LA RIQUALIFICAZIONE E LA VALORIZZAZIONE DEL PAESAGGIO SILVO-PASTORALE delle Alpi Pascolive della Tremezzina e del gruppo del Generoso Prof. Michele Corti - Docente di Sistemi zootecnici e pastorali montani, Università degli Studi di Milano Dott. Simone Lamberti - Dottore in Scienze e Tecnologie Agrarie, Mezzegra (Co) pubblicato in: La Valle Intelvi. Quaderno n. 9 2003, pp. 255-272 Introduzione. I paesaggi pastorali montani rappresentano una tipologia paesaggistica in cui le componenti naturali (biologiche, geologiche) esercitano un ruolo fondamentale nel determinare la struttura del paesaggio stesso, dal momento che le condizioni ambientali condizionano fortemente le modalità di utilizzo e di intervento antropico. Il territorio alpino, però, è stato sottoposto per secoli, almeno sino all'inizio del XX secolo, ad un utilizzo molto più intensivo delle risorse naturali rispetto al presente, realizzato attraverso un forte investimento in lavoro umano (Mathieu, 2000). La presenza capillare ed assidua dell'uomo nell'ambito dello spazio pastorale alpino ha lasciato numerose tracce. tanto da poter attribuire al paesaggio pastorale una valenza storico-culturale che, se non prevalente (come nel caso di alcuni paesaggi agricoli), risulta pur sempre significativa. Tale valenza tende oggi in gran parte a scomparire in relazione alla estensivizzazione, atrofizzazione e despecializzazione delle attività ma, spesso, a tale perdita non corrisponde una "rinaturalizzazione" in grado di compensare sul piano ecologico ed estetico la perdita di valore storico-culturale. Mentre in pianura, dove sono presenti forti fenomeni di urbanizzazione o, in alternativa, si è sviluppata un'agricoltura fortemente industrializzata, la qualità del paesaggio legata alla conservazione di quanto rimane degli elementi naturali, nel paesaggio pastorale prealpino il mantenimento della fisionomia tradizionale è legato alla conservazione di "residui antropici". Essi esprimono una "diversità culturale" e quindi dei valori simbolici ed identitari importanti (almeno potenzialmente) per i vari soggetti implicati (operatori agro-silvo-pastorali, fruitori, comunità locale insediata, comunità regionale). Dal momento che il paesaggio tradizionale è il risultato della combinazione della diversità degli elementi naturali con la diversità etnoculturale, è evidente come, per preservare e valorizzare questa diversità, sia indispensabile in primo luogo individuare, nel contesto dato, quali siano gli elementi culturali specifici, ma anche comprendere come ,i siano formati in relazione alle caratteristiche democulturali ed ecologiche e quale funzione abbiano rivestito nell'ambito dello specifico sistema agro-pastorale. Una volta individuati tali elementi del paesaggio pastorale tradizionale e valutato il loro valore sotto il profilo estetico e della originalità culturale, risulta possibile stabilire una gerarchia di priorità di interventi di tutela e conservazione in un quadro dinamico, ossia tenendo conto delle nuove funzioni socioecononomiche del paesaggio stesso (rifunzionalizzazione) e dell’esigenza di implementare i valori estetico-scenografici del paesaggio, nonché quelli di ricchezza e stabilita ecologica (biodiveisità e resilienza). È opportuno osservare anche come l'obiettivo della ricerca di coerenza tra l'implementazione della `'qualità culturale" e di quella ecologica- del paesaggio risulti facilitato dal fatto che i paesaggi tradizionali sono il risultato di una lenta formazione ed evoluzione alla ricerca di soluzioni in grado di assicurare il massimo di integrazione e di armonizzazione delle attività antropiche con gli elementi naturali (Antrop, 2000). Tutto ciò è ben diverso da quanto si realizza nel paesaggio "moderno", caratterizzato da soluzioni uniformi e"razionali" che mancano di originalità e non si basano sulla ricerca di armonizzazione con l'elemento naturale né di coerenza con la storia dei precedenti interventi antropici (Antrop, 2000). La specificità del paesaggio pastorale del Lario Intelvese. Nell'ambito della montagna alpina l'effetto delle attività agro-silvo-pastorali sul paesaggio si è manifestato in modo disomogeneo in relazione con diversi livelli di densità demografica, con le caratteristiche forme di insediamento, con le diversità di clima, morfologia del territorio, substrato geologico. Nella zona propriamente alpina grandi distese di pascoli sono state ricavate spostando verso il basso il limite della vegetazione arborea, ma, in larga misura, sfruttando anche le praterie poste al di sopra della fascia altitudinale del bosco di conifere. Nelle aree prealpine, invece, il pascolo è stato ricavato dove la copertura vegetale è normalmente rappresentata dal bosco misto di latifoglie. In tali situazioni l'abbandono o la riduzione di intensità dello sfruttamento pastorale determinano modificazioni più rapide e più profonde nell'aspetto e nella struttura del paesaggio vegetale rispetto a quelle che si osservano nella montagna alpina propriamente detta. Ciò vale in modo particolare per l'ambito insubrico, caratteristico della regione dei laghi lombardo-occidentali, dove la distribuzione delle precipitazioni nel corso dell'anno e le temperature favoriscono una forte produttività rispetto ad altre stazioni poste agli stessi livelli altimetrici (Giacomini e Fenaroli, 1958). Rispetto alla montagna alpina l'area lariana intelvese, che risente delle condizioni climatiche insubriche, presenta caratteristiche differenti anche sotto il profilo degli insediamenti e delle modalità di sfruttamento pastorale del territorio. In quest'area sono presenti modalità di sfruttamento dei pascoli che non sempre si basano sulla presenza di maggenghi e di alpi (categorie ben definite di insediamento temporaneo), dal momento che i pascoli sono spesso raggiungibili dai villaggi o da insediamenti sparsi distribuiti capillarmente sul territorio (Pierfermi, 1998). L'assenza, in Valle d'Intelvi, di realtà corrispondenti alle vere e proprie alpi pascolive, è riconducibile alle modalità di gestione del pascolamento che, in diversi comuni, ancora all'inizio del XX - in linea con consuetudini largamente diffuse nel medioevo - prevedeva la formazione di mandrie/greggi affidate ad un pastore comunale. Questi era incaricato di condurre ogni giorno al pascolo sui pascoli comunali il bestiame e di ricondurlo alla sera nel villaggio riconsegnandolo ai singoli piccoli proprietari (Serpieri, 1912). In queste condizioni era ovvio che le numerose "alpi" intelvesi, lungi dal corrispondere al model lo tipico dell'alpe pascoliva (definita quale organica unità pastorale costituita da pascoli, fabbricati, infrastrutture e deputata allo sfruttamento continuativo dei pascoli in quota per tutta la durata del periodo estivo), risultassero individuate dalla presenza di semplici strutture (-bolle-, sòstre, znerícc) e non da un complesso di fabbricati per l'organizzazione dell'attività zootecnica e casearia. Nella Tremezzina, invece, l'importanza dei centri abitati rivieraschi e del loro retro terra coltivato e il notevole dislivello altimetrico tra essi e i pascoli estivi, determina la presenza di veri e propri monti- (maggenghi) e"alpi" come forma obbligata di utilizzo integrato del territorio. Ciò determina una netta differenziazione anche all'interno dello stesso Lario Intelvese. Le caratteristiche dei due comprensori esaminati. Il comprensorio delle alpi pascolive della Tremezzina comprende, come osservato, vere e proprie alpi: Colonno. Ossuccio, Lenno, Mezzegra, collocate sul crinale che separa la Tremezzina dalla Valle d'Intelvi. In passato figuravano anche l'Alpe di Sala e quella di Tremezzo e altre piccole alpi, poste a quote inferiori sui versanti del Calbiga e dotate di ridotte superfici pascolive fortemente acclivi. Le alpi della Tremezzina, oltre che disporre di pascoli di buona qualità e con favorevole giacitura. sono favorite dalla facilità di accesso grazie alla strada proveniente da Pigra, costruita nell'ambito della cosiddetta "Linea Cadorna". Sino all'Alpe di Lenno è possibile la percorrenza con autovetture a trazione singola mentre l'Alpe di Mezzegra (Alpetto) è raggiungibile, con mezzi a trazione doppia. La visione del Lario e del Ceresio dalle cime più alte, poste a circa 1.700 m slm (Calbiga, Crocione, Monte di Tremezzo), ma anche da diversi punti panoramici collocati lungo il percorso che collega le alpi, gratifica l'escursionista e il turista con un panorama di rara bellezza. Oltre alle alpi, con la presenza degli animali al pascolo e la loro produzione casearia (zincarlin, formaggini di capra, formaggio d'alpe) nell'ambito del comprensorio alpino tremezzino vi sono ulteriori e importanti elementi di interesse turistico. Essi comprendono le postazioni della "Linea Cadorna", l'osservatorio astronomico nei pressi della cima del Calbiga, le aree con presenza di fossili, l'Alpe di Tremezzo abbandonata sin dagli anni 60, ma con testimonianze di interessanti architetture. Il comprensorio pastorale-turistico comprende anche un rifugio (Venini) e due ristori-trattoria. Il gruppo del Generoso rappresenta anch'esso un comprensorio di notevole interesse (e potenzialità) turistiche, caratterizzato da una presenza pastorale ancora significativa, ma meno rilevante di quella delle alpi tremezzine. Per le sue caratteristiche morfologiche e ambientali questo territorio, che comprende anche i versanti del Monte di Orimento e del Pizzo Croce, ha rappresentato in passato una risorsa territoriale chiave per la Comunità della Valle d'Intelvi, grazie ad un intenso sfruttamento pascolivo reso possibile alla dolcezza del rilievo (con l'eccezione delle porzioni sommitali del Generoso). Ne fanno fede i numerosi toponimi "alpe" e"piano" utilizzati per indicare delle aree pascolive di pertinenza delle diverse comunità1. Nell'ambito del comprensorio, attualmente, la presenza del bestiame è molto ridotta: presso la Bolla di Orimento ha sede un'azienda permanente con allevamento di vacche e capre da latte e produzione di latticini; qualche capo bovino e ovino si trova ancora a Erbonne (un tempo insediamento pastorale non permanente), mentre, dalla primavera all'autunno avanzato, diverse "alpi" sono ancora caricate, sia pure con prevalenza di bestiame bovino asciutto e con equini. La stessa Alpe di Gotta, dove sono in corso interventi di ristrutturazione, non è attualmente caricata. Nel comprensorio sono presenti numerose nevère e sòstre (vedi oltre), elementi di notevole interesse storico-architettonico, ma che, in assenza di un piano di rilancio dell'attività pastorale, rischiano di subire una fossilizzazione. Le superfici a pascolo si sono ridotte in maniera vertiginosa e la loro contrazione è tutt'ora in atto, con le conseguenze paesistiche che verranno oltre discusse. La presenza di elementi di interesse paesistico, storico-culturale, paleontologico (grotta dell'orso), faunistico (facilità di avvistamento di camosci), botanico (piante monumentali), rifugi, ristori. aree ricreative attrezzate, la possibilità di compiere diverse escursioni di interesse panoramico e naturalistico alla portata di tutti, determinano una fortissima presenza turistica. A tutti gli elementi di interesse citati si deve aggiungere, nella prospettiva della valorizzazione turistica delle attività pastorali, che anche nel Generoso si riscontra una radicata tradizione casearia (formaggini della Val d'Intelvi, ottenuti con latte misto vaccino e caprino, e formaggi semigrassi). Paesaggio silvo-pastorale: gli interventi di forestazione del passato e le prospettive future. Il paesaggio "silvo-pastorale" del Lario Intelvese può considerarsi caratterizzato dalla presenza di una unità significativa dei suoi elementi e qualificarsi quindi come tale? 1 La Valle, infatti "ha pascoli che quasi tutti si allontanano dal tipo dell'alpe (Serpieri. 1912) e che rientrano (rientravano) nella categoria dei pascoli diurni. In passato pascolo e bosco erano interessati da forme di sfruttamento strettamente congiunte da parte delle comunità locali (basti pensare all'importanza, in ambito prealpino, del pascolo in bosco nelle ore più calde, e alla provvista in bosco di foraggio e di strame per le esigenze dell'attività zootecnica). Questa unità di gestione delle risorse e del paesaggio è stata rotta in nome di una politica di "intervento dall'alto" sul territorio. Gli stati, grazie al crescente controllo da parte dei loro organi centralizzati sulle comunità alpine, nel corso del XIX e XX secolo hanno perseguito una politica di forestazione secondo criteri per nulla rispettosi delle concrete condizioni ambientali, basata sulla pretesa validità generale del presupposto che "il bosco rende di più e protegge meglio". L'aver attribuito, dalla metà del XIX secolo in poi, le cause del "disboscamento" e dei "dissesti idrogeologici" all'eccessiva estensione dei pascoli e al loro sovraccarico 2 ha costituito la base di un "forestalismo ideologico" che non ha ancora cessato del tutto di manifestare le sue conseguenze negative. Nel caso di ampie superfici di territorio silvo-pastorale delle prealpi abbiamo un esempio evidente di stravolgimento del paesaggio tradizionale e di perdita di una sua organicità sotto la spinta dell'applicazione uniforme di orientamenti tecnico-economici forestali "razionali". Ci riferiamo alla realizzazione nel corso del XX secolo di impianti artificiali di conifere in ambienti con caratteristiche diverse da quelle del loro habitat naturale. Attratti dalla prospettiva dei rapidi incrementi legnosi delle resinose nelle favorevoli condizioni climatiche prealpine, i tecnici del Corpo Forestale dello Stato promossero la "riforestazione" di ampie superfici con la prospettiva di trasformarle in boschi "pregiati" (dal punto di vista unilateralmente "quantitativista" delle provvigioni legnose, ossia dei m3/ha). Nel territorio del Lario Intelvese i popolamenti di conifere di origine artificiale rappresentano il 10% della superficie classificata boschiva (ERSAF, s.d.). La maggior parte dei questi popolamenti non possono, in realtà, essere definiti boschi in quanto non presentano una rinnovazione spontanea e non rappresentano qualcosa di diverso da un pioppeto della Bassa o da un campo di mais, se non fosse per la diversa durata dell'in vestimento del terrena Essi sono presenti nella quasi totalità proprio nell'ambito dei due comprensori esaminati: quello del Generoso e quello delle Alpi Tremezzine (Alpe di Colonno e Alpe di Lenno). Dal punto di vista economico i risultati di questa operazione sono risultati fortemente negativi, anche a prescindere dalla generale perdita di valore del legname che si è registrata negli ultimi decenni. La realizzazione di estese piantagioni della stessa specie ed età di impianto ha ridotto la capacità di resistenza alle diverse avversità fisiche e biologiche favorendone il deperimento. Lo scarso stato di salute delle piantagioni di abete rosso è stato recentemente messo in evidenza in seguito all'esecuzione di monitoraggi da parte della Comunità Montana che hanno sottolineato la gravità degli attacchi parassitari da parte del bostrico (Ips typographus), un insetto della famiglia degli scolitidi che agisce sotto la corteccia. La scarsa qualità del legname delle piantagioni mature è legata anche alla mancata applicazione di cure selvicolturali (diradamenti, sfolli) con la conseguente eccessiva densità, lo scarso sviluppo di chiome e uno scarso sviluppo diametrico dei fusti (che “filano") in relazione all'altezza (rapporto ipsodiametrico molto alto e sfavorevole). Le condizioni di accrescimento dei popolamenti hanno anche determinato un forte deprezzamento della qualità del legname in ragione della nodosità dei fusti. Posto che il valore economico dell'operazione di “riforestazione" appare largamente negativo (il costo sostenuto per l'impianto e le cure selvicolturali non è stato minimamente compensato dalla produzione legnosa), è sul piano ecologico che si registrano conseguenze ancora più negative 2 Quando, in realtà, i disboscamenti del XVIII-XIX secolo sono da attribuire alla crescente produzione di carbone per le esigenze dell'industria siderurgica e tessile. All'interno di queste piantagioni la luce penetra in misura molto limitata e ciò, unitamente all'accumulo degli aghi indecomposti, che provoca ivi forte reazione acida del terreno, determina l'impossibilità di sviluppo di qualsiasi vegetazione erbacea e arbustiva, premessa indispensabile per un successivo insedia mento delle essenze arboree "spontanee". La forte densità di impianto e la mancata esecuzione dei diradamenti rendono queste piantagioni impenetrabili, una specie di deserto, dove vi è assoluta povertà floristica e faunistica. A queste considerazioni dobbiamo aggiungerne altre di ordine estetico. La morfologia del terreno consente di apprezzare in modo diverso la copertura vegetale arborea in montagna rispetto alla pianura: le cime degli alberi di un bosco che occupa un versante pendenza appaiono, da lontano, come un tappeto verde che riveste la montagna. In un denso popolamento di conifere solo gli individui posti al limite dello stesso possono beneficiare di buone condizioni di illuminazione, mentre nel caso degli altri solo la porzione più elevata della chioma può ricevere un'adeguata quantità di luce e presentarsi verdeggiante. Quella che dall'esterno appare come una massa verde rigogliosa sotto il "tetto" e dietro la "facciata" assume i connotati di un paesaggio morto. Dal punto di vista scenografico e dal punto di vista dell'alternanza cromatica con la vegetazione circostante l'impatto visivo dei popolamenti di conifere dall'esterno potrebbe anche apparire positivo. In realtà la valutazione estetica del paesaggio deve tenere conto di alcune considerazioni importanti. La prima riguarda i condizionamenti culturali associati al fatto percettivo. L'osservatore che esprime un giudizio positivo di fronte alla dimensione sceno grafica del "bosco" di conifere prealpino è condizionato da immagini stereotipate della .,montagna alpina" (con le "cupe abetaie") che hanno fatto scadere a clichè consumistico l'attitudine romantica ottocentesca nei confronti dell'ambiente alpino (Bonesio, 2002). Una corretta informazione ecologica sul significato del paesaggio vegetale in questione è certamente in grado di modificare, attraverso l'elemento cognitivo, l'apprezzamento estetico di chi frequenta a fini ricreativi l'ambiente prealpino avvicinandolo a quella degli "specialisti". La preferenza del fruitore non esperto deve essere sicuramente tenuta in conto nelle decisioni sulla gestione del paesaggio, ma a patto che si realizzi anche un minimo di "alfabetizzazione" ecologica che consenta di comprendere, nei sui termini essenziali, la differenza tra la Val d'Intelvi e la Vai di Fiemme. A1 di là di queste considerazioni, anche restando sul piano della qualità visuale è bene precisare che, per non cadere in un puro "panoramismo", il paesaggio forestale non può essere valutato esclusivamente in una prospettiva visuale a grande scala. Le tecnologie di visualizzazione computerizzata già oggi consentono una valutazione dell'apprezzamento della qualità visuale del paesaggio non solamente sulla base della statica — panoramica" (in genere effettuata mediante test fotografici), ma anche attraverso una prospettiva "walk-trought” e, grazie alla realtà virtuale, si può consentire al1'osservatore di sperimentare realistiche esperienze interattive con il paesaggio, compresa la possibilità di dirigere la visuale in qualsivoglia direzione e di dirigersi "dentro" il paesaggio stesso (Daniel 2001). Nella prospettiva di questo allargamento sperimentale e concettuale delle possibilità legate alla valutazione della qualità visuale del paesaggio è evidente che assumono importanza qualità quali l'accessibilità e la libertà di progressione e la capacità di un paesaggio di esprimere e trasmettere il senso del vitalismo biologico attraverso il movimento e la mutevolezza. Visti dall'interno (sempre che sia possibile penetrarvi) i tetri popolamenti artificiali di conifere con l'immobilismo dei loro fusti, i rami secchi, l'assenza di un fiore o di un filo d'erba, l'immutabilità nel corso delle stagioni, la preclusione della visione del cielo, esprimono l'opposto di questo vitalismo che rappresenta una delle qualità più apprezzate in un paesaggio. D'altra parte anche con 1'impiego delle tradizionali tecniche fotografiche è stato os servato come il paesaggio "a corto raggio" dei densi popolamenti forestali artificiali sia scarsamente apprezzato dagli osservatori indipendentemente dal loro background culturale (Stnimse, 1996). Anche limitandoci alla classica prospettiva visuale a lungo raggio, che tiene conto solo del paesaggio-superficie (le cime verdi), dobbiamo osservare che il contributo alla qualità visuale dei "boschi" di conifere del Lario Intelvese è in realtà discutibile. Dal momento che la "naturalezza" appare come una delle caratteristiche fondamentali nel determinare l'apprezzamento estetico dei paesaggi naturali e seminaturali (Parson, 1991), le linee rette che contraddistinguono la delimitazione del popolamento forestale artificiale dal resto della vegetazione (originate dalla pedissequa osservanza dei limiti delle particelle catastali) rappresentano un elemento di artificialità facilmente percepibile e tale da condizionare negativamente la valutazione estetica del paesaggio. Sulla base del1'applicazione della tecnica dei test fotografici nell'ambito del comprensorio delle alpi della Tremezzina la presenza dell'elemento boschivo appare condizionare negativa mente la valutazione estetica del paesaggio a grande e media scala rappresentato nei fotocolor (Lamberti, 2002). In base a tutte le considerazioni svolte non meraviglia che i Piani di Assestamento Forestale prevedano nel territorio intelvese la graduale "rinaturalizzazione" dei popolamenti artificiali di conifere e la loro graduale sostituzione con il bosco misto di latifoglie, che rappresenta la formazione forestale tipica dell'ambiente. È però opportuno segnalare a questo proposito che l'operazione non è scevra di problematiche (e di costi). Il subitaneo "collasso" dei popolamenti in questione o la sua semplice accelerazione, ottenuta assecondando con il taglio l'opera del bostrico e degli schianti, determinerebbe una drastica riduzione del grado di protezione del terreno, oltre che un evidente compromissione della qualità visuale del paesaggio. Gli interventi prevedono quindi l'apertura di chiarìe o di fasce di taglio, entro le quali, grazie alla presenza della luce, possa affermarsi una vegetazione erbacea e quindi arbustiva. Un intervento drastico e sistematico di dirado presenta un forte rischio di schianto delle piante lasciate in piedi a causa della maggiore velocità del vento e dello sfavorevole rapporto ipsodiametrico. Un mezzo per favorire la graduale "rinaturalizzazione" delle formazioni arboree potrebbe essere rappresentato da un impiego mirato del pascolo con l'obbiettivo di favo rire l'insediamento della flora erbacea al margine dei popolamenti e all'interno delle aree disboscate. Tale intervento potrebbe essere indirizzato alla creazione e al mantenimento di pascoli arborati, di forte interesse sul piano della qualità estetica e ricreativa, anche valorizzando i lariceti presenti, in attesa di una loro sostituzione con una stabile popolamento naturale di latifoglie. Gli aspetti peculiari del paesaggio pastorale del Lario Intelvese Le caratteristiche sopra richiamate dell'ambiente hanno determinato la presenza nel territorio esaminato di elementi caratteristici e a volte peculiari. Come già osservato questi elementi si possono trovare organizzati nell'ambito di un alpe pascoliva (detta muunt o aalp) o disseminati sui pascoli. Uno dei più caratteristici è rappresentato dalle nevère. Si tratta di costruzioni singolari, motivate dalla necessità di accumulare, la neve durante la primavera in un profondo pozzo. La forma della parte di costruzione fuori terra è varia, ora a pianta quadrata, ora a pianta circolare (con le murature fuori terra con circonferenza uguale al pozzo). Il pozzo ha una profondità fino a 8-10 m. Esternamente i muri si presentano per lo più intonacati; la copertura è generalmente in pióde. Una ripida scala porta sul fondo del pozzo. La nevèra veniva caricata a febbraio-marzo con neve "vecchia", essa veniva pressata e la sua superficie coperta con foglie di faggio. L'utilizzo principale della nevèra consisteva nel raffreddamento del latte posto nelle conche per l'affioramento della panna (per la produzione del burro). Al fine di favorire la conservazione della neve si provvedeva a collocare intorno all'edificio faggi o altre essenze arboree per ottenere un buon ombreggiamento durante l'estate. Le nevére sono presenti anche nelle Alpi Lepontine (Pracchi, 1958; Patocchi e Pusterla, 1989). La sòstra. Architettura pastorale tipica del Lario Intelvese e delle Alpi Lepontine. Consiste in una costruzione in muratura aperta su uno o più lati. La funzione della sòstra consiste nel mettere rapidamente al riparo la mandria/il gregge durante i frequenti e violenti temporali estivi che si abbattono sui monti lariani. Alcune sòstre presentano sul lato aperto dei pilastri in muratura, altre, più tipicamente, delle arcate. La copertura è realiz zata con pióde la struttura del tetto, oltre che con le più comuni strutture lignee, può essere costituita da volte in muratura a testimonianza della diffusione locale delle tecniche di realizzazione di sistemi murari spingenti. La cassina e le stalle. Trattasi di fabbricati che a volte conservano (conservavano) la tipologia di quelli dei maggenghi. Ciò vale in particolare per la stalla-fienile, realizzata su due livelli (il superiore adibito a fienile, l'inferiore a stalla). Vale la pena riportare la descrizione fornita dal Serpieri (1912) per i fabbricati delle alpi pascolive tremezzine: Cascina piuttosto ampia, formata da 2-3 ambienti ad uso abitazione e casei ficio. Poi c'è il casello del latte, che qui è infirma di ghiacciaia, interrato, riempito durante l'inverno di neve. Una terza costruzione è rappresentata dalla stalla a volta, con fienile sovrapposto. Infine havvi la sostra, coperta da tetto in vivo, a due acque, sostenuto lungo la linea di colmo e lungo tutto il perimetro da grosse colonne pure in vivo: le gronde si sporgono fin quasi a livello del suolo in modo da meglio proteggere l'interno. Spesso tutte queste costruzioni sono disposte intorno ad una corte selciata, limitata da muro a secco. Le sostre servono solamente a raccogliere rapidamente il bestiame in caso di temporali. le stalle servono specialmente al bestiame degli affittuari, priima e dopo la formazione della mandra3 Un esempio dei fabbricati d'alpe come si presentavano ancora negli anni '50, rela tivo all'Alpe di Sala è riportato nella parte illustrativa. La cùrt. In alcuni casi sulle alpi lariane i vari corpi di fabbrica erano organizzati in torno ad una cùrt selciata, limitata su uno o due lati da muro a secco. Un esempio inte ressante si trova ancora all'Alpe Nesdale (Alpi Lepontine, Plesio). La tipologia di queste cùrt, in parte richiama le tipologie delle dimore perinanenti, ma in parte rappresenta an che una forma di transizione verso le tipologie più spiccatamente pastorali del bàrecb (molto diffuso nell'Alto Lario occidentale). II merícc. Consiste in uno spiazzo contornato da piante di alto fusto (faggi) o anche di un area alberata a moderata pendenza per consentire la sosta del bestiame all'ombra durante le ore più calde della giornata. La realizzazione del merícc presuppone un vero e proprio impianto arboreo e, in seguito alla ragguardevole età raggiunta dalle piante, rappresenta oggi un bell'esempio di architettura vegetale. oltre che un patrimonio di al beri monumentali o suscettibili di divenire tali. Presente anche nelle Alpi Lepontine. La ciudènda. Elemento scomparso a causa della cessazione della pratica di utilizzare parte della superfici a copertura erbacea delle alpi per lo sfalcio; rappresentava lo spazio delimitato da una siepe di sterpi secchi. La "bolla". Elemento oltremodo significativo ai fini della caratterizzazione del paesaggio pastorale del Lario Intelvese. Le "bolle" rappresentano delle riserve di acqua per 1'abbev erata del bestiame durante il periodo estivo. La generale scarsità delle sorgenti e la posizione delle alpi 3 (Serpieri (1912) vedi Bibliografia, pp. 181-188. pascolive (quelle della Tremezzina sono alpi di crinale) rendono neces sario accumulare il più possibile l'acqua piovana che si raccoglie negli avvallamenti naturali del terreno - eventualmente ampliati o modificati mediante interventi di sistemazione del terreno - operando l'impermeabilizzazione del fondo. Oggi 1'impermeabilizzazione è realizzata con cemento o posa di teli di plastica mentre, nel passato, veniva utilizzata argilla (spesso portata col gerlo da lontano), cenere, foglie di faggio, sterco animale. In tempi recenti al fine di ampliare la capacità di accumulo e di impedire 1'entrata del bestiame "alla guazza" e il conseguente inquinamento dell'acqua con le deiezioni, sono state realizzate in alcune "bolle - delle sponde in cemento e delle recinzioni. Tali soluzioni, che non sempre conseguono le finalità per cui sono state realizzate, rappresentano comunque un elemento di artificializzazione e di deterioramento della qualità estetica del paesaggio pastorale. La "fontana" . Realizzate in lastre di pietra locale le "fontane" sono utilizzate per l’abbeverata del bestiame, non solo nell'ambito dei pascoli e nei pressi delle alpi (quando vi è disponibilità di acqua oltre a quella piovana), ma anche lungo i percorsi di collegamento tra maggenghi e alpi e tra i villaggi e i pascoli diurni. Gli interventi di ristrutturazione dei fabbricati e dei manufatti legati all'esercizio dell'attività pastorale. Oltre agli interventi rivolti all'adeguamento alle norme igienico-sanitarie e al miglioramento delle condizioni di abitabilità che hanno interessato i fabbricati tuttora utilizzati per le finalità dell'attività pastorale e del caseificio, diverse alpi del territorio considerato sono state interessate da interventi edilizi legati al cambiamento della destinazione d'uso dei rustici. I fabbricati così trasformati, nella maggior parte dei casi di proprietà privata, ma a volte anche di proprietà comunale, sono divenuti ristori o abitazioni secondarie. Le trasformazioni subite sono risultate tali da compromettere la permanenza e la riconoscibilità degli elementi preesistenti, introducendo elementi estranei (sul piano dei materiali, delle forme, dei colori). Ciò ha rappresentato un elemento di perdita di identità e di strutturazione del paesaggio dal momento che non è più possibile "leggere" una sua finalizzazione. Il risultato è la giustapposizione di elementi scarsamente armonizzati che deprezza sia la componente turistica che quella pastorale4. Gli interventi che hanno interessato le strutture pastorali ancora utilizzate sono risultati poco attenti all'aspetto formale anche perché, mentre l'adeguamento strutturale alle norme igienico-sanitarie (che ha comportato interventi impegnativi e costosi), è avvenuto sulla base di stringenti prescrizioni. nessuna indicazione generale è venuta a favore del rispetto di criteri paesaggistici. Tale rispetto è stato sinora lasciato alla buona volontà degli amministratori locali ed è considerato ancora come un lusso dal momento che negli interventi su questi fabbricati "produttivi" continuano a utilizzare criteri di mera funzionalità ed economicità. La consapevolezza del carattere multifunzionale dell'attività pastorale e del suo ruolo della produzione di valori estetici, oltre che ecologici e culturali. è evidentemente ancora molto poco diffusa al di fuori di ristretti ambiti culturali e professionali. Non ci si rende conto che la mancata attenzione dell'aspetto estetico comporta una perdita di valore patrimoniale e di reddito. È significativo che anche nel caso degli interventi di ristrutturazione dell'Alpe di Gotta, proprietà del Demanio regionale, unico esempio di vera e propria alpe pascoliva della Valle d'Intelvi e dotata di un interessante complesso di edifici realizzati in pietra calcarea reperita in situ, si siano seguiti criteri poco rispettosi delle caratteristiche architettoniche tradizionali. Le coperture, per esempio, sono state realizzate in lamiera grecata invece che in leggere piòd un tempo ampiamente utilizzate e ricavate dalle cave del Generoso (Pracchi, 1958). 4 Può essere istruttivo a questo proposito il confronto con le sistemazioni degli agritur malghe trentine caratterizzate dal tentativo a volte riuscito di adattare alle nuova funzione le vecchie tipologie garantendo la riconoscibilità della permanenza di elementi tradizionali. La conservazione del paesaggio pastorale sotto il profilo vegetazionale Mentre sulle alpi della Tremezzina la presenza del bestiame, sia pure ridotta rispetto al passato, assicura un equilibrio che garantisce il mantenimento della copertura erbacea, nel Generoso il basso carico di bestiame determina una costante contrazione delle superfici a pascolo, che vengono invase da arbusti (rododendro, rosa canina, ginepro, ginestra) e quindi da essenze arboree "pioniere" (betulla, maggiociondolo) caratteristiche di formazioni secondarie che possono precludere solo in tempi più o meno lunghi all'insediamento di associazioni stabili (bosco misto di latifoglie con predominanza del faggio). La presenza di fasi di transizione favorisce su ampia scala una buona biodiversità anche se, localmente, il prevalere di graminacee ad elevato portamento (lasciate ad in grigire sul pascolo sino all'annata successiva), di felci (Pteridium aquilinum) e di poche specie di arbusti può rappresentare un impoverimento rispetto ad un pascolo utilizzato in modo estensivo. In non pochi casi la situazione floristica determinatasi in seguito alla cessazione del pascolamento, o di una forte riduzione del carico, comporta uno scadimento manifesto della qualità estetica e della fruibilità ricreativa (difficoltà di progressione su terreni fortemente invasi da felci e arbusti spinosi, assenza di superfici con copertura di graminacee a basso portamento adatte per prendere il sole, consumare una colazione al sacco ecc.). Le dimensioni del problema dell'infestazione di Pteridium aquilinum sono facilmente apprezzabili all'Alpe Grande, centro focale della frequentazione turistica del comprensorio. Il processo di "transizione" dei pascoli, così come nel caso della rinaturalizzazione dei popolamenti artificiali di conifere, non è scevro di problemi anche se essi sono meno avvertiti (gli interventi di forestazione e di "rinaturalizzazione" attirano più attenzione perché più costosi ed implicanti codificati interventi e capacità tecniche). Anche per la gestione delle superfici a copertura erbacea e arbustiva è però opportuno prevedere un "pilotaggio" in modo di massimizzare, per quanto possibile, gli obbiettivi di qualità paesistica ed ecologica. Lo strumento per una programmazione paesistica è, in questo caso, rappresentato da una gestione multifunzionale del pascolamento. Essa deve prevedere da una parte l’applicazione di una regime di pascolo da parte del bestiame ancora presente (in grado da distribuire il carico coerentemente con l'obiettivo del mantenimento di alcune superfici a copertura erbacea a carattere "strategico"), dall'altra l'utilizzo del "pascolo di servizio"5 per intervenire in modo più mirato, attraverso l'impiego di ovicaprini od equini e di recente gli asini hanno acquistato popolarità nell’ambito di iniziative di pascolo "naturalistico" o di "manutenzione territoriale", Corti, 2002). L'utilizzo del pascolo come strumento di gestione del paesaggio, può essere esteso, nell'ambito del comprensorio in esame, agli interventi di "rinaturalizzazione" dei popolamenti artificiali di conifere ad interventi con finalità faunistica, tesi a mantenere un certo grado di apertura ne1l’ambito delle formazioni forestali esistenti e quindi a garantire la disponibilità delle risorse trofiche per la fauna selvatica. Tali interventi vengono attualmente eseguiti con mezzi meccanici con costi elevati e con risultati di minore durata rispetto a quelli conseguibili con il pascolamento o integrando gli interventi meccanici con l'impiego del pascola Le considerazioni sopra svolte in relazione ad una nuova concezione della gestione pastorale (dal territorio per l'animale all'animale per il territorio) non deve far dimenticare che la pratica pastorale può recuperare importanza non solo per i servizi diretti ed indiretti a favore della qualità del paesaggio, ma anche attraverso la valorizzazione delle produzioni di qualità specifica (latticini, ma anche carni). Nell'ambito delle attività agrituristiche, oltre all'offerta di prodotti alimentari di qualità tradizionale e specifica è ragionevole affiancare quella di servizi sportivi, educativi, didattici centrati sul ruolo degli animali e della pratica pastorale. 5 definito come attività pastorale che fornisce un prodotto zootecnico inferiore al valore del servizio ambientale reso (e remunerato). Nella Tremezzina la qualificazione della produzione casearia e la realizzazione di iniziative promozionali in alpe può rappresentare un elemento trainante per incrementare la frequentazione turistica. Nel Generoso può, essere invece, il turismo a trascinare, attraverso la domanda di prodotti tipici e di servizi turistico-educativi-ambientali, una ripresa e una riqualificazione dell'attività pastorale. È significativo che le sòstre in migliore stato di conservazione, quelle del Generoso (Alpe Grande e Pian d'Alpe) che, però, rischiano la monumentalizzazione. Interventi e prospettive. Dal momento che un patrimonio non conosciuto non rappresenta una risorsa, ma solo una potenzialità che rischia oltretutto di essere perduta, è necessario in primo luogo conoscere e far conoscere gli elementi di quello che abbiamo definito il paesaggio pa storale del Lario Intelvese. Pare opportuno suggerire la realizzazione di un inventario di alcuni di questi elementi poco conosciuti. Il censimento delle sòstre, dei merìcc, delle bolle può rappresentare un punto di partenza per la catalogazione di questo patrimonio. Alla catalogazione delle far riscontro un'azione di divulgazione (tabelle informative, percorsi a tema, opuscoli). Nell'ambito del gruppo del Generoso l'Alpe di Gotta possiede delle caratteristiche per divenire un centro di educazione ambientale e di ecoturismo rivolto ad un target specifico di consumatori (gruppi giovanili, associazioni, ricercatori). Ciò a patto che la funzione pastorale non venga eliminata, ma interpretata in chiave multifunzionale attraverso la realizzazione di esperienze pilota di utilizzo del pascolamento estensivo per finalità di manutenzione ambientale, ma anche mantenendo un risvolto produttivo finalizzato all'aspetto didattico ed educativo). Tale destinazione presuppone un adeguamento estetico con il ripristino delle caratteristiche architettoniche. Nell'ambito del Generoso un altro insediamento di cui è auspicabile il recupero è rappresentato dall'Alpe Pesciò. La presenza di numerose "alpi" e di un consistente patrimonio edilizio, ancora in parte legato all'attività pastorale, rappresenta, più in generale, una risorsa importante per lo sviluppo di attività agrituristiche ri volte al vasto pubblico che frequenta 1'area specie in corrispondenza del fine settimana. Nella Tremezzina gli obbiettivi di qualificazione della presenza e dell'attività turistica sono rappresentati, oltre che dalla organizzazione di eventi sul tema dell'alpeggio e delle produzioni tipiche, dalla realizzazione di aree attrezzate, e tabelle informative relative agli importanti elementi di interesse turistico presenti (Lamberti, 2002). Un target al tempo stesso ecologico e di qualificazione turistica è rappresentato dal contenimento della presenza di mezzi motorizzati privati. Un servizio di "navetta" tra la stazione della funivia a Pigra e Boffalora, Alpe di Lenno (con possibilità di biglietto cumulativo battello-funivia-pullmino), potrebbe facilitare la scoperta della dimensione alpestre del Lario (certamente una delle più caratterizzanti dal punto di vista storico-culturale) e far scoprire a molti l’emozione di ammirare il lago da 1.700 m di quota. Anche sulla Tremezzina nel caso di diversi fabbricati paiono importanti interventi di adeguamento estetico. Ringraziamenti. Si ringrazia il Dr. Alessando Rapella dell'Ersaf per l'approfondita discussione di diversi punti oggetto della relazione Appendice. Inventario dei fabbricati d'alpe della Tremezzina e della Valle d'Intelvi all'inizio del XX secolo (Serpieri, 1912). Tremezzina. Alpetto. Buona stalla doppia capace di 22 capi ed una buona sosta in muratura a secco ben costruita. Cisterna in muratura sufficiente ad abbeverare la mandra per tre mesi. Lenno. Cascina con ghiacciaia: due stalle doppie, capaci ciascuna di 16 capi, con soffitto a volta e fienile so\-rastanti: due sostre. una di m. 15 x 8 circa, l'altra di m. 9 x 8. Pozze in terra. Ossuccio. Oltre alla solita cascina vi è una stalla a volta, doppia, capace di 10-12 capi, ed una sostra coperta di lamiera di zinco, di m. 15 x 8. Pozze. Sala. Stalla a volta per 8-10 capi, ed una sostra pure a\ -olta chiusa completamente su tre lati, di circa m. 15 x 8. Due pozze. Colonne. Cascina, stalla e sostra come nelle alpi precedenti. Pozze. Generoso. Cristè di S. Fedele. Cascina e sostra abbandonate, pascolo diurno di 250 capi con pastore comunale. Alpe di Gotto (Aalp da Gòta). Ha una via di accesso non meglio che discreta: ha un notevole complesso di costruzioni in vivo (cascina con ghiacciaia; stalla doppia, a volta, lunga circa 8 m. con sovrapposto fienile; sostra chiusa su tre lati, di m. 30 x 7), in stato poco buono di conservazione. L'alpe è in affitto ad un gruppo di affittuari che vi restano per 6 mesi con il bestiame di loro proprietà: un centinaio di bovine (70 lattifere) e una quarantina di capre. Il latte è lavorato a burro e formaggio semigrasso, o per la produzione dei caratteristici formaggini della Vallintelvi di latte vaccino e caprino. Bibliografia Antrop M. (2000) Background concepts for integrated landscape anall'sts. Agriculture, Ecosystems and Environment 77, 17-28. Bonesio L. (2002) Oltre il paesaggio. I luoghi tra estetica e geofilosofia . Casalecchio (Bo). Corti M. 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Le illustrazioni a corredo di questa relazione sono visibili sul CD-Rom allegato. Fig. 1- Una "bolla" all'Alpe di Ossuccio. Le "bolle" consentono di accumulare l'acqua piovana per le esigenze di abbeverata del bestiame durante l'estate e rappresentano un elemento seminaturale caratteristico che costella il paesaggio pastorale del Lario intelvese dove le sorgenti sono in numero limitato; è in grado di contribuire significativamente alla qualità visuale del paesaggio. Fig. 2. - Alpi della Tremezzina. La netta demarcazione tra pascolo e impianto di conifere conferisce artifcialità al paesaggio riducendone la qualità visuale ed ecologica. L'interfaccia tra il pascolo rappresenta un,a quinta che nasconde lo squallore all'interno del popolamento arboreo: solo il "tetto" e le "pareti esterne" del popolamento sono verdeggianti in quanto esposte alla luce; all'interno il sottobosco è assente per assenza di luce e inibizione della germinazione mentre i rami delle conifere sono secchi quasi sino alla cima. Fig. 3 - Interventi di dirado in impianto artificiale di Abete rosso con piante ormai mature all'Alpe Grande di S. Fedele. Si noti l'assenza di rinnovazione naturale e di qualsiasi vegetazione del sottobosco, nonché il ridotto diametro dei fusti in relazione alla loro altezza (sfavorevole rapporto ipsodiametrico). Questo sfavorevole rapporto riduce il valore mercantile del legname e rende più facilmente suscettibili le piante allo sradicamento e allo schianto in presenza di trombe d'aria. In altri contesti del territorio i popolamenti artificiali si presentano in condizioni molto peggiori per la totale assenza di sfollamenti e diradamenti dopo l'impianto e per l'incidenza di avversità naturali dovute all'habitat non idoneo per le conifere. Fig. 4 - Il paesaggio tradizionale della fascia sottostante i pascoli estivi. Qui non siamo più in presenza di un paesaggio pastorale ma agro-pastorale, oggetto, in passato, di coltivazioni orticole e frutticole oltre che foraggere. . La distribuzione capillare delle stalle-fienile ancora in parte frequentate durante il periodo estivo e la presenza di prati segatizi è responsabile della qualità visuale di questo paesaggio tradizionale con armoniosa distribuzione di pieni e di vuoti e interessanti contrasti cromatici legati all'alternanza della copertura erbacea con le fasce arboree di latifoglie; i rustici di ridotto volume e non sottoposti a pesanti rimaneggiamenti rappresentano i segni evidenti ma discreti dell'antropizzazione. Fig. 5 - La sòstra al Pian delle Alpi a Casasco. Rappresenta l'esempio più notevole di questa tipologia; è caratterizzato dal tetto a più falde e dal doppio porticato. A differenza della sòstra dell'Alpe Grande a S. Fedele, oggetto di un accorto intervento di sistemazione, questo edificio richiederebbe urgenti interventi conservativi e azioni di riqualificazione del contesto ambientale interessato da degrado del pascolo per infestazione di Pteridium aquilinum. Fig. 6 - Alpe di Sala negli anni '50. A1 centro la cassina con il fienile al livello superiore, sotto la stalla, a sinistra la cucina per la lavorazione del latte, a destra la sòstra (Foto Nangeroni, in Pracchi, 1958). Questa tipologia si trova nelle alpi pascolive della Val Senagra e rappresenta un elemento di continuità con quelle dei "monti" (maggenghi). Fig. 7 - Alpe di Gotta (Aalp de Gòta). Rappresenta l'unico esempio di vera e propria alpe pascoliva nel comprensorio pastorale del Generoso. Il complesso dei fabbricati, dei manufatti di supporto e dell'elemento arboreo (frassini secolari) definisce un insieme di grande interesse anche in ragione del contesto ambientale. Appartiene al demanio regionale (ERSAF). Fig. 8 - L'Alpe di Colonno. Esempi, dagli esiti quanto mai sconfortanti, di realizzazione di fabbricati d'alpe senza alcun riferimento con le architetture e il paesaggio tradizionali, caratterizzati dal forte impatto negativo non solo sull'intorno, ma anche sull'immagine dell'insieme del comprensorio delle Alpi tremezzine.