[email protected]
IMPORTANTE!!!
Nelle pagine centrali,
potrai staccare il testo di un intervento
tenuto da padre Carlo Casalone il
25.1.2003 a Milano al Centro S. Fedele
nell’ambito di un ciclo di riflessioni sul
discernimento (N.d.R.)
COSCIENZA:
RESPONSABILITA’
E DISCERNIMENTO
La Bacheca di MCF la puoi trovare
anche sul sito acieffe.org
1. NOTIZIE – APPUNTAMENTI
2. CERCO – SCAMBIO – OFFRO
3. SPAZIO DI CONDIVISIONE
La Bacheca di MCF sarà spedita il giorno 1
e 15 di ogni mese tramite e-mail a tutti coloro che avranno segnalato il proprio indirizzo
in segreteria ([email protected]) o al recapito della Bacheca, cioè:
[email protected]
che è anche l’indirizzo al quale far pervenire
le segnalazioni da condividere.
Emanuela e Marco Doniselli
progetto insieme
lettera trimestrale agli Amici della
ASSOCIAZIONE COMUNITÀ E FAMIGLIA
Redazione: Roberto Bertolina, Giorgio Chiaffarino
Elena Carloni, Emanuela Casiraghi,
Marco Doniselli, Marco Frigerio, Rita Isella,
Alfredo Longoni, Luca Marchesi,
Susanna Paccagnini, Mario Reguzzoni S.I.
Coordinatore: Giorgio Chiaffarino,
Disegni: Giuseppe Ferrario
Corrispondenza: progetto insieme
Associazione Comunità e Famiglia
Piazza Villapizzone, 3 - 20156 MILANO
Ccp: 43194208
fono-fax: 02.3925426
e- mail: [email protected]
sito internet: www.acieffe.org
pro - manuscripto
Si ringrazia
la coop il Girasole di Inzago
per aver contribuito alla stampa
di questo numero.
persino indifesi. Domina l’incertezza sul futuro; le porte si
chiudono; l’economia ristagna; la Belle Epoque sfuma.
Editoriale
Coglie sicuramente una parte di vero ciascuno dei tre punti
di vista. Comunque si interpretino i fatti di questo inizio di
secolo, non cambia però comunque il problema cruciale
che l’Occidente deve risolvere: quello di convincere la parte restante del mondo che la globalizzazione, se ben governata, è un gioco a somma positiva da cui tutti – anche la
parte più povera del mondo – hanno da guadagnare; che le
barriere tra i popoli e le nazioni possono essere abbattute,
con nuove prospettive di sviluppo per i più poveri e senza
pregiudizio per la coesistenza di culture e religioni diverse.
Se questo è il problema cruciale, non mi sembra che su
questo terreno ci si possa attendere qualche beneficio dal
grande dispiegamento di potenza militare con cui l’Occidente ha reagito all’atroce offesa subita dagli Stati Uniti
con l’attacco alle Twin Towers. È stato abbattuto il tetro
regime dei talebani in Afghanistan e quello feroce di Saddam
Hussein in Iraq, ma al prezzo dell’ulteriore radicarsi in una
parte considerevole del mondo islamico dell’idea che la
globalizzazione si identifica con l’egemonia politico-militare-culturale americana sul mondo intero. Mi sembra una
scelta ottusa, anche da un punto di vista puramente
egoistico: forse che ora, dopo queste due prove di forza
militare, possiamo sentirci più sicuri, sui due lati dell’Atlantico?
È giusto e necessario che l’intera comunità mondiale
combatta senza ambiguità i regimi criminali che alimentano il terrorismo internazionale, faccia solidalmente tutto il
possibile per isolarli e anche per farli cadere. Ma qualsiasi
vittoria militare contro di essi sarà un buco nell’acqua se
sarà stata conseguita al di fuori di una cornice di ampia
cooperazione internazionale e sarà quindi vissuta dal Terzo Mondo come il segno del ritorno di un dominio coloniale del Nord sul Sud, o dell’Ovest sull’Est. Se, soprattutto,
il terrorismo non sarà stato isolato politicamente e culturalmente con una politica di solidarietà fattiva, generosa,
davvero disinteressata, tra la parte più ricca del mondo e la
più povera.
IL PROBLEMA DELLA PACE
DOPO L’ATTACCO
ALLE TWIN TOWERS
Un primo punto di vista: il maledetto XX secolo non vuole
finire. L’11 settembre di due anni fa, l’anno scorso a Kabul,
quest’anno a Baghdad, abbiamo assistito ad altri drammatici sussulti del «secolo breve», il più cruento dell’intera storia
dell’umanità: contraccolpi dello scontro mediorientale, le cui
radici storiche affondano, ben oltre la nascita dello Stato di
Israele, nei grandi sommovimenti che l’hanno preceduta e
ne hanno costituito i presupposti nella prima metà del Novecento. E lo scontro violento continua.
Un secondo punto di vista: è incominciato (male) il XXI
secolo. L’11 settembre 2001 abbiamo voltato pagina
definitivamente rispetto a un mondo diviso tra grandi potenze, in cui le guerre venivano preventivamente proclamate da una nazione contro un’altra e si combattevano con
gli eserciti schierati, mentre i grandi scontri sociali avvenivano all’interno di ciascuna nazione, tra ricchi e poveri di
uno stesso paese, tra padroni e lavoratori di uno stesso sistema produttivo. Ora la guerra è tra le grandi potenze planetarie da un lato e dall’altro manipoli senza divisa e senza
bandiera che si ergono a rappresentanti dei disperati e dei
diseredati della parte povera del mondo, guerriglieri che si
nascondono dovunque e colpiscono senza preavviso, che
per colpire non usano le proprie armi, ma ritorcono contro
l’«impero» nemico gli strumenti stessi del suo potere:
innanzitutto i suoi mezzi di comunicazione e informazione
di massa, ma anche i suoi mezzi di trasporto trasformati in
strumento di strage, i suoi pozzi petroliferi trasformati in
strumento di catastrofe ecologica; e domani – Dio non voglia – anche le sue industrie chimiche e le sue centrali nucleari.
Un terzo punto di vista: la tragedia delle Twin Towers,
come un secolo fa quella del Titanic, segna la fine di una
nostra seconda Belle Epoque. Con la caduta dell’impero
sovietico e il progresso dell’integrazione europea, a noi bianchi ricchi dell’Occidente era parso per un attimo che ci si
dischiudesse davanti una lunga prospettiva di pace e di crescita economica illimitata, favorita dallo sviluppo di un
commercio internazionale ormai senza più vincoli, senza
più confini. E per una decina d’anni ci era parso di vivere
una nuova Belle Epoque felice e spensierata. L’11 settembre 2001, ci ha bruscamente risvegliati da quel sogno. La
risposta data a quell’aggressione con le guerre in
Afghanistan e in Iraq ha, certo, ribadito l’enorme potenza
tecnologico-militare dell’Occidente, ma non certo la sua
invulnerabilità: anzi, ci sentiamo sempre più vulnerabili e
Pietro Ichino
3
Ora una guerra, proprio vicino a casa, viene a turbare i
nostri sonni. «Speriamo che finisca presto, speriamo di non
essere coinvolti direttamente», si sente dire.
Poi, pian piano, la gente coglie che questa guerra, più
esplicitamente di altre, è una guerra di dominio pura e semplice, una prepotenza bell’e buona e allora si mobilita, compra le bandiere iridate, spera…
Ci assale un senso di angoscia e di pietà a causa delle
immagini che entrano nelle nostre case, di frustrazione e di
rabbia. Ma bastano pochi commenti ben indirizzati della
TV – in fondo molti iracheni aspettavano solo la loro liberazione, gli americani sono dei bravi ragazzoni, la donna
soldato liberata… – ed ecco che tutto sembra tornare alla
normalità. È stata un’ubriacatura che ci è consentita, ora
la ricreazione è finita, ciascuno torni al senso di responsabilità, pensi al proprio tornaconto, gli interessi individuali
e nazionali e si lasci fare agli addetti ai lavori.
Allora potrebbe esplodere la rabbia e l’odio da frustrazione dei più convinti, ma la rabbia e l’odio, come la rassegnazione o l’indifferenza, non giovano alla pace. La pace
ha bisogno di gente salda e forte, appassionata, che condivide le speranze e lotta contro le sofferenze, sapendo che il
proprio tornaconto non è il trionfo delle proprie idee, è semplicemente la pace, un bene collettivo senza il quale non si
può vivere.
Siamo tutti su una grande barca e tutti possiamo fare
qualcosa perché non affondi, consapevoli con santa Teresa
d’Avila che «non c’è peccato al mondo di cui io non sia
responsabile, né bene di cui non sia partecipe».
Che il nostro intimo sia percorso da pensieri di pace veri
nella speranza che essi possano contribuire a ridurre quella
tetra, terribile nube di odio che staziona su troppa parte del
mondo e che rischia di coinvolgere, come le perturbazioni
atmosferiche, anche l’Italia e l’intero continente.
PACE: COSÌ DIFFICILE,
COSÌ NECESSARIA
Perché è così difficile la pace? Siamo tutti convinti nel dire
che la guerra è la sconfitta della ragione; e allora perché è
così difficile la pace?
Eppure la guerra va contro l’uomo perché reca morte,
dolore e male indicibili;
eppure la guerra va contro l’economia e il lavoro perché
distrugge le opere dell’uomo, sperpera risorse alla cieca,
dilapida denaro dei popoli, impoverisce tutti (tranne i mercanti di armi);
eppure la guerra va contro l’ecologia perché crea danni
irreparabili all’ambiente, tanto gravi che alla fine ricadono
anche su popoli lontani che nulla hanno a che fare con essa;
eppure la guerra va contro la politica e la diplomazia, i
cui compiti di trovare eque mediazioni tra i conflitti risultano vani;
eppure la guerra va contro la democrazia perché impedisce il libero confronto tra diversi modi di essere e di pensare, livella tutto, abolisce le differenze che sono la ricchezza dei popoli;
eppure la guerra è contro la civiltà perché distrugge, insieme agli uomini, la loro cultura, la loro storia, le loro
tradizioni;
eppure la guerra va contro l’umanità perché scatena gli
istinti più sadici dell’uomo;
eppure la guerra va contro l’essenza spirituale dell’uomo perché lo distoglie dalla propria interiorità faticosamente raggiunta, lo mette in preda alla paura e all’angoscia, alla disperazione.
Eppure, eppure, eppure… eppure è così difficile la pace.
Perché?
Perché la pace non è semplice assenza di guerra, ma è
innanzitutto un fatto esistenziale la cui domanda nasce nell’intimo dell’uomo, laddove nasce anche la guerra. La pace
è completezza, perfezione, forse, più precisamente, è una
condizione cui non manca niente.
La pace si realizza a livello personale, di gruppo, nei
rapporti politici e sociali, nell’armonia dell’uomo con se
stesso, con la natura, con Dio (per chi è credente), armonia
conquistata attraverso il superamento della conflittualità,
che pure ne è il presupposto necessario.
Se la pace è tutto questo, completezza e armonia, sempre ricercate e mai del tutto raggiunte, si comprende bene
perché è così difficile conquistarla.
Luigi Giario
Se dunque è difficile da conquistare, ancor più è arduo è il
sostenerla quando essa viene minacciata.
Finita la contrapposizione fra i due blocchi (e finite anche le ideologie) che ci vedevano schierati da una parte o
dall’altra, ora ci troviamo senza orientamento perché i valori in cui credevamo sono svaniti, il nostro intimo è un
campo di macerie, l’unico nostro idolo è il mercato (la parola più usata in questi anni, non a caso).
4
(Sal 86,5-15; cfr. Sal 103,2-5). Basta invocarLo, poiché dice
che «vuole misericordia non sacrificio» (Os 6,16).
E questo vale anche per noi, poiché «praticare la giustizia e la beneficenza è preferibile, per il Signore, ai sacrifici» (Pr 21,3). Zaccaria, a chi si informava se vigeva ancora
il digiuno tradizionale, risponde: «Giudicate con retto giudizio; ciascuno pratichi con suo fratello la misericordia e
la compassione» (Zc 7,9-10).
Ma è soprattutto san Paolo che dice come si deve fare:
«Lontano da voi ogni amarezza, ira, collera, chiasso [anche il non far chiasso è misericordia] e maldicenza; in una
parola, ogni malizia. Siate, al contrario, buoni gli uni con
gli altri, svisceratamente compassionevoli, perdonandovi
mutuamente, come Dio vi ha perdonato in Cristo» (Ef
4,31s.). E per paura di non essere stato abbastanza chiaro
precisa: «Rivestitevi, come eletti da Dio, santi e amati, di
viscere di misericordia, di benignità, umiltà, mansuetudine, pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonandovi mutuamente tutte le volte che qualcuno abbia qualche lamentela con un altro. Dal momento che Cristo ha
perdonato a voi, così anche voi perdonate»; si tratta, cioè,
non solo di misericordia-perdono, ma anche di misericordia-amore-beneficienza: «E al di sopra di tutto questo, rivestitevi della carità che è il vincolo della perfezione» (Col
3,12-14). Carità che è «longanime e benigna […], disinteressata e non tiene conto del male sofferto […]» (1 Cor
13,4-7).
Come se non bastasse, anche san Pietro interviene nella
questione: «Siate tutti dello stesso sentimento, compassionevoli, pieni di amore fraterno, di profonda misericordia,
di sentimenti umili […]» (1 Pt 1,8s.; cfr. 1 Giov 3,16-18).
Gesù, per amore di chiarezza, fa degli esempi concreti e
inventa la parabola del Samaritano: «Invece [a differenza
del sacerdote e dell’addetto al Tempio che avevano premura
di andare appunto al Tempio] un Samaritano, che era in
viaggio, passandogli accanto [si tratta di un uomo qualunque, incappato nei briganti] lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino;
poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse
due denari e li diede all’albergatore, dicendo: ‘Abbi cura
di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio
ritorno». Bastano olio e vino e due denari [cioè due giornate
di lavoro], ma con la disponibilità di andare a piedi per mettere l’altro sul giumento e poi di pagare il resto se costa di
più (Lc 10,33-35).
Il discorso è fin troppo chiaro: «Siate misericordiosi, dal
momento che il vostro Padre è misericordioso» (Lc 6,36);
«Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano; benedite quelli che vi maledicono e pregate per quelli
che vi calunniano […]». «La vostra ricompensa sarà grande, e sarete figli dell’Altissimo perché Egli è buono pure
verso gli ingrati e i cattivi» (Lc 6,27-35).
Ma vale la spesa? A essere misericordiosi, forse si passa
per stupidi, ma c’è una grande ricompensa: quella di diventare figli dell’Altissimo.
Per vivere e sperare
I FIGLI DELL’ALTISSIMO
«Beati i misericordiosi
perché essi otterranno misericordia»
(Mt 5,7)
In clima di guerra, la misericordia va bene. Ma come? Come
si fa ad avere misericordia di quelli che ci governano? Si sa,
che quando piove si dice: «Governo ladro, piove!» Per loro
non deve esserci misericordia, almeno da parte di quelli che
stanno dalla parte opposta. Da parte, invece, di quelli che si
trovano dalla stessa parte, si trova modo di giustificare sempre quel che fanno. Ma misericordia vuol dire proprio giustificare chi ha torto? Come si fa ad avere misericordia di
certa gente?
La misericordia è quella virtù che predispone l’animo ad
aprirsi a sentimenti di compassione per le sventure altrui e a
operare per il bene del prossimo, perdonandone le offese, comprendendone gli errori e indulgendo alle sue debolezze. Si dice
che è un attributo di Dio, il quale, nella sua infinita bontà,
soccorre gli uomini caduti nell’errore e nel peccato, allevia le
loro sofferenze e concede loro il perdono. Tale attributo è esteso
anche alla Vergine, madre di tutti i fedeli, che viene invocata
come madre, regina, fonte di misericordia.
Le opere di misericordia sono quattordici. Sette sono di
misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati, dar
da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti.
Sette sono di misericordia spirituale: insegnare agli ignoranti, consigliare i dubbiosi, consolare gli afflitti, ammonire
i peccatori, perdonare le offese, sopportare pazientemente le
persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. (Basta
avere l’avvertenza di non dare consigli se non si è richiesti.
Tutto il resto va bene.)
Gesù, per spiegare in che cosa consiste il giudizio finale
(Mt 25,34-40), ha detto che si tratta di verificare se si sono
compiute sei delle sette opere di misericordia corporale: dar
da mangiare, dar da bere, vestire, visitare, andare a trovare,
accogliere. Dei morti da seppellire si è forse dimenticato. In
ogni caso, per essere pecore di Cristo bastano le opere di
misericordia corporali; non ci vogliono neanche quelle spirituali. Neppure un cenno né alla messa né al sesso, cioè a
quelle cose di cui la gente si accusa; perché, alle sei opere di
misericordia corporale elencate da Gesù, mica ci pensa.
Il giudizio finale è solo una questione di misericordia. Si
capisce perché.
Dio, infatti, è «Padre delle misericordie» (2 Cor 1,3) e,
nel dare il primo comandamento, dice che fa «misericordia
fino alla millesima generazione a quelli che [Lo] amano e
osservano i [suoi] comandamenti» (Es 20,5s.); cfr. Es 34,57. Già, ma sono proprio quelli che non osservano i suoi comandamenti che hanno bisogno della sua misericordia. Per
questo il Salmo corregge il libro dell’Esodo e dice che Dio è
«grande in misericordia per tutti quelli che lo invocano»
p. Mario Reguzzoni S.I.
5
dito e analfabeta) [...] Una delle fondamentali ragioni del dramma del non incontro tra domanda religiosa e offerta religiosa
da parte delle religioni istituzionali è nel fatto che tutta
l’impostazione dell’offerta religiosa tradizionale [...] è fondata
su una distinzione chierici–laici che nella società di oggi è stata completamente ribaltata [...] occorre declericalizzare l’offerta religiosa. Ritagliarla cioè sulle reali esigenze delle persone e
delle famiglie [...] il futuro anche immediato sarà solo di quelle
istituzioni che saranno capaci di aggiornare nel senso di una
complementarità autentica tra fedeli e sacerdoti» con un «ruolo
dei fedeli [...] del tutto complementare ma non minore a quello
dei sacerdoti» (27).
E prosegue: «Non può esistere evangelizzazione affidata alle
sole parole [...] invece noi ancora pretendiamo che le famiglie
ascoltino la nostra evangelizzazione fatta solo di parole, di
catechesi verbale» (28). «Ora, nel terzo millennio, assistiamo
al declino dei religiosi, soprattutto numerico [...] e già sappiamo a chi cederanno il testimone dell’evangelizzazione: alle famiglie [...] per la prima volta nella storia, infatti, sono esse, le
famiglie, anche il soggetto principale dell’azione
evangelizzatrice della Chiesa» (29-30). Aggiungendo che «non
è cambiamento culturale da poco, passare dall’idea della chiesa-istituzione clericale che fornisce certi servizi alle famiglie,
all’idea che siano le famiglie cristiane stesse, organizzandosi,
a fornirsi reciprocamente certi servizi» (45), esprime la convinzione che «se è tutta la mentalità ecclesiale, a cominciare
dai vescovi e dai parroci, a spingere in questa direzione, può
fare il miracolo» (46).
Insistendo sul fatto che «in ogni caso è indispensabile far
entrare la formazione alla condivisione e alla comunione
interfamiliare come una delle componenti fondamentali alla
formazione cristiana al matrimonio. Educare le giovani famiglie non solo a essere insieme al loro interno, ma anche a stare
insieme fra di loro, aiutandosi, sostenendosi, è dimensione fondamentale del matrimonio cristiano» (48), il documento conclude con le parole della Familiaris Consortio: «Bisogna che
le famiglie del nostro tempo riprendano quota! Bisogna che
seguano Cristo!» (53).
UN PROGETTO
PARROCCHIA-FAMIGLIA
Verso il futuro tra documenti e speranze
L’esigenza di un radicale mutamento d’impostazione, nelle strutture ecclesiastiche, si avverte sempre più forte a tutti i livelli.
Sull’argomento è di grande interesse un coraggioso documento scritto dal vescovo Luigi Moretti, responsabile della pastorale familiare del vicariato di Roma, che già nel titolo è molto
significativo: La Parrocchia del Futuro: Una Famiglia di
Famiglie.1
Partendo dalla Familiaris Consortio, che descrive la comunità ecclesiale come «grande famiglia formata da famiglie cristiane» (p. 6), il documento sottolinea che «la famiglia non è
fatta per essere mononucleare: l’isolamento la uccide [...] nessuna famiglia è un’isola [...] La famiglia è costituzionalmente
fatta per essere clan, gruppo di famiglie solidali» (7), e afferma
che «tante situazioni in tante giovani famiglie precipitano proprio perché le coppie sono lasciate assolutamente sole a gestire
quotidianamente situazioni pesantissime» (21). Poi indica «tra
le nuove opportunità [...] il superamento del clericalismo e la
presa di coscienza del ruolo dei laici nella Chiesa non come
individui ma come sposi» e «la costituzione di gruppi di famiglie solidali» (25).
Aggiunge, inoltre: «Nella misura in cui quest’azione di
coscientizzazione avrà successo, ciò cambierà il volto della comunità ecclesiale, la parrocchia innanzitutto, facendone ciò che
per essenza dovrebbe essere: una famiglia di famiglie» (7), con
«la famiglia come centro della nuova evangelizzazione [...] animatrice e costruttrice di comunità di famiglie» (11). «La chiave di volta [...] consiste nel [...] aiutare le famiglie ad aiutarsi
reciprocamente» (7), perciò «i presbiteri e gli sposi [...] divengano complementari» (11) considerando la «complementarità
dei due sacramenti dell’ordine e del matrimonio» (12), «due
sacramenti della maturità [...] finalizzati alla costruzione e al
servizio della comunità» (11). Insomma, «né gli sposi da soli
né i sacerdoti da soli [...] solo insieme questa costruzione può
essere realizzata» (15).
Anche se è ben noto che le stesse parole vengono sovente
intese in maniere differenti, e devono quindi essere messe alla
prova nella loro applicazione pratica, mi pare fuori dubbio che
il documento sia proiettato verso il futuro in modo innovativo
spiegandone motivi e necessità: «Se le cose continuassero in
questo modo non c’è da stare molto allegri per il futuro, e le
prospettive per le nostre parrocchie non sarebbero esaltanti [...]
ciò che uccide e toglie le forze [...] non è il dover lavorare, ma
il lavorare senza prospettive, senza un futuro che non sia la
stanca e sempre più illanguidita conservazione dell’esistente»
(17), «in Italia siamo al di sotto del 20% nella frequenza domenicale, sul 90% di battezzati, con alcuni luoghi, ad esempio
della Toscana, dove la pratica scende anche al di sotto del 5%»
(23). Constatando «il diffondersi di una nuova pratica religiosa fai-da-te» (23), il documento si chiede «dove si trova la ragione culturale profonda di questo impressionante fenomeno
di scadimento dell’appartenenza religiosa istituzionale, a fronte di una crescita altrettanto massiva della domanda religiosa
privata nella società postmoderna?» (25). Poi risponde: «La
ragione essenziale si ha nel fenomeno tipico della modernità
del dissolvimento della distinzione sociologica fra chierici (letteralmente coloro che hanno in sorte il potere perché hanno
studiato) e laici (letteralmente gli appartenenti al popolo sud-
Innanzitutto bisogna riconoscere al vescovo Moretti di essersi
espresso con grande coraggio. Il documento, nella sua esposizione teorica, a noi sposi cristiani appare un’eccellente proiezione verso il futuro. Ma come impedire dubbi e perplessità
sulle concrete possibilità di applicazione? Per giungere a «una
complementarità autentica tra fedeli e sacerdoti», anche la teologia, soprattutto quella matrimoniale, dovrebbe essere
riesaminata, ripensata, riformulata insieme, in un intreccio
paritetico tra chi ha il carisma dell’ordine e chi, essendo ministro del matrimonio, può mettere alla prova concretamente, nella
vita vissuta, «le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio».2 Ma possiamo sperare che l’autorità ecclesiastica sia disponibile a rimettersi in discussione? Perché altrimenti,
se si inviteranno le famiglie alla presa di coscienza del loro nuovo ruolo, intendendo però che sui punti di riferimento fondamentali la parola spetterà solo e soltanto ai chierici, come nel
passato, allora l’utilità di qualsiasi documento sarà pari a zero.
Antonio Thellung
Comunità del Mattino, Roma
1
Vicariato di Roma, Centro per la Pastorale Familiare, La Parrocchia
del Futuro: Una Famiglia di Famiglie, Contributi alla Relazione Annuale di S.E. Mons. Luigi Moretti, Anno 2002-2003.
2
Cfr. 1 Gv 4,1.
6
essere se stessi, per essere famiglia, per essere gruppo, per
essere comunità. Accompagnamento attento alla sovranità
della famiglia e della persona nelle sue scelte quotidiane, e
inteso come affermazione del proprio bisogno dell’altro come
elemento imprescindibile per una realizzazione delle più
profonde aspirazioni di vita».
MONDO
DI COMUNITÀ E FAMIGLIA
Assemblea Costituente 7 giugno 2003
E, se è vero che siamo portatori di ricchezze, bisognerà allora
avere cura dei pensieri e delle azioni altrui. È la condivisione.
Condivisione vuol dire far uscire il rispetto dell’altro dalla
formalità della buona educazione, rispetto è guardare all’altro con occhi interessati, vuol dire utilizzare la relazione con
l’altro come luogo di una rivelazione, come luogo di un progressivo dis-velamento. Per potersi togliere il velo, per potersi porre in modo aperto, ho bisogno che la cultura che mi
ospita sia permeata dalla condivisione.
È nata una nuova Associazione.
La sua origine non è da imputarsi a una pensata, ma piuttosto è figlia di un’esigenza, quella di consentire il travaso
da una realtà all’altra delle ricchezze esperienziali che si sono
originate e poi moltiplicate dall’intuizione originaria di
Villapizzone e che sono state visualizzate attraverso la metafora delle cordate: condomini solidali, gruppi di
condivisione, amici, lavoro e Associazioni Regionali.
Lo Statuto che è stato presentato e approvato non rappresenta un atto formale ma è stato un lavoro di merito.
Abbiamo provato a spremere le esperienze sino a far uscire
parole dense di significato per ognuno di noi, parole che ci
accompagneranno pur nell’originalità dei nostri cammini.
Vale la pena allora di sostare un po’ su queste parole.
Credo che certe affermazioni pongano MCF all’interno
di una corrente di pensiero di origine umanista, che riconosce l’esperienza terrena della vita dell’uomo ricca di
potenzialità e di ricchezza.
Dallo Statuto di MCF: «La condivisione intesa come cultura
che riconosce il valore delle persone e che muove le relazioni
nelle quali si è impegnati. Condivisione come modalità per
discernere in modo cosciente, libero, voluto e responsabile
l’orientamento di fondo della propria vita. Condivisione che
vuol dire comunicare le proprie esperienze non come assoluto, ma come verità relativa a disposizione degli altri.
Condivisione che vuol dire utilizzare e attingere alle esperienze altrui per andare più a fondo nel proprio cammino di ricerca. Condivisione come rinuncia al desiderio di egemonia sugli altri, rispettando lo sforzo, nei limiti e nelle potenzialità
manifestati, di coloro che stanno cercando di apportare il loro
contributo. Condivisione come impegno a distinguere senza
dividere e unire senza confondere. Seme e frutto della
condivisione sono la fiducia in se stessi e negli altri, che sostiene e organizza le persone in cammino».
Dallo Statuto di MCF: «Denominatore comune dell’Associazione è il credere che la famiglia e ogni persona abbiano
delle ricchezze e delle potenzialità intrinseche che, se ricercate, comprese, elaborate ed espresse, diventano un potenziale di realizzazione in termini di felicità per sé e di disponibilità umana e sociale verso gli altri. L’Associazione crede che queste potenzialità possano diventare forme alternative di organizzazione tra le persone».
Questi beni diventano una ricchezza per sé e per gli altri se…
Si cercano.
Si comprendono.
Si elaborano.
Si esprimono.
Ma questi quattro verbi hanno bisogno di un terreno per crescere e diventare frutti, e qui stanno le nostre novità: c’è bisogno che la persona e la famiglia non siano sole. È l’ammettere, dopo aver sostenuto le potenzialità umane, che l’uomo è
anche debole, che da soli non ce la facciamo, è l’ammissione
del nostro bisogno dell’altro. Don Mazzolari in una sua preghiera diceva: «Se solo riuscissimo ad avere pietà di noi stessi, avremmo pietà gli uni degli altri, e un mondo di pace si
aprirebbe davanti a noi». Uno stare insieme che non vuole
dire fare confusione, l’io-famiglia è accompagnato e sostenuto, non è spinto, non è diretto, non è sorretto, non è guidato, a
nessuno verrà tolto il piacere della propria conquista quotidiana, ma speriamo che nessuno sentirà mai l’indifferenza
dell’altro verso la fatica di un’esistenza.
Un’altra caratteristica del terreno che forma la nostra nuova
Associazione sta nell’aver capito che la felicità non si accompagna con la ricchezza materiale. Il tentare di diventare ricchi
di cose e di denaro è un percorso del quale diffidare. Il denaro
non è il diavolo, anzi, ma deve tornare a essere quello che è:
uno strumento di scambio, un mezzo per realizzare dei progetti di vita. Povertà allora come scelta che nasce dal bisogno
di autenticità.
Dallo Statuto di MCF: «La sobrietà come bisogno, come scelta
per ricercare la felicità nella semplicità sia nelle relazioni materiali sia in quelle spirituali, nella mitezza dei rapporti tra le
persone e nel rispetto dell’utilizzo delle risorse naturali, in un
quadro di sostenibilità, sul piano sociale e ambientale.
Nel mondo attuale s’impone una forte etica di equità nella
ripartizione delle ricchezze e delle risorse tra i popoli. Il consumo
di materia e di energia ha superato la rinnovabilità delle medesi-
Dallo Statuto di MCF: «L’accompagnamento tra famiglie e
persone, come reciproco sostegno, come stile e cultura per
7
me risorse e abbiamo iniziato a intaccare il ‘patrimonio’ ecologico: dobbiamo garantire alle prossime generazioni almeno le condizioni di partenza di cui abbiamo potuto godere.
Le merci, il denaro, i talenti nostri e altrui sono mezzi di
scambio per vivere nella pienezza e non scopi di finalizzazione
esistenziale. Sobrietà individuale, di gruppo e di Associazione anche come solidarietà concreta con quanti non hanno nemmeno di che vivere e come superamento di un consumismo
fine a se stesso. Tutto questo impone coerenze vecchie e nuove circa gli stili di vita».
Si è scelto di affrontare il tema in termini concreti, ovvero concentrandosi su due esperienze: i Bilanci di Giustizia e
i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS).
Per i Bilanci di Giustizia ci hanno aiutato nella riflessione Laura e Andrea Avogadri, partendo da questa domanda:
rispetto al desiderio di cambiamento che ho, sto facendo abbastanza? In modo inconsapevole, soprattutto se si è impegnati socialmente, ci si risponde di sì; applicando il metodo
dei Bilanci, invece, si scopre che non è così, e si può quindi
iniziare un percorso di cambiamento.
Il Bilancio di Giustizia è uno strumento obiettivo che fotografa il comportamento economico di una famiglia, ci aiuta
cioè a capire dove vanno a finire i nostri sudati risparmi
(quante volte ci siamo chiesti: ma dove sono finiti i soldi
che ho prelevato la settimana scorsa?) Una volta che ci siamo resi conto – carta canta – delle diverse voci di spesa del
nostro bilancio familiare, abbiamo la possibilità di fare delle scelte. L’obiettivo finale non è quello di spendere meno,
bensì quello di usare meglio i propri soldi. Lo scopo dei
bilanci è infatti la revisione dei consumi secondo un criterio
di giustizia: il concetto guida è quello di «spostamento». Spostare un consumo scegliendo in base a criteri quali l’eticità,
la sostenibilità ambientale, il recupero e il riciclaggio,
l’autoproduzione, l’apertura ai bisogni altrui… ricalibrare
cioè i propri bisogni e ricondurli a un’etica di sobrietà. Il
discorso non è ristretto in termini monetari, perché è fondato su un concetto di benessere della persona e della famiglia:
alcuni consumi non verranno ridotti se si ritengono fondamentali per la propria felicità.
L’esperienza dei bilanci è importante che venga vissuta
in gruppo, basandosi sul confronto e sul sostegno reciproco.
Si costituiscono infatti dei gruppi di «bilancisti» (o bilanciati?) che si trovano periodicamente (ogni due-tre mesi) per
confrontarsi, in uno spirito di condivisione sui propri bilanci. Insieme si scopre che le priorità di spesa delle famiglie
sono molto differenti tra loro, e da questa diversità si può
imparare molto. Insieme si possono decidere degli obiettivi
comuni su cui lavorare, anche se l’esperienza dei bilanci resta molto libera e personale.
Concretamente: il bilancio è mensile e diviso in capitoli
(alimentari, abbigliamento, casa, trasporti, salute, svago cultura e formazione, beni durevoli, viaggi, solidarietà…) Si è
liberi di compilarlo tutto o concentrarsi solo su alcuni capitoli di spesa. Un bilancio annuale è utile per formulare degli
obiettivi (i famosi «buoni propositi»), cosa molto importante, perché è sulla base di essi che si possono realizzare degli
spostamenti: occorre attenzione per porsi obiettivi graduali
e calibrati sulla situazione della propria famiglia.
L’esperienza dei bilanci è nata come campagna nazionale
nel 1994 e mantiene tuttora un tale respiro: i bilanci vengono raccolti, analizzati e pubblicati (per chi utilizza Internet
vi sono diversi siti dove è possibile reperire sia ulteriori informazioni sui bilanci sia i dati elaborati).
E ora la nota dolente, su cui vi è stato anche un po’ di
dibattito (senza scaldarsi troppo, mi raccomando), ovvero:
ma quanto tempo ci vuole a tenere i conti? Ci sono dei trucchi per risparmiare tempo? La risposta non è stata del tutto
confortante: ognuno, provando diverse strade, trova il me-
Ma abbiamo anche bisogno di chiedere esplicitamente all’altro: «Senti, so che sono quello che sono, ma tu mi accetti, mi
accogli lo stesso?» Questo è il quarto pilastro che regge il
nostro campo, l’accoglienza, ma noi non facciamo accoglienza perché siamo buoni, ma…
Dallo Statuto di MCF: «L’accoglienza come frutto della povertà propria e altrui, intesa come libera disponibilità verso
l’altro nella sua diversità, nel suo bisogno, nella sua ricchezza. Accoglienza come strumento per una convivenza pacifica
e nonviolenta e come riconoscimento del diritto di ogni famiglia e di ogni persona di poter interrogare l’altro per realizzare il suo sogno di vita».
Su questi concetti nasce l’Associazione MCF, e oggi siamo
qui per sentire se ci sentiamo rappresentati da queste parole.
Propongo a questa Associazione di fondarsi stipulando un’alleanza che vedo basata su due punti:
1 - Il coraggio di rischiare. L’orgoglio di far emergere i talenti,
trovare la vocazione come persone e come famiglie e cercare
di realizzarla. Non faremo tutti le stesse cose, ma impegniamoci a fare il tifo perché le vite che ci scorrono a fianco si
realizzino in pienezza e felicità.
2 - Stiamo vicini. Mettiamo fra le cose importanti il bisogno,
l’esigenza, la bellezza di raccontarci e di condividere il nostro
personale sforzo – intellettuale, emotivo, pratico – innalzato
a utilità comune. Questo darà grande forza a tutti, ai più prossimi e ai più lontani.
Turoldo dice che un’esperienza viene giudicata se vera o falsa
dalla sua capacità di fare eucarestia, eu = bene, charis = grazia, il bene che si rende disponibile all’altro.
Condividiamo dunque lo sforzo quotidiano di rendere piena la vita che ci è stata affidata e allora… saremo veri.
Gianni Ghidini
DALL’AGORÀ A TUTTO GAS
Questo è un breve reportage di uno dei «focus» (con il caldo
che faceva, il termine è molto appropriato) svoltosi domenica 8 giugno al Centro Schuster, durante la prima «Agorà» di
MCF. Titolo dell’incontro: «Famiglia, etica e sobrietà: quali
strumenti, quali possibilità». L’intento era quello di aiutare
nella riflessione le famiglie che desiderano sperimentarsi
verso forme alternative di economia familiare e che s’interrogano su quale senso nuovo dare ai propri comportamenti
economici.
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mune tra più famiglie è stato casuale, o per meglio dire provvidenziale.
Nessuno di noi allora, assillato da ben altri problemi (ad
esempio la casa da costruire), aveva mai pensato a
regolarizzare il lavoro, vissuto molto liberamente, funzionale ai bisogni del momento, se non del giorno stesso.
Era impensabile comunque mettere in regola tutti coloro
che lavoravano in Comunità: qualsiasi forma regolamentata
di lavoro era impraticabile e abbiamo ripiegato su un minimo di assicurazione privata. Questo contesto di grande originalità non poteva rientrare in nessuna legge allora vigente; d’altronde era chiaro a tutti che una certa dose di rischio
faceva parte del gioco, la coscienza ci diceva che andava
bene così e la Finanza, più volte interrogata, non aveva suggerimenti validi per un corretto inquadramento tributario.
todo che più ritiene valido (c’è chi vi dedica qualche minuto
ogni giorno e chi concentra tutto il lavoro in una volta a fine
mese, spendendo circa tre ore). Altra domanda: ma alla fine
si spende meno? Come si diceva all’inizio, spendere meno
non è l’obiettivo. Si è visto comunque che, generalmente,
alla fine si realizzano dei risparmi, che si possono quindi
incanalare verso investimenti etici.
Per quanto riguarda i Gruppi di Acquisto Solidale, ha introdotto il discorso Mario Rusconi chiedendo: come si può già
da oggi, anche per famiglie che non vivono in comunità, attuare delle pratiche in comune con altri nelle piccole cose?
Come essere famiglia che, nel proprio ambiente quotidiano,
vive delle esperienze di comunione con altri? Come portare
e coniugare i valori di MCF in una realtà normale?
I Gruppi di Acquisto possono essere un modo per dare
qualche risposta a tali domande: un GAS può rappresentare
per il territorio, nel quale si è inseriti, un’esperienza significativa.
In pratica si tratta di mettersi insieme, di organizzarsi per
fare acquisti comuni. Si può partire da piccole cose: uno va
a comprare il pane e lo compra per tutti. Ma si può anche
non limitarsi a una semplice spesa fatta in comune, bensì
qualificare insieme i propri acquisti, dandogli altre valenze,
solidali appunto. In gruppo si possono infatti trovare le energie e le sinergie per riflettere e ricercare produttori locali,
magari biologici, per rivolgersi al commercio equo e solidale, per riflettere insieme sul significato di acquistare un prodotto anziché un altro eccetera. In Lombardia sono attivi
diversi GAS ai quali poter fare riferimento, sia per partire
con un nuovo gruppo sia per aggregarsi a un gruppo già
attivo.
Giuseppe, un produttore biologico di verdure, sensibile
da tempo ai GAS, portandoci la sua esperienza ha sottolineato l’importanza della relazione diretta fra produttore e consumatore: fra i due dev’esserci una relazione di fiducia, perché si ha bisogno l’uno dell’altro. È importante che un consumatore sappia cosa c’è dietro quello che consuma, ed è
importante che il produttore sappia dove va a finire il proprio prodotto.
Infine, sia per i Bilanci sia per i GAS, è stata sottolineata
l’importanza che l’esperienza sia di tutta la famiglia: spesso
invece è la donna che si sobbarca la maggior parte dell’impegno!!!
Su questi temi, visto l’interesse suscitato dall’incontro, si
tornerà a parlare e a far circolare le informazioni nell’ambito di MCF.
DI MANO IN MANO:
UNA POSSIBILITÀ
RIPROPONIBILE
Il lavoro in comune – definito da un tesista della Bocconi
«destrutturato» cioè privo di veste istituzionale – si è visto
col tempo che è stato fondamentale per tre aspetti caratterizzanti la Comunità:
1 - Ci ha dato modo di fare e sentirci comunità, perché
ci ha portato ad avere in comune anche il frutto del lavoro,
ed è sul lavoro e sul frutto del lavoro che la società stessa si
costruisce o si distrugge, si unisce o si divide, quindi, a maggior ragione, anche la Comunità era chiamata a questa sfida
del costruirsi e del trovare l’unità attraverso il lavoro e il
denaro.
2 - Ci ha dato modo di fare accoglienza, prima l’accoglienza tra noi adulti responsabili, condividendo quotidianamente sia il lavoro della ricostruzione, sia le attività più
propriamente remunerate, dagli sgomberi alle imbiancature, all’idraulica e a piccoli lavori di muratura. Poi l’accoglienza verso tutti coloro che ogni giorno bussavano alla
porta e che molto liberamente trovavano una loro collocazione in una delle tante mansioni.
La frase ricorrente che meglio interpreta questi due primi
punti è «non far da solo quello che puoi fare in due».
Ogni azione era quindi tesa non tanto al risultato – anch’esso importante per la sopravvivenza di tutti, ma non al
primo posto –, ma a diventare occasione per conoscere l’altro e farsi conoscere. Si ribadiva che portare una lavatrice
insieme fosse meglio di tanti ragionamenti.
Una continua lotta contro il proverbio egoista e borghese
«chi fa da sé fa per tre», contro l’abitudine dell’avere un
ottimo risultato con il minor sforzo facendolo da soli, ma
accontentarsi del risultato ottenuto senza mai accontentarsi
della relazione.
3 - Ci ha dato modo di autosostenerci economicamente, non solo per l’orgoglio di non dipendere da nessuno, ma
anche perché ci ha stimolato verso forme di vita sobria e
consumi alternativi (riscaldamento, alimentazione, tempo
libero).
Non si può parlare e forse nemmeno capire la Cooperativa
di Mano in Mano se prima non si racconta l’esperienza del
lavoro maturata in venticinque anni di storia delle Comunità, a partire da via De Lemene, Villapizzone, Castellazzo.
È la storia del lavoro in comune.
Devo subito precisare che l’esperienza del lavoro in co-
Soprattutto per come era strutturato il lavoro, non si poteva
certo definire questa esperienza nel modo con cui definiamo
oggi le Comunità: condominio solidale. Sarebbe stata una
definizione molto riduttiva, ingenerosa per le enormi energie profuse, e la «totalità» che questa esperienza richiedeva:
chi saprebbe spiegare come si è fatto a vivere in sei famiglie
Alfredo Longoni
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(sessanta/settanta persone), ristrutturare Villapizzone, far
partire Cappellette di Tortona e Castellazzo?
Ma è stato proprio per il nostro desiderio di allargare a
quanti erano attirati da quest’esperienza che abbiamo dovuto ripensare in chiave “moderna” a quello che stavamo vivendo: ciò che andava bene a un gruppo solo era sicuramente improponibile a più Comunità, ciò che andava benissimo
negli anni ’70-80 non andava più bene alle soglie del 2000.
La considerazione più importante che ci ha guidato in
questo passaggio è stata che, mentre nella prima fase appena tracciata il lavoro in comune è stato vissuto come la strada maestra per fare comunità, oggi possiamo dire che la strada maestra per fare comunità è la vita di Comunità.
Vita di comunità che si concretizza all’interno di alcune
dimensioni fondative: sovranità familiare, vita del quotidiano (il cortile, la relazione), cassa comune, accoglienza, attività presenti in Comunità.
Per rendere possibile il passaggio è stato necessario avviare una formula imprenditoriale che, attraverso la costruzione di un’impresa sociale, portasse a:
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valorizzare il patrimonio professionale maturato negli
anni e che ha trasformato un’attività marginale in attività economica di grande rilevanza;
introdurre un nuovo soggetto sociale e imprenditoriale
che contribuisse allo sviluppo delle politiche sociali del
territorio;
concorrere con progetti imprenditoriali alla costruzione
di nuove risposte ai bisogni;
riqualificare l’azione di ACF, riportandola alla sua funzione principale di promuovere cultura, creare opinioni,
tutelare diritti. (Questo perché dal ’94, con la legge sulle attività marginali, ACF si è accollata l’onere della
gestione economico-finanziaria di una parte del lavoro
in comune.)
La Cooperativa Di Mano in Mano è un’impresa sociale che
cerca di rispondere a questi nuovi stimoli tenendo fede alla
propria storia, attraverso la realizzazione di questi tre punti
per noi fondamentali:
1 - mettere al centro la persona: dietro il socio, il dipendente, l’inserimento lavorativo ci sono padri e madri di famiglia, figli, giovani in ricerca, in disagio, con handicap eccetera.
2 - rispondere al criterio di efficacia: il lavoro rende se
chi ci lavora ha responsabilità e a queste risponde. La responsabilità fa crescere e realizza la persona, quindi si deve
offrire a ognuno la possibilità di realizzarsi attraverso un
compito ben preciso e che faccia parte di un insieme.
3 - saper stare sul mercato: è la prova che quello
che facciamo e quello in cui crediamo è concreto e
veramente alternativo e riproponibile a tutti.
Massimo Nicolai
Dal Consiglio di Gestione riceviamo con preghiera di pubblicazione
il testo che segue, che viene definito: «Proposta di documento preparato dal Consiglio di Gestione di ACFr Lombardia, giugno 2003». Lo
facciamo volentieri, naturalmente aggiungendo l’invito non solo a
leggere ma soprattutto a mandare – anche durante le vacanze! – uno
scritto al Consiglio stesso con le osservazioni di cui si potrà tenere
conto al momento della stesura definitiva. (N.d.R.)
IL «TESORO»
DI ASSOCIAZIONE
COMUNITÀ E FAMIGLIA
LOMBARDIA
Sentiamo il dovere di rendere possibili i desideri delle famiglie e delle persone che pongono la loro realizzazione
all’interno degli orizzonti tratteggiati dall’originaria
esperienza di Villapizzone.
Il desiderio di realizzare la propria vocazione di partecipazione sensibile e responsabile al mondo.
Il desiderio di abitare in modo solidale, aperto, accogliente e sobrio.
Il desiderio di poter vivere nella cultura della condivisione
come modalità di relazione che stimola le diversità a utilità
comune.
Per realizzare tutto questo abbiamo bisogno di solidità
e di solidarietà.
Anche il denaro, se condiviso, scambiato, è un mezzo
con cui possiamo rendere possibili i nostri sogni
concretizzando la sobrietà.
Insieme l’alternativa è possibile.
Le ACF Regionali si propongono come una cordata per
favorire a ognuno la propria ascensione, dove la corda è
allentata tanto da non togliere responsabilità e fatica, gioia
e orgoglio, ma in piena sicurezza.
ACFr vuole creare una rete di solidarietà che tuteli la
vita e l’andamento ideale, economico e giuridico delle esperienze in atto, e da esse viene formata e informata.
Oltre all’apertura, all’accoglienza, alla condivisione, la
povertà viene ritenuta un pilastro portante della nostra organizzazione. Povertà come consapevolezza di avere bisogno dell’altro. Io sono una risorsa – io ho bisogno di te.
Nei condomini solidali, vengono utilizzati gli strumenti della
«cassa comune» e dell’«assegno in bianco», come mezzi
per porsi nelle mani dell’altro, con fiducia, mettendo la coscienza propria e altrui come garanzia nella convivenza.
La cassa comune viene ogni anno azzerata. Ciò che non mi
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serve, non è più mio ma è di tutti. Il denaro rimasto viene
fatto confluire ad ACFr che lo custodisce in una cassa, che
prende il nome di «cassa comune delle casse comuni», o
meglio «Tesoro di Associazione Comunità e Famiglia».
ACFr opera direttamente o indirettamente attraverso una
delega ai gruppi di lavoro, e s’impegna a ristrutturare la
casa, pagare l’affitto e vigilare che vengano osservati i dettami statutari che i condomini solidali hanno depositato presso ACFr per l’approvazione.
Le famiglie, per il tempo che vivranno nel condominio solidale, s’impegneranno invece a contribuire, secondo coscienza, con una quota fissa decisa all’interno della riunione comunitaria, e ad azzerare a fine anno la propria cassa
comune riversandola nel Tesoro di Associazione Comunità
e Famiglia.
Il Tesoro di Associazione Comunità e Famiglia sarà formato da:
• una quota certa: ogni famiglia che ha ricevuto da ACFr
in comodato una casa per vivere autodetermina una
quota, che si impegna a lasciare nella cassa comune
del suo condominio solidale. La somma di questi impegni costituirà il «certo» che il presidente accantonerà prima dell’azzeramento di fine anno;
• una quota variabile: ogni condominio solidale, impegnandosi nella via della sobrietà, potrà versare una quota che varierà col variare delle situazioni contingenti;
• le donazioni che arriveranno direttamente ad ACFr;
• i proventi delle attività marginali gestite da ACFr;
• i finanziamenti pubblici che ACFr potrà ricevere per
progetti che presenterà per meglio attuare i propri scopi di autopromozione della famiglia e della persona.
Il Tesoro di Associazione Comunità e Famiglia si occuperà di:
• utilizzare il «certo» per ottenere, da banche con indirizzo etico o altre forme giuridiche che comunque rispondano a criteri controllabili di moralità finanziaria,
prestiti a condizioni vantaggiose per affrontare le spese delle ristrutturazioni;
• pagare i prestiti;
• pagare gli affitti;
• pagare le assicurazioni;
• pagare le consulenze dei professionisti;
• sostenere le spese di segreteria necessarie al buon funzionamento delle ACFr;
• utilizzare il «variabile» per costituire un fondo di solidarietà, dal quale una percentuale, non inferiore al 10%,
sarà destinata ai progetti che intendono svilupparsi in
altre regioni o in altri Paesi, che si fondono su presupposti ideali simili a quelli di ACFr.
Le richieste di finanziamento al Tesoro di ACF dei progetti dei condomini solidali esistenti o dei gruppi di lavoro
dovranno essere presentate ad ACFr, che – dopo aver ascoltato in seduta congiunta il Consiglio dei Presidenti dei condomini solidali o di una loro rappresentanza, il gruppo tecnico e un rappresentante del Tavolino Regionale – esprimerà
un parere sulla fattibilità e sostenibilità della proposta.
Al finanziamento di questi progetti, i condomini solidali
o i gruppi di lavoro potranno partecipare con fondi propri
o autonomamente raccolti, per accelerare l’attuazione degli stessi.
I gruppi di lavoro, organizzandosi sui modelli dei Gruppi d’Acquisto Solidali o dei Bilanci di Giustizia, o in altre
forme creative, possono contribuire con il loro impegno al
Tesoro di Associazione Comunità e Famiglia.
Le famiglie che non intendono vivere, almeno per il momento, in un condominio solidale pur facendo parte del
Mondo di Comunità e Famiglia – come coloro che partecipano ai gruppi di condivisione o più semplicemente perché
amici – possono partecipare al Tesoro:
• sottoscrivendo certificati di deposito, obbligazioni a
tempo o altri strumenti pensati con Banca Etica specificando la volontà di contribuire ai progetti di ACF
della regione di appartenenza;
• aprendo dei conti correnti bancari presso Banca Etica
specificando la propria appartenenza al Mondo di Comunità e Famiglia;
• facendo donazioni.
I beni immobili di proprietà dell’Associazione Comunità e
Famiglia saranno trasferiti con donazione modale alla fondazione I Care secondo quanto convenuto al momento
dell’acquisizione.
Le forme di lavoro collegate al Mondo di Comunità e Famiglia potranno contribuire nella misura e nelle modalità
che riterranno opportune alla formazione del Tesoro di
Associazione Comunità e Famiglia Regionale, come segno
di partecipazione al tessuto dal quale molte di queste esperienze traggono vitalità e promozione.
Il Mondo di Comunità e Famiglia, associazione di promozione sociale, si sosterrà autonomamente con le forme previste dal suo Statuto e alimenterà culturalmente tutte le esperienze di condivisione, accoglienza e sobrietà che si proporranno in un contesto di promozione della famiglia e della persona.
Il CdG
Il Tesoro di Associazione Comunità e Famiglia sarà amministrato dal Consiglio di Gestione di ACFr, in modo trasparente, con la diligenza del buon padre di famiglia.
Il bilancio annuale sarà reso pubblico alla fine di ogni anno.
Il Tesoro di ACFr si esporrà per ottenere prestiti in maniera proporzionale alla quota certa che ogni anno entrerà
nel Tesoro stesso.
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LA STORIA DI “I CARE”
Un solido sostegno per cercare di realizzare i sogni
Nel settembre del 1998 è stata costituita la prima Fondazione “I Care, mi prendo cura - Onlus” al servizio di associazioni, cooperative e persone che vorrebbero operare in
tutti i campi del mondo di oggi, perseguendo esclusivamente scopi di solidarietà sociale.
In effetti l’idea dei primi consiglieri, sostanzialmente i
coniugi Volpi e qualche laico legato alla Compagnia di San
Paolo, era anche quella di creare una “cassaforte” capace
di conservare i beni affidati loro dalle associazioni o dai
privati che credono nella funzione di I Care, oltre che nella
bontà delle rispettive idee e attività.
Tra il 1999 e il 2000 la prima I Care interviene al fianco
dell’Arcidiocesi di Milano per mettere ordine in una complessa questione di proprietà di immobili a Laveno
Mombello (Varese): da qui si sviluppa la possibilità di creare al Bostano una comunità di ACF, e a breve si dovrebbe
concludere il passaggio definitivo della proprietà dall’Associazione alla Fondazione.
Ancora nel 1999 si cominciano a studiare le possibilità
di supportare la Cooperativa Farsi Prossimo (Caritas
Ambrosiana) nell’organizzare un progetto comunitario per
la riabilitazione di malati psichici: si tratterebbe di acquistare un immobile composto da tre palazzine nel quartiere
di Bruzzano (Milano nord), di ristrutturarlo e di renderlo
abitabile per due comunità residenziali di malati psichici e
per una comunità di famiglie legata ad ACF che prenderà il
nome di “Condominio Solidale”. Attualmente una palazzina è già utilizzata dalla Cooperativa Farsi Prossimo, una
seconda sta per essere completata per ospitare ancora un
paio di famiglie del Condominio Solidale, l’ultima entrerà
presto in fase di “ristrutturazione”.
Si può dire, oggi, che l’intervento della Fondazione I
Care e l’impegno di ACF a Bruzzano hanno aiutato l’insediamento di disabili psichici in un contesto di integrazione
sociale e in un territorio che altrimenti non sarebbe stato
così disponibile all’accoglienza.
Fra il 2000 e il 2001, inoltre, I Care ha realizzato un’interessante collaborazione con l’Associazione Laboratorio
Solidale, che oggi aderisce alla Fondazione, e con la Cooperativa Di Mano in Mano. Grazie all’apporto di queste
realtà, che si occupano anche di inserimento lavorativo, è
stato possibile l’avvio di diverse esperienze di stage di addestramento al lavoro all’interno della Cooperativa Di Mano
in Mano.
Storicamente il 2001 è anche l’anno della scissione all’interno della Fondazione e della del cambio di denominazione di “I Care, ancora - Onlus”: diciamo che c’è stata la
separazione tra il filone ACF e la componente dei Paolini,
per favorire il libero evolversi di due visioni differenti.
L’assetto organizzativo attuale di I Care, ancora - Onlus
vuole distinguersi dalle fondazioni intese in senso classico
poiché unisce la solidità e la garanzia specifiche di tale
forma giuridica con l’apertura alla partecipazione associativa di membri aderenti che possono operare attivamente
(formando specifici gruppi di lavoro su singoli progetti)
oppure possono entrare in organi operativi e direttivi (partecipando all’elezione del Comitato Esecutivo).
Dopo i contraccolpi legati alla scissione e alla nascita
della nuova Fondazione, I Care sta cercando il suo equilibrio economico e finanziario attraverso contributi e donazioni per sostenere i diversi progetti nei quali è impegnata e
anche per coprire gli oneri della sua gestione ordinaria.
Gli organi della sua struttura organizzativa sono il Consiglio Generale, che ha i poteri di ordinaria e straordinaria
amministrazione, il Comitato Esecutivo, per la gestione
operativa, e il Direttore della Fondazione, persona che ha il
compito di coordinare le attività.
Tra le iniziative che si stanno attuando in questo periodo
segnaliamo il progetto di residenzialità integrata (un pensionato per studenti-lavoratori, una comunità per giovani
disabili e due appartamenti per giovani coppie) nella parrocchia di Santa Maria alla Fontana: anche in questa occasione I Care, collaborando con altre organizzazioni come
la Fondazione Ideavita, la Cooperativa La Cordata e ACF,
favorisce l’avvio e la realizzazione del progetto più che
impegnarsi direttamente nella gestione degli interventi.
Nel 2002 si è richiesto, infine, anche un riconoscimento
nazionale per rispondere ad alcune richieste di collaborazione e di sostegno a iniziative presenti al di fuori del territorio lombardo. Ad esempio c’è quella delle famiglie di ACF
Piemonte che intendono avviare un’esperienza di comunità
nella provincia di Novara (Castellazzo Novarese). Se pensiamo che anche la Comunità di Berzano, storica esperienza nata direttamente dalla realtà di Villapizzone, avrà bisogno dell’intervento della Fondazione per garantire il consolidamento finanziario e lo sviluppo strutturale della Comunità, ecco che completiamo questa nostra sintetica panoramica sottolineando l’importanza di una organizzazione “giuridicamente solida” proprio perché associativa: caratteristiche entrambi indispensabili per… vincere quella
“sfida e quella scommessa che avrà qualche possibilità di
riuscita se sarà condita con tanto coraggio e tolleranza”
(dal preambolo dello Statuto).
Luca Marchesi
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Quello che bolle in pentola
sono più sufficienti le dichiarazioni di principio. Parlare di
sobrietà è bello ma poi bisogna capire in che cosa si traduce in concreto… Abbiamo fatto un paio di pagine su questi
ideali e su quello che dice lo Statuto…
Ma perché non facciamo un libretto di questo testo?
Sì, potremmo anche farlo o pubblicarlo in un inserto
centrale di Progetto come abbiamo fatto per lo Statuto.
Ora il compito potrebbe proprio essere questo: leggere il
testo e mandare i commenti, e poi cercheremo di renderlo
operativo.
DAVANTI
ALLA LUNGA ESTATE CALDA
In un pomeriggio di grande calura, raccolgo le poche energie rimaste per fare le ultime domande prima delle vacanze a Bruno, anche lui abbastanza provato.
Che ne diresti di cercare di fare un collage da lasciare
come «compiti per le vacanze», qualche messaggio agli
amici di CF e ai lettori del nostro giornalino?
Mi sembra una buona idea, in questi mesi di cose ne
abbiamo portate avanti molte. Intanto il documento che
abbiamo fatto sull’economia come ACF Lombardia e che
ora sta andando in giro… Ma partiamo dall’inizio. All’ultimo Consiglio Generale avevamo detto che, dopo il decollo del Mondo di Comunità e Famiglia, avremmo cercato di
dare una certa quadratura anche al problema economico.
All’incontro di Cesano con Cacciari e Silvano Fausti ci
avevano detto: «Ma, voi, che cosa ne fate dei soldi?» Avevamo poi raccolto anche altre voci e allora ci eravamo proposti di mettere qualcosa di scritto per l’Agorà. E l’abbiamo fatto. Prima però di metterlo in bella copia abbiamo
chiamato quelli di Banca Etica. Loro hanno capito che questa storia rischia di diventare grande e ci hanno che detto se
CF sposa Banca Etica allora cambia tutto. Anche il discorso tassi, spese eccetera…
Da tutto questo sono nate le otto pagine nelle quali, come
Consiglio dell’Associazione, cerchiamo di riflettere. Ma
cerchiamo anche di rispondere alle richieste delle famiglie
che ci dicono: «Noi vorremmo realizzare i nostri sogni, se
ACF è lo strumento per realizzarli, come fate?» D’altra
parte ci sono le comunità che hanno già fatto del cammino
e magari hanno pagato i loro debiti e ci sono queste differenze tra queste e quelli che stanno partendo con piccole
strutture già sistemate (vedi Casciago) o grandi come Castello Cabiaglio, con grandi impegni economici. Poi c’è stata
un’altra provocazione: l’associazione Bilanci di Giustizia
ha fatto un incontro in Toscana e ci hanno chiesto di confrontarci con loro. Sono andati la Detta e suo marito. È
stata una cosa molto interessante. Tutto sommato è chiaro
che è venuto il momento di mettere nero su bianco, non
Detto in sintesi, qual è il suo contenuto?
Ecco, in breve è così: l’Associazione Comunità e Famiglia Regionale, organismo iscritto riconosciuto, è il garante
nei confronti di chi ci dà la casa. Noi ci impegniamo a
ristrutturarla e una volta ristrutturata la diamo alle famiglie della comunità che nasce che gratuitamente ricevono e
gratuitamente danno, ma non più come una volta, perché
Banca Etica dice: «Io ho bisogno di vedere i conti». E il
bravo Ghidini ha pensato, e a me è piaciuto: dobbiamo far
vedere alla Banca che ogni mese c’è una certa somma che
entra, e questo è il fisso, e poi c’è il variabile che dipende
dall’azzeramento dei conti. Questo sistema non lo abbiamo inventato noi, c’è già stata una comunità che si è presa
l’impegno di restituire ogni mese una certa cifra. Perché
non si può fare così anche altrove? Poi il modo e il quanto
si fisseranno caso per caso. Banca Etica ci ha detto: «Se
voi avete – per esempio – un miliardo di certificati di credito di gente che vi conosce, io vi apro un credito di tre (miliardi!), ne avete due, io vi apro un credito di sei…» E
questo va a favore di tutte le comunità. Certo non potremo
tutti precipitarci a prendere soldi: dovremo farlo in base
alla nostra capacità di rientro.
Ma come mai questo testo è girato così poco? Perché
nel frattempo non lo mettiamo in Internet?
Ne abbiamo fatte poche copie, ma adesso lo metteranno
e comincerà a girare. Questa lettura potrebbe essere davvero il compito per le vacanze… Ma c’è un’altra cosa nuova. Ci sono risorse che è – quasi – doveroso restituire: come
si fa? Ogni famiglia della comunità decide quale cifra può
destinare a questo rientro: il presidente prende nota e poi fa
le somme e il bonifico. ACF fa le ristrutturazioni ma poi le
gestisce per interposta persona (cioè per interposto presidente, naturalmente d’intesa con ACF). E per le comunità
che hanno già fatto le ristrutturazioni ci saranno le altre
spese, le assicurazioni eccetera e poi anche la gestione di
ACF. Come fare questa gestione? Innanzitutto in modo
supertrasparente, pubblicheremo tutto, ma vorremmo anche coinvolgere i presidenti (o un rappresentante dei presidenti, perché qui stiamo diventando tanti…) per costituire
un gruppo di tecnici per valutare i singoli progetti. Non si
tratta di metter dei veti: i tecnici dicono se il progetto è
valido, i presidenti diranno se l’impegno economico è nella
norma, allora il Comitato di Gestione andrà a Banca Etica
e dirà: «Io ho un rientro di dieci, voi cosa mi date?» In
fondo è come se ogni famiglia pagasse l’affitto, con la dif-
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ferenza che il quantum è definito da loro stessi. E questo è
in linea con il nostro stile… Io però in questo gruppo tecnico vorrei coinvolgere anche i rappresentanti dei gruppi di
famiglie che fanno condivisione. Potrebbero anche loro dire:
«Io metto i miei soldi in Banca Etica, ma voglio sapere che
cosa ne fate». Ecco: potrebbero esserci dei veti, ma ragionati. I tecnici potrebbero dire: «Questo progetto è impossibile, è antieconomico, non so…»
Certo dovrebbero essere ragionevoli e in linea con lo
stile dell’Associazione…
Invece con la parte variabile – cioè con l’azzeramento
della cassa alla fine dell’anno – vorremmo costituire un
fondo di solidarietà, che non sarà molto ma dovrebbe essere un segno, la generosità di ognuno. E non dovrebbe essere mai toccato o magari servire per aiutare qualche regione
che sta partendo… Noi abbiamo ricevuto, dobbiamo dare.
E dobbiamo prenderne coscienza. Nessuno dice cosa devi
fare, ma tu comunque devi responsabilmente decidere che
cosa fare. E poi un anno stabilisco una cifra, l’anno successivo magari un’altra… Questo a me sembra un bel passo avanti. Insieme alla costituzione dell’Associazione Mondo di Comunità e Famiglia, un passo che ci dà credibilità.
E ancora un’ultima cosa: mi sembra che oggi tutto il mondo del non profit stia andando verso una direzione di questo tipo. Non più finanziamenti a fondo perso ma
finanziamenti ragionati. La banca dice: «Ti do 50 milioni
ma tu ne trovi altri 50 nel tuo territorio. Se intorno a te c’è
gente che crede in te a quel punto, anch’io te ne do altrettanti». Era l’ultimo tassello che mancava al nostro ragionamento.
E comunque mi pare di poter dire che le difficoltà non
mancano mai, non è vero?
Sì, voglio ricordare la signora di Cuneo che ha preso
venti libretti di «Una alternativa possibile» e li ha dati da
leggere dicendo che poi avrebbe chiesto un parere. Ebbene,
la risposta è stata: «È tutto troppo bello, possibile che non
ci siano difficoltà?» E all’Agorà di sabato ha chiesto. Quando mi è capitato di rispondere, ho detto: «Sono le difficoltà
di andare in montagna. Noi vogliamo andare in montagna,
è un’alternativa... È chiaro che ci sarà chi dice che le scarpe gli fanno male… che uno cammina troppo veloce… un
altro troppo piano… È normale: è la fatica di andare in
montagna». E poi ti dico un’altra bella perla. Uno dice: «Io
voglio un’associazione talmente autorevole da renderci tutti
autori!» Non è bella questa? Vengono fuori spesso delle
belle cose. C’è veramente in giro della gente in gamba. Tutti
sono in gamba: non tutti sono allo stesso momento di crescita… Questa è la vita, sono le normali difficoltà della
vita…
La chiacchierata è finita, buona riflessione e buone vacanze a tutti.
a cura di Giorgio Chiaffarino
Sento una fatica spirituale all’idea di
possedere, di avere una proprietà; la
sento come una sconfitta di quello che
ho nel cuore. Fino ad oggi ho avuto la
grazia di non aver comprato niente.
le perle del gruppo di condivisione Sovere
14
UN «MODO» DIVERSO
È POSSIBILE
Il 31 maggio scorso, ad Agrate Brianza, si è tenuto un
workshop sul tema «Le famiglie e il condominio solidale:
un’ordinaria utopia». L’iniziativa, nel contesto del 2° Forum
Sociale della Brianza insieme ad altre venti susseguitesi
dall’11 maggio al 1 giugno, è stata promossa dall’Associazione Culturale e Politica «La Mongolfiera» di Villasanta.
Si trattava di dare conto dell’operato di ACF con un’ottica
riferita al «mondo diverso e possibile» perseguito in questi
tempi dai soggetti sociali che aspirano a una globalizzazione
a misura di uomo donna e… bambino!
La Mongolfiera, oltre che aderire al Nodo della Rete di
Lilliput di Monza e dintorni, definisce come uno dei propri
obiettivi «favorire la nascita di esperienze di convivenza
alternativa tra singoli e famiglie che abbiano a riferimento
la condivisione dei beni, del lavoro, della festa;
l’autoproduzione, la sobrietà nei consumi e la riduzione
degli sprechi; la mutua assistenza e la solidarietà che rende
possibile l’accoglienza; il confronto e l’arricchimento reciproco, anche sull’educazione dei giovani, per infrangere il
muro di isolamento che circonda l’odierna famiglia
monocellulare».
L’evento è stato pensato in modo da alternare tre brevi esperienze, in cui i partecipanti avessero parte attiva, a tre testimonianze sui valori fondanti di ACF. I tre baldi testimoni sono stati Angela Passoni, Gianni Ghidini e Bruno Volpi, mentre il sottoscritto coordinava il tutto. La partecipazione non è stata proprio… di massa, ma certamente di
qualità, e sono emersi aspetti interessanti anche in relazione al rapporto tra ACF e il mondo cosiddetto «no-global».
Si è creato quasi subito un dialogo tra testimoni e partecipanti che si può sintetizzare nei seguenti contenuti essenziali.
L’esperienza dei «condomini solidali», promossa da ACF,
quali luoghi dove gruppi di persone e famiglie decidono di
vivere «vicini», nel rispetto delle reciproche «sovranità»,
ma «solidali», attraverso azioni di condivisione, di mutuo
aiuto e di apertura al territorio, è una possibilità per tutti di
vivere l’alternativa all’isolamento cittadino. Se si aggiunge che la proposta non è «confessionale» ma aperta a tutti,
che spesso le famiglie coinvolte attuano un vero e proprio
recupero di fabbricati fatiscenti e dimessi e che l’organizzazione della convivenza non è estranea ad alcune attenzioni ecologiche, si capisce perché queste esperienze possono davvero disegnare un’«altra città possibile».
La diversità è il sale dell’esperienza dei condomini solidali; essa rende indispensabili altri tre ingredienti: l’ascolto, il confronto e il rispetto dell’altro; solo a queste condizioni si può stringere un patto di convivenza (per dirla con
Bruno: «io e te siamo diversi in tutto e per tutto, bene, qua
la mano, facciamo un patto!») che abbia speranza di successo. E non sono questi i medesimi ingredienti per una
buona azione «interculturale» tra etnie diverse o di convivenza pacifica?
La condivisione materiale (compresa la cassa comune)
e spirituale e la mutualità, in un rapporto di pari dignità,
rendono concreto l’antico adagio anarchico «a ciascuno
secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità».
La proposta viene letta nel contesto di quegli stili di vita
che hanno speranza di «saldare» un’azione coerente di cambiamento politico a quella dei cambiamenti e delle coerenze personali: oltre agli slogan e alle grandi mobilitazioni di
massa, sono oggi «reperibili» buone pratiche come il condominio solidale, adottabili da ciascuno (consumo critico e
consapevole, risparmio etico, gruppi d’acquisto, bilanci di
giustizia…)
ACF, dice Bruno, propone un’esperienza non antagonista ma alternativa all’attuale sistema, sintetizzabile nello
slogan «Un modo diverso è possibile». Poi, piano piano, lo
diventerà anche il mondo!
Il condominio solidale si propone come un «laboratorio» sociale e culturale per sperimentare percorsi alternativi di convivenza tra persone e famiglie; questo laboratorio
merita uno sguardo e uno studio approfondito da parte di
chi milita nel «movimento dei movimenti» e anche da parte
del mondo accademico.
Da ultimo, una riflessione viene anche per ACF: se il
movimento deve imparare a divenire più coerente nei gesti e nelle relazioni quotidiane di ciascuno, ACF non dovrebbe forse allargare un poco il proprio «minimo comun
denominatore» dai paletti di rispetto, fiducia, apertura…
anche a quelli della pace e dell’equa ripartizione delle
ricchezze?
Sergio Venezia
[email protected]
È utile anche a livello personale abbracciare un discorso di economia di
giustizia, partendo dal concetto che
nulla è nostro ma che tutto è di Dio
e che una parte di ciò che guadagni
non ti appartiene ma appartiene a chi
sta peggio di te.
le perle del gruppo di condivisione Sovere
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DALLE «ALER» UN SERVIZIO
Il 28.1.98 ACF, perseguendo l’obiettivo di favorire
l’autopromozione della persona e della famiglia, formalizza
all’Azienda Lombarda Edilizia Residenziale (ALER) di
Milano una «Richiesta alloggi di difficile locazione da destinare a persone emarginate».
Questo allo scopo di insediarvi persone che, avendo terminato il loro periodo di permanenza nelle comunità familiari dell’Associazione o trovandosi in difficoltà abitative
perché stranieri o con gravi problemi familiari, necessitano
di una fase semiprotetta per intraprendere con gradualità il
loro cammino di autonomia di vita.
La sopra citata «richiesta» si inserisce in una situazione
di caro affitti alloggi, che, come tutti sanno, è particolarmente drammatica a Milano.
Nel febbraio 1999 ACF riceve in affitto dall’ALER, per
un periodo di quindici anni, dieci miniappartamenti di case
popolari ubicati alcuni in via Gran San Bernardo (zona
Monumentale), altri in via Tracia e in via Maratta (zona
San Siro).
Detti alloggi, grazie al prestito di privati e di fondi a
disposizione di ACF, vengono ristrutturati e assegnati in
comodato, per un periodo limitato (un anno con possibilità
di rinnovo), a intere famiglie o singole persone, già ospiti
presso comunità di ACF o comunque segnalate da aderenti
di ACF.
Per questo progetto, fin dall’origine, è stato attivato un
gruppo di esperti-volontari (architetto, avvocato, contabile
ecc.) non «legati» ad ACF, coordinato da don Augusto
Bonora, allora residente al Castellazzo di Basiano, e che si
è occupato delle ristrutturazioni, degli aspetti burocraticoamministrativo-contrattuali e di mantenere i contatti con le
persone assegnatarie dei suddetti appartamenti.
In particolare, per un certo periodo di tempo, due membri di questo gruppo di servizio (gds) hanno alloggiato in
un appartamento di via Maratta proprio allo scopo di accompagnare sulla strada dell’autonomia le persone più in
difficoltà.
Per favorire la conoscenza e l’integrazione sociale sono
stati organizzati momenti conviviali tra gli occupanti gli
appartamenti e i componenti il gds.
In questi anni non sono però mancate le difficoltà: non
sempre è stato facile coordinare, nei tempi e nei modi, il
lavoro, pur encomiabile, dei componenti il gds; ci sono stati problemi nei rapporti con alcuni comodatari proprio per
la loro situazione di emarginazione.
Gli appartamenti sono oggi occupati da sette nuclei familiari stranieri e tre italiani, di cui due lavorano presso la
cooperativa Di Mano in Mano.
Negli ultimi mesi c’è stato un sostanziale ricambio nei
componenti il gds: attualmente è formato da otto persone,
di cui una sola domiciliata in via Tracia, mentre tutte le
altre risiedono fuori Milano.
Finita l’emergenza iniziale della ristrutturazione e dell’avviamento del progetto, la finalità del gds è soprattutto
di mantenere e sviluppare un rapporto abbastanza costante
di vicinanza umana con i comodatari, oltre che seguire la
gestione amministrativa e contabile.
Chi (magari abitando a Milano) desiderasse affiancarci
in questa avventura, in cui non manca certo il calore umano dell’incontro con l’altro, con il diverso, può contattarci.
Per il gds Elena e Giorgio Marazzi
[email protected]
Dalle Comunità
Il Ponte
POLE POLE…
Giuseppe e io abbiamo trascorso il mese di febbraio 2003
in Tanzania, nel villaggio di Madege, a 1700 metri nella
riserva forestale dei monti Udzungawa, ospiti di una piccola missione delle suore della Consolata. Non facevamo
parte di nessun progetto: non siamo andati «per aiutare»,
ma per essere aiutati, per imparare a vivere proseguendo
nella nostra conversione culturale, e abbiamo condiviso là
la nostra vita come cerchiamo di condividerla qui.
Nel numero di gennaio 2003 del giornalino della Consolata
così si scrive di Madege: «Arrivare in questa località è davvero un’impresa non facile a causa delle ‘strade’ tenute in
pessimo stato, situazione che peggiora soprattutto nel periodo delle piogge: per circa due mesi all’anno sono impraticabili. L’unico mezzo di trasporto degli abitanti del villaggio è ‘il cavallo di san Francesco’ e caricano sulla testa
tutto quanto è loro necessario (che in verità è ben poco
rispetto a ciò che usiamo noi, perché sanno ancora vivere
senza tutte le cose inutili e superflue delle quali noi ci circondiamo).
Il paese più vicino dista 18 Km e la città (dove molti non
sono mai stati!) circa 80. Le due suore missionarie di questa comunità ritengono una grossa sfida la mancanza di
strade accessibili perché sono ostacolati la comunicazione
e il commercio di prodotti agricoli e la gente permane in un
notevole isolamento, in condizioni di povertà generalizzata, coltivando i campi e allevando qualche pollo. Il trasporto di malati al dispensario della missione e la visita ai villaggi disseminati lungo i ripidi sentieri montani richiedono
grande sacrificio per chi, non essendo indigeno, non è abituato a queste condizioni di vita. Vivere quassù significa
essere circondati da uno scenario naturale di valli e montagne verdeggianti che aiuta a spaziare oltre i confini del nostro piccolo mondo per incontrare Dio nella creazione, ma
soprattutto nei volti sereni e fieri della gente, illuminati da
sguardi e sorrisi così caldi e aperti che penetrano nel cuore».
Siamo rimasti edificati dalla profonda pace naturale che
regna in quel luogo ancora incontaminato: non vi arrivano
energia elettrica, acqua corrente, mezzi di trasporto… e
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quindi non c’è inquinamento di nessun tipo!
Di notte spesso il buio è sovrano e anziché far paura è
rassicurante, nella meravigliosa «scoperta» che il ritmo
circadiano naturale è cosa buona per noi, ci fa bene, è per
la nostra salute globale, per il nostro più completo benessere psicofisico, e la prima cosa che rovina questo equilibrio è… la luce artificiale. A Madege non esiste la solitudine, nessuno ruba, nessuno corre, nessuno grida, e il silenzio è… oceanico!
Affascina la calma interiore sia degli indigeni che proprio perché «non hanno niente» riescono a vivere bene insieme ed essere felici, sia dei consacrati che, come gli indigeni, non temono nulla e sono persone vive perché capaci
di morire.
La non-violenza è il dono di non avere paura e là si constata che i cristiani sono uomini di pace, miti, misericordiosi, nonviolenti, capaci di amare! Lì sì che la fede è vita
e molto spesso è pura gioia di vivere. La frase che più ci ha
colpito è: «Pole pole mwendo adunia» (piano piano, al ritmo della terra). Cioè il nostro frenetico «fare» non basta
più! Occorre fare di più… facendo di meno.
La gente non ha mai avuto bisogno di sentirsi «annunciare» il Vangelo da chi poi non lo mette in pratica, bensì
ha avuto, e ha, necessità di vederlo testimoniato con entusiasmo e passione nella vita di tutti i giorni!
Lasciamoci evangelizzare da quei non-cristiani che sono
più cristiani di noi.
Preoccuparsi principalmente delle strutture materiali e/
o dei momenti d’incontro formale va sempre a scapito della vera comunicazione, dello scambio dei vissuti umani e
spirituali, dell’attenzione alle persone e alle relazioni e genera – ovunque! – comunità interiormente molto povere.
Dove più forti e sofisticati sono i mezzi e più accelerati i
tempi, più debole è l’uomo, in ogni senso.
È giunto il tempo di non affannarsi più per le opere, sia
materiali sia «sociali».
vi riconosceranno’...: da quanto avremo il coraggio di essere umanamente utopici; ciò che è pazzia per il mondo è
saggezza per Dio.
Solo allora saremo speranza; senza inventare nulla di
nuovo, aperti ai segni dei tempi, alla provvidenza, alla messa
in gioco viva e autentica, là dove il Signore ci ha messo…»
Cerchiamo perciò, nella misura in cui ci è possibile, di
condividere fraternamente in povertà le nostre vite, insieme ai beni di sussistenza, vivendo pole pole mwendo
adunia… anche qui nel nostro Occidente!
Carissimi auguri di pace e serenità a tutti da
Lucia e Giuseppe Macchia
SOBRIETÀ e CONDIVISIONE
La sobrietà è per noi strettamente
legata e trova senso nella
condivisione.
I beni sono, di fatto, uno strumento
di relazione con gli altri: possono
facilitare o limitare la relazione,
indurre relazioni di potere o di
libertà.
Citiamo padre Marcello Storgato, saveriano, da un incontro
a Cernusco Lombardone il 10.12.2002: «Vogliamo davvero aiutare i poveri? E noi stessi? Allora cominciamo a non mandare
‘aiuti’ ai paesi impoveriti dal sistema: affinché le cose cambino
veramente diamoci da fare a casa nostra, politicamente, dando
uno stile diverso alle nostre scelte personali, familiari, e comunitarie, in campo economico, finanziario e sociale». E ancora,
padre Achille da Ros, Missioni Consolata, Baragli, Kenia,
Il senso che do alla vita è legato al
senso che do al tempo che spesso è
la cosa che facciamo più fatica a
condividere e a vivere con sobrietà.
gennaio 2003: «Un dinamismo senza risparmio è secondo
il Vangelo? Aiuta a vivere la quotidianità nella gioiosa volontà di Dio? È per la salvezza delle anime? Giova alla
santità? Senza di essa tutto diventa spreco di energie. Il
‘mattone’ e la… ‘riunione’ non sono la storia della salvezza (!) bensì un’organizzazione così materialistica da non
avere più neppure il ritegno di dire che, senza i soldi o
l’impegno sociale istituzionalizzato, non si può operare
cristianamente. Ma così si ottiene soltanto di impedire o ritardare la nascita di una nuova civiltà: una civiltà d’amore.
Occorre perseguire con maggiore energia l’ideale di una
vita povera, sulla scia delle prime comunità apostoliche.
Che gli ideali si traducano in forme di vita comune: solo le
esperienze concrete che danno testimonianza. ‘Da questo
Tratto da gli opuscoli di ACF
Sobrietà e Condivisione nell’uso di beni e risorse,
dicembre 2000
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I CAMPI DI QUEST’ANNO SONO PREVISTI A:
CARI AMICI DI ACF,
approfitto del vostro giornalino per farvi conoscere la realtà di volontariato alla quale appartengo: ci chiamiamo Universitari Costruttori, e
costruiamo davvero, mattone su mattone… aiutiamo infatti realtà bisognose (associazioni, case
famiglia, comunità famiglia, comunità terapeutiche
ecc.) di ogni parte d’Italia a realizzare un pezzetto
dei loro sogni e obiettivi, in modo concreto, ristrutturando o realizzando edifici utili per le loro attività. Qualche Comunità Famiglia di ACF ci ha già
interpellato, negli ultimi anni, come «supporto»,
parlo di Brunate, Bruzzano, Castellazzo, Berzano.
Andiamo soprattutto «là dove il bisogno è più forte», valutando in autunno i progetti proposti e scegliendone tre, a volte quattro, per organizzare settimane di lavoro durante l’estate successiva, settimane che vedono la partecipazione di volontari.
Siamo nati nel ’66, a opera di un padre gesuita,
padre Mario Ciman, che è voluto passare, con
alcuni studenti del collegio Antonianum di Padova, dal dire al fare. In tutti questi anni i nostri
campi hanno visto la partecipazione di oltre
13.000 volontari... non siamo un’associazione,
solo un movimento spontaneo che ha un’organizzazione interna e che continua a suscitare
entusiasmo in persone di tutte le età e caratteristiche. Chi sceglie di fare il volontario deve armarsi di buona volontà e un po’ di spirito di adattamento: non servono competenze tecniche particolari (anche se al nostro interno è facile incontrare muratori, ingegneri, geometri e architetti)… non serve neppure essere universitari,
anche se il nostro nome può essere fuorviante
da questo punto di vista; per ragioni di assicurazione, l’età dei partecipanti deve essere compresa tra i 15 e i 75 anni, dove per i minorenni è
richiesta un’autorizzazione firmata dal genitore.
I turni sono organizzati per settimana, lavorando dal lunedi al venerdi otto ore al giorno in cantiere e in turni vari di pulizie e cucina. Uno dei
nostri principi cardine è l’autofinanziamento, poiché non vogliamo gravare sulla comunità che ci
ospita: ciascun partecipante paga perciò una
quota di 70 euro per coprire così le spese di vitto, alloggio e assicurazione; anche il viaggio è a
carico del singolo partecipante.
È necessario inoltre munirsi di guanti da lavoro e scarpe antinfortunistiche da cantiere, sacco a pelo e tessera ASL.
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ROMA - presso la Casa Famiglia La Nuova Stagione. Si tratta di portare a termine il campo iniziato nel 2002. È previsto di: sistemare un locale adibito a magazzino, bonificare una camera
dall’umidità, togliere e rimettere il pavimento,
stuccare e ridipingere un altro ambiente e sistemare il giardino esterno. Durata: 2 settimane con
15 partecipanti ciascuna. Dal 03/08/2003 al 17/
08/2003.
MORBEGNO (SO) - per l’Associazione la
Centralina, che si occupa del recupero di tossicodipendenti. Trattasi della prosecuzione di un
campo iniziato nel 2002. I lavori consisteranno
in: sgombero di ambienti e recupero materiale
inutilizzato, stesura di ghiaia, tavolati, scanalatura dei muri per insediamento impianti, intonaci, pulizia delle cantine ecc. Durata: 7 settimane con 25 partecipanti ciascuna. Dal 13/07/2003
al 31/08/2003.
LICATA (AG) - per l’Associazione 3P (padre Pino
Puglisi). Si tratta di una nuova attività per la medesima Associazione per cui si è lavorato nel corso
del 2002. Si tratta di abbattere un rudere sito in un
fondo agricolo e ricostruire un edificio dove si dovrà svolgere l’attività di lavorazione e trasformazione degli ortaggi, cui destinare i ragazzi che si
trovano a scontare misure alternative alla detenzione e quindi affidati alla comunità legata all’Associazione 3P. Durata: 4 settimane per 25 partecipanti ciascuna. Dal 27/07/2003 al 24/08/2003.
BOLOGNA (BO) - presso la Comunità il
Paddock, che si occupa di ippoterapia. Su un
terreno dato in concessione ventennale dal Comune dovranno sorgere box per il ricovero dei
cavalli e locali vari a uso magazzino. Durata: 4
settimane, per 20/30 partecipanti. Dal 27/07/
2003 al 24/08/2003.
Aggiungo solo una cosa… aspettiamo anche te per
darci una mano!!!!
Le iscrizioni ai campi sono già aperte, e dureranno fino a metà luglio, circa.
Per iscriversi, è sufficiente contattare la segreteria
UC di Padova ai seguenti recapiti:
UNIVERSITARI COSTRUTTORI
via Donatello, 24 - 35100 Padova
tel. 049.651446 fax 049.8753092
(volontari sono presenti ogni martedi e giovedi
dalle 21 alle 23, altrimenti potete lasciare
un messaggio in segreteria telefonica)
oppure potete inviare un’e-mail a: [email protected]
Indicate sempre nome e cognome, indirizzo,
recapiti, e il campo e la settimana prescelti.
Per avere maggiori informazioni su di noi, potete
inoltre visitare il nostro sito:
www.universitaricostruttori.it
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Lo zainetto per il viaggio
Guida all’usato di Milano
Vietato sprecare! Mercatini, fiere, negozi second hand
e siti Internet: tutto l’usato milanese in 500 schede. E
il titolo di questo piccolo breviario della sobrietà
ci dovrebbe dire qualcosa… (TERRE DI MEZZO)
Guida al consumo critico
Fare la spesa è un gesto che non riguarda solo
noi, i nostri figli, il nostro portafoglio...
Dietro questo gesto quotidiano si nascondono
problemi di portata planetaria e il rischio
di diventare complici di imprese che inquinano,
che maltrattano i lavoratori, che sfruttano
il Sud del mondo. Tutto ciò può cambiare
se cominciamo a scegliere in base
al comportamento delle imprese. (EMI)
Invito alla sobrietà felice
In questo libro esponenti qualificati
si sono uniti per tracciare una strada
dal punto in cui è arrivato questo mondo,
al punto in cui dobbiamo condurlo nel giro
di una generazione perché ci sia ancora
bellezza, gioia e giustizia.
È necessario cambiare la nostra vita
in modo che anche la vita sulla terra
possa, lentamente, rigenerarsi. (EMI)
Guida al consumo locale
Si tratta di essere «solidali» nel momento
in cui si va a fare la spesa e si sceglie di
consumare rispettando la natura, la salute,
il benessere, i diritti dei propri figli,
delle future generazioni, di tutti i popoli
del mondo. Per raggiungere questo obiettivo
è necessario «fare insieme», unirsi
in un gruppo che studia le scelte, organizza
gli acquisti, si preoccupa di evitare
gli sprechi, pensa ai rifiuti, al riciclaggio,
meglio al riuso. (EMI)
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Lo zainetto per il viaggio
Guida pratica al consumo critico e agli stili di vita
sostenibili a Milano e in Lombardia
La prima guida completa a tutte le occasioni per uno stile di
vita alternativo, divertente e più sostenibile. 500 indirizzi a
Milano in Lombardia per conoscere e partecipare a gruppi di
acquisto solidali, cooperative sociali, botteghe del commercio equo, viaggi di turismo responsabile, finanza etica, comunità di famiglie, organizzazioni pacifiste, luoghi di cittadinanza attiva e molto altro. (TERRE DI MEZZO)
I dieci stimoli per il
MONDO DI COMUNITÀ E FAMIGLIA
Proponiamo a tutte le realtà e ai singoli del Mondo di CF questi spunti perché ognuno possa
verificare in quali e quanti di essi si ritrova e farsi promotore di nuovi stili di vita dentro e fuori
CF attraverso la propria vita quotidiana e il passaparola con amici e conoscenti.
1.
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5.
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7.
8.
9.
Presti attenzione alle etichette dei prodotti che acquisti per selezionare le aziende
che hanno comportamenti più etici? Ti informi in merito a questi comportamenti?
Quali criteri di riferimento adotti?
Acquisti prodotti del commercio equo e solidale perché confidi che dietro di essi ci
sia un percorso di produzione-commercializzazione improntato a criteri di maggiore
giustizia?
Nei tuoi acquisti privilegi i prodotti locali, dato che il trasporto delle merci incide sul
piano ambientale in termini di inquinamento?
Acquisti frutta e verdura biologica e di stagione o preferisci seguire semplicemente il tuo gusto del momento?
Nei tuoi acquisti privilegi i prodotti con minori imballaggi, soprattutto se finalizzati
soltanto alla presentazione del prodotto, considerando il forte impatto ambientale
che comporta la gestione dei rifiuti?
Piuttosto che accondiscendere alla logica dell’usa e getta cerchi di utilizzare o
riutilizzare beni anche usati da altri che conservano la loro utilità? Cerchi di riparare gli oggetti che si rompono?
Sei disposto a condividere con altri i tuoi beni, per sfruttarli di più o meglio, e a
utilizzare i beni altrui per lo stesso scopo?
Ti sforzi di limitare l’uso dell’auto allo stretto indispensabile, anche se questo ti
costa a volte qualche piccola fatica?
Presti attenzione al risparmio di energia e di acqua in casa tua e nelle tue attività?
10. Pensi che con meno oggetti materiali avresti più tempo e potresti essere più
felice?
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Giornal 18