Mafia e Letteratura
“Tramite culturale per eccellenza, un libro è mille ragioni per resistere
alla mafia”
Tesi di italiano – storia. I.P.S.I.A. Castiliano Asti (AT) Anno scolastico 2006/2007 Cl. 5°E
Di Gariglio Nicolò
La mafia italiana
Breve storia di Cosa Nostra
“Camorra” e “ ‘Ndràngheta”
La Letteratura di mafia
Leonardo Sciascia
Il Giorno della Civetta
La Letteratura di Mafia oggi: Roberto Saviano
Gomorra
Breve storia di Cosa Nostra
• 1860-1926: la mafia delle origini
• 1926-1943: il prefetto di ferro
• 1943-1947: lo sbarco degli alleati
• 1947-1970: mafia dei suoli urbani e del commercio agricolo
• 1970 ad oggi: mafia imprenditrice.
Ritorno al Menù Principale
1860-1926: la mafia delle origini
Molti studiosi fanno partire la storia della mafia dall'Unità d'Italia
perché è in quel momento storico che si evidenzia un conflitto palese tra
questa criminalità - che va organizzandosi in maniera sempre più rigida
- e lo Stato.
L'Unità d'Italia in Sicilia accelerò fortemente un processo di fine della
struttura feudale delle campagne, nel momento in cui integrò l'economia
siciliana in quella del resto del paese. Nelle campagne i grossi
latifondisti, che avevano detenuto interamente il potere fino a quel
tempo, cominciarono ad aver bisogno sempre più di qualcuno che
garantisse loro un controllo effettivo delle proprietà, sia per difendersi
dal brigantaggio, sia per resistere alle nascenti pretese delle classi
contadine per una più equa distribuzione del prodotto del loro lavoro.
Questo ruolo, che in altri paesi ed anche in altre zone d'Italia fu
tipicamente un compito affidato alla classe borghese imprenditoriale,
aiutata nella sua affermazione dallo stato liberale, venne assunto in
Sicilia da alcuni personaggi che presero il nome di "campieri" (perché
controllavano i campi) o "gabelloti", in quanto riscuotevano, per conto
del padrone, le "gabelle". Quindi, fin dal principio, la mafia si delinea
come un'organizzazione che assume dei ruoli pubblici per eccellenza,
che altrove sono di competenza dello Stato. Per farlo, i mafiosi ebbero
fin dalle origini contatti molto stretti con il potere pubblico ed è del
tutto naturale che il terreno per queste collusioni era più nelle città,
dov'era concentrato il potere politico, che nelle campagne.
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1926-1943: il prefetto di ferro
Con alterne vicende, la situazione sopra descritta andò
avanti fino all'avvento del Fascismo. Con il nuovo regime,
divenne evidente che la funzione della mafia di concorrenza
con i poteri dello stato non poteva essere tollerata da un
sistema di potere che dall'esercizio assoluto del monopolio
non solo della forza, ma anche del controllo sociale, traeva la
sua ragion d'essere. Fu per questo che mafia e Fascismo
entrarono in rotta di collisione. Il 22 ottobre 1925 si insediò
a Palermo il prefetto Cesare Mori, che sarebbe passato alla
storia con il soprannome di "prefetto di ferro Dunque una
violenza e dei metodi che erano accettabili solo in uno stato non più democratico, dove le
garanzie per i cittadini erano considerate molto meno della necessità di assicurare banditi alla
giustizia. Tali metodi furono perseguiti per anni: furono fatti migliaia di arresti, senza
troppe preoccupazioni se nel mucchio finivano anche molti innocenti. I metodi brutali del
prefetto Mori ebbero sicuri risultati in termini militari. Il 1927 viene ancor oggi ricordato
come l'anno in cui furono arrestati più mafiosi (ma forse anche più innocenti accusati di
esserlo). Moltissimi altri furono costretti a fuggire, per lo più "rifugiandosi" negli Stati Uniti,
andando a rimpolpare la nascente mafia italo-americana.
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1943-1947: lo sbarco degli alleati
Che la mafia, sconfitta sul piano militare, covasse in realtà
sotto la cenere e mantenesse un suo controllo sulla società
siciliana sembra confermato dalle vicende dell'estate del
1943, in occasione dello sbarco in Sicilia degli Alleati. La
strategia militare che il Pentagono decise di attuare nel
momento in cui si decise di aprire uno nuovo fronte contro i
nazi-fascisti in Italia, fu quella di iniziare l'offensiva dalla
Sicilia, sia per evidenti ragioni geografiche (per evitare
l'accerchiamento da parte del nemico), sia perché si poteva
costituire una testa di ponte in Sicilia proprio sfruttando la
mafia. La CIA contattò alcuni importanti boss mafiosi italoamericani in carcere negli Stati Uniti, e gli offrì un patto: la
libertà in cambio di un appoggio al momento dello sbarco. Il boss
più famoso che rientrò in questa trattativa fu Lucky Luciano.
Fu ciò che avvenne: alla fine della guerra molti mafiosi
americani furono liberati ed espulsi dagli Stati Uniti come "indesiderabili", con il tacito accordo
che sarebbero tornati in Italia. Inoltre gli Alleati affidarono molte cariche, nel governo
provvisorio della Sicilia dopo lo sbarco, a noti mafiosi. Ciò diede nuova e sicura autorità ai
mafiosi, oltre a concrete possibilità di arricchimento e di accrescimento del loro potere.
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1947-1970: mafia dei suoli urbani e del commercio agricolo
Nel periodo del Dopoguerra, la società siciliana subì una profonda trasformazione, con una
netta riduzione del peso dell'agricoltura nell'economia regionale. La mafia, com'è sua
caratteristica, si adeguò a questa evoluzione, andando ad occupare, in posizione parassitaria, i
nuovi campi socialmente ed economicamente predominanti: la crescita edilizia, il commercio (in
particolare quello all'ingrosso dei prodotti agricoli) e il terziario pubblico. Per farlo dovette
stringere con il potere politico relazioni più strette che nel passato, in quanto il ruolo
dell'amministrazione pubblica nella nuova situazione economica era di molto cresciuto. La
seconda grossa opportunità economica gestita dal potere politico fu quella dell'espansione
edilizia dei comuni, ed in particolare di Palermo. Il capoluogo regionale conobbe negli anni
Cinquanta un'espansione straordinaria, dovuta specialmente alla crescita della
burocrazia regionale e comunale. Ciò comportò la necessità di costruire interi
nuovi quartieri, e l'opportunità di fare ottime speculazioni sui suoli urbani.
Un rapporto di polizia degli anni Sessanta mostrò come tra il 1957 e il
1963 l'80% delle licenze di costruzione del comune di Palermo furono
rilasciate a soli cinque nominativi, prestanome dei più potenti gruppi
mafiosi della città. In questo periodo la mafia si dedica, oltre a questi
molteplici intrecci con il potere politico, ad altre attività criminali, quali il
contrabbando ed il racket, ovvero la richiesta di somme di denaro (il
cosiddetto "pizzo") agli imprenditori sia commerciali che industriali, in
cambio di protezione.
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1970 ad oggi: mafia imprenditrice.
Questa situazione ebbe un'evoluzione improvvisa tra la fine degli anni
Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, a causa dell'aumento vertiginoso del
giro d'affari mafioso, ottenuto grazie al traffico di droga. Primo sbocco di
questi imprenditori fu l'edilizia, ed in particolare quella legata ai lavori
pubblici. Per altro, tale attività, consentiva di accrescere il prestigio politico e
l'effettivo controllo del territorio da parte della mafia. Altro importante
ambito di attività è l'usura, nei confronti di imprenditori locali, i quali spesso
finiscono per cedere le attività ai mafiosi, stretti in una spirale di debiti ad
interessi impossibili da sostenere. Anche l'usura si avvantaggia dei rapporti
politici.
Attualmente gli studiosi più accreditati (Centorrino, Arlacchi) calcolano che
usura e lavori pubblici siano per la mafia siciliana fonti di reddito
equivalenti al traffico di droga, mentre per la camorra napoletana a queste
fonti va aggiunto il gioco d'azzardo , e per la 'ndrangheta i sequestri di
persona.
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“Camorra” e “ ‘Ndràngheta”
Oggi con il termine Camorra si indica l'insieme delle attività
criminali organizzate, con una marcata presenza sul
territorio, che si sviluppano principalmente in Campania, ma
che possono avere interessi anche al di fuori delle proprie zone
di sviluppo.La camorra è attualmente considerata una delle
maggiori piaghe del mmeridione d'Italia, al tempo stesso causa ed effetto di gran
parte dei problemi socio-economici della Campania. Il suo potere, dovuto anche
ad appoggi di tipo politico, le consente il controllo delle più rilevanti attività
economiche locali, in particolare modo nella provincia di Napoli.
È nel secondo dopoguerra che la camorra inizia ad assumere le caratteristiche
riscontrabili attualmente. Il soggiorno obbligato a Napoli imposto dal governo
degli U.S,A. al boss di Cosa Nostra americana Lucky Luciano, contribuì al
superamento della dimensione locale del fenomeno ed all'inserimento dei
camorristi campani nei grandi traffici illeciti internazionali.
Con il termine 'Ndràngheta si indica la mafia calabrese. La 'ndrangheta si è
sviluppata a partire da organizzazioni criminali operanti nella provincia di
Reggio Calabria, dove oggi è fortemente radicata. Cresciuta con parvenza di
sorella minore di Cosa Nostra, la 'Ndrangheta è oggi ritenuta dagli inquirenti la
più potente mafia in Italia e molto probabilmente una tra le più potenti in
Europa e nel mondo. La 'Ndrangheta detiene ormai il monopolio della cocaina in
Europa e il controllo assoluto con i narcotrafficanti colombiani. È invischiata
nella politica, nella massoneriaa, nelle imprese in tutto il mondo.
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LA LETTERATURA DI MAFIA
Per trovare tracce significative della mafia nelle opere letterarie bisogna risalire
alla commedia I mafiusi de le Vicara (1863) di Giuseppe Rizzotto e Gaspare
Mosca, in cui per la prima volta venne impiegato il termine mafia, o, più
precisamente quello di mafioso, nel titolo di un testo teatrale.
La commedia può fornire alcuni primi interessanti dati per la definizione di un
paradigma letterario della mafia. Emerge lo stereotipo mafioso delle origini della
letteratura di mafia: un'idea della mafia come associazione senz'altro criminosa,
ma comunque anti-borbonica, e addomesticabile dalla classe dirigente siciliana,
quella liberale e repubblicana, forse collusa con essa. L'espressione mafia diviene
un termine corrente a partire dal 1863 e l’opera ebbe grande successo e venne
tradotta in italiano, napoletano e meneghino, diffondendo il termine su tutto il
territorio nazionale.
Per un secolo, però, da quel momento, graverà tra i letterati la responsabilità di
aver fatto cassa di risonanza a quella mitologia mafiosa attribuendole quasi un
alone romantico, fino ad arrivare alle opere di Leonardo Sciascia. Sciascia dove si
rileva una visione meno romantica della mafia. Un poeta e storico della lirica
italiana, Giovanni Alfredo Cesareo, fu autore nel 1921 di una commedia, La
Mafia, in cui si trovano, svolti con abilità drammaturgica e capacità di
introspezione psicologica, tutti i luoghi comuni su una mafia dispensatrice di
giustizia, laddove giustizia non c'è, e soprattutto riparatrice di torti sessuali.
È grazie a Sciascia (A ciascuno il suo e il Contesto ) e all’antimafia che gli italiani
hanno incominciato a capire l’intreccio affaristico tra Potere, Lavoro e Società .
Depurata da ingenuità stilistiche e ideologiche, la lezione del neorealismo in
Sciascia si è tradotta nella costante attenzione a una realtà storica e umana, nella
volontà di comprenderla e farla comprendere, nell'ampliamento, quasi, dei confini
stessi della narrativa.
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Il giorno della civetta è un romanzo di Leonardo Sciascia, terminato nel 1960 e pubblicato per la prima
volta nel 1961 dalla casa editrice Einaudi. La prima edizione venne anticipata sulla Rivista "Mondo
Nuovo" del 9 ottobre 1960 e la prima edizione comparve con una "Nota" che dichiarava la verità
sottintesa alla finzione del romanzo scritta in una libertà non piena ma significativa nei confronti di una
letteratura che fino a quel momento aveva fornito della mafia una rappresentazione apologetica e di una
società che, negli organi politici e d'informazione, ne negava addirittura l'esistenza. Lo stesso Sciascia
dichiarò in seguito “Ho scritto questo racconto nell'estate del 1960. Allora il Governo non solo si
disinteressava del fenomeno della mafia, ma esplicitamente lo negava.”. A quel momento, sulla mafia
esistevano inchieste e saggi sufficienti a dare al Governo e all'opinione pubblica nazionale la più precisa
informazione. Ma di opere letterarie, romanzi racconti teatro, ce n'erano soltanto due: "I mafiusi di la
Vicaría" (commedia in dialetto di Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca; e la Vicaría era il carcere di
Palermo, allora famoso quanto oggi quello dell'Ucciardone) e "Mafia", che assumeva la mafia quasi come
una ideologia e la praticava come regola di vita, dei rapporti sociali, della politica. Ma “la mafia era, ed è,
altra cosa: un "sistema" che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che
approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel "vuoto"
dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o
manca) ma "dentro" lo Stato. La mafia insomma altro non è che una borghesia
parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta. Il giorno
della civetta, in effetti, non è che un "per esempio" di questa definizione.
La letteratura può e deve esistere una analisi a priori, ma senza le analisi
degli specialisti, dei professionisti non si va lontano. La mafia era prima
analfabeta, ma quando ha imparato a leggere ha incominciato ad uccidere
i giornalisti perché ha capito l’importanza delle parole: un giornalista che
scrive, che individua certi legami, certi rapporti, porta le sue intuizioni e
conoscenze, crea un’opinione pubblica contro la mafia e ciò risulta un rischio enorme per essa.
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Leonardo Sciascia
Biografia
Sciascia, primo di tre fratelli, nasce a Racalmuto in provincia di Agrigento, allora detta Girgenti,,
da un impiegato, Pasquale Sciascia, e da una casalinga, Genoveffa Martorelli. A sei anni Sciascia
inizia la scuola elementare a Racalmuto e ben presto si dimostra intenso lettore. Nel 1935 si
trasferisce con la famiglia a Caltanissetta dove si iscrive all'Istituto Magistrale "IX Maggio".
Richiamato alla visita di leva viene considerato per due volte non idoneo, ma alla terza,
finalmente accettato, viene assegnato ai servizi sedentari. Nel 1941 prende il diploma magistrale
e nel 1944 si unisce in matrimonio con Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di
Racalmuto. Da lei Sciascia avrà le sue due figlie, Laura e Anna Maria. Il suicidio del fratello
Giuseppe, avvenuto nel 1948, sconvolge Sciascia lasciandogli un profondo segno nell'animo. Nel
1949 inizia ad insegnare nella scuola elementare di Racalmuto.
Le prime opere: poesie e saggi
Nel 1950 pubblica le Favole della dittatura, che Pier Paolo Pasolini nota e recensisce. Nel 1952,
esce la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, che viene illustrata con disegni dello scultore
catanese Emilio Greco. Nel 1953 vince il "Premio Pirandello" assegnato dalla Regione Sicilia per il
suo saggio Pirandello e il pirandellismo. Inizia nel 1954 a collaborare a riviste dedicate alla
letteratura e agli studi etnologici.
A Roma: I racconti
Nell'anno scolastico 1957-1958 viene assegnato al Ministero della pubblica istruzione a Roma e
nell'autunno pubblica i tre racconti che vanno sotto il titolo Gli zii di Sicilia. La breve raccolta si
apre con la La zia d'America (un tentativo di dissacrare il mito dello "Zio Sam", visto come
dispensatore di doni e libertà). Il secondo racconto è intitolato La morte di Stalin. Il terzo
racconto, Il quarantotto, è ambientato nel periodo del Risorgimento (precisamente tra il 1848 e il
1860) e tratta del tema dell'unificazione del Regno d'Italia vista attraverso gli occhi di un
siciliano.
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A Caltanissetta: i romanzi
Sciascia rimane a Roma un anno e al suo ritorno si stabilisce con la famiglia a Caltanissetta
interrompendo l'attività scolastica per assumere un impiego in un ufficio del Patronato
scolastico. Nel 1961 esce Il giorno della civetta con il quale lo scrittore indica nel giallo il genere
di riferimento delle sue opere. Al romanzo si ispira il film omonimo del regista Damiano Damiani
uscito nel 1968. Gli anni sessanta vedranno nascere alcuni dei romanzi più sentiti dallo stesso
autore, dedicati alle ricerche storiche sulla cultura siciliana.
La commedia
Nel 1965 esce la commedia L'onorevole che è una impietosa denuncia delle complicità tra governo
e mafia.
Il ritorno al romanzo
Nel 1966 ritorna con un romanzo che riprende le modalità del “giallo” già utilizzate ne Il giorno
della civetta, A ciascuno il suo. La vicenda narrata è quella di un professore di liceo, Paolo
Laurana, che inizia per curiosità personale le indagini sulla morte del farmacista del paese e
dell'amico dottore, ma che si scontra con il silenzio di tutti i paesani, silenzio dovuto alla paura
ed alla corruzione.
A Palermo
Nel 1967 si trasferisce a Palermo per seguire negli studi le figlie e per scrivere. Nel 1969 inizia la
sua collaborazione con il “Corriere della sera”. Nel 1970 Sciascia va in pensione e pubblica la
raccolta di saggi La corda pazza.
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Il ritorno al genere poliziesco
Il 1971 è l'anno de Il contesto, con il quale l'autore
ritorna al genere poliziesco. La vicenda si svolge intorno
all'ispettore Rogas che deve risolvere una complicata
vicenda che origina da un errore di giustizia e una serie
di omicidi di giudici. Benché il romanzo sia ambientato
in un paese immaginario, il lettore riconosce senza
sforzo l'Italia contemporanea. Con gli Atti relativi alla
morte di Raymond Roussel del 1971 si comprende che in
Sciascia la propensione ad includere la denuncia sociale
nella narrazione di episodi veri di cronaca nera si fa
sempre più forte. Così sarà ne "I pugnalatori" del 1976 e
ne “L'affaire Moro” del 1978.
Nel 1979 accetta la proposta dei radicali e si candida sia
al Parlamento europeo sia alla Camera. Eletto in
entrambe le sedi istituzionali opta per Montecitorio,
dove rimarrà fino al 1983 occupandosi quasi
esclusivamente dei lavori della Commissione
Parlamentare d'inchiesta sulla strage di Via Fani, il
sequestro e l'assassinio di Aldo Moro.
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Statua di Sciascia a Racalmuto
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Gli ultimi anni di vita
Gli ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati dalla malattia che lo costringe a
frequenti trasferimenti a Milano per curarsi , ma egli continua, sia pure con fatica, la sua
attività di scrittore. Nel 1985 pubblica ‘Cronachette’ e ‘Occhio di capra’ una raccolta di
modi di dire e proverbi siciliani e nel 1986 ‘La strega e il capitano’ un saggio per
commemorare la nascita di Alessandro Manzoni.. Carichi di tristi motivi autobiografici
sono i brevi romanzi gialli Porte aperte del 1987, Il cavaliere e la morte del 1988 e Una
storia semplice che uscirà in libreria il giorno stesso della sua morte.
Due mesi prima della sua morte, lo scrittore, a seguito di numerosi contatti precedenti con
il Comune di Racalmuto, manifesta la sua volontà di aderire all'istituzione di una
Fondazione intitolata al suo nome cui donerà circa 200 ritratti di scrittori della sua
collezione privata (acqueforti, acquetinte, oli, grafiche), 2000 volumi della sua biblioteca e
l'intera corrispondenza letteraria ricevute in circa cinquant'anni di attività. La
Fondazione è stata successivamente costituita dal Comune di Racalmuto e dagli eredi
dello scrittore,. Fondata il 26 giugno 1993 a Milano, nella sede storica presso la Biblioteca
Comunale, Palazzo Sormani, l'associazione degli Amici di Leonardo Sciascia si propone di
incoraggiare la lettura e la ricerca in merito al pensiero e all'opera dello scrittore. Tra le
attività più importanti dell'Associazione vi sono la realizzazione dei Quaderni Leonardo
Sciascia, rivista annuale che ospita scritti monografici o di rassegna, atti di convegni,
ricerche, riflessioni, dibattiti sui diversi aspetti dell'opera di Sciascia.
Sciascia muore a Palermo. 20 novembre 1989. Viene ricordato da numerose parole di stima,
fra cui quelle del grande amico Gesualdo Bufalino. È sepolto a Racalmuto, suo paese
natale, all'ingresso del cimitero. Sulla lapide bianca una sola frase: "Ce ne ricorderemo di
questo pianeta".
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Ritorno al Menù Principale
Il giorno
della civetta
Il giorno della civetta è un
romanzo di Leonardo Sciascia,
terminato nel 1960 e pubblicato
per la prima volta nel 1961 dalla
casa editrice Einaudi. Il racconto
trae lo spunto dall'omicidio di
Accursio
Miraglia,
un
sindacalista comunista, avvenuto
a Sciacca nel gennaio del 1947 ad
opera della mafia. Sciascia aveva
già iniziato a scrivere di mafia
nel 1957 recensendo il libro di
Renato Candida, comandante dei
carabinieri ad Agrigento, al quale
l'autore si ispira per il
personaggio, protagonista del
romanzo, Bellodi..
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 Intreccio
Due
colpi
di
lupara
freddano
Salvatore
Colasberna,
un
costruttore
che
ha
rifiutato la protezione della mafia. L'indagine è affidata al capitano Bellodi che tenta di incrinare la coltre di
omertà del piccolo paese siciliano. Un confidente, Calogero Di Bella, detto Parinieddu, fa più di un nome sui
possibili colpevoli e Bellodi punta sul nome giusto: Saro Pizzuco. Un dialogo in un caffè romano e l'intervento di
un` 4 eccellenza" mostrano che l'indagine di Bellodi è seguita con fastidio nei palazzi del potere, ammanigliato con
la mafia. Scompare intanto Paolo Nicolosi, colpevole solo di essersi imbattuto casualmente nell'assassino. La
consorte ricorda che il marito, dopo i colpi di lupara, aveva visto passare di corsa un tale Zicchinetta. soprannome
di un ex-detenuto, Diego Marchica. Due boss della mafia decidono di sopprimere il traditore Di Bella, che però.
prima di essere ucciso, rivela in una lettera al capitano il nome del "padrino": don Mariano Arena. Bellodi fa
arrestare sia i due sicari (Marchica e Pizzuco) sia il mandante (Arena). Nel corso dell'interrogatorio, mediante lo
stratagemma di un falso verbale, Marchica e Pizzuco sono indotti ad accusarsi a vicenda; viene intanto ritrovata.
in una contrada, l'arma del primo delitto e successivamente. in fondo a un crepaccio. si rinviene anche il cadavere
di Nicolosi. Manovrata dall'alto, la stampa locale sostiene che l'indagine ha trascurato, per il delitto Nicolosi, la
pista giusta, quella del delitto passionale. Altri giornali, invece, ventilano gravi compromissioni ministeriali,
provocando, a Roma, una sequela di allarmate telefonate notturne tra alti burocrati. Si arriva così alla "scena
madre" del romanzo: l'interrogatorio di don Mariano Arena. Il capo mafia respinge ogni responsabilità, ma sostiene
con fierezza la sua visione "mafiosa` del mondo, riconoscendo tuttavia un degno avversario in Bellodi, che a sua
volta preferisce il "padrino" a ministri e deputati compromessi con la mafia. Un dibattito parlamentare sui "fatti di
Sicilia" conferma i sospetti del capitano: un sottosegretario dichiara che la mafia non esiste «se non nella fantasia
dei socialcomunisti». La conclusione è scontata: recatosi a Parma per un breve congedo, Bellodi apprende sui
giornali che la sua indagine è stata demolita con alibi inoppugnabili e che è prevalsa la tesi del delitto passionale.
Bellodi non si arrende. Con i pensieri e l'ultima affermazione di Bellodi il romanzo si chiude: "Bellodi si sentiva
come un convalescente: sensibilissimo, tenero, affamato. "Al diavolo la Sicilia, al diavolo tutto". Rincasò verso
mezzanotte, attraversando tutta la città a piedi. Parma era incantata di neve, silenziosa, deserta. "In Sicilia le
nevicate sono rare" pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole
prevalessero. Si sentiva un po' confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia e che
ci sarebbe tornato. "Mi ci romperò la testa" disse a voce alta.“.
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 Personaggi e motivi dominanti
L'antagonismo tra "ordine" e mafia, tra ragione e corruzione (tema dominante di molte opere di Sciascia) si
risolve, nel romanzo in un duro scontro tra Bellodi, capitano dei carabinieri, e Arena, il capo mafia. Bellodi si
ritrova come uno straniero in mezzo al popolo siciliano; uomo di legge, gli è estranea e gli ripugna l'omertà della
gente; ma quel che più lo turba è la collusione degli uomini politici con la mafia. Ed è proprio questo il suo
dramma: in Sicilia egli riesce a concludere felicemente la sua indagine, ma nulla può contro le connivenze degli
ambienti politici romani e dei "quaquaraquà" di Stato, che parlano a vanvera e insabbiano sistematicamente la
verità. Il capitano Bellodi non è sconfitto dal codice "culturale" mafioso, ma dal codice "politico- dei suoi
"superiori", che finiscono con l'essere i veri "mandanti". Che lo Stato non abbia il diritto di proclamarsi innocente
di fronte alla mafia è dimostrato dall'incredibile dichiarazione del sottosegretario che alla Camera nega
l'esistenza stessa del fenomeno mafioso. Questa era l'Italia del 1961, data di pubblicazione del romanzo; e la
più grave denuncia di tutto un sistema politico è quella contenuta nelle ultime righe della Nota, quando l'autore
è costretto ad avvertire di non aver potuto scrivere il proprio libro «con quella piena libertà di cui uno scrittore
[...] dovrebbe sempre godere».
 Tecniche narrative e linguaggio
Il ricorso al genere "giallo" è stato giustificato dall'autore con la ragione che quella poliziesca è la «tecnica
narrativa più sleale, perché impedisce al lettore di lasciare a metà il libro». In realtà, lo schema del "giallo" è
ribaltato, dal momento che, alla fine del romanzo, il colpevole si salva, grazie all'omertà del potere. Squallida è
la descrizione del paese: «un vecchio paese di case murate in gesso, con strade ripide e gradinate: e in cima a ogni
gradinata c'è una brutta chiesa». Entro quelle case, la gente si trincera dietro il "muro" dell'omertà: un
comportamento dettato dalla paura. Sul piano linguistico, tre sono gli elementi principali del romanzo: i
soprannomi, il gergo dei mafiosi, i proverbi.
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Ritorno al Menù Principale
La letteratura di mafia oggi
Tra i più recenti esempi di letteratura di denuncia: Gomorra di Roberto Saviano.
Roberto Saviano (Napoli, 1979) è uno scrittore italiano. Nei suoi scritti, articoli e nel suo libro usa la
letteratura e il reportage per raccontare la realtà economica, di territorio e d'impresa della camorra e della
criminalità organizzata in genere.
Cenni biografici
Si è laureato in Filosofia all'Università degli Studi di
Napoli "Federico II", dove è stato allievo dello storico
meridionalista Francesco Barbagallo. Collabora con
L'espresso e La Repubblica. Suoi racconti e reportage sono
‘apparsi su ‘Nuovi Argomenti,’ ‘Lo Straniero,’ Nazione
Indiana’, ‘Sud,’ e si trovano inclusi in diverse antologie fra
cui ‘Best Off.’ ‘Il meglio delle riviste letterarie italiane’’
(Minimum Fax 2005), e ‘Napoli comincia a Scampia’
(L'Ancora del Mediterraneo 2005).
Nel 2006, in seguito al successo del romanzo Gomorra,
fortemente accusatorio nei confronti delle attività
camorristiche, ha subito pesanti minacce (confemate da
dichiarazioni di collaboratori di giustizia) dopo le indagini
dei Carabinieri di Napoli il ministro dell'interno in carica
Giuliano Amato gli ha conferito una scorta e lo ha
cautelativamente trasferito lontano da Napoli.
Ritorno al Menù Princirale
Gomorra - Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra è il
primo romanzo di Roberto Saviano. Fonde in forma di romanzo fatti autobiografici,
giornalismo d'inchiesta e analisi sociale per raccontare la realtà della Camorra nelle sue
dimensioni economiche, imprenditoriali, sociali ed ambientali. Un romanzo che apre gli
occhi sulla realtà della Campania e della periferia napoletana. Spesso si apprende dai
telegiornali solo la minima parte delle attività illegali della camorra. intraprendendo
questa lettura, invece, si compie un tuffo nel mondo camorrista e nei suoi meccanismi. Un
romanzo d'informazione e di denuncia. Compaiono infatti i nomi dei componenti delle
famiglie camorriste più famose e potenti della Campania, quali i Di Lauro, i Nuvoletta, i
Casalesi e molti altri. Un libro da leggere e da studiare con attenzione per non rimanere
indifferenti verso una realtà sempre più crudele e invadente.
• Premi
Il libro ha vinto:
Premio Viareggio - Opera Prima 2006;
Premio Giancarlo Siani 2006;
Premio Lo Staniero 2006;
Premio Elsa Morante - Narrativa Impegno Civile 2006;
Premio Dedalus 2006.
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“Vicino al bar c'era un gruppo di ragazze, si stavano organizzando per il Ferragosto. Appena videro arrivare il
ragazzo di corsa capirono subito, non avevano confuso il rumore di un'automatica con quello dei petardi.
Tutte si sdraiarono con il viso per terra, temendo di essere viste dal killer e quindi poter diventare dei testimoni. Ma
una non abbassò lo sguardo. Una di loro continuò a fissare il killer senza abbassare gli occhi, senza schiacciare il suo
seno sul catrame o coprirsi il viso con le mani. Era una maestra d'asilo di trentacinque anni. La donna testimoniò,
fece i riconoscimenti, denunciò l'agguato.
Nella molteplicità di motivi per cui poteva tacere, far finta di nulla, tornare a casa e vivere come sempre c'era la
paura, il terrore delle intimidazioni e ancor più il senso dell'inutile, far arrestare un killer, uno dei tanti. E invece la
maestra mondragonese trovò nella cianfrusaglia di ragioni per tacere un'unica motivazione, quella della verità. Una
verità che ha il sapore della naturalezza, come un gesto solito, normale, ovvio, necessario come il respiro stesso.[…]
Il magistrato che ha raccolto la testimonianza della maestra, la definì "una rosa nel deserto" spuntata in una terra
dove la verità è sempre la versione dei potenti, dove viene declinata raramente e pronunciata come merce rara da
barattare per qualche profitto.
Eppure questa confessione le ha reso la vita difficile[…]. Stava per sposarsi ed è stata lasciata, ha perso il lavoro, è
stata trasferita in una località protetta con uno stipendio minimo passatole dallo Stato per sopravvivere, una parte
della famiglia si è allontanata da lei e una solitudine abissale le è crollata sulle spalle. […] Ciò che rende scandaloso
il gesto della giovane maestra è stata la scelta di considerare naturale, istintivo, vitale poter testimoniare.
Possedere questa condotta di vita è come credere realmente che la verità possa esistere e questo in una terra dove
verità è ciò che ti fa guadagnare e menzogna ciò che ti fa perdere, diviene una scelta inspiegabile.
Così succede che le persone che ti girano vicino si sentono in difficoltà, si sentono scoperte dallo sguardo di chi ha
rinunciato alle regole della vita stessa, che loro invece hanno totalmente accettato. Hanno accettato senza vergogna,
perchè tutto sommato così deve andare, perchè è così che è sempre andato, perchè non si può mutare tutto con le
proprie forze e quindi è meglio risparmiarle e mettersi in carreggiata e vivere come è concesso di vivere.”
Questo è un passaggio di un libro tremendo, crudo, profondo e senza retorica alcuna. Il suo autore,
Roberto Saviano, come la maestra protagonista dell’episodio sopra citato, sono uomini che hanno scelto
di vivere nella legalità, senza cedere al ricatto, alla paura. Saviano ha scelto di raccontare e di opporsi
alle logiche della sua terra e questo gli rende onore, come a tutti colori che hanno ancora voglia di
denunciare ed opporsi.
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