Anno XXXIV n. 1 Gennaio-Febbraio 2011 Sped. abb. post. 70% Filiale di Lecce Contiene I.P. di Maurizio Muratore Anziani discriminati nelle terapie L e cure ai pazienti anziani sono sempre più spesso inadeguate: con l’aumentare dell’età, nonostante aumentino di pari passo le malattie, diminuiscono drasticamente le prescrizioni adeguate di farmaci e visite. Così, oltre la metà degli anziani che soffre di almeno una patologia cronica è a rischio per questa riduzione, tanto che dopo un infarto addirittura il 76% dei pazienti anziani non assume terapie sufficienti; la mortalità di costoro è tripla rispetto a quella di chi viene invece curato correttamente (dati diffusi a Milano dalla Società Italiana di Gerontologia e Geriatria). La ricerca, presentata a Milano, è stata svolta sulla base degli archivi Asl 2006/2008 relativi a 440.000 assistiti. Il 70% degli anziani soffre di almeno una patologia cronica tra quelle più comuni. Dall’indagine emerge infatti l’incremento considerevole di casi fra gli anziani per tutte le principali patologie. Metà di questi, 4,2 milioni, non riceve cure adeguate. Il 12% dei pazienti con meno di 70 anni non si vede prescritti gli antipertensivi; la percentuale sale al 30% negli over 85. Le statine (i principali farmaci per abbassare il colesterolo) hanno un crollo deciso, passando dal 12% di pazienti non trattati con meno di 70 anni al 50% degli over 85. Gli antiaggreganti non vengono prescritti al 17% degli over 85, mentre a quelli con meno di 70 anni le mancate prescrizioni si fermano solo al 3 per cento. Non si fanno gli esami e non si prescrivono i farmaci nella convinzione che sia inutile vista l’età avanzata e che sia, dunque, meglio risparmiare agli anziani eventuali effetti collaterali nocivi. “Questi dati - sostengono i ricercatori - mostrano un mancato o insufficiente utilizzo, nei pazienti anziani, di terapie e interventi che potrebbero mantenerli in salute”. La spesa sanitaria annua pro capite per terapie e accertamenti in pazienti con recente infarto miocardico, ad esempio, si riduce da 1.016 euro fra i 65 e i 69 anni a 453 euro negli ultra 85enni. “Ciò, almeno in parte - aggiungono - deriva dall’errata convinzione che una persona molto anziana non tragga significativi benefici dalle terapie. Non è affatto così e le terapie farmacologiche si dimostrano altrettanto efficaci anche negli ultra 85enni’’. “Lo scarso interesse nei confronti dei bisogni di salute degli anziani che emerge dall’indagine commenta Marco Scatigna, direttore generale della Fondazione Sanofi-Aventis - è indicativo di un atteggiamento pericolosamente discriminatorio: un paziente anziano cui non vengono prescritti farmaci ed esami può sembrare un risparmio per la collettività ma, alla fine, è vero l’opposto. I pazienti curati male, si ricoverano e si ammalano molto più degli altri per cui, a lungo andare, spendiamo molto di più per rimediare a terapie e diagnosi inadeguate che per trattare come si deve chi ha bisogno delle cure, indipendentemente dalla sua età, senza considerare la violazione del principio di equità distributiva delle risorse e l’eccesso di sofferenze individuali conseguenti al sotto-trattamento”. Per garantire agli anziani un adeguato trattamento “è necessaria una maggiore convinzione dei medici a impegnarsi nella tutela della loro salute”. 3 la parola ai colleghi editoriale Anziani discriminati nelle terapie 3 di Maurizio Muratore 19 Per una medicina più sostenibile: fermare lo spreco e l’abuso di esami radiodiagnostici di M. Dimonte, V. Recchia, S. Sabina, A. Zizza, A. Dodaro 23 La dieta mediterranea cura anche il “Mal di Prostata”, parola di andrologo di Lamberto Coppola focus 28 Demenza di Alzheimer. L’importanza di una diagnosi di Maria Luigia Fulgido Filippo Muratore. 9 Prima uomo, poi medico di Giacinto Urso 34 Essere oggi un medico cristiano di Eupremio Luigi Greco Un nuovo camice per il Fazzi 11 di Gaetano Castrignanò 40 Una pillola al giorno... di Tommaso Borgia 42 Il 118, questo sconosciuto di C. Caldararo, S. Alfieri, C. Cosentino, L. Cosentino la parola ai colleghi Piano sanitario. 12 Parola d’ordine deospedalizzazione di Gino Peccarisi 57 revisori dei conti Carcinoma della prostata. 14 Linee guida per lo screening di G. Lobreglio, G. Rizzo, L. Pappaccogli, C. Gabrieli RIVISTA UFFICIALE DELL’ORDINE DEI MEDICI CHIRURGHI ED ODONTOIATRI DELLA PROVINCIA DI LECCE Direzione e Redazione c/o Ordine dei Medici - via Nazario Sauro, 31 Lecce - www.ordinemedici-lecce.it - [email protected] Gennaio-Febbraio 2011 anno XXXIV Direttore Responsabile Maurizio Muratore Direttore Editoriale Luigi Peccarisi Editing e coordinamento redazionale Maria Luisa Mastrogiovanni Comitato di Redazione e Comitato Scientifico Tutti i componenti il Consiglio Direttivo, la Commissione per gli iscritti all’albo degli Odontoiatri e il Collegio dei Revisori dei Conti Concessionaria di pubblicità Nerò comunicazione - Casarano Per informazioni Dr. Mario Maffei - 393 9801141 L’immagine di copertina è di Jared French Stampa: Stab. grafico della CARRA EDITRICE - Casarano (Le) - Aut. Trib. Lecce N. 3262 Il termine di consegna degli articoli per il prossimo numero è il 15 marzo Filippo Muratore. Prima uomo, poi medico PENSIERI MEMORIALI A 25 ANNI DALLA SUA IMPROVVISA SCOMPARSA di Giacinto Urso L’assemblea generale dell’Ordine dei medici della provincia di Lecce dello scorso 20 dicembre è stata l’occasione per rivolgere un pensiero a Filippo Muratore, indimenticato “camice bianco” scomparso improvvisamente 25 anni fa. Ne ha tracciato un commosso ricordo Giacinto Urso, difensore civico emerito della Provincia di Lecce, che di Muratore era amico fraterno, per averne condiviso confidenze, pensieri e perfino la passione per la medicina. Riportiamo di seguito un abstract del suo intervento. U na antica e splendida amicizia vissuta con Filippo mi impone un semplice parlare di lui prima con il cuore e poi con la mente, al di fuori di frasi pompose. Grande medico, valoroso clinico, cavaliere senza macchia, devoto servitore del bene comune, campione di disponibilità senza pari. Mi riferisco a Filippo Muratore, degnissima persona, sempre circondata dal prorompente affetto della sua consorte Maria Rosaria e dei suoi figli. In merito sono convinto che, in particolare, il medico, un sacerdote che celebra, in ogni istante, il rito della salvezza del corpo umano, può conservare coraggio e attitudine verso la guarigione del paziente malato se dispone di una serena copertura familiare che, al pari di stella, di- Lungo il suo intero percorso medico, Filippo Muratore ebbe un traguardo fisso: umanizzare la medicina Giacinto Urso venga guida alla compassione, che non significa commiserazione ma nobile “pietas” verso il prossimo sofferente. Filippo Muratore fruì di questo godimento, accoppiato ad una de- 9 dizione totale all’arte medica. Per lunghi anni si temprò nelle aule universitarie, passo dopo passo, senza spintoni o bracciate fuori posto. Fu fanatico amico dell’umiltà, dote che gli permise di avvicinarsi – attraverso severi studi e somma predisposizione – ai Maestri clinici del momento e, in particolare, all’impareggiabile prof. Chini, attingendo sapere ed esperienza prima a Catania e poi nell’Ateneo di Bari, mostrando, nei fatti, una sua inclinazione alla ricerca. Divenne, così, clinico prestigioso, completo e sicuro. focus Partecipò a concorsi pubblici molto impegnativi, divenendo nel 1952 libero docente di Patologia medica e di Metodologia clinica; risultò aiuto negli ospedali di Napoli ed in seguito primario, a pieno titolo, negli ospedali di Gallipoli, Brindisi e Lecce. Spaziò in altri incarichi direttivi e didattici, dedicandosi alla preparazione professionale dei parasanitari, una palestra essenziale del sistema sanitario, al momento, un po’ deserta o abborracciata. Compilò oltre 100 pubblicazioni scientifiche, alcune innovative ed originali. Sino all’ultima ora della sua esistenza, avvertì l’obbligo crescente di studiare, di studiare sempre per ricavare moderne acquisizioni, parametrandole a quelle acquisite, per infonderle nei suoi allievi, per trasferirle nei corpi malati, per donarle alle famiglie in ansia, per comprendere appieno le emergenze del dolore altrui che, sovente, divenne suo. Non fu mai pago di sé, convinto di sapere di non sapere. Improvvisazione e superficialità furono sempre sue nemiche. Lungo il suo intero percorso medico ebbe un traguardo fisso: quello di umanizzare la medicina. Perciò volle e seppe presentarsi, prima dell’essere medico, come uomo davanti ai suoi malati, evidenziando compenetrazione nello stato d’animo di quanti curava, dilatando la propria disponibilità in ogni ora della giornata offrendo, innanzitutto, il balsamo della parola, una medicina che non si ricetta e non si trova in farmacia, ma che ogni medico dovrebbe elevare ad eletta terapia appropriata per far crescere fiducia, sopportazione e speranza. In conseguenza, Filippo può ben definirsi un umanista nato. Egli amava le espressioni artisti- Filippo Muratore, a 25 anni dalla sua scomparsa, insegna ancora come comportarsi e, con lui, tanti e tanti altri che hanno reso la professione medica una cattedra di virtù senza pari che frequentando artisti e collezionando opere d’arte. A me spesso diceva: “L’armonia delle varie arti mi concede salutari momenti ricreativi, che riverso nell’indagine clinica e nei conflitti diagnostici”. Per lui l’amicizia, con gli ultimi o con i primi, non era un legame di circostanza o di interesse. Divenne, invece, un intreccio di comuni, assonanti sentimenti tanto da farmi ripetere quello che scrissi il giorno della sua morte: “L’amicizia di Filippo si presentava come un fiume in piena […]. Praticava una specie di bonario assalto per catturare, in pienezza, l’umanità dell’interlocutore, da cui amava imparare. Non era, insomma, un amico per l’amicizia ma un amico per la vita, facendo trasparire, in ogni occasione, il suo smisurato senso di umiltà, quella vera e limpida, nemica giurata della presunzione camuffata”. Filippo Muratore, a 25 anni dalla 10 sua scomparsa, insegna ancora come comportarsi e, con lui, tanti e tanti altri che hanno reso la professione medica una cattedra di virtù senza pari. Allora spetta a tutti noi rivisitare il ripostiglio della storia, dove sono in deposito consumate brutture e dove, in contempo, sono custoditi semi preziosi che attendono di essere riportati alla luce per generare nuovi, promettenti germogli. Se, nel trambusto del presente, si avranno capaci seminatori, di sicuro, e al tempo giusto, si raccoglieranno salvezze, speranze, prestigio e soddisfazioni. Senza gli spiriti eletti di ieri, al momento, saremmo più poveri e più arretrati, la stessa innovazione avrebbe ali più fragili. Ecco il segreto del buon cammino: non scordare chi ci ha preceduto ed ha ben operato. Sicuramente, tra questi, Filippo Muratore merita imperituro e intenso ricordo con sincera gratitudine e costante rimpianto. Un nuovo camice per il Fazzi I RINGRAZIAMENTI E LE RIFLESSIONI DEL NUOVO PRIMARIO DI MEDICINA GENERALE di Gaetano Castrignanò Un medico salentino approda ad un ruolo apicale presso l‘ospedale Vito Fazzi di Lecce. È Gaetano Castrignanò, dal 16 ottobre 2010 direttore dell’Unità operativa di Medicina generale. Ecco una riflessione che il nuovo primario vuole condividere con i colleghi medici, tra uno sguardo indietro verso le figure importanti per la sua formazione e la sua crescita personale, ed uno sguardo in avanti verso l’impegno del medico nella società di oggi. R icoprire questo incarico ha per me un significato del tutto particolare. Sono stato un uomo ed un medico fortunato, per aver avuto l’opportunità, nella mia vita, di incontrare due grandi figure. La prima è quella del prof. Filippo Muratore, a cui devo l’ingresso, ormai più di 30 anni fa, nella Medicina del Fazzi. Ho un ricordo sempre vivo di questo Grande Uomo, i cui insegnamenti, di alto profilo scientifico, culturale ed umano, hanno lasciato un’impronta profonda in tanti allievi e colleghi. La seconda fortuna della mia vita è stata quella di poter lavorare, per oltre 12 anni, con il dottor Lello Potì. Che dire di quest’uomo, che mi ha concesso il privilegio, di cui andare molto orgoglioso, della sua benevolenza? Impossibile chiarire in poche parole quanto egli sia stato per me e per tutti noi suoi collaboratori, stimolo ed esempio continui di enorme professionalità, Gaetano Castrignanò di amore per la Medicina e per gli ammalati, sentimenti vissuti sempre con grande coerenza. E’ stato per tutti maestro di vita, con la sua carica inesauribile di umanità, scienza, etica. A questi due grandi uomini devo tanta riconoscenza. Ma la deve il Salento intero per quello che sono riusciti a fare e a dare alla sanità del territorio. Ricoprire l’incarico che è stato loro, mi riempie di orgoglio e di grande responsabilità morale. Vorrei infine spendere due pa- 11 role sul ruolo della Medicina Interna, oggi. In un periodo in cui si dà molta importanza alle competenze specialistiche di settore, va tenuto ben presente che l’ammalato di oggi è un ammalato pluripatologico, di solito anziano, frequentemente disabile o fragile, o con malattie misconosciute, spesso “difficile”, in terapia plurifarmacologica, con elevato rischio di danno iatrogeno e di complicanze, in molti casi critico e complesso. Gestire in maniera umana, adeguata, equilibrata, questo paziente, è impresa difficile. Da qui il richiamo forte al valore della disciplina di Medicina Interna, ricordando che la materia di specializzazione dell’internista è l’insieme e la complessità dell’ammalato, e che il reparto di Medicina resta la sede ideale per una assistenza globale, olistica, che eviti la frammentazione dell’uomo e ne rispetti l’equilibrio tra gli equilibri che lo compongono. ola r a p la i h g lle o c ai di Gino Peccarisi Piano sanitario. Parola d’ordine deospedalizzazione LA NECESSITÀ DI GARANTIRE PRESTAZIONI DI QUALITÀ PER DISTOGLIERE L’UTENZA DALL’UTILIZZO IMPROPRIO DELL’OSPEDALE N Alternativa di offerta sanitaria nella nuova programmazione è la creazione di presidi diffusi sul territorio in modo capillare e provvisti di tutti i servizi in grado di soddisfare le richieste Un nuovo anno è cominciato all’insegna del piano di rientro dal deficit regionale, pena il commissariamento. Sono annunciati forti interventi correttivi nella gestione e programmazione della sanità pugliese per la spesa eccessiva impiegata, rispetto alle risorse disponibili. Misure urgenti e improrogabili hanno già determinato il pagamento del ticket di 1 euro per ogni ricetta contenente farmaci e la decisione di ridurre i posti letto a scapito dei piccoli ospedali. Questi ultimi dovrebbero essere riconvertiti in presidi territoriali, muniti di attrezzature di alto livello da allocare presso i poliambulatori. L’intento è di garantire prestazioni di qualità che servano a distogliere l’utenza dall’utilizzo improprio dell’ospedale, cui saranno demandati gli interventi della fase acuta della malattia. preoccupazione che possa verificarsi un ulteriore torto nei confronti di un Sud che all’inizio della corsa rischia di partire in enorme svantaggio. La sfida che si presenta nei prossimi anni deve coagulare tutti gli operatori della sanità. Un impegno che funga da collante nell’intera categoria, sempre più divisa fra i medici dell’ospedale e quelli del territorio. La responsabilità verso il paziente deve essere condivisa a seconda del ruolo svolto per l’unica finalità rappresentata dalla tutela del malato. La ragionieristica necessità dei bilanci non deve, tuttavia, moltiplicare le responsabilità dei medici del territorio; una programmazione condivisa da Comuni e Ausl, in una integrazione socio-sanitaria, devono generare ospedali efficienti e servizi territoriali potenziati e funzionanti. La Giunta regionale si accinge ad attuare correttivi per ripianare il disavanzo e, contemporaneamente, garantire un piano di offerta di prestazioni che salvaguardino lo stato di salute della popolazione. Il servizio Gli ospedali di eccellenza dovrebbero essere salvaguardati e potenziati per arginare la mobilità passiva verso altre Regioni, quali la Lombardia. Verso l’Italia settentrionale, meglio attrezzata e organizzata, con strutture all’avanguardia, si finalizzano i “viaggi della speranza” di coloro che non trovano adeguate risposte alla domanda di salute. Un circolo vizioso che finisce col sovvenzionare quelle aree diversamente attrezzate che una politica miope ha contribuito a creare relegando il Sud ad un ruolo di subalterno. Alla mancanza di infrastrutture e finanziamenti che hanno creato la differenza fra aree geografiche della stessa nazione, dal punto di vista sanitario, col federalismo, c’è la 12 sanitario, che pur rappresenta la terza azienda d’Italia con l’11% del Pil e il 6% di occupati, non può prescindere dai bilanci e, tuttavia non può abdicare al suo ruolo di caposaldo della coesione sociale, continuando a garantire il miglioramento e il recupero dello stato di salute delle persone. Alternativa di offerta sanitaria nella nuova programmazione è la creazione di presidi diffusi sul territorio in modo capillare e provvisti di tutti i servizi in grado di soddisfare le richieste. Senza trascurare l’offerta dei privati in concorrenza con quanto il pubblico sarà in grado di offrire per garantire la libertà di scelta dei cittadini. Gli utenti dovrebbero essere attratti da un rinnovamento strutturale e tecnologico che viene promesso per le strutture pubbliche. Ruolo centrale nel cambiamento, ancora una volta, viene assegnato al medico di base al quale, negli ultimi anni, è stato demandato il ruolo di filtro e rilevatore della spesa sanitaria che quasi mai ha contribuito ad incrementare e che spesso non è riuscito a condizionare. Per evitare prescrizioni indotte e trascrizioni obbligate è richiesta una unità di intenti fra tutti gli attori della sanità, ugualmente impegnati nel ruolo di protagonisti. Senza un impegno comune, fra qualche anno, ci ritroveremo a rimpiangere il fallimento del sistema sanitario che il mondo, al momento, ci invidia e che non sarà più compatibile con le risorse disponibili. E’ necessaria un’operazione di cambiamento. I piccoli nosocomi saranno riconvertiti in strutture di accoglienza “leggere” e capaci di garantire la continuità assistenziale fra il primo e secondo livello di assistenza, fra ospedale e territorio. L’evoluzione delle cure primarie richiederà la scomparsa delle singole figure dei medici di base in aggregazioni funzionali sempre più complesse, già previste dalla Convenzione 2009. Valutazioni regionali e accordi aziendali detteranno le linee strategiche per la ristrutturazione che la Sanità federalista si attende, nella speranza che non sia disatteso il principio dell’applicazione dei Lea (livelli essenziali di assistenza), uniforme su tutto il territorio. I piccoli nosocomi saranno riconvertiti in strutture di accoglienza “leggere” e capaci di garantire la continuità assistenziale fra ospedale e territorio. Scompariranno le singole figure dei medici di base in favore di aggregazioni funzionali più complesse A livello nazionale, regionale e aziendale si discuteranno i destini di una sanità che deospedalizzazione, territorializzazione, prevenzione, cronicità e altri parametri contribuiranno a rendere diversa. L’impegno e la coesione di ogni medico, pur nel concetto di sostenibilità, nel difficile periodo caratterizzato dai tagli, contribuiranno alla creazione di un Sistema sanitario sempre più equo e solidale per garantire la sopravvivenza dell’esistente e del proprio ruolo. 13 Carcinoma della prostata. Linee guida per lo screening LA NECESSITÀ DI COINVOLGERE I PAZIENTI NELLA DECISIONE DI SOTTOPORSI ALLO SCREENING la parola ai colleghi di Giambattista Lobreglio*, Giuseppe Rizzo°, Lucio Pappaccogli°, Cosimo Gabrieli°° I l carcinoma della prostata è la neoplasia più frequente nel sesso maschile e si situa al secondo posto come causa di morte per tumori (1). La rapida diffusione del dosaggio del PSA sierico per lo screening del tumore della prostata ha determinato negli ultimi 20 anni un drammatico incremento dell’incidenza di questa neoplasia ed un contemporaneo shift verso stadi meno aggressivi e potenzialmente più curabili al momento della diagnosi. Tuttavia, i benefici dello screening sulla riduzione della mortalità per carcinoma della prostata rimangono ancora incerti e controversi. Evidenze inferenziali e dati osservazionali non sono riusciti a stabilire se la riduzione della mortalità per tumore della prostata osservata negli ultimi due decenni sia da attribuire all’uso dello screening o al miglioramento dei trattamenti del tumore (2). Anche i risultati preliminari di due trials prospettici randomizzati, l’European Randomized Study of Screening for Prostate Cancer (ERSPC), e un braccio del Prostate, Lung, Colorectal, and Ovarian (PLCO) Cancer Screening Trial negli Usa, hanno fornito evidenze contrastanti: l’ERSPC ha dimostrato una riduzione del 20% della mortalità specifica per carcinoma prostatico negli uomini sottoposti a screening rispetto ai controlli Evidenze inferenziali e dati osservazionali non sono riusciti a stabilire se la riduzione della mortalità per tumore della prostata osservata negli ultimi due decenni sia da attribuire all’uso dello screening o al miglioramento dei trattamenti del tumore (3), mentre il PLCO non ha evidenziato riduzioni statisticamente significative della mortalità (4). A fronte di benefici incerti, il carico sanitario derivante dalla diagnosi precoce del tumore della prostata con lo screening è risultato elevato: il PSA sierico non è tumore-specifico; la sua concentrazione riflette il volume della prostata e quindi aumenta anche nella iperplasia prostatica e in altre patologie benigne della prostata; pertanto molti soggetti sono sottoposti a biopsie prostatiche non necessarie e subiranno i potenziali effetti avversi derivanti da tale procedura; 14 inoltre, si stima che dal 23 al 42% dei tumori non sarebbero stati mai diagnosticati in assenza di screening per la mancanza di manifestazioni cliniche rilevanti riconducibili alla neoplasia; il conseguente trattamento di queste forme indolenti è potenzialmente associato ad effetti avversi importanti sull’attività sessuale, sull’apparato genito-urinario e gastroenterico (5). Alla luce di queste incertezze e nella attuale impossibilità di distinguere accuratamente tra le neoplasie indolenti e le forme biologicamente e clinicamente aggressive l’American Cancer Society ha aggiornato nel 2010 le linee guida per lo screening del carcinoma della prostata (6), evidenziando l’importanza di coinvolgere il paziente nella decisione informata di avviare lo screening, che deve basarsi sulla comprensione dell’importanza del carcinoma della prostata, dei potenziali benefici della diagnosi precoce e dei rischi derivanti dalla individuazione e dal trattamento di tumori biologicamente non aggressivi e clinicamente indolenti. L’American Cancer Society ha aggiornato nel 2010 le linee guida per lo screening del carcionoma della prostata enfatizzando la necessità di coinvolgere i pazienti nella decisione di sottoporsi allo screening sulla base di informazioni circa l’incertezza, i rischi e i potenziali benefici associati allo screening – le informazioni dovrebbero essere fornite direttamente e in modo bilanciato dagli “health care provider”, oppure essere reperibili in opuscoli stampati o su siti web di alta qualità; – agli uomini che, in base all’età (> 75 anni e stato generale di salute non buono) o alla presenza di altre comorbidità (scompenso cardiaco classe IV, COPD moderata-severa, insufficienza renale avanzata, demenza severa o altre neoplasie in stadio avanzato), hanno un’aspettativa di vita inferiore a dieci anni, non dovrebbe essere offerto lo screening, in quanto, verosimilmente non trarrebbero alcun beneficio da esso. Linee Guida dell’American Cancer Society (ACS) per lo screening del tumore della prostata – Gli uomini asintomatici, a rischio medio di sviluppare il tumore della prostata e con aspettativa di vita di almeno dieci anni, dovrebbero avere l’opportunità di pervenire ad una decisione informata con i propri “health care provider” se effettuare lo screening per il carcinoma della prostata, a partire dai 50 anni, dopo aver ricevuto informazioni sull’incertezza, sui rischi e sui potenziali benefici associati a tale screening; – gli uomini a rischio elevato (etnia afro-americana e parenti di primo grado di pazienti a cui è stato diagnosticato il tumore della prostata prima dei 65 anni), e a rischio considerevolmente maggiore (più familiari con tumore della prostata prima dei 65 anni), dovrebbero ricevere queste informazioni rispettivamente a 45 e a 40 anni; 15 sessuali, urinari, intestinali o di altra natura; tali problemi possono essere minimi o rilevanti, transitori o permanenti; – il dosaggio del PSA e la DRE possono produrre risultati falsi positivi o falsi negativi, inducendo da un lato l’esecuzione di procedure addizionali e forte ansietà, dall’altro non rilevando tumori già presenti; – i risultati anomali dello screening richiedono l’esecuzione della biopsia per confermare o escludere il tumore; la biopsia può essere dolorosa, determinare sanguinamento o infezioni, o non rilevare neoplasie clinicamente significative; – non tutti gli uomini in cui viene evidenziato un tumore della prostata richiedono un trattamento immediato; ma potrebbero essere necessari periodici esami ematici o biopsie prostatiche per stabilire la necessità di futuri trattamenti. La eventuale decisione di avviare lo screening dovrebbe essere rivalutata quando diventano disponibili nuove evidenze sul bilancio tra i rischi, i benefici e le incertezze derivanti dalla diagnosi precoce del tumore mediante lo screening. In assenza di nuove informazioni, la decisione dovrebbe essere rivalutata periodicamente, in relazione alla variazione dello stato di salute del soggetto e/o di cambiamenti nelle sue preferenze. Per i soggetti che decidono di effettuare lo screening dopo la valutazione dei possibili rischi e benefici: – lo screening è raccomandato mediante il dosaggio del PSA con o senza l’esplorazione digitale rettale (DRE); – lo screening dovrebbe essere effettuato annualmente nei soggetti con PSA uguale o superiore a 2,5 ng/mL; – per i soggetti con PSA inferiore a 2,5 ng/mL lo screening può essere effettuato ogni due anni; – un livello di PSA uguale o superiore a 4 ng/mL è stato storicamente considerato come soglia per eseguire ulteriori indagini o per effettuare la biopsia prostatica; tale percorso rimane ragionevole nei soggetti con rischio medio di sviluppare il tumore; la parola ai colleghi Per i soggetti che decidono di avviare lo screening è raccomandato il dosaggio del PSA con o senza DRE e l’esecuzione di procedure per valori di PSA superiori a 4 ng/mL; per gli uomini con valori di PSA tra 2,5 e 4 ng/mL è raccomandata una valutazione personalizzata del rischio Le informazioni principali che dovrebbero essere fornite per pervenire ad una decisione consapevole sullo screening del carcinoma della prostata sono le seguenti: – il carcinoma della prostata è un importante problema sanitario per gli uomini; – lo screening mediante il solo dosaggio del PSA ematico o con PSA ed esplorazione digitale del retto (DRE) individuano il carcinoma della prostata ad uno stadio più precoce che in assenza di screening; – lo screening può essere associato a riduzione della mortalità per tumore della prostata; tuttavia le evidenze sono conflittuali e molti esperti non sono d’accordo sull’efficacia dello screening nel ridurre la mortalità; – attualmente non è possibile prevedere quali soggetti affetti da tumore della prostata individuato mediante screening potranno beneficiare dal trattamento: alcuni soggetti trattati potranno avere riduzione della mortalità e/o di altre disabilità correlate al tumore; altri, che sono stati trattati, verosimilmente sarebbero deceduti per altre cause prima che il tumore della prostata si fosse manifestato clinicamente o avrebbe determinato un accorciamento della vita; – in relazione alle procedure effettuate, il trattamento del tumore della prostata può causare problemi 16 – nei soggetti con valore di PSA compresi tra 2,5 e 4,0 ng/mL dovrebbe essere effettuata una valutazione personalizzata del rischio, sulla base di eventuali altri fattori di rischio di tumore della prostata, specialmente per tumori di alto grado. Questi fattori comprendono la razza afro-americana, la storia familiare di tumore della prostata, l’aumento dell’età e anomalie riscontrate con la DRE; l’eventuale negatività di precedenti biopsie prostatiche, invece abbassa il rischio. E’ disponibile online un software (7) per il calcolo del rischio di tumore della prostata ad alto grado, basato su sei parametri (livelli di PSA, risultati di DRE, età, razza, storia familiare di tumore della prostata, e risultati di precedenti biopsie), che potrebbe aiutare nella decisione di effettuare o meno la biopsia della prostata. Al fine di distinguere i tumori “innocui” da quelli aggressivi e stratificare i pazienti alla sorveglianza attiva o al rapido trattamento, sono stati studiati numerosi “promettenti” marcatori biochimici: PCA3, %fPSA, metilazione del DNA del promotore di HOXD3 di valutare la necessità della biopsia e/o di predire l’aggressività e la progressione della neoplasia (9). La metilazione del DNA nei promotori di alcuni geni ne causa il silenziamento ed è un evento comune nello sviluppo e nella progressione del cancro. Recenti evidenze hanno dimostrato livelli di metilazione del promotore del gene HOXD3 significativamente più elevati nei tumori prostatici con score Gleason più alto, e la sua correlazione con lo stadio clinico e con la recidiva. A causa del piccolo numero di pazienti valutati sono tuttavia necessari ulteriori lavori per Nuovi marcatori biochimici potenzialmente utili per differenziare i tumori indolenti dai tumori aggressivi Al fine di distinguere accuratamente i tumori “innocui” dai tumori biologicamente e clinicamente aggressivi e stratificare i pazienti alla sorveglianza attiva o al rapido trattamento, sono stati studiati numerosi “promettenti” marcatori biochimici: PCA3, %fPSA, metilazione del DNA del promotore di HOXD3, ecc. PCA3 è un mRNA non codificante altamente specifico per la prostata, la cui produzione aumenta fino a 66 volte nel tessuto tumorale della ghiandola (8) e che può essere amplificato mediante RT-PCR dalle cellule prostatiche che passano nelle urine dopo esplorazione rettale della prostata; il rapporto con l’mRNA del PSA consente di definire uno score che correla con la probabilità di neoplasia prostatica alla biopsia, con il volume e con l’estensione extracapsulare del tumore. I risultati di recenti osservazioni sull’utilità del PCA3, tuttavia, sebbene condizionati da brevi periodi di osservazione, sono stati contrastanti e sono necessari ulteriori studi per stabilirne la reale capacità 17 la parola ai colleghi stabilire sia la rilevanza funzionale di HOXD3 nell’insorgenza e progressione del tumore della prostata che la sua utilità clinica e la possibile valutazione su campioni di siero o urine (10). Nel riferimento bibliografico (9) gli autori hanno valutato lo score PCA3 e i livelli di free PSA (%fPSA) in 294 soggetti a partire dal 2007; mentre non hanno evidenziato differenze significative dello score PCA3 tra i soggetti con progressione della neoplasia nelle biopsie successive rispetto ai soggetti senza progressione (p= 0.13), hanno riscontrato una associazione tra bassi valori di %fPSA e positività della biopsia per tumori e valori significativamente più bassi di %fPSA nei soggetti con progressione (p=0.013) rispetto ai soggetti con neoplasia stabile. Nell’Unità operativa di Medicina di Laboratorio dell’azienda ospedaliera “Cardinale Panico” di Tricase abbiamo eseguito una valutazione retrospettiva dei livelli di %fPSA in 128 soggetti che avevano eseguito la biopsia prostatica in seguito allo screening con PSA, riscontrando una correlazione significativa tra bassi valori di %fPSA con la positività della biopsia per adenocarcinoma e con score Gleason più elevato (p< 0.01). Sarebbe interessante valutare se l’uso combinato di questi ed altri marcatori (ad es. EPCA2) con eventuali informazioni genomiche e/o proteomiche sia in grado di predire la presenza di neoplasia e stabilire con accuratezza la capacità evolutiva di tumori prostatici individuati con lo screening. 5) Draisma et al. Lead time and overdiagnosis in prostate-specific antigen screening: importance of methods and context. J Natl Cancer Inst 2009; 101: 374-383. 6) Wolf AMD et al. American Cancer Society Guideline for the Early Detection of Prostate Cancer: Update 2010. CA Cancer J Clin 2010; 60: 70-98. 7) http://deb.uthscsa.edu/URORisckCalc/Pages /uroriskcalc.jsp 8) Hotakainem K et al. Will emerging prostate cancer markers redeem themselves? Clinical Chemistry 2010; 56: 1212-1213 7 9) Tosojan JJ et al. Accuracy of PCA3 measurement in predicting short-term biopsy progression in an active surveillance program. J Urol 2010 ; 183: 534-8 10) Kron KJ et al. DNA methylation of HOXD3 as a marker of prostate cancer progression. Lab Invest 2010; 90: 1060-1067 *direttore medico, °tecnico di laboratorio, °°dirigente medico Azienda ospedaliera “Cardinale Panico” Tricase Unità operativa Medicina di laboratorio Unità operativa semplice Anatomia patologica Bibliografia 1) Jemal A, et al. Cancer statistics 2009. CA Cancer J Clin 2009; 59: 225-249. 2) Etzioni R, Feuer E. Studies of prostate-cancer mortality: caution advised. Lancet Oncol. 2008; 9:407409. 3) Schroder FH et al. Screening and prostatecancer mortality in a randomized European study. N Engl J Med 2009; 360: 1320-1328. 4) Andriole GL et al. Mortality results from a randomized prostate-cancer screening trial. N Engl J Med 2009; 360: 1310-1319. 18 Per una medicina più sostenibile: fermare lo spreco e l’abuso di esami radiodiagnostici HIGHLIGHTS SUL CORSO NAZIONALE ITINERANTE “STOP USELESS IMAGING TESTING” (SUIT) TENUTOSI PRESSO L’OSPEDALE “V. FAZZI” DI LECCE IL 5-6 NOVEMBRE 2010 di Mariano Dimonte *, Virginia Recchia **, Saverio Sabina **, Antonella Zizza **, Antonio Dodaro ** Concetti chiave Una quota considerevole degli esami radiodiagnostici risulta ingiustificata. Questo significa di fatto esporre indebitamente una grossa parte della popolazione agli effetti tossici delle radiazioni ionizzanti (cancerogene e mutagene, I° Classe IARC) Sostenibilità del sistema sanitario Cancro radioindotto Inquinamento da imaging Il Corso “Stop Useless Imaging Testing” (SUIT) ideato dal Dr. Eugenio Picano, Direttore dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) si propone di accrescere la consapevolezza sui rischi delle radiazioni ionizzanti utilizzate nella diagnostica per immagini (imaging) e trovare soluzioni per rendere più sostenibile questa pratica. Il fatto che una quota considerevole degli esami risulti ingiustificata significa di fatto esporre indebitamente una grossa parte della popolazione agli effetti tossici delle radiazioni ionizzanti (cancerogene e mutagene, I° Classe IARC). Per questioni di brevità si ometterà di affrontare il tema delle cause di questa forma di “consumismo sanitario” (medicalizzazione della vita; involuzione culturale collettiva indotta dalla dipendenza mediale e dal consumismo sfrenato; medicina difensiva, ecc.), invitando i lettori a richiederci il report del Corso. Ci interessa invece evidenziare, oltre agli aspetti dosimetrici dell’imaging, quello che è probabilmente il vero valore aggiunto di questo evento ECM, lo spazio destinato all’Open Space Technology (OST), che ha portato i partecipanti a proporre azioni condivise per contrastare il fenomeno. 1. L’“inquinamento da imaging” Nei Paesi aderenti all’OCSE, la spesa sanitaria è in crescita, sia in termini di percentuale del PIL, sia in termini assoluti. In Italia nel 2007 la spesa è stata pari 19 la parola ai colleghi a 8,7% del PIL, circa 2.066 euro a testa, il 20,83% in più rispetto al 2002 (1). La maggior parte della spesa è assorbita dal consumo di farmaci, dall’imaging e dall’innovazione tecnologica in generale. Il numero di esami radiologici e di medicina nucleare cresce vertiginosamente in tutto il mondo (2). Nel 2009 sono stati eseguiti in Italia 54 milioni di esami di radiologia e 3 milioni tra scintigrafie e tomografie ad emissione di positroni (PET). Il maggior contributo è fornito proprio dalla TC, che ha aumentato l’irraggiamento della popolazione da fonti artificiali del 700% negli ultimi venti anni (3). Negli USA l’esposizione della popolazione alle radiazioni dell’imaging medico ha raggiunto il valore di 3 milliSievert (mSv), che si somma alla dose di circa 3 mSv ricevuta dalle fonti radioattive naturali (4). Come a dire che assurdamente e paradossalmente la medicina raddoppia il carico radiogeno della popolazione, rappresentando così, a nostro avviso, una vera e propria forma di inquinamento (5). Nella provincia di Lecce, che conta una popolazione di 811.230 abitanti, nel 2008 sono state effettuate 27.742 esami TC: dunque 3,4 esami TC ogni 100 salentini. Nei Paesi aderenti all’OCSE, la spesa sanitaria è in crescita, sia in termini di percentuale del PIL, sia in termini assoluti. In Italia nel 2007 la spesa è stata pari a 8,7% del PIL, circa 2.066 euro a testa, il 20,83% in più rispetto al 2002 In confronto il centro-nord Europa va peggio: in media 7,3 TC per cento abitanti; minimo in Danimarca (2,4 %) massimo in Belgio (13,6 %) (6). Simuliamo ora che tutti questi esami siano delle TC del cranio senza mezzo di contrasto (mdc), che eroga al paziente una dose equivalente (DE) di circa 2 mSv (7). Tale dose corrisponde a quella di 200 radiografie del torace, che nella proiezione antero-posteriore eroga 0,01 mSv. Dunque, in termini dosimetrici e statistici, le 27.742 TC eseguite nel 2008 avrebbero esposto la popolazione ad una DE pari a quella di quattro radiografie del torace: la dose pro-capite collettiva annuale nella popolazione della Provincia di Lecce è dunqe stimabile sui 0.04 mSv. Un tale valore dosimetrico produce (statisticamente) un caso di cancro fatale ogni 10.000-1.000.000 esami TC (8). Ne consegue che dovremmo aspettarci almeno 1,5 casi di cancro in più oltre a quelli indotti da altri agenti cancerogeni. Ma purtroppo bisogna aggiungere la quota inquinante della radiologia tradizionale, delle TC più “pesanti” (per esempio una TC dell’addome con mezzo di contrasto eroga al paziente almeno 20 mSv= 1.000 radiografie del torace), delle PET/TC e delle scintigrafie con iodio, indio o tallio (mediamente almeno 30 mSv= 20 1500 radiografie del torace), e soprattutto degli interventi sotto scopia (cardiologici, ortopedici, di chirurgia vascolare e digestiva), dove il rischio di cancro o leucemie infantili rientra nella fascia “rossa”: 1 caso ogni 1.000-10.000 esami. L’entità del rischio varia in base a costituzione fisica, sesso e età. Di conseguenza, se all’età di 40 anni la TC cranio senza mdc produce un caso di cancro ogni 8.100 donne e ogni 11.080 maschi, nei bambini e nelle donne sotto i venti anni il rischio raddoppia (9). La legge prevede che gli esami radiodiagnostici siano giustificati clinicamente e ottimizzati tecnicamente. Infatti incrementano significativamente l’esposizione la ripetizione delle scansioni (come nel caso degli esami con mdc); il mancato adeguamento dei parametri tecnici al tipo di paziente e al quesito clinico; l’obsolescenza delle apparecchiature. - troppa “medicina difensiva”: l’ossessione verso potenziali conflitti medico-legali porta ad esagerare nella prescrizione di test strumentali; - carichi di lavoro e climi lavorativi penalizzanti l’aspetto umano del rapporto medico-paziente; - contratti aziendali che fanno esplicitamente riferimento all’incremento di prestazioni e fatturato; - ridondanza di esami, molti dei quali ripetuti inutilmente dopo poco tempo; - tecnologie costose sottoutilizzate (spreco di risorse) in quanto destinate a banali routine o utilizzate da operatori non particolarmente esperti; - scarsa coordinazione delle attività ambulatoriali e incompleta implementazione della rete informativa intra-aziendale (per cui è per esempio impossibile conoscere gli esiti delle prestazioni eseguite altrove); - scorretta compilazione delle richieste: assenza di qualsiasi indicazione; segnalazione di un sintomo o di sintomi secondari o addirittura mai lamentati dal paziente; - pazienti che ignorano a che tipo di esame devono sottoporsi e il motivo; - inefficace funzione di filtro della medicina di territorio nei confronti dell’accesso alle prestazioni di Pronto Soccorso. Riportiamo nella tabella seguente una sintesi delle soluzioni proposte, suddividendole per livello di intervento. 2. Uno strumento dal volto umano: l’OST Al fine di rendere più efficace l’evento formativo (l’informazione deve poter modificare atteggiamenti e comportamenti individuali e diffondere buone pratiche) si è pensato di applicare ad un contesto di apprendimento in ambito sanitario il metodo partecipativo denominato Open Space Technology (OST), spesso utilizzato nella gestione di problematiche urbanistiche e ambientali (10). Nel nostro caso l’OST intendeva: 1. rafforzare i legami tra radiologi e clinici grazie ad un clima stimolante il brainstorming; 2. permettere l’approfondimento critico, e quindi aumentare la consapevolezza sui temi trattati nella sessione didattica del giorno precedente; 3. favorire l’adozione di misure per contrastare il fenomeno. Dai report elaborati dai vari gruppi segnaliamo i seguenti aspetti: - subordinazione dei medici alle pressioni dell’utenza, che pretende spesso una soluzione clinica a problemi non strettamente inerenti la salute; 21 la parola ai colleghi Livello di intervento Soluzioni Utenza – combattere con la controinformazione le verità inculcate dal sistema (media-mercato) – educazione al corretto uso delle risorse sanitarie – informazione sui rischi dell’imaging inutile Ospedale – protocolli aziendali condivisi multidisciplinarmente – nuove modalità di gestione dei test non urgenti da parte del P.S. – favorire l’accesso alla diagnostica RM – potenziamento della rete informativa intra-aziendale Medici – richiamo all’appropriatezza, nel rispetto della normativa vigente e del codice deontologico – nformazione su dosimetria, radioprotezione, consenso informato – ribadire il ruolo del diagnosta nella scelta della metodica e della tecnica più indicate nello specifico caso Riferimenti bibliografici 1. De Waure C. Spesa sanitaria dei Paesi OCSE: trend e riflessioni. www.saluteinternazionale.info 2. Mettler FA jr, Bhargavan M, Faulkner K, Gilley DB et al. Radiologic and nuclear medicine studies in the USA and worldwide: frequency, radiation dose, and comparison with other radiation sources: 1950-2007. Radiology 2009; 253:520-531 3. Foffa I, Cresci M, Andreassi MG. Health risk and biological effects of cardiac ionising imaging: from epidemiology to genes. Int J Environ Res Public Health 2009; 6:1882-1893 4. Mettler FA jr et al. Medical radiation exposure in US in 2006: preliminary results. Health Phys 2008; 95:502-507 5. Food and Drug Administration (FDA). Initiative to reduce unnecessary radiation exposure from medical imaging. 9 nov. 2010. www.fda.gov/Radiation-EmittingProducts/Radiation Safety/RadiationDoseReduction/ 6. European Commision. Radiation Protection n° 154; 2009. 7. Food and Drug Administration (FDA); Safety investigation of CT brain perfusion scan (update 9 nov. 2010); www.fda.gov/MedicalDevices/Safety/AlertsandNotices 8. Smith-Bindman, Lipson S, Marcus R, Kim KP et al. Radiation dose associated with common Computer Tomography examinations and associated attributable risk of cancer. Arch Intern Med 2009; 169:2078-2086 9. Chen J, Einstein AJ, Fazel R, Krumholz HM et al. Cumulative exposure to ionizing radiation from diagnostic therapeutic cardiac imaging procedures: a population-based analysis. J Am Coll Cardiol 2010; 56:702-711 10 Miller WL, Crabtree BF, Nutting PA, Stange KC, Jaén CR. Primary care practice development: a relationship-centered approach. Ann Fam Med. 2010;8 Suppl 1:S68-79; S92. 11. Illich I. Nemesi medica. L’espropriazione della salute. Boroli, Milano, 2005 12. Dimonte M. L’abuso di esami radiologici: metafora della società post-moderna, dei nuovi media e dei consumi. Recenti Progressi in Medicina 2008; 3:125-128 Considerazioni finali Limitandoci a delle valutazioni di tipo qualitativo, pensiamo che l’OST abbia sortito buoni risultati, non tanto in termini di migliorata informazione e consapevolezza, ma soprattutto sotto l’aspetto cognitivo: per esempio i medici che percepivano di essere i principali “indiziati” nella prescrizione di esami inutili e quindi “pericolosi” per la salute pubblica hanno proposto le soluzioni più interessanti e si sono dimostrati essere i più attivi nella discussione di gruppo. Questo atteggiamento potrebbe configurarsi come reazione al fatto di sentirsi più lucidamente vittime di un sistema intrinsecamente inefficiente, demotivante, stressante e rischioso sia per chi vi opera che per l’utenza, come aveva ipotizzato Ivan Illich parlando della paradossale iatrogenicità della sanità (11). In tutti è comunque emersa la convinzione che è necessario puntare a rivoluzionare la cultura che alimenta i fenomeni di spreco, sfrenato consumismo e dipendenza mediale della attuale società e che rende parallelamente la medicina sempre meno sostenibile (12). * Servizio di Radiologia, Ospedale di Maglie-Scorrano-Poggiardo, ASL Lecce; International Society Doctors for Environment (ISDE)-Italia ** Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) Istituto di Fisiologia Clinica (IFC), Lecce Dr. Mariano Dimonte, Servizio di Radiologia, Ospedale “M. Tamborino”, via N. Ferramosca 73024 Maglie (Le); tel/fax 0836. 420275; cell. 347. 3616249 mariano.dimont 22 di Lamberto Coppola* La dieta mediterranea cura anche il “Mal di Prostata”, parola di andrologo RISVOLTI POCO ESPLORATI DELL’ULTIMO “PATRIMONIO DELL’UMANITÀ” I l “Mal di Prostata” contrariamente a quanto si può pensare, non è solo una prerogativa della “terza età”, ma affligge l’uomo nelle varie età della vita. La prostata è una ghiandola dell’apparato genitale maschile che normalmente ricorda, per dimensioni e forma, una piccola castagna. È situata alla base della vescica, anteriormente all’ultimo tratto dell’intestino retto, nel punto di incrocio tra le vie urinarie e le vie seminali. Infatti essa è attraversata dall’uretra, che costituisce l’ultima porzione delle vie urinarie, e dai dotti eiaculatori che costituiscono l’ultimo tratto delle vie seminali. La prostata è quindi una ghiandola che per l’uomo riveste un’importanza particolare in quanto permette di mantenere una giusta acidità all’urina, alcalinità agli spermatozoi, controlla il passaggio di sperma ed urine nell’uretra a seconda delle necessità, protegge infine l’apparato genitale dalle infezioni attraverso la produzione di zinco, notoriamente potente disinfettante naturale. La prostata è soggetta a particolari infiammazioni anche nei giovani. Ciò è dovuto a cause molteplici: come fattori infettivi (germi comuni o virus, Clamidia, Micopasma) o/e comportamentali (stress, fumo, La prostata è soggetta a particolari infiammazioni anche nei giovani. Ciò è dovuto a cause molteplici: come fattori infettivi (germi comuni o virus, Clamidia, Micopasma) o/e comportamentali alcol, vita sedentaria, alimentazione inadeguata, ciclismo, motociclismo etc). Negli ultimi trent’anni si è assistito ad un incremento notevole di questa patologia, la cui causa è attribuibile alla “liberalizzazione sessuale” a cui abbiamo assistito dagli anni ‘60 in poi e alla diffusione delle Malattie sessualmente trasmissibili. Contribuiscono diversi elementi sia di ordine generale: • abitudine di vita; • abuso di alcool, birra, cioccolato fondente e cibi piccanti; • attività sessuale sregolata; 23 la parola ai colleghi È risaputo che una giusta alimentazione è preventiva di quasi tutte le forme tumorali ed alla base, insieme al movimento fisico, del benessere I pazienti con una lunga storia di prostatiti recidivanti alle spalle sono difficili da risolvere per le inevitabili variabili psicologiche, quali l’ansia da prestazione e/o da risultato, depressione ed ipocondria. Possono comparire inoltre: 1. Sintomi della sfera sessuale: i più frequenti sono l’eiaculazione precoce e/o dolorosa, la presenza di sangue nello sperma (emospermia), i disturbi del desiderio sessuale e dell’erezione come la fuga o, addirittura, la mancata risposta agli stimoli sessuali. 2. Sintomi della sfera riproduttiva: qualora il liquido prostatico si presenti alterato (per presenza di sangue, leucociti e/o per una situazione infiammatoria), gli spermatozoi saranno poco mobili e pertanto la loro sopravvivenza nell’apparato genitale femminile sarà più breve. Inoltre, il naturale eccesso di zinco nel liquido seminale con funzione protettiva antibatterica, rappresenta però un problema per il DNA degli spermatozoi che in questi casi sarebbe più denso e compattato. Ciò potrebbe provocare problemi al momento della fecondazione e addirittura una fusione anomala del genoma maschile con quello femminile con conseguente incremento dell’abortività nel primo trimestre di gravidanza. 3. Sintomi a distanza: come in tutte le infiammazioni reiterate anche la prostata non si esime dal Rischio oncologico. Questa, naturalmente, è la più temibile delle conseguenze che oggi abbiamo il dovere di combattere con tutti i mezzi che abbiamo a nostra disposizione. e sia di natura locale: • prolungati periodi di astinenza o/e continenza sessuale (microtraumi perineali): • ciclismo; • equitazione; • lunghi viaggi in auto e moto • coito interrotto o forzatamente prolungato L’infiammazione della ghiandola può essere causa di una serie di disturbi: aumento della frequenza della minzione, bruciore durante minzione ed eiaculazione, pesantezza a livello perineale e testicolare, bisogno di urinare frequentemente durante la notte. Nelle forme acute e gravi si verifica anche febbre alta, spossatezza e nausea. Tutti questi sintomi risentono dei passaggi stagionali, soprattutto dall’autunno all’inverno e dall’inverno alla primavera. La cura solitamente prevede trattamenti decongestionanti, antiossidanti antinfiammatori e terapie antibiotiche. Nelle forme gravi ed acute sono a volte necessarie misure generali di supporto come un’adeguata idratazione e il riposo a letto. È utile sempre associare integratori decongestionanti naturali (Serenoa Repens, Rusco,Meliloto, Licopene, Zinco ed altri) ad azione antiossidante, antiedemigena, antibatterica e rilassante la muscolatura liscia. Gli 24 Mi vengono in mente i nostri vecchi contadini che mangiano i ravanelli interi come “subrrataula” intingendoli prima in un po’ di sale… oppure al nostro rinomato “pinzimonio” antiossidanti inoltre, proteggendo concretamente la prostata dall’effetto lesivo dei ROS (Radicali Liberi), attenuano il rischio della cancerizzazione. Spesso si devono utilizzare però alcuni farmaci che agiscono riducendo i livelli di testosterone nella ghiandola, i quali purtroppo hanno effetti anche su tutto l’organismo, provocando collateralmente effetti avversi come la riduzione della libido e conseguenti disagi sessuali, sino alla vera e propria impotenza. di raggiungere il duplice obiettivo di preparare piatti gustosi e raffinati e, nello stesso tempo, di mantenere o addirittura incrementare le proprietà nutritive degli ingredienti. Per esempio, si sa che aglio, cipolla e scalogno svolgono una importante funzione antitumorale se consumati crudi, ma questo non fa parte delle nostre abitudini alimentari. I preziosi enzimi anti-cancro contenuti in questi alimenti perdono infatti ogni potere protettivo dopo che essi sono stati affettati o tritati. Se invece vengono messi in cottura sui nostri fornelli non prima che siano trascorsi dieci minuti le loro proprietà risultano quasi integre grazie a un processo chimico di ossigenazione che le rende più stabili. Ma anche alcuni cibi che abitualmente si gustano crudi, come i ravanelli e i pomodori, traggono vantaggio da un punto di vista preventivo se affettati alcuni minuti prima di essere consumati. Mi vengono in mente i nostri vecchi contadini che mangiano i ravanelli interi come “subrrataula” intingendoli prima in un po’ di sale… oppure al nostro rinomato “pinzimonio”. Verdure e legumi crudi oppure cotti mai troppo a lungo al vapore sono gli assoluti protagonisti di “The prostate care cookbook”, insieme alla frutta e al pesce. Tra i menu suggeriti dal libro c’è spazio anche per le carni magre (bovine, suine, ovine, pollame) e i carboidrati in giusta misura (pane e, udite udite!, anche la pasta, possibilmente condita con salsa di pomodoro fresco … sì proprio come la prepariamo noi del vecchio Salento). Dobbiamo insomma sfruttare appieno le potenzialità terapeutiche di un carotenoide dalle straordinarie proprietà antiossidanti, il LICOPENE, quel La migliore prevenzione è sulla nostra tavola … ovvero quando la prostata dice no al cancro grazie alla dieta mediterranea Vi consiglio di leggere uno dei più recenti libri bestseller della Gran Bretagna, attenzione però non è un romanzo, ma un libro di ricette tutto particolare, scritto a più mani da importanti chef e da autorevoli medici, che si intitola “The prostate care cookbook”, ovvero “Il libro di cucina che si prende cura della prostata”. Margaret Rayman, docente di nutrizione presso l’Università del Surrey e coordinatrice di “The prostate care cookbook” sostiene che “Il Mal Prostat” è curabile, ma le terapie, specie a base di antiandrogeni, hanno molte controindicazioni. L’intervento chirurgico poi è piuttosto invalidante per le lesioni nervose che esso può creare e spesso rende gli uomini impotenti. Inoltre, non è sempre facile intervenire per tempo, quindi la mission centrale del libro è quella di inculcare l’antico concetto che “prevenire è meglio che curare”. E quale miglior prevenzione di quella che si può mettere in pratica attraverso l’educazione alimentare? Fin qui niente di nuovo! Infatti è risaputo che una giusta alimentazione è preventiva di quasi tutte le forme tumorali ed alla base, insieme al movimento fisico, del benessere. Perché voglio quindi parlarvi di questo libro? Per la prima volta infatti dalle sue pagine escono consigli non solo relativi a “che cosa mangiare”, ma anche rivolti a “come cucinarlo”. Gli autori cercano 25 la parola ai colleghi insuperabili Primitivo e Negroamaro, ritroviamo quegli elementi antiossidanti essenziali per ripulire le arterie e per rendere le nostre cellule più vitali. Noi salentini siamo cresciuti con la “frisa” o a “pane e pomodoro”; i nostri piatti sono conditi con olio d’oliva invece del burro; la sera, poi, al posto del cicchettino di grappa, preferiamo un bel bicchiere di sano e gustoso vino rosso. Avevano ragione i nostri nonni quando sapientemente dicevano che “il vino rosso fa buon sangue”. pigmento responsabile del colore rosso dei pomodori. Esso è contenuto solo nei vegetali, non può essere sintetizzato dal corpo umano, la sua fonte è quindi solo alimentare. Ha una altissima capacità antiossidante e anti radicali liberi. Una volta assunto con gli alimenti vegetali si concentra soprattutto nella prostata, ma anche nei testicoli, nelle ghiandole surrenali, nel fegato. Una sua carenza alimentare infatti espone la prostata a danni degenerativi. Il licopene è contenuto soprattutto nei pomodori e negli alimenti derivati. E’ bene mangiare pomodori piccoli e cotti, poiché è difficilmente assimilato da pomodori crudi. Questo prezioso alimento è contenuto anche in altre verdure: • PAPAIA • SALSA DI POMODORO • POMPELMO ROSA • MELONE • SOIA E DERIVATI • FRAGOLA • PEPERONCINO ROSSO (solo la cuticola esterna e non la polpa… difficile da recuperare) • UVA ROSSA • ALBICOCCA • ANGURIA • RAVANELLI Attenzione a latte e latticini … e poi una doverosa raccomandazione Unici esclusi il latte animale e i suoi derivati, che - anche alla luce di altri studi pubblicati dagli Annals of Internal Medicine - se consumati in abbondanza provocherebbero un aumento dei livelli dell’ormone IGF-1, responsabile di promuovere la crescita cellulare associata allo sviluppo di alcuni tumori, fra cui proprio quello della prostata. Ma “est modus in rebus” … per cui non priviamoci del tutto del piacere di degustare qualche buon formaggio o qualche buon vasetto di yogurt ogni tanto! La dieta suggerita da “The prostate care cookbook”, unitamente alla fase preventiva, si rivolge anche ai meno fortunati che, colpiti dal male, lo stanno combattendo. Considerando che un’adeguata alimentazione pare abbia benefici influssi anche su chi, già colpito da tumore prostatico, si sta curando. Ed infine, ecco la doverosa raccomandazione: il movimento fisico da praticare, considerato sicuro elemento di benessere, deve essere scelto con cura. Da evitare ciclismo, equitazione, moto, vogatori e cyclette, che interessano eccessivamente la zona pelvica e/o prostatica; da preferire tutti quegli esercizi e relativi attrezzi che richiedono una posizione eretta che escludono possibili irritazioni locali. I colori accesi della DIETA MEDITERRANEA sono quindi una vera e propria terapia preventiva: nel rosso dei pomodori si nasconde un’importante fonte di Licopene; nell’arancione dei mandarini, delle arance e dei pompelmi si cela un’ottima fonte di vitamina C; nelle carote abbonda il β-carotene; il giallo-oro dell’olio d’oliva fornisce importanti quantità di polifenoli e di Vitamina E; i frutti del nostro mare assicurano buone quantità di Zinco e D-Aspartato; l’Astaxantina è una naturale fonte di carotenoidi ed è responsabile della colorazione rosa delle carne di aragoste e gamberi. E visto che ogni buon piatto può essere esaltato da un buon calice di vino, ricordiamoci che anche nel nettare degli dei, specialmente se rosso come i nostri *andrologo, ginecologo e sessulogo fisiopatologo della riproduzione Umana 26 Corsi di cucina. Quando la salute vien mangiando di Titti Pece* Piu che parlare di tendenze, parola che allude a mode e dunque a cose effimere e passeggere, sarebbe meglio parlare di nuove frontiere e nuovi obiettivi. Il tutto basato sulla formula di una o più equazioni riassumibili in una sigla: B.B.G.G., dove appunto “buono, bello e giusto” conducono alla conoscenza e percezione sensoriale del “Gusto”, categoria estetica complessa tra le cui componenti un ruolo importante è pur svolto dal palato. Nella Conferenza da tavola svoltasi al Museo del Gusto nell’ottobre scorso con la Coldiretti provinciale di Lecce e presenti istituzioni e professionisti del settore, si è dibattuto di “Menu a Km Zero”. Un dibattito serrato ed impegnato, svoltosi su più campi. Dai for- parola vuota che tutti oggi riempiono dello stesso schema (ciceri e tria, fave e cicorie, sagne ‘ncannulate e ricotta forte ecc…) senza badare al fatto che la buona e sana cucina si fa a partire dalla conoscenza e dalla scelta accurata del prodotto (anche qui: dire tipico è esso stesso molto riduttivo: noi al museo del gusto parliamo invece di Beni Culturali Enogastronomici); e si fa anche a partire dalla “saggezza” che c’è nelle forme e tecniche di cottura, dall’idea culturale di gusto che si intende comunicare, dal come ognuno di noi intende contribuire/partecipare ad un progresso che si traduca in benessere. In tal senso, convinti come siamo che il progresso è cosa molto diversa dallo sviluppo (questo è solo un concetto Buono bello giusto. Nel programma dei corsi di cucina del QuoquoMuseo del Gusto di San Cesario di Lecce, le nuove tendenze del Gusto made in Salento, per una modernità fedele alle tradizioni. A partire da un assunto: la salute vien mangiando nelli ai microfoni. E ogni qualvolta - è capitato! - le parole prevalevano sul gusto, lo chef Andrea Serravezza prontamente rintuzzava portando in tavola nuove pietanze. Nuove e pure antichissime: come se ogni volta la tradizione arrivasse a noi ripulita e ringiovanita. Così Andrea (giovane chef di grande scuola e di grande esperienza, tra l’altro e non a caso finalista al Bocuse d’Or 2010) ci proponeva le sue “prove tecniche di degustazione” e il pubblico in sala godeva stupito assaporando, complice anche le squisite e raffinate atmosfere dell’ambiente museale, tutto il nuovo che c’è nella tradizione. Nell’immaginare i nostri corsi di cucina io e Andrea siamo partiti da lì: dalle possibilità contenute nella filosofia del Km Zero e poi siamo andati oltre. Verso il mare, per esempio. Chè per noi salentini - ci diciamo tra noi sorridendo - non c’è più Km zero di così! Ed ecco una cucina di terra e di mare, antichissima e moderna, sospesa tra lo Ionio e l’Adriatico. Fatta di salsedini, di luce solare e di terre rosse, profumata di vigne e di uliveti. Così, dall’incontro con Andrea Serravezza e dalle analogie tra il suo e il nostro lavoro al Museo del Gusto, è maturato il progetto di questi nuovi corsi di cucina. Perché,vedete: detta così, tradizione è una economico, il progresso è invece un concetto più ampio e investe le relazioni umane e sociali, i comportamenti e gli stili, dunque le filosofie di vita) le scelte di una buona e sana cucina coincidono con la saggezza e con l’etica. E quando questo avviene possiamo finalmente parlare di Gusto. I corsi, orientati a partire dalla stagionalità dei prodotti offerti dal territorio pugliese e salentino e dall’esperienza della filiera produttiva, proprio perciò avranno cadenze stagionali e si rivolgono a chi della cucina ha fatto o vuol fare una professione e a chi la coltiva, con intelligenza, anche solo per passione. Mangiare è un atto agricolo, disse una volta un poeta contadino. Mangiare è star bene ed è cultura, aggiungiamo noi oggi. E così, per farci del bene, non ci fermiamo per favore più alla tradizione come se fosse verità quel che solo si è sentito dire! Facciamo ricerca, invece, per essere liberi dagli slogan! Notizie dettagliate sul programma dei corsi e una intervista allo chef prossimamente sul sito del museo del Gusto www.quoquo.it. Per informazioni ci si può rivolgere a: [email protected]. *direttrice del QuoquoMuseo del Gusto di Maria Luigia Fulgido* Demenza di Alzheimer. L’importanza di una diagnosi la parola ai colleghi COME CONTRASTARE UNA MALATTIA CHE È UNO DEI PIÙ RILEVANTI PROBLEMI SOCIO-SANITARI DEL NOSTRO TEMPO L a malattia di Alzheimer (Alzheime’s Disease AD), la più comune fra tutte le demenze, è una patologia neurodegenerativa invalidante ad esordio prevalentemente senile con una crescente prevalenza nella popolazione generale, tanto da essere considerata una delle patologie a più grave impatto sociale del mondo. Nel World Alzheimer Report dello scorso anno, Alzheimer’s Disease International ha calcolato che ci sono attualmente 35,6 milioni di persone affette da demenza nel mondo, che aumenteranno a 65,7 milioni nel 2030. Il costo stimato mondiale per il 2010 della demenza ammonta a US$604 miliardi, cifra che corrisponde all’1% del PIL mondiale. In Italia sono affette da AD circa 800.000 persone. E’ evidente quindi che la demenza incide in maniera significativa su ogni sistema socio–sanitario mondiale e soltanto investendo nella ricerca e sviluppando servizi integrati di assistenza sarà possibile affrontare e gestire i costi futuri. La malattia di Alzheimer è una delle patologie a più grave impatto sociale del mondo. In Italia ne sono affette circa 800.000 persone (afasia, aprassia, agnosia, deficit del giudizio critico, deficit del pensiero astratto) che hanno un notevole impatto sulle attività lavorative e sociali. Pressocchè costanti nella AD sono i disturbi non cognitivi, definiti con la sigla BPSD (Behavioral and Psychological Syntoms of Dementia) che possono comparire in qualsiasi fase della malattia ed hanno conseguenze devastanti sulla qualità della vita dei pazienti e del loro caregiver. I BPSD includono sintomi come agitazione, aggressività, sintomi psicotici, ansia, depressione, disturbi del sonno e sono associati ad un rischio aumentato di disabilità e mortalità. Manifestazioni cliniche La AD ha un esordio clinico graduale, con sintomi sfumati ed una evoluzione progressiva il cui decorso può variare da cinque a 15 anni. Il disturbo cognitivo principale è rappresentato dal deficit della memoria (principalmente della memoria a breve termine), a cui si aggiungono successivamente altri disturbi cognitivi Patogenesi La patogenesi della AD è complessa e attribuita all’interazione di molteplici fattori ambientali e genetici. La maggior parte delle forme è sporadica ed ha una potogenesi multifattoriale (età, scolarità, presenza 28 dell’allele ε 4 dell’APOE), mentre solo il 5% dei pazienti è affetto da AD di origine familiare a causa di mutazioni autosomiche dominanti. La AD, dal punto di vista anatomo–patologico, è caratterizzata da due tipi di lesione descritte nella corteccia cerebrale: le placche di amiloide e la degenerazione neuro fibrillare. La placca amiloide è un processo degenerativo extracellulare ed è costituita da β amiloide che deriva da un precursore, Amyloid Precursor Protein detto APP (1). Essa è una lunga glicoproteina transmenbrana cellulare da cui, nei pazienti affetti da AD, in seguito ad una proteolisi abnorme, sono liberati tratti insolubili responsabili dei depositi di β amiloide che proprio per la sua natura insolubile si accumula. La degenerazione neuro fibrillare invece è un processo degenerativo neuronale intracellulare costituito dall’accumulo di una proteina tau fosforilata. I depositi di β amiloide tuttavia, non sono gli unici responsabili della AD in cui è stata descritta anche una significativa perdita di sinapsi tanto che oggi si tende a considerare la demenza di Alzheimer come una sinaptopatia più che come una amiloidopatia (2). La Demenza di Alzheimer ha un esordio clinico graduale, con sintomi sfumati ed una evoluzione progressiva il cui decorso può variare da cinque a 15 anni cognitivo debba necessariamente evolvere in demenza. Petersen ed i suoi collaboratori, verso la fine degli anni Novanta, coniarono l’espressione di Mild Cognitive Impairment (MCI) per indicare quei soggetti non dementi con un declino della memoria o comunque con un declino cognitivo, senza che la loro vita lavorativa e di relazione fosse compromessa, ma a rischio di sviluppare la AD (5). Nel MCI, a seconda del coinvolgimento dei vari ambiti, sono descritti differenti sottogruppi (tabella 2), ciascuno potenzialmente prodromico di forme di demenza diverse. L’indice di progressione del MCI in AD è pari all’8-12% anno (anche se i tassi di conversione del MCI in AD o in altre forme di demenza variano Diagnosi Al momento la diagnosi di AD è essenzialmente clinica, finora effettuata secondo i criteri NINCCSADRDA del 1984 (Tabella 1) (3) che prevedono due stadi della malattia di Alzheimer, in vita, indicati come “AD possibile” e “AD probabile”, mentre la diagnosi di AD certa si può effettuare solo dopo conferma istopatologia. Tuttavia, un lieve declino cognitivo può precedere anche di molti anni la comparsa della AD sintomatica e per tale motivo l’odierna ricerca clinica ha concentrato il proprio interesse sulla identificazione degli indici diagnostici precoci di demenza (4). La fase di transizione (più o meno lunga) dal lieve declino cognitivo senza disabilità alla demenza vera e propria, disabilitante, è un periodo ambiguo e clinicamente instabile,durante in quale non è certo che il deficit 29 Biomarkers di AD la parola ai colleghi Dal punto di vista anatomopatologico, la Demenza di Alzheimer è caratterizzata da due tipi di lesione descritte nella corteccia cerebrale: le placche di amiloide e la degenerazione neuro-fibrillare I progressi che la ricerca clinica ha fatto negli ultimi dieci anni, hanno consentito l’identificazione di markers biologici della AD che hanno portato Dubois ed i suoi colleghi a formulare nel 2007 (6) una proposta di revisione dei criteri NINCDS-ADRDA (soprattutto per l’evoluzione del MCI in AD) che si fonda sull’integrazione delle caratteristiche cliniche dell’AD con i biomarkers per aumentare la specificità e la sensibilità della diagnosi. I principali biomarkers della AD possono essere distinti in: A) patofisioologici: riduzione di β amiloide 42 e aumento di proteina tau totale e tau fosforilata nel liquor (sono associati ad alto rischio di conversione del MCI in AD), imaging β amiloide con PET (PIB compound), predittivo di declino cognitivo in soggetti normali; B) topografici: valutazione volumetrica dell’atrofia del lobo temporale mediale con MR, diminuzione del metabolismo cerebrale del glucosio con PET nelle regioni temporo-parietali. Essi correlano soprattutto con la gravità della malattia. L’uso combinato dei marcatori liquorali e del neuroimaging, non solo contribuisce in maniera molto significativa alla formulazione di una diagnosi precoce di AD, ma può essere utile anche nella sperimentazione clinica di farmaci “disease –modifyng” in grado di agire sui processi patogenetici della AD e quindi modificarne la storia naturale. Infatti, i farmaci attualmente a disposizione (7) nella AD (anticolinesterasici e memantina) possono solo rallentare l’evoluzione della malattia, ma non svolgono alcuna azione sui depositi di amiloide e sui grovigli neuro-fibrillari. Alla luce dei recenti progressi della ricerca, con particolare riferimento ai biomarkers, Dubois e colleghi hanno recentemente (8) proposto una ridefinizione delle fasi precliniche della AD in cui sono inclusi sia i soggetti “presyntomatic” (portatori di una rara mutazione autosomica dominante monogenica per la AD) ampiamente tra i differenti studi), ed il 50% dei soggetti MCI convertono in demenza nell’arco di tre-quattro anni. Benché oggi si sia raggiunto un buon livello di accuratezza nella diagnosi di AD, l’esordio clinico della malattia avviene quando le alterazioni neuropatologiche responsabili della demenza sono già presenti da alcuni anni e ampiamente distribuite in tutto l’encefalo. Pertanto, al fine di poter intervenire farmacologicamente in maniera efficace è necessario migliorare la capacità di diagnosticare precocemente la malattia utilizzando i criteri clinici più adeguati ed i marcatori biologici più affidabili che la ricerca ci mette a disposizione. 30 sia gli “asyntomatic at-risk for AD”. Questi ultimi sono soggetti asintomatici considerati a rischio di AD perché in possesso di biomarkers e la presenza in questi soggetti di una combinazione di fattori di rischio vari (come età avanzata, comorbidità, genotipo APOE ε 4) (9), aumenta la probabilità di sviluppare una AD evidente clinicamente. Sulla base di questa ridefinizione delle fasi precliniche della AD, l’etichetta MCI rimane comunque utile come diagnosi di esclusione per indicare quei soggetti con una declino cognitivo non caratteristico di AD, senza disabilità, che non rientrano nei nuovi criteri di ricerca per la AD. L’uso combinato dei marcatori liquorali e del neuroimaging, non solo contribuisce in maniera molto significativa alla formulazione di una diagnosi precoce di AD, ma può essere utile anche nella sperimentazione clinica di farmaci “disease-modifyng” in grado di agire sui processi patogenetici della AD Tab. 1 - Criteri per la diagnosi di demenza di Alzheimer (NINCDS-ADRDA 1984) In sintesi Criteri per la diagnosi di AD probabile 1 - Demenza stabilita dall’esame clinico e documentata dal Mini Mental Test, dalla Blessed Dementia Scale o da esami similari e confermata da test neuropsicologici 2 - Deficit di due o più aree cognitive 3 - Peggioramento progressivo della memoria e di altre funzioni cognitive 4 - Assenza di disturbi della coscienza 5 - Esordio tra i 40 e i 90 anni, più spesso dopo i 65 6 - Assenza di patologie sistemiche o di altre malattie cerebrali responsabili di deficit cognitivi La diagnosi di AD possibile: 1 - Può essere formulata sulla base di una sindrome demenziale, in assenza di disturbi neurologici, psichiatrici o sistemici in grado di causare demenza, ed in presenza di variazioni dell’esordio, delle modalità di presentazione del decorso 2 - Può essere formulata in presenza di una patologia neurologica o sistemica concomitante, possibilmente responsabile di demenza, non considerata tuttavia la vera causa di demenza 3 - Dovrebbe essere utilizzata nella ricerca quando un deficit cognitivo isolato, progressivo e grave sia evidenziabile in assenza di altre cause identificabili Criteri per la diagnosi di AD definitiva 1 - I criteri di AD probabile 2 - Documentazioni neuroradiologiche o autoptiche Il rischio di diventare dementi aumenta con l’età e quindi l’invecchiamento della popolazione si associa inevitabilmente ad un incremento delle persone affette da demenza ed in particolare da demenza di Alzheimer (AD). La diagnosi precoce di AD è di fondamentale importanza per contrastare una malattia invalidante che rappresenta uno dei più rilevanti problemi sociosanitari del nostro tempo. Tab. 2 - Le tipologie di MCI MCI AMNESICO A DOMINIO SINGOLO: È PRESENTE UN DEFICIT ISOLATO DI MEMORIA MCI AMNESICO A DOMINIO MULTIPLO: È PRESENTE UN DEFICIT DI MEMORIA E ANCHE UNA COMPROMISSIONE LIEVE DI ALTRE FUNZIONI COGNITIVE MCI NON AMNESICO A DOMINIO SINGOLO: E’ PRESENTE LIEVE COMPROMISSIONE DI UNA SOLA FUNZIONE COGNITIVA MCI NON AMNESICO A DOMINIO MULTIPLO: SONO PRESENTI DEFICIT LIEVI IN PIU’ AMBITI DIVERSI DA QUELLI DELLA MEMORIA 31 6. Dubois B, Feldman HH, Jacova C et al. Research criteria for the diagnosis of Alzheimer’s Disease: revising the NINCDS ADRDA criteria. Lancet Neurology 2007;6:73446. 7. Padovani A:” La scelta terapeutica nel paziente AD in fase iniziale di malattia” in Mente e Movimento 8. Dubois B. Feldman HH, et al. Revising the definition of Alzheimer’s Disease: a new lexicon. Lancet Neurology 2010; 9: 1118-1127 9. Seripa D, Panza , Franceschi M, D’Onofrio G, Solfrizzi V, Dallapiccola B, Pilotto A. Non-apolipoprotein E and apolipoprotein E genetics of sporadic Alzheimer’s disease. Ageing Res Rev 2009,8:214-36. la parola ai colleghi Bibliografia 1. Henry W. Querfurth, M.D., Ph. D., and Frank M. La Ferla, Ph Alzheimer’s Disease D. N Eng J Med 2010; 362: 329-44 2. Jorge J Palop & Lennart Mucke. Amyloid-B- inbuced neuronal dysfunction in Alzheimer’s disease: from synapses toward neural networks.Nature Neuroscience 2010;13:812818 3. McKhann G, Drachman D,Folstein M, Katzman R, Price D, Stadlan EM. Clinical diagnosis of Alzheimer’ Disease: report of the NINCDS-ADRDA work group under the auspices of the Department of Health and Human Service Task Force on Alzheimer’s Disease. Neurology 1984; 34:939-44. 4. Galvin James E. MD. Powliishta K K, et al.Predictors of Preclinical Alzheimer Disease and Dementia. Arch Neur. 2005; 62: 758-765 5. Dubois B. and Martin L. Anamnestic MCI or prodromal Alzheimer’s disease? Lancet Neurology 2004; 3: 246-249 * dirigente medico geriatra Unità operativa complessa Medicina e Unità di Valutazione Alzheimer presidio ospedaliero Nardò 32 di Eupremio Luigi Greco* Essere oggi un medico cristiano la parola ai colleghi COME OPERARE UN CAMBIAMENTO CAPACE DI RINNOVARE LE STRUTTURE E DI PERMANERE INDIPENDENTEMENTE DA CHI LO HA REALIZZATO E cco una domanda di senso: che cosa significa essere oggi un medico cristiano? Per alcuni è una domanda senza senso. Per chi, oltre ad essere medico, è cristiano e pensa che il rapporto con Gesù Cristo, il Signore della Vita, non sia solo un fatto “privato”, ma investa tutti gli ambiti della vita, anche e soprattutto quelli pubblici, è invece una domanda ineludibile. L’identità del medico cristiano che attualmente emerge dagli articoli dei quotidiani, dagli interventi nei convegni, dagli indici dei testi di bioetica sembra ruotare intorno ad alcuni elementi chiave: 1. l’affermazione del valore dell’inviolabilità della vita umana, dono di Dio, che si esprime in maniera privilegiata – quando non esclusiva – nella lotta contro la pratica dell’aborto e contro la cultura dell’eutanasia. Non manca, in genere, la critica delle pratiche contraccettive ed in particolare alla pillola del giorno dopo; 2. l’importanza della testimonianza da parte del medico della propria fede e dei valori umani, che si traduce in un corretto rapporto con il paziente, con la sofferenza, con la morte; 3. la centralità della persona, in particolare dei più deboli, verso cui il medico cristiano deve essere pronto a chinarsi in un’opera gratuita e solidale. La centralità della persona, la dignità del malato, la tutela dei più deboli, pur avendo origini cristiane, non possono essere considerate patrimonio esclusivo del credente. Non basta dire che un medico è cristiano per affermare che fa bene il proprio lavoro l’identità di un medico che voglia vivere la fede in Gesù Cristo nella sua professione? E’ questa la provocazione cui questo articolo intende rispondere. Mi sembra che alcuni aspetti tra quelli emersi riguardino la sfera dell’etica generale, più che l’etica cristiana in particolare. La centralità della persona, la dignità del malato, la tutela dei più deboli, se storicamente hanno origini cristiane, oggi non possono essere considerati, a mio avviso, patrimonio esclusivo del credente: sono piuttosto la base antropologica a cui ogni medico dovrebbe attingere per essere un buon medico e per fare bene il proprio lavoro. Non penso sia sufficiente dire che un medico cristiano è un medico che fa bene il proprio lavoro, perchè ci sono tanti Tutto questo è necessario e sufficiente per definire 34 medici che svolgono egregiamente il proprio lavoro, senza per questo essere credenti. Altri aspetti relativi alla testimonianza mi sembrano invece riguardare la dimensione della fede personale e non mi sembrano specifici della professione medica. Per esempio, non penso sia sufficiente dire che un medico è cristiano se va a messa tutte le domeniche, dal momento che ci sono tanti medici che vanno a messa tutte le domeniche e che tuttavia nessuno vorrebbe incontrare quando si è malati, perché incapaci di esprimere la benché minima empatia verso coloro che soffrono. E sui contenuti? Io mi chiedo spesso se il Signore, predicando per le strade delle nostre città del terzo millennio, con quella capacità tutta Sua di essere dentro la cultura del tempo e di essere pienamente libero e nuovo dinanzi a quanto non promuove la vita dell’uomo, si sarebbe limitato ad insistere - come vedo fare oggi - su aborto, eutanasia, pillola del giorno dopo. Non che non siano temi importanti su cui discutere, prendere posizione, combattere. Mi chiedo piuttosto se la difesa della vita riguardi principalmente ed esclusivamente i momenti iniziale e finale dell’esistenza, o non riguardi – appunto! – la vita… quella che sta in mezzo. Mi chiedo se, come medici cristiani, stiamo dimenticando qualcosa di importante, se sia proprio questo che ci impedisce di essere vicini ai bisogni reali della gente e, per difendere alcuni principi sacrosanti, ci porta a passare sulla vita delle persone. Il medico cristiano deve riprendere contatto con la storia degli ammalati, con la narrazione dei drammi esistenziali che sono le loro malattie, deve avere l’attenzione a promuovere il contatto, sia fisico che relazionale con chi soffre, come ha fatto il Signore in ogni miracolo mando: l’Amore. Penso che guardare direttamente a Lui sia essenziale, perché “la manifestazione della definitività del vissuto di Gesù, nella sua verità ultimamente valida, […] sia il luogo stesso dell’accadere 1 della verità del logos incarnato che è Dio” . Un tentativo di risposta Allora, che cosa significa essere medici cristiani oggi? Dove attingere i contenuti e le pratiche che permettano di dare una risposta a questa domanda? Ho provato a guardare a Gesù, alla Sua opera di “guaritore” in mezzo alla gente, alla Buona Notizia che ha comunicato a ciascuno di quelli che ha incontrato e che, invece di assoggettare ad una serie di leggi, mette l’uomo al di sopra di tutto, con un unico co- 1 M. NERI, Il corpo di Dio, EDB, Bologna, 2010, pag. 39 35 la parola ai colleghi Più che sulla morte il medico cristiano deve interrogarsi sulla vita: che cosa intendiamo per vita, quale sia l’essenza dell’umano, quale esistenza esprimono le persone diversamente abili, quelle in procinto di morire, quelle affette da Alzheimer nesi, auscultazione) e del contatto con il paziente (palpazione, vicinanza palpabile) con quelle relative al senso della vista: seduti dietro la nostra scrivania leggiamo gli esami di laboratorio, guardiamo gli esami strumentali. Preferiamo le rappresentazioni esterne al paziente, piuttosto che avere a che fare direttamente con lui. Il paziente diventa sempre più qualcuno da visitare, più che un evento che provoca la nostra vita. Alla luce di questo principio, ritengo che oggi il medico cristiano debba riprendere contatto con la storia degli ammalati, con la narrazione dei drammi esistenziali che sono le loro malattie, che non sono solo la disfunzione di un organo, ma qualcosa che modifica profondamente la loro vita. Credo debba avere l’attenzione a promuovere il contatto, sia fisico che relazionale con chi soffre, come ha fatto il Signore in ogni miracolo, che nella narrazione evangelica si accompagna sempre ad una vita restituita in modo nuovo, diverso. Il cieco guarito di Gv 9 diventa un uomo nuovo non solo perché vede, ma perché un altro gli ha restituito la dignità di figlio di Dio e fratello di tanti altri. 2. “Sono venuto perchè tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Mi ha sempre entusiasmato il fatto che la preoccupazione principale del Signore sia la vita dell’uomo, ma non sempre nella catechesi e nell’azione pastorale questo risalta con la chiarezza necessaria. Per tanti, ancora, il cristianesimo Ho riflettuto a lungo, ho individuato alcuni punti per me essenziali: 1. “Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco” (Gv 9,6). Molti non ci pensano, alcuni lo dimenticano, qualcuno vuole dimenticarlo, ma Gesù era un ebreo. 2 Un ebreo marginale , se vogliamo, sia per quanto riguarda il ruolo sociale, che per la discontinuità della sua predicazione rispetto alla religione ufficiale. Ma ebreo fino al midollo. Ora, secondo la mentalità ebraica non esiste distinzione fra i fatti e le parole che li esprimono: per questo la Bibbia usa lo stesso termine 3 dabar per indicare i due concetti: secondo la Scrittura, il mondo viene creato con la Parola. Per questo per l’ebreo - e quindi per Gesù - gli strumenti essenziali per la conoscenza sono due: l’ascolto e il tatto. “Shemà Israel” (“Ascolta Israele”), recita la più importante preghiera ebraica. Noi, oggi, conosciamo il mondo soprattutto attraverso la vista: guardiamo la realtà più che toccarla, più che ascoltarla. Mi sembra che questo identifichi anche nella professione medica una tendenza progressiva a sostituire le pratiche dell’ascolto (anam- 2 J.P. MEIER, Un ebreo marginale – Ripensare il Gesù storico, trad. it. Di L. De Santis, Queriniana, Brescia, 2001 3 Il dabar ebraico non è un logos nel senso classico della lingua greca, cioè una parola pensata, ma è un evento. Vedi sito Internet www.midbar.net. 36 è la religione del sacrificio, di una vita mutilata, impoverita, sacrificata, propedeutica alle esigenze della vita “vera” che ci aspetta nell’aldilà. Peccato che il Vangelo dica l’esatto contrario! Purtroppo abbiamo finito per mutuare la nostra idea di vita eterna più da Dante che dal Vangelo. Per Gesù la vita eterna non è solo l’esito escatologico a cui ognuno avrà accesso dopo l’ultimo giorno, essa è piuttosto il dono che può sperimentare nella storia colui che ha una relazione vera, viva con il Risorto. Come Giovanni ci spiega chiaramente nel suo Vangelo, la vita che assapora e vive chi incontra il Risorto è quella eterna: la vita è una ed è solo questa, la si vive già ora. La morte per il cristiano non è allora la fine della vita; è un momento di trasformazione, drammatica, dolorosa, ma della sua vita che rimane. Come medici cristiani siamo spesso sollecitati ad interrogarci sul nostro rapporto con la morte. Penso sia più urgente interrogarci, invece, sul nostro rapporto con la vita: cosa intendiamo per vita, quale sia l’essenza dell’umano (se la produttività, l’efficienza, la salute oppure la capacità di amare e di essere amati, la relazionalità con gli altri), quale vita esprimono le persone diversamente abili, quelle in procinto di morire, quelle affette da Alzheimer. Partendo dalla vita per come l’ha pensata e ha voluto donarcela Gesù possiamo provare a dare qualche risposta meno banale e meno ovvia al dramma della morte e della sofferenza che incontriamo così spesso nella nostra professione. 3. “Poi Gesù disse loro: ‘Domando a voi: in giorno di sabato, è lecito fare del bene o fare del male, salvare una vita o sopprimerla’”? (Lc 6,9). Esiste un pregiudizio buonista su Gesù di Nazaret che crolla alla prima lettura del Vangelo. Gesù ha fatto questioni praticamente con tutti; gli unici con cui non ha avuto mai da ridire sono stati pubblicani, peccatori vari, prostitute. Ciò che più di tutto lo fa indignare è il fatto che le strutture che dovrebbero tutelare e promuovere l’uomo, diventano strumenti per rendere l’uomo schiavo e per limitarne la vita. Per questo, pur essendo un ebreo devoto, non esita a mettersi contro il Tempio e la Legge, quando questi, anziché essere dalla parte Il modo migliore attraverso cui un medico cristiano può assumersi la croce di Cristo nella sua vita e nel suo lavoro è essere una voce critica all’interno del sistema, impegnandosi a promuovere la propria discontinuità rispetto alle strutture di potere dell’uomo, in particolare del più piccolo, del più povero, del più debole, lo rendono schiavo, ne limitano la libertà. Gesù muore sulla croce per dire in modo definitivo, eterno, la solidarietà di Dio a favore dell’uomo contro ogni sistema che lo schiaccia e lo vuole schiavo. 37 la parola ai colleghi cui sono capace, ma se non si modificano le strutture, se non cambiano i modi delle relazioni, la realtà non cambia. Sebbene ci sia l’esempio luminoso di tanti medici santi, che con la loro opera hanno fatto tanto bene, penso che oggi non ci sia nulla di così sterile quanto l’opera di chi si mette nel lavoro con l’idea di rispondere esclusivamente con il proprio contributo individuale ai bisogni della gente: quando queste persone finiscono di lavorare tutto resta così com’è, addirittura rischia di spalancarsi un vuoto ulteriore. Oggi più che mai mi sembra necessario mettersi insieme, creare una rete di donne e uomini di buona volontà che possano operare un cambiamento duraturo perché capace di rinnovare le strutture e capace di permanere anche indipendentemente da coloro che lo hanno pensato, voluto, desiderato, costruito. Penso che il modo migliore attraverso cui un medico cristiano possa assumersi la croce di Cristo nella sua vita e nel suo lavoro sia quello di essere una voce critica all’interno del sistema (quello Sanitario, in questo caso) in cui opera, impegnandosi quotidianamente a curare, difendere, promuovere la propria discontinuità rispetto alle strutture di potere, soprattutto quando esse tutelano i forti e mettono in difficoltà i deboli. E questo non solo quando si approva l’uso della pillola RU 486, ma ogni volta che si fanno scelte a scapito dei più poveri, dei più deboli, degli ultimi. 4. “Ma Pietro disse: 2Non ho né argento né oro; ma quello che ho, te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, àlzati e cammina’” (At 3,6). L’opera degli Apostoli ci ricorda che, come cristiani, abbiamo da portare l’annuncio di una Bella Notizia che riguarda soprattutto i poveri, gli ultimi, la persone sole. Sin dall’inizio questa testimonianza è stata affidata a comunità di uomini e donne che testimoniassero, attraverso l’amore reciproco, la bellezza di un ordine nuovo nella società, nella famiglia, nei rapporti personali. La nostra cultura individualistica, invece, ci porta a ragionare sempre in prima persona, convinti che i cambiamenti possano venire dall’opera di qualcuno che si dedica in maniera assoluta al proprio lavoro. In questi anni ho visto, e ne ho fatto l’esperienza diretta, che posso metterci tutto l’impegno e le capacità di Confesso che mi piacerebbe essere medico secondo questo modello. Poter dire, con il mio lavoro di ogni giorno, nel rapporto con i pazienti, la dignità di ogni vita umana, anche se sofferente, limitata, malata. Essere sempre capace di riconoscere quando la vita e la salute dei pazienti vengono sacrificate sugli altari dell’economia e del potere. Penso che mettere al centro la dignità della vita, possa essere un punto di partenza per incontrare anche chi non crede. Un filosofo spagnolo non cre4 dente, Savater , afferma che il pensiero secolare, laico, è possibile solo a partire dal cristianesimo: la sua radicale fiducia nell’uomo, l’autonomia della coscienza, la coscienza della libertà dei figli di Dio sono i doni che il cristianesimo ha fatto a tutta l’umanità e che permettono a tutti coloro che sono dalla parte dell’uomo di lavorare insieme per il bene comune. *dirigente medico I livello Unità operativa Cardiologia-UTIC Presidio ospedaliero “San Giuseppe da Copertino” Copertino 4 F. SAVATER, La vita eterna, Laterza, Bari, 2007 38 Un ricordo di Domenico Galluccio Laureato nel 1941, Domenico Galluccio, ampia esposizione ed il preciso allineamento Mimmo per i suoi amici, dopo quattro anni dei segmenti di frattura. Questa tecnica di di guerra, come Ufficiale Medico nella Marina osteosintesi non rigida, ma elastica, non agMilitare, si specializzò in Ortopedia negli Istituti gressiva sul focolaio di frattura, ma mini invasiva Ortopedici Rizzoli, culla dell’ortopedia italiana ed a distanza dallo stesso, non sostitutiva ma ed ancora oggi autorevole centro specialistico integrativa “allineiamo i frammenti e lasciamo di fama internazionale. Allievo di quella grande fare a madre natura”, era assolutamente contro scuola, ha saputo coniugare all’insegnamento tendenza. In uno dei suoi primi congressi chi dei suoi Maestri una straordinaria passione per presiedeva, interrompendolo durante la relala sua professione. zione e ponendo la mano davanti al microfono, Credo sia stato il primo specialista ortoaffinché la sala non udisse, gli sussurrò pedico a giungere nella nostra Provincia. Erano all’orecchio gelandolo “Galluccio ai Congressi tempi in cui la sala operatoria era riservato Il dott. Galluccio sul campo operatorio all’età di 91 anni si portano lavori scientifici !”. Un’idea radidominio del chirurgo generale, che operava calmente diversa, propugnata da un medico l’addome, il torace, i vasi, la pelvi ed anche le ossa. gastrectomie totali, effettuate in anestesia locale, di provincia ed in palese contrasto con quanto Gli fu fatto intendere che a Lecce avrebbe potuto a strati! affermava l’Accademia, … ma via Galluccio non al massimo fare gessi, ma di non entrare in sala, Villa Bianca lo ha poi accompagnato nella dica sciocchezze! non se ne parlava proprio! terza età dopo il pensionamento: se glielo avessero Questo lo costringeva nelle comunicazioni, Scelse quindi Galatina, sua città Natale, amchiesto avrebbe continuato a lavorare anche gratis, che con maggiore ostinazione continuava a portare ministrata in quegli anni dall’amico On. Gino tanto era l’amore per la sua professione, consenai Congressi, a trascurare la parte teorica e statistica Vallone e fondò il primo reparto ortopedico della tendogli per altri due decenni, sino ai novant’anni ed a bombardare l’uditorio con decine di slides provincia di Lecce presso il S. Caterina Novella, di continuare a visitare, operare e pubblicare i di singoli casi clinici: non mi credete? pensate che vincendo le resistenze dell’allora Medico Provinsuoi risultati. non sia possibile curare così le fratture? ebbene ciale “… ma come faccio ad autorizzarti a Galatina, Fin dagli inizi della sua carriera aveva elaborato questi sono i casi, 1, 2, 3 .. 10 …quanti ne volete che ortopedia non c’è nemmeno a Lecce …!”, un idea e messo a punto una particolare tecnica ! Nei congressi più vicini, oltre alle diapositive, “ma proprio per questo” rispondeva Lui “devi chirurgica di sintesi delle fratture ossee, attraverso portava spesso le radiografie e talora gli stessi autorizzarmi!”. un chiodo, che porta il suo nome, il “Chiodo di pazienti, invitandoli a dimostrare dinanzi ai ColleA Galatina fu organizzatore, finanziatore, Galluccio”. L’idea era semplice: le fratture vanno ghi, le loro restituite capacità funzionali. Solo il gestore ed infine anche primario del reparto con ridotte subito, nelle prime ore, se possibile nello tempo gli ha dato ragione ottenendo dalla comui proventi dei pochi paganti e con i suoi mezzi stesso pronto soccorso. Una tecnica poco costosa, nità ortopedica quella credibilità per la quale aveva personali, comprava bende, fasce e ferri e spesso figlia di quegli anni di pochissimi mezzi, la chirurgia faticosamente e caparbiamente combattuto. riforniva le cucine dell’ospedale con i prodotte protesica è ancora agli albori, l’anestesia è ancora Nel 2007, alla festa per i suoi novant’anni in della Sua campagna. A sera faceva scaricare nelle incerta. Si tratta di semplici chiodi di acciaio di Bari, con il Prof. Pipino maestro di cerimonie, il cucine dell’ospedale, l’auto carica di derrate che differente lunghezza e calibro, che vengono inseriti Prof. Toni in rappresentanza degli Istituti Rizzoli, aveva fatto raccogliere nelle sue campagne. per via percutanea e quindi senza nemmeno bisoed il Prof. Bianchi in rappresentanza della Società Dopo un decennio circa e dopo aver messo gno di incisione, nel canale midollare delle ossa di Ortopedia, si sono stretti intorno a lui decine su il reparto, come suole, fu obbligato ad andarlunghe, modellandosi a spirale lungo le sue pareti e decine di amici ortopedici pugliesi, ospedalieri sene, e subito. Bandito il concorso, lo perse, fece o nella spongiosa delle ossa brevi, bloccando i ed universitari a festeggiare il decano della catericorso, ne ottenne l’annullamento, ma non volle frammenti di frattura. Tale tecnica è stata ed è goria. ripresentarsi al nuovo bando. Scoprì solo al pentuttora utilizzata in numerosi centri traumatologici Ci ha lasciato un medico appassionato, un sionamento che non gli erano stati nemmeno del nostro paese su migliaia di pazienti. chirurgo innovatore, un uomo di scienza arguto versati i contributi previdenziali per tutto il decenTecnica osteggiata ma che lui caparbiamente e curioso, un gentiluomo sempre modesto, che nio e che era oramai troppo tardi per porvi rimedio! sosteneva contro quelli che in alternativa propocontinuamente ripeteva ai suoi interlocutori: “… Un esperto chirurgo ed un amico di quegli nevano che la sintesi delle fratture fosse affidata non mi chiami professore, sono un medico di anni gli porse una mano: Silverio Camboa, primario a mezzi rigidi come placche, viti etc, attraverso un campagna …”. chirurgo, lo invitò nel piccolo ospedale di Scorrano, ancora nella sua vecchia sede. Lì in serenità poté completare i restanti anni della sua carriera, sino alla pensione occupandosi anche del nascente Ospedale di Gagliano. Nel 1955, al suo rientro da Bologna, aveva anche fondato la sua Casa di Cura, in Lecce, “Villa Bianca“, dove tra gli altri ospitò anche un altro compianto maestro della Chirurgia: il Prof. Nicola Petrucciani. Il Professore, già Ufficiale Medico, con grandissima esperienza di chirurgia di guerra, non aveva ancora costruito la sua casa di cura ed all’epoca operava a “domicilio”: il tavolo della cucina di casa dei suoi pazienti, adeguatamente sanificato e preparato dalle sue infermiere, era il suo tavolo operatorio. Villa Bianca lo ospitò per Questa foto gli è stata donata dal prof. Toni (Istituti Ortopedici Rizzoli),¬per il¬suo 90° compleanno. qualche tempo: sui registri operatori sono descritte C'è il prof.¬Delitalia con tutta la scuola del Rizzoli, nel 1948. Il Dott. Galluccio è indicato dalla freccia. Una pillola al giorno... RIFLESSIONI SULLA SEMPRE CRESCENTE INAPPROPRIATEZZA PRESCRITTIVA. OVVERO: QUANDO I SEMPLICI SINTOMI DIVENTANO MALATTIE DA CURARE la parola ai colleghi di Tommaso Borgia* I l comparto farmaceutico non sembra conoscere la crisi economica che va interessando molti settori del nostro Paese. Secondo il rapporto Osmed, dall’Osservatorio nazionale sull’impiego dei medicinali, è emerso che nel complesso gli italiani hanno consumato 954 dosi di farmaci ogni mille abitanti, cioè un italiano assume una pillola al giorno, prendendo in considerazione tutti, dai neonati agli ultracentenari. Insomma, un popolo non solo di eroi, santi e navigatori, ma anche di “impasticcati”, ciò dipendendo dal boom di prescrizioni mediche la cui crescita è stata, negli ultimi dieci anni, del 5% all’anno. Quasi parafrasando un vecchio adagio napoletano, possiamo dire che “una pillola al giorno toglie il medico di torno”. Quello che si chiedono gli esperti è se tutti questi farmaci siano strettamente necessari, in quanto l’incremento non sarebbe sicuramente legato all’invecchiamento della popolazione e dunque al parallelo aumento delle malattie croniche della terza età, che al massimo avrebbe determinato un incremento dell’1% di crescita annua. Praticamente un trend giustificabile solo minimamente con motivi demografici, da far venire, invece, il sospetto che queste medicine non siano poi così necessarie. Per cui l’ipotesi più valida è quella determinata da Secondo l’Osmed gli italiani hanno consumato 954 dosi di farmaci ogni mille abitanti, praticamente una pillola al giorno; la crescita delle prescrizioni mediche è stata, negli ultimi dieci anni, del 5% all’anno una inappropriatezza prescrittiva su cui è necessario riflettere molto, se è vero come è vero che la Calabria, la Campania, la Puglia e la Sicilia hanno registrato un maggior numero di prescrizioni a fronte di altre regioni come Veneto, Liguria, Friuli e Valle d’Aosta, che sono risultate più virtuose, con un risparmio di milioni di euro di spesa. Né il numero crescente di farmaci è legato a ragioni epidemiologiche, come quando, per motivi di malattie o infettive o virali, da un anno all’altro, esse possono risultare più virulente e diffusive. Indubbiamente viviamo in una società che tende a creare nuove patologie, in quanto dobbiamo essere sempre in perfetta forma. Per cui semplici sintomi diventano malattie da curare. Del resto, in un contesto 40 che richiede di essere sempre più performanti, il livello delle proprie performance diventa un pensiero fisso per un numero sempre più elevato di individui. Le aziende farmaceutiche rispondono prontamente alle richieste di mercato, in nome del business, per cui vengono prodotti farmaci ad hoc, partendo proprio dai comportamenti delle persone, adottando particolari strategie di marketing per stimolarne il consumo, sia attraverso campagne di sensibilizzazione, ingigantendo il pericolo di un determinato disturbo, oppure inducendo i medici ad abbassare la soglia del trattamento, considerando, ad esempio, malate, persone sempre meno gravi. Ciò è successo con l’informazione farmaceutica fatta arrivare ai medici, che così ne hanno aumentato la prescrizione, a proposito di colesterolo, ipertensione, diabete, osteoporosi, gastropatie, disturbi d’ansia e depressione, malattie dermatologiche, eccetera, piuttosto che suggerire in prima istanza ai propri pazienti un diverso, rigoroso, stile di vita, preferendo medicalizzarli comunque e sempre. Allo scopo, anche meeting, tavole rotonde, congressi variamente organizzati, dietro ad una presentazione scientifica di un farmaco pseudoinnovativo, sottintendono ampi scopi commerciali, che portano all’approvazione di nuovi medicinali sempre più costosi e spesso inutili. Nel nostro Paese, pochi si pongono il problema se a fronte di cure costose ci sono reali vantaggi terapeutici. Ciò si pone in particolare in due campi d’applicazione, nel campo delle malattie infettive ed in quello oncologico. Secondo uno studio dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), in Italia, il 44% della popolazione, bambini compresi, riceve almeno una prescrizione di antibiotico l’anno (nel Sud l’abuso smodato raggiunge il 60%). Troppi antibiotici, sempre più costosi, ingurgitati senza alcuna necessità e poi subito sospesi, con il doppio danno che da un lato non si conclude il ciclo di terapia e dall’altro si favorisce lo sviluppo di resistenze, con il rischio di non avere più, in un futuro non molto lontano, antibiotici per curare infezioni anche banali. Per Calabria, Campania, Puglia e Sicilia sono le Regioni che hanno registrato il maggior numero di prescrizioni a fronte di altre, come Veneto, Liguria, Friuli e Valle d’Aosta, risultate più virtuose, che hanno risparmiato milioni di euro arginare l’uso scorretto di questi medicinali, bisogna infondere negli operatori sanitari in primis e nella popolazione, la consapevolezza che gli antibiotici presi male non solo sono inutili, ma possono diventare dannosi, anche per le reazioni avverse che possono determinare, nonché per l’economia del settore sanitario. Infine un’ultima riflessione. Oggi, in Italia, qualsiasi cura viene erogata indistintamente. Ma ci si è mai chiesto se sono sempre utili le spesso costosissime chemioterapie che si prescrivono a malati con forme tumorali avanzate o scarsamente responsive? Quante “linee” di chemioterapia bisogna fare prima di arrendersi ragionevolmente? E tutto questo quanto costa e, soprattutto, quali benefici porta ai malati? Non sempre una “risposta”, una diminuzione di una massa tumorale, si accompagna ad un vantaggio di sopravvivenza, e chissà poi di quanto! In molti Paesi europei, certe terapie ad alti costi sono garantite a pazienti di una certa età, non troppo avanti negli anni e solo a fronte di una certa probabilità di successo. Bisognerà, pertanto, per le terapie innovative e ad alti costi, fare scelte terapeutiche basate sull’efficacia delle cure, con criteri condivisi. Bisogna capire che i soldi debbono essere spesi meglio, risparmiando dove e quando si può, investendo, invece, in innovazioni tecnologiche, prima di sfasciare tutto il sistema economico sanitario, riconducendolo a livello di sanità da terzo mondo. 41 Il 118, questo sconosciuto INDAGINE SUL LIVELLO DI CONOSCENZA DEL SISTEMA DI EMERGENZA TERRITORIALE IN UNA POPOLAZIONE TARGET DELLA PROVINCIA DI LECCE la parola ai colleghi di Cosimo Caldararo*, Sara Alfieri**, Chiara Cosentino°, Luigi Cosentino°° A 747 cittadini della provincia di Lecce suddivisi in due gruppi (studenti del 5° anno e cittadini comuni) è stato somministrato un questionario articolato in due parti Abstract Introduzione: L’introduzione del numero 118 ha semplificato l’organizzazione del soccorso extraterritoriale ma deve rappresentare lo strumento operativo, tempestivo ed efficace per il superamento della frammentazione delle opzioni oggi a disposizione del cittadino nelle situazioni di emergenza. Obiettivi: indagare il livello di conoscenza, da parte del cittadino, del sistema di emergenza sanitaria operante nel territorio di residenza e della relativa procedura di allarme (numero unico 118). Materiali e metodi: a 747 cittadini della provincia di Lecce suddivisi in due gruppi (studenti del 5° anno e cittadini comuni) è stato somministrato un questionario articolato in due parti: la prima con le caratteristiche anagrafiche del campione, la seconda articolata in 21 items a risposta multipla ed aperta ripresi e in parte rielaborati da altre indagini. Discussione e risultati: il primo tema indagato (conoscenza del funzionamento del SET-118) ha dimostrato una evidente carenza di informazioni e di comprensione della struttura e del funzionamento del Sistema di Emergenza/Urgenza da parte dei cittadini intervistati. Il secondo tema indagato (conoscenza di alcune nozioni di primo soccorso) ha rilevato che più del 70% degli intervistati non ha mai frequentato corsi di primo soccorso ed il 48,24% vs il 67,28% di non saper effettuare le manovre di primo soccorso mentre il 78,98% vs il 67,55% è consapevole che un soccorritore laico possa effettuare le manovre di primo soccorso. Il terzo tema indagato (conoscenza dei mezzi utilizzati dal SET118) ha rilevato un insoddisfacente livello di conoscenza della composizione dell’equipaggio e della tipologia dei mezzi (diversi dall’ambulanza) impiegati nel soccorso. Conclusioni: emerge la necessità di promuovere una “cultura dell’emergenza” che consideri il cittadino come protagonista attivo della catena del soccorso programmando interventi informativi/formativi che consentano la responsabilizzazione dei cittadini all’uso appropriato del SET 118 e diffondano la cultura dell’emergenza favorendo la conoscenza delle prime manovre di soccorso. Parole chiave: SET 118, soccorso extraterritoriale, catena della sopravvivenza, centrale operativa, mezzi di soccorso. 42 E’ ormai un assioma “pienamente acquisito a livello europeo che occorre superare il concetto di trasporto, sempre e comunque, del paziente al Pronto Soccorso più vicino, con quello di trasporto assistito al Pronto Soccorso più idoneo per intervenire nel modo più rapido e razionale nell’iter diagnostico – curativo “(2) Allarme precoce, Rianimazione cardio-polmonare, Defibrillazione precoce, Trattamento avanzato precoce: è la catena della sopravvivenza, ossia un insieme di atti ben concatenati fra loro, che possono garantire la fausta conclusione delle cure in emergenza La catena della sopravvivenza La “catena della sopravvivenza”(3) è una metafora che ha segnato in modo determinante l’evoluzione di tutta la medicina critica in ambito internazionale. Ideata da Peter Safar nel 1948 è composta da 4 anelli la cui sequenza è la seguente: 1. Allarme precoce; 2. rianimazione cardio-polmonare; 3. defibrillazione precoce 4. trattamento avanzato precoce; L’obiettivo è la minimizzazione dei tempi di soccorso sulla vittima al fine di garantire un trattamento tempestivo salvando la vita o comunque garantendo la migliore prognosi possibile. La catena della sopravvivenza è una metafora che mostra come un insieme di atti ben concatenati fra loro, possono garantire la fausta conclusione delle cure in emergenza. L’immagine della “catena” rende bene il concetto, perché ogni azione deve essere perfettamente collegata all’altra per ottenere un esito positivo. Il primo anello della catena della sopravvivenza è rappresentato dall’allarme precoce e, al pari degli altri anelli, è di vitale importanza poiché esso innesca la sequenza del soccorso. Esso prevede l’allertamento del Servizio di Emergenza Territoriale (SET) 118 da parte di qualsiasi cittadino che si trovi sul luogo dell’evento. Nessun sistema di emergenza può intervenire se non è allertato. Sembra una affermazione scontata eppure nella nostra realtà non lo è. L’introduzione del numero 118 ha certamente semplificato l’organizzazione del soccorso extraterri- Introduzione “Non sono certo molti i minuti che contano, ma possono costituire la linea di demarcazione tra la vita e la morte. La capacità di una corretta e tempestiva organizzazione del soccorso sanitario assume, in questo contesto, un ruolo di primaria importanza. E’ assolutamente indispensabile far sì che il soccorso sul luogo dove l’evento si è verificato possa avvenire nel più breve tempo possibile: in questi minuti occorre concretizzare i soccorsi e le cure più adeguate, pena il fallimento delle manovre successive”(1). 43 la parola ai colleghi toriale ma la sua istituzione non deve essere concepita come un ulteriore numero telefonico che va ad aggiungersi all’elenco di quelli esistenti (112, 113, 115, ecc.), ma deve rappresentare lo strumento operativo, tempestivo ed efficace, per il superamento della frammentazione delle opzioni oggi a disposizione del cittadino nelle situazioni di emergenza. Da ciò nasce l’esigenza di istruire la popolazione sul “Sistema delle Emergenze Sanitarie”, articolato in diversi momenti organizzativi (allarme, risposta organizzativa ospedaliera e/o territoriale) e sulla corretta fruizione del numero unico. Tale obiettivo non è quello perseguito fino a qualche anno fa di “insegnare” al cittadino alcune manovre di primo intervento diretto sul paziente con la presunzione di diminuire il “free therapy interval”, ma piuttosto quello di metterlo nelle condizioni, attraverso idonee campagne di informazione, di accedere correttamente ai sistemi di emergenza fornendo, agli operatori del sistema di emergenza territoriale, le necessarie informazioni al fine di organizzare un ottimale intervento(2). Il problema oggi, dunque, è quello di capire come e quali conoscenze possiamo trasferire al cittadino per favorire una corretta interazione con il sistema di emergenza territoriale e al tempo stesso per saper riconoscere i segni e i sintomi di allarme più importante evitando di attivare richieste di soccorso d’emergenza quando non sono necessarie oppure, attivandole in grave ritardo quando invece il contesto ne richiedeva l’attivazione immediata, nel rispetto del concetto di appropriatezza. Da ciò nasce l’esigenza di: (2) 1. abituare il cittadino a chiamare un unico numero telefonico per ogni emergenza sanitaria; 2. insegnare alla popolazione che, quando si attiva il SET 118 è necessario dare l’ubicazione esatta del luogo dell’evento; 3. insegnare a rispondere a semplici domande poste dall’operatore di Centrale circa la natura dell’emergenza (fuoco, trauma, malattia), la gravità ed altri elementi che possono avviare la complessa mac- La Sezione di Farmacogenetica e Farmacogenomica, attivata solo nel giugno del 2009, ha già effettuato più di 700 prestazioni. Sarà attivata anche la Sezione di Bioinformatica, come previsto dalla recente convenzione tra ASL e l’Università del Salento china sanitaria in modo corretto e permettere l’eventuale contemporaneo allertamento di organizzazioni sussidiarie necessarie ad integrare la sanità (vigili del fuoco, polizia, mezzi pesanti di soccorso). Obiettivi L’obiettivo del presente studio è stato quello di indagare il livello di conoscenza, da parte del cittadino, del sistema di emergenza sanitaria operante nel territorio di residenza e della relativa procedura di allarme (numero unico 118). 44 Nella parte introduttiva del questionario si è proceduto ad una breve presentazione degli obiettivi della ricerca garantendo l’anonimato. Limitatamente al primo gruppo, successivamente all’individuazione del campione si è proceduto a contattare i dirigenti scolastici degli Istituti scelti concordando con gli stessi i tempi e le modalità di somministrazione del questionario. Per il secondo gruppo di studio, la scelta del campione è stata casuale ed i luoghi di somministrazione del questionario sono stati diversi: ospedale, supermercati, parrocchie, circoli culturali. Ogni questionario recuperato è stato numerato in ordine crescente. Attraverso l’utilizzo del programma Microsoft Excel si è costruito un foglio di lavoro (base dati) in cui sono state immesse, in colonna, le singole variabili del questionario in ordine di presentazione. Si è proceduto, così, all’immissione di tutti i questionari codificati nella “base dati”. Inoltre si è effettuato un controllo di immissione attraverso l’estrazione casuale del 10% dei questionari validi verificando l’esattezza della numerazione inserita nella riga della base dati con quella del supporto cartaceo. Il “Sistema di Emergenza/Urgenza” deve necessariamente configurarsi come un “sistema integrato” nel quale tutti gli elementi (operatori sanitari, volontari, cittadini) interagiscono sinergicamente Materiali e metodi Il campione su cui è stata effettuata la ricerca è composto da 747 cittadini della provincia di Lecce di età compresa tra 17 e 80 anni, di sesso maschile e femminile, suddivisi in due gruppi: 1. il primo gruppo è composto da 371 studenti del 5° anno, di diversi istituti scolastici della provincia di Lecce; 2. il secondo gruppo è composto da 376 cittadini della provincia di Lecce, di diversa età e scolarità. Il campione è stato suddiviso in due gruppi per valutare se vi siano differenze nella conoscenza del Sistema di Allarme Sanitario 118 tra gli studenti del 5° anno delle scuole superiori e che quindi, oltre ad aver raggiunto la maggiore età, si presuppone siano in possesso di un livello di istruzione elevato ed omogeneo ed i cittadini con grado di istruzione disomogeneo. Allo scopo è stato elaborato e somministrato un questionario anonimo, articolato in due parti: la prima con le caratteristiche anagrafiche del campione e la seconda articolata in 21 items a risposta multipla ed aperta ripresi in parte, rielaborandoli da altre indagini (4). Gli items della seconda parte del questionario sono finalizzati ad indagare tre temi principali: a) conoscenza del funzionamento del Servizio di Emergenza Territoriale (SET) 118; b) conoscenza di alcune nozioni di primo soccorso; c) conoscenza dei mezzi utilizzati dal SET. Risultati Tutti i questionari somministrati (747) sono stati regolarmente compilati e validati. I dati descrittivi del campione indicano una popolazione costituita da 109 uomini (29,38%) e 262 (70,6%) donne per il primo gruppo e 178 uomini (47,3%) e 198 (53,3%) donne per il secondo (tab. 1). Tabella 1 Distribuzione dei soggetti secondo il sesso Gruppo 45 Uomini % Donne I 109 II 178 29,4 47,3 262 198 70,6 52,7 Totale 287 38,42 460 % 61,58 la parola ai colleghi Nel I gruppo, il 98,6% ha un’età compresa tra 18 - 21 anni, l’1,1% tra 22 – 23 anni e lo 0.3% meno di 18 anni (tab.2). Nel II gruppo, il 32,2% ha un’età compresa tra 18 – 30 anni, il 40,1% tra 31- 50 ed il 27,7% tra 51 – 80 anni (tab3). Tabella 2 Distribuzione dei soggetti del I gruppo per età suddivisa in classi Tabella 3 Distribuzione dei soggetti del II gruppo per età suddivisa in classi Valore assoluto % Meno di 18 Da 18 a 21 Da 22 a 23 1 366 4 0.3 98,6 1,1 Totale 371 100 Il grafico n. 1 fotografa il campione del I gruppo per istituto scolastico frequentato nei differenti comuni della Provincia di Lecce) mentre la tabella n. 4 suddivide il campione del II gruppo per titolo di studio. Grafico 1 Istituti scolastici frequentati dai soggetti del I 46 Valore assoluto % Da 18 a 30 Da 31 a 50 Da 51 a 80 121 151 104 32,2 40,1 27,7 Totale 376 100 Grafico 2 - Item n. 1 Tabella 4 Distribuzione dei soggetti del II gruppo per titolo di studio Valore assoluto % Licenza scuola elementare Scuola media inferiore Istituto professionale Scuola media superiore Diploma universitario Laurea Altro 39 60 46 147 27 56 1 10,4 15,95 12,24 39,09 7,18 14,89 0,26 Totale 376 100 Il primo tema indagato è stato quello della conoscenza del Servizio di Emergenza Territoriale (SET) 118. Si è chiesto al campione se il numero 118 è gratuito (grafico n.2) e se il SET è in funzione 24 su 24 (grafico 3). L’analisi dei dati evidenzia che la quasi totalità del campione (97,3% per il I gruppo e 94,68% per il II gruppo) è a conoscenza che il numero 118 è un numero gratuito e che il SET è in funzione 24 ore su 24 ( 4,31% per il I gruppo e 7,71% per il II risponde “no” o “non so”) con modeste differenze nei due campioni. La tabella n. 5 suddivide il campione del II gruppo per stato civile (il campione del I gruppo ha dichiarato invece di essere celibe o nubile). Grafico 3 - Item n. 2 Tabella 5 Distribuzione dei soggetti del II gruppo per stato civile Valore assoluto % Celibe/Nubile Separato/a - Divorziato/a Coniugato/a - Convivente Vedovo/a 148 17 182 29 39,36 4,5 48,4 7,8 Totale 376 100 47 Grafico 4 - Item n. 3 Grafico 6 - Item n. 5 Il 4,85% del I gruppo ed il 18,35% del II gruppo ritiene che l’operatore che risponde al telefono quando si chiama il 118 sia un medico, il 21,83% del I gruppo ed il 31,64% del II gruppo un Infermiere, il 71,69% del I gruppo e 46,8% del II gruppo un centralinista, l’1,34% del I gruppo ed il 3,19% un altro operatore lo 0,26% (grafico n. 6). Il 49,3% del I gruppo ed il 61,17% del II gruppo è convinto che il 118 svolga solo servizi di emergenza sanitaria, il 41% del I gruppo ed il 30,85% del II gruppo ha risposto di no mentre il 9,4% del I gruppo ed il 7,97% del II gruppo non sa rispondere (grafico n. 4) Grafico 7 - Item n. 6 Grafico 5 - Item n. 7 Il 52,56% del I gruppo ed il 30,32% del II gruppo ritiene che la chiamata effettuata al numero 118 venga deviata al Pronto Soccorso più vicino al luogo dell’incidente, il 46,36% del I gruppo ed il 68,35% del II gruppo è a conoscenza che vi è una centrale operativa dedicata, per lo 0,8% del I gruppo e l’1,33% del secondo gruppo al telefono risponde un altro soggetto (grafico n. 7). Il 22,37% del I gruppo ed il 29,52% del II gruppo ritiene, che la funzione della Centrale Operativa si concluda con l’invio dei mezzi di soccorso sul luogo dell’evento. Al contrario hanno risposto correttamente (No) il 69,27% del I gruppo ed il 59,57% del II gruppo. Non sa l’8,35% del I gruppo e 11% del secondo gruppo (grafico n. 5). 48 Grafico 8 - Item n. 8 Grafico 10 - Item n. 10 Il 78% del campione appartenente al I gruppo ed il 64,36% del campione appartenente al II gruppo ritiene che l’operatore che risponde al telefono deve avere delle specifiche conoscenze (grafico n. 8). Alla domanda “cosa succede se all’operatore che risponde al 118 non vengono date le giuste informazioni dal chiamante” il 67,92 % degli intervistati del I gruppo ed il 64,10 % del II gruppo risponde che non vengono inviati sul luogo i soccorsi idonei, per l’11,32% del I gruppo ed il 14,10% del II gruppo non vengono attivati i soccorsi, per l’11,59% del I gruppo ed il 10,11% del II gruppo vengono inviati sul luogo i soccorsi a sirene spente, per il 7,02% del I gruppo e l’11,7% del II gruppo viene inviata sul luogo solo l’automedicalizzata, il restante 2,16% del I gruppo non ha risposto. Complessivamente il 32,07% del I gruppo e il 35,9% del II non conoscono le reali conseguenze di una carente informazione data all’operatore telefonico della Centrale 118 (grafico n. 10). Grafico 9 - Item n. 9 Il 47% degli intervistati del I gruppo ed il 56,38% del II gruppo ritiene che sia il medico l’operatore più indicato a rispondere alle chiamate di soccorso sanitario; il 32,6% del I gruppo ed il 23,13 del II gruppo l’Infermiere; il 16,17% del I gruppo ed l’11,96% del II gruppo un centralinista; il 2,96% del I gruppo ed il 7% del II gruppo uno psicologo; l’1,8% del I gruppo e l’1,3% del II gruppo un altro operatore (grafico n. 9). Complessivamente il 20,21% del I gruppo ed il 20,47% del II gruppo ritiene che l’operatore che risponde al telefono possa anche non essere un medico o un infermiere. 49 Grafico 11 - Item n. 11 Grafico 13 - Item n. 19 Il 93,26% degli intervistati del I gruppo ed l’84,31% del II gruppo ritiene che quando si chiama il numero 118 è più importante la chiarezza con cui si espongono le informazioni, il 5,93% del I gruppo ed il 15,69% del II gruppo ritiene che è più importante la velocità con cui si espongono le informazioni, non ha risposto lo 0,81% del I gruppo (grafico n. 11). Solo Il 50,13% del I gruppo ed il 32,71% del II gruppo ha dichiarato di essere in grado di effettuare le manovre di primo soccorso (grafico n. 13). Il secondo tema indagato è rappresentato dalla conoscenza di alcune nozioni sul soccorso. Grafico 14 - Item n. 20 Grafico 12 - Item n. 17 Il 78,98% del I gruppo ed il 67,55% del II gruppo ritiene che le manovre di primo soccorso possano essere effettuate anche da laici, il 12,40% del I gruppo ed il 21,54% del II gruppo ha risposto di no, non sa il 7,28% del I gruppo ed il 10,90% del II gruppo, non risponde l’1,35% del I gruppo (grafico n. 14). Solo il 27,49% del I gruppo e il 24,20% del II gruppo dichiara di aver frequentato dei corsi di primo soccorso (grafico n. 12). 50 Grafico 15 - Item n. 18 Grafico 17 - Item n. 4 Il 63,61% del I gruppo ed il 47,87% del II gruppo risponde che il primo soccorso inizia all’arrivo del primo soccorritore, il 5,66% del I gruppo ed il 14,36% del II gruppo all’arrivo dei sanitari sul luogo dell’evento, il 2,43% del I gruppo ed il 3,46% del II gruppo alla partenza dei mezzi di soccorso, il 22,64% del I gruppo ed il 28,19% del II gruppo alla chiamata del cittadino al 118, lo 0,81% del I gruppo ed il 2,13% del II gruppo ha risposto che inizia all’arrivo in pronto soccorso, il 3,23% del I gruppo e il 3,99% del II gruppo è incerto, non risponde l’1,62% del I gruppo (grafico n. 15). Il 9,7% del I gruppo ed il 70,21% del II gruppo ritiene che il compito del primo soccorritore è finito dopo aver allertato il 118, al contrario l’83,28% del I gruppo e l’11,96% del II gruppo ritiene necessario rimanere sul luogo dell’evento, non sa il 7% del primo gruppo ed il 17,8% del secondo gruppo (grafico n. 17). Il terzo tema indagato è rappresentato dalla conoscenza dei mezzi di soccorso del SET e del suo equipaggio. Grafico 18 - Item n. 13 Grafico 16 - Item n. 16 Il 58,49% del I gruppo e il 45,21% del II gruppo ritiene che esista una normativa che imponga dei tempi entro i quali i soccorsi debbano arrivare sul luogo dell’evento, il 18,60% del I gruppo ed il 26,33% del II gruppo pensa che non esista una normativa, non sa rispondere il 21,02% del I gruppo e il 28,46% del II gruppo, non risponde l’1,89% del I gruppo (grafico n.16). Il 43,67% del I gruppo e il 38,56% del II gruppo ha risposto di essere a conoscenza dell’esistenza di mezzi di soccorso diversi dall’ambulanza, il 38,01% del I gruppo ed il 38,03% del II gruppo ha risposto negativamente, non sa il 17,25% del I gruppo ed il 23,40% del II, non risponde l’1,08% del I gruppo (grafico n. 18). 51 Grafico 21 - Item n. 15 Grafico 19 - Item n. 14 Alla domanda: “quali mezzi di soccorso conosce oltre l’ambulanza” il 23,91% del I gruppo ed il 15,66% del II gruppo ha risposto l’automedicalizzata, il 5,43% del I gruppo e lo 0,48% del II gruppo l’automedicalizzata e l’elicottero, il 5,43% del I gruppo ed il 17,35% del II gruppo l’eliambulanza, non ha risposto il 65,22 % del I gruppo ed il 55,66% del II gruppo, il 10,84% del II gruppo ha dato altre risposte (grafico n. 19). Alla domanda: “quali sono le figure professionali che compongono l’equipaggio di un’auto medicalizzata” il 43,40% del I gruppo ed il 37,50% del II gruppo ha risposto che è composta da un medico, un infermiere e un autista, l’11,32% del I gruppo ed il 22,61% del II gruppo da un medico e un infermiere, il 4,85% del I gruppo ed il 4,79% del II gruppo da due infermieri, il 14,56 % del I gruppo ed il 26,60% del II gruppo da un medico ed un autista, mentre 19,68 % del I gruppo e l’8,51% del II gruppo un infermiere ed un autista, il 3,77% del I gruppo ha dato altre risposte, non ha risposto il restante 2,43% del I gruppo (grafico n. 21). Grafico 20 - Item n. 12 Grafico 21 - Item n. 21 L’87,33% del campione del I gruppo ed il 78,72% del II gruppo risponde che l’equipaggio di un’ambulanza è composto da un medico, un infermiere ed un autista, per il 3,23% del I gruppo e per il 12,23 del II gruppo è composto da un medico ed un infermiere, per il 4,58% del I gruppo e l’1,33 % del II gruppo da due infermieri, per l’1,62% del I gruppo ed il 4,79% del II gruppo da un medico ed un autista, per il 2,70 del I gruppo ed il 2,93% del II gruppo da un infermiere ed un autista, il restante 0,54% del I gruppo non ha risposto (grafico n. 20). Nell’ultima domanda si è chiesto al campione se fosse utile inserire nei programmi scolastici dei corsi di primo soccorso. Il 94,61% del I gruppo ed il 98,67% del II gruppo ha risposto di si, il 3,77% del I gruppo e l’1,33% del II gruppo ha risposto negativamente, non ha risposto l’1,62% del I gruppo (grafico n. 22). 52 centralinista; questi dati, tuttavia, sembrano contraddittori rispetto alle risposte fornite negli items del grafico 8 (“L’operatore che risponde al telefono deve avere delle specifiche conoscenze?”) e del grafico n. 9 (“Chi sarebbe l’operatore più indicato al telefono quando si compone il numero 118?”) che dimostrano, invece, come il 78% del primo gruppo e il 64,36% del secondo ha dichiarato che l’operatore che risponde alla chiamata 118 “deve avere delle specifiche competenze”, mentre il 47% del primo e il 56,38 % del secondo indica il medico e il 32,6% del primo ed il 23,13% del secondo gruppo indica l’infermiere; ciò sembrerebbe confermare non soltanto l’insufficiente livello informativo sulla struttura organizzativa del sistema, ma anche una carenza di comprensione e di consapevolezza sulle finalità del servizio e sui ruoli e i compiti degli operatori sanitari. Il 52,56% del primo gruppo e il 30,32% del secondo (grafico 7) ha dichiarato cha alla chiamata del numero 118 risponde il Pronto Soccorso più vicino al luogo dell’incidente (grafici 2, 3, 10, 11), corrispondenti agli i items: “Il 118 è un numero gratuito?”, “La Centrale operativa è in funzione 24 ore su 24?”, “ Cosa succede se all’operatore che risponde al numero 118 non vengono date le giuste informazioni dal chiamante?”, “Quando si chiama il 118 cos’è più importante?”), indicano una adeguata conoscenza della funzione continua e gratuita del SET-118 (grafici 2, 3) e una sostanziale comprensione (anche se in parte non compiutamente espressa nelle risposte formalmente date) della chiarezza e della completezza delle informazioni fornite (grafici 10, 11). Complessivamente, seppure con diversi, e talora invertiti, livelli di adeguatezza delle risposte, il comportamento dei due gruppi non dimostra significative differenze. - Relativamente al secondo tema indagato (conoscenza di alcune nozioni di primo soccorso, grafici 217) i dati rilevati dimostrano che il 70,61% del primo gruppo e 75,79 % del secondo ha dichiarato di non avere mai frequentato corsi di primo soccorso (grafico 12) ed inoltre il 48,24% vs il 67,28% ha risposto di non essere in grado di effettuare le manovre di primo Discussione e conclusioni I risultati acquisiti nella nostra ricerca consentono le seguenti osservazioni: - Relativamente al primo tema indagato ( conoscenza del funzionamento del SET-118; grafici 2-11) i dati (con l’eccezione dei grafici 2,3,10,11) dimostrano una evidente carenza di informazioni e di comprensione della struttura e del funzionamento del Sistema di Emergenza/Urgenza da parte dei cittadini intervistati. In particolare è interessante segnalare come il 41% del primo gruppo e il 30,85% del secondo( grafico 4) ha risposto che il SET 118 “non” svolge solo servizio di emergenza (con un 9,4% e un 7,97% che non sa rispondere). Il 22,37% del primo gruppo e il 29,52% del secondo (grafico 5) ritiene, erroneamente,che la funzione della Centrale operativa 118 si concluda con l’invio del mezzo di soccorso sul luogo dell’evento (con un 8,35% e un 10,9% che non sa rispondere). Appare molto significativo rilevare come il 71,69% del primo gruppo e il 46,8% del secondo (grafico 6) dichiara che la funzione di risposta alla chiamata 118 possa essere affidata a un 53 la parola ai colleghi soccorso (grafico 13); interessante rilevare, tuttavia, che il 78,98% vs il 67,55% ha la consapevolezza della possibilità che un soccorritore laico effettui le manovre di primo soccorso (grafico 14), mentre il 63,61 % vs il 47,87% ha affermato che il primo soccorso inizia con l’arrivo del primo soccorritore (grafico 15). Solo il 58,49% vs il 45,21% ha dichiarato di essere a conoscenza dell’esistenza di una normativa sui tempi di arrivo dell’ambulanza (grafico 16). Particolarmente interessante risultano le risposte date all’item del grafico 17 (“In una situazione di emergenza il compito del soccorritore si esaurisce con l’allerta del 118?”) per la netta e consistente diversità delle posizioni espresse dal primo gruppo (che nell’83,28% ha risposto che il compito del soccorritore si esaurisce con l’allerta del 118) vs quelle del secondo che, nel 70,21%, ha risposto invece che con la chiamata al 118, il compito del soccorritore è terminato. Tale rilevante contrasto dei punti di vista nei due gruppi dovrà essere opportunamente utilizzato per definire strategie di intervento differenti e flessibili di informazione/formazione che tengano conto delle diverse caratteristiche socio-antropologiche e culturali della popolazione target e richiama l’importanza della scuola nella formazione di una coscienza civica nei giovani e dell’importanza di insegnare loro i comportamenti corretti per gestire al meglio le situazioni di emergenza. In tale ottica, si sottolinea la significativa ed omogenea risposta fornita dai due gruppi (94,61% vs il 98,67%; grafico 22) circa l’utilità di inserire dei corsi di primo soccorso nei programmi scolastici. - Relativamente al terzo tema indagato (conoscenza dei mezzi utilizzati dal SET118; grafici 18-21) solo per l’item del grafico 20 (“Com’è composto l’equipaggio di un’ambulanza medicalizzata?”) la risposta è soddisfacente e corretta (87,33% vs 78,72%), insoddisfacente invece il livello di conoscenza della composizione dell’equipaggio di un’auto medicalizzata (grafico 21); anche per gli items dei grafici 18, 19, si conferma, nei due gruppi, la carenza di informazioni e la scarsa conoscenza della tipologia di mezzi (diversi dall’ambulanza) impiegati nel soccorso. Conclusioni Sulla base dei dati acquisiti nella presente indagine e tenuto conto delle evidenze già conosciute in letteratura, si ritiene di poter confermare che la mission fondante del SET 118 è quella di affermare la centralità della funzione assistenziale di emergenza/urgenza a favore dei cittadini, che deve essere garantita nel rispetto di alcuni diritti ed in particolare: - diritto alla dignità della persona; - diritto alla riservatezza; - diritto all’ascolto più idoneo per la condizione individuale; - diritto all’informazione tempestiva, corretta, chiara, adeguata. E’ necessario promuovere una “cultura dell’emergenza” che consideri il cittadino come protagonista attivo della catena del soccorso; ne consegue la necessità di programmare interventi informativi/formativi che consentano la responsabilizzazione dei cittadini circa l’uso appropriato del numero 118 e del Sistema dell’Emergenza Sanitaria, che diffondano adeguatamente la cultura dell’emergenza (in modo particolare in ambito scolastico), e che favoriscano la conoscenza delle prime manovre di soccorso. In tale ottica, occorre riconoscere e assecondare il ruolo strategico e sussidiario dei Volontari Soccorritori (vedasi D.P.R. 22 maggio,2003; Conferenza Stato-Regioni) che devono essere valorizzati e inclusi (in una logica di sussidiarietà) nel Sistema dell’Emergenza/Urgenza. Ciò presuppone la 54 progettazione di eventi formativi specifici (“Scuola di Volontariato”) ai quali bisogna comunque associare azioni informative/educative rivolte ai cittadini (“Istruzioni per l’uso del 118”) che devono apprendere nozioni semplici di primo soccorso (ed anche di protezione civile) che consentano di affrontare al meglio le situazioni legate all’emergenza e che possano, in alcuni casi, facilitare l’ingresso nel mondo del Volontariato. Non vi è dubbio che in tale direzione un’attenzione particolare debba essere rivolta ai giovani utilizzando al meglio il ruolo di partnership formativo della scuola al fine di perseguire un obiettivo di apprendimento di regole e procedure che aiutino gli studenti a riconoscere le situazioni di emergenza e/o di rischio riuscendo a mantenere la lucidità e la prontezza necessarie per non mettere a repentaglio la propria vita e, al tempo stesso, per aiutare in modo utile chi venga a trovarsi in condizioni di criticità. In definitiva, il “Sistema di Emergenza/Urgenza” deve necessariamente configurarsi come un “sistema integrato” nel quale tutti gli elementi (operatori sanitari, volontari, cittadini) interagiscono sinergicamente e concorrono a formare la cosiddetta “catena del soccorso” che deve garantire al paziente una presa in carico tempestiva ed efficace e il rapido, facile, sicuro, fluido, trasferimento (“dalla strada all’ospedale”) nella struttura sanitaria appropriata. Questa catena è tanto più funzionale e robusta quanto più i singoli anelli sono resistenti e saldamente concatenati tra loro e capaci di condividere valori, linguaggi, procedure, percorsi; la debolezza della catena è determinata dal suo anello più debole; non serve perciò avere anelli di grande efficacia e robustezza se l’anello che precede o che segue a debole e/o inefficace. In tale logica, bisogna ricordarsi che la catena del soccorso inizia dal comune cittadino che la attiva quando si accorge dell’esistenza di un’emergenza sanitaria e quindi decide di chiamare il 118. Al cittadino, dunque, bisogna garantire l’acquisizione delle conoscenze necessarie sul Sistema di Emergenza/Urgenza, affinché egli possa assicurare azioni e comportamenti adeguati relativamente alle seguenti questioni: • che cos’e il 118; • quando chiamare; • chi risponde; • le informazioni richieste (ad esempio,il linguaggio appropriato, la freddezza, l’essenzialità, sono elementi fondamentali in una richiesta di soccorso; è indispensabile, pertanto, mantenere la calma e farsi guidare dalle domande dell’operatore; ciò pone evidentemente importanti questioni di adattamento allo stress e di coping/fronteggiamento in situazioni critiche); come favorire un soccorso ottimale (ad esempio, indicare un recapito telefonico da non impegnare in altre telefonate e rimanere sul luogo dell’evento fino all’arrivo dei soccorsi); come avviene il trasporto in ospedale, la necessità di alcune garanzie (ad esempio non utilizzare il numero 118 per chiamate sanitarie non urgenti, evitare la “chiamata per scherzo” del 118 che può essere perseguita per legge), le richieste improprie (è fondamentale che il cittadino sappia quando non deve chiamare il 118, ossia per quali informazioni e/o prestazioni sanitarie non bisogna richiedere l’intervento dei mezzi dell’emergenza sanitaria che devono rimanere disponibili per chi ne ha realmente bisogno). Infine, in questo ambito di azioni informative e interazioni operative del Sistema Emergenza con i cittadini i tempi sono ormai maturi, in un mondo globalizzato e multiculturale, per introdurre e risolvere il problema della mediazione linguistica (e/o culturale) in caso di richiesta di soccorso da parte di cittadini stranieri. I risultati emersi e i contenuti informativi individuati nel nostro studio, potranno essere di aiuto per un’analisi critica della realtà aziendale quale precondizione cognitiva necessaria per avviare interventi di integrazione consapevole dei cittadini e dei volontari soccorritori nel Sistema di Emergenza/Urgenza e per conseguire un miglioramento complessivo del sistema stesso. 55 – 118.”, Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana n.17 del 13 Aprile 2001; Decreto-legge 12 novembre 2001, n. 402,“ Disposizioni urgenti in materia di personale sanitario “. Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 16 aprile 2002 “Linee guida sui criteri di priorità per l’accesso alle prestazioni diagnostiche e terapeutiche e sui tempi massimi di attesa.”, GU n. 122 del 27-5-2002. D.P.R. 22 maggio 2003 – Conferenza Stato Regioni – “ Linee Guida su formazione, aggiornamento e addestramento permanente del personale operante nel Sistema di Emergenza7Urgenza “. la parola ai colleghi Bibliografia 1. Morelli A, Campoccio G. Organizzazione del Soccorso Extraospedaliero nell’Arresto Cardipolmonare. In: ACCREDITAMENTO E CERTIFICAZIONE IN AREA CRITICA. Congresso Nazionale Aniarti , 1999. 2. Documento sul sistema delle emergenze sanitarie approvato dal gruppo di lavoro STATO-REGIONI il 2 Dicembre1991. 3. American Heart Association in collaboration with the International Liaison Committee on Resuscitation. International Guidelines 2000 for Cardiopulmonary Resuscitation and Emergency Cardiovascular Care. A consensus on seizure. Resuscitation 2000; 45: 1-488 and Circulation 2000; 102 (Suppl I): 1-384. 4. Nuti A R. Conoscere l’1-1-8: un aiuto alla società, tesi di laurea in infermieristica. Relatore Agosta S, Alma Mater Studiorum - Università degli Studi di Bologna, 2004. Manuale formativo Volontario Soccorritore 118, Regione Piemonte. Corrispondenza per richieste : Caldararo Cosimo [email protected] Fonti legislative di riferimento D.P.R. 27/03/1992 : “Atto di indirizzo e coordinamento alle Regioni per la determinazione dei livelli di assistenza sanitaria di emergenza”. DM 15 maggio 1992 “Criteri e requisiti per la classificazione degli interventi di emergenza.”, Gazzetta Ufficiale n. 121 del 25/5/92 Serie Generale; “Atto di intesa tra Stato e regioni di approvazione delle linee guida sul sistema di emergenza sanitaria in applicazione del decreto del Presidente della Repubblica 27 marzo 1992.”, Gazzetta Ufficiale N. 114 Serie Generale del 17 maggio1996; Consulta Stato-Regioni: “Sistema di Emergenza UrgenzaLinee di Guida in applicazione del D.P.R. 27/3/92”, Gazzetta Ufficiale N. 114 Serie Generale del 17 maggio1996; Ministero dei trasporti e della Navigazione. Decreto 5 Novembre 1996 Gazzetta Ufficiale n. 268 del 15/11 1996. DM 06/10/1998, “Assegnazione delle coppie di frequenza, canalizzate 12,5 KHz, ricadenti nella banda 450 MHz, al Ministero della Sanità per le esigenze del sistema di emergenza sanitaria del Servizio sanitario nazionale.” Gazzetta Ufficiale N. 257 Serie Generale del 3 novembre 1998; D.Lgs 229/99, “Norme per la razionalizzazione del Servizio sanitario nazionale, a norma dell’articolo 1 della legge 30 novembre 1998, n. 419” Decreto 27 marzo 2001, “Linee guida generali sul funzionamento del servizio di emergenza sanitaria regionale S.U.E.S. Gli autori dichiarano che la ricerca non è stata pubblicata in precedenza e che non è stata inoltrata presso altra rivista. Gli autori dichiarano l’assenza di conflitti di interesse. *Coodinatore Infermieristico P.O. di Copertino ASL Lecce, Docente a contratto discipline Infermieristiche; **Infermiera; ° Dr.ssa in Scienze e Tecniche Psicologiche, Parma °° Direttore Medico, P.O. di Copertino – Nardò ASL Lecce 56 a cura di Antonio Antonaci* Bilanci dell’Ordine. Approvati L’ assemblea annuale ordinaria degli iscritti all’Ordine provinciale dei medici, convocata il 19 dicembre scorso, ha approvato il Bilancio consuntivo dell’anno 2009 e il Bilancio di previsione dell’anno 2011; i documenti contabili erano già stati vagliati dal Collegio dei revisori dei conti ed approvati dal Consiglio direttivo, riunitisi il 29 novembre 2010. Si può dire che l’attuale amministrazione dell’Ordine si caratterizza per un accorto utilizzo delle risorse, la cui buona disponibilità pertanto non manca, nonostante il contributo annuale di iscrizione sia tra i meno onerosi in Italia; ciò consente non solo l’efficiente funzionamento degli uffici con l’erogazione dei dovuti servizi, ma anche la realizzazione di attività ed iniziative sociali molto gradite dagli iscritti; ricordiamo, per esempio, i corsi di informatica e di inglese e l’implementazione del nostro bollettino d’informazione “Salento Medico” e del sito internet. Nel bilancio di previsione per l’anno 2011, pertanto, in grande considerazione sono tenuti i capitoli di spesa relativi alla formazione e alla informazione dei colleghi. Infine, va evidenziata la validissima azione di ricerca delle morosità che è stata effettuata in collaborazione con Equitalia e che ha consentito l’individuazione delle quote d’iscrizione non versate, con il recupero di somme pari ad alcune migliaia di euro. *presidente Collegio dei Revisori dei conti 57 SALENTO MEDICO SI RINNOVA Grazie alla collaborazione tra Carra Editrice e Dinamica Scarl, la rivista ufficiale dell’Ordine dei Medici della provincia di Lecce, da quasi trent’anni un punto di riferimento per la categoria, propone ai suoi lettori alcune novità: - un maggior numero di pagine, - il miglioramento di veste grafica, - la periodicità bimestrale (il giorno 15, a mesi alterni), - l’aumento delle copie stampate, - una più capillare distribuzione, - l’introduzione di alcuni articoli di taglio divulgativo. A fronte di tante innovazioni, il tariffario per le inserzioni pubblicitarie subirà un lieve ritocco. Questi i costi per singola uscita: • mezza pagina: € 230 + Iva • pagina intera: € 400 + Iva • seconda/terza di copertina: € 550 + Iva • quarta di copertina: € 700 + Iva Sono previsti sconti significativi nel caso di contratti annuali. Dai prezzi sono esclusi: esecutivi bozzetti, fotolito, fotografie, che verranno forniti dal committente o fatturati a parte, al costo, se eseguiti a parte. Concessionaria di pubblicità: Dinamica Scarl – piazza Diaz 5 Casarano - tel/fax 0833 599238. Responsabile: dr. Mario Maffei (339 6562204) Copie Per motivi tecnici non possono essere forniti estratti dei lavori pubblicati. Saranno inviate copie del Bollettino, fino ad un massimo di 30, agli Autori che ne faranno espressa richiesta al momento dell’invio dei lavori. Gli Autori dovranno far pervenire alla Direzione fotocopia della ricevuta del versamento su: Iban: IT22 A010 1004 1971 0000 0301 010 presso Banco di Napoli SpaLecce, intestato a “Ordine dei Medici della Provincia di Lecce” pari al numero delle copie richieste per l’importo dovuto, tenuto conto che il costo di una copia è di € 2,60. Foto e profilo Gli autori, a corredo dell’articolo, devono inviare anche una propria foto a colori insieme ad un breve profilo professionale. Liberatoria L’invio degli articoli vale come tacita liberatoria per eventuali tagli nel testo e/o modifiche nella titolazione proposta qualora il comitato di redazione e il direttore responsabile della rivista Salento Medico (ai sensi della legge 47/48 sulla stampa) lo ritenessero necessario a fini redazionali. Il termine di consegna degli articoli per il prossimo numero è il 15 marzo Gli articoli vanno firmati con nome e cognome per esteso