Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
Orientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
In copertina: Dipinto di G.B. Ragazzi, 1750
2Chiesa Orientamenti
pastorali
2008-2009
San Paolo in
Modica
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
DIOCESI DI NOTO
DISCEPOLI DI GESÙ
SULLE ORME DI PAOLO
ORIENTAMENTI PASTORALI
Orientamenti pastorali 2008-2009
2008-2009
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Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
IL VESCOVO DI NOTO
Consegno ai presbiteri e ai diaconi, ai religiosi e
alle religiose, agli operatori pastorali e ai fedeli, ma
anche a tutti gli uomini di buona volontà che vorranno prenderli in considerazione, questi Orientamenti pastorali per l’anno 2008-2009. La loro funzione è
quella di accompagnare il cammino dei credenti e
delle comunità cristiane nella crescita della fede e
della comunione ecclesiale. Sono nati da una corale
elaborazione che ha visto la partecipazione soprattutto dei Consigli diocesani presbiterale e pastorale.
Esprimono così la coscienza della nostra Chiesa di
fronte alla chiamata di Dio in questo nostro tempo e
della missione che Egli ci affida. Li consegno alla fede,
alla preghiera e alla responsabilità di ciascuno perché tutti insieme, da veri discepoli, possiamo percorrere le vie che il nostro Maestro e Signore Gesù Cristo e il suo apostolo San Paolo indicano e tracciano
per noi.
Noto, 14 settembre 2008
Esaltazione della Santa Croce
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DISCEPOLI DI
GESÙ OGGI
PREMESSE
L’idea generativa
Gli Orientamenti pastorali 1 per gli anni 20082010 adottano come idea generativa l’esperienza dei discepoli di Gesù; propongono infatti il
discepolato evangelico come modello e origine
dell’esistenza cristiana anche per il nostro tempo; vogliono suggerire e far sperimentare quanto sia possibile, significativo e ricco di speranza vivere oggi come discepoli di Gesù.
Chiamiamo generativa l’idea di discepolato
perché non è una a caso tra altre, ma svolge un
ruolo determinante nelle origini cristiane e in ogni
forma di rinascita cristiana. Essa ci fa capire che
essere cristiani non è un insieme affastellato di
cose da sapere e da fare, ma una relazione personale di fede in Gesù da cui tutto si genera
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Viene adottata la formula “Orientamenti pastorali”,
piuttosto che, per esempio, “Piano pastorale”, per sottolineare che non si pretende di dire tutto e di esaurire il
tema scelto, ma piuttosto per indicare una pista su cui
correre tutti facendovi convergere apporti che possano
arricchire il comune cammino ecclesiale nella unità e nella
concordia.
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
nell’esistenza credente di ogni singolo cristiano e di ogni comunità cristiana, come pure di
ogni uomo che viene in contatto con Gesù e
con i suoi discepoli.
Dall’appartenenza ad una religione alla relazione
con la persona di Gesù
Se osserviamo il modo di vivere e di pensare di tanti cristiani, è possibile constatare che
essi sembrano per lo più sentirsi, più o meno
consapevolmente, parte di una totalità segnata dal cristianesimo, e come tali fedeli di una
religione tra altre, parte dell’istituzione ecclesiastica, membri di una organizzazione religiosa, individui inseriti in un processo di tradizione e in una cultura impregnate di cristianesimo; prevale in altri termini un senso quasi anonimo e impersonale di sentire e vivere l’appartenenza cristiana.
Siamo sollecitati, perciò, a riscoprire il vero
volto della fede cristiana, che consiste nella relazione personale con Gesù. In tale passaggio,
dall’appartenenza religiosa sociologica e culturale alla relazione e sequela personale e comunitaria dietro a Gesù, avviene come un processo di liberazione, perché ciò che prima appariva un peso insopportabile, come tutte le
forme di legame associativo in cui si appanna
l’origine e il senso, ora si presenta per ciò che
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veramente è, una relazione personale capace
di ridare respiro e speranza ad una vita che
ritrova senso, entusiasmo, gioia, possibilità di
dedizione e di solidarietà.
Una speranza anche per chi è lontano
Anche rispetto ai non pochi che vivono lontano dalla religiosità tradizionale cristianamente ispirata, che non svolgono alcuna pratica
religiosa o che hanno abbracciato forme spurie
o alternative di credenza e di pratica religiosa,
la riscoperta del discepolato evangelico è capace di fornire il senso genuino di una fede e
di una esperienza che non avevano mai gustato o che sorprende con il suo sapore di novità e
di autenticità, come solo la scoperta di una
persona straordinaria sa dare.
Alla riscoperta del discepolato evangelico
Il nostro impegno pastorale vuole allora
ruotare attorno alla riscoperta del discepolato
evangelico; vuole scoprire la possibilità di vivere da discepoli di Gesù oggi, nelle più diverse condizioni umane e sociali.
Vivere da discepoli di Gesù significa entrare in relazione personale con lui, imparare a
conoscerlo e ad amarlo, abbracciarlo come proprio Signore, cioè maestro, modello, guida, fonOrientamenti pastorali 2008-2009
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te personale della forza che rende capaci di
pensare e vivere con lui e come lui.
Il testo degli Orientamenti pastorali che di seguito vengono esposti comprende innanzitutto una
presentazione dei motivi teologico-biblici che stanno a fondamento del discepolato cristiano e costituiranno punto di riferimento per l’intero biennio
2008-2010.
Una seconda parte espone il tema specifico dell’anno pastorale 2008-2009 che intende valorizzare la figura di san Paolo come modello del discepolo.
Nella terza parte si guarda al discepolo in quanto persona umana inserita in questo nostro mondo
utilizzando i temi proposti dal recente Convegno
Nazionale di Verona, che ha individuato alcuni
ambiti dell’esperienza storico-temporale del credente, quali l’affettività, la tradizione, il lavoro e la
festa, la fragilità e la cittadinanza, per suggerire
piste di riflessione e di iniziativa nel programmare
percorsi concreti di discepolato cristiano oggi in
corrispondenza alle esigenze concrete di singoli,
di gruppi e di comunità.
Infine l’ultima parte si sofferma su alcune indicazioni di carattere operativo in funzione della programmazione pastorale.
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PRIMA PARTE
In questa prima parte vengono proposti i temi
teologico-biblici, a partire soprattutto dai Vangeli, che definiscono il modello del discepolo secondo
l’esperienza e l’insegnamento di Gesù. Abbiamo
così a disposizione un testo di riferimento per il
tempo in cui fermeremo la nostra attenzione pastorale diocesana sul discepolato.
«VOGLIAMO
VEDERE
GESÙ» (Gv 12,21; cf. 8,12)
Esperienza del discepolato
Per andare alla riscoperta del discepolato
evangelico è necessario ripercorrere la narrazione evangelica non solo per apprendere ciò
che essa ci mostra dei discepoli di Gesù e ci fa
capire delle caratteristiche e delle esigenze del
discepolato cristiano, ma quasi per immedesimarci nei discepoli di Gesù e fare della nostra
vita un cammino dietro a lui. Se infatti la parola discepolo (mathetes = colui che è disposto
ad apprendere) rimanda a colui che sotto la
guida di un maestro apprende ciò che ha bisogno di conoscere per vivere, nel Vangelo tale
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apprendimento è un apprendistato, l’assimilazione di un preciso di stile di vita, e l’ascolto
di colui che è stato chiamato da Gesù equivale
a stargli accanto (cf. Mc 3,13-19), dialogare con
lui (cf. Lc 9,18-22), stargli dietro seguendone le
orme (cf. 1Pt 2,21) e lasciandosi portare dove
egli conduce (cf. Gv 21,18). Apprendere infatti ciò che Gesù insegna non è solo ascoltare
degli insegnamenti ma osservare una vita e
condividere un’esperienza. Gesù insegna e
guida con le sue parole e con l’esempio della
sua persona e della sua vita in tutte le sue manifestazioni.
Ascolto e discepolato
Il discepolato si lega profondamente all’ascolto, su cui abbiamo fermato la nostra attenzione durante l’anno pastorale trascorso.
Dall’ascolto infatti scaturisce spontaneamente
la relazione personale e il seguitare dietro alla
persona incontrata, il mantenere e coltivare la
relazione con colui da cui ci siamo lasciati conquistare (cf. Fil 3,12), ascoltandolo. Discepolato
evangelico e ascolto costituiscono per così dire
una “endiadi” esistenziale: l’uno richiama l’altro, dispiegando il senso misterioso della sequela dietro a Gesù. Nella chiamata dei primi discepoli (cf. Mt 4,18-20) cogliamo il perno dell’ascolto che fonda il discepolato: da una parte
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la chiamata-invito di Gesù che manifesta quell’autorevolezza (exousia) che è propria di Dio;
nella formazione dei discepoli, infatti, l’iniziativa è sempre di Gesù che chiama a sé chi vuole (cf. Gv 15,16), nella prospettiva salvifica del
progetto di Dio sull’umanità (cf. 1Tm 2,4); dall’altra, la prontezza dei discepoli a rispondere
all’invito del maestro. Una risposta docile,
pronta, fiduciosa (come si evince dall’avverbio
di tempo eutheos di Mt 18,20).
L’iniziativa di Gesù e la risposta docile dei
discepoli costituiscono il mistero della chiamata cristiana, la cui connotazione peculiare è
data dall’intima relazione con il maestro, al
punto di condividere con lui lo stile di ascolto
che egli a sua volta ha tenuto nei confronti della
volontà del Padre. La chiamata di Gesù si condensa in questo concetto di “relazione” che è
condivisione del suo destino, vale a dire libera
accoglienza dell’essere progressivamente coinvolti nel progetto di salvezza per tutti. I discepoli non ascoltano un messaggio, ma assimilano uno stile di vita e imparano ad accogliere,
nell’imitazione, la persona stessa del maestro.
Essere discepoli vuol dire condividere il suo
destino di Messia, contestato e rigettato, ma
scelto da Dio per quel disegno di benevolenza
che intende raggiungere tutti (cf. 1Pt 2,4). Sembra dunque un naturale sviluppo dell’ascolto
cercare di prolungarlo – perché non si può mai
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
smettere di ascoltare il Signore – in un cammino fedele dietro a lui con tutta la propria persona e la propria vita.
Le condizioni del discepolato: libertà e coraggio
La chiamata dei discepoli, che risponde all’iniziativa di elezione da parte di Gesù sul
modello delle elezioni veterotestamentarie (Es
3,10; Gdc 6,11.14; Ger 1,5; Is 49,1.5; Am 7,15),
esige alcune condizioni per la sequela. Anche
se le pretese sembrano ardue, esse tuttavia richiedono al discepolo di ricomprendere la sua
identità, il suo essere in libertà. Il superamento
dei legami è a fondamento del recupero di una
libertà che restituisce il senso della propria identità umana. La piccola sezione di Lc 9,57-62 in
parallelo con Mt 8,18-22 presenta alcuni casi
di una chiamata, fondata sulla prontezza, docilità e apertura nella libertà della sequela. La
situazione di Gesù che «non ha dove posare il
capo» (Lc 9,58) suggerisce al discepolo la libertà da ogni forma di sicurezza. Non è possibile
capire il mistero della chiamata senza questa
apertura al volere di Dio che prende le mosse
dalla lucida e sapiente intenzionalità di accogliere la novità (il novum) che irrompe nella propria vita.
La libertà dai legami parentali (Lc 9,59-60)
è un altro aspetto essenziale del discepolato
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evangelico (cf. Mt 10,37; 19,29). Chi segue
Gesù, incamminato verso Gerusalemme e quindi verso il compimento della volontà del Padre, deve concepirsi pienamente intimo nella
relazione con lui, appartenente a lui in una
dimensione per così dire “consacratoria”, secondo lo statuto di impegno tipico delle elezioni veterotestamentarie. Questa libertà discepolare si completa nelle sue condizioni con la capacità di sapersi distanziare da richiami del
passato (Lc 9,61-62). La compagnia di Gesù
maestro, che è una presenza viva, certa e gioiosa, non ammette dilazioni o pentimenti.
La libertà, recuperata nell’intima relazione
con Gesù, reclama inoltre un’intelligente comprensione delle conseguenze che i discepoli devono tenere in conto: il rischio della propria
vita per restare fedeli a Gesù e all’annuncio del
Vangelo (cf. Mc 8,35). Portare la croce e seguire Gesù, comporta non solo la condivisione del
suo destino ma anche il rischio di essere condannati come Gesù stesso (cf. Mt 10,38; Lc
14,27; Mc 8,34; Gv 15,18-25).
Oltre alla libertà, un’altra condizione essenziale è il coraggio di sostenere l’urto di un
discepolato esigente e radicale. Non dobbiamo
dimenticare l’insegnamento che scaturisce dall’episodio del giovane ricco (cf. Mt 19,16-30;
Mc 10,17-31; Lc 18,18-30), al quale Gesù chiede espressamente di “rinunziare ai propri
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beni”. Non è facile intendere, almeno di primo
acchito, il senso di questa richiesta così massimalista. Il seguito della pericope (cf. Mt 19,2330) permette di raccogliere qualche sollecitazione. La proposta evangelica, corrispondente
ad un esplicito invito di Dio, è il “caso serio”.
Prendere sottobanco l’invito di Gesù non soltanto porta a sminuire il valore di un’iniziativa che è divina, ma rischia di mettere a repentaglio il senso della propria esistenza. Seguire
Gesù con serietà significa recuperare la vita
come dono e la capacità di spenderla profeticamente nelle circostanze attuali. La sequela è
un dono di “salvezza” che ci libera dalle nostre schiavitù e ci dispone a condividere nella
solidarietà fraterna quella comunione che è sì
dono di Dio, ma edificata sul ceppo di questa
libertà, quale risposta all’opera riscattatrice di
Dio da quelle schiavitù che oscurano persino
la nostra identità.
È possibile tuttavia che nella ricezione di queste pretese sopravvenga quello stato di scoraggiamento che è tipico di chi non ha maturato a
sufficienza la relazione con il maestro. Le radicali esigenze del discepolato possono abbattere e persino spaventare. Ma nella sequela di
Gesù occorre tener conto di un aspetto fondamentale: è sempre lui a precedere il nostro cammino. Il discepolo infatti va “dietro” al suo
maestro. Ciò che è importante non è osservare
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pedissequamente modi e stili di comportamento, ma farsi indicare da Gesù la direzione del
cammino, nel senso dell’espressione giovannea:
«Io sono la luce del mondo; chi segue me non
cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della
vita» (Gv 8,12). La relazione con Gesù, che diventa una inabitazione della compagnia
trinitaria (cf. Gv 14,23), è manifestazione della
luce di quell’ethos che i discepoli apprendono
dal legame amorevole con lui. Gesù è la luce
della vera vita, fonte e forza per un’esistenza
di significato. Dall’intimo legame con lui, fondato esplicitamente sull’amore, scaturisce la
decisività di una risposta seria e responsabile
di solidarietà fraterna (cf. Gv 10,13.34;
15,12.17).
Discepolato e Regno di Dio
Un’altra caratteristica del discepolato riguarda la comprensione della signoria di Dio.
Essa è affidata ai discepoli, i quali devono imparare a scrutare la sua prossimità nei gesti e
nelle parole del maestro. La conoscenza del
Regno infatti è comprensione dell’identità di
Gesù, partecipazione e comunione di vita con
lui. I discepoli tuttavia non comprendono subito l’istanza nuova di tale insegnamento. Essi
faticano a identificare il compimento
messianico del Regno. Il loro cuore appare inOrientamenti pastorali 2008-2009
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durito (cf. Mc 6,52) e la prospettiva dell’esistenza resta quella di primeggiare l’uno sull’altro
(cf. Mc 9,34). Gesù non può che biasimare tale
incomprensione: «Non intendete e non capite
ancora? Avete il cuore indurito? Avete occhi e
non vedete, avete orecchi e non udite?» (Mc
8,17-18a; cf. 6,52). Essa è anche perdita di
memoria: «E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via? Gli dissero: dodici. E quando ho spezzato i sette pani
per i quattromila, quante sporte piene di pezzi
avete portato via? Gli dissero: sette. E disse loro:
non capite ancora?» (Mc 8,18b-21). Da qui si
evidenzia il compito precipuo dei discepoli: imparare a “comprendere”. Comprendere anzitutto lui, il maestro, che rende presente nella
sua vita il Regno di Dio. La comprensione dell’identità di Gesù in relazione al suo annuncio
è un preciso impegno del discepolo. L’incomprensione al contrario risalta dall’incapacità
del discepolo a penetrare la signoria di Dio nella
semplicità dell’annuncio di Gesù. È l’effetto di
una “tensione”, provocata dall’impatto con la
linearità e discrezione dell’irruzione di questo
Regno (cf. Mc 4,26-32).
È l’incomprensione di un cammino che
defluisce all’inverso, in direzione del fallimento e della croce. Gesù, pertanto, è obbligato ad
istruire i suoi (cf. Mc 8,31; 9,31), affinché il suo
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
cammino di passione possa diventare memoria esperienziale di sequela, servizio e dono
della vita: «Se uno vuol essere primo sia l’ultimo di tutti e servo di tutti» (Mc 9,35; cf. 10,45).
Dall’esperienza della croce scaturisce così il
dono della comunione: esso unisce Gesù e i discepoli in una comunione reciproca, poiché il
discepolato è «chiamata alla sequela, alla comunione di vita; e il senso della chiamata è
questa stessa comunione di vita con Gesù. Essa
è strada e meta a un tempo» (K. Stock).
Dal discepolato alla comunità della sequela
La chiamata dei primi discepoli non è solo
modello della costituzione del “vero discepolo”, ma diventa altresì espressione o meglio manifestazione di una comunità di sequela. Qui
si coglie in modo preponderante la dimensione generativa del discepolato. La chiamata infatti non è mai autoreferenziale, ma, nell’ottica della comunione con Gesù, sottintende la
compartecipazione di un medesimo ideale
elettivo. Gesù chiama e manda a due a due,
lasciando trasparire che la chiamata è sì una
relazione personale, ma si traduce tempestivamente in una relazione di “con-chiamata”
(ekklesia). La dimensione ecclesiale del
discepolato è intesa pertanto come condivisione
della comunione con Gesù. Ciò evoca, oltre alla
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
natura primigenia della Chiesa che nasce dall’ascolto orante del maestro, lo specifico
dell’ecclesialità discepolare, vale a dire la
condivisione della conoscenza di Gesù. E giacché tale conoscenza nasce dall’amore verso di
lui, essa è anzitutto condivisione dell’amore
fiduciale che ogni discepolato insegna a maturare nella perseverante adesione al Vangelo del
Regno.
La fraternità, che scaturisce dalla generosa
condivisione dell’amore verso Gesù (cf. Gv
15,9), non può arrestare il corso di questo
irrefrenabile contagio (cf. Gv 1,40-42). L’amicizia, che i discepoli osano esprimersi reciprocamente, è attrazione verso Gesù. La sintomatica richiesta dei greci sul desiderio di vedere
Gesù («Vogliamo vedere Gesù»: Gv 12,21) rimanda infatti all’efficacia di una testimonianza, scevra da proselitismo, che ha posto Cristo
al centro del proprio interesse. La vita
discepolare è sempre cristocentrica: i discepoli
non possono non avere Cristo come centro e
contenuto del loro esistere. L’assimilazione della
persona di Gesù fonda relazioni che si ispirano alle modalità delle sue inusitate aperture di
servizio e di abnegazione. La stima e l’amicizia dei discepoli tra di loro è frutto dell’amore
verso Gesù che li ha progressivamente resi servi gli uni degli altri, come lui che non ha ricusato la condizione dello schiavo (cf. Fil 2,6-7).
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
L’aspetto dell’imitazione e della testimonianza è implicito nella sequela. Gesù infatti esorta
i discepoli a un servizio disinteressato, richiamando l’attenzione su di lui che ha scelto di
servire (cf. Mc 10,45) e dare gratuitamente la
propria vita per gli altri (cf. Gv 15,13).
Discepoli in comunione e in missione
Quelli che seguono Gesù e condividono con
lui il suo destino partecipano anche della sua
missione. Da qui si comprende il senso dell’essere inviati. Sebbene il termine apostoloi, riferito ai dodici e ai discepoli, sia di origine postpasquale, esso richiama una precisa intenzione di Gesù sulla dilatazione del Regno di Dio.
Il compito dei discepoli infatti riguarda propriamente l’irruzione della signoria divina e la
sua vittoria sul male, le cui spire purtroppo affliggono l’umanità. Non possiamo dimenticare l’esortazione che sottostà al mandato: «E
strada facendo, predicate che il Regno dei cieli
è vicino: guarite gli infermi, risuscitate i morti,
sanate i lebbrosi, cacciate i demoni» (Mt 10,78). La testimonianza inoltre è segnata da un
preciso statuto missionario, le cui modalità si
ispirano alla povertà di Cristo e alla libertà dalle
sicurezze personali (cf. Mc 6,8-9). Si tratta ovviamente dell’assimilazione di uno stile specificamente evangelico, contrassegnato appunOrientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
to dalla libertà che i discepoli hanno imparato
a forza di seguire il maestro. Il discepolato pertanto non può che essere missionario, in virtù
di quella forza contagiosa che scaturisce dall’intimo legame con il maestro.
È proprio da questo intenso amore verso
Gesù che la missionarietà dei discepoli si coniuga con il servizio. Missione e servizio costituiscono due facce della stessa medaglia. Non
è possibile concepire la testimonianza missionaria, senza quell’apertura, solidale e fraterna, che diventa tenerezza, attenzione, sollecitudine; e d’altronde non si può immaginare un
servizio che sia cambiamento di stile nelle relazioni, senza essere profetica testimonianza
della signoria di Dio. Missione e servizio sono,
allora, congiunti dalla medesima finalità: l’annuncio della salvezza in Cristo. La testimonianza, come servizio, è ‘compromissione’ per
il Vangelo, e il servizio, come missione, è garanzia di una predicazione efficace.
Nella potenza dello Spirito del Risorto
Tale efficacia è affidata all’accompagnamento dello Spirito. L’autore del quarto Vangelo lo sottolinea a più riprese, lasciando trapelare l’idea, sempre attuale, che senza Gesù
non possiamo fare nulla (cf. Gv 15,5). Il dono
dello Spirito santo da parte del Risorto è deter24
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minante per la missione discepolare. Il suo accompagnamento riguarda certo la comprensione della «verità tutta intera» (Gv 16,13), nell’ottica della presenza continuativa di Gesù (cf.
Mt 28,20), sempre comunque in riferimento alla
storia, ove il discepolo esprime l’opera permanente del Risorto. È al dono dello Spirito che si
deve l’amalgama di quell’amicizia solidale che
forma l’identità della comunità discepolare; ed
è sempre grazie a lui che la fede può esprimersi coerentemente nella lotta contro il male, anticipando ora ciò che lo Spirito permette di intravedere sulle realtà celesti (cf. Col 3,1-2; Ef
1,14).
Così siamo condotti a compiere un passo ulteriore, che fa come esplodere la gioia di un
credente che incontra oggi Gesù Cristo nella
Chiesa. Infatti la scoperta sorprendente è che
essere discepoli di Gesù è addirittura pienamente possibile, e quasi più accessibile, solo dopo
che è divenuto impraticabile seguirlo per le vie
della Palestina, e cioè dopo la sua morte. Infatti solo la risurrezione rende disponibile l’effusione dello Spirito e quindi il conferimento della presenza divina e della grazia necessaria a
vivere in relazione di fede e di amore a Gesù
tutto il percorso della propria vita.
Intendiamo come solo nella relazione personale con Gesù condivisa da tutti i chiamati e
battezzati è possibile e necessario vivere in coOrientamenti pastorali 2008-2009
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munione, nella comunione della Chiesa; e solo
nel vissuto sperimentato e consolidato di quella relazione è possibile rendere ad altri testimonianza di un incontro e di un’esperienza
non solo accessibili a tutti, ma addirittura disponibili ad essere fatti propri da chiunque non
si chiuda al fascino del Trasfigurato Signore
che continua a offrirsi in dono sacrificale e conviviale di amore nel sacramento eucaristico.
Discepolato e contemporaneità
Sono tante le domande che sorgono di fronte
a questa proposta, poiché ben differente è la
condizione di coloro che hanno conosciuto
Gesù anche prima della sua morte e della sua
risurrezione; e noi ci troviamo alla distanza di
duemila anni da quel tempo. Eppure molti di
più, di quanti lo hanno conosciuto per le vie
della Palestina, sono coloro che nel corso dei
secoli lo hanno seguito, si sono fatti suoi discepoli in maniera così coinvolgente e totale da
mostrarci al vivo, in modo quasi palpabile, di
aver seguito passo passo una persona viva,
poiché solo una relazione d’amore totalizzante ha potuto rendere possibile esistenze interamente consumate dal desiderio e dalla volontà
di aderire a Gesù e di realizzare in tutto la sua
parola e la sua stessa vita. Nella fede è possibile vivere una tale relazione con Gesù. Chi ha
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conosciuto veramente Gesù non riesce a staccarsi da lui, in ogni momento e ad ogni passo;
la sua vita diventa veramente un ascoltare
Gesù e un andare dietro a lui, un camminare
nella vita seguendo lui.
Riscoprire il nostro essere discepoli
Quali possono essere le vie per riscoprire e
imparare sempre di nuovo e più profondamente la possibilità e la necessità di essere discepoli
di Gesù oggi?
In un certo senso tanti sono i percorsi quanti se ne possono creare con la Chiesa, la Parola
e i Sacramenti, in un’esistenza cristiana resa
perfetta dalla croce fino al martirio. Tre vie nondimeno sono caratteristiche ed esemplari a tal
fine. Esse sono l’accostamento assiduo e orante
della Scrittura, l’esperienza spirituale alimentata nella preghiera e nell’Eucaristia, e l’umile
confronto con i testimoni della fede. Esse tutte,
insieme ad ogni forma di cammino cristiano,
non sono mai avventure individuali, ma esperienze profondamente personali che maturano e vengono sostenute e condivise all’interno
di comunità cristiane nell’orizzonte vasto della vita della Chiesa.
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SECONDA PARTE
La celebrazione dell’anno paolino ci invita a confrontarci con un testimone straordinario e un annunciatore entusiasta della fede in Gesù Cristo, che
può farci riscoprire in maniera originale il
discepolato evangelico. Paolo è la guida, il modello e l’icona che accompagna il nostro cammino
diocesano durante l’anno pastorale 2008-2009.
PAOLO, DISCEPOLO DI CRISTO SIGNORE
«Tutto ormai io reputo una perdita
di fronte alla sublimità
della conoscenza di Cristo Gesù,
mio Signore»
(Fil 3,8)
Premessa
L’esperienza discepolare di Paolo è legata,
come per ogni discepolo, all’incontro con Gesù.
Una relazione viva, essenziale e segnata dalle
esigenze evangeliche: una relazione che va
strutturandosi in un ethos e in comportamenti
che rendono il discepolo colui che rappresenta
al vivo il proprio maestro. Tale relazione sembra andare oltre la semplice assimilazione di
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un messaggio impegnativo, giacché esige sì un
regolare processo di apprendimento, ma nell’ottica di un’imitazione che conduce alla condivisione del destino del maestro. È questa la
peculiarità del discepolato evangelico: un invito a seguire, stando dietro a Gesù e accogliendo il suo stile di vita. La prospettiva evangelica
del discepolo è dunque la piena comunione con
il maestro (cf. Mc 8,34-38) e diventa pure coraggiosa testimonianza di fronte al mondo (cf.
Mt 28,19).
Questi nodi fondamentali definiscono la natura del discepolato evangelico, attualizzato
dalla mediazione e dalla testimonianza di Paolo. Egli infatti non ha incontrato storicamente il Signore e lui stesso, in 1Cor 9,1 pone ai
suoi oppositori la domanda in tono sarcastico:
«Non ho veduto Gesù, Signore nostro?», quasi
a dire che l’autorevolezza della sua testimonianza prende le mosse da un incontro del tutto
singolare che può diventare per molti la nuova misura della sequela evangelica.
Paolo ammette di non aver conosciuto Cristo «secondo la carne» e ribadisce a scanso di
equivoci che «anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo
più così» (2Cor 5,16), poiché l’adesione a lui
porta a trasformare radicalmente l’esistenza.
L’appartenenza a Cristo genera infatti la «creatura nuova» (2Cor 5,17): la condizione
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Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
“attualizzata” del discepolo, il cui significato
è parallelo al monito di Gesù: «Seguitemi, vi
farò pescatori di uomini» (Mt 4,19). Il discepolato paolino sembra allora nella medesima prospettiva indicata dagli evangelisti. E anche se
negli scritti di Paolo non compare mai la terminologia specifica, la concezione discepolare
è vivamente presente sia nell’uso che egli fa di
alcuni concetti, quali apostolo, servo, eletto,
araldo, e sia nei racconti autobiografici da cui
traspare una singolare relazione con Gesù.
È proprio questa relazione a indicarlo discepolo per antonomasia, essendo consapevole che
il suo incontro con il Risorto è iniziativa di Dio:
«Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia
madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo
annunziassi in mezzo ai pagani» (Gal 1,15-16);
una relazione che ha pure consistenza ecclesiale: «In seguito, dopo tre anni andai a Gerusalemme per consultare Cefa, e rimasi presso di
lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore» (Gal 1,18-19). Nella vita di Paolo il discepolato risalta così come esperienza personale ed
ecclesiale di incontro con il Risorto, la cui conoscenza porterà l’apostolo a considerare Gesù
il suo Signore (cf. Fil 3,8).
L’intima amicizia con lui, che lo rende «afferrato» dalla sublimità del suo amore, fonda
Orientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
il valore di questo discepolato, prossimo a quello evangelico. La concezione che Paolo ha della sequela equivale alla radicalità ingiunta dal
monito di Gesù: «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria
anima?» (Mc 8,36), giacché per l’apostolo il
vero guadagno è Cristo ed «essere trovato in
lui, non con una mia giustizia derivante dalla
legge, ma con quella che deriva dalla fede in
Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio,
basata sulla fede» (Fil 3,9).
Ripercorrendo allora alcune tappe salienti
della sua vita, possiamo scorgere un itinerario
discepolare che ha ovviamente incidenza
propositiva sulle modalità odierne, ma che soprattutto non si discosta dalla radicalità dell’invito a stare costantemente dietro a Gesù.
Anzi, la disamina di questi stralci autobiografici permetterà di non fraintendere questo riferirsi dell’apostolo alla sua esperienza, perché
l’imitazione che reclama della sua persona (cf.
1Cor 11,1) è sempre consequenziale al suo essere imitatore di Gesù, portando le stigmate di
lui nel suo corpo (cf. Gal 6, 17).
La chiamata sconvolgente di Damasco
L’incontro che Paolo ha avuto sulla via di
Damasco può essere ricondotto ad una storia
di vocazione. Lo chiarisce lui stesso quando
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Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
tenta di esplicitare le motivazioni che lo hanno persuaso a mutare radicalmente la vita:
«Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre
e mi chiamò con la sua grazia» (Gal 1,15). Elezione e chiamata stanno a fondamento della
missione di Paolo e costituiscono gli aspetti
propulsori del discepolato evangelico. L’iniziativa di Dio nelle storie di vocazioni rimandano
alla chiamata che Gesù rivolge ai primi discepoli (cf. Mc 1,16-20). Un atto solenne che
sottostà pure alla chiamata di Paolo.
L’espressione «apostolo di Gesù Cristo per
volontà di Dio» (2Cor 1,1), che si legge con qualche variante negli indirizzi delle sue epistole,
lascia trapelare il mistero dell’intervento divino. Paolo è consapevole che il suo “apostolato”
presso i pagani è voluto da Dio (cf. Gal 1,16), il
quale lo ha reso degno di una chiamata il cui
artefice e mediatore è Gesù. L’idea che questa
chiamata sia veramente frutto della «volontà
di Dio» sopraggiunge pure dall’uso che Paolo
fa del termine «rivelazione», il cui significato
lascia intendere l’irruzione di un piano salvifico, esteso ovviamente ai pagani e quindi a tutti
i popoli, come espressione della sollecitudine
divina. Paolo concepisce la sua azione discepolare sull’onda di questa misericordia che egli
sa di dover ricondurre a se stesso: «A me, che
sono l’infimo fra tutti i santi, è stata concessa
questa grazia di annunziare ai Gentili le imOrientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
perscrutabili ricchezze di Cristo, e far risplendere agli occhi di tutti qual è l’adempimento
del mistero nascosto da secoli nella mente di
Dio» (Ef 3,8-9).
La sua testimonianza discepolare è anzitutto attestazione dell’amore che Dio ha manifestato nei suoi confronti (cf. Rm 5,5), facendogli
conoscere la sublimità del mistero del Figlio,
donatosi gratuitamente. Rivelazione diventa
pertanto comunicazione di un amore passionale, vivace, effettivo, con il quale Dio nel Figlio intende ricondurre a sé, nell’unità di una
relazione intima con lui, i due popoli che ritroveranno in Cristo la via della pace e la realizzazione dell’«uomo nuovo» (cf. Ef 2,14-16).
La chiamata di Damasco è descritta poco
nelle sue epistole, forse perché l’apostolo preferisce rilevare gli effetti della conversione che
portano a risaltare, molto più della sua docilità, la potenza della grazia di Gesù. Ma dalla
narrazione lucana (cf. At 9,19a), soprattutto
quella in cui Paolo si esprime in prima persona
(cf. At 22,3-21; 26,4-23), emergono alcuni
aspetti significativi che possiamo ricondurre al
discepolato gesuano. A fondamento della chiamata vi è anzitutto la libera iniziativa di Dio:
«Vidi sulla strada, o re, una luce dal cielo, più
splendente del sole, che avvolse me e i miei
compagni di viaggio» (At 26,13; cf. 2Cor 4,6).
L’apostolo, come d’altronde tutti i chiama34
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
ti, recepisce l’invito di Dio come una seduzione a cui non si può non cedere (cf. Ger 20,7).
L’irrefrenabile attrazione genera inoltre l’ascolto, da cui affiora la prontezza del discepolo a
seguire il maestro: «Io udii dal cielo una voce
che mi diceva in ebraico» (At 26,14). Il dialogo
tra Paolo e Gesù può essere compreso in questo senso. Esso sembra evocare quella disponibilità che si coglie nella storia di ogni vocazione. La tempestività a seguire Gesù: «ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono» (Mt 4,20) fa
eco alla chiamata di Paolo che, nel chiedere
l’identità del suo interlocutore, intraprende un
intimo colloquio, fondamentale per l’atto della
sequela. Qui l’ascolto cela quella prontezza che
l’apostolo esprimerà nella testimonianza per il
Vangelo.
Questa disponibilità, vivace e ardente, che
appena si intravede, affiora invece potentemente da un passo autobiografico: «Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di
lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe
d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da
ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo
persecutore della chiesa; irreprensibile quanto
alla giustizia che deriva dall’osservanza della
legge» (Fil 3,4-6). È il passato di un uomo che
viveva non del Vangelo della grazia, ma della
legge dell’autogiustificazione, la quale gli faceva dimenticare di essere uomo bisognoso del
Orientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
perdono di Dio, graziato dal suo amore misericordioso. L’incontro ha cambiato la sua vita.
Confuso e disorientato, comprende di aver
frainteso la verità delle cose. Un ribaltamento
importante che lo porterà a cogliere la preziosità della «perla nascosta» (cf. Mt 13,45-46) e
la gioia di testimoniare a tutti la grandezza dell’amore di Dio.
L’incontro con Gesù è comunque una forte
esperienza di “visione”. La chiamata suppone
sempre questa tipologia di contatto. Lo rammenta Luca nell’esordio del suo Vangelo: «Coloro che ne furono testimoni (autoptai = coloro
che sono stati resi degni di una visione) fin dal
principio e divennero ministri della parola» (Lc
1,2). È probabile che il terzo evangelista annoveri anche Paolo nel novero di questi chiamati. Ne parla lui stesso in un altro passo autobiografico: «Apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta […]. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti
sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno
neppure di essere chiamato apostolo, perché
ho perseguitato la chiesa di Dio» (1Cor 15,5-9).
Quando l’apostolo domanda di aver visto il
Signore (cf. 1Cor 9,1), si riferisce a quest’evento sulla strada di Damasco, il cui incontro è
appunto una chiamata precisa, sulla falsariga
della chiamata gesuana. Il “lasciarsi vedere”
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Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
di Gesù risorto abilita Paolo ad essere autorevole testimone della gratuità di tale iniziativa
(cf. 1Tm 1,12-13), ma nel contempo avalla il
privilegio della chiamata paolina equivalente
ai criteri discepolari della prima ora. Così
l’espressione: «Su, alzati e rimettiti in piedi; ti
sono apparso infatti per costituirti ministro e
testimone di quelle cose che hai visto e di quelle per cui ti apparirò ancora» (At 26,16) lascia
intendere i moniti evangelici sulla sequela, la
cui radicalità sta proprio nella ricezione della
volontà di chi invia. Ciò risulta sconvolgente
agli occhi di Paolo. Pertanto egli riferirà: «Si
compiacque di rivelare a me suo Figlio perché
lo annunziassi ai pagani» (Gal 1,15), quasi a
voler affermare implicitamente la misura inestimabile dell’amore di Dio. A quel Paolo che
aveva sbagliato tutto, Gesù affida tutto inviandolo a testimoniare il suo perdono.
L’accompagnamento discepolare
È insito nel mistero della chiamata un tempo di formazione, per crescere e assimilare le
condizioni del discepolato. Gesù stesso compie questo gesto con i suoi discepoli, chiamandoli a sé perché «stessero con lui e anche per
mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demoni» (Mc 3,14-15). Un
tempo congruo di preparazione che consiste
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
soprattutto nel prendere consapevolezza di
quello che Dio sta per compiere nella vita di
un discepolo. Paolo si trova nella medesima
condizione. L’accompagnamento di Anania e
Barnaba costituisce un momento privilegiato
di vera iniziazione discepolare al mistero di Gesù
Cristo. E se Anania si presenta come colui che
medierà all’apostolo il senso recondito delle
parole di grazia, Barnaba apparirà mediatore
indispensabile della comunione ecclesiale. Entrambi necessari per suscitare in Paolo quello
zelo apostolico che lo renderà «strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai
re e ai figli d’Israele» (At 9,15).
La mediazione di Anania è legata al discernimento dei fatti di Damasco. Il suo compito è
di attualizzare le parole che hanno sconvolto
la vita dell’apostolo. E questo si rende possibile
perché Anania, lui per primo, è discepolo del
Signore. La sua paternità spirituale nasce dal
suo essere discepolo. È la condizione per generare figli nella fede, ma anche il contrassegno
che avalla l’autenticità del vero discepolo. Di
fronte a Paolo, persecutore prima e adesso chiamato, Anania deve rinnovare la sua scelta di
discepolo. L’espressione «ecco io, Signore» (At
9,10), ove è rimarcata l’enfasi del pronome personale, evoca il mistero di questa chiamata in
stato di perenne adesione. Colpisce la frase con
cui Anania si rivolge a Paolo: «Saulo fratello»
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
(At 9,17; 22,13), da cui sembra affiorare la disponibilità della Chiesa ad accogliere colui che
prima la perseguitava. Tale accoglienza pone
Paolo nella condizione di intravedere le esigenze discepolari. Egli infatti, per la mediazione
di Anania, diventa «fratello in Cristo» e quindi abilitato a confessare la fede nel Risorto, secondo quel criterio, condiviso da tutti gli apostoli, di assimilare la vita del maestro.
Questo aspetto essenziale che lo rende discepolo di Gesù è ben rimarcato da Luca nei
vv. 15-16. Anania enuncia le esigenze del discepolato evangelico a cominciare anzitutto dall’oggetto della testimonianza: «il mio nome»,
che riguarda il compimento della signoria del
Padre nel nome di Cristo Signore (cf. Fil 2,911). Anche i destinatari, ebrei e pagani, ai quali
Paolo è mandato, si inquadrano in questo programma discepolare. Esso allude all’universalismo evangelico, promosso dalla testimonianza stessa di Gesù. Il motivo della sofferenza nell’espressione «io infatti gli mostrerò quanto
deve soffrire in favore del mio nome» mette in
evidenza il compimento di questo programma
discepolare. Paolo deve essere icona di Gesù
sofferente (cf. Lc 9,22; 17,25): una testimonianza legata ovviamente al coraggio di mostrarsi
cristiano, ma anche alla sua vocazione implicita di annunciare la Parola di Dio in quanto
discepolo. I passi davvero numerosi sull’audaOrientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
cia dell’apostolo (cf. 1Cor 4,9-13; 2Cor 1,5-11;
4,7-12; 6, 3-10; 11,23-33; Fil 1,29-30) lasciano
intravedere come quest’assimilazione si sia progressivamente radicata nella sua esistenza, rendendo efficace e sconvolgente il suo annuncio
di testimonianza.
Con Barnaba, Paolo è introdotto alla vita
della comunità degli apostoli. La sua mediazione è necessaria per comprendere che la testimonianza missionaria è sempre espressione
della comunione con la Chiesa. Ed è accanto a
Barnaba che il giovane Paolo manifesterà le sue
innate capacità oratorie e soprattutto quello
zelo che lo attesta quale grande apostolo delle
genti, secondo il modello del discepolato evangelico: un apostolo instancabile, perseguitato,
senza paura, di grande eloquenza e rivolto a
tutti nello stile di Gesù, pastore buono. L’accompagnamento di Barnaba si colloca in un
particolare momento dell’esistenza di Paolo,
quando cioè nel ritorno a Gerusalemme, il persecutore si imbatte con discepoli paurosi che
ostacolano le sue intenzioni (cf. At 9,26). Egli
«lo prese con sé, lo presentò agli apostoli e raccontò loro come durante il viaggio aveva visto
il Signore che gli aveva parlato» (At 9,27). La
lungimiranza di Barnaba, che l’autore di Atti
deduce dalla manifesta disponibilità a prenderlo con sé, costituisce un atto di conferma
significativo per il futuro di Paolo. Barnaba ga40
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
rantisce per lui davanti agli apostoli, rischiando probabilmente la propria fiducia riposta in
un giovane che poco prima perseguitava la
Chiesa.
Il carattere discepolare di questo gesto, che
evoca l’autorevolezza di Gesù nell’atto di chiamare i suoi discepoli, ove permangono virtù di
sapienza, umiltà e fiducia nell’iniziativa di Dio,
fa sì che Paolo possa capire il senso della chiamata di Damasco. Questa percezione della
misericordia di Dio nella storia di Paolo costituisce un aspetto importante della formazione
che Barnaba, in quanto discepolo del Signore,
esercita sull’apostolo. Il vero accompagnatore
è anzitutto vero discepolo che sa “sostare accanto” con la fatica del verificare, capire, esprimere un giudizio e additare. La meta poi resta
la crescita dell’altro, secondo un’azione profetico-didattica di approfondimento del mistero cristiano. Barnaba accanto a Paolo è infatti
questo discepolo che esorta ed espleta un servizio alla Parola di Dio. Il suo atto d’accompagnamento è certamente profetico non soltanto
perché richiama con i suoi gesti l’agire effettivo di Dio nella storia di Paolo, ma tenta altresì
di educare quest’ultimo al discernimento della
sua presenza. Ed è così che entrambi ricevono
l’appellativo di «apostoli» (At 4,14): grazie alla
formazione spirituale di Barnaba, Paolo è pronto per quell’avventura missionaria che lo renOrientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
derà a pieno titolo apostolo di Gesù Cristo tra
le genti.
Un’intensa esperienza di grazia
Paolo ha sempre concepito la chiamata
come una visita della misericordia di Dio. Lo
stato di conversione lo deve a questa condiscendenza divina che egli appella “grazia”. Il
termine nel pensiero dell’apostolo assume un
senso molto ampio e così denso da poterlo
esprimere nel seguente modo: l’amore di Dio
raggiunge ogni uomo nella sua condizione di
peccatore con la gratuità di un atto che nella
persona di Gesù si manifesta come amore solidale, preveniente, assoluto. Tale concezione è
legata alla propria esperienza, al fatto cioè che
Paolo su quella via di Damasco ha constatato
personalmente l’incommensurabilità di quest’amore. L’espressione che egli fissa in Rm 5,8:
«Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi,
perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» riguarda soprattutto la
benevolenza divina sperimentata sulla sua persona. Egli è consapevole di essere stato cercato
e accolto dall’amore di Dio. Tutto questo diventa per lui “grazia”. La sua esistenza è grazia e lo è pure la missione che egli vive come
prolungamento di questa benevolenza.
Il fulcro di tale concezione si colloca in 1Cor
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Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
15,10, ove l’apostolo comprende che l’incontro con Gesù risorto, «come a un aborto», è
frutto di questa grazia. Nella sua condiscendenza, Dio ha voluto che Paolo diventasse
“apostolo” di un progetto redentivo esteso a
tutti (cf. 1Tm 2,4). Tale consapevolezza lo porta ad affermare di sé: «Per grazia di Dio sono
però quello che sono, e la sua grazia in me non
è stata vana». Egli sa che l’opera a cui è chiamato appartiene a Dio, ma la sua stessa vita
rientra in questo piano di benevolenza, essendo lui stesso oggetto di quest’amore di cui diventerà strumento privilegiato di evangelizzazione (cf. At 9,15). Una predilezione che non è
parzialità divina, bensì manifestazione del desiderio da parte di Dio che tutti possano comprendere «l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza
e la profondità e conoscere l’amore di Cristo
che sorpassa ogni conoscenza, perché siate
ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,18-19).
L’esistenza di Paolo, «sono quello che sono»,
appare così pervasa da questa grazia che egli
riconosce come sua preziosa compagna di viaggio: «Ma la grazia di Dio che è con me». La
sua assistenza è certamente causa di quell’arditezza e libertà di parola che contraddistinguono lo zelo indefesso dell’apostolo. Le sue
travagliate e gioiose visite alle comunità da lui
fondate, che lo porteranno ad affermare: «Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono
io che vi ho generato in Cristo Gesù, mediante
il vangelo» (1Cor 4,15), rappresentano un
aspetto della sua abnegazione per il Vangelo.
Sospinto esclusivamente dalla certezza di essere accompagnato dall’amore di Dio, egli, che
riconduce tutto alla grazia, non desidera altro
che farsi tutto a tutti (cf. 1Cor 9,19-23) nel compimento di una solidarietà che emula l’amore
spogliativo di Gesù.
Questa grazia, che lo rende apostolo di Gesù
Cristo (cf. Rm 1,5) e per la quale egli vanta il
diritto di essere annoverato tra gli apostoli (cf.
Gal 2,9), costituisce il suo “fondamento”. Su di
esso edifica le sue comunità, ma, come si è visto, anche la sua stessa vita. L’espressione sintomatica: «Secondo la grazia di Dio, che mi è
stata data, come un sapiente architetto io ho
posto il fondamento» (1Cor 3,9), lascia intendere che l’esperienza di fede nella persona di
Gesù rappresenta il “fondamento” su cui Dio
intende edificare solidamente l’esistenza dei
credenti (cf. Ef 2,20-22). L’esperienza della fede,
che Paolo concepisce come Vangelo e che altro
non è che la grazia di Gesù, lo porta non soltanto a identificare il Vangelo che egli annuncia con Gesù, ma a cogliere altresì una singolare assimilazione della sua vita a quella del Signore. Per lui il Vangelo non è un messaggio e
forse neanche un preciso stile di vita, bensì la
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
persona stessa di Gesù che sente vivere dentro
se stesso (cf. Gal 2,20).
È qui che il discepolato paolino raggiunge
l’acme di quello che probabilmente era desiderio del Gesù storico. Il monito della sequela, che
si condensa nella sintomatica espressione «dietro di me», non è da intendersi in senso spaziale
o cronologico, ma volutamente esistenziale nel
senso di una progressiva assimilazione del
kerygma salvifico che è viva partecipazione
delle persone divine. Quando Paolo in Rm 1,9
precisa che l’annuncio di Dio riguarda «il vangelo del Figlio suo», sottintende che quel Vangelo tocca propriamente la persona di Gesù, il
racconto di un progetto redentivo che la Trinità ha reso manifesto con l’incarnazione del
Logos. Vangelo è dunque grazia nel senso di
quella condiscendenza d’amore che prende le
mosse dall’inabitazione della Trinità e, raggiungendo l’uomo, si tramuta in risposta di fede
sulla medesima lunghezza d’onda. Dall’amore di Dio si parte e all’amore di Dio si arriva.
Un movimento circolare che è sospinto dall’abbassamento di Cristo e dal dono dello Spirito
Santo; per cui il credente – e Paolo è profondamente convinto di questa dinamica che vede
realizzare nella sua testimonianza di fede – è
afferrato da questo amore che si tramuta in solidarietà fraterna. Il Vangelo, come stile di vita,
è per l’apostolo soltanto conseguenza di un’asOrientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
similazione esistenziale: Gesù vive in lui o meglio è la sua vita che lentamente lascia spazio
all’inabitazione divina.
L’aspetto sensazionale di questa scoperta,
iniziata sulla strada di Damasco, si intravede
ancora nella decisione da parte di Paolo di voler approfondire il senso del mistero d’amore
di Cristo che «non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e
profeti per mezzo dello Spirito» (Ef 3,5). Un
mistero che coinvolge tutto il suo essere, al
punto da esporsi nei seguenti termini: «Ma
quello che poteva essere per me un guadagno,
l’ho considerato una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio
Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte
queste cose e le considero come spazzatura, al
fine di guadagnare Cristo» (Fil 3,7-8). È probabile che Paolo conoscesse le parole della sequela (cf. Mc 8,34-38), ma nella sua confessione di fede si scorge qualcosa di più o meglio la
proposta di una ricomprensione di quelle parole, attualizzate dentro una vivida relazione
che ha mutato radicalmente la vita. La persona di Gesù è infatti entrata nella sua esistenza;
rispetto alla relazione con Gesù egli considera
tutto una perdita, al punto che il guadagno
non concerne più l’anima o la persona, come
per i sinottici, ma Gesù stesso: la sua intima
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Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
persona che diventerà parte di se stesso. Sarà
questo il senso del discepolato gesuano? È difficile arguirlo.
Quello che sembra evidente è che nel pensiero dell’apostolo il monito discepolare esplode in un significato più ardente e passionale, il
quale non soltanto esplica con chiarezza il volere redentivo di Dio, ma permette altresì di
capire che la redenzione è conquista, mediante Cristo, di quello stato di immortalità che
apparteneva all’Adamo edenico. Il guadagnare Cristo, che poi significa più concretamente
essere da lui afferrati, intende appunto quest’opera di divinizzazione per l’uomo decaduto, opera che Dio elargisce per grazia nell’assimilazione della persona del Figlio. Per Paolo
tutto ciò è certezza che scaturisce dall’aver constatato quest’azione condiscendente di Dio
agire con la potenza dell’amore di Cristo nella
sua stessa persona. Pertanto egli dirà: «Se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio,
coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo
alle sue sofferenze per partecipare anche alla
sua gloria» (Rm 8,17; cf. Fil 3,10).
L’assimilazione alla “passione” di Cristo
Il discepolo mostra la sua appartenenza a
Cristo, cercando soprattutto di condividere il
suo destino. L’espressione «prendere la croce»
Orientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
lascia intendere che il destino del maestro riguarderà pure il discepolo. Lo ribadisce con
perentorietà l’autore del quarto Vangelo: «Se
il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha
odiato me […]. Ricordatevi della parola che vi
ho detto: Un servo non è più grande del suo
padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,18.20). Quest’aspetto discepolare, che costituisce il ganglio vitale
della sequela, è rinvenibile nella vita di Paolo.
Si è persino parlato di una passio Pauli, quasi a
voler dire che l’esperienza di fede dell’apostolo emula l’esistenza di Gesù, servo sofferente.
La frase che leggiamo in Fil 3,10: «Perché io
possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze,
diventandogli conforme nella morte», parallela certamente a quella di Gal 6,17: «Difatti io
porto le stigmate di Gesù nel mio corpo», è indicativa della peculiarità del discepolato
paolino, la cui intenzione è certamente quella
di Gesù. Al di là delle riproposizioni etiche che
l’apostolo da una parte mutua dai sistemi filosofici del tempo e dall’altra tenta di rileggere
nell’ottica del Vangelo, ciò che affiora dalla sua
testimonianza di fede è soprattutto quest’assimilazione alla passione di Gesù.
Il discepolato di Paolo si inquadra pertanto
all’interno di questa verità: «Se infatti siamo
stati completamente uniti a lui con una morte
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione» (Rm 6,5). Il cammino di fede del
vero discepolo consiste in questa assimilazione della morte di Gesù che resta pur sempre
“imitazione”. La frase, che nell’originale greco suona «in una somiglianza della sua morte», richiama sì la completa partecipazione alle
sofferenze di Gesù, ma in una dimensione non
sostitutiva dell’atto salvifico. Chi salva è Gesù,
che si avvale ovviamente della nostra partecipazione alle sofferenze, che pur essendo nostre diventano misticamente sue (cf. Col 2,24).
Il senso di questa verità si enuclea nella formulazione del cosiddetto «paradosso della croce», che l’apostolo enuncia con espressioni
eclatanti ma rivelative dell’intimo pensiero di
Dio. Ed è questa la vocazione del discepolo:
«Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: – ammonisce l’apostolo – non ci sono tra voi
molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che
nel mondo è stolto per confondere i sapienti
[…], ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose
che sono» (1Cor 1,26-27a.28b). L’adesione alla
parola della croce, che si rivela come potenza
di Dio, riflette quelle condizioni discepolari che
i sinottici fissano nel monito sulla radicalità
evangelica (cf. Mt 8,18-22; Lc 9,57-60). Seguire
Gesù implica per l’apostolo una duplice consapevolezza: da una parte la certezza dell’amoOrientamenti pastorali 2008-2009
49
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
re di Dio in Cristo Gesù, la cui misericordia è
riverbero nella debolezza umana; e dall’altra,
la partecipazione alle sue sofferenze che per il
discepolo sono potenza, giacché Paolo è dell’avviso che è sufficiente nella condizione della propria umanità fragile l’amore eccelso di
Cristo: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza
infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9a).
È significativo il modo con cui l’apostolo sviluppa e forse porta alle estreme conseguenze
quel «dietro di me» che ha valenza di totale
affidamento alla grazia di Dio, proprio a partire dalla fragilità umana. L’espressione che ne
consegue: «Mi vanterò quindi ben volentieri
delle mie debolezze, perché dimori in me la
potenza di Cristo» (2Cor 12,9b) lascia intendere non soltanto lo stato di fragilità, insito nella
natura umana, ma anche tutte quelle persecuzioni e dileggi che si soffriranno a causa del
nome di Gesù (cf. Mc 8,37; 10,30). Partecipare
alle sofferenze di Cristo è dunque una realtà
concreta, viva, coinvolgente, che reclama la
condivisione della propria esistenza, sicché
l’esperienza della passione di Cristo diventa
quella del discepolo: «Perciò mi compiaccio
nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte
per Cristo: quando sono debole, è allora che
sono forte» (2Cor 12,10). In questo contesto è
50
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
suggestivo l’uso della preposizione hyper (in
favore di), mediante cui Paolo fa intendere che
Cristo non ha bisogno delle nostre sofferenze,
ma li ritiene necessarie per ratificare la perfetta somiglianza. È proprio la debolezza, offerta
a Cristo (hyper Christou = in favore di Cristo),
a rendere il discepolo conforme alla vita del Figlio di Dio (cf. Gal 4,19).
Questo vivo desiderio di conoscere Gesù entrando in misteriosa comunione anche fisica
con le sue sofferenze esplicita la natura del
discepolato paolino. L’apostolo infatti è testimone di Cristo non soltanto nei discorsi travolgenti o dotti o pieni di tenerezza, ma anche
quando viene imprigionato, portato davanti ai
tribunali, trasferito da un carcere all’altro, con
sorte incerta, con limitazioni gravi della libertà, con il timore della morte. Ad attestarlo vi
sono alcuni passi significativi che accostano
Paolo a Cristo in sorprendente somiglianza.
Alla maniera di Gesù, l’apostolo subisce l’arresto (cf. At 21,27-40), un arresto proditorio, ingiusto, fatto alle spalle, con un agguato. Agguato per Gesù ed agguato anche per Paolo,
suscitato ad arte dai suoi nemici. È condotto
anche davanti ai tribunali (cf. At 22,1-26,32),
proprio come Gesù, in processi che hanno parvenza di giustizia, ma lasciano intravedere interessi personali, paure, scontri, ambizioni individuali o di gruppi. E poi la partecipazione
Orientamenti pastorali 2008-2009
51
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
fisica alle sofferenze di Gesù, le quali in verità
non sono più grandi, ma permettono di cogliere la desolazione che quest’uomo ha potuto
sperimentare nel testimoniare Cristo con la sua
vita.
È probabile che abbia provato anche l’abbandono da parte di Dio, le tenebre interiori,
la desolazione, la notte dello spirito. Quelle sofferenze morali che talvolta occludono la visione e obbligano a camminare con il solo ricordo
di tutta la ricchezza posseduta e della forza di
Dio non sensibilmente presente. Ciò è ravvisabile in particolare in quell’espressione che cela
la fatica e per così dire la durezza della testimonianza di fede nella prova: «Nella mia prima
difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato» (2Tm 4,16). Tale affermazione rilancia con maggiore veemenza il
processo di assimilazione alla persona di Gesù.
Prevaricazioni, oltraggi, persecuzioni, ingiustizie non possono arrestare il moto irrefrenabile
dell’amore di Dio che si manifesta in questo
discepolo, fedele e giusto, che ha permesso a
Cristo di inabitare nella sua esistenza, lasciando trionfare ovunque la sollecitudine divina.
Nonostante queste prove, Paolo resta dell’avviso che nella debolezza si manifesta la straordinaria potenza di quest’amore di Dio, manifestatosi in Cristo Gesù: «Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo
52
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma
non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la
morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si
manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi
che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a
causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia
manifesta nella nostra carne mortale» (2Cor
4,8-11; cf. 6,4-10; 1Cor 4,9-13).
Orientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
54
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
TERZA PARTE
Questa terza parte riprende i cinque ambiti proposti al IV Convegno ecclesiale nazionale di Verona come luoghi possibili, perché tipici ma non
esclusivi, in cui attualizzare il nostro discepolato
in comunione tra di noi e con la Chiesa. 2 Sono indicazioni che non si pretendono esaustive, tese, soprattutto sul piano esistenziale, pastorale e pedagogico: 1) ad aiutare quella lettura della situazione
socio-pastorale indispensabile per vivere oggi da
discepoli e per «comunicare il Vangelo in un mondo che cambia»; 2) a tenere presente l’integralità e
la pienezza a cui siamo chiamati nel cammino di
conformazione a Cristo e alla sua croce, con la necessaria verifica offerta - nella comunità discepolare
- da un vivo “sensus ecclesiae” autenticato dalla
guida dei pastori e dalla dottrina e tradizione della Chiesa; 3) a favorire la maturazione di atteggiamenti e di concreti cammini di discepolato. 3 Il
2
“Rigenerati per una speranza viva” (1Pt 1,3): testimoni
del grande “Sì” di Dio all’uomo. Nota pastorale dell’Episcopato italiano dopo il 4° Convegno Ecclesiale Italiano, 12,
in «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 4
(29 Giugno 2007) 154-158. Per una consultazione di tutto
il materiale prodotto al convegno di Verona, cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Testimoni di Gesù risorto, speranza
del mondo. Atti del 4° Convegno ecclesiale nazionale (Verona,
16-20 ottobre 2006), EDB, Bologna 2008.
3
Abbiamo adottato un corpo di carattere più piccolo
per le prime due sezioni (Sguardo alla situazione e Punti di
Orientamenti pastorali 2008-2009
55
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
passaggio dal linguaggio biblico ai temi esistenziali dell’attualità denota che c’è uno spazio da
coprire, tra una ispirazione evangelica e paolina
da coltivare assiduamente e una ricerca della figura odierna di discepolo, che non è precostituita e
predefinita, ma nemmeno si delinea per germinazione casuale, ma piuttosto si genera a partire dall’ascolto dell’idea generativa dentro il tessuto della
vita della Chiesa e del mondo di oggi. Abbiamo dinanzi una serie di suggestioni e di riferimenti, che
sollecitano una ricerca concreta, in questi e in altri
ambiti, e non hanno l’obiettivo di offrire un modello
discepolare preconfezionato. Abbiamo due estremi da
rifuggire: il facile e sterile moralismo, uno spiritualismo vagamente mistico e alla fine evanescente.
VITA AFFETTIVA
Si vive da discepoli in tutte le dimensioni della persona e della vita. L’affettività è una di quelle
oggi venute in maggiore evidenza. A ben guardare essa non svolge un ruolo secondario anche nella
vita di Gesù e dei suoi discepoli. Le relazioni, l’attenzione alle persone, soprattutto se più deboli, un
senso vivo dell’amicizia, un amore forte che da
Dio e per Dio informa i rapporti, gli atteggiamenriferimento) per sottolineare che si tratta di un sussidio
minimo per affrontare adeguatamente i compiti suggeriti nella sezione Proposte operative nel quadro di una idonea programmazione pastorale nell’ambito considerato.
56
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
ti, le scelte di Gesù e di quanti lo seguono. San
Paolo, in particolare, ha trovato nella relazione
con Gesù, in un amore totalizzante da lui e per lui,
il centro e l’origine della sua esistenza e delle sue
relazioni (cf. Fil 1,21-26; 3,7-14; ).
Sguardo alla situazione
L’affettività è uno dei temi così detti “sensibili”;
vale la pena tentarne una lettura in chiave cristiana.
Prima di considerare gli aspetti problematici inerenti
l’ambito della vita affettiva, che tocca non solo i rapporti familiari ma tutti i rapporti interpersonali in generale, così come vengono a configurarsi nella nostra
società sempre più soggetta a rapidi cambiamenti, ci
sono da segnalare significativi aspetti positivi.
Quanto più si avverte la fragilità della vita affettiva così com’è, tanto più cresce la ricerca di relazioni
più autentiche e profonde, non solo tra i giovani ma
ad ogni età. Si moltiplicano inoltre i punti d’incontro
e di socializzazione, che denotano in ogni caso, al di
là della loro reale efficacia, l’attestazione dell’esigenza insopprimibile di socialità dell’essere umano. Si
sperimentano forme inedite di vita comunitaria e fraterna tra giovani e tra famiglie.
Tra le attività pastorali emergono sempre più quelle che si prefiggono la formazione e l’accompagnamento dei fidanzati 4, delle giovani coppie di sposi 5,
dei genitori in crisi 6, delle persone separate e divor4
Cf. Secondo Sinodo della Diocesi di Noto, decisione n. 71.
Cf. Ibid., decisione n. 68.
6
Cf. Ibid., decisione n. 73.
5
Orientamenti pastorali 2008-2009
57
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
ziate 7. Anche i servizi stabili dei consultori familiari 8,
dei centri di ascolto e delle associazioni cattoliche specifiche sono sempre più ricercati e valorizzati. Si riscontra inoltre la ricerca di una spiritualità adatta e
specifica per il cammino di fede della coppia.
Tra i tanti segni che attestano una grande generosità ancora diffusa si possono evidenziare quelli dell’affido e dell’adozione di minori anche portatori di
handicap, dell’accoglienza incondizionata e responsabile della vita da parte di giovani coppie che magari hanno già più di un figlio. Anche gli anziani trovano a volte occasione non solo per essere valorizzati
nelle loro risorse, come per esempio nel servizio volontario di vigilanza svolto nelle scuole, ma anche
per porsi come attori sociali ancora indispensabili, se
si pensa al ruolo di accompagnamento e di educazione che svolgono i nonni per tanti bambini i cui genitori
sono loro tenuti lontani da gravosi impegni lavorativi.
E non va dimenticata la vitalità dell’associazionismo cattolico in ordine alla promozione della famiglia come soggetto attivo e partecipe delle scelte politiche per il sociale, fino alla proposta vera e propria di
strategie per le politiche familiari.
In una cultura, come quella attuale, contrassegnata profondamente da individualismo, relativismo ed
edonismo, la vita affettiva tende però anche a diventare sempre più insicura, aggressiva e fragile. Essa,
invece di maturare e tradursi in fedeltà, responsabilità, perseveranza, donazione, si appiattisce e immiseri7
8
58
Cf. Ibid., decisione n. 65.
Cf. Ibid., decisione n. 73.
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
sce nella ricerca di relazioni momentaneamente gratificanti e fluttuanti, di emozioni e sensazioni forti,
fruibili nell’immediatezza e svincolate da ogni valore. Si può dire che la vita affettiva sia caratterizzata
oggi da “legami liquidi” e da “analfabetismo affettivo”, per usare due espressioni ricorrenti nel linguaggio sociologico.
Tutto ciò fa registrare un radicale mutamento, rispetto al tradizionale insegnamento della Chiesa, nel
modo di intendere e vivere non solo il rapporto tra
uomo e donna, ma anche il rapporto tra affettività e
sessualità, tra sessualità e concepimento dei figli, il
ruolo della paternità e della maternità, il rapporto tra
generazioni, il ruolo educativo nell’ambito familiare
e in quello pubblico. In termini concreti, tale mutamento si traduce in disagio e fallimento nella vita coniugale con inevitabili ripercussioni sulla vita dei figli, esclusione sociale degli anziani e delle persone
fisicamente svantaggiate, crisi dei valori che strutturano i sistemi educativi, destabilizzazione della vita
umana dal concepimento al termine naturale e, all’opposto, ricerca accanita del concepimento del figlio con ricorso a manipolazioni di laboratorio.
I cambiamenti in atto della vita affettiva non riguardano solo la società genericamente intesa, ma
anche la Chiesa con le sue persone e le sue istituzioni:
un cambiamento rispetto al passato riguarda anche
lo spessore e lo stile delle relazioni delle persone consacrate, le motivazioni esistenziali e teologiche del
celibato, le dinamiche della vita comunitaria, i percorsi e i luoghi della formazione.
Orientamenti pastorali 2008-2009
59
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
Punti di riferimento
Il mondo dei sentimenti-emozioni, a cui è legata
l’affettività, va trovando il suo giusto posto anche nella
riflessione teologica. In forza dell’unità inscindibile
della persona, anche il mondo delle emozioni fa parte
integrante dell’uomo, compenetrandosi vitalmente con
la razionalità e la decisione libera, sicché si può dire
che l’uomo sente tutto ciò che pensa e pensa anche ciò che
sente. Solo se esiste un equilibrio armonico di tutte le
sue parti l’uomo potrà essere maturo e felice. Essa
emerge come apertura sconfinata all’altro, oggetto proporzionato del suo amore e fonte della sua gioia. Così
l’uomo è come strutturato dall’amore che si esprime
sia come bisogno dell’altro, sia come capacità di donarsi a lui. L’amore è riconoscere l‘altro come fonte
della propria gioia e quindi come valore in sé; specularmente l’amore è anche sentirsi da lui riconosciuto
come tale. In tale scambio felice di amore ricevuto e
donato si realizza l’affettività dell’uomo. L’uomo è
sete ed acqua insieme.
Poiché, per colpa del peccato che inquina la nostra acqua, si verifica di fatto uno scarto tra il bisogno
di amore e l’amore realmente donato, tra il bisogno di
essere riconosciuti e la capacità di uscire da se stessi
per riconoscere l’altro, è necessario un supplemento
di amore, che ci siano persone che riempiano tale
vuoto con l’amore gratuito imparato alla sequela del
Cristo. Persone che si lascino affascinare dalla bellezza di Dio che le disseti con la sua acqua originante e
sempre fresca, colmando la loro affettività a tal punto
da trasformarle in acqua viva (cf. Gv 4,14), in risorse
disponibili per il mondo delle affettività negate (vedi
60
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
le persone sole) o spente (vedi il “vedovo” che non
riesce a trovare altre forme di espressione della propria affettività) o ferite e in qualche modo tradite (vedi
il mondo complesso dei divorziati). 9
Tutta la vita affettiva ruota attorno ad alcuni fulcri
fondamentali, che diventano veri e propri punti di
riferimento per l’azione pastorale: il rapporto amicale,
la sessualità, la famiglia e l’educazione. Su questi
punti occorrerà lavorare, a partire dalla parola e dall’esempio di Gesù e dallo stile che egli ha impresso in
tutte le relazioni personali e secondo cui ha plasmato
i discepoli, tra i quali esemplare è Paolo, che porta in
tutta la sua vita e in tutti i rapporti l’impronta della
grazia della chiamata e della relazione personale con
Gesù. Saranno poi necessari anche l’approfondimento
dottrinale, il discernimento personale e comunitario,
la verifica pastorale e l’orientamento sociale perché
la vita affettiva cresca e si sviluppi secondo dinamiche che conducono alla piena maturità del discepolo
di Cristo.
L’amicizia è un’esperienza dell’uomo non basata
su altri motivi aggreganti (vedi interessi o attività comuni) che non siano la cura del rapporto interpersonale nelle sue dimensioni di conoscenza reciproca,
del farsi carico dei problemi di ciascuno, dell’accompagnamento reciproco nel cammino della vita. Proprio perché essa sia tale è necessario che non resti
chiusa in se stessa e non si alimenti del gusto di opporsi a tutti gli altri, ma diventi un’energia pura per il
mondo spesso abbrutito dal calcolo e dal potere. Ancora, perché sia se stessa è indispensabile che l’ami9
Cf. BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Deus Caritas est, 3-1
Orientamenti pastorali 2008-2009
61
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
cizia si nutra del rapporto intimo con l’Amico di ciascuno e di tutti, Gesù Signore che non ci ha chiamato
servi ma amici (cf. Gv 15,15).
È opportuno, ancora, considerare la coppia e la
sua naturale espansione nella famiglia da essa creata. La coppia è fondata sull’amore reciproco considerato dal Concilio Vaticano II come suo scopo primario. 10 Esso, oltre al rapporto amicale, è connotato da
quello sessuale. C’è stretto rapporto tra affettività e
sessualità; 11 questa, infatti, è veramente umana se, attraverso la gestualità dei corpi, esprime ed attinge la
persona in modo che si realizzi un incontro tra persone, non solo tra corpi. Più il rapporto sessuale è “carico di anima” più diventa gratificante e capace di appagare l’affettività; altrimenti quel rapporto fisico si
riduce ad uno scambio di natura inerte.
Se la sessualità concerne l’affettività, essa trova il
suo vero significato nel collocarsi armonicamente in
quel rapporto d’amore con il quale l’uomo e la donna
si donano reciprocamente e per sempre; essa perciò
«non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma
riguarda l’intimo nucleo della persona umana come
tale». 12
10
Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Gaudium et spes, 49.
«La sessualità esercita un’influenza su tutti gli aspetti della persona umana, nell’unità del corpo e della sua
anima. Essa concerne particolarmente l’affettività, la capacità di amare e di procreare, e, in un modo più generale, l’attitudine ad intrecciare rapporti di comunione con
altri» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2332).
12
GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica Familiaris
consortio, 11.
11
62
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
La sessualità diventa fattore di crescita e di
maturazione per la persona umana quando viene vissuta nella dimensione della castità, che riguarda tutti
i battezzati, in qualsiasi stato di vita essi si trovino,
sia nel celibato che nel matrimonio. 13 Solo nella castità la sessualità viene diventa veramente “umana” e
configura la persona nella sua perfetta identità, in
quanto viene integrata nella relazione da persona a
persona, nel dono reciproco, totale e illimitato nel tempo, dell’uomo e della donna. 14
In tal modo il rapporto dei corpi non resterà fine a
se stesso ma diventerà espressivo del (e indirizzato
verso il) rapporto di anime in modo che le persone diventino «una sola carne» (Gen 2,24), che vuol dire
capaci di assunzione reciproca della propria debolezza, di gioie e dolori, di paure e sogni, di speranze e
progetti.
In questo cammino di accoglimento totale dell’altro, che chiamiamo castità, i membri della coppia saranno discepoli di Colui che ha assunto le nostra debolezze (i nostri peccati) ed i nostri sogni di felicità e
di pace dando la sua vita perché ciò si realizzi. Sarà
così possibile intessere rapporti di vera amicizia, vivendo come quei discepoli che Gesù stesso ha chiamato suoi amici. La castità conduce l’amicizia alla
comunione spirituale. 15
L’amore coniugale è un’offerta incondizionata di
sé all’altro e, per sua natura, non sopporta vincoli o
13
Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dichiarazione Persona humana (1976), 11.
14
Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2337.
15
Cf. ibid., 2347; cf. Gv 15,15.
Orientamenti pastorali 2008-2009
63
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
condizioni alcune. L’amore è, per sé, eterno, essendo
più forte anche della morte (cf. Ct 8,6). La fedeltà è
quindi una conseguenza felice dell’amore. Essa dovrà essere ogni giorno alimentata dall’amore.
Anche la nascita dei figli è da vedere come una
naturale estensione dell’amore che per sua natura è
creativo. I figli sono quindi il frutto e l’espansione
dell’amore coniugale degli sposi la cui intima unione, frutto di una piena donazione reciproca, diventa
così indissolubile e feconda. 16
L’apertura alla vita è costitutiva della vita matrimoniale, per la connessione inscindibile tra il significato unitivo e il significato procreativo che la caratterizza. 17 Il linguaggio dell’amore coniugale è quello
della reciproca donazione totale degli sposi, che giunge a pienezza nel dono della nuova vita. 18
Lo stesso linguaggio si trova ad essere contraddetto quando si fa ricorso a quelle tecniche di fecondazione artificiale che, dissociando l’atto sessuale
dall’atto procreatore, inculcano la mentalità di un
“diritto al figlio” e fanno perdere di significato il primato del dono della vita nell’atto del concepimento.
«Il figlio non è qualcosa di dovuto, ma un dono. Il dono
più grande del matrimonio è una persona umana. Il
figlio non può essere considerato come oggetto di pro16
Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Gaudium et spes,
48; cf. Codice di Diritto Canonico, 1056; anche Mc 10,9; Mt
19,1-12; 1Cor 7,10-11.
17
GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica Familiaris
consortio, 30; PAOLO VI, Lettera enciclica Humanae vitae, 11. 12.
18
Cf. G IOVANNI P AOLO II, Esortazione Apostolica
Familiaris consortio, 32.
64
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
prietà […]. In questo campo, soltanto il figlio ha veri
diritti: quello di essere il frutto dell’atto specifico dell’amore coniugale dei suoi genitori e anche il diritto a
essere rispettato come persona dal momento del suo
concepimento». 19 L’apertura alla vita e la generosità
dell’amore si possono esprimere anche in altre forme,
come l’affido o l’adozione di bambini abbandonati o
ancora altri servizi a favore del prossimo.
Ma i figli sono anche “un’altra cosa” rispetto ai
loro genitori, sono una nuova creatura con suoi diritti
ed un suo unico destino. I genitori debbono allora
saperli accompagnare con una discrezione e distacco
crescenti, senza strumentalizzazione alcuna, evitando di trasferire in essi le loro frustrazioni e i loro sogni
irrealizzati, rimanendo però punti fermi per il loro
cammino della vita. “Stabili” come Maria che seppe
accogliere, sotto la croce, il disegno misterioso e doloroso di Dio (cf. Gv 19,25) che le chiedeva di perdere il
proprio figlio per ritrovare tutti noi.
Infine, nella famiglia, non va trascurata la posizione delle persone anziane, non solo in ragione del quarto comandamento che richiama la responsabilità dei
figli verso i genitori, 20 ma anche per i tesori di esperienza, di saggezza e di umanità con cui possono arricchire le relazione personali.
L’educazione della vita affettiva è opera che si svolge prima di tutto all’interno della famiglia. La funzio19
Catechismo della Chiesa Cattolica, 2378-2379; cf. CONDOTTRINA DELLA FEDE, Istruzione Donum
vitae, II, 8.
20
Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2218; Mc 10,12;
Sir 3,2-6; Sir 3,12-13.16.
GREGAZIONE PER LA
Orientamenti pastorali 2008-2009
65
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
ne educativa dei genitori è per tanti versi insostituibile,
anche se deve essere supplita là dove manca . 21 Il diritto e il dovere dell’educazione sono, per i genitori,
primari e inalienabili, 22 poiché nella famiglia si apprendono la tenerezza, il perdono, il rispetto, la fedeltà, il servizio disinteressato e tutte le altre virtù umane e cristiane. 23 Un posto particolare occupa in tal
senso l’educazione della coscienza della persona, che
è compito di tutta la vita, ma trova nei primi anni le
opportunità fondamentali per preservare o guarire
dalla paura, dall’egoismo e dall’orgoglio, dai risentimenti della colpevolezza e dai moti di compiacenza,
che nascono dalla debolezza e dagli sbagli umani, in
modo da garantire la libertà e veder generare la pace
del cuore. 24
Proposte operative
Diventare discepoli di Gesù nella maturazione dell’affettività e nella manifestazione della
vita affettiva in tutte le sue dimensioni e nelle
condizioni concrete di vita è un compito dal
quale singoli e comunità non possono prescindere. San Paolo esplicita tale compito con l’invito che introduce l’inno cristologico di Fil 2:
21
Cf. CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Decreto Gravissimum educationis, 3.
22
GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica Familiaris
consortio, 36.
23
Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2223.
24
Cf. ibid., 1784.
66
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
«abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono
in Cristo Gesù» (v. 5) e dà ad esso puntuale riscontro in tutta la serie di richiami ai propri e
altrui sentimenti che costellano tutte le sue lettere.
Tale compito di maturazione e di formazione può diventare oggetto specifico di programmazione e di discernimento in situazioni pastorali particolari, tra le quali spiccano i gruppi di adolescenti e di giovani, le coppie che si
preparano al matrimonio, gli sposi e le famiglie che avvertono l’esigenza di un accompagnamento spirituale e pastorale; ma poi anche
i figli di coppie separate e divorziate, gli stessi
separati e divorziati, i vedovi e le persone sole.
Non possiamo nemmeno dimenticare che la
medesima esigenza di fondo interessa le comunità religiose e in genere le persone consacrate
e dedicate al ministero.
Possiamo qui richiamare alcune esigenze da
tenere presenti nello sviluppo di una programmazione pastorale specifica in questo ambito,
che è volta alla crescita del discepolato cristiano nell’esercizio della affettività sia degli operatori pastorali sia dei destinatari della loro
attività.
Una prima esigenza è l’accoglienza, che sa
prestare attenzione alle situazioni di solitudine e alle persone anziane, che favorisce l’incontro e la conoscenza tra persone, che è atOrientamenti pastorali 2008-2009
67
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
tenta ai momenti estremi del nascere e del morire, che si esprime anche nello stile quotidiano e ordinario di una comunità parrocchiale.
Una seconda esigenza è quella dell’accompagnamento, umano, spirituale e pastorale, rivolto a persone che entrano a far parte della
comunità, ai fidanzati, alle giovani coppie, alle
famiglie in difficoltà, alle coppie conviventi, ai
coniugi separati e divorziati, agli immigrati, agli
anziani, ai minori a rischio, a persone colpite
da lutti e disgrazie, alle persone disabili.
Riguardo alle coppie, l’accompagnamento
assume forme specifiche quando si tratta di
genitori lontani dalla Chiesa che chiedono però
di far battezzare il loro bambino, o ancora per
genitori in difficoltà nello svolgimento del loro
compito educativo. In tutto questo sono necessari competenza, maturità ed equilibrio in chi
assume l’incarico di accompagnare altre persone.
Una terza esigenza è la formazione, che tocca la catechesi ordinaria dei fanciulli e dei ragazzi, ma interessa gli educatori, quali i ministri ordinati, le persone consacrate, i catechisti, gli insegnanti di religione. Importante la formazione riguardo alla sessualità, al significato
della castità, alla reciprocità tra matrimonio e
verginità, tra famiglia e vita consacrata.
Una quarta esigenza tocca specificamente
il ruolo, già richiamato, della famiglia, e sotto68
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
linea il compito dei genitori non solo nella educazione dei figli in generale, ma anche nella
loro crescita di discepoli, credenti e membri
della comunità ecclesiale. Importante in questo campo il coinvolgimento di consultori, centri di ascolto, associazioni familiari, organizzazioni di volontariato e così via; ma poi anche l’integrazione della famiglia nelle strutture sociali e civili, oltre che ecclesiali, al fine di
raggiungere la realizzazione delle sue finalità
costitutive.
In ultimo, esigenza da tenere presente nella
programmazione è la cultura; una cultura che
promuova una visione positiva dell’amore e
della famiglia, che difenda la dignità della persona umana, il valore della corporeità, della
sessualità, della famiglia anche nel mondo dei
mass media e in generale in tutte quelle sedi
che possano animare e orientare una nuova
cultura sociale, politica ed economica.
LAVORO E FESTA
Il lavoro e la festa hanno sempre accompagnato la vita dell’uomo. In questo ambito si manifesta
spesso la tanto lamentata separazione tra fede e
vita, poiché vi regna la necessità del sostentamento, degli interessi, del riposo, del divertimento.
Risulta perciò impegnativa la domanda sul
discepolato: come lavora oggi un discepolo di
Gesù? Come fa festa e si diverte? Sono domande
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
con cui presto o tardi bisogna misurarsi (cf. Mt
6,25-34; At 20,33-35; 1Cor 4,12).
Sguardo alla situazione
Nel contesto culturale attuale, caratterizzato soprattutto dal fenomeno della globalizzazione, il lavoro umano è sottoposto a condizionamenti schiaccianti
e a cambiamenti radicali. Non mancano aspetti positivi in tale fenomeno, come ad esempio la maggiore
disponibilità e circolazione di merci e di beni materiali e immateriali; come pure il moltiplicarsi delle
possibilità e delle opportunità economiche e sociali,
sia nel lavoro che nell’esperienza della festa. Ma tali
aspetti cedono il passo a preoccupazioni e ansie soprattutto per i singoli e i deboli.
Espressioni ricorrenti nel linguaggio economico,
come riordinamento delle aziende e delocalizzazione
delle imprese, indicano mutamenti nel settore della
produzione e del commercio che incidono profondamente nella vita delle persone e delle famiglie. Il riordinamento delle aziende, infatti, con tagli del personale e cambiamento dell’indirizzo produttivo genera
spesso disoccupazione e dequalificazione della manodopera, mentre la delocalizzazione delle imprese
comporta investimenti di capitale all’estero ed anche
allontanamenti prolungati di operai specializzati
dalle loro famiglie, quasi una nuova emigrazione. Se
tecnici e operai specializzati, a motivo della delocalizzazione delle imprese, si spostano a lavorare sempre
più fuori dai confini nazionali, si assiste di converso
all’immigrazione di lavoratori dall’estero che vengono impiegati soprattutto nei settori dell’agricoltura e
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
dell’edilizia, caratterizzati ancora da lavoro manuale pesante. Sono moltissime anche le donne immigrate che trovano lavoro nel nostro paese come badanti e
assistenti degli anziani.
Un dato molto problematico risulta essere quello
dell’inserimento di giovani nel mondo del lavoro. Si
registra una grande divario tra il mondo della scuola
e dell’università e quello del lavoro: dopo aver conseguito un titolo di studio i giovani si ritrovano del tutto
impreparati a venire incontro alle esigenze delle imprese, nel caso di una pronta e immediata assunzione.
Le attuali politiche del lavoro sembrano avere come
uno dei principali criteri di orientamento quello della
cosiddetta flessibilità. Certamente questo criterio, là
dove viene rettamente applicato, contribuisce molto a
soddisfare sia le esigenze di chi offre il lavoro sia quelle
di chi lo richiede. Ciononostante allo stato attuale flessibilità sembra essere sinonimo di precarietà.
Gli attuali processi economici, favoriti anche da
apposite politiche legislative, stanno conducendo alla
formazione di grandi aziende, con vertiginoso accumulo di capitale, e alla penalizzazione e anche scomparsa di quelle medio-piccole, con un evidente ritorno al passato e la cancellazione soprattutto delle imprese a conduzione familiare che hanno caratterizzato l’ultimo mezzo secolo del lavoro in Italia. Segno
evidente di questi nuovi sviluppi sono le condizioni
di accesso al credito, molto più favorevoli alle grandi
imprese che non a quelle medio-piccole.
A fronte dei cambiamenti vertiginosi che si stanno
verificando nel mondo del lavoro, i sindacati tradizionali sembrano trovarsi impreparati e incapaci di
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concepire strategie nuove di orientamento che possano in ogni caso salvaguardare i diritti inalienabili dei
lavoratori.
I ritmi incalzanti imposti dai cicli della produzione creano a volte contrasti irriducibili tra le esigenze
delle aziende e quelle delle famiglie. In generale però
si potrebbe affermare che tutto il mondo del lavoro è
sottoposto oggi a logiche esclusivamente economicistiche, secondo le quali le esigenze spesso anche fittizi
del profitto e del mercato hanno la prevalenza sugli
stessi diritti dei lavoratori e sul bene comune. Per fare
solo un esempio, pensiamo alle logiche economiche
che stanno portando alla pressoché totale scomparsa
della categoria di tempo libero.
In questo contesto trova risonanza, anche dal punto di vista della fede, la questione della domenica 25,
giorno del Signore, che nella mentalità corrente non
riesce a sottrarsi alle logiche del consumismo e dell’
edonismo. Non mancano certo i pronunciamenti del
magistero ecclesiale sulla domenica, che è giorno di
riposo non soltanto nel senso che si cessa dalle attività lavorative ma anche e soprattutto nel senso che offre occasioni di creare relazioni sociali indispensabili per umanizzare lo stesso lavoro. Non è esagerato
affermare che la scomparsa della domenica come giorno di riposo condurrebbe ad una disumanizzazione
dello stesso lavoro, che diventerebbe processo produttivo fine a se stesso e non sarebbe più una collaborazione libera e gioiosa dell’uomo all’opera creatrice
di Dio.
È da dire anche che purtroppo non si registra una
25
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Cf. Secondo Sinodo della Diocesi di Noto, decisione n. 28
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adeguata attenzione della comunità cristiana ai problemi sin qui esposti, ulteriore segno di uno scollamento tra la fede e la vita. Non mancano però alcuni
fermenti di novità che fanno bene sperare per il futuro. In alcune diocesi, ad esempio, ricorrendo anche
alle possibilità offerte dal Progetto Policoro, sono state avviate esperienze vitali di cooperazione sociale
nelle quali si pone attenzione ad una equa remunerarazione del lavoro, alla qualità delle relazioni tra le
persone, alla condivisione sia dei rischi che degli utili, alla creazione di posti di lavoro soprattutto per i
giovani. Anche altre esperienze significative, come
quelle dell’economia di comunione, della Banca etica, del micro-credito, del consumo critico, del mercato
equo e solidale, trovano sempre più spazio e interesse
nelle comunità cristiane, contribuendo a creare una
nuova e più giusta cultura del lavoro.
Da segnalare infine all’interno delle comunità cristiane l’esperienza di nuove forme di aggregazioni di
lavoratori che, sotto forma di comitati spontanei o
associazioni, si sforzano di dare voce non solo ai problemi che li riguardano ma anche alle proposte di
soluzione da portare al tavolo delle sedi istituzionali.
Punti di riferimento
Il discepolo di Gesù deve trovare in lui ispirazione e senso per il suo lavoro, pienezza di ristoro per il
suo riposo e di gioia per la sua festa. San Paolo segnala per il suo tempo indicazioni che richiedono puntuale attualizzazione; come la rivendicazione di aver
guadagnato di che vivere con le sue mani o anche il
comando «chi non vuol lavorare neppure mangi» (2Ts
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
3,10). Su questo sfondo la Chiesa invita a tenere presenti alcune indicazioni che aiutano il cristiano di
oggi a salvaguardare le esigenze di fondo nella ricerca di un cammino dietro a Gesù sempre più coerente
con la sua chiamata.
Essa entra nel merito ricordando come l’attività
economica non abbia come scopo principale l’aumento della produzione e del profitto ma il servizio all’uomo e la promozione del bene comune. Perciò essa
dovrà fondarsi con equilibrio sia sulle leggi dell’economia sia sulle esigenze morali fondamentali, per corrispondere al disegno di Dio e al bene dell’uomo. 26
Per l’uomo il lavoro è un dovere morale che scaturisce dal suo essere creato ad immagine e somiglianza di Dio e dalla conseguente chiamata a collaborare
con Dio al disegno della creazione. 27 Associandosi
poi a Cristo sulla croce, l’uomo è chiamato anche a
conferire al suo lavoro un valore di redenzione. 28
Attraverso il lavoro l’uomo esalta i doni e i talenti
ricevuti da Dio esprimendo quindi se stesso nell’opera delle proprie mani. In questo senso si può affermare che il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro. 29
26
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale
Gaudium et spes, 64.
27
Cf. Gn 1,28; CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 34; GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus annus, 31.
28
Cf. Gn 3,14-19; GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica
Laborem exercens, 27.
29
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Laborem
exercens, 6.
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Con il lavoro l’uomo santifica se stesso e anima le
realtà temporali secondo lo spirito di Cristo. 30 Ancora, l’uomo con il lavoro procura a se stesso e ai suoi
familiari i mezzi di sostentamento della vita e svolge
altresì un servizio per tutta la comunità. 31
Nel lavoro, ognuno gode del diritto di iniziativa
economica; tale diritto però dovrà essere esercitato non
secondo un tornaconto egoistico, ma per contribuire
ad una maggiore crescita del bene di tutti. 32
Per quanto riguarda il rapporto tra i mezzi della
produzione, si deve ribadire che il lavoro gode di una
priorità intrinseca rispetto al capitale, pur rimanendo entrambi complementari fra di loro. 33
Le inevitabili divergenze che sorgono nel mondo
del lavoro, a motivo di conflitti di interesse, devono
essere appianate e risolte con senso di responsabilità,
sempre in vista del bene comune, ricorrendo a tutti i
mezzi possibili di mediazione ed evitando azioni conflittuali tese a salvaguardare gli interessi di una categoria a discapito e a detrimento di quelli di un’altra. 34
In ogni caso, l’attività economica fondata sul lavoro dell’uomo dovrà essere garantita da un adeguato quadro istituzionale politico e giuridico che tuteli
30
Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, 2427.
Cf. ibid., 2428.
32
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus
annus, 32; 34.
33
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Laborem
exercens, 12; Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 276280.
34
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Laborem
exercens, 11; Catechismo della Chiesa cattolica, 2430.
31
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la libertà degli individui e delle imprese, il diritto di
proprietà, la distribuzione equa dei beni e dei mezzi
della produzione, la stabilità della moneta, l’efficienza dei servizi pubblici. Perciò la libertà di mercato
non potrà prescindere da precise norme e regolamenti previsti e garantiti dallo Stato. 35
Per ciò che riguarda la proprietà dei mezzi della
produzione, si deve ribadire il principio che il diritto
di proprietà degli stessi mezzi della produzione è
subordinato al principio della destinazione universale dei beni. Ciò significa che la proprietà che si acquista anzitutto mediante il lavoro deve servire al lavoro. I mezzi di produzione non possono essere posseduti contro il lavoro, non possono essere neppure
posseduti per possedere. Il loro possesso diventa illegittimo quando la proprietà non viene valorizzata o
serve ad impedire il lavoro di altri, o a creare speculazione e sfruttamento. 36
Nel perseguire il profitto, necessario per fare nuovi investimenti e creare occupazione, le imprese dovranno altresì stare attente a rispettare l’integrità dei
lavoratori, l’equilibrio ambientale ed il bene comune. 37
Fermo restando il dovere di ogni società di garantire ai propri cittadini il diritto al lavoro, 38 è da evitare ogni forma di discriminazione, nell’accesso al mon35
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus
annus, 48.
36
Cf. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 282;
GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Laborem exercens, 14;
ID., Lettera enciclica Centesimus annus, 43.
37
Cf. ibid., 37.
38
Cf. ibid., 48.
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do del lavoro, tra uomini e donne, tra sani e disabili,
tra persone del posto e immigrati. 39
La retribuzione del giusto salario a tempo debito
rimane un’esigenza morale inderogabile, l’inosservanza della quale è causa di gravi ingiustizie. 40 Per
stabilire con giustizia ed equamente l’ammontare del
salario non basta l’accordo delle parti, ma occorre che
si tenga conto dell’esigenza del lavoratore di poter fare
fronte, attraverso il proprio salario, ai bisogni fondamentali personali e della famiglia, assicurando in ogni
caso una vita dignitosa sotto ogni punto di vista. 41
Lo sciopero può essere esercitato come diritto solo
nel caso in cui sono risultati fallimentari le trattative
tra le parti, quando le condizioni in atto fanno ragionevolmente sperare nel conseguimento del fine, quando il vantaggio sia proporzionato ai disagi creati,
quando viene salvaguardato il bene comune e quando in ogni caso si eviti ogni forma di violenza o condotta inaccettabile. 42
La privazione del lavoro non può essere immediatamente giustificata dalle logiche della produzione e
del mercato. Essa deve essere vista, innanzitutto, come
un’offesa alla dignità della persona, oltre che come
un danno, una minaccia, un rischio che si vengono a
creare per il lavoratore e la sua famiglia. 43
39
Cf. ID., Lettera enciclica Laborem exercens, 19; 22-23.
Cf. Lv 19,13; Dt 24,14-15; Gc 5,4.
41
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale
Gaudium et spes, 67; Catechismo della Chiesa cattolica, 2434.
42
Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, 2435.
43
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Laborem
exercens, 18.
40
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
Il riposo festivo è un diritto. 44 Dio cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro; anche gli uomini, creati a sua immagine, devono godere di sufficiente riposo e tempo libero che permetta loro di curare la vita
familiare, culturale, sociale e religiosa. 45 A ciò contribuisce l’istituzione del giorno del Signore. 46
Proposte operative
Un percorso di discepolato cristiano nell’ambito del lavoro e della festa non deve perdere di vista l’esperienza paolina di incontro
travolgente con il Cristo Risorto e di partecipazione alla sua passione; deve invece farla rivivere dentro l’esperienza concreta della fatica del lavoro e la spensieratezza e l’allegria della
festa. Ciò richiede un cammino interiore e nello stesso tempo una capacità di farsi carico e
di coinvolgersi nell’impegno sociale dentro il
quale maturano i frutti del bene, della giustizia e della dignità umana.
A tal fine è necessario uno sforzo di riscoperta del senso evangelico e spirituale del lavoro e del tempo libero, delle loro condizioni
di umanizzazione e di elevazione delle persone al loro destino di relazione e di comunione
44
Cf. Ibid., 19; ID., Lettera enciclica Centesimus annus, 9.
Cf. Gn 2,2; CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 67.
46
Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, 2184-2188.
45
78
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
con Gesù, e grazie a lui anche nei vari ambienti sociali. Altrettanto importante è l’approfondimento dell’etica sociale, non soltanto ricorrendo all’insegnamento sociale della Chiesa,
ma soprattutto facendolo diventare patrimonio di una comunità credente che cresce nel
confronto con i problemi della società.
Uno spazio privilegiato di osservazione dei
problemi del lavoro, affrontati secondo un’ottica di fede, è senza dubbio la Scuola diocesana
di formazione all’impegno sociale e politico. Il
suo servizio dovrebbe estendersi oltre la cerchia ristretta di addetti ai lavori, così da diventare parte integrante della pastorale ordinaria.
Bisogna aiutarci tutti a prendere coscienza e
conoscenza di quanto sta avvenendo nel mondo del lavoro. Il contributo di tutti permette di
individuare vie nuove lungo le quali riscoprire
il lavoro come rispondente alla vocazione di
ciascuno e alle esigenze del bene comune.
Luoghi significativi di crescita personale e
di studio e soluzione dei problemi legati al lavoro e alla festa possono essere, a vari livelli,
l’incontro di e con cattolici impegnati in politica e nelle sedi di rappresentanza e di responsabilità amministrativa e istituzionale; l’incontro fra le diverse categorie di lavoratori, ma
anche di datori di lavoro, per rileggere alla luce
dell’appartenenza e della comunione ecclesiale la reciproca responsabilità.
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
Una attenzione particolare alla comunità
cristiana come tale e ai singoli è richiesta dal
fenomeno dell’immigrazione, con tutte le implicazioni umane e di giustizia sociale che solleva.
Anche la cooperazione sociale può offrire
una pista concreta di superamento dell’individualismo e di solidarietà, tanto più in un contesto in cui persiste la piaga della disoccupazione. Può risultare importante in tal senso la
conoscenza del Progetto Policoro nelle comunità parrocchiali e la valorizzazione delle risorse che esso offre. Non dovrebbe nemmeno
mancare una attenzione, a partire dalla competenza e dall’esperienza dell’ufficio diocesano
per la pastorale del lavoro, agli attuali contratti di lavoro ispirati da criteri di flessibilità, che
sono esposti al rischio di degenerare in fattori
di persistente precarietà.
Un compito specifico di educazione e formazione delle coscienze riguarda quella autentica piaga che è il clientelismo, che snatura il
lavoro stesso facendogli perdere la sua dimensione essenziale di vocazione e di servizio. Là
dove necessario, anche la denuncia può essere
via di annuncio, mai disgiunta però da una
azione coerente da parte degli stessi annunciatori.
Non può essere trascurato che nel tessuto
culturale e religioso meridionale il senso della
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festa è ancora vivo e la domenica, almeno come
giorno di riposo dal lavoro, viene in gran parte
conservata. Tale senso oggi deve essere educato a misurarsi con l’inversione di tendenza in
atto, prodotta non da ultimo dalla nascita dei
grandi centri commerciali, che appiattisce il
giorno festivo e tende a cancellare la domenica come tempo di celebrazione e di ricreazione dei rapporti interpersonali. A ciò risponde
un’adeguata opera educativa e insieme una
efficace presenza culturale e sociale.
Percorsi specifici di formazione e di organizzazione richiedono i comitati e tutte le persone coinvolte nella preparazione e nello svolgimento delle feste religiose 47; la pietà popolare può diventare luogo di evangelizzazione e
fermento di nuovi rapporti fondati sulla solidarietà e sul senso di speranza e di gioia che
scaturiscono dell’esperienza condivisa della
fede cristiana.
FRAGILITÀ
La condizione di fragilità può apparire la più
prossima nella sequela di Gesù e nel cammino sulle orme di Paolo; la passione e la morte di Gesù,
infatti, assimilate intimamente da san Paolo, istituiscono un termine non solo di confronto, ma
anche di riferimento e quasi di immedesimazione
47
Cf. Secondo Sinodo della Diocesi di Noto, decisione n. 45.
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
per il credente che vive una qualche forma di fragilità. L’apostolo riconosce nella debolezza l’amore
misericordioso di Dio che lo ama e lo accoglie nella persona di Gesù: «Egli mi ha detto: Ti basta la
mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta
pienamente nella debolezza. Mi vanterò quindi
ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori
in me la potenza di Cristo» (2Cor 12,9). È da
verificare fino a che punto tale riferimento rimane
ad un livello consolatorio e quando diventa cammino di oblazione e di partecipazione alla missione redentrice di Cristo e all’azione apostolica della Chiesa (cf. Fil 2,16b-18; 2Tm 4,6-8).
Sguardo alla situazione
Nella nostra società la condizione di fragilità non
appartiene più alla eccezionalità dell’esistenza umana, ma quasi alla normalità. Infatti, oggi la fragilità è
determinata non solo da situazioni di malattia, di povertà o di vecchiaia, ma molto più e soprattutto da
una radicale destrutturazione dell’equilibrio psichico
e spirituale della persona umana ad ogni età della
vita.
Tale condizione di fragilità ha senza dubbio una
matrice culturale, improntata oggi ai miti dell’efficienza fisica e dell’onnipotenza tecnologica, della perfezione estetica e del soddisfacimento di ogni desiderio, della libertà da ogni vincolo etico e da ogni limite
naturale. Il risultato di questa cultura, diffusa e rafforzata dai mezzi della comunicazione sociale, è la
creazione di facciate di forza e sicurezza dietro alle
quali si celano però l’incapacità di lottare per un ide-
82
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
ale, la carenza di valori forti, una permanente inquietudine dell’animo, la paura del futuro.
Al livello sociale la condizione di fragilità può essere rilevata in riferimento all’identità culturale che,
dinanzi ai fenomeni dell’immigrazione e del pluralismo razziale, culturale e religioso, viene tentata di
ripiegamento su se stessa per l’insufficiente capacità
di accoglienza e di integrazione.
La fragilità si manifesta poi in un modo sempre
più preoccupante all’interno della famiglia nella quale i legami di affetto e di solidarietà vengono ad allentarsi, scadendo anche in forme di individualismo, di
solitudine e di conflittualità.
Anche le istituzioni educative conoscono forme
gravi di fragilità date dalla incapacità di dialogo tra
generazioni e soprattutto da progetti formativi basati
su criteri di efficientismo e di utilitarismo che perdono di vista l’integralità della persona umana con i
suoi aspetti psicologici e spirituali.
Le istituzioni democratiche, poi, si mostrano incapaci di svolgere il proprio ruolo a motivo di quei
condizionamenti planetari che sembrano rendere impossibile oggi la sussistenza dei governi nazionali.
Inoltre il consumo dissennato delle risorse naturali e
l’inquinamento ambientale contribuiscono molto a
creare instabilità spirituale e disagio psicologico.
La fragilità sociale degenera in forme patologiche
sempre più acute quali l’illegalità diffusa ed eretta a
sistema, lo sfruttamento del lavoro, la crisi delle politiche sociali, il rifiuto della vita nascente e la ricerca
dell’eutanasia, la dipendenza dall’alcol e dalla droga, la frenesia del gioco d’azzardo, il rifugio sistematico nel mondo virtuale, i fenomeni di bullismo e la
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
delinquenza minorile, la proliferazione dell’usura,
l’abbandono delle persone anziane, l’aumento dei
carcerati e la loro penosa condizione, la carenza dei
servizi sanitari, l’emarginazione dei portatori di handicap nonostante i numerosi proclami a loro difesa,
l’abbandono scolastico, la mancanza di alloggi, ecc.
La comunità cristiana, che sempre si è prodigata sul
fronte della carità, trova perciò oggi nuove sfide poste
da una fragilità sociale dai mille volti. Non mancano i
segni e le opere che attestano in tal senso la vitalità delle
nostre comunità. Soprattutto, si distingue l’azione della Caritas che a livello nazionale è riuscita a dare orientamenti generali condivisi ed apprezzati dalle Chiese
locali, e che continua a fornire strumenti di studio e di
approfondimento dei fenomeni della povertà che si rivelano indispensabili per l’azione pastorale svolta dalle singole comunità ecclesiali.
L’attività della Caritas viene così apprezzata anche dalle istituzioni civili e politiche che volentieri si
lasciano suggerire e concordano con essa strategie e
interventi per venire incontro alle varie situazioni di
fragilità. Grazie alla Caritas sono ormai numerosissime le parrocchie 48 che, quanto meno, hanno dato vita
ad un centro di ascolto che diventa sul territorio punto di riferimento essenziale per chi versa in condizioni gravi di fragilità.
Inoltre, rimane sempre viva l’esperienza del volontariato, anche se oggi le possibilità economiche e
le risorse offerte dalle nuove normative possono far
correre il rischio di smorzarne lo slancio originario e
di snaturarne il significato. Sono da segnalare al ri48
84
Cf. Secondo Sinodo della Diocesi di Noto, decisione n. 56.
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
guardo le esperienze importanti di volontariato – caldeggiate e sostenute dalle comunità ecclesiali – negli
ospedali e nelle varie associazioni a scopo caritativo.
Infine, non si può dare conto di quelle numerose
testimonianze di carità interpersonali e interfamiliari
che, compiute nel nascondimento, rappresentano una
grande realtà che riesce a tenere ancora saldo il nostro tessuto sociale.
Punti di riferimento
Imprescindibile è il riferimento a quanto il Vangelo ci attesta della attenzione di Gesù verso i malati e
verso quelli che soffrono per qualsiasi motivo di disagio, fisico e spirituale; ma allo stesso tempo della sua
partecipazione alla fragilità umana fino alla croce.
San Paolo testimonia una coscienza viva, e a tratti
drammatica, della sua fragilità, abbracciata proprio a
motivo della sua missione apostolica, ma anche portata con grande fiducia e coraggio in unione alla passione di Cristo.
C’è bisogno di imparare ad essere e rimanere sensibili non solo alle proprie, ma anche dinanzi alle
fragilità altrui, per dare senso al proprio cammino
dietro a Gesù e per ridare slancio ai necessari interventi sociali e caritativi che salvaguardino la sacralità
della vita umana. 49
Riguardo alla sacralità della vita umana è da ritenere il quinto comandamento, “non uccidere”, che
mette in guardia dall’omicidio diretto e volontario ma
49
Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istruzione Donum vitae, introduzione, 5.
Orientamenti pastorali 2008-2009
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
anche da qualsiasi azione diretta anche solo a maltrattare una persona, o ancora dalle attività e anche
condizioni sociali che espongono gli altri a rischio
mortale o impediscono l’assistenza in caso di pericolo. 50 La vita umana deve essere assolutamente rispettata e tutelata in ogni istante, dal concepimento 51 fino
al suo termine naturale, escludendo ogni forma di accanimento terapeutico. 52 La vita è un dono di Dio da
accogliere con riconoscenza, da preservare e promuovere. 53
Tollerare, da parte della società umana, condizioni di miseria che portano alla morte senza che ci si
sforzi di porvi rimedio, è una scandalosa ingiustizia
e una colpa grave. Quanti nei commerci usano pratiche usuraie e mercantili che provocano fame e morte
dei loro fratelli in umanità, commettono indirettamente un omicidio. 54 In modo simile va considerato chi
usa i poteri di cui dispone in modo tale da spingere
ad agire male, 55 ad esempio promuovendo leggi o
strutture sociali che degradano la vita umana o inducono alla frode e alla disonestà. 56
La salute è un dono di Dio da tutelare e curare,
non solo da parte della singola persona ma di tutta la
50
Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2269.
Cf. ibid., 2270-2275; CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 51; Codice di Diritto Canonico,
1314, 1323-1324, 1398; CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA
FEDE, Istruzione Donum vitae, III.
52
Cf. ibid., 2277-2279.
53
Cf. ibid., 2280-2283.
54
Cf. ibid., 2269; Am 8,4–10.
55
Cf. ibid., 2287.
56
Cf. ibid., 2286.
51
86
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
società, ponendo in atto tutte le condizioni essenziali
per godere giustamente di cibo, vestiti, abitazione,
assistenza sanitaria, insegnamento di base, lavoro,
previdenza sociale, 57 ma anche per evitare quegli eccessi e abusi di cibo, alcool, tabacco e medicinali che
possono nuocere alla salute. Non bisogna aver timore di affermare che l’uso di droga costituisce una colpa grave, per se stessa e per le conseguenze che produce nei comportamenti sociali. 58 Anche i giochi d’azzardo sono da condannare quando privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni
propri e altrui, tanto più che rischiano di diventare,
anch’essi, una schiavitù. 59
La Chiesa non ha solo insegnato a custodire e promuovere l’essere umano, soprattutto se debole, come
attestano le cosiddette opere di misericordia corporale e spirituale, 60 ma ha realizzato e sostiene attività e
istituzioni. Il suo amore per i poveri appartiene alla
sua costante tradizione, 61 non solo in riferimento alla
povertà materiale, ma anche alle sue forme culturali,
spirituali e religiose. 62 Gli oppressi dalla miseria sono
oggetto di un amore di preferenza da parte della Chie57
Cf. ibid., 2288.
Cf. ibid., 2290.
59
Cf. ibid., 2413.
60
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus
annus, 57; Catechismo della Chiesa Cattolica, 2445. 2447; Is
58,6-7; Eb 13,3; Mt 25,31-46.
61
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus
annus, 57.
62
Cf. Gc 5,1-6; GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica
Centesimus annus, 57; BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Spe
salvi, 35-40.
58
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87
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
sa, impegnata da sempre a sollevarli, difenderli e liberarli, realizzando a questo scopo quelle opere di
solidarietà che rimangono sempre e dappertutto indispensabili. 63
Proposte operative
Un momento rilevante ed essenziale dell’insegnamento e dell’esempio di Gesù, e del suo
discepolo e apostolo delle genti Paolo, è proprio costituito dal piegarsi sull’umanità sofferente e sui fratelli nella fede provati da ogni
genere di sofferenza. In Paolo incontriamo il
promotore della colletta per i poveri di Gerusalemme, ma poi anche l’annunciatore e il testimone di una fraternità che invita e pratica il «portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2). Un cammino di discepolato richiede di sicuro una formazione della sensibilità e delle proprie capacità
all’attenzione e alla dedizione al fratello e al prossimo nel bisogno, nell’indigenza, nella disgrazia,
nella malattia, oltre che la promozione di iniziative e la realizzazione di strutture adeguate.
Pur essendo impossibile eliminare del tutto
le condizioni di fragilità dall’esistenza umana
– e le ideologie che lo proclamano possibile
risultano ingannevoli e pericolose –, la Chiesa
63
Cf. CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Istr.
Libertatis conscientia, 68; BENEDETTO XVI, Lettera enciclica
Deus Caritas est, 30.
88
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
si sente impegnata senza riserve a reagire all’ingiustizia e al fatalismo, a parlare e ad essere presente nei luoghi e nelle situazioni di dolore con spirito di carità, senza cedere a forme
di assistenzialismo e di paternalismo. Dinanzi
alla fragilità dell’uomo non possiamo dimenticare che Dio stesso, incarnandosi, ha rinunciato al ruolo di onnipotenza e si è fatto egli
stesso fragile come la sua creatura, sottoponendosi alla croce per manifestare e comunicare il
mistero sconfinato del suo amore.
In questo senso la fragilità dell’essere umano, prima di essere condizione da cancellare, è
per la Chiesa condizione esistenziale da evangelizzare perché il mistero di Cristo si manifesti in modo eminente proprio nella fragilità accettata e offerta. Compito prioritario della Chiesa di fronte alla fragilità è piegarsi sulle ferite e
sulle povertà, conformandosi a Cristo servo,
senza rinunciare però alla denuncia delle cause e delle strutture ingiuste, e alla progettualità
culturale e politica che metta a sistema la cura
delle persone sofferenti. Compiendo ciò, la
Chiesa non si limita a fare o donare qualcosa,
ma ripensa se stessa, la sua identità e la sua
natura a partire dagli ultimi, superando così le
tentazioni del potere e della ricerca di grandezza umana.
La comunità cristiana ha bisogno di riscoprire e svolgere il proprio compito in soccorso
Orientamenti pastorali 2008-2009
89
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
dell’uomo debole e ferito attraverso i sacramenti
della guarigione; riconciliazione e unzione degli infermi celebrano la misericordia di Dio ed
esprimono la sollecitudine e l’amore della Chiesa verso chi vive un periodo buio della propria
vita. Anche la preghiera deve essere aiutata a
passare da preghiera per i poveri a preghiera
con i poveri. Ciò richiede una presenza più attenta e più frequente dei ministri della Chiesa
e degli operatori pastorali nei luoghi della sofferenza 64, quali ospedali, carceri, case di riposo, centri di ascolto, consultori familiari, famiglie in lutto, comunità di recupero, centri per
disabili, ecc.
La comprensione della condizione e delle
situazioni di fragilità può essere meglio approfondita mediante strumenti idonei quali, per
esempio, l’“osservatorio delle povertà” 65, per
cogliere non soltanto i singoli casi ma anche le
cause e le dinamiche attraverso le quali le fragilità stesse si diffondono e si consolidano nel
sistema sociale.
L’azione caritativa della Chiesa porta in sé
un’impronta pedagogica che può essere evidenziata, in modo da rendere le persone aiutate non soltanto destinatarie, ma anche protagoniste del loro riscatto; e in modo da promuo64
65
90
Cf. Secondo Sinodo della Diocesi di Noto, decisione n. 50.
Cf. Secondo Sinodo della Diocesi di Noto, decisione n. 58.
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
vere stili di vita gratuiti, solidali e improntati
alla sobrietà, per il superamento di mentalità
consumistiche. A questo scopo merita di essere coltivata l’esperienza del volontariato cristiano, vissuto all’insegna di una reale gratuità, senza che diventi opera di supplenza a fronte di carenze istituzionali.
Perché la carità non sia delegata solo ad apposite strutture, magari anonime, è auspicabile
la creazione di una rete di collaborazione sul
territorio, in modo da instaurare tra le persone, le famiglie e le istituzioni rapporti di “buon
vicinato”, che aiutino a superare l’indifferenza dinanzi ai bisogni degli altri.
Le opere di carità possono diventare sul territorio un segno visibile di presenza attiva della Chiesa. E i segni non servono solo a mostrare realizzazioni, ma anche a destare la speranza in tutti, non ultimo anche nelle persone fragili che non sono immediatamente destinatarie
di un aiuto diretto.
In una cultura come quella attuale, nella quale
facilmente le sofferenze tendono ad essere
medicalizzate, bisognerebbe curare in particolare la formazione del personale sanitario e di
quanti sono in contatto con persone malate, per
creare rapporti che non riducano i pazienti a semplici consumatori di farmaci, ma che li considerino persone la cui sofferenza è comunque sempre anche spirituale, oltre che fisica.
Orientamenti pastorali 2008-2009
91
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
Poiché le situazioni di fragilità legate alla
miseria, nelle città tendono facilmente a venire confinate in determinate zone o quartieri,
diventa importante sviluppare un’attenzione
particolare alle dinamiche di insediamento urbanistico, presentando proposte e progetti per
evitare il formarsi di ghetti. Oggi tale problematica si pone soprattutto per l’integrazione
degli immigrati, sia cattolici che di altre confessioni cristiane o di altre religioni. L’elaborazione di piani di integrazione e di dialogo con
e per gli immigrati va vista come una condizione indispensabile per la prevenzione e il risanamento di situazioni di fragilità che facilmente
degenerano in devianze sociali.
CITTADINANZA
Anche l’attenzione alla cittadinanza, come
quella al lavoro e alla festa, ci conduce verso climi
culturali e spirituali che appaiono refrattari se non
inconciliabili con il discepolato cristiano. È possibile farsi carico da credenti e discepoli di Gesù
della città degli uomini? Anzi, di più, è possibile
fare dell’impegno per la città una via di discepolato
cristiano? San Paolo rammenta che seguire Gesù
porta ad assimilare uno stile di relazione (cf. Rm
12,1-2) che se da una parte rimarca la differenza del
cristiano di fronte al mondo (cf. 1Pt 1,11-12), dall’altra promuove quell’apertura che diventa dialogo e servizio (cf. Rm 13,1-7; 1Tm 2,1-4; Tt 3,1-2).
92
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
Sguardo alla situazione
La categoria di cittadinanza viene oggi interpretata in riferimento non soltanto al contesto locale, ma
anche a quello globale. Cresce sempre più la percezione di appartenere non soltanto al proprio paese
d’origine ma al mondo intero, e si sviluppa sempre
più l’obbligo morale di farsi carico, come cittadini del
mondo, dei problemi politici, sociali, culturali, economici che si affacciano sulla scena planetaria e mettono in condizioni di interdipendenza tutte le nazioni
del mondo. Problemi come la globalizzazione dei
mercati, l’alimentazione di intere popolazioni del pianeta, l’approvvigionamento idrico, il rifornimento
energetico e l’inquinamento ambientale richiedono
l’impegno e la responsabilità di tutti e di ciascuno,
perché la loro soluzione non può essere data da scelte
politiche di parte né dalla necessità di salvaguardare
equilibri di potere anche se a livello internazionale.
Nel dibattito culturale e politico, presso le sedi istituzionali o a livello di società civile, ormai l’identità
del cittadino non viene definita solo dai diritti che gli
spettano ma anche dagli impegni che egli è chiamato
ad assumere verso la collettività intera. Cresce la coscienza che essere cittadini comporta vivere con atteggiamenti di vigilanza e di responsabilità, evitando
e denunciando quegli atteggiamenti qualunquisti o
rassegnati che sfociano nella sensazione diffusa di
impotenza e generano la subcultura del nichilismo.
A livello culturale si diffonde sempre più l’espressione
“cittadinanza attiva”, e si registra un notevole sforzo di
approfondimento concettuale, anche se l’esperienza
mutuata dal concetto è ancora in una fase germinale.
Orientamenti pastorali 2008-2009
93
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
In effetti, se diventa sempre più ricorrente l’espressione “cittadinanza attiva”, non scompare nel linguaggio sociologico l’espressione “socialità corta”,
che indica piuttosto la tendenza comune ad un
ripiegamento e all’appiattimento nella sfera privata e
intimistica. Questa tendenza riguarda anche la comunità cristiana, per la quale spesso è sufficiente spingersi sul fronte della carità interpersonale, sottraendosi però agli impegni specifici e concreti per ridefinire
e modulare evangelicamente il sistema sociale e politico. Di fatto appare diffusa la scarsa rilevanza dei
laici cristiani sul piano socio-politico.
Non è superfluo rimarcare che essere stranieri o
pellegrini nel mondo, secondo la fede cristiana, non
significa certo essere estranei al mondo. Se da una
parte la Chiesa non si può sostituire alla società civile, dall’altra parte non può né deve separarsi da essa.
Si registra il tentativo variamente diffuso di riscoprire
ed interpretare in modo nuovo il compito di fondo, da
parte della Chiesa, di animare la società civile dall’interno. In questo senso, sono sempre più ricorrenti
i pronunciamenti del magistero ecclesiale per riaf-fermare che la religione non può essere relegata nella
sfera privata né può essere intesa come un fatto che
riguardi la sola coscienza personale.
In ambito cattolico, nel tentativo di ridefinire una
cittadinanza che si attagli alle esigenze della nostra
epoca, si registrano notevoli sforzi di superare da una
parte la nostalgia di un ritorno ad un regime di cristianità, dall’altra parte di declinare il cristianesimo in
termini di religione civile, con la sua strumentalizzazione per il raggiungimento di fini politici.
Si avverte, con sempre maggiore chiarezza, che la
94
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
riscoperta della cittadinanza deve passare oggi attraverso una democrazia che si fondi sulle idee prima
che sui numeri, e su una laicità dello Stato che salvaguardi i diritti fondamentali di ognuno, non ultimo
quello della libertà religiosa. Sul fronte della democrazia e della laicità dello Stato, in ogni caso, i cattolici sembrano ben coscienti di ritrovarsi oggi ad affrontare una battaglia decisiva per il futuro.
Mentre si guarda con favore alla partecipazione
dei cattolici a diversi schieramenti politici, è da segnalare pure una certa lacerazione del tessuto ecclesiale causata dalle relative contrapposizioni e divisioni ideologiche. Nell’odierno pensiero politico dei
cattolici e nella pastorale sociale della Chiesa si percepisce a diversi livelli il desiderio e il tentativo di
restituire per il futuro la politica al servizio e di preservare l’unità di fondo del mondo cattolico, rispettando il legittimo pluralismo di posizioni.
Volgendo lo sguardo al contesto più specificamente nostrano, ci si accorge che la crisi di cittadinanza si
manifesta e va di pari passo con la crisi della legalità.
Di fatto, si riscontra una fiscalità corrotta, il proliferare della malavita organizzata, il clientelismo, i voti di
scambio, l’omertà, il condizionamento di poteri occulti come quello della mafia. Si delinea come una
vera e propria patologia la “rissosità della politica”,
fatta di contrapposizione e scontro fini a se stessi,
nonché di demonizzazione dell’avversario. Tale patologia rischia di contagiare il tessuto ecclesiale ingenerando atteggiamenti e comportamenti che si pongono in netto contrasto con la carità e la fraternità
cristiana.
Negli ultimi tempi l’ispirazione cristiana della poOrientamenti pastorali 2008-2009
95
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
litica ha portato a mettere in primo piano i valori umani
e cristiani della persona della famiglia e della comunità. Ci si accorge però che l’impegno dei cattolici
non si può esaurire nel richiamo alla famiglia, alla
libertà dell’educazione, alla difesa della vita, perché
questi valori non si attestano semplicemente controbattendo le provocazioni laiciste. Si avverte piuttosto
l’esigenza di proporre politiche economiche e sociali
che permettano di raggiungere tali obiettivi, manifestando sul piano del confronto politico un atteggiamento di mediazione più che di contrapposizione.
Sul piano del rapporto tra globale e locale va rilevato il fatto che il “territorio” è diventato una categoria indispensabile ed un punto di riferimento imprescindibile non solo nella riflessione politica ma anche in quella pastorale. Anche se in passato tale categoria è sempre esistita, in riferimento soprattutto alla
parrocchia, è da dire che oggi essa indica non solo gli
aspetti geografici ma anche e più precisamente quelli
storici e culturali, di cui occorre promuovere una lettura attenta per avere le coordinate per l’orientamento della nuova evangelizzazione.
Punti di riferimento
In questo ambito è più che mai difficile trovare
indicazioni dirette nei testi neotestamentari; è invece
più che mai necessaria un’opera di mediazione che
salvaguardi e traduca l’ispirazione evangelica e
paolina nel campo della cittadinanza. Si tratta di una
ispirazione interiore e motivazionale che conferisce
respiro spirituale al cammino cristiano dentro la vita
della società in cui ci si trova inseriti; ma si tratta an-
96
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
che di un quadro di riferimento che orienti gli atteggiamenti e sostenga le scelte necessarie.
In questa ottica si collocano alcune indicazioni
frutto di una elaborazione scaturita dalla fede e dalla
vita della Chiesa nel mondo di oggi. E innanzitutto
va tenuto come fondamento, centro e fine della comunità umana la persona umana con la dignità piena e
inalienabile e con i diritti fondamentali che le appartengono per intrinseca natura. 66 Nella coscienza della persona è iscritto un ordine che è origine e criterio
ispiratore delle leggi che regolano la convivenza umana – familiare, civile e politica – e che fondano le condizioni di una piena cittadinanza. 67 In conformità
ad esso ognuno svolgerà il suo ruolo di cittadino in
corrispondenza alle necessità del bene comune, che
in epoca moderna trova la sua formulazione appunto
nel rispetto dei diritti e nell’osservanza dei doveri fondamentali e universali della persona umana. 68
Il richiamo della coscienza e le esigenze del bene
comune spingono la persona verso la “socializzazio66
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale
Gaudium et spes, 25; Catechismo della Chiesa Cattolica, 1881;
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Nota Dottrinali
circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento
dei cattolici nella vita politica (2002), 3.
67
Cf. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 384;
GIOVANNI XXIII, Lettera enciclica Pacem in terris; ID., Lettera enciclica Mater et Magistra.
68
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale
Gaudium et spes, 74; GIOVANNI XXIII, Lettera enciclica Pacem
in terris; Catechismo della Chiesa cattolica, 2237; GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 2000;
Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 397-398.
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97
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
ne”, 69 in cui essa è chiamata a decidere delle proprie
sorti in corresponsabilità con i propri simili. In altre
parole, la persona umana, per sua stessa natura, è
volta a creare rapporti di collaborazione e mutuo sostegno con altre persone, generando così la vita sociale e politica della comunità ai suoi diversi livelli, primo fra tutti quello della famiglia fondata sul matrimonio. 70
Una cittadinanza piena e responsabile richiede
che le due dimensioni della libertà della persona umana e dei suoi obblighi di socializzazione stiano in
mutuo rapporto fra loro, sostenendosi e non annullandosi reciprocamente, come potrebbe accadere qualora nella vita politica si ingenerassero sistemi anarchici o totalitari. Libertà e socializzazione della persona
sono salvaguardate dal rispetto del principio di sussidiarietà che, opponendosi a tutte le forme di totalitarismo e precisando i limiti dell’intervento dello Stato, tende appunto ad armonizzare i rapporti tra gli
individui e la società. 71
Definendo il bene comune come l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi, come pure ai singoli membri, di raggiungere la
69
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale
Gaudium et spes, 25; GIOVANNI XXIII, Lettera enciclica Mater
et magistra, 60; Catechismo della Chiesa cattolica, 1881-1882.
70
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale
Gaudium et spes, 48; GIOVANNI PAOLO II, Lettera alle famiglie Gratissimam sane, 7.17; Catechismo della Chiesa cattolica,
2206; Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 211.213.
71
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus
annus, 48; Catechismo della Chiesa cattolica, 1883.1885.
98
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
propria perfezione più pienamente e più speditamente, 72 si capisce che esso interessa la vita di tutti. Si riscontrano nel bene comune almeno tre elementi essenziali costitutivi: il rispetto – anche dei pubblici poteri
– dei diritti fondamentali e inalienabili della persona
umana; il benessere sociale e lo sviluppo della comunità, dove siano soddisfatti adeguatamente i bisogni
di vitto, vestito, salute, lavoro, educazione, cultura,
informazione, famiglia; la pace intesa come stabilità e
sicurezza dell’ordine giusto. 73
Chiaramente, intensificandosi ed estendendosi a
tutta la terra i legami di mutua dipendenza tra gli uomini, il bene comune deve essere inteso oggi come
bene comune “universale”. 74 Una cittadinanza piena e attiva richiede la partecipazione di tutti i membri
della comunità. Si può intendere la partecipazione
come un impegno volontario e generoso della persona negli scambi sociali, soprattutto nei settori nei quali
si esercita la responsabilità personale, come la famiglia e il lavoro; 75 e nella gestione della cosa pubblica. 76
La realizzazione del bene comune attraverso la
cittadinanza attiva e la partecipazione responsabile
non potrebbe essere assicurata, tuttavia, se nel sistema sociale e politico di una comunità non vigesse la
giustizia sociale, intesa come l’insieme di tutte quelle
condizioni che consentono agli individui e alle asso72
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale
Gaudium et spes, 26.
73
Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, 1907-1909.
74
Cf. ibid., 1911.
75
Cf. ibid., 1914.
76
Cf. ibid., 1915.
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99
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
ciazioni di conseguire ciò a cui hanno diritto secondo
la loro natura e la loro vocazione, sempre nel rispetto
della dignità trascendente della persona umana e dei
suoi diritti fondamentali. 77
In modo particolare, la giustizia sociale poggia su
due principi fondamentali: l’eguaglianza tra gli uomini che conduce al superamento di ogni discriminazione, 78 e la solidarietà umana che si ha innanzitutto
nella ripartizione dei beni.79
Tra i diversi sistemi politici, quello democratico è
ritenuto oggi il più adatto alla realizzazione di una
cittadinanza piena, partecipata, attiva e responsabile; 80 occorrerà tuttavia essere vigilanti, perché un’autentica democrazia non è solo il risultato di un rispetto formale di regole, ma è soprattutto il frutto della
convinta accettazione dei valori che ispirano le procedure democratiche: valori riconducibili sempre alla
dignità e ai diritti inalienabili della persona umana. 81
Nel contesto di tali diritti è qui da richiamare quello
alla libertà religiosa. 82 Un sistema democratico a mi77
Cf. ibid., 1928-1930.
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale
Gaudium et spes, 29.
79
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Sollicitudo rei
socialis, 38-40; ID., Lettera enciclica Centesimus annus, 10.
Sul rapporto tra giustizia e carità cf. BENEDETTO XVI, Lettera enciclica Deus Caritas est, 26-29.
80
Cf. GIOVANNI PAOLO II, Lettera enciclica Centesimus
annus, 46.
81
Cf. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 407.
82
Cf. CONCILIO VATICANO II, Dichiarazione Dignitatis
humanae, 1-3.6-7; Catechismo della Chiesa cattolica, 2105–2108.
78
100
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
sura di cittadinanza piena consentirà un rapporto
pacifico e fecondo tra Chiesa e comunità politica, nel
proprio campo indipendenti ed autonome l’una dall’altra. 83
Infine è da ricordare che il compito della realizzazione della cittadinanza piena, nella partecipazione
alla vita politica della comunità, appartiene prima di
tutto, per loro stessa natura, ai fedeli laici. 84
Proposte operative
Alla luce di quanto fin qui analizzato, appare chiaro il compito urgente ed inderogabile
di formulare un nuovo alfabeto sociale cristiano, non solo riproponendo a livello diffuso i
temi classici dell’insegnamento sociale della
Chiesa, ma anche indicando esempi concreti e
testimonianze di cristiani che in politica hanno agito creando veri modelli di cittadinanza
attiva e responsabile. Infatti nel corso della storia della Chiesa si stagliano le figure gigantesche di cristiani, soprattutto laici, che sono riusciti a immettere il lievito del Vangelo, con sapienza ed efficacia, nella massa spesso confusa, contraddittoria e problematica della vita po83
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale
Gaudium et spes, 76; Catechismo della Chiesa cattolica, 2245.
84
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione Dogmatica
Lumen gentium, 31; GIOVANNI PAOLO II, Esortazione Apostolica Christifideles laici, 59.
Orientamenti pastorali 2008-2009
101
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
litica, apportando abbondanti frutti per il bene
comune e il progresso spirituale e sociale.
Si vuol così coltivare la fondata speranza
che, volgendo lo sguardo ai testimoni esemplari
della fede nella vita politica, la spiritualità del
cristiano laico di oggi possa essere declinata in
modo da uscire dagli angusti canoni del privato per sfociare in responsabile impegno politico. Perciò l’impegno nel volontariato e nella
vita sociale in genere non basta per il raggiungimento del bene comune di una comunità. Occorrerà sempre che il laico cristiano, per diventare perfetto discepolo di Cristo, formuli in maniera sempre nuova, attraverso una lettura attenta dei segni dei tempi, quale possa e debba
essere il suo contributo attivo perché tutti i
membri della sua comunità, retta secondo il
sistema democratico, diventino veri cittadini.
A tale scopo bisognerebbe sperimentare forme di discernimento comunitario che trovino
spazio nelle sedi pastorali ordinarie delle parrocchie, delle associazioni, dei gruppi. Uno spazio importante merita pure la formazione all’impegno sociale e politico 85, nello spirito di
quella è stata definita carità politica, quale forma peculiare e alta di carità cristiana. Inoltre
bisognerebbe far diventare il tema della cittadinanza comune e trasversale a tutti i percorsi
85
102
Cf. Secondo Sinodo della Diocesi di Noto, decisione n. 83.
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
formativi ecclesiali. Sarebbe poi da istituire e
valorizzare il ruolo di appositi “osservatori” –
giuridico-legislativi, sociali e politici – per una
lettura attenta delle istanze, dei cambiamenti
e delle dinamiche in corso nel territorio.
Una ulteriore occasione di formazione all’impegno sociale politico potrebbe essere data
dalla organizzazione e dalla partecipazione responsabile, informata e motivata da eventi di
mobilitazione pastorale, che finora sono nati
in genere in modo spontaneo e occasionale,
quali per esempio i dibattiti pubblici relativi al
diritto alla vita, o ancora al ruolo delle scuole
cattoliche, alle questioni di bioetica, ai problemi del lavoro e dell’ambiente. Rendersi protagonisti di tali eventi non in forma acritica, ma
con conoscenza e responsabilità, significa crescere come cittadini maturi.
Sul versante dell’etica sociale, un compito
educativo nuovo riguarda l’identificazione del
cosiddetto peccato sociale che può essere contrastato non solo con la conversione del singolo ma anche con quella di tutta intera la collettività, che passa attraverso la presa di coscienza di una responsabilità comune e condivisa,
la denuncia pubblica di situazioni di ingiustizia sociale, l’assunzione di impegni da parte
di tutta la comunità perché siano smantellate
le strutture ingiuste ed edificate quelle per il
servizio ed il bene comune.
Orientamenti pastorali 2008-2009
103
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
Un aspetto specifico di tali strutture riguarda la pratica costante e normale dell’illegalità.
La legalità dovrebbe diventare il criterio ispiratore e il fondamento stabile della convivenza civile e del sistema democratico, per la realizzazione di una vera cittadinanza.
Anche il confronto con i politici, che metta
da parte logiche di schieramento e faziosità,
per porre attenzione ai bisogni del territorio e
alle modalità di possibili interventi compartecipati e corresponsabili di soluzione, può trovare posto tra le iniziative delle comunità cristiane.
L’estensione della cittadinanza agli orizzonti della mondialità 86 sarà possibile anche valorizzando le esperienze ecclesiali missionarie,
soprattutto in riferimento ai giovani. Oggi infatti il discernimento ecclesiale della missione
passa anche attraverso la comprensione del
fenomeno della globalizzazione che, rettamente guidato ed orientato, potrebbe far diventare
il mondo un villaggio strutturato secondo principi di solidarietà.
86
104
Cf. Secondo Sinodo della Diocesi di Noto, decisione n. 59.
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
TRADIZIONE
San Paolo manifesta in vario modo una preoccupazione costante per la trasmissione fedele e viva
della fede per la quale ha impegnato tutto se stesso
e ha ricevuto la missione di portare l’annuncio di
Cristo a tutte le genti (cf. 1Cor 15,1-8; 1Tm 2,7).
Egli mostra la convinzione che è parte essenziale
della sua relazione con Cristo – della cui grazia
vive e della cui passione partecipa – mantenere
vivo l’annuncio e assicurarne la comunicazione
autentica a tutti coloro che incontra nel corso della sua vicenda umana e nell’adempimento della
sua missione (cf. 2Tm 1,12-14).
Sguardo alla situazione
La tradizione della Chiesa è ben altro che conservazione immobile o limitazione di libertà o mancanza di
creatività, come invece comunemente si intende quando se ne parla. Essa è la trasmissione di generazione in
generazione dell’evento stesso che costituisce la Chiesa, cioè il mistero della Pasqua di Cristo, morto e risorto
per la salvezza dell’uomo. Nasce con l’irrompere di
Cristo risorto nella storia e con il suo dono dello Spirito
Santo. In questo senso la tradizione non è solo dottrina
o messaggio intellettuale, ma azione di tutta la Chiesa
che coinvolge la vita dell’uomo in ogni dimensione,
affettiva, morale, culturale, religiosa, ecc. Anche il significato di depositum fidei, così legato all’idea di tradizione, non rimanda a qualcosa di statico ma piuttosto
indica la concretizzazione storica, nel corso dei secoli,
della trasmissione del mistero pasquale.
Orientamenti pastorali 2008-2009
105
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
Nella nostra epoca, dal punto di vista culturale, si
tende a rimuovere la tradizione, pensando in questo
modo di far crescere la libertà e l’emancipazione dell’uomo. Rimuovendo la tradizione, però, la fede viene
ridotta facilmente a un fatto privato; si ingenerano
così mentalità e stili di vita che si possono identificare con il soggettivismo culturale, il relativismo etico,
l’indifferenza religiosa. I risultati sono, tra altri, l’accettazione fatalistica del male morale, la perdita del
senso di colpa, la rimozione delle domande sul senso
ultimo della vita, la mancanza di progettualità, l’assolutizzazione del momento presente, e ancora
disorientamento, incertezza, stanchezza, smarrimento. Si ha l’impressione che l’uomo viva alla giornata,
senza punti di riferimento e senza certezze, senza precisi quadri normativi, con il paradosso e l’aggravante, però, che questa condizione culturale ed esistenziale – all’insegna dell’instabilità, della frammentarietà e della precarietà – viene comunemente presentata come un fatto positivo e come un progresso di
civiltà.
Né sembra che la tradizione della Chiesa possa
essere oggi adeguatamente sostenuta dalle consuetudini sociali, dalla storia del territorio, dalle manifestazioni della pietà popolare; e neanche dalla richiesta abitudinaria e devozionistica dei sacramenti.
Da parte della Chiesa si registra oggi lo sforzo di
dare maggior risalto alla tradizione e di presentarla
più efficacemente nel contesto della cultura contemporanea attraverso la riscoperta dei testimoni esemplari della vita cristiana i quali, incarnando la fede,
hanno creato e propongono modelli di riferimento. In
realtà nelle gesta del testimone si manifesta quell’of-
106
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
ferta di senso della vita e quella realizzazione di salvezza che dovrebbero essere insite in ogni trasmissione della fede.
Guardando alla figura dei suoi testimoni, la Chiesa rinnova la sua coscienza che la tradizione non è
estranea alla famiglia, alla scuola, all’università, agli
ambienti di lavoro, al mondo della cultura. Ci si rende conto che la tradizione diventa credibile nella misura in cui riesce a fare sintesi tra fede e vita, così
come avviene nella vita dei testimoni.
Si registra oggi un pressoché comune accordo sul
fatto che sia finito il regime di cristianità, ma rimane
aperta la questione dell’identità cristiana e della verità del credo professato nel contesto di una società
riconosciuta come multiculturale e multireligiosa. Da
questo punto di vista si ha l’impressione che quanto
più si insiste sull’importanza del dialogo tanto più se
ne sconoscono le modalità e i contenuti; non sembra
affatto chiaro a molti che condizione di un vero dialogo non può essere l’offuscamento o l’abbandono dell’identità delle parti in dialogo.
Punti di riferimento
Dio, per il suo immenso amore, parla agli uomini
come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e
ammetterli alla comunione con sé; pur rimanendo
invisibile parla e si dona attraverso eventi e parole
della storia. 87 La rivelazione di Dio è comunicazione,
in una storia intessuta di avvenimenti personali e
87
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione dogmatica
Dei Verbum, 2.
Orientamenti pastorali 2008-2009
107
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
collettivi, e di parole affidate ai suoi inviati; il loro
messaggio entra in una tradizione che passa da una
generazione all’altra. 88
Gesù di Nazaret vive della tradizione di Israele
attestata nei libri sacri 89 e dà inizio, con i suoi discepoli, ad una nuova tradizione. 90 Si sviluppa così la
“tradizione apostolica” in una varietà di forme, racconti, professioni di fede, inni, formule e riti liturgici,
esempi e regole di vita, ordinamenti e istituzioni. Anche questa tradizione ben presto si deposita in testi
scritti 91 redatti da autori divinamente ispirati in seno
alla comunità cristiana delle origini.
Gli apostoli lasciano in eredità alle successivi generazioni cristiane la loro testimonianza, viva e scritta, di maestri, come un sacro deposito da custodire
fedelmente e rivivere in situazioni sempre nuove. 92
La tradizione apostolica originaria, comprendente la
Sacra Scrittura, si prolunga nella tradizione ecclesiale con il sostegno perenne dello Spirito di verità promesso da Gesù. 93
La rivelazione viene comunicata, esplicitata,
attualizzata. La luce della divina rivelazione si propaga attraverso la dottrina, il culto e la prassi della
Chiesa, servendosi di vari canali concreti: l’insegna88
Cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Catechismo degli
adulti. La verità vi farà liberi, 55.
89
Cf. Mt 5,17.
90
Cf. Mt 28,19-20; 1Cor 11,23; 15,3; Fil 4,9; 1Ts 4,2; CONCILIO VATICANO II, Costituzione dogmatica Dei Verbum, 7.
91
Cf. Lc 1,1-4; 2Ts 2,15.
92
Cf. 1Tm 6,20; 2Tm 1,12-14.
93
Cf. Gv 14,16-17.26.
108
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
mento del Papa e dei vescovi, la predicazione e la
catechesi, la liturgia, la comunione fraterna, la carità,
il comportamento esemplare dei cristiani, soprattutto
dei santi, l’arte e le istituzioni. 94 Al magistero del Papa e dei vescovi è affidato in particolare il compito di
interpretare autenticamente la parola di Dio scritta o
trasmessa. 95
Con la guida dei pastori, tutti i fedeli partecipano
attivamente alla trasmissione della fede. 96 Ognuno è
sostenuto dagli altri e contribuisce a sostenere gli altri, in una comunicazione perenne fino alla fine della
storia. Possono venir meno le particolari tradizioni
umane ma non può venir meno la tradizione della
fede come tale, sostenuta da tutto il popolo di Dio. 97
Quando infatti Dio si rivela e si dona, e l’uomo lo accoglie liberamente e con tutto il cuore, 98 si ha un’adesione che trascende il comune senso religioso e che si
chiama fede e senso della fede. 99
La fede è atteggiamento esistenziale: dà la convin94
Cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Catechismo degli
adulti. La verità vi farà liberi, 58.
95
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione dogmatica
Dei Verbum, 10.
96
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione dogmatica
Lumen gentium, 12; ID., CONCILIO VATICANO II, Costituzione
dogmatica Dei Verbum, 8; CONCILIO VATICANO II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, 11.
97
Cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Catechismo degli
adulti. La verità vi farà liberi, 61.
98
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione dogmatica
Dei Verbum, 5.
99
Cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Catechismo degli
adulti. La verità vi farà liberi, 86.
Orientamenti pastorali 2008-2009
109
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
zione di essere amati, libera dalla solitudine e dall’angoscia del nulla, dispone ad accettare se stessi e
ad amare gli altri, dà il coraggio di sfidare l’ignoto. 100
Credere è aprirsi, uscire da se stessi, fidarsi, obbedire,
rischiare, mettersi in cammino verso le cose «che non si
vedono» (Eb 11,1), andare dietro a Gesù «autore e
perfezionatore della fede» (Eb 12,2). È assumere un atteggiamento di accoglienza operosa, che consente a Dio di
fare storia insieme a noi, oltre le umane possibilità. 101
Allo stesso tempo la fede è assenso a un contenuto
dottrinale. È conforme alla nostra dignità dar credito
alle dichiarazioni e alle promesse di persone oneste;
a maggior ragione si deve dar credito a quelle di Dio
che è la veracità stessa. Affidarsi a Dio significa aderire fermamente al suo messaggio, alla dottrina da lui
rivelata e proposta autorevolmente in suo nome dalla
Chiesa. La fede non è un vago sentimento, né solo un
impegno pratico; ha un contenuto di verità, che il credente deve conoscere sempre meglio. 102
In modi diversi, secondo le situazioni personali e
culturali, Dio offre a tutti il dono di credere, almeno
implicitamente. Nessuno è escluso.
La fede è insieme dono di Dio e decisione libera
dell’uomo. Dio non si impone, ma si propone; non
solo rispetta, ma suscita e sostiene la libertà. 103 La
100
Cf. ibid., 87.
Cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Catechismo degli
adulti. La verità vi farà liberi, 88.
102
Cf. CONCILIO VATICANO II, Costituzione dogmatica
Dei Verbum, 5–6.
103
Cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Catechismo degli
adulti. La verità vi farà liberi, 91.
101
110
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
fede è una scelta responsabile e ragionevole. Da una
parte prende avvio da un’adesione ragionevole alla
rivelazione, dall’altra schiude alla ragione l’orizzonte di una comprensione più profonda della realtà.
Essa è apertura coraggiosa e sottomissione incondizionata alla verità, e pertanto costituisce lo spazio
vitale più adatto per lo sviluppo della ricerca razionale e del senso critico. Esige solo la rinuncia, anch’essa ragionevole, alla pretesa di capire tutto. 104 La
fede «opera per mezzo della carità» (Gal 5,6). Nella
fede, il cristiano, mentre pregusta nella speranza la
salvezza eterna, ne pone i segni nella città terrena:
libertà, giustizia, solidarietà, bene comune, rispetto
della natura, pace. 105
La fede è una decisione personale, ma nessuno
può darsi la fede da solo. La riceviamo da altri e la
trasmettiamo ad altri; gli altri sostengono noi e noi
sosteniamo gli altri. Non è possibile essere cristiani
senza la comunità cristiana. La fede è comunitaria e
la comunità è madre e maestra di credenti. 106
Proposte operative
Nell’ambito della tradizione, il compito che
si impone con più urgenza oggi è quello del
rinnovamento della catechesi, la quale non può
solo offrire contenuti da apprendere ed espe104
Cf. ibid., 92.
Cf. CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Catechismo degli
adulti. La verità vi farà liberi, 93.
106
Cf. ibid., 95.
105
Orientamenti pastorali 2008-2009
111
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
rienze da fare, ma deve anche aiutare le persone a comprendersi, a giudicare cristianamente se stessi, gli altri, le relazioni umane, le dinamiche sociali. In altri termini, la catechesi deve
forgiare una mentalità di fede.
Bisognerebbe perciò pensare ad una catechesi per tutti e per ogni stagione della vita –
dai piccoli ai ragazzi, dai giovani agli adulti –
che abbia carattere mistagogico e sappia valorizzare i tempi dell’anno liturgico, che in questo senso costituisce la proposta di un vero e
proprio itinerario di fede. Altrettanto importante sarebbe valorizzare la proposta catechistica in occasione di momenti significativi e rilevanti dell’esistenza quali per esempio la nascita, le nozze, la malattia, il lutto.
Accanto a catechisti maturi spiritualmente
e preparati dottrinalmente, si pone la risorsa
del coinvolgimento delle famiglie nel compito
della trasmissione della fede, essendo i genitori i primi responsabili dell’educazione cristiana dei figli 107. A questo scopo, è ovviamente
necessaria una formazione specifica dei genitori attraverso percorsi catechistici riservati ad
essi.
Nella trasmissione della fede bisognerebbe
aver cura che la fede non appaia come un fatto intimistico ed estraneo ai drammi della vita
107
112
Cf. Secondo Sinodo della Diocesi di Noto, decisione n. 15.
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
umana. La catechesi dovrebbe realizzare un
legame con le opere della carità e con la vita
sociale. Infatti la carità della Chiesa è sempre
dono gratuito e incondizionato, gesto d’amore
che manifesta la verità di Dio. Solo l’amore è
credibile e l’amore è la via della Chiesa, è il
volto più credibile della Chiesa. In questo senso si può dire che la tradizione è il tramandarsi di generazione in generazione delle opere
della carità, compiute nella forza della verità
cristiana primordiale manifestata in quel primo gesto con il quale il Figlio di Dio incarnato
ha dato se stesso per amore, morendo sulla croce e risuscitando.
Un aspetto molto importante della trasmissione della fede riguarda l’inserimento nei luoghi della cultura, quali scuole ed università. A
tal fine, si esige che i credenti sappiano coniugare la conoscenza delle verità di fede con le
grandi questioni poste oggi in modo particolare dall’intervento della tecnologia sulla vita
umana e sull’ambiente. Tali questioni determinano profondamente la formazione della mentalità e pongono interrogativi esistenziali molto profondi ai quali bisogna cercare una risposta. Un contributo importante può essere dato
in tal senso dal “Progetto culturale”.
In riferimento ai luoghi della cultura, sarebbe necessario individuare e formulare nuovi
linguaggi per la trasmissione della fede che sapOrientamenti pastorali 2008-2009
113
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
piano avvalersi dell’arte, della musica, del teatro, del cinema. Anche i mezzi della comunicazione sociale costituiscono in questo senso
una grande risorsa. In funzione della catechesi
sarebbe da valutare il ruolo di una Scuola diocesana di formazione teologica che svolga un
servizio stabile e continuativo.
Alla luce della Traditio della Chiesa, bisognerebbe sottoporre a verifica tante forme religiose tradizionali, come feste popolari 108, che
nel corso del tempo si sono offuscate e talvolta
persino svuotate del loro contenuto cristiano,
sino a diventare una sorta di tributo ad un generico consumismo religioso. Bisognerebbe discernere ciò che esprime la fede del popolo di
Dio e ciò che si è ridotto a manifestazione folcloristica, evangelizzazione e teatralizzazione,
edificazione della comunità cristiana o spreco
in contrasto con la carità. Altra cosa sono quelle
forme tradizionali di devozione e di preghiera, come ad esempio il Rosario, che hanno alimentato la fede del popolo cristiano.
108
Cf. Secondo Sinodo della Diocesi di Noto, decisioni nn.
43–45.
114
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
QUARTA PARTE
Quest’ultima parte risponde all’esigenza di indicare alcune proposte operative per orientare a
realizzare quanto fin qui offerto alla riflessione e
alla programmazione spirituale e pastorale.
INDICAZIONI PER LA PROGRAMMAZIONE
Obiettivo generale
Il titolo di questo opuscolo riassume non solo
il contenuto ma anche l’obiettivo che vogliamo perseguire nel corso di questo anno pastorale: diventare discepoli di Gesù sulle orme
di Paolo. Certo, un tale obiettivo non è commensurabile ad un anno della nostra vita e
delle nostre attività. Non è l’obiettivo di un
anno, è la meta ultima di una vita intera. Si
tratta allora di un obiettivo a cui tendere in un
cammino di crescita che ci vedrà impegnati
tematicamente e intenzionalmente quest’anno.
Anche perché non c’è proporzione tra le nostre attività – qualsiasi attività – e una meta
che alla fine sarà raggiunta – da chi la raggiungerà – solo perché donata, non conquistata.
Il nostro intento è educare noi stessi e lasciarci educare dal Signore nella Chiesa, attraOrientamenti pastorali 2008-2009
115
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
verso la Scrittura, la preghiera e la meditazione, i sacramenti e una vita ordinata di
condivisione e di carità all’interno delle comunità e nei rapporti con tutti, a fare nostri gli
atteggiamenti del discepolo di Cristo sull’esempio di Paolo, soprattutto nel mettere al centro
della nostra vita la grazia della chiamata, dell’incontro con Cristo e dell’amore incondizionato per lui come unica ragione di vivere, fino
ad essere disposti a sacrificare tutto di noi stessi pur di partecipare alla sua missione di salvezza realizzata nel suo mistero di morte e di
risurrezione. Da questa ricerca di una crescente
conformazione a Cristo, negli atteggiamenti,
nelle scelte e nei comportamenti, deve delinearsi a poco a poco un progetto di vita che assuma e definisca i tratti del discepolo di Cristo
oggi a somiglianza di san Paolo.
In che senso parliamo di obiettivo? Come
detto, non è certo un traguardo definibile e
controllabile come qualsiasi attività programmata. Si tratta invece di una meta spirituale e
pastorale a cui tutti siamo chiamati a tendere.
Il suo raggiungimento sarà soprattutto grazia
di Dio accolta e corrisposta da noi singoli e dalle
nostre comunità. L’obiettivo però ha il valore
di farci camminare insieme e nella medesima
direzione.
Il risultato verificabile non potrà essere la
dimostrazione plateale di chi sarà diventato più
116
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
discepolo e chi no. Su questo piano sarà possibile e utile solo il “racconto” del cammino spirituale che si potrà condividere e testimoniare
reciprocamente in piccoli gruppi, nelle associazioni, nelle comunità, con il coraggio e la discrezione della fede.
Un risultato verificabile sarà invece, alla fine,
la ricostruzione di eventuali “figure” e “cammini” di discepoli che per il loro valore esemplare e originale potranno essere presentati e
offerti alla riflessione di tutti, e potranno diventare contenuto di annuncio e di testimonianza nei nostri ambienti, per quanti ricevono la chiamata a conoscere Gesù Cristo e a seguirlo. In questo senso il risultato sarà la conferma della competenza e della proprietà di
alcuni percorsi formativi, e inoltre l’indicazione esemplare di alcuni tratti personali riconoscibili, nelle varie condizioni di vita, come tipici di
un discepolo di Gesù oggi sull’esempio di Paolo.
Attività programmate e da programmare
Per tendere tutti al medesimo obiettivo sarà
importante adottare alcuni mezzi e decidere
alcuni percorsi. Ciò non potrà essere definito
interamente in questo testo, all’inizio e per tutti; per ogni parrocchia e vicariato – ma anche
aggregazione laicale o gruppo – bisognerà
provvedere ad una specifica programmazione
Orientamenti pastorali 2008-2009
117
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
che tenga conto della situazione concreta e delle
potenzialità e necessità di ciascuno. Non possiamo infatti dimenticare che un piano pastorale vuole animare e unificare, non sostituire
le attività pastorali istituzionali ordinarie; e
inoltre, dobbiamo sempre avere presente che il
diventare discepoli non è il risultato dello svolgimento delle attività suggerite o successivamente programmate (sarebbe ridicolo!), ma il
frutto spirituale (perché donato dallo Spirito)
di un cammino, personale e comunitario, che
le attività servono (e come tali sono necessarie)
a guidare, accompagnare, sostenere.
Una prima attività programmatica riguarda questo stesso opuscolo che abbiamo in
mano. Qualcuno giustamente osserverà che è
troppo lungo e difficile. Esso vuole essere uno
strumento da utilizzare come è meglio possibile da chi ha responsabilità pastorale e da chi
ha interesse personale. Esso può essere accostato per la lettura, la meditazione, lo studio
personale: questo è un primo modo di entrare
e fare un percorso con gli Orientamenti pastorali diocesani. Un secondo modo di utilizzare
questo opuscolo è trattarlo come un sussidio o
come un repertorio a cui attingere di volta in
volta secondo le necessità, per la programmazione, per la catechesi, per la celebrazione, ecc.
Un terzo modo è quello di utilizzare qualcuna
118
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
delle sue parti – quest’anno soprattutto la seconda – come traccia per un cammino di formazione organica da sviluppare e approfondire.
Una seconda attività, ben più importante e
impegnativa per tutti, sarà la lectio divina sulla lettera ai Galati e – in alternativa o in successione – della lettera ai Filippesi, testi che
meglio possono introdurci all’esperienza e al
cammino personali di Paolo nel suo discepolato
dietro a Gesù. Il ricorso alle lettere paoline rappresenta quest’anno la modalità principe per
tendere all’obiettivo spirituale e pastorale del
discepolato cristiano. A tal fine sarà approntato un sussidio che potrà essere utile per preparare gli incontri.
Una terza attività avrà carattere diocesano
e consisterà nella proposta di lectio divina tenuta dal Vescovo, una per città, su brani dell’
epistolario paolino scelti secondo un percorso organico attraverso le lettere e gli Atti, riguardante la coscienza e l’esperienza del
discepolato. In tal senso è già stato definito un
elenco di testi e un calendario che saranno
messi a disposizione di tutti.
Una ulteriore attività potrà essere un pellegrinaggio diocesano sui luoghi paolini del
Medio Oriente.
Orientamenti pastorali 2008-2009
119
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
Trova naturale collocazione in questo contesto l’impegno assunto in occasione del ventennale del gemellaggio, di promuovere la campagna “Una Bibbia per famiglia”: una famiglia della nostra diocesi regala una Bibbia in
lingua swahili ad una famiglia della diocesi di
Butembo-Beni, consapevoli come siamo che a
contatto con la Sacra Scrittura si rinnova in
modo privilegiato l’esperienza del discepolato
cristiano.
Una espressione peculiare del cammino di
riscoperta del discepolato evangelico sarà l’istituzione di una fondazione, affidata al corpo
diaconale permanente e intitolata a “San
Corrado”, voluta per consentire la realizzazione di iniziative e opere di carità a favore delle
fasce più deboli della società, come segno della
volontà dei discepoli di Cristo di farsi prossimo, a imitazione del maestro, di chi più è nel
bisogno. Da sottolineare in questo contesto lo
“Studio analitico del territorio in collaborazione con le istituzioni universitarie”, intrapreso
già da alcuni mesi, che sarà portato avanti al
fine di una conoscenza delle povertà e delle
risorse del territorio sul piano economico, sociale, culturale e ambientale, per una presenza di Chiesa consapevole delle condizioni di
vita dei suoi fedeli e delle responsabilità sociali
e istituzionali nella comunità civile. Da ricor120
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
dare infine l’attivazione di un “Osservatorio
delle povertà” che appronterà i primi risultati
entro la fine del 2008.
Infine il calendario diocesano, nei suoi appuntamenti ordinari e straordinari, avrà il compito di dispiegare opportunamente nel corso
dell’anno l’attenzione agli Orientamenti pastorali secondo occasioni e circostanze.
Organismi, vicariati, parrocchie, comunità religiose, aggregazioni e gruppi
Gli organismi diocesani, primi fra tutti gli
uffici di curia, saranno richiesti di un contributo specifico di programmazione per fornire indicazioni e sussidi per gli Orientamenti pastorali.
In modo particolare, a motivo del nesso intimo che lega l’iniziazione cristiana al discepolato, è affidato all’ufficio catechistico diocesano,
unitamente all’ufficio liturgico diocesano e al
servizio diocesano per la pastorale giovanile, il
compito di progettare l’istituzione del Servizio
diocesano del catecumenato degli adulti; e inoltre di ridefinire secondo il modello catecumenale il percorso formativo dei bambini e dei
ragazzi che completano l’iniziazione cristiana;
e ancora di formulare un progetto formativo
Orientamenti pastorali 2008-2009
121
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
secondo il modello catecumenale per il completamento dell’iniziazione cristiana degli adulti
che lo richiedono.
Al fine di arricchire l’offerta formativa, è
stato chiesto al Centro di spiritualità biblica,
alla Scuola di formazione teologica e alla Scuola di formazione socio-politica, di programmare le loro attività in modo da assicurare occasioni di riflessione e di approfondimento sul
tema del discepolato cristiano, così che possiamo disporre di una serie di percorsi e di eventi
già inseriti in calendario.
I ritiri spirituali, gli esercizi spirituali e gli
incontri di formazione permanente dei presbiteri e dei diaconi avranno anch’essi come tema
di riferimento il discepolato cristiano, in particolare nell’ottica paolina. Una coincidenza singolare è rappresentata dalla apertura della
Casa del clero a Noto, un luogo di fraternità
sacerdotale per i presbiteri che la abiteranno e
per tutti i presbiteri che vi si raduneranno per
i ritiri e per altri incontri, e un segno che per
primi i ministri ordinati sono discepoli del Signore chiamati ad accompagnare e a servire i
fratelli nella sequela di Gesù.
Alle comunità parrocchiali è chiesto di predisporre una programmazione pastorale an122
Orientamenti pastorali 2008-2009
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
nuale che assicuri la lectio divina almeno su
una delle lettere paoline indicate (Gal o Fil) e
inoltre il progetto di un percorso di formazione e di esperienza di discepolato secondo uno
degli ambiti presentati nella terza parte, che
sia rispondente alla situazione e alle esigenze
della parrocchia che lo intraprende.
Per esempio: un percorso di formazione
alla affettività per un gruppo di adolescenti;
una serie di incontri sulla fragilità come luogo di discepolato per i Ministri straordinari
della Comunione; un itinerario di riflessione
e di confronto con lavoratori sul tema del lavoro o con il comitato di una festa sul senso
della festa come espressione e luogo del discepolato cristiano; o ancora una serie di attività, incontri e confronti per giovani adulti
o per professionisti o altro che si pongono il
problema della responsabilità sociale e politica nella città; una verifica della capacità di
trasmissione della fede e di formazione al
discepolato delle nostre comunità con il gruppo dei catechisti; ecc.
Tra le attenzioni e le vie proposte per gli
ambiti adottati al convegno ecclesiale di Verona ogni comunità o gruppo ne potrà liberamente scegliere qualcuna, dunque, con la consapevolezza che ci arricchisce la complementarietà dei carismi e delle esperienze, che ci fa
crescere ed evita chiusure e contrapposizioni
sterili la leale e fraterna sollecitazione ed anOrientamenti pastorali 2008-2009
123
Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
che la correzione che può provenire da sensibilità diverse dalla nostra e, soprattutto, che
aiutiamo gli altri (i fratelli nella fede e i compagni in umanità) nella misura in cui – come
Anania e Barnaba nei confronti Paolo – restiamo noi per primi discepoli del Signore,
sempre attenti a non tradire la verità e la serietà del Vangelo ma anche a «non caricare
pesi sugli altri senza poi aiutare a portarli
neppure con un dito» (cf. Mt 23,4).
Ai vicariati è chiesto di coordinare e compensare con le possibili collaborazioni le attività parrocchiali, eventualmente con l’integrazione di qualche iniziativa specifica concordata. Sarà cura del Vescovo tenere un incontro
per ogni vicariato all’inizio dell’anno pastorale, allo scopo di accompagnare la programmazione vicariale e parrocchiale.
Anche le comunità religiose e le aggregazioni laicali e i gruppi tengano conto degli
Orientamenti pastorali compatibilmente con la
propria specifica identità carismatica e proposta formativa e organizzativa.
124
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Discepoli di Gesù sulle orme di Paolo
INDICE
PREMESSE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’idea generativa . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dall’appartenenza ad una religione
alla relazione con la persona di Gesù
Una speranza anche per chi è lontano .
Alla riscoperta del discepolato evangelico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
PRIMA PARTE
«VOGLIAMO VEDERE GESÙ» (Gv 12,21; cf. 8,12)
Esperienza del discepolato . . . . . . . .
Ascolto e discepolato . . . . . . . . . . . .
Le condizioni del discepolato: libertà e coraggio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Discepolato e Regno di Dio . . . . . . . .
Dal discepolato alla comunità della
sequela . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Discepoli in comunione e in missione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nella potenza dello Spirito del Risorto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Discepolato e contemporaneità . . . . .
Riscoprire il nostro essere discepoli
SECONDA PARTE
PAOLO, DISCEPOLO DI CRISTO SIGNORE
Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La chiamata sconvolgente di Damasco . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
L’accompagnamento discepolare . .
Un’intensa esperienza di grazia . . .
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L’assimilazione alla “passione” di
Cristo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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43
TERZA PARTE
VITA AFFETTIVA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sguardo alla situazione . . . . . . . . . . .
Punti di riferimento . . . . . . . . . . . . . . ..
Proposte operative . . . . . . . . . . . . . . . .
LAVORO E FESTA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sguardo alla situazione . . . . . . . . . . .
Punti di riferimento . . . . . . . . . . . . . . .
Proposte operative . . . . . . . . . . . . . . . .
FRAGILITÀ . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sguardo alla situazione . . . . . . . . . . .
Punti di riferimento . . . . . . . . . . . . . . .
Proposte operative . . . . . . . . . . . . . . . .
CITTADINANZA . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sguardo alla situazione . . . . . . . . . . .
Punti di riferimento . . . . . . . . . . . . . . .
Proposte operative . . . . . . . . . . . . . . . .
TRADIZIONE . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Sguardo alla situazione . . . . . . . . . . .
Punti di riferimento . . . . . . . . . . . . . . .
Proposte operative . . . . . . . . . . . . . . . .
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97
101
101
103
107
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111
111
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117
QUARTA PARTE
INDICAZIONI PER LA PROGRAMMAZIONE . . . . . .
Obiettivo generale . . . . . . . . . . . . . . . . .
Attività programmate e da programmare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Organismi, vicariati, parrocchie, comunità religiose, aggregazioni e
gruppi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
126
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