossi riteneva che la vita morale da
loro condotta era superiore a quella del mondo borghese. La consapevolezza di essere
liberi ed eguali aveva impresso al loro carattere una maggiore franchezza, la vita in
comune aveva insegnato ad abituarsi alle debolezze proprie e altrui, mentre la solidarietà
degli interessi aveva condotto all’applicazione pratica del concetto di libertà e a un
maggior rispetto nelle relazioni interpersonali.
Una volta fatte queste considerazioni, Rossi passa a rispondere alle polemiche
innescate dal suo esperimento. Il punto centrale del suo discorso gira in torno alla
questione degli obiettivi e dei risultati raggiunti fino a quel punto dalla Cecilia, secondo
lui, erroneamente interpretati dai critici. Tutti quelli che all’epoca l’avevano studiata e
criticata si basavano su obiettivi che in nessun momento erano stati quelli di tutti coloro
che si erano dedicati all’esperimento. Secondo Rossi, il loro obiettivo non fu né produrre
lo specimen della società futura per poi brevettarlo e offrirlo all’indomani della rivoluzione
sociale; né mostrare le magnificenze dell’avvenire sociale; neppure tentare la miniatura
della nuova società: “il nostro proposito non è stato la sperimentazione utopistica di un
ideale, ma lo studio sperimentale – e per quanto ci fosse possibile rigorosamente scientifico –
delle attitudini umane in relazione a quei problemi” (ROSSI (Cardias), 1993:36).
Inoltre, l’anarchico riteneva non essere vera la critica a loro rivolta che ciò che
accade in piccolo non accade in grande e viceversa. Per essere valido l’esperimento,
secondo lui, basterebbe farlo su un unico uomo, e loro lo hanno esteso a circa trecento
persone di diverse appartenenze sociali, grado d’istruzione, qualità morali, attitudine
tecniche al lavoro, abitudini di vita, ecc. che, per un periodo più o meno lungo,
soggiornarono in Cecilia.
“Tutte queste persone hanno vissuto all’infuori dello stimolo proprio alla società
borghese, che è l’interesse esclusivamente personale. Infatti la proprietà della Cecilia è
comune, ed ogni minima tendenza a dividerla un giorno è vivamente combattuta tanto che
nessuno può nutrirne seria speranza. I prodotti dell’attività collettiva non sono mai stati
attribuiti secondo la capacità produttiva dei singoli individui, ma secondo i bisogni generali;
degli alimenti più grossolani ma più abbondanti ciascuno ne ha preso a sazietà; degli alimenti
più saporiti e più scarsi si è fatto il razionamento in parti eguali; i cibi e le bevande più delicate
sono stati forniti ai malati, in proporzione dei mezzi che ha avuto la comunità. La cassa sociale
è sempre stata aperta a tutti, ed uno solo ne ha abusato, saccheggiandola. Finalmente tutti
sappiamo che, uscendo dalla comunità, non possiamo reclamare parte alcuna della sua
ricchezza.
155
Resulta evidente per ciò, che la produzione alla Cecilia non ha avuto altro stimolo
all’infuori del desiderio di acquistare il benessere collettivo nel quale il nostro benessere
particolare è compreso. L’attività produttiva si è quindi svolta malgrado e contro gli egoismi
ristretti, e specialmente contro l’egoismo domestico, che ogni utilità vorrebbe far convergere
nel senso della famiglia, e dalla famiglia vorrebbe respingere ogni equa parte di sacrifici e di
privazioni.
Eppure senza il sussidio dei moderni strumenti di produzione, senza altro stimolo che il
buonsenso, malgrado la incapacità generale, sono stati eseguiti lavori di ogni specie” (ROSSI
(Cardias), 1993:37/38). Lavori faticosi, pericolosi, intellettuali, industriali, domestici, di
utilità immediata o a lunga scadenza sono stati svolti con successo in Cecilia, in gruppi
sotto il controllo reciproco, oppure da soli e senza nessun controllo. Gli abitanti della
comunità hanno vissuto senza leggi né regole, nella più completa libertà.
“Non leggi, né regolamenti, né statuti, né liberi patti, non supremazia di maggioranze,
né comizi popolari, né organi di governo o di amministrazione; tutt’al più influenze,
energicamente contrastate, di parentado e di capacità.
All’infuori di questo, libera iniziativa personale, accordo volontario, azione equivalente
del criticismo e della tolleranza.
In tali condizioni, ciascuno si abitua a salvaguardare facilmente il suo diritto, senza
doverlo far dipendere dalla benevolenza altrui. E questo è l’essenziale” (ROSSI (Cardias),
1993:39). Rossi sottolinea anche il fatto che in Cecilia non sia mai successo un atto di
violenza. Riguardo alla vita morale, egli riteneva che essa non si trovava ancora in
rapporto con il suo ordinamento economico e politico, sia per il poco tempo trascorso
perché si potessero sviluppare e consolidare le facoltà morali correlative al nuovo
ordinamento sociale, sia per l’azione micidiale della miseria e delle privazioni che
obbligava i coloni alla schiavitù del lavoro giornaliero senza permettere la libertà di
scegliere le cose che concorrevano a costituire il benessere individuale. Questo stato di
cose, secondo lui, non poteva fare a meno di inasprire e irritare le persone e più ancora le
famiglie.
Quando Rossi fece questi ragionamenti la Cecilia aveva tre anni ed esisteva ancora
e, secondo lui, aveva già raggiunto il suo obiettivo. Infatti, egli afferma che tutti coloro che
avevano partecipato più a lungo dell’esperimento erano ormai convinti della praticabilità
del comunismo e dell’anarchia in tutta la vecchia società, e riteneva che, dinanzi le
difficoltà estrinseche dalle quali l’esperimento era circondato, non c’era più bisogno di
continuare. L’anarchico era sicuro che, per quelli che chiamava “il popolino intellettuale”,
la fine della colonia avrebbe significato il fallimento dell’esperimento. Ma era altrettanto
156
sicuro che gli uomini intelligenti e di buona fede avrebbero invece capito la validità della
loro realizzazione.
“L’umanità d’oggi (…) può vivere in comunismo e in anarchia se, all’indomani della
rivoluzione sociale, una minoranza intelligente ed operosa darà buone iniziative in tutti i rami
della produzione.
La nuova vita sociale non sarà, sul principio, che un semplice rapporto di interessi ed
una reciproca difesa di diritti. Oggi la bontà è una piccola frazione della psiche umana, e non
bisogna contarci sopra gran cosa.
È falsa la propaganda che tende a mostrare il nuovo mondo sociale puro da ogni attrito
maligno. Non seminiamo illusioni, se non vogliamo raccogliere disinganni” (ROSSI (Cardias),
1993:41).
Rossi conclude questa parte del suo libro domandandosi cosa potrà accadere alla
Cecilia. La prima risposta che offre al lettore è che essa finirà. Domandandosi la ragione,
sottolinea la possibilità che l’egoismo di famiglia si sarebbe sviluppato in modo tale a
rendere sempre più difficile la convivenza, portando alla fine dell’esperienza oppure alla
sua trasformazione in una semplice cooperativa. Ma anche se egli identificò nell’azione
della famiglia uno dei problemi più gravi vissuti all’interno della colonia, al punto di
poterne causare la fine, credeva che in una realizzazione su scala più ampia, tale azione
non avrebbe avuto la stessa importanza135.
I fatti mostrarono che lui ormai aveva intuito che cosa stesse per accadere. In un
ambiente di povertà, lo spazio della libertà restava compromesso. Davanti alla fame e alla
miseria, l’egoismo s’esprimeva in ogni famiglia che cercava il refettorio durante la notte
per prendere alimenti per sé stessa. Dall’appropriazione del prodotto collettivo alla difesa
della proprietà individuale la distanza era molto piccola. Gradualmente la colonia fu
minata. Gli unici che ancora formavano la “vera comunità” erano i celibi, mangiando
collettivamente e abitando nel baraccone.
Inoltre, un altro problema sorse e diventò ogni volta più acuto: il conflitto tra gli
antichi membri di origine contadina e quelli di origine non contadina, che finì con
l’imporsi dei primi sugli ultimi. Un’altra volta ci fu l’aumento delle assemblee, senza che ci
fosse possibilità di un consenso. La tensione tra i due gruppi portò alla crisi finale e allo
scioglimento della Cecilia nel aprile 1894.
Anche con la fine della colonia, Rossi non ammise il suo fallimento. Secondo lui,
com’è stato detto, l’importante fu ciò che essa riuscì a provare in quanto durò. È in ciò
135
Tra le altre possibilità, Rossi indica che la fine della Cecilia potrebbe essere risultato dell’azione del
governo brasiliano oppure di quell’italiano, o ancora che essa non finisse, riuscendo a superare tutte
le difficoltà e gli ostacoli che li fossero apparsi.
157
che stava il successo dell’esperienza. Da un punto di vista scientifico, Cecilia aveva
provato l’idea organica dell’anarchia. Da un punto di vista della propaganda, aveva svolto
un ruolo non indifferente nel movimento socialista soprattutto come diffusore delle sue
problematiche tramite la stampa italiana e straniera. Inoltre, il “fallimento della colonia non
rappresenta[va], necessariamente, il fallimento del progetto di Rossi. Un’utopia, nella misura in
cui è l’espressione articolata del desiderio, non è compatibile con la nozione di fallimento: la
sua realizzazione non sta nella continuità, nella longevità del progetto quando e se vissuto. Ciò
che realmente importa è che la pulsione del desiderio di costruire un’altra società si mantenga
viva” (MÜELLER, 1989: 279).
Due anni dopo la fine della Cecilia, in una lettera all’editore Sanftleben, Rossi parlò
delle cause dello scioglimento, sottolineando che nessuna di queste aveva compromesso
l’ideale del comunismo o quello dell’anarchia. Cecilia, secondo lui, “non era caduta per il
fatto di essere comunista o tantomeno (…) anarchica. Era caduta perché era povera; ed era
povera «perché partì povera; ed era povera perché partì con mezzi estremamente miseri, con
gente inadatta ai lavori agricoli, perché sola in un mondo che le era economicamente
estraneo»136.
L’entusiasmo iniziale – spiegava – non poteva durare sempre e andò infatti
raffreddandosi anche tra gli abitanti della colonia che, pur godendo della più grande libertà nei
rapporti interni, mancavano del benché minimo benessere materiale.
Il nostro piccolo mondo anarchico era troppo piccolo e quindi povero per assicurarci il
pane bianco, la bottiglia di vino, il posto a teatro, il letto soffice, la compagna da amare;
contrariamente alla retorica dei poeti, abbiamo preferito le rose della schiavitù alle spine della
libertà137” (GOSI, 1977:78).
Poco tempo dopo, in un’altra lettera scritta sempre a Sanftleben, egli informava che
per poter capire lo scioglimento della colonia “bisognava tornare indietro negli anni fino
«alla fine del 1891» quando a Cecilia giunse un numeroso gruppo di contadini parmensi con le
loro famiglie. Questi compagni, affermava il Rossi, portarono nella comunità anarchica un
poderoso aumento di forza-lavoro; tuttavia molti di loro erano egoisti, di quell’egoismo
«spilorcio da contadini che sono stati molto sfruttati», costretti per non soccombere a
diventare diffidenti «di generazione in generazione».
Motivati di tali sentimenti, i nuovi arrivati cominciarono a sottoporre ad un continuo
confronto la produttività del proprio lavoro con quella del lavoro altrui; e facilmente
trovarono motivo di lagnarsi nella attività svolta da coloro che erano poco esperti in lavori
ROSSI (Cardia), G. Utopie und Experiment. Zürich: Verlag A. Sanftleben. 1897 apud GOSI, 1977 p.
78. La lettera è datata “Taquary , Rio Grande do Sul, 10 gennaio 1896”.
137 Idem ibidem.
136
158
agricoli o anche non sufficientemente operosi. Il risultato immediato (…) fu che alcuni
contadini preferirono abbandonare subito la collettività, insediandosi come coloni
indipendenti su terreno proprio; altri restarono. Dei rimasti i più spronarono implicitamente o
esplicitamente i compagni ad una maggiore efficienza. «Di qui nacque il singolare fenomeno
che in quella comunità anarchica ognuno sentì su di sé il controllo del compagno, un
controllo, sebbene tacito e mascherato, molto più pesante e insopportabile di quello
dell’imprenditore di un’officina europea»138.
I contadini parmensi, uniti da una specie di identità di interessi, formavano qualcosa di
simile a un partito, rafforzato da alcuni coloni più operosi, da altri legati ad essi da un vincolo
di amicizia o di parentela recentemente contratta. Questo partito o gruppo entrò in conflitto
«coi meno operosi, […] i più incapaci a sostenere il lavoro manuale, i più deboli, con un
gruppo di nuovi arrivati e – aggiungeva il Rossi – con me, poiché non consentivo con loro e
non provavo alcun desiderio di diventare il “Boulanger” di Cecilia».
Anarchia era ormai divenuta una vuota parola ed il soggiorno a Cecilia andava mutando
(…). Tuttavia, pur essendo i coloni stanchi della vita materiale condotta, logorati dalla miseria,
non più sorretti dal primitivo entusiasmo che aveva consentito loro di reggere tutte le
precedenti difficoltà, «ci si vergognava di provocare lo scioglimento su questa base».
Venne infine colto il pretesto, banale, che doveva portare alla crisi risolutoria; con il
gruppo di contadini parmensi era pure giunta una giovane donna, il cui libero comportamento
la portò a stringere numerosi rapporti con molti uomini della colonia, tra cui lo stesso Rossi, e
altri sposati. Davanti a ciò, affermava l’anarchico, «i borghesi dell’amore, quelli con la pancia
piena, che non credono alla fame, sollevarono una tempesta di indignazione morale» e
cominciarono ad abbandonare la colonia. La diaspora era così iniziata. Ciò avvenne nel
maggio 1893, «quando Cecilia si era ridotta a cinquanta abitanti». «A questo punto – scriveva il
Rossi – io considero finita la storia di Cecilia»” (GOSI, 1977:79/80).
Nella colonia entrarono ancora, non contemporaneamente, due altri gruppi. Ma
presto apparsero le rivalità e la situazione degenerò al punto di provocare lo scioglimento
definitivo nell’aprile 1894.
“«L’attivo di Cecilia [concludeva il Rossi] fu venduto a quel gruppo di contadini parmensi che
avevano provocato la crisi e fu sufficiente a pagare i debiti nella comunità e le spese del viaggio
degli ultimi coloni fino a Curytiba»” (ROSSI apud GOSI, 1977:80).
MÜELLER, nell’analizzare i motivi che portarono la colonia alla fine, oltre a
considerare quelli già menzionati da Rossi, richiama l’attenzione su altri due. Da un lato,
l’isolamento della colonia che, sommato alla mancanza di mezzi materiali, rendeva difficile
138
ROSSI (Cardia), G. op. cit. apud GOSI, 1977 p. 79. La lettera è datata “Escola de Agricultura,
Taquary , 6-4-1896”.
159
la convivenza, anche per quelli che possedevano un ideale da portare avanti, soprattutto
perché tale ideale presupponeva una vita piacevole. Dall’altro, la grande differenza tra le
persone che si dirigevano alla colonia, molte delle quali senza nessuna identificazione col
movimento anarchico né col progetto di Rossi. Inoltre, richiama l’attenzione sulla
convinzione dell’anarchico nella possibilità di costante cambiamento dell’essere umano.
“Per lui, cambiate le condizioni esterne e date le condizioni perché ognuno potesse
svilupparsi, l’essere umano gradualmente e naturalmente cambierebbe (…). Quello su cui non
contava era la resistenza delle persone al cambiamento” (MÜELLER, 1989: 303).
GOSI, inoltre, informa che Sanftleben, l’editore di Utopie und Experiment, cercando
di offrire un altro sguardo sulla fine della Cecilia, ottenne da Malatesta e da Hebert,
corrispondenti a Curytiba del giornale «Les Temps Nouveaux», altri particolari. Malatesta,
in due lettere, una del maggio l’altra dell’agosto 1895, informava che la colonia non
esisteva più perché il governo brasiliano, servendosi dal fatto che i coloni avrebbero
appoggiato gli insorti contro il presidente Ma. Deodoro da Fonseca, si era riappropriato
della terra, obbligando i coloni a disperdersi. Hebert, facendo riferimento a un’intervista
fatta a Rossi, conclude che lo scioglimento della colonia si dovette alle troppe difficoltà
incontrate, quali le difficoltà d’importare ciò di cui si aveva bisogno, il tempo impiegato e i
costi con le autorità doganali e le società di trasporto.
Mi piacerebbe, infine, richiamare l’attenzione sul fatto che Rossi, in nessun
momento, abbia difeso l’uguaglianza nella colonia. Per lui, questa non esisteva perché gli
esseri umani sono, naturalmente, disuguali: quel che esistette, sempre, furono opportunità
uguali, perché tutti potessero svilupparsi nelle loro possibilità. Questo è il motivo per cui
si privilegiava la libertà. Soltanto godendo di totale libertà l’uomo sarebbe capace di
svilupparsi all’interno delle possibilità che gli erano offerte e in questo modo, costruire
l’esperienza di vita anarchica.
La libertà si manifestava anche in ciò che si riferisce alla distribuzione dei prodotti
del lavoro all’interno della Cecilia e all’accesso alla cassa comune: nonostante le difficoltà
imposte, tutti avevano la stessa libertà d’accesso alle risorse da essa prodotte, in modo che
fossero soddisfatte tutte le necessità individuali. Infine, questa forma di condurre la
Colonia avvicina Rossi ancora di più alle idee difese da KROPOTKIN. Garantendo ai
membri della colonia, allo stesso tempo, la libertà necessaria perché potessero svilupparsi
d’accordo con le loro possibilità e, all’interno dei limiti imposti, le risorse minime per la
loro riproduzione, l’anarchico metteva in pratica il motto del comunismo libertario da
ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo le sue necessità.
160
La colonia, nello sciogliersi, gli mostrò un’altra volta, così come era accaduto a
Cittadella, che l’utopia – e i cambiamenti che essa porta con sé nella vita di quelli che si
dispongono a realizzarla – dovrebbe essere costruita da tutti. Altrimenti, non
sopravviverebbe.
7. Dopo Cecilia: il “legato” di Giovanni Rossi
Le idee di Rossi sull’organizzazione della produzione agricola sono, secondo me, di
grande interesse nell’attualità. L’esperienza della Colonia Cecilia, marcando il
coronamento delle idee da lui difese, ci stimolano ad andare oltre, e a cercare le origini del
suo pensiero.
Questo capitolo ha seguito questa impostazione, seguendo un percorso all’indietro
nel tempo, cercando le origini di queste proposte, il suo punto di partenza. Dalla Cecilia a
Cittadella; da questa all’appello con richiesta di sottoscrizione a favore della realizzazione
di una colonia agricola socialista in Italia; quindi all’elaborazione di un giornale, «Lo
Sperimentale», che servisse da diffusore delle idee sperimentaliste, mettendo in
discussione i diversi sperimenti di colonie socialiste in tutto il mondo, fino ad arrivare al
suo punto di partenza, la sua (u)topia Un comune socialista. Stavano lì le idee che, per
tutta la sua vita, egli cercò di realizzare, sia tramite una discussione chiara e scientifica
svolta nel suo giornale, sia tramite il progetto della colonia agricola socialista, da svolgersi
in Italia, ma che non uscì dalla carta, sia tramite il tentativo di trasformare l’Associazione
Agricola di Cittadella di una colonia cooperativa in una colonia socialista, sia, infine,
nell’anarchica colonia Cecilia, situata nel sud del Brasile.
Un comune socialista parla di un comune convertitosi al socialismo e organizzato
liberamente. Il lavoro è organizzato collettivamente e i contadini, liberi di scegliere le
attività a cui sono più adatti, sono dopo organizzati tramite associazioni di arti e mestieri,
ciascuna delle quali responsabile per la realizzazione delle attività di sua competenza. A
tale scopo si organizzano commissioni tecniche che durante la giornata lavorano insieme
agli altri e alla fine, si riuniscono per decidere il lavoro da svolgere l’indomani. Inoltre,
tutte le decisioni più importanti sono prese in assemblee generali, aperte a tutti.
Lavorando insieme e ottimizzando gli sforzi, presto il comune potrà godere delle
più moderne innovazioni tecnologiche che renderanno il lavoro più produttivo e meno
faticoso e, proprio per questo, più piacevole. Così quello che prima era un obbligo
diventerà piacere e il comune passerà dal collettivismo al comunismo.
161
Erano queste le idee che Rossi cercò per tutta la sua via di mettere in pratica: la
trasformazione del lavoro e del lavoratore, tramite una maggiore consapevolezza dei suoi
diritti, un rapporto più armonico e cosciente con il territorio fino al raggiungimento di
quello che per lui era il comunismo e che per noi, nelle dovute proporzioni, si può
identificare con la sostenibilità dello sviluppo.
A Cittadella Rossi mise in pratica le idee dell’organizzazione della produzione
tramite le associazioni di arti e mestieri, quando propose che i contadini si dividessero a
seconda delle loro abilità; del lavoro realizzato in modo e per il bene collettivo; delle
commissioni tecniche che, riunite alla fine della giornata lavorativa, decidevano sui lavori
da svolgere l’indomani – idea presente anche nei falansteri di FOURIER – delle assemblee
generali come spazio delle discussioni e garante della partecipazione di tutti nella
determinazione dell’avvenire dell’esperimento.
Economicamente, com’è stato detto, Cittadella raggiunse presto il successo, ma
Rossi non riuscì ad andare oltre. Il tentativo di introdurre una “cellula” socialista
all’interno dell’Associazione, affinché l’esempio di vita comunitaria da essa condotta
potesse funzionare di stimolo al cambiamento fino a trasformare la colonia cooperativa in
una colonia socialista fallì in partenza, spingendolo a cercare un’altra possibilità di mettere
la sua (u)topia in pratica.
Anche l’appello di sottoscrizione per la formazione di una colonia socialista in Italia
non ebbe il successo aspettato, pur contando su un luogo privilegiato di discussione quale
era «Lo Sperimentale». Cecilia segnò così l’apice del suo percorso. Un comune
socialista e «Lo Sperimentale» offrirono a Rossi gli spunti, le idee da mettere alla prova,
mentre Cittadella fu per lui, allo stesso tempo, un’esperienza da non perdere di vista in
quanto parametro di cose da ripetere o meno.
Fu così che Rossi continuò a dare alle assemblee generali uno dei ruoli centrali nella
conduzione della Cecilia; a garantire la libera scelta, nei limiti possibili, delle attività a cui
dedicarsi; a organizzare collettivamente la produzione. Fu così anche che decise di evitare
a tutti costi ogni tipo di formazione di potere, anche il più piccolo, all’interno della
colonia, evitando così le commissioni tecniche di lavoro; di garantire momenti di
socializzazione tramite i pasti comuni nel refettorio – e in alcuni momenti, per mancanza
di altre alternative, tramite la vita in comune all’interno del baraccone –, di lasciare libero
l’accesso alla cassa sociale a tutti i suoi membri; di cercare costantemente la libertà nei
rapporti interpersonali.
D’altra parte, Cittadella e Cecilia gli confermarono l’idea dell’illimitata possibilità
di progresso di una colonia organizzata socialisticamente, idea che tra l’altro era già
162
presente nella sua (u)topia. Organizzando il lavoro in modo collettivo, i contadini
ottimizzavano tempo e capitale, essendo poi in grado di introdurre, all’interno della
colonia, innovazioni tecnologiche capaci di migliorare la qualità e la produttività non solo
della produzione ma anche del lavoro, e che permettevano di usufruire per il proprio
consumo e per il mercato di prodotti di qualità superiore a quelli della produzione
contadina tradizionale. L’idea, poi, di trasformare la vita della colonia in una vita
comunitaria avrebbe solo aumentato le possibilità di successo dell’esperienza. Ma su
questo aspetto ritornerò in un altro momento.
Ritengo infine che le idee difese da Rossi ed esposte in questo capitolo, al di là del
discorso rivoluzionario, siano di grande interesse e attualità, e possono servire di base alla
discussione dello sviluppo sostenibile, soprattutto se pensato in una prospettiva globale,
ossia, in un approccio territorialista di cui ci parla MAGNAGHI. Dietro al tentativo di
provare la possibilità della vita anarchica e la possibilità di una organizzazione socialistica
della produzione promosso da Rossi, stava l’idea di offrire ai contadini la libertà del
lavoro, migliorare e ottimizzare la loro produzione, permettendo loro di estrarre di più
distruggendo di meno, migliorando così non solo la loro qualità della vita ma anche il loro
rapporto con il territorio. È in questa prospettiva che cercherò di unire, nei capitoli
successivi, gli esperimenti storici alla discussione attuale sullo sviluppo locale
autosostenibile.
163
CAPITOLO 5
ALTRE ESPERIENZE DI COLONIE SOCIALISTE
In questo capitolo mi occupo di esempi di colonie con un’organizzazione di tipo
socialista, come alternativa all’organizzazione della produzione contadina tradizionale. I
casi qui studiati, tutti ormai conclusi, servono come esempio di organizzazione della
produzione e della distribuzione dei prodotti ottenuti. I dati presenti nei due primi
paragrafi di questo capitolo, sono tratti dal giornale «Lo Sperimentale», diretto da
Giovanni Rossi e menzionato nel capitolo precedente. Essi, a loro volta, sono stati presi
dal libro di Charles NORDHOFF, The Communistic Societies in the United States, from personal
visit and observation.
1. Le colonie americane
Le colonie americane riportate in questo paragrafo sono “quella degli Shakers,
stabilitasi nel 1794 nella parte occidentale degli Stati Uniti, e nel 1808 circa nella parte orientale
di questi Stati; quella dei Rappists, stabilitasi nel 1805; degli Zoarites, stabilitasi nel 1817; la
comunità di Amana, fondata nel 1844; quella di Bethel, costituitasi lo stesso anno; quella dei
Perfezionisti di Oneida stabilitasi nel 1848; quella degli Icariani o Cabetisti, che data dal 1849, e
per ultimo quella di Aurora fondata nel 1852”139. Queste otto comunità diverse occupavano,
alla fine del 1870, settantadue comuni, cinquantotto dei quali costituiti dagli Shakers, sette
dai comunisti di Amana, due dai Perfezionisti, e uno da ciascuna delle altre comunità. Nel
totale queste settantadue comunità erano composte da circa cinquemila persone, e
avevano una proprietà totale di 150 mila iugeri (equivalente a 375 mila ettari), valutati
all’epoca in 60 milioni di lire. A eccezione degli Icariani che erano francesi, e degli Shakers
che erano americani, tutti gli altri erano tedeschi.
139
«Lo Sperimentale», n. 1, maggio 1886, p. 2.
164
In genere in queste comunità esisteva una grande varietà di occupazioni. Il principio
generale della vita comunistica era la subordinazione delle singole volontà individuali
all’interesse e alla volontà generale, in pratica ottenuto con l’obbedienza agli anziani e ai
capi. Ma siccome le deliberazioni venivano prese soltanto con il consenso unanime delle
assemblee e si cercava di sistemare ciascuno nel lavoro che più gli piaceva, alla fine i capi
non avevano un reale potere e, tutto sommato, si cercava di accontentare tutti nei limiti
del possibile
Riguardo al sistema politico esistevano alcune differenze tra le comunità studiate.
Quello Icariano assomigliava a una democrazia: il presidente, eletto per un anno, era
incaricato di eseguire le decisioni prese dalla maggioranza nelle adunanze settimanali, oltre
che di dare la norma della condotta per la settimana successiva. Anche la comunità di
Oneida possedeva un sistema politico democratico, ma qui il presidente e gli ufficiali
esecutivi avevano ampi poteri decisionali.
Ad Amana e tra gli Shakers, i capi erano scelti tra le persone con carattere
spirituale più elevato. Essi raramente venivano cambiati e avevano poteri quasi illimitati.
L’unica loro limitazione era quella di non poter prendere decisioni che potessero alterare
l’armonia sociale o uscire dalle regole generali, ad esempio, contrarre debiti o impegnarsi
in speculazioni arrischiate. Tra i Rappists i capi erano eletti dal capo spirituale, e a vita. Tra
gli Zoariti e la comunità di Bethel il popolo non si occupava molto di queste elezioni né
di altre funzioni amministrative, anche se gli Zoariti eleggevano dei fiduciari. La comunità
di Aurora si trovava ancora sotto la direzione del suo fondatore.
Indipendentemente dal vincolo religioso, in tutte queste comunità regnava
l’uguaglianza più assoluta. I capi quando non erano occupati in doveri spirituali, erano
attesi al lavoro manuale insieme agli altri, non essendo loro concesso nessun tipo di
privilegio. Non esistevano i servi e, quando esistevano i domestici, essi erano assunti fra
persone non appartenenti alla comunità e ricevevano un salario per il lavoro svolto.
A eccezione degli Icariani, tutte le altre comunità avevano come principale vincolo
della loro unione la fede religiosa. Le comunità di Bethel e di Aurora, i cui membri non
avevano quasi pratiche religiose esteriori, erano tenuti insieme dalla convinzione che
l’essenza di tutte le religioni e del Cristianesimo fosse l’altruismo, e che questo richiedesse la
Comunità dei beni.
Eccettuati gli Shakers e i Rappists che erano celibatari, la famiglia era fortemente
rispettata e valorizzata tra queste comunità140, essendo le relazioni non strettamente
rispondenti alla famiglia ammesse soltanto tra i comunisti di Oneida e i Perfezionisti. Le
140
Tra gli Icariani il celibato era anche vietato.
165
nozze erano fatte in gioventù, permettendo così la prosperità sociale. Quelli che si
sposavano con una persona non appartenente alla comunità, venivano allontanati. Ogni
singola famiglia aveva la sua propria abitazione e solo gli Icariani e i comunisti di Amana
mangiavano in un refettorio comune.
“Nelle comunità celibatarie si [erano] adottate molte precauzioni per tenere i sessi
separati. Fra gli Shakers specialmente, le abitazioni [avevano] scale e porte speciali per ciascun
sesso; i locali ove si lavorava [erano] divisi; si mangia[va] a tavole separate, e nelle adunanze gli
uomini occupa[va]no una parte della sala e le donne un’altra. Inoltre nessun congregato
vive[va] solo; persino gli anziani ed i capi [dividevano] la propria stanza con un confratello.
Non [era] neppur permesso che gli uomini si [fermassero] a parlare soli con le donne per via.
In molte delle loro scuole i sessi [erano] tenuti separati.
(…) Raramente [avveniva] che taluno non osserv[asse] questa regola, e se avv[enisse], il
trasgressore [veniva] espulso”141.
I Perfezionisti erano essenzialmente manifatturieri, essendo l’agricoltura un ramo
sussidiario dei loro affari. Tutte le altre comunità, invece, avevano per base della loro
industria l’agricoltura, e molte di esse avevano anche qualche industria manifatturiera.
Siccome il loro obiettivo era l’autosufficienza, esse cercavano di produrre tutto ciò di cui
avevano bisogno. Per ottimizzare il lavoro, tutte le occupazioni – industriali, rurali o
casalinghe – erano ripartite e adempiute secondo certe norme sistematiche intente a
renderle più facili e più regolarmente eseguibili. Le giornate cominciavano di solito prima
del sorgere del sole, ma non si lavorava mai fino all’esaurimento. In più, si curava molto la
salubrità del lavoro.
I registri amministrativi, quando esistevano, erano molto semplici. Nella maggior
parte delle comunità i conti venivano controllati soltanto una volta all’anno e in alcuni casi
non si rendeva nessun conto ai membri. I Perfezionisti erano quelli ad avere un sistema più
completo di controllo, ma ciò si doveva al fatto di avere grandi stabilimenti manifatturieri
e di essere anche grandi commercianti. Inoltre, per una ragione di economia, i comunisti
facevano sempre le loro provviste all’ingrosso, usufruendo così di prezzi migliori.
La regola generale di non contrarre debiti serviva come un regolatore naturale delle
finanze delle comunità e dei singoli membri, oltre che a evitare qualsiasi speculazione
arrischiata. Infatti, era loro principio generale l’abitudine antica di fare in modo di
diminuire le uscite invece di aumentare le entrate. In più, dato che le ricchezze erano
possedute in comune, la preoccupazione principale era quella di garantire un livello di
141
«Lo Sperimentale», n. 5, gennaio/febbraio 1887, p. 2. Il corsivo e il grassetto sono miei.
166
benessere e indipendenza generale e, quando avanzavano soldi, essi venivano convertiti in
nuove proprietà oppure in titoli pubblici.
Rispetto all’abbigliamento, regnava la semplicità che garantiva un risparmio di
tempo e di fatica oltre che di soldi. Soltanto gli Shakers e i Rappisti avevano una divisa
comune e gli Shakers erano gli unici ad aver adottato per le donne abiti che
nascondessero le loro bellezze con l’obiettivo di renderle meno attraenti. Tutti gli altri
producevano i loro abiti secondo i gusti personali, sempre con stoffe di buona qualità.
Riguardo all’alimentazione, il cibo era abbondante e non mancava la frutta. In
alcune comunità americane non era ammesso l’uso dell’alcool. In altre, invece, si faceva
uso del tabacco e del vino, però con moderazione.
Tutte le comunità offrivano ai loro membri un’istruzione di qualità, mantenendo
anche l’antica abitudine di insegnare un mestiere ai ragazzi e di avviare le ragazze al cucito,
alla cucina e al lavoro domestico. A eccezione degli Icariani, tutte le altre comunità
insegnavano la religione. Gli Shakers e i Rappisti includevano anche l’insegnamento
della musica, mentre i Perfezionisti erano gli unici a inviare alcuni giovani a scuole
scientifiche fuori della comunità. Ciò nonostante, erano poche le comunità ad avere
biblioteche di carattere generale e queste, quando esistevano, erano normalmente poco
fornite, eccezione fatta per i comunisti di Oneida che possedevano anche libri e giornali
aggiornati.
Tranne i Perfezionisti e gli Icariani – a cui piacevano la musica e le
rappresentazioni teatrali142 – nella maggior parte dei casi queste comunità non badavano
molto al divertimento, essendo nella maggior parte dei casi le riunioni religiose le
principali “ricreazioni”.
I Perfezionisti facevano grande uso della stampa, pubblicando un giornale
settimanale e diversi opuscoli che venivano inviati a tutti quelli che desideravano
conoscere la loro dottrina, e questa attività portava frequenti nuove adesioni.
La comunità di Bethel, fondata nel 1844 possedeva circa 4000 acri (circa 1618,8
ettari) di terra a Nineveh, vicino ad Adair e, nel 1875 contava circa 200 membri distribuiti
in 25 famiglie, tutti di origine tedesca. Il possedimento originario di Bethel era sopra una
vasta tenuta ma, siccome nel 1847 alcuni soci insoddisfatti chiesero la ripartizione della
proprietà, la terra fu divisa e assegnata a ogni capo di casa una porzione, affinché ognuno
fosse libero e si potesse vedere quali fossero inclini alla vita individualista, e quali alla vita
comunistica. Inoltre, quando uno dei giovani desiderava lasciare la comunità, dato che la
142
I Perfezionisti avevano anche dei comitati responsabili per organizzare la ricreazione.
167
distribuzione dei beni era stata fatta prima della nascita della nuova generazione, gli veniva
data una somma in denaro.
La comunità aveva una segheria, un molino, una conceria, alcuni telai, un magazzino
generale, una drogheria e botteghe di falegnami, ferrai, ramai, stagnai, sarti, calzolai,
cappellai. Tutte piccole botteghe, ma in grado di soddisfare alle necessità della comunità e
delle fattorie più vicine. Avevano avuto anche una distilleria e un lanificio, entrambi
distrutti da un incendio. Vi si trovavano anche un argentiere e un fotografo che, in cambio
dei loro lavori, ricevevano dagli altri membri le eccedenze delle loro piccole tenute.
Nonostante questa grande diversità di occupazioni, a Bethel non vi erano innovazioni in
grado di ottimizzare il lavoro.
La disposizione della città era simile a quella di Aurora, ma le abitazioni erano
più grandi. Nella via principale, sterrata, si trovavano i servizi principali come la segheria, il
molino, due farmacie, il magazzino principale e due botteghe, oltre all’unico albergo della
città e alla chiesa, quest’ultima in mezzo a un boschetto.
Gli abiti erano ugualmente distribuiti a tutti gli integranti nel magazzino comune.
Per l’alimentazione, composta da tre pasti, ogni famiglia riceveva una quantità sufficiente
di maiali per la carne e di vacche – allevate per la comunità – per il latte e il burro. Inoltre,
ogni casa possedeva un orto nel quale le donne coltivavano verdure e legumi per il
consumo della famiglia. Era pur sempre possibile ricavare una eccedenza di galline, di
uova, di frutta, ecc., che si vendeva al magazzino per ricavarne caffè, zucchero e altri
generi non prodotti dalla comunità. La farina era a disposizione di tutti nel mulino, e
ognuno ne prendeva senza che gliene fosse fatto addebito. La legna utilizzata per il fuoco
era tagliata da alcuni uomini salariati e poi trasportata dentro il paese per essere distribuita
dai membri della comunità. Toccava a ogni famiglia, poi, segare e spezzare la propria
provvista.
Rispetto all’organizzazione amministrativa, la comunità contava un capo e sei
fiduciari scelti dai membri, con cariche temporanee143. Anche qui si rendeva conto ai
membri degli affari della comunità e il capo, insieme ai fiduciari, esaminava i conti una
sola volta all’anno.
Icaria fu la comunità più studiata dal gruppo de «Lo Sperimentale» e merita perciò
più attenzione. Era un villaggio comunista situato presso la città di Corning (Adam’s
County, Iowa, Stati Uniti), nata dal desiderio di CABET di uscire dalla teoria e partire alla
pratica. Le prime fondamenta della comunità furono gettate nel giugno 1848 nella Fanin
County, Texas, dove i pionieri costruirono alcune capanne e intrapresero dei
143
I fiduciari erano anche i direttori dei lavori.
168
dissodamenti. Presto essi furono ridotti all’impotenza da una malattia che infierì su di
loro, uccidendo cinque compagni in pochi giorni e li obbligò ad abbandonare il luogo.
Cinque di loro rimasero nel posto, mentre gli altri batterono in ritirata su Shrenfort e
Nuova Orléans, dove speravano di trovare altri compagni che venissero a raggiungerli.
Il gruppo si divise in tre colonne più o meno uguali e si diresse verso il luogo del
loro ritrovo, ma le colonne si spezzarono per la strada a causa della malattia dei loro
integranti. I superstiti riuscirono a raggiungere Nuova Orléans verso la fine del 1848. Nel
frattempo, altre persone, tra cui CABET, avevano lasciato Parigi per unirsi ai pionieri e,
nel marzo 1849, gli icariani in numero di 280 si stabilirono a Nauvoo, nell’Illinois.
Dal 1850 al 1855 innumerevoli arrivi contribuirono a far crescere la comunità che,
nel 1855, contava 500 integranti quasi esclusivamente francesi. La colonia prosperò e si
consolidò. Aveva officine e fattorie, un molino, una distilleria e scuole per i giovani.
Pubblicava un giornale e ogni tanto lanciava degli opuscoli di propaganda. Aveva un
ufficio a Parigi e corrispondenti dovunque. Non trascurava i divertimenti: vi era un teatro
e una banda musicale composta da circa cinquanta elementi.
Nel 1853 gli icariani comprarono 3000 acri (circa 1214,1 ettari) di terreno nello
Iowa dove si sarebbe stabilita definitivamente la comunità. Alcuni membri furono inviati
per preparare il trasferimento definitivo. Ma l’isolamento, le privazioni, un lavoro faticoso
e forse anche l’età avevano cancellato totalmente agli occhi degli icariani la missione
morale d’Icaria. D’altra parte, la nuova generazione che cresceva, diversamente dalla
vecchia, credeva nel progresso e non tardò a manifestare l’impazienza verso la resistenza
opposta dalla vecchia generazione ad ogni nuovo impulso. Tale divergenza portò a una
lotta inizialmente pacifica e fraterna ma che gradualmente diede origine a due gruppi
chiaramente identificati durante le discussioni nelle assemblee: quello dei giovani icariani e
quello dei vecchi icariani, i progressisti e i non progressisti.
La situazione si fece sempre più tesa e per più di una volta la minoranza (i giovani)
chiese alla maggioranza l’autorizzazione a staccarsi, proponendo di stabilirsi in una piccola
parte delle terre che sarebbero comunque rimaste proprietà di tutta la comunità. Tale
proposta, però, fu respinta e la situazione diventò sempre più insostenibile. Dopo diversi
tentativi infruttuosi di accomodamento amichevole, “il tribunale di Iowa, su domanda della
minoranza, pronunziò il 17 agosto 1878 l’annullamento dello statuto di fondazione della
Comunità, e designò tre cittadini per liquidare i suoi affari. Alcuni mesi dopo, questo incarico
fu rimesso ad una commissione arbitrale, che dal 15 gennaio al 25 febbraio 1879 tenne le sue
sedute con dei delegati icariani al fine di determinare i diritti per ciascun gruppo”144. Alla fine,
144
«Lo Sperimentale», n. 2, agosto 1886, p. 3.
169
divenne obbligo irrevocabile ciò che era stato inizialmente proposto come soluzione
amichevole e, dopo l’indennizzo di 7500 lire, la maggioranza si ritirò da Icaria. Ventotto
dei suoi antichi membri diedero inizio a un nuovo stabilimento – la nuova comunità
icariana – nel luogo stesso dove due anni prima la minoranza aveva offerto di stabilirsi,
rimanendo fedele alle idee di CABET, mentre la Giovane Icaria si adeguò ai nuovi tempi.
La nuova comunità icariana rimase essenzialmente agricola e la proprietà sociale
rimase comune e indivisa. Possedeva 300 acri (circa 121,41 ettari) di terreno in coltura e
alla fine degli anni ‘80, si preparava a dissodarne altri 80 (circa 32,38 ettari) per la
coltivazione del granturco da destinare agli animali.
Ciascuno lavorava secondo le proprie forze e capacità: i vecchi erano incaricati
dei lavori più sedentari – quali preparare la legna per la cucina, sorvegliare il bestiame,
curare i giardini, preparare il pane – i giovani eseguivano i lavori più faticosi – quali il
trasporto della legna dalla foresta al villaggio durante l’inverno, il trasporto dei prodotti
alla stazione ferroviaria più vicina, oltre che i lavori agricoli più pesanti – mentre le donne
e le ragazze avevano il compito di preparare e conservare gli abiti di tutta la comunità,
lavare la biancheria, cucinare, lavare i piatti e servire alle mense. I bambini andavano alla
scuola e non appena cominciavano a crescere, cominciavano anche ad aiutare a fare
piccoli lavori.
L’alimentazione era composta da tre pasti – colazione, pranzo e cena – ricchi e
abbondanti. Nei giorni festivi era permesso anche il consumo del vino. Riguardo alle
abitazioni, ogni famiglia aveva una casa separata, composta di quattro stanze e circondata
da un bel giardino. I vedovi e i celibi avevano ciascuno una camera sopra il refettorio. La
casa comune, dove si trovava il refettorio e la cucina al pianterreno, aveva sei camere al
primo piano e, sotto, una buona cantina in pietra, dove si conservavano le loro
provvigioni di legumi durante l’inverno e il vino quando fosse iniziata la produzione.
Tutte le case erano ben riscaldate durante l’inverno e bene aerate durante l’estate. Inoltre,
erano arredate in modo da assicurare le maggiori comodità possibili. Il vestiario era
semplice, senza lusso né esagerazione.
Negli anni ‘80 essi si dedicavano alla coltivazione dell’avena, fieno, patate, granturco
per la razione animale, legumi e frutta di vari tipi. Inoltre, avevano dei capi di maiali
all’ingrasso e delle api per la produzione del miele, oltre a produrre formaggio tipo gruyère e
limbourg.
Un altro esempio citato, sempre negli Stati Uniti, fu quello dei Natches, una tribù
americana che aveva trovato “un mezzo di eliminare la proprietà individuale evitando gli
inconvenienti della proprietà comune. Il campo pubblico fu diviso in tante parti quante erano
170
le famiglie. Ogni famiglia portava a casa il raccolto contenuto in una di queste parti. Così fu
soppresso il granaio pubblico, ma rimase il campo comune, e siccome ciascuna famiglia non
raccoglieva precisamente il prodotto della parte che aveva lavorato e seminato, non poteva
dire di avere un diritto particolare al godimento di quanto aveva ricevuto. Non fu più la
comunanza della terra, ma la comunanza del lavoro, che fece la proprietà comune”145.
Dagli Stati Uniti fu riportata l’esperienza di Orbiston, tratta dalle idee di Owen: una
società cooperativa fondata negli anni 1820 presso Edimburgo, con succursali in tutta la Gran
Bretagna e guidata da Abramo Combe. Per diffondere le idee comuniste su cui si basava
l’esperimento, oltre alle numerose assemblee pubbliche – alle quali di solito seguivano
delle sottoscrizioni per fondare una colonia di prova – era stato fondato anche un
periodico, il Cooperative Magazine. Orbiston prosperò, alimentando industrie quali fonderie
e officine di macchine. Ma, una volta morto il leader, l’esperimento si esaurì.
Sempre dagli Stati Uniti proviene l’esempio della colonia cooperativa creata nel
1887 in Columbia, negli Stati Uniti, con l’obiettivo di illustrare i vantaggi della libera
cooperazione, partendo dal presupposto che il benessere di ciascuno dipendeva dal
benessere di tutti. I membri della colonia intendevano sviluppare la loro vita cercando
l’equilibrio tra l’individualismo e l’altruismo, vivendo secondo la massima “uno per tutti,
tutti per uno”.
L’area della colonia era di 960 acri (circa 388,51 ettari), ma i coloni intendevano
aumentarla, non appena avessero trovato altre persone disposte a lavorare secondo i loro
principi. Cercando l’indipendenza economica in ciò che si riferiva alle necessità di base,
essi avevano procurato una provvista abbondante di alimenti e un alloggio buono e
sufficiente per tutti e, avevano stabilito di comprare abiti per tutti e una filatura di lana
non appena avessero cominciato a vendere la loro produzione. Un’altra preoccupazione
dei coloni era quella di raggiungere, per quanto possibile, l’equilibrio tra uomini e donne
all’interno della colonia.
I coloni avevano anche preso la decisione di dividersi in due categorie: soci residenti
e non residenti. Quelli più adatti al lavoro di pionieri e che si occupavano dei lavori di
bonifica del terreno sarebbero diventati soci residenti, mentre gli altri avrebbero
contribuito con 5 dollari al mese ciascuno per garantire il lavoro dei soci residenti. Era
anche prevista una quota di ammissione nella seguente forma: uomo o donna adulti, 100
dollari; coppia di sposi con figli, 150 dollari; ragazzi sopra i 14 anni, da definire.
145
«Lo Sperimentale» n. 7 in «HUMANITAS» Anno I n. X, Napoli 10 aprile 1887, p. 3.
171
Tutti i soci, effettivi o in prova, dovevano pagare la rata mensile di 5 dollari. Nel
caso si trovassero impossibilitati a pagarla, dovevano comunicare le ragioni al segretario
che le avrebbe trasmesse all’assemblea. Toccava a questa, a maggioranza, decidere il
condono o meno del socio. Inoltre, un socio definitivo poteva diventare socio residente
sempre che lo desiderasse, essendo da quel momento in poi dispensato dalla rata mensile.
I lavori straordinari compiuti dai soci di prova erano computati e pagati, fino alla somma
massima di 5 dollari al mese. Inoltre, il lavoro eccedente effettuato dal singolo socio a
favore della collettività gli veniva ugualmente risarcito.
Una volta diventato residente, e fino a quando rimaneva tale, il socio aveva diritto a
un pezzo di terra di 40 mila piedi quadrati, (circa 3720 m2) destinato al suo uso personale.
La scelta dell’appezzamento spettava al nuovo socio sempre che non ci fossero conflitti
tra la sua scelta e gli interessi collettivi. Gli era permesso utilizzarlo come meglio credeva,
potendo fabbricare o migliorarlo in altro modo. Nel caso in cui per l’introduzione di tali
migliorie, egli se fosse servito dei fondi o dei mezzi collettivi, nel momento in cui
decidesse di abbandonare la colonia, tutto quanto sarebbe andato al fondo collettivo.
La terra, gli strumenti e gli utensili di produzione, acquistati con il fondo collettivo
dei soci, erano considerati proprietà collettiva della colonia, e il suo uso doveva obbedire
al parere della maggioranza. La cessione in affitto della terra e degli strumenti di lavoro era
decisa di volta in volta. Ogni socio separatamente, e tutti i soci insieme, erano interessati al
terreno e agli strumenti adoperati per il profitto maggiore. Tutte le questioni relative allo
sviluppo e all’uso della proprietà collettiva così come le ore da dedicare al lavoro venivano
decise dal voto di tutti i soci nelle assemblee.
Infine, ciascuno era lasciato libero di vendere o di offrire in affitto alla collettività o
ai singoli soci tutto ciò che possedeva prima di entrare a far parte della colonia. Inoltre, i
soci stabilivano che ogni socio adulto aveva parte uguale nell’Amministrazione degli affari
sociali, che l’ordine e la condotta della colonia doveva rispettare soltanto ciò che i coloni
stessi avrebbero stabilito e che l’ammissione di nuovi soci si sarebbe effettuata soltanto
nel caso in cui la colonia dimostrasse di essere in grado di restituire il capitale al socio che
decidesse di andare via.
2. ALTRE ESPERIENZE
Il più importante esempio di esperimento socialista citato da Rossi nel suo giornale
fu quello della colonia irlandese di Ralahine, che egli poi riprese nei suoi tentativi di
realizzazione di una colonia socialista, com’è stato trattato nel capitolo precedente. La
172
storia di questa colonia fu oggetto di vari numeri del suo giornale, pubblicati dopo la
fusione con l’«Humanitas» di Napoli. Rossi cominciava il suo studio informando che in
Irlanda, prima della dominazione inglese, non esisteva la proprietà individuale della terra.
La legge irlandese prevedeva invece la proprietà comune, a servizio delle famiglie. “Il
popolo eleggeva un capo nominato a vita, e che non era altro che il direttore di una
associazione. Esso attribuiva le terre ai membri, ma la terra non poteva essere venduta. Il capo
attribuiva o ritirava le diverse porzioni di terreno, secondo che i membri si rendevano più o
meno utili. Naturalmente sotto un tale regime, la terra era tanto più divisa quanto più la
popolazione era numerosa”146. Ma, sin dall’inizio della dominazione, gli inglesi cambiarono
questo quadro, introducendo il modo di proprietà individuale.
Nel 1830, quando si diede l’organizzazione di Ralahine, l’Irlanda contava circa sette
milioni e mezzo di abitanti. La terra era concentrata nelle mani di pochi proprietari che,
inoltre, non si dedicavano all’agricoltura, l’unica fonte di sostentamento del popolo. Gli
affitti richiesti per l’uso della terra erano elevatissimi e il contadino era obbligato a
destinare la maggior parte della sua produzione al loro pagamento. La crisi del raccolto
avvenuta a sud e a ovest dell’Irlanda di quell’anno aveva peggiorato ancora di più la
situazione. Molti proprietari cominciavano a licenziare i loro lavoratori e a coltivare
appena una parte delle terre, destinando l’altra al pascolo che richiedeva meno
manodopera. Da tutte le parti, i salari erano stati ribassati, portando i contadini alla fame e
alla miseria. Tale situazione scatenò una rivolta sociale generale con i contadini, affamati,
che reclamavano la proprietà della terra, il lavoro e l’alimento. Per reprimerli si passò
all’uso della forza militare.
Davanti a tale situazione, Vandeleur, proprietario di terre nella contea di Clare e
discepolo di OWEN, decise di realizzare un suo antico desiderio di fondare
un’associazione agricola e manifatturiera con i contadini di Ralahine. A tale scopo voleva
abbandonare la tenuta di Ralahine per farne un’azienda cooperativa, ma per portare
avanti il suo progetto, aveva bisogno di aiuto. Questo aiuto lo trovò in Craig, un giovane
inglese che si interessò molto delle sue idee, decidendo di aiutarlo in tale impresa,
convinto “che prendere in affitto, per conto di un’associazione, una fattoria – fondi e
fabbricati – era un’impresa pratica e desiderabile, che se gli sforzi necessari erano sostenuti da
un’intelligente direzione, e se il lavoratore era chiamato a partecipare dei profitti netti, pagato
l’affitto e l’interesse del capitale impegnato, il sistema potrebbe essere vantaggioso per tutti gli
interessati. Credeva inoltre che se il piano riuscisse in Irlanda, avrebbe esercitato qualche
influenza sul movimento generale, e avrebbe portato i suoi buoni frutti sull’Europa e
146
«Lo Sperimentale» n. 11 in «HUMANITAS» Anno I n. XIV, Napoli 15 maggio 1887, p. 3.
173
sull’America”147. Così, dopo aver discusso su tale progetto, decisero che Craig sarebbe
partito in Irlanda appena fosse stato possibile, per preparare la popolazione di Ralahine
su ciò che stava per accadere, redigere gli statuti dell’associazione e prendere le misure
indispensabili per l’organizzazione.
La tenuta di Ralahine aveva 375 ettari, di cui metà coltivati. Inoltre, possedeva dei
fabbricati – uno dei quali poteva essere utilizzato come refettorio comune, l’altro come
salone di lettura, di conferenze o di scuola – uno stagno di oltre 38 ettari che forniva la
torba, un mulino, una segheria e un tornio messi in movimento da un piccolo emissario di
un lago confinante con la proprietà e, a poca distanza, una cascata che poteva essere
utilizzata per operazioni industriali. A pochi metri dal fabbricato principale, si trovavano
sei casette in via di costruzione e qualche centinaio di metri più lontano, sorgeva l’antico
castello di Ralahine con le tre imponenti torri quadrate. Malgrado i vantaggi materiali
della situazione, lo stato e i pregiudizi della popolazione non erano incoraggianti. I
contadini, ignari delle vere intenzioni di Craig e di Vandeleur, erano ostile al primo, così
come lo erano la famiglia di Vandeleur e l’aristocrazia, queste ultime invece proprio
perché conoscevano bene le loro idee.
Niente di questo, però, scoraggiò Craig che, mentre studiava le persone e le cose
intorno a sé, redigeva il progetto di regolamento destinato all’organizzazione
dell’associazione. Essendo riuscito a guadagnare la fiducia di uno o due tra gli operai del
paese, egli presto comprese che semplici modificazioni nel regime del salario non
sarebbero bastate a convincere i lavoratori di Ralahine ad accettare di partecipare
all’esperimento. Occorrevano dei cambiamenti più radicali, più profondi, e i loro progetti
rispondevano a questa necessità. Il difficile, però, era far comprendere e accettare ai
lavoratori i nuovi piani.
La situazione di estrema tensione causata dalla lotta sociale in corso fece precipitare
gli avvenimenti. Vandeleur e Craig convocarono in assemblea generale la popolazione
occupata sulla fattoria di Ralahine, presentando a loro lo scopo dell’associazione
progettata. I contadini avevano poca fiducia nei vantaggi offerti dal nuovo sistema, e la
maggior parte di loro credeva che il piano sarebbe stato abbandonato in poco tempo.
Soltanto una piccola parte credeva alla riuscita del piano.
Davanti a questa situazione, “Craig propose di chiamarli tutti in blocco alla
costituzione della società, sottoponendo l’ammissione di ciascuno al voto di tutti.
147
«Lo Sperimentale» n. 13 in «HUMANITAS» Anno I n. XVI, Napoli 12 giugno 1887, p. 3.
174
Questa misura, che fu adottata anche riguardo a Craig, ebbe l’effetto salutare di
condurre ciascuno all’esame di sé stesso. Nessuno fu respinto, ma le critiche reciproche
ebbero eccellenti resultati”148.
Furono ammesse in totale 53 persone, di cui 40 adulti (28 uomini e 12 donne), 8
giovani (5 ragazzi e 3 ragazze dai 9 ai 17 anni) e 5 bambini inferiori ai 9 anni.
“Stabilita la lista dei primi soci, un’assemblea generale presieduta da Vandeleur ebbe
luogo il 10 novembre 1831 per la costituzione della società. Gli statuti seguenti furono
sottoposti all’esame ed all’approvazione dei nuovi associati”149. Lo statuto disponeva sugli
scopi dell’associazione, sulla proprietà del podere; sull’entrata e uscita dei soci
nell’associazione; sulla forma di amministrazione dell’associazione e sulle eventuali visite
fatte da stranieri150. Riguardo alla produzione, fu stipulato: che tutti i soci dovevano mettere
a servizio dell’associazione i talenti che possedevano, lavorando direttamente o
insegnando ai giovani, quando richiesto, il suo mestiere; che sempre che possibile tutti
dovevano lavorare nelle attività agricole, soprattutto durante le raccolte; che non
esistevano intendenti; che, oltre ai lavori agricoli, i giovani dovevano imparare un
mestiere. Fu stabilita anche la giornata lavorativa e il salario pagato (80 pences per gli
uomini e 50 per le donne) e fu determinato che gli acquisti dovevano essere fatti nei
magazzini di approvvigionamento della società, essendo permesso comperare altrove
soltanto le derrate non prodotte né vendute dall’associazione. Inoltre, fu determinato che
il comitato si riuniva tutte le sere per decidere i lavori per il giorno successivo. Quando
fosse ritenuto che un lavoratore non lavorava in modo giusto, il fatto doveva essere
riferito al comitato che, a sua volta, doveva portare la questione in assemblea generale, la
quale decideva sull’espulsione o meno del socio.
Rispetto alla distribuzione ed economia domestica, fu stipulato che i lavori domestici
fossero eseguiti dai giovani inferiori ai 17 anni, a turno o per scelta, e che le spese
concernenti vitto, vestiti, alloggio e istruzione di questi fino ai 17 anni – età in cui poteva
essere eletto associato – rimanessero a carico della cassa sociale. Infine, furono stipulate le
costruzioni da eseguire, la necessità di autorizzazione del proprietario per abbattere gli
alberi e determinate le aree di cui era assolutamente vietato l’uso sia per la coltivazione che
per i pascoli.
«Lo Sperimentale» n. 14 in «HUMANITAS» Anno I n. XVII, Napoli 2 luglio 1887, p. 3.
Idem ibidem.
150 Fu stabilito che il materiale d’agricoltura e tutta la proprietà sarebbe rimasta nelle mani di Vandeleur
fino a che l’associazione non avesse risparmiato il capitale necessario al suo acquisto. Dopodiché il
terreno, il materiale e tutta la proprietà sarebbero diventati proprietà sotto forma di azioni della
società stessa. Inoltre, veniva dato il diritto a Vandeleur, nei primi dodici mesi, di pronunziare il
rinvio per ogni associato che avesse violato le regole.
148
149
175
Inoltre, fu stabilito che, trascorso un anno dall’inizio dell’esperimento, se una serie
di requisiti fossero stati rispettati i lavoratori avrebbero avuto un aumento dello stipendio
e, se fosse avanzata qualche somma, essa sarebbe stata destinata al fondo sociale. I
lavoratori che, a quel punto, avessero deciso di abbandonare l’associazione potevano
prendere la loro parte di questi soldi, ma coloro che avessero deciso di rimanere
avrebbero dovuto lasciarli. Tutti i profitti dovevano essere accumulati fino a raggiungere la
somma portata in inventario per i fondi e il materiale della società, affinché si potesse
rimborsare Vandeleur. Una volta che tutti i conti fossero stati pagati, un’assemblea
generale degli associati avrebbe deciso quale uso sarebbe stato fatto dei profitti comuni.
Se, invece, i compromessi non fossero stati onorati, tutto l’insieme delle cose, derrate,
strumenti, fondi, scorte ecc. sarebbero tornati alle mani di Vandeleur che, tra l’altro, a quel
punto avrebbe avuto il potere di scegliere tra i soci quelli che riteneva più adatti a
comprendere e sostenere il sistema di associazione, oppure di fare del suo possesso ciò
che credesse più conveniente.
Infine, anche se non specificato, era permesso fabbricare degli alloggi addizionali
per l’aumento del numero dei soci, servendosi della pietra da calce e della torba disponibili
nella proprietà. Il proprietario prendeva in carico le spese dei cristalli e dell’ardesia mentre
gli associati si responsabilizzavano per tutti i lavori richiesti dalla costruzione. In quella
data fu stabilito anche che il pagamento dell’affitto e degli interessi era eseguito in natura
fino alla somma totale di L. 22.500, valore distribuito tra affitto, bestiame, fabbricati,
materiale, macchine e capitali anticipati al lavoro.
Nei primi due mesi dopo la firma del contratto di società non vi fu nessuna
domanda di ammissione, anche se mancavano lavoratori per poter aumentare l’estensione
delle terre coltivabili. Ma dopo alcune settimane il clima migliorò e le cose assunsero un
aspetto più soddisfacente. Gli affari della società erano sotto il controllo di un comitato
eletto secondo le prescrizioni statutarie. Esso si riuniva tutte le sere e stabiliva la
distribuzione del lavoro per il giorno successivo.
Ogni associato e ogni strumento agrario avevano un numero d’ordine. “Le direzioni
concernenti l’impiego degli uomini e delle cose erano inscritte su delle lavagne, per mezzo di
questi numeri. Alla fine della seduta, le lavagne erano affisse su i muri della sala delle riunioni
pubbliche, in modo che l’associato, senza ricevere nessun ordine verbale che potrebbe
sembrare duro ed autoritario, conosceva, esaminando il quadro, quali erano le istruzioni del
comitato a suo riguardo. Le istruzioni giornaliere erano riprodotte ogni settimana in un
quadro speciale, affisso nella sala di lettura, in modo che ciascuno poteva controllare il lavoro
176
compiuto, vedere se le decisioni del comitato erano giudiziose e se il lavoro generale era bene
ordinato.
Se il tempo o qualche circostanza impreveduta rendeva urgente la modificazione
dell’ordine dei lavori nel corso di una stessa giornata, i membri del comitato agivano in qualità
di sotto-commissari, dando gli ordini necessari per evitare ogni perdita ed ogni spreco”151.
Nei casi in cui il comitato ordinava qualche operazione sbagliata, oppure se
ritardava un lavoro importante, ogni socio adulto aveva il diritto di segnalare il fatto sul
libro di osservazioni, tenuto a disposizione di tutti nella stanza del comitato. Esso era
esaminato dal comitato ogni sera prima di designare i lavori per il giorno successivo.
Inoltre, nelle assemblee generali settimanali, Craig leggeva le osservazioni della settimana e
informava sulle procedure che erano state adottate dal comitato per risolvere il problema..
Erano messi in discussione durante l’assemblea i processi verbali delle sedute del
comitato, l’indirizzo dato ai lavori nella settimana precedente e altri problemi che
eventualmente si fossero presentati, con l’obiettivo di garantire a tutti una legittima
influenza sulle operazioni sociali. Questa procedura dette risultati positivi, originando una
corrente favorevole al progresso della società.
Un’altra forma di proprietà collettiva poco conosciuta era il sistema comunale
praticato nell’Ulst settentrionale e nelle ultime Ebridi, nella Scozia. Lì, i coloni formavano
tra loro una comunità, pur pagando una rendita al proprietario per la terra che, però,
possedevano in comune. Verso la fine d’autunno, una volta terminato il raccolto, i coloni
si riunivano per decidere quale porzione del terreno doveva essere sottoposta a
coltivazione nell’anno successivo, ripartendola tra loro. Anche le decisioni relative alla
convenienza di aprire o riparare una strada, scavare un fosso, comprare o vendere un bue
ecc. erano prese in assemblee.
La ripartizione delle terre avveniva tramite un sorteggio di quote, e il possesso della
parte assegnata aveva la durata di tre anni. Alcune volte la semina e la raccolta erano
eseguite in comune, e i prodotti ripartiti egualmente per sorteggio. Una parte della
produzione era sempre destinata agli orfani e agl’infermi e, quando un colono si
ammalava, un altro lavorava per lui. La comunità aveva un pastore, un mandriano, un
custode del mercato e un vigilatore del pascolo. Le pecore, i cavalli e tutto il bestiame
pascolavano insieme e ogni colono poteva tenere soltanto una quantità di bestiame
previamente determinata. La vendita della lana e altro si faceva in comune. In giugno la
popolazione trasferiva la sua dimora dalla spiaggia coltivata alle coline riservate al pascolo.
151
«Lo Sperimentale» n. 16 in «HUMANITAS» Anno I n. XX, Napoli 8 settembre 1887, p. 3. Questa
organizzazione fu ripetuta in quasi tutti gli esperimenti riportati studiati finora, dall’utopia di Rossi
alla Colonia Cecilia, ai falansteri foureriani, ai collettivi agricoli spagnoli, come si vedrà in seguito.
177
Anche l’organizzazione agraria dei piccoli comuni scozzesi trattate da Walter
Scott nel romanzo Monastero servì da esempio al giornale. Secondo il breve articolo
sull’argomento, in quei comuni gli “abitanti si davano in tutto aiuto e protezione. Essi
possedevano il terreno in comune, ma per coltivarlo lo ripartivano in lotti, posseduti
temporaneamente come proprietà privata. Tutta la corporazione partecipava indistintamente
ai lavori agricoli, ed il prodotto era distribuito, dopo la raccolta, secondo i diritti rispettivi di
ciascuno. Le terre lontane erano successivamente coltivate, poi abbandonate fino a che la
vegetazione fosse ricostituita. Le mandre appartenenti agli abitanti erano condotte sul pascolo
comune da un pastore, funzionario comunale al servizio di tutti”152.
Dalla Francia, Rossi riportò il caso del primo tentativo sperimentale dei falansteri
fourieriani, stabilitosi a Condé-Sur-Vesgre, sul confine della foresta di Rambouillet, a
Chesnay, in un area di 500 ettari. I lavori furono iniziati nel 1832 e proseguirono nel
1833. La decisione di iniziare i lavori dalla riforma degli stabilimenti anziché di impegnare
il capitale disponibile nelle attività agricole, compromise il successo dell’esperimento.
Baudet-Dulary, il proprietario del podere, dovette vendere una parte delle terre,
conservando soltanto un mulino sul fiume Vesgre e alcune terre vicine, dove si stabilì con
la sua famiglia, sperando nell’avvenire. Nel 1848 quattro o cinque famiglie falansteriane lì
si recarono, seguite poi da alcuni soci che ingrossarono le rendite con la loro pensione.
Tra gli obiettivi della nuova società c’erano quelli di attivare un’Associazione tra il
capitale e il lavoro e di integrare lavoro agricolo e lavoro industriale. “Il gruppo militante
iniziatore, prese possesso della terra, innalzò un fabbricato ed ivi installò diverse industrie.
Si cominciò con la fabbrica di cartone (…). Si pensava di fondare una fabbrica di
maiolica e di mattoni, essendovi le terre opportune nelle vicinanze. Un anno intiero questi
pionieri lottarono contro immense difficoltà e dovettero sciogliere la società il 2 marzo
1850”153. Nello stesso anno un nuovo gruppo organizzò un’altra società sullo stesso
terreno, con più successo.
Gli abitanti della nuova colonia variavano da 12 a 15 nell’inverno e da 30 a 40
nell’estate, e verso il tempo dell’assemblea ordinaria realizzata il 7 di aprile, giorno in cui si
festeggiava il giorno di Fourier, raggiungevano circa 50. Le abitazioni erano composte da
un edificio principale lungo 40 metri e largo 15, ripartito in stanze e sale d’uso comune –
cucina e annessi, sale da pranzo, di lettura, di conversazione, di gioco, d’amministrazione,
di biancheria, di lavanderia, le scuderie, i magazzini, i cantieri ecc., oltre alle 25 camere per
i coloni e per gli invitati – e di due casette separate da una piccola distanza. Tutto era
152
153
«Lo Sperimentale» n. 12 in «HUMANITAS» Anno I n. XV, Napoli 29 maggio 1887, p. 3.
«Lo Sperimentale», n. 4, ottobre/novembre 1886, p. 4.
178
semplice, quasi rustico, ma sufficiente. Ai locatari non era permesso avere la cucina a parte
e i pasti in comune erano ritenuti dai coloni il legame più potente che manteneva l’unità.
L’amministrazione era regolata in tutti i suoi particolari dai soci medesimi; tutti, uomini e
donne, avevano diritto di voto, anche per ammettere o respingere i nuovi soci dopo una
prova di 15 giorni. L’importo di tutte le spese (nutrimento, imposte, nettezza, fuoco,
illuminazione ecc.) variava secondo le stagioni ma era mediamente di 900 lire all’anno.
Sempre a proposito della Francia, Rossi citò le antiche comunità o fratellanze, “una
comunità di abitanti, una piccola repubblica, col suo presidente elettivo e revocabile,
un’associazione di 30 a 40 famiglie, più o meno, che vivevano insieme una vita comune ed
eseguivano, in comune, la coltivazione della terra, che sarebbe stata impossibile ad esseri
isolati e senza soccorso.
Gli associati prendevano il nome di parçonniers (…). Si viveva, si mangiava insieme lo
stesso pane, si era compagni, (…) in una parola vi era abitazione e spese comuni; ciascuno
portava i suoi beni alla casa comune”154. Ancora alla fine dell’Ottocento queste fratellanze
resistevano. Era il caso dei comunisti di Jault, dei Pingons, degli iloti bretoni di Hoedie
e d’Houat, e delle associazioni semi-comuniste del Jura.
I comunisti di Jault, appena citati, erano una piccola comunità contadina,
composta da trentasei persone tra uomini, donne e bambini situata presso Saint-Saulge,
nel comune di Saint-Benin-les-Bois. Questi contadini si dedicavano all’agricoltura in
comune, vivendo come una unica famiglia, coltivando insieme un terreno che era di tutti e
consumando insieme i prodotti del loro lavoro. Essi avevano un capo – il maestro – che
riassumeva in sé i poteri e i diritti di un capo di famiglia contadino.
Dalla Russia, furono prese come esempio le sette cristiane e razionaliste
caratterizzate da un grande spirito di solidarietà. Si trattava di sei gruppi – i Nemoliakis
(che non pregano più), i Doukhobortsi (difensori del pensiero), i Molokonis, gli
Obstchiis (comunisti), gli Schîoundistes, gli Staroveris (vecchi credenti) – per un totale
di circa 13 milioni di abitanti, tutte socialiste, alcune moderate – Molokanis e i
Doukhobortsi – altre più dichiarate.
In generale queste sette conducevano una vita pacifica e austera. Le diverse
comunità di una stessa setta, formavano delle federazioni politico-sociali. Ognuna di esse
godeva di una autonomia quasi assoluta e solo in casi gravi si convocava un consiglio
generale – sobor – a cui partecipavano alcuni membri eletti delle varie comunità. Per
corrispondere tra di loro, i diversi gruppi impiegavano dei messaggeri che, travestiti da
154
«Lo Sperimentale», n. 5, gennaio/febbraio 1887, p. 3.
179
mendicanti, percorrevano il paese in ogni direzione e trasmettevano verbalmente le
comunicazioni.
Riguardo alla proprietà, le sette ne ammettevano due forme diverse: una, la
proprietà comune – i valori immobili (terreno, case ecc.) e gli strumenti necessari al lavoro
in comune del terreno e delle industrie; l’altra, la proprietà individuale e mobile, come il
mobilio personale, il denaro ecc. Le sette che professavano il comunismo puro – fra cui
gli Obtchiis e i Régounis – erano rare e non ammettevano nessun tipo di proprietà
individuale. Tutte le sette indistintamente protestavano contro l’accaparramento del
terreno da parte delle classi privilegiate.
L’altro esempio di pratica di agricoltura in comune era quello della Comune russa,
la quale aveva un carattere completamente democratico. Il sindaco – l’elder –
rappresentava soltanto il potere esecutivo. L’autorità di fatto risiedeva tutta
nell’Assemblea, della quale erano membri tutti i capi delle famiglie. Le riunioni erano
tenute all’aperto e quasi sempre avevano luogo le domeniche o i giorni di festa, quando i
contadini avevano più tempo libero. L’Assemblea discuteva tutte le questioni che
riguardavano il benessere generale della Comune, avendo una competenza assai estesa.
Essa divideva e assegnava la terra comunale fra i membri della Comune; determinava
l’epoca del raccolto e il giorno dell’inizio dei lavori nei campi; decretava le misure da
prendere contro coloro che non pagavano puntualmente le loro tasse; decideva
sull’ammissione di un nuovo membro, sul cambiamento di domicilio di un membro
antico; dava o ritirava il permesso di fabbricare nuove case; preparava e firmava tutti i
contratti stabiliti con i suoi membri o con uno straniero; interveniva negli affari domestici
dei suoi membri; eleggeva il sindaco, il collettore delle tasse, il guardiano notturno e il
pastore del villaggio.
Nei villaggi russi i contadini erano legati da relazioni, impegni e interessi comuni.
Erano legati dalla proprietà in comune e alcune volte anche dal lavoro in comune. In
teoria, le terre stesse occupate dalle case erano proprietà comunali. I contadini russi alcune
volte, oltre alle terre comunali avevano anche qualche appezzamento di proprietà
personale. Oltre alle terre, i comuni possedevano anche proprietà di altro genere come
laghi da pesca, molini comunali, mandra comunale per il miglioramento delle razze bovine
ed equine; magazzini di provvigioni destinati alla distribuzione dei semi per i loro campi o
degli alimenti per le loro famiglie.
Altro esempio citato fu quello dei fratelli moravi, un gruppo formato dai seguaci di
Giovanni Hus (1415) che, fuggendo dalle persecuzioni, si ritirarono nelle montagne sui
confini della Boemia e della Moravia. Avendo sentito il bisogno di aggrupparsi per
180
prestarsi assistenza reciproca, essi formarono dei piccoli centri di popolazione, uniti dai
vincoli di carità, anche se non sembrava che vi fosse stato tra loro un vero comunismo.
Più probabilmente ogni famiglia aveva la sua casa separata e non si univa alle altre che per
prestare soccorsi e servizi reciproci. Queste associazioni subirono molte persecuzioni,
tanto che all’inizio del XVIII secolo erano molto ridotte.
“Fu allora che il conte di Zinzindorf offrì loro per asilo una terra che egli possedeva
nell’alta Alsazia, ove fu fondato nel 1722, il villaggio d’Herrnhut, primo stabilimento dei
fratelli moravi attuali.
I moravi dei due sessi viv[eva]no in comune in vasti stabilimenti. Ogni fratello
esercita[va] un mestiere o un’arte, e il prodotto del suo lavoro [era] versato alla massa. Quindi
il loro regime [era] quello di una eguaglianza assoluta e di una comunanza completa, quanto
agli interessi. Non vi [era]no distinzioni, non vi [era]no categorie; non vi [era]no che fratelli
(…). La sola gerarchia che esiste[va] presso i moravi, [era] volontaria. Ogni casa sceglie[va] un
maestro, che non [aveva] altro privilegio se non quello di una responsabilità maggiore. Esso
tratta[va] per la comunità, e rende[va] poi conto della suggestione. D’altra parte, la maestra
presiede[va] all’economia domestica della casa. Il maestro e la maestra non po[teva]no essere
sposi, ed i loro parenti non god[eva]no di alcun privilegio. I matrimoni [era]no tra i moravi
l’oggetto di attenzioni delicate e di cure scrupolose. L’interesse non vi [aveva] niente che
vedere: [era] l’inclinazione sola che li decide[va] (…). La comunità forni[va] i mobili ai
fidanzati; e un vecchio alla presenza di tutti, benedice[va] la loro unione. Vi [era]no pochi
celibatari tra di loro. In ogni Casa o stabilimento (…) i fanciulli [era]no allevati insieme.
L’educazione si [dava] in comune a tutti, sotto la sorveglianza di dodici fratelli, e giunti ad una
certa età si [dava] loro un’arte o un mestiere. La casa intera si riuni[va] per il pasto (…). Alla
morte di un fratello, la comunità eredita[va] ciò che egli possedeva in proprio. Le diverse case
morave [era]no legate tra loro da relazioni permanenti”155.
Un altro esempio citato dal giornale fu quello di una piccola borgata semi-
barbara della Laconia, avvenuto ormai più di 2000 anni fa dove, per mettere fine ai litigi
fra i cittadini, Licurgo persuase alcuni dei capi più influenti e, con le armi e insieme ai suoi
seguaci, impose la nuova organizzazione. “La terra fu divisa in parti uguali, e questo non era
comunismo, ma la maggior parte dei prodotti veniva consumata in comune, precisamente al
rovescio di quello che vogliono gli attuali collettivisti156. Gli oggetti mobili furono posti in vera
comunanza, e ciascuno poteva adoperare gli schiavi (a quei tempi la schiavitù esisteva da per
tutto, e si riteneva una cosa giusta), i carri, i cavalli e tutto quanto apparteneva ad un altro
155
156
«Lo Sperimentale», n. 3, settembre 1886, p. 3.
Proprietà comune del capitale (terreno, macchine ecc.) e proprietà personale dei prodotti.
181
spartano. Gli iloti, specie di servi della gleba, erano considerati come proprietà pubblica; ed
erano essi che coltivavano la terra ed esercitavano tutti i mestieri, mentre gli schiavi erano
addetti specialmente al servizio domestico e personale.
Il sistema economico di Licurgo, fu dunque un misto di legge agraria (cioè di divisione
delle terre) e di comunismo”157.
Altro esempio di pratica comunista era quello che avveniva tra i nomadi del
versante asiatico dell’Ural: i membri di uno stesso gruppo/comunità riunivano i loro
strumenti di lavoro e sfruttavano collettivamente la proprietà immobile e il bestiame,
essendo il regime della proprietà comune una conseguenza diretta della vita pastorale e
dell’organizzazione della famiglia.
Tra i nomadi, i discendenti diretti di uno stesso padre restavano ordinariamente
aggruppati in fascio, e vivevano sotto l’autorità assoluta del capo di famiglia, in regime di
comunanza. Eccettuati gli abiti e le armi, tutto il resto era indiviso. Quando la crescita di
una famiglia non permetteva più a tutti i membri di restare riuniti, il capo provocava una
separazione amichevole e determinava la quota delle proprietà comuni da attribuirsi a
ciascuno dei gruppi. La comunità si manteneva unita anche dopo la morte del capo di
famiglia, a questo punto sotto la direzione di quello che poteva esercitare con maggiore
ascendente l’autorità patriarcale. Il principio della comunanza si adattava egualmente
all’organizzazione dei popoli sedentari. Tra i semi-nomadi sottomessi alla dominazione
russa, la terra da coltivare, anche quella coltivata ordinariamente a titolo individuale da
ogni famiglia, era posseduta indivisa.
L’altra pratica studiata da Rossi fu il regime delle comunità di villaggio, che era
presente tra molte popolazioni dell’Africa tra cui quella degli Yoloff della costa di Gorea, a
Giava, in Russia e in alcune isole dell’Oceano Pacifico. In tale sistema, la terra apparteneva
in comune ai villaggi e ogni anno, il capo villaggio, assistito dal consiglio degli anziani,
faceva la ripartizione delle terre da coltivare, calcolando i lotti secondo i bisogni di ogni
famiglia.
Dall’America Latina fu citato il caso dell’Impero Inca, nell’antico Perù, esistente
dal XI al XVI secolo, fino all’arrivo degli spagnoli. La proprietà era divisa in quattro lotti:
le terre consacrate al sole (granai d’abbondanza); le terre degli orfani, degli infermi e dei
malati; le terre degli agricoltori e delle loro famiglie e le terre del re. Gli agricoltori
lavoravano tutte queste terre, e la raccolta era divisa in tre parti: un terzo era versato nei
granai d’abbondanza; un terzo destinato al servizio dell’Inca e dei funzionari e l’altro
157
«Lo Sperimentale», n. 1, maggio 1886, p. 8.
182
apparteneva alla comune. Negli anni di scarso raccolto, la comune prendeva prima il suo
necessario e lasciava il resto all’Inca che, a sua volta, prendeva quello che gli mancava dai
granai d’abbondanza. Ogni famiglia riceveva dalla comune quanto occorreva ai suoi
bisogni e, ogni due anni, riceveva anche la quantità di cuoio e di lana necessaria per le
calzature e le vesti.
Ogni individuo sano aveva l’obbligo di lavorare. I malati, i vecchi e gli invalidi
ricevevano tutto ciò di cui avevano bisogno. Non vi erano privilegiati e i funzionari non
erano altro che i servitori della cosa pubblica.
Infine, il caso delle tribù indigene messicane, dedicate all’agricoltura. Esse
abitavano in villaggi e possedevano la terra in comune. L’unica proprietà privata esistente
erano la casa e il giardino attiguo. Una parte del territorio era annualmente ripartita tra gli
abitanti, un’altra era coltivata in comune e il prodotto era destinato ai bisogni pubblici. In
certi distretti, solo il terreno arabile era comune.
3. I collettivi durante la Guerra Civile Spagnola
Secondo PRESTON, la guerra civile spagnola rappresentò il culmine di una serie
ininterrotta di lotte tra le forze riformiste e quelle reazionarie sin dal 1808. Diversi furono
i tentativi di realizzazione di riforme radicali, soprattutto in campo agrario, con lo scopo di
distribuire meglio la ricchezza. Ma tutte le volte la reazione rispose cercando di ristabilire
gli equilibri di potere economico e sociale tradizionali. Così, la guerra civile del 1936-1939
non fu che l’ultimo tentativo da parte dei reazionari di lasciare le cose come stavano,
reprimendo qualsiasi tipo di riforme che potesse minacciare i loro privilegi.
3.1. La struttura agraria e l’agricoltura spagnola
Secondo PEIRATS, la Spagna era stata per molto tempo un paese eminentemente
agricolo. L’uso intensivo del suolo, la pratica agricola estensiva, la siccità del clima e le
erosioni, soprattutto nell’altipiano centrale, avevano ridotto di molto la fertilità naturale
del suolo. Il regime di proprietà, le guerre e l’abbandono dell’agricoltura a causa di guerre
o spopolamento contribuivano alla desertificazione e ad accelerare il processo di
impoverimento del suolo. Per diminuire l’impatto di queste avversità e ridurre il danno
subito individualmente esisteva, tra i contadini spagnoli, una tradizione di sfruttamento
collettivo del suolo che, però, fu gradualmente persa in seguito a invasioni e dominazioni
straniere e alla formazione del latifondo.
183
L’inizio della riconquista non cambiò strutturalmente le cose: i nobili, il clero e gli
ordini militari si riservarono grandi estensioni di terre che rimasero deserte. Per stimolare
il ripopolamento di alcuni territori furono concessi ai lavoratori alcuni privilegi e garanzie
politiche, espressi nelle “carte di popolazione” che prevedevano la fondazione di nuovi
paesi e villaggi o il ripopolamento di quelli previamente abbandonati. In tale processo
ebbero grande importanza i municipi – i fueros – che non tardarono a conquistare il diritto
di rappresentanza alle Cortes, a fianco alla nobiltà e al clero. Ma l’unità politica e legislativa,
concretizzata nella formazione dello Stato nazionale, segnò la ripresa dei privilegi anteriori
e la decadenza di queste istituzioni.
Un’altra volta la terra fu lasciata improduttiva. Il latifondista che viveva di rendita a
Madrid o all’estero e non di rado occupava qualche incarico politico, lasciava la sua
proprietà sotto la responsabilità di un amministratore e agente politico che agiva
spalleggiato dalle autorità locali e dalle guardie civili. La popolazione fluttuante di
braccianti e fittavoli, che lavorava e viveva in queste terre, costituiva il suo censo
elettorale158.
Il problema fondamentale della Spagna era, poi, come afferma BRENAN, la
questione agraria e i suoi rapporti con l’industria. Nonostante il predominio
dell’agricoltura e dell’allevamento, il valore della maggior parte delle terre era basso,
dovuto alla bassa fertilità naturale e alla scarsità di precipitazioni che rendevano difficile la
pratica agricola159. Un altro problema era la struttura fondiaria spagnola, caratterizzata da
un lato dalle piccole proprietà del centro e del nord – spesso incapaci di garantire la
riproduzione sociale contadina – e, dall’altro, dai latifondi del sud sfruttati
capitalisticamente con salari mantenuti ai limiti della sopravvivenza oppure offerti in
affitto a prezzi proibitivi.
Questo quadro diede origine alla seguente configurazione agricola: nella “Catalogna,
Valencia e [ne]i paesi baschi predomina[va] il sistema dell’affittanza. I fittavoli paga[vano] le
pigioni parte in danaro, parte in natura. Nella Galizia (nord est) la proprietà [era] divisa; campi
misuranti meno di un ettaro apparten[eva]no a tre proprietari. Nell’altipiano centrale e
nell’Andalusia predomina[va]no i grandi latifondi coltivati a cereali e ad ulivi.
Le macchine agricole [erano] quasi sconosciute nel latifondo.
Questo sistema veniva chiamato “caciquismo”. Gli amministratori – i “caciques” – organizzavano la
vittoria elettorale del padrone obbligando i sottoposti a votare – tramite minaccia di perdere il
posto di lavoro – o comperando i voti.
159 La distribuzione delle piogge faceva sì che i terreni peggiori fossero quelli più irrorati, mentre quelli
migliori fossero totalmente aridi.
158
184
Il risultato [era] (…) [che] la Spagna, paese agricolo per eccellenza, [doveva] importare
dall’estero tutte le specie di prodotti agricoli per molti milioni di pesetas. (…) Altra piaga
[erano i] (…) grandi consorzi dei grandi allevatori di bestiame” (PEIRATS, 1962:45). Così,
accanto a vaste terre incolte, destinate ai pascoli oppure riservate alla caccia, stavano i
contadini con poca o nessuna terra, i fittavoli e i braccianti che per metà dell’anno
restavano senza lavoro.
Riguardo alle piccole proprietà, la Galizia era l’esempio migliore. Durante il
medioevo la maggior parte delle terre appartenevano alla Chiesa, che le cedeva in affitto
tramite un tipo speciale di contratto, il foro, una sorta di enfiteusi ereditaria. L’affittuario
pagava un canone pari al 2% del valore della proprietà, provvedeva alla manutenzione
della fattoria e degli edifici annessi, e non poteva essere sfrattato. Nei secoli XIII e XIV
questa forma di possesso si estese alla maggior parte della Spagna centrale. In Castiglia fu
denominata censo e aveva una scadenza stipulata.
Nei secoli XVII e XVIII, l’aumento della popolazione portò all’aumento dei valori
fondiari. I fittavoli passarono a suddividere le loro terre e sublocarle a canoni più elevati,
dando origine a una nuova classe di speculatori fondiari e, subordinata a essa, a una nuova
categoria di affittuari, i subforados. La Chiesa e i nobili cercarono di risolvere il problema
introducendo una scadenza ai contratti d’affitto, ma i foreros vi opposero resistenza. La
lunga vertenza tra le parti che si trascinò per più di un secolo finì con la vittoria di questi
ultimi. Quando, più tardi, le terre della Chiesa furono messe in vendita, furono i foreros ad
acquistarle nella maggior parte, diventando così foristas.
Questo fatto ebbe una ripercussione diretta nell’economia locale, poi l’eccessiva
suddivisione della terra – aggravata dalla chiusura dello sbocco costituito dall’emigrazione
in America – impediva il raggiungimento della massima produttività. Gli appezzamenti
bastavano appena a sostenere una famiglia. Ognuno viveva del proprio raccolto e l’unico
modo di guadagnare un po’ di denaro era vendere un vitello o lavorare nella mietitura in
altre regioni.
Diversa era la situazione delle Asturie, regione che viveva dell’esportazione del
bestiame e dei prodotti caseari. Le proprietà unifamiliari erano meno divise, il foro quasi
non esisteva e i contadini potevano usufruire di vasti pascoli comunali. Anche le Province
Basche, favorite dalle abbondanti precipitazioni e dalla ricchezza del suolo, differivano
dalla Galizia, essendo caratterizzate da una zona di piccoli proprietari o affittuari che
vivevano con agiatezza lavorando i loro appezzamenti su base familiare.
In queste due regioni esistevano “due forme di proprietà terriera: la terra [poteva]
appartenere alla famiglia che la coltiva[va] oppure esser ceduta in affitto a terzi. Nel primo
185
caso, diffuso nell’intera regione pirenaica, vige[va] il «sistema della comunità familiare». La
proprietà appart[eneva] alla famiglia e il capo del consiglio di famiglia sceglie[va] il successore
tra i figli o altri parenti. La casa, chiamata lar o llar (…), circondata dal frutteto, dai campi e dai
vigneti, [era] inalienabile e [veniva] trasmessa di generazione in generazione. (…)
Accanto ai proprietari coltivatori, ve n’[erano] altri che ced[eva]no in affitto la propria
terra. La forma di locazione più in uso, (…) [era] l’aparcería a medias o mezzadria. Il
proprietario forni[va] la terra, il colono la coltiva[va] e paga[va] le tasse: le piccole spese e il
raccolto [erano] suddivisi. (…) [Era] indispensabile un clima con regolari precipitazioni:
infatti, (…) il mezzadro rischia[va], se le condizioni atmosferiche [fossero] avverse, di non
avere un raccolto sufficiente per dare al padrone la parte che gli spetta[va]. (…) I contratti,
spesso orali, [erano] trasmessi di padre in figlio come se si trattasse di proprietà ereditaria”
(BRENAN, 1970: 95/96). Il sistema delle piccole fattorie veniva integrato dalle foreste e
dai pascoli comunali che contribuivano in modo significativo alla prosperità delle
comunità contadine.
Anche nelle pianure della Vecchia Castiglia i piccoli proprietari e i coloni vivevano
dei prodotti del suolo. In Aragona, invece, tre realtà diverse convivevano. Da un lato,
un’economia rurale primitiva basata su piccole proprietà trasmesse nella stessa famiglia di
generazione in generazione oppure affittate con contratti a lungo termine. Dall’altro,
piccole ma prospere proprietà contadine. Infine, le zone aride con precipitazioni scarse,
caratterizzate da vaste proprietà, da contadini carichi di debiti e da miseri braccianti, dove
il sindacalismo anarchico ebbe grande influenza.
Nella Catalogna, anche se esistevano piccoli coltivatori diretti, quasi tutta la terra
apparteneva a piccoli proprietari che la cedevano in affitto a terzi tramite due tipi di
contratto: l’enfiteusi ereditaria o censo e una forma speciale di mezzadria in uso nelle aree
coltivate a vigneti, la cui durata era basata su quella delle viti. “La terra ritorna[va] al
proprietario quando tre quarti delle viti piantate [fossero] morte (…) e il contratto [poteva]
essere rinnovato a sua discrezione” (BRENAN, 1970: 99). I mezzadri che lavoravano su
questi contratti venivano chiamati rabasseires.
Lungo la costa mediterranea il basso livello di precipitazioni rendeva precaria la
coltivazione di cereali, eccezione fatta a Tortosa, Valencia e Murcia, centri di piane irrigate
che potevano avere da tre a cinque raccolti nello stesso anno, bastando una piccola area
coltivabile per sostenere una famiglia. Infine, nella regione di Granada, la coltura della
barbabietola da zucchero consentiva la realizzazione di notevoli fortune e l’aumento
dell’affitto a 8% del valore della terra, fatto che scatenò un conflitto sociale senza pari in
Spagna.
186
Verso la fine del XVII secolo immense zone erano state trasformate in un deserto
percorso da greggi e mandrie, e numerosi villaggi e città erano scomparsi. Secondo
BRENAN, tale crollo aveva vari motivi, tra cui l’incremento del commercio estero della
lana – soprattutto con l’introduzione della pecora merino dall’Africa – che aveva
soppiantato quello della setta e “rubato” le terre alle coltivazioni agricole di alimenti.
Castiglia s’avvantaggiò e trasformò i suoi campi in pascoli, mentre le fabbriche lì installate
cominciarono a provvedere alla filatura. Tramontò così il tempo della civiltà andalusa e
della sua complessa, ma fragile, economia basata sull’equilibrio tra un’agricoltura e
un’industria altamente sviluppate.
Nei quattro secoli successivi, l’allevamento ovino spodestò ampiamente l’agricoltura
e portò la scarsa popolazione del paese sull’orlo della fame. Furono realizzati molti
progetti per tentare di risolvere il problema, ma lo Stato non possedeva né le risorse
economiche né l’autorità necessaria per renderli operanti. Soltanto nel XVIII secolo,
soprattutto nel 1766 quando la grave crisi economica provocò disordini in tutta la Spagna,
il governo di Carlo III decise di dare nuovo impulso all’agricoltura, affrontando il
problema di rendere alienabili i mayorazgos160 e le terre affittate di proprietà dei comuni161.
“Nel 1771 fu compilato il famoso Expediente consultivo (…). Il documento raccomandava
in particolare i seguenti punti: concedere agli affittuari adeguate garanzie (canoni d’affitto fissi,
il divieto di sublocazione e di sfratto); obbligare i grandi proprietari ad affittare le terre incolte;
suddividere tra i vicini più poveri i bienes di propio in appezzamenti inalienabili; creare in
prossimità dei villaggi speciali lotti di terreno produttivo. Si dovette attendere l’avvento della
Repubblica nel 1931 perché tutte queste misure (…) avessero forza di legge” (BRENAN,
1970:108/109)162. Nel 1812 le Cortes di Cadice misero in vendita sul mercato le terre
comunali per pagare il debito pubblico, scatenando la corsa dei borghesi desiderosi di
L’istituzione del mayorazgo o maggiorasco era antichissima e consisteva nella consegna dell’eredità al
figlio primogenito che restava impedito di venderla. Dopo alcune generazioni questa pratica
propiziò la formazione di grandi latifondi, dato che normalmente il primogenito cercava di unirsi in
matrimonio a donna di pari condizioni.
161 “I comuni possedevano in Spagna due tipi di terre: i bienes de propio, destinati all’affitto, e con il ricavato
dei quali erano pagate le spese della municipalità; le tierras comunes o concejiles, terre di uso pubblico aperte a
tutti gli abitanti del villaggio e raramente affittate. (…) Ma la legge del 1° maggio 1855 ne impose la
vendita e la somma ricavata (dopo le consuete detrazioni operate dai caciques e dai funzionari locali) fu
versata all’erario dello Stato subendo poi una forte svalutazione” (BRENAN, 1970, nota 2 p. 108).
162 Le riforme obiettivavano mettere a disposizione dei contadini le immense superficie incolte
appartenenti ai comuni, di cui in realtà si erano impossessati i caciques o i poderosos per far pascolare il
loro bestiame. “Furono suggeriti due metodi: a) lasciare le terre ai comuni e distribuire in lotti quelle
arabili ai vicini più poveri, a intervalli di qualche anno (sorteo periódico de las tierras de labor). (…); b) creare
proprietà individuali (cotos) inalienabili, indivisibili, non cumulabili, che avrebbero pagato un canone fisso
(censo) allo Stato. (…) Per quanto riguardano le grandi proprietà, era opinione generale che si
dovessero obbligare i proprietari ad affittarle in piccoli appezzamenti, a un canone fisso e in perpetuo: in
altre parole si suggeriva l’adozione del contratto enfiteutico o censo, considerato più prudente
dell’espropriazione” (BRENAN, 1970, nota 1 p. 109). (Il grassetto è mio).
160
187
investire i propri risparmi e di acquistare prestigio diventando proprietari terrieri. Ai
contadini e alla gente modesta mancò il denaro per acquistare la terra, e l’area occupata
dalle grandi proprietà continuò ad aumentare. Successivamente, le leggi del 1836, 1855 e
1856 imposero la vendita sul libero mercato di tutti i bienes di propio e delle terre comunali
non reclamate dai villaggi per lo sfruttamento immediato. Questi provvedimenti, assai
impopolari, trovarono opposizione tra le piccole città e interi villaggi in Spagna,
soprattutto perché oltre a favorire la formazione dei latifondi, privarono i contadini
dall’accesso ai beni comunali, specialmente ai pascoli, ai diritti di caccia, alla legna da
ardere e al carbone di legna. La risposta a questi misfatti non tardò: già nel 1855
scoppiarono le prime rivolte che, nei sessant’anni successivi, divennero sempre più
numerose e frequenti.
Nella Vecchia Castiglia nella maggior parte dei casi la proprietà della terra
apparteneva ancora ai nobili che la concedevano in uso ai contadini e, non di rado, si
trovavano interi villaggi che possedevano e lavoravano la terra in comune. Il contratto più
comune era il censo e, verso la fine del medioevo, i tributi pagati ai feudatari in cambio di
una concessione di terra furono trasformati in un contributo fisso che ogni singolo
contadino versava al granaio del castello in cambio del diritto di abitare la propria casa e
coltivare il proprio podere in perpetuo. Oltre al piccolo appezzamento, ogni affittuario
possedeva un paio di buoi e una casa al villaggio. Si produceva orzo, frumento e pochi
ortaggi. Il terreno povero, le piogge irregolari e la minaccia costante della siccità spesso
compromettevano i raccolti e, con essi, la possibilità di pagare gli affitti. Nel corso del
XIX secolo, i costanti fallimenti dettero origine a contratti a più breve scadenza.
Verso La Mancia e l’Estremadura, le grandi proprietà – denominate encomiendas163 –
appartenevano a ordini militari. Soltanto una parte delle terre veniva coltivata, mentre
l’altra veniva lasciata in pascolo. Le condizioni locali erano nel complesso peggiori che
nelle altre regioni: la terra era più povera e la pioggia più scarsa. In alcune zone i vigneti e
in altre il frumento si sviluppavano con una certa prosperità, mentre in altre grandi
estensioni rimanevano incolte. Il contratto di affitto più diffuso era quello a breve
scadenza, i contadini erano in genere yunteros164 e i conflitti tra loro e i proprietari erano
frequenti, soprattutto quando questi ultimi decidevano di lasciare incolte alcune terre.
L’Andalusia, la terra dell’agricoltura a clima secco, era la classica terra di latifondi
coltivati dagli schiavi, due terzi dei quali formati dallo smembramento delle terre della
Chiesa e di quelle comunali nel XIX secolo. Essa offriva una maggior varietà di prodotti
163
164
Stesso nome dato ai latifondi coltivati dagli schiavi nelle colonie spagnole dell’America del Sud.
Contadini proprietari soltanto di due muli.
188
agricoli rispetto all’altipiano centrale: si coltivava l’olivo, il frumento, il granturco, le
leguminose, l’uva e in alcune zone anche il cotone. Il sistema tradizionale in questa
regione consisteva nel lasciare la terra per un anno a stoppia, poi nel dissodarla e lasciarla
per un altro anno a maggese e solo nel terzo anno seminarla. Più tardi, la tendenza passò a
essere quella di seminarla ogni due anni, ma il principale ostacolo era quello di mantenere,
allo stesso tempo, la fertilità e l’umidità del suolo. Esisteva un’enorme disparità nella
distribuzione della ricchezza e la situazione peggiore era quella vissuta dai contadini
completamente privi di terra165.
3.2. Verso la guerra civile
Come si capisce da quanto finora esposto, il capitalismo spagnolo ebbe, fino agli
anni ’50, un carattere fondamentalmente agricolo e, nonostante esistessero alcune zone
dove le piccole e medie aziende operavano con successo166, quelli che detenevano
l’egemonia erano soprattutto i latifondisti delle regioni centrali e meridionali della Nuova
Castiglia, Estremadura e Andalusia, e anche alcuni nella Vecchia Castiglia e a Salamanca.
Il continuo aumento degli investimenti fondiari e il matrimonio fra borghesia
urbana e oligarchia rurale finì per indebolire le forze interessate alle riforme. Inoltre, la
debolezza della borghesia come classe rivoluzionaria s’intensificò nel periodo fra il 1868 e
il 1873, culminando nel caos della Prima Repubblica.
L’ultimo decennio dell’Ottocento fu un periodo di depressione economica che
aumentò ancora di più le sofferenze dei lavoratori, soprattutto nelle campagne,
avvicinandoli al movimento anarchico. Verso la fine del secolo, l’espansione dell’industria
carbonifera, tessile e dell’acciaio diede origine anche a un proletariato industriale militante.
Negli anni antecedenti alla prima guerra mondiale, la crisi fu avvertita dalla borghesia e in
seguito dal proletariato e dai militari, dando origine a un’alleanza tra loro con l’obiettivo di
ripulire la politica spagnola dalla corruzione del caciquismo. Ma le cose non andarono a
buon termine e la crisi del 1917 finì per consolidare l’oligarchia terriera al potere.
“Superata la crisi del 1917, l’ordine costituito sopravvisse sia per l’ingenuità
organizzativa della sinistra, e ancor più per la grande disponibilità dei governi a ricorrere alla
repressione armata. (…) Fra il 1918 e il 1921, (…) i braccianti anarchici del Sud organizzarono
Esso era composto dai braccianti senza terra, assunti alla giornata, al mese oppure alla stagione, in
condizioni di totale sfruttamento: giornate lavorative di 12 ore, insalubrità e salari bassissimi,
situazione che peggiorava quando si trattavano delle donne. Questi lavoratori restavano disoccupati
per circa metà dell’anno e la loro sopravvivenza era dovuta al credito a loro fornito dai
commercianti locali.
166 Nelle valli e colline del Nord, nelle Asturie, nella Catalogna e nelle provincie basche.
165
189
numerose sommosse. Gli scioperi e l’occupazione della terra avvenuti in quegli anni (…)
inasprirono il risentimento sociale nelle campagne del Meridione. Nello stesso periodo gli
anarchici entravano in conflitto con il sistema anche nelle città” (PRESTON, 2000:24).
Nel settembre 1923 ci fu il colpo di stato e la presa del potere da parte del generale
Primo de Rivera, che mise fuori legge il movimento anarchico e strinse un patto con
l’UGT – l’Unión General de Trabajadores, la federazione sindacale legata al partito
socialista spagnolo –, alla quale concesse il monopolio nelle relazioni sindacali, e dette
l’avvio a una serie di opere pubbliche che modernizzarono il capitalismo spagnolo. Ciò
nonostante, perse il consenso tra le classi che lo appoggiavano – l’esercito, gli industriali e
gli agrari – e finì per presentare le sue dimissioni nel gennaio 1930. Il suo successore,
Dámasco Berenguer, non riuscì nel suo intento di portare al potere una monarchia
costituzionale e, alle elezioni amministrative del 1931, i socialisti e i repubblicani ebbero
una vittoria schiacciante nelle città, mentre i monarchici vinsero i seggi rurali dove il
potere dei capi locali era rimasto inalterato. La nuova Repubblica, però, dovette fare i
conti con un Sud in intermittente stato di guerra sociale, riducendo di molto le possibilità
di riforme pacifiche.
L’avvento della Seconda Repubblica – che segnò il passaggio del potere politico
nelle mani della sinistra moderata – costituì una minaccia per i ceti privilegiati, allo stesso
tempo in cui risvegliò enormi aspettative tra quelli più umili. I poteri sociale e economico,
però, restarono nelle mani dell’oligarchia. Stando così le cose, si “può affermare in ultima
analisi che a causare la guerra civile fu il tentativo dei leader progressisti di attuare alcune
riforme contro il desiderio dei settori più potenti della società spagnola” (PRESTON,
2000:30). Per sopravvivere la Repubblica avrebbe dovuto aumentare i salari e diminuire la
disoccupazione, ma la depressione economica gli impediva di riuscire in questo compito.
“Il governo repubblicano si dibatteva in un terribile dilemma: se avesse accolto la richiesta
delle classi inferiori di espropriare i grandi latifondi e occupare le terre, sarebbe probabilmente
intervenuto l’esercito, annientando la Repubblica. Se avesse represso le agitazioni
rivoluzionarie per tranquillizzare le classi abbienti, avrebbe perso il sostegno della classe
operaia. La coalizione repubblicano-socialista tentò di percorrere la via mediana, finendo per
scontentare gli uni e gli altri” (PRESTON, 2000:39).
L’esempio più chiaro della difficile situazione in cui si trovava la Repubblica era
quello riguardante la questione agraria. Gli anarchici chiedevano l’esproprio delle terre e la
creazione di collettivi agricoli, ma i repubblicani non erano disposti ad accogliere tale
rivendicazione. I quattro decreti promossi dal Ministro del Lavoro avevano portato
qualche miglioramento alla situazione dei braccianti, ma ciò era ancora molto lontano
190
dalle loro aspettative. Si susseguirono una serie di manifestazioni e scioperi che furono
repressi dalla polizia. La legge sulla riforma agraria, uscita alla fine del 1932, cambiò di
poco la situazione. Essa prevedeva che i possedimenti superiori a 56 acri (circa 22,66
ettari) fossero lottizzati, non prendendo nessun provvedimento a favore dei piccoli
proprietari del Nord. Ma i latifondisti si servirono di una serie di espedienti per non
dichiarare la reale estensione delle loro terre.
Nei primi d’agosto del 1932, il tentativo fallito di colpo di stato promosso
dall’esercito e dall’estrema destra, la Sanjurjada, se da un lato diede forza e prestigio al
governo, dall’altro svelò la grande ostilità di queste due classi nei confronti della
Repubblica. Mentre gli scioperi e le manifestazioni popolari finivano sempre in violenza,
destabilizzando il governo, la destra si organizzava nella CEDA – Confederación
Española de Derechas Autónomas – un embrione del fascismo in Spagna. La nuova
organizzazione insisteva nel rinfocolare i circoli agrari nei confronti della Repubblica, allo
stesso tempo in cui, mettendo enfasi sull’autorità, la patria e la gerarchia, conquistava
sempre più le simpatie della destra spagnola.
Fu questo il quadro in cui si andò alle urne nel novembre 1933: una sinistra divisa
contro una destra compatta. Vinse quest’ultima, avida di smantellare le riforme del biennio
precedente. Ma, al primo tentativo del governo di riportare le cose come prima, la rabbia
popolare esplose.
Alla fine del 1933 la disoccupazione in Spagna aveva tassi del 12%, arrivando al
20% nel sud. La vittoria della destra fu festeggiata con riduzione dei salari, licenziamenti,
aumento dei prezzi degli affitti e la completa inattuazione delle leggi sul lavoro. Tutto
questo scatenò l’indignazione e la rivolta popolare, segnando l’inizio di un periodo di
intensi scontri e di dura repressione di tutte le manifestazioni dei lavoratori indette e
organizzate dalla sinistra. Allo stesso tempo, una crisi sempre più acuta all’interno della
destra stessa si traduceva nel continuo cambiamento dei ministri e nella rottura rispetto
alle posizioni più o meno radicali sostenute dalla classe dirigente.
Le elezioni successive, indette per il febbraio 1936, furono questa volta vinte – di
stretta misura ma con una maggioranza schiacciante alle Cortes – dalla sinistra del Fronte
popolare. La destra non accettò pacificamente la sconfitta, e decise che era ora di
distruggere la Repubblica. Anche l’esercito passò a complottare sul serio. Nelle campagne
gli agrari e gli imprenditori erano sempre più ostili ai lavoratori che, a loro volta, volevano
essere risarciti della violenza sindacale subita nel periodo precedente. In mezzo, impotente
e paralizzato, stava il governo del Fronte popolare, per nulla rappresentativo della
coalizione che gli aveva dato la vittoria.
191
Decisi a non farsi ingannare dalla sinistra un’altra volta, i lavoratori scesero in piazza
in difesa dei loro diritti e organizzarono una serie di scioperi dei più svariati tipi:
corporativi, politici, di solidarietà, generali, locali e regionali. La destra non tardò a
rispondere, finanziando l’esercito e le squadre falangiste, mentre i padroni rispondevano
con le serrate, facendo diventare la situazione sempre più tesa.
Mentre l’esercito tramava di rovesciare il governo, giovani attivisti di destra e di
sinistra si scontravano nelle piazze. Mancava alla Seconda Repubblica un governo
autorevole e deciso capace di salvaguardarla. La situazione di caos instaurata diffondeva
l’idea, a tutti i livelli, che l’esercito avesse il diritto di intervenire in politica per difendere
l’ordine sociale e l’integrità territoriale della Spagna. Il colpo di stato avvenne il 17 luglio
1936, ma i cospiratori non avevano previsto che l’insurrezione si sarebbe trasformata in
una lunga guerra civile.
Secondo PRESTON, nelle località dov’era forte la componente operaia e in cui la
Guardia Civil e le Guardie d’assalto rimasero fedeli al governo, i militari ribelli ebbero la
peggio. La morte di Sanjurjo, avvenuta subito all’inizio della guerra, ebbe ripercussioni
notevoli sul corso della guerra e sulla carriera di Franco che, dopo una serie di
avvenimenti a lui favorevoli, diventò il principale uomo tra gli insorti. I diversi gruppi in
concorrenza esistenti all’interno della destra si diedero una sorta di moratoria e iniziarono
a collaborare fra di loro, mossi dall’obiettivo comune di creare uno stato corporativo
autoritario, annientare le organizzazioni operaie e smantellare le istituzioni democratiche.
D’altra parte, i repubblicani dovettero fare i conti con una serie di problemi ignoti ai
nazionalisti: la mancanza di unità di intenti; le rivalità politiche; la non lealtà delle forze
armate e i numerosi casi di tradimento, sabotaggio, negligenza colpevole e diserzione che
contribuivano a destabilizzare la difesa della Repubblica. Il vuoto lasciato dalle defezioni
militari fu presto colmato con le formazioni spontanee di miliziani non addestrati, ma
restava il problema della Guardia Civil e delle Guardie d’assalto. Ci fu una breve fase di
terrorismo diffuso, con attentati diretti soprattutto contro i militanti di destra e il clero. Le
corti di Giustizia furono sostituite dai tribunali del popolo. Ma dopo l’autunno del 1936 i
venti cambiarono e il terrore passò a prendere di mira i rivoluzionari.
Il primo problema affrontato dai rivoluzionari fu quello della distribuzione dei
generi alimentari. Gli alimenti venivano presi nei dintorni. Questi atti di espropriazione,
chiamati requisas, diedero origine ai Comités de Abastos. Essi concentravano in depositi i
prodotti di commerci particolari. Furono loro a stabilire le prime misure di distribuzione
normale e di razionamento: gli articoli più pregiati, come il latte, la carne di pollo e le uova
furono riservati agli ospedali e, nell’assegnazione di questi generi, si dava la precedenza ai
192
bambini, ai malati, ai vecchi e alle donne incinte. Gli articoli razionati ma non di prima
necessità erano distribuiti mediante la presentazione dei buoni con turno rotatorio e, in
alcuni casi, mediante ricetta medica. Così, prima della produzione, si organizzò la
distribuzione.
All’inizio si mise in pratica un sistema di scambio libero con i produttori: gli articoli
industriali venivano scambiati per generi alimentari tenendo conto soltanto delle necessità.
Il denaro non aveva più alcun valore e le requisas erano pagate con buoni che poi venivano
risarciti dal Governo. Alle requisizioni seguivano le espropriazioni degli edifici e altri
immobili da destinare ai sindacati, ai comitati, ai vari organismi rivoluzionari oppure al
governo repubblicano. La collettivizzazione dei centri di produzione sequestrati fu un atto
spontaneo dei lavoratori al termine di uno sciopero generale. Essi costituirono comitati di
impresa e, insieme a tecnici specializzati, si incaricarono di assicurare la produzione e il
funzionamento dei servizi nella forma più efficiente possibile. “Ogni industria espropriata
si organizzò in uno sfruttamento collettivo orientato da operai (…) nominati dalle assemblee
dei lavoratori riunite nei luoghi di produzione” (PEIRATS, 1962:35).
In alcune industrie la collettivizzazione abbracciò l’intero ciclo di lavorazione, dalla
fonte delle materie prime fino al prodotto finito. Le industrie così riunite erano chiamate
industrias socializadas. Nel caso delle industrie dipendenti dal mercato estero sia per la
commercializzazione che per l’acquisto delle materie prime, la collettivizzazione fu più
difficile perché mentre il governo autonomo controllava le divise estere e quello centrale
controllava i trattati commerciali, i capitalisti stranieri imponevano una serie di ostacoli al
rifornimento delle materie prime e all’acquisto dei prodotti manufatti.
“Le imprese che per diverse ragioni non potevano essere collettivizzate erano poste
sotto la vigilanza del Control Obrero. La vigilanza consisteva nel controllo strettamente
amministrativo dell’azienda. I comitati di controllo, installati in ogni fabbrica e annessi al
personale amministrativo, potevano conoscere il valore reale dei prodotti sul mercato di
vendita. Si informavano delle domande e delle offerte, del prezzo delle materie prime e delle
transazioni corrispondenti (…)[,] del valore delle macchine e della mano d’opera,
controllavano l’attivo e il passivo dei bilanci, vigilavano sulle frodi fiscali e (…) sul sabotaggio
alla rivoluzione” (PEIRATS, 1962:38).
Nelle città più piccole furono istituiti comitati locali del Fronte popolare e di Salute
pubblica, veri e propri governi su scala regionale e provinciale. “Tutti i Comitati, per
quanto diversi (…) nei giorni che segu[ir]ono la rivolta, si [impadronirono] di ogni potere
locale attribuendosi funzioni legislative ed esecutive, decidendo sovranamente nella propria
regione non soltanto sui problemi immediati come il mantenimento dell’ordine e il controllo
193
dei prezzi, ma anche dei compiti rivoluzionari del momento, socializzazione o
sindacalizzazione delle imprese industriali, espropriazione dei beni del clero, dei «faziosi» o più
semplicemente dei grandi proprietari, distribuzione ai mezzadri delle terre o sfruttamento
collettivo delle medesime, confisca dei conti bancari, municipalizzazione degli alloggi,
organizzazione dei servizi informativi, scritti o verbali, dell’insegnamento e dell’assistenza
sociale” (BROUÉ e TÉRMINE, 1980:136).
A Barcellona furono chiuse le case di tolleranza e i locali notturni, e i mendicanti
furono assunti dalle organizzazioni sindacali di assistenza. Tranne la cattedrale, che fu
chiusa, tutte le altre chiese furono bruciate. Gli alberghi di lusso furono requisiti e le sale
da pranzo trasformate in mense. Dovunque, scritte informavano che l’impresa era stata
“collettivizzata dal popolo” o che “apparteneva alla CNT”. Gli “operai, fin dai primi giorni,
si [impadronirono] dei trasporti (…), delle ferrovie (…), del gas e dell’elettricità, dei telefoni,
della stampa, dei teatri, degli alberghi e dei ristoranti, della maggior parte delle grosse imprese
meccaniche e industriali (…). Ogni partito e ogni sindacato si impadron[ì] di un locale o di
una stamperia. (…)
I pubblici servizi [erano] in mano a Comitati misti C.N.T. – U.G.T.” (BROUÉ e
TÉRMINE, 1980:165). Furono collettivizzati anche le sale cinematografiche, il
commercio a dettaglio e l’industria della pesca167. Ogni impiegato si sentiva proprietario
del proprio impiego, ma le differenze di salari tra le diverse categorie, così come quelle
relative al sesso del lavoratore, persistettero, nonostante i principi anarchici egualitari.
A Madrid, invece, le cose andarono diversamente. Gli operai armati erano rari, la
polizia aveva ripreso il suo normale servizio per la strada, gli alberghi e i ristoranti di lusso
funzionavano normalmente, i mendicanti restavano per la strada e le chiese, pur chiuse,
rimanevano in piedi. L’errore dei rivoluzionari fu credere che il controllo sui mezzi di
produzione era la rivoluzione. Ma l’avanzata dell’armata d’Africa di Franco e dell’esercito
del Nord di Mola fecero loro capire la necessità di un coordinamento militare ed
economico. “Alla fine di settembre il Comitato delle milizie fu disciolto e la CNT entrò nel
governo della Catalogna, la Generalitat, insieme al PSUC e alla Esquerra” (PRESTON,
2000:182).
I movimenti popolari rivoluzionari, nel ritenere che soltanto una guerra
rivoluzionaria avrebbe potuto sconfiggere Franco, costituivano un ostacolo al compito
prioritario di creare un esercito forte per vincere la guerra. In fondo questa era anche
167
Il «decreto di collettivizzazione» pubblicato dalla Generalitat rendeva “obbligatoria la
collettivizzazione in tre casi: 1) in caso di abbandono dell’azienda da parte del padrone o di una sua
implicazione in un «complotto fazioso», constatato da un tribunale popolare; 2) per ogni azienda con
oltre cento salariati; 3) per quelle imprese in cui un’assemblea generale mista (padroni-salariati) ne faccia
domanda” (VILAR, 1988:95).
194
l’opinione delle autorità repubblicane che il 18 luglio avevano esitato ad armare gli operai
temendo che i lavoratori, armati per sconfiggere i militari ribelli, avrebbero scatenato la
rivoluzione proletaria.
Nonostante tutte le divergenze interne, gli sviluppi rivoluzionari della guerra nei
suoi primi giorni furono una realtà da non ignorare. Anche se l’orientamento generale
della CNT era di unire le forze per sconfiggere il nemico comune, lasciando la rivoluzione
libertaria per il momento successivo, sotto la pressione della base le singoli sezioni
ignorarono queste direttive e permisero la presa del potere rivoluzionaria. “Nell’industria e
nel commercio si verificò un ampio processo di collettivizzazione che coinvolse (…) anche le
botteghe artigiane” (PRESTON, 2000:185). Nel luglio 1936 furono i contadini a realizzare
la riforma agraria, restando al governo solo di sanzionare l’occupazione. In poche
settimane erano stati espropriati e in gran parte collettivizzati 5.692.202 ettari, contro gli
876.327 che la Repubblica aveva distribuito nei cinque anni precedenti. Tuttavia,
l’occupazione della terra e delle fabbriche ebbe un’estensione diversa a seconda dei luoghi.
I “collettivi erano molto diversi fra loro sia nelle modalità istitutive, sia nella conduzione. Non
tutti erano controllati dalla CNT. (…) Non tutta la terra espropriata fu collettivizzata e non
nella stessa misura per tutte le regioni. (…) In generale si può comunque affermare che nella
zona repubblicana la collettivizzazione fu più intensa dove era più forte la CNT, come
dimostra con particolare evidenza il caso dell’Aragona168” (PRESTON, 2000:186/187).
3.3. La formazione dei collettivi agricoli
Nel parere di BROUÉ e TÉRMINE, la collettivizzazione rurale fu uno degli
argomenti più controversi della storia della guerra civile spagnola. Secondo gli anarchici,
essa era il risultato di una potente spinta all’associazione volontaria, provocata dalla
propaganda e dagli esempi collettivisti di gruppi anarchici. Secondo i comunisti e i
repubblicani, più che una creazione spontanea, i collettivi erano stati imposti con la forza
e il terrore dagli anarchici. “Sotto la guida degli anarchici, il movimento di collettivizzazione
riun[ì] oltre tre quarti delle terre, quasi esclusivamente in comunità affiliate alla C.N.T.: se ne
conta[va]no più di 450 che raggruppa[va]no all’incirca 430.000 contadini. (…) I piccoli
proprietari po[teva]no teoricamente continuare ad esistere a patto di coltivare da soli le
proprie terre e di non utilizzare mano d’opera salariata. Il bestiame necessario al consumo
familiare resta[va] proprietà individuale. La Federazione contadina [fece] grandi sforzi per
168
Secondo BROUÉ e TÉRMINE, i collettivi potevano: riunire tutti gli abitanti di un villaggio; essere
guidati dalla CNT-UGT insieme oppure soltanto dalla CNT; coesistere con le proprietà individuali
fondate esclusivamente su terre confiscate oppure sulla collettivizzazione di piccoli lotti individuali
o ancora su tutte e due le basi.
195
organizzare delle fattorie modello, dei vivai, delle scuole tecniche e rurali. (…) La cosa più
singolare (…) dell’esperienza libertaria di Aragona fu l’applicazione sistematica dei principî e
delle teorie anarchiche sul danaro e sui salari. Il salario [era] un salario familiare uniforme: 25
pesetas alla settimana per un produttore isolato, 35 per una coppia con un solo lavoratore, 4
pesetas in più per ogni figlio a carico. Ma non [era] denaro in circolazione, bensì dei buoni – i
vales – cambiabili con prodotti nei negozi della collettività. Il sistema funziona[va].
L’esperienza però [era] poco concludente, in quanto le collettività per rifornirsi di merce nel
resto della Spagna, d[oveva]no, volenti o nolenti, utilizzare il denaro teoricamente
scomparso…” (BROUÉ e TÉRMINE, 1980:173). Era stata decisa anche la costituzione di
un fondo comunale in tutti i collettivi – che nella maggior parte dei casi era composto
dell’eccedente della produzione – da essere usato ai fini di scambi dei prodotti con altre
regioni o collettivi, oppure venduto all’estero.
Secondo DELLACASA, i collettivi agricoli si formarono subito all’inizio della
guerra civile. Erano più di 1200 e interessavano oltre tre milioni di contadini. Le principali
regioni erano l’Aragona – dove, secondo RANZATO, tre quarti delle terre erano state
collettivizzate –, il Levante e la Nuova Castiglia, e un po’ meno numerosi nella Catalogna.
Il processo di formazione dei collettivi era, secondo l’autore, uguale dappertutto.
Dopo aver sopraffatto o sostituito le autorità locali con i comitati rivoluzionari, veniva
indetta un’assemblea di tutti gli abitanti della zona per decidere la linea d’azione da seguire.
Uno dei primi passi era provvedere al raccolto nei campi dei piccoli ma soprattutto dei
grandi proprietari e con questo obiettivo venivano organizzati gruppi per mietere e battere
il grano di questi ultimi. Poi, per evitare che ci fossero delle ingiustizie nella distribuzione
del prodotto, esso veniva messo sotto il controllo di un comitato locale, affinché potesse
essere usato da tutti gli abitanti sia per il proprio consumo, sia per scambiarlo con altri
generi agricoli o manufatti. Dopodiché era necessario provvedere alla coltivazione delle
terre dei grandi proprietari, di regola le più estese e fertili della regione. Per decidere come
farlo era, di solito, convocata un’altra assemblea del villaggio. A questo punto il collettivo
veniva costituito. Il Comitato era l’organo regolatore dei collettivi. Dopo aver provveduto
al censimento e all’unificazione delle proprietà, esso passava a pianificare le opere e
distribuire il lavoro tra gli aderenti al collettivo.
“Veniva nominato un delegato per l’agricoltura e per l’allevamento del bestiame, e
diversi delegati per la distribuzione, gli scambi, i lavori pubblici, l’igiene, l’educazione e la
difesa rivoluzionaria … Quindi venivano formati i gruppi di lavoratori. Questi gruppi
generalmente erano divisi per il numero di zone in cui era stato diviso il territorio municipale,
in modo da includere più facilmente ogni genere di lavoro. Ogni gruppo di lavoratori
196
nominava il suo delegato. I delegati si incontravano con i consiglieri dell’agricoltura e
dell’allevamento ogni due giorni, oppure ogni settimana, in modo da coordinare tutte le
diverse attività. In questa nuova organizzazione la piccola proprietà [era] quasi completamente
scomparsa” (DELLACASA, 1973:100).
Il lavoro collettivo cominciò, poi, spontaneamente, così come fu spontanea la
decisione di aderire o meno ai collettivi. Presto esso rese possibile il raggiungimento sia
nell’agricoltura che nell’industria di una razionalizzazione del lavoro impossibile da
ottenere individualmente nella piccola o nella grande proprietà. Essa si verificava
nell’utilizzo di semi selezionati, di macchinari e tecniche di produzione moderne che
avevano come risultato l’aumento della produzione e della produttività. Inoltre, i contadini
appartenenti ai collettivi avevano a disposizione un piccolo appezzamento di terre per uso
proprio, dove potevano coltivare quello che preferivano e come preferivano, sempre per
l’autoconsumo.
I collettivi avevano un Regolamento che stabiliva alcune regole riguardanti la sua
amministrazione; l’organizzazione e le funzioni del comitato; gli obblighi dei membri
aderenti al collettivo169; la forma di allevamento del bestiame; l’immagazzinamento dei
prodotti commestibili e del raccolto agricolo; la creazione di cooperative di consumo;
l’aumento della produzione; il consumo dei prodotti da parte dei membri del collettivo; la
determinazione dei giorni di festa; l’uso del denaro – nella maggior parte dei casi non
circolante all’interno del collettivo –; l’elezione dei delegati di ogni ramo del lavoro; l’età
minima e massima per il lavoro all’interno del collettivo e le attività da svolgere; i diritti o
meno che spettavano a coloro che decidessero allontanarsi oppure trasferirsi dal
collettivo; come venivano prese le decisioni più importanti relative alla sua conduzione e,
infine, la sovranità e il ruolo dell’Assemblea all’interno del collettivo. Questa, vale la pena
di sottolineare, aveva una grande importanza in quanto garante del mantenimento
dell’organizzazione comunale e della realizzazione delle attività nel migliore dei modi.
Sempre secondo DELLACASA, salvo in quelle zone specializzate nella produzione
per l’esportazione, che non avevano la possibilità di cedere i prodotti locali in cambio dei
generi alimentari di cui avevano bisogno, le condizioni economiche dei contadini erano in
genere migliorate. Riguardo al consumo, fu applicato il principio anarchico a ciascuno
secondo i suoi bisogni, “in due modi diversi: senza denaro in molti villaggi aragonesi, e con
moneta locale in altri, e nella maggior parte dei «collettivi» istituiti in altre regioni. Il salario
familiare [veniva] pagato con questo denaro, e varia[va] secondo il numero dei membri in
169
I membri avevano l’obbligo di consegnare alla collettività tutti i suoi beni, mobili e immobili, alla
quale consegna veniva fornita una ricevuta.
197
ciascuna famiglia. [Erano] i bisogni, e non solo la produzione considerata nel senso
strettamente economico, che regola[va]no la misura dei salari o quella della distribuzione dei
prodotti dove non esist[eva]no salari. Questo principio di giustizia [veniva] continuamente
esteso. Esso [mise] fine alla carità, all’accattonaggio e ai fondi speciali per i poveri”170
(DELLACASA, 1973:102).
Nei collettivi che avevano scelto la forma senza denaro, veniva creato un libretto di
consumo uguale e valido in tutti i collettivi. Il salario e il valore dei prodotti erano stati
sostituiti da un sistema di “punti”. Ogni lavoratore singolo e ogni famiglia aveva un suo
libretto di consumo, dove venivano segnalati i punti ai quali avevano diritto in quella
settimana, i punti dei prodotti acquistati e i punti rimasti. In questo modo ognuno poteva
controllare il suo budget settimanale e acquistare i prodotti secondo le proprie necessità.
In alcuni casi era stato determinato un razionamento dei prodotti di scarsa produzione,
mentre quelli più abbondanti erano rimasti di libero accesso. Poi, per sfuggire
all’obbligatorietà del consumo che questo sistema comportava, si decise di dare anche a quei
prodotti un valore in punti e di dare ai lavoratori un totale massimo, sempre in punti, di
prodotti di scarsa produzione da consumare durante la settimana. In questo modo, ogni
lavoratore o ogni famiglia regolava da sé il consumo di questi prodotti e decideva
liberamente come consumarli, a seconda dei gusti personali.
La produzione veniva ammassata nel magazzino del collettivo – normalmente
l’antica chiesa che passava a essere adibita a tale scopo – e, in seguito, il Comitato
provvedeva alla distribuzione dei prodotti prima fra i membri del collettivo, secondo le
loro necessità e, poi, allo scambio dei prodotti eccedenti tramite la Federazione171.
PEIRATS informa anche che gli scambi tra i vari collettivi avvenivano senza l’uso del
denaro. Un altro punto sottolineato dall’autore riguarda l’approvvigionamento del fronte:
ciascun collettivo inviava al fronte i prodotti di cui poteva disporre, fatto che tante volte
significava un eccesso di lavoro da parte degli anziani e delle donne, dato che la maggior
parte degli uomini e dei giovani erano impegnati nella lotta.
Vale la pena di ricordare che il comunismo libertario prevedeva la fine dei salari e il libero accesso al
risultato della produzione, da alcuni detta ricchezza sociale.
171 RANZATO richiama l’attenzione sul fatto che non sempre le cose andarono come avrebbero
dovuto andare. Si verificarono una serie di problemi come la “concorrenza fra comunità, gestioni
proprietaristiche delle collettività da parte dei Comitati, e molti sperperi, perché a volte, se in una
collettività vi era abbondanza di un prodotto, si distribuiva fra i membri a volontà, mentre magari in una
comunità vicina quel prodotto scarseggiava” (RANZATO, 1972:331). L’Aragona fu la regione dove le
cose andarono meglio. Secondo l’autore questo fu dovuto alla maggiore diffusione e omogeneità dei
collettivi. Inoltre, l’autore sottolinea che la collettivizzazione totale si realizzò soprattutto nelle
piccole comunità già caratterizzate da un’economia quasi completamente chiusa.
170
198
I collettivi si organizzarono tra loro e nel febbraio 1937 fu convocato ad Aragona
un Congresso che vide la partecipazione di 500 delegati. In quell’occasione fu creata la
FRC – Federazione Regionale delle Collettività – “approvando un Regolamento, secondo
cui la FRC doveva difendere gli interessi dei collettivisti, propagandare i vantaggi della
collettivizzazione basata sul mutuo appoggio, promuovere lo sviluppo tecnico e la
preparazione tecnica dei giovani, organizzare gli scambi172, istituire una Cassa per fronteggiare
tutte le eventualità finanziarie, elevare la cultura dei collettivisti. Le collettività federate
dovevano portare alla FRC delle statistiche veritiere su produzione, consumo, forza lavoro,
ecc.; creare una moneta locale, eliminando quella nazionale; contribuire alla Cassa della FRC;
prestare la manodopera eccedente alle collettività che ne scarseggiavano, ecc.”
(DELLACASA, 1973:106).
Secondo RICHARDS, un altro compito svolto dalla Federazione fu quello di
cercare di controbilanciare le avversità naturali, fornendo ai collettivi delle zone di suolo
povero oppure di bassa precipitazione, le sementi, gli animali e i macchinari necessari per
migliorare la produttività del suolo e la qualità dei prodotti coltivati. LEVAL (1983), a
questo proposito, rammenta che, secondo una determinazione della Federazione, ogni
collettivo doveva creare dei progetti di sviluppo e miglioramento dell’agricoltura, lasciando
da parte una parcella di terra da trasformarsi in stazione agricola sperimentale, dove tecnici
specializzati avrebbero condotto delle ricerche con lo scopo di migliorare la qualità del
bestiame e delle varietà vegetali coltivate. Riguardo alla regione aragonese, era prevista la
creazione di tre vaste zone destinate alla produzione di sementi per tutti i collettivi, anche
quelli non appartenenti all’Aragona. Queste tre zone dovevano anche scambiare i risultati
delle loro ricerche e lavorare in modo coordinato, sotto la supervisione di tecnici
specializzati che poi, riunitisi con tecnici di altre regioni, avrebbero confrontato i loro
risultati e scambiato le loro esperienze. L’obiettivo era, oltre a stimolare lo spirito
comunitario al posto di quello regionalista, di arrivare alla pianificazione dell’economia
agraria.
La Federazione Regionale provvedeva anche alla distribuzione di prodotti di circa
una cinquantina di collettivi, chiedendo a loro nome ai centri industriali e di allevamento
172
Secondo PEIRATS, i collettivisti potevano tenere per sé, rispettando i limiti di consumo imposto, i
prodotti che avevano coltivato. L’eccedente era inviato alla Federazione che si incaricava di
distribuirli tra tutte le collettività. I prezzi erano fissati in base al valore della località di produzione
oppure con il parere di un organismo nazionale regolatore dei prezzi. In più, i “coltivatori avrebbero
ricevuto i generi di consumo necessari alle cooperative, fertilizzanti, macchine e altri mezzi per il
maggiore sfruttamento agropecuario a prezzo di costo, con il solo carico delle spese amministrative e di
trasporto” (PEIRATS, 1962:62).
199
del bestiame i prodotti di cui essi avevano bisogno173. Inoltre, essa doveva facilitare il
trasferimento dei contadini da una zona a scarso impiego di forza lavoro a un'altra che ne
aveva più bisogno, oltre ad avviare all’uso comune degli strumenti di lavoro tra i collettivi.
Riguardo a quei contadini che avevano deciso di non aderire ai collettivi,
DELLACASA informa che ogni collettivo aveva adottato un conto corrente speciale e
aveva stampato per loro dei tagliandi di consumazione, in modo da assicurare loro i
prodotti industriali oppure i generi agricoli di cui essi avessero bisogno. Nelle zone dove la
proprietà individuale aveva prevalso, si formarono delle cooperative di produzione in cui i
piccoli proprietari si associavano, ma via di regola la distribuzione restava nelle mani dei
privati. Va sottolineato, però, che quelli che decidevano di non far parte dei collettivi
potevano mantenere come proprietà individuale soltanto le terre che fossero in grado di
coltivare attraverso l’uso della manodopera familiare, non essendo permessa la
contrattazione di braccianti. Le proprietà dei fascisti e quelle lavorate dai fittavoli, invece,
furono tutte consegnate all’usufrutto dei sindacati e dei collettivi.
3.4. I collettivi visti dall’interno
Con l’obiettivo di capire meglio l’esperienza della collettivizzazione in Spagna,
LEVAL si dedica allo studio di alcuni collettivi, mettendo in evidenza il loro processo di
formazione, la loro organizzazione interna, la forma come fu organizzata la produzione,
l’accesso ai prodotti coltivati, ecc. Si occupa delle tre regioni dove queste esperienze
furono più significative: il Levante, l’Aragona e la Castiglia e, per le due prime, riporta
alcuni casi dall’interno, utili per farci capire le somiglianze e le particolarità del processo di
collettivizzazione spagnola. Per il Levante, analizza i collettivi di Jativa e Magdalena de
Pulpis. Per l’Aragona, la più ricca di esperienze, analizza i collettivi di Fraga, Alcolea di
Cinca, Binefar, Graus, Alcorisa, Mas de las Matas, Esplus e Andorra. Per la
Castiglia rimane soltanto nelle caratteristiche generali della collettivizzazione, dato che
non furono ritrovate differenze significative rispetto a quelle delle altre regioni studiate.
La Federazione Regionale del Levante era tra quelle più attive della Spagna. Era
parte integrante della Confederazione Nazionale del Lavoro, costituita dai Sindacati
Operai e dei Contadini, tradizionalmente organizzata dai libertari spagnoli. Essa servì di
base alla Federazione parallela dei collettivi agrari del Levante, la quale comprendeva
cinque province – dal nord al sud, Castellon de la Plana, Valenza, Alicante, Murcie e
Albacete.
173
Senza riferirsi alla Federazione, VILAR argomenta che teoricamente “ogni comune copriva i suoi
bisogni e riservava i suoi surplus alle comunità superiori («comarca», «regione»)” (VILAR, 1988:99).
200
Nel 1936 i villaggi di queste province si raggrupparono in 23 cantoni (“comarche”).
La provincia di Murcie aveva sei federazioni cantonali, Alicante nove, Castellon de la Plata
otto e Albacete quattro. Vale la pena di sottolineare che la struttura di queste
organizzazioni cantonali non aveva niente a che vedere con i cantoni tradizionali
dell’amministrazione pubblica o dello Stato. Più che un criterio politico, essa rispondeva al
bisogno di unione diretta.
Lo sviluppo e la moltiplicazione dei collettivi levantini stupirono anche quelli che
si mostravano più ottimisti riguardo alle possibilità di ricostruzione sociale. Nonostante
tutte le difficoltà, essi passarono dai circa 400 nel novembre 1937 agli 800 alla fine del
1938, raggruppando più del 40% della popolazione della regione. Per meglio capire queste
cifre basta dire che le cinque province levantine totalizzavano 1.172 località. Di queste, il
78% furono organizzate collettivamente, dando origine a 800 collettivi, numero più
elevato di quello dell’Aragona. Tale fatto era dovuto al maggiore consolidamento delle
classi sociali e alle caratteristiche dei contadini che, dovuto all’azione del sindacato locale,
erano più organizzati, avevano più fiducia nelle loro possibilità, più attitudine alla lotta e
potere materiale, nonostante gli ostacoli alla collettivizzazione imposti dalle autorità
rimaste al posto delle Guardie d’Assalto.
“Quasi sempre, nel Levante, le collettività174 [nacquero] per iniziative del sindacato
dei contadini del luogo; ma non tardarono a costituire un’organizzazione autonoma. Col
sindacato si mantenne solo un contatto esterno costituendo esse la congiunzione necessaria
tra collettivisti e individualisti. Infatti questi vi portavano i loro prodotti per scambiarli con
altri generi. (…) Nel suo seno erano state create delle commissioni – per il riso, le arance,
l’orticoltura, le patate, ecc. –, che facevano capo all’amministrazione di un magazzino di
raccolta e di ridistribuzione. Anche la collettività aveva il suo magazzino e le sue commissioni.
Più tardi però quest’inutile sdoppiamento fu eliminato. I magazzini furono unificati; le
commissioni furono composte di collettivisti e individualisti iscritti al sindacato” (LEVAL,
1952:146). Fu creata anche una commissione mista per l’acquisto delle macchine, sementi,
concimi, pesticidi e prodotti veterinari. Avvenne così la socializzazione.
Rapidamente si verificò la tendenza a unificare e razionalizzare tutto. Il
razionamento e il salario familiare175 furono stabiliti per cantone e i villaggi più ricchi
LEVAL si riferisce ai collettivi usando questo termini. Sempre che si tratti di una sua citazione,
rispetterò la terminologia usata da lui.
175 Le categorie salariali erano di solito: uomo solo; donna sola; coniugi senza figli; figlio o fratello a
carico del collettivista; ragazzo con età compresa tra i 10 e i 14 anni; ragazza con età compresa tra i
10 e i 14 anni; ragazzo in inizio di attività lavorativa; ragazza in inizio di attività lavorativa.
Nonostante l’impostazione libertaria di questi collettivi, nella maggior parte dei casi il salario delle
donne era inferiore a quello degli uomini, e in alcuni casi, come a Jativa, corrispondeva alla metà.
174
201
aiutavano quelli più poveri attraverso i comitati cantonali. Tutti i centri cantonali
possedevano un nucleo di tecnici specialisti tra cui contabili, veterinari, agronomi e tecnici
agricoli, ingegneri, architetti e esperti di commercializzazione. Tutti lavoravano integrati
tra loro, pianificando le attività produttive e garantendo così il successo dei collettivi. La
vicinanza dei villaggi, d’altra parte, facilitava lo stabilimento di una solidarietà tra loro. Il
lavoro era spesso intercomunale, fatto che facilitava la sincronizzazione degli sforzi e
l’elaborazione di un piano generale. Le équipe si mettevano insieme per combattere le
malattie delle piante, ramare, tagliare, innestare, sottrarre gli alberi, arare il suolo, iniziare
nuove coltivazioni. Tutto ciò facilitava il coordinamento degli sforzi e la sincronizzazione
di un piano generale elaborato a seconda degli insegnamenti pratici del lavoro.
“Le (…) collettività e sezioni di sindacato della regione del Levante erano suddivise
in 54 federazioni cantonali, che si raccoglievano in cinque federazioni provinciali, le quali
sboccavano nel Comitato Regionale (…).
Questo Comitato, nominato dai congressi annuali e responsabile di fronte ad essi
(…), si componeva di 26 sezioni tecniche: frutticoltura in generale, agrumi, vigne, oliveti,
orticoltura, riso, bestiame ovino e caprino, bestiame suino, bestiame bovino; venivano poi le
sezioni industriali: vinificazione, fabbricazione d’alcools, di liquori, di conserve, di olio, di
succo di frutta, di essenze e profumi così come altri prodotti derivati; in più si lanciavano le
sezioni di produzioni diverse, d’importazione-esportazione, di macchinari, trasporti, concimi;
quindi la sezione di costruzione orientante e stimolante la costruzione locale di edifici d’ogni
specie; infine, la sezione igiene e dell’insegnamento” (LEVAL, 1970: 148/149). Tutte queste
attività, dalla produzione alla distribuzione, erano sincronizzate tra tutti i collettivi della
regione, grazie alla coordinazione del lavoro esistente.
Sempre secondo LEVAL, la sede delle federazioni cantonali era scelta di solito in
funzione della prossimità alle vie di trasporto delle merci. I collettivi di tutti i cantoni vi
inviavano i prodotti eccedenti che venivano contabilizzati, classificati e immagazzinati. Le
cifre corrispondenti erano inviate alle differenti sezioni del Comitato Regionale di
Valenza, di modo che la Federazione potesse sapere esattamente di quali riserve
disponeva per poter avviare gli scambi, le esportazioni e le importazioni.
Le procedure per l’installazione di una nuova industria servono di esempio del
coordinamento esistente tra i collettivi. Quando i membri di un collettivo o un comitato
locale credevano utile fondare una nuova industria, qualsiasi essa fosse, dovevano
presentare il progetto alla sezione industriale del Comitato Regionale Federale di Valencia
che l’esaminava e decideva sulla sua possibilità. Se dopo l’analisi della domanda, delle
materie prime disponibili, ecc. l’idea fosse ritenuta interessante, essa veniva adottata;
202
altrimenti, venivano fornite spiegazioni sul perché la proposta era stata rifiutata. Uno dei
motivi poteva essere l’esistenza di fabbriche già installate da altre parti. L’accettazione
dell’iniziativa non significava che i suoi promotori diventassero i suoi proprietari. Siccome
alla sua fondazione venivano impiegate risorse fornite dall’insieme dei collettivi, la
Federazione diventava la proprietaria della nuova fabbrica e il collettivo locale aveva il
diritto di vendere al suo beneficio i suoi prodotti.
Spese e guadagni erano dunque affari di tutti. Era la Federazione che ripartiva le
materie prime fornite a tutte le fabbriche e tutte le località, a seconda del loro tipo di
produzione e dei loro bisogni. Le sedi delle federazioni cantonali spesso erano scelte per le
sue vicinanze a strade o ferrovie, facilitando così il trasporto e l’immagazzinamento delle
merci. Infine, accanto agli sforzi di organizzazione e di giustizia economica stavano quelli
culturali e di istruzioni. Così, ogni collettivo creava una o due scuole con la stessa
prontezza con cui procedeva alle prime creazioni economiche. Il salario familiare
permetteva l’invio di tutti i bambini alla scuola. L’ultima grande novità era stata la
creazione dell’università agricola di Moncada, nella provincia di Valencia, che avrebbe
dovuto offrire 300 posti. Lo scopo era quello di formare tecnici agricoli, con
l’insegnamento delle diverse specialità del lavoro della terra e della zootecnia (come
dedicarsi al bestiame, metodi di selezioni, caratteristiche delle razze, orticoltura,
frutticoltura, apicoltura, silvicoltura, ecc.).
Passando a trattare dei casi specifici, LEVAL cita il collettivo di Jativa, dove il
numero degli aderenti per collettivi veniva limitato in modo a ridurre l’eccesso di persone
all’inizio dello sperimento. “Ogni aderente compila[va] un formulario specificando la sua
identità e quella della famiglia o di coloro che [erano] a suo carico, ed inoltre i particolari del
suo capitale attivo e del suo conto passivo: contanti, utensili, terre, debiti, ecc.” (LEVAL,
1970:156). Il collettivo produceva riso e arance in metà delle terre (un quarto e un quarto)
e ortaggi nell’altra metà, ma si preparavano progetti di allevamento del bestiame e del
pollame, l’impianto dell’apicoltura e lavori di rimboschimento. Inoltre, il collettivo aveva
comprato quattro autocarri e stava iniziando una vasta opera d’irrigazione e la costruzione
del magazzino d’approvvigionamento. Le bestie da soma erano curate e usate in comune.
L’altro esempio citato da LEVAL fu il villaggio di Magdalena de Pulpis,
all’epoca con 1400 abitanti. Nelle località predominavano le piccole proprietà: dei 6654
ettari di terreno, 6254 erano occupati da esse. Nella maggior parte dei casi i contadini
realizzavano ancora lo scambio in natura, ragione per cui dopo la rivoluzione essi vollero
subito realizzare il comunismo libertario. Furono organizzati i collettivi e fu aperta una
lista di iscrizioni. Tutti gli abitanti si iscrissero a far parte dei collettivi, alcuni meno
203
convinti degli altri, ma nessuno costretto. In seguito, tutto fu messo in comune: terre,
denaro, animali, strumenti di lavoro, case, ecc. Il sindacato dirigeva la produzione, ma
soltanto in quanto strumento tecnico: era l’assemblea comunale quella che presiedeva
tutto. Fu costituito un comitato amministratore della vita locale, il quale controllava il
denaro, assegnava i mezzi di sussistenza a ogni famiglia e una volta alla settimana, leggeva
il rapporto delle sue attività – in particolare il bilancio tra gli acquisti e le vendite – perché
fosse discusso e approvato dall’assemblea.
Nei primi tempi, data la necessità di provvedere a un razionamento, fu
determinata quale dovesse essere la quantità di viveri – in moneta – capace di garantire la
sussistenza delle famiglie. Libero accesso invece fu garantito all’olio e alla legna, data la
loro abbondanza. Per poter accedere agli altri alimenti, “era stato fatto uno schedario nel
quale figurava ogni famiglia, col numero e l’età delle persone componenti. Ogni persona aveva
diritto a ciò che si chiamava (…) una razione. La razione degli uomini era fissata in una peseta
e venti, quella delle donne in una peseta e dieci. (…) I ragazzi più piccoli avevano mezza
razione. A partire dai sei anni, (…) si passava alla razione intera.
Una volta stabiliti il numero delle razioni e le quantità corrispondenti dei prodotti
per ogni famiglia, questa riceve[va] una tessera speciale. La cosa più importante in essa [era]
un cartellino attaccato alla copertina interna nel quale si legge[va]: anno 1937 – primo trimestre –
numero di razioni – valore in pesetas – resto dell’anno precedente – totale. In calce una nota: vale per
procurarsi ogni genere di prodotti, eccetto l’olio, la legna ed il vino che sono di libero consumo.
In ogni pagina cinque caselle uguali per scrivervi il valore delle spese fatte; le famiglie
po[teva]no così sapere se consuma[va]no in un mese o trimestre più di quanto loro spetta[va].
Po[teva]no quindi acquistare per il valore indicato nella tessera ed al ritmo che loro
conv[eniva]. Se vo[leva]no conservare un fondo di riserva, questa riserva [veniva] annotata, e
rimane[va] per il trimestre successivo.
Non si paga[va]no più affitti. L’abitazione [era] completamente socializzata. Le cure
mediche [erano] gratuite. (…) Anche la farmacia fu collettivizzata. (…)
I denari occorrenti si procuravano mediante il commercio. Si vendevano i prodotti
all’esterno e se ne riscuoteva il prezzo. Con queste pesetas che costitui[va]no un fondo
comune, si comperava fuori ciò che occorreva alla collettività o si pagavano i servizi ricevuti.
Ma all’interno il piccolo commercio era sparito. I commercianti erano entrati
spontaneamente nella collettività. Alla loro attività di prima si sostituì una cooperativa”
(LEVAL, 1952: 183/184).
Riguardo al lavoro agricolo, l’autore sottolinea che l’area seminata si era triplicata,
e questo perché prima buona parte dei contadini, non avendo soldi per comprare le
204
sementi e i concimi, finiva per lasciare incolta una parte delle sue terre. Il comune era stato
diviso in tre sezioni, ognuna con un delegato responsabile per i lavori. I delegati si
riunivano una volta alla settimana per discutere del lavoro da svolgere nella settimana
successiva. I lavoratori erano divisi in gruppi di quindici uomini. I lavori da svolgere
venivano assegnati dai delegati in una lavagna. I gruppi di lavoratori si segnavano a
seconda delle attività da svolgere e, così, sapevano che cosa dovevano fare durante la
settimana. Essi si spostavano da una località all’altra, a seconda delle necessità.
L’altra regione studiata dall’autore fu l’Aragona, dove vaste distese di terre,
disabitate e incolte, appartenevano ai latifondisti. La maggioranza della popolazione era
costituita da contadini proprietari di un piccolo appezzamento di terre, mezzadri e
giornalieri. Esisteva una forte polemica riguardo a come organizzare la società dopo
l’avvento della rivoluzione: comunisti, socialisti e i membri dell’UGT parlavano di
nazionalizzare le terre – i comunisti parlavano semmai dell’organizzazione delle
cooperative agricole – mentre gli anarchici parlavano della socializzazione in quanto base
per una collettivizzazione generale. Ma dopo l’esproprio dei fascisti, le terre espropriate
costituirono il nucleo iniziale dei collettivi agricoli, aumentate poi da successive adesioni
dei contadini proprietari e da donazione di terre.
Furono organizzati dei collettivi locali dopo la convocazione di assemblee
generali realizzate subito dopo la cacciata dei fascisti, ma fu garantita a tutti la libertà di
scegliere se entrare a far parte dei collettivi oppure continuare producendo
individualmente. Ogni collettivo fu diviso internamente in “gruppi di lavoro, composti da 5 o
10 o più persone unite da spirito di vicinato o simpatia. E ogni gruppo [aveva] il suo delegato
che, insieme agli altri, distribui[va] il lavoro giorno per giorno o settimana per settimana,
secondo la stagione e le necessità.
Le collettività locali d’un distretto innerva[va]no la Federazione Comarcale. C’[era] una
commissione che riceve[va], da ogni collettività di villaggio, un inventario sempre aggiornato
sull’estensione delle terre, sulla quantità di macchine utensili e mezzi di trasporto in sua
proprietà, sul numero di famiglie che la compon[eva]no e statistiche sulla produzione. La
Federazione Comarcale dispone[va] dei prodotti in eccedenza, li invia[va] alla Federazione
Regionale e, in alcuni casi, a Barcellona per l’interscambio. Per la strada inversa, i villaggi e le
collettività venivano riforniti di ciò di cui mancavano, spesso secondo le richieste, ma altre
volte secondo le disponibilità.
La Federazione Comarcale si componeva dei delegati eletti dalle collettività”
(LEVAL, 1952:189). Inoltre, tutte le Federazioni Comarcali facevano capo alla Federazione
Regionale.
205
Tracciato questo quadro generale, l’autore ci fornisce alcuni esempi. Il primo fu
quello del collettivo di Fraga, i cui abitanti disponevano di 30.000 ettari di terre passibili
di essere utilizzati per le coltivazioni, oltre ai 18.000 composti da steppa o terre aride. Il
collettivo cominciò a organizzarsi nei primi giorni dell’agosto, essendo il comitato locale
una continuazione di quello rivoluzionario. Esso era responsabile della direzione di tutta la
vita sociale in tutte le specializzazioni del lavoro: agricoltura, l’allevamento del bestiame,
industria, distribuzione, igiene, assistenza sociale, lavori pubblici, organizzazione
scolastica. I membri del comitato erano eletti dai lavoratori direttamente interessati.
L’unica eccezione era fatta per il responsabile della distribuzione, nominato da
un’assemblea di rappresentanti di tutte le attività locali, con il compito di risolvere i
problemi riguardanti a tutti gli abitanti, anche di quelli che non appartenevano ai collettivi.
In campo agricolo il collettivo dei contadini e dei pastori era diviso in due
sezioni, uno dei contadini, l’altro dei pastori. “Settecento famiglie, metà delle quali vivevano
del lavoro dei campi, componevano la prima. Gli agricoltori erano divisi in cinquantuno
gruppi, venti specializzati nella cultura intensiva – soprattutto l’orticoltura – e trentuno nella
cultura estensiva – specialmente cerealicola. Ogni gruppo aveva il suo responsabile.
Responsabili e collettivisti si riunivano ogni sabato per decidere sull’indirizzo generale del
lavoro. Il consigliere del lavoro agricolo assisteva alle riunioni per coordinare l’attività dei
contadini collettivisti con quella dei contadini individualisti e dei pastori.
(…) [I pastori], in numero di sessanta, si occupavano di seimila pecore madri,
quattromila montoni, centocinquanta vacche, seicento capre e duemila porci. Quasi tutto
questo bestiame era appartenuto a grandi proprietari. (…) Ogni gregge aveva due o tre
pastori, uno dei quali era il responsabile. I responsabili si riunivano pure ogni sabato ed il
consigliere dell’agricoltura assisteva anche alle loro riunioni. Veniva deciso in questa sede in
che luoghi le greggi dovessero pascere nella seguente settimana, quali mezzi adoperare per
custodirle, quali lavori compiere nelle stalle, quali animali uccidere. In questo modo le terre
coltivabili ed i pascoli si utilizzavano con metodo, in perfetto accordo con gli agricoltori. I
risultati erano rilevanti” (LEVAL, 1952:193).
Oltre ai collettivi citati esistevano anche quelli dei lavori industriali (di solito
divisi a seconda delle specialità), della distribuzione dei prodotti, dell’igiene, dell’assistenza
sociale, dei lavori pubblici, ecc. Essi non avevano esistenza indipendente, ma
convergevano in un’unica amministrazione economica comunale. I salari erano
determinati dal consiglio comunale, pagati in moneta locale, e variavano da 40 pesetas alla
settimana per un uomo singolo a 70 pesetas per una famiglia composta da dieci persone.
Le categorie erano di solito le stesse già citate, ma in questo caso uomini e donne
206
percepivano lo stesso salario, che qui passò a essere chiamato credito. Quelli che rimasero
individualisti erano rispettati ma dovevano produrre in modo da non pregiudicare
l’economia generale. Con questo obiettivo, il delegato assisteva alle loro riunioni,
indicando ciò che conveniva seminare, piantare, sopprimere e perfezionare. Inoltre, egli
comprava i loro prodotti pagandoli secondo le tariffe stabilite dal sindacato, al quale
appartenevano, tra l’altro, anche i produttori individualisti. La distribuzione era così
completamente socializzata.
Riguardo al consumo, si applicò un sistema dei buoni, essendo stata eliminata la
moneta locale. Gli articoli più difficili da trovare erano razionati, fatto che evitava gli
squilibri tra i membri del collettivo. Ogni famiglia possedeva un libretto sul quale
figuravano le quantità dei prodotti che aveva diritto di consumare. Tutti i prodotti di
consumo locale erano distribuiti dai magazzini comunali e anche dalle cooperative, sotto il
controllo del consigliere del vettovagliamento. Esisteva un magazzino generale per il pane,
tre per i prodotti di spezierie/drogherie, tre macellerie e tre salumerie. Il grano, di accesso
libero tanto agli individualisti quanto ai collettivisti, veniva consegnato a un magazzino
destinato ai cereali. Poi, a seconda del consumo, veniva consegnato ai mulini comunali che
distribuivano la farina a undici forni che preparavano il pane e lo consegnavano subito alla
distribuzione.
Il consiglio comunale applicava un sistema di credito. Quando un collettivista o un
produttore individuale aveva bisogno di moneta per un acquisto importante, si dirigeva
all’organizzazione delle finanze locali e formulava la sua domanda. Si calcolava allora, sulla
base di una valutazione fatta da due delegati collettivi e due individualisti, il valore di ciò
che, nel lasso di tempo proposto, salvo gli eventuali incidenti naturali, egli avrebbe potuto
ottenere dal suo lavoro. In seguito, si faceva un esame della media delle spese normali
fatte da lui durante un periodo di tre mesi, e su questa base, gli veniva fornito un credito
senza interessi.
Inoltre, quando una persona aveva bisogno di qualcosa – un abito, la riparazione
della casa, degli strumenti del lavoro, ecc. – si rivolgeva direttamente al responsabile
dell’attività e si accordavano sui tempi di realizzazione del lavoro. I prezzi erano fissi,
stabiliti insieme dal delegato generale del lavoro, i tecnici del consiglio municipale delle
industrie, i rappresentanti delle sezioni produttive e i consumatori. Il compratore pagava al
delegato, che consegnava il denaro al consigliere del lavoro. Il controllo sul pagamento
effettuato era realizzato tramite un libretto a madre e figlia con due ricevute, delle quali
una rimaneva al compratore e l’altra al responsabile della sezione produttiva che eseguiva
il lavoro.
207
Il consiglio comunale applicava un sistema di conto corrente per i contadini
individualisti che non avevano denaro per acquistare i prodotti di cui avevano bisogno,
calcolando sulla base dei “dati forniti dai delegati collettivisti e dai due delegati individualisti,
il valore dei prodotti che potevano essere consegnati al prossimo raccolto. Si esaminava quindi
la media delle spese fatte dalla famiglia interessata negli ultimi tre mesi e su questa base si
apriva un conto corrente. Le medesime possibilità erano concesse ai collettivisti” (LEVAL,
1952:197).
L’organizzazione sanitaria non era stata dimenticata: la medicina era quasi
integralmente collettivizzata, l’ospedale era stato rapidamente ingrandito, passando da
venti a cento posti letto; l’ambulatorio era stato concluso, permettendo la realizzazione di
urgenze e piccole chirurgie e, infine, anche le due farmacie erano anche esse integrate nel
nuovo sistema.
L’altro esempio fu quello di Alcolea di Cinca, secondo LEVAL uno dei
collettivi più poveri da lui visitati. In questo collettivo la moneta ufficiale era stata
sostituita da una moneta locale, il salario familiare era stato abolito ed erano state create
altre categorie salariali: dalla “nascita fino ai 14 anni, 50 centesimi al giorno; dai quattordici ai
diciassette, 90 centesimi; dai diciassette ai sessantotto, 1 peseta e 20. Le donne, sposate o no,
avevano 70 centesimi dai quattordici ai diciassette anni, 90 centesimi a partire da questa età”
(LEVAL, 1952:218/219). Inoltre, alcuni giovani vivevano una vita indipendente, aderendo
al collettivo individualmente, mentre i loro genitori continuavano contadini individualisti.
In questo collettivo si creò anche un refettorio comune e i membri ricevevano alimenti e
abiti. Non ricevevano denaro, salvo piccole somme perché potessero comprarsi delle
sigarette oppure bersi un caffè quando ne avessero voglia.
Binefar, il centro più importante dei collettivi della provincia di Huesca, fu
l’altro collettivo studiato da LEVAL. Un decimo dei 5.000 abitanti lavoravano presso le
piccole industrie che servivano tanto la località quanto il cantone. La maggior parte degli
abitanti, invece, erano lavoratori agricoli che godevano di una situazione prospera: la
natura favorevole e lavori di irrigazioni erano i benefici su cui tali lavoratori potevano
contare. I 2.000 ettari di terre coltivabili a disposizione erano destinati alla coltura
intensiva. Foraggio, barbabietola da zucchero, legumi diversi e ulivi costituivano i
principali fondi da reddito. Nel luglio, davanti alla minaccia fascista, fu costituito un
comitato rivoluzionario al quale aderì la maggioranza, a fianco dei membri del Fronte
Popolare. I lavoratori che coltivavano le terre sotto gli ordini del padrone decisero di
continuare a lavorare da soli. Furono organizzate squadre con dei delegati che si riunivano
per coordinare i loro sforzi una volta alla settimana. Iniziata la raccolta si socializzarono le
208
industrie e poi il commercio. Un’assemblea generale riunita approvò il regolamento del
collettivo che determinava il suo funzionamento. Credo interessante riproporlo in quanto
fornisce un’idea di come i collettivi venivano organizzati:
“Art. 1° - Il lavoro sarà eseguito da gruppi di dieci persone. Ciascun gruppo nominerà il suo
delegato. Il delegato dovrà organizzare il lavoro e mantenere l’armonia necessaria fra i
produttori e potrà, in caso di necessità, applicare le sanzioni votate dall’assemblea.
Art. 2° - I delegati dovranno presentare ogni giorno alla Commissione dell’Agricoltura un
rapporto sul lavoro fatto.
Art. 3° - Nell’assemblea generale della comunità di Binefar sarà nominato un Comitato
Centrale, composto da un membro di ciascun ramo della produzione; il Comitato renderà
conto, nell’assemblea che si terrà ogni mese, del consumo della produzione, e darà notizie
delle collettività nel resto della Spagna e degli avvenimenti spagnoli e stranieri.
Art. 5° - Tutti i dirigenti il lavoro della Collettività, saranno eletti dall’assemblea generale dei
collettivisti.
Art. 6° - Ogni aderente riceverà una nota dei beni da lui rapportati alla Collettività.
Art. 7° - I membri della Collettività, senza eccezione, avranno gli stessi diritti ed i medesimi
doveri. Non potranno essere obbligati ad iscriversi all’una o all’altra organizzazione sindacale.
Basta accettino completamente le decisioni prese dalla Collettività.
Art. 8° - I fondi dell’attivo non potranno essere ripartiti. Faranno parte del patrimonio
collettivo. Gli alimenti saranno razionati; se ne serberà una parte, in previsione di malannata
agricola.
Art. 9° - Quando le circostanze lo esigano – ad esempio, per alcuni lavori agricoli urgenti – la
Collettività potrà far lavorare le compagne. Queste si applicheranno a lavori che loro si
addicono. Un controllo rigoroso sarà effettuato affinché anche le compagne apportino il loro
sforzo produttore alla comunità.
Art. 10° - Nessuno lavorerà prima dei quindici anni. Trattandosi di lavoro pesante l’età
stabilita è 16 anni.
Art. 11° - Per quanto concerne l’organizzazione della Collettività e l’elezione periodica della
Commissione Amministrativa, le Assemblee prenderanno le decisioni necessarie” (LEVAL,
1952: 235/236).
La produzione era organizzata a seconda dei bisogni locali e delle necessità di
scambio. Produzione e utilizzo dei beni, lavoro e distribuzione erano legati tra loro. Le
sezioni della produzione erano ingranaggi di un unico meccanismo generale. L’industria e
l’agricoltura avevano una cassa comune e non esisteva differenza tra il salario di un
meccanico e di un contadino. Una commissione amministrativa appositamente eletta era
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composta da un presidente (che coordinava i lavori), un tesoriere, un segretario e due
membri in contatto permanenti con i delegati dei gruppi, incaricati di controllare il lavoro
e i suoi risultati. Tale commissione era responsabile della contabilità amministrativa
generale, ma doveva anche saper separare, per rettificare e adattare se necessario, i conti di
ognuna delle sezioni specializzate.
Le sezioni specializzate (metallurgici, muratori, braccianti, ecc.) si riunivano
separatamente per discutere sui problemi e pensare a eventuali cambiamenti necessari.
Poi, a seconda delle necessità, la commissione amministrativa li convocava, direttamente o
tramite i delegati, per decidere quello che doveva essere fatto. Riguardo all’agricoltura, si
diede un aumento del 30% delle terre seminate a grano, senza diminuire le altre colture.
Dopo alcuni mesi furono costituiti dei gruppi agricoli per l’organizzazione del lavoro.
Furono organizzate sette cascine, ciascuna con un centinaio di lavoratori e un delegato.
Inoltre, la sezione dei contadini aveva determinato che, in caso di necessità, gli operai
dell’industria e le donne sarebbero stati chiamati ad aiutare nei lavori da compiere a breve
termine. I delegati di ogni gruppo agrario, o di sezione industriale, prendevano nota tutti i
giorni, sul libretto del produttore di ogni collettivista, della sua presenza al lavoro. Tale
pratica aveva l’obiettivo di evitare le infrazioni o, nel caso in cui esse si verificassero
costantemente, aiutare a pensare a misure disciplinari.
Il collettivo assicurava gratuitamente a tutti i suoi membri l’alloggio, il pane, l’olio e i
prodotti farmaceutici. Il restante doveva essere acquistato in moneta locale e a seconda del
salario familiare. I beni di consumo e le merci erano distribuite dai magazzini comunali.
Binéfar ne contava parecchi: per il vino, per il pane, per l’olio, per i prodotti di spezierie in
generale, per le mercerie e tessuti; si aggiungevano tre latterie comunali, tre macellerie, un
magazzino di oggetti vari e un magazzino di mobili, dove si centralizzava la produzione
degli artigiani.
I piccoli proprietari che avevano deciso di rimanere tali erano una minoranza del
5%. Essi venivano rispettati con la condizione che non conservassero più terre di quanto
fossero capaci di coltivare. La sezione di scambi assegnava a loro un libretto speciale dove
nella copertina erano scritti i diritti e i doveri e dove erano confrontate le date, qualità,
quantità e valore dei prodotti liberi per loro, così come la loro riscossione. Essi non
potevano oltrepassare i limiti di consumo stabiliti per tutti, sotto pena di una misura
vessatoria rappresentata dalla perdita del diritto a partecipare alle assemblee dei collettivi e
alle tabelle dei prezzi degli stabilimenti. Perdevano inoltre il diritto, in termini più generali,
di utilizzare i materiali tecnici di lavoro a disposizione del collettivo.
210
L’altro esempio riportato da LEVAL fu quello del collettivo di Graus, a nord
della provincia di Huesca. In questo, nonostante la difficoltà “naturale” alla
socializzazione dovuta alla conformazione del terreno – il paese è situato sui Pirenei, tra
rocce e boschi e con poche terre coltivabili – essa si verificò con successo. Iniziò dal
commercio e gradualmente si estese per tutte le altre attività, inclusa l’agricoltura.
“Sebbene l’estensione della terra non irrigua coltivata fosse aumentata del 5%, la soppressione
delle divisioni aveva permesso di guadagnare terreno sulle brughiere ed i sentieri. Si era
aumentata la semina di patate del 50%. Si sperava di ottenere una maggiore quantità di sparto
e di barbabietole. Si piantarono anche quattrocento alberi da frutta.
La collettività aveva anche acquistato una trebbiatrice, una legatrice, delle
seminatrici, pompe per la solforazione delle vigne. Si faceva più grande uso di concimi. Il che
fa capire come tra le terre seminate dagli individualisti, che più tardi aderirono al lavoro
comune, e quelle seminate dai collettivisti la differenza di rendimento fosse del 50%.
L’allevamento del bestiame era continuato in questo tempo. La collettività
possedeva 310 montoni dei quali 300 erano stati acquistati per suo conto. Il gregge diventava
sempre più numeroso nei pascoli della montagna” (LEVAL, 1952:249).
I prodotti venivano distribuiti nelle diverse cooperative. Tutta la produzione
veniva accumulata in un magazzino centrale sotto la responsabilità della Commissione
Amministrativa che provvedeva alla sua distribuzione e alla determinazione dei prezzi,
tenendo conto del costo di produzione, delle spese di trasporto e dei salari pagati agli
impiegati. In questo modo i movimenti di tutte le attività economiche – produzione,
commercializzazione, mezzi di trasporto, distribuzione – venivano controllati da un
gruppo di lavoratori che tenevano separatamente libri e schede per ogni attività. Tutti i
giorni venivano registrati i movimenti e le riserve dei beni di consumo e di produzione, i
prezzi di acquisto e di vendita, il totale delle somme versate e prelevate, gli utili e i deficit
per ogni produzione o attività. Nonostante ogni attività produttiva avesse la sua propria
contabilità, la cassa era comune. Le attività in passivo, ma necessarie, erano aiutate da
quelle in attivo, creando così l’equilibrio tra le attività all’interno del collettivo tramite lo
spirito di solidarietà.
Alcorisa, un altro esempio riportato da LEVAL, era il centro di 19 villaggi. La terra
era meno povera rispetto ad altri luoghi, l’irrigazione era sufficiente e la vita economica
privilegiata dal rapporto con il resto del cantone. I proprietari erano in maggioranza
rispetto ai fittavoli, ma i grandi proprietari possedevano tanta terra come dalle altre parti.
L’industria occupava il 5% della manodopera e i giornalieri mal pagati dominavano per il
numero.
211
Dopo essere caduta nelle mani dei fascisti, Alcorisa fu riconquistata da una colonna
di rivoluzionari. Dopo la ripresa fu organizzato un comitato locale di difesa composto da
rappresentanti della CNT, della sinistra repubblicana, dell’Alleanza repubblicana e della
Federazione
Anarchica
Iberica.
Essi
nominarono
un
“comitato
centrale
di
amministrazione” che decise di evitare possibili sabotaggi controllando i movimenti delle
merci e la vendita degli articoli di consumo corrente. La libertà di commercio fu abolita e
ogni famiglia poteva acquistare soltanto secondo le sue risorse. L’uguaglianza integrale
cominciò dal consumo.
Convocata nel terzo giorno, l’assemblea degli agricoltori decise di organizzare
ventitré squadre. Ciascuna delle quali scelse il loro delegato, che distribuiva le macchine e
il lavoro. Tre settimane più tardi, le ventitré sezioni improvvisate furono definitivamente
costituite, dopo una divisione minuziosa del territorio municipale, basata sulle
caratteristiche del suolo, dei tipi di coltivazioni da realizzare, dell’importanza numerica
degli abitanti, delle varietà e del numero del bestiame e dei mezzi tecnici disponibili. Tutto
questo contribuì a fare di ciascuna delle sezioni un’unità economica il più completa
possibile. Il collettivo fu così definitivamente costituito e il suo statuto aveva un carattere
più giuridico rispetto agli altri, dovuto all’influenza di due avvocati tra i suoi membri. Cito
il seguente estratto perché si possa capire le diverse possibilità di organizzazione
all’interno dei collettivi:
“Beni di proprietà. – I beni mobili ed immobili così come le macchine, gli utensili, il denaro e i
crediti apportati dal Sindacato Unico dei Lavoratori, dal Consiglio Municipale e dagli aderenti
alla Collettività, costituiranno i beni di sua proprietà.
Usufrutto. – La Collettività avrà in usufrutto i beni che le saranno consegnati dal Consiglio
Municipale e dal Comitato di Difesa, al fine di farli produrre e provvisoriamente si
approprierà dei fondi che i proprietari, per ragioni d’età o malattia o sesso, non coltivassero o
coltivassero male.
Membri della Collettività. – Tutti gli aderenti al Sindacato Unico, al momento in cui si costituisce
la Collettività, saranno considerati come membri fondatori; anche coloro che aderiscono più
tardi al sindacato, saranno membri della Collettività. Coloro che non siano soci del sindacato e
desiderino tuttavia entrarvi, saranno ammessi, previa decisione della assemblea. Ad ogni
domanda d’ammissione si dovranno allegare un documento sugli antecedenti politici e sociali
ed una lista dei propri beni.
Separazione. – Qualsiasi membro della Collettività potrà ritirarsi volontariamente; ma
l’assemblea si riserva il diritto di stabilire se la separazione è o no giustificata. Quando non lo
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sia, colui che se ne va non potrà riavere i beni che vi aveva immesso. Così pure l’individuo
espulso perde il diritto di rivendicare ciò che ha apportato al momento della sua ammissione.
Amministrazione. – L’amministrazione della Collettività sarà affidata a una commissione
composta da cinque membri: uno per l’alimentazione, uno per l’agricoltura, uno per il lavoro,
uno per l’istruzione pubblica ed un segretario generale.
Seguono gli articoli riguardanti il ruolo dell’Assemblea generale, quelli sui diritti e doveri dei
collettivisti, quelli sulle condizioni di scioglimento della Collettività, ecc.” (LEVAL, 1952:
263/264).
Furono però le assemblee successive a definire le risoluzioni relative
all’organizzazione interna del collettivo di Alcorisa. Fu mantenuta la decisione che i
ventitré delegati dell’agricoltura si riunissero ogni settimana per dirigere il lavoro dei
campi. Ci fu una formula originale riguardo al modo di distribuzione con l’applicazione
del libero consumo integrale, uno dei principi del comunismo libertario. Ogni famiglia
riceveva dal comitato di amministrazione un bonus dove si ordinava al responsabile del
magazzino di approvvigionamento di consegnare al portatore l’olio, patate, legumi freschi
o secchi, zucchero, abiti ecc. che lui aveva richiesto. Furono razionati per un certo periodo
la carne e il vino, ma più tardi anch’essi furono liberati. Si poteva andare gratuitamente al
cinema, al caffè, a prendere esclusivamente la limonata, a farsi rasare o tagliarsi i capelli.
Per l’acquisto di alcuni articoli come gli abiti, le scarpe, gli utensili della casa, caffè e
tabacco, quando la domanda sorpassava le possibilità di approvvigionamento e per evitare
gli abusi, veniva usata una moneta locale.
Un uomo disponeva di 1 peseta al giorno, una donna 70 centesimi e un bambino al
di sotto dei quattordici anni, 40 centesimi “per i vizi”. Fu stampata una scheda dove
veniva scritto ciò che ogni individuo poteva ricevere. La razione fu assicurata, con qualche
variazione, fino al novembre 1936: 100 gr di carne al giorno; 500 di pane; zucchero, riso,
fagioli secchi, 40 gr al giorno; mezzo litro di vino, una scatola alla settimana di sardine.
Ciascuno aveva anche diritto a mezzo kg di sale, un kg di sapone, azzurro per la
biancheria, una scopa e mezzo litro di detersivo al mese. Questa soluzione, però, non
piacque ai libertari né ai repubblicani, che criticavano la rigidità e l’imposizione del
consumo.
Gli ideatori del collettivo, volendo evitare il ritorno alla moneta locale, trovarono la
soluzione in un sistema di punti. Tutti gli articoli ricevevano un certo numero di punti. Un
uomo aveva diritto a 450 punti alla settimana, una donna 375, una donna sposata 362, un
neonato 167. La somma dei punti di ogni collettivista e il valore in punti di ogni articolo
erano registrati sulla sua tessera di rifornimento. Entro certi limiti, ogni famiglia o ogni
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singolo individuo poteva disporre come voleva dei propri punti, prendere più di un
prodotto e meno di un altro, a seconda dei propri gusti e bisogni. Si evitava così un
consumo eccessivo e si rispettava la libera scelta di ciascuno. Per le scarpe, gli abiti e gli
utensili domestici si teneva una contabilità propria e in un libretto speciale si registrava
nella prima pagina il numero di punti di ogni famiglia: 24 punti di utensili domestici, 60 di
scarpe, 120 di abiti, ecc.
Oltre al magazzino generale, Alcorisa aveva quattro spezierie collettivizzate, un
magazzino chiamato cooperativa di tessuti, una merceria e quattro macellerie molto
igieniche. Tutto quello che era distribuito ai magazzini e consegnato a ogni famiglia veniva
registrato in un libro di registro generale destinato allo studio delle tendenze di consumo e
a una contabilità dettagliata che poteva essere controllata dall’amministrazione in qualsiasi
momento.
Nonostante cinquecento degli uomini di Alcorisa stessero al fronte si ottenne un
aumento del 50% delle terre coltivate con la messa in coltivazione di una parte delle terre
prima lasciate in maggese. Lo sforzo veniva facilitato dall’acquisto di eccellenti arati, oltre
che di concimi chimici.
Come negli altri villaggi, i piccoli proprietari individualisti potevano scambiare i
loro prodotti con il collettivo. Essi inviavano i loro prodotti al consiglio municipale e
venivano pagati con una moneta specialmente creata per loro. Riguardo al consumo, essi
dovevano rispettare il razionamento comune in ragione della guerra. Il matrimonio legale
era sparito ma le unioni libere venivano ufficialmente registrate sul libro della municipalità.
Mas de las Matas, sempre nell’Aragona, era il capoluogo del cantone che portava
il suo nome e che comprendeva diciannove villaggi e 2.300 abitanti. Nel maggio 1917 sei
di questi villaggi erano interamente collettivizzati, quattro lo erano quasi integralmente e
cinque lo erano al 50%. Qui il movimento libertario precedette quello sindacale e la
proposta di organizzazione di un collettivo agrario presentata dagli anarchici all’insorgere
del fascismo fu accettata dall’unanimità dei contadini sindacalizzati, avendo i piccoli
proprietari che non appartenevano al sindacato costituito un gruppo a parte.
In seguito alla proposta fu fatta circolare una lista di adesioni volontarie. In quindici
giorni, 200 famiglie si erano iscritte e, in poco tempo 550 delle 600 famiglie che
componevano il villaggio avevano deciso di aderire all’iniziativa. In tutto il cantone fu
applicato lo stesso principio: o la libera adesione al collettivo o la continuità dello
sfruttamento individuale del suolo, testimoniati dai diversi gradi di socializzazione presenti
nel villaggio. Alcuni di questi villaggi non adottarono un regolamento scritto né statuti.
Semplicemente, tutti i mesi, l’assemblea dei membri di ogni collettivo indicava alla
214
commissione composta di cinque membri eletti le direttive a seguire, e i problemi concreti
venivano liberamente esaminati.
A Mas de las Matas furono costituiti trentadue gruppi di lavoratori, più o meno
importante a seconda delle attività da compiere, delle dimensione delle zone agricole da
lavorare e dei limiti imposti dalle montagne. Ogni gruppo lavorava una parte di terre
irrigate e una di terre secche. L’acqua permetteva di ottenere legumi e frutta in
abbondanza. I gruppi di lavoratori sceglievano i loro delegati tra tutti i collettivi del
cantone, nominando la loro commissione amministrativa. I delegati indicavano tutti i
giorni i lavori da compiere, mantenendo così il villaggio interamente collettivizzato. Gli
sforzi erano costantemente coordinati.
Una volta che le terre irrigabili erano già totalmente sfruttate, per poter aumentare la
superficie localmente coltivata fu deciso che le terre secche, da sempre utilizzate per
l’allevamento del bestiame, fossero destinate alla produzione di cereali (grano, avena e
segale) e, per compensare questo cambiamento i montoni furono rinchiusi nelle
montagne.
Il numero dei capi di bestiame ebbe un notevole aumento. Furono acquistati anche
un grande numero di porcellini che poi furono distribuiti alla popolazione dovuto alla
mancanza di manodopera per intraprendere la costruzione di porcili collettivi. Ogni
famiglia allevava uno o due maiali e nel momento della macellazione la carne era
distribuita a seconda dei bisogni di ciascuno. Inoltre, fu lasciato a ogni famiglia un piccolo
pezzo di terra perché potesse coltivare per l’autoconsumo un po’ di legumi, frutta, oppure
allevare qualche coniglio.
Oltre all’aumento e alla diversificazione della produzione agricola e del bestiame, si
svilupparono piccole industrie: costruzione, calzoleria, abbigliamento, macelleria, ecc.
Ciascuna di queste specialità costituiva una sezione del “Collettivo Generale” e lavorava
per tutti. Se la sezione agraria aveva bisogno di determinati utensili, si rivolgeva, tramite il
suo delegato, alla commissione amministrativa che rilasciava al delegato dei metallurgici un
tagliando dove diceva di rispondere alle necessità dei compagni. Tale meccanismo era
uguale per tutte le attività e per tutti i gruppi di produttori o le singole famiglie. La scala di
consumo – alimenti, abbigliamento, calzatura – era registrata nel libretto standard editato
dalla Federazione Regionale dei Collettivi.
La moneta era stata abolita in tutti i collettivi del cantone. La socializzazione del
commercio fu una delle prime tappe. Secondo le norme stabilite ad Aragona, nessun
collettivo poteva commercializzare per conto proprio. Questo serviva a evitare la tendenza
alla speculazione possibile durante i tempi di guerra. Questa misura era applicata in tutti i
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villaggi socializzati. Ogni collettivo comunicava al comitato cantonale la lista dei suoi
prodotti eccedenti e quelle di cui ne aveva bisogno. Esse erano poi inviate al capoluogo
che procedeva alla registrazione di tutti i prodotti ricercati e eccedenti, e in seguito alla
distribuzione, a seconda delle possibilità. D’altra parte, se per esempio il villaggio che
forniva l’olio non aveva bisogno del vino che l’altro villaggio poteva offrire, poteva
domandare un altro articolo a un altro villaggio oppure tener da parte una riserva per
essere cambiata in un’altra occasione, quando altri collettivi del cantone avessero i
prodotti che li servivano. Era un tipo di clearing. I villaggi che attraversavano difficoltà e
che non avevano niente da scambiare venivano ugualmente riforniti e avevano tutto
l’anno per rimborsare la Federazione.
I servizi medici e i prodotti farmaceutici erano gratuiti. Esistevano due biblioteche
pubbliche, una del sindacato e l’altra della gioventù libertaria. L’istruzione era obbligatoria
fino all’età di 14 anni. Presso le montagne, vicino al villaggio, fu costruita una scuola per
gli adolescenti che non erano mai andati alla scuola. In più, furono improvvisate due aule
per ricevere ciascuna cinquanta bambini la cui educazione era affidata ai giovani che
avevano compiuto gli studi superiori. Gli spettacoli pubblici erano gratuiti tanto per i
collettivisti quanto per gli individualisti.
L’altro collettivo studiato da LEVAL, Esplus, disponeva di 11.000 ettari, 9.000 dei
quali irrigati, per i suoi 1000 abitanti. I più ricchi disponevano di 70 a 100 ettari ciascuno.
La maggior parte delle persone lavoravano a mezzadria per i ricchi, in un sistema
denominato “a terraja”, e che consisteva nel dissodare il suolo non coltivato, prepararlo,
livellarlo e farlo produrre, consegnando al proprietario la quarta parte di ciò che era stato
ottenuto, oltre che l’affitto di 6 pesetas per ettaro seminato a grano.
Dopo otto mesi che il collettivo era stato organizzato, soltanto due famiglie
continuavano a produrre individualmente. Il nuovo modo di organizzazione era già stato
immaginato da un gruppo che preparava l’organizzazione di una comunità agraria,
acquistando strumenti, macchine e sementi. L’insieme del lavoro agricolo fu assunto da 10
équipe di agricoltori e i principali ausiliari erano 10 paia di muli per équipe. Quattro équipe
supplementari si occupavano dei lavori più difficili (la sarchiatura, la scelta delle sementi,
ecc.). I giovani aiutavano quando c’era bisogno. Le donne sposate, soprattutto quelle con
bambini, erano dispensate dal lavoro. Eccezionalmente, quando un lavoro di carattere
pubblico doveva essere compiuto urgentemente, si chiedeva aiuto a volontari. Solo le
donne più anziane erano dispensate, e rimanevano badando i bambini. Con 110 uomini al
front, l’aumento della superficie coltivata era stato minimo: ci fu principalmente la
216
diversificazione delle colture, la preparazione di un grande orto e l’intensificazione
dell’allevamento.
Il collettivo costruì 4 porcili: uno per le troie, uno per i neonati, uno per gli adulti e
uno per quelli all’ingrasso. Duecento maiali erano stati acquistati all’inizio e nel luglio 1937
alcune centinaia erano già nati. Le mucche erano rinchiuse in due buoni stabilimenti e
soltanto quelle che davano poco latte venivano sacrificate. Quanto ai montoni, il loro
numero passò da 600 a 2.000. La scuderia collettiva era stata costruita, ma il loro numero
era ancora insufficiente. Una parte dei muli continuava provvisoriamente con i loro
antichi proprietari, e furono usati soltanto dopo la pianificazione razionale del lavoro
decisa dal collettivo.
I servizi medici, i prodotti farmaceutici, l’alloggio, l’illuminazione, i parrucchiere
erano assicurati gratuitamente. Come d’altre parti, ogni famiglia disponeva di un pezzo di
terra dove coltivava i suoi legumi, fiori, allevava qualche coniglio o gallina, a seconda dei
propri gusti. Un uomo celibe riceveva 25 pesetas alla settimana, uno sposato 35, al quale
aggiungeva 4 pesetas per bambini al di sotto dei 14 anni e 13 pesetas da quell’età in avanti.
I prezzi delle merci erano instabili in Spagna dovuto alla guerra, ma non aumentavano più
nella maggior parte di quelli che avevano adottato una moneta locale. I buoni monetari
erano garantiti dalla produzione. Il meccanismo della loro circolazione era molto semplice:
distribuiti il sabato dopo mezzogiorno, essi venivano scambiati per prodotti nel
magazzino comunale di distribuzione, chiamato cooperativa, durante la settimana. Il
sabato i bonus venivano consegnati al comitato locale, il quale stampava nuovi buoni e li
riconsegnava al collettivo, in un movimento circolare. Le persone disabili al lavoro
venivano pagate come le altre. Era stato preparato un albergo per i celibi e un altro per i
rifugiati del territorio aragonese occupati dalle forze di Franco.
Esplus praticava lo scambio dei prodotti attraverso Binéfar, il capoluogo del
cantone. Come un villaggio naturalmente ricco, esso l’inviava circa 200.000 pesetas di
merce che il comitato cantonale distribuiva sia nel rifornimento dei soldati sul front, sia
per aiutare i villaggi più poveri.
Infine, il caso di Andorra, dove prima della collettivizzazione non esisteva la grande
proprietà e le famiglie possedevano in media due bestie da traino, mentre quelle più
povere possedevano un ciuco usato per mietere i cereali. Le colture erano estensive e si
raccoglievano soprattutto frumento, riso e olive e, al secondo posto, orzo, avena e segale.
Le poche terre irrigate erano utilizzate per piccoli periodi e, durante gli anni di siccità,
quando le fonti si esaurivano, Andorra diventava un “paese fantasma” in più.
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Le condizioni naturali obbligavano 300 famiglie a vivere in ‘proprietà’ molto povere
chiamate masserie, disseminate nelle montagne. Il restante della popolazione doveva
migrare per due terzi dell’anno, lasciando il villaggio praticamente vuoto. Le persone
rientravano il sabato sera e ripartivano il lunedì mattina, portando i viveri per la settimana.
Esisteva una categoria sociale ancora più miserabile, situata al di sotto della scala sociale:
erano i diseredati che lavoravano in affitto le terre delle vedove, degli anziani, delle zitelle,
dei medici, dei farmaceutici, di certi proprietari impotenti o incapaci di far produrre i loro
campi. Questi fittavoli, detti “mezzadri”, consegnavano ai proprietari la metà della raccolta
ottenuta dal loro lavoro.
Il collettivo locale che inglobò tutto il villaggio e tutti gli abitanti, fu costituito il 1°
novembre 1936, quando, su iniziativa delle tre forze già nominate – la sinistra
repubblicana, l’UGT e la CNT – fu convocata un’assemblea generale e proposta la nuova
organizzazione sociale. L’approvazione fu unanime. Fu lasciata libertà d’azione agli
individualisti, ma essa non interessò a nessuno.
All’inizio il comitato rivoluzionario fu incaricato dell’amministrazione del collettivo.
Poi, per assicurare la sua libertà, fu costituita una commissione amministrativa che assunse
una responsabilità vitale per la vita locale. Essa fu divisa in cinque sezioni: presidenza e
finanze, distribuzione e approvvigionamento, industria e commercio, produzione agraria e
allevamento, lavori pubblici, incluso l’insegnamento. Due sezioni erano nelle mani
dell’UGT, due nelle mani della CNT e una nelle mani della sinistra repubblicana.
L’agricoltura fu organizzata “dividendo il territorio municipale in quaranta cascine: in
ciascuna cascina risiedeva un gruppo di famiglie e di lavoratori, che scendevano al paese il
sabato sera e ritornavano alla montagna il lunedì mattina. La lettura del regolamento, (…) ci
permetterà di conoscere la loro organizzazione interna:
«1° - In ciascuna cascina si nominerà un delegato eletto tra il personale della medesima, e un
sottodelegato per assicurare il buon andamento del lavoro.
2° - Il delegato si curerà di ordinare il lavoro dentro la cascina, sempre, naturalmente, in
accordo coi compagni componenti la stessa.
3° - Il delegato saprà ad ogni momento in che luogo sta lavorando il personale della cascina, e
in che lavoro è occupato.
4° - Egli si preoccuperà però, sempre che ce ne sia bisogno, di preparare il materiale che è
necessario, gli attrezzi di lavoro ed altri oggetti, contando sempre sulla Delegazione del
Lavoro, la quale darà tutte le autorizzazioni necessarie.
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5° - È anche missione del delegato eseguire il controllo di tutta la cascina, segnare nel libretto,
all’uopo consegnatogli, tutti i prodotti forniti alla Collettività o ricevuti dalle cascine; ossia le
entrate ed uscite.
6° - Quando si consegneranno dei prodotti alle cascine, il delegato dovrà recarsi alla
Delegazione del Lavoro, per accusare ricevuta.
7° - Ogni qualvolta un compagno della cascina abbia bisogno di assentarsi dalla stessa per un
motivo qualsiasi, come per malattia, ne metterà a conoscenza il delegato e quando un
compagno manchi al lavoro senza compiere quanto richiesto, il delegato ne metterà a
conoscenza la Delegazione del Lavoro.
9° - In caso di malattia, assenza od altro del delegato, il sottodelegato della cascina ne farà le
veci.
Articolo supplementare. – In ciò che concerne il pascolo del bestiame, la semina di foraggi ed
altre cose similari, il delegato della cascina si metterà d’accordo coi delegati del bestiame e gli
altri pastori facenti parte della medesima, per la buona amministrazione ed il mutuo appoggio.
Se per cause estranee alla sua buona volontà un pastore non potesse condurre al pascolo il
gregge in sua custodia, lo farà un compagno della medesima cascina fintantoché i delegati al
bestiame trovino personale adeguato».
I delegati delle cascine si riunivano pertanto tutti i sabati con il delegato generale del
lavoro, facendo le domande di materiali e di viveri che abbisognassero. Si rivedevano i conti di
ciò che era stato mandato. Tutto trovavasi coordinato, diretto, controllato sotto la vigilanza e
l’iniziativa del popolo” (LEVAL, 1952: 273/274).
Come a Fraga e a Binéfar, il collettivista che aveva bisogno di un oggetto qualsiasi
doveva ordinarlo alla commissione amministrativa, che lo faceva fabbricare. L’oggetto
doveva poi essere pagato alla commissione al momento della consegna. Fu coniata una
moneta locale e stabilita una scala di salari dando grande importanza alle famiglie. Una
persona sola riceveva 2,25 pesetas al giorno; due persone adulte, 4,50; 3 persone adulte, 6
pesetas; 4 persone, 7 pesetas, 5 persone, 8 pesetas. Oltre, il salario aumentava a ragione di
una peseta per persone che la famiglia possedesse, fosse essa un lavoratore o no. Inoltre,
esisteva un’aggiunta di 1,50 pesetas sul salario base se c’erano due produttori in famiglia; 3
pesetas per 3 produttori; 4 pesetas per 4 produttori e così successivamente.
L’alloggio, l’illuminazione elettrica, i servizi di parrucchiere, i servizi medici e i
prodotti farmaceutici erano gratuiti, così come il consumo del pane. Erano distribuiti 18
litri di olio d’oliva a persona all’anno. La carne, destinata al consumo dei soldati, era
razionata a un etto al giorno. Tutti i beni di consumo erano distribuiti dai magazzini
219
comunali. Uno di questi era destinato all’olio, al sapone e al vino; un altro al forno, un
altro alla macelleria.
L’insegnamento era obbligatorio. Il nuovo ordinamento non accettava che i
bambini rimanessero a casa e questo aveva portato a un sensibile aumento del numero
degli studenti, soprattutto di quelli prescolastici. Degli otto insegnanti che lavoravano nel
collettivo, tre erano pagati dallo Stato e cinque dal collettivo che, inoltre, supervisionava il
lavoro di tutti.
Nella regione di Castiglia, la struttura organica delle collettività era
essenzialmente la stessa di quella delle collettività di Aragona e del Levante: commissione
amministrativa nominata dall’assemblea dei collettivisti; gruppi di produttori secondo l’età
e i lavori da eseguire; delegati dei gruppi che si riunivano periodicamente per decidere
sull’organizzazione della settimana lavorativa; istituzione del salario familiare dappertutto.
Inoltre, il “Consiglio di economia era a sua volta consigliato dagli specialisti – diplomati o no
– in questioni agrarie e pecuarie. Le funzioni amministrative erano decentralizzate. La
contabilità locale, affidata a un contabile che registrava tutto ciò che si riferiva alla produzione,
al consumo, ai salari versati, ai prodotti immagazzinati, era controllata non solamente dai
contadini della località, ma anche dalla commissione speciale della federazione cantonale”
(LEVAL: 1952:292). Altre funzioni dell’organizzazione regionale erano quelle di
consigliare e guidare, per quanto possibile, le collettività locali. Secondo l’autore, gli sforzi
di miglioramento e di orientamento furono notevoli e presto si fecero sentire, dato che
permettevano una razionalizzazione rapida dell’agricoltura.
3.5. Gli insegnamenti della Guerra di Spagna: successi e fallimenti della
collettivizzazione
LEVAL riassume gli insegnamenti della guerra di Spagna in vari punti. Quelli più
attinenti all’argomento studiato sono i seguenti:
“1° - Il principio giuridico delle Collettività era completamente «nuovo». Non erano né «il
sindacato» né «il municipio», nel senso tradizionale delle parole, e neppure il municipio del
Medioevo. Tuttavia, erano più prossime allo spirito comunale che allo spirito sindacale. Le
Collettività, spesso avrebbero potuto chiamarsi egualmente Comunità, com’[era] il caso di
quella di Binefar e costituivano veramente un tutto nel quale i gruppi professionali e
corporativi, i servizi pubblici, gli intercambii, le funzioni municipali restavano subordinati,
dipendenti dall’insieme, quantunque godessero di autonomia nella loro struttura, nel loro
funzionamento interno, nella applicazione dei loro compiti particolari.
220
2° - Malgrado la loro denominazione, le Collettività erano praticamente organizzazioni
libertarie comuniste, che applicavano la regola: «da ciascuno secondo le sue forze ed a
ciascuno secondo i suoi bisogni»; sia per la quantità di risorse materiali assicurata a ciascuno
dove il denaro era abolito, sia per mezzo del salario familiare dove il denaro [era] stato
mantenuto. Il metodo tecnico differiva, ma il principio morale e i risultati pratici erano i
medesimi.
Questa pratica era in effetti senza eccezioni nelle Collettività agrarie; poco frequente invece
nelle collettivizzazioni e socializzazioni industriali (…).
3° - La solidarietà portata al grado estremo era la norma generale delle Collettività agrarie.
Non solo vi era assicurato il diritto di tutti alla vita, ma nelle federazioni comarcali si stabiliva
sempre più il principio dell’appoggio mutuo, coll’ammasso comune, di cui si giovavano i paesi
meno favoriti dalla natura. Nella Castiglia si stabilirono a questo scopo le Casse di
Compensazione. Nel campo industriale questa pratica pare sia stata iniziata in Hospitalet, nelle
ferrovie catalane e più tardi si applicò in Alcoy” (LEVAL, 1952:313/314).
Inoltre, l’autore cita la costituzione dei gruppi di lavoro, la scelta di un delegato
per ogni gruppo e le riunioni dei delegati eletti insieme al delegato dell’agricoltura per
impostare il lavoro generale; le assemblee generali alle quali partecipavano tutti i membri
del collettivo, e che si svolgevano a cadenza settimanale, quindicinale o mensile, a seconda
delle decisioni da prendere e dell’organizzazione del collettivo; la concentrazione
industriale e l’ottimizzazione delle industrie, con la sparizione di quelle antieconomiche; il
miglioramento dell’insegnamento dovuto all’aumento delle scuole e la qualità degli
insegnanti; l’aumento continuo del numero dei collettivi; il riconoscimento del diritto della
donna alla vita, tramite il pagamento di un salario anche se, in alcuni casi, minore di quello
degli uomini; lo stesso valeva per i bambini che ricevevano un salario anche loro.
Riguardo alle pratiche agricole, l’aumento dei macchinari e l’irrigazione, l’aumento della
policoltura e la pratica del rimboschimento. Riguardo all’allevamento del bestiame, una
maggiore selezione e moltiplicazione delle specie e la costruzione di stalle, porcili e ovili
collettivi. Infine, il rispetto dei piccoli contadini che decidevano di produrre
individualmente, i quali avevano gli stessi diritti dei collettivisti riguardo al consumo, ma
era loro proibito avere più terre di quanto non fossero in grado di coltivare e di
commercializzarne i prodotti individualmente.
Un altro punto positivo riguardava gli scambi:
221
“9° - Si estendeva continuamente l’armonia nella produzione e nella coordinazione degli
scambi, così come l’unità nel sistema di ripartizione. L’unificazione comarcale si completava
con l’unificazione regionale. La Federazione Nazionale era sorta.
Alla base, la «comarca» organizzava l’intercambio. Eccezionalmente lo praticava il Comune
isolato, ma su autorizzazione della Federazione comarcale, che prendeva nota degli scambi e
poteva interromperli se pregiudizievoli all’economia generale. (…)
(…)
La tendenza all’unità s’era fatta più chiara con l’adozione di una tessera di «produttore» unica,
e di una tessera di «consumatore» egualmente unica, che implicavano la soppressione di tutte
le monete, locali o no, secondo la risoluzione presa nel Congresso costitutivo del febbraio
1937.
Riguardo agli scambi con le altre regioni ed alla vendita all’estero, la coordinazione migliorava
sempre più. Nel caso di utili per differenze nel cambio, o per l’ottenimento di prezzi superiori
ai prezzi base già eccedenti, la Federazione Regionale li impiegava per aiutare le Collettività
più povere” (LEVAL, 1952:316/317).
Eliminata la proprietà privata, restava agli anarchici il compito di edificare la nuova
società libertaria. Tale compito, di grande complessità, fu affrontato secondo BROUÉ e
TÉRMINE con nozioni semplicistiche e con principi generali utilizzati fino a quel
momento nella propaganda e nella critica del sistema capitalistico. “Non [era] sufficiente
convertire le officine private in proprietà collettive, (…) per costruire una nuova economia e
farla funzionare. Il problema del credito restava inalterato. C’era bisogno di denaro, di
banconote per gli acquisti all’estero, di fondi per le imprese collettivizzate. Il governo di
Madrid, amministratore dell’oro, rifiuta[va] ogni credito anche quando la Catalogna offr[iva] in
garanzia il miliardo di depositi delle sue Casse di risparmio. La maggior parte delle imprese
collettivizzate vive[vano] dunque sulla disponibilità di cui si [erano] impadroniti con la
rivoluzioni. I Comitati-governo cerca[va]no di sopperire giorno per giorno, con mezzi di
fortuna: confisca dei conti in banca dei «faziosi», confisca e vendita dei gioielli e degli oggetti
preziosi appartenenti ai ribelli, alle chiese, ai conventi. Ma il problema si ripropone[va]
continuamente” (BROUÉ e TÉRMINE, 1980:173)176.
Tutte le fattorie collettive dovettero affrontare il problema di come mettere in
pratica quello che fino a quel momento conoscevano soltanto in teoria: il comunismo
176
Secondo DELLACASA, nel 1937 il governo riaprì l’Istituto della Riforma Agraria (l’IRA) per dare
continuità alla politica di formazione della piccola proprietà contadina. Inoltre, creò anche una
Sezione delle Cooperative con un ente di credito che prestava denaro alle cooperative ma non ai
collettivi. In più, l’IRA distribuì ai contadini 4 milioni di ettari di terre requisiti ai borghesi fuggiti,
uccisi o compromessi e, un’altra volta, niente fu destinato ai collettivi.
222
libertario. Con questo obiettivo, ai primi d’ottobre del 1936 fu creato il Consiglio di
Aragona, per colmare il vuoto lasciato dall’insurrezione militare e dalla diffusione della
collettivizzazione. A dicembre di quell’anno esso fu riconosciuto ufficialmente dal
governo di Largo Caballero, il che significò l’istituzione dei consigli comunali e
l’inclusione nel consiglio di rappresentanti degli altri partiti del Fronte popolare. Dovendo
fare i conti con tale situazione, il consiglio presto si “trovò costretto a intraprendere la
centralizzazione economica e ad abbandonare il principio anarchico dell’autonomia dei
governi locali” (PRESTON, 2000:188).
Anche a Valencia i problemi si fecero sentire presto. I collettivi furono lasciati in
totale indipendenza e autonomia, fatto che ebbe effetti disastrosi sull’agricoltura della
regione. “L’esportazione di riso e di arance, fonte essenziale di valuta estera per la Repubblica,
entrò in collasso. L’economia si trovava in uno stato di tale caos che persino i dirigenti
rivoluzionari provinciali riconobbero la necessità di imporre norme unitarie. Fu allora istituito
il Consejo de Economia de Valencia, che però ebbe scarsi effetti, se non nulli. In realtà i casi
di collettivizzazione totale e di proclamazione del comunismo libertario furono pochi in
Aragona, ed ebbero vita breve. La guerra non costituiva di certo il contesto più favorevole ai
grandi esperimenti economici. La socializzazione della terra tendeva a disgregare la continuità
della produzione e i meccanismi di mercato in un momento in cui il bisogno di
programmazione e coordinamento era più grande che mai.
In generale la collettivizzazione fu accolta con grande fervore dai braceros ma suscitò
risentimento nei piccoli proprietari che si vedevano prosciugare il mercato della manodopera,
temevano la concorrenza di unità abbastanza grandi da godere dei benefici dell’economia di
scala, se non di essere a loro volta espropriati” (PRESTON, 2000:188).
Senza poter contare sui finanziamenti del governo, in città la collettivizzazione finì
per mantenere le stesse disuguaglianze e gli stessi problemi del sistema capitalistico. Nelle
campagne il risultato nonostante tutto, fu limitato. Secondo BROUÉ e TÉRMINE essa
risolse alcuni problemi e permise ai contadini di lavorare più razionalmente e,
conseguentemente, di aumentare la loro produzione e di migliorare il loro tenore di vita.
Ma perché questo progresso fosse efficace e potesse servire di esempio ad altre
collettivizzazioni, ci voleva un appoggio tecnico che l’industria spagnola non fu in grado
di offrire. “Misure radicali come la vendita esercitata dal Consiglio d’Aragona a favore delle
collettività, dei gioielli requisiti, non copr[iva]no che un’intima parte dei bisogni. Ci [sarebbero
volute] macchine agricole, concimi, agronomi” (BROUÉ e TÉRMINE, 1980:178). Ma in
quel momento, il problema della terra in Spagna si riduceva alla soppressione di fatto delle
sopravvivenze feudali e alla confisca delle terre dei grandi proprietari.
223
Il successo raggiunto dai collettivi cominciava a declinare a causa, oltre che degli
ostacoli interni177 anche dell’azione del governo. Secondo RANZATO, nell’ottobre 1936 il
ministro dell’Agricoltura, Uribe, elaborò un decreto che “stabiliva che tutte le proprietà
agricole appartenenti a persone implicate direttamente o indirettamente con la sollevazione
militare venissero espropriate senza indennizzo a favore dello Stato: di queste, le proprietà che
fossero state coltivate a conduzione diretta venivano consegnate ai sindacati agricoli in
usufrutto perpetuo perché fossero sfruttate individualmente o collettivamente, secondo la
volontà della maggioranza degli aderenti. Invece le proprietà che già fossero state coltivate in
regime di fitto, mezzadria o colonia, da agricoltori, che rispondendo a determinate condizioni
potessero essere considerati piccoli contadini, gli sarebbero state assegnate in usufrutto
perpetuo trasmissibile ai discendenti. La terra assegnabili era progressivamente minore a
seconda della fertilità del terreno. Le proprietà di coloro che non fossero compromessi con il
fascismo, qualsiasi fosse la loro estensione, non sarebbero state toccate” (RANZATO,
1972:333/334). Il decreto non tardò a produrre malcontenti. Da un lato perché quelli che
si ribellarono ai misfatti del padrone vennero puniti dato che nella maggior parte rimasero
senza terre. Dall’altro perché, siccome il decreto non stabiliva una proporzione tra la terra
assegnabile e la capacità lavorativa del singolo contadino, implicitamente esso legittimava
lo sfruttamento della forza lavoro salariata. Inoltre, i collettivi vennero dichiarati illegali,
eccezione fatta per quei pochi previsti dalla legge. L’obiettivo del governo era quello di
promuovere la distruzione dei collettivi.
Nel giugno 1937, davanti alla situazione di tensione creata dal decreto anteriore e
cercando di garantire che i raccolti potessero avvenire senza problemi, lo stesso ministro
elaborò un altro decreto legalizzando, per quell’anno agricolo, i collettivi in tutto il
territorio spagnolo, qualsiasi fossero state le loro origini. Tale decreto, che sembrava a
favore dei collettivi, in realtà nascondeva la reale intenzione di distruggerli. Infatti, subito
dopo il raccolto – e caduto nel frattempo il governo Caballero –, il nuovo governo
(Negrín) scatenò un’offensiva contro i collettivi, con ordini espressi di fargli sciogliere.
Seguirono momenti di molta confusione e violenza che portarono all’interruzione dei
lavori e all’impossibilità di seminare dato che le terre non erano pronte. A questo punto il
governo cercò di riparare la situazione riconoscendo ad alcuni collettivi il diritto
177
LEVAL cita la coesistenza di strati conservatori dei partiti e delle organizzazioni che li
rappresentavano; l’opposizione di certi piccoli proprietari; il timore manifestato da alcuni contadini
membri dei collettivi di che, una volta finita la guerra, il governo distruggesse tutte queste
organizzazioni e, infine, la lotta attiva contro i collettivi portata avanti dalle autorità. Vale la pena
sottolineare, infine, che non tutti i collettivi furono opera esclusiva del movimento anarchico.
Buona parte di essi furono formati da contadini cattolici e socialisti, ispirati o meno alla propaganda
anarchica. Anche molti membri dell’UGT e alcuni repubblicani finirono per aderire ai collettivi.
224
all’esistenza. Ma ormai i contadini non avevano più fiducia e temevano un altro esproprio
da un momento all’altro. Tutta questa violenza ebbe come effetto l’indebolimento dei
collettivi e delle loro prospettive di sviluppo. In alcuni casi, dopo che la situazione si era
calmata, esse si riorganizzarono nuovamente, ma ormai non ebbero più lo stesso slancio
di prima.
3.6. La fine della guerra: la vittoria dei nazionalisti
Presto si prospettò la possibilità di uno scontro, nelle campagne e nelle città, tra i
proletari, i piccoli proprietari e i piccoli imprenditori, i primi facendo riferimento alla CNT
e all’UGT, i secondi al governo repubblicano. Teoricamente dovevano vincere i proletari,
dato che essi erano in maggioranza schiacciante. Ma la necessità di chiedere aiuto all’estero
alterò ben presto i rapporti di forza. Il partito comunista diventò sempre più potente, e ciò
significò la supremazia delle tesi che il cammino verso il socialismo in Spagna doveva
passare dalle forme di democrazie borghesi.
Seguì uno scontro sempre più dichiarato tra le forze all’interno del Fronte popolare
che culminò con una piccola guerra civile all’interno della guerra civile tra, da un lato, il
PCE, i repubblicani e i socialisti riformisti e, dall’altro, la sinistra socialista di Largo
Caballero – all’epoca il primo ministro –, gli anarchici e il Partito Obrero de Unificación
Marxista (POUM). I “contenuti proletari” della fase iniziale erano sempre più annacquati.
Il bersaglio scelto dai comunisti fu il POUM, per l’accusa di tradimento della rivoluzione
che rivolgeva ai comunisti.
“I collettivi non ottennero più finanziamenti. La polizia segreta comunista cominciò a
prelevare in segreto i militanti del POUM. Nell’aprile del 1937 la tensione toccò punte
altissime. (…) La crisi esplose ai primi di maggio.
(…) La CNT, il POUM e i gruppi anarchici estremisti (…) combatterono contro i
comunisti per diversi giorni. (…) I combattimenti misero a nudo il dilemma in cui si
dibattevano gli anarchici: essi potevano vincere a Barcellona soltanto a prezzo di una
carneficina che avrebbe significato la perdita della guerra per la Repubblica. I dirigenti della
CNT chiesero ai propri militanti di deporre le armi. La Generalitat perse il controllo
autonomo dell’armata di Catalogna e la responsabilità dell’ordine pubblico fu assunta dal
governo di Valencia. Nella vittoria i comunisti non (…) vollero accettare altro se non la
completa distruzione del POUM” (PRESTON, 2000:196/197).
Caballero si rifiutò di sciogliere il POUM e arrestarne i capi ma, bloccato dai
comunisti riguardo ai suoi piani di offensiva in Catalogna, egli rimase senza maggioranza.
Non gli restò che dare le dimissioni e l’incarico di formare un altro governo fu affidato a
225
Juan Negrín. “Da quel momento in poi le conquiste rivoluzionarie della prima ora vennero
sistematicamente smantellate, e la guerra seguì il corso dettato dai repubblicani” (PRESTON,
2000:197/198).
Secondo BROUÉ e TÉRMINE, la grande debolezza delle conquiste
rivoluzionarie fu il loro carattere incompiuto. La rivoluzione, appena nata, dovette
difendersi: la guerra ridusse in briciole le conquiste rivoluzionarie prima che esse avessero
potuto maturare e trasformarsi in pratica quotidiana. Inoltre, il Fronte popolare passò a
essere caratterizzato come l’alleanza dei comunisti con le forze democratiche borghesi
nell’interesse delle relazioni russe.
Franco arrivò al potere nei primi del 1938 istituendo il suo primo governo
regolare, chiudendo così l’epoca della Junta militare di Burgos. Mantenne i principali
ministeri in mano all’esercito – quello della Difesa, dell’Ordine pubblico e degli Affari – e
spartì gli altri tra le rappresentanze dei monarchici, dei carlisti e dei falangisti. Alla chiesa
venne data la concessione di autorità assoluta nella sfera educativa. Ma, per la vittoria
finale, Franco dovette ancora aspettare fino al 1° aprile 1939.
226
CAPITOLO 6
PER UNA TEORIA DELLA PRODUZIONE COLLETTIVA
E COMUNITARIA ALL’INTERNO DEL MOVIMENTO ANARCHICO
1. La pratica nella storia
Le esperienze storiche di produzione collettiva e comunitaria finora studiate,
nonostante i diversi contesti in cui sono state prodotte e realizzate, hanno caratteristiche
comuni che ci fanno pensare all’esistenza di un modello oppure di una teoria fondante.
L’obiettivo di questo capitolo è individuare queste caratteristiche e le teorie che stanno
dietro.
In termini generali quattro sono i “punti cardinali” intorno a cui si svilupparono
queste
esperienze:
l’organizzazione
“amministrativa”
della
comunità,
l’organizzazione del lavoro, la forma di retribuzione del lavoro svolto e il consumo
dei beni prodotti.
L’organizzazione amministrativa della comunità era basata su tre punti. Il
primo era lo statuto scritto178, che determinava la forma di funzionamento della comunità
e le regole di condotta dei suoi membri. Nella maggior parte dei casi, esso era frutto di
un’intensa discussione svolta all’interno delle assemblee generali e alla quale partecipavano
attivamente tutti i suoi integranti. Talvolta, però, lo statuto veniva preparato da una
commissione e presentato alla comunità durante l’assemblea. In alcuni casi, tale
commissione poteva essere stata previamente eletta dai membri della comunità durante
l’assemblea e investita di pieni poteri per redigere lo statuto dopo previa discussione
riguardo ai contenuti, come nel caso dell’utopia di ROSSI (Poggio al Mare) e nella
maggior parte delle esperienze dei collettivi spagnoli. In altri casi, la commissione era
scelta dagli organizzatori e disponeva di pieni poteri per elaborare lo statuto in base a
criteri previamente discussi, come nel caso di Ralahine e di Cittadella.
178
Nel caso dell’utopia di ROSSI si trattava di un contratto.
227
Nei casi in cui la commissione era scelta dagli organizzatori dell’esperimento, due
procedure si potevano verificare: lo statuto poteva essere presentato alla comunità come
un prodotto finito – come nel caso di Ralahine – oppure come un documento aperto a
discussioni e aggiustamenti, come nel caso di Cittadella. Alcune comunità scelsero di non
elaborare nessuno statuto e di pensare alla soluzione dei problemi quando questi si fossero
presentati concretamente, come accadde in alcuni collettivi spagnoli. Tra gli argomenti
trattati all’interno dello statuto (regolamento), come menzionato nel capitolo precedente,
figuravano alcune regole riguardanti la sua amministrazione; l’organizzazione e le funzioni
dei comitati; gli obblighi dei membri aderenti al collettivo; la forma di allevamento del
bestiame; l’immagazzinamento dei prodotti commestibili e del raccolto agricolo; la
creazione di cooperative di consumo; l’aumento della produzione; il consumo dei prodotti
da parte dei membri del collettivo; la determinazione dei giorni di festa; l’uso del denaro
(nella maggior parte dei casi non circolante); l’elezione dei delegati di ogni ramo del
lavoro; l’età minima e massima per il lavoro all’interno del collettivo e le attività da
svolgere; i diritti che spettavano a coloro che decidessero di allontanarsi oppure trasferirsi
dal collettivo; la sovranità e il ruolo dell’assemblea all’interno del collettivo, in quanto
luogo decisionale per eccellenza.
Il secondo punto era l’elezione dei comitati amministrativi e tecnici responsabili
per l’esecuzione dei lavori. Il comitato amministrativo era responsabile dell’amministrazione
della comunità, avendo come obblighi, come già sottolineato nel capitolo precedente: il
rispetto dello statuto; la rappresentazione della comunità all’esterno, soprattutto per la
commercializzazione; il controllo contabile e l’elaborazione di un libro per la prestazione
dei conti ai membri della comunità; la convocazione e la conduzione delle assemblee
generali e la compilazione dei verbali, ecc. I comitati tecnici erano responsabili per la buona
conduzione delle attività; la determinazione dei lavori da svolgere e la pianificazione della
produzione, ed erano organizzati secondo le attività svolte dalla comunità: agricoltura,
allevamento del bestiame, industria, approvvigionamento, igiene e sanità, educazione, ecc.
I membri dei comitati erano eletti all’interno dell’assemblea generale.
Il terzo punto – e forse il più importante di tutti – era l’assemblea generale.
Convocata con periodicità variabile – settimanale, quindicinale o mensile – essa era
sovrana riguardo alle decisioni più importanti prese dalla comunità. A essa partecipavano
tutti i membri; in alcuni casi le donne avevano diritto di parola, ma non di voto.
Nell’assemblea venivano discussi i problemi più importanti della comunità. Le decisioni
venivano prese, a seconda dell’importanza dei problemi in questione, a maggioranza
228
semplice o all’unanimità. L’assemblea generale aveva anche poteri per cambiare lo statuto,
se ritenuto necessario e dopo esaustiva discussione.
L’organizzazione del lavoro e della produzione era un altro pilastro importante
di queste esperienze. Il lavoro era svolto di regola collettivamente e soltanto in casi
eccezionali in forma individuale. Le decisioni sui prodotti da coltivare, le attività da
iniziare e quelle da interrompere erano tutte prese in assemblea con la partecipazione di
tutti i membri della comunità. A seconda delle attività da svolgere i lavoratori venivano
divisi – o autorganizzati – in équipe di lavoro, e ogni lavoratore era libero di scegliere a
quale gruppo partecipare.
Ciascun gruppo eleggeva poi il suo delegato, il quale era responsabile per la
conduzione delle attività e rappresentava l’équipe nelle riunioni con i comitati tecnici, non
godendo però di nessun potere speciale. Ogni mattina i vari gruppi di lavoro si riunivano
per prendere atto dei lavori da eseguire durante l’arco della giornata. Non esisteva un
orario fisso di lavoro, ma un orario consigliabile. Ciascun lavoratore era libero di decidere
quando recarsi al lavoro, dovendo però lavorare il numero di ore previamente
determinato, a seconda dell’attività svolta e della stagione in cui si trovava. La
determinazione delle ore di lavoro teneva in considerazione la fatica occasionata dal
lavoro, la stagione, la durata della giornata e il periodo di coltivazione.
I vari delegati delle équipe si riunivano con il comitato tecnico normalmente una
volta alla settimana, per discutere sull’andamento dei lavori, i problemi eventualmente
sorti e decidere sui lavori da eseguire, i cambiamenti da introdurre, ecc. Le decisioni prese
erano poi comunicate alle varie équipe e messe in pratica. I problemi che persistevano
venivano riportati al comitato tecnico che doveva pensare ad altre soluzioni più efficienti.
Nei collettivi spagnoli esistevano anche comitati composti da tecnici specializzati
responsabili dell’esecuzione di ricerche rivolte al miglioramento della produzione e a
controbilanciare le avversità naturali. A tal fine venivano istituite all’interno dei collettivi
delle stazioni sperimentali dove venivano realizzati gli esperimenti necessari. Le diverse
ricerche venivano poi confrontate tra loro, in modo da diffondere le conoscenze prodotte
e migliorare così la produttività di tutti i collettivi.
La forma di retribuzione/remunerazione per il lavoro svolto era molto diversa
tra le varie esperienze e, tra tutta la discussione fatta all’interno del movimento anarchico,
ma non solo, questo era il punto di più difficile consenso. Nella maggior parte dei casi era
previsto un salario che poteva essere individuale o familiare179. In altri non era prevista
179
Anche se il termine è lo stesso, la sua forma di determinazione è molto diversa da quella del sistema
capitalista.
229
nessuna forma di retribuzione/remunerazione, dato che veniva garantito a tutti il libero
accesso a tutti i prodotti della comunità, a seconda dei propri bisogni, stabilendosi così il
comunismo anarchico. Fu il caso di Poggio al Mare nella sua fase conclusiva, della colonia
Cecilia, della nuova comunità icariana e delle fratellanze francesi, tra cui i comunisti di
Jault.
Il salario individuale, vigente a Cittadella e, nella sua fase iniziale, a Poggio al Mare –
l’utopia di ROSSI – variava a seconda del tipo di lavoro svolto e delle ore a esso dedicate.
Si possono considerare questi due come esempi di pratica di collettivismo. Nel caso di
Cittadella furono mantenute diverse categorie di retribuzione, che variavano a seconda
della quantità di lavoro svolto e della responsabilità di ogni singolo socio all’interno del
ciclo produttivo. Per decidere la remunerazione per ciascuna categoria, fatta in moneta
ufficiale, la commissione amministrativa prese come basi per il calcolo la remunerazione
nazionale aggiungendo qualcosa in più. Nel caso dell’utopia di Poggio al Mare, si cercò di
mettere in pratica la massima collettivista «a ciascuno l’intero prodotto del suo lavoro» che si
concretizzava nel consumo. Così, servendosi di un metodo scientifico che calcolava il
consumo organico di ogni lavoratore per la produzione di un determinato bene, si
arrivava, da un lato, alla quantità di “unità di valore” a cui ciascun lavoratore aveva diritto,
dall’altro al numero di “unità di valore” che costava ogni prodotto, essendo la moneta
ufficiale sostituita da queste “unità”. Ogni oggetto portava l’indicazione delle unità di
valore che, secondo i calcoli, erano costate a tutti quanti avevano contribuito alla sua
fabbricazione e, con le unità di valore che ciascun lavoratore guadagnava ogni giorno, era
possibile acquistare i prodotti di cui si aveva bisogno, arrivando così alla messa in pratica
della suddetta massima.
Il salario familiare esistette soprattutto nei collettivi spagnoli. Le categorie salariali
erano determinate a seconda delle situazioni coniugali, dell’età e, nella maggior parte dei
casi, del sesso180, non esistendo differenze tra le attività svolte. A ciascun membro della
famiglia veniva poi conferita la sua parte, sia in moneta ufficiale, sia in moneta locale,
oppure, nei casi in cui era stato abolito completamente l’uso della moneta, tramite dei
bonus o ancora tramite un sistema di punti segnati su un libretto di consumo.
Dalla bibliografia consultata non risulta chiara la forma in cui venivano determinati i
prezzi dei prodotti. Si intuisce l’esistenza di un controllo dalla parte della Federazione
Regionale dei Collettivi per la determinazione e la stabilità dei prezzi, nei collettivi che
avevano optato per il mantenimento della moneta, fosse essa ufficiale o locale. Sembra
che quelli che avevano scelto il sistema dei bonus o dei punti, avessero trasformato i
180
Nonostante si trattassero tutti di esperienze anarchiche, soltanto in alcuni collettivi fu abolita la
differenza di salario tra uomini e donne.
230
prezzi vigenti in punti. D’altra parte nella letteratura si riferisce dell’istituzione della
“razione”, cioè, l’insieme dei prodotti necessari al consumo della famiglia durante la
settimana. Questa veniva garantita a tutti i membri del collettivo, a seconda delle loro
risorse e della disponibilità dei prodotti.
Un’altra caratteristica esistente in alcuni collettivi e a Cittadella era il mantenimento
di un piccolo appezzamento di terra a disposizione di ogni famiglia, in modo che essa
potesse coltivare i prodotti di prima necessità di cui avesse bisogno oppure allevare
qualche piccolo animale. Questo riduceva le spese per il sostentamento della famiglia e
migliorava le sue condizioni materiali di esistenza.
Il consumo dei beni prodotti variava a seconda della forma di retribuzione del
lavoro. Nei casi in cui fu abolita la remunerazione, come appena detto, fu istituito il libero
accesso alla produzione. Nei casi in cui continuarono a circolare moneta oppure bonus, i
lavoratori ricevevano settimanalmente sia la moneta che i bonus con i quali si recavano ai
magazzini di approvvigionamento per rifornirsi delle derrate necessarie al consumo
settimanale. Nei casi in cui era stato istituito il sistema dei punti, veniva consegnato a ogni
lavoratore un libretto di consumo su cui registrare i punti ai quali la famiglia aveva diritto
durante la settimana e i punti che erano stati utilizzati per acquistare i prodotti. Per
rifornirsi bastava presentarlo nei magazzini. Il responsabile, nel momento della consegna
del prodotto richiesto, sottraeva dal totale dei punti disponibili quelli relativi ai prodotti
acquistati. Così ogni famiglia aveva il controllo dei punti ancora rimanenti per l’acquisto di
altre derrate.
In tutti i casi fu stabilito il razionamento dei prodotti più pregiati o di più scarsa
produzione, come la carne, mentre fu garantito a tutti il libero accesso a quelli più
abbondanti, come il grano e l’olio. Relativamente al razionamento, inizialmente fu stabilita
e distribuita una quota di ogni prodotto razionato a ciascuna famiglia o lavoratore non
sposato. Poi, per garantire più libertà di consumo e di scelta, fu deciso di istituire anche
per questi casi un sistema di punti, contati a parte. Per ciascun prodotto razionato fu
stabilito un numero di punti e a ogni famiglia veniva segnalato sul libretto di consumo un
numero determinato di punti da essere utilizzati con i prodotti razionati. Così ogni
famiglia decideva da sola come utilizzare i suoi punti, a seconda dei propri bisogni e delle
proprie preferenze.
231
2. La teoria
2.1. BAKUNIN e il collettivismo
L’asse portante di tutti gli esperimenti svoltisi all’interno del movimento anarchico e
trattati nei capitoli precedenti fu il tentativo di raggiungere la completa libertà degli
individui. Sin dai suoi precursori, come STIRNER, era questa la questione intorno alla
quale ruotavano tutte le proposte di organizzazione della società dell’avvenire. Con
STIRNER e con PROUDHON – anche se con quest’ultimo in una forma meno radicale
– si privilegiava soprattutto la libertà individuale nel senso stretto della parola. Fu soltanto
con BAKUNIN che si cominciò a pensare alla possibilità di raggiungere questa libertà
all’interno di un’organizzazione sociale e, di conseguenza, a pensare a proposte di
organizzazioni effettivamente sociali della società futura.
Secondo BAKUNIN, il raggiungimento della completa libertà individuale – il vero
scopo della rivoluzione sociale dal punto di vista anarchico – dipendeva dall’instaurazione
della completa uguaglianza – e non soltanto di quella politica, dei cittadini davanti alla
legge, difesa e promossa dalla Rivoluzione Francese – ma soprattutto di quella economica
e sociale tra gli uomini. Egli riteneva che l’uguaglianza politica, difesa dalla suddetta
rivoluzione, era servita soltanto a gettare le basi per un altro tipo di dominazione, e che
neppure la fratellanza, altro ideale rivoluzionario, era riuscita a mascherare questa
contraddizione, data l’impossibilità di realizzare una vera fratellanza tra disuguali.
Aggiungeva ancora che finché non si fosse stabilita una vera “uguaglianza economica e
sociale, finché una minoranza qualunque [potesse] divenire ricca, proprietaria, capitalista non
per il lavoro proprio di ognuno, ma per eredità, l’uguaglianza politica [sarebbe stata] una
menzogna”181 (BAKUNIN, 1977c:49).
181
BAKUNIN citava il caso dell’insurrezione di Babeuf come l’ultimo tentativo rivoluzionario del
XVIII secolo di raggiungimento di questa uguaglianza. Babeuf e i suoi volevano “espropriare tutti i
proprietari e tutti i detentori degli strumenti di lavoro e di altri capitali a beneficio dello Stato
repubblicano, democratico e sociale, di modo che lo Stato (…), solo proprietario di tutte le ricchezze
mobili e immobili diveniva anche l’unico datore di lavoro, l’unico padrone della società; e munito al
tempo stesso della onnipotenza politica avocava esclusivamente a sé l’educazione e l’istruzione uguale
per tutti i fanciulli, e obbligava tutti gli individui in età maggiore a lavorare e vivere secondo l’uguaglianza
e la giustizia” (BAKUNIN, 1977:54). In questa società, però, secondo l’anarchico, ogni libertà
spariva, schiacciata dal potere dello Stato. BAKUNIN sottolineava che la teoria dell’uguaglianza
stabilita forzatamente dallo Stato aveva i suoi fondamenti nella Repubblica di Platone e che altri
esempi di tentativi di instaurazione dell’uguaglianza sociale potevano essere trovati tra i primi
cristiani oppure nella rivolta contadina guidata da Thomas Mûnzer in Germania, nel XVI secolo.
Tutti questi tentativi, però, fallirono sia perché le persone non erano sufficientemente pronte per
poter praticare l’uguaglianza, sia perché nell’unire l’uguaglianza al potere, tutti questi tentativi
finirono per escludere la libertà.
232
Il raggiungimento della completa uguaglianza e libertà, sempre secondo
BAKUNIN, sarebbe avvenuto “per mezzo dell’organizzazione spontanea del lavoro e della
proprietà collettiva delle associazioni produttrici liberamente organizzate e federate nelle
comunità e per mezzo della federazione pure spontanea dei comuni” (BAKUNIN,
1977c:75). In una lettera indirizzata a Celso Ceretti, chiarisce meglio in quale modo,
secondo lui, sarebbe organizzata la società dell’avvenire: come “organizzazione politica, è la
federazione spontanea, assolutamente libera dei comuni e delle associazioni operaie; come organizzazione
sociale è l’appropriazione collettiva del capitale e della terra da parte delle associazioni operaie”
(BAKUNIN, 1976b:263).
Davanti a questo scopo, gli anarchici si organizzarono in previsione della
distruzione dello Stato e del raggiungimento della libertà, così come della diffusione della
scienza in sostituzione della fede, affinché l’organizzazione in comuni e la federazione
potessero avvenire come un atto spontaneo, frutto della convinzione delle persone e a
seconda dei loro reali interessi, e non in virtù della forza o dell’imposizione dallo Stato182.
Fu questa forma di organizzazione spontanea che ROSSI descrisse nella sua utopia e che
poi, in parte, cercò di mettere in pratica in Cittadella e soprattutto nella Colonia Cecilia183;
che in grado maggiore o minore le comunità religiose e laiche studiate nel capitolo
precedente cercarono di realizzare e, soprattutto, che gli anarchici spagnoli cercarono di
mettere in pratica con l’esperienza dei collettivi durante la guerra civile184.
L’altro pilastro delle idee anarchiche, e che era alla base della società dell’avvenire e
di tutte le proposte per la sua organizzazione economica e sociale, era la giustizia, non
quella dei codici, ma quella basata sulla coscienza degli uomini. La società organizzata su
queste basi avrebbe dovuto fare in modo che ogni uomo potesse avere “i mezzi materiali e
morali per sviluppare tutta la propria umanità; tale principio si [sarebbe tradotto], (…) nel
seguente problema: Organizzare la società in tal modo che qualunque individuo, uomo o donna, venendo
alla luce, trovi dei mezzi pressoché uguali per lo sviluppo delle proprie facoltà e per l’utilizzazione delle stesse
col proprio lavoro; organizzare una società la quale, rendendo impossibile a chiunque lo
sfruttamento del lavoro altrui, permetta a ciascuno di partecipare al godimento delle ricchezze
sociali (in realtà prodotte dal solo lavoro), solo in quanto avrà direttamente contribuito a
produrle con la propria opera” (BAKUNIN, 1922:55/56). Queste erano le basi
Gli anarchici credevano nell’esistenza di un forte spirito pratico tra le masse popolari, e che si fosse
ormai raggiunta l’ora di lasciarle agire per conto proprio.
183 ROSSI privilegiò soltanto la libera organizzazione delle persone.
184 Nel caso dei collettivi spagnoli, oltre che l’organizzazione spontanea tra le persone in comuni e la
loro distribuzione, anch’essa spontanea, all’interno delle attività svolte, ci fu anche l’organizzazione
dei collettivi in federazione.
182
233
dell’organizzazione collettiva della produzione che più tardi furono tradotte nel motto «da
ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo quanto ha fatto».
Gli anarchici erano dunque contrari a qualsiasi forma di organizzazione che per
poter esistere si dovesse basare su un’autorità regolatrice esterna. L’unica azione che essi
accettavano dallo Stato era il cambiamento del diritto d’eredità fino alla sua completa
abolizione. Lo scopo era quello di abolire l’ineguaglianza economica ereditaria/artificiale
delle classi, in quanto garante dell’ineguaglianza di accesso ai mezzi materiali di sviluppo:
la “giustizia vuole l’eguaglianza del punto di partenza all’inizio della vita, affinché tale
eguaglianza dipenda dall’organizzazione economica e politica della società, e affinché
ciascuno, fatta astrazione dalle naturali differenze, sia soltanto figlio delle proprie opere”
(BAKUNIN, 1922:57).
L’unica ineguaglianza accettata da BAKUNIN e da quelli che gli succedettero era
dunque quella naturale, appartenente all’individuo. Tale ineguaglianza era, tra l’altro,
ritenuta un bene, una qualità, la vera ricchezza dell’umanità, ciò che la rendeva “un tutto
collettivo nel quale ciascuno completa[va] tutti gli altri e di tutti gli altri [aveva] bisogno: di
modo che la infinita diversità degli individui umani [era] la causa, la base principale della loro
solidarietà, [e] un argomento onnipotente a favore dell’uguaglianza” (BAKUNIN, 1922:242).
A questo proposito, BAKUNIN argomentava che soltanto quando si fosse stabilita
“l’eguaglianza del punto di partenza per tutti gli uomini sulla terra, solo allora – salvaguardando
tuttavia i diritti superiori della solidarietà, che [era] e [sarebbe restata] sempre il più potente
produttore di tutte le cose sociali, intelligenza e beni materiali, solo allora [avremo potuto] dire
(…) che ogni uomo [era] figlio delle proprie opere. Ed ecco la conclusione: affinché le
capacità singole [potessero prosperare] e (…) dare tutti i loro frutti, [era] necessario cioè che le
classi [fossero] abolite: [dovevano] scomparire la proprietà individuale ed il diritto d’eredità,
[doveva] venire il trionfo economico, politico e sociale dell’eguaglianza” (BAKUNIN,
234
1922:241). BAKUNIN proponeva che la terra appartenesse soltanto a quelli che la
coltivassero con le proprie braccia185 e che l’unico erede possibile fosse il fondo di
educazione e istruzione che avrebbe avuto il compito di garantire la formazione e il
mantenimento di tutti, dalla nascita fino alla maggiore età.
L’altro tema affrontato da BAKUNIN fu quello della cooperazione. Anche lui ne
era un difensore, ma su altre basi rispetto alla cooperazione di tipo borghese che, secondo
lui, avrebbe avuto come risultato o il completo fallimento dell’esperienza, o il successo e il
cambiamento della vita di pochi, dando seguito alla formazione di un quarto stato e, al di
sotto di questo, di un quinto stato, ancora più miserabile186. Secondo lui, una possibilità di
azione pratica che avesse come risultato il cambiamento materiale delle condizioni di vita
della classe operaia tramite l’emancipazione del lavoro dalla dominazione del capitale
poteva compiersi tramite la formazione di associazioni e di società cooperative di prestito,
di consumo e soprattutto di produzione.
A questo proposito, BAKUNIN richiamava l’attenzione su ciò che aveva già detto
l’AIL: “La cooperazione sotto tutti i suoi aspetti è incontestabilmente una forma equa e
razionale del futuro sistema di produzione. Ma affinché essa possa raggiungere i suoi scopi, che sono
l’emancipazione delle masse lavoratrici, la loro retribuzione in funzione del prodotto integrale del loro lavoro e
la soddisfazione dei loro bisogni, la terra ed il capitale, sotto qualunque forma, devono essere convertiti in
proprietà collettiva” (BAKUNIN, 1977b:223). Organizzate su queste basi, le cooperative
185
Queste furono le idee che BAKUNIN cercò, senza successo, de introdurre all’interno del
programma della Lega della Pace e della Libertà, al quale aveva contribuito a redigere (il testo si
incontra all’interno del libro L’idea anarchica e l’Internazionale sotto il titolo Federalismo e
Socialismo). Sempre nello stesso libro, sotto il titolo La questione dell’eredità: rapporto della
commissione sulla questione dell’eredità, adottato dall’Assemblea Generale della Sezione
di Ginevra, BAKUNIN insisteva sull’importanza dell’abolizione del diritto di eredità come l’unica
possibilità di eliminare lo sfruttamento del lavoro dalla parte del capitale e della proprietà. Per lui, in
quanto la proprietà e il capitale si trovassero monopolizzati nelle mani di una classe – la borghesia
– che, proprio per questo monopolio era dispensata di lavorare, lo sfruttamento e l’oppressione del
lavoro e del lavoratore continuerebbero a esistere. L’unica forma di eliminare questo privilegio e
quindi eliminare l’ineguaglianza artificiale tra gli uomini sarebbe attraverso l’eliminazione del diritto
di eredità, non da ciò che chiama eredità sentimentale e che consiste nella trasmissione di piccoli
oggetti e/o abilità di generazione in generazione tra familiari o amici, ma sì di quello fondato sulla
giurisprudenza, base della famiglia giuridica e dello Stato e che assicura agli eredi la possibilità di
vivere senza lavorare. “Noi vogliamo che tanto il capitale quanto la terra, in una parola tutti gli
strumenti e tutte le materie prime del lavoro, cessando di essere trasmissibili per diritto d’eredità,
divengano una volta per sempre proprietà collettiva di tutte le associazioni produttive. L’eguaglianza e
per conseguenza l’emancipazione del lavoro e dei lavoratori si ottengono soltanto a questa condizione”
(BAKUNIN, 1922:196). Per raggiungere questo obiettivo dal punto di vista della giustizia umana,
ci sono due cammini: quello delle riforme e quello della rivoluzione, l’ultimo dei quali, riteneva
l’anarchico, era quello più breve.
186 La cooperazione di tipo borghese, se aveva insegnato ai lavoratori i vantaggi dell’unione, li aveva
anche fatto capire che quel cammino non li avrebbe mai condotto alla loro auspicata
emancipazione. Il risultato di questo fatto fu l’abbandono della cooperazione come strumento di
lotta da parte dei lavoratori e l’indebolimento del sistema cooperativo.
235
avrebbero condotto alla vera emancipazione del lavoro187 e avrebbero reso più facile il
passaggio alla società anarchica basata sull’eguaglianza e la giustizia. Vale la pena di
sottolineare che gli scopi della cooperazione elencati dall’AIL diventeranno gli scopi del
collettivismo nato con BAKUNIN e verranno messi in pratica a tutti gli effetti nelle
esperienze dei collettivi spagnoli. Le linee generali di questa proposta si trovavano anche
tra le comunità religiose americane – le comunità di Amana, di Bethel, di Aurora, tra gli
Shakers, gli Zoarites, i Rappists, i Perfezionisti, gli Icariani; tra la tribù americana dei
Natches; nella colonia irlandese di Ralahine, anche se in questo caso i lavoratori
percepivano un salario a seconda del sesso188; tra i piccoli comuni scozzesi trattati da
Walter Scott nel romanzo Monastero; tra le fratellanze francesi, tra cui i comunisti di Jault, i
Pingons, gli iloti bretoni di Hoedie e Honat e tra le associazioni semi-comunistiche del
Jura; tra le comuni e i villaggi russi e tra i nomadi. Va sottolineato che, con eccezione dei
collettivi spagnoli, nessuna delle esperienze citate era anarchica.
Le leggi o i principi fondamentali che reggevano la proposta bakuniana di
organizzazione della società erano: il rispetto umano, la giustizia umana, la libertà, l’uguaglianza,
la solidarietà, la scienza e il lavoro. BAKUNIN riteneva fondamentale il rispetto da parte di
ogni individuo della libertà e dignità umana di ciascuno e di tutti. Per giustizia intendeva
l’intera libertà di tutti di vivere in condizioni di uguaglianza e sviluppare tutte le proprie
facoltà, attraverso la solidarietà e, di conseguenza, riteneva impossibile l’esistenza di
privilegi o di qualsiasi possibilità di sfruttamento degli altri. Per libertà, intendeva il diritto
di ciascuno alla vita, all’educazione, all’istruzione integrale, il diritto di sviluppare
pienamente tutte le proprie facoltà, di non essere governato né comandato da nessuno o
nient’altro che non dalle sue proprie convinzioni. Secondo lui, il diritto di decisione era la
condizione assoluta della libertà.
La solidarietà, uno dei pilastri fondanti del pensiero bakuniano, veniva intesa come la
legge fondamentale e naturale di ogni società umana. Anche attribuendo a essa un valore
positivo, l’anarchico riconosceva che essa era stata spesso utilizzata con scopi negativi.
Secondo lui, affinché la solidarietà umana potesse diventare “una madre salutare e giusta
per ciascuno, una provvidenza per tutti, occorre[va] che essa [avesse] per anima la libertà e per
base l’uguaglianza.
Occorre[va] che [fosse] illuminata dalla scienza positiva che tende[va] e che [sarebbe
pervenuta] sempre più a rimpiazzare nella coscienza delle masse popolari le superstizioni
Da lui intesa come “espropriazione dei capitalisti e trasformazione di tutti i capitali necessari al lavoro in
proprietà collettiva delle associazioni operaie” (BAKUNIN, 1976b:264).
188 80 pences per gli uomini e 50 per le donne.
187
236
religiose. Occorre[va] che essa [fosse] realizzata dalla cooperazione sempre più meditata,
dall’inevitabile lavoro, ma libero, uguale, sia muscolare che intellettuale di ciascuno e di tutti.
Per tutti la stessa luce della scienza; per tutti la stessa necessità del lavoro: uguaglianza
dei mezzi di sviluppo corporale, di educazione, di istruzione, delle condizioni di lavoro e di
vita: uguaglianza dei doveri e dei diritti; e la libertà di ciascuno, cessando di essere un
privilegio o un limite per l’altrui libertà, divente[rebbe] la risultante infinitamente ampia della
libertà di tutti” (BAKUNIN, 1977a:127/128). Tutti questi princìpi faranno parte integrante
dei programmi delle varie associazioni segrete create da BAKUNIN anche se alcune di
esse sembrano essere esistite soltanto nella sua testa189.
2.2. KROPOTKIN e il comunismo anarchico
L’altro autore che ha portato un importante contributo alla discussione sulla
produzione collettiva e comunitaria è stato KROPOTKIN. Scienziato, geografo pratico e
anarchico, egli fornì un grande contributo alle discussioni svolte non solo all’interno del
movimento anarchico ma anche al di fuori di esso, contribuendo alla diffusione delle idee
anarchiche e al cambiamento dell’immaginario sociale relative a quel movimento.
Com’è stato detto nel secondo capitolo di questa tesi, KROPOTKIN era figlio di
nobili russi e, dopo aver finito i suoi studi nel Corpo dei Paggi a Pietroburgo, scelse di
andare in Siberia, con la speranza di poter mettere in pratica, in quella regione così
lontana, le riforme in corso nella società russa. Lì restò dal 1862 al 1867, con l’incarico di
attaché al Governatore Generale della Siberia Orientale per le questioni cosacche. Avendo
capito, però, che nemmeno lì le riforme sarebbero state applicate, decise di accettare la
proposta di fare un viaggio di esplorazione geografica nella Manciuria, dove entrò sotto la
falsa identità di “mercante della seconda guilda di Irkutsk”190 dato che il trattato tra la Cina e
la Russia non nominava la Manciuria. Da questa esperienza nacque il suo interesse per la
geografia.
Di ritorno dal viaggio, decise di fare un’inchiesta sulle condizioni economiche dei
Cosacchi dell’Usurì che tutti gli anni perdevano il raccolto obbligando il governo a
prendere provvedimenti per evitare le carestie invernali. Il rapporto gli fruttò premi e
promozioni, i provvedimenti da lui consigliati furono accettati e vennero concesse
sovvenzioni speciali in danaro “per aiutare gli uni ad emigrare, per fornire bestiame agli altri
(…). Ma l’attuazione pratica di queste misure fu affidata a qualche ubriacone, che dava fondo
189
190
Maggiori informazioni su questo argomento si trovano nel capitolo 2 di questa tesi.
KROPOTKIN, 1923, p. 198.
237
al denaro e fustigava spietatamente i disgraziati Cosacchi per veder di farne dei buoni
agricoltori. Questo succedeva dappertutto, cominciando dal palazzo d’inverno a Pietroburgo
per finire all’Usurì ed al Kamchutku” (KROPOTKIN, 1923:209).
Perse le speranze di possibilità di cambiamento, KROPOTIN decise di dedicarsi
alle esplorazioni scientifiche: nel 1865 visitò i Suyani occidentali, scoprendo un’altra
regione vulcanica lungo la frontiera cinese; nel 1866 si dedicò alla ricerca di una via di
comunicazione diretta fra le miniere d’oro della provincia di Guhutsk (sul Vitim e
l’Olokma) e la Transbaikalia191, in un viaggio che durò tre mesi. Il colpo finale alla
speranza di cambiamenti avvenne con il duro intervento dell’esercito russo contro la
rivolta dei Polacchi nel 1866. L’anno successivo, KROPOTKIN abbandonò l’esercito e,
insieme alla famiglia del fratello Alessandro al quale era molto legato, si trasferì a
Pietroburgo.
Lì egli realizzò il vecchio sogno di andare all’università, scegliendo la facoltà di fisica
e matematica, senza però abbandonare i suoi studi geografici, soprattutto quelli relativi alla
geografia fisica. Decise allora di scoprire il vero principio che regolava la distribuzione
delle montagne dell’Asia e, dopo lunghi e dettagliati studi, riuscì a scoprire che le
“principali linee di struttura dell’Asia non [andavano] dal nord al sud, e dal tramonto
all’oriente, ma [andavano] dal sud-ovest al nord-ovest, come le montagne Rocciose e gli
altipiani dell’America [andavano] dal nord-ovest al sud-est; soltanto le catene secondarie si
[spingevano] verso il nord-ovest. Di più le montagne dell’Asia non [erano] catene separate
come le Alpi, ma [erano] subordinate ad una immensa pianura, un vecchio continente che
anticamente si protendeva verso lo stretto di Bering. Altre catene [torreggiavano] ai suoi
confini; e nell’andar dei secoli, terrazze formate da depositi posteriori, si [erano] alzate dal
mare, aggiungendosi così dalle dure parti a quella primitiva spina dorsale dell’Asia”
(KROPOTKIN, 1923:220/221).
Nel frattempo iniziò a lavorare per la Società Geografica Russa come Segretario
della Sezione di Geografia Fisica, prendendo parte agli studi svolti dalla Società tra cui le
esplorazioni artiche, il cui interesse era stato destato dall’apertura del mar di Kara alla
navigazione. A questo proposito KROPOTKIN si dedicò all’elaborazione di un rapporto
indicando le ricerche da eseguire in una spedizione scientifica in quella regione. Gli fu
offerto il commando della spedizione ma i soldi non arrivarono ed egli fu mandato invece
in Finlandia e Svezia, per esplorare i depositi glaciali.
Nel tempo in cui collaborò con la Società Geografica Russa diversi argomenti
relativi alla geografia russa passarono tra le sue mani al punto di fargli pensare
191
KROPOTKIN, 1923, pp. 209 e segg.
238
all’elaborazione di un trattato di geografia fisica di quella regione, dove indicare anche le
diverse forme di vita economica che avrebbero dovuto predominare in quelle diverse
regioni fisiche. Ma egli riteneva che un tale lavoro gli sarebbe stato possibile solo se avesse
occupato il posto di Segretario della Società. L’invito arrivò nel 1871, ma era ormai troppo
tardi: il viaggio fatto in Finlandia aveva dato un’altra direzione alla sua vita: da quel
momento, l’interesse per le questioni sociali cominciarono a occupare una posizione
sempre più importante tra i suoi pensieri.
“Io vidi quale immenso sforzo di lavoro il contadino impiegasse nel dissodare la terra, e
nel rompere la dura argilla, e dicevo a me stesso: - Io voglio scrivere, per esempio, la geografia
fisica di questa parte della Russia, e insegnare al contadino i metodi migliori per coltivare il suo
suolo. Qui avrebbe un inestimabile valore uno sradicatore americano; qui certi metodi di
concime dovrebbero essere indicati dalla scienza… Ma a che pro parlare a questo contadino
delle macchine americane, quando egli ha appena tanto poco per vivere da un raccolto
all’altro; quando il fitto che deve pagare per questo duro suolo argilloso diventa di più in più
grave proporzionatamente ai successi del miglioramento?” (KROPOTKIN, 1923:230/231).
Nella primavera del 1872 KROPOTKIN fece il suo primo viaggio nell’Europa
occidentale. Si installò a Zurigo e poi a Ginevra, dove prese contatto con la sezione locale
dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, si mescolò ai lavoratori apprezzando gli
effetti che lo sviluppo dell’AIL aveva su di loro e, dopo la delusione con la direzione presa
dalla prima sezione alla quale si era inscritto192, decise di stabilire contatti con l’altra
sezione esistente, conosciuta come “quella dei bakunisti”.
Fu in quell’occasione che egli prese contatto con la Federazione del Giura che nel
1872 cominciava a ribellarsi all’autorità del concilio generale dell’AIL che intendeva
controllare tutte le sezioni esistenti dell’Internazionale. Stabilì un contatto con importanti
rivoluzionari locali e con gli orologiai a Neuchatel e a Sonvilliers, rimanendo colpito
dall’assenza di divisione fra i capi e le masse nella Federazione del Giura e dallo spirito di
fratellanza che dominava in quella Federazione.
“Le teorie anarchiche, come allora cominciavano ad essere formulate nella Federazione del Giura –
soprattutto da Bakunin; la critica fatta al socialismo di Stato – la paura di una tirannia economica molto più
pericolosa di una semplice tirannia politica che ivi sentivo formulare; ed il carattere rivoluzionario preso
dall’agitazione, mi impressionarono molto favorevolmente. Ma i rapporti fraterni che prevalevano nel Giura,
l’indipendenza di pensiero e di parola che scorgevo in mezzo agli operai, e la loro sconfinata devozione alla
causa fece[ro] un appello ancora più potente ai miei sentimenti; e quando lasciai quelle montagne dopo una
sosta di una settimana cogli orologiari, le mie idee in fatto di socialismo erano fissate. Ero anarchico”
192
Essa viene identificata da lui dal luogo dove si svolgevano le riunioni: Temple Unique.
239
(KROPOTKIN, 1923:274)193. Il viaggio che fece più tardi in Belgio gli diede la conferma
della scelta fatta.
Da questo momento in poi, KROPOTKIN passò a partecipare attivamente alla
discussione svolta all’interno del movimento anarchico attraverso una serie di articoli
pubblicati su giornali anarchici come «L’Avant Garde», «Le Révolté», il «Bulletin de la
Fédération Jurassienne», «La Révolte», il «Nineteenth Century»* (con articoli sulla Russia),
«La Revue Socialiste»* (con articoli di carattere geografico), l’Enciclopedia Britannica*, (con
un articolo sul concetto di anarchismo e l’evoluzione del pensiero anarchico, soprattutto
del comunismo anarchico), la Geografia Universale* di Elisée Reclus, il «Times» e altri
periodici scientifici londinesi194. Buona parte di questi articoli sono stati raccolti in libri che
sono diventati lettura obbligatoria per quelli che appartenevano al movimento o che si
sono dedicati al suo studio. È il caso di Parole di un ribelle, La conquista del pane, Il
mutuo appoggio e Campi, fabbriche e officine, tutti di grande importanza per
l’argomento trattato nel presente capitolo e che saranno analizzati in seguito195.
2.2.1. I cardini del pensiero di KROPOTKIN e del comunismo anarchico
L’analisi della vasta opera di KROPOTKIN196 ci permette di capire l’esistenza di
un’idea o, più correttamente, di una meta da raggiungere per la realizzazione della società
futura: la soddisfazione di tutti i bisogni degli individui, nelle sue parole, l’agiatezza per tutti.
Secondo lui, bastava cambiare l’impostazione rispetto alla produzione e privilegiare la
produzione di beni di necessità anziché di beni di lusso per avere un aumento naturale
della produzione e, di conseguenza, la garanzia a tutti di tutto quanto avessero bisogno per
vivere e sviluppare tutte le loro facoltà. L’unico modo per raggiungere questo obiettivo,
secondo lui, era attraverso l’organizzazione della società in comunismo anarchico, da lui
Il corsivo e il grassetto sono miei.
I periodici segnati con l’asterisco indicano i contributi realizzati, secondo WOODCOCK, durante il
periodo in cui stette in carcere per la seconda volta, prima a Lione (dall’arresto fino al marzo del
1883) e poi a Clairvaux (fino alla liberazione nell’autunno 1885). KROPOTKIN era stato
incarcerato insieme ad altri anarchici in seguito ad alcuni attentati avvenuti presso il caffè Théatre
Bellecour e presso un ufficio di collocamento non specificato. Fu condannato in base al sistema
gesuistico per appartenenza all’AIL – anch’essa un’accusa falsa – data la non esistenza di prove
riguardo ai suddetti attentati. La legge sulla quale si basò la sua condanna era stata votata subito
“dopo la sconfitta della Comune, secondo la quale gli imputati di appartenere a quella Associazione
possono essere tradotti in tribunale correzionale. Il massimo della pena [era] di cinque anni di reclusione,
ed un tribunale correzionale [era] sempre disposto a pronunciare la condanna desiderata dal governo”
(KROPOTKIN, 1923:423/424). KROPOTKIN, però, non fa menzione di questa collaborazione
nelle sue Memorie.
195 Di grande interesse anche il suo Memorie di un rivoluzionario dove racconta del suo
avvicinamento alla geografia, oltre che degli avvenimenti più importanti della sua vita.
196 Uno studio più dettagliato delle sue principali opere – Parole di un ribelle, La conquista del Pane, Il mutuo
appoggio e Campi, fabbriche, officine – si trova in fondo a questa tesi come ALLEGATO N° 1.
193
194
240
inteso come il punto di arrivo naturale verso il quale la società, già nella sua epoca,
cominciava a muoversi. Tutta la sua opera è dedicata alla difesa di questo punto di vista,
all’indicazione di un possibile cammino da seguire e al disegno dei risultati che si
sarebbero ottenuti una volta che tale meta fosse stata raggiunta.
Secondo KROPOTKIN – così come secondo BAKUNIN – nella società
dell’avvenire tutti avrebbero avuto lo stesso diritto di accesso alle ricchezze. Secondo
lui, tutto doveva appartenere a tutti e, poiché ognuno aveva contribuito con il proprio
lavoro a produrre le ricchezze, avrebbe avuto diritto – e qui sta la differenza rispetto a
BAKUNIN – a prendere da queste quanto avesse bisogno per garantire la soddisfazione
dei suoi bisogni con agiatezza, da dove il motto: «a ciascuno secondo i suoi bisogni».
Con questa concezione dell’accesso alle ricchezze egli si dichiarava contrario alle formule
di retribuzione del lavoro proposte dai collettivisti basate sul totale di ore lavorate e
riassunte nel motto «a ciascuno il prodotto integrale del suo lavoro», allo stesso
tempo in cui creava gli assi fondanti del comunismo anarchico.
La garanzia dell’agiatezza per tutti sarebbe stata possibile, per lui, grazie alla diffusione
dei progressi della scienza – soprattutto attraverso l’impiego delle macchine – in tutti i
settori della produzione, nonché al cambiamento della stessa impostazione della
produzione. Tale cambiamento, inteso come il privilegio della produzione di beni di
necessità anziché di beni di lusso, che avrebbe avuto come risultato l’aumento naturale
della produzione, dipendeva dalla trasformazione di tutte le proprietà private in proprietà
comuni. È questo il motivo per cui KROPOTKIN riteneva che l’obiettivo principale della
rivoluzione fosse quello di realizzare l’espropriazione in tutti i settori dell’economia. Tale
espropriazione avrebbe avuto tre obiettivi fondamentali: riconoscere a tutti il diritto alla
vita; pensare alle necessità dei lavoratori prima che ai loro doveri; riconoscere il diritto
all’agiatezza anziché al lavoro come la principale meta da raggiungere. L’anarchico riteneva
che, affinché essa potesse essere efficace, essa doveva essere realizzata al di fuori della
società capitalista. Secondo lui, a “ogni fase economica corrisponde[va] la sua fase politica, e
[sarebbe stato] impossibile di colpire la proprietà senza trovar nel medesimo istante una nuova
maniera di vita politica” (KROPOTKIN, 1948:29).
Stando così le cose, l’espropriazione avrebbe dovuto agire ad ampio raggio, in modo
da non permettere di tornare indietro: il suo scopo doveva essere la fine della possibilità di
sfruttamento del lavoro. Essa avrebbe dovuto restituire a tutti la possibilità di accedere ai
mezzi necessari per sviluppare le facoltà di ognuno e per poter lavorare senza per questo
dover vendere la forza lavoro a chiunque fosse. Nelle sue parole: “vogliamo organizzarci in
maniera che ogni essere umano che venga al mondo, abbia la possibilità assicurata di imparare
241
dapprima un lavoro produttivo, e acquistarne l’abitudine; e in seguito di poter fare questo
lavoro senza domandarne il permesso al proprietario e al padrone, e senza pagare
agl’incettatori della terra e delle macchine la parte del leone su tutto ciò ch’egli produrrà.
(…)
Il giorno in cui il contadino potrà lavorar la terra senza rilasciar la metà di ciò che ha
prodotto; il giorno in cui le macchine necessarie per preparare il suolo alle grandi raccolte
saranno in abbondanza, alla libera disposizione dei coltivatori: il giorno in cui l’operaio
dell’officina produrrà per la comunità e non per il monopolio, i lavoratori non saranno più
ricoperti di cenci; e non vi saranno più Rothschild, né altri sfruttatori.
Nessuno avrà più bisogno di vendere la sua forza lavoro per un salario che non
rappresenta che una parte di ciò ch’egli ha prodotto” (KROPOTKIN, 1948:31/32).
Secondo lui, dal momento in cui ogni membro della società si rendesse conto che gli
sarebbero bastate poche ore di lavoro al giorno per poter accedere a tutti i piaceri che la
civiltà gli poteva propiziare, non ci sarebbe stato più nessuno che si sarebbe reso
disponibile a vendere la propria forza lavoro a chiunque fosse. “L’espropriazione
[dovrebbe] comprendere tutto ciò che [potrebbe permettere] a chicchessia – banchiere,
industriale o coltivatore – di appropriarsi il lavoro altrui. La formula è semplice e
comprensibile.
Noi (…) vogliamo restituire ai lavoratori «tutto» ciò che permette a chiunque siasi (sic)
di sfruttarli: e noi faremo tutti i nostri sforzi perché, pur non essendovi nessuno che manchi di
nulla, non esista «un solo individuo» il quale sia costretto a vendere le proprie braccia per
vivere insieme coi suoi figliuoli.
Ecco in qual modo noi intendiamo l’espropriazione!” (KROPOTKIN, 1948:36).
Questa forma di espropriazione avrebbe gettato le basi di un’altra scienza economica,
dedicata allo studio dei bisogni dell’umanità e dei mezzi economici migliori per soddisfarli.
Questo cambio di prospettiva avrebbe avuto come risultato una nuova organizzazione
della produzione, con lo scopo di soddisfare tali bisogni con il minimo spreco possibile di
energie, materie prime e forza lavoro. Riorganizzata su queste basi, la nuova economia
avrebbe rotto con il primato capitalista della produzione sul consumo, stabilendo il suo
opposto, cioè, il primato del consumo sulla produzione: era la necessità di consumare che
doveva stabilire che cosa, come e quanto produrre, e non l’inverso. Questo era, secondo
KROPOTKIN, il cammino da seguire verso il comunismo anarchico.
Una volta compiuta la rottura con la proprietà privata, la società dell’avvenire
sarebbe portata naturalmente e inevitabilmente a organizzarsi in comunismo anarchico.
Considerando che tutti i tipi di lavoro avessero la stessa importanza per il progresso della
242
società e che fosse impossibile stabilire e valutare il contributo portato da ciascuno al
raggiungimento di tale progresso a seconda della qualità, importanza e grado di impegno
nello svolgimento del suo lavoro, e dal momento in cui tutti avessero lavorato, secondo
lui, dovrebbero essere i bisogni di ciascuno, e non il totale di ore lavorate, a
regolare il consumo. Infatti, KROPOTKIN ritiene che, partendo “da questo punto di
vista generale e sintetico della produzione, (…) [non era possibile] ammettere con i collettivisti
che [potesse] essere un ideale, o anche un passo innanzi verso questo ideale, la rimunerazione
proporzionale alle ore di lavoro da ciascuno effettuate per la produzione delle ricchezze.
Senza discutere qui se realmente il valore di scambio delle merci [fosse] calcolato nella società
attuale dalla quantità di lavoro necessario per produrle (…), ci [basta] dire (…) che l’ideale
collettivista ci pare irrealizzabile in una società che consideri gli strumenti di produzione come
un patrimonio comune. Basata su tale principio, essa si [sarebbe vista] poi costretta ad
abbandonare immediatamente ogni forma di salario197.
Noi siamo persuasi che l’individualismo attenuato dal sistema collettivista non [avrebbe
potuto] esistere a lato del comunismo parziale del suolo e degli strumenti di lavoro posseduti
da tutti. Una nuova forma di produzione non potrebbe conservare l’antica forma di consumo,
come non potrebbe adattarsi alle antiche forme d’organizzazione politica.
(…). Il possesso comune degli strumenti di lavoro [apporta] necessariamente il
godimento in comune dei frutti del lavoro comune” (KROPOTKIN, 1948:22). Secondo lui,
l’unica forma possibile di retribuzione del lavoro era: “collocare i «bisogni» al di sopra delle
«opere», e riconoscere dapprima il diritto alla vita – poi all’agiatezza – per tutti coloro che
[avessero preso] una certa parte nella produzione” (KROPOTKIN, 1948:134). In altre
parole, il possesso comune degli strumenti di lavoro portava necessariamente al
godimento in comune dei frutti del lavoro. Da questo il motto del comunismo
anarchico: «a ciascuno secondo i propri bisogni».
Dando seguito alla sua argomentazione, egli elenca una serie di fatti considerati da
lui come la manifestazione della tendenza specificamente comunista già all’interno delle
società che predicavano l’individualismo, quali la crescita di nuove organizzazioni basate
sul principio «a ciascuno secondo i propri bisogni»; le tendenze a non misurare il
consumo; a collocare i bisogni degli individui al di sopra della valutazione dei servizi da
essi prestati o da prestare alla società; l’aumento della solidarietà tra le persone e la nascita
di organizzazioni libere, di tipi e funzioni diverse. Davanti a quanto appena detto, si
domanda come fosse possibile dubitare che questi principi non fossero in grado di
diventare i principi della vita sociale della nuova società.
197
“Ed è logico. Poiché, quando gli strumenti di lavoro fossero di proprietà comune, sarebbero i lavoratori
che retribuirebbero se stessi! Ciò che sarebbe assurdo. N.d.T.” (KROPOTKIN, 1948:22 n. 2).
243
Realizzata l’espropriazione e stabilito il comunismo anarchico, c’era da pensare a
come far funzionare la società. La prima cosa da decidere era la sua organizzazione
territoriale. KROPOTKIN propone che essa si organizzasse in comuni, da lui intese come
gruppi di eguali. Gli unici interessi che ciascuna comune avrebbe ammesso al di sopra dei
suoi sarebbero stati quelli della Federazione delle Comuni liberamente organizzate. Ogni
comune sarebbe lasciata libera di fare tutte le riforme e creare tutte le istituzioni necessarie
al suo pieno funzionamento; sarebbe diventata comune non soltanto nel nome ma in tutti
gli aspetti della vita quotidiana, fossero essi politici (abolizione di qualsiasi forma di
governo) o economici (produzione e commercializzazione); avrebbe cercato di
universalizzarsi e di creare vincoli di solidarietà con le altre comuni che si sarebbero messe
in relazione tra di loro per scambio di merce e di cultura, non avendo quindi da temere
nessun tipo di isolamento198. Precisa infine che, per gli anarchici, “«Comune» non è più una
agglomerazione territoriale; è piuttosto un nome generico; sinonimo di gruppo d’eguali, che
non conoscono mura né frontiere. La Comune sociale cesserà ben presto d’essere un tutto
precisamente definito. Ogni gruppo della Comune sarà necessariamente attratto verso gli altri
gruppi affini delle altre Comuni; si unirà, si federerà con essi, con legami per lo meno solidi
come quelli che lo riannodano ai suoi concittadini, costituirà una Comune d’interessi, i cui
membri sono sparsi dentro mille città e villaggi. Un individuo troverà la soddisfazione dei suoi
bisogni unendosi con altri individui dagli stessi gusti e abitanti cento altre Comuni”
(KROPOTKIN, 1921:129).
La messa in pratica del motto «a ciascuno secondo i propri bisogni» dipendeva,
però, anche dalla forma di organizzazione dell’accesso al vitto, all’alloggio e
all’abbigliamento. KROPOTKIN crede possibile garantire a tutti sin dall’inizio l’accesso a
questi tre generi, attraverso un principio di uguaglianza fra tutti. Per quanto riguardava le
derrate, ritiene che la messa a coltivazione delle terre prima mantenute incolte avrebbe
portato all’aumento della produzione garantendo così a tutti la soddisfazione dei propri
fabbisogni. Secondo lui, si sarebbe organizzato un gruppo di volontari – i volontari delle
derrate – responsabile per la realizzazione di un inventario di tutto quanto disponibile
nonché per la diffusione pubblica dei risultati di tale lavoro e dei posti dove si trovavano
le merci. Per i prodotti in abbondanza si prevedeva il libero accesso, per quelli scarsi, il
198
A quelli che ritenevano impossibile il funzionamento della società senza lo Stato, KROPOTKIN
risponde argomentando che non sempre era lo Stato il responsabile per il funzionamento della
società e dell’economia in particolare. Alcune volte erano le industrie da sole a stabilire degli accordi
tra loro in modo da ottimizzare i loro guadagni. Altre erano i cittadini che si organizzavano da soli
per provvedere all’aiuto reciproco e coprire le lacune lasciate dallo Stato. E, secondo lui, se questo
avveniva già all’interno della società capitalista, non c’erano motivi per credere che non
continuerebbe a succedere nella società anarchica.
244
razionamento, come succedeva tra i comuni agrari europei e come più tardi fu messo in
pratica all’interno dei collettivi spagnoli e dell’esperienza della Colonia Cecilia di Giovanni
ROSSI di cui abbiamo trattato nei capitoli precedenti.
Contrario alle mense, considera che gli alimenti dovessero essere consumati
rispettando i gusti personali. Per quanto riguardava il rifornimento delle città, prevede un
accordo tra città e campagna in modo che le città offrissero ai contadini i prodotti di cui
essi avessero bisogno – e non i famosi bonus di lavoro che altro non erano che carte senza
valore – ricevendo in cambio gli alimenti di cui necessitavano. In un secondo momento,
prevede che anche gli abitanti delle città passassero a dedicarsi a un piccolo orto in modo
da garantire almeno una parte della loro alimentazione e ancora una volta fa riferimento ai
progressi della scienza riguardanti l’agricoltura – come i macchinari, serre, concimi, ecc. –
come propiziatori di tale pratica. Inoltre, crede che con il passare del tempo si sarebbe
sviluppata una tendenza alla combinazione dell’attività agricola con quella industriale –
tema su cui ritornerà nel libro Campi, fabbriche, officine – permettendo così uno
sviluppo equilibrato di tutte le regioni di uno stesso paese e di tutti i paesi del mondo199.
Lo stesso schema dei gruppi di volontari era previsto per quanto riguardava l’alloggio e
l’abbigliamento: si sarebbero organizzati gruppi che avrebbero fatto un inventario di
quanto disponibile – delle abitazioni vuote o sottoccupate; degli abbigliamenti disponibili
nei grandi magazzini – i quali avrebbero provveduto alla diffusione pubblica dei risultati e
all’indicazione delle procedure da adottare per aver accesso sia alle abitazioni che al
vestiario. Nel caso dell’alloggio, i primi a essere beneficiati sarebbero quelli peggio
alloggiati e così successivamente. Le abitazioni insalubri sarebbero state restaurate e ad
altre eventuali mancanze avrebbero provveduto gruppi di lavoratori specializzati200. Per il
vestiario, quelli che non avessero avuto accesso ai vestiti già pronti avrebbero potuto
richiedere il materiale necessario nei magazzini e confezionarli da sé oppure ordinarli nei
laboratori comunali, a seconda dei propri gusti. In tutti questi casi, sono due le idee di
fondo: una, che ciò che esisteva di già sarebbe bastato a garantire, almeno in un primo
momento, la soddisfazione dei bisogni di tutti; l’altra, la fiducia nella diffusione dei
progressi della scienza in tutti i settori della produzione. Tali idee sono criticate da
MALATESTA che ritiene la proposta di KROPOTKIN molto semplificata. Secondo lui,
KROPOTKIN da un lato presenta la cosa come se fosse l’ordine naturale delle cose,
come se stesse per accadere da un momento all’altro; dall’altro egli accetta l’idea che i
Vale le pena di ricordare che lui crede alla diffusione della rivoluzione sociale in tutti i paesi del
mondo.
200 KROPOTKIN sottolinea l’importanza che l’idea dell’espropriazione venisse accettata da tutti, fatto
che avrebbe dato alla rivoluzione un carattere comunista.
199
245
prodotti accumulati sia nell’agricoltura che nell’industria fossero sufficienti per soddisfare i
bisogni di tutti e, quando scopre che non sempre era così, si concentra sulle possibilità
offerte dai progressi della scienza che a suo parere si sarebbero diffusi dappertutto, senza
tenere in considerazione la resistenza da parte dei piccoli produttori – soprattutto dei
contadini – alle novità nel processo produttivo e le difficoltà che tale diffusione avrebbe
dovuto affrontare.
Per quanto riguardava la giornata di lavoro, egli riteneva che se tutti lavorassero
dall’età di 20 a 50 anni in un’attività produttiva considerata necessaria, sarebbero bastate
quattro o cinque ore di lavoro al giorno per garantire a tutti l’agiatezza. L’altra parte della
giornata, secondo lui, doveva essere dedicata ad attività artistiche o scientifiche a cui
ciascuno si sentisse più portato, garantendo così a ogni individuo il totale sviluppo di tutte
le sue facoltà e portando così alla fine della differenziazione tra lavoro intellettuale e
lavoro manuale, accettata anche da alcuni dei collettivisti sotto forma di lavoro distinto
(intellettuale) e lavoro semplice (manuale). Richiama l’attenzione sulla necessità di
trasformare l’ambiente di lavoro in un posto piacevole e sui vantaggi che tale
trasformazione avrebbe comportato come l’aumento della produttività e della qualità del
lavoro svolto, senza che per questo si dovesse aumentare la quantità delle ore lavorate201.
Inoltre, sottolinea la necessità di garantire a tutti spazi individuali dove poter usufruire del
tempo libero come meglio ritenuto da ogni individuo, dichiarandosi contrario
all’organizzazione della vita sociale in falansteri o familisteri.
KROPOTKIN risponde ancora a due delle principali obiezioni che spesso
venivano fatte riguardo all’istituzione del comunismo anarchico nella società futura. La
prima si riferiva al non lavoro e alla proprietà: secondo i suoi critici, dal momento in cui il
lavoro non sarebbe stato più un obbligo/costrizione, ciascuno avrebbe cercato di scaricare
sugli altri le proprie responsabilità, lavorando malvolentieri e il minimo possibile o non
lavorando
punto,
fatto
che
avrebbe
provocato
la
diminuzione
della
produzione/produttività del lavoro. KROPOTKIN contraddice questa obiezione,
affermando essere esattamente l’opposto quello che si verifica, e cioè, che si lavora meglio
quando il lavoro è libero, quando il lavoratore, padrone anche lui della terra e degli altri
strumenti di produzione, sente di lavorare per sé e non si sente sorvegliato da nessuno né
obbligato a niente e, meglio ancora, quando il lavoro viene svolto collettivamente.
201
Secondo l’anarchico, una volta che il lavoro fosse diventato libero e piacevole e che al lavoratore
fosse data l’opportunità di scegliere a quale attività dedicarsi, egli si sarebbe sentito molto più
stimolato e, una volta padrone del proprio lavoro, sentendo di lavorare per sé, avrebbe lavorato
molto di più. Tale pratica avrebbe portato alla sparizione del lavoro noioso e alienante, nonché dei
cosiddetti lavoratori pigri.
246
Sempre rispetto alla questione dello stimolo al lavoro, difendendo l’idea del lavoro
piacevole – uno dei pilastri delle idee anarchiche – come il vero stimolo al lavoro,
KROPOTKIN afferma che quando il lavoro fosse diventato libero – sempre che ciascuno
dedicasse le quattro o cinque ore giornaliere allo svolgimento di un lavoro produttivo e
che ciascuno potesse scegliere liberamente il lavoro che più gli piacesse – sarebbero stati i
lavoratori stessi a scegliere i compagni con cui lavorare, a seconda della qualità del lavoro
svolto da loro stessi e dagli altri. Secondo lui, una persona che lavorasse poco o male
verrebbe naturalmente invitata dai suoi compagni che invece lavorano molto e bene a
cercare un gruppo che lavorasse secondo i suoi ritmi202. Argomenta infine che la
cosiddetta pigrizia tanto attribuita ai lavoratori era dovuta, da un lato, al lavoro noioso,
ripetitivo e alienante a cui erano spesso soggetti i lavoratori e, dall’altro, al frequente non
adeguamento del lavoro alle qualità presenti nel lavoratore.
“Il benessere, cioè la soddisfazione dei bisogni fisici, artistici e morali, e la sicurezza di
questa soddisfazione, sono sempre stati lo stimolo più potente al lavoro. E dove il salariato
[arrivava] appena a produrre lo stretto necessario, il lavoratore libero, il quale [avrebbe visto]
crescere il lusso e l’agiatezza per sé e per gli altri in ragione dei suoi sforzi, [avrebbe dispiegato]
(…) maggiore energia ed intelligenza, ed [avrebbe ottenuto] prodotti di prim’ordine molto più
abbondanti. L’uno si [sentiva] inchiodato alla sua miseria; l’altro [poteva] sperare nell’avvenire
agi e godimenti.
Tutto il segreto [era] qui” (KROPOTKIN, 1948:114). La seconda obiezione si
riferiva alla differenza tra il lavoro manuale e il lavoro intellettuale e la discriminazione in
essa contenuta. L’anarchico afferma che nella società dell’avvenire tale differenziazione
sarebbe stata abolita e che tutti sarebbero stati, allo stesso tempo, lavoratori manuali e
intellettuali, fatto che avrebbe comportato l’esercizio e il libero sviluppo di tutte le facoltà
dell’uomo.
L’idea di fondo presente nella proposta kropotkiniana di organizzazione della
società futura era che il vero fattore di sviluppo e di evoluzione dell’umanità fosse la
cooperazione, il mutuo appoggio e non la lotta continua per la sopravvivenza come era stata
presentata da Darwin. Queste idee erano il risultato delle sue osservazioni durante le
spedizioni realizzate nel periodo in cui servì l’esercito in Siberia e trovarono conferma
negli specialisti, per esempio nella conferenza di KESSLER del 1880 Sulla legge dell’aiuto
reciproco. L’eminente zoologo riteneva che, accanto alla legge della lotta reciproca, era
202
Tale affermazione fa capire che, in realtà, la società anarchica non era amorale e senz’ordine, come
tanti volevano far credere. Questa è una delle questioni più polemiche presenti all’interno del
movimento anarchico e alla quale i suoi critici dedicano più attenzioni. Secondo loro, tale giudizio
era anch’esso una restrizione alla libertà altrui e, quindi, nemmeno nella società anarchica si sarebbe
verificata la tanto propagata libertà totale dell’individuo.
247
possibile osservare nella natura la legge dell’aiuto reciproco, secondo lui molto più
importante per il successo della lotta per la vita nonché per l’evoluzione progressiva della
specie. KROPOTKIN decise allora di raccogliere materiale per poter sviluppare tale idea
che, credeva non fosse altro che lo sviluppo delle idee espresse dallo stesso Darwin
nell’Origine dell’Uomo203. Gli servirono da stimolo ai suoi studi anche il dissenso rispetto alle
discussioni che si svolgevano sui rapporti tra il darwinismo e la sociologia. La
pubblicazione del manifesto di lotta per la vita di HUXLEY – lo Struggle for Existence and its
Bearing upon Man – uscito nel 1888 fu la spinta che mancava alla decisione della redazione
di una pubblicazione sull’argomento.
KROPOTKIN crede che la cooperazione e il mutuo appoggio erano non solo le
armi più efficaci nella lotta per la sopravvivenza contro le forze ostili sia della natura sia
delle specie nemiche, ma che esse erano anche lo strumento principale dell’evoluzione
progressiva all’interno di una stessa specie, permettendo a tutti longevità, sicurezza e
progresso intellettuale. “Così [avveniva] che le specie (…) che [praticavano] di più il mutuo
appoggio, non solo [sopravvivevano] meglio delle altre, ma [occupavano] anche il primo posto
– ciascuna nella sua classe rispettiva (d’insetti, di uccelli o di mammiferi) – per la superiorità
della loro struttura fisica e della loro intelligenza” (KROPOTKIN,1922:48). Secondo lui,
tutte le volte che gli individui di una stessa specie dovevano lottare contro l’insufficienza
di viveri, essi uscivano da questa esperienza talmente diminuiti in vigore e salute che era
impossibile pensare che da tale lotta potesse derivare l’evoluzione progressiva delle specie.
Questa forma di concepire la solidarietà e il mutuo appoggio come il vero motore
dell’evoluzione sia delle specie animali che dell’uomo – e di conseguenza anche della
società – metteva in discussione non solo la teoria naturalista dell’evoluzione delle specie
di Darwin ma anche la concezione e la valorizzazione della lotta di classe e della lotta per
la conquista del potere come il motore della società. Nel dare un valore positivo alle
manifestazioni di solidarietà tra gli uomini e non alla lotta di classe quale intesa per
esempio da MARX, KROPOTKIN riteneva che il vero obiettivo della lotta politica – la
cui esistenza era da lui ammessa – doveva essere la definitiva eliminazione del fenomeno
di formazione delle classi e la sua sostituzione con l’unità del gruppo retto dal mutuo
appoggio e non la sostituzione al potere di una classe con un’altra. È da questa tesi che
nasce la sua proposta dell’organizzazione territoriale della nuova società in comuni
destinati a federarsi con altri, dando origine a vaste unioni volontarie. Gli eventuali gruppi
203
KROPOTKIN non era d’accordo con KESSLER in ciò che si riferiva alle origini delle tendenze
solidaristiche degli animali – da questi attribuite ai sentimenti familiari e alla cura della prole –
neppure con altri come BÜCHNER che invece attribuivano la loro socievolezza all’amore e alla
simpatia.
248
esistenti all’interno dei comuni sarebbero legati tra loro da legami di auto aiuto rivolti a
soddisfare i bisogni della società.
Rispetto alla questione dei bisogni KROPOTKIN si pone ancora una volta in
polemica con i suoi contemporanei nel ritenere che essi sono in realtà una conseguenza
dello sviluppo culturale dell’uomo e delle situazioni evolutive che tale sviluppo
determinava e che, quindi, dipendevano enormemente dai vari condizionamenti a cui
l’uomo era soggetto nella sua vita. Stando così le cose, secondo lui, sono i bisogni che
precedono la produzione e non il contrario, come spesso veniva affermato dagli
economisti e pure dai marxisti. KROPOTKIN pone la soddisfazione dei veri bisogni degli
individui – e non di quelli indotti dalla società in cui si trovava – come la principale meta
da raggiungere dalla nuova società e, inoltre, ritiene che dovevano essere i bisogni, o la
necessità di consumare, a determinare la produzione. Sotto questa nuova prospettiva, il
compito dell’economia politica diveniva quello di studiare i mezzi migliori per soddisfare i
bisogni della società dal punto di vista del risparmio di energia, tempo, materie prime ecc.
come aveva già affermato anteriormente. La democratizzazione dei processi decisionali
che avrebbe dovuto avvenire all’interno dei comuni – caratterizzata da un alto livello di
partecipazione degli individui – sarebbe stata quindi la garanzia di assicurare un’effettiva
corrispondenza tra bisogni e azioni collettive atte a soddisfarli204.
Gli studi da lui condotti sul mutuo appoggio tra le specie hanno confermato le sue
idee che, altro non erano, che lo sviluppo delle idee espresse dallo stesso Darwin
nell’Origine dell’Uomo. Egli parte dallo studio del mutuo appoggio tra gli animali,
sottolineando i rischi che l’uso del concetto darwiniano di lotta per l’esistenza in senso
stretto poteva occasionare riguardo alla comprensione dei fatti come avvenivano nella
natura. Secondo KROPOTKIN, lo studio degli animali nei loro ambienti naturali faceva
vedere che nonostante ci fosse tra le specie diverse un’enorme guerra per la sopravvivenza,
all’interno di una stessa specie ciò che si verificava era il mutuo sostegno, l’aiuto
reciproco, la mutua difesa, essendo quindi la sociabilità una legge della natura tanto
quanto lo era la lotta tra i simili. Da ciò risultava che quelli più atti erano quelli che
avevano acquisito le abitudini di solidarietà oppure quelli che avevano avuto una maggiore
capacità di adattamento alle nuove circostanze, fatto che non aveva nessun legame diretto
con la forza. L’anarchico, ritenendo essere sbagliato parlare di competizione e concludere che
204
Dal suo cambiamento di prospettiva – dal guardare la società non da un punto di vista
conflittualista ma cooperativista – emerge il suo interesse per l’etica come legame tra necessità
esistenziali e vie d’azione. La conclusione a cui arriva alla fine della sua vita – contenuta nel suo
libro postumo, Etica – è che il tanto atteso cambiamento sociale verso il comunismo anarchico avrebbe
dovuto essere rinviato a tempi più maturi, quando gli uomini sarebbero diventati interiormente
pronti a modificare le loro istituzioni, portati da nuovi costumi e abitudini.
249
i più atti fossero sempre i più forti, afferma che in quanto fattore dell’evoluzione delle specie
era il mutuo appoggio, e non la lotta tra le specie, quello più importante e decisivo.
Il primo articolo, Il mutuo appoggio negli animali205, inizia dalla discussione del
concetto della lotta per l’esistenza come fattore dell’evoluzione secondo Darwin e
Wallace. Secondo KROPOTKIN, lo studio degli animali nei loro habitat naturali metteva
in evidenza il fatto che nonostante ci fosse tra le specie diverse un’enorme guerra per la
sopravvivenza, all’interno di una stessa specie ciò che si verificava era il mutuo sostegno, l’aiuto
reciproco, la mutua difesa, essendo quindi la socialità una legge della natura tanto quanto lo
era la lotta tra i simili. Da parte sua, la natura metteva in evidenza il fatto che i più atti alla
sopravvivenza erano quelli che avevano acquisito le abitudini di solidarietà – come per
esempio l’aiuto per l’allevamento della prole, la sicurezza e la soddisfazione dei fabbisogni
degli integranti di uno stesso branco – da ciò risultando che in quanto fattore dell’evoluzione
delle specie era il mutuo appoggio, e non la lotta tra le specie, quello più importante e decisivo.
L’anarchico non nega l’esistenza della lotta per la vita né il fatto che soltanto i più adatti
sopravvivono, ma domanda con quali armi questa lotta fosse meglio sostenuta e quanta
influenza essa avesse esercitato nell’evoluzione del regno animale.
KROPOTKIN fa notare che in certi casi la capacità di sopravvivenza era legata non
alla forza, ma alla capacità di adattamento alle nuove circostanze. Ritiene pertanto del
tutto sbagliato l’uso dell’espressione competizione, anche perché poteva succedere che
fossero proprio le specie più deboli quelle che riuscivano a rispondere più velocemente ai
cambiamenti avvenuti. La stessa considerazione vale per ciò che riguarda una stessa
specie. Inoltre, secondo l’anarchico, prima di arrivare allo sterminio dovuto alle eventuali
difficoltà di adattamento alle nuove caratteristiche dell’ambiente in cui vivevano, le specie
avevano l’alternativa della migrazione verso ambienti meno ostili, fattore la cui importanza
non poteva essere trascurata. Quindi, conclude l’anarchico, “la competizione non è la
regola del mondo animale né nel genere umano. Essa è ristretta negli animali a periodi
eccezionali, e la selezione naturale trova molte migliori occasioni per operare. Delle condizioni
migliori sono create dalla eliminazione della concorrenza per mezzo del reciproco aiuto e del
205
Nel libro esso è composto dei due primi capitoli.
250
mutuo appoggio. Nella grande lotta per la vita (…) la selezione naturale cerca sempre i mezzi
di evitare la competizione quanto è possibile” (KROPOTKIN, 1992:123)206.
La pratica di mutuo appoggio che egli aveva trovato tra gli animali esisteva anche tra
gli uomini, ed è di questa pratica che lui passa a occuparsi attraverso il seguente percorso:
dal mutuo appoggio fra i selvaggi passa al mutuo appoggio presso i barbari, poi al
mutuo appoggio nelle città del Medio Evo, fino ad arrivare al mutuo appoggio ai
nostri giorni. Tra i selvaggi, KROPOTKIN sottolinea il forte senso di appartenenza alla
tribù e le varie pratiche di solidarietà esistenti all’interno di uno stesso gruppo, al punto di
parlare dell’esistenza della regola ciascuno per tutti alla quale egli lega le radici dello spirito di
socialità tra gli uomini. Ancora una volta l’anarchico afferma che le specie che meglio
sapevano unirsi per evitare la concorrenza erano quelle che avevano sia le maggiori
possibilità di sopravvivenza che di ulteriore sviluppo progressivo207. Secondo
KROPOTKIN, la prova che era il mutuo appoggio e non la guerra continua il vero
fattore dell’evoluzione era il fatto che era stato il branco e non la famiglia, la prima forma
di organizzazione della vita sociale, cosa che aveva permesso la nascita e il consolidamento
di un forte senso di appartenenza e solidarietà tra i membri dello stesso gruppo.
Tra i barbari, l’anarchico sottolinea le difficoltà vissute dalle tribù dovute allo
sviluppo della famiglia patriarcale al suo interno, all’accumulazione e trasmissione
ereditaria della ricchezza, alle migrazioni e alle guerre. Tali difficoltà misero le tribù
davanti a un bivio: lo scioglimento o la creazione di una nuova forma di organizzazione,
diventata la cellula fondamentale della futura organizzazione208 – il comune rurale – basato
anziché sull’origine comune su un territorio comune, acquistato e protetto dagli sforzi
comuni. Avviene quindi quello che si può chiamare la territorializzazione del mutuo
appoggio e della solidarietà, dal momento in cui ciò che passò a essere il vincolo tra i
KROPOTKIN sottolinea i progressi compiuti dalla scienza con l’apparizione di questo concetto,
ma richiama l’attenzione anche sui rischi del suo uso in senso troppo stretto. Secondo lui Darwin
non si era reso perfettamente conto dell’importanza generale del fattore che aveva affermato.
Nonostante avesse richiamato l’attenzione sui rischi che l’uso in senso stretto del termine da lui
creato avrebbe occasionato – la perdita del suo significato filosofico – gli innumerevoli dati da lui
raccolti per dimostrare le conseguenze di una reale competizione per la vita nascosero tali
considerazioni. Inoltre, secondo KROPOTKIN, lo stesso Darwin aveva fatto questo avvertimento
sia nei primi capitoli della sua Origine delle specie sia nell’Origine dell’uomo dove, tra l’altro, rilevò come
nelle varie società animali la lotta per l’esistenza fosse sostituita dalla cooperazione e come tale
sostituzione contribuisse allo sviluppo delle facoltà intellettuali e morali assicurando alle specie le
migliori condizioni di sopravvivenza.
207 L’autore ritiene tale regola valida anche tra gli uomini, in contrapposizione ad altri autori – tra cui
Hobbes e i suoi discepoli – che affermano l’esatto opposto, ossia, che gli uomini avessero fondato
la loro evoluzione sulla guerra di tutti contro tutti.
208 KROPOTKIN richiama l’attenzione sul fatto che si può notare tale fase di sviluppo dell’umanità –
il comune rurale – tra tutti i popoli del mondo, non essendo quindi essa una caratteristica dei popoli
slavi, come comunemente si credeva.
206
251
membri della comunità è stata l’appartenenza a uno stesso territorio e l’identificazione
degli individui con esso.
Essendo frutto di creazioni spontanee, i comuni rurali erano molto diversi tra loro,
potendo inglobare una serie di famiglie oppure essere composti da famiglie di una stessa
origine. Lo stesso si può dire rispetto alla forma di abitazione: le persone potevano vivere
sotto lo stesso tetto condividendo tutti i momenti della vita, oppure vivere in case
separate, condividendo appena una parte della vita, soprattutto quella legata alle attività
produttive, ma sempre nello stesso territorio comune.
Il comune rurale era un mondo a sé: più che “un’unione per garantire a ciascuno una
parte della terra comune, esso (…) [era anche un’]unione per la coltivazione della terra in
comune209, per il mutuo appoggio sotto tutte le forme possibili, per la protezione contro la
violenza e per un accrescimento ulteriore del sapere, dei concetti morali come dei vincoli
nazionali” (KROPOTKIN, 1992:169). Nessun cambiamento avveniva senza esser stato
deciso dall’assemblea del villaggio, dalla tribù o dalla confederazione. L’unione di vari
comuni formava una tribù e quella di varie tribù una federazione.
Il comune rurale riconosceva non solo l’accumulo privato della ricchezza all’interno
di una famiglia ma anche la sua trasmissione ereditaria. La ricchezza che poteva essere
trasmessa, però, era esclusivamente quella sotto la forma di beni mobili quali il bestiame, gli
utensili per il lavoro, le armi e l’abitazione personale. La terra invece era considerata
proprietà comune della tribù e il comune rurale possedeva la sua parte di territorio fino a
che la tribù non reclamasse una nuova ripartizione delle terre appartenenti ai diversi
villaggi. I terreni all’interno del comune venivano considerati proprietà di ciascuna
famiglia per un periodo di quattro, dodici o vent’anni. Dopodiché diventavano terreni
coltivabili posseduti in comune210.
La caccia, la pesca e la coltivazione degli ortaggi e delle piantagioni degli alberi da
frutto in comune erano regola tra le antiche gentes mentre l’agricoltura in comune diventò
la regola nei comuni rurali – pratica che si riscontra in alcuni casi fino ai giorni nostri –
dando origine a uno sviluppo mai visto prima e che portò con sé lo sviluppo dell’industria
domestica. “Certe parti del terreno [erano] in molti casi coltivate in comune, sia a beneficio
Questo tipo di pratica si iniziò con il comune rurale e rimase a lungo come pratica agricola tra le
comunità contadine. Succedeva spesso che una parte delle terre coltivate in comune fosse destinata
ad aiutare i più deboli – orfani, vedove, invalidi –, a servire da prestito ai contadini in difficoltà
oppure a essere usata in beneficio della comunità – in questo caso il prodotto poteva essere
consumato in natura da tutti oppure venduto, usandosi il ricavato in qualche bonifica riguardante
l’intera comunità. Oltre alla coltivazione delle terre in comune, spesso anche i lavori che
riguardavano tutta la comunità venivano svolti collettivamente. Nota mia.
210 L’accettazione della proprietà fondiaria individuale avviene molto tempo dopo, e sotto influenza
della legge romana e della chiesa cristiana.
209
252
degli indigenti, sia per riempire i granai comunali, sia per servirsene nelle feste religiose. I
canali irrigatori [erano] scavati e riparati in comune. Le praterie comunali [venivano] falciate in
comune (…). In queste circostanze il fieno [veniva] diviso tra le diverse case”
(KROPOTKIN, 1992:171). Gli alimenti prodotti in comune, una volta tolta la parte che
veniva messa da parte per l’uso collettivo, venivano spesso divisi tra le diverse case
affinché fossero consumati a seconda dei gusti personali. Inoltre, furono stabiliti dei
mercati, costruiti fortificazioni e santuari per il culto in comune.
Come nella tribù, la vita del comune rurale era retta da un severo codice morale e
ogni sorta di lite tra le persone veniva trattata come un affare pubblico. A seconda della
gravità, il caso veniva giudicato da alcuni mediatori e arbitri oppure portato all’assemblea
del comune e il principio della vendetta spesso usato non tardò a essere sostituito da
forme di risarcimento, sufficienti a non incoraggiare nuove liti. Un’altra caratteristica degli
antichi comuni rurali, sottolineata da KROPOTKIN, era l’estensione dei legami di
solidarietà in diverse forme di associazioni sempre più numerose: le tribù si federavano in
colonie di diversi tipi e funzioni ed esse in confederazioni. Tale fatto diede origine a un
concetto di unione estesa a intere popolazioni, nonché a una nuova concezione della
giustizia tendente a impedire l’oppressione delle masse da parte di una minoranza, fatto
considerato dall’anarchico un esempio di mutuo appoggio.
Tra le città del medioevo, KROPOTKIN sottolinea tre punti importanti oltre alla
nascita stessa della città. Il primo, la nascita di una nuova concezione della giustizia
fondata su leggi e diritti e che servivano a impedire a una minoranza dotata di poteri di
imporre le sue volontà alla maggioranza ignara. Le liti tra comuni o tra membri di comuni
diversi venivano decise da arbitri imparziali capaci di imporre la giustizia e di mettere fine
alla discordia, guidati da un insieme di regole – le leggi – che passarono a essere custodite
e trasmesse di generazione in generazione all’interno del gruppo degli arbitri211.
Il secondo punto da lui sottolineato è stata la nascita delle corporazioni di mestieri o
le fratellanze – le gilde –, unioni tra persone che si dedicavano a uno stesso mestiere,
legate tra loro da degli obiettivi comuni e da forti sentimenti di solidarietà e mutuo
appoggio, nonché da un grande senso di uguaglianza tra i suoi integranti, guidate da una
rigida condotta; queste corporazioni ebbero un grande successo e diffusione perché,
secondo l’anarchico, rispondevano allo stesso tempo sia alla soddisfazione dei bisogni di
unione che alla possibilità dell’iniziativa individuale.
211
Secondo KROPOTKIN tale pratica fu mantenuta anche durante il feudalesimo, quando i contadini
erano riusciti a mantenere due elementi importanti esistenti durante il tempo del comune rurale: il
possesso in comune della terra e l’autogiurisdizione. Essi erano anche riusciti a far eleggere da sei a
dodici giudici che sedevano con il giudice del signore alla presenza dell’assemblea e agivano come
arbitri per promuovere le sentenze.
253
Il terzo punto sottolineato da lui, la pratica del “giorno del pasto comune”, esistente
nei comuni rurali e mantenuta all’interno della fratellanza in quanto occasione per
rafforzare i legami tra i membri e discutere sugli eventuali problemi esistenti nel suo
interno. Esso veniva di solito realizzato il giorno dell’elezione degli arbitri o quello
successivo in quanto forma di affermazione della fratellanza, occasione in cui si
discutevano i cambiamenti da portare agli statuti, si giudicavano le controversie tra fratelli
e si rinnovava il giuramento alla gilda. Secondo KROPOTKIN, la forza di queste
fratellanze stava nel fatto di garantire sia il mantenimento della giustizia che l’appoggio
mutuo in tutte le circostanze e per tutti gli incidenti della vita, “con opera e consiglio”.
Della società ai nostri giorni, KROPOTKIN richiama l’attenzione sull’ideale
costruttivo di vita in comunità fraterne e libere che esisteva all’interno del movimento
della Riforma212 e di come, durante i tre secoli successivi, lo Stato cercò di annientare,
distruggere o mettere sotto stretto controllo tutte le manifestazioni di aiuto reciproco tra
le popolazioni, quali le assemblee e i tribunali popolari, le pratiche di amministrazioni
comunali, le terre di uso comune, le corporazioni, ecc. Ciononostante, sostiene che le
pratiche di mutuo appoggio continuarono a esistere, ed è di queste pratiche che lui passa a
occuparsi.
Tra queste pratiche, KROPOTKIN sottolinea la permanenza del comune rurale,
organizzato in una forma un po’ diversa da quella trovata tra i barbari, nonostante i colpi
inferti dagli Stati rivolti a distruggerlo213. In alcuni casi si manteneva la proprietà comune
di almeno una parte delle terre, mentre in altri soltanto le pratiche di coltivazione in
comune. Era però regola che tra i comuni fossero state mantenute le assemblee per le
decisioni più importanti; la proprietà comunale delle foreste, boschi e aree da pascolo; le
associazioni tra i contadini per l’acquisto di strumenti di lavoro e per la realizzazione dei
212
213
L’anarchico giustifica questa affermazione citando i «Dodici Articoli» professati da contadini e
operai tedeschi e svizzeri i quali, oltre a sostenere il diritto di ciascuno d’interpretare la Bibbia
seguendo il proprio giudizio domandavano anche la restituzione delle terre comunali ai comuni
rurali e l’abolizione delle servitù feudali. Altro fatto citato da lui come esempio di questa pratica è
stato la costituzione delle confraternite comuniste di Moravia che riunivano decine di migliaia di
uomini e di donne che donavano tutti i loro beni formando degli istituti numerosi e prosperi,
organizzati secondo i principi del comunismo. (Il caso dei fratelli Moravi sono stati citati all’interno
del capitolo 5 di questa tesi).
KROPOTKIN usa come esempio il caso francese ma sottolinea che questo processo si era
verificato dappertutto nell’Occidente e centro Europa. Tra i colpi inferti ai comuni rurali cita le
espropriazioni delle terre più tardi restituite divise in appezzamenti individuali (disposizione che
non fu rispettata dai contadini che riuscirono a riavere le loro terre); la confisca delle terre da usare
come ipoteche per i prestiti dello Stato; le leggi promulgate nel 1816 che inducevano alla divisione
delle terre comunali, fatti che ebbero conseguenze anche sull’autonomia delle loro istituzioni.
254
lavori che riguardavano tutta la comunità214. Tale movimento a favore della proprietà
comunale era contraddetto dalle teorie economiche che ritenevano essere la coltura
intensiva incompatibile con il comune rurale. L’anarchico sostiene l’esatto contrario, e
cioè, il comune rurale era il solo mezzo in grado di permettere l’introduzione di
perfezionamenti sia nell’agricoltura che nella vita del comune215 a cui i singoli contadini
senza tante risorse non avrebbero mai avuto accesso. Secondo lui, i comuni rurali si sono
mantenuti per più di mille anni e, a meno che i contadini non fossero stati rovinati dalle
guerre e dalle tasse, i loro metodi di coltivazione continuarono a essere perfezionati.
Di queste pratiche, più che l’importanza economica era l’importanza morale –
essendo i comuni visti come diffusori dei costumi e abitudini di mutuo appoggio – quella
sottolineata da KROPOTKIN che attribuisce a questo spirito la diffusione di diverse
forme associative di mutuo appoggio come i sindacati agrari e operai; le associazioni di
contadini con scopi diversi216; le associazioni politiche; il movimento cooperativistico, le
associazioni per lo studio, la ricerca e l’istruzione e le associazioni religiose di carità, anche
se questi ultimi tre non senza critiche.
Oltre a immaginare la nuova società, KROPOTKIN si dedica anche all’analisi di
quella in cui viveva, presentando proposte di cambiamento che non dipendevano della
realizzazione della rivoluzione, anche se era sottinteso che nella società futura quale
pensata da lui, queste cose sarebbero accadute. Due sono i temi principali che hanno
meritato la sua attenzione e che ci interessano per quanto riguarda il tema di questo
capitolo: da un lato, il decentramento delle industrie e, legato a esso, la discussione sulla
sparizione o meno delle piccole attività industriali; dall’altro, l’impasse e le possibilità
dell’agricoltura europea, soprattutto davanti alla crisi che la concorrenza dei prodotti
americani aveva provocato.
KROPOTKIN ricorda la pratica esistente in Svizzera del taglio degli alberi da usare nella
costruzione o come legna da ardere, svolto collettivamente dai giovani del cantone, nonché
l’esistenza delle «Bürgernutzen», ossia, la proprietà in comune da parte di un gruppo di persone di
un certo numero di capi di bestiame o la coltivazione in comune di un pezzo di terra con la
divisione del raccolto. Cita anche le “riunioni serali per sgusciare le noci, volta a volta in ogni casa; [la]
veglia per cucire il corredo d’una giovane che [stava per sposarsi] (…); [l’]appello di «aiuti» per costruire
le case e portar dentro le messi, come per ogni specie di lavoro del quale [poteva] aver bisogno uno dei
membri della comunità; [l’]abitudine di far il cambio di fanciulli di un cantone con quelli d’un altro, allo
scopo di far loro imparare due lingue” (KROPOTKIN, 1992:268), fatti che ebbero come risultato,
secondo lui, la grande diffusione della pratica della cooperazione agricola in Svizzera.
215 KROPOTKIN sottolinea la ripresa, tra i comuni rurali russi, della pratica dei campi di coltivazione
collettiva dove tutti si recavano un giorno alla settimana e il cui raccolto veniva usato per fare
prestiti ai più poveri senza condizioni di rimborso, per sostenere gli orfani e le vedove oppure per
rimborsare un debito comunale.
216 Tra cui la compra e vendita dei prodotti, i lavori di miglioramento delle terre, l’acquisto di
macchinari per l’uso agricolo e a beneficio della produzione, ecc.
214
255
Riguardo alla questione del decentramento delle industrie, l’anarchico ritiene che
tale processo era frutto di ciò che chiama sviluppo consecutivo delle nazioni, il cui risultato era
la diffusione dell’attività industriale per i paesi cosiddetti nuovi. La via d’uscita per la crisi
che aveva colpito i paesi di più antica tradizione industriale era, secondo lui, l’integrazione
dell’economia, ossia, l’integrazione tra l’attività agricola e quella industriale all’interno di
un singolo paese e, allo stesso tempo, il privilegio del mercato interno anziché di quello
esterno. Secondo l’anarchico, ogni nazione avrebbe dovuto avere come obiettivo lo
sviluppo completo della sua economia, cercando il più possibile di produrre tutto quello di
cui avesse bisogno – generi agricoli e industriali – e riducendo al minimo indispensabile la
dipendenza dal mercato esterno. Questo avrebbe garantito lo sviluppo simultaneo e
integrato di tutti i settori dell’economia e i paesi che per primi avessero deciso di prendere
questa strada sarebbero stati quelli che avrebbero avuto più possibilità di riuscita tanto a
corto quanto a lungo andare.
Sempre sulla questione industriale, KROPOTKIN ritiene sbagliata la tesi difesa da
tanti studiosi sulla sparizione delle piccole industrie, credendo, anzi, che esse
continuerebbero comunque a esistere, nonostante la diffusione delle grandi fabbriche.
Secondo lui, sempre che il lavoro da esse svolto fosse conveniente alla grande industria –
sia perché in grado di adattarsi più facilmente ai diversi cambiamenti richiesti dal mercato,
sia perché fornitrici di materie prime fondamentali alla grande industria, sia ancora perché
si trattava di un settore non abbastanza redditizio per servire da stimolo alla sua
trasformazione in grande industria oppure di un nuovo settore la cui non conoscenza in
profondità impediva il rischio della produzione in grande scala – esse avrebbero avuto la
loro sopravvivenza assicurata. D’altra parte, egli richiama l’attenzione sul fatto che la
sparizione tanto discussa non significava necessariamente la fine dell’attività, ma poteva
significare anche la sua evoluzione in settori più ampi e moderni oppure la sua
trasformazione in nuovi settori. Infine, ricorda che le nuove attività produttive avevano
sempre mosso i loro primi passi come una piccola industria, soprattutto per il fatto che,
senza conoscere la reazione del mercato ai nuovi prodotti, si rischiava meno cominciando
come piccola attività che non partendo già come grande fabbrica. Inoltre, l’anarchico
sostiene, in sintonia con la sua proposta precedente, che un’altra possibilità di garanzia di
sopravvivenza della piccola industria era la sua integrazione il più possibile con le attività
agricole, sia come industria di trasformazione che per offrire al contadino tutto il
necessario per l’ottenimento di migliori risultati.
Rispetto alle possibilità dell’agricoltura, KROPOTKIN riparte dalla suddetta tesi
della ricerca dell’autosufficienza per affermare che ogni comune doveva dedicarsi alla
256
produzione delle derrate necessarie al fabbisogno integrale dei suoi membri e,
riprendendo anche la questione della necessità di sviluppo integrale del lavoratore, afferma
che una parte di questo fabbisogno doveva essere prodotta dal lavoratore stesso. Per
questo egli si sarebbe dedicato oltre che al suo proprio lavoro anche alla coltivazione di un
piccolo orto, destinando a questo lavoro una piccola quantità di ore al giorno. Per lo
svolgimento di tale attività i lavoratori avrebbero potuto contare sui progressi della scienza
applicati all’agricoltura, quali macchinari, concimi, serre, semi selezionati, ecc. Inoltre,
riprendendo quanto detto riguardo alle industrie, ritiene che una forma per uscire dalla
crisi in corso ed evitarne altre era dare la precedenza al mercato interno anziché a quello
esterno, nonché cercare di integrarsi per quanto possibile con l’industria, soprattutto con
quella di piccole dimensioni, chiudendo così le filiere economiche, idea che viene
riproposta ora nelle pratiche di sviluppo locale autosostenibile come si tratterà nei capitoli
successivi.
Secondo lui, per raggiungere tale autosufficienza non era necessario provvedere a
grandi cambiamenti nella struttura produttiva. Bastava fermare il processo di diminuzione
o sostituzione della produzione agricola in pascolo e, avendo come scopo la soddisfazione
dei bisogni della popolazione, utilizzare tutte le terre coltivabili nel modo più adatto a ogni
singola realtà, cercando di ricavare dal suolo la massima produttività. Ma, cosa più
importante, tale pratica agricola doveva essere messa in pratica considerando la terra
come un patrimonio comune, di cui disporre a vantaggio di tutti e di ciascuno:
questa era, evidentemente, una premessa indispensabile. Inoltre, egli riteneva che
non sarebbe stato necessario escogitare nuovi metodi di coltivazione, ma semplicemente
generalizzare e applicare largamente quelli che avevano resistito alla prova
dell’esperienza217.
Questa sua proposta, altro non è che il fondamento delle attuali tesi di sviluppo
locale autosostenibile delle quali ci occuperemo nei capitoli successivi: la necessità di
pensare al territorio come un patrimonio da valorizzare, come parte integrante del
processo produttivo e non soltanto come supporto a esso, nonché la necessità di
valorizzare le pratiche e i saperi locali – o se si vuole la self-reliance, incentivando così lo
sviluppo endogeno – in quanto parte fondamentale della costruzione dei progetti di
sviluppo locale autosostenibile.
Il successo della produzione agricola, quindi, secondo lui, dipendeva dalla
conoscenza dei reali bisogni della popolazione locale; dalla messa a coltivazione di tutte le
terre potenzialmente coltivabili, tenendo conto delle peculiarità di ogni area, dei saperi
217
Il testo in corsivo e grassetto sono una citazione di KROPOTKIN, 1975, p. 118/119.
257
locali riguardo alle pratiche agricole di successo e pensando alla terra come un patrimonio
comune di cui disporre con cura a vantaggio di tutti, incluse le generazioni future; dalla
chiusura dei cicli ecologici messa in pratica con le filiere economiche, attraverso
l’integrazione, per quanto possibile, con l’attività industriale, soprattutto quella piccola, di
base locale. Infine, per ottimizzare ancora di più il lavoro e ottenere risultati ancora più
soddisfacenti, KROPOTKIN suggerisce il ricorso alle pratiche di lavoro associato, che
avrebbero condotto a una serie di vantaggi come la riduzione degli sforzi per produrre
attraverso il lavoro collettivo; la possibilità di acquisto di macchinari e l’introduzione di
ogni tipo di infrastruttura necessaria ad aumentare la produttività della terra grazie anche
all’aumento dell’uso di concimi, sementi selezionate, ecc. prima impossibili per gli alti
costi; la diversificazione della produzione che avrebbe garantito a tutti il miglioramento
delle loro qualità nutrizionali.
Le proposte di KROPOTKIN discusse in questo capitolo, come l’ideale
comunitario e la democrazia diretta in esso contenuto; la chiusura dei cicli ecologici
attraverso l’integrazione tra l’agricoltura e l’industria, soprattutto di quella piccola e a base
locale; la necessità di agire e lavorare sulla terra considerandola come un patrimonio
comune, di cui disporre a vantaggio di tutti e di ciascuno e, infine, la necessità di
recuperare e valorizzare i saperi locali, lavorando la terra servendosi dei metodi e delle
tecniche che avevano resistito alla prova dell’esperienza, riemergono oggi con la
diffusione dei movimenti ecologici, di cui egli è ritenuto il precursore218. Questa mia
constatazione, che si chiarirà dalla lettura della prossima parte di questa tesi – tanto dalla
lettura del capitolo teorico sullo sviluppo locale autosostenibile quanto sui vari esempi di
pratica di questo progetto di sviluppo locale autosostenibile, sia quelle legate alla
produzione che quelle legate alla commercializzazione – è rafforzata dalle considerazioni
di autori di peso della geografia mondiale, tra cui CASTELLS, quando afferma essere
stato “dal nido di qualche utopia comunitaria che i primi ecologisti politici hanno preso il loro
volo, quale Kropotkin che ha legato per sempre anarchia ed ecologia di cui oggi il miglior
rappresentante è Murray Boockin” (CASTELLS, 1998-1999, II:153). E, ancora, quando
scrive che “la democrazia diretta è il modello politico implicito della grande maggioranza dei
movimenti ecologici: nei progetti alternativi più elaborati si uniscono il controllo sullo spazio,
l’affermazione del luogo come fonte di senso e l’accento messo sull’amministrazione locale,
che appartengono agli ideali di autogestione della tradizione anarchica, come è anche il caso
218
“Kropotkin riteneva fondamentale un rapporto equilibrato tra l’uomo e l’ambiente (inteso come insieme
di fattori culturali, sociali, economici, geografici): solo rispettando la specificità dell’ambiente la società
libera avrebbe davvero creato le condizioni per una vita armonica e ‘a misura d’uomo’. Sotto questo
profilo, è lecito vedere in Kropotkin uno dei precursori delle moderne teorie ecologiste” (PANI &
VACCARO, 1997:74).
258
della produzione a piccola scala, della preoccupazione dell’autosufficienza, che implicano di
assumere l’austerità, di criticare il consumo ostentatorio e di sostituire il valore d’uso della vita
al valore di scambio del denaro” (CASTELLS, 1998-1999, II:156).
Sono esempi di questo riemergere delle sue proposte le seguenti esperienze di cui si
tratterà nei capitoli successivi:
-
la ricerca della chiusura dei cicli ecologici – difesa anche da MAGNAGHI – che viene
ricercata e in parte realizzata attraverso l’esperienza pilota di sviluppo locale
autosostenibile della Val di Bisenzio in Toscana, coordinata da MAGNAGHI, messa
in pratica e seguita da FANFANO, così come attraverso le proposte dei progetti di
sviluppo rurale svolti nel terzo mondo e messi in pratica dalla Ctm altromercato e in
alcuni dei prodotti commercializzati dal Consorzio Radici a Suvereto, in Toscana;
-
la produzione in piccola scala, la preoccupazione dell’autosufficienza, l’assunzione
dell’austerità e la critica al consumo ostentatorio, la sostituzione del valore d’uso al
valore dello scambio, attraverso le esperienze messe in pratica da buona parte degli
ecovillaggi, come per esempio quello degli Elfi;
-
un’altra forma di scambio attraverso un mercato con morale, quale quello della
fierucola a Firenze, dei gruppi di acquisto solidali (GAS) e del commercio equo e
solidale, sparso per tutta l’Europa ma non solo.
Tutte queste esperienze sono apparse all’interno dei movimenti sociali contro
l’omologazione e la massificazione imposte dalla globalizzazione. Tali esperienze
richiamano l’attenzione sul fatto importante della loro natura locale, ed è quindi, al locale
che dobbiamo rivolgere i nostri sguardi nella ricerca di alternative alla globalizzazione
stessa. Nel momento storico che stiamo vivendo, lascio parlare QUAINI, oltre “al
controllo sullo spazio, l’altra fondamentale posta in gioco è oggi costituita dal controllo del
tempo. Così come nel primo caso i movimenti sociali alternativi mettono l’accento sul locale,
sulla comunità locale e la partecipazione dei cittadini, riscoprendo gli ideali di autogestione
della tradizione anarchica, nel controllo sul tempo si cercano di costruire temporalità nuove,
rivoluzionarie, come quella che è alla base del concetto di sostenibilità che, come noto, significa
misurare la nostra vita e le nostre scelte sul metro del tempo lungo delle generazioni che
verranno e prima ancora dell’evoluzione della natura” (QUAINI, 2002:326). È in questo
sfondo che si inseriscono le nuove utopie di cui si passerà a trattare in questa ultima parte
della tesi.
259
PARTE III
LE «NUOVE» UTOPIE
260
CAPITOLO 7
SVILUPPO LOCALE AUTOSOSTENIBILE:
UN PROGETTO PER LA VALORIZZAZIONE
DEL PATRIMONIO TERRITORIALE
1. Dal territorio come supporto al territorio come patrimonio
Secondo MAGNAGHI, il territorio deve essere inteso come il “prodotto storico di
processi co-evolutivi di lunga durata fra insediamento umano e ambiente, fra natura e cultura
e, quindi, come esito della trasformazione dell’ambiente ad opera di successivi e stratificati
cicli di territorializzazione. (…) Il territorio è (…) un prodotto antropico: esso pertanto non
esiste in natura, è un costrutto storico la cui “massa” si accresce nella lunga durata. Come esito
di un processo esso è un sistema relazionale fra ambiente fisico, ambiente costruito, ambiente
antropico. Questo processo produce un insieme di luoghi dotati di profondità temporale, di
identità, di caratteri tipologici, di individualità: dunque sistemi viventi ad alta complessità”
(MAGNAGHI, 1998:3/4). L’autore richiama ancora l’attenzione sul fatto che il territorio,
in quanto ambiente fisico, nonostante sia altro dalla natura originaria, in quanto integra
caratteri naturali e culturali in una nuova individualità, risponde comunque alle leggi di
riproduzione dei sistemi viventi e degli ecosistemi e, come tale, deve essere curato.
La produzione del territorio – ottenuta dalla trasformazione dello spazio per opera
dell’uomo – avviene tramite il processo di territorializzazione, risultato, a sua volta,
dell’azione territoriale, “una forma specifica dell’azione collettiva che «accoglie, deposita,
stratifica, connette lavoro socialmente mediato e quindi più o meno esplicitamente normato»”
(GATTI, 1990: 286). Stando così le cose, lo studio del processo di territorializzazione
diventa di fondamentale importanza per la comprensione dell’identità del luogo e delle sue
dinamiche riproduttive.
261
GATTI ritiene che sia possibile effettuare una lettura dei processi di
territorializzazione “in senso cronologico, come produzione di logiche determinate
storicamente, ma anche in senso «orizzontale» e sistemico, come «valore» che l’azione
territoriale progressivamente attribuisce al territorio, caricandolo continuamente di «massa
territoriale», e rendendolo sempre più «artificiale».
Ma non tutto il lavoro operato sullo spazio può essere compreso come azione
territoriale: questa infatti deve presentare tre caratteristiche precise che simultaneamente
qualificano l’azione stessa:
a) compiere un processo di trasformazione materiale dello spazio, attraverso l’uso del suolo e
la disseminazione di oggetti, che sia progressivamente orientata alla liberazione dalle
costrizioni dello spazio fisico;
b) il processo di trasformazione materiale presenta sempre un aspetto simbolico: l’uomo non
può trasformare fisicamente uno spazio senza caricarlo di simboli. (…)
c) inoltre non si può territorializzare lo spazio senza caricarlo di informazioni e costruire
forme di scambio, cooperazione e comunicazione più complesse del semplice livello
naturale etologico” (GATTI, 1990: 286/7), essendo questo l’aspetto immateriale
dell’azione territoriale.
L’azione territoriale – nei suoi tre aspetti indissolubili fra loro: materiale, simbolico,
immateriale – si realizza per mezzo di atti territorializzanti e si concretizza tramite il processo
di territorializzazione. Nonostante essi siano variabili, è possibile identificare le tappe in cui
si svolgono. TURCO ne identifica tre: la denominazione, la reificazione e la strutturazione.
GATTI, riprende e amplia questa classificazione, identificando cinque tappe: la
denominazione, la perimetrazione, la trasformazione materiale, la comunicazione e la strutturazione.
La denominazione è il primo atto svolto da chi crea un territorio. Dare un nome
implica la conoscenza del luogo – dato che il nome possiede in sé informazioni importanti
sul territorio, è un’abbreviazione di descrizioni, un’agglomerazione di concetti – e
determina il controllo simbolico sull’ambiente. Secondo TURCO, la denominazione è un
processo continuum che racchiude, elabora e trasmette informazioni. L’atto denominativo
è un lavoro sociale che raccoglie in sé strategie cognitive – legate alla conoscenza del
territorio – e comunicative – legate alla trasmissione di queste conoscenze alle comunità
insediate. TURCO identifica tre livelli di organizzazione semiotica del territorio: il primo,
la denominazione referenziale, istituisce dei riferimenti sul territorio e conduce a una
rappresentazione che permette al soggetto di localizzarsi, di situarsi rispetto a delle
posizioni prestabilite; il secondo, la denominazione simbolica, si basa su valori socialmente
prodotti e il terzo, la denominazione performativa, si basa su informazioni di tipo sperimentale,
262
soggette alla prova dei fatti e modificabili in base ai suoi esiti. Le denominazioni simboliche e
performative, “non solo «denotano» un tratto della superficie terrestre, ma la «connotano» in
virtù di uno o più codici secondari – o sottocodici – che incorporano” (TURCO, 1988:87).
La reificazione, la seconda fase del processo di territorializzazione identificata da
TURCO, consiste nella capacità dell’attore di governare praticamente la forma geografica
dell’universo sociale nel quale è immerso. Essa presenta un duplice ordine: quando si
rivolge allo spazio, consiste nella trasformazione di una materialità naturale in una
materialità costruita; quando invece si rivolge al territorio, consiste nella trasformazione di
una materialità costruita in un’altra. La reificazione è, sempre secondo TURCO, un atto
sociale trasformativo, con il quale l’uomo interferisce nelle dinamiche della materia,
trasformando il paesaggio e realizzando il trapasso dal vecchio al nuovo ordine. Reificata,
la superficie terrestre diventa un insieme di proprietà che può essere soppressa,
incrementata o modificata, a seconda dei canoni di flessibilità imposti dal progetto di cui
l’attore sociale è portatore.
GATTI suddivide questa fase in tre momenti: la perimetrazione, intesa come lo
stabilimento dei confini che consentono l’identificazione e il confronto con gli altri; la
trasformazione materiale, che consiste nella trasformazione del paesaggio e di ciò che chiama
“«naturalità dei luoghi» e consente l’espressione concreta dei modi diversi di territorializzare
un luogo, cioè, consente la differenziazione attraverso elementi artificiali di tipo materiale e
simbolico che a loro volta svolgono un ruolo immateriale di comunicazione” (GATTI,
1990:288); la comunicazione, intesa come la capacità di uscire dai limiti fisici naturali
attraverso lo stabilimento di forme di comunicazione, quali reti, maglie, nodi, i quali
influiranno posteriormente sui successivi atti territorializzanti.
La terza fase del processo di territorializzazione identificata da TURCO è la
strutturazione, intesa come l’espressione e il supporto del controllo sensivo che si dispiega
geograficamente, manifestandosi come preordinamento convenzionale e processivo della
massa territoriale e ricavando dall’ambiente ipercomplesso – dunque da uno spazio già
denominato e reificato – luoghi fisici oggettivabili, di complessità in vario grado ridotta, a
disposizione degli attori. GATTI definisce questa fase – chiamata anche da lui
strutturazione – come la combinazione dei fattori precedenti in “strutture dotate di senso e
orientate ad uno scopo” (GATTI, 1990:288).
La struttura è dunque territoriale e, affinché possa sopravvivere in un ambiente
mutevole, deve essere multistabile, ossia deve avere una grande varietà e velocità di
risposte alle perturbazioni imposte. A questo scopo la strutturazione tende a conservare
all’interno delle formazioni geografiche la massima differenziazione, da cui possono
263
emergere le possibilità combinatorie e le virtualità innovative che sostanziano la
complessità. In tal modo, la struttura non solo è capace di difendersi dalle perturbazioni,
ma possiede altresì la proprietà di integrare le perturbazioni trasformandole in fattori di
organizzazione. È poi un sistema autorganizzatore che fa del disturbo un principio
d’ordine.
Una struttura che evolve esprime l’attitudine sistemica a sopravvivere anche al
prezzo di trasformazioni che investono le modalità di funzionamento del sistema. La
tendenza al decentramento, un portato della complessità elevata, segno e strumento della
multistabilità, è soltanto un’occorrenza possibile. L’altro garante della sopravvivenza è
l’autopoiesi, “processo attraverso il quale un sistema produce, trasforma o anche distrugge i
suoi componenti, dalla cui interazione il sistema stesso trae individualità” (TURCO,
1988:131). Stando così le cose, l’efficienza degli apparati è una garanzia di
sopravvivenza/autopoiesi orizzontale, mentre l'incremento di multistabilità (la capacità di
adattamento per sopravvivere) obbliga l’autopoiesi a realizzare un processo verticale che
consiste nell’intensificare l’operazionalità della struttura. Compaiono, così, accanto alla
funzione costitutiva, alcune funzioni accessorie (autoprodotte), destinate ad assorbire gli
effetti negativi delle perturbazioni e a trasformarli in effetti positivi/di ordine, con
funzione protettiva, consolidando in questa forma il processo di autoafermazione.
POLI, riferendosi allo studio di due biologi cileni, fa un’interessante considerazione
sul sistema autopoietico. L’autrice sottolinea che esso è “un sistema cognitivo, che si
caratterizza per essere conservativo e al tempo stesso innovativo. Il sistema autoproduce la
propria organizzazione interna – la parte invariante – dove sono conservati i caratteri
dell’identità, mentre reagisce alle perturbazioni esterne, selezionando, adattando e
trasformando la struttura – la parte variabile – per conservarne l’organizzazione219. Il sistema
autopoietico è stato trasferito nell’immagine del milieu come rappresentazione territoriale di un
contesto fisico-sociale che interpreta e sceglie, in base alle opportunità offerte dal patrimonio,
quale innovazione attivare” (POLI, 1998: 41).
219
“Due fenomeni centrali caratterizzano i sistemi autopoietici: l’organizzazione e la struttura. Secondo
questa teoria l’organizzazione denota le relazioni invarianti nel tempo, mentre la struttura denota le relazioni
variabili in un certo istante della vita. La trasformazione della struttura avviene seguendo le regole dettate
dall’organizzazione. Per adattarsi al suo ambiente ed evitare di disintegrarsi, morire o diventare altro da
sé, il sistema mette in atto l’accoppiamento strutturale, una modalità interattiva che produce un
adattamento reciproco fra sistema e ambiente in grado di non alterare le caratteristiche fondative del
sistema, grazie alla chiusura dell’organizzazione e all’apertura della struttura. L’organizzazione
autopoietica costituisce quindi «la configurazione invariante di relazioni intorno alla quale ha luogo la
selezione dei loro cambiamenti strutturali durante la loro storia di interazioni» Maturana H. R., Varela, F.
J., Autopoiesi e Cognizione. La realizzazione del vivente, Marsilio, Venezia 1985, [ed. orig. 1980]” (POLI, 1998:
41 nota 4).
264
Il territorio evolve tramite un processo identificato da RAFFESTIN come
territorializzazione-deterritorializzazione-riterritorializzazione (processo TDR). “Il primo
termine del processo, la territorializzazione, implica che, quando uno stato è compiuto, esso
sia una territorialità, vale a dire un insieme codificato di relazioni. In realtà questo stato è
piuttosto un equilibrio instabile in quanto è sufficiente una variazione nell’informazione
ricevuta perché esso cambi ovvero i rapporti all’interno del sistema si modifichino. La
deterritorializzazione è, in senso primo, l’abbandono del territorio, ma può essere anche
interpretata come la soppressione dei limiti, delle frontiere (…). La deterritorializzazione
corrisponde a una crisi, vale a dire alla scomparsa dei limiti. (…) La riterritorializzazione, (…)
può farsi su qualunque cosa, oltre allo spazio, la proprietà, il denaro, ecc.” (RAFFESTIN,
1984:78) e corrisponde allo stabilimento di un nuovo equilibrio e di un nuovo ciclo di
territorializzazione.
Ogni ciclo di territorializzazione, ad eccezione del primo, si stabilisce su un
territorio già costruito, reificato, che viene reinterpretato dagli attori del processo, i quali
depositano la loro sapienza ambientale, sopprimendo ciò che viene considerato superato e
utilizzando/valorizzando ciò che viene invece ritenuto utile/importante per il
funzionamento del sistema. L’interazione fra i successivi cicli di territorializzazione
determina la massa territoriale, la quale offre importanti indicazioni sul valore del patrimonio
territoriale e le sue possibilità di usi futuri.
Il territorio ha dunque una profondità storica, il cui studio serve ad acquisire le
regole di sapienza ambientale responsabili per la realizzazione del tipo e della personalità
del luogo in epoche precedenti. Le strutture territoriali che vengono conservate da un
ciclo di territorializzazione a un altro sono chiamate invarianti strutturali e costituiscono i
sedimenti attraverso i quali è possibile realizzare tale studio. MAGNAGHI identifica tre tipi
diversi di sedimenti: i sedimenti di sapienza ambientale, riguardanti i saperi relativi ai rapporti
della comunità insediata con l’ambiente, importanti per la riqualificazione ambientale e la
proposizione di nuovi modelli di sviluppo; i sedimenti identitari, riguardanti i saperi relativi
alla presenza di modelli socioculturali di lunga durata, responsabili per la determinazione
dell’identità del luogo; i sedimenti materiali, riguardanti gli elementi di memoria reificata nel
paesaggio che continuano a far parte, anche se reinterpretati e con usi diversi, della cultura
e della vita quotidiana del ciclo di territorializzazione successivo. “L’interazione fra i
successivi atti territorializzanti determina in ogni luogo la massa territoriale che è costituita
dall’accumulo storico di atti territorializzanti di diversa natura (...) che nel loro insieme ne
determinano il valore” (MAGNAGHI, 2001:24).
265
L’accumulo degli atti territorializzanti nel tempo trasforma lo spazio naturale in
territorio e dà origine ai “luoghi”, ambienti dotati di identità, personalità e individualità
paesistica. “Ogni luogo assume, in questa relazione di lunga durata fra insediamento umano e
ambiente, una sua identità specifica data dalla particolarità degli elementi della relazione.
Questa identità si darà a due livelli: quello che definisce i caratteri tipologici del luogo (che
riguardano le tipologie edilizie, urbane e territoriali[,] (…) [i] “tipi territoriali”); e quello che
definisce la personalità e l’individualità del luogo, ovvero i caratteri peculiari in cui un tipo
territoriale si materializza in uno specifico paesaggio (…). Tipo territoriale e individualità
definiscono i caratteri identitari del luogo; entrambi i livelli sono necessari per una
utilizzazione a fini progettuali del processo di territorializzazione” (MAGNAGHI, 2001: 21).
La deterritorializzazione, la seconda fase del processo TDR, avviene con
l’interruzione del processo di costruzione dei luoghi, con la separazione tra natura e
cultura, con il non rispetto delle identità dei luoghi e con l’utilizzazione del territorio come
semplice supporto delle attività economiche che risultano, così, standardizzate, uguali in
qualsiasi punto della superficie terrestre. Oltre alla deterritorializzazione, che evidenzia gli
aspetti strutturali dell’interruzione dei cicli storici di crescita e sviluppo del territorio,
MAGNAGHI cita altre due forme possibili di identificazione di questo processo: “la decontestualizzazione[, che] evidenzia gli aspetti morfologici della distruzione delle identità
paesaggistiche operata dalla rottura, nelle modalità insediative, del rapporto sinergico attivo fra
comunità insediate e ambiente; (…) [e] il degrado[, che] pone l’accento sulla rottura di equilibri
ambientali, dovuto all’eccesso di carico antropico sull’ambiente e alla dissipazione e
distruzione di risorse non rinnovabili” (MAGNAGHI, 2001: 34).
La deterritorializzazione, sottolinea l’autore, non segna l’inizio del processo di
riterritorializzazione, e quindi di un nuovo ciclo di territorializzazione, ma caratterizza
invece il modo di produzione capitalista nella sua fase attuale, di per sé deterritorializzato,
dovuto alla fiducia nella capacità delle innovazioni tecnologiche di superare tutti gli
ostacoli imposti dalla natura, sempre più artificiale e destrutturante. Questo modello di
crescita economica quantitativa e illimitata non solo ha trasformato il territorio in
supporto alle attività economiche e distrutto tutte le forme di cultura, identità locali e tutto
ciò che potesse significare diversità, ma ha anche propiziato la nascita di ciò che l’autore
chiama nuove povertà – di qualità urbana, ambientale, identitaria e territoriale – legate, in
genere, al processo di riduzione dei valori d’uso dei beni di mercato e strettamente connesse
al peggioramento della qualità ambientale e urbana. Citando SACHS, MAGNAGHI
sottolinea come la crescita illimitata abbia aumentato nelle città, ma lo stesso si può dire
266
anche delle aree rurali, la vulnerabilità biologica, strutturale, dei supporti vitali, economica
e funzionale.
Stando così le cose, l’avanzamento di questo processo può essere fermato
soltanto da nuove forme di sviluppo prodotte dalle necessità indotte dalle nuove povertà. Il
problema che si pone è quello di promuovere l’inizio del processo di riterritorializzazione,
basandosi su un riavvicinamento tra natura e cultura, società insediata e ambiente. Un
passo importante in questa direzione, sottolinea l’autore, è quello dell’individuazione
dell’identità territoriale, attraverso la lettura dei “processi di formazione del territorio nella
lunga durata per reinterpretare invarianze, permanenze, sedimenti materiali e cognitivi in
relazione ai quali produrre nuovi atti territorializzanti” (MAGNAGHI, 2000a:63).
L’obiettivo di questo studio è l’identificazione delle relazioni virtuose fra insediamento
umano e ambiente, storicamente esistite, che possono servire da esempio o suggerire la
promozione di nuovi atti territorializzanti capaci di avviare un nuovo ciclo di
territorializzazione basato su forme di sviluppo locale autosostenibile.
Ogni ciclo di territorializzazione, nel riorganizzare e trasformare il territorio,
accumula e deposita una propria sapienza ambientale che arricchisce la conoscenza e
contribuisce alla conservazione e riproduzione dell’identità territoriale nel tempo lungo.
L’interazione fra i vari e successivi atti territorializzanti, la massa territoriale, indica il valore
del patrimonio territoriale e le sue peculiarità per gli usi futuri. Si tratta quindi di cambiare
gli indicatori di sviluppo e di mettere al centro dell’attenzione non più la crescita
economica come fine a se stessa, ma la ricerca di soluzioni ai nuovi problemi emersi
tramite la valorizzazione del patrimonio territoriale. In questo contesto, la “verifica di
sostenibilità della forma e delle regole costitutive dell’insediamento umano assume (…) estrema
importanza, (…) dal momento che la qualità ambientale e urbana e i problemi identitari sono
ritenuti centrali nei nuovi indicatori di benessere e hanno molto a che fare con la ridefinizione
del rapporto di una comunità insediata con il proprio territorio” (MAGNAGHI, 2000a:47).
Sempre secondo l’autore, i segni di questa ricerca si possono notare nella
riapparizione della cultura dei valori territoriali “locali” in due momenti fondamentali: il
primo,
nella
rivitalizzazione
delle
economie
a
base
territoriale;
il
secondo,
nell’affermazione del “locale” e della “territorialità” come problemi essenziali per lo
sviluppo, sia tramite l’insorgere della dimensione etnica, linguistica, identitaria come
principale motore del conflitto, sia tramite l’esplodere della questione ambientale
costringendo a internalizzare sempre di più la riproducibilità delle risorse naturali nel
calcolo costi-benefici dell’insediamento umano.
267
“Economie territoriali, questione identitaria e questione ambientale modificano
radicalmente gli indicatori di sviluppo che si vanno allontanando dal PIL in maniera
vertiginosa. Economie locali, identità e ambiente ripropongono dunque un ripensamento del
ruolo del territorio (e della sua cura e valorizzazione) nella produzione della ricchezza.
In sintesi, se intendiamo la territorialità come «la mediazione simbolica, cognitiva e
pratica che la materialità dei luoghi esercita sull’agire sociale»220 (…), la produzione di territorialità
(intesa come produzione di qualità ambientale, abitativa, come valorizzazione di identità
territoriali e urbane, di nuove municipalità e appartenenze, produzioni tipiche in paesaggi
tipici, di crescita delle società locali) diviene problema interno, per alcuni addirittura fondativo,
della produzione di ricchezza, riferita a modelli di sviluppo sostenibili” (MAGNAGHI,
2000a:48).
Il primo passo nella direzione della produzione di territorialità e di
territorializzazione
consiste
nel
rovesciamento
del
ruolo
del
territorio,
da
supporto/contenitore a produttore dello sviluppo. Ciò “richiede una descrizione e una
rappresentazione dei valori territoriali e ambientali che consenta di «trattarli» come
opportunità e risorse nei processi di trasformazione, garantendone l’autoriproducibilità e la
durevolezza” (MAGNAGHI, 2000b:21). Inoltre, presuppone la restituzione al territorio
della sua dimensione di “soggetto vivente”, di cui bisogna rispettare le regole di
riproduzione, nonché il riconoscimento del territorio in quanto patrimonio221, qualcosa
DEMATTEIS, 1999. L’autore precisa che la territorialità a cui si riferisce non è soltanto quella che
riguarda la demarcazione e il controllo del territorio, ma soprattutto quella “in positivo che consiste nel
valorizzare le condizioni e le risorse potenziali dei diversi contesti territoriali (milieu) in processi di
sviluppo e riqualificazione, di regola conflittuali, ma anche suscettibili di essere condivisi e partecipati
proprio grazie alle risorse aggiuntive che questo tipo di territorialità attiva permette di creare durante il
processo” (DEMATTEIS, 1999:119/120). Inoltre, richiama l’attenzione sul fatto che la territorialità
non dipende solo dal milieu “ma anzitutto dai rapporti intersoggettivi, per i quali il milieu è un insieme
di “prese”, “leve”, mezzi del loro concretizzarsi, in un processo co-evolutivo complesso. Al centro di
esso si situano le reti locali di soggetti che fanno da interfaccia tra i rapporti col resto del mondo e quelli
con il milieu urbano locale e, attraverso ad esso, con l’ecosistema” (DEMATTEIS, 1999:122).
221 Secondo MAGNAGHI, la categoria patrimonio territoriale, composto da ambiente fisico, antropico
e costruito, riemerge in epoca tardo moderna, con la crisi e l’insostenibilità del modello di sviluppo
“fondato sulla crescita economica illimitata, sul divorzio fra natura e cultura, sulla riduzione del territorio
a spazio funzionale e zonizzato e sulla omologazione delle culture nel processo di globalizzazione”
(MAGNAGHI, 2000b:22). In questa accezione, il patrimonio territoriale è il risultato
dell’interpretazione che viene data da chi lo usa, cioè, il prodotto dell’interazione di lunga durata fra
insediamento umano e ambiente, frutto di un lungo processo composto dall’addizione di atti
territorializzanti o deterritorializzanti che, nel trascorrere del tempo, gli aggiungono o gli
sottraggono ricchezza e complessità. In quanto sistema vivente, il patrimonio territoriale presenta
regole di crescita e riproduzione il cui non rispetto può favorire la sua distruzione e di conseguenza
l’impossibilità della sua valorizzazione tramite nuovi usi. In questo modo il territorio, in quanto
patrimonio, è visto e inteso come agente attivo nella produzione di ricchezza e di sviluppo, e non
come un semplice supporto ad esso.
220
268
che possiede valore e che, perché possa continuare ad esistere, deve essere trasformato in
risorsa e valorizzato dagli attori locali222.
Per trasformare il patrimonio in risorsa occorre promuovere nuovi atti
territorializzanti capaci di ricostruire, su nuove basi, quello che MAGNAGHI chiama
relazioni virtuose tra l’ambiente fisico, l’ambiente costruito e l’ambiente antropico.
Conseguenza di un nuovo modo di pensare e produrre il territorio, queste relazioni
virtuose, nel rispetto delle regole del suo funzionamento, hanno come risultato la
creazione di insediamenti ad alta qualità che, simultaneamente, si autosostengono e
aggiungono valore al territorio, ossia, lo riterritorializzano. Solo questo nuovo approccio
verso il territorio è in grado di dare inizio a un nuovo ciclo di territorializzazione, cioè di
produrre allo stesso tempo territorio e sviluppo. È questo il punto nevralgico dell’approccio
territorialista, corrente all’interno dell’urbanistica che, riferendo la sostenibilità dello
sviluppo al territorio inteso come neoecosistema prodotto dall’uomo, ritiene che soltanto
la promozione di nuovi atti territorializzanti che ricostruiscano, in nuove forme, le
relazioni tra le tre dimensioni dell’ambiente – tramite il recupero della sapienza ambientale
e del ruolo centrale degli abitanti in quanto produttori di territorialità – siano in grado di
scatenare un nuovo modo di produzione del territorio, sensibile alle regole del suo
funzionamento e allo stabilimento di relazioni sinergiche tra tutte le dimensioni
dell’ambiente. In questa prospettiva, “il territorio non è un bene da salvaguardare a lato dello
sviluppo, a suo corollario, ma è il bene che produce la forma, la qualità, lo stile dell’insediamento umano”
(MAGNAGHI, 1990:32) e dello sviluppo, la cui sostenibilità passa a essere “misurata dalla
capacità del modello socioeconomico di alimentare la conservazione e la crescita dei luoghi
attraverso atti che ne valorizzino (o ne curino) il «tipo territoriale» e l’individualità”
(MAGNAGHI, 2000a:62).
Inteso come riabilitazione delle peculiarità territoriali, lo sviluppo locale diventa così il
punto centrale all’interno del dibattito sulla sostenibilità dello sviluppo, soprattutto con il
non riconoscimento del primato della crescita economica come fattore di sviluppo. Tale
fatto, a sua volta, apre la strada a molti interrogativi, quali: “quale sviluppo locale? in che
relazione con i processi di globalizzazione? in quale contesto economico e politico? in quale
territorio?” (MAGNAGHI, 2000a:49).
222
MAGNAGHI richiama l’attenzione sul fatto che “il valore complessivo del patrimonio territoriale non
si limita al suo valore d’uso (che deriva dal suo uso diretto nella produzione e nel consumo); ma occorre
tenere in conto il valore di opzione (che può derivare dagli usi potenziali da una probabilità di uso futuro
con diverse accezioni di valore) e il valore di esistenza (valore attribuito a una risorsa in quanto tale,
«materia», manufatto, ecosistema trasformato nel tempo e divenuto parte del patrimonio naturale e
territoriale)” (MAGNAGHI, 2000a:88).
269
2. La valorizzazione del patrimonio territoriale e lo sviluppo locale autosostenibile
2.1. L’origine del concetto di sviluppo locale autosostenibile
Prima di passare a trattare dell’argomento centrale di questo paragrafo, vale la pena
di fare un breve chiarimento sull’origine e il significato del concetto di sviluppo locale
autosostenibile. Secondo TAROZZI, il concetto di sostenibilità è un concetto che, nel
trascorrere del tempo, si è molto modificato, passando ad assumere una serie di significati
che l’hanno reso troppo generico, talvolta anche ambiguo, e quindi poco utile ai fini degli
obiettivi di un progetto di valorizzazione del patrimonio territoriale. È per queste ragioni
che l’autore – insieme ad altri – propone il concetto di autosostenibilità, intendendo che “se
sviluppo ha da essere, esso debba basarsi sulle forze di chi lo progetta e debba implicare
solidarietà sincronica con le generazioni presenti e solidarietà diacronica con le generazioni
future” (TAROZZI, 1998:23).
Alle origini del concetto di sostenibilità TAROZZI pone l’anno del 1972 per due
avvenimenti importanti. Il primo è la Conferenza di Stoccolma, organizzata dalle Nazioni
Unite sull’ambiente umano con l’obiettivo di definire una forma di sviluppo compatibile
con la sopravvivenza fisica del pianeta, dopo aver identificato negli stili di consumo e di
vita delle popolazioni, soprattutto di quelle occidentali, una delle cause del problema
sempre più evidente del rapporto sviluppo/ambiente. Il risultato di questa conferenza è
stato la proposta di un piano d’azione, anche se senza valore legale, per dare corpo alla
consapevolezza ivi emersa di che tutti gli uomini hanno il diritto a vivere in un ambiente
sano e il dovere di lasciare in eredità alle generazioni future le risorse naturali così come le
hanno ricevute dalle generazioni precedenti. “Tra i vari punti dell’Action Plan ve n’è uno che
indica espressamente la necessità di avviare uno sviluppo economico di tipo nuovo, che sia in
maggiore armonia con l’ambiente” (GRECO, 2002:09)223.
L’altro avvenimento sottolineato da TAROZZI è l’uscita del Rapporto del Club di
Roma, Limits to growth, nel quale si denunciava per la prima volta l’esaurimento delle
risorse e delle materie prime non rinnovabili, indispensabili al modello di sviluppo messo
in pratica dai paesi industrializzati.
223
Secondo GRECO, dopo la Conferenza di Stoccolma una serie di studiosi tra cui I. SACHS, B.
WARD e M. STRONG hanno cominciato a lavorare sui fondamenti su cui appoggiare un’economia
che si sviluppi in modo armonico, concentrandosi sull’interdipendenza di tre fattori globali: la
crescita demografica, il degrado ambientale e lo sviluppo economico. È da questi studi che emergerà
più tardi il concetto di ecosviluppo proposto da I. SACHS. Inoltre, dopo “Stoccolma le Nazioni Unite
hanno cercato di definire meglio i fattori ambientali che costituiscono problemi comuni, organizzando in
successione una ‘Conferenza mondiale sulla popolazione’ (1974), una ‘Conferenza sull’acqua’ (1977) e la
prima ‘Conferenza mondiale sul clima’ (1979)” (GRECO, 2002:11).
270
L’indagine commissionata dal Club di Roma e realizzata dal MIT (Massachusetts
Institute of Technology) aveva come compito principale “lo studio, nel contesto mondiale,
dell’interdipendenza e delle interazioni di cinque fattori critici: l’aumento della popolazione, la produzione di
alimenti, l’industrializzazione, l’esaurimento delle risorse naturali e l’inquinamento” (MEADOWS,
1972:24). Il punto di partenza della ricerca è stato il dilemma dell’umanità davanti alla
forma di sviluppo in corso, e cioè, i problemi della crescita illimitata della popolazione
davanti ai limiti e alle conseguenze indesiderabili dello stile di sviluppo della società
tecnologica che riguardano tutta l’umanità. Il rapporto richiama l’attenzione sul fatto che
“l’uomo è ovunque messo di fronte a problemi stranamente difficili da impostare ed elusivi: il deterioramento
dell’ambiente, la crisi delle istituzioni, la burocratizzazione, l’espansione incontrollata delle città, l’insicurezza
del lavoro, l’alienazione della gioventù, il rifiuto del sistema di valori sociali da parte di un sempre maggior
numero di persone, l’inflazione e ogni altro squilibrio monetario ed economico, per citarne solo alcuni. Questi
problemi, apparentemente diversi, hanno tre caratteristiche in comune: hanno dimensioni o effetti su scala
mondiale e si manifestano in tutti i paesi a certi livelli di sviluppo, indipendentemente dai sistemi politici e
sociali vigenti; sono complessi e variano in funzione di molteplici elementi tecnici, sociali, economici e politici;
interagiscono intensamente tra loro secondo modalità non ancora chiarite.
È questo intricato miscuglio di problemi che noi esprimiamo col termine ‘la problematica’. L’intreccio
delle relazioni è a un livello tanto fondamentale e tanto critiche esse sono diventate, che non è più possibile
isolarle una per una dal groviglio della problematica e trattarle separatamente” (MEADOWS, 1972:22).
Lo studio è stato strutturato in sei capitoli: una premessa, dove vengono fatte alcune
considerazioni sulla condizione umana, la problematica appena accennata e il progetto del
MIT; un’introduzione, dove vengono elencati gli interessi umani, i problemi e i modelli a cui
fa ricorso la ricerca; un capitolo sulle caratteristiche della crescita esponenziale della popolazione
e dello sviluppo economico nel mondo; uno sui limiti della crescita esponenziale; un altro sullo
sviluppo nel sistema mondiale; un altro ancora sulla tecnologia e i limiti dello sviluppo e, infine, un
ultimo capitolo sullo stato di equilibrio globale. La tesi centrale di questa ricerca è che, perché
si possa “ottenere insieme uno standard di vita materiale accettabile e una situazione più
stabile, bisogna combinare l’adozione dei ritrovati della tecnologia con il cambiamento di
alcuni dei valori fondamentali della società umana in modo da ridurre la tendenza del sistema
verso lo sviluppo” (MEADOWS, 1972: 130/131). Partendo da questo presupposto, gli
autori simulano una serie di situazioni rispetto all’evoluzione della crescita della
popolazione mondiale, dello sviluppo economico e dell’accesso alle risorse, sottolineando
i risultati a cui si arriverebbe con e senza l’intervento di politiche di controllo e di
271
cambiamento dello stile di sviluppo224. Le conclusioni più importanti di questo studio
sono le seguenti:
“1) Nell’ipotesi che l’attuale linea di sviluppo continui inalterata nei cinque settori
fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti,
consumo delle risorse naturali) l’umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali dello
sviluppo entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un improvviso,
incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale.
2) È possibile modificare questa linea di sviluppo e determinare una condizione di
stabilità ecologica ed economica in grado di protrarsi nel futuro. La condizione di equilibrio
globale potrebbe essere definita in modo tale che venissero soddisfatti i bisogni materiali degli
abitanti della Terra e che ognuno avesse le stesse opportunità di realizzare compiutamente il
proprio potenziale umano.
3) Se l’umanità opterà per questa seconda alternativa, invece che per la prima, le
probabilità di successo saranno tanto maggiori quanto più presto essa comincerà a operare in
tale direzione” (MEADOWS, 1972:32).
Per la prima volta viene dichiarata, anche se implicitamente, l’insostenibilità per il
genero umano e per tutto il pianeta dei processi di sviluppo in corso fino a quel momento.
Ma a tale denuncia, argomenta TAROZZI, non sono seguite le proposte alternative di
sviluppo, nemmeno sono stati identificati quali potevano essere i soggetti atti a pensarle e
a metterle in pratica.
Tre anni più tardi, a Uppsala, la Dag Hammrskjöld Foundation pubblica il
documento What now? Another development, dove vengono elencati tre punti, non separabili
l’uno dall’altro, che diventeranno i precetti normativi dello sviluppo alternativo, e cioè:
“1. Essere orientato alla soddisfazione dei bisogni fondamentali di tutti gli appartenenti
al sistema, a cominciare dallo sradicamento della povertà per giungere, per ciascuno e per tutti,
al conseguimento di garanzie di base lungo le coordinate della salute, dell’informazione,
dell’istruzione, della libertà individuale (basic needs);
2. essere endogeno (etnosviluppo) e basato sulle proprie forze, fare cioè affidamento
sulle risorse delle società che lo intraprendono (self-reliance), nel senso di azzerare i processi di
internalizzazione dei benefici e quelli di esternalizzazione dei costi che si potrebbero realizzare
nell’interazione con gli altri sistemi;
224
Vengono simulate una situazione di intervento sin dal 1975 e un’altra 25 anni più tardi.
272
3. essere in armonia con l’ambiente (ecodevelopment225) (I. Sachs, 1980), vale a dire stabilire
delle relazioni di solidarietà diacronica con le generazioni future degli abitanti del pianetaTerra” (TAROZZI, 1998:26/27).
In altre parole, si passa a capire che non ci può essere sviluppo sostenibile senza la
soddisfazione dei bisogni fondamentali e senza che esso nasca dalle comunità insediate. Il
rapporto della Dag Hammrskjöld Foundation sottolinea per la prima volta la necessità di
cambiare la linea conduttrice delle politiche di sviluppo e di mettere al centro degli sforzi
la soddisfazione dei bisogni umani tramite anche politiche di ridistribuzione del reddito.
Gli autori del rapporto insistono sul fatto che lo sviluppo debba essere considerato come
sviluppo dell’uomo e, così essendo, che esso nasca dall’interno della società che deve
definire stili di vita e di sviluppo propri. Uno sviluppo così, oltre a tenere in
considerazione quelli che vengono chiamati i «limiti ultimi» riferiti sia all’uso delle risorse,
sia al contesto in cui sono utilizzati, stimolerebbe la creatività e condurrebbe a una
migliore utilizzazione dei fattori di produzione, allo stesso tempo in cui ridurrebbe la
vulnerabilità e la dipendenza verso l’esterno.
Un altro importante pregio di questo rapporto è quello di aver messo un’altra luce
sul rapporto accesso alle risorse/questione demografica. “Dando per scontato che le risorse
sono limitate, una discussione rigorosa deve prima identificare chi consuma le risorse e per
225
Emerso dalla polemica tra i difensori della crescita selvaggia e quelli della non-crescita, il concetto di
ecosviluppo si fonda in primo luogo “sui postulati etici complementari di solidarietà sincronica con la
presente generazione e di solidarietà diacronica con le generazioni future. (…)
In secondo luogo, l’ecosviluppo è uno strumento euristico per porre un insieme coerente di questioni
sull’ambiente, inteso come potenziale di risorse che possono e debbono essere costantemente al servizio
dell’umanità” (SACHS, 1988:63). Non si tratta, quindi, di proporre la non-crescita, ma di prospettare
nuove modalità di crescita, nel rispetto delle dinamiche dell’ambiente e delle realtà sociali, culturali
ed economiche locali. Così, l’ecosviluppo rifiuta le scelte universaliste e stimola quelle endogene,
plurali, e offre al pianificatore un nuovo ruolo, quello di “stimolare lo sforzo di immaginazione sociale
concreta necessario per identificare tanto i bisogni materiali e immateriali, quanto i mezzi per soddisfarli,
cambiamenti strutturali compresi, sempre vigilando affinché i risultati immediati non comportino costi
sociali ed ecologici eccessivi per l’avvenire. Un «altro sviluppo» si appoggia su cinque pilastri: deve essere
endogeno; contare sulle proprie forze; prendere come punto di partenza la logica dei bisogni; dedicarsi a
promuovere la simbiosi tra le società umane e la natura; restare aperto al cambiamento istituzionale”
(SACHS, 1988:65).
L’ecosviluppo è, quindi, “uno stile di sviluppo che, in ogni ecoregione, insiste sulle soluzioni specifiche
dei loro problemi particolari, tenendo conto dei dati ecologici nello stesso modo di quelli culturali, delle
necessità immediate così come di quelle a lunga scadenza. Opera, pertanto, con criteri di progresso
relativizzati a ogni singolo caso, con particolare attenzione all’adattamento all’ambiente, di cui parlano gli
antropologi. Senza negare l’importanza degli interscambi (…), l’ecosviluppo cerca di evitare le soluzioni
universaliste e le formule generalizzate. Anziché attribuire uno spazio eccessivo all’aiuto esterno, dà un
voto di fiducia alla capacità delle società umane di identificare i loro problemi e di proporre soluzioni
originali, anche se ispirandosi alle esperienze altrui. Reagendo contro il trasferimento passivo e lo spirito
d’imitazione, stimola la fiducia in sé stessi. Resistendo a un ecologismo esagerato, suggerisce la costante
possibilità di uno sforzo creativo affinché si possa utilizzare con libertà le possibilità offerte dall’ambiente
(…). La diversità delle culture e delle realizzazioni umane ottenute in ambienti paragonabili sono
testimoni eloquenti di queste possibilità. Il successo presuppone la conoscenza dell’ambiente e la volontà
di raggiungere un equilibrio durevole tra l’uomo e la natura” (SACHS, 1986:18). La traduzione è mia.
273
quali scopi vengono usate. Le economie industriali di mercato, con il 18% della popolazione
del mondo, consumano il 68% dei suoi nove minerali principali (petrolio escluso), mentre il
Terzo Mondo (Cina esclusa) con il 50% della popolazione ne sta consumando il 6%.
Chiaramente la pressione sulle risorse, che è reale e complessa, ha poco a che fare con la
pressione demografica di per se stessa. Al massimo, suggerisce che lo stile di consumo dei
paesi industrializzati non potrebbe essere tollerato se 4 o 10 miliardi di esseri umani cercassero
tutti di adottarlo, sebbene questo sia un argomento per un cambiamento negli stili di consumo
delle società avanzate, piuttosto che uno in favore del consigliare i poveri di ridurre i loro tassi
di natalità.
(…)
La situazione è chiara: a livello globale, non sono i poveri, né tantomeno la
soddisfazione dei loro bisogni, a minacciare i limiti ultimi, ma la monopolizzazione e il cattivo
uso da parte di una minoranza.
Detto questo, l’esistenza di un serio problema demografico non dovrebbe essere
negata, ma affrontata seriamente. La storia delle società industrializzate e, più recentemente,
quella di certe società del Terzo Mondo, mostra che la gente ha meno bambini quando
aumentano i propri standard di vita” (DAG HAMMARSKJÖLD FOUNDATION,
1990:53/54). È in questo quadro che deve essere inserita la discussione fatta da autori
come SACHS e SCHUMACHER sulla necessità di cambiare lo stile e il ritmo dello
sviluppo, affinché si possa garantire l’accesso alle risorse naturali della Terra a tutti i suoi
abitanti.
SACHS difende la necessità della ricerca di uno stile di sviluppo alternativo, non più
basato soltanto sulla crescita economica – che passa a non essere più considerata come
sinonimo di sviluppo – ma che tenga conto anche dello sviluppo umano. L’autore
richiama l’attenzione su quelle che, secondo lui, dovrebbero essere le fondamenta di
questo sviluppo: da un lato, la necessità di trovare dei limiti alla crescita senza che ciò
significhi la sua interruzione; dall’altro, la necessità di “valutare” lo sviluppo da un punto
di vista più ampio, cioè che insieme al PIL – per molti anni ritenuto l’indice di sviluppo –
vengano considerati altri fattori tra cui quelli sociali, culturali e ambientali; infine, la
necessità di restituire allo sviluppo la sua dimensione endogena, locale, stimolando il
processo di consolidamento dell’autonomia locale e facendo sì che le società locali
diventino produttrici attive del loro sviluppo226. SACHS mette enfasi sull’endogeneità
dello sviluppo, sulla self-reliance e sulle “altre tre condizioni che dovevano essergli associate: il
primato della logica dei bisogni sociali su quella del produttivismo stretto; la ricerca di
226
Secondo SACHS non esiste altro sviluppo che quello locale. Esso, attraverso l’esempio, avrebbe
potuto stimolare cambiamenti nei livelli gerarchici superiori.
274
strategie socioeconomiche che permettano di vivere in armonia con la natura; una larga
apertura verso l’innovazione sociale e le riforme istituzionali” (SACHS, 1988:128). L’autore
ritiene che la crisi in corso negli anni ’70 e ’80 poteva essere lo stimolo necessario a
cambiare i parametri di misurazione dello sviluppo, da quelli strettamente quantitativi a
quelli più qualitativi, basati quindi su altri valori e altri principi, capaci di renderlo umano
oltre che economico.
Anche SCHUMACHER abbraccia la tesi della necessità di cercare un nuovo stile di
vita, “con nuovi metodi di produzione, e nuovi modelli di consumo: uno stile di vita
progettato per durare stabilmente” (SCHUMACHER, 1978:12). L’autore tratta, tra altri
temi, della questione della scala nell’analisi dello sviluppo, dell’importanza dell’istruzione,
delle pratiche agricole, di ciò che chiama tecnologia intermedia e di quello che, secondo lui,
dovrebbero essere la base e il compito dello sviluppo economico. Riguardo alla questione
della scala, richiama l’attenzione sulla necessità di saper affrontare il problema dello
sviluppo a scale diverse, a seconda del problema da risolvere, privilegiando per quanto
possibile la scala locale. Rispetto all’istruzione, sottolinea la sua estrema importanza,
soprattutto di quella capace di stimolare la sensibilità e l’immaginazione e, così facendo, di
creare esseri umani completi, con un’ampia veduta dei problemi della società, e non
scienziati “non-cittadini”.
In ciò che si riferisce alle pratiche agricole, ritiene che l’uomo debba cercare di
interrompere la tendenza all’industrializzazione e alla spersonalizzazione dell’agricoltura, e
passare a dedicarsi a un’agricoltura diversificata, decentrata, che rispetti l’ambiente e le
caratteristiche naturali del luogo dove viene praticata. Riguardo allo sviluppo della
tecnologia, richiamando GANDHI, ritiene che si debba passare da una tecnologia di massa
a una tecnologia da parte delle masse. Nelle sue parole: la “tecnologia della produzione di massa
è intimamente violenta, ecologicamente dannosa, si distrugge da sé perché consuma risorse
non rinnovabili, ed è degradante per la persona umana. La tecnologia per la produzione da
parte delle masse, facendo uso del meglio della conoscenza e dell’esperienza moderna, conduce
al decentramento, è compatibile con le leggi dell’ecologia, attenta nell’uso di risorse scarse e
progettata per servire la persona umana invece di renderla serva delle macchine. L’ho
chiamata tecnologia intermedia per significare che è molto superiore alla tecnologia primitiva delle
epoche passate ma, nello stesso tempo, molto più semplice, economica e libera della
supertecnologia dei ricchi. Si potrebbe anche chiamarla tecnologia di autoassistenza, o
tecnologia democratica, o del popolo: una tecnologia a cui tutti possano avere accesso e che
non è riservata a chi già è ricco e potente” (SCHUMACHER, 1978:124/125)227.
227
Il corsivo è mio.
275
Infine SCHUMACHER richiama l’attenzione sulla necessità che lo sviluppo debba
partire dal popolo attraverso la sua educazione, organizzazione e disciplina, in modo da
accelerare il progresso, e non dalla produzione di beni che diventano nella maggior parte
dei casi accessibili a soltanto una minoranza della popolazione. Seguendo questa logica,
l’autore ritiene che il compito dello sviluppo sia quello di creare nuovi posti di lavoro per
la popolazione che ne ha bisogno e che tale compito potrà essere pienamente realizzato,
soprattutto nei paesi poveri, soltanto se basato su ciò che ha chiamato tecnologia intermedia
ad alta intensità di lavoro.
Da questo punto in poi, secondo TAROZZI, i concetti di “ecosviluppo e self-reliance
verranno utilizzati in connessione tra loro per confluire nel concetto di sviluppo sostenibile,
dove il ruolo della self-reliance sarà destinato, soprattutto sul finire degli anni ‘80, a perdere
progressivamente di rilevanza” (TAROZZI, 1998:27). L’autore attribuisce tale fatto a tre
ordini di metamorfosi in corso negli anni ’80.
La prima, da lui chiamata universalistica, si caratterizza per l’espandersi del dibattito
sull’ecosviluppo e lo sviluppo alternativo in tutto il mondo e, concomitantemente, per
l’espandersi del movimento delle ONG, delle agenzie di cooperazione allo sviluppo e delle
agenzie internazionali e transnazionali che si collegano a istanze intergovernative come le
Nazioni Unite e la Comunità Europea, rappresentando da un lato una svolta rispetto ai
principi dello sviluppo e, dall’altro, l’alzarsi delle voci dei paesi del Sud del mondo
all’interno di questo dibattito.
La seconda, di carattere tecnico-operativo, è frutto dal bisogno di dare concretezza al
discorso, di stimare, pianificare e valutare il lavoro svolto. È in questo contesto che la
parola sostenibilità (sustainability) trova una sua prima definizione ufficiale e, insieme a essa,
altre quattro che diventeranno parole chiave nei discorsi sullo sviluppo alternativo: impatto
(impact), efficacia (effectiveness), stima ex ante (appraisal ex ante) e valutazione (evaluation)228.
TAROZZI richiama l’attenzione sul fatto che tra queste, “solo la effectiveness (…) si limita a
valutare i risultati di un progetto sulla base del conseguimento degli obiettivi previsti. Già lo
impact (…) comporta la presa in considerazione delle ricadute socioculturali e ambientali del
progetto, dei risultati che fuoriescono dalla sfera degli obiettivi programmati, indipendenti
dalle intenzioni del progettista: si tratta di un criterio che implica giudizi da stilare solo a
progetto concluso o avanzato, giudizi su quanto il progetto ha già causato, da cui potrebbe
conseguire la scelta di modificare o non replicare l’intervento” (TAROZZI, 1998:31).
La terza metamorfosi identificata dall’autore è quella disciplinare e si riferisce al
ridimensionamento del ruolo delle scienze per quanto riguarda l’elaborazione dei piani di
228
Per la definizione di questi concetti fatta dall’OECD (Organization for Economic Co-operation and
Development) vedere TAROZZI, 1998, p. 30-31.
276
sviluppo: anziché indicare i criteri da usare per elaborare un progetto esse dovranno
indicare come fare a convincere le popolazioni coinvolte dell’idoneità e validità di un
progetto di solito elaborato da specialisti, dall’alto, senza la loro partecipazione o
consultazione. Si tratta, dunque, di uno scollamento sempre più evidente tra i criteri
dell’ecocompatibilità da un lato e quelli della basic needs e della self-reliance dall’altro. Questa
pratica si è accentuata fino alla fine degli anni ’80 quando finalmente è emerso un
concetto di sostenibilità opposto a quello dominante. Da allora si è passato ad accentuare
sempre di più l’enfasi sulla self-reliance, messa in evidenza, da un lato, da rapporti tecnicoscientifici come il Rapporto Bruntland e quello del Wuppertal Institut e, dall’altro, dalla
necessità di tenere conto anche della componente sociale all’interno degli studi di impatto
ambientale.
Il Rapporto Brundtland propone un concetto di sviluppo allargato, “non più nel
ristretto contesto della crescita economica delle nazioni in via di sviluppo, bensì in quello della
necessità di un nuovo modello di sviluppo capace di sostenere il progresso umano, non solo
in pochi luoghi e per pochi anni, ma sull’intero pianeta e per un futuro di lunga durata”
(WCED, 1988.27). Il rapporto mette in luce alcuni punti importanti riguardo alle politiche
di sviluppo condotte dai paesi sviluppati e alla mancata attenzione alle conseguenze di
queste politiche sull’ambiente, sulle popolazioni povere e sulle generazioni future. Inoltre,
collega il ritardo nello sviluppo dei paesi poveri alle politiche dei paesi ricchi che, nella
maggior parte dei casi, pensano soltanto i loro interessi anche quando si dedicano a
politiche di aiuto allo sviluppo nei paesi poveri. Un altro problema sollevato da questo
rapporto è il peso della dinamica di incremento della popolazione sulla sostenibilità dello
sviluppo. Si sottolinea la necessità di promuovere politiche di controllo della crescita della
popolazione nei paesi in via di sviluppo ma, allo stesso tempo si richiama l’attenzione
sull’impatto che lo stile di vita delle popolazioni dei paesi sviluppati possiede sul consumo
delle risorse mondiali. Non si tratta, quindi, soltanto di un problema di controllo
demografico, ma anche – se non soprattutto – della necessità di cambiamento dello stile di
consumo soprattutto tra le popolazioni occidentali.
La tesi centrale contenuta in questo rapporto è che lo sviluppo sostenibile deve
essere in grado di soddisfare i bisogni umani della generazione presente – garantendo
anche un miglioramento del suo tenore di vita – senza però compromettere quelli delle
generazioni future. Per raggiungere questo obiettivo non basta la crescita economica:
bisogna assicurare eque opportunità a tutti e questo può avvenire soltanto tramite una più
equa distribuzione del reddito. Stando così le cose, lo sviluppo deve avere un carattere
globale e presupporre trasformazioni importanti sia nello stile di vita della società che
277
nello stile e ritmo di sviluppo dell’economia. Ciò potrà avvenire soltanto attraverso
cambiamenti importanti come lo sviluppo di tecnologie che tengano conto della
sostenibilità dello sviluppo, soprattutto per quanto riguarda l’accesso alle risorse
energetiche e la capacità di assorbimento dei rifiuti; un consumo delle risorse che tenga
conto delle necessità delle generazioni future; l’integrazione dei problemi di ordine
economico e di ordine ecologico.
Si afferma inoltre che non bastano leggi prodotte dai singoli Stati che regolamentino
lo sviluppo. Affinché tali leggi siano rispettate ci vuole la partecipazione attiva della
comunità in difesa dei suoi diritti e interessi. In altre parole, ci vuole il rafforzamento di
pratiche di democrazia partecipativa perché questo nuovo sviluppo possa essere gestito in
modo democratico in ogni suo livello. “In sostanza, lo sviluppo sostenibile è un processo di
cambiamento nel quale lo sfruttamento delle risorse, l’andamento degli investimenti,
l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i mutamenti istituzionali sono in reciproca
armonia e incrementano il potenziale attuale e futuro di soddisfazione dei bisogni e delle
aspirazioni umani” (WCED, 1988:75).
Dal rapporto Wuppertal, a sua volta, emerge un’idea di sviluppo sostenibile in
quanto “sviluppo in cui le necessità delle generazioni odierne vengano soddisfatte senza
mettere a repentaglio le basi per la vita delle generazioni future. Con questa nuova idea guida,
si collega la nozione che i problemi di politica ambientale non possono essere considerati in
modo separato rispetto agli sviluppi economici e sociali.
La sostenibilità è in sintesi un concetto normativo e richiede giudizi di valore. (…)
La prima fondamentale affermazione è: le generazioni future devono avere uguali opportunità di
vita
Ogni generazione deve usare la terra come in prestito e lasciare alle generazioni
successive una natura il più possibile intatta.
La seconda scelta di valore è: ogni persona ha lo stesso diritto ad un ambiente intatto e parimenti
uguale diritto a disporre delle risorse globali, nei limiti in cui ciò non compromette eccessivamente la
natura. L’obiettivo di mantenere globalmente inalterati i fondamenti per la vita richiede un
preciso quadro operativo. Adottando un concetto formulato da Opschoor, definiamo come
«spazio ambientale» questo quadro operativo. Esso riconosce l’esistenza di «nuovi limiti alla
crescita», all’interno dei quali l’uomo si può sviluppare liberamente. Il concetto di «spazio
ambientale» non contiene solo la dimensione ecologica ma anche quella dell’equità
internazionale” (WUPPERTAL INSTITUT FÜR KLIMA, 1996:17).
Inoltre, il rapporto suggerisce alcune misure da adottare rispetto all’uso delle risorse,
quali il non sfruttamento di una risorsa oltre la sua capacità di rigenerazione; la non
278
emissione nell’ambiente di più sostanze di quelle che esso è in grado di assorbire; la
riduzione dei flussi di energia e di materiali a livelli meno rischiosi.
Rispetto alla discussione fatta su sviluppo e crescita, GRECO sottolinea le tre
posizioni più importanti. La prima, quella proposta da H. DALY con il modello di steadystate (stato stazionario)229, riprendendo il discorso greco dell’eudoeconomia – benessere e
sviluppo delle relazioni umane – ritiene che lo sviluppo debba basarsi sulla crescita della
produzione di beni immateriali anziché di beni materiali. DALY, infatti, concepisce lo
sviluppo sostenibile come “sviluppo senza crescita – ossia senza crescita del volume della
produzione (inclusa quella intermedia) oltre le capacità di rigenerazione e di assorbimento
dell’ambiente. Il cammino del progresso futuro è sviluppo, non la crescita” (DALY, 2001:21).
La seconda posizione sostiene che non esiste nessuna necessità di cambiare il
modello di sviluppo in quanto lo stesso evolvere della tecnica e della tecnologia avrebbe
reso la crescita economica compatibile con l’ambiente, attraverso la diminuzione
dell’intensità di materia ed energia necessarie a produrre la stessa quantità di ricchezza. La
terza, invece, richiama l’attenzione sulla necessità di cambiare il modello economico,
sottolineando il fatto che l’aumento dei consumi determina comunque l’aumento della
quantità di materia ed energia necessarie alla produzione di ricchezza, fatto che invalida la
tesi difesa della seconda posizione. Quelli che condividono quest’ultima posizione
ritengono che in “una società avanzata che ha soddisfatto le esigenze fondamentali di beni
materiali dei suoi cittadini lo sviluppo dell’uomo può essere perseguito attraverso la ricerca di
uno stato immateriale di benessere: la salute, la cultura, la qualità della vita. In questa visione
dello sviluppo è contenuta non solo la sostenibilità ambientale (stato stazionario dei consumi
di materia/energia, attenzione alla qualità dell’ambiente quale aspetto primario della qualità
della vita) ma anche la sostenibilità sociale (è prioritario fornire tutti i cittadini dei beni
materiali fondamentali), condizione senza la quale lo sviluppo sostenibile perde di significato e
diventa, semplicemente, irrealizzabile” (GRECO, 2002:45).
È in questo contesto che TAROZZI richiama l’attenzione sulla necessità di
restituire al termine sostenibilità la sua dimensione di auto, ossia, la self-reliance. Pensare,
dunque, a un concetto di autosostenibilità “come una miscela di sostenibilità (il continuare a
conseguire gli obiettivi di un progetto nel tempo, anche quando non vi sia più assistenza al
229
DALY si basa sugli scritti di economia classica di MILL il quale, anziché identificare lo stato
stazionario con la fine del progresso, riteneva che “«una condizione stazionaria del capitale e della
popolazione non implica affatto uno stato stazionario del progresso umano» e che in effetti vi sarebbe
stata maggiore possibilità di «perfezionare l’arte della vita […] una volta che le menti degli uomini non
fossero più assillate dalla gara per la ricchezza». Diversamente da molti economisti classici, Mill credeva
che le leggi che governano la produzione non determinassero rigidamente la distribuzione (…). Nel
linguaggio di oggi, Mill argomentava a favore dello sviluppo sostenibile – sviluppo senza crescita – vale a
dire, sviluppo qualitativo senza crescita quantitativa” (DALY, 2001:6).
279
progetto dall’esterno, secondo la volontà e le possibilità dei gruppi cui il progetto era dedicato
e che continuano a farsene carico) e di self-reliance (l’autopromozione di una progettualità
endogena e in grado di contare sulle proprie forze)” (TAROZZI, 1998:36). L’autore
sottolinea tre avvenimenti importanti che, secondo lui, indicano questo cambiamento di
direzione.
Il primo, il Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite che dal 1990 pubblica
materiali di documentazione statistica relativi al concetto di sviluppo, stabilendo una
graduatoria dei paesi a seconda dello sviluppo umano raggiunto. Per la prima volta il peso
del PIL come indice di sviluppo viene circoscritto e, accanto a esso, vengono inseriti dati
sulla ricchezza, salute e istruzione. Anche se tale graduatoria è passibile di critiche, se
mancano criteri fondamentali quali la distribuzione del reddito, dati sulla questione di
genere, qualità dell’ambiente, dell’istruzione, della vita, ecc., è già un segno importante del
fatto che si comincia a pensare a uno sviluppo che non sia soltanto sinonimo di crescita
economica.
Il secondo avvenimento sottolineato da TAROZZI è stata la Conferenza di Rio
sull’ambiente e sviluppo del 1992230 dove è stato messo in evidenza un punto fondamentale
sulla questione sviluppo/ambiente con la conseguente presa di coscienza del fatto che
«senza sviluppo non si può pensare di salvare l’ambiente»231. Tale conferenza ha dato “vita
a una serie di strumenti legali, oltre che di solenni impegni morali: due Convenzioni,
giuridicamente vincolanti, sul clima e sulla diversità biologica; l’Agenda 21, una sorta di
programma di sviluppo economico e ambientale del pianeta; la Dichiarazione di Rio, con la
definizione di alcuni principi – tra cui il principio di precauzione – ritenuti fondamentali per
affrontare i problemi ecologici ed economici a livello globale e locale; una Dichiarazione di
intenti sulle foreste, giuridicamente non vincolante” (GRECO, 2002:06).
Infine, il terzo avvenimento è stata la Conferenza di Istambul del 1996, dov’è stata
compilata l’Agenda Habitat II che, a sua volta, cerca di mettere in moto un’altra idea di
partecipazione e cittadinanza, stimolando il coinvolgimento della popolazione nei processi
decisionali, accanto alle autorità competenti, incoraggiando l’associazionismo e la
promozione di azioni di base al fine di dare origine a forme di sviluppo endogeno del tipo
top down. Si vede, quindi, “il riaffiorare di termini come empowerment, come capacity building, il
richiamo allo sviluppo endogeno, che sembrano altrettanti riferimenti alla self-reliance di
qualche anno prima e alla riaffermazione di una sostenibilità che non può effettivamente
fregiarsi di questo nome se sprovvista di soggetti in grado di rendere praticabili i progetti e di
gestirne l’impatto nel corso del tempo” (TAROZZI, 1998:38).
230
231
La “United Nations Conference on Environment and Development” (UNCED).
Apud TAROZZI, 1998, p. 37-38.
280
Emerge, dunque, da queste considerazioni, che ciò che deve essere la caratteristica
discriminante di un progetto autosostenibile è che esso sia formulato e gestito dai suoi
principali interessati. Secondo l’autore il successo di esperienze di questo tipo sta
nell’essere, allo stesso tempo, endogeno, e cioè fatto dalla comunità locale, e aperto, e cioè
capace di stabilire un dialogo con l’ambiente esterno – naturale e sociale – e quindi di
essere in grado di valutare il suo impatto su di esso e di pensare a nuove strategie di azioni
sempre che esse si mostrino necessarie.
2.2. Lo sviluppo locale autosostenibile come progetto per la valorizzazione del
patrimonio territoriale
Frutto dall’emergere del locale in quanto punto centrale nel dibattito sulle alternative
di sviluppo232, il “concetto di sviluppo locale si fonda (…) sulla riscoperta del territorio inteso
come patrimonio, come “milieu” (…) entro cui reperire valori e risorse per l’accrescimento
della ricchezza. Occorre tuttavia ben distinguere fra “valori” e “risorse”: i valori territoriali
indicano gli elementi costitutivi del patrimonio il quale è indipendente dalle forme specifiche e
temporanee del suo uso; questi stessi valori possono essere intesi come risorse quando una
determinata società li reinterpreta attivamente” (MAGNAGHI, 1998: 11).
232
L’autore sottolinea l’esistenza di tre atteggiamenti generali relativi all’approccio locale-globale e le
alternative allo sviluppo. Il primo, top down o funzionale alla globalizzazione, si basa
soprattutto sulla competizione fra aree produttive nella corsa “verso l’alto” attraverso lo
sfruttamento delle risorse locali da parte degli attori economici forti. Questo approccio non solo
scatena un processo di omologazione come anche stimola processi di differenziazione e di ricerca di
prodotti legati alle peculiarità locali a dispetto delle reali esigenze degli attori sociali più deboli così
come della valorizzazione del territorio.
Il secondo, di ricerca di equilibri fra locale e globale, il glocale, propone “ipotesi correttive che
perseguono un rapporto di equilibrio fra necessità di valorizzazione delle peculiarità locali per la
qualificazione e la differenziazione competitiva delle merci sul mercato e il contemporaneo
rafforzamento delle società locali come strumento di allargamento dei centri di decisioni nel processo di
globalizzazione. Questo approccio insiste sul fatto che solo le società locali capaci di connettersi alle «reti
lunghe» del globale (…), o di connettere in modo attivo le relazioni «verticali» del milieu con le relazioni
«orizzontali» esterne, sono in grado di rinnovare l’uso del proprio patrimonio territoriale come risorsa”
(MAGNAGHI, 2000a:79). Questo approccio rischia, secondo MAGNAGHI, di sottovalutare il
fatto che la relazione fra locale e globale sia fortemente squilibrata a favore del globale, potendo, a
lungo andare, “irretire” il locale alle reti lunghe del globale e condizionare il suo inserimento nella
competizione solo se adeguandosi alle regole di sviluppo date.
Infine, il terzo approccio, sviluppo locale versus globale o bottom up, globalizzazione dal
basso, dal locale al centro, sul quale MAGNAGHI costruisce la sua tesi e del quale mi servo per
costruire questa seconda parte della tesi, interpreta “la crescita di società locali e di stili di sviluppo
peculiari ad ogni contesto come avvio di un multiverso in grado di attivare relazioni non gerarchiche,
cooperative, fra città, regioni, nazioni verso un sistema di relazioni globali costruite «dal basso» e
condivise. In questa ipotesi lo sviluppo locale fondato sulla valorizzazione del patrimonio territoriale
assume i valori locali (culturali, sociali, produttivi, territoriali, ambientali, artistici), come elemento
principale della forza propulsiva necessaria all’attivazione di modelli di sviluppo autosostenibili”
(MAGNAGHI, 2000a:80).
281
L’autore pone all’origine “del concetto di sviluppo locale gli approcci normativi (selfreliance, basic needs, sviluppo autocentrato, ecosviluppo) che hanno insistito sulla valorizzazione
delle risorse territoriali e delle identità locali considerandola come atto fondativo di modelli
alternativi di sviluppo (…). [Ciò ha] modificato profondamente i criteri di valutazione e gli
indicatori dello sviluppo stesso (dal PIL a sistemi di parametri qualitativi: bisogni umani
fondamentali, democrazia, salute, sicurezza, autogoverno, equilibrio ecologico, identità, spazio
collettivo ecc.)” (MAGNAGHI, 2000a:76). In questa prospettiva, il locale in quanto
patrimonio da valorizzare, diventa centrale nelle ricerche di forme alternative di sviluppo,
soprattutto di quello autosostenibile.
La valorizzazione del locale attraverso lo sviluppo locale autosostenibile ha come
risultato la ripresa del processo di riterritorializzazione e la restituzione al territorio della
sua dimensione di “soggetto vivente”, attraverso una lunga fase di “bonifica” destinata a
curare e ricostruire il territorio. Tale processo deve essere messo in pratica dall’interno,
dalle comunità insediate, dopo un lungo processo di autoriconoscimento e di
costruzione/crescita dell’identità locale. Perché ciò possa avvenire, MAGNAGHI
sottolinea la necessità di fare società locale, e cioè, trasformare il residente in cittadino,
partecipe e produttore della società alla quale appartiene. “La ricostruzione della comunità è
l’elemento essenziale dello sviluppo autosostenibile: la comunità che «sostiene se stessa» fa sì
che l’ambiente naturale possa sostenerla nella sua azione (…). Si delinea dunque un processo
che dalla partecipazione evolve verso la produzione sociale del piano (…), fino alla
produzione sociale del territorio. Il concetto di autosostenibilità, [infatti], si fonda sull’assunto
che solo una nuova relazione coevolutiva fra abitanti-produttori e territorio è in grado,
attraverso la «cura», di determinare equilibri durevoli fra insediamento umano e ambiente,
riconnettendo nuovi usi, nuovi saperi, nuove tecnologie alla sapienza ambientale storica”
(MAGNAGHI, 2000a:91).
Perché si arrivi alla produzione sociale del territorio, GIANGRANDE sottolinea la
necessità che esista una comunità locale autodeterminata233, capace di promuovere una
riforma sia nell’assetto politico-istituzionale – garantendo così una più alta partecipazione
dei cittadini alla vita politica e ai processi decisionali riguardanti la comunità – sia nel
modello del sistema economico – attraverso il recupero/riscoperta dei saperi e della
produzione locale e la messa in atto di nuovi valori capaci di dare al consumo un
significato etico e sociale.
Partendo dal presupposto che la progettazione possa contribuire a modificare i
meccanismi di scelta sociale e quindi contribuire a trovare i percorsi che conducano a
233
L’autore intende per comunità locale autodeterminata quello che MAGNAGHI chiama società locale.
282
pratiche di sviluppo locale autosostenibile, GIANGRANDE si domanda quali possono
essere le strategie da seguire per favorire processi di autoidentificazione e di sviluppo di
comunità capaci di raggiungere quello che DRYZEK chiama razionalità ecologica, e
cioè, “la capacità degli ecosistemi di procurare costantemente ed efficacemente il bene
«sostentamento della vita umana»” (DRYZEK, 1989:48). Considerando che i meccanismi di
azione più diffusi nell’attualità non rispettano tale criterio, GIANGRANDE riprende
DRYZEK per argomentare sulla necessità di pensare a una strategia di azione fondata su
tre principi:
“- Rinuncia a una razionalità analitico-strumentale a favore di un tipo di razionalità
fondata sulla ragione pratica e sulla decentralizzazione radicale234;
- Graduale transizione al nuovo sistema attraverso un processo interattivo per tentativi ed
errori;
- Identificazione di meccanismi capaci di facilitare, se necessario, la loro stessa
capitolazione, attraverso l’esercizio della scelta sociale collettiva autocosciente” (GIANGRANDE,
1998:112).
Le strategie di produzione sociale del territorio possono avvenire all’interno di laboratori
di progettazione ecologica e territoriale. Essi, “oltre a promuovere la partecipazione degli
abitanti alla produzione di piani e progetti, hanno il compito di avviare il processo di
autoidentificazione e sviluppo delle comunità locali con attività dirette a favorire la
trasformazione degli attuali meccanismi di scelta sociale in altri più rispondenti ai criteri di
razionalità ecologica” (GIANGRANDE, 1998:114). L’autore richiama l’attenzione sulla
difficoltà di partecipazione dei cittadini a questi laboratori e considera che essa, anche se
non impedisce lo svolgimento delle attività più propriamente progettuali, pone dei limiti
alla possibilità di sperimentare azioni di più vasta portata235.
Per ragione pratica, l’autore intende le scelte collettive orientate all’azione e operate, prese per via
discorsiva, ossia, le scelte risultate da un ampio dibattito dove ogni partecipante sia capace di
prendere parte alla discussione per sostenere le proprie idee e confutare le altrui. Per
decentralizzazione radicale, invece, intende la capacità delle comunità locali di operare in relativa
autonomia e di prendersi cura degli ecosistemi da cui dipendono. Perché ciò si possa concretizzare,
il cambiamento deve venire dall’interno, attraverso un processo di costruzione di identità capace di
dare origine a quello che egli chiama le comunità autodeterminate.
235 Tra le ragioni della non partecipazione, GIANGRANDE elenca quelle che ritiene essere le più
importanti: il rifiuto da parte di alcuni, ormai abituati a delegare ad altri la gestione della cosa
pubblica, di svolgere attività che richiedono impegno e volontà di autodeterminazione; la
diffidenza, da parte di altri, verso la validità e il potere dell’azione di questi laboratori contro un
potere ben organizzato che non esita in difendersi; la mancanza di tempo libero necessario alla
partecipazione da parte di quelli più motivati.
234
283
Avendo come scopo la valorizzazione del patrimonio territoriale236 messo in pratica
dalla società locale, la questione della sostenibilità assume un'altra dimensione.
Innanzitutto, essa viene rivolta al territorio, e ciò richiede l’utilizzazione di un sistema
complesso e multisettoriale di indicatori di sostenibilità – la sostenibilità politica,
economica, sociale, territoriale e ambientale237 –, attraverso un approccio plurale che
sposti l’obiettivo degli interventi dalla salvaguardia e recupero dell’ambiente a quello della
valorizzazione del territorio, tenendo conto dello stretto legame esistente tra stili di
sviluppo e sostenibilità. Fondamentale a questo scopo è lo studio dell’identità del luogo e
l’individuazione del tipo territoriale, indici capaci di fornire le regole da rispettare, gli
esempi e gli indizi da seguire in modo da accrescere il suo valore. Tale processo, quando
condotto dalla società locale, induce alla riappropriazione dei saperi locali e rimette alla
luce i valori della cooperazione, della solidarietà, del mutuo appoggio e delle relazioni
comunitarie. Il territorio così riacquista profondità e ricchezza, tramite l’inizio di un nuovo
ciclo di territorializzazione. In altre parole, è necessario considerare il territorio “un
patrimonio da cui attingere per produrre ricchezza, continuando, attraverso la produzione di nuovi atti
territorializzanti, ad aumentarne il valore” (MAGNAGHI, 2000b:24).
L’avvio del processo di produzione/valorizzazione del territorio si dà, secondo
l’autore, a partire dal rifiuto di modelli di sviluppo esogeni e dal recupero dell’identità
locale nelle sue forme espressive, comunicative e tecniche, fondanti lo stile di sviluppo. La
produzione di territorio e di sviluppo, quindi, non può essere esportabile ma deve essere
frutto di un rapporto armonico fra insediamento umano e ambiente, della valorizzazione
delle differenze che caratterizzano i diversi luoghi e ne donano individualità. In altre
parole, esso dev’essere, come sottolineato nel paragrafo precedente, un processo
endogeno.
Così, in uno scenario in cui la crescita economica non è più sinonimo di crescita di
ricchezza, un progetto di sviluppo locale che abbia come obiettivo la valorizzazione del
patrimonio territoriale deve avere come referente gli abitanti/produttori e la loro
Il patrimonio territoriale viene inteso come il risultato del processo storico della territorializzazione
nel quale si integrano le componenti ambientali, edificate e antropiche e le cui modalità di integrazione
esprimono il valore relazionale del patrimonio e il suo potenziale di produzione di ricchezza
durevole, come trattato nel primo paragrafo.
237 L’autore intende per sostenibilità politica una elevata capacità di autogoverno di una comunità insediata
rispetto alle relazioni con sistemi decisionali esogeni e sovraordinati; per sostenibilità economica, la capacità di
un modello di crescita di produrre valore aggiunto territoriale; per sostenibilità sociale, il raggiungimento di
un elevato livello di integrazione degli interessi degli attori deboli nel sistema decisionale locale (equità sociale e di
genere); per sostenibilità territoriale, la capacità di un modello insediativo e delle sue regole di produzione e
riproduzione di promuovere processi di riterritorializzazione; infine, per sostenibilità ambientale,
l’attivazione di regole virtuose dell’insediamento umano, atte a produrre “autosostenibilità” (MAGNAGHI,
2000a, 68 e ss.gg).
236
284
riconquista del territorio238. Inoltre, l’autore richiama l’attenzione sul fatto che “la
sostenibilità dello sviluppo richiede una dimensione complessa, integrata della trasformazione
ecologica del territorio, rendendo compatibili e coerenti sostenibilità culturale (il rito di
fondazione, la cittadinanza, il municipio, l’autogoverno), economica (la conversione ecologica
dell’economia, l’affermazione dell’economia della natura, lo sviluppo di economie territoriali
dove siano garantiti gli interessi dei più deboli), geografica (la democrazia territoriale, le reti non
gerarchiche e solidali di città), ambientale (la coerenza degli insediamenti umani con la qualità
degli ecosistemi)” (MAGNAGHI, 2001:40). Per avviare questo processo, un passo
fondamentale è l’individuazione sul territorio degli attori che si muovono nella direzione
della sostenibilità.
“Autosostenibilità e autodeterminazione, sviluppo sostenibile e sviluppo autocentrato
divengono [così] concetti strettamente interdipendenti; il concetto di autosostenibilità allude
alla necessità di un profondo ridimensionamento dell’«economico» (…) e alla necessità di un
contemporaneo sviluppo del ruolo delle istituzioni locali. È necessario un forte processo di
decentralizzazione che consenta il rafforzamento di pratiche di cooperazione e di
partecipazione, e sviluppi nuove forme di comunità che garantiscano a loro volta nuovi
processi di accumulazione di capitale sociale” (MAGNAGHI, 2000a:91).
2.3. Verso il cambiamento
Perché si possa avviare il progetto di sviluppo locale autosostenibile, sottolinea
MAGNAGHI, bisogna che ci siano gli “attori della trasformazione”, soggetti portatori di
idee capaci di aprire la strada verso la costruzione della società locale e quindi dello sviluppo
locale autosostenibile. Tali attori emergono dai movimenti sociali, dal conflitto con le
istituzioni, dal tentativo di superamento delle nuove forme di povertà di cui si è trattato
nel primo paragrafo. Bisogna saperli identificare e fare del conflitto un’occasione di avvio
di un processo rivolto alla ricostruzione di un’identità locale. È nel riconoscimento di
questi attori all’interno del territorio e nella ricostruzione della loro identità che si basa il
238
La valorizzazione del patrimonio territoriale è qui intesa come la produzione di nuovi atti
territorializzanti capaci di aumentarne il valore. Oltre a questo atteggiamento verso il patrimonio
territoriale, l’autore sottolinea l’esistenza di altri due che per molto tempo sono stati alla base delle
politiche di progettazione territoriale, e cioè la dissipazione o distruzione e la conservazione. I
primi due sono intesi sia come la decadenza e il degrado di intere aree per abbandono, mancanza di
manutenzione e consumo di risorse non rinnovabili, sia come la messa in atto di azioni
deterritorializzanti che intenzionalmente distruggono elementi del patrimonio in conflitto con gli
interessi economici prevalenti. L’ultimo, la conservazione per le generazioni future, è intesa come
lo stabilimento di limiti all’uso delle risorse attraverso il riferimento all’ecocompatibilità dello
sviluppo economico.
285
processo di riterritorializzazione concretizzato attraverso la rifondazione/ricostruzione
della città239. Il risultato di questo processo è il disseminarsi di comunità locali, intese come
il “prodotto di relazioni fra differenze che trovano riconoscimento reciproco e regole di
convivenza” (MAGNAGHI, 2000a:109).
Facendo riferimento soprattutto a ciò che accade nelle città, MAGNAGHI richiama
l’attenzione su quattro caratteristiche importanti di questo processo di costruzione delle
comunità locali. La prima è il suo carattere diffuso, cioè, il passaggio da movimenti
puntiformi sul territorio ad atteggiamenti che attraversano la vita quotidiana quali forme di
associazionismo, di mutuo soccorso, ecc. La seconda è il suo carattere sempre più integrato,
che si manifesta nell’allargamento della ricerca di soluzioni di problemi specifici ad altri
settori apparentemente “esterni”; costruendo in tal modo soluzioni globali e più
strutturate. La terza caratteristica è la diffusione di esperienze professionali autoriflessive,
riscontrata nel cambiamento dell’atteggiamento di diversi professionisti che passano ad
avere un’azione di maggior compromesso e interazione con la comunità locale, nel senso
di cui ci parlava SCHUMACHER. La quarta “è l’uscita di molte esperienze comunitarie, in
particolare esperienze di produzione economica «alternativa», dal loro carattere di nicchia e di
marginalità per integrarsi con i tessuti produttivi in trasformazione, per segnarne l’evoluzione verso
modelli di sviluppo sostenibili” (MAGNAGHI, 2000a:113). Un esempio di questo caso
sono le esperienze che mettono insieme una pratica di valorizzazione delle risorse e
culture produttive locali con nuovi circuiti di scambio, come è il caso della Fierucola
biologica che si svolge a Firenze una volta al mese, dall’esperienza del Consorzio Radici di
Suvereto, dal circuito del commercio equo e solidale.
Queste esperienze, sottolinea MAGNAGHI, “si vanno consolidando in un contesto
istituzionale in profonda mutazione, tanto che si può delineare un incontro a «mezza strada»
fra iniziative istituzionali che scendono verso il basso e iniziative di base che salgono verso
l’alto.
Va sicuramente affermandosi il ruolo istituzionale dello sviluppo locale nella ricerca di
modelli di sviluppo sostenibile nei quali il senso di appartenenza, le identità locali, i modelli
socio-culturali di lunga durata, in breve la costruzione delle società locali, divengono il
prerequisito per una corretta valorizzazione delle risorse territoriali e ambientali”
(MAGNAGHI, 2000a:115). La costruzione delle società locali – che, sottolinea
MAGNAGHI, non può essere inventata, ma deve fondarsi sulla valorizzazione del
tessuto comunitario esistente – diventa così un’importante garanzia della sostenibilità
dello sviluppo. In questo senso, il compito delle istituzioni è quello di valorizzare le
239
Secondo l’autore, i principali attori di questa trasformazioni sono gli esclusi, quello che costruiscono
ciò che, richiamando PABA, egli chiama “insurgent city”.
286
iniziative positive esistenti sul territorio per poter dare attuazione a strategie di sviluppo
locale autosostenibile. I requisiti per il successo delle esperienze di questo genere sono:
•
la trasformazione dell’abitante utente in abitante produttore, attraverso l’incentivo alla
partecipazione cittadina ai processi decisionali e alla progettazione e cura del suo
territorio;
•
la promozione di azioni capaci di rendere praticabili i progetti, attraverso finanziamenti
pubblici e sviluppo di sinergie fra progetti di settore, ecc.;
•
la promozione di integrazione e intersettorialità, attraverso l’incentivo alla realizzazione di
progetti integrati di sviluppo dei vari settori in un modo sinergico;
•
lo sviluppo di partnership, attraverso la costruzione di reti di scambio, soprattutto
intersettoriali, rendendo così possibile il raggiungimento di tutte e cinque dimensioni della
sostenibilità;
•
la realizzazione di sussidiarietà, attraverso l’attivazione di politiche integrative alle
azioni e ai progetti locali già esistenti, ai fini di rendere possibile la costruzione della
società locale;
•
la costruzione di addizionalità, attraverso la produzione di scenari locali condivisi da
diversi attori – pubblici o privati – che, alla fine, abbia come risultato l’incentivo a una
partecipazione sempre maggiore;
•
la promozione di diversità, attraverso l’incentivo alla ricerca di soluzioni locali,
autoctone, endogene;
•
lo sviluppo e la valorizzazione dei saperi locali e, attraverso essi, la valorizzazione del
patrimonio territoriale240.
Un altro passo importante verso il cambiamento e quindi verso lo sviluppo locale
autosostenibile è stato il riconoscimento della centralità del territorio e della comunità
locale nell’elaborazione di ogni tipo di progetto di trasformazione e sviluppo
socioeconomico del territorio. Tale cambiamento si è sviluppato, secondo CINÀ, in torno
alle seguenti coordinate:
“1) l’irruzione dei temi della questione ambientale, dei limiti dello sviluppo, della finitezza
delle risorse ambientali;
2) la riscoperta dell’identità del territorio e del suo carattere evolutivo; il suo affermarsi come
centro di un nuovo progetto sociale, a conclusione di un processo di concreto
posizionamento del piano urbanistico nel quadro delle politiche territoriali;
3) la riscoperta della comunità locale come soggetto capace di elaborare istanze di sviluppo e
di valorizzazione con forti ricadute sugli assetti insediativi;
240
MAGNAGHI, 2000a, p. 118 e ss.gg.
287
4) la (parziale) apertura ai saperi esperti extradisciplinari e ai saperi locali, che interagiscono
con i percorsi conoscitivi tradizionali” (CINÀ, 2000:10).
Il risultato di questo processo può essere ritrovato in due regioni italiane. Una, la
Toscana, attraverso la Legge Regionale 5/95 e la creazione del concetto di statuto dei luoghi.
L’altra, la Liguria, con l’introduzione nella legge urbanistica regionale del 1997 del
dispositivo della descrizione fondativa.
La legge toscana, oltre a stipulare l’identificazione delle invarianti strutturali – ciò
che non può cambiare all’interno di un determinato territorio – “stabilisce anche di
strutturare tale sistema di invarianti a favore dello sviluppo sostenibile, mediante la trasparenza dei
processi decisionali e la partecipazione dei cittadini. (…)
(…) Il documento SdL241 dovrebbe allora contenere almeno due cose: la
descrizione/interpretazione della realtà territoriale nei suoi valori costitutivi e l’affermazione
dei principi che devono orientarne la conservazione e/o il cambiamento. Tale documento
potrebbe qualificarsi come un’intesa, un programma, un contratto o una carta di principi. La
legge non dice nulla a proposito, ma riferisce lo statuto ai luoghi. Questo porta a una
differenza sostanziale (…). Non si tratta di uno statuto che disciplina l’organizzazione e il
funzionamento di organi istituzionali (come quello previsto dalla L. 142/90) o di strutture
associative, ma piuttosto di un atto costitutivo di principi, obiettivi, valori; e soprattutto non
disciplina i rapporti tra individui ma tra comunità e territorio” (CINÀ, 2000:11).
Il carattere non vincolante della legge in ciò che si riferisce all’elaborazione dello
statuto dei luoghi, secondo GIOVANNELLI, fa sì che esso possa essere formulato in tre
modi diversi, a seconda delle impostazioni teoriche utilizzate. Nel primo caso, attenendosi
letteralmente alla formulazione della legge242, lo statuto dei luoghi diventa “statuto delle
invarianti strutturali”. Nel secondo caso, proponendo un’interpretazione più ampia della
legge, lo statuto dei luoghi si occupa delle invarianti ma non solo, essendo in questo caso
necessario precisare il concetto di luogo e di invariante strutturale. Nel terzo caso, sostituendo
il concetto di luogo con quello di territorio, lo statuto dei luoghi diventa lo statuto del territorio.
Sempre secondo l’autore, ogni “invariante può essere classificata in quattro categorie
fondamentali:
241
242
SdL sta per statuto dei luoghi.
“Articolo 5 – Norme generali per la tutela del territorio
Comma 6. Tutti i livelli di piano previsti dalla presente legge inquadrano prioritariamente invarianti
strutturali del territorio da sottoporre a tutela, al fine di garantire lo sviluppo sostenibile nei termini
e nei modi descritti dall’articolo 1.
Articolo 1 – Lo sviluppo sostenibile
Comma 2. Si considera sostenibile lo sviluppo volto ad assicurare uguali potenzialità di crescita del
benessere dei cittadini e a salvaguardare i diritti delle generazioni presenti e future a fruire delle
risorse del territorio”. Legge Regionale Toscana 16 gennaio 1995. Norme per il governo del territorio.
288
a) l’invariante è un «oggetto fisico»;
b) l’invariante è una «caratteristica», una «regola», un «sistema di relazioni», ecc.;
c) l’invariante è un «obiettivo prestazionale»;
d) l’invariante individua i «caratteri fondativi» che contribuiscono a definire «l’identità dei
luoghi»” (GIOVANNELLI, 2000:209).
Rispetto alla nozione di invarianza, GIOVANNELLI sottolinea che essa può
avere un carattere di natura intrinseca, cioè essere collegata a un concetto di persistenza
positiva nel tempo, indipendente dalle scelte fatte dal piano, oppure avere un carattere
meramente normativo, e, pertanto, essere completamente dipendente dalle scelte che nel
piano vengono fatte. Un’altra precisazione che deve essere fatta si riferisce al termine
strutturale. Secondo l’autore, esso “indica due possibili proprietà: quella di «porre in relazioni
diversi elementi» e quella di «definire i caratteri di alcuni elementi dipendenti». Nel primo caso
il concetto di struttura è prossimo a quello di «sistema»; nel secondo caso, strutturale è quello
che condiziona – anche se non necessariamente determina – la forma di altri elementi”
(GIOVANNELLI, 2000:210).
L’autore richiama l’attenzione su quanto possa essere restrittivo pensare allo statuto
dei luoghi come semplice elenco delle invarianti strutturali e sottolinea la necessità di aver ben
chiaro il concetto di luogo intorno al quale si costruisce quello di statuto. Secondo lui, un
“«luogo» può essere definito semplicemente come una parte di territorio che presenta una
identità non banale, uno spazio dove interagisce una pluralità di dimensioni sia di natura geofisica, che di natura socio-economica e ambientale. (…) [Gli] elementi di invarianza in termini
strutturali e culturali certamente concorrono alla definizione dell’identità di un luogo, perché
contribuiscono alla sua riconoscibilità, alla consapevolezza da parte di una comunità dei suoi
valori, ma da soli non ne esauriscono le componenti identitarie.
Lo SdL dovrebbe pertanto basarsi sul riconoscimento di quelle regole, valori e
caratteristiche che definiscono l’identità strutturale e culturale di un luogo, senza che
necessariamente tali regole, valori e caratteristiche debbano essere tutte espresse in forma di
invarianza. In quest’ottica si dovrebbe riconoscere che il territorio è formato da parti di
maggior valore – i «luoghi» – e parti di minore valore – i «non luoghi» – che non necessitano
di uno specifico Statuto per la loro tutela” (GIOVANNELLI, 2000:211).
Per ciò che riguarda l’identificazione di statuto dei luoghi come statuto del territorio,
l’autore sottolinea due possibili approcci. Il primo considera il territorio come un insieme
di luoghi, ognuno dei quali dotati di un’identità propria. L’altro sostituisce semplicemente
il concetto di luogo con quello di territorio. In questa identificazione, il concetto di
invarianza, assumendo un carattere meramente normativo, viene assimilato alle condizioni
289
di trasformabilità, finendo lo statuto dei luoghi “per coincidere con le prescrizioni di un
normale piano regolatore che definiscono (…) nient’altro che i criteri con cui si può
intervenire sul territorio” (GIOVANELLI, 2000:211).
Pensando quindi al territorio come un insieme di luoghi, ognuno dei quali dotati di
un’identità propria, il primo passo verso la costruzione dello statuto dei luoghi sta
nell’identificazione – tramite la ricerca di forme di descrizione, interpretazione e
rappresentazione dell’identità del luogo – dei caratteri identitari e dei valori del territorio.
Tale identificazione consente di elaborare un insieme di regole per la trasformazione del
territorio, le quali, per il buon esito del piano, devono essere condivise dagli attori che in
esso interagiscono. Tali regole hanno lo scopo di valorizzare il territorio nelle sue
peculiarità e di dare a questa trasformazione durabilità243.
Il cambiamento di questo approccio riguardo al territorio, che ha il suo apice nella
costruzione dello statuto dei luoghi, è frutto del cambiamento del ruolo del territorio nella
produzione della ricchezza, nel suo passaggio da supporto a risorsa, quale discusso nel
primo paragrafo del presente capitolo. Stando così le cose, secondo MAGNAGHI, lo
“statuto in quanto strumento di pianificazione per lo sviluppo locale, è un passaggio
successivo alla descrizione dell’identità del luogo; esso definisce le invarianti strutturali, le
modalità di trattamento dei valori territoriali (in quanto potenziali risorse), le regole di
trasformazione e le loro ricadute sulla pianificazione ordinaria. Queste regole si precisano
attraverso
il confronto fra ciò che muta, che si trasforma, che viene usato e ciò che invece deve rimanere – le
invarianti – come condizione necessaria non solo per la sopravvivenza e la stessa riconoscibilità dei
luoghi, dotati ciascuno di un proprio statuto, di un ordinamento, di proprie regole costitutive, ma
anche per la stessa proponibilità e sostenibilità del progetto di trasformazione” (MAGNAGHI,
2000a:124).
La descrizione identitaria è, quindi, un documento che individua la struttura e il
carattere di lungo periodo di un luogo, indipendentemente dagli usi che da esso si fanno o
che possono essere fatti. Essa serve “ad arrivare ad un insieme di regole e norme che,
riprendendo la tradizione locale, (…) può essere definito lo «Statuto dei luoghi».
Ogni unità locale o paesaggistica o ambientale, identificata e riconosciuta localmente,
sulla base non solo delle caratteristiche intrinseche del territorio ma anche e soprattutto delle
pratiche e dei saperi territoriali locali, esprime un insieme di norme e modelli che regolano
243
“La norma fondamentale della Legge 5 relativa alla sostenibilità dello sviluppo rispetto alla dotazione
delle risorse essenziali del territorio, implica che il quadro conoscitivo di ogni atto di pianificazione
debba comunque contenere, oltre all’individuazione delle risorse essenziali presenti nel territorio oggetto
del piano stesso, anche la loro quantificazione e l’apprezzamento del loro grado di vulnerabilità e di
riproducibilità” (GAMBERINI e GANDOLFI, 2000: 167).
290
tanto i processi di conservazione e riqualificazione quanto i processi di trasformazione”
(QUAINI, 2000:63).
Lo statuto dei luoghi è, poi, un atto “costituzionale” per lo sviluppo locale, un
progetto socialmente condiviso tra i diversi soggetti che interagiscono nel territorio, gli
“attori del cambiamento”. Ciò presuppone una conoscenza approfondita del territorio
oltre che la condivisione, tra le parti coinvolte, della visione del territorio come
patrimonio, come risorsa da valorizzare con l’obiettivo di arrivare all’autosostenibilità
dello sviluppo. È, quindi, la costruzione di scelte di scenari strategici verso la realizzazione
dello sviluppo locale autosostenibile244. La sua costruzione e soprattutto la sua messa in
pratica costituisce una tappa fondamentale del fare società locale e, come tale, non può
risultare un atto puramente amministrativo, ma deve coinvolgere tutti i settori della società
interessati e persino attivare forme di democrazia partecipativa, dando così al nuovo
municipio un nuovo ruolo. Costruzione “di scenari strategici, attivazione di istituti di
concertazione, costruzione dello statuto dei luoghi fanno dunque parte di un complesso
processo di trasformazione del modello di sviluppo verso la sostenibilità, che è insieme
politico, culturale, progettuale, tecnico, amministrativo. (…)
(…)
Statuto dei luoghi e nuovo protagonismo del municipio costituiscono due
movimenti convergenti. (…)
Il nuovo municipio, che fonda lo sviluppo sulla valorizzazione del patrimonio,
indirizza lo sviluppo economico: dunque si ipotizza un passaggio rifondativo dalla
«amministrazione» al «governo» del territorio di cui lo statuto è la carta costituzionale”
244
“Lo scopo principale dello scenario è di aprire concreti spazi di intervento sociale (…) cambiando le
variabili considerate nelle decisioni o modificandone il peso relativo” (MAGNAGHI, 1999:136). Esso
disegna un futuro possibile, basandosi su comportamenti anomali o deboli, ma reali. “Il metodo di
costruzione dello scenario consiste nell’interpretazione del progetto implicito in comportamenti e
pratiche quotidiane, nell’evoluzione dei bisogni, nelle modificazioni strategiche del modello sociale e
nella composizione sociale del lavoro. Ma occorre chiarire che lo scenario, inteso come interpretazione,
non è una semplice trascrizione lineare di aspirazioni, bisogni, progetti espressi dal sociale; richiede una
estrapolazione, uno scarto progettuale fra la lettura degli input provenienti dal sociale e il loro
inserimento in un processo trasformativo della città e del territorio: il “compito” proveniente dal sociale
deve essere armonizzato nel progetto rispetto all’obiettivo generale della sostenibilità: che consiste (…)
nell’aumento del valore del patrimonio territoriale per le generazioni presenti e future.
Lo scenario si crea nell’incontro fra la denotazione di energie innovative, contraddittorie con l’attuale
sviluppo e l’interpretazione dei valori territoriali e ambientali di lunga durata (…)
(…)
La ricerca dello scenario strategico si alimenta, in sintesi, di due percorsi interagenti:
a) evidenziare le tensioni, le forme, i movimenti, i comportamenti che potrebbero costituire la base
concreta della costruzione del modello: si tratta di verificare e rendere progettualmente espliciti gli
input che vengono dalle varie linee di opposizione alla globalizzazione dall’alto interpretandole
rispetto all’organizzazione urbana e territoriale;
b) sulla base di questa progettualità implicita elaborare (…) visioni di scenario urbano e territoriale, con
una particolare attenzione alla contraddizione implicita fra modello idealtipico (…) e teoria dello
sviluppo locale” (MAGNAGHI, 1999: 138/139).
291
(MAGNAGHI, 2000a:128). Uno dei compiti dello statuto dei luoghi è, quindi, quello di
evidenziare qualitativamente e quantitativamente sia le attività economiche che i modelli
insediativi con valori d’uso singoli e civici – diversi pertanto da quelli di puro sfruttamento
economico e di mercato – con l’obiettivo di attuare trasformazioni che aumentino il
valore del patrimonio territoriale.
Secondo VENTURA, una sorta di statuto dei luoghi esiste già, ed è costituito dalle
diverse norme contenute “nel coacervo di leggi che a vario titolo regolano, o vincolano,
direttamente l’edificazione e l’uso del suolo. Alcune di esse sono indipendenti dai luoghi,
ovvero sono le stesse in ogni luogo, altre sono in funzione della natura delle cose contenute
nei luoghi (…). (…) E in ogni luogo possono giustapporsi le une alle altre i più vari tipi di
norme” (VENTURA, 2000:170).
Sempre secondo l’autore, gli studi da fare – le indagini e osservazione sul terreno,
la descrizione e l’interpretazione dei dati ottenuti al fine di mettere in evidenza i valori
ritenuti intrinseci di quel territorio – devono fondarsi sui principi dell’edificazione intesa
come “l’arte, la téchne, la sapienza del costruire e abitare i luoghi” (VENTURA, 2000:179), da
sempre presenti nel nostro pensare e agire. I tre principi che fondano questa accezione
dell’edificazione sono la sicurezza, la bellezza e la comodità. Ognuno di questi gode, in
occasione di una presa di decisione, dello stesso diritto di diventare il determinante,
oppure di complementarsi con gli altri. In questa prospettiva, lo statuto dei luoghi diventa lo
strumento che permette di integrare tra loro questi tre principi sia amministrativamente
che concettualmente, attraverso l’interpretazione e la descrizione della totalità del
territorio fatta di modo unitario. Da quanto detto si capisce che la prospettiva di azione e
gli scopi dello statuto dei luoghi sono molto diversi da quelli della scienza moderna,
soprattutto per quanto riguarda lo stabilimento dei vincoli e dei limiti all’uso delle risorse
presenti in un territorio245.
L’autore ricorda la necessità di descrivere il territorio luogo per luogo, e questo
perché ognuno è diverso da un altro, ognuno ha le sue qualità, le sue caratteristiche, i suoi
valori, affinché sia possibile identificare ciò che esiste “da conservare e riprodurre, da curare
e mantenere in essere o da lasciare al corso naturale del ciclo di vita; quali sono le risorse
suscettibili di uso senza consumo, di trasformazione senza distruzione. Occorre identificare
(…) i vari luoghi e valutare quale loro identità si vuol mantenere nel tempo e nello spazio. E
245
VENTURA ritiene che mentre la scienza indaga sui vincoli della natura per poterli violare e così
propiziare il progresso della tecnica e della tecnologia, lo statuto dei luoghi cerca di stabilire limiti al
suo uso per garantire la sua valorizzazione e trasmissione alle generazioni future. Per questa
ragione, secondo lui, esso non può essere fondato soltanto sulla scienza, ma deve servirsi di
principi, quali quelli appena citati, che hanno una logica che va oltre quella proposta dalla razionalità
scientifica.
292
dovrà essere questa complessa, molteplice e varia realtà territoriale, democraticamente e
istituzionalmente riconosciuta, nelle sue articolazioni locali e nell’insieme regionale, il limite e
il riferimento della pianificazione, come di ogni altra azione sociale e individuale”
(VENTURA, 2000:211).
Lo statuto dei luoghi deve, inoltre, “considerare la totalità del territorio come una
«bellezza naturale» variamente articolata: molteplice varietà, insieme di bellezze e bruttezze
(…), manifestazione processuale della sua complessa storia civile e naturale. Esso potrà così
tradurre in diritto pubblico la tutela di quei valori di bellezza, tradizione, esperienza convenuti
dagli abitanti, residenti abituali e saltuari” (VENTURA, 2000:191/2) 246.
Nel documento che compone lo statuto dei luoghi, viene lasciato spazio a una
dialettica considerata costruttiva tra i diversi livelli territoriali di governo. “Da un lato, si
vuole che ogni livello amministrativo pianifichi nell’ambito di funzioni chiaramente definite,
in modo da evitare conflitti di competenze, garantire l’efficienza dell’azione e non avere
subordinazioni gerarchiche. Dall’altro, si afferma che tra i diversi livelli debba stabilirsi
cooperazione e sussidiarietà, perché si vuole che la molteplicità delle azioni di piano converga
«in un progetto di trasformazione sostenibile del territorio»” (VENTURA, 2000:200/1)247. In
quest’ottica, lo statuto rappresenta il principio, il piano, l’azione di sviluppo, in particolare
di quello autosostenibile.
VENTURA richiama ancora l’attenzione sul fatto che qualsiasi forma di
pianificazione, a qualunque livello, che abbia come obiettivo il raggiungimento di forme di
sviluppo locale autosostenibile deve confrontarsi con la realtà presente nel territorio e allo
stesso tempo essere con essa compatibile e condivisa dalla comunità insediata. Deve,
quindi, essere elaborata in conformità con lo statuto dei luoghi il quale, “aderendo a
quell’unicum che è la realtà del territorio riconosciuta e codificata dalla comunità, garantisce la
continuità e la stabilità, a tempo indeterminato, delle sue varie risorse e delle sue molteplici
qualità, per le generazioni presenti e per quelle future” (VENTURA, 2000:210).
Infine, sottolinea l’importanza – per quello che riguarda l’elaborazione di progetti di
sviluppo locale autosostenibile – dei valori estetici e di quelli che trascendono l’aspetto
meramente utilitario rispetto a un luogo o a un territorio, e ritiene che l’elaborazione dello
statuto dei luoghi possa essere una delle occasioni di dare concretezza a questi valori.
Secondo lui, essi “devono fondarsi su una conoscenza del territorio che unisca, e integri
organicamente, alle analisi delle scienze naturali le descrizioni estetiche luogo per luogo. E se
246
247
La legge sulla tutela delle bellezze naturali e storiche vincola la bellezza alla tradizione, in un
tentativo di ridurre l’aleatorietà che un giudizio strettamente estetico rischia di realizzare.
L’autore richiama l’attenzione sul fatto che il termine sussidiarietà indica due cose diverse: da un
lato, sussidio, aiuto; dall’altro, il fondamento della cooperazione tra i diversi livelli di governo.
293
le prime hanno per protagonisti soprattutto gli esperti, nelle seconde anche tutti i cittadini
hanno capacità potenziale di partecipazione: ciascuno è in grado di sentire, valutare, descrivere
ed esprimere i sentimenti correlati al paesaggio, alla città nel paesaggio e al paesaggio nella
città, alle «bellezze naturali», ai valori estetici e figurali dei luoghi abitati. Di ciò è testimonianza
la sempre più frequente e diffusa formazione spontanea di comitati locali di cittadini quando
vi è un progetto di trasformazione che incombe sul loro ambiente di vita. Tutto sta a
organizzare la partecipazione, coinvolgendo, ad esempio, anche le associazioni ambientaliste e
culturali. Gli «statuti dei luoghi» dovranno articolare, specificare e rendere concretamente
operativa – oltre la consueta tutela del patrimonio storico, opportunamente potenziata,
rinvigorita e arricchita – la regola generale riguardante la totalità dello spazio: niente può
essere posto in funzione che non sia anche in rappresentazione, e – quale suo corollario – un
intervento di trasformazione non può essere attuato se non è possibile conferirgli la
rappresentazione richiesta, se la sua intrinseca natura è tale da sconvolgere e sovvertire la
locale composizione del paesaggio” (VENTURA, 2000:218/9).
La veste giuridica dello statuto dei luoghi “può essere quella di un sistema di vincoli,
limiti e restrizioni allo sfruttamento economico del territorio, modulato sui luoghi che lo
compongono e lo strutturano. Dovrà completare lo Statuto un «Regolamento edilizio e d’uso»
(…).
Lo Statuto ha validità a tempo indeterminato, riguarda l’intero territorio comunale, e
deve essere approvato da una maggioranza qualificata. La natura giuridica dei vincoli che
impone, essendo essi fondati su valori riconosciuti intrinseci dei beni interessati, è identica, sul
piano del diritto, a quelli paesistici e simili” (VENTURA, 2000.172/3). Esso ha sul territorio
lo stesso valore della Carta Costituzionale, e per questo deve, oltre a essere sovraordinato,
avere validità per tempo indeterminato, e cioè, deve rimanere in vigore fin quando gli
abitanti di quel luogo continuino a riconoscersi in esso, a considerare i suoi valori utili,
fondati e validi. Esso può essere modificato tramite la presentazione di progetti o di
qualsiasi altro tipo di evento che testimoni che i valori sui quali esso era stato costruito
non sono più condivisi.
Secondo MAGNAGHI lo statuto dei luoghi potrebbe essere composto di quattro
capitoli. Il primo, intitolato L’identità del luogo: descrizione, interpretazione, rappresentazione e
organizzato sotto forma di una mappa, ha un’importanza fondamentale nel rappresentare
le diverse fasi del processo di territorializzazione, permettendone così una migliore
interpretazione e una migliore identificazione del tipo territoriale, delle invarianti
strutturali, dell’identità del luogo con l’obiettivo di una migliore definizione delle strategie
verso la valorizzazione del patrimonio territoriale. Tale mappa deve essere organizzata
294
attraverso “la costruzione di un sistema complesso di trasmissione di conoscenze territoriali,
articolato su tutto lo spettro delle forme e dei mezzi di descrizione, raffigurazione,
comunicazione e racconto. Un sistema informativo che contiene la rappresentazione dei
caratteri identitari e paesistici di lunga durata, dei sistemi ambientali e del loro funzionamento,
del milieu locale, della società locale e dei suoi attori. Una specie di ipertesto che integra
sistemi di rappresentazione premoderna e sistemi informatizzati per costruire un ritratto del
territorio” (MAGNAGHI, 2000a: 132/3). Tutto questo deve essere fatto tenendo conto
“a) che non tutto [può] essere trasformato e che le strutture territoriali e ambientali che
definiscono l’identità di lungo periodo di un luogo [devono] permanere ed essere valorizzate;
b) che ciò che può essere trasformato deve sottostare a regole che producano incremento di
territorialità (riproducibilità del ‹‹tipo territoriale››, delle risorse, aumento della fertilità dei suoli,
sviluppo della comunità locale, incremento della qualità ambientale ed estetica, ecc.)”
(MAGNAGHI, 2000b:30).
Il secondo capitolo, L’atlante identitario, avendo come contenuto i valori territoriali,
ambientali e socioculturali del luogo in questione, è composto come un sistema
informativo dei caratteri costitutivi del patrimonio attraverso una rappresentazione di tipo
unitaria. Esso potrebbe essere suddiviso in tre “paragrafi”248, tutti e tre costruiti con un
approccio innovativo rispetto alle forme di rappresentazione tradizionali: “a) il patrimonio
ambientale e costruito dei luoghi (geografia fisica); b) il patrimonio socioeconomico e culturale
(geografia socioeconomica); c) le nuove pratiche sociali (geografia politica)” (MAGNAGHI,
2000a:134).
Nel primo “paragrafo”, la parte relativa al patrimonio ambientale, prevede il passaggio
dalla definizione discontinua delle aree protette (“riserve di natura”) all’intero territorio
(compreso quello urbanizzato) analizzato e definito in chiave ecosistemica. La parte
relativa al territorio costruito, prevede a sua volta la descrizione della costruzione storica del
territorio e della formazione della sua identità in coevoluzione con i caratteri dell’ambiente
e riguarda il processo di territorializzazione, i sedimenti di lunga durata e i valori
territoriali. MAGNAGHI sottolinea l’importanza di questo cambiamento, una volta
considerato il ruolo che gli spazi aperti assumono sia nel processo di riqualificazione
ambientale sia nello stabilimento di ciò che egli chiama relazioni virtuose tra città e
territorio.
Nel secondo “paragrafo”, quello sul patrimonio socioeconomico e culturale, vengono
sottolineati due aspetti importanti: uno, la necessità di inserire la descrizione delle identità
socioculturali collettive di lungo periodo data la loro importanza nella formazione di
248
L’autore usa il termine “capitolo”, ma ho preferito cambiare il termine per non confondere con le
divisioni più generali da lui proposte per la costruzione dello statuto dei luoghi.
295
statuti condivisi tra i diversi attori coinvolti, così come di stili di sviluppo peculiari,
incentrati soprattutto sulla valorizzazione delle identità collettive presenti nel territorio.
L’altro aspetto, lo “studio e descrizione dei sistemi territoriali locali per individuare: attori e
sistemi di attori potenziali interagenti con il milieu in chiave di trasformazione dei valori in
risorse verso esiti di sostenibilità; reti di attori per la formazione di patti condivisi che stanno
alla base del progetto di statuto e delle sue regole di trasformazione del territorio; sistemi di
azione economica (nodi e reti del sistema locale) che si fondano sulla sostenibilità attraverso la
valorizzazione del patrimonio territoriale e della municipalità nel governo dello sviluppo”
(MAGNAGHI, 2000a:135). Infine, il “paragrafo” sulle nuove pratiche sociali, “evidenzia in
particolare la nuova geografia sociale del territorio che descrive le insorgenze contro
l’omologazione
e
l’impoverimento prodotti dalla
globalizzazione”
(MAGNAGHI,
2000a:136).
Il terzo capitolo, intitolato Le norme statutarie, sarebbe anch’esso suddiviso in due
parti: “a) una serie di principi generali e specifici di sostenibilità; b) un capitolo dedicato
all’integrazione dei vincoli e alle invarianti strutturali” (MAGNAGHI, 2000a:138). Rispetto
alla prima parte, l’autore sottolinea l’importanza della definizione dei principi generali e
specifici di sostenibilità come prerequisiti a ogni statuto dei luoghi dato che a diversi livelli
di degrado devono corrispondere diverse risposte. Rispetto alla seconda parte, sottolinea il
suo carattere sperimentale data l’unicità dei componenti che integrano e determinano
l’identità di ogni luogo. Secondo lui, le “invarianti strutturali dovrebbero indicare i caratteri
identitari di questi «beni»249, costituenti il valore di un luogo rispetto ai quali caratteri attivare
direttive, prescrizioni, azioni per la tutela e la valorizzazione secondo obiettivi prestazionali
riferiti alla sostenibilità dello sviluppo, dal momento che è la permanenza e la durevolezza di
tali caratteri a costituire l’indicatore principale della sostenibilità” (MAGNAGHI, 2000a:141).
Infine, il quarto capitolo, intitolato Le regole della trasformazione, sarebbe composto da
una serie di regole identificate con l’obiettivo di promuovere l’aumento del valore del
patrimonio territoriale in modo durevole – per esempio regole a carattere multisettoriale e
integrato per gli spazi aperti e l’agricoltura; regole per la riqualificazione, espansione e
costruzione di nuovi insediamenti; regole finalizzate alla chiusura dei cicli – di acqua,
rifiuti, ecc. -; relative all’uso di materiali da costruzione, ecc. – tutto questo avendo come
scopo il raggiungimento della sostenibilità dello sviluppo.
249
L’autore si riferisce “a «beni» che possono configurarsi come i caratteri fondativi dell’identità locale,
invarianti non per disposto normativo, ma nel senso che non sono variati nei tempi lunghi dei cicli di
territorializzazione e che riguardano sistemi ambientali, reti ecologiche, bacini idrografici, sistemi costieri,
paesaggi storici, tipologie insediative territoriali e urbane caratterizzanti l’identità di lunga durata, tessuti
agrari” (MAGNAGHI, 2000a: 141), ecc. La nota è mia.
296
Da parte sua, la legge urbanistica ligure del 1997 introduce il dispositivo della
descrizione fondativa a scala provinciale e comunale. D’accordo con questa legge, le finalità
della descrizione fondativa “sono essenzialmente quattro:
1. individuare le identità dei luoghi ovvero le peculiarità e le potenzialità dei diversi ambiti o
sistemi locali del territorio, rappresentando e interpretando gli assetti e i processi territoriali
che ne sono all’origine (punto di vista verticale o del «milieu» locale);
2. individuare le prospettive di trasformazione, valutando le opportunità di natura economicosociale in rapporto alle risorse locali e alle reti che connettono i sistemi locali ad ambiti più
vasti (punto di vista orizzontale);
3. incrociando il punto di vista verticale e quello orizzontale, costruire il modello di sviluppo
locale sostenibile, che, valutando il grado di stabilità ambientale e la suscettività alle
trasformazioni di ogni singolo ambito (= verifica di sostenibilità), permette di fondare la
distinzione fra ambiti di conservazione e riqualificazione e distretti di trasformazione, sia
relativi alle aree di trasformazione urbanistica che alle aree di produzione agricola (a loro
volta distinte in aree di presidio ambientale e aree non insediabili) e definire la disciplina
paesistica di livello puntuale, la dotazione di servizi e infrastrutture, le norme di conformità, ecc.;
4. costruire un GIS locale che alimentandosi alla banca-dati del sistema informativo
territoriale della Regione, possa a sua volta alimentarlo” (QUAINI, 2000:92).
A livello provinciale, la funzione più significativa della descrizione fondativa è quella
di “individuare gli ambiti «caratterizzati dalla ridotta complessità dei processi urbanistici e
insediativi, dalla omogeneità degli aspetti fisici e paesistici dei siti, dalla sostanziale identità dei
processi storici di formazione delle organizzazioni territoriali ed insediative, dalla affinità dei
processi socio-economici in atto e da un assetto delle reti e delle infrastrutture di
urbanizzazione appoggiate su di un impianto principale di scala sovracomunale» (art. 18). (…)
Al livello comunale «la descrizione fondativa analizza le peculiarità, gli eventuali
squilibri e le potenzialità del territorio in vista dell’individuazione dei conseguenti obiettivi di
piano e della definizione dei contenuti del piano urbanistico comunale (Puc)» (art. 25)”
(CINÀ, 2000:13). Sempre a livello comunale, secondo QUAINI, essa si caratterizza come
un patto fra i cittadini per promuovere comportamenti virtuosi e progetti sostenibili. Per
poter raggiungere questo obiettivo, la descrizione fondativa deve essere partecipata e
coinvolgere i saperi locali e quelli tecnici e professionali. L’autore ritiene che è soltanto
attraverso la valorizzazione effettiva del livello locale che la descrizione fondativa può
raggiungere il suo scopo e la sua reale efficacia fondativa del progetto. Insomma, così
come lo statuto dei luoghi, la descrizione fondativa precede il piano, fornendo le conoscenze
necessarie – le condizioni e le risorse del territorio – su cui fondare i suoi obiettivi e
297
definire le strategie di azione per la sua valorizzazione, nell’ottica dello sviluppo locale
autosostenibile.
L’analisi che essa contiene riguarda i seguenti aspetti:
“a) i caratteri fisici e paesistici dei siti (naturali e storico-antropici, vegetazionali ed insediativi),
nonché i principali fattori che costituiscono gli ecosistemi ambientali locali e che ne
determinano la vulnerabilità ed il limite di riproducibilità;
b) i processi storici di formazione delle organizzazioni territoriali ed insediative in atto
nonché i prevalenti caratteri d’identità dei luoghi;
c) i processi socio-economici in atto e le reti di relazione (locale e territoriale) anche nella
loro correlazione con gli atti di programmazione, evidenziandone le dinamiche evolutive e
le potenzialità innovative;
d) le prestazioni dei vari tipi di insediamento, delle reti di urbanizzazione, dei servizi e il
complessivo rispettivo grado di equilibrio ecologico-territoriale riferito anche al territorio
non insediato;
e) il quadro di riferimento dei vincoli territoriali esistenti e dello stato di attuazione dello
strumento urbanistico generale vigente
(…)
Se quelli citati sono i nuovi riferimenti concettuali dell’impianto normativo della DF
quali siano le forme e i mezzi per operare dette analisi e sintesi interpretative la norma non lo
dice. Essa precisa però i risultati che si vogliono ottenere:
a) una descrizione/interpretazione degli assetti e dei processi territoriali;
b) la valutazione del grado di stabilità ambientale e della suscettività alle trasformazioni;
c) la valutazione delle opportunità di natura economico-sociale rapportate all’uso delle
risorse territoriali ed alle prospettive della loro trasformazione;
d) la definizione della disciplina paesistica di livello puntuale degli ambiti di conservazione e
riqualificazione e dei distretti di trasformazione;
e) l’implementazione del sistema delle conoscenze” (CINÀ, 2000:13/4).
Per rispondere a tale sfida si richiede implicitamente un cambio nella metodologia di
indagine che sia in grado di costruire un piano che allo stesso tempo presenti scenari di
sviluppo per il territorio, sia progettuale, condiviso dagli attori sociali coinvolti e che faccia
riferimento non solo ai saperi tecnici ma anche a quelli locali.
È ancora QUAINI a richiamare l’attenzione sul fatto che, così “come storicamente
l’insediamento sparso è andato di pari passo con la colonizzazione agricola, (…) oggi una
nuova forma di colonizzazione o comunque di conservazione attiva e sostenibile delle risorse
richiede nuove forme insediative da studiare al di fuori degli schemi conservazionistici troppo
298
rigidi espressi dal Parco naturale e dal PTCP. Infatti la normativa dell’uno e dell’altro
tendevano a confondere lo spazio agrario abbandonato con lo spazio naturale e conseguentemente a
proteggerlo da ogni tipo di intervento nella speranza, che si è rivelata un’illusione, che tale
spazio evolvesse naturalmente verso ecosistemi in equilibrio.
A prescindere dalla conseguenza negativa di scoraggiare qualsiasi ripresa delle pratiche
agro-silvo-pastorali (le uniche in grado di conservare attivamente questi spazi), l’unica
conseguenza positiva è stata quella di bloccare, laddove vi era una pressione di questo tipo,
l’edificazione selvaggia e diffusa e quindi di mantenere alla collettività un’ampia riserva di
spazio che tuttavia oggi, proprio per essere goduta dalla collettività, deve essere suscettibile di
trasformazione o antropizzazione controllata” (QUAINI, 2000:100).
Per concludere, CINÀ richiama l’attenzione sulle differenze esistenti tra le due leggi.
La legge ligure presenta la descrizione fondativa come un elenco articolato “di componenti,
corrispondenti a specifiche analisi conoscitive e sintesi interpretative[, amplificando] (…)
sensibilmente il tradizionale campo di applicazione del piano, nel senso che guarda a
dimensioni del territorio prima poco o punto esplorate, e che per tale occorrenza presuppone
un allargamento delle ottiche disciplinari da impegnare nello studio del contesto territoriale.
(…)
Per contro la norma toscana non offre una specificazione delle operazioni da condurre
per costruire lo [statuto dei luoghi] (…). (…) Non si costituisce come norma regolativa, ma
piuttosto come affermazione di un principio; è portatrice di una valenza politica riferita alle
istanze della sostenibilità dello sviluppo del territorio e della società locale” (CINÀ,
2000:14/5).
La ricerca di forme alternative di sviluppo, come lo sviluppo locale autosostenibile
discusso in questo capitolo, implica un cambiamento di prospettiva e di atteggiamento
rispetto allo sviluppo economico, la ridefinizione di contenuti e modi di produzione,
selezionati e finalizzati alla valorizzazione del patrimonio territoriale. È il caso, per
esempio, di ciò che avviene con esperienze pilota quali il progetto integrato di agricoltura
sostenibile della Val Bisenzio; la pratica dell’agricoltura naturale e l’agricoltura sinergica; le
esperienze di produzione biologica con la vendita diretta al consumatore attraverso la
fierucola a Firenze; l’esperienza Radici, nella Maremma, composta da una rete di
produttori agricoli con funzioni educative e di rete di commercializzazione; i vari gruppi di
Acquisto Solidale (GAS), concretizzati tramite accordi diretti tra produttori e consumatori;
l’esperienza del commercio equo e solidale, esperienze queste che saranno trattate nel
capitolo successivo.
299
CAPITOLO 8
LO SVILUPPO LOCALE AUTOSOSTENIBILE
NELLA PRATICA
I. VERSO UN’ALTRA PRODUZIONE
1. «Laboratorio Toscana»: l’ANCI Toscana e l’Università per la sostenibilità
dell’agricoltura
Partendo dalla necessità di trovare la strada verso una pratica agricola
autosostenibile per il territorio toscano, l’ANCI Toscana250 mise in pratica nel 1994 un
piano d’azione rivolto al potenziamento del ruolo dei Comuni nell’ambito dell’agricoltura.
L’obiettivo, più che salvaguardare il paesaggio toscano, era quello di trovare un modo di
valorizzarlo, sulla base delle discussioni che erano state iniziate dalla scuola territorialista
di MAGNAGHI quali trattate nel capitolo precedente. Nel 1995 si videro i primi risultati
con la realizzazione di un convegno promosso dall’associazione e svoltosi a Lido di
Camaiore, con la partecipazione di amministratori, cittadini e mondo scientifico, dando
vita a un proficuo dibattito sulle possibilità di messa in pratica di uno sviluppo sostenibile
nella campagna toscana e sul ruolo dei Comuni in questa direzione.
Da questo convegno emerse la necessità di pensare a nuovi criteri di progettazione,
pianificazione e regolamentazione degli spazi aperti che comprendessero tutti i settori
economici e non solo quello agricolo. A questo scopo fu nominata una commissione
coordinata dal Prof. Alberto MAGNAGHI e composta da membri dell’ANCI Toscana ed
esperti delle tre università toscane, del CNR e dell’IPERT con l’obiettivo di delineare tali
criteri. Nel frattempo l’ANCI Toscana firmò un “protocollo d’intesa con il CTPB (Coordinamento
Toscano Produttori Biologici) per l’utilizzazione di prodotti biologici nelle mense comunali. (…) Al tempo
stesso, poiché un solo Comune non [poteva] essere in grado di rispondere, con qualunque programmazione, a
250
Associazione Nazionale Comuni Italiani – Sezione Toscana.
300
tutte le esigenze della collettività – i confini amministrativi, sia comunali che provinciali, possono divenire
anacronistici e non funzionali – [si ritenne] che [dovesse essere] valutato il potenziale delle ‘omogeneità
territoriali’, base per una vera valorizzazione oggettiva e soggettiva del regionalismo” (ANCI TOSCANA,
1996: 6).
Il risultato di questi lavori è stato la pubblicazione del manifesto Agricoltura e
territorio: un laboratorio per lo sviluppo sostenibile della Toscana e al tempo stesso
l’individuazione di tre aree, tenendo conto del concetto di “omogeneità territoriali”, dove
si potesse verificare la validità dell’approccio proposto: la Valdichiana, la Val di
Cornia/Colline Metallifere e la Bassa Valdelsa/Valdarno inferiore.
1.1. Un manifesto per la Toscana
Il punto di partenza del suddetto manifesto è stata la consapevolezza che la crescita
della produzione non vuol dire necessariamente crescita del benessere. Anzi, il modello di
sviluppo dominante ha spesso trascurato questo secondo punto, a spese dell’ambiente e
della qualità della vita della collettività insediata. Gli autori del manifesto ammettevano
quindi come priorità l’identificazione di nuovi indicatori di misura dello sviluppo, della
qualità ambientale, della ricchezza, “in grado di apprezzare la qualità ambientale come
ragione di insediamento di attività pregiate; di selezionare processi che [aumentassero] la
produttività media delle risorse; di valutare in modo appropriato il peso e il ruolo del capitale
naturale, dei cicli della biosfera, della materia e dell’energia.
In questo cambiamento epocale della scala di valori dello sviluppo [assumevano] un
ruolo centrale proprio i fattori rimossi o degradati dalla crescita industrialista e dal potere
esclusivo del mercato: i valori e le identità territoriali e urbane; l’agricoltura tradizionale e la
sapienza ambientale che l’[accompagnava]; i sistemi ambientali relitti ma non ancora
desertificati; i luoghi e gli insediamenti storici accerchiati dalle periferie della metropoli; i
saperi e le culture contestuali; le manifatture locali e i sistemi appropriati di produzione e di
servizio; gli ordinamenti insediativi e colturali della collina e della montagna” (ANCI
TOSCANA, 1996: 7/8). La scommessa era quella di trovare un dialogo tra le energie
creatrici della società e i sedimenti di lunga durata presenti nel territorio che si voleva
valorizzare.
Gli autori del manifesto ritenevano all’epoca che nella Toscana esistessero tante
risorse da valorizzare come per esempio il patrimonio storico archeologico, forestale e
naturalistico; il paesaggio agricolo collinare che conservava ancora i suoi caratteri originari;
il paesaggio montano; il paesaggio costiero; il mantenimento di modelli socioculturali
antichi (le tradizioni civiche, le feste, i momenti di identificazione collettiva, l’abitudine
301
dell’autogoverno); la microimprenditorialità diffusa; la qualità della cultura amministrativa
(regole del “buon governo”), ecc. Secondo loro, mantenendosi i livelli e i ritmi di sviluppo
in corso, essi rischiavano non solo il degrado ma contribuivano a suddividere il territorio
in aree “ricche” e “povere”.
Con lo scopo di evitare tale spaccatura, gli autori proponevano il superamento
dell’idea di doppio regime d’uso del territorio e la sua conseguente divisione in aree
degradate e aree risanate (tra cui i parchi e le aree protette). Il cammino verso la
sostenibilità passava, secondo loro, dall’unione di queste due aree: era il territorio nel suo
complesso, inteso come un tutto unico – e non le singole aree – che doveva essere
valorizzato. Pensando sempre al territorio toscano e più specificamente alle reti di
relazioni tra le piccole città esistenti, gli autori consideravano già presenti gli elementi che
avrebbero permesso di vincere la sfida dello sviluppo sostenibile, intesa come produzione
di “ricchezza diffusa – calcolata secondo i nuovi parametri di valutazione –, alta qualità
territoriale e alti livelli di comunicazione, senza distruggere l’ambiente, senza inseguire la logica
della concentrazione, dell’omologazione, dell’intasamento, dell’agglomerazione” (ANCI
TOSCANA, 1996: 12).
Riguardo al settore agricolo, gli autori ritenevano superata la visione dell’agricoltura
come un settore marginale e residuale – frutto della suddetta concezione di sviluppo
economico – ritenendo necessario passare da uno sviluppo tradizionale che privilegiava
un solo tipo di agricoltura – realizzata in superfici di coltivazione ridotte e con
l’abbandono delle aree marginali – a un’agricoltura diversificata e con sistemi di
coltivazione che rispettassero le caratteristiche del suolo, del clima, dell’ambiente nonché
le forme tradizionali di coltivazioni locali che rispettavano l’ambiente, tramandate nel
tempo. Tale riorganizzazione del ciclo produttivo agricolo doveva avvenire tenendo conto
dell’impatto ecologico e mirando a una produzione di qualità. Gli autori, infatti,
insistevano sul fatto che la “produzione ricca e diversificata [rendeva] competitivo l’uso
agricolo del territorio frenando i processi di erosione urbana e suburbana.
L’agricoltura che [esaltasse] le cultivar autoctone, la complessità biologica, le qualità
ambientali e costruttive del luogo [avrebbe costituito] un codice genetico delle identità dei
luoghi e dei loro processi di trasformazione di lunga durata” (ANCI TOSCANA, 1996: 16).
La pratica dell’agricoltura di qualità serviva inoltre a bonificare, salvaguardare e valorizzare
i sistemi ambientali e, quindi, a produrre sviluppo locale autosostenibile. Tra le azioni che
si sarebbero potute fare in questa direzione sono state elencate dagli autori le seguenti:
“- rinaturalizzazione di sistemi ambientali degradati mediante rimboschimenti, con
utilizzazione privilegiata di specie originarie e tradizionali;
302
- costruzione di zone cuscinetto e corridoi biotici (wildlife corridors) per connettere spazi e
habitat relitti e interclusi nelle periferie urbane e nella città diffusa, e connessione dei sistemi
ambientali attraverso reti ecologiche;
- fasce agricole e forestali periurbane;
- uso delle foreste e della sistemazione tradizionale dei suoli come strumento di difesa
idrogeologica;
- creazione di orti urbani, campi scuola per l’agricoltura biologica, vivai civici, compostaggio
dei rifiuti urbani, produzione mirata al fabbisogno alimentare urbano;
- ecosistemi filtro per la biodepurazione delle acque e il loro recupero irriguo e la creazione di
zone umide” (ANCI TOSCANA, 1996: 17).
Gli autori sottolineavano, infine, quanto la pratica dell’agricoltura sostenibile
richiedesse inoltre la manutenzione attiva del territorio da parte della comunità insediata, e
di conseguenza un forte senso di comunità, fondato sulla cooperazione e l’aiuto reciproco
– proprio come sottolineato da KROPOTKIN – e in collaborazione con le istituzioni.
Organizzato su queste basi, il settore agricolo produrrebbe non solo merci per il mercato,
ma capitale sociale, utilità collettiva, qualità ambientale, fruibilità del territorio, in sintesi
sviluppo locale autosostenibile.
Vale infine la pena di sottolineare che la grande novità presente in questo manifesto
e ispirata dall’approccio territorialista di cui si è trattato nel capitolo anteriore, è la
concezione del territorio agricolo come risorsa culturale da salvaguardare e valorizzare nei
suoi diversi aspetti, non solo in quello economico. L’applicazione del risultato di questa
proposta si può verificare nell’area pilota della Val di Bisenzio.
1.2. Dal manifesto all’azione: il Laboratorio ANCI Val di Bisenzio
1.2.1. Il quadro normativo di riferimento
Il problema dello sviluppo rurale è sentito non solo in Italia ma anche all’interno
dell’Unione Europea, dove, secondo FANFANO, le zone rurali costituiscono più
dell’80% del territorio e ospitano circa un quarto della popolazione comunitaria. Questo
senza far riferimento all’attuale processo di decentramento insediativo di molti poli urbani
nei diversi paesi comunitari nonché ai problemi relativi all’allargamento della comunità ai
paesi del centro e dell’est Europa. Sin dagli anni ’80 l’Unione Europea venne orientando le
proprie politiche sul territorio rurale, culminando nel 1992 con la definizione di obiettivi,
strumenti e mezzi finanziari specifici rivolti al mantenimento di comunità rurali vitali e di
salvaguardia della cultura e tradizione locale; alla coesione economica e sociale attraverso
303
l’incremento economico e la creazione di posti di lavoro; alla differenziazione e
integrazione dell’economia rurale e al miglioramento della qualità della vita delle
popolazioni rurali. Per raggiungere tali obiettivi sono stati creati strumenti come i
Programmi dei Fondi Strutturali; le misure di accompagnamento della PAC (Politica Agricola
Comunitaria); le Politiche per la silvicoltura e l’ambiente; l’incentivo alla ricerca nei settori
dell’agricoltura, silvicoltura e sviluppo rurale; lo sviluppo delle risorse genetiche in agricoltura, con
particolare riferimento alla diversificazione e miglioramento della produzione e alla tutela
ambientale.
Quattro anni dopo, nel 1996, venne compiuto un ulteriore passo verso il
raggiungimento di tali obiettivi attraverso la dichiarazione di Cork, occasione in cui venne
messa in evidenza “la necessità di un cambiamento di prospettiva per la politica agricola
comunitaria verso il riconoscimento – e la promozione – del suo ruolo di produttrice di beni
pubblici (ambientali, paesistici, culturali e sociali). In questo senso si [auspicava] uno sviluppo
rurale sostenibile da perseguire nell’ambito di un quadro normativo, strumentale e finanziario unitario”
(FANFANO, 2000:9).
Il processo di revisione della politica agricola e di sviluppo rurale comunitaria è stato
concretizzato nel contesto dell’Agenda 2000. La nuova politica di sviluppo rurale
diventava il secondo pilastro della politica agricola comunitaria, permettendo di meglio
affrontare le nuove sfide poste dai mercati esterni, dai consumatori e dalla società in
termini ambientali. È in questo contesto che devono essere intese le quattro linee di
azione/principi conduttori – la stabilizzazione del mercato (SM); i pagamenti per la tutela
ambientale del paesaggio e della cultura rurale (PAP); gli incentivi allo sviluppo rurale
integrato e multisettoriale (ISR) e l’assistenza transitoria all’aggiustamento della struttura
produttiva alle nuove condizioni di mercato e di finanziamenti (ATA)251 – le quali,
d’accordo con il rapporto Buckwell, avrebbero dovuto orientare le misure della nuova
251
La “stabilizzazione del mercato (SM), mira a creare una rete protettiva per merci che possono essere
soggette a fluttuazioni incontrollabili del mercato. I pagamenti a favore dell’ambiente, del paesaggio e dei
valori culturali (PAP) sono orientati alla protezione e allo sviluppo del patrimonio ambientale e culturale,
oltre che a valorizzare le risorse e il tessuto sociale delle aree rurali. In teoria, questo tipo di sostegno
dovrebbe interessare tutto il territorio. (…) Gli aiuti vengono chiamati pagamenti, non sussidi o rimesse,
in quanto vengono pagati con denaro pubblico coloro che forniscono servizi ambientali di interesse
collettivo. Si tratta di pagamenti per servizi, e non di trasferimenti assistenzialistici. Per questo motivo,
essi non sono dovuti se il servizio non viene fornito. (…) Il terzo elemento, gli incentivi allo sviluppo
rurale (ISR), riguarda tutti gli aspetti dello sviluppo rurale, compreso quello agricolo, ma mira soprattutto
a stimolare l’impiego non agricolo delle risorse dell’impresa agricola o delle risorse connesse all’esercizio
dell’agricoltura. Il quarto elemento, l’assistenza temporanea all’aggiustamento, ha lo scopo di facilitare il
passaggio da una politica agricola ad una politica rurale.
I primi tre elementi (SM, PAP e ISR) hanno carattere duraturo. L’ultimo (ATA), (…) prevede una forma
di sostegno transitorio” (BUCKWELL, 1998a: 15/16). L’assistenza transitoria all’aggiustamento
(ATA) si configura quindi come una forma di assistenza destinata ad aiutare l’adattamento
necessario alle nuove esigenze della nuova politica agricola comunitaria, soprattutto per quanto
riguarda le esigenze ambientali.
304
Politica Agricola e Rurale Comune per l’Europa (CARPE), con l’obiettivo “di assicurare una
politica agricola e rurale economicamente efficiente e ambientalmente sostenibile e stimolare lo sviluppo integrato
delle aree rurali dell’Unione Europea” (BUCKWELL, 1998a:14).
La nuova politica agricola e rurale comunitaria ha quindi una base d’appoggio più
ampia. Essa infatti si fonda non solo sulle esigenze dei produttori ma anche su quelle dei
consumatori e quelle dell’ambiente, del paesaggio e della cultura rurale. I principi fondanti
sono:
“- la plurifunzionalità dell’agricoltura, soprattutto alla sua capacità di fornire servizi pubblici e non
solo derrate;
- l’impostazione plurisettoriale ed integrata dell’economia rurale, attraverso la differenziazione delle
fonti di reddito e delle attività in più o meno diretta connessione con quella agricola;
- la flessibilità degli aiuti allo sviluppo rurale fondata sul principio di sussidiarietà e di partnership a
livello locale;
- la trasparenza nella elaborazione e gestione dei programmi attraverso una normativa più semplificata
e favorendo la concertazione locale.
Gli assi portanti sui quali si sviluppano poi le diverse misure in relazione ai principi
richiamati riguardano:
-
la salvaguardia del settore agricolo e forestale;
-
la competitività economica delle zone rurale;
-
la salvaguardia ambientale e la tutela del patrimonio rurale” (FANFANO, 2000:10).
In adempimento di queste direttive, in Italia la Regione Toscana si è dotata di uno
strumento normativo quadro – la LR 5/95 – contenente gli indirizzi e principi chiave – tra
cui il più importante era la sostenibilità – per il governo e la pianificazione su diverse scale
del territorio regionale. In questo contesto i diversi livelli di governo del territorio
vengono chiamati a riconoscere le risorse del territorio in quanto “invarianti strutturali” e
a pensare a forme di sviluppo che siano in grado di trasformarli in valori con lo scopo di
valorizzare il loro patrimonio territoriale.
Le successive leggi regionali 64/95 e 25/97 hanno posto l’accento sulla centralità
del territorio rurale per il raggiungimento della sostenibilità dello sviluppo. Attraverso
queste leggi l’agricoltura passa a essere vista come un “settore in grado di fornire ‘servizi
senza mercato’ e di supportare le naturali vocazioni locali che hanno come base il territorio”
(FANFANO, 2000:11). Viene incentivata la multisettorialità dello sviluppo rurale, in
particolare i fenomeni come il part-time e l’autoconsumo. Nell’ambito, poi, del PIT (Piano
di Indirizzo Territoriale), “la sostenibilità dello sviluppo del territorio aperto viene perseguita
(…) attraverso obiettivi di:
305
-
valorizzazione del ruolo di presidio ambientale e paesistico;
-
promozione di misure atte a supportare la tipicità delle produzioni;
-
difesa del suolo e recupero del degrado e tutela ambientale anche attraverso politiche
attive di promozione turistica, infrastrutturazione e promozione delle aree a protezione
naturale;
-
riequilibrio fra utilizzazione delle risorse idriche e politiche di sviluppo della pianificazione
territoriale” (FANFANO, 2000:11).
Inoltre, veniva riconosciuta e valorizzata la pluralità di ambienti rurali e agricoli del
territorio toscano e soprattutto il ruolo da essi giocati – soprattutto da quelli a bassa resa
economica – nel mantenimento e tutela dell’ecosistema ambientale, umano e del paesaggio
toscano. In sintonia con queste misure il PRS 1998-2000 (Piano Regionale di Sviluppo)
perseguiva per il territorio rurale, in un ottica di pianificazione bottom up, una strategia di
azione finalizzata al rafforzamento delle reti socio-economiche locali e delle produzioni
tipiche ad alta qualità, strategia che viene mantenuta nel PRS 2000-2006 che, a sua volta,
riconosce al settore agricolo un ruolo fondamentale per la valorizzazione e tutela di
importanti settori e risorse del territorio toscano, tra cui quelli turistico e ambientale.
Con questo scopo “si configura una impostazione di tipo multisettoriale tesa da un lato
al sostegno diretto e alla innovazione della produttività rurale e, dall’altro a rafforzare le
funzioni plurime del territorio rurale. Questo soprattutto attraverso il miglioramento delle
condizioni di vita per gli abitanti e il supporto alla produzione e mantenimento di beni
ambientali-paesistici e della offerta turistica. Tutto ciò in ragione del mantenimento dello
specifico modello toscano di sviluppo rurale (…).
Tale strategia viene articolata dal P.S.R. in tre obiettivi generali (…):
a) Il sostegno al miglioramento della competitività aziendale, al reddito agricolo e alle
produzioni di qualità;
b) Il sostegno al mantenimento e miglioramento della qualità ambientale e paesaggistica delle
zone rurali;
c) Il sostegno alla fruizione delle opportunità offerte dalle zone rurali” (FANFANO,
2000:13).
Infine, con l’obiettivo di mettere in pratica quanto detto la Regione Toscana ha
creato programmi di finanziamento nel settore della produzione biologica (contributi per i
costi di controllo delle aziende); della tutela delle risorse autoctone; del miglioramento
genetico di alcune specie animali e dell’incentivo all’accesso dei giovani in agricoltura.
306
1.2.2. La Val di Bisenzio e la costruzione di una rete di economia integrata
nell’ambito del recupero dell’agricoltura tradizionale
Dopo l’elaborazione e divulgazione del manifesto, l’ANCI Toscana insieme alle
università di Firenze, Pisa e Siena e ad altre associazioni del terzo settore, tra cui ARCI e
WWF, hanno bandito un concorso dove sono state offerte tre borse di studio, una per
ciascuna delle tre aree d’intervento previamente identificate dal manifesto, perché
potessero essere effettuati gli studi di cui ora si passerà a trattare252. In tutti e tre casi, e in
particolare per l’area oggetto di studio in questo paragrafo – la Val di Bisenzio – le
esperienze si basano sulla consapevolezza dell’importanza della sostenibilità dello sviluppo
degli spazi rurali per il raggiungimento dell’autosostenibilità dello sviluppo di un intero
territorio. Tale consapevolezza occasiona un ribaltamento logico nel modo di intendere il
rapporto sviluppo urbano/sviluppo rurale, soprattutto per quanto riguarda una nuova
concezione del territorio aperto, inteso come un “territorio ‘denso’ di qualità che, in quanto
tale, è in grado di esprimere le proprie peculiarità e caratteristiche, prima fra tutte quella di
produrre ‘beni pubblici’ in termini di risorse rare e non riproducibili” (FANFANO, 2000: 7).
Si parte quindi dall’assunto che senza la ricerca di un rapporto virtuoso tra città e territorio
circostante lo sviluppo locale autosostenibile quale discusso nel capitolo precedente è
difficilmente raggiungibile.
Secondo FANFANO, il “perseguimento della sostenibilità del territorio rurale passa
per un arricchimento culturale e funzionale delle diverse attività economiche ove, in un
generale contesto di multisettorialità e differenziazione produttiva, si persegua l’obiettivo di
produrre beni orientati a nicchie di mercato qualitativamente elevate, rivolte tendenzialmente
al mercato e consumo locale, ma anche in grado di avvalersi dei benefici della ‘new economy’
soprattutto quando il mercato locale non sia in grado di supportare adeguati livelli di
produzione e guadagno.
Il riavvicinamento fra abitante e produttore e fra produttore e consumatore, attraverso
‘reti corte’, consente di ‘chiudere’ localmente sia il ciclo del prodotto (…) sia quello della
produzione, riportando così a livello locale il ‘valore aggiunto territoriale’ di alcune produzioni
tipiche.
Inoltre il rapporto più diretto fra produttore e consumatore, oltre alla ‘riconoscibilità’
del territorio, porta a rafforzare il rapporto di reciproca fiducia connesso ad una crescente
domanda locale di generi alimentari qualitativamente garantiti.
252
La borsa di studio per la Val di Cornia è stata attivata nel 1998 mentre quella per la Val di Bisenzio
nel 1999.
307
Il rafforzamento, insieme con l’autonomia economica del territorio rurale, porta inoltre
allo sviluppo di un modello integrato di economia locale ove la valorizzazione delle risorse
ambientali e paesistiche ottenuta attraverso una agricoltura di qualità costituisce richiamo per
la domanda turistica, per quella insediativa e per la conseguente creazione di nuove attività di
servizio alla produzione e alle famiglie” (FANFANO, 2000: 7/8).
L’esperienza della Val di Bisenzio si basa su un doppio punto di partenza: da un
lato, le proposte nate dal Laboratorio ANCI per la Val di Bisenzio come trattato nella
prima parte di questo paragrafo e, dall’altro, le nuove direttive europee, nazionali ma
soprattutto regionali per la pianificazione dello sviluppo territoriale locale, tenendo conto
in particolar modo del ruolo della componente ambientale e dello sviluppo rurale per il
raggiungimento dell’autosostenibilità di uno sviluppo che sia al tempo stesso locale e
costruito “dal basso”. A questo proposito, il primo passo è la realizzazione di un’analisi
dettagliata del milieu locale con l’obiettivo di identificare indirizzi d’azione che siano in
sintonia con quanto appena detto nonché attori disponibili a metterle in pratica.
Una caratteristica del territorio della Val di Bisenzio è, secondo FANFANO, la sua
varietà e, al tempo stesso, l’integrazione fra le varie componenti che lo costituiscono. Esso
è composto da pendici molto inclinate e estremamente boscose – che offrono proprio per
questo scarse possibilità di insediamento umano – e da aree di acclività meno accentuate e
con un’attività umana più presente. Oltre il 62% del territorio è riconducibile a una
generica “destinazione agricola e forestale” anche se, da un punto di vista
socioeconomico, tale attività è marginale rispetto all’economia industriale e artigiana del
distretto pratese. Secondo FANFANO il settore agricolo e forestale contribuisce soltanto
con l’1% del personale occupato e con il 0,4% del reddito prodotto, ma questi dati non
prendono in considerazione il carattere di part- time dell’attività253, neppure l’importante
“ruolo del settore agricolo nel produrre ‘beni pubblici’ in termini di protezione, cura e messa
in sicurezza dell’ambiente non valutabili, per la loro stessa natura, in termini esclusivamente
monetari” (ZAMAGNI apud FANFANO, 2000: 19). Da prendere in considerazione
anche la pressione svolta dal sistema urbano sul settore agroforestale, evidenziata dalla
frammentazione sia della struttura fondiaria del cosiddetto “territorio aperto” che dalla
struttura aziendale del settore agricolo. Tale processo, per quanto riguarda il territorio in
questione, cominciò all’inizio del secolo scorso e, accentuandosi soprattutto negli anni ’50,
provocò il sostanziale dissolvimento della struttura mezzadrile prima esistente.
253
Secondo FANFANO molti proprietari di aziende o terreni agricoli dedicano all’attività solo una
parte del loro tempo di lavoro con l’obiettivo di “ricrearsi” oppure di mantenere un legame, sia pure
sottile, con l’attività agricola.
308
Per quanto riguarda l’uso del suolo agricolo, nell’ambito del territorio della
Comunità Montana Val di Bisenzio prevale la destinazione a prato-pascolo, soprattutto
nei comuni di Vaiano e Cantagallo, anche se nel decennio 1981-1991 Vaiano ha
incrementato la superficie destinata a olivo, Cantagallo a castagneti da frutto e
Montemurlo a vite e olivo. Riguardo alla superficie boscata, Cantagallo e Vernio sono i
comuni a presentare la maggior area occupata, anche se il calo della superficie aziendale ha
colpito soprattutto le superfici a colture permanenti e i boschi.
La fragilità e destrutturazione del settore agricoloforestale è, secondo l’autore,
testimoniata anche dalla forma di conduzione aziendale, con la sparizione quasi totale
della mezzadria. Prevalgono nettamente la conduzione diretta con la forza lavoro familiare
part-time seguita dall’utilizzazione del “contoterzi”254, quest’ultima la pratica più diffusa
nell’alta Val di Bisenzio255. FANFANO sottolinea anche l’estrema frammentazione del
tessuto produttivo agricolo: le proprietà al di sotto di un ettaro di SAU256 rappresentano
circa 54% del totale le quali, sommate a quelle con l’area compresa tra 1 e 5 ettari,
arrivano all’87% della SAU totale.
L’altro aspetto sottolineato dall’autore riguarda il cambiamento dell’uso del suolo
agricolo. Attualmente le superfici boscate rappresentano il 52% del territorio, 14% in più
rispetto a quella degli anni ’50, fatto che metteva in evidenza la necessità di pensare ad
azioni che portassero alla valorizzazione di questa importante risorsa. All’aumento delle
superfici boscate segue la diminuzione di quelle a colture permanenti, soprattutto vite –
che resiste ancora soltanto nel comune di Montalbano – e olivo, nonché l’aumento
dell’area interessata da fenomeni di edificazione e urbanizzazione.
In funzione della sua frammentazione, la struttura aziendale agricola appare debole
e precaria e fortemente condizionata dalla congiuntura economica e dalle pressioni
“urbane”. A questo si somma la forte presenza della conduzione part-time e “una inevitabile
tendenza all’abbandono che in alta collina e in montagna assume la forma della
ricolonizzazione boschiva, mentre più in basso quella dell’«attesa edificatoria». La pressione
urbana e la tendenza all’abbandono sono particolarmente presenti [nei comuni] di Vernio (…)
Montemurlo e Vaiano” (FANFANO, 2000:22). Ciononostante, la rilevante incidenza di
aziende medio-grandi, la permanenza, almeno formalmente, di una grande quantità di
I contoterzi sono aziende, non necessariamente agricole, che possiedono macchine e macchinari
agricoli e che fanno le varie operazioni di lavorazione della terra per conto di altri. La maggior parte
delle persone che ricorrono a questo tipo di servizio sono affittuari che, non possedendo la
proprietà della terra, non investono nell’acquisto di macchinari. Il pagamento viene effettuato in
denaro o tramite quote del raccolto.
255 Per quanto riguarda la superficie media delle aziende, quelle a conduzione indiretta sono oltre venti
volte più grandi di quelle a conduzione diretta.
256 Superficie Agricola Utilizzata.
254
309
suolo a destinazione agricola e la grande quantità di territorio “pseudo-agricolo”257
offrono un’immagine di un settore agricolo meno residuale di quanto non si possa
pensare e fa emergere la necessità di pensare a politiche di valorizzazione e governo del
patrimonio territoriale.
Infine, FANFANO sottolinea la necessità di comprendere le caratteristiche
dell’economia agraria della Val di Bisenzio tenendo conto anche del contesto geograficoterritoriale, o meglio, dei diversi ambienti naturali e insediativi. L’autore identifica e
caratterizza due ambienti: la montagna e colle-monte e il pedecollina. Per quanto riguarda la
montagna e colle-monte, nonostante i diversi paesaggi si nota la prevalenza del bosco rispetto
alle superfici coltivate o a prati-pascoli con un forte decremento della SAU nel periodo
‘71-’91. Rispetto all’attività agricola, domina l’allevamento del bestiame a grande taglia
(mucche e cavalli) e ovini ma, per la scarsa presenza dell’imprenditorialità agricola,
l’attività viene svolta normalmente senza tenere in considerazione le precauzioni
necessarie soprattutto per quanto riguarda i rischi per l’assetto idrogeologico258. D’altra
parte, la presenza dell’attività part-time, sebbene non importante dal punto di vista
economico, consente la manutenzione e cura di circa il 37% del territorio di questo
ambiente.
Nell’ambiente di Pedecollina, invece, la mezzadria aveva strutturato fino agli anni ’50
un paesaggio ricco e vario, incentrato su di una minuta rete di colture promiscue e
sull’allevamento, conferendo al territorio un ruolo di presidio ambientale. Dagli anni ’50 in
poi, con la destrutturazione della mezzadria, l’attività passò a essere svolta in parte da
aziende residenziali e in parte dalla conduzione familiare part-time. In quest’area, secondo
FANFANO, le attività dirette da piccole e medie aziende e sostenute da redditi integrativi
dai proprietari contribuiscono oggi a salvaguardare le caratteristiche di pregio ambientale
della zona e a curare l’assetto idrogeologico in modo più responsabile. Prova di una certa
vitalità del settore agricolo è il recupero, anche se su piccola scala, della produzione
dell’olivo, incentivata anche dalla realizzazione, da parte del comune di Vaiano, di un
frantoio consortile di servizio ai piccoli produttori olivicoli presenti nell’area. Tale
iniziativa è rivolta anche a incentivare la presenza residenziale nell’area – anche a titolo di
L’autore si riferisce alle ville-fattoria di Montemurlo e della media valle del Bisenzio che, per motivi
di origine storica e di collocazione geografica, si presentano come aziende capitalistiche in grado di
competere sui mercati internazionali, ma che “necessitano del mantenimento degli equilibri agropaesistici del proprio territorio per poter continuare a immettere sul mercato un prodotto nel quale
l’immagine e la qualità territoriale stessa sono veri e propri fattori costitutivi del valore aggiunto del
prodotto medesimo” (FANFANO, 2000:23).
258 Oltre allo svolgimento non corretto delle attività del pascolo, contribuiscono ad aumentare i rischi
per l’assetto idrogeologico la crescente frammentazione aziendale e della SAU, nonché l’abbandono
dell’attività o la sua attribuzione a terzi.
257
310
residenza extraurbana –, attraverso il ripristino e il miglioramento delle condizioni di
accessibilità alle case.
FANFANO sottolinea ancora come, anche senza presentare un ruolo economico di
rilievo, l’agricoltura nella Val di Bisenzio abbia permesso l’occupazione, organizzazione e
uso dell’intero territorio in modo da garantire il sostentamento degli abitanti e la
produzione di un eccedente economico e ambientale che ha consentito il nascere e
l’evolversi dell’industria tessile259. Manca però il riconoscimento all’agricoltura del suo
ruolo di produttrice di beni e risorse ambientali non monetizzabili ma responsabili
anch’esse dell’equilibrio della zona.
Da quanto esposto, l’autore sottolinea la necessità di individuare indirizzi e azioni
atte a:
“- ricostruire economie agrarie locali incentrate su iniziative ‘dal basso’ di più attori in grado di
supportare un adeguato ruolo di presidio del territorio agro-forestale soprattutto nelle aree
montane e di alta collina (…);
- favorire il consolidarsi di iniziative produttive che, seppure attualmente marginali, come
quella dell’allevamento di bestiame grosso, possono costituire voci estremamente redditizie sia
in continuità con il passato (…) che innovando aspetti della tradizione;
- costituire iniziative volte a far progredire il Know-how del sistema agricolo cercando di
valorizzare la produzione di qualità e biologica, orientata prevalentemente al mercato locale,
attraverso la creazione di centri di ricerca, sperimentazione, formazione e diffusione di una
cultura della produzione agricola orientata da principi di compatibilità ecologica, iniziative di
cooperazione fra produttori;
- attivare iniziative sia di tipo pubblico che privato finalizzate alla cura e presidio ambientale
volte per esempio alla manutenzione e cura del bosco, sempre più raramente effettuata dai
proprietari privati” (FANFANO, 2000: 25).
È in questo quadro di cambiamenti e di supporto offerto da alcuni incentivi
economici locali e sovralocali, nonché dalle prospettive aperte dalla nuova politica agricola
comunitaria (CARPE) che deve essere intesa almeno parte del rinnovato interesse per
l’attività agricola di qualità, anche se quella part-time. Tale interesse ha avuto come risultato
non solo un cambiamento di approccio rispetto alla pratica agricola vera e propria – la
riduzione dell’uso di sostanze chimiche, il recupero di pratiche tradizionali fino alla
259
L’autore costruisce il quadro evolutivo del processo insediativo e di sfruttamento economico
dell’area, dai primi insediamenti ancora nell’epoca neolitica ed eneolitica fino all’attualità. A suo
avviso, anche se il processo di antropizzazione dell’area si fa notare sin dall’epoca neolitica ed
eneolitica, è con la presenza etrusca che il processo di territorializzazione inizia a manifestarsi e a
trasformare in maniera significativa il territorio.
311
realizzazione di coltivazioni biologiche certificate – ma anche l’aumento del territorio
interessato da misure ambientali: circa il 10% del territorio appartenente alla Comunità
Montana, il 5,6% circa del territorio provinciale260. Questo fatto lascia intravedere una
possibilità sempre più concreta di attivazione di un circuito economico relativo a una
produzione agricola di qualità non solo per i prodotti commercializzabili ma anche per i
beni paesistico-ambientali e la qualità territoriale stessa. Secondo FANFANO, nel 2000,
delle 14 aziende operanti nel settore della produzione biologica – tra aziende miste,
aziende in conversione, aziende biologiche e preparatori – 12 si situavano nel territorio
della Comunità Montana261. Allora il poco tempo di vita delle suddette aziende non
permetteva il consolidamento di quella esperienza come una alternativa effettiva dal punto
di vista commerciale, ma tutto portava a considerarla possibile in un futuro non troppo
lontano. Questo per due ordini di motivi, diversi ma collegati tra loro: da un lato, la
dotazione di incentivi economici, finanziari e legislativi interessanti direttamente la
produzione agricola di qualità; dall’altro l’aumento della domanda di prodotti di qualità
certificata per quello che si riferiva al mercato provinciale e i circuiti commerciali lì
presenti, come la “fierucola” che si svolge mensilmente a Prato, la rete commerciale
Natura sì e la stessa Coop. FANFANO aggiunge anche la mentalità imprenditoriale locale –
i potenziali soggetti del cambiamento, di cui ci parla MAGNAGHI come trattato nel capitolo
precedente – che potrebbe essere sfruttata nel senso di essere riorientata verso lo sviluppo
dell’attività agricola di qualità.
Nell’ambito della provincia di Prato – e soprattutto nel territorio della Comunità
Montana – la superficie boscata rappresenta la forma di uso del suolo prevalente, le cui
prospettive di uso e valorizzazione, sottolinea l’autore, devono fare i conti “con un
complesso insieme di fattori che vanno sapientemente dosati ai fini di un utilizzo ‘sostenibile’
della risorsa medesima.
Da un lato troviamo infatti necessità di intervento antropico in grado di ricostituire un
adeguato equilibrio colturale ed idrogeologico all’interno dei boschi, in maniera tale che questi
possano realizzare al meglio la loro funzione di ‘protezione’ dei territori di valle. D’altra parte
tale esigenza va combinata con una naturale ‘vocazione’ produttiva del bosco” (FANFANO,
2000:33).
Una delle principali potenzialità produttive del bosco è, secondo l’autore l’economia
del castagno. Nel territorio della Comunità Montana si trovano 698 ha di castagneti, di cui
Provincia di Prato (1999), Dati statistici in agricoltura, in Materiali della Conferenza sul piano di
sviluppo rurale provinciale, Prato, P.zo. Novellucci, 12.05.2000. Riportato da FANFANO, 2000:32.
261 Conformi dati del Bollettino Ufficiale Regione Toscana, Supplemento Straordinario n. 50, Parte II,
n. 14 del 05.04.2000. Riportato da FANFANO, idem ibdem.
260
312
soltanto 135 coltivati262. In passato l’economia della castagna era destinata al
soddisfacimento dei bisogni primari della popolazione locale attraverso la produzione
della farina che, al tempo stesso, “strutturava una complessa rete fruitiva dell’alta collina che
si snodava attraverso castagneti, mulattiere, essiccatoi e mulini ad acqua e che rappresentava al
contempo un importante strumento di sussistenza e di controllo e mantenimento del
territorio montano” (FANFANO, 2000:33). Tale equilibrio è stato interrotto dal processo
di parcellizzazione delle proprietà iniziato come già detto sin dall’inizio del secolo scorso e
in modo accentuato dagli anni ’50 in poi, portando all’abbandono e conseguentemente alla
cattiva conservazione dei castagneti. Nel 2000, tenendo conto del cambiamento di
atteggiamento dei consumatori e della richiesta sempre più crescente di prodotti alimentari
tradizionali e di qualità – data quasi sempre dalla certificazione biologica – la Comunità
Montana, in collaborazione con la Provincia di Prato, ha dato inizio a un’azione di
recupero e valorizzazione dell’economia della castagna attraverso l’erogazione di fondi per
il recupero e ricostituzione dei castagneti e, insieme a essi, di tutta la sua filiera produttiva.
Le linee di intervento proposte sono state:
“- recupero dei castagneti da frutto;
- realizzazione di nuovi impianti;
- recupero e potenziamento essiccatoi;
- recupero mulini ad acqua;
- valorizzazione e creazione marchio d’area”263 (COMUNITÀ MONTANA apud
FANFANO, 2000:34). Insieme a tali azioni c’era anche l’obiettivo di ottenere il marchio
europeo IGP (Indicazione Geografica Protetta).
I primi stanziamenti erano serviti al recupero soltanto di circa 10 ettari di castagneti
ma aprivano la strada alla valorizzazione di una forma importante di uso del territorio
montano nel rispetto delle sue caratteristiche ambientali e ponevano allo stesso tempo una
prospettiva concreta di commercializzazione della produzione soprattutto della farina di
castagna all’interno del mercato provinciale264. FANFANO riteneva necessario, ai fini di
garantire il successo dell’esperienza, che venissero intraprese alcune azioni quali
l’instaurazione di una forma cooperativa e consorziale tra quelli che si interessavano della
Dati relativi al febbraio 2000 ottenuti dalla Comunità Montana Val di Bisenzio. Riportati da
FANFANO, op. cit, p. 33.
263 COMUNITÀ MONTANA “Val di Bisenzio”, Progetto di recupero dei castagneti da frutto nel territorio della
Comunità Montana Val di Bisenzio, Vernio (PO), Febbraio 2000. Riportato da FANFANO, op. cit., p.
34, nota 38.
264 In intervista concessa il 17 dicembre 2003, FANFANO ha informato che l’attività si sta piano piano
recuperando, grazie ai suddetti incentivi. Favorisce la ripresa dell’attività l’esistenza di molti
essiccatoi sparsi per il territorio dell’Alta Valle, chiamati “Carniciaie”, nonché di un mulino che
macina le castagne prodotte nella zona per la produzione della farina che viene in seguito smerciata
nella rete locale pratese di commercializzazione.
262
313
castagna; il ripristino dell’accessibilità ai castagneti – anche attraverso l’integrazione tra le
vecchie mulattiere che servivano il territorio in passato; la reintroduzione del trasporto a
trazione animale, in concomitanza con il programma della Regione Toscana d’incentivo
all’allevamento di ciuchi e muli, dando così una più forte caratterizzazione biologica
all’attività; lo sviluppo della coltivazione del marrone anche per la produzione della farina,
dato il mutare della domanda di mercato verso prodotti di qualità.
Oltre ai castagneti, i “tipi di attività che il bosco può consentire riguardano in
particolare la ceduazione, la raccolta dei prodotti del sottobosco, l’allevamento in pascolo
boscato, la fruizione ambientale e ricreativa” (FANFANO, 2000:35). Tali usi vengono però
compromessi sia dalla scarsa rilevanza di mercato di alcune risorse che dalla difficoltà di
accesso ad esse. Si pone, quindi, la necessità di pensare a forme di uso e valorizzazione del
bosco che siano in grado di garantire il ritorno economico e, attraverso questo, il presidio
sul territorio da parte dell’uomo.
Rispetto alla ceduazione, FANFANO informa che essa veniva svolta senza
coordinamento da imprese che lavoravano in forma terzerizzata, suggerendo come
alternativa la creazione di un consorzio silvopastorale in grado di permettere la
realizzazione di politiche e strategie di mercato coordinate attraverso, per esempio, la
ricostituzione della filiera produttiva e l’orientamento non solo verso il settore della legna
da ardere ma anche verso la produzione di legname per uso artigianale e edilizio.
L’attività di raccolta dei prodotti del sottobosco veniva, secondo l’autore, lasciata
allo spontaneismo e svolta soprattutto come attività ricreativa265. FANFANO ritiene che
anche in questo caso l’attività di raccolta dei funghi e altri prodotti – come il tartufo, frutti
di bosco, ecc. – potevano diventare una voce integrativa del reddito aziendale se facesse
riferimento ad una forma di organizzazione e coordinamento tra le imprese, attraverso la
costituzione di una filiera che comprendesse anche la commercializzazione in loco dei
prodotti.
L’allevamento costituiva anch’esso una ulteriore possibilità di uso del bosco,
soprattutto davanti alla prospettiva del rilancio dell’allevamento della razza Calvana –
supportato anche da misure regionali di sostegno economico al mantenimento di specie a
rischio di estinzione266 – e dell’interesse verso l’allevamento equino – soprattutto di razze
pregiate per uso ippico, settore che può contare anche su una collocazione geografica
particolare in grado di permettere la sua integrazione con il settore turisticoescursionistico. Per quanto riguarda la commercializzazione di questi capi, l’autore
265
266
Il pagamento per la raccolta dei funghi è stato introdotto dalla Provincia di Prato soltanto nel 1999.
A questo proposito si trova presenti nel territorio anche l’allevamento del suino di razza “cinta
senese”.
314
propone il rafforzamento di reti commerciali corte attraverso, per esempio, il rifornimento
delle mense scolastiche, ecc.
Nonostante il rinnovato interesse verso l’attività primaria nell’economia della Val di
Bisenzio, le iniziative economiche sono caratterizzate da una forte frammentazione e
marginalità. L’unico modo per cambiare questo quadro, secondo FANFANO, è pensare a
nuove forme di sviluppo che tengano in considerazione “la creazione di una mentalità e di
strutture di carattere cooperativo in grado di raggiungere soglie minime di efficienza in termini di
gestione e miglioramento delle fasi produttive cercando di sviluppare e rafforzare la filiera
produzione-trasformazione-commercializzazione.
L’autosostenibilità del modello di sviluppo socioeconomico della valle passa proprio
attraverso l’acquisizione di questa capacità di governare localmente le relazioni fra uso delle
risorse-resa economica e valorizzazione del territorio sottraendo il più possibile le diverse
opzioni e modelli produttivi alle pure logiche di mercato che peraltro sembrano relegare
quest’area in una condizione di marginalità.
Il rafforzamento delle reti cooperative fra i diversi attori, oltre a offrire la possibilità di
trasformare le “economie di scala” in “economie di scopo” attraverso sinergie e
complementarità tra i vari centri, consentendo di svincolare il concetto di prossimità da quello
di agglomerazione, può consentire anche il perseguimento di:
-
attivazione di servizi all’impresa grazie all’economia di scala;
-
maggiore forza ‘contrattuale’ nei confronti degli attori politico-amministrativi;
-
sviluppo di relazioni di innovazione, complementarità e sinergia riguardo al
perseguimento di obiettivi specifici e nella costituzione di filiere integrate e reti
commerciali locali;
-
riconoscibilità esterna delle varie iniziative produttive anche attraverso politiche di
marchio;
-
maggiore ponderazione ed efficienza nella selezione delle politiche di mercato da
perseguire;
-
maggiore facilità nella elaborazione di progetti ed istanze per l’accesso a finanziamenti
pubblici;
-
creazione di ‘valore aggiunto territoriale’ attraverso la riconoscibilità della produzione
locale di qualità e del suo legame con il territorio” (FANFANO, 2000:37/38)267.
267
Secondo FANFANO una prova che questa era la strada da prendere è la creazione, nel comune di
Vaiano, del frantoio per i piccoli produttori olivicoli riuniti in consorzio come trattato
precedentemente.
315
La messa in pratica di tali azioni è garantita da varie misure di finanziamento a
livello europeo268, nazionale, regionale e provinciale. Da sottolineare anche l’iniziativa di
programmazione negoziata iniziata ma interrotta in fase contrattuale del Patto territoriale
dell’Appennino Tosca-Emiliano-Romagnolo che avrebbe permesso l’accesso a significative
forme di finanziamento per lo sviluppo territoriale delle aree interessate da marginalità
economica o ritardo di sviluppo269. L’autore cita anche l’azione del Gruppo di Azione
Locale (GAL) dell’Appennino Pistoiese e Pratese che ha coordinato per la Val di Bisenzio
azioni integrate finalizzate alla valorizzazione turistica dell’area, promuovendo l’attivazione
di consorzi privati fra proprietari agro-forestali, così come il recupero e sostegno di
268
269
In quanto politiche di sostegno allo sviluppo rurale inteso in senso lato (quale proposto dalla
CARPE) e non soltanto di sostegno all’agricoltura.
Per quanto si riferisce alla Val di Bisenzio, le linee guida prevedevano forme di sviluppo rurale
integrato, di sviluppo turistico, di sviluppo dell’imprenditoria artigiana e di rafforzamento o
completamento di infrastrutture, ecc. Anche se l’iter del Patto è stato interrotto prima della fase del
bando da una delibera CIPE che stabiliva “l’ammissione a finanziamento dei soli Patti che avessero
concluso l’iter entro Luglio 2000” (FANFANO, 2000:50 n. 72), l’insieme dei progetti presentati
permette di avere un quadro delle caratteristiche che lo sviluppo locale potrebbe avere e dei soggetti
su cui avrebbe potuto contare. Secondo FANFANO l’insieme delle proposte si orientavano verso i
settori turistico e agrituristico (67% delle previsioni di investimento), seguito dal settore agricolo
(8%), facendo intravedere la possibilità di orientare una forma di sviluppo in grado di valorizzare le
risorse ambientali e storiche locali. Tali possibilità venivano rafforzate anche dalla capacità
imprenditoriale locale – di solito imprenditori del settore agricolo o tessile originari della valle –
come è già stato sottolineato. I progetti legati all’industria e all’artigianato coprivano insieme la
seconda fascia più ampia (17%), anche se quelli industriali si riferivano nella maggior parte dei casi a
progetti di ammodernamento tecnologico. Deboli invece i progetti relativi al settore commerciale e
di servizi (8%), prevalentemente orientati a supporto delle attività agricola e turistica. “Dal punto di
vista della articolazione territoriale dei progetti presentati si osserva (…) il rilevante ruolo giocato da
Montemurlo e Cantagallo relativamente all’ambito agrituristico e il significativo peso dei progetti di
investimento nel settore turistico per quanto riguarda il territorio dei comuni di Vaiano e Vernio”
(FANFANO, 2000:51), legati soprattutto alle aree naturali lì esistenti (per i primi due comuni) e alla
valorizzazione del patrimonio storico-antropico attraverso la creazione di circuiti turistico-didattici
(per gli ultimi due).
Rispetto al settore dei servizi, FANFANO richiama l’attenzione sulle proposte di “attivazione di
servizi e attività formative finalizzate all’ottenimento della certificazione di qualità per le piccole e medie
imprese dell’area del Patto (norme UNI EN 14001 e reg. CEE 1836/93 Emas) con particolare riguardo
a quelle operanti nel settore agro-alimentare. In questo secondo caso un progetto specifico [prevedeva]
la attività di consulenza e formazione per la certificazione di qualità dei prodotti tipici dell’area della
Comunità Montana con particolare riferimento alle norme UNI EN ISO 9000, UNI EN ISO 14001 e
alla metodologia di controllo della produzione HACCP.
Questi primi due progetti si orientano dunque al supporto di obiettivi di qualità integrale del processo
produttivo nel territorio considerato, sia sotto il profilo dell’impatto ambientale delle attività, soprattutto
di quelle tessili, sia in ordine al miglioramento del profilo qualitativo dei prodotti legati al settore agroambientale” (FANFANO, 2000:52). Quest’ultimo aspetto veniva anche rafforzato da proposte di
creazione di reti telematiche per la promozione e valorizzazione della qualità ambientale e
territoriale come motore dello sviluppo economico.
316
produzioni tipiche attraverso la creazione di attività di trasformazione e operazione di
marchio270.
Lo sviluppo autosostenibile della Val di Bisenzio passa, secondo FANFANO, per la
costruzione di una economia agro-ambientale complessa che, a sua volta, “presuppone la
attivazione di tutta una serie di attività che possano svolgersi in complementarità rispetto a
quella agro-forestale e zootecnica ma che siano anche in grado di utilizzare le ‘esternalità
positive’ indotte dalle attività principali, soprattutto se condotte secondo pratiche rispettose
dei principi e requisiti di qualità ambientale ed ecologica.
Tale tipo di impostazione consente di ampliare ed arricchire la catena di produzione di
valore territoriale consentendo al contempo di ‘catturare’ in un ambito di mercato beni che di
per sé, come quelli ambientali e pubblici in genere, sono difficilmente monetizzabili.
Nell’area della Comunità Montana Val di Bisenzio sicuramente le qualità e le esternalità
ambientali del territorio possono essere valorizzate attraverso il potenziamento e
miglioramento del settore turistico-ricettivo e della ricreazione. Questo in particolare
attraverso:
270
FANFANO ha informato, in un’intervista concessa il 17 dicembre 2003, che il GAL Appennino
Pistoiese e Pratese aveva operato nell’area della Val di Bisenzio nell’ambito dei Programmi Leader I
(1988-1993) e Leader II (1994-1999). Con il Programma Leader Plus (2000-2006) la Val di Bisenzio
era stata scorporata dal suddetto GAL ed era passata a far parte del GAL Val di Bisenzio-Mugello.
Il Programma LEADER – Liaisons Entre Actions de Developpement de l’Economie Rurale – è
finanziato in parte dagli Stati e in parte dall’Unione Europea ed è rivolto a incentivare la
programmazione “dal basso” e l’innovatività delle azioni nell’ottica dell’approccio territoriale, con
l’obiettivo di promuovere lo sviluppo rurale nelle aree a bassa densità di popolazione e minore
diffusione dei servizi. Attivo sin dal 1988, il Programma Leader ha avuto tre fasi: il “Leader I ha
segnato l'inizio di un nuovo approccio nei confronti della politica di sviluppo rurale che ora è ancorata al
territorio, integrata e frutto di partecipazione. Con Leader II l'approccio di Leader I viene sensibilmente
esteso e l'accento è posto sugli aspetti innovativi dei progetti. Leader+ svolge tuttora il suo ruolo di
laboratorio destinato ad incoraggiare la messa a punto e la sperimentazione di nuovi approcci di sviluppo
integrato e durevole che potrà influenzare, integrare e/o rafforzare la politica di sviluppo rurale nella
Comunità.
Leader+ è incentrato su tre azioni, oltre all'assistenza tecnica:
Azione 1: Sostegno alle strategie pilota di sviluppo integrato del territorio fondate sull’approccio
ascendente.
Azione 2: Sostegno a favore della cooperazione fra territori rurali.
Azione 3: Creazione di reti.
Assistenza tecnica” (UNIONE EUROPEA, 2003:snp). Una volta uscito il bando e individuato il
territorio di azione, vengono organizzati i GAL – Gruppo di Azione Locale –, a cui viene affidata
l’azione 1 del Programma Leader+. I GAL sono soggetti consortili privati che coinvolgono enti
pubblici e attori e soggetti privati di riferimento nel territorio oggetto d’intervento. Il GAL è
responsabile per l’elaborazione e definizione del PAL – Piano di Azione Locale – il quale viene
presentato alla Commissione del Programma Leader+ che l’analizzerà e deciderà se concedere o
meno il finanziamento. I GAL possono essere considerati una sorta di agenzia di sviluppo locale.
Nella Regione Toscana sono attivi otto GAL: GAL Start s.r.l; GAL Consorzio Appennino Aretino
S.c.r.l; GAL Eurochianti S.c.r.l; GAL Siena S.c.r.l; GAL Garfagnana Ambiente e Sviluppo S.c.r.l.; GAL
Farmaremma S.c.r.l; GAL Sviluppo Lunigiana Leader S.coop.r.l.; GAL Etruria S.c.r.l (ex GAL Arcipelago
Toscano, Costa degli Etruschi e Colline Pisane). Essi operano nel 71,6% del territorio – chiamate aree
Eligibili Leader+ – e coinvolgono circa il 22% della popolazione.
317
-
creazione di una rete ricettiva impostata sulle strutture agrituristiche ma estesa anche ad
altre forme di ricettività;
-
completamento del sistema provinciale delle aree protette e delle strutture minimali di
ricettività connesse;
-
miglioramento della viabilità secondaria e della sentieristica di avvicinamento e fruizione
del territorio aperto (viabilità storica, sentieri CAI, ippovie, percorsi per mountain bike)”
(FANFANO, 2000:41).
L’autore sottolinea come il settore dell’agriturismo aveva avuto una rapida
evoluzione, arrivando nel 2000 a 133 posti letto sparsi in tredici agriturismi, otto dei quali
(92 posti letto) situati nel territorio della Comunità Montana271. L’aumento del numero
degli agriturismi evidenziava l’aumento anch’esso dell’interesse verso la valorizzazione
turistica alternativa del territorio, potenzialità che l’autore ritiene importante incentivare
soprattutto per le caratteristiche ambientali e architettoniche dell’area. Nonostante le
prospettive di sviluppo di questo settore, due fattori ancora ostacolavano la sua velocità di
crescita: da un lato, la mancanza di supporto da parte degli enti locali nel rilascio delle
autorizzazioni di apertura, dall’altro la limitata accessibilità a molti insediamenti rurali
potenzialmente destinati a diventare agriturismi272.
La presenza delle aree protette nel territorio della Provincia – due già create –
ANPIL di Monteferrato e quella di Monti della Calvana273 – due in fase di studio –
l’ANPIL di Carigiola-Monte delle Scalette di prossima istituzione e l’ANPIL di Acquerino
Luogonamo, all’interno dell’ANPIL di Monteferrato –, tutte e quattro inglobanti il 28%
del territorio, con valori di carattere naturalistico, paesitico-antropico e biotico –
rappresenta un’ulteriore possibilità di sviluppo di questo ramo del turismo, soprattutto
perché i benefici finanziari che tali aree ricevono, rivolti sia al settore di servizi turisticoricettivi che al recupero e valorizzazione delle attività locali tradizionali, specialmente di
Dei tredici agriturismi, secondo FANFANO, soltanto due risultavano iscritti anche nell’albo dei
produttori biologici della Toscana aggiornato al 31.12.1999.
272 Secondo FANFANO, in un’intervista concessa il 17 dicembre 2003, il numero degli agriturismi non
era cresciuto rispetto ai dati rilevati nel rapporto. Qualcuno era stato addirittura chiuso per non
conformità alle normative. Le domande di apertura di nuovi posti attualmente sono in crescita ma
devono fare i conti con le limitazioni impone dalla legge: per poter costituirsi in agriturismo,
l’azienda agricola deve ottenere come reddito agricolo proveniente dalla produzione agricola il
doppio di quanto può ottenere come agriturismo. La legge lascia però aperta la possibilità di offrire
un minimo di sei posti letto, indipendentemente dal reddito che ottiene come azienda agricola. Il
fatto che le aziende locali siano in larga misura piccole e poco redditizie fa sì che il numero di posti
letto presenti nella Val di Bisenzio sia anch’esso piccolo.
273 Questa di creazione recente e interprovinciale.
271
318
quella artigianale, vengono sfruttati con lo scopo della valorizzazione del territorio274. In
un secondo momento un altro settore a essere beneficiato dagli investimenti è quello
agro-zootecnico. Il solo fatto di essere proveniente da un’area protetta rappresenta una
potenzialità promozionale addizionale che, se sommata a una pratica agricola di qualità
certificata, può significare guadagni più elevati sia monetari che ambientali. Inoltre, la
creazione stessa delle aree protette dà origine alla creazione di figure professionali e di
attività economiche rivolte al suo funzionamento, proporzionando di per sé già uno
sviluppo dell’economia locale.
A questo proposito FANFANO cita una serie di azioni che potrebbero essere
perseguite con l’obiettivo di raggiungere la valorizzazione del patrimonio territoriale delle
aree protette. Esse vanno dal mantenimento e ricostituzione del patrimonio paesisticoambientale locale fino al recupero delle feste tradizionali, passando per l’incentivo della
produzione di qualità certificata – agricola e animale – e, legata a essa, la creazione del
marchio di qualità che siano in grado di rendere riconoscibile il collegamento tra qualità
del prodotto e qualità ambientale del territorio dove esso viene coltivato e, infine,
l’incremento delle capacità ricettive e fruitive. Da auspicare anche, secondo lui, la
creazione di un consorzio o associazione in grado di meglio coordinare le azioni tra i
diversi organismi di gestione, sempre con l’obiettivo di raggiungere la valorizzazione del
patrimonio territoriale e con esso lo sviluppo autosostenibile dell’area.
Secondo FANFANO, una delle strategie da privilegiare per la valorizzazione del
patrimonio territoriale e il raggiungimento dello sviluppo locale autosostenibile è quella
del recupero di un’economia territoriale complessa. Essa, da parte sua, “richiede
necessariamente di saper combinare innovazione e tradizione in maniera tale che anche
attività economiche trasformate e nuovi processi di messa in valore del territorio si muovano
comunque nell’ambito di una utilizzazione ‘sapiente’ e riconoscibile delle risorse”
(FANFANO, 2000:44). A questo proposito il settore agricolo, dovuto anche alla sua
importanza per l’economia locale, è stato quello che più si è organizzato verso quella
direzione, sia attraverso la realizzazione di corsi di formazione di operatori che di pratiche
colturali nel rispetto dell’ambiente in accordo con le direttive stabilite dall’Unione
Europea. L’autore suggerisce anche la preparazione di corsi di operatori in grado di
attuare nel mantenimento di opere forestali e di regimazione idraulica e, l’azione più
274
Secondo FANFANO, nel PTC di Prato sono state inserite, su richiesta dei comuni interessati, altre
tre aree protette, una nel comune di Poggio a Caiano e altre due nel comune di Carmignano
(Montalbano). Sempre secondo l’autore, “le ANPIL della Provincia di Prato sono un po’ anomale rispetto agli
intendimenti della legge regionale (…)[: esse] devono essere di limitate dimensioni e di interesse sostanzialmente comunale.
Vengono proposte dai comuni ed inserite in programmi triennali che la Provincia presenta alla regione” (FANFANO,
2004).
319
interessante, la “ricostituzione di alcuni legami di filiera fra le diverse attività legate al
territorio aperto [la quale] implica inoltre il recupero di alcuni mestieri artigianali che tendono
se non a scomparire quantomeno a ridursi drasticamente in termini di maestranze”
(FANFANO, 2000:45)275. Gli strumenti amministrativi per la messa in atto di tale
proposta sono individuati a livello provinciale, regionale ed europeo.
La valorizzazione del patrimonio territoriale mette in discussione anche la questione
dell’occupazione e delle attività connesse a nuovi modi di produzione di reddito. Uno dei
motivi dell’emergere di questa questione è dovuto al raggiungimento dei limiti strutturali
per l’espansione dell’attività tessile sia per quanto riguarda la sua collocazione in termini
logistici e di accessibilità che per quanto riguarda le sue caratteristiche ambientali. Il
risultato della crisi vissuta dal settore è sentito sia dalla dismissione di alcuni opifici di
localizzazione sfavorevole dal punto di vista dell’accessibilità, sia dalla riduzione di posti di
lavoro direttamente nel settore tessile che nella sua filiera economica. Parallelamente il
settore terziario presenta una crescita considerevole in termini di attività – servizi
professionali e finanziari, servizi ricettivi e di ristorazione – e di posti di lavoro – anche se
tali posti non sono occupati maggiormente dai locali. L’autore sottolinea inoltre il fatto
che tale crescita non era ancora in grado di offrire un modello alternativo con conseguente
miglioramento delle condizioni globali del sistema insediativo.
Da parte sua la gestione dei beni storico-ambientali, anche in termini di offerta
turistica, pone, secondo FANFANO, “allo stesso tempo problemi ed opportunità. Da un
lato infatti si segnala una crescente serie di iniziative ed attività volte a far conoscere ed
apprezzare le non trascurabili dotazioni della valle, ma dall’altro tali iniziative spesso si
sovrappongono, si incentrano prevalentemente su alcuni oggetti e situazioni eclatanti,
mancano di valorizzare e riportare all’attenzione eventi e situazioni che costituiscono un
patrimonio importante anche per gli abitanti della valle” (FANFANO, 2000:47). Nel
tentativo di trovare una soluzione per questa problematica si era organizzato
informalmente un gruppo di attori locali che cercavano di mettere in pratica il recupero
della fruizione di alcuni luoghi importanti della Val di Bisenzio, inizialmente attraverso
una sua riappropriazione da parte degli abitanti e visitatori, attività che secondo l’autore
poteva essere rafforzata da un’azione connessa con il Centro di Documentazione Storico
Etnografica (CDSE) di Vaiano che agisce su tutta la valle.
I primi segni verso il cambiamento di tale quadro furono dati già dal Piano di
Sviluppo della Comunità Montana 1999-2000 che, secondo l’autore, individuava la
275
A questo proposito l’autore ricorda le attività artigianali legate al settore della falegnameria ed
ebanisteria (soprattutto legati alla produzione di mobili) e alle tecniche di lavorazione della paglia e
della pietra.
320
necessità di interventi per la creazione di una struttura logistica di supporto alle attività
zootecniche e agroalimentari; il recupero di alcuni edifici rurali da destinare all’agriturismo
e la creazione di una rete telematica per il miglioramento della comunicazione interna che,
da parte sua, avrebbe anche dato origine a nuovi posti di lavoro. Inoltre era prevista
all’epoca la realizzazione del frantoio consortile che doveva avere “una certa flessibilità di
utilizzo tale da consentire al suo interno anche attività di tipo promozionale e formativo
connesse alla produzione e promozione del settore agro-alimentare e zootecnico locale”
(FANFANO, 2000:48). Da prendere in considerazione, secondo FANFANO, anche la
possibilità di aggiungere attività di confezionamento e commercializzazione diretta della
produzione locale, anche di tipo biologico, favorendo la costruzione di un legame diretto
fra produttori e consumatori atto a promuovere una maggiore conoscenza e
valorizzazione del territorio276.
“Sul versante della formazione appare necessaria una azione orientata al recupero delle
competenze e delle tecniche tradizionali nell’ambito agro-paesistico ed una parallela iniziativa
orientata all’aggiornamento degli operatori agricoli riguardo alle tecniche ed opportunità delle
produzioni ambientalmente compatibili (lotta guidata, biologiche).
Tale azione dovrà riguardare in generale sia le tecniche colturali che quelle relative alle
diverse tipologie di sistemazione agraria caratteristiche del paesaggio locale (terrazzamenti,
ciglionamenti, muri a secco, opere idrauliche e di regimazione)” (FANFANO, 2000:49). Tali
azioni sono supportate da regolamenti e strumenti europei, regionali e provinciali.
Questo era il quadro di riferimento per le azioni trovato da FANFANO nella Val di
Bisenzio, il quale faceva intravedere l’attenzione da parte di soggetti pubblici e privati
verso le attività legate al turismo e all’agricoltura di qualità in quanto cardini della
valorizzazione del patrimonio territoriale e ambientale locale. Tale potenzialità doveva
però essere messa in atto attraverso l’individuazione di circuiti economici che, interagendo
in complementarità e sinergia, permettessero la costruzione di una rete di economia
integrata volta al soddisfacimento della domanda locale, al radicamento locale dei
produttori e a un maggiore coinvolgimento da parte degli abitanti in quanto promotori di
uno sviluppo locale autosostenibile.
276
Come informa FANFANO, in un’intervista del 17 dicembre 2003, il consorzio per il Frantoio era
stato creato circa due anni fa, coinvolgendo come soci soltanto soggetti pubblici come i comuni, la
Provincia e la Camera di Commercio, quest’ultima proprietaria anche dello stabilimento. Oltre
all’attività di frangitura, FANFANO insisteva sull’importanza che esso svolgesse anche attività
didattiche, di promozione commerciale, di servizi alla comunità (sede per eventi, corsi ecc.), di
controllo veterinario per l’abbattimento (anche per gli ungulati, grossa risorsa per la regione) e che,
tramite i suoi soci, si costituisse un’agenzia di sviluppo locale per la Val di Bisenzio.
321
Avendo tracciato questo quadro di riferimento, l’autore presenta cinque proposte di
azioni strategiche per il raggiungimento dell’autosostenibilità dello sviluppo del territorio
rurale della Val di Bisenzio, partendo dal presupposto che esso “venga disegnato,
perseguito e valutato su una visione relazionale ed integrata della dotazione territoriale, visione
in grado di sviluppare al massimo le sinergie e le complementarità sussistenti e possibili fra le
diverse risorse locali, siano esse antropiche, ambientali od economiche” (FANFANO,
2000:54).
La prima azione proposta riguarda il rafforzamento del sistema insediativo
policentrico attraverso il recupero dei centri storici minori. Tale azione è rivolta al
“recupero insediativo e funzionale di alcuni dei centri sui quali si è strutturato nei secoli il
processo di ‘territorializzazione’ che ha permesso al contempo l’evolvere della economia
primaria della valle e l’opera di presidio umano sul territorio stesso” (FANFANO, 2000:54).
Si tratta, secondo l’autore, di mettere in rete e connettere in modo coerente ipotesi di
intervento già formulate dalle diverse amministrazioni locali o da alcuni privati. Le azioni
proposte
in
questo
ambito
riguardano
la
valorizzazione
e
rivitalizzazione
dell’insediamento attraverso opere di sistemazioni delle case e introduzione di attività
ricettivo-culturali e di servizio, quali agriturismi, agricamping, ristorazioni, creazione di un
Centro Convegni, incentivo alla produzione agricola di qualità e di vendita della
produzione, visite guidate, stimolo a un turismo didattico legato alle varie aree naturali
protette esistenti nel territorio della Comunità Montana; creazione di un parco fluviale e
recupero dei mulini; recupero del sistema di coltivi coltivazioni e dei pascoli sommitali nel
comune di Fossato; miglioramento della fruibilità del territorio e delle infrastrutture legate
al turismo come spazi pubblici per il ristoro e parcheggi; infine, creazione dell’Ecomuseo
dell’Appennino Pistoiese.
La seconda azione riguarda l’integrazione fra agricoltura e ambiente per il
mantenimento e recupero delle forme di paesaggio storico-ambientale tradizionale
come valore aggiunto del sistema economico rurale. Tale azione è quella, secondo
l’autore, che dovrebbe diffondersi maggiormente sul territorio e coinvolgere un numero
significativo di attori e imprenditori del settore agroambientale, ridando così centralità
economica all’attività agricola. FANFANO identifica due soggetti potenzialmente
interessati a questo tipo di azione: da un lato, le aziende agrituristiche o agricole di produzione
biologica o di qualità e, dall’altro, il sistema delle ville-fattoria. Per quanto riguarda le attività
agrituristiche, si è già sottolineato quanto queste siano in crescita – soprattutto per ciò che
si riferisce agli agriturismi e agricampeggi – nonché l’importanza di guidare queste
iniziative verso forme di intervento che tengano conto delle caratteristiche ambientali e
322
paesistiche del luogo e che siano in grado di muoversi secondo criteri di durevolezza dello
sviluppo. Inoltre, tenendo conto dell’importanza delle aree protette presenti nel territorio
della Comunità Montana, l’autore ritiene interessante che le attività agrituristiche si
integrino a quelle del turismo didattico. “Il rafforzamento dell’offerta agrituristica dell’area
trarrebbe poi giovamento dalla ‘messa in rete’ dei diversi soggetti al fine di ottimizzare da un
lato la fruizione dei principali servizi fruiti dalle aziende e, dall’altro, di comunicare verso
l’esterno una immagine unitaria del sistema agrituristico della area” (FANFANO, 2000:59).
Anche la produzione biologica o di qualità è in crescita nel territorio in questione,
agevolato dalle varie normative e misure di incentivo sia a livello europeo che regionale.
La crescita di questo tipo di produzione viene sostenuta dall’aumento dell’interesse da
parte dei consumatori e dal potenziale mercato che essa apre, nonché da manifestazioni di
carattere enogastronomico. A questo proposito “appare necessario uno sforzo comune da
parte dei privati e delle amministrazioni, in particolare della Provincia, verso la costituzione di
una rete cooperativa e sinergica che consenta di attivare una strategia unitaria di qualificazione
e collocazione commerciale della produzione che vada dalla vendita diretta alla
commercializzazione verso altri mercati.
Da questo punto di vista appare necessario il rafforzamento di alcune filiere produttive
(p.e. apicoltura, conserve, castanicoltura o olivicoltura) affinché il valore aggiunto costituito
dalla tipicità della produzione non venga fruito in altri contesti territoriali” (FANFANO,
2000:59). Per quanto riguarda il sistema delle ville-fattoria, l’autore sottolinea la possibilità,
attraverso iniziative di carattere promozionali e organizzative, di connettere in rete alcuni
complessi edilizi intorno ai quali si è strutturata un’attività di valorizzazione agraria e
paesistica del territorio. Una volta in atto, tale potrebbe costituirsi in un percorso tematico
turistico e promozionale basato sul binomio produzione agricola tipica e di qualità/valori
storici e ambientali.
La terza azione si riferisce al recupero antropico-ambientale del sistema
fluviale. FANFANO ritiene necessario un intervento volto da un lato alla riduzione
dell’impatto ambientale degli opifici e dall’altro al recupero della fruizione a scopo
ricreativo-culturale e di ricerca di alcuni manufatti dismessi e degli ambiti fluviali. Tali
obiettivi sarebbero raggiunti attraverso: un’azione di bonifica ambientale; il blocco di
nuovi impegni del suolo vicino all’alveo fluviale; la strutturazione di un percorso tematico
di archeologia industriale di tipo Ecomuseo, riguardante edifici dismessi o no, mulini e
frantoi; il completamento della pista ciclabile fino a Vaiano e il suo prolungamento fino a
Vernio.
323
La quarta azione prevede il potenziamento della rete del trasporto pubblico ed
uso locale della linea ferroviaria Prato-Vernio. Prevede anche il recupero ed
integrazione ad uso locale di alcuni tratti di viabilità minore. Il programma di
potenziamento della rete di trasporto pubblico ha come obiettivo il miglioramento del
collegamento delle frazioni più distanti ai comuni di appartenenza e al capoluogo della
provincia, permettendo così una migliore fruibilità dei servizi oltre che la riduzione del
traffico negli orari di punta. Il potenziamento della linea ferroviaria prevede il
rafforzamento della stazione di Vernio come principale stazione di collegamento PratoVal di Bisenzio, attraverso lo sfruttamento della linea verso Bologna soprattutto dopo
l’entrata in vigore della linea ad alta velocità277. Il recupero della viabilità minore, a sua
volta, ha come obiettivo il ripristino dell’accessibilità ai principali borghi ed edifici rurali
sparsi per il territorio della Comunità Montana, in modo a consentire migliori condizioni
di abitabilità278.
La quinta e ultima azione riguarda il potenziamento dei servizi all’impresa di
tipo agro-ambientale e al sistema insediativo rurale. Secondo l’autore, il recupero e
valorizzazione di una vita economica dinamica nella Val di Bisenzio dipende da un’offerta
di servizi adeguati, sia quelli riferiti alle imprese che quelli riferiti agli abitanti. Riguardo ai
servizi alle imprese, FANFANO si riferisce a normative di certificazione ambientale dei
processi produttivi, di creazione di marchio e certificazione geografica di provenienza,
recupero di attività artigianali tradizionali, fornitura dell’infrastruttura necessaria a
potenziare le attività turistiche, ecc. Per quanto riguarda gli abitanti, l’autore sostiene che il
recupero e valorizzazione della vita economica della Valle possono avvenire attraverso la
dotazione di servizi primari quali il miglioramento del sistema di mobilità, dell’offerta di
servizi sociali quali scuole materne e asili nido, creazione di impianti sportivi,
adeguamento del cinema di Vaiano, utilizzazione di alcune fabbriche dismesse come
aree/laboratori per attività musicali, arti visive e teatrali, ecc.
Con la conclusione del rapporto ANCI le attività che l’originarono sono state
interrotte279. Però, anche senza una continuità temporale, a parere di FANFANO il
suddetto rapporto ha costituito un precedente importante – anche se non l’unico – per la
formazione di un approccio diverso di attuazione degli Enti presenti nell’area, rivolto al
In funzione dei lunghi tempi necessari alla realizzazione della linea ad alta velocità si cercava già
all’epoca di provvedere all’avviamento di tale servizio anche prima che essa cominciasse a
funzionare.
278 L’autore suggerisce che sia data preferenza all’uso della “terra battuta o altri materiali innovativi ad alta
stabilità e capacità drenante e a basso impatto visuale” (FANFANO, 2000:62) anziché all’asfalto.
279 FANFANO, come da intervista concessa il 17 dicembre 2003, ha però continuato a operare
nell’area partecipando come architetto all’elaborazione del PTC della Provincia di Prato.
277
324
raggiungimento di uno sviluppo locale endogeno e autosostenibile. Il primo risultato è
stato l’elaborazione, nella primavera del 2003, di un progetto pilota di Piano Integrato di
Sviluppo Locale, da parte del comune di Vaiano e del gruppo di progetto del PTC di
Prato. Tale progetto ha coinvolto nella fase di elaborazione diversi attori pubblici e
privati280. Tra i soggetti pubblici, oltre il comune di Vaiano che, come promotore del
progetto, ha funzione di guida del processo di promozione del patto, sono firmatari del
piano e partecipi alla sua formalizzazione presso la Regione Toscana i comuni di
Cantagallo e Vernio, la Comunità Montana Val di Bisenzio, la Provincia di Prato, la
Camera di Commercio, Industria, Agricoltura e Artigianato (CCIAA) di Prato, la Regione
Toscana, l’Università di Firenze, il Centro di Documentazione Storico-Etnografico
(CDSE) della Val di Bisenzio, l’Agenzia Regionale di Innovazione dello Sviluppo Agricolo
(ARSIA) e il Servizio veterinario ed igiene degli alimenti dell’ASL281.
Gli obiettivi di questo progetto sono:
“- favorire la formazione, il consolidamento e la crescita coordinata di imprese agricole e
agrituristiche che: sviluppino la produzione di prodotti agricoli e zootecnici tipici e di alta
qualità, estendendo, dove possibile, la già avviata conversione verso tecniche biologiche (olio
– come prodotto quantitativamente e qualitativamente trainante – ma anche ortaggi, farro,
frutta, prodotti del sottobosco, castagna da frutto, animali da cortile, bovini di razza calvana,
cinta senese, miele, ecc.); integrino a livello locale la coltivazione, l’allevamento e la cura del
bosco (chiusura naturale del ciclo); intervengano nella manutenzione ordinaria dell’ambiente e
del paesaggio;
- organizzare centri di servizi multifunzionali per la produzione delle cultivar autoctone, la
produzione biologica vivaistica di servizio delle aziende, l’assistenza formativa, tecnica e
organizzativa alle aziende;
- organizzare attività didattiche per la formazione rurale e ambientale;
- organizzare la promozione culturale e commerciale dei prodotti locali;
- organizzare filiere integrate interaziendali per la chiusura locale del ciclo: coltivazione,
foraggio, alimentazione, concimazione (naturale e da compostaggio);
- organizzare filiere di lavorazione, trasformazione e certificazione dei prodotti agroforestali,
dell’allevamento e della caccia;
- organizzare reti locali di commercializzazione dei prodotti biologici e tipici sui mercati locali
ed esterni;
Tra questi ultimi, diverse aziende agricole a produzione biologica o in conversione che, però, non
hanno partecipato alla formalizzazione del progetto presso la Regione Toscana.
281 Di questi, soltanto i primi sei hanno firmato il protocollo di intesa presentato alla Regione Toscana.
280
325
- produrre un primo nucleo di azioni con valenza espansiva per la costruzione del distretto
rurale della valle e le sue connessioni con il sistema territoriale provinciale;
- migliorare la qualità della vita sul territorio, rilanciando il mondo rurale e il suo rapporto
attivo e rigenerativo con la città” (COMUNE DI VAIANO E GRUPPO DI PROGETTO
DEL PTC DI PRATO, 2002:4/5).
Per la messa in pratica di questi obiettivi è prevista la creazione di un “CENTRO
INTEGRATO DI SERVIZI PER LO SVILUPPO LOCALE SOSTENIBILE PRESSO L’EX
FORESTALE DI
VIVAIO
VILLANOVA”, denominato BIAS (Bisenzio Agricoltura Sostenibile) e che
dovrebbe lavorare in sinergia anche con il Frantoio Consortile di Vaiano. Tale centro ha
quindi come obiettivi “sperimentare e diffondere processi economici di sviluppo locale,
sostenibili e rispettosi delle risorse ambientali ed umane, capaci di modificare o arricchire le
attuali filiere agro-silvo-pastorali ed alimentari presenti, sia nel territorio della valle del
Bisenzio, sia in quello della Provincia di Prato” (PROVINCIA DI PRATO, 2003:1)
Il centro articolerà le sue funzioni su due assi di azioni principali, uno bio-ecologico
e l’altro bio-economico. Sull’asse bio-ecologico “s’inseriscono tutte quelle azioni tese al
recupero di saperi, pratiche e attività, tipiche del patrimonio rurale del territorio della Valle e
della Provincia di Prato, recuperate o riviste in chiave biologica o biodinamica”
(PROVINCIA DI PRATO, 2003:2). I settori di attuazione di quest’asse sono:
biodiversità, agrofarmacopea, qualificazione delle filiere agro-silvo-pastorali ed alimentari
con tecniche biologiche o biodinamiche, aggiornamento/informazione e formazione. Le
attività vanno dallo studio, tutela, recupero e messa a coltura di specie autoctone
all’individuazione di colture utili in campo medico o cosmetico, passando per la
sperimentazione e recupero di metodi di coltivazione rivolti al miglioramento qualitativo
delle produzioni, per la creazione di canali d’aggiornamento e informazione per gli
operatori del settore, nonché l’organizzazione di corsi formativi, con particolare
attenzione all’orientamento dei giovani.
Sull’asse bio-economico “s’inseriscono tutta una serie di funzioni finalizzate a creare
delle ‘relazioni strategiche’ tra settori o funzioni apparentemente isolate o sconnessi, ma che in
realtà hanno livelli d’interazione, solo parzialmente evidenti” (PROVINCIA DI PRATO,
2003:2). I settori di attuazione di quest’asse sono: agricoltura e tessile, agrofarmacopea,
filiere agro-silvo-pastorali ed alimentari, agriturismo, marketing territoriale, ricettività e
convegnistica, colture e culture. Tra le attività che dovranno essere svolte si possono citare
la sperimentazione della coltivazione di piante da fibra oppure di piante utili alla rifinitura
e colorazione per l’utilizzo in campo tessile, in collaborazione con altri organismi di
ricerca; promozione di colture e attività agroambientali di prodotti utili all’industria
326
chimico/farmaceutica o cosmetica; “promozione e sostegno di reti di commercializzazione
delle produzioni locali, sia su ‘reti lunghe’ (mercati sovra locali), sia su ‘reti corte’ (mercati
provinciali)” (PROVINCIA DI PRATO, 2003:3); promozione e valorizzazione del
patrimonio storico, artistico e ambientale della valle con l’obiettivo di sviluppare l’attività
agrituristica; avviare “azioni di marketing territoriale in grado di facilitare l’individuazione di
strumenti finanziari o normativi a sostegno della progettualità ed all’attività d’enti pubblici e
privati” (PROVINCIA DI PRATO, 2003:3); creazione di un centro di ricettività e
convegnistica con la costruzione di una sala multifunzionale, destinata a essere usata per
convegni, seminari o giornate di alto livello, in grado di accogliere 200 persone nonché la
creazione di una struttura di accoglienza con 30 posti letto situata nello stesso edificio
della sala multifunzionale e di un agricampeggio adatto ad accogliere il turismo scolastico e
ambientale. Il centro sarà anche dotato “di un campo scuola, in cui i ragazzi delle scuole di
ogni ordine e grado potranno svolgere esperienze di natura scientifico-ambientale, storicoetnografica o artistico-espressiva, finalizzate ad illustrare lo stretto rapporto tra ambiente,
uomo e impresa, coerente con le indicazioni metodologiche individuate in occasione
dell’adesione al bando provinciale del Progetto INFEA, e condivise nell’ambito del Protocollo
d’intesa per il Piano dell’Offerta Formativa Territoriale, a quale aderiscono gli enti e le
istituzioni scolastiche della Valle del Bisenzio” (PROVINCIA DI PRATO, 2003:3).
I vari enti che firmano il protocollo d’intesa – Provincia di Prato, Comunità
Montana Val di Bisenzio, Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di
Prato e Comune di Vaiano – s’impegnano a far funzionare il centro nel migliore dei modi,
cercando fonti di finanziamento nei più variati livelli e assumendo le sue responsabilità
quali la messa a disposizione di strutture e terreni, la sua eventuale sistemazione, ecc.
2. Dall’agricoltura naturale all’agricoltura sinergica
2.1. Tante agricolture
Prima di trattare dell’agricoltura naturale vale la pena di chiarire in quale modo essa
viene messa a fuoco da FUKUOKA. L’autore distingue cinque tipi diversi di agricolture:
l’agricoltura tradizionale, moderna, scientifica, organica, naturale Mahayana e naturale
Hinayana. A esse va aggiunta un’altra, l’agricoltura sinergica, sviluppata da HAZELIP a
partire dagli insegnamenti di FUKUOKA, nel tentativo di adattarli alla realtà europea.
Per agricoltura tradizionale FUKUOKA intende quella che fa uso di cavalli e buoi per
l’aratura dei campi. Per agricoltura moderna quella che ricorre alla meccanizzazione per
327
l’aratura. Per agricoltura scientifica quella che fa ampio uso dei risultati della ricerca scientifica
per aumentare la produttività del suolo (come per esempio l’uso di sostanze chimiche,
sementi migliorate, gli stessi macchinari per l’aratura, ecc.). Questo tipo di pratica agricola,
secondo lui, conduce a un allontanamento dalla natura nonché alla produzione di cibi
“artificiali”. Secondo l’autore, i risultati da essa ottenuti possono essere considerati
eccellenti in senso ristretto ma inferiori se considerati ampiamente e soprattutto se
paragonati ai risultati ottenuti dall’agricoltura naturale282. L’autore critica le ricerche
scientifiche che contemplano ogni elemento isolatamente e non tengono conto del
problema nella sua totalità.
FUKUOKA ritiene che l’agricoltura scientifica cammini in una direzione
diametralmente opposta a quella della natura e quindi dell’agricoltura naturale. Secondo
lui, essa si serve della natura in quanto fonte di conoscenza, da studiare e analizzare in
tutte le sue componenti in modo da poter capire il suo funzionamento per superare i suoi
limiti, non per andare in cooperazione e armonia con essa, pratica che conduce a un
allontanamento sempre maggiore tra uomo e natura. Secondo lui, i “metodi scientifici
avranno sempre la meglio quando la coltivazione si svolge in un ambiente innaturale e in
condizioni innaturali che negano alla natura i suoi pieni poteri, come una crescita accelerata
delle colture e la coltivazione in appezzamenti di terra ristretti, vasi di argilla, serre e ‘letti
caldi’. E questo solo perché in così innaturali condizioni l’agricoltura naturale non ha neanche
una possibilità di esistere” (FUKUOKA, 2001: 110).
L’agricoltura organica attualmente in espansione nell’Occidente, secondo lui, si basa
sugli stessi principi dell’agricoltura tradizionale orientale come era stata praticata per molti
secoli in Giappone, Cina e Corea. Si trattava di “un metodo che accentuava la fondamentale
importanza del compost[aggio] e del riciclaggio dei rifiuti umani e animali. La forma di
coltivazione era intensiva e comprendeva pratiche come la rotazione, la consociazione e l’uso
di concimazioni verdi (sovesci). Poiché lo spazio era limitato, i campi non venivano mai
lasciati a riposo e i programmi di semina e raccolto procedevano con precisione. Tutti i residui
organici venivano trasformati in composto e ritornavano ai campi. L’uso del composto era
incoraggiato ufficialmente e la ricerca agraria si occupava principalmente delle tecniche di
preparazione della materia organica e di compostaggio” (FUKUOKA, 1980: 137).
L’agricoltura naturale, invece, diversamente degli altri tipi di agricoltura, si basa su una
filosofia che va al di là delle considerazioni degli aspetti tecnici e produttivi come l’analisi
282
FUKUOKA insiste sul fatto che i raccolti superiori ottenuti dall’agricoltura scientifica in condizioni
artificiale sono ottenuti attraverso un elevato costo energetico e che alla fine, se si facessero i conti
costo energetico/raccolto, si arriverebbe alla conclusione di che questi non sono vantaggiosi e che i
raccolti ottenuti non giustificano l’alto consumo energetico impiegato per produrli.
328
del suolo, del ph e delle rese produttive. Secondo l’autore esistono due tipi diversi di
agricoltura naturale: una, l’agricoltura naturale completa – chiamata da lui agricoltura Mahayana –
e l’altra, l’agricoltura naturale limitata al mondo relativo – chiamata da lui agricoltura Hinayana.
“L’agricoltura naturale Mahayana nasce da sola quando esiste un’unità fra uomo e natura. Si
conforma alla natura com’è, e alla mente come è. Deriva dalla convinzione che se la persona
abbandona temporaneamente la volontà umana e si lascia guidare dalla natura, questa
risponde provvedendo tutto. (…)
D’altra parte l’agricoltura naturale ristretta cerca di seguire la via della natura;
consapevolmente tenta con l’«organico» o altri metodi di seguire la natura. (…)
Il punto di vista ristretto dell’agricoltura naturale dice che è bene per il coltivatore
portare materiali organici al suolo, è bene allevare animali, e che questa è la maniera migliore e
più efficiente per usare la terra. (…)
L’agricoltura naturale pura, invece, (…) non va da nessuna parte e non cerca nessuna
vittoria. (…) Lo scopo vero dell’agricoltura non è coltivare le piante, ma la coltivazione e il
perfezionamento degli esseri umani” (FUKUOKA, 1980:138/139).
Secondo l’autore, l’agricoltura naturale Hinayana e quella scientifica – alle quali
aggiungo anche quella organica – derivano dalla natura studiata con conoscenze analitiche.
La differenza è che, mentre l’agricoltura Hinayana “cerca di eliminare le conoscenze e le
azioni umane per dedicarsi al maggior uso possibile delle sole forze della natura, (…) quella
scientifica usa i poteri della natura e aggiunge le conoscenze e le azioni umane nello sforzo di
creare un modo superiore di coltivare” (FUKUOKA, 2001:107). FUKUOKA ritiene essere
ormai impossibile raggiungere la vera agricoltura naturale Mahayana dato che i raccolti e gli
animali domestici non appartengono più alla natura. Questo non vale però per l’agricoltura
naturale Hinayana, che cerca di avvicinarsi il più possibile alla natura. Per raggiungerla, è
necessario esaminare attentamente una situazione di laissez-faire, e cioè, di osservare la
natura abbandonata dall’uomo e cercare di ricostruire, per quanto possibile, quella
situazione.
Infine, l’agricoltura sinergica, praticata e diffusa da Emilia HAZELIP, si è sviluppata a
partire dal lavoro di FUKUOKA. Trattasi di una agricoltura che permette al suolo
coltivato di mantenersi selvaggio, anche con alcuni adattamenti come può essere l’uso
delle macchine. Questa agricoltura richiede molto lavoro per mantenere in un suolo
coltivato fertile e sano la sua dinamica selvaggia, non potendo quindi essere definita come
l’agricoltura del «Non Fare» di Fukuoka.
“La Sinergia implica il funzionamento dinamico e concertato di vari organi per
realizzare una funzione. (…) [Questa] sinergia è presente tra la terra ed i microrganismi che la
329
abitano – arricchendola – o tra i legumi e i batteri fissatori di azoto atmosferico o
nell’associazione tra piante che si danno mutuo beneficio. Questo sistema di agricoltura
naturale (…) protegge l’ecosistema del suolo permettendo alla terra di mantenere i suoi propri
strati, senza agitarla né rivoltarla, comprendendo che la terra ha capacità di autofertilizzarsi.
Lavorando su bancali (aiuole), di 120 cm di larghezza e 50 di altezza, il suolo si copre
con pacciamatura, strato di resti organici che fa da filtro protettore tra la superficie della terra
e i gas atmosferici, la forza disseccante del sole, e quella compattante ed erosiva della pioggia e
il vento. Copertura che diventa anche un concime di superficie che va ad alimentare la terra da
sopra a sotto. Così si stabilisce nel suolo un equilibrio stabile tra i suoi abitanti, siano
lombrichi lavoratori di profondità, lombrichi rossi del mantello (strato superficiale) o i miliardi
di ogni specie di essere microscopici vegetali o animali che vivono e muoiono nel suo seno. In
nessun momento vanno traumatizzati modificando e sconvolgendo il loro abitat.
Imitare ciò che fa la natura implica lasciare la terra sempre coperta con una
pacciamatura, aperta solo negli spazi o nelle linee di semina. La pacciamatura si va
trasformando in mantello, in humus. Affinché la terra disponga di materia organica dentro di
sé, senza la necessità di interrarla, si lasciano sempre dentro le radici, eccetto quelle che si
raccolgono per il consumo. Questi resti nutrono la flora intestinale della terra e questa a sua
volta permette la nutrizione delle piante” (HAZELIP, 2003:22/23).
2.2. FUKUOKA e l’agricoltura naturale
«Quando si capisce che si perde la gioia e la felicità nello sforzo di possederle,
si arriva all’essenza dell’agricoltura naturale»283
L’agricoltura naturale è, oltre che una forma di coltivazione, una filosofia di vita.
Nonostante le importanti novità introdotte – come l’uso della paglia, la semina deliberata
di leguminose come il trifoglio e l’erba medica – la pratica e la filosofia di questa tecnica
sono molto vicine a quelle dei popoli nativi prima dell’introduzione dell’agricoltura
europea.
FUKUOKA – scienziato agricolo specialista in microbiologia e patologia vegetale –
ha avuto l’imput per cominciare a dedicarsi a questa forma di coltivazione quando,
“passando nella provincia di Kochi per un vecchio campo di riso che era stato lasciato
abbandonato e incolto per molti anni, [vide] del giovane riso sano che vegetava su attraverso
un groviglio di erbacce e paglia che si erano accumulate sulla superficie del campo”
(FUKUOKA, 1980:193). Tale osservazione gli fece pensare che la natura lavorasse da sé e
283
FUKUOKA, 1980, p. 14.
330
che molte delle azioni svolte dagli uomini nella coltivazione delle piante fossero del tutto
inutili.
Deciso a mettere in pratica il suo pensiero per capire se aveva ragione o torto, egli
risolse di spendere la sua vita a produrre riso e cereali invernali. “Da quel momento in poi
smise di allagare il suo campo per coltivare il riso. Smise di seminare il riso in primavera e
invece cominciò a buttare il seme in autunno direttamente sulla superficie del campo nel
periodo in cui sarebbe caduto al suolo naturalmente. Invece di arare il terreno per liberarlo
dalle erbacce, imparò a controllarle con una copertura più o meno permanente di trifoglio
bianco e pacciame di paglia di riso e di orzo” (KORN in FUKUOKA, 1980:19/20).
Nel suo podere, situato nella provincia di Ehime in Giappone, FUKUOKA oggi
possiede un frutteto e un orto284. Nel frutteto ci sono delle capanne dove vengono
ospitate le persone che lì si recano per imparare la pratica dell’agricoltura naturale. La
giornata inizia alle otto e finisce poco prima del tramonto, con un ora di intervallo per il
pranzo che diventano due o tre nelle giornate calde dell’estate. Le attività cambiano a
seconda delle condizioni climatiche e della stagione. “Oltre ai lavori agricoli ci sono gli
incarichi quotidiani del trasporto dell’acqua, del taglio della legna, cucinare, preparare il bagno
caldo, accudire le capre, dar da mangiare alle galline e raccogliere le uova, star dietro alle arnie
delle api, riparare e ogni tanto costruire nuove capanne e preparare il miso (pasta di soia) e il
tofu (cagliata di soia)” (KORN in FUKUOKA, 1980:18).
FUKUOKA provvede circa 35 dollari al mese285 per le spese di prima necessità che
non vengono prodotte all’interno della comunità, quale salsa di soia, olio vegetale, ecc. Per
tutto il resto gli studenti devono contare sul raccolto e le risorse locali. FUKUOKA lavora
insieme agli studenti nei campi, insegnando loro i modi in cui il lavoro può essere
compiuto più facilmente, trattando del ciclo vitale di un’erba, spiegando gli effetti di una
malattia, ecc. Secondo lui, uno dei principali problemi dell’agricoltura tradizionale è
l’eccesso di lavoro inutile, motivo per cui chiama il suo metodo l’agricoltura del non-fare,
anche se questo non significa che non si lavori. Anzi, il suo podere è condotto secondo un
preciso calendario di giornate lavorative e il lavoro da compiere deve essere fatto con cura
e precisione.
Secondo KORN uno dei maggiori vantaggi del metodo praticato da FUKUOKA è
la possibilità di coltivare riso senza dover inondare il campo durante il periodo di
vegetazione. Inoltre, l’uso della pacciamatura, nell’aumentare la capacità del terreno di
trattenere l’acqua, oltre a eliminare la necessità di irrigare, rende possibile la messa in
coltivazione di aree prima ritenute inadatte, tra cui i terreni in pendenza, senza rischi di
284
285
Non sono riuscita, purtroppo, a rilevare l’area del suo podere.
I dati sono relativi agli anni ’70.
331
erosione. Anzi, con l’agricoltura naturale, il suolo già danneggiato da pratiche agricole
viene gradualmente riabilitato.
Le malattie e gli insetti sono presenti nel frutteto e nei campi, ma colpiscono
soltanto le piante più deboli senza compromettere il raccolto. Gli alberi da frutta non
sono potati ma lasciati crescere nelle loro forme naturali. Inoltre, lungo i pendii del
frutteto e con un minimo di preparazione del terreno, possono essere seminati ortaggi ed
erbe aromatiche mescolati insieme alle erbacce e al trifoglio. “Le erbacce devono essere
tagliate quando le piantine degli ortaggi sono giovani, ma quando queste hanno attecchito
bene, si lasciano crescere insieme alla copertura naturale del terreno. Non tutti gli ortaggi
vengono raccolti, di qualcuno si lasciano cadere i semi perché dopo una o due generazioni
ritornino alle abitudini di crescita dei loro antenati selvatici, che erano più forti e di sapore
leggermente amaro. Molti di questi ortaggi crescono completamente senza cure” (KORN in
FUKUOKA, 1980:23).
FUKUOKA centra la sua attenzione nell’importanza della paglia per l’agricoltura.
Per la coltivazione del riso e dei cereali invernali la semina viene fatta semplicemente
gettando i semi di segale e orzo in campi separati durante l’autunno, mentre il riso è
ancora in piedi. Poche settimane dopo il riso è raccolto e la sua paglia sparsa nei campi
seminati di cereali. Per la semina del riso il processo è lo stesso: due settimane prima di
raccogliere il cereale si semina il riso e, dopo la mietitura e la battitura dei cereali, la paglia
è sparsa nei campi di riso. Oltre al riso e i cereali ci sono il trifoglio e le erbacce. Il trifoglio
è seminato fra le piante di riso all’inizio del mese, poco prima di seminare i cereali mentre
le erbacce crescono da sole.
“L’ordine delle semine in questo campo è perciò il seguente: ai primi di ottobre il
trifoglio in mezzo al riso, il cereale d’inverno segue a metà mese. Ai primi di novembre si
raccoglie il riso e si risemina subito dopo quello dell’anno seguente, dopodiché si sparge la
paglia per tutto il campo” (FUKUOKA, 1980:32). Questo metodo di coltivazione permette
di ottenere una produzione uguale o superiore a quella di una moderna azienda media
giapponese senza usare grossi macchinari, concime preparato, né alcun prodotto chimico.
Per più di quarant’anni FUKUOKA si è occupato di sviluppare nei migliori dei
modi il suo metodo del non fare, domandandosi sempre quale delle pratiche agricole
tradizionali potessero non essere fatte senza compromettere la produzione. Alla fine, ha
concluso per la non necessità di arare, dare fertilizzanti né pesticidi. Secondo lui, la
maggior parte delle tecniche che sembravano indispensabili in realtà lo erano diventate per
la rottura dell’equilibrio naturale: ristabilendo tale equilibrio, queste tecniche perdono la
loro ragione d’essere.
332
FUKUOKA parlò per la prima volta negli anni ’50 del suo metodo di coltivazione.
La risposta arrivò soltanto vent’anni dopo, quando il numero di persone interessate
all’agricoltura naturale aumentò considerevolmente, segnale, secondo lui, che il limite dello
sviluppo scientifico era stato raggiunto. Coltivare naturalmente significa un ritorno alle
fonti dell’agricoltura. Far crescere dei raccolti in campi non arati può sembrare un regresso
all’agricoltura primitiva, ma diversi esperimenti scientifici – oltre che i risultati pratici da
lui ottenuti – hanno provato che si tratta di un metodo semplice, avanzato e il più
efficiente di tutti.
2.3. I principi dell’agricoltura naturale
«Passate con attenzione attraverso questi campi. Libellule e farfalle che volano in un turbinio di
vita. Api che ronzano di fiore in fiore. Scostate le foglie e vedrete insetti, ragni, rane, lucertole e
molti altri piccoli animali che si danno da fare nell’ombra fresca, e talpe e lombrichi che scavano
sotto la superficie.
Questo è l’ecosistema del campo di riso in equilibrio. Le popolazioni di piante e insetti qui
mantengono fra loro dei rapporti stabili. Non è raro che qualche malattia delle piante venga a
devastare questa regione, lasciando intatti i raccolti di questi campi»286
La ricerca dell’equilibrio naturale è, dunque, il motore dell’agricoltura naturale
proposta da FUKUOKA. Per raggiungere questo equilibrio egli si basa su cinque principi
fondamentali287 i quali, nel rispetto dell’ordine naturale, portano alla ricostruzione delle
ricchezze della natura e quindi procedono al recupero della fertilità naturale del suolo.
Il primo principio è: “NESSUNA LAVORAZIONE, cioè niente aratura né capovolgimento
del terreno. (…) La terra si lavora da sola per natura con la penetrazione delle radici delle
piante e l’attività dei microorganismi, dei piccoli animali e dei lombrichi” (FUKUOKA,
1980:58). Secondo FUKUOKA, arare “la terra e seminarvi un solo raccolto fa diminuire
rapidamente la fertilità del suolo e richiede che il terreno venga ingrassato con concimi
animali, vegetali decomposti, fertilizzanti chimici o una leguminosa miglioratrice come un
trifoglio. La diminuzione di fertilità porta ad un indebolimento delle piante che diventano così
più accettabili dalle malattie e dalle infestazioni da parassiti” (FUKUOKA, 1980:10).
Secondo lui, nel dissodare una zona naturale, le erbacce più invadenti tendono a
prendere il sopravvento, rendendo obbligatorio il lavoro di diserbo ogni anno. Inoltre,
rivoltando il terreno, il contadino lo frantuma in particelle sempre più piccole, facendolo
286
287
FUKUOKA, 1980, p. 57.
Nel libro La rivoluzione del filo di paglia, FUKUOKA si riferisce a quattro pilastri. Nell’introduzione
del suo La fattoria biologica, ai quattro citati nel La rivoluzione… di cui ora si tratterà egli aggiunge un
quinto.
333
diventare sempre più denso e più duro. FUKUOKA sottolinea la necessità di un terreno
gonfio e poroso affinché i microrganismi si moltiplichino, lasciando il terreno più fertile e
permettendo così che le radici penetrino più a fondo dando più forza e resistenza alla
pianta. Egli non ritiene sbagliato rimuovere il terreno per aumentare la sua porosità, solo
che, a tal fine non è necessaria l’aratura: basta semplicemente spargere la paglia e seminare
il trifoglio perché l’ambiente naturale torni in equilibrio, il terreno riprenda la sua fertilità
naturale e le erbacce infestanti siano così messe sotto controllo.
Il secondo principio è: “NESSUN
CONCIME CHIMICO NÉ COMPOSTO PREPARATO.
(…)
Lasciato a se stesso, il suolo conserva naturalmente la propria fertilità, in accordo con il ciclo
ordinato della vita vegetale e animale” (FUKUOKA, 1980:58). L’autore non ritiene che la
fertilizzazione non è importante, soltanto mette in dubbio la necessità di usare i prodotti
chimici, sostenendo che la natura offre da sola tutti i fertilizzanti necessari per far crescere
le piante288.
Secondo lui, se la natura è lasciata a se stessa, la fertilità aumenta grazie ai resti
organici delle piante e degli animali che si accumulano e decompongono sulla superficie
dai batteri e dai funghi. L’acqua piovana avrebbe trasportato, poi, le sostanze nutritive
profondamente nel terreno, facendoli diventare alimento per i microrganismi, i lombrichi
e gli altri piccoli animali. Infine, le radici delle piante, raggiungendo gli strati più bassi del
suolo, le avrebbe riportati alla superficie.
Per provvedere il concime animale, aiutare a decomporre la paglia messa sul campo
e mantenere le erbacce sotto controllo, FUKUOKA consiglia che alcune anatre siano
lasciate libere sul campo289. In alternativa all’uso delle anatre, egli consiglia l’uso della
pollina.
Il terzo principio è: “NESSUN
DISERBO, NÉ CON L’ERPICE, NÉ COI DISERBANTI.
Le
erbacce hanno il loro ruolo nella costruzione della fertilità del suolo e nell’equilibrare la
comunità biologica. Come norma fondamentale le erbacce dovrebbero essere controllate, non
FUKUOKA richiama l’attenzione su quattro effetti che l’uso dei fertilizzanti chimici causano
sull’equilibrio prima esistente. Primo, se è vero che i fertilizzanti (così come gli ormoni) accelerano
la crescita dei raccolti, è altrettanto vero che tale effetto ha azione temporanea e locale e non
elimina il loro inevitabile indebolimento. Secondo, le piante indebolite dai fertilizzanti hanno meno
resistenze a malattie, insetti nocivi e ad altri eventuali ostacoli. Terzo, oltre il 70% dei tre
fertilizzanti più usati – il solfato di ammonio, il perfosfato e il solfato di potassio – contengono
acido solforico che, rendendo il terreno acido, uccide i microrganismi del suolo e, paradossalmente,
compromette la fertilità naturale. Quarto, la carenza di oligoelementi essenziali alle piante
occasionata dall’uso eccessivo dei fertilizzanti causa alla lunga la diminuzione dei raccolti. Oltre a
questo, ricorda anche che l’alto prezzo di queste sostanze contribuisce a diminuire i guadagni
ottenuti con la vendita della produzione.
289 Secondo lui, dieci anatre erano sufficiente per provvedere il letame necessario a mille metri quadrati
di terreni.
288
334
eliminate. Del pacciame di paglia, una copertura del terreno con trifoglio bianco consociato
alle colture e una temporanea sommersione provvedono un efficace controllo delle erbacce
nei miei campi di riso” (FUKUOKA, 1980: 58). Le radici delle erbacce contribuiscono a
smuovere il terreno e, quando esse muoiono, lo arricchiscono con l’humus che permette
la proliferazione dei microbi, facendo sì che le piogge filtrino meglio nel suolo e che l’aria
penetri in profondità, nutrendo i lombrichi che a loro volta attraggono le talpe. Inoltre,
l’assenza delle piante sul terreno contribuisce all’erosione o comunque alla perdita dello
strato superficiale, riducendo, a lungo andare, la fertilità del terreno.
Il metodo proposto da FUKUOKA prevede la coltivazione con zolle erbose e
piante da sovescio che prendono il posto delle erbacce indesiderate, evitando così la
necessità di sarchiare, oltre ad arricchire il terreno e prevenire l’erosione. Secondo l’autore,
non appena le lavorazioni sono interrotte il numero di erbacce e le varietà presenti nel
campo cambiano sensibilmente. In più, se i semi sono sparsi quando la coltura precedente
è ancora a maturare nel campo, essi germinano prima delle erbacce e quindi non si hanno
effetti negativi. Per ultimo, se subito dopo la mietitura tutto il campo è ricoperto di paglia
si riesce a fermare la germinazione delle erbacce.
Il quarto principio è: “NESSUNA DIPENDENZA DA PRODOTTI CHIMICI. Dall’epoca in cui
si svilupparono delle piante deboli per effetto di pratiche innaturali come l’aratura e la
concimazione, le malattie e gli squilibri fra insetti divennero un grande problema in
agricoltura. La natura, lasciata fare, è in equilibrio perfetto. Insetti nocivi e agenti patogeni
sono sempre presenti, ma non prendono il sopravvento mai fino al punto da rendere
necessario l’uso di veleni chimici. L’atteggiamento più sensato per il controllo delle malattie e
degli insetti è avere delle colture vigorose in un ambiente sano” (FUKUOKA,
1980:58/59)290.
L’autore richiama l’attenzione sui pericoli dell’uso indiscriminato dei pesticidi sia per
quanto riguarda la loro azione di rottura dell’equilibrio naturale – e il rischio della
distruzione dell’ecosistema naturale – che per quanto riguarda i suoi effetti sulla salute
umana. Egli ricorda che oltre all’insetto che si pretende di eliminare con l’uso di un
determinato insetticida, vengono eliminati anche i loro predatori naturali nonché colpite
altre catene di avvenimenti naturali fondamentali alla manutenzione di tale equilibrio. Il
metodo proposto da FUKUOKA è efficace quando c’è ancora qualcosa da salvare ma,
una volta che l’ecosistema è stato distrutto, non resta più nulla da fare. Inoltre un altro
290
FUKUOKA “coltiva i suoi cereali senza sostanze chimiche di nessun tipo. Su alcune piante da frutta
ogni tanto usa irrorare con la macchina a spalla un’emulsione d’olio per il controllo delle cocciniglie.
Non usa nessun veleno persistente né ad ampio spettro e non ha un programma di trattamenti
antiparassitari” (FUKUOKA, 1980: 58/59 n. *).
335
pregio dell’agricoltura naturale è la possibilità di riportare campi danneggiati da lavorazioni
e uso di sostanze chimiche alla loro fertilità naturale, provvedendo da sé all’abbandono
dell’uso dei prodotti chimici.
Il quinto principio è NIENTE POTATURA. Secondo FUKUOKA, i frutticoltori non si
preoccupano della forma naturale dell’albero ma cercano di adattarlo il più possibile alle
varie attività che devono svolgere quotidianamente come la sarchiatura, l’aratura, la lotta
contro le malattie, la concimazione, l’applicazione di pesticidi, la fumigazione e la raccolta.
Per questo potano e controllano la crescita periodicamente, adattando l’albero alle loro
necessità. Basta però una semplice spuntata per danneggiare la crescita naturale di un
albero e rendere obbligatori altri lavori di potatura. Una volta che un albero è potato, esso
non può più essere trascurato, altrimenti i rami si intrecciano e si aggrovigliano tra loro,
rendendo impossibile il lavoro di raccolta e contribuendo alla facile propagazione delle
malattie da un albero all’altro, oltre a provocare il suo indebolimento e la morte. Invece,
lasciata da sé sin dall’inizio, la pianta cresceva armonicamente.
Per passare a coltivare gli alberi da frutti attraverso l’agricoltura naturale, il primo –
e principale – problema da risolvere è sapere qual è la loro forma naturale e cercare di
avvicinarsi a essa il più possibile. FUKUOKA affronta il problema cercando la corretta
spaziatura tra i rami291. Tra i vantaggi dell’uso della forma naturale si possono citare il
migliore adattamento alle condizioni di coltivazione e alle condizioni ambientali, fatto che
favorisce la massima crescita e la massima esposizione alla luce solare, permette la migliore
distribuzione e fornitura di nutrienti ai rami principali e secondari e, conseguentemente,
garantisce il massimo rendimento.
FUKUOKA cita due delle difficoltà più frequentemente trovate per la pratica della
frutticoltura naturale, e indica anche il modo migliore di risolverle. La prima è la scarsa
quantità di rami, foglie e frutti che alcuni tipi di alberi come il kaki, il pero, il melo e le viti
possiedono nella loro forma naturale, problema che si può risolvere con una potatura
prudente volta a incrementare la densità di formazione di frutti nei rami. La seconda è
l’altezza raggiunta da alcuni alberi a forma piramidale, tale da creare alcune difficoltà per il
291
Prima egli aveva provato con la semplice interruzione della potatura, ma i risultati erano stati
deludenti: i rami si erano infittiti e gli alberi erano morti. Poi aveva provato a piantare il seme
direttamente nel frutteto, ma questo era servito soltanto a farlo capire quale avrebbe potuto essere
questa forma. Dopo molti studi, concluse che la differenza di forma tra gli alberi dipendeva
soprattutto dal diverso numero, angolatura e direzione dei rami principali che crescevano dal fusto
centrale e che li facevano assomigliare agli alberi delle foreste. Gli studi hanno portato FUKUOKA
a concludere che la “forma naturale consiste in un eretto tronco centrale, che evita un intreccio con gli
alberi vicini e un aggrovigliamento di rami e foglie. La necessità di potatura gradualmente diminuisce e si
verificano solo lievi danni da malattie e insetti; le cure necessarie sono pertanto minime” (FUKUOKA,
2001:245).
336
raccolto dei frutti più alti, problema che si risolve da solo quando l’albero attinge l’età
matura, quando la disposizione dei rami permette un facile arrampicata.
Rispetto ai meriti di questo tipo di pratica, FUKUOKA ne cita cinque:
“1. Raggiungere la forma naturale per mezzo di una precoce potatura formativa riduce al
minimo il lavoro e gi sprechi e favorisce alti rendimenti.
2. Un albero a radici profonde adattato all’ambiente circostante, la cui porzione superiore sia
in equilibrio con il sistema radicale, cresce rapidamente, è sano, resistente al freddo, al gelo e
alla siccità e sopporta strenuamente le calamità naturali.
3. L’assenza di rami superflui riduce al minimo la necessità di potare. La buona penetrazione
della luce solare e la ventilazione riducono le possibilità di produrre un raccolto pieno solo ad
anni alterni e di attacchi di malattie e insetti.
4. Se la forma dell’albero dovesse per forza essere cambiata per adattarlo alla topografia locale
o a pratiche meccanizzate, il ritorno alla potatura sarebbe un’operazione semplice e senza
difficoltà inutili.
5. Le tecniche di potatura usate in frutticoltura tendono a cambiare con il passare del tempo,
ma la forma naturale di un albero rimane sempre la stessa. L’uso della forma naturale è il
migliore approccio possibile per una coltivazione di frutti stabile e ad alti rendimenti senza
spreco di lavoro” (FUKUOKA, 2001:248).
La proposta di FUKUOKA per la frutticoltura naturale rispetta le stesse regole della
sua agricoltura naturale.
Nel suo podere FUKUOKA coltiva diverse varietà di agrumi sulle pendici del
monte vicino a casa sua e il suo agrumeto si è formato rilevando la terra dei pendii
circostanti che erano stati abbandonati. Dato che in diversi di questi pendii i pini erano
stati tagliati pochi anni prima, il suo lavoro è stato quello di scavare delle fosse secondo le
linee ipsometriche e piantare gli alberi di agrumi. “Tagliai la maggior parte dei germogli di
pino, ma lasciai che alcuni ricrescessero come frangivento. Poi ho interrotto la crescita dei
cespugli e del manto erboso del terreno e ho seminato il trifoglio.
Dopo sei o sette anni finalmente le piante di agrumi fruttificarono. Ho tolto la terra di
dietro le piante per formare terrazze e il frutteto appare adesso un po’ diverso da tutti gli altri”
(FUKUOKA, 1980:82). Secondo lui, mentre le piante crescevano sotto le piante forestali
rigermogliate non esisteva nessuna traccia di danni di insetti. Soltanto quando i cespugli e i
nuovi getti degli alberi furono tagliati, rendendo la terra più simile a un frutteto è che
apparvero gli insetti.
Per migliorare il terreno del frutteto FUKUOKA fece uso anche dell’acacia
Morishima: questa “pianta [cresceva] tutto l’anno e [metteva] fuori nuovi germogli in tutte le
337
stagioni. Gli afidi che si [nutrivano] di questi germogli cominciarono a moltiplicarsi. Le
coccinelle trovarono negli afidi un cibo abbondante e presto anche loro cominciarono ad
aumentare di numero. Dopo che le coccinelle ebbero divorato tutti gli afidi, scesero sulle
piante di agrumi e cominciarono ad alimentarsi di altri insetti come acari, cocciniglie virgole e
cocciniglie cotonose” (FUKUOKA, 1980:84)292. L’altra procedura usata da lui per
migliorare il terreno è stata il seppellimento di legno che, al decomporsi, aumentava la
quantità di terriccio fertile. Inoltre, per migliorare lo strato superficiale del suolo, egli
seminò un miscuglio di trifoglio bianco ed erba medica. Seminò anche il ramolaccio le cui
radici penetravano nel terreno aggiungendo sostanza organica e aprendo canaletti che
favorivano la circolazione di aria e acqua. FUKUOKA ricorda che con il miglioramento
del suolo ritornarono le erbacce, ma il suo controllo era stato fatto con una nuova semina
di trifoglio.
2.4. L’agricoltura naturale nella pratica
FUKUOKA espone nei dettagli il piano annuale di lavoro nel suo podere. “All’inizio
di ottobre, prima della mietitura, il trifoglio bianco e i semi delle varietà di cereali invernali a
rapida crescita vengono buttati a spaglio fra gli steli del riso che sta maturando. Il trifoglio e
l’orzo o la segale germogliano e crescono un pollice o due (cm. 2,5 – cm. 5) prima che il riso
sia pronto per essere raccolto. (…). Quando la battitura è finita, la paglia del riso viene sparsa
sopra il campo.
Se si semina il riso in autunno e si lascia scoperto, i semi vengono spesso mangiati dai
topi e dagli uccelli, oppure a volte marciscono sul terreno; per evitare questi inconvenienti
nascondo i semi del riso in piccole pallottoline di argilla prima di seminare. Si sparge il seme in
una casseruola o in un canestro piatto e si scuote avanti e indietro con un movimento
circolare. Si cosparge di argilla finemente polverizzata e si aggiunge un leggero spruzzo
292
FUKUOKA non risparmia complimenti all’acacia Morishima. In un altro punto del libro, ritorna
sull’argomento per sottolineare altri punti positivi: il “suo legno [era] duro, i fiori [attiravano] le api, e
le foglie [erano] buone da foraggio. [Aiutava] a prevenire i danni degli insetti nel frutteto, [funzionava] da
frangivento e i batteri del genere rhizobium che [vivevano] in simbiosi con le radici [fertilizzavano] il
suolo” (FUKUOKA, 1980:86). Inoltre, quest’albero fissava l’azoto e, grazie alla sua profonda radice
fittonante, aiutava a migliorare gli strati profondi del terreno.
338
d’acqua ogni tanto. In questo modo si forma una piccola pallottolina di circa un centimetro di
diametro293.
(…)
A seconda delle circostanze a volte metto i semi di altri cereali e ortaggi nelle
pallottoline di argilla prima di seminare.
Fra la metà di novembre e la metà di dicembre è un buon periodo per spargere le
pallottole contenenti il seme di riso in mezzo alle giovani pianticelle di orzo o di segale, ma si
possono anche gettare in primavera. Un sottile strato di pollina viene steso sopra il campo per
aiutare a decomporre la paglia, e le semine dell’intera annata è finite.
In maggio si miete il cereale invernale. Dopo la battitura si sparge tutta la paglia sul
terreno.
A questo punto si può tenere l’acqua nel campo per una settimana o dieci giorni. Ciò
provoca l’indebolimento delle erbacce e del trifoglio aiutando il riso a venir su attraverso la
paglia. L’acqua delle piogge è sufficiente da sola alle piantine in giugno e luglio; in agosto si fa
passare a scorrimento acqua fresca per il campo circa una volta la settimana senza lasciare che
si fermi. Il raccolto d’autunno è adesso a portata di mano.
Questo è il ciclo annuale della coltivazione riso/cereale invernale col metodo naturale”
(FUKUOKA, 1980: 66-68). Parallelamente al lavoro nei campi c’è anche quello nel
frutteto, con la raccolta degli agrumi da metà novembre fino ad aprile. Il suo metodo di
coltivazione è stato sviluppato tenendo conto delle condizioni naturali delle isole
giapponesi, ma esso può essere adattato in altre zone e con altri tipi di colture. Si tratta
soltanto di scoprire quali sono le combinazioni più efficaci alle diverse condizioni naturali.
Inoltre, l’autore sottolinea che nella “fase di transizione a questo tipo di agricoltura, un po’ di
diserbo manuale, di composti organici o potature possono essere necessari (…), ma queste
misure dovrebbero essere ridotte gradatamente ogni anno” (FUKUOKA, 1980:69).
FUKUOKA insiste sull’importanza dell’uso della paglia nel suo metodo di
coltivazione. Per l’ottenimento di un risultato sicuro, è fondamentale che la paglia sia
sparsa disordinatamente, in ogni direzione, come se fosse caduta spontaneamente, per
permettere ai germogli di attraversarla senza problemi. Inoltre, la combinazione
riso/cereali invernali non è un caso. I due prodotti si aiutano a vicenda. La paglia del riso
funziona bene come pacciame per il cereale invernale e viceversa. La paglia del riso fresca
293
“C’è anche un altro metodo per fare le pallottoline. Prima si immerge il seme del riso vestito in acqua per
diverse ore; poi si levano i semi e si mescolano con argilla umida impastando con le mani o i piedi. A
questo punto si passa l’argilla attraverso un setaccio di rete da polli per dividerla in piccole zolle. Le zolle
dovrebbero essere lasciate ad asciugare per un giorno o due o finché possano essere facilmente
trasformate in pallottole facendole rotolare fra le palme delle mani. Teoricamente ci dovrebbe essere un
seme in ogni pallottolina. In un giorno si possono fare abbastanza pallottoline da seminare parecchi acri
(un acro = 4050 metri quadri)” (FUKUOKA, 1980:67).
339
possiede una serie di malattie che potrebbero infettare il riso ma che non hanno nessun
effetto sui cereali e viceversa. Inoltre, essendo stata messa in autunno, essa arriverebbe alla
primavera successiva – momento in cui il riso comincia a venire su – completamente
decomposta, non presentando più nessun rischio di contaminazione294. Insiste, infine,
perché tutta la paglia e la pula che restano dopo la trebbiatura siano restituite al campo.
Le difficoltà con gli animali durante la semina – che potrebbero mangiare i semi –
sono risolte attraverso l’uso delle pallottoline di argilla per avvolgere i semi. Attraverso
questo metodo i semi germinano bene e non marciscono anche quando ci sono troppe
piogge. Invece il problema degli uccelli viene risolto spargendo i semi quando la coltura
precedente è ancora nel campo. Così, i semi rimangono nascosti tra le erbe e il trifoglio e
protetti dalla pacciamatura di paglia.
Riguardo alla coltivazione del riso in campo asciutto, FUKUOKA richiama
l’attenzione sull’importanza di seminarlo fitto e mantenere le piante il più compatte
possibile, lasciandole crescere libere nella forma naturale anziché cercare di ottenere piante
alte a rapida crescita. Secondo lui le piante alte spendono la maggior parte della loro
energia nella crescita vegetativa, lasciandone poca per i semi, mentre in quelle piccole la
maggior parte delle energie viene spesa nella produzione dei semi295. FUKUOKA osserva
che le piante di riso coltivate in campo asciutto non vengono molto alte perché la luce del
sole viene assorbita uniformemente, raggiungendo la base delle piante e le foglie più basse.
In campo non inondato le piante sviluppano radici più forti diventando più resistenti agli
attacchi delle malattie e degli insetti296.
Spiegando la procedura da lui usata da più di vent’anni con risultati sempre migliori,
egli informa che in “giugno, all’epoca dei monsoni, tiene l’acqua nel campo per circa una
settimana. Sono poche le erbacce del campo asciutto che riescono a sopravvivere anche un
periodo così corto senza ossigeno e anche il trifoglio patisce e diventa giallo. (…) Quando
l’acqua viene tolta (il più presto possibile) il trifoglio riprende e si propaga fino a coprire di
nuovo la superficie del terreno sotto le piante di riso che crescono. Dopo questo non fa quasi
più nulla come regimazione delle acque. Nella prima metà della stagione non irriga per niente.
(…) In agosto fa entrare l’acqua ma poca per volta e non lascia mai che ristagni”
(FUKUOKA, 1980:79).
FUKUOKA avverte invece che la paglia fresca dei cereali invernali come il frumento, l’orzo e la
segale non dovrebbe essere usata come pacciame per altri cereali invernali perché, come nel caso del
riso, può trasmettere qualche malattie.
295 Secondo lui, mentre per le piante alte 9 quintali di paglia corrispondono a circa 4,5 o 5 quintali di
riso, per quelle piccole 9 quintali di paglia producono 9 quintali di riso o di più.
296 FUKUOKA sottolinea anche che il riso è coltivato in campo inondato per controllare le erbacce,
creando così un ambiente in cui soltanto poche varietà riescono a sopravvivere. Attraverso il suo
metodo invece, mantenendo le erbacce sotto controllo, non c’è bisogno di inondare il campo.
294
340
FUKUOKA afferma essere possibile coltivare anche l’orto attraverso il metodo
dell’agricoltura naturale, sia quello dietro casa per il consumo della famiglia, sia quello
all’aperto per la commercializzazione, utilizzando per questo un’area specifica oppure
approfittando degli spazi aperti del frutteto. Uno dei punti forti di questo tipo di
coltivazione è, quindi, la possibilità che viene concessa al contadino di usare un terreno
prima ritenuto improduttivo o non adatto alla coltivazione, come gli spazi tra gli alberi del
frutteto. La cosa fondamentale è coltivare gli ortaggi giusti nel momento giusto in terreno
preparato con composto organico e letame. L’autore ricorda che, in “una fattoria naturale,
gli alberi da frutto, le verdure, gli ortaggi, i cereali e le altre produzioni vengono piantate e
coltivate in un insieme organico di mutuo vantaggio.
In particolare, un efficace schema per l’avvicendamento delle colture si deve basare
essenzialmente sull’uso permanente della terra, senza che questa perda la sua fertilità.
Gli alberi da frutto non devono essere separati dal bosco di bordura o dalle piante del
sottobosco. Infatti, è solo con una intima associazione tra di essi che si riesce a ottenere una
crescita sana e regolare. Per quanto riguarda le verdure, quando vengono lasciate a loro stesse
in un campo, (…) si sviluppano in splendide piante a cui la natura provvede risolvendo i
problemi di crescita continua, di spazio, di malattie e parassiti, e ridonando fertilità al terreno”
(FUKUOKA, 2001:165). Secondo l’autore, gli ortaggi cresciuti in un campo equilibrato
dall’azione dei lombrichi, dei microrganismi e del letame animale decomposto sono più
puliti e completi di quelli coltivati con sostanze chimiche. “La cosa importante è conoscere
il momento giusto per seminare. Per gli ortaggi di primavera il momento giusto è quando le
erbacce invernali stanno morendo e appena prima che germinino quelle estive297. Per la
semina autunnale, i semi dovrebbero essere buttati quando le erbe estive stanno appassendo e
le erbacce invernali non sono ancora apparse.
La miglior cosa è aspettare una pioggia che prometta di durare diversi giorni. Si taglia
una striscia nel manto di erbacce e si buttano i semi di verdure. Non c’è alcun bisogno di
coprirli di terra, basta rimettere le erbacce tagliate sopra i semi in modo che servano da
pacciamatura e li nascondano agli uccelli e ai polli finché non germinano. Di solito le erbacce
devono essere tagliate due o tre volte per dare un po’ di vantaggio ai germogli degli ortaggi,
ma in certi casi basta solo una volta” (FUKUOKA, 1980:89/90)298. Nel caso degli ortaggi
che non germinano tanto facilmente – come la carota e lo spinacio – FUKUOKA
“Questo modo di coltivare gli ortaggi è stato sviluppato da Fukuoka con prove ed esperimenti in
armonia con le condizioni locali. Dove vive lui ci sono piogge primaverilì sicure e un clima
sufficientemente caldo da far crescere ortaggi in tutte le stagioni. (…)
(…) Sta a ogni contadino che vuole produrre verdura nel modo semi-selvatico di sviluppare una tecnica
adatta alla sua terra e alla vegetazione naturale che ci cresce sopra” (FUKUOKA, 1980:89 n. *).
298 Secondo FUKUOKA, nei luoghi dove le erbacce e il trifoglio non sono tanto fitti è possibile
semplicemente buttare i semi.
297
341
consiglia di lasciare i semi in ammollo per circa due giorni e poi avvolgerli nelle
pallottoline di argilla. Inoltre, seminati fitti, i ramolacci, le rape e altri ortaggi verdi
autunnali da foglia sono in grado di competere con le erbacce invernali e con quelle
dell’inizio della primavera. Consiglia anche che vengano lasciati alcuni di questi nei campi
affinché germinino da soli l’anno successivo.
Per i legumi, FUKUOKA consiglia la semina durante la primavera. I pomodori e le
melanzane devono essere prima coltivati in vivai e poi trapiantati, altrimenti non riescono
a vincere le erbacce299. Per i cetrioli, la varietà strisciante è quella migliore, essendo
necessario pulire il terreno delle erbacce ogni tanto quando le piante sono ancora piccole.
Consiglia anche che siano estesi sul terreno dei bambù o rami di alberi affinché i cetrioli –
e lo stesso vale per i cocomeri, i meloni e i poponi – possano attorcigliarsi, evitando così
che i frutti in contatto con il terreno marciscano. Le patate sono forti e una volta
attecchite, continuano a crescere sul terreno ogni anno. Nei casi di suolo duro,
FUKUOKA consiglia di seminare i ramolacci prima delle patate, affinché le loro radici
rendano soffice il terreno.
Inoltre, l’autore ha riscontrato che se “il trifoglio è seminato mescolato col seme degli
ortaggi, farà le funzioni di una pacciamatura viva, arricchendo il suolo e tenendo il terreno
umido e areato.
Come per la verdura, è importante scegliere il momento giusto per seminare il trifoglio.
La cosa migliore è seminare nella tarda estate o in autunno; le radici si sviluppano nei mesi
freddi, dando al trifoglio un vantaggio sulle erbe annuali di primavera. Il trifoglio farà anche
bene seminato presto in primavera. (…) Quando il trifoglio ha attecchito non c’è più bisogno
di riseminarlo per cinque o sei anni” (FUKUOKA, 1980:92).
Rispetto ai frutteti, FUKUOKA sottolinea gli effetti benefici dell’uso degli spazi
aperti con la rotazione delle colture. Secondo lui, la protezione del frutteto con alberi
sempreverdi e frangivento, insieme alla creazione di un sottobosco con piante da sovescio
associate a quelle del sottobosco stesso rappresenta un’importante alternativa per risolvere
il problema dell’indebolimento del suolo frutto della coltivazione continua di piante
perenni. Inoltre, la coltivazione delle verdure sotto gli alberi da frutto aiuta a diminuire il
numero degli insetti nocivi.
299
FUKUOKA consiglia di lasciare i pomodori senza sostegno affinché dai nodi lungo lo stelo si
formino nuovi ributti e nuovi frutti.
342
2.5. Un futuro per l’agricoltura naturale
All’agricoltura naturale FUKUOKA accosta l’alimentazione naturale, intesa come il
consumo di alimenti di stagione ottenuti attraverso l’agricoltura naturale. Per arrivare a
questa alimentazione FUKUOKA ha costruito un mandala dell’alimentazione naturale (un
tipo di calendario agricolo) dove vengono elencati, mesi a mesi, i prodotti di stagione
relativi sia all’agricoltura che alla pesca [Figure 1 e 2]300. Secondo lui, anche senza la
conoscenza del mandala è possibile arrivare a una dieta naturale se l’istinto funziona nel
modo giusto. L’autore insiste sul quanto sia “irragionevole aspettarsi che una dieta integrale,
bilanciata, potesse essere raggiunta fornendo semplicemente una grande varietà di alimenti
indipendentemente dalla stagione. In confronto alle piante che maturano naturalmente, la
verdura e la frutta coltivate fuori stagione in condizioni necessariamente innaturali
contengono poche vitamine e minerali” (FUKUOKA, 1980:158)301.
Un modo di favorire la diffusione della dieta naturale può essere, secondo
FUKUOKA, la diffusione dell’agricoltura naturale e soprattutto l’aumento delle possibilità
di commercializzazione dei prodotti naturali. Ma a questo proposito ritiene necessario
chiarire alcuni equivoci. Uno di questi è la questione dell’apparenza: i consumatori cercano
prodotti naturali ma li vogliono “belli”, grandi, senza macchie, scintillanti e “freschi”
Nella Figura 1 sono elencati gli alimenti più facilmente ottenibili. Nella Figura 2, gli alimenti
disponibili mese a mese.
301 FUKUOKA identifica “quattro principali tipi di diete:
1. Una dieta permissiva che soddisfa desideri abitudinari e preferenze di sapore. La gente che segue
questa dieta oscilla di qua e di là irregolarmente secondo i capricci e le fantasie. Questa dieta potrebbe
essere chiamata dell’indulgenza verso se stessi, del vuoto mangiare.
2. La dieta nutritiva media della maggior parte della gente, che deriva da conclusioni biologiche. Gli
alimenti nutritivi sono mangiati con lo scopo di far sopravvivere il corpo. Lo si potrebbe chiamare
mangiare materialista, scientifico.
3. La dieta fondata su principi spirituali e su una filosofia idealistica. Limitando gli alimenti, mirando alla
compressione dei bisogni, le diete «naturali» ricadono in massima parte in questa categoria. Questa
potrebbe essere chiamata la dieta di principio.
4. La dieta naturale, seguendo la volontà del cielo. Lasciando da parte tutto il sapere umano, questa dieta
la si potrebbe chiamare la dieta della non-discriminazione” (FUKUOKA, 1980:159). Quest’ultima,
sottolinea l’autore, viene definita a seconda dell’ambiente locale, dei bisogni e della costituzione
fisica della persona che la pratica. L’unica cosa da fare è lasciare che il corpo scelga da solo il cibo di
cui ha bisogno.
300
343
figura 1
Mandala dell’alimentazione naturale secondo diagrama
344
Figura 2
Il mandala del cibo naturale – piante e animali
345
come quelli che subiscono trattamenti chimici302. L’altro è l’associazione qualità/prezzo
fatta spesso dai consumatori che, di solito, collegano la qualità al prezzo e pretendono che
la qualità dei prodotti naturali possa essere “certificata” da alti prezzi. FUKUOKA
sostiene l’esatto contrario: proprio perché l’agricoltura naturale non fa uso di sostanze
chimiche i suoi prodotti dovrebbero arrivare al consumatore a un prezzo più basso
rispetto a quelli dell’agricoltura tradizionale che le usa.
FUKUOKA centra le sue aspettative di diffusione della vendita diretta degli
alimenti naturali nella crisi vissuta dall’agricoltura tradizionale e nella formazione delle
comunità hippy e religiose – che cercano la naturale essenza umana attraverso un ritorno
alla natura – avvenuta dagli anni ’70 in poi in quanto veicolo per la costituzione di ciò che
chiama il prototipo del nuovo contadino. I bassi guadagni da essa comportati ai contadini
potrebbero essere usati come argomenti favorevoli alla conversione in agricoltura naturale
una volta che, tra i suoi pregi, c’è quello del basso costo economico e del risparmio di
fatica da parte del contadino, il che vuol dire costi di produzione più bassi e guadagni più
alti. Il principale problema da risolvere è, secondo lui, quello della distribuzione a livello
locale e questo è un altro motivo per cui egli ritiene che i prodotti dell’agricoltura naturale
devono costare meno. Per poter incentivare la diffusione di questo tipo di produzione
allora è necessario incentivare il suo consumo, fatto che potrebbe avvenire solo se essi
arrivano al commercio a prezzi competitivi. Altrimenti, diventerebbero prodotti di lusso
destinati a una nicchia di consumatori, proprio come avviene con i prodotti biologici in
Italia nell’attualità, anche se le cose si sono cambiate negli ultimi anni.
Per la diffusione dell’agricoltura naturale FUKUOKA ha anche una proposta molto
simile a quella difesa da KROPOTKIN303: secondo lui, “l’ideale sarebbe che il 100% della
popolazione coltivasse la terra. (…) Se a ogni singola persona venissero dati mille metri
A questo proposito, FUKUOKA dedica un capitolo molto interessante per discutere sul vicolo
cieco in cui la gente si trova con il diffondersi dell’agricoltura del fuori stagione e della cultura
dell’apparenza. Sottolinea il quanto la gente si sia ormai abituata a pagare alti prezzi per poter avere a
disposizione tutti i generi agricoli sempre “belli” nell’arco di un intero anno, senza rendersi conto
dei costi ambientali e alla salute e del distanziamento dalla natura che una tale richiesta comporta.
Egli richiama l’attenzione su tutti i trattamenti chimici per cui passano gli alimenti dell’agricoltura
scientifica prima di arrivare alla tavola del consumatore – coloranti, dolcificanti, lucidanti,
maturazione in camere a gas, ecc. – sui suoi effetti sia all’ambiente come alla salute umana e sulla
responsabilità che anche i consumatori – nel pretendere tali prodotti – hanno rispetto all’uso
indiscriminato di tale sostanze. Molto interessante la descrizione delle tappe per cui passano i
mandarini, dal raccolto anticipato fino alla commercializzazione, presente nel La rivoluzione del filo di
paglia. Tale problema, secondo lui, si risolverebbe soltanto con il rovesciamento del senso dei valori,
affinché l’apparenza cedesse posto alla qualità.
303 L’idea è la stessa anche se in nessun momento FUKUOKA fa alcun tipo di riferimento agli ideali
anarchici. Anzi, semmai, i suoi riferimenti sono di carattere religioso. Ciò non impedisce che la sua
proposta sia uguale a quella presentata dall’anarchico alla fine dell’Ottocento e, secondo me, serve
solo a comprovare l’attualità e validità delle sue idee.
302
346
quadrati, cioè mezzo ettaro per una famiglia di cinque, sarebbe più che sufficiente al
sostentamento della famiglia per tutto l’anno. Se poi venisse praticata l’agricoltura naturale, un
contadino avrebbe anche un sacco di tempo per la libertà e le attività sociali nella comunità di
villaggio. Io credo che questa sia la strada più diretta per rendere questo paese una terra felice
da viverci” (FUKUOKA, 1980:130).
2.6. L’agricoltura sinergica
L’agricoltura sinergica è stata introdotta e sviluppata in Europa da Emilia HAZELIP.
In Italia essa è stata diffusa dai suoi discepoli Antonio DE FALCO e Fortunato
FABBRICINI che da circa dieci anni si occupano di orti sinergici, sia coltivandoli che
insegnando a prepararli. Attraverso l’agricoltura sinergica si possono coltivare sia l’orto che i
campi aperti come quelli di FUKUOKA. I principi sono quelli dell’agricoltura naturale ma
in questo caso si tratta di un’agricoltura addomesticata, anche se naturale: si basa sui
principi dell’autofertilità del suolo, non usa concimi né diserbanti di nessun tipo, non
smuove più il terreno, ma il terreno selvaggio viene ricreato attraverso l’intervento
dell’uomo con la preparazione dell’orto o dei campi e la scelta delle piante. Il procedimento
è diverso da quello di FUKUOKA, che semplicemente semina e lascia fare alla natura. Per
questo, secondo DE FALCO, non la si può chiamare agricoltura naturale ma agricoltura
sinergica perché sfrutta la sinergia che si stabilisce tra le diverse piante, gli animali e il
terreno per ricostruire l’ambiente selvaggio da cui parte FUKUOKA.
Per iniziare la pratica dell’agricoltura sinergica la prima cosa da fare è preparare il
terreno. Sarà l’unica volta in cui verrà fatto questo lavoro, che consiste nel togliere le erbe
superficiali a mano o con un sarchiatore, senza stare a togliere le radici. Se invece si tratta
di un terreno troppo calpestato, allora c’è bisogno di muoverlo un po’, per renderlo più
facile da essere lavorato.
Per la preparazione dell’orto, è molto importante la scelta del posto. Siccome per
questo tipo di orto non importa tanto la sua grandezza ma sì la quantità e diversità di
piante che si riesce a coltivare al suo interno – si tratta di un tipo di coltivazione intensiva
– DE FALCO304 consiglia che si scelga un posto vicino alla casa per facilitare il lavoro al
suo interno. L’orto sinergico richiede un lavoro continuo e la vicinanza alla casa permette un
miglior uso del tempo nel senso che ogni momento libero può diventare un’occasione di
fare un salto a controllare se c’è qualcosa da fare come qualche erba da togliere
manualmente, qualche piantina da trapiantare, qualche pomodoro da raccogliere. Inoltre,
304
Antonio DE FALCO in intervista concessa il 5 novembre 2003.
347
l’orto vicino a casa, riduce il tempo della raccolta e permette di preparare il cibo usando i
prodotti appena raccolti, aumentando così il suo valore energetico.
Una volta scelto il posto, il passo successivo consiste nell’eseguire un disegno della
disposizione dell’orto. Siccome il terreno che sarà coltivato non dovrà essere mai più
pestato né mosso, è necessario separare molto bene la parte dove si potrà camminare da
quella dove invece non si potrà mai più mettere i piedi. Di solito viene fatta una parte a
spirale e l’altra a fasce parallele. In seguito si passa, seguendo il disegno, alla costruzione
delle aiuole con 120 cm di larghezza e 50 cm di altezza, dove sarà fatta la semina305. Tutti i
lavori successivi di semina, pulizia del terreno e raccolta dovranno essere fatti senza
pestare le aiuole.
Una volta preparate le aiuole, il passo successivo è impiantare un sistema
d’irrigazione. Per l’irrigazione di solito viene usato il sistema goccia a goccia. Sopra le
aiuole vengono collocati dei tubicini bucati a mano ogni quindici centimetri. Secondo DE
FALCO306, questo sistema è molto più economico e funziona meglio di tutti i piccoli
erogatori in commercio che s’intasano spesso. In questo caso, quando succede un
intasamento, basta fare un altro buco e il problema è risolto.
Preparata l’irrigazione si passa alla sistemazione dei tutori permanenti, “costituiti da
tondini di ferro «ritorto» da 12 mm e 6 metri di lunghezza (gli stessi di quelli utilizzati in
edilizia per armare il cemento) che si conficcano nel terreno, ai lati delle aiuole, formando così
gli archi. L’altezza dell’arco sarà data dalla distanza tra le punte delle stecche (2 metri dal piano
di passaggio è una buona misura). In ogni punto dove i tondini s’incrociano tra loro, si legano
con un filo metallico. Sempre con filo metallico (di maggiore spessore) si uniscono poi tutti gli
archi, da cuspide a cuspide, a partire dal primo incrocio. Ai tutori, e ai fili metallici che li
collegano, vanno appese delle cordicelle in materiale biodegradabile (canapa, sisal…) che
serviranno da guida ai pomodori e alle piante rampicanti nella loro crescita” (FABBRICINI e
DE FALCO, 2003:71).
Preparate le aiuole, il sistema di irrigazione e sistemati i tutori, si può passare alla
semina e al trapianto. Secondo FABBRICINI e DE FALCO, il momento migliore è la
primavera, ma è possibile farlo anche durante l’autunno. È necessario farsi guidare dal
clima e parlare con i contadini del luogo per poter scegliere le piante più idonee e l’epoca
più indicata per semine e trapianti. “Ad ogni modo, giacché il terreno ha bisogno soprattutto
di radici per vivere, quando l’orto è pronto, è bene effettuare semine e trapianti anche se le
Queste aiuole sono chiamate anche bancali. Le aiuole alte servono a impedire i ristagni d’acqua nelle
radici. Impediscono anche che le piogge piu’ intense portino via la parte più ricca del suolo. In
alcuni casi esse fanno anche da barriera, trattenendo l’acqua che scorre e facendo sì che questa
finisca per scendere in profondità, alzando il livello delle acque sotterranee.
306 Antonio DE FALCO in intervista concessa il 5 novembre 2003.
305
348
condizioni ambientali non sono le più opportune. Se la terra delle aiuole è idonea, si può
subito iniziare con le semine degli ortaggi, altrimenti si possono utilizzare le cosiddette piante
«pioniere» (es. piante foraggiere, senape bianca, cicorie, coste, ecc.), specie botaniche che
meglio si adattano ai suoli poveri, contribuendo nel contempo a migliorarli” (FABBRICINI e
DE FALCO, 2003:70).
Ci sono poi alcune regole da seguire nella disposizione dei semi. “Nei bordi e
soprattutto alle estremità delle aiuole si potranno piantare anche aromatiche e fiori; in
particolare calendula, tagete e nasturzio che oltre ad attrarre insetti benefici, svolgono una
funzione antibatterica e allontanano i nematodi ed altri parassiti. Inoltre, la presenza di fiori
rende l’orto-giardino più piacevole, colorato e profumato307.
I lati delle aiuole potranno ospitare anche piante selvatiche perenni, utili e gustose,
come ruchetta, silene, finocchietto, pimpinella e raperonzolo, piante che comunque andranno
controllate poiché essendo autoctone e molto forti tenderanno a prevalere sulle altre.
La parte piana delle aiuole, oltre alle (…) leguminose, conterrà le altre famiglie degli
ortaggi coltivati” (FABBRICCINI e DE FALCO, 2003:71). DE FALCO non si attiene
molto alle consociazioni308, ritenendo più importante che il terreno sia sano e pieno di
piante. Alcune attenzioni però devono essere fatte. Siccome, oltre alle radici vive, anche i
residui vegetali delle piante morte contribuiscono all’aumento della fertilità, si consiglia di
lasciare sulle aiuole, come pacciamatura e compostaggio, tutto quello che non sarà
consumato, incluse le radici che funzionano da “corsia preferenziale” agli apparati radicali
nuovi. L’altra attenzione è alternare piante che lasciano radici con piante che non le
lasciano, nonché scegliere piante appartenenti a famiglie diverse. Questo serve sia a evitare
di saturare la rizosfera con radici dello stesso tipo che a bloccare la proliferazione di
elementi patogeni come i parassiti animali e vegetali. Si consiglia, pertanto, che nelle aiuole
ci siano almeno tre famiglie diverse, una delle quali deve, per forza, essere quella delle
leguminose per la loro alta capacità di fissare l’azoto atmosferico nelle radici per poi
liberarlo nel terreno, soprattutto alla morte delle piante. Si possono utilizzare molti tipi di
leguminose – come quelle che fanno da concime verde – ma si consiglia l’uso di quelle
commestibili come i fagioli, le fave e i piselli che, secondo FABBRICINI e DE FALCO,
dovranno essere posizionate nel centro delle aiuole309.
“Nelle fasce laterali (…), si privilegeranno le Liliacee, come aglio, cipolle o porri che,
grazie alla loro forma longilinea, non impediscono l’accesso alla parte centrale dell’aiuola e
Aiuta anche ad attrarre gli insetti benefici, quelli che aiuteranno nella lotta ai parassiti. Nota mia.
La consociazione è un termine tecnico per dire la coltivazione di due o tre prodotti che vanno
d’accordo tra loro nella stessa area. L’esempio tipico è mais e fagioli.
309 Gli autori sconsigliano invece la coltivazione di ceci e lenticchie nell’orto perché fissano poco azoto
e lasciano poca biomassa. Secondo loro esse vengono coltivate meglio nei campi aperti.
307
308
349
non sbordano sopra i corridoi tra le aiuole. Inoltre, tali specie presentano proprietà
antibatteriche e antinematelmintiche, formando una barriera protettiva per gli altri ortaggi. Le
liliacee andranno piantate a zig zag, sfruttando l’altezza dei bordi e, nei vuoti, saranno inseriti
vari tipi d’insalata, dalla lattuga alla cicoria. In questo modo, si lascia anche una biomassa di
radici nei lati delle aiuole. In ogni caso, è ben ricordarsi di non ripetere la coltivazione degli
stessi ortaggi nella medesima area di terreno, e questo sia per evitare la proliferazione dei
parassiti che si trasmettono più facilmente quando si ripete per anni la coltivazione di uno
stesso ortaggio sullo stesso terreno, sia per ottimizzare la quantità di biomassa e l’utilizzo della
rizosfera nei lati dei bancali” (FABBRICINI e DE FALCO, 2003:71). Infine, si copre con
la pacciamatura di paglia, cartone o altro materiale e l’orto è pronto.
Il lavoro successivo è quello di tenerlo sempre pulito, cioè, bisogna stare attenti alle
erbe spontanee che vengono tolte manualmente. Si devono anche identificare spazi vuoti
e riempirli con altre piante, e separare le eventuali concentrazioni di piante dello stesso
tipo, spostandole e mescolandole insieme alle altre. “L’attenzione è quella di tenere il terreno
sempre il più occupato possibile. Più è occupato, più è pieno di radici e più è vivo, perché le radici sono quelle
che danno nutrimento alla ‘flora intestinale’ della terra, ai microrganismi e ai batteri. Attraverso ai loro
essudati creano degli zuccheri che i batteri vanno a succhiare. Contemporaneamente loro forniscono invece tutta
un’altra serie di sostanze. Essenzialmente mettono in moto quello che si chiama ciclo ossigeno-etilene, cioè,
sviluppano etilene, che è un gas che è in grado di, attraverso il suo ciclo, le sue trasformazioni chimiche, il suo
procedimento chimico, rendere solubili i minerali e in più li trattiene alla terra. Perché la presenza di etilene
trasforma il ferro, dalla forma ferrosa in forma ferrica.
(…)
Quando è in forma ferrica, (…) fa da calamita, trattiene a sé gli altri minerali, microrganismi.
Quando c’è molto etilene la vita microbiana, microbiologica si ferma, si arresta. Non muoiono, ma restano
come paralizzati. È un ciclo che dura sui venti minuti più o meno. Resta paralizzata. E in questo momento
di fermo dei batteri, l’ossigeno rientra nei micrositi, l’etilene va fuori e si espande nell’aria come gas che aiuta
tra l’altro la vegetazione, e rientra ossigeno. Rientrando ossigeno si riossida il ferro. Il ferro quando è ossidato
perde la capacità magnetica, quindi molla questi oligoelementi, minerali, ecc. che restano in forma solubile,
quindi la pianta li può assorbire. Subito dopo ricomincia la vita dei batteri, ricominciano a riprodurre etilene e
riblocca la vita. È come una respirazione della terra che dura venti minuti. Questo tipo di respirazione ce l’hai
però solo nei terreni che sono non traumatizzati. Laddove viene pestato, i micrositi vengono schiacciati, la vita
batterica si allontana”310.
Secondo DE FALCO, il lavoro più grosso da fare il primo anno è il controllo delle
erbe spontanee, che vanno tolte preferibilmente a mano. L’uso di qualche strumento è
310
Antonio DE FALCO, in intervista concessa il 5 novembre 2003.
350
consigliato soltanto nel caso delle piante con radici più profonde, come il vilucchio. L’uso
di diserbanti è invece vietato. Dal secondo anno in poi questo tipo di lavoro va piano
piano diminuendo perché, a mano a mano che le erbe sono tolte con le loro radici e il
terreno viene mantenuto pacciamato, la pacciamatura impedisce che arrivino semi
indesiderati. L’altra cosa da fare, ricorda DE FALCO, è costruire una barriera naturale,
per esempio con la siepe, la ginestra o il corbezzolo, in modo che anche dall’esterno
arrivino meno semi indesiderati portati con il vento, e che l’orto diventi sempre più un
luogo dove ci sono le piante che interessano a chi coltiva311. Così, piano piano si arriva a
un equilibrio per cui le erbe che rimangono non compromettono la vita delle piante ma
danno equilibrio all’orto, stanno quindi in sinergia con le altre piante lì presenti.
Per la raccolta, ad eccezione dei prodotti di si consumano proprio la radici – come
le carote e i ravanelli – come è stato già detto, si deve cercare di lasciare la radice: la pianta
dev’essere tagliata un po’ più su della sua attaccatura al terreno. Questo fa sì che la pianta
ributti, essendo possibile mangiare la stessa insalata o lo stesso porro diverse volte. Nei
casi dove non occorre questo, le radici rimangono come materia organica per il suolo.
L’altro consiglio dato dagli esperti è quello di preparare la spirale degli aromi: una
costruzione fatta in pietra dove rimangono concentrate tutte le piante aromatiche, utile sia
per l’uso in cucina che per il suo effetto medicinale, aiutando ad allontanare gli insetti che
potrebbero danneggiare le piante dell’orto. Così come succede con l’orto, anche la spirale
dev’essere situata vicina alla casa, perché, tenendo tutte le piante vicine, oltre a formarsi un
microclima con tutte le piante insieme, si facilita il lavoro di raccolta quando uno ne ha
bisogno. Inoltre, queste piante hanno un effetto anche medicinale dato che il loro
profumo diffuso nell’aria ha un effetto antiparassitario.
Un altro punto positivo di questo tipo di orto consiste nel minore consumo d’acqua
per annaffiature. In questo sistema buona parte delle piante rimangono all’ombra
soffrendo di meno gli effetti della siccità. Inoltre la pacciamatura contribuisce a trattenere
l’acqua, impedendo che essa evapori e anche impedendo, nei momenti di alta intensità di
pioggia, che l’acqua compatti il terreno e lo dilavi, portando via le parti più sottili e più
ricche.
Per i campi all’aperto il sistema è diverso. Se, come è stato detto all’inizio di questo
paragrafo, il terreno è stato molto impoverito dall’uso e dal tempo, se è indurito e
spaccato, bisogna ridargli vita e iniziare una lavorazione preparatoria prima di passare alla
semina propriamente detta. La prima cosa è seminare le piante pioniere – le leguminose
che fanno da concime verde – e lasciare a loro il lavoro. Piano piano esse cominciano a
311
Questa barriera serve anche a proteggere dal vento, nel caso questo rappresenti un problema.
351
spaccare le zolle, a lasciare l’azoto, a far respirare la terra, a far venire vita. Secondo DE
FALCO, bisogna ripetere questa semina per un paio d’anni. Dopodiché si avrà una terra
eccezionale e quindi si potrà iniziare una coltivazione più proficua, per il sostentamento,
per esempio con i cereali. Vale la pena di ricordare che anche in questo caso si deve
cercare di pestare il terreno il meno possibile, per evitare così di chiudere i micrositi e
impedire la respirazione della terra.
Prima di seminare nei campi aperti bisogna fare l’impallinatura, come spiegato da
FUKUOKA. DE FALCO suggerisce la costruzione di un tipo di betoniera, fatta con un
vecchio bidone e dello spago, che viene fatta girare manualmente. Dentro la betoniera “fai
andare i semi spruzzando acqua con un polverizzatore e argilla, polvere di argilla. Man mano [che] il seme è
umido, incomincia ad attaccarsi l’argilla in torno a ogni semino si forma una pallina di argilla. Ecco e poi,
come dice anche Fukuoka, è quello che salvaguardia dagli insetti”312.
Per la semina, “la cosa migliore, come dice Fukuoka, è spargere quando l’erba è alta. Si sparge e
dopo si taglia l’erba. In questo modo tutta l’erba resta, va giù come pacciamatura, e la piantina resta nella
pallina di argilla e sotto l’erba. Quando arriva l’umidità, la pioggia, si apre, è già protetta, e quindi poi
rispunta fuori”313. Anche qui vale il discorso di mescolare le specie. In realtà i semi vengono
mescolati già quando si fa l’impallinatura e poi basta spargere per il campo. Nei casi in cui
l’erba è stata tagliata prima di seminare, allora c’è bisogno di coprire con la pacciamatura.
3. Lo Slow Food
Lo Slow Food è un movimento nato in Italia che poi si è diffuso in vari paesi nel
mondo – diventando Slow Food internazionale – in contrapposizione e come alternativa
al fast food, non solo al fast food inteso come luoghi tipo McDonald’s, ma più in generale
al mangiar di corsa come stile di vita. Secondo PETRINI, il suo fondatore, esso è
soprattutto un insieme di idee che hanno come base “la convinzione che l’alimentazione è
parte essenziale della vita, e che dunque la qualità della vita è inevitabilmente legata al piacere
di mangiare in modo sano, gustoso, vario. Il contrario di quanto ci propone il fast food (…).
Slow Food (…) significa dare la giusta importanza all’atto nutritivo, imparando a godere della
diversità delle ricette e dei sapori, a riconoscere la varietà dei luoghi di produzione e degli
artefici, a rispettare i ritmi delle stagioni e del convivio” (PETRINI, 2003:V). Slow Food
312
313
Idem ibidem.
Idem ibidem.
352
internazionale, che ha scelto come simbolo la chiocciola come emblema della lentezza314, è un
movimento che mette insieme piacere, consapevolezza, responsabilità, studio e conoscenza,
cercando “di offrire, attraverso un nuovo modello di agricoltura, prospettive di sviluppo
anche a regioni povere e depresse” (PETRINI, 2003:V).
Secondo PETRINI, Slow Food propone di salvaguardare e rilanciare i singoli
patrimoni gastronomici, recuperare la memoria dei codici gastronomici regionali,
promuovere una campagna di educazione permanente al gusto, attraverso la riscoperta del
piacere di mangiare cibo sano in locali accoglienti, la promozione di coltivazioni capaci di
rispettare la natura, come pure lo scambio di documenti, analisi, ricerche storiche e
tecniche produttive. La strategia è quella di concentrare gli sforzi sul recupero di ciò che si
sta perdendo anziché incalzare il nuovo che non piace. Nel difendere una “nuova
agricoltura” si cerca di incentivare una pratica di agricoltura più consapevole e più
rispettosa dell’ambiente e dell’uomo. Si tratta, quindi, di un nuovo modo di concepire la
cultura dello sviluppo, dell’alimentazione e della produzione agricola.
3.1. Le origini e lo svolgersi del movimento
Lo Slow Food è stato fondato con il nome Arcigola da Carlo PETRINI nel luglio
1986, a Bra, nel Piemonte. Però le sue radici devono essere ricercate nelle attività del suo
fondatore, soprattutto dagli anni ’70 in poi. I primi segni di un percorso che avrebbe più
tardi portato al movimento in discussione sono apparsi nel 1971 con la creazione, a Bra,
della “Cooperativa Circolo Leonardo Concito”. Essa, nel 1974 ha dato vita al periodico In
Campo Rosso e, nel 1975, alla Radio Bra Onde Rosse. Dello stesso anno sono anche l’ingresso
di PETRINI nel Consiglio Comunale di Bra e la fondazione dello spaccio di Unità
Popolare, Circolo Cica-Crass, legato all’ARCI.
I festival di musica popolare Canté j’euvre svolti a Bra dal 1979 al 1981 e, negli anni
successivi, i campi scuola estivi, hanno portato a Bra ragazzi di tutta Italia. “Da queste
esperienze di «turismo sociale», intrecciate con le riflessioni comuni al gruppo promotore della
rivista La Gola, germinano le idee ispiratrici di Arcigola. Il periodo 1979-86 è di incubazione
e formazione. Eletto nel consiglio nazionale dell’Arci, Carlin315 viaggia per l’Italia, prendendo
contatto con altre realtà territoriali e di mercato; visita le grandi aree enogastronomiche
“La chiocciola è un animale piccolo e prudente, con un’innegabile vocazione cosmopolita. La chiocciola
di Slow Food è un amuleto contro l’ossessione del mondo moderno: la velocità” [Cos’è Slow Food.
Consultabile on line all’indirizzo: <http://www.slowfood.it> seguendo il percorso: cos’è slow
foodÆstoriaÆIl movimento internazionale Slow Food. L’ultima consultazione è stata effettuata il
30 gennaio 2004].
315 Il soprannome di Carlo Petrini.
314
353
d’Europa, partecipando nell’82-83 (con Gigi Piumatti e Massimo Martinelli) ai corsi di
conoscenza dei vini che si tengono a Beaune, in Borgogna”316.
Attraverso la Libera e Benemerita Associazione degli Amici del Barolo, nasce
negli anni ’80 il primo nucleo della futura Arcigola. In essa PETRINI riversa le
esperienze accumulate in momenti di diffusione della cultura del gusto e della convivialità,
dentro e fuori dei confini di Bra. L’obiettivo dell’Associazione è quello di essere “veicolo
per la diffusione di conoscenze e di prodotti, stimolo al risveglio dell’attenzione per il cibo e il
vino e per una loro corretta fruizione. Nascono così i primi corsi di degustazione, la proposta
di momenti di assaggio e di convivialità, l’attivazione di circuiti distributivi, le vendite di vino e
specialità per corrispondenza” (PETRINI, 2003:6). Sono di questo periodo la realizzazione
di “una grande festa in riva al Lago Maggiore, una cena di gala nell’ambito di un convegno di
filosofi all’Università di Urbino, una giornata di promozione dei vini e della cucina di Langa a
Mira (Ve), corsi di avvicinamento al vino per studenti torinesi”317, così come la realizzazione
della Settimana del Barolo e del Barbaresco a Bra. Queste attività consentono, secondo
PETRINI, di stabilire contatti con le persone insieme alle quali si sarebbe costituito il
nucleo dirigente di Arcigola, più tardi diventato Slow Food.
All’inizio degli anni ’80 PETRINI inizia la sua collaborazione di cronaca e critica
gastronomica a giornali e guide (Barolo & C., Il Tanaro, la guida ai ristoranti dell’Espresso).
All’interno del direttivo nazionale dell’ARCI egli “patrocina la costituzione di una ‘lega
gastronomica’ che sintetizzi, anche nel nome, quanto sta maturando nella realtà associativa
braidese e nel dibattito sviluppatosi sulle pagine de La Gola”318. Sempre a Bra “si costituisce
una cooperativa che organizza il turismo e le diverse attività di vendita e promozione, e in
seguito apre i battenti l’Osteria del Boccondivino, originale tentativo di coniugare buona
ristorazione di ispirazione territoriale, vini di qualità e prezzi modesti” (PETRINI, 2003:7).
Nel luglio 1986, dopo che “il Congresso dell’Arci di Albano Terme aveva ratificato
una federazione che lasciava piena indipendenza operativa alle diverse realtà nate (…), la
fondazione di Arcigola (…) dà autonomia e legittimità di «lega enogastronomica» a una realtà
già esistente e parzialmente consolidata” (PETRINI, 2003:8). Dopo tre anni di esistenza il
numero di tessere passa da 500 a 8.000, prova di che le proposte della nuova Associazione
trovano eco e superano la diffidenza iniziale.
SLOW FOOD. Cos’è Slow Food. Consultabile on line all’indirizzo: <http://www.slowfood.it>
seguendo il percorso: cos’è slow foodÆdizionario slow foodÆLa storiaÆCarlo Petrini. L’ultima
consultazione è stata effettuata il 23 gennaio 2004.
317 Idem ibidem.
318 Idem ibidem. «La Gola» (1982-1989) è un periodico milanese che proponeva un approccio originale
alla cultura enogastronomica, con l’ausilio di discipline come la filosofia, la sociologia, la letteratura
e l’antropologia.
316
354
L’anno del 1986 segna la nascita di «Gambero Rosso», inserto del quotidiano «il
manifesto» dedicato all’enogastronomia con la partecipazione in prima persona
dell’Arcigola319. È all’interno di questo inserto che viene lanciato il Manifesto dello Slow Food
(ALLEGATO N° 2), redatto da Folco Portinari e firmato da tredici personalità del mondo
della cultura, della politica e dello spettacolo. L’anno si chiude con l’uscita della prima
edizione di Vini d’Italia, la guida al bere bene per esperti e curiosi, realizzata dall’Arcigola Slow
Food in collaborazione con Gambero Rosso, avendo come curatori Daniele CERNILLI e
Carlo PETRINI320. La guida è diventata sin da subito un punto di riferimento
sull’argomento, arrivando nel 2001 alla quattordicesima edizione.
Nel aprile 1988 avviene a Vicenza la Prima Assemblea dei Fiduciari Arcigola, assise
che passerà ad avere cadenza annuale. Alla fine dello stesso mese Arcigola organizza la
prima edizione del Gioco del Piacere, una cena-degustazione di vini del mondo che si svolge
in contemporanea in ristoranti di tutta l’Italia. L’evento si svolge ancor’oggi, arrivando alla
sua ventitreesima edizione, contando con una partecipazione media di quattromila
commensali. Nel luglio dello stesso anno Arcigola organizza ad Alba un’assemblea degli
operatori enogastronomici delle Langhe avendo come tema «Può la Langa stare al
Piemonte come la Côte d’Or sta alla Borgogna?». L’anno si chiude con la realizzazione,
nel mese di novembre, del Primo Congresso Nazionale di Arcigola a Siena, San Gimignano e
Montalcino.
Dal 1988 al 1990 Arcigola passa a collaborare anche con il quotidiano «l’Unità»,
prima attraverso le rubriche del supplemento dedicato al turismo e alla gastronomia
chiamato «AR» e poi attraverso le pagine dell’«Arcigoloso». Nel giugno del 1989 esce la
Guida turistica enogastronomica delle Langhe e del Roero. Nel dicembre di quello stesso anno, i
soci erano già 11.000 e Argicola era diventata un’associazione internazionale, passando a
chiamarsi Arcigola Slow Food, ufficialmente riconosciuta quando con rappresentanti di
15 paesi, riuniti nell’Opéra Comique di Parigi, hanno siglato il Manifesto dell’87 (ALLEGATO
N° 2).
In quell’occasione viene presentato l’Almanacco dei golosi, inventario della produzione
alimentare italiana e tradizione artigianale realizzato da Gambero Rosso e da Arcigola
Il Gambero Rosso si distacca dal quotidiano «il manifesto» nel 1992, diventando una rivista autonoma
e passando ad accentuare progressivamente gli aspetti propri della pubblicistica come test e
inchieste, degustazioni, servizi sulle star del mangiarbere (cuochi, artigiani, vignaioli) ecc.
320 Il libro è passato dalle 5.000 copie iniziali a più di 100.000, delle quali più di 25.000 in tedesco e
altrettanto in inglese. La guida contiene un sistema di classificazione – una graduatoria di merito –
composta da «Bicchieri»: uno, due o tre, per i vini di eccellenza, classificazione che è entrata
nell’immaginario, diventando così un titolo di merito. “Un «vino da Tre Bicchieri» indica, per
antonomasia, qualsiasi prodotto perfetto, e non necessariamente raro. La prima edizione di Vini d’Italia
presentava 32 «Tre Bicchieri», 500 produttori e 1.500 vini. L’edizione del 2001 esordiva con numeri che
hanno del miracoloso in poco più di un decennio: 230 «Tre Bicchieri», 1.681 produttori e 12.045 vini
(…). Le degustazioni avvengono sempre «alla cieca», cioè senza conoscere l’etichetta della bottiglia”
(PETRINI, 2003:46).
319
355
Slow Food. Il corpo associativo piano piano prende forma, proseguono le attività create
– corsi degustativi, le attività divulgative, assemblee e congressi, ecc. – e se ne studiano di
altre.
L’anno del 1990 è un anno di molte attività per l’Arcigola Slow Food. Si costituisce
Slow Food Germania. Dall’aprile al luglio si svolgono ad Alba i Comizi Agrari, dodici
incontri su temi vitivinicoli ed enologici tenuti da esperti di tutto il mondo. Nel novembre,
sempre ad Alba, si svolge la Prima Convention Internazionale sui Vini Piemontesi321, nel corso
del quale viene presentato l’Atlante delle grandi vigne di Langa, il Barolo322. Nel novembre, con
Osterie d’Italia, sussidiario del mangiarbere all’italiana, una guida ai locali della buona cucina
regionale a prezzi contenuti323 nasce Slow Food Editore. Sin dalla sua nascita la nuova
casa editrice ha messo in catalogo più di 70 titoli che celebrano le tradizioni alimentari in
Italia e in altri paesi del mondo.
Nel 1991, anno del Secondo Congresso Nazionale avvenuto nel mese di giugno a
Perugia, l’associazione era già diventata un fenomeno inedito nel mercato italiano del cibo
e del vino, contando su un’équipe di operatori enogastronomici attivi sul territorio,
composta dai suoi “Fiduciari” (responsabili territoriali) e collaboratori. Nel novembre
dello stesso anno avviene la Prima Convention Internazionale sui Vini Toscani. Gli epicentri
sono Firenze e Siena, con escursioni nelle aree del Chianti, del Vino Nobile di
Montepulciano, del Morellino di Scansano e del Brunello di Montalcino e assaggi di vini
avvenuti nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio a Firenze.
Nell’ottobre 1992 Arcigola Slow Food, La Cena di Colombo e Legambiente
ricordano il cinquecentesimo anniversario della scoperta dell’America con cinquecento
cene in trenta paesi del mondo, finalizzate al finanziamento di programmi di difesa della
foresta amazzonica e delle popolazione indigene. Nel novembre dello stesso anno Slow
Food Editore pubblica la Guida ai vini del mondo in cinque edizioni (italiano, francese,
inglese, tedesco e spagnolo). Sempre in quel mese si svolge la Convention Internazionale sui
vini del Friuli, questa volta sui vini bianchi. L’evento avviene a Gradisca d’Isonzo, nel cuore
dei Tocai, del Sauvignon, dello Chardonnay e del Pinot Grigio.
Durante la Convention vengono fatti “assaggiare i vini migliori del Piemonte in città, castelli e dimore
storiche, e nelle cantine dei produttori, che per 3 giorni accompagnano gli eno-turisti e li ospitano, in
piccoli gruppi, a pranzare nelle loro case, favorendo una conoscenza diretta del territorio e delle vigne”
(PETRINI, 2003:46/47).
322 L’Atlante è la prima catalogazione dei cru del vino nobile della Langa, il Barolo. Nel 2000 esso viene
ristampato, passando a comprendere anche la zona del Barbaresco. “Per realizzarlo si erano misurate
le vigne, rintracciate le testimonianze degli anziani, raccontate le storie delle cantine e delle etichette. È
un lavoro che individua, evidenzia e premia le differenze, le singole porzioni di vigneto, le caratteristiche
singolari di ogni cru: dando anche una diversa rilevanza economica a quelle porzioni di terra, finalmente
delimitate” (PETRINI, 2003:39). Prima ancora dell’Atlante, nel giugno 1989, c’era stata la
pubblicazione della Guida enogastronomica e turistica delle Langhe e del Roero.
323 Da allora il libro ha avuto pubblicazione annuale ed è arrivato nel 2001 all’undicesima edizione.
321
356
Nel 1993 si costituisce Slow Food Svizzera. Nel mese di giugno, Arcigola Slow
Food organizza la I Settimana del Gusto, dedicata all’educazione alimentare delle giovani
generazioni, iniziativa che si ripeterà fino al 1997. Nel giugno, Slow Food Editore
pubblica Il piacere del vino, manuale per imparare a bere meglio324. Nel novembre avviene la
Seconda Convention Internazionale sui Vini Piemontesi.
Il 1994 è anch’esso un anno pieno di attività. Si costituisce Slow Food Grecia.
Nell’aprile, a Verona, in occasione del Gran Menu, sezione gastronomica di Vinitaly,
Arcigola Slow Food lancia i Laboratori del Gusto. Tra la fine di settembre e l’inizio di
novembre avviene a Palermo il Terzo Congresso Nazionale Arcigola Slow Food. Nel
novembre, avviene la Seconda Convention Internazionale sui Vini della Toscana e, in dicembre,
Arcigola Slow Food organizza a Milano la Milano Golosa, embrione del futuro Salone del
Gusto.
Nel 1995 si costituiscono gli Slow Food Slovenia, Australia e Cayman Islands.
Nel gennaio di quell’anno nascono le Tavole Fraterne, progetti di solidarietà collegati a
tematiche alimentari in zone del mondo oggetto di guerre, carestia e miserie. I primi
interventi sono fatti in Amazzonia e a Sarajevo.
Il 1996 è un anno importante. Si costituiscono gli Slow Food Usa e Messico.
Nell’aprile, esce con periodicità trimestrale in tre lingue – italiano, inglese e tedesco – il
primo numero di «Slow, messaggero di gusto e cultura», periodico diretto da Alberto Capatti e
strumento del progetto Slow Food Internazionale. Con il numero 11, del settembre
1998, si aggiungono altre due lingue: lo spagnolo e il francese. La rivista “tratta di cibo,
tendenza dei consumatori, vini e cultura, biodiversità e sviluppo sostenibile, gusto e
tecnologia, proponendo tutte le tematiche secondo i diversi aspetti: scientifico, storico,
sociologico, giornalistico e letterario”325. Nata su internet ma anche stampata su carta,
«Slow» è la misura culturale, oltre che l’organo, del movimento.
Sempre in quell’anno, con la realizzazione della prima edizione Salone del Gusto di
Torino, viene lanciato il progetto «L’Arca del Gusto per salvare il pianeta dei sapori», occasione
in cui Arcigola Slow Food assume a sé il compito “di coniugare modi ed espressioni sino a
quel momento ritenuti incompatibili: qualità eccellenti e prezzi abbordabili, godimento e
324
325
Il libro ha come proposta da un lato insegnare/divulgare i criteri del buon bere e dall’altro
rispondere alle esigenze di un pubblico curioso, sempre più giovane e ampio. In otto anni il libro ha
avuto cinque edizioni e ha venduto 50.000 copie.
SLOW FOOD. Cos’è Slow Food. Consultabile on line all’indirizzo: <http://www.slowfood.it>
seguendo il percorso: cos’è slow foodÆstoriaÆSlow Food Editore. L’ultima consultazione è stata
effettuata il 30 gennaio 2004.
357
salute, dolcezza del vivere e consapevolezza sociale, velocità e ritmi lenti” (PETRINI,
2003:14)326.
Il 1997 è un altro anno pieno di avvenimenti. A maggio si svolge a Roma il
convegno «Dire, fare, gustare. Discorsi, progetti, esperienze intorno all’educazione sensoriale». Il
convegno è abbinato a una serie di Laboratori del Gusto tenuti da animatori Slow Food
nelle scuole romane. Sempre a maggio si tiene a Münster, in Germania, il primo Slow
Food Festival. Nel giugno, Slow Food pubblica il Manifesto dell’Arca (ALLEGATO N° 3).
Nel settembre, si svolge a Bra la prima edizione di Cheese, le forme del latte, rassegna
internazionale dei formaggi di qualità. Il programma prevede un mercato, Laboratori del Gusto,
itinerari turistico-gastronomici, appuntamenti conviviali e sedute didattiche. Si tratta di
una delle principali kermesse dedicate al mondo del formaggio e del latte, un evento che
coniuga l’educazione del gusto e il piacere della scoperta dei sapori. Infine, in ottobre si
svolge a Orvieto il Secondo Congresso del Movimento Internazionale Slow Food, avendo come
filo conduttore il dibattito sull’Arca e la salvaguardia dei prodotti a rischio di estinzione.
Nel 1998 si costituisce Slow Food Giappone. Nel mese di giugno, a Rovereto, si
svolge il Quarto Congresso di Arcigola Slow Food Italia: nuovamente viene discusso il
tema l’Arca insieme a quello dell’educazione del gusto. Nel luglio, si costituisce per
iniziativa di Slow Food l’Agenzia di Pollenzo Spa, società a cui partecipano soggetti privati e
enti pubblici finalizzata al recupero di una residenza di Casa Savoia in cui troveranno sede
un albergo, un ristorante, una banca del vino e l’Università delle Scienze Gastronomiche.
Nel novembre, a Torino, avviene la seconda edizione del Salone del Gusto: 52.000 metri di
superficie espositiva, 354 espositori, 311 Laboratori del Gusto, 4 Gran Sale Tematiche, 3
Enoteche con 3.000 vini di tutto il mondo, 40 appuntamenti conviviali, corsi di cucina e di
degustazioni, presentazioni di libri, convegni, itinerari turistico-gastronomici. I numeri
rivelano l’accettazione che il movimento aveva già avuto della società: 120.000 visitatori,
35.000 partecipanti ai Laboratori, 628 giornalisti accreditati di cui 243 stranieri. All’interno
del Salone si svolge anche il Congresso Straordinario del Movimento Internazionale Slow Food che
approva lo Statuto Internazionale327.
Nel maggio 1999 Slow Food lancia un appello in difesa del patrimonio
enogastronomico italiano, con una raccolta di firme per chiedere la revisione del
“Il progetto dell’Arca (…) prende atto del grave rischio di scomparsa di specie ortifrutticole, razze
animali e prodotti che fanno parte della nostra memoria e del nostro patrimonio di sapori; il successivo
progetto dei Presìdi [reinventerà] modi di produzione e [rivitalizzerà] economie locali, indicando una
nuova via all’agricoltura mondiale” (PETRINI, 2003:17).
327 Il testo originale dello Statuto Internazionale Slow Food approvato dal Congresso Internazionale
l’8 novembre 2003, a Napoli, Italia, può essere consultabile on line sul sito web
<http://www.slowfood.it> seguendo il percorso: cos’è slow foodÆStruttura StatutiÆStatuto
Internazionale. L’ultima consultazione è stata effettuata il 4 febbraio 2004.
326
358
regolamento HACCP – Hazard Analysis Control Critical Point – che l’Unione Europea
vorrebbe applicare senza distinzioni a tutte le aziende del settore alimentare, con gravi
rischi per le piccole produzioni artigianali328. Nel settembre di quell’anno si svolge a Bra la
seconda edizione di Cheese, le forme del latte. L’evento era già diventato un appuntamento:
centomila i visitatori, trecento giornalisti accreditati di cui ottanta stranieri, con una grande
vendita di formaggi e altri derivati dal latte. Nel novembre, una delegazione di Slow Food
visita la Cina, dove si organizzano i Laboratori del Gusto sui prodotti dell’enogastronomia
italiana.
Nel 2000 si costituiscono gli Slow Food Cina e Nuova Zelanda. Nel gennaio di
quell’anno parte il progetto dei Presìdi, interventi mirati di azione sul territorio per
salvaguardare e rilanciare piccole produzioni tradizionali a rischio di scomparsa. Nel Salone
del Gusto che avviene nell’ottobre di quell’anno sono stati presentati ben 91 Presìdi. Nel
luglio esce il primo numero di «L’Arca, quaderni dei Presìdi». Nell’ottobre tre avvenimenti
importanti. Primo, esce in italiano e inglese il primo numero di «Slowine», periodico
dedicato al vino. Secondo, a Bologna, avviene la Prima Edizione del Premio Slow Food,
con la premiazione di tredici benemeriti della salvaguardia della biodiversità nel mondo.
Terzo, a Torino, avviene la terza edizione del Salone del Gusto: 572 espositori, 250
Laboratori del Gusto, 91 Presìdi, 130.000 visitatori, circa 2.000 giornalisti accreditati.
Nel gennaio 2001 s’inaugura il Master of Food, università popolare del gusto che
prevede 20 corsi di studio della materia alimentare, dal vino alla birra, passando per il
caffè, le spezie, la carni e l’ortifrutticoltura, ognuno dei quali articolato in quattro incontri.
Slow Food:
<http://www.slowfood.it>. A maggio i prodotti selezionati dai Convivium Slow Food
per salire sull’Arca arrivano a seicento. Nel giugno i Convivium Slow Food attivi in tutto il
Sempre
328
nel
gennaio
s’inaugura
anche
il
sito
internet
dello
L’HACCP – che in italiano sta per Analisi dei Rischi e Tenuta sotto Controllo dei Punti Critici – è
un metodo creato nel 1959 dalla NASA per garantire l’integrità degli alimenti usati nel programma
spaziale, diventato Direttiva Europea nel 1994. Nel 1999 l’HACCP è stata recepita e resa operativa
in Italia, introducendo in tutte le imprese alimentari nuove normative e procedure per l’analisi dei
rischi di contaminazione dei prodotti. La mancanza di chiarezza sulla sua applicazione ha lasciato
spazio all’aumento delle pratiche burocratiche e dei costi per mettersi in regola, nonché una
standardizzazione della produzione a svantaggio dei prodotti tipici tradizionali, la cui maggior parte,
non rientrando nelle nuove norme, rischiavano di scomparire. Di fronte a questa situazione Slow
Food ha promosso una campagna di sensibilizzazione e di raccolta di firme nei mesi di maggio e
giugno del 1999 – riuscendo a raccogliere 300.000 firme –, per chiedere al governo di fare chiarezza
sulle regole e l’applicabilità della nuova normativa. La campagna ha ottenuto dal governo la
realizzazione di alcuni emendamenti per una disciplina sanzionatoria più flessibile, per
“salvaguardare i ‘prodotti alimentari che richiedono lavorazioni particolari e tradizionali’ e soprattutto per
differenziare le procedure di autocontrollo tra piccole e grandi realtà produttive” [SLOW FOOD. Cos’è
Slow Food. Consultabile on line all’indirizzo: <http://www.slowfood.it> seguendo il percorso: cos’è
slow foodÆdizionario slow foodÆLe analisi e le procedureÆHaccp. L’ultima consultazione è stata
effettuata il 04 febbraio 2004].
359
mondo erano arrivati a quota 900, di cui 350 in Italia e 550 all’estero. Nel settembre, si
svolge a Bra la terza edizione di Cheese, le forme del latte, con una novità: questa volta, la
kermesse ospita tutti i Presìdi Slow Food dei formaggi. Il successo continua: 130.000
visitatori nel totale, 30.000 solo nella Gran Sala del Formaggio, più di 1.200 chili di
mozzarella di buffala e 400 chili di gelato-yogurt di pecora venduti, solo per fare alcuni
esempi. In più, vanno esauriti tutti i prodotti esposti negli stand dei Presìdi.
Nel 2002 partecipano al Salone del Gusto 138.000 visitatori e più di 2.000 giornalisti
accreditati di tutto il mondo. In quell’occasione circa 21.000 persone partecipano a corsi
d’educazione nei Laboratori del Gusto o altre manifestazioni come i Comizi Agrari, assaggi di
formaggi, vini e altri prodotti; si verifica la crescita del Master of Food, nonché l’aumento del
numero di persone disposte a pagare la qualità al prezzo giusto, permettendo così una
giusta rimunerazione ai produttori. I 520 espositori presenti nel Mercato – di cui 102
stranieri – sono divisi in bancarelle e stand, 130 prodotti dei Presìdi Italiani acquistabili e 30
specialità alimentari prodotte in forma artigianale nei parchi Italiani. Il Salone del Gusto
2002 marca un’altra svolta importante: la presentazione dei primi 19 Presìdi Internazionali,
cifra che è in continua crescita. Il prossimo appuntamento con il Salone del Gusto è per
l’ottobre 2004, occasione in cui si terrà il convegno “Terra Madre – Incontro mondiale tra le
comunità del cibo”. L’evento coinvolgerà soprattutto i contadini e i lavoratori della
produzione alimentare. Sono previste cinquemila persone di tutto il mondo rappresentanti
delle loro comunità, oltre a partecipazioni di personaggi importanti come Vandana Shiva.
Nel 2003 l’altro appuntamento fisso, la quarta edizione di Cheese: le forme del latte,
avvenuta dal 19 al 22 settembre per le strade di Bra. La kermesse offre al visitatore un
interessante percorso per le forme del latte. Nella Gran Sala del Formaggio localizzata
sotto il porticato dell’Ala che domina il Corso Garibaldi, è possibile assaggiare tutti i 149
formaggi a marchio DOP e IGP europei. Nella Via Lattea si possono assaggiare altri
derivati del latte, come il gelato di latte di capra Panna Elenna, il frappé di frutta fresca
selezionata da Battaglio, il cioccolato al latte Lindt, gli yogurt biologici a marchio Coop. In
più, mercati, Presìdi di formaggi vari, Laboratori del Gusto, Appuntamenti a Tavola e, tra gli
eventi speciali, la Cheese Bimbi, il Treno del Formaggio, Comizi Agrari, Chioschi degustazioni e I
locali del buon formaggio.
Il movimento Slow Food è in continua crescita e nel 2003 contava 31.000 soci in
Italia e 75.000 nel mondo (con presenze in più di 42 nazioni e sedi nazionali aperte in
Germania, Svizzera, Stati Uniti e Barcellona). Per il 2004, oltre alla nuova edizione
dell’ormai tradizionale Salone del Gusto avverrà a Genova, dal 4 al 7 giugno lo Slow Fish,
nell’ambito di Sapore di Mare, il primo progetto italiano sulla pesca responsabile. È
360
prevista la realizzazione di un convegno che tratterà dei seguenti temi: acquacoltura di
qualità, Il pesce ritrovato, La pesca artigianale – i Presìdi del mare. In più ci saranno il
Grande Mercato del Pesce (il cuore di Slow Fish), attività didattiche come Il teatro del gusto, i
Laboratori del Gusto, il Master of Food. Nel settore assaggi, saranno proposte le attività: L’isola
del gusto, Le Osterie del Mare e gli Appuntamenti a Tavola329.
3.2. Le fondamenta di Slow Food e le strategie per diffondere la sua filosofia
“Il fondamento su cui poggia la costruzione di Arcigola Slow Food è il concetto di
territorio. Sono le culture locali la risposta alla pretesa omologazione indotta dal modello fast
food (…). Dal territorio vengono il vino e le materie prime, le tecniche di cucina e le storie,
l’identità e il costume di scambiare conoscenze, prodotti e progetti” (PETRINI, 2003:37).
Arcigola è nata in una zona di antica tradizione agricola, di bei paesaggi, arricchita da
miti letterari e da prodotti simbolo come il Barolo e il tartufo e più tardi anche da vini più
sofisticati. È stato in questo territorio che l’Associazione ha deciso “di sperimentare la sua
idea di costruzione di un territorio, inteso come sistema integrato, inventario delle risorse e
progetto con specifiche finalità. (…) Per la prima volta si [è proposto] uno sforzo comune
volto a una vasta operazione di promozione di immagine, con un invito a servirsi
intelligentemente dei propri tesori” (PETRINI, 2003:39).
I passi successivi verso la costruzione di un modello alternativo di valorizzazione
delle produzioni locali sono stati dati da pubblicazioni come la Guida enogastronomica e
turistica delle Langhe e del Roero e l’Atlante delle grandi vigne di Langa, il Barolo, da iniziative come
i Comizi Agrari, finalizzati all’aggiornamento culturale degli operatori del settore, e le
Convention sui vini, che hanno attratto un pubblico curioso e qualificato inaugurando un
nuovo rapporto fra i consumatori.
“La stessa formula organizzata dall’associazione, fondata su quelle che vengono
chiamate «Condotte enogastronomiche», [è stata] il modo per superare divisioni
amministrative spesso fittizie e recuperare identità antiche giustificate da risorse locali,
tradizioni produttive e culinarie. La Condotta (che all’estero riceve il nome di «Convivium») è
costituita da una porzione di territorio e da un gruppo di persone associate al movimento; nel
suo ambito si organizzano le attività dell’associazione (incontri conviviali, assaggi, corsi di
degustazione, visite a produttori, ecc.); a capo di ognuna di esse, un «Fiduciario»,
democraticamente scelto, coordina le attività e fa da tramite con la sede centrale, partecipando
329
Maggiori informazioni si possono trovare on line sul sito <http://www.slowfood.it> seguendo il
percorso Grandi eventiÆSlow Fish: Salone del Pesce Sostenibile. L’ultima consultazione è stata
effettuata il 6 febbraio.
361
alle assemblee che annualmente delineano strategie e politiche. (…) Ogni prodotto delimita e
modella uno spazio portando alla costruzione di un mosaico geografico, con intersezioni
molteplici, i cui confini sono tracciati dal mutare dell’ingrediente in un sugo, dall’imporsi di
una certa cottura, dalla presenza, nei coltivi, di un vitigno, di una verdura, di un frutto, da una
consuetudine conviviale, da una festa popolare” (PETRINI, 2003:39/40). Sono attive circa
700 Convivia nei più di 45 paesi dove Slow Food è presente, 330 delle quali in Italia. Le
altre quattro sedi nazionali – Germania, Svizzera, Stati Uniti e Barcellona – sommano più
di 130 Convivia.
Uno dei fattori che ha contribuito all’aumento del numero di soci nonché dei
simpatizzanti è stato l’aumento della qualità del vino e le iniziative realizzate dallo Slow
Food per divulgarlo, tra cui le cinque Convention Internazionali sui Vini dei primi anni
novanta. La svolta internazionale è stata data con la pubblicazione della Guida ai vini del
mondo, con la prima edizione del 1992/93 e la seconda del 1995/6, guida che dà voce a chi
vive in loco, lasciando che siano loro a giudicare i loro vini330.
Oltre che al bere, il movimento si occupa del mangiare e, a questo proposito,
focalizza le sue attenzioni “sulla cultura dell’osteria, promuovendo le identità locali, il buon
uso delle materie prime, il rilancio dei valori conviviali, di gusti semplici e stagionali”
(PETRINI, 2003:51). È in quest’ottica che, nel 1990, viene proposta l’elaborazione del
libro Osterie d’Italia, sussidiario del mangiarbere all’italiana, cioè un repertorio di locali
accoglienti dove si possono gustare piatti della cucina regionale e vini locali a prezzi giusti.
“Setacciando l’intero territorio nazionale l’équipe di Slow Food (…) ha fatto emergere i locali
«di uso quotidiano» che nascondono l’anima dell’osteria e, in qualche modo, ne sono gli eredi:
trattorie casalinghe, ristorantini di città, mescite con cucina, ristoranti di campagna a
conduzione familiare, enoteche che hanno allargato l’offerta a qualche piatto caldo, punti di
ristoro annessi ad aziende agricole” (PETRINI, 2003:52). La guida ha fatto rinascere sia i
piatti dell’antica tradizione sia nuovi locali che hanno assunto la proposta di Slow Food
per la conduzione della propria attività.
Le informazioni e i suggerimenti presenti nelle guide Slow Food offrono al lettore
la possibilità di praticare un turismo enogastronomico consapevole e rispettoso della terra
che ospita, molto diverso dal tradizionale stile “usa e getta”. “Gustare, in ogni terra, i piati
particolari che essa vanta, significa ricercare i tramiti delle tradizioni e interrogare un
330
Questa procedura era valida sin dalla guida ai Vini d’Italia. Ai tempi in cui la guida è stata redatta
Slow Food era presente in diciotto paesi, numero attualmente salito a ottantattre. La guida è stata
scritta in cinque lingue e ha avuto una diffusione di 5.000 copie. In essa sono descritte 1.900
cantine, commentati 5.000 vini e assegnati a 150 vini il titolo di «Top Wine».
362
patrimonio costituito da persone, paesaggi, monumenti. Nessun prodotto è avulso dall’ambito
di cui è espressione culturale” (PETRINI, 2003:58).
Il mutato rapporto fra l’uomo contemporaneo e il cibo, caratterizzato dalla
spersonalizzazione dei rapporti sia con il cibo che con chi lo produce e dalla perdita di un
immenso patrimonio di saperi relativo alle pratiche di coltivazione e produzione ha spinto
Slow Food a cercare un modo per ricostruire questo rapporto. Riconoscendo
l’importanza della trasmissione della conoscenza di derrate, ricette, abitudini alimentari,
ricorrenze gastronomiche, prima fatta all’interno delle famiglie, esso l’ha assunta come
compito.
Il primo passo verso questa rieducazione è l’uso dei sensi: Slow Food sostiene il
primato dell’esperienza sensoriale – di tutti i nostri sensi e non soltanto del gusto – per
l’educazione del gusto e della qualità. Il primo destinatario di questa azione dev’essere
quello più ribelle, quello che preferisce il cibo che trova dai fast food a quello preparato con
cura. È quindi al bambino in età scolare, che Slow Food si rivolge per primo.
In questo senso, la prima azione verso questa rieducazione è stata l’educazione
all’interno della scuola, servendosi del fatto che tra i soci Slow Food, tanti sono
insegnanti. L’altra è stato l’iniziativa nata nel 1993 e intitolata «Settimana del Gusto». La
settimana italiana è stata “articolata su due livelli. Da un lato, si realizzano una serie di
interventi nelle scuole (dell’obbligo e non), nel corso dei quali operatori della cultura materiale
(cuochi, pastai, norcini, pasticceri) coinvolgono i ragazzi in attività pratiche di degustazione
guidata ma anche di manipolazione: le aule diventano così laboratori e cucine. Parallelamente,
negli stessi giorni, i migliori ristoranti italiani aprono le porte a tutti i giovani fino a 25 anni
offrendo loro un menu a prezzo ridotto: un’occasione inedita per avvicinarli al mondo
dell’alta cucina e dell’arte culinaria. L’iniziativa Slow Food [ha culminato], nel maggio 1997, in
un convegno promosso a Roma: «Dire, fare, gustare. Discorsi, progetti, esperienze intorno
all’educazione sensoriale». Un appuntamento che [ha messo] a fuoco quanto si [era] realizzato
e [ha rilanciato] a livello nazionale una tematica caratterizzante della filosofia del movimento”
(PETRINI, 2003:77).
Come risultato di questa esperienza, nel 1998, dopo la realizzazione della «Settimana
del Gusto», viene pubblicata da Slow Food Editore, Dire fare gustare, percorsi di educazione
del gusto nella scuola, realizzato da Rossano NISTRI. Il manuale riprende e sistematizza le
attività didattiche messe in pratica durante gli anni di attività nelle scuole, di cui il principio
del piacere era diventato il filo conduttore. In supporto alle attività svolte nelle scuole
Slow Food organizza corsi di formazione e aggiornamento rivolti al personale docente –
autorizzati dal Ministero della Pubblica Istruzione e dai Provveditorati agli Studi –, con
363
l’obiettivo di fornire modelli didattici attraverso i quali trasmettere ai ragazzi una visione
del cibo come cultura in un approccio scientifico-sperimentale.
L’idea della «Settimana del Gusto» ha dato il via a un’altra strategia di educazione
sensoriale permanente: i Laboratori del Gusto, inaugurati in occasione del Vinitaly avvenuto
a Verona nel 1994. I Laboratori sono stati poi riproposti in molte altre attività svolte dal
movimento e sono diventati un appuntamento fisso durante la realizzazione dei Salone del
Gusto. Si tratta di un’occasione per esaminare un cibo o una bevanda in tutta la sua
completezza. L’approccio diretto diventa un’esperienza formativa nel corso della quale i
protagonisti della cultura materiale (vignaioli, casari, norcini, pasticceri, osti, ristoratori…)
salgono in cattedra per trasmettere le loro conoscenze.
Un’altra iniziativa importante è stata l’organizzazione del Salone del Gusto, di cui la
prima edizione è del 1996. Trattasi di una manifestazione che sin dall’inizio ha andato
oltre le tradizionali formule usate dalle fiere enogastronomiche puntando sul territorio,
con le sue produzioni e i suoi artefici messi a confronto con i consumatori. L’evento si
svolge all’interno del complesso espositivo del Lingotto a Torino. “Il pubblico accede ai
padiglioni pagando un biglietto che dà diritto a frequentare un grande mercato di prodotti
tipici artigianali, che ognuno può assaggiare e acquistare; a degustare i vini di tutto il mondo
esposti nelle enoteche; a visitare gli stand di consorzi e associazioni.
Linea-guida della nuova politica culturale è l’educazione del gusto, operata
principalmente tramite i Laboratori del Gusto (…). Al Salone i temi del movimento sono
rilanciati e dibattuti, e prende avvio la campagna dell’Arca: per la prima volta Slow Food parla,
da un’importante ribalta mediatica, di salvaguardia del prodotto tipico, ufficializzando la sua
posizione con un progetto ambizioso che vuole aprire strade nuove a produzione, mercato e
consumo” (PETRINI, 2003:60).
I buoni risultati ottenuti hanno incoraggiato a fissare una cadenza biennale
all’evento e ad ampliare l’edizione successiva, del 1998, la quale h
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DOTTORATO DI RICERCA - Departamento de Geografia