INTELLETTUALI MERIDIONALI ESULI IN PIEMONTE
NEL DECENNIO 1849/59: GIUSEPPE MASSARI
Può sembrare irriverente chiamare in causa Hegel e le sue «astuzie della
storia», e retorico affermare, dopo tanta passione e sanguinose vicissitudini, che
dalle grandi sventure possono scaturire felici svolgimenti, che « le guerre e le
rivoluzioni - come scriveva il filosofo di Stoccarda - non debbono considerarsi
come male assoluto nè accidentalità semplicemente esteriore », ma, come ogni
rivolgimento, hanno significato in ciò, «che per loro mezzo la salute etica dei
popoli è conservata come il movimento dei venti preserva il mare dalla
putrefazione nel quale lo ridurrebbe una quiete durevole». Retorico ed
irriguardoso, fuori dalla organicità di quella riflessione sulla storia degli uomini,
fuori di quella tensione conoscitiva del senso profondo ed unitario delle cose.
Ma è un fatto sotto gli occhi di tutti che quel tanto o quel poco di
integrazione reale tra Nord e Sud, tra Piemonte e Mezzogiorno, tanto sul piano
della cultura che su quello della reciproca conoscenza e stima, e perfino dei
rapporti umani e della progettazione e modello politico, sia in gran parte
venuto, nei casi della vicenda risorgimentale ottocentesca, dalle grandi
migrazioni seguite alle rivoluzioni represse del '99, del '20-21 e del '48.
Certo v'era stato l'Illuminismo, fiorente nel Mezzogiorno come nella
Milano teresiana e giuseppina o nella Toscana granducale e nei ducati padani; e
perfino nel Piemonte, che si teneva in qualche modo al modello
prussiano-federiciano, meno che nel rapporto con gli intellettuali, data la scarsa
udienza di cui godevano i suoi Vasco,
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i Radicati, e più tardi, non molto più ascoltati, i Denina e i Caluso; sospinti anzi,
almeno i primi, alla dissidenza e all'utopia; e nonostante la decennale
presenza/prigionia di un Giannone: anche questo un innesto doloroso,
rapportabile alle già ricordate astuzie di questa infaticabile rimescolatrice che è la
storia.
Epperò, nonostante gli scambi, che furono intensi e continui nell'arco di
tutto il Settecento, secolo di viaggi, frequentazionì, conversazioni e commerci
umani per eccellenza, la vicenda culturale e politica italiana rimaneva aggregata
entro ambiti definiti e sostanzialmente «separati», corrispondenti alle regioni
storiche, che erano poi anche gli Stati, politicamente distinti e talvolta «distanti»
per ragioni ideologiche o di politica generale, oltre che tariffaría e doganale; con
non poca conseguenza sul commercio delle idee e dei libri, come gli studi
recenti di Berengo hanno chiarito 1.
Sicchè, nonostante tutto, il rapporto unitario, che pur in qualche modo si
riusciva a costituire, rimaneva affidato tradizionalmente alla conversazione e allo
scambio epistolare dei dotti, dei letterati o scienziati o filosofi, economisti e
studiosi di statistica e riformatori, certamente impegnati in un discorso
sovraregionale di ambito più vasto ed unitario, ed anzi, ben collegati con
gl'intellettuali europei dei centri di più vivace cultura. In tal senso ce li rivelano
l'epistolario magliabechiano ricchissimo del primo Settecento e gli altri epistolari
e diari di viaggio della seconda metà del secolo.
Ma v'era pur sempre il limite della oggettiva condizione politica,
l'orizzonte angusto degli Stati, che si fa sentire come una barriera, qualche volta
oppressiva, all'ansia di europeismo dell'intellettuale settecentesco. Alfieri, ma
non solo lui, in questo senso costituisce riferimento eloquente. E v'erano, a
frapporre diaframmi, i particolari rapporti con il Potere, la specificità delle
situazioni, le censure, le polizie.
D'altro canto è questo poi il senso della tradizione o linea di tendenza o
carattere particolare delle diverse «culture»: stratificazioni determinate dalla
storia, risultato di essa; ma, a loro volta, condizioni agenti, talora senza riparo,
sui suoi svolgimenti di breve o di medio periodo.
Non dirò quanto abbiano influito le vicende della migrazione seguita al
1799 nel far conoscere e fruttificare nella Lombardia le novità della cultura
napoletana del primo e del secondo Settecento. Si tratta di cose ben note.
La presenza fisica, protratta nel tempo, non occasionale, di uno o di
molti, e le cause che la resero necessaria e la passione che
1. - M. BERENGO, Intellettuali e librai nella Milano della Restaurazione, Torino,
Einaudi, 1980.
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l'animò: son tutte cose che possono assai più, determinando un vero e proprio
salto di qualità nei rapporti tra due culture, di quanto non possa la lettura di un
libro o un viaggio o un carteggio anche fitto e non superficiale.
Nè dirò del flusso migratorío successivo agli avvenimenti del fallito
esperimento costituzionale napoletano del 1820-21, che portò la generazione
dei Troya, dei Blanch, dei Pepe, dei Baldacchini, dei Bonghi, a restituire quasì
alla Toscana gli apporti settecenteschi dei vari Tanuccí e Bartolomeo Intíeri,
venuti nel Sud per avvenimenti meno tempestosi.
La «grande migrazione», come è noto, fu quella del decennio 1849-59,
quel decennio dominato dalla figura e dall'opera di Cavour, in cui il Piemonte si
offrì come l'unico polo possibile (e rassicurante) della rivoluzione italiana
trasferita sul terreno della diplomazia europea; l'emigrazione politica da ogni
parte d'Italia e dal Mezzogiorno fu massiccia e qualificata, e contribuì non
poco, sia pure attraverso spinte di segno diverso, e non di rado tra irrequietezze, polemiche ed incomprensioni, alla risoluzione risorgimentale. Certamente
ad una maggiore e positiva « comprensione » di culture e mentalità diverse.
Erano in molti, in quella Torino degli anni '50 in cui, nella garanzia di un
Re Galantuomo, la cui fermezza costituisce un merito che non riesce appannato
da debolezze o rozzezze di sorta, politici illuminati e lungimirantí si sforzavano
di piegare le resistenze di una aristocrazia ancien régime recalcitrante ai rischi
dell'avventura rivoluzionaria, sia pure nella riduzione diplomatica del progetto
cavourriano.
Erano in molti, diversi, sovente in disaccordo tra loro, ispidi, diffidenti,
orgogliosi nella povertà, scomodi i più, guardati con sospetto anche negli
ambienti liberali.
Ma negli attriti di una convivenza imposta dagli eventi e non sempre
gradita dagli uni e dagli altri, quell'incontro fu certamente uno dei fatti più
positivi per la cultura e direi per la stessa Nazione ìtalìana, che vi ebbero un
fruttuoso momento di confronto, ricevendone ciascuno positive conseguenze e
conservandone i frutti.
Sulla influenza della filosofia napoletana in Piemonte e sul giobertismo
nel Mezzogiorno ha scritto con ampiezza di informazione Oldrini, e sarà dato
anche in questa sede di ritornare sull'argomento 2.
2 - G. OLDRINI, La cultura filosofica napoletana dell'Ottocento, Bari, Laterza, 1973;
ed il precedente volume antologico Primo helegelosmo italiano, Firenze, Vallecch 1969. Al
riguardo si veda, tra l'altro, lo studio di M. SANSONE, La letteratura a Napoli dal 1800 al
1860, nel vol. IX della Storia di Napoli, Napoli, 1972; ed il mio studio, M. DELL'AQUILA,
Critica e letteratura in tre hegeliani di Napoli, Bari, Adriatica, 1969.
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Ma direi che, oltre la sfera filosofica, la cultura in generale e i modelli di vita
dell'ancor chiuso Piemonte subalpino uscirono rinsanguati dall'apporto di tante
esperienze e passioni; le egemonie politiche e i modelli pedagogici non sono
casuali: trovano nella storia le loro motivazioni e radici. Dall'altra parte, infatti,
quella società e quel modello di vita venne proponendosi, proprio in quegli anni
con evidenza, nei suoi valori più alti, ch'eran poi proprio quelli più quotidiani e
modesti, di ordine, tenacia, fermezza, probità: fino a giustificare un
«piemontesismo» non solo come ideologia politica, ma come modello
pedagogico per quella stessa generazione, una volta fatta l'Unità.
Forse non si è riflettuto abbastanza sulla considerazione che le basi, se
non culturali, direi comportamentali dell'ambizioso progetto di pedagogia civile
elaborato dagli hegeliani di Napoli, da Bertrando Spaventa a De Meis a De
Sanctis, dopo l'Unità, lo Stato etico mutuato da Hegel, ma esemplato, si è detto
da molti, sul modello prussiano-bismarkiano, anche per il forte fascino
esercitato da quel referente negli anni '70 - è stato concepito ed è venuto
rafforzandosi nei suoi teorici proprio in Torino, ove erano tutti in quegli anni
'50: nella considerazione e nell'ammirazione di quelle virtù di popolo e ordinata
amministrazione di governo, dello Stato e della vita piemontese, prima che
germanica e prussiana.
A misurare la partita doppia di quell'incontro non facile, in cui non
mancarono gli ostracismi e le preclusioni (basti pensare al mediocre e pressochè
anonimo Capellina preferito al De Sanctis per l'insegnamento universitario
torinese); ma vi furono le integrazioni e l'attento ascolto (ancora De Sanctis e
molti altri collaboratori apprezzati del «Cimento» e delle altre riviste e fogli
torinesi di quegli anni); a misurar quella partita doppia non basterebbe un libro,
e molti ne sono stati scritti.
V'eran molti meridionali in quella emigrazione. Faremo solo qualche
nome: Pasquale Stanislao Mancini, Antonio Scialoja, De Meis, il barone Carlo
Poerio, Bertrando Spaventa e il Conforti, e il Bonghi, De Sanctis, D'Ayala,
Tommasi, Paolo Emilio e Vittorio Imbriani, Diomede Marvasi, Antonio
Ciccone; l'elenco non si ferma qui; e fra i pugliesi Giuseppe Del Re, il terzo di
«una famiglia di patrioti» come ebbe a definirla il Croce, presenti nelle
rivoluzioni di Napoli dal '99 al '21, al '48; ed ora, questo Giuseppe, già editore
apprezzato in Napoli, ove lo si ricorda per gli eleganti volumetti dell'«Iride», ed
in Torino editore e collaboratore di riviste, apprezzato per i suoi studi sulla
lirica tedesca, oltre che generoso benefattore di esuli, fino alla rovina
economica; e Giuseppe Pisanelli, Luigi Zuppetta, e Giuseppe Ricciardi,
fondatore e direttore in Napoli nel '32 del «Progresso», la più moderna ed
europea delle riviste napole4
tane degli anni della « rinascenza » ferdinandea, esule poi a Parigi e a Ginevra3
Tra gli altri, Giuseppe Massari4 , di cui ci limiteremo a dire, quasi un caso
esemplare tra tutti, nei meriti e nei limiti: il segretario di Cavour negli anni
decisivi dell'impresa unitaria, il redattore-direttore in Torino della « Gazzetta
Ufficiale » l'amico/discepolo di Gioberti, riordinatore delle sue carte, editore
delle sue cose inedite, messaggero della sua filosofia nel Mezzogiorno; il
biografo di Cavour, di Vittorio Emanuele e di La Marmora; il relatore della
prima inchiesta parlamentare sul brigantaggio nelle provincie merìdionali:
insomma un pugliese/piemontese (con trascorsi napoletani, parigini e fiorentini)
ottimista ed operoso, fiducioso in quel «piemontesismo» che aveva in quegli
anni il suo momento di forte suggestione, prima che risultasse deteriorato,
anche come termine, nelle delusioni e nelle polemiche aspre del «dopo».
Un moderato: giobertiano/cavourriano/cattolico/liberale, con trascorsi
giovanili (appena un momento) mazziniani, largamente emendati da una lunga e
ferrea fedeltà al partito della ragione, dell'ordine, della costituzione.
Non sembri una contraddizione: le radici cattoliche e la vocazione
liberal/risorgimentale in molti, come in lui, ed anche oltre gli anni giobertiani e
di Pio IX, risolvevano possibili contraddizioni in una empirica volontà di
unione, di concordia, di azione disciplinata, che troncava alla radice ogni
divergenza ed antinomia. In Massari una tale inclinazione sembrava essere più
forte perfino della sua non comune cultura ed esperienza politica, che
dovevano inostrargli quanto intricata fosse la matassa dei consensi e delle
convergenze.
Perciò fu nemico delle sette, nelle quali vedeva la negazione della
concordia; e poi, senza ombra di sospetto, di mazziniani e garibaldini, nei quali
vedeva pericolosi guastatori dell'opera sagace di Cavour.
3 - Per alcune linee di svolgimento della cultura pugliese tra Sette e Ottocento
rimando alla bibliografia contenuta in alcuni miei studi, M. DELL'AQUILA, Per una storia
della cultura pugliese tra Sette e Ottocento, in "Lingua e storia in Puglia", VIII (1980) e La
cultura nell'Ottocento, in AA.VV., Storia della Puglia, II, Bari, Rai-Adda, 1979; ed i saggi
raccolti nel vol. Humilemque Italiam. Roma, Bulzoni, 1985.
4 - Si rimanda innanzi tutto agli scritti di Massari, che sono disseminati in decine di
giornali e riviste cui collaborò in Italia e in Europa, alcuni dei quali ricordati in questo
scritto. Poi alle lettere, anche queste numerosissime, migliaia, molte delle quali ancora
inedite o non identificate, giacenti in fondi privati e pubblici di biblioteche e archivi.
Massari, com'è noto, fu in corrispondenza per ragioni culturali o politiche con moltissime
personalità italiane ed europee.
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Un esempio di quanto fitti possano essere stati questi carteggi, è fornito dal volume Gioberti-Massari. Carteggio (1838-1852), pubblicato e annotato da G. BALSAMO CRIVELLI Torino, Bocca, 1920; e dalle sue Lettere alla marchesa Arconati Visconti, pubblicate
con assai minor precisione e perizia, Bari, Accolti, 1921.
Saggi delle corrispondenze di Massari sono stati pubblicati in riviste varie: per
esempio, alcune lettere tra Bonghi e Massari, a cura di G. Infante, in "Japigia" XV (1944)
pp. 12-34 e 84-103; ventiquattro lettere di Massari al De Mazade, pubblicate da Maurizio
Visconti nell'Annuario del Liceo-Ginnasio "P. Colletta” di Avellino, nel 1932; una serie di
lettere tra il Massari e G. Pepe, pubblicato da G.M. Monti nell'Archivio storico
calabro-lucano", 1937, 1-2; una serie di lettere di Massari a Guglielmo Libri, a cura di E. De
Carlo, in “Japigia” VI (1935), pp. 184 segg.; un carteggio con i toscani C. Ridolfi, U.
Peruzzi. L. Galeati, V. Salvanoli, etc.
Massari, che in vita ebbe tanta cura delle carte altrui (riordinò, com'è noto, l'autobiografia di G. Pepe rivedendone la forma per incarico dello stesso generale; pubblicò
scritti di Gioberti; avviò l'edizione dei discorsi parlamentari di Cavour; etc.) non ebbe la
fortuna di avere riordinatori ed editori che si prendessero buona cura delle sue cose. In
qualche caso l'entusiasmo di alcuni produsse danni e richiese successivi faticosi interventi
riparatori.
Tutte le sue carte, almeno non disseminate qua e là e andate disperse, le lasciò
morendo all'amico Emilio Visconti-Venosta che in seguito, per consiglio di Silvio
Spaventa e di Raffaele De Cesare, le consegnò a Giovanni Beltrani che prometteva una
edizione del Diario, uscita poi successivamente nel 1927 e nel 1931.
Secondo Omodeo (Difesa del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1951, p. 584) sarebbero andate disperse non poche carte ed un intero quaderno del Diario, che risulta infatti
lacunoso per il periodo dal 24 marzo al 19 settembre 1860.
Ora quel manoscritto, escluso il predetto quaderno ancora disperso, e molte altre
carte e lettere sono nel museo Centrale del Risorgimento di Roma, mentre altre lettere ed
autografi sono sparsi nel Museo del Risorgimento di Torino, Milano e nelle biblioteche
Nazionali di quelle città, di Firenze, di Napoli, di Roma e di Bari.
I tre articoli sull'Introduzione allo studio della filosofia, scritti sotto l'impressione della
lettura de La teorica del soprannaturale del Gioberti, che è fra i suoi primi scritti, sono ne “Il
Progresso” di Napoli, 1841 (XXIX), pp. 5-32; 165-181; e 1842 (XXX), pp. 5-22.
Il libretto I casi di Napoli dal principio del 1848 al novembre del 1849 fu pubblicato in
Torino presso Ferrero e Franco, 1849 ed in seconda edizione, arricchita dai due discorsi
commemorativi sul Massari, letti in Bari da Silvio Spaventa (20 sett. 1885) e da Raffaele De
Cesare (29 ottobre 1894), Trani, Vecchi, 1895.
Massari curò anche la pubblicazione, del suo Gioberti, delle Operette politiche,
Torino, Daelli, 1850, con un Proemio al secondo volume in cui Massari meritava la
commossa riconoscenza del filosofo; e delle Opere Postume.
Del Carteggio Gioberti-Massarì pubblicato da G. BALSAMO CRIVELLI, Si è già
fatto cenno.
Le lettere del Gladstone sul malgoverno napoletano furono da Massari tradotte e
raccolte in un volumetto dal titolo Il Sig. Glandstone e il governo napoletano, Torino, De
Lorenzo, 1851.
Il secondo scritto del Glandstone, in risposta ai tentativi di confutazione del governo napoletano, fu tradotto da Massari pubblicato in un opuscolo dal titolo Esame della
risposta ufficiale del governo napoletano del molto onorevole Guglielmo Gladstone, Torino, De
Lorenzo, 1852.
Il rapporto sul brigantaggio, oltre che negli Atti parlamentari, fu pubblicato con il
titolo Il brigantaggio nelle provincie napoletane. Relazioni fatte a nome della Commissione
d'inchiesta della Camera de' Deputati da G. Massari e S. Castagnola, Napoli, Stamperia
dell'Iride, 1863.
Del Diario esistono le seguenti edizioni a stampa: una parziale, pubblicata a cura di
G. Beltrami sotto gli auspici del Comune di Bari, con il titolo Diario politico di G. Massari
dal 2 agosto al 31 dicembre 1858, Bari, Accolti, 1927; una completa, a cura dello stesso G.
BELTRAMI, Diario 1858-1860 sull'azione politica di Cavour, Bologna,
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Un politico al centro dì moltì avvenimenti. Ma forse più veramente un
collaboratore ed esecutore di funzioni politiche e diplomatíche. Un uomo di
lettere, colto, fine, senza iattanza. Un oratore: non privo di ímpennate retoriche
e di toni elevati, lui, così misurato nella scrittura. Un gìornalista: questo sì, senza
dubbio di notevole levatura e instancabile attività, passato attraverso esperienze
molteplicì, ìn dìversissimi ambienti, nei quali subito riusciva ad avere
conoscenze, accesso, accoglienza. Operosissimo, tenuto caro da quanti ebbero
a servirsene. Riservato, preciso, efficiente, onesto fino allo scrupolo,
poverissimo, senza ambizionì che non fossero di collaborazione e di servizio.
Spentosi in casa d'altri, senz'altra eredità che un fascio di carte e pochi librì.
Ce n'era abbastanza per una gloria, magari un po' di maniera, in positura
rigida, corre tuttì queì «padri della patria» che i segreti complessi di colpa delle
generazioni seguenti, scivolate nel compromesso e peggio, hanno confinato
nelle piazze e sulle lapidi, in positure sforzate, difformi dalla loro più vera e
umana natura; e li rìtrovìamo con difficoltà, oltre quella crosta, e facciamo
fatica, quando ci ricordiamo di essi, a sentirli vicini.
Anche Massari, naturalmente, ha monumentato in Bari, e íntestata una
piazza centrale, e una lapide nell'Università, dettata dal
Cappelli, 1931: l'una e l'altra con molte interpretazioni del manoscritto frettolose ed
arbitrarie, che fecero auspicare all'Omodeo e ad altri una edizione più accurata; la quale è
stata fornita dalla EMILIA MORELLI, Diario dalle cento voci 1859-1860, Bologna, Cappelli,
1959. Alcuni stralci del Diario aveva pubblicato A. Luzio nel vol. Aspromonte e Mentana.
Documenti inediti, Firenze, Le Monnier, 1939.
Massari fu anche autore, com'è noto, di tre biografie: Ricordi biografici del Conte di
Cavour, Torino, Eredí, Botta, 1873; La vita e il regno di Vittorio Emanuele II, 2 volte, Milano,
Treves, 1878; Vita del generale Alfonso La Marmora, Firenze, F. Barbera, 1880.
I discorsi parlamentari di Cavour, che pure prese a raccogliere per una vagheggíata
pubblicazione, rimasero per via. Penserà poi, in altra epoca, Adolfo Omodeo a pubblicarli.
I suoi discorsi ed interpellanze parlamentari sono negli Atti della Camera dei Deputati, ove sedette ininterrottamente dal 1861 fino all'84, anno della sua morte, con
l'eccezione della XIII legislatura, nelle file dei moderati.
Massari fu autore anche di un breve scritto autobiografico relativo ai suoi primi
anni di studio e di formazione, dal titolo Il primo passo, pubblicato in un volumetto della
"Domenica letteraria".
Una raccolta delle sue commernorazionì e profili è stata pubblìcata da G. INFANTE, Uomini di Destra, con Prefazione di A. Luzio, contenente scritti rnassariani su P. Rossi,
G. Berchet, Gioberti, Balbo, Siccardì, D'Azeglio, C. Poerìo, Ricasolì, Lanza, etc., Bari,
Laterza, 1934, pp. XVI-173.
Le commemorazioni fatte alla Camera, nel 1884 in atti parlamentari, VX leg. 1ª
sess. pp. 6993-7001; le commemorazioni di M. Minghetti, Bologna, 1884; di Q. Leoni,
Roma, 1884; Viterbo, in Uomini di Puglia, Martina Franca, 1916, pp. 57-71; G. M. MONTI,
Per la storia dei Borboni di napoli e dei patrioti meridionali, Trani, Vecchi, 1939; E. De carlo, M. e
Cousin, in "Japigia" VI (1935) pp. 453-457.
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Fornari, in cui lo si ricorda per «precoce ingegno/precoce ardente
indomito/amore di patria/proscritto/esule due volte/deputato al
Parlamento/aiutò coi libri/con la fluida ornata parola/con la vita irreprensibile/la risorgente nazione/ e le conciliò il favore dell'Europa civile ... ».
Si ebbe giudizi lusinghieri da Gioberti e da Cavour; dal prìmo anche una
riconoscente amicizia e un fitto carteggio, dal secondo se non proprio i segreti
della politica, la confidenza e la fiducia in missioni di grande delicatezza. L'uno
e l'altro seguì, e quasi idolatrò, facendosene una bandiera, insieme al Berchet e a
Pellegrino Rossi: questi ultimi, però, su un piano diverso, più vicini agli anni suoi
giovani.
Raffaele De Cesare in un suo discorso commemorativo usò molte
parole sopra tono nel lodarlo; ma in un passaggio, quando lo ritrae giornalista
politico, enuncia con corrispondenza al vero come Massari, a parte di tanti
segreti del «palazzo», intendesse quella professione: «un'alta missione civile, che
richiede cultura, coerenza di principi, schiettezza di convincimenti e discrezione
grande»5.
Aveva ragione Lord Hudson, l'ambasciatore inglese a Torino, nel
definirlo « a common friend with brains and without tongue »: un amico dì
molti, con cervello e senza lingua: un complimento, secondo annotava lo stesso
Massari che «m'andò molto a sangue» (Diario, 3).
Silvio Spaventa, in altra commemorazione precedente aveva già toccato
di quella sua professione gìornalistica esercitata su autorevoli fogli d'Italia e
d'Europa, affermando che la parte migliore della sua vita «fu tutta spesa nella
difesa della causa italiana e della politica del Piemonte immedesimata con
quella»; e che le collaborazioni alla «Rassegna politica mensile», al «Cimento» e
alla «Rívísta contemporanea », tra il '54 ed il '60, offrono « il primo saggio in
Italia di letteratura politica di simil genere... un commento assai utile alla politica
dei Conte di Cavour, e come una ripercussione che questa trovava nella parte
più colta del paese, e giovò molto a farne apprezzare la grandezza e chiarirne
gli intenti, anche fuori d'Italia»6.
Tutti, anche i più severì nei suoi confronti, gli riconobbero questi meriti
di pubblicista della causa d'Italia, e di esser stato intermediario utilissimo tra
dirigenza e opinione pubblica, tra dirigenza
5 - R. DE CESARE, Discorso commemorativo, nel vol. di G. MASSARI, I casi di Napoli, Trani, Vecchi, 1895, p. XXVI.
6 - S. SPAVENTA, Discorso commemorativo, nel vol. I casi di Napoli, cit. p. LXIII. Per
questo discorso sembra che lo Spaventa abbia avuto la collaborazione attiva del giovane
nipote Benedetto Croce, allora diciannovenne, ma già nutrito di studi storici ed eruditi.
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e diplomazia, e tra uomini politici diversi, spesso distanti, quali Cavour e
Ricasoli, La Marmora, gli ambascíatorí in Torino, l'opinione liberale in Firenze
ed in altre città, l'inquieto mondo della emigrazione.
E così la sua socievolezza, la capacità di far filtrare una notizia «al
momento gìusto e alla persona giusta», l'assoluto disinteresse, l'efficienza del
perfetto segretario, vuoi d'un politico, vuoi d'un filosofo. La vasta cultura,
l'oratoria forbíta, la conversazíone piacevole, la misurata scrìttura, sia dì
giornalista che dì biografo, tanto più quando c'era da dir cose, non parole, c'era
bisogno di precisione e duttilità: la Morelli giustamente fa rivelare che nel Diario
«anche nella sua parte buttata giù di fretta, sera per sera, mai una svista, una
ripetizione, un periodo lasciato a metà»7; la incapacità, rimasta proverbiale, e
perfin derisa con una punta d'ironia, di richieder cariche o posti di potere.
Naturalmente v'eran le voci che mettevano in luce altri aspetti, non
sempre positivi, con ironia e sufficienza, che qualche volta era malanimo: il suo
esser contento dei larghi sorrisi di tutti; l'instancabile e soddisfatto scendere e
salir scale di ministeri, ossequiato da uscieri e funzionari; il suo esser servizievole
«al di là che non glielo chiaggano» (Petruccelli della Gattìna, I moribondi di palazzo
Carignano, Milano, Perelli, 1862, pp. 97-98); la sua devozione, sempre «
platonica » per le signore - eccetto la giovanile infatuazione un po' burrascosa
per la Belgioioso a Parigi; l'esser la «chítarra del ministero» (Diario, 63) o «il
pappagallo di Gíoberti»: cose tutte di cui nel suo cuore schietto si rideva.
Ed ancora certe strettezze e limitazioni di orizzonte politico, da cui pure
avrebbero dovuto salvaguardarlo la cultura e l'esperienza di vita,
l'anti-mazzinianesimo e l’anti-garibaldismo viscerali che gli facevano veder rosso
non solo ogni rivoluzionario, ma ogni «genovese», fino a chiedersi, tra il serio e
il faceto, ma piú sul serio, se Cavour potrà far mai il miracolo di farli «diventare
buoni Italiani» (Diario, p. 83).
E forse proprio conoscendo certi suoi limiti e antipatie. Cavour gli
celava i suoi maneggi con Garibaldi e con la Società Nazionale -come ha
osservato bene la Morelli, la quale non manca di rilevare che quello stesso
Massari era l'uomo che s'indignava per le grettezze conservatrici di certa
aristocrazia piemontese ancien régime che poneva bastoni tre le ruote al progetto
innovativo del suo Cavour.
Talora, però, cavourrianamente aveva imparato anche lui a star « in
chiesa cò santi e in taverna cò ghiottoni », a barcamenarsi
7 - G. MASSARI, Diario, dalle cento voci, 1858-1860 introd. di Emilia Morelli, Bologna, Cappelli, 1959, p. V.
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con quei rivoluzionari, di cui «è utile servirsene»; e si troverà d'accordo con
D'Azeglio, di cui registra questa battuta su Garibaldi: «è un mastino, a cui si
deve togliere la museruola, quando deve mordere, e non tenerlo sciolto in
galleria, perchè morderà le gambe di tutti» (Diario, 426); o di Minghetti: «siamo
condannati, finchè c'è un austriaco in Italia, noi conservatori, all'alleanza coi
rivoluzionari per non lasciar a questi il monopolio dei sentimenti generosi.
Com'è dura la posizione di noi altri poveri diavoli di moderati» (Diario, 311):
quello stesso Minghetti che, scherzando, ma non troppo, diceva di pensare per
sè a questa epigrafe: «Nacque per essere conservatore, e fu condannato ad
essere rivoluzionario» (Diario, 322).
In quanto a lui, Massari, nè conservatore, nè rivoluzionario. Moderato,
moderato, fin nelle midolla. E poco incline, nonostante il patriottismo, alle
faccende ove fosse il rischio di finir arruolati, o peggio, sulle barricate o in
galera.
Della fisionomia e funzione storica di quel partito «moderato» Silvio
Spaventa ci ha lasciato una definizione che ancor oggi può far riflettere:
«Quel partito essenzialmente fu ed è, qualunque nome gli si dia, un
partito medio, proprio di quei paesi, dove gli elementi veramente conservativi
non si accordano colle nuove istituzioni dello Stato per formarne il naturale e
più sicuro puntello, e gli elementi progressivi tendono rapidamente o sono
portati al di là delle istituzioni stesse: cosicchè gli uffici di rattenere e di spingere
quanto conviene e non più di quanto conviene il moto della vita pubblica attributi opposti di due partiti organici di governo - finiscono coll'essere il
compito di un partito solo, con tutte le preminenze e le responsabilità che ne
derivano, la potenza lungamente indivisa e l'invidia inestinguibile che vi
guadagna» (Disc. commemorativo nel vol. I casi di Napoli, cit., p. LXVII).
Quando fu eletto deputato a Napoli, dopo lunghi indugi si decise a
raggiungere la città in subbuglio, tra il '48 ed il '49 « ove lo chiamava il dovere
di deputato»: la Costanza Arconati, non senza l'ironia e la sufficienza di tante
dame aristocratiche che seguon le rivoluzioni dagli osservatori dei loro salotti,
ne dava notizia ad un suo corrispondente, aggiungendo: «poverino ci va a
malincuore perchè non v'è speranza di essere utile e v'è manifesto pericolo di
essere assassinati» (Il risorgimento italiano in un carteggio di patrioti lombardi, a cura di
A. Malvezzi, Milano, Hoepli, 1924, p. 353; riportato dalla Morelli).
Ma, alla fin fine, se Massari non aveva un'anima di guerriero (e non v'era
bisogno di riprove), anche il «guerriero» Foscolo da altre dame da salotto
interessate agli eventi della rivoluzione s'era sentito dir cose simili.
10
Doveva aver avuto critiche ed attacchi ben più duri di quei pettegolezzi
dai suoi avversari politici, quale membro della «camarilla» dei governativi, se
Petruccelli della Gattina, che non aveva simpatie per essi, gli rendeva giustizia
scrivendo: «E’ l'uomo più calunniato tra i mestatori della politica governativa;
ma in verità è cento volte migliore della sua rinomanza e, comparato ad altri
della consorteria, un modello (I moribondi di palazzo Carignano, cit., pp. 97-98).
Omodeo, in tempi recenti, ebbe un giudizio piuttosto duro: parlò di
«mediocre ingegno»8: si è detto, non ebbe ingegno originale, riuscendo peraltro
buon divulgatore ed ottimo collaboratore di ingegni più vivi ed originali di lui.
Balsamo-Crivelli, a proposito delle lettere a Gioberti, da lui curate in
carteggio, dice di una «loro verbosità talvolta stucchevole»9: certo non hanno la
densità di quelle di Gioberti; ma chi parlò, anche con riferimento ad altre due
cose, di opacità della scrittura, non tenne conto, in un'opera certo diseguale, più
di giornalista, di redattore, di estensore di documenti e di rapporti e di missive,
della precisione e compiutezza del suo dettato, quasi sempre gettato giù senza la
lunga riflessione dello scrittore, della straordinaria vivacità e nitidezza del suo
Diario, veramente, come fu detto dall'Omodeo - in questo più equanime - «
dalle cento voci », per la coralità e lo sfumato del quadro della vita
politico-diplomatica in quegli anni di grandi avvenimenti, sia pure nel
particolare punto di vista.
Ma, sbozzato il ritratto, non è del valore in assoluto dell'uomo o dello
scrittore che qui si vuol dire, quanto della sua funzione difficile di tramite tra
culture diverse, tra regioni storiche diverse.
In ciò v'è chi ha avuto maggiori riconoscimenti, soprattutto
nell'emigrazione napoletana, da De Sanctis e Scialoja, al barone Poerio, a De
Meis, per dir solo di alcuni; piú di quanto non sia avvenuto di Massari, di
questo «moderato» pugliese/piemontese omologato nella sua seconda patria da
sentirla in tutto come sua: che con la sua personale vicenda s'inscrive in una
relazione Puglia/Piemonte che ha conosciuto negli aspri attriti della nostra storia
momenti di grande vivacità ed emigrazioni intellettuali, operaie, industriali e
militari, di cui non è semplice segnare la partita doppia e i cui saldi, in attivo o
in passivo, ammesso che sia consentito, andranno segnati con molta
ponderazione, senza concessioni alle facili retoriche o alle ideologie preconcette.
8 -A.OMODEO, Difesa del Risorgimento, Torino, Einaudi, 1951.
9- GIOBERTI-MASSARI, Carteggio, a cura G. BALSAMO-CRIVELLI, Torino,
Bocca, 1920, p. XI.
11
Non traccerò la storia frettolosa della sua vita. Altri lo ha fatto: una storia
uguale a tante altre di uomini di quella generazione: studi, rivoluzione, esilio,
esperienze, varie di vita. Solo qualche punto caratterizzante ai fini del nostro
tema di riflessione: la nascita a Taranto, nell'estate del 1821, mentre andava
spegnendosi a Napoli e nel Mezzogiorno, la rivoluzione carbonara e
costituzionale.
Studi letterari e filosofici, come usava, fino a quattordici anni, nel
seminario di Avellino. I seminari allora, si sa, eran tornati a tener luogo dei
ginnasi e dei licei, in un sistema d'istruzione pubblica ritornato con i Borboni
all'antica decrepitezza, affidato in gran parte a ordini religiosi. Poi a Napoli, a
studiarvi la matematica e l'ingegneria, cui avrebbe voluto avviarlo il padre, un
ingegnere barese di ponti e strade, uno dei tanti di quella borghesia delle
professioni che veniva prendendo consistenza nel Sud, fino a risultar rappresentativa, in qualche caso, della nuova cultura, assai più viva, nella sua
specificazione scientifica e tecnica, di quanto non mostrasse sotto la crosta
filosofico-letteraria tradizionale, conformata questa, nell'imitazione tardiva di
superati modelli e movimenti.
In quella Napoli in cui s'allentavano, dopo il '30 e nei primi decenni del
lungo regno ferdinandeo i rigori della Restaurazione, e fiorivano riviste di
cultura, strenne, ebdomari; in cui lentamente, e con la necessaria cautela, sotto la
occasione della scienza e della lingua si tenevano Congressi, s'aprivano scuole e
studi privati, s'animavano salotti; ed una società «letteraria» sembrava voler
riprendere, con le remore e i ritardi di un trentennio e più, l'antico discorso
degli ammodernamenti e delle riforme interrotto nel '99 e dopo il decennio
francese: in quella Napoli in cui già v'era il De Sanctis alla scuola del Galluppi e
del Puoti; in cui l'operazione romantica, in Lombardia e Toscana, già così
moderata, o era ignorata o contrastata e fraintesa nelle resistenze di un
classicismo di maniera; il nostro Massari lasciò cadere progressivamente i
progetti paterni e poi gli studi di medicina, che pure aveva tentato, inclinando
sempre più verso occupazioni di filosofia e di letteratura.
Di quegli studi giovanili, di matematica, di scienze, doveva serbar buona
memoria, come di tutte le sue cose, se riuscì poi, negli anni dell'esilio, a
scriverne con competenza di specializzate riviste estere.
Prese a frequentare la casa dell'insigne geologo abate Teodoro
Monticelli, un altro pugliese innestato nel tessuto culturale della capitale, che era
ritrovo di molti che avevano avuto parte nelle trascorse vicende e ne parlavano,
pacatamente, come di una passata bufera.
Le pagine di un suo scritto autobiografico, Primo passo, sono ricche di
queste notazioni.
Ma i suoi interessi veri erano le lezioni di Galluppi, del quale
12
più che la filosofia aveva caro il sentimento di libertà e la difesa che ne fece in
uno scritto sulla rivoluzione del '20, dal titolo Lo sguardo dell’Europa sul Regno di
Napoli, che circolava clandestino.
Ma più ancora i poeti che avevano eccitato gli animi nel '20-21, e che ora
erano in esilio: Berchet, prima di ogni altro, del quale era lettore appassionato e
del quale intorno al '38, poco prima di lasciar Napoli, pare preparasse una
edizione alla macchia delle poesie.
Berchet era poco conosciuto a Napoli, come attesta il De Sanctís nella
Giovinezza, anche negli anni intorno al '40-42, tanto più nelle sue liriche che si
leggevano in rare copie sfuggite ai controlli della polizia10.
Massari era intanto entrato a far parte di una delle società segrete, forse
un'affiliazione della «Giovane Italia», di cui era fondatore nel napoletano
Benedetto Musolino.
Questa sua scelta giovanile, comprensibile per i tempi e per l'età in cui fu
fatta, gli sarà poi sempre ricordata da quanti non consentivano con la scelta
fatta dal Cavour, di un Massari segretario, direttore della «Gazzetta Ufficiale»
piemontese e, nel '58, Cavaliere dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro11.
Ma non solo dal versante dei conservatori arrabbiati quella
compromissione gli sarà ricordata. Anche Mazzini, nella vivace polemica
politica degli anni '40, attaccando la « Gazzetta italiana » della Belgioioso, di cui
era collaboratore Massari in Parigi, scrisse di «un Giuseppe Massari, napoletano,
(che) dopo essere stato rivoluzionario repubblicano, s'era fatto cattolico, senza
credere in cosa alcuna»12.
La vicenda storica avrebbe mostrato, peraltro, allo stesso Mazzini come
sovente i mutamenti sono imposti dai fatti, oltre che dagli anni, e importante è
solo conservare l'animo integro.
Lo stesso Massari, che pure in seguito fu contro le sette, e come tanti
della parte moderata - ma un tempo anche lo stesso Foscolo - vi riconosceva il
segno della discordia d'Italía, scriverà poi ripetutamente che esse, riprovevoli in
assoluto, sono state pure, in certi momenti, la via obbligata della rivoluzione.
Ma, per tornare al giovinetto infiammato di Berchet, quel momento
giovanile di studi doveva subire una brusca accelerazione: il padre ingegnere,
passato a nuove nozze dopo la morte della prima moglie, nel timore che il
ragazzo potesse cacciarsi nei guai, già se10 - F. DE SANCTIS, La giovinezza, a cura di G. SAVARESE, Torino, Einaudi,
1961. Per i riferimenti all'ambiente culturale napoletano si rimanda alla nota 3 e alla relativa
bibliografia.
11 – L’”Armonia” n. 234 del 13 ottobre 1858; citato da R. COTUGNO, La vita e i
tempi di G.M., Trani, Vecchi, 1931, p. 5.
12 - R. COTUGNO, La vita CIT., P. 6.
13
guito com'era nelle sue mosse dalla polizia, e nel timore che fosse nell'aria,
dopo l'arresto di Settembrini, una nuova repressione, con brusca previdenza
imbarcò il ragazzo sul primo battello in partenza per Marsiglia, consegnandolo
a un tempo alle durezze dell'esìlio e della indigenza, ma anche alla
sopravvivenza e alla libertà.
Marsiglia era approdo tradizionale per gli esuli.
V’era stato anche Mazzini. Ma Massari la lasciò subito per Parigi. Non
aveva diciotto anni, era privo di mezzi. Ma seppe subito entrare nel giro della
più qualificata emigrazione italìana: la Belgioioso, gli Arconati, Guglielmo Pepe
e quanti frequentano le loro case; l'ambiente era vario, spesso rissoso,
certamente vivace e polemico. Già da allora Massari avrebbe desiderato più
concordia e unità; sarebbe stata l'aspirazione costante e un po' ingenua della sua
vita.
Conobbe il conte Arrivabene, Filippo Buonarroti, Pier Silvestro
Leopardi, il Tommaseo, Filippo Canuti, il piemontese conte Giacinto Provana
di Collegno, Terenzio Mamiani, Michele Amari, Guglielmo Librì, Federico
Confalonieri, Giuseppe Ricciardi, i Salfi e ìl suo Berchet, esule anch'egli in quegli
anni; ed ancora, in quella Parigi di Luigi Filippo che registrava la ripresa della
cultura liberale e borghese, Cousin, Guizot, Thiers, Villemaine, Fauriel e gli altri
della precedente generazione romantica, i nuovi scrittori, Balzac, Hugo.
L'elenco sarebbe ancor lungo. Tra Parigi, Bruxelles, Londra, Massari
cominciava a tessere quella tela di relazioni che si manterrà viva
ininterrottamente nel tempo, con nuovi interlocutori, attraverso conversazioni,
carteggi, confidenze, che ne avrebbe fatto uno dei testimoni più informati di
quegli anni.
Si presentava come allievo del Galluppi, che lo aveva incoraggiato a
continuare negli studi, ed anche per lettera mostrava di ricordarsene e di averlo
caro13.
Erano anni anche in cui l'emìgrazione soffriva le sue pene e combatteva
le sue battaglie in quelle capitali, conquistando non poco del favore
dell'opinione pubblica europea alla sua causa. Ed anche in ciò il contributo di
Massari non risulta trascurabile.
Ma l'incontro, se così si può dire, decisivo per lui, fu con Gioberti, con
la sua Teoria del Sovrannaturale, letto, riletto, postillato, sino ad infiammarsene, e a
scrìvere all'autore, in quegli anni in esilio a Bruxelles.
Il suo stile nell'enfasi un po' foscoliana dell'esule povero e dignitoso, era
questo:
«Signore, perdonerete certamente l'ardire di un giovane a voi
sconosciuto, che spinto da riverenza singolare e da affetto per una
13 - R. COTUGNO, La vita cit., p. 9.
14
persona tanto degna quanto voi, vi dirige queste poche righe...
La mia patria è Taranto nel regno di Napoli: il mio cuore è tutto italiano
ed adusto dal desiderio di vedere un giorno tornata all'antico splendore la
sventuratissima nostra patria comune... » 14.
Gli si dichiarava ammirato e devoto. Gioberti gli rispondeva più
pacatamente, ringraziandolo ed esortandolo al lavoro, poichè «la contentezza e
la tranquillità dell'animo non consistono già nella quiete, ma nel moto, non nel
riposo, ma nelle operazioni, godere e operare sono sinonimi quaggiù ... »15.
Cominciava così un carteggio assai intenso, protratto fino al '52, ed un
rapporto di amicizia e di stima reciproco e, come sempre per Massari, di
grande e generosa dedizione. Gioberti ne metteva a frutto la memoria ed
erudizione per compilar elenchi di letterati, filosofi e uomini di cultura italiani da
includere nel suo «Primato » 16: più tardi, nel '48, Massari seguirà Gioberti nel
viaggio da questi compiuto per l'Italia, a Milano, Genova Bologna, Firenze, e
poi nel Congresso federalista di Torino, e «presterà» letteralmente la sua voce al
filosofo afflitto da laringite, nei frequenti discorsi di quegli anni.
Ma, oltre l'amicizia e la dedizione, per cui tanti aneddoti son fioriti, sino a
quello di «pappagallo di Gioberti» già ricordato, Massari pel suo Gioberti seppe
fare anche altro.
Nel 1841 apparve, infatti, nel «Progresso» di Napoli un suo lungo
articolo in tre puntate17 in cui si estendeva ad illustrare analiticamente la
giobertiana Introduzione allo studio della filosofia: una esposizione che fu lodata non
solo da Gioberti che trovava lo scritto «bellissimo, ordinato sugoso, nervoso,
voi avete perfettamente asseguito le idee di cui siete esponitore»18, ma anche da
Pier Silvestro Leopardi, dal conte Arrivabene, dall'abate Stefani e dal
Tommaseo cui parve «ordinata e nervosa», e che provocò non poco scalpore e
interesse nel mondo culturale napoletano 19.
Il «Progresso», già fondato e diretto dal pugliese Giuseppe Ricciardi,
esule in questi anni egli pure a Parigi, ed ora da Ludovico Bianchini, era tra le
più qualificate ed avanzate riviste napoletane, esemplato in qualche modo sul
modello dell'«Antologia» e della europea «Revue des deux mondes», con larghi
interessi di statistica, di agricoltura, di economia, di finanze, ma, secondo
l'indole meri14 - GIOBERTI-MASSARI, Carteggio, cit. p. 1-2.
15 ibid., p. 8-9.
16 ibid. pp. 220, 255 e passim.
17 "Il Progresso", XXIX 6(1841) pp. 5-32; 165-181; XXX 18 pp. 5-22.
18 GIOBERTI-MASSARI, Carteggio, cit., p. 179.
19 ibid., p. 139.
15
dionale, con una più larga inclinazione per le cose della filosofia. Vi scrivevano
con molti altri quelli che poi, negli anni '40 saranno gli hegeliani di Napoli,
Stanislao Gatti, Stefano Cusani, Giambattista Ajello, già allievi con il De Sanctis
alla scuola del Puoti, tra i giovani più vivaci del momento 20.
La filosofia a Napoli e nel Mezzogiorno era stata ferma per lungo
tempo al sensismo. Galluppi vi aveva introdotto interessi psicologici, ed era
nome chiaro in Europa, noto al Cousin, che quando il nostro Massari gli si
professava allievo, dichiarava di averlo presente e ben noto. Ottavio Colecchi,
altro maestro di filosofia, conoscitore del filone tedesco, vi aveva portato,
spiegandola nei dettagli, la filosofia kantiana. Per il resto, le novità in quei tardi
anni '30 erano appunto Cousin con il suo tentativo eclettico, per il quale si nutriva vero entusiasmo, e dopo qualche anno, i sociologisti francesi, Villemaine
innanzitutto.
Tutto questo fino agli anni '40 avanzati, quando cominciò ad essere letto
Hegel, prima negli scritti di estetica che si offrivano nella traduzione francese di
Ch. Bénard, attraverso cui li conobbe anche il De Sanctis prima
dell'apprendimento e dell'esercizio del suo tedesco nel carcere di Castel
dell'Ovo, quando gli capitò di tradurre da Hegel e da Rosenckrantz. De Sanctis,
com'è noto, negli anni dal '44 al '48 aveva tenuto scuola nel Vìco Bisi, ed aveva
applicato quella sua prima infarinatura hegeliana ai fatti della letteratura.
Ma nel '41, quando apparvero gli articoli di Massari su Gioberti, Hegel
era sconosciuto, ed era poco noto anche tutto il pensiero idealistico-romantico.
Gioberti stesso era un estraneo al pensiero meridionale, anche nella conoscenza
delle persone colte21.
E’ sintomatico di ciò una nota redazionale della rivista, premessa allo
scritto massariano, in cui si diceva di non concordare su molte idee e giudizi
relativi a persone riportate nell'articolo, in riferimento, com'è chiaro, più al
Gioberti che al Massari.
Proprio per questo, una tale esposizione, che provocò non poche
discussioni, ad opera di un giovanissimo e poco noto volgarizzatore, può
ascriversi, mi sembra, tra i contributi di rilievo a quell'interscambio ed
integrazione reale tra le culture del Piemonte e del Mezzogiorno, che costituisce
nel caso nostro il motivo di riflessione sull'attività massariana.
Aveva trovato il suo Mentore. «Voi siete il mio maestro, il duca
20 - De "Progresso” è stato pubblicato un indice sistematico con schede degli
articoli, a cura di U. Dotti relativamente ai soli primi tre anni di vita (1832-34) quando era
diretto da G. Ricciardi (Roma. Studium, 1970).
21 - G. OLDRINI, La cultura filosofica napolerana, cit.; primo hegelismo italiano, cit.; M.
DELL'AQUILA, Critica e letteratura in tre hegeliani di Napoli, cit.
16
mio ... » scriveva al Gioberti in data 14 giugno 184222 . Rimase giobertiano
convinto, anche quando per le vicissitudini politiche inclinò all'albertismo e poi
al piemontesismo cavourriano/sabaudo.
Non sottilizzava, come tanti altri, fermandosi alle contraddizioni ed alle
divergenze. Gli stava a cuore l'intento risorgimentale, la liberazione d'Italia dallo
straniero, il compimento dell'operazione costituzionale e poi unitaria. Pio IX,
Carlo Alberto, Vittorio Emanuele potevano indifferentemente esserne i
portainsegne, i «baiuli» in qualche modo successivi e intercambiabili, secondo gli
eventi e le opportunità.
Il campo delle forze era variegato: a restar solo nell'ambito moderato,
Balbo, Gioberti, Mamiani, Cavour, neoguelfismo e ghibellismo, per non dire
poi di Mazzini, ed oltre; ma egli vedeva, con semplicità ed onestà, piuttosto le
possibili integrazioni di forze, che le divisioni e le opposizioni. E certa
«semplicità» era largamente assorbita nella generosità ed onestà dell'azione.
Pur del suo Gioberti non fece molto conto dei successivi mutamenti di
pensiero: rimase nell'intimo fedele al «suo» primo Gioberti, quasi un simbolo
«supre partes» dello sforzo risorgimentale che chiedeva partecipazione e sacrifici
di tutti.
Di Gioberti pronunziò l'elogio funebre, riordinò le carte, avviò edizioni
di opere inedite, tenne vivo il culto, diffondendone nei discorsi e negli scritti il
pensiero. In realtà, non avendo ingegno speculativo, aveva caro tenersi fermo al
pensiero di qualcuno, fino a farsene una ragione di vita. La stessa cosa che
avvenne nel suo rapporto con Cavour, dal quale era dominato e nel quale era
felice di annullarsi, collaboratore fedele, scrupoloso ed efficiente.
E non solo le edizioni giobertiane, ma il carteggio fitto, da quel 1838, in
cui diciassettenne gli si rivolgeva, al 1852, anno della morte del filosofo,
dimostrando lo spessore degli interessi, certamente anche i limiti del suo
ingegno; ma certamente l'ampiezza della cultura, dell'informazione, l'operosità,
la duttilità di chi sa vivere in mezzo agli altri: son doti che valgono, anche se
troppo spesso son posposte ad altri meriti di vivacità e di acutezza, e non di
rado si offrono alle facili maldicenze di mediocri ricordati nella storia solo per
la capacità corrosiva di una battuta.
Ma torniamo all'esule parigino. Frequentava l'ambiente dell'emigrazione,
s'impadroniva della migliore cultura francese, faceva conoscenze che gli
sarebbero state utili poi, negli anni del servizio politico e diplomatico.
Doveva essere uno - hanno scritto di lui - che chiedeva sem22 - GIOBERTI-MASSARI, Carteggio, cit. p. 173.
17
pre la carta da visita anche all'interlocutore del più affollato salotto, tanto i suoi
ricordi di nomi e di persone sono precisi. La sera certamente annotava tutto,
come farà poi per il Diario: neppur la sua straordinaria memoria può
giustìficare quella precisione e tempestività.
Nel '43 tentò di ritornare in Italia, nella speranza di prender dimora in
Toscana: aveva avviato, infatti, buoni rapporti col Mamiani e con quegli
intellettuali. Ma da Milano, ove s'era fermato, proveniente dal Piemonte e da
Torino, individuato dalla polizia, fu riaccompagnato alla frontiera e costretto a
tornare in Francia.
Si diceva di lui che a Parigi s'era riconciliato con la « Giovane Italia » e la
polizia lo aveva per «uno dei più tremendi rivoluzìonari»: povero Massari, lui
così mansueto!
In quel tentativo ebbe modo, dunque, di avere un primo contatto e una
breve dimora in Torino, ove non fu disturbato, ed anzi si ebbe cortesie e
riguardo, oltre che conversazioni ed accoglienza da non pochi: dal Provana, dal
Sauli, dal Sismonda, dal Balbo, dal Sacchi, dal Lisio, dal Baldise, dal Gazzera.
Quella società, così misurata e positiva fino a sembrar fredda, ma
all'occorrenza concretamente fattiva non lo lasciava indifferente.
Da segni appena percettibili poteva pensare, anzi, ch'essa potesse anche
accoglierlo, come fece di lì a poco.
Provana gli scriveva: «Ognuno d'essi (quei personaggi conosciuti), a
modo suo, chi ridendo, chi filosofando, chi arrabbiando, chi fremendo, chi
meditando, m'incarica di esprimerti un mondo di cose ed affettuose: t'accerto
che se fai masserizia di tutte di troverai ricco di molto tesoro di amicizia» 23 .
Massari era buon massaro in far masserizia di conoscenze; ma i tempi
non erano ancora maturi, ed anzi Torino ed il regno sardo erano governati da
una aristocrazia arida e di nessuno slancio. Con essa di lì a qualche anno dovrà
misurarsi Cavour, per vincerne la grettezza conservatrice, l'antipatia per quella
moltitudine di inquieti e di teste calde venuti da ogni parte d'Italia.
Qualche giudizio severo di Massari su Torino, anche nel Diario, deve
intendersi in questa direzione.
Intanto, tornato a Parigi, nel '45 cominciò a scrivere nella « Gazzetta
italiana» della Belgioioso, con saggi su Galluppi, Gioberti, la filosofia
contemporanea; collaborava con articoli di mineralogia e di paleontologia su
riviste prettamente scientifiche, come quella diretta dal Ravaisson; traduceva
dall'inglese. Guglielmo Pepe gli affidò, con l'incarico di rivederne la redazione,
le sue Memorie, che puntualmente uscirono l'anno appresso.
23 - Lettera pubblicata in parte da R. COTUGNO, la vita, cit., p. 60-61.
18
Si era così al '46, l'anno di Pio IX, che faceva apparir profetico il Primato.
Da Torino gli giungeva un segnale positivo, prova che quegli indirizzi di stima
che vi aveva notato non erano un suo vaneggiamento. L'editore Pomba lo
chiamava alla direzione di una sua rivista, «Il mondo illustrato», alla quale
collaboravano illustri letterati del tempo. Il momento era favorevole ad un
grande dibattito. Il giobertismo e l'ideologia neoguelfa nella sua proposta
politica federalista erano nel momento di maggior forza.
Massari nella rivista vi trattava la parte politica, ma con apertura europea:
portava nell'esame delle cose d'Italia, di quel risorgimento che sembrava
immìnente, il confronto con le esperienze inglesi e francesi; divulgava il pensiero
di quanti aveva avuto modo di conoscere; partecipava le sue letture; tracciava la
via italiana al risorgimento nel reciproco sostegno della religione e del
principato laico: l'idea giobertiana stemperata dal suo ottimismo un po' superficiale che, nella generosità degli intenti non gli faceva considerare con realismo le
resistenze.
Ma a Torino, in quegli anni prequarantotteschi, di resìstenze ne incontrò
molte. Sono di quest'anno 1847 le sue amarezze maggiori e qualche giudizio
duro su certo conservatorismo miope, su certa «freddezza» e sul modo in cui si
svolgeva la vicenda polìtica.
Conobbe, tra gli altri Silvio Spaventa e Giuseppe Del Re. Certo non
aveva l'anima del combattente, e comunque aveva bisogno di calore e di
consensi. Nel Diario, pìù tardi, più volte giudicherà «freddo e impassibile» il
popolo di Torino, che loderà tuttavia, per la sua compostezza nei momenti
cruciali.
Invitato da Cavour a collaborare come «estensore» al «Risorgimento»,
finisce con rinunciare: comincia così, con un diniego e quasi una
incomprensione, il suo rapporto con lui. Cavour, scrivendone a Giovanetti,
commentava: «L'aiuto dei buoni non ci manca, e le sottoscrizioni giungono
numerose ed autorevoli. Ma lo spavento è fra gli scrittori che temono
l'impopolarità. Pensavamo essere inteso con Massari, ma questi dopo aver
quasi impegnato la parola si rìtìra e lascia Torino per non mentire alle sue
opinioni e non incontrare l'odio dei nostri nemici» 24 .
Massari accettò l'invito del Salvagnoli che lo chiamava a Firenze a
collaborare alla «Patria».
Ma la situazione generale italiana precipitava verso la rivoluzione e la
guerra. Firenze certamente era un buon osservatorio. Vi aveva ritrovato tanti
della emigrazione a Parigi. Ma Torino era in prima linea; e Milano, con la sua
insurrezione e le Cinque giornate.
24 - C. CAVOUR, Lettere, Vol. V, Torino, Roux e Favale, 1886.
19
In qualche modo aveva sottovalutato certe cose, abbandonando disgustato la
capitale piemontese.
Non aveva compreso come, sotto la patina del conservatorismo, quella
apparente freddezza, tutta subalpina, covasse il fuoco della decisione a lungo
meditata.
E forse quel Carlo Alberto, quell'arnletico monarca così apparentemente
lontano e gelido, aveva bisogno di tutto quell'entusiasmo per la soluzione
giobertiana per decidersi a rompere gli indugi e per mostrare che, in fondo, la
soluzione vera passava per le strutture militari e governative sabaude, per quella
primogenitura piemontese che Balbo aveva teorizzato qualche decennìo avanti.
Massari ne rimase affascinato, anche se con qualche ritardo. Anche se,
nella sua innata inclinazione alla aggregazione degli sforzi, potè ritenere che
l'iniziativa albertiana s'inscrivesse nel progetto di grande federazione auspicata
da Gioberti.
Ma fu solo Massari a crederlo in quei mesi del '48 di generale
entusiasmo, con gli eserciti di tutti gli stati italiani, del Papa, dei Borboni, nella
pìanura padana a dar man forte al Piemonte?
Notizie di rivoluzione venivano anche da Napolì, ove, ottenuta la
Costituzione, aveva inizio un esperimento di governo liberale.
Massari lasciò la Toscana, si recò in Lombardia per incontrarvi Gioberti,
che accompagnò nel suo vìaggio a Roma e in Toscana, in Emilia, a Genova.
Era stato eletto deputato di Bari nelle elezioni del 15 aprile al Parlamento
napoletano. Il 15 maggio a Napoli fu giornata di rivoluzione con deliberazioni
drammatiche dell'Assemblea radunata in Monteoliveto e barricate per le vie.
Massari non era a Napoli. fE però nei processi seguiti alla repressione, nel 1852
fu condannato in contumacia a 25 anni di galera per la parte attribuitagli in
quella vicenda.
A Napoli, ci andò, sebbene con non molto entusiasmo, per la sessione
dell'Assemblea del 30 giugno, sedette sui banchi dell'opposizione al ministero
Bozzeli, pronunciò discorsi, soprattutto in sostegno di una maggior
partecipazione partenopea alla guerra comune.
In cuor suo aveva diffidenza verso quella città, dove «chi vuol essere
liberale ed onesto dev'essere per forza eroe» (Diario, 32).
Ma Gioberti lo chiamava a Torino per il Congresso federativo: vi andò
rappresentante di Napoli, con Silvio Spaventa, Pier Silvestro Leopardi e
Bonghi.
Tornò ancora a Napoli, ma dovè allontanarsi per il precipitare degli
eventi. Riparò a Firenze, ove, tra l'altro collaborò al moderato «Il Conciliatore».
Di lì ancora a Torino, con Gioberti nella redazione del «Saggiatore».
20
Soffrì molto per l'assassinio di Pellegrino Rossi, di cui era stato
discepolo, amico ed estimatore.
Comincia così, dal '49, un decennio e più di residenza e di vita
piemontese. I meridionali a Torino, si è detto, erano numerosi in quegli anni di
emigrazione. Tra gli altri Massari fu dei più attivi.
Giornalista, innanzi tutto, redattore de «La Legge», della «Rivìsta
contemporanea », del « Cimento », della « Gazzetta piemontense », e, come si è
detto, del «Saggiatore», del «Nazionale», e poi della «Gazzetta Ufficiale» che
arrivò a dirigere, dal'56, succedendo a Giuseppe Torelli, e suscitando non
poche mormorazioni; corrispondente di periodici esteri, come
«L'Indépendence Belge». E però quella febbrile attività di pubblicista non era
che una parte, neppure la più importante del suo lavoro.
Si fece innanzi tutto ambasciatore dei dolori e delle sventure della sua
terra in quell'ideale rappresentanza d'Italia che era diventato il Piemonte dopo
Novara, nella garanzia del Re Galantuomo.
Scrisse un libretto, I casi di Napoli, sulla triste esperienza costituzionale del
'48, che uscì a Torino nel '49, sulla scia di altre precedenti consimili
pubblicazioni di D'Azeglio (I casi di Romagna, I lutti di Lombardia, ecc.).
Non era certo il Saggio di un Cuoco, esso stesso, d'altro canto,
attraversato da una passione politica e da un intento pedagogico che ne
definivano il valore storiografico.
Si trattava, pel Massari, della testimonianza di un pubblicista, quale egli
fu, parte in causa negli avvenimenti, scritta a caldo, con l'intento di far
conoscere ove era necessario, in quel Piemonte che lasciava acceso un barlume
di speranza, le vicende tristi e le attese del Mezzogiorno, gli errori, gl'inganni di
una monarchia che ogni giorno più perdeva il titolo a mantenere quel regno.
E però, oltre lo sdegno e il dolore, un tentativo di decifrazione di quegli
avvenimenti è presente e risulta nella sua parte lucido e persuasivo: l'indicazione
degli errori della parte liberale, le divisioni, l'inadeguatezza di fronte alla grave
responsabilità dell'ora; ma soprattutto la denuncia del municipalismo dei
ministri del Re, la diffidenza della monarchia per ogni sia lieve concessione
costituzionale, l'ostilità dissimulata con doppiezza per la causa unitaria, l'intrigo e
la sotterranea intesa con la parte austriaca; e comunque, al di là di queste
denuncie, l'osservazione di un qualche peso che, forse, nonostante colpe passate
e tutto il sangue del '99 e delle repressioni seguite al '20-‘21, la monarchia
borbonica poteva riscattarsi se avesse lealmente sostenuto la guerra
d'indipendenza; più ancora se si fosse mesa a capo di essa, potendo acquistar
titolo e meriti dinanzi all'opinione liberale del Mezzogiorno e d'Italia. Lasciata
cadere l'occasione, non le rimaneva che attendere dagli eventi, che non sarebbero tardati, la sua condanna. La sua fine, venuta col '60, era già
21
segnata dal comportamento del '48.
Massari non scriveva, per sè, nè per i posteri, ma per quella opinione
liberale ch'era viva, anche se contrastata, in Piemonte, e per quel Re che aveva
mantenuto la costituzione anche dopo la sconfitta, quando la minaccia
dell'austriaco era più forte.
Volle offrirne una copia al Re.
Nella sua Vita di Vittorio Emanuele II, così, ricorda quell'incontro, e le
parole del sovrano:
«A significarmi il suo gradimento il re usò la bontà di concedermi
un'udienza. Allorchè all'ora indicata mi presentai nell'anticamera del sovrano
uscivano per l'appunto Massimo D'Azeglio ed il conte Siccardi. Il primo
sorridente mi disse: - Bravo, fai bene, vai dal tiranno. Vedrai che stoffa da
Ezzellino - Fui introdotto nella stanza del re. Mi par di vederlo: era in un vano
di finestra in divisa militare: mi fece cenno di mostrarmi e subito con piglio
affabile prese a dirmi: - La ringrazio del libro che mi ha mandato. Non l'ho
letto, e difficilmente a motivo delle mie occupazioni, potrò leggerlo; ma so di
che si tratta. Mi duole che il suo paese soffra tanto, comprendo il suo dolore e
il suo risentimento: bisogna aver pazienza. Non si sgomenti. Sia persuaso che
verrà il giorno nel quale ella e i suoi concittadíni saranno contenti. Il mio
desiderio è di veder felici tutti gli italiani, ma per ora, - e dicendo queste parole
traeva un sospiro che mi disse tutto - debbo occuparmi di qui»25.
Nel 1851-52 l'Europa liberale fu messa a rumore dalle celebri lettere del
Gladstone sulle vergogne della reazione napoletana: regime poliziesco dei più
cupi, delatori dappertutto, giudici asserviti al potere, processi da far arrossire
ogni uomo civile, carceri speventose, corruzione e sobillazione della plebaglia e
della malavita: una lugubre rappresentazione che poi si sarebbe letta nelle
Ricordanze di uno di quei carcerati, Settembrini.
Per il momento, però, si tentava di mascherare e perfino di negare
all'esterno tali vergogne.
Chi, per ragioni anche fondate, ha avviato una revisione di giudizio
storico sulla monarchia ed il governo borbonico nel Mezzogiorno, offrendo
supporti involontari a futili nostalgie separatiste qua e là ravvisabili anche in
qualche frangia letteraria e d'opinione pubblica - farà bene a riandare
brevemente a queste vicende, che meno note di quelle del '99, furono certo più
penose e avvilenti, e sono all'origine di un lungo avvilimento storico, se è vero
che col carnefice esce umiliata civilmente anche la vittima.
Gladstone certamente, oltre l'indole liberale e la sua umanità,
25 - G.MASSARI, Vita di Vitt. Eman. II, cit.
22
era mosso anche da altri scopi in quell'attacco alla monarchia borbonica.
Resta il fatto, peraltro, che quelle vergogne furono denunciate
autorevolmente, riproposto il problema italiano come problema di dignità
umana, di pericolo per l'Europa civile, di necessità, di una solidarietà liberale
anche a livello internazionale; di una risoluzione negoziata e garantita e
soprattutto rassicurante per tutti, se non si voleva che violenza chiamasse
violenza e ne venisse una pericolosa crisi europea.
Altre solidarietà ci venivano dalla Francia postquarantottesca, con i suoi
intellettuali, anche Cousin e Thiers, lodati da Massari.
I «garanti» francese ed inglese, già di disponevano, dunque ad un
intervento politico e ne preperavano i presupposti ideologici e diplomatici, nella
prospettiva non secondaria di una estensione delle rispettive sfere d'influenza.
Spetterà al Cavour cogliere queste disposizioni, alimentarle, piegarle al
progetto italiano: e a una serie di fortunate combinazioni e contrapposti
equilibri, volgere tutto per il meglio.
Massari, per il momento, non ancora inserito nel gioco diplomatico, fu
abile per la sua parte a cogliere a volo quella opportunità da cui poteva venir
bene alla causa, e tradusse subito in bella prosa italiana quella lettere che
pubblicò a Torino (Il sig. Gladstone e il governo napoletano), appena dopo che esse
erano state divulgate a Londra.
Fu una lungimiranza già quasi cavourriana? Resta il fatto che questo
secondo scritto sul Mezzogiorno e gli altri che seguirono, sulla polemica
intercorsa tra il governo napoletano ed il Gladstone, così tempestivi e rivolti ai
suoi ospiti torinesi, e di lì a tutti gli italiani e amici dell'Italia, non solo risultarono
un contributo notevole alla causa risorgimentale, ampliando l'effetto di
denuncia nei confronti degli screditati Borboni, ma conferirono al Massari una
più precisa collocazione in quel variegato ambiente dell'emigrazione nei cui
confronti opinione pubblica e governo piemontese guardavano con non
grande simpatia e molte volte con sospetto.
Massari veniva sempre più distinguendosi. Le sue idee di moderato e di
fautore della soluzione piemontese, insieme a Scialoja e a Mancini lo tenevano
vicino agli ambienti di governo, sia al D'Azeglio, sia al Rattazzi, e poi
stabilmente al Cavour; ma almeno fino al ‘56, senza incarichi speciali nè
retribuzioni: sotto questo profilo Massari rischiò perfino di esser giudicato un
ingenuo, e vi sono giudizi ironici su questa sua estrema discrezione, che lo
accompagnerà poi in tutta la sua carriera di «govemativo»: una virtù che egli
evidentemente esaurì tutta nella pianta italica, se si stenterà tanto poi a trovarne
ancora.
Viveva della sua attività di redattore e di corrispondente. E
23
frattanto manteneva viva ed ampliava la sfera delle sue conoscenze, la. fitta rete
della corrispondenza, delle conversazioni con i personaggi maggiori della vita
politica, culturale e mondana, con il mondo della diplomazia e quello della
rivoluzione.
Era persuaso, come sarà persuaso Cavour, che in questo seppe ben
scegliere l'uomo, che la pubblicità della causa italiana e piemontese nella
opinione pubblica europea fosse da curare con estrema saggezza e tempestività,
e Massari non trascurò una occasione che potesse procacciar simpatie alla causa:
Gladstone, gli ambienti liberali inglesi, la cultura e la diplomazia di Francia, de
Mazade, con cui avvia un fitto carteggio, gli ambienti vicini a Napoleone III, il
gruppo degli intellettuali fiorentini, gli emiliani, i circoli e le personalità milanesi,
gli ambienti ufficiali e quelli ufficiosi, i ministri, le ambasciate, i salotti, le
redazioni: quel variegato scenario entro cui si «facevano» le sorti d'Italia non è
mai descritto con l'intento del narratore, eppure risalta al vivo negli scorci
epistolari, nelle notazioni di diario, nelle relazioni.
Quelle lettere e scritti sono ora nelle biblioteche e negli archivi pubblici e
nei fondi privati: molte migliaia, un numero incredibile, tessere di un mosaico
che aiutano a ricomporre l'immagine di una società e di un momento storico.
Scriveva preciso, denso, sfumato, elegante, nello stile della buona
diplomazia filtrato attraverso molte letture e pratica di giornalismo. Sapeva dire
e tacere, far intendere e far filtrare cose al momento giusto, nella forma giusta.
In questo Cavour era ben affidato. Massari era la persona giusta per una
conversazione informale ed esplorativa, per esporre e rilevare punti di vista; era
bravissimo ogni volta che, senza parere, era necessario che qualche giornale in
una qualche città uscisse con una nota «ispirata».
Nella occasione del «murattismo», che impensierì non poco Cavour,
proponendosi come una insospettata complicazione, fu decisamente per la
soluzione piemontese, come De Sanctis e non pochi altri meridionali
dell'emigrazione.
Degli anni più intensi della vita politica piemontese, dal 1858 al '60, nei
quali ebbe mansioni di segretario del Cavour al Ministero, tenne un Diario, che
risulta per molti versi assai interessante, come quello di ogni diplomatico che sia
testimone e parte di avvenimenti rilevanti.
Di questo diario sarà bene dire qualcosa. La sua edizione a stampa per
molto tempo non è stata soddisfacente. Scritto in prima stesura dal Massari su
piccoli quaderni, la sera stessa di ogni giornata di quegli anni (quindi in forma di
registrazione e promemoria
24
degli incontri e delle conversazioni) venne ricopiato parzialmente da lui stesso in
due grossi quaderni, senza paraltro che fosse mutata l'impostazione e la finalità
di documento.
Finito tra le carte dell'autore, tutte o in gran parte lasciate al
Visconti-Venosta, fu da questi consegnato al Beltrani che ne prometteva una
edizione.
Il Beltrani, si sa, era studioso piano di entusiasmo e di straordinario
amore per la storia pugliese. Fu autore, tra l'altro, di uno scritto su Valdemaro
Vecchi, un piacentino venuto dopo l'Unità a portare in Puglia l'arte della buona
stampa e ad impiantarvi una tipografia e casa editrice che è stata ben nota tra
Otto e Novecento e piacque a Croce che vi fece stampare tra l'altro la « Napoli
nobilissima» e, fino al 1926, i fascicoli della «Critica».
Ma una certa insicurezza filologica e non poche forzature dello studioso
di provincia gli guastarono il lavoro, che almeno nella parte testuale non gli si
addiceva. Uscì una prima edizione, patrocinata dal Comune di Bari, che
riproduceva con criteri di poca fedeltà una parte del manoscritto (Diario politico,
ecc.). Poi, nel 1931, presso l'editore Cappelli di Bologna, il Beltrani fornì una
edizione completa (con la sola mancanza di alcune parti andate disperse, non si
sa bene se per responsabilità sua), non per questo però più fedele nè sicura.
Il manoscritto, soprattutto nella prima stesura, era certamente di ardua
interpretazione, come hanno potuto constatare i successivi editori; ma si deve
riconoscere che il Beltrani, molte volte spazientito, si prese molte libertà
interpretative.
L'edizione fu duramente criticata da Omodeo e da altri, con giudizi
passati perfino nelle segnalazioni bibliografiche, ove s'invocava una più
riguardosa edizione.
Che fu affrontata, finalmente, dalla Morelli (benemerita, dunque, anche
per i suoi studi massariani), la quale ne dà ragione nella premessa al volume,
uscito dopo due anni di fatica presso lo stesso editore Cappeli, nel 1959,
corredato da alcune opportune illustrazioni caricaturali, quasi tutte tratte da
giornali umoristici inglesi, in cui la materia risorgimentale risulta sbassata di tono
nello specchio deformante ma intelligente della satira politica.
Il diario, così come si presenta, appare compatto e sicuro: l'autore si cela
dietro ai fatti, riferisce quasi sempre battute o pensieri altrui, dietro le quali si
riesce peraltro a capire la sua dislocazione; sono piuttosto rare le dichiarazioni
personali, gli slanci, le irruzioni autobiografiche; perfino quando riferisce di
alcuni incontri con la Belgioioso, la fiamma sua di un tempo a Parigi, riguardata
poi con freddezza e il distacco di un incontro di routine, il suo atteggiamento
non va oltre qualche considerazione malinconica per il tempo che passa e per lo
sfiorire della bellezza.
25
La registrazione vera è dei fatti, dei pensieri, degli accadimenti, che hanno
per personaggi le infinite comparse, comprimari e primattori di quello scorcio
di Risorgimento: Cavour, Vittorio Emanuele, i ministri D'Azeglio, Minghetti,
Rattazzi, Rìcasoli, La Marmora, lord Hudson con il quale i rapporti si fanno
assai stretti, gli ambasciatori di Francia, d'Inghilterra, d'Austria, di Russia, il
Nunzio, i funzionari, gli uomini di cultura, i pubblicisti, le dame che nei salotti,
tra una conversazione e una civetteria, facevano politica, gli ambienti della
Corte, Nigra, la Castiglioni, lord Carrington, l'emigrazíone, anche quella più
radicale, come l'Orsini: un grande palcoscenico, su cui avveniva una grande
rappresentazione.
Massari annotava tutto di quelle giornate, tutte intense, alcune febbrili con
scenari che mutano da un momento all'altro, con il mutare e il succedersi delle
notizie.
Proprio questo, anzi, questa capacità senza intento narrativo, di mostrar
dal di dentro le drammatiche sequenze dell'azione diplomatica e l'impatto con
la realtà dalle mille facce di un progetto politico, i retroscena degli eventi e delle
espressioni rimaste famose, come è il caso delle sequenze perfettamente
descritte che preparano il discorso della Corona del gennaio 1859, con la frase
famosa del «grido di dolore», nella cui preparazione ebbero parte Napoleone
III, Vittorio Emanuele, il gabinetto con Cavour, e, in non piccola parte, lo
stesso Massari che fu estensore delle successive redazioni: proprio questo
accresce la drammatícíà del racconto ed è un merito non minore, anche se non
ricercato, del Diarío.
Massari si mostra informato di tutto, dentro ogni risvolto degli
avvenimenti, discreto secondo il suo naturale, fedele e preciso esecutore di
quanto Cavour gli chiede di fare. Qualche volta sembra perfino entrare nella
determinazione dei grandi avvenimenti, come nel caso accennato, o nelle
vicende complicate delle annessioni, o nei difficili rapporti tra Rattazzi e
Cavour, tra Ricasoli e Cavour, nei casi del risorgente murattismo, nei plebisciti:
ma non v'è mai una attribuzione di meriti, nè alcuna personale iattanza. Quel
che gli dà soddisfazione è sentirsi al centro di quelle manovre.
Ma ciò che colpisce il lettore è la precisione di dettaglio, la frastagliatura
dei pensieri e delle espressioni, la duttilità della scrittura che senza sforzo registra
una realtà dalle mille sfumature.
Diarìo delle cento voci, è stato detto, proprio perchè Massari riesce nel
miracolo di far parlar tutti, di riportare il pensiero di tutti, collocando ciascuno
nel suo ruolo, grande o piccolo, importante o insignificante, in un grande
affresco: il Re, impaziente, rude, generoso, galantuomo; Cavour, duttile, abile,
epperò egli pure impaziente e a volte furioso; Napoleone III, ambiguo, tutta
grandeur, da prendere con le pinze: Plon Plon, cioè il principe Girolamo, fatuo e
gonfio di vanità: D'Azeglio, simbolo vivente dell'establishment pie26
montese, non senza le civetterie e le originalità dell'artista; Torino, ora fredda,
ora composta, ora consapevole ed orgogliosa del ruolo che veniva assumendo:
a sentir Brofferio, una città dove si viveva «fra una pagina di Plutarco ed una
favola di Esopo» (Diario, 70); La Marmora, il militare duro ma galantuomo
«che ha cuore italiano e testa piemontese» (Diario, 328); Ricasoli, il barone di
ferro; l'ambiente inquieto dell'emigrazione; quello attento e percettivo delle
ambasciate e dei salotti.
Ogni pagina è un frammento interessante e cangiante di quel vario
caleidiscopio, tanto che una esemplificazione, anche larga porterebbe ad un
impoverimento.
Di tutto quel complesso disegno però Massari non conosceva tutto.
Cavour, forse conoscendo le sue preclusioni anti-garibaldine, gli nascondeva
molte cose su Garibaldi, sulla Società Nazionale, sulle mene per manovrare i
plebisciti. Insomma se ne serviva come di segretario per certe cose e non per
altre. D'altro canto è nota la battuta che Cavour avrebbe avuto segreti anche
con se stesso.
Per tornare però allo stile ed alla concitazione densa del diario, non va
passato sotto silenzio certa laconicità, propria della scrittura del genere, e
soprattutto l'uso accorto di certe domande, di certa forma interrogativa,
efficacissima per esprimere impersonalmente, ma non tanto da non adombrare
coinvolgimenti personali, l'indirizzo politico e di opinione pubblica, la
problematicità delle cose.
Insomma, il libro di uno scrittore diplomatico, com'è nella tradizione
migliore di certa nostra diplomazia, sul quale si dovrà forse tornare, e non solo
per interessi d'ordine storico-politico.
Con gli avvenimenti napoletani del '60, mentre De Sanctis andava a
Napoli e assumeva incarichi nel governo provvisorio, Massari, con Mancini e
Scialoja rimaneva a Torino per maggiore informazione di Cavour. Raggiunta
infine Napoli, collaborò attivamente al nuovo giornale «Il Nazionale»,
sostenendo la soluzione unitaria sabauda. Ne era assertore convinto, non dovè
far forza a se stesso. Quella monarchia borbonica gli sembrava ormai
irrimediabilmente compromessa e indegna di regnare. Aveva conosciuto da
vicino altri modelli, ai quali ormai si manteneva fedele con piena lealtà.
Al primo Parlamento, unitario, con Bonghi, Carlo Poerio e Mancini
rappresentò il Mezzogiorno sui banchi dei governativi.
Da allora, quasi ininterrottamente fu deputato pugliese, fino alla fine.
Nel '61 pronunciò un importante discorso sulle cose di Napoli,
adoprandosi per la soppressione della Luogotenenza.
Ma è del '63 il suo atto parlamentare più importante. Con l'aggravarsi
della piaga del brigantaggio, di fronte a incomprensioni,
27
durezze di giudizi e comportamenti ingiusti (la legge Pica sulla repressione è di
quello stesso anno), nella divisione degli animi, volle partecipare ai lavori della
Commissione dì inchiesta nominata dal Parlamento, e ne fu relatore, insieme
all'on. Castagnola.
Quella relazione che lesse in Comitato segreto della Camera nelle sedute
del 3 e 4 maggìo 1863 è consegnata alla storia e alla letteratura polìtica italiana
di queì difficili anni unitari e alla storia del Mezzogiorno 26.
Profondità di diagnosi, esame delle cause remote e recenti, invocazione
di rimedi che non fossero soltanto di polizia. In lui, che pure verso il
Mezzogiorno non fu tenero, denunciandone in ogni occasione le
manchevolezze e la fredda partecipazione al processo unitario, agiva questa
volta la medesimezza con quella terra, la coscienza di un malgoverno remoto
nei secoli che aveva provocato guasti irreparabili, l'«inveterata corruzione del
governo e della burocrazia», le complicità, l'omertà, sollecitata, le connivenze,
alimento incessante di malessere e malcontento.
Intelligenza e pietà vibrano in quelle pagine, che sarebbero state poi alla
base di molti altri studi ed inchieste sulla questione meridionale. Si può
richiamare il passo noto in cui si descrivono le condizioni di vita del cafone
tentato dal miraggio di una migliore condizione e per ciò stesso sospinto sulla
strada del brigantaggio: e gli altri, sulle indiscriminate repressioni, che portavano
a inasprire gli animi, con punizioni eccessive anche per reati minori, provocati
chiaramente dall'indigenza delle popolazioni.
Massari era per una linea ferma, senza cedimenti, ma che si preoccupasse
innanzi tutto di rimuovere le cause di quella ìnquietudìne, non legittimando la
convinzione largamente diffusa nel Mezzogiorno avvezzo a dominazioni
straniere, che «il Governo in se stesso fosse una potenza nemica, da cui era da
attendersi ogni male» - come ebbe a scrivere nel suo discorso Silvio Spaventa.
In Massari si può rilevare anzi una coincidenza con la posizione di Nievo
espressa qualche anno prima dallo scrittore friulano nel Frammento sulla rivoluzione
nazíonale27rimasto lungamente inedito, e dunque sconosciuto al Massari: in
entrambi gli scritti la convinzione che per liberare dalle suggestioni di Vandea e
di reazione le masse contadine, e per legarle agli interessi progressisti della rívoluzione liberale, fosse innanzi tutto da risolvere la questione economica delle
loro condizioni di vita, che voleva dire poi la questìone
26 - G. MASSARI, Il brigantaggio nelle provincie napoletane cit., Napolí, Staperia
dell'Iride, 1863.
27 - I. NIEVO, Frammento sulla rivoluzione nazionale, in Opere, a cura di S. Ro-
28
della terra. Innanzi tutto, prima ancora di ogni programma pedagogico e di
istruzione obbligatoria, destinato altrimenti a cadere nel vano.
Può essere interessante notare come in quegli stessi anni in cui da parte
degli intellettuali meridionali di orientamento hegeliano, De Sanctis, Villari, De
Meis, Spaventa, cominciasse a porsi le basi teoriche di uno stato etico, in uno
sforzo di pedagogia politica che sarebbe rimasto il più ambizioso in quel primo
decennio di vita nazionale, da parte di Massari (e dell'inedito Nievo) venisse una
esortazione prammatica, un richiamo al porro unum di un minimo di benessere
ineludibile (ed ahimè ancora una volta eluso) nella decisione politica.
Gli anni di quei decenni Massari li impiegò in una instancabile attività
parlamentare e di scrittore. «Poco curante delle clientele e degli interessi locali secondo lo descrive Spaventa - aveva il senso del ridicolo e della vanità degli
uomini, sdegnava la volgarità»28.
Non richiese nessuna carica governatica. Fu a lungo segretario della
Camera e ne organizzò i lavori. I suoi interventi, qualche volta di tono severo e
solenne, non furono mai mossi da interessi di provincia. Nelle battaglie per le
leggi anticlericali la sua coscienza religiosa lo portò ad esser tiepido e misurato.
La Camera si servì sovente della sua capacità di scrittore/diplomatico
nell'affidargli incarichi di indirizzi a Sovrani e di commemorazioni.
Nel progressivo sgretolamento del mito piemontese corroso dalle
polemiche regionalistiche e dalla politica trasformista, Massari fu tra i pochi a
rimanervi fedele, e negli anni in cui esso non poteva evidentemente ìncarnarsi
nel «vinattier di Stradella»/De Pretis, riproponeva i suoi eroi, scrivendone le
biografie: Cavour, Vittorio Emanuele, La Marmora.
Certo non erano biografie, come oggi si dice, critiche. Erano larghe di
aneddoti, ma riuscivano non di rado a centrare la fisionomia dei personaggi.
Quella di Vittorio Emanuele, soprattutto, succosa e colorita, ricca di
informazione, di battute, di aneddoti quasi sempre di prima mano, con il
contrappunto talora ironico, altre volte ammirato, di personaggi stranieri,
Napoleone III, la regina Vittoria; un libro di gradevole lettura, del quale, credo,
abbiano fatto tesoro, senza citarlo, molte più recenti e celebrate biografie.
Negli ultimi anni viveva a Roma, in una stanza a pigione di un vecchio
quartiere centrale, in via Monterone. I mesi della malattia che lo portò alla
morte furono penosi. Era incredibile che un uomo
MAGNOLI, Milano-Napoli, Ricciardi, 1952, pp. 1079-1081.
28 - S. SPAVENTA, Discorso commemorativo, in I casi di Napoli, cit., p. LXXXIII,
segg.
29
sempre al centro degli avvenimenti nazionali fosse in condizioni di tanta
povertà. Morì in casa di amici che gli avevano offerto provvisoria e più
decorosa dimora. Prima di morire ricevè tutta la Roma politica che andava a
chiederne notizie.
E tutti si ritrovarono a seguirne le spoglie in quella giornata di marzo del
1884 quando venne meno. I grandi padri della patria erano già scomparsi tutti
ad uno ad uno, Cavour, Vittorio Emanuele, Garibaldi, Mazzini, D'Azeglio, De
Sanctis. Veniva meno anche Massari, di tanto più modesto di quelli, ma della
stessa dirittura e disinteresse: ormai una sopravvivenza del passato per l'Italietta
e l'Italiona degli scandali bancari, delle speculazioni edilizie e delle imprese
industriali; una sopravvivenza scomoda, da cancellare, anche se con onori e
commosse commemorazioni, come per un resistente rimorso, o, più
probabilmente, per una cinica simulazione.
Il mito piemontese a livello politico avrebbe dovuto attendere Giolitti
per riproporsi ad una certa statura; ma solo dopo le fucilate di Milano e il
regicidio di Monza. E non senza ombre e riserve di giudizio.
Ma ormai il Piemonte aveva altre forze di suggestione per il
Mezzogiorno d'Italia, anche queste non prive di insidie e di attrito, come la
storia del nostro secolo s'è incaricata di mostrare.
MICHELE DELL'AQUILA
30
GLI INTERESSI ... DIALETTOLOGICI
DI NICOLA ZINGARELLI
(con inediti brani epistolari *)
a mio figlio Ciro
* La maggior parte dei brani epistolari qui inseriti sono già stati pubblicati da A.
Sereno in N.Z. nella corrispondenza dei linguisti del suo tempo, "Lingua e storia in
Puglia”, II, 1975, pp. 67 - 130 (ed anche in "Arte, lingua e storia" num. un. nel I
centen. del Liceo "V. Lanza" di Foggia, 1975). E tuttavia ci si è dovuto avvalere
direttamente dei mss., depositati, com'è noto, presso la Biblioteca Provinciale di
Foggia, poiché la pubblicazione della Sereno è, per più motivi, carentissima;
peraltro non contiene la corrispondenza di tutti i linguisti le cui missive sono
depositate presso il citato fondo. Manca ad esempio quella di Ernesto Monaci,
che qui è stata utilizzata ed a cui si riferisce il nostro inediti del sottotitolo.
Questo lavoro è nato per l'occasione di un concorso sullo Zingarelli
bandito dal Centro Regionale di servizi educativi e culturali di Cerignola. Ma
benchè fosse l'unico lavoro presentato per la relativa sezione il premio non fu
assegnato né alcuna comunicazione mi fu fatta mai dal Centro di servizi in
merito. No comment!
L'attività dialettologica di Nicola Zingarelli si restringe ad un saggio dal
titolo Il dialetto di Cerignola, pubblicato, in due puntate, nell’”Archivio
Glottologico Italiano" (= AGI) diretto da Graziadio I. Ascoli (XV 1899 pp.
83-89, 1901 pp. 226-235).
Se proprio si vuole intendere questa attività in un senso più lato si
potranno anche collegarvi gli interessi folk-lorici che lo Zingarelli nutrì fin da
giovane. Questa operazione ci pare lecita data la qualità dell'impegno
folk-lorico dello Zingarelli basato sulla raccolta di brani tradizionali. E’ noto
che una buona raccolta di materiali narrativi, in ispecie brani liberi, è ancora
oggi alla base di ogni valida ricerca dialettologica. Ma tuttavia il futuro studioso
di Dante cominciò con una sorta di “auto-inchiesta" realizzando quel "piccolo
saggio di versione del c. I, 1-27, della Commedia - come egli si espresse,
inserendolo nella scarsa "letteratura" cerignolese, Il dialetto, etc.... cit., p. 83 - nel
numero unico Ofanto Casamicciola, riprodotto nel Capitan Fracassa del 1883" che
è poi, a dispetto del Flori1, la sua prima pubblicazione. "Auto-inchieste" ed
esercizi danteschi
1 - La cui Bibliografia degli scritti di N. Zingarelli, MDCCCLXXXIV-MCMXXXII,
Milano, Hoepli, 1933, parte appunto dal 1883.
31
a parte, le graziose Tre novelline pugliesi di Cerignola, inviate, peraltro, al Pitrè2
costituiscono la prova di un impegno che, se pur non eccessivo, continuerà con
i Proverbi meridionali che sono del 19083 terminando, salvo qualche altro minore
intervento 4, nella "patrocinazione" dell'Apulia Fidelis.
La maggior parte dei materiali di quest'ultimo lavoro fu sostanzialmente raccolta e
stesa dal giovane Vocino, mentre lo Zingarelli si limitò alle veloci note dialettologiche
introduttive, a qualche altro brano di interesse folk-lorico ed ad un carente cenno sugli
alloglotti di Puglia 5.
Naturalmente qui prescinderemo dalla tesi di laurea dello Zingarelli,
Parole e forme della Divina Commedia aliene dal dialetto fiorentino, pubblicata dal
Monaci in "Studi di filologia romanza" (I, pp. 1-192). oggi la si direbbe più
attinente agli studi di storia della lingua italiana che a quelli dialettologici, ed in
ogni caso più che nella dialettologia italiana ben figurerebbe anche negli odierni
confini della filologia romanza.
Nel 1901 inoltre lo Zingarelli pubblicò uno studio su I trattati di
Albertano da Brescia in dialetto veneziano6, ma anche questo lavoro può essere
escluso dalla nostra trattazione. Infatti il modulo linguistico usato per la versione
della Doctrina dicendi et tacendi non era "plebe (o), lontan(o) dai riguardi letterari, e
tanto più prezios(o) per il glottologo ( ... )" come affermava lo stesso Zingarelli
(p. 180). Peraltro nella prima parte del lavoro vi è una attentissima indagine
volta a stabilire la natura e provenienza dei mss. e quindi definire il testo più
attendibile. Le note di grammatica storica sono limitate alla pp. 181 - 192 e lo
stesso Zingarelli così le anticipa: "Saranno dunque appunti anziché ricchi spogli
ed una compiuta descrizione." (Ibidem).
Come si può notare anche questo lavoro può ben essere compreso nella
filologia romanza e nella stessa storia della lingua italiana poiché la dialettologia
del tempo già si stava indirizzando verso agguerrite indagini alla cui base erano
vaste inchieste sul campo.
2 - E pubblicate nell’”Archivio per le tradizioni popolari", III 1884 pp. 66-72.
3 – Ivi, XXIV, pp. 51-71.
4 - E cioè: Il nuovo poema di Pascarella. La Storia all'Argentina nostra. “Il Giornale
d'Italia", 8 VI 1911; Ladino e ladini, “Il Giornale d'It.” 27 IX 1917; L'eploratore dei dialetti:
P. E. Guarnerio, "Il Giornale d'I.”, 9 I 1920. Aggiungiamo per “dovere di cronaca” gli altri
interventi folk-lorici dello Zingarelli: Lo studio delle trad. pop., discorso inaug. del Museo
delle tr. pop. in Foggia, “Il Popolo Nuovo" 4 IV ed IL Folklore "L'Educazione nazionale"
IV, 19 pp. 7-8.
5 - Trevisini, Milano, s.d. (1925), pp. 11-13 etc...
6 - "Studi di letteratura italiana" diretti da E. Pèrcopo e N. Zingarelli, III, Napoli,
1901, pp. 151 - 192.
32
Infine un esame della pur lodevolissima posizione assunta dallo Zingarelli
nei confronti del dialetto ed applicata nel Vocabolario non può rientrare, se non
che marginalmente, in questo lavoro. "Quanto ai dialetti - affermava qui il
filologo7 - non solo ho accolto le voci penetrate ora nel patrimonio comune
della lingua e molte già ce n'erano, ma soggiunto la parola dialettale se ha
particolare diffusione e notorietà; naturalmente, dai dialetti meglio conosciuti".
Una tale "profession de foi" concerne piuttosto una corretta applicazione di
teorie linguistiche generali. La prosa vivace ed a tratti polemica del piccolo
pugliese convincerà il lettore di quest'ultima nostra proposizione se egli vorrà
continuare la lettura nel punto in cui l'abbiamo sospesa. "in questo libro proseguirà con vera scienza linguistica lo Zingarelli8 - fuori dal proposito del
conoscere e spiegare, non esiste ombra di nessun partito preso, di nessuna tendenza e simpatia particolare: qui non limiti, non esclusioni, non purismo, né
amore dell'esotico, né pedanteria, né grettezza regionale, ma solo orgoglio di
ítaliano"9.
Insomma l'impegno dialettologico dello Zingarelli si riduce al saggio sul
dialetto di Cerignola. A questo punto dovremmo esclamare, come il
Dell'Aquila: "Un pò poco"!10, molto poco. Ma insomma ci saremmo potuti
anche accontentare profferendo "tout court" un "meglio che niente!" se gravi
ombre non lo caratterizzassero. Il saggio, a nostro giudizio, appare piuttosto
schematico, scontato, senza nulla di realmente caratteristico ed innovativo nel
panorama dialettologico italiano, è carente, cioè, di risultati dovuti a riflessioni
personali ed esperienze. Si fa solo salva da questo contesto l'applicazione delle
metodologie di grammatica storica, ormai ben provate, ad un dominio
dialettale ancora quasi inesplorato all'epoca. Francesco Piccolo nell'occasione
commemorativa del centenario della nascita del Nostro11 si cavò letteralmente
d'impaccio affermando in due ve7 - Vocabolario della lingua italiana, Milano, Bietti e Reggiani, 1922, 2a ed p. VIII
8 - Ivi, p. VIII e s.
9 - E qui perfino quell’ "orgoglio di italiano" non è tanto un omaggio al nazionalismo dell'epoca, ma ha invece un preciso riferimento glottologivo nel Proemio
dell'AGI, I, 1873. Contro gli autori delè Nòvo vocabolario della lingua it. econdo l'uso di Firenze,
1870-97, l'Ascoli vi auspicava una sorta di "risorgimento" culturale e scientifico sulla cui
base realizzare processi di unificazione linguistica in Italia. Per tutta la vita l'A. incoraggiò i
giovani ingegni: “La virtù degli Italiani si deve raddoppiare tra gli stranieri” scriveva nel
1884 al giovane Z. in Germania (Mss. Zingarelli, Biblioteca prov. Foggia, cartolina del 25
XII 1884).
10 - N.Z. e il "Giornale storico della letteratura italiana" in "la Capitanata" XVI, II, 1-6,
p. 2.
11 - N.Z., Scritti vari ed inediti nel primo cent. della nascita Cerignola, 1963, p. 20.
33
loci righi che: "Nella sfera del metodo dell’ "Archivio glottologico" ascoliano il suo
saggio sul dialetto di Cerignola è certamente esemplare." Ma già se si osserva
l'analisi più dettagliata che ne fece Giacomo Devoto, nella stessa occasione
(analisi quasi spitzeriana) si potrebbe individuare un certo imbarazzo.
Il Devoto ne diede un giudizio pressoché positivo non senza però aver
vagliato attentamente l'assunto del saggio e cercato di trovare delle valide
"pièces d'appui" ad ogni sua affermazione, quasi un'aria di sospetto gravasse sul
lavoro.
E perciò conclude: "In queste condizioni, noi possiamo riconoscere allo
Zingarelli non tanto di aver realizzato un testo impeccabile di dialettologia italiana, ma di
aver reso Cerignola simbolo della Puglia dialettale, così come il D'Ovidio aveva
fatto di Campobasso per il Molise ( ... )."12
E non aveva torto, perchè esaminando la corrispondenza di studiosi
come proprio l'Ascoli, il Monaci, il D'Ovidio ed infine di Clemente Merlo,13
non solo l'imbarazzo devotiano viene giustificato, ma vengono anche a cadere
alcune sue conclusioni favorevoli allo Zingarelli proprio perché il Devoto non
poteva conoscere gli ulteriori elementi che dai citati carteggi emergono.
Per esempio il linguista genovese cercò di giustificare lo schematismo del
lavoro basandosi su di un particolare che invece lo trasse in inganno. Si tratta
della effettiva data di compilazione del saggio. Il Devoto dové immaginare che
fra la compilazione e la pubblicazione potessero esser passati cinque o sei anni
per cui concluse che: "Lo studio del dialetto di Cerignola appartiene al mezzo
del cammin della sua vita, alla maturità"14. Dai carteggi invece emerge
chiaramente che esso fu l'opera di un giovane, forse di un giovanissimo, portata
innanzi penosamente per essere pubblicata, solo dopo molte insistenze,
perorazioni, forse, non solo sue, alla vigilia, peraltro, del concorso palermitano
e, dopo la sfortunata esperienza pavese.
Ma quello che più conta poi è che vien fuori un altro elemento della
massima attenzione, e cioè che la mano dell'Ascoli non si sia posata sui
manoscritti e sulle bozze, che lo Zingarelli più volte inviò al direttore
dell’"Archivio", solo per correzioni di ordine formale, ma anche per sistemare
fatti contenutistici, attinenti, cioè, la strut12 - Tre aspetti di Nicola Zingarelli, Ivi, p. 10.
13 - I documenti sono tratti dal fondo dei mss. dello Z. presso la Biblioteca prov.
di Foggia, Una visione d'insieme dei titoli si può avere consultando P. DI CICCO, I
manoscritti della B.P. di Foggia, Foggia, 1977, pp. 105-137. Ho il dovere di citare qui la
cortesia del direttore di quella biblioteca, dr. A. Celuzza e la pazienza dei funzionari dr. a
Altobella e dr. Ventura.
14 - Tra aspetti.... p. 10.
34
tura ed i risultati del lavoro stesso. Un esame di codesti elementi non è solo
necessario per ottenere maggiori informazioni sulla figura del filologo pugliese
e sul suo saggio dialettologico, ma è indispensabile per una corretta utilizzazione
del saggio cerignolese nell'ambito degli studi dialettologici italiani in generale e
pugliesi in particolare. La vicenda di questo lavoro dialettologico ci può peraltro aiutare a compredere momenti di quel travaglio che portò, nella "fin de
siècle", alla dissociazione, dall'unico ceppo costituito dalla filologia romanza, di
varie discipline; per conseguenza vi fu la tendenza alla sparizione della figura del
filologo romanzo che dominava "da signore" - son parole del Tavaglini15 l'intero complesso degli studi. Alludiamo non solo al D'Ovidio, ma anche a
studiosi sortiti dall'università, come studenti, anche molto tempo dopo dello
Zingarelli, si pensi al Bertoni, per fare un solo luminoso esempio. Dall'altro
versante invece accanto allo Zingarelli vediamo subito un suo amico e
corrispondente16 nella figura di un esimio provenzalista: Vincenzo Crescini; ma
anche proprio quella successiva generazione di maestri, nell'ambito per esempio
degli studi dialettologici, molto agguerrita, della quale fece parte Clemente
Merlo.
Tornando alla data di compilazione del saggio sul dialetto di Cerignola,
riteniamo, dagli elementi che emergono dalla corrispondenza specie
dell'Ascoli17 che esso sia stato composto circa un quindicennio prima che lo
Zingarelli lo vedesse finalmente pubblicato sulla prestigiosa rivista.
Alla vigilia del concorso che lo avrebbe finalmente inserito in via
definitiva nel mondo accademico, com'egli ardentemente desiderava18
sollecitava ancora l'Ascoli, nervosamente ma timidamente, com'era nel suo
carattere. E il fondatore degli studi glottologici in Italia gli rispondeva
pazientemente: "( ... ) Pur le consonanti hanno intanto raggiunto la stamperia e,
almeno in buone bozze, le avremo di certo prima del termine del concorso.
Basterebbe, del resto, una mia dichiarazione che il ms. è in mie mani e si viene
stampando. Ella dunque si mantenga in piena tranquillità e punto non tema che
io sia in collera."
Era il 15 maggio del '99, Zingarelli temeva che il termine imposto dal
concorso per la presentazione dei documenti scadesse im15 - C. TAGLIAVINI, Le origini delle lingue neolatine, Bologna, 1969, p. 80.
16 - Si cfr. sulla corrispondenza del Crescini il citato testo di P. DI CICCO, I manoscritti etc., p. 112. Essa è abbastanza nutrita. Per i problemi messi a fuoco qui molto
velocemente sono si cfr. M. VITALE, Sommario elementare di una storia degli studi linguistici
romanzi, Preistoria e storia degli studi romanzi, s.l.d'e., 1955. pp. 5-169.
17 - Si tratta di quattordici documenti fra cartoline, lettere ed un telegramma. Cfr.
sempre P. Di Cicco, I Manoscritti etc., cit. p. 107.
18 - Cfr. M. DELL'AQUILA , N.Z.. e il "Giornale etc., cit.
35
prorogabilmente nel prossimo giugno o luglio 19, sicché tempestava
evidentemente di lettere l'Ascoli. Nel chiudere la lettera precedente il pur solerte
studioso si vide giungere ancora uno scritto dello Zingarelli. Sicché vi aggiunse il
seguente proscritto: "Sopraggiunge il Suo dispaccio; ma nulla m'accade
aggiungere e mutare a quanto sopra. Povero me, in qual ginepraio m'è toccato
di cacciarmi! Nuovi e cordiali saluti."
Ma lo Zingarelli aveva già sofferto molto per la travagliata gestazione di
questa pubblicazione. La prima notizia dell'esistenza, se non dello studio intiero,
almeno di un abbozzo si ha ancora in una cartolina dell'Ascoli indirizzata allo
Zingarelli il quale si trovava, di ritorno dalla Germania, a Campobasso, la
cartolina è del 4 X '86. Costretto a dedicarsi all'insegnamento nei licei il giovane
pugliese non demordeva e cercava alla meglio di dedicarsi agli studi (vedremo
fra breve qualche dichiarazione del Monaci in merito), sicchè quando
evidentemente comunicò all'Ascoli di aver pronto o in via di preparazione
qualcosa sul dialetto di Cerignola lo studioso gli rispose entusiasticamente, ben
valutando la opportunità di fornire ai dialettologi un chiaro quadro
grammaticale dei dialetti pugliesi settentrionali:
"Aspetto con vivissimo desiderio il lavoro sul dialetto di Cerignola
che'Ella destina all'Archivio. E’ davvero un bel regalo, che risponde a un
desiderio da lungo tempo sentito; e faremo di pubblicarlo con tutta
prontezza."
Ma alla prontezza assicurata dall'Ascoli non fece riscontro altrettanta
celerità da parte dello Zingarelli, il quale invierà per la prima volta il manoscritto
all'Ascoli oltre un anno dopo, il 15 XII 1887, da Ferrara, dove insegnava presso
il Regio Liceo.
"Le ho spedito oggi in plico raccomandato - scriveva all'Ascoli in quella
data20 - il mio saggio sul dialetto di Cerignola - le chiedo perdono del
gravissimo ritardo, che però non fu effetto di pigrizia o di poco amore agli
studi. Ella di questo mio saggio faccia quel che crede. Le avrei mandato anche
una prefazione pel saggio medesimo, e l'ho già pronta, ma temendo che non
fosse superflua, l'ho ritenuta."
19 - Se ne ha un riflesso in varie missive dell'Ascoli fra cui quella dei 16 III '99 ete...
20 - Le missive dello Zingarelli all'Ascoli, qui citate, sono state pubblicate da A.
SERENO, Corrispondenza dello Zingarelli con l'A., in "Lingua e storia in Puglia", III, 1976,
pp. 130 - 132.
Non avendo potuto controllare direttamente i mss. originari perchè depositati presso
l'Accademia dei Licei, li cito non senza qualche riserva dovuta ai consueti limiti delle
pubblicazioni della Sereno. Fra le altre omissioni noto la mancanza della indicazioni della
natura del documento, cioè se si tratti di lettere, cartoline, o telegrammi!
36
Il giovane Zingarelli evidentemente desiderava coprire con i suoi studi
l'intero arco della filologica romanza. A Napoli aveva avuto fra i maestri non
solo il D'Ovidìo, che vi riusciva così bene, ma anche lo sfortunato genitore di
Clemente Merlo, il futuro dialettologo, ossia Pietro che molto influì su di lui21.
Studioso di glottologia classica e neolatina, appassionato di Dante, Pietro Merlo
molto influirà sul giovane cerignolese, il quale com'è noto ottenne per il
sanscrito una medaglia d'argento dall'Università, ancora studente. A Firenze poi
fu a contatto col Monaci, ed in seguito in Germania lo Zingarelli ebbe
l'occasione di avvicinare anche fisicamente i rappresentanti della grande scuola
filologica tedesca. Possiamo immaginare non solo il suo disappunto a vedersi
confinato nei Licei, ma anche il suo desiderio di lavorare scientificamente. Forse
furono questi i sentimenti che spinsero l'allievo del Gaspary e del Tobler ad
imbarcarsi in due avventure, la traduzione tempestosa dell'opera del Gaspary22
e ... la dialettologia. I nostri puntini sospensivi son lì a dire che il giovane
accarezzava idee sicuramente più grandiose; i suoi interessi dialettologici
andarono via via scemando, parallelamente alle sfortunate vicende del saggio
cerignolese, e si andarono lentamente configurando, come vedremo, nella
semplice pubblicazione di "qualcosa" nel settore, ed infine giungeranno alle
carenti e poco funzionali note dell'Apulia Fidelis, che qualsiasi studente universitario in dialettologia, si dice senza paradosso, abbastanza versato negli
studi, oggi, potrebbe stendere con più cura!
Siamo propensi a credere pertanto, a livello di semplice ipotesi non
suffragata da idonee prove, che l'idea dello studio dialettologico fosse molto
antica nell'allievo del d'Ovidio. Proprio costui aveva pubblicato nei primi
numeri dell’ "Archivio" quell'esemplare saggio sul dialetto di Campobasso 23
che porta la data del 1878, cioé alla vigilia dell'iscrizione dello Zingarelli
all'Università. E molte dovettero essere le prove e le esercitazioni condotte sulla
base degli studi non solo del d'Ovidio sia negli anni precedenti che seguenti alla
laurea. Unica prova che possiamo addure riteniamo sia l'attività di raccolta dei
materiali per l’ "Archivio per le tradizioni popolari" e se si vuole la stessa
traduzione dei versi della Commedia in dialetto.
Del resto tali esercitazioni sono indispensabili al filologo romanzo che
decidesse di indagare, come lo Zingarelli, sulla poesia per esempio o sulla
versione dei trattati di Albertano etc... A parte
21 - I rapporti fra Pietro Merlo e lo Z. andrebbero meglio esaminati, così anche
l'opera del Merlo che non poté appieno rivelarsi per la prematura scomparsa (1850 -1888)
ma che molto rilievo può aver avuto invece nell'evoluzione del "sospetto" ambiente
filologico napoletano.
22 - Sulla vicenda M. DELL'AQUILA, N.Z. e il "Giornale etc., cit.
23 - AGI, IV, 1878, p. 145 e ss.
37
le pubblicazioni, se si scorre l'elenco dei ms. dello Zingarelli, nel più volte citato
testo del Di Cicco (p. 105) si incontra talora la parola Fonologia, sotto il cui titolo
vanno esami della fonetica della lingua delle composizioni dei Fulquet de
Romans o Guilhelm Figueira ... Chi volesse poi prendersi, come noi abbiam
fatto, la briga di consultare i mss. avrebbe subito l'impressione di essere ni
presenza del consueto lavoro di fonetica storica, tipico delle indagini dialettologiche del tempo se si fa salva la trascrizione fonetica dei testi, la mancanza di
taluni esiti etc.... E insomma una pratica di "routine" i cui risultati si possono
ben vedere nello studio della versione veneziana della Doctrina dicendi et tacendi di
Albertano da Brescia. Vogliamo con ciò dire che per quanto il filologo
romanzo, per motivazione diverse, volesse limitare i confini della propria
attività, pure non poteva non conoscere determinate metodologie.
Evidentemente, però, anche qui dovettero essere funzionali quelle carenze tipiche dello Zingarelli rilevate in altri lavori, per cui il Dell'Aquila ha riconosciuto
che "la sua ricerca tendeva ad accumulare materiali che poi non gli riusciva di
scartare e che facevano ingorgo e disperdevano o confondevano la linea del
disegno interpretativo24
All'inizio, nel saggio dialettologico vi dové essere perfino un grave
disordine ortografico e bibliografico, ciò che, trattandosi poi di discipline
linguistiche, era molto grave; sicché, riprendendo la nostra storia, l'Ascoli
dovette far subito un gran lavoro, ma contro la sua volontà, a distanza di tre
anni esatti dall'entusiastica cartolina che abbiamo riportato scriverà allo
Zingarelli: "Eccole di ritorno il ms. secondo il desiderio Suo. Le raccomando per la
nuova "edizione" ogni migliore e maggiore proprietà. Il tempo delle descrizioni
integrali si può dir passato. Tutto ciò che un dial. abbia di comune con un altro
del medesimo tipo, ormai descritti, va molto semplicemente accennato, o
anche sottaciuto (tranne il caso di esempi affatto singolari). L'assunto è ora ben
piuttosto quello di mettere in giusto rilievo i fenomeni speciali della data varietà
e le diversità particolari che il tipo vi presenti. Occorre ppi che il ms. sia
perfettamente nitido, perfettamente maturo per la composizione tipografica,
tanto dilicata e scabrosa nel caso nostro (cioè per i segni diacritici, n.d.r.). I
caratteri li distinguiamo così: corsivo, tondo spazieggiato, maiuscoletto, nero (o
compatto). Il tondo semplice (minuscole o majuscole che sieno) non porta
naturalm. alcun segno. Delle basi nominali latine si dà l'accusativo senza la
nasale, e il latino va sempre in tondo spazieggiato. Ridico ogni cosa nella
prefazione al volume XI di pubblicazione imminente." (9 XI '89).
24 - Cfr. N.Z. e il "Giornale etc., cit., p. 11
38
Queste parole fanno crollare uno dei pregi del saggio dello Zingarelli
riscontrato dal Devoto, il quale pur acutamente notava che “Aborrendo da
ogni velleità generalizzatrice come da collegamenti e sfumature nei confronti
delle aree dialettali vicine, egli ha presentato (Zing. n.d.r.) attraverso Cerignola i
tratti salienti della dialettologia pugliese, ( ... )” 25. Lo studio dello Zingarelli
dovette presentarsi all'Ascoli, invece, pieno di forme raccolte da altri lavori etc...
in modo che lo scrivente, nel fingere acuti confronti, facesse mostra in realtà
della propria conoscenza dialettologiche, cose però di relativo valore, ormai,
poichè necessitavano brevi ma succosi schizzi specie fonetici dei principali
dialetti italiani26. Meraviglia non poco, poi, che un filologo invece di presentare
forme latine volgari, cioè senza la nasale (o la sibilante) finale, presentasse quelle
classiche. E insomma, senza farla lunga, da questa lettera ben si comprende il
disappunto dell'Ascoli ed i motivi del ... ritardo nella pubblicazione. L'idea che
sorge in noi in questo momento è, per la verità, che lo Zingarelli non fosse in
grado di portare innanzi delle compiute analisi dialettologiche. E se il Devoto
affermerà che in definitiva lo Zingarelli "ha colto la massiccia organizzazione
della metafonesi meridionale di tipo cosiddetto napoletano, che stringe le coste
adriatiche alle tirreniche e, insieme, le cangianti reazioni delle vocali accennate ( ...
)"27, bisognerebbe pur poter sapere fino a che punto i suggerimenti e le
notazioni ascoliane abbiano aiutato lo Zingarelli ad accorgersi e delineare questi
fenomeni. Per quanto attiene l'espressione del Devoto, appena citata, cioè "le
cangianti reazioni delle vocali accennate" ebbene, è ben vero che il Parlangèli nel
suo saggio sul dialetto di Cerignola28 abbia sostanzialmente confermato le
conclusioni dello Zingarelli, per le vocali, ma è anche vero che non è riuscito a
comprendere alcuni esiti presentati dallo Zingarelli, che molto differivano da
quelli suoi e del Melillo 29 per cui ha dovuto invocare la "diversa classificazione
fonetica".
Ecco le differenze (si noti che Z. ha significato ovvio, mentre P. è
Parlangèli, e M. è naturalmente Melillo):
25 - Tre aspetti etc., cit., p. 10.
26 - Lo Zingarelli comunicava all'Ascoli nella citata lettera del 15 XII 1887 di aver
"anche aggiunto, anche in forma di nota, un piccolo "excursus,' su alcuni perfetti di
Basilicata e di qualche altra parte d'Italia, a forma di nota, ripeto, alla trattazione del
perfetto nel dial. cerign." Cfr. A. SERENO, Corrispondenza dello Zingarelli etc, cit. p. 130. Nel
saggio non troveremo traccia di questo "excursus', se non che in una brevissima notazione
del testo: "In Basilicata, Spinoso ci dà avippi, aveppi, CASSETTI e IMBRIANI, Canti
popolari." Il dial. cit., p. 234.
27 - Ibidem. 13,1964, pp. 141-156.
28 - Dialetto di Cerignola, in "Orbis".
29 - Ivi, p. 147.
39
Il Parlangèli giunge infine a credere che l'esito ä proveniente da A tonica
in sillaba libera fose stato ben individuato dallo Zingarelli per cui postulò "un
effettivo cambiamento fonetico" nella ? che sia egli che il Melillo rendevano per
quella vocale. Riteniamo che ancora una volta lo Zingarelli, non abbia ben
individuato il suono, in quanto per Foggia in quella posizione egli dava un oe31
del tutto impossibile! Ci si potrà obiettare che in fin dei conti la trascrizione fonetica è un fatto empirico anche se basato su elementi scientifici; si, ma, come
tutti i fatti del linguaggio, le differenze trascrittorie fra studiosi, sono
sistematiche, per cui non si posson nascondere dietro un tale paravento le
deficienze tecniche nella individuazione dei suoni principali. Fu, in seguito,
Clemente Merlo e definire "quanto gravi e quanto strane" le profonde
alterazioni dei dialetti pugliesi32 però ce ne dette un saggio magistrale dotato di
una sístematicità unica a proposito del dialetto di Carbonara di Bari, per certi
versi
30 - Ibidem.
31 - Il dialetto etc., cit., p. 36, riteniamo si trattasse già di una vocale centrale
mediobassa come la finale dell'inglese sofa 'sofà' nella pronunzia ufficiale.
I problemi relativi alla trascrizione fonetica traspaiono raramente dai carteggi citati, solo
nella lettera del 15 XII 1887 in un lungo "post scriptum" lo Zingarelli esprime all'Ascoli
qualche sua perplessità e cioè: "Ella vedrà che ho espresso per ij e per uw il suono lungo di i
e di u in penultima di parola piana? Questa grafia l'ho adottata a malincuore, non solo
perché strana, ma perché alquanto impropria. Si sente in quella posizione una vocale non
netta, coirne in vinco, tutto, ove i u sono brevi, e neppure co me in vino, mulo, dove i, u sono
lunghi, e non solo lunga più che in questi due esempi, ma con un certo strascico nel quale
detta vocale s'intorbida un poco e anche un poco si consonantizza, e però ho scelta quella
grafia. Ma se Ella vorrà indicarmene una migliore, non esiterò un momento a sostituirla
alla mia". Cfr. A.SERENO, Corrispondenza dello Zing. etc., cit., p. 131. Della grafia però non
troveremo traccia nel saggio. Non sfugga l'impaccio dello Zingarelli nel definire un certo
suono e nel farne una corretta descrizione.
32 - Il vocalismo tonico del dialetto di carbonara di Bari, in “L'Italia dialettale”, 2, 1926.
40
molto più complesso di quello di Cerignola proprio per l'approfondirsi della
alterazioni.
Le difficoltà dello Zingarelli non erano ignote nell'ambiente della
filologia romanza, che come si diceva, a quell'epoca conosceva le sue prime
divisioni. Se ne ebbe a risentire evidentemente col Monaci, dopo lo sfortunato
esito del concorso a Pavia, il quale gli scrisse il 13 gennaio del '97 attaccando
subito: "Corne mai si potrebbe parlare di collera fra me e Lei? Le ho voluto
sempre un gran bene; Ella è, nei nostri studi, uno dei più distinti allievi di
Francesco D'Ovidio, mio fratello di latte - come egli si chiamava; mio maestro
- come ogni giorno sento di doverlo chiamare io. Ma con la sua primizia
filologica io inaugurava gli "Studi di fil. rom." finora non morti né giudicati
inutili. C'è dunque anche dell'altro, perchè io pensi a Lei sempre con affetto e
con gratitudine. Le abbiamo fatto rimprovero di avere abbandonato gli studi romanzi. Ma
simili rimproveri si fanno soltanto a coloro dei quali si ha stima e nei quali si ha
fiducia. Scrivo di rado; e più di rado agli amici che non agli altri. Non si
meravigli dunque se Ella è uno di coloro ai quali scrivo meno"33.
Naturalmente quando il Monaci parla di studi romanzi, nella parte della
lettera dai noi sottolineata, allude a quel settore della filologia che si interessa
"filologicamente" delle antiche lingue romanze e degli autori, nonchè dei dialetti,
mettendo così da parte gli interessi di tipo estetico o storico. E’ ben noto che il
Monaci è una singolare figura nell'ambito degli studi filologici: avvocato, vi si
dedicò da autodidatta raggiungendo in breve tale notorietà da essere chiamato
a reggere la cattedra di neolatine a Roma benché giovanissimo. Ciò ch'egli
intendesse per studi filologici romanzi è condensato nelle sue pubblicazioni e nella
sua serrata attività, la famosa Crestomazia della lingua italiana dei primi secoli, la
pubblicazione del Canzoniere portoghese della Vaticana, ma soprattutto il taglio dato alla rivista da lui diretta ed alla Società filologica romana.
Quest'ultima, che fu vivaio di giovani fra cui il Camilli, il Migliorini etc…,
condusse una serie di esplorazioni sui dialetti specie laziali i cui risultati furono
pubblicati in gran parte dalla rivista.
Come si vede di tratta di elementi agguerriti, che vedevano chiaro, che
non tolleravano tentennamenti. Può apparire persino curioso che già in una
lettera dell'8 XII '83, che il Monaci dirigeva allo Zingarelli, egli ci testimoniasse
già i suoi timori di perdere un elemento, prezioso per i serrati studi filologici, e
vederlo sfuggire verso incerti interessi di natura storica ed estetica. La lettera ci
for33 - Mss. del fondo Zingarelli, cit.
41
nisce, peraltro, un interessante particolare biografico sullo Zingarelli, e cioè la
sua necessità fin dall'indomani della laurea di cercarsi un posto di lavoro.
"Ella è proprio in errore - vi affermava il Monaci - pensando che mi sia
dispiaciuto di non vederla tornare a Firenze ( ... ). Dissi che nè suoi panni avrei
preferito un posto di perfezionamento ad un posto d'insegnamento nel
ginnasio, e lo dissi perchè mi aveva interrogato ( ... ). Ella mi dice di aver
bisogno di libri. Come insegnante governativo ha diritto di averne a prestito
dalle biblioteche dello Stato. La Nazionale di Roma è già ricca in fatto di
letteratura neolatine ( ... ). Spero di mandarle fra pochi giorni la prima base del
Suo articolo (…)."
Sul finire del '94, forse in previsione del concorso pavese, lo Zingarelli
bussò ancora alla porta dell'Ascoli, il quale, ormai senatore del Regno, gli
rispose da Roma (11 XII): "Non ho mai dimenticato il Suo saggio dialettale;
ma l'ostacolo è sempre la mole soverchia. Vogliamo tuttavolta pubblicarlo,
e'tra non molto, come spero ( ... )". Ed ecco che il saggio riprende i suoi viaggi
di andata e ritorno per Milano.
A queste parole lo Zingarelli risponderà da Napoli di lì a poco 34: "Non
so esprimere il piacere che mi cagionò la lettera che Ella si degnò di scrivermi.
(...) Il Saggio dialettale, raccomandato alla sua benevolenza non può certo
naufragare, (…) e son prontissimo a farvi quei tagli che Ella desidera.
P. es., nella parte morfologica potrà molto restringersi o togliersi
addirittura. Prima che Ella me lo dica (non perchè mi riuscirebbe sgradita la sua
correzione, ma per risparmiargliene la noia) Le dirò subito che dove nel
paragrafo dell'articolo ho richiamata ìn nota il romagnolo fem. pl. il, ho fatto
un grosso sproposito; perchè nel romagnolo il ci è solito fenomeno di ai una
ipotesi vocalica ìnnanzi alla liquida iniziale (alvise, luigi), e non una vera
successione di illae. Un rifacimento di tutto il saggio non saprei nondimeno come
attuarlo; aspetto perciò le correzioni e modificazioni che Ella mi proporrà,
salvo quelle che vorrà fare Ella stessa in nota ( ... ).
L'impazienza e le preoccupazioni del nostro conterraneo, tipiche del suo
carattere, già traspaiono da quanto riportato quì sopra nonostante si siano
tagliate per brevità numerossissime espressioni che testimoniano questo stato
ansiogeno nello Zingarelli35.
Nonostante successive pressioni del D'Ovidio, riflesse in una
34 - La lettera intera è stata pubblicata dalla SERENO, Corrispondenza dello Z. etc.,
cit., pp. 131-2, .......
35 - Ibidem.
42
missiva dello Zingarelli all'Ascoli sempre del '9536 la risoluzione dell'annoso
"affaire" comincerà ad essere impostata qualche anno dopo. Soltanto il 20
giugno del 1898 un telegramma dell'Ascoli avverte lo Zingarelli: "Rispedito sin
da ieri. Cordiali auguri e saluti." Non facciamo fatica a capire che si tratti del
testo del lavoro. Si profilava infatti il concorso per le neolatine a Palermo e lo
Zingarelli aveva premura di veder stampato il suo lavoro nell'AGI. Il 26 febbraio del '99 ne abbiamo ancora una prova, allo Zingarelli preoccupato se gli
estratti dell'AGI saranno pronti in tempo, l'Ascoli risponde: "Ella mi chiede la
cosa più facile del mondo. Gli Estratti li avrebbe nell'aprile, sia che il lavoro
entro nella prima dispensa del XV volume, già per molta parte stampata, sia
che entri nella seconda".
Si era creata una fortunata coincidenza, peraltro, per cui pur essendo una
parte del fascicolo stampata ... ma sentiamo le parole dell'Ascoli in una lettera
nella quale sottolineeremo qualche frase di tutto rilievo: (16 III '99): "Ho
ricevuto le 47 cartelline le Sue missive del 5, 11 e 12 corrente. Ora gioverà che
Ella mi mandi senza ritardo il poco che le resta, perchè io possa misurare con
sicurezza se il lavoro non oltrepassi il numero di pagine entro cui bisognerebbe
costiparlo perchè entrasse in un certo interstizio che s'è fatto nella prima parte
del volume XI. Io spero sempre che ciò riesca, e a ogni modo siamo ben intesi
circa il termine di là dal quale non si deve andare. Ma Ella non deve perciò
mettersi nell'ansiosa aspettativa di aver le bozze da un giorno all'altro! Il lavoro
ha ancora bisogno sotto più rispetti di un'attenta revisione. A varie cose provvederò senz'altro
io stesso, salvo ad averne il suo consentimento sulle prove. Ma intorno ad altri
punti, gioverà, se non sbaglio, che io prima la interroghi. Tutto però sarà fatto
in tempo utile; ed Ella punto non si affanni dagli apparenti ritardi; riposi anzi
nella maggior tranquillità".
Faremo a meno di pubblicare la lettera seguente, per usura di spazio,
nella quale si nota sia il nervosismo dello Zingarelli, che la pazienza dell'Ascoli,
ed infine si spiega e nei dettagli la questione dell'interstizio (12 IV). E ciò anche
perchè la successiva del 15 V è molto più significativa.
"Egregio e caro professore. - Dio glielo perdoni; ma ho trovato anche
le consonanti in una condizione davvero "caotica" e ci ho do36 - "Ieri sera il prof. D'Ovidio mi comunicò i suoi graditi desideri. Sono pronto a
fare quanto Ella desidera; e la prego caldamente di non volermi essere avaro di consigli
suggerimenti. Aspetto quindi il manoscritto e una sua letterina. (…)" Cfr. A. SERENO,
Corrispondenza dello Z. etc., cit. p. 132.
43
vuto spendere, dopo il mio ritorno, intiere giornate. Non intendo già, con dirle
questo, di farle alcun rimprovero; ma anzi è mia in fondo la colpa se il desiderio di farle
cosa grata mi indusse a non misurare più accuratamente le difficoltà a cui mi avventurava. A
ogni modo, non sento alcun rimorso, poichè la pubblicazione del suo testo, così
come stava, sarebbe manifestamente riuscita a un titolo di condanna piuttosto che a un
argomento di plauso”. (corsivi nostri)
Le ultime due lettere che abbiamo trascritte dimostrano senza ombra di
dubbio la portata degli interventi ascoliani nel saggio. Spinto dai duri
rimproveri dell'illustre glottologo lo Zingarelli titubava molto, ora, nell'inviare le
bozze con le opportune correzioni, in quanto non si trattava di mutamenti solo
formali. Evidentemente ci mancano dei documenti che ci permettano di
stabilire oltre a quanto dovuto all'Ascoli, le indicazioni dei mutamenti da fare e
gli interrogativi che l'Ascoli poneva allo Zingarelli quasi alla stregua di un
"informatore". Lo Zingareli non riusciva a sbrigliarsela talché l’"Archivio" dové
uscire in forte ritardo. Nel giugno seguente l'Ascoli se ne lamentava scrivendogli
a Napoli: "Ora la premura è dalla parte mia. Urge al tipografo di tirarne il
foglio, in cui il Suo lavoro occuperà da pag. 83 a 96; e perciò Le sarò grato se
me ne vorrà rimandare un esemplare ben riveduto e finito, con tutta la
sollecitudine che la precisazione comporti". (14 VI)
Questo invito diviene ancor più chiaro nell'ultima cartolina che si ha
dell'Ascoli che è del 14 VII, la quale ci mostra uno Zingarelli titubante e
timoroso.
La paura che la pubblicazione riuscisse "a titolo di condanna" - come gli
aveva significato l'Ascoli nella lettera del 15 maggio (supra) - gli doveva creare
un serio imbarazzo. Ma l’"Archivio" doveva pur essere pubblicato, è già il
primo fascicolo del XV volume sarebbe uscito col secondo, per cui l'Ascoli ne
era, a ragione, preoccupato: "La pubblicazione della Iª e IIª (sic.) puntata del
XV vol. dell'Arch. Glott. è ormai sospesa per il solo fatto che non siano
licenziate le prove della seconda parte del Suo lavoro. Io di certi non voglio
urgere presso di Lei, per modo che la perfetta esecuzione ne soffra. Ma Le
sarei gratissimo di non tenerci sospesi più di quanto non sia assolutamente
necessario (…)". Gli scriverà infine l'Ascoli nella data citata.
Sulla vicenda calò naturalmente un velo di silenzio e lo Zingarelli potè
andar fiero del "suo" lavoro sulla prestigiosa rivista. Qualche tempo dopo, il
27.11.1901, proprio a Lui scriverà il figlio del suo Maestro Pietro Merlo.
Gli aveva chiesto in precedenza dei ragguagli sui dialetti meridionali, utili
per la sua tesi di laurea, ma, si deduce dalla lettera di Clemente Merlo, lo
Zingarelli aveva preso tempo ("Ella non si dia pena per rispondere alle mie
domande: non ho alcuna fretta"). Di
44
tutto interesse appare il tono con cui il giovane si rivolge allo Zingarelli.
"Io mi rivolsi a Lei, pur sapendo com'Ella s’occupasse (e con quanto
onore) di Letteratura Italiana perchè vidi nell'Archivio Glott. il suo ottimo
studio sul Dial. di Cerignola, e mi parve che sarebbe stata gran cosa per me
l'avere qualche notizia più dettagliata per l'Italia Meridionale da chi dimostrava
anche per gli studii linguistici contanta attitudine naturale".
E non si tratta di forme cerimoniose, il Merlo non ne era certo
abituato 37.
Ma questa "attitudine naturale" dello Zingarelli era destinata a non
rivelarsi mai più. Nell'Apulia Fidelis affermerà che i dialetti pugliesi:"Coi calabro
siculi hanno in comune la riduzione di -ll- e -dd-“ (p. 12) il che è vero solo per
una parte dei dialetti pugliesi. Una lunga nota pressoché empirica sarà dedicata
al suono scempio della sibilante mediopalatale, come in Bisceglie (Ivi, p. 12), per
la verità molto raro. Noterà poi che "La forma dell'infinito dei verbi sul tipo di
credere, leggere ha perduto la desinenza, ( ... )" quando avrebbe potuto
tranquillamente dire che nei dialetti pugliesi settentrionali l'infinito ha perduto la
sillaba finale, e non alcuni infiniti. Deludente è infine la striminzita parte dedicata
agli alloglotti. Faeto e Celle San Vito sarebbero comuni in cui si parla
"provenzale", a suo dire! Ora che non avesse letto, proprio sull’"Archivio
Glottologico" l'articolo del Morosi, ci pare proprio il colmo38, ma ancor più la
cosa ci colpisce per aver così bene ringraziato l'Ascoli di quanto aveva per lui
fatto. E’ ben noto infatti che proprio l'emerito studioso italiano sempre
nell’"Archivio" aveva per primo delineato chiaramente il dominio
franco-provenzale39.
Sicchè non vi è davvero di che meravigliarsi se perfino in un raro
opuscoletto ciclostilato, compilato proprio in Cerignola nella I L della IV
scuola media, anno sc. 1978-79, si accuserà, ad esempio, lo Zingarelli, di aver
trattato l'articolo nel dialetto di Cerignola troppo fuggitivamente. Nel corso
della loro indagine il docente e gli allievi mostrarono che l'affermazione dello
Zingarelli ("al fem. sing. la, il sing. msc. facendo u e il plur. di tutt'e due i generi:
i".) era davvero
37 - In una lettera seguente il Merlo dirà con chiarezza allo Zingarelli, ormai
cattedratico, essendo la missiva del 25 III 1904; "S'io avessi potuto donarle una copia del
mio saggio, non avrei certo attesa la Sua cartolina. ( ... ) E le poche copie di cui ho potuto
disporre, son subito sparite, le ho dovute mandare ai miei Maestri (e non a tutti) ed a
quanti mi avevano aiutato nella raccolta dei molti materiali" (corsivo nostro).
38 - Cfr. G. MOROSI, Il dialetto franco-provenzale di Faeto e Celle nell'Italia Meridionale,
AGI, XII, 1890, pp. 33-75.
39 - Schizzi franco-provenzali, AGI, 111, 1878, pp. 61-120.
45
carentissima. Essi oltre a trattare le forme allomorfe delle precedenti noteranno
l'articolo neutro (u + raddoppiamento della consonante iniziale della parola che
segue: u ppaena, u ssaele ... ) e che l'articolo femminile plurale è bensì i, ma che a
differenza di quello maschile richiede chiaramente il raddoppiamento della
consonante iniziale della voce seguente: i ssore ‘le sorelle', i ttàvala etc...'40.
NANDO ROMANO
40 - Cfr. Appunti per una morfologia storica del dialetto di C., Giornale della classe IL
etc... a cura di Nando Romano, a.s. 1975-79, le notizie tratte sono alle pp. 2 e 3.
L'opuscoletto è disponibile presso l'autore.
46
LA NARRATIVA DI NINO CASIGLIO
Quattro romanzi che vanno certamente aldilà dei limiti provinciali e
regionali sono Il Conservatore (Firenze, Vallecchi, 1972), Acqua e sale (Milano,
Rusconi, 1977) e La strada francesca (ivi, 1980) e La Dama forestiera (ivi, 1983),
polittico narrativo di Nino Casiglio. L'Autore è di San Severo, in provincia di
Foggia, dove vive e dove ha fatto il preside al Liceo Scientifico "G. Checchia
Rispoli"; ha conseguito dapprima la laurea in filosofia, a Roma, con Pantaleo
Carabellese e successivamente quella in lettere classiche con Gino Funaioli; ha
pubblicato alcuni importanti studi sull'immaterialismo inglese del Settecento
(traducendo, tra l'altro, la Clavis Universalis di Arthur Collier, Padova, Cedam,
1953, e il Saggio di filosofia vera, dello stesso autore); è stato collaboratore delle
riviste "Vita e pensiero" con articoli di natura scolastica, "Galleria" (1964-'68) e
"Nuova Antologia" con alcuni racconti, tra cui "Verginità" (Cfr. "Nuova Antologia", n. 2076, dic. 1973), una sorta di "discorso vissuto", ricco di ironia e di
allusività, dal paziente calibrato uso dei mezzi espressivi.
Casiglio arriva alla sua prima prova narrativa in età matura, verso i
cinquant'anni (il romanzo venne, è vero, pubblicato nel 1972, ma fu scritto già
parecchi anni prima, tra il 1966-‘68). Le pagine del Conservatore si presentano a
chi si accinge a leggerle come fotografie di vecchi tempi, come gustose stampe
di un'epoca che non c'è più, ma che tuttavia è rimemorata e vivificata da un
abile gioco inventivo e stilistico. L'autore travasa nel romanzo una sua misura di
umanistica maturità, sostanziata di assorta dimestichezza con i problemi della
società e della storia (da qui la scarna essenzialità del dialogo e le conseguenti
amare riflessioni sul Sud «pensoso e realistico, solido e intenso, in cui sentimenti
e passioni - come nella manchette del libro Geno Pampaloni, al quale va anche
riconosciuto il merito di aver scoperto il narratore pugliese-sembrano assenti, e
affondano nel profondo»), di acuta e partecipe analisi del cuore umano (tanto
più valido questo scandaglio quanto più viene insistito sulle motivazioni interne
dei singoli personaggi, sui loro pensieri più riposti, sulle loro incrinature e
debolezze).
Si veda, ad esempio, con quanta efficacia è presentata la figura
47
del protagonista principale di questa storia, Gaetano Specchia, il redivivo
"Rubè" della narrativa meridionale, un personaggio assai aspro e scontroso,
taciturno ma ambiguo e pieno di contraddizioni, testimone del Sud d'Italia nella
prima metà del nostro secolo, denso di malinconia, di desolazione e di
memoria del tempo passato, pur così apparentato a quello stupendo affresco
di vita individuale e collettiva disegnato dal Lampedusa nel "Gattopardo".
Il Conservatore nasce da un felice intreccio di realtà e di fantasia,
amalgamando cioè eventi storici e scelte di vita. La vicenda interiore di
quest'uomo è contrassegnata da due particolari momenti che costituiscono allo
stesso tempo il polo di attrazione e di ripulsione: egli è erede delle tradizioni
familiari, ma è anche vittima delle annose contraddizioni della sua terra. Il
romanzo vero e proprio, ossia la parte "raccontabile", narra la storia di un
intellettuale del Sud, Gaetano Specchia appunto, di estrazione e di tradizione
borghese, sul finire dell'Ottocento e l'ultimo nostro dopoguerra, fino alle
elezioni del '48 per la precisione.
Casiglio segue il suo personaggio dalla prima adolescenza, "avvolta nella
penombra della casa paterna [tra l'affetto dei suoi cari, del padre avvocato,
tenace difensore di memorie avite, della madre, tutta dedita a difendere il
prestigio della famiglia, della sorella e del fratello, così distanti dai suoi sogni e
dalle sue aspirazioni], dove la solitudine trova conforto nel rumore dei carri e
dei cavalli e nelle voci che animano il cortile all'imbrunire" (Cfr. F. DE LUCA,
"Letture", n. 5, 1973, p. 376) fino alla morte, mettendo soprattutto in luce
alcuni fondamentali motivi della vita di quest'uorno: l'insegnamento
universitario con un incarico di economia (che costituisce però "l’approdo a
una verità personale insoddisfatta e delusa, chiusa al mistero del nuovo; il
rifugio di una morale che conserva i valori dell'esperienza e della cultura e
rinuncia ai mutamenti, alle ambizioni e agli affanni compresi tra le due guerre"
(-ibidem, p. 377), le delusioni provate nel tentativo di far politica (un'esperienza
certamente ambigua, imparata alla scuola di un lontano parente non laureato,
l'on. Giuseppe Specchia, che riesce a procurargli un seggio di consigliere
provinciale; come "spaccato" di quest'avventura politica c'è la visita a Giustino
Fortunato nella sua casa, a Rionero in Vulture, dove il noto autore de Il
Mezzogiorno e lo Stato italiano e de La questione meridionale nelle province meridionali si
sentiva «un re diverso da ogni altro, ché il suo potere era tutto nella capacità di
confondersi con la sua terra, di farsi egli stesso malinconia e desolazione e
memoria del dolente passato» (-p. 64) o di dedicarsi al giornalismo (con una
rivista pubblicata a sue spese, che farà morire nel momento in cui darà le
dimissioni da consigliere provinciale ed otterrà l'incarico in una piccola
Università del Sud), le inevitabili sofferenze (la perdita di un figlio) e le gioie (la
consolazione di una se48
conda nascita e, contemporaneamente, il raccoglimento che egli potrà
finalmente fare frequentando la chiesetta di un antico convento di suore ormai
abbandonato, tra le cui mura rivive i momenti di crisi e riesce a percepire "un
senso di ordine speranzoso, di solitudine ricca di attese e pregna di risposte e
consensi giungenti a lui da molto lontano" (-p. 117) che la vita familiare
comporta, l'unica avventura, infine, extraconiugale, ricordata con indicibile
sofferenza, specie quando "sopravviene a rivelare ad ogni figlio i limiti e le
miserie del padre" (p. 19). Al di là di questi motivi-chiave non si può dire che vi
siano altre sollecitazioni esterne a muovere la vita di quest'uomo. Egli pare
essere più un rinunciatario, un assente dalla realtà storico-politica del suo tempo:
non nasconde la sua "neutralità"; tanto è vero che il regime lo considera un
"avversario innocuo" e gli offre la carica di podestà del paese natale che egli,
però, si rifiuta per accettare, a guerra finita già, l'incarico di "coordinatore degli
studi universitari del regno"; ma sarà costretto a lasciare anche questo, poichè il
potere in quei giorni di liberazione e di rinascita nazionale non può restare nella
mani di un uomo "moderato" e "indipendente". Specchia potrà così ottenere la
tanto sospirata cattedra in una grande Università. Egli si rende conto che la
scelta che dovrà fare è "tra il conservare qualcosa di discutibile e il mutare in
direzione che poteva rivelarsi illusoria... [al limite della vecchiaia avverte ancora
l'antico disagio: è] capace di sopportare le componenti negative di quel che già
c'era e incapace di accettare le incertezze e le probabili carenze di qualcosa di
nuovo" (p. 221). Ma l'assenza e l'abulia alla storia presente è solo apparente, chè
il coinvolgimento o la partecipazione all'azione è suggerita di volta in volta da
precise reazioni interne del Conservatore, cioè da una sua particolare propensione
a guardarsi in pectore, da una sintonizzazione di tipo esistenziale. Per questa
ragione, anzi, il racconto può essere definito un saggio nel romanzo. Lo
Specchia è sì un intellettuale che pecca di eccessiva modestia, un uomo tutto
pensiero, con scarsissima volontà ad agire, "un misero eroe della rinuncia e
dell'attesa [ ... ] un uomo pavido [ ... ] tarpato dall'ambiente e dagli eventi, privo
di fede e dunque di iniziative [ ... ] un personaggio aspro, eloquente, ambiguo"
(C. VILLA, "Paese sera", 11/5/1973), apparentemente privo di corrosione, ma
in realtà egli è presente e vigile di fronte agli eventi, tant'è che attraverso il
personaggio l'autore rìesce a recuperare di volta in volta la materia
storico-politica che è a monte dei comportamenti. Il romanzo psicologico
coesiste col romanzo politico, l'attualità dei fatti storici (dagli anni, si è detto,
che precedono la prima guerra mondiale, fino all'avvento del fascismo e, poi,
fino al '48) fa anzi da sfondo al tranquillo lento itinerario del protagonista. La
positività di questo romanzo scaturisce proprio dalla saldatura di questi due
elementi, quello individuale e quello storico; per questo
49
Casiglio s'impone subito come scrittore "nuovo" e diverso allo stesso tempo;
egli rivela una considerevole maturità, anche in direzione formale e stilistica;
nell'impianto, infatti, narrativo, apparentemente tradizionale, naturalistico, il
Conservatore nasconde un romanzo simbolista, dotato di una folta ramificazione
di "corrispondenze interne", di sondaggi dell'anima. La scrittura testimonia del
vigile, colto, paziente lavoro di penetrazione di una coscienza e di un'epoca
condotto dall'autore. Quando il libro apparve in pubblico la critica fu unanime
nel riconoscere che si era davanti a pagine di narrativa autentica, stilate con
finezza e delicatezza, specie nel racconto delle vicende familiari ed affettive del
protagonista (il rapporto con il padre e la madre, quello con la moglie
Carmelina, che raggiunge momenti di intensa commozione e di concentrazione
espressiva alla morte del figlioletto). Ogni cosa sembra compenetrata in questo
racconto, con equilibrio, con gusto; il ductus stilistico è quasi sempre modulato,
riflessivo, nè corre il rischio di rivelare ambizioni calligrafiche o compiacenze
verbali, chè è sempre e tutto orientato all'auscultazione attenta del personaggio,
rendendo così più umana e credibile la storia di questo testimone del nostro
Sud. Il suo è un modo di narrare erudito e spontaneo insieme, che però si
sostanzia di accenti umoristici e satirici; la castigatezza del suo linguaggio, fatto a
volte anche di modi rari o insueti, che potrebbero appesantirne il dettato, trova
l'immediato correttivo in un'inesausta ironica e allusiva invenzione verbale.
"Casigho - ha giustamente osservato un critico - con il suo humour sottile e
talvolta magistrale dà alla narrativa di estrazione meridionale una direzione
nuova, inconcepibile appunto per chi ha dimestichezza con gli scrittori del
Mezzogiorno, spesso impegnati in tesi populistico-proletarie, liricheggianti e
insieme inclini a collaudare intellettualisticamente l'ideologia sociologica d’"una
società tragica" [ ... ]. Il Sud di Casiglio è un mondo composito, disegnato con
scrittura controllata, in cui le ombre e le luci intersecandosi danno l'idea di un
quadro realistico e vivo" (F. MAZZARIOL, "Osservatore Romano", 23-24
luglio 1973). Solo raramente l'ironia sfiora il sarcasmo: nel capitolo finale del
romanzo, intitolato La grande paura, quando con la morte del Conservatore si
chiude una vicenda umana legata al suo tempo, lasciando a chi resta le
responsabilità dell'epoca nuova e forse un ricordo. Egli chiude filosoficamente
il suo discorso con una riflessione antica quanto il mondo, ma comunque
sempre nuova ed attuale che un critico felicemente riassume così: "Vanità sono i
prodotti della ragione, le ambizioni e i desideri umani e gli stessi rapporti
sociali, che hanno caratterizzato le epoche vicine e lontane: ed è questa la
conclusione, leopardianamente amara, dell'ultima pagina" (A. CARDONE, "La
Gazzetta del Mezzogiorno", 22 giugno 1974).
E si badi ancora con quanta amarezza, ma anche con quale se50
reno argomentare, lo scrittore prepara la fine del protagonista, il suo lento
procedere verso la morte, il suo definitivo congedo dal mondo: "nel frattempo
l'inconsapevole oggetto di queste diatribe continuava il corso di una vita che
stava giungendo al suo termine [ ... ]. Non sapeva di questa imminenza, per
fortuna: chè il saperlo ci dà un'aria di condannati a morte, nociva al bene ancor
più che al male. Leggeva ogni giorno i giornali, l'articolo di Epicarmo, le panzane di un altro [ ... ]. Faceva le sue lezioni, con una segreta svogliatezza di
fronte alla piccola folla di facce occhialute, rasate, capellute, ricciolute, barbute o
vellutate che scorgeva davanti a sè, come una grande bancarella di meloni
disposti in più file.
Tornava a casa appena poteva, a godervi la tenerezza delle abitudini, gli
oggetti al loro posto in attesa, che anche ad occhi chiusi sapeva dove trovarli, la
regolarità degli orari, sì che anche da lontano, dando un'occhiata all'orologio,
poteva prevedere quel che sua moglie e sua figlia stessero facendo. E tutto
questo gli appariva sempre più un bene immenso, un dono raro; perfino i
passeri che scorgeva sui tetti dal suo studio gli parevano vecchietti, che sotto i
guizzi nascondevano un'antica amicizia. Al suo dissolversi nel ritmo ordinato
della vita domestica, non si accompagnava alcuna sensazione di vuoto, anzi, pur
senza traccia di orgoglio, sentiva che la sua vita era piena. Non aveva mandato
tra la gente alcun grande libro, nè segnato il tempo con le orme di alcun potere.
Non, come l'industriale, aveva smerciato il suo prodotto tra amici e nemici,
noti ed ignoti: ma, come l'artigiano, aveva lavorato esemplari unici, che, a
distaccarsene, se ne aveva a dispiacere. Aveva potuto guardare negli occhi i suoi
prodotti, e sguardi avevano risposto agli sguardi, perchè si trattava di uomini e
non di cose. Con tutti aveva dosato stimoli e aiuti; con alcuni pochi, più che
con altri [ ... ]. Una sera, prima di cena, si ricordò di una presentazione da
scrivere per Terrasso, e preferì non rimandarla a più tardi. Stava scrivendo, in
piedi accanto alla console, quando la tenebra scese su di lui" (pp. 239-241).
Il secondo romanzo di Casiglio, Acqua e sale, non è meno complesso, nel
suo concepimento ideologico e strutturale, del primo, ma è altrettanto maturo
e va senza dubbio inserito in quella ricerca dell'assurdità degli eventi che sta al
fondo della narrativa di Casiglio, di questo scrittore cioè isolato e di suggestiva
umanità, che in molte sue pagine ricorda Tomasi di Lampedusa o il disagio che
egli espresse di fronte ad un Sud autentico e sofferto, una realtà ricca di
connotazioni nostalgiche, è vero, ma scevra di canoni regionalistici e salda nella
sua originalità di espressione. A proposito del titolo, giustamente il Pampaloni,
che ancora una volta ha voluto presentare lo scrittore nel risvolto di copertina,
osserva: "Pane secco bagnato nell'acqua e condito con il sale, ma, quando ci
sono, anche con altri ingredienti vitali, olio, origano, pomodori: questo è
l’(acqua e sa51
le); mangiare, in Puglia, dei poveri. La parsimonia contadina, di cui Nino
Casiglio è interprete, non ne sottovaluta le qualità; anzi, ponendo il titolo di
Acqua sale al racconto della vita di Donato Marzotta sembra che l'autore abbia
voluto indirizzarci a comprenderne non solo il destino di povero ma anche o
soprattutto la essenziale vitalità". Anche qui ritornano gli elementi di
romanzo-saggio già presenti nel Conservatore, e, in una prospettiva anche più
ampia, di dramma corale quasi, ché l'autore sa cogliere, attraverso le avventure
di un povero diavolo, il profondo disagio delle masse rurali del Sud, "sottratte
ad un immobilismo secolare dagli sconvolgimenti sociali dell'ultimo trentennio,
ma ancora lontane dal raggiungimento di una nuova indentità nella civiltà del
benessere" (F. MEI, "Il Popolo" 7 febbraio 1977); il libro va, dunque", al di là
della particolare condizione contadina per cogliere senza falsi demagogismi nè
retoriche nostalgie la drammatica condizione di tutti i ceti popolari del
Mezzogiorno" (Ibidem). Ciò è confermato, del resto, dalla dichiarazione che lo
stesso Casiglio lasciò a Mario Pomilio per "Il Mattino" di Napoli (Cfr. 7-2-‘77):
"Resto fedele - egli disse - ai temi che ho trattato: innanzi tutto il tema della
moralità intesa non come come codice razionale, ma come sistema di valori
[ ... ]. Il mio libro descrive un'attesa delusa, un fallimento nello spazio breve
d'una vita [ ... ]. Mi sento estraneo al meridionalismo professionale [ ... ]. La
questione meridionale si risolve, se mai, dall'interno: acquistando coscienza di
quel che di umanamente valido e permanente vi è nel costume meridionale,
proteggendo questo nucleo vitale, modificandolo entro la sua logica, piuttosto
che attraverso l'importazione di modelli di comportamento del tutto estranei
alla tradizione meridionale. Vorrei il futuro del Sud diverso non solo dal suo
presente, ma anche dagli esiti artificiali che si è tentato finora d'imporgli".
La vicenda ha inizio nel 1937, quando il protagonista si scontra con un
gerarchetto fascista: per essersi ribellato alla sua protervia, gli tocca ora scontare
un duro lungo anno di confino (il luogo destinato a questo penoso "distacco"
dal mondo è l'isola delle Tremiti, dove vennero confinati anche molti altri
antifascisti; essa non vien "mai nominata" nel romanzo, "anzi-osserva Michele
Dell'Aquila - Cfr. "Lingua e storia in Puglia", Siponto, 1977-78, pp. 125-128 sollevata in una lontananza allusiva, fuori dal mondo, fuori da quel mondo, ove
nel lunghissimo tempo immobile, quasi una gratuita e insperata vacanza dalla
fatica contadina"). L'uomo, incapace di reagire, sia perchè incolto, sia perchè
fuori dal giro dei potenti, è costretto a lasciare il paese. Ma non tutti i mali,
come si suol dire, vengono per nuocere: Marzotta dalla penosa imposizione
trarrà un utile insegnamento; il domicilio coatto diventerà per lui un'esperienza
estremamente positiva, chè qui egli avrà modo di incontrare altri compagni di
sventura che lo aiuteranno a conoscere meglio il mon52
do e la natura umana, ma lo aiuteranno soprattutto ad aprire gli occhi sulle assai
tristi condizioni economiche e sociali dell'Italia di allora. Tra questi compagni
c'è un professore, che agli occhi di Donato passa come un uomo eccezionale,
di grande statura morale, e che in realtà è il prototipo dell'intellettuale onesto
ma inattivo, impacciato e avulso dalla realtà. Alla sua scuola Marzotta si educa
docilmente, scoprendo orizzonti impensati di cultura e di sapere: legge con
interesse il romanzo popolare francese e si appassiona alle tesi di alcuni agitatori
politici che passano per progressisti, plasmando così la propria coscienza verso
plaghe socialiste e umanitarie. Quando tornerà nel mondo, egli si porterà dietro
questa ricca eredità e potrà guardare con occhi più disincantati ai soprusi e alle
cattiverie di cui è funestato il mondo. Per questo Donato prenderà parte, anche
se in posizione da retroguardia, ad alcuni tentativi di congiure antifasciste. Viene
intanto la guerra e Marzotta è chiamato alle armi; presta il suo servizio nella
sanità. Dovrebbe iniziare un'età nuova, colma di speranze, una volta termìnato
il conflìtto; e, invece, non succede così, chè la nuova amministrazione, la
democristiana, annunciatasi con belle e grandi promesse, fa riesplodere nel
piccolo centro vecchi rancori, dando il via a furberie, meschinerie ed arrivismi
d'ogni genere. Tutto cambia, è vero, ma non in meglio, poichè la libertà, intesa
in senso sbagliato, diventa inopinatamente libertìnaggio, anarchia: ci si ostina a
dare un colpo di spugna alle vecchie buone tradizioni in nome di un progresso
che il più delle volte si traduce in un falso miraggìo, in una delusione, la stessa
piena delusione che sprofonda sempre più nell'amarezza il nostro eroe (di
recente, Casiglio, nella interessante, assai succosa presentazione dettata per
l'edizione scolastica di Acqua e sale (Foggia, Bastogi, 1980), riconferma ed
accentua questo suo disagio e questo suo pessimismo di fronte alle istanze di
impegno e di operosità democratici che risultano esser state spesso disattese in
questi ultimi decenni proprio dal poco sano e corretto funzionamento della
giustizia e del potere. I "risultati - scrive Casiglio - sono sotto gli occhi di tutti:
una classe dirigente che pare rivolta solo ad autoconservarsi e una classe lavoratrice sommersa nella "classe assistita". Mi guardo ìntorno e vedo crescere il
numero di quelli che non hanno effettiva qualificazione professionale, perchè
"non è più conveniente averla"; vedo il miglioramento dei più bassi livelli di vita
pagato al prezzo dell'eccessivo arricchimento di altri gruppi arbitrariamente
privilegiati, vedo giovani precocemente inariditi, cinici, disposti talvolta al male
gratuito, e mi domando che cosa accadrà domani, quando questi giovani
saranno adulti. Ho stampato in mente il bellissimo quadro che Pellizza dipinse
ottant'anni fa ed intitolò Il quarto stato. Quale contrasto tra la genuinità delle
ragioni di allora e l'equivocità dei discorsi odierni. A tutto questo pensavo
quando scrissi Acqua sale. Ho
53
cercato di rappresentare la mia delusione di piccolo borghese intellettuale
attraverso la delusione e la sconfitta, che ho constatate coi miei occhi, di amici
miei più direttamente espressi dalla classe contadina. E, contro la stolta idea
prevalente, ho voluto riaffermare una mia fede profonda: non è vero che lo
sconfitto ha senz'altro torto e il vincitore automaticamente ragione" - p. 10).
Rosaria, la figlia, per sfuggire alle spese di un matrimonio costoso, si fa sposa
"fiuta" (fuggita), rinunciando al tradizionale festino che tutte le ragazze e le loro
madri sognano, bruciando denaro a più non posso, nell'illusione che la solennità
sia di buon auspicio. Enricuccio, avviato agli studi, riesce a conseguire il
diploma, pare abbia anche qualche buona prospettiva di lavoro, ma intanto si
ribella alla volontà del solerte bracciante. Lorenzo, infine, spinto dalle difficoltà
locali che non gli consentono di trovare un posto di lavoro, decide di emigrare
al Nord, come tanti giovani, del resto, facevano allora e continuano a fare
anche oggi.
Il romanzo ha un epilogo triste, di estrema desolazione: il povero
Donato finisce in una corsia d'ospedale (Anche Elisabetta, - in Verginità, il bel
racconto interlocutorio apparso in "Nuova Antologia", cit. - finiva in un
piccolo ospedale di provincia ad imparare "le regole, il ritmo, l'atmosfera [ ... ] i
segni che ne scandivano la giornata" e tutto il tempo di cui disponeva prima di
morire. Ecco allora come il rituale del romanzo casigliano diventa e ridiventa
"legame affettuoso, familiare con i suoi protagonisti", scrive Pampaloni nella
presentazione, e scopre, via via che procede con insinuante lentezza e saggia
effusione meditativa, l'arco sotteso d'una incisività tramata direi per compenso,
per rapportarsi quindi a una memoria del tempo presente che è storia dei nostri
giorni come cronaca dura e dolorosa delle nostre contraddizioni, come
denuncia di uno stato sociale che il Marzotta assorbe e metabolizza nella
propria identità fino a piombare, con esso, nel silenzio della morte" - G.
MARCHETTI, "La Gazzetta di Parma", 514/77), lontano dal mondo,
dimenticato da tutti: qui egli trascorrerà gli ultimi giorni di un'esistenza che fu
già faticosa e sofferta. "Per me è cambiato quel che doveva restare, è rimasto
quel che doveva cambiare" saranno le sue ultime parole, che equivalgono anche
ad uno straziante messaggio per il lettore. Unica consolante compagna di
un'esistenza così dolorante, da "vinto", è certamente la moglie Agata, l'angelo di
una famiglia ormai dissestata, la donna-contadina ricca delle sole virtú della
bontà, della parsimonia, della fedeltà al focolare domestico. Il pessimismo di
Casiglio in questo libro ricorda principalmente quello del grande Verga, ma, in
senso più lato, rimanda anche alla lezione neorealistica di un Jovine, di un
Silone, di un Fenoglio, di un Vittorini, di un Bernari, di un Levi e, perchè no,
anche di narratori più terragni, vicinissimi al nostro autore per temperamento
artistico e per radici
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tipicamente meridionali e pugliesi, come Nino Palumbo, ad es., di Pane verde,
Giuseppe Cassieri, di Aria cupa; ma, perchè non pensare anche, specie per
quanto riguarda i moduli narrativi di Acqua e sale, al grande romanzo realista
dell'Ottocento, quello balzachiano, per intenderci, o, più semplicemente, ad
opere narrative come Pane duro Di Silvio Micheli, Il ritorno del prigioniero Di
Stefano Terra o Il cielo è rosso di Giuseppe Berto? Anche questa di Donato
Marzotta è, in fondo, la storia di un uomo che combatte con tenacia contro la
miseria, lo sfruttamento, le ingiustizie sociali. E il nuovo impianto narrativo non
è forse di taglio neorealistico? Ogni elemento, infatti, sta al posto che gli
compete: "dall’acqua e dal sale, che identificano il cibo dei poveri in Puglia,
quindi più in generale la condizione di oppressione nel sud, al muoversi dei
personaggi sullo sfondo di un drammatico contesto storico-sociale, al
linguaggio che si muove su linee tradizionali, lontano in ogni caso da ogni
sperimentalismo (D. DANTE, "Ciao" 2001, 20/3/1977). Va inoltre osservato
che col Marzotta si ha un superamento rispetto allo Specchia: questi era un eroe
passivo, si contentava di combattere in se stesso le proprie battaglie, non usciva
mai allo scoperto e il suo impatto con la storia lo si leggeva sempre di riflesso,
mai direttamente; Donato Marzotta, invece, è dotato di maggiore energia, è
animato da un più deciso impegno nell'affrontare de visu le situazioni e
risolverle, affermando così il proprio mondo di valori: egli è un eroe positivo,
artefice del proprio destino, anche se alle fine lo si ritrova stremato sull'arido
desolante terreno della sconfitta, del fallimento e della morte. Quella di
Casiglio, non è una meridionalità di tipo etico, non reca cioè in sè gli accenti
aspri della contestazione e del rifiuto, ma è una denuncia pacata, sofferta della
solitudine antica del Sud, dei lunghi snervanti silenzi, delle tacite attese, che si
vivificano tuttavia di volta in volta con bagliori di speranza, con comprensibili
umanissimi aneliti di liberazione, di salvezza. Alla pacatezza con cui lo scrittore
affaccia la sue tesi si accompagna sempre una lindura di modi, una compattezza
di racconto che, nel momento in cui ti proietta di getto in primo piano semplici
o complesse situazioni emozionali di persone, sa anche discretamente farsi da
parte, sa insomma prendere le distanze, oggettualizzando prontamente e con
sagacia il discorso. Anche in Acqua e sale, come già nel Conservatore, Casiglio
procede senza indugi, senza sbavatura alcuna, ma con linearità e pienezza di
dettato, quasi con classica nettezza. La nota più nuova rispetto al Conservatore è
da indicare in quel diffuso senso di ironia che in questa vicenda ha trovato più
modo d'essere e di estrinsecarsi, in quanto più ricca è qui la varietà dei fatti e dei
dialoghi. La disponibilità dialogica soprattutto ha richiesto l'uso di una sintassi
più agile, più mossa, meglio articolata dall'interno rispetto al primo romanzo.
Da qui la straordinaria freschezza e grazia di questo racconto, carico di
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una continua variazione di toni, di arguzia e di allusività espressive, mai tentate
da vane escogitazioni sperimentalistiche o da stanchi nostalgici ritorni alla mera
tradizione naturalistica. In conclusione, si può affermare che in Acqua e sale, oltre
alle rare qualità dello stile, va registrata anche l'amorosa compartecipazione del
Casiglio alla triste storia degli umili, una sorta di manzonismo filtrato (e mediato anche) attraverso esperienze non solo culturali, ma profondamente
umane, denuncianti un sostrato lirico di volta in volta temperato da una sottile
malinconica ironia. Il processo di decantazione del reale, già in un certo senso
felicemente avviato dallo scrittore nella sua prima prova narrativa, pare
realizzarsi e solidificarsi meglio qui, in Acqua e sale, annodandosi ad una chiara
componente di psicologismo, questa volta non più dimensionata alla sola
vicenda del personaggio Specchia (il quale domina nel romanzo, con tutte le sue
sfaccettature di uomo timoroso di sbilanciarsi, succube dell'ambiente e degli
eventi, privo di stimoli interiori, dominato dalle sole leggi dell'attesa, del rinvio
dei suoi programmi a tempi più favorevoli; un rinunciatario, in definitiva, che si
ammanta di "dolente codardia"), ma ricavata dalla radice stessa della realtà contemporanea fatta di lacerazioni e di crisi profonde.
Il terzo romanzo casigliano, La strada francesca, è diverso ma non senza
evidenti agganci ai due precedenti racconti testè esaminati. Si tratta di una nuova
e brillante esperienza narrativa costruita con gli ingredienti del romanzo
picaresco. "Strada francesca - è detto nel risvolto di copertina - era definita, in
antichi documenti della Capitanata, non solo la strada per Roma battuta dai
pellegrini francesi, ma anche la strada che dai piedi del Gargano portava al
Santuario di S. Michele".
La narrazione prende le mosse da un non ben precisato paese della
Daunia "piana", nella metà del Seicento, un Sud sfruttato in lungo e in largo e
martoriato dalla dominazione spagnola, dai tribunali d'Inquisizione e dai potenti
feudatari indigeni, da dove il protagonista, un giovane scrivano, si allontana per
conoscere il mondo e per andare alla ricerca dello zio Alano, legatore e lettore
assiduo di libri, sospettato d'eresia e costretto ad andare in giro per chissà quali
contrade; con ogni probabilità si è diretto a Firenze, la patria di quel maestro
Giorgio, autore di un misterioso testo, Catena delli eventi preteriti presenti e futuri, in
cui si mostra il vincolo sublime.... una vera e propria summa profetica, a carattere
religioso, che parla per metafore apocalittiche di un futuro per molti aspetti
vicino alla tragica e confusa realtà dei nostri giorni (con la spiegazione, infatti,
che Alano dà delle massime contenute nel prezioso tomo si cerca di additare, e
censurare anche, lo sfascio a cui si va continuamente incontro oggi, un disordine
causato soprattutto dal cattivo funzionamento della giustizia, dal sopruso che i
potenti fanno a danno dei
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poveri, e dalla pericolosa insanabile volontà di fare il male, anche da parte delle
persone meno esposte, poco corruttibili e comunque dotate di senno).
A suo tempo lo zio Alano era riuscito ad inculcare nel suo diligente
segretario l'affascinante idea della libertà del sapere (che Casiglio argutamente
chiama "segrete operazioni della mente umana") cosicchè ora il giovane, forte
di quella esperienza, può mettersi in cammino per la Penisola.
Salendo verso settentrione egli incontra, in una cittadina dell'Abruzzo, il
segretario del vescovo locale, un monsignore, don Agostino, "uorno minuscolo
e complicato", che non può fare a meno del "commercio con gli uomini" e che
predica, ammantandosi di tanto perbenismo e di un inquieto malcelato
intellettualismo preilluministico, d'esser prudenti in tempi tanto funesti e di
adattarsi al mondo; figura-risvolto, come si vede, rispetto allo zio Alano, un alter ego, che oppone una sua propria etica, improntata ad ottimistico realismo,
contro le pessimistiche tesi del suo tenace interlocutore.
Il giovane diventa a sua volta segretario del Monsignore, ché sa leggere,
scrivere e far di conti. Da quel momento comincia per lui una tale girandola di
avventure da far nascere il dubbio, assai fondato del resto, che sia proprio la
ricerca dello zio il movente del suo vagabondare.
Da un castello appenninico Monsignore e giovanotto passano ad un
palazzo di Napoli. Nella capitale del Reame trovano da un lato miseria ed
abbandono, dall'altro fiacchezza ed opulenza, i due peggiori mali, quest'ultimi
due, della lunga dominazione spagnola in Italia. Passando ancora tra castelli
severi e schiere di briganti e di soldati i due viaggiatori giungono finalmente a
Roma (che l'autore definisce "nuovo teatro del mondo", ricordando e
utilizzando in parte un'espressione che il noto drammaturgo spagnolo del
Seicento, Calderon de la Barca diede ad una delle sue più fortunate commedie),
dove trovano alano che se ne sta intanato in un nero bugigattolo da libraio e
legatore.
Ma Roma non dà sicurezza, conviene cambiare aria al più presto. I tre
viaggiatori si rimettono in cammino e, sfuggendo ad ogni controllo, rientrano
nel Reame. Le sorprese continuano in questo racconto avventuroso e fantastico,
fino a quando il nostro giovane protagonista, tra banditi, insulti, minacce, paure
e carceri, invasioni di soldati e terremoti, non tornerà definitivamente nel paese
del Monsignore, dove troverà una buona fanciulla del luogo e la sposerà.
Tutt'intorno, intanto, il mondo, con le sue follie, con le sue cattiverie d'ogni
specie sembra confermare che l'animato dibattito, intessuto spesso di sottile
ironia, tra lo zio Alano e il Monsignore, sulla giustizia, il potere, la violenza, la
storia non sono parentesi oziose o il risultato di un raziocinio fine a se stesso,
ma verità che vanno
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considerate con estremo realismo e con la ferma volontà di credere come lo
scrittore dimostra alla fine della sua storia, che "non riusciranno a spiantarci" e
che, malgrado tutto il male che c'è su questo mondo, si dev'essere sempre
animati dalla speranza che la "semenza" sopravviverà: "Io non nego-osserva
l'autore -, per ipotesi, che il genere degli uomini possa esser prossimo a perire
per interno disfacimento. Ma voglio serbar la mia fede che non riusciranno a
spiantarci. Resterà la semenza" (p. 230). E’ questo il messaggio che La strada
francesca vuol darci: un invito a scandagliare in noi stessi, a cercare la nostra
identità nel mare magnum di una storia, quella attuale appunto, sempre più
disastrata e sempre più povera di contenuti umani; non a caso nella manchette
si definisce la storia come "moderna Babele, dove le regole della giustizia si
scontrano con quelle del potere e la voce della Storia si fonde con quella della
violenza".
Logicamente, dunque, La strada francesca indicava il percorso fatti dai
viaggiatori francesi e il pellegrinaggio compiuto dai fedeli al Santuario di S.
Michele, sul Gargano; metaforicamente, invece, essa rappresenta il viaggio e il
tentativo di esplorazione del regno sconfinato e impenetrabile della conoscenza
perchè si possa raggiungere una condizione umana più accettabile, più
dignitosa, meno mortificante. Per questo l'ultima opera del Casiglio può dirsi
della fiducia e della speranza. Come possono, infatti, conciliarsi le opposte tesi
del nipote "vitalista", dello zio "apocalittico", del Monsignore "ortodosso" e, in
senso più lato, i contrasti ideologici e politici dell'intera umanità, se manca la
fiducia che dei pacifici e dei benevoli resterà la "semenza"? Tutti dobbiamo
sentirci parte dell'esercito dei pacifici: questa resta la sola possibilità di civile
convivenza, di serio e reale progresso della storia.
L'ultimo romanzo di Casiglio ha pagine assai suggestive e pregnanti, con
quell'incedere lento e grave della frase, quasi da succosa prosa moralistica
secentesca, tenuta a metà strada tra dottrina e ironia, tra linguaggio malizioso e
curiale, come quando don Agostino osserva: "Misera è certo la condizione di
una nazione in cui la virtù è vizio e il vizio è virtù [ ... ] e massimamente ne darò
carico ai reggitori che vogliono gli onori e non gli òneri e tutto che hanno e
dispongono chiamano pubblico bene, le guerre, le forche, le taglie, gli abusi e
gli arbitri d'ogni forma. E se trista è la ventura dei loro soggetti quando han
timore non solo di vituperare i reggitori in parole ma anche di dubitarne nel
chiuso della mente, ancor più trista sorte sarebbe la loro, quando si sentissero
liberi da ogni timore ma persuasi che l'arbitrio è grazia, l'abuso è favore e il
male ricevuto è beneficio purissimo. Ché questo lo tengo per fermo, che chi
sovrintende agli altri può, se vuole, far bene, e deve, se può, passare ad altri il
tiniore" (pp. 138-139).
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Un buon impasto narrativo, come si vede, che, oltre ad avere risonanze
barocche, in cui si registrano messaggi della civiltà contadina attraverso
metafore e proverbi (" l'Esperienza - osserva ad un certo punto il protagonista
- mi andava convincendo che questo siamo noi al mondo, ceci messi a mollo e
rimestati in un gran mastello"), ha anche accenti di vera modernità, segnati da
un senso di ammiccante intelligente ironia, che per un verso, qua e là, ha punte
di sarcasmo (suggerite, queste ultime, soprattutto dall'impianto picaresco che
Casiglio dà al romanzo, perchè la realtà emerga in tutta la sua crudezza e
brutalità), per l'altro rivela un'ingegnosità ariosa, labirintica, "leggerissima,
addirittura trasparente" (Cfr. P. RUFFILLI, "Il Resto del Carlino", 23/2/1980),
che ricorda gli esiti inventivi e stilistici di Italo Calvino, specie del suo ultimo
romanzo, Se una notte d'inverno un viaggiatore, contenente pagine assai belle (quelle,
soprattutto, "dedicate a racconti che mimano ambienti e stili principio di
secolo" - F. GIANFRANCESCHI, "Il Tempo", 15/2/1980), o quelli
ugualmente arditi, retrodatati a tempi lontani, addirittura prima del Mille, di un
Chiusano, ad esempio, con l'Ordalia. Come questi scrittori, Casiglio, più che
pensare ad un romanzo storico, ha voluto creare un racconto linguisticamente e
fattualmente proiettato nel passato, in cui i termini "bene" e "rnale", "giusto" e
"ingiusto" possono tornare a suonare. Il linguaggio che ne scaturisce, è vero,
iperbolico, intriso "di sapiente e sapido barocchismo", - come ha giustamente
osservato Claudio Marabini (Cfr, "Tutto Libri", 1/3/1980, p. 9) -, con tutti gli
accessori della metafora e dell'analogia o di qualsiasi altra arditezza stilistica che
il caso richieda, ma è sempre funzionale rispetto alla struttura del romanzo ed è,
pertanto, ancora più degli altri due libri, godibilissimo.- Il quarto solido
impegno narrativo di Casiglio, La Dama forestiera, pare sia penetrato nel suo
insieme da grazia e semplicità. Con quel sentimento della coralità che distingue il
nostro scrittore e che ha prodotto pagine assai esemplari in Acqua e sale
specialmente, Casiglio si apre di tanto in tanto a squarci rasserenanti del
paesaggio pugliese, delle sue stagioni, dei suoi ritmi e dei suoi fenomeni naturali:
"Lasciate le montagne, il treno rotolava affannosamente verso il piano,
una pianura diversa di quella che ci eravamo lasciata alle spalle, gialla delle messi
o ispida dei culmi appena tagliati, con radi casolari e pozzi dalle alte colonne.
Talvolta file di punti scuri segnavano il mare giallo: mietitori che avanzavano
lenti verso un loro faticoso orizzonte. Nell'imbrunire dell'aria le folate di vento
caldo portavano con sè una traccia di frescura. Finchè ci avvolse la notte, rotta
solo da fiochi lumi e da qualche fiammata lontana [ ... ]. Passata la massiccia
porta della città, che da tempo aveva perso i battenti [ ... ] ci trovammo sulla
strada maestra, che si snodava bianca di polvere. E presto fummo avvolti da
quella stessa polvere, cui si attribuiscono speciali virtù terapeutiche per uomini,
animali e piante […]. Intorno a
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noi si stendeva una pianura che pareva morta, arida e stecchita fino ai monti
lontani, che a levante come a ponente segnavano l'orizzonte. Ferule dai fiori
giallastri si ergevano qua e là, come spaventapasseri, per cedere il posto a
canneti rinsecchiti nei pressi dei torrenti asciutti [ ... ].
Restammo a lungo in silenzio, finchè don Camillo ci indicò un pascolo
brullo che in lieve pendio scendeva verso il letto di un fiumiciattolo, appena
segnato da acquitrini..." (pp. 24-29).
La vicenda prende l'avvio dalle intenzioni, che potremmo definire
umanitarie, di un decadente principe napoletano (Principe Michele de' Sangro,
"XI ed ultimo principe di San Severo" - come ha precisato Armando Perna su
"Il Tempo" del 30 aprile 1983-) di destinare il suo enorme patrimonio ad
opere di pubblica utilità. Questi in età avanzata, rientra in patria dalla Francia,
dove ha feudi e proprietà (la parte più cospicua, però, del suo patrimonio si
trova in Puglia). Ad accompagnarlo è una nobile bionda signorina inglese, Elisa
Craig (in realtà Croghan, precisa sempre il Perna, ibid), donna intelligente, viva,
"dalle due anime, l'attiva e la contemplativa", ella funge cioè da amica
sentimentale e da amministratrice del Principe. Come tale diventa protagonista
quando, morto il principe, deve eseguirne le volontà testamentarie che, pur
avendo anche lei largamente beneficiato, finiscono per darle innumerevoli guai
e preoccupazioni.
Il compito primario di Miss Craig è quello di realizzare opere di bene,
solo vagamente disposte dal caro estinto: ed a tal fine la dama, aiutata e sorretta
da un immaginario e amabile segretario ("un intellettual borghese - ha bene
osservato Velia Iacovino recensendo l'opera sull'Avanti!", 31/5/1983 -, colto e
attento, sorta di silente testimone delle ansie, dei tormenti, delle preoccupazioni
e dei sentimenti del principe e soprattutto della sua compagna") che racconta in
prima persona, si impegna con la migliore volontà: lascia le terre del principe
ad una comunità legataria che avrebbe dovuto "promuovere" il progresso e la
prosperità dell'agricoltura" utilizzando le rendite fondiarie per fondare a far
vivere un istituto che queste finalità interpretasse" (p. 145); il latifondo, però,
viene suddiviso in "una miriade di piccole quote" e viene così ad essere invertito
quel passaggio tanto significativo dal privato al pubblico compiuto dalla
testatrice.
La nota di scetticismo e di amarezza che serpeggia nel libro scaturisce
proprio dalla constatazione che alla volontà di perseguire un disegno di bene, di
concreta e pubblica utilità, si contrappone il "furioso quanto incontrollato
arrivismo di una partitocrazia avida e incolta" (R. PETRERA, "Il secolo
d'Italia", 10/4/1983).
Casiglio in quest'ultima opera punta ad una prosa limpida, fluida,
stilisticamente ineccepibile: tutto, beninteso, è scritto in punta
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di penna, come i precedenti libri dello scrittore pugliese del resto, ma ciò che
soprende è il fatto che ogni cosa sia qui resa in modo assai controllato, specie
quando Casiglìo ricorre all'inserimento sapiente ma discreto di massime
filosofiche epicuree e spinoziane, che diventano messaggi etici buoni per essere
intesi da tutti. E il tono spodittico, senza scadere mai in accenti stucchevoli e
verbosi, trova conforto anche nell'uso che l'Autore fa di alcune locuzioni
dialettali, che non solo conferiscono ai costrutti un'efficacia narrativa, ma anche
una dignità linguistica e stilistica.
Il tratto distintivo di quest'ultimo romanzo è nella combinazione di una
mobilità del raccontare e di una chiarezza della resa stilistica. Lo studio
d'ambiente, inoltre, quello tipico pugliese per intenderci, così elegiacamente ma
anche tanto modernamente a soffertamente trattato in dimensione umana e
sociale, è sempre vigile in Casiglio e fa da sfondo all'intero racconto; esso
"prende forma solo e unicamente attraverso l'io narrante, che lo soggettivizza a
tal punto da trasformarlo da tragico simbolo del tormento secolare del Sud, in
pura ed impressionistica sensazione di sole, di luce, di profumi e dei loro
contrasti" (V. IACOVINO, "Avanti", ibid).
La Dama forestiera è un romanzo d'introspezione psicologica, dalla trama
piuttosto esile, con pochissimi personaggi, tratteggiati appena, anche se con
eleganza e rapidità; per questo forse a qualche lettore il libro è apparso un pò
"grigio nello svolgimento". A noi sembra, invece, specie dopo aver letto con
più attenzione l'opera, che La Dama forestiera possa configurarsi, nel panorama
artistico di Casiglio, come momento importante ed originale, proprio perchè si
tratta di un nuovo modo di scrivere, tutto inteso alla registrazione del flusso di
coscienza e di memoria dell'io narrante; cosicchè per il nostro autore il suo
ultimo romanzo rappresenta, come già è stato per G.B. Shaw il dramma o la
commedia di costume, "un pretesto solamente per osservazioni e giudizi quasi
inutili, spesso acuti e arguti, sempre schietti e corretti" (R. PETRERA, cit.).
GIUSEPPE DE MATTEIS
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BIBLIOGRAFIA DELLE OPERE
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IDEM, Verginità, Nuova Antologia" (Roma), n. 2076, dicembre 1973;
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IDEM, Acqua e sale, Foggia, Bastogi, 1980 (ediz. scolastica a cura di A.
MOTTA);
IDEM, La strada francesca, Milano, Rusconi, 1980.
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F. DE LUCA, "Letture" (Milano), n. 5, 1973;
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62
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E. BONEA, "La Tribuna del Salento" (Lecce), 1/11/1977;
F. MEI, "Il Popolo" (Roma), 7/12/1977;
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G. DE MATTEIS, "La Capitanata" (Foggia), gennaio-dicembre 1979, pp. 7-8;
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Su La strada francesca:
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IDEM, "L'Osservatore politico letterario" (Milano), giugno 1980;
S.N., "Radiocorriere" (Torino), 9/2/1980;
F. GIANFRANCESCHI, "Il Tempo" (Roma), 15/2/1980;
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G. DE RIENZO, "LaStampa" (Torino), 22/2/1980;
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P. RUFFILLI, "Il Resto del Carlino" (Bologna), 23/2/1980;
M. DELL'AQUILA, "La Gazzetta del Mezzogiorno" (Bari), 28/2/1980;
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G. MARCHETTI, "La Gazzetta di Parma" (Parma), 6/3/1980;
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C. CRISTALLI, "Corriere di San Severo" (San Severo), 20/3/1980;
M. PRISCO, "Oggi" (Milano), n. 12, 21/3/1980, p. 91;
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IDEM, "Opinioni libere" (Torino), n. 5-6, 1980;
63
IDEM, "Oggi e domani" (Pescara), n. 10, 1980;
A. LIPPO, "Oggi e domani", ibidem;
F. DE DOMINICIS, "Il cittadino di Puglia" (Lecce), 1/10/1980;
S.N., "Libri e riviste d'Italia" (Roma), n. 355-'56, 1979 (ma uscito nel 1980);
W. LAMEDICA BELLANTUONO, "Silarus" (Salerno), n. 93,1981.
Su la dama forestiera:
Q. PETRERA, "Il secolo d'Italia", 10/4/1983;
IDEM, "The Rome Daily", n. 77, 22-28/4/1983;
IDEM, "Il Giornale d'Italia", 10/7/1983;
G. MARCHETTI, "La Gazzetta di Parma", 20/4/1983;
G. MANNA, "Il Tempo", 22/4/1983;
A. PERNA, ibidem, 10/4/1983;
F. ROSSI, "La Gazzetta del Mezzoggiorno", 14/5/1983;
C. CRISTALLI, "Corriere di San Severo", 27/5/1983;
IDEM, "Qui Foggia", 2/6/1983;
V. IACOVINO, "Avanti!", 31/5/1983;
G. CUSTODERO, "Puglia Scuola", Maggio 1983;
D. BARBATO, "L'Informatore librario", Giugno 1983;
R. QUADRELLI, "Prospettive d'Arte", Maggio-Giugno 1983;
N. M. CAMPANOZZI "Corriere di San Severo", 20/6/1983;
G. FLORIDIA, "Vasto domani", n. 5, 1983;
M. DELL'AQUILA, Parnaso in Puglia nel '900, Bari, Adda, 1983, pp. 158-164;
A. VENTURA, "La Capitanata", n. 1 (nuova serie), 1983, pp. 52-53;
A. DE LORENZI, "Messaggero Veneto", 17/9/1983;
A. M. RECUPITO, "Gioia", 10/10/1983;
R. CERA, "Opinioni libere", n. 3-4, 1983.
Interviste:
M. POMILIO, "Il Mattino" (Napoli), 7/12/1977;
W. LAMEDICA BELLANTUONO, "Silarus" (Salerno), n. 77, 1978;
A. MOTTA, "Puglia" (Bari), n. 8, 24/6/1979;
B. TOSCANI, "Il Nostro Tempo" (Torino), 16/3/1980;
C. APHEL, "Il Tempo" (Roma), 6/4/1980;
E. DE DOMINICIS, "Il cittadino di Puglia" (Lecce), 15/7/1980;
D. CRISTALLI, "Il corriere di San Severo" (San Severo), 10/X/1980;
M. ALZONA, "Artestampa Liguria" (Genova), n. 9-10, 1980.
64
SETTEMBRE 1943: DUE SCONTRI A FUOCO
A SAN SEVERO?
DUE lapidi, DUE fatti che appartengono ormai alla cronaca o, forse,
(perchè no) - alla storia di San Severo!
Il dovere per tutti, è quello di tramandare la memoria, non tanto per
spirito di campanile, quanto, soprattutto, perchè i due momenti a cui si fa
riferimento, coinvolsero, a suo tempo, una parte notevole della popolazione
locale, confermandone il profondo senso di generosità e la spontanea reazione
alla violenza di una guerra imposta e impopolare.
La prima lapide è apposta sulla facciata dell'ex caserma di Corso
Garibaldi con questa epigrafe;
In questa caserma
il 9 settembre 1943
giorno dopo l'armistizio
un nucleo di valorosi del 107° Btg. Mobile
al comando del Cap. Piccoli
oppose fiera resistenza ai tedeschi
prevalenti per numero e di armi
Il Comune perchè sia ricordo
e ammonimento la fedeltà
al dovere militare
La seconda lapide è posta ai piedi della colonna commemorativa fatta
erigere dal Comune di San Severo nel Cimitero con la seguente epigrefe:
Alla memoria dei QUATTRO valorosi
soldati inglesi
che il 27 settembre 1943
con il sacrificio della loro vita
liberarono San Severo
da preordinata distruzione
Il Comune dedicò - 10 Aprile 1944
Le date, quindi, come si desume dalle epigrafi qui riportate integralmente
sono quelle del 9 e del 27 settembre: di qui, il primo concreto elemento storico,
che pone San Severo nel pieno delle vicende del tempo, come città inserita
certamente nei piani della rea65
zione tedesca all'indomani dell'armistizio e nella quale era prevista una
operazione di guerra vera e propria mediante la distruzione di taluni impianti e
installazioni di rilevanza civile e militare, da attuarsi dopo aver reso inoffensivo
il piccolo presidio militare del 107° Btg. Territoriale Mobile.
Per ampiezza di impegno e per specifica caratterizzazione del fatto, un
vero e proprio scontro a fuoco, assume notevole importanza l'episodio
avvenuto il 9 settembre, che va inquadrato senz'altro nel clima di guerra, che
scaturì dalla dichiarazione di armistizio pronunciata dal Governo italiano dopo
lunghe trattative con il Comando Supremo delle Forze Alleate.
Non è difficile rievocare gli aspetti salienti e più drammatici conseguenti
all'armistizio proclamato dall'Italia il giorno 8 settembre e avvenuti un pò
dovunque in tutta l'Italia, ma particolarmente nell'Italia Meridionale, dove i
tedeschi si trovarono a fronteggiare una situazione certo diversa da quella
esistente nel Nord, dove essi furono favoriti dalla presenza di un ricostituito
governo fascista. Qui, nell'Italia Meridionale, fu maggiore lo sbandamento dei
comandi militari e delle truppe dislocate nelle varie città, perchè più rapida
apparve ed anche più traumattizzante la reazione dei tedeschi, che aggredirono
non solo le caserme e le truppe isolate e prive di precisi orientamenti operativi,
ma spesso operarono contro le popolazioni, facendo accrescere sia il timore di
più feroci rappresaglie, sia il generale sbandamento.
Se teniamo presente, quindi, la data già indicata del 9 settembre,
dobbiamo convenire che a San Severo le truppe tedesche operarono con
immediatezza, proprio all'indomani dell'armistizio, dopo aver agito con terrore
addirittura la sera stessa dell'8 settembre in altri centri della provincia di Foggia,
soprattutto a Troia, dove il Comando tedesco controllava e gestiva in proprio
un grande panificio, che provvedeva all'approvigionamento dei vari aeroporti
dislocati nel Tavoliere e delle truppe qua e là interessate alla difesa delle vie di
maggiore comunicazione con il Nord.
A Troia, inoltre, già da qualche settimana, si erano trasferiti da Foggia, a
causa dei violenti bombardamenti aerei e della distruzione quasi totale della
città, alcuni uffici ed enti militari, tra i quali più importanti la Questura e il
Comando Sottozona Protezione Impianti e Difesa Antiparacadutisti del quale
faceva parte l'autore di questi appunti, come ufficiale coordinatore operativo.
Anche San Severo era certamente nelle mire del piano di emergenza dei tedeschi, perchè qui si era trasferito il Distretto Militare di Foggia, sempre a causa
dei bombardamenti aerei. Comandante del Distretto Militare era in quell'epoca
un concittadino, il Colonnello Morrone, che si rese, in fondo, partecipe
anch'egli del fatto, operando a fianco dei tedeschi come intermediario.
66
L'azione del 9 settembre ebbe esattamente inizio alle ore 14, protagonisti
tre ufficiali, il Cap. Piccoli, il Ten. Attanasio (originario di Manfredonia) il S.
Ten. Clara e non più di 15 militari tra soldati e graduati, presenti a quell'ora in
caserma. E’ bene dire subito che sparsasi ormai la voce, sin dalla sera
precedente, della reazione dei tedeschi contro le nostre truppe e contro i
comandì militari della provincia, il reparto che aveva alloggio nell'ex caserma di
Corso Garibaldi e che dipendeva dal Comando Sottozona, di cui ho fatto cenno più innanzi, aveva provveduto sin dal mattino a tenere ben chiuso il portone
della caserma, istituendo anche un servizio di sentinella disarmata (disarmata,
perchè si sapeva già che i tedeschi andavano in cerca di armi, al fine di rendere
inoffensivi i nostri soldati). Il reparto, oltre la sentinella, che aveva il compito
soprattutto di lanciare l'allarme, nel caso si fossero avvicinati soldati tedeschi alla
caserma, aveva anche provveduto ad organizzare qualche posto di difesa vicino
alle finestre dell'edificio e lungo il muricciolo del terrazzo, deciso com'era ad
evitare la consegna delle armi. Episodi del genere furono certo numerosi in
quei giorni, quasi tutti determinati da massima spontanea decisione di ufficiali e
soldati, privi per lo più di ordini superiori, giacchè le uniche parole che erano
più di altre echeggiate la sera prima nella popolazione e tra le truppe italiane di
tutto il comunicato relativo all'armistizio erano state quelle contenute nella frase
badogliana conclusiva del comunicato "la guerra continua".
Alle ore 14 circa, quindi, l'allarme dato dalla sentinella! I tedeschi, solo
una pattuglia di pochi uomini per il momento, avvicinatisi al portone chiedono
ad alta voce l'apertura della caserma e la consegna delle armi: la richiesta veniva,
in realtà, fatta in lingua italiana dal Col. Morrone, comandante del Distretto.
Alla finestra sovrastante il portone c'era il Cap. Piccoli e un soldato, mentre gli
altri ufficiali Attanasio e Clara, con tutti i soldati si erano appostati sul terrazzo
dell'edificio, avendo a disposizione i propri fucili e 4/5 cassette di bombe a
mano.
Alla richiesta dei tedeschi, comunque, il Cap. Piccoli, che era a minor
distanza, rispondeva negativamente dall'interno della finestra, verso la quale
giungeva immediatamente una scarica di fucile mitragliatore.
Di fronte a tale reazione il Cap. Piccoli e il soldato che stava con lui
raggiungevano anch'essi il terrazzo dell'edificio, piuttosto terrorizzati.
I due giovani ufficiali, però, consigliarono di rispondere al fuoco sia per
prendere tempo sia per non apparire alla mercè dei tedeschi.
Infatti, furono sparate scariche di fucileria e lanciate alcune bombe a
mano che fecero pensare per un pò che i tedeschi, essendo
67
pochi, volessero andare vìa. Il che non avvenne, perchè dopo un breve
momento di silenzio fu notato, purtroppo, l'arrivo di altri tedeschi e
soprattutto di alcune autoblinde. A tal proposito si deve osservare che i
tedeschi, dopo l'armistizio si muovevano anch'essi con estrema diffidenza nelle
zone dove erano stati sorpresi dagli improvvisi capovolgimenti di fronte e
agivano in genere con pattuglie di pochi uomini distanziate l'una dall'altra,
tentando di procedere verso Nord e verso zone più idonee ad una massiccia
difesa, come in realtà avverrà sulle montagne abbruzzesi sino alla fine di settembre. Intanto, il piccolo gruppo dei nostri soldati, data anche la scarsezza delle
munizioni e il pericolo derivante dall'esporsi sul muricciolo del terrazzo cessò di
fare uso dei fucili e si limitò ad operare con le bombe a mano, che venivano
lanciate a tempo intermittente, mentre i tedeschi iniziavano tiri con le armi
pesanti in dotazione alle autoblinde. Anche un aereo da ricognizione sorvolava
nel frattempo la caserma, guidando il tiro delle armi a terra. Purtroppo la
testìmonianza dei due giovani ufficiali fa rilevare a questo punto che il Cap.
Piccoli, durante le operazioni conseguenti al vero e proprio scontro a fuoco se
ne stava dietro un parapetto del terrazzo quasi sotto choc. Dopo circa due ore
di una situazione, certo drammatica per i pochi soldati italiani, e nella
constatazione che le bombe a mano stavano per finire, si delineò in tutta la sua
durezza il problema della soluzione a cui giungere. Arrendersi? Attendere e
sperare che i tedeschi si allontanassero per raggiungere altri obiettivi? Fu allora
che un soldato, aggirandosi sul terrazzo e rifacendo la scalinata che portava
verso gli alloggi, scoprì che verso la parte posteriore della caserma, dopo il
magazzino di casermaggio c'era la possibilità, attraversando qualche finestra, di
accedere ad un piccolo chiostro, (attualmente esistente e facende parte del
plesso scolastico del 2° Circolo Didattico) dal quale forse si poteva giungere ad
una uscita posteriore. Immediatamente, appresa la informazione, un graduato
ed altri soldati esplorarono non solo tale possibilità, ma cercarono di accertare
soprattutto che la parte posteriore dell'edificio non fosse sotto la sorveglianza
dei tedeschi. L'esito della ispezione esplorativa si rivelò favorevole ai nostri
soldatì, sicchè gli ufficiali diedero ordine di scaricare in maniera massiccia le ultime bombe a mano rimaste a disposizione e di abbandonare celermente un pò
alla volta i posti di combattimento, per tentare di attraversare il chiostro e
approfittare di servirsi dell'uscita posteriore dell'edificio, prima che i tedeschi se
ne accorgessero e tentassero una reazione che sarebbe stata certamente fatale
per tutti.
I soldati e gli ufficiali, infatti, riuscirono ad allontanarsi fortunatamente
approfittando sia delle stradette viciniori, tortuose e strette, sia soprattutto
dell'aiuto di cittadini che abitavano nelle immediate adiacenze, i quali fecero
entrare a gara l'uno o l'altro dei
68
soldati n elle loro case con enorme loro rischio e pericolo.
I tedeschi, in pratica, oltre il danno (qualche morto e qualche ferito)
subirono una grossa beffa, perchè solo dopo una quindicina di minuti, in
assenza di ulteriore reazione da parte dei nostri soldati, iniziarono
l'avvicinamento al portone d'ingresso della caserma e l'accerchiamento
dell'intero isolato. Dalla testimonianza degli ufficiali e dei soldati risulta che fu
ammirevole l'accoglienza e la disponibilità delle famiglie residenti nelle
vicinanze, che non solo confortarono i protagonisti di quell'episodio di guerra,
ma fornirono subito abiti civili di fortuna agli stessi per consentire loro di uscire
dalle case e allontanarsi dalla zona divenuta certo pericolosa, essendo non
ipotetico il timore di eventuali perquisizioni nelle case stesse, una volta che i
tedeschi entrati in caserma l'avessero trovata vuota.
I due ufficiali Attanasio e Clara affermano che dopo aver indossato abiti
civili e allontanatisi dalla zona circostante la caserma, poterono raggiungere le
adiacenze della villa comunale e poi lo stesso viale della villa, donde molti
concittadini avevano già visto l'abbattimento del portone della caserma e
l'ingresso di alcuni tedeschi nella caserma stessa, mentre altri continuavano a
perlustrare le strade adiacenti, accompagnati dal Colonnello comandante del
Distretto.
Mentre viene assicurato che nessuna perdita di uomini si verificò tra gli
italiani, notizie imprecise e comunque non testimoniate da documenti parlano di
cinque morti tra i tedeschi e qualche ferito, con due autoblinde danneggiate.
Solo quattro giorni dopo, il 13 settembre, fu possibile agli ufficiali
effettuare una ricognizione di ciò che era rimasto in caserma e fu in quella
circostanza che si verificò un grave incidente ad un altro ufficiale italiano, il
Tenente Tagliaferri, il quale perse un occhio per lo scoppio di una bomba a
mano abbandonata tra le coperte senza linguetta di sicurezza. Su questo
spiacevole e doloroso incidente capitato all'ufficiale suddetto, che non aveva
partecipato all'azione, perchè impegnato altrove, si chiude la testimonianza di
cui mi sono trovato in possesso.
Sul secondo episodio non esistono testimonianze specifiche e
documentate, almeno sino a questo momento. Si ritiene, comunque, che il
personale attualmente impegnato nell'inventario dell'Archivio Comunale possa
reperire qualche cenno di eventuali deposizioni scritte.
Le notizie in merito, pertanto, si diffusero nella popolazione dall'uno
all'altro oralmente, subito dopo il fatto.
In pratica, si sa che quattro soldati inglesi, che a scopo esplorativo
procedevano come pattuglia di avanguardia, a distanza dal loro reparto, a
bordo di una jeep, giunti all'altezza dell'edificio dell'attuale macello comunale,
furono inaspettatamente aggrediti da sol69
dati tedeschi in postazione nella zona e barbaramente annientati con l'uso di
lanciafiamme in dotazione al reparto nemico. La fine dei quattro soldati inglesi
fu, quindi, due volte drammatica e orribile.
Anche in questa occasione, la popolazione sanseverese, accorse con
grande commozione sul luogo, partecipando al reperimento dei miseri resti di
quei soldati, onorati con la sepoltura nel cimitero della città e con un ricordo
marmoreo fatto erigere dal Comune.
Sulla tomba dei soldati inglesi, ancora oggi, mani pietose depongono
fiori in omaggio all'eroismo dei quattro inglesi. Nel cimitero della città sono
sepolti anche soldati tedeschi anch'essi, certo, vittime forse di una guerra non
voluta. Ma la guerra, purtroppo, negazione della vita, è sempre terribile e guai a
chi ne è la causa.
Concludendo ci si chiede; fu quello dì San Severo, un episodio della
Resistenza? Certo è, che il 9 e il 27 settembre sono due date da ricordare
almeno nelle cronache di San Severo, se non in quelle pagine di più ampia
risonanza che costituiscono la Storia.
GAETANO PISCITELLI
70
CRISI DI UN PROFESSORE
La caduta degli ideali, la perdita del senso dei valori, in una società
dissacrata e dissacrante, che non crede più nell'assoluto, che vive all'insegna del
contingente e del relativo, che avvelena i giovani, che diventano a loro volta
dissacratori e violenti, portando un uomo nel pieno della sua maturità, a
cinquant'anni, al fallimento interiore: la crisi, insomma, di un professore, che ha
speso anni di attività perché credeva nell'assoluto della "scuola" e in quello della
"famiglia", ed ora vede messi in crisi questi valori: su questa "storía" comune, di
una tragica quotidianità, si svolge il dramma "personale" e "storico" del
protagonista del libro di Gerardo Maruotti, che si intitola, appunto, Crisi di un
professore, finalista al "Premio Rapallo Prove", e stampato a Torino, per le
Edizioni Italscambi, 1979.
Il protagonista della vicenda è l'autore stesso, ossia l'io narrante, in una
storia autobiografica, che, svolgendosi sullo sfondo di una realtà storica attuale,
anzi immersa nella nostra storia quotidiana, diventa emblematica di una
situazione generale: e qui trova la sua prima forza di espressione e di arte; anzi,
in questa dimensione soggettiva-oggettiva acquista il suo vero significato, al di là
delle vicende, in sé "comuni".
Il suo significato umano e artistico è proprio nella capacità di rendere
universale - nei momenti più alti e drammatici (ci riferiamo, ad esempio, al
capitolo del "ritorno" al paese, per ritrovare lo spirito primigenio, restandone
ancora una volta deluso, perchè questo "rnito" vien meno) - la povera vicenda
quotidiana d'un professore che vive i problemi della scuola, ed è messo, in
sostanza, in crisi dagli allievi stessi, che - debitamente aizzati e indottrinati - lo
contestano su quello in cui egli maggiormente crede, cioè su valori dell'arte e
della vita: su quella che per lui è alta "lezione" di vita, e che una classe di 26
allieve, che gli si ribellano come 26 furie - prendono solo nei termini banali di
scolastica "lezione", e perciò rifiutano. Contestando il sistema, finiscono cioè
per contestare il professore - di cui appena un anno prima erano ammirate e
entusiaste -, la scuola e la stessa letteratura con i suoi rappresentanti da Dante a
71
Foscolo, Leopardi, Manzoni, perchè tutti "Borghesi", e lo stesso Verga
compreso che "non ha il coraggio di denunciare apertamente il capitalismo",
pur avendo "scritto in pieno trionfo del marxismo".
E’, in pratica, il crollo dei miti: la scuola, il paese, la famiglia.
Si opera, così, una forma di dissociazione o, meglio, di divisione interna,
nel protagonista, contro la quale egli lotta con tutte le sue forze, per un
recupero di valori, che sa però, di compromesso, e che egli cerca di fare
coesistere: la scuola e quello che possiamo chiamare l'antiscuola; la famiglia,
rappresentata dai figli e da Erika, la moglie, che condensa in sé tutte le virtù
domestiche, e Jessika, che non è l'arnante, ma la donna ideale, il bisogno di
apertura universale, l'amore senza remore, che pure diventa, nella sublimazione,
passione, anche se passione salvìfìca; infine, il paese, col mito delle origini, che
esso condensa in sé, ed al quale ritorna nei momenti di ripensamento ínteriore o
di dramma e di delusione, per un recupero di valori e di tradizioni, che non
possono perire, e la città, a cui è condannato: anzi sarà il "paese" stesso a
respingerlo, perchè in una socìetà come la nostra anche le cose prímígenie
mutano e si corrompono, dal momento che gli uomini sono, si direbbe
definitivamente, inquinati dentro.
Il romanzo si sviluppa attraverso questi tre "filoni" o "momenti", che si
fondono e si intersecano, per piani paralleli, mentre il personaggio si esamina e
si interroga continuamente, posto di fronte ad una realtà nuova, ma con la
"crisi" già dentro di sé. I tre "momenti" - l'improvviso amore per Jessica, la
contestazione della scuola che lo costringe a mettersi in aspettativa, il paese, che
lo rifiuta anch'esso - anche se sembrano accadere all'ímprovviso, sono in fondo
preparati da una situazione che possiamo dire "generazionale": quella della sua
classe, erede della contestazione giovanile del '68; quella di un professare che,
partito dalla miseria della sua povera terra d'origine, fatta di "cafoni" e di stenti,
con altri sacrifici, si crea una "posizione" sociale; quella di docente di liceo, in cui
riversano tutte le sue energie della mente e dell'anima, per poi vedersene
escluso, in una crisi di "rigetto", che ha tutte le forme della violenza, perchè fatta
da coloro ai quali ha prodigato tutto se stesso. Non servirà a niente, allora,
l'amore (qui rappresentato da Jessica, che pare lo aiuti con squisita dignità e
femminilità) né il "ritorno" al paese. La salvezza dovrà ritrovarla in se stesso,
reinserendosi nell'ambiente che lo ha rifiutato, cambiando dall'interno la scuola
e le sue false strutture, proprio per salvare quei valori a cui lui si è consacrato da
sempre, e che le sue allieve - un corso femminile di V liceo scientifico - hanno
dissacrato, con la crudele conseguenziale incoscienza di giovani strumentalizzate
e vittime, esse, con il loro stesso professore, della místificazione, che opera a
tutti i livelli.
Le strutture del romanzo, pur nella loro voluta semplicità. fini72
scono per essere, così, complesse e variate: sanno di confessione autobiografica,
di narrazione espositiva in brani narrativi più compiuti ed oggettivi, ed in fine di
"diario": nella seconda parte, anzi, il romanzo si svolge come un "diario" vero e
proprio, con la puntualizzazione del giorno e mese. Infine - ed è questa la parte
più caratteristica dell'intera opera-frammista alla narrazione stessa, come tipico
bisogno di momenti interiori ora lirici ora drammatici, vi è una parte in poesia:
frammanti lirici, in chiave stilistica diversa, dal timbro ora tradizionale, ora
essenziale e nudo, ora espositivo sul tono di certe cantilene paesane, ora più
fermo, tra montaliano e leopardiano. Sono, a volte, i momenti più belli, in cui
l'autore dei Canti Dauni (la raccolta poetica del '72, Milano, per la Todariana
Editrice) ritorna con rara forza evocativa e momenti vibrati di commozione e
di forza espressiva, in cui dà le prove migliori di sé, in compiuti brani di poesia,
che, forse, è la vera vocazione di Gerardo Maruottí.
Per comodità espositiva, possiamo dividere fi libro in tre parti, fermo
restando la perfetta fusione del testo e la compresenza di tutti i vari motivi e
piani del racconto, che risulta ben costruito e distribuito: i primi cinque capitoli
parlano dell'incontro con Jessica e di quello che essa viene a significare nella sua
vita, ponendo in discussione tutto il credo morale e sentimentale in cui finora ha
creduto; la parte centrale (capitoli VI-XI) tratta della scuola, e quindi della vera
crisi, immediata e sconvolgente, con senso di fallimento del tutto; l'ultima parte
(gli ultimi tre capitoli) si riferiscono al ritorno al "paese", con la caduta dei miti
delle origini, dell'autenticità, della realtà primigenia.
Quattordici capitoli in tutto, che si presentano anche - giacché stiamo
parlando delle strutture - come le 14 stazioni della via crucis di un uomo dei
nostri giorni, che conosce l'abbandono delle istituzioni, il tradimento, la
desolazione della solitudine, la caduta, fino alla passione ed alla morte interiore:
ma non per morire definitivamente, piuttosto per risorgere, dopo che ha
sperimentato in sé le stimmate del peggiore peccato degli uomini: tradire e far
cadere un uomo in ciò in cui lui ha più creduto, per prostrarlo definitivamente.
Se le istituzioni, quelle dell'apparato scolastico, sono quelle che se ne lavano le
mani, il Pilato della storia, che si ripete, il tradimento, Giuda, si incarna nella
figura del prof. Viola un suo collega, che lo tradisce nell'intimo, avvelenando le
mente delle sue allieve che avevano sempre creduto in lui, ossia facendolo
rifiutare da coloro che il professore ha amato con amore di dedizione, e
nell'oggetto a lui più caro; nell'amore e nella passione di quei valori che gli
autori "classici" rappresentano, e che le allieve rifiutano per partito preso, non
permettendogli nemmeno di tenere la sua lezione; non volendone sentire
parlare affatto. A soffrire la sua via crucis è la famiglia e, vicinissima, Jessica, che
lo segue per le stazioni del suo calva73
rio di solitudine e di dolore senza scampo: lungo la via della sua pena ha però
la consolazione di un'allieva che pentita, viene a lenire la sua sofferenza e a
ridargli - ritrovandola essa stessa - fiducia nell'oggetto dei suoi messaggi di
scuola; vuole una tesi su Leopardi, di cui finalmente ha appreso l'alta lezione
dell'umana sofferenza. E c'è il Getsemani, tra gli ulivi del suo paese, in cui grida
tutta la sua "passione", risentendo in sé la passione stessa di Cristo, la solitudine
e l'abbandono, in pagine che certamente sono tra le più vive e drammatiche ed,
anche stilisticamente, le più riuscite. E c'è poi la caduta suprema, il fallimento
della sua dignità di uomo, quando non ha più la forza per lottare, e si ritira, in
un primo momento, dalla scuola, costretto, passivamente, a porsi in aspettativa.
Una via crucis, che termina con la risurrezione dello spirito, ma sottintesa, senza
trionfalismo, nella coscienza di un cammino quotidiano da ripercorrere,
ritornando alla scuola, da cui non si può e non si deve allontanare, proprio per
il dramma quotidiano della crisi in cui essa sembra irreparabilmente immersa.
La prima parte, ha un inizio a sorpresa: una misteriosa telefonata, mette il
prof. Roberto De Angelis a contatto con Jessica: un'antica allieva, di 44 anni,
giunta all'orlo della disperazione, trascinata dal marito, un potente avvocato, che
non ha tempo per lei: è stata Jessica stessa a creare l'occasione di un
appuntamento, per confessargli il suo antico amore di allieva, rivissuto anche
attraverso il figlio Maurizio, a sua volta scolaro del professore, e da cinque anni
in tormento, finchè, ora, non gli confessa tutta la sua pena: ha bisogno di lui.
Di fronte a questa dichiarazione d'amore, il prof. De Angelis sente
crollare i suoi schemi di impalcatura, e non può respingere Jessica, pur amando
moglie e figli, anzi proprio perchè li ama e sente l'urgenza di aprirsi ad un
amore più grande, "ai sentimenti più imponenti e più colossali, per il prossimo
che langue". Vivono così giornate di incontri e di comunicazione del sentimento
e della mente, in cui non è solo la donna a ritrovare un senso ed un significato
alla propria vita, ma lo stesso professore, che si libera del "professorume",
mentre la sua mente è assillata dal problema amore-famiglia, che egli vuole
conciliare, non con un banale compromesso, ma perchè sente entro di sé il
richiamo verso un amore più grande, mentre si esamina incessantemente, e
riconosce che "il passo dalla stima all'amore alla passione" fu breve.
Contemporaneamente, dichiara a Jessica, che per suo tramite si sta aprendo
l’"anima a nuova dimensione". Deve però constatare il senso d'un'utopia
delusa, in cui finora ha vissuto ("Non c'è niente di assoluto nei nostri sentimenti"), sentendo, che in fondo, siamo tutti dei repressi, in una società in cui
tutto è in crisi: nella famiglia, nella scuola, nei giovani, nella cultura.
74
Vive tuttavia con ebbrezza il suo amore e, nonostante tutto, pur nelle
loro esagerazioni, riconosce - proprio confessandosi con Jessica - che i giovani,
oggi, hanno una loro formazione morale, "non amano il compromesso, la
falsità; sono sinceri, autentici, assetati di giustizia sociale".
Si confondono, così, nel suo animo, i principi del bene e del male o,
meglio, perdono il loro schematismo condizionante e deterministico, in nome
della libertà di coscienza e dell'amore, che il nostro professore non può vivere
al di fuori della letteratura. Riscontriamo, già qui, in questa parte, brani di
poesia, in cui Jessica, dannunzianamente, si confonde con la natura, ma animata
come da uno spirito superiore, per cui egli sente di trovarsi "di fronte ad un
amore che supera i limiti dell'umano", da parte di lei, in un primo momento,
ma facendosene poi prendere totalmente: soprattutto al momento della crísì
fallimentare, quando le sue allieve lo rigettano irrazionalmente, ed egli vive il
vuoto della solitudine e dell'abbandono. Sarà Jessica allora,. ora che è lui a
suscitare pietà, a darsi a lui, per salvarlo.
In questa parte di ripensamento in versi, domina però, anche, l'amore
per Erika ed i figli, in un conflitto che non ha soste, e che solo alla fine troverà
soluzione: quando Jessica, guarita ormai, sente che anche lui ha bisogno di
guarire e ritrovare fiducia in se stesso: e si allontana, per un ultimo atto di
amore verso di lui.
La parte centrale, quella del "tradimento" della scuola, nei suoi riguardi,
attraverso le varie fasi di delusìone e di contestazione giovanile, si svolge
diarísticamente, nella crudele nudità di fatti più forti delle cose e delle intenzioni:
dal 1° al 15 marzo si consuma la "passione" del professore Roberto De
Angelis, dagli scioperi alla contestazione, alla calunnia, messo in minoranza dalle
strutture, tradito da un suo collega, contestato dalle allieve, ridotto ad uno
straccio d'uomo, che maledice "il giorno", l'ora e quando prese la prima volta i
libri in mano, per lasciare l'aratro e la sua terra d'origine, per approdare, dopo
trenta anni, ad un fallimento, che sembra senza scampo. Come sempre, nei
momenti di interiorità o di dramma, l'autore trova più efficace esprimersi in
poesia, non per un vano riverso ad una astratta polisemia, ma per urgente
bisogno interiore, in cui la parola trova maggior intensità nell'espressione poetica. Nella sera nebbiosa (e il tocco paesistico è di un'estrema sobrietà, come
sempre, nella parte riguardante la città, in cui la natura, è abolita, e domina il
paesaggio umano) di un triste aprile, il prof. De Angelis lascia la scuola, ma
trova la salvezza in Jessica: "riconsacrò lei ex alunna, donna vera, autentica, un
professore, un marito, un padre che l'impeto di 26 furie aveva dissacrato",
Un'allieva si ricrede Jessica lo ama, altri colleghi gli sono vicini: ritroverà,
lentamente, ma con decisione, la strada per ritornare alla scuola,
75
già a metà giugno, lavorando in segreteria e, quindi, accettando l'incarico di
comissario alla maturità.
Nel frattempo (e siamo all'ultima parte), approfitta per ritornare al
paese, alle cose amate d'un tempo, la terra, la campagna, le bestie, la povera
gente, mentre Jessica, ormai salva, ha ritrovato una ragione di vita e ritorna alla
sua casa, al marito ai figli: Jessica, che è stata da lui salvata, ora sente il bisogno
di salvare lui, riconsegnando totalmente alla sua casa, a quegli affetti domestici
che in lui non sono venuti mai meno, e di cui non può fare a meno.
Al paese sente il contrasto tra città-campagna, volendo ritrovare con
intensità la vita dei campi, pregando la sua terra di accettarlo nuovamente,
nell'attesa di rivedere, e risentire, le cose primigenie d'un tempo, ma dovendo
riscontrare che tutto, anche qui, è cambiato, a cominciare dall'antica masseria;
non sente più le antiche nenie, non trova più l'antica primigenia vita: "Tu pensi
ancora a cose antiche, morte, / quando carravate i covoni all'aia…", canta, in
poesia, a se stesso, concludendo amaro: "Non è più mia la Puglia. Che ci
faccio?".
Il brano più drammatico e lirico insieme, di accento iacoponico, è tra gli
ulivi, nella natuta vergine, Roberto De Angelis, rivedendo un antico amore, e
riandando con la mente all'antica gente del paese, alle loro usanze patriarcali, da
cui si era allontanato trent'anni prima: si immerse nel lavacro delle proprie
origini, rievocata in versi con accenti di sofferta partecipazione, fino a che
rivede la casa dove nacque, e da cui si era allontanato, "per inseguire il vano
sogno / di poeta e di professore. / Da quel giorno persi tutto: / il paese, i miei
fratelli, / la sorella, i miei parenti, / persi amici e conoscenti, / scampanio di
nove chiese, / processioni e funerali,/ persi piazza e cimitero. Mi strazia il
pentimento".
Tra gli ulivi, nella solitudine vergine della natura, si opera finalmente la sua
purificazione: e la passione del prof. Roberto de Angelis si confonde con la
passione di Cristo: "Almeno oggi / tra questi ulivi millenari / vorrei avere un
poco / un poco solo / della tua umanità, o Cristo".
Così, "con urla beluine", con la pena nell'anima ferita, grida tutto il suo
strazio, fino all'ultimo tradimento subìto nella sua scuola - una nota anonima,
offensiva, sul diario di classe -: "Fu come quel colpo di spada, o Cristo, che fu
inferto a te, già crocifisso, sul costato, affinchè si affrettasse la tua morte". E
rivede la sua "storia": la scuola, l'amore per Jessica, la famiglia, chiamando a
testimone Cristo stesso, tra gli ulivi della Tofra, sofferente d'amore e di
delusione, come Cristo nel Getsemani, purificando il suo amore e le sue
intenzioni, ritrovando nell'amore per la moglie e per i figli anche quello di
Jessica, pronto a riprendere il suo posto di lavoro, ma disposto a lasciare tutto,
per ritrovare la pace primigenia e autenti76
ca di una vita secondo natura: a costo di rivivere nella stalla che gli ha lasciato il
padre, e che lui ha lasciato intatta.
Ma, come ‘Ntoni de I Malavoglia, anche lui deve andarsene, non è più in
grado di rivivere in quel paese, che lui - e la cultura che egli incarna in sé, ha
tradito: "Piglia la via di Napoli e vattene", gli dice inesorabilmente il fratello.
Crolla, così, "anche il mito delle origini": si sente "spersonalizzato, senza
passato, senza presente, senza futuro", in conflitto con la nuova famiglia che gli
ricorda le origini "di cafone", in conflitto con le nuove generazioni di alunni che
vedono in lui un conservatore, in conflitto con se stesso, non avendo superato
ancora il distacco di Jessica. "Chi sono?", si domanda rivolgendosi ai suoi ulivi,
"volevo venire in mezzo a voi alla ricerca di me stesso, al recupero della mia
personalità. E voi mi avete cacciato". "Appartengo / ad un paese straniero, /
sono fuori del tempo. / E tu, paesaggio, se sperso / al di là dell'oceano, chi sa
dove! / Non so se in questo naufragio, / - memoria che pencola e trema - / ti
potrò ancora ritrovare, / isola di estremo approdo".
Così terminano - con questo brano poetico - queste pagine: con questa
attesa, che sa di aspettazione incerta, ma che contiene la possibilità di salvezza,
nell'ultima speranza: la salvezza è dentro di noi. Il professore Roberto De
Angelis ha ripersorso, ormai, tutte le tappe della sua "crisi" nel suo posto di
lavoro, la scuola, nella sua casa, la famiglia, nel richiamo a quelli che sono i valori
autentici delle origini, il paese, ritroverà la forza di continuare la sua lotta
quotidiana, con rinnovata fiducia, proprio di chi ha guardato la storia e la realtà
in faccia e sa, quindi, che l'approdo non potrà fallire, perchè ancorato a quei
valori messi in prova dalla dissacrazione della moderna società, proprio per
questo da reinverare e riconsacrare, pagando di persona.
CARMINE DI BIASE
GERARDO MARUOTTI, Crisi di un professore, Torino, Italscambi, 1979, pp.
141, L. 4000.
77
L'INFORMAZIONE SOCIALE: PROBLEMI E PROSPETTIVE
DEL SISTEMA INFORMATIVO LOCALE
Il campo culturale, cioè l'insieme di agenti che presiedono alla
produzione, alla circolazione e al consumo dei beni culturali e simbolici è
oggetto di rinnovata attenzione.
Tale attenzione deriva dalla consapevolezza delle funzioni centrali che
assolvono gli apparati ideologici e culturali nelle società industriali complesse.
Per quanto riguarda l'Italia si può dire, senz'altro, che il dibattito sulle
funzioni della macchina culturale è venuto assumendo negli ultimi anni una
"centralità" politica del tutto inedita1.
In particolare tra i fenomeni culturali è da considerare quello delle radio
"libere" che non rappresenta più una novità; anzi, sono avviati da tempo
dibattiti, si sono interessate al fenomeno anche associazioni culturali (ARCI,
Lega delle Cooperative, ecc.) che hanno preso in considerazione possibilità e
limiti del "nuovo" circuito informativo2.
L'interesse che investe tali emittenti è il più delle volte epidermico in
quanto si vuole solamente evidenziare l'ingigantirsi del fenomeno mentre sono
stati avviati studi che tentano un bilancio più preciso dell'organizzazione
informativa locale.
A tale proposito ricordiamo quanto sostiene G. Bechelloni: " la presenza
delle radio e TV locali e libere non può essere vista come un episodio effimero,
prodotto da carenze legislative e congiure di
pag. 7.
1 - G. BECHELLONI, La macchina culturale in Italia, Il Mulino, Bologna, 1974,
2 - Gamaleri sostiene che non si deve ignorare che per molti anni, la radio prima, e
la televisione poi, sono state considerate come entità relativamente scollate rispetto al
contesto in cui operavano. Oggi, invece, attraverso il fenomeno delle emittenti locali si è
usciti sia dalla logica del grande gioco delle grandi comunicazioni ... piccoli o grandi che
siano questi media hanno, rivelato la loro funzione di mezzi attivatori di formidabili
processi politici, sociali e culturali.
Cfr. G. GAMALERI, Un posto nell'etere, Le radio locali in Italia, ed. Paoline, Bologna, 1978,
pagg. 14-16.
78
potenti; stà diventando un fatto culturale che ha già prodotto modifiche nel
sistema italiano e delle comunicazioni di massa e altri ne produrrà" 3.
Dunque, le radio locali rappresentano qualcosa di più di un semplice
fenomeno di costume tanto è vero che ad essi sono connessi problemi di vasta
portata.
A tale proposito potremmo mensionare l'annosa questione del legame
che intercorre tra emittenti e sistema politico.
Se consideriamo la correlazione che esiste tra sistema informativo e
assetto politico, è facile intuire l'incidenza di tali emittenti nella prospettiva di un
potenziamento del sistema politico sia locale che nazionale4.
Non è concorde con tale giudizio lo studioso G. Bechelloni, il quale
registra un mutamento di tendenze nel rapporto che intercorre tra organizzatori
delle emittenti locali e sistema politico; infatti sostiene che: "Rispetto a qualche
anno fa si è passati da parte dei gestori dei mass media da un prevalente
orientamento verso i partiti e il sistema politico, ad un orientamento verso i
lettori"5.
Tale fenomeno è avvenuto per la concomitanza con cui si sono verificati
due meccanismi istituzionali precisi, ossia la liberalizzazione dell'etere e la
"cogestione" pluripartitica della RAI-TV nel settore della comunicazione
radiofonica e televisiva.
Mentre R. Savarese sostiene l'esistenza di una correlazione tra ambito
politico e radio locali, anzi vi aggiunge quello commerciale, per cui il fenomeno
locale in stretta dipendenza delle scelte effettuate, tanto da parte del potere
politico che da quello economico, su due piani: locale e nazionale.
"Si è dunque ancora in presenza di un sistema informativo, anche se con
numerose smagliature, complessivamente orientato verso il sistema politico (TV
cavo e radio libere), un sistema che, tuttavia va realizzandosi sempre più.
Questa realizzazione opera proba3 - G. BECHELLONI, Quale giornalista per quale giornalismo. Il primato del politico
tra riscoperta del privato, trasformazione di sistemi e nuova professionalità. In I problemi
dell'informazione, Il Mulino, Bologna, 1979, n° 1, pag. 25.
4 - Lo studioso F. Monteleone si è interessato a tali problemi (limitando, però, la
sua riflessione ad un preciso periodo storico). Nel saggio "La radio versione nel periodo
fascista", infatti, suo corpo è l'analisi del rapporto che in Italia si è stabilito tra potere
politico e il mezzo di comunicazione radiofonico.
Monteleone sostiene che il rapporto che si è consolidato tra potere e informazione ha
fortemente risentito della coincidenza della nascita dello stato totalitario con il sorgere delle
moderne tecniche di comunicazione di massa, e nonostante i profondi mutamenti sociali
e istituzionali compiuti negli ultimi decenni non sembra ancora del tutto immune da
pesanti ipoteche autoritarie.
5 - G. BECHELLONI, Quale giornalista per quale giornalismo, Op. cit. pag. 25.
79
bilmente verso un superamento di equilibri ristretti nell'ambito di piccoli gruppi
di potere per un assetto strategico più ampio"6.
Per lo stretto legame che unisce i due sistemi, a nostro parere, le
conseguenze sia funzionali che disfunzionali di un sistema informativo al
servizio dell'organizzazione politica assumono proporzioni rilevanti.
E’ opportuno prendere in considerazione le capacità di incidenza delle
radio locali per valutarne il grado di penetrazione che possiedono nell'ambito in
cui operano.
Inoltre, si dovrebbe considerare il rapporto in cui si situano le radio
private in relazione al mantenimento e/o al mutamento dell'ordine del sistema
sociale esistente.
Se quelli accennati sono i punti salienti su cui sono stati avviati numerosi
studi, il dibattito si è anche interessato all'approfondimento del tipo di
informazioni fornite dalle emittenti private in quanto non ci si trova di fronte
ad una semplice occupazione di frequenze, ma ad un "nuovo" sistema
informativo.
Di conseguenza, pur con i limiti dettati da un'analisi che oltrepassa questi
problemi, non certamente per ignorarli ma per analizzarli in altra sede, è
necessario sottolineare che interessa approfondire il tipo di informazione
fornita dalle radio locali e il loro essere davvero emittenti "libere", "locali" e
"alternative".
Si è voluto verificare attraverso domande organizzate in questionario se
ci fossero differenti modalità, da parte delle emittenti private, di informare e
quindi di rapportarsi alle esigenze del pubblico visto che esse, al loro nascere, si
erano qualificate quali mass media comunque alternative nei confronti del
mezzo radiofonico gestito dalla RAI.
Esse sin dal loro nascere mettevano in luce la possibilità di costituire
"nuovi circuiti informativi dal basso" e di conseguenza di essere diverse, sia
nella gestione che nel servizio informativo, dall'emittente di Stato 7.
6 - S. SAVARESE, Informazione e potere a Napoli, in "I problemi dell’informazione", op. cit., n° 1, pag. 25.
7 - Per quanto concerne la possibilità di identificare le radio locali con i "nuovi"
circuiti informativi dal basso lo studioso F. Rositi esprime la sua perplessità ravvisando in
tali strumenti un'assensa di garanzia che investe sia il campo della partecipazione che del
vero decentramento.
Cfr. F. ROSITI, Informazione e complessità sociale, De Donato, Bari, 1978, pag. 123.
Concorde con tale giudizio è R. Faenza che ha maturato una posizione negativa riguardo
ai "nuovi" media nelle riflessioni contenute nel saggio "Tra abbondanza e compromesso",
Feltrinelli, Milano 1975; mentre nel suo precedente scritto: "Senza chiedere permesso" con
entusiasmo aveva postulato l'ingresso dei mass media alternativi nelle comunità educative
e di lavoro perchè si potesse realizzare una vera democrazia dell'informazione.
80
Si sono sottoposti ad analisi del contenuto i giornali radio del G.R.1 e
delle emittenti "libere" Bari Radio Uno e Bari Canale 100, che nel periodo dal
12 al 18 aprile 1976, momento in cui si è svolta la ricerca, trasmettevano
notiziari.
Si sono scelti tali giorni di registrazione in riferimento alle elezioni
politiche avvenute nel 1976.
Inoltre, sono stati considerati solo i G.R. messi in onda alle ore 13,00
(per quanto concerne Bari Radio Uno) e delle ore 14,00 (per Bari Canale 100),
in quanto ore in cui era stato rivelato un maggior indice di ascolto dei notiziari
radiofonici locali.
Nella realtà locale barese al momento dell'indagine esistevano le seguenti
radio private:
BARI PRIMO PIANO - BARI PREFISSO - BARI CANALE 100 BARI CENTRALE BARI ALTERNATIVA - BARI RADIO UNO - BARI
INTERNATIONAL - BARI RADIO STUDIO - BARI RADIO LEVANTE
- BARI RADIO SPAZIO.
Esse erano organizzate in forme del tipo s.r.l. (società a responsabilità
limitata); questa era la formula giuridica che indicava solo la realtà esteriore di
tali emittenti8.
8 - M. Gaido in una sua indagine sulla situazione e connotazione delle radio
private, conferma che tale formula (s.r.l.) è la più adottata dai gestori dei mezzi radiofonici
locali in quanto meno impegnativa sul piano giuridico.
Tra le forme gestionali a livello giuridico che le società delle emittenti locali possono
assumere accanto alla S.r.L. vi sono le S.p.A. e le cooperative.
P. Bartoletti nella sua relazione al convegno di Ariccia ha affermato: "Tale società potrà
assumere diverse forme. Tra queste la forma di società a responsabilità limitata o di società
per azioni. In questo caso però, mentre si avrebbero forse maggiori vantaggi di snellezza
gestionale, vanno sottolineati i possibili inconvenienti: da un lato i limiti minimi di
capitale, oggi richiesti per questi tipi di società dalla recente legge Pandolfi (1.16.1977 n°
904), che ammontano rispettivamente per la s.r.l. i venti milioni e per le S.p.A. in duecento
milioni, dall'altro la loro struttura amministrativa, che può presentare rischi di
accentramento eccessivo che ostacolerebbe proprio quel fenomeno di partecipazione e di
confronto sopra descritto e potrebbe determinare una conflittualità con la struttura di
gestione dell'emittente.
Altra forma adottabile è quella cooperativa, proprietaria della testata, alla quale potranno partecipare come soci sia persone fisiche - privati cittadini -, sia associazioni di fatto
o riconosciute, come organismi associativi, sindacali, culturali, sia imprese cooperative e
non, sia enti pubblici (Regioni, Comuni, comunità montane, circoscrizioni).
Questa formula qualificabile come cooperativa di servizio, permetterebbe un collegamento strutturale con la base sociale, cui l'emittente si rapporta, essendo gli utenti di
essa radicatì profondamente nella realtà territoriale locale. L'elemento partecipativo
assumerebbe allora una colorazione particolare, essendo continuo il confronto tra singoli
ascoltatori, forze interessate, istituzioni ed emittente e consentirebbe una gestione ed un
rapporto democratico sia con l'utenza, che con la struttura gestionale vera e propria, cioè
coloro che attuano i programmi e danno realizzazione all'attività dell'emittente.
Relazione di P. Bartoletti al Seminario Nazionale "Democrazia della informazione e
pluralismo radiotelevisivo", Ariccia, 29-6/1-7 1978.
81
Erano composte da redazioni che assumevano le forme più disparate
che potevano organizzarsi come compartecipazione agli utili (Bari Centrale),
come volontarie (Bari Radio Uno), con la liquidazione di gettoni di presenza
(Bari Canale 100) sino a giungere a paghe sindacale in relazione al servizio
prestato (Bari Radio Studio).
Volendo tentare un bilancio per quanto attiene alla connotazione degli
elementi caratterizzanti le emittenti private è necessario riflettere un momento su
alcuni dati che sono fondamentali per una tale operazione.
Punto di partenza è che Bari Radio Uno e Bari Canale 100 sono da
annoverare tra le cosidette emittenti "libere" che in quanto tali sostengono di
voler condurre un discorso informativo (in senso lato) con il pubblico
completamente diverso da quello gestito dalla RAI9.
Tale possibilità di indipendenza da un potere politico garantirebbe,
sempre secondo il giudizio dei gestori di tali emittenti, libertà sia di
programmazione che di informazione, ed inoltre non un rapporto di
strumentalizzazione con il pubblico ma di servizio radiofonico. In tal modo le
emittenti in questione hanno pensato di poter prendere le distanze dal mezzo
radiofonico appannaggio del "servizio pubblico" in quanto quest'ultimo rientra
nella logica della lottizzazione politica.
La suddivisione, quindi, e la relativa qualificazione del mezzo radiofonico
a carattere locale come qualcosa di altro da quello pubblico, non può essere
operata su tali basi per una serie di motivazioni che indicano l'impossibilità di
attestarsi su tali posizioni10.
In primo luogo le radio locali non sono indipendenti tutte, o quasi, da un
qualsiasi potere politico o commerciale; infatti le emittenti locali o sono radio
commerciali o sono sponsorizzate da partiti politici che manifestatamente tipo
Radio Radicale, o in maniera latente sottendono la gestione delle informazioni.
In quest'ultima tipologia rientrano Bari Radio Uno e Bari Canale 100; la
prima è una emittente che gravita nell'area politica della
9 - F. Chiarante nel suo saggio: "Il cavallo morente" sostiene invece, per quanto
concerne l'informazione che: "...la presenza significa completezza, obiettività potenziale,
possibilità per tutti di esprimere il proprio pensiero, che presumibilmente le radio e le
televisioni private non potranno assicurare.
Cfr. F. CHIARANTE, Il cavallo morente, Bompiani, Milano, 1977, pag. 240.
10 - Con G. Cesareo, invece, si potrebbe ipotizzare un rapporto tra emittente nazionale ed emittente locale in modo da favorire la copertura dell'intero territorio nazionale.
Se nella rete informativa si includessero le emittenti locali, si favorirebbe l'effettiva
"circolarità" della comunicazione, la generalizzazione dell'informazione, lo scambio più
largo delle esperienze, e si eviterebbe di trasformare la dimensione locale in un ghetto.
Cfr. G. CESAREO, La televisione sprecata, Feltrinelli, Milano, 1974, pag. 20.
82
sinistra parlamentare (oggi ha cambiato orientamento politico in quanto sono
mutati i gestori dell'emittente), mentre la seconda nell'area democristiana 11.
Secondo il giudizio di A. Testoni, che ha condotto una indagine con
relativa documentazione sulle emittenti radiotelevisive private, la progressiva
accentuazione degli interessi finanziari e commerciali nel campo della emittente
privata ne ha determinato caratteristiche ed obiettivi; attualmente nel settore
radiofonico, dove il livello degli investimenti e l'impegno tecnico-organizzativo
è più modesto è presente una quota minoritaria, ma consistente, di iniziative
radiofoniche non commerciali.
Di queste ultime la maggior parte è collegata con i partiti ed organizzazioni politiche di cui spesso riflettono posizioni ed impostazioni
ideologiche, mentre una parte limitata tenta di instaurare un rapporto più
meditato e sereno con i reali interessi ed aspirazioni delle collettività locali in cui
opera.
Varia è la tipologia che allo stato attuale hanno assunto le radio locali.
Esse sono catalogate come:
RADIO DI TENDENZA, sono quelle gestite da gruppi ideologici ben
definiti "nate con il preciso intento di insinuare nell'opinione pubblica un
preciso discorso politico, di coagulare le forze sparse, di accumulare consensi
attorno a una idea o anche a una ipotesi organizzativa".
RADIO DI PARTITO, oggi accanto alla Radio Radicale esiste una mappa di
radio gestite dal PCI.
RADIO DI EVASIONE, sono le emittenti che trasmettono la no-stop music.
"In genere le reti evasive trasmettono con continuità programmi della durata di
due o tre ore impostate secondo il criterio di impedire con ogni mezzo
all'ascoltatore di cambiare canale".
RADIO FEMMINISTE, sono atipiche.
RADIO-TELEVISIONI, sono quelle che funzionano da cassa di risonanza per
le TV locali.
RADIO SPECIALIZZATE, sono casi sporadici, ma abbastanza indicativi di
un modo di concepire le radio come servizio civile o sociale. Sono ancora
poche ma contengono il segreto dello sviluppo futuro dell'emíttenza privata
locale.
RADIO PICCOLISSIME, sono le radio di quartiere.
RADIO AL SERVIZIO DELLA COMUNITA', costituiscono sulla carta la
reale alternativa alla radio monipolisita. Sono al servizio della comunità per
rendere la loro partecipazione effettiva alla vita del paese12.
76-79.
76-79.
11 - Cfr. G. GAMALERI, Un posto all'etere. Le radio locali in Italia, op. cìt, pagg.
12 - Cfr. G. GAMALERI, Un posto nell'etere. Le radio locali in Italia, op. cit., pagg.
83
Le emittenti analizzate rientrano in prevalenza nella tipologia delle "radio
di tendenza" in quanto si rifanno ad una precisa ideologia.
Infatti, Bari Radio Uno e Bari Canale 100, ognuna per quanto attiene
all'area politica prescelta ha dimostrato l'esistenza del cosidetto "primato
politico"13.
Essendo l'oggetto della ricerca l'analisi del contenuto delle informazioni
diffuse dai giornali radio delle emittenti prese in considerazione, è stato
necessario procedere alla determinazione delle unità di classificazione.
Si è scelta come unità di classificazione un'intera frase, ma che fosse
significativa (cioè che avesse un senso compiuto, tralasciando quelle parti che nei
G.R. avevano la funzione di controllo e di esplicitazione del discorso in
questione).
All'interno dell'unità di classificazione si sono ritrovate le unità di analisi.
Di conseguenza, si è pensato di organizzare il questionario nei seguenti
termini:
GR1
Bari Canale 100
Bari Radio Uno
13 - Cfr. F. ROSITI, L'analisi del contenuto come interpretazione, ERI, Torino, 1976.
F. ROSITI, Informazione e complessità sociale, op. cit.
A tale proposito è opportuno prender in considerazione quanto sostiene F. Rositi nel suo
lavoro "Informazione e complessità sociale": "si potrebbe ipotizzare che tale primato del
sistema politico nella rappresentazione della vita pubblica non è distorsione ideologica ma
realismo, almeno nelle società capitalistiche contemporanee, nelle quali anche importanti
correnti di marxismo torico ammettono che Stato e sistema politico hanno acquistato
nuove funzioni, non si limitano ad essere uno strumento per la repressione della
devianza, svolgono un ruolo di system maintenance, con interventi originali sull'equilibrio
e sull'unificazione degli interessi", op. cit. pag. 144.
84
85
86
87
88
Dalla somministrazione del questionario alle informazioni con tenute nei
GR analizzati si sono ricavati alcuni dati che permettono di codificare
considerazioni circa l'organizzazione dell'emittenza locale:
Infatti delle 140 notizie di politica presenti in tutti i GR considerati solo
34 da attribuire alla politica internazionale, ben 36 alla politica nazionale, mentre
solo 10 a quella locale.
Dunque le notizie politiche rappresentano il 49% di tutte le notizie
trasmesse con una distribuzione ineguale per quanto concerne le notizie di
politica locale che sono solo il 7,1 % del totale.
Ciò dimostra quanto siano trascurate le notizie locali delle emittenti
private che professano, invece, intenzioni di informazione
89
circostanziata circa la realtà socio-economica del contesto in cui sono situate14.
Accanto a ciò si deve registrare l'andamento anomalo del rapporto radio
locale-informazione.
Se facciamo intersecare le variabili GR e notizie politiche ottiene:
14 - Il modello infomativo locale presenta come connotato qualificante l'essere
distaccato dalle esigenze da cui aveva tratto la sua ragione di esistere. Un "modello
informativo che riproponga quello gestito dalla RAI-TV e che "è un corpo separato, ...
destinato e mediare, elaborare, produrre messaggi secondo una sua logica interna che non
è certamente sincronizzata con le esigenze della società che lo circonda, è per G. Cesario un
modello informativo orientato al fallimento". Cfr. G. CESARIO, La TV sprecata, op. cit.,
pagg. 19-20.
90
I notiziari trasmessi dal GR1 contengono 67 notizie di cui 28 di politica
internazionale, 39 di politica nazionale, logicamente (essendo un notiziario
nazionale) sono assenti quelle di politica locale.
Dunque, si ottiene così che il GR1 nei suoi giornali radìo dedica il 23%
di tutte le notizie trasmesse a quelle politiche distribuendo in percentuale il 41 %
delle sue informazioni alle notizie di politica nazionale e lo 0% a quelle di
politica locale, originando una distribuzione di interessi politici di natura
graduale.
A tale proposito è bene considerare che le notizie di politica internazionale trasmesse dal GR1 sono l'82,4% di tutte le informazioni di politica
internazionale (cioè di quelle trasmesse sia dal GR1 che da Bari Radio Uno e
Bari Canale 100).
Lo stesso discorso rapportato alle notizie di politica nazionale vede il
40,6% delle informazioni la politica nazionale essere appannaggio del GR1.
Per quanto riguarda Bari Centrale 100 si rileva la presenza di 40 notizie
di politica distribuite nel seguente modo:
0 dì politica internazionale, 39 di politica nazionale, 1 di politica locale.
Dall'universo delle notizie politiche contenute nei GR trasmessi da Bari
Canale 100 si devono distribuire in modo diseguale le percentuali rispetto alle
notizie di politica internazionale (0%) e a quelle di politica locale (2,5%).
Bari Centrale 100, emittente locale, s'interessa prevalentemente di notizie
di politica nazionale, infatti la percentuale di notizie politiche è del 97,5%.
A suffragare l'ipotesi che le emittenti locali siano interessate ad un
discorso di tipo generale, e a non fornire informazioni alternative ai giornali
radio della RAI, legandosi così in senso informativo al territorio, vi sono i dati
che dimostrano che le notizie politiche trasmesse da questa emittente
rappresentano ben il 51 % di tutte le notizie politiche (quindi del GR 1, di Bari
Canale 100 e di Bari Radio Uno) di cui appena il 32% sono appannaggio del
GR 1 e il 16,1% di Bari Radio Uno 15.
15 - Tale situazione potrebbe apparire anomala mentre lo è solo se consideriamo
che la "iperpoliticizzazione" dell'informazione è un fenomeno largamente diffuso anche a
livello di sistema informativo statale. Ciò che si vuole sottolineare è che qualsiasi settore
dell'informazione sia esso pubblico che privato è controllato (direttamente o
indirettamente) o dal sistema o dalla classe politica onde rafforzare il suo primato.
"Il fatto è che il primato della politica è un tratto necessario, strategicamente essenziale,
dell'ideologia dominante complessiva; e che la classe politica lo trova già confezionato,
pronto per tutti gli usi che se ne può fare, anche a proprio esclusivo vantaggio".
Cfr. F. ROSITI, Informazione e complessità sociale, op. cit., pag. 146.
91
E’ opportuno riflettere un attimo su un dato importante in tale sede. Ci
riferiamo alla assenza di redazioni efficienti nella struttura organizzativa delle
radio locali.
Una redazione che possa essere autosufficiente così come quella
appannaggio del servizio pubblico richiederebbe l'impiego di un ingente
quantitativo di personale destinato al settore informativo.
Un corpo redazionale adeguato non può essere sostenuto economicamente dalle radio locali, anche se solo una tale organizzazine renderebbe
possibile la fruizione di notizie a carattere locale.
In conseguenza di tale carenza molte notizie sono rilevate non
direttamente dalle fonti di informazione, bensì da "La Gazzetta del
mezzogiorno" (quotidiano locale) o da altri quotidiani.
Una tale carenza organizzativa concorre a far sì che le cosiddette
emittenti libere forniscano un discorso informativo di tipo generale e non
informazioni alternative.
Riprendendo l'analisi dei dati, si può notare come l'emittente Bari Radio
Uno nei suoi giornali radio presenta 33 notizie di politica che rappresentano
uno schema distributivo più armonico nei confronti di Bari Canale 100; infatti,
vi sono 6 notizie di politica internazionale, 18 di politica nazionale e 9 di politica
locale, che espresse in percentuali si dislocano come il 18% di politica internazionale, il 54% di politica nazionale e il 27% di politica locale. La percentuale
più significativa è quella che riguarda le notizie di politica locale dove Bari
Radio Uno presenta il 90% di tutte le notizie di politica locale trasmesse dalle
tre emittenti considerate.
Confrontando, poi, il 90% di Bari Radio Uno con il 10% di Bari Canale
100 è possibile notare come tra le stesse emittenti locali si determini una
differenziazione di impostazione delle trasmissioni.
Ma, rimane pur sempre una produzione di informazioni poco attenta
alle richieste sociali che desidererebbero un approfondimento degli avvenimenti
del proprio "quotidiano".
Anche G. Cesario, riferendosi però al sistema radiotelevisivo di Stato,
sostiene nel suo saggio "La televisione sprecata" che: "si incrementa la
produzione indipendentemente dalla domanda sociale".
Ed ancora (nello stesso lavoro) che: "Le masse popolari avvertono in
modo crescente che le loro esigenze non trovano una risposta sui teleschermi".
ANALISI DELLA VARIABILE SOGGETTI
Elemento alquanto interessante è la variabile dei soggetti presenti nei
giornali radio.
Precisiamo che all'universo dei possibili soggetti presi in consi92
derazione alcuni sono da eliminare in quanto non appaiono, non per motivi da
imputare alle emittenti, ma per ragioni legate alla creazione di un quadro di
riferimento con una presenza di un gran numero di soggetti possibili con la
disponibilità a vagliarli tramite l'esame delle notizie.
Alcuni soggetti, infatti, non sono stati mai considerati dalle emittenti
mentre altri nuovi e non catalogati sono presenti.
Tra i soggetti più volte citati ritroviamo la DC con 36 presenze seguita
dal soggetto PCI 13 volte; si ottiene che la voce DC ha una presenza del 12,7%
nei confronti degli altri soggetti, mentre la voce PCI il 4,6 %, segue il PSI con
una presenza del 2,1.
Due delle voci del questionario in base al quale è stata eseguita l'analisi
delle notizie trasmesse sono ALTRO e INDETERMINATO.
Per chiarire la massiccia presenza della voce ALTRO bisogna risalire a
quanto è stato affermato in precedenza, in tal modo il 65% rappresentato da
tale voce non assume più la rilevanza che si è tentato di darle.
La voce INDETERMINATO assume però un significato particolare se
si riflette che ci sono notizie di cui si vuol evitare di menzionare il soggetto in
quanto ad esse sono connesse delle responsabilità che non si vogliono attribuire.
Se facciamo interagire la variabile giornale radio con quella dei soggetti si
ottiene una distrubuzione del tipo:
I notiziari trasmessi dal GR 1 contengono 20 notizie in cui è menzionato
come soggetto la DC e appena 2 volte il PCI; cioè il 17,5% delle informazioni
trasmesse dal GR 1 hanno come protagonista la DC e solo 1,8% il PCI.
La distribuzione, invece, tende a differenziarsi per quanto concerne Bari
Canale 100 dove la DC compare 15 volte come soggetto, il PCI 5 volte e ne
affiora un altro individuabile nella Magistratura con 3 presenze; in percentuale,
si ottiene il 13% appannaggio della DC, il 4,4% del PCI e il 2,7% della
Magistratura.
Per Bari Radio Uno dobbiamo rilevare un fenomeno anomalo nei
confronti delle precedenti emittenti; infatti la DC menzionata solo 1 volta e il
PCI 6 volte mentre compare anche qui una nuova voce: la Polizia (3 volte
presente).
Ciò significa che l'interesse dell'emittente Bari Radio Uno è concentrato
su un certo tipo di informazione dove assume rilevanza il soggetto PCI che ha
una presenza del 10,7% nei confronti della DC (8%) e della Polizia (5,4%).
Interessante a tale proposito è notare come la presenza della voce DC
subisca le influenze dell'orientamento politico che è alla base di ogni radio.
Nel GR 1 la DC compare con il 55,6% di frequenza nei confronti dei
soggetti utilizzati dalle tre emittenti, mentre in Bari Canale 100 è il 41,7% e in
Bari Radio Uno è di appena il 2,8%. Da ciò è evidente l'orientamento politico
che sottintende le scelte operate dalle emittenti nell'impostare i propri
programmi.
Pur professando l'indipendenza da orientamenti di natura
politico-partitica le radio locali sono condizionate da elementi di natura
ideologica.
A tale proposito si può rilevare che non è più un caso che nei notiziari di
Bari Canale 100 il soggetto DC compaia 20 volte e detenga il 55,6% di
presenza sul totale delle notizie.
Bari Canale 100 è, infatti, una radio che ha alla base una scelta politica di
orientamento democristiano e, logicamente, in periodo di elezioni, come nel
nostro caso, ha utilizzato i suoi giornali radio per informare in un certo modo e
su certe cose.
Bari Radio Uno, invece, con la presenza del soggetti PCI e nessuna
presenza della DC evidenzia il suo orientamento ideologico verso un'area
politica di sinistra. E’ opportuno però soffermarsi sull'intreccio delle variabili
GR e SOGGETTI puntando l'attenzione sulla voce ALTRO e
INDETERMINATO.
Il GR 1 detiene una presenza della voce INDETERMINATO del 5,3%
rispetto alle frequenze degli altri soggetti contenuti nei suoi giornali radio, tale
presenza però sale al 37,5%, nei confronti dei soggetti di tutte le notizie dei tre
giornali radio.
Tale presenza è rilevante nel giornale radio di Bari Canale 100
94
(10 presenze) in quanto rappresentano l'8,8% nei confronti delle notizie
trasmesse dall'emittente, ma ben il 62,5% nei confronti della presenza della
stessa voce per tutte le emittenti considerate.
Ciò è sintomo di una certa ambiguità presente nel comportamento di
tale radio; essa, infatti, tende a dare un tipo di informazione che evita di
attribuire responsabilità a un certo tipo di soggetto.
Al proposito ritroveremo altre variabili (tipo PRESENZA DEL
SOGGETTO o ATTEGGIAMENTO DEL SOGGETTO ecc.) che contribuiranno ad inquadrare meglio l'aspetto ora accennato.
Mettendo a confronto Bari Radio Uno e Bari Canale 100, entrambe
radio locali, noteremo che seguono criteri differenti anche perchè nei notiziari
di Bari Radio Uno non compare alcun caso di soggetto INDETERMINATO,
e più in generale, le informazioni che propone tendono ad essere impostate in
modo da evitare equivoci.
ANALISI DELLA VARIANTE PRESENZA DEL SOGGETTO
In relazione al soggetto si è voluto operare un ulteriore approfondimento per tentare di cogliere altri elementi che potessero contribuire ad
orientare in un certo modo l'informazione trasmessa tramite i giornali radio.
Per questa ragione ci si è orientati ad effettuare un'analisi circa il tipo di
presenza del soggetto.
Tra i tipi di presenza possibili si è ipotizzato che:
1 - il soggetto è portatore di volontà
2 - il soggetto realizza un'azione
3 - il soggetto vuole e fa un'azione
4 - il soggetto è indeterminato
Premessa chiarificatrice è che la volontà non deve identificarsi con la
semplice decisione, e che l'azione è una decisione che non fa riferimento alla
soggettività di chi l'ha presa, e quindi, alle sue motivazioni, ai suoi ideali, alle sue
incertezze.
A questo punto si deve rilevare che nelle notizie trasmesse dai giornali
radio di Bari Canale 100, di Bari Radio Uno e del GR 1 non compare mai un
soggetto che si qualifichi come portatore di volontà; ciò a causa di quanto è
stato sostenuto precedentemente in relazione a cosa dovesse intendersi per
volontà. Non a caso, invece, il soggetto che realizza un'azione compare per 223
volte con una percentuale del 78,8% nei confronti dei soggetti presenti in tutte
le notizie.
Ciò è dovuto al carattere peculiare attribuito al "fare" un'azione che di
Bari Radio Uno non compare alcun caso di soggetto INDETERMINATO, e
più in generale, le informazioni che propone tendono ad essere impostate in
modo da evitare equivoci.
95
ANALISI DELLA VARIABILE PRESENZA DEL SOGGETTO
In relazione al soggetto si è voluto operare un ulteriore approfondimento per
tentare di cogliere altri elementi che potessero contribuire ad orientare in un
certo modo l'informazione trasmessa tramite i giornali radio.
Per questa ragione ci si è orientati ad effettuare un'analisi circa il tipo di
presenza del soggetto.
Tra i tipi di presenza possibili si è ipotizzato che:
1 - il soggetto è portatore di volontà
2 - il soggetto realizza un'azione
3 - il soggetto vuole e fa un'azione
4 - il soggetto è indeterminato
Premessa chiarificatrice è che la volontà non deve identificarsi con la
semplice decisione, e che l'azione è una decisione che non ha riferimento alla
soggettività di chi l'ha presa, e quindi, alle sue motivazioni, ai suoi ideali, alle sue
incertezze.
A questo punto si deve rilevare che nelle notizie trasmesse dai giornali
radio di Bari Canale 100, di Bari Radio Uno e del GR 1 non compare mai un
soggetto che si qualifichi come portatore di volontà; ciò a causa di quanto è
stato sostenuto precedentemente in relazione a cosa dovesse intendersi per
volontà. Non a caso, invece, il soggetto che realizza un'azione compare per 223
volte con una percentuale del 78,8% nei confronti dei soggetti presenti in tutte
le notizie.
Ciò è dovuto al carattere peculiare attribuito al "fare" un'azione che
sfugge da possibili elementi chiarificatori di tale realizzazione.
Non a caso la voce INDETERMINATO compare con il 19,8% delle
presenze ciò a dimostrare che una percentuale di casi abbastanza elevata sfugge
o tenta di sfuggire alla definizione del tipo di presenza del soggetto in quanto
un ruolo chiaro e definito del soggetto nell'azione implicherebbe delle
responsabilità.
Ancora una volta sarà opportuno analizzare l'intreccio delle variabili
radio con l'unità di classificazione in questione:
96
Analizzando i dati emergono le differenti impostazioni date alle loro
comunicazioni dalle emittenti considerate.
I notiziari trasmessi dal GR 1 presentano 86 casi in cui il soggetto realizza
un'azione, cioè il 75,4% delle notizie hanno un soggetto che "fa" qualcosa, 2 casi
in cui esso è portatore di volontà e realizza un'azione e 26 casi in cui è
indeterminato.
La voce INDETERMINATO rappresenta il 22,8% del modo in cui si
presenta il soggetto nelle notizie trasmesse dal giornale radio nazionale, esso
però cambia e assume il valore del 46,4% quando lo si analizza come modo di
porsi del soggetto in questione nei confronti di tutti i soggetti dei notiziari
esaminati.
Bari Canale 100 segue abbastanza fedelmente tale procedura, infatti, in
ben 91 casi il soggetto si pone come realizzatore di un'azione, dunque l'80,5%
dei soggetti dei suoi notiziari assumono un ruolo di questo tipo mentre 21 volte
si presenta come indeterminato; di conseguenza il 18,6% del totale delle notizie
di tale radio hanno un soggetto che non si qualifica.
Il soggetto nel ruolo di INDETERMINATO, però, assume una
posizione di primo piano nella connotazione del modo particolare di essere
dell'emittente Bari Centrale 100 se consideriamo che la voce
INDETERMINATO detiene ben il 37,5% di tutte le presenza dei soggetti
come tali presentati dai notiziari di Bari Canale 100.
Per quanto concerne Bari Radio Uno si può osservare una procedura
analoga a quella delle radio già esaminate in relazione al soggetto che "fa"
un'azione (46 casi = l'82,1 %).
97
Bari Radio Uno, però, nel rapporto con le notizie delle altre radio
detiene la percentuale più bassa nei confronti del porsi soggetto come
indeterminato, non sono connotati solo il 20,6%; mentre Bari Canale 100 ha
ben il 40,8% ed il GR 1 38,6%.
Attraverso l'analisi delle modalità di presentazione del soggetto si può
rilevare la posizione anomala di Bari Radio Uno protesa nel tentativo di
discostarsi dal modo di porsi delle altre emittenti e, quindi, lo sforzo a fornire
informazioni con caratteri più precisi e puntuali, anche se poi ricade nella
procedura usuale.
ANALISI DELLA VARIABILE ATTEGGIAMENTO DEL SOGGETTO
Uno degli elementi atti a fornire dati che contruibuiscono a qualificare il
tipo di presenza del soggetto è la variabile che tenta di inquadrare
"l’atteggiamento del soggetto verso la situazione attuale dell'oggetto in
questione".
Tale variabile si snoda attraverso una serie di possibilità che vede il
soggetto o in posizione:
- positivo-favorevole
- negativo-sfavorevole
- problematico-senza contestazione
- contestativo di alcuni aspetti (con proposte)
- contestativo di molti aspetti (con proposte)
- contestativo di alcuni aspetti (senza proposte)
- contestativo di molti aspetti (senza proposte)
- indeterminato
Nella decodifica delle notizie dei giornali radio si è ottenuta una presenza
del tipo:
98
Dobbiamo registrare una bassa frequenza dell'atteggiamento
positivo-favorevole non imputabile a cause interne ai notiziari quanto
all'introduzione di tale indicatore in un secondo tempo.
Le altre presenze sono quasi tutte irrilevanti; infatti hanno frequenze dello
0,4% o al massimo dello 0,7% mentre appare vistosa la voce
INDETERMINATO.
Su 283 soggetti ben 264 non hanno assunto alcun tipo di atteggiamento
nei confronti della situazione in cui erano calati. Il 93,3% dei soggetti presenti
nei notiziari, quindi, evita di prendere posizione e preferisce la neutralità
espressa dall'indeterminatezza piuttosto che assumersi precise responsabilità. Al
proposito dobbiamo considerare la distribuzione di tale voce per quanto
attiene ciascuna emittente onde poter comprendere quale impegno sociale
vogliano assumere tali radio.
99
Il GR 1 detiene il maggior numero di soggetti in posizione indeterminata
(110 casi) che espressa in percentuale dimostra come il 96,5% delle presenze
non sia ben individuabile. L'incidenza di tale fenomeno sul totale delle notizie
trasmesse dalle tre emittenti è del 41,7%.
Il fenomeno risulta tanto più evidente quando ci si sofferma sul
confronto dei dati relativi a Bari Canale 100 e a Bari Radio Uno.
Bari Canale 100 registra ben 104 casi di soggetti che non assumono alcun
atteggiamento (il 92%).
Sono appannaggio di tale emittente locale ben 39,4% di tutti i soggetti
non qualificatisi mentre scende vertiginosamente tale modalità di presentazione
per quanto concerne Bari Radio Uno dove sono appena 50 le notizie di questo
tipo con una incidenza, nei confronti di tutte le notizie trasmesse, del 18,9%.
A tale discorso si ricollega quello che riguarda sia "a che fine è indirizzata
l'azione del soggetto", sia la variabile "l’azione del soggetto fa appello a
responsabilità".
In genere, l'azione del soggetto non tende né al mantenimento
dell'ordine esistente né al mutamento; vi è infatti una loro presenza esigua, 5 nel
primo caso e 9 nel secondo su 283 notizie, mentre la maggior parte dei soggetti
non si esprime circa l'ordine e preferisce ancora una volta la non presa di
posizione (il 95% dei soggetti esaminati).
100
ANALISI DELLA VARIABILE «L'AZIONE DEL SOGGETTO FA
APPELLO"
Un'altra variabile che contribuisce alla definizione dei soggetti presi in
considerazione è quella che tenta di ritrovare se ci sono responsabilità e a quale
vengono attribuite.
Le responsabilità sono state individuate in:
- responsabilità collettive
- responsabilità individuali personali
- responsabilità di gruppi di potere
- responsabilità dei partiti
- responsabilità dei sindacati
- responsabilità dei professionisti
- responsabilità dei burocrati
- indeterminato
Si ottiene una frequenza del tipo:
101
L'alta presenza di non attribuzione di responsabilità, 277 casi sul totale (il
97,9%), non fa altro che evidenziare il fenomeno del mimetismo che investe le
informazioni.
E’ sufficiente prendere un attimo in considerazione lo schema della
variabile " l’azione del soggetto fa appello a responsabilità..." per avere il
quadro desolante della situazione esaminata.
Infatti, si rimanda alle responsabilità dei gruppi di potere solo una volta
su ben 283 casi esaminati, 4 volte ai partiti e 1 volta ai burocrati.
Se, poi, tentiamo una distribuzione delle frequenze di tali atteggiamenti
all'interno dei notiziari delle emittenti prese in considerazione si otterrà:
Nei notiziari del GR 1 vi è una distribuzione che vede una sola volta
implicata la responsabilità sia dei gruppi di potere che dei partiti e dei burocrati;
anche se va detto che è già difficile per il "servizio pubblico" riferire sempre
certezze si può immaginare quanto divenga quasi "impossibile" per il settore
privato locale.
La frequenza assoluta (111) in sè esprime la presenza del 97,4% di
soggetti che non rimandano ad alcuno le responsabilità della situazione in cui
sono calati e tale percentuale rappresenta, però, il 40,1 % delle notizie globali; il
GR 1 dunque trasmette notizie i cui soggetti detengono tale percentuale nei
confronti di tutti i soggetti esaminati.
La situazione non cambia per Bari Canale 100, in quanto solo 3 volte
sono attribuite le responsabilità, ed in particolare ai partiti, mentre 110 volte
non sono attribuite ad alcuno.
102
L'andamento generale non subisce variazioni per l'altra radio locale, cioè
Bari Radio Uno, dove non compare altro caso che quello dell'indeterminato
(56 presenze).
Confrontando tale situazione numerica con quella del GR 1 (111 casi) e
di Bari Canale 100 (110) si potrebbe arguire un calo della presenza di tale voce,
ma la situazione non cambia se rapportiamo tale variabile a quella del numero
assoluto delle notizie presenti nei giornali radio di Bari Radio Uno il cui totale è
appunto di 56.
La modalità di rapportare le responsabilità non subisce variazioni per
nessuna delle tre emittenti, schemi e procedure variano non per un impegno ad
offrire un servizio di informazioni con una precisa connotazione quanto nel
numero di notizie che ciascuna radio ha diffuso con i propri notiziari.
ANALISI DELLA VARIABIALE IL RUOLO DEL SOGGETTO
NELL'AZIONE
All'interno del questionario è stato posto un item di controllo circa la
posizione che assume il soggetto in ciascuna notizia, e ciò riguarda il "ruolo del
soggetto nell'azione".
I due momenti in cui è stato organizzato l'item sono:
- ruolo del soggetto dominante in quanto soggetto di decisioni o di iniziative;
- ruolo del soggetto marginale in quanto non soggetto di decisioni o di
iniziative.
Tale modalità di presenza del soggetto costituisce un elemento attraverso
cui poter indagare sul tipo di informazione fornita dalle emittenti prese in
esame in vista di una loro qualificazione quali radio tese a fornire un diverso
tipo di informazione oppure che ricalcano i vecchi schemi di comunicazione.
A questo proposito si è ottenuta una distribuzione del tipo:
103
Di conseguenza, si ottiene che in 147 notizie il ruolo del soggetto
nell'azione è di tipo dominante e 136 in cui è marginale su un totale di 283 casi
esaminati.
E’ facilmente rilevabile che lo scarto tra il 51,9% del primo caso e il 48, 1
% del secondo non è interessante al fine di una più precisa valutazione del
fenomeno.
L'unica conclusione momentanea è che il 50% circa dei soggetti non
hanno un ruolo nell'azione, dove per ruolo si è intesa l'attribuzione da parte del
soggetto di responsabilità e una collocazione ben precisa rispetto alle proprie
azioni (non l'accezione in senso sociologico del termine).
Alle notizie esaminate manca la tensione verso un atteggiamento di
"personalizzazione" delle azioni da parte dei soggetti.
Infatti, per ruolo marginale si intende un attore che non lega a se stesso
in alcun modo l'azione di cui è sempre il protagonista.
Se tentiamo, invece, di distribuire le frequenze dell'atteggiamento in
questione in relazione alle notizie trasmesse dalle radio prese in considerazione,
si otterrà:
104
Il GR 1 si attesta, dunque, con un 43% di soggetti con un ruolo
dominante contro il 52,2% di Bari Canale 100 e il 69,6% di Bari Radio Uno;
mentre con un ruolo marginale si presentano il 57% delle notizie trasmesse dal
GR 1, il 47,8% di Bari Canale 100 e il 30,4% di Bari Radio Uno.
Anche se le frequenze indicano un non eccessivo differenziarsi degli
atteggiamenti assunti dalle tre emittenti è necessario sottolineare che nel
momento in cui si è tentata l'analisi del contenuto delle notizie si sono qualificati
come portatori di un "ruolo dominante" anche molti soggetti che almeno
avessero un'azione.
Per questa ragione il numero di soggetti con un Ruolo è stato pari al
50% circa di elementi dell'universo analizzato.
In ragione della correlazione "ruolo del soggetto nell'azione" - "presenza
del soggetto che realizza un'azione" (dominanti 147, realizza un'azione 223) si è
evitato di incorrere nella situazione abbastanza anomala che avrebbe visto nei
giornali radio trasmessi sia dalla rete nazionale che dalle emittenti private un
soggetto che molto spesso realizza un'azione e che, però, non si pone in
correlazione né con un fine né con responsabilità proprie o altrui, né con un
ruolo dello stesso protagonista.
Se si fosse verificata una situazione di quest'ultimo tipo ci si sarebbe
sentiti autorizzati a postulare un tentativo di frammentazione delle informazioni
in funzione di un ordine sociale che avrebbe necessitato il sistema informativo
nel suo interesse.
Non a caso si deve registrare la presenza dell'atteggiamento del soggetto
come marginale in relazione alle notizie di carattere pubblico.
Volendo tentare un bilancio finale per quanto attiene alla connotazione
degli elementi caratterizzanti le emittenti private è necessario riflettere un
momento su alcuni dati che sono fondamentali per una tale operazione.
Punto di partenza è che Bari Radio Uno e Bari Canale 100 vorrebbero
annoverarsi tra le cosidette emittenti "libere", perchè indipendenti nella loro
gestione dal potere politico.
L'attribuzione del termine "libero" con cui si sono presentate le emittenti
locali è un elemento da ponderare per poter comprendere appieno ciò da cui
vogliono prendere le distanze le radio in questione.
Libertà nell'accezione del termine indica indipendenza.
In questo caso specifico si vuole sottolineare il prendere le distanze dalla
lottizzazione partitica che è stata fino ad oggi appannaggio dell'emittente di
Stato, anche se la presenza di posizioni partitiche all'interno della struttura
radiofonica di Stato è considerata (da alcuni studiosi) elemento che stimola la
dialettica e il pluralismo.
105
Libertà è da intendere, dunque, come possibilità di agire indipendentemente da qualsiasi condizionamento politico-partitico.
In realtà non c'è e non vi può essere alcuna azione che non contenga alla
radice della motivazione che la pone in essere un condizionamento determinato
dalla propria formazione politica nonostante i possibili tentativi di essere
obiettivi.
Quand'anche fosse ipotizzabile una presunta indipendenza da un potere
politico si dovrebbe tener presente il condizionamento commerciale con una
incidenza pari al precedente.
La necessità della vendita del "prodotto" è ciò che fa porre in essere
meccanismi di "accomodamento" e di "accettazione" di scelte che in una
situazione di libertà teorica sarebbero messe in discussione.
Dunque, il discorso sulla presunta libertà d'antenna o si riduce a libero
arbitrio (operare secondo i propri intendimenti), o ad un discorso teorico (di
possibilità che non si realizzano quasi mai), oppure ad una situazione di
compromesso (facendo i conti con il contesto in cui si è situati e con le reali
possibilità di operare).
Ma è bene ricordare che il momento politico è ciò che occupa la gran
parte delle informazioni trasmesse dalle due radio locali.
Su 283 notizie messe in onda dalle emittenti prese in esame è risultato
che 140 sono appannaggio delle informazioni politiche mentre si ottiene una
distribuzione irrisoria per quanto concerne le altre informazioni: notizie sindacali
18, notizie di politica economica 9, notizie di economia 14, notizie di cronaca
99, notizie di cronaca nera 2.
Bari Canale 100 dedica 40 notizie al settore politico mentre Bari Radio
Uno 33.
Queste rappresentano un'alta percentuale di informazioni destinate in
modo unilaterale ad un settore dell'informazione.
Se, poi, mettiamo in correlazione, sempre per quanto concerne le
emittenti private, le notizie politiche con i possibili soggetti delle stesse emerge
chiaro l'orientamento politico che sottende la programmazione di ciascuna
radio.
Il modo di procedere delle due radio conferma l'ipotesi iniziale della
non libertà delle emittenti che trasmettono in FM (modulazione di frequenza)
dal potere politico anche perchè l'analisi in questione è stata condotta in
correlazione con i notiziari trasmessi dal GR 1 che, a quanto sostengono i
gestori di tali radio, sono asserviti ad un preciso ordine politico.
In realtà, la frequenza dei soggetti delle notizie di politica, contenute nei
giornali radio trasmessi da quest'ultima non è molto dissimile da quella di Bari
Radio Uno e di Bari Canale 100.
A dimostrazione del non servizio pubblico delle emittenti private
intervengono altre variabili quali la tendenza presente nelle noti106
zie dei giornali radio a non razionalizzare, dove per razionalizzazione si è intesa
la definizione del problema e le sue alternative ugualmente possibili,
individuando meccanismi sociali e cause: funzioni in termini non puramente
tecnici.
In pratica ciò che si evita con la non razionalizzazione è la spiegazione
degli avvenimenti e le loro conseguenze.
Operando in tal modo si evita di mettere in atto il meccanismo della
critica.
Chiarito il significato del termine risulta evidente, analizzando i dati, che
nessuna emittente si impegna ad assumere un atteggiamento di razionalizzazione
in quanto non c'è alcun interesse ad operare in tal senso da parte dei gestori dei
mezzi radiofonici perchè ciò richiederebbe un cambio di gestione delle
informazioni, in special modo se consideriamo che la maggior parte delle
notizie sono di natura politica.
Legato a questo atteggiamento è quello della non presenza di valutazione
da parte dello speaker e del tipo di giudizio ricavabile dalle notizie.
E’ necessario rilevare come il comportamento informativo sia di Bari
Radio Uno che di Bari Canale 100, come pure del GR 1, è di disimpegno (in
misura differente) ogni qualvolta è richiesto un intervento che investa il campo
valutativo.
Globalmente per ben 261 volte su 283 le notizie non contengono
valutazioni esplicite.
107
Il dato inerente la distribuzione della frequenza della "non presenza di
valutazione esplicita" registra 103 casi nel GR 1, 104 in Bari Canale 100 e 54 in
Bari Radio Uno.
La presenza di tale item con 54 unità per quanto riguarda Bari Radio
Uno potrebbe indurre in un errore di valutazione prendendo quello di Bari
Radio Uno come un modo differente di gestire le informazioni.
In realtà il modo di operare dell'emittente in questione rientra nella logica
delle altre radio, in quanto l'universo delle notizie trasmesse da Bari Radio Uno
è di 56 unità.
A questo punto viene da chiedersi quale tipo di servizio informativo
rendano le emittenti private se il loro modo di procedere nel porgere le
informazioni non si discosta quasi per nulla da quello usato dalla Rai?
Qui si innesta il discorso sull'alternatività che tali mezzi arrogano a se
stessi16.
In realtà l'alternativa, per quello che è possibile dedurre nella situazione
attuale, è che tali mass media sono "altri" emittenti radiofoniche a livello fisico
rispetto alla già esistente radio nazionale.
Le radio "libere" ricalcano, dunque, sia nella gestione (con la
partecipazione di gruppi sociali e intellettuali predeterminati) che nella
programmazione (vengono trasmessi quizzes, notizie sportive, canzoni, giornali
radio, ecc.) con la struttura radiofonica contestata.
E’ sufficiente confrontare i giornali radio nazionali con quelli trasmessi
dalle emittenti locali per constatare come entrambi privilegiano un modo
standardizzato di porgere le informazioni.
Inoltre, il loro qualificarsi emittenti alternative entra ulteriormente in
discussione nel momento in cui si ricercano atteggiamenti di superamento e di
differenziazione dalla tradizionale gestione dell'informazione. Essi sono del
tutto inesistenti; infatti, prendendo in considerazione una variabile quale "la
modalità esterna di presentazione" si nota che la globalità delle notizie è gestita
solo dallo speaker, mentre la presenza nei notiziari di parti registrate o di col16 - F. ROSITI riflettendo sulla possibile utilizzazione dei mass-media alternativi
ritiene che non si debba far riferimento: "a nuovi circuiti dal basso, nè ad una televisione
fatta direttamente dagli stessi attori sociali, nè tanto meno ad una televisione regionale che
i miti partecipazionistici non avvicinano certo a questa prospettiva di un'informazione
colettivamente autogestita. Mi riferisco invece ad una televisione più o meno decentrata,
ma che è gestita da qualcuno che non è la società e che rimarrà comunque una necessità
delle nostre società".
Cfr. F. ROSITI, Informazione e complessività sociale,op. cit. pag. 123.
Per un approfondimento del tema in questione cfr. S. SILIATO, I padroni dell'antenna,
Mazzotta, Milano, 1977.
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legamento con l'esterno è del tutto assente, o al massimo è presente con cifre
irrisorie (5 volte speaker più registrazione; 11 volte diretta più collegamento con
l'esterno).
Un salto di qualità sarebbe stato rappresentato dall'estensione dell'uso del
collegamento con l'esterno a grandi parti del notiziario, o quanto meno agli
aspetti informativi di più largo interesse (che sarebbe un trasportare nel campo
radiofonico il problema, o meglio l'esigenza, della diretta per quanto riguarda il
mezzo televisivo).
La ripresa diretta in collegamento con l'esterno riduce, infatti, l'area di
possibili controlli, da parte dei gestori del mezzo, dell'informazione trasmessa17.
Non condivide appieno il discorso dell'alternatività delle emittenti locali
G. Faggiani che sostiene la necessità di individuare uno spazio specifico per
l'emittenza locale che non si ponga però come antagonistico a quello gestito
dalla RAI-TV.
Il rapporto antagonistico RAI-emittenza privata emerge nel momento in
cui si individua nell'emittenza locale uno spazio per le posizioni alternative a tutti
i costi, tanto da giungere persino all'assegnazione di una priorità all'ambito
locale in quanto espressione dì iniziative di base.
In realtà, le proposte formulate sul problema in questione tendono a
conciliare i due tipi di emittenza.
Realtà di base (e quindi emittenza locale) e realtà nazionale non sono e
non devono essere i due momenti di una correlazione che oppone i due sistemi
informativi.
L'unica possibile soluzione alla situazione di concorrenzialità è la
creazione di un sistema integrato dove possa coesistere una articolazione
pluralistica: " e quindi un equilibrio bilanciato fra momento pubblico, momento
sociale, momento economico-privato"18.
17 - G. Cesario già nel 1974 rilevava in un suo saggio come la nascita del mezzo
televisivo che sembrava dovesse trovare il suo uso specifico nelle riprese di attualità e nelle
"dirette" fosse stato "modellato" come una branca dell'industria dello spettacolo, come
una sorta di cinema di nuova concezione.
Cfr. G. CESARIO, La televisione sprecata, op. cit., pag. 25.
In relazione al tema della "ripresa diretta" quale elemento garante di possibile
obiettività F. Rositi, riferendosi al sistema televisivo, sostiene che un Tg maggiormente
esplicativo in termini sociologici ed anche maggiormente valutativo provoca spontaneamente nella nostra cultura, una serie di timori, per la capacità, che così potrebbero
accrescersi, di manipolazione dell'opinione pubblica e di distorsione della realtà. "Non a
caso la richiesta più tradizionale per una maggiore verità del Tg è quella della ripresa diretta,
quasi che il contatto diretto (acustico -visivo) con l'avvenimento possa ridurre l'area di
controlli intersecati".
Cfr. F. ROSITI, L'attualità in TV, op. cit., pag. 36.
18 - G. FAGGIANI, in "Documentazione sulle emittenti radiotelevisive" - a cura
dell'Ufficio studi Senato della Repubblica, Roma, 1978 vol. II.
109
Il discorso sarebbe da spostare su un altro terreno ossia quello
dell'efficienza produttiva delle strutture aziendali della RAI, del decentramento
regionale e del rilancio del dibattito sulla liberalizzazione del servizio
radiotelevisivo.
Di conseguenza non è auspicabile la creazione, su scala nazionale, di vere
e proprie reti alternative a quella che potrebbe realizzarsi in ambito locale con
l'assoluta omogeneità di iniziative che di fatto impedirebbe alle diverse realtà di
esprimersi.
A tale proposito D. Natoli postula l'urgenza dell'effettivo decentramento
della RAI con la creazione di strutture regionali agili e tecnologicamente
avanzate, che operino sulla base di una programmazione regionale ed abbiano
l'accesso all'uso dei mezzi nazionali: "Attraverso un siffatto decentramento che,
dunque, non può essere inteso come semplice moltiplicazione delle emittenti
prìvate, la terza rete dovrebbe avere un'attenzione prioritaria ma non
esclusiva"19.
Dunque è negativa la concorrenzialità fra i due sistemi in quanto, per lo
studioso Tremacere, si sprecano possibilità sul piano della promozione culturale
e sociale di un apparato come quello radiotelevisivo e si evita così uno sviluppo
del mezzo ed una sua qualificazione sociale e produttiva20.
Il problema si ripropone anche per quanto concerne la presenza di
informazioni che riguardano la realtà locale.
Bari Radio Uno e Bari Canale 100 si sono qualificate anche come radio
locali interessate ai problemi della realtà socioeconomica-politica in cui sono
situate.
Ancora una volta dai dati scaturiscono le prove per una confutazione di
tale affermazione. Solo il 7,1 % del totale delle informazioni politiche sono
dedicate alla politica locale; ciò a dimostrazione di quanto siano trascurate le
notizie locali da parte delle emittenti private che pur professano-intenzioni di
informazione circostanziata circa la realtà socio-ambientale.
Molto spesso si è riflettuto sul problema dell'ambito locale per definire
cosa si debba intendere a livello geografico per "locale".
Ritrovare criteri per la definizione di ambito locale non significa dover
rilevare parametri per quanto concerne l'estensione geografica e tecnica dei
luoghi, ma le peculiarità sociali, economiche ed etniche, il tutto finalizzato ad
una corretta fruizione da parte dei bacini di utenza (determinati nel modo più
uniforme possibile).
19 - A. TESTONI, in Documentazione sulle emittenti radiotelevisive, op. cit., vol. I
pagg. 55/56.
20 - A. TREMACERE, in Documentazione sulle emittenti radiotelevisive op. cit., vol. II,
pag. 295.
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In una tale prospettiva si eviterebbe la formazione di monopoli ed
oligopoli perchè si giungerebbe ad un corretto sfruttamento commerciale.
"Locale", sostiene A. Tremacere, in un'accezione che vorremmo vedere
applicata tanto per quanto riguarda le emittenti private che per la RAI-TV può
voler dire una dimensione di comunicazione più vicina alle reali esigenze della
gente, più legata al suo modo di esprimersi, alla sua cultura, al suo patrimonio
di conoscenze.
Un'informazione locale non si occupa solo necessariamente del vicinato,
ma tiene conto del particolare tipo di aggregazione sociale a cui si riferisce nel
modo stesso di proporre le notizie, nell'attenzione che pone all'eco da essa
provocate, nella ricerca dei risvolti locali del dato fornito.
"Dimensione locale vuol dire partecipazione alla gestione del fatto
informativo e della programmazione da parte delle aggregazione sociali e della
popolazione di un determinato territorio"21 .
Dunque, le radio libere hanno in parte fallito l'obiettivo per cui avevano
rivendicato il diritto all'esistenza.
Anche Morley-Fletcher, nella sua relazione al seminario di Ariccia,
sosteneva che le emittenti "libere" non si sono mostrate locali. La dimensione
locale o è risultata affatto trascurata, a volte fagocitata come nota di colore
folcloristico (in programmi da strapaese) o è stata ridotta e stravolta in chiusure
campanilistiche22.
Tralasciando i dati dell'analisi del contenuto che confermerebbero il
giudizio negativo, è opportuno considerare possibilità e limiti del localismo a
livello teorico e pratico 23.
Il "localismo" è stato considerato falsamente l'unica possibile dimensione
a cui accedere per poter partecipare alla gestione sociale dell'informazione, in
quanto solo rimanendo vincolati ad un ambito locale si riteneva che si potesse
attuare un accesso al sistema comunicativo.
II.
21 - A. TREMACERE, in Documentazione sulle emittenti radiotelevisive, op. cit., VOL.
22 - MORLEY-FLETCHER, Relazione al seminario nazionale su "Democrazia
dell'informazione e pluralismo radiotelevisivo", Ariccia, 29 giugno - 1 Luglio 1978.
23 - La necessità di un chiarimento dell'espressione locale è una esigenza anche
dello studioso A. Magli, il quale sostiene che: "in genere, come si sa, si riferisce ad emittenti
a modulazione di frequenza di limitata estensione nella portata d'ascolto. Dal nostro
punto di vista questo fatto tecnico favorisce di solito quel gioco di interscambio e di
autoriconoscimento di identità da parte di gente che sa di appartenere a un certo territorio
e amerebbe elaborare e condividere qualcosa di proprio inerente al territorio stesso. Ma
può anche essere che l'emittente locale aspiri a suscitare una forma di incontro col proprio
pubblico, che possa sembrare esemplare anche al pubblico di altre radio locali".
Cfr. G. GAMALERI, Un posto nell'etere. Le radio locali in Italia, op. cit., pag. 109.
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Tale esigenza è stata la più immediata conseguenza del regime gestionale
del sistema informativo esistente sul territorio nazionale.
Lo spettatore, che per molti anni ha vissuto un ruolo di semplice
destinatario e, più o meno, di consumatore dei messaggi prodotti dall'apparato
radiotelevisivo di Stato, aveva rivendicato l'esigenza di partecipazione anche alla
gestione del sistema informativo.
Partecipazione e localismo, dunque, erano divenuti binomio del "nuovo"
corso informativo a seguito delle maggiori possibilità di accesso che offre un
qualsiasi sistema decentrato.
Anche F. Siliato nel suo lavoro "I padroni dell'antenna" sostiene che la
positività della dimensione locale è solo un grosso equivoco in quanto non
garantisce, a suo giudizio, l'espressione diretta di tutti, la connesione con le
finalità della comunità.
A tale proposito afferma che: " ... l'esperienza americana conferma con
abbondanza che le iniziative locali sono addirittura necessarie agli oligopoli
dell'informazione per assicurare una migliore capillarità dei servizi, decentrando
quella marginale e appunto localistica. In secondo luogo, perchè date la
possibilità a una realtà locale di comunicare nel suo ambito locale circa i
problemi locali porta a quella deformazione di autogestione corporativa "24.
Lo studioso prosegue che l'equivoco si fonda proprio su tale dimensione locale e coinvolge quella che definisce l'ideologia del decentramento che
vive, però, perennemente al margine del rischio della marginalità e della
subordinazione.
Le radio locali sono divenute in tal modo sinonimi di un'ipotetica
partecipazione 25 .
Rimane, però, un dubbio che tale forma di partecipazione legata a
precisi ambiti non sia altro che un tentativo di accomodamento del bisogno di
intervento della comunità italiana che venga soddi-
24 - Cfr. F. SILIATO, I padroni dell'antenna, op. cit., pag. 219.
25 - Le radio locali possono avere un ruolo fondamentale nel contrastare la tendenza dell'emittente nazionale che rischia di perpetuare il distacco tra mezzi di comunicazione e forze realmente operanti nel paese. Per Gamaleri le recenti iniziative nel
campo della comunicazione possono garantire, invece, un accesso reale di gruppi,
movimenti, singole persone... quale opportunità concreta di presenza individuale e
comunitaria nell'universo della comunicazione elettronica, sulla base della constatazione
che oggi chi non ha la possibilità di comunicare non esiste, almeno a livello di presenza
sociale.
Cfr. G. GAMALERI, Un posto nell'etere. Le radio locali in Italia, op. cit., pagg. 24/25.
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sfatto attraverso l'uso di una strategia di marginalizzazione dei gruppi sociali
privi di potere26.
Ma, analizzando la situazione e il modo di operare dei sistemi
informativi locali si deve constatare purtroppo che gli obiettivi perseguiti a
livello teorico, sia di partecipazione che di gestione sociale dell'informazione,
non vengono soddisfatti neanche a livello locale, in quanto il sistema
organizzativo delle radio "libere" permette "l'accesso" solo in pochi spazi e a un
determinato numero di individui della comunità.
Dobbiamo concludere che anche a livello di organizzazione informativa
decentrata non vi è liberalizzazione totale, come era stato auspicato dalle forze
sociali, né apertura vera alla comunità in cui si è situati.
Il modello socio-organizzativo delle radio "libere" ricalca a lìvello
decentrato quello messo in discussione dell'ente Rai.
Dall'analisi eseguita sia dalle informazioni trasmesse che del modello
organizzativo adottato dalle emittenti locali risulta evidente che esse, almeno per
il momento, non hanno realizzato appieno gli obiettivi che si erano proposte: di
essere "radio libere" dai condizionamenti del potere, "alternative" rispetto al
servizio gestito dal monopolio pubblico e "locali" in quanto legate alla realtà in
cui sono collocate.
Bisogna precisare, però, si è voluto ritentare la somministrazione del
questionario prendendo in considerazione ancora 7 giorni di giornali radio
attraverso cui verificare se si fossero realizzati cambiamenti nella gestione delle
notizie da parte delle emittenti locali.
Il rapporto tra i due analizzati non è stato possibile in quanto ci si è
trovati di fronte alla novità che l'emittente Bari Radio Uno non trasmette più
giornali radio.
A questo punto non essendo più ipotizzabile un lavoro di codificazione
matematica, che avrebbe permesso un aggiornamento dei dati, o almeno la
constatazione più rigorosa di essere in presenza di una situazione informativa in
mutamento, si può procedere ad un'analisi sommaria di quanto è prospettato
dall'unico giornale radio messo in onda dall'emittente Bari Radio Uno.
Dobbiamo constatare che la situazione non è mutata per quan26 - Lo studioso Borgomeo rileva che l’nteresse per la radio locale (o meglio) radio
di partecipazione nasce come risposta ad una angoscia che è prodotta dal bisogno di
identità. Dunque: "la forma di partecipazione che per la radio di servizio pubblico è
irrangiungibile, cioè l'autogestione, costituisce per una radio locale un atto di nascita".
Cfr. ibidem, pag. 258.
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to riguarda l'emittente in questione, che continua ad interessarsi di notizie di
politica nazionale e non di quelle locali.
Abbondano, invece, come già rilevato per il passato, le informazioni che
riguardano la cronaca, in questo caso sono presenti notizie di cronaca locale
(comprese quelle di cronaca nera).
Anche il modo in cui è presentato il soggetto ricalca quanto era stato
precedentemente evidenziato, ci si trova di fronte ad un soggetto che "fa
qualcosa", ma quasi mai ad un soggetto che "vuole", o "vuole e fa qualcosa".
Di conseguenza, si deve concludere, anche se in modo sommario per i
motivi precedentemente sottolineati, che nulla è cambiato all'interno
dell'universo radiofonico locale, tranne l'ormai completa occupazione delle
frequenze.
ANGELA MONGELLI
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