REGDOC 09-2010 cop:REGDOC 21-2009 cop.qxd 04/05/2010 17.44 Pagina 4 GIUSEPPE BARBAGLIO IL MONDO DI CUI DIO NON SI È PENTITO Temi laici della Bibbia L a laicità era un tema caro a Barbaglio: egli riteneva che la Bibbia avesse desacralizzato l’universo, affermando la sovrana dignità dell’uomo, liberato da una fallace idea di Dio. L’opera consta di tre parti: il binomio antitetico paceviolenza; la laicità del mondo e del cristiano; l’ispirazione biblica di alcune encicliche. Il testo prosegue la raccolta dei contributi, anche inediti, di uno tra i più noti biblisti italiani dei nostri giorni. 2010 quindicinale di attualità e documenti 9 Documenti 257 Nella crisi la Chiesa risponde Anche il viaggio a Malta (17-18.4.2010) è un’occasione per Benedetto XVI e per la Santa Sede per articolare la risposta della Chiesa alla crisi che l’attraversa a causa delle violenze sessuali di membri del clero nei confronti di minori. 273 Testimoni digitali «Biblica» pp. 280 - € 24,50 Dal Convegno degli animatori della cultura e della comunicazione della Chiesa italiana «Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale» (Roma, 22-24.4.2010) le relazioni dei vescovi e l’intervento di p. Spadaro. DELLO STESSO AUTORE: Emozioni e sentimenti di Gesù 299 I cristiani e la pace giusta È orientato alla stesura di «una dichiarazione ecumenica sulla pace giusta» il documento Gloria a Dio e pace sulla terra diffuso dal CEC in vista della Convocazione internazionale sulla pace di Kingston 2011. pp. 272 - € 23,90 Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051/4290011 - Fax 051/4290099 Cyan Magenta Giallo Nero EDIZIONI DEHONIANE BOLOGNA http://www.dehoniane.it e-mail: [email protected] Anno LV - N. 1078 - 1 maggio 2010 - IL REGNO - Via Nosadella 6 - 40100 Bologna - Tel. 051/3392611 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna” REGDOC 09-2010 cop:REGDOC 21-2009 cop.qxd 04/05/2010 17.44 Pagina 4 GIUSEPPE BARBAGLIO IL MONDO DI CUI DIO NON SI È PENTITO Temi laici della Bibbia L a laicità era un tema caro a Barbaglio: egli riteneva che la Bibbia avesse desacralizzato l’universo, affermando la sovrana dignità dell’uomo, liberato da una fallace idea di Dio. L’opera consta di tre parti: il binomio antitetico paceviolenza; la laicità del mondo e del cristiano; l’ispirazione biblica di alcune encicliche. Il testo prosegue la raccolta dei contributi, anche inediti, di uno tra i più noti biblisti italiani dei nostri giorni. 2010 quindicinale di attualità e documenti 9 Documenti 257 Nella crisi la Chiesa risponde Anche il viaggio a Malta (17-18.4.2010) è un’occasione per Benedetto XVI e per la Santa Sede per articolare la risposta della Chiesa alla crisi che l’attraversa a causa delle violenze sessuali di membri del clero nei confronti di minori. 273 Testimoni digitali «Biblica» pp. 280 - € 24,50 Dal Convegno degli animatori della cultura e della comunicazione della Chiesa italiana «Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale» (Roma, 22-24.4.2010) le relazioni dei vescovi e l’intervento di p. Spadaro. DELLO STESSO AUTORE: Emozioni e sentimenti di Gesù 299 I cristiani e la pace giusta È orientato alla stesura di «una dichiarazione ecumenica sulla pace giusta» il documento Gloria a Dio e pace sulla terra diffuso dal CEC in vista della Convocazione internazionale sulla pace di Kingston 2011. pp. 272 - € 23,90 Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051/4290011 - Fax 051/4290099 Cyan Magenta Giallo Nero EDIZIONI DEHONIANE BOLOGNA http://www.dehoniane.it e-mail: [email protected] Anno LV - N. 1078 - 1 maggio 2010 - IL REGNO - Via Nosadella 6 - 40100 Bologna - Tel. 051/3392611 - ISSN 0034-3498 - Il mittente chiede la restituzione e s’impegna a pagare la tassa dovuta - Tariffa ROC: “Poste Italiane spa - Sped. in A.P. - DL 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Bologna” REGDOC 09-2010 cop:REGDOC 21-2009 cop.qxd 04/05/2010 17.44 Pagina 2 quindicinale di attualità e documenti D ocumenti JEAN DANIÉLOU 1.5.2010 - n. 9 (1078) Caro lettore, il 19 aprile scorso Benedetto XVI ha festeggiato i cinque anni di pontificato: era infatti il 19 aprile del 2005 quando il conclave, al quarto scrutinio, faceva convergere i suoi voti sul card. Joseph Ratzinger. Dal n. 8 di quell’anno sino al presente fascicolo Il Regno ha dedicato a questo papa, al suo magistero e alla sua azione di governo della Chiesa all’incirca 400 tra documenti che portano la sua firma e articoli di informazione, analisi e commento, senza contare la rubrica «Agenda vaticana»: si tratta di un complesso di materiali che non ha pari – per la sua peculiare attenzione al rapporto tra i testi e i contesti – nel panorama dell’informazione religiosa in Italia, compresa anche quella veicolata dai new media. E che ben corrisponde, ci auguriamo, all’appello, formulato recentemente da p. Lombardi (cf. in questo numero alle pp. 276s), perché «chi ama la Chiesa sia molto responsabile di fronte agli altri e alla comunità, per conservare un giusto pluralismo di fonti ed espressioni, ma in un tessuto di rapporti di rispetto e carità, di attenzione anche al servizio del magistero e dell’autorità nella Chiesa, se no la comunità soffre tensioni e tendenze che possono essere dirompenti e dispersive». Benedetto XVI 257 Sull’isola del naufragio di Paolo { Viaggio apostolico a Malta, 17-18 aprile 2010 } Preservare la fede (Omelia alla messa) Non abbiate paura (Incontro con i giovani) Santa Sede 261 Nella crisi la Chiesa risponde { Santa Sede, card. A. Sodano, p. F. Lombardi } Tutela delle vittime e obbligo di denuncia (Guida alla comprensione delle procedure di base riguardo alle accuse di violenze sessuali) La solidarietà e il chiacchiericcio (Il card. A. Sodano alla messa di Pasqua) La rotta nella tempesta (Nota di p. F. Lombardi) La crisi giorno per giorno Chiesa in Italia 267 Annuncio e catechesi per la vita cristiana { CEI – Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi } 273 Testimoni digitali { CEI – Convegno degli animatori della comunicazione e della cultura della Chiesa italiana } L’impegno della Chiesa italiana (Mariano Crociata) Lombardi: da Babilonia a Pentecoste (Federico Lombardi) Quale umanesimo nella cultura digitale? (Claudio Giuliodori) Comunione e connessione (Antonio Spadaro) Un’anima cristiana per il mondo digitale (Angelo Bagnasco) Ecumenismo 295 La domenica, festa dei cristiani { Commissione congiunta della Conferenza episcopale tedesca e delle Chiese ortodosse in Germania } 299 Gloria a Dio e pace sulla Terra { Consiglio ecumenico delle Chiese, documento preparatorio per Kingston 2011 } Verso la consultazione (M.E. G.) Studi e commenti 316 Quei cattolici che fecero laica l’Europa { Discorso di Romano Prodi in apertura al Convegno sull’edizione dei dispacci Pacelli } MESSAGGIO EVANGELICO E CULTURA ELLENISTICA U n classico nel suo genere, il volume tratta dell’incontro fra messaggio cristiano e mondo greco tra II e III secolo, indagandone gli aspetti più significativi, senza trascurare la tradizione ecclesiale e l’eredità giudeo-cristiana. Oltre che per la ricca documentazione, il saggio si distingue per l’interpretazione proposta, ancora oggi di sicuro interesse. «Economica EDB» pp. 640 - € 31,50 DELLO STESSO AUTORE: La teologia del giudeo-cristianesimo pp. 672 - € 50,00 R Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051/4290011 - Fax 051/4290099 Cyan Magenta Giallo Nero EDIZIONI DEHONIANE BOLOGNA http://www.dehoniane.it e-mail: [email protected] 257-260:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:32 Pagina 257 B enedetto XVI Sull’isola del naufragio di Paolo Viaggio apostolico a Malta, 17-18 aprile 2010 Preservate la fede Omelia alla messa «Non tutto quello che il mondo oggi propone è meritevole di essere accolto dai maltesi. Molte voci cercano di persuaderci di mettere da parte la nostra fede in Dio e nella sua Chiesa e di scegliere da sé stessi i valori e le credenze con i quali vivere … Preservate la fede e i valori che vi sono stati trasmessi dal vostro padre, l’apostolo san Paolo»: il 14° viaggio internazionale di Benedetto XVI ha avuto come meta la Repubblica di Malta, nel 1950° anniversario del naufragio che nel 60 colpì la nave che conduceva Paolo di Tarso prigioniero a Roma, portandolo a trovare rifugio in una grotta dell’isola dove rimase per tre mesi. Con 443.000 abitanti, il 95% dei quali battezzati, e la confessione cattolica come religione di stato, Malta ha accolto il papa con entusiasmo e partecipazione; cuore del messaggio del pontefice è stato il richiamo alle forti radici cristiane dell’isola, alla resistenza alla secolarizzazione e all’accoglienza degli immigrati che vi transitano. Nel corso del viaggio, il 18, Benedetto XVI ha incontrato privatamente un gruppo di maltesi vittime di violenze sessuali perpetrate da chierici o religiosi, rivolgendo loro parole accorate (cf. in questo numero a p. 265). Stampa (19.4.2010) da sito web www.vatican.va. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 - bubin uliedi Cari fratelli e sorelle in Gesù Cristo, mah [miei cari figli e figlie!], sono molto contento di essere qui con voi tutti oggi davanti alla bella chiesa di San Publio per celebrare il grande mistero dell’amore di Dio reso manifesto nella santa eucaristia. In questo tempo, la gioia del periodo pasquale riempie i nostri cuori perché stiamo celebrando la vittoria di Cristo, la vittoria della vita sul peccato e sulla morte. È una gioia che trasforma le nostre vite e ci riempie di speranza nel compimento delle promesse di Dio. Cristo è risorto, alleluia! Saluto il presidente della Repubblica e la signora Abela, le autorità civili di questa amata nazione e tutto il popolo di Malta e Gozo. Ringrazio l’arcivescovo Cremona per le sue gentili parole e saluto anche il vescovo Grech e il vescovo Depasquale, l’arcivescovo Mercieca, il vescovo Cauchi e gli altri vescovi e sacerdoti presenti, così come i fedeli cristiani della Chiesa che è in Malta e in Gozo. Fin dal mio arrivo ieri sera ho avvertito la stessa calorosa accoglienza che i vostri antenati hanno riservato all’apostolo Paolo nell’anno 60. Molti viaggiatori sono sbarcati qui nel corso della vostra storia. La ricchezza e la varietà della cultura maltese è un segno che il vostro popolo ha tratto grande profitto dallo scambio di doni e ospitalità con i viaggiatori venuti dal mare. Ed è significativo che voi abbiate saputo esercitare il discernimento nell’individuare il meglio di ciò che essi avevano da offrire. Vi esorto a continuare a fare così. Non tutto quello che il mondo oggi propone è meritevole di essere accolto dai maltesi. Molte voci cercano di persuaderci di mettere da parte la nostra fede in Dio e nella sua Chiesa e di scegliere da sé stessi i valori e le credenze con i quali vivere. Ci dicono che non abbiamo bisogno di Dio e della Chiesa. Se siamo tentati di credere a loro, dovremmo ricordare l’episodio del Vangelo di oggi, quando i 257 257-260:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:32 Pagina 258 B enedetto XVI discepoli, tutti esperti pescatori, hanno faticato tutta la notte, ma non hanno preso neppure un solo pesce. Poi, quando Gesù è apparso sulla riva, ha indicato loro dove pescare e hanno potuto realizzare una pesca così grande, che a stento potevano trascinarla. Lasciati a sé stessi, i loro sforzi erano infruttuosi; quando Gesù è rimasto accanto a loro, hanno catturato una grande quantità di pesci. Miei cari fratelli e sorelle, se poniamo la nostra fiducia nel Signore e seguiamo i suoi insegnamenti, raccoglieremo sempre grandi frutti. Porre la fiducia solo in Dio La prima lettura della messa odierna è di quelle che so che amate ascoltare: il racconto del naufragio di Paolo sulla costa di Malta e la calorosa accoglienza a lui riservata dalla popolazione di queste isole. Notate come i componenti dell’equipaggio della barca, per poter sopravvivere, furono costretti a gettare fuori il carico, l’attrezzatura della barca e anche il frumento che era il loro unico sostentamento. Paolo li esortò a porre la loro fiducia solo in Dio, mentre la barca era scossa dalle onde. Anche noi dobbiamo porre la nostra fiducia in lui solo. Si è tentati di pensare che l’odierna tecnologia avanzata possa rispondere a ogni nostro desiderio e salvarci dai pericoli che ci assalgono. Ma non è così. In ogni momento della nostra vita dipendiamo interamente da Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo e abbiamo la nostra esistenza. Solo lui può proteggerci dal male, solo lui può guidarci tra le tempeste della vita e solo lui può condurci a un porto sicuro, come ha fatto per Paolo e i suoi compagni, alla deriva sulle coste di Malta. Essi hanno fatto ciò che Paolo esortava loro di compiere e fu così che «tutti poterono mettersi in salvo a terra» (At 27,44). Più di ogni carico che possiamo portare con noi – nel senso delle nostre realizzazioni umane, delle nostre proprietà, della nostra tecnologia – è la nostra relazione con il Signore che fornisce la chiave della nostra felicità e della nostra realizzazione umana. Ed egli ci chiama a una relazione di amore. Fate attenzione alla domanda che per tre volte egli rivolge a Pietro sulla riva del lago: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?». Sulla base della risposta affermativa di Pietro, Gesù gli affida un compito, il compito di pascere il suo gregge. Qui vediamo il fondamento di ogni ministero pastorale nella Chiesa. È il nostro amore per il Signore che deve plasmare ogni aspetto della nostra predicazione e insegnamento, della celebrazione dei sacramenti, e della nostra cura per il popolo di Dio. È il nostro amore per il Signore che ci spinge ad amare quelli che egli ama, e ad accettare volentieri il compito di comunicare il suo amore a coloro che serviamo. Durante la passione del Signore, Pietro lo ha rinnegato tre volte. Ora, dopo la risurrezione, Gesù lo invita tre volte a dichiarare il suo amore, offrendo in tal modo salvezza e perdono, e allo stesso tempo affidandogli la sua missione. La pesca miracolosa aveva sottolineato la dipendenza degli apostoli da Dio per il successo dei loro progetti terreni. Il 258 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 dialogo tra Pietro e Gesù ha sottolineato il bisogno della divina misericordia per guarire le loro ferite spirituali, le ferite del peccato. In ogni ambito della nostra vita necessitiamo dell’aiuto della grazia di Dio. Con lui possiamo fare ogni cosa: senza di lui non possiamo fare nulla. Conosciamo dal Vangelo di san Marco i segni che accompagnano coloro che hanno posto la loro fede in Gesù: prenderanno in mano serpenti e questo non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno (cf. Mc 16,18). Tali segni sono stati presto riconosciuti dai vostri antenati, quando Paolo venne fra loro. Una vipera si attaccò alla sua mano ma egli semplicemente la scosse e gettò nel fuoco senza soffrire alcun danno. Paolo fu condotto a vedere il padre di Publio, il «protos» dell’isola, e dopo aver pregato e imposto le mani su di lui, lo guarì dalla febbre. Di tutti i doni portati a queste rive nel corso della storia della vostra gente, quello portato da Paolo è stato il più grande di tutti, ed è vostro merito che esso sia stato subito accolto e custodito. Gh-oz.z.u l-fidi u l-valuri li takom l-appostlu missierkom san Pawl [Preservate la fede e i valori che vi sono stati trasmessi dal vostro padre, l’apostolo san Paolo]. Continuate a esplorare la ricchezza e la profondità del dono di Paolo e procurate di consegnarlo non solo ai vostri figli, ma a tutti coloro che incontrate oggi. Ogni visitatore di Malta dovrebbe essere impressionato dalla devozione della sua gente, dalla fede vibrante manifestata nelle celebrazioni nei giorni di festa, dalla bellezza delle sue chiese e dei suoi santuari. Ma quel dono ha bisogno di essere condiviso con altri, ha bisogno di essere espresso. Come insegnò Mosè al popolo d’Israele, i precetti del Signore «ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Dt 6,6-7). Ciò è stato.ben capito dal primo santo canonizzato di Malta, dun Gorg. Preca. La sua instancabile opera di catechesi, ispirando giovani e anziani con un amore per la dottrina cristiana e una profonda devozione al Verbo incarnato, è diventata un esempio che vi esorto a mantenere. Ricordate che lo scambio di beni tra queste isole e il resto del mondo è un processo a due vie. Quello che ricevete, valutatelo con cura, e ciò che possedete di valore sappiatelo condividere con gli altri. La missione è un servizio al la gioia Desidero rivolgere una particolare parola ai sacerdoti qui presenti in questo anno dedicato. alla celebrazione del grande dono del sacerdozio. Dun Gorg. era un prete di straordinaria umiltà, bontà, mitezza e generosità, profondamente dedito alla preghiera e con la passione di comunicare le verità del Vangelo. Prendetelo come modello e ispirazione per voi, mentre adempite la missione che avete ricevuto di pascere il gregge del Signore. Ricordate anche la domanda che il Signore risorto ha rivolto tre volte a Pietro: «Mi ami tu?». Questa è la domanda che egli rivolge a ciascuno di voi. Lo amate? Desiderate servirlo con il dono della vostra intera vita? 257-260:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 16:34 Pagina 259 Giorgio Mazzanti Desiderate condurre altri a conoscerlo e amarlo? Con Pietro abbiate il coraggio di rispondere: «Sì, Signore, tu sai che io ti amo» e accogliete con cuore grato il magnifico compito che egli vi ha assegnato. La missione affidata ai sacerdoti è veramente un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che brama irrompere nel mondo (cf. Omelia alla messa d’inizio del ministero petrino, 24.4.2005; Regno-doc. 9,2005,196). Guardando ora attorno a me alla grande folla raccolta qui in Floriana per la celebrazione dell’eucarestia, mi torna alla mente la scena descritta nella seconda lettura di oggi, nella quale miriadi di miriadi e migliaia di migliaia unirono le loro voci in un grande inno di lode: «A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli» (Ap 5,13). Continuate a cantare questo inno, a lode del Signore risorto e in ringraziamento per i suoi molteplici doni. Con le parole di san Paolo, apostolo di Malta, concludo la mia esortazione a voi questa mattina: . «L-imhabba tiegh-i tkun magh-kom ilkoll fi Kristu G esù» [«Il mio amore con tutti voi in . Cristo Gesù!»](1Cor 16,24). Ikun imfah-h-ar G esù Kristu! [Sia lodato Gesù Cristo!]. I sacramenti simbolo e teologia 3/1. Ordine I l testo prosegue il discorso avviato nei precedenti volumi, in cui i sacramenti sono presentati ricorrendo alla chiave interpretativa del simbolo. All’Eucaristia è stata data priorità fondativa-teologica: Cristo vuole che a ogni uomo pervenga la sua proposta d’amore, l’invito alle Nozze con lui. Come e attraverso chi sarà possibile comunicare e tradurre tale invito? La domanda guida l’autore nel considerare il sacramento dell’Ordine. «Nuovi saggi teologici» pp. 504 - € 39,50 Dello stesso autore: Vol 1. Introduzione generale: pp. 208 - € 18,20 Vol 2. Eucaristia, Battesimo e Confermazione: pp. 304 - € 23,90 Piazzale dei Granai, Floriana, domenica 18 aprile 2010. EDB BENEDETTO XVI Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it Non abbiate paura Incontro con i giovani Notker Wolf con Leo G. Linder . . Z gh-a Z agh- Maltin u Gh-awdxin, jien kuntent h-afna li ninsab maghkom, [Cari giovani di Malta e Gozo, sono molto felice di essere con voi], Dio vi benedica! Nuove intuizioni per la vita di quaggiù quale gioia è per me essere con voi oggi nella vostra terra natia. In questo significativo anniversario ringraziamo Dio di aver inviato l’apostolo Paolo in queste isole, che sono state fra le prime a ricevere la buona novella di nostro Signore Gesù Cristo. Saluto cordialmente l’arcivescovo Cremona e il vescovo Grech che ringrazio per le sue gentili parole, e tutti i vescovi, sacerdoti e religiosi che sono qui. In particolare saluto voi, giovani di Malta e Gozo, e vi ringrazio per avermi parlato dei problemi che maggiormente vi interessano. Apprezzo il vostro desiderio di cercare e trovare la verità e di conoscere cosa dovete fare per raggiungere la pienezza della vita. San Paolo, da giovane, ha avuto un’esperienza che lo ha cambiato per sempre. Come sapete, un tempo egli era nemico della Chiesa e ha fatto di tutto per distruggerla. Mentre era in viaggio verso Damasco, con l’intento di eliminare ogni cristiano che vi avesse trovato, gli apparve il Signore in visione. Una luce accecante brillò attorno a lui ed egli udì una voce dirgli: «Perché mi perseguiti?... Io sono Gesù, che tu perse- IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 ratico, capace di immedesimarsi P e talora provocatorio, mai moraleggiante, l’autore parla di coraggio civile, fedeltà, umanità e dei limiti della ragione. In 74 brevi capitoli, pieni di saggezza e amore per il prossimo, egli si dedica alle piccole e grandi questioni che ogni giorno ci interpellano. E mostra come, con l’aiuto di Dio e la sua benedizione, ci si possa accostare con fiducia al difficile progetto della vita. «Itinerari» pp. 160 - € 13,50 Dello stesso autore, con Enrica Rosanna: L’arte di dirigere le persone pp. 208 - € 16,90 259 EDB Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 257-260:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:32 Pagina 260 B enedetto XVI guiti» (At 9,4-5). Paolo venne completamente sopraffatto da questo incontro con il Signore e tutta la sua vita venne trasformata. Divenne un discepolo fino a essere un grande apostolo e missionario. Qui a Malta avete un particolare motivo di rendere grazie per le fatiche missionarie di Paolo, che divulgò il Vangelo nel Mediterraneo. Dio ci sfida al la per fezione Ogni incontro personale con Gesù è un’esperienza travolgente d’amore. Dapprima, come Paolo stesso ammette, aveva «perseguitato ferocemente la Chiesa di Dio e cercato di distruggerla» (cf. Gal 1,13). Ma l’odio e la rabbia espresse in quelle parole furono completamente spazzate via dalla potenza dell’amore di Cristo. Per il resto della sua vita, Paolo ha avuto l’ardente desiderio di portare l’annuncio di questo amore fino ai confini della terra. Forse qualcuno di voi mi dirà che san Paolo è stato spesso severo nei suoi scritti. Come posso affermare che egli ha diffuso un messaggio d’amore? La mia risposta è questa. Dio ama ognuno di noi con una profondità e intensità che non possiamo neppure immaginare. Egli ci conosce intimamente, conosce ogni nostra capacità e ogni nostro errore. Poiché egli ci ama così tanto, egli desidera purificarci dai nostri errori e rafforzare le nostre virtù così che possiamo avere vita in abbondanza. Quando ci richiama perché qualche cosa nelle nostre vite dispiace a lui, non ci rifiuta, ma ci chiede di cambiare e divenire più perfetti. Questo è quanto ha chiesto a san Paolo sulla via di Damasco. Dio non rifiuta nessuno. E la Chiesa non rifiuta nessuno. Tuttavia, nel suo grande amore, Dio sfida ciascuno di noi a cambiare e diventare più perfetti. San Giovanni ci dice che questo amore perfetto scaccia il timore (cf. 1Gv 4,18). E perciò dico a tutti voi «Non abbiate paura!». Quante volte ascoltiamo queste parole nelle Scritture! Sono state indirizzate dall’angelo a Maria nell’Annunciazione, da Gesù a Pietro, quando lo ha chiamato a essere un discepolo, e dall’angelo a Paolo la vigilia del suo naufragio. A quanti di voi desiderano seguire Cristo, come coppie sposate, genitori, sacerdoti, religiosi e fedeli laici che portano il messaggio del Vangelo al mondo, dico: non abbiate paura! Certamente incontrerete opposizione al messaggio del Vangelo. La cultura odierna, come ogni cultura, promuove idee e valori che sono talvolta in contrasto con quelle vissute e predicate da nostro Signore Gesù Cristo. Spesso sono presentate con un grande potere persuasivo, rinforzato dai media e dalla pressione sociale da gruppi ostili alla fede cristiana. È facile, quando si è giovani e impressionabili, essere influenzati dai coetanei ad accettare idee e valori che sappiamo non sono ciò che il Signore davvero vuole da noi. Ecco perché dico a voi: non abbiate paura, ma rallegratevi del suo amore per voi; fidatevi di lui, rispondete al suo invito a essere discepoli, trovate nutrimento e aiuto spirituale nei sacramenti della Chiesa. 260 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 I valori del Vangelo come contro-cultura Qui a Malta vivete in una società che è segnata dalla fede e dai valori cristiani. Dovreste essere orgogliosi che il vostro paese difenda sia il bambino non ancora nato, come pure promuova la stabilità della vita di famiglia dicendo no all’aborto e al divorzio. Vi esorto a mantenere questa coraggiosa testimonianza alla santità della vita e alla centralità del matrimonio e della vita familiare per una società sana. A Malta e a Gozo le famiglie sanno come valorizzare e prendersi cura dei loro membri anziani e infermi, e accolgono i bambini come doni di Dio. Altre nazioni possono imparare dal vostro esempio cristiano. Nel contesto della società europea, i valori evangelici ancora una volta stanno diventando una contro-cultura, proprio come lo erano al tempo di san Paolo. In quest’anno sacerdotale, vi chiedo di essere aperti alla possibilità che il Signore possa chiamare alcuni di voi a darsi totalmente al servizio del suo popolo nel sacerdozio e nella vita consacrata. Il vostro paese ha dato molti eccellenti sacerdoti e religiosi alla Chiesa. Siate ispirati dal loro esempio e riconoscete la profonda gioia che proviene nel dedicare la propria vita all’annuncio del messaggio dell’amore di Dio per tutti, senza eccezione. Ho già parlato della necessità di aver cura dei più giovani, degli anziani e degli infermi. Ma il cristiano è chiamato a portare il salutare messaggio del Vangelo a tutti. Dio ama ogni singola persona di questo mondo, anzi egli ama ogni singola persona di ogni epoca della storia del mondo. Nella morte e risurrezione di Gesù, resa presente ogni volta che celebriamo la messa, egli offre la vita in abbondanza a tutte queste persone. Come cristiani siamo chiamati a manifestare l’amore di Dio che comprende tutti. Dobbiamo perciò soccorrere il povero, il debole, l’emarginato; dobbiamo avere una cura speciale per coloro che sono in difficoltà, che patiscono la depressione o l’ansia; dobbiamo aver cura del disabile e fare tutto quello che possiamo per promuovere la loro dignità e qualità di vita; dovremmo prestare attenzione ai bisogni degli immigrati e di coloro che cercano asilo nelle nostre terre; dovremmo tendere la mano con amicizia ai credenti e non. Questa è la nobile vocazione di amore e di servizio che tutti noi abbiamo ricevuto. Lasciate che ciò vi spinga a dedicare le vostre vite a seguire Cristo. La tibz.gh-ux tkunu h-bieb intimi ta’ Kristu. [Non abbiate paura di essere amici intimi di Cristo!] Cari giovani, mentre sto per lasciarvi, desidero che sappiate quanto vi sono vicino e che ricordo voi, i vostri familiari e i vostri amici nelle mie preghiere. «Selluli ghaz.-z.gh-az.agh- Maltin u Gh-awdxin kollha» [«Date i miei saluti a tutti i giovani di Malta e Gozo»]. Banchina del Porto Grande, La Valletta, domenica 18 aprile 2010. BENEDETTO XVI 261-266:Layout 2 4-05-2010 16:32 Pagina 261 S anta Sede Nella crisi la Chiesa risponde Santa Sede, card. A . Sodano, p . F. L o m b a rd i Tutela delle vittime e obbligo di denuncia A partire dalla Lettera ai cattolici d’Irlanda (19.3.2010; cf. Regno-doc. 7,2010, 193ss), la Santa Sede, conformemente alla «linea di trasparenza» (L’Osservatore romano 12-13.4.2010, 8) che essa ha adottato, ha aperto sul proprio sito web un «focus» dedicato ad «Abusi sui minori. La risposta della Chiesa». In esso, dal 12 aprile – oltre ad altri materiali, come un’ampia riflessione di p. Lombardi – è stata messa in linea una Guida alla comprensione delle procedure di base della Congregazione per la dottrina della fede riguardo alle accuse di violenze sessuali, testo che ha uno statuto inusuale. «Non si tratta di un nuovo documento – precisa Radio vaticana – ma di una scheda riassuntiva di procedure operative già definite» a uso di laici e non canonisti. Fanno parte delle risposte della Chiesa anche gli interventi ufficiali di p. Lombardi (cf. il riquadro qui alle pp. 264s) che rispondono alle notizie di cronaca e che si sono susseguiti a ritmo serrato, tanto quanto le pubbliche manifestazioni di solidarietà verso il papa, prima fra tutte quella dell’irrituale saluto del card. Sodano, a nome di tutti i cardinali, durante la celebrazione in San Pietro della messa del giorno di Pasqua (4 aprile). Stampa (16.4.2010) da sito web www.vatican.va; per il testo del card. Sodano: L’Osservatore romano 6-7.4.2010. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Guida alla comprensione delle procedure di base riguardo alle accuse di violenze sessuali La disposizione che deve essere applicata è il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela del 30 aprile 2001 (cf. Regno-doc. 3,2002,90ss) insieme al Codice di diritto canonico del 1983. La presente è una guida introduttiva che può essere d’aiuto a laici e non canonisti. A . Procedure preliminari La diocesi indaga su qualsiasi accusa di violenze sessuali da parte di un membro del clero nei confronti di un minore. Qualora l’accusa appaia verosimile, il caso viene deferito alla Congregazione per la dottrina della fede (CDF). Il vescovo locale trasmette ogni informazione necessaria alla CDF ed esprime la propria opinione sulle procedure da seguire e le misure da adottare a breve e a lungo termine. Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte. Nella fase preliminare e fino a quando il caso sia concluso, il vescovo può imporre misure precauzionali per la salvaguardia della comunità, comprese le vittime. In realtà, al vescovo locale è sempre conferito il potere di tutelare i bambini limitando le attività di qualsiasi sacerdote nella sua diocesi. Questo fa parte della sua autorità ordinaria, che egli è incoraggiato a esercitare in qualsiasi misura necessaria per garantire che i bambini non ricevano danno, e questo potere può essere esercitato a discrezione del vescovo prima, durante e dopo qualsiasi procedimento canonico. 261 261-266:Layout 2 4-05-2010 14:30 Pagina 262 S anta Sede B. Procedure autorizzate dalla CDF La CDF studia il caso presentato dal vescovo locale e, se necessario, richiede informazioni supplementari. La CDF ha a disposizione una serie di opzioni: rum sanctitatis tutela, al fine d’aggiornare il suddetto motu proprio del 2001 alla luce delle speciali facoltà riconosciute alla CDF dai pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Le modifiche proposte e sotto discussione non cambieranno le suddette procedure (A, B1-B3). 1. Processi penali La CDF può autorizzare il vescovo locale a condurre un processo penale giudiziario davanti a un tribunale ecclesiale locale. Qualsiasi appello in casi simili dovrà essere eventualmente presentato a un tribunale della CDF. La CDF può autorizzare il vescovo locale a istruire un processo penale amministrativo davanti a un delegato del vescovo locale, assistito da due assessori. Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove. L’accusato ha il diritto di presentare ricorso alla CDF contro un decreto che lo condanni a una pena canonica. La decisione dei cardinali membri della CDF è definitiva. Qualora il sacerdote venga giudicato colpevole, i due processi – giudiziario e amministrativo – possono condannarlo a un certo numero di pene canoniche, la più seria delle quali è la dimissione dallo stato clericale. Anche la questione dei danni subiti può essere trattata direttamente durante questi procedimenti. 2. Casi riferiti direttamente al santo padre In casi particolarmente gravi, in cui processi civili penali abbiano ritenuto colpevole di violenze sessuali su minori un membro del clero, o in cui le prove siano schiaccianti, la CDF può scegliere di portare questo caso direttamente al santo padre con la richiesta che il papa emetta un decreto di dimissione dallo stato clericale «ex officio». Non esiste ricorso canonico dopo un simile decreto papale. La CDF porta al santo padre anche richieste di sacerdoti accusati che, consapevoli dei crimini commessi, chiedano di essere dispensati dagli obblighi del sacerdozio e chiedano di tornare allo stato laicale. Il santo padre concede tale richiesta per il bene della Chiesa («pro bono Ecclesiae»). 3. Misure disciplinari In quei casi in cui il sacerdote accusato abbia ammesso i propri crimini e abbia accettato di vivere una vita di preghiera e penitenza, la CDF autorizza il vescovo locale a emettere un decreto che proibisce o limita il ministero pubblico di tale sacerdote. Tali decreti sono imposti tramite un precetto penale che comprende una pena canonica nel caso di violazione delle condizioni del decreto, non esclusa la dimissione dallo stato clericale. Contro questi decreti è possibile il ricorso amministrativo alla CDF. La decisione della CDF è definitiva. C . La revisione del motu proprio Da qualche tempo la CDF ha in corso una revisione di alcuni articoli del motu proprio Sacramento- 262 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 La solidarietà e il chiacchiericcio Il card. A. Sodano alla messa di Pasqua Padre santo, in questa solenne festa di Pasqua la liturgia della Chiesa ci invita a una santa letizia, dicendoci: «Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso!». Con questo spirito oggi noi ci stringiamo intorno a lei, il successore di Pietro, il vescovo di Roma, la roccia indefettibile della santa Chiesa di Cristo, per cantare con lei l’alleluia della fede e della speranza cristiana. Noi le siamo profondamente grati per la fortezza d’animo e il coraggio apostolico con cui annunzia il Vangelo di Cristo. Noi ammiriamo il suo grande amore, che con cuore di padre, fa proprie «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono», per usare le parole del concilio ecumenico Vaticano II, nel proemio della costituzione apostolica Gaudium et spes (n. 1; EV 1/1319). Oggi, per mezzo mio, tutta la Chiesa desidera dirle in coro: buona Pasqua, amato santo padre! Buona Pasqua, la Chiesa à con lei! Con lei sono i cardinali, suoi collaboratori nella curia romana. Con lei sono i confratelli vescovi sparsi per il mondo, che guidano le tremila circoscrizioni ecclesiastiche del pianeta. Sono particolarmente con lei in questi giorni quei quattroncentomila sacerdoti che servono generosamente il popolo di Dio, nelle parrocchie, negli oratori, nelle scuole, negli ospedali e in numerosi altri ambienti, come pure nelle missioni, nelle parti più remote del mondo. Padre santo, è con lei il popolo di Dio, che non si lascia impressionare dal «chiacchiericcio» del momento, dalle prove che talora vengono a colpire la comunità dei credenti. Gesù, infatti, ci aveva detto: «Nel mondo avete tribolazioni», soggiungendo però subito: «ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). Il giovedì scorso, nella santa messa per la benedizione degli oli santi, vostra santità ha edificato tutti noi, parlandoci della bontà di Dio e ricordandoci le parole ispirate del primo vescovo di Roma, l’apostolo Pietro, che così ci descriveva l’atteggiamento di Cristo durante la sua Passione: «Insultato, non rispondeva con insulti, maltrat- 261-266:Layout 2 4-05-2010 14:30 Pagina 263 tato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia» (1Pt 2,23). Padre santo, noi cercheremo di fare tesoro delle sue parole. In questa solennità pasquale, noi pregheremo per lei, perché il Signore, buon pastore, continui a sostenerla nella sua missione a servizio della Chiesa e del mondo. Buona Pasqua, padre santo! Buona Pasqua, dolce Cristo in Terra! La Chiesa è con te! Michael Paul Gallagher Una freschezza che sorprende: il Vangelo nella cultura di oggi Basilica di San Pietro, 4 aprile 2010. ANGELO card. SODANO, decano del Collegio cardinalizio Presentazione di mons. Mariano Crociata La rotta nella tempesta Nota di p. F. Lombardi Il dibattito sugli abusi sessuali, e non solo del clero, procede tra notizie e commenti di vario tenore. Come navigare in queste acque agitate conservando una rotta sicura, rispondendo all’evangelico «Duc in altum – Prendi il largo» (Lc 5,4)? Anzitutto continuando a cercare la verità e la pace per gli offesi. Una delle cose che colpisce di più è che vengono oggi alla luce tante ferite interiori che risalgono anche a molti anni addietro – a volte di diversi decenni –, ma evidentemente ancora aperte. Molte vittime non cercano compensi economici, ma aiuto interiore, un giudizio nella loro dolorosa vicenda personale. C’è qualcosa che va ancora capito veramente. Probabilmente dobbiamo fare un’esperienza più profonda di eventi che così negativamente hanno inciso nella vita delle persone, della Chiesa e della società. Ne sono un esempio, a livello collettivo, l’odio e le violenze dei conflitti fra i popoli, che vediamo così difficili da superare in una vera riconciliazione. Gli abusi feriscono a livello personale profondo. Per questo hanno fatto bene quegli episcopati che hanno ripreso con coraggio lo sviluppo delle vie e dei luoghi di libera espressione delle vittime e del loro ascolto, senza dare per scontato che il problema fosse già stato affrontato e superato con i centri d’ascolto già istituiti tempo fa, come pure quegli episcopati o singoli vescovi che con paterno tratto danno attenzione spirituale, liturgica e umana alle vittime. Pare accertato che il numero delle nuove denunce riguardanti gli abusi, come sta avvenendo negli Stati Uniti, diminuisce, ma il cammino del risanamento in profondità per molti comincia solo ora e per altri deve ancora cominciare. Nel contesto dell’attenzione alle vittime, il papa ha scritto d’essere disponibile a nuovi incontri con esse, IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 I l testo, che prosegue la collana di formazione per giovani universitari, offre uno sguardo intorno alla crisi di fede, oggi così diffusa, e indica dei punti di luce. Accanto alla necessità di un linguaggio nuovo per comunicare la fede al mondo contemporaneo, per il credente si pone la sfida di pensare a una veste nuova dell’impegno cristiano e di esplorare un modo nuovo di dare ragione del Vangelo. «Spiritualità dello studio» pp. 80 - € 5,90 Nella stessa collana: Roberto Repole, Il gusto del pensiero Lettera a un giovane studente Presentazione di mons. Ignazio Sanna pp. 64 - € 4,70 263 EDB Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 261-266:Layout 2 4-05-2010 14:30 Pagina 264 S anta Sede La crisi giorno per giorno 264 T ra la pubblicazione della Lettera del papa sul caso irlandese e il viaggio a Malta (cf. qui a p. 257) numerose sono state le dichiarazioni della Sala stampa vaticana, per bocca del direttore p. Federico Lombardi, in relazione alle notizie via via rilanciate dai media su casi di violenze sessuali su minori da parte di membri del clero. Le riportiamo qui in ordine cronologico insieme ad alcuni interventi di Benedetto XVI che hanno avuto ampio risalto sui media (www.vatican.va). padre Murphy era anziano e in precarie condizioni di salute, che viveva in isolamento e che per oltre vent’anni non erano state denunciate altre violenze, la Congregazione per la dottrina della fede suggerì che l’arcivescovo di Milwaukee prendesse in considerazione di affrontare la situazione limitando, per esempio, il ministero pubblico di padre Murphy ed esigendo che padre Murphy si assumesse la piena responsabilità della gravità delle sue azioni. Padre Murphy morì circa quattro mesi dopo, senza altri incidenti». La prima dichiarazione (del 25 marzo) è relativa al cosiddetto «caso Murphy», sollevato dal New York Times. «Questo è il testo integrale della dichiarazione rilasciata al New York Times il 24.3.2010: Il tragico caso di padre Lawrence Murphy, sacerdote dell’arcidiocesi di Milwaukee, ha riguardato vittime particolarmente vulnerabili che hanno sofferto terribilmente a causa delle sue azioni. Compiendo violenze sessuali su bambini audiolesi, padre Murphy ha violato la legge e, cosa ancora più grave, la sacra fiducia che le sue vittime avevano riposto in lui. Verso la metà degli anni Settanta, alcune vittime di padre Murphy denunciarono le violenze da lui compiute alle autorità civili, che avviarono indagini su di lui; tuttavia, secondo quanto riportato dalle fonti d’informazione, quelle indagini furono abbandonate. La Congregazione per la dottrina della fede venne informata della questione solo una ventina di anni dopo. È stato suggerito che esiste una relazione tra l’applicazione dell’istruzione Crimen sollicitationis e la mancata denuncia in questo caso di violenze su bambini alle autorità civili. Di fatto, non esiste nessuna relazione del genere. Infatti, contrariamente ad alcune affermazioni circolate sulla stampa, né la Crimen sollicitationis né il Codice di diritto canonico hanno mai vietato la denuncia delle violenze sui bambini alle forze dell’ordine. Alla fine degli anni Novanta, dopo più di due decenni dalla denuncia delle violenze alle autorità diocesane e alla polizia, per la prima volta alla Congregazione per la dottrina della fede è stata posta la domanda su come trattare canonicamente il caso Murphy. La Congregazione venne informata della questione poiché implicava la sollecitazione nell’ambito del confessionale, che è una violazione del sacramento della penitenza. È importante osservare che la questione canonica presentata alla Congregazione non era in nessun modo collegata con una possibile procedura civile o penale nei confronti di padre Murphy. In casi simili, il Codice di diritto canonico non prevede pene automatiche, ma raccomanda che sia emessa una sentenza che non escluda nemmeno la pena ecclesiastica più grande, ossia la dimissione dallo stato clericale (cf. can. 1395, § 2). Alla luce del fatto che Il 26 marzo p. Lombardi risponde nuovamente al New York Times che solleva il caso di un sacerdote accusato di violenze sessuali nella diocesi di Monaco al tempo in cui era vescovo l’allora card. Ratzinger. «Il direttore della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, interrogato da giornalisti a proposito di un nuovo articolo sul New York Times del 26 marzo, con riferimento al periodo in cui il card. Ratzinger era arcivescovo di Monaco di Baviera, ha rinviato alla smentita pubblicata questa mattina in un comunicato dell’arcidiocesi di Monaco, che recita: “L’articolo del New York Times non contiene alcuna nuova informazione oltre a quelle che l’arcidiocesi ha già comunicato sulle conoscenze dell’allora arcivescovo sulla situazione del sacerdote H. L’arcidiocesi conferma quindi la sua posizione, secondo cui l’allora arcivescovo non ha conosciuto la decisione di reinserire il sacerdote H. nell’attività pastorale parrocchiale. Essa rifiuta ogni altra versione come mera speculazione. L’allora vicario generale, mons. Gerhard Gruber, ha assunto la piena responsabilità della sua propria ed errata decisione, di reinserire H. nella pastorale parrocchiale». coinvolgendosi nel cammino di tutta la comunità ecclesiale. Ma è un cammino che per raggiungere effetti profondi deve ancor di più svolgersi nel rispetto delle persone e alla ricerca della pace. Accanto all’attenzione per le vittime bisogna, poi, continuare ad attuare con decisione e veracità le procedure corrette del giudizio canonico dei colpevoli e della collaborazione con le autorità civili per quanto riguarda le loro competenze giudiziarie e penali, tenendo conto delle specificità delle normative e delle situazioni nei diversi paesi. Solo così si può pensare di ricostituire effettivamente un clima di giustizia e la piena fiducia nell’istituzione ecclesiale. Si è dato il caso che diversi responsabili di comu- IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Il 7 aprile la Sala stampa reagisce al caso dell’ex vescovo di Trondheim. «In risposta alle domande dei giornalisti circa il caso dell’ex vescovo prelato di Trondheim, mons. Georg Müller sscc il direttore della Sala stampa della Santa Sede ha rilasciato la seguente dichiarazione: Confermo le informazioni date nel comunicato dell’amministratore apostolico di Trondheim (Norvegia), mons. Bernd Eidsvig, circa l’ex vescovo prelato di Trondheim, mons. Georg Müller sscc vescovo della prelatura fra il 1997 e il 2009. La vicenda riguarda un caso di abuso sessuale di un minore dell’inizio degli anni Novanta, venuto a conoscenza delle autorità ecclesiastiche nel gennaio del 2009. La questione fu affrontata ed esaminata con rapidità tramite la nunziatura di Stoccolma, per mandato della Congregazione per la dottrina della fede. Nel maggio 2009 il vescovo presentò le dimissioni, che vennero tempestivamente accettate dal santo padre, e in giugno lasciò la prelatura. Si sottopose a un periodo di terapia e non svolge più attività pastorale. Dal punto di vista delle leggi civili il caso era prescritto. La vittima, oggi maggiorenne, ha finora sempre chiesto di rimanere anonima». 261-266:Layout 2 4-05-2010 14:30 Pagina 265 Il 14 aprile p. Lombardi precisa le dichiarazioni rilasciate dal card. Bertone durante una conferenza stampa tenuta in Cile. «Rispondendo a domande di giornalisti sul dibattito seguito a un’intervista del cardinale segretario di stato in Cile sui temi degli abusi sessuali da parte di membri del clero, il direttore della Sala stampa ha dichiarato: Le autorità ecclesiastiche non ritengono di loro competenza fare affermazioni generali di carattere specificamente psicologico o medico, per le quali rimandano naturalmente agli studi degli specialisti e alle ricerche in corso sulla materia. Per quanto di competenza delle autorità ecclesiastiche, nel campo delle cause di abusi su minori da parte di sacerdoti affrontate negli anni recenti dalla Congregazione per la dottrina della fede, risulta semplicemente il dato statistico riferito nell’intervista di mons. Scicluna (cf. Regnodoc. 7,2010,196s), in cui si parlava di un 10% di casi di pedofilia in senso stretto, e di un 90% di casi da definire piuttosto di efebofilia (cioè nei confronti di adolescenti), dei quali circa il 60% riferito a individui dello stesso sesso e il 30% di carattere eterosessuale. Ci si riferisce qui evidentemente alla problematica degli abusi da parte di sacerdoti e non nella popolazione in generale». Ampia eco hanno avuto le parole del papa durante l’omelia tenuta il 15 aprile nella Cappella paolina del Palazzo vaticano in occasione della celebrazione eucaristica a cui hanno partecipato i membri della Pontificia commissione biblica che teneva in quei giorni la sua plenaria. «(…) Poi soffermiamoci ancora su un versetto: “Cristo, il Salvatore, ha dato a Israele conversione e perdono dei peccati” (At 5,31) – nel testo greco il termine è metanoia – ha dato penitenza e perdono dei peccati. Questa per me è un’osservazione molto importante: la penitenza è una grazia. C’è una tendenza in esegesi che dice: Gesù in Galilea avrebbe annunciato una grazia senza condizione, assolutamente incondizionata, quindi anche senza penitenza, grazia come tale, senza precondizioni umane. Ma questa è una falsa interpretazione della grazia. La penitenza è grazia; è una grazia che noi riconosciamo il nostro peccato, è una grazia che conosciamo di aver bisogno di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del nostro essere. Penitenza, poter fare penitenza, è il dono della grazia. E devo dire che noi cristiani, anche negli ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci appariva troppo dura. Adesso, sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione, della trasformazione, questo dolore è grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia divina. E così queste due cose che dice san Pietro – penitenza e perdono – corrispondono all’inizio della predicazione di Gesù: metanoeite, cioè convertitevi (cf. Mc 1,15). Quindi questo è il punto fonda- nità o di istituzioni, per inesperienza o impreparazione, non hanno pronti e presenti quei criteri che possono aiutarli a intervenire con determinazione anche quando ciò può essere per loro molto difficile o doloroso. Ma, mentre la legge civile interviene con norme generali, quella canonica deve tener conto della partico- mentale: la metanoia non è una cosa privata, che parrebbe sostituita dalla grazia, ma la metanoia è l’arrivo della grazia che ci trasforma (…)». Nello stesso giorno (15 aprile) p. Lombardi reagisce alla pubblicazione di una lettera del 2001 del card. Castrillón Hoyos. «A proposito di una lettera dell’allora prefetto della Congregazione per il clero, card. Darío Castrillón Hoyos al vescovo di Bayeux-Lisieux, dell’8 settembre 2001, il direttore della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi si ha rilasciato in serata la seguente dichiarazione: Questo documento è una riprova di quanto fosse opportuna l’unificazione della trattazione dei casi di abusi sessuali di minori da parte di membri del clero sotto la competenza della Congregazione per la dottrina della fede, per garantirne una conduzione rigorosa e coerente, come avvenne infatti con i documenti approvati dal papa nel 2001». Durante il viaggio a Malta, il papa incontra (18 aprile) in forma privata un gruppo di vittime di violenze sessuali da parte di membri del clero; la Sala stampa lo rende noto con un comunicato (nostra traduzione dall’inglese). Domenica 18 aprile 2010, presso la nunziatura apostolica di Malta il santo padre ha incontrato un piccolo gruppo di persone che hanno subito violenza sessuale da parte di membri del clero. Egli si è profondamente commosso per le loro storie e ha espresso la propria vergogna e il proprio dispiacere per quello che le vittime e le loro famiglie hanno patito. Egli ha pregato con loro e ha assicurato che la Chiesa sta facendo e continuerà a fare il possibile per indagare sulle accuse, consegnare alla giustizia i responsabili delle violenze e per mettere in atto misure efficaci volte alla salvaguardia futura dei giovani. Nello spirito della sua recente Lettera ai cattolici d’Irlanda (cf. Regno-doc. 7,2010,193ss), egli ha pregato affinché tutte le vittime delle violenze possano sperimentare la guarigione e la riconciliazione, in modo da poter guardare al futuro con rinnovata speranza». Di ritorno da Malta, il 19, il papa pranza con 46 cardinali e alcuni membri della curia in occasione del 5o anniversario della sua elezione al soglio pontificio. Riportiamo uno stralcio del trafiletto scritto e non firmato de L’Osservatore romano, 19-20.4.2010,1. «Il papa ha voluto ringraziare il collegio cardinalizio per l’aiuto che riceve giorno dopo giorno. Soprattutto nel momento in cui sembra vedersi confermata la parola di sant’Agostino citata dal Vaticano II, che la Chiesa ha peregrinato “inter persecutiones mundi et consolationem Dei”. A questo proposito il pontefice ha accennato ai peccati della Chiesa, ricordando che essa, ferita e peccatrice, sperimenta ancor di più le consolazioni di Dio». lare gravità morale della prevaricazione della fiducia riposta nelle persone con responsabilità nella comunità ecclesiale e della flagrante contraddizione con la condotta che dovrebbero testimoniare. In questo senso, la trasparenza e il rigore s’impongono come esigenze urgenti di una testimonianza di governo saggio e giusto nella Chiesa. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 265 261-266:Layout 2 4-05-2010 14:30 Pagina 266 S anta Sede In prospettiva, la formazione e la selezione dei candidati al sacerdozio, e più generalmente del personale delle istituzioni educative e pastorali, sono la premessa per un’efficace prevenzione di abusi possibili. Quella di giungere a una sana maturità della personalità, anche dal punto di vista della sessualità, è sempre stata una sfida difficile; ma oggi lo è ancor di più, anche se le migliori conoscenze psicologiche e mediche vengono in grande aiuto alla formazione spirituale e morale. Qualcuno ha osservato che la maggiore frequenza degli abusi si è verificata nel periodo più caldo della «rivoluzione sessuale» degli scorsi decenni. Nella formazione bisogna fare i conti anche con questo contesto e con quello più generale della secolarizzazione. In fondo si tratta di riscoprire e riaffermare senso e importanza del significato della sessualità, della castità e delle relazioni affettive nel mondo di oggi, in forme molto concrete e non solo verbali o astratte. Quale fonte di disordine e sofferenza può essere la sua violazione o sottovalutazione! Come osserva il papa scrivendo agli irlandesi, una vita cristiana e sacerdotale può rispondere oggi alle esigenze della sua vocazione solo alimentandosi veramente alle sorgenti della fede e dell’amicizia con Cristo. Chi ama la verità e l’obiettiva valutazione dei problemi saprà cercare e trovare le informazioni per una comprensione più complessiva del problema della pedofilia e degli abusi sui minori nel nostro tempo e nei Carlo Rocchetta Il Rosario della Tenerezza A caratteri grandi al fondatore della Casa della D Tenerezza, le riflessioni accompagnano la recita del Rosario, offrendosi a tutti quale occasione di approfondimento di questo specifico aspetto del volto di Dio. L’autore si rivolge in particolare a coppie e famiglie, che nella tenerezza del Signore possono ritrovare nuove energie per affrontare le difficoltà di ogni giorno. «Preghiera viva» pp. 64 - € 2,80 Dello stesso autore: Vite riconciliate vari paesi, comprendendone l’estensione e la pervasività. Potrà così capire meglio in che misura la Chiesa cattolica condivide problemi non solo suoi, in che misura questi presentano per essa una gravità particolare e richiedano interventi specifici, e infine in che misura l’esperienza che la Chiesa va facendo in questo campo possa diventare utile anche per altre istituzioni o per l’intera società. Su questo aspetto ci sembra in verità che i media non abbiano ancora lavorato a sufficienza, soprattutto nei paesi in cui la presenza della Chiesa ha maggior rilevanza, e su cui quindi si appuntano più facilmente gli strali della critica. Ma documenti quali il rapporto nazionale USA sul maltrattamento dei bambini meriterebbero di essere maggiormente conosciuti per capire quali siano i campi d’urgente intervento sociale e le proporzioni dei problemi. Nel solo 2008 negli USA sono stati identificati oltre 62.000 attori di abusi su minori, mentre il gruppo dei sacerdoti cattolici è così piccolo da non essere neppure preso in considerazione come tale. L’impegno per la protezione dei minori e dei giovani è quindi un campo di lavoro immenso e inesauribile, che va ben aldilà del problema riguardante alcuni membri del clero. Coloro che vi dedicano con sensibilità, generosità e attenzione le loro forze meritano gratitudine, rispetto e incoraggiamento da parte di tutti e in particolare delle autorità ecclesiali e civili. Il loro contributo è essenziale per la serenità e la credibilità del lavoro educativo e di formazione della gioventù nella Chiesa e fuori di essa. Giustamente il papa ha avuto per loro parole di alto apprezzamento nella lettera per l’Irlanda, ma pensando naturalmente a un orizzonte assai più largo. Infine, il papa Benedetto XVI, guida coerente sulla via del rigore e della veracità, merita tutto il rispetto e il sostegno di cui gli giungono ampie testimonianze da ogni parte della Chiesa. Egli è un pastore all’altezza per affrontare con alta rettitudine e sicurezza questo tempo difficile, in cui non mancano critiche e insinuazioni infondate; senza pregiudizio va affermato che egli è un papa che ha parlato molto della verità di Dio e del rispetto della verità, divenendone un testimone credibile. Lo accompagniamo e impariamo da lui la costanza necessaria per crescere nella verità, nella trasparenza, continuando a tenere ampio l’orizzonte sui gravi problemi del mondo, rispondendo con pazienza allo stillicidio di «rivelazioni» parziali o presunte che cercano di logorare la credibilità sua o di altre istituzioni e persone della Chiesa. Di questo paziente e fermo amore della verità abbiamo bisogno nella Chiesa, nella società in cui viviamo, nel comunicare e nello scrivere, se vogliamo servire e non confondere i nostri contemporanei. 9 aprile 2010, da Radio vaticana. La Tenerezza di Dio nel dramma della separazione pp. 192 - € 16,90 EDB Edizioni Dehoniane Bologna P. Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 266 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 FEDERICO LOMBARDI 267-272:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 15:19 Pagina 267 C hiesa in Italia Annuncio e catechesi per la vita cristiana C CEI - Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi Nato dal «grembo materno» del concilio Vaticano II per applicarne gli insegnamenti all’ambito della catechesi e dell’annuncio della fede in Italia, il «Documento di base» ha compiuto 40 anni. Pur riconoscendolo ancora pienamente valido nella sua ispirazione di fondo e nel suo riferimento conciliare, però, la Chiesa italiana si sente oggi sfidata da problemi ed esigenze profondamente mutati rispetto agli anni Settanta. Per questo la Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi della Conferenza episcopale italiana il 13 aprile ha diffuso una Lettera alle comunità, ai presbiteri e ai catechisti nel quarantesimo del Documento di base «Il rinnovamento della catechesi», intitolata Annuncio e catechesi per la vita cristiana, con l’intento di «rispondere meglio ai cambiamenti culturali e pastorali in atto». La «svolta missionaria dell’azione pastorale», innervata nel primo annuncio e attuata dai vescovi nell’ultimo decennio, e la centralità della persona, indicata dal Convegno ecclesiale di Verona nel 2006 come perno di tutto l’agire pastorale, sono i due fuochi intorno ai quali la Chiesa italiana deve rinnovare la propria catechesi. Stampa da files in nostro possesso. Cf. anche Regno-att. 8,2010,229s. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 arissimi, la pubblicazione del Documento di base Il rinnovamento della catechesi (DB; ECEI 1/2362), avvenuta quarant’anni fa, il 2 febbraio 1970, ha segnato «un momento storico e decisivo per la fede cattolica del popolo italiano».1 La Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi desidera riproporre all’attenzione di tutte le componenti della comunità ecclesiale le linee portanti di questo documento ed evidenziare gli effetti positivi che esso ha prodotto nell’azione pastorale. Riteniamo anche importante segnalare le sfide con cui devono fare i conti oggi l’evangelizzazione e la catechesi, e le nuove esigenze a cui devono rispondere nel contesto del nostro Paese, profondamente mutato rispetto a quarant’anni fa. I. Il valore permanente del Documento di base 1. Il Concilio Vaticano II è stato come il «grembo materno» del DB: ha favorito il nascere e l’impiantarsi di una nuova sensibilità missionaria; ha introdotto nuove tematiche, un nuovo linguaggio, un nuovo metodo di lavoro. Esso fu elaborato con la collaborazione di tutte le Chiese d’Italia. Nella fase della sua stesura, ogni diocesi fu chiamata a esprimersi nello stile del dialogo, della ricerca e del confronto dinamico per contribuire alla ricezione condivisa dell’insegnamento del Concilio Vaticano II. L’esperienza ecclesiale, singolare e coinvolgente, dell’elaborazione del testo ha avuto il pregio di valorizzare in chiave di missione le quattro grandi costituzioni conciliari: Sacrosanctum concilium, Lumen gentium, Dei Verbum, Gaudium et spes. Esso è diventato così la prima strada attraverso la quale i documenti conciliari sono arrivati alla base. Il DB ha stimolato le comunità ecclesiali e in particolare i catechisti a conoscere e assimilare il Magistero conciliare. 2. Sul piano dei contenuti della fede, esso ha offerto una visione rinnovata della rivelazione: Dio si è manifestato agli uomini mediante eventi e parole e si è consegnato a noi in Cristo, per chiamarci e ammetterci alla piena comunione con sé (c. 1). Di questa rivelazione, tutta la Chiesa è chiamata a farsi annunciatrice, attraverso molteplici espressioni, perché tutta la Chiesa è 267 267-272:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 15:19 Pagina 268 C hiesa in Italia missionaria (c. 2). Il DB ci ha insegnato che il centro vivo della catechesi è la persona di Gesù e che la catechesi ha lo scopo di farcelo conoscere, di educarci ad accoglierlo, a seguirlo, a entrare in comunione vitale con colui che ci introduce nel mistero della Trinità, della Chiesa e dell’uomo rinnovato dallo Spirito (c. 4). Il DB ha anche aiutato a veicolare una visione rinnovata della fede, intesa non solo come adesione dell’intelligenza alle verità del messaggio cristiano, ma prima di tutto come adesione della mente e del cuore alla persona di Cristo, come accoglienza, dialogo, comunione e intimità con Dio in Gesù Cristo. La catechesi ha la finalità non solo di trasmettere i contenuti della fede, ma di educare la «mentalità di fede», di iniziare alla vita ecclesiale, di integrare fede e vita (c. 3), insegnandoci a leggere il nostro tempo alla luce della parola di Dio (c. 5). 3. Il DB ci ha offerto una visione rinnovata della Chiesa, grembo che genera alla vita in Cristo mediante l’iniziazione cristiana, comunità tutta responsabile dell’evangelizzazione e dell’educazione della vita di fede. Per svolgere questa sua missione, essa si avvale dei catechisti, che sono maestri, educatori e testimoni della fede. Ma nella Chiesa ogni cristiano, in forza del battesimo e della cresima, è responsabile dell’evangelizzazione: una responsabilità differenziata, ma comune (cc. 8 e 10). Questo impegno di evangelizzazione deve raggiungere le persone nella loro concreta situazione di vita. Esse non sono semplici destinatari della catechesi, ma protagonisti del proprio cammino di fede (c. 7). Il carattere ecclesiale della catechesi ne evidenzia anche la dimensione ecumenica: la passione per l’unità del Corpo di Cristo e la corretta conoscenza delle diverse tradizioni e confessioni cristiane devono animare tutta la catechesi e farne una scuola di impegno per l’unità che il Signore vuole. 4. Il DB ci ha insegnato anche quali sono le fonti della catechesi: la Sacra Scrittura; la tradizione, luogo della trasmissione e dell’incontro con la parola di Dio vissuta e professata; la liturgia, celebrazione del mistero di Cristo; le opere del creato. Queste fonti danno alla catechesi una dimensione di annuncio e di contemplazione della storia della salvezza (c. 6). Anche il contesto sociale va guardato con gli occhi della fede: esso non è solo lo spazio in cui annunciare la parola di Dio, ma è anche il luogo teologico in cui Dio si manifesta, attraverso i segni dei tempi (cf. n. 77). Esso ci ha offerto inoltre una rinnovata visione pedagogica e metodologica, che ci chiede di essere fedeli alla parola di Dio e alle esigenze della persona; che afferma validi sia i metodi che partono dalla situazione dei soggetti o dall’attualità, sia quelli che partono dalla rivelazione, purché in ambedue i casi si arrivi a far incontrare le persone con Gesù Cristo e il suo messaggio (c. 9). 5. Nel cammino della Chiesa italiana il DB ha soprattutto messo in evidenza il primato dell’evangelizzazione, anche se questo compito primario della pastorale è stato di fatto quasi totalmente demandato alla catechesi. Esso ha offerto in germe le linee portanti degli orientamenti pastorali elaborati dai Vescovi italiani nel corso dei quattro decenni trascorsi: 268 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 – Il piano pastorale Evangelizzazione e sacramenti (1973) ha costituito il primo frutto del DB e ha stimolato la Chiesa in Italia a passare da una pastorale sacramentale a una pastorale dell’evangelizzazione. – Gli orientamenti pastorali Comunione e comunità (1981) hanno richiamato la comunità ecclesiale a svolgere il suo compito primario di grembo materno che genera i cristiani e li educa alla vita di fede. – Il decennio dedicato a Evangelizzazione e testimonianza della carità (1991) ci ha ricordato che la vita cristiana matura si esprime nella carità vissuta. – Gli orientamenti pastorali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia (2001) hanno sottolineato che la catechesi deve essere preparata dal primo annuncio del Vangelo, a sua volta concentrato intorno alla persona. 6. Il DB ha avviato l’elaborazione dei nuovi catechismi per la vita cristiana.2 La Lettera dei Vescovi per la riconsegna del testo «Il rinnovamento della catechesi» (3.4.1988), nel riaffermare la validità del DB, diede inizio alla seconda stesura dei catechismi. Inoltre essa sottolineò l’urgenza di orientare la catechesi in senso marcatamente missionario, integrandola in una pastorale organica e dando priorità alla catechesi degli adulti. Il DB ha favorito il sorgere dei catechisti e la loro formazione, riconoscendo che la vitalità della comunità cristiana dipende in maniera decisiva dalla presenza e dal valore dei catechisti (n. 184). In questa luce, il valore del DB va ribadito senza esitazioni, né può essere sminuito dal fatto che in alcuni casi la sua ricezione non sia stata del tutto corretta. Ciò vale, per esempio, nel caso in cui si fosse messo in ombra l’aspetto veritativo della fede in nome del primato della comunicazione esperienziale. Tale opzione, infatti, non corrisponde alle intenzioni del testo, le cui potenzialità esigono di essere esplicitate e attuate ancora oggi anche in questa specifica direzione. II. Il contesto attuale 7. Nei quarant’anni trascorsi, sono sorti scenari culturali e religiosi nuovi che, se da una parte richiedono costante fedeltà agli orientamenti del DB, dall’altra esigono scelte pastorali e catechistiche nuove. L’Italia conserva ancora larghe tracce di tradizione cristiana, ma è segnata anche da un processo di secolarizzazione. Si diffonde una concezione della vita, da cui è escluso ogni riferimento al Trascendente. Ciò dipende da molteplici influssi culturali, quali: il razionalismo, che assolutizza la ragione a scapito della fede; lo scientismo, secondo cui ha senso parlare solo di ciò che si può sperimentare; il relativismo, che radicalizza la libertà individuale e l’autonomia incondizionata dell’uomo nel darsi un proprio sistema di significati, rifiutando ogni imperativo etico fondato sull’affermazione della verità; il materialismo consumista, che esalta l’avere e il benessere materiale. 8. In questo contesto culturale si diffonde l’indifferenza religiosa: molti adulti e giovani attribuiscono scarsa importanza alla fede religiosa, vivendo nell’incertezza e nel dubbio, senza sentire il bisogno di risolvere i 267-272:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 15:19 Pagina 269 loro interrogativi. L’irrilevanza attribuita alla fede è dovuta anche al fatto che la formazione cristiana della maggior parte dei giovani e degli adulti si conclude nella preadolescenza: essi, perciò, conservano un’immagine infantile di Dio e della religione cristiana, con scarsa presa nella loro vita. Non negano Dio; semplicemente non sono interessati. A questi processi si aggiunge il soggettivismo, che induce molti cristiani a selezionare in maniera arbitraria i contenuti della fede e della morale cristiana, a relativizzare l’appartenenza ecclesiale e a vivere l’esperienza religiosa in forma individualistica. 9. La religione, di conseguenza, viene relegata nella sfera del privato, con la conseguente relativizzazione dei contenuti storici e dottrinali del messaggio cristiano e dei modelli di comportamento che ne derivano. Ridotta a fatto meramente individuale, la religione perde gradualmente rilevanza anche nella vita dei singoli. Su tutto ciò, incide anche il crescente pluralismo culturale e la pervasività della comunicazione multimediale, fenomeno del quale si devono cogliere anche le provocazioni positive e le opportunità per un nuovo annuncio del Vangelo e una piena umanizzazione della società. In questo contesto, si parla opportunamente di «emergenza educativa»,3 senza però ignorare i tanti segni di speranza e le numerose esperienze positive in atto nelle nostre comunità. Si può dire, in sintesi, che la Chiesa si trova in Italia di fronte a una situazione profondamente mutata rispetto a quella del 1970, quando il DB fu pubblicato. Ciò conferma la necessità di non smentirne né dimenticarne le grandi intuizioni, ma chiede anche di compiere ulteriori passi in avanti nell’opera di evangelizzazione e di catechesi. Quali sono le esigenze, poste in luce dal contesto attuale, a cui la Chiesa che è in Italia deve rispondere? III. Le nuove esigenze pastorali 10. I documenti pastorali elaborati dalla CEI nell’ultimo decennio hanno evidenziato l’esigenza di una svolta missionaria dell’azione pastorale, innervandola decisamente nel primo annuncio.4 Il DB non ignora il problema del primo annuncio, di cui tratta in forma sintetica, ma significativa nel c. 2: «L’esperienza pastorale attesta, infatti, che non si può sempre supporre la fede in chi ascolta. Occorre ridestarla in coloro nei quali è spenta, rinvigorirla in coloro che vivono nell’indifferenza, farla scoprire con impegno 1 Queste le parole di Paolo VI nella sua allocuzione alla VI Assemblea Generale della CEI, l’11 aprile 1970: «Altro fatto, per il quale la Conferenza Episcopale merita encomio, è la pubblicazione del vostro Documento pastorale sul rinnovamento della catechesi. È un documento che segna un momento storico e decisivo per la fede cattolica del Popolo italiano. È un documento, in cui si riflette l’attualità dell’insegnamento dottrinale, quale emerge dall’elaborazione dogmatica del recente Concilio. È un documento ispirato alla carità del dialogo pedagogico, che dimostra cioè la premura e l’arte di parlare con discorso appropriato, autorevole e piano, alla mentalità dell’uomo moderno. Faremo bene a darvi importanza, e a farne la radice d’un grande concorde, instancabile rinnovamento per la catechesi della presente generazione. Esso rivendica la funzionalità del magistero della Chiesa: gli dobbiamo onore e fiducia»: (Atti della VI Assemblea Generale, Roma, 6-11.4.1970, 18). personale alle nuove generazioni e continuamente rinnovarla in quelli che la professano senza sufficiente convinzione o la espongono a grave pericolo. Anche i cristiani ferventi, del resto, hanno sempre bisogno di ascoltare l’annuncio delle verità e dei fatti fondamentali della salvezza e di conoscerne il senso radicale, che è la “lieta novella” dell’amore di Dio» (n. 25; ECEI 1/2444). Aggiunge che il primo annuncio deve essere preceduto e accompagnato «dal dialogo leale con quanti hanno una fede diversa o non hanno alcuna fede» (n. 26; ECEI 1/2446). I Vescovi italiani hanno richiamato l’urgenza del primo annuncio anche nella Lettera per la riconsegna (cf. n. 7). Oggi molti ritengono che la fede non sia necessaria per vivere bene. Perciò prima di educare la fede, bisogna suscitarla: con il primo annuncio, dobbiamo far ardere il cuore delle persone, confidando nella potenza del Vangelo, che chiama ogni uomo alla conversione e ne accompagna tutte le fasi della vita. Il primo annuncio, infatti, non è solo quello che precede l’iniziazione cristiana, ma è una dimensione trasversale di ogni proposta pastorale, anche di quelle rivolte ai credenti e ai praticanti: «Di primo annuncio vanno innervate tutte le azioni pastorali».5 Bisogna anche ricordare che il primo annuncio è in molti casi una vera e propria premessa al catecumenato sia per gli adulti, sia per i fanciulli e i ragazzi. Una seria pastorale di primo annuncio e la presenza del catecumenato sono «una singolare opportunità per il rinnovamento delle comunità cristiane».6 11. Il DB aveva collocato la catechesi all’interno della comunità cristiana tutta intera (cf. n. 200), così come l’Esortazione Apostolica di Paolo VI Evangelii nuntiandi (8.12.1975) la situò nell’ambito dell’azione evangelizzatrice della Chiesa. Durante la fase di verifica dei catechismi (1984-1987), si sentì il bisogno di precisare il rapporto tra la catechesi e le altre azioni pastorali, come si legge nella Lettera per la riconsegna: «Giova ricordare che la catechesi (…) è una tappa specifica e ben caratterizzata del processo di evangelizzazione globale della Chiesa. Tappa che sollecita un “prima”, il kerygma che suscita la fede, e apre a un “dopo”, la celebrazione e la testimonianza. Tappa comunque che non può mai mancare. La catechesi non è tutto, ma tutto nella Chiesa ha bisogno di catechesi: la liturgia, i sacramenti, la testimonianza, il servizio, la carità» (n. 6; ECEI 4/1019). Il Convegno Ecclesiale di Verona (2006) ha invitato la Chiesa italiana a costruire tutto l’agire pastorale attorno alla persona: «Mettere la persona al centro costituisce una chiave preziosa per rinnovare in senso missionario la pastorale e superare il rischio del ripiegamento, che può 2 Furono pubblicati ad experimentum il catechismo per i bambini (1973), i catechismi dei fanciulli e dei ragazzi (1975-1977), il catechismo degli adolescenti (1978), dei giovani (1979) e degli adulti (1981). Dal 1991 al 1997 si pubblicarono i catechismi rivisti e approvati dalla Sede Apostolica. 3 Cf. BENEDETTO XVI, Lettera alla Diocesi e alla Città di Roma sul compito urgente dell’educazione, 21.1.2008; Regno-doc. 7,2008,193. 4 Cf. in particolare CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 30.5.2004, n. 6; Regno-doc. 13,2004,398. 5 Ivi. 6 CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE, L’iniziazione cristiana. 1. Orientamenti per il catecumenato degli adulti, 31.3.1997, n. 40; ECEI 6/675. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 269 267-272:REGDOC 17-2008.qxd R2f_Mazzolari:Layout 1 4-05-2010 8-04-2010 15:19 15:33 Pagina 270 Pagina 1 C hiesa in Italia colpire le nostre comunità».7 Questo rinnovato accento sulla persona nei suoi snodi fondamentali apre per la catechesi il tempo di una riformulazione del contenuto, del metodo e dello stile, inserendola più chiaramente in un cammino di formazione che comprende le molteplici dimensioni della vita cristiana. In tal senso, giova anche ricordare la necessità della piena integrazione negli itinerari formativi delle persone disabili (o, come oggi si preferisce dire, «diversamente abili»), quale ricchezza e testimonianza per l’intera comunità.8 12. Il c. 8 del DB ha sottolineato la responsabilità di tutta la comunità nello svolgimento della catechesi: «Si deve riconoscere la responsabilità dell’intera chiesa locale in ordine alla catechesi. Né va dimenticato che la chiesa locale fa catechesi principalmente per quello che essa è, in progressiva, anche se imperfetta coerenza, con quello che dice» (n. 145; ECEI 1/2810). Il paragrafo conclusivo del DB afferma: «Prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, prima ancora, sono le comunità ecclesiali. Infatti come non è concepibile una comunità cristiana senza una buona catechesi, così non è pensabile una buona catechesi senza la partecipazione dell’intera comunità» (n. 200; ECEI 1/2972). Nonostante le ripetute affermazioni del DB circa il ruolo della Chiesa locale, e in particolare della comunità parrocchiale, nei confronti della catechesi, questa fondamentale indicazione pastorale – come ammette anche la Lettera per la riconsegna – non sembra sia stata adeguatamente recepita dalle nostre comunità. Questa carenza, in un contesto secolarizzato, compromette molto l’efficacia della catechesi. Perciò è necessario educare la coscienza missionaria della comunità tutta intera, stimolandola a diventare attraente, accogliente ed educante: una comunità che accoglie le persone come sono e fa vivere loro esperienze significative di vita cristiana; una comunità in cui i praticanti accostano gli indifferenti e i non credenti, stabiliscono con loro rapporti di amicizia e narrano la propria esperienza di fede, sull’esempio di quanto proposto nella Lettera ai cercatori di Dio.9 Questa sottolineatura della responsabilità dell’intera comunità verso la catechesi è inseparabile dall’attenzione al ruolo fondamentale che in essa hanno il Vescovo e i presbiteri, quali «educatori nella fede».10 Va qui richiamato anche il compito primario delle famiglie quanto all’iniziazione cristiana dei propri figli e alla loro educazione alla mentalità e alla vita di fede. 13. Il DB ha sottolineato la priorità della catechesi degli adulti e dei giovani (n. 124). Di fatto, questo obiettivo primario di formare cristiani adulti, capaci di rendere ragione esplicitamente della loro fede con la vita e con la parola, è rimasto spesso disatteso dalle nostre comunità. Eppure indicazioni e proposte non sono mancate. Le note pastorali dei Vescovi del decennio trascorso hanno sottolineato più volte l’urgenza di promuovere la formazione permanente di giovani e adulti cristiani, perché siano testimoni significativi e annunciatori credibili del Vangelo negli areopaghi del nostro tempo, capaci di raccontare la loro esperienza di fede. Dice al riguardo la Nota Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia: «Una parrocchia dal volto missionario deve assumere la scelta coraggiosa di servire la fede delle persone in tutti i momenti e i luoghi in cui si esprime… L’adulto oggi si lascia coinvolgere in un processo di forma- Primo Mazzolari Tempo di credere Edizione critica a cura di Mariangela Maraviglia M editazione sull’episodio evangelico di Emmaus, il libro fu prontamente sequestra- to dal Ministero della cultura popolare (1941) e poi diffuso clandestinamente. Don Primo vi interseca contemplazione evangelica e problematica contemporanea: accostata al vissuto della Chiesa e del mondo, la pagina del Vangelo è per il cristiano un invito a condividere con ogni uomo le contraddizioni della storia. «Primo Mazzolari» pp. 280 - € 22,00 Dello stesso autore: Scritti sulla pace e sulla guerra Edizione critica a cura di Guido Formigoni e Massimo De Giuseppe pp. 752 - € 48,00 EDB Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 270 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 267-272:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 15:19 Pagina 271 zione e in un cambiamento di vita soltanto dove si sente accolto e ascoltato negli interrogativi che toccano le strutture portanti della sua esistenza: gli affetti, il lavoro, il riposo» (n. 9; ECEI 7/1462.1464). Una proposta analoga viene fatta per quanto riguarda il mondo dei giovani: «Missionarietà verso i giovani vuol dire entrare nei loro mondi, frequentando i loro linguaggi, rendendo missionari gli stessi giovani, con la fermezza della verità e il coraggio dell’integralità della proposta evangelica» (ivi; ECEI 7/1472). 14. L’iniziazione cristiana è «espressione di una comunità che educa con tutta la sua vita e manifesta la sua azione dentro una concreta esperienza di ecclesialità. L’iniziazione cristiana non è quindi una delle tante attività della comunità cristiana, ma l’attività che qualifica l’esprimersi proprio della Chiesa nel suo essere inviata a generare alla fede e realizzare se stessa come madre».11 Se da un lato non va disperso quel patrimonio, che vede ancora una significativa adesione di fanciulli e ragazzi alla catechesi, dall’altro s’impone un’ulteriore riflessione, «se si vuole che le nostre parrocchie mantengano la capacità di offrire a tutti la possibilità di accedere alla fede»12 in modo autentico e positivo. Molte parrocchie e diocesi italiane, a seguito anche della pubblicazione delle tre Note pastorali sull’iniziazione cristiana (1997-2003), hanno dato vita a sperimentazioni di cammini d’iniziazione con proposte diverse, comprendenti sia un percorso ordinario, sia l’itinerario catecumenale, sia la catechesi familiare o i percorsi sostenuti da movimenti e associazioni. Queste sperimentazioni hanno evidenziato come l’iniziazione cristiana cominci quando i genitori chiedono il Battesimo per il loro bambino a poche settimane o mesi di vita, come del resto già indicato dai catechismi della CEI.13 Anche per i fanciulli che incominciano la catechesi a 6/7 anni, è oggi quanto mai necessario un adeguato primo annuncio del Vangelo, che possa condurli insieme ai genitori a un inserimento globale nella vita cristiana anche attraverso la celebrazione dei sacramenti della Confermazione e dell’Eucaristia,14 insieme a itinerari penitenziali, che culminano nel sacramento della Riconciliazione. Non bisogna dimenticare che «veniamo battezzati e cresimati in ordine all’Eucaristia. Tale dato implica l’impegno di favorire nella prassi pastorale una comprensione più unitaria del percorso di iniziazione cristiana».15 15. Il DB afferma la necessità di attualizzare il messaggio biblico: «Cristo può essere accolto, se è presentato come evento salvifico presente nelle vicende quotidiane degli uomini» (n. 55; ECEI 1/2538). Esso accoglie i metodi propri dell’esegesi per interpretare meglio il messaggio biblico.16 A tal fine è fondamentale dare a tutti i fedeli la possibilità di accedere alla Bibbia,17 obiettivo primario dell’Apostolato biblico. Per cogliere la continuità dell’azione salvifica di Dio nell’oggi, occorre imparare a leggere i «segni dei tempi» in modo da portare il messaggio biblico dentro gli avvenimenti e le matrici culturali del nostro tempo, secondo l’intuizione portante del progetto culturale della Chiesa italiana. La storia, in base all’insegnamento del Concilio Vaticano II, non è solo il contesto in cui annunciare la parola di Dio, ma è anche il luogo teologico in cui Dio si manifesta attraverso i segni dei tempi. La catechesi deve aiutare le persone a leggere la storia come storia di salvezza, dove Dio opera oggi e dove l’uomo è chiamato a collaborare da protagonista. Senza tale impostazione, la catechesi rischia di ridursi alla sola funzione trasmissiva della fede e di non svolgere una funzione generativa della fede della comunità. In questa prospettiva, il DB invita a tenere sempre presenti i problemi del nostro tempo: «Chiunque voglia fare all’uomo d’oggi un discorso efficace su Dio, deve muovere dai problemi umani e tenerli sempre presenti nell’esporre il messaggio. È questa, del resto, esigenza intrinseca per ogni discorso cristiano su Dio (…) La sua parola è destinata a irrompere nella storia, per rivelare a ogni uomo la sua vera vocazione e dargli modo di realizzarla» (n. 77; ECEI 1/2592). 16. La catechesi deve educare non solo a leggere i «segni dei tempi», ma anche a valorizzare il rapporto tra fede e ragione, con particolare attenzione a porre le «ragioni della fede» in dialogo con la cultura, per poter scegliere ciò che è buono, vero, nobile, puro amabile, onorato, ciò che è virtù e merita lode.18 Deve educare i cristiani a considerare alla luce del Vangelo i problemi morali che emergono nella vita dei singoli e nella convivenza sociale.19 Deve contribuire a lievitare le culture con l’annuncio del Vangelo, a potenziare i valori di cui esse sono portatrici e a liberarle dai germi patogeni che talora portano con sé. Inoltre, la catechesi deve educare i cristiani a dialogare con tutti gli uomini. «Il dialogo infatti aiuta ad ascoltare e a capire meglio il cuore dei propri contemporanei, e spesso, in tal modo, a capire meglio la vita e lo stesso Vangelo (…). Proprio perché il Vangelo divenga cultura e questo seme divino possa dare i suoi frutti più belli nella storia, noi cristiani vivremo nella compagnia degli uomini l’ascolto e il confronto, la condivisione dell’impegno per la promozione della giustizia e della 7 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, «Rigenerati per una speranza viva» (1Pt 1,3): testimoni del grande «sì» di Dio all’uomo, 29.6.2007, n. 22; Regno-doc. 13,2007,439. 8 Tale attenzione, già presente in DB 127, è esplicitata nella nota del CONSIGLIO EPISCOPALE PERMANENTE, L’iniziazione cristiana. 2. Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, 23.5.1999, nn. 58-59; ECEI 6/2117s. Cf. anche UFFICIO CATECHISTICO NAZIONALE, L’iniziazione cristiana alle persone disabili. Orientamenti e proposte, EDB, Bologna 2004. 9 COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, L’ANNUNCIO E LA CATECHESI, Lettera ai cercatori di Dio, 12.4.2009; Regno-doc. 11,2009,344. 10 CONCILIO VATICANO II, Decreto Presbyterorum ordinis sul ministero e la vita dei presbiteri, n. 6; EV 1/1258. 11 UFFICIO CATECHISTICO NAZIONALE, La formazione dei catechisti per l’Iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, 4.4.2006, n. 6. 12 Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 7; ECEI 7/1449. 13 Il cammino iniziatico successivo al Catechismo dei bambini è sostenuto dai testi: Io sono con voi, Venite con me, Sarete miei testimoni e Vi ho chiamati amici. 14 Cf. Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 7; ECEI 7/1450. 15 BENEDETTO XVI, Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis, 22.2.2007, n. 17; EV 24/123. Cf. anche Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, n. 7; ECEI 7/1448ss. 16 Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione Dogmatica Dei Verbum (DV) sulla divina rivelazione, nn. 12-13; EV 1/891ss. 17 DV 26; EV 1/911. 18 Cf. Fil 4,8. 19 Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione Pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, nn. 16 e 62; EV 1/1369.1526ss. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 271 267-272:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 15:19 Pagina 272 C hiesa in Italia pace, di condizioni di vita più degne per ogni persona e per tutti i popoli, fiduciosi in un arricchimento reciproco per il bene di tutti».20 17. Nel delineare la finalità della catechesi, il DB ha di fatto privilegiato la preoccupazione di nutrire e guidare la mentalità di fede, trasmettendo integra la parola di Dio, in tutto il suo rigore e il suo vigore: «Educare al pensiero di Cristo, a vedere la storia come Lui, a giudicare la vita come Lui, a scegliere e ad amare come Lui, a sperare come insegna Lui, a vivere in Lui la comunione con il Padre e lo Spirito Santo» (n. 38; ECEI 1/2482). In questo contesto, è progressivamente maturata l’esigenza di dare rinnovata attenzione alla dimensione dottrinale della fede, al fine di favorirne la conoscenza, l’approfondimento e la testimonianza, nella comunione con tutta la Chiesa e il suo Magistero, in particolare come espresso nel Catechismo della Chiesa Cattolica (1997), punto di riferimento autorevole per tutti i battezzati. Ai catechisti in particolare si chiede «un investimento educativo capace di rinnovare gli itinerari formativi, per renderli più adatti al tempo presente e significativi per la vita delle persone, con una nuova attenzione per gli adulti. La formazione (…) deve essere in grado di dare significato alle esperienze quotidiane, interpretando la domanda di senso che alberga nella coscienza di molti».21 Ciò può avvenire in modo particolare testimoniando e narrando la fede a partire da una vita spirituale intensa: Dio si è rivelato agli uomini con gradualità, «con eventi e parole intimamente connessi»,22 per suscitare in essi l’accoglienza del suo amore e ammetterli alla comunione con sé. Il DB al n. a cura di Patrizio Righero Bull-over Stop alla prepotenza CAMPO SCUOLA educe dal successo dei precedenti R sussidi, l’autore propone un campo scuola sul bullismo tra adolescenti. Il tema è sviluppato dal punto di vista della fede cristiana. Partendo da una beatitudine evangelica, per ogni giornata sono offerti suggerimenti per le attività e spunti di riflessione. Punti di forza la veste grafica accattivante e lo stile vicino al vissuto dei ragazzi. Roma, 4 aprile 2010, Pasqua di Risurrezione. COMMISSIONE EPISCOPALE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, L’ANNUNCIO E LA CATECHESI «Campi scuola» Sussidio per i ragazzi pp. 56 - € 3,90 Guida per gli animatori pp. 96 - € 6,90 20 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 29.6.2001, n. 60; ECEI 7/242s. 21 Cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, «Rigenerati per una speranza viva» (1Pt 1,3): testimoni del grande «sì» di Dio all’uomo, n. 17; Regno-doc. 13,2007,437. 22 DV 2; EV 1/873. 23 «Ogni cristiano deve saper dare ragione della propria speranza, narrando l’opera di Dio nella sua esistenza e nella storia dell’umanità»: CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, «Rigenerati per una speranza viva» (1Pt 1,3): testimoni del grande «sì» di Dio all’uomo, n. 11; Regno-doc. 13,2007,434. 24 Ivi, n. 10; Regno-doc. 13,2007,434. Dello stesso curatore: Reality life Il successo della vita CAMPO SCUOLA EDB Sussidio per i ragazzi pp. 56 - € 3,50 Guida per gli animatori pp. 96 - € 5,90 Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 15 afferma che la Chiesa, nell’esercizio della sua missione profetica, deve lasciarsi guidare da questa pedagogia di Dio. Pertanto i catechisti, oltre a narrare e spiegare il messaggio cristiano (traditio), devono preoccuparsi di fornire a ciascuno gli strumenti espressivi, perché possano riesprimere con la vita e la parola ciò che hanno ricevuto (redditio). Una comunicazione che si esaurisse nel solo processo di trasmissione produrrebbe cristiani «infanti», che «non parlano», «muti e invisibili», e alla fine perderebbe ogni rilevanza nella vita delle persone. Il cristiano è un testimone che, per rendere ragione della sua fede, non può limitarsi a compiere le opere dell’amore, ma deve anche narrare ciò che Dio ha fatto e sta facendo nella sua vita, e così suscitare negli altri la speranza e il desiderio di Gesù.23 Questa, peraltro, è sempre stata la finalità della ricca produzione catechistica della Chiesa in Italia, che oggi deve essere rilanciata e rinnovata per rispondere meglio ai cambiamenti culturali e pastorali in atto. 18. Vorremmo in conclusione rivolgerci a tutti voi, che avete a cuore l’annuncio del Vangelo e la crescita della vita di fede delle donne e degli uomini nostri compagni di strada: il Signore Gesù chiede alle nostre comunità e a ciascuno di noi di testimoniare l’amore di Dio per l’uomo e di prolungare nel tempo la manifestazione di quel grande «sì» che Dio «ha detto all’uomo, alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza».24 Egli ci chiama a testimoniare che Dio è dalla parte dell’uomo, è suo amico e alleato. Questo amore infinito di Dio va annunciato prima di tutto con l’attenzione alle persone, con le opere dell’amore e con scelte di vita in loro favore. Siamo tutti impegnati in una seria riflessione su come il progetto catechistico italiano è stato ed è realizzato nelle nostre comunità. Non rassegniamoci a lasciare che l’uomo viva solo in superficie, o che diventi schiavo del conformismo. Aiutiamo ciascuno a prendere in mano la propria vita in compagnia di Gesù, per rispondere alle inquietudini e agli interrogativi più profondi e scoprire Lui come «via, verità e vita» (Gv 14,6). Nel guardare a questa meta, che è anche la sfida che ci è posta dinanzi, rendiamo grazie al Signore per l’immenso lavoro di annuncio della fede e di catechesi compiuto in questi quarant’anni: Dio solo ne conosce i frutti e vede quanto amore, quanta fede e quanta passione vi sono stati investiti. Possa Egli trasformare questa memoria grata, che è insieme anche consapevolezza dei nostri limiti, in un rinnovato slancio, affinché il Vangelo raggiunga tutto l’uomo in ogni fratello e sorella, e ciascuno, credendo, abbia accesso alla pienezza della vita che viene da Dio nel Signore Gesù e nella forza del suo Spirito. 272 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 16:32 Pagina 273 C hiesa in Italia Testimoni digitali CEI – Convegno degli animatori della comunicazione e della cultura della Chiesa italiana «Negli anni avvenire siamo chiamati a stare dentro il mondo dei media, sempre più pervasivo ed istantaneo come Internet, alla maniera di credenti capaci di rendere ragione, cioè responsabili, in concreto credibili». Quando mons. Pompili, sottosegretario CEI e direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali, ha delineato questa prospettiva di sintesi, il 24 aprile, nell’aula Paolo VI, davanti ad alcune migliaia di comunicatori-pellegrini ivi convenuti per incontrare Benedetto XVI (cf. anche riquadro alle pp. 276s), il convegno «Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale», organizzato dal suo ufficio e dal Servizio nazionale per il progetto culturale, aveva già speso trenta e più interventi, ascoltati con attenzione dai 1.300 animatori della comunicazione e della cultura convocati il 22 e 23 aprile presso l’hotel Summit di Roma. Pubblichiamo qui le tre relazioni di taglio pastorale (quella d’apertura di mons. Crociata, segretario CEI; quella di mons. Giuliodori, presidente della Commissione episcopale promotrice del convegno, e quella conclusiva del card. Bagnasco) e l’intervento del gesuita p. Spadaro, con i suoi stimolanti interrogativi sul versante teologico. Stampe (25.4.2010) da sito web www.testimonidigitali.it. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 L’impegno della Chiesa italiana Mariano Crociata «La scrittura mi evoca in primo luogo / non i romanzi, la poesia, la tradizione letteraria, / ma l’uomo (…). / Scrivo perché non posso sopportare la realtà / se non trasformandola (…). Scrivo non per raccontare una storia / bensì per costruirla».1 Sono, queste, parole pronunciate tre anni fa dallo scrittore turco Orhan Pamuk a Stoccolma, quando gli venne conferito il premio Nobel per la letteratura. Vorrei farle mie per darvi il benvenuto più cordiale e per dirvi da subito perché la Chiesa italiana – otto anni dopo «Parabole mediatiche» – ha promosso «Testimoni digitali»: più che le nuove tecnologie, ci sta a cuore l’uomo, la persona umana nella sua interezza e nel dipanarsi della sua storia; e se ci misuriamo con esse, lo facciamo nella consapevolezza di quanto concorrano a tratteggiare le coordinate della storia e della cultura, fino a diventare l’ambiente in cui ci muoviamo e come l’aria che respiriamo. Comunicazione, forma esistenziale Ancora una volta – sulla scorta dell’esperienza maturata nel IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona – con questo appuntamento intendiamo portare l’attenzione sulla vita quotidiana del nostro popolo, quale «luogo di ascolto, di condivisione, di annuncio, di carità e di servizio».2 Gli ambiti fondamentali intorno ai quali si dispiega l’esistenza umana restano l’orizzonte di una pastorale rinnovata – più vicina alla sensibilità odierna –, la chiave per evitare il ripiegamento asfittico, il terreno per un’adeguata comunicazione del mistero di Dio e quindi per una testimonianza missionaria. Sono ambiti fortemente trasformati dalla cultura che nasce dal sistema 273 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 274 C hiesa in Italia mediatico, che ha fatto della comunicazione la forma esistenziale per eccellenza. Ecco, dunque: – l’ambito della vita affettiva, che chiama ciascuno a mettersi in gioco nel testimoniare con costanza, resistenza e fedeltà la possibilità di relazioni profonde e durature, anche in un tempo che «sposa» la revocabilità degli impegni assunti e pretende di interpretare la vita come una sequenza ininterrotta di nuovi inizi;3 – la dimensione del lavoro e della festa, dimensione resa ancora più attuale dalla crisi economica, dalla precarietà e dalla disoccupazione: elementi che espongono al rischio di vedere calpestati diritti inalienabili; – l’ambito delle molteplici espressioni della fragilità umana, che sono ferite nel corpo e nello spirito, sulle quali versare l’olio della consolazione e della speranza, del riconoscimento, della cooperazione e della solidarietà; – ancora: l’ambito educativo, che impegna a formazione permanente, nella mediazione tra i mille linguaggi e le sollecitazioni a cui oggi ciascuno è esposto, e un progetto culturale che dia conto della ragionevolezza, della bontà e della bellezza della vita cristiana; – infine, non può rimanerci estranea nemmeno la sfera sociale e politica, oggi particolarmente evanescente, almeno quanto a capacità di imprimere una direzione, che vada oltre la temporanea soluzione di emergenze o di problemi immediati. Un contributo propositivo in tal senso siamo certi che verrà anche dalla prossima Settimana sociale, che ci vedrà riuniti in ottobre a Reggio Calabria, quali «Cattolici nell’Italia di oggi». La sollecitudine per il bene dell’uomo e della società è dunque alla base di questo nostro convenire da tutto il paese per riflettere insieme sulle frontiere aperte dalla tecnologia digitale. Non è nostra intenzione – lo ribadisce chiaramente lo stesso Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che celebreremo il prossimo 16 maggio – «occupare il web», quanto piuttosto offrire anche in questo contesto la nostra testimonianza per alimentare la cultura e quindi contribuire alla costruzione del futuro del paese. Un patrimonio, anche nell’era digitale Nell’intervento al quale ho fatto riferimento in apertura, il premio Nobel racconta di quando suo padre gli affidò una valigetta piena di scritti e taccuini, chiedendogli di leggerli soltanto una volta che lui fosse scomparso, per verificare se vi fosse stato qualcosa degno di essere pubblicato. A quella valigia Pamuk trova con difficoltà un posto nel suo studio: lo scrittore ammette di aver provato risentimento, invidia e paura davanti all’eventualità che essa avesse potuto realmente contenere qualcosa di buono: troppa era la distanza che avvertiva tra l’esperienza di navigante e girovago del padre e invece la propria fatica a scrivere, che gli aveva richiesto tante privazioni, a partire dalla solitudine di chi si vede costretto a «restare in disparte e ben lontano da ogni centro»,4 nel chiuso di una stanza, dove i testi nascono dalla ricerca interiore e paziente, pari a quando «si scava un pozzo con un ago».5 274 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Mi è piaciuta questa sincerità disarmante. Mi è piaciuta e nel contempo mi ha portato a chiedermi: come evitare di incappare nello stesso rischio a fronte dei naviganti di oggi, la cui valigetta – dal contenuto ricco e misterioso – è «zippata» in un palmare, in un iPad, in un cellulare che è ormai ben altro da un semplice telefono portatile? Cosa fare, dunque, per capire che non si tratta di demonizzare il nuovo, né al contrario di considerare obsoleto o inutile il patrimonio di cultura che ci portiamo sulle spalle, bensì di valorizzare lo straordinario potenziale costituito dalle nuove tecnologie, impegnandoci a «introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la nostra vita»?6 Un decennio trascorso non invano Nel rispondere a questa sfida è necessario innanzitutto riconoscere quanto è stato fatto nel decennio appena concluso, i cui Orientamenti pastorali – non a caso incentrati sul Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia – sottolineavano proprio le «nuove opportunità di conoscenza, scambio e partecipazione», che «accompagnano le innovazioni tecnologiche nell’ambito delle comunicazioni sociali». La cultura nella quale siamo immersi – osserva il documento, riprendendo l’enciclica Redemptoris missio – «nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare, con nuovi linguaggi, nuove tecniche, nuovi atteggiamenti psicologici».7 Con tale sensibilità abbiamo attraversato il decennio, ripetendoci che la pervasività dei media impone di saper «coniugare tutti gli ambiti della vita ecclesiale con questa nuova realtà sociale e culturale».8 Nel quadro di questa rinnovata attenzione formativa ha trovato collocazione la stessa pubblicazione del Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa.9 Fin dalle prime righe, il direttorio si proponeva di «aiutare le comunità ecclesiali a prendere coscienza del ruolo dei media nella nostra società; far maturare una competenza relativa alla conoscenza, al giudizio, alla utilizzazione dei media per la missione della Chiesa; sviluppare alcune idee circa i punti nevralgici della pastorale delle comunicazioni sociali (comprensione dei media come cultura e non solo come mezzi, ecc.); offrire una piattaforma comune per i piani pastorali che ciascuna diocesi è chiamata a realizzare».10 Quelle intenzioni hanno saputo declinarsi in scelte precise. Il decennio che ci lasciamo alle spalle, infatti, è stato per la Chiesa italiana il primo del circuito radiofonico InBlu, pensato nella prospettiva di garantire sul territorio una voce di ispirazione cattolica, che abbia la forza e la visibilità del nazionale, senza dissipare la vitalità e le risorse delle comunità locali. È un ambito che chiede di attuare una sinergia sempre più concreta «per una maggiore qualità dei programmi e con una consistente economia di scala».11 Accanto all’esperienza radiofonica, si colloca quella dell’emittente televisiva TV2000, oggi così denominata con il passaggio al digitale terrestre, svolta che tra l’altro porta il segnale nelle case di tutti gli italiani. 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 275 Ancora, è stato il decennio che ha visto il quotidiano Avvenire compiere quarant’anni e consolidarsi quale strumento culturale decisivo per i cattolici e punto di riferimento nel panorama informativo del paese. Discorso analogo può essere fatto per il SIR, l’agenzia di Servizio informativo religioso, che non solo ha tagliato in buona salute i suoi primi vent’anni – gli ultimi quindici dei quali on-line – ma ha saputo evolversi, affiancando alle notizie nazionali una duplice attenzione: per la realtà regionale e per quella europea. È il decennio che – pur in mezzo alle crescenti difficoltà che hanno colpito il mondo dell’editoria (l’ultima delle quali conseguente al decreto ministeriale che ha abolito le tariffe postali agevolate) – ha visto la Federazione italiana dei settimanali cattolici (FISC) superare le 180 testate aderenti: circa un milione di copie entrano, così, ogni sette giorni nelle nostre famiglie, con la cronaca del territorio letta e approfondita alla luce dell’appartenenza ecclesiale. Molti di questi giornali hanno sviluppato anche una versione on-line, quale logico e coerente sviluppo del giornale cartaceo: l’edizione web consente loro di raggiungere nuovi lettori, di offrire materiali di documentazione e di avere maggiore rilevanza nel panorama mediatico. Questo è stato anche il decennio delle migliaia di siti Internet di ispirazione cattolica, che costituiscono ormai una presenza qualificata e matura: penso a tutti i sussidi pastorali che veicolano, ma anche alla forza propositiva che esprimono, a partire dalla loro capacità di intessere nuove relazioni. Va qui riconosciuta la lungimiranza con la quale la Chiesa italiana ha saputo offrire alle diocesi un servizio di gestione dei contenuti web, mettendole in condizione di realizzare e di amministrare il proprio sito (è l’esperienza assicurata dal SICEI). Va quindi incoraggiato il ruolo svolto dall’associazione dei Webmaster cattolici italiani (WeCa) quale punto di riferimento di chi opera nel web con ispirazione cattolica. Alla preziosa azione formativa assicurata dalle università cattoliche e pontificie, si è aggiunta quella del progetto ANICEC, specifico per animatori della cultura e della comunicazione, dove i percorsi di e-learning si completano con momenti residenziali. L’animazione della comunicazione in chiave di evangelizzazione e di dialogo con la cultura ha trovato inoltre espressione – oltre che nel lavoro svolto dalle associazioni e dalle aggregazioni cattoliche – anche nei forum e nei convegni promossi dal Servizio per il progetto culturale: basti qui ricordare l’ultimo evento internazionale, «Dio oggi. Con lui o senza di lui cambia tutto», svoltosi lo scorso dicembre, come anche proposte quali la Settimana interdisciplinare su Bibbia e comunicazione o la Settimana della comunicazione, nata dall’impegno della famiglia paolina, che rinnova il suo appuntamento a metà del prossimo mese di maggio. Se queste iniziative sono rilevanti, l’ambito che ci sta maggiormente a cuore rimane comunque quello locale. È sul territorio che le nostre comunità si sono attivate – e voi ne siete espressione viva – per valorizzare la figura dell’animatore della cultura e della comunicazione, chiamato a muoversi da un lato verso chi è già impegnato nella pastorale, al fine di aiutarlo a inquadrare meglio il suo operato nel nuovo contesto socio-culturale dominato dai media, dall’altro nell’aprire nuovi percorsi, attraverso i quali raggiungere persone e ambiti spesso periferici, quando non addirittura estranei alla vita della Chiesa e alla sua missione.12 La presenza di mezzi di comunicazione promossi esplicitamente dalla comunità ecclesiale non deve, infatti, essere intesa in alternativa a un impegno negli altri media, con i quali, anzi, si avverte l’esigenza di intensificare il dialogo e la collaborazione.13 È proprio su quest’ultimo versante che le tecnologie digitali rappresentano una nuova opportunità, che intendiamo abitare con la nostra testimonianza: senza lasciarci contagiare da inutili paure, per renderci invece disponibili a incontrare chiunque sia nella condizione di ricerca, anzi – come dice papa Benedetto XVI – «procurando di tenere desta la ricerca come primo passo dell’evangelizzazione. Una pastorale nel mondo digitale, infatti, è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati e hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche».14 1 O. PAMUK, Le voci di Istanbul. Scritti e interviste, Datanews, Roma 2007, 13 e 28-29. 2 EPISCOPATO ITALIANO, nota pastorale «Rigenerati per una speranza viva»: testimoni del grande «sì» di Dio all’uomo, 29.6.2007, n. 12; Regno-doc. 13,2007,434. 3 Cf. Z. BAUMAN, Vita liquida, Laterza, Bari 2006. 4 PAMUK, Le voci di Istanbul, 19. 5 PAMUK, Le voci di Istanbul, 26-27. 6 BENEDETTO XVI, Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia, messaggio per la XLIII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24.1.2009. 7 EPISCOPATO ITALIANO, orientamenti pastorali Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, 29.6.2001, n. 39; ECEI 7/197. 8 Ivi. 9 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, LEV, Città del Vaticano 2004; ECEI 7/1506ss. 10 CEI, Comunicazione e missione, Presentazione; ECEI 7/1510. 11 CEI, Comunicazione e missione, n. 162; ECEI 7/1682. 12 Cf. CEI, Comunicazione e missione, n. 121; ECEI 7/1641. 13 Cf. CEI, Comunicazione e missione, n. 161; ECEI 7/1681. 14 BENEDETTO XVI, Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola, messaggio per la XLVI Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24.1.2010. 15 PAMUK, Le voci di Istanbul, 11-12. 16 Cf. A Diogneto, V, 5, in I Padri apostolici, Città Nuova, Roma 1981, 356. Con l’eccedenza del Vangelo «Conoscevo dalla mia infanzia quella valigetta di pelle nera – riconosce Pamuk, quasi con nostalgia –, la sua serratura, i suoi rinforzi ammaccati… Quella valigetta rappresentava per me molte cose familiari o affascinanti».15 Sì, questo continente digitale lo sentiamo profondamente nostro, pur con quella riserva escatologica che – mentre partecipiamo a tutto come cittadini – ci fa da tutto distaccati come stranieri: così ci descrive la lettera A Diogneto.16 Vorremmo abitare questa patria straniera con quello sguardo assolutamente originale sulla realtà, che è lo sguardo della fede. E se a volte stentiamo ad aprirla, questa valigetta, se a nostra volta l’avvertiamo anche «pesante ed IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 275 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 276 C hiesa in Italia Lombardi: da Babilonia a Pentecoste I (…) Il titolo bellissimo di questo convegno, «Testimoni digitali», invita proprio a ritrovare il senso, il gusto, la passione dell’essere testimoni della nostra fede nel nostro tempo e nella nostra cultura. (…) Nel libro Le phénomène humain (Il fenomeno umano), il padre Pierre Teilhard de Chardin parla di noosfera, la sfera della conoscenza e del pensiero. In passato era solo embrionale, molto fragile, ma poi è diventata sempre più fitta, più spessa, densissima, e negli ultimi anni è cresciuta a dismisura. (…). È una cosa che ci impressiona moltissimo. Siamo immersi in questa sfera in cui in tutte le direzioni passano messaggi, prodotti del pensiero e dell’intelligenza umana. Basta captarli (…). È estremamente ambiguo quello che si muove in questa sfera attorno a noi; e noi però ci siamo immersi; questa è adesso la nostra condizione che si è sviluppata e continuerà a svilupparsi negli anni futuri. (…) Vediamola in questa grande storia che, per chi ha fede, parte da un disegno di Dio e mira anche a un disegno di Dio, a un punto conclusivo di questa storia che vuole essere di salvezza. Tra le infinite onde che si muovono in questa noosfera io posso essere spettatore/recettore passivo, ma posso anche essere attore, un punto di partenza di onde, un generatore di qualcosa che si mette in moto nella direzione del bene e che veramente è estremamente necessario in questa situazione; perché lo sviluppo è ambiguo. C’è una domanda che Gesù si è fatto nel Vangelo e che ci torna – a volte con tanta forza – alla mente: «Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). Troverà un parlare di fede, di speranza, di amore, nelle correnti della nostra noosfera? Questo dipende da noi, veramente. (…). Il decreto Inter mirifica (sugli strumenti di comunicazione sociale) del Concilio e la lettera enciclica Miranda prorsus (su cinema, radio e televisione, 8.9.1957) di Pio XII sono strumenti potenti per fare il bene; insieme al messaggio bellissimo della XLIII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2009: «Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia». Questo è quello che siamo invitati a cercare di costruire: nuove relazioni. Ciò che è importante non è tanto la tecnologia con il suo fascino, ma è la relazione fra le persone. Quale che sia la tecnologia che usiamo e useremo, ai diversi capi della comunicazione ci sono le persone che comunicano, (…) ci sono una mente e un cuore. Quali relazioni stabilisco con le altre persone immerse come me nella noosfera? La Chiesa è per l’annuncio del Vangelo e non può non comunicare. San Paolo (…) viaggiava per tutte le vie che allora si potevano percorrere e oggi noi non possiamo non percorrere le vie del mondo in cui viviamo, anche queste della comunicazione digitale. Dobbiamo essere testimoni digitali sì, ma anzitutto testimoni dello Spirito, della fede, della speranza, dell’amore. E qui vorrei passare ad alcuni aspetti della testimonianza a me più familiari e cruciali. Un tempo di verità, di trasparenza e di credibilità. Il segreto e la riservatezza, anche nei loro aspetti positivi, non sono valori coltivati nella cultura di oggi. Bisogna essere in grado di non avere nulla da nascondere. Ci piaccia o no, anche l’esperienza che stiamo vivendo, i prezzi che stiamo pagando, dicono che la nostra testimonianza deve andare decisamente nella linea del rigore, della coerenza fra ciò che diciamo e ciò che siamo, del rifiuto di ogni ipocrisia e doppiezza. Dobbiamo portare la gioia della verità e della lealtà, del dire la verità con gioia e con passione; essere testimoni credibili per ciò che diciamo e facciamo, che si capisca che dietro ogni nostra parola ci sono la nostra mente e il nostro cuore e che per l’altro che desidera ascoltare e recepire il messaggio c’è qualcosa che vale la pena di essere ascoltato e recepito, perché è per il suo bene e non per ingannarlo. Oggi vediamo come la responsabilità di questa testimonianza di verità e credibilità sia una responsabilità immensa e non solo per noi personalmente, ma per la comunità intera della Chiesa di cui facciamo parte, perché attraverso la rete si proietta immediatamente in tutte le direzioni, si traduce in infinite lingue e gli ambiti della testimonianza o della contro-testimonianza si allargano a dismisura. È estremamente e radicalmente esigente oggi la situazione in cui viviamo, e ci chiede di essere sempre assolutamente veritieri e credibili. Un tempo di ascolto e di dialogo come premessa per comunicare. Troppe volte il nostro linguaggio e anche le nostre prospettive, ad esempio sulle questioni della Chiesa, delle sue posizioni, dei suoi insegnamenti, suppongono nell’interlocutore delle premesse per la comprensione, che generalmente non ha. Cercare veramente di mettersi nel punto di vista dell’altro, capirne le domande, la mentalità e fare il cammino, che a volte è lungo e faticoso, per trovare il terreno comune per capirsi. Quante volte, anche in questi mesi per me difficili, rispondendo a innumerevoli domande ho visto che bisogna cercare di capire da quanto lontano proviene la domanda che ci è rivolta; e quelle che a noi possono sembrare risposte evidenti, chiare e semplici, non lo sono per chi invece viene da premesse e da attese così ingombrante»17 e quindi, con lo scrittore, ci ritroviamo tentati di metterla «con discrezione, senza far rumore, in un angolo»,18 è a causa di alcuni ritardi che ci proponiamo di superare insieme. In conclusione voglio, allora, accennare emblematicamente a un paio di essi. Il primo ritardo è legato a un linguaggio che a volte rimane ancora autoreferenziale, quasi di nicchia, in un contesto culturale che nel frattempo è cambiato profonda- mente e che ci porta a confrontarci con una generazione che – quanto a formazione religiosa – non possiede ormai più il nostro vocabolario: «Una generazione che non si pone contro Dio o contro la Chiesa, ma una generazione che sta imparando a vivere senza Dio e senza la Chiesa».19 I «nativi digitali» – ossia le generazioni cresciute connesse alle nuove tecnologie – ne hanno assunto il linguaggio veloce, essenziale e pervasivo; nuotano in una comuni- l convegno «Testimoni digitali» si è concluso sabato 24 aprile nell’aula Paolo VI in Vaticano, dove circa ottomila fedeli hanno potuto incontrare Benedetto XVI. Prima del suo arrivo, nel corso di una tavola rotonda moderata da Vittorio Sozzi, ha preso la parola fra gli altri il direttore della Sala stampa della Santa Sede e della Radio Vaticana p. Federico Lombardi, del cui intervento trascriviamo qui, tratti dalla ripresa video, ampi stralci (www.testimonidigitali.it). 276 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 277 differenti. Questo però è il mondo in cui viviamo. Il papa ha parlato qualche mese fa del cortile dei gentili (…). Un’immagine splendida, bellissima, il cortile dell’antico tempio in cui stavano coloro che si interrogavano e cercavano risposte sinceramente, anche se non facevano parte pienamente del popolo di Dio. È un invito, quello del papa per la Chiesa, a incontrare e dialogare sinceramente anche con gli uomini sinceri che non conoscono il Cristo, ma che sono onestamente alla ricerca. Però forse per noi oggi i confini di un cortile sono qualcosa di un po’ stretto, perché il «cortile dei gentili» in cui noi entriamo e dobbiamo dialogare in fondo è largo come il mondo, non è una piccola parte di un ambiente nostro. È il mondo stesso che diventa «cortile dei gentili», in cui noi ci facciamo incontro alle persone che sono in ricerca per cercare insieme con loro la via per incontrare Dio, il Signore, per incontrare dei valori che effettivamente siano di orientamento per la loro vita. I testimoni digitali navigano e si muovono continuamente nella rete dei gentili e tutti questi testimoni possono dare il loro contributo a questo dialogo, ognuno di noi in prima persona. In ogni luogo, quindi anche in ogni luogo della rete, se si stabiliscono relazioni vere e profonde, si può cercare e incontrare Dio. Mi viene in mente la parola di Gesù alla samaritana: Dio è Spirito, chi lo cerca in Spirito e verità non lo può incontrare solo sul monte Garizim o al tempio di Gerusalemme, ma in ogni luogo (cf. Gv 4,24). Per noi questa parola di Gesù è un invito alla speranza: il pensare che anche ogni luogo della rete in cui noi ci muoviamo nel mondo della comunicazione della noosfera, per quanto così confusa e spesso inquinata, è anche un luogo in cui si può incontrare il Signore in Spirito e verità. Possibilità fantastica e sconfinata che però richiede da noi verità, credibilità, linguaggio chiaro, semplice, essenziale, intenso, vero, creativo per la trasmissione dei contenuti che ci interessa siano annunciati e capiti. Un tempo di libertà di espressione. La moltiplicazione dei siti, delle iniziative di comunicazione, anche a basso costo, è una possibilità di libertà, di allentamento del potere detenuto da grandi aziende e agenzie di comunicazione, una possibilità di sviluppo, di proposta e di partecipazione. (…) Nel decreto del Concilio sulle comunicazioni sociali si parlava anche dell’importanza dell’opinione pubblica nella Chiesa, un tema su cui forse non si è molto riflettuto in seguito, ma che ora può tornare di maggiore attualità, alla luce delle nuove possibilità di comunicazione, una sfida anche questa. (…). Non tocca a me spiegarvi che la molteplicità dei siti è una grande ricchezza, ma è anche è un grande Babilonia di idee e posizioni. Ve ne sono anche molti che seminano confusione intenzionalmente, cercano di accreditarsi come autorevoli in vari campi, anche in quello ecclesiale, mentre assolutamente non lo sono. In questa situazione, in cui uno può seminare nella rete ciò che vuole, occorre che chi ama la Chiesa sia molto responsabile di fronte agli altri e alla comunità, per conservare il giusto pluralismo delle fonti ed espressioni, ma in un tessuto di rapporti di rispetto e carità, di attenzione anche al magistero e all’autorità legittima della Chiesa, se no la comunità soffre tensioni e tendenze che possono essere dirompenti e dispersive. Io credo che il relativismo e il soggettivismo di fronte a cui il papa ci mette spesso in guardia siano problemi che non dipendono solo certamente dalla nostra comunicazione, ma che nel nostro mondo e nel nostro modo di comunicare diventano più facili, forse, perché c’è questa infinita proliferazione di punti di vista, di punti di comunicazione che possono facilmente disorientare e quindi portare a una certa sfiducia nella possibilità di trovare insieme i riferimenti essenziali. Così una delle nostre grandi sfide è proprio come sviluppare un dialogo, un sistema di relazioni nella comunità ecclesiale, e analogamente anche nella comunità sociale, più ricchi e intensi, ma allo stesso tempo capaci di servire veramente la crescita di una comunità e non una confusione e un disorientamento perniciosi. In concreto si tratta anche di stabilire una comunicazione stretta e intensa fra i siti e i diversi luoghi e attività di comunicazione a livello ecclesiale. C’è il servizio della comunicazione vaticano, ci sono i vari livelli delle conferenze episcopali, delle diocesi, ci sono le diverse componenti del mondo ecclesiale, è bello che ci sia questa ricchezza e questa varietà, ma in questo mondo ognuno di noi deve porsi esplicitamente la domanda di come ci rapportiamo e come facciamo vedere e capire che siamo componenti e servitori di un’unica grande comunità che è la Chiesa. (...) Non penso che la rete e la comunicazione digitale debbano essere temute da un preoccupato centralismo, ma credo che sia necessario riflettere e vivere in modo nuovo l’esperienza di essere Chiesa ai tempi di Internet. E questo richiede da noi una grande passione per essere comunità, una comunità unita non dall’imposizione esterna, ma dalla fede e dall’amore. Nuove tecnologie, nuove relazioni, abbiamo detto, anche nella Chiesa. Non saremo testimoni efficaci da soli. In questa noosfera da soli saremmo perduti, non metteremmo in moto delle onde positive, dobbiamo sommarci, dobbiamo diventare comunità, dobbiamo fare sinergia, allora potremo sommare le nostre piccole onde e mettere in moto delle correnti positive. Dobbiamo mettere le tecnologie al servizio dell’essere comunità e del testimoniarlo in questo mare di onde. Da Babilonia a Pentecoste. Nella Babilonia della rete dobbiamo saper fare spazio per una fiamma dello Spirito che cresca e costruisca una comunità capace di essere insieme testimone efficace per mandare onde positive di speranza e di unione nella noosfera. Testimoni digitali sì, ma insieme, in comunità (…). Dobbiamo essere immagine di questo sforzo, di questo impegno, di questa passione di essere oggi testimoni come Chiesa nel mondo della comunicazione digitale. cazione orizzontale, decentrata e interattiva; si muovono in una geografia che conosce la trasversalità dei saperi ed espone a una pluralità di prospettive. L’ambiente digitale – con il suo linguaggio ludico, fatto di suoni, immagini e interattività – è emotivamente e affettivamente coinvolgente. A tale riguardo, il nostro impegno di coltivare una nuova alfabetizzazione va portato avanti di pari passo con la consapevolezza che non si tratta semplicemente di sviluppare una vicinanza empatica alle tecnologie digitali, quanto di essere presenti anche in questo 17 18 PAMUK, Le voci di Istanbul, 11. Ivi. Vaticano, aula Paolo VI, 24 aprile 2010. FEDERICO LOMBARDI 19 A. MATTEO, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra i giovani e la fede, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010, 16. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 277 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 278 C hiesa in Italia ambiente con modalità che non disperdano l’identità cristiana, l’eccedenza rappresentata dal Vangelo: «Occorre stare dentro la contemporaneità, ma andando oltre, con un’attenta opera di discernimento da parte della comunità ecclesiale».20 E ancora: «Non si tratta semplicemente di aggiornarsi o adeguarsi: occorre domandarsi come deve essere rimodellato l’annuncio del Vangelo e come avviare un dialogo con i mezzi di comunicazione sociale, e non solo attraverso di essi, nella consapevolezza che sono interlocutori con cui è necessario confrontarsi».21 Per far nostre le parole di Benedetto XVI, deve starci a cuore – più che «la mano dell’operatore» – un cuore credente.22 Accanto ai problemi di linguaggio e di identità, l’altro punto al quale volevo accennare riguarda la difficoltà di mettere a fuoco, all’interno dei piani pastorali delle nostre diocesi, un progetto organico per le comunicazioni sociali, che integri queste ultime negli altri ambiti. Dobbiamo smetterla di considerare la comunicazione come «un ulteriore segmento della pastorale o un settore dedicato ai media», per intenderla invece come «lo sfondo per una pastorale interamente e integralmente ripensata a partire da ciò che la cultura mediale è e determina nelle coscienze e nella società».23 Si tratta, dunque, di «scongelare» veramente la figura dell’animatore della cultura e della comunicazione, figura sulla quale finora si è investito ancora troppo poco o comunque con scarsa convinzione: «In una pastorale concepita come azione a tutto campo, e non solo tra le mura ecclesiastiche – assicura Benedetto XVI – si possono intercettare molte persone che per impegni professionali o altri motivi non possono operare in parrocchia, ma volentieri darebbero il loro contributo se l’impegno fosse maggiormente collegato alle proprie competenze e gestibile con elasticità. Doni e carismi rischiano di rimanere inutilizzati per la scarsa attenzione prestata ai settori della cultura e della comunicazione».24 Sulla strada, senza rimpianti In sintesi: un linguaggio credente e un progetto organico per le comunicazioni sociali sono «il compito per casa» sul quale applicarsi fin dal nostro ritorno; sono le condizioni per elaborare una strategia comunicativa missionaria, che sia capace di coinvolgere tutti gli ambiti pastorali e di incidere sulla cultura della società. Sarà la sfida del decennio che inauguriamo, non a caso incentrato sull’educazione. Vorremmo non perdere davvero nessuno per strada. Vorremmo non ritrovarci al prossimo convegno con il rimpianto di Pamuk, il quale concluse il suo intervento davanti ai membri dell’Accademia svedese rimpiangendo il padre, che nel frattempo era venuto a mancare.25 Vi auguro di vivere queste tre giornate come un momento forte di riflessione, di approfondimento, di confronto e di incontro, che toccherà il suo momento più alto nell’udienza con il santo padre. Con il mandato che ci affiderà, torneremo nelle nostre diocesi animati dalla con- 278 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 sapevolezza d’essere parte di una rete gettata al largo per «farsi sempre più prossima all’uomo», evitando di «precludersi alcuna strada» pur di raggiungerlo.26 ✠ MARIANO CROCIATA, segretario generale della CEI Quale umanesimo nella cultura digitale? Claudio Giuliodori Intagliatori di sicomori: l’arte di coniugare fede e cultura Quando nella relazione al convegno «Parabole mediatiche», l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede usò l’immagine patristica degli intagliatori di sicomoro per spiegare il rapporto tra fede e cultura, tutti restarono profondamente colpiti. L’assemblea riunita nell’aula Paolo VI fu toccata certamente dall’efficacia dell’esempio ma ancor più dalla riflessione acutissima che il card. Ratzinger offrì sulla necessità che la cultura sia incisa in profondità dalla fede per portare frutti saporiti. «Il Vangelo non sta accanto alla cultura – affermava il card. Ratzinger –. No il Vangelo è un taglio, una purificazione che diviene maturazione e risanamento. È un taglio, che esige paziente approfondimento e comprensione, cosicché esso sia fatto nel momento giusto, nella fattispecie giusta e nel modo giusto, che esige quindi sensibilità, comprensione della cultura dal suo interno, dei suoi rischi e delle sue possibilità nascoste o palesi».1 Dal 2002 a oggi questa immagine è ritornata spesso nelle nostre riflessioni e continua ancora a interpellarci. Non possiamo fare a meno, infatti, di chiederci se come testimoni della fede stiamo incidendo sulla cultura del nostro tempo, se stiamo attuando il duplice dinamismo della «inculturazione del Vangelo» e «dell’evangelizzazione della cultura» nella rete e nel nuovo ambiente digitale.2 Concretamente ci domandiamo se siamo capaci di intagliare, ossia interagire in modo organico con la nuova cultura digitale per aprirla alla fecondità del Vangelo. Questo convegno è un passo importante in questa direzione che conferma, a distanza di otto anni da «Parabole mediatiche», l’impegno della comunità ecclesiale a essere attenta e a prendersi cura di questo frutto dello sviluppo tecnologico, sociale e culturale che è rappresentato oggi dal «nuovo continente digitale». L’indiscutibile interessamento dimostrato dalla Chiesa italiana per i nuovi fenomeni culturali scaturiti dai processi mediatici risale ormai agli anni Novanta, al Convegno di Palermo e all’avvio del «progetto culturale»,3 ed è ben visibile negli orientamenti pastorali per il 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 279 decennio che si va chiudendo e che ci ha visto camminare insieme con il desiderio di Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia,4 nel documento Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa5 che rappresenta ancor oggi la magna carta delle linee pastorali nel campo della comunicazione, e dalle prospettive del Convegno ecclesiale nazionale di Verona, così come emergono dalla nota conclusiva.6 Sono stati momenti di intensa riflessione e di attenta elaborazione che hanno offerto alla Chiesa italiana accurate analisi e preziose indicazioni operative. Le riflessioni poi hanno ispirato, accompagnato e sostenuto un grande investimento nel campo dei media in tutti i settori e vari livelli. Ma l’aver prestato attenzione al fenomeno mediatico non ci garantisce un’effettiva compenetrazione o, se vogliamo restare nella metafora, un incidere della fede all’interno di questo «sicomoro digitale» del nostro tempo. Quella dell’incisione del sicomoro è un’arte e anche l’evangelizzazione della nuova cultura digitale è quindi un’arte che scaturisce dalla missione stessa affidata dal Signore Gesù alla sua Chiesa. È pertanto compito fondamentale e permanente della Chiesa portare in ogni contesto, e quindi anche nel nuovo orizzonte digitale, una visione piena e integrale dell’uomo secondo la sua identità di essere chiamato alla comunione con Dio e con i fratelli. Che cosa significa per la Chiesa italiana oggi rendere umanamente e spiritualmente gustoso, e cioè autentico e significativo per l’uomo contemporaneo, il vivere in questo nuovo ambiente digitale? Per tentare di rispondere a questa domanda è necessario da una parte conoscere il fenomeno della nuova cultura digitale in tutte le sue dinamiche e implicazioni, e dall’altra capire come essere testimoni autentici e credibili della fede in questo nuovo contesto esistenziale. È questo l’obiettivo ambizioso del Convegno, che fa tesoro del ricco cammino fatto fino a oggi dalla Chiesa italiana per proiettarsi con coraggio e rinnovato slancio nelle nuove sfide poste dalla cultura digitale che si innesta nel complesso scenario della globalizzazione, già oggetto di attente analisi.7 tale. 20 21 22 CEI, Comunicazione e missione, n. 3; ECEI 7/1523. CEI, Comunicazione e missione, n. 13; ECEI 7/1533. Cf. BENEDETTO XVI, Il sacerdote e la pastorale nel mondo digi- 23 24 25 26 CEI, Comunicazione e missione, n. 99; ECEI 7/1619. CEI, Comunicazione e missione, n. 125; ECEI 7/1645. PAMUK, Le voci di Istanbul, 31. BENEDETTO XVI, Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale. 1 J. RATZINGER, «Il Logos e l’evangelizzazione della cultura», in CEI, Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, EDB, Bologna 2003, 179; Regno-doc. 21,2002,662. 2 PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA CULTURA, Per una pastorale della cultura, 23.5.1999, nn. 2-6; EV 18/1039ss. 3 CEI, Il vangelo della Carità per una nuova società in Italia, Atti del III Convegno ecclesiale (Palermo, 20-24 novembre 1995), AVE, Roma 1997, 211-220; 531-535; Regno-doc. 21,1995,649ss. Cf. CEI – XLII ASSEMBLEA GENERALE (Collevalenza, 11-14 novembre 1996), Atti, a cura della Segreteria generale della CEI. I lavori sono stati interamente dedicati alle problematiche relative ai media e al progetto culturale. 4 EPISCOPATO ITALIANO, orientamenti pastorali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 29.6.2001, in particolare n. 39; ECEI 7/197s. Essere testimoni nel mondo digitale Una corretta messa a fuoco della realtà digitale e della testimonianza cristiana è la condizione imprescindibile per raggiungere l’obiettivo di creare un dialogo fecondo e costruttivo tra la nuova realtà mediatica e l’esperienza di fede evitando chiusure pregiudiziali o ingenue esaltazioni. Il tema, o meglio lo slogan, del convegno «Testimoni digitali» esprime in forma sintetica ed evocativa il legame tra i due elementi su cui deve svilupparsi il nostro discernimento e, a seguire, la nostra azione pastorale. Siamo tutti consapevoli, del resto, che il comunicare nella prospettiva della fede implica questioni di primaria rilevanza teologica.8 Non ci si può accontentare, pertanto, di dare una verniciatura digitale alla testimonianza cristiana illudendosi che sia sufficiente adottare qualche nuovo strumento di comunicazione per rendere l’azione pastorale più accattivante e accettata. La questione è ben più seria perché rimanda alla responsabilità del cristiano chiamato a dare ragione della sua fede e ad essere testimone del Risorto non in astratto, ma nelle reali situazioni di vita delle persone e concretamente, oggi, in questo nuovo habitat digitale.9 L’essere testimoni è legato al rapporto con Cristo e con la sua Chiesa e nel contempo al contesto in cui si vive la fede e se ne dà testimonianza, contesto che oggi risulta essere sostanzialmente nuovo e inedito. Così la seconda parte del titolo ci ricorda che la testimonianza passa attraverso il volto e il linguaggio dei credenti che annunciano la buona novella, in modo comprensibile e credibile nella nuova era crossmediale. Si tratta di abitare il nuovo territorio o ambiente digitale, di camminare sulle vie digitali, di pensare attraverso le sequenze digitali senza perdere di vista la natura propria della testimonianza cristiana, che non può in alcun modo prescindere dalla peculiarità dell’incontro e della sequela di Gesù Cristo e da una concreta esperienza di vita nella fraternità del suo corpo ecclesiale. Anche l’uomo digitale, nativo e non, porta comunque con sé le doman5 CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, LEV, Città del Vaticano 2004; ECEI 7/1506ss. Per una presentazione si può vedere C. GIULIODORI, «Direttorio sulle comunicazioni sociali», in D.E. VIGANÒ (a cura di), Dizionario della comunicazione, Carocci, Roma 2009, 888-898. 6 EPISCOPATO ITALIANO, nota pastorale Rigenerati per una speranza viva (1Pt 1,3): testimoni del grande «sì» di Dio all’uomo, 29.6.2007, in particolare nn. 13-16; Regno-doc. 13,2007,436ss. 7 Cf. C. GIULIODORI, G. LORIZIO, V. SOZZI (a cura di), Globalizzazione, comunicazione e tradizione, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2004; C. GIULIODORI, «Globalizzazione e comunicazione: aspetti antropologici e teologici», in Archivio teologico torinese 12(2006) 2, 306-319. 8 Cf. G. GIULIODORI, G. LORIZIO (a cura di), Teologia e comunicazione, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2001; G.F. POLI, M. CARDINALI, La comunicazione in prospettiva teologica, Elle Di Ci, Leumann (TO) 1998; A. STAGLIANÒ, Vangelo e comunicazione, EDB, Bologna 2002; C. GIULIODORI, voce «Comunicazione», in Dizionario di ecclesiologia, Città Nuova, Roma 2010, 261-268. 9 Cf le riflessioni sul tema della testimonianza cristiana di G. ANGELINI pubblicate sulla Rivista del clero italiano nell’anno 2007, sui fascicoli 4, 275-288; 6, 440-453; 12, 822-836. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 279 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 280 C hiesa in Italia de sul senso e sulla verità dell’esistenza umana. Il nuovo contesto può modificare l’approccio a queste domande, può mascherarle, amplificarle o distorcerle, tentare di rimuoverle, ma esse sono costitutive dell’esistenza umana per cui prima o poi escono fuori e si ripropongono inesorabilmente. Non dobbiamo mai dimenticare quanto diceva Giovanni Paolo II nel suo ultimo documento, dedicato proprio agli operatori della comunicazione: «Anche il mondo dei media abbisogna della redenzione di Cristo».10 L’essere testimoni della fede in questo nuovo contesto comporta, quindi, una comprensione puntuale di come la realtà digitale modifica la vita dell’uomo, la percezione di sé, le relazioni e i rapporti sociali, l’emergere delle stesse domande esistenziali. Senza questa conoscenza approfondita, senza una frequentazione dell’ambiente digitale fatta di simpatia ma anche di attenta valutazione critica, fra ambiente digitale e testimonianza cristiana potrebbe verificarsi una divaricazione o un’estraneità che andrebbe a discapito sia dell’esistenza umana sia dell’annuncio del Vangelo. La rete: crocevia di un nuovo umanesimo? Ci domandiamo allora quale sia il volto dell’uomo digitale: come vive, quali sono le sue attese, le sue speranze, le sue ansie? È certo, e tutte le analisi sociologiche lo dimostrano, che l’avvento della rete Internet e delle nuove tecnologie digitali sta determinando un rapido cambiamento nell’organizzazione della vita personale e sociale, nella modulazione delle relazioni umane, nel rapporto con lo spazio e con il tempo. Anche se può apparire eccessivo parlare di mutazioni antropologiche in senso stretto, non possiamo sottovalutare la profonda incidenza di questi nuovi ambienti sulla vita dell’uomo. La ricerca curata dall’Università cattolica su come le nuove generazioni vivono questi cambiamenti da una parte ci offrirà la conferma di quanto profondi e significativi siano i cambiamenti, e dall’altra ci metterà in guardia dal cadere in alcuni luoghi comuni che tendono a generalizzare e ad enfatizzare le trasformazioni in atto. È pertanto legittimo e doveroso domandarsi verso quale umanesimo ci spingono la rete e il nuovo ambiente digitale. Mi sembra che questo nuovo ambiente si caratterizzi in primo luogo per la sua capacità di generare un «umanesimo omogeneizzato». Attraverso il computer, la rete, i sistemi digitali integrati, ma anche il semplice telefono cellulare (in Italia ci sono più cellulari che persone) i diversi momenti della vita si intrecciano e si integrano, a volte si sovrappongono e si confondono. Con il palmare o i nuovi iPad si può lavorare, studiare, gestire la casa, divertirsi, organizzare la vita sociale. Non c’è settore della vita che non si avvalga dell’apporto di questi nuovi strumenti. Se fino a qualche anno fa gli ambiti e gli ambienti del vivere umano erano comunque abbastanza distinti (lavoro, famiglia, hobby…), ora per molti aspetti non lo sono più. Questo fattore non è indifferente per l’esperienza umana, perché se da una parte favorisce un fluire più unitario dell’esistenza, dall’altra 280 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 può comportare l’assorbimento dell’esistenza nell’una o nell’altra dimensione in modo non più equilibrato e dinamico. C’è il rischio di omogeneizzare l’esistenza attorno a un aspetto che fagocita tutti gli altri o perlomeno li relativizza. Un secondo fenomeno su cui porre l’attenzione è dato dalla nuova percezione del rapporto con lo spazio e con il tempo. L’essere ormai quasi totalmente immersi in questo nuovo ambiente digitale, nelle sue diverse forme liquide, come direbbe Zygmunt Bauman,11 determina un «umanesimo ad assetto variabile». Galleggiare e navigare nella rete offre la possibilità di recuperare il passato, magari senza metabolizzarlo, permette di perdersi in un presente che sembra non avere limiti di spazio e di relazioni, consente di proiettarsi nel futuro con il rischio di fuggire dalla realtà. Tutto è dato in tempo reale. Ma nello stesso tempo tutto è sempre più tremendamente virtuale, ossia relativo e transitorio.12 Questa nuova condizione può favorire un umanesimo poliedrico e quanto mai ricco di conoscenze e competenze, ma anche dissociato e frantumato, destinato a perdere l’ancoraggio gravitazionale e a girare in un’orbita non più umanamente significativa. L’ebbrezza del navigare, di conoscere e di aver contatti senza limiti può far perdere di vista il peso specifico del nostro essere persone che hanno una storia collocata nel tempo e organizzata in relazioni e spazi ben definiti. Questo nuovo ambiente offre straordinarie possibilità all’uomo per essere più uomo e migliorare la qualità della sua vita, superare divisioni e ingiustizie, accrescere la condivisione, globalizzare la solidarietà, ma nello stesso tempo può essere fonte di tremendi inganni e di dissociazioni interiori, nei rapporti con la realtà e nello sviluppo dei processi sociali. Ne deriva una terza caratteristica, che ci porta ad intravedere il profilarsi di un «nuovo umanesimo sociale». Si parla molto dei social network, di queste nuove piazze virtuali dove ci si incontra e si costruiscono relazioni più o meno stabili, dove prendono corpo nuove esperienze di aggregazione e di organizzazione sociale. La rete può certamente esaltare la natura sociale dell’uomo e moltiplicare all’infinito le possibilità di relazione, ma la quantità illimitata di contatti, la molteplicità e diversità dei rapporti, la possibilità di comunicare da un capo all’altro del mondo non equivalgono alla realizzazione di relazioni qualificate e non garantiscono una reale crescita umana. È sintomatico che attraverso la rete ci si possa isolare o nascondere fino ad alimentare una seconda o doppia vita. La vita on-line e quella off-line chiedono una profonda integrazione anche perché l’una rende autentica l’altra e di fatto, oggi, non si ha più una separazione netta tra l’essere in rete o l’esserne fuori. Si è sempre e comunque parte di questo nuovo mondo digitale il cui reticolato, che sia frequentato consapevolmente o meno, ci avvolge tutti.13 Certamente anche da questo punto di vista le potenzialità sono straordinarie e fanno auspicare una piena valorizzazione di questo nuovo contesto ad elevata capacità di socializzazione, ma siamo anche ben consapevoli che questo processo richiede un di più di 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 281 responsabilità etica14 da parte di ogni singola persona e del corpo sociale nel suo insieme, a partire dalla famiglia e dalla scuola, fino allo stato nelle sue diverse articolazioni legislative e amministrative, per arrivare agli organismi internazionali. Da questo punto di vista non potrà mancare un’attenta gestione di questa nuova realtà. Potremmo parlare della necessità di una «ecologia della rete e dell’ambiente digitale» affinché sia fruibile da tutti, non comporti rischi e pericoli, soprattutto per le categorie più esposte e meno attrezzate a un uso appropriato e anche critico della rete. Occorre che tutti lavorino consapevolmente per far sì che l’umanesimo plasmato dalla rete sia davvero integrale e integrato. La rete può contribuire a far crescere un umanesimo capace di rafforzare e arricchire le relazioni sociali e nello stesso tempo attento a coltivare la dimensione trascendente dell’esistenza umana, dimensione senza la quale nessuna esperienza può essere e dirsi autenticamente umana. «Il senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel fondamento antropologico – afferma Benedetto XVI nella Caritas in veritate –. Ciò vuol dire che essi possono divenire occasione di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori possibilità di comunicazione e di informazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del bene comune che ne rispecchi le valenze universali. I mezzi di comunicazione sociale – prosegue il santo padre – non favoriscono la libertà né globalizzano lo sviluppo e la democrazia per tutti, semplicemente perché moltiplicano le possibilità di interconnessione e di circolazione delle idee. Per raggiungere simili obiettivi bisogna che essi siano centrati sulla promozione della dignità delle persone e dei popoli, siano espressamente animati dalla carità e siano posti al servizio della verità, del bene e della fraternità naturale e soprannaturale. Infatti, nell’umanità la libertà è intrinsecamente collegata con questi valori superiori».15 Dove l’uomo vive e vede messa alla prova la sua umanità, la Chiesa non può essere assente. Per questo è doveroso e inevitabile che la comunità ecclesiale abiti coraggiosamente, e con la dovuta saggezza e prudenza, questo nuovo mondo della rete e del digitale.16 È un nuovo terreno di evangelizzazione e di testimonianza cristiana. Secondo il mandato di Gesù, occorre farsi prossimi e solidali con ogni uomo, là dove vive e nel modo con cui si esprime. Nella rete e nel nuovo habitat digitale non ci troviamo di fronte a un umanesimo arido e chiuso ai valori spirituali e religiosi. È un ambiente dove le persone sono in ricerca e manifestano le loro difficoltà e speranze.17 Dio è di casa anche nel web ma non sempre si riesce a incontrarlo. Per questo servono testimoni che siano in grado di rendere presente in questo nuovo ambiente il volto di colui che ci rivela il Padre. Solo incontrando Cristo, anche nella rete e nel mondo digitale, si può scoprire e vivere in pienezza la dignità umana. Come ricorda la Gaudium et spes, egli «rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione».18 Essere missionari nel web non è una questione riservata ad alcuni più esperti e interessati. Certamente servono persone qualificate e preparate che sappiano operare professionalmente e con competenza anche all’interno dei meccanismi che regolano questo ambiente, ma serve soprattutto una presa di coscienza da parte di tutta la comunità ecclesiale circa le dinamiche e le caratteristiche di questo nuovo contesto affinché tutti offrano la loro testimonianza.19 Una pastorale digitale è già in atto, attraverso un nuovo modo di essere collegati e in comunione (cf. l’uso pastorale degli SMS), tramite i siti delle diocesi e delle parrocchie, dei gruppi e dei singoli, nelle nuove forme di comunicazione e di evangelizzazione attraverso i media.20 Ma la sfida più grande non è quella di usare linguaggi e strumenti di questo nuovo ambiente nelle attività pastorali, bensì quella di essere presenti nella vita della società digitale, all’interno dei processi di umanizzazione che emergono dal dilatarsi di tale ambiente per innestare, o meglio «incarnare» in esso la visione evangelica dell’uomo e del suo destino. È questa la vera e fondamentale sfida a cui siamo chiamati anche alla luce di quanto Benedetto XVI dice nella Caritas in veritate parlando del vero umanesimo: «Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio 10 GIOVANNI PAOLO II, lett. ap. Il rapido sviluppo, 24.1.2005, n. 4; EV 23/43. 11 Cf. Z. BAUMAN, Modernità liquida, Laterza, Bari 2002 e i successivi approfondimenti sulle diverse forme di società liquida. 12 Cf. F. CASETTI, F. COLOMBO, A. FUMAGALLI, La realtà dell’immaginario. I media tra semiotica e sociologia, Vita e pensiero, Milano 2003. 13 Cf. CENSIS-UCSI, I media tra crisi e metamorfosi, Ottavo rapporto sulla comunicazione, F. Angeli, Milano 2009. 14 A. FABRIS, Guida alle etiche della comunicazione. Ricerche. Documenti. Codici, ETS, Pisa 2004. 15 BENEDETTO XVI, lett. enc. Caritas in veritate sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità, 29.6.2009, n. 73; Regnodoc. 15,2009,488. 16 È un cammino già iniziato da tempo e ricco esperienze e presenze significative: cf. D. ARASA, L. CANTONI, A. RUIZ LUCIO (a cura di), Religious Internet Communication. Facts, Trends and Experiences in the Catholic Church, EDUSC, Roma 2010. 17 Cf. M. ARALDI, B. SCIFO, Internet e l’esperienza religiosa in rete, Vita e pensiero, Milano 2002. 18 CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, cost. past. Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, n. 22; EV 1/1385. 19 È quanto ci si proponeva con il Direttorio sulle comunicazioni sociali: «Si intende proporre alla comunità ecclesiale italiana un quadro strutturato dei contenuti e delle prospettive da cui partire per realizzare una pastorale che consideri le comunicazioni sociali non come un settore, ma come una dimensione essenziale. L’attuazione di una pastorale organica e integrata, che assuma pienamente le opportunità e le sfide della comunicazione sociale, esige un forte impegno educativo e una coerente azione pastorale supportata da competenze e da strumenti adeguati» (Presentazione; ECEI 7/1509). 20 Cf. V. GRIENTI, Chiesa e Web 2.0, Effatà, Torino 2009. L’integrazione spirituale e l’impegno pastorale IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 281 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 282 C hiesa in Italia di un vero umanesimo integrale. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l’una e l’altra come dono permanente di Dio. (…) L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all’Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile – nell’ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell’ethos – salvaguardandoci dal rischio di cadere prigionieri delle mode del momento».21 Con questo convegno sulla testimonianza cristiana da vivere e offrire nel nuovo mondo digitale la Chiesa italiana non guarda tanto al passato, quanto piuttosto al futuro sapendo che per «intagliare» questa nuova cultura occorre un grande impegno educativo soprattutto nel campo delle comunicazioni sociali, come documentato nel rapporto proposta del Progetto culturale.22 Ed è ciò che andremo a fare guidati dagli Orientamenti pastorali del prossimo decennio. Sentiamo ancora vibranti in noi le parole di Giovanni Paolo II al convegno «Parabole mediatiche», quando ci esortava a formare «operai che, con il genio della fede, sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli».23 Ci prepariamo ora con queste giornate di riflessione e di confronto ad ascoltare Benedetto XVI che ci aiuterà certamente a capire come essere nell’oggi e nel futuro veri Testimoni di Cristo nel nuovo mondo digitale. ✠ CLAUDIO GIULIODORI, vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, presidente della Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali Comunione e connessione Antonio Spadaro Internet è una realtà che ormai fa parte della vita quotidiana di molte persone. Se fino a qualche tempo fa era legata all’immagine di qualcosa di tecnico, che richiedeva competenze specifiche sofisticate, oggi è diventato un «luogo» da frequentare per stare in contatto con gli amici che abitano lontano, per leggere le notizie, per comprare un libro o prenotare un viaggio, per condividere interessi e idee. L’avvento di Internet è stato, certo, una rivoluzione. 282 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 E tuttavia è necessario sfatare un mito: che la «rete» sia un’assoluta novità del tempo moderno. Essa è una rivoluzione che potremmo definire «antica», cioè con salde radici nel passato: replica antiche forme di trasmissione del sapere e del vivere comune, ostenta nostalgie, dà forma a desideri e valori antichi quanto l’essere umano. Quando si guarda a Internet occorre non solo vedere le prospettive di futuro che offre, ma anche i desideri e le attese che l’uomo ha sempre avuto e alle quali prova a rispondere, e cioè: connessione, relazione, comunicazione e conoscenza. Nella rete ogni informazione (un’immagine, un video, una registrazione audio, un link, un testo…) entra in una rete di relazioni di persone che collega tra loro i contenuti e ne potenzia ed estende il valore e il significato. Internet: mezzo o ambiente? Sappiamo bene come da sempre la Chiesa abbia nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere. L’allora card. Ratzinger, nel suo intervento al convegno CEI «Parabole mediatiche» del 2002, ha chiaramente individuato la domanda della Chiesa: «Come il Vangelo può superare la soglia fra me e l’altro? Come si può giungere a una comunione nel Vangelo, così che esso non solo mi unisca all’altro, ma unisca entrambi con la parola di Dio e così ne nasca un’unità che vada veramente in profondità?».1 L’uomo «non è una “tabula rasa”, come secondo Aristotele e Tommaso d’Aquino è lo spirito umano nel primo momento del risvegliarsi alla vita. No, la tavola dello spirito, alla quale giunge la nostra predicazione, è riempita di molteplici scritte e viene continuamente in contatto con innumerevoli comunicazioni».2 La Chiesa che evangelizza è dunque naturalmente presente – ed è chiamata a esserlo – lì dove l’uomo sviluppa la sua capacità di conoscenza e di relazione. Ecco perché la rete e la Chiesa sono due realtà da sempre destinate a incontrarsi. Internet non è affatto un semplice «strumento» di comunicazione che si può usare o meno, ma un «ambiente» culturale, che determina uno stile di pensiero e crea nuovi territori e nuove forme di educazione, contribuendo a definire anche un modo nuovo di stimolare le intelligenze e di stringere le relazioni, addirittura un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. L’uomo non resta immutato dal modo con cui manipola la realtà: a trasformarsi non sono soltanto i mezzi con i quali comunica, ma l’uomo stesso e la sua cultura. La Chiesa dunque, per attuare sino in fondo la sua missione, è chiamata a vivere nella rete e incarnare in essa il messaggio del Vangelo. In questo senso la rete non è un nuovo «mezzo» di evangelizzazione, ma innanzitutto un contesto in cui la fede è chiamata a esprimersi non per una mera «volontà di presenza», ma per una connaturalità del cristianesimo con la vita degli uomini. Già nella Redemptoris missio leggevamo che l’impegno nei cosiddetti media «non ha solo lo scopo di moltiplicare l’annunzio: si tratta di un fatto più 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 283 profondo, perché l’evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso. Non basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa “nuova cultura” creata dalla comunicazione moderna. È un problema complesso, poiché questa cultura nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici» (Redemptoris missio, n. 37; EV 12/625). In effetti una delle sfide maggiori, specialmente per coloro che non sono «nativi digitali», è quella di non vedere nella rete una realtà parallela, cioè separata rispetto alla vita di tutti i giorni, ma uno spazio antropologico interconnesso in radice con gli altri della nostra vita. La rete sempre di più tende a diventare trasparente e invisibile, tende esponenzialmente a non essere più «altro» rispetto alla nostra vita quotidiana. Del resto lo sappiamo bene: per essere wired, cioè «connessi», non c’è più bisogno di sedersi al computer, ma basta avere uno smartphone in tasca,3 magari con il servizio di notifica push attivato.4 La rete è un piano di esistenza sempre più integrato con gli altri piani. Persino Second Life non fa eccezione rispetto a questa logica di lettura.5 Infatti anche quando un uomo agisce in quanto avatar non vive in realtà uno sdoppiamento di personalità. L’avatar è un’estensione digitale dello stesso soggetto che vive e agisce nella prima vita, non un essere autonomo o una parte staccata di sé stessi. Tutta la libertà e la responsabilità dell’uomo della «prima vita» dunque sono anche attributi del suo avatar, perché sono esse a muoverlo. È la stessa persona che tramite il suo avatar si muove nel mondo simulato. Questo avatar non è «altro» da sé. Al contrario, è sempre la stessa persona che vive in un differente spazio antropologico.6 È evidente, dunque, come la rete con tutte le sue «innovazioni dalle radici antiche» ponga una serie di questioni rilevanti di ordine educativo e pastorale. Tuttavia le questioni più rilevanti sono quelle che riguardano la stessa comprensione della fede e della Chiesa. La logica del web ha un impatto sulla logica teologica e Internet comincia a porre delle sfide alla comprensione stessa del cristianesimo. Quali sono i punti di maggiore contatto dialettico tra la fede e la rete? Occorre provare a individuare questi punti critici per avviare una loro discussione alla luce di palesi connaturalità come anche di evidenti incompatibilità. 21 BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, n. 78; Regno-doc. 15,2009,490. 22 CEI - COMITATO PER IL PROGETTO CULTURALE, La sfida educativa, Laterza, Bari 2009, 144-180 23 GIOVANNI PAOLO II, Discorso ai partecipanti al convegno «Parabole mediatiche», 9.11.2002, n. 2, in CEI, Parabole mediatiche, 204; Regno-doc. 21,2002,664. richiedere esplicitamente un aggiornamento. L’esempio classico è la notifica push dei messaggi di posta elettronica. 5 Second Life è solo uno, forse il più noto, dei mondi simulati dei Massive Multiplayer On Line Role-Playing Game (MMORPG), cioè dei giochi di ruolo svolto tramite Internet contemporaneamente da più persone. 6 Per essere precisi, le sfere esistenziali coinvolte nel fenomeno Second Life sono, in realtà, tre. La «prima vita» è la dimensione della «vita reale» e concreta, cioè non digitale e off-line. La «seconda vita» è la vita di un avatar in un contesto di simulazione. La «terza vita» è l’insieme di attività di un soggetto che agisce in un contesto di simulazione attraverso un avatar. Una persona della «vita reale» che agisce in un contesto di simulazione è una sorta di cyborg (cybernetic organism, «organismo cibernetico») perché è potenziato attraverso «protesi» analogiche e digitali, costituite dallo stesso avatar e ovviamente dal computer con monitor e tastiera. La «terza vita» è quella che prende forma nel momento in cui il soggetto fa interagire le due precedenti, intersecando due piani di realtà, quella reale e quella digitale. È questo l’uomo di cui occorre occuparsi nel momento in cui si riflette sulla Second Life e sui fenomeni affini di MMORPG. 7 Cf. www.beliefnet.com. 1 L’intervento aveva il titolo «Comunicazione e cultura, nuovi percorsi di evangelizzazione nel terzo millennio» (9.11.2002), poi pubblicato col titolo «Il Logos e l’evangelizzazione della cultura» in CEI, Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, EDB, Bologna 2003, 175ss; Regno-doc. 21,2002,661ss. 2 Ivi. 3 Ma già è al di qua dell’orizzonte il cosiddetto Internet of Things, ovvero l’«Internet delle cose», grazie al quale sarà possibile monitorare un ambiente con una rete di piccoli sensori inseriti negli oggetti. 4 La tecnologia push consente di ricevere dati aggiornati ogni volta che il dato stesso cambia, su iniziativa del server, senza necessità di L’uomo religioso: radar o decoder? La «navigazione», in generale, è una via per la conoscenza. Oggi capita sempre più spesso che, quando si necessita di un’informazione, si interroghi la rete per avere la risposta da un motore di ricerca come Google o Bing o altri ancora. Internet sembra essere il luogo delle risposte. Esse però raramente sono univoche: la risposta è un insieme di link che rinviano a testi, immagini e video. Ogni ricerca può implicare un’esplorazione di territori differenti e complessi dando persino l’impressione di una certa esaustività. Quale fede troviamo in questo spazio antropologico che chiamiamo web? Digitando in un motore di ricerca la parola God oppure anche religion, Christ, spirituality, otteniamo liste di centinaia di milioni di pagine. Nella rete si avverte una crescita di bisogni religiosi che la «tradizione» religiosa riesce a fatica a soddisfare. L’uomo alla ricerca di Dio oggi avvia una navigazione. Quali sono le conseguenze? Si può cadere nell’illusione che il sacro o il religioso sia a portata di mouse. La rete, proprio grazie al fatto che è in grado di contenere tutto, può essere facilmente paragonata a una sorta di grande supermarket del religioso, in cui è possibile trovare ogni genere di «prodotto» religioso con grande facilità: dalle riflessioni più serie e valide alle religioni che una persona annoiata si inventa per gioco. Ciascuno può attingere dalla rete non secondo reali esigenze spirituali, ma secondo bisogni da soddisfare. Ci si illude dunque che il sacro resti «a disposizione» di un «consumatore» nel momento del bisogno. Per comprendere il pericolo dell’omogeneizzazione religiosa sono da visitare siti come Beliefnet, dove le religioni sono messe in mostra, una al pari dell’altra, in un cocktail spesso disarmante.7 E tuttavia, proprio attraversando questi siti e gli strumenti che essi mettono a disposizione, è anche possibile farsi un’idea del bisogno profondo di Dio che agita il cuore umano. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 283 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 284 C hiesa in Italia In questo contesto occorre però considerare un possibile cambiamento radicale nella percezione della domanda religiosa. Una volta l’uomo era saldamente attratto dal religioso come da una fonte di senso fondamentale. L’uomo era una bussola, e la bussola implica un riferimento unico e preciso. Poi l’uomo ha sostituito nella propria esistenza la bussola con il radar, che implica un’apertura indiscriminata anche al più blando segnale e questo, a volte, non senza la percezione di «girare a vuoto». L’uomo però era inteso comunque come un «uditore della parola», alla ricerca di un messaggio del quale sentiva il bisogno profondo. Oggi queste immagini, sebbene sempre vive e vere, reggono meno. L’uomo da bussola prima e radar poi si sta trasformando in un decoder, cioè in un sistena di decodificazione delle domande sulla base delle molteplici risposte che lo raggiungono. Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, riconoscerlo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo. La testimonianza digitale diventa sempre di più un «rendere ragione della speranza» (1Pt 3,15) in un contesto in cui le ragioni si confrontano rapidamente e «selvaggiamente». A farsi largo è il classico meccanismo della pubblicità, che offre risposte a domande che ancora non sono state formulate. La domanda religiosa in realtà si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative. La grande parola da riscoprire, allora, è una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano e, in particolare, della spiritualità ignaziana: il discernimento. Le domande radicali non mancheranno mai, ma oggi sono mediate dalle risposte che si ricevono e che richiedono il filtro del riconoscimento. La risposta è il luogo di emersione della domanda. Tocca all’uomo d’oggi, dunque, e soprattutto al formatore, all’educatore, dedurre e riconoscere le domande religiose vere dalle risposte che si vede offrire continuamente. È un lavoro complesso, che richiede una grande preparazione e una grande sensibilità spirituale. La ricerca di Dio: motore o domanda? Forse anzi è il caso di educare le persone al fatto che ci sono realtà che sfuggono sempre e comunque alla logica del «motore di ricerca» e che la «googlizzazione» della fede è impossibile perché falsa. È certamente da privilegiare invece la logica dei motori semantici. È il caso di Wolfram|Alpha, un «motore computazionale di conoscenza», cioè un motore che decodifica ed elabora, intrecciando i dati a sua disposizione, le parole chiave inserite dall’utente e propone direttamente una risposta. Visto che, al momento, l’unica lingua che comprende è l’inglese, è interessante notare la risposta alla domanda Does God exist? (Dio esiste?): «Mi dispiace, ma un povero motore computazionale di conoscenza, non importa quanto potente possa essere, non è in grado di fornire una risposta semplice a questa domanda».8 Lì dove Google va a colpo sicuro fornendo centinaia di migliaia di risposte indirette, Wolfram|Alpha fa un passo indietro. La differenza è che il motore «sintattico», quale è Google, si preoccupa unicamente di «censi- 284 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 re» le parole che ci sono all’interno di un testo senza in alcun modo tentare di determinare il contesto in cui queste parole vengono utilizzate. La ricerca semantica tenta invece di avvicinarsi al modo di apprendere dell’uomo, cercando di interpretare il significato logico delle frasi e tentando di carpirne il significato dal contesto. Dunque il modo in cui si pone la domanda può influenzare l’efficacia della risposta, e dunque essa deve essere ben posta. La ricerca di Dio è sempre semantica e il suo significato nasce e dipende sempre da un contesto. Il cristiano non è mai un «consumatore di servizi religiosi», né una persona che ha in pugno una risposta. Il cristianesimo si autocomprende come portatore di un messaggio, quello della morte e risurrezione di Cristo, resistente alle assimilazioni, «scandaloso», capace di superare la stessa domanda dell’uomo. La presenza cristiana in rete deve far leva sul fatto che la parola del Vangelo scuote, non acquieta o appaga: non serve a «far star bene», ma, al contrario, rischia sul serio di mettere in crisi le coscienze, cioè di «far star male», potremmo dire. La strada da affrontare è quella dialetticamente attraversata «dal gioco accorto della spontaneità e della reticenza, della trasparenza e della simulazione, dell’azzardo dell’esposizione pubblica e della custodia dell’intimità altrimenti inaccessibile»9 all’interno di un «mercato» già saturo di messaggi. «Forse il Vangelo non è un’informazione fra le altre – si chiedeva nel 2002 l’allora card. Ratzinger durante il convegno «Parabole mediatiche» –, una riga sulla tavola accanto ad altre, ma la chiave, un messaggio di natura totalmente diversa dalle molte informazioni, che ci sommergono giorno dopo giorno? Dalla questione della caratteristica di questo messaggio dipende anzi anche la questione della forma giusta della sua comunicazione. Se il Vangelo appare solo come una notizia fra molte, può forse essere scartato in favore di altri messaggi più importanti. Ma come fa la comunicazione, che noi chiamiamo Vangelo, a far capire che essa è appunto una forma totalmente altra di informazione – nel nostro uso linguistico, piuttosto una “performazione”, un processo vitale, per mezzo del quale soltanto lo strumento dell’esistenza può trovare il suo giusto tono?». E la sfida è seria perché segna la demarcazione tra la fede come «merce» da vendere in maniera seduttiva, e la fede come atto dell’intelligenza dell’uomo che, mosso da Dio, dà a lui liberamente il proprio consenso. L’amicizia: connessione o comunione? La pastorale dunque deve infatti confrontarsi con la rete in quanto ambiente di vita, spazio antropologico e di domanda religiosa. Ma lo spazio è abitato da persone e questo concretamente significa un confronto con le nuove «identità di rete». Che cosa significa essere persone che abitano la rete come un ambiente di vita? Internet connette persone, ma ciascuno al suo interno può costruire una propria identità fittizia, simulata e intendere la relazione come un gioco. I rischi sono connessi innanzitutto alla fragilità di identità e relazioni. In rete ciascuno può far crede- 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 285 re di essere ciò che non è a livello di età, sesso e professione, esprimendosi senza i limiti dati dalla propria identità pubblica. In rete si diventa sostanzialmente messaggio. Insomma si dialoga per quel che ci si sente di essere e per il «pensiero puro», diciamo così, che si esprime. Ma proprio per questo dunque, la rete è potenzialmente anche molto confidenziale, perché permette di dire di sé cose che altrimenti difficilmente una persona direbbe nei suoi panni quotidiani. Si può avere un’apertura completa e un grande livello di autenticità, fino a scadere anche nello spontaneismo senza limiti e senza pudori. Il cyberspazio comunque è un «luogo» emotivamente caldo e non tecnologicamente algido, come qualcuno sarebbe tentato di immaginare. Certo, basta disconnettersi o chiudere il programma per chiudere la relazione. In alcuni casi, però, al contrario, si «buca» la rete e le persone si incontrano in uno spazio reale. Se questo avviene nei casi tristemente noti degli approcci erotici, avviene anche nel caso di relazioni di aiuto spirituale. Lo sviluppo del web 2.0 ha fatto comprendere come i rapporti tra le persone siano al centro del sistema e dello scambio dei contenuti, che sempre più appaiono fortemente legati a chi li produce o li segnala. Riemergono dunque con forza i concetti di persona, autore, relazione, amicizia, intimità… Occorre comprendere bene come il concetto stesso di «prossimo», e più specificamente di «amicizia», si modifichi e si evolva proprio a causa della rete. Tutte le piattaforme di social network sono insieme un potenziale aiuto alla relazioni ma anche una loro minaccia. La relazione umana non è così un semplice gioco, e richiede tempi, conoscenza diretta. La relazione mediata dalla rete è sempre necessariamente monca se non ha un aggancio nella realtà. Benedetto XVI ha insistito molto sull’assoluta necessità di non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia: «Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare on-line le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero. Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano». Se la rete, chiamata a connettere, in realtà finisce per isolare, allora tradisce se stessa in ciò che è nel suo significato. D’altra parte è evidente, come Benedetto XVI ha scritto nel suo messaggio per la Giornata della comunicazioni sociali 2010, che «i moderni mezzi di comunicazione sono entrati da tempo a far parte degli strumenti ordinari attraverso i quali le comunità ecclesiali si esprimono, entrando in contatto con il proprio territorio e instaurando, molto spesso, forme di dialogo a più vasto raggio». Insomma la «connessione» è chiamata a essere luogo di «comunione», a tal punto che – scrive il papa – essa diventa importante nell’ambito dello stesso ministero sacerdotale. La missione dei consacrati che operano nei media è, tra l’altro, proprio Tuttavia, certo, non è possibile immaginare una vita ecclesiale essenzialmente di rete: una «Chiesa di rete» in sé e per sé è una comunità priva di qualunque riferimento territoriale e di concreto riferimento di vita. Non è una comunità locale od omogenea di quartiere o di villaggio, ma emerge come un fungo, potremmo dire, dal «villaggio globale». Ciò ha alcuni risvolti positivi, perché rende possibili aggregazioni spontanee per sensibilità e comunanze elettive. Tuttavia in tal modo rischia di annullare il confronto, anche difficile, con le differenze di età, di cultura, di mestiere, di idee, di sensibilità. Potrebbe così, ad esempio, dare alla pastorale un impulso eccessivo alla segmentazione, diciamo così, «di mercato»: pastorale giovanile, della famiglia, della terza età, dei malati, e così via. Pensiamo alle «chiese» generate dai telepredicatori, che producono una pratica religiosa individuale, la quale conferma l’esasperata privatizzazione degli scopi della vita e l’individualismo estremo della società dei consumi capitalistica, per il quale vale il motto «ciascuno per sé e Dio per tutti». Non è dovuto al caso il successo dei siti di spiritualità diffusa, svincolata da qualunque forma di mediazione storica, comunitaria e sacramentale (tradizione, testimonianza, celebrazione…), tendente a includere tutti i valori religiosi unicamente nella coscienza individuale e spesso di ispirazione new age. Queste tensioni ovviamente hanno una ricaduta sul significato dell’«appartenenza» ecclesiale. Essa rischia di essere considerata il frutto di un «consenso» e dunque «prodotto» della comunicazione. In questo contesto i passi dell’iniziazione cristiana rischiano di risolversi in una sorta di «procedura di accesso» (login) all’informazione, forse anche sulla base di un «contratto», che permette anche una rapida disconnessione (logoff). Il radicamento in una comunità si risolverebbe in una sorta di «installazione» (install) di un programma (software) in una macchina (hardware), che si può dunque facilmente anche «disinstallare» (uninstall). Infine la partecipazione virtuale rischierebbe di risolversi in qualcosa di simile alla partecipazione a uno spettacolo. D’altra parte la rete è destinata sempre di più a essere non un mondo parallelo e distinto rispetto alla realtà di tutti i giorni, quella dei contatti diretti: le due dimensioni sono chiamate ad armonizzarsi e a integrarsi quanto più è possibile in una vita di relazioni piene e sincere. Certo però la rete pone domande che riguardano la mentalità e il modello con cui può essere compresa la Chiesa nel suo essere «comunità» e nel suo sviluppo. La Lumen gentium al n. 6, parlando dell’intima natura della Chiesa, afferma che essa si fa conoscere attraverso «immagini varie». Nel passato, oltre a quelle bibliche, sono state usate anche immagini di altro genere per «significare» la 8 «I’m sorry, but a poor computational knowledge engine, no matter how powerful, is not capable of providing a simple answer to that question». Cf. www.wolframalpha.com. 9 Cf. P. SEQUERI, «Comunicazione, fede e cultura», in G. GIULIODORI, G. LORIZIO (a cura di), Teologia e comunicazione, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2001, 11-28. quella di «spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano». La Chiesa: fili di rete o tralci di vite? IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 285 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 286 C hiesa in Italia Chiesa; ad esempio, le metafore navali e di navigazione.10 Alcune immagini infatti possono anche essere «modelli» ecclesiologici. Per «modello» si intende un’immagine impiegata in modo riflesso e critico per approfondire la comprensione della realtà.11 La domanda a questo punto è se oggi non si ponga la necessità di confrontarsi seriamente con la figura della «rete» e con ciò che da essa deriva a livello di comprensione ecclesiologica. È possibile pensare a Internet come a una metafora per comprendere la Chiesa, naturalmente senza credere che essa possa esser esaustiva? Certamente la relazionalità della rete funziona se i collegamenti (link) sono sempre attivi: qualora un nodo o un collegamento fosse interrotto, l’informazione non passerebbe e la relazione sarebbe impossibile. La reticolarità della vite nei cui tralci scorre una medesima linfa non è distante dall’immagine di Internet, tutto sommato. Da ciò si intende che la rete è immagine della Chiesa nella misura in cui la si intende come un corpo che è vivo se tutte le relazioni al suo interno sono vitali. Poi l’universalità della Chiesa e la missione dell’annuncio «a tutte le genti» rafforzano la percezione che la rete possa essere un buon modello di valore ecclesiologico. Tuttavia restano aperti alcuni interrogativi. Il primo si fonda sul fatto che la rete può essere compresa come una sorta di grande testo autoreferenziale e dunque puramente «orizzontale»: essa non ha radici né rami e dunque rappresenta un modello di struttura chiusa in se stessa.12 La Chiesa invece non è una rete di relazioni immanenti, ma ha sempre un principio e un fondamento «esterno». Se le relazioni in rete dipendono dalla presenza e dall’efficace funzionamento degli strumenti di comunicazione, la comunione ecclesiale è radicalmente un «dono» dello Spirito. L’agire comunicativo della Chiesa ha in questo dono il suo fondamento e la sua origine. D’altra parte però possono risultare illuminanti le parole di Karl Rahner, quando afferma che ogni realizzazione, anche germinale, della socialità umana è una attuazione, seppure ampia e diffusa, della Chiesa. Infatti «l’uomo non è l’essere dell’intercomunicazione solo in maniera marginale, bensì questa sua qualità condetermina in lungo e in largo tutta la sua esistenza». Posto ciò, «se la salvezza riguarda tutto l’uomo, lo pone in rapporto con Dio nella sua totalità e in tutte le dimensioni della sua esistenza», allora «con ciò è già detto che questa interumanità caratterizza anche la religione del cristianesimo», che va concepita come una «religione ecclesiale».13 Benedetto XVI nel suo Messaggio per Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2009 ha letto alla luce del messaggio biblico proprio questa tensione fondamentale che le nuove tecnologie sono in grado di sviluppare. Questo desiderio infatti, egli scrive, «va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo e unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione». Il passaggio è rilevan- 286 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 te perché connette direttamente la trasformazione di Internet, inteso come rete sociale, alla chiamata di Dio che vuol fare dell’umanità un’unica famiglia. I sacramenti: «presenza reale» o «presenza virtuale»? Legata alla questione ecclesiologica appare essere quella dei sacramenti. È possibile immaginare i sacramenti nel mondo della rete? La domanda è complessa: andrebbe articolata e compresa bene, e certo non lo si può fare in poche battute. Il primo livello della questione ha radici negli anni che hanno visto trasmettere la celebrazione eucaristica per televisione, e oggi si allarga a una possibile partecipazione a suo modo «interattiva» in videoconferenza. La questione si apre toccando la possibilità dell’assoluzione sacramentale via Internet, che prosegue quella della confessione telefonica. Poi tocca anche quello della consacrazione a distanza. Ma alla fine tocca questioni più complesse e tipiche legate all’evoluzione della rete, cioè quella della possibilità di «sacramenti virtuali». Cerco di chiarire la questione con un’applicazione concreta. Un avatar in Second Life non è un essere autonomo o una parte staccata di sé stessi, ma un’estensione digitale dello stesso soggetto che vive e agisce nella «prima vita». Posto ciò, allora, un avatar può partecipare a un evento di preghiera? Ciò che sembra di poter osservare è che col crescere degli spazi virtuali, molti hanno cominciato ad avvertire il bisogno di creare luoghi di preghiera o addirittura chiese, cattedrali, chiostri e conventi per tempi di sosta e di meditazione. L’elenco delle chiese nella Second Life è lungo: esistono anche cattedrali, come le simulazioni delle cattoliche Notre Dame di Parigi o della cattedrale di Salisburgo o della anglicana St. Paul di Londra, ma anche la basilica di San Francesco in Assisi.14 Ma che cosa significa pregare nella Second Life? «Io metto il mio avatar in posizione di preghiera e nello stesso tempo io prego. La mia preghiera nella mia stanza è valida e la mia preghiera on-line è simbolica»,15 ha scritto un fedele. Ma – ecco la questione chiave – è possibile che gli avatar vivano anche una forma di preghiera comune che sia da considerare liturgica? Da alcuni anni esiste una cattedrale anglicana in Second Life dove si tengono regolarmente servizi liturgici a orari precisi.16 Ma, in particolare, la domanda è se sia possibile pensare a una celebrazione eucaristica virtuale dove gli avatar ricevono le specie eucaristiche nel mondo simulato. Si è occupato della questione ad esempio il pastore battista Paul S. Fiddes, professore di Teologia sistematica a Oxford, in un testo breve che ha fatto il giro della rete, provocando un ampio dibattito. La Chiesa cattolica insiste sempre sul fatto che sia impossibile e antropologicamente errato considerare la realtà virtuale come capace di sostituire l’esperienza reale, tangibile e concreta della comunità cristiana visibile e storica, e così dunque anche i sacramenti. Il documento La Chiesa e Internet (22.2.2002), del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, è stato quanto mai chiaro: «La realtà virtuale non può sostituire la reale presenza di Cristo nell’eucaristia, la realtà sacramentale degli altri sacramenti 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 287 e il culto partecipato in seno a una comunità umana in carne e ossa. Su Internet non ci sono sacramenti. Anche le esperienze religiose che vi sono possibili per grazia di Dio sono insufficienti se separate dall’interazione del mondo reale con altri fedeli» (n. 9; EV 21/86). La risposta è netta e mette al riparo da qualunque deriva che astragga la dimensione sacramentale da quella incarnata dei segni visibili e tangibili. Del resto il concetto di «sacramento virtuale» in senso stretto si fonderebbe sul fatto che sarebbe un avatar a ricevere la grazia di Dio, e da questo si trasferirebbe alla persona della quale è estensione. È chiaro che dietro questo pensiero c’è la considerazione riduttiva che ricevere un sacramento significhi sostanzialmente essere coinvolto semplicemente in maniera psicologica in un evento, reale o virtuale che sia. In questo senso pane e vino, così come l’acqua nel caso del battesimo, sarebbero tutti elementi accessori e, alla fine, privi di reale rilevanza. Chiarita la «realtà» del sacramento, resta aperta però la questione di come l’abitudine alla virtualità possa in qualche modo incidere nella stessa comprensione del sacramento, e di come sia possibile evitare il rischio di una deriva «magica» capace di sbiadire fino a cancellarlo il senso della comunità e della mediazione ecclesiale.17 È questa la vera sfida alla comprensione dei sacramenti posta dalla rete. L’autorità: emittenza o testimonianza? In questa medesima linea di riflessione si colloca il problema dell’autorità nella Chiesa e delle mediazioni ecclesiali in senso più generale. Il primo ordine di problemi nasce dal fatto che Internet permette il collegamento diretto col centro delle informazioni, saltando ogni forma di mediazione visibile. In sé ciò è un fatto positivo, perché permette di attingere dati, notizie, commenti alla fonte, saltando ogni forma di passaggio intermedio, e il tutto in tempo reale. Pensiamo alla reperibilità dei documenti ufficiali della Santa Sede, ad esempio. D’altra parte la fede non è fatta soltanto di informazioni, né la Chiesa è luogo di mera «trasmissione», cioè non è una pura «emittente». Essa è luogo di «comunicazione» e «testimonianza» vissuta del messaggio che si «annuncia». Il rapporto diretto, che si crea in rete, tra centro e qualsiasi punto della periferia forma un’abitudine all’inutilità della mediazione incarnata in un certo momento e in un certo luogo, e dunque anche alla testimonianza e alla comunicazione autorevole. Qualcuno, per fare un esempio, potrebbe chiedersi: perché devo leggere la lettera del parroco se posso realizzare la mia formazione attingendo materiali direttamente dal sito della Santa Sede? Molti, del resto, già grazie alla televisio10 H. RAHNER, L’ecclesiologia dei Padri. Simboli della Chiesa, Paoline, Roma 1971. 11 Cf. A. DULLES, Models of the Church, Image Books, Garden City (NY) 1987. 12 Cf. L. DE CARLI, Internet. Memoria e oblio, Bollati Boringhieri, Torino 1997. 13 K. RAHNER, Corso fondamentale sulla fede. Introduzione al concetto di cristianesimo, Paoline, Roma 1978, 414s. 14 Cf. www.secundavita.com. ne ben conoscono il volto del santo padre, ma non riconoscerebbero il vescovo della propria diocesi. Un secondo ordine di problemi è legato al riconoscimento dell’autorità «gerarchica». La rete, di sua natura, è fondata sui link, cioè sui collegamenti reticolari, orizzontali e non gerarchici. La Chiesa vive di un’altra logica, cioè di un messaggio donato, cioè ricevuto, che «buca» la dimensione orizzontale. Non solo: una volta bucata la dimensione orizzontale, essa vive di testimonianza autorevole, di tradizione, di magistero: sono tutte parole queste che sembrano fare a pugni con una logica di rete. In fondo potremmo dire che sembra prevalere nel web la logica dell’algoritmo Page Rank di Google che determina per molti l’accesso alla conoscenza. Esso si fonda sulla popolarità: in Google è più accessibile ciò che è maggiormente «linkato», quindi le pagine web sulle quali c’è più accordo. Il suo fondamento è nel fatto che le conoscenze sono, dunque, modi concordati di vedere le cose. Questa a molti sembra la logica migliore per affrontare la complessità. Ma la Chiesa non può sposare questa logica, che nei suoi ultimi risultati è esposta al dominio di chi sa manipolare l’opinione pubblica. L’autorità non è sparita in rete, e anzi rischia di essere ancora più occulta. Ma il terzo e più decisivo e generale momento critico di questa orizzontalità è l’abitudine a fare a meno di una trascendenza, l’indebolimento della capacità di rinvio a una realtà e un’alterità che ci supera a favore dell’appiattimento sull’immediatezza e dell’autoreferenzialità. «Il punto di riferimento delle dinamiche simboliche accese nello spazio digitale non è più un’alterità trascendente, ma la mia identità: il mondo virtuale è una promanazione del mio io; un mondo che alla fine non mi spiega, non mi apre a una percezione dell’universo e della storia che non sia egocentrica. (…) Il mondo digitale rischia quindi di strutturarsi come uno spazio simbolico autoreferenziale, chiuso all’alterità. Uno spazio alla fine alienante: mi attira nel suo contesto fino a farsi percepire come l’unico spazio di realtà, pur non essendo in grado di soddisfare la mia ricerca di verità, la mia sete di comprensione e di collocazione dentro un universo che vada oltre le mie percezioni e i miei pensieri».18 Tuttavia, nonostante i tre ordini di problemi qui illustrati, esiste anche un aspetto importante sul quale riflettere: la società digitale non è più pensabile e comprensibile solamente attraverso i contenuti, ma soprattutto attraverso le relazioni e lo scambio dei contenuti che avviene all’interno delle relazioni. È necessario dunque non confondere nuova complessità con «dis-ordine» e aggregazione spontanea con «an-archia». Occorre così comprendere la grammatica della rete e l’articolazione dell’autorità in un contesto fondamentalmente orizzontale. Determinante appare la categoria e la prassi della testimonianza. È questo l’aspetto positivo sul 15 A questo URL: http://www.usatoday.com/tech/gaming/200704-01-second-life-religion_N.htm. 16 Cf. slangcath.wordpress.com. 17 Cf. l’URL: http://www.liturgy.co.nz/blog/virtual-eucharist/1078. 18 L. BRESSAN, «Diventare preti nell’era digitale. Risvolti pedagogici e nuovi cammini. II», in La Rivista del clero italiano 91(2010), 167186, qui 176. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 287 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 288 C hiesa in Italia quale far leva. Oggi l’uomo della rete si fida delle opinioni in forma di testimonianza. Facciamo un esempio: se oggi voglio comprare un libro o farmi un’opinione sulla sua validità vado su un social network come aNobii o visito una libreria on-line e leggo le opinioni di altri lettori. Esse hanno più il taglio delle testimonianze che delle classiche recensioni: spesso fanno appello al personale processo di lettura e alle reazioni che ha suscitate. E lo stesso accade se voglio comprare un’applicazione o un brano musicale su iTunes. Esistono anche testimonianze sulla correttezza delle persone nel caso in cui esse siano venditrici di oggetti su eBay. Ma gli esempi si possono moltiplicare: si tratta sempre e comunque di quegli user generated content che hanno fatto la «fortuna» e il significato dei social network. La «testimonianza» è da considerare dunque, all’interno della logica delle reti partecipative, un «contenuto generato dall’utente». La Chiesa in rete è chiamata dunque non solo a una «emittenza» di contenuti, ma a una «testimonianza» in un contesto di relazioni ampie: «Una pastorale nel mondo digitale, infatti, è chiamata a tener conto anche di quanti non credono, sono sfiduciati e hanno nel cuore desideri di assoluto e di verità non caduche, dal momento che i nuovi mezzi consentono di entrare in contatto con credenti di ogni religione, con non credenti e persone di ogni cultura».19. La rivelazione: codice «proprietario» o «aperto»? Il problema dell’auctoritas in rete si è posto nella sua ampia portata soprattutto con la nascita di Wikipedia. Questa forma di enciclopedia collaborativa, redatta dai suoi stessi utenti, ha spinto qualcuno a porre una domanda radicale. È il caso, ad esempio, di Justin Baeder, creatore di Radical Congruency, un blog legato al fenomeno della cosiddetta emerging ecclesiology («ecclesiologia emergente»), che si è chiesto: «Quali implicazioni potrebbero avere per la Chiesa questi siti web? Quali implicazioni potrebbero avere per un approccio comunitario alla teologia?».20 Non è facile definire il fenomeno della emerging ecclesiology a cui corrisponde una emerging Church. Queste espressioni fanno riferimento a un movimento complesso e fluido dell’area evangelico-carismatica, che intende reimpiantare la fede cristiana nel nuovo contesto post-cristiano. Esso va al di là delle singole confessioni cristiane e si caratterizza per il rifiuto delle strutture ecclesiali cosiddette «solide». Molta enfasi è invece posta sui paradigmi relazionali, su tutte le espressioni che – citando Zygmunt Bauman – potremmo definire «liquide» della comunità, su approcci inediti e fortemente creativi alla spiritualità e al culto. Qualcuno parla di Liquid Church. La domanda, nelle intenzioni di Baeder, non riguarda solamente un’applicazione pastorale. Essa intende chiedere se il wiki non possa ispirare un modo di fare teologia, una sorta di metodo teologico. Egli risponde alla domanda indicando la cosiddetta open source theology. L’espressione utilizza il gergo informatico che indica un tipo di licenza per software, la open source appunto, per la quale il «codice sorgente» (source) di un programma per computer è lasciato alla 288 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 disponibilità di eventuali sviluppatori, così che con la collaborazione, in genere libera e spontanea, il prodotto finale possa raggiungere una complessità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di programmazione. Con teologia open source Andrew Perriman, l’ideatore di questa espressione, intende dunque indicare un metodo teologico, quello di una teologia «esplorativa, aperta nelle conclusioni, incompleta, meno preoccupata di stabilire punti fissi e confini che di nutrire un dialogo sollecito e costruttivo tra testo e contesto».21 È giusto notare subito l’importanza che questo metodo di «teologia collaborativa», come viene anche definita, attribuisce alla riflessione teologica, intesa non come puro studio accademico, ma come attività comunitaria che si sviluppa dinamicamente all’interno di precisi contesti storici. Tuttavia il «caso serio» qui è il seguente: qual è il «codice sorgente» della teologia? È la rivelazione, che dunque resta «aperta» alle forme più disparate di lettura, applicazione e presentazione. La open source theology è molto ambigua perché chiaramente cede al rischio di un appiattimento di ordine sociologico o vagamente umanistico, e a uno smarrimento o al fraintendimento del depositum fidei. Infatti, se il «codice sorgente» della teologia, la rivelazione, non venisse solamente elaborato a livello di «interfaccia», cioè a livello di categorie di comprensione e comunicazione, ma anche modificato in se stesso, non saremmo più davanti a una teologia cristiana, ma a una più generale discussione su temi di significato teologico-religioso. A questa vaghezza si accompagna il rifiuto di ogni forma di carisma d’autorità e il disinteresse per la tradizione considerata forma «imperiale», come l’ha definita Brian McLaren.22 Il cristianesimo tenderebbe ad assumere i caratteri di una «narrazione partecipativa» realizzata da individui o gruppi in cornici e contesti culturali disparati. In ogni caso è con questa forma mentis che la fede cattolica dovrà confrontarsi sempre di più e che richiede una nuova forma di «apologetica», che non potrà non partire dalle mutate categorie di comprensione del mondo e di accesso alla conoscenza. La grazia: «peer-to-peer» o «face-to-face»? Uno dei punti critici della riflessione su ciò che in rete va sotto il nome di open è in realtà il concetto di «dono», reso ancora più radicale dal freeware, dal «software libero». Per la Chiesa la rivelazione è un dono indeducibile e l’agire ecclesiale ha in questo dono il suo fondamento e la sua origine. Ma è il concetto stesso di «dono» che oggi sta mutando. E, di conseguenza, questo non potrà non avere qualche riflesso (o anche qualcosa di più) nel campo della comprensione ulteriore e della formulazione migliore, anche a livello pastorale, della rivelazione. La rete è il luogo del dono, infatti. Concetti come file sharing, free software, open source, creative commons, user generated content, social network hanno tutti al loro interno, anche se in maniera differente, il concetto di «dono», di abbattimento dell’idea di «profitto». A ben guardare, però, più che di «dono» si tratta di uno «scambio» libero reso possibile e significativo grazie a forme di reciprocità che 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 289 risultano «proficue» per coloro che entrano in questa logica di scambio. Comunque c’è un’idea «economica» che ha in mente il concetto di «mercato». Il modello di rete che più radicalmente riflette questa dimensione è quella «paritaria» detta peer-to-peer (o P2P), che non possiede nodi gerarchizzati come i client e i server fissi, ma un numero di nodi equivalenti (in inglese peer) aperti verso altri nodi della rete e che mentre ricevono trasmettono e viceversa. Quando effettuo un download all’interno del P2P il mio computer prende «pezzi» del documento (video, musica, testi...) da molti singoli computer che sono contemporaneamente connessi in rete e che contengono quel documento. A sua volta il mio computer mentre scarica permette ad altri computer di caricare pezzi di quello o di altri file che io metto a disposizione. Poi tutto alla fine viene ricomposto nei singoli computer. Il processo si chiama file sharing ed è, dunque, all’insegna della condivisione. Questa tecnologia permette in maniera agevole di scaricare anche file multimediali molto pesanti in tempi ragionevoli o comunque di trovare una molteplicità di materiali rari. Il motivo per cui questa tecnologia è stata spesso contestata è che permette di scaricare qualsiasi cosa a costo zero e violando tutte le norme del copyright. Quindi, in altri termini, la logica peer-to-peer si basa sul fatto che io ricevo qualcosa nella sua interezza non da un depositum (cioè un client) unico che la contiene tutta intera in un rapporto 1 a 1. Essa si basa su un processo per cui io condivido ciò che ho nel momento stesso in cui lo ricevo. Ma non ricevo mai un contenuto nella sua interezza: lo ricevo in un processo che rende me stesso il nodo di una rete condivisa di scambio e che mi fa più «ricco», diciamo così, nel momento in cui do quel che ho ricevuto fino a quel momento. Se questa logica di condivisione viene applicata in genere a livello etico sulla distribuzione dei beni, essa appare senza problemi e, anzi, decisamente virtuosa. Tuttavia già a livello commerciale comprendiamo che essa pone un problema di «diritti» perché permette lo «scambio», cioè la «condivisione», di materiali protetti da copyright per i quali la condivisione, anche da parte di chi legalmente detiene i diritti, è invece «reato». Per questo sta emergendo un movimento che sostiene – specialmente in contesti ecclesiali – il software dal codice libero, cioè open source, e il copyleft o «permesso d’autore». Se però spostiamo questa logica sul piano teo-logico comprendiamo che la questione invece si fa più problematica proprio perché la natura della Chiesa e la dinamica della rivelazione cristiana sembrano seguire un modello client-server che è invece l’opposto di quello peer-to-peer. Esse non sono il prodotto di uno scambio (che possiamo definire più propriamente un «baratto» fluido) orizzontale, ma l’apertura a una grazia indeducibile e inesauribile che passa attraverso mediazioni gerarchiche e sacramentali, storiche e di «tradizione». Se ci fermassimo qui rischie- remmo di giungere all’incompatibilità radicale tra la «logica» della teologia e quella della rete. In realtà il nodo consiste nel fatto che la logica del dono in rete sembra sostanzialmente essere legata a ciò che in slang viene chiamato freebie, cioè qualcosa che non ha prezzo nel senso che non costa nulla. Essa si fonda sulla domanda implicita: «quanto costa?» e l’ottica è tutta spostata su chi «prende» (e non «riceve», dunque). Il freebie è ciò che si può prendere liberamente. La gratia gratis data invece non si «prende» ma si «riceve», ed entra sempre in un rapporto al di fuori del quale non si comprende. La grazia non è un freebie, anzi, per citare Bonhoeffer, è «a caro prezzo». Nello stesso tempo la grazia si comunica attraverso mediazioni incarnate e si diffonde capillarmente in una logica compatibile con quella peer-to-peer ma non riducibile a essa, la quale può essere benissimo anonima, su base individuale, e impersonale: si può prendere tutto ciò che è a disposizione e non si sa quanto dei propri file verrà condiviso. La logica della grazia invece crea «legami» face-to-face, come è tipico della logica del dono, cosa che invece è estranea di per sé alla logica del peer-to-peer, che in se stessa è una logica di connessione e di scambio, non di comunione. E un «volto» non è mai riducibile a semplice «nodo». Certo, tra l’anonimo peer-to peer del file sharing e la logica dello user generated content dei social network, la seconda appare formalmente più «compatibile» con una logica ecclesiale perché il contenuto condiviso viene «donato» all’interno di una relazione e ha come «ricompensa» la relazione stessa, cioè l’incremento e il miglioramento delle relazioni reciproche. Sia chiaro che questo non significa che la logica peer-topeer sia sbagliata o negativa di per sé: essa è importante in una logica di condivisione generale e diffusa. Si dice qui solamente che la logica teologica non è riducibile a essa: è «altro» e «più» di essa. Ma proprio in questa differenza si fonda la sfida per i credenti: la rete da luogo di «connessione» è chiamata a diventare, come si è detto, luogo di «comunione». Il rischio di questi tempi è di confondere i due termini: la connessione non produce automaticamente una comunione, anche se ne è conditio sine qua non. La connessione di per sé non basta a fare della rete un luogo di condivisione pienamente umana. È vero che la connessione crea communities, come si suol dire, ma a esse non sono affatto indispensabili le effettive relazioni, i legami, la familiarità, e le loro conseguenze.23 Le nuove community rischiano di considerare accessorie la fisicità, e tutto il corredo di codici legati al linguaggio «incarnato» del corpo. La relazione finisce per essere fondata sostanzialmente su pratiche retoriche, e questo sarebbe un grosso impoverimento. La parola chiave è dunque l’integrazione tra differenti livelli di vissuto. D’altra parte, se il «cuore umano anela a un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi», come ha scritto Benedetto XVI,24 allora la rete può essere davvero 19 BENEDETTO XVI, Messaggio per la XLIV Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24.1.2010. 20 In www.radicalcongruency.com. 21 A questo URL: http://www.emergingchurch.info/reflection/andrewperriman. Il sito aperto da Perriman è www.opensourcetheology.net. 22 A questo URL: http://www.postost.net/2010/03/brian-mclaren-new-kind-christianity-what-do-we-do-about-church. 23 Cf. Z. BAUMAN, Voglia di comunità, Laterza, Roma-Bari 2001. 24 BENEDETTO XVI, Messaggio per la XLIII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24.1.2009. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 289 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 290 C hiesa in Italia un ambiente privilegiato in cui questa esigenza profondamente umana possa prendere forma. E questo riguarda anche la fede per una condivisione ad ampio raggio, come lo stesso pontefice ha prospettato ponendo una domanda a conclusione del suo Messaggio per la XLIII Giornata delle comunicazioni sociali: «Come il profeta Isaia arrivò a immaginare una casa di preghiera per tutti i popoli (cf. Is 56,7), è forse possibile ipotizzare che il web possa fare spazio – come il “cortile dei gentili” del Tempio di Gerusalemme – anche a coloro per i quali Dio è ancora uno sconosciuto?». Ancora una volta è la testimonianza la categoria fondamentale. L’eschaton: coscienza collettiva o parusia? La rete, come abbiamo visto fino a questo momento, pone sfide davvero significative alla comprensione della fede cristiana. La cultura digitale ha la pretesa di rendere l’uomo più aperto alla conoscenza e alle relazioni. Fin qui abbiamo identificato alcuni nodi critici che questa cultura pone alla vita di fede e alla Chiesa. L’immagine che forse rende meglio il ruolo e la pretesa del cristianesimo nei confronti della cultura digitale è quella dell’«intagliatore di sicomori» mutuata dal profeta Amos (7,14) e interpretata da san Basilio. Il card. Ratzinger nel suo discorso al convegno «Parabole mediatiche» usò questa fortunata immagine per dire che il cristianesimo è come un taglio su un fico. Il sicomoro è un albero che produce molti frutti che restano senza gusto, insipidi, se non li si incide facendone uscire il succo. I frutti, i fichi, dunque, rappresentano per Basilio la cultura del suo tempo. Il Logos cristiano è un taglio che permette la maturazione della cultura. E il taglio richiede saggezza perché va fatto bene e al momento giusto. La cultura digitale è abbondante di frutti da intagliare e il cristiano è chiamato a compiere quest’opera di mediazione tra il Logos e la cultura digitale. E il compito non è esente da difficoltà e appare oggi più che mai complesso. Forse il genio religioso che, pur tra ombre e ambiguità, ha inciso anzi tempo un taglio profondo nella cultura digitale è stato p. Teilhard de Chardin. Lo ha fatto – per intuizioni a loro modo «profetiche», essendo lui morto nel 1955 – con il suo concetto di «noosfera», una sorta di «coscienza collettiva» che si sviluppa con l’interazione degli esseri umani a mano a mano che essi hanno popolato la Terra e poi si sono (e si stanno) organizzando in forma di reti sociali complesse. Già negli anni Venti Teilhard aveva teorizzato la nozione di un sistema nervoso tecnologico planetario. Aveva inoltre capito che le tecnologie non solo formano un sistema nervoso planetario, ma formano anche una sorta di intelligenza collettiva. Oggi possiamo affermare che essa è resa possibile dalla telematica, dalle connessioni, dalla rete. Ma per Teilhard la noosfera sta espandendosi verso una crescente integrazione e unificazione che culminerà in quello che egli definisce «Punto omega», che è il fine della storia. Il Punto omega è il massimo della complessità e della coscienza, ed è indipendente dall’universo che si evolve, è cioè a esso «trascendente». È il Logos ossia il Cristo, attraverso cui tutte le cose furono create. 290 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Il Punto omega non è un’idea astratta, ma un essere personale che unisce il creato attraendolo magneticamente verso di sé. Questo Punto omega non costituisce il risultato della complessità e della coscienza: preesiste all’evoluzione dell’universo, perché è la causa dell’evolvere dell’universo verso la maggiore complessità, coscienza e personalità. Il punto di maturazione della noosfera nella visione di Teilhard coincide con la parusia. La sua complessa visione, così sbilanciata in direzione escatologica, sposta gli accenti della riflessione teologica sulla «logica» della rete. L’intuizione teologica teilhardiana intravede e manifesta un’attrazione magnetica che parte dalla fine e dal di fuori della storia e che rende ragione e valorizza tutti gli sforzi dell’interazione fra le menti umane in reti sociali sempre più complesse. In questo senso dà un significato di fede alle dinamiche proprie dello spazio antropologico che è la rete che a questo punto diventa anch’essa parte dell’unico milieu divin, di quell’unico «ambiente divino» che è il nostro mondo. ANTONIO SPADARO Un’anima cristiana per il mondo digitale Angelo Bagnasco A poche ore dal grande incontro con il Santo Padre Benedetto XVI, che già da ora ringraziamo per aver accolto l’invito a essere presente domani con gli animatori della comunicazione e della cultura della Chiesa italiana, vorrei riprendere alcune questioni messe a fuoco in questo Convegno promosso dall’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della nostra Conferenza Episcopale, sentendole in sintonia con la domanda che Benedetto XVI poneva alla Chiesa italiana all’Assise ecclesiale di Verona: «Noi siamo eredi [degli apostoli], di quei testimoni vittoriosi! Ma proprio da questa constatazione nasce la domanda: che ne è della nostra fede? In che misura sappiamo noi oggi comunicarla?» (BENEDETTO XVI, Omelia alla Celebrazione Eucaristica durante il IV Convegno Ecclesiale Nazionale, Verona, 19.10.2006; Regno-doc. 19,2006,678). L’impegno della comprensione e della progettazione della presenza della Chiesa nel mondo dei media digitali – al centro delle riflessioni di queste nostre giornate – è, come dice il Papa, «un ambito pastorale vasto e delicato», richiede cioè di soffermarsi anzitutto sull’azione della Chiesa nell’attuale contesto per individuare forme attestabili di fedeltà al Vangelo oggi. Infatti, l’opera di evangelizzazione «non è mai – afferma Benedetto XVI – un semplice adattarsi alle culture, ma è sempre anche una purificazione, una taglio coraggioso che diviene maturazione e risanamento, un’apertura che consente di nascere a quella “creatura nuova” (2Cor 5,17; Gal 6,15) che è il frutto dello Spirito Santo» (BENEDETTO XVI, Discorso ai partecipanti 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 291 Anton Rotzetter al IV Convegno Ecclesiale Nazionale, Verona, 19.10.2006; Regno-doc. 19,2006,673). Mi pare che siano almeno due gli ordini dei problemi che gli scenari definiti dai media digitali presentano all’intelligenza credente e alla responsabilità progettuale della nostra Chiesa. a) Anzitutto la questione di come la fede cristiana possa innervare le realtà che si vanno definendo, sia dal punto di vista della costruzione delle simboliche culturali personali sia dal punto di vista delle strutture sociali. Si tratta, in sostanza, della prospettiva missionaria dell’animazione culturale. b) Inoltre il Convegno ha avviato una riflessione per comprendere le strade attraverso le quali rispondere alla domanda di come si possa esprimere il Vangelo nella contemporaneità. E se la prima questione fa i conti con la situazione di coloro che sono in ricerca, o nel dubbio, o sono non credenti, il problema circa le forme per ri-dire il Vangelo della Risurrezione oggi attesta le buoni ragioni della fede consolidandone l’iniziale appartenenza. Cercherò di offrire alcune riflessioni per indicare le strade possibili di un’anima cristiana per il mondo digitale. Egli è la lode Il messaggio dei Salmi a cinquant’anni l’autore, religioso D cappuccino, prega quotidianamente i salmi, vero nutrimento per la vita spirituale di ogni credente. Nel libro egli ne commenta e medita 40, in quattro sezioni: indaga l’essenza dell’umanità; interpella Dio; mostra come il Signore intervenga nella storia e si renda, in Gesù, soggetto che agisce; descrive il mistero pasquale, unione irrevocabile di Dio con l’uomo. «Spiritualità quotidiana» pp. 152 - € 13,50 «Fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,8) EDB «Chi ha scoperto Cristo deve portare altri verso di Lui. Una grande gioia non si può tenere per sé (…). Aiutate gli uomini a scoprire la vera stella che ci indica la strada: Gesù Cristo» (BENEDETTO XVI, La rivoluzione di Dio, San Paolo, Cinisello Balsamo [MI] 2005, 74). Per meglio comprendere il significato della nostra testimonianza di Gesù Cristo nel mondo dei media digitali, voglio partire dal libro degli Atti degli Apostoli, riferimento esplicito dell’autocoscienza della Chiesa. È interessante notare come Luca, nel prologo degli Atti, dica di aver già inviato a Teofilo un primo libro (cf. At 1,1). Luca ha dunque concepito la propria opera in due libri distinti, ma in fortissima continuità, un vero e proprio corpus testuale unitario. In questo senso dunque il suo primo libro, il Vangelo, potrebbe essere detto anche «Atti di Gesù», il secondo «Atti degli apostoli», in cui l’Autore ci racconta come i discepoli divenuti apostoli iniziano a portare la testimonianza del loro Maestro ovunque, «sino agli estremi confini della terra». Vorrei ancora richiamare alcune coordinate storiche e contestuali dello scritto lucano che meglio ci permettono di comprendere la qualità della testimonianza oggi. Nonostante il dibattito in seno agli studi biblici, pare che la maggior parte degli studiosi dati l’opera lucana attorno agli anni Ottanta, ovvero a una decina di anni di distanza dal martirio di Paolo e dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme. Ciò che resta decisivo per Luca, a proposito della storia della testimonianza cristiana avviata dal dono dello Spirito Santo a Pentecoste, è proprio la vicenda dell’Apostolo delle genti. Luca è affascinato osservatore del modo in cui la salvezza, che ha cominciato a «prendere corpo» nella vicenda del popolo di Israele, si è definitivamente incarnata nella storia di Gesù e nella testimonianza della Chiesa. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it a cura di Stephan Goertz - Katharina Klöcker Teologia e bioetica Cinque conversazioni con Antonio Autiero I problemi sempre più stringenti della medicina e delle bioscienze incalzano l’etica. Anche l’etica teologica non può e non intende sottrarsi alle attuali istanze bioetiche e il suo contributo è certo più complesso e significativo di quanto percepito all’interno del dibattito pubblico. Un teologo morale conversa in merito ai più importanti temi bioetici con autorevoli esponenti della politica e della scienza. «Scienze religiose - Nuova serie» pp. 112 - € 8,10 Nella stessa collana: Mariachiara Giorda Monachesimo e istituzioni ecclesiastiche in Egitto Alcuni casi di interazione e integrazione pp. 184 - € 12,60 291 EDB Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 292 C hiesa in Italia Ciò che unisce e lega il Vangelo di Luca e gli Atti è Gerusalemme, luogo dove trovano compimento le antiche promesse di Dio al suo popolo e dove inizia l’annuncio cristiano destinato a tutte le genti. Proprio da Gerusalemme prende il via la missione che porterà il Vangelo dai giudei ai pagani, dall’Asia all’Europa. Con l’evangelista Luca, uomo della seconda generazione che non conobbe Gesù personalmente, noi condividiamo la fede che si fonda sulla testimonianza di altri discepoli e apostoli e siamo chiamati, a nostra volta, a farci testimoni dell’incontro salvifico con il Maestro. Anche noi oggi, come i primi discepoli, siamo chiamati a seguire Gesù, siamo mandati per continuare la sua missione in obbedienza al suo stile. Questo dunque significa che per la missione è decisivo non solo avere attenzione per i contenuti dell’annuncio evangelico, ma anche per la forma. «Gesù parla dell’annuncio del Regno di Dio come del vero scopo della sua venuta nel mondo e il suo annuncio non è solo un “discorso”. Include, nel medesimo tempo, il suo stesso agire: i segni e i miracoli che compie indicano che il Regno viene nel mondo come realtà presente, che coincide ultimamente con la sua stessa persona. In questo senso, è doveroso ricordare che parola e segno sono indivisibili. La predicazione cristiana non proclama “parole” ma la Parola, e l’annuncio coincide con la persona stessa di Cristo» (BENEDETTO XVI, Discorso all’Udienza Generale, 24.6.2009). La Rete, in un certo senso, rappresenta per noi gli «estremi confini della terra» che il Signore Gesù domanda di abitare in nome della nostra responsabilità per il Vangelo. La nostra è anzitutto testimonianza di Gesù, cioè capacità di rimandare, di rinviare alla trascendenza della sua opera e della sua missione. Se volessimo indicare uno dei molti tratti in cui Gesù stesso ha abitato la storia degli uomini, possiamo far riferimento all’itineranza. Egli, a differenza di Giovanni Battista, non ha semplicemente accolto coloro che accorrevano a lui, ma lui stesso è andato là dove la gente viveva la propria quotidianità. L’itineranza di Gesù rende Dio vicino perché nessuno si senta dimenticato o abbandonato dal Padre. Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo perché la benevolenza di Dio è davvero per tutti. È questo il motivo per cui il Maestro può frequentare i ricchi e i poveri, stare in compagnia dei giusti e dei peccatori: lui conosce i cuori, i bisogni e le nostalgie e attende tutti alla sua mensa. È ciò che viene chiesto a noi, animatori della comunicazione e della cultura nella grande Rete digitale: continuare a far sì che nessuno si senta privato della vicinanza di Dio e della sua consolazione che promette «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). La forma dell’annuncio del Regno implica, come per Gesù, essere continuamente in movimento, segna la necessità di andare e farsi ovunque presente; tale dinamismo nella Rete può divenire dissoluzione del sé, mentre guardando al Maestro è capacità di non farsi catturare da nessun luogo e da nessuna situazione. Infatti, come nessuno ha potuto pretendere di possedere Gesù al punto che anche i chiodi della croce e la pietra del sepolcro non hanno potuto trattenerlo, così nessuno di noi deve correre il rischio, 292 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 nei nuovi scenari digitali e nelle rinnovate modalità di relazione, di farsi imbrigliare. La libertà custodisce e nomina la trascendenza di Dio e fa sì che «i cristiani appartengono a una società nuova, verso la quale si trovano in cammino e che, nel loro pellegrinaggio, viene anticipata» (BENEDETTO XVI, lett. enc. Spe Salvi sulla speranza cristiana, 30.11.2007, n. 4; Regno-doc. 21,2007,651). «Far trasparire il cuore» (Benedetto XVI) L’urgenza e la qualità del vostro impegno è quello di «dare un’anima non solo al proprio impegno pastorale ma anche all’ininterrotto flusso comunicativo della Rete» (BENEDETTO XVI, Messaggio per la XLIV Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali, 24.1.2010). Cosa significa dare un’anima se non restituire densità alle relazioni leggere della Rete? La Scrittura – da Abramo a Mosè fino ai profeti – rinnova la chiamata a lasciare, a partire, a intraprendere un’itineranza, ad accogliere una promessa che pone in cammino. Dunque non ci si ritrova se non a prezzo di un esodo, di un’uscita. Come afferma Lévinas: «La gloria si glorifica attraverso l’uscita del soggetto fuori dagli angoli bui del “quanto a sé” che offrono – come i cespugli del paradiso in cui si nascondeva Adamo mentre udiva la voce dell’Eterno Dio (…) – una scappatoia alla convocazione in cui si mette in moto la posizione dell’Io all’inizio e la possibilità stessa dell’origine» (E. LÉVINAS, Altrimenti che essere o aldilà dell’essenza, Jaca Book, Milano 1983, 181-182). Dunque «solo un io può rispondere all’ingiunzione di un volto» (E. LÉVINAS, Totalità e infinito, Jaca Book, Milano 1980, 313): risposta esodica distante dall’itinerario di Ulisse e del tutto assimilabile al cammino di Abramo che vive un’«avventura assoluta in un’imprudenza primordiale» (ivi). Le riflessioni del filosofo lituano ci avviano ad alcune note per quell’umanesimo a cui tutti gli animatori della comunicazione e della cultura sono chiamati a contribuire, perché realmente la Rivelazione sia «la vera stella di orientamento per l’uomo che avanza tra i condizionamenti della mentalità immanentista e le strettoie di una logica tecnocratica» (GIOVANNI PAOLO II, lett. enc. Fides et ratio sui rapporti tra fede e ragione, 14.9.1998, n. 15; EV 17/1206). Infatti andare oltre, partire da sé per dirigersi verso l’altro, significa uscire dalla mera logica dell’accesso per entrare nella dinamica del dialogo, categoria che non esaurisce la propria pregnanza semantica nel rapporto fra un io e un tu, ma esprime qualcosa che trascende entrambi gli interlocutori. Dia-logos, ovvero parola che sta in mezzo, parola a cui tutti possono accedere e che, proprio per questo, sfugge ai tentativi di impossessamento. Del resto è «dalla certezza della propria identità, non artificialmente costruita ma gratuitamente e divinamente donata e accolta» che nascono rinnovati, giorno dopo giorno, la forza, il coraggio e il fascino della missione evangelizzatrice. Questo a motivo del fatto che essere cristiani nasce da un «incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (BENEDETTO XVI, lett. enc. Deus caritas est sull’amore cristiano, 25.12.2005, n. 1; EV 23/1539). 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 293 Aimone Gelardi Cari animatori della comunicazione e della cultura, alla smaterializzazione dei luoghi siete chiamati a far corrispondere l’intreccio stabile delle relazioni dense, a dare al mondo digitale un’anima cristiana. Il mondo alla rovescia Le beatitudini Un’anima cristiana per il mondo digitale esù ha detto ai discepoli che non G è sufficiente osservare le “regole del gioco”, i Comandamenti. Il discor- I media digitali creano le condizioni per nuove esperienze e per nuove modalità relazionali. Tra queste ultime e la vita reale sembra non esserci una contrapposizione, ma differenti forme di relazioni unificate dal medesimo soggetto. Essere testimoni digitali domanda di saper offrire qualcosa a quella parola che sta in mezzo, dia-logo, e che, proprio perché ci trascende, è senso della nostra vita. La sfida, per la comunità cristiana, è quella di riuscire a sfuggire al consenso acritico a favore di un dialogo costante; è quella di riuscire a usare i social media come prefigurazione di uno stile di maggiore condivisione. Poiché «non possiamo certo disinteressarci dell’orientamento complessivo della società a cui apparteniamo, delle tendenze che la animano e degli influssi positivi o negativi che essa esercita sulla formazione delle nuove generazioni» (BENEDETTO XVI, Discorso di apertura al Convegno della Diocesi di Roma, 11.6.2007), la logica della condivisione apre necessariamente anche alla riflessione circa la responsabilità educativa e ad alcuni snodi etici. Infatti, «l’educazione e la formazione della persona sono influenzate da quei messaggi e da quel clima diffuso che vengono veicolati dai grandi mezzi di comunicazione e che si ispirano a una mentalità e cultura caratterizzate dal relativismo, dal consumismo e da una falsa e distruttiva esaltazione, o meglio profanazione, del corpo e della sessualità» (BENEDETTO XVI, Al Convegno della Diocesi di Roma). L’impegno della Chiesa e degli animatori della comunicazione e della cultura nella Rete assume i tratti dell’educativo, «servizio inestimabile verso il bene comune e specialmente verso i ragazzi e i giovani che si stanno formando e preparando alla vita» (BENEDETTO XVI, Al Convegno della Diocesi di Roma). Voi, animatori della comunicazione e della cultura, siete chiamati a integrare in modo corretto ed efficace la missione educativa – che si avvale delle dinamiche tradizionali insostituibili – con le più recenti tecnologie mediatiche. È questo un compito da affrontare con intelligenza e fiducia, senza assolutismi ingenui e acritici o demonizzazioni apocalittiche. Perché tale processo educativo possa compiersi, è necessario che coloro che operano in ambito educativo sappiano anzitutto essere loro stessi familiari dei media digitali, sperimentino cioè cosa significhi navigare, essere on-line, abbandonando le retoriche unilaterali e ricorrenti. Proprio conoscendo, facendo esperienza della Rete si potrà, come educatori, cogliere le potenzialità dei vari contesti e avviare una prospettiva capace di integrare le differenti modalità di relazione con i media digitali. In questo, non possiamo infatti dimenticare che «l’autentico sviluppo dell’uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione (…). Un tale sviluppo richiede, inoltre, una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato, o viene affidato uni- IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 so delle Beatitudini esplicita così il “pieno compimento” alla Legge, con un modo di vedere la realtà completamente capovolto rispetto alla sensibilità comune. Con stile e linguaggio adatti ai piccoli, il volumetto aiuta i bambini a percepire il cambiamento di mentalità a cui Gesù chiama. «Primi passi» pp. 48 - € 2,50 Dello stesso autore: Lo hai fatto a me Le opere di misericordia a misura di bambino pp. 48 - € 2,00 Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it ( junior) Robert Faricy - Luciana Pecoraio Preghiera contemplativa e direzione spirituale Manuale per un uso pratico I l direttore spirituale non deve tanto dare consigli quanto facilitare il rapporto della persona con Dio: la direzione spirituale necessariamente si basa sulla preghiera. Frutto dell’esperienza degli autori, incentrata sulla preghiera contemplativa, il volume è concepito per un utilizzo pratico, quale strumento facilmente comprensibile e di indubbia validità per chi svolge questo delicato compito. «Itinerari» pp. 184 - € 16,50 293 EDB Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 273-294:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:44 Pagina 294 C hiesa in Italia camente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’autosalvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato» (BENEDETTO XVI, lett. enc. Caritas in veritate sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità, 1.7.2009, n. 11; Regno-doc. 15,2009,461). Tutto ciò nella consapevolezza che «l’educazione non crea la persona, ma la trova e la riconosce, ponendo una relazione (…) di autentico servizio all’uomo e alle donne cui è destinata. Ma ciò è possibile solo se coloro che sono chiamati a educare possiedono il senso profondo delle loro irriducibilità e capacità di relazione, sapendo cogliere, anche nell’esperienza di educatori, ulteriori possibilità di crescita e maturazione per sé stessi oltre che per coloro cui è destinato il loro impegno» (A. BAGNASCO, «Istanze educative e questione antropologica», Convegno sulla sfida educativa, Milano, 18.3.2010). Dal punto di vista etico vorrei richiamare l’attenzione almeno su un problema: la Rete, pur essendo un’occasione per ritessere la dinamica relazionale, se da una parte fa sì che gli interlocutori si avvicinino, dall’altra però li lascia facilmente estranei nella chiacchiera di superficie e nella curiosità senza interesse. Nella Rete si assiste infatti a una migrazione semantica dalla categoria di appartenenza a quella del consenso, al punto che temi delicati e decisivi, che coinvolgono le decisioni delle personali libertà, vengono tralasciati per non rischiare di infrangere l’irenica armonia digitale, alimentando così i rapporti con parole banali. Oggi sembra, dice il Papa, che rimanga «come suprema istanza solo il consenso della maggioranza. Poi il consenso della maggioranza diventa l’ultima parola alla quale dobbiamo obbedire e questo consenso – lo sappiamo dalla storia del secolo scorso – può essere anche un consenso nel male. Così vediamo che la cosiddetta autonomia non libera l’uomo» (BENEDETTO XVI, Omelia pronunciata alla Messa per i Membri della Pontificia Commissione Biblica, 15.4.2010). Il consenso della maggioranza, come suprema istanza, avvia nella Rete il processo della spirale del silenzio per cui alcuni temi – come l’impegno personale e della Chiesa per la vita, la famiglia, la libertà educativa, la giustizia sociale, la solidarietà nella fedeltà al Vangelo – sono destinati spesso all’oblio. È invece urgente «il recupero di un giudizio chiaro e inequivocabile sul primato assoluto della grazia di Dio», del suo amore che salva e che fonda, garantendola, la vera e incomprimibile dignità di ogni uomo (BENEDETTO XVI, Discorso all’Udienza Generale, 1.7.2009). A chi si rivolge l’animazione culturale? Siete dunque chiamati a «essere presenti nel mondo digitale nella costante fedeltà al messaggio evangelico, per esercitare il proprio ruolo di animatori di comunità» (BENEDETTO XVI, Messaggio per la XLIV Giornata Mondiale delle comunicazioni sociali). Al termine della mia riflessione, permettetemi qualche ulteriore sottolineatura rispetto alle tre parole contenute nel sottotitolo della mia relazione: comunità, strumenti, animatori. La comunità è certamente la comunità dei discepoli, di coloro che sono stati affascinati dall’incontro con il Maestro e a lui hanno affidato la propria libertà e il proprio 294 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 cuore. La Rete connette differenti paradigmi esperienziali di relazione, che vanno mantenuti in equilibrio per evitare, da una parte, che la dimensione smaterializzata e disincarnata affondi e si radichi nelle patologie tecnocratiche; e dall’altra che, per paura di correre rischi, la persona si privi delle possibili familiarità con le relazioni della Rete. È stato detto in questi giorni che la Rete è luogo di convivialità più che di comunicazione, un ambiente dove ci si accorda in maniera sintonica. Le relazioni della Rete mostrano la preferenziale strada dell’emozione vibrante piuttosto che la più faticosa via della capacità deliberativa, della parola che accomuna o differenzia. Ciò nonostante, la parola avviene come costruzione di un luogo comune da abitare e questo ha sempre una rilevanza etica, in ordine, cioè, alla verità e al bene. Alcune relazioni in questa Assise hanno riflettuto anche sugli strumenti e i linguaggi dei media digitali, sulla necessità di integrare i contorni semantici di alcune categorie, sulla necessaria coestensione tra le modalità relazionali tradizionali e quelle on-line. A tale proposito ho già ricordato come non si deve cedere all’illusoria quanto errata idea di un’evangelizzazione mediatica, sintesi frettolosa e carica di fraintendimenti. Se ricordiamo, come dice il Santo Padre, che «come primo passo (…) dobbiamo preoccuparci che l’uomo non accantoni la questione su Dio come questione essenziale della sua esistenza» (BENEDETTO XVI, Discorso alla Curia romana per la presentazione degli auguri natalizi, 21.12.2009; Regno-doc. 1,2010,11), la Rete è, come ogni altro ambito di relazione, un luogo di evangelizzazione per annunciare Cristo e per annunciare l’uomo. Ben sappiamo come questo sia il tempo di riscoprire l’alfabeto dell’umano, poiché le grandi categorie – come la persona, la vita e la morte, la famiglia e l’amore – rischiano di diventare evanescenti e distorte nei loro significati, di essere risucchiate e sfinite da un individualismo dominante ed esasperato. È nella persona viva di Gesù, vero Dio e vero uomo, che l’umano risplende e si compie, ed è anche garantito di fronte a ogni deformazione culturale. Come ricordava il Concilio Vaticano II, incontrare Cristo, l’uomo perfetto, e accoglierlo nella propria vita, introduce nell’umanità vera e piena a cui tutti sono chiamati. In questo dinamismo missionario, di continua e aerea itineranza, voi, animatori della comunicazione e della cultura, siete protagonisti nella Chiesa. Siete chiamati a essere sale di sapienza e lievito di crescita. Sale di sapienza, che in concreto significa non essere conformisti e non cercare inutili quanto sterili forme di consenso consolatorio; lievito di crescita, cioè soggetti attivi, terminali di connessioni, attivatori di partecipazione gratuita e responsabile. La Rete non è fatta di confini, ma di ponti. Così la comunità non può e non deve essere quella delle identità escludenti, ma quella dell’amore che include nella verità, e che continuamente impariamo da «colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). È guardando al volto di Cristo crocifisso e glorioso, infatti, che possiamo guardare al mondo e abbracciarlo con il cuore di Dio che non ha confini. ANGELO card. BAGNASCO, arcivescovo di Genova, presidente della CEI 295-298:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:36 Pagina 295 E cumenismo La domenica, festa dei cristiani Commissione congiunta della Conferenza episcopale tedesca e delle Chiese ortodosse in Germania Mentre in alcuni paesi d’Europa si riapre il dibattito su quale debba essere il giorno di riposo settimanale in un contesto sempre più segnato dal pluralismo religioso, la Commissione congiunta della Conferenza episcopale tedesca e delle Chiese ortodosse in Germania ha pubblicato lo scorso 2 marzo un breve documento, La domenica «giorno di festa primordiale» dei cristiani, che inaugura una serie di riflessioni dedicate a «L’anno liturgico della Chiesa nella tradizione dell’Oriente e dell’Occidente». Il testo, che si rivolge in primo luogo ai credenti ma non perde di vista l’opinione pubblica nel suo complesso, intende mettere in luce gli elementi comuni – maggioritari – e le differenze nel significato attribuito alla domenica tra le due confessioni cristiane, per favorire l’arricchimento reciproco e diffondere il più possibile la conoscenza dei frutti del dialogo ecumenico. «Dalla celebrazione dell’eucaristia, come forma essenziale della santificazione della domenica, consegue che la domenica è il giorno della comunità e della famiglia… Per i cristiani vale il fatto che passare il tempo libero domenicale deve porsi nell’ottica di questa santificazione della domenica». Opuscolo scaricabile dal sito web www.dbk.de; nostra traduzione dal tedesco. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Prefazione La Commissione congiunta della Conferenza episcopale tedesca e delle Chiese ortodosse in Germania è stata istituita nel 2007 dalla Conferenza episcopale tedesca e dalla Commissione delle Chiese ortodosse in Germania (KOKID). Essa prosegue, con la partecipazione delle diocesi canoniche ortodosse che fanno parte della KOKID, i lavori che erano stati condotti a partire dal 1981 da una corrispondente commissione della Conferenza episcopale tedesca e della Metropolia grecoortodossa.1 La Commissione congiunta, sotto la presidenza del vescovo mons. Gerhard Ludwig Müller, presidente della Commissione per l’ecumenismo della Conferenza episcopale tedesca, e del metropolita Augustinos di Germania, presidente dell’Assemblea episcopale della KOKID, si intende come un luogo di dialogo cattolicoortodosso che si confronta prevalentemente con temi pastorali e pratici risultanti dalla convivenza di cattolici e ortodossi in Germania. Allo stesso tempo gli incontri regolari della Commissione servono a sostenere e sviluppare i rapporti cattolico-ortodossi in Germania. Nella loro seduta costitutiva, il 28-29 marzo 2007, i membri della Commissione congiunta (vescovi e teologi) hanno deciso di affrontare il tema dell’anno liturgico nella Chiesa orientale e occidentale. Il loro scopo è quello di presentare alle comunità e ai fedeli cattolici e ortodossi, così come all’opinione pubblica interessata a questi temi, l’anno liturgico della Chiesa nella tradizione dell’Oriente e in quella dell’Occidente, sia nei loro punti comuni sia nelle loro differenze. In particolare si tratta della celebrazione della domenica, del periodo pasquale, del Natale, di giorni festivi fissi e mobili, dei diversi calendari liturgici che vengono utilizzati in entrambe le Chiese. Con questo volumetto la Commissione congiunta presenta un primo esito dei suoi lavori. Alle riflessioni sulla domenica come giorno di festa primordiale dei cristiani viene preposto un capitolo introduttivo sul rapporto tra Chiesa e tempo. Speriamo che questo volumetto contribuisca a soste- 295 295-298:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:36 Pagina 296 E cumenismo nere e approfondire il riconoscimento reciproco e la mutua comprensione tra cattolici e ortodossi. Regensburg – Bonn, 15 febbraio 2010. ✠ GERHARD LUDWIG MÜLLER, vescovo di Regensburg metropolita AUGOUSTINOS DI GERMANIA, esarca dell’Europa centrale Su questo testo Le Chiese del nostro paese, durante gli ultimi anni, hanno sempre cercato, in collaborazione ecumenica, di ridestare la consapevolezza dell’opinione pubblica sul significato della domenica.2 Anche questo testo è un richiamo comune della Chiesa cattolica romana e di quella ortodossa in Germania a riscoprire il significato della domenica. 1. Che cos’è il tempo per i cristiani? Il mondo, secondo le parole di sant’Agostino († 430), non «è stato creato all’interno del tempo, ma insieme al tempo» (La città di Dio, 11, 6). Allo stesso modo, per san Basilio Magno († 379) il tempo è apparentato con le creature animali e vegetali di Dio e con le «cose mutevoli» (Prima omelia sull’Esamerone, 5). Anche la Chiesa vive ed esiste nel tempo, ma non è sottomessa alla sua transitorietà. Essa, infatti, ha parte all’eternità di Dio. Come corpo di Cristo la Chiesa conduce il mondo nel Regno sovratemporale di colui che, nella Lettera di Giacomo, viene chiamato «Padre della luce: presso il quale non c’è variazione né ombra di cambiamento» (Gc 1,17). Questo rapporto con il compimento definitivo del mondo alla fine del tempo porta la Chiesa alla santificazione del tempo, che trasfigura la nostra quotidianità. Il tempo viene ordinato in maniera nuova dalla Chiesa a suo proprio modo: l’«anno» diventa «anno della Chiesa», l’anno cosmico diviene l’anno liturgico con le sue festività, fisse e mobili, sempre uguali, con i suoi tempi e giorni di quaresima e digiuno. Al centro di tutte queste feste sta sempre la partecipazione dell’uomo al mistero pasquale del Signore crocifisso e risorto. La celebrazione dell’eucaristia avviene nello spazio e nel tempo, e tuttavia sorpassa lo spazio e il tempo. Per i cristiani essa è già oggi partecipazione all’eternità di Dio. Già nella primissima Chiesa questa celebrazione avveniva la domenica, la Pasqua settimanale (cf. 1Cor 16,1-3; At 20,712). Per questo la domenica è «il giorno di festa primordiale» dei cristiani e «il fondamento e il nucleo di tutto l’anno liturgico».3 2. La domenica giorno di festa primordiale dei cristiani Come Gesù stesso, i primi cristiani provenienti dall’ebraismo continuarono a celebrare anche il sabato secondo la legge dell’Antico Testamento. Tuttavia la domenica cristiana ha una sua propria origine e per questo non può essere fatta derivare dal sabato. Vi è oltretutto una chiara differenza tra il sabato e la domenica cristiana. 296 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Partendo dalla critica mossa da Gesù al sabato, che si rivolgeva non contro il sabato in sé ma contro la formalizzazione della sua santificazione (cf. Mc 2,23-28; 3,1-6), si è giunti ben presto a una differenziazione tra domenica e sabato. Così la domenica diviene il giorno festivo settimanale della comunità. Di ciò vi sono parecchie testimonianze sia all’interno sia fuori della Chiesa (si veda, ad esempio, la Lettera di Plinio 10, 96; la Lettera di Barnaba 15, 9; la Lettera di Ignazio di Antiochia ai Magnesi 9, 1). San Giustino martire († 165) nella sua Apologia prima afferma: «Ci raccogliamo tutti insieme nel giorno del Sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, trasformate le tenebre e la materia, creò il mondo; sempre in questo giorno Gesù Cristo, il nostro Salvatore, risuscitò dai morti» (67, 7). Giustino si rifà qui anche a due passi del Vangelo di Giovanni, dove il Risorto appare ai suoi discepoli il primo giorno della settimana (Gv 20,19-23.24-29). Per Tertulliano († dopo il 220) è chiaro il significato privilegiato della domenica: «La domenica riteniamo essere cosa sbagliata digiunare o pregare in ginocchio» (De corona militis, 3). 3. Il nome della domenica La comprensione della domenica inizia già con le sue designazioni. Esse sono diverse nelle varie lingue, ma generalmente sono riconducibili a due significati fondamentali. Il termine tedesco Sonntag è in connessione con l’antico computo del tempo e la venerazione allora riservata al Dio del sole. L’importanza crescente di questo «invincibile Dio del sole» (Sol invictus) ha favorito l’utilizzo di questo nome. Per i cristiani il vero sole della giustizia è Cristo. San Massimo di Torino († 408/23) scrive: «Il giorno del Signore è per noi venerando e solenne; perché in questo giorno il Salvatore, come il sole nascente, dopo aver distrutto le tenebre dell’inferno, risplende nella luce della risurrezione. Per questo tale giorno viene chiamato dai figli del secolo giorno del sole: perché Cristo, il sole della giustizia che sorge, lo illumina» (Omelia LXI sulla Pentecoste, 1). La designazione di «Sonntag» (giorno del sole) è prevalente nelle lingue germaniche, scandinave e in altre lingue. La seconda designazione della domenica come «giorno del Signore» si trova già nel Nuovo Testamento (si veda, ad esempio, Ap 1,10), e si rifà alla domenica come giorno della risurrezione di Gesù Cristo. Si è imposta prevalentemente nelle lingue neolatine, ma è presente anche in quella greca. Accanto a essa, nella tradizione bizantina, è presente anche il significato di «giorno della risurrezione», che si è mantenuto fino a oggi nella lingua russa. 4. La domenica come inizio e fine della settimana La Chiesa considera la domenica contemporaneamente come inizio e fine della settimana, rifacendosi a Levitico 23,36: «Per sette giorni offrirete vittime consumate dal fuoco in onore del Signore. L’ottavo giorno terrete la riunione sacra e offrirete al Signore sacrifici consumati con il fuoco». Per san Basilio Magno la domenica è il «primogenito dei giorni» e l’«immagine dell’eternità» (Seconda omelia sull’Esamerone, 8), perché in questo giorno è risorto Cristo. 295-298:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:36 Pagina 297 Sant’Agostino intende la domenica come l’ottavo giorno del Signore, «santificato dalla risurrezione di Cristo, che prefigura non solo il riposo dello spirito ma anche quello del corpo» (La città di Dio, 22, 30). Quindi la domenica come «ottavo giorno» diviene un segno del mondo che verrà e del riposo eterno nell’al di là. Anche san Gregorio Palamas († 1359), nel XIV secolo, definisce la domenica come l’ottavo giorno in riferimento alla risurrezione di Cristo. La sacra Scrittura parla di sette risvegli dalla morte (tre nell’Antico Testamento: uno per mano del profeta Elia e due attraverso Eliseo; quattro operati da Gesù Cristo nel Nuovo Testamento: la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain, Lazzaro e quella dei morti risuscitati nel giorno della morte di Gesù). Ma la sola risurrezione, quella del Signore, è l’ottava. Essa è anche la prima perché, mediante essa, viene donata a tutti gli uomini la speranza nella risurrezione (Omelia XVII, 13). In questo senso possiamo contrassegnare la domenica come inizio e fine della settimana, come il primo o l’«ottavo giorno», il giorno «senza tramonto» del compimento del mondo alla fine dei tempi. 5. Ogni domenica è una Pasqua La celebrazione della domenica è legata alla risurrezione di Gesù Cristo. Mediante le apparizioni del Signore risorto viene data ai discepoli la certezza che egli vive. Ogni celebrazione della domenica è una memoria e una confessione vivente della risurrezione; ossia «ogni domenica è una Pasqua!». I cristiani si riuniscono intorno al loro Signore e ne rendono testimonianza comune. Egli non è rimasto prigioniero della morte, come non ha vissuto per se stesso. Al contrario ha dato la sua vita per gli uomini e, attraverso la sua morte, ha sottratto alla morte il suo potere. Da allora Dio, in Gesù Cristo, dona agli uomini che credono in lui una speranza «contro ogni speranza» (Rm 4,18), e la forza di un amore che è più forte della morte (cf. Ct 8,6). La Chiesa ortodossa confessa ogni domenica insieme ai testimoni oculari della risurrezione di Cristo: «Poiché abbiamo visto la risurrezione di Cristo prostriamoci davanti al santo Signore Gesù, l’unico senza peccato. Davanti alla tua croce, o Cristo, noi ci prostriamo lodando e celebrando la tua santa risurrezione. Tu sei nostro Dio, all’infuori di te non conosciamo altro Dio. Proclamiamo il tuo nome. Venite, fedeli tutti, vogliamo prostrarci davanti alla santa risurrezione di Cristo. Vedete, mediante la croce è giunta la gioia in tutto il mondo. Sempre lodiamo il Signore e celebriamo la sua risurrezione. Egli ha sopportato la croce per amor nostro; e mediante la morte ha annientato la morte». Nella messa domenicale cattolica il prete, nella preghiera eucaristica, prega con parole corrispondenti: «Per questo ci presentiamo davanti al tuo volto e celebriamo, in comu1 Nei suoi 25 anni d’esistenza la Commissione ha elaborato sei testi («Sussidi»), che nell’ottobre del 2006 sono stati pubblicati in un volumetto unico dalla Conferenza episcopale tedesca con la partecipazione della Metropolia greco-ortodossa di Germania (SEKRETARIAT DER DEUTSCHEN BISCHOFSKONFERENZ [a cura di], Die Sakramente [Mysterien] der Kirche und die Gemeinschaft der Heiligen. Dokumente der Gemeinsamen Kommission der griechisch-orthodoxen Metropolie von Deutschland und der Deutschen Bischofskonferenz, «Arbeitshilfen» 203, Bonn 2006). nione con tutta la Chiesa, il primo giorno della settimana come il giorno in cui Cristo è risorto dai morti» (II e III preghiera eucaristica; Messale tedesco). 6. La domenica e la santissima Trinità Ben presto vennero legati alla domenica anche altri aspetti dell’azione di Gesù: il mandato missionario, il conferimento del potere di rimettere i peccati (assoluzione) e l’invio dello Spirito Santo che rinvia alla santissima Trinità. Passo dopo passo vennero collegati con la domenica anche l’attraversamento del mar Rosso, il giudizio finale, l’incarnazione di Cristo, la nascita, il battesimo nel Giordano e la miracolosa moltiplicazione dei pani. Nel 1334 venne introdotta in Occidente la festa della santissima Trinità, stabilita per la domenica dopo Pentecoste. Ma come già accadeva prima, anche dopo l’introduzione di questa festa venne celebrato in maniera particolare il carattere trinitario di ogni domenica. Nel breviario tedesco (vol. III, tempo per annum, secondi vespri della seconda e quarta settimana) troviamo questo inno: Trinità, Dio trino e uno, tu, luce incandescente e beata, ora che il sole si inabissa tramontando sorgi nei nostri cuori. Il nostro canto ti loda al mattino, la sera ti invochiamo, si elevi a te il nostro cuore ogni giorno che ci doni. Tu Padre eterno, Tu Figlio Dio, tu, alito di entrambi, Santo Spirito: accogli benevola la nostra supplica, Trinità onnipotente. Amen. Nell’Oriente cristiano la Pentecoste, che viene celebrata nell’ottava domenica dopo Pasqua, viene vissuta in particolar modo come festa della Trinità. Tuttavia è significativo che nella Chiesa ortodossa gli inni dedicati alla Trinità (Triadika) vengano cantati ogni domenica dell’anno liturgico nel relativo tono. Nella preghiera domenicale del primo tono ecclesiastico si dice: «Adoriamo tutti il Padre e il Figlio e lo Spirito, di pari onore e splendore, la Trinità increata e il potere divino, che anche le incorporee moltitudini angeliche lodano; e vogliono che anche noi oggi sulla terra esaltiamo con reverenza e fede». 7. La domenica e la celebrazione della santa eucaristia I martiri nordafricani di Abitene († 304) erano convinti che non si potesse vivere senza l’eucaristia (cf. Acta Sanctorum Saturnini, Dativi et aliorum plurimorum martyrium, 9). Il tempo della settimana e tutta la vita ricevono qui 2 Si vedano le dichiarazioni congiunte della Conferenza episcopale tedesca e del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania Den Sonntag feiern (1984), Der Sonntag muss geschätzt bleiben (1985), La nostra responsabilità nei confronti della domenica (1988; Regno-doc. 11,1998,348), Menschen brauchen den Sonntag (1999). 3 CONCILIO VATICANO II, cost. Sacrosanctum concilium (SC) sulla sacra liturgia, n. 106; EV 1/191. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 297 295-298:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:36 Pagina 298 E cumenismo direzione e misura. Così attesta il più antico ordinamento ecclesiale, la Didaché o Dottrina dei dodici apostoli: «Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro. Ma tutti quelli che hanno qualche discordia con il loro compagno, non si uniscano a voi prima di essersi riconciliati, affinché il vostro sacrificio non sia profanato» (14, 1-2). Nella nascita del «giorno del Signore» (cf. Ap 1,10) ci si rifece ai banchetti comuni del Risorto con i suoi discepoli, nei quali devono essere visti gli inizi della celebrazione della mensa eucaristica del Signore dopo Pasqua (1Cor 11,20). In ogni celebrazione della santa messa o della divina liturgia per i cristiani si realizza «sempre di nuovo» la donazione di Dio al mondo, perché qui la comunità sente la parola incoraggiante del Signore risorto: «La pace sia con voi» (cf. Lc 24,36; Gv 20,19). Nell’eucaristia i cristiani ricevono ciò che essi sono, il «corpo di Cristo», e diventano ciò che ricevono, ossia «corpo di Cristo». Così scrive sant’Agostino: «Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi (…). Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete» (Discorsi, 272). Per questo i cristiani celebrano proprio alla domenica il banchetto eucaristico «con gioia e semplicità di cuore» (At 2,46). Come era uso della Chiesa antica, il giorno liturgico inizia già la sera precedente. Per questo nella Chiesa cattolica romana si può celebrare la messa domenicale già la sera del sabato. 8. La santificazione della domenica Nell’epoca pre-costantiniana non vi era ancora un giorno di riposo dal lavoro dei cristiani. Questo infatti li avrebbe «smascherati», poiché sarebbe stato facile scoprire così la loro appartenenza al cristianesimo allora proibito. Per questo motivo si può anche comprendere perché nei primi scritti dei padri della Chiesa il riposo domenicale non giochi praticamente alcun ruolo, sebbene vi siano continue comparazioni fra il sabato e la domenica. Solo con l’imperatore Costantino († 337) la domenica fu dichiarata per tutti gli abitanti delle città giorno generale di riposo, durante il quale non si poteva intraprendere alcun lavoro (tranne quello dei campi) e alcun affare (all’infuori della liberazione degli schiavi). In seguito furono proibiti anche le udienze dei tribunali, gli spettacoli del circo, le rappresentazioni teatrali e le corse dei cavalli. L’imperatore orientale Leone I († 474) si rifiutava addirittura di celebrare il suo onomastico di domenica; si doveva spostare questa ricorrenza per non disturbare il riposo domenicale. Nella Chiesa cattolica romana si sviluppò il «precetto domenicale» come obbligo di coscienza di partecipare la domenica all’eucaristia.4 Da parte ortodossa a questo precetto corrisponde l’invito di prendere parte ogni domenica alla liturgia divina. Alla base di entrambi sta il mandato di Gesù: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24; Lc 22,19). La santificazione della domenica non rappresenta però una questione formale di carattere cultuale o rituale. «La domenica ha anche il compito di proteggere da una cre- 298 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 scente o totale economizzazione dell’uomo (…). Così la domenica è una forma di assenso al mondo e alla vita nel suo complesso; un giorno di orientamento, di scoperta del senso della vita e di apertura alla trascendenza e a Dio. Per questo la celebrazione della domenica, proprio quando si tratta di un essere liberi dagli obblighi, rappresenta un’esigenza della dignità umana, una protesta contro la commercializzazione dell’uomo e contro la sua schiavizzazione produttiva».5 9. «Date all’anima una domenica e alla domenica un’anima» (P. Rosegger) La divina liturgia della Chiesa ortodossa termina con le parole «andiamo in pace». La santa messa della Chiesa cattolica romana termina con l’invio «andate in pace». Dopo inizia la «liturgia dopo la liturgia», o la «messa della quotidianità»: la continuazione della celebrazione liturgica nella vita quotidiana dei cristiani. Mentre la catechesi e la pastorale servono prevalentemente a condurre gli uomini alla liturgia, la diaconia traduce concretamente il comandamento dell’amore celebrato nella liturgia. Per questo la domenica deve essere dedicata in maniera particolare a questa liturgia del prossimo. In tal modo l’unità tra la confessione celebrata e la diaconia vissuta diviene in questo giorno particolarmente visibile. Dalla celebrazione dell’eucaristia, come forma essenziale della santificazione della domenica, consegue che la domenica è il giorno della comunità e della famiglia. Di fronte alla ricchezza di forme della santificazione della domenica nella pietà popolare e negli usi abituali, rimane sempre attuale la ricerca di forme contemporanee di modi adeguati di passare la domenica. Si può trattare di pomeriggi tra famiglie con giochi o chiacchierate, visite ai genitori o ai nonni, prendersi cura dei rapporti comunitari con i vicini e gli amici, visita dei malati o in cimitero; sono tutte forme che possono caratterizzare la domenica, come anche cercare di vincere la solitudine entrando in rapporto con altre persone. In ogni caso, per i cristiani vale il fatto che passare il tempo libero domenicale deve porsi nell’ottica di questa santificazione della domenica. COMMISSIONE CONGIUNTA DELLA CONFERENZA EPISCOPALE TEDESCA E DELLE CHIESE ORTODOSSE IN GERMANIA* 4 Ivi. 5 K. LEHMANN, Introduzione alla mostra «Am siebten Tag. Geschichte des Sonntags» (Il settimo giorno. Storia della domenica) presso la Haus der Geschichte della Repubblica federale di Germania, Bonn, 24.10.2002; www.dbk.de. * Per la Conferenza episcopale tedesca: mons. Gerhard Ludwig Müller (co-presidente), mons. Gerhard Feige, abate Marianus Bieber osb, Johannes Hofmann, p. Gregor Hohmann osa, Johannes Öldemann, Hermann-Josef Röhrig, mons. Nikolaus Wyrwoll. Per la Commissione delle Chiese ortodosse in Germania: metropolita Augustinos di Germania (co-presidente), arcivescovo Feofan di Berlino, vescovo Vasillos di Aristi, arciprete Constantin Miron, arciprete Peter Sonntag, arciprete Mircea Basarab, Konstantin Nikolakopoulos, Assad Elias Kattan. Amministrazione: Dorothee Kaes (Segreteria della Conferenza episcopale tedesca), Konstantinos Vliagkoftis (Commissione delle Chiese ortodosse in Germania). 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 299 E cumenismo Gloria a Dio e pace sulla Terra Consiglio ecumenico delle Chiese, documento preparatorio per Kingston 2011 In vista della Convocazione internazionale ecumenica sulla pace che si terrà a Kingston in Giamaica dal 17 al 25 maggio 2011, il Consiglio ecumenico delle Chiese ha reso noto nel 2009 un documento preparatorio per una «dichiarazione ecumenica sulla pace giusta», intitolato Gloria a Dio e pace sulla Terra. Al centro del testo, il racconto della nascita di Gesù: «Il Dio che parla con noi tramite questo bambino …, è il fondamento di tutto quello che noi possiamo dire e fare per vincere la violenza e per promuovere la pace sulla Terra e con la Terra» (n. 2). Un Dio che si fece uomo in un momento «di cambiamenti radicali» (n. 113) e di smarrimento è la ricchezza che le Chiese posseggono per superare le divisioni delle «tradizioni cristiane della pace» (nn. 88104). Come condizione necessaria vi è però il riconoscimento delle proprie colpe: «Siamo consapevoli del fatto che per tutta la sua storia, il cristianesimo è stato coinvolto in molti atti e forme di violenza. Per questa ragione tutto quello che diciamo in queste pagine è pronunciato in spirito di pentimento» (n. 3). Traduzione a cura del CIPAX di Roma (opuscolo, edizioni Qualevita, Torre dei Nolfi [AQ] 2009); nostra revisione sull’originale inglese. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Meditazione introduttiva 1. Il titolo della convocazione internazionale ecumenica e di questo documento preparatorio per una dichiarazione ecumenica sulla pace giusta viene dal Vangelo di Luca. I pastori nei campi di Betlemme sono i primi a sentire le parole: «“Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”». (Lc 2,10-14).1 Perché questo titolo? 2. Si dice spesso che le religioni sono complici della violenza che affligge il nostro mondo e che quindi staremmo meglio senza. Noi del Consiglio ecumenico delle Chiese siamo comunque convinti che il Dio che parla con noi tramite questo bambino che giace nella mangiatoia, è il fondamento di tutto quello che noi possiamo dire e fare per vincere la violenza e per promuovere la pace sulla terra e con la terra. 3. Siamo consapevoli del fatto che per tutta la sua storia, il cristianesimo è stato coinvolto in molti atti e forme di violenza. Per questa ragione tutto quello che diciamo in queste pagine è pronunciato in spirito di pentimento. Quello che esprimiamo è diretto tanto verso le nostre Chiese quanto verso ogni persona di buona volontà. 4. Nel Vangelo sono gli angeli che raccontano la buona notizia che Dio è entrato nel mondo degli umani nella forma di un bambino completamente inerme, nato da genitori ai margini dell’impero romano. Questo messaggio contraddice la naturale tendenza umana a identificare Dio con il potere. È una storia decisamente diversa: Dio entra dal basso nel circolo vizioso della violenza e dell’avidità, della dipendenza e della miseria. Davvero una buona notizia. Il termine ebraico Immanuel lo esprime perfettamente: Dio è con noi – una 299 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 300 E cumenismo realtà piena di grazia, che ci perdona e ci guarisce. La grazia di Dio è più grande del peccato umano, la compassione di Dio è più profonda dell’orgoglio umano e della disperazione. Noi possiamo affrontare il nostro mondo in verità, amore e speranza. 5. La storia della natività in Luca 2 è diventata così familiare che a volte non diamo peso alla sua importanza politica. Inizia nel primo versetto con un riferimento all’imperatore Augusto e finisce al versetto 21, dando il nome al Salvatore: Gesù. Quindi l’oikoumene dell’impero romano è la realtà violenta a fronte della quale è posta l’oikoumene del «principe della pace» (Is 9,5). Qui vediamo la tensione perenne tra la pace di Dio e la pax romana – e tutti i diktat di pace delle potenze imperiali fino a oggi. Guardiamo alla vita di Gesù, alla sua morte sulla croce e alla sua risurrezione dalla morte e diciamo: questa è l’alternativa alle potenze del mondo. 6. Il canto degli angeli pone l’enfasi sulla Terra come il luogo della pace, per indicare che la maledizione della Terra, dovuta al peccato di Adamo, è stata rimossa (cf. Gen 3,17-19). Noi crediamo che Cristo, il «secondo Adamo», introduca nuovi modi per trattare con la Terra. La nostra salvezza non può essere separata dal benessere del creato. Questo è l’orizzonte per i ministri delle Chiese nella costruzione della pace. Noi vogliamo affermare questo di fronte alle pericolose realtà del cambiamento climatico, delle minacce nucleari e del sempre più largo divario tra ricchi e poveri. 7. Le prime parole degli angeli sono: «Non temete!» (Lc 2,10). Queste parole semplici ricompaiono quando il Cristo risorto incontra i suoi discepoli spaventati e demoralizzati (cf. Mt 28,10). Anche noi siamo persone spaventate in tempi spaventosi. Abbiamo bisogno d’essere abbracciati, incoraggiati e confortati. Preghiamo che la pace di Gesù Cristo ci possa riempire da dentro. Vogliamo far parte di comunità cristiane che si considerano luoghi di fiducia e di gioia, di verità e di solidarietà, di perdono e di guarigione. Preambolo Testimoniare la pace in un mondo violento 8. Alla fine del «decennio per sconfiggere la violenza», ci troviamo in un momento speciale, un kairòs della grazia. Vogliamo usare questo momento per riflettere fino a dove ci ha portato quest’impegno per sconfiggere la violenza al fine di permettere alle Chiese di contribuire a vere e proprie culture di pace, come gli eventi della storia ci hanno parlato e come noi Chiese abbiamo lavorato per corrispondervi. Gli eventi della storia: chiamati a costruire la pace 9. Dio parla all’umanità in diversi modi (cf. Eb 1,1). La parola di Dio ci è pervenuta dalle Scritture e dall’interno delle Chiese. Dio ci parla anche tramite gli eventi della storia, chiedendo di pentirci dei nostri peccati e di cercare una conversione più profonda a Cristo. Crediamo che gli avvenimenti degli ultimi due decenni 300 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 rappresentino una di queste chiamate, che ci sollecitano a rinnovare il nostro impegno alla pace-shalom di Dio, bramata oggi da tante persone. – Con la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la fine della Guerra fredda tra Est e Ovest sembrava che una nuova era di pace e di comprensione potesse iniziare. Allo stesso tempo ci veniva ricordato il danno agli esseri umani e alla società che quarant’anni di repressione e la minaccia nucleare avevano inflitto alla famiglia umana. L’euforia fu presto rimpiazzata da un aumento di violenza interna agli stati in Europa, Africa e Asia. – Il 1992, dichiarato «anno dei popoli indigeni» dalle Nazione Unite, mise in risalto le condizioni precarie dei popoli indigeni, soprattutto quelli dell’Australia, della Nuova Zelanda e delle Americhe. Il mondo dovette fare i conti con le ferite profonde causate da cinquecento anni di colonialismo e persino di genocidio. – Sempre nel 1992 la Conferenza delle Nazioni unite su ambiente e sviluppo mandò un segnale a tutto il mondo con la sua dichiarazione finale sulla crescente crisi ecologica e sulle conseguenze del cambiamento climatico per il pianeta. Cominciò così la mobilitazione dei governi nazionali per il controllo delle emissioni di carbonio e degli altri fattori di origine umana che danneggiano irrimediabilmente l’ambiente. – La Conferenza di Pechino del 1994, nell’anno delle Nazioni Unite per la donna, portò all’attenzione del mondo la violenza diffusa contro donne e bambini, sia in situazioni domestiche che nel traffico internazionale e nei luoghi di lavoro. – Il 1994 fu anche l’anno nel quale finì l’apartheid come politica nazionale del Sudafrica. Ciò dimostrò, da una parte, il trionfo dell’azione nonviolenta su un regime violento e, dall’altra, mostrò ai popoli sudafricani e al mondo intero la sfida costituita dalla costruzione di una nuova e giusta società. – Lo stesso anno il genocidio in Ruanda dimostrò come poche settimane di follia omicida potevano cancellare decenni di lavoro per lo sviluppo, mettendo in dubbio le politiche degli aiuti delle agenzie di sviluppo, sia religiose sia laiche. Alla fine del XX secolo, i risultati negativi della globalizzazione divennero sempre più evidenti, con lo smembramento delle famiglie per le migrazioni, gli effetti rovesci economici, la globalizzazione del crimine e l’esaltazione della violenza nei media. Le Chiese rispondono: il decennio per sconfiggere la violenza 10. Tutti questi avvenimenti ci hanno insegnato che la pace e il benessere umano non vengono da soli: richiedono la grazia di Dio e la cooperazione umana con essa. È chiaro che le Chiese erano già più che consapevoli delle conseguenze di alcuni di questi eventi. Già nel 1975, alla V Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese di Nairobi, fu introdotto il concetto di sostenibilità di fronte al degrado ambientale. Alla VI Assemblea (Vancouver, Canada, 1983) e cioè molto prima che questo argomento venisse all’attenzione del resto del mondo, fu sottoscritto l’impegno ad avviare un 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 301 «Processo conciliare di reciproco impegno (alleanza) per la giustizia, la pace e l’integrità del creato». L’alleanza di Vancouver portò alla convocazione di Seoul nel 1990 che formulò affermazioni e suggerimenti chiave. Negli anni Novanta, assemblee di Chiese e di membri di Chiese a livello locale e regionale esplorarono un vasto raggio di temi sugli argomenti della pace, della sua costruzione e della riconciliazione. La nozione di “«pace giusta», che superava quella di «guerra giusta» a lungo associata con il cristianesimo, divenne un concetto portante per molte Chiese. 11. Un passo importante fu fatto all’VIII Assemblea del CEC ad Harare (Zimbabwe) nel 1998, quando i delegati votarono l’avvio del «decennio per sconfiggere la violenza». Si formò un gruppo di coordinamento per guidare i lavori, furono coinvolte ma tutte le unità del CEC. Tante attività furono avviate in diverse parti del mondo. Le diverse manifestazioni di violenza divennero più chiare e distinte. Una particolare attenzione fu dedicata alla pace nelle famiglie, nei mercati e nei luoghi di lavoro, nella sfera politica e sociale, nel mondo virtuale e con il creato stesso. Ci furono consultazioni sui vari aspetti della costruzione della pace, ad esempio il perdono, la guarigione della memoria, la responsabilità di proteggere, la pace con il creato ecc. All’IX Assemblea del CEC, a Porto Alegre (Brasile), nel 2006, i delegati tramite votazione decisero di concludere il decennio nel 2011 con una Convocazione internazionale ecumenica sulla pace. Decisero inoltre di elaborare una dichiarazione ecumenica sulla pace giusta da presentare alla Convocazione del 2011, per sottoporla a discussione e renderla operativa. 12. Siamo ora vicini a quel momento. Crediamo di vivere un momento di kairòs, perché vediamo il nostro mondo avvicinarsi a un punto critico. Fattori e forze del recente passato, quali le armi nucleari e il divario enorme tra ricchi e poveri, che hanno minacciato l’esistenza del nostro mondo, sono ancora molto presenti. La crisi emergente del cibo nel mondo e l’accelerazione del degrado ambientale devono, anch’essi, essere aggiunti all’elenco. Siamo a un punto critico perché queste mortali minacce sono interconnesse e convergenti. L’esperienza e l’insegnamento del «decennio per sconfiggere la violenza» e la crescente consapevolezza della convergenza critica delle forze destabilizzanti, hanno condotto le Chiese a un punto nuovo: esse pensano come attuare il ministero dato loro da Cristo, di essere servi e ambasciatori della pace e della riconciliazione di Dio (cf. 2Cor 5,18-20). La «pace giusta», per esempio, non può più esistere come semplice contrappeso alla «guerra giusta». La giustizia e la pace da un lato assumono un significato più esauriente di fronte a queste forze interconnesse e destabilizzanti e dall’altro implicano il bisogno di una visione 1 Per le citazioni bibliche il testo inglese di questo documento usa la traduzione della Revised Standard Version (RSV). Il CIPAX nella sua traduzione dichiara di avere «semplicemente tradotto dall’inglese, senza utilizzare particolari versioni della Bibbia in italiano». In della pace di Dio con e per il creato onnicomprensiva e integrale. Il fatto stesso che nel primo decennio del XXI secolo due premi Nobel per la pace siano stati assegnati per l’impegno sull’ambiente è indicativo di come la pace e l’integrità del creato siano ora inestricabilmente legate. Questo documento preparatorio è un tentativo di vedere come le Chiese devono intendere la pace in questo kairòs di forze convergenti e antagoniste, e dove l’essere discepole le chiama all’impegno negli anni a venire. I. Il Dio della pace e la pace di Dio 13. Quando ci uniamo all’esaltazione degli angeli nel Vangelo di Luca, dicendo «Gloria a Dio (…) e sulla terra pace» (Lc 2,14), cosa significa qui nel nostro mondo contemporaneo e violento? Chi è questo Dio della pace? Cos’è la pace che questo Dio ci offre? Né il concetto di Dio, né il concetto della pace di Dio sono ovvi e intesi nello stesso modo da tutti. I conflitti e la violenza sono spesso portati avanti da persone che credono in Dio e che sostengono di agire nel nome di Dio e nel nome della pace. In momenti diversi le crociate e i progetti coloniali e neo-coloniali sono stati ideati nel nome di Dio. Consapevoli di quanto le nostre debolezze hanno macchiato la nostra comprensione di Dio e della pace di Dio, dobbiamo ri-leggere le Scritture e ascoltare di nuovo la parola di Dio. Concetti biblici fondamentali sulla pace 14. Nelle Scritture ebraiche shalom significa, «completezza, solidità, benessere, pace». Shalom è un concetto ampio, che comprende insieme giustizia (mishpat), misericordia, rettitudine (tsedeq) o dirittura morale (tsedeqah), compassione (hesed) e verità (emet). Non c’è pace senza giustizia. Ma la giustizia (mishpat) non è solamente una questione di giusto giudizio e rettitudine; è anche una questione di dare quello che è retto e giusto agli afflitti. La pace (shalom), quindi, è il risultato della dirittura morale e dell’esercizio di verità e giustizia. È un luogo dove Dio guida le nazioni a risolvere i loro conflitti e a trasformare le spade in aratri (cf. Mic 4,3; Is 2,4). In definitiva è dove «il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà» (Is 11,6). 15. Il termine ebraico shalom ha radici linguistiche comuni al termine aramaico e accadico salamu e con quello arabo salaam, che significa «avere a sufficienza, equiparare». Queste parole condividono il significato letterale dell’essere senza difetti, sani e integri. Più generalmente, shalom significa integrità e benessere, significa sicurezza, prosperità e libertà dalla discordia e dall’antagonismo politico. Si riferisce a una visione olistica della questa edizione Il Regno segue i propri abituali criteri editoriali e pertanto le citazioni bibliche sono tratte dalla nuova traduzione della CEI, editio princeps del 2008 (ndr). IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 301 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 302 E cumenismo sicurezza umana, una condizione nella quale si può vivere una vita sana, dormire tranquilli, godere dei propri figli e morire serenamente dopo una vita vissuta pienamente. Il concetto di shalom, comprende la pace individuale e quella comunitaria. Include il benessere degli esseri umani e della terra, la pienezza delle relazioni sociali dell’umanità e della connessione tra l’umanità e la terra. Le Scritture ebraiche sono chiare nella loro comprensione che la pace viene meno quando la malattia, l’ingiustizia, la povertà, il conflitto, la violenza e la guerra infliggono le loro ferite al corpo e all’anima degli esseri umani, sulla società e sulla terra. Ma la pace è più che assenza di conflitto, come talvolta viene intesa oggi. Shalom non significa soltanto assenza di conflitto e di guerra. 16. Il concetto ebraico di shalom è collegato alla nozione araba di islam, che significa sottomissione a Dio. Vista sotto questa luce, la pace può essere raggiunta solo aprendosi alla volontà e ai piani di Dio. Le Scritture ebraiche ci spiegano che tutta la pace è di Dio e che l’interezza della vita umana comprende l’ubbidienza a un Dio giusto, misericordioso e virtuoso. La pace, quindi, è il frutto della rettitudine e dell’esercizio della giustizia. È il risultato di una vita retta e della fedeltà in Dio. 17. Questo significato ampio di shalom viene ripreso nel Nuovo Testamento ed espresso con la parola del greco antico eirene. La pace è il dono di Dio, la benedizione di Dio. La prosperità e il benessere sono interpretate come segni apparenti, ma non esclusivi, del favore di Dio. Sono visti come il risultato del comandamento di Dio di essere giusti, misericordiosi e retti. (Questo è, quindi, molto diverso dal «Vangelo della prosperità» insegnato in alcune Chiese, dove la prosperità è considerata in termini di ricchezza materiale e di successo economico). La Bibbia è molto chiara a proposito dei pericoli delle ricchezze materiali (cf. Mt 6,19-21,24 e 1Tm 6,7-10). Essa sottolinea che la legge di Dio si misura sulla capacità dei capi e dei popoli di realizzare azioni giuste per costruire la pace. 18. Nel Nuovo Testamento, Gesù stesso è la fonte della pace. La sua vita rivela lo spirito della pace, una pace che il mondo non può dare. Questa è la pace che dà ai suoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27-28). La pace che Gesù è e che Gesù dà è un elemento centrale del Regno (basileia) che si manifesta in ogni forma di pace sia nella vita quotidiana sia nel compimento messianico (cf. Gv 14,27; 2Ts 3,16). La pace di Gesù rende possibile superare l’inimicizia e la divisione (cf. Ef 2,14-16), perché è la pace che viene dal suo sangue sulla croce (cf. Col 1,20). Attraverso la sua morte, Gesù ha vinto le vere fonti dell’inimicizia e ha reso possibile che tutto il creato sia riunito per suo tramite e sia riconciliato con Dio (cf. Ef 1,10; Col 1,16,19-20). La pace e l’oikos o la casa di Dio 19. Non può esistere altro luogo oltre questo mondo per gli sforzi dell’umanità per costruire la pace. Il mon- 302 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 do è la casa di Dio od oikos. Oikos è un termine che comprende l’abitazione per tutti: gli avvenimenti, le relazioni e le cause comuni della gente in quell’oikos, la loro dimora, le proprietà e l’ambiente. (cf. Ef 2,19-22). I membri dell’oikos hanno la responsabilità fondamentale di lavorare per il bene di tutti (cf. Gal 6,10). Nel mondo della Grecia antica oikoumene significava il mondo intero come unità amministrativa e per un periodo fu equiparato all’impero romano (cf. Lc 2,1). Ma per i seguaci di Gesù significava la comunità della fede costruita «sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù» (Ef 2,20). È la «Chiesa del Dio vivente» (1Tm 3,15; cf. 1Pt 4,17). La Chiesa, in ogni modo, non rappresenta tutto il significato dell’oikoumene. In un senso più allargato gli autori del Nuovo Testamento interpretavano l’oikoumene come la terra e tutti i suoi abitanti (cf. Lc 2,10; 4,5; At 17,30-31). Vista in questo modo la Chiesa è inevitabilmente unita strettamente al mondo, dato che ogni essere umano dentro l’oikos è connesso con l’oikos della Chiesa e quello del mondo. 20. La pace e la costruzione della pace sono aspetti importanti della vita comune nella casa di Dio. Se ognuno vive in armonia con l’altro e tutti sperimentano il benessere come frutto del vivere in verità, giustizia e pace nella casa, allora tutti devono partecipare al processo della costruzione della pace, del rafforzamento spirituale e dell’edificazione (oikodome). Ognuno è chiamato come costruttore della casa (oikodomos), a edificare e rafforzare l’oikoumene, aiutando ogni suo membro a vivere in modo responsabile e attivo. Un oikodomos è un costruttore di pace, uno che si sforza di rendere la comunità della fede un segno di guarigione e di giustizia nel mondo, che lavora per risanare, per ristabilire il benessere e l’integrità in tutta la casa di Dio (cf. Rm 14,19; Lc 12,42). Il processo di guarigione richiede lo smantellamento della cultura dell’abuso e della violenza. Con la sua vita Gesù ci ha dimostrato il lavoro dell’oikodomos. Egli ha dato da mangiare agli affamati, guarito i malati, dato conforto alle persone sole. Egli ha ridato la vista ai ciechi e la voce a chi non poteva parlare. 21. La pace è il dono di Dio all’umanità. Sostiene la storia e la porta a compimento. Avere la pace significa godere il dono di Dio della pienezza della vita, della sicurezza e della libertà (cf. Ez 34,25-31). Dio invita il suo popolo a venire, a essere presente nei luoghi dove la pace è necessaria e a farne casa di Dio. Il suo popolo è invitato a essere strumento di Dio e a mediare le situazioni di conflitto, a infondere coraggio agli afflitti e a confortare chi soffre (cf. Mt 5,4; 2Cor 1,3). Si è forti in questo compito se si rimane fermi nella fede e si accetta la guida e l’aiuto del Paraclito, lo Spirito Santo (cf. Gv 14,26). Anzi, è la promessa dello Spirito Santo e l’effusione della grazia su di noi che ci mantiene nella speranza e manifesta la presenza di Dio nei luoghi dove sembra che Dio manchi. Là è rivelato l’orizzonte escatologico della pace, che nella speranza ci attira verso il tempo nel quale Dio sarà tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28). 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 303 O Dio, è tuo volere unire il cielo e la terra in un’unica pace. Lascia che il sogno del tuo grande amore splenda sulla desolazione della nostra rabbia e del nostro dolore e dona pace alla tua Chiesa, pace alle nazioni, pace alle nostre case e pace ai nostri cuori. Amen. Il Dio della pace rivelato come santissima Trinità 22. Chi è questo Dio che è rivelato nel dono della pace? Nelle Scritture ebraiche il Dio della pace ci è mostrato come un Dio della verità, della giustizia e della misericordia (cf. Dt 32,4; Sal 145,17). Nel Nuovo Testamento, è il Dio che ha mandato il Verbo sulla terra (cf. Gv 1,14) e lo Spirito Santo per il rafforzamento e la guida dei discepoli di Gesù (cf. Gv 14,26). La Chiesa primitiva interpretava questo in un modo nuovo e bellissimo: Dio come santissima Trinità. Il mistero di Dio come Trinità è allo stesso tempo il mistero della realtà di Dio che abbraccia tutto. L’eterna e dinamica interrelazione (in greco perichoresis) del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, rivela l’unità del divino che pervade tutto e che tiene insieme e dentro anche la diversità, l’eterno uno in tre e tre in uno. 23. Ciò rivela anche la natura del creato. Il creato è un tutto intero con all’interno le sue diversità e l’energia (forza in azione della Trinità verso l’esterno) che abbraccia tutto; esse sono pensate per rivelare in maniera sacramentale l’amore del Padre, la grazia del Figlio e la presenza dello Spirito Santo. L’armonia e la bellezza dell’esistenza creata manifestata attraverso i suoi diversi dinamismi, non possono, quindi, essere staccate dalla realtà trinitaria del Dio della pace che tutto abbraccia. 24. Dio e il creato non sono quindi posti a un’infinita distanza l’uno dall’altro. Piuttosto sono in profonda relazione reciproca, perché le diversità all’interno della bellezza del creato riflettono l’interrelazione (o pericoresi) delle tre persone che formano la Trinità. Questa relazione tra loro, che circonda, unisce e abbraccia, ci rivela la realtà di Dio, che crea e sostiene, guarisce e redime, porta al compimento e alla riconciliazione nella pace. 25. L’oikos del mondo e della Chiesa, l’oikoumene del progetto e dell’intento di Dio, non sono quindi costrutti arbitrari. L’oikos trova il suo significato e il suo scopo nella perichoresis trinitaria, un abbraccio d’amore, pace e bellezza. Costruire la pace è la nostra partecipazione a quella perichoresis, che è una danza eterna. Costruire la pace, quindi, non significa solo aggiustare ciò che è stato rotto, ma espandere e completare le relazioni che rendono l’oikos specchio della Trinità. 26. Che ci dice questo riguardo a Dio, alla pace e a noi stessi? – Il fatto che Dio sia trinitario rivela un impegno alla comunione, alla pienezza (pleroma) del creato e alle differenze e diversità del creato stesso. – Dio è allo stesso tempo Dio di pace e di giustizia, di misericordia e di verità, che vivono insieme in un profondo abbraccio (cf. Sal 85,10-14). – La pace è l’abbraccio di tutto il creato. Le nostre relazioni con Dio, con il prossimo e con la terra non sono legami contrattuali o decisioni arbitrarie. Sono legami d’amore. – Il rifiuto delle creature di partecipare a questo abbraccio provoca l’ira di Dio – una rabbia scaturita dall’impegno di Dio e dal suo desiderio di riportare i duri di cuore alla giustizia e all’amore. – Il Verbo è entrato nel nostro mondo, conosce la nostra fragilità, abbraccia la nostra vulnerabilità e riconcilia tutto in sé (cf. Col 1,19-20). – Cristo è la nostra pace (Ef 2,14) che nella propria carne ci ha unito gli uni con gli altri e con lui stesso. – Creati a immagine di Dio, abbiamo la potenzialità di portare la pace e di superare la violenza. Creati a immagine di Dio, siamo chiamati a mediare e a dare sostegno alla riconciliazione e alla pace di Dio. – «Gloria a Dio» e «pace sulla Terra» sono tenute insieme in forma di croce, immagine della croce di Gesù che s’innalza come segno della nostra riconciliazione con Dio (il braccio verticale) e con tutto il creato (il braccio orizzontale). Alle lodi che ascendono, risponde la pace che scende. La gloria a Dio (doxa) si rivela soltanto nella costruzione della pace (praxis). Gli esseri umani, abitanti della terra creati a immagine di Dio 27. Con i nostri antenati nella fede, noi crediamo che ogni essere umano è stato creato a immagine di Dio (cf. Gen 1,26-27). Dopo tutte le altre creature della terra, Dio creò l’umanità dal fango (ha adamah) e vi soffiò dentro la vita (cf. Gen 2,7). Tutti gli esseri umani incorporano questa tensione: sono creati a immagine di Dio, ma allo stesso tempo vivono sulla Terra, anzi sono stati gli ultimi abitanti della Terra a essere creati. Creati dalla polvere e dall’argilla, condividono la vulnerabilità e la mortalità di tutti gli esseri viventi. Allo stesso tempo partecipano alla vita di Dio, avendo ricevuto in dono la libertà ed essendo dotati della vocazione di partecipare all’opera di Dio che crea e sostiene, coltivando la vita con le altre creature per il benessere di tutti. Sono stati quindi creati per costruire un mondo giusto e pacifico, a somiglianza di Dio la cui opera è la pace, in stretta solidarietà con la terra e con tutto il creato. Il mistero del male e le perversità del cuore umano: i volti della violenza 28. La tendenza umana ad allontanarsi da Dio, che chiamiamo peccato, risale all’inizio. C’è quello sconcertante allontanamento dal Creatore, il mistero del male, che si manifesta nella vergogna e nella colpa, nell’accusa e nelle bugie, nel rifiuto della comunicazione e nell’assassinio, nell’inganno e nella vendetta, nella paura e nell’ansia, nel desiderio e nello stupro, nel saccheggio e nella depredazione. Questi sono tutti segnali di un’umanità che ha perso la sua immagine originale e distorto la sua vocazione primordiale. Con questa tendenza al male le molte forme della violenza sono entrate nel nostro mondo. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 303 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 304 E cumenismo La violenza e la realtà della trasgressione 29. La violenza è fondamentalmente una violazione dei limiti, una trasgressione dello spazio che ogni essere vivente giustamente richiede per lo spiegamento e l’appagamento della sua ragione di vivere. È quindi la violazione dell’integrità e dell’armonia delle innumerevoli relazioni che sostengono il tessuto del creato. 30. La violenza ha un numero incalcolabile di espressioni. A livello personale le forme più odiose sono le umiliazioni e le ferite intenzionali, la violenza sessuale, lo stupro e l’omicidio, l’abbandono e la fame. A livello di società e di nazioni, la violenza si manifesta negli atti di guerra e di terrorismo, compresa la «guerra al terrorismo», nella triste realtà dei milioni di profughi e di rifugiati, nei bambini costretti a combattere o a prostituirsi, nella disperazione dei contadini che si suicidano per i debiti che non riescono a pagare. 31. La violenza si esprime anche nella violazione delle diversità del mondo naturale, nello sfruttamento sfrenato dei beni comuni come l’acqua potabile e i combustibili fossili, nell’abbattimento delle foreste, nella pesca esagerata nei mari e negli oceani, nello smaltimento scriteriato dei rifiuti e nella morte della nascita stessa ossia nell’estinzione delle specie. 32. In questi e in tanti altri modi, le perversità del cuore umano si sviluppano all’interno della globalizzazione economica, dell’etnocentrismo e dell’esclusivismo culturale. Un insaziabile stile di vita consumistico contribuisce allo sradicamento delle culture indigene. L’impatto di precedenti politiche di risanamento e la pressione ad accettare disuguali accordi commerciali aumentano l’accumulo del debito e la destabilizzazione delle autonomie nazionali e regionali. I legami tra la militarizzazione delle economie mondiali e la diffusione di prodotti d’intrattenimento estremamente violenti e pornografici destano allarme e contribuiscono a creare quella che deve essere definita violenza «strutturale» o «sistemica». 33. C’è inoltre il bisogno di affrontare quella che può essere definita la violenza «quotidiana». Essa si riferisce a quegli abusi di potere, che sono diventati consueti o abituali, ad esempio il fatto di dare per scontati i doni della natura o di trattare gli esseri umani come «materia prima» od «oggetti» del desiderio. La violenza quotidiana si vede anche nell’atteggiamento di accettazione delle guerre come «fatto naturale» o nel ritenere che per certe vittime, donne soprattutto, gli abusi subiti siano inevitabili. I nostri abusi di potere 34. Le forme di violenza onnipresenti e subdole si possono esprimere anche con riferimento agli abusi di potere. In senso generale, il potere è la forza o l’energia con la quale ogni organismo afferma e rivendica la sua esistenza. Ogni genitore sa che, anche se è totalmente dipendente e indifeso, un bambino è sempre capace di richiamare l’attenzione con grande energia per chiedere ciò che gli serve per crescere. Questo potere fondamentale si trasforma in violenza quando oltrepassa e calpesta l’ambito di potere di altre creature, oppure quando è negata la necessaria condivisione del potere. 304 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 35. In modo più preciso, possiamo parlare del potere che gli esseri umani esercitano «sopra» altre persone e cose. Questa capacità, che può prendere la forma della maturità nella gestione delle relazioni, può trasformarsi in abuso quando diventa oppressiva, degradante e omicida. 36. Si può anche parlare di potere «con» altre persone e oggetti. Questa è l’energia con la quale possiamo creare e mantenere la comunicazione con gli altri, quando offriamo il nostro aiuto e la nostra cura. Questo potere «con» si trasforma in violenza tutte le volte che cominciamo a dominare gli altri o quando volontariamente ci allontaniamo dagli altri, e rifiutiamo di dare loro il nostro sostegno. L’amore negato è un’espressione sottile di violenza. 37. Connesso a ciò è il nostro potere «per» gli altri. Questo è espresso nella nostra capacità di conferire potere agli altri. Diventa violento quando e dove creiamo situazioni e strutture di dipendenza e repressione, oppure quando e dove sfruttiamo in modo eccessivo il potere degli altri per conservare il nostro. 38. Questo modo di parlare di potere «sopra», «con» e «per» si applica in egual misura a livello personale, sociale, economico e politico. A ognuno di questi livelli, il potere può avere un significato utile e persino redentivo, ma può anche esercitare la sua forza dannosa e deviante. Le forme e le strutture dell’inimicizia 39. Un altro modo per affrontare le realtà della violenza è vedere tutte le forme e le strutture dell’inimicizia, che pervadono e penetrano la nostra vita. Questo «muro di separazione» che divide (Ef 2,14), sia che sia visibile o invisibile, allontana le persone dalla condivisione del bene universale. Le strutture d’inimicizia corrispondono al fatto che il tessuto della società è intrecciato di conflitti d’interesse e di divisioni profonde. Alle loro origini ci sono gli squilibri di potere e l’uso irresponsabile del potere che riesce a mettere un protestante irlandese contro un cattolico irlandese, indù contro musulmani, musulmani contro cristiani, palestinesi contro israeliani, hutu contro tutsi e così via. Nessuno spirito è immune da quest’inimicizia. Nessuna parte del mondo è zona franca da nemici. Siamo tutti sulla lista dei nemici di qualcuno. 40. La Terra può anche essere trattata come un nemico. Negli ultimi decenni siamo diventati fortemente consapevoli che l’accumularsi degli abusi del potere umano hanno messo in grave pericolo l’integrità della natura. I bisogni della natura per potersi rinnovare e rigenerare alle proprie condizioni e con i propri tempi, sono stati subordinati alle pretese eccessive degli esseri umani. I tesori della nostra terra sono stati trattati come il bottino di una guerra senza fine. 41. A volte queste strutture d’inimicizia sono visibili, ma spesso non lo sono. In molti casi evitiamo di riconoscere queste mura di divisione e neghiamo il loro impatto. Le persone di una certa parte della società vivono in un mondo diverso da quello dell’altra. Si evita l’incontro e quindi le differenze tra colpevoli e innocenti, tra re- 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 305 sponsabili e vittime non sembrano poi così importanti. L’aria e l’acqua vengono avvelenate, si gettano bombe, bambini diventano soldati e si prostituiscono, senza che larghi strati della società se ne preoccupino. 42. In questo contesto, la vecchia domanda ci appare più urgente che mai: ci può essere un’etica che riesca a superare queste molteplici inimicizie? Ci può essere una pace che attraversi queste divisioni profonde? O, per mettere a fuoco queste domande, come fece Gesù, non dovremmo essere obbligati ad amare il nemico come unico modo per raggiungere shalom e un nuovo creato? Sembrerebbe proprio di sì, se grandi catene di montagne e vasti oceani non possono più mettere al sicuro niente e nessuno, e se la distruzione può essere impacchettata in piccole confezioni e consegnata immediatamente. 43. Preoccupati da quello che vediamo dentro e attorno a noi, ci rivolgiamo alla Bibbia, fondamento della nostra fede, e alla testimonianza dei nostri antenati nella fede. Essi ci hanno mostrato la gloria di Dio incarnata nel bambino di Betlemme. In Gesù scopriamo la testimonianza messianica. «Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola» (Ef 2,14). È alla luce di quest’alternativa liberatrice, che noi vediamo la situazione difficile nella quale l’umanità si trova. Da una parte non vogliamo ignorare gli sforzi ammirevoli di tante donne e uomini che lavorano per la pace in famiglie e case, che portano rispetto, onestà e dignità in scuole e università, fabbriche e uffici di governo e che lavorano diligentemente per trovare soluzioni creative a malattie, ingiustizie sociali e disastri ambientali. Dall’altra parte, però, affrontiamo un mondo sull’orlo di una catastrofe ambientale, con guerre combattute per l’accesso a risorse – come l’acqua potabile e i combustibili fossili – che sempre più diminuiscono, con metà della popolazione mondiale che vive in tremenda povertà. Soprattutto, la minaccia di un disastro nucleare totale incombe ancora su di noi. 44. Dove si colloca la Chiesa in tutto questo? Non può far finta di non essere coinvolta seriamente. Infatti, tutti gli abusi che abbiamo elencato si manifestano anche tra le comunità cristiane. Alcuni di noi tendono a vedere questa situazione come segnale della fine dei tempi di cui parlano gli scritti apocalittici del Nuovo Testamento. Per questo tendono a pensare che niente può e deve essere fatto per risolvere queste «tribolazioni», perché fanno parte del disegno divino per la fine della storia del mondo. Piuttosto spronano i loro seguaci a porre tutta la loro speranza nel Cristo che arriverà e nel nuovo creato che verrà una volta che il vecchio non ci sarà più. 45. In contrasto con questa visione, questo documento vuole sottolineare il legame indivisibile del creato e della salvezza. La pace di Dio non può essere separata dalla pace sulla Terra e con la Terra. È al servizio di questa unità profonda che il discepolo della Chiesa uni- versale è chiamato a prendere la parte dei poveri e dei senza potere, a testimoniare la verità, anche a rischio della vita, a farsi comunità e ad agire per la guarigione e la salvezza. 2 FAITH AND ORDER COMMISSION, The Nature and Mission of the Church. A Stage on the Way to a Common Statement («Faith and Order papers» n. 198), Geneva 2005; trad. it. COMMISSIONE FEDE E COSTITUZIONE, «La natura e la missione della Chiesa» in Regno-doc. 15,2006,514ss. I numeri di paragrafo in questa sezione si riferiscono a questo documento. Domanda: Siete d’accordo con questa presentazione delle fonti bibliche, con le conclusioni trinitarie e con le riflessioni sul peccato umano e la natura della violenza? II. Nel nome di Cristo: le Chiese come comunità impegnate nella costruzione della pace «Signore, ricorda non soltanto gli uomini e le donne di buona volontà, ma anche quelli di cattiva volontà. Ma non ricordare le sofferenze che ci hanno inflitto; ricorda i frutti che abbiamo portato grazie a queste sofferenze: fratellanza, lealtà, umiltà, coraggio, generosità, grandezza di cuore che sono cresciute da tutto questo e quando arriveranno al tuo giudizio lascia che tutti i frutti che noi abbiamo fatto nascere siano per il loro perdono». Questa preghiera, scritta da un prigioniero anonimo nel campo di concentramento vicino a Ravensbruck in Germania, fu trovata vicino al corpo di un bambino morto. La natura e la missione della Chiesa «La Chiesa è la comunione di coloro che, per mezzo del loro incontro con la Parola, vivono in una relazione personale con Dio, che parla loro e ne suscita la risposta confidente: la comunione dei fedeli» (n. 10; Regno-doc. 15,2006,516).2 46. La Chiesa è un dono di Dio, che ha mandato il Figlio e lo Spirito tra noi. Come tale è una realtà divina, una creazione del Verbo e dello Spirito (cf. n. 11. 13). La Chiesa, composta da persone che hanno peccato e che sono state redente, è anche una realtà umana. Il Nuovo Testamento non ci dà una teologia sistematica della Chiesa, ma ci offre tante metafore e immagini che cercano di evocare la realtà della Chiesa, insieme terrena e trascendente. Tra le immagini che colpiscono di più c’è la Chiesa come popolo di Dio – «popolo della via» che si muove attraverso la storia verso la consumazione della storia di tutte le cose in Cristo. C’è la Chiesa come corpo di Cristo – la presenza vivente del Verbo tra noi, come tempio dello Spirito Santo, nel quale la santità di Dio vive sulla terra e come comunione, che rispecchia le Persone della Santissima Trinità (cf. nn. 19-24). 47. In quanto creazione del Verbo e dello Spirito, la Chiesa partecipa alla loro missione di portare tutto il creato alla comunione con il Dio trinitario. «La Chiesa IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 305 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 306 E cumenismo esiste (…) a servizio della riconciliazione dell’umanità» (n. 33; Regno-doc. 15,2006,519). «La Chiesa è chiamata così a sanare e a riconciliare le relazioni umane infrante e a essere lo strumento di Dio per la riconciliazione delle divisioni e delle ostilità tra gli uomini» (n. 40; Regno-doc. 15,2006,520). 48. La Chiesa è «segno e strumento dell’intenzione e del progetto di Dio per tutto il mondo» (n. 43; Regnodoc. 15,2006,520). È intesa come segno profetico, che oltre se stesso rinvia alla missio Dei, a ciò che Dio fa nel mondo. Come strumento di Dio, la Chiesa esercita un ministero di riconciliazione che le è stato affidato da Dio in Cristo (cf. 2Cor 5,18). Allo stesso tempo la Chiesa è anche mysterion o sacramento – un sacramento del mondo nel sostenere la speranza escatologica che manifesta il disegno riconciliatore di Dio per il mondo e un sacramento della presenza e della missione divina nel mondo come corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. 49. Abbiamo visto nel primo capitolo che la Chiesa è anche una casa od oikos di Dio, dove i rapporti armoniosi tra le persone della Trinità si possono rispecchiare nei rapporti, che dovrebbero prevalere tra tutti i membri della Chiesa. I cristiani sono fortemente consapevoli di quanto spesso sono lontani dal realizzare questa comunione tra di loro e con la Trinità. Ma è questa forte consapevolezza di quanto hanno mancato la meta, che dovrebbe portarli al pentimento e a cercare di nuovo la grazia vitale di Dio per avvicinarsi a quel destino cui sono chiamati. La vocazione e il ministero della costruzione della pace nelle Chiese 50. La pace è un dono di Dio. La risposta delle Chiese a quel dono rivela la loro vocazione a costruire la pace nella missio Dei. Come segno, strumento e sacramento dell’intenzione e del progetto di Dio per il mondo, si distinguono diverse dimensioni della vocazione delle Chiese come costruttrici di pace. 51. Allo stesso tempo, le Chiese hanno spesso scambiato la loro partecipazione alla missio Dei della riconciliazione con un rigido programma ecclesiocentrico di aggressivo proselitismo e con l’arrogante distruzione di culture. Bisogna sostituire l’arroganza con il pentimento e con una nuova attenzione su quello che Dio fa nel mondo, piuttosto che su quale potrebbe apparire il beneficio immediato per le Chiese. La Chiesa come sacramento di pace 52. Al suo livello più essenziale la Chiesa è sacramento. La sua natura sacramentale ha il suo centro nell’essere sacramento della Trinità: il Creatore che invia il Verbo e lo Spirito nel mondo e Dio che riconcilia il mondo tramite Cristo e l’azione dello Spirito Santo. Questo elemento fondamentale è rappresentato e ripresentato nella liturgia, soprattutto nella celebrazione dell’eucaristia. La liturgia è un memoriale di quello che Dio già ha fatto per noi con l’incarnazione, la vita, la morte e la risurrezione di Cristo. È anche la finestra sulla speranza escatologica di riunire tutto in Cristo, come ci è stato promesso. 306 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Questo rituale – dove il peccato è confessato e perdonato, dove la Parola di Dio è sentita di nuovo, dove lodare Dio significa ricordare le sue grandi opere, dove i bisogni e le sofferenze del presente sono raccomandati a Dio e dove il grande ringraziamento è recitato e condiviso nel banchetto della presenza di Cristo fra noi – quest’azione rituale ci fa ritornare nella vita trinitaria stessa, quella vita che è l’inizio e la fine della pace vera. Nella divina liturgia celebrata dalle Chiese ortodosse, la pace è nominata («la pace dall’alto», «pace per il mondo intero») ed estesa ripetutamente a tutti. La condivisione o lo scambio della pace è una caratteristica comune al normale rito in molte delle Chiese. L’ingiunzione di procedere dall’eucaristia alla pace di Dio è un mandato a portare la pace di Dio nel mondo. Così la benedizione della Chiesa ortodossa sira dice: «Andate in pace, fratelli cari e amati, noi vi affidiamo alla grazia e alla misericordia della santissima e gloriosa Trinità, con i doni e le benedizioni che avete ricevuto dall’altare del Signore». Portare avanti la pace di Dio nel mondo è quello che i teologi ortodossi hanno chiamato «la liturgia dopo la liturgia» e i cattolici romani «la liturgia del mondo». Queste espressioni ci ricordano che la liturgia e il mondo non sono entità separate. Sono entrambe raccolte nel disegno di Dio per il creato. 53. La liturgia, quindi, è l’origine e la fonte della pace, in base alla quale vive la Chiesa, che a sua volta cerca di estenderla a tutto il mondo. L’unica pace, infatti, che può offrire è la pace che le è stata data in custodia da Dio. Il mistero della pace – nei due significati della parola mistero: che va oltre la nostra comprensione (cf. Fil 4,7), e come mysterion che ci porta lungo la via della trasformazione e dell’illuminazione – è quello che la Chiesa ha l’obbligo di trasmettere al mondo, nonostante i suoi insuccessi e le sue incapacità di farlo in modo adeguato. 54. La natura sacramentale di questa pace – una manifestazione della pace che non guarda se stessa, ma alla pace che emana dalle relazioni amorevoli tra le persone della Trinità – deve essere vissuta nella vita di ogni individuo, nelle famiglie e nelle comunità. La sua manifestazione in tutti questi luoghi è sempre limitata e soggetta alla perversità del cuore umano ma, per quanto imperfetta sia, verrà offerta agli altri e al mondo come invito a entrare nella pace di Dio. 55. Che la Chiesa sia un sacramento della pace di Dio, rappresenta l’origine della sua possibilità di essere un segno profetico e uno strumento della pace di Dio nel mondo. Le Chiese come segno profetico nella costruzione della pace 56. Come segno profetico, le Chiese sono chiamate a opporsi all’ingiustizia e a difendere la pace. Con la denuncia delle ingiustizie, con la solidarietà con gli oppressi e con l’appoggio alle vittime, le Chiese partecipano alla missio Dei di migliorare il mondo e di portarlo verso la «nuova creazione» dei riconciliati (cf. 2Cor 5,17). 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 307 Predicando il Cristo crocifisso e risorto, le Chiese mostrano il sentiero che attraverso il rifiuto e la sofferenza porta alla trasformazione nella novità della vita. Il modo in cui esse scelgono di vivere nel mondo e il luogo dove fissano il confine a fronte della violenza, fanno parte di quella testimonianza profetica. Le Chiese tradizionalmente pacifiste hanno qui un ruolo particolarmente importante. Con il loro rifiuto di accettare la violenza e la scelta di seguire la strada della nonviolenza, dimostrano come i cristiani devono rispondere a un mondo pieno di violenza. Gesù affrontò la propria morte violenta con la nonviolenza. Il suo atteggiamento rimane il modello da seguire per i cristiani che devono vincere la violenza. 57. Essere un segno profetico della pace in un mondo violento richiede impegno, coraggio e coerenza. Queste sono virtù che le Chiese non sempre hanno dimostrato di fronte alla violenza. Le Chiese devono confessare il loro peccato se vogliono essere veicoli credibili del messaggio profetico della pace. A volte le Chiese si sono alleate in modo talmente stretto con politiche violente tanto da legittimarle. Quando le Chiese hanno abbracciato la bandiera del nazionalismo o dell’etnicità e quando hanno benedetto l’oppressione e lo sterminio dei «nemici» si sono allontanate dal loro vero scopo. Quando hanno adottato fedi apocalittiche violente, legittimando la violenza come metodo per purificare il mondo o come strumento dell’ira di Dio, hanno tradito la vocazione loro affidata da Dio. Quando si sono voltate dall’altra parte con indifferenza davanti alla sofferenza, sia cercando di proteggere le loro ricchezze, sia per non farsi coinvolgere, si sono comportate come quelli che lasciarono l’uomo ferito sul ciglio della strada (cf. Lc 10,13-32). È proprio la discordia sui concetti centrali dell’identità delle Chiese stesse – come la testimonianza dei sacramenti – che ha minato la loro credibilità come autentici segni di pace. Le Chiese devono essere sempre pronte a esaminare le loro azioni – e la loro inazione – nella chiamata alla costruzione della pace per vedere se possono servire come voci credibili del lavoro di Dio nel mondo. Devono pentirsi e cercare perdono, non solo per rendersi veicoli degni del lavoro di Dio, ma anche come segno profetico di quello che anche i peccatori devono fare, se vogliono entrare nel regno di Dio. A questo fine, il servizio o diakonia delle Chiese deve mostrare il disinteresse verso se stesse, la volontà di condividere la vulnerabilità, e il fermo impegno verso i poveri e gli emarginati, che ha segnato il ministero di Cristo. È con tale diakonia che la testimonianza delle Chiese, come segno profetico della pace di Dio, guadagna credibilità. Le Chiese come strumenti della costruzione della pace 58. Le Chiese sono anche chiamate a essere strumenti per il progetto di Dio nel mondo. Ciò richiede azioni realmente concrete nel servizio della costruzione della pace. Nella Chiesa occidentale del Medioevo, la teoria della guerra giusta fu sviluppata come modo per frenare l’attività predatoria di una classe di guerrieri. Proclamare la «pace di Dio» (tregua Dei), vale a dire giorni nei quali era proibito combattere, era un altro modo di contenere la violenza. La concezione dell’edificio della chiesa come «santuario», dove non si può perpetrare violenza, è un altro ancora. 59. Un modo comune di discutere la costruzione della pace oggi è d’identificare compiti specifici in situazione di pre-conflitto, di conflitto e di dopo-conflitto. Questi compiti possono essere visti sotto la luce della chiamata a costruire la pace. Il significato di conflitto qui si concentra su quello armato e violento. Ci sono conflitti sociali – come quelli che avvengono tra individui e dentro o fra comunità – che rappresentano nodi di tensione che possono crearsi attorno a valori tenuti in grande riguardo. Questo tipo di conflitto non è qualcosa da evitare o reprimere, è piuttosto un invito a crescere in termini dell’umanità di ciascuno e di rapporti umani. Questo tipo di conflitto ci deve impegnare. Ciò che segue invece si concentra sui conflitti armati e violenti. 60. Nella situazione di pre-conflitto, i compiti della costruzione della pace mirano particolarmente a prevenire il conflitto violento e a rendere possibile l’educazione alla pace. Le Chiese occupano ruoli importanti in entrambi questi compiti. Il conflitto violento può essere impedito se, in modo tempestivo e opportuno, si guarda con attenzione alle strutture e alle pratiche oppressive e ingiuste che creano il risentimento che porta al confronto violento. I leader religiosi devono anche portare l’attenzione e tentare di disinnescare l’etnocentrismo, la xenofobia e la demonizzazione dei forestieri, in quanto mezzi che alimentano l’odio contro coloro che sono diversi. In questo processo il controllo delle dicerie e il raffreddamento della retorica infiammatoria dei mass media e tra la gente, è di cruciale importanza. Sfatare lo stravolgimento ideologico degli insegnamenti cristiani (ad esempio i kamikaze che si dicono «martiri» e le rivendicazioni erronee di aver interpretato «la volontà di Dio») e l’uso della fede cristiana per legittimare l’aggressione contro persone di fedi diverse deve essere una priorità assoluta. 61. L’educazione alla pace è molto più che il semplice apprendimento di strategie nel lavoro per la pace. È una formazione profondamente spirituale del carattere, che si sviluppa in un lungo periodo di tempo. La pace viene promossa da un insieme di cose: la crescita nella comprensione biblica della pace, la conoscenza delle tentazioni che portano le persone lontano dalla pace e verso la violenza, l’analisi dei racconti attraverso i quali descriviamo a noi stessi i nostri potenziali nemici, conoscere come impegnarci nelle pratiche di pace (soprattutto adatte a bambini e ad adolescenti), imparare a prenderci cura della terra come metodo per coltivare la pace, fare della preghiera per la pace parte integrale del nostro culto. Tutto questo promuove la pace. L’educazione alla pace non è la semplice acquisizione di elementi di cono- IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 307 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 308 E cumenismo scenza, è una questione di formazione del carattere, è lo sviluppo di riflessi nel comportamento che, di fronte alla provocazione, reagisce in modo nonviolento. 62. L’educazione alla pace deve essere parte dell’educazione religiosa nelle Chiese a tutti i livelli. Deve iniziare con i bambini, ma deve anche raggiungere gli adolescenti e gli adulti. La formazione per diventare operatori di pace inizia guardando quelli che già lavorano per la costruzione della pace. Per i bambini, i genitori devono essere i primi operatori di pace che incontrano, operatori che offrono segni di pace non solamente in quello che dicono, ma anche in quello che fanno. Man mano che i bambini crescono e divengono operatori di pace, le Chiese devono dar loro spazio, incoraggiamento e un appoggio attivo nella formazione. Tutti i membri della Chiesa devono chiedersi come le scelte che operano, le azioni e gli stili di vita li rendano o non li rendano servi della pace. Significa anche dare un appoggio particolare a quelli che hanno doni speciali nel proporre sentieri di pace – perché questi sono doni dello Spirito della pace dentro le Chiese e per il bene del mondo. Alcuni avranno capacità particolari nell’accompagnare le vittime della violenza, altri nella soluzione di contese, altri ancora nel pendersi cura della terra. 63. Quando c’è qualcuno coinvolto in un conflitto violento, la costruzione della pace ha due compiti: protezione e mediazione. La responsabilità di proteggere quelli messi in pericolo dal conflitto ha cominciato ultimamente ad attrarre più attenzione che nel passato. È qualcosa che le donne in situazioni di conflitto hanno sempre saputo, perché di solito sono loro che devono cercare di proteggere i bambini, gli anziani e i malati. Le Chiese devono capire come reti di comunità possono diventare rifugi sicuri che offrono protezione di fronte alla violenza. Qui non si parla solo di violenza armata o urbana, ma anche di violenza domestica. Le Chiese che sponsorizzano organizzazioni umanitarie devono essere pronte a operare pubblicamente nel lavoro di protezione palese di coloro che sono esposti al rischio e all’abuso. 64. La mediazione nei conflitti armati è un compito importante e delicato che può toccare alle Chiese. Può esistere a vari livelli. A livello di base, capi locali sia laici sia religiosi, sono chiamati a interpretare le opinioni e le percezioni delle loro comunità per coloro che sono impegnati nel processo di mediazione. I responsabili regionali e nazionali delle Chiese possono essere chiamati a operare in ruoli di mediazione, soprattutto dove i cristiani sono la maggioranza oppure dove esistono consigli interreligiosi. In questi casi il rispetto per l’integrità spirituale e morale delle Chiese, espressa dai loro responsabili, può giocare un ruolo significativo nel trovare una soluzione al conflitto. Questa posizione è spesso molto delicata perché non è facile mantenere un equilibrio tra il guadagnare e mantenere la fiducia dei diversi partiti da una parte, e il mantenere dall’altra una riconosciuta neutralità che rende possibile la mediazione. Soprattutto nei conflitti 308 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 civili, quando tutte le altre istituzioni sociali sono state screditate o distrutte, le Chiese possono essere chiamate come ultime istituzioni con sufficiente credibilità per poter parlare per conto della gente. 65. La situazione del dopo-conflitto fornisce numerosi compiti alle Chiese come costruttrici di pace: dire la verità, cercare le varie forme di giustizia, aiutare nel pervenire al perdono e costruire una riconciliazione che duri a lungo sono tutti aspetti da considerare. 66. Rendere accessibile la verità su quello che è successo durante un conflitto e sulle sue cause, è spesso un passo importante nella costruzione della pace dopo il conflitto aperto. Le Chiese sono state spesso interpellate negli anni recenti per occupare un ruolo di guida nel processo di far emergere la verità. Il racconto della verità è importante nella riabilitazione di quelli che furono identificati come nemici da uno stato potente, ma anche perché permette alle vittime (o alle loro famiglie superstiti) di raccontare le loro storie e testimoniare il dolore e le perdite che hanno subito. Il racconto della verità può fare molto per aiutare a fondare un nuovo regime di responsabilità e di trasparenza, laddove ideologie oppressive, arbitrarietà e segretezza hanno regnato. Il racconto della verità è un processo delicato con molte facce che, in società profondamente ferite, può anche risultare impossibile o sconsigliabile. Però senza la verità, (non solo nel senso della veracità, ma anche nel senso biblico di credibilità e affidabilità), non potrà costruirsi una nuova società su fondamenta solide. 67. Perché le Chiese possano accompagnare i processi del racconto della verità, devono prima essere in grado di raccontare la verità su sé stesse. Dietrich Bonhoeffer aveva stabilito una disciplina di confessione dei peccati quotidiani per gli studenti del seminario della Chiesa confessante a Finkenwalde perché, egli disse, come possiamo sperare di riconoscere le bugie che ci circondano, se non sappiamo raccontare la verità su noi stessi? Le Chiese, quindi, devono praticare una disciplina spirituale dentro e su sé stesse, se vogliono aiutare gli altri a farlo. 68. Tra le varie forme di giustizia con le quali le Chiese si possono impegnare nella costruzione della pace, la giustizia riparatrice e la difesa della giustizia strutturale spiccano particolarmente. La giustizia riparatrice si concentra sulla riabilitazione delle vittime (la giustizia punitiva o retributiva si concentra sui malfattori; questa dovrebbe essere prerogativa di uno stato legittimo). Una particolare attenzione per le vittime è l’espressione naturale dell’opera di Dio, che si concentra su chi è stato emarginato. Come il nome ci suggerisce, la giustizia riparatrice cerca di ridare ciò che è stato strappato alla vittima in termini di beni materiali, ma anche di dignità umana. 69. La giustizia strutturale, il cambiamento di quelle strutture nella società che hanno contribuito all’ingiustizia e al conflitto che è sorto, è spesso necessaria per assicurare che il conflitto non si ripeta. Le Chiese sono interpellate come voce morale ad appoggiare questi cambiamenti strutturali e a integrarli nel sistema legale del 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 309 luogo. Scrivere nuove costituzioni, sviluppare le politiche dei partiti e dei governi e occuparsi dell’esecuzione di cambiamenti strutturali fa parte del lavoro che porterà a una pace durevole. 70. Promuovere il perdono, a livello personale e a livello sociale, è un compito preminente per le Chiese. L’insegnamento del perdono, fondamentale nella predicazione e nel ministero di Gesù, ne fornisce la base. Il perdono, come la pace, è un dono di Dio. Senza il perdono, non c’è modo di liberarsi dal passato. Il perdono cristiano non è a buon mercato, ma comporta un cambiamento del cuore e della mente, che permette un futuro diverso. Il perdono non cancella il passato ma ricorda il passato in un modo diverso. Inoltre, il perdono può aiutare a creare lo spazio sociale nel quale i malfattori possono incontrare il perdono. Promuovere il perdono, accompagnare le persone sulla lunga strada verso il perdono e fornire una struttura rituale pubblica dove il perdono, soprattutto sociale, può essere concesso, sono tutti campi nei quali le Chiese sono particolarmente adatte a operare. Nella misura in cui le Chiese riescono a essere all’altezza della prassi di Gesù, possono divenire strumenti efficaci del perdono di Dio. 71. Lungo la strada del perdono, la guarigione della memoria ha un significato particolare. La guarigione della memoria mira a sviluppare delle capacità di ricordare il passato in modo diverso, per facilitare il perdono. L’accompagnamento che le Chiese possono offrire alle vittime nel trovare una via attraverso la sofferenza, guardando alle sofferenze di Cristo, è una delle vie più importanti per servire la missio Dei, nella riconciliazione di tutto il creato. 72. La riconciliazione è sia un processo sia una meta. Il processo comporterà probabilmente tentativi di raccontare la verità, la ricerca della giustizia, la guarigione della memoria e la concessione del perdono. Il perdono individuale mette a fuoco la restituzione dell’umanità alla vittima a immagine e somiglianza di Dio. La riconciliazione sociale potrebbe mettere a fuoco la guarigione della memoria sociale o la costruzione di un futuro comune; ci può coinvolgere rendendoci certi che gli atti del passato non possano ripetersi o che si costruisca un futuro diverso. Quando la riconciliazione è raggiunta, l’esperienza di essa come dono della libera grazia di Dio, può rappresentare il modo più commovente ed efficace di parlare del progetto di Dio sul mondo e di come il mondo può essere riportato a Dio, il suo creatore. 73. Come strumenti della pace di Dio, le Chiese sono veramente «vasi di creta». Quando arriva la pace, è chiaro che «questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7). Di solito, però, è anche ovvio che nella maggior parte dei conflitti, le Chiese non sono all’altezza della loro grande e impegnativa vocazione. Soprattutto nei conflitti interni, piuttosto che in quelli internazionali, le Chiese si possono trovare complici in modi diversi. A volte i capi delle Chiese tacciono contro l’ingiustizia o addirittura benedicono la violenza che si verifi- ca. Membri delle Chiese probabilmente si possono trovare su entrambi gli schieramenti. Con regimi oppressivi durevoli, ci sarà chi nella Chiesa – sia come capi sia come membri – agisce come complice nascosto, aiutando a mantenere l’oppressione, spiando gli altri o denunciando costantemente le loro attività. Alcuni agiscono per paura; altri sono obbligati o ricattati. A meno che le Chiese si siano pienamente schierate dalla parte dall’aggressione, possono ancora trovare un ruolo nel processo della costruzione della pace, nel periodo dopo il conflitto. Come minimo possono diventare modelli del pentimento che servirà nella società più estesa. Spesso, soprattutto in caso di un conflitto prolungato, dove tutti sono stati in qualche modo sia vittime sia aggressori, le Chiese rispecchiano l’ambivalenza che il male e la violenza creano. Possono essere in grado di accettare la punizione, ma possono anche incoraggiare la tolleranza in una situazione dove nessuno ha le mani perfettamente pulite. Le pratiche spirituali della pace 74. Pace non significa semplicemente dirsi d’accordo sui concetti riguardanti il disegno di Dio per il mondo. Per essere operatori della pace di Dio, bisogna porsi nella mente ciò che era in quella di Gesù Cristo (cf. Fil 2,5): svuotare l’io, abbracciare la vulnerabilità, camminare con gli afflitti, ossia azioni che hanno accompagnato l’entrata nel mondo della seconda persona della Trinità. Ciò richiede di essere guidati dallo Spirito Santo per guarire e santificare il mondo. L’incarnazione e l’invio dello Spirito Santo sono un’estensione dell’abbraccio della pericoresis della Trinità, che accoglie dentro di sé quelli che sono stati feriti dal peccato, dall’oppressione e dall’ingiustizia. Per poter assumere quel pensiero di Cristo la costruzione della pace richiede di entrare sempre e profondamente in comunione con il Dio trinitario, lungo i cammini che Cristo ha preparato per noi. È quella presenza in Dio che ci permette di discernere l’opera di Dio nel nostro mondo e di vedere quei barlumi di grazia che possono brillare nell’amore di Dio, che guarisce e riconcilia. 75. Assumere il pensiero di Cristo o formarsi in Cristo richiede pratiche e discipline spirituali che incorporano la pace dentro noi: – recitare preghiere d’intercessione, come parte della nostra consapevolezza di formarci in Cristo; – cercare e concedere perdono, per far crescere la verità dentro di noi e creare lo spazio per altri che devono cercare il pentimento; – lavare i piedi degli altri, per imparare le vie per servire; – impegnarsi in periodi di digiuno, per ripensare le nostre abitudini di consumo e i nostri rapporti con gli altri e con la Terra; – compiere coerenti e continuativi atti di cura verso gli altri, soprattutto verso coloro che hanno maggior bisogno di guarigione, di liberazione e di riconciliazione; – compiere coerenti e continuativi atti di cura verso la Terra; IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 309 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 310 E cumenismo Verso la consultazione K ingston in Giamaica, perché?». Inizia così la premessa all’edizione italiana del documento che qui presentiamo curata dal Centro interconfessionale per la pace (CIPAX) di Roma. «Perché in quell’isola caraibica dal 17 al 25 maggio 2011 si terrà la Convocazione ecumenica internazionale per la pace (…), sul tema Gloria a Dio e pace sulla terra». L’idea della convocazione ha alle spalle una lunga storia, i cui primi tratti sono rintracciabili già nella V Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) di Nairobi nel 1975 (cf. Regno-doc. 3,1976,55; 7,1976,146); in quella di Vancouver, del 1983 (cf. Regno-doc. 17,1983,544); fino a quella di Seoul, dedicata a giustizia, pace e salvaguardia del creato, del 1990 (cf. Regnodoc. 11,1990,350). «All’VIII Assemblea generale del CEC (Harare, Zimbabwe, 1998; cf. Regno-doc. 5,1999,166) si decise che gli anni 2001-2010 sarebbero stati dedicati a un «decennio per sconfiggere la violenza»; e la IX Assemblea generale (Porto Alegre, Brasile, 2007) volle che il decennio si concludesse nel 2011 con l’International Ecumenical Peace Convocation (IEPC)». Dal 2009 è quindi «iniziata la stesura del documento-base, che è stato infine approntato a Ginevra nella primavera del 2009». «A coordinare il lavoro di preparazione dell’incontro giamaicano – prosegue il CIPAX – è stato scelto dapprima il teologo tedesco Geiko Müller-Fahrenholz. Questi ha subito precisato che momento decisivo dell’IEPC sarebbe stata l’adozione di una dichiarazione per la cui redazione si sarebbe cercato di coinvolgere il maggior numero possibile di gruppi legati alle varie Chiese, e impegnati nei problemi della pace e della riconciliazione. I quattro anni di preparazione dell’evento, affermava ancora il coordinatore, sarebbero stati caratterizzati dall’invio di lettere viventi, cioè di delegazioni che avrebbero visitato fraternamente Chiese, o paesi particolarmente tribolati dalla guerra e dalla vio- – partecipare ad attività di culto collettivo, per essere nutriti dalla parola di Dio e dall’eucaristia. 76. La pace non è solamente una visione della vita. È anche un modo di vivere. In un mondo afflitto dalla violenza e minacciato da numerose forze destabilizzanti, significa coltivare una disposizione spirituale, una spiritualità. Spiritualità non significa la scelta accurata degli elementi che più ci piacciono, per creare un modo di vivere unico e individuale. Spiritualità qui significa approfondire l’atteggiamento mentale e impegnarsi in quelle pratiche spirituali, soprattutto collettive, che ci portano sempre più profondamente nel mistero di Cristo. 77. Un compito importante per questa spiritualità è sostenere la speranza. Costruire la pace è spesso un lavoro difficile, segnato da delusioni, fallimenti e sconfitte. Come possiamo trovare le riserve di forza per rimanere fiduciosi e per continuare a temprarci, quando siamo circondati dalle avversità? La speranza non è la stessa cosa dell’ottimismo. L’ottimismo è la nostra valutazione di come possiamo cambiare il presente e condizionare il futuro con le nostre risorse e qualità. La speranza, invece, è qualcosa che viene 310 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 lenza (nel giugno 2009 è stato il turno dei Territori palestinesi occupati), e dove più difficile appariva il cammino della riconciliazione verso la pace. Dal 1o settembre 2008 il posto di coordinatore del gruppo di lavoro IEPC è stato preso dal dottor Nan Braunschweiger». «Non vi è bisogno di ribadire – secondo il CIPAX – quanto sia necessario, oggi, nel mondo, che tutti i cristiani, memori dell’Evangelo, cerchino di rendere gloria a Dio proprio impegnandosi per la pace, il grande dono che rende possibile a ogni donna e a ogni uomo – gloria del Dio è l’uomo vivente – di vivere una vita degna, liberata dalle angosce, dalle oppressioni e dalla violenza. (…) L’IEPC di Kingston non ha certo la pretesa di poter, da solo, assicurare al mondo la pace: la Convocazione è, anch’essa, solo una tappa di un cammino lungo, ampio, difficile lungo il quale sorelle e fratelli appartenenti a Chiese, religioni, popoli diversi, si danno la mano per servire il bene dell’umanità e ravvivare la speranza per un futuro del quale ora dobbiamo mettere le basi». Il documento quindi si offre come occasione di riflessione aperta al contributo di Chiese e cristiani che desiderassero integrarlo, così com’è indicato nella parte finale. Nella medesima direzione d’allargamento della partecipazione va poi l’iniziativa del CIPAX d’organizzare in collaborazione con la Federazione delle Chiese evangeliche italiane, Pax Christi, il SAE e altri organismi una giornata di riflessione in Italia il prossimo 2 giugno a Milano, presso la Corsia dei Servi di corso Matteotti, 14. Intitolata «Chiese strumento di pace?», a essa parteciperanno come relatori M. De Giuseppe, B. Salvarani, P. Ricca, S. Noceti, E. Yfantidis. Al termine è in programma la trasmissione di un’intervista al card. Martini. M.E. G. da Dio, autore della pace e portatore della riconciliazione. La speranza è qualcosa che scopriamo e che ci invita ad avanzare nel mistero della pace. Si manifesta a volte in luoghi inattesi e in modi sorprendenti. Noi la percepiamo grazie alla nostra comunione con Dio: barlumi di grazia in mezzo alle avversità, atti di gentilezza di fronte all’egoismo spietato, momenti di tenerezza di fronte alla durezza di aggressioni implacabili. 78. La spiritualità è qualcosa che gli operatori di pace condividono, una rete di attività e di atteggiamenti che legano insieme una comunità. Nel suo modo finito, la spiritualità riflette i rapporti della vita trinitaria – nutre, trasforma e santifica un mondo spezzato. Domande: In quali modi la vostra Chiesa propone l’educazione della pace a tutti i suoi membri, soprattutto a bambini e a giovani? Avete da condividere progetti ed esperienze di successo, che potrebbero essere di aiuto ad altre Chiese? In quali modi siete attivi nei ministeri di costruzione della pace? Potete fornire degli esempi? 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 311 In quali modi rispondete alla vocazione delle Chiese di prendersi cura del creato? Questa vocazione influenza la formazione teologica dei vostri ministri e la gestione delle vostre proprietà? In cammino verso una pace giusta. L’ambito dell’impegno delle Chiese 79. Dio non è mai glorificato dalla nostra violenza. E neppure la nostra umanità è esaltata da essa. 80. «Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,14-17). 81. Gesù con la forza dello Spirito ha creato una nuova comunità tra nemici. Così si è stabilita la riconciliazione tra una donna samaritana e un’ebrea, tra un soldato romano e un contadino palestinese, tra un lebbroso e un puro, tra uno straniero e un residente, tra un giudeo e un greco, tra un esattore delle tasse e un proprietario sfruttato, tra un maschio e una femmina, tra un prigioniero e uno libero. Per la forza dello Spirito quelle nuove comunità spezzarono il pane insieme, si scambiarono il bacio della pace e si fecero dono dei loro beni e delle loro vite e resistettero alle forze di divisione dell’impero. Per primi chiamati popolo della via, essi intrapresero un cammino che trasformò le loro relazioni reciproche, si purificarono dalla violenza interna ed esterna, la violenza dei loro cuori e delle loro anime, la violenza delle loro mani e dei loro piedi. Essi impararono a trattare delicatamente la Terra ed eticamente i nemici. 82. Più precisamente impararono un’etica per porre fine alle inimicizie. Gesù e la sua comunità erano realisti. Sapevano che noi siamo spesso nemici verso gli altri e verso noi stessi, prigionieri di muri di divisione d’inimicizia che abbiamo creato e dei maligni «principati e poteri» che perpetuiamo. Sapevano che nessun animo è immune da danni e nessuna vita è libera da violenze. 83. Sapevano pure che in Dio c’è molta più grazia di quanto male in noi. Noi possiamo, per grazia di Dio, vivere insieme come persone che pur essendo ferite guariscono gli altri. 84. Sapevano che questa vita insieme si realizza in una comunità nella quale i nemici condividono dolori e gioie per diventare un’unica umanità, che condivide un unico mondo (oikos). Lontani e vicini diventano un unico corpo attraverso la croce. 85. Questa riconciliazione dei nemici che demolisce i muri di separazione e purifica dalla violenza interna ed esterna è l’ambito della pace giusta. La pace giusta ha bisogno di giusti costruttori di pace. La pace giusta richiede pure che si costruiscano giuste istituzioni e giusti stili di vita. 86. Le discipline dell’educazione dello spirito formano e sostengono i costruttori di una pace giusta. (di questo è stato discusso precedentemente sull’educazione alla pace). L’educazione dello spirito accompagna la lenta formazione e trasformazione del carattere e della coscienza in mille modi, spesso neppure avvertiti, nell’ordinaria crescita delle persone. L’educazione dello spirito è un’antica pratica di formazione di un autentico sé; è allo stesso tempo una preghiera, un’offerta di ospitalità, un seminare e un annaffiare con animo di fanciulli. L’educazione dello spirito è la fusione di convinzioni, di moralità e di grandezza d’animo, adatta ai costruttori di pace in quanto benedetti figli di Dio. 87. Se noi non facciamo dei costruttori di pace, la pace da sola non si farà. L’impegno spirituale è essenziale alla costruzione della pace come arte di governo. Le tradizioni cristiane della pace 88. Prima di passare dall’educazione spirituale alla costruzione di giuste istituzioni e stili di vita, dobbiamo ripercorrere i recenti sviluppi del pensiero e della prassi cristiana della pace. Solo così possiamo apprezzare l’accresciuta importanza dei compiti che ci stanno davanti. 89. Differenti tradizioni, un cammino comune. Dalle diverse tradizioni del pacifismo cristiano, la costruzione di una pace giusta ha sviluppato un comune cammino adeguato al nostro tempo. Le antiche tradizioni del pacifismo cristiano e la teoria della guerra giusta non sono più adeguate al pensare oggi la pace. 90. Per capire perché, dobbiamo conoscere che cosa queste tradizioni hanno condiviso e dove le loro strade si sono divise. Se da un lato alcuni hanno erroneamente inteso che il «pacifismo» – il primo gruppo di tradizioni – significasse «resistenza passiva», dall’altro il concetto di «guerra giusta» – il secondo gruppo di tradizioni – è fuorviante. La guerra giusta non ha niente a che vedere con la giustificazione della guerra; essa piuttosto si occupa delle limitazioni di questo evento e delle modalità con cui viene condotto. È più appropriato usare le espressioni «uso giustificato» o «uso giusto», poiché il tentativo è quello di determinare se si possono mai usare, in modo moralmente eccezionale, mezzi di morte e quando ciò può avvenire, come ad esempio nell’autodifesa per proteggere popolazioni innocenti, in azioni di polizia, in circostanze nelle quali la ribellione o la rivoluzione possono essere giustificate o in circostanze tragiche d’inizio o di fine vita (eutanasia, suicidio assistito, aborto medico). «Uso giustificato» è anche quello eccezionale e assolutamente occasionale di strumenti di morte come «estrema risorsa». Dopotutto, sia la tradizione pacifista sia quella dell’uso giusto, compresa la guerra giusta, condividono la stessa legge cristiana per l’uso della forza e per la nonviolenza. Tutte e due condividono lo stesso compito della riduzione della violenza e tutte e due si dedicano allo stesso fine, cioè di sconfiggere la violenza. 91. Un altro fatto importante da notare è che tutte IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 311 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 312 E cumenismo due sono d’accordo sui principi fondamentali della fede cristiana: la via seguita da Gesù rifiuta le armi, come modo d’intervento accettabile nella prospettiva del regno di Dio e mira a riunire i nemici nel vincolo dell’alleanza del perdono e della riconciliazione. Tutti i cristiani hanno una comune chiamata al ministero della riconciliazione. Essi tendono a realizzare un regno di pace nel quale il benessere di ogni creatura è legato alla sicurezza di tutti. 92. Le due famiglie delle tradizioni pacifiste cristiane riconoscono anche che l’uso della forza è talvolta necessario alla pace e alla giustizia, in un mondo di persone ostinate che non badano a scrupoli nell’organizzare le loro vite a scapito di quelle del prossimo. Entrambe pure concordano sul fatto che ci devono essere delle difese contro i poteri incontrollati. Ogni uso della forza dovrebbe essere contenuto ai più bassi livelli indispensabili, essere responsabile delle conseguenze e rispettare la dignità umana di coloro che la subiscono. Infine, ma non meno importante, tutte e due concordano sul fatto che il benessere degli altri, compresi i nemici, va valutato nello stesso quadro morale di quello proprio e perseguito con gli stessi metodi. Questo è il significato del comandamento di Gesù di amare il nostro prossimo come noi stessi. 93. Il punto nel quale le tradizioni cristiane della costruzione della pace si sono divise, nonostante il rifiuto condiviso della violenza in generale è quello dell’uso eccezionale di una forma di forza, quella della violenza omicida. I sostenitori del giusto uso affermano che ci sono usi di una violenza eccezionale e mortale moralmente consentiti in casi strettamente limitati. La teoria del giusto uso ha elaborato una serie di criteri per controllarla.3 Le Chiese pacifiste e altri pacifisti sostengono il rifiuto senza eccezioni della violenza omicida sulla base di argomenti sia di tipo prudenziale sia di tipo teologico. L’argomento prudenziale afferma che la violenza letale è una sconfitta per la società, sia a lungo sia a breve termine. Essa nutre relazioni di estraneità, genera ostilità, produce rancori, spinge alla vendetta, degrada l’umanità delle persone coinvolte e sfocia in ulteriore violenza, che tende a svilupparsi in una spirale senza fine. L’argomento teologico afferma che i cristiani sono chiamati a vivere in una comunità, il cui programma di vita esclude l’uccisione di ogni essere umano che Dio considera come incondizionatamente prezioso e per il quale Dio soffre nel suo amore paziente; nessuno si trova al di fuori di questa categoria, compresi quelli che sono in prigione nel braccio della morte in attesa di esecuzione per crimini orribili. Ogni uccisione è sempre qualcosa di troppo. La violenza, anche quando è usata per fermare la violenza altrui, non porta mai a una genuina giustizia e a una stabile sicurezza. 94. Alleati sul campo. Negli ultimi decenni i pacifisti e i sostenitori del giusto uso si sono trovati alleati sul campo in diverse occasioni. Tutte le armi di distruzione di massa violano sia il giusto uso sia ai criteri adottati dai pacifisti, cosicché questi costruttori di pace cristiani si sono schierati fianco a fianco per opporsi alle armi nucleari e hanno lavorato insieme per il disarmo nuclea- 312 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 re. Sono stati insieme nelle campagne contro l’apartheid in Sudafrica e in quelle contro i regimi dell’Europa orientale. Hanno portato avanti processi di ricerca della verità e di riconciliazione in vari paesi, come pure hanno percorso altre strade per aiutare a risanare la memoria delle violenze passate e a ricordarne le vittime in vari modi (ad esempio con monumenti, musei, corsi di studio, celebrazioni ecumeniche). Nei confronti della cosiddetta «guerra al terrorismo» hanno rifiutato di assumere lo spirito di crociata, che giustifica ogni mezzo per perseguire una giusta causa. Essi hanno anche cercato di spostare la riflessione dalla prospettiva militare a quella politica. 95. Su quest’ultimo punto, «guerra al terrorismo» e su altri casi di chiara violenza mortale, il dialogo tra cattolici e mennoniti, portato avanti dalle due correnti (giusto uso e pacifismo) sottolinea l’importante differenza tra esercito e forza di polizia, ivi compresa una forza di polizia internazionale, quando agisce attraverso istituzioni che poggiano sul diritto internazionale. La polizia fa parte di una comunità i cui membri sono convinti che essa lavori a suo nome. Anche se i poliziotti sanno come usare le armi, a differenza dei militari, essi non sono addestrati primariamente per la lotta armata e usano le armi come risorsa estrema. Molti ufficiali di polizia sono orgogliosi di non aver quasi mai estratto un’arma e sono consapevoli che il loro lavoro sotto certi aspetti assomiglia e si affianca a quello di altre professioni di pubblica utilità. La loro specificità è di salvare la vita non di distruggerla. Uccidere per loro non è riportare una vittoria. Se è necessario uccidere, non è per la «vittoria» ma per prevenire un ulteriore danno a degli innocenti. 96. Uno studio neutrale su come cessano di operare i gruppi terroristi dà ragione alla posizione dei partecipanti al dialogo tra cattolici e mennoniti. Sono stati studiati 648 gruppi terroristi attivi nel periodo 1968-2006. La forza militare non è stata la via migliore per mettere fine all’azione di questi gruppi. L’uso della forza militare è stato meno efficace dell’azione congiunta con fini di polizia internazionale tra inasprimento delle leggi e servizi d’informazione; neanche l’azione di polizia internazionale è stata comunque la più efficace. Il mezzo più efficace è stato lo scioglimento dei gruppi terroristi, quando i loro membri sono stati coinvolti nel processo politico.4 La diplomazia piuttosto che la guerra, l’uso della polizia piuttosto che dei soldati sono stati gli strumenti di gran lunga più efficaci rispetto alle soluzioni militari.5 97. È importante capire la ragione di tutto questo, dato che la motivazione avanzata correntemente per l’uso della forza militare è che essa serve come forza di difesa e di mantenimento della pace. C’è da interrogarsi sulla validità del «guerra-pensiero», anche quando esso è orientato al mantenimento della pace e su come si possa paragonare alla riflessione sulla pace rivolta a costruire la pace. 98. Quando la pace è concepita secondo un orientamento militare è un’attività legata essenzialmente a una cosa, alla violenza armata, alla sua minaccia e al suo uso. Di conseguenza, fin tanto che vige questo paradigma, tutti gli sforzi volti al mantenimento della pace si devono adeguare a questi criteri materiali, mentali e organizzati- 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 313 vi in ogni modo determinati dalla prospettiva stessa della missione. Ciò comporta che vengano utilizzate solo alcune capacità della popolazione e comunque in modo strettamente controllato: così le capacità del soldato, del politico, dello specialista di armi e del diplomatico. Quando il mantenimento della pace è parte del «guerra-pensiero», diventa del tutto irrilevante la maggior parte delle doti e delle azioni dei costruttori di pace. Perciò quando esso prevale sulla riflessione sulla pace, divengono del tutto irrilevanti gli apporti di tanti: genitori, bambini, insegnanti, studenti, contadini, persone impegnate negli affari, scienziati, artisti, religiosi, medici, infermieri, giovani, anziani, sani e malati. 99. Prospettive aperte. La riflessione più importante è che la pace giusta e la crescente collaborazione tra le tradizioni del pacifismo e del giusto uso si estende ad ambiti sempre più vasti. Essi pongono l’attenzione sulla violenza che si esercita su molti più fronti rispetto all’aperto conflitto armato tra gruppi. Si mette l’accento sulla violenza domestica, sugli violenze inflitte ai bambini, sulle violazioni dei diritti umani, sull’impegno di lotta contro il razzismo, sulla violenza di genere, sui conflitti tra bande. Essi propongono processi di verità e di riconciliazione nelle società in transizione, il risanamento delle memorie delle violenze passate e lo sviluppo di mezzi per superare i conflitti in casa, a scuola, in Chiesa, in comunità e sul luogo di lavoro. Questi sforzi integrano quanto sinora si è fatto esclusivamente sulla guerra e sul conflitto civile. 100. Quando aggiungiamo a questo la formazione dei costruttori di pace (l’educazione dello spirito), allora l’ambito della costruzione della pace giusta copre tutta la vita terrena. La costruzione della pace cristiana è molto più che un sistema di protezione per contenere il conflitto; consiste in pratiche che rappresentano un completo stile di vita per «il popolo della via». In sintesi è un discepolato. 101. C’è dell’altro. Tutta la vita terrena ha ora un significato più ampio di quello che generalmente gli viene attribuito. Ci rendiamo conto, ora più che mai, che l’intero creato è una rete vasta, senza soluzione di continuità, vulnerabile e minacciata. Il nostro piccolo oikos – il tutto, sia biosfera sia atmosfera – può essere alterato, lacerato, strappato, ferito, danneggiato da noi, ma anche riportato alla vita e restaurato attraverso le nostre risorse e con la nostra cooperazione. La portata della giustizia, quindi, non raggiunge e assicura soltanto il bene dell’essere umano, ma anche il bene del creato planetario nella sua integrità. Inoltre, mentre il resto della natura può fiorire senza il fiorire dell’umano, il fiorire dell’umano non può avvenire su un pianeta degradato. Questa verità si applica alla pace. La terra può conoscere la pace senza di noi, ma noi non possiamo trovare la pace, se la terra, il mare e l’aria vengono privati della vita. 102. Questo è ciò che sappiamo. La terra può essere industrializzata solo una volta nei modi e nel grado in cui è avvenuto. Il mondo ansimante di oggi non può replicare se stesso né essere esteso infinitamente. Uno dei motivi più evidenti è il costo materiale. Mantenere quello che già abbiamo sta portando delle comunità alla povertà o addirittura alla miseria. Le risorse naturali non sono più disponibili nell’abbondanza e nelle quantità di una volta. Anche considerando la creatività umana e i sostituti materiali, un fattore singolo, come la fine dell’era del petrolio, la mancanza di terreni fertili, il bisogno inappagabile d’acqua potabile o l’alterazione del clima comporterà problemi enormi e grande sofferenza. C’è poi la questione della popolazione. Siamo ora in un mondo di sette miliardi, poi di otto, di nove o di dieci miliardi di persone. Al di là degli altri effetti, questo fattore complicherà tutti gli altri problemi, dalla povertà, disoccupazione, sofferenza dei rifugiati al consumo sfrenato, l’impoverimento delle risorse e la distruzione dell’habitat. Non meno importante, l’energia psichica è molto consumata per lo più tra grandi gruppi di persone. Il lato positivo delle rivoluzioni agricole, industriali e informatiche è stato l’attrazione e il dinamismo che hanno offerto. Adesso di fronte ai loro aspetti negativi e distruttivi un affaticamento globale sta affliggendo milioni di persone. C’è bisogno di un’energia moral-spirituale e di una speranza rinnovabili. 103. Inoltre, tutto ciò sta succedendo in un’epoca nella quale le attese di miliardi di persone, che cercano una vita autosufficiente, non sono state ancora soddisfatte. Non si può dire ai due miliardi di persone che si trovano in fondo alla scala che le loro speranze non sono realizzabili. Non si possono distruggere le loro speranze per proteggere i privilegi delle società agiate e soddisfatte di sé. 104. La costruzione della pace giusta, quindi, affronta una sfida doppia che la maggior parte delle tradizioni cristiane della pace hanno trascurato: la sfida di garantire i beni comunitari a tutti gli esseri creati da Dio in un pianeta in buona salute, e allo stesso tempo quella d’affrontare l’indecenza della ricchezza superflua e lo scandalo della povertà inutile, quando si cerca di salvaguardare la dignità e il benessere di tutti i figli di Dio. 3 I criteri sono la presenza di un’autorità legittima o competente, la giusta causa, la retta intenzione, l’annuncio dell’intenzione, la ragionevole speranza di successo, la proporzionalità e la giusta condotta. 4 JOBY WARRICK, «Strategy against Al Qaeda faulted: report says effort is not a “war”», in The Washington Post 30.07.2008. 5 Cf. il commento di NICHOLAS D. KRISTOF, «Make diplomacy not war», in The New York Times, 10.08.2008. Lo studio è stato effettuato dalla Rand Corporation. Istituzioni giuste come parte di un ordine giusto 105. La portata allargata e la ri-concettualizzazione della pace per l’intera vita terrena ci riportano all’argomento delle istituzioni e dei modi di vivere giusti. Qui si discute del nostro momento storico, di alcuni argomenti di preoccupazione e del compito che ci attende. Ci auguriamo che altre questioni importanti ci vengano suggerite dai lettori delle Chiese che fanno parte del CEC e da altri. 106. Nessuno può essere integro in un mondo frammentato. Per questo motivo ci dedichiamo alla costruzio- IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 313 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 314 E cumenismo Tertulliano ne della pace e di istituzioni giuste in un ordine giusto. Istituzioni politiche, sistemi e modi di vivere ci formano. Influenzano come viviamo e vediamo il mondo e quello che riusciamo a fare. Ogni parte del nostro essere, dall’immaginazione ai sentimenti e alle azioni ordinarie e straordinarie, è influenzato dai mondi che noi abitiamo e che abitano dentro di noi. Se vogliamo essere integri, devono esserlo anch’essi. La costruzione della pace e delle istituzioni giuste in un ordine giusto è quindi altrettanto indispensabile dell’educazione dello spirito. 107. L’ordine economico ha sempre cambiato e dato forma al pianeta e ai suoi popoli. Lo ha fatto con grande forza ed effetto fin dalla rivoluzione industriale e dalla globalizzazione dei decenni recenti, influendo non solo sulla comunità di vita della biosfera, ma anche sull’atmosfera e sul clima. Di fronte a ciò, il processo AGAPE (Alternative Globalization Addressing Peoples and Earth – Globalizzazione alternativa che concerne i popoli e la Terra) del CEC, richiede una visione dell’oikoumene che possa stimolare il movimento ecumenico per aiutare a superare i livelli impensabili di disuguaglianza, che esistono all’interno della comunità umana e degli esseri umani e del resto della comunità della vita. AGAPE afferma giustamente che la pace economica ed ecologica, insieme con la giustizia devono essere affrontate insieme con la partecipazione a tutti i livelli. Solo allora si potrà realizzare una vera «economia di vita». 108. Il processo AGAPE fa parte di una consapevolezza mondiale del fatto che stiamo affrontando un momento storico ad alto rischio e siamo davanti a un periodo di transizione lungo e difficile che può essere descritto come segue. 109. I grandi ideali che guidarono l’immaginazione e le attività di tanti popoli dopo la Seconda guerra mondiale, furono i diritti umani, la crescita economica e l’avanzamento della libertà e della sicurezza nella democrazia. Mentre questi concetti a volte operavano in contrasto tra loro e peggioravano le condizioni per molti popoli, allo stesso tempo hanno rappresentato un tesoro che ha portato benefici a milioni, forse miliardi di persone. I diritti umani sono stati messi per iscritto nelle costituzioni di molte nazioni e hanno trovato sostenitori in ogni società. È emersa una classe media vitale, dove prima non c’era, non c’è stata una terza guerra mondiale né un olocausto nucleare, il muro di Berlino è caduto come tanti altri confini. Nel bene e nel male queste grandi idee hanno dato forma al mondo negli ultimi sessant’anni e ci hanno portato a questo momento, a un kairòs. Siamo arrivati a un momento decisivo perché queste forze, le cui radici risalgono alla rivoluzione industriale, hanno anche prodotto il riscaldamento globale e la crescita della popolazione mondiale in un pianeta ora surriscaldato e super-affollato. Queste idee-forza sono state stranamente cieche di fronte ai bisogni dei sistemi sociali dai quali tutta la loro attività tumultuosa dipende totalmente. 110. Adesso tutto è cambiato. Non c’è pace né sicurezza, non c’è crescita economica sostenibile, non c’è L’eleganza delle donne Introduzione, testo, traduzione e commento A cura di Sandra Isetta EDIZIONE RINNOVATA T ra le voci più incisive e mordaci dell’Africa romana, Tertulliano (155-220 d.C. ca.) invita la donna cristiana a evitare di adornarsi con eccessiva cura per non divenire strumento del demonio, che persevera nella sua opera di “rovina seduttiva”, trascinando nel peccato l’uomo e pregiudicandone la salvezza eterna. Rispetto alla 1a edizione (1986), il volume viene riproposto ampiamente riveduto in tutte le sue parti, sulla base dei più recenti studi. «Biblioteca patristica» pp. 224 - € 25,00 EDB Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it Innocenzo Gargano «Lectio divina» su il Vangelo di Luca/5 Il sale è buono... (cc. 11,14–14,35) L’ autore prosegue la sua lettura continua del Vangelo di Luca. Con stile chiaro e accattivante egli affronta i capitoli dall’11,14 al 14,35: sono i brani sull’importanza della preghiera di richiesta, sul dono della perseveranza, sul rischio della cupidigia, su alcune guarigioni in giorno di sabato e su varie parabole molto note. Uno strumento utile per la predicazione, la catechesi, la preghiera. «Conversazioni bibliche» pp. 160 - € 13,50 Dello stesso autore: Lectio divina sulla Lettera ai Romani/1 pp. 168 - € 13,50 EDB Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 314 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 299-315:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:38 Pagina 315 l’applicazione dei diritti umani e non è più possibile correggere gli errori compiuti, se non rivolgendo nuova attenzione ai quattro elementi basilari: terra (il terreno), aria, fuoco (l’energia) e acqua. Una pace giusta non può essere raggiunta senza sviluppare un’energia pulita, senza mitigare gli effetti di un cambiamento climatico rapido ed estremo, facendo del nostro meglio e adattandoci a ciò che non si può più cambiare. Una pace giusta non può essere raggiunta senza por fine al crimine dell’estinzione e della perdita dell’indispensabile biodiversità, senza creare strutture politiche, economiche e sociali che considerino la Terra come il miracolo dell’esistenza che ci dà vita e ci nutre. Questi elementi non sono stati considerati essenziali nelle tradizioni passate della pace e della giustizia, ora è necessario farlo. 111. In modo analogo, le potenti forze della scienza moderna e della tecnologia devono trovare il modo di liberarsi dalle forze distruttive. Mentre i benefici sono stati di grande importanza – nel combattere le malattie, prolungare la vita media, aumentare la produzione agricola – la scienza e la tecnologia sono state largamente al servizio dell’energia sporca (combustibili fossili), degli armamenti mortali e delle forze economiche e politiche che schiacciano le capacità di resistenza della Terra. La deviazione deriva dal fatto che la scienza e la tecnologia moderne si sono alleate a forze che vedono la natura come «un’insieme di oggetti piuttosto che come una comunione di soggetti» (Thomas Berry). 112. Riassumendo, questo nostro momento e contesto storico richiede una costruzione della pace come ricostruzione economica, sociale e politica. Allo stesso tempo richiede una cura e manutenzione del giardino che fu affidato all’essere umano nel libro della Genesi e dall’altro un cambiamento di direzione degli investimenti e dell’uso su larga scala della scienza e della tecnologia. Le più volte citate norme di giustizia, pace e salvaguardia del creato possono essere usate per guidare e valutare questo cambiamento. Un’analoga serie di norme si trova anche nella guida Earth Charter, Religion and Climate Change: – solidarietà con le altre persone e creature viventi; – sostenibilità nello sviluppo, nella tecnologia e nella produzione; – sobrietà come standard dell’equo consumo e della distribuzione delle risorse; – partecipazione sociale equa nelle decisioni su come ottenere il nutrimento e organizzare la comunità per il bene di tutti. 113. Tutto questo è chiaramente compito di intere generazioni. Richiede una spiritualità nella costruzione della pace che ugualmente duri per generazioni. È utile ricordare che la fede cristiana nacque in mezzo a un conflitto epocale, in un momento di cambiamenti radicali. L’annuncio della «Gloria a Dio e pace sulla Terra» arrivò come Evangelo di Natale proprio in quel tempo. La strada indicata da Gesù per «il popolo della via» considerava tutte le generazioni future, fino alla fine dei tempi. Questa spiritualità sapeva di dover affrontare le inevitabili sconfitte e la corruzione che affliggono la vita dei peccatori. Ma non ha mai dubitato del trionfo di una vita vissuta nella grazia di Dio. Conclusioni 114. Per riassumere potremmo dire che siamo nati per appartenere. La Terra è la nostra casa; noi siamo seme e microcosmo del macrocosmo nello stupefacente creato di Dio. «Pace sulla Terra» è un messaggio celeste per la Terra e per noi suoi abitanti. 115. Siamo nati anche per desiderare altro. La nostra casa non è ancora quella che potrebbe essere né quella che sarà. Anche se la vita nelle mani di Dio è senza limiti, la pace non regna ancora. I principati e i poteri, anche se non sovrani, godono ancora delle loro vittorie, e noi saremo inquieti e lacerati finché la pace non trionferà. La nostra costruzione della pace dovrà criticare, denunciare, sollecitare e resistere oltre a testimoniare, dar forza, consolare, riconciliare e guarire. I costruttori di pace parleranno contro e parleranno a favore, distruggeranno e ricostruiranno, piangeranno e festeggeranno, si addoloreranno e gioiranno. Fino al momento in cui il nostro desiderio si congiungerà con il nostro appartenere al compimento della storia in Dio, il nostro lavoro per la pace continuerà come un barlume di grazia sicura. 116. In breve, sia il nostro mondo interiore – la costruzione della pace come educazione dello spirito – sia il mondo esteriore – la costruzione della pace in e con istituzioni giuste – ha un urgente bisogno di costruttori di pace. La Terra ha bisogno di cristiani che si uniscano agli altri per costruire la pace nel creato e, allo stesso tempo, fare pace con il creato. 117. «Poiché il palazzo sarà abbandonato, la città rumorosa sarà deserta, l’Ofel e il torrione diventeranno caverne per sempre, gioia degli asini selvatici, pascolo di mandrie. Ma infine in noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri» (Is 32,14-18). Domande e richieste In quale modo questi approcci corrispondono alla «pace giusta», alle tradizioni e ai modi di pensare nella vostra Chiesa? Quali elementi vorreste aggiungere? Vi chiediamo cortesemente di condividere episodi e suggerimenti concreti con l’Office of the International Ecumenical Peace Convocation. Vi chiediamo di intendere la costruzione della pace sia come educazione dello spirito sia come sviluppo di istituzioni giuste e di un giusto ordine. Per favore, inviate lettere, richieste o suggerimenti a: Nan Braunschweiger, coordinatore dell’International Ecumenical Peace Convocation (IEPC) - World Council of Churches -150, route de Ferney - CH-1211 Geneva 2 e-mail: [email protected] – in copia a: [email protected]. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 315 316-320:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 16:32 Pagina 316 S tudi e commenti Quei cattolici che fecero laica l’Europa Discorso di Romano Prodi in apertura al Convegno sull’edizione dei dispacci Pacelli «Nei vent’anni tra le due guerre, in Europa … è mancata la concordia di intenti». Romano Prodi ha iniziato così il discorso tenuto a Münster il 24 marzo scorso in occasione della pubblicazione on-line dei dispacci inviati da Eugenio Pacelli, all’epoca nunzio a Monaco (1917-1924) e poi a Berlino (1925-1929), alla Santa Sede. «La caduta delle dogane, le regole economiche comuni, lo stesso euro, non permettono più ai nazionalismi di costituire l’elemento trainante della politica europea. Ed è anche per questo che assistiamo a una ripresa di tutte le forze populiste … Queste tendenze immettono nuovamente nel mercato politico e delle opinioni pubbliche un fattore che, nell’Europa fra le guerre … è stato pericolosamente decisivo, cioè l’elemento della paura». Lo strumento che Prodi suggerisce per correggere la rotta verso l’irrilevanza politica dell’Europa è il recupero di un disegno comune fondato sul dialogo e sulla mediazione. Ma, in questa direzione, ha incontrato difficoltà non marginali nella sua attività di governo «su alcuni temi riguardo ai quali una saggia mediazione è assolutamente necessaria per la convivenza civile e per la concreta applicazione dei principi stessi». Stampa (26.4.2010) da file in nostro possesso. IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Le due Europe L’oggetto su cui lavorano gli studiosi raccolti in questo congresso e in questo network nato fra Bologna, Münster e Roma, è l’Europa fra le due guerre mondiali, l’Europa di Pio XI e della sua diplomazia, l’Europa delle generazioni scolpite dalla ferocia del totalitarismi. Di quella Europa è importantissimo conoscere le vicende e le grandi direttrici politiche, perché è nel rovesciamento totale di quelle direttrici che è cresciuta l’altra Europa, quella che (dalla fine della Seconda guerra mondiale alla caduta del muro di Berlino) è andata fortunatamente nella direzione opposta. Nel periodo tra il 1918 e il 1938, cioè nei vent’anni tra le due guerre, l’Europa ha conosciuto la logica del riarmo come strumento per uscire dalla crisi economica e ha assistito a un tragico sviluppo dei nazionalismi. Una convergenza che ha visto protagonisti gli stati, ma spesso anche le culture e le ideologie che si sono proposte come identità armate in lotta. Questa gigantesca convergenza di intenti ha portato verso un conflitto che nessun politico e nessuna politica sono stati in grado di governare. Evidentemente non nei totalitarismi, ma neppure tra le democrazie si è capito dove si stava andando. Né in Francia, né in Gran Bretagna c’è stata una classe politica capace di leggere quel clima. Ed è mancata la concordia di intenti, che è la forza con cui la politica si oppone ai processi degenerativi. Quella Europa è rimasta prigioniera di una cornice che, dal primo dopoguerra a oltre la crisi del 1929, getta le basi di quelle politiche di spesa pubblica e di spesa militare che in Germania e in Italia divengono lo strumento per eccellenza di formazione di un consenso malato e violento. L’Europa che esce dalle macerie di quel mondo, quest’Europa che oggi vorremmo vedere soggetto attivo della scena internazionale, protagonista dello sviluppo interno, motore di un impegno di ricerca in cui i temi etici e politici non sono per nulla marginali o meno decisivi per il futuro del continente di quelli delle scienze, ebbene l’Europa che esce dalla Seconda guerra mondiale prende una direzione opposta. Quando Adenauer, De Gasperi e 316 316-320:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:39 Pagina 317 Schumann parlano tra di loro in tedesco e senza mediazioni, hanno, per l’Europa, un chiaro disegno, anche se ancora non formalizzato e concluso. Hanno il disegno di evitare la guerra a ogni costo, di costruire la pace: e hanno tutti e tre alla loro base un fortissimo fondamento religioso. È un caso? Forse. Ma tutti e tre trovano in esso un’armonia di principi fondamentali di pace e di coesistenza umana. Paradossalmente anche la divisione dell’Europa e la stessa minaccia sovietica rafforzano questa intenzione anziché farla vacillare: la memoria della guerra, della tragedia degli anni Trenta, delle dittature, vive forte nell’anima europea e spinge quella generazione che era stata testimone dell’impotenza a cercare nella concordia, nello sviluppo economico e nella pace la forza capace di legare il continente. È una classe dirigente che interpreta e guida una spinta profonda, che viene dal basso. Ed è talmente profonda che perfino la Guerra fredda e la stessa divisione della Germania fungono da cemento e non da fattore disgregante, come avrebbe pur potuto accadere. Quel disegno del secondo dopoguerra conosce qualche sosta, conosce esitazioni e insorgenze nazionalistiche, ma va avanti superando gli ostacoli fino alla creazione dell’euro, un «miracolo» storico senza precedenti, perché non s’era mai visto nella storia dell’umanità che lo stato rinunciasse a uno dei suoi pilastri fondanti che è la moneta. Bisogna tuttavia riconoscere che man mano che ci si è allontanati dalla guerra, e soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, questo grande spirito di concordia, di convergenza è venuto calando e ha lasciato sempre più spesso il posto a un’idea di Europa come somma delle convenienze, da negoziare attraverso compromessi, fino al compromesso dei compromessi che è il Trattato di Lisbona. Esso è certo meglio di niente (guai se non fosse stato ratificato), ma è il congelamento di un disegno in attesa di un futuro che si spera migliore. Ancora pochi anni fa, nella Commissione da me presieduta, l’euro e l’allargamento avevano un significato di continuazione di quel grande disegno storico che reagiva a tutte e a ciascuna delle grandi pulsioni politiche, culturali e spirituali che avevano distrutto l’Europa fra il 1918 e il 1938. Oggi la distanza da quell’orizzonte di esperienze e di conoscenze si è allargata e rende più difficile scrivere un nuovo progetto d’Europa. Paradossalmente il fatto che l’Europa sia percepita da tutti, dai popoli e dagli interessi, come un dato acquisito, quasi burocratico e per questo senza ritorno, non aiuta. Noi sappiamo che i grandi interessi economici, che da sempre sono alla base delle pulsioni dittatoriali, sono oggi meno pericolosi, perché regolati e depotenziati in un più ampio spazio europeo (e non a caso i padri fondatori partirono da lì: dal carbone e dall’acciaio). La caduta delle dogane, le regole economiche comuni, lo stesso euro, non permettono più ai nazionalismi di costituire l’elemento trainante della politica europea. Ed è anche per questo che assistiamo a una ripresa di tutte le forze populiste su scala nazionale e al radicarsi di «etnicismi» locali che propugnano un razzismo di quartiere che del populismo diventa la base. Quello che oggi danneggia l’Europa è il trionfo del corto periodo politico, legato al combinarsi di cortissimo periodo elettorale. Infatti non sono pochi i leader politici che capiscono qual è l’interesse generale, ma che davanti a scadenze elettorali europee, nazionali, regionali, comunali preferiscono la via del populismo e del localismo. In alcuni paesi questa tendenza si sviluppa in modo tradizionale, come nel partito conservatore in Gran Bretagna, in altri paesi assume forme nuove come il lepenismo, la Lega ecc.: tutto questo crea un ostacolo insormontabile alla costruzione di una politica europea. Queste tendenze immettono nuovamente nel mercato politico e delle opinioni pubbliche un fattore che, nell’Europa fra le guerre, quella delle dittature e della catastrofe, è stato pericolosamente decisivo, cioè l’elemento della paura. Oggi il catalizzatore della paura è costituito dalla globalizzazione e dall’enorme rivolgimento globale delle migrazioni, più ancora che dal terrorismo. Il terrorismo può essere imbragato, fa appello a soluzioni razionali di security. L’immigrazione, invece, entra nella sfera dell’irrazionale, della paura per il quotidiano e per il futuro. È un terreno delicatissimo perché noi sappiamo che, dopo la Prima guerra mondiale, sulla paura dei reduci e sulla paura della crisi economica hanno attecchito l’antisemitismo e la logica che ha portato alla Shoah. Sulle analogie tra l’antisemitismo e l’attuale paura dell’immigrato, come anche sui problemi posti allora e oggi alla coscienza della Chiesa, io non so rispondere e lascio a voi lo studio dell’argomento. Mi preme solo segnalare che ogni volta che l’Europa si trova a un grande bivio, la Chiesa si trova davanti a una grande straordinaria responsabilità. La formazione cattolica Abbiamo fatto un breve cenno ad Adenauer, Schumann, De Gasperi – generazione che si forma negli anni di Pio XI e in un clima nel quale nemmeno la Chiesa capisce che sempre e subito lo scambio offerto dai totalitarismi – anticomunismo in cambio di dittature – è un tragico inganno. E abbiamo fatto un cenno al fatto che una fede e una sensibilità religiosa li accomuna, anche se, quando danno concretezza alla loro idea d’Europa, essi non aspettano (e nemmeno ricevono) avalli ecclesiastici di sorta. È un punto che mi preme perché – lo posso dire come ex studente dell’Università cattolica – ho fatto in tempo a essere partecipe di una scuola di formazione delle coscienze che preparava a rispondere con grande senso di responsabilità e rischio personale alle situazioni e alle scelte. A rispondere sulla base della formazione di una coscienza adulta, che era uno dei punti chiave della nostra formazione cattolica. Al tempo stesso, però, una coscienza senza uno strumento politico rimane sul piano privato: se non avessimo avuto l’idea di Europa, prima o poi il comparire di altri interessi ci avrebbe riportato indietro. E anche lo stesso obiettivo di evitare le tragedie della guerra prima o poi IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 317 316-320:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:39 Pagina 318 S tudi e commenti diventa impossibile se non si costruiscono gli idonei strumenti politici. La forza della generazione uscita dalla guerra è stata quella di associare una struttura spirituale solida a una idea politica che ha permesso – è la prima volta dalla fine dell’Impero romano – di avere tre generazioni che non hanno conosciuto la guerra. Ricomporre tutte le nostre nazioni in un comune progetto europeo ha funzionato: non possiamo negarlo. La controprova storica l’abbiamo avuta nella Iugoslavia, dove la morte di un leader e il crollo di un sistema hanno portato alla guerra civile, cosa che non è successa in nessun paese membro dell’Unione Europea. Possiamo quindi criticare l’attuale impasse, ma la situazione è oggi infinitamente migliore di quella che potrebbe essere. Ciò tuttavia non diminuisce il bisogno di leader che si sforzino di comporre l’interesse del loro paese con quello europeo. Ricordo Helmut Kohl che diceva: «Molti dei miei cittadini sono contro l’euro, però io voglio l’euro perché, caduto il muro di Berlino, dev’essere chiaro che non vogliamo un’Europa germanica ma una Germania europea». Questa è leadership. E io stesso, nel mio primo governo, lanciai il messaggio provocatorio di una tassa per l’Europa, in modo da rendere esplicito che se l’Italia non avesse avuto la capacità di entrare nell’euro, pagando il doveroso prezzo, sarebbe rimasta schiava di vizi e squilibri storici. Ciò che oggi appare drammatico è che ogni paese guarda all’Europa per massimizzare i propri guadagni: obiettivo legittimo solo se è compatibile con un progresso dell’Europa come tale. È su questo piano che l’esperienza religiosa può rivelarsi una risorsa di utilità generale; che la sensibilità peculiarmente universalista del cristianesimo, che relativizza i nazionalismi e gli identitarismi, può servire a tutti nel costruire regole di vita comuni in cui tutti possano vivere in modo libero e reciprocamente responsabile. visione comune, come quella di cui fu portatrice la generazione precedente, quella che parlava in tedesco di un futuro europeo, consapevole che ci sono momenti della storia che capitano una sola volta. Quella visione che ha generato il nostro oggi, avrebbe bisogno di nuove basi: uno sforzo per costruire una politica economica comune, una politica estera comune. Un passo per sancire la fine dell’unanimità nelle decisioni fondamentali per il nostro futuro e la possibilità di uscire dall’Unione per chi non ne accetta gli obiettivi, impedendo agli altri di portare avanti progetti comuni. Stare insieme è facile o difficile indipendentemente dal numero dei paesi membri. Essendo stato presidente dell’UE quando aveva 15 e poi 25 membri, posso dire che con 15 o 25 le difficoltà sono le stesse. Lo dico con la consapevolezza che alla base del mio discorso c’è un’ingenuità, una voluta ingenuità storica, che è quella di pensare che nell’Europa di oggi ci sia ancora un forte pensiero comune, un’autentica sensibilità comune. Invece dominano le paure. Perché i paesi non si lascino mangiare dalle paure bisogna che vengano messi di fronte a una scelta: o stare dentro all’Unione con la consapevolezza che essa è una realtà che deve evolvere e crescere, oppure uscire dall’Unione stessa. Non si può essere membri dell’Unione solo per esercitare la funzione di freno. Se il no del referendum irlandese non produce alcun effetto sugli irlandesi, è chiaro che il voto conseguente sarà un voto irresponsabile. Ma se il referendum chiede: «Volete andare avanti con tutta l’Europa oppure volete uscire da questo patto federativo?», io penso che alla fine, pur di non perdere i grandi vantaggi dell’Unione, si affrontino anche le scelte più difficili. Ritengo anche che, come nel primo dopoguerra le democrazie senza un disegno hanno ceduto alle dittature, oggi senza un disegno finiremo per soccombere alle paure. Cercare ciò che unisce Il valore della conoscenza del passato Tutto questo è una semplice introduzione al lavoro che voi farete studiando la formazione diplomatica di Pio XII e le fasi del governo di Pio XI. Dal mio punto di vista di politico europeo lo vedo come un utile richiamo alla sfida che ci sta davanti, e che ancora noi non abbiamo affrontato. Cioè l’insegnamento della storia europea agli europei. Una storia che viene ancora insegnata con l’occhio del passato nell’analisi e nel giudizio. La mancanza di una visione comune sul piano politico e culturale non espone oggi l’Europa al rischio di involuzioni fasciste ma a quello dell’irrilevanza: un’irrilevanza che sul piano simbolico è diventata evidente quando, durante le celebrazioni per la caduta del muro di Berlino, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama non era a Berlino ma in Cina. E questo avveniva non in conseguenza di uno scontro politico fra l’Europa e gli Stati Uniti, ma perché la babele delle posizioni europee privava il presidente americano di un interlocutore unico con cui dialogare e confrontarsi. L’Europa non ha infatti una 318 IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Io sono nato nel 1939. Nella mia adolescenza, la ricostruzione, la speranza, tutto si chiamava «Europa». Per un ragazzo cattolico c’era una sovrapposizione fra l’attesa di una pace europea stabile e la fiducia nella fratellanza dei popoli: un senso spontaneo di speranza che era al tempo stesso assorbente e mai messo in dubbio. Proprio grazie a quella forza e a quella condivisa fiducia, perfino il comunismo appariva alla mia generazione come un fatto esterno ed estraneo. Una parte di noi di fronte al comunismo aveva sposato un’opzione puramente ed esclusivamente anticomunista. Ma sul piano politico nemmeno l’anticomunismo è stato in grado di separare in modo definitivo l’Europa: si spiega così il fatto che la mattina dopo la caduta dei regimi comunisti, l’Europa si sia sentita ricomposta in una sua armonia quasi naturale. Certo molte ideologie, pur se riferite al passato, esercitano la loro influenza anche in tempi successivi. L’opzione semplicemente e radicalmente anticomunista era giustificata e quasi ovvia nel periodo della guerra fredda. 316-320:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:39 Pagina 319 a cura di Adriana Gentilini Andrea Arvalli - Patrizia Terrin È tuttavia un paradosso del tutto italiano constatare come l’anticomunismo più «puro» e più «ideologico» si sia affermato solo dopo la definitiva morte del comunismo. Ma forse non si tratta di un paradosso, in quanto anche l’anticomunismo «puro» e «ideologico» si basa sull’idea che la paura sia un elemento unificante. Tuttavia, come dice il nunzio in Italia, mons. Giuseppe Bertello (testimone oculare del genocidio ruandese prima di arrivare a Roma), chi semina paure perde presto la possibilità di governarle. Oltre che da fattori ideologici, chiaramente, il mercato della paura è oggi alimentato da altri fattori che ho citato in precedenza e che vengono veicolati da un sistema mediatico che è il solo a non essersi europeizzato. I media sono rimasti nazionali. Vi sono certo le grandi reti mondiali, che tuttavia sono reti americane. Il dibattito e l’informazione in Europa sono ancora rimasti fondamentalmente ristretti a livello nazionale, dominati da questioni nazionali. Raramente si alza lo sguardo sugli orizzonti unificanti che generano speranza. Chi ha provato a fare reti d’informazione europee è fallito, probabilmente anche per questioni linguistiche. Il Medioevo era unificato dalla possibilità di predicare in latino; il primo europeismo, dicevo all’inizio, era stato costituito conversando in tedesco sotto una finestra. Prima o poi si arriverà all’inglese come nuovo latino europeo, ma per ora questo non è ancor accaduto e l’informazione rimane zavorrata da una rappresentazione frammentata, che lascia ulteriore spazio all’incomprensione e alla paura. In questo contesto le Chiese hanno la grande occasione di portare una spinta etica unificante, di essere il lievito di un’aspirazione di pace in una società pluralistica nella quale la capacità di mediare – che è il cuore della politica – sia valorizzata nella visione di un orizzonte più vasto e di un futuro più lungo. La Chiesa cattolica in modo particolare ha su questo piano una vocazione peculiare che le deriva proprio dal fatto che alcuni dei suoi figli sono stati protagonisti di quella stagione di convergenza che ha regalato a questo continente una pace di inedita durata. In questo l’episcopato europeo ha dato prova di sé in diversi modi. Pensate al modo in cui Giovanni Paolo II ha sostenuto il processo di unificazione e di allargamento, riuscendo a leggere nel crollo dei regimi comunisti senza spargimento di sangue qualcosa che impegnava tutta la sua Chiesa. Pensate all’episcopato tedesco, che ha mantenuto aperto un dialogo con l’altra Germania e ha sostenuto le scelte del cancelliere Kohl sulla riunificazione con la lungimiranza di cui il card. Lehmann è stato l’emblema. E ricordo con gratitudine la continua e proficua collaborazione con la Conferenza episcopale tedesca durante tutti gli anni della mia presidenza alla Commissione europea con l’intento di rafforzare i contenuti etici e spirituali dell’Unione. Si potrebbe citare inoltre lo sforzo del card. Martini per la nascita di un organismo ecumenico di vescovi europei e il positivo ruolo in tale senso giocato dai cardinali Danneels o Lustiger. Naturalmente non tutti hanno ritenuto di condividere questo disegno fondato sul dialogo e sulla mediazione. In questa direzione ho infatti incontrato difficoltà non marginali nella mia attività di governo, durante la quale il IL REGNO - DOCUMENTI 9/2010 Memoria perdono ricostruzione Analisi teoriche e applicazioni psicoterapeutiche N umerosi sono i contesti della pratica terapeutica in cui viene evocato il perdono, recente “scoperta” della ricerca psicologica, in particolare in riferimento alla costruzione del sé dal punto di vista evolutivo e antropologico. Il testo raccoglie materiale del percorso formativo organizzato dall’associazione Insight, di cui gli autori fanno parte, e incentrato su memoria, perdono e ricostruzione. «Psicologia e formazione» pp. 152 - € 13,90 EDB Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it a cura di Paolo Martinelli Santità francescana oggi Significato figure formazione L e celebrazioni dell’VIII centenario dell’approvazione della protoregola di san Francesco (1209-2009) ribadiscono la capacità del carisma francescano di generare frutti di santità, mostrandosi ancora oggi come ideale formativo per le nuove generazioni. Nel libro i contributi offerti nell’annuale giornata di studio promossa dall’Istituto Francescano di Spiritualità della Pontificia Università Antonianum. «Teologia Spirituale» pp. 224 - € 18,00 Dello stesso curatore: Parola di Dio, vita spirituale e francescanesimo pp. 160 - € 13,20 319 EDB Edizioni Dehoniane Bologna Via Nosadella 6 - 40123 Bologna Tel. 051 4290011 - Fax 051 4290099 www.dehoniane.it 316-320:REGDOC 17-2008.qxd 4-05-2010 14:39 Pagina 320 S tudi e commenti presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Camillo Ruini, forzando il concetto di non negoziabilità dei principi ha, con grande abilità politica, impedito ogni possibilità di mediazione su alcuni temi riguardo ai quali una saggia mediazione è assolutamente necessaria per la convivenza civile e per la concreta applicazione dei principi stessi. Sono inoltre personalmente convinto che sia il dialogo a rendere più fecondo il messaggio del Vangelo. Le Chiese sanno più di altri che il nodo futuro della politica è quello della saggia mediazione culturale: una capacità di trovare equilibri dinamici che, senza compromettere e senza confondere principi, valori e convinzioni, guardi alla società pluralistica come a un dono. Così che in un’appartenenza alla propria famiglia religiosa cosciente e gioiosa, osservante e umile, ciascuno possa capire qual è il suo posto come membro di una società pluralistica, che cerca di accordarsi in modi e forme diverse a seconda delle necessità, rendendo con questo più facile il perseguimento del bene comune. Se questo slancio verrà da risorse interiori, bene: se no verrà da altre parti, perché l’Europa deve andare avanti e andrà avanti. Io non mi auguro che la spinta venga da qualche grave crisi, ma sento di poter dire che se non ci saranno spinte ad andare avanti una crisi potrebbe diventare il motore che fa ripartire un progetto politico capace di catalizzare energie economiche, intellettuali e spirituali. Un progetto fortemente puntato sul pluralismo che crei DIRETTORE RESPONSABILE p. Lorenzo Prezzi VICEDIRETTORE CAPOREDATTORE PER ATTUALITÀ Gianfranco Brunelli CAPOREDATTORE PER DOCUMENTI Guido Mocellin REDAZIONE p. Alfio Filippi (Direttore editoriale EDB) / Gianfranco Brunelli / Alessandra Deoriti / Maria Elisabetta Gandolfi / p. Marcello Matté / Guido Mocellin / p. Marcello Neri / p. Lorenzo Prezzi / Daniela Sala / Piero Stefani / Francesco Strazzari / Antonio Torresin EDITORE Centro Editoriale Dehoniano, spa PROGETTO GRAFICO Scoutdesign Srl STAMPA Industrie grafiche Labanti e Nanni Crespellano (BO) Registrazione del Tribunale di Bologna N. 2237 del 24.10.1957. IL REGNO - DOCUMENTI ABBONAMENTI tel. 051/4290077 - fax 051/4290099 e-mail: [email protected] QUOTE DI ABBONAMENTO PER L’ANNO 2010 Il Regno - attualità + documenti + Annale 2010 - Italia € 58,50; SEGRETARIA DI REDAZIONE Chiara Scesa 320 DIREZIONE E REDAZIONE Via Nosadella, 6 40123 Bologna tel. 051/3392611 - fax 051/331354 www.ilregno.it e-mail: [email protected] 9/2010 Europa € 96,40; Resto del mondo € 108,40. Il Regno - attualità + documenti Italia € 55,50; Europa € 93,40; Resto del mondo € 105,40. Solo Attualità o solo Documenti Italia € 38,50; Europa € 59,30; Resto del mondo € 64,00. Una copia e arretrati: € 3,70. CCP 264408 intestato a Centro Editoriale Dehoniano. Associato all’Unione Stampa Periodica Italiana Chiuso in tipografia il 4.5.2010. Il n. 7 è stato spedito il 13.4.2010; il n. 8 il 3.5.2010. In copertina: MICHELANGELO BUONARROTI, Creazione di Adamo (part.), affresco 1511, Città del Vaticano, cappella Sistina. emozione e speranza nella gente, da opporre a quei progetti che cercano di puntare su identità che dividono e sulla paura. Negli anni fra le due guerre il nazionalismo era alimentato dall’illusione di una centralità dell’Europa: si sottovalutava ampiamente la potenza economica e militare degli USA. Il grande progetto europeistico della seconda metà del secolo XX invece si basa sulla consapevolezza che proprio la complessità del mondo – oggi molto accresciuta dalla definitiva emersione della Cina, dallo spostamento del baricentro mondiale nell’area pacifica, dalla visibile impossibilità di tenere l’Africa per generazioni e generazioni in una condizione subumana – richiede un messaggio unificante. Oggi l’Europa non ha più la centralità di un tempo ma, soprattutto, ha sempre meno un messaggio unificante da proporre, se non quello banalmente populista. Un populismo che ne diminuisce l’autorità nella considerazione del mondo e la rende irrilevante perfino su quei quadranti (pensate al Medio Oriente) che le sono contigui. Ma questa situazione critica può aprire nuove opportunità, dimostrando che c’è bisogno di cambiare mentalità, di essere capaci di pagare un prezzo serio in termini di riconoscimento dell’altro. La Chiesa può insegnare questa nuova mentalità, con una pedagogia positiva, che sappia dosare i no e accompagnare una società in tumultuosa trasformazione. Oggi che non siamo più tutto, bisogna saper pensare parole di pace e dire per tempo parole di pace, perché per ogni cosa c’è un tempo e c’è un tardi. Conclusioni Ecco dunque qualche contributo alla vostra discussione, che spero vi dimostri quanto ci si aspetta da ricerche come la vostra, che toccano un punto iniziale del processo di unificazione europeo, le cui conseguenze arrivano fino a noi e che mi auguro troveranno il sostegno che merita da chi oggi dirige le politiche della ricerca nell’Unione. Per molto tempo il sistema europeo e anche grandi agenzie nazionali hanno avuto pochi strumenti per investire in questi settori della ricerca, preoccupati soprattutto che finanziare qualcosa in cui appariva la parola «religioso» potesse portare a forme di discriminazione diretta o indiretta e mettesse in pericolo l’imparzialità delle istituzioni dell’Unione. Iniziative come questa possono aiutare anche gli organismi decisionali a distinguere meglio fra il piano del dialogo con le comunità religiose come tali – con le loro liste di issues e con modalità di rapporto ormai consolidate dalla prassi – e il piano della conoscenza storica della vita e delle relazioni di quelle comunità nel grande spazio europeo. La formazione di una generazione di studiosi di questi fatti e processi costituisce come tale un’opportunità su cui l’Europa dovrà investire. Münster, 24 marzo 2010. ROMANO PRODI