Il Cammino dei Tre Sentieri
www.itresentieri.it
Selezione Cattolica
di notizie, articoli e … altro
(Agosto – 2013)
Una premessa: in questo numero non abbiamo inserito articoli sul
caso del commissariamento dei Francescani dell’Immacolata non
perché il caso non avrebbe meritato, anzi… ma perché questi
articoli sono ampiamente raccolti nel sito
corrispondenzaromana.it
Il dolore che salva in punto di morte
Padre Angelomaria Lozzer F.I. – Il Settimanale di Padre Pio – anno XII, n.28
Nel caso in cui un peccatore, trovandosi in punto di morte impossibilitato a
ricevere i Sacramenti, sinceramente pentito, compisse un atto di contrizione perfetta,
riceverebbe l’assoluzione delle sue colpe direttamente da parte di Dio e se morisse si
salverebbe. Tale contrizione (o dolore perfetto), tuttavia, per essere valida ed ottenere
il perdono deve possedere 6 caratteristiche fondamentali, alcune delle quali,
eccettuata la quinta, sono proprie anche del dolore necessario per la validità del
sacramento della Confessione.
1) Sommo, in quanto il peccato deve essere ritenuto come il male peggiore e la
più grande sciagura possibile su questa terra, perché è la perdita di Dio Sommo Bene.
Non significa con ciò che si debba provare un dolore maggiore per intensità di
qualsiasi altro, come sarebbe per esempio la perdita di una persona cara, ma
“apprezzativamente” sì, al punto che in caso di scelta dovremmo preferire la nostra
stessa morte alla perdita di Dio.
2) Interno, nel senso che il dolore per essere valido non deve necessariamente
manifestarsi all’esterno con lacrime e sospiri, ma deve scaturire dall’anima, dalla
volontà e dall’intelletto: «Stracciatevi il cuore e non le vesti».
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3) Universale, cioè si deve estendere senza eccezioni a tutti i peccati mortali, in
quanto tutti offendono Dio e ci privano del Paradiso.
4) Soprannaturale, perché deve nascere da motivi di fede e non da motivi
naturali, come sarebbero il rimorso per aver perduto un’amicizia, il lavoro, i beni
terreni o l’essere incorso nell’infamia, nella giustizia civile, ecc. Questi ultimi motivi
da soli non sono sufficienti nemmeno per ottenere il perdono nel sacramento della
Confessione.
5) Motivato dalla carità perfetta. Non tutti i motivi soprannaturali sono
sufficienti per ottenere il perdono al di fuori del sacramento della Confessione, ma
solo quello che deriva da un atto perfetto di amor di Dio. Quindi il dolore non dovrà
procedere da motivi soprannaturali inferiori, quali sarebbero ad esempio la paura
dell’inferno e dei castighi di Dio, perché sebbene siano sufficienti al fine del
Sacramento, non lo sono altrettanto al di fuori di esso. Il Catechismo della Chiesa
Cattolica insegna tutto ciò espressamente ai numeri 1452-1453: «Quando proviene
dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, la contrizione è detta “perfetta” (contrizione
di carità). Tale contrizione rimette le colpe veniali; ottiene anche il perdono dei
peccati mortali, qualora comporti la ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile,
alla confessione sacramentale. La contrizione detta “imperfetta” (o “attrizione”) è,
anch’essa, un dono di Dio, un impulso dello Spirito Santo. Nasce dalla
considerazione della bruttura del peccato o dal timore della dannazione eterna e delle
altre pene la cui minaccia incombe sul peccatore (contrizione da timore). Quando la
coscienza viene così scossa, può aver inizio un’evoluzione interiore che sarà portata a
compimento, sotto l’azione della grazia, dall’assoluzione sacramentale. Da sola,
tuttavia, la contrizione imperfetta non ottiene il perdono dei peccati gravi, ma dispone
a riceverlo nel sacramento della Penitenza».
6) Accompagnato dalla volontà di accostarsi al sacramento della Confessione
il prima possibile. Tale caratteristica è la prova della sincerità del pentimento; ossia
l’anima è disposta a tutto ciò che Dio, l’Offeso, gli chiede per ottenere di nuovo la
sua amicizia.
Si capisce allora che compiere un atto di contrizione perfetta non è qualcosa di
semplicissimo da fare, né di così scontato, ma anzi è una grazia straordinaria di Dio
che la Chiesa ci fa chiedere insistentemente ad ogni Ave Maria: «Prega per noi
adesso e nell’ora della nostra morte». Dio la concede a coloro che in vita si sono
sforzati di osservare la sua Legge e di conservarsi nella sua grazia, facendo buon uso
di quei mezzi di grazia offertici a tale scopo da Dio, quali i Sacramenti e la preghiera
(la pratica dei primi nove venerdì del mese e i primi cinque sabati).
Chi ricusa di confessarsi in vita con la scusa di pentirsi in punto di morte e di
ottenere così il perdono si inganna. Egli accumula su di sé altri peccati oltre quelli
che già ha, mettendosi in una condizione peggiore di prima. Pecca innanzitutto contro
la virtù della speranza, perché, come spiega san Tommaso d’Aquino, si può andare
contro questa virtù o per difetto o per eccesso: per difetto con la disperazione, per
eccesso con la presunzione. La speranza, infatti, è quella virtù teologale che ci fa
desiderare e aspettare da Dio con ferma fiducia «la vita eterna e le grazie per
meritarla» (CCC 1843). Ora, chi si affida ad un intervento finale da parte di Dio
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trascurando le grazie necessarie per meritarla è simile a chi, dovendo fare un lungo
viaggio per mare, rifiuta il passaggio offertogli dalla nave per affidarsi ad un legno
che galleggia sull’acqua, sperando in un vento favorevole; è la tentazione del diavolo
che dice a Gesù di gettarsi dal pinnacolo perché tanto Dio invierà i suoi Angeli a
salvarlo e a cui Gesù risponderà: «Non tenterai il Signore Dio tuo». Infine, l’anima
che presume la propria Salvezza rifiutando di servirsi dei Sacramenti aggiunge anche
il peccato di ingiuria nei confronti di Cristo che li ha istituiti, perché ripudiandoli o ne
nega l’efficacia o comunque ne rende vana l’istituzione.
Perciò guardiamo sempre di attendere alla nostra Salvezza – come dice san
Paolo – «con timore e tremore» (Fil 2,12), facendo buon uso di tutti i mezzi di grazia
che il Signore ci ha concesso. Se poi ci capitasse di trovarci in punto di morte senza
la possibilità dei Sacramenti, stringiamoci al petto un crocifisso e baciamolo con
venerazione, contemplando quelle piaghe d’amore con riconoscenza e pentimento,
affidando alla Madonna, Rifugio dei peccatori la nostra povera anima.
“Chi si crede giusto, che si cucini nel suo brodo”
(Papa Francesco)
Lettera di un lettore – messainlatino.it – 12.7.2013
Riceviamo e pubblichiamo:
« Le Omelie di Papa Francesco a Santa Marta, contengono davvero qualcosa di
particolare che faremo bene ad usare nel modo migliore.
Se i Media o i progressisti le usano per cercare di tirare l'acqua al proprio mulino,
facciamo anche noi lo stesso, tentiamo di rivitalizzare quel metodo che ha sempre
contraddistinto i "figli della luce" in quel interpretare il Sommo Pontefice alla luce
del pieno vigore magisteriale, tipico di chi - come i santi - parlavano in piena libertà e
attraverso le omelie facevano sembrare "nuove" le cose "antiche".
Il 5 luglio il Papa parlando della misericordia di Dio, ha espresso un pensiero davvero
forte e che i Media si sono guardati bene dal riportarlo.
Parlando della conversione di San Matteo e dunque di quella autentica opera di
misericordia che Gesù elargisce a chi davvero si converte, Papa Francesco ha detto:
"Chi si crede giusto, che si cucini nel suo brodo! Lui è venuto per noi peccatori e
questo è bello. Lasciamoci guardare dalla misericordia di Gesù, facciamo festa e
abbiamo memoria di questa salvezza!”.
"Chi si crede giusto, che si cucini nel suo brodo!"
Il Papa non intende più forse rincorrere la "pecorella smarrita"?
No, molto più cristianamente applica il concetto autentico della libertà personale,
lasciando a sè stesso colui che non vuole sentirsi nella necessità di essere salvato.
Sono parole forti queste che dovrebbero far riflettere sull'autentica pastorale al di là di
ogni discussione pro o contro.
Qui ci troviamo di fronte ad una presa non solo di posizione ma soprattutto di vera
coscienza nei confronti di quanti, aizzando spesso discussioni davvero sterili e
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polemiche interminabili sulla dottrina, di fatto non hanno alcun interesse di essere
salvati e perciò: che si cucinino nel proprio brodo!
L'esempio di San Matteo che il Papa usa per fare questa affermazione è importante:
egli infatti, trovandosi a casa un ospite così speciale e ben sapendo che non solo lui
ma tutti conoscevano il suo mestiere, non sta lì a tentare di giustificare ciò che ha
fatto, ma attende quel qualcosa che possa fargli capire che strada intraprendere.
Il Papa non sta usando un "nuovo metodo" o una nuova dottrina, al contrario, ritorna
all'origine genuina delle prime predicazioni paoline e dei santi, un esempio è il
seguente: "Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi.
E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato!" (1Cor 5,7), chi potrebbe
scandalizzarsi o ignorare una espressione simile se detta da Papa Francesco?
Nel dire dunque "chi si crede nel giusto, che si cucini nel suo brodo", Papa Francesco
non ha fatto altro che ripetere quella condanna espressa da San Paolo contro
l'incestuoso: " questo individuo sia dato in balìa di satana per la rovina della sua
carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore"
(1Cor.5,5). Un mandare letteralmente al diavolo: "questo tale", forse ancora giovane
cristiano, ma con una mentalità superba, e perciò :"venga consegnato a Satana a
rovina della sua carne, affinché lo spirito possa essere salvato nel giorno del
Signore", non è una maledizione, ma la cura.
Il discorso che fa Paolo "contro" l'incestuoso (per salvarlo appunto!) riprende quello
di Gesù in Mc 8,15, allorché il Maestro metteva in guardia i discepoli "dal lievito dei
farisei e dal lievito di Erode!" ossia: da una religiosità devota e rigorosa, ma ipocrita,
ma senza sostanza. Solo la morte di croce del Cristo, Agnello innocente, è il
laboratorio della vera festa nel momento in cui, accogliendoLo, ci riconosciamo
peccatori e bisognosi della Sua salvezza.
E non è un pensiero isolato giacché Papa Francesco il 6 aprile sempre in queste
Omelie ebbe a dire: “Come va, la nostra fede? E’ forte? O alle volte è un po’
all’acqua di rose?. Quando arrivano delle difficoltà siamo coraggiosi come Pietro o
un po’ tiepidi?”. Pietro – ha osservato – non ha taciuto la fede, non è sceso a
compromessi, perché la fede non si negozia. Sempre – ha affermato il Papa – c’è
stata, nella storia del popolo di Dio, questa tentazione: tagliare un pezzo alla fede, la
tentazione di essere un po’ come fanno tutti, quella di non essere tanto, tanto rigidi.
“Ma quando incominciamo a tagliare la fede, a negoziare la fede, un po’ a venderla
al migliore offerente – ha sottolineato - incominciamo la strada dell’apostasia, della
non-fedeltà al Signore”.
Il Papa ha parlato di apostasia laddove non si fosse rigidi nei confronti della fedeltà
che si deve al Nostro Signore, ma i Media ne hanno parlato?
Certo che no! Così come hanno taciuto quando il Papa incontrando la Commissione
Pontificia per la Scrittura, il 12 aprile, ha loro detto e ribadito che: "l'esegeta
dev’essere attento a percepire la Parola di Dio presente nei testi biblici collocandoli
all'interno della stessa fede della Chiesa. L'interpretazione delle Sacre Scritture non
può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma dev’essere sempre
confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa....".
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Così come hanno taciuto del Discorso che il 21 giugno il Papa ha fatto ai Nunzi
apostolici e dove ha esplicitamente detto, a riguardo della scelta dei Vescovi: "Voi
conoscete la celebre espressione che indica un criterio fondamentale nella scelta di
chi deve governare: si sanctus est oret pro nobis, si doctus est doceat nos, si prudens
est regat nos - se è Santo preghi per noi, se è dotto ci insegni, se è prudenteci governi
(..) E che siano sposi di una Chiesa, senza essere in costante ricerca di un’altra.
Siano capaci di “sorvegliare” il gregge che sarà loro affidato, di avere cioè cura per
tutto ciò che lo mantiene unito; di “vigilare” su di esso, di avere attenzione per i
pericoli che lo minacciano...." ed ha specificato: "Questi pensieri mi vengono dal
cuore, con i quali non pretendo di dire cose nuove - no, nessuna delle cose che ho
detto è nuova - ma sui quali vi invito a riflettere per il servizio importante e prezioso
che prestate a tutta la Chiesa".
Ha ragione il Papa: nessuna delle cose che ha detto o che dice è nuova, siamo noi che
dobbiamo sforzarci di ritornare non alle origini con quel devastante "archeologismo"
denunciato dal Venerabile Pio XII, ma alle sorgenti delle prime predicazioni
attraverso le quali i gentili e i pagani si convertivano e molti erano pronti a dare la
propria vita perché il nome santissimo di Gesù potesse essere glorificato e noi
salvati».
Le profezie della mistica Emmerick
e la rovina della chiesa con due papi
Mattia Rossi – ilfoglio.it – 20.6.2013
Chissà se Giovanni Paolo II, nel 2004, avrebbe mai immaginato che un giorno
neanche troppo lontano la monaca tedesca che si accingeva a beatificare sarebbe
divenuta di grande attualità? Sono passati solamente 9 anni da quel 3 ottobre del
2004 quando, il grande Papa polacco, il più grande “canonizzatore” della storia della
chiesa, elevò agli onori degli altari Anna Katharina Emmerick, monaca agostiniana
tedesca vissuta tra il 1774 e il 1824, proclamandola beata. La Emmerick, nata da una
famiglia di origini contadine, viene venerata dalla chiesa universale per le sue doti
mistiche e di veggente. Grazie alle sue visioni tramandateci è stata dissotterrata,
vicino a Efeso, la casa che, secondo gli archeologi, avrebbe ospitato Maria e
Giovanni in seguito alla morte di Gesù. I diari “La dolorosa Passione del Nostro
Signore Gesù Cristo” rivelano alcuni particolari inediti relativi alla morte di Gesù.
Ma tra le visioni della monaca tedesca hanno spazio anche alcune profezie
apocalittiche sul destino della chiesa. Innanzitutto, Katharina Emmerick fu, credo,
la prima ad aver previsto alcuni aspetti della futura riforma liturgica: “La Messa era
breve. Il Vangelo di san Giovanni non veniva letto alla fine”. Ma ciò che salta
immediatamente all’occhio, è la sua previsione di un tempo futuro di coesistenza di
due papi: “Vidi anche il rapporto tra i due papi… Vidi quanto sarebbero state nefaste
le conseguenze di questa falsa chiesa. L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di
ogni tipo venivano nella città (di Roma). Il clero locale diventava tiepido, e vidi una
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grande oscurità” (13 maggio 1820). Su questo passo, il mondo cattolico più
tradizionalista e critico verso i mutamenti del magistero di Papa Francesco va a
nozze. La chiesa che va formandosi, nella profezia emmerickiana, è una chiesa
“falsa”, dalla dottrina corrotta (più avanti dirà protestantizzata) e dall’infestazione di
un clero “tiepido”. Ma tutto questo non impedì alla chiesa di “aumentare di
dimensioni” (il riferimento, per molti, è al cosiddetto “effetto Bergoglio”, un’ondata
di consensi, di chiese piene e code ai confessionali).
Anche il cambio di dimora e la clausura di quello che oggi è il Papa emerito
sarebbero stati preannunciati: “Vedo il Santo Padre in grande angoscia. Egli vive in
un palazzo diverso da quello di prima e vi ammette solo un numero limitato di amici
a lui vicini. Temo che il Santo Padre soffrirà molte altre prove prima di morire. Vedo
che la falsa chiesa delle tenebre sta facendo progressi, e vedo la tremenda influenza
che essa ha sulla gente” (10 agosto 1820). Anche qui, ancora una volta, è la
popolarità e l’influenza della nuova chiesa a preoccupare la beata.
Ecco, poi, la profezia sulla protestantizzazione della chiesa cattolica: “Poi vidi
che tutto ciò che riguardava il protestantesimo stava prendendo gradualmente il
sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La
maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani
insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione. In quei giorni, la Fede
cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche
famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre” (1820). E ancora, sempre
sulla “chiesa grande”: “Vidi che molti pastori si erano fatti coinvolgere in idee che
erano pericolose per la chiesa. Stavano costruendo una chiesa grande, strana, e
stravagante”. Ma questa profezia non si ferma qui, preannuncia anche la dottrina che,
dagli anni postconciliari, guida gran parte della pastorale ecclesiastica, quella
dell’ecumenismo e della libertà religiosa: “Tutti dovevano essere ammessi in essa per
essere uniti e avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione.
Così doveva essere la nuova chiesa… Ma Dio aveva altri progetti” (22 aprile 1823).
“Ma Dio aveva altri progetti”. Progetti dei quali, naturalmente, ognuno di noi è
all’oscuro: nessuno, infatti, è in grado di dire se, come e quanto le profezie della
beata Emmerick siano attuali o, addirittura, si stiano avverando. Di certo, però,
stupisce la consonanza con molti aspetti, più o meno oscuri, della chiesa di oggi.
Può un cattolico riconoscere i “diritti delle coppie gay”?
Roberto de Mattei – corrispondenzaromana.it – 10.7.2013
Si fa strada, anche nel mondo cattolico, una pericolosa convinzione: quella secondo
cui il riconoscimento giuridico delle convivenze omosessuali sarebbe l’unico
rimedio per evitare il “matrimonio gay” che avanza. «No alle nozze gay, sì al
riconoscimento dei diritti per le coppie di fatto e omosessuali», è la parola d’ordine di
chi vorrebbe organizzare una linea di resistenza fondata sul fallimentare principio del
“cedere per non perdere”.
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Non si tratta solo di un colossale errore strategico, ma anche, e soprattutto, di un
grave errore morale. La morale non solo cattolica, ma naturale, ha infatti il suo
cardine nel principio secondo cui bisogna fare il bene ed evitare il male: bonum
faciendum et malum vitandum. Questo principio primo è immediatamente evidente
all’uomo, in ogni tempo e luogo, e non ammette interpretazioni o compromessi.
Postulando l’esistenza del bene e del male, esso presuppone l’esistenza di un ordine
oggettivo e immutabile di verità morali che l’uomo scopre innanzitutto nel proprio
cuore, perché esso è una legge naturale, incisa «sulle tavole del cuore umano col dito
stesso del Creatore» (Rm. 2, 14-15).
Dal principio secondo cui bisogna fare il bene ed evitare il male scaturisce una
conseguenza necessaria: non è mai lecito a nessuno, e in nessuna sfera, né privata né
pubblica, fare il male. Il male, che è la violazione della legge morale, può essere in
casi eccezionali tollerato, ma mai positivamente compiuto. Ciò significa che nessuna
circostanza e nessuna buona intenzione potranno mai trasformare un atto
intrinsecamente cattivo in un atto umano buono o indifferente. Mai e poi mai si può
compiere un male, seppur minimo, e quali che siano le pur nobili motivazioni.
Il sistema morale del “proporzionalismo”, oggi in voga, rifiuta l’idea di princìpi
assoluti in campo morale e ammette la possibilità di compiere il “minor male”
possibile in una situazione particolare, per ottenere un bene proporzionalmente
maggiore. Questa teoria è stata condannata da Giovanni Paolo II nella enciclica
Veritatis Splendor, che ribadisce l’esistenza di “assoluti morali”, aventi un loro
contenuto, immutabile e incondizionato. «La ponderazione dei beni e dei mali,
prevedibili in conseguenza di un’azione, – spiega il Papa -non è un metodo adeguato
per determinare se la scelta di quel comportamento concreto è (…) moralmente
buona o cattiva, lecita o illecita» (n. 77).
Il retto criterio del giudizio morale, infatti, è quello che valuta un atto come “buono”
o “cattivo” secondo che rispetti o violi la legge naturale e divina, considerandolo
innanzitutto in sé e per sé, ossia nell’oggetto, nelle circostanze e nelle conseguenze
sue proprie. Invece il criterio proporzionalista è relativistico, perché valuta un atto
come “migliore” o “peggiore” secondo che migliori o peggiori una situazione data.
La Congregazione per la Dottrina della Fede, nella Nota del 21 dicembre 2010 a
proposito della banalizzazione della sessualità, riferendosi a chi interpretava alcune
parole di Benedetto XVI nel suo libro Luce del mondo, ricorrendo alla teoria del
cosiddetto “male minore”, dichiarò che «questa teoria, è suscettibile di
interpretazioni fuorvianti di matrice proporzionalista», condannate dalla Veritatis
Splendor, perché «un’azione che è un male per il suo oggetto, anche se un male
minore, non può essere lecitamente voluta». Ciò è cogente sia sul piano della
condotta personale che su quello del comportamento pubblico.
I parlamentari cattolici possono essere impossibilitati a realizzare in concreto il
massimo bene, ma non possono mai promuovere una legge in sé ingiusta, quale che
ne sia la motivazione. Se si accetta il principio che il male minore possa essere
compiuto per ottenere un bene maggiore, i cattolici potrebbero promuovere l’aborto
terapeutico, per evitare quello selettivo, la fecondazione artificiale omologa per
evitare l’eterologa, le unioni civili per evitare il matrimonio omosessuale. Ma, così
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facendo, crollerebbe la morale intera, perché, di male minore, in male minore, ogni
arbitrio potrebbe essere pretestuosamente permesso.
Non manca chi, per giustificare il principio del male minore in campo politico, si
riferisce ad una frase di Giovanni Paolo II, nella Evangelium Vitae, secondo la quale
«potrebbe essere lecito offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i
danni di una tale legge (abortista) diminuendone gli effetti negativi» (n. 74). Ma
questo passo non può che essere interpretato in coerenza con la Veritatis Splendor e
con il Magistero morale della Chiesa, il quale insegna che si può tollerare un male,
rinunciando a reprimerlo; si può perfino regolare un male, nel senso di ridurne la
libertà e il campo di azione; ma non si può permettere o regolare un male
autorizzandolo, perché questo significherebbe approvarlo rendendosene complici (cfr.
Ramon Garcia de Haro, La vita cristiana, Ares, Milano 1995).
Il Papa, in quel passo, non dice che al cattolico è lecito proporre una legge cattiva, ma
che gli è lecito intervenire su una legge, in via di elaborazione parlamentare,
modificandola mediante emendamenti meramente abrogativi o restrittivi di
disposizioni permissive ed immorali. Si tratta, in questo caso, di emendamenti che
impediscono che alcune proposte normative, ottengano forza di legge. Va però
precisato che, nel nostro ordinamento giuridico, la legge va votata non solo articolo
per articolo, ma, alla fine, anche nel suo complesso, in segno di approvazione
globale.
Pertanto, al parlamentare cattolico non sarebbe comunque mai consentito di dare il
proprio voto finale positivo ad una legge che autorizzi azioni immorali, anche se tale
legge risulti anche dall’approvazione dei suoi emendamenti. Egli infatti non può
assumersi, in nessun caso ed in nessun modo, la responsabilità globale di un testo
finale che autorizzi, ad esempio, pratiche abortive, anche solo in casi rari ed estremi.
Ciò significa che egli potrà correggere la proposta di legge mediante emendamenti
correttivi; ma non potrà approvarne il testo finale, se vi permangono disposizioni.
Per essere moralmente proponibile da un parlamentare cattolico, una legge deve
avere una propria integritas: deve essere cioè totalmente giusta, nel senso che
nessuna delle sue disposizioni contraddica la Legge naturale e divina. Ma se una
legge contiene anche una sola disposizione intrinsecamente e oggettivamente
immorale, essa è una “non-legge”. Un parlamentare cattolico non potrà in nessun
caso votarla nel suo complesso, pena l’assunzione della responsabilità morale e
giuridica dell’intero testo. «Bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu»,
non si stanca di ripetere san Tommaso d’Aquino (Summa Theologica, I-II, q. 71, a.
5, ad 2; II-II, q. 79, a. 3, ad 4).
In Italia esponenti del centro-destra e del centro-sinistra stanno trovando una “larga
intesa” sulla riesumazione dei DICO (“Diritti e doveri delle persone
stabilmente conviventi”), il disegno di legge sul riconoscimento giuridico dei
rapporti di convivenza presentato dal governo Prodi, nel febbraio 2007. Allora il
progetto non andò in porto per l’opposizione dei cattolici. Oggi invece anche alcune
personalità del mondo cattolico considerano il riconoscimento delle unioni
omosessuali di fatto come un “male minore”, che si potrebbe compiere per evitare il
“male maggiore” del “matrimonio gay”.
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Ma dal punto di vista morale, il riconoscimento legale delle unioni omosessuali è
altrettanto grave che la loro equiparazione legale al matrimonio. Per questo la
Congregazione per la dottrina della Fede nel documento su I progetti di
riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali del 3 giugno 2003,
approvato dal papa Giovanni Paolo II, stabilisce che «il rispetto verso le persone
omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento
omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali».
Votare una legge del genere significa rendersi complici di un male che non viene
certo cancellato dalla pretesa “riduzione del danno”. Se ci fossero in Parlamento due
leggi, una che legalizza il matrimonio omosessuale e l’altra che riconosce i diritti
delle coppie omosessuali, pur non equiparandoli al matrimonio, i cattolici non
potrebbero votare la seconda legge, perché “meno cattiva” della prima, e se passasse
la peggiore, la responsabilità sarebbe solo di chi l’avesse firmata. Come immaginare
che un cattolico possa approvare una legge che protegge giuridicamente uno di quei
«peccati che gridano verso il Cielo», come «il peccato dei sodomiti» (Catechismo
della Chiesa Cattolica, n. 1867)?
Il mondo alla rovescia
Antonello Vanni – Provita, n.6, Giugno 2013
Il rapporto speciale dell’ONU sulla tortura del 2013 considera le leggi che vietano
l’aborto come una forma di violenza sulle donne. Una ricerca scientifica
internazionale dimostra, al contrario, che nei paesi dove l’aborto è legale le violenze
sulle donne sono maggiori.
“Poter scegliere l’aborto libera la donna, le garantisce il riconoscimento di una
maggiore dignità, la protegge dagli abusi e dalle violenze fisiche e psicologiche…”
Lo si è affermato come slogan in Italia dal 1978 per promuovere l’interruzione di
gravidanza e lo si afferma tuttora, anche in sedi come l’Onu che ha dichiarato che le
legislazioni anti abortiste sono una forma di violenza verso il genere femminile. E le
ha collocate tra gli esempi di tortura, crudeltà, punizione o trattamento disumano e
degradante ancora diffusi nel mondo (cfr. UN-Human Rights Council, Report of the
Special Rapporteur on torture and other cruel, inhuman or degrading treatment or
punishment, Juan Méndez, 1 febbraio 2013). Un fatto questo che dovrebbe
preoccupare ogni persona ragionevole. E dovrebbero preoccuparsi i molti medici
obiettori di coscienza, in aumento com’è noto in Italia, che rischiano di finire come
aguzzini sul banco degli imputati del tribunale internazionale, al pari dei peggiori
criminali che insanguinano il nostro pianeta con violazioni dei diritti umani, genocidi
e colpi di stato. In realtà la vera violenza è l’aborto, non il fatto di volerlo limitare o
evitare. Violenza totale sul bambino torturato e ucciso in modo atroce, sul padre
messo a tacere dalle leggi abortiste, e sulla donna. Sì, anche sulla donna e va detto:
l’aborto ha gravi ripercussioni psicologiche e spesso anche fisiche, sulla persona che
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ne è coinvolta, come hanno ormai dimostrato diversi studi e testimonianze (vedi tra
gli altri Cantelmi T.- Cacace C.-Pittino E. (a cura di), Maternità interrotte. Le
conseguenze psichiche dell’IVG, San Paolo Ed., 2011 oppure Perantoni G., Lo
strappo nell’anima, San Paolo Ed, 2013). C’è di più: l’aborto aumenta le violenze
sulle donne, anziché ridurle. Lo ha dimostrato anche una recente ricerca del Melisa
Institute, in Cile (http://www. melisainstitute.com/), condotta in parallelo da
scienziati statunitensi, irlandesi e cileni. Secondo l’evidenza scientifica da questi
raccolta, nei Paesi in cui l’aborto è agevolato dalla legge gli atteggiamenti violenti
verso la donna sono cresciuti anziché diminuire: sono più presenti abusi sessuali e
stupri (“tanto poi ti mandiamo ad abortire”), forme di coercizione psicologica e fisica
con cui la donna viene spinta all’aborto, casi di suicidio tra le donne come esito del
trauma post aborto (cfr. Melisa Institute, Public Policies to reduce maternal
mortalità, a holistic focus on maternal health, 15 marzo 2013). Che invece siano più
favorevoli al benessere delle donne le attività di educazione alla sessualità
responsabile, l’accoglimento psicologico e materiale nei confronti delle donne che
aspettano un figlio e l’atteggiamento di rispetto per la vita nascente espresso dalle
scelte legislative miranti a limitare l’aborto, lo mostrano i dati della stessa ricerca del
Melisa Institute, secondo cui i luoghi del pianeta più sicuri per il mondo femminile
non sono affatto quelli in cui l’aborto è stato legalizzato ma quelli in cui
all’aborto è stato opposto un deciso no. Non è un caso, infatti, se i Paesi in cui la
mortalità materna è più bassa sono proprio quelli in cui l’aborto è più limitato:
Irlanda e Cile. Come dire: dove non c’è l’aborto, quello è lo spazio più protetto per
le madri e per le donne. E naturalmente per i bambini che si salvano.
Luca Telese intervista don Filippo Di Giacomo, vaticanista
della RAI: la Comunione a Luxuria? E’ cosa buona e giusta.
Don Filippo di Giacomo, per chi non lo sapesse, è un famoso vaticanista. Conduce
per Radiouno diversi programmi religiosi, fra cui quello della domenica mattina che
include la diretta dell’Angelus del Papa. Ebbene, in questa intervista, don Di
Giacomo non solo dimostra una profonda ignoranza, ma anche un volontario
distacco dalla Dottrina cattolica … ma nessuno dice nulla.
Per ascoltare l’intervista copia e incolla questo indirizzo sul web:
http://www.youtube.com/watch?v=-mg9brkLyb8
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Il cardinale Ranjith: “La litugia è più grande di noi e ci porta
verso una trasformazione totale”
messainlatino.it
Sua Eminenza Rev.ma il Card. Malcolm Ranjith, Arcivescovo di Colombo (Sri
Lanka) ha presentato il 25 giugno scorso al Convegno romano presso la Pontificia
Università della Santa Croce " Sacra Liturgia 2013, culmen et fons vitæ et missionis
ecclesiæ " organizzato in occasione dell'Anno della Fede per commemorare i 50 anni
dall'inizio dei lavori del Concilio Vaticano II ed approfondire le tematiche inerenti la
formazione liturgica, la celebrazione e la missione nella Chiesa.
La Liturgia, culmine e fonte della vita e della missione della Chiesa del Card.
Malcolm Ranjith
"La Liturgia è più grande di noi e ci porta con sé verso una trasformazione totale,
che spesso noi non siamo in grado di comprendere pienamente" Miei cari amici,
Papa Benedetto XVI nella sua Esortazione Apostolica Postsinodale 'Sacramentum
Caritatis' (22 febbraio 2007) così parla della Liturgia: “Nella Liturgia rifulge il
Mistero pasquale mediante il quale Cristo stesso ci attrae a sé e ci chiama alla
comunione ... modalità con cui la verità dell’amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci
affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la
nostra vera vocazione: l’amore” (Sacramentum Caritatis, n.35), mostrandoci la vera
natura della vita liturgica cristiana che egli chiama “veritatis splendor” e
“l’affacciarsi del Cielo sulla Terra” (Sacramentum Caritatis, n.35). La bellezza della
Liturgia, quindi, risiede non primariamente in ciò che facciamo noi o quanto
interessante e soddisfacente essa sia per noi, bensì in quanto veniamo attratti
intimamente
in
qualcosa
di
profondamente
divino
e
liberante.
La Liturgia è allora più grande di noi e ci porta con sé verso una trasformazione
totale, che spesso noi non siamo in grado di comprendere pienamente.
È la vittoria pasquale di Cristo celebrata nel cielo e sulla terra.
A questo punto, farei un excursus biblico per mostrare quanto la missione della
Chiesa, continuazione di quella di Israele, è intimamente legata alla celebrazione
della sua Liturgia. (...)
CONCEZIONI ERRONEE
Un altro aspetto del processo di un rinnovamento davvero profondo della Chiesa, a
causa del ruolo decisivo che ha il culto nella sua vita e missione, è la necessità di
purificare la Liturgia da alcune concezioni erronee che sono penetrate nell’euforia
delle riforme introdotte da alcuni liturgisti dopo il Concilio – cosa che, bisogna
riconoscere, non è mai stata nella mente dei padri conciliari quando approvarono la
storica Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium.
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a. Archeologismo
Apre la lista un genere di falso “archeologismo” che echeggiava lo slogan “torniamo
alla Liturgia della Chiesa primitiva”. Si nascondeva qui l’interpretazione che soltanto
ciò che si celebrava nella Liturgia del primo millennio della Chiesa fosse valido, si
pensava che il ritorno a ciò facesse parte dell’aggiornamento.
La Mediator Dei insegna che questa interpretazione è sbagliata: “La Liturgia
dell’epoca antica è senza dubbio degna di venerazione, ma un antico uso non è, a
motivo soltanto della sua antichità, il migliore sia in se stesso sia in relazione ai
tempi posteriori ed alle nuove condizioni verificatesi” (Mediator Dei, Enchiridion
Encicliche, vol 6, Bologna 1995, n. 487). Inoltre, poiché le informazioni sulla prassi
liturgica nei primi secoli non sono chiaramente attestate nelle fonti scritte del tempo,
il pericolo di un arbitrio semplicistico nel definire tali prassi è ancora maggiore e
corre il rischio di essere pura congettura. Inoltre non è rispettoso del processo
naturale di crescita delle tradizioni della Chiesa nei secoli successivi. Né è in
consonanza con la fede nell’azione dello Spirito Santo lungo i secoli.
Ed è oltretutto altamente pedante e irrealistico.
b. Sacerdozio ministeriale
Un’altra concezione erronea di riformismo in materia di Liturgia è la tendenza a
confondere l’altare con la navata. Si osserva spesso che la distinzione essenziale nella
Liturgia tra il ruolo del clero e quello dei laici è confuso a causa di una comprensione
sbagliata della differenza tra l’ufficio sacerdotale di tutti i fedeli (sacerdozio comune)
e l’ufficio del clero (sacerdozio ministeriale): una differenza ben spiegata nella
Lumen Gentium. Questo documento chiarisce che il sacerdozio comune di tutti i
battezzati è stato sempre affermato dalla Chiesa (cfr. Ap. 1,6; 1 Pt. 2,9-10; Mediator
Dei, nn. 39-41; e Lumen Gentium, n. 10), così come il sacerdozio ministeriale; i
quali, a loro modo, partecipano entrambi “dell’unico sacerdozio di Cristo …
quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado” (Lumen Gentium, n.
10). La Costituzione liturgica del Concilio afferma che la Liturgia prevede una
distinzione tra le persone “che deriva dall’ufficio liturgico e dall’ordine sacro”
(Sacrosanctum Concilium, n. 32). La Mediator Dei era ancor più categorica
affermando che: “Ai soli Apostoli ed a coloro che, dopo di essi, hanno ricevuto dai
loro successori l’imposizione delle mani, è conferita la potestà sacerdotale”
(Mediator Dei, in Enchiridion Encicliche, vol. 6, Bologna 1995, n. 468).
Il risultato di tale confusione di ruoli nell’epoca moderna è la tendenza a
clericalizzare i laici, e a laicizzare il clero. Indice di tale confusione è la sempre
maggiore rimozione delle balaustre d’altare dai nostri presbiteri e il rimanere seduti o
accovacciati per terra attorno all’altare; fin troppe persone hanno preso a entrare e a
circolare sul presbiterio causando distrazione e disturbo alle nostre funzioni
liturgiche.
La Santa Eucaristia, in tale situazione, diventa uno spettacolo, e il sacerdote uno
showman.
Il sacerdote non è più come nel passato – come ha scritto K. G. Rey nel suo articolo
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Coming of age manifestations in the Catholic Church – : “il mediatore anonimo, il
primo tra i fedeli davanti a Dio e non al popolo, rappresentante di tutti, che offre con
loro il sacrificio recitando prescritte preghiere. Egli oggi è una persona distinta, con
caratteristiche personali, il suo personale stile di vita, con la propria faccia rivolta al
popolo. Per molti sacerdoti questo cambiamento è una tentazione che non sanno
gestire … diviene per loro il livello di successo del proprio potere personale e perciò
l’indicatore del sentimento di sicurezza personale e di autostima” (K. G. Rey,
Pubertätserscheinungeng in der Katolischen Kirche, Kritische Texte, Benzinger, vol.
4, p. 25). Il prete qui diventa l’attore principale che recita un dramma con altri attori
sull’altare, e quanto più sono capaci e sensazionali, tanto più sentono di recitare bene.
In uno scenario simile, il ruolo centrale di Cristo svanisce, e anche se in un primo
momento tutto ciò può sembrare gradevole, alla lunga diventa estremamente banale e
noioso.
c. Actuosa participatio
Un altro e diffuso orientamento liturgico male interpretato è l’actuosa participatio,
termine ufficializzato dalla Sacrosanctum Concilium quando dichiara che: “È ardente
desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena,
consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla
natura stessa della Liturgia” (Sacrosanctum Concilium, n.14). E continua: “A tale
piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel
quadro della riforma e della promozione della Liturgia” (ibidem). Purtroppo ciò ha
condotto ancora di più alla distrazione e alla spettacolarità, invece che ad un autentico
servizio di devozione e di pietà nella Liturgia. Nel suo libro Introduzione allo spirito
della Liturgia Papa Benedetto definisce actuosa participatio come uno spirito di totale
e devota assimilazione nell’azione di Cristo, Sommo Sacerdote, (cfr. Joseph
Ratzinger, Introduzione allo spirito della Liturgia, Edizioni San Paolo, Cinisello
Balsamo, 2001, p. 169s). Si chiede il Papa: “In che cosa consiste però questa
partecipazione attiva? Che cosa bisogna fare? Purtroppo questa espressione è stata
molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di
un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero
maggiore di persone possibile, il più spesso possibile” (Joseph Ratzinger, cit., p.167).
Ma già nella Mediator Dei Papa Pio XII spiegava quale dovesse essere la
partecipazione dei fedeli al sacrificio eucaristico: “Che tutti i fedeli considerino loro
principale dovere e somma dignità partecipare al Sacrificio Eucaristico non con
un’assistenza passiva, negligente e distratta, ma con tale impegno e fervore da porsi
in intimo contatto col Sommo Sacerdote, come dice l’Apostolo: «Abbiate in voi gli
stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù», offrendo con Lui e per Lui,
santificandosi con Lui” (Mediator Dei, Enchiridion Encicliche, vol. 6, Bologna 1995,
n. 506-507). Deve esserci quindi una sorta di sinergia, uno spirito di profonda
comunione tra di noi e l’Agnello, il cui divin sacrificio di lode è incessante nella
Liturgia celeste. Sempre in Introduzione allo spirito della Liturgia il Cardinale
Ratzinger scriveva: “Il punto è che, alla fine, venga superata la differenza tra l’actio
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di Cristo e la nostra, che ci sia solamente una azione, che è allo stesso tempo la sua e
la nostra – la nostra per il fatto che siamo divenuti «un corpo e uno
spirito»”(Introduzione allo spirito della Liturgia, p. 170). Nell’esortazione
postsinodale Sacramentum Caritatis, Papa Benedetto XVI enumera alcune delle
disposizioni personali atte a realizzare tale senso di partecipazione con Cristo, quali
“lo Spirito di costante conversione”, la “confessione sacramentale e digiuno”, una
“maggiore consapevolezza del mistero celebrato e del suo rapporto con la vita”, la
“santa comunione” nella quale siamo totalmente assimilati a Lui, ed anche il
“raccoglimento e silenzio” (Sacramentum Caritatis, nn. 53-55). In breve, la
participatio riguarda più l’essere che il fare, senza il quale, come scrive il Cardinale
Ratzinger, noi non comprendiamo alla radice il “theo-dramma” della Liturgia, che
finisce per scivolare in mera parodia (cfr. Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito
della Liturgia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001, p.171).
E perciò necessario e urgente che la Liturgia sia presa seriamente da tutti i
responsabili. Essa non è qualcosa su cui noi come comunità o come individui
possiamo decidere. Poiché è Cristo che celebra nella Liturgia, essa è un’opera
affidata alla Chiesa, promuove e porta a compimento la sua missione. Il Concilio
Vaticano II è chiaro quando afferma che: “Ogni volta che il sacrificio della croce, col
quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato (cfr. 1 Cor. 5,7), viene
celebrato sull’altare, si rinnova l’opera della nostra redenzione".
E insieme, col sacramento del pane eucaristico, viene rappresentata ed effettuata
l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr. 1 Cor. 10,17)”
(Lumen Gentium, n. 3). L’Eucaristia perciò redime l’umanità e costruisce la Chiesa,
la quale diventa ciò che afferma Papa Giovanni Paolo II: “«sacramento» per
l’umanità, segno e strumento della salvezza operata da Cristo … per la redenzione di
tutti” (Ecclesia de Eucharistia, n.22). Il Papa continua dicendo che: “dalla
perpetuazione nell’Eucaristia del sacrificio della Croce e dalla comunione col corpo
e con il sangue di Cristo, la Chiesa trae la necessaria forza spirituale per compiere
la sua missione. Così l’Eucaristia si pone come fonte e insieme come culmine di tutta
l’evangelizzazione” (ibidem). E perciò l’Eucaristia, per la quale la comunità dei fedeli
e ogni discepolo di Cristo vengono assorbiti in Lui, poiché Lui ci assume su in Sé, ci
fa diventare una comunità, e così siamo chiamati a partecipare alla sua missione
redentrice e diveniamo parte della comunità dei redenti essendo stati purificati da Lui.
La Chiesa, perciò, viene formata dalla Liturgia e trae da essa la forza per svolgere la
sua missione sulla terra. Grazie a questo intimo legame con Cristo, Sommo
Sacerdote, la Chiesa nella sua esistenza e missione si muove nel regno dell’azione
salvifica di Dio. Perciò Essa non s’impegna nella missione come semplice comunità
umana o associazione altruistica, ma è il canale dell’azione salvifica di Dio.
L’assoluta necessità della Chiesa per la redenzione dell’umanità scaturisce da questo
rapporto unico. Se non esiste questa dimensione ulteriore della Liturgia, tutto finisce
come in un grande show, senza nessun effetto salvifico. Infatti Gesù e la Chiesa, sua
mistica continuazione nella storia, sono intrecciati in un’unione assimilante che col
suo potere anima e porta frutto nella missione. Egli lo ha confermato quando ha
promesso agli apostoli di renderli “pescatori di uomini” (Mc. 1, 17). Ha affermato
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che la fruttuosità missionaria sarebbe dipesa dalla comunione degli apostoli con lui
come la vita e i tralci (cfr. Gv. 15,5). È con la Liturgia, e specificatamente la
celebrazione dell’Eucaristia, che tale comunione si produce in modo efficace.
E più la Chiesa è unita a Cristo, il che avviene in modo potentissimo nell’Eucaristia e
nella celebrazione della vita liturgica, più fruttuosa sarà la sua missione poiché è
Cristo e il suo eterno sacrificio che redimono il mondo, non quello che facciamo noi.
Ciò rappresenta una grave responsabilità per la Chiesa, dare il dovuto peso alla sua
vita liturgica. La Chiesa lo ha annunciato a tutti lungo i secoli. Parlando delle forme
rituali il Cardinale Ratzinger dice che: “Esse sono sottratte all’intervento del singolo,
della singola comunità o anche di una Chiesa particolare. La non arbitrarietà è un
elemento costitutivo della loro stessa natura. Esse sono espressione del fatto che
nella Liturgia mi viene incontro qualcosa che non sono io a farmi da me stesso, che
io entro in qualche cosa di più grande, che, ultimamente, proviene dalla Rivelazione”
(Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della Liturgia, Edizioni San Paolo,
Cinisello Balsamo, 2001, p. 161). Perciò la chiara richiesta della Costituzione
Sacrosanctum Concilium è normativa: “Di conseguenza assolutamente nessun altro,
anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in
materia liturgica” (Sacrosanctum Concilium, n. 22). Poiché Cristo è il soggetto
principale dell’azione liturgica, non spetta a noi cambiare arbitrariamente o
manipolare gli orientamenti essenziali o le norme della Liturgia. Altrimenti noi non
saremmo diversi da coloro che, impazienti nell’attendere Mosè scendere dalla
montagna, si costruirono un vitello d’oro da adorare; si erano fatti il loro rituale, il
loro pasto, le loro bevande e il “rallegrarsi recitando Dio” e le Sacre Scritture ci
dicono quello che accadde loro. Anche ai nostri tempi ci sono persone che desiderano
rendere la Liturgia più interessante o appetibile; si fanno le proprie regole, correndo
così il rischio di svuotare la Liturgia del suo essenziale dinamismo interiore, col
risultato finale che le cosiddette forme di culto diventano alla fine insipide e noiose.
Se tale improvvisazione veramente rendesse la Liturgia più efficace e interessante,
allora perché con queste sperimentazioni e creatività il numero dei partecipanti la
domenica è oggi caduto drasticamente? Questa è una domanda che dobbiamo
affrontare con coraggio e umiltà. È giusto considerare i requisiti antropologici di una
sana Liturgia, soprattutto riguardo ai simboli, alle rubriche e alla partecipazione; ma
non si deve ignorare il fatto che questi non avrebbero significato senza una
correlazione alla chiamata essenziale di Cristo di unirsi a Lui nella Sua incessante
Azione Sacerdotale.
Cari amici, ci sono molti altri punti che possiamo e dobbiamo considerare in materia
di Liturgia e la sua centralità nella vita della Chiesa ma il tempo ci obbliga a limitare
tali temi. Forse li possiamo riprendere dialogando tra noi dopo questa presentazione.
Vorrei concludere leggendovi una bella riflessione che il Santo Curato d’Ars, umile
servitore dell’Eucaristia, scrisse nel suo Piccolo Catechismo sulla Santa Messa: “
Tutte le buone opere insieme, non eguagliano il sacrificio della Messa in quanto
sono opere di uomini e la Santa Messa è opera di Dio. Il martirio non è nulla in
confronto; è il sacrificio che l’uomo fa della propria vita a Dio; la Messa è il
sacrificio che Dio fa all’uomo del suo corpo e del suo sangue. Oh, quanto grande è
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il sacerdote! Se egli lo capisse ne morirebbe … Dio gli obbedisce; dice due parole e
nostro Signore scende dal cielo a questa voce e si rinchiude in una piccola ostia.
Dio guarda sull’altare e dice: «quello è mio figlio diletto nel quale mi sono
compiaciuto». Nulla egli può rifiutare per i meriti dell’offerta di tale Vittima. Se
noi avessimo fede, vedremmo Dio nascosto nel sacerdote come una luce dietro a un
vetro, come a vino misto ad acqua ".(The Little Catechism of the Cure’ of Ars, Tan
Books and Publishers, Inc. Rockford, Illinois. USA, 1951 p. 37).
Don Bux, perché la Messa tridentina continuerà a diffondersi
Lettera napoletana dell’Editoriale “Il Giglio”, n.65, giugno 2013
Sono stati oltre 300 i partecipanti al Congresso “Sacra Liturgia 2013”, svoltosi dal 25
al 28 giugno a Roma, alla Pontificia Università della Santa Croce. Tra i presenti i
Cardinali Raymond Leo Burke, Antonio Cañizares, Malcom Ranjith, Walter
Brandmüller, i Vescovi di Toulon-Fréjus, Mons. Dominique Rey, di Portland, Mons.
Alexander Sample, di Bayonne, Mons. Marc Aillet, di Melbourne, Mons. Peter Elliot,
numerosi religiosi e laici, tra i quali il presidente dell’Unione Internazionale dei
Giuristi Cattolici, prof. Miguel Ayuso. Uno dei relatori al Congresso è stato il
teologo e liturgista Don Nicola Bux. LN gli ha rivolto alcune domande sulle
prospettive della liturgia tradizionale dopo l’elezione di Papa Bergoglio.
D. Pensa che dopo le dimissioni di Papa Benedetto XVI e l’elezione di Papa
Bergoglio il movimento di ritorno alla liturgia tradizionale potrà continuare?
R. Sicuramente. Nella Chiesa il succedersi dei Pontefici – come Benedetto XVI ha
avuto modo di dire nel celebre discorso del 2005 alla Curia romana – non infrange
la continuità della Tradizione. Non dimentichiamo che la successione apostolica è
tale perché chiunque succede al predecessore non “inventa” di nuovo la Chiesa, ma
non fa altro che continuare l’ininterrotta catena che risale fino a San Pietro a poi a
Cristo. Il Motu Proprio di Benedetto XVI inizia proprio con queste parole:
Summorun Pontificum Cura, che vuol dire, sinteticamente, che è stata
preoccupazione (“cura”) costante quella di guardare alla Sacra liturgia come al
momento culminante della fede cristiana e della vita della Chiesa”.
D. Come Arcivescovo di Buenos Aires il nuovo Papa non era favorevole alla Messa
in rito romano antico…
R. Per quello che mi risulta, non ha ostacolato l’applicazione del Motu Proprio
Summorum Pontificum. Non va dimenticato che il Motu Proprio vuole anzitutto
favorire quanti sono attenti alla liturgia tradizionale, vogliono celebrarla e,
ovviamente, sono in grado di farlo. E in Argentina non sono pochi i gruppi che hanno
questo tipo di attenzione e di sensibilità. È chiaro che nelle nuova veste di Vescovo di
Roma il Papa deve tenere conto di tutte le realtà ecclesiali, perché tutti sono figli
della Chiesa. Talvolta si crede che il Papa nel suo Ufficio debba far prevalere la sua
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sensibilità. Ma questo sarebbe molto grave. È evidente che ogni Pontefice ha un
proprio temperamento ed una propria storia, ma non sono queste a dover prevalere.
Deve prevalere sempre il bene della Chiesa. Il Papa è sempre un servitore, un
ministro della Chiesa, non ne è il padrone, come lo stesso Papa Francesco ha
ribadito, e come diceva Benedetto XVI. Quindi egli deve prendere atto di tutto ciò
che è buono e giusto e, dunque, anche della realtà che si è instaurata nella liturgia
da alcuni anni, soprattutto dopo il Motu Proprio Summorum Pontificum. Non va
dimenticato che esso è maturato dopo un precedente indulto e che lo stesso Motu
Proprio di Benedetto XVI si è innestato su un precedente atto di Giovanni Paolo II.
Benedetto XVI non ha imposto con questo atto una sua sensibilità, semmai si è fatto
carico delle sollecitazioni e delle richieste che aveva ricevuto, e di quanto egli stesso
aveva potuto constatare in giro per il mondo. In realtà non ha fatto altro che portare
ad ulteriore maturazione l’indulto di Giovanni Paolo II. Ecco perché il Motu Proprio
comincia con le parole “Summorum Pontificum”. Anche se l’atto può essere di
Benedetto XVI, in realtà non fa che precisare ulteriormente la normativa che era
stata già predisposta.
D. Si calcola che nel mondo siano ormai circa 2mila le Messe celebrate in rito
romano antico, con la partecipazione di un milione di fedeli. Ritiene che questi
cattolici possano avere fiducia nelle direttive che verranno date in materia di liturgia?
R. Alla Veglia di Pentecoste, e poi anche alla Messa, alla quale partecipavano tutti i
movimenti e le associazioni ecclesiali, Papa Francesco ha invitato ad essere aperti
all’azione dello Spirito Santo. E qual è l’azione dello Spirito Santo? Fa nuove
continuamente le cose, come dice Gesù nell’Apocalisse. Quindi, i movimenti di
innovazione che nascono nella Chiesa hanno la possibilità di durare nella misura in
cui sono sorretti dall’azione dello Spirito Santo. I movimenti di innovazione sono
suscitati dallo Spirito e sorretti dalla sua forza e della sua azione, questo è il
convincimento di chi è cattolico. Altrimenti si finirebbe per valutare la
fenomenologia della Chiesa attraverso chiavi sociologiche: i “trend”, il “chi va su e
chi va giù”… Invece i movimenti nella Chiesa, soprattutto quelli dei laici e quelli
spirituali nell’ultimo secolo sono scaturiti dall’irrorazione continua dello Spirito
Santo, di Colui che è il Capo della Chiesa. Tanti laici, tanti uomini e tante donne
questo tipo di sensibilità liturgica non l’hanno inventata, e neppure essa è nata da
indicazioni o da piani pastorali, oppure da programmi diocesani. No, si tratta di
qualcosa che nasce spontaneamente nel cuore dell’uomo e trova possibilità di
attuazione e sviluppo. Sia per la perseveranza di quanti se ne sentono portatori, sia
per l’azione dello Spirito”.
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India, rapite e stuprate quattro ragazze di una scuola cristiana
vaticaninsider.it – 21.7.2013
La violenza compiuta da venti uomini mascherati.
Un missionario: “Colpiti sempre i più deboli, troppi casi insabbiati”
Quattro ragazze tribali che frequentano una scuola cristiana nel villaggio di Labda,
nell’area di Pakur, stato indiano di Jharkhand, sono state rapite nottetempo dal
dormitorio dell’istituto e stuprate da un gruppo di oltre venti uomini mascherati.
L’agghiacciante racconto del caso – avvenuto il 14 luglio ma solo ora riferito
all’Agenzia vaticana Fides dall’Ong locale “Catholic Secular Forum” – riporta
l’attenzione sul fenomeno dello stupro indiscriminato e impunito in India. Le ragazze,
tutte fra i 12 e i 14 anni, appartengono alla tribù paharia e ora si trovano ricoverate in
ospedale.
Secondo la ricostruzione dei fatti giunta a Fides, alle 23 del 14 luglio, circa 25 uomini
armati di coltelli e mascherati hanno fatto irruzione nella Scuola professionale gestita
dalla Chiesa Evangelica dell'India a Pakur. L'edificio accoglie e cura l’istruzione e la
formazione professionale di circa 135 studenti, dei quali 60 minori di 14 anni, per la
maggior parte di famiglie tribali o gruppi emarginati. La Scuola non ha un apparato di
sicurezza e, sorgendo su una collina, è piuttosto isolata. In una spedizione
organizzata, gli intrusi hanno rapidamente legato e imbavagliato quattro insegnanti
presenti nella scuola, prima di sequestrare le quattro ragazze e violentarle per oltre
due ore, rilasciandole poi all’una di notte.
La Direzione dell’istituto ha informato la polizia che ha condotto le ragazze
all’ospedale di Pakur, promettendo ogni sforzo “per rintracciare e punire i colpevoli
di questo crimine raccapricciante”. Padre Faustine Lobo, Direttore del Pontificie
Opere Missionarie in India, dicendosi “addolorato e amareggiato per l’ennesimo caso
di stupro”, commenta a Fides: “Da un lato esiste maggiore consapevolezza nella
società sul problema dello stupro, che non viene più nascosto. In passato casi del
genere restavano ignoti, soprattutto per la vergogna delle vittime e la paura delle
famiglie coinvolte. Oggi i casi vengono denunciati e riportati dai mass-media, ed è
già un primo segnale positivo”. “Il nodo principale – prosegue p. Lobo – è l’impunità.
Le vittime privilegiate sono ragazze di gruppi tribali, dalit o emarginati, cioè i gruppi
più vulnerabili e più deboli, che hanno scarsa influenza sociale e politica e spesso non
sono in grado di difendersi”.
La soluzione per la Chiesa cattolica è una “più stretta applicazione delle leggi”. Il
fenomeno, spiega il sacerdote a Fides, non è tanto legato al “comunitarismo”, quanto
“alle carenze del sistema giuridico e politico”. “Le leggi vigenti sarebbero utili
prevenire e punire tali crimini, ma non vengono applicate, soprattutto perché, a causa
della corruzione, compiacenti funzionari di polizia o dell’amministrazione civile
coprono o insabbiano tali casi. La certezza della pena potrebbe agire come deterrente
contro lo stupro. E’ un crimine odioso che degrada la dignità della donna, che noi,
come cristiani, definiamo da sempre”.
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Papa a Lampedusa:
Boldrini e Kyenge lo citano distorcendo ciò che ha detto
Riccardo Cascioli – la nuovabq.it – 10.7.2013
"Speriamo che capiscano questo gesto", avrebbe confidato papa Francesco ai suoi
collaboratori all'inizio della sua visita a Lampedusa, secondo quanto riportato da
alcuni vaticanisti. Frase che esprimerebbe la consapevolezza del rischio
fraintendimento che una presenza del Papa nell'isola dei naufraghi avrebbe
comportato.
Rischio puntualmente trasformatosi in realtà, visto che spesso e volentieri parole e
gesti del papa – ma sarebbe meglio dire di tutti i Papi –vengono ridotti a uso e
consumo di chi li riferisce. Figurarsi su un tema come quello dell'immigrazione. Così
abbiamo assistito a un balletto indecoroso sulle parole del Papa che, in alcune
interpretazioni, avrebbe addirittura inteso dare una spallata alla legge Bossi-Fini.
Come abbiamo già detto ieri, in realtà il Papa ha posto la questione su tutt'altro piano,
per cui appare piuttosto patetica la reazione – ad esempio - del presidente della
Camera Laura Boldrini, ben contenta di poter affermare che il Papa è d'accordo con
lei. Ma chissà se la Boldrini ha ascoltato quel passaggio dell'omelia in cui papa
Francesco dice che l'origine della violenza sta nel peccato di Adamo, l'uomo che
pretende di essere Dio, l'uomo che cancella Dio dal suo orizzonte. Invece di iscrivere
d'ufficio il Papa nel partito di Vendola, la Boldrini farebbe molto meglio a pensare
alle sue responsabilità nelle tragedie del mare, come di tutti quelli come lei che in
questi anni hanno favorito in tutti i modi l'arrivo di immigrati illegali. Né si capisce
come il ministro Cecile Kyenge ne abbia tratto spunto per riaffermare la necessità di
garantire la cittadinanza per nascita. L'accoglienza umana, la partecipazione al dolore
e alla sofferenza di chi vive certe esperienze, è altra cosa dal garantire l'impossibile,
ovvero casa, lavoro e cittadinanza a tutto il mondo che eventualmente decidesse di
sbarcare a Lampedusa.
Bisogna ridire con chiarezza che una cosa è l'attenzione alla singola persona (e in
questo non sono mai stati ringraziati abbastanza i militari italiani che hanno sempre
fatto di tutto per trarre in salvo e accudire gli immigrati in pericolo di vita, anche
quando era in vigore la politica dei "respingimenti"); e un'altra sono le politiche
migratorie che - nel decidere il numero di immigrati a cui dare la possibilità di
risiedere in un Paese - devono tenere conto di tanti fattori diversi che permettano una
reale integrazione, oltre che delle norme di diritto internazionale.
E quando il Papa ha fatto riferimento alle scelte socio-economiche che favoriscono
migrazioni e tragedie, è assurdo ridurlo a una critica dell'Occidente o della
globalizzazione. Dal punto di vista economico la globalizzazione ha portato vantaggi
per tutti, anche se il processo non è privo di contraddizioni. Ma soprattutto, per la
maggior parte di coloro che approdano sulle coste siciliane le scelte politiche dei
paesi occidentali hanno avuto un rilievo marginale, se l'hanno avuto. Prendiamo il
caso degli oltre 500 profughi arrivati solo ieri a Lampedusa: arrivano da Pakistan,
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Nigeria, Eritrea, Somalia. Vale a dire fuggono da povertà e persecuzione provocate
dal fondamentalismo islamico o dagli ultimi residui di comunismo africano. E allora,
la soluzione non è far arrivare mezza Asia e Africa in Italia, ma adoperarsi perché in
quei paesi si creino quelle condizioni politiche ed economiche per cui fuggire non sia
più necessario.
Perché – dobbiamo tenerlo sempre a mente – coloro che muoiono in mare cercando
di raggiungere le coste italiane non muoiono a causa della mancata accoglienza
nostra, ma perché qualcuno ne ha facilitato la partenza dalle coste tunisine o libiche.
E se non ci fossero state le nostre motovedette il bilancio sarebbe enormemente più
grave.
La reazione alle parole e ai gesti del Papa – in questa come in altre occasioni - pone
però un problema di comunicazione che non può essere eluso. La quasi totalità
dell'opinione pubblica si forma un giudizio su quanto il papa fa e dice leggendo i
giornali o guardando i servizi in tv: sono un'infima minoranza coloro che seguono
direttamente i suoi interventi o leggono integralmente i suoi discorsi. Nella fattispecie
la stragrande maggioranza degli italiani ha un'idea di cosa ha detto il papa a
Lampedusa dalle dichiarazioni della Boldrini o della Kyenge, tanto per fare un
esempio. Questo dovrebbe spingere chi in Vaticano si occupa di comunicazione a
trovare i modi per trasmettere il reale contenuto del messaggio del papa e, più in
generale, del Magistero, non ultimo intervenendo quando ci sono distorsioni così
plateali. Purtroppo si ha invece l'impressione, che a volte chi di dovere quasi si
compiaccia di certe interpretazioni.
Gay, un arresto a Londra per avere letto San Paolo
Gianfranco Amato –lanuovabq.it – 8.7.2013
Gran Bretagna, Wimbledon, 1 luglio 2013, ore 16.50, davanti al Center Court
Shopping Center. Questa è la scena in cui viene eseguito da tre agenti di polizia
l’arresto di Tony Miano, quarantanovenne statunitense, ex Vice Sceriffo della Contea
di Los Angeles oggi “street preacher”, predicatore di strada, che ha avuto la
disavventura di commentare in pubblico il Capitolo 4 della Prima Lettera ai
Tessalonicesi di San Paolo, nel punto in cui si condanna l’immoralità sessuale.
Alcune ore prima, infatti, un’adirata signora, dopo aver apostrofato Tony Miano con
un sonoro «F... off», ha richiesto l’intervento della polizia, sentendosi minacciata ed
offesa dalle «affermazioni omofobiche al vetriolo» udite durante la predica. Da qui
l’arresto disposto ai sensi dell’art.5 del Public Order Act, con l’aggravante
omofobica. Al reo la polizia propone di accettare una multa di 90 sterline e la
garanzia di poter tornare nel Regno Unito, minacciando di sottoporlo, in caso di
mancata accettazione, ad un formale interrogatorio. Tony, ritenendo di non aver
commesso alcun reato, chiede l’intervento di un avvocato. A quel punto, dopo le
fotografie di rito, la registrazione delle impronte digitali ed il prelievo di un campione
di DNA, viene tenuto per più di sette ore in una cella con una toilette priva, peraltro,
di carta igienica. Alle 21.08, nella Stanza Interrogatori n.3 della Wimbledon Police
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Station, Tony Miano subisce l’interrogatorio. Ho ricevuto dagli amici e colleghi
avvocati del Christian Legal Center il verbale di quell’interrogatorio, che merita di
essere trascritto in alcuni suoi passi, apparendo il relativo contenuto assai più
eloquente di tanti astratti ragionamenti attorno al tema. I soggetti coinvolti
nell’interrogatorio sono il Police Interviewer (P), l’arrestato Tony Miano (T), e il suo
avvocato Michael Phillips (A):(…)
P: «Vuole dirci cosa stava facendo fuori dal Center Court Shopping Center oggi
pomeriggio?»
T: «Stavo predicando il Vangelo».
P: «Lo stava facendo da solo?»
T: «No, ero insieme a degli amici, alcuni dei quali vengono dagli Stati Uniti, altri
sono di Londra».
P: «Da quanto tempo predica il Vangelo?»
T: «In tutta la mia vita?»
P: «No, intendo recentemente in questo Paese»
T: «Dallo scorso 22 giugno».
(…)
P: «Quindi Lei predica il Vangelo. C’è una parte specifica del Vangelo che Lei è
solito predicare?»
T: «No. Tutto il Vangelo»
P: «Quindi Lei comincia dall’inizio e prosegue?»
T: «Si. Di solito inizio predicando diversi passaggi delle Sacre Scritture. E una parte
della predicazione del Vangelo è costituita dalla condivisione della legge di Dio, al
fine di rendere le persone consapevoli dei propri peccati in modo da far comprendere
loro l’esigenza di salvezza».
(…)
P: «Bene, veniamo ora alle circostanze del Suo arresto. Ricorda esattamente le
modalità in cui Lei è stato arrestato? Gli eventi che lo hanno determinato? Le ragioni
per cui Lei pensa di essere arrestato? Indipendentemente dal fatto che Lei condivida o
meno tali ragioni»
T: «Certo. Stavo predicando un passaggio del Capitolo 4 della Prima Lettera ai
Tessalonicesi di San Paolo»
P: «Questo deve consentirmi di scriverlo»
T: «Certo»
P: «1 Tessalonicesi…»
T: «Capitolo 4»
P: «Grazie»
T: «In quel passaggio biblico, l’apostolo Paolo esorta i Tessalonicesi ad astenersi da
tutte le forme di immoralità sessuale, ed a vivere un’esistenza santa, ovvero coerente
con Dio e la santità di Dio.
P: «Quindi Lei stava predicando quel Capitolo, o meglio alcuni versi dei quel
capitolo?»
T: «Esatto»
P: «E dopo cosa è accaduto?»
21
T: «Stavo predicando sulle varie forme di immoralità sessuale, relative sia agli
omosessuali che agli eterosessuali, compresa la fornicazione, ovvero il sesso fuori dal
matrimonio»
P: «Bene»
T: «Così come predicavo sull’adulterio, non solo inteso come tradimento del coniuge
ma anche come desiderio lussurioso. Gesù ha, infatti, detto che chiunque guarda una
persona con concupiscenza, ha già commesso adulterio nel suo cuore. Ho anche
predicato che tutte le forme di immoralità sessuale sono un peccato agli occhi di Dio.
Peccato che Dio giudicherà, ma peccato che Dio può anche perdonare. Ebbene, prima
che riuscissi a completare la declamazione della buona novella del Vangelo, sono
stato interrotto. Stavo ancora parlando della legge di Dio, quando sono stato
interrotto, proprio sul punto in cui avrei dovuto affrontare il tema del perdono e del
dono della vita eterna grazie alla fede in Gesù Cristo».
(..)
P: «Qual è stata la reale intenzione di quello che ha fatto oggi?»
T: «La mia unica intenzione deriva dalla mia fede cristiana che mi insegna di amare
Dio con tutto il mio cuore, la mia anima e la mia mente, e di amare il mio prossimo
come me stesso. E il più grande gesto d’amore che potrei fare per il mio prossimo è
quello di mettere in guardia dalla collera di Dio contro il peccato ed indicare l’unica
Persona
che
può
perdonare,
ossia
Gesù
Cristo»
P: «D’accordo»
T: «Quindi il mio solo intento era quello di amare il mio prossimo mediante il
Vangelo»
P: «D’accordo, ma Lei crede a causa della Sua religione che l’omosessualità sia un
peccato?»
T: «Certamente»
P: «Come pensa che la gente possa percepire questo?»
T: «Io penso che sia assolutamente importante distinguere tra l’omosessualità come
peccato e l’individuo come peccatore. Una persona che pecca contro di Dio è
sottoposta alla giustizia divina indipendentemente dal tipo e dalla natura del peccato.
Questo vale anche per una persona che mente, una che ruba, una che prova nel
proprio cuore rancore, risentimento, odio, una persona scontenta dei doni che Dio gli
ha regalato e invidia ciò che hanno gli altri, una persona che pronuncia il nome di Dio
invano, che è egoista»
P: «Va bene»
T: «Vorrei tornare alla distinzione tra l’atto in sé e la persona che ha l’inclinazione a
compiere l’atto. Non è la stessa cosa. Non si può dire che una persona è malvagia
solo perché ha un’inclinazione all’omosessualità.(…) Il punto è che tutti noi siamo
peccatori e indegni della gloria di Dio. Ecco perché quando oggi parlavo
pubblicamente non lo facevo soltanto nei confronti dell’omosessualità ma di tutte le
forme di fornicazione. Fornicazione eterosessuale, adulterio eterosessuale, desiderio
concupiscente, e tante altre forme di sessualità immorale che rappresentano un
peccato agli occhi di Dio»
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P: «D’accordo. Mi faccia fare un esempio giusto per capire meglio. Deve scusare la
mia ignoranza in materia religiosa. Quindi, se due uomini passeggiano tenendosi per
mano, e a Lei appaiono due omosessuali, li considererebbe peccatori?»
T: «Sì»
P: «Bene, questo è quello che volevo sapere. Quindi , tenendo conto del senso della
parola peccato, a questo riguardo, Lei non pensa che quello che ha fatto oggi,
predicare il Vangelo facendo apprezzamenti sul fatto che l’omosessualità sia un
peccato, possa aver indispettito qualcuno?»
T: «Io penso che potrebbe aver indispettito qualcuno, perché molti amano il proprio
peccato. Io penso che se qualcuno fosse passato mentre io parlavo a proposito della
menzogna, e quel qualcuno avesse appena mentito, probabilmente si sarebbe
indispettito. La stessa cosa sarebbe successa se avessi parlato dell’odio nei confronti
del prossimo e qualcuno che cova rancore nel profondo del proprio cuore fosse
passato da lì. Tutto ciò dipende dal fatto che la gente non ama sentirsi rinfacciare il
proprio peccato contro la santità di Dio»
P: «Sì ma il punto è che non tutti hanno un sentimento religioso, e quindi non tutti
vedono l’omosessualità come un peccato. Non è così?»
T: «Non penso che il punto sia rilevante, perché Dio lo vede come un peccato».
(…)
P: «Così Lei invece è offeso da questo perché è religioso?»
T: «Offeso da cosa, scusi?»
P: «Dall’omosessualità»
T: «Gli omosessuali non mi fanno nulla»
P: «No»
T: «Loro offendono Dio, perché…»
P: «Va bene. Non la offende»
T: «Proprio come i miei peccati offendono Dio»
P: «Non La offende?»
T: «No. Io non nutro né rancore né risentimento»
P: «Va bene»
T: «Nei confronti degli omosessuali o…»
P: «Questo è quello che volevo sentire. Lei non ha, non ha…»
T: «Io non ho nessuna rabbia nei loro confronti»
P: «E non li ha mai discriminati?»
T: «No»
P: «Quindi se qualcuno che Lei sa essere un omosessuale venisse da Lei e Le
chiedesse un favore, Lei sarebbe disposto a farglielo?»
T: «La parola di Dio mi dice di amare il mio prossimo come me stesso»
P: «Va bene»
T: «Questo vuol dire che se un omosessuale viene da me e mi dice: “Ho fame e ho
bisogno di mangiare”, io lo porterei nel più vicino ristorante e gli darei da mangiare e
condividerei con lui la parola del Vangelo, perché lo amo»
P: «Bene, mi dica allora cosa stava facendo oggi, visto che dagli atti risulta che Lei
abbia offeso qualcuno».
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(…)
P: «Il punto ovviamente è sempre quello che Lei già sa. Io comprendo le Sue opinioni
religiose e il fatto che Lei stesse predicando il Vangelo. Come Le ho detto prima,
però, non tutti sono religiosi. Pertanto non tutti, ovviamente, hanno la Sua stessa
conoscenza del Vangelo»
T: «Giusto»
P: «Io certamente no, per esempio. Quindi, Lei accetta che quello che Lei dice può
offendere qualcuno?»
T: «No. Non lo accetto. Io ho anche visto persone con le lacrime agli occhi
convertirsi alla fede di Gesù Cristo, dopo aver preso coscienza del proprio peccato
contro Dio. Per me, ciò che conta è la parola di Dio a proposito della natura umana,
indipendentemente da quello che una persona esprime con la bocca, con il
comportamento o con il linguaggio del corpo, e anche se qualcuno dicesse di sentirsi
offeso o insultato, questo potrebbe non essere vero. Potrebbe benissimo verificarsi il
caso che quella persona si sia convinta nel cuore, ma non voglia darlo a vedere a chi
l’ha convinta»
P: «Va bene»
T: «E questa, tra l’altro, è sempre la mia speranza».
P: «Va bene»
T: «La mia speranza è che quella signora che mi ha denunciato vada a casa stasera, si
penta del suo peccato e confidi nella misericordia salvifica di Nostro Signore Gesù
Cristo, che un giorno potrei adorare nei cieli accanto a lei»
P: «Va bene. Ho un’ultima domanda per Lei. Crede che quello che Lei ha fatto possa
essere accettabile in un luogo pubblico?»
T: «Assolutamente»
P: «Io non so quanta della gente che camminava oggi avesse in mente solo il
campionato di tennis, ma Lei crede davvero che quello che ha fatto, le cose che ha
detto fosse accettabile dal 100% delle persone in un luogo pubblico?»
T: «Non solo accettabili dal 100%, ma anche volute da Dio».
P: «Va bene»
T: «Io sono stato inviato da Dio ad amare il mio prossimo e proclamare il Vangelo a
quanta più gente posso raggiungere»
P: «Lo farebbe di nuovo domani?»
T: «Se avessi la possibilità, sì»
P: «Va bene. Va bene. Ho capito. Ho fatto la domanda che avevo bisogno di fare.
Questo è il Suo interrogatorio, ovvero la possibilità di dare la Sua versione dei fatti in
ordine alle circostanze che hanno determinato il Suo arresto, e a qualunque altro
elemento utile al caso. Ha qualcos’altro da riferire o aggiungere prima che venga
spento il registratore?»
T: «Non penso. Ritengo di aver detto tutto».
: «Io avevo solo un paio di domande. Cosa risponderebbe a qualcuno che dicesse che
Lei stava cercando di insultare le persone?»
T: «Direi che si sbaglia»
A: «E perché direbbe così?»
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T: «La ragione per cui ero là fuori a predicare. La ragione per cui sono venuto a
Londra dal Sud della California è che amo il mio prossimo e intendo trasmettere a
tutti la verità del Vangelo. Io spero di essere uno strumento di Dio per condurre le
persone al pentimento ed alla conversione nella fede in Gesù Cristo. Non c’è mai
stato in me nessun intento di offendere, e nessun intento di infiammare gli animi.
Certo la gente non sarà d’accordo con tutto quello che dico, così come io non sono
d’accordo con tutto quello che la gente dice. Ma la mia intenzione è amare il mio
prossimo come lui ama me, e condividere il Vangelo, in modo che io possa ricevere il
perdono per i miei peccati e la grazia della vita eterna. Questo è il motivo per cui
sono venuto a Londra l’anno scorso durante le Olimpiadi. Questo è il motivo per cui
sono venuto a Wimbledon quest’anno. E questo è il motivo per cui spero di ritornare
molte alte volte in futuro. Perché io amo questo Paese e amo la gente di questo Paese.
E non voglio vedere nessuno condannato alla dannazione eterna».
A: «Un’altra domanda in merito al contesto culturale. Qualcuno potrebbe dire che il
Suo comportamento è molto americano e che gli Stati Uniti sono un Paese molto più
religioso del nostro. Lei cosa replicherebbe?»
T: «Beh, certamente riguardo a questo tema, in realtà, non ci sono differenze tra i
nostri due Paesi, dal punto di vista culturale. So cosa accade nel vostro Paese e posso
assicuravi che da noi è esattamente lo stesso. Il messaggio che ho predicato ieri è lo
stesso che continuo a predicare nel mio Paese, perché i temi sono esattamente gli
stessi».
(…)
Quanto accaduto a Wimbledon dovrebbe davvero far riflettere tutti i politici
italiani che in questi giorni, con un solerte zelo bipartisan, si battono per accelerare il
dibattito parlamentare sulla legge ambigua e scivolosa con cui si pretende di
combattere la cosiddetta omofobia.
Tempo fa, intervenendo sul tema, mi chiesi se, a seguito di qualche improvvido
intervento legislativo, nel nostro Paese sarebbe stato ancora possibile per un cattolico
sostenere – senza per questo essere tacciato di omofobia – che l’omosessualità
rappresenta una «grave depravazione» (Gn 19,1-29; Rm 1,24-27; 1 Cor 6,9-10; 1 Tm
1,10.), che i suoi atti «sono intrinsecamente disordinati» (Sacra Congregazione per la
Dottrina della Fede, Dich. Persona humana), e «contrari alla legge naturale», poiché
«precludono all’atto sessuale il dono della vita e non costituiscono il frutto di una
vera complementarietà affettiva e sessuale» (art. 2357 del Catechismo della Chiesa
Cattolica). A tale preoccupazione qualcuno replicò che si trattava di infondato
allarmismo, di considerazioni semplicemente risibili. Beh, guardando ciò che è
successo a Wimbledon, pare evidente che ci sia davvero poco da ridere.
Via dal culto imperiale
Luigino Bruni – Avvenire – 7.7.2013
Per capire che cosa veramente si cela dietro le crescenti resistenze alla chiusura
domenicale dei negozi, dobbiamo avere il coraggio di fare seriamente i conti con la
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natura antropologica e cultuale del nostro capitalismo. Il filosofo Walter Benjamin
nel 1921 scriveva che «nel capitalismo bisogna scorgervi una religione, perché nella
sua essenza esso serve a soddisfare quelle medesime preoccupazioni, quei tormenti,
quelle inquietudini, cui in passato davano risposta le cosiddette religioni. (…) In
Occidente, il capitalismo si è sviluppato parassitariamente sul cristianesimo » ( Il
Capitalismo come religione, 1921). E con capacità profetica aggiungeva: «In futuro
ne avremo una visione complessiva».
Infatti, la natura religiosa del capitalismo è oggi molto più evidente che negli anni
Venti, se pensiamo quanto sono diventanti esigui i territori della vita non in vendita.
Una religione pagana e di solo culto, che cerca di prendere il posto del cristianesimo
(non di qualsiasi religione), anche perché è dall’umanesimo ebraico-cristiano che è
stato generato. La modernità, allora, non sarebbe una de-sacralizzazione o disincanto
del mondo, ma l’affermazione di una nuova religione, o la trasformazione dello
spirito cristiano nello 'spirito' del capitalismo. Una tesi forte, inevitabilmente
controversa, ma che coglie senza dubbio una dimensione fondamentale del nostro
tempo, colta anche dal genio filosofico di Antonio Rosmini quando il capitalismo era
ancora ai suoi albori.
Gli intrecci tra cristianesimo e capitalismo sono profondi fin dalle loro origini. Il
capitalismo prende il proprio lessico dalla Bibbia (fede- fiducia, credito-credere...), e
gli stessi evangelisti usano il linguaggio economico del loro tempo per comporre
similitudini e parabole. E non capiamo Medioevo, Riforma e Modernità senza le tante
intersezioni tra grazia e denaro. Ma solo in epoca recente il capitalismo ha rivelato
pienamente la sua natura di religione pagana. Non c’è soltanto la devozione alla dea
fortuna, divinità suprema della legione di 'giochi' che sta possedendo nuove categorie
di poveri. Non ci sono soltanto i centri commerciali disegnati a forma di tempio, né
solo la cultura di quelle società di multi- level marketing che iniziano col segno della
croce le loro sedute in cerca di nuovi fedeli del loro prodotto-feticcio, e neanche
soltanto la creazione di un sistema finanziario basato sulla sola fede senza più alcun
rapporto con l’economia reale.
Questa nuova religione ci promette, ci offre, molto di più: una pseudo-eternità, un
surrogato della vita eterna. La mia auto in quanto singolo prodotto invecchia e si
deteriora, ma, se ho il denaro o credito, posso acquistarne immediatamente un’altra
nuova, vincendo così la morte. Fino all’apoteosi della chirurgia estetica, l’elisir
dell’(illusione) dell’eterna giovinezza. Come ogni religione pagana celebra il piacere
e la giovinezza, e così non vuol vedere e nasconde la morte (anche dentro l’idea
orgogliosa di quell’autodeterminazione che si fa eutanasia e suicidio assistito). La nasconde perché troppo vera per essere da essa capita: chi incrocia più un funerale lungo le nostre strade? Chi vede più i bambini attorno al capezzale di un nonno defunto?
Così da idolatria, malattia di ogni civiltà religiosa, il culto del denaro si è trasformato
con il capitalismo in una vera e propria religione, con propri sacerdoti, chiese,
incensi, liturgie e santi, con un culto feriale a orario continuato, un’adorazione
perpetua che non si interrompe né di sabato, né di venerdì, né tantomeno di
domenica. È quindi una pia illusione pensare che la cultura capitalista possa rispettare
il riposo domenicale: in quella religione non c’è domenica, perché ogni giorno è il
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giorno del culto. Non c’è coabitazione tra la cultura della domenica e la cultura del
capitalismo.
I capitalismi, però, non sono tutti uguali – o almeno non lo erano fino ad epoca
recente. L’Europa, in particolare, ha generato una sua propria via al capitalismo, che
è stato l’approdo di un modo di intendere l’economia e la società, nato anche dal
cuore dei carismi monastici, francescani, domenicani. La Riforma e la Controriforma
hanno inferto una profonda ferita a quell’economia di mercato che aveva fatto grandi
e bellissime Firenze, Venezia, Lisbona.
L a lunga storia europea, con la sua grande esperienza di società diverse e meticce, è
stata capace di dar vita ad un capitalismo sociale o, come preferisco dire, a
una economia di mercato civile che ha consentito i miracoli economici, la fioritura
del movimento cooperativo (la più grande esperienza di economia di mercato non
capitalistico della storia), il grande progetto di un’Europa unita, e la realizzazione di
uno Stato sociale e comunitario che il mondo civile ci invidiava. (Su queste ultime
osservazioni Il Cammino dei Tre Sentieri nutre delle riserve)
Il nostro capitalismo è stato diverso, non dimentichiamolo oggi nell’età della
globalizzazione, perché era basato su una idea di mercato solidale e comunitario. Se il
nostro capitalismo civile fosse ancora vivo, non dovrebbero esistere società di giochi
e scommesse 'legali' che 'donano' un volgarissimo 0,0001% degli enormi profitti a
fondazioni per la cura delle dipendenze dall’azzardo da loro create. Come non
dovrebbero esistere fondazioni ed enti pubblici che accettano queste elemosine,
disoneste e mortifere. E non dovrebbero esistere cittadini europei che assistono silenti
a questi sacrifici umani ai nuovi dei pagani. E invece esistono e proliferano, complici
i governi, anche per mancanza di forza politica, per assenza di pensiero profondo, e
per la latitanza di una società civile matura e responsabile.
Le Chiese, in particolare la Chiesa cattolica, nel Ventesimo Secolo
avevano individuato il nemico della fede nei grandi sistemi collettivisti, e sono state
protagoniste nel crollo di quei muri. E mentre la polvere di quel crollo si alzava, la
voce del Papa non mancò di avvertire che un’altra forza presuntuosa e 'selvaggia'
continuava a minacciare l’uomo e la donna del nostro tempo.
Non c’è, però, ancora la consapevolezza diffusa del pericolo non meno devastante e
anti-cristiano del capitalismo finanziario, che, anche per la nostra distrazione, sta
dominando e paganizzando il mondo. L’uomo del capitalismo non può essere
evangelizzato, perché ha già il suo vangelo, che chiede molto meno del Vangelo di
Gesù. La buona battaglia per salvare la domenica, anche come giorno liberato dalla
cultura del mono-mercato, ha senso se è segno di una rinascita di un pensiero politico
ed economico diversi, che metta in discussione i dogmi e i tabù del culto dei mercati.
Le radici cristiane e umanistiche dell’Europa non possono essere invocate solo per
riconoscere da dove veniamo, dovrebbero anche indicarci dove dobbiamo andare. E
sono negate e osteggiate proprio perché segno di contraddizione, perché risorse
morali utili per tracciare una rotta alternativa rispetto a quella che si vuole imporre.
L’impero del capitalismo finanziario e della sua religione è destinato, come tutti gli
imperi della storia, a crollare, e sono molti i segni che dicono che il suo crollo non è
distante. Dobbiamo sentire forte la responsabilità di agire e reagire subito per far sì
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che tra due-tre decenni i nostri nipoti crescano liberati dai totem e i tabù che hanno
occupato il nostro tempo e persino le nostre anime.
Si dica la verità sulle “primavere arabe”
Danilo Quinto – corrispondenzaromana.it – 10.7.2013
Tre settimane fa, intervenendo alla Camera sulle proteste in corso in Turchia, il
Ministro degli Esteri italiano dichiarava: «Ma quale primavera araba? Piazza Taksim
non è piazza Tahrir. E i turchi non sono arabi». Come a dire: non toccate le rivolte
dei Paesi arabi, libere e democratiche e non le paragonate con niente e nessuno.
«Il regime mantiene pieno controllo sull’economia, sui servizi segreti, sulla tv. Però
resto ottimista su ciò che sta accadendo nella società. La democrazia non è un
concetto, ma un processo: e ogni giorno si registrano novità impensabili fino a pochi
mesi fa», diceva la Bonino quando in Egitto c’era ancora Mubarak e i “Fratelli
Musulmani” si preparavano a conquistare il potere. «Fino ad oggi – aggiungeva ‒ si
andava in piazza contro Israele, la guerra in Iraq, gli Stati Uniti, ma ora si manifesta
per le riforme». Le riforme, appunto.
Come la Dichiarazione costituzionale con la quale Morsi, qualche settimana prima
della sua deposizione, si appropriava di poteri assoluti maggiori di quelli di Mubarak.
Bel risultato, le “primavere arabe”. In Tunisia, il Governo provvisorio è dominato
dagli islamisti Ennahda (Fratelli Musulmani). In Libia, dopo la caduta di Gheddafi, si
scontrano centinaia di bande armate. In Egitto, si va verso la guerra civile. In tutti e
tre i Paesi, la situazione economica costringe alla fame una vasta parte della
popolazione. La Bonino anche oggi è ottimista. «In Egitto – dice ‒ si confronta una
significativa parte di popolazione che considera gli eventi in corso come una fase
della rivoluzione che corregge le storture recenti e un’altra parte che li ritiene un
passo indietro della transizione democratica, ponendo limitazioni di libertà ai
membri della Fratellanza».
Resta un aspetto di verità da chiarire. Chi ha favorito le “primavere arabe” e
soprattutto chi ha consentito che l’organizzazione integralista ed eversiva del “Fratelli
Musulmani” prendesse il sopravvento, in Egitto e altrove? Su questo punto è
illuminante un articolo che è comparso sulla rivista “Eurasia” il 13 maggio 2012, a
firma Claudio Mutti, intitolato Il Mediterraneo tra l’Eurasia e l’Occidente. Si legge:
«Lo stesso “New York Times” ha riconosciuto che alcuni movimenti e capi
direttamente impegnati nelle rivolte del 2011 nel Nordafrica e in Medio Oriente (…)
hanno ricevuto addestramento e finanziamenti dall’International Republican
Institute, dal National Democratic Institute e da Freedom House. Quest’ultima
organizzazione, in particolare, nel 2010 aveva accolto negli USA un gruppo di
attivisti egiziani e tunisini, per insegnar loro a ‘trarre beneficio dalle opportunità
della rete attraverso l’interazione con Washington, le organizzazioni internazionali e
i media’». Si aggiunge che il National Endowment for Democracy ha comunicato di
aver versato nel 2010 più di un milione e mezzo di dollari ad organizzazioni egiziane
impegnate nella difesa dei “diritti umani” e nella promozione dei valori democratici.
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Si afferma che ai finanziamenti del NED e di altri enti statali americani si sono
aggiunti i fondi stanziati dalla Open Society Foundation di George Soros, che nel
2010 ha finanziato organizzazioni e movimenti in tutto il mondo arabo e in
particolare in Egitto e in Tunisia. «Se poi si risale al 2009 e ci si limita a considerare
l’Egitto – conclude l’articolo di “Eurasia” ‒ il bilancio dei fondi dell’USAID destinati
alle organizzazioni democratiche e dei diritti umani ammonta complessivamente a
62.334.187 dollari».
È facile, a questo punto , comprendere chi c’è dietro le cosiddette “primavere arabe”,
quali sono i presupposti su cui sono nate e quali sono gli interessi coperti dai Governi
occidentali. Senza approfondire questa realtà, nessuna politica europea seria è
possibile, perché si fonderebbe sull’ipocrisia e sul nascondimento della verità.
Papa Francesco: "Senza un rapporto costante con Dio,
la missione diventa un mestiere"
Luca Marcolivio – zenit.org – 7.7.2013
Durante la messa con i seminaristi e i novizi, papa Francesco mette in guardia sia da
una "visione mondana" dell'evangelizzazione, sia dallo scoraggiamento
Per il secondo giorno consecutivo, papa Francesco ha incontrato i seminaristi e i
novizi, nell’ambito delle giornate dell’Anno della Fede dedicate alle vocazioni. Dopo
l’udienza di ieri, stamattina il Santo Padre ha celebrato messa in loro presenza nella
Basilica di San Pietro, sottolineando: “Oggi la nostra festa è ancora più grande perché
ci ritroviamo per l’Eucaristia, nel giorno del Signore”. I futuri sacerdoti e religiosi, ha
detto il Pontefice, rivolto ai seminaristi e novizi presenti, rappresentano “la
giovinezza della Chiesa”: la loro fase vocazionale attuale, ha spiegato, è una sorta di
“momento del fidanzamento”, di “stagione della scoperta, della verifica, della
formazione”, in cui “si gettano le basi per il futuro”. Partendo dalla Liturgia della
Parola odierna, papa Francesco si è quindi soffermato su tre “punti di riferimento
della missione cristiana” di cui anche i seminaristi e i sacerdoti sono investiti. Il
primo elemento è “la gioia della consolazione” che richiama alla lieta esortazione che
il profeta Isaia (cfr. Is 66,10) rivolge al popolo d’Israele reduce dal “periodo oscuro
dell’esilio”. Il profeta invita il suo popolo alla gioia perché “il Signore effonderà sulla
Città santa e sui suoi abitanti una ‘cascata’ di consolazione, di tenerezza materna”, ha
detto il Papa. Ogni cristiano, quindi, ha aggiunto, è chiamato a trasmettere “questo
messaggio di speranza che dona serenità e gioia: la consolazione di Dio, la sua
tenerezza verso tutti”. Venendo “consolati da Lui”, i cristiani devono, a loro, volta
trasmettere questa consolazione. Al giorno d’oggi, ha proseguito Francesco, la gente
ha bisogno in primo luogo di parole e gesti che testimonino “la misericordia, la
tenerezza del Signore, che scalda il cuore, che risveglia la speranza, che attira verso il
29
bene”. Il secondo punto di riferimento della missione è “la croce di Cristo”. Come
spiega San Paolo nella Seconda Lettura di oggi (cfr. Gal 6,14), un cristiano non ha
altro vanto che la Croce: confermandosi nella morte di Gesù, l’Apostolo delle genti si
è fatto partecipe della sua resurrezione e della sua vittoria. “Nell’ora del buio e della
prova è già presente e operante l’alba della luce e della salvezza. Il mistero pasquale è
il cuore palpitante della missione della Chiesa!”, ha affermato il Santo Padre,
mettendo anche in guardia sia dalla trappola di “una visione mondana e trionfalistica
della missione”, sia dallo “scoraggiamento” che può nascere dai fallimenti. La
“fecondità dell’annuncio del Vangelo” non si misura con le categorie umane del
“successo” o dell’“insuccesso” ma soltanto dal “conformarsi alla logica della Croce
di Gesù”, ovvero “dell’uscire da se stessi e donarsi, la logica dell’amore”. Terzo
elemento fondamentale della missione è “la preghiera”. Gli operai per la messe, di cui
parla il Vangelo di oggi (cfr. Lc 10,2), “non sono scelti attraverso campagne
pubblicitarie o appelli al servizio e alla generosità, ma sono «scelti» e «mandati» da
Dio. Per questo è importante la preghiera”, ha spiegato papa Francesco. Ricordando
le parole del papa emerito Benedetto XVI, Francesco ha sottolineato che la Chiesa
“non è nostra ma è di Dio” e che “il campo da coltivare è suo”. La missione, quindi,
“è soprattutto grazia” e non è concepibile un apostolato che non sia sostenuto dalla
preghiera. “Siate uomini e donne di preghiera!”, è stata poi l’esortazione del Papa ai
seminaristi e novizi, uno dei quali - ha raccontato Francesco – ha confidato ieri al
Pontefice che “l’evangelizzazione si fa in ginocchio”. Se manca un rapporto costante
con Dio, “la missione diventa un mestiere” ed è sempre in agguato il rischio
dell’“attivismo” e dell’eccessiva confidenza nelle “strutture”, ha osservato il Santo
Padre. Del resto Gesù, prima di ogni evento o decisione importante “si raccoglieva in
preghiera intensa e prolungata”. Anche “nel vortice degli impegni più urgenti e
pressanti” va coltivata una “dimensione contemplativa”, ha aggiunto. Più la missione
richiama verso le “periferie esistenziali”, più il cuore del missionario deve battere
all’unisono con “quello di Cristo, pieno di amore e misericordia”. Concludendo
l’omelia, papa Francesco ha ricordato che la diffusione del Vangelo non dipende né
“dal numero di persone” coinvolte, né “dal prestigio dell’istituzione” e nemmeno
“dalla quantità di risorse disponibili” ma soltanto “dall’amore di Cristo”.
Diventa mamma per intercessione di Maria Goretti
Federico Cenci – zenit.org – 11.7.2013
La giovane canadese Marcy Julien era stata giudicata dai medici incapace di
procreare a causa delle violenze subite dal patrigno. Il prossimo 22 luglio la "figlia
del miracolo" sarà battezzata a Nettuno, presso il santuario dedicato alla santa
La vita è un dono di Dio. Una miracolosa testimonianza in tal senso giunge a noi, in
questi giorni, dopo aver attraversato le acque dell’Atlantico. È la storia di una
gravidanza inaspettata, che ha sfidato un triste destino che sembrava già scritto e ha
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confutato le pessimistiche sicurezze dei medici. Il tutto, per dare alla luce una bimba
tanto desiderata.
I destinatari di questa commovente grazia sono due sposi canadesi, poco più che
ventenni. La ragazza, di nome Marcy Julien, cova da tempo l’amarezza di non poter
realizzare la sua più intima vocazione di donna, ossia diventare madre. Causa di ciò,
le ripetute violenze subite dalla giovane durante l’adolescenza da parte del patrigno.
Desolata, Marcy Julien prova a rivolgersi a più medici, esperti di ginecologia, ma la
risposta è sempre di parere negativo. I danni fisici e psicologici riscontrati sulla
paziente non potrebbero mai concederle di procreare. Lacerazioni profonde, le sue.
Impresse sul corpo e nel cuore.
Il coraggio dei due sposi di crederci malgrado tutto, ha però sanato ciò che per gli
uomini appariva irreparabile. Quel filo di speranza che li ha spinti a non arrendersi
dopo il primo, doloroso responso medico, era destinato a non spezzarsi. E a trovare
frutto dopo l’incontro non con un dottore, ma con una santa italiana. Anche lei
giovane, anche lei vittima della più vigliacca e ignominiosa delle violenze. E anche
lei, pervasa di cristiana carità, capace di perdonare il suo carnefice.
Nel giugno del 2012, il Canada ospita la statua di Santa Maria Goretti. La quale, dopo
un lungo pellegrinaggio nel Paese nordamericano, approda anche a Toronto, città dei
due giovani sposi. Marcy Julien apprende la notizia dalla tv e decide di recarsi da lei,
portando con sé il marito. I due, non appena giunti ai piedi della santa, si genuflettono
e pregano per ricevere la grazia di poter avere un figlio. L’intensa preghiera manda a
casa la coppia di sposi almeno con la lieta certezza di non sentirsi soli. Pochi giorni
dopo, tuttavia, a Marcy Julien durante il sonno accade qualcosa di ancor più vivo,
oltremodo sorprendente. La giovane afferma di aver avuto un sogno premonitore, il
quale sprigiona in lei un impeto di nuova, tenace fiducia circa il desiderio di diventare
madre.
Ebbene, poco dopo quest’avvenimento, Marcy scopre di essere rimasta incinta. La
notizia disorienta i medici, scardina le loro certezze lasciandoli quasi sgomenti. Il
sogno diventa realtà. Nove mesi dopo la meravigliosa notizia, nasce Mercedes Maria
Ferreira, la «bimba del miracolo», come già è stata chiamata da qualcuno. Un
delizioso premio, per una coppia di sposi che non ha mai desistito, nonostante il
dolore, dal rivolgere verso il cielo occhi fiduciosi.
«Marcy racconta di aver sognato Maria Goretti e di averne sentito la presenza anche e
soprattutto durante il processo a carico del patrigno», spiega a Il Tempo Roberto
Porcari, presidente dell’Associazione Santa Maria Goretti di Nettuno, che è attiva dal
2007 per promuoverne il culto. Un processo, quello a carico del suo violentatore, al
quale Marcy Julien non avrebbe nemmeno voluto partecipare, data la sofferenza che
certi ricordi le procurano. Proprio l’aiuto della santa le ha però fornito la forza di
affrontare quei terribili momenti passati nelle aule giudiziarie. «È per questo che, in
segno di devozione, la coppia ci ha chiesto la possibilità di venire a Nettuno e di
battezzare la bambina», continua Porcari. «Abbiamo scelto luglio perché è il mese
dedicato alla Santa con pellegrinaggi a piedi, feste e processioni».
E così, il prossimo 22 luglio, la piccola verrà battezzata presso il Santuario di
Nettuno, località in cui Santa Maria Goretti subì il martirio. Il cerimoniere sarà il
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vescovo di Albano Marcello Semeraro, che è rimasto molto colpito dalla storia ed ha
dunque concesso di far svolgere il battesimo, sebbene il Santuario non venga mai
utilizzato per questo tipo di cerimonie. La piccola e i suoi genitori rimarranno ospiti
della città costiera fino al 27 luglio.
Comunicato di un cittadino ungherese,
Andras Kovacs, al popolo italiano
riscossacristiana.it – 20.7.2013
In Ungheria ancora una volta ''continuamente” i socialisti e liberalisti attaccano.
Adesso l’Europa dove va? Il testo non è stilisticamente perfetto in quanto è una
traduzione dall’inglese.
A noi ungheresi non piace l’Unione Europea che c’è adesso e come funziona, noi
siamo sopravvissuti alla dittatura nazista e comunista, perché oggi una grande forza
prova ad interferire in una nazione?!Oggi purtroppo le persone ungheresi sentono
ancora una volta che la dittatura piano piano si fa sentire ancora una volta perché ci
sembra che a Bruxelles decidano tutto, si sente la pressione socialista e liberalista che
a ogni costo vuole spazzare via dalla strada il governo Orbán Viktor. Io penso che
chi ha fondato l’Unione Europea (Konrad Adenauer) oggi si rigiri nella tomba.
Adesso il tre luglio a Strasburgo c’è stato un giorno di lite dove il tema era
l’Ungheria e quindi il governo Orbán Viktor.
Un politico portoghese di sinistra Rui Tavares ha redatto un documento fasullo
riguardante l’Ungheria. Per il gruppo della sinistra e dei liberali questo giorno è stato
il giorno delle menzogne riguardanti l’Ungheria. Il ministro ungherese anche adesso
con belle parole ma chiare ha risposto a questi. Il documento di Tavares sembra che
sia stato prenotato proprio perché lo scopo era di mettere in cattiva luce il governo
ungherese. Per esempio il parlamentare rappresentante della minoranza etnica rom in
Ungheria Farkas Flórián ha screditato tutto quello che era stato scritto riguardo ai rom
, incontrando di persona l’autore (Tavares) di tutte quelle menzogne scritte dicendogli
che era tutta una falsità perché in Ungheria non esiste la discriminazione razziale. Nel
parlamento ungherese lavorano tre rappresentanti parlamentari rom e lavora un
rappresentante parlamentare europeo rom ungherese. Poi in seguito ne
approfondiremo.
Qui in Ungheria il prossimo aprile ci saranno le elezioni parlamentari .Sono iniziate
le campagne elettorali politiche della sinistra e questo non sarebbe un problema se si
svolgessero regolarmente e in modo corretto. La sinistra ungherese non ha paura di
comportarsi in maniera non pulita ed è capace di fare azioni non corrette in
preparazione delle elezioni politiche. Prima delle elezioni del 2010 il ministro
socialista dei servizi segreti Szilvásy György ha ordinato ad un collega dalla
posizione molto elevata di incontrarsi più volte con la peggior mafia ungherese e così
è stato. Il compito della mafia era quello di creare false situazioni sempre
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per sfavorire Orbán Viktor e per i politici di destra, favorendo i socialisti e i
liberalisti. Adesso questi personaggi sono in giudizio di tribunale. L’ex capo del
governo ungherese socialista Gyurcsány Ferenc ad un incontro chiuso solo per i
socialisti ha riferito a chi era presente che loro hanno mentito a tanta gente, hanno
imbrogliato i propri simpatizzanti ma hanno imbrogliato anche Bruxelles perché
Gyurcsány ha mandato dei documenti falsi dove riportavano dei dati che non erano
reali con l’andamento dello stato attuale di allora e tutto questo è stato fatto solo per
poter vincere le elezioni. Nel 2006 quando sono emersi questi fatti la popolazione
ungherese si è rivolta nelle strade manifestando pacificamente per intervenire
affinché Gyürcsány si dimettesse ma lui ha comandato alla polizia di intervenire
brutalmente contro i manifestanti usando mezzi come pallottole di gomma,
manganelli. Tante persone giovani, anziane ed anche straniere sono finite
all’ospedale gravemente ferite, esistono video e foto dell’accaduto. L’ ex capo del
governo Gyurcsány un anno prima che scadesse il suo incarico si è dimesso
spontaneamente proprio perché la pressione di tutto quello che era stato
scorrettamente fatto era così forte che non ci sono state altre alternative per lui se non
quella di dimettersi. Purtroppo in questo anno „vuoto” è subentrato un personaggio
simile a Gyurcsány che si chiama Bajnai Gordon. Loro due hanno preso dall’IMF
(Fondo Monetario Internazionale) e dall’Unione Europea più miliardi di prestito
quando sapevano perfettamente che avrebbero perso le elezioni politiche e purtroppo
il contratto del prestito prendeva „in maniera curiosa” che la quota maggiore di
restituzione sarebbe stata corrisposta tra il 2010 e il 2014.Adesso la banca nazionale
Matolcsy György ha scritto una lettera alla direttrice del Fondo monetario
internazionale Christine Lagarde scrivendo che l’Ungheria prima del tempo vuole
pagare di ritorno questo prestito che nel 2008 il governo socialista e liberalista aveva
preso ed ha sperperato. Matolcsy György ha anche chiesto alla direttrice Christine
Lagarde che vorrebbe che l’ufficio del fondo monetario di Budapest chiuda.
“L’Ungheria sta in piedi con le proprie gambe e non chiede più prestiti al Fondo
monetario internazionale perché questo prestito crea solo danni alla popolazione e di
questo ci sono esempi concreti. Questo debito da restituire ora grava sulle spalle di
Orbán. Gordon aveva grandi imprese tra cui una dove venivano lavorate grandi
quantità di oche da macello acquistate da privati. Nel tempo è emerso che Gordon
non ha pagato queste persone che gli portavano da vendere oche da macello creando
così gravi danni finanziari a questi imprenditori fino a che qualche persona si è spinta
al suicidio soffocata dai debiti e dal fallimento provocato dai mancati pagamenti da
parte di Gordon per il bestiame acquistato. Questi grossi danni provocati dal
Gordon oggi vengono pagati da Orbán come quando Orbán all’inizio del suo
incarico ha dovuto pagare ai vigili del fuoco tutti le ore di straordinario che erano
state lavorate quando ancora al capo del governo si trovava Gyurcsány. Il breve
periodo di Gordon ha portato tanti disagi ai cittadini come per esempio ha cancellato
la tredicesima mensilità ai lavoratori come l’ha cancellata ai pensionati, ha abbassato
dai tre anni ai due anni il sostenimento per il mantenimento dei figli che ogni famiglia
poteva usufruire e tanto altro. E nonostante tutto questo ancora provano a ritornare al
„comando”!! Il Governo di Orbán Viktor nel 2010 non a caso ha vinto con i 2/3 e ai
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socialisti e liberalisti europei si è ''alzato il peli sulla schiena”. Con questa grande
vittoria subito il governo di Orbán Viktor è stato attaccato dai socialisti e liberalisti
ungheresi ed europei e ancora adesso è attaccato. Nel 2012 è stata tale la pressione
dei socialisti e liberalisti contro Orbán che hanno provato addirittura ad intromettersi
nell’economia. Per esempio l’agenzia di stampa Bloomberg più volte ha redatto
servizi sull’economia ungherese non veritieri creando danni anche alla valutazione
del fiorino. Nel tempo queste notizie sono state smentite e l’agenzia Bloomberg ha
dovuto chiedere scusa al governo ungherese. Questi avvenimenti alla popolazione
ungherese non sono piaciuti e così spontaneamente più di 500.000 persone(bambini,
famiglie, anziani e stranieri)si sono rivolti nelle strade di Budapest appoggiando in
maniera tranquilla, pacifica e tangibile il loro appoggio e solidarietà per Orban
Viktor. La popolazione ungherese in qualsiasi momento se è necessario è pronta a
rivolgersi nelle strade per dimostrare il suo appoggio e non solo nelle strade di
Budapest ma in qualsiasi parte dell’Ungheria.
La nuova legge costituzionale ungherese è una buona legge che più politici stranieri
hanno riconosciuto tale solo che bisognerebbe leggerla per sapere esattamente cosa
contiene. Il governo di Orbán Viktor prova sempre a mettersi dalla parte del
cittadino, tante cose positive ha portato alle persone. Per esempio alle famiglie
numerose esiste il beneficio fiscale, ha allungato il periodo per il sostenimento del
mantenimento dei figli, sostiene l’incremento delle nascite, sostiene le vacanze ai
bambini delle famiglie bisognose, ai pensionati è stata alzata la pensione, sono state
abbassate le bollette di luce, acqua, gas, spese per lo spazzacamino, immondizie,
fognature, da gennaio 2013 del 10% e ancora si abbasserà del 10% in autunno e il
governo lavora ancora per poter abbassare ulteriormente la percentuale, sostiene chi
ha chiesto tempo addietro un prestito in valuta straniera e che paurosamente nel
tempo si è triplicato, sostiene chi in tragedie ambientali ha perso casa e si potrebbe
ancora scrivere a riguardo di quanto aiuto ci sia ancora in Ungheria. Si vede che
questo governo di Orbán è un governo delle persone e non delle banche. Questo
governo in modo duro ha tassato le banche, le multinazionali e per questi
avvenimenti il governo di Orbán è attaccato. Ora il debito pubblico si abbassa cosa
che non è accaduta al tempo del governo di sinistra, i miliardi di debiti che il vecchio
governo della sinistra aveva chiesto alle banche globali adesso il governo di Orbán si
ritrova ad estinguerlo e cerca di farlo il prima possibile chiudendo ogni rapporto. Il
governo Orbán per ogni decisione importante chiede il parere della popolazione, e
verrà dimezzato il numero dei rappresentanti in parlamento.
Adesso riprendiamo il discorso su Tavares.
Gentile signor Tavares la prossima volta che scrive un documento sull’Ungheria la
prego di scrivere la verità e non cose inventate. Orbán Viktor e tanti altri importanti
politici stranieri ritengono che il contenuto del suo documento abbia creato gravi
danni all’Ungheria! Orbán Viktor ha chiuso l’incontro a Strasburgo affermando:
''noi ungheresi combatteremo queste persone che vogliono comandare e dirigere
tutti!''
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Non vorrei essere al posto del capo del governo Orbán Viktor perché in giro ci sono
tanti nemici mortali. (non a caso in questo anno il famoso gruppo Bilderberg ha
parlato dell’Ungheria)
Gentili persone italiane, io anche adesso ho provato a mettere in luce la verità ancora
una volta. Non sono una persona importante o che lavora in politica ma una
persona semplice che lavora come autista di camion. Purtroppo i socialisti e
liberalisti provano in ogni modo e con qualsiasi mezzo a spargere fango ed a
diffondere falsità attraverso i mass-media (notiziari cartacei e televisivi).Vorrei
ringraziare i politici italiani e stranieri che hanno appoggiato ,sostenuto e difeso
Orbán Viktor e il suo governo e che hanno votato no per il documento Tavares ed ha
appoggiato l’Ungheria.
Posso proporre a quelli che parlano male dell’Ungheria di venire nel nostro paese e di
conoscere cosa c’è e come funziona la vita qui volentieri posso aiutarli se occorre.
Vi ringrazio come sempre per aver letto il mio articolo e ci sentiremo presto per
rispondere ad altri falsi articoli e vi auguro ogni bene per l’Italia.
Vi allego un allegato al documento Tavares scritto da un rappresentante del
parlamento europeo polacco:
''Spettabile signor Orbán Viktor, le chiedo scusa per quello che è accaduto in aula.
Chi ha fondato l’Unione Europea sicuramente oggi si rigira nella tomba. Quello
che successo in aula è stata una vendetta contro il suo governo. Signor Orbán lei
non è voluto bene dal capitale internazionale, perché lei ha messo la tassazione.
La sinistra la odia perché lei ha inserito il cristianesimo nella legge fondamentale.
I socialisti la odiano perché lei definitivamente ha condannato il socialismo come
una dittatura. Ma lei che viene attaccato non muore …ma solo si rafforza .Le
auguro ogni bene e viva l’Ungheria libera".
Jacek Olgierd Kurski rappresentante del parlamento europea
Strasburgo,03 luglio 2013''
Pro life ante litteram
Andrea Giovanazzi – Provita, n.6, giugno 2013
Giovannino Guareschi (1908 – 1968) è stato un grande scrittore e giornalista,
cattolico, noto soprattutto per il famoso personaggio di Don Camillo e per i film che
l’hanno visto protagonista.
I nostri lettori già sanno che Guareschi, da bravo cristiano, era un coraggioso
difensore della vita: Don Camillo e il suo autore sono stati ricordati nei numeri di
dicembre e gennaio di Notizie Pro Vita. In questo numero, in cui abbiamo voluto
ricordare alcuni grandi uomini per la vita, Giovannino Guareschi non poteva certo
mancare: abbiamo incontrato perciò Alberto e Carlotta, degni figli di tanto padre.
Alberto e Carlotta, com’era vostro padre? Era severo, all’antica, amava i
giovani?
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Abbiamo la fortuna e il privilegio di aver avuto un padre davvero eccezionale, che
con noi figli si comportava come un padre all’antica, pur essendo molto vicino ai
giovani, con i quali parlava volentieri e che ascoltava con vero interesse. Non era
severo: certe regole, ovviamente, andavano rispettate, ma la cosa era sottintesa, non
occorrevano sermoni. Bastava un’occhiata e ci si dava una regolata.
Qual è stata l’eredità spirituale di Guareschi?
L’eredità più preziosa che ci ha lasciato è l’affetto che i suoi lettori provavano per lui
e che, dopo la sua scomparsa, hanno riversato su di noi.
Giovannino Guareschi ha dovuto subire la censura dei “poteri forti” in qualche
occasione: c’è stato un articolo a favore della vita nascente…
Si trattava di una delle puntate settimanali del «Telecorrierino delle famiglie», rubrica
che lui ha tenuto dal 1964 al 1968 su «Oggi». Nel 1967, aveva inviato al giornale un
racconto in cui difendeva con forza il diritto alla vita delle creature ancora in
embrione: non fu pubblicato dal direttore, per evitare possibili grane con la
Magistratura.
Insomma, Guareschi era un Pro Life: il nostro Mario Palmaro, a gennaio, ci ha
illustrato un memorabile articolo di Guareschi che “bastonava”, con la sua
graffiante e colta ironia, il malthusianesimo già allora dilagante.
Sì: con il suo pezzo inedito del 1967, infatti, si era dimostrato un difensore della vita
“recidivo” in quanto, già nel 1952, aveva energicamente contestato sul suo
settimanale «Candido» un articolo del «Corriere della Sera» che invitava al controllo
delle nascite. E in quell’occasione aveva contestato anche l’eutanasia, scrivendo che
«chi non è in grado di dare la vita a un morto, non ha il diritto di toglierla a un
vivo». Uomo per la Vita tout court...
Esiste un “Guareschi” d’oggi?
Secondo noi oggi esistono parecchi Guareschi, ma non fanno notizia. Sono quelli che
hanno princìpi, che pensano con la propria testa, che lavorano con passione e onestà e
che, proprio per questo, spesso non hanno vita facile. Succede a chi non si lascia
trasportare dalla corrente, ma segue un suo percorso.
Grazie ai film, molti associano Guareschi a don Camillo. Per che cos’altro
vorreste fosse ricordato in particolare?
Per la sua coerenza, per non aver mai tradito gli ideali della sua gioventù, per la sua
sincerità e semplicità. Nella sua vita ha combattuto battaglie durissime, pericolose e
sempre in prima linea, eppure ne è uscito senza odiare nessuno. Per questa ragione
noi consigliamo sempre la lettura del Diario clandestino.
L’uomo, essere libero e non predeterminato
Marta Buroni – Provita, n.6, giugno 2013
La moderna biologia evolutiva, fondata da Jerome Lejeune, spiega che il corredo
genetico non è un programma esecutivo, ma un insieme di strumenti che l’essere
umano usa – insieme con altre fonti d’informazione – per costruire la sua vita.
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La neuroetica, una recente disciplina nata nel 2002, vorrebbe leggere l’uomo e la sua
condotta in termini esclusivamente neurobiologici, secondo un’architettura anatomica
e funzionale del proprio cervello, prodotto dei propri geni e della propria biografia:
un “riduzionismo” dell’uomo a una sorta di robot predeterminato. Di conseguenza la
dignità dell’uomo sarebbe dipendente dalle sue capacità mentali e non dalle sue libere
scelte. La moderna biologia evolutiva, invece, spiega che il corredo genetico, più
che un programma esecutivo, è un insieme di strumenti che l’organismo biologico
usa, insieme con altre fonti d’informazione, per costruire la sua vita, quindi l’uomo
non è un essere totalmente determinato e dipendente dai geni. Cervello, mente,
anima: l’uomo è indiviso nella specificità della natura umana e nella sua assoluta
unicità. Quell’unicità irriducibile, difesa dalle parole e dall’operato di Lejeune. «La
genetica moderna si riassume in questo credo elementare: all’inizio è dato un
messaggio, questo messaggio è nella vita, questo messaggio è la vita». Sono parole di
Jerome Lejeune, il fondatore della genetica clinica, che ha dedicato la sua esistenza a
difendere la vita, a cercare, capire e conoscere, con lo scopo di curare e prendersi
cura. Riteneva un dovere restare vicino a quelli per i quali la scienza non è ancora
riuscita a trovare risposte di guarigione: esseri umani e non errori genetici. Ed è così
che nel 1959 riuscì a dimostrare il nesso tra il mongolismo, la sindrome di Down, e
un’alterazione nel numero dei cromosomi, un eccesso d’informazione genetica, la
cosiddetta trisomia 21. Per la prima volta si collegava un ritardo mentale a
un’anomalia cromosomica, aprendo la strada alla genetica clinica, che oggi permette
di individuare e curare sindromi ereditarie. I geni sono simili a musicisti – spiegava che leggono i loro spartiti e gli spartiti sono scritti nel nostro patrimonio: se tutti
leggono la partitura alla stessa velocità e seguono il maestro va tutto bene, ma con un
musicista in più o uno in meno - come le anomalie cromosomiche - quell’orchestra
andrà o troppo veloce o troppo lenta. La ricerca deve scoprire il musicista discorde.
Ma aveva anche capito che la sua scoperta, la possibilità di individuare aberrazioni
cromosomiche contemporanea a quella della diagnosi prenatale, poteva essere usata
contro coloro che egli aveva promesso di proteggere e guarire. Più volte è stato
criticato, ostacolato per le prese di posizione pubbliche in favore della vita, per aver
contribuito a far sì che la questione dell’aborto non fosse messa a tacere. Dalla sua
ricerca si profila la visione dell’uomo come essere unico e insostituibile che come
tale deve essere guardato. Scrive: «L’informazione del DNA, tutte le informazioni
che condizioneranno lo sviluppo e la crescita, è già tutta compresa nella prima
cellula». Ha sempre strenuamente sostenuto che un uomo è un uomo a qualsiasi
stadio della sua crescita, anche embrionale e la madre non lo fa ‘umano’: è umano
per sua natura, perché ha ricevuto il patrimonio genetico della nostra specie.
Oggi gli sviluppi della genetica clinica e le conoscenze sul genoma umano
(conosciamo gran parte dei geni dell’uomo e l’intera sequenza del DNA) permettono
di sapere se una persona sarà portatrice di malattie genetiche aprendo a molte
possibilità terapeutiche, ma permette anche di sapere quali saranno le sue inclinazioni
e caratteristiche profilando di contro il pericolo di un’eugenetica selettiva che
snaturerebbe scoperta e utilizzo del DNA. Ma non perdiamo di vista l’uomo.
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Il mondo "geneticamente sano" di Boncinelli
Renzo Puccetti – lanuovabq.it – 9.7.2013
"Meglio sani per scelta che malati per caso". Così il professor Edoardo Boncinelli
conclude sul Corriere della Sera dell'8 luglio il suo commento all'ultima scoperta
annunciata al congresso della Società europea della riproduzione (ESHRE) che in
questi giorni si sta svolgendo a Londra, che permette di avere bambini
"geneticamente sani", ovviamente con la fecondazione artificiale.
La tecnica Ngs (Next generation sequencing) è niente più che un potenziamento
della diagnosi pre-impianto che consente entro 16 ore di avere un profilo esteso
dell'assetto cromosomico e genetico dell'embrione evitando la necessità del
congelamento in attesa delle risposte. Dagan Wells, inventore del metodo, ha
annunciato che due bambini sono già nati dopo avere superato lo screening Ngs.
Ancora secondo Boncinelli si tratta di fare nascere "non un bimbo su misura, ma
un bimbo geneticamente sano". È allora opportuno affiancare alle astrattezze
utilitaristiche del docente del San Raffaele qualche considerazione alternativa,
qualcosa di più reale e corporeo.
La tecnica prevede il ricorso alla fecondazione artificiale. L'introduzione della
provetta tra l'uomo e la donna fatalmente significa introdurre una serie di soggetti che
mediano la venuta al mondo del figlio, ciascuno dei quali, a diritto, potrebbe
rivendicare una compartecipazione genitoriale. Certo, ci sono i genitori con i loro
gameti, ma c'è il ginecologo che ha eseguito il prelievo degli ovociti ed il
trasferimento dell'embrione, c'è il biologo che ha operato la fecondazione e c'è tutta la
filiera dei produttori di strumentazione e materiali, quando non ci sono di mezzo
donatori di gameti o l'utero in affitto. Se c'è una compartecipazione così vasta, il
figlio viene privato di un padre e una madre esclusivi (sotto questo aspetto l'obiezione
dell'adozione post-natale è una fattispecie che niente ha a che vedere).
L'introduzione della tecnica nel processo generativo contribuisce in maniera
rilevante all'asimmetria tra genitori e figlio. Questi infatti, al di là delle intenzioni
soggettive dei genitori biologici, si trova ad essere non più nella condizione di dono
prezioso, di ospite da trattare con ogni riguardo, ma, così come osservato dal
bioeticista Leon Kass, di manufatto. Il figlio non è più procreato, ma prodotto (in
America conservano il pudore di chiamare queste tecniche "riproduzione artificiale")
e come ogni "merce" è legittimo sottoporlo al controllo di qualità, che per il
concepito si chiama "screening", cioè quel setacciamento contro cui tanto ha parlato
il neonatologo Carlo Bellieni volto ad identificare l'imperfetto non per curarlo, ma per
eliminarlo. La fecondazione artificiale opera questo processo in modo costante sulla
base di una serie di parametri morfologici che indicano la qualità dell'embrione. Se
andate a leggere i forum dedicati troverete che gli embrioni sono descritti dalle
mamme come "belli", "bruttini", o francamente "brutti".
Con la fecondazione artificiale il detto napoletano "ogni scarafone è bello a mamma
sua" non ha più senso perché la sua dignità non è riconosciuta, ma è attribuita. Come
descritto in profondità dalla storica Lucetta Scaraffia nel suo ultimo libro, questa
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mentalità è iniziata con il birth control (controllo delle nascite) che non a caso è
originato dal movimento eugenista. La marcia è proseguita secondo la stessa
direttrice con lo screening prenatale che equivale molto spesso ad una diagnosi di
morte. A sua volta la diagnosi pre-impianto costituisce un'anticipazione tecnologica
dei medesimi principi volta agli stessi fini, essa è né più né meno che un'eugenetica
sentenza di morte. Se con la fecondazione artificiale a fresco i nati vivi sono l'8,8%
degli embrioni prodotti (dati registro PMA 2012), con la diagnosi pre-impianto la
percentuale di embrioni sacrificati è ancora più alta.
Che fa la tecnica che ora ci magnificano? La stessa cosa in maniera più incisiva. Il
professor Boncinelli dice: meglio sano che malato, una cosa che sottoscriverebbe
anche Catalano di "Quelli della notte", ma dimentica di dire che tutta la tecnica fino
ad oggi a disposizione non sana, ma scarta il malato. Per Boncinelli questo non è un
gran problema, perché sul Corriere sminuisce l'embrione dopo la biopsia dei
blastomeri usando il termine francamente imbarazzante di "abbozzo" (abbozzo di di
che? Boh!); e ancora dal solito quotidiano nel 2005 scrisse che, seppure sin dalla
fecondazione si è in presenza di un essere umano, la persona è cosa diversa ed il suo
inizio non scatta "all'ora x", ma può essere stabilito "per convenzione", allo stesso
modo per cui si decide la maggiore età a 18 anni.
Allora si deve tenere in mente che il diritto alla vita è qualcosa che precede i
diritti politici. Michelangelo, Mozart, Velasquez e miliardi di esseri umani che la
grande storia non ricorda hanno vissuto, pianto, gioito e sono morti senza avere mai
messo una croce su una scheda elettorale. Senza vita non c'è maggiore età e proprio
perché è "primum" la vita è bene primario. "Incertae providantiae nostrae", è scritto
nel libro della Sapienza. Chi è medico conosce da vicino la sofferenza umana e sa
bene che ben poca di essa ha a che fare con il DNA. Si può partire con una Maserati
genetica e trovarsi a correre al palio dei ciuchi, si può avere un trabiccolo di DNA ed
essere stelle di prima grandezza. Questa è la lezione della vita, questo è il mondo
reale.
Scandaloso, alla presentazione del Meeting di Rimini di
Comunione e Liberazione partecipa una “illustre” ospite:
Emma Bonino
Paolo Deotto – riscossacristiana.it – 6.7.2013
Pietro (inteso Piero) Cavallero morì il 28 gennaio 1997. Un tumore mise fine alla vita
di uno dei più spietati banditi italiani dello scorso secolo. La “Banda della morte”,
come era stata soprannominata dai giornalisti, aveva agito impunemente per anni: la
sua “specialità” erano le rapine alle banche. Il 25 settembre 1967 a Milano, in trenta
minuti di follia, i quattro rapinatori (Il capo, Cavallero, Donato Lopez, Sante
Notarnicola e Adriano Rovoletto) chiusero tragicamente la loro sciagurata “carriera”.
Per sfuggire alle Volanti della Polizia, che aveva individuato l’auto con cui si erano
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dati alla fuga dopo aver rapinato la filiale del Banco di Napoli di Largo Zandonai a
Milano, i banditi non esitarono a sparare sui passanti, per creare confusione e
costringere i poliziotti a fermarsi per dare soccorso ai malcapitati. Il bilancio finale fu
tragico: quattro morti, decine di feriti. Precedentemente la Banda Cavallero aveva
ucciso il medico condotto di Ciriè, il dott. Domenico Gaiottino, durante una rapina
alla locale agenzia della Banca San Paolo. Rovoletto fu catturato a Milano alla fine
del folle inseguimento. Lopez il giorno successivo a Torino. Pochi giorni dopo anche
Cavallero e Notarnicola finirono in manette. Condannato all’ergastolo per omicidio,
tentato omicidio, rapina a mano armata, sequestro di persona, porto abusivo di armi
da sparo e di armi da guerra, insieme ai suoi due complici maggiorenni (Lopez,
all’epoca dei fatti diciassettenne, ebbe una condanna relativamente lieve), Cavallero
in carcere iniziò un cammino di redenzione. Si convertì alla Fede cattolica, fu un
detenuto modello e nel 1988 ottenne la semilibertà, lavorando presso il Centro
Sermig di Torino. Nel 1992 fu definitivamente scarcerato. Non concesse interviste,
non volle diventare un “personaggio”. Si limitò a ricordare che il pentimento non
poteva comunque cancellare il male che aveva fatto e che riconosceva. Chiese
perdono, a Dio e agli uomini. Non vogliamo certo fare l’apologia di un rapinatore
omicida; ci limitiamo a notare che pagò il conto con la giustizia umana, e dichiarò
pubblicamente il suo pentimento, riconoscendo il male che aveva fatto. Non cercò
pubblicità o vantaggi dal suo sciagurato passato. Aveva sulla coscienza cinque morti,
cinque vite spezzate.
Della signora Emma Bonino abbiamo parlato tante volte su Riscossa Cristiana. Negli
anni della sua spensierata giovinezza fu tra i fondatori del CISA, un abortificio dove,
per sua stessa ammissione (anzi, per suo stesso vanto) si praticarono circa 11.000
aborti. Non pagò mai il conto con la giustizia (ai tempi l’aborto era ancora punito
dalla legge). Rifugiatasi dietro il comodo paravento dell’immunità parlamentare, poté
dedicare la sua attività politica alla diffusione della morte, cantando vittoria quando la
sciagurata legge 194 venne approvata. La legge che fino ad oggi ha consentito
l’uccisione impunita di quasi sei milioni di bambini. Il partito radicale, di cui fu
sempre animatrice e alter ego di quella tragicomica figura delirante-satanica di
Pannella, ha diffuso in Italia tutto il male possibile, incentivando il divorzio, l’aborto,
“lottando” per l’eutanasia (chi non ricorda l’assassinio di Eluana Englaro?),
“lottando” per la libertà di uso degli stupefacenti, “lottando” per le nozze tra
omosessuali. Pur non rappresentando che quattro gatti, i radicali ogni anno, da anni,
succhiano milioni alle casse dello Stato con l’escamotage dei finanziamenti a Radio
Radicale.
Si può affermare senza dubbio che Emma Bonino è una delle persone più pericolose
in circolazione e che il male che ha fatto all’Italia è incalcolabile. Non
rappresentando nessuno, se non il nichilismo tanatofilo, la Bonino è diventata
Ministra degli Esteri del governo Letta. Un grazie al comunista Napolitano, che l’ha
voluta in quell’incarico.
3 luglio 2013. A Roma viene presentato il Meeting 2013. Titolo: “Emergenza
uomo”. Presentatori: Emilia Guarnieri, presidentessa della Fondazione Meeting,
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Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, Mario Mauro,
Ministro della Difesa, e Emma Bonino, Ministra degli Esteri.
Ho letto e riletto più volte la notizia. Francamente non riuscivo a crederci. È vero che
già lo scorso anno il Meeting diede vita a uno dei più squalidi atti di servilismo al
potere, con una santificazione del Loden fatta superando ampiamente i limiti del
ridicolo. Ci chiedevamo lo scorso anno: “Dove va Comunione e Liberazione”? Ora,
con la Bonino che addirittura interviene alla presentazione dell’edizione 2013 del
Meeting si è davvero oltrepassato ogni limite. È consigliabile guardare il video di
presentazione. Vittadini fa una delle sue consuete e confuse difese dell’Europa,
Mauro non vale la pena neanche citarlo, è un piccolo uomo grigio che pur di stare a
galla andrebbe a braccetto con chiunque. La star è lei, la tanatofila Bonino, che fa un
discorso grondante umanità; parla degli orrori della guerra civile nella ex Jugoslavia,
proclama l’orgoglio italiano di far parte dei Paesi fondatori della UE. Eccetera.
Ascolto, ascolto. Mi aspettavo, visto che il Meeting è espressione di Comunione e
Liberazione, visto che Comunione e Liberazione è un movimento ecclesiale, che la
Bonino, partecipando addirittura alla presentazione del Meeting, facesse un pubblico
atto di pentimento per il suo sciagurato passato. Niente di tutto ciò, ovviamente.
Mi sono sentito sconcertato e tradito. Sissignori, tradito, perché la mia giovinezza
l’ho passata in Gioventù Studentesca, da cui poi sarebbe nata Comunione e
Liberazione. In Gioventù Studentesca ho incontrato la Fede, ho conosciuto persone
eccezionali, prima tra tutte Don Giussani, un uomo che ha speso la sua vita per la
Chiesa. Oggi vedo che il momento di maggior visibilità di Comunione e Liberazione,
il Meeting di Rimini, apre le amorose braccia a Emma Bonino.
Siamo al capolinea. Di fesserie in politica Comunione e Liberazione ne ha fatte tante.
Tuttavia in Comunione e Liberazione sono nate negli anni tante preziose opere, che
danno testimonianze di un cattolicesimo vissuto integralmente e con vero impegno.
Tanti bravissimi ciellini fanno quotidianamente opera di apostolato.
Ma la presenza di una Emma Bonino, con ciò che questa donna rappresenta in termini
di assoluta, totale e indiscutibile negatività, in totale contrasto con la difesa dei valori
non negoziabili, è davvero inaccettabile.
Perché sia stata fatta questa scelta, non ci riguarda. Lo strusciarsi con i potenti
purtroppo è sempre stato un difetto da cui tanti dirigenti ciellini non sono riusciti a
liberarsi. Ma sarebbe bene ogni tanto usare anche il cervello.
Già l’adesione fideistica all’Europa, l’Europa delle banche e della miseria
generalizzata, l’Europa che bacchetta i Paesi che, come l’Italia, non garantiscono
ancora i pieni “diritti” agli omosessuali o che pongono problemi all’esercizio del
“diritto” di aborto, perché la gran maggioranza dei medici ha dichiarato l’obiezione di
coscienza ( e infatti uno degli obiettivi dei sodali della Bonino è proprio l’abolizione
del diritto all’obiezione), già l’adesione a questa Europa, dicevamo, è spiegabile solo
con una tendenza al conformismo, tale da far apparire Don Abbondio come
l’archetipo del coraggio leonino.
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Ma ora, dulcis in fundo, abbiamo una Bonino che partecipa alla presentazione del
Meeting. Ripeto: siamo al capolinea.
Credo che i responsabili del Meeting abbiano almeno un dovere di onestà nei
confronti delle tantissime persone , in Italia e in tante parti del mondo, che guardano a
CL come a un movimento ecclesiale. Hanno il dovere di chiarire che loro non
c’entrano nulla con Comunione e Liberazione, ma che non c’entrano nulla nemmeno
con la Chiesa cattolica. Il Meeting è una cosa a sé, un gran carrozzone in cui ci può
essere di tutto e il contrario di tutto. Perché lo fanno? Non lo so. So per certo che lo
scandalo e il turbamento per tanti cattolici resta. Ognuno quindi si assuma le proprie
responsabilità, parli chiaro, non contrabbandi ideali che si spezzano di fronte alla
scelta di certe sciagurate compagnie.
Piero Cavallero aveva sulla coscienza cinque vite umane. Pagò, giustamente, con
venticinque anni di prigione. Si pentì. C’è chi non ha mai pagato e non si è mai
pentito per le innumerevoli vite che ha sulla coscienza e viene accolto da chi non ha
mai ragionato.
Poi, ognuno farà i conti sui vantaggi che avrà tratto dalle compagnie che si è
scelto. Ognuno, soprattutto chi forse deve ancora accorgersi della furiosa guerra anticattolica che è in atto e di cui la signora Bonino è una delle più significative
esponenti.
Gay a rischio cancro
Gianni Toffoli – imgpress.it – 8.7.2013
Difficilmente certe notizie trovano spazio nei vari carnevali gay. I media invece di
assecondare i pruriti di un’infima minoranza, dovrebbero prodigarsi a fare
informazione utile, obiettiva e soprattutto vera. Secondo quanto riportato da PubMed,
la recente letteratura medica di settore ha confermato che gli uomini impegnati in
attività omosessuali o bisessuali sono esponenzialmente più esposti al rischio cancro.
Già nel dicembre scorso la notizia era stata pubblicata nel silenzio pressoché generale
da The Lancet. Il giornale medico internazionale riportava uno studio dal titolo “Il
cancro e gli uomini che fanno sesso con uomini: una revisione sistematica”. Ora le
ricerche vengono ulteriormente ribadite da PubMed. I ricercatori, dopo aver
esaminato 47 profili meritevoli di particolare attenzione scientifica, sono giunti tutti
alla medesima conclusione: l’omosessualità rappresenterebbe un fattore di rischio per
il cancro, che si svilupperebbe anche a causa delle infezioni contratte con
comportamenti disordinati. Uno studio francese, citato dall’agenzia Life Site News,
evidenzierebbe anche come l’HPV, il papilloma virus umano, causa anche di varie
forme di tumore maligno, sia percentualmente molto più presente nei gay che negli
eterosessuali assuntori di droghe (85% contro il 46%). Non solo: i gay ne
risulterebbero molto più frequentemente infettati (61% contro il 26%) e
presenterebbero molte più anomalie citologiche (72% contro il 36%). Alla stessa
correlazione tra infezione da Hiv e rapporti disordinati è giunto anche uno studio
brasiliano, secondo il quale i soggetti omosessuali sarebbero molto più esposti, tra
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l’altro, alla contrazione dell’HHV-8, lo Human Herpes Virus che predispone al
sarcoma di Kaposi. Le prove esaminate dai ricercatori mostrano come, mentre il virus
dell’epatite B, prioritaria causa del cancro al fegato, tra il 1990 ed il 2002 è diminuito
del 67%, nello stesso periodo il numero di omosessuali, che ne sono stati affetti, è
salito dal 7 al 18%. Legami sono stati individuati in laboratorio anche rispetto a
patologie meno invasive, ma non meno problematiche, come quelle polmonari: ad
esempio, su 75.164 studenti universitari, di età compresa tra i 18 ed i 24 anni, rispetto
agli eterosessuali, i giovani gay (o lesbiche) sarebbero più soggetti a malattie
respiratorie acute (il rapporto sarebbe di 1:38), i bisessuali alla sinusite (1:15),
all’asma (1:37) ed alla bronchite (1:19). Non solo: tra malati di Aids il tasso di
mortalità sarebbe “significativamente più alto per gli omosessuali che per gli
eterosessuali o per i soggetti che si iniettino droga”. Eppure, di tutto ciò, sui media
nazionali e internazionali, non v’è traccia. Che siano state siffatte motivazione
medico scientifiche ad indurre il profetico San Paolo ad ammonire ai sodomiti (RM
6,23) che “ Il salario del peccato è la morte” ?
Quando la pillola non va giù
Renzo Puccetti – Provita, n.6, giugno 2013
Gli effetti collaterali delle pillole cosiddette anticoncezionali leggere si sono rivelati
estremamente dannosi: la Bayer è stata condannata a pagare cifre astronomiche di
risarcimento.
142 milioni di dollari già spesi in patteggiamenti, una media di 218.000 dollari per
ciascuna delle 651 cause concluse, oltre 2 miliardi di euro ipotizzati da alcuni analisti
finanziari per chiudere tutte le cause sugli anticoncezionali che nell’aprile 2012
avevano raggiunto il numero di 11.900. Sono alcuni numeri collegati alle cause
risarcitorie che hanno visto chiamata in causa l’azienda farmaceutica tedesca Bayer
AG da parte di consumatrici delle pillole estroprogestiniche contenenti il principio
drospirenone. Il drospirenone è un progestinico che ha proprietà antiandrogeniche,
utilizzate per contrastare ad esempio l’acne giovanile, e antimineralcorticoidi.
Quest’ultime sono state ritenute particolarmente interessanti per minimizzare l’effetto
di tensione e gonfiore che alcune donne lamentano con l’assunzione della pillola. Per
queste caratteristiche, insieme al basso dosaggio estrogenico, queste pillole sono state
percepite come pillole “leggere” e quindi “innocue” ed hanno in breve tempo
raggiunto quote rilevanti di mercato. Ma riguardo al rischio tromboembolico, le
pillole contenenti drospirenone si sono dimostrate non meno dannose delle altre
pillole che anch’esse incrementano tale rischio. Secondo la recente revisione
pubblicata sul British Medical Journal (Lidegaard, 2011) che ha esaminato dal 2001
al 2009 oltre 8 milioni di cicli annuali di pillola, rispetto alle donne che non
assumevano alcuna pillola, il rischio di tromboembolia era più elevato di 2,9 volte per
le donne che assumevano la pillola col progestinico levonorgestrel, 6,6 volte per il
progestinico desogestrel, 6,2 volte per il progestinico gestodene e infine 6,4 volte più
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elevata quando appunto il progestinico nella pillola era il drospirenone. Secondo lo
stesso studio, l’incidenza in termini assoluti di tromboembolia è risultata essere di 3,7
casi ogni 10.000 donne non utilizzatrici di alcuna pillola, mentre erano 9,3 ogni
10.000 utilizzatrici di pillola col drospirenone. Quest’ultimo dato viene da alcuni
letto come tranquillizzante: in fin dei conti, dicono, si tratta di un rischio molto
contenuto, comunque inferiore rispetto a quello che si ha durante la gravidanza, e –
secondo loro – vanno considerati i vantaggi assicurati dalla pillola in termini di
riduzione della mortalità per cancro all’endometrio e all’ovaio. Se però la si deve dire
tutta, allora si dovrebbe anche ricordare l’incremento di rischio correlato
all’assunzione di pillola per cancro del collo dell’utero, della mammella e per
eventi cardiovascolari. E si dovrebbe dire anche che la gravidanza è associata a un
rischio tromboembolico pari a 6 ogni 10.000, inferiore quindi a quello delle pillole di
seconda, terza e quarta generazione. Senza contare, inoltre, il particolare non
trascurabile che il bilancio vitale della gravidanza è sempre in positivo, come
dimostra la presenza dell’uomo sulla terra anche prima che Gregory Pincus
facesse la sua rivoluzionaria scoperta. Le linee guida emanate dall’Istituto
Superiore di Sanità elaborate nel settembre 2008 non prevedono alcun accertamento
laboratoristico per appurare la predisposizione genetica alla trombosi della donna,
ritenendo sufficiente la verifica anamnestica della familiarità. È evidente che si tratta
di una scelta basata su criteri economici. La presenza nella donna di particolari
mutazioni genetiche in alcuni fattori della cascata coagulativa, svolge un ruolo
moltiplicatore del rischio: viene da chiedersi quante volte la donna che si rivolge al
medico per un’esigenza di controllo della propria fertilità riceva un’informazione
completa, che preveda l’apprendimento di strumenti efficaci, non farmacologici, a
costo irrisorio e senza alcun rischio per la salute? Sto parlando dei metodi naturali.
Facciamo un’inchiesta?
Obama e la sua lunga battaglia per negare i diritti di base ai
bambini sopravvissuti all’aborto
Benedetta Frigerio – Tempi, 14.11.2012
Negli Stati Uniti tantissimi bambini sopravvivono all’aborto. Più volte l’Illinois ha
cercato di approvare leggi che li tutelassero. Ma l’allora senatore Barack Obama si è
sempre opposto. «Quando era senatore dell’Illinois, Barack Obama votò per negare i
diritti di base, protetti dalla Costituzione, ai bambini sopravvissuti all’aborto – non
una sola, ma ben quattro volte. Se oggi sono viva è solo per grazia di Dio e forse per
porre all’America questa domanda: “È questo il tipo di leader che ci guiderà, uno che
vuole eliminare i più deboli fra noi? Come rispondi?”». È quanto Melissa Ohden,
trentacinquenne sopravvissuta a un aborto, ha voluto chiedere agli Stati Uniti in una
video testimonianza mandata in onda durante la recente campagna elettorale per le
presidenziali americane.
LA STORIA DI OHDEN. Ohden fa riferimento a una proposta di legge che
riconosceva lo status di persone con pieni diritti ai bambini sopravvissuti all’aborto e
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che fu avanzata più volte al Senato dell’Illinois tra il 2001 e il 2003. Obama ha
sempre votato contro. La legge fu approvata da molti Stati e poi all’unanimità anche
dal Senato federale nel luglio del 2002, dal momento che negli Stati Uniti sono molto
frequenti i casi di bambini che sopravvivono all’aborto. La vicenda dell’Illinois
aveva messo in cattiva luce Obama già nel 2008, ma il presidente si era difeso
affermando che con quel voto voleva difendere il “diritto di abortire” perché temeva
che concedendo diritti al feto sarebbero state minate le fondamenta della legislazione
abortista.
I BAMBINI SOPRAVVISSUTI NON HANNO DIRITTI. Dopo la testimonianza
rilasciata dalla Ohden, Obama è stato difeso in questo modo: «È vero: Obama ha
votato per negare i diritti di base, protetti dalla Costituzione, ai bambini sopravvissuti
all’aborto», ha scritto ad esempio Josh Hicks sul Washington Post. «Ma la denuncia
di Ohden non tiene conto del contesto: Obama si è opposto alla legge non per negare
i diritti dei neonati, ma per bloccare qualsiasi legge che potesse minacciare le
premesse della Roe v. Wade (la sentenza della Corte Suprema del 1973 con cui in
America venne legalizzato l’aborto, ndr)». E ancora: «Obama era più concentrato
sulla difesa dell’aborto che sulla difesa della vita di un possibile sopravvissuto». A
conferma, Hicks riportava una dichiarazione del 2001 di Obama al Senato
dell’Illinois: «Noi definiamo un feto come una persona protetta dalla clausola di
uguaglianza o da altri punti della Costituzione: [con questa legge] in realtà stiamo
dicendo che ci sono persone private dei diritti garantiti ai bambini. Se questa norma
fosse accettata dalla Corte così com’è, proibirebbe l’aborto perché se il feto è
considerato un bambino, allora questa è una legge contraria all’aborto». Il
ragionamento di Obama non fa una piega: se il bambino è soggetto di diritti, come
negarli al feto ancora in pancia? Il presidente fu l’unico, di fatto, ad avere il coraggio
di negare la protezione legale anche ai bambini sopravvissuti all’aborto. Nonostante
ciò il presidente nel 2008, durante la sua prima campagna elettorale, aveva giurato
che se fosse stato al Senato federale nel 2002 avrebbe votato a favore della norma che
protegge i bambini sopravvissuti, perché quella includeva la clausola di protezione
dell’aborto. In realtà, quando nel 2003 una norma identica a quella federale venne
presentata nuovamente al Senato dell’Illinois, Obama si oppose ancora.
LE PROVE AUDIO. Agli sgoccioli della recente campagna elettorale è stato John
McCormack a provarlo sul Weekly Standard con un file audio degli interventi di
Obama del 2003 al Senato dell’Illinois. Nel primo intervento Obama si oppone alla
legge perché viene richiesto il parere di più medici nel caso in cui il bambino sembri
sopravvissuto all’aborto. Spiega il presidente: «Se questo feto, o bambino, o
comunque lo si voglia descrivere, è ormai fuori dal grembo della madre e il dottore
continua a pensare che non sia vivo… ma c’è, ad esempio, un movimento o qualche
indicazione che indica che non è proprio privo di energia, [questa legge] stabilisce
che si dovrebbe chiamare un altro medico per monitorare e verificare che non si tratti
di un bambino vivo da poter salvare. Vi sembra corretto?». Nel secondo intervento,
con alcuni giri di parole, Obama mette in dubbio l’intenzione della norma: se il suo
fine fosse davvero l’assistenza ai sopravvissuti, e non la limitazione dell’aborto,
allora basterebbe affidarsi all’operato dei medici senza bisogno di scrivere una legge.
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«La mia impressione – spiega – è che la società medica, così come i dottori, si
sentiranno obbligati… loro avranno già preso la decisione, si presume quindi che
aggiungere un nuovo dottore sia solo per appoggiare la decisione iniziale della donna
e del medico di indurre il parto e praticare l’aborto. Ora, se questo fosse il fine [della
legge]… allora andrebbe bene. Ma penso che sia importante capire che questa [legge]
è più incentrata sull’aborto che sulla difesa dei bambini sopravvissuti».
PERCHÉ OBAMA HA VOTATO CONTRO? Il presidente concludeva
opponendosi nuovamente alla norma. Tanto che lo stesso Hicks ha scritto:
«Sicuramente Obama ha travisato i fatti, la legge del 2003 rispondeva alla sua
preoccupazione», la sentenza Roe v. Wade nella nuova formulazione non veniva
minacciata. «Non sappiamo perché Obama abbia votato contro la legge anche nel
2003», al contrario di quanto fatto da tutto il suo partito, inclusi i legislatori più
abortisti come Hillary Clinton e John Kerry.
La scienza è compatibile con il libero arbitrio
Intervista al fisico Antoine Lopez
Ann Schneible – zenit.org – I e II parte – 8 e 9.7.2013
Attraverso l’uso degli esperimenti quantistici, il pregiudizio contro la possibilità che
principi spirituali come Dio, gli angeli o l’anima umana controllino il mondo visibile,
potrebbe essere sconfitta.
Lo afferma Antoine Suarez, fisico quantistico svizzero, filosofo, bioeticista, e
curatore del recente saggio Is Science Compatible with Free Will? Exploring Free
Will and Consciousness in the Light of Quantum Physics and Neuroscience. Il
volume è un’antologia di relazioni, presentate per la prima volta ad una conferenza
del Social Trends Institute, che ha avuto luogo a Barcellona nell’Ottobre 2010:
Suarez è stato coinvolto nell’organizzazione della manifestazione. Gli autori hanno
aggiornato i loro contributi, tenendo conto delle discussioni della conferenza e della
ricerca degli ultimi tre anni.
In un’intervista a ZENIT, Antoine Suarez, che è direttore del Centro della filosofia
quantistica (Center for Quantum Philosophy) a Zurigo e leader accademico del
programma di bioetica del Social Trends Institute a Barcellona e New York, ha
spiegato le finalità del suo libro.
Che cosa ha motivato la conferenza e la successiva pubblicazione del libro Is
Science Compatible with Free Will?
Suarez: Il libro raccoglie relazioni di autori provenienti da diverse discipline (Fisica
quantistica,Neuroscienze, EconomiaeFilosofia). Le prospettive presentate variano
dall’approfondimento dello sfondo scientifico all’analisi filosofica. Tutti i capitoli,
comunque, hanno una caratteristica in comune: prendono in considerazione gli attuali
dati ed osservazioni scientifiche come base per implicazioni filosofiche. Il risultato è
uno stimolante approccio interdisciplinare che unisce la forza scientifica e la
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profondità filosofica.Type text or a website atranslate a document.CancelExample
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La mia motivazione di organizzare questa conferenza e di pubblicare il libro è stata la
motivazione di discutere l’idea che le scienze di oggi sono compatibili con i fenomeni
regolati da principi non-materiali, come, ad esempio, il libero arbitrio e la coscienza.
L’idea è stata supportata da esperimenti che dimostrano la cosiddetta non-località
quantistica, in particolare due esperimenti che ho proposto negli anni 1997 e 2010.
Questi esperimenti sono stati realizzati in un laboratorio del Quantum Optics presso
l’Università di Ginevra da Nicolas Gisin e il suo gruppo. I risultati sono stati
pubblicati nel 2002, 2003 e 2012.Gli esperimenti confermano che i fenomeni
quantistici non possono essere spiegati invocando solo le influenze materiali, cioè i
segnali che si propagano nello spazio-tempo. Inoltre, i principi di base che governano
il mondo materiale come la conservazione dell'energia, richiedono un coordinamento
non materiale, altrimenti non sarebbero sostenibili.
Il titolo del libro domanda se le scienze e il libero arbitrio siano compatibili.
Potrebbe spiegare ai nostri lettori perché la compatibilità tra le scienze e il libero
arbitrio è messa in discussione? Qual è l’argomento secondo il quale il libero
arbitrio e le scienze non sarebbero compatibili? E quale argomento Lei espone
per affermare che, al contrario, sono compatibili?
Suarez: Esistono due argomenti principali contro la compatibilità di scienze e il libero
arbitrio.
Il primo riguarda il presupposto che le leggi della natura siano deterministiche. Già il
filosofo Immanuel Kant ha osservato nella sua Critica della ragion pura che "la
libertà si oppone alla legge naturale di causa ed effetto". Le mie azioni sono regolate
dalla dinamica del mio cervello, che è, ovviamente, una parte della natura: Se tutto
ciò che accade ora in natura potesse essere completamente spiegato da quello che è
successo prima, allora tutto quello che faccio io, sarebbe in realtà predeterminato sin
dal Big Bang, e il mio libero arbitrio sarebbe un'illusione.
Quindi, se uno mantiene il libero arbitrio, l’indeterminismo quantistico sembra essere
una buona notizia. Tuttavia, è spesso obiettato che l'indeterminismo quantistico è del
tutto "random" (cioè senza alcun ordine o piano), e, pertanto, è di per sé contrario al
comportamento intenzionale, e perciò incompatibile con il libero arbitrio. Tuttavia
questo è un pregiudizio ed un equivoco sui principi della quantità. Questo punto è
discusso in diversi contributi del libro curato da Peter Adams e da me.
Il secondo argomento contro il libero arbitrio discende dalla neuroscienza e ha a che
fare con l’interpretazione degli esperimenti proposti da Benjamin Libet.
In questi esperimenti si misura l'elettroencefalogramma di soggetti ai quali è chiesto
di effettuare volontariamente una flessione del polso. La potenziale disponibilità nel
cervello, considerato il responsabile del il movimento, si imposta circa 300
millisecondi prima del tempo che il soggetto dice di aver preso la decisione di
flettere.
L’argomento ammonta per affermare che non siamo responsabili per le nostre azioni,
perché quando primo rendiamo conto del desiderio o della voglia di agire, i nostri
cervelli hanno già inconsciamente deciso di agire. Quest’ argomento è anche discusso
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dettagliatamente da diversi collaboratori nel nostro libro, in particolare alla luce della
scoperta dei neuroni-specchio.
Secondo questo affascinante risultato quando osservo che, flettendo il polso, i neuroni
‘sparano’ nel mio cervello, è la stessa cosa del fuoco quando io stesso fletto il mio
polso (anche se in questo momento sto osservando il tuo movimento ed io non eseguo
alcun movimento).
Questo risultato dimostra che l'attivazione delle cortecce pre-motorie e motorie non
può essere considerata come una causa sufficiente per compiere un movimento
effettivo, anche nel caso in cui il soggetto dovrebbe percepire l'azione in uno stato di
consapevolezza.
A maggior ragione, nel caso di soggetti di Libet che dovrebbero mancare di
consapevolezza delle azioni che compiono, il potenziale di disponibilità della durata
di circa 300 millisecondi fino a quando il soggetto non è consapevole del suo
desiderio di flettere, non deve essere considerata una causa sufficiente per la flessione
del polso che i soggetti eseguono.
Il potenziale di disponibilità da solo non causa la flessione, ma è solo una
preparazione inconscia causale della "decisione prossimale cosciente" di flettere: si
potrebbe pensare che il fatto che la flessione avviene, dipenda dalla "intenzione
prossimale cosciente" del soggetto di non inibire volontariamente la flessione.
Arriviamo alla conclusione che gli esperimenti di Libet non confutano né il libero
arbitrio, né la responsabilità personale, ma piuttosto dimostrano che la coscienza
umana e il libero arbitrio consapevole sono limitati.
In sintesi, il nostro libro è uno dei primi saggi per discutere, allo stesso tempo, le
implicazioni della fisica quantistica, gli esperimenti di Libet e la scoperta
neurofisiologica dei neuroni specchio per il libero arbitrio, la coscienza, e più in
generale la possibilità dell’esistenza nel nostro mondo di non-materiali.
Lei sta parlando del carattere non-materiale del libero arbitrio – fuori dallo
spazio e dal tempo. Com’è possibile esaminare qualcosa che non è materiale con
metodi e teorie scientifici?
Suarez: Questa è davvero una domanda chiave. La vera caratteristica degli
esperimenti quantistici è che essi mostrano gli eventi correlati che non possono essere
spiegati da alcun collegamento o segnale materiale che si propaghi nello spaziotempo. Si può descrivere ciò che accade in questi esperimenti per mezzo di un
paragone: supponga che il fisico Bob a Ginevra lanci una moneta e,
contemporaneamente, la sua collega Alice, a New York, lanci un'altra moneta non
truccata, e ognuno di loro registra dei risultati (testa o croce).I risultati di Boba
Ginevra sembrano di costruire una sequenza di puro caso: 50% teste e 50% di croci, e
anche i risultati di Alice a NewYork sembrano di essere casualmente distribuiti. Poi,
Alice e Bob si incontrano e dopo aver confrontato i loro risultati osservano il
seguente fatto sorprendente: quando Alice lancia testa, anche Bob lancia testa, e
viceversa. Quando Alice lancia una croce, Bob la lancia pure. I risultati di Alice e
Bob sono perfettamente correlati. Ora, da una parte possiamo escludere che ci sia un
segnale che viaggia da Ginevra a New York che porta il risultato codificato di Bob e
faccia produrre lo stesso risultato alla moneta di Alice. Il motivo è che questo
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richiederebbe un segnale viaggiando a una velocità superiore alla velocità della luce
e, grazie a esperimenti di relatività(comeMichelson-Morley1887), sappiamo che tutti
i segnali che si propagano nello spazio-tempo non possono viaggiare più veloce della
luce. D'altra parte possiamo escludere (per mezzo di un teorema matematico scoperto
dal fisico John Bell)che le monete siano state preprogrammate in anticipo per
produrre lo stesso risultato. Di conseguenza, le correlazioni non possono essere
spiegate né da un collegamento diretto al momento del lancio delle monete né da una
causa in comune nel passato. Cioè: non possono essere spiegati da nessuna
informazione che si propaghi nello spazio-tempo.
La base della scienza sperimentale è che "le correlazioni esigono una spiegazione"
(come il famoso fisico John Bell ha dichiarato). Tuttavia, la cosa sorprendente è che
le correlazioni quantistiche osservate non possono essere spiegate da qualsiasi catena
causale osservabile nello spazio-tempo. Le correlazioni di quantità sono un esempio
fondamentale di un risultato sperimentale che non può essere spiegato con influenze
materiali. Possiamo concludere che ciò che si vede non è fatto di ciò che è visibile
("visibile dal invisibile", in accordo con Ebrei 11:03).
Pertanto, sulla base delle osservazioni disponibili e per motivi di coerenza, dobbiamo
ammettere l'esistenza di un dominio non materiale che è inaccessibile a dirigere
l’osservazione. In realtà la sua domanda si riferisce a una barriera mentale che svolge
un ruolo importante nella crisi di oggi della fede cristiana: il pregiudizio secondo cui
sia impossibile che i principi spirituali come Dio, gli angeli e l'anima umana
governino il mondo visibile. E, come vede, gli esperimenti quantistici possono aiutare
a superare tale barriera.
Tanti "nuovi atei" affermano che la scienza e la religione sono incompatibili. È
possibile che una discussione sulla compatibilità tra il libero arbitrio e la scienza
aiuti ad aprire un dialogo tra i "nuovi atei" e la gente della fede?
Suarez: Si, è possibile. C’è stato un affascinante dibattito tra il Cardinale di Sydney,
George Pell, e il biologo dell’evoluzione Richard Dawkins sulla religione e
sull’ateismo. Il dibattito si è svolto il 9 aprile di 2012 sul canale australiano
Australian Broadcasting Corporation (ABC).
Dalla parte della religione si è schierato George Pell, esperto di teologia e la fede
cattolica, che è anche molto informato sulla scienza. Dalla parte dell’ateismo si è
schierato l’esperto di evoluzione, Richard Dawkins. Quest’ultimo ha ammesso di non
avere una vasta cultura teologica. Però secondo me, ha un ottimo feeling per le
questioni teologiche, che sono decisive e ancora aperte. Il momento più interessante
di questo dibattito è stato quando Pell ha detto che "lui [Richard Dawkins] parla
continuamente come se Dio fosse una sorta di figura esclusiva all'interno dello spazio
e del tempo. Ora, è dal 450, 500 a.C., che, con i filosofi greci, si afferma che Dio è al
di fuori dello spazio e del tempo".
Dawkins ha risposto, dicendo: “Ci stiamo battendo – ci stiamo tutti battendo, gli
scienziati si stanno battendo - per spiegare come si ottiene il fantastico ordine e la
complessità dell'universo da origini molto semplici e, quindi, facile da capire, facile
da spiegare. [...] un Dio, un intelligenza creativa non è un substrato degno per una
spiegazione, perché è già qualcosa di molto complicato e non è una buona cosa
49
invocare Tommaso d'Aquino e dire che Dio è definito come il tempo e lo spazio
esterno. Questa è solo una fuga dalla responsabilità di spiegare. Questo è solo
l’impostazione della cosa che vuoi dimostrare anche prima di avere cominciato”.
George Pell parla su Dio usando il termine "fuori dallo spazio e dal tempo". Richard
Dawkins risponde che "si tratta solo di un’evasione della responsabilità di spiegare".
Tuttavia, né Pell né Dawkins fanno alcun riferimento ai recenti esperimenti
quantistici. Penso che sarebbe molto utile se tutti due, il teologo e il biologo
dell’evoluzione, si informassero su che cosa sta succedendo nella ricerca della nonlocalità quantistica. Questo potrebbe aiutare ad aprire il dialogo tra i "nuovi atei" e la
gente di fede. Dawkins riconosce che la prova dell’esistenza di un organismo "fuori
dallo spazio e dal tempo" potrebbe dimostrare Dio, ma sostiene che non esiste tale
prova, e quindi "presentare" un organismo "fuori dallo spazio e dal tempo" significa
di supplicare la domanda. Tuttavia chi sta supplicando la domanda è Dawkins, dal
momento che nella fisica quantistica siamo arrivati ad un punto in cui "la
responsabilità di spiegare" ci obbliga ad accettare un organismo fuori dello spaziotempo. In altre parole, Dawkins afferma chiaramente che se c'è una cosa del genere
come un organismo "fuori dallo spazio e dal tempo", questo dimostrerebbe Dio. Ora
abbiamo una prova sperimentale che "una cosa del genere" esiste. Di conseguenza
Dawkins ci offre una magnifica prova dell'esistenza di Dio.
Come scienziato cattolico, che ruolo gioca la sua fede nel suo lavoro, in
particolare sul tema del libero arbitrio?
Suarez: Ho la profonda convinzione che le tre passioni che regolano la mia vita sono
compatibili tra di loro: il desiderio di libertà, la mia fede religiosa e la scienza. Per
me, sarebbe difficile vivere, se mi accorgessi che nella scienza non c’è posto né per la
libertà, né per la fede. Credo che la mia esistenza non può essere spiegata
esclusivamente da principi materiali; in qualche modo condivido una dimensione
non-materiale e spirituale. Se accetto questo, io quindi devo accettare che il
movimento delle mie labbra, la mia lingua, i miei occhi, quando vi sto parlando ora,
non può essere spiegato esclusivamente da una catena di cause temporali risalenti al
Big Bang. Ciò significa che non si può pretendere di essere un essere libero, o un
credente, senza invadere il territorio scientifico. Chi crede in Dio o un'anima umana
spirituale non può onestamente affermare che la fede e la scienza sono due mondi
separati (due "magisteri non sovrapposti"). Su questo punto sono d'accordo con
Richard Dawkins: anche rifiutando ogni fondamentalismo o creazionismo, come
faccio io, uno non può non riconoscere che il dominio della religione e della scienza
si sovrappongono in una certa misura. Però (al contrario di Dawkins) sia la fede che
la scienza sono di vitale importanza per me. Quindi concludo che una scienza ch
escluda la libertà e la religione è probabile che non sia l'ultima parola nella
conoscenza scientifica. Per me lavorare per mostrare la profonda armonia tra scienza
e fede cristiana è la più meravigliosa avventura della storia della conoscenza umana.
Siamo all'alba di una nuova era in cui la scienza e la religione andranno di pari passo
a beneficio di ogni altra: il meglio deve ancora venire.
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L’inganno dello gnosticismo
Padre Giovanni Cavalcoli OP – riscossacristiana.it – 6.7.2013
Di recente Papa Francesco ha denunciato la presenza nel pensiero contemporaneo
dello gnosticismo qualificandolo come concezione “superficiale”, quindi incapace di
cogliere la profondità dei valori della fede.
Effettivamente la superficialità è il risultato ultimo della visione gnostica, benchè
essa abbia pretese di raggiungere un sapere profondo o se vogliamo supremo – il
termine viene dal greco gnosis che significa conoscenza, scienza -. Lo gnosticismo
infatti si caratterizza come la presunzione, dettata dalla superbia, di raggiungere una
conoscenza di Dio o dell’Assoluto superiore a quella che viene dalla rivelazione
cristiana e quindi dallo stesso Vangelo di Cristo, trasmesso al mondo ed interpretato
dalla Chiesa.
L’accenno del Papa allo gnosticismo è più che opportuno, dato che ormai da molti
decenni eminenti studiosi cattolici[1] segnalano la pericolosa presenza di questa
complessa corrente di idee, che entra nel più ampio fenomeno del modernismo. Non
sarebbe male, a mio avviso, che il Magistero riprendesse questo tema e vi dedicasse
più attenzione per proteggere il popolo di Dio e gli stessi studiosi dalle sue sottili e
fascinose insidie.
Come è noto, l’esplosione del fenomeno gnostico avviene già nei primissimi tempi
della storia del cristianesimo ed ebbe un suo poderoso avversario in S.Ireneo di
Lione. Fu il tentativo grandioso e complesso dell’antica religione pagana di frenare
l’avanzata del cristianesimo opponendole non una lotta frontale com’era nella politica
degli Imperatori e neppure come faceva l’ebraismo considerando il cristianesimo
come eresia dell’ebraismo (i minìm), ma col progetto ambizioso di inverare e sfruttare
la nuova fede, con ciò stesso falsificandola, in una visione speculativa o filosofica
superiore, sicchè la dottrina cristiana doveva apparire come una mitologia volgare e
“psichica” ben al di sotto della sublimità teoretica e “spirituale” della speculazione
gnostica ricavata dai concetti metafisici del paganesimo occidentale ed orientale delle
antiche religioni egiziana, pitagorica, orfica, misterica, romana, platonica, plotiniana,
sino al neoplatonismo che giunge a Proclo e Giamblico.
Il fenomeno storico dello gnosticismo è molto complesso e contradditorio, risultando
dal concorso di idee, simboli e miti disparati, spesso stravaganti ed assurdi, che hanno
portato gli studiosi del passato a dare poca importanza a tale fenomeno, considerato
non meritevole di seria considerazione, anche per il fatto che non si possedevano le
testimonianze storiche che oggi possediamo dopo recenti scoperte[2].
Solo di recente peraltro, per merito di studiosi acuti come per esempio Ennio
Innocenti, Festugière e Filoramo, ci si è accorti che la categoria storica di gnosticismo
poteva essere allargata a significare un certo atteggiamento mentale nei confronti del
problema metafisico-teologico, che fa da sottofondo anche ad altri grandi formazioni
ideologhe legati a religioni, sistemi filosofici, poemi, epopee eziologiche e
leggendarie e creazioni letterarie.
51
Volendo così sintetizzare le idee fondamentali che fanno in qualche modo da
denominatore comune al fenomeno, si potrebbe dire quanto segue. L’interesse di
fondo dello gnosticismo è il problema dell’Assoluto, della Totalità, dell’Infinito o
dell’Eterno, diciamo il problema teologico, inteso come rapporto dell’uno col
molteplice.
Lo gnostico ritiene di conoscere la soluzione di questo problema per divina
rivelazione, ma non da parte di una comunità storica, o di una natura esteriori ed
oggettive, bensì nella sua stessa coscienza (“autocoscienza”), in quanto egli stesso si
considera momento, apparizione o manifestazione dell’Assoluto. Da qui la grande
boria e superbia dello gnostico, che considera sè stesso e la sua dottrina come divina
Verità al di sopra di tutte le altre dottrine che riguardano la divinità, l’origine e la fine
delle cose e il senso fondamentale dell’esistenza e della vita umana.
I cardini fondamentali dello gnosticismo sono così la conciliazione dell’Unità
(monismo) con la Dualità intesa come opposizione (dualismo), origine della
molteplicità e del divenire (mondo). La Dualità nega l’Unità, per cui la conciliazione
avviene con un terzo termine che comporta coesistenza di unità (identità) ed
opposizione (negazione).
Per esempio: all’essere si oppone il non-essere, al bene si oppone il male, al tutto si
oppone la parte, all’universale si oppone il singolo, allo spirito si oppone la materia,
alla vita, la morte. Ebbene la conciliazione di tutto col Tutto (l’Uno-tutto) avviene
non per analogia o somiglianza del mondo con Dio, come troviamo in Aristotele, o
per partecipazione come troviamo in Platone e nella stessa Bibbia, ma in forma
ciclica, che assumerà poi successivamente l’aspetto della “dialettica”: la soppressione
della negazione da parte dell’affermazione non annulla la negazione, ma la lascia
sussistere proprio perché essa è funzionale all’affermazione.
Quindi non si dà una vera vittoria del positivo sul negativo, di Dio su Satana, del vero
sul falso, della vita sulla morte, del bene sul male. Ma queste dualità restano nell’Uno
assoluto e quindi in Dio e vengono presentate come legittime perché dovrebbero
giustificare la diversità e la molteplicità e quindi l’esistenza del mondo, il quale
pertanto non ha origine come cosa in sé buona per creazione, come insegna la Bibbia
ed è implicito in Aristotele e Platone, ma ha origine da una divisione od opposizione
all’interno dell’Uno, quindi di Dio, Dio oppone Sé a Sè: da qui l’idea di Dio come
principio sia del bene che del male, sia della vita che della morte.
Lo gnosticismo, mancando del principio di analogia, di proporzione o di somiglianza,
fautore dell’armonia, dell’ordine, della concordia e dalla pace, confonde il diverso col
contrario o col contradditorio, sicchè nega il diverso in quanto opposto o nemico, o
ammette l’opposto in quanto considerato diverso. La conseguenza, nella vita sociale,
è la guerra di tutti contro tutti per negare l’opposto e la tolleranza di ogni ingiustizia
in nome del diverso.
Così nello gnosticismo non c’è vera distinzione e comunione tra un Dio buono e un
mondo nel quale si trova il male per colpa della creatura, mondo che però viene
salvato da Dio, ma, siccome il mondo con i suoi mali non è altro che un’apparizione
o concretizzazione necessaria di Dio in Dio, è un Dio divenuto mondo, la morte e il
male vengono a trovarsi in Dio stesso, ma non come qualcosa di ripugnante ed
52
ingiusto, se non in apparenza, ma per chi possiede la “gnosi” il male qualcosa di
logico, di necessario, di divino, che assicura l’esistenza e l’opposizione di Dio e del
mondo, non quindi realmente distinti ed in armonia, ma cosi formanti un tutt’uno
ovvero un’Uni-Dualità (panteismo).
Il male del mondo per lo gnostico è causato dall’aspetto maligno di Dio, il bene
invece è causato dall’aspetto buono. Da questa idea Marcione trarrà la dottrina del
Dio “cattivo” creatore del mondo dell’Antico Testamento, del Dio “buono” salvatore
e divinizzatore del Nuovo. Invece nel manicheismo la divinità stessa si sdoppia in
due, con la famosa opposizione tra il Dio del bene e il Dio del male. In Spinoza il
male è solo un’apparenza soggettiva, ma “dal punto di vista di Dio (sub specie
aeternitatis) ciò che a noi sembra male è bene. In Böhme, poi ripreso da Hegel, il
male è il demonio, per cui Dio creandolo, dà origine al male. In Hegel il demonio è la
figura mitologica del “magico potere del negativo”, per il quale lo Spirito assoluto
nega sè stesso e si riconcilia con sè stesso.
La dottrina della materia (corpo) cattiva, principio del male, e dello spirito (anima)
buono, principio del bene, è certamente un aspetto di gnosticismo nella filosofia di
Pitagora e di Platone. Ma la questione del male resta sempre irrisolta. Solo nel
cristianesimo il male è assolutamente vinto in forza dell’idea di un Dio assolutamente
buono.
Gli studiosi hanno messo troppo in rilievo l’aspetto dualistico dello gnosticismo,
trascurando il fatto che in esso, come mi pare di aver mostrato, esiste anche
un’istanza di unità. Il difetto dello gnosticismo è quello di non saper comporre
armonicamente e senza contraddizione queste due fondamentali istanze della
metafisica e dell’intelligenza. Il dualismo conduce ad un’opposizione tra Dio e
mondo e alla dottrina del Dio inconoscibile (àgnoston), ma il monismo conduce al
panteismo, che è la vera gnosi, ossia Dio ridotto a “concetto”, secondo l’univocità
dell’essere come essere pensato, come poi dirà Hegel.
Una forte rinascita dello gnosticismo si ha nel sec.XV con il fiorire dell’ermetismo
nel periodo dell’Umanesimo, vedi per esempio Marsilio Ficino e la magia
rinascimentale di Girolamo Cardano, Cornelio Agrippa e di Paracelso fino a
Giordano Bruno[3] e nel sec.XIX con la “teosofia” di Madame Blavatsky.
Lo gnosticismo così non è solo un fenomeno storico, ma è una categoria dello spirito,
un fenomeno culturale ricorrente, una tentazione costante propria di ristretti ed
esclusivi circoli intellettuali che si ritengono in possesso di un saper mistico-esoterico
che eventualmente può avere sbocco pratico nella teurgia e nella magia. Così una
punta di gnosticismo si trova in tutte le religioni - come per esempio il brahmanismo
(yoga), l’islamismo (sufi), lo spinozismo e l’ebraismo (kabbalà), almeno in certe loro
correnti, che pretendono di essere superiori al cristianesimo, di possedere una scienza
divina superiore, perché gli stessi maestri si ritengono esseri divini superiori alla
comune massa dei mortali. Innumerevoli poi le sette gnostiche, di carattere più
popolare, ma non meno pretenzioso, che magari in senso sincretistico si dipartono da
questi grandi filoni della cultura - meglio sarebbe dire: superstizione - mondiale.
Lo stesso protestantesimo, per esempio nella versione hegeliana o liberale
(razionalismo biblico), o l’ortodossia, nel fenomeno dell’esicasmo, non sono privi di
53
queste pretese gnostiche, in quanto assicurano di conoscere Cristo meglio della
Chiesa cattolica, corruttrice del Vangelo. Altre formazioni esoteriche, come per
esempio la massoneria, l’occultismo, lo spiritismo o la Società dei Rosa-Croce o
addirittura certe sette sataniche potrebbero benissimo essere annoverate in questa
grande e variegata famiglia dello gnosticismo.
Sempre nel campo della conoscenza di Dio o dell’Assoluto, all’estremo opposto dello
gnosticismo, abbiamo l’agnosticismo (che implica l’idea del non-sapere, della nonconoscenza: alfa privativo e gnosis), corrente di pensiero anch’essa di antica
tradizione ed oggi più che mai diffusa in tanti ambienti anche culturali, i quali non si
sentono di abbracciare il teismo cristiano o illuminista e neppure il panteismo
gnostico, ma rifiutano anche l’ateismo, per cui ritengono possibile conveniente porsi
per così dire a metà tra il sì e il no, tra il sapere il non sapere, in un dubbio
sistematico e perenne, in una continua sospensione del giudizio. Oggi questo
atteggiamento è molto diffuso in ambienti culturali laici accademici, della scienza,
della politica, dell’arte, della letteratura, della pubblicistica.
Mentre lo gnostico pretende di sapere su Dio più di quanto è concesso all’uomo,
l’agnostico non apre la sua mente tanto quanto potrebbe aprirla e resta rattrappito,
come un uccello che non usi le ali, ad un livello di conoscenza che non oltrepassa la
realtà materiale, senza per questo escludere un superamento, ma non si decide mai e
resta sempre in forse, sulla soglia dello scetticismo. Kant è molto vicino a questa
posizione.
Lo gnostico è un impostore non privo di acume intellettuale e forza speculativa, il
quale, per emergere sugli altri ed apparire un genio della teologia, si esibisce in
scalate di sesto grado dando l’apparenza di raggiungere le vette più sublimi del
pensiero con dottrine astruse che fanno colpo, ma in realtà facendo confusioni
spaventose, delle quali si accorgono gli esperti, mentre il comune fedele, avvelenato
dalle loro teorie, ne subisce le conseguenze sul piano morale senza capire le radici del
male.
Lo gnosticismo raggiunge certamente alti vertici trattando per esempio di metafisica,
degli attributi divini o dei caratteri dello spirito, ma non si abbassa al livello dei
semplici. Inoltre, cade in errori che, per il loro porsi a così alto livello, sono sottili,
nascosti e pericolosi. I semplici faticano a riconoscerli. La vera sapienza cristiana, al
contrario, è più sublime dello gnosticismo e nel contempo sa essere alla portata di
tutti, oltre ad essere pura dall’errore.
Per scovare gli errori dello gnosticismo occorre acutezza di mente e resistenza alle
sue fascinose seduzioni che tentano gli spiriti colti ed intelligenti, ma ambiziosi. Le
menti ottuse, sprovvedute e semplicione, dal canto loro, non riescono a individuare
gli errori degli gnostici, scambiano la bontà con la dabbenaggine e non capiscono
perché i saggi teologi e il Magistero della Chiesa siano tanto severi contro di essi. Li
scambiano per cerberi inesorabili o cani rabbiosi, mentre in realtà essi difendono i
fedeli dall’inganno. Gli gnostici, dal canto loro, sono abili nel fare le vittime
presentando sotto una cattiva luce i saggi, contro i quali riescono a convogliare
l’ostilità e il disprezzo dei loro seguaci.
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Come rimediare a questa iattura dello gnosticismo? Occorre recuperare la stima della
vera sapienza e della vera fede. Soprattutto bisogna ritrovare l’umiltà nel nostro
rapporto con la verità, soprattutto se c’è in gioco la verità su Dio e sulla divina
rivelazione. Occorre rendersi conto che la vera sapienza nulla ha a che fare con
l’esibizionismo o la pretesa di umiliare il prossimo con un finto sapere divino che in
realtà è un’impostura o una fabbrica di spiriti gonfi di sè stessi. Occorre ricordarsi,
con S.Paolo che scientia inflat, caritas autem aedificat.
La vera sapienza è saper insegnare gli altri a cercare Dio, ad esercitarsi nella virtù, a
convertirsi dai propri peccati, a camminare verso la santità, consolarli nella
sofferenza, confortarli nelle difficoltà, consigliarli nei dubbi, irrobustirli nelle prove,
renderli vincitori sul male. E per tutto questo occorre il Vangelo di Cristo mediatoci
dalla Chiesa e testimoniato dai santi di tutti i tempi.
[1] Basti citare alcuni nomi: Jonas, Festugière, Filoramo, Sfameni Gasparro,
Introvigne, Innocenti, Samek Lodovici, Livi.
[2] Come per esempio quella di Nag-Hammadi in Egitto.
[3] Vedi gli studi di F.Yates, Giordano Brunoi e la tradizione ermetica, Laterza
2010; Giordano Bruno e la cultura europea del Rinascimento, Laterza 2006.
La donna con sindrome di Down: «l’aborto non mi ha fregata»
uccr.it
Nel 2010 ha fatto scalpore il video di Gianna Jessen, una donna che è sopravvissuta
all’aborto e ora viene invitata in tutto il mondo per raccontare la sua storia. «Lo
slogan oggi è: “libertà di scelta, la donna ha il diritto di scegliere”, e intanto la mia
vita veniva soppressa nel nome dei diritti della donna», questa è la frase che
tormenta giorno e notte femministe e abortisti di tutto il mondo. Cristina
Acquistapace è una donna affetta da sindrome di Down che ha scelto di diventare
suora nel 2006, all’età di 33 anni, entrando nell’Ordo Virginum della Diocesi di
Como. «Non me la sento di essere felice da sola», ha confidato alla madre, spiegando
di non voler vivere solo per se stessa, ma al contrario, avvertendo la necessità di
donare un poco di questa felicità anche agli altri. La Chiesa ha vagliato per anni la
richiesta, accertandosi dell’autenticità della vocazione, fino a quando tutti i dubbi
sono stati rimossi. «La sindrome di Down per me non è stata né una maledizione né
una benedizione – spiega Cristina – ma il modo per capire che sono portata per delle
cose e non per altre. E sono pronta ad affrontare gli impegni che ho assunto».
Cristina non è mai stata in silenzio di fronte alla strage di bambini Down abortiti
che, secondo una accurata indagine del prof. Benedetto Rocchi, professore di
economia all’Università di Firenze, il numero è stato tra i 799 e 1309 di bambini
down abortiti (stima “pessimista”) nell’anno 2009. Ha affermato la donna: «Non mi
sono mai sentita diversa dagli altri, perché come tutti sogno, spero, desidero, provo
dei sentimenti, gioco. Io sono contenta di essere venuta al mondo, di essere nata, e
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ringrazio tutt’oggi i miei genitori che mi hanno fatta nascere». Ha quindi continuato:
«L’aborto è una decisione infelice, ci sono madri che non se la sentono di portare
avanti dei bambini, non ce la fanno. Si perdono una grande gioia, secondo me,
perché tutti i figli, in qualsiasi modo nascano, sono un dono del cielo, e hanno tutto
il diritto di venire al mondo per mostrare quello che sono capaci di fare. Anche se
sanno fare poco, devono far vedere che lo sanno fare». Infine la conclusione glaciale:
«sono stata fortunata ad essere nata nel ’72, perché se nascevo oggi, nel 2000,
l’amniocentesi mi fregava». Un appello che rivolgiamo ai tanti vip che fanno la fila
per presenziare alle “Giornata mondiale delle persone con sindrome di Down”,
durante le quali si bada bene di non citare l’aborto come causa principale di morte
delle persone affette da tale handicap. Chi ha il coraggio di stare davanti a Cristina e
parlare dei (presunti) diritti della donna di scegliere di sopprimerla?
L’icona Naomi Klein denuncia l’ipocrisia dei Verdi
Lettera napoletana, periodico dell’Editoriale “Il Giglio”, n.65, giugno 2013
Le grandi associazioni ambientaliste investono il proprio patrimonio in titoli delle
compagnie petrolifere e del settore energetico, contribuendo a quell’inquinamento
che affermano di voler combattere. A denunciarlo è Naomi Klein, ambientalista
canadese ed icona dagli ecologisti e dalla sinistra americana ed europea. In un
articolo sul settimanale della sinistra Usa “The Nation” ( “Time for big green to go
fossil free” 20.5.2013), ripreso da “L’Espresso” (16. 5.2013) Naomi Klein accusa
apertamente organizzazioni ecologiste come “The Nature Conservancy” (TNC),
indicato come “il più ricco dei gruppi ambientalisti” americani, di aver accettato nel
2010 – come ha rivelato il quotidiano “Washington Post” -, “circa 10 milioni di
dollari in liquidità e donazioni in terreni da parte della Bp e delle società affiliate”.
Inoltre Chevron, Exxon Mobil e Shell fanno parte del consiglio di gestione di TNC,
mentre Jim Rogers, Ceo (amministratore delegato) di “Duke Energy”, grande
compagnia Usa che produce energia derivata dal carbone, siede nel suo Consiglio di
amministrazione. “Conservation International”, che la Klein definisce “famigerata
per le partnership che intrattiene con compagnie petrolifere ed altri attori negativi”,
ha investito “quasi 22 milioni di dollari in titoli negoziati pubblicamente, di cui
centinaia di migliaia di pacchetti azionari dei comparti energia, materie prime e
utilities (aziende che erogano servizi pubblici ed ambientali)”. Quanto alla Wildlife
Conservation Society, indica nel proprio rendiconto finanziario 2012 “una
sottocategoria di investimenti nei settori energia, estrazione, e trivellazione e
agroalimentare” ma “si ignora quanta parte del patrimonio da 377 milioni di dollari
della Wcs sia investito nel comparto energetico e della trivellazione”. Infatti,
“nonostante le ripetute richieste, la società non ha reso pubblica l’informazione”. Il
Wwf-Usa “ha negato di investire direttamente nel settore fossile ma non ha risposto
alla domanda se applichi o meno discriminanti di tipo ambientale al suo
considerevole patrimonio in fondi misti” (L’Espresso, 10.5.2013). “I puristi – scrive
Naomi Klein – faranno notare che nessun grande gruppo ambientalista è pulito,
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perché in pratica tutti ricevono denaro da fondazioni costruite su imperi dei
combustibili fossili, fondazioni che continuano ad investire il proprio patrimonio nel
comparto fossile. È un’obiezione lecita – prosegue la Klein - (…) la maggiore di
queste Fondazioni, quella di Bill e Melinda Gates (il fondatore e presidente di
Microsoft e la moglie, n.d.r.) (…) a dicembre 2012 aveva almeno 958,6 milioni di
dollari investiti in soli due giganti del petrolio: la Exxon Mobil e la Bp”. “L’ipocrisia
è sconvolgente – osserva l’ambientalista canadese – una delle massime priorità della
Gates Foundation è il sostegno alla ricerca sulla malaria, patologia intimamente
legata al clima. Sia le zanzare che i parassiti della malaria prosperano nei climi
caldi e fa sempre più caldo. Ha senso combattere la malaria se al contempo si
finanzia uno dei motivi che potrebbero inasprirne la diffusione in alcune zone?”.
Naomi Klein, che sostiene una frazione ambientalista che chiede alle grandi
associazioni dei Verdi di rinunciare agli investimenti nel settore dei combustibili
fossili, solleva un lembo di verità sull’ecologismo. Molto altro resterebbe da svelare a
proposito dei collegamenti tra associazioni ambientaliste e gruppi industriali legati
alla cosiddetta “Green Economy”, che presuppone una gigantesca operazione di
ricambio industriale, rappresentati da figure di ambientalisti – business men come Al
Gore, vicepresidente degli Stati Uniti durante la presidenza di Bill Clinton (19932001) e grande divulgatore, anche attraverso il suo network televisivo “Current Tv”,
della disinformazione ambientalista.
Olanda infelix
Nel Paese dei mulini a vento ogni settimana si chiudono due
chiese cristiane
Giulio Meotti – ilfoglio.it - 1 luglio 2013
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E’ il ground zero dell’ateismo. Chiudono le chiese, anche i banchi venduti a metro.
Questo paese va così, il resto dell’Europa segue. Le chiamano le “chiese morte”. Due
edifici cristiani chiudono ogni settimana. E’ il record della secolarizzazione detenuto
dall’Olanda, il paese più libero, libertino e liberale d’Europa. Come ha denunciato
Willem Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht, le chiese che chiudono sono “cento
all’anno, mille negli ultimi dieci anni”. Non è raro ormai trovare oggetti rituali usati
nelle chiese olandesi nella Repubblica dominicana, in Indonesia, Congo, Filippine ma
anche nei paesi ex comunisti, come l’Ucraina. L’Olanda è infatti diventato il paese
più prolifico al mondo nella vendita e nella esportazione di oggetti religiosi. Qui per
la prima volta la secolarizzazione è diventata un grande affare. L’Olanda è un paese
dove è molto facile registrare i cambiamenti sociali. Perché la divisione interna della
società in tre pilastri (“zuilen”: protestanti, cattolici e laici) è stata una caratteristica
fondamentale della vita del paese dal Dopoguerra a oggi: un cattolico nasceva in un
ospedale cattolico, frequentava scuole cattoliche, leggeva quotidiani cattolici (de
Volkskrant), ascoltava radio cattoliche (RKK) e votava partiti cattolici. Ancora oggi
scuole, ospedali, media portano etichette cattoliche, protestanti o laiche a seconda
delle loro origini. “In Olanda la presenza domenicale cattolica era la più alta
d’Europa, al novanta per cento”, ha detto il reverendo Jan Stuyt di Nimega. “Adesso
è al dieci per cento”. Nei giorni scorsi il governo olandese ha deciso di eliminare gli
insegnanti di religione delle scuole elementari a causa dell’interruzione dei
finanziamenti pubblici all’educazione confessionale. Delle settemila chiese esistenti
in Olanda, quattromila figurano come monumenti, e le altre, sempre più disertate dai
fedeli, cambiano destinazione d’uso. Ogni anno sessanta edifici di culto chiudono,
oppure sono venduti o demoliti. Dal 1970 al 2008, 205 chiese cattoliche sono state
demolite in Olanda e 148 convertite in librerie, ristoranti, palestre, appartamenti e
moschee. Si calcola che delle restanti chiese, il venticinque per cento sia nelle mani
di congregazioni con meno di cento fedeli. Sono anch’esse destinate a scomparire. Le
“chiese
morte”
possono
essere
acquistate
anche
su
Internet, sui
portaliwww.redres.nl e www.reliplan.nl. Il ministero della Cultura olandese ha
persino stilato delle linee guida su come affrontare la conversione delle chiese in
disuso o abbandonate. La moschea Fitih Camii di Amsterdam era una chiesa cattolica
romana. In Olanda era chiamata “chiesa mausoleo”, perché nessuno ci andava
più. Non è soltanto l’ateismo olandese a essere particolarmente accentuato. E’ lo
stesso cristianesimo ad avere una storia di radicalismo. Una parabola di decadenza
simboleggiata dal teologo domenicano Edward Schillebeeckx che negli anni del
Concilio Vaticano II divenne una star di risonanza globale, il campione della “nuova
teologia” al passo con la cultura dominante e progressista, ma col tempo venne
dimenticato. Nella stagione postconciliare fu un altro cardinale olandese, quel
Bernard Jan Alfrink arcivescovo di Utrecht, creato cardinale da Giovanni XXIII, che
partecipò ai lavori del Vaticano II come membro della presidenza, a pubblicare un
nuovo catechismo portatore di profonde aperture sui temi dell’omosessualità,
dell’aborto, degli anticoncezionali, del sacerdozio delle donne, del celibato dei preti.
Lo scontro fra Alfrink e il cardinale Alfredo Ottaviani, capo del Sant’Uffizio, fece
esplodere le contraddizioni del cristianesimo alle prove con l’ultra liberalismo
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olandese. Nel 1970, il Consiglio pastorale olandese si pronunciò a grande
maggioranza per una dissociazione tra sacerdozio e celibato. La decisione a Roma fu
presa come una sfida allo stesso Paolo VI che, due anni prima, aveva promulgato
l’enciclica “Sacerdotalis coelibatus”, in cui ribadiva la disciplina tradizionale. Allora
si parlò di una “Olanda scismatica”. Ma anche quella chiese è morta. Il loro idolo è
Adriano VI, l’unico olandese salito alla cattedra di Pietro 460 anni fa che si era
mostrato “olandese” già a quei tempi, privando la curia dei privilegi e inviando un
delegato alla Dieta imperiale che doveva discutere le tesi di Lutero. Era noto come
“Papa pacifico”. Stando a un rapporto del quotidiano Trouw, un membro su sei del
clero protestante olandese è oggi ateo o agnostico. Di questo “nuovo clero
secolarizzato” è esponente di spicco il reverendo Klaas Hendrikse, che amministra il
servizio domenicale nella chiesa di Gorinchem. Il religioso protestante sostiene che
“non c’è vita dopo la morte” e che “Gesù non è resuscitato fisicamente”. Il professor
Hijme Stoffels della VU University di Amsterdam ha scritto che l’Olanda oggi crede
nel “qualcosismo”, un misto di cristianesimo progressista e agnosticismo
postmoderno. E anche la chiesa cattolica si è affidata al sincretismo. A Nimega, nella
chiesa dei frati agostiniani, la messa è presieduta congiuntamente da un protestante e
da un cattolico, che a turno curano uno la liturgia della Parola e il sermone, l’altro la
liturgia eucaristica. Il cattolico è un semplice laico, spesso una donna. Per la
preghiera eucaristica, ai testi del messale si preferiscono i testi composti da gesuiti
progressisti. Il pane e il vino sono condivisi da tutti. La chiamano “chiesa
democratica”.
Quando nel 2007 Benedetto XVI annunciò il motu proprio, le chiese olandesi
risposero con “Kerk en Ambt”, significa chiesa e ministero, una sorta di manuale per
la via olandese al cristianesimo in cui forte è l’influenza proprio di Schillebeeckx, che
negli anni Ottanta finì sotto l’esame della congregazione per la Dottrina della fede per
tesi vicine a quelle ora confluite nell’opuscolo. Una sorta di “rito sostitutivo” in cui
capita di frequente che alle ostie consacrate si aggiungano ostie non consacrate e si
distribuiscano tutte assieme per la comunione. Alla “chiesa piramide” si deve
rispondere con una “chiesa corpo” in cui il laicato è protagonista. Una visione diversa
dell’eucaristia. “L’idea che la messa sia un ‘sacrificio’ è legata a un modello
‘verticale’, gerarchico, un sacerdote maschio e celibe, come prescritto da un’antiquata
teoria della sessualità”, si legge nell’opuscolo.
In un paese con novecentomila immigrati arabi su sedici milioni di abitanti, e venti
moschee nella sola Amsterdam, la Oude Kerk, la più antica chiesa della città,
costruita nel 1309 e oggi attorniata dal Red Light District delle prostitute, serve per
esposizioni e può essere affittata per cene di gala. Durante i giorni di Natale l’unico
segno della festività sono i berretti da Babbo Natale indossati dalle prostitute. La
Neuwe Kerk, la chiesa dove venivano incoronati i re d’Olanda, è invece un museo.
Nel registro del seminario di Haarlem, il numero di preti ordinati precipita alla fine
degli anni Sessanta. Nel 1968, nemmeno uno. I religiosi hanno registrato un drastico
calo. Il numero di frati e monaci è calato da 1.779 a 1.259. E il livello di sacerdoti è
diminuito da 3.131 a 2.431. Il numero di seminaristi è crollato del 31 per cento dal
1996.
59
La chiesa di San Jacobus, una delle più grandi e antiche della città di Utrecht, culla
del cattolicesimo olandese, dove però le parrocchie sono passate da 316 a 49, è stata
appena trasformata in una residenza di lusso dagli architetti Zecc, un gruppo
specializzato proprio nella conversione di chiese vuote in edifici pregiati in stile
Bauhaus. Conosciuto anche come “WoonkerkXL” o “La Chiesa Residenziale XL”,
questa inusuale casa è una delle rarissime chiese gotiche al mondo a essere stata
riadattata a questo scopo, forse l’unica. Gli architetti hanno reinventato gli spazi della
chiesa per creare una casa in cui fosse “piacevole vivere”. I banchi delle chiese
olandesi vengono venduti in base alla dimensione. I più corti, quelli da 3,6 metri,
vengono venduti a 40 euro, i più lunghi, da sei metri, a 60. Il curatore di musei d’arte
Marc de Beyer è stato ingaggiato dall’amministrazione pubblica per gestire la
svendita degli edifici religiosi. Lui è diventato “l’uomo che chiude le chiese”. E’ una
tendenza che riguarda principalmente i cattolici, che vedranno sparire metà delle loro
chiese nei prossimi anni. Solo la chiesa protestante perde 60 mila iscritti ogni anno. A
questo ritmo, cesserà di esistere entro il 2050, secondo i funzionari ecclesiastici.
A Helmond, cittadina a sud di Bilthoven, un supermercato si è spostato all’interno di
una chiesa sconsacrata. Una libreria è stata aperta in una chiesa dei domenicani a
Maastricht, mentre due chiese di Utrecht e Amsterdam sono state trasformate in
moschee. Nella chiesa di San Giuseppe alla fine di novembre ha aperto uno skate
park, con rampe e ostacoli nella navata centrale, con un biglietto da quattro euro per
trascorrere una giornata a pattinare tra figure sacre. A Santa Caterina, la chiesa di
Doetinchem che sorge sulla piazza centrale della città dell’Olanda orientale, il pastore
protestante Klaas Bakker ha offerto ospitalità alla cerimonia della “società del
carnevale”. E’ stato issato un palo nella navata centrale di quello che fino alla riforma
protestante è stato uno dei luoghi principali del cattolicesimo della regione. Poi è
arrivata una ballerina di lap dance. “Catharinakerk” era stata gravemente danneggiata
dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale. Originariamente era un
edificio sacro cattolico, poi a partire dalla Riforma è passato ai protestanti nel 1591.
Ad Amsterdam il complesso “De Liefde”, l’amore, che comprendeva un convento,
una chiesa e una casa parrocchiale, ha fatto posto a degli appartamenti. Gran parte
della popolazione olandese oggi è “Buitenkerkelijk”, senza chiesa. Anche in regioni
cattoliche e operaie come il Limburgo i fedeli sono drasticamente calati. Scenari
impressionanti per un paese dove, fino alla guerra, la vita individuale era dominata
dal calvinismo e da un cattolicesimo tradizionalista. La domenica era sacra, non si
poteva neppure rifare i letti o leggere il giornale. Alcuni esperti e commentatori da
anni notano che, scomparsa dalla vita pubblica, la religione sta riaffiorando dentro
alle case. Un libro, “De Toekomst van God” (il futuro di Dio), racconta il nuovo
spirito religioso nelle corporation, nelle multinazionali, nelle grandi aziende dove,
all’americana, sono sempre più numerose le sessioni mattutine di preghiera. Poi
stanno fiorendo anche le “chiese di casa”, gruppi evangelici fai da te. Nel paese più
scristianizzato d’Europa spicca anche la presenza in Parlamento del Partito Sgp,
fondato nel 1918, che ha aperto all’adesione delle donne solo nel 2006, ma non alla
loro candidatura ai vertici del partito. Il partito è portatore della più stretta visione
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calvinista della società ed esprime la rappresentanza della “fascia della Bibbia”, che
dalla Zelanda attraversa il sud dell’Olanda fino all’Overijssel.
Anche i cattolici progressisti stanno scomparendo. Il celebre “Gruppo dell’8
maggio”, che prese il nome dalle proteste contro la visita in Olanda nel 1985 di
Giovanni Paolo II, è stato chiuso nel 2003 per mancanza di membri. Se era cattolica il
42 per cento della popolazione olandese nel 1958, nel 2020 lo sarà meno del dieci per
cento. Una rivoluzione culturale che esplose in tutta la sua evidenza proprio quando
Giovanni Paolo II si recò in visita in Olanda. Le strade di Utrecht, capitale dei
cattolici dei Paesi Bassi, erano vuote quando il Pontefice passò in auto. Karol Wojtyla
venne contestato al grido di “Popie Jopie”, Papa Paoletto. Sventolava solo la bandiera
vaticana. E a Den Bosch, durante la processione, arrivarono appena ottomila persone.
In una strada di Utrecht, mentre passava il corteo del Papa, su un balconcino sono
apparsi quattro domenicani, vestiti con il loro lungo abito bianco e nero, e con in
mano tutti e quattro una grande fotografia di Leonardo Boff, il francescano padre
della teologia della liberazione.
C’è chi fa risalire questa radicale secolarizzazione alla storia olandese. L’imperatore
Carlo V tentò di arrestare la diffusione delle dottrine protestanti bruciando i libri di
Lutero e istituendo l’Inquisizione nel 1522. Ma alla metà del secolo XVI il
protestantesimo si era affermato nelle province settentrionali, mentre le province
meridionali rimanevano prevalentemente cattoliche. La maggioranza degli olandesi
abbracciò il calvinismo, che fu forza di aggregazione nel corso della lotta contro i
dominatori spagnoli. La ribellione esplose nel 1568 e il conflitto si protrasse fino al
1648, quando la Spagna, con la pace di Vestfalia, rinunciò a qualsiasi pretesa sul
paese. I Paesi Bassi divennero una nazione protestante. E il culto cattolico fu messo
al bando. Niente più messe e niente più chiese. L’ostracismo nella patria della
tolleranza durò tre secoli fin quasi alla fine del XIX secolo, quando le autorità
olandesi fecero cadere ufficialmente il divieto.
Adesso è l’iconoclastia ateistica a disegnare i contorni del paesaggio olandese.
Quando Wojtyla fece tappa in Olanda, a Utrecht un gruppo di giovani imbrigliò con
corde metalliche la statua equestre di san Villibrordo, il patrono dei Paesi Bassi, per
tirarla giù dal piedistallo. Segno dei tempi che verranno con i paramenti aboliti, le
ostie sostituite con pezzi di galletta, l’altare ripudiato in favore d’un lungo tavolo e il
resto delle chiese messe all’asta su eBay.
Quello che accade in questo minuscolo e popolatissimo angolo di Vecchio
Continente, dove la secolarizzazione si è come compiuta fatalmente, può accadere
altrove. Per dirla con il giornalista britannico Douglas Murray, “dove l’Olanda va, gli
altri paesi europei seguono”.
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L'omosessualità e le risposte del buon senso
Possiamo lasciare che i bambini vivano
in un mondo al contrario?
Carlo Climati - Zenit.org – 5.7.2013
Capita sempre più spesso di incontrare giovani che manifestano interesse su un tema
che è diventato di grande attualità: i presunti “diritti” delle persone omosessuali.
I mezzi di comunicazione sono letteralmente invasi da notizie su questo tema, che
sembra essere diventato prioritario. Stiamo assistendo ad una specie di lavaggio del
cervello collettivo per convincere l’opinione pubblica ad accettare i cosiddetti
“matrimoni” tra persone dello stesso sesso, insieme alla possibilità di adottare
bambini o di avere figli attraverso la maternità surrogata.
La trappola che si nasconde dietro questi meccanismi è semplice. È stato creato, a
tavolino, il “complesso dell’omofobia”. Chiunque osi difendere la famiglia naturale
viene immediatamente accusato di essere “omofobo”, cioè nemico delle persone
omosessuali.
La cosa grave è che questo complesso sembra aver colpito anche chi dovrebbe
rappresentare una guida sicura per i giovani. Non è raro incontrare sacerdoti, suore e
catechisti complessati, insicuri, spaventati, che trasmettono lo stesso tipo di
complesso alle nuove generazioni.
Eppure il Catechismo della Chiesa Cattolica parla chiaro e ci ricorda che gli atti
omosessuali sono “contrari alla legge naturale”. Spiega anche che gli omosessuali
“devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si
eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a
realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio
della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro
condizione”. E poi: “Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le
virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno,
talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale,
possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione
cristiana”.
Nonostante la chiarezza del Catechismo, anche in certi ambienti cattolici si è diffuso
il complesso dell’omofobia. Si tace colpevolmente e ci si rifiuta di contrastare il
bombardamento pro-gay dei mezzi di comunicazione.
È lo stile codardo di una Chiesa “fai da te”, in cui il Catechismo è stato trasformato in
un menù. Si prendono i piatti che sono graditi e si mettono da parte quelli più
scomodi, che potrebbero urtare il pensiero conformista dominante.
Questa mentalità rischia di causare danni molto gravi. Le nuove generazioni hanno
bisogno di pastori seri, preparati, che insegnino ad amare ed accogliere ogni essere
umano, senza però tollerare il peccato.
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Una bella lezione sta arrivando dalla Francia, dove migliaia di giovani sono scesi in
piazza per manifestare pacificamente contro le cosiddette “nozze gay”. Per questa
ragione stanno subendo gravi persecuzioni e violazioni dei diritti umani.
Ma sono coraggiosi e non si arrendono. Continuano a mostrare il volto pulito di una
nazione che non vuole essere schiacciata da una legge ritenuta ingiusta.
È il buon senso a dare una risposta a tutte le domande. Nella vita quotidiana due
persone dello stesso sesso possono generare figli? Ovviamente no. E allora, perché
dovrebbero adottarli oppure ottenerli tramite la maternità surrogata? Perché si
dovrebbe creare e approvare per legge una situazione che, di fatto, non è naturale?
Non esiste un “diritto ad avere figli”. Esiste, semmai, il diritto del bambino a vivere
in una famiglia con la mamma e il papà.
Bisogna avere il coraggio di dire questo, senza sentirsi ricattati dal complesso
dell’omofobia. Non possiamo assistere silenziosamente al tentativo di rovesciare il
mondo. Il buon senso non è un optional. Non passa di moda. Recuperiamolo e
facciamolo nostro, con serenità e senza paura.
Il sesso dei Giacobini
Roberto de Mattei – Il Foglio – 3.7.2013
Va detto con tutta la chiarezza possibile. Il “matrimonio omosessuale” legittimato il
25 giugno dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, con l’abolizione del Defence of
Marriage Act, rappresenta forse una svolta storica, ma certamente è un evento
illogico e profondamente innaturale.
Matrimonio e omosessualità sono infatti due parole e due concetti che si
escludono a vicenda. Il matrimonio non è un legame affettivo, ma un contratto
sociale. Non riguarda il sesso, ma la vita. Più precisamente è un’istituzione di
carattere giuridico-morale destinata alla propagazione del genere umano e alla
costituzione della famiglia.
L’omosessualità è un legame sessuale tra individui dello stesso sesso, di sua
natura infecondo, e che perciò non può portare alla costruzione di una famiglia.
La famiglia è una società che ha la finalità primaria di trasmettere la vita e di educare
i figli. Proprio perché essa è fonte di vita e di nuove relazioni umane costituisce la
cellula fondamentale e insostituibile della società. Tutti i filosofi e i pensatori politici
lo hanno affermato, ma è stata soprattutto la storia a confermarlo. Ben prima del
Cristianesimo, nella antica Roma, la familia era la cellula della civitas, e il
matrimonio assicurava la stabilità sociale, costituendo, secondo la efficace
definizione di Cicerone, il seminarium rei publicae (De Officiis, I, 54), il modello di
tutta la società che dalla famiglia nasce e dalla famiglia si espande.
Il Cristianesimo elevò il matrimonio a sacramento e quando l’Impero Romano
crollò, travolto dai barbari, la sola realtà che sopravvisse e che costituì la base
della società che nasceva, fu la famiglia. La nascita delle nazioni europee, all’alba
dell’anno Mille, coincide con lo sviluppo dell’istituzione familiare. Per ben
comprendere la società medioevale, osserva la storica Régine Pernoud, bisogna
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studiare la sua organizzazione familiare: “è questa la chiave del Medioevo, ed è la sua
caratteristica più originale” (Luce del medioevo, Volpe 1975, p. 24).
L’etimologia della parola nazione, del resto, non rimanda alla “scelta”, ma alla
nascita e indica un insieme di uomini che hanno un’origine comune e sono legati
dal sangue. Il territorio su cui si esercitano le varie autorità nella società medioevale
– che si tratti di un capo di famiglia, del barone feudale o del re – nei documenti
viene uniformemente chiamato patria, il dominio del padre. “La patria – osserva
Franz Funk Brentano – fu all’origine il territorio della famiglia, la terra del padre.
Questo termine si è poi esteso alla signoria ed al regno intero, poiché il re era padre
del popolo” (L’Ancien Régime, Fayard, Paris 1926, pp. 12-14).
Tale concezione della famiglia, che sopravvisse fino alla Rivoluzione francese ed
oltre, era fondata sull’idea che l’uomo nasce all’interno di una condizione
storica data; che ha dei limiti invalicabili, a cominciare dalla morte; che esiste una
natura oggettiva ed immodificabile; che questa natura ha la sua origine in Dio,
creatore dell’ordine dell’universo. Questa antropologia fu negata dagli illuministi e
dai materialisti del Settecento, che espulsero Dio dalla storia e dalla società e
affermarono l’esistenza di un progresso illimitato, perché nella storia tutto muta e si
perfeziona, compreso l’uomo, ridotto, secondo la formula di Helvetius (1715-1771) a
“sensazione fisica”, pura animalità (De l’homme, 1773). Il termine “naturale”, in
questa visione evolutiva, viene ad esprimere la “spontaneità” della liberazione degli
istinti. Il “cittadino” Alphonse-François de Sade (1740-1814) della “sezione delle
Picche” e Charles Fourier (1772-1837) nel suo “Falansterio”, teorizzano la sfrenata
liberazione delle passioni, proprio per raggiungere il massimo punto dell’evoluzione
sociale. Mentre, con questi autori, il piacere libertino rivendica i suoi pieni diritti
extra-familiari, la Rivoluzione francese laicizza il matrimonio, distinguendo tra il
contratto civile e il sacramento religioso e avviando, nel 1791, con l’introduzione del
divorzio, un processo di radicale riforma dell’istituto familiare che il Codice
napoleonico estenderà a tutto il continente (Xavier Martin, Nature humaine et
révolution française, du siècle des lumières au Code Napoléon, Dominique Martin
Morin, Poitiers 2002).
L’etnologo americano Lewis Henry Morgan (1818-1881), partendo dalle
relazioni familiari esistenti tra gli Irochesi dell’America del Nord, concepì una
fantasiosa storia della famiglia rintracciandone le origini in un’orda primitiva in cui
le relazioni sessuali sarebbero state totalmente promiscue e non sottomesse a nessuna
regola. Marx ed Engels aderirono con entusiasmo a questa concezione materialistica,
che confermava le teorie darwiniane. Il libricino di Friedrich Engels, L’origine della
famiglia della proprietà privata e dello Stato (1884), è il manifesto di un attacco alle
istituzioni portanti della società, a partire dalla famiglia, che si svilupperà nel
pensiero marxista per tutto il XX secolo, per realizzare l’utopica “società senza
classi”.
La riduzione della natura umana a “libido” e libero sfogo agli impulsi riceve nel
Novecento un nuovo contributo dagli eredi di Freud, come Wilhelm Reich (18971957) ed Herbert Marcuse (1898-1979), ma soprattutto da Michel Foucault, il
filosofo francese morto di Aids nel 1984, la cui Histoire de la sexualité in tre volumi
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(Gallimard, Parigi 1976-1984) costituisce il fondamento concettuale dell’ideologia
omosessualista. Per Foucault, il concetto di sesso è stato immaginato e costruito dal
potere tradizionale, per farne un uso meramente politico. La sessualità va dunque
separata non solo dalla procreazione, ma perfino dal piacere, per diventare uno
strumento “biopolitico” con il quale far saltare la teoria classica del potere.
Sotto l’influenza di Foucault, l’americana Judith Butler è uno dei primi autori
ad elaborare la teoria del “gender” (Gender Trouble: Feminism and the Subversion
of Identity (Routledge, New York and London 1990/1999), che costituisce l’ultima
frontiera delle ideologie post-moderne. Il “genere” sarebbe la percezione soggettiva
che l’individuo ha della propria identità sessuale e costituirebbe la rappresentazione
dell’appartenenza a una classe, a un gruppo, a una categoria sociale. La filosofia
soggiacente resta il materialismo evoluzionista, che vede l’uomo come materia in
divenire, priva di natura propria, materia informe che può essere modellata a piacere.
Martine Rothblatt, nel suo Apartheid of Sex. A Manifesto on the Freedom of
Gender (Crown, New York 1995), sostiene che le differenze genitali, ormonali,
cromosomiche e perfino la fertilità non sarebbero sufficienti a giustificare una
divisione binaria tra maschio e femmina e invoca una lotta di liberazione del
gender parallela a quella contro l’apartheid razziale. Poichè l’uomo è una “struttura”
materiale, inserito a sua volta in una rete di strutture in evoluzione, la distinzione tra
il sesso maschile e quello femminile non proverrebbe dalla natura, ma dalla cultura
dominante che crea e attribuisce i “ruoli” del maschio e della femmina. Non esiste
identità sessuale non solo perché non esiste identità maschile e femminile, ma perché
non esiste identità umana. L’essere umano, privo di un’identità definitiva e
irrevocabile, assume solo una serie di identità legate ai diversi momenti evolutivi.
Questa visione antropologica, che dissolve e fluidifica l’identità umana, si
contrappone ad ogni realtà “solida”, a cominciare dal matrimonio che, anche
nella forma “dissolubile” della moderna società secolarizzata, rappresenta
comunque un elemento di stabilità, incompatibile con la prospettiva “liquida” ed
evolutiva del pensiero postmoderno. La Rivoluzione culturale del Sessantotto aveva
proclamato la fine della famiglia, definendo il matrimonio un “peccato sociale”, per il
suo esclusivismo. Oggi le comunità LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender)
lo rivendicano non come punto di arrivo, ma come tappa di un itinerario che ha ben
altra mèta.
La richiesta di legalizzazione del cosiddetto “matrimonio gay” è in realtà una
rivendicazione sociopolitica che mira esclusivamente a togliere alla famiglia la
protezione sociale che essa ha fino ad oggi avuto in Occidente in ragione della
sua insostituibile funzione sociale. Sotto questo aspetto, il cardine dell’ideologia
omosessualista non sta in ciò che afferma, ma in ciò che nega, non in ciò che dice di
volere, ma in ciò che realmente aborre: in una parola non nella rivendicazione del
matrimonio e dell’adozione di bambini, ma nella volontà di espropriare la famiglia
dai diritti e dai privilegi che in molti Paesi, come l’Italia, ancora vengono accordati a
questa istituzione dalle leggi e dalla costituzione.
La rivendicazione del “matrimonio omosessuale” è proprio per questo
inscindibile dall’introduzione del reato di omofobia. Michela Marzano scrive su
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“la Repubblica” (La nostra vergogna, 27 giugno 2013) che nel nostro paese i cittadini
continuano ad essere distinti in due categorie, di serie A e di serie B. Gli omosessuali
sarebbero trattati come “anormali”, “devianti”, “indegni”. L’”orgoglio omosessuale”
si propone di capovolgere questa prospettiva e trattare come “anormali”, “devianti”,
“indegni”, gli omofobi, ovvero tutti coloro che criticano l’omosessualismo per
affermare il primato della famiglia naturale. Ma i diritti fondamentali, a cominciare
dalla libertà di espressione, oggi sono garantiti a tutti dalla legge, compresi gli
omosessuali. Se la legge sull’omofobia, su cui esiste “larga intesa” nel nostro
parlamento, andasse in porto, il diritto della libertà di espressione sarebbe negato solo
ai difensori dell’ordine tradizionale. Un sacerdote dal pulpito o un professore dalla
cattedra non potrebbero presentare la famiglia naturale e cristiana come “superiore”
alle unioni omosessuali, senza che questo costituisse una “discriminazione” degna di
sanzione penale.
E’ per questo che la libertà di espressione si restringe sempre di più per i
cristiani in Europa. L’obiezione di coscienza – che riguarda i medici sull’aborto,
così come i sindaci o i dirigenti del Comune sulle unioni civili o “matrimoni” gay –
tende ad essere sempre più ristretta, mentre in molti paesi i cristiani non possono
esprimere opinioni contrarie all’omosessualità, neanche rifacendosi alla Bibbia, senza
che queste vengano tacciate e sanzionate come “discorso d’odio”.
Anche Paesi di antica tradizione cattolica hanno iniziato ad inserire nelle loro
legislazioni il nuovo crimine degli hate speeches, che si riferiscono alla
discriminazione e all’ostilità verso un individuo, a causa di caratteristiche
particolari, come il suo orientamento sessuale o “l’identità di genere”. In dodici
Stati membri dell’Unione Europea (Belgio, Danimarca, Germania, Estonia, Spagna,
Francia, Irlanda, Lettonia, Paesi Bassi, Portogallo, Romania e Svezia) più l’Irlanda
del Nord nel Regno Unito, è considerato reato esprimere critiche in base
all’orientamento sessuale. Negli altri Stati membri, le critiche nei confronti di persone
lesbiche, gay, bisessuali e transessuali non sono definite specificatamente come reato.
Le lobbies relativiste vorrebbero una legislazione europea uniforme, che reprima ogni
forma di discriminazione, anche solo verbale.
Il 24 maggio 2012, il Parlamento europeo ha votato una risoluzione contro
l’omofobia e la transfobia in Europa che “condanna con forza tutte le
discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere” ed
esorta gli Stati membri a garantire la protezione di lesbiche, gay e transgender dai
discorsi omofobi di incitamento all’odio e dalla violenza. Con ciò si intende
impedire, in realtà, ogni forma esplicita di critica della condizione omo o
transessuale. Si inizia così ad applicare rigorosamente la categoria giuridica di “non
discriminazione”, introdotta dall’art. 21 del Trattato di Nizza, recepito dalla Carta dei
diritti fondamentali dell’Unione Europea.
Il principio è solo apparentemente nuovo: in realtà non si tratta altro che del
vecchio concetto giacobino di uguaglianza assoluta, riproposto con nuovo linguaggio.
E’ difficile infatti trovare un termine ambiguo come quello di discriminazione. L’idea
stessa di giustizia, che nella sua formulazione tradizionale significa attribuire a
ciascuno quello che gli è proprio (suum cuique tribuere) implica qualche forma di
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“discriminazione”. Ogni legge è costretta in qualche modo a “discriminare”, per il
fatto stesso che stabilisce che cosa è giusto e ingiusto, lecito o proibito, favorendo gli
uni ed ostacolando gli altri.
La pretesa di non discriminare gli orientamenti sessuali significa applicare un
criterio rigorosamente ugualitario a tutte le scelte, quali esse siano, relative alla
sessualità umana. Un coerente criterio ugualitario porterà a proteggere giuridicamente
ogni forma di disordine morale, dalle unioni omosessuali alla poligamia, dalla
pedofilia all’incesto, almeno quando siano tra soggetti consenzienti ed escludano una
violenza esplicita. Tutti gli oppositori di questi orientamenti sessuali sono destinati ad
essere perseguiti dalla legge.
Il presidente americano Obama ha visto nel “matrimonio omosessuale”
un’applicazione rigorosa dei princìpi democratici di libertà e di uguaglianza. In
realtà, libertà e uguaglianza sono valori che possono essere armonizzati solo se riferiti
a una nozione di Verità e di Bene che li trascende. Gesù dice nel Vangelo:
“Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi” (Gv. 8, 32). Si potrebbe allo stesso
modo affermare: “Conoscerete la verità, e la verità vi farà uguali”. Non esiste libertà
o uguaglianza, al di fuori di quella Verità, che i relativisti, malgrado le loro opinioni
contrarie, non sono in grado di annullare. Quando libertà ed uguaglianza pretendono
di emanciparsi dalla Verità e dal Bene e diventare valori assoluti, entrano
necessariamente in collisione tra loro.
Bisognerebbe rileggere il classico di Jakob Talmon (1916-1980), Le origini della
democrazia totalitaria (Il Mulino, Bologna 2000), o i libri, mai tradotti in Italia di
Erik von Kuehnelt-Leddhin (1909-1999), Liberty or Equality. The challenge of our
time (Hollis & Carter, London 1952) e Leftism Revisited. From de Sade and Marx to
Hitler and Pol Pot (Regnery, Washington 1991) per ritrovare il filo rosso di questo
conflitto
ancora
irrisolto.
La ragione per cui gli ugualitaristi sono obbligati a soffocare la libertà è che
l’uguaglianza assoluta in natura non esiste, e non esiste proprio perché esiste
una natura oggettiva e inestirpabile. Le astrazioni possono essere imposte solo con
la forza, ma la natura, quando è violentata, si ribella. Gli omosessualisti tenteranno
invano di cancellare la distinzione sessuale tra uomini e donne, così come i giacobini
tentarono invano di distruggere la religione e i comunisti di liquidare la proprietà
privata. Non è possibile abolire per decreto il fatto che si nasce geneticamente maschi
o femmine, all’interno di una determinata famiglia, in un Paese, che ha una sua
cultura e una sua tradizione.
Nella parola tradizione si racchiudono i princìpi fondanti di una civiltà, fondati
sulla filosofia dell’essere e percepiti dal senso comune. Il senso comune, come
spiega il padre Réginald Garrigou-Lagrange, in una sua opera classica, recentemente
curata da mons. Antonio Livi (Il senso comune, la filosofia dell’essere e le formule
dogmatiche, Leonardo da Vinci, Roma 2013), consiste in un certo numero di princìpi
evidenti che ci permettono di distinguere il bene dal male, il vero dal falso, il bello
dal brutto, un essere dall’altro essere e la realtà dal nulla. Si tratta di una filosofia
anteriore alla filosofia, perché si trova spontaneamente in fondo a tutte le coscienze.
E solo l’esistenza di questo senso comune e spiega la spontanea reazione che si è
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avuta in Francia, ed è destinata a dilagare in altri paesi, contro il “matrimonio
omosessuale”.
L’arcivescovo di San Francisco Salvatore Cordileone, commentando la sentenza
della Corte Suprema americana, ha affermato: “Non possiamo rassegnarci davanti
all’ingiustizia. Non possiamo tacere. Per questo i movimenti che stanno nascendo,
come quello francese per la famiglia o quello italiano che ha marciato per la vita,
vanno sostenuti” (Intervista a Benedetta Frigerio, in “Tempi.it”, 28 giugno 2013). La
Marcia per la Vita italiana e le Manifs pour tous francesi si fondano su quel “senso
comune” a cui il mondo moderno ha voltato le spalle, con i disastrosi risultati che
sono sotto i nostri occhi. Vita e famiglia sono principi non negoziabili proprio perché
radicati nella filosofia dell’essere e nella legge naturale.
Il matrimonio omosessuale è al contrario, innaturale e contraddittorio, e perciò
autodistruttivo ed eversivo dell’ordine sociale. In natura esistono gli istinti, ovvero
le tendenze che spingono un animale a soddisfare le proprie necessità. Essi sono
sempre coerenti, mai contraddittori, perché sono mossi da un’intelligenza ad un fine,
anche se gli animali che compiono l’atto non sono coscienti di questo fine. Gli
uomini condividono gli istinti con gli animali, ma, a differenza di questi, hanno delle
inclinazioni interiori verso la verità e il bene, da cui derivano i contenuti e i precetti
della legge naturale.
Agire seconda natura non significa assecondare le proprie pulsioni, ma agire
secondo ragione, perché la natura non va intesa in senso fisico-biologico, ma
metafisico e morale. Dietro le iniziative in difesa della vita e della famiglia, in
America e in Europa, c’è una filosofia dell’essere e c’è soprattutto la ferma
convinzione che la legge divina e naturale non possa rimanere confinata all’ambito
privato, ma debba proiettarsi nella sfera pubblica per ricostruire l’ordine civile oggi
sfigurato.
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In atto nel mondo una rivoluzione anticristiana
Roberto de Mattei – Radici Cristiane – n.86, 14.7.2013
La libertà dei cristiani si restringe sempre di più nel mondo. In Medio Oriente, in
Africa e in Asia aumentano gli attacchi sistematici contro le comunità cristiane. Il 27
maggio, a Ginevra, l'Arcivescovo Silvano M. Tomasi, Osservatore Permanente della
Santa Sede presso le Nazioni Unite, parlando al Consiglio dei Diritti dell'Uomo, ha
citato i dati sconvolgenti secondo cui, ogni anno, oltre centomila cristiani vengono
uccisi per qualche motivo legato alla loro fede. Da parte sua, la studiosa e ricercatrice
austriaca Gudrun Kugler, nel Rapporto dell'Osservatorio sull'intolleranza e la
discriminazione contro i cristiani, presentato il 23 maggio scorso a Tirana durante la
conferenza dell'Ocse, ha documentato come le limitazioni alla libertà religiosa e di
espressione dei cristiani crescono a ritmo esponenziale anche in Europa.
L'obiezione di coscienza – che riguarda i medici sull'aborto, così come i farmacisti
sulle pillole abortive o i dirigenti del Comune sulle unioni civili o "matrimoni" gay –
tende ad essere sempre più ristretta, mentre in molti Paesi i cristiani non possono
esprimere opinioni contrarie all'omosessualità, neanche rifacendosi alla Bibbia, senza
che queste vengano tacciate e sanzionate come "discorso d'odio".
In un editoriale apparso il 2 giugno 2013 sul "Corriere della Sera" Ernesto Galli della
Loggia ci offre una puntuale descrizione della situazione. «Una grande rivoluzione
sta silenziosamente giungendo al suo epilogo in Europa. Una rivoluzione della
mentalità e del costume collettivi che segna una gigantesca frattura rispetto al
passato: la rivoluzione antireligiosa. Una rivoluzione che colpisce indistintamente il
fatto religioso in sé, da qualunque confessione rappresentato, ma che per ragioni
storiche, e dal momento che è dell'Europa che si parla, si presenta come una
rivoluzione essenzialmente anticristiana. Ormai, non solo le Chiese cristiane sono
state progressivamente espulse quasi dappertutto da ogni ambito pubblico appena
rilevante, non solo all'insieme della loro fede non viene più assegnato nella maggior
parte del continente alcun ruolo realmente significativo nel determinare gli
orientamenti delle politiche pubbliche - non solo cioè si è affermata prepotentemente
la tendenza a ridurre il cristianesimo e la religione in genere a puro fatto privato - ma
contro il cristianesimo stesso, a differenza di tutte le altre religioni, appare oggi lecito
rivolgere le offese più aspre, le più sanguinose contumelie».
Galli della Loggia cita a questo punto alcuni esempi, tratti in parte da una dettagliata
denuncia pubblicata dal quotidiano " Avvenire": «In Irlanda le chiese sono obbligate
ad affittare le sale per le cerimonie di loro proprietà anche per ricevimenti di nozze
tra omosessuali; a Roma, nel corso del concerto del Primo Maggio un cantante ha
mimato il gesto rituale della consacrazione dell'ostia durante l'eucarestia avendo però
tra le mani un preservativo al posto dell'ostia; in Danimarca il Parlamento ha
approvato una legge che obbliga la Chiesa evangelica luterana a celebrare matrimoni
omosessuali nonostante un terzo dei ministri di questa si siano detti contrari; in
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Scozia due ostetriche cattoliche sono state obbligate da una sentenza a prendere parte
a un aborto effettuato dalle loro colleghe, mentre dal canto suo l'Ordine dei medici
inglese ha stabilito che i medici stessi «devono» essere preparati a mettere da parte il
proprio credo personale riguardo alcune aree controverse.
Ancora: in un recente video di David Bowie, in cui la celebre rockstar è abbigliato in
modo che ricorda Gesù, la scena mostra un prete che dopo aver percosso un
mendicante entra in un bordello e qui seduce una suora sulle cui mani subito dopo si
manifestano le stigmate; in Inghilterra, a un'infermiera è stato proibito di portare una
croce al collo durante l'orario di lavoro, mentre una piccola tipografia è stata costretta
ad affrontare le vie legali per essersi rifiutata di stampare materiale esplicitamente
sessuale commissionatole da una rivista gay; in Francia, in base alla legislazione
vigente, è di fatto impossibile per i cristiani sostenere pubblicamente che le relazioni
sessuali tra persone dello stesso sesso costituiscono secondo la loro religione un
peccato. E così via in un profluvio impressionante di casi (per informarsi dei quali
non c'è che andare sul sito wwww.intoleranceagainstchristians.eu). Senza contare che
ormai in quasi tutti i Paesi europei, al fine proclamato di impedire qualunque pratica
discriminatoria, è stata cancellata l'erogazione di fondi alle istituzioni cristiane, così
come è stata cancellata la clausola a protezione della libertà di coscienza nelle
professioni mediche e paramediche. Non si contano infine in tutte le sedi più o meno
ufficiali, a cominciare da quelle scolastiche, i casi di cancellazione, a proposito delle
relative festività, della parola Natale, sostituita dal neutrale "vacanze invernali" o
simili».
Un quadro più ampio, quotidianamente aggiornato, ci è offerto da
Nocristianofobia.org, un eccellente sito che si propone di documentare le aggressioni
anticristiane nel mondo e di spiegarne le ragioni. Da parte nostra vogliamo ricordare
che proprio quest'anno cade il 1700esimo anniversario dell'Editto di Milano, con il
quale l'imperatore Costantino diede piena libertà ai cristiani dopo tre secoli di
persecuzioni. Grazie a quell'evento, la legge morale del Vangelo penetrò nelle
istituzioni del Diritto Romano, trasformando le istituzioni e la mentalità. La Chiesa
venne riconosciuta giuridicamente e integrata nel diritto pubblico. Nacque la Civiltà
cristiana d'Occidente.
Oggi, 1700 anni dopo la "svolta costantiniana", ci troviamo a lottare per difendere lo
spazio sociale del Cristianesimo, aggredito da nuovi persecutori. Alcuni cattolici
sognano un Cristianesimo anti-costantiniano, che si sbarazzi della Cristianità e i
laicisti assecondano questo sogno, perché sanno che la fine della Civiltà cristiana
conduce inesorabilmente alla fine del Cristianesimo. Chi, in nome di una malintesa
"libertà religiosa", respinge il regime di protezione accordato al Cristianesimo nell'età
costantiniana, disarma la Chiesa, fingendo di ignorare che in tutta la sua storia Essa è
sempre stata perseguitata da nemici che hanno evitato il confronto culturale e morale
per colpirla con i mezzi della politica, della magistratura e delle armi.
In passato, quando la Chiesa è stata combattuta, ha trovato difensori non solo sul
piano apologetico, ma su quello politico, giuridico e militare. Non si trattava di
imporre a nessuno l'atto di fede, che è per definizione libero, ma di difendere la verità
cristiana, all'interno e all'esterno della Cristianità. Non c'è, sotto questo aspetto,
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discontinuità, ma continuità e sviluppo tra la Chiesa delle catacombe e la Chiesa
costantiniana. I martiri hanno creduto nella verità del Vangelo e l'hanno amata fino ad
offrire per essa la propria vita. Gli imperatori, i re, i condottieri cristiani, hanno amato
la verità cristiana proteggendo, con le leggi e con le armi, il suo diritto a svilupparsi
ed espandersi fino agli ultimi confini della terra. Questo diritto viene alla Chiesa da
Gesù Cristo stesso, il Suo divino fondatore, e quella per Cristo o contro Cristo è la
vera battaglia oggi in atto nel mondo.
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Libri per la Buona Battaglia
Umberto Moletti, Migrazioni e sicurezza. Criminalità, conflitti
urbani, terrorismo, Solfanelli, Chieti 2011, pp.160, euro 12,00
Fabrizio Cannone – Il Settimanale di Padre Pio – anno XII, n.28
Il sottoscritto è nato in una delle città più aperte e ospitali del mondo intero, Roma:
da sempre crocevia di razze, genti e culture diverse, meta di infiniti pellegrini e turisti
da ogni angolo del Globo, e capitale della Religione più “multi-culturale”, “multietnica” e universale del Pianeta. è vissuto ben 3 anni all’estero, lavorando e studiando
2 anni in Francia e 1 in Austria. Ha sposato una cittadina europea, non italiana:
insomma è sufficientemente aperto e ben disposto verso culture, società, costumi e
tradizioni altre. Nondimeno ha sempre ritenuto, e ritiene, il fenomeno odierno
dell’immigrazione di massa, quel fenomeno epocale sviluppatosi dal secondo
Dopoguerra in qua, come fonte precipua di rischi e di pericoli di varia natura. Rischi
e pericoli di criminalità, di illegalità, di violenza, di disoccupazione, di estraniamento
culturale, di ghettizzazione, e perfino di relativismo etico, morale e giuridico.
Sappiamo che l’egemone cultura marxista dopo aver del tutto abbandonato la causa
degli operai, i quali tra l’altro in tutta Europa votano maggioritariamente a destra, ha
ormai preso le difese di nuove classi sociali, o forse anti-sociali: gli omosessuali e i
transessuali, i delinquenti di ogni specie (per i quali la sinistra chiede più diritti e
pene sempre più miti...) e infine le minoranze etniche e culturali, qualunque esse
siano. Da qui un vero e proprio tabù gettato dai mass-media “politicamente corretti”
verso ogni studio e ricerca che tenti di stabilire il nesso, evidentissimo ai cittadini e al
buon senso comune, tra immigrazione e disagi vari.
Il sociologo Umberto Melotti, docente di Sociologia delle relazioni etniche
presso la Sapienza di Roma, studia pazientemente il fenomeno migratorio da
moltissimi anni e con una perizia fuori dal comune. I suoi studi in materia iniziano
negli anni ’60 del secolo scorso, quando assai rare erano le ricerche scientifiche su un
problema ancora largamente controllato e più alle porte che in atto. La sua prima
pubblicazione in materia è del 1967 (Cultura e partecipazione sociale nella città in
trasformazione); da allora ad oggi lo Studioso ha scritto più di una decina di libri,
anche tradotti in altre lingue, vari saggi su riviste specializzate (come i Quaderni di
Sociologia) e moltissimi interventi su richiesta di enti ufficiali, come il Ministero
degli Affari Esteri.
La piccola e coraggiosa casa editrice Solfanelli ha raccolto due degli studi più
recenti del Professore, offrendo uno spaccato dell’immigrazione in Italia ed in Europa
davvero preciso, documentatissimo e allarmante. Oggi studi come questi vengono
sempre più censurati dagli Stati detti democratici perché favorirebbero, secondo la
vulgata, il razzismo, la violenza e la xenofobia. è strano tuttavia che da un lato si
dichiari ogni giorno che le idee (e le persone...) debbono circolare allegramente e
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impunemente nelle moderne società aperte, ma poi certe idee, anzi più che idee, certe
costatazioni scientifiche siano messe al bando, a volte con l’ignorarle, a volte
mediante minacce di vario tipo agli autori “politicamente scorretti”, molto spesso
attraverso una sorta di censura culturale che produce nel ricercatore libero un effetto
di auto-censura preventiva, per evitare di essere additato davanti all’opinione
pubblica come corresponsabile di violenza, proprio mentre si sta cercando di
arginarla!
Secondo il sociologo Melotti infatti, «la sicurezza è diventata ormai da molto
tempo, anche in Italia, uno dei problemi cruciali della convivenza civile [...]. Del
resto non si dovrebbe mai dimenticare che la difesa dell’ordine pubblico (che della
sicurezza è un presupposto essenziale) costituisce la prima funzione interna di ogni
Stato degno di tal nome, così come la difesa degli attacchi da parte di altre unità
politiche ne costituisce la prima funzione esterna [...]. Per questo fra politica e polizia
(realtà definite non a caso da termini che derivano entrambi da polis: la città intesa
come il luogo specifico della convivenza umana) esiste un collegamento assai più
organico di quanto non ritengano le anime belle» (p. 5-6). In questo quadro, il
Sociologo italiano cita dati su dati (cf. spec. pp. 14-27) che mostrano, senza ombra di
dubbio, «l’esistenza di un significativo rapporto tra immigrazione e criminalità» (p.
7), arrivando a parlare di «negazionismo» (p. 27) a proposito della cecità dei politici
progressisti verso tale bruciante realtà. Stessa cecità la sinistra e il mondo cattolicoprogressista ha dimostrato e dimostra nell’ignorare «i rapporti tra immigrazione e
terrorismo [...] e i rapporti tra immigrazione e salute» (pp. 8-9), con il riaffiorare di
vecchie malattie endemiche, prima sconfitte e oggi di nuovo tra noi.
La negazione colpevole di queste tristissime realtà si spiega facilmente con il
rispetto devoto versi i miti fondatori della politica «democratica, laica e antifascista»,
secondo lo slogan imperituro. Se si dice che la tolleranza genera – magicamente – la
pace, o che l’apertura (mentale e delle frontiere statali) porterà senz’altro alla
convivenza plurale e armonica, non è possibile poi citare quei dati statistici e
documentali che smentiscono i fondamenti mitologici di questa bellissima e
falsissima visione delle cose.
Esattamente al contrario gli studi più gettonati sul problema migratorio e le sue
conseguenze socio-culturali (come quelli di Luigi Manconi, Gad Lerner, Giorgio
Bocca, ecc.) censurano i dati accumulati dai ricercatori e si limitano a «denunciare il
razzismo degli italiani», «in contrasto con i risultati delle prime ricerche in
proposito»; a criticare assurdamente i mass-media accusati di essere responsabili di
una fantomatica «tautologia della paura» ed infine ad «esaltare le pretese meraviglie
di una non meglio specificata diversità» (p. 11-12). Tra i tanti che presenta l’Autore,
citiamo un solo dato per fornire un’idea generale ma comunque significativa del
dramma dell’immigrazione selvaggia in Italia. Secondo l’Istat gli stranieri denunciati
per delitti erano il 7,5% del totale nel 1990, il 18,7% nel 2000, e il 23,6% nel 2005.
D’altra parte, i detenuti stranieri nelle carceri nostrane erano il 15,4% nel 1990, il
28,8% nel 2000, il 33,1% nel 2006. E oggi? E domani?
L’affollamento delle carceri, la lentezza dei processi, la tendenza al buonismo
in ambito giudiziario, il melting pot di statunitense memoria, la crescente insicurezza
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dei cittadini onesti specie nelle periferie urbane, l’aumento della violenza sessuale
sulle donne e i bambini, il senso di estraniamento culturale con tutte le sue ricadute
psicologiche e sociali, l’irenismo religioso fautore di indifferentismo e di ateismo, la
minaccia del terrorismo islamico, l’aumento della censura del pensiero scomodo
(vedi legge Mancino e leggi anti-razziste e anti-negazioniste), la perdita irreparabile
dell’amor di Patria, la fine dell’ortodossia linguistica e grammaticale: ecco alcune
delle conseguenze dell’immigrazione incontrollata ed esaltata di oggi. è chiaro che i
governi illuminati e massonici dei nostri tempi faranno di tutto per dare al più presto
agli stranieri, oltre ai privilegi sociali che già hanno (come la precedenza negli asili e
nei nidi), il diritto di voto e di rappresentanza, in base allo jus soli e al criterio fallace
della non-discriminazione. E così assisteremo anche in Italia alla nascita di partiti
islamici, che tenteranno la scalata al potere, magari come avviene in Medio Oriente
con l’appoggio militare degli USA e di Israele.
Anna Maria Giorgi, Clive Staples Lewis, Edizioni Messaggero,
Padova 2013, pp.192, euro 14,00
zenit.org – 7.7.2013
Biografia di Clive Staples Lewis (1898-1963), autore delle «Lettere di Berlicche»
(1942), «Cronache di Narnia» (1950-1956), «I quattro amori» (1960), «Diario di un
dolore» (1961); in Italia ha raggiunto la massima notorietà soltanto nel 2005 con
l’uscita del film tratto dal suo romanzo fantasy per bambini «Il leone, la strega e
l’armadio». Il Lewis cristiano convinto, uomo di preghiera e profondo conoscitore
della natura umana così come della Scrittura e della teologia, il maestro dello spirito:
questo l’aspetto sapientemente rivelato dall’autrice della biografia. I suoi libri hanno
venduto milioni di copie e realizzato molte conversioni alla fede cristiana.
ANNA MARIA GIORGI, livornese, madre di due figlie, laureata in pedagogia presso
l’Università degli studi di Firenze, ha conseguito il dottorato in teologia presso la
Pontificia Università Lateranense pubblicando la tesi: Aprì loro la mente
all’intelligenza delle Scritture. Categorie bibliche interpretative della morte e
risurrezione di Gesù nei vangeli sinottici (Borla 1992). Ex dirigente scolastica e
docente di Sacra Scrittura, da alcuni anni è direttrice dell’Ufficio catechistico della
diocesi di Massa Marittima e Piombino.
Padre Paolo Siano F.I., La questione francescana. Un
contributo storico ed ermeneutico, Casa Mariana, Frigento
(Avellino) 2013, pp.360
Gianandrea de Antonellis – corrispondenzaromana.it – 3.7.2013
74
Cosa s’intende per Questione Francescana? Si tratta delle problematiche storiche e
letterarie (anche ermeneutiche e filologiche) relative alle biografie di San Francesco
d’Assisi scritte nell’arco del primo secolo di storia del movimento francescano (Padre
Paolo M. Siano, La Questione Francescana. Un contributo storico ed ermeneutico,
Casa Mariana Editrice, Frigento (AV) 2013, p. 360, € 15).
Già ai tempi della Riforma c’erano stati tentativi di “arruolare” San Francesco tra i
precursori della ribellione alla Chiesa: si sosteneva che in realtà il Santo di Assisi non
avesse voluto costituire un Ordine monastico, ma solo una Fraternità laicale; simili
posizioni ritornarono in auge (anche grazie agli influssi del soggettivismo razionalista
cartesiano – e del suo conseguente dubbio su tutto ciò che non si può conoscere di
persona – e del criticismo kantiano) al tempo dell’illuminismo.
Ma fu soprattutto dalla fine Ottocento in poi che il modernismo, grazie all’arma della
filologia, attaccò gli scritti medioevali su San Francesco, sostenendo che erano stati
scritti molto tempo dopo la morte del protagonista, sotto pressioni della Curia romana
al fine di ridurre la figura di un antagonista della Chiesa a quella di un suo fedele
servitore. In particolar modo l’opera del pastore calvinista Paul Sabatier (iniziatore di
una corrente tuttora in voga – anche tra i cattolici!), che pubblicò nel 1893 una
biografia del Santo, vedendo in lui quasi esclusivamente «l’uomo vittima
dell’oppressione della Curia Romana» (p. 35), riducendo la sua spiritualità a
misticismo e addirittura le sue stimmate – che pure riteneva reali – ad una sorta di
autosuggestione… Un’interpretazione fuorviante, come rileva padre Siano che
dimostra tutti gli errori dello studioso francese, ma che ebbe grande successo ed
inaugurò un filone di “studi” che portò a sostenere che Francesco d’Assisi fosse un
cataro nemico giurato della Chiesa, forse addirittura un iniziato, membro di una
loggia massonica ante litteram (la “Comunione di Frate Sole”) oppure un alchimista
che nel Cantico delle creature avrebbe lodato i quattro elementi della Natura ed
evocato il simbolo della Morte iniziatica… Se i deliri massonici (ma padre Siano
raccoglie anche altre interpretazioni più oscure) sono facilmente riconoscibili, è
invece più difficile comprendere la falsità delle altre critiche che toccano il carisma di
Francesco e la sua volontà di costituire un vero Ordine monastico: qualche anno fa il
Santo era stato arruolato suo malgrado tra le fila dei pacifisti, adesso torna in auge la
leggenda che vedrebbe nei “Fraticelli”, (gli eretici pauperisti che si distaccarono dai
Francescani) i veri eredi del suo messaggio. In particolare i “Fraticelli” «dinanzi al
dilemma di scegliere tra la voce del Papa e la voce della coscienza, preferirono la
seconda» (p. 36) dimostrando un soggettivismo che li porterà poi a varie scissioni.
Il problema è che Sabatier – che continua ad essere la fonte della rivisitazione di San
Francesco in senso “rivoluzionario” – sembra, a detta dei migliori esegeti, avere
accettato in pieno la visione (distorta) che del Santo ebbero i “Fraticelli”, secondo i
quali l’istituzione laica di Francesco fu, come detto, forzosamente clericalizzata.
L’ignoranza fa sì che certe falsità attecchiscano, ma il presente saggio, denso eppure
accessibile a tutti, serve a dissiparla: leggendolo si capisce perfettamente come questa
rivisitazione – nata sotto il pretesto della ricostruzione filologica, ripetiamo – sia
indirizzata soprattutto non alla ricerca della verità, ma, al contrario, alla confusione
che permette di attaccare la Chiesa nelle sue principali istituzioni, come gli Ordini
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nati dalla Regola di San Francesco. Una Regola che egli volle e che non gli fu, come
invece pretendono i suoi detrattori, imposta dalla Curia romana.
Guido Vignelli, Fine del mondo? O avvento del Regno di
Maria?, Fede & Cultura, Verona 2013, pp.160, euro 12,50
Luca Marcolivio – zenit.org – 13.7.2013
Un saggio di Guido Vignelli spiega come la fine dei tempi non vada confusa con
l'avvento di un tempo nuovo, in cui la Chiesa e il cristianesimo conosceranno il loro
riscatto
Quello della “fine del mondo” – o, più cristianamente, la “fine dei tempi” - è un tema
tornato in auge negli ultimi anni. Al di là di amenità e bufale come la pseudo-profezia
dei Maya, che tanto scompiglio aveva creato alla fine del 2012, se ne torna a parlare
anche in ambiente cattolico.
Talora con cognizione di causa, talora con un megalomania e superficialità, c’è chi
mette costantemente in relazione i tempi difficili che viviamo con i messaggi mariani
degli ultimi due secoli.
Gli avvertimenti che da tanto tempo ormai la Madonna lancia ad un’umanità sempre
più lontana da Dio, da Fatima a Medjugorje, vanno interpretati in quella direzione?
Cosa vuol dire parlare di “trionfo del Cuore Immacolato di Maria” o di “avvento di
un Regno Mariano”?.
La delicatissima tematica è stata affrontata dal teologo e scrittore Guido Vignelli, nel
suo saggio Fine del mondo? O avvento del Regno di Maria? (Fede & Cultura, 2013).
In un agile volumetto di 160 pagine, accessibile anche ad un lettore non ferrato in
teologia, Vignelli prende in primo luogo le distanze da due estremizzazioni: quella
dei “beffardi schernitori” che, sulla scia di un ingenuo ottimismo post-conciliare, si
ostinano a vedere i nostri tempi come un’era di pace e di progresso; e quella
dell’“escatologismo catacombalista” di chi ritiene che i messaggi mariani citati,
preconizzino davvero la fine dei tempi e l’avvento della Gerusalemme Celeste, in cui
la Madre di Dio schiaccerà definitivamente il demoniaco serpente.
La realtà è più complessa, ammonisce Vignelli, e non va dimenticato un punto fermo:
“Quanto a quel giorno e a quell'ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo
e neppure il Figlio, ma solo il Padre (Mt 24,36)”.
Inoltre è la stessa Sacra Scrittura a suggerire la prospettiva di una rinascita cristiana
che “realizzerà il Regno sociale di Cristo con maggior fedeltà e santità”, dopo una
fase di grande confusione ed apostasia, facilmente identificabile con quella attuale.
Né va trascurata la testimonianza di illustri mistici e veggenti che va avanti da oltre
tre secoli: già nel 1689, Gesù, apparendo a Santa Maria Margherita Alacoque,
annuncia il trionfo del suo Sacro Cuore, che sconfiggerà “tutti i nemici della Santa
Chiesa”.
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Nel 1917, a Fatima, la Madonna preannuncia castighi per l’umanità ma, in caso di
conversione, promette: “Il mio Cuore Immacolato trionferà”. E profetizza un lungo
periodo pace per il pianeta.
Se il Medioevo aveva rappresentato un “trionfo incompiuto” per la Chiesa di Cristo,
un’era ancor più luminosa è davanti a noi. D’altra parte, proprio in quei secoli San
Bonaventura da Bagnoregio profetizzò un’era trionfale per la cristianità che avrebbe
preceduto l’avvento finale dell’Anticristo e che, nonostante tutto, sarebbe stata
soltanto una debolissima prefigurazione dell’ultima epoca, quella dell’apoteosi
escatologica.
Appena un secolo dopo, anche Santa Caterina da Siena profetizza, dopo un tempo di
“tribolazioni e angustie”, una purificazione della Chiesa che da “brutta e malvestita”,
diverrà “bellissima e adorna di gemme preziose e coronata con diademi di tutte le
virtù”.
Tra il XIX e il XX secolo spiccano analoghi vaticini, come quelli dei beati Anna
Katharina Emmerick e John Herny Newman, e del servo di Dio Fulton Sheen. Nella
stessa epoca, drammatica e suggestiva è la visione di San Giovanni Bosco che
raffigura la nave della Chiesa – una sorta di novella barca di Pietro - minacciata dalle
ciurme avversarie e sul punto di naufragare, poi miracolosamente illesa, dopo che il
Romano Pontefice ne avrà guidato l’approdo alle due colonne salvifiche: la Madonna
Immacolata e l’Eucaristia.
Il più autorevole profeta dell’avvento del Regno di Maria è tuttavia San Luigi Maria
Grignion de Montfort che, all’inizio del XVIII secolo, scrive: “Ben presto l’Altissimo
e la sua Santa Madre plasmeranno santi così eccelsi, da superare in santità la maggior
parte degli altri, di quanto i cedri del Libano sorpassano gli alberelli”.
Il Montfort annuncia la sconfitta delle eresie, la fine delle idolatrie e la ricucitura
degli scismi, grazie all’eroismo degli “apostoli degli ultimi tempi” ai quali il Signore
“concederà la parola e la forza per operare meraviglie e ottenere gloriose vittorie sui
suoi nemici”.
Verso la fine del suo saggio, Vignelli precisa che l’ipotesi di una futura epoca di
trionfo sociale per la Chiesa, pur avendo solide testimonianze a suo favore, non va
confusa con l’avvento di una “teocrazia” mondana di matrice millenaristica.
L’autore conclude poi l’opera indicando nella virtù teologale della speranza, il
principale strumento per i cristiani dei nostri tempi, per contrastare le disillusioni
seguite al fallimento delle ideologie laiciste e progressiste degli ultimi due secoli e
per fare così strada al vero trionfo del Regno di Cristo, per mezzo di Maria.
GIOVANNI TURCO, La politica come agatofilia,
Esi, Napoli 2013, p. 291, € 31
e Della politica come scienza etica,
Esi, Napoli 2013, p. 151, € 15
Cristina Siccardi – corrispondenzaromana.it – 1.5.2013
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Oggi si sente parlare spesso di «bene comune» a cui la politica e l’amministrazione
della cosa pubblica dovrebbero tendere, ma restano chiacchiere vuote, anche perché
non solo il «bene comune» rimane spesso un’utopia, ma non si conosce neppure il
senso reale di tale concetto. Qual è il vero «bene comune»? Inoltre, proporre una
riflessione sulla politica come scienza etica è ancora possibile? Giungono dunque
propizi questi due formidabili volumi di Giovanni Turco (docente all’Università degli
Studi di Udine di Filosofia del diritto, Etica e deontologia professionale, Teoria dei
diritti umani) a rispondere a questi due cruciali quesiti.
Con il primo testo viene argomentato il sano e logico recupero del senso metafisico
del fare politica, che quasi sempre è trascurato, evidenziando come la politica possa
essere intesa non come potere, ma come sapere filosofico che, in quanto tale, è
costretto ad abbandonare quello scientifico, galileianamente inteso.
Il «bene comune», nell’orda di corruzione e scandali a cui la politica ci ha abituati
attraverso l’alacre lavoro dei corrotti, della magistratura e dei giornalisti, è diventato
questione centrale, al fine di legittimare l’esercizio del potere politico, direttamente o
attraverso l’istituto della rappresentanza. Afferma il professor Turco: «Tanto sotto il
profilo dell’arte (e della virtù ad essa connessa) quanto sotto il profilo della scienza,
la conoscenza del bene è essenziale per le attività che più propriamente evocano la
specificità della politica. Si tratta dell’intelligenza di quel bene che coincide con il
fine proprio dell’attività da compiere, del bene di coloro ai quali essa è rivolta,
nonché del bene che consiste nei saperi, nei mezzi e nelle operazioni per portarla a
compimento. È il bene proprio ed essenziale di ciascuna di tali attività (dalla
ginnastica alla medicina, dalla nautica alla tessitura), il quale comprende la
considerazione di ciascuno dei beni necessari, affinché il compito sia adempiuto e
richiede al contempo che ognuno di tali beni sia ordinato al bene del tutto. Dove il
tutto non indica un risultato (comunque ottenuto o di qualsiasi qualità), ma significa
un culmine, ovvero una perfezione» (La politica come agatofilia, p. 6).
Il bene perseguito da ciascuna arte e da ciascuna scienza, dunque anche dalla
politica, non è imposto dall’artefice, ma si desume dal bene e dalla “bellezza” di
ciascuna di essa; l’abile esecutore è dunque chiamato a seguire quel bene e/o quella
bellezza intrinseche alle arti e alle scienze stesse; arti e scienze che sono ausiliarie
della natura, il cui fine proprio è quello dello sviluppo e della guarigione di ciò che si
è ammalato o corrotto: «La loro deontologia deriva dalla loro teleologia» (ivi, p. 7),
dunque ogni artefice, compreso il politico, deve tendere al bene che costituisce la
ragion d’essere dell’arte-scienza della politica. Ecco allora, come afferma l’autore,
l’autentica libertà dell’istruttore, come del medico, del capitano, del tessitore, del
politico sta nella fedeltà e nella coerenza al proprio compito.
Avere un atteggiamento realistico significa affrontare il discorso politico con
maggiore oggettività, occorre, perciò, prendere atto che l’umanità autentica non è né
perfetta, né irrimediabilmente corrotta; pertanto è sbagliato assumere posizioni
antropologicamente ottimiste che pessimiste perché ideologizzerebbero l’esistenza.
L’uomo autentico è quello fallibile, limitato, ma in grado di conoscere la verità e di
volere il bene: la metafisica non può essere trascurata dalla politica, altrimenti essa
eliminerebbe l’oggettività della persona e della società, quale insieme di individui
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composti di anima e di corpo. Scrisse Elías de Tejada (1917-1978), filosofo del
diritto, giusnaturalista della scuola di san Tommaso d’Aquino (1225-1274): «l’uomo
è metafisica che inevitabilmente elabora la storia, che media l’appetito ineludibile
della socievolezza tra la sua essenza e la sua esistenza; di modo che nessuna qualità o
diritto astratto valgano se non nella misura in cui coagulano in realtà storiche» (Della
politica come scienza etica, p. 111).
Il grande nodo da risolvere della modernità è il divorzio che si è stabilito fra potere
ed autorità e la riduzione dell’autorità al potere, il che conduce all’eclissi dell’autorità
stessa, la quale si accompagna non ad una responsabile dilatazione della libertà, ma
all’ipertrofia del potere. Nella misura in cui l’autorità si indebolisce, il potere, privo
di autorità, si gonfia e si inasprisce, fino a caratterizzarsi nel modo onnivoro ed
onnipervadente dello Stato totalitario moderno che aggredisce, in particolare, due
istituti sociali, quello della famiglia e quello delle comunità locali (i municipi).
Che cosa significa, in definitiva, fare politica? Riuscire a mantenere il corretto
equilibrio fra le istanze reali (che devono seguire, inevitabilmente, dei principi di
carattere non solo materiale, ma anche metafisico, altrimenti: caos e instabilità,
corruzione incontrollabile e proclamazione di diritti fuori logica) delle persone e la
solidità delle istituzioni atte a svolgere il coordinamento e l’amministrazione di uno
Stato.
La politica non può e non deve essere identificata con il mero potere, altrimenti
essa non «riesce a rispondere alla domanda sulla propria ragion d’essere» (ivi, p. 14).
La politica non può e non deve essere identificata con l’ideologicità, poiché
l’ideologia «assume come proprio dirimente il proprio punto di vista e null’altro,
escludendo in radice ogni sua valutazione critica» (ibidem). La politica non può e non
deve essere identificata con la statualità, poiché lo Stato non assorbe in sé la socialità
umana, né la storia di quel dato popolo.
Roberto de Mattei, Vicario di Cristo. Il primato di Pietro tra
normalità ed eccezione, Fede & Cultura, Verona 2013, pp.206,
euro 16,00
Cristina Siccardi – riscossacristiana.it
In questi giorni è uscito l’ultimo libro di Roberto de Mattei, Vicario di Cristo. Il
primato di Pietro tra normalità ed eccezione della collana «I libri del ritorno
all’ordine», curata da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro per l’editrice Fede &
Cultura (€ 16.00, pp. 206). In un tempo di grande confusione, anche la funzione
petrina non è più chiara a molti: questo saggio offre la valida risposta ad interrogativi
e dubbi.
Qualcuno, prendendo spunto dalla rinuncia di Benedetto XVI dell’11 febbraio 2013,
ha riproposto la questione di una «riforma del papato», tema molto caro ai
modernisti, che vedono nel primato petrino e nella figura monarchica del Pontefice
una minaccia all’esigenza democratica dell’uomo contemporaneo. Si legge nel
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documentato volume: «C’è chi vorrebbe assegnare al Papato una missione
soprattutto “profetica” e chi vorrebbe che esso facesse della promozione della pace
nel mondo il suo scopo principale. C’è chi pensa a un Papato costituito da più
persone e chi evoca l’ipotesi di un pontificato “a termine”, e non più “a vita”, come
forma di governo richiesta dalla velocità di cambiamento del mondo moderno e dalla
continua novità dei suoi problemi. Per altri si tratterebbe di ridurre il Papa a “un
portavoce di tutti i cristiani” le cui dichiarazioni “saranno certamente tanto più
efficaci quanto meno egli pretenderà obbedienza”; oppure a una figura meramente
arbitrale, con a fianco una struttura ecclesiastica “aperta”, quale un sinodo
permanente, con poteri deliberativi. Altri ancora rivendicano “un nuovo stile papale”
opposto a quello autoritario precedente. C’è infine chi, richiamandosi alle teorie di
Carl Schmitt, secondo cui “il sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione”,
vorrebbe ridurre la funzione del Papato a un potere di intervento per i casi rari di cui
il Papa è il solo giudice supremo. […]. La riforma del Papato, sullo sfondo dei
problemi posti dalla globalizzazione e del pluralismo culturale, appare insomma
come l’unica possibilità rimasta alla Chiesa per non estinguersi» (pp. 5-6).
I sostenitori, come storicizzano e relativizzano la Fede, così storicizzano e
relativizzano il concetto di Papato e quale miglior grimaldello utilizzano se non il
“trucco” del risalire al Cristianesimo della prima ora? Ovvero quando il Papa non
esercitava una sovranità giuridica sulle chiese locali e la Chiesa era perciò
«policentrica», senza un centro coordinante, rappresentato successivamente dalla
Chiesa romana. Si sostiene che la sede di Roma era originariamente soltanto un
«patriarcato» e da un primato di onore si sarebbe passati ad un primato di
giurisdizione. «Il governo diretto e universale della Chiesa, nel primo millennio,
sarebbe stato in realtà affidato ai patriarchi, a livello regionale; solo in seguito allo
scisma del 1054, il Vescovo di Roma sarebbe stato indotto a cumulare nelle sue mani
entrambe le funzioni precedentemente distinte: quella del servizio all’unità della
Chiesa universale e quella del governo diretto della Chiesa latina» (p. 7).
Coloro che ambiscono ad una democratizzazione della Chiesa vedono nella sovranità
pontificia una grande nemica, sorta con la «plenitudo potestatis» del Medioevo, dopo
la svolta di Gregorio VII del 1075, quando il papato assunse un profilo
essenzialmente monarchico. In quest’ottica di opposizione alcuni si rifanno al
«conciliarismo» del XIV secolo, quando il movimento conciliare ebbe il suo successo
con il decreto Haec Sancta del Concilio di Costanza del 1417, con il quale si stabiliva
che il Concilio ha direttamente la sua potestà da Cristo ed è pertanto superiore, o
almeno uguale, al Papa. «Qualificato come decreto obbligante di valore generale,
anche al di là della congiuntura storica in vista della quale era stato approvato, l’Haec
Sancta è considerato come un modello ingiustamente abbandonato ma ancora valido
per l’avvenire» (p. 8). C’è chi afferma, come il teologo Hans Küng, che ai «decreti di
Costanza si deve riconoscere fondamentalmente la stessa autorità che ai decreti degli
altri concili ecumenici; essi dal punto di vista della storia della Chiesa formano il
polo contrario del Vaticano I» (p. 8).
Nel libro vengono illustrate tutte le tesi che avvalorano e giustificano la sovranità
petrina e il primato petrino, rispondendo in maniera esaustiva a chi pensa che la
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«vittoria romana» sul conciliarismo fu una semplice affermazione di carattere
diplomatico e non un superamento teologico. Secondo i moderni teologi la Chiesa,
grazie all’Illuminismo e alla Rivoluzione Francese, ha iniziato una positiva e proficua
dialettica con il mondo moderno, sviluppatasi e arricchitasi con il Concilio Vaticano
II che «segna finalmente il momento della “svolta”, liquidando la dimensione
giuridico-istituzionale della Chiesa e aprendosi a una nuova visione di essa fondata
sul concetto di “comunione” e di “popolo di Dio”» (p. 9).
I novatori, che relativizzano la portata teologica del dogma del primato romano,
pretendono di separare e contrapporre dialetticamente servizio e autorità, potestà
d’ordine e potestà di giurisdizione, struttura carismatica e struttura giuridica della
Chiesa; con tale sistema riemergono «le vecchie antinomie del pensiero ereticale:
legge contro Vangelo, chiesa invisibile contro chiesa visibile, ecclesia iuris contro
ecclesia caritatis, chiesa “petrina”, contro chiesa “paolina”» (p. 11), dove tutte le
simpatie sono per la collegialità, quella collegialità caldeggiata durante l’Assise che
si tenne fra il 1962 e il 1965:
«Il Concilio Vaticano II in quanto riunione solenne dei vescovi uniti al Papa, ha
proposto insegnamenti autentici non certo privi di autorità. Il suo Magistero è
autorevole e supremo. Ma solo chi ignora la teologia – ed è privo anche del più
comune buon senso – potrebbe attribuire un grado di “infallibilità” a tutti gli
insegnamenti. Laddove essi suscitano dei problemi, il supremo criterio ermeneutico è
rappresentato dalla Tradizione, vivente e perenne della Chiesa» (p. 96). Questa frase
sarebbe da incorniciare e da mettere in bella mostra sulle scrivanie di tanti teologi,
storici, sociologi e pastori.
Il saggio è ricco non solo di informazioni storiche, giuridiche e teologiche, ma anche
di notevoli spunti di riflessione e di spiegazioni, che seguono il rigore della logica,
rispondendo così, punto per punto, alle obiezioni di coloro che vorrebbero fare del
Pontefice un Presidente della Repubblica o un delegato d’amministrazione o un
Vescovo fra tanti, la cui unica distinzione è quella di esserlo in Roma.
Molto interessante, ma anche suggestiva, è la sezione dedicata alla testimonianza
degli scavi archeologici, quelli commissionati da Pio XII fra il 1940-1949, mentre era
in costruzione il sepolcro di Pio XI nelle Grotte Vaticane. Altri scavi vennero
realizzati anche nel 1952… e le scoperte furono sensazionali. Si comprese come la
Basilica era stata edificata su un luogo decisamente sfavorevole, a causa del pendio
del terreno e anche della presenza di una vasta necropoli sotterranea. Per i lavori si
profilò, dunque, la necessità di spostare un’enorme massa di terra e di distruggere
sacri monumenti sepolcrali; cosa, dunque, convinse l’imperatore Costantino ad
intraprendere quel grandioso lavoro? Ed ecco la spiegazione che emerse: sotto l’altare
della confessione, a sette metri di profondità, si rinvenne una primitiva tomba
terragna, al di sopra della quale si mostrò un piccolo monumento funerario del II
secolo, al quale venne sovrapposto un monumento-sepolcro eretto dall’Imperatore
Costantino e tre altari: di Gregorio Magno, costruito fra il 590 e il 604, di Callisto II
nel 1023 e di Clemente VII nel 1594, tuttora altare papale della Basilica di San
Pietro.
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Margherita Guarducci, archeologa ed epigrafista, nel 1959 dimostrò, in tre volumi,
come le epigrafi sepolcrali indicassero proprio nella tomba, con il piccolo
monumento, la sepoltura di colui al quale Cristo disse: «Tu sei Pietro e su questa
pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.
A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato
nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16, 18-19).
Dunque il primato di san Pietro fra gli Apostoli e nella Chiesa venne stabilito già da
Gesù Cristo e Cristo volle il primo Papa (la sua Chiesa) a Roma, dove subì il martirio
della crocifissione.
Le spoglie di san Pietro erano state avvolte in un drappo intessuto d’oro e, dall’età di
Costantino, non furono mai violate. Il 26 giugno 1968 Paolo VI annunciò, al termine
dell’Anno della Fede - «che Noi abbiamo dedicato alla memoria del XIX centenario
del martirio sofferto a Roma per il nome di Cristo dai Santi Apostoli Pietro e Paolo» che le reliquie, trovate nel piccolo sepolcro, erano state scientificamente esaminate e
appartenevano proprio al primo Pontefice della Chiesa, che morì nel 67, ultimo anno
del regno di Nerone, data scelta anche dall’oratoriano cardinale Cesare Baronio nei
suoi Annales Ecclesiastici, una delle prime opere di storia ecclesiastica, basata su
un’attenta e scrupolosa analisi critica delle fonti documentarie, pubblicata la prima
volta tra il 1588 e il 1607 come risposta alla Historia Ecclesiae Christi dei teologi
luterani di Magdeburgo.
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