CAMMINIAMO NELLA LUCE DEL SIGNORE
Suggerimenti ad uso delle comunità parrocchiali
per animare il tempo di avvento - natale
Il tempo liturgico
Ciò che definisce il mese di dicembre avvento-natale è la liturgia e dalla liturgia questo tempo riceve
contenuto, finalità e carattere. Ad essa dunque dobbiamo rifarci anche per caratterizzare il cammino delle nostre
comunità.
Il significato della parola avvento è “venuta”, questo pone l’accento sull’iniziativa di Dio verso di noi e non
primariamente sulla nostra preparazione al natale. Ci apprestiamo a vivere in profondità il mistero della venuta di
Dio nella storia dell’uomo. È il mistero dell’incarnazione, della umiliazione di Dio che, per amore, viene a cercare
l’uomo al fine di renderlo partecipe della sua vita, come si esprime l’antichissimo detto patristico: Dio si è fatto
uomo per fare l’uomo Dio.
La venuta del Signore nella storia umana è costante: la liturgia ce ne fa cogliere tutte le manifestazioni:
l’avvento alla fine dei tempi (prima domenica), la visita per mezzo dei profeti e del suo popolo nella storia fino
all’incarnazione del Verbo che contempliamo nella nascita alla condizione umana e la visita costante,in modo
privilegiato, nella celebrazione dell’Eucaristia dove ai discepoli convocati nello stesso luogo rivolge la sua parola
e fa dono del suo Spirito per unirli in un solo corpo, il suo.
Il tempo di avvento divenne istituzione organizzata in funzione della preparazione al battesimo e questo ci
fa scoprire anche il valore pedagogico dell’anno liturgico come itinerario di fede: l’avvento è il tempo che ci è
dato per rinnovare l’attenzione alla buona notizia, tempo che vuole farci scoprire – oltre l’abitudine al messaggio
– cosa comporta accogliere nella vita la novità più sconvolgente che l’umanità potesse udire, quella del Verbo
fatto carne.
Allora il nostro sguardo nel tempo di avvento è portato a cogliere contemporaneamente il dono di Dio, la
novità che porta nel mondo sia nel creato che nell’umanità e alla identità più profonda e alla missione della
Chiesa: Dio viene per l’umanità affinché con il creato entri nel suo Regno, promessa di cui la Chiesa è segno e
sacramento tra le genti.
Come si può intuire questo ci porta ben oltre una visione poetica del bambino nel presepio, della retorica e
ci chiede di rinnovare linguaggi che non fanno trasparire la portata dell’evento.
Ciò che diventa messaggio di speranza per il mondo non è la nascita di un bambino ma il fatto che Dio si è
fatto uomo e questo ha cambiato tutto, perché ha reso partecipe la natura umana della vita di Dio. È il tempo per
riscoprire la dignità e la bellezza che l’umanità e il cosmo hanno ricevuto.
Come risvolto educativo questo tempo educa all’attenzione verso Dio per ascoltare la sua Parola, ci educa
alla vigilanza facendola riscoprire come carattere determinante del cristiano, richiamo a sottrarre la vita
all’assopimento, all’indifferenza, alla tentazione di cadere nella routine della quotidianità, di non attendere più
nulla. Il sonno della fede è infatti una sentenza di morte perché condanna a rimanere fuori dal luogo in cui si
manifesta la presenza del salvatore che viene.
In questo contesto, nutrito di silenzio, condizione indispettibile per ascoltare i propri desideri, le voci del
mondo e la promessa di Dio, nasce la speranza, atteggiamento che si basa non semplicemente sui desideri umani
ma sull’azione di Lui già compiuta nella storia e sulla sua fedeltà alle sue promesse.
Il tempo del natale ci mostra la condizione umana attuale, il “già” che ci è donato. “Per la nascita di Cristo
cielo e terra oggi si incontrano, Dio discende sulla terra e l’uomo sale nelle altezze impenetrabili”. È il tempo
della festa perché “tutto il creato riceve luce da te, e ogni realtà che possiede la vita in te loda l’immagine della
gloria del Padre”. La chiesa è il “luogo” in cui l’umanità appare trasfigurata, premessa di redenzione - ed infatti è
comunione dei santi -, il creato diventa sacramentale e comunica la vita di Dio – nei sacramenti -, la cultura,
attività creatrice dell’uomo, diventa apre una breccia dalla chiusura del mondo su se stesso e si apre a Dio. Di
questa novità, che è la salvezza, la liturgia è l’espressione viva perché costituisce “una vivente unione dell’infinito
e del finito, dell’eterno e del transitorio, dell’assoluto e del corruttibile, del necessario e del contingente… ed
espressione centrale del corpo ecclesiale” (Florenskij).
È il tempo perché l’occhio illuminato dalla Parola si dilati a guardare l’azione di Dio secondo i racconti
evangelici, la comprensione degli scritti apostolici e il linguaggio della liturgia. Questa contemplazione apre alla
gioia ma non chiude all’egoismo perché la scena dell’azione di dio è grande quanto il mondo e si estende per tutta
la storia dell’umanità.
1
Il cammino della nostra chiesa
Le linee pastorali di quest’anno invitano a far entrare in vero dialogo la proposta del vangelo e la vita
quotidiana. Il pericolo costante infatti è di cercare nella fede un rifugio e una fuga dalla complessità che la vita
quotidiana e la storia del nostro tempo ci presentano, il mistero del Dio con Dio è l’incontro di queste due realtà e
l’avvento-natale il tempo privilegiato per farle dialogare.
Dal cammino della diocesi ci sono indicati due luoghi in cui avviene questo incontro del Verbo con la
parola umana: il primo è quello festivo dell’eucaristia, l’altro è un luogo feriale dove l’incontro avviene
nell’intreccio di quattro sentieri che si incontrano: la parola di Dio (nn 8-9), le urgenze delle persone (nn 10-11), i
poveri e i diversi da noi (nn 12-13), il dialogo tra generazioni (nn 14-15).
Ogni cammino deve attivare una circolarità, cioè un continuo richiamo e rimando proprio tra celebrazione
dell’eucaristia, vita della comunità e vita quotidiana e ciò deve esprimersi in gesti e segni che lo esprimano e lo
alimentino. Se una comunità non riesce a viver questo incontro, a usare una parola e gesti credibili, tutta la sua
vita si riduce a semplice suono che non annuncia nulla di credibile a nessuno.
LA PROPOSTA DEL SUSSIDIO
La proposta propone dei suggerimenti per concretizzare la proposta dell’anno liturgico e la proposta del cammino
della nostra Chiesa. I suggerimenti riguardano i seguenti momenti della vita comunitaria
1. - Liturgia/catechesi. Per ogni domenica viene fornita una scheda sul tema della liturgia domenicale per
mettere in dialogo l’annuncio con la realtà vissuta. Da questa può trovare materiale utile anche per
l’omelia o la catechesi degli adulti.
- Valorizzazione di alcuni simboli che già fanno parte della liturgia: la luce e la Parola.
- Inoltre viene proposta una scheda, che può essere messa a disposizione al termine della Messa
domenicale, per la riflessione personale e la preghiera in famiglia. È una scheda di una sola facciata
formato A5, in modo che l’altra parte possa essere predisposta dalla parrocchia con le comunicazioni
della vita comune (v. appendice).
- Schema di celebrazione comunitaria della penitenza per gli adulti che riprende i temi delle quattro
domeniche e invita a ripensare il cammino percorso (in appendice)
- Come ogni anno, viene ripubblicato anche l’Annuncio del Natale che può esser proclamato in un
momento della veglia (in appendice).
- Viene proposta la prima parte di un itinerario per i giovani che si svilupperà per tutto l’anno (v.
appendice)
- Per la catechesi dei ragazzi viene proposto un itinerario secondo uno schema già utilizzato ma
organizzato secondo il cammino comunitario (v. appendice).
2. Indicazioni su iniziative comunitarie per la domenica sono date come momento di festa da realizzare
possibilmente nel giorno della domenica per esprimere la condivisione della festa
3. sono presentati i progetti di condivisione elaborati dalla Caritas diocesana affinché l’avvento diventi
momento che stimola alla fraternità.
1. PROPOSTE PER LA LITURGIA/CATECHESI
avvento: Nel tempo di avvento il profeta Isaia, dal quale sono prese le prime letture, sarà la guida che annuncia
gli effetti della venuta di Dio. La sua profezia, infatti, evidenzia la novità della presenza di Dio nelle relazioni che
vive l’uomo. A questo dono l’umanità è chiamata a rispondere lasciandosi coinvolgere nell’accoglienza delle fede
che genera alla speranza e produca una vita rinnovata nell’amore, a far maturare la risposta della fede giungono le
parole chiave con cui si può riassumere ogni pagina del vangelo domenicale
La profezia evidenzia le relazioni nuove:
- tra i popoli (1)
- tra uomo e creazione (2)
- tra la persona e i suoi progetti (3)
- tra uomo e Dio (4)
dal vangelo:
- vigilate
- convertitevi
- rallegratevi
- sta per venire l’Emmanuele
2
l’apostolo:
- rivestitevi di Cristo
- accoglietevi gli uni gli altri
- non lamentatevi
- prescelti per annunciare
natale: Le feste del tempo di natale dilatano sempre più nelle realtà umane la luce del Verbo:
- natale -> è pace e festa tra cielo e terra
- festa della santa famiglia -> nella famiglia
- 1° gennaio -> l’Emmanuele è donato da Maria come pace tra i popoli
- epifania -> la chiesa si comprende come portatrice della luce del Cristo per tutto l’universo
- battesimo di Gesù -> i battezzati sono chiamati a comprendere la loro vita come condivisione della
consacrazione con il Cristo e dunque a riscoprire la dimensione missionaria del battesimo.
I SIMBOLI
LITURGICI
è importante che la liturgia non sia preparata soltanto dagli addetti, ma che si coinvolga un gruppo di persone per
pensare nel suo insieme la domenica e le feste come eventi della comunità. Sarà importante che non ci si
accontenti della Messa, ma che ci si chieda: come pensare e articolare i giorni di festa della comunità, perché
facciano sperimentare a tutti che la festa – anzitutto la domenica – è simbolo del tempo redento e fa sperimentare
una qualità della vita nuova?
Per quanto riguarda i segni legati alla liturgia eucaristica si suggerisce di valorizzare:
La luce. La celebrazione eucaristica del sabato sera, potrebbe essere aperta dal lucernario gesto che costituiva il
primo momento delle celebrazioni serali nell’antichità cristiana. Il significato cristologico è evidente: l’accensione
della luce che vince le tenebre è sempre un annuncio della venuta del Signore e soprattutto è annuncio della
risurrezione che si celebra nella domenica.
Ogni volta potrebbe essere portato un cero nuovo e può essere posto nella corona di avvento. L’accensione dello
stesso cero nelle messe domenicali dovrebbe avere un ulteriore ri-presentazione.
La domenica potrebbe chiudersi con un altro momento di preghiera, come ad esempio i vespri. In questi giorni di
prefestività naturalmente non ci si deve preoccupare soprattutto della “riuscita” numerica delle proposte di questo
tipo, ma deve essere chiara l’unità del giorno del Signore dalla sua accoglienza al suo tramonto.
L’evangeliario. Un segno all’interno della celebrazione eucaristica può essere l’intronizzazione del vangelo: si
porta solennemente l'evangelario attraverso l'assemblea e lo si pone sull'altare (il gesto manifesta il mistero di
Cristo: la Parola di Dio trova il suo compimento nel vero culto reso dal Cristo che si dona al Padre sulla croce e di
cui l'altare è simbolo).
Al momento della proclamazione l’evangeliario viene portato all’ambone con una piccola processione (il gesto
esprime il mistero del Verbo che entra nella storia e si fa parola umana).
3
SCHEDE TEMATICHE DI INTRODUZIONE ALLE DOMENICHE
PRIMA DOMENICA DI AVVENTO: DALL’ACCOGLIENZA ALLA PACE
La prima domenica di avvento ci propone la visione del profeta Isaia riguardo a Gerusalemme, “città della
pace”, restaurata da Dio sulla cima dei monti, alla quale affluiranno insieme molti popoli.
Muovendo proprio da questa visione, è interessante ripensare insieme in una prospettiva di avvento, a
parole quotidianamente abusate come “accoglienza” e “pace” e al legame che dona loro reciproco significato,
che ci assicura di poterle pensare senza tradirne il senso.
Verranno molti popoli
“Dalla nascita alla morte, la condizione di ciascun individuo è quella dell’homo viator”, ha ricordato Papa
Giovanni Paolo II.1
Del resto, nella rivelazione biblica spicca il rapporto tra un Dio pastore e la prevalente vita itinerante del
suo popolo. Dio invita l’uomo ad andare: dice ad Abramo “vattene dalla tua terra, verso il paese che io ti
indicherò” (Gn 12,1) e da allora la vita di Abramo procede “di accampamento in accampamento “ (Gn 13,3).
Sotto la guida di Mosé, gli Israeliti intraprendono il lungo viaggio verso la terra promessa, durante il quale
“vagavano nel deserto, nella steppa, non trovavano il cammino per una città dove abitare” (Sal 107,4).
L’itineranza connota anche l’esperienza singolare di ogni uomo nel rapporto con Dio.
I salmi descrivono “l’uomo di integra condotta” come colui che “cammina nella legge del Signore” (Sal
119) e la stessa vita di Gesù è una vita itinerante, di un Dio che “prende dimora in mezzo a noi” e “non ha dove
posare il capo” (Mt 8, 20).
L’itineranza, la migrazione è dunque presentata dalla Bibbia come costitutiva dell’esperienza umana e
richiamata nella visione profetica come prospettiva di fede per chi cerca Dio.2
Venite, saliamo al monte del Signore (…) perché ci indichi le sue vie
Dio parla a tutte le genti, affluite insieme in un prospettiva di comunità.
Al contrario, il nostro tempo è stato descritto come quello nel quale ha prevalso il mito dell’immunitas in
luogo della communitas: immunità contro comunità3.
Lo stile di vita imperante, l’ideale del successo economico, della ricchezza, del profitto è quello basato
sull’interesse individuale, quello che esclude gli altri, li lascia ai margini, li cannibalizza, sacrificandoli al
proprio vantaggio.
Sarà tanto più facile fare carriera, non avere problemi, non incontrare ostacoli nel cammino verso la
propria realizzazione, quanto più si camminerà da soli, senza il peso delle relazioni, degli altri e delle loro
esigenze.
Essere immuni dal contatto con l’altro, dall’incontro con l’altro diventa una garanzia di successo,
soprattutto quando l’altro è esigente e difficile.
Si tratta proprio della prospettiva contraria a quella raccontata da San Francesco, che scopre la meraviglia
di Dio nel momento in cui abbraccia il lebbroso, si contamina con lui, sacrifica la sua immunità per l’incontro.
Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo
Valicare i confini è il primo passo per potersi incontrare.
Tuttavia, si tratta di un passo coraggioso, che obbliga a ripensare la “frontiera” e il “confine” come luoghi dove
gli uomini si incontrano e stanno di fronte. Si tratta dei luoghi dove le persone possono guardarsi
reciprocamente a partire dalla propria identità e aprirsi al riconoscimento dell’altro.
“La pace inizia allorché ci si può tornare a toccare ai propri confini, quando sono possibili contiguità e
contatto”. 4
1
Giovanni Paolo II, Bolla di Indizione del Grande Giubileo dell’anno 2000, Incarnationis Mysterium (29 novembre 1998),
n.7; AAS XCI (1999), 135
2
A questo proposito è interessante confrontare l’estratto dagli orientamenti per una pastorale degli zingari, del Consiglio
pontificio per la Pastorale dei Migranti, aprile 2006
3
Luigino Bruni, La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane, 2007, Il margine
4
Franco Cassano, Il pensiero meridiano, 2003, Editori Laterza
4
Soprattutto oggi, a partire dalle ferite che viviamo nelle nostre comunità e alle difficoltà che l’incontro
presuppone, dobbiamo avere il coraggio di rimettere il confine al centro, di pensare alla frontiera non come un
luogo forte dove fronteggiarsi, ma un limite debole da scavalcare per conoscersi.
Casa di Giacobbe vieni, camminiamo nella luce del Signore
La prima domenica di avvento, la ricchezza della “Parola” proposta, chiede di forzare lo sguardo al
dettaglio delle “parole,” prenderle in mano di nuovo, guardarle da vicino, mettere nel fuoco il loro significato di
radice non per compiacimento di scienza, ma per desiderio di conversione, perché di nuovo “ci indichi le Sue
vie e possiamo camminare per i Suoi sentieri”.
Viaggio. Accoglienza. Incontro. Confine. Comunità.
Sono parole di sempre, talmente dette da essere vuote, ma possono diventare per noi cristiani orientamenti
di senso, stili di vita, sfide di limite per incarnare Natale di nuovo.
L’incontro dei popoli è nel dettaglio della radice l’incontro tra te e l’altro.
La pace tra i popoli è nel dettaglio della radice la pace tra te e l’altro.
Ti interpella. Bisogna avere sete non tanto della pace tra i popoli, che è talmente grande da non riguardare
alla fine nessuno, ma la pace tra le persone, talmente vicina da essere sulle tue spalle.
E’ proprio quella che chiede la tua corresponsabilità nel quotidiano dei gesti, li passa al setaccio nella
piccolezza del giorno dopo giorno, si gioca sul piano delle tue scelte singole e trascurabili.
L’invito che ti viene rivolto è di chiamare per nome chi è nell’attorno, di lasciare uno spazio alla curiosità
dell’accoglienza, alla sorpresa che inevitabilmente porta con sé colui al quale permetti di presentarsi a te e al
quale anche tu ti presenti.
La pace vive di accoglienza.
L’avvento la richiama alle nostre comunità, nel chiasso osceno e brutale di questi giorni, dove i giornali
raccontano piuttosto di esclusione, di persone per bene che hanno sposato la prospettiva di voler lasciare fuori,
chiudere le porte, difendersi da chi arriva e è diverso, gridare al colpevole, declinando l’uomo per categorie di
razza e esperienza, dimenticando il nome proprio di ogni essere umano, prodigiosamente cretao al singolare.
Invece, la Parola di Dio, indica un cammino contrario, una conversione urgente.
La prospettiva del viator, del pellegrino, oggi appartiene ancora al cristiano.
Forse non sono più tanto i luoghi che devono essere camminati, ma il nostro tempo ci chiede il coraggio
piccolo e l’umiltà grande di camminare le persone.
Le persone vanno percorse.
“Quando entrate nella casa di qualcuno, il vostro saluto sia ‘pace a voi’ – ci ha insegnato Gesù. In questo
modo ha vissuto Lui stesso il Suo incarnarsi buona notizia.
Il prontuario dell’accoglienza sarebbe dunque facilmente redatto:
- Cammina e lascia gli altri camminare
- Entra nelle case e lascia che gli altri entrino nella tua
- Benedici con la pace chi incontri e lascia che gli altri ti benedicano con la loro pace.
QUALCHE SPUNTO PER RIFLETTERE SULLA PACE
Paolo VI il giorno 8 settembre 1967 scriveva ai cattolici: “La proposta di dedicare alla pace il primo giorno
dell’anno nuovo non intende perciò qualificarsi come esclusivamente nostra, religiosa cioè cattolica; essa
vorrebbe incontrare l’adesione di tutti i veri amici della pace, come fosse iniziativa loro propria(…)”.
Perché:
“Se oggi c’è una guerra - lo ha ripetuto il Papa - non è perché le cose si siano mosse quasi per caso (…). C’è
una guerra perché, per tanto tempo, si sono seminate situazioni ingiuste, si è sperata la pace trascurando quelli
che Giovanni XXIII chiamava “i quattro pilastri della pace”, cioè verità, giustizia, libertà e carità. (…)
Perché la pace è un edificio indivisibile, e ciascuno di noi l’ha distrutto per la sua parte di responsabilità. Ogni
seria preghiera per la pace deve quindi nascere dal pentimento e dalla volontà di ricostituire anzitutto nella
nostra vita personale e comunitaria “i quattro pilastri”: verità, giustizia, libertà, carità.
Il dono evangelico di un cuore pacifico
Mi pare di poter portare una seconda ragione per cui la nostra preghiera non è stata esaudita. (…) Abbiamo
chiesto la pace come qualcosa che riguardava gli altri; abbiamo insistito perché Dio cambiasse il cuore
5
dell’altro, nel senso naturalmente che volevamo noi. In realtà, il primo oggetto della autentica preghiera per la
pace siamo noi stessi: perché Dio ci dia un cuore pacifico.
Uno stereotipo che non tramonta
La domanda è sempre la stessa: banale, provocatoria, vecchia, eppure all’apparenza sempre efficace: “Ma voi
avete un’alternativa? Voi che appendete alla finestra le bandiere dell’arcobaleno; voi che sfilate tra Perugina
ed Assisi; voi che vi arrovellate in angosciosi interrogativi; voi avete davvero qualche cosa di diverso da
proporre?”.
Se la non violenza è antica e attuale come le montagne, altrettanto antico ed attuale è lo stereotipo dell’”imbelle
pacifista” (…)
Sarebbe dunque un gioco troppo facile limitarsi a respingere al mittente la domanda: e voi cosa proponete? (…)
Mettersi in mezzo
Intercedere non vuol dire semplicemente “pregare per qualcuno”, come spesso pensiamo. Etimologicamente
significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione. Intercessione
vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto. Non si tratta quindi
solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in
mezzo. (…)
Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso.
Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e
accettando il rischio di questa posizione. (…) Non dunque qualcuno da lontano, che esorta alla pace o a pregare
genericamente per la pace, bensì qualcuno che si metta in mezzo, che entri nel cuore della situazione, che stenda
le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare.
(C.M. Martini, Un grido di intercessione, Milano 1991)
Il 24 gennaio 2002, durante l'incontro promosso ad Assisi da Papa Giovanni Paolo II con i capi religiosi di
tutto il mondo, fu letto un Decalogo per la pace che, ad un mese esatto dall'evento, il Papa ha inviato a 60 Capi
di Stato e di Governo del mondo.
1. Ci impegniamo a proclamare la nostra ferma convinzione che la violenza e il terrorismo si oppongono al vero
spirito religioso e, condannando qualsiasi ricorso alla violenza e alla guerra in nome di Dio o della religione, ci
impegniamo a fare tutto il possibile per sradicare le cause del terrorismo.
2. Ci impegniamo a educare le persone al rispetto e alla stima reciproci, affinché si possa giungere a una
coesistenza pacifica e solidale fra i membri di etnie, di culture e di religioni diverse.
3. Ci impegniamo a promuovere la cultura del dialogo, affinché si sviluppino la comprensione e la fiducia
reciproche fra gli individui e fra i popoli, poiché tali sono le condizioni di una pace autentica.
4. Ci impegniamo a difendere il diritto di ogni persona umana a condurre un'esistenza degna, conforme alla sua
identità culturale, e a fondare liberamente una propria famiglia.
5. Ci impegniamo a dialogare con sincerità e pazienza, non considerando ciò che ci separa come un muro
insormontabile, ma, al contrario, riconoscendo che il confronto con la diversità degli altri può diventare
un'occasione di maggiore comprensione reciproca.
6. Ci impegniamo a perdonarci reciprocamente gli errori e i pregiudizi del passato e del presente, e a sostenerci
nello sforzo comune per vincere l'egoismo e l'abuso, l'odio e la violenza, e per imparare dal passato che la pace
senza la giustizia non è una pace vera.
7. Ci impegniamo a stare accanto a quanti soffrono per la miseria e l'abbandono, facendoci voce di quanti non
hanno voce e operando concretamente per superare simili situazioni, convinti che nessuno possa essere felice da
solo.
8. Ci impegniamo a fare nostro il grido di quanti non si rassegnano alla violenza e al male, e desideriamo
contribuire con tutte le nostre forze a dare all'umanità del nostro tempo una reale speranza di giustizia e di pace.
9. Ci impegniamo a incoraggiare qualsiasi iniziativa che promuova l'amicizia fra i popoli, convinti che, se
manca un'intesa solida fra i popoli, il progresso tecnologico espone il mondo a crescenti rischi di distruzione e
di morte.
10.Ci impegniamo a chiedere ai responsabili delle nazioni di compiere tutti gli sforzi possibili affinché, a livello
nazionale e a livello internazionale, sia edificato e consolidato un mondo di solidarietà e di pace fondato sulla
giustizia
6
SECONDA DOMENICA DI AVVENTO - IL RAPPORTO CON IL CREATO:
IL PROBLEMA DELL’ACQUA
Dall’anno scorso la chiesa italiana, accogliendo l’iniziativa del patriarcato ortodosso di Costantinopoli
propone – anche in chiave ecumenica – la riflessione sulle responsabilità dei cristiani nei confronti del creato.
La Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo e quella per i problemi sociali e il lavoro, la
giustizia e la pace hanno proposto un sussidio da cui è attinto il materiale che segue e comprende motivi di
riflessione e indicazioni concrete
Dal messaggio delle Commissioni CEI
1. L’acqua per la vita
Quasi un miliardo e mezzo di persone manca di un accesso adeguato all’acqua, mentre anche più
numerose sono quelle cui manca una sufficiente disponibilità di acqua potabile. È una realtà che interessa
soprattutto le regioni a più basso reddito, nelle quali, tra l’altro, l’accesso all’acqua può spesso scatenare veri e
propri conflitti.
Come nota Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2007: “All’origine di
non poche tensioni che minacciano la pace sono sicuramente le tante ingiuste disuguaglianze ancora
tragicamente presenti nel mondo. Tra di esse particolarmente insidiose sono (…) le disuguaglianze nell’accesso
a beni essenziali, come il cibo, l’acqua, la casa, la salute” (n. 6). Emerge qui con chiarezza quello stretto
rapporto tra giustizia, pace e salvaguardia del creato tante volte richiamato in ambito ecumenico: si pensi alla I
Assemblea Ecumenica Europea di Basilea del 1989 o alla Convocazione Mondiale di Seul del 1990. Possiamo
coglierlo in tutto il suo spessore considerando i profughi ambientali, uomini, donne e bambini, costretti ad
abbandonare le loro terre, rese invivibili dalla desertificazione. È una realtà drammaticamente evidente in vaste
regioni dell’Africa e che sempre più interessa, sebbene in misura differente, anche altre aree del pianeta. Nessun
ecosistema può consentire una vita sostenibile, quando venga meno quella fondamentale risorsa che è l’acqua.
Un uso inadeguato e improprio dell’acqua, assieme al progressivo riscaldamento determinato dall’accentuarsi
dell’effetto serra, fa sì che anche il nostro Paese, e non soltanto ormai le sue zone più calde, conosca spesso
un’emergenza idrica, per buona sorte generalmente limitata al solo periodo estivo. Proprio tali situazioni
critiche evidenziano, d’altra parte, l’importanza dell’acqua come fonte di vita. La sua disponibilità è, poi,
essenziale per i cicli vitali della terra e fondamentale per l’esistenza umana.
2. Attingere alle fonti
La stessa realtà è già chiaramente espressa anche nella Scrittura dell’uno e dell’altro Testamento. In
negativo, il deserto, luogo di mancanza d’acqua, e il tempo della siccità rivelano la fragilità della vita umana, la
sua dipendenza da Colui che solo può scavare “canali agli acquazzoni e una strada alla nube tonante, per far
piovere su una terra senza uomini, su un deserto dove non c’è nessuno” (Gb 38,25-26). In positivo, il secondo
capitolo della Genesi esprime la bontà della creazione di Dio tramite l’abbondanza dell’acqua che irriga il
giardino dell’Eden (Gn 2,10-14). I Salmi, poi, scoprono nel suo quotidiano riversarsi sulla terra il dono sempre
rinnovato, che permette la vita degli uomini e delle altre creature: è Dio stesso che visita la creazione e la
disseta (Sal 64,10). E la tradizione profetica descrive la pienezza di vita promessa con l’immagine del deserto
fiorente, reso fertile dalle sorgenti che sgorgano, spazio abitabile per i poveri (Is 41,18-20). Anche l’Apocalisse
pone al centro della nuova Gerusalemme “un fiume d’acqua viva, limpida come cristallo, che scaturisce dal
trono di Dio e dell’Agnello” (Ap 22,1).
La stessa esperienza dell’acqua come forza vivificante è messa in luce dall’incontro di Gesù con la
samaritana al pozzo di Giacobbe (Gv 4,1-30). Quell’acqua che vivifica la creazione diviene così il segno potente
del dono radicale che Egli fa di sé nella storia della salvezza per vivificare, purificare e rinnovare le nostre
esistenze. Nel segno del battesimo le diverse confessioni cristiane riconoscono la potenza sacramentale di tale
realtà misteriosa, che trasforma in profondità coloro che l’accolgono. La Scrittura e l’esperienza ecclesiale
invitano, pertanto, a vedere nell’acqua un dono prezioso, meritevole di una cura attenta; una risorsa essenziale
per la vita, da condividere secondo giustizia con tutti coloro che abitano il nostro pianeta, oggi e nel futuro.
3. L’acqua, bene comune e diritto
L’acqua, dunque, è un bene comune della famiglia umana, da gestire in modo adeguato per garantire la
vivibilità del pianeta anche alle prossime generazioni. È necessario, perciò, impostare politiche dell’acqua
capaci di contrastare gli sprechi e le inefficienze e di promuovere, nello stesso tempo, un uso responsabile nei
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vari settori (industria, agricoltura…). Occorre tutelare la disponibilità di acqua pulita dalle varie forme di
inquinamento che la minacciano e assicurare la stabilità del clima e del regime delle piogge, facendo tutto ciò
che è possibile per contenere la portata dei mutamenti climatici. Bisogna, infine, salvaguardare gli ecosistemi
marini e fluviali, la cui bellezza serve a custodire spesso la diversità biologica che li abita. Queste gravi e
complesse problematiche sollecitano, in primo luogo, le responsabilità dei governanti e dei politici, ma
interpellano tutti in ordine al consumo individuale; tutti, infatti, siamo invitati a rinnovare i nostri stili di vita,
nel segno della sobrietà e dell’efficienza, testimoniando nel quotidiano il valore che riconosciamo all’acqua.
In quanto bene di tutti, d’altra parte, l’acqua non è una realtà puramente economica. Come dono
derivante dalla creazione, l’acqua ha destinazione universale, da regolamentare a livello normativo. Il contributo
che anche i soggetti privati possono dare alla sua gestione non deve, però, in alcun modo andare a detrimento di
quel fondamentale diritto all’acqua, che i soggetti pubblici devono garantire a ogni essere umano.
PICCOLE ATTENZIONI QUOTIDIANE PER RISPARMIARE ACQUA
• Quando hai la necessità di lavarti, scegli, se possibile, di fare la doccia anziché il bagno.
• Quando ti lavi i denti o le mani, ricorda di chiudere l’acqua e di riaprirla solo per risciacquare.
• In cucina, ricorda che puoi lavare la verdura e la frutta lasciandole a mollo anziché in acqua corrente. Questa
stessa acqua, può poi essere usata per innaffiare fiori e piante.
• Nell’uso di lavastoviglie e lavatrice, ricorda di utilizzarle a pieno carico e a basse temperature.
• Controlla che i rubinetti non perdano acqua e installa dei frangigetto per ridurre i consumi.
• Per lavare piatti e bicchieri puoi utilizzare l’acqua di cottura della pasta, evitando un uso eccessivo del
detersivo.
• Gli scarichi di WC con il doppio bottone permettono di utilizzare solo l’acqua necessaria.
• Quando hai necessità di lavare il motorino o l’automobile, puoi farlo usando un secchio e non l’acqua
corrente.
• È bene verificare che nelle tubature della tua casa non vi siano perdite.
DECALOGO DELL’ACQUA
1. L’acqua è un bene di tutti e per tutti.
Accedervi è un diritto fondamentale che va garantito a tutti gli esseri umani.
«Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi
dico: non perderà la sua ricompensa» [Mt 10,42].
2. L’acqua è fonte di vita per tutti gli esseri viventi.
Fin dal momento della creazione l’acqua costituisce un elemento essenziale per la vita.
«Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio» [Sal 41,2].
3. L’acqua è fonte di salvezza
per le anime assetate della misericordia di Dio, fonte inesauribile da cui attingere l’acqua della Vita, capace
di irrigare i deserti dell’anima e di far rifiorire la speranza.
«Chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di
acqua che zampilla per la vita eterna» [Gv 4,14].
4. L’acqua, bene comune della famiglia umana, è un elemento essenziale per la vita.
«A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita» [Apoc 21,6].
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5. L’acqua non può essere trattata come una merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e
solidale.
È necessario che ogni uomo si senta corresponsabile dei suoi fratelli, perché a nessuno manchi il necessario
per vivere.
«Indispensabili alla vita sono l’acqua, il pane, il vestito e una casa che serva da riparo» [Sir 29,21].
6. Il risparmio nei consumi di acqua è un dovere da parte di tutti
se si vogliono garantire alle generazioni future le risorse idriche necessarie per la loro sopravvivenza.
«Occorre impegnarsi ad avere cura del Creato, senza dilapidarne le risorse e condividendole in maniera solidale»
[Benedetto XVI – 27.08.2006].
7. Acqua per la pace.
La scarsità di acqua è causa di instabilità economica e politica, di guerre e morte. Per scongiurare tale
minaccia è necessario garantire l’accesso all’acqua a tutti gli abitanti del pianeta.
«Occorre eliminare le cause strutturali legate al sistema di governo dell’economia mondiale, che destina la maggior
parte delle risorse del pianeta a una minoranza della popolazione. Per incidere su larga scala è necessario “convertire”
il modello di sviluppo globale» [Benedetto XVI – 12.11.2006].
8. L’acqua è simbolo di innocenza e purezza.
Un cuore trasparente come acqua sorgiva non conosce doppiezza: esso è puro e non si strania con l’ebbrezza
del piacere, non finge, non si macchia con menzogna e ipocrisia.
«Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come
una sorgente le cui acque non inaridiscono» [Is 58,11].
9. L’acqua non è una risorsa illimitata, ma un dono prezioso di Dio.
L’acqua è indispensabile alle montagne e al mare, alla terra e al cielo, agli uomini e agli animali, ai cicli
biologici più sofisticati e a quelli più semplici… La vita del pianeta dipende dall’acqua.
«Dovremmo abituarci a benedire il Creatore per ogni cosa: per l’aria e per l’acqua, preziosi elementi che sono a
fondamento della vita sul nostro pianeta» [Benedetto XVI – 12.11.2006].
10. L’acqua è una risorsa insostituibile.
La salute del pianeta dipende dall’acqua. È indispensabile averne cura e non sprecarla, anche con piccole
attenzioni quotidiane. Il contributo di ognuno è importante.
TERZA DOMENICA DI AVVENTO: RAPPORTO CON SE STESSI: I PROGETTI
Dalla liturgia Colletta alternativa
Sostieni, o Padre, con la forza del tuo amore il nostro cammino incontro a colui che viene e fa' che,
perseverando nella pazienza, maturiamo in noi il frutto della fede e accogliamo con rendimento di grazie il
vangelo della gioia. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
Chiave di lettura per le letture.
Le letture invitano a una comprensione del progetto di Dio che salva l’uomo
Gioia del ritorno in patria, gioia per il recupero della sanità, gioia per la libertà riconquistata: ecco il frutto
dell’intervento di Dio che salva. Annunciato dal profeta Isaia (prima lettura)
L’annuncio rimane sempre valido, perché proiettato in un tempo in cui sarà pienamente compiuto. Cristo viene
come colui che guida l’umanità smarrita, sfiduciata e stanca, nel ritorno a Dio; egli è il capo dei redenti, sulla
strada santa dell’obbedienza e della fedeltà. (Vangelo)
9
Ma questo ritorno, di fatto, deve esplicitarsi nel corso delle generazioni; la liberazione esige tempo e fatica, e la
gioia è piuttosto quella di un traguardo parziale raggiunto che rimanda, nella speranza, alla mèta finale. (2°
Lettura, Giacomo)
Tre dimensioni di relazioni da cambiare
- Con se stessi
Il processo di liberazione dell’uomo dalle sue schiavitù e dai condizionamenti interni ed esterni, rischia di
essere fatto perdendo di vista la speranza ultima, tanto sono urgenti i compiti di rivoluzionare le strutture
disumanizzanti, di coscientizzare gli uomini e di restituirli alla dignità e all’autonomia di persone.
-
Con gli altri nella comunità
Attuale, allora, il richiamo di Giacomo (seconda lettura) alla pazienza e alla perseveranza. Egli si rivolge ai
suoi «fratelli» (v. 7), i poveri, per chiedere loro la pazienza nell’attesa della venuta del Signore (vv. 8-1.1).
L’apostolo Giacomo esige da loro la pazienza; non li spinge alla rivolta. La pazienza non è rassegnazione:
è frutto dell’amore, è volontà di scoprire l’altro e di aiutarlo in tutti i modi a liberarsi di ciò che lo aliena —
compreso il denaro —. Ciò richiede tempo. La pazienza che Giacomo chiede ai suoi fratelli, i poveri,
consiste nel misurare i ricchi con la misura del tempo che l’amore impiega ad amare. Almeno l’amore
avesse il tempo di amare, prima che l’autodistruzione in cui si inseriscono i ricchi e i potenti non abbia
terminato
il
suo
compito!
E’ la pazienza di chi sa che il regno di Dio si costruisce lentamente, anche se i profeti lo intravedono e lo
annunciano prossimo.
-
Con la vita
Troppo spesso l’ignavia e l’egoismo dei cristiani oscura e mortifica l’annuncio della liberazione di Gesù, i
cui segni sono, oggi, l’impegno verso i poveri, gli emarginati, le minoranze; la difesa dei diritti della coscienza,
il condividere realmente la sorte di chi non ha speranza...
Non c’è evangelizzazione che non porti ad una liberazione. Il gioioso annuncio del Cristo liberatore diventa
credibile se i suoi messaggeri sanno pagare di persona ed essere testimoni della gioia.
Approfondimenti
1 - Documento dei Vescovi Dopo Verona
12. La vita quotidiana, “alfabeto” per comunicare il Vangelo
Il linguaggio della testimonianza è quello della vita quotidiana. Nelle esperienze ordinarie tutti possiamo
trovare l’alfabeto con cui comporre parole che dicano l’amore infinito di Dio. Abbiamo declinato pertanto la
testimonianza della Chiesa secondo gli ambiti fondamentali dell’esistenza umana. È così emerso il volto di una
comunità che vuol essere sempre più capace di intense relazioni umane, costruita intorno alla domenica, forte
delle sue membra in apparenza più deboli, luogo di dialogo e d’incontro per le diverse generazioni, spazio in cui
tutti hanno cittadinanza.
La scelta della vita come luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio costituisce un
segnale incisivo in una stagione attratta dalle esperienze virtuali e propensa a privilegiare le emozioni sui
legami interpersonali stabili. Ne scaturisce un prezioso esercizio di progettualità, che desideriamo continui e si
approfondisca ulteriormente. Si tratta di cinque concreti aspetti del “sì” di Dio all’uomo, del significato che il
Vangelo indica per ogni momento dell’esistenza: nella sua costitutiva dimensione affettiva, nel rapporto con il
tempo del lavoro e della festa, nell’esperienza della fragilità , nel cammino della tradizione, nella responsabilità
e nella fraternità sociale.
Non intendiamo qui riassumere quanto espresso nei lavori dei gruppi e, ancora prima, nelle relazioni inviate
dalle diocesi e dalle diverse realtà ecclesiali: faremmo torto alla grande ricchezza di contributi. Ci limitiamo a
segnalare alcune proposte emerse nelle sintesi degli ambiti, a partire dalle quali riteniamo sia possibile
realizzare un cammino condiviso nelle nostre comunità.
2 - Dalle linee pastorali diocesane
l’incontro con i “poveri” e l’accoglienza degli stranieri
La nostra Chiesa non può permettersi che i poveri scompaiano dal suo orizzonte: è necessario che tornino ad
essere al centro della sua vita e del suo impegno. «Nel più piccolo incontriamo Gesù stesso e in Gesù
incontriamo Dio»;
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Il passo che ci attende nell’orizzonte dell’annuncio:
• Le nostre comunità cristiane si domandino cosa fanno per accogliere chi è più fragile, chi è segnato dalla
diversità, gli immigrati. A livello di formazione è necessario imparare “nuovi stili di vita”, per passare da una
logica di consumo e di spreco, ad un costume di sobrietà e di essenzialità.
• A livello diocesano sarà data attenzione alle esperienze di volontariato che gravitano attorno alla Caritas
diocesana: questa attenzione e collaborazione deve caratterizzare anche le Zone.
scheda della quarta domenica: rapporto con Dio
QUARTA DOMENICA DI AVVENTO: RAPPORTO CON DIO
La fede non è la medicina dell’io: riflessione di Enzo Bianchi
Da più parti, all’interno come all’esterno della chiesa, ci si interroga con una certa ricorrenza su dove stia
andando il cattolicesimo oggi e c’è chi rileva come tratto saliente dell’attuale stagione un divorzio tra fede
cattolica e spiritualità, tra devozione e morale. È una sorta di schizofrenia nella vita cristiana, una difficoltà di
unificazione della vita del credente una separazione di ciò che dovrebbe essere unito e fare parte dell’unica
sequela di Cristo da parte del credente: divisione che riguarda innanzitutto coloro che si ritengono e si
proclamano cristiani impegnati e vengono percepiti come dotati di una certa rappresentatività della “chiesa”.
Non credo si tratti di una patologia radicalmente nuova, né vedo in essa una deriva spiritualistica che
azzererebbe totalmente ogni rilevanza dell’impatto concreto della parola di Dio nella vita del cristiano. Ritengo
però che in questa stagione segnata dal ritorno non di Dio ma del sacro, del “religioso”, la spiritualità non solo di
fatto si separi dalla morale, dal comportamento quotidiano, ma rischi di non essere più una spiritualità
autenticamente cristiana, ovvero una vita secondo lo Spirito santo vissuta sulle orme di Cristo: vita cristiana,
infatti, è quella vita principiata da Cristo, vissuta da lui come essere umano, radicalmente uomo come noi.
Certo è avvenuta una rivoluzione copernicana della coscienza religiosa perché con l’avvento
dell’antropologia l’uomo non si comprende più a partire dall’essere, l’essere eternamente presente in un universo
immutabile, ma a partire dal suo “diventare uomo”, dal suo percorso storico personale. È in questo orizzonte che
è avvenuto un mutamento del rapporto tra credente, fede e istituzione religiosa con inevitabili ricadute anche
nella società civile. Il cristiano di questo tempo ultra-moderno, vivendo tra crisi delle istituzioni, pluralismo e
deregulation del religioso, è tentato di vedere nella chiesa una “riserva” di credenze e di servizi religiosi cui
ricorrere in una libera scelta individuale. Non è più la religione che propone una fede e una morale, ma sono i
singoli che chiedono alla religione ciò di cui hanno bisogno: i fedeli, sempre meno “praticanti”, sono sempre più
“infedeli” rispetto alla chiesa. Questo individualismo religioso non significa abbandono del sentimento di
appartenenza a una religione (tuttora la stragrande maggioranza degli italiani si dichiara cattolica), ma sia quelli
che sono “nel seno della chiesa”, sia quelli che sono fuori vivono una dislocazione tra fede, morale,
appartenenza, pratica e conformità: si crede senza appartenere alla chiesa, ma ci si dice appartenenti alla
religione cattolica senza credere. È paradossale, ma oggi è questo il divorzio! Le appartenenze sono plurime e
non si avverte la contraddizione di appartenere culturalmente al cristianesimo senza appartenervi realmente. La
religione è scissa in molte dimensioni che non coabitano tra di loro perché le parti del sistema si sono disgregate,
come avvertiva profeticamente il teologo Michel de Certeau diversi anni fa.
È in tale contesto che è diventato possibile l’ascolto, l’applauso, l’ammirazione, la commozione per i
“simboli” religiosi, siano essi persone carismatiche o grandi eventi, da parte di quelli che non sono mai
disponibili né disposti ad assumere e a realizzare quotidianamente ciò che viene richiesto. The singer, not the
song: il cantante è applaudito, ma le parole della canzone non sono ascoltate né tanto meno messe in pratica!
Anche questa non è una condizione nuova, se già il profeta Ezechiele la denunciava nel vi secolo a.C.: “Così
diceva il Signore al profeta: Tutti parlano di te, tutti vogliono venire a sentire i tuoi discorsi e accorrono come
folle: amano le tue parole ma non le mettono in pratica” (Ezechiele cap. 33). Oggi, se mai, ci si è attrezzati
meglio nell’invocare una giustificazione per questo comportamento: alla logica dell’obbedienza si sarebbe
sostituita la logica della responsabilità. Per i credenti che hanno “fede popolare”, come si ama dire oggi, e per i
militanti, impegnati in un cammino di forte coinvolgimento, la fede è vista come essenzialmente personale:
l’importante è che aiuti a vivere meglio, che faccia crescere, che contribuisca alla ricerca della felicità. E così si
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finisce per misurare anche la fede in base a quello che apporta: benessere, armonia, guarigione… Sì, perché il
nuovo nome della salvezza è il compimento e la cura di sé, è lo star bene con sé e con gli altri. In questa deriva,
la fede deve contrastare la sofferenza, impedire qualsiasi dolore e fatica anziché assumerli nel dare forma alla
propria esistenza.
Può sorprendere, ma praticamente nessuno sembra ravvisare il carattere narcisistico di questa deriva, la
frantumazione di ciò che è comunitario, sociale… Tutto è misurato sulla capacità di condurre alla realizzazione
di sé e, in questo, non si teme né il soggettivismo, né il ripiegamento su di sé. Pare non sorprendere né
interpellare nessuno il fatto che ci sono autori spirituali cristiani che hanno pubblicato con successo un congruo
numero di libretti del tipo: “Come essere in amicizia con se stessi”, “Non farti del male!”, “Come vincere nella
sconfitta”, “Il cielo comincia in te”… Bastano i titoli per dire l’invito al fai da te, al bricolage spirituale: è la
declinazione della salvezza come stare bene con se stessi, fuga da ciò che costa caro, da quanto porta con sé
fatica e sacrificio.
Ci dovremmo interrogare anche sulle cause che hanno permesso al cristianesimo di finire asservito al
benessere dell’anima del singolo: forse in radice e in origine vi era una intuizione e un bisogno giusto di
recuperare unità nella vita di fede, di non lasciare fuori delle parti di sé nella vita guidata dallo Spirito; forse
c’era l’esigenza di integrare corpo e psiche nella sequela di Cristo. Ma in questa deriva della fede ridotta a
ricerca di benessere mi pare di cogliere un atteggiamento nuovo, una contrapposizione inedita tra spiritualità e
fede. Tutti sono disposti a dirsi in ricerca spirituale, cultori dello spirituale, ma molti meno sono disposti a dirsi
credenti in Gesù Cristo: la fede implica scelta, quindi assunzione del rischio, rinuncia, condivisione; questo
“spirituale” invece è pervasivo e vago, disimpegnato, dà corda all’individualismo, all’illusione di onnipotenza…
È un quadro che ha conseguenze di non piccola portata per la vita interna della chiesa, per la sua pastorale,
la sua catechesi, la sua espressione liturgica, ma credo che ponga interrogativi seri anche all’insieme della
società, alla nostra convivenza civile. Non è che dietro l’individualismo imperante, la riduzione individualistica
anche del “fatto religioso” (“si sceglie”, non “si riceve” la religione), dietro la scissione tra vita e fede, tra fede e
celebrazione della fede, vi sia la mancanza di ciò senza cui non c’è né teologia né vita spirituale: ovvero una
comunità? Non credo che basti denunciare le aporie e le distanze tra fede e morale, tra fede e storia, prassi,
società, senza ricordare la qualità del soggetto comunitario che dà senso alla morale: la comunità cristiana. Il
permanere della testimonianza cristiana in una società come quella che si va configurando nei nostri paesi,
infatti, dipende dal vivere la comunità: senza vissuto della realtà comunitaria della chiesa, questa è destinata a
diventare un movimento tra i tanti e la fede si riduce a riferimento personale di singoli uomini e donne a un certo
Gesù di Nazaret. Perché la salvezza che il cristianesimo vuole annunciare non è un intimistico star bene con se
stessi ma è una realtà destinata a tutti, collocata dentro la storia, inserita in una dimensione comunitaria.
Così, per quanto paradossale possa apparire, a livello sociale non la visibilità, non il clamoroso, non
l’efficienza, non l’evidente sono i luoghi di manifestazione dell’essenza della fede cristiana, ma il segreto del
cuore e una prassi storica quotidiana spesso nascosta e di poca risonanza. Sì, il contributo cristiano a una società
più vivibile non verrà da ripiegamenti su se stessi né da dispiegamento di forze di pressione ma, oggi come al
sorgere del cristianesimo, dalla capacità di mostrare una differenza abitata dal senso.
(La Stampa, 26 febbraio 2005)
Il Dio che parla
Parte della conferenza di Enzo bianchi tenuta a Lourdes il 26 ottobre 2007 in occasione di Ecclésia 2007, un
raduno di 7000 catechisti e operatori pastorali di tutte le diocesi della Francia
Il Dio biblico è il Dio Uno che si rivela; non è raggiunto dallo sforzo umano di elevarsi a lui e di conoscerlo,
ma si rivela, cioè si dona per sua libera iniziativa e volontà. Egli non è definito in termini essenzialistici
filosofici, ma relazionali: è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. È il Dio dei padri. Rivelandosi, egli
precede e fonda l’esperienza che l’uomo può fare di lui. In particolare, il Dio biblico si rivela mediante la parola:
egli è il Dio che parla e parlando chiama l’uomo all’ascolto e alla relazione. Per la Bibbia questa relazione si
chiama alleanza.
Dio parla e la sua parola manifesta la sua potenza negli ambiti della creazione e della storia. La parola di
Dio è creatrice (Gen 1,3ss.; Sal 33,6.9; Eb 11,3) e instauratrice di storia. Non a caso il termine ebraico davar,
normalmente reso con “parola”, significa anche “storia”, “gesta”, “eventi”, “fatti” (1Re 11,41; 14,19.29;
15,7.23.31; ecc.). La parola, il davar, è essenzialmente una realtà teologica, è rivelazione di Dio, è l’intervento di
Dio nel divenire del mondo, è il dirsi di Dio che sempre si accompagna all’invio del suo Spirito, la ruach, e
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diviene così il suo darsi, l’atto con cui egli instaura una presenza dialogica che incontra l’uomo nella berît,
nell’alleanza.
Il Dio che parla è dunque comunicazione. Questo significa la contemporaneità di rivelazione della Parola e
dello Spirito che si manifesta fin dalla prima pagina della Bibbia con la narrazione della creazione che avviene
mediante la parola (“Dio disse…”: Gen 1,3ss.) e sotto la guida dello Spirito (“Lo Spirito di Dio aleggiava sulle
acque”: Gen 1,2). Fondata sull’osservazione antropologica elementare dell’osmosi tra parola pronunciata
dall’uomo e alito o soffio che la sostiene e porta, la Parola e lo Spirito sono parte di un unico atto di
comunicazione di Dio. La Parola è anche Spirito. E per la Bibbia lo Spirito è la libera volontà di comunicare e
trovare comunione con l’uomo. Volontà che trova la sua oggettivazione e specificazione nella Parola.
Dunque, fondamento di tutta la Bibbia è che Dio parla. L’uomo biblico entra dunque nella relazione con Dio
mediante l’ascolto. Egli cammina alla luce della fede, non della visione (cf. 2Cor 5,7) ed è solo nell’ascolto che
può avvenire l’incontro con Dio. L’ascolto è costitutivo di Israele come popolo di Dio: “Ascoltate la mia voce,
eseguite tutto ciò che vi ho comandato, allora voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” (Ger 11,6).
Gesù, parola definitiva di Dio
La storia di Dio con l’umanità è la storia del suo parlare agli uomini che trova il suo vertice in Gesù Cristo,
parola definitiva di Dio all’umanità, ovvero parola che dice tutto, che comunica pienamente la volontà di Dio
verso gli uomini. “Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in molti modi ai padri per mezzo dei
profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb 1,1-2). Dire che Gesù è la
Parola di Dio, significa dire che egli ne è il volto, la narrazione, la rivelazione: tutto ciò che noi possiamo sapere
e dire su Dio si trova in Gesù Cristo: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Rispondere a
questa parola entrando nel dialogo iniziato da Dio è ciò cui è invitata l’umanità: la missione della chiesa consiste
nel farsi eco di tale parola perché ogni uomo possa ascoltarla come rivolta a sé, come parola salvifica, e lasciarsi
illuminare da essa. Così va intesa la parola di Gesù che invia i discepoli nella missione di far discepole tutte le
genti (Mt 28,19-20): si tratta di annunciare la parola di Dio condensata in Gesù perché essa generi il credente alla
relazione con il Dio Padre per mezzo del Figlio nella forza dello Spirito santo.
Se Gesù è la Parola di Dio, su di lui riposa lo Spirito di Dio, fin dalla concezione nel grembo di Maria (Lc
1,35). Orami la Parola, il Lógos che era presso Dio ed era Dio (Gv 1,1), si è fatta carne (Gv 1,14) nascendo da
donna (Gal 4,4) grazie allo Spirito santo, e tutta la vita di Gesù, fino alla morte e alla resurrezione, è la parola di
Dio, ovvero è quanto Dio vuole dire e comunicare all’umanità. Memoria di questa centralità è, nella chiesa,
l’eucaristia, celebrazione sempre rinnovata della comunicazione di Dio all’uomo nel dono di Cristo.
Nell’eucaristia, narrazione della vita divina comunicata all’umanità, Cristo raggiunge i suoi figli come parola e
come pane per sostenere e guidare la loro esistenza quotidiana. E nell’eucaristia la chiesa si pone totalmente
sotto la signoria della Parola che viene ascoltata, proclamata, celebrata, annunciata, manducata perché l’essere
tutto della chiesa sia innestato nel mistero della parola che è ormai il mistero pasquale, il mistero di Gesù
crocifisso e risorto.
Un parola che suscita comunione
Dal Dio che parla alla chiesa che annuncia la parola di Dio rivelatasi definitivamente nell’uomo Gesù Cristo si
stabilisce un movimento di comunicazione e di comunione. È quanto espresso con densità teologica dal prologo
della prima lettera di Giovanni: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito,ciò che noi abbiamo
veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo
(Lógos) della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi
annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito,
noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e
col Figlio suo Gesù Cristo” (1Gv 1,1-3). Se “comunione”, koinonía, definisce la vita del Dio trinitario e la
profondità del suo mistero, la chiesa non può che essere attraversata dalla medesima vita per poter narrare
credibilmente Dio. In effetti, “la chiesa è la comunione sempre rinnovata di uomini e donne che ascoltano e
testimoniano la Parola di Dio” (Karl Barth). Sotto il primato della parola di Dio, la chiesa si lascia abitare dalla
vita divina e diviene come un sacramento della sua presenza strutturandosi in comunione. In quanto comunione
la Chiesa è immagine dell’umanità riconciliata e profezia del Regno. In questo modo la chiesa non appare
semplicemente soggetto di evangelizzazione, ma diviene lei stessa vangelo; non si limita a compiere il suo
servizio di annunciatrice della parola di Dio, ma diviene lei stessa memoria vivente della parola di Dio. Cosa che
emerge in tutta la sua potenza spirituale nel momento in cui la chiesa celebra l’eucaristia.
SCHEDE DI RIFLESSIONE PERSONALE E DI PREGHIERA IN FAMIGLIA v. appendice
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2. INIZIATIVE COMUNITARIE
Di domenica in domenica è bene proporre un gesto comunitario legato all’annuncio liturgico: questo potrà
essere realizzato alla fine stessa della celebrazione o in un altro momento della giornata festiva; questo ha lo
scopo di render visibile ciò che i cristiani celebrano e di dare un senso di festa all’incontro della comunità.
Prima domenica: per esprimere il rapporto di pace tra i popoli -> incontro con gli immigrati presenti nel
territorio della propria parrocchia, almeno con quelli cristiani. Si possono invitare gli ortodossi per un incontro
di festa dove ci si possono raccontare le proprie tradizioni natalizie e cristiane, fare un canto delle rispettive
tradizioni e un momento di festa per gli auguri.
Seconda domenica: -> per esprimere il rapporto con il creato -> può essere costruito, sulla piazza o in un luogo
significativo di incontro della comunità, l’albero di Natale. Può essere albero vero, da trapiantare finita la festa.
Come ornamento possono essere appese “palle” con le scritte di ciascuno che siano espressione di lode per il
creato.
Terza domenica: -> per esprimere il rapporto di speranza della persona e i suoi progetti. Accogliendo il Cristo,
la comunità lo esprime con un messaggio di speranza affidato a palloncini lanciati in un momento dove ci si
trova nella comunità. In alternativa possono essere preparati gli auguri da consegnare a persone della comunità
o a realtà con cui la comunità è in contatto (missioni…)
Quarta domenica: -> per esprimere il rapporto di fiducia tra uomo e Dio: preparazione della parte centrale del
presepio in chiesa o sulla piazza.
Notte di natale: -> momento di festa e scambio di auguri dopo la Messa di mezzanotte
Santa famiglia: -> iniziativa che coinvolga la comunità attorno alle famiglie sposate nell’anno e a quelle di cui
nel 2007 ricorre il 25°, il 50° e il 60° anniversario.
1 gennaio: -> una proposta per la pace: es. portare alle famiglie il messaggio papale (o parte di esso) emanato
per la giornata.
6 gennaio: -> festa dell’infanzia missionaria
battesimo di Gesù: -> riscoperta del battesimo ma anche contemplazione della nuova creazione. Le acque e
tutto il creato è santificato per l’incarnazione del Verbo. Ora il creato è sacramentale, lascia trasparire l’opera di
Dio: le acque del battesimo è la nascita del cristiano, nel pane e nel vino dell’eucaristia la comunione con il
Risorto.
3. PROGETTI DI FRATERNITÀ
Quest’anno vogliamo indirizzare l’attenzione delle nostre comunità verso quelle famiglie che nella
nostra diocesi non riescono ad arrivare alla fine del mese. Quelle famiglie che, pur non vivendo condizioni di
emarginazione o dipendenza da sostanze, si ritrovano nel disagio della mancanza di sufficienti entrate per le
necessità essenziali. Un pensiero particolare deve essere fatto per le situazioni di difficoltà più nascoste: quelle
famiglie composte solo da anziani che sopportano nel silenzio il loro disagio. Molti sono gli anziani soli che
si presentano alle nostre mense dislocate nel territorio, ma molti altri ancora non sono sufficientemente autonomi
per recarsi alla mensa e al contempo, per le ragioni più disparate, non possono essere accolti nelle case di riposo.
Negli uffici della Caritas diocesana sono disponibili i sussidi e il materiale che anche quest’anno Caritas
italiana ha preparato. Il tema scelto da Caritas Italiana è tratto da un brano del libro di Isaia: “Tu che annunci
liete notizie” (Is 40,9).
Presso la Curia si trovano un opuscolo di animazione per le famiglie che accompagna i giorni
dell’Avvento del Natale con testimonianze di annuncio ai poveri e da parte dei poveri; un album per bambini
per avvicinarsi al Natale in modo piacevole e divertente; un poster; un salvadanaio, piccolo strumento per il
gesto concreto di solidarietà che abbiamo proposto per la nostra diocesi.
Materiale per l’infanzia missionaria.
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APPENDICI
CELEBRAZIONE COMUNITARIA DELLA RICONCILIAZIONE PER GLI ADULTI
CANTO DI INIZIO
- Dio si è fatto come noi
Introduzione
Accogliamo l’invito dell’apostolo Paolo che dice: “E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno perché la nostra
salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le
armi della luce”. Il Signore ci illumini perché possiamo riconoscere davanti a lui il nostro peccato e ci lasciamo
rinnovare dalla sua misericordia.
PROCLAMAZIONE DEL VANGELO
Canto di Alleluia
Dal vangelo secondo Matteo
1,18-21.24
Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe,
prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era
giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco
che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere
con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo
chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli
aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un
figlio, che egli chiamò Gesù.
ESAME DI COSCIENZA
I rapporti interpersonali
Dice il profeta Isaia: “Viene il Dio della pace, egli sarà giudice tra le genti; un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra”
Ogni guerra, ogni violenza dell’uomo verso il suo simile nega Dio come Padre di tutti.
• Quali sono i miei sentimenti quando ascolto o vedo scene di guerra e violenza in varie parti del mondo?
Giustifico la guerra?
• Sono paziente, benevolo, mite, portatore di pace nei miei rapporti con gli altri?
• So perdonare e dimenticare le offese che ricevo?
• Ci sono persone con cui non riesco a mantenere rapporti di sincerità?
• Rispetto ed apprezzo le persone anche se diverse da me?
• Ho cura di non essere di inciampo al mio prossimo con uno spirito di contraddizione, con giudizi sbrigativi?
I rapporti con il creato e con i beni
Dice Isaia che la venuta di Dio porta novità nei rapporti dell’umanità con la creazione“Il lupo dimorerà
insieme con l’agnello, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. Il leone si ciberà
di paglia, come il bue.”
Siamo chiamati a usare la creazione e i beni nella sobrietà che rispetta la natura e permette la condivisione.
• Quali spese ho progettato per le feste di natale? Sono davvero motivate? Mi lascio prendere dalla smania
consumistica?
• Quanto sto attento al rispetto della creazione: (sprechi nel mangiare, non inquinamento)?
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•
•
Quanto ho tolto a me per destinarlo a chi ha più bisogno?
Sono onesto nel lavoro, negli obblighi sociali?
I rapporti con se stessi
Dice ancora il profeta: “Ecco il vostro Dio… allora si apriranno gli occhi ai ciechi, si schiuderanno gli orecchi
dei sordi, lo zoppo salterà come un cervo.”
Il Cristo mi guarisce dalle divisioni interiori, dalla mancanza di senso.
• Che cosa mi preme di più nella mia vita?
• Quali sono le cose che da cui mi aspetto gioia?
• Cosa sto cercando in questa fase della mia vita? In chi o in che cosa ho posto la mia fiducia?
• Ho amore per la verità e per la vita che mi è stata donata o mi accontento di tirare avanti nella pigrizia, nella
negligenza, nell’indifferenza?
• Accetto la mia crescita, il mio avanzare negli anni, il passaggio a una nuova stagione della vita aperto al
Signore, fedele a lui e sono forte nella speranza di incontrarlo?
I rapporti con Dio
Il profeta Isaia annuncia: “Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele: Diocon-noi.”
Non è possibile andare a Dio se non per mezzo di Gesù: solo in lui è la salvezza.
• La parola di Dio è da me ascoltata con attenzione, letta con frequenza, è la fonte del mio agire e delle mie
decisioni?
• Sono fedele alla preghiera ogni giorno?
• Sono fedele all’appuntamento festivo della Messa, pasqua settimanale?
• Ho fiducia nel Cristo o cerco di capire la mia vita da maghi, astrologi?
• Credo davvero che il Signore Gesù è l’unico salvatore o lo considero un maestro tra tanti?
RICHIESTA DI PERDONO
Signore Gesù tu che hai abbattuto il muro che separava i popoli e hai riconciliato tutti nella tua croce, abbi pietà
di noi Signore pietà.
Signore, che hai vissuto nella contemplazione del creato riconoscendovi il dono di Dio per sostenere la vita di
tutti i suoi figli, abbi pietà di noi. Signore pietà.
Signore che hai risanato la persona e l’hai trasformata con lo Spirito Santo, abbi pietà di noi. Signore pietà.
Signore che sei il solo Salvatore di tutto ciò che esiste, Abbi pietà di noi. Signore pietà.
RINGRAZIAMENTO
Un canto.
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ANNUNCIO DEL NATALE
Da lunghi secoli dopo la creazione del mondo
quando Dio all’inizio creò il cielo e la terra
da lunghi secoli ancora
dopo la disobbedienza del primo uomo
e dopo la purificazione della terra con le acque del diluvio
1850 anni dopo la chiamata di Abramo e la sua partenza
sorretto soltanto dalla fede senza alcun’altra umana sicurezza
1250 anni dopo la rivelazione del Nome adorabile
a Mosé nel fuoco del roveto ardente
dopo la redenzione del popolo strappato alla schiavitù d’Egitto
e la sua liberazione attraverso le acque del mar Rosso
e la sua lunga peregrinazione nel deserto nella grazia dell’alleanza
1000 anni dopo l’unzione del re David e la promessa del Messia
752 anni dopo la fondazione di Roma
587 anni dopo la caduta di Gerusalemme
e la deportazione del popolo a Babilonia per la purificazione dei cuori
attraverso l’esilio e la parola dei profeti
500 anni dopo il ritorno del “piccolo resto”
e la ricostruzione del tempio di Gerusalemme
150 anni dopo le sofferenze dei martiri d’Israele sotto la dominazione ellenistica
essendo i poveri del Signore nell’attesa
In questi giorni che sono gli ultimi in cui si compirono i secoli della pazienza di Dio
quando venne la pienezza dei tempi
essendo Cesare Augusto imperatore a Roma,
Erode re di Giudea
sotto il pontificato di Anna
tutto l’universo essendo in pace nei giorni del grande censimento
GESU’ CRISTO, DIO ETERNO
E FIGLIO DELL’ETERNO PADRE
volle santificare il mondo con la sua misericordia venuta
SI FECE UOMO
essendo stato concepito
DALLA POTENZA DELLO SPIRITO SANTO
NACQUE DALLA VERGINE MARIA
a Betlemme di Giuda la città di David.
E’ LA NATIVITA’ DEL NOSTRO SIGNORE GESU’ CRISTO.
VENITE, ADORIAMO!
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IL VIAGGIO PER ACCOGLIERE IL SIGNORE
itinerario di catechesi dei ragazzi in preparazione al Natale
Nel tempo di avvento siamo chiamati a scoprire in Gesù il dono del Padre. Per questo l’itinerario proposto
ha come categoria fondamentale di comprensione il dono: chi sa donare riconoscere di essere generati, quindi di
avere ricevuto in dono le persone che ci amano, il creato, la vita, la fede, si apre alla gioia e alla risposta a questi
doni con una vita che trova un orientamento facendosi dono al padre e ai fratelli.
Lo spunto dell’itinerario è dato da Il quarto saggio di Henry van Dyke (ed. Gribaudi, 1996) e ripresentato
in sintesi da B. Ferrero in: Tutte storie, Ed. LDC, 1992 p. 78-81). La storia presentata è un libero adattamento.
LA STORIA
La storia è ambientata al tempo di Gesù, quando quattro saggi (i magi) partono dall’Oriente alla ricerca del
Re indicato dalle stelle. Mentre i tre magi partono, il quarto ritarda la partenza e lungo la strada è coinvolto in
incontri e situazioni che lo provocano; egli se ne fa carico fino a impegnare in esse i doni che aveva preparato
per portare al Messia e si presenta a lui povero di beni e quindi nella condizione di donare solo se stesso. In
questo percorso si inseriscono le tappe di crescita. La storia che ha come protagonista Artaban, il saggio che va
alla ricerca del gran Re.
DESTINATARI
L’itinerario proposto ha come destinatari i ragazzi di 9 -12 anni e ovviamente richiede di essere adattato
alle esigenze del gruppo.
STRUTTURA
L’itinerario sviluppa tutte le dimensioni della vita cristiana: l’ascolto della parola di Dio e la catechesi
come risonanza della Parola; la dimensione liturgica e la preghiera, con riferimento alle domeniche e alla novena
di Natale; la dimensione comunitaria che si manifesta nel coinvolgimento della comunità, la dimensione
caritativa.
Dimensione biblica: si tratta di accogliere i messaggi delle letture domenicali come guida per l’incontro
con il Signore.
Dimensione liturgica: Si fa riferimento alle letture domenicali e ne coglie il messaggio in uno slogan:
Prima domenica: vigilate; Seconda domenica: convertitevi; Terza domenica: rallegratevi; Quarta domenica: sta
per venire l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Dimensione caritativa: Con il protagonista del racconto i ragazzi sono inviati a fare gesti che esprimano
accoglienza e disponibile a donare, come condizione per giungere all’incontro con il Signore.
Dimensione comunitaria: l’itinerario riprende nei contenuti quello stesso che viene proposto per tutta la
comunità. Poiché l’itinerario generale prevede segni comunitari, i ragazzi possono diventare protagonisti di
questi; è dunque importante che ci sia stratta collaborazione nel progettare l’avvento tra tutti gli operatori
pastorali. Si suggerisce di costruire in chiesa la lunga strada che percorre Artaban e che porta al presepio. Questa
strada può essere arricchita di un fondale con le scene che esprimono gli incontri di Artaban e i messaggi-slogan
che i ragazzi hanno scoperto dalle letture. Sulla strada possono esser messi i personaggi tradizionali del presepio.
Qualora non sia possibile realizzare questo e la strada di Artaban venga costruita nei locali del catechismo.
LE TAPPE DEL CAMMINO
Gli incontri devono svolgersi prima delle domeniche, in modo da preparare ad esse, dove il messaggio
scoperto nella catechesi sarà celebrato.
La storia contiene gli elementi che rimandano alle dimensioni della vita cristiana che sono sviluppate negli
incontri. Di tali incontri si forniscono indicazioni generali che ciascuno dovrà provvedere a sviluppare. Anche la
storia viene presentata come traccia e può essere ampliata, purché si riprendano gli elementi che servono per
l’incontro.
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PRIMO INCONTRO (precede la prima domenica di avvento)
Ambientazione
Il catechista prende un libro e legge la storia del saggio Artaban. Nella stanza sarà collocato anche il
lezionario o un messalino festivo.
Il racconto presenta Artaban che legge il rotolo del profeta: è la prima lettura della prima domenica di
avvento, Is 2,1-5 e contiene l’invito a cercare, a camminare.
Si riprende la lettura della storia dove si narra che Artaban pare contento perché la profezia parla di un re
che porta pace al mondo, per lui merita affrontare anche la fatica del viaggio.
La gente che incontra lo interroga... lo invita a stare con gli occhi aperti a causa dei briganti. Lui dà
un’occhiata a quei poveri e capisce che chi è preoccupato da troppe attenzioni da dare alle sue cose, corre il
rischio di perdersi. Sente che è affezionato ai beni e gli dispiace lasciarli, ma la parola del profeta gli torna alla
mente: l’incontro con Messia è più importante di ogni altra cosa. Si sente in difficoltà, ma intuisce che
condividendo i suoi beni anche lui comincia a collaborare con il Gran Re che porterà la pace. Contento, dona le
sue stoffe preziose.
Approfondimento
Ci si sofferma sulle parole del profeta e sul gesto di donazione che Artaban ha fatto ai poveri per essere
portatore di pace. Si ricorda che il tempo di avvento fa fare anche a noi un cammino verso Gesù. Dalle letture
domenicali impariamo anche noi qualcosa di utile per la preparazione al natale: in questa prima tappa, dal
profeta si impara che chi segue il Messia è chiamato a vivere rapporti di pace. Per questo è necessario essere
vigilanti. Si cerca di concretizzare quale vigilanza è da vivere nelle relazioni quotidiane con le persone che si
incontrano ogni giorno. Oltre alla prima lettura si può leggere e comprendere insieme anche il vangelo
domenicale di Matteo 24,37-44.
Il catechista può presentare anche il cammino della comunità, far conoscere le proposte della caritas...
• Si possono prendere spunti in «Venite con me» pp. 25-27.
Attività: in chiesa, ai margini dello spazio occupato dal presepio (o in un luogo abbastanza distante dal
presepio se è piccolo) si costruisce un paesaggio montano, sullo stile orientale dove si colloca Artaban (possono
essere utilizzate le statuetta dei magi, magari di fattura diversa dai tre che saranno collocati nel presepio per
l’Epifania). Sul fondo può essere scritto: pace tra gli uomini.
Se in parrocchia si è deciso di riassumere in parole-chiave il messaggio delle domeniche, un gruppo può
collaborare per prepararle e sistemarle.
SECONDO INCONTRO (precede la seconda domenica di avvento)
Dopo aver creato un clima di attenzione, con calma ed espressione si riprende la lettura del racconto.
Approfondimento
Alla fine della lettura ci si chiede quali sono le cose importanti che Artaban ha vissuto, cosa lo ha
incoraggiato nel cammino verso il Re. Si evidenzia la profezia che lo aiuta a capire la personalità del Messia; si
ferma l’attenzione sul gesto di condivisione del suo viaggio con il giovanissimo Mika del quale diventa
responsabile. Si può leggere dunque la profezia della domenica in Isaia 11,1-10 e il vangelo. Si può lavorare
sulle due letture dividendo i ragazzi in due gruppi per lavorare sui brani: dalla profezia si coglie l’identità del
Messia e gli effetti della sua presenza, sottolineando soprattutto il rapporto con il creato (v. scheda del sussidio
generale per la seconda domenica).
• Per i più piccoli può essere utile la p. 29 di «Venite con me».
Attività
Su cartellone si disegna, anche in più scene, la scena del viaggio e dell’incontro di Artaban con i pastori e
si colloca sulla via in chiesa (o nella stanza del gruppo). Nello sfondo la frase chiave: pace tra uomo e creato (o
simile)
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TERZO INCONTRO (precede la terza domenica di avvento)
Come al solito si legge la storia di Artaban.
Approfondimento
Si riprendono le domande di Artaban. Come mai ci sono ancora tanti malati, tanta gente che soffre se
viene al mondo il Salvatore? Sono le domande che si faceva anche Giovanni Battista.
Il catechista con il gruppo dei ragazzi delinea la vita di Giovanni: la sua nascita, la sua attività sul
Giordano, l’incontro con Gesù.... e inquadra anche il brano presentato dal vangelo domenicale. Lo legge e
commenta con i ragazzi. Alla domanda di Giovanni Gesù risponde. Si cerca dunque di capire la risposta di Gesù:
che senso hanno i suoi gesti? Dai suoi gesti cosa si comprende di Lui? Cosa trova chi lo segue?
È importante ripensare il rapporto personale con Lui, come e quando entriamo in dialogo con lui,
ripensare la preghiera, l’atteggiamento quando si ascolta la sua parola….
• Alcune pagine di «Venite con me» possono essere utile riferimento: pp. 30-31 anche il riferimento
dell’itinerario è centrato sulla lettura di Isaia.
Attività
Come al solito si disegna su un cartellone la scena di Artaban in viaggio insieme al ragazzo mentre in
lontananza si intravede la città, la scena dei due per le strade della città, l’aiuto che danno ai poveri (se non è
possibile si disegna la scena principale). Si colloca in chiesa (o nella stanza del gruppo). La parola rallegratevi
sintetizza la gioia per la presenza del Messia che risana la persona.
QUARTO INCONTRO (precede la quarta domenica di avvento)
Si legge l’ultima parte della storia del viaggio di Artaban.
Si ripensano le varie tappe e su un foglio si scrivono tutti gli elementi, le occasioni, le parole che lo hanno
aiutato nel viaggio, i cambiamenti che ha fatto. Ora è il momento di presentarsi al re ed è a mani vuote. Come ha
usato i suoi beni? Cosa può portare al Messia?
Artaban ormai libero dai beni può offrire solo se stesso!
Approfondimento
Anche noi, come chiunque vuole cercare il Signore, abbiamo bisogno di metterci in ascolto delle Scritture.
Oggi, per capire come può avvenire l’incontro con il Cristo si legge il vangelo: il protagonista è Giuseppe. Si
provi ad approfondire la sua situazione: quale è il suo dubbio? Che risposta ottiene? Come si comporta dopo il
sogno? Cosa è avvenuto in lui?
Dalla storia di Giuseppe comprendiamo che davanti a Dio la cosa importante non è portare qualcosa a lui,
ma ricevere da lui. Giuseppe è chiamato ad accogliere in modo non previsto il dono di Dio all’umanità,
l’Emanuele.
Con i ragazzi si può allora scoprire che è necessario portare se stessi al Signore perché possiamo
incontrarlo, perché solo da Dio abbiamo il dono più grande, sempre.
Attività
Si disegna la scena con Artaban che distribuisce a mani vuote e si colloca sulla via del presepio in chiesa
(o nella stanza del gruppo).
La parola che sintetizza questa tappa del cammino è sta per venire l’Emmanuele.
L’INCONTRO CON IL SIGNORE CHE ACCOGLIE E PERDONA: CONFESSIONE
Con la storia si arriva alla quarta domenica di avvento e termina con l’imminente incontro di Artaban con
il Re.
Per i ragazzi ora è il momento di uscire dalla storia per incontrare il Signore. Questo avviene
concretamente nella confessione, spesso comunitaria che precede il natale e nella Messa della festa.
È importante che la confessione sia vissuta non come semplice preparazione al Natale ma come incontro
con il Messia che rigenera nell’abbraccio del perdono. Si può utilizzare l’elemento della luce come segno di
incontro; es. nel perdono il Signore illumina, la sua luce accompagna ma persona (e si può dare ai ragazzi, come
segno, il cero per accendere la notte di Natale alla finestra della propria stanza)
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Aggancio con l’itinerario
Se è stato percorso l’itinerario di Artaban, si riprende la storia in breve sintesi, facendo notare l’elemento
camminare, le avventure, gli incontri, i doni che ha fatto e ora c’è l’incontro a mani vuote... è sempre così quando
ci incontriamo con il Signore, la cosa essenziale è stare davanti a lui con la propria storia, presentando e donando
se stessi.
L’ambiente
Tutto sarà predisposto in questo modo: i ragazzi si trovano in fondo alla chiesa, lungo la quale si snoda un
percorso segnalato da alcuni elementi: una guida in terra, un cartello con la scritta della parola già visualizzata
negli incontri, un cero per ogni cartellone... i modo che si rendano visibili quattro tappe di un cammino. la chiesa
resta nella penombra. Il presbiterio invece è molto illuminato e abbellito con fiori e ceri; in quel luogo si trovano i
preti che accoglieranno i ragazzi.
Inizio
Il catechista riunisce intorno a sé i ragazzi in fondo alla chiesa e ripresenta la storia di Artaban, facendo
notare che loro stanno facendo un cammino che li porta a incontrare il Cristo nel sacramento del perdono. In
questo cammino che avviene fisicamente lungo la chiesa, essi prenderanno coscienza della propria vita e storia in
modo da consegnarla al momento della confessione.
Il percorso
1. Il primo momento è sempre in fondo alla chiesa. Con i ragazzi si guarda la parola scritta “Pace tra gli uomini”
mentre un lettore rilegge la frase parte della profezia della prima domenica.
Il catechista guida all’esame di coscienza con alcune domande. in questo primo momento si ripensa la
relazione con gli altri. E’ importante che le domande interroghino su aspetti postivi: es: ho fatto attenzione a
chi mi ha chiesto aiuto ...
In silenzio i ragazzi si spostano verso la seconda tappa.
2. Anche qui, mentre si guarda la parola “pace con il creato”, vengono lette alcune frasi della prima lettura della
seconda domenica a cui seguono le domande per la riflessione per ripensare il rapporto con il creato e quindi
con i beni e le cose.
3. La terza tappa richiama l’espressione “rallegratevi” e viene letta una parte della prima lettura della terza
domenica a cui seguono domande per aiutare l’esame di coscienza sul rapporto con se stessi, cioè l’impegno
nella via della crescita personale alla luce del rapporto con Dio.
4. L’ultima sosta si fa davanti all’espressione “Viene l’Emanuele, il Dio-con-noi” mentre si ascolta la promessa
della nascita di colui che viene a togliere il peccato dell’uomo.
Dopo un momento di silenzio avviene la richiesta di perdono comunitaria con espressioni simili a queste, a cui
si risponde con un ritornello proclamato o cantato.
- Signore, tu ci arricchisci con la presenza di tante persone, eppure noi siamo portati a vedere solo i difetti
altri, abbi pietà di noi.
- Signore tu ci inviti a essere pronti a impiegare bene tempo ed energie per diventare il capolavoro uscito
dalle tue mani, ti confessiamo la nostra pigrizia abbi pietà di noi.
- Signore, tu ci chiami a cambiare in noi ciò che è male, a camminare nella via che porta a te, ma ci
sentiamo fragili, abbi pietà di noi.
Confessione
Segue la confessione: i ragazzi attendono seduti sulle panche il loro turno e dai singoli confessori ricevono il
perdono, la penitenza e un segno che ricordi l’incontro con Cristo: es. un cero da mettere sul davanzale di una
finestra di casa la notte di Natale, un piccolo Gesù da mettere nel presepio (anche se questo è un segno ambiguo
perché riporta al Gesù bambino, mentre i ragazzi hanno incontrato il Risorto che perdona).
Ringraziamento
Quando tutti si sono confessati si conclude con un canto di ringraziamento che può esser fatto intorno
all’altare. La celebrazione si conclude con la benedizione del celebrante.
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Con il testo che segue si può fare un libretto che sarà nella stanza dell’incontro del gruppo e che
accompagnerà. Per modificarlo graficamente il testo può essere preso dal sito internet della diocesi.
IL VIAGGIO DEL QUARTO RE
PRIMO CAPITOLO
Nei giorni in cui l’impero romano era sotto il dominio di Cesare Augusto, e a Gerusalemme regnava Erode,
viveva in Armenia un certo Artaban.
Era un giovane alto e bruno, aveva occhi sfavillanti sempre pronti a ricercare segni che orientassero la sua
vita, aveva la fronte alta di colui che ha grandi ideali e la bocca sempre aperta al sorriso e a una parola di
consolazione.
Artaban apparteneva all’antico gruppo dei magi che scrutavano il cielo alla ricerca dei segni misteriosi che
sarebbero apparsi ad indicare eventi importanti. Aveva conosciuto altri cercatori: Gasparre, Melchiorre e
Baldassarre che studiavano come lui le antiche carte e calcolavano il valore di ciò che vedevano nel cielo. Loro
sapevano!
Si, sapevano che stava per compiersi un evento straordinario, sarebbe nato un re diverso da tutti quelli che
finora erano nati, questo nuovo re era intravisto come un dono di Dio, anzi, tra i saggi si diceva che sarebbe stato
il figlio di Dio. Anche le profezie del popolo ebraico parlavano di una promessa che accendeva di speranza gli
animi: Dio avrebbe mandato il Messia, il suo consacrato a regnare sulla terra.
I Magi si comunicavano le loro scoperte attraverso messaggeri segreti e veloci come il vento. Gli ultimi
contatti davano per certo che stava per compiersi il grande evento, sarebbe nato il principe promesso...
Così Artaban si fece coraggio e convocò tutti i consiglieri per annunciare l’intenzione di affrontare il
viaggio. Li riunì intorno al fuoco e dopo aver recitato con loro un inno, disse: «voi siete accorsi alla mia
chiamata, abbiamo pregato intorno al fuoco e il fuoco con la sua luce ci parla di uno che è Luce, e noi abbiamo il
dovere di essergli fedeli. Ascoltatemi dunque - disse poi con voce solenne - vi parlerò ora della nuova luce che è
giunta a me attraverso le stelle. Esse sono i più antichi tra tutti i segni; tracciarne il corso significa comprendere
il misero della vita dall’inizio alla fine».
«Le stelle» intervenne Tigrane, «sono i pensieri dell’Eterno, esse sono innumerevoli, mentre i pensieri
dell’uomo possono essere contati, come gli anni della sua vita; la sapienza dei Magi è la più grande perché
conosce gli astri». Artaban riprese: «I nostri libri dicono che verrà un tempo nuovo, e gli uomini vedranno lo
splendore di una grande luce. Io e i miei amici abbiamo confrontato le antiche tavolette della Caldea e contato il
tempo; quest’anno nascerà il grande Re. Abbiamo osservato il cielo: nella primavera scorsa vedemmo due stelle
avvicinarsi al segno del pesce che è la casa degli Ebrei. Là vedemmo pure una nuova stella che brillò per una
notte e poi disparve. I due grandi pianeti si incontrano di nuovo: questa è la notte della loro congiunzione.
I miei fratelli Gaspare, Melchiorre e Baldassarre vegliano in Babilonia, io veglio qui. Ora la stella ha
brillato di nuovo, secondo gli accordi essi mi aspetteranno dieci giorni al Tempio delle sette sfere e poi partiremo
insieme verso Gerusalemme per vedere e adorare Colui che è promesso e che sarà il re d’Israele. Ho già
preparato tutto. Volete venite con me?».
La domanda sorprese i suoi amici che lo guardarono con aria di disapprovazione. Si scambiarono sguardi di
meraviglia e compassione come chi ascolta le parole incredibili di un visionario. Il più anziano prese la parola:
«Artaban, mio signore, può essere che questo segno apparso nei cieli sia la luce di verità e allora esso ti porterà
al gran principe; ma può essere anche un’ombra della luce e allora chi lo segue si perderà in una vana ricerca. Io
so che coloro che vogliono vedere cose meravigliose debbono viaggiare. Io sono troppo vecchio per questo
viaggio, ma il mio cuore ti accompagnerà giorno e notte. Va’ in pace».
L’assemblea si sciolse. Rimasto solo Artaban controllò le cose per il viaggio, infatti aveva venduto molti
beni e si era procurato ciò che serviva per il lungo viaggio e per il grande incontro e poi uscì fuori; ad Occidente
il cielo era limpido i due astri splendevano come due fuochi; ed ecco che davanti si suoi occhi, un’azzurra
scintilla nacque tra le tenebre e divenne una sfera luminosa e poi allungandosi verso l’alto cambiò di colore e
divenne un punto luminoso, piccolo e lontanissimo nel cielo. Egli si sentì percorrere da un brivido di emozione,
«E’ il segno», disse, «il Re viene ed io vado ad incontrarlo».
Con grande concentrazione caricò bisacce di monete d’oro, il cofanetto delle pietre preziose sul fedele
dromedario; le stoffe ricamate e i drappi colorati li sistemò su un altro dromedario più giovane che fungeva da
scorta.
22
Prima ancora che gli uccelli cantassero per salutare il nuovo giorno, Artaban salì in groppa al suo fedele
dromedario Nefid e partì. Egli aveva calcolato il tempo necessario per giungere all’appuntamento e senza
inquietudine faceva ogni giorno il percorso stabilito.
Attraversò le grandi pianure dove c’erano mandrie al pascolo e stormi di uccelli selvatici. Attraversò i
campi fertili dove la polvere si levava sulle strade poco battute. Valicò sul dorso delle colline passi freddi e
spazzati dal vento, percorse valli ridenti di terrazze folte di viti e di fichi. Una sera, quando ormai era vicino al
luogo dell’appuntamento, Nefid si fermò davanti ad un oggetto scuro all’ombra di una palma.. Artaban scese e
vide che si trattava di un uomo disteso in mezzo alla strada. L’aspetto miserevole faceva intuire che si trattava di
uno dei tanti ebrei esiliati che dimoravano ancora nei dintorni; la febbre lo faceva scottare.
Artaban fu preso da un senso di pietà, ma anche dall’ansia: se si fosse fermato a soccorrere l’uomo, sarebbe
arrivato tardi all’appuntamento. Ma poiché gli uccelli rapaci cercavano di infierire contro il malcapitato, decise
di fermarsi a soccorrerlo. L’indomani, l’uomo, grazie alle cure di Artaban era migliorato. Come vide il suo
soccorritore, e dopo aver saputo dal lui il motivo della sua fretta, lo salutò con queste parole: «Io non ho nulla da
darti, ma posso dirti dove si deve cercare il Messia. I nostri profeti hanno detto che nascerà in Giudea, possa il
Signore condurti salvo in quel luogo poiché tu hai avuto pietà di me».
Artaban partì per il luogo dell’appuntamento. Girò in fretta intorno a una collina e poi salì in alto da dove
scrutò l’occidente. L’immensa palude si stendeva fino all’orizzonte, grandi uccelli popolavano gli stagni, ma non
c’era ombra della carovana dei saggi. Visto un piccolo mucchio di pietre da cui sporgeva un pezzo di pergamena.
Lo raccolse e lo lesse: «Abbiamo aspettato, ma non possiamo indugiare più a lungo. Noi andiamo a trovare il Re,
seguici attraverso il deserto».
Artaban si sedette disperato: «Come posso attraversare il deserto? Mi basteranno le provviste?» disse a voce
alta, quasi ad attendere una risposta. Ora, la sua unica forza era la speranza di poter incontrare il Re che avrebbe
guidato il mondo,
Così riprese il cammino e si avviò verso il deserto. La sera, sfinito dalla corsa e dal caldo si fermò per
riposare. Si assopì preso dai suoi tristi pensieri e sognò... sognò il principe che lo accoglieva e lui, Artaban, era
davanti al nuovo sovrano, sentiva un ambiente caldo, una sensazione di benessere ... si svegliò di colpo, era il
sole che già alto nel cielo lo richiamava alla realtà. Riorganizzatosi, partì velocemente.
Mentre stava addentrandosi nel deserto fu sorpreso da una bufera di sabbia. Nefid e il suo compagno più
giovane, non riuscivano a camminare, in breve tempo la piccola comitiva aveva perso l’orientamento.
La tempesta era stata forte ma di breve durata. Ora Artaban non sapeva dove dirigersi; lo prese un’angoscia
profonda e si sorprese ad invocare il gran Principe perché lo guidasse all’incontro; dalla borsa dove teneva i beni
più preziosi trasse una carta e ritrovò la direzione del cammino. Gli ritornavano alla mente le parole dell’uomo
che aveva soccorso e lesse il rotolo che conteneva le parole del profeta Isaia: (2,1-5)
Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà eretto sulla cima dei monti e sarà più
alto dei colli; ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno:«Venite, saliamo sul
monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci indichi le sue vie e possiamo camminare
per i suoi sentieri». Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà
giudice fra le genti e sarà arbitro fra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in
falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte
della guerra. Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo nella luce del Signore.
Con il cuore sereno si rimise in viaggio.
Dopo alcune ore di viaggio, la sabbia aveva lasciato il posto alla vegetazione, il sentiero si delineava nitido
e intravide alcune capanne dalle quali cominciarono a uscire uomini, donne e bambini che lo guardavano con
curiosità.
Alcuni lo salutavano, i bambini correvano intorno ai due dromedari. Un uomo lo invitò a fermarsi, un altro
gli portò dell’acqua che accolse con riconoscenza. I più anziani si avvicinarono al momento di lasciarlo partire
gli fecero alcune raccomandazioni. Lo invitarono a stare attento, a vegliare con precauzione, ad ascoltare ogni
piccolo rumore; avevano infatti sentito storie di predoni che assaltano i viaggiatori per derubarli. Uno di questi
malcapitati che era stato curato proprio nel villaggio gli si fece incontro e lo supplicava: «Stai attento, sii
vigilante!» fissandolo con uno sguardo che colpì molto Artaban.
Impressionato da queste parole il Viaggiatore guardò i suoi animali: così carichi costituivano un
rallentamento al suo viaggio e sarebbero stati un pericolo in caso di assalto dai predoni. Come avrebbe potuto
resistere a un assalto!
Con questi pensieri si rimise in viaggio, ma era turbato.
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I suoi pensieri cominciarono a vagare; gli tornarono in mente le parole del profeta che aveva letto sul suo
rotolo: il profeta parlava di un re giusto, che avrebbe portato pace al mondo, trasformato le lance in strumenti di
lavoro, eppure lui aveva appena visto gente che povera, doveva camminare con il pericolo di essere assalito.
Preso da questi pensieri, si decise; ritornò nel villaggio e donò le sue preziose stoffe alla gente, incredula di
fronte a tanta generosità e abituata a ricevere più soprusi che aiuti. Le donne si inchinavano riconoscenti, gli
uomini lo guardavano con rispetto, i bambini gli stavano vicino e qualcuno lo baciava; dalle loro voci sentì
ancora la raccomandazione: «Sii vigilante, stati attento».
Artaban partì con decisione, ora il suo passo sarebbe stato più spedito; era contento perché sentiva di aver
cominciato, col suo gesto di condivisione, a cambiare un po’ il mondo, a far diminuire le possibilità di violenza e
rendere felice gente povera. Gli sembrava di aver capito che per seguire il Grande Re fosse necessario
comportarsi come lui.
SECONDO CAPITOLO
Artaban era in viaggio, lungo il percorso il paesaggio si trasformava gradualmente; incontrò altri viandanti e
uno gli aveva raccontato che a due giorni di cammino c’era una carovana con tre signori diretti anch’essi nella
sua stessa direzione.
Questa fu per Artaban una buona notizia: finalmente era sulla strada buona! Il suo viaggio continuava ora
con entusiasmo, aveva acqua a sufficienza e le provviste sarebbero bastate ancora per qualche giorno, il suo
procedere era più veloce, non aveva più i vestiti per presentarsi riccamente alla città, ma aveva ancora i beni
preziosi per donargli e presto avrebbe ritrovato i suoi compagni di viaggio.
Davanti a lui si stendeva una grande vallata, e in lontananza intravide alcuni animali al pascolo e poi quasi
all’improvviso, su una piccola raduna dietro la piccola collina incontrò un pastore che conduceva il suo piccolo
gregge al riparo perché ormai stava scendendo la sera. L’uomo lo salutò cordialmente e Artaban incoraggiato da
questo scese dal suo dromedario e si mise a camminare con il pastore. Mentre procedevano, il pastore gli
descrisse la sua dura vita, raccontava la fatica degli spostamenti, la durezza delle avversità del tempo e la
bellezza delle giornate limpide, descrisse l’incanto delle notti stellate quando sembrava di poter toccare il cielo,
tanto appariva vicino e parlò di una stella particolarmente luminosa che vedeva in questi ultimi tempi.
Artaban, a queste parole sentiva battere forte il suo cuore. Incoraggiato da queste parole decise di raccontare
la sua storia e il suo viaggio: parlò della stella, dei suoi contatti con altri Magi, del Grande Re.
Nel frattempo si udì una risata allegra e apparve un bel ragazzo di circa 12 anni che giocava a rincorrersi
con il cane. Come vide Artaban si fermò col fiato sospeso, non capitava spesso di vedere una persona da quelle
parti e non aveva mai visto un uomo di aspetto così nobile e ricco. «Questo è Mika, mio figlio» disse il pastore.
Artaban si presentò. Curioso di tutto, il ragazzo gli fece una raffica di domande: «Chi sei? Da dove vieni? Perché
passi da questa collina isolata, perché ti sei fermato con mio padre? Non vorrai mica farci del male?...»
Artaban sorrise di fronte a tanta irruenza e riprese a raccontare la sua storia. Parlò delle stelle, del modo di
interpretarle, delle antiche carte persiane che consultavano i suoi colleghi, del libro delle profezie degli Ebrei che
portava sempre con sé, e glielo mostrò. Mika non aveva mai visto un libro e cominciò a guardarlo con
ammirazione, non sapeva leggere, ma la storia del grande re lo aveva lasciato senza fiato.
Spesso era salito in cima alla collinetta e guardando lontano si era chiesto chi abitasse oltre quei monti;
chissà se mai avrebbe potuto lasciare quella terra per vedere quel mondo favoloso che anche suo padre gli
raccontava. A volte sentiva dentro di sé una inquietudine e una nostalgia quasi dolorosa; il suo desiderio era però
in contrasto con la sua vita di pastore e quando aveva osato parlarne la padre, questi lo aveva richiamato alla
realtà.
Ora, alle parole di Artaban, Mika era agitato, sentiva riaccendersi il suo desiderio. Chiese al padre di far
fermare il viaggiatore per la notte e accese un piccolo fuoco al riparo di una sporgenza rocciosa. Aveva bisogno
di chiarirsi le idee e la prima cosa da fare era trattenere il misterioso viaggiatore.
Artaban continuò a raccontare dei suoi incontri e delle sue speranze.
Il pastore guardava preoccupato il ragazzo perché sapeva che quella parole glielo avrebbero cambiato per
sempre e quando Mika all’improvviso chiese ad Artaban «Posso venire con te? Ti farò da servo, correrò avanti a
te quando la strada si fa difficile, vedrai non ti pentirai, prendimi con te», gli occhi del viaggiatore si
incontrarono con quelli preoccupati del padre del ragazzo. A lui ora si rivolgeva Mika: «Ti scongiuro padre,
fammi partire, tornerò per la prossima stagione, ormai non ho più molto da fare qui e al mio ritorno avrò più
conoscenze per migliorare il nostro allevamento».
L’uomo capì lo stato d’animo del figlio e decise così di lasciarlo partire. Provava dolore ma nello stesso
tempo era rincuorato dal fatto che il viaggiatore raccontava cose che gli sembravano degne di fede.
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Fu a questo punto che il pastore disse ad Artaban che pochi giorni prima, quando era al pascolo, nascosto
dietro una roccia, gli era capitato di vedere una carovana e sentire tre uomini che parlavano di un re che
andavano a cercare, parlavano con disappunto anche di un altro viaggiatore che non si era presentato
all’appuntamento per affrontare il viaggio con loro.
Ricordava anche le frasi che essi dicevano e che lo avevano colpito: «sta scritto: preparate la via del
Signore, ogni monte e colle siano abbassati...» e poi ancora altre «quando governerà questo Re, il leone vivrà
pacificamente con il bue, il lupo con l’agnello.
Artaban capì, prese il suo libro e lesse per intero la profezia:
Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di
fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore.
Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà
decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli
oppressi del paese.
La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il soffio delle sue labbra ucciderà
l'empio.
Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà.
Il lupo dimorerà insieme con l'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il
leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà.
La vacca e l'orsa pascoleranno insieme; si sdraieranno insieme i loro piccoli.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide; il bambino
metterà la mano nel covo di serpenti velenosi. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in
tutto il mio santo monte, perché la saggezza del Signore riempirà il paese come le acque ricoprono il
mare.
Il tempo del riposo fu molto breve in quella notte e al primo chiarore si fecero i preparativi della partenza. Il
pastore affidò il figlio ad Artaban e questi era molto contento, ma Mika non sarebbe stato suo servitore, ma suo
compagno di viaggio. Con lui avrebbe condiviso tutto, gli dette il dromedario più giovane e partirono. Artaban
ripensava alle profezie, alla necessità di preparare la via al Signore che viene! Cosa significava? Come fare?
Quanto era prezioso quel libro di profezie che portava sempre con sé e che spesso accarezzava come usava fare
la sua gente nell’Armenia che ormai era lontana.
TERZO CAPITOLO
Era bello camminare in due. Artaban ora poteva condividere i suoi pensieri, il cibo e nello stesso tempo
poteva imparare molto dalle osservazioni di Mika sul tempo e sulle strade. Condividevano soprattutto il
desiderio di incontrare il grande Re.
Tuttavia non era senza inquietudine il loro viaggio. Artaban si chiedeva se avrebbe ritrovato i tre Magi, se
avrebbe saputo riconoscere il Re atteso.
Una notte avevano avuto la visita di un branco lupi, ma l’esperienza di Mika, esperto a sorvegliare il
gregge, era stata utile a cacciarli.
Un’altra volta una terribile pioggia mista a grandine li aveva costretti a cercare riparo in un piccolo villaggio
costruito lungo il fiume, ed avevano condiviso la paura della gente che lo abitava, quando il fiumiciattolo
all’improvviso era diventato gonfio e pauroso.
Ogni notte, la stella brillava chiara e alta nel cielo e teneva vivo il loro desiderio. Mika imparò a riconoscere
i segni del cielo e a capire le profezie che gli leggeva Artaban, il quale a sua volta divenne più esperto sugli
animali e sulle erbe che servivano come cibo. La comune avventura li aveva fatti diventare fratelli e amici.
Qualche volta incontravano altri viandanti e da qualcuno ebbero ancora conferma del passaggio dei Magi;
queste notizie rafforzavano in Artaban il desiderio ancora più forte di procedere veloce sulla sua strada.
Il viaggio durò ancora a lungo, sarebbe stato davvero bello se tutte le vallate affrontate fossero state
riempite e i colli abbassati in modo da formare una strada dritta verso il nuovo re, come diceva la profezia.
Dopo alcuni mesi giunsero in Giudea, qui il concitato parlare della gente dava per certo un avvenimento che
avrebbe cambiato il mondo, molti conoscevano le profezie. In quell’agitazione c’era anche il corteo di gente che
andava da un paese all’altro per il censimento che era stato ordinato dall’imperatore; alcuni gruppi andavano a
Gerusalemme. Le strade principali erano sorvegliate da soldati.
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Anche Artaban e Mika si diressero a Gerusalemme, la capitale. Affrontarono la strada in salita e giunsero
alle porte della città. La sua bellezza era ancora più grande della fama.
All’interno delle mura c’era un gran movimento di persone che quasi gli dava il capogiro; c’erano tanti
poveri che seguivano ogni persona che entrava e chiedevano con insistenza l’elemosina; alcuni erano anche
malati; tutti erano laceri e affamati. Sentiva anche l’eco di urli violenti, di liti, vide passare dei soldati a corsa che
inseguivano dei presunti attentatori.
Artaban era perplesso: possibile che la città del grande Sovrano fosse questa? Possibile ancora tutto questa
povertà e malattia? Il re Messia non dovrebbe sconfiggerle? Queste domande facevano soffrire Artaban e gli
mettevano il dubbio se si fosse sbagliato a entrare in questa città, tanto più che non aveva ancora incontrato i
Magi.
Mika si accorse che il suo amico soffriva e gli disse: «Vedo che sei pieno di tristezza. A cosa pensi? Non è
questa la città del gran Sovrano?».
«Tu hai capito il mio pensiero, caro Mika - disse Artaban -. Che possiamo fare qui noi? Le sue bisacce
erano ancora piene di monete d’oro e di pietre preziose, il tesoro per il gran Re, ma lo spettacolo non lo lasciava
in pace.
Il secondo giorno che era in città comprò dei beni e li distribuì ai poveri; si prese cura dei malati e vide che
molti, più che di malattie gravi erano sofferenti per l’abbandono a se stessi e la miseria. Questa volta non aveva
paura di perdere l’appuntamento con il grande Re, e trovava molta pace nel suo lavoro. La gente ora lo cercava e
non lo avrebbe lasciato più andare, lui sentiva il bisogno di capire. Si ritirò in disparte e aprì il rotolo del profeta
Isaia e lesse:
Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti
con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saròn. Essi
vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde
le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio, giunge la
vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».
Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà
come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, ci sarà una strada appianata e la chiameranno Via
santa; non ci sarà più il leone, nessuna bestia feroce la percorrerà, vi cammineranno i redenti.
Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo;
felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.
QUARTO CAPITOLO
In città Artaban si mise a chiedere dove era il Re e come risposta gli dettero indicazioni per raggiungere il
palazzo di Erode.
Stava quasi per giungervi quando lungo la strada fu incuriosito da un anziano scriba circondato da un
gruppo di persone, aveva preso il rotolo delle profezie e con voce chiara rimproverava tutti dicendo: «per voi si
avverano le parole del profeta, gente dal cuore indurito, ricordate cosa disse Isaia:
«Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta di stancare la pazienza degli uomini, perché ora vogliate
stancare anche quella del mio Dio?Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine
concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele: Dio-con-noi»
E aggiungeva: «I tempi sono compiuti, la profezia sta per avverarsi, sarà un discendente di David a regnare
sul mondo e sarà la pace in ogni regione della terra. Verranno tutti da Oriente e Occidente a rendergli omaggio».
A sentire queste parole, Artaban fu percorso da un brivido: anche lui era compreso in queste parole, anche
lui venuto dal lontano Oriente per incontrare il gran Re.
La via era quella giusta; ora bisognava cercare. Artaban chiamò Mika e dovette faticare per trovarlo; era
ancora con la gente che aveva aiutato il giorno prima; Appena lo vide gli mise fretta: «Presto Mika, andiamo, lo
scriba mi ha indicato il luogo dove si trova il re, i miei amici magi sono già avanti, lo scriba lo ha detto anche a
loro, corriamo!»
Subito si misero in viaggio, e dietro di loro un gran numero di gente misera li seguiva. Era quasi notte, la
stella brillava in direzione del piccolo borgo di Betlemme.
La contentezza e la gioia per la meta ormai vicinissima, furono interrotte da una brutta intuizione: «Cosa
darò al Re?» Ormai Artaban non aveva più nulla, non gli restava altro che la sua persona. Ma le parole del
profeta Isaia lette dallo scriba gli avevano fatto scoprire una verità nuova.
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Sussidio PG avvento
Introduzione
Offriamo tre schede per entrare nel tema dell’annuncio. Si tratta di proposte da elaborare nelle zone pastorali e/o
nelle comunità parrocchiali. Presentano linee guida, indicazione metodologiche, bibliografia utili per un primo
approccio al tema dell’annuncio sia per realtà giovanili che per gruppi adolescenti.
LA “PAROLA” AI GIOVANI
UN RITIRO PARROCCHIALE ORGANIZZATO DAI GIOVANI
L’attività vuole coinvolgere i giovani della parrocchia rendendoli protagonisti nella progettazione e realizzazione di
un ritiro spirituale rivolto alla comunità.
Questa esperienza può rappresentare per i giovani l’occasione per esprimere agli altri i propri pensieri, preoccu­
pazioni, sogni, il proprio modo di porsi di fronte a Dio e di pregarlo; e può diventare un’esperienza di servizio
verso la propria comunità.
La comunità parrocchiale può crescere nel proprio modo di parlare di Dio alle nuove generazioni.
FASI
•Approvazione dell’iniziativa da parte del Consiglio Pastorale.
•Incontro con i giovani della parrocchia per proporre loro l’esperienza.
•Sensibilizzazione e coinvolgimento dei catechisti e degli animatori della liturgia al fine di accompagnare i
giovani nella realizzazione del ritiro.
•Ascolto dei giovani, in modo da far emergere tematiche e modalità che li caratterizzano nel relazionarsi con gli
altri e con Dio.
•Progettazione del ritiro dal punto di vista contenutistico e logistico.
•Realizzazione del ritiro.
•Verifica finale
TEMPI DI REALIZZAZIONE
Almeno un mese per l’effettuazione delle prime tre fasi. Il ritiro avrà la durata di una giornata o di un fine
settimana.
DESTINATARI
I giovani della parrocchia.
Gli adulti della parrocchia e in particolare il Consiglio Pastorale, il gruppo liturgico e i catechisti.
OBIETTIVI
Gli adulti:
- prendono maggiore coscienza della realtà giovanile presente nella propria comunità;
- collaborano con alcuni giovani, sperimentano uno stile comunicativo e interattivo ‘diverso’;
- maturano uno stile di annuncio e celebrazione più vicino alla sensibilità delle nuove generazioni.
I giovani:
- riflettono su se stessi, su alcuni valori legati alla propria vita e alla fede, nel confronto con gli altri;
- fanno esperienza di una comunità interessata alla loro vita e che investe su di loro;
- si aprono ad ulteriori cammini di crescita spirituale e di servizio nella comunità.
SVOLGIMENTO DELLE SINGOLE FASI
Durante una riunione del Consiglio Pastorale viene lanciata l’idea di coinvolgere i giovani nella
realizzazione di un ritiro spirituale (il parroco o chi per lui illustrerà l’ambito più generale all’interno del quale
l’iniziativa si svolge). Accolta la proposta, il Consiglio Pastorale incarica alcuni animatori dei giovani di
coinvolgere i giovani.
Gli animatori fissano un incontro in cui proporre ai giovani l’esperienza di progettare il ritiro.
In questo primo incontro l’obiettivo sarà quello presentare la proposta, di esplicitarne le finalità pastorali ed
educative, di concordare un calendario di incontri di progettazione. Dovrà trattarsi di un incontro motivante, che
suggerisca ai giovani l’opportunità che si dà loro di poter essere protagonisti di un evento tutto curato
attraverso le loro sensibilità e i loro stili.
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Seguirà a questo incontro di presentazione una serie di incontri organizzativi, per la durata di almeno un mese, con
il coinvolgimento dei catechisti e del gruppo liturgico.
È necessario perseguire alcuni obiettivi.
Focalizzare i contenuti. Predisporre almeno due incontri dove i giovani possano confrontarsi sulle tematiche che
sentono loro più vicine, che più li interrogano nel loro rapporto con Dio. Il conduttore del gruppo dovrà limitarsi a
fornire un metodo di lavoro e aiutare i giovani a far sintesi delle tematiche proposte.
Focalizzare i riferimenti spirituali. Scelti i temi oggetto del ritiro, si passa ad individuare i brani biblici da proporre.
Focalizzare i metodi. Individuati i temi e i riferimenti biblici su cui condurre il ritiro, i giovani devono specificare i
metodi più adatti per esprimere quanto condiviso insieme, con creatività, con i linguaggi che più appartengono loro:
musicale, grafico, teatrale, cinematografico.
Focalizzare tempi e strumenti necessari. Scritta una scaletta delle attività da proporre nei vari momenti
dell’incontro, si deve passare ad una definizione precisa dei tempi e della gestione delle risorse materiali e
umane da impiegare nella realizzazione dell’evento:
- fissare i tempi per ogni momento in cui è strutturato l’incontro;
- elencare per ogni attività i materiali necessari per la sua realizzazione;
- assegnare i ruoli e fissare gli incarichi.
Focalizzare la promozione dell’evento. I giovani devono anche presentare l’evento alla comunità, attraverso una o
più modalità in grado di presentare e incuriosire i destinatari: volantini e manifesti realizzati dagli stessi giovani, un
avviso originale da fare alla fine delle messe, un banchetto informativo, ecc...
VALUTAZIONE
Al termine dell’esperienza è importante riflettere con i giovani coinvolti su quanto avvenuto.
È anche importante riflettere in seno al Consiglio Pastorale sull’esperienza vissuta nella e dalla comunità.
RIFERIMENTI FORMATIVI PER LA PREPARAZIONE
BIBBIA
Mt21, 23; Mc 1, 21-22; Lc 4, 31-32 - Gesù, giovane maestro, che insegna con autorità.
Mt 19, 16-22 - Un giovane apparentemente deciso, sicuro di sé, interroga Gesù, alla ricerca di qualcosa che gli
manca, un vuoto da colmare. Cosa mi manca? Interrogarsi sulla propria vita, su ciò che ci può rendere veramente
felici o farci tornare indietro con il volto triste.
CATECHISMO DEI GIOVANI
CdG2, cap. 1.1. - Cercare la verità, pp. 14-20. “Cosa cercate?”, chiede Gesù ai giovani; così la comunità
adulta si pone ai propri giovani, proponendo loro di farsi guidare in questa risposta, alla scoperta di un volto
di Cristo giovane e appassionato.
CdG2, cap. 3.5. - Insegnava come uno che ha autorità, pp. 124-130. L’annuncio del giovane maestro
sorprende tutti per il suo carattere di novità e di autorevolezza.
BIBLIOGRAFIA
ALFREDO CENINI, Ciurma, questo silenzio cos'è? 35 tecniche per animare discussioni di gruppo, Paoline,
Milano 2001. Proposta di efficaci tecniche per gestire gli incontri dei giovani in modo dinamico e creativo.
VINCENZO LUCARINI, Strumenti e tecniche di animazione, LDC, Torino 2004. Tecniche pensate per gruppi
di adolescenti e giovani, ma utilizzabili anche con gruppi adulti.
La liturgia giovane
Proposte per una liturgia evangelizzante
La liturgia eucaristica è culmine e fonte della vita cristiana. Ogni azione liturgica è sempre e comunque
celebrazione della fede e si pone in stretta relazione e continuità con la tradizione. È possibile adattare la liturgia ai
giovani rimanendole fedeli? La risposta è senz’altro positiva, ma sono richieste sensibilità e competenza. Una
problematica da non sottovalutare riguarda il fatto che la liturgia è primariamente celebrazione (con azioni e
parole) del mistero e non informazione su di esso, né semplice ritrovarsi conviviale. Il fine delle proposte seguenti
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è quello di rendere maggiormente fruibile, comprensibile ed attraente il momento celebrativo, senza snaturarlo, in
modo che possa veicolare in modo efficace l’annuncio cristiano, senza che venga data per scontata la fede di chi si
trova presente. Accettare la sfida di una “liturgia giovane” implica un atteggiamento disponibile ad apprendere,
ad imparare dall’esperienza e a cambiare. È forse questo l’insegnamento più importante di questa scheda: non
accontentarsi, ma rimanere attenti e propositivi.
TEMPI DI REALIZZAZIONE
Alcune riunioni a cadenza periodica del gruppo liturgico, per acquisire adeguata formazione, discutere sulle linee
da tenere ed approntare le soluzioni più efficaci. Quindi alcuni incontri più allargati per fronteggiare le
problematiche organizzative. Infine uno o due incontri per verificare l’efficacia delle proposte avanzate e
progettare proposte di continuità per i giovani avvicinati.
DESTINATARI
II gruppo liturgico, coadiuvato da altre persone (catechisti, animatori, giovani...) che volessero partecipare
all’iniziativa, offrendo la propria competenza ed il proprio apporto.
Tutti i giovani della parrocchia, in particolare quelli che vengono di rado, si piazzano in fondo o ai margini della
chiesa e non vivono la liturgia in modo partecipato.
OBIETTIVI
Gli adulti e i giovani coinvolti:
- considerano con sensibilità educativa e mentalità evangelizzatrice la presenza dei giovani alle celebrazioni;
- sviluppano una riflessione sulle modalità di celebrare la liturgia, con particolare attenzione allo stile che essa
utilizza;
I giovani:
- percepiscono e comprendono il linguaggio liturgico;
- partecipano più attivamente alla liturgia, sentendosi maggiormente coinvolti;
- intuiscono un collegamento effettivo fra liturgia e vita;
- si aprono alla possibilità di una più attiva partecipazione alla celebrazione e alla vita della comunità
parrocchiale.
PROPOSTE
OMELIA GIOVANE
È un momento importante per intercettare e coinvolgere i giovani. Si curi una terminologia comprensibile e
significativa. Si eviti un linguaggio moralistico e si privilegi l’annuncio.
Preparare l’omelia attraverso un incontro con il gruppo di animazione può senz’altro aiutare a mettere a fuoco
idee e linguaggio in modo che possano essere efficaci con i giovani.
Nel corso dell’omelia è possibile utilizzare la tecnica dell’intervista, della drammatizzazione, del dialogo, della
testimonianza, ricordando che, essendo un atto proprio del presidente dell’assemblea, al sacerdote spetta
comunque introdurla e concluderla. Non manchino riferimenti alla vita concreta della comunità, a persone
concrete, a fatti ed immagini che i giovani possano sentire vicini. Si curi infine il tono della voce, il linguaggio
non verbale. Anche l’uso di immagini potrebbe aiutare, soprattutto se tratte dal patrimonio di arte sacra presente
in quasi tutti gli edifici di culto.
MUSICA, CANTO E DINTORNI
La musica è il linguaggio privilegiato dai giovani: essa può essere un importante strumento per rendere giovane la
liturgia. La scelta di canti “giusti” e la loro corretta esecuzione (con utilizzo sapiente di voci e strumenti) è
legata alla formazione e alla sensibilità liturgica: le stonature si “sentono”, prima ancora di comprenderle.
Oltre alle parti consuete, si possono cantare il ritornello del salmo, un’acclamazione dopo il Vangelo, alcune
risposte dell’assemblea.
VALORIZZARE LO SPAZIO LITURGICO
Per i giovani lo “sfondo” in cui si attua una celebrazione ha molta importanza: la cura dei colori,
dei fiori, delle immagini, dell’ordine e della pulizia della Chiesa non è affatto accessoria; essa trasmette,
senza parole, l’idea che ciò che si celebra è importante, riguarda anche i giovani e che tutti sono ben accolti. La
bellezza parla! Anche un uso creativo dello spazio liturgico, in alcune circostanze, può aiutare: chi non è
‘abituato’ a partecipare alla celebrazione eucaristica, infatti, potrebbe non coglierne le diverse fasi e percepire il
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rito come una specie di unicum indistinto, dove gesti si susseguono con automatismi incomprensibili. Per
scardinare questa percezione può essere utile sottolineare lo spazio della liturgia della Parola e quello della liturgia
Eucaristica (luci, colori, fiori… che indirizzino decisamente l’attenzione dei presenti).
VALUTAZIONE
È bene che la verifica avvenga dopo ogni celebrazione.
RIFERIMENTI FORMATIVI PER LA PREPARAZIONE
BIBBIA
Lc 24,30-31 - I due di Emmaus riconoscono Gesù allo spezzare del pane.
1Cor 11,17-34 - San Paolo istruisce la comunità di Corinto sul senso e lo stile della celebrazione
eucaristica.
CATECHISMO DEI GIOVANI
CdGI, cap. 1.6. - Pregare. Aprirsi al mistero, pp. 2526. È l’introduzione della sezione dedicata a questo
tema in ogni capitolo: l’insieme delle sezioni può costituire un efficace percorso di riflessione ed
educazione sulla liturgia.
CdG2, cap. 6.1 - Grandi cose ha fatto il Signore per noi, pp. 244-250.
BIBLIOGRAFIA
CONGREGAZIONE PER IL CULTO DIVINO, Istruzione Redemptionis sacramentum, Roma, 25 marzo
2004. Soprattutto il capitolo II, dedicato al tema della partecipazione dei fedeli alla liturgia, offre criteri
ed indicazioni validi per il progetto. L’insieme del documento va considerato per impostare correttamente
le proposte di animazione.
GUGLIELMO CAZZULANI, Un giro di valzer con Dio. Pregare i salmi da laici, Ancora, Milano 2006
Titolo insolito per un libro di preghiera. Dice il taglio particolare di queste pagine: imparare a pregare i
Salmi da laici (e da giovani) immersi in questo tempo, esprimendo gli affanni e le gioie della vita
quotidiana.
EMANUELE SIMONAZZI, Hai ancora un momento Dio?Come animare momenti di preghiera, Paoline,
Milano 2001. Si tratta di un libretto intelligente ricco di brevi drammatizzazioni, canzoni, parole e
preghiere, per adolescenti. Molto utile per dar voce al mondo giovanile nei momenti di preghiera ed
anche, con adeguati adattamenti, durante l'Eucaristia e per giovani.
Popolo in festa
La fiaccolata dei cresimandi
Rendere visibile la fede è una forma di annuncio. La preparazione e la realizzazione di un evento festoso e pubblico
può risultare un momento significativo e indimenticabile nella crescita cristiana di molti adolescenti. L’attività
proposta consiste in una fiaccolata dei Cresimandi. È una provocazione a cercare ulteriori soluzioni alla fuga del
dopoCresima, a quell’anonimato che talvolta permette ai ragazzi di congedarsi silenziosamente dalla vita della
comunità parrocchiale. “Chi sparisce dopo la Cresima in realtà era scappato da molto prima”: cerchiamo allora di
prevenire, di conquistare con l’amore dei figli di Dio chi è tentato dalla fuga.
FASI
• Costituzione del team organizzativo.
• Preparazione della fiaccolata
• Realizzazione della fiaccolata.
• Verifica finale.
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TEMPI DI REALIZZAZIONE
Per la preparazione si utilizzano gli incontri di catechismo dei cresimandi e dei loro genitori nell’ultimo
mese che precede il sacramento. Per la realizzazione dell’attività è sufficiente un pomeriggio o una serata.
SOGGETTI
L’evento deve coinvolgere tutta la comunità. Sarebbe bello che coloro i quali non possono muoversi da casa,
in qualche modo si sentissero parte della festa, anche soltanto accendendo un lume sul davanzale al passaggio
della fiaccolata.
Protagonisti attivi saranno i cresimandi, i loro catechisti, i genitori; a questi si aggiungeranno il gruppo di
animazione liturgica (specialmente chi si occupa dei canti).
OBIETTIVI
La comunità parrocchiale:
• si interroga sul significato delle tappe fondamentali dell’iniziazione cristiana;
• individua segni e momenti capaci di testimoniare il senso di appartenenza alla Chiesa;
• si mette, in spirito di servizio, a disposizione dei più giovani.
I cresimandi:
• percepiscono una prospettiva di continuità rispetto al sacramento che si accingono a ricevere;
• sperimentano un clima di accoglienza e di condivisione all’interno della Comunità;
• maturano un senso di appartenenza a Cristo e alla Chiesa.
SVOLGIMENTO
L’organizzazione dell’iniziativa viene sostenuta principalmente dai catechisti (e dai cresimandi!) insieme a un
piccolo team di adulti, disponibili a condividere la preparazione (referenti del gruppo di animazione liturgica,
alcuni genitori dei cresimandi e alcuni padrini e madrine).
Si dovrà provvedere a: canti, materiale per la fiaccolata, stampa dei foglietti e divulgazione dell’iniziativa.
In un tardo pomeriggio (o serata) di un giorno della settimana precedente il sacramento della confermazione, i
catechisti del gruppo accendono una fiaccola dal cero pasquale e poi partono dalla Chiesa, per chiamare i
cresimandi, presso le loro abitazioni, secondo il percorso preventivamente stabilito. Durante il tragitto si cantano
i canti scelti dai giovani cresimandi, alternandoli a preghiere (se la fiaccolata cade nel mese di maggio è
consigliabile recitare il Santo Rosario). Chi intende partecipare può scegliere se accompagnare i catechisti fin
dall’accensione della fiaccola o accodarsi man mano che i giovani vengono chiamati.
Ogni volta che si giunge davanti all’abitazione di un cresimando, il catechista lo chiama fuori.
II cresimando quindi esce (possibilmente accompagnato dal padrino o dalla madrina) con una fiaccola in
mano, questa fiaccola gli viene accesa con quella accesa a sua volta dal cero pasquale. Si accendono solo le
fiaccole dei catechisti e dei Cresimandi, a ricordo del fuoco della Pentecoste.
A questo punto, il catechista rivolge al cresimando alcune domande: “N., tra pochi giorni riceverai il
sacramento della Confermazione, quale segno battesimale vuoi portare con te?”Dopo la risposta del cresimando,
prosegue: “Per quale motivo hai scelto questo segno?”. Ricevuta la spiegazione, il catechista consegna al
ragazzo un piccolo crocifisso, una sorta di mandato missionario “per la vita”. Successivamente s’intona il
ritornello di un canto festoso e ci s’incammina verso l’indirizzo successivo, seguiti dal Cresimando con la fiacco­
la accesa (e da chiunque voglia accodarsi).
Una volta radunati tutti i cresimandi, si ritorna in Chiesa per un breve momenti di preghiera:
- lettura e breve commento dei passi biblici previsti per la messa della Cresima;
- impegno dei cresimandi di fronte alla Comunità;
- benedizione dei cresimandi.
Al termine della celebrazione tutti i presenti riceveranno un segno preparato dai cresimandi, a ricordo della
fiaccolata, ma anche come invito alla prossima celebrazione del sacramento.
VERIFICA
Molteplici sono i soggetti da coinvolgere nella valutazione dell’iniziativa: oltre ai catechisti e ai cresimandi,
anche tutti coloro che hanno partecipato e contribuito alla realizzazione della fiaccolata (genitori, padrini,
madrine, animatori, ecc..)
RIFERIMENTI FORMATIVI PER LA PREPARAZIONE
BIBBIA
(Mt22,1-14) - Andate ai crocicchi delle strade. Invitate tutti.
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(Lc 10,17-20) - I vostri nomi sono scritti nei cieli.
(Mc 1,16-20) - Lasciate le reti, lo seguirono.
(Lc 9,51-56) - Si diresse con decisione verso Gerusalemme.
CATECHISMO DEGLI ADULTI
Lo Spirito del Signore e la comunità dei credenti (cap 11)
Si rischia sempre di considerare la Chiesa in termini semplicemente umani, funzionali, parziali o
ideologici. Una cultura in cui prevalgono le istanze individualistiche tende ad attenuare nei cristiani il senso di
appartenenza ecclesiale. Solo interrogandosi, con profondità e libertà di cuore, sulla sua origine e sullo
Spirito che la anima, si può comprendere che cosa sia veramente la Chiesa, quale sia la sua missione e quanto
grande sia il dono di appartenervi.
CATECHISMO DEI GIOVANI
CdGI, cap. 5, Testimoni del Vangelo fra i popoli, pp. 278-279.
CdG2, cap. 7.4., Camminare nella Spirito, pp. 308313.
BIBLIOGRAFIA
LUCA BRESSAN, Iniziazione cristiana e parrocchia. Suggerimenti per ripensare una prassi
pastorale,Ancora, Milano 2002. Interessanti suggestioni su come attuare oggi l’iniziazione cristiana: utile per
collocare in un contesto teorico l’iniziativa proposta.
RICCARDO TONELLI, Ringiovanire la Chiesa. Lettura pastorale di pagine scelte dagli Atti degli Apostoli,
ELLE DI CI, Torino 2005. Chi ama la Chiesa, come fanno tutti i discepoli di Gesù, avverte la responsabilità e la
gioia di “ringiovanire” il suo volto. Il libro propone di riscoprire le radici dell’esperienza ecclesiale attraverso la
lettura di pagine scelte degli Atti degli Apostoli. L’autore suggerisce un modo originale di fare memoria. Esso
interpreta il presente dalla prospettiva di un passato, riscoperto attraverso l’interpretazione attenta dei testi che lo
raccontano, per cogliere meglio problemi e soluzioni per l’oggi. E spalanca verso un futuro, radicato in quella
speranza operosa che gli Atti ci consegnano.
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Sussidio di Avvento natale 2007