Pastorale Giovanile Savona-Noli
Caritas Diocesana Savona-Noli
Giovani e partecipazione:
il puzzle delle relazioni sociali
Per consultare i risultati completi dell’indagine
o per prenotare copie di questo estratto, contattate i nostri uffici:
Caritas Diocesana
via Mistrangelo 1, Savona. Tel. 019 822677
www.caritas.savona.it - [email protected]
Pastorale Giovanile Diocesana
piazza Marconi 5, II piano, Savona. Tel. 3471178237
www.pastoralegiovanile.sv.it - [email protected]
Finito di stampare nel mese di Aprile 2010
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indice
Introduzione
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1. Forme e modalità di aggregazione giovanile
1.1 Il gruppo sociale e le sue funzioni
1.2 Il rapporto con gli adulti di riferimento
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12
2. Percorsi di socializzazione “mediata”
2.1 Relazioni e identità virtuali:
chat, blog, forum, social network
2.2 L’interazione virtuale: dimensione centrale, marginale o parallela?
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19
3. Il volontariato visto dai giovani
3.1 La scelta del volontariato tra radicamento e soggettività
3.2 Volontariato per gli altri e volontariato per sé
3.3 Cosa pensano i giovani del volontariato? 3.4 Chi non partecipa (più) ad attività di volontariato
3.5 Come promuovere il volontariato
24
26
30
33
35
4. Chiesa cattolica e dimensione religiosa
4.1 Appartenenza religiosa e percezioni giovanili prevalenti
4.2 Atteggiamento verso le istituzioni ecclesiastiche
4.3 Ricerca della religiosità
42
44
46
Bibliografia
53
3
Si ringraziano per la collaborazione:
gli 80 giovani che hanno accettato di farsi intervistare
gli intervistatori Elisa Olivieri, Andrea Bosio, Eleonora Raimondo, Maria Vallerga
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introduzione
Questo opuscolo che avete fra le mani è l’estratto, che
abbiamo voluto sintetico e leggibile, di un lavoro di indagine sui
giovani savonesi.
In diversi ambiti e in particolar modo nel mondo
dell’associazionismo ci si interroga da anni sul mondo
giovanile e sulla relazione che intrattiene con le varie forme
di partecipazione sociale. Rispetto alla diffusione di studi che
vengono condotti a livello nazionale, non sono molte le indagini
sviluppate a livello locale. L’esigenza di conoscere meglio le
fasce giovanili che popolano il territorio è stata quindi lo spunto
di partenza che ha indotto la Equipe per la Pastorale Giovanile
della diocesi di Savona - Noli a ragionare su queste tematiche
e a sviluppare un percorso di ricerca sociale.
L’indagine è stata da noi affidata allo studio SYNESIS Ricerca
Sociale, Monitoraggio e Valutazione di Deborah Erminio che
ha realizzato una ricerca tramite interviste in profondità a 80
giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni, abitanti a Savona.
Speriamo che questo studio possa aiutare il lavoro di tanti
educatori, volontari e professionisti: la ricerca è indirizzata
agli operatori scolastici e agli assistenti sociali, agli animatori
parrocchiali e ai responsabili di associazioni, agli animatori di
comunità, agli allenatori, ai preti, alle suore, … insomma a tutto
quel vasto mondo che ha a cuore la sorte dei giovani.
Mettendo in pratica un semplice assioma della educazione,
abbiamo cercato di dare la parola ai giovani, perché ci
aiutassero ad aiutarli.
Don Germano Grazzini
Responsabile del Servizio Diocesano per la Pastorale Giovanile
e la Caritas Diocesana di Savona - Noli
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introduzione
Le aree tematiche oggetto di approfondimento sono state
le seguenti: la dimensione relazionale e le funzioni delle
relazioni tra pari, i gruppi cui partecipano i giovani, intesi in
senso lato come forme di aggregazione su base sportiva,
musicale, intorno a specifici hobbies o interessi; le nuove
forme di relazione inerenti allo sviluppo dei networks sociali;
la partecipazione, la vicinanza o la lontananza rispetto al
mondo del volontariato e, infine, il rapporto con la religione e le
istituzioni religiose.
La scelta dell’approccio metodologico è dettata dall’angolatura
prospettica con cui si vuole osservare il fenomeno sociale
oggetto di studio. Dal momento che l’idea era quella di cogliere
gli orientamenti motivazionali e le motivazioni dei soggetti,
si è adottato un approccio qualitativo. È stato utilizzato un
campionamento per quote, suddividendo i soggetti in base a
tre criteri: genere, età (18-21/22-26/27-30) e condizione rispetto
al lavoro (studenti, lavoratori, in transizione). Si è cercato il più
possibile di tener conto sia di coloro che frequentano ambienti
ecclesiali, sia di coloro che non li frequentano.
Deborah Erminio
Deborah Erminio si specializza come dottore di ricerca in metodologia della
ricerca sociale e dal 2000 si occupa di migrazioni, collaborando principalmente
con il Centro Studi Medì. Dal 2009 apre un proprio studio di ricerca sociale
“Synesis” e svolge attività di sociologa per conto di enti pubblici, centri di
ricerca, osservatori. Fa parte della rete internazionale European Migration
Network. Cura periodicamente dal 2005 alcuni contributi sul Dossier Statistico
Immigrazione della Caritas/Migrantes. Tra le principali pubblicazioni (a cura
di) Donne immigrate e mercato del lavoro, Fratelli Frilli editori, Genova, 2005;
Imprenditori transnazionali in un’antica città globale in Ambrosini (a cura
di) Intraprendere tra de mondi, Il Mulino, Bologna, 2009; Dalla maternità
transnazionale al ricongiungimento: la molteplicità dei percorsi in Ambrosini (a
cura di), Famiglie in movimento. Separazioni,legami, ritrovamenti nelle famiglie
migranti, in corso di pubblicazione.
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1. Forme e modalità di aggregazione giovanile
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1.1 Il gruppo sociale e le sue funzioni
Quando si parla di gruppi spontanei e quindi di gruppi di amici
si pensa subito alla dimensione dello svago, del tempo libero e
parlando di gruppi si può pensare al bisogno di aggregazione, di
socializzazione, che ovviamente emergono anche nella ricerca.
Meno frequentemente si pensa al fatto che il gruppo svolge una
funzione importante nell’acquisizione del
ruolo adulto.
Il gruppo svolge
Il gruppo, a differenza della semplice relauna funzione
zione interpersonale, pone le condizioni di
un confronto più articolato, con una magimportante
giore incidenza sulla sfera dell’autostima e
nell’acquisizione
su quella del riconoscimento sociale. Nel
contesto del gruppo si sperimenta infatdel ruolo adulto
ti una maggiore instabilità emotiva, che
oscilla tra il bisogno di accettazione e il timore di critiche o rifiuti. La
conquista e il mantenimento di un ruolo all’interno del gruppo sono
la misura della proprio valore sulla scena sociale.
Le persone tendono a costruire relazioni di amicizia quando percepiscono tra loro più similarità che differenze; così nell’interazione
individuale vi è generalmente una differenziazione di posizioni e di
pensiero più contenuta, con limitate possibilità di conflitto. La partecipazione ad un gruppo invece implica una maggiore esposizione
a situazioni potenzialmente conflittuali e un più intenso confronto
con la diversità e con ruoli sociali diversificati.
Come indica una letteratura consolidata in riferimento a queste
tematiche, le persone valutano le proprie opinioni e capacità confrontandole rispettivamente con le opinioni e le capacità altrui. Un
eccessivo grado di difformità rischia di condurre ad un disorientamento nel proprio percorso di costruzione dell’identità sociale. Nei
rapporti in-group (interni al gruppo) il singolo apprende dunque a
relazionarsi con la diversità in modo graduale e in un contesto in
parte protetto, dove attraverso la sperimentazione di ruoli differenti
individua il proprio percorso identitario.
È possibile cogliere due principali significati attribuiti alle reti sociali,
a cui si riconducono due diverse (ma non necessariamente scisse)
modalità di interazione, una orientata verso l’intimità e la confiden8
za e l’altra verso l’ampliamento quantitativo
l’interazione
della propria rete di conoscenze. Da un lato
con l’altro
la relazione tra pari offre uno spazio di protezione, rifugio, confidenza alternativo a quello
rappresenta
familiare, nel momento in cui quest’ultimo può
un’opportunità
risultare limitante per il desiderio di autoaffermazione personale; il frequente utilizzo di
per esprimere,
termini e riferimenti, nel descrivere le relazioni
rimodellare e
amicali, che richiamano la dimensione familiare (“gli amici sono come fratelli”, “il gruppo
mettere in
è come una famiglia”) lascia intuire questo
tipo di funzione della relazione interpersonale. discussione
Dall’altro lato l’interazione con l’altro rapprela propria
senta un’opportunità per esprimere, rimodelidentità
lare e mettere in discussione la propria identità. Nell’immagine di sé che gli altri riflettono
si radica il senso di autostima e la percezione di sé che il soggetto
acquisisce e porta avanti nel tempo. Estendere la propria rete di
conoscenze e riuscire a interagire con successo con un numero
elevato di persone sono occasioni di gratificazione e di costruzione
di un’immagine apprezzabile di se stessi.
Le diverse forme ed espressioni associabili alle relazioni interpersonali portano ad individuare una distinzione tra molteplici tipologie di
aggregazioni possibili, che vanno dalla costruzione di gruppi spontanei, alla partecipazione e ad aggregazioni associative strutturate
di diverso tipo.
Le attività associazionistiche di “fruizione” sono nettamente più diffuse tra gli intervistati rispetto a quelle che prevedono una qualche
forma di “impegno sociale”; in particolare le due realtà più frequenti
che abbiamo incontrato rimandano ad associazioni sportive o a
gruppi musicali (tabella 1). Solo un quinto degli intervistati non aderisce a nessun tipo di gruppo, non pratica sport, non coltiva degli
interessi specifici nel proprio tempo libero, non fa parte di gruppi di
volontariato.
I gruppi sportivi presentano alcune specificità. In diversi casi gli
interlocutori hanno descritto una realtà in cui si entra per fruire di
un’attività di svago e di evasione, tuttavia se si inizia a praticare
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l’attività sportiva in età scolare, spesso questa evolve verso forme
di agonismo. L’agonismo, la competitività, le convocazioni delle società sportive sono tutti elementi che sottraggono allo sport il suo
aspetto più ludico e alterano la motivazione e gli aspetti iniziali della
partecipazione. Lo sport, sempre più agito solo all’interno di ambienti strutturati, perde il carattere della spontaneità e forse questo
è uno dei meccanismi che spiega l’allontanamento dei giovanissimi
dalle pratiche sportive.
Tab.1 Forme di partecipazione dei giovani
Gruppi
sportivi
Gruppi legati a
Gruppi di impegno
specifici hobbies sociale/volontariato
Partecipa
33
19
18
Ha partecipato
in passato
20
2
12
Non ha mai
partecipato
27
59
50
Totale
80
80
80
A differenza dei semplici gruppi spontanei, i gruppi che si strutturano all’interno di particolari realtà associative (che possono variare
da quelle sportive o musicali a quelle religiose o di volontariato)
vengono associati ad un maggior coinvolgimento emotivo e sembrano soddisfare in maniera più completa alcune delle aspettative
manifestate dai giovani. Gratificazione e valorizzazione del proprio
ruolo sono gli aspetti indicati più frequentemente dagli intervistati
che fanno parte dei più diversi tipi di gruppo associativo per spiegare la propria motivazione a proseguire tale attività. L’individuo
interiorizza la sua appartenenza al gruppo come parte del concetto
di sé e si sente appagato nella misura in cui riceve rimandi positivi
per l’auto-definizione di sé.
Lo spazio del gruppo associativo offre al soggetto che ne prende
parte un’importante occasione di mettersi alla prova come autore
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e protagonista dell’attività che svolge,
il gruppo associativo assumendo ruoli che lo valorizzano e
conferiscono senso al suo contribudiventa spazio
to per la buona riuscita dell’attività di
dove sperimentare gruppo.
Soprattutto per i soggetti che si trovaun’assunzione
no in un periodo di transizione tra fasi
importanti della propria vita, il gruppo
graduale di
associativo diventa dunque spazio
responsabilità dove sperimentare un’assunzione
che conduce verso graduale di responsabilità che conduce verso l’acquisizione di ruoli adulti.
l’acquisizione
Gran parte degli intervistati manifesta
la percezione consapevole di essere
di ruoli adulti
in un’importante fase di crescita delle
propria esistenza, in rapporto alla quale la partecipazione sociale
ad uno o più gruppi si pone come terreno privilegiato in cui esprimere e acquisire le abilità e competenze necessarie per muoversi in
maniera soddisfacente nello spazio sociale più ampio.
Le narrazioni raccolte individuano nella partecipazione al gruppo
associativo un importante stimolo per lo sviluppo delle proprie
attitudini relazionali, oltre che una preziosa occasione di scambio
e confronto di idee. In particolare tale esperienza sembra essersi
rivelata cruciale nella maggior parte degli intervistati per lo sviluppo
della capacità di autocontrollo e per sviluppare competenze relazionali.
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1.2 Il rapporto con gli adulti di riferimento
Dai giovani intervistati emerge, talvolta tra le righe, il bisogno di
avere figure adulte di riferimento (al di là di quelle presenti nelle
reti famigliari), adulti che sappiano essere modelli di vita positivi e
sappiano agire un ruolo educativo. Questo tipo di esigenza appare
particolarmente sentita per la fascia di età più bassa tra le tre considerate, quella dai 18 ai 21 anni, in cui si tendono a sviluppare sul
piano orizzontale relazioni amicali più strettamente rivolte ai coetanei e difficilmente estese alle altre età giovanili.
bisogno di Il rapporto tra pari si pone infatti sul piano
dell’orizzontalità, più diretto ma anche più
avere figure
circoscritto a livello di accesso a prospettive e
visioni del mondo. Il rapporto con figure adulte
adulte di
che si può avere all’interno di gruppi associariferimento
zionistici riproduce la relazione dei giovani con
che sappiano la società adulta in generale, il sentirsi accolti e
in contesti non obbligati esterni alla
essere modelli valorizzati
sfera familiare rappresenta un’occasione fondi vita positivi damentale per sviluppare e mettere alla prova
la propria identità sociale.
I gruppi associativi, da questo punto di vista, offrono occasioni
importanti di relazione intergenerazionale; mentre nelle forme aggregative spontanee è alquanto rara la costruzione di gruppi che
consentono l’interazione tra fasce d’età diverse, questo tipo di
relazione è frequentemente accessibile all’interno di gruppi associazionistici, che possono essere guidati da figure adulte oppure
strutturati in modo tale da mettere a contatto età diverse.
Agli adulti i giovani chiedono (spesso nei gesti più che nelle parole) un ruolo educativo che passa anzitutto attraverso l’esempio e il
confronto.
L’attribuzione di fiducia e la valorizzazione delle capacità dei giovani da parte degli adulti di riferimento sono elementi essenziali per
favorire l’assunzione consapevole delle responsabilità e l’applicazione delle proprie potenzialità, soprattutto per chi attraversa una
fase di transizione verso un posizionamento sociale più stabile.
Se da un lato il significato del rapporto con gli adulti di riferimento
media e accompagna l’entrata nella società più ampia, attenuando
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la criticità e le difficoltà che questa comporta, dall’altro lato rimane
presente e incisivo il ritorno simbolico alla dimensione più protetta
dell’ambiente familiare. Il percorso di costruzione identitaria oscilla
infatti tra questi due poli: il bisogno di autoaffermazione e quello di
protezione. L’ampio uso di termini che fanno riferimento alla sfera
familiare per descrivere la relazione con
gli adulti all’interno del gruppo associativo
apprensione
pone questo tipo di rapporto su un piano di
nei discorsi della
complementarità rispetto a quello familiare
vero e proprio, poiché, se per certi aspetsocietà adulta
ti offre livelli di confidenzialità e sostegno
verso i giovani
analoghi, per altri richiede un più alto grado
di autonomia nel giovane e lascia emergere
una maggiore incertezza e imprevedibilità della relazione, rendendo
necessaria l’assunzione di un più alto grado di responsabilità e lo
sviluppo di una più efficace capacità di negoziazione.
L’elemento degno di nota è duplice: da un lato i giovani chiedono
agli adulti di assumere un preciso ruolo educativo, dall’altro interiorizzano le percezioni che il mondo adulto esprime verso i giovani.
C’è una sorta di apprensione agita nei discorsi della società adulta
verso i giovani che, quasi paradossalmente, viene interiorizzata
dagli stessi giovani e rimbalzata nel discorso con gli adulti. Le visioni e le percezioni che il mondo adulto proietta su quello giovanile
determinano ripercussioni più o meno dirette sulla percezione di sé
che i giovani sviluppano, arrivando talvolta a rinforzare e costruire
un’auto-percezione distorta e svalorizzata.
È stato decisamente singolare osservare in numerosi intervistati un
atteggiamento di critica, delusione e preoccupazione verso la categoria stessa a cui si sentono di appartenere, che sembra riprodurre
in maniera speculare le aspettative attribuite dal mondo adulto su
quello giovanile. In diverse interviste è emerso lo sguardo preoccupato dei giovani che parlano di altri giovani, uno sguardo che
sembra riproporre le ansie della società adulta in cui le nuove fasce
della popolazione sono chiamate ad integrarsi. I giovani guardano i
propri coetanei e le generazioni ancora più giovani con lo sguardo
degli adulti e parallelamente chiedono agli adulti di riprendere in
mano il proprio compito educativo.
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Imparare a relazionarsi con gli altri
“[Nel gruppo] può esserci magari la tensione perché non vedi un lavoro
fatto come lo vorresti fare te... poi devi renderti conto comunque che ogni
persona è diversa, per cui cerchi magari di dirgli che questa cosa la vorrei
così piuttosto che cosà, però cerchi di scendere a compromessi. Cerchi
di adattarti anche tu...” (Int. 38, femmina, 30 anni, studentessa)
“abbiamo tutti un punto di vista se non opposto, perché comunque è
impossibile, comunque diverso, ma riusciamo ad amalgamarci. Di idee diverse, ma uniti, preferiamo molto di più il confronto ... preferiamo litigare, è
già capitato che litigassimo per una cosa che non andava bene, però una
volta detta ci si adatta e continui” (Int. 28, maschio, 19 anni, in transizione)
“A volte ci sono degli scontri.... ci sono anche momenti di difficoltà, però
si impara anche a gestire le relazioni in maniera un po’ più diplomatica,
che male non mi fa” (Int. 77, femmina, 28 anni, in transizione)
“(Il calcio) mi ha aiutato a relazionarmi con altre persone perché comunque lì ti rapporti anche sottosforzo, nel senso che non sei lucido per
ragionare, molte volte ti insultavi, ti mandavi a quel paese, quindi poi sta
alla capacità delle persone, finita la partita, finita la discussione dire basta”
(Int. 67, maschio, 28 anni, lavoratore)
La valenza ludica dello sport
“Ho sviluppato un disaffezionamento al calcio: mi rendevo conto che
c’erano troppi interessi anche intorno ai giovani, seppur di bassissimo
livello. Nell’hockey invece è diverso. Essendo uno sport amatoriale, non
professionistico, ogni giocatore dà quello che può … nell’hockey mi piace
più che altro lo spirito di famiglia che regna tra le diverse squadre, infracittadine anche. Nel senso, in campo si è avversari, ma finita la partita
si va a bere una birra assieme, si va a mangiare una pizza assieme, tra
avversari” (Int. 49, maschio, 25 anni, in transizione)
“Sono contenta di non averlo fatto a livello agonistico perché poi diventa
una cosa troppo impegnativa e rischia di non essere più divertente”
(Int. 68, femmina, 28 anni, lavoratrice)
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Come i giovani vedono i giovani
“Oggi siamo andati troppo avanti con i tempi! Non so come dire. Abbiamo
troppe cose, una volta per avere una cosa te la sudavi ed eri contento e
ti stava bene così. Parlo dei tempi dei miei genitori, per andare, non lo so,
a ballare scappavano dalla finestra e anche lì vedi… da una parte troppo,
troppi divieti, ma guarda preferisco, a pensarci preferisco, avrei preferito
essere a quei tempi piuttosto che stare nei tempi a cui stiamo andando
incontro! Proprio per questo voler crescere prima, voler fare tutte le cose
prima del tempo” (Int. 22, femmina, 21 anni, in transizione)
“Discoteca, scooter, amici, droga… i loro valori son quelli…se i giovani
sono così come fai a cambiarli? Se si drogano, bevono, escono, fanno
cose dell’altro mondo, non studiano, non vanno a scuola o se ne fregano,
bullismo, cose così...” (Int. 56, femmina, 22 anni, in transizione)
Il rapporto con gli adulti
“I giovani vengono visti come quelli che non fanno niente, che stanno tutto
il girono in giro, in piazza, invece se vedono un giovane che passa tempo
lì (in Croce Bianca) o passa a prenderlo in ambulanza per loro è strano....
Se ci vedono bene o male non lo so, ci vedono a modo loro perché siamo
giovani, non si aspettano che noi andiamo sull’ambulanza e che andiamo
a prenderli” (Int. 17, maschio, 21 anni, lavoratore)
“Ci sono quei due o tre quarantenni che, diciamo, ci fanno un po’ da
papà e da mamma, nel senso che sono quelli con cui riesci a ragionare di
più, che ti riportano più alla realtà, che se c’è qualche screzio riescono a
tenerti con i piedi per terra” (Int. 71, maschio, 27 anni, lavoratore)
“Oltre il mio allenatore era anche come un papà! Anche perché era nata
una bella amicizia, un bel rapporto, era come un papà! Se avevi un problema ti potevi sfogare” (Int. 6, femmina, 19 anni, studentessa)
“l’allenatore (ha un ruolo) sia di guida che riferimento, se c’è qualche problema vado da lui, anche al di fuori del basket, che non centra una mazza,
se può ti da una mano volentieri perché comunque è una famiglia diciamo” (Int. 27, maschio, 21 anni, in transizione)
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2. Percorsi di socializzazione “mediata”
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2.1 Relazioni e identità virtuali:
chat, blog, forum, social network
Le caratteristiche della partecipazione aggregativa vengono messe
in discussione e talvolta completamente stravolte all’interno di un
particolare contesto di scambio: la relazione virtuale (chat, blog,
forum e social network).
Si tratta di una pratica sempre più diffusa e influente nella vita dei
giovani (e dei meno giovani): la quasi totalità degli intervistati dispone di internet nella propria casa e gran parte vi accede quotidianamente. Tra i giovanissimi la non adesione alle reti di comunicazione
virtuale più diffuse tra i giovani non è priva di implicazioni sociali in
termini di esclusione dalle relazioni e dall’informazione.
Nonostante le molteplici potenzialità delle tecnologie informatiche,
il principale utilizzo che viene richiamato nelle interviste è quello
comunicativo e di scambio, a scapito di un loro uso, meno menzionato, volto alla ricerca di informazioni.
L’accesso alla chat o ai social network è considerato un mezzo per
ampliare le proprie reti di conoscenze, ma soprattutto per mantenere i contatti con persone conosciute, superando le limitazioni che la
distanza territoriale comporta. Da questo punto di vista le tecnologie informatiche assumono la funzione di supplementi formativi rispetto alle agenzie di socializzazione tradizionali (formali e informali)
e possono arrivare a ricoprire un ruolo preminente nella diffusione
di valori, stili di comportamento, consumi, miti e modelli culturali.
Un aspetto interessante è il continuo richiamo alla dimensione
ludica, gli strumenti telematici menzionati vengono infatti identificati
per lo più come “gioco”, torna centrale il fattore di svago e spensieratezza.
Prevalgono atteggiamenti ludici ed evasivi volti a ritagliarsi una spazio di “libertà” e spensieratezza, ma al tempo stesso consapevoli
del ruolo parziale che possono detenere gli strumenti di comunicazione telematica nel quadro complessivo della propria vita sociale e
del proprio percorso identitario. In particolare evidenziamo l’elevato
ed incisivo richiamo alla dimensione ludica come elemento sempre
più marginalizzato negli altri ambiti della quotidianità, ma percepito
dai singoli come necessario per l’espressione completa della personalità e dell’identità sociale.
18
2.2 L’interazione virtuale:
dimensione centrale, marginale o parallela?
Dal punto vista del processo identitario, è indubbio che le “piazze
virtuali della comunicazione consentano di sperimentare forme di
presentazione di sé, slegate dai vincoli che i ruoli ricoperti nella
vita reale impongono, mentre nel mondo reale l’identità si lega alle
posizioni occupate, allo status sociale, al genere, alla fisicità, all’età
e alle attribuzioni esterne, l’identità virtuale offre la possibilità di
svincolarsi da questi condizionamenti. Il soggetto può proporre
un’immagine di sé idealizzata o anche molteplici immagini di se
stessi a seconda degli interlocutori con cui si relaziona, è possibile
alterare le informazioni circa la propria identità o renderne note solo
alcune, ecc.
Questo aspetto sembra presentare aspetti positivi e negativi: da
una lato l’opportunità di proporre un’immagine idealizzata delle
proprie caratteristiche, dall’altro la possibilità di esprimere se stessi
in maniera più autentica in un’epoca che conferisce all’apparenza
esteriore un peso rilevante nella definizione dell’intera persona,
poiché nella comunicazione tramite web è il solo contenuto dei
dialoghi a rendere interessante l’interlocutore, offrendo la possibilità
di avvicinarsi in maniera più completa alla personalità proposta dal
soggetto.
Le caratteristiche della comunicazione virtuale determinano una
differenza sostanziale nella “qualità”
delle relazioni rispetto a quanto avviene una dimensione che
nell’incontro faccia a faccia, che si può
non invade
riassumere in una maggiore incertezza
cognitiva ed emozionale e in un dubbio
nè condiziona
sentimento di fiducia verso la relazione
quella reale ma si
stessa. Da questo punto di vista l’impossibilità di un riscontro reale delle
colloca su un
informazioni fornite dagli interlocutori e
piano “parallelo”.
l’assenza di elementi comunicativi non
verbali, determinano una diffusa percezione di sfiducia da attribuire alle relazioni instaurate sul web.
La grande maggioranza degli intervistati attribuisce alle relazioni
amicali instaurate tramite il web un peso e un significato piuttosto
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relativo e contestualizzato nel quadro dello spazio virtuale. L’interazione virtuale sembra assumere quasi sempre un ruolo circoscritto
e complementare all’interno della vita relazionale e sociale dei singoli: una dimensione che non invade né condiziona quella reale ma
piuttosto si colloca su un piano “parallelo”.
Tra i principali vantaggi vi è possibilità di mantenere i contatti in
maniera agevole, superando le limitazioni che la distanza territoriale
o la mancanza di tempo possono imporre alla relazione diretta, la
possibilità di beneficiare del confronto di opinioni tra età diverse,
oltre che tra persone differenti ed eterogenee.
Non mancano atteggiamenti più dubbiosi e prudenti circa la valenza di questo tipo di comunicazione, alcune narrazioni esprimono
timori per l’anonimato e l’assenza di un controllo sulla veridicità
delle informazioni scambiate e sulle reali intenzioni manifestate dai
partecipanti.
Pur non negando l’effettiva esistenza e diffusione di atteggiamenti
devianti o forme di violenza espresse attraverso la comunicazione
telematica, è da tener presente l’influenza dell’opinione pubblica,
non sempre fondata su una percezione obiettiva dei fatti, nell’indirizzare visioni e interpretazioni che esasperano situazioni circoscritte e non rappresentative.
Internet è senza dubbio uno strumento pervasivo all’interno del
mondo giovanile, tuttavia la grande maggioranza dei soggetti lo
percepisce come strumento utile ma non fondamentale, soprattutto
come spazio virtuale di socializzazione.1
Per approfondimenti si vedano: Cannizzo D., Realtà giovanile, mass media e consumi culturali. Riti di socializzazione, Bonanno Editore, Acireale 1995; Cheli E., La
realtà mediata. L’influenza dei mass media tra persuasione e costruzione sociale
della realtà, Franco Angeli, Milano 1993.
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Vantaggi e svantaggi della rete telematica nelle relazioni
“Nei tempi in cui viviamo, molto frenetici, il tempo per spostarci è sempre
meno, mentre si è sempre lì attaccati a una tastiera... Quindi lo spazio
virtuale è molto più accessibile” (Int. 49, maschio, 25 anni, in transizione)
“È comodo perché se vuoi parlare con un amico a Milano o a Napoli e
quindi li riesci a sentire, cosa che col telefono magari non farei invece
così” (Int. 13, maschio, 21 anni, lavoratore)
“Puoi parlare con una persona tranquillamente, perché non ti può giudicare, perché comunque non conoscendoti ti giudica solamente per quello
che gli dici” (Int. 24, femmina, 19 anni, in transizione)
“Parli con una persona delle tue cose, dei tuoi problemi però.. non sai
nemmeno chi è, a parole siamo tutti bravi, voglio dire... Però se non ce
l’hai lì davanti, se non lo vedi nella vita di tutti i giorni.. come fai a fidarti?”
(Int. 2, femmina, 20 anni, studentessa)
21
Consapevolezza del mezzo
“È un’amicizia molto superficiale, che alla fine non si può definire neanche
amicizia. È un’amicizia virtuale. Perché io ne ho tanti di amici, ma con
alcuni si è creato proprio un legame, perché alcuni sono proprio venuti a
trovarmi qua. Mi ci sento telefonicamente, ci sentiamo. Con altri c’è solo
un rapporto, oggi ho un problema, te lo dico, mi dai un consiglio, è uno
scambio di idee” (Int. 24, femmina, 19 anni, in transizione)
“(In chat) c’è un legame molto labile, nel senso che è un legame di convenienza, ma non nel senso brutto della parola, ma è un legame che riguarda esclusivamente l’ambito in cui si parla. Poi delle volte può capitare che
si creino degli incontri reali, non virtuali, e da lì possono nascere rapporti
significativi. Ma sicuramente da rapporti virtuali rapporti significativi non ne
nascono” (Int. 9, maschio, 20 anni, studenti)
“Se non dovesse esserci sarebbe come una comodità in meno, ma niente
di più” (Int. 66, maschio, 28 anni, lavoratore)
“Il fatto di non avere una persona davanti da una parte può aiutarti a
sfogarti e a stare un po’ meglio, non ti vergogni, non vieni giudicato, o se
vieni giudicato non t’interessi della persona che ti sta giudicando, anche
perché non la conosci” (Int. 37, femmina, 23 anni, studentessa)
Si uso la chat, per vedere un po’ le opinioni delle altre persone, per scambiarsi un po’ di idee. Però, resta che comunque le amicizie ce l’hai qui
(nella realtà), quindi sentirsi per chat diciamo che è una cosa un po’ più
secondaria, se hai voglia di scambiare un po’ opinioni con altre persone
che non sono le solite vai in chat” (Int.5, femmina, 19 anni, studentessa)
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3. Il volontariato visto dai giovani
23
3.1 La scelta del volontariato
tra radicamento e soggettività
Alcuni dei soggetti intervistati hanno iniziato un’attività di volontariato in seguito ad una precisa ricerca personale o mossi da ideali
di solidarietà e di impegno sociale, ma nella maggior parte dei casi
le persone approdano all’associazionismo sulla base di due spinte,
spesso tra loro complementari: il radicamento culturale e le reti di
relazione. Soprattutto i giovani non si avvicinano al mondo del volontariato “di punto in bianco”: è rintracciabile nella loro esperienza
un percorso di socializzazione che li ha orientati in questo senso,
non di rado infatti i giovani volontari provengono da esperienze nello
i giovani
scoutismo, nei gruppi parrocchiali o
non si avvicinano
in altre forme di associazionismo.
Le matrici ideali, sia di tipo laico, sia
al mondo
religiose, costituiscono quindi una
del volontariato
prima forma di radicamento che promuovono atteggiamenti pro-sociali:
“di punto in bianco”
un bagaglio di valori, norme etiche,
linguaggi che passano spesso attraverso le agenzie di socializzazione, anzitutto la famiglia in qualità di
agenzia di socializzazione primaria. L’esperienza dei propri genitori
o di altre figure adulte di riferimento comporta la socializzazione dei
più giovani verso certi ambienti e la socializzazione di certi principi
e valori: un meccanismo questo che si trova nell’adesione al volontariato, ma anche ad altre forme di associazionismo o di partecipazione giovanile e, talvolta, anche nella scelta dei percorsi formativi e
professionali.
Non di rado i meccanismi si intrecciano e la famiglia indirizza la
partecipazione dei bambini verso realtà di aggregazione e di educazione giovanile di cui condivide metodi e valori: si pensi ai genitori
che iscrivono i figli agli scout, che li accompagnano a frequentare
l’oratorio o un gruppo parrocchiale; esperienze che, a loro volta,
possono contribuire ad un percorso di maturazione motivazionale
verso l’impegno sociale.
L’altro elemento forte che favorisce la partecipazione dei giovani
alle associazioni di volontariato è la dimensione relazionale; l’azione
24
solidale, inoltre, non nasce in un vuoè rintracciabile nella
to sociale ma si sviluppa in contesti in
cui i comportamenti pro-sociali sono
loro esperienza
incoraggiati, promossi e positivamente
un percorso di
riconosciuti.
La partecipazione a determinare reti
socializzazione
sociali (la rete amicale soprattutto) e
che li ha orientati
la densità emotiva di queste relazioni
interpersonali facilitano l’avvicinamento
all’impegno sociale: l’ingresso in un gruppo di volontariato tramite
l’invito di un amico è la formula più frequente.
25
3.2 Volontariato per gli altri e volontariato per sé
L’esperienza del volontariato richiama la dimensione del dono, della
solidarietà, l’impegno sociale, l’apertura all’altro da sé; tuttavia la
partecipazione al mondo dell’associazionismo non è indipendente
dalla soggettività degli individui: il volontariato è agire gratuito ma
al tempo stesso è esperienza di arricchimento per gli stessi soggetti. La ricerca ha voluto evidenziare proprio queste dimensioni del
volontariato “per sé”, perché su di esse le associazioni potrebbero
puntare per avvicinare il mondo giovanile.
Nella partecipazione sociale troviamo due ordini di motivazioni:
le prime legate alle dimensioni collettive (la socializzazione con i
pari, la dimensione ludica delle aggregazioni giovanili, il bisogno di
appartenenza ad un gruppo con cui si condivide un certo orientamento di vita), le seconde legate a dimensioni personali (la crescita
personale, il mettersi alla prova, realizzare una parte di sé che conferisce pienezza di significato alla propria esistenza, ecc.)
Una prima dimensione è quella della socializzazione e delle reti
amicali, la potremmo sintetizzare così: si entra grazie ad un amico
e si rimane sinché vi sono degli amici. La partecipazione alle associazioni è un modo per incontrare i propri coetanei, tessere nuove
relazioni interpersonali, approfondire amicizie; gli amici non sono
solo coloro che “tirano dentro” l’associazione ma sono anche uno
dei fattori che spingono a rimanervi.
La presenza di altri giovani e la possibilità di instaurare rapporti
interpersonali di tipo amicale sono aspetti distintivi del volontariato dei soggetti più giovani (dai 18 ai 21 anni): per questi intervistati spesso il gruppo degli amici e i soggetti frequentati all’intero
dell’associazione sono due realtà che combaciano.
In stretta connessione con la rilevanza delle relazioni sociali c’è
l’aspetto ludico della partecipazione, che è importante soprattutto
nella fase adolescenziale, ma persiste anche successivamente in
forme differenti. Ad esempio le assistenze pubbliche spesso diventano un luogo di ritrovo tra coetanei che sono lì per dedicarsi
ad un’azione solidale, ma anche per trascorrere il proprio tempo
coi pari; lo spazio del volontariato diventa spazio di aggregazione
giovanile.
Il volontariato rappresenta un ponte tra le forme di socialità ri26
stretta (la famiglia, gli amici, il mondo degli affetti) e opportunità di
socialità più ampia, in cui i giovani imparano ad essere protagonisti attivi in contesti sociali meno competitivi di quelli che possono sperimentare in altri ambiti. È un luogo intermedio tra il gruppo
amicale e contesti più strutturati dove i giovani possono mettersi
alla prova senza troppi rischi, soprattutto in termini di relazione con
gli altri.
Nella partecipazione sociale troviamo una risposta al bisogno di
appartenenza: chi ha seguito un percorso di crescita simile sente
di condividere determina ti ideali, valori, orizzonti di significato, che
a loro volta agevolano la costruzione di linguaggi, di frame interpretativi, modi di vedere il mondo. Il volontariato risponde a questo
bisogno di stare con soggetti con cui si condivide un certo tipo di
orientamento alla vita: tra i soggetti intervistati l’associazionismo
religioso e le esperienze scoutistiche sono senza dubbio i percorsi
che hanno saputo maggiormente trasmettere un sistema valoriale condiviso.
è un luogo
Alcuni intervistati parlano apertamente
intermedio tra della volontà di: le proprie capacità di afil gruppo amicale frontare le situazioni in autonomia, di interagire con gli altri soggetti, di comportarsi
e contesti più
in maniera adeguata nei rapporti sociali.
Nella fase adolescenziale il volontariato ha
strutturati
anzitutto ricadute importanti nel processo
di costruzione dell’identità personale, aumenta l’autostima, consente di conoscere e sperimentare le proprie attitudini, a volte orienta i
futuri percorsi di studio. In particolare i soggetti più giovani vivono
l’esperienza di volontariato in una dimensione decisamente autocentrata, non c’è ancora (se non in pochi casi) la percezione del
volontariato come forma di partecipazione attiva nella società.
Tramite l’esperienza del volontariato si impara a interagire e a
collaborare con gli altri, con i coetanei che non rientrano necessariamente nella sfera amicale, ma anche con generazioni differenti
dalla propria, si impara a confrontare le proprie convinzioni con la
mentalità e le idee del mondo adulto, i rapporti sociali diventano più
profondi superando la logica dell’apparenza.
Il volontariato rappresenta un’occasione per sperimentare ruoli
27
diversi, per comprendere le proprie capacità e le proprie attitudini,
per assumersi responsabilità ed impegno: è per tutti un’occasione
di crescita.
Quando si chiede ai giovani di approfondire maggiormente in che
senso il volontariato è stato un’esperienza di crescita personale,
i soggetti fanno riferimento ad una molteplicità di significati, che
possono essere raggruppati in due macro-categorie: da un lato la
capacità di relazionarsi con gli altri, di saper agire
in contesti sociali non abitualmente frequentati,
mettersi
dall’altro l’essere entrati in relazione con realtà
alla prova
diverse dalla propria.
Le competenze relazionali, intese nella loro
senza troppi
accezione più ampia del “saper essere” e dell’enrischi
trare in relazione, sono l’aspetto maggiormente
richiamato dai giovani e variamente declinato.
Certi tipi di volontariato, soprattutto quelli di servizio alle persone,
richiedono al giovane un certo tipo di capacità di interazione, ma al
tempo stesso sviluppano queste abilità.
Rispetto ad altre dimensioni gruppali che sviluppano, anch’esse,
competenze di tipo relazionale, il volontariato mette il giovane in
relazione con soggetti diversi da sé, l’anziano in istituto, la persona
che vive in situazione di disagio, il disabile, ecc., e questo amplia le
opportunità di relazione dell’individuo; offre un quid in più rispetto
ad altre esperienze associative.
Questa dimensione relazionale è significativa anche in rapporto al
mercato del lavoro e alla società adulta in cui i giovani sono chiamati ad inserirsi: l’attuale mondo delle professioni non richiede
ai soggetti soltanto competenze tecnico-professionali, ma anche
quelle competenze trasversali comuni a svariate professioni (capacità di comunicazione, saper lavorare con gli altri, attitudine
all’ascolto, lavorare per progetti). L’acquisizione di tali competenze
non deriva unicamente dai tradizionali sistemi scolastici o formativi,
ma sovente è legata al vissuto esperienziale dei soggetti, di conseguenza un’organizzazione di volontariato può essere un luogo di
esercizio costante di queste competenze.
In termini più utilitaristici il volontariato è un’indubbia occasione
formativa in cui sviluppare abilità sociali e/o acquisire capaci28
tà professionali o trasversali che potranno
compresenza
essere spese in ambito lavorativo. Il volontadi una matrice
riato assume una valenza orientativa, perché consente di stimare in modo realistico
orientata al
le proprie potenzialità e aiuta a focalizzare i
self-interest
propri interessi.
Un aspetto evidenziato da molti giovani
accanto ad
intervistati è quello della gratificazione e del
istanze più
riconoscimento. La relazione di aiuto che si
instaura con i destinatari dell’azione solidasolidaristiche
le è solo apparentemente unidirezionale, è
anzitutto relazione umana, densa di scambi,
di reciprocità, il piacere del dare e del ricevere contemporaneamente. Secondo Palmonari1 le motivazioni individuali, da sole non sono
sufficienti per condurre all’azione sociale, occorre che vi sia un riconoscimento sociale del gesto individuale e quindi una chiara considerazione del suo statuto nell’insieme degli scambi e dei rapporti.
Questa molteplicità di aspetti va tenuta in considerazione se si
vuole analizzare la partecipazione giovanile al mondo dell’associazionismo, in generale, e al mondo del volontariato nello specifico,
anche per capire come avvicinare nuove fasce giovanili all’impegno
solidale. Riconoscere la compresenza di una matrice orientata al
self-interest, accanto ad istanze più solidaristiche, consente di avere una percezione più completa del proprio agire. L’impegno associativo promuove una crescita personale, aumenta la comprensione
di sé, conferma valori e convinzioni attraverso l’azione.
1. Polmonari A., Gratuità imperfetta, in “Rivista del volontariato”, maggio 1997
29
3.3 Cosa pensano i giovani del volontariato?
Per comprendere meglio il rapporto dei giovani con il mondo del
volontariato, grande attenzione è stata posta anche ai fattori che li
tengono lontani da queste forme di partecipazione sociale.
A livello di definizione i giovani considerano come volontariato
precipuamente le attività a carattere solidaristico, rivolte a favore di
terzi in stato di svantaggio, di bisogno o di non riconoscimento dei
diritti, mentre è più difficile che vengano incluse in questa categoria le azioni per il miglioramento del benessere collettivo (come la
tutela di beni culturali o del patrimonio ambientale).
Buona parte dei soggetti esprime
opinioni positive rispetto all’impegno
è bello, ma io
solidale (indipendentemente dal far di
non lo farei mai
gruppi associazionistici o meno), evidenziando soprattutto la dimensione
della gratuità e dell’altruismo. Raramente i giovani criticano un’azione di impegno sociale e riflettono da questo punto di vista un pensiero comune della società nel suo complesso,
Chi mette in atto qualche forma di impegno sociale è spesso ricoperto da un manto di mitizzazione, soprattutto da chi non si è mai
avvicinato a questa realtà c’è questa visione del volontariato sbilanciata sulla dimensione altruistica, senza cogliere come contenga
anche un aspetto di reciprocità a favore di chi lo pratica.
La partecipazione all’associazionismo sociale viene vista come
qualcosa verso cui si è portati oppure no, non tanto una scelta,
quanto una strada possibile solo per alcuni. Questo soffermarsi
sugli aspetti più nobili e sottolineare la generosità di chi si impegna
socialmente, spesso si coniuga con il pensiero di non essere portati
per il volontariato: “è bello, ma io non lo farei mai”. Sono soprattutto coloro che non hanno mai svolto attività di volontariato ad avere
una visione sbilanciata sulla dimensione altruistica: il volontario
come un soggetto mosso da grandi e nobili ideali, capace di sacrificare il proprio tempo libero senza ricevere nulla in cambio, pronto
a dedicarsi agli altri appena c’è bisogno di lui.
Per buona parte degli intervistati, come si è detto all’inizio, il volontariato è visto in un’accezione ampia di impegno gratuito che può
essere profuso in diversi ambiti: dalle attività ludiche con i minori,
30
ai servizi per le fasce più deboli della popolazione, all’assistenza
sanitaria delle croci, ecc. È anche vero però che una parte di giovani associa il volontariato alle istituzioni cattoliche. In alcuni casi la
matrice religiosa può costituire un ostacolo alla partecipazione per
coloro che ad esempio non sono credenti o che, per varie ragione,
si sentono lontani dalla Chiesa cattolica, ma per altri soggetti questo ancoraggio può svolgere una funzione di motivazione al volontariato.
Per comprendere meglio se vi sono delle motivazioni che allontano
i giovani dalla realtà dell’associazionismo e del volontariato, vale la
pena di approfondire le categorie di giudizio più critiche. Andando
oltre le immagini di desiderabilità sociale connesse al volontariato,
emergono le opinioni che circolano nelle reti sociali dei giovani:
un primo richiamo va alla dimensione del successo sociale, chi
si impegna in attività solidali è stigmatizzato dai propri coetanei
(l’espressione “sfigato” è quella che ricorre più frequentemente, soprattutto tra le fasce d’età più giovani) perché non è protratto verso
il successo individuale o la ricchezza materiale. Alcuni intervistati
dichiarano apertamente di non aver svolto nessuna attività di volontariato perché non comporta un guadagno economico, un tornaconto personale in termini materiali.
il tempo è
Nella stessa logica il volontariato è visto come una
denaro
perdita di tempo, ininfluente sulla società e inutile
per se stessi: è l’azione gratuita senza ritorno che
viene denigrata; del resto i giovani non fanno altro che allinearsi
all’orientamento verso il successo individuale e alla ricchezza materiale che circola nel sistema sociale ed è veicolato, in prima battuta,
dal mondo adulto.
La mancanza di tempo e la gratuità dell’impegno volontario si sintetizzano perfettamente nella logica “il tempo è denaro” che rimane
sullo sfondo del discorso giovanile. La rilevanza della dimensione
economica è un elemento piuttosto preoccupante, visto che si tratta di giovani non ancora inseriti appieno nel mercato del lavoro (o
inseritisi solo in parte).
Tra i più giovani chi si pone in termini critici richiama la dimensione
del divertimento in antitesi con il volontariato, che è percepito come
un’attività noiosa, svolta in uno spazio di impegno, simile a quello
31
strutturato della scuola o del lavoro. La dimensione dell’impegno
non sottende tanto la paura di essere responsabilizzati, quanto il
timore di operare scelte fagocitanti. I giovani hanno bisogno di
gradualità, di poter provare un contesto senza dichiararne subito
una piena adesione.
32
3.4 Chi non partecipa (più) ad attività di volontariato
Su 80 persone dai 18 ai 30 anni sono 19 i giovani impegnati in qualche associazione di volontariato, mentre 12 intervistati hanno preso
parte ad attività di volontariato in precedenza e successivamente
se ne sono distaccati. I restanti 50 individui sono giovani che non
hanno mai svolto attività di volontariato.
Se si analizzano le caratteristiche socio-anagrafiche sono i più giovani (dai 18 ai 21 anni) ad emergere come più attivi nel mondo del
volontariato rispetto ad altre fasce d’età. Tutto il ciclo di vita considerato (dai 18 ai 30 anni) rappresenta un periodo denso di passaggi
verso la vita adulta, in cui si possono venire a intrecciare i processi
formativi e di professionalizzazione, la formazione di una propria
famiglia, ecc. È plausibile pensare che il volontariato sia influenzato
dai cambiamenti esterni: eventi di tipo personale, come trovare lavoro, sposarsi, cambiare città di residenza, possono ridurre drasticamente gi spazi di tempo libero e portare ad interrompere l’azione
volontaria.
La variabile “inserimento lavorativo”
agisce, com’è ovvio, sulla disponibilità di Si condividono
tempo libero e quindi esercita un’influenza
gli obiettivi
sulla permanenza nel mondo del volontariato, ma non in modo lineare, la sua
e le attività
influenza si esercita soprattutto congiundell’associazione
tamente ad altri cambiamenti che intervengono nel percorso di vita dei soggetti.
ma non
Laddove l’inserimento occupazionale si
sempre questo
somma alla costituzione di un proprio nucleo famigliare o alla fuoriuscita dalla casa
implica una
dei genitori si verifica un sovraccarico di
fidelizzazione
impegni difficilmente conciliabile con il
volontariato. Il legame più debole, plausidei volontari
bilmente quello associativo, viene reciso
all’associazione
anche quando il distacco dall’azione di
volontariato viene vissuto con dispiacere,
eventualmente rinviando l’esperienza a periodi successivi della vita.
Una parte dei soggetti intervistati ha vissuto esperienze di volontariato precedenti (a volte più di una), segno di una modalità di par33
tecipazione giovanile nelle associazioni caratterizzata da fluidità: si
entra e si esce con una certa facilità, privilegiando un atteggiamento di exit piuttosto che di voice1. Quello che emerge in varie interviste è la condivisione degli obiettivi e dell’attività svolta dall’associazione di volontariato di cui si è parte, senza che questo implichi una
fidelizzazione dei volontari all’associazione stessa. Coinvolgimento
e appartenenza non sono necessariamente dimensioni legate tra di
loro: la volontà di impegnarsi in un servizio può risultare abbastanza
svincolata dall’appartenenza associativa o concretizzarsi in diverse
associazioni.
1
Il modello interpretativo di Hirschman include due modalità di regolazione dei rapporti con le organizzazioni: un soggetto può interrompere la rela-
zione con una organizzazione (exit), oppure può cercare di migliorare la relazione attraverso la protesta (voice).
34
3.5 Come promuovere il volontariato
L’aspetto della gradualità nell’inserimento all’interno di una realtà
organizzativa è un elemento importante. Le associazioni, che soffrono spesso della carenza delle leve giovanili o di un elevato turnover, tendono spesso a chiedere ai neo-volontari impegni ben precisi in termini di tempo e ruoli. C’è invece bisogno di poter provare,
di conoscere l’organizzazione e gli obiettivi che persegue, prima
di poter prendersi un impegno; poi, se il contesto fornisce quegli
elementi positivi che abbiamo visto precedentemente, il soggetto
potrà decidere di dedicare più ore del suo tempo o acquisire man
mano ruoli di maggiore responsabilità.
Anche relativamente ai compiti i giovani
Percorsi di
trovano sul campo mossi da un lato
affiancamento sidall’impegno
ed entusiasmo, dall’altro
dei neo-volontari, dalla voglia di sperimentarsi, tuttavia
elementi non sempre sono sufficon persone che questi
cienti. Aleggia tra i giovani un po’ quefacilitino il cammino sta immagine del volontario come “colui
che sa agire da solo”, ma questo non favorisce la partecipazione giovanile (se non nel breve termine); l’entusiasmo giovanile porta a sottovalutare il senso di inadeguatezza
e di spaesamento che si possono sperimentare in certe situazioni;
gli adulti devono esserne consapevoli e sostenere la formazione di
adeguate competenze dei giovani volontari. Il volontariato rappresenta senz’altro un’occasione di crescita, perché responsabilizza
il soggetto nell’assunzione di un impegno e perché lo porta a confrontarsi con situazioni e realtà diverse da quelle che sperimenta
all’interno dei circuiti relazionali in cui è inserito, tuttavia questa
crescita va sostenuta da parte del mondo adulto. Si potrebbero
pensare, ad esempio, a percorsi di affiancamento dei neo-volontari,
simili a quelli che vengono strutturati all’interno di altri contesti
organizzativi dove il cosiddetto facilitatore ha il compito di agevolare la comprensione dei valori e degli obiettivi dell’organizzazione,
l’apprendimento dei modelli di azione e le competenze per svolgere
il proprio ruolo in autonomia. Il percorso di affiancamento è di per
sé un percorso di formazione in situazione, che potrebbe essere
appetibile agli occhi dei giovani, perché permette loro di conoscere
35
il contesto associativo e le persone che ne fanno parte e al tempo
stesso gli offre l’opportunità per iniziare a mettersi alla prova.
Dal punto di vista dell’informazione e della pubblicizzazione del
volontariato i giovani intervistati hanno espresso la necessità di
una maggiore conoscenza delle associazioni presenti sul territorio
e delle modalità attraverso cui può espletarsi l’impegno sociale. La
scuola è senza dubbio il canale principale con cui raggiungere gli
adolescenti, tuttavia un canale istituzionalizzato come quello della
scuola rischia di rendere i contenuti meno appetibili, il rischio è che
il volontariato finisca per essere un’attività che lo studente assimila
ad altre attività della scuola. Possono essere più proficue in questa
direzione delle esperienze estemporanee, in cui i giovani sono invitati a provare un’esperienza – ad esempio un giorno di doposcuola
coi bambini, un turno alla mensa dei poveri – per prendere contatto
col mondo del volontariato.
Molto più controversa la questione del riconoscimento economico
(ad esempio sotto forma di rimborsi spese o piccoli incentivi monetari), che per alcuni può rappresentare un incoraggiamento, ma per
altri snatura l’essenza del volontariato. Una buona parte degli intervistati ritiene il volontariato un’azione gratuita e deve rimanere tale.
Come promuovere il volontariato
“Il volontariato è una cosa gratuita, cioè non ti possono pagare, altrimenti
è un lavoro” (Int. 43, femmina, 23 anni, lavoratrice)
“se uno è proprio deciso allora si sbatte, nel senso che chiede, va all’informagiovani, invece se uno ha la mezza idea che non sa l’averci la cosa
davanti agli occhi può servire per dire, guarda, c’è questo potrei provare,
quindi una cosa più facilmente raggiungibile forse risulta più facile” (Int.
41, femmina, 25 anni, lavoratrice)
“fare entrare i ragazzi in quest’ambiente e fargli capire veramente com’è,
com’è realmente la situazione, che è completamente diversa da come
la pensano la maggior parte dei giovani, forse potrebbe essere un buon
impatto veramente” (Int. 27, maschio, 21 anni, in transizione)
36
La scelta del volontariato tra radicamento e soggettività
“Quand’ero piccolo i miei mi hanno sempre mandato in parrocchia, perciò
alla fine, cioè vivendoci, automaticamente o te ne vai o ci entri … se i miei
dall’inizio non mi avessero mandato forse neanche io poi avrei avuto la
voglia di continuare” (Int. 11, maschio, 20 anni, studente)
“Una volta uscita dagli scout volevo continuare un’esperienza che fosse
più o meno sulla stessa linea…” (Int. 7, femmina, 19 anni, studentessa)
“Ho iniziato tramite un compagno delle medie…a parte che lui me ne parlava conoscevo anche M. B., tramite lui, parlandone mi sembrava, cioè
non lo so, avevo molte occasioni di sentire i suoi discorsi, parlare con lui
e quando me ne parlava mi sembrava che potesse essere un posto in cui
sarei stato bene” (Int. 9, maschio, 20 anni, studente)
Cosa pensano i giovani del volontariato
“I giovani più che altro si basano sul divertimento, escono perché si divertono e tutte queste cose qua, fare volontariato, sono cose più serie, cioè
almeno le percepiscono così, cose molto più serie dove non è possibile
divertirsi, vai lì fai quello che devi, come se fosse un lavoro”
(Int. 27, maschio, 21 anni, in transizione)
“tutte le cose che non hanno una retribuzione non è che …sinceramente
se lo fanno gli altri è meglio…” (Int. 65, maschio, 27 anni, lavoratore)
“sinceramente non ho mai considerato l’idea di fare qualcosa per la società senza averne un tornaconto” (Int. 42, maschio, 25 anni, lavoratore)
“ci ho pensato ma non credo che uno debba fare del volontariato per
cambiare il mondo” (Int. 54, femmina, 26 anni, in transizione)
37
Cosa pensano i giovani del volontariato
“Ne penso tutto il bene del mondo, nel senso che sono assolutamente
da ammirare, in una società che bada molto all’aspetto esteriore e quindi
dove si è sempre in perenne rincorsa per l’orologio più bello, la macchina
più bella di tutte, fare un’attività che riesce ad aiutare gli altri senza nessun
compenso, per passione o per spirito umanitario è veramente una cosa
bellissima” (Int. 74, femmina, 27 anni, in transizione)
“sono visti secondo me a volte con diffidenza, altre volte con ammirazione
e stupore ma quasi con distacco, nel senso: ti ammiro per quello che fai,
perché io non potrei mai farlo” (Int. 80, femmina, 28 anni, in transizione)
“io ammiro questa gente…a me manca soprattutto la voglia di impegnarmi in queste cose” (Int. 57, maschio, 22 anni, in transizione)
“è una bellissima cosa, ma non per tutti, tipo non per me, perché servono
comunque persone forti psicologicamente, anche una cosa bella alla fine,
deve piacere…per me non sono proprio avvicinabili, c’è chi è portato e
chi no, non è da tutti” (Int. 26, maschio, 20 anni, in transizione)
“sei uno sfigato…le solite cose…sono visti male dalla società di adesso,
sono degli sfigati” (Int. 25, femmina, 19 anni, in transizione)
“Io ho sempre avuto dietro chi pensava che chi fa il volontariato è uno stupido perché non viene pagato…io [gli scout] li prendevo in giro, li chiamavo mangia-ghiande” (Int. 28, maschio, 19 anni, in transizione)
“a quell’età lì di 18-19 anni, molti ti guardano come se fossi un extraterrestre, perchè è una perdita di tempo… non è concepito proprio nella mentalità di oggi, perché c’è poco tempo, perché il tempo è denaro, e, allora,
quel poco tempo che ho non lo posso usare per qualcun altro senza poi
averne alcun ritorno” (Int. 80, femmina, 28 anni, in transizione)
“Sfigati tra virgolette. Invece di andare in giro al sabato pomeriggio a prendersi l’aperitivo, vanno a tenere dei bambini, magari un po’ più piccoli e
poi hanno la Messa alle sette!” (Int. 64, femmina, 28 anni, lavoratrice)
“Fare volontariato non fa moda” (Int. 67, maschio, 28 anni, lavoratore)
38
Volontariato per gli altri e volontariato per sè
“Mi piace, è una cosa che trovo utile, sia per gli altri e anche per te stesso. Io sono convinto che tutti i volontariati che ho fatto, li ho fatti anche
perchè mi piacevano e mi davano qualcosa. Non mi vedo come persona che fa volontariato perché pensa agli altri e non a se stesso, a me il
volontariato ha dato molto, ho preso molto da quelle esperienze e mi è
piaciuto, ho trovato utile aiutare anche gli altri. Cioè lo vedo sempre come
un dare-avere” (Int. 48, maschio, 26 anni, lavoratore)
“è un gruppo di amici, se tu vai a fare volontariato e non hai un gruppo di
amici all’interno, ma lo vivi solo in maniera solitaria è molto difficile portarlo
avanti nel tempo” (Int. 48, maschio, 26 anni, lavoratore)
“Tanti dicono non sei pagato chi te lo fa fare. Ho capito, ma qua ti diverti
anche, è anche un divertimento, dopo tutto” (Int. 16, maschio, 20 anni)
“è un po’ per gli altri perché aiuta la gente e un po’ per me perché mi fa
sentire bene” (int. 72, maschio, 29 anni, lavoratore)
“è un cammino di crescita, sono cambiata tanto, prima non facevo queste
cose e non mi rendevo conto delle cose che mi capitavano intorno”
(Int. 7, femmina, 19 anni, studentessa)
“È anche parlare con gente più grande più esperta del servizio… c’è gente che è qui da 20 anni, fa piacere sentire le cose che hanno passato loro,
…L’insegnamento, magari è gente che sessant’anni ed è solo due anni
che è qua, però mi può dare dei consigli, non sul servizio, però di vita si…
se ho qualche problema, è ovvio che non vado da uno che ha la mia età,
ma vado da uno più grande” (Int. 16, maschio, 20 anni, lavoratore)
“Comunque ti fa piacere quando ricevi un grazie, da loro, soprattutto…
comunque essendo giovane non è facile, perché i giovani sono visti come
quelli che non fanno niente…ricevere i ringraziamenti dalla gente… sei
visto bene” (Int. 14, maschio, 21 anni, lavoratore)
39
Chi non partecipa (più) ad attività di volontariato
“Non ho mai fatto volontariato per paura di stufarmi, cioè, magari c’è la
volta che non ne ho voglia, ho gli affari miei…” (Int. 6, femmina, 19 anni,
studentessa)
“gli scout sono inquadrati, devono andare a messa tutte le domeniche,
cose così, non puoi avere un credo spirituale diverso dal loro, sei obbligato a seguire le funzioni” (Int. 52, maschio, 25 anni, in transizione)
“qualche anno fa ci eravamo andati ad informare, il mio ragazzo voleva
fare volontariato in croce, però c’eravamo trovati male perché lui comunque ha sempre lavorato ed ha sempre degli orari molto precisi, per cui
lui ha detto, io quando non lavoro, se posso dare una mano, volentieri e
invece poi era uscita fuori una questione di orari tra virgolette imposti, per
cui poi non saremmo riusciti ad incastrare la cosa ed abbiamo lasciato
perdere” (Int. 38, femmina, 30 anni, studentessa)
“ci sono diciamo le paure di non essere all’altezza, del confronto, del dialogo, un po’ di difficoltà” (Int. 52, maschio, 25 anni, in transizione)
“le mie emozioni erano…cioè…cosa cavolo devo fare! Poi mi è stato spiegato bla bla e bla e all’inizio mi sono detto sarà dura però sono qua e non
posso tirarmi indietro, non volevo tirarmi neanche indietro, però all’inizio
sicuramente un attimino di, per adattarsi quando inizi una cosa nuova
sempre…” (Int. 75, maschio, 27 anni, in transizione)
“a parte il servizio che ho fatto agli scout di animazione verso i ragazzi, che
può essere abbastanza semplice, più in generale il volontariato verso altre
realtà io l’ho sempre temuto un po’, perché, non lo so, sono a disagio nei
confronti di certe situazioni che non saprei come affrontare… ti mettono a
disagio perché delle volte tu vai e sei messo subito lì senza nessuno che
magari ti spiega com’è la situazione, com’è il contorno, non sei preparato,
le cose che non conosci sempre ti lasciano un po’ a disagio…” (Int. 60,
maschio, 27 anni, studente)
40
4. Chiesa cattolica e dimensione religiosa
41
4.1 Appartenenza religiosa
e percezioni giovanili prevalenti
La ricerca ha voluto indagare anche i principali atteggiamenti giovanili assunti verso la dimensione religiosa.
Un primo risultato è la scarsa propensione a parlare di questo
argomento o una difficoltà ad esprimere opinioni personali nitide e
definite. Spesso atteggiamenti di rifiuto e di disinteresse verso tale
questione si mescolano con un condizionamento sociale più ampio,
radicato nelle pratiche quotidiane, che porta a far percepire la religiosità come dimensione intima e personale, difficile da esternare in
quanto vissuta e pensata a livello soggettivo e privato oppure condivisa soltanto in circostanze particolari (come all’interno di gruppi
ecclesiali o nella partecipazione rituale periodica o sporadica), ma
per lo più esclusa dai principali ambiti della vita sociale.
In particolare tra le fasce d’età più giovani, dove è maggiormente
sentita l’influenza del giudizio esterno, l’esplicitazione dell’appartenenza religiosa può essere vissuta come fonte di stigmatizzazione
all’interno del gruppo dei pari.
Alcune posizioni, espresse in modo ricorrente, manifestano un forte
senso di incertezza e di dubbio rispetto alla propria appartenenza
religiosa, connesso al confronto con una molteplicità di informazioni e modelli accessibili e all’attraversamento di una fase di disorientamento. Se spesso prevale il disinteresse per le credenze
e la pratiche religiose, non mancano
atteggiamenti che si collocano alle
la chiusura in
estremità opposte: piena adesione da
percorsi di fede
un lato, estremo rifiuto dall’altro.
Quello che è interessante osservare è
individuali si
la tendenza verso il soggettivismo
manifesta anche in che
e la presa di posizione sono spesso
conseguenza della due fenomeni interconnessi, in cui la
chiusura in percorsi di fede individuali
perdita di
si manifesta anche in conseguenza
della graduale perdita di credibilità
credibilità
nelle istituzioni.
nelle istituzioni
Per un gran numero di intervistati le
dimensione religiosa e la fede sono
42
descritti come elementi importanti nella propria vita, ma intesi
spesso a livello personale e privato, senza comprendere forme
di partecipazione comunitarie o rituali e senza un riconoscimento
esplicito dell’autorità delle istituzione religiose. Sono interessanti
alcune espressioni degli intervistati che mettono bene in luce come,
per una parte del mondo giovanile, la religione sia diventata qualcosa di distante e incomprensibile al pari della politica. Ad esempio la
difficoltà di comprendere la ritualità liturgica non favorisce un avvicinamento con le istituzioni cattoliche, la religione acquisisce quindi
una dimensione individualizzata, in cui la confessione religiosa è
qualcosa che si esercita nel chiuso della propria stanza anziché in
forma collettiva.
netta
Rispetto a queste difficoltà, quindi, non tutti i
giovani si allontano dalla Chiesa, anzi diversi
separazione
soggetti esprimono esplicitamente il desidetra la
rio di un linguaggio più comprensibile della
Chiesa, non solo negli aspetti liturgici, ma
dimensione
anche nelle varie modalità di comunicazioreligiosa e
ne che le istituzioni ecclesiastiche possono
avere con i fedeli, un linguaggio che anzitutto
le istituzioni
parta dalla quotidianità e parli ai giovani riparreligiose
tendo dal Vangelo. Una parte degli intervistati
chiede alle istituzioni religiose di essere più
vicine al mondo giovanile.
Un elemento che è emerso con forza è la netta separazione che
i giovani frappongono tra la dimensione religiosa e le istituzioni
religiose: se la religiosità è un’esigenza sentita da un numero non
indifferente di soggetti, le istituzioni sono aspramente criticate dalla
maggior parte dei giovani. Le critiche e i giudizi raccolti, espressi
in modi e forme differenti, provengono indistintamente sia da chi si
professa credente, sia da chi si dichiara non credente.
43
4.2 Atteggiamento verso le istituzioni ecclesiastiche
Non vi è una specificità nel linguaggio giovanile: le stesse opinioni
che circolano nell’opinione pubblica si ritrovano tra i giovani, che
criticano la Chiesa per il fatto di interagire con le istituzioni pubbliche, perché propone riferimenti a valori obsoleti rispetto agli stili di
vita della società, perché ostenta una ricchezza che i giovani sentono in contraddizione con lo spirito del Vangelo.
Le principali contestazioni vengono mosse al ruolo istituzionale della Chiesa e alla sua interazione con il mondo politico: viene
criticata perché interviene nel dibattito pubblico, perché, a detta di
alcuni, esercita un ruolo politico piuttosto che religioso.
In misura ancora maggiore la Chiesa viene criticata in riferimento alla dimensione valoriale,
Spesso le opinioni relative
perché propone una lettura
della realtà e dei modelli di
alle istituzioni ecclesiastiche
riferimento che sono inattuali
si basano sull’aspetto
per un’ampia sfera di giovani:
l’eutanasia, la sessualità, la
mediatico della Chiesa
ricerca sulle cellule staminali,
l’aborto, le coppie di fatto,
l’omosessualità tanto per citare alcuni esempi, sono argomenti che
fanno molto discutere.
Vi sono poi i giudizi sui beni temporali che costituiscono il patrimonio ecclesiastico della Chiesa. Anche qui è l’immagine mediata
della Chiesa che passa, quella delle liturgie in Piazza S. Pietro, piuttosto che quella delle parrocchie che nella quotidianità operano sul
territorio. Va detto anche che solo una parte circoscritta di giovani
riesce a cogliere il valore della Chiesa come insieme dei fedeli, al di
là della gerarchia ecclesiastica.
Spesso le opinioni relative alle istituzioni ecclesiastiche si basano
sull’aspetto mediatico della Chiesa, che pur avendo il pregio di
raggiungere un numero elevato di persone, agisce quasi come un
boomerang laddove i soggetti non dispongono di sufficienti codici
interpretativi. Soprattutto da parte dei soggetti che si dichiarano più
lontani dalla religione cattolica c’è spesso un’identificazione della
Chiesa con il Papa, che viene criticato perché incapace di comunicare con le fasce più giovani della società (soprattutto se messo a
44
confronto con il Papa precedente).
È da questi elementi che nasce una perdita di credibilità: si attribuisce alle istituzioni religiose un atteggiamento eccessivamente rigido
e severo; il senso di distacco, la difficoltà di confronto e la non
comprensione inducono nei giovani atteggiamenti di disinteresse o
addirittura di aperta ostilità.
È interessante notare come le opinioni tendano a modificarsi, se
non quando a ribaltarsi, nei confronti dei singoli rappresentanti
delle istituzioni religiose: accanto ad un senso di sfiducia diffuso
per i vertici della Chiesa, vi è una maggiore credibilità in singoli
sacerdoti, che riescono ad avere un contatto diretto, realtà tangibili
e vicine al vissuto quotidiano dei giovani.
45
4.3 Ricerca della religiosità
Al di là delle pur numerose e talvolta aspre critiche avanzate, i
giovani intervistati manifestano ancora un interesse verso una dimensione religiosa e spirituale. A volte si riscontrano degli elementi
contraddittori tra le testimonianze raccolte, anche in chi sembra
inizialmente collocarsi in una posizione di disinteresse per la dimensione spirituale dell’esistenza: l’assenza di religiosità, da un lato
espressa come scelta, dall’altro è percepita come limite per la vita
sociale in generale.
Le problematicità possono essere ricondoti giovani
te essenzialmente alla difficoltà di coniugare
manifestano
le esigenze di libertà e autonomia soggettiva
con il bisogno di comunità e condivisione
ancora un
collettiva, all’interno di un contesto sociale
interesse
che veicola certi modelli di comportamento
e stili di vita. La sfida che le attuali società, e
verso una
le giovani generazioni in particolare, pongono
dimensione
alle istituzioni religiose è quella di riuscire a
formulare proposte capaci di coniugare le mureligiosa e
tate esigenze sociali e individuali con i principi
fondanti della dottrina religiosa.
spirituale
Le forme di partecipazione dovrebbero tener
conto delle dinamiche che influenzano l’adesione dei giovani: la
possibilità di sentirsi valorizzati, riceve fiducia, creare legami autentici e profondi, trovare spazio per il confronto. Offrire ai giovani occasioni di svago e spensieratezza, dare un senso comune a
quello che si fa, far prevalere la condivisione e il senso della partecipazione attiva piuttosto che quello di impegno passivo o della
costrizione.
La potenzialità che in questo senso detengono le istituzioni religiose sembra collocarsi a livello micro-sociale. La potenziale incisività
delle iniziative rivolte a particolari realtà locali e/o alle componenti
sociali con cui interagiscono, pongono le premesse per avviare un
cambiamento della percezione della dimensione religiosa di una società, iniziando dal “basso” e dal contatto diretto con la quotidianità
delle persone per trasmettere una conoscenza reale e tangibile del
proprio operato e dei propri principi.
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Domanda di spiritualità,
indirizzata verso
un’autenticità del
Dal mondo giovanile proviene
una domanda di spiritualità,
indirizzata verso un’autenticità
del sentimento religioso, un approccio alla dimensione religiosentimento religioso sa più concreto e radicato nella
quotidianità, ma fatto anche di
una maggiore informazione e conoscenza sia dei contenuti religiosi
sia dell’operato delle istituzioni ecclesiali, lasciando spazio a maggiori occasioni di dialogo, confronto e costruzione partecipata della
vita religiosa di una società.
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Dimensione “individualista” e lontananza dalla ritualità
“La Chiesa oggi è molto trascurata, io sono la prima, te lo devo dire molto
sinceramente, però io non penso che andare in Chiesa faccia la persona
fedele, cioè, io mi sento che se ho bisogno di parlare con Dio, ci parlo e
non ho bisogno, per dirti, di andare dieci volte in Chiesa. Io la mia esperienza religiosa la vedo così, che se ho voglia di parlare con Dio ci parlo,
punto. Non ho bisogno di fare i riti cattolici”
(Int. 22, femmina, 21 anni, in transizione)
“dopo che sei andato a messa, cioè sei stato lì ad ascoltare sempre le solite cose, a parte la predica che è sempre diversa, poi quando hai finito…
non ti rimane niente” (Int. 60, maschio, 27 anni, studente)
“mi piacerebbe un coinvolgerci maggiormente nel concretizzare la parola
di Dio, concretizzarla, non lasciarla una serie di parole così…”
(Int. 25, femmina, 19 anni, in transizione)
“A me personalmente piace molto don C. per come espone le cose, per
come ce le fa capire, quando commenta poi alla fine il vangelo, però tanti
preti ti fanno cadere letteralmente le braccia, ti fanno passare la voglia”
(Int. 21, femmina, 20 anni, lavoratrice)
“Bisogna trovare dei linguaggi per trasmettere il Vangelo, linguaggi che
siano adeguati al mondo giovanile. Questo però non vuol dire traviare il
messaggio, perché non dobbiamo, per come la penso io, togliere le cose
perché sono fastidiose, perché, insomma, Cristo a suo tempo non è stato
molto accondiscendente, era molto radicale. Secondo me è fondamentale ritornare ad annunciare il Vangelo, trovando dei linguaggi che siano
verbalmente comprensibili. Trovare anche i modi perché i giovani devono anche esprimersi senza essere giudicati, non devono sentirsi tarpati,
lasciare che possano esprimere tutte le loro perplessità, avendo anche la
possibilità di dialogare” (Int. 73, femmina, 30 anni, lavoratrice)
48
Dimensione “individualista” e lontananza dalla ritualità
“Gli stessi discorsi che fanno i preti in Chiesa, tante volte è un discorso
loro, facessero discorsi più umani, cioè che la parola di Gesù sia applicabile a situazioni normali” (Int. 41, femmina, 25 anni, lavoratrice)
“spesso questo cristianesimo è calato dall’alto, non tanto a partire dalla
tua realtà quotidiana e da queste cose i ragazzi fuggono, cioè si può dire
tutto dei ragazzi ma non che non siano autentici generalmente”
(Int. 77, femmina, 28 anni, in transizione)
Istituzioni ecclesiastiche e singoli parroci
“Mi faccio del nervoso sentendo certe affermazioni di certi rappresentanti
di questa istituzione, di questa cosa che diventa sempre più un’azienda e
meno un luogo di incontro tra le persone….ce l’ho con la Chiesa, non con
la religione!” (Int. 51, maschio, 24 anni, in transizione)
“Ho molta difficoltà a rapportarmi con una certa immagine mediatica o di
potere della chiesa, che per me assolutamente non ha niente a che fare
con il messaggio del vangelo. Però sicuramente ci sono delle realtà e dei
preti che dedicano la loro vita alle persone e questo è assolutamente una
bellissima testimonianza. Ci sono dei cristiani cattolici che sono testimonianze viventi” (Int. 77, femmina, 28 anni, in transizione)
“Credo in Dio e quindi, appunto, che determinati valori siano giusti. Però
della Chiesa in quanto istituzione non ho un parere molto positivo, perché
penso che, come dire, non sia davvero la manifestazione dei valori che
dovrebbe affermare… penso che uno dei valori della Chiesa sia l’uguaglianza, però ad esempio per quanto riguarda gli omosessuali non sono
considerati persone come gli altri o comunque non si riconoscono a loro
determinati diritti. Secondo me questo non è la manifestazione di un principio di uguaglianza” (Int. 32, femmina, 22 anni, studentessa)
“invece di cercare un dialogo c’è un irrigidimento delle posizioni di chi ha il
potere di magistero…” (Int. 61, maschio, 28 anni, in transizione)
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Istituzioni ecclesiastiche e singoli parroci
“L’attività in parrocchia per me dipende tantissimo dal parroco che hai…
io ho avuto Don A. e mi reputo molto fortunato rispetto a quei miei amici
che mi raccontano l’esperienza con dei parroci orribili”
(Int. 48, maschio, 26 anni, lavoratore)
“La chiesa cattolica ai nostri giorni avrebbe una grandissima opportunità
di parlare alla gente, secondo me a volte riesce a farlo e parlo di piccole
realtà, cioè della singola parrocchia, oppure di un vescovo particolarmente illuminato” (Int. 77, femmina, 28 anni, in transizione)
“Secondo me ci sono molti problemi a livello di cosa dicono i vertici, gli indirizzi generali della Chiesa, rispetto a come è la realtà delle cose pratica...
trovo molto più riscontro nelle parole che sento nel prete di una parrocchia di un paesino di una realtà, che non quanto viene detto da quelli che
possono essere i vertici della chiesa” (Int. 76, maschio, 28 anni)
La ricerca di una dimensione spirituale
“E’ un peccato, perché comunque credere è sempre comunque una
speranza…E’ comunque una sicurezza in noi stessi”
(Int. 36, maschio, 23 anni, studente)
“Cioè è anche un modo per sfogarti, ti confidi anche, tipo ti parli interiormente anche. Sì, è anche un modo per parlarti. Alla fine la chiesa è anche… non so , io quando vado in chiesa quando esco mi sento più libera,
non so come dirti” (Int. 24, femmina, 19 anni, in transizione)
“Il messaggio di speranza del credere in qualcosa che comunque ti dà la
forza di superare le difficoltà dovrebbe attirare i giovani... ho sentito tante
volte, anche dai miei compagni di scuola che ufficialmente non erano
favorevoli, però quando ci si avvicinava a certi argomenti mi sembravano
più ben disposti di altri, nonostante all’inizio avessero un atteggiamento
ostile, diciamo così, gente che si proclama anti, anti, anti-tutto poi alla
fine li ho trovati più disposti al ragionamento su argomenti appunto di tipo
spirituale tra virgolette e questo potrebbe essere un punto di partenza...”
(Int. 18, maschio, 20 anni, lavoratore)
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La ricerca di una dimensione spirituale
“L’animazione è fondamentale per attirare i giovani, perché affiancano
ad una attività educativa un’attività ricreativa fondamentalmente. Quindi i
ragazzi si divertono e cominciano a capire, cioè ad avvicinarsi al mondo
della chiesa, in maniera giocosa”
(Int. 60, maschio, 27 anni, studente)
“Penso che se non fossi stata negli scout la Chiesa cattolica non avrebbe
fatto molto per me…. infatti a me fa piacere che nella mia attività scout
ci sia un momento di riflessione religiosa, perché fa parte di noi, fa parte
della nostra crescita personale” (Int. 25, femmina, 19 anni, in transizione)
“è come se i giovani urlassero che le cose non vanno bene, probabilmente sia avendo ragione sia sbagliando, magari esagerano nel farlo, e questo urlo anziché essere sentito… è come se questa parte qua urlasse e la
Chiesa andasse sempre dritta. Continua ad andare dritta, non è che dice:
urlate, allora c’è qualcosa... I giovani hanno bisogno di sentire la Chiesa
giovane, la sentono vecchia….i preti devono mettersi in gioco anche loro,
non stare su un piedistallo” (Int. 9, maschio, 20 anni, studente)
“I giovani vengono attirati dai gruppi, dal mio punto di vista gli scout mi
hanno aiutato tantissimo ad avere una visione della Chiesa per me positiva. I giovani possono essere attirati con attività divertenti, facendo vedere
in un ottica diciamo odierna il messaggio del Vangelo”
(Int. 48, maschio, 26 anni, lavoratore)
“È difficile riappropriarsi di un cammino spirituale se nessuno ti accompagna” (Int. 77, femmina, 28 anni, in transizione)
“proporre attività per i giovani, cercare una maggiore apertura, accettare
comunque il mondo giovanile senza rifiutarlo o accusarlo”
(Int. 59, femmina, 30 anni, studentessa)
“secondo me la Chiesa non è tanto capace ad andare incontro ai giovani. Cioè la Chiesa non si impegna ad andare incontro ai giovani e ai loro
bisogni… secondo me è rimasta un po’ indietro”
(Int. 7, femmina, 19 anni, studentessa)
51
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Cannizzo D., Realtà giovanile, mass media e consumi culturali. Riti di socializzazione, Bonanno Editore, Acireale 1995
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Tajfel H., Gruppi umani e categorie sociali, Il Mulino, Bologna 1985
53
Speriamo che questo studio possa aiutare il lavoro di tanti educatori, volontari e professionisti: la ricerca è indirizzata agli operatori scolastici e agli
assistenti sociali, agli animatori parrocchiali e ai responsabili di associazioni,
agli animatori di comunità, agli allenatori, ai preti, alle suore, … insomma a
tutto quel vasto mondo che ha a cuore la sorte dei giovani.
Mettendo in pratica un semplice assioma dell’educazione, abbiamo cercato
di dare la parola ai giovani, perché ci aiutassero ad aiutarli.
Progetto grafico:
Andrea Palermo - www.andreapalermo.tk
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Giovani e partecipazione: il puzzle delle relazioni