Poste Italiane S.p.A. – Spediz. in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2 e 3, Roma aut. n. 165/2007
Anno associativo 2008-’09
L’educazione,
fattore di sviluppo...
la scelta
del prendersi cura
Sussidio annuale
MIEAC – Via Aurelia, 481 – 00165 Roma – tf. 0666412426
www.impegnoeducativo.it
Sussidio annuale
L’educazione,
fattore di sviluppo...
la scelta
del prendersi cura
Anno associativo 2008-’09
3
Pubblicazione ad uso interno
a cura dell’Equipe nazionale del
Movimento di Impegno Educativo di A.C.
Roma, novembre 2008
Sommario
Lettera della Presidente nazionale
ai soci del MIEAC ad apertura
del nuovo anno associativo 2008-’09..................... 7
Il tema dell’anno:
«L’educazione, fattore di sviluppo...
la scelta del prendersi cura».................................... 15
Le schede bibliche di don A. Mastantuono...................... 19
Io - tu - l’Altro................................................................................. 21
Leggersi, provocati da una domanda (Lc 24,15-24)................... 33
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)...... 47
Bibliografia...................................................................................... 63
L’itinerario di spiritualità a cura di A. Izzo............ 65
Avvento - Chiamati alla Santità..................................................... 67
Quaresima - Insieme per servire.................................................... 75
Tempo di Pasqua/Pentecoste - Dallo scoraggiamento
alla speranza................................................................................... 81
Educapolis. I microprogetti 2008-’09. .............. 87
Scheda progettuale n. 1 - Educare alla corresponsabilità sociale.. 89
Scheda progettuale n. 2- Culture fedi e identità giovanili........... 93
Scheda progettuale n. 3 - Adulti e giovani, insieme
nella transizione verso l’età adulta.............................................. 99
Tema e cammino annuale
Lettera della Presidente nazionale ai
soci del MIEAC ad apertura del nuovo
anno associativo 2008-’09
Roma, 16 ottobre 2008
Ai Presidenti diocesani del MIEAC
Ai Vicepresidenti diocesani del
MIEAC Agli Assistenti diocesani del
MIEAC Agli Aderenti del MIEAC
«L’educazione, fattore di sviluppo...
la scelta del prendersi cura»
Carissimi,
vi so già impegnati col gruppo e sul territorio. Molti
di voi hanno già programmato il cammino di quest’anno
prima dell’estate, e con tanti ci siamo incontrati e abbiamo fruttuosamente lavorato nel Convegno estivo di Castellammare. Nella cornice splendida del Golfo abbiamo
condiviso un momento intenso di preghiera, studio, laboratorio e progettazione. Dalle meditazioni di don Antonio
è nato il sussidio che, con le liturgie, sosterrà la nostra
cura spirituale. Particolarmente significativa la presenza
tra noi del Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica,
Franco Miano, e, in diversi momenti, di tanti responsabili
dell’ACI. In un momento in cui la cura dell’educazione è
finalmente, nuovamente, messa al centro della vita pastorale e associativa come il primum, il MIEAC è chiamato
ad un impegno ancora più intenso e qualificato.
Siamo interpellati a dare un contributo di progettazione,
di metodo, di apertura laicale e dialogica al mondo degli
adulti educatori, per leggere - con tutta l’ACI e la comunità ecclesiale intera - l’emergenza educativa, non con un
atteggiamento difensivo, né come un ulteriore «argomento»
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Sussidio annuale 2008-’09
da trattare. Lo diciamo fin dal tema scelto per quest’anno
associativo: «L’educazione, fattore di sviluppo... la scelta
del prendersi cura». La cura chiede messa in gioco di persone e di strutture, disponibilità ad un cambiamento radicale
come singoli e come comunità. La cura chiede vicinanza,
premura, discernimento, prevenienza, passione, competenza e capacità di attivare dinamiche di reale cambiamento.
Chiede capacità di riconoscere ed agire su quei meccanismi
politici, sociali, ecclesiali, che quotidianamente incidono in
maniera sistematica, spesso misconosciuta o sottovalutata,
sulla capacità e sulle possibilità degli adulti di incidere con
l’azione educativa e sulla strutturazione della personalità delle giovani generazioni: la città, in ognuna delle sue
manifestazioni educa. Si pone come contesto di crescita o
di perdita di sé. Il nostro impegno, allora, si struttura con
grande energia e determinazione, in maniera ellittica intorno a due fuochi: gli adulti che sono chiamati ad essere di
per sé educa tori (e, quindi, quei giovani che tendono già
oggi ad assumersi responsabilità educative) e la comunità
come possibile, feconda opportunità di sviluppo. Ascolto,
dialogo, a volte denuncia, accompagnamento, costruzione
di reti di collaborazione e cooperazione (con Istituzioni, associazioni, scuole ... ), tentativi di coerente individuazione
di percorso. I risultati della ricerca IARD, ai quali siamo
stati introdotti dallo stimolante intervento del dott. Grassi
al convegno (presente in audio sul nostro sito) ci confermano in una prospettiva che, con l’identità stessa del MIEAC,
abbiamo assunto.
Da questo punto di vista, ribadiamo con forza la scelta
del metodo della progettazione, operata e resa sistematica
con Educapolis. Nei laboratori di Castellammare sono stati
costruiti tre nuovi percorsi che verranno offerti ai gruppi,
prima attraverso il sito, poi in un nuovo testo. A noi riprendere l’impegno di realizzare, attraverso il metodo dei microprogetti, tentativi di risposta ai bisogni intercettati sul
territorio. Dobbiamo essere pronti, in questo anno congressuale ad un ulteriore slancio. Impegno di crescita dei singoli
e dei nostri gruppi per prenderci in carico il nostro proprio,
8
Tema e cammino annuale
la cura educativa. Capacità di dialogo e cooperazione con
tutta l’associazione, perché la centralità educativa ci sta a
cuore e insieme possiamo amplificare gli obiettivi che ci poniamo. Capacità di raggiungere il più possibile insegnanti,
genitori, animatori sociali e specialisti; un’attenzione (anche creativa nelle sue forme) ai giovani che si preparano
alle professioni educative e sociali (Licei, Università)... anche molto oltre i confini ecclesiali, per condividere con loro
segmenti di percorso, con la prospettiva comune dell’educazione intesa come umanizzazione. Lucida conoscenza e
competenza dei fenomeni sociali dei quali la costruzione
della persona si nutre. È urgente rimettere al centro le questioni della legalità e della democrazia, dell’accoglienza
del diverso e dell’intercultura. La cronaca di questi giorni
spinge ad un sovrappiù di attenzione ad aspetti della nostra
cultura di cittadini e della nostra ottica di credenti che sembravano acquisiti. Proveremo a realizzare su questi temi
due convegni, uno al Nord e uno al Sud, per offrire un contributo di interpretazione e progettazione.
Nel percorso che vi suggeriamo per quest’anno chiediamo ai gruppi - come ci dicevamo a Castellammare - di realizzare una Giornata di riflessione (se possibile in rete con
altri soggetti ritenuti significativi) nel proprio territorio sul
primo fuoco (chiamiamola: la dimensione personale della
cura educativa). Di realizzarla tutti, contemporaneamente,
nei nostri paesi e città il prossimo 16 novembre, un Appuntamento ideale, una Giornata nazionale del MIEAC che ci
veda idealmente insieme, ognuno con le proprie forze (piccole o grandi) di capacità di coinvolgimento di altri soggetti
nell’ambito ecclesiale e sul territorio. Per dare centralità ai
luoghi del nostro impegno abbiamo preferito collocare nella
giornata del 23 novembre l’elezione del Delegato regionale
(anche con la sola presenza dei Presidenti e rappresentanti dei gruppi): in ognuna delle regioni coinvolte ci sarà un
membro dell’equipe nazionale.
Affidiamo al Congresso Nazionale, (5-7 dicembre) un
serio approfondimento del secondo fuoco: a quali condizioni la città, la politica, l’economia, le Istituzioni, i conte9
Sussidio annuale 2008-’09
sti possono favorire la crescita delle persone e lo sviluppo
della comunità. La qualità degli interlocutori del momento
pubblico, l’approfondimento e la proposta dei laboratori, la
stesura di un manifesto che dica le idee, i progetti, il futuro che ci sta a cuore, e su cui ampliare le adesioni ideali
al MIEAC, fanno del Congresso un momento di identità e
formazione da non limitare ai soli delegati, ma da proporre
a tutti gli aderenti e simpatizzanti. Ci aspettiamo e dobbiamo costruire una partecipazione numerosa e qualificata.
La cronaca di questi giorni conferma, purtroppo, la preoccupazione che già al Convegno avevamo espresso (ne
facevo cenno anche nella mia relazione) annunciando, assumendo (e chiedendovi di assumere) un impegno straordinario per la scuola, pensata come un’opportunità e in una
possibile, praticabile’ alleanza’ con le famiglie. La produzione legislativa di queste settimane merita, infatti, un’attenzione urgente e competente: su di essa abbiamo espresso
ragioni di grande preoccupazione con una riflessione (confronta e diffondi il parere sul sito) e contiamo di pubblicare
un numero speciale di «Proposta Educativa». Un notevole
contributo abbiamo offerto con quello su don Milani. Si
tratta della figura guida a cui facciamo riferimento ancora quest’ anno, anche alla luce delle scelte, dell’impegno,
della profezia di don Lorenzo, un progetto di uomo estremamente stimolante, un’idea di scuola e un modello di maestro che interpellano ancora gli insegnanti e denunciano
le scelte politiche di oggi, una passione ed una razionalità
che affascinano ancora chi pensa alla scuola come luogo
della crescita, dello sviluppo, delle pari opportunità umane
e sociali.
A questo proposito, oltre allo studio personale e all’approfondimento nel gruppo di «Proposta Educativa», ne va
decisamente implementata la diffusione (anche a prezzi
promozionali, da concordare): è un obiettivo prioritario.
Dobbiamo darci il traguardo di raddoppiare il numero degli abbonati. Si tratta di condividere con il maggior numero
di persone possibile una cultura caratterizzata da un approccio complesso e problematico al reale, per non accon10
Tema e cammino annuale
tentarci delle letture semplificatorie che ci vengono indotte
dai mass media, per ampliare le capacità di interpretazione critica del reale, per resistere il più possibile a forme di
pensiero banalizzante o, peggio, tendente all’assuefazione a
logiche che ci sono estranee. Si veda, una per tutte, la sistematica ‘costruzione’ del sentimento di paura nei confronti
dell’altro, lo straniero, il diverso, con l’annessa categoria di
‘invasione’ (di volta in volta islamica, Rom, di immigraticriminali...) che sta portando il Paese - giovani in testa - ad
una deriva xenofoba e razzista, estranea alla nostra cultura
costituzionale e ai valori di solidarietà e accoglienza ai quali
si ispira.
Altrettanto importante, da questo punto di vista, visitare,
diffondere in ogni modo e partecipare all’elaborazione delle
pagine del nostro sito. Luogo di immediata diffusione di
quanto produciamo in termini culturali (denunce, partecipazione a campagne di valore sociale, iniziative, riflessioni,
recensioni), è e vuole essere - come molti hanno imparato
a scoprire - luogo di un’informazione altra e di un’interpretazione possibile, diversa, della realtà. Visitarlo quotidianamente e diffonderlo ulteriormente, inviare programmazioni, iniziative, notizie, sintesi di eventi, recensioni...
significa darsi un’opportunità di conoscenza e formazione
sul campo, condividere riflessione ed interpretazioni nel
flusso delle informazioni, contribuire a costruire speranza,
anche per quegli educatori (e a volte siamo noi stessi) che
nella solitudine sperimentano la frustrazione e temono l’insignificanza.
Ci attende - e ci impegna - un anno straordinario nell’ordinario. Il nostro Congresso Nazionale, l’inizio di un tempo
che la Chiesa italiana dedicherà all’educazione, una rinnovata attenzione, perciò, al nostro Movimento e a quello che
ci sta a cuore ... È il tempo dell’impegno, dell’entusiasmo,
della passione. Lo vivremo insieme. Dando nuova linfa ai
gruppi ‘esperti’, accompagnando i piccoli nuclei di MIEAC che stanno nascendo, rendendo sempre più qualificata
e puntuale la rivista, tenendo aggiornato e sempre più ricco
11
Sussidio annuale 2008-’09
il sito, favorendo le occasioni di incontro tra i gruppi e con i
membri dell’equipe nazionale.
Lo faremo insieme, sapendo dare alla nostra fatica il passo di una gioia serena e pensosa.
Con affetto
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Mirella Arcamone
Tema
dell’anno
Tema e cammino annuale
«L’educazione, fattore di sviluppo... la scelta del prendersi cura»
Il tema
L’educazione è fattore imprescindibile di sviluppo integrale tanto per la singola persona (dimensione esistenziale, affettiva, relazionale) quanto per la comunità e per
la società (rapporti tra le persone, valori comuni, civile
convivenza, solidarietà, giustizia, pace, libertà, partecipazione democratica, responsabilità...).
Da qui due sottolineature:
• il contributo che deve venire dal mondo dell’educazione: percorsi.. iniziative.. progetti educativi, cura delle
nuove generazioni, adulti autenticamente educatori e
testimoni;
• l’apporto che deve venire all’educazione dalla comunità (famiglia, scuola, chiesa) e della società (istituzioni,
amministrazioni, politica, economia, cultura) perché
l’impegno educativo possa esprimersi in tutte le sue potenzialità e non venga ostacolato od addirittura vanificato da scelte, comportamenti, politiche, investimenti
che vanno in tutt’altra direzione.....
La cura chiede messa in gioco di persone e di strutture,
disponibilità ad un cambiamento radicale come singoli e
come comunità. La cura chiede vicinanza, premura, discernimento, prevenienza, passione, competenza e capacità di attivare dinamiche di reale cambiamento. Chiede
capacità di riconoscere ed agire su quei meccanismi politici, sociali, ecclesiali, che quotidianamente incidono in
maniera sistematica, spesso misconosciuta o sottovalutata, sulla capacità e sulle possibilità degli adulti di incidere
con l’azione educativa e sulla strutturazione della personalità delle giovani generazioni.
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Sussidio annuale 2008-’09
La «città», in ognuna delle sue manifestazioni educa. Si
pone come contesto di crescita o di perdita di sé. L’impegno educativo, pertanto, va strutturato con grande energia e determinazione, in maniera ellittica intorno a due
fuochi: gli adulti che sono chiamati ad essere di per sé
educatori (e, quindi, quei giovani che tendono già oggi ad
assumersi responsabilità educative) e la comunità come
possibile, feconda opportunità di sviluppo. Ascolto, dialogo, a volte denuncia, accompagnamento, costruzione di
reti di collaborazione e cooperazione (con Istituzioni, associazioni, scuole...), tentativi di coerente individuazione
di percorso.
Gli strumenti
Il «Progetto Educapolis», integrato da tre nuovi percorsi, quale tentativo di risposta ai bisogni intercettati sul
territorio.
Si tratta di raggiungere - attraverso il metodo della progettazione, dei microprogetti - insegnanti, genitori, animatori sociali, specialisti, giovani che si preparano alle professioni educative e sociali... anche molto oltre i confini
ecclesiali, per condividere con loro segmenti di percorso,
con la prospettiva comune dell’educazione intesa come
umanizzazione, sviluppo integrale della persona, lucida
conoscenza e competenza dei fenomeni sociali dei quali
la costruzione della persona si nutre.
L’itinerario di spiritualità
Una proposta di spiritualità laicale, a misura di educatore. Un forte radicamento biblico-evangelico, in cui far
convergere rigore esegetico e rilettura spirituale dei testi
sacri, per ridare vita, attualità, significato alle parole di
Cristo, cogliendole a partire dal contesto originario e riascoltandole da dentro la condizione dell’uomo d’oggi.
Tre schede bibliche, accompagnate da altrettanti schemi di
celebrazioni, uno per ogni tempo forte dell’anno liturgico,
16
Tema e cammino annuale
offriranno la possibilità di predisporre incontri comunitari
di riflessione e di preghiera, a misura... di educatori.
La figura guida
Anche quest’anno è Don Milani (v. Proposta Educativa
n° 2 del 2007), a significare un impegno straordinario per
la scuola alla luce delle scelte, dell’opera, della profezia
di don Lorenzo: un progetto di uomo estremamente stimolante, un’idea di scuola e un modello di maestro che
continuano ad interpellare gli insegnanti e denunciano le
scelte politiche di oggi; una passione ed una razionalità
che affascinano ancora chi pensa alla scuola come luogo
della crescita, dello sviluppo, delle pari opportunità umane e sociali.
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Schede
bibliche
di don A. Mastantuono
Le riflessioni bibliche
Scheda n°. 1
Io - tu - l’Altro
Io - tu - l’Altro
1. I protagonisti del cammino formativo
L’uomo si muove verso l’esterno spinto dal bisogno di
rispondere ai propri bisogni e desideri. Il bisogno primario
è quello della fame, per cui l’individuo si mette in cammino con il fine di cercare cibo. A un certo punto della propria esistenza, sia personale che societaria, questa ricerca
diventa simbolica rappresentando una realtà più interna
ed essenziale. La ricerca di cibo diventa, così, la ricerca di
ciò che può nutrire la nostra fame di senso e significato per
sopravvivere agli eventi bruti della vita quotidiana. Il viaggio della vita si snoda, allora, attraverso quelle molteplici
«città invisibili», interiori ed esteriori, nelle quali desideriamo trovare quel cibo tanto agognato. Ma la ricerca può
trasformarsi in inferno quando quelle «briciole» di verità
che siamo riusciti a racimolare, cercando qua e là, nelle
viuzze e nelle piazze, assurgono ad unica verità dichiarando guerra alle altre. Allunghiamo la mano per afferrare e
fare nostri questi pezzetti di cibo ma essi stessi ci fanno
scoprire nudi e divisi da noi stessi e dagli altri. Abbiamo
sbagliato bersaglio. Pensando che quel dato frammento
fosse la verità assoluta l’abbiamo afferrato dividendoci tra
noi e pensando che tutto ciò che differisse da questo fosse
un nemico da cui difenderci o da distruggere.
E la vita si fa inferno! Come imparare a starci dentro?
Occorre fermarci e non smettere mai di «cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio» (Calvino 2001,164).
Non tanto cioè scatenare rivoluzioni e fare gesti eclatanti,
quanto il paziente, minuscolo lavoro di cura di ognuno di
noi, che si china su qualcosa di apparentemente non così
significativo, non così importante e come dice Calvino –
21
gli dà spazio e lo fa durare: in questo consiste il cammino
formativo!
Ma chi cercare, chi imparare a riconoscere per uscire
dai cespugli delle proprie comodità, delle opinioni e delle rappresentazioni? Martin Buber direbbe che è possibile
scoprirlo ascoltando e rispondendo alla voce che ci domanda: «Adamo, dove sei?». Nel libro della Genesi, al capitolo 3, Dio pone questa domanda alla sua creatura dopo
che quest’ultima ha fatto i conti con il peccato, cioè dopo
che ha sbagliato bersaglio. Il fatto interessante è che Dio
non gli chiede chi ma dove sei. Gli domanda di collocarsi
di nuovo all’interno della storia della salvezza; il «dove»
indica un luogo da cercare, uno stato di vita che di nuovo
immette dentro la relazione con l’altro E ciò è possibile
solo se Adamo, l’umano, accetta il rischio di uscire fuori dai cespugli della sua pigrizia e dell’omologazione per
raccontarsi responsabilmente e ritrovarsi dentro la storia
comunitaria di liberazione e di amore del suo Dio. Afferma Buber:
«Per quanto ampio sia il successo e il godimento di un
uomo, per quanto vasto sia il suo potere e colossale
la sua opera, la sua vita resta priva di un cammino
finché egli non affronta la voce. Adamo affronta la
voce, riconosce di essere in trappola e confessa: “Mi
sono nascosto”. Qui inizia il cammino dell’uomo»
(Buber 1990, 22s).
L’uomo quindi è invitato a «riprendersi», cioè raccogliere la propria anima sfilacciata in tutte le direzioni,
concentrarla e indirizzarla sempre nuovamente verso la
meta. Un cammino che è possibile compiere solo a partire
da noi stessi.
Iniziare, quindi, da dove ci si trova collocati, cioè da
noi stessi. Partire col cambiare se stessi. E questo è necessario perché il cambiamento della nostra esistenza determinerà anche il cambiamento del mondo esterno e non
viceversa.
22
Io - tu - l’Altro
Sussidio annuale 2008-’09
Io - tu - l’Altro
Le riflessioni bibliche
Una trasformazione provocata dalla presenza interpellante dell’altro. Occorre allora aprirci al racconto degli
altri per scoprire il posto, il luogo dove risiede la cosa più
preziosa che andiamo cercando: noi stessi.
Questa apertura ci porta all’ascolto di un’altra domanda che la Bibbia pone non più ad Adamo, ma a Caino
dopo che ha ucciso suo fratello. Al capitolo 4 del libro della Genesi il Signore Dio domanda a Caino: «Dov’è Abele,
tuo fratello?». Rispondere a questa domanda è fondamentale per il nostro viaggio alla scoperta di chi siamo, del
tesoro del compimento della nostra natura. Senza l’altro
non possiamo salvarci. Ma occorre collocarlo all’interno
della nostra storia e collocarlo significa distanziarci da lui,
considerarlo diverso da noi e così far nascere la possibilità
di dialogo. Caino non accetta la diversità di Abele e per
questo lo uccide. La pena sarà quella di viaggiare per «le
città invisibili» della storia per ripercorrere la sua vicenda
e ricollocare se stesso dentro la relazione con l’altro.
«Dov’è tuo fratello?». La risposta a tale chiamata ci
invita a riconsiderare ogni volta il rapporto che abbiamo
con l’altro diverso da noi per riporlo nel luogo che gli spetta e per completare il mosaico della vita.
Infine il rapporto io-tu si apre alla trascendenza, alla
presenza del «terzo». Anche in questo caso l’apertura è
determinata da una domanda, quella che troviamo nel
Vangelo di Giovanni (Gv 1,38) e che si pone come compimento del processo educativo. La nuova domanda, posta questa volta dai discepoli a seguito di quella di Gesù,
serve come strada di risposta alle prime due; quasi a dire
che riesco a capire e accogliere dove sono e dov’è l’altro,
solo se scopro la risposta alla domanda: «Maestro, dove
rimani, dove dimori?». La risposta a questo interrogativo
permette alla persona umana di ritrovare se stessa e la sua
vocazione comunitaria. Da qui si sviluppa il fine della formazione cristiana che diventa un ricercare dov’è il Figlio
nella vita quotidiana e scoprire lì il nostro posto, la nostra
vera identità. Nel prologo Giovanni dice che al principio
c’era la Parola, e la Parola era presso Dio: il Figlio è di
23
fronte al Padre. Si ristabilisce, così, la relazione del «principio» della creazione dell’uomo. Come accorgerci, come
renderci consapevoli circa questa realtà? Gesù dice: «Venite e vedete!» (Gv 1,39). Due verbi che indicano movimento e accoglienza. Venite: egli è colui che cammina davanti
a noi (si girò) per cui bisogna andare a lui come risposta
alla sua chiamata. Occorre muoverci, spostarci da dove
siamo (ex-stasi), dal luogo simbolico in cui rimaniamo per
andare verso il tu che ci interpella e ci chiama a vedere dove
lui decide di rimanere. E dove «abita» Gesù? Presso Dio,
di fronte a lui, in un rapporto di distanziamento e quindi
di relazione.
Il discepolo, dunque, scopre e fa esperienza con tutto
se stesso che il suo posto è nel Figlio, di fronte al Padre
per lo Spirito. Il cammino formativo cristiano ha, allora,
come fine l’accompagnare il discepolo alla scoperta della sua vocazione relazionale col fratello grazie alla sua
condizione di fronte al Padre, nel Figlio per lo Spirito.
Si scopre, così, essere narrativo e relazionale perché dimorante nel seno della Trinità. Nascosto con Cristo in
Dio, l’uomo fa esperienza, nella storia, della propria vocazione.
Un’esperienza, quindi, che ci trasforma, che ci dà,
cioè, una forma altra o, meglio, «oltre», un modo di essere e di agire diversamente. In questo senso l’esperienza cristiana diventa un continuo percorso formativo, un
cammino in cui Dio ci modella e ci dona di nuovo la
forma della sua immagine e somiglianza, come al «principio»:
«Questa parola fu rivolta a Geremia da parte del
Signore: “Prendi e scendi nella bottega del vasaio;
là ti farò udire la mia parola”. Io sono sceso nella
bottega del vasaio ed ecco, egli stava lavorando al
tornio. Ora, se si guastava il vaso che egli stava
modellando, come capita con la creta in mano al
vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come
ai suoi occhi pareva giusto. Allora mi fu rivolta la
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Io - tu - l’Altro
Sussidio annuale 2008-’09
Le riflessioni bibliche
Io - tu - l’Altro
parola del Signore: “Forse non potrei agire con voi,
casa di Israele, come questo vasaio? Oracolo del
Signore. Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio,
così voi siete nelle mie mani, casa di Israele”» (Ger
18,1-6).
È Dio stesso che ci prende nelle sue mani, ci fa sentire
il calore del suo amore e, come una chioccia, ci cova per
donarci la vita. L’esperienza cristiana diventa, allora,
simbolo di queste mani trafitte d’amore, con cui Dio ci
permette di vivere una nuova creazione.
Ma come può rendersi visibile questa azione di modellamento, come può concretizzarsi questa formazione
continua dei discepoli?
Risponderemo a questa domanda con l’esperienza che
hanno vissuto i discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35).
2. Emmaus: racconto paradigma per
un cammino formativo
2.1. La situazione iniziale (Lc 24,13-14)
I primi due versetti del brano ci forniscono il contesto e l’ambiente temporale/spaziale in cui si inserisce la
dinamica narrativa dei discepoli. Ci raccontano la situazione storica ed esistenziale da cui parte e si sviluppa il
processo formativo della Chiesa. È anche la situazione
iniziale di ogni uomo e ogni donna, il punto di partenza
da accogliere senza giudizio e da accompagnare in virtù
del misterioso straniero.
2.1.1. La crisi della Pasqua
Il primo indizio che ci viene fornito è quello temporale.
È il giorno primo dopo il sabato (Lc 24,1) o il «terzo giorno» (Lc 24,7), cioè il giorno della risurrezione di Cristo, il
suo passaggio dalla morte alla vita. È il momento della ferita, della crisi della storia e degli uomini. Un uscire fuori
25
Sussidio annuale 2008-’09
dai canoni che finora hanno regolato la vita stessa e il suo
sviluppo nella vicenda umana.
Una crisi abitata dall’evento pasquale di Cristo che penetra così nella storia dell’uomo e della donna di tutti i
tempi e li trasforma, li trasfigura facendoli diventare nuove creature. La luce della Pasqua convive dentro la tenebra
del peccato e della morte per annientarne, però, la forza e
la disperazione.
«La crisi, ogni crisi, costituisce un’esperienza
pasquale, un avvenimento di morte e di vita. Non
possiamo allora non riferirci al Signore Gesù e alla
sua traversata pasquale, se vogliamo cercare un senso
profondo a tutte le nostre crisi. La crisi del Getsemani
costituisce per lui l’entrata nella sua Pasqua e il segno
massimo della sua umanità. Il Padre non gli ha
risparmiato l’angoscia e il disorientamento proprio
di ogni uomo» (Biemmi 2003, 65).
La Pasqua, allora, si presenta come una ferita che, in
virtù della potenza dello Spirito, diventa feritoia, possibilità di una nuova vita rinnovata e libera. La crisi della morte
e risurrezione di Cristo porta dentro di sé un giudizio, una
separazione, e costituisce l’occasione di una maturazione
della fede. La crisi diventa, in tal modo, il punto iniziale
del cammino formativo dei discepoli del Signore, un momento che può generare desiderio di muoversi, di comprendere la propria vera identità e il proprio posto nella
storia della salvezza.
26
Io - tu - l’Altro
«Dal punto di vista teologico, la crisi caratterizza
chi vive nel suo presente secondo un passaggio “da”
“a”. Ossia, è la categoria esistenziale più vicina alla
teologia della Pasqua. Così, se la storia della salvezza
avviene secondo la forma mentis della Pasqua, il
cristiano è per definizione un essere in crisi» (Tenace
2005, 355).
Le riflessioni bibliche
Non solo il punto iniziale, ma la situazione normale in
cui si viene a trovare la comunità cristiana. Una situazione di passaggio e di transizione, una situazione instabile
e spesso ambigua che porta alla continua messa in discussione dei propri progetti e delle proprie strategie.
Io - tu - l’Altro
2.1.2. Un cammino senza meta
Dopo la situazione temporale vengono presentati i
protagonisti del cammino formativo. La cifra «due» non
ricorre a caso. Alcuni vi vedono un’allusione alla seconda lettera dell’alfabeto, quella con cui comincia la Torah,
significando in tal modo un nuovo inizio della storia della
salvezza. Un inizio che si innesta in una condizione parziale; infatti «due» è anche il numero che indica la relazione diadica tra un io e un tu. La crisi genera, allora, la
necessità di relazionarsi con un tu, con qualcuno che mi
possa aiutare a comprendermi, a capire dove sono e dove
sto andando. Ma il dialogo non è completo: manca «il terzo», cioè la fonte della vera relazione. I due hanno perso
l’immagine e somiglianza con Dio Trinità, per questo sperimentano la divisione, la separazione, l’incomprensione.
La meta, di conseguenza, si fa incerta e il cammino si
rinchiude dentro un narcisistico dibattito che non porta
a nulla, a nessun fine. Lo dimostra il fatto che gli studiosi
non sanno ancora identificare il luogo preciso dove possa
essere presente un villaggio di nome Emmaus.
«Data questa indecisione concluderemo volentieri
che Emmaus è il villaggio che non sta “da nessuna
parte”. I discepoli sanno da dove partono, non sanno
dove vanno. Fuggono da Gerusalemme. Intendono
frapporre una certa distanza tra la città di Dio e loro
stessi; anche se restano colpiti dagli avvenimenti che
si sono appena verificati a Gerusalemme e che li
hanno indotti a questa fuga e a questa disperazione
[...] C’è dunque un viaggio, anche se nella direzione
sbagliata» (Chenu 2005, 45s).
27
Infatti un rapporto errato con l’altro, una relazione parziale portano a sbagliare bersaglio, a vivere la relazione
non faccia a faccia ma come di fronte a un oggetto. E allora la relazione si trasforma in fuga. L’uomo si volge ad
altro che illusoriamente lo attrae e lo distoglie dal rapporto sincero con il tu dentro una comunità (con un noi). È la
storia dell’uomo di ogni tempo che fugge dall’esperienza
di Dio che lo ha messo in crisi, che lo ha destabilizzato
e decentrato. Un uomo che, allora, cerca se stesso dentro le relazioni umane che diventano però specchio di se
stessi; cerca il significato della propria esistenza fuggendo
da Gerusalemme, da tutto ciò che possa in qualche modo
ricordargli e rappresentare un richiamo all’esperienza che
ha fatto di Dio. In questo cammino l’uomo sa bene cosa
lascia: una fede tradizionale, una fede «specchio» che non
riesce a dare significato alla propria vita, un Dio padrone
che schiaccia la libertà dell’uomo opponendosi al suo sviluppo e alla sua autonomia, come accade al figlio prodigo
della parabola raccontata da Luca. L’uomo moderno è un
fuggitivo, uno che cerca di distanziarsi da una religione
vista come troppo oppressiva e moraleggiante, che invece
di liberare l’umano lo schiaccia e lo reprime. Ma il suo
cammino, perdendo la fonte, l’origine, non ha neppure un
fine, vaga verso mete che, raggiunte, si presentano come
miraggi di una felicità che si allontana sempre più e non
è mai raggiungibile. La crisi può portare, allora, alla fuga
disperata da un’illusione che si è infranta, da un sogno
che si è spento nello scandalo della morte e del fallimento.
E proprio così che i discepoli hanno percepito la morte
di Gesù. Essa appare loro come un abisso d’ingiustizia
e come negazione di un Dio d’amore. Di fronte a questa immagine occorre fuggire perché considerata scandalo, inciampo verso la verità di se stessi. Il racconto della
fuga dell’uomo è anche quello della fuga della comunità
quando si rifugia negli eventi di massa e nella fede devozionale.
Il cammino formativo della Chiesa deve tener conto di
questa percezione di Dio e di questa fuga, accogliendo
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Io - tu - l’Altro
Sussidio annuale 2008-’09
Le riflessioni bibliche
Io - tu - l’Altro
il fatto che l’uomo e la comunità cristiana stessa si può
allontanare da Dio – anche se magari frequenta tutti i
giorni le sagrestie e le cerimonie – a seguito di un rifiuto, anche inconscio, dello scandalo dell’abbassamento di
un Dio d’amore attraverso l’annientamento della croce.
Ma questa crisi può diventare prospettiva di crescita e di
maturazione attraverso un cammino di formazione che
accompagni l’uomo a compiere il passaggio da una fede
tradizionale e «scandalosa» alla fede del Signore risorto.
Come diceva Seneca: «Se vuoi sfuggire ai mali che ti assillano, non devi andare in un altro luogo; devi essere un
altro uomo». Occorre allora accogliersi in questa crisi senza fuggire in altri luoghi. L’uomo ritrova, così, se stesso,
iniziando il cammino da se stesso. Da dove la crisi lo ha
messo a nudo e rivelato.
2.1.3. Un dialogo non completo e conflittuale
Dopo la presentazione temporale e dei personaggi ci viene presentato il loro modo di vedere e di rapportarsi col mondo. La loro relazione con se stessi e con ciò che li circonda.
La crisi della risurrezione mette in questione uno status quo
che finora sembrava andare bene, ma che in questo momento si rivela come criticato e giudicato (krìno in greco sta sia
per criticare che per giudicare). La crisi costringe a un giudizio, una riflessione, una valutazione. Porta cioè a mettere
allo scoperto i valori sui quali scommettere per superare il
momento difficile. La crisi, allora, genera una situazione di
conflitto, di competizione in cui lo scopo è quello di portare
l’altro sul terreno dei propri significati. Il senso di quanto è
accaduto viene dibattuto in maniera animata, intensa, con
una forte connotazione emotiva. Si arriva quindi a una sorta
di scontro di significati in cui la parola, come vedremo far
notare dal misterioso forestiero, non è gettata dentro l’altro
perché sia fecondo, ma contro l’altro per convincerlo e per
portarlo dentro le proprie idee. È la situazione di una comunicazione che non porta a nessun risultato proficuo perché
utilizzata solo per confondere e per reprimere l’avversario.
La relazione esiste, i due sono uno di fronte all’altro ma la
29
comunicazione tradisce il loro intento: darsi una spiegazione della crisi avvenuta mettendo in risalto non il desiderio
del confronto ma quello della sopraffazione. Questo modo
di comunicare porta alla guerra e alla divisione. Ognuno,
restando dentro il proprio concetto, la propria idea, cerca
di portarvi l’altro e, se ciò non avviene, nasce la lotta e la
soppressione di uno degli interlocutori. È ciò che accade, ad
esempio, nella relazione madre/figlio: il rapporto tra i due
rischia di trasformarsi in relazione fusionale dove di solito il
più piccolo viene annientato e ridotto al più forte e potente
quando tra i due non si riesce a creare una distanza; quando
la diversità del figlio non riesce a risvegliarsi per la presenza
troppo opprimente dell’io della madre. Questo è vero anche
nel rapporto Chiesa-mondo in cui ognuna della parti scaglia
parole contro l’altra per portarla sul proprio terreno, per fagocitarla e impedirle di esprimersi nella sua diversità.
Il cammino formativo, invece, si presenta come accoglienza anche dei conflitti relazionali che si vengono a creare nei
rapporti umani. Non ha paura di accettare una situazione
in continuo conflitto per ospitarla dentro il suo percorso e
le sue tappe. Questo senza il desiderio dell’omologazione o
della fusione.
«Occorre mantenere la diversità dei generi letterari,
l’originalità anche scomposta dei soggetti narrativi.
Accettare anche un po’ di disordine e di confusione:
diversità di linguaggi, di spiritualità, di età, di percorsi
di fede, che a volte non riescono a intendersi, ma che
custodiscono un tesoro prezioso [...] Questi racconti
hanno bisogno di trovare un silenzio che li raccolga,
ma anche li purifichi, li orienti, li interpreti» (Torresin
2002, 498).
Per la vita
Il cammino pastorale-formativo della comunità ecclesiale si può sviluppare come luogo, locanda che fa del si30
Io - tu - l’Altro
Sussidio annuale 2008-’09
Le riflessioni bibliche
lenzio e dell’ascolto la sua prerogativa iniziale per lasciare
posto all’altro e al suo racconto. Se la comunità permette
il riverbero di questa umanità, se lascia parlare l’uomo di
oggi con le sue contraddizioni e le sue ambiguità senza
giudicarle o condannarle, emerge lo straniero, il forestiero
misterioso che inizia un cammino di rinnovamento e di
trasformazione
Io - tu - l’Altro
Domande
• Se la domanda posta da Dio ad Adamo «Dove
sei?», fatta per obbligarlo a prendere coscienza della propria situazione, fosse rivolta ad ognuno di noi, oggi, quale sarebbe la nostra risposta?
Siamo adulti inseriti in una società, ma realmente qual
è il posto che occupiamo?
• Siamo disposti ad abbandonare i nostri «comodi cespugli omologati» per abitare la città, il quartiere, l’associazione, la comunità ecclesiale in maniera responsabile,
accettando il rischio del cambiamento, della novità e
quindi della «crisi» dovuta alla necessità di aprirsi all’altro diverso da me, e trasformarla in una «esperienza pasquale» ?
• Il cambiamento inizia da noi stessi e prosegue con la
fatica di riconoscere l’altro. Nei momenti di crisi della
nostra esistenza noi cerchiamo l’altro per relazionarci. Siamo capaci di relazioni che non siano lo specchio
della nostra immagine?
• I nostri gruppi sono luoghi dove l’altro viene ascoltato e accolto con tutte le sue diversità, rinunciando ad ogni imposizione o sopraffa31
Sussidio annuale 2008-’09
Io - tu - l’Altro
zione per fa emergere «il forestiero misterioso»?
Quanto spazio lasciamo nelle nostre storie perché possano arricchirsi con quelle di coloro che incrociamo nel
cammino?
32
Le riflessioni bibliche
Scheda n° 2
Leggersi, provocati
da una domanda (Lc 24,15-24)
Leggersi, provocati da una domanda (Lc 24,15-24)
1. Un’autobiografia particolare
Dentro il discorrere e il conversare dell’uomo per trovare una via d’uscita alla mancanza di senso che emerge
dalla lettura della realtà, si inserisce il cammino di Gesù.
La situazione esistenziale della comunità cristiana, che
cerca se stessa dentro il conflitto e la crisi, diventa feritoia
che permette ai Risorto di fuoriuscire e di accompagnare la traversata. Il primo atteggiamento di Gesù è quello
dell’avvicinarsi per farsi prossimo. Come il buon samaritano. «Gesù fa il primo passo, in un certo senso. E in lui è
il regno di Dio che si avvicina ai discepoli» (Chenu 2005,
46s). È far sentire che lui c’è, che il regno di Dio è vicino
e che Dio ha deciso di usare compassione nei confronti
della sua creatura.
«Gesù, nel racconto di Emmaus, appare come un
viandante che si fa compagno di strada dei nostri
racconti. Non teme di perdere tempo ad ascoltare,
anzi gli è indispensabile partire dalla nostra storia
[...] Solo chi è capace di un’attenzione straordinaria
e profonda della vita e delle sue “istantanee” (un
pastore con il suo gregge, i tralci di una vite, un
seminatore...) diventa capace di raccontare storie
nuove, che diano respiro, che rilancino la speranza
perduta, che invitino a prendere di nuovo il largo»
(Torresin 2002, 498).
Questa irruzione del «terzo» permette alla relazione
diadica di allargarsi e di trascendersi. La relazione io-tu
33
si apre all’«oltre», si apre alla trascendenza per superarsi e
non rimanere invischiata nel rapporto fusionale.
La presenza del viandante misterioso, che si pone accanto al cammino dell’uomo e della donna per interpellarli sulla loro situazione e sul loro progetto, orienta verso
un futuro di speranza.
Il suo modo di porsi in ascolto si mostra attraverso l’interrogare, che deriva dal latino inter-rogare, che significa
«trasportare da un luogo all’altro». Infatti, la domanda di
Gesù è intenta proprio a trasportare i discepoli dal vortice
delle emozioni che li sta distruggendo alla consapevolezza delle cause della loro fuga e del loro disagio.
«Nell’ottica della reciprocità, l’autentico maestro
non è colui che fornisce risposte, contenuti di sapere,
ma colui che è in grado di suscitare domande. Il
vero maestro è maestro di domande. Intorno a
questa affermazione si potrebbe riarticolare l’intero
progetto didattico, teso a raggiungere non un “sapere
statico” bensì “nomade” [...] Il maestro non è
soltanto l’esperto che semplicemente trasmette dei
contenuti, piuttosto egli fornisce risposte a mo’ di
domanda nella convinzione che la ricerca non ha
fine. La pedagogia della domanda è quindi orientata
a costruire un pensiero interrogativo, contrapposto
a quello semplicemente assertorio» (Baccarini 2003,
176s).
La domanda di Gesù fa emergere, così, le inquietudini
e le rappresentazioni che i discepoli si sono fatti dopo gli
eventi che hanno vissuto. Le domande del Maestro aiutano
i due a narrarsi attraverso un racconto autobiografico che fa
venire fuori la loro situazione interiore, la loro visione delle
cose accadute, il loro fare e il linguaggio con cui manifestano la loro reazione. Le domande del viandante innescano
il bisogno dei due di raccontarsi per frapporre uno spazio
tra l’irruenza delle emozioni e il Se che le deve sì vivere, ma
anche pensare e ordinare, per non rimanerne sommerso.
34
Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
Sussidio annuale 2008-’09
Le riflessioni bibliche
Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
Giuseppe Martini sottolinea proprio questa necessità
dell’uomo, quella cioè di collocare le proprie esperienze
dentro una trama ben precisa e apportatrice di senso.
«Quando le nostre emozioni sono troppo forti, vi
è l’esigenza, per non lasciarsene sommergere, di
costruire, attraverso la parola e il racconto, una
distanza, che potrà permettere ora un’attenuazione
del loro impatto, se doloroso, ora un loro più pieno
godimento» (Martini 1998, 20s).
Narrarsi, allora, è disporsi alla comprensione della propria vita. Si tratta di ri-conoscersi, conoscere di nuovo ciò
che si è conosciuto vivendo.
In quanto processo che comporta un riconoscimento
del proprio vissuto, l’esperienza può assumere i tratti di
un risveglio. È la presa di coscienza di qualcosa che, in
un certo senso, si sapeva gia prima, ma non si sapeva di
sapere. E ciò che spiegava bene Benjamin:
«Vi è un sapere non ancora cosciente di ciò che è
stato la cui estrazione alla superficie ha la struttura
di un risveglio» (Benjamin 1983, 508).
E il risveglio è
«il caso esemplare del ricordo: il caso in cui riusciamo
a ricordarci di ciò che è più prossimo, il più banale,
più a portata di mano» (ivi)1.
Il ricordo è quel «pensare all’indietro» per organizzare i
propri vissuti nella forma di un racconto. È un presentare
1
Scrive Victor Turner: «L’esperienza è incompleta, a meno che uno
dei suoi momenti non sia un atto creativo di retrospezione, nel quale
agli eventi e alle parti dell’esperienza viene attribuito un significato [...]
L’esperienza è sia un “vivere attraverso” che un “pensare all’indietro”.
Ed è anche un “volere o desiderare in avanti”, cioè uno stabilire mete e
modelli per l’esperienza futura, nella quale si spera che gli errori e i rischi
dell’esperienza passata saranno evitati o eliminati» (Turner, 1986, 43s).
35
Sussidio annuale 2008-’09
«Scrivere la propria vita è sempre un ripercorrersi per
ripensarsi, per assegnarsi un’identità e un senso nuovi e
ulteriori rispetto a quelli del vissuto reale, cronologico,
empirico, poiché addensati intorno al simbolico»
(Cambi 2002, 23).
Ma questa operazione ci fa imbattere anche in qualcosa
d’altro: alla storia che eravamo impegnati a narrare possono cominciare ad affiancarsi frammenti di storie diverse o
di una storia nascosta, possono emergere storie di altri o del
mondo che ci circonda. È la funzione più interessante della memoria: quella di essere sovversiva, cioè di conservare
tracce anche di ciò che nell’identità attuale, e nelle storie
che raccontiamo a partire da questa, non trova posto. Si
tratta di scarti della memoria, di elementi che ci mostrano
che la nostra storia si incrocia con quella degli altri e del
mondo intorno a noi. Quando la pratica autobiografica vi
si imbatte la narrazione si inceppa. La presentazione di sé
lascia spazio, allora, ad altro: la ricerca di sé, l’investigazione
di un sé che non è più dato per scontato ma che sfugge, e
che quanto più sfugge tanto più si vorrebbe conoscere.
«È questa ricerca che rende propriamente la pratica
autobiografica una forma di esperienza: la forma di
esperienza per eccellenza [...] il desiderio di risvegliarci
alla conoscenza del sé, un sé che non è più tanto il
prodotto del nostro racconto, quanto l’oggetto la cui
forma il racconto si sforza di ricalcare» (Jedlowski
2000, 115s).
Ma ciò non avviene in un atto solipsistico. I due discepoli si raccontano interpellati dal viandante. Questo
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Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
il proprio sé, una costruzione cognitiva che dà ordine al
proprio materiale scegliendo ciò che è significativo, condensando la vita, accelerandone o rallentandone l’esposizione, stabilendo relazioni tra evento ed evento, fra gli
eventi e le azioni, fra le azioni e i caratteri.
Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
Le riflessioni bibliche
significa che quando ci raccontiamo, non possiamo fare
a meno di collocarci in relazione col punto di vista di un
ascoltatore implicito, alle cui norme organizziamo il discorso. L’«altro» comanda silenzi e omissioni, suggerisce
certe parole e non altre, fa si che i ricordi a cui prestiamo attenzione siano questi o questi altri. In definitiva, fin
tanto che è una presentazione di sé, l’autobiografia non
può prescindere dall’idea di colui al quale ci presentiamo:
tende a organizzarsi secondo un punto di vista e a consolidare così un’identità relazionale.
Ritornando ai due discepoli del brano potremmo dire
che tutto ciò che abbiamo mostrato fino ad ora avviene
nell’interazione con Gesù, l’altro per eccellenza, che permette ai due di ascoltarsi e di interagire interrogativamente col proprio sistema di rappresentazioni. Ecco che dalla
narrazione degli interlocutori emerge la descrizione della
loro situazione esistenziale vissuta in quel momento e la
loro difficoltà a darle un senso. Vediamo, allora, quale
carta d’identità esce fuori.
Nella presentazione della personalità complessa dei
discepoli prendiamo in prestito lo schema di Marchese
(1990, 187) secondo cui si potrebbe studiare l’epifania del
protagonista di un racconto seguendo quattro dimensioni
distinte ma interconnesse strettamente fra loro nella realtà narrativa: 1) l’essere, cioè le attribuzioni o qualità del
personaggio; 2) il fare, cioè la sfera pragmatica in cui è
coinvolto; 3) il vedere, cioè la prospettiva in senso lato; 4)
il parlare, cioè gli eventi verbali, gli atti linguistici di cui il
personaggio è emittente e ricevente.
a) Essere. L’essere dei due discepoli è scosso dalla tristezza
e dalla disperazione; due emozioni che rischiano di dilaniare l’esistenza e di ridurre le relazioni con l’altro al
livello dell’aggressività e della violenza. Il corpo dei due
fuggitivi reagisce a queste emozioni con l’immobilismo.
«Non hanno più voglia di continuare, di fare un
passo in più. La loro interiorità si rivela nella loro
37
Sussidio annuale 2008-’09
Il loro cuore è dilaniato, è infranto. Fanno esperienza della sclerocardia, cioè dell’indurimento del cuore
dovuto alla tristezza. Questa sclerocardia li porta allo
sclerosoma, alla chiusura del corpo, alla fredda staticità. Come conseguenza di questo immobilismo si ha
la relazione con l’altro che è visto come uno straniero,
quasi un avversario. È la conseguenza di un’identità
che si chiude in se stessa e che vede nell’altro solo una
minaccia o un nemico da cui difendersi.
Come ultimo elemento dell’essere emerge un nome,
Cleopa, che storicizza e dona un’identità ben precisa a uno dei protagonisti del brano. Dell’altro non si
conosce nulla. Questo può significare due cose: una
negativa che indica la realtà di un rapporto dilaniato
dalla divisione e dalla sclerocardia che porta a considerare l’altro, il diverso, come uno privo di consistenza
personale e quindi da usare liberamente come oggetto
per soddisfare i propri interessi e le proprie vigliaccherie; un’interpretazione invece più positiva - e che non
contrasta, però, con la prima - tende a identificare il
senza nome come ciascun lettore; è uno spazio lasciato vuoto perché ognuno possa identificarsi con l’altro
discepolo e investirsi responsabilmente nell’incontro.
Quest’ultima interpretazione mette in gioco anche il
lettore e lo coinvolge nella dinamica e nella relazione
della vicenda. E il Signore non tarda a sollecitarci: con
la domanda successiva mette a nudo le nostre rappresentazioni della realtà e dell’altro.
b) Vedere. La domanda del Signore aiuta i discepoli a
dare un nome al loro comportamento corporeo e psicologico: è il loro modo di vedere la situazione, i fatti
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Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
esteriorità, nella loro apparenza. Hanno il volto
triste, poiché, secondo l’assioma biblico, il volto
rivela il cuore. I due discepoli sono completamente
scombussolati dagli avvenimenti recenti. La loro
speranza è crollata» (Chenu 2005, 48).
Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
Le riflessioni bibliche
accaduti, la crisi. Dal loro racconto emerge la visione
di Messia: un messia vittorioso, un liberatore politico
dall’occupazione romana, a favore di un popolo finalmente libero di disporre di sé. E tutto questo confermato, tra l’altro, dalla potenza delle parole e delle opere che quel profeta di Nazaret ha compiuto di fronte a
Dio e a tutto il popolo. Un’immagine che, però, viene a
cozzare con quella che le autorità religiose si sono fatte
del Nazareno. Esse hanno visto in lui un uomo pericoloso per lo status quo, un bestemmiatore e un sedizioso.
Lo hanno quindi condannato a morte e sono arrivate
a crocifiggerlo.
Di fronte a questa incongruenza
«…i discepoli non sono in grado di collegare i tre
elementi che sono stati espressi in tre versetti: i fatti
meravigliosi, la morte sulla croce, la salvezza d’Israele.
Il secondo elemento introduce una contraddizione
radicale e provoca una grande disillusione: il bel
sogno di un Israele restaurato nella sua identità
nazionale e politica è crollato» (ivi, 52).
La loro difficoltà - dovuta all’impedimento dei loro occhi - è allora quella di conciliare gli opposti, nati dalla
frattura della Pasqua del Signore. Da una parte troviamo l’illusione dell’irruzione del regno di Dio attraverso «effetti speciali» ed eventi miracolistici, dall’altra la
stoltezza e la maledizione del fallimento della croce.
Il pensiero dei due è tutto centrato sull’aut-aut, non è
possibile pensare diversamente.
Questo modo di vedere e di essere nasce da un’ulteriore difficoltà circa gli eventi che, invece, sono capitati
nella mattinata.
«I discepoli se hanno la piena informazione sulla
Pasqua, non hanno però la fede pasquale. Rimane
il fossato tra l’informazione e l’adesione. Ciò che
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Sussidio annuale 2008-’09
È la difficoltà di un uomo che non possiede la fede
come adesione alla Pasqua del Signore e che quindi
non è in grado di dare senso e significato alla realtà che sta vivendo. La visione della realtà è parziale
perché non ancora portata a compimento dalla fede
pasquale e dalla presenza del Risorto nel mondo.
c) Fare. Dall’essere e dal vedere deriva il fare. Un fare
immobile, rigido, privo di movimento a motivo della
sofferenza che
«si introduce sul cammino della realtà senza
avvertire, ineluttabile, trasformando lo spazio
vitale in costrizione mortifera. Essa destruttura e
disumanizza. Apre una frattura in tutte le relazioni,
e in primo luogo nella propria interiorità. La sola
parola d’ordine contro di essa è resistenza, e non
compiacenza. L’umano è in pericolo poiché siamo
mortali [...] Uno degli effetti più immediati della
sofferenza è il ripiegamento, per non dire la chiusura
di sé. L’essere umano è solo al mondo. E ciò che è
peggio, ha l’impressione di non contare niente.[...]
Se il dolore imprigiona in se stessi, esso affonda
anche nell’abisso del presente. L’avvenire assume
il colore della morte, la disperazione corrode i
caratteri più fermi. Ci si dichiara vinti e si lasciano
cadere le braccia» (ivi, 98s).
Il serpente della divisione ha iniettato il suo veleno
attraverso la menzogna e l’inganno che non fanno
vedere che è possibile salvarsi attraverso il perdono
e l’amore. Il fare dell’uomo, allora, si trasforma in af40
Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
è stato riferito dalle donne li ha, più che sorpresi,
stupefatti, sconvolti. Ma non al punto di convincerli.
La grande difficoltà nasce in realtà dal fatto che le
donne non hanno trovato il corpo, non hanno visto
Gesù» (ivi, 53).
Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
Le riflessioni bibliche
ferrare e possedere per ricercare un senso a ciò che sta
vivendo con sofferenza. L’altro diventa un oggetto e
così la realtà e Dio stesso. Tutto diviene manipolabile, sperimentabile, riproducibile. Il mistero scompare
perché il volto dell’altro è stato nascosto dietro a una
maschera e si è trasformato in un puro strumento di
conoscenza e soddisfacimento dei propri desideri. Il
fare si esprime, così, nel possedere e nell’utilizzare
liberamente tutto e tutti per i propri fini anche ritenuti
giusti per il bene della scienza o dell’umanità. Non
esiste più la coscienza del limite che apre al mistero,
ma tutto si espande diventando enorme e brutto. La
relazione diventa mercantile e legiferata dalle norme
dell’economia e degli interessi. Tutto, allora, si fa
commerciabile, compresi gli affetti e le emozioni.
d) Parlare. Dall’essere, dal vedere e dal fare scaturisce,
infine, il parlare. È lo stesso Gesù a rilevare come il
linguaggio dei due sia un puro scagliarsi di parole in
maniera reciproca. Il Risorto sottolinea questo dinamismo con un verbo che significa «lanciare frecce»,
«rispondere con frecciate». Se siamo stati punti dal
veleno del serpente anche il nostro linguaggio serve
come freccia avvelenata da scagliare contro l’altro per
immobilizzarlo e dominarlo. Come fa il ragno con
la propria preda per poi avvolgerla con la tela, succhiarne il sangue (cioè la vita) e mangiarla. Il nostro
parlare, allora, serve solamente per afferrare l’altro
e portarlo nella nostra tela per mangiarlo, cioè per
renderlo simile a noi. Un linguaggio, quindi, distorto, menzognero, che falsifica i rapporti e li riduce a
monologhi solitari. La parola, in questo vortice, non
è più una fecondazione reciproca che fa crescere una
nuova vita autonoma e libera, ma una «masturbazione» che disperde il seme dentro il proprio egoismo e
la propria chiusura.
Il racconto autobiografico dei due, stimolato dalle domande dello sconosciuto, dà la possibilità di pensare
41
all’indietro e riprendere così i propri vissuti, carichi di
rappresentazioni e di emozioni.
Una specie di flashback che fornisce il modo e l’ordine attraverso i quali il lettore diviene consapevole di
ciò che è accaduto mettendolo in grado di costruire
egli stesso un significato testuale tramite i processi di
interpretazione. E tutto questo grazie a un rapporto
dialogico col «terzo» interpellante e coinvolgente.
Riassumendo, dal racconto emerge la carta d’identità
dei due discepoli e quindi della comunità cristiana che si
sta leggendo:
1. Il dolore di una ferita, delle tante ferite della Chiesa che
spesso vengono represse o nascoste. Emerge, allora,
l’inconciliabilità tra morte e gloria, tra sofferenza e redenzione. La sequenza della Pasqua, nella liturgia cattolica, evidenzia questo carattere di conflittualità con
la famosa frase: «mors et vita duello». La morte e la vita
si sono affrontate in un prodigioso duello dentro la ferita, la crisi della Pasqua. E questo è vero anche per noi
quando viviamo un momento di forte crisi: dentro di
noi il desiderio di morire entra in conflitto con l’istinto
di sopravvivenza; se vince il desiderio di morte si sfocia
nel suicidio, se invece ha la meglio il desiderio di vita
si sfocia nella creatività. È tipico questo di ogni periodo di passaggio nella vita personale in cui si sperimenta la morte del nostro io precedente insieme alla vita
dell’io nuovo dentro un conflitto che comporta molta sofferenza. È vero anche per la comunità cristiana
quando sperimenta dei momenti di crisi in cui si sente
fortemente spinta a morire a certi modi di essere e di
fare per rinascere a uno stile di vita nuovo. La crisi fa
emergere il conflitto e tutta la sofferenza che contiene.
Quando, però, gli occhi sono incapaci di vedere con la
luce della fede pasquale, non si riesce a scorgere questa
sofferenza come opportunità di redenzione, la ferita
come feritoia di salvezza. Per questo oggi tendiamo a
eliminarla o perlomeno a ghettizzarla. Anche ai nostri
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Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
Le riflessioni bibliche
giorni c’è la difficoltà a riconoscere la sofferenza e la
morte come occasioni di redenzione, per cui vengono
messi in essere tutti quegli atteggiamenti che servono
per stigmatizzarle e per sconfiggerle. Certo, è umano
e importante lottare contro la sofferenza e la morte,
anche Gesù l’ha fatto; l’errore non sta in questo ma nel
voler a tutti i costi nascondere, occultare ciò che è naturale e fa parte del corso della vita stessa. La lotta e il
conflitto con queste dimensioni della nostra esistenza
sono, invece, necessari per un loro ascolto e una loro
trasformazione in salvezza, non solo, ma anche per un
nuovo slancio creativo (Brunini 2004, 41-62; Goffman
2003).
2. La presenza del sogno e della speranza. Anche la cultura è
capace di sognare e di sperare, attraverso i propri schemi e le proprie idee. Sogni e speranze che nel corso
della storia sono stati trasformati o completati; basti
pensare al desiderio di avere sotto di sé grandi masse di persone che seguono il proprio messaggio e sulle
quali esercitare. il potere. Sogni che spesso non hanno
tenuto conto del presente e della realtà rifugiandosi nel
mondo dell’utopia, dell’idealità e del successo. Voli
pindarici dovuti all’eccessiva razionalizzazione del reale che hanno portato tante comunità verso un futuro
ideale privo del peso e della densità del mondo interiore e del proprio limite.
3. Il desiderio di ricerca di senso, di cibo che possa riempire il
vuoto lasciato dalla ferita. Una ricerca che non ha una
meta ben precisa ma che è spinta dal desiderio di capire. I due discepoli stanno camminando e, come diceva
Burkert, tale movimento è causato dalla ricerca di cibo
che implica lotta «contro altri aspiranti alle stesse risorse e la possibilità di inganni, combattimenti e fughe».
In altre parole una ricerca stabilita come mezzo per
la soluzione di problemi e rappresentata e comunicata
tramite il racconto. Un cibo simbolico, s’intende, che
43
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però significa conoscenza, prestigio, dominio, potere...
come i nostri progenitori del libro della Genesi che allungano la mano per afferrare il frutto proibito.
5. La densità della parola. Una parola avvelenata nella sua
relazione verticale, cioè verso l’interiorità. Una parola
simbolo che unisce un’energia interiore (dominata, nel
nostro brano, da un cuore indurito e smarrito, un cuore
avvolto nella tristezza e nella confusione, un’interiorità
repressa e nascosta perché troppo dolorosa) e un’energia superiore (una mente chiusa dentro gli schemi e
i pregiudizi). Una parola, di conseguenza, avvelenata
nella sua relazione orizzontale, cioè verso l’altro. Un
rapporto che conduce a una comunicazione violenta
e aggressiva nei confronti del diverso e dello straniero.
Una parola usata per i propri fini anche se spesso mascherati dalle buone intenzioni dell’evangelizzazione.
6. La presenza della tentazione di chiudere tutto dentro degli schemi già stabiliti, delle teorie o dei dogmi fissati
come leggi scritte da nessuna parte. È la tentazione di
incasellare il reale, di analizzarlo, di fissarlo nel mondo delle rappresentazioni mentali. È il pericolo della
storia dell’uomo che, come abbiamo visto in precedenza, tenta di riportare l’alterazione dentro le categorie standard con l’illusione di ridurre o annientare
l’energia che vi sottostà. Ma è anche la tentazione
della Chiesa quando si rinchiude dentro la fortezza
delle proprie certezze e dell’abitudine senza aprirsi
alla novità della presenza del Risorto che la interpella
tramite la storia.
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Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
4. Il desiderio di ricordare, di fare memoria. Una memoria
malata, però, che è più che altro nostalgia (cf. SplidikRupnik 2005, 121-126). Nostalgia di una Chiesa ancora significativa e punto di riferimento nella società
e nella storia.
Le riflessioni bibliche
Per la vita
Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
Di fronte alle domande e alle provocazioni del «forestiero» attraverso la storia, la comunità è invitata a
leggersi e a rispecchiarsi nel «testo» del mondo. Emerge,
così, una radiografia o, meglio, un’autobiografia di se
stessa da raccontarsi e raccontare. Per compiere questo
processo di lettura occorre incominciare a fare i seguenti
passi:
1. Interrogarsi e interrogare il mondo. Occorre un’ azione
ecclesiale che si ponga di fronte a se stessa e alla realtà contemporanea non con i pregiudizi e gli stereotipi, ma con il desiderio di domandare, di interrogare
ciò che emerge dagli atteggiamenti e dai movimenti
culturali e sociali.
2. Ascoltare l’autobiografia dell’uomo e della donna che
incontriamo nella quotidianità.
«La storia spesso è come il cammino di questi due
discepoli: un percorso verso l’inevitabile tramonto,
verso un insignificante villaggio che diventa un
rifugio di sbandati. Racconto di fuggitivi, di uomini
e donne che scappano da Gerusalemme, che vivono
con la speranza alle spalle. Sono storie di percorsi
interrotti, di sentieri perduti. Non dobbiamo avere
paura di ospitare storie così [...] Sono storie che
spesso fanno male, sono percorsi bloccati che si
rifiutano di trovare vie di uscita. Per questo nessuno
li vuole, nessuno li ascolta. Diventano storie che
si perdono, o che semplicemente si trasformano
in lamentazione frustrante e sterile. È difficile
ascoltare i racconti: bisogna sapere che spesso
hanno dentro anche il veleno della recriminazione,
del risentimento; sono intrisi di sensi di colpa,
s’intestardiscono in percorsi senza uscita» (Torresin
2002, 497).
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Sussidio annuale 2008-’09
Domande
• Una relazione tra un Io e un Tu è incompleta se non
aggiungiamo il terzo soggetto, Dio. Solo così la relazione può aprirsi alla dimensione dell’oltre. In quest’ottica abbiamo la premura costante nei nostri gruppi di
ascoltare la domanda di Dio «tuo fratello dov’è?», «che
posto ha nella tua vita?», «quanto ti spendi per lui?»
• Quanto il nostro atteggiamento assomiglia a quello del
«Maestro», che si fa «forestiero misterioso» nell’accompagnare i discepoli di Emmaus lungo la strada, aiutandoli ad uscire dalla crisi suscitando in loro domande,
costringendoli a raccontarsi con criteri nuovi senza
sommergerli con la propria sapienza?
Quanto i nostri occhi vedono e sostengono lo sguardo del mondo? In altre parole quanto siamo narcisisti o
quanto siamo attenti a coloro che ci stanno attorno con le
loro delusioni, le loro diversità, le loro storie?
46
Leggersi, provocatida una domanda (Lc 24,15-24)
3. Da questi due atteggiamenti ne deriva un terzo che investe gli occhi: il vedere. Oggi la Chiesa ha il dovere di
guardare negli occhi il mondo, ha la missione di penetrare con lo sguardo le trame di tante storie che si affacciano alla sua attenzione. Ma vedere anche nel senso
di accogliere i racconti degli altri e dentro scoprirvi il
racconto della propria vita. In altre parole, gli altri, raccontandosi, ci raccontano, parlano di noi stessi e del
nostro modo di essere, agire, vedere, parlare.
Le riflessioni bibliche
Scheda n° 3
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Lasciarsi interpretare dagli occhi
del «terzo» (Lc 24,25-27)
1. Lasciarsi giudicare dalla saggezza
della parola di Dio
La vicenda dei due discepoli continua con la seconda
tappa (o scena) della trama narrativa che prende il nome
di complicazione, cioè una specie di messa in crisi della situazione iniziale. Il Signore infatti cerca di aiutare i due a
considerare il proprio mondo non in senso assoluto ma da
relativizzare continuamente per aprirsi a inediti e ulteriori
sviluppi. Gesù, non è più colui che si introduce discretamente nello scambio, ma colui che conduce la discussione.
Passiamo quindi dal punto di vista dei discepoli a quello
di Gesù che non ricusa di evidenziare le motivazioni profonde che hanno generato gli atteggiamenti e il racconto
dei due discepoli. Egli
«rimprovera ai discepoli sia la loro insipienza (stolti)
sia la loro mancanza di fede (tardi a credere), una
carenza dell’intelligenza e del cuore, del sapere e del
sentire, in quanto il cuore è il luogo in cui si gioca
l’adesione a Dio o il rifiuto della sua rivelazione»
(Chenu 2005, 53).
Con questo rimprovero Gesù mette in luce le radici profonde che hanno portato i due personaggi, noi lettori e la
comunità, ad agire nel modo precedentemente descritto.
a) L’insipienza, la stoltezza. Cioè la mancanza di intelletto
(a-nous), frutto della sapienza, che permette di vedere
«il tempo e lo spazio abitati come ambiti di salvezza
47
Itinerario di spiritualità 2008-’09
Per questo lo sguardo sapienziale è una lenta iniziazione ad una conoscenza simbolica in modo che cominci
a svegliarsi nel soggetto un’esperienza spirituale.
In questa maniera la vita diventa saporita, carica di sapore. Cosa che, invece, non hanno vissuto i due non
riuscendo, quindi, a guardare oltre i fatti. La loro vita
è diventata insipida, senza sapore e se «il sale perde
sapore, con che cosa sarà condito? Non è adatto né per
la terra né per il concime per cui viene buttato fuori»
(Lc 14,34-35).
b) Lentezza del cuore nel credere a tutto ciò che hanno detto i
profeti. Il cuore nella visione biblica è il luogo dell’insieme, perciò è quanto costituisce e costruisce la persona.
Il cuore è l’organo da cui la persona è articolata, ma
non smembrata, dove la percezione della totalità di sé
a tutti i livelli è custodita, promossa e sentita. È l’organo del coordinamento, dell’intreccio, di tutte le emozioni, le intuizioni, le esperienze che in esso si incontrano, convergono, si fecondano a vicenda e di nuovo
ripartono in direzione di tutte le dimensioni della persona, di tutti gli angoli dell’io. Il cuore è l’organo del
sentimento, dato che gestisce il relazionarsi dell’uomo,
l’organo in cui si misura il rispetto, cioè la qualità della
relazione. Il cuore è anche l’organo dell’amore, perché coinvolge tutta la persona. È evidente allora che il
cuore è anche l’organo della fede, con cui si possono
conoscere i misteri di Dio che è amore.
Per questo motivo un cuore lento è incapacità di vivere e di conoscere l’amore e il rapporto con gli altri
e con l’Altro. E un cuore che pulsa lentamente, che
non è «sintonizzato» su quello di Dio che invece batte follemente per l’amore che nutre nei confronti della
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Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
che mantengono una continuità oltre i tempi e oltre gli
spazi umani così diversificati» (Spidlik-Rupnik 2005,
383). La sapienza è allora guardare in faccia la realtà
per scorgervi un oltre, un superamento nel mistero.
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Le riflessioni bibliche
sua creatura e per lei è disposto ad abbassarsi fino alla
follia della croce. Se i discepoli avessero creduto alla
voce dei profeti avrebbero compreso meglio la kenosis
del Figlio che muore per compiere il disegno di amore
del Padre per l’umanità intera.
Da questi due atteggiamenti diventa chiaro il motivo
del mancato riconoscimento di Gesù risorto presente
e operante nella storia e nelle sue fratture per trasformarla e orientarla verso una prospettiva di salvezza:
è l’alienazione dell’intelligenza e del cuore. Entrambe
le dimensioni dell’essere umano si sono avvelenate e
sclerotizzate, dividendosi e camminando ognuna per
conto proprio. L’uomo si sperimenta, allora, diviso e
questa divisione provoca la morte fisica, psichica e spirituale.
Per sbocciare nella fede occorre, invece, che la mente e il
cuore si accordino. Ma solo Gesù, nella sua condizione
di risorto, può far passare dal misconoscimento al riconoscimento. Può aprire gli occhi dei discepoli al compimento delle Scritture nella sua stessa persona. Ecco che
allora dopo aver riaperto la ferita e trovato il suo punto
più profondo vi discende con tutto se stesso. La Chiesa
dice nel Credo: «Discese agli inferi». Il Signore discende
negli inferi dell’uomo aperti finalmente dal terremoto
della croce. Entra dentro e, attraverso il perdono e la misericordia, riconcilia gli opposti (Ef 2,14-16).
Così, ciò che appare contraddittorio agli occhi degli
uomini si integra in una storia della salvezza che ha
una sua diversa coerenza. Lo scandalo è superato nel
mistero. Per questo la vita e la morte di Gesù si mostrano come atto di riconciliazione di ciò che allo sguardo
umano crea conflitto, crisi, ferita. Gesù dimora dentro
il conflitto, dentro l’anomalia e vi porta la gloria di Dio
– che nell’esperienza biblica indica la densità del suo
mistero, che è mistero di amore e di misericordia – insieme alla coscienza e alla consapevolezza dell’uomo:
«E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, interpretò loro in
tutte le Scritture ciò che lo riguardava».
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«L’esercizio al quale Gesù si applica ora è un
esercizio di interpretazione, di “ermeneutica”, dato
che viene usato il termine greco. Come dire che la
Scrittura biblica non si riduce mai al suo senso più
ovvio: esige un discernimento, una penetrazione del
senso. E il senso nascosto è spesso più ricco di quello
letterale. Gesù pratica la tecnica esegetica ebrea della
“collezione (di versi)” che accosta versetti presenti in
varie parti della Bibbia e che introduce una coerenza
dove non si coglievano che affermazioni disparate»
(Chenu 2005, 56).
Gesù mette insieme vari testi della sacra Scrittura e li
interpreta, cioè fa rivivere l’anima, il significato che li
tiene uniti, la vera presenza che grazie al «forestiero»
riprende vita e intelligibilità. Quel Messia sofferente,
quel logos originario di cui parlano le Scritture, «oggi»
ha un nome ben preciso: Gesù di Nazaret. Il Signore
risorto incomincia a tessere, cuce la storia della salvezza con la sua storia, con quella dei discepoli e, grazie
al potere del testo, anche con la nostra. Tutto diviene
un intreccio di racconti unificati dalla persona del Cristo sofferente-risorto, del messia trafitto e glorificato. Il
dramma della storia dell’uomo è adesso letto alla luce
del dramma di Cristo morto e risorto che apre una nuova strada di salvezza. La tela che viene tessuta mostra
il disegno di Dio per l’umanità, un disegno di amore
e di continuo perdono e desiderio di riaccogliere tra le
proprie braccia la sua creatura perduta.
Con l’arte della rapsodizzazione Gesù fa entrare i due
discepoli dentro il testo narrativo delle Scritture e lo
rende vivo. Solo così i nostri amici possono interagirvi accogliendone il senso e, nel dialogo, trovarvi un
significato per la loro vita. Alla luce di questo nuovo
senso la loro esistenza è letta con un nuovo significato:
Gesù entra nelle ferite della storia e le orienta verso
la speranza della possibilità di un mondo trasfigurato
dalla luce del Risorto. Si parte da Mosè, che ha ferito
l’Egitto, il mar Rosso e il cuore indurito del faraone,
ha ferito la roccia, segno del cuore del suo popolo, facendone uscire l’acqua della salvezza e le lacrime della
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Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Itinerario di spiritualità 2008-’09
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Le riflessioni bibliche
purificazione. Si continua, poi, con i profeti, che hanno trafitto il cuore indurito e la mente annebbiata del
popolo d’Israele con la parola che come una spada a
doppio taglio penetra fin nelle giunture dell’interiorità
spezzandole. Si giunge, infine, al compimento in Cristo, che con la croce ha trafitto la roccia del cranio di
Adamo fino a penetrare negli inferi del suo cuore e
dividerlo in due per ridare unità a tutto l’essere umano. Con la croce Cristo ha separato, quindi, ciò che
era fuso (con-fuso) facendo chiarezza e riportando la
relazione tra il maschile e il femminile, tra la vita e la
morte, ecc. Grazie al testo della Scrittura i discepoli
possono scoprire la presenza vivificante del Signore
nelle viscere del dramma della loro storia e di quella
dell’umanità per aprirsi, così, alla speranza.
Ma questo momento, anche se significativo e significante, non basta. Questo risveglio della Parola non è
sufficiente. Ha, infatti, solo preparato il terreno al passaggio dal fatto alla fede, alla manifestazione del Risorto che fra poco avverrà in pienezza. Ma per adesso
fermiamoci qui.
Per la vita
Di fronte ai racconti dell’uomo, nella confusione – a
volte – dei percorsi, la comunità ecclesiale è chiamata a
ricostruire i nessi, a offrire una grammatica che permetta
la decifrazione della storia di ciascuno.
La Chiesa non ha paura di dimorare dentro il conflitto
e dentro le ferite contraddittorie dell’uomo, ma lo fa interpretandole alla luce della parola di Dio.
Il luogo in cui la parola è letta e attualizzata è, in seno
alla pastorale, la catechesi e l’evangelizzazione in generale.
Alla luce del Maestro la catechesi e l’evangelizzazione
diventano invece:
1. custodia delle storie degli uomini e delle donne per offrirle alla Parola perché le illumini e le orienti;
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Itinerario di spiritualità 2008-’09
2. interpretazione profonda e sincera dei nodi e delle cause
più recondite che hanno fatto scattare gli atteggiamenti
raccontati attraverso l’arte della relazione e dell’interazione;
4. rapsodia delle Scritture per aiutare chi è in formazione a
collocare queste cause dentro una relazione e una storia
con il Dio della misericordia che si rivela nella sacra Scrittura, nel magistero e in tutto il materiale della tradizione
ecclesiale. Il tessere la storia personale e comunitaria delle persone umane con quella di chi le ha precedute serve
proprio per inserirsi dentro una storia più grande che, a
partire dall’alleanza con Abramo, trova il suo compimento nella nuova alleanza della morte e risurrezione di
Cristo, passando attraverso tutte le vicende, anche le più
disparate e complesse, che hanno accompagnato i personaggi del Primo e del Secondo Testamento.
2. Incontrare la «vera presenza»
(Lc 24,28-29)
2.1. Aprirsi all’invocazione
Con il v. 29 il testo inizia a presentare il processo di
cambiamento che avviene nei discepoli. L’azione trasformatrice parte dal punto in cui si trovano adesso i
due discepoli: si sentono degli arrivati. Hanno scoperto
il senso del loro cammino, hanno raggiunto finalmente
la meta. È il cammino della Chiesa che cede all’illusione
di aver compreso tutto su Gesù. La fede non nasce solo
da un’adesione intellettuale alla proposta di Cristo; come
abbiamo detto in precedenza occorre che mente e cuore
si accordino.
«Se la vita spirituale viene intesa in maniera
intellettuale, allora basta osservare certe regole,
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Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
3. discesa empatica fin dentro gli inferi di queste cause
per condividerli con chi li sta vivendo, accoglierne tutta
l’energia e farvi posare sopra il perdono di Dio;
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Le riflessioni bibliche
compiere certe pratiche spirituali, aderire a certe
dottrine per essere “spirituali”. Ma una simile
“spiritualità” non porta alla vera comunione, neppure
da un punto di vista sociale o ecclesiale. Anzi il
rischio è che su questo malinteso si creino dei clichés e
dei modelli di comportamento magari legati a gruppi
ristretti, sui quali la persona finisce per misurare se
stessa e la sua vita spirituale. Come a dire che chi
pensa di rientrare in quei modelli comincia a sentirsi
a posto, a giudicare chi non vive o non riesce a vivere
con quello stesso stile, e a “classificare” le persone a
seconda se appartengano o no a quel “cliché” Si crea
insomma un nuovo conformismo a delle regole che
vengono scambiate per spiritualità» (Rupnik 1996,
21).
Gesù, invece, invita ad andare oltre. Il suo atteggiamento mostra che occorre camminare ancora per l’apertura
degli occhi e quindi del cuore. Prosegue, così, il cammino
perché in lui la storia della salvezza possa aprirsi all’escaton, al tempo senza fine, al futuro escatologico. Grazie alla
sua presenza la storia dell’umanità diventa storia della salvezza che si realizza negli ultimi tempi, nella ricapitolazione di tutto il creato nel Cristo cosmico.
È per questo che, dopo aver interpretato le Scritture,
Gesù assume un atteggiamento abbastanza strano e che
apparentemente ha poco a che fare con la vicenda narrata: fa finta di andare più lontano. Dopo l’interpretazione
della Parola e prima della frazione del pane, egli fa finta
(prosepoiesato da pros = presso, di fronte a, più epoiesato =
creare, ma anche poetare, verseggiare, inventare) di passare il guado (poreuestai da poreuo = passo da parte a parte,
guado) e andare più lontano.
Di fronte all’atteggiamento di Gesù che va oltre ci si
accorge che non basta aver capito delle cose sulla vita e
sulla fede. Il primo passo da compiere, allora, è quello di
riconoscere dove siamo: è notte e non è prudente continuare a camminare! L’oscurità quindi rappresenta lo stato
del cuore e della mente dei discepoli. L’uomo si sente inghiottito dalla tenebra, simbolo della morte e del peccato.
Egli pensava di salvarsi da solo, con le proprie forze e la
53
propria ragione, ma la notte ha sempre il sopravvento e con
lei il mondo del mistero e dell’ignoto mai completamente
afferrabili. Tutti gli artifici adottati per scongiurare questa
esperienza drammatica sono serviti solamente a rimanervi
ancora più avvinghiati. Come succede a Pietro, che vuole
raggiungere il Signore camminando sul mare ma, fidandosi
troppo delle sue forze, sprofonda nelle acque della tempesta che prima aveva sfidato (Mt 14,22-23). Come il cieco di
Gerico, avvolto dall’abisso delle proprie tenebre e messo ai
margini della strada (Lc 18,35-43). Ciò che, però, può salvare entrambi, come avviene anche per i discepoli di Emmaus,
è compiere il secondo passo, e cioè aprirsi all’invocazione.
E così avviene: tutti prorompono in un unico grido di aiuto
che squarcia in due le tenebre dei propri inferi: «Signore,
aiutami! Abbi pietà di me! Resta con noi!». Da questa invocazione che riconosce in quel fantasma, in quella voce,
in quel viandante sconosciuto il Signore della vita, inizia la
vera e propria trasformazione.
Ecco l’importanza della preghiera.
«La preghiera cristiana si esprime nel passaggio
dal bisogno al desiderio. Il bisogno cerca la
soddisfazione tramite la conquista del suo oggetto
e l’immediatezza del possesso di tale oggetto. Il
desiderio introduce tra il bisogno e il suo oggetto
la mediazione di una presenza. Esso cerca la
persona dell’altro oltre ciò che l’altro può offrire
o rifiutare. La persona diventa più importante
della soddisfazione attesa [...] L’incontro di Cristo
obbliga però a rinunziare a ogni oggetto di bisogno
imperioso per desiderare unicamente il desiderio
di Cristo. “Se ci insegna a rinunciare a Dio come
all’oggetto il cui possesso soddisferebbe il nostro
bisogno, la preghiera si trasforma in attesa gratuita
di un dono d’amore da parte di Dio” (Jean-Claude
Sagne). Pregare significa attendere la venuta di
Cristo tramite la via che egli sceglie. Ma a Emmaus
come altrove, “la speranza non delude” (Rm 5,5)»
(ivi, 109).
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Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Itinerario di spiritualità 2008-’09
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Le riflessioni bibliche
La preghiera cristiana è essenzialmente invocazione,
è espressione dei gemiti inesprimibili dello Spirito (Rm
8,26-27). E una porta che si apre per contemplare la presenza di Dio nelle tenebre della nostra vita, per rendergli
grazie (Ap 3,20). È un attendere la venuta dello Sposo
nelle nostre ferite e nelle notti della paura e del terrore
(Ap 21,16-17). È la lampada accesa che attende la venuta
del Signore (Mt 25,1-17).
E lo Sposo, finalmente, arriva, entra attraverso la porta socchiusa delle nostre ferite e dimora con noi condividendo il pane della vita.
Per la vita
Il primo passo da compiere, come Chiesa, è quello di
riconoscere la notte in cui siamo immersi. Il tempo che
stiamo vivendo è al crepuscolo, è al momento in cui le
cose non sono più nitide come alla luce del giorno e non
sono ancora offuscate dalle tenebre della notte. Come
Chiesa siamo chiamati a riconoscere questo tempo crepuscolare in cui non esistono certezze assolute ma condivise, non esistono verità da imporre ma da scoprire nel
dialogo con l’altro. Siamo nel tempo dell’incertezza ed è
bene accoglierlo come tempo abitato ugualmente da Dio
e quindi carico di prospettive nuove che si possono aprire. In piena luce siamo sicuri di noi stessi, delle cose che
vediamo e cadiamo nell’illusione di essere al centro del
mondo come depositari delle verità che portiamo avanti.
Tutto rischia di girare intorno a noi perché ci sentiamo
forti delle certezze che si presentano in maniera nitida e
assoluta. Il crepuscolo ci rende più umili, capaci di accettare l’incertezza delle nostre frasi considerate troppo
assolute.
Dentro questo periodo strano e non nitido della nostra
storia occorre, allora, aprirci all’invocazione, tendere le
braccia verso l’alto, come Mosè nel deserto, e diventare
intercessione per il mondo: «Resta con noi».
L’ambito in cui si può vivere questo rapporto relazionale con Dio e con l’uomo e la donna di oggi può essere
appunto la preghiera.
55
Itinerario di spiritualità 2008-’09
3. Lasciarsi trasformare dalla «vera
presenza» (Lc 24,30-31)
Gesù, finalmente, risponde all’invocazione e riapre
di nuovo la ferita come Mosè, come i profeti, in quel
pane che spezza, che divide, segno del suo corpo che
nella Pasqua si è diviso tra cielo e terra, un corpo trafitto
dal quale sono usciti sangue e acqua, segno dello Spirito Santo. In questo pane diviso, i due discepoli hanno
potuto contemplare anche la loro ferita, la loro frattura, il loro peccato, redenti adesso dalla ferita di Cristo
e, grazie alla sua morte e risurrezione, hanno potuto abbeverarsi al sangue della passione di Cristo e all’acqua
della purificazione. Contemplando questo mistero dello
Spirito i loro Occhi si sono aperti come il mar Rosso,
come il cuore indurito d’Israele, come la roccia in cui
è stata conficcata la croce e come il velo del tempio a
Gerusalemme. I loro occhi si aprono ma non più come
quelli dei nostri progenitori in Gen 3. In quell’occasione
gli occhi si aprirono per guardare in faccia la nudità della vita e, avendone paura, spinsero a nascondersi dietro
ai cespugli della vergogna. Adesso, grazie a Cristo, gli
occhi si aprono di nuovo e, nella nudità della croce e del
pane spezzato, riescono finalmente a scorgere la strada
della salvezza. E se è vero che l’occhio è rivelazione del
cuore, allora anche il loro cuore ritardato si è aperto e si
è unito a quello di Dio, sintonizzandosi con i suoi battiti.
Gusto e vista si spalancano e si purificano nel gesto dello
spezzare il pane. Finalmente da questa ferita si apre la
possibilità di mangiare la bellezza; il mondo si fa epifania della bellezza di Dio.
«Dopo aver vissuto sia l’esperienza del cammino che
quella della tavola, “allora” i discepoli di Emmaus
ritrovano la vista. Il passivo attesta che lo stesso che
ha chiuso gli occhi al v. 16 ha la capacità di aprirli al
v 31.Il velo che impediva di conoscere la verità della
situazione è tolto» (Chenu 2005, 62).
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Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
3.1. Partecipare al banchetto eucaristico
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Le riflessioni bibliche
Nella frazione del pane e nella benedizione si è manifestata la Pasqua, l’esodo, il passaggio, la crisi di Cristo che è
entrato, salvando e dando luce, nella Pasqua, nell’esodo e
nella crisi dell’uomo. E l’uomo ha potuto accogliere il tutto
nella consapevolezza, nell’intelligenza e nell’interiorità. Ha
potuto odorare il profumo del pane appena sfornato; l’ha
potuto vedere nelle mani trafitte di Gesù e, nella frazione,
ha potuto udire la benedizione; ha potuto toccare il pane benedetto portogli da Gesù; ha, infine, potuto gustarne la fragranza e la freschezza. Con tutti i suoi sensi ha finalmente
partecipato a questo evento: con la sua intelligenza l’ha potuto «capire», con il suo cuore custodirlo per sempre.
Tutto l’uomo, allora, si è trasformato e solo adesso può
rispondere alle domande: «Adamo, dove sei?», «Dov’è
Abele, tuo fratello?»: siamo tutti lì in quel pane che si
spezza nell’esperienza viva del Maestro che rimane in noi
e noi in lui, per sempre!
Ecco che la storia umana acquista un senso nuovo, una
traiettoria inaspettata: quella dell’amore che si realizza
non più nell’afferrare e nel possedere ma nell’accogliere
con gratitudine quel donarsi gratuito, quella kenosis, quello
svuotamento e condividerlo con l’altro. Da questa memoria e da questa esperienza l’uomo capisce che dalle proprie ferite, lette e accolte alla luce della Pasqua del Signore, può imparare a condividere e convivere con l’altro in
un dono gratuito e autentico. Il suo frazionare il pane con
l’altro diventa possibilità per Dio di entrare nella storia
e di salvarla con la luce della Pasqua. Gesù, poi, diventa
invisibile, l’albero dell’Eden si nasconde di nuovo perché
d’ora in avanti si farà visibile nei gesti d’amore dell’uomo
rinnovato.
«Gesù non è più accanto a loro, ma nel cuore stesso,
alla radice della loro vita: si è nascosto in loro. Vi è
una specie di simultaneità tra il riconoscimento e il
diventare invisibile di Gesù. I due eventi rientrano
nel medesimo movimento. Il cammino di Emmaus è
anche un cammino di sparizione!» (ivi, 63).
Dio si nasconde nei gesti dell’uomo e, folle d’amore,
sceglie di mostrarsi non più nella potenza terribile del Si57
Itinerario di spiritualità 2008-’09
Per la vita
Dal racconto dei discepoli emerge la necessità di riscoprire e valorizzare tutti quei luoghi in cui la frazione del
pane è vissuta dalla Chiesa come possibilità dell’intervento di Dio dentro la storia dell’uomo.
-- La celebrazione dell’eucaristia: comunione e condivisione con Dio.
-- La celebrazione dell’eucaristia: comunione e condivisione con l’umanità.
-- La celebrazione dell’eucaristia: comunione e condivisione nel tradimento
4. Aprirsi all’arte della vita nuova (Lc
24,32-35)
4.1.Vivere una comunione rinnovata con
se stessi, col mondo, con la Chiesa e con
Dio
Siamo ormai giunti a quel punto della nostra trama
narrativa che prende il nome di soluzione. Il passaggio
pasquale di Cristo e quello narrato dalla vicenda di Emmaus hanno determinato un movimento fondamentale
anche nella vita dei due e nella nostra. E stata una crisi, una traversata che ha trasformato l’identità e lo stile
di vita dei discepoli. Da questa ferita è nata una nuova
forma, un nuovo modo di essere che ha bisogno di mate58
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
nai ma nella kenosis, nell’abbassamento, nel soffio di silenzio leggero dell’Oreb.
Questo nuovo ritirarsi di Dio permette l’inizio della
nuova creazione dell’uomo che diventa adesso, nell’adesione di fede a Cristo, corpo mistico del Signore risorto,
presenza simbolica del continuo frazionarsi del pane dentro le ferite dell’umanità.
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Le riflessioni bibliche
rializzarsi, di rivelarsi attraverso l’arte formativa e pastorale. dei discepoli. Vediamo allora di riprendere le quattro
caratteristiche che descrivono i personaggi per scoprirne
le trasformazioni che sono avvenute durante il processo
narrativo.
Essere. L’essere dei discepoli è adesso unificato. Mente e cuore si sono finalmente sciolti e accordati. Il cuore
arde come quello di Dio. Si è passati dal cuore di pietra
al cuore di carne che arde per opera dello Spirito Santo.
La mente è capace di calarsi nell’interiorità e di attingervi
energia e vita. Il corpo, da immobile, si dinamicizza; tutti i
sensi concorrono comunitariamente a contemplare la bellezza della vita pasquale. Tutto l’uomo è riconciliato con
se stesso, col mondo e con Dio. La sua vita, il suo essere
diventa comunione delle diversità. Questa nuova situazione di vita nasce dalla scoperta dell’abitazione di Cristo
dentro la propria interiorità. L’essenza si è trasformata in
Cristo e ora in lui le due nature, quella umana e quella
divina, convivono senza confondersi. L’essere dell’uomo
diventa, allora, agapico, capace d’amore e abitazione, locanda della Trinità. Grazie a questa nuova realtà l’uomo
diventa capace di trovare se stesso nella condivisione, nel
dono gratuito e nell’apertura all’altro.
Vedere. La notte non fa più paura perché illuminata
dalla luce della Pasqua. Adesso è possibile affrontare le
tenebre senza rimanervi avvinghiati, è possibile dimorarvi dentro perché non hanno più potere su di noi, ormai
risorti con Cristo. Gli occhi si sono finalmente aperti ed è
possibile contemplare nella notte delle proprie ferite, dei
momenti difficili, dei dubbi e della divisione, la luce nuova del mattino di Pasqua. Lo sguardo è trasfigurato e tutta
la realtà diviene trasformata: è possibile guardare l’oltre
che abita nelle fratture della terra, è possibile penetrare
il terreno e vedervi il seme che si spacca, si fraziona per
dare frutto, vita a una nuova pianta, a una nuova era di
speranza. Grazie a questo sguardo trasfigurato l’altro non
è più visto come oggetto da possedere o da temere, ma
diventa un «avversario» con cui lottare attraverso il dialogo autentico e la comunione per ricevere da lui il nostro
vero nome. L’altro viene così visto come diverso da noi,
un diverso, uno straniero che non fa più paura ma diventa
59
Itinerario di spiritualità 2008-’09
«Il loro primo gesto consiste nell’alzarsi. Verbo non
certo banale, trattandosi di uno dei due verbi del
Nuovo Testamento che significano la risurrezione.
Così la risurrezione di Gesù è fonte della risurrezione
dei discepoli [...] Il gesto dei discepoli non si limita
all’alzarsi, ma si estende al ritornare. Luca privilegia
questo movimento di ritorno in quanto esprime una
conversione [...] Come Elia dopo l’Oreb, occorre
rifare il cammino in senso inverso, “ritornare sui
propri passi” (1Re 19,15). Il ritorno non è dunque mai
insignificante: tende a un compimento» (ivi, 64s).
Non si fugge più di casa, ma si fa ritorno alla casa del
Padre solo dopo aver compiuto un cammino di spogliazione e di trasformazione che ci ha espropriati, decostruiti, umiliati (da humus = terra) mettendoci di fronte alla
nostra realtà di peccato, di limite e di morte.
Parlare. Infine anche il linguaggio si è trasformato. I
due non si lanciano più addosso le parole come frecce
avvelenate ma la loro comunicazione prende il volto del
dialogo vero e sincero. Un dialogo che parte dall’ascolto.
Infatti, quando i due arrivano a Gerusalemme, seppur
carichi di una notizia strepitosa e sconvolgente, hanno
l’accortezza e la pazienza di attendere e ascoltare prima la testimonianza della Chiesa. Un dialogo quindi
che non cerca di afferrare per possedere ma di perdere, lasciare la presa per arricchirsi del dono fecondante
della parola dell’altro. I due hanno imparato che la loro
parola, come il loro essere, hanno senso solo se inseriti
dentro una storia che li precede. Ecco che si immettono
nella comunione della Chiesa accogliendo la testimonianza di Pietro e arricchendola con la propria. Anche
loro, come il Maestro, prima ascoltano, magari con domande e chiarimenti, e poi tessono la testimonianza della tradizione con la propria esperienza di vita nello stile
della comunione e della condivisione.
60
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
occasione di scambio e di confronto per un arricchimento
reciproco (cf. Gen 32,23-31).
Fare. Il corpo si alza, si pone in piedi per ritornare a
Gerusalemme.
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Le riflessioni bibliche
Ecco che si ristabilisce una situazione di equilibrio, di
armonia, dopo la frattura della situazione iniziale. Ma,
come tutti sappiamo, quello raggiunto è un equilibrio instabile: presto verrà una nuova ferita che farà riprendere
il percorso (già il brano evangelico successivo accenna a
qualche scricchiolio). È la condizione di tutti noi pellegrini sulla terra, nomadi che non hanno terra stabile fino a
che non raggiungono la loro piena comunione in Dio nel
suo regno.
Per la vita
Dopo aver sperimentato la bellezza e la realtà dell’incontro con il Signore risorto che dona senso e significato
nuovi al cammino dell’uomo e della donna, la stessa vita
dei discepoli diventa, crocevia di racconti che si intrecciano con il racconto, la memoria della Pasqua di Cristo, e si
orientano alla realizzazione del regno di Dio. La vita della
comunità e quella del discepolo diventano, così, locande
dove l’ospitalità è la legge che regna e grazie a questa il
dialogo sincero e la convivenza delle differenze divengono
esperienze quotidiane.
«La Chiesa è casa, edificio, dimora ospitale che va
costruita mediante l’educazione a una spiritualità di
comunione. Questo significa far spazio costantemente
al fratello, portando “i pesi gli uni degli altri” (Gal
6,2). Ma ciò è possibile solo se, consapevoli di
essere peccatori perdonati, guardiamo a tutta la
comunità come alla comunione di coloro che il
Signore santifica ogni giorno. L’altro non sarà più
un nemico, né un peccatore da cui separarmi, bensì
“uno che mi appartiene”. Con lui potrò rallegrarmi
della comune misericordia, potrò condividere gioie
e dolori, contraddizioni e speranze. Insieme, saremo
a poco a poco spinti ad allargare il cerchio di questa
condivisione, a farci annunciatori della gioia e della
speranza che insieme abbiamo scoperto nelle nostre
vite grazie al Verbo della vita» (CEI 2001, n. 65).
61
Di fronte a una società che offre «non luoghi», la Chiesa
può riacquistare l’identità di spazio in cui interagiscono e
trovano dimora le narrazioni di ogni uomo e ogni donna.
Innanzitutto occorre che la comunità riscopra l’importanza delle relazioni interpersonali in cui l’uomo ha la
possibilità di raccontarsi e ascoltare il racconto dell’altro e
in cui trova, attraverso il racconto della parola del Signore, la prospettiva di un cammino orientato dalla luce del
Risorto.
La Chiesa, così, è invitata fortemente a porre al centro
della propria azione la persona per condurla, di tappa in
tappa, a rischiare la relazione con gli altri e con Dio. In
questo dinamismo essa si scopre «comunità estroversa»,
che incontra l’uomo e la donna là dove vivono e operano.
Una «Chiesa tutta fuori» che accetta e suscita la dimensione relazionale della vita e la propone come strumento
d’incontro con Dio.
Domande
• I nostri gruppi, le nostre comunità ecclesiali sono ancora in grado di evangelizzare? Sono capaci di intrecciare e custodire le storie degli uomini e delle donne che
incontrano? E ancora siamo capaci di rileggere queste
storie alla luce della parola di Dio?
• Il tempo che stiamo vivendo è al crepuscolo, un tempo
in cui tutte le nostre certezze si fanno più diffuse. Siamo capaci dell’umiltà dell’invocazione? Quanto la nostra preghiera personale, le nostre liturgie comunitarie e
la stessa liturgia eucaristica è improntata alla disperata
richiesta «Resta con noi», alla necessità che la frazione
del pane diventi reale possibilità dell’intervento di Dio
dentro le nostre storie personali e comunitarie?
62
Lasciarsi interpretare dagli occhi del «terzo» (Lc 24,25-27)
Itinerario di spiritualità 2008-’09
Le riflessioni bibliche
Bibliografia
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Benjamin W. (1983), Parigi capitale del XIX secolo, Einaudi,
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Buber M. (1990), Il cammino dell’uomo, Qiqajon, Bose.
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Spidlik T.-Rupnik M. (2005), Teologia pastorale, Lipa,
Roma.
Tenace M. (2005), La tradizione, memoria e «laboratorio di
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Torresin A. (2002), La Chiesa narra la sua fede, in «Il Regno», 14.
Turner V. (1986), Dal rito al teatro, Il Mulino, Bologna.
63
In particolare, per l’approfondimento:
Biscontin C., In cammino con Gesù risorto. Dall’eucaristia
alla vita, Queriniana, Brescia 20052.
Martini C.M., Partenza da Emmaus, Centro Ambrosiano di
Documentazione e Studi religiosi, Milano 1983.
Martini C.M., Ripartire da Emmaus, Centro Ambrosiano di
Documentazione e Studi religiosi, Milano 1991.
Rosso F., Verso Emmaus, Edizioni della Scala, Verona 2000.
Sarcia A., Testimoni di Cristo, pane che si spezza. I discepoli
di Emmaus, Chiesa-Mondo, Catania 2000.
Stevan S., Emmaus, i passi del Risorto, Ancora, Milano
2004.
L’itinerario
di spiritualità
a cura di A. Izzo
Preghiera per l’Avvento
Avvento
CHIAMATI ALLA SANTITÀ
Motivazione:
In Dio nella sua trascendenza
contempliamo il nostro progetto. Lui,il Santo, rende santi. Cristo vive la nostra esistenza fatta
di umili e semplici cose. Gesù ci
indica la strada della pace e della
gioia: nella vita di ogni giorno.
Nella sala della celebrazione si
può preparare un’icona che evochi la santità di Dio e preparare
alcuni cartoncini, che richiamino
le sei situazioni di vita (riflessione sulla vita, lavoro, famiglia, divertimento, preghiera e impegno
per il mondo).
Canto iniziale
Guida:
Un giorno dopo l’altro,
ore che si rincorrono.
Le solite cose
tutti i giorni.
Opaco quotidiano
che tesse l’esistenza.
Le mie giornate,
spesso grigie.
Nero che spegne la speranza.
Mentre i lettori leggono le singole
riflessioni, sei persone espongono e
tengono sollevato in alto il cartellone
relativo alla situazione di vita. I car-
telloni possono poi essere attaccati in
un luogo visibile.
A volte trascino i miei giorni
subendo l’esistenza. Il passato
è passato, non vedo futuro. C’è
solo presente. Un quotidiano
pesante che blocca ogni attesa.
Una vita, la mia, svuotata di
senso.
Il lavoro mi pesa. È un dovere
opprimente. Fatica. Qualche
volta lavoro per forza o per
fuggire il problema che, dentro
di me, s’affaccia sul senso del
mio essere al mondo.
La famiglia, vocazione alla
comunione sovente delusa.
Persone insieme senza godere
l’incontro. Si vedono i difetti.
Le ricchezze di ciascuno rimangono spente. Tensioni che
si protraggono a lungo.
Anche il divertimento e il
necessario riposo per ricuperare
energie, a volte sono inquinati
dall’efficienza e dal consumismo. Abbiamo perso la gioia
delle semplici cose, del perdere
tempo per godere l’incontro.
La nostra preghiera è spesso
affrettata. Una lista di grazie,
un domandare cose che, presto,
vogliamo siano a noi donate.
67
Sussidio annuale 2008-’09
Tempo non abbiamo da dedicare al Signore, ascoltare la
Parola che da senso alla vita,
impegno nel mondo.
Il dolore del mondo, il bisogno
dei fratelli che ci vivono accanto sovente ignoriamo. L’impegno generoso per i fratelli
vicini, la collaborazione attiva
nella comunità in cui viviamo
ricevono timidi aiuti dalla nostra risposta.
Guida:
È la nostra vita
fatta di doni e ricchezze
povertà e chiusura.
Vita che invoca salvezza.
Esistenza che attende
un incontro che salva.
Canto
Dal libro dell’Apocalisse
(Ap 4,1-8)
Dopo questi messaggi ebbi una
visione: c’era una porta aperta
nel cielo, e la voce che avevo udita prima, forte come uno squillo
di tromba, mi disse: «Sali quassù,
e ti mostrerò ciò che deve ancora
accadere». Sull’istante, lo Spirito
Santo si impadronì di me. C’era
un trono nel cielo, e sul trono sedeva uno dall’aspetto splendente,
come pietre preziose, diaspro e
cornalina. Il trono era circondato
68
da un arcobaleno luminoso, come
lo smeraldo. Intorno al trono
c’erano altri ventiquattro troni, e
su di essi sedevano ventiquattro
anziani vestiti di tuniche bianche,
con corone d’oro sul capo.
Dal trono venivano lampi e colpi
di tuono.
Sette fiaccole accese, simbolo
dei sette spiriti di Dio, ardevano
davanti al trono e, di fronte, si
stendeva un mare che sembrava
di vetro, limpido come cristallo.
Al centro, ai quattro lati del trono, stavano quattro esseri viventi,
pieni d’occhi, davanti e dietro. Il
primo essere vivente somigliava
a un leone, il secondo a un torello, il terzo aveva viso d’uomo, il
quarto somigliava a un’aquila in
volo. Ognuno dei quattro esseri
viventi aveva sei ali, ed era pieno
di occhi su tutto il corpo e anche
sotto le ali. Continuamente, giorno e notte, ripetevano:
«Santo, santo, santo è il Signore,
il Dio dominatore universale, che
era, che è e che viene».
Contempliamo la santità di Dio
Guida:
L’altro, il Radicalmente-Altro, il
Lontano, l’Inaccessibile, l’Ineffabile, l’Incomprensibile, Colui che
abita oltre l’immensità dei cieli, il
Santo Dio.
Nel limite, nella grandezza, dentro il nostro cuore, nelle aspira-
Preghiera per l’Avvento
zioni, nel mistero dell’uomo ne
intuiamo l’esistenza, ne percepiamo la presenza. Un trono, ventiquattro personaggi le fiaccole
accese...
Immagini per dire l’inesprimibile,
il mistero.
Colui che abita in una luce inaccessibile, l’Eterno, l’Infinito, si è
calato nel tempo e nello spazio.
A noi ha donato un riflesso della
sua sconfinata grandezza.
La sua luce ha aperto per noi un
varco nel mistero.
«La Parola che dà la vita esisteva
fin dal principio: l’abbiamo vista
con i nostri occhi, l’abbiamo contemplata, l’abbiamo toccata con
le nostre mani.
La vita si è manifestata e noi l’abbiamo veduta» (1 Gv 1,1-2).
Il Santo, la Vita, l’Amore è divenuto dono per noi. È nostro progetto.
Stupore, contemplazione, lode,
azione di grazie a lui, il Santo fra
noi.
Senza di lui non ha creato nulla.
Egli era vita
e la vita era luce per gli uomini.
Quella luce risplende nelle
tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta...
La luce vera,
colui che illumina ogni uomo,
stava per venire nel mondo.
Colui che è «la Parola» è diventato un uomo
e ha vissuto in mezzo a noi
uomini.
Noi abbiamo contemplato
il suo splendore divino.
È lo splendore
del Figlio unico di Dio Padre
pieno di grazia e di verità! (Gv
1,1-5.9.14)
Dio diventa storia
uno di noi:
ha lavorato con mani di uomo,
ha pensato con mente di uomo,
ha agito con volontà di uomo,
ha amato con cuore di uomo.
Gesù,volto di Dio, il Santo,
che abita il nostro quotidiano!
Canto
Canto
Lettore
Al principio,
c’era colui che è «la Parola».
Egli era con Dio;
Egli era Dio;
Egli era al principio con Dio.
Per mezzo di lui Dio ha creato
ogni cosa.
La via della santità: l’amore
(1 Cor 13,1-8.13)
Lettore:
Se parlo le lingue degli uomini
e anche quelle degli angeli,
ma non ho amore,
Tutti:
sono un metallo che rimbomba,
69
Sussidio annuale 2008-’09
uno strumento che suona a
vuoto.
Lettore:
Se ho il dono d’essere profeta
e di conoscere tutti i misteri,
se possiedo tutta la scienza
e anche una fede da smuovere i
monti,
ma non ho amore,
Tutti:
io non sono niente
Lettore:
Se do ai poveri tutti i miei averi,
se offro il mio corpo alle fiamme,
ma non ho amore,
Tutti:
non mi serve a nulla.
Lettore:
Chi ama
Tutti:
è paziente e generoso.
Lettore:
Chi ama
Tutti:
non è invidioso
non si vanta
non si gonfia di orgoglio.
Lettore:
Chi ama
Tutti:
è rispettoso
non cerca il proprio interesse
70
non cede alla collera
dimentica i torti.
Lettore:
Chi ama
Tutti:
non gode dell’ingiustizia,
la verità è la sua gioia.
Lettore:
Chi ama
Tutti:
tutto scusa
di tutti ha fiducia
tutto sopporta
mai perde la speranza.
Lettore:
L’amore non tramonta mai:
Tutti:
cesserà il dono delle lingue,
la profezia passerà,
finirà il dono della scienza...
Lettore:
Ecco dunque le tre cose che
contano:
fede, speranza, amore.
Tutti:
Ma più grande di tutte è l’amore.
Canto
Guida
Dio, il Santo, ci dona la santità. È il progetto di vita. Santità fatta di amore. Quotidianità
raggiunta dalla luce di Dio abi-
Preghiera per l’Avvento
tata dalla sua presenza. Abbracciati dal suo Amore diveniamo
capaci di amore. Esso solo ci
realizza. Lo sentiamo dentro il
nostro piccolo cuore, così insaziabile di amore mai realizzato pienamente! Una santità per
tutti. Una santità quotidiana: riflessione sulla nostra esistenza,
lavoro impegnato, gioioso svago, semplice preghiera, apertura
agli altri, vita serena in famiglia.
La gioia di essere santi nelle piccole cose! Ma è tutto. È la vera
santità della vita riuscita.
Lettore:
In Gesù Dio si è fatto vicino.
Dio della vita e della felicità.
È il Dio per l’uomo.
Dio che sta dalla parte dell’uomo.
E la vita, il quotidiano,
è luogo santo dove incontrare Dio.
Non una spiritualità a intervalli,
non qualche momento staccato
dalla vita.
Non fuga dalle cose.
Ma tutta la vita, studio, lavoro,
vita familiare,
incontri, impegno, preghiera,
tutto ospita il Dio della vita.
Dentro tutto ciò che è umano
incontriamo Dio.
Lui non è geloso della nostra gioia.
Facendosi uno di noi ha scelto
di incontrarci nella vita.
Tutto allora ci parla di lui,
tutto è incontro con lui.
Santità per tutti, via facile del
quotidiano.
E la mia esistenza,
il banale, ordinario, opaco quotidiano
diventa luogo santo
in cui vivo il suo incontro.
Passione per la vita,
impegno generoso,
lavoro per i fratelli,
gioia che contagia
perché lui abita la nostra esistenza.
Nella preghiera celebro e contemplo
con stupore
che Dio è con noi ogni momento,
discreto ci accompagna perché la
nostra vita sia riuscita.
Meditazione
Il cristiano laico, chiamato alla
santità, nonostante gli impegni che
lo legano a «tutti e singoli i doveri
e affari del mondo», ma attraverso tali impegni, è l’uomo che «in
obbedienza al Creatore», lavora,
quale che sia il tipo di lavoro cui
dedica tempo ed energie, da quello manuale, a quello intellettuale,
non solo per sé ma alla costruzione della convivenza umana, della città dell’uomo, a «ordinare il
mondo secondo Dio».
Di qui vorrei trarre la prima nota
della spiritualità del laico cosciente della propria vocazione e chiamarla spiritualità creativa. È, in
un certo senso, il recupero della
sigla benedettina ora et labora da
71
Sussidio annuale 2008-’09
vivere in pieno mondo con la coscienza che il cristiano laico vive
la propria intimità con Dio dentro
quell’im¬pegno di lavoro, quelle
condizioni di vita familiare e sociale, da realizzare in obbedienza
al Creatore, quale suo «vicario
nell’opera di creazione».
Perché questo sia possibile, ecco
subito la seconda nota qualificante la nuova spiritualità. Essa è
suggerita da un uomo, un politico
(il re Salomone) che sentiva tutta
la responsabilità del governare,
dell’esercitare la giustizia, del costruire la città dell’uomo a misura
d’uomo, secondo il volere di Dio.
Salomone invocava da Dio il dono
della sapienza e la invocava con
queste significative parole, espressive di quanto, chi le pronunciava,
sentisse indispensabile il fondersi
in unità della debolezza umana
e della potenza divina: «Mandala
dai santi cieli affinché stia con me
e si affatichi con me e io sappia ciò
che ti è gradito».
La nuova spiritualità del cristiano laico impegnato a «ordinare il
mondo secondo Dio» non potrà
non essere spiritualità sapienziale
e cioè la spiritualità di chi sa che
il proprio lavoro ha leggi sue, ha
una sua autonomia, ma che le forze umane hanno bisogno di essere
soccorse e sostenute dalla sapienza divina che «con esse si affatichi», perché il risultato sia gradito
72
a Dio, cioè conforme all’ordine da
lui voluto.
La terza nota di una nuova spiritualità è pure derivata dalla condizione di vita del cristiano laico, di
colui che come cristiano vive nella
Chiesa in comunione con i fratelli di fede e nella società, famiglia, lavoro, rapporti sociali vari,
in comunione con tutti, pronto a
mostrare, in fatto, la propria disponibilità al servizio in nome di
quell’amore che mosse il Figlio di
Dio a farsi uomo per la salvezza
del mondo e che in Cristo è partecipato per il medesimo fine.
Spiritualità comunionale, dunque,
che fa della comunione, cristianamente intesa ma aperta a tutti, della carità fatta stile di vita, la nota
visibile, pur senza esibizionismi,
di una presenza autenticamente
cristiana.
(Dagli scritti di G. Lazzati)
Invocazione
Guida:
Nel nostro passato
nelle nostre attese
sul nostro presente alterne
vicende.
Tutti:
Cristo risorto, dona senso alla
vita!
Guida:
Se il lavoro è pesante e la fatica
ci stanca
Preghiera per l’Avvento
dona a noi la forza
e la giustizia trionfi.
Tutti:
Cristo risorto,
rendi più umano il lavoro!
Guida:
Le nostre famiglie
siano comunità d’amore,
siano piccola Chiesa
dove regni la pace.
Tutti:
Cristo risorto,
abita le nostre famiglie!
Guida:
Il divertimento e il riposo
siano occasione d’incontro
con la natura e i fratelli.
Tutti:
Cristo risorto, donaci gioia vera!
Guida:
La nostra preghiera
personale
e comunitaria
sia l’incontro
con il Dio della vita.
Tutti:
Cristo risorto, prega in noi!
Guida:
Le sofferenze del mondo, i
bisogni dei fratelli
abbiano in noi generosa risposta.
Tutti:
Cristo risorto, sostieni il nostro
impegno!
Tutti:
Credo in te, o Dio,
che ci hai amato per primo
e ci hai donato la vita
perché rimanessimo nel tuo amore.
Credo in te, o Dio,
che chiami ciascuno di noi
a essere umile servitore del Regno.
Credo in Gesù,
che ci ha indicato la strada da
percorrere per realizzare la volontà
del Padre.
Venero Maria,
sommo esempio di santità,
che ci ha mostrato
come è possibile vivere la Parola nel
quotidiano.
Guardo ai santi, discepoli di Cristo,
che hanno realizzato la vita vivendo
nell’amore.
Credo che ciascuno di noi è capace
di amare i fratelli
e donare la vita, con generosità, per
il Regno.
Credo che tutti siamo chiamati a
realizzare la santità
incontrando i fratelli nella fatica di
tutti i giorni.
Credo che tu, Padre, il Santo,
ti sei donato a noi in Gesù Cristo.
Credo che Cristo, l’uomo perfetto,
ci ha indicato la strada per vivere in
pienezza.
Credo che lo Spirito riempie il
nostro cuore di Amore.
Credo che la santità è anche per me.
Canto finale
73
Preghiera per la Quaresima
Quaresima
INSIEME PER SERVIRE
Canto iniziale
Guida
A Dio nostro Padre,
che in tutto ha il potere di fare
molto più di quanto possiamo
domandare o pensare,
secondo lo Spirito che già opera
in noi,
a Lui la gloria nella Chiesa e in
Cristo Gesù per tutte le generazioni.
Tutti
In Cristo Gesù e nell’ unità dello
Spirito Santo,
sia glorificato il nostro Dio Padre
onnipotente,
in ogni tempo, ora e sempre nei
secoli dei secoli. Amen.
Dalla lettera agli Efesini
(4, 1-16)
O Fratelli, vi esorto dunque io, il
prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della
vocazione che avete ricevuto, con
ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda
con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo
del vincolo della pace. Un solo
corpo, un solo spirito, come una
sola è la speranza alla quale siete
stati chiamati, quella della vostra
vocazione; un solo Signore, una
sola fede, un solo battesimo. Un
solo Dio Padre di tutti, che è al
di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A
ciascuno di noi, tuttavia, è stata
data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo
sta scritto: Ascendendo in cielo
ha portato con sé prigionieri, ha
distribuito doni agli uomini. Ma
che significa la parola «ascese», se
non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese
è lo stesso che anche ascese al di
sopra di tutti i cieli, per riempire
tutte le cose. È lui che ha stabilito
alcuni come apostoli, altri come
profeti, altri come evangelisti,
altri come pastori e maestri, per
rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare
il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio,
allo stato di uomo perfetto, nella
misura che conviene alla piena
maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli
sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di
dottrina, secondo l’inganno degli
uomini, con quella loro astuzia
che tende a trarre nell’errore. Al
contrario, vivendo secondo la
verità nella carità, cerchiamo di
crescere in ogni cosa verso di lui,
75
Sussidio annuale 2008-’09
che è il capo, Cristo, dal quale
tutto il corpo, ben compaginato
e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo
l’energia propria di ogni membro,
riceve forza per crescere in modo
da edificare se stesso nella carità.
Breve pausa di silenzio
Preghiera di intercessione
Lettore:
Preghiamo per la santa Chiesa
immagine della città celeste: il
Signore le conceda pace e unità, la
protegga e doni a noi di vivere da
cittadini del Vangelo.
Guida:
Dio onnipotente ed eterno, sapienza che reggi tutte le cose,
ascolta benigno le nostre preghiere: custodisci con paterna bontà
il papa che tu hai scelto per noi
perché sotto la sua guida, il popolo cristiano, di cui tu sei il pastore
unico e vero, cresca nella fede.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
Lettore:
Preghiamo per coloro che sono
chiamati a reggere la comunità
civile: il Signore li illumini con la
sapienza del suo Spirito e li guidi a
cercare il bene comune nella libertà, nella giustizia e nella pace.
Guida:
O Dio, onnipotente ed eterno,
che in Cristo Gesù hai rivelato
la tua gloria a tutte le tue genti,
custodisci l’opera della tua
misericordia e fa’ che la tua santa
Chiesa, diffusa su tutta la
terra, perseveri con fermezza di
fede nella professione del
tuo nome.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
Guida:
O Dio onnipotente ed eterno, nelle tue mani sono le speranze degli
uomini e i diritti dei popoli, illumina coloro che ci governano per
una pace duratura, il progresso
morale e sociale, e la libertà civile
e religiosa.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
Lettore:
Preghiamo per il Santo Padre Benedetto XVI: il Signore che ce lo ha
donato come pastore della Chiesa
Universale lo conservi per guidare
il popolo santo di Dio nella città
dell’uomo verso i beni eterni.
Lettore:
Preghiamo per coloro che soffrono:
perché le grandi aspirazioni di giustizia, di solidarietà, di cultura e di
salute, siano appagate e promosse
da una autentica esperienza di
fraternità e di dialogo.
76
Preghiera per la Quaresima
Guida:
O Dio onnipotente ed eterno,
conforto degli afflitti e sostegno dei deboli, ascolta il grido
dell’umanità sofferente e accorri
in aiuto perché tutti si rallegrino
di avere sperimentato la tua misericordia.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.
Canto
Guida
Siamo radunati alla tua presenza,
Padre santo e buono
per prendere coscienza
di ciò che noi siamo.
Chiamati ad essere
tuo dono gli uni per gli altri
spesso ci ritroviamo
chiusi in noi stessi.
Che la forza del tuo Spirito
e il mutuo sostegno
della nostra presenza
spezzino le catene del male.
La tua Parola di vita
penetri in noi.
Te lo chiediamo
per Cristo nostro Signore.
Amen.
Dagli Atti degli Apostoli
(2, 14.22-28)
Nel giorno di Pentecoste, Pietro,
levatesi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così:
«Uomini d’Israele, ascoltate
queste parole: Gesù di Nazaret,
uomo accreditato da Dio presso
di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò
fra di voi per opera sua, come voi
ben sapete, dopo che, secondo il
prestabilito disegno e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi
l’avete inchiodato sulla croce per
mano di empi e l’avete ucciso.
Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della
morte, perché non era possibile
che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo
riguardo: “Contemplavo sempre
il Signore innanzi a me; poiché
egli sta alla mia destra, perché
io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia
lingua; ed anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu
non abbandonerai l’anima mia
negli inferi, né permetterai che
il tuo Santo veda la corruzione.
Mi hai fatto conoscere le vie della
vita, mi colmerai di gioia con la
tua presenza”».
Meditiamo
Tante parole
nella nostra giornata.
Parole futili
parole importanti.
Parole per dire noi stessi:
chiusura, amicizia,
rancore, solidarietà,
77
Sussidio annuale 2008-’09
affetto, simpatia,
amore.
Nel nostro cammino
Cristo ci dona la sua Parola.
A noi
sempre si accompagna
per svelare il senso
della nostra esistenza.
Lui
Parola del Padre.
Parola di vita
che spiega la vita.
A noi,
consegna la sua parola.
Il suo Spirito
ci trasforma in gioiosi testimoni
del suo amore che salva.
È un tetto, un rifugio,
un vestito, un fuoco.
È Parola potente, veloce,
severa, leale.
La sua Parola
è mano amica
che sempre ci accompagna.
Canto
Dal vangelo secondo Luca
(Lc 24, 13-35)
In quello stesso giorno, il primo
della settimana, due dei discepoli
erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da
Gerusalemme, di nome Emmaus,
e conversavano di tutto quello che
era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù
78
in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano
incapaci di riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo tra
voi durante il cammino?».
Si fermarono, col volto triste; uno
di loro, di nome Clèopa, gli disse:
«Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che
vi è accaduto in questi giorni?».
Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù
Nazareno, che fu profeta potente
in opere e in parole, davanti a Dio
e a tutto il popolo; come i sommi
sacerdoti e i nostri capi lo hanno
consegnato per farlo condannare
a morte e poi l’hanno crocifisso.
Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno
sconvolti; recatesi al mattino al
sepolcro e non avendo trovato il
suo corpo, son venute a dirci di
aver avuto anche una visione di
angeli, i quali affermano che egli
è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato
come avevano detto le donne, ma
lui non l’hanno visto».
Ed egli disse loro: «Stolti e tardi di
cuore nel credere alla parola dei
profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze
per entrare nella sua gloria?».
Preghiera per la Quaresima
E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le
Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio
dove erano diretti, egli fece come
se dovesse andare più lontano.
Ma essi insistettero: «Resta con
noi perché si fa sera e il giorno già
volge al declino». Egli entrò per
rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo
spezzò e lo diede loro. Ed ecco si
aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro
vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore
nel petto mentre conversava con
noi lungo il cammino, quando ci
spiegava le Scritture?».
E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove
trovarono riuniti gli Undici e gli
altri che erano con loro, i quali
dicevano: «Davvero il Signore è
risorto ed è apparso a Simone».
Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare
il pane.
Guida
Parola e pane.
La sua storia. La nostra storia.
Doni ricevuti
che accompagnano
la nostra esistenza
per vivere in pienezza.
Il suo dono
diviene nostro impegno:
essere gioiosi testimoni
di Cristo risorto,
parola d’amore
e pane spezzato
per la vita dei fratelli.
Canto
Guida
Nella inesauribile tua fantasia ci
hai creati, Padre, l’uno diverso
dall’altro, tanti volti, molti cuori,
originale individualità chiamata
a divenire dono generoso offerto
con gioia per realizzare noi stessi.
Padre santo, hai posto nel nostro
cuore il tuo amore, invito incessante alla comunione. Cristo risorto, tu benedici il nostro desiderio
di essere uniti. Fai di noi un unico
corpo. Dai un volto, il tuo! alle nostre membra che hanno ritrovato
l’unità di un solo corpo, la Chiesa,
animata da un solo Spirito. Grazie, Cristo Salvatore!
Richiesta di perdono (possono essere
proposte intenzioni libere)
Guida
Illuminati e fortificati dalla Parola
di Dio, accogliamo e condividiamo il dono della fraternità che Dio
stesso, nel suo Figlio e con la forza
dello Spirito Santo, ci trasmette.
Scambio di pace
Rendimento di grazie
Lettore:
Grazie, Padre santo,
per i tuoi doni.
79
Sussidio annuale 2008-’09
Tante persone,
una diversa dall’altra,
esseri originali, unici, irripetibili,
mirabilmente uniti
per formare un unico corpo.
Nessuno è inutile o superfluo,
ma tutti preziosi ai tuoi occhi,
chiamati da te, Padre buono,
ad essere segno visibile
della tua amorosa presenza,
tra gli uomini che attendono
salvezza.
Nella nostra fragilità
abbiamo ferito il tuo Corpo.
La chiusura
ha provocato tra noi divisione.
Abbiamo peccato
e l’egoismo ha rovinato l’incontro con i fratelli.
Tu, Dio di comunione,
non ci hai lasciati divisi.
Nella tenerezza del tuo amore
hai inviato tuo Figlio,
bontà resa visibile,
vita donata a salvezza di tutti.
La sua parola
ha rivelato il nostro peccato.
Il suo amore
ci ha mosso a conversione.
Il dono del suo Spirito
ha ricreato tra noi comunione
per formare il suo Corpo.
Grazie, Padre buono, per il tuo
dono.
Grazie, Cristo, nostro amico e
fratello, nostro salvatore.
Grazie, Spirito Santo,
forza del nostro amore!
Tu che ci doni la gioia di cantare
la nostra riconoscenza.
Amen.
80
Guida
Sii benedetto, Dio grande e misericordioso, perché ci hai donato
come Fratello e Salvatore il Cristo
Gesù, tuo Figlio e nostro Signore. Inizio e compimento dell’uomo nuovo, egli converte a te i
nostri cuori perché camminiamo
per la via che conduce alla vita.
Mediante il dono del tuo Spirito, accendi in noi l’amore per la
Chiesa dove risuona la tua voce
di Padre, si canta la tua gloria e
si manifesta la testimonianza della speranza cristiana. A te Padre,
fonte inesauribile di ogni bene, al
tuo Figlio Redentore dell’uomo,
allo Spirito Santo sigillo dell’infinito amore, ogni onore nei secoli
dei secoli.
Amen.
Canto finale
Preghiera per il tempo di Pasqua/Pentecoste
Tempo di Pasqua - Pentecoste
DALLO SCORAGGIAMENTO
ALLA SPERANZA
Canto iniziale
Guida:
Io ti invoco, Dio di verità, nel quale, dal quale e per mezzo del quale è ogni cosa […] Dio dal quale
allontanarsi è cadere, al quale
fare ritorno è risorgere, nel quale
rimanere è trovare consistenza.
Dio dal quale uscire è morire, in
cui tornare è ritrovare vita, nel
quale dimorare è vivere.
Dio che nessuno perde, se non è
ingannato. Che nessuno cerca, se
non è chiamato. Che nessuno trova, se non è purificato.
Dio che abbandonare è perdersi,
che desiderare è amare, che vedere è possedere.
Dio al quale la fede ci porta, la
speranza ci eleva, l’amore ci unisce. Amen.
di illusioni. Ogni sera, tuttavia c’era un colpo di vento e
volavano via. Mi alzai e caddi.
Tornai ad alzarmi e tornai a cadere. Sull’orizzonte issai le mie
bandiere di combattimento:
obbedienza, umiltà, pazienza,
contemplazione, amore…
Ma presto vidi che i sogni erano tanto distanti dalla realtà.
Mi dissero: «Provaci ancora».
E di nuovo mi imbarcai sulla
nave dorate delle illusioni. I
naufragi si succedettero. Di
nuovo mi gridavano: «Ancora… c’è tempo». E mi alzai di
nuovo. La caduta fu peggiore.
Risposta (tutti insieme):
La speranza non è seme,
ma pianta che vive.
Solo una volta
fu sotterrata,
poi fu albero
per donare.
(da Preghiere d’amore di P. Luigi Monaco)
(S. Agostino, Soliloquia 1.1.3)
Canto
Parla lo scoraggiamento
Lettore:
Sono incurvato dal peso delle
disillusioni, nulla mi incanta
più, nulla mi rattrista, tutto mi
è indifferente, sono indurito
dalla vita e immunizzato.
Fui giovane. Sognai, il mio
albero, il quel tempo, fioriva
Interrogativo dell’uomo
Guida:
«La speranza è la virtù teologale
per la quale desideriamo il Regno
dei Cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra
fiducia nelle promesse di Cristo
e appoggiandoci non sulle nostre
81
Sussidio annuale 2008-’09
forze, ma sull’aiuto dello Spirito
Santo» (CCC 1817).
Dice Paolo che Cristo è risorto è,
per chi lo segue, la speranza della gloria (Col 1,27): il Dio che il
cristiano annuncia è il Dio della
speranza. La speranza cristiana
non è la semplice attesa in cui si
proiettano i desideri del cuore. È
un dono divino è anticipazione
di Dio operante già ora nel cuore
della storia.
Lettore:
Dove sei? non vedo il tuo volto.
Eppure ci sei. I tuoi raggi rimbalzano in mille direzioni. Sei
la Presenza nascosta. Presenza
sempre oscura e sempre chiara. Mistero affascinante a cui
tendono tutte le aspirazioni.
Vino inebriante che sazia ogni
desiderio. Infinito inesprimibile
che acquieti le chimere. Sei il
più lontano e il più vicino, sostanzialmente presente in tutto
il mio essere, sorgente del mio
esistere e del mio permanere,
essenza della mia essenza.
Meditazione:
«L’uomo ha, nel succedersi dei
giorni, molte speranze – più
piccole o più grandi – diverse
nei diversi periodi della sua
vita. A volte può sembrare
che una di queste speranze lo
soddisfi totalmente e che non
82
abbia bisogno di altre speranze… Quando, però, queste
speranze si realizzano, appare
con chiarezza che ciò non era,
in realtà, il tutto. Si rende evidente che l’uomo ha bisogno di
una speranza che vada oltre. Si
rende evidente che può bastargli solo qualcosa di infinito,
qualcosa che sarà sempre più di
ciò che egli possa mai raggiungere… noi abbiamo bisogno
delle speranze – più piccole
o più grandi – che, giorno
per giorno, ci mantengono in
cammino. Ma senza la grande
speranza, che deve superare
tutto il resto, esse non bastano.
Questa grande speranza può
essere solo Dio, che abbraccia
l’universo e che può proporci
e donarci ciò che, da soli, non
possiamo raggiungere. Proprio
l’essere gratificato di un dono
fa parte della speranza. Dio
è il fondamento della speranza – non un qualsiasi dio, ma
quel Dio che possiede un volto
umano e che ci ha amati sino
alla fine… E il suo amore,
allo stesso tempo, è per noi la
garanzia che esiste ciò che solo
vagamente intuiamo e, tuttavia,
nell’intimo aspettiamo: la vita
che è “veramente” vita».
(Spe Salvi nn. 30-31)
Canto
Preghiera per il tempo di Pasqua/Pentecoste
Risposta di Dio nell’AT
La speranza realizzata da Gesù
1a lettura Gn 15,1.5-6
Il Signore parlò ad Abram e gli
disse: «Non temere, io ti proteggo
come uno scudo. La tua ricompensa sarà grandissima»…
Poi lo condusse all’aperto e gli
disse: «Guarda il cielo e conta le
stelle, se puoi contarle, i tuoi discendenti saranno altrettanto numerosi». Abram ebbe fiducia nel
Signore e per questo il Signore lo
considerò giusto.
1a lettura Lc 23,39-43
Uno dei malfattori appesi alla
croce lo insultava: «Non sei tu
il Cristo? Salva te stesso e anche
noi!». Ma l`altro lo rimproverava:
«Neanche tu hai timore di Dio e
sei dannato alla stessa pena? Noi
giustamente, perché riceviamo il
giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male». E
aggiunse: «Gesù, ricordati di me
quando entrerai nel tuo regno».
Gli rispose: «In verità ti dico, oggi
sarai con me nel paradiso».
2a lettura Is 25,6-9
Preparerà il Signore degli eserciti
per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande,
un banchetto di vini eccellenti, di
cibi succulenti, di vini raffinati.
Egli strapperà su questo monte il
velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva
tutte le genti. Eliminerà la morte
per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; la
condizione disonorevole del suo
popolo farà scomparire da tutto il
paese, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco
il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi è il
Signore in cui abbiamo sperato;
rallegriamoci, esultiamo per la
sua salvezza».
Canto
2a lettura Rm 8,19-25
La creazione stessa attende con
impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per
suo volere, ma per volere di colui
che l`ha sottomessa - e nutre la
speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della
gloria dei figli di Dio. Sappiamo
bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la
sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando
l`adozione a figli, la redenzione
del nostro corpo. Poiché nella
speranza noi siamo stati salvati.
Ora, ciò che si spera, se visto,
83
Sussidio annuale 2008-’09
non è più speranza; infatti, ciò
che uno già vede, come potrebbe
ancora sperarlo? Ma se speriamo
quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.
Riflessione: la fisionomia della
speranza cristiana
Guida:
Chiediamoci: che cosa possiamo
sperare? Non è la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento mediante l’amore. Ciò vale
già nell’ambito intramondano…
anche se ci si rende conto che
esso non risolve, da solo, il problema della vita. È un amore che
resta fragile. L’essere umano ha
bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza
che gli fa dire: «Né morte né vita,
né presente né avvenire, né potenze né altra creatura potrà mai
separarci dall’amore di Dio, che è
in Gesù Cristo nostro Signore». Se
esiste questo amore assoluto con
la sua certezza assoluta, allora –
soltanto allora – l’uomo è redento
(Spe salvi n. 26).
Canto
La nostra risposta
Guida:
La difficoltà di accettare Cristo
come speranza dell’uomo ha
riguardato gli uomini di tutti i
tempi. Ma accettare la speranza
84
senza accogliere gli eventi della
morte e della risurrezione, implica che tutto il resto non ha senso.
La risurrezione resta un mistero e
di riflesso sperare nella salvezza
attraverso di essa non entra facilmente nelle nostre rappresentazioni. Per accettare quello che
sembra un’assurdità occorre porsi
in ascolto, affidarsi a Dio, come
Gesù nel momento della solitudine del Getsemani. È nel momento in cui la nostra fede viene sfidata dobbiamo arrenderci a Dio,
consegnarci a lui, rinnovando
ogni giorno la fatica di credere, di
sperare, di amare.
Riflessione: l’agire come luogo di
apprendimento della speranza
Guida:
Ogni agire serio e retto dell’uomo
è speranza in atto. Lo è innanzitutto nel senso che cerchiamo
così di portare avanti le nostre
speranze, più piccole o più grandi: risolvere questo o quell’altro
compito che per l’ulteriore cammino della nostra vita è importante; col nostro impegno dare
un contributo affinché il mondo
diventi un po’ più luminoso e
umano e così si aprano anche le
porte verso il futuro. Ma questo
impegno alla speranza ci stanca
o si muta in fanatismo, se non
ci illumini la luce di quella grande speranza che non può essere
Preghiera per il tempo di Pasqua/Pentecoste
distrutta neppure dagli insuccessi… È importante sapere: io
posso sempre ancora sperare,
anche se per la mia vita o per il
momento storico che sto vivendo apparentemente non ho più
niente da sperare. Solo la grande speranza-certezza che, nonostante tutti i fallimenti, la mia
vita e la storia del mondo nel suo
insieme sono custodite nel potere indistruttibile dell’Amore e,
grazie ad esso hanno un senso, e
solo una tale speranza può dare
ancora il coraggio di operare e
di proseguire (Spe salvi n. 35).
Canto
Parla la speranza
Guida:
Sopra la spuma dell’illusione
avevi costruito la tua casa, perciò cadde in rovina una e mille
volte. Ma ho una parola finale
da dirti in questo momento: ancora puoi, ancora è possibile la
speranza.
Tutti:
Cominciamo un’altra volta.
Guida:
Dentro la notte tenebrosa ci sono
le alte montagne, ma da dietro
di esse arriverà galoppando l’aurora. È bello credere nella luce
quando è notte.
Dietro il silenzio respira il Padre. La solitudine è abitata dalla
Presenza, e la ci attendono il riposo e la liberazione.
Tutti:
Cominciamo un’altra volta.
Guida:
Ricordati, io la speranza sono
nata in un meriggio oscuro, su
un brullo colle bagnato dal sangue, quando tutti in coro ripetevano: tutto è perduto, il Sognatore è morto i sogni sono finiti.
Nacqui dal ventre della morte.
Perciò la morte non può distruggermi. Sono immortale perché
sono figlia primogenita del Dio
immortale. Se migliaia di volte
mi diranno che tutto è perduto,
migliaia di volte risponderò che
c’è ancora tempo.
Se finora successi ed insuccessi
si sono alternati nella tua vita,
da oggi ogni mattina Gesù risusciterà in te e fiorirà come primavera sulle foglie morte del
tuo autunno. Egli vincerà in
te l’egoismo e la morte… Sì, il
Fratello ti prenderà per mano
e ti condurrà su colli luminosi.
Torneranno a sventolare le tue
bandiere.
La purezza solleverà il capo e
tra i fiori del tuo giardino fiorirà
invisibile l’umiltà. Risplenderai
come il fulgore degli antichi pro85
Sussidio annuale 2008-’09
feti. E, alla fine, tutti diranno: è
un prodigio del nostro Dio.
Tutti:
Cominciamo un’altra volta.
Guida:
Guarda le stelle, palpitano dall’eternità. Sii come loro: non ti stancare
di brillare. Semina sui campi aridi
e sulle aspre cime la misericordia,
la speranza e la pace. Non ti stancare. Cammina. Il Signore Dio
sarà luce per i tuoi occhi, alito per i
polmoni, olio per le ferite, meta per
il tuo cammino, premio per le tue
fatiche.
Dai volto alla speranza, dai voce
alla speranza, dai orecchio alla speranza, dai piedi alla speranza, dai
mani alla speranza.
Tutti:
Cominciamo un’altra volta.
Seminatori di speranza
Lettura «Prendimi per mano»
(titolo originale L’uomo che affoga del
gruppo musicale U2)
Tutti:
Prendimi per mano
Lo sai che ci sarò
Se lo farai attraverserò
Il cielo per amore tuo
Perché ho promesso
Di essere con te, stanotte
E per il tempo avvenire.
Prendimi per mano
Lo sai che ci sarò
86
Se lo fari attraverserò
Il cielo per amore tuo
E io sono sicuro che
Questi venti e queste maree
Questi mutamenti dei tempi
Non ti trascineranno via
Resisti, tieniti forte
Resisti e non mollare il mio
amore
Le bufere passeranno
Non ci vorrà molto
Le bufere passeranno
Ma il mio amore resterà in
eterno
Prendimi per mano
Lo sai che ci sarò
Se lo farai attraverserò
Il cielo per amore tuo
Di darò ciò che mi è caro
Resisti, tieniti forte
Resisti, tieniti forte
Alzati, alzati e dispieghi le ali
Sarai veloce come l’aquila,
sarai veloce.
Sarai veloce e non sentirai
fatica.
Prendimi per mano, prendimi
per mano
Resisti, tieniti forte
Resisti tieniti forte
Questo amore durerà per sempre
Questo amore durerà per sempre
Prendimi per mano
prendimi per mano
Canto finale
Micro
progetti
Educapolis - Microprogetti 2008-’09
Scheda progettuale n. 1
Educare
alla corresponsabilità sociale
Obiettivi
• Verificare lo stato della personale coscienza civica
• Verificare lo stato della conoscenza delle regole democratiche
• Sollecitare la consapevolezza della rete complessa di
implicanze della gestione della cosa pubblica
• Prendere consapevolezza della incidenza della informazione sulla creazione della coscienza civica
• Sperimentare strategie e linguaggi comunicativi adatti
alla trasmissione dei contenuti agli educandi
Destinatari
• Educatori scolastici dalla scuola primaria alla secondaria di II Grado
• Genitori
Strategie
1. Comparare il proprio vissuto di cittadini con il dettato
della Costituzione
2. Confrontare una esperienza diretta di gestione della
pubblica amministrazione con una simulazione;
3. Creare una condizione di ricerca-azione che metta in
evidenza il carattere di complessità nelle scelte amministrative
4. 4. Indurre l’abilità di costruire un «gioco» educativo
da rivolgere ai più giovani.
89
Sussidio annuale 2008-’09
Azioni
-- Questionario sulla percezione del problema della cittadinanza attiva (strat.1)
-- Disco-Forum, Cine-Forum (strat.1)
-- Brainstorming sulla propria esperienza di cittadino
(strat.1)
-- Ricerca sul testo della Costituzione (strat.1)
-- Assistere ad una seduta di consiglio di circoscrizione
e/o comunale (direttamente o virtualmente) (strat.2)
-- Simulazione tramite videogioco «Simcity» di pubblica amministrazione (strat.2)
-- Laboratorio-gioco: lettura di articoli giornalistici o
altre fonti di informazione di carattere politico (strat.3)
-- Incontri con testimoni privilegiati di impegno della
società civile (strat.3)
-- Costruire un’iniziativa di coinvolgimento dei giovani
nel senso del progetto (strat. 4)
Tempi
(vd. diagramma pg. seguente)
Monitoraggio e valutazione
-- Presentazione del Progetto e questionario sulle aspettative
-- In itinere monitoraggio del grado di partecipazione
in termini di coinvolgimento personale nelle dinamiche
proposte
-- Elaborazione finale di un gioco da rivolgere ai giovani
90
Educapolis - Microprogetti 2008-’09
91
Educapolis - Microprogetti 2008-’09
Scheda progettuale n. 2
Culture fedi
e identità giovanili
Suscitare la solidarietà nella cultura
Motivazioni dell’intervento e finalità
Alcuni processi hanno dato una svolta al ruolo della
religione, deprivatizzandone la sfera e la modalità esperienziale. Il senso esistenziale, per una quota ancora maggioritaria di giovani, è quotidianamente intessuto di un
sentimento religioso che, tuttavia, non si dispiega esclusivamente lungo le linee direttrici fondamentali dell’istituzione religiosa cattolica. Anzi, il consenso generale
al «cattolicesimo romano» è appannaggio di un gruppo
limitato di giovani che, pur tuttavia, non sono refrattari
all’affermazione di rilievi critici e a rimarcare la dissonanza diserti comportamenti e discorsi istituzionali rispetto
alle proprie elaborazioni.
Il pluralismo religioso si riferisce da un lato, alle diverse
condizioni in cui si esprime, all’interno del cattolicesimo
italiano, il sentimento religioso giovanile, attraversando
sia lo spazio pubblico della religione sia investendo la dimensione privata.
Ci troviamo in un contesto locale in cui convivono e
si combinano forme culturali e stili di vita tradizionali e
moderni; accanto a forme di persistenza di un religioso
tradizionale, convivono comportamenti innovativi che interessano sia la sfera pubblica (l’istituzione religiosa; l’associazionismo, ecc) che quella privata (il soggetto, le sue
relazioni, l’ambito familiare); accanto ad una religiosità
più latente e implicita vissuta nei momenti rituali della
vita o topici, è presente una diffusa disaffezione nei confronti del religioso istituzionale. Si tratterà di capire cosa
93
Sussidio annuale 2008-’09
lo causa, come si sedimenta, quali esperienze ne agevolano l’origine e il suo riprodursi. Infine l’atteggiamento
agnostico, ateo: in questo caso si tratta di capire quali
percorsi di vita ne facilitano la sua produzione e la sua
consistenza.
• Elaborare una proposta formativa significativa;
• Conoscere e saper utilizzare i linguaggi dei giovani;
• Attrezzarsi come educatori per saper leggere la complessa realtà giovanile;
• Tradurre in stili di vita i contenuti dei percorsi formativi che spesso restano solo a livello cognitivo;
• Aiutare i giovani a manifestare una più matura identità
personale, imparando a fare delle scelte di vita, più durature e significative;
• Contribuire, con percorsi adeguati, a sviluppare atteggiamenti di accoglienza e a sapersi rapportare verso gli
altri senza pregiudizi di razza, nazionalità e credo religioso, superando le barriere socio-culturali;
• Far comprendere che il messaggio religioso può essere vissuto nelle diverse dimensioni in cui si articola la
cultura umana (filosofica, letteraria, storica, artistica,
musicale, teatrale, mass mediale).
Analisi del contesto
Il micro-progetto prende avvio dalla necessità di ripensare e riformulare le teorie della secolarizzazione alla luce
proprio delle nuove compenetrazioni fra la sfera pubblica e quella privata in cui è importante capire il percorso
soggettivo che il giovane compie dalla famiglia alla società e dentro questo percorso come è stato rappresentato,
vissuto ed esperito il sentimento, la pratica e l’esperienza
religiosa.
Pur salvando, il nucleo della teoria della secolarizzazione, ossia l’idea della differenziazione fra sfera religiosa e
sfera secolare (Stato, economia, scienza), l’impostazione
94
Educapolis - Microprogetti 2008-’09
di una indagine sul senso e il significato della religione
nell’esperienza giovanile deve partire da questa differenziazione e dal fatto che essa non necessariamente implica
l’emarginazione e la privatizzazione della religione ma,
semmai, richiede di ripensare in un senso più generale, il
modo in cui cambiano i confini fra queste due differenti
sfere e i possibili ruoli strutturali che la religione può svolgere all’interno di queste sfere. Detto in termini diversi
occorre ripensare alla dicotomia tradizione-modernità e a
quella pubblico-privato.
Per raggiungere gli obiettivi si porrà in essere un’azione
culturale ed educativa che fornisca agli educatori una serie di
strumenti adeguati:
• sondaggio elaborato da esperti, con domande chiare e
precise, da somministrare a un campione rappresentativo e/o utilizzo di ricerche già effettuate sul territorio per
far emergere se esiste ancora uno spazio per il sacro nella
vita dei giovani, se la dimensione religiosa è ritenuta importante per la costruzione della propria identità e se essa
influisce sulle scelte di ogni giorno;
• verificare se la proposta formativa che viene offerta ai giovani è adeguata e significativa.
Obiettivi
-- Far emergere l’idea del concetto di sacro presente nella
cultura giovanile;
-- Conoscere le religioni e le forme di agnosticismo presenti sul territorio;
-- Aiutare i giovani ad avere stima di sé e a sentirsi protagonisti della propria vita e del proprio tempo;
-- Comprendere i meccanismi che stanno alla base dei
processi decisionali (autonomia e libertà);
-- Educare i giovani a comprendere in maniera autentica
il concetto di libertà e ad avere rispetto delle opinioni altrui;
-- Suscitare un’etica dell’ospitalità ed essere in grado di
saper cogliere il bello dell’altro;
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-- Saper analizzare i principali modelli comportamentali a cui fanno riferimento i nostri giovani;
-- Abilitare i giovani a riflettere e a porsi domande per
dare risposte al bisogno di senso;
-- Valorizzare esercizi di responsabilità civile;
-- Acquisire conoscenze e competenze per la verifica
dei movimenti e aggregazioni ideologiche che operano e creano cultura nell’ambito della vita, dell’ecologia,
dell’etica, della mondialità.
Destinatari
Il micro-progetto si rivolge a tutti i soggetti coinvolti
nell’educazione dei giovani 14-18 anni. Genitori – Insegnanti – Educatori - Agenzie educative presenti sul territorio –
Istituzioni che si preoccupano di politiche giovanili e servizi
sociali – Gruppi etnici presenti sul territorio
Azioni
-- Laboratori di comunicazione educativa (filmografia,
teatro, musica grafico-pittorico…)
-- Concorso a tema con modalità varie
-- Attività di sul tema : «Noi e il diverso. Accoglienza
o rifiuto?»
-- Test sull’influenza dei messaggi subliminali con l’apporto di esperti della comunicazione
-- Far conoscere altre forme di consumo come quello
equo solidale
-- Uso critico e riflessivo dei mass media
-- Tavola rotonda sul disagio giovanile
-- Itinerari artistico-religiosi-musicali per cogliere la
presenza della dimensione religiosa
-- Percorsi interdisciplinari (religione-filosofia-scienze)
su temi come: la solidarietà e il dono di sé; vivere occasioni di
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solidarietà e di amicizia; suscitare la solidarietà nella cultura;
costruire la solidarietà nella società
-- Proporre un periodo di digiuno dalla televisione e
dal cellulare proponendo una passeggiata in un luogo che
consenta di ammirare le bellezze naturali.
Monitoraggio
Seguire la modificazione dei comportamenti in itinere
rispetto alla situazione di partenza (ripetendo la stessa indagine in tempi diversi) utilizzando il Diagramma di Tomas Gordon (cfr. il libro «Insegnanti Efficaci»)
Feedback di verifica della ricaduta educativa del microprogetto.
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Scheda progettuale n. 3
Adulti e giovani, insieme nella
transizione verso l’età adulta
Motivazioni dell’intervento e finalità
Il microprogetto si propone di:
• Sensibilizzare l’opinione pubblica alla conoscenza dei
caratteri distintivi della transizione dalla giovinezza
all’età adulta vissuta dall’attuale generazione dei giovani;
• Sostenere e accompagnare i genitori dei giovani nel
nuovo compito educativo che sono chiamati a svolgere
in questa fase di crescita dei loro figli;
• Realizzare percorsi educativi rivolti a giovani e adulti
per proporre l’efficacia di una relazionalità intergenerazionale, nella quale condividere il disorientamento determinato da flessibilità e pluralizzazione di riferimenti
valoriali.
Analisi del contesto
La transizione dei giovani all’adultità e ai ruoli dell’età
adulta è un passaggio che sembra compiersi, oggi, con
tempi e modalità differenti rispetto solo ad alcuni decenni
di anni fa.
La conseguenza più vistosa è la possibile definizione
della giovinezza come una «moratoria prolungata» che
rappresenta un vero e proprio tratto culturale di una generazione.
La permanenza prolungata nella famiglia d’origine dei
giovani italiani è uno degli argomenti che più di altri si è
posto al centro del dibattito sulle peculiarità sociali e culturali del nostro Paese.
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In questa mutata condizione esistenziale, che pone ai
giovani nuove difficoltà nel percorso di definizione della
propria identità, il compito e lo spazio degli educatori e
delle agenzie di socializzazione, nei confronti delle nuove
generazioni, assumono un ruolo strategico e di rilevanza
centrale nell’attuale quadro storico-sociale.
I processi di transizione alla vita adulta
(strumenti di analisi)
La transizione naturale dall’età della giovinezza all’età
adulta appare oggi molto più fluida e indefinita rispetto al
passato. La difficoltà di marcare i confini tra le due età della
vita di ogni persona risente dell’ampio processo di giovanilizzazione della società, ma anche di fattori lavorativi, economici, familiari e valoriali.
Per la tua esperienza, realmente ritieni si possa parlare di
«fenomeno sociale» o il passaggio all’età adulta si presenta
poco differente rispetto ai decenni precedenti?
Quali sono le motivazioni che danno i giovani (fino a
30-34 anni d’età) al prolungamento della loro permanenza
nella famiglia d’origine? Le condividi?
Nella realtà sociale in cui vivi, le istituzioni e le associazioni sociali, formative ed ecclesiali sono consapevoli
di questa maggiore fluidità del passaggio generazionale e
del tardivo raggiungimento dell’indipendenza economica
e familiare delle persone giovani? Ne tengono conto nella
progettazione delle loro attività e proposte?
Governare la transizione (strumenti di
analisi)
Ogni transizione, e quindi anche quella verso l’età adulta, è un momento di fragilità per la persona che la vive. Il
disorientamento e la pluralizzazione di riferimenti valoriali
che, oggi, i giovani si trovano a dover gestire, come possono
essere condivisi e incanalati dalla generazione degli adulti,
nel loro ruolo di educatori in senso lato?
Le famiglie di appartenenza come possono aiutare le
nuove generazioni a dare coerenza ai propri percorsi bio100
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grafici, orientando la costruzione di una progettualità autonoma e proiettata oltre il tempo presente?
Chi potrebbe sostenere e accompagnare i genitori in questo nuovo compito educativo?
L’immagine proposta della generazione di oggi è quella
del «giovane in relazione» pluricollocato e pluriappartenente.
Quali percorsi educativi potrebbero essere elaborati per
proporre, a giovani e adulti, la scelta di una relazionalità
autentica, coerente, solidale e intergenerazionale?
Obiettivi
1. Sensibilizzare gli adulti e l’opinione pubblica alla conoscenza del fenomeno della transizione giovanile
2. Favorire nell’adulto la consapevolezza di essere un «soggetto educante»
3. Promuovere la capacità di ascolto e la narrazione di sé
4. Proporre e condividere la scelta di una relazionalità autentica, coerente, solidale e intergenerazionale
5. Saper accogliere in modo incondizionato la persona
giovane nelle sue peculiari condizioni di vita
6. Promuovere la capacità di sostenere i giovani nella costruzione di un PROGETTO DI VITA
7. Fornire a genitori, docenti e operatori pastorali MAPPE
DI LETTURA per comprendere l’attuale realtà esistenziale dei giovani-adulti
8. Creare RETI FORMATIVE intorno ai giovani per sostenerli in questo percorso di crescita umana (famiglia,
scuola, istituzioni civili ed ecclesiali, MIEAC, associazioni, mondo del lavoro, ecc.).
Destinatari
-- Genitori
-- Docenti
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Giovani
Sacerdoti
Responsabili e animatori di Pastorale Giovanile
Enti di Formazione Professionale
EE. LL.
Assessorato politiche giovanili
Assessorato servizi sociali
Associazioni culturali e sportive
Strategia
Per raggiungere gli obiettivi previsti, la strategia del progetto è incentrata su un’azione culturale ed educativa che
fornisca ai partecipanti una serie di strumenti cognitivi per
saper leggere, con senso critico, i processi e i fenomeni sociali, economici e politici che caratterizzano, oggi, la fase della
TRANSIZIONE della persona umana dall’età della giovinezza all’età dell’adultità.
Tale azione formativa sarà veicolata attraverso il linguaggio cinematografico che, in maniera distesa e coinvolgente,
favorirà la conoscenza e la condivisione dell’attuale vissuto
esistenziale dei giovani italiani da parte delle persone adulte.
L’attività formativa rivolta a sacerdoti e operatori pastorali
sarà realizzata utilizzando una metodologia ludica e laboratoriale che consenta a ciascuno di mettersi in gioco per comprendere le dinamiche che caratterizzano le relazioni con i
giovani ormai prossimi a varcare la soglia dell’età adulta.
Azioni
• Diffusione dei dati statistici relativi al fenomeno della
transizione (es.: di opuscoli informativi, coinvolgimento
mass-media, sito Miur area famiglia);
• realizzazione di un convegno per la sensibilizzazione
dell’opinione pubblica locale;
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• realizzazione di un cineforum rivolto ai giovani e alle loro
famiglie d’origine sulla attuale condizione giovanile;
• realizzazione presso un istituto scolastico superiore di un
cineforum (max 3 film) rivolto ai docenti e agli studenti
del IV e V anno;
• weekend formativo per sacerdoti, responsabili e animatori
di pastorale giovanile;
• iniziativa informativa da definire e realizzare in collaborazione con gli enti locali (assessorato politiche giovanili e
servizi sociali) rivolta alla cittadinanza;
• evento pubblico conclusivo di socializzazione degli esiti
dei singoli percorsi formativi realizzati.
Monitoraggio e valutazione
IN ITINERE:
• rilevazione della partecipazione alle attività formative
proposte
• somministrazione di questionari a risposta multipla per
rilevare l’efficacia dell’intervento proposto.
FINALE:
• somministrazione di questionari e proposta di focus group
per verificare il mutamento dell’atteggiamento cognitivo e
relazionale dei partecipanti nei confronti delle realtà giovanili
• realizzazione di un evento pubblico per la condivisione
degli esiti del progetto.
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Il sussidio 2009 in formato pdf