W MENSILE DELL'AICCRE ASSOCIAZIONE UNITARIA DI COMUNI PROVINCE REGIONI ANNO XXXVI - N. 718 LUGLIO-AGOSTO 1988 dal quartiere a.lla regione per una Comunità ei,iropea federale Tre europei su quattro per il referendum il Vertice di Hannover I segnali e i ciechi di Belliard Sono stati resi noti i risultati del secondo sondaggio sul futuro dell'Europa, promosso dall'Intergruppo federalista del Parlamento Europeo. Il primo fu effettuato nel dicembre 1987 (vedasi "Comuni d'Europa1'del gennaio 19881, il prossimo verrà svolto nella primavera del 1989, nell'imminenza delle elezioni europee. Questo secondo sondaggio riguardava: la creazione di un governo europeo; la Costituente europea; l'indizione di un referendum sugli "Stati Uniti d'Europa". Ed ecco i risultati. Goverh - no europeo: favorevoli 49%; contrari 24%; incerti 27%. (In tutti i Paesi i favorevoli hanno superato = aQ gli incerti, eccetto che in Inghilterra e in Danimarca). Costituzione europea: il 57% si è dichiarato 2 favorevole a dare un mandato al Parlamento Europeo eletto nel 1989 perché prepari un progetto di O costituzione europea; il 15% si è dichiarato contrario; gli incerti sono stati il 28%. (In tutti i Paesi an i favorevoli hanno superato i contrari, salvo in Danimarca). Referendum: alla domanda se affidare m ai cittadini europei di pronunciarsi sull'Unione europea attraverso un referendum, il 76% ha risposto g "si", il 9% ha risposto "no" e il 15% ha risposto "non so". (In nessun Paese i contrari hanno superaC% to i favorevoli). Raccontano le cronache del Consiglio europeo svoltosi ad Atene nel dicembre 1983 che, durante una fase del negoziato sul cosiddetto «peso del passato» carico di incognite e di posizioni divergenti, il dialogo si interruppe improvvisamente per lasciar posto a dieci minuti di assoluto silenzio. L'interminabile lunghezza di quel silenzio diffuse un sentimento di panico fra i partecipanti, consci che quell'interruzione poteva significare una svolta drammatica nelle relazioni fra i paesi della CEE. Incapaci di trovare una posizione comune per far compiere alla CEE un salto di qualità, ma terrorizzati dal rischio di doversi definitivamente separare, i capi di Stato e di governo si piegarono così alla «ragion di Stato», accettando prima il compromesso finanziario già confezionato dalle diplomazie nazionali e sottoscrivendo poi, con sollievo unanime, la proposta francese di rinviare ad una commissione di studio l'esame della controversa questione dell'unione europea. Dopo quattro anni, i Capi di Stato e di governo della C E E hanno vissuto altri momenti carichi di incognite e di posizioni divergenti, segnati in parte per la complicità della stampa dalla stessa drammatica teatralità. Al fallimento del Consiglio europeo di Copenaghen (dicembre 1987) è seguito il compromesso del Consiglio europeo di Bruxelles (febbraio 1988), che ha liberato il cammino della Comunità dagli ostacoli di un passato ancora una volta, in buona parte, finanziario che rischiavano di paralizzarne completamente il movimento. Liberata dal peso di un persistente disaccor- do in materia di risorse proprie, di spese agricole e di politiche strutturali, la Comunità avrebbe potuto finalmente affrontare, nella preparazione del Consiglio europeo di Hannover, la nuova frontiera del 1992 con decisioni coraggiose in materia politica, istituzionale e monetaria. I segnali positivi provenienti dal mondo economico indicavano con rare e marginali eccezioni che la via verso la realizzazione di uno «spazio comune senza frontiere» poteva essere percorsa fino in fondo, sapendo che essa sarebbe stata facilitata dal mondo della produzione e del lavoro, per molti aspetti già più avanti del quadro politico e giuridico. Gli stessi segnali indicavano che una maggioranza consistente del mondo della produzione e del lavoro era sempre più cosciente del nesso inscindibile fra la realizzazione dello spazio economico e la creazione di una effettiva unione monetaria, dotata di una banca centrale e di una moneta comune. Di questa consapevolezza si erano fatti portavoce prima due «ex» di rilievo, il francese Giscard d'Estaing ed il tedesco Schmidt, costituendo con grande tempismo e lungimiranza un «Comitato per l'Unione monetaria» fautore di decisioni immediate in materia di integrazione monetaria; quindi i maggiori leaders industriali europei nel quadro dell'Associazione a sostegno delllECU, con un programma di iniziative economiche di innegabile valore politico; infine il Comitato d'azione Altiero Spinelli, con la costituzione di un Gruppo di lavoro sulla Banca centrale destinato a concludere la sua azione in tempi brevi. Di questa consapevolezza si erano fatti portavoce anche i sindacati europei, che avevano utilizzato accenti nuovi nella preparazione del Congresso statutario di Stoccolma e nelle dichiarazioni finali destinate ad indirizzare la politica della Confederazione europea dei sindacati almeno fino alle elezioni europee. Su un altro versante, i segnali provenienti dal mondo politico europeo (Parlamento e Commissione) indicavano stavolta con eccezioni purtroppo meno rare e più consistenti che la nuova frontiera economica del 1992 non aveva accantonato la questione della riforma politica ed istituzionale della Comunità, ma che al contrario mercato unico e unione mo- som ma rio COMUNI D'EUROPA 3 4 4 5 7 8 9 13 14 15 16 18 20 netaria riaprivano discorsi giudicati ancora recentemente astratti o utopistici come quello sul governo europeo o sui poteri legislativi del Parlamento Europeo. Di queste esigenze si faceva portavoce la maggioranza del Parlamento Europeo che, manifestandosi neila prospettiva del Consiglio europeo di Hannover, chiedeva ai Capi di Stato e di governo di avviare iniziative politiche concrete in materia di «deficit democratico» (risoluzione Toussaint), di «conseguenze istituzionali del costo della non-Europa» (risoluzione Catherwood), di «partecipazione dei cittadini alla realizzazione dell'unione europea attraverso una consultazione popolare» (risoluzione Bru Puron). Di queste esigenze si faceva portavoce la maggioranza del Parlamento Europeo, adottando due dichiarazioni politiche «sui poteri costituenti del Parlamento Europeo e sul referendum per l'Unione politica» e «sugli Stati generali ed il presidente della Comunità», inviate dal Presidente del Parlamento Europeo, Lord Plumb, ai Capi di Stato e di governo chiedendo loro di iscrivere queste questioni all'ordine del giorno di Hannover. La nuova frontiera del 1992 è stata affrontata ad Hannover dai Capi di Stato e di governo, che hanno constatato con soddisfazione gli importanti passi in avanti fatti in materia di libera circolazione dei beni, dei capitali e dei servizi (banche ed assicurazioni) e le prospettive incoraggianti in materia di «Europa dei cittadini),, ma essi non hanno voluto cogliere l'occasione per guardare «al di là del mercato unico», rispondendo con decisioni precise ai segnali inviati loro in tema di unione monetaria e di riforma politica della Comunità. Come è noto, la questione dell'unione monetaria è stata rinviata ad una commissione «di studio», autorevolmente presieduta da Jacques Delors ma certamente condizionata dai governatori delle banche centrali, cioè da coloro che sono destinati a perdere buona parte del loro potere in un sistema europeo dotato di una banca centrale e di una moneta comuni. Nulla è detto in tema di tempi e modi per la realizzazione dell'unione monetaria e nulla lascia sperare che, alla conclusione dei lavori della «commissione Delors», le resistenze manifestatesi prima di Hannover (non solo in Gran Bre- tagna, ma anche in Germania e , perché non dirlo, anche in Italia) possano dissolversi improvvisamente per consentire al Consiglio europeo di Madrid di prendere decisioni efficaci. I1 primo segnale lanciato dai governatori va in senso inverso a quello auspicato da Delors: al posto di un unico segretario generalerelatore (Padoa Schioppa) vi sarà un comitato di redazione che lavorerà a quattro mani (Padoa Schioppa ed un rappresentante della Bundesbank). Se sul fronte dell'lJnione monetaria l'incapacità dei Capi di Stato e di governo a trovare una posizione comune ha lasciato il posto ad un ennesimo rinvio, sul fronte della riforma politica della Comunità la risposta di Iiannover è stata ancor più deludente, poiché essa si è limitata ad una rituale affermazione di buona volontà europea del governo italiano e ad un vago e insignificante cenno di educato riconoscimento al Parlamento Europeo, espressamente studiato dall'immaginazione gattopardesca delle diplomazie nazionali. Non vogliamo apparire ancora una volta come inutili Cassandre, che preannunciano tempi duri per la Comunità in un'atmosfera di euroeuforia, ma l'esperienza ci ha mostrato più VOIte i pregi e i limiti di un metodo (quello immaginato da Jean Monnet e definito «funzionalista),), oggi applicato con grande coerenza e capacità politica da Jacques Delors e da un nucleo ristretto di uomini di Stato e alti funzionari delle amministrazioni nazionali. Pochi mesi ci separano dall'inizio del 1989, anno comunitario caratterizzato certamente dalle elezioni europee ma anche dalle successive presidenze del Consiglio spagnola (gennaio-giugno) e francese (luglio-dicembre) e dall'inizio del secondo quadriennio della Commissione presieduta da Jacques Delors. Ci attendiamo che quei governi e, all'interno di essi, quei ministri che hanno manifestato il loro consenso ai segnali provenienti dal mondo della produzione e del lavoro, dal Parlamento Europeo e dalla Commissione, preannuncino un programma d'azione concreto destinato ad avviare fra coloro che vorranno la realizzazione dell'unione monetaria e della riforma politica ed istituzionale della Comunità. - A ottobre petizioni sul mandato costituente - Progetto di petizione - Progetto di Manifesto - Rilanciare i gemellaggi per le elezioni de11989, di Edmondo Paolini - Una comunità multirazziale, di A R G O - Il programma del Convegno di Maratea/Potenza - Perché l'agonia dell'Africa non diventi collasso, di Emanuele Itta - Referendum: al lavoro tutto il fronte europeo - 113 mila firme per il referendum, di F. G . - Vigoroso il processo di ripresa dell'Europa - Una sessione straordinaria del Consiglio europeo, di Pier Virgilio Dastoli - Intesa raggiunta sulla disciplina di bilancio, di Roberto Santaniello - I libri, di Andrea Chiti-Batelli la campagna politica del CCRE A ottobre petizioni sul mandato costituente Una lettera a tutti i soci per un pronunciamento simultaneo di Comuni, Regioni ed Enti intermedi COMUNI D'EUROPA I la campagna politica del CCRE chiediamo una Europa unita scelta dai popoli: petizione e manifesto per il mandato costituente proponiamo il testo che potrà essere votato dai Consigli regionali, provinciali e comunali e inviato al Governo e al Parlamento nazionali affinchè il Parlamento Europeo riceva il mandato di elaborare nella prossima legislatura il Trattato di Unione europea. Proponiamo anche il testo di un Manifesto per coinvolgere tutta la cittadinanza in questa decisiva azione politica a favore della costruzione europea, indicando gli obiettivi principali Progetto di petizione Autonomie e PwEw per una Europa democratica Noi sottoscritti, Sindaco e Membri del Consiglio comunale, Presidente di Provincia e Membri del Consiglio provinciale, Presidente della Regione, Presidente e Membri del Consiglio regionale, Presidente e Membri del Comitato di gemellaggio, considerando che di fronte alle sfide del mondo contemporaneo gli Stati nazionali non sono generalmente capaci di trovare - ciascuno preso isolatamente - le soluzioni adeguate; considerando che la Comunità europea, dopo aver contribuito alla stabilizzazione di relazioni pacifiche nuove e durature tra i Paesi e i popoli d'Europa, ha rilanciato la crescita economica, ha instaurato una cooperazione più stretta con Paesi del Terzo Mondo meno sviluppati, ma non è riuscita, trent'anni dopo la sua creazione, a realizzare gli obiettivi previsti nel Trattato di Roma. Essa non ha potuto ottenere neanche nuove competenze in ciò che concerne una politica comune di sviluppo tecnologico, la difesa d e l l ' o ~ c u ~ a z i o neela creazione di un vero spazio sociale europeo, la cultura e la sicurezza; considerando che è sempre più urgente trasformare la Comunità economica in una autentica entità politica solidale; considerando che i Capi di Stato e di governo hanno certo affermato solennemente e ricordato in numerose occasioni la loro volontà di trasformare la Comunità in Unione europea, ma che ogni volta le loro risoluzioni sono restate lettera morta o non sono state tradotte che in disposizioni parziali, quali per esempio quelle dell'Atto unico adottato il 3 dicembre 1985 a Lussemburgo; considerando che questo Atto unico, che malgrado tutto potrebbe rappresentare un passo importante r positivo in avanti, fissa in conclusione l'attuazione di un grande mercato unico europeo - che in base al Trattato di Roma sarebbe dovuto essere completato entro il 1970 - alla fine dell'anno 1992, non dà tuttavia alle istituzioni comunitarie - al Consiglio dei Ministri, alla Commissione comunitaria, al Parlamento Europeo - i mezzi necessari per arrivarci; considerando che nei campi monetario e istituzionale, in quelli della riforma della politica agricola, dell'impianto di una politica industriale comune e d'una politica della pianificazione del territorio europeo, nessuna nuova tappa è attualmente prevista per rendere la scadenza del 1992 credibile; chiediamo che, parallelamente alle disposizioni che gli Stati membri debbono prendere in relazione all'armonizzazione dei loro sistemi fiscali, delle loro legislazioni sociali, della politica di riequilibrio regionale, il Parlamento Europeo riceva il mandato, a partire dalla sua prossima legislatura che comincia nel giugno 1989, di elaborare il Trattato di Unione europea, tenuto conto del progetto che esso ha già adottato il 14 febbraio 1984, e di tutti gli elementi nuovi che si sono potuti raccogliere (o si potranno raccogliere), presso i Parlamenti e i governi nazionali, per assicurare il più largo consenso possibile. Questo mandato ufficialmente affidato al Parlamento Europeo dovrà così esser collocato da tutte le forze politiche democratiche d'Europa al centro della campagna delle elezioni europee del 1989. Noi ci impegnamo a partecipare attivamente a questa campagna per informare le popolazioni e ottenere la loro adesione. Progetto di Manifesto Andare oltre il mercato unico Noi non vogliamo soltanto un Mercato europeo unico. Noi vogliamo la piena occupazione, l'eliminazione progressiva degli squilibri esistenti tra le regioni, la protezione dell'ambiente, il miglioramento della qualità della vita e un adeguato progresso scientifico e culturale. Noi vogliamo una moneta comune che rappresenti la convergenza delle nostre economie nazionali, e vogliamo favorire l'equilibrio economico internazionale. Noi vogliamo realizzare una politica estera europea, difendere la sicurezza in comune, contribuire concretamente alla pace. Proporsi tali obiettivi significa battersi per il passaggio dalla Comunità economica europea all'unione politica. Il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa organizza una grande riflessione dei nostri popoli, ai quali propone di partecipare direttamente al processo d'unificazione attraverso l'iniziativa degli Enti locali e regionali che sono invitati ad approvare nei loro Consigli migliaia di petizioni e riempire dei «quaderni di protesta e di proposta» (cahiers de doléances) da trasmettere al Parlamento Europeo, ai Governi e ai Parlamenti nazionali. Noi siamo convinti che una grande mobilitazione dei popoli europei farà sì che le prossime elezioni europee diano un mandato morale e politico, costituente, al Parlamento Europeo. Quelli che vorranno potranno gettare immediatamente le basi dell'unione europea. I1 Consiglio dei Comuni Adottato il .... a .... (seguono le firme) e delle Regioni d'Europa I1 Sindaco o il Presidente le conclusioni del Convegno di Torino Rilanciare i gemellaggi per le elezioni de11'89 «Cahiers» comuni per il mandato costituente di Edmondo Paolini L'iniziativa promossa dalla Federazione regionale dell'AICCRE in collaborazione con il Comune e la sezione piemontese dell'ANCI. Il Sindaco Magnani Noya: «Il nostro convincimento è che le prossime elezioni diano il mandato morale e politico al Parlamento Europeo di riproporre il progetto di Unione europea ai Paesi della Comunità)). Gli interventi di Castellazzi, Gordiani, Bonino, Manzi, Serafini e Cardetti I1 7 maggio scorso si è svolto a Torino, nella sede del Palazzo civico, un convegno sul tema «Per un rilancio dei gemellaggi in vista delle elezioni europee del 1989», promosso dalla Federazione regionale piemontese dell'AICCRE, dalla Sezione regionale dell'ANCI e dal Comune di Torino. I1 convegno era rivolto ai sindaci e ai responsabili dei gemellaggi dei Comuni piemontesi, che hanno risposto con una larga partecipazione. I lavori sono stati aperti dal Sindaco di Torino, Maria Magnani Noya, nonché presidente della Federazione regionale dell'AICCRE, che ha svolto il tema «La situazione dell'integrazione europea e l'impegno politico dei comuni». Partendo dalla constatazione che l'obiettivo della realizzazione del mercato interno entro il 1992 è al centro del dibattito politico, il Sindaco Magnani Noya ha svolto alcune considerazioni puntuali: «É evidente che il completamento del mercato interno è un obiettivo significativo dal punto di vista del rafforzamento dell'economia europea e della crescita del benessere dei cittadini della Comunità. I1 recente rapporto sul costo della non-Europa ha messo in evidenza che, sulla base degli effetti derivanti dalla soppressione dei ritardi e dei costi delle formalità doganali, dall'apertura dei mercati pubblici alla concorrenza, dalla liberalizzazione e dall'integrazione dei mercati finanziari e dall'adattamento delle imprese alle nuove condizioni di accentuata concorrenzialità, a medio termine la produzione europea aumenterà del 4,5%, il livello dei prezzi si ridurrà del 6% e l'impatto sull'occupazione porterà alla creazione di 2 milioni di nuovi posti di lavoro. Le conclusioni di questo rapporto, mentre sottolineano le potenzialità espansive che possono derivare dal completamento del mercato interno, mettono al contempo in evidenza che esse Dossono essere ~ i e n a m e n t esfruttate soltanto se accompagnate da un parallelo rafforzamento delle strutture di governo della Comunità. Se non vi sarà una profonda riforma istituzionale della Comunità, con l'attribuzione al Parlamento Europeo del compito di partecipare al processo legislativo e di controllare l'esecutivo europeo, la costruzione del mercato interno si tradurrà in una selvaggia deregulation e in un enorme rafforzamento del potere delle grandi concentrazioni economicofinanziarie, e quindi in un accrescimento del deficit democratico che caratterizza la Comunità. Per questo il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa non vuole - o non vuole soltanto - un mercato unico europeo. Così come il Manifesto di Bordeaux per l'Unione europea ci ricorda, noi vogliamo realizzare uno sviluppo armonioso della società europea, basato essenzialmente sulla ricerca della piena occupazione, l'eliminazione progressiva degli squilibri esistenti fra le sue regioni, la protezione dell'ambiente e il miglioramento della qualità della vita, il progresso scientifico e culturale dei suoi popoli. Noi vogliamo assicurare il progresso economico nel quadro di un mercato interno libero ma anche nel contesto di una moneta comune che rappresenti la convergenza delle economie, e vogliamo favorire l'equilibrio economico internazionale, nella piena consapevolezza - in un mondo ove si affiancano aree di grande agiatezza a sacche di tragica miseria, di fame e di morte - dell'interdipendenza delle diverse economie intercontinentali. Noi vogliamo promuovere attivamente nelle relazioni internazionali la sicurezza, la distensione, il disarmo e la cooperazione, in una parola la pace, e la libera circolazione delle persone e delle idee. Noi vogliamo contribuire allo sviluppo equilibrato e giusto di tutti i popoli del mondo per permettere loro di uscire una volta per tutte dal sot- tosviluppo e di esercitare pienamente i propri diritti politici, economici e sociali. Proporsi questi obiettivi significa battersi per il passaggio dalla Comunità economica europea all'Unione politica. I1 nostro convincimento è che le prossime elezioni europee diano il mandato morale e politico al Parlamento Europeo di riproporre un progetto di Unione europea ai Paesi della Comunità, non perché esso sia nuovamente annullato da una conferenza diplomatica, ma perché al cospetto della pubblica opinione sia sottoposto senz'altro ai Parlamenti nazionali e agli istituti che in ciascun Paese sono preposti alla ratifica dei Trattati. Coloro che vorranno potranno gettar subito le fondamenta dell'unione europea: la porta rimarrà aperta a quei Paesi che ancora non si rendono conto che solo dall'Unione avremo la soluzione anche dei nostri problemi interni. Per questo abbiamo rilanciato i gemellaggi in vista delle elezioni europee del 1989, perché offrano l'esempio e diano inizio alla grand e campagna europea. Noi proponiamo dunque di contribuire alla costruzione dell'Europa unita, con grande impegno, giorno per giorno. Per questa ragione appoggiamo il Movimento federalista europeo che ha deciso di promuovere "una proposta di legge di iniziativa popolare per I'indizione di un referendum di indirizzo sul conferimento di un mandato costituente al Parlamento Europeo che sarà eletto nel 1989". La proposta, depositata alla Corte d i Cassazione 1'8 marzo 1988, è stata annunciata sulla G.U. del 9 marzo. Da allora è iniziata la raccolta delle adesioni, e all'obiettivo che il MFE si è proposto - raggiungere il traguardo delle 50.000 firme entro giugno in modo da poter presentare la proposta di legge in Parlamento prima del Vertice di Han- Torino 7 maggio 1988 - Alla tribuna del Convegno AICCRE sui gemellaggi, da sinistra: Diego Novelli, Maria Magnani Noya, Umberto Serafini, Sergio Pistone, Albert Gordiani e Vittorio Castellazzi COMUNI D'EUROPA nover - noi vogliamo dare la massima priorità: non è un'utopia, è un'impresa a portata di mano». Successivamente, il segretario della Federazione piemontese dell'AICCRE, Vittorio Castellazzi, ha svolto la relazione sul tema «L'organizzazione e l'animazione dei gemellaggi», compiendo un ampio esame delle profonde motivazioni politiche che sottostanno ai gemellaggi promossi e svolti nell'ambito del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa e soffermandosi poi a lungo sugli aspetti dell'organizzazione e dell'animazione di un gemellaggio. La relazione di Castellazzi Richiamando la definizione di Jean Bareth, uno dei fondatori del CCRE ed inventore della manifestazione, secondo il quale il «gemellaggio è l'incontro di due comuni che affermano la loro volontà di associarsi per agire in una prospettiva europea, per confrontare i propri problemi e per sviluppare vincoli duraturi di amicizia», Castellazzi ha continuato «dunque affermazione solenne di associarsi; volontà di agire in una prospettiva europea; confronto dei problemi; sviluppo di vincoli duraturi di amicizia. Tenendo presente questa semplice impostazione di base, scelto il partner e formalizzato il gemellaggio, bisogna dargli un minimo di struttura. La formula più comune è quella del Comitato di gemellaggio, rappresentativo delle varie parti politiche (non necessariamente tutte) e aperto, oltre che agli eletti locali, a esponenti delle varie categorie in cui si fraziona la vita della comunità locale: insegnanti, impiegati comunali, commercianti, sindacalisti, membri di associazioni professionali, culturali, sportive, nonché delle organizzazioni europeistiche. Un buon comitato deve assicurare la continuità al di là dei cambiamenti politici e sarebbe auspicabile che avesse un minimo di autonomia finanziaria. Indispensabile è il supporto di una sede fissa e di prestazioni di segreteria (ogni comune è in grado di fornire l'una e le altre, non in esclusiva). Utile, ma non indispensabile, è un regolamento scritto. Quanto ai fondi a disposizione, il Piemonte ha una legge regionale che regola la materia, ma che non è stata "rifinanziata". Per contro la CEE ha stanziato dei fondi per gli scambi e la formazione, soprattutto per i giovani (progetto Yes, Comett, ecc.), e una recente iniziativa del Parlamento Europeo (Nicole Fontaine) tende a ottenere fondi appositi per i gemellaggi. Senza trascurare queste possibilità, va però detto che un buon gemellaggio funziona anche senza dispendio o quasi di denaro pubblico: nelle reciproche visite i soggiorni possono avvenire mediante scambi a livello familiare e i viaggi possono essere pagati, nella maggior parte se non nella totalità, dai partecipanti. Passando alle attività da svolgere si possono distinguere: a) gli scambi di informazioni sul modo di amministrare gli affari comunali o regionali o, più generalmente, sui diversi modi di essere, pensare ed agire; b) gli scambi fra associazioni a scopo culturale, sportivo, sociale, economico o altro; C) gli scambi di scolari, di apprendisti, di studenti, di giovani nel loro insieme; d) l'azione più generale per migliorare la reciproca comprensione tra cittadini di paesi diversi, l'instaurazione di legami di amicizia a livello di famiglie e di individui; e) le manifestazioni di solidarietà, principalmente l'assistenza in caso di avvenimenti gravi o il contributo agli aiuti per lo sviluppo; f) ogni altra iniziativa di origine pubblica o privata che possa contribuire al ravvicinamento delle popolazioni interessate; g) "last but not least", la partecipazione attiva al processo di costruzione europea. Anche riguardo alla partecipazione attiva al processo di costruzione europea bisogna togliersi dalla routine e, se questa attività è stata un po' trascurata, è venuto il momento di valorizzarla a pieno, per le ragioni che sono state esposte e che non ripeto. I n questo campo le iniziative si moltiplicano: bisogna tenersi aggiornati e tradurre in pratica gli spunti che vengono forniti. Per questo gli iscritti alle organizzazioni europeistiche, membri del Comitato di gemellaggio o ad esso collegati, possono essere molto efficaci. Per chiudere vorrei soffermarmi sulle due iniziative europeistiche del momento, collegate fra loro: la legge di iniziativa popolare per l'indizione di un referendum di indirizzo da abbinare alle elezioni europee del 1989 e la Convenzione del popolo europeo per conferire un mandato costituente al prossimo Parlamento Europeo. Le ragioni politiche della legge di iniziativa popolare sono state ampiamente trattate da chi mi ha preceduto e, in particolare, dal Sindaco di Torino. L'idea della Convenzione del popolo europeo è descritta nel "Manifesto di Bordeaux per l'unione europea", che invito a rileggere. Si tratta in sostanza di una grande manifestazione da effettuare prima delle elezioni europee del 1989, perché queste "diano un mandato morale e politico al Parlamento Europeo di riproporre un progetto di Unione europea". Si deve mostrare quella spinta dal basso che viene richiesta dagli stessi ministri europei favorevoli a una vera Unione per superare le difficoltà di decisione al livello intergovernativo. Promotori della manifestazione - tramite il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa - e protagonisti della stessa devono esse- NUOVE ADESIONI DI ENTI TERRITORIALI LOCALI ALL'A.1.C.C.R.E. Comuni Airola (BN). . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . A6 7446 Saludecio (FO) 2403 ................... Castelnuovo di Farfa (RI) . Montepulciano (SI) . . . . . . 796 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .14156 Murlo (SI) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1873 I re i Comuni e, in genere, i Poteri locali. Lo strumento più originale proposto per animare la campagna preparatoria, articolata in particolare sui Comuni gemelli, è quello dei "quaderni di protesta e proposta". L'idea è nata agli Stati generali di Berlino, la grande assise dei Comuni e delle Regioni d'Europa riunita nel maggio 1986. In particolare, elaborare insieme un quaderno di protesta e proposta può essere un'appassionante iniziativa per dare vita e contenuto politico a un gemellaggio fra due o più comuni». Castellazzi ha poi proseguito suggerendo alcune linee pratiche per la compilazione di un <cquaderno»ed ha concluso mettendo a disposizione l'aiuto della segreteria della Federazione piemontese. Gli altri interventi Sulle due relazioni introduttive sono intervenuti, tra gli altri, i due vicepresidenti della Federazione regionale Carlo Bonino, consigliere regionale, e Luciano Manzi, Sindaco di Collegno. Bonino ha illustrato le varie iniziative che la Regione sta realizzando, tra cui l'odg approvato all'unanimità sul referendum consultivo, il nuovo impulso dato d a Consulta regionale europea, l'opuscolo e la mostra di manifesti su «I1 Piemonte e l'Unione europea», il concorso «Diventiamo cittadini europei», la distribuzione di libri sulla tematica europea nelle scuole; Manzi, soffermandosi sull'esperienza del suo Comune nella redazione del quaderno, ha detto che è meglio formare prima un gruppo di lavoro con rappresentanti delle forze politiche e sociali diverse, con il compito di discutere a fondo i temi ed arrivare ad un odg unitario del Consiglio che coinvolga tutti i gruppi; successivamente costruire insieme il quaderno di protesta e di proposta e, infine, con un largo fronte, affrontare questa grande battaglia ideale. Al convegno ha portato il saluto dell'AICCRE il presidente Umberto Serafini, che ha ripreso il tema dei cahiers, sottolineando come essi rappresentino la principale azione sovranazionale di tutto il CCRE, che dovrà trovare la sua conclusione nella grande Convenzione del popolo europeo agli inizi del prossimo anno: proprio in questo senso va ricordato il successivo incontro a Colonia del Sindaco di Torino, Magnani Noya, con il Sindaco di quella città gemella e con i Sindaci degli altri partners, Lilla, Rotterdam, Liegi, Eschsur-Alzette, oltre a quelli di Liverpool e di Salonicco, incontro durante il quale il Sindaco di Torino ha sottoposto ai colleghi un testo preparatorio di un quaderno, tale da cominciare a far prendere posizione netta ai Comuni gemelli sulle insufficienze dell'Atto unico e sulle esigenze di affidare il mandato costituente al prossimo Parlamento Europeo, che sarà eletto nel giugno del 1989. Dopo gli interventi del Delegato generale del Comitato Rh6ne-Alpes del CCRE, Albert Gordiani, del presidente del Ceiltro regionale piemontese del MFE, Sergio Pistone, del console onorario della Germania federale, Ivana Bonelli, e di diversi sindaci ed assessori, l'on. Giorgio Cardetti, presidente dell'ANCI Piemonte, ha concluso il convegno. • una politica mediterranea per l'Europa: l'impegno politico-culturale Una Comunità multirazziale (e necessariamente federale) complementare all'sativa verso il mondo povero Occorre mostrare la buona fede e la lealtà antimperialista dell'Europa unita con aiuti allo sviluppo e all'autonomia del Terzo Mondo, che dovrà trovare anch 'esso vie interne al federalism o. Particolare delicatezza del1 'impegno politicoculturale iniziando col rievocare con gli arabi lo straordinario contributo alla nascita della civiltà europea dell'lslam nel suo più fulgido periodo «liberale» Pubblichiamo uno scritto di Emanuele Itta («Perché l'agonia dellJAfricanon diventi collasSO))),che intvoduce gli aspetti economici e monetari - ma non proprio soltanto quelli, come si può constatare leggendolo - del Convegno internazionale che si terrà a fine ottobre oscillando - sono ormai di moda i convegni itineranti - fva Maratea e Potenza. Il Convegno è stato pvomosso dal Movimento federalista euvopeo (anzi, formalmente, da tutta I'Union européenne des fédévalistes), con l'adesione del CCRE (e in pavticolave delllAICCRE) e del Movimento Europeo (in particolave del Consiglio italiano); ha il patvocinio del Comune di Potenza, della Provincia di Potenza e della Regione Basilicata; aurà la collaborazione degli insegnanti dell'AEDE e di altve organizzazioni federaliste: ma a noi interessa qui coovdinarne gli intenti politici e cuìtuvali con tutte le pveoccupazioni e le iniziative in merito del CCRE. Tralasciamo l'impegno cvitico, di sempve, pev il problema h'ovd-Sud, pev il Meditewaneo e per I'Afvica di tutto il CCRE e della nostra vivista (ci limitiamo qui a vicordave ((Lasfida dellJAfrca» di John Mavcum, nel numero di dicembve 1960; la relazione di Serafini al l V Congresso ncizionale dell'AICCRE, nel numero 12 del 1961, di cui tutta la parte centrale era dedicata ai rapporti Europa-Terzo Mondo con uno specijico pavagrafo «Inghilterra Africa e India, ME C, sovranazionalità» ; il commento a «La conferenza economica del Cairo» nel numero luglio-agosto 1962): ma quasi simultaneamente al Convegno in Basilicata il CCRE parteciperà in Mavocco a " Illustriamo queste pagine di «Comuni d'Europa» con le riproduzione di alcune opere, esposte anche nell'ambito della mostra ~Picassoe il Mediterraneo» (Roma, 27 novembre 1982 - 13 febbraio 1983), il cui tema è certamente in sintonia con la ripresa culturale e politica del Mediterraneo che oggi si propongono i paesi di questa area. In particolare, per quel che riguarda il soggetto della nostra scelta, scrivono tra l'altro i critici: «Dimensione tragica della cultura mediterranea. il Minotauro appare come il tema centrale dell'universo picassiano ... configurazione spaziale del labirinto, trait-d'union fra due culture, che unisce il culto di Mithra alla corrida, il figlio di Minosse al toro spagnolo, il Minotauro, nel quale Picasso si identifica totalmente, è lo 5tesso simbolo della dualità ...D. Minotauro cieco guidato da una bambina nella notte. Novembre 1934 un incontvo Città euvopee-Città avabe (con tre relazioni, sui vappovti economici, su quelli cultuvali e sul problema dell'emigvazione); da tempo I'AICCRE ha pvoposto alla Sezione spagnola un incontvo tra la Regione dell'Andalusia (Cordova, Granata...) e la Sicilia, con eventuale partecipazione di Uniuevsità arabe, sul contributo islamico alla formazione della civiltà europea; varii gemellaggi sono in corso di vealizzazione tva Città vivievasche del Meditewaneo; infine è in pieno svolgimento il semestve con pvesidenza greca deG la Comunità euvopea, pvoprio mentve il CCRE mette a punto la campagna pev la democvazia europea e pev il mandato costituente al Pavlamento Europeo, nella linea politica del Manifesto di Bordeaux per l'Unione europea e in base alle delibere degli Stati generali di Glasgow. Sulla questione Israele-palestinesi ricordiamo infine un recente nostro «chiavoscuro» (intitolato emblematicamente «L'Europa dei mercanti, Israele e i palestinesi))),mentre sul più ampio discovso Comunità europea-Paesi ACP (successivi accordi di Lomé: se ne sono avuti, in progresso, tue, e già ci si sta preoccupando del quarto), ricordevemo perplessità non superate circa una selezione internazionale «forzata» del lavoro, che morbidamente (e forse anche con qualche ipocrisia) gli accordi perpetuano, così come la scelta di questi partnevs (ACP) rivela almeno iniziali intenti neo-coloniali (e proprio certe esclusioni «meditewanee» sono significative). Che dire, qui, nel merito? Il piano Marshall - chiamiamolo cosi - europeo verso il Terzo Mondo povero e in particolare l'Africa è complementare alla soluzione del problema enorme della costruzione di una Europa multivazziale o polietnica - che non potvà non essere una Euvopa fedevale -: è complementare pevché da un lato può dimostrave la buonafede e la lealtà antimperìalista dell'Euvopa unita, con veali aiuti allo sviluppo e all'autonomia del Terzo Mondo che dovvà trovare anch'esso vie interne alfedevalismo, supevave tvibalismi e neo-nazionalismi e convetgere poi con noi nel vilancio delle Nazioni Unite, in senso pve-federale -; e dali'altro lato questo piano dovvà rallentare la spinta all'emigrazione verso l'Europa, dando a questa modo di supevave frattanto il suo vinascente razzismo e le sue cause stvuttuvali, nel mentre dovrà teneve le povte aperte all'immigvazione plurirazziale o plurietnica, che del resto non si potrà arvestare col filo spinato intorno alla Comunità e coi cani-poliziotto (né confinavepermanentemente a lavoro nero tollerato o cinicamente ignorato ed emarginato). Particolare delicatezza acquista l'impegno politico-culturale dell'Europa che si vuole unire, contribuendo cosi unita alla pace del mondo e, per cominciare, del Mediterraneo. Quali siano state le responsabilità - meglio: le colpe via via dei Paesi europei nell'aver determinato o contribuito a determinare o far trionfare i nazionalismi arabi, il fondamentalismo e ogni integralismo islamico, il deperimento degli ideali democratici, insomma tutto quel che minaccia ora la pace da parte del mondo avabo-islamico si può verificave in breve nel vecchio libretto (del 2957, ma aggiornato nel '75 e riedito nell'87) «Gli Arabi» di Francesco Gabrieli (v. soprattutto cap. VIII, «Decadenza e vinascita», e cap. IX, «L'ultimo ventennio», Firenze, Casa editrice Le Lettere). Che discorso aprire, come europei e feCOMUNI D'EUROPA deralisti, con gli islamici? Una triplice possibilità era suggerita alla fine del suo piccolo, prezioso libro «LJIslam»(Milano 1987, Garzanti) da Alessandro Bausani, quel meraviglioso Bausani che ci ha lasciato cosipresto (e la terza possibilità era addirittura la propaganda dell'eresia BabiBaha'i, che in qualche modo egli stesso professava: un ecumenismo islamico, largamente perseguitato da «ortodossi» variamente tradizionalisti). Noi pensiamo che, modestamente, si possa cominciare col rievocare con amici musulmani indipendentemente dalla loro setta islamica e dalla loro attuale scelta di campo politico - lo straordinario contributo alla nascita di una civiltà europea dell'lslam e dei regimi islamici nel loro più fulgido periodo «liberale» in Europa (Avewoè è nato a Cordova, in Andalusia). Un libro utile sarà a questo proposito (come antipasto) «Europa barbara e infedele - I musulmani alla scoperta delllEuropa» di Bemard Lewis (Milano 1983, Mondadori): questo libro, secondo il giudizio di F. Gabrieli, «affuonta nella sua totalità il tema di ciò che l'lslam conobbe, valutò, interpretò dell'occidente cristiano, dalla sua nascita nel VII secolo fino a quel XIX che pawe segnare la sua quasi totale e definitiva sottomissione al secolare rivale, nel segno della materiale e spirituale egemonia europea)) (mentre nel secolo XX questa egemonia viene contestata e cade: ma siamo fuori del panorama del libro). Per converso si può leggere il capitolo «La Catalogna» (ove si racconta del fascino esercitato dal califfato di Cordova sui cristiani «intelligenti») del libro «L'anno mille» (Milano 1984, Mondadori) di Florence Tystram, che è la vita di uno dei più grandi papi del Medio Evo, quel Gerberto d'Aurillac che divenne Silvestro II. Si può proseguire con lo schizzo «La Sicilia arabo-nomanna», in apertura della «Storia della Sicilia medioevale e moderna)) (Bari 1983, Laterza) di Denis Mack Smith - e per saperne di più l'Autore, a fondo libro, propone un breve capoverso ad hoc nella bibliografia generale, cominciando ovviamente col vecchio Amari -. Un semplice accenno aG l'influenza islumica sulla cultura europea, ma collocato, appunto, in una sintetica analisi della nascita medioevale (sec. XIII) prima che rinascimentale (sec. XV) di un umanesimo europeo, può trovarsi in «Il Comune: origini e destino» («Nuovo dizionario dei Comuni e frazioni di Comune)), 29 edizione, Roma 1984, Dizionario Voghera dei Comuni - Prefazione) di Umberto Serafini (del resto la fondamentale importanza di Avewoè nel dibattito filosofico dell'occidente medioevale si può ricavare sempre da un saggio di Serafini, «La libertà umana secondo Aristotele e le intetpretazioni avewoistica e tornista» - in «Giornale Critico della Filosofia Italiana)),fascicolo 11, aprilegiugno 1955 -). Non vorremmo continuare con le citazioni (salvo, spingendoci lontano dal Mediterraneo ma l'islamismo è una grande religione mondiale -, ricordare il classico «L'India musulmana» di Virginia Vacca, che ci dà l'occasione di non trascurarc il grande filone di islamismo democratico impersonato dalla figura risorgimentale di Abul Kalam Azad, amico di Jawaharlal Nehru): basti qui concludere affermando la stupefacente supetj4cialità con cui politici e «disimpegnati» uomini di cultura hanno sinora afiontato questo stringente problema degli europei pacìjisti e federalisti. Insomma - e ci fermiamo qui - se COMUNI D'EUROPA il programma del Convegno di Maratea/Potenza Il Mediterraneo tra Europa e Africa: nuove istituzioni per un diverso ordine politico ed economico 28 ottobre pomeriggio ~ 11 Allocuzioni di saluto: Gaetano FIERRO - Sindaco di Potenza; Gaetano MIC H E T T I - Presidente Giunta Regionale Basilicata; Rocco COLLARINO - Vice Presidente del Consiglio Regionale Basilicata; Antonio PISANI - Presidente Amministrazione Provinciale Potenza Emilio COLOMBO - Ministro delle Finanze Presentazione e introduzione al Convegno: Giampaolo D'ANDREA - Assessore Regionale Basilicata Tema: Gli aspetti economici e monetari Presidente di seduta: Enrique BARON CRESPO - Presidente del M.E. Introduzione: Emanuele ITTA - Direttore C.E.S.I. Relazioni: - Crescita demografica, emigrazione e società - New Dea1 Europa - Africa e piano d i sviluppo integrato del Mediterraneo - I1 Mediterraneo come «area centrale» per infrastrutture, tecnologie e progetti Aree monetarie regionali: il ruolo dell'ECU nei rapporti tra Europa, Africa e Medio Oriente - Lo sviluppo dei centri bancari e finanziari del Mediterraneo Dibattito I problemi aperti: Carlo MERIANO - Segretario Generale CIME 29 ottobre mattina Tema: Gli aspetti politici e militari Presidente di seduta: Joseph HOFMANN - Presidente C.C.R.E Introduzione: Mario ZAGARI - Presidente C.I.M.E. Relazioni: - L'Unione Europea ed il suo ruolo nei confronti dell'Africa - La sicurezza e le prospettive di pace nel Mediterraneo - Società e cultura nel Mediterraneo - L'equilibrio ecologico - Integrazioni regionali nell'area mediterranea 2 9 ottobre pomeriggio Tema: Gli aspetti istituzionali Presidente di seduta: John PINDER - Presidente U.E.F. Introduzione: Alberto MAJOCCHI - Segretario Generale M.F.E. Mario ALBERTINI, Presidente onorario U.E.F., Presentazione di un manifesto Ciriaco D E MITA, Presidente del Consiglio italiano, parteciperà alla Conferenza Relazioni: - L'Unione Europea come modello per le aree emergenti I1 rilancio del dialogo euro - arabo - africano - Federalismo e riforme istituzionali - Le prospettive della federazione Euroafrica - Gli Stati Uniti d'Europa e l'Unità Africana - Le condizioni per l'allargamento della Comunità Dibattito I problemi aperti: Gianfranco MARTINI - Segretario Generale AICCRE 30 ottobre « l aConferenza della Forza Federalista del Mediterraneo» e costituzione mattina del «Comitato per lo sviluppo della Forza Federalista del Mediterraneo» vuole impegnarsi sempre più a fondo nelle questioni mediterranee e medio-orientali in rapporto alla costruzione europea e nello spirito del Manifesto di Bordeaux, il CCRE dovrà rifuggire dai luoghi comuni e dall'europeismo di maniera e studiare, studiare, studiare (non ascoltando gli 14fici studi delle multinazionali). PS. Dello scritto di Itta non condividiamo necessariamente ogni virgola. Particolarmen- te ci preoccupa l'accenno all'allargamento della Comunità eiiropea (con la Turchia!) non si capisce se come riferimento a iin desiderio altrui o a un convincimento personale. Vogliamo inoltre ricordare che questa estate si è svolta a Bologna una sessione dell'università estiva euro-araba (UEEA) - che è itinerante, un anno siede in un Paese arabo e il successivo in uno europeo, ed è stata realizzata anche a seguito di un voto de11'85 della Comunità europea -. una politica mediterranea per l'Europa: gli sviluppi istituzionali Perché l'agonia dell'Africa non diventi collasso Costruire un mercato dalle enormi potenzialità di Emanuele Itta" Senza interventi, l'esplosione demografica, lo spopolamento delle campagne, la siccità, la ricolonizzazione di fatto trasformeranno l'agonia in collasso. Gli Stati africani devono essere incoraggiati a creare istituzioni sovranazionali regionali. Occorre passare dalla fase delle diplomazie nazionali del vecchio nazionalismo a quelle di rapporti tra aree avviate ad una integrazione politica. Un programma di nove punti. Un mercato unico di 620 milioni di consumatori senza frazionamenti, segmentazioni e barriere I1 contesto internazionale è caratterizzato da crescenti difficoltà nel dialogo Nord-Sud riguardanti le questioni politiche, economiche e sociali fondamentali e che stanno determinando un aggravamento progressivo delle preesistenti crisi. L'aumento della popolazione mondiale con conseguenti squilibri demografici, disoccupazione ed emigrazione di massa, il rischio di rottura dell'equilibrio eco-biologico e la necessità di porre un argine all'inquinamento ambientale ed alla desertificazione incessante, lo sfruttamento sempre meno razionale delle risorse terrestri, marine e dello spazio, la distribuzione sempre più ineguale di risorse ed il collegamento sempre meno solidale tra Nord e Sud, il freno costituito dall'indebitamento internazionale e dal disordine finanziario e monetario alla espansione del commercio mondiale e dal protezionismo sulla ripresa dello sviluppo: sono tutti fattori che generano tensioni e conflitti con forti ripercussioni anche di natura militare. Si tratta d i questioni di rilevanza mondiale; ma il mondo è privo di istituzioni in grado di governarlo efficacemente e gli effetti più negativi delle mancate risposte politiche si avvertono maggiormente nelle aree di «frattura»: Centroamerica, Sud-Est asiatico, Golfo Persico, Mediterraneo, che rappresentano, a causa di guerre o di conflitti interni ai paesi che vi fanno parte, le grandi polveriere del mondo. I1 Mediterraneo, in particolare, incastrato tra Europa ed Africa è il crocevia delle tensioni tra Est ed Ovest e tra Nord e Sud ed assurge a centro emblematico delle tensioni mondiali. Lo sviluppo economico, la salvaguardia ecologica, la pace e la sicurezza nell'area si collo* Dipartimento Affari Esteri deli'Istituto bancario S. Paolo di Torino cano nell'ambito dei rapporti più ampi tra Europa ed Africa ed all'interno di un nuovo ordine economico e politico mondiale. Tutti i disegni ed i temi progettuali delineabili a tale riguardo sono destinati all'insuccesso se non sono collocati in un quadro istituzionale coerente e atto a realizzarli. Tutte le azioni di sviluppo e tutte le iniziative di cooperazione che assecondano, sia pure funzionalmente, l'avanzamento verso sistemi istituzionali adeguati rappresentano invece una buona «politica» per il Mediterraneo. I progressi nella distensione tra Est ed Ovest ed il risanamento dei rapporti economici tra Europa, Giappone ed USA, renderebbero meno drammatica la posizione del Terzo Mondo e meno incerte le prospettive di ripresa dello sviluppo e di diffusione della democrazia. I1 primo passo è una maggiore integrazione politico-istituzionale in Europa, una strategia di rilancio della domanda mondiale coordinata con lo sviluppo regionale delle aree deboli ed un nuovo ordine monetario internazionale. É l'avvento del «New Deal» planetario: un nuovo patto politico, sociale ed economico, basato sull'«equal partnership» e sull'austerità ecologica, che segni la «nuova alleanza» a livello mondiale ed alimenti la nuova strategia di speranza. Al riguardo una prima risposta positiva è fornita dal Sistema monetario europeo. In quanto ha dimostrato di rappresentare un metodo valido per favorire la convergenza delle politiche economiche e monetarie all'interno della Comunità, esso deve essere rafforzato e perfezionato passando senza indugio alla seconda fase caratterizzata dalla «Banca centrale europea» e dall'adozione dell'Ecu come moneta europea e come moneta di riserva internazionale. Creando con la seconda fase del Sistema monetario europeo le premesse per la realizzazione del mercato interno entro il 1992, si rafforzerebbero: la solidarietà europea, la prospettiva concreta di politiche attive e finanziariamente solide nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, il rilancio dell'economia e del commercio mondiale e la ripresa stabile dello sviluppo. I rapporti Nord-Sud L'economia del futuro riguarderà più che la produzione, la distribuzione; per preservare il mercato occorrerà trasferire potere d'acquisto alle aree deboli per accrescere la domanda di beni e servizi che il modo di produzione scientifico e tecnologico delle aree sviluppate è in grado di produrre in quantità crescenti con risorse ed in tempi proporzionalmente decrescenti: si tratterà anche di dare i surplus gratuitamente per tenere in piedi il circuito della crescita. Le alternative sono: - effettuare la redistribuzione di potere d'acquisto senza trasferire poteri politici ed economici: in tal caso il conflitto tra aree e regioni si sposta nel tempo, il tempo che occorre Minotauro con una coppa in mano e giovane donna. Parigi, 17 maggio 1933 COMUNI D'EUROPA ai soggetti «consumatori forzati» di approfittare di questi consumi per raggiungere maturità culturale e politica, per competere e quindi per reclamare le proprie responsabilità; - associare alla redistribuzione del potere d'acquisto anche i1 know-how e l'«equa1 partnership»: favorire cioè la nascita di federazioni regionali di aree in via di sviluppo, integrate commercialmente e monetariamente, che possano assumere gradualmente responsabilità sulla scena mondiale. Le misure di natura finanziaria e tecnica necessarie per realizzare un piano efficace di industrializzazione del Sud richiedono progetti di cooperazione intercontinentali che coinvolgano più direttamente gli Stati Uniti nel Centro e Sud America, l'Europa in Africa e nel Medio Oriente ed il Giappone nell'area del Pacifico: un trasferimento concentrato di risorse, come già proposto dal Rapporto Brandt del 1980. Misure preliminari sono: - la cancellazione del debito estero per i paesi più poveri, che spendono più del 30% dei loro ricavi d'esportazione per il servizio del debito, la moratoria per i meno sviluppati e il tetto della percentuale dei proventi dell'export destinabili al servizio del debito; - la stabilizzazione effettiva dei ricavi della vendita delle materie prime e dei mercati di sbocco per i prodotti manufatti attraverso meccanismi regolatori dei prezzi e delle quantità per lunghi periodi; - accordi più avanzati rispetto a quelli di Lomé, comprendenti piani di sviluppo di lungo periodo (25-30 anni). - ~ Africa ed Europa La quota del Terzo Mondo nel commercio mondiale di manufatti era, nel 1975, di circa il 7%; nel 1785 era del 12,5%; ma nessun paese africano è tra quelli che hanno aumentato la loro quota. Nel 1987 dei 37 paesi più poveri del mondo, 27 appartengono all'Africa. Fra i paesi emergenti non c'è nessun paese africano, eppure l'Africa, salvo alcune limitate zone di miseria assoluta, possiede i prerequisiti che hanno permesso il decollo economico dei paesi del Sud-Est asiatico e dell'America del Sud: le ricchezze inestimabili del SUO ~ 0 t t 0 ~ ~ 0 1 0 . Quest'area si presenta invece come la più debole tra quelle del Sud: l'interscambio commerciale è in diminuzione con i paesi industrializzati, lo sviluppo tende ad arrestarsi, i focolai di tensione si moltiplicano, le fragili democrazie rischiano di scomparire, la situazione sanitaria è allarmante, il ritmo di deterioramento ambientale costituisce una minaccia sempre più grave per lo sviluppo economico. Senza interventi, l'esplosione demografica, la carestia e la siccità, i disastri naturali e lo spopolamento delle campagne, la ricolonizzazione di fatto e le dittature, le fughe dei cervelli, tecnici ed intellettuali, trasformeranno presto l'agonia dell'Africa in collasso. Il debito estero è meno importante di quello del Brasile o del Messico, ma niolto più diificile da sopportare per il debitore (e più facile da «stralciare» per i creditori): 5% dei debiti mondiali pari a circa 718 miliardi di dolCOMUNI D'EUROPA lari USA alla fine del 1787 e destinato a superare i 550 nei prossimi dieci anni, al ritmo attuale di crescita; un vero e proprio «cancro» dell'economia africana, che sottrae risorse agli investimenti ed alla crescita. La crisi che l'Africa conosce è di eccezionale gravità e mette in evidenza che la frammentazione, risalente alla Conferenza di Berlino, di questo continente in molteplici sovranità statali concorrenti - eredità che l'élite africana ha mantenuto, con la «carta» di Addis Abeba del 1963 e con la fondazione dell'O.U.A., concepita, anziché quale istituzione panafricana, come una classica forma di cooperazione interstatale - è ancora uno dei principali ostacoli alla sua effettiva indipendenza ed al suo sviluppo economico, così come la politica post-coloniale degli ex-imperi e quella nazionalistica di alcuni paesi africani sono le cause prime dei focolai di tensione, che aprono il varco a pericolosi confronti militari, a livello locale, regionale e mondiale. Se da un lato è necessario che l'Europa si impegni in un progetto a lunga scandenza, con investimenti pubblici importanti per stimolare anche la mobilitazione di capitali privati internazionali, al fine di finanziare l'industrializzazione del continente, occorre dall'altro che le risorse economiche, scientifiche, manageriali ed imprenditoriali in tal modo impegnate siano adeguatamente garantite dalla stabilità nelle relazioni economiche; stabilità che non può che risultare dal diffondersi in Africa del consolidamento delle brevi e precarie esperienze di unioni doganali e monetarie esistenti e da iniziative inserite in un piano di sviluppo organico: il «New Deal» per l'Africa. Gli Stati africani devono essere incoraggiati a riorganizzare uno dopo l'altro gli aspetti fondamentali della vita sociale ed economica, a creare istituzioni sovranazionali regionali, dotate di effettivi poteri, capaci di governare realmente i processi nuovi, che hanno dimensione continentale, ed a rafforzare quelle po- Minotauro morente. Parigi, 30 maggio 1933 che valide esistenti per formulare di comune accordo le nuove idee ed i nuovi strumenti della pianificazione agricola e industriale, territoriale ed urbanistica. L'iniziativa della Comunità europea in Africa non può quindi limitarsi a quanto proposto dai Parlamenti nazionali e dallo stesso Parlamento Europeo, che individuano delle possibilità di miglioramento delle relazipni di cooperazione esistenti, ma non danno adeguato rilievo alla necessità di una visione strategica efficacemente innovatrice. I n questa direzione va invece, fondandosi sul passaggio alla fase istituzionale del Sistema monetario europeo, l'adozione dell'Ecu nei rapporti trilaterali tra Europa-Africa-Medio Oriente (paesi sviluppati, paesi in via di sviluppo, paesi produttori di petrolio), che consentirebbe di dimostrare come, a livello di grandi aree, è possibile ridare efficacia politica alla cooperazione economica e monetaria per lo sviluppo, la pace e la sicurezza. L'ordine monetario favorirebbe l'interdipendenza ed il rilancio degli scambi e della crescita, questi ultimi una più razionale divisione internazionale del lavoro e quindi maggiore interdipendenza; questo circolo virtuoso sarebbe, di necessità, accompagnato da nuove e più ampie forme di solidarietà e quindi di cooperazione politica ed infine potrebbe sfociare in avanzamenti istituzionali in grado di garantire stabilmente la pace e la prosperità: l'unità europea, unità senza guerre, come modello per l'unità africana. I,a migrazione dei centri propulsori dell'economia mondiale dall'area atlantica al Pacifico marginalizzerà ancor di più l'Europa e l'Africa: come ha mostrato Fernand Braudel la risposta efficace sta nell'impedire che il Mediterraneo diventi la periferia del mondo. Il Mediterraneo: sviluppo e sicurezza 11 ricentraggio dell'area è quindi la condizione fondamentale per evitare l'emarginazio- ne dell'Europa e la catastrofe dell'Africa. Un piano di sviluppo per il Mediterraneo che abbia come sbocco la creazione di una unione doganale CEE-paesi del Mediterraneo e l'avvio di un nuovo dialogo Euro-Arabo a cominciare dalla Conferenza sulla pace in Medio Oriente, quale primo passo della nuova politica Nord-Sud, è il corollario più immediato di questo disegno ed interessa direttamente 1'1talia. Gli sviluppi istituzionali necessari per realizzare questo progetto nel Mediterraneo sono i medesimi che abbiamo visto necessari per ristabilire l'ordine economico mondiale. A seguito dell'ingresso nella Comunità dei paesi iberici, l'asse degli interessi comunitari si è spostato ancora più a Sud e, per la prima volta nella storia della CEE, il gruppo dei paesi mediterranei (Fratlcia, Grecia, Italia, Portogallo, Spagna) dispone di fatto di una «minoranza di blocco» che obbliga a tenere sempre più in conto l'asse mediterraneo. Crescente interesse per la Comunità manifestano, nella prospettiva di divernirne futuri membri, la Turchia, il Marocco e Malta. Acquistano pertanto maggiore rilevanza sia le relazioni tra Europa e paesi del Mediterraneo meridionale ed orientale, sia le relazioni tra Europa e continente africano. Per quanto riguarda, in particolare, le conseguenze dell'ampliamento sulle economie dei paesi rivieraschi, queste possono essere esaminate sotto due aspetti: la necessità di rivedere la politica mediterranea della Comunità in conseguenza dell'ampliamento; la necessità di avviare nuove e più avanzate politiche di sviluppo che tengano conto del dialogo Euro-Arabo. I1 primo è un problema di transizione, che deve mirare a rafforzare i rapporti esistenti di apertura e di cooperazione con i paesi del Mediterraneo candidati o non ancora candidati alla CEE, in quanto l'allargamento rappresenta una erosione dello status preferenziale di cui in taluni casi alcuni di questi paesi godono in confronto a Spagna e Portogallo. Per comprendere l'importanza del secondo aspetto bastano pochi dati sulll«intera area»: I . essa rappresenta il secondo mercato, dopo gli Stati Uniti, per la Comunità: vi sono dirette circa il 10% delle esportazioni totali della C E E , pari al 45% del totale delle importazioni dell'area; verso la Comunità, che è il principale partner commerciale, a sila volta l'area esporta il 40% delle sue esportazioni totali, che rappresentano il 10% delle importazioni totali della CEE; 2. è un mercato di sbocco costituito per 1'80% da prodotti industriali e dal 10% di esportazioni agricole; le voci più importanti delle importazioni C E E sono: materie prime non alimentari (60%) e beni manufatti (20%); 3. il saldo dell'interscambio con la Comunità è costantemente negativo e quindi l'area ha necessità di finanziare il deficit della bilancia commerciale, senza porer ricorrere né ad aumenti dei prezzi né ad aumenti delle quantità dei beni esportati, almeno nei prossimi anni; 4. il finanziamento del deficit, la possibilità di ulteriore sviluppo economico e di investimenti, la necessità di garanrire alimentazione I "W%\ 9 $ Minotauro vinto. Parigi, 29 maggio 1933 quasi tutti i paesi sono importatori di derrate alimentari - e lavoro in presenza di crescita demografica necessitano di capitali ingenti il cui flusso va assicurato per lungo periodo ed il cui rimborso va previsto in un periodo ancora più lungo; 5. tutte le proposte avanzate finora, restando all'interno di una logica di breve periodo e realizzate di fatto dalle diplomazie nazionali approccio globale C E E verso i paesi del Mediterraneo del 1972; proposte per una Comunità allargata del 1984 - hanno avuto effetti negativi, con conseguente diminuzione dell'integrazione commerciale nell'area: l'interscambio tra i paesi rivieraschi si è ridotto di circa il 20% tra il 1972 ed il 1985 e continua a rallentare; 6. il bacino rappresenta quindi un'area di potenziale crisi acuta; però va sottolineato che in fondo le credenziali per l'Europa nei rapporti Nord-Sud sono rappresentate dalla qualità delle risposte che essa è in grado di dare a questi problemi del Mediterraneo. Lo scioglimento del nodo non è più differibile: nel 1950 su 150 milioni di individui che vivevano sul mare Mediterraneo il 75% era sulla sponda nord, e il rimanente 25% sulla sponda di sud-est; secondo le previsioni delI'ONU nel 2025 su 620 milioni di individui (quattro volte la popolazione del 1950) il 35% sarà a nord ed il 65% a sud-est; si tratta di una vera e propria «bomba demografica» dagli esiti economici, ambientali, politici, militari, non ancora ben chiari. Nel lungo periodo, al peso demografico è inevitabilmente legato anche il peso economico e già ora, sotto il problema della sicurezza, si pone quello del rapporto di forza. I1 cordone sanitario della xenofobia sarebbe la risposta peggiore e l'Europa, in questa morsa tra demografia e scenari socioeconomici, è di fronte alla sfida maggiore: nel 1950, l'Europa occidentale, I'URSS e 1'Euro- - pa dell'Est rappresentavano circa il 23% della popolazione mondiale - 2,5 miliardi di uomini -, nel 2025 le tre aree a nord rappresenteranno circa 1'11% e l'Africa il 20%, su circa 8,2 miliardi di uomini. Quanto alla sicurezza, pur prescindendo da instabilità interne, vanno tenuti presenti non solo i focolai locali ma soprattutto il ruolo dell'area, come «fianco sud-orientale della Nato». Sotto il primo aspetto si pensi ai conflitti attuali e potenziali: arabo-israeliano, grecoturco, libico-egiziano, marocco-algerino, albanese-jugoslavo, alla crisi libanese ed a quella islamica. Ma il Mediterraneo è anzitutto un mare politico. Nel complesso, d ' a n t i c a egemonia inglese nell'area si è sostituita quella americana. Ma questa, da alcuni anni, è sottoposta a crescenti sfide: fondamentalismo islamico, presenza sovietica, radicalismo israeliano. L'area ha quindi un potenziale ingentissimo di condizionamento strategico, di minaccia e di destabilizzazione sugli assetti e sulle politiche estere della Comunità che vive sulla sponda Nord. I paesi Nato, i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo, mai come prima possono essere colpiti strategicamente dal lato sud: da retrovie passano a fronte avanzato e prima linea, man mano che il dialogo USA-URSS consente di ridurre la minaccia nucleare sull'Europa continentale. Da questo punto di vista l'ingresso della Turchia nella Comunità va visto non solo sotto l'aspetto economico, ma soprattutto sotto quello strategico: oltre a porre fine alla disputa greco-turca, residuo del secolare problema dei balcani, consente alla Comunità di contenere la spinta proveniente da Nord-Est attraverso la naturale linea di penetrazione che è il Dardanelli. I ministri degli esteri di Algeria, Egitto, LiCOMUNI D'EUROPA bia, Marocco, Tunisia, Siria, Libano, Jugoslavia, Cipro, Malta e 1'01p hanno già deplorato che il Mediterraneo sia escluso dal contesto della CSCE (Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa). Se non si vuole trasformare il «mare nostrum» in un «mare mortuum» l'Africa non può ignorare che una somma superiore a tutte le risorse impiegate nei piani di sviluppo attuali viene oggi spesa dai suoi governi per l'acquisto di armi, ma l'Europa non deve tradire il suo bisogno di pace con la vendita di armi piuttosto che di beni alimentari ed industriali e tecnologia per lo sviluppo e l'ecologia. Cooperazione più avanzata Dal punto di vista economico, le possibilità di sviluppo dei paesi del Mediterraneo meridionale e orientale dipendono in ampia misu- prezzi delle materie prime, dei prodotti agricoli, del petrolio, dei prodotti industriali e di tutti gli aiuti allo sviluppo tra C E E e paesi del Mediterraneo con l'obiettivo di favorire modelli di cooperazione orizzontale fondati su processi di integrazione regionale. 2) Creazione del «Foro del Mediterraneo», quale sede di incontro e dialogo che permetta di instaurare i necessari contatti tra le parti (si pensi al Consiglio d'Europa, all'OCSE) per l'analisi e le soluzioni dei problemi legati alla pace, alla difesa sul «fianco sud», alla denuclearizzazione dell'area, all'applicazione del nuovo regime dei mari, al debito internazionale, alla pianificazione economica. 3 ) Istituzione di un «Consiglio delle grandi Città mediterranee» per le iniziative di tutela ecologica del mare e delle coste del Mediterraneo e per rafforzare i legami culturali tra i popoli passare i contratti di sviluppo di quest'ultima, al fine della necessaria integrazione tra iniziative mondiali e iniziative europee. 6) Fondazione di banche centrali di area sul modello della Banca centrale della «West African Monetary Union»; l'abbandono del riferimento al dollaro, al franco francese e ad altre monete o l'abbandono del regime di fluttuazione da parte di questi paesi può essere favorito dalla creazione di unioni monetarie regionali che ancorino il tasso di cambio della moneta principale dell'area all'Ecu e creino le premesse per unioni dei pagamenti regionali sul modello dell'UEP, in grado di sostituire alle discussioni bilaterali le negoziazioni tra banche centrali di area ed istituzioni finanziarie e per lo sviluppo regionale. 7) Costituzione della «Banca del Mediterraneo»: istituzione finanziaria finalizzata alla raccolta di capitali sui mercati europei ed internazionali necessari per il finanziamento delle grandi opere infrastrutturali, delle iniziative d i tutela ecologica e della riconversione collegata alla nuova divisione del lavoro nel settore agricolo ed industriale tra Europa e Mediterraneo. 8) Rivitalizzazione dei centri finanziari del Mediterraneo e loro specializzazione. 9) Istituzione di un «ECU-InternationalBanking Center» nel Mediterraneo per lo sviluppo del mercato offshore dell'Ecu, sul tipo del1'International Banking Facilities di New York per il dollaro; la creazione di un tale centro sarebbe funzionale allo sviluppo internazionale dell'attività commerciale e industriale dell'intera area Europa, Africa e Medio Oriente ed ai rapporti tra area ECU,eurodollaro e mercati finanziari afro-asiatici. Euroafrica e problema europeo Minotauro, bevitore e donne. Boisgeloup, 18 giugno 1933 ra dalla partecipazione al vasto e moderno mercato europeo, perché i loro sistemi economici hanno dimensioni estremamente limitate e mancano delle infrastrutture e delle industrie necessarie per sorreggere uno sviluppo economico autonomo. Dal punto di vista politico è importante per essi poter contare su una maggiore solidarietà europea e stabilizzare la propria situazione agganciandosi stabilmente all'Europa, che può costituire il modello per rendere solide e durature le basi economiche e sociali ancora fragili su cui questi paesi tentano di costruire il loro futuro. Sul fronte mediterraneo l'Europa deve di fatto passare dalla fase delle diplomazie nazionali, retaggio del vecchio nazionalismocolonialismo, alla fase di rapporti tra aree avviate ad una integrazione politica attraverso: 1) Estensione della denominazione in ECUai COMUNI D'EUROPA rivieraschi e ridurre i pregiudizi ideologici e razziali. 4) Avvio di grandi progetti infrastrutturali nel settore agricolo, delle comunicazioni (african highway master plan, anello autostradale e ferroviario mediterraneo, ponte sullo stretto di Messina, collegamento veloce Sicilia-Tunisia), delle telecomunicazioni (piano TLC intercontinentale, rete sottomarina dei cavi ottici, radio-telediffusioni) e nel settore spaziale; la politica comunitaria riguardante questa attività è oggi carente: il coordinamento rappresenta il principale strumento di cooperazione, ma il rilancio può partire dall'adesione della C E E all'Agenzia spaziale europea. 5 ) Creazione di uno «Sportello» presso le istituzioni monetarie centrali europee per il Mediterraneo quale braccio finanziario per i piani di sviluppo, sul modello della Banca mondiale, attraverso il quale dovrebbero inoltre Se la sfida è raccolta attraverso istituzioni e strumenti di cui l'Europa è il modello, il Mediterraneo potrà trasformarsi nel Pacifico del duemila ed il Mezzogiorno potrà tornare ad occupare il ruolo centrale che ha avuto nel passato di cerniera tra due civiltà complementari e legate da un unico destino. Luigi Sturzo, ne «I1 Piano Marshall e la solidarietà nazionale» si diceva convinto che «i1 problema meridionale è realmente il problema nazionale» e che il dualismo si risolve con una riforma dello stato, con la costruzione di un sistema di federalismo regionale che trovi i suoi fondamentali pilastri nell'autonomia finanziaria ed amministrativa. Mutate le dimensioni geografico-economiche e quindi storico-politiche del problema, sostituendo al Meridione il Mediterraneo ed allo stato nazionale l'Europa, l'insegnamento politico ed economico di Luigi Sturzo è ancora valido: «I1 problema mediterraneo è realmente il problema europeo». Ma vi è di più. Nel pensiero sturziano è presente «Euroafrica», costruzione confederale preludio di una nuova impostazione dei rapporti tra Europa ed Africa e di una concreta soluzione ai problemi del Mediterraneo, mare considerato decisivo nelle vicende umane. Oggi questo disegno va completato in senso federale: ma non si può dire che la strada da fare sia più corta dopo 40 anni. W FORZA FEDERALISTA E FRONTE DEMOCRATICO EUROPEO per ottenere il mandato costituente al P.E. Referendum: al lavoro tutto il Fronte europeo L'impegno delle Regioni e delle Autonomie locali In moltissimi Comuni i sindaci hanno indicato, con le loro firme, una scelta per tutti i cittadini. Le iniziative legislative di Liguria, Piemonte, Trentino-Alto Adige e l'appello del Presidente dell 'Umbria. La diffusa partecipazione degli amministratori alla realizzazione dellYUnionepolitica. Il ruolo delle Federazioni regionali dell 'AICCRE Ormai si è giunti ad una intesa quasi automatica. Quando i temi legati all'attuazione degli strumenti di realizzazione dell'unità dell'Europa vengono portati all'attenzione e al giudizio dell'opinione pubblica - come nel caso del progetto di legge di iniziativa popolare per l'indizione di un referendum sull'attribuzione al Parlamento Europeo che sarà eletto nel 1989 del «mandato costituente)) - è tutto un fronte che si mette al lavoro. I1 Fronte democratico europeo nelle sue diverse componenti: dal Movimento federalista alle Regioni, ai Comuni, alle Province. Così è avvenuto per il referendum promosso dal MFE. Gli Enti locali e le Regioni che si sono attivamente impegnati per la raccolta delle firme costituiscono un elenco assai fitto che riguarda, praticamente, ogni parte d'Italia. Ovunque i sindaci sono stati tra i cittadini più solleciti a firmare: con ciò rendendo non solo testimonianza delle loro scelte personali a favore dell'unione europea (scelte a formare le quali non è certamente estranea l'azione politica delllAICCRE),ma anche - e soprattutto - per dare una indicazione, un invito ai loro concittadini di comportamento attivo verso l'Europa. Dicevamo di un elenco assai fitto: ricordiamo tra le altre, per l'impegno davvero eccezionale (oltre che tempestivo), le Federazioni regionali dell'AICCRE della Toscana, dell'Emilia-Romagna, del Piemonte e della Sicilia; tutte le Province laziali e la Provincia di Milano, i Comuni di Torino, Rovigo, Padova, Trento e Pavia. Un elenco certamente incompleto, ma già di per sé assai significativo. L'invito dell'AICCRE - pubblicato su «EuropaRegioni» e su «Comuni d'Europa» nel mese di aprile - è stato così pienamente accolto. I1 sostegno all'iniziativa del Movimento federalista europeo ha risposto pienamente alle aspettative della nostra Associazione. Una risposta positiva - è bene sottolinearlo -che deriva non tanto da una indicazione operativa esplicita (anche se essa ha avuto una indubbia efficacia) quanto dalla sensibilità che le Re- gioni e gli Enti locali hanno ormai acquisito spontaneamente nel valutare le questioni che riguardano il processo di integrazione politica dell'Europa. Una lunga azione politica sui temi del federalismo e dell'unificazione europea, condotta dall'AICCRE da molti decenni, ha dato risultati ormai certi. L'Europa politica non è un tema estraneo alla vita degli amministratori regionali e locali. La loro risposta attiva alla campagna per il referendum ne è l'ulteriore riprova. Un discorso a parte merita - in questa panoramica - l'iniziativa assunta dai Consigli regionali di Liguria, Piemonte, Trentino-Alto Adige. E , con diverso contenuto, dalla Regione Umbria. Come è noto le Regioni - ai sensi dell'art. 121 della Costituzione - hanno la facoltà di presentare al Parlamento della Repubblica proposte di legge. I tre Consigli delle Regioni sopra indicate si sono valsi di questa facoltà per adottare proposte di legge il cui testo riproduce fedelmente il testo del disegno di legge d i iniziativa popolare del quale il Movimento federalista europeo si è fatto promotore. Non sfugge a nessuno il significato di questo evento. Innanzi tutto il significato politico. Le Regioni italiane (almeno alcune) hanno voluto dimostrare quanto esse avvertano «come interesse proprio)) che la realizzazione dell'unità europea proceda in modo rapido e scegliendo strumenti corretti, affinché essa si attui nel pieno rispetto dei principi della demo- crazia. Affidare infatti «un mandato costituente» al Parlamento Europeo significa - tra le altre cose - affermare l'esigenza che 1'Europa nasca in pieno collegamento con le istanze popolari, fuori dai giochi ristretti delle burocrazie nazionali, degli interessi costituiti, dell'egoismo delle parti più forti, secondo schemi e finalità scelte dalla maggioranza del popolo europeo. Significa altresì non vanificare - o quasi - quel grande fatto democratico che è l'elezione di una assemblea sovranazionale; ma, al contrario, ricavare da questa circostanza eccezionale le grandi potenzialità che sono in essa implicite. Che tutto questo sia stato dichiarato in modo così netto dall'iniziativa legislativa di Liguria, Piemonte e Trentino significa che il collegamento che unisce le autonomie locali e regionali con il Parlamento Europeo - tema sul quale torna così sovente 1'AICCRE che lo ha individuato e sul quale fonda gran parte delle sue iniziative politiche - non è una posizione «astratta», ma al contrario una realtà della quale si verifica ogni giorno la validità e l'efficacia. C'è poi un secondo aspetto dell'iniziativa delle Regioni che merita di essere sottolineato. I1 Parlamento italiano dispone oggi di un certo numero di proposte di legge di iniziativa non parlamentare su testi identici: e anche questo fatto non può non rappresentare un motivo sul quale riflettere al momento in cui deputati e senatori dovranno decidere circa il se- Il Vicepresidente della Commissione CE, Lorenzo Natali, a L'Aquila mentre appone la firma di adesione al referendum sull'unione europea COMUNI D'EUROPA guito da dare alle iniziative stesse. Il presidente della Regione Umbria, dal canto suo, ha inviato una lettera a tutti gli Enti locali della Regione invitandoli a sostenere la raccolta delle firme per il referendum, con una motivazione politica nella quale, tra l'altro, si legge: «In questa fase - scrive il presidente Francesco Mandarini - diviene essenziale l'impegno che le autonomie territoriali possono e devono svolgere per essere non solo beneficiarie della costruzione dell'Europa unita ma, soprattutto, animatrici del processo di integrazione dal punto di vista politico e istituzionale. Le Regioni, i Comuni e le Province sono infatti le componenti indispensabili di un effettivo ordinamento democratico a livello nazionale ed europeo. I1 rilancio democratico delle autonomie, la credibilità stessa del sistema democratico pongono le proprie basi nel potenziamento delle istituzioni europee. L'attribuzione dei poteri legislativi, e quindi di indirizzo e di governo, al Parlamento Europeo può attuarsi unicamente attribuendo allo stesso un mandato costituente in occasione delle elezioni europee del prossimo anno». In conclusione: la raccolta di firme sul referenduni da abbinare alla elezione del Parlamento Europeo del 1989 è stato un indubbio successo. Del Movimento federalista europeo che ha assunto l'iniziativa e l'ha sostenuta con grande impegno e generosità, rna anche della forza federalista nel suo complesso e del movimento delle autonomie in modo specifico. Ovviamente la battaglia è ben lontana dall'essere conclusa. Siamo appena agli inizi. Oggi l'obiettivo è quello di ottenere che il mandato costituente venga effettivamente affidato e che quindi - strumentalmente a questo fine il referendum abbia luogo nei tempi e nei modi previsti. L'augurio è che quanti hanno operato perché l'iniziativa di legge parlamentare avesse successo sappiano accompagnare anche le fasi successive delle procedure e impedire che il Parlamento italiano assorba - annullandola - una così evidente espressione di volontà degli italiani. Frattanto il CCRE conduce la sua specifica campagna: petizioni simultanee, quaderni di protesta, appelli ai cittadini, W Convenzione del popolo europeo. i mesi della verità 113 d a firme per il referendum Chiesto dalla Presidenza dell'lntergruppo federalista un impegno ai deputati e ai senatori. Due obiettivi: 51 % di adesioni e tempi accelerati per la legge «Il sottoscritto dichiara il proprio impegno per- ché si possa pervenire entro il mese di novembre 1988 all'approvazione della legge istitutiva di un ~efeyendumpopolare di indirizzo sull'attribuzione del mandato costituente al Parlamento Europeo, da tenersi in concomitanza con le prossime elezioni del giugno 1 9 8 9 ~ . Suona troppo drammatico sostenere che la sorte del referendum suli'unione europea, portato in Parlamento il 20 giugno scorso dall'iniziativa di federalisti e radicali, è affidata a queste cinque righe? Forse sì, ma non troppo. La formula di adesione attiva al progetto di referendum (le prime risposte positive sono già arrivate) è stata spedita infatti dalla presidenza dell'Intergruppo federalista nel Parlamento italiano a tutti i coileghi del Senato e delia Camera. Come premessa i membri dell'Intergruppo vi hanno apposto alcune espressioni incitatorie mirate a far breccia anche fra i peones meno disposti a sacrificare qualche minuto di attività clientelare: «L'Europa politica rischia di rimanere al palo, accompagnando così la progressiva emarginazione dei paesi comunitari negli attuali grandi processi d i mutamento internazionale. Ti chiediamo un nuovo e preciso contributo per l'accelerazione dell'iniziativa e della responsabilizzazione dell'Italia verso l'Unione politica e il superamento del deficit democratico della Comunità. La tua firma del1"'impegno politico" che ti trasmettiamo è indispensabile per muovere i nostri partiti e il governo ad attuare quella iniziativa a carattere straordinario che dovrà essere il referendum popolare di indirizzo sull'attribuzione del mandato costituente al Parlamento Europeo.. . Non ti chiediamo un gesto utopico e simbolico ma di urgente realismo politicon. La stessa richiesta, i sette della presidenza La cerimonia per il deposito, presso la Presidenza della Camera dei deputati il 20 giugno, delle firme a favore di un referendum sull'unione europea COMUNI D'EUROPA dell'Intergruppo (Diego Novelli è presidente per il primo turno, Francesco Rutelli il segretario, gli altri sono Gaetano Arfé, Cesare Dujany, Guido Gerosa, Luigi Granelli, Gerolamo Pellicanò) la rivolgeranno ai capigruppo di tutte le forze politiche, prima della parentesi estiva, sollecitando una rapida risposta affermativa: una ragionevole agenda dei lavori esige infatti che i termini di approvazione della legge destinata a convocare il referendum vengano programmati per novembre di quest'anno (il Parlamento, è noto, non ha una tradizione di tempestività). Due obiettivi sono dunque nelle aspirazioni dei parlamentari federalisti e dei «cani da guardia» del MFE nell'Intergruppo, che li tallonano con discrezione: raggiungere entro l'estate l'adesione del 5 i per cento, almeno, dei parlamentari e strappare dei tempi accelerati di approvazione della legge. Questa soluzione non solo richiederebbe tempi di approvazione più lunghi, ma potrebbe rivelarsi controproducente proprio per chi teme che l'instaurazione di referendum propositivi, sia pure consultivi, si trasformi in una pratica bonapartistica, mirata a cambiare l'assetto istituzionale interno italiano. Viceversa, una legge ordinaria, varata una tantum, e per di più allo scopo di rispondere a una specifica indicazione di un'istituzione «superiore», qual è il Parlamento Europeo, non costituirebbe un precedente. Su questo punto i parlamentari federalisti hanno molto insistito, non ultimo per tranquillizzare la stessa Democrazia cristiana, partito che ha evitato fino ad oggi di prendere una chiara posizione a proposito del referendum (è noto che alcuni autorevoli esponenti della Dc, a quanto pare lo stesso Elia, nutrono parecchie perplessità). Rappresenta comunque un dato positivo che all'Intergruppo abbia aderito, in posizione di responsabilità, il senatore Granelli, il quale è sicuramente la personalità più indicata per svolgere un mandato esplorativo e una azione di convincimento all'interno del partito di maggioranza relativa. I precedenti tentativi dei federalisti presso i rappresentanti parlamentari della Dc sono incappati in ovattati banchi di nebbia. I n buona parte da scoprire resta anche la posizione dei socialisti, notoriamente favorevoli ai referendum istituzionali ma allo stesso tempo impegnati da una autonoma strategia, poco incline, almeno per ora, a recepire iniziative promosse dall'esterno (resta comunque il fatto che il vicesegretario Martelli la firma sulla proposta di legge di iniziativa popolare l'ha messa). Sono iniziati dunque per la proposta politica dei federalisti i mesi della verità. F.G. il comitato centrale del MFE Vigoroso il processo di ripresa dell'Europa ma il risultato finale rimane ancora incerto Il Comitato centrale del Movimento federalista europeo si è riunito a Roma il 18 e 19 giugno. La prima giornata è stata dedicata quasi esclusivamente ad un esame politico dello stato del processo di integrazione europea, sulla base di un'ampia relazione del segretario generale Alberto Majocchi, mentre nella seconda giornata il dibattito è stato introdotto da un'approfondita analisi del presidente del MFE, Mario Albertini, che si è soffermato sulla strategia del Movimento nell'attuale fase storica e nel quadro dei rapporti con le forze politiche, culturali e le altre organizzazioni federaliste. Al termine del dibattito, nel quale sono intervenuti, tra gli altri, Umberto Serafini presidente dell'AICCRE e Gabriele Panizzi vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio e membro della Giunta dell'AICCKE, è stato approvato all'unanimità il documento che pubblichiamo qui di seguito. Il Comitato centrale constata che è in corso un vigoroso processo di ripresa dell'Europa. Ciò che è ancora incerto è il suo esito. L'alternativa è fra il mercato europeo senza frontiere nazionali, ma anche senza controllo democratico e senza finalità sociali, e una vera Comunità democratica nella quale l'unità del mercato sia un aspetto dell'unità politica e sociale. I n effetti è comune in Europa l'osservazione secondo la quale la Comunità presenta un crescente «deficit democratico», come è comune, purtroppo solo a parole, l'ammissione della necessità d i accompagnare il mercato interno con l'unione economico-monetaria, e l'unione economicomonetaria con l'unità politica. Ma se si osservano freddamente le cose, si constata che il processo in corso è alimentato solo da fattori economici e monetari legati alla scadenza del 1992, e non ancora da fattori politici e democratici; afferma che con la presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare per l'indizione di un referendum europeo in Italia associato all'elezione del 1989, i federalisti stanno cercando di immettere nel processo europeo attualmente in corso l'elemento che può svilupparlo anche in senso democratico. Va in effetti ricordato che quando si parla dell'unità politica deìi'Europa, si dimentica sempre che si può parlare di democrazia solo se si affida il processo di democratizzazione della Comunità agli stessi elettori. In verità non si tratta solo di formulare un progetto d i istituzioni europee democratiche. Si tratta anche di capire che si può arrivare ad istituzioni europee democratiche solo affidandone la realizzazione ai cittadini e perciò ai titolari della sovranità, e non affidando, come si fa ciecamente da tempo, l'elaborazione dei progetti d i unità politica dell'Europa a funzionari e diplomatici come se la costriizione di una Comunità politica fosse un affare burocratico; ribadisce che qualora queste ragioni siano pienamente comprese, ci si rende conto che il primo atto d i costruzione dell'unità europea può stare solo in un referendum popolare, o in una consultazione democratica dello stesso genere, quali che siano i modi con cui la si etichetta. Ogni altra via per costruire una Comunità democratica europea non è percorribile ed è destinata a fallire come l'intera storia dell'integrazione sta a dimostrare. Ciò premesso i federalisti italiani, nel presentare ufficialmente alla Camera il progetto d i legge di iniziativa popolare da loro promosso, e per il quale hanno trovato nei radicali un appoggio fraterno ed efficace, fanno pre(segue a pag. 19) la risoluzione del CIME Nessun rinvio d a fondazione costituzionale - Il Consialio italiano del Movimento europeo ha appro.. vato il 18 luglio una importante risoluzione nella quale, accanto al giudizio positivo - pur con riserve - del Consiglio eurot>eodi Hannover., si esprimono oreoccupazione per attepgiamenti dilatori verso le scadenie del ~ e r c a t o unico e - soprattutto - nel rifiutare il collegamento strettissimo esistente tra nuovo assetto economico della Comunità e l'esigenza - di dotare la stessa di nuovi adeguati strumenti di governo. In particolare la risoluzione del CIME fa propria la richiesta dell'Intergruppo federalista del P.E. di un Vertice straordinario per il gennaio 1989 per definire il mandato costituente da attribuire al P.E. senza ulteriori condizionamenti di natura intergovernativa. A -- Il Consiglio italiano delMovimento Europeo, riunito a Roma i l 18 luglio 1988, compiuto un bilancio politico essenziale dell'evoluzione comunitaria durante la prima metà dell'anno in corso, constata con soddisfazione l'importanza delle decisioni assunte, sotto l'impulso della presidenza tedesca, nelle riunioni del Consiglio europeo di Bruxelles e di Hannouer e le prospettive da esse aperte per un sostanziale avanzamento del processo integrativo in atto tra i paesi della Comunità europea; manifesta peraltro la propria viva preoccupazione per l'emeugere in alcuni settori dell'opinione pubblica nazionale e in taluni ambienti politici di un atteggiamento dilatorio e, di fatto, ostruzionistico nei confronti delle impegnative scadenze che ci stanno di fronte, ritenendo al contrario che l'impegno per la piena realizzazione del mercato interno vada considerato come una spinta decisiva al superamento delle nostre specifiche anomalie, con particolare riguardo all'ormai improrogabile progressivo rientro dell'indebitamento pubblico; è del parere che, di fronte a tale situazione, il Consiglio italiano debba intens$care i contatti già avviati con gli ambienti economici e sociali maggiormente interessati alle prospettive del mercato unico; concorda peraltro col Presidente Delors nel riconoscere che le crescenti attese del mondo economico e della pubblica opinione non possono essere soddisfatte senza dotare la Comunità di strumenti di governo capaci insieme di sostenere la crescita e di prevenire i rischi di dislocazione connessi a un ulteriore aggravamento degli squilibri sociali e territoriali; considera inoltre che gli stessi positivi sviluppi richiamati in precedenza non consentano il rinvio del processo di fondazione costituzionale a tempi più maturi, ma rendano anzi più necessario che mai il compimento di risoluti progressi verso una vera unione europea, nell'ambito della quale l'inevitabile trasferimento di competenze da parte dei governi e dei parlamenti nazionali si accompagni all'assunzione da parte del Parlamento Europeo di reali poteri di indirizzo e di controllo nei confronti d'un Esecutivo che ne sia espressione; rivendica al Parlamento Europeo eletto e all'a- zione politica di quanti, come il Consiglio ita. liano delMovimefftoEuropeo, lo hanno magiormente sostenuto h spinta .propulsiva all'evoluzio. ne in atto che, attraverso contrasti e contraddizioni, ha creato le condizioni Per la ripresa del cammino verso l'Europa politica; si compiace in particolare dei risultati ottenuti finora dalle pressioni coerentemente esercitate dal Consiglio italiano in sede internazionale che, dopo h positiva affermazione ottenuta al Consiglio federale di Strasburgo, hanno contribuito in misura determinante a fare del Congresso d'Eurdpa delllAja un importante momento di confronto e di impegno politico; considera indispensabile, in conformità delle disposizioni approvate in tale sede, risollevare la questione dell'uugenza dell'unione politica, per inserire il soggetto Europa nel dialogo Est-Ovest, nella lotta per la costruzione della pace e nella difesa della sicurezza; stima opportuna una generale intensificazione dei contatti internazionali del Consiglio italiano e, sulla base dei nuovi rapporti tra CEE e Comecon, si impegna a sollecitare un'iniziativa del Movimento Europeo internazionale nei confronti dei paesi dell'Europa centrale ed orientale, nonché nei confronti dei paesi membri dell'Efu e di queG li non allineati, allo scopo di favorire il confronto pluralistico e di accentuare la spinta verso più stretti rapporti tra tali paesi e le forze politicosociali delllEuropa occidentale; ritiene comunque indispensabile avviare, contestualmente ai lavori da intraprendersi sul terreno monetario, un 'iniziativa di più ampio respiro che collochi il problema della costituzione di una banca europea nel più vasto contesto di una crescita politica costituzionale e riproponga con forza, al di là di contingenti motivi di debolezza, la strutturale centralità del ruolo del Parlamento Europeo; fa propria la richiesta, rivolta algoverno spagnolo dall'lntegruppo federaiista del Parlamento Europeo, di annunciare fin d'ora un Vertice straordinario per il gennaio 1989, allo scopo di definire il mandato costituente da attribuirsi, senza ulteriori condizionamenti di natura intergovemativa, al Parlamento Europeo e di convocare, al momento delle prossime elezioni europee, una consultazione popolare sui poteri dello stesso Parlamento Europeo, coinvolgendo fin dall'inizio i cittadini europei neil'iniziativa costituente; impegna i partiti, i sindacati e le associazioni aderenti a compiere ogni sforzo per sostenere le richieste rivolte ai governi con una lauga e capillare mobilitazione dell'opinione pubblica, assicurando ilsuo pieno appoggio alle iniziative assunte a tal fine. COMUNI D'EUROPA CRONACHE DELLE ISTITUZIONI EUROPEE richiesta dall'Intergruppo federalista del PE Una sessione straordinaria del Consiglio europeo da dedicare all'esame della questione istituzionale di Pier Virgilio Dastoli* La dichiarazione relativa che ha ottenuto l'adesione di 269 deputati (su 518) è stata adottata dal Parlamento di Strasburgo. Il mercato unico potrà essere realizzato solo se la Comunità sarà dotata del potere di controllo della moneta e se il potere di decisione e di esecuzione sarà affidato a organismi sovranazionali. L'attività della Commissione istituzionale Scriveva Altiero Spinelli nel 1956, alla vigilia cioè della creazione del mercato comune: «Dal punto di vista dell'unificazione europea, 1'Euratom ha un'importanza nulla. Altro discorso va tenuto per la parte del rapporto (n.d.r. "Spaak") che riguarda il mercato comune. Esso propone una vera e propria rivoluzione del sistema economico europeo e precisamente l'abbandono da parte degli Stati del controllo sul più importante dei loro strumenti di potenza, l'economia nazionale, propone l'eliminazione di enormi interessi costituiti, l'instaurazione di un'interdipendenza economica completa, la formazione di un'unità economica rispetto ai Paesi terzi. Ma, per realizzare tutto ciò, non crea il minimo strumento di coazione, affida il compito di prendere le decisioni ad un consesso di rappresentanti degli Stati e quello di eseguirlo ai singoli Stati nazionali, cioè tutto ciò sarà nelle mani di coloro che dovrebbero perdere autorità grazie al mercato comune e che sono i portavoce di tutti gli interessi nazionali sezionali, li lascia in particolare liberi del tutto in materia di moneta o di credito, quasi che si possa realizzare un mercato comune con più monete soggette a differenti politiche. Poiché tutta la sovranità resta nelle mani degli Stati, la sua applicazione dipenderà in tutto o in parte dalla loro volontà. Finché ci sarà una congiuntura economica favorevole, il Trattato funzionerà; se la congiuntura cambierà, se lo sviluppo del mercato comune lederà questo o quel paese, questo o quel gruppo economico politicamente predominante, in questo o quello Stato, se uno o più Stati giungeranno alla conclusione che per loro è più conveniente sottrarsi agli impegni assunti, tutti gli organi della Comunità potranno ben far sentire le loro ammonizioni, ma poiché "influente is not Government", poiché il potere di decidere e di eseguire apparterrà agli Stati *Segretario generale dell'Intergnippo federalista presso il Parlamento Europeo COMUNI D'EUROPA perché la Comunità non possiederà nessun potere di sanzione, la Comunità andrà a pezzi». Cinque anni dopo la creazione della C E E , nell'aprile 1962, scriveva ancora Altiero Spinelli: «Fuor di ogni dubbio, il mercato comune è stato il più grande successo, anzi il solo grande successo delllEuropa occidentale in questo dopoguerra; il suo avviamento, il suo sviluppo sono stati favoriti dal lungo periodo di alta congiuntura, ma questa a sua volta è in buona parte conseguenza del fatto che la richiesta dei grandi mercati non è stata ostacolata o deformata da quei potenti nazionalisti che, sotto una forma o sotto un'altra, avevano dominato i nostri Paesi nel periodo tra le due guerre. Sarebbe tuttavia un grave errore metodologico attribuire la creazione ed il successo del mercato comune alla spinta spontanea delle forze economiche. Esso è stato il prodotto di una volontà politica europea che si era ormai svincolata dalle esperienze belliche dell'immediato dopoguerra.. .se l'Europa si fa, il mercato comune le avrà sgombrato non poco il cammino ...ma il mercato comune è una costruzione sulla sabbia, non solo perchè gli manca qualsiasi basamento politico, qualsiasi guida politica, ma esso è in contraddizione con la politica dei governi europei. La risposta è la nuova frontiera della democrazia europea, per l'elaborazione della quale è utile partire dai risultati, dai dati di fatto e dai problemi posti dal mercato comune, ma con la chiara consapevolezza che si tratta di ben altri problemi che non lo sviluppo del mercato comune e delle sue istituzioni. Quello che è in gioco è la determinazione del contenuto essenziale della vita democratica in Europa per le due o tre generazioni a venire». Se sostituiamo alle parole «mercato comune» le parole «mercato unico», ci accqrgiamo facilmente che i dati della situazione politica ed economica e l'analisi federalista che di essi può essere fatta non possono sostanzialmente cambiare. Dopo il fallimento del tentativo di realizzare entro la fine degli anni '60 quel mercato comune previsto dal Trattato istitutivo della CEE e dopo i ripetuti tentativi dei governi di rilanciare il processo di costruzione europea (dal Vertice dell'Aja del 1969 al Consiglio europeo di Stoccarda del 1983), la prospettiva di eliminare tutte le barriere fra gli Stati europei per creare fra essi uno spazio economico comune è stata ripresa con tenacia e intelligenza degne del miglior Monnet dal presidente della Commissione europea, Delors, che ha saputo fondare intorno a quest'obiettivo una effettiva volontà politica europea. Come nel 1957, Delors e i governi europei si sono giovati di una congiuntura economica favorevole e del fatto che la richiesta di grandi mercati non solo non è stata ostacolata, ma è favorita e sospinta da quelle forze economiche che in altri tempi avevano costituito il nucleo duro dei differenti nazionalismi europei. Come nel 1957, tuttavia, il mercato unico appare per molte ragioni una costruzione sulla sabbia: perché gli Stati nazionali mantengono ogni potere di controllo sulla moneta e sulla politica fiscale; perché il potere di decisione resta tutto nelle mani dei governi nazionali e per essi delle amministrazioni; perché al mercato unico manca una guida politica, cioè un governo dell'economia e della moneta. Come Monnet nel corso di tutta la sua straordinaria azione funzionalista, così Delors crede e lascia credere che il problema del governo europeo (anzi, del «governo federale*, come usa ormai dire il presidente della Commissione) si porrà 1'1 gennaio 1993, quando sarà realizzato cioè il mercato unico e saranno state poste le basi dell'unione economica e monetaria. Come Spinelli, noi crediamo e lavoriamo politicamente perché molti altri credano che il mercato unico potrà essere realizzato solo se la Comunità europea sarà dotata del potere di controllo della moneta e del credito, se il potere di decisione e di esecuzione sarà affidato a istituzioni sovranazionali capaci di rappresentare ed elaborare posizioni comuni europee, se saremo in grado di determinare, con azioni conseguenti, il contenuto «della vita democratica europea», per le future generazioni. Per queste ragioni, 1'Intergruppo federalista e con esso la maggioranza del Parlamento Europeo hanno sostenuto, già all'indomani della firma dell'Atto unico europeo, che la questione dell'unione europea non poteva e non doveva essere considerata chiusa (o rinviata a data da destinarsi) con il «fin de non recevoir» dichiarato dai governi di fronte al progetto del 14 febbraio 1984; che il Parlamento Europeo doveva riprendere immediatamente «il largo» (come ebbe a dire Spinelli nell'ultimo suo discorso in aula, nel gennaio 1986) e rilanciare (partendo dai problemi posti dall'Atto unico e dal mercato unico) la strategia per realizzare l'Unione europea. In questo quadro si collocano il «Manifesto per l'Unione europea», elaborato dall7Intergruppo federalista ed adottato a Roma, il 24 marzo 1987 in occasione del trentesimo anniversario della firma del Trattato CEE, e la risoluziorie interlocutoria della commissione istituzionale (il rapporto Herman), adottata dal Parlamento Europeo il 17 giugno 1987. Ambedue queste manifestazioni di volontà politica contenevano tre elementi, considerati essenziali da Spinelli nel documento di la- voro presentato alla commissione istituzionale il 4 febbraio 1986: - la preparazione del progetto di Costituzione dell'unione europea deve essere affidata al Parlamento che sarà eletto nel giugno 1989: esso dovrà svolgere quindi il ruolo di Assemblea costituente per l'Unione europea; - il potere costituente del Parlamento Europeo e quindi la realizzazione dell'unione europea dovranno essere sottoposti al giudizio diretto dei cittadini europei, che dovranno essere chiamati a esprimere la loro scelta in occasione delle elezioni europee del 1989, rispondendo a un referendum europeo «di orientamento»; - la realizzazione dell'unione europea dovrà effettuarsi anche nel caso in cui una minoranza di paesi membri della C E non fossero pronti ad aderire al nuovo Trattato. Sulla base di questi elementi, si è sviluppat o il lavoro politico della commissione istituzionale e dell'Intergruppo federalista, i cui ri- I1 secondo sondaggio è stato effettuato nel periodo marzo-aprile 1988 ed i risultati sono stati pubblicati da quaranta quotidiani europei (in esclusiva da «La Repubblica», «E1 Pais», «Libération», «La Libre Belgique», «Kathimerini», «De Standaard», «Expresso», «VwD», «Sunday Indipendent», «Luxembourg Wort») il 18 giugno 1988: alla conferma delle maggioranze a favore del governo europeo e del mandato costituente, si è aggiunto un risultato, in alcuni casi a sorpresa, relativo al consenso dei cittadini europei sul principio di un referendum per l'unione europea (tre europei su quattro sono d'accordo). In quest'occasione il sondaggio è stato condotto con il sostegno del Comitato d'azione Altiero Spinelli, che ha preannunciato per dicembre 1988 un convegno europeo sulla questione del referendum. Insieme al secondo sondaggio, 1'Intergruppo federalista ha adottato e presentato all'approvazione dei deputati europei (suila base della procedura prevista all'art. 65 del Regola- iniziativa di 269 europarlamentari Consultazione popolare sul19Unione Europea «Il Parlamento Europeo richiamando il progetto di Trattato che istituisce l'Unione europea, richiamando la richiesta rivolta al Consiglio europeo di conferire al Parlamento Europeo ilpotere di redigere un progetto di Unione, affiizché esso sia sottoposto direttamente alle vatifiche nazionali; A. Considerando che la realizzazione delllUnione avrà delle conseguenze importanti per tutti i cittadini europei; B. Considerando che questa Unione non potrà essere realizzata se non attraverso un'ampia mobilitazione dell'opinione pubblica; 1. Lancia un appello solenne ai Capi di Stato e di governo, chiedendo loro di promuovere la convocazione di una consultazione popolare sull'Unione e sui poteri del Parlamento Europeo; 2. Chiede in particolare alla Presidenza tedesca di iscrivere questa richiesta all'ordine del giorno del Consiglio europeo di Hannover e alla Presidenza greca di avviare le procedure necessarie; 3. Chiede al Governo spagnolo di annunciarefin d'ora un Vertice straordinario nel gennaio 1989, in vista di definire i poteri che dovranno essere affidati al Parlamento Europeo e di convocare la consultazione popolare allo stesso tempo delle elezioni europee; 4. Chiede ai Parlamenti nazionali di dare il loro appoggio a queste esigenze democratiche; 5. Incarica il suo Presidente di inviare questa dichiarazione ai Governi e ai Parlamenti nazionali degli Stati membri. sultati più importanti sono emersi negli ultimi mesi ed in particolare durante l'ultima sessione plenaria del Parlamento Europeo (giugno 1988). L'Intergruppo federalista ha deciso, in primo luogo, di far precedere una propria iniziativa sul mandato costituente e sul referendum europeo da un sondaggio di opinione, effettuato dalla società «The European Omnibus Survey», per conoscere l'atteggiamento dei cittadini europei in ordine ai problemi più importanti dell'unità politica dell'Europa. 11primo sondaggio è stato effettuato nel periodo ottobre-novembre 1987 ed i risultati sono stati pubblicati in esclusiva da «La Repubblica», «La Vanguardia)), «The Times», «La Libre Belgique» e «Figaro» il 17 dicembre 1987: una maggioranza consistente di cittadini europei si espresse a favore di un governo europeo ed una maggioranza ancora più forte, diffusa in undici paesi su dodici (con l'esclusione della sola Danimarca) si espresse a favore del mandato costituente al Parlamento Europeo. mento) una Dichiarazione politica relativa ai poteri costituenti del Parlamento Europeo e alla convocazione di un referendum sull'unione politica dell'Europa. Tale dichiarazione ha ottenuto in due mesi il consenso della maggioranza dei deputati europei - 269 su 518 - ed è stata quindi considerata adottata dal Presidente del Parlamento Europeo, inviata ai capi di Stato e di governo in previsione del Consiglio europeo di Hannover e portata alla conoscenza dei presidenti dei Parlamenti nazionali. I1 punto centrale della Dichiarazione - nell'interpretazione delllIntergruppo - è quello relativo alla richiesta di un Consiglio europeo straordinario, che dovrebbe svolgersi all'inizio del periodo di presidenza spagnola del Consiglio, per esaminare tutto il complesso della questione istituzionale europea, con particolare riferimento al ruolo del Parlamento Europeo e alla partecipazione dei cittadini alla realizzazione dell'unione europea, in occasione delle elezioni del 1989. La questione di un Consiglio europeo straordinario - evocata da De Mita ad Hannover - ha aperto una discussione fra llIntergriippo ed alcuni membri (socialisti) spagnoli del Parlamento Europeo, preoccupati di creare difficoltà al loro governo (socialista) spagnolo. Di fronte al silenzio del governo spagnolo su questa questione e ripercorrendo la triste esperienza dei socialisti francesi, astenutisi sul progetto Spinelli e poi clamorosamente smentiti tre mesi dopo da Mitterrand, i socialisti spagnoli si sono astenuti in blocco dal prendere posizione sulla Dichiarazione dell'Intergruppo, nella malcelata speranza che il loro agnosticismo trascinasse con sé gli incerti del Parlamento Europeo. Così non è stato, ed anzi la stessa Dichiarazione è stata presentata alle Cortes il 2 1 giugno, votata da tutti i gruppi e respinta ancora una volta dai socialisti spagnoli che, in maggioranza, hanno determinato il rifiuto del Parlamento spagnolo. L'Intergruppo ha ora deciso di promuovere un'iniziativa su questa questione, indirizzandosi ai governi tedesco, greco e spagnolo (presidenti di turno nel periodo gennaio 1988giugno 1989) per sollecitare la convocazione del Consiglio europeo straordinario. Nel frattempo, un incontro bilaterale IntergruppoMovimento Europeo è stato richiesto dal Bureau dell'Intergruppo a Enrique Raron Crespo, presidente del Movimento Europeo. I1 lavoro politico della commissione istituzionale - in attesa del rapporto definitivo sulla strategia per l'Unione europea che il relatore Herman dovrebbe presentare entro la fine dell'anno - si è sviluppato essenzialmente su tre temi: - il costo della non-Europa e le sue conseguenze istituzionali (relatore: Sir Fred Catherwood), - il deficit democratico (relatore: Miche1 Toussaint), le modalità di una consultazione popolare per l'unione europea (relatore: Carlos Maria Bru Puron). I tre rapporti, approvati a larga maggioranza dalla commissione istituzionale, sono stati adottati senza grandi difficoltà dal Parlament o Europeo il 17 giugno 1988, dopo un faticoso compromesso sulla relazione Bru Puron per superare le perplessità di una parte del Gruppo socialista. Sono stati così definiti gli elementi essenziali delle ragioni che inducono il Parlamento Europeo a rilanciare la strategia per l'Unione europea: tali elementi verranno portati nei prossimi mesi a conoscenza dei Parlamenti nazionali, per ottenere il loro consenso ed il loro sostegno in vista dell'approvazione definitiva del rapporto Herman. Spetta ora alle forze politiche, da una parte, e alle organizzazioni europeiste, dall'altra, ripercuotere coerentemente nei paesi membri le manifestazioni di volontà politica del Parlamento Europeo, perché il mercato unico non sia ancora una volta una costruzione sulla sabbia e per determinare «il contenuto essenziale della vita democratica europea delle prossime generazioni». m COMUNI D'EUROPA bilancio '88 e accordo interistituzionale Intesa raggiunta sulla disciplina di bilancio ma il Parlamento deve avere poteri maggiori di Roberto Santanielloq Una storia infinita sembra essere giunta a conclusione. Il compromesso riguarda il finanziamento prima dell'entrata in vigore del sistema delle risorse proprie. Molte questioni rimangono in sospeso: devono essere modificate le disposizioni se si vuole che la Comunità sia più democratica ed equilibrata I1 bilancio comunitario 1988, o meglio «la storia infinita», sembra essere giunto alla conclusione. Così almeno appare dopo la definizione dell'accordo interistituzionale sulla disciplina di bilancio, avvenuto il 27 maggio scorso a Lussemburgo al termine di un serrato «dialogo a tre». Chi scrive di questioni comunitarie ha dovuto utilizzare in passato tutta la sua fantasia per spiegare al meglio i cambiamenti minimi apportati allo scenario di una storia i cui attori, Commissione, Consiglio e Parlamento, hanno recitato sempre lo stesso copione. Quest'anno sembra che il copione sia stato modificato realmente per tenere conto della rinnovata dinamica socio-economica scaturita dopo l'approvazione dell'Atto unico europeo. Vediamo allora di fare ordine e di spiegare le vicende legate alla prccedura di bilancio e alla sua disciplina e come si è giunti alla loro conclusione. Dietro ad un problema esclusivamente finanziario, rappresentato dalla definizione delle entrate e delle spese comunitarie, si nasconde un contrasto istituzionale più ampio tra Consiglio e Parlamento Europeo. Dal 1979, cioè da quando l'Assemblea di Strasburgo è stata eletta a suffragio universale diretto, i contrasti tra le due branche dell'autorità di bilancio (Parlamento e Consiglio appunto!) si sono fatti sempre più acuti. Le ragioni di questo contrasto sono le più svariate: tutte però, anche se apparentemente sono legate a problemi tecnico-contabili, nascono dalla profonda (e leggittima) insoddisfazione dei parlamentari europei nei riguardi degli scarsi poteri effettivi che l'Assemblea possiede nel processo decisionale comunitario. Nel 1979, per esempio, l'europarlamento combatté una battaglia politica in favore di un cospicuo aumento delle risorse destinate al Fondo europeo di sviluppo regionale. Quest'ultimo, dati i crescenti squilibri provocati da un processo di integrazione falsato da numerose - * Assistente al Parlamento Europeo COMUNI D'EUROPA - distorsioni, necessitava di maggiori risorse per attuare quei necessari interventi strutturali nelle regioni in ritardo. Fu tra l'altro da questa battaglia che nacque l'iniziativa costituente che portò il Parlamento Europeo ad adottare il Progetto di Trattato istituente l'Unione europea, che poi è stato alla base del processo che portò all'adozione dell'Atto unico europeo. Quasi ogni anno, la procedura di approvazione di bilancio ha registrato dei ritardi dovuti alla scarsa efficacia e alla poca democraticità della procedura stessa. Nel 1986 si registrò una «querelle» tra Consiglio e Parlamento sulla questione del tasso massimo di aumento delle spese non obbligatorie e la vicenda finì presso la Corte di Giustizia di Lussemburgo, che in pratica censurò il comportamento di entrambe le istituzioni. Lo scorso anno, la «battaglia di bilancio)) si chiuse solamente in luglio dopo la solita «routine» della lettura suppletiva e rettificativa della Commissione e con un atteggiamento elastico dell'Assemblea di Strasburgo. In occasione della firma del bilancio 1987, il presidente Lord Plumb dichiarò, proprio nel corso di un'intervista a «Comuni d'Europa», «che il bilancio 1987 non è poi così importante ma che è necessario concentrarsi sul bilancio 1988 che rappresenta il primo bilancio dopo l'entrata in vigore dell'Atto unico)). Ma la procedura di approvazione del bilancio per l'esercizio 1988 ha dimostrato la mancanza di disposizioni precise in materia di bilancio e soprattutto adeguate alla nuova situazione socio-economica della CE. Con l'entrata in vigore dell'Atto unico sono state previste una serie di «nuove politiche)) che necessitano per la loro attuazione di finanziamenti adeguati alla realizzazione degli obiettivi che si sono fissati. Per la prima volta, si è registrata la mancata presentazione dell'avanprogetto del Consiglio che, ai sensi dell'art. 202 del Trattato di Roma, doveva avvenire prima del 5 ottobre del 1987. Tre delegazioni nazionali, Regno Unito, Spagna e Grecia, per ragioni diverse, hanno impedito il raggiungimento della necessaria maggioranza in seno al Consiglio. Per la verità, la procedura di bilancio era legata strettamente all'adozione di quello che è stato definito Pacchetto Delors, cioè quella serie di proposte in materia di riforma della politica agricola comune, di ristrutturazione dei fondi strutturali, di finanziamento e disciplina di bilancio, che avevano come scopo quello di permettere l'attuazione integrale dell'Atto unico europeo. Le vicende del Piano Delors sono note: ci sono voluti ben tre Consigli europei (Bruxelles, Copenaghen e ancora Bruxelles), di cui uno straordinario, per adottare sia pure parzialmente le proposte dell'esecutivo. Nel frattempo, per sottolineare la gravità della situazione di bilancio, la Commissione e il Parlamento Europeo hanno presentato in dicembre un ricorso per carenza contro il Consiglio presso la Corte di Giustizia delle Comunità europee. La pressione dell'opinione pubblica e delle grandi imprese europee ha costretto il Consiglio europeo straordinario di Bruxelles a prendere delle decisioni in merito alle proposte della Commissione. I n particolare, oltre al raddoppio delle risorse destinate ai tre fondi strutturali entro il 1993, è stato raggiunto un accordo sulla disciplina di bilancio in materia di spese agricole e sul nuovo sistema di risorse proprie. A febbraio, una volta sbloccata la situazione sul Piano Delors, si pensava che l'approvazione del bilancio 1988 sarebbe avvenuta con facilità, poiché il Consiglio europeo aveva indicato precisamente i rnargini nei quali dovevano agire Consiglio e Parlamento. E così sembrava dopo la prima lettura dell'Assemblea di Strasburgo. Quest'ultima pretendeva a giusta ragione la definizione dell'acccrdo interistituzionale tra Consiglio, Parlamento e Commissione, che una volta concluso avrebbe dovuto - milioni di ECU VOCI DI SPESA 1988 1989 1990 1991 1992 F E A O G Garanzia 27.500 27.700 28.400 29.000 29.600 Azioni strutturali 7.790 9.200 10.600 12.100 13.450 Politiche pluriennali 1.210 1.650 1.900 2.150 2.400 Altre politiche 2.103 2.385 2.500 2.700 2.800 Rimborsi e amministrazione 5.700 4.950 4.500 4.000 3.550 Riserva monetaria 1.000 1.000 1.O00 1.000 1.000 45.303 46.885 48.900 50.950 52.800 TOTALE permettere una migliore previsione e u n miglior controllo della spesa su una base pluriennale in stretta connessione con l'aumento delle entrate comunitarie. L a situazione successivamente si è modificata, poichè l'accordo intergovernativo sulle risorse proprie non è stato accettato dalla delegazione italiana: quest'ultima in un primo tempo ha contestato il metodo di calcolo relativo alla compensazione al Regno Unito. Inoltre, il Consiglio inizialmente non aveva accettato alcuni emendamenti effettuati dal Parlamento in prima lettura poiché a suo dire essi superavano il tasso massimo d i aumento per quanto riguardava le spese non obbligatorie. Esisteva inoltre u n contrasto sulla base giuridica d a utilizzare per coprire le spese comunitarie, poiché c'era una differenza di 7 miliardi di ECUtra entrate e spese prima che venisse definitivamente adottata la decisione sul nuovo sistema di risorse proprie. La commissione bilancio del Parlamento riteneva inoltre che dovesse essere utilizzato l'art. 200 del Trattato d i Roma, che prevede il finanziament o di bilancio attraverso contributi nazionali, mentre il Consiglio riteneva che dovesse esser e attuato u n accordo intergovernativo che prevedesse la ratifica di tutte le assemblee rappresentative degli Stati membri. Durante le sessione di maggio, l'Assemblea di Strasburgo ha votato nuovamente gli emendamenti già adottati in prima lettura: in particolare, essa ha votato un aumento di 381 milioni di ECUin crediti di pagamento e di 579 milioni di ECUin crediti d i impegno. I1 bilancio comunitario si situa a 43.779 milioni di ECU in crediti di pagamento e a 45.303 in crediti d i impegno. I1 Parlamento però ha adottato il bilancio con riserva, in quanto ha invitato il President e Lord Plumb a d apporre la sua firma solamente dopo essersi accertato dell'equilibrio tra le spese e le entrate ai sensi dell'art. 199 del Trattato di Roma. Mancava infatti u n elemento che 1'Assemblea riteneva politicamente essenziale: l'accord o interistituzionale tra Consiglio, Parlament o e Commissione, la cui conclusione avrebbe permesso alla Comunità di avere quella che Jean Pierre C o t (presidente della commission e bilancio del P.E.) chiama «sicurezza organica di bilancio», cioè la sicurezza e l'autonomia delle entrate e una precisa previsione e disciplina delle spese. Questo accordo, come abbiamo accennato all'inizio, è stato definito «ad referendum» nel dialogo a t r e il 27 maggio scorso e prevede una precisa disciplina, sia per quanto riguarda le spese obbligatorie, sia per quanto riguarda le spese non obbligatorie sin o al 1992, d a t a nella quale dovrà essere presa un'altra decisione sul sistema delle risorse proprie. Il bilancio 1988 è stato dunque adottato con b e n 180 giorni d i ritardo, dopo una procedura d i concertazione tra Consiglio e Parlamento durante la quale è stato raggiunto un compromesso sul sistema di finanziamento prima dell'entrata in vigore del sistema delle risorse proprie. La decisione su quest'ultimo sistema d a parte del Consiglio dei Ministri non è ancora avvenuta; comunque sia, il sistema sarà operante all'inizio del 1989. Sembrerebbe dunque che dopo una lunga guerra sia stato finalmente raggiunto un accord o capace di garantire «una pace d i bilancio» almeno fino al 1992, data nella quale l'accord o dovrà essere rinnovato. Molte questioni però rimangono ancora aperte: deve essere migliorata a favore del Parlamento Europeo la procedura di concertazione che vede questa istituzione relegata al ruolo di semplice comparsa, inoltre, devono essere modificate fin d a ora le disposizioni in materia istituzionale, se si vuole che la CE diventi u n sistema giuridico più democratico e più o equilibrato, dando a l l ' e ~ r o ~ a r l a m e n tmaggiori poteri in campo legislativo. E in questa ottica che si inseriscono le recenti iniziative del Parlamento Europeo e del Movimento federalista, affinché all'Assemblea di Strasburgo venga conferito il mandato redigere u n Trattato istituente l'Unione europea ... II Comitato Centrale MFE (segue da pag. 1 8 sente che ormai dire sì o no a questa legge significa dire sì o no all'introduzione dell'elemerito democratico nel processo europeo in corso. In particolare i federalisti chiedono al Parlamento italiano non solo di approvare la legge per il referendum in uno con l'adozione di una nuova legge elettorale europea, ma anche di proclamare solennemente in questa occasione che l'Italia assocerà serripre ogni elezione europea con un referendum sul mandato costituente fino a che gli altri paesi della Comunità o, in prima istanza, un numero sufficiente dei medesimi, non conferiscano anch'essi ai parlamentari europei eletti nel loro paese il mandato in questione. I1 significato di questo solenne proclama è il seguente: l'Italia resta nella Comunità perché ha scelto irrevocabilmente l'unità europea. Ma può starci solo facendo valere nel modo più chiaro e netto che la Comunità deve essere democratica e che non può avere un avvenire se non sarà per tempo fondata sui principi della derriocrazia. Il Comitato centrale preso atto che si comincia a parlare, anche da parte di membri del governo, dei rischi chc potrebbe correre l'economia italiana con la realizzazione di un mercato europeo unificato entro il 1992; rileva che è assurdo a) pensare ad uno sviluppo economico che non sia anche uno sviluppo politico; b) mettere sullo stesso piano gli eventuali danni a breve termine che potrebbe subire l'economia italiana con uno sviluppo politico europeo inadeguato, e gli eno1-mi vantaggi a medio, a lungo e a lunghissimo termine dell'unione europea, sia in termini di sviluppo e di occupazione che di evoluzione tecnologica. In ogni caso è un fatto che il processo in corso verso il completamento del mercato interno è ormai irreversibile. E vero, d'altra parte, che solo iri questo contesto è possibile battersi per uno sviluppo politico europeo adeguato, cioè per colmare il «deficit democratico» della Comunità; premesso - che sulla base di riflessioni teoriche che, per quanto riguarda l'Italia, risalgono al pensiero di Einaudi, anche il rapporto Cecchini ha dimostrato in modo inequivocabile i vantaggi derivanti dall'eliminazione delle barricrc che ostacolano gli scambi all'interno del mercato europeo; - che questi vantaggi sarebbero massimizzati con politiche economiche più attive, e con un rafforzamento del bilancio comunitario; - che una più equa distribuzione territoriale dei benefici presupponc vere e proprie politiche comuni; - che soltanto con una politica economica europea realizzata con un bilancio di dimensioni adeguate e con un moneta comune nel quadro dell'Unione europea, si potrebbero non solo garantire in modo irreversibile i vantaggi risultanti dal conipletamento del mercato interno ma anche assicurare un grande avvenire per molte generazioni di eliropei; ricorda che l'avvio dello Sme, nella prospettiva della realizzazione delllUnione monetaria, ha reso possibile in Italia il rientro dall'irillazione; ribadisce che la piena partecipazione al processo che deve portare entro il 1992 alla realizzazione di un mercato interno unificato è la condizione per mantenere l'Italia nel rango dei paesi industrialmente avanzati. Gli italiani ne sono perfettamente consapevoli e sarebbero certamente disposti ad affrontare i sacrifici necessari per rendere possibile un elevato livello di sviluppo economico. Questa prospettiva rende quindi realistico pensare ad un piano di rientro della finanza pubblica che rappresenta una condizione indispensabile per garantire uno sviluppo economico equilibrato in quanto i sacrifici richiesti risulterebbero comunque più che compensati dai vantaggi che tutti i cittadini otterrebbero con il completamento del mercato interno. In questo modo l'Italia porterebbe a compimento il processo di avvicinamento all'Europa avviato con il rientro dall'inflazionc C potrebbe giocare a pieno titolo un ruolo attivo per la realizzazione dell'unione europea. I1 Comitato centrale ricorda che nel contesto dell'avvio a soluzio~iedel problema generale della democratizzazione delle istituzioni comunitarie assumerà un rilievo importantissimo il fatto che, in occasione delle prossime elezioni europee, i partiti siano messi in condizione di inviare al Parlamento Europeo candidati che si segnalino per competenza e per prestigio. Per questo acquista un'importanza essenziale il dibattito in corso in Italia sul sistema elettorale per l'elezione dei candidati italiani al Parlamento Europeo, anche in considerazione del valore che I'adozione di un buon sistema elettorale in Italia avrebbe come modello per I'adozione di un buon sisterria uniforme a livello europeo; prende atto con soddisfazione che il sistema usato in Italia per le prime due elezioni europee è stato giudicato inadeguato da tutte le forze politiche, e che la maggior parte delle proposte alternative avanzate si pongono l'obiettivo dell'abolizione delle preferenze; fa presente che qualunque soluzione prospettata troverà tanto maggiori difficoltà e solleverà tanto maggiori resistenze quanto più si scosterà dal metodo Gayerhahn, attualmente in vigore per l'elezione del Bundestag nella Kepubblica federale di Germania, ricordando che la combinazione che questo sistema elettorale realizza tra scrutinio maggioritarionell'ambito di collegi uninominali (o di un collegio unico nazionale) consentirebbe ai partiti di inviare al Parlamento Europeo sia candidati di indiscusso prestigio sia candidati meno noti, ma di particolare competenza e impegno, sottraendoli all'alea e al gioco spesso oscuro e irresponsabile delle preferenze; il tutto garantendo in pari tempo l'assoluto rispetto della proporzionalità, e non penalizzando quindi i partiti minori. COMUNI D'EUROPA l LIBRI Democrazia e questioni razziali. Cosa fa l'Europa? di Andrea Chiti Batelli Sudafrika Krise und Entscheidung, di VV.AA., 2 voll., pp. 312 e 416, Monaco di Baviera, Internationales Institut fur Nationalitatenrecht und Regionalismus, 1987 Quasi ottocento pagine i cui autori di varia formazione e di diversi continenti - ma tutti specialisti di grande formato - trattano esaurientemente il problema politico sudafricano nei suoi diversi aspetti (I), in due volumi, in cui prendono la parola anche i diretti interessati, compresi i rappresentanti delle tendenze più estremistiche, così bianca come nera: questo il contenuto dell'opera, che è una vera e propria enciclopedia in compendio. I1 succo di essa - e soprattutto lo scopo che si è proposto l'Istituto curatore - è stato lucidamente indicato, all'inizo e nell'ultima parte, da Rudolf Hilf, che di «Intereg» è uno dei principali animatori. «I1 regime sudafricano dell'apartheid viola i più elementari diritti umani; le riforme di Botha sono solo polvere negli occhi; perciò gli Stati democratici devono, in particolare con sanzioni rigorose, porre fine a tale regime». Questa - scrive Hilf - è l'opinione più diffusa in Europa. Essa può considerarsi sostanzialmente esatta: il regime sudafricano attuale va contro un'evoluzione generale, in Africa e nel mondo, e perciò non ha avvenire. Ma, prosegue EIilf, quell'opinione è troppo semplicistica e non tiene conto che la regola democratica della maggioranza e della minoranza che si alternano al governo può funzionare in società, come le nostre, sostanzialmente omogenee (o, meglio, omogeneizzatesi nel corso dei secoli): mentre funziona n:ale, o non funziona affatto, ove tali condizioni non sussistano, e in loro luogo siano presenti differenze razziali, culturali e linguistiche più rigide e meno facilmente modificabili, almeno a breve-medio termine. I n tali casi (è sempre Hilf che parla) nessuna soluzione soddisfacente è stata ancora trovata, a non voler considerare tale quella comunista di una parità formale di tutti i gruppi etnici, sotto la dittatura di un partito unico: tant'è vero che genocidi, espulsioni, conflitti acerrimi continuano a insanguinare il mondo, e nella sola Africa vi sono 5 milioni di rifugiati (non sudaf ricani). Riprova definitiva, aggiunge anche Hilf: la stessa Europa occidentale, pur così omogena, non è riuscita a unirsi. Tanto meno sarebbe disposta a realizzare uno stato mondiale, dominato, per la regola della maggioranza, da popoli extra-europei. Ebbene: proprio questo si chiede di realizzare, in formato ridotto, alla minoranza bianca sudafricana, oggi dominante. E a questo essa difficilmente - o mai si rassegnerà. Restano, sostiene Hilf, due strade: o la divisione del Paese in due, o una «democrazia della concordanza», secondo la quale i bianchi non possano governare i neri, e viceversa: la parità, insomma, al di là del bruto calcolo numerico (che è la regola nella nostra «democrazia della concorrenza»): e cioè non la parità individuale, ma la pari partecipazione al potere dei gruppi, con diritto di veto nei casi di interesse fondamentale di una delle parti. (In Italia si è parlato, con termine inglese - ma in senso un po' diverso - di «democrazia consociativa»). La preferenza di Hilf va, ovviamente, a questa seconda alternativa sopra prospettata: ma egli non si nasconde il grande senso di responsabilità, di ragionevolezza, di moderazione e di equilibrio necessari per realizzare tale soluzione. E poiché queste doti sono rare, la cosa più probabile è che il Sudafrica diventi a poco a poco, egli dice, un nuovo grande Libano. Qui, conclude Hilf, potrebbe avere un peso importante la voce delllEuropa, se questa fosse qualcosa di più di un'espressione geografica: non per prendere, stoltamente, posizione per l'uno o per l'altro: accrescendo così le ragioni della conflittualità e alimentando l'illusione dell'una o dell'altra parte di poter definitivamente trionfare (è appunto ciò che gli europei fanno oggi); ma favorendo un dialogo senza precondizioni che faticosamente giunga, se possibile, agli esiti sopra accennati. Altrimenti la divisione del Paese - per ingenti che possano essere i suoi costi economici, e ancor più umani - sarà la sola alternativa, a medio-lungo termine; tanto più, aggiungiamo noi, che il sistema della «concordanza», applicato a situazioni fortemente conflittuali, Questo numero è stato chiuso il 9/9/1988 mensile dell'AICCRE Direttore responsabile: Umberto Serafini Condirettore: Giarrcarlo Piombino Redattore capo: Edmondo Paolini Direzione e redazione: Piazza di Trevi 86 - 00187 Roma Indir. telegrafico: Comuneuropa - Roma tel. 6784556 (red 1 6795712 (amm.) Abbonamento annuo: per la Coinunità europea, inclusa l'Italia L. 30.000; Estero L. 40.000; per Enti L. 150.000. Sostenitore L. 500.000. Benemerito L. 1.000.000 COMUNI D'EUROPA presuppone, per funzionare, un'autorità supra partes che costringa all'accordo e al compromesso: e non si vede, allo stato, quale quell'autorità possa essere. (1)Ecco i titoli delle varie parti: «Spazio e popolazione - Storia - Economia - I1 Sud Africa fra nord e sud, est ed ovest - il Sud Africa visto - il sud ~ f,,,isto~dal'esterno i ~.E~~~~~~ ~ nibia)> Zypern: Macht oder Land teilen, di L. Kellner, G . Heinritz e J.H. Wolfe pp. 96, Monaco di Baviera, 1987 Internationales Institut fiir Nationalitatenrecht und Regionalismus Considerazioni analoghe vengono suggerite dal volume dello stesso Istituto su Cipro (ricco di dati storici, geografici, demografici e bibliograiici difficilmente reperibili altrove) e singolarmente dall'introduzione di Rudolf Hilf e dal contributo di James H. Wolfe. Anche per Cipro essi suggeriscono la Konkordanzdemokratie, la democrazia consociativa fondata sul diritto di veto: e anche qui specie quando i gruppi etnici sono culturalmente così diversi e politicamente così ostili come i Greci e i Turchi - valgono tutte le obiezioni che, dal Federalist in poi, sono state rivolte alle strutture confederali. Perché quella «democrazia della concordanza» funzioni è in realtà necessario, fra i due partners, un potere supra partners che garantisca appunto quell'accordo, anche nei momenti di crisi in cui esso non si realizzi per intesa diretta (momenti rispetto ai quali, se no, la democrazia della concordanza è impotente e fallisce). Questa autorità supra partes potrebbe - dovrebbe - esser lo Stato federale europeo. Non si darà perciò mai abbastanza ragione a Hilf quando lamenta il fatto che della gravità del problema di quell'isola - che pur è un'isola europea - siano assai più consapevoli gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, che non gli europei, i quali praticamente si disinteressano di Cipro. E questo, egli aggiunge, «è caratteristico per individuare il ruolo minimo (Minirolle) che ci viene non concesso dagli Americani o dai ¤ Russi, ma noi stessi ci assegniamo». Una copia L. 3.000 (arretrata L. 5.0001 I versamenti devono essere ettettuati: 1) sul c/c bancario n. 300.008 intestato: AICCRE c/o lsiiti~tobancurio San Paolo di Torino. sede di Roma, Via della Stcm~pei-ia. h 4 U0187 Korna, specilicarido la caiisale del i.ersarnent,>. 21 sul c.c.p. n. 38276002 intestato a "Comuni d'Europa", piazza di Trevi, 86 00187 Roma; 3) a mezzo assegno circolare - non trasferibile - intestato a: AICCRE, specificando la causale del versamento. Aut. Trib. di Roma n. 4696 de11'11-6-1955. Tip. Della Valle F. via Spoleto, 1 Roma Fotocomposizione: Graphic Art 6, Vili del Caravaggio 107 - Roma Associato all'USPI - Unione Starnpa periodica italiana -