MATR. N. 0000352112 ALMA MATER STUDIORUM UNIVERSITÀ DI BOLOGNA FACOLTÀ DI MEDICINA E CHIRURGIA CORSO DI LAUREA IN INFERMIERISTICA IPOSPADIA: ISTRUZIONI PER L’USO Costruzione di uno strumento informativo che aiuti il bambino e la sua famiglia a gestire lo stress da intervento chirurgico Elaborato finale in Infermieristica dell’Area materno – infantile Infermieristica pediatrica PRESENTATA DA Marta Gasperoni RELATORE Prof.ssa Anna Maria Gugnali SESSIONE I ANNO ACCADEMICO 2010-2011 SOMMARIO INTRODUZIONE .................................................................................. V 1. IL MONDO DEL BAMBINO ................................................................ 7 1.1 Il bambino: l‟evoluzione del concetto nella storia, la sua natura e le sue peculiarità .................................................... 7 1.2 Lo sviluppo psicologico del bambino .................................. 10 1.3 Il modo di comunicare del bambino.................................... 12 2. IL BAMBINO IN OSPEDALE ............................................................. 16 2.1 Il bambino malato e la sua famiglia: aspetti psicologici e relazionali .......................................................................... 16 2.2 Il bambino ricoverato: l‟ambiente pediatrico ed i professionisti ...................................................................... 20 2.3 Il processo assistenziale in ambito pediatrico ..................... 28 2.4 Adesione al progetto terapeutico: informazione e consenso informato ........................................................................... 31 2.5 La Carta dei diritti del bambino in ospedale....................... 36 3. LA FAMIGLIA E IL RICOVERO IN OSPEDALE ..................................... 39 3.1 Il concetto di assistenza centrata sulla famiglia .................. 39 3.2 L‟applicazione del modello nella pratica ............................ 44 3.3 L‟educazione all‟autonomia nella gestione domiciliare ...... 48 4. L’IPOSPADIA ................................................................................ 51 4.1 Anatomia............................................................................ 51 4.2 La patologia ....................................................................... 53 4.2.1 Eziopatogenesi ................................................................... 54 4.3 La correzione chirurgica .................................................... 55 4.3.1 La correzione chirurgica a Rimini ...................................... 57 4.4 L‟assistenza infermieristica al bambino sottoposto ad intervento ........................................................................... 57 4.4.1 La valutazione del dolore nel bambino ............................... 63 5. IL PROGETTO : .............................................................................. 67 “LIBRETTO INFORMATIVO PER I BAMBINI SOTTOPOSTI AD INTERVENTO DI IPOSPADIA” .................................................................................. 67 5.1 Premessa ............................................................................ 67 5.2 Contesto e scopo ................................................................ 71 5.3 Il linguaggio....................................................................... 72 5.4 Composizione del libretto ................................................... 73 II 5.5 La redazione del diario ...................................................... 78 CONCLUSIONI ................................................................................... 83 ALLEGATO N ALLEGATO N ALLEGATO N ALLEGATO N O 1 ................................................................................. 86 O 2 ................................................................................. 88 O 3/A .............................................................................. 95 O 3/B .............................................................................. 96 BIBLIOGRAFIA .................................................................................. 97 RINGRAZIAMENTI ........................................................................... 103 III A mia nipote Matilda IV INTRODUZIONE «L‟infermiere ascolta, informa, coinvolge l‟assistito e valuta con lui i bisogni assistenziali (art. 20); egli aiuta e sostiene l‟assistito nelle scelte fornendo informazioni di natura assistenziale in relazione ai progetti diagnostico-terapeutici ed adeguando la comunicazione alla sua capacità di comprendere (art. 24). L‟infermiere si adopera affinché sia presa in considerazione l‟opinione del minore rispetto alle scelte assistenziali, diagnostico-terapeutiche e sperimentali, tenuto conto dell‟età e del suo grado di maturità (art. 31)». Prendendo spunto dagli articoli sopracitati tratti dal Codice deontologico dell’Infermiere (2009) si è giunti alla formulazione del progetto di tesi con la completa convinzione che il professionista infermiere sia colui che prende per mano il paziente e percorre con lui un cammino, quello della malattia e della sofferenza, condividendo bisogni, paure e incertezze sulle scelte da affrontare. L’esperienza di tirocinio nell’ambito pediatrico e più precisamente nel contesto chirurgico ha permesso l’approccio e la conoscenza delle problematiche, delle paure e del senso di smarrimento che prova il bambino assieme alla sua famiglia all’interno dell’ospedale ma ancor più quando si appresta a vivere l’evento chirurgico. Sulla base delle ricerche effettuate per la realizzazione di quest’opera, è emersa l’esigenza, da parte dell’equipe medico infermieristica dell’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica dell’Ospedale Infermi di Rimini, di accompagnare la famiglia del bambino operato di Ipospadia attraverso un percorso clinico assistenziale nel post dimissione. È infatti noto che la suddetta Unità Operativa, da anni operi al fine di soddisfare alcuni bisogni fondamentali del bambino e della sua famiglia; Ciò che da tempo si cerca di promuovere è, in prima istanza l’integrazione della famiglia e dei servizi territoriali nel percorso di V cura dei piccoli pazienti, in secondo luogo l’intento è quello di operare per una dimissione precoce del paziente che al tempo stesso garantisca la riduzione del rischio di contrarre infezioni in ambito chirurgico e la diminuzione del disagio generato da una ospedalizzazione prolungata. Sulla base di queste considerazioni è stato attuato un percorso clinico assistenziale per i pazienti che subiscono l’intervento chirurgico per la patologia nota come Ipospadia; l’intervento sopraenunciato, prevede di norma un’assistenza post operatoria per i 10 giorni successivi all’intervento chirurgico. Ad oggi, è invece possibile dimettere il piccolo paziente, che non presenta complicanze, in 1a giornata: egli potrà ritornare nel suo habitat naturale (la sua casa), potrà vivere la sua vita quotidiana in mezzo ai suoi affetti, alle sue abitudini e ai suoi giochi sin da subito, senza comunque rinunciare ad un preciso e corretto percorso post operatorio; A garantire questo sarà impegnata in primo luogo la famiglia, nelle persone dei genitori, i quali, previa educazione all’assistenza erogata dagli operatori dell’Unità Operativa, saranno in grado di gestire autonomamente il proprio figlio e di rilevare anomalie nel percorso, sino alla 10a giornata, tempo in cui il paziente si presenterà nuovamente in ospedale per la visita di controllo. L’equipe medico - infermieristica sarà quindi chiamata ad affiancare la famiglia e il piccolo paziente nel prendere padronanza della propria condizione clinica e nell’acquisire autonomia nella gestione a domicilio. Per facilitare questo processo l’equipe adotterà strumenti innovativi al fine di concretizzare l’educazione al paziente. Il presente progetto di tesi si occuperà appunto dell’ideazione di un opuscolo indirizzato alle famiglie dei bambini operati di Ipospadia che dovrà da una parte fornire le informazioni e le conoscenze necessarie a chi si appresta a questo particolare intervento chirurgico, dall’altra costituirà un nuovo approccio educativo fondato sul coinvolgimento della famiglia nel processo assistenziale. VI 1. IL MONDO DEL BAMBINO 1.1 Il bambino: l’evoluzione del concetto nella storia, la sua natura e le sue peculiarità «Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava, ma mi risposero: “Spaventare? Perché mai, uno dovrebbe essere spaventato da un cappello” Il mio disegno non era il disegno di un cappello. Era il disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinché vedessero chiaramente che cos‟era disegnai l‟interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose, ai grandi»1. Il capitolo che dà inizio al racconto autobiografico di Antoine de Saint - Exupéry riporta il ricordo dell’autore di quando aveva sei anni. Dal racconto della sua infanzia traspare la convinzione che gli adulti non riescano, per quanto possano impegnarsi, ad entrare nel mondo immaginario e fantastico dei bambini, bensì rimangano saldamente ancorati al mondo tangibile, calcolatore ed efficiente in cui vivono. L’immaginazione negli adulti è tanto limitata da scoraggiare per le sue (scarse) capacità: lo dimostra il fatto che non riescano a scorgere niente più che “un semplice cappello” dal disegno che l’autore fece da bambino. Il mondo del bambino appartiene ad un’altra dimensione: non è distaccata dalla realtà, ma la filtra attraverso la sua fervida immaginazione, i suoi pensieri ed i desideri più nascosti sino a renderla piacevole e adorabile. Tale concetto rimane assai lontano dalla concezione dell’adulto, i cui ritmi di vita lo portano ad affannarsi nella costante ricerca della comprensione e della spiegazione razionale di ogni evento. La concezione del bambino, così come noi la rappresentiamo, ha subìto innumerevoli cambiamenti nel corso della storia: nel tessuto culturale dell’antica Roma egli non aveva un ruolo definito, bensì era semplicemente la proiezione del volere del padre di famiglia. Il padre, 1 DE SAINT-EXUPÉRY A., Il piccolo principe, Tascabili Bompiani, Milano, 2010, pag. 7-8. 7 nei confronti del figlio, esercitava diversi diritti tra cui lo ius exponendi, ovvero la facoltà di abbandonarlo alla nascita in un luogo pubblico e lo ius noxae dandi che concedeva al padre il diritto di consegnarlo ad un terzo nel caso si fosse reso responsabile di un qualche misfatto, per liberarsi dalla responsabilità o quale garanzia per il pagamento di un debito. Solo con la pubertà il ragazzo iniziava a prepararsi alla vita adulta e quindi ad affacciarsi a quello che veniva definito cursus honorum. L’avvento della religione cristiana apporta significativi contributi alla concezione del bambino, attraverso il parallelismo con la nascita di Gesù Bambino, con ciò conferendo dignità sempre crescente a questa figura che richiama in sé la tenerezza e la venerazione riservata al bambinello di Betlemme. Nel corso del Medioevo viene attribuita al bambino la connotazione di creatura macchiata dal peccato originale dalla nascita, che diventa membro della Chiesa attraverso il Battesimo; inoltre, superata la prima infanzia (durante la quale le scarse condizioni di igiene incrementavano notevolmente il tasso di mortalità infantile), il bambino si affacciava al futuro con la speranza di essere anello di continuità dell’esistenza della famiglia con un ruolo attivo e pieno di aspettative per la famiglia e la società. Durante il Rinascimento, il bambino perde la connotazione di soggetto fragile e debole, diventando fondamento del futuro con un ruolo attivo ed esclusivo, colmo di aspettative per la famiglia e la società. Questo è il periodo in cui ci si pone l’interrogativo dell’educazione al bambino e si concretizza una prima rudimentale opera di scolarizzazione dei bambini appartenenti ai diversi ceti sociali: tuttavia solo con l’avvento dell’Illuminismo si assisterà ad una vera e propria osservazione del bambino come soggetto speciale; l’infanzia diventa oggetto di riflessione sia dal punto di vista clinico che psicologico e l’educazione del bambino – che diventa amabile, 8 riservata e non più punitiva – si svolge non più lontano da casa, bensì in ambito domestico. Nel XVIII secolo, sotto l'influsso degli scritti di Jean-Jacques Rousseau, l'affetto, il calore della famiglia ed un’educazione che mirasse ad uno sviluppo armonioso del bambino furono riconosciuti quali fattori determinanti per la formazione dell'individuo. In base a quanto esposto è quindi evidente come la concezione del bambino sia stata in ogni epoca influenza dal contesto socio culturale di appartenenza della famiglia: è infatti evidente come il bambino cresciuto lontano dai centri urbani fosse stimolato a crescere velocemente senza vivere appieno la propria fanciullezza; al contrario, nel caso essa si svolgesse nei pressi di un centro urbano e le condizioni della famiglia di provenienza fossero sufficientemente buone, il bambino più facilmente veniva indirizzato verso un’istruzione adeguata e, più in generale, aveva la possibilità di vivere appieno la propria fanciullezza. Sarà tuttavia necessario attendere il XX secolo per vedere il delinearsi sempre più marcato dello statuto morale e giuridico del minore. La Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia approvata a New York nel 1989 enuncia la seguente definizione di bambino, «ogni essere umano avente un‟età inferiore a 18 anni, salvo se abbia raggiunto prima la maturità in virtù della legislazione applicabile»2. La concezione del bambino dunque cambia: da uomo in miniatura egli diventa essere umano in crescita «portatore di particolari bisogni, tipicamente infantili, legati alla dipendenza dall‟adulto, alle dinamiche esistenti all‟interno del proprio nucleo familiare, ai rapporti tra e con i suoi genitori, in particolare con la madre e/o con un suo sostituto»3. 2 DE TONI T., Elementi di pediatria per infermieri, Carocci Faber, Roma, 2003, pag 13. BADON P. & CESARO S., Manuale di nursing pediatrico, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2002, pag.4. 3 9 1.2 Lo sviluppo psicologico del bambino L’utente cui indirizziamo la nostra assistenza è dunque un essere umano in crescita, non un piccolo uomo. Da questa definizione si comprende l’importanza di indirizzare una particolare attenzione al bambino, tale da essere specifica e mirata nei confronti di questa fase di vita che vivono gli esseri umani dalla nascita sino al raggiungimento della maggiore età. A tal fine è innanzitutto necessario stilare una classificazione delle diverse fasi d’età. Vengono convenzionalmente individuate le seguenti fasi: neonatale, prima infanzia, seconda infanzia, terza infanzia ed infine adolescenza. Il periodo neonatale inizia con la nascita e si conclude al 28o giorno di vita, la prima infanzia definisce invece il periodo che va dal primo al ventiquattresimo mese, la seconda infanzia dal terzo al sesto anno di vita, dal settimo anno all’esordio dello sviluppo puberale si situa la terza infanzia, concludendo con l’adolescenza, quella fase che inizia con la comparsa dei caratteri sessuali e approda all’età adulta. È importante enunciare queste distinzioni in quanto con il termine generico bambino si comprende in realtà un soggetto che ha, per il suo contesto e la sua età, peculiarità estremamente differenziate. L’approfondimento cui ci si appresta, volge lo sguardo esclusivamente verso il paziente che si colloca nelle fasi della prima e seconda infanzia: l’analisi del mondo del bambino non può prescindere dallo studio dell’ambito psicologico dello stesso, il cui mondo prende forma e si costruisce lentamente con il progredire delle diverse esperienze e relazioni che egli vive sin dalla nascita con le persone che lo circondano. In questo senso assumono un ruolo attivo i genitori, così come i parenti e i fratelli con cui l’infante si relazionerà e costruirà un’esperienza soggettiva indelebile che contribuirà alla formazione della sua personalità. La qualità di queste relazioni dipenderà dagli attori coinvolti, dalla risposta del bambino ai vari 10 stimoli e dalle risorse personali ed ambientali cui potrà attingere; infatti il piccolo è sottoposto da subito a bisogni fisiologici ed affettivi ai quali non riesce a rispondere autonomamente: egli vive una condizione di impotenza e di completa dipendenza dall’adulto che lo accudisce. In questa prima fase di vita certamente il genitore – in primo luogo la madre – dovrà dimostrare la capacità di saper comprendere e decifrare i messaggi che il bambino invia, essi infatti non sono altro che richieste di soddisfacimento dei vari bisogni primari. In base alla risposta offerta a tali richieste, si formerà nel bambino un primo abbozzo di idea circa il suo stato psicofisico da cui inizierà a definirsi un rapporto di reciproco attaccamento, elemento utile alla costruzione della relazione ed alla comprensione tra il fanciullo e le persone che lo circondano. Il neonato vive una realtà in simbiosi con la madre: egli infatti non ha il concetto di sé, bensì è fortemente convinto di essere un tutt’uno con lei. Questa condizione di “relativa indifferenziazione” si trasformerà poi in un primo abbozzo di “soggettività rispetto all’altro” che progressivamente diventerà poi la convinzione di essere “separato da sé”. È fuor di dubbio che le cure, le attenzioni, le manifestazioni di affetto e di ascolto permettono al piccolo neonato di formare una base sicura, utile presupposto alla ricerca di autonomia, all’esplorazione dell’ambiente, all’esercizio delle proprie abilità motorie, all’allontanamento dalle figure protettive ed infine alla costruzione di un senso di sé. Dopo il primo anno di vita, il bambino inizia a sviluppare una spiccata curiosità nei confronti del mondo circostante ed un forte interesse per le conseguenze correlate alle sue azioni. Raggiunti i diciotto mesi, egli è in grado di utilizzare nuove capacità cognitive che permettono di inserire nel suo pensiero delle simbologie che si traducono con i giochi di finzione e con un primo abbozzo di linguaggio. 11 Raggiunti i due anni lo sviluppo del messaggio simbolico sarà tale da dare ancor più spazio alla sua immaginazione e fantasia: questi progressi diverranno sensibilmente evidenti nel momento del gioco, attraverso cui egli riprodurrà il racconto della sua vita quotidiana. In questa età si assiste inoltre alla primordiale formazione nel bambino del concetto di coscienza di sé, estremamente importante per il suo sviluppo, infatti il piccolo proverà gioia e soddisfazione quando riuscirà a realizzare qualcosa da solo, al contrario sarà triste e disperato nel caso di fallimento. I genitori si trovano quindi davanti alla loro creatura coscienti del fatto che in questo nuovo stadio di crescita sorgono in lei nuovi bisogni: oltre a quelli di essere accudita, protetta ed amata, sorge infatti in lei il bisogno di esprimere le proprie capacità fisiche, affettive e relazionali nonché di essere accolta ed ascoltata. 1.3 Il modo di comunicare del bambino «Quando voi parlate di un nuovo amico ai grandi, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: “Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?” Ma vi domandano: “Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?” Allora soltanto credono di conoscerlo. […] Sono fatti così. Non c‟è da prendersela. I bambini devono essere indulgenti coi grandi»4. Comunicare con il bambino, indipendentemente dalla sua età anagrafica, necessita prima di tutto di una relazione: essa è presupposto irrinunciabile per stabilire una comunicazione tra il bambino ed un qualsiasi interlocutore. Sarà utile precisare che per comunicazione 4 intendiamo «la DE SAINT-EXUPÉRY A., op. cit., pag. 22-23. 12 capacità di influenzare il comportamento di un altro con il proprio»5 ed è costituita da due diversi linguaggi: quello verbale (intenzionale e controllato) e quello non verbale (costituito da espressioni del volto, gesti e atteggiamenti). Altro tratto importante del contesto comunicativo è senza dubbio l’ascolto: saper ascoltare significa capire ed accogliere i bisogni che il nostro interlocutore, talvolta anche in modo implicito esprime, quindi rispondere con pazienza e disponibilità. Per ciò che riguarda i bambini più piccoli è fondamentale tener presente che la comunicazione è per lo più di tipo non verbale: la richiesta di aiuto o il soddisfacimento di un bisogno passa infatti attraverso modalità comunicative quali il pianto, la vivacità, il sorriso, l’apatia, il rifiuto del cibo, la tristezza, la paura, messaggi che necessitano di un’osservazione ed una decodificazione finalizzata a garantire al bambino una risposta soddisfacente. L’acquisizione del linguaggio rimane comunque «un processo graduale e di grande complessità, nel quale il piccolo esprime le proprie capacità di apprendimento e la propensione al gioco comunicativo»6. Sin dal primo anno di vita il bambino riesce a esprimere i suoi bisogni attraverso una comunicazione che non prevede l’utilizzo di parole o di un’elaborata coordinazione di suoni che assieme assumono un significato; è necessario però sottolineare, che «la ricerca di relazione con l‟adulto non è strettamente ed unicamente connessa al soddisfacimento dei propri bisogni»7: se da un parte è vero che il bambino inizia a produrre comportamenti finalizzati alla ricerca dell’attenzione e della premura del genitore, per richiamare la loro attenzione e per garantirsene la vicinanza, è altrettanto vero che è proprio la relazione che soddisfa i suoi bisogni più profondi ed è la base sottostante al processo comunicativo; si osservi poi che il bambino coltiva grande interesse per ciò che lo circonda: quel che 5 DE TONI T., op. cit., pag. 16. RICOTTINI L., Quando il paziente è un bambino: problemi di relazione, Centro Scientifico Editore, Torino, 2002, pag. 31. 7 RICOTTINI. L., op. cit., pag. 32. 6 13 vede, sente e vive ricopre grande importanza, costituendo la base del suo bagaglio di esperienze. L’insieme dei dati raccolti ed elaborati nel corso del tempo contribuiranno alla formazione del suo carattere ed al passaggio dall’egocentrismo dei primi mesi di vita alla presa di coscienza dell’esistenza di una realtà a lui esterna: il bambino avvertirà sempre più il bisogno di comunicare con le persone accanto a sé, con ciò fondando in lui la reale percezione dell’esistenza di un qualcuno od un qualcosa diverso da lui, con cui condividere o negoziare i propri bisogni. Come già enunciato, l’acquisizione di un linguaggio è un processo lento e graduale: cerchiamo di percorrerne sinteticamente le principali tappe. Tra i quattro e gli otto mesi il piccolo risponde a sollecitazioni quali – ad esempio – la visione di un oggetto od il gioco del “cucù”, con il sorriso e la tensione corporea verso tale attrazione. Dai nove ai dieci mesi il bambino dimostra di avere una buona modalità di scambio con l’oggetto che viene preso e restituito ed è una fase caratterizzata dalle cosiddette “stringhe melodiche” (si intendono i suoni abbozzati dal lattante nei primi mesi di vita) che hanno un loro significato. Al compimento del primo anno di vita, il piccolo riesce a stabilire con l’adulto una comunicazione basata su sguardi profondi ed inizia il gioco di assunzione dei ruoli. Il piccolo infatti orgoglioso inizia l’attività di lallazione, il suo primo linguaggio bisillabico e ripetitivo, che adora per il piacere di riascoltare il suono della sua voce, gratificato e stimolato dall’attenzione del genitore. Sarà poi con l’avvento dei diciotto mesi che il bimbo riuscirà a produrre correttamente parole mono termine correlate ad un’azione; con il raggiungimento dei venti mesi si raggiungerà la fase in cui si verifica la cosiddetta esplosione lessicale, nel corso della quale il bimbo accrescerà il proprio vocabolario di quattro/dieci nuove parole 14 ogni giorno dimostrando una netta predilezione per la modalità comunicativa vocale. In questo senso il contesto familiare e la stimolazione alla comunicazione attraverso l’ascolto, la parola, i gesti ed i suoni sono di vitale importanza per il bambino. Quindi riconfermiamo ancora una volta l’importanza della relazione con il nostro piccolo soggetto che entra a far parte del mondo: un lattante che viene accudito prontamente solo ed unicamente alla richiesta di bisogni fisiologici avrà deficit comunicativi ed affettivi gravi che possono talvolta sfociare in un ritardo dell’iter di apprendimento comunicativo. I bambini dedicano infatti grande attenzione al suono della voce umana, in particolar modo alla voce di chi se ne prende cura, di chi lo coccola e gli offre calore umano. Quando allora la prestazione comunicativa del bambino si dimostra scadente è necessario valutare minuziosamente l’aspetto fisico - sensoriale (al fine di verificare nel bambino la presenza di problemi di udito ovvero neurologici), nonché l’aspetto emotivo - relazionale (legato alla situazione familiare) e l’aspetto socio - ambientale (cioè l’inadeguata presenza di stimoli esterni). 15 2. IL BAMBINO IN OSPEDALE 2.1 Il bambino malato e la sua famiglia: aspetti psicologici e relazionali «Un bambino è la forma più perfetta di essere umano» Vladimir Nabokov, scrittore (1899-1977) La malattia, intesa come sofferenza fisica e psicologica, è una componente che altera l’omeostasi fisiologica del nostro organismo e l’equilibrio della nostra vita quotidiana: questo sconvolgimento assume un significato ancor più particolare quando ad essere malato è il bambino. La malattia del bambino costituisce un vero e proprio avvenimento nella vita familiare che genererà inevitabilmente difficoltà e mutamenti di ogni ordine, dalla vita privata, al lavoro fino alla gestione degli altri figli non malati; è un nuovo status quello in cui viene a trovarsi il bambino, prima del quale «ognuno aveva un posto definito e conosceva il proprio ruolo»8 all’interno del nucleo familiare e questo porta importanti conseguenze sulla vita del bambino stesso, sui genitori e su eventuali fratelli e sorelle. La malattia si ripercuote sulla vita familiare non solo per l’organizzazione generale e la gestione del nuovo equilibrio, ma anche, o meglio perché crea preoccupazione, ansia, angoscia. I genitori infatti si chiedono se davvero sono stati bravi con il proprio bambino oppure inadeguati e incoscienti, incapaci di proteggere il proprio piccolo dalle avversità del mondo circostante.Del resto «a tutti sembra impossibile che il bambino possa ammalarsi autonomamente senza il contributo attivo degli adulti»9 anche quando la malattia in questione è una semplice influenza stagionale; succede spesso che purtroppo - per attenuare questo senso di colpa - l’adulto tenda a 8 PERICCHI C., Il bambino malato, Cittadella Editrice Psicoguide, Assisi, 1984, pag. 9. KANIZSA S., DOSSO B., La paura del lupo cattivo - Quando un bambino è in ospedale, Meltemi Editore, Roma, 2006, pag. 17. 9 16 scaricare la colpa sul bambino stesso: lui che è stato, a suo dire, il principale responsabile della sua malattia. Altri genitori invece assumono atteggiamenti diversi: alcuni di fronte alla malattia possono reagire in modo del tutto permissivo, concedendo al piccolo qualsiasi cosa egli desideri e questo comporterà - alla guarigione - una revisione dei comportamenti e delle decisioni di fronte alle richieste del bambino. Un altro tipico atteggiamento del genitore è quello iperprotettivo che si prolunga anche dopo l’avvenuta guarigione; inconsciamente questa manifestazione d’affetto si genera in quanto la malattia è spesso vissuta come una colpa dei genitori dovuta alla loro negligenza o all’abbandono del proprio figlio. Prendiamo ora in considerazione il fanciullo, protagonista di questa esperienza. La malattia costituisce una delle sue più grandi paure durante l’età scolare e questo terribile sentimento è certamente condiviso dai genitori che si trovano ad affrontare questa condizione nuova con mille pensieri, sensi di colpa e incapacità di agire. In generale dobbiamo affermare che la sofferenza fisica, accompagnata da quella psichica, è senza dubbio un evento stressante che si acuisce sia negli adulti che nei bambini a seconda del tipo di malattia, della gravità e della durata. L’elemento che porta chi scrive ad analizzare l’argomento di cui si tratta nel presente capitolo è la possibilità che la malattia blocchi il percorso di crescita e di presa di autonomia da parte del bambino. La malattia infatti è particolarmente problematica in quanto «contrasta fortemente con la spinta all‟autonomizzazione tipica dei periodi di crescita»10; ciò accade anche nel caso di malattie di poco conto quali influenze o bronchiti. In questi casi il piccolo sarà costretto a letto, non potrà giocare di fuori o andare a scuola e quindi la sua libertà di movimento sarà fortemente compromessa. Si osservi come la malattia possa segnare un forte congelamento nel percorso di 10 KANIZSA S., DOSSO B., op. cit., pag. 11. 17 crescita che si può aggravare fino al ritorno ad uno stadio precedente ed alla perdita di alcune capacità ormai acquisite e consolidate. L’acquisizione graduale di importanti autonomie quali il mangiare senza l’aiuto del genitore, gestire i propri bisogni fisiologici, provvedere all’igiene personale, costituisce una tappa fondamentale nel suo sviluppo e «la crescente padronanza del proprio corpo è allo stesso tempo la misura della sua crescente indipendenza dal corpo materno e dalla supremazia materna»11. Si attua in questo momento quel faticoso e graduale processo di distacco dalla figura materna ed un primo abbozzo del concetto di sé diverso dagli altri. In questo periodo le capacità dell’Io da poco acquisite non sono ancora saldamente ancorate e possono essere facilmente perdute con conseguenze di regressione ai livelli precedenti. Un altro fattore importante che riguarda la reazione psicologica del bambino alla malattia è la non consapevolezza delle vere cause della malattia. All’età di otto anni il suo procedimento logico lo porta solitamente a pensare che essa sia generata come conseguenza dei suoi comportamenti cattivi, per aver disubbidito ai genitori e per non essere stato bravo a scuola. Questo pensiero è in qualche modo avvallato da ciò che viene detto al bambino dall’adulto: deve tuttavia sottolinearsi come se da una parte questi abbia un intento protettivo, in seguito tali affermazioni possono dare adito ad un risvolto completamente colpevolizzante. È altrettanto vero che solitamente si tende a identificare la guarigione con il comportamento buono ed ubbidiente del bambino e questo causa non pochi problemi: in primo luogo sul piano concettuale perché non si parla di cura bensì di guarigione, pertanto nel caso di malattie croniche o terminali non si trova speranza (il bambino non guarirà mai ma questo non vuol dire che non si possa curare e 11 FREUD A., L‟aiuto al bambino malato, Boringhieri, Torino, 1987, pag. 22. 18 prendersene cura); in secondo luogo vedere la malattia come conseguenza di una colpa può di fatto far vivere al bambino «il momento della cura come momento d‟espiazione, quindi tutti gli strumenti della cura come strumenti di tortura»12. Le idee del bambino circa la malattia evolvono in relazione alla sua età: un bambino piccolo, appartenente alla prima e alla seconda infanzia, non ha ancora la nozione di buona o cattiva salute. Alla domanda “come stai?” egli non risponderà perché non troverà alcun senso in tale quesito oppure identificherà lo stato di salute alla situazione contingente piacevole o sgradevole che sia. È con l’avvento della terza infanzia che i bambini cominciano ad avere una primordiale idea su cosa sia la malattia e la definiscono affermando di essere malati quando non si sentono bene, quando sentono un dolore ma non ne indicano bene il luogo, quando sono stanchi ed hanno voglia di andare a letto, poi crescendo i bambini iniziano a definire la propria malattia supportati dalla presenza di segni e sintomi ad esempio mal di ossa, tosse, rinite, calore e brividi febbrili. Ad ogni modo, sia nel caso in cui il bambino comprenda il suo stato di salute che in caso contrario, è sempre opportuno parlargliene perché egli ha bisogno di sapere cosa sta succedendo al proprio corpo e perché tutti, genitori, fratelli e poi medici e infermieri, sono tanto interessati a lui in quel particolare momento. La sua esclusione dai discorsi che hanno come soggetto principale egli stesso e la sua malattia, lo porterà a fare domande, alle quali potrebbe non ricevere risposta o fingere di non sapere anche quando ha ben capito che l’oggetto di preoccupazione dei suoi genitori è proprio il suo stato fisico. In conclusione, il piccolo malato ha bisogno di cure ma prima di tutto di comprendere cosa sia successo; inoltre la spiegazione della 12 KANIZSA S., DOSSO B., op. cit., pag 12. 19 presunta malattia deve essere modulata all’età e al livello di comprensione del bambino. A questo importante processo partecipano attivamente i genitori, il cui compito è quello di spiegare con semplicità e naturalezza ciò che è successo, senza preoccuparsi di trovarne necessariamente una causa, che talvolta risulta essere sconosciuta persino al professionista in materia medica. Non si può dimenticare che sono i genitori coloro che meglio conoscono quel piccolo paziente, infatti le maestre di scuola non lo seguono più quando egli sta male, pediatri e infermieri perdono il contatto appena è guarito: solo le madri ed i padri lo vedono sempre, in tutte le circostante e meglio di chiunque altro lo conoscono. Al processo di accompagnamento del bambino durante la malattia partecipano anche gli operatori sanitari che coinvolgono il piccolo e la sua famiglia nel percorso di assistenza e cura, tenendo in considerazione i bisogni del piccolo, della famiglia e le preoccupazioni che nascono quando un bambino si ammala, indipendentemente dalla malattia cui il piccolo è affetto. 2.2 Il bambino ricoverato: l’ambiente pediatrico ed i professionisti «L‟ospedale è un posto dove si curano le persone, si danno le medicine, si fanno cure più buone di quelle che facciamo a casa. Quando non so cosa fare mi sento triste, invece quando dipingo, ascolto i dischi, disegno con le matite mi sento allegra». Cinzia (9 anni)13 L’esperienza della malattia provoca disagio e preoccupazione tali da scalzare in breve tempo le sicurezze e le speranze per l’avvenire insite nell’animo umano. Come già ampiamente analizzato, 13 BENINI E., Bambini in pigiama -Il vissuto d‟ospedalizzazione, Edizioni magi, Roma, 2005, pag. 93. 20 questa angoscia nei confronti della malattia destabilizza ancor più quando ad esserne affetto è il bambino. Basti pensare al carico di agitazione che genera un passeggero virus influenzale o una normale bronchite contratta nel periodo invernale: il bambino sta male, il mondo attorno a lui si cristallizza ed egli diventa il fulcro del nuovo status quo familiare; talvolta però, in base alle caratteristiche della malattia, all’età del bambino, all’acuzie o alla cronicità della patologia stessa, si rivela necessario, se non obbligatorio, il ricovero in ospedale. Il bambino avverte chiaramente che la malattia costituisce un «evento di rottura nella sua vita a seguito del quale tutto cambia»14 ed è particolarmente sensibile a questa esperienza di discontinuità. L’ospedale, nel quale egli si troverà, è un ambiente nuovo, sconosciuto e dedicato alla cura delle persone malate che vivranno situazioni che inevitabilmente influenzeranno il suo benessere fisico; tutto muta: l’ambiente fisico, il clima, le persone, il tempo (perché i ritmi sono frenetici e imposti da altri), le regole, gli spazi e questo enorme cambiamento destabilizza il piccolo paziente (è cambiato anche il suo stato, non è più un semplice bambino ma un paziente pediatrico) fino a generare nel suo pensiero un’esperienza traumatica alla quale non riesce ad adattarsi. Prima di iniziare l’analisi del contesto nosocomiale è opportuno fare una distinzione tra le diverse modalità d’accesso e di rapporto con la struttura sanitaria. I bambini affetti da malattie croniche quali per esempio diabete, le sindromi nefrosiche, le neoplasie, accedono all’ambiente ospedaliero, attraverso servizi ambulatoriali e di day hospital con cadenze settimanali o mensili. Il rapporto con questo ambiente e con gli operatori che vi lavorano è continuativo e stabile in quanto la malattia cronica ha un andamento lineare e costante nel tempo, eccezione fatta per i momenti di acuzie 14 BADON P., op. cit., pag 24. 21 che si possono comunque verificare e che necessitano un trattamento sanitario più approfondito. D’altro canto troviamo bambini che occasionalmente si ammalano e sono costretti a vivere degenze ospedaliere isolate nel tempo, improvvise, inaspettate e nel peggiore dei casi urgenti: sottintendiamo in questo caso patologie acute che insorgono in breve tempo e che necessitano il prima possibile di intervento sanitario. Vi sono infine i cosiddetti ricoveri programmati, che solitamente sono accessi effettuati per interventi chirurgici in elezione; ne consegue che le diverse modalità di accesso ospedaliero brevemente elencate, sono correlate a differenti modalità di preparazione del fanciullo alla nuova realtà (qualora il tempo a disposizione tra l’insorgenza della malattia e il ricovero lo consenta), di conoscenza degli ambienti, di spiegazione delle attività e di approccio relazionale con il bambino che mutano inevitabilmente in base alla natura del ricovero/visita stabilita. «La ragione per cui un bambino viene a contatto con la struttura sanitaria è quella di stare bene o di guarire»15 e ciò non può prescindere da una relazione di base con il paziente e con il mondo che da più vicino e più direttamente lo segue: i suoi genitori. L’equipe infermieristica si prende cura del paziente, si sforza dunque di entrare nel suo mondo per ascoltarlo, comprenderlo ed aiutarlo, comunica con lui e stabilisce le basi solide per una relazione che si fondi sulla fiducia e sulla collaborazione. Solo in questo modo sarà possibile perseguire gli obbiettivi prestabiliti. Questa relazione d’aiuto è diversificata e senza dubbio più complessa con il paziente - bambino: l’operatore deve prima di tutto conoscerlo e utilizzare le modalità relazionali che più si avvicinano al suo modo, considerando in primo luogo l’età, i tratti psicologici e comportamentali, la sensibilità e gli interessi del bambino. 15 DE TONI T., op. cit., pag 13. 22 L’assistenza infermieristica deve quindi adattarsi alle diverse fasi evolutive senza comunque tralasciare la relazione con il genitore. Il bambino è parte attiva dell’assistenza e non deve in nessun modo assumere un ruolo passivo, allo stesso tempo però, è necessario ricordare che il nucleo familiare – genitori in primis – è in stretta collaborazione e relazione nel processo assistenziale. A questo proposito è doveroso citare storicamente il ruolo della famiglia nell’iter di ricovero pediatrico, in quanto esso ha subito importanti cambiamenti nel corso degli anni. Durante la prima infanzia il bambino malato esprime esigenze che ben si riassumono nel concetto di attaccamento elaborato da John Bowlby: «l‟inevitabile bisogno di dipendenza da parte del bambino che richiede sicurezza e protezione»16. Il rapporto con la madre – la relazione per eccellenza – è capace di segnare in modo indelebile la natura dei legami successivi, pertanto se il bambino avrà ricevuto cure amorevoli ed attente sarà in grado egli stesso di fare altrettanto con il prossimo e di nutrire fiducia in lui. La separazione dalla madre quando il bambino è nella fascia d’età che intercorre tra gli otto ed i diciotto mesi, assume grande importanza in questo contesto: essa è infatti paragonabile all’esperienza di lutto nell’adulto. Sino a pochi decenni fa, il bambino ospedalizzato viveva quindi un profondo disagio, «un‟angoscia di separazione, paura della perdita dell‟oggetto rassicurante»17. Successivamente i disturbi causati dalla separazione dalla figura di attaccamento sono stati studiati e illustrati da J. Robertson nel 1973 e schematizzati secondo tre fasi: 1. La protesta: il suo bisogno è espresso attraverso il pianto e le urla disperate; 16 17 BENINI E., op. cit., pag 57. BENINI E., op. cit., pag 57. 23 2. La disperazione: egli aumenta gradualmente il suo smarrimento, prova sentimenti di malinconia, sfiducia e accettazione dell’ormai perduta speranza di rivedere la madre; 3. Il distacco: a lungo andare il bambino attua sistemi di difesa, di adattamento alla nuova situazione e cerca di trovare rifugio nel nuovo ambiente. Lo studio e le ricerche effettuate delinearono quindi un quadro importante circa le sequele psicologiche vissute dal bambino ricoverato e sulla base di questo si elaborò il concetto di ospedalizzazione madre-bambino. Oggi gli ambienti pediatrici predispongono l’accoglienza ad un genitore che può soggiornare con il proprio bambino per tutta la durata della degenza. Questo importante traguardo raggiunto negli ultimi decenni è stato accompagnato da modificazioni strutturali che hanno interessato i luoghi di cura dedicati ai bambini. Presupposto necessario affinché si verificasse questo grande rinnovamento fu il cambiamento del problema prioritario di salute: l’aspetto sociale e psicologico affianca ora il processo assistenziale diagnostico - terapeutico. Così come enunciato all’articolo 6 della Carta dei Diritti del Bambino in Ospedale, “Il bambino ha diritto alla tutela del proprio sviluppo fisico, psichico e relazionale. Il bambino ha diritto alla sua vita di relazione anche nei casi in cui necessiti di isolamento”, l’équipe medico - infermieristica garantisce la tutela degli aspetti affettivi, educativi e promuove la continuità delle relazioni familiari. Tale rinnovata attenzione della sanità ospedaliera ha dato vita a spazi esclusivi e di vitale importanza nella vita quotidiana del piccolo: la scuola e il gioco in ospedale. Entrambe le attività permeano la vita di ogni bambino “sano” che trascorre le sue giornate tra le mura domestiche, assieme alla sua famiglia. Il suo diritto a ricevere un’istruzione adeguata durante l’età dell’obbligo scolastico diventa 24 anche «un importante strumento, efficace sia sul piano psicologico che socio culturale»18, tale da consentirgli di integrarsi con gli altri bambini malati e lo avvicina al ritorno alla normalità. La proposta educativa all’interno dell’ospedale viene attivata anche attraverso la convocazione di insegnanti, specialmente nei casi di degenze prolungate e collocata in luoghi dedicati ad accogliere questo tipo di attività. Altro fondamentale bisogno da soddisfare riguarda l’aspetto ludico: il gioco è per sua natura «un‟attività fondamentale e risponde ai bisogni di tipo cognitivo, linguistico e motorio»19 del bambino ed assume altresì una valenza terapeutica in quanto previene, e nel migliore dei casi evita, i disturbi psicologici scaturiti dall’ospedalizzazione. Ma cosa ne pensano i bambini? Il loro punto di vista ha permesso di elaborare importanti cambiamenti e innovazioni negli ambienti in cui si erogano le cure. Nel 2005 in Finlandia è stato eseguito uno studio su questo argomento, al quale sono stati invitati a rispondere bambini di età compresa tra i sette e gli undici anni ricoverati in ventitre differenti reparti di medicina e chirurgia pediatrica. L’analisi delle schede raccolte ha delineato il seguente quadro: gli aspetti migliori dell’ospedalizzazione sono stati evidenziati nella «gentilezza, amabilità e avvicinabilità»20 degli infermieri, nelle attività ludiche come guardare la televisione e il gioco ed infine il fatto di poter partecipare attivamente alle cure. Gli aspetti peggiori riguardano invece il ritrovarsi in un ambiente estraneo e ricevere trattamenti e procedure diagnostiche dolorose. In qualche scheda è stato evidenziato che tra gli aspetti più difficili da accettare per i piccoli pazienti vi fossero il divieto di alzarsi dal letto, di correre e, in particolare, l’isolamento. 18 BADON P., op. cit., pag 21. BADON P., op. cit., pag 21. 20 PELANDER T., LEINO –KILPI H., L‟esperienza dell‟ospedalizzazione: il punto di vista dei bambini, Gli Infermieri dei bambini , anno VI, n. 55, Pistoia, settembre 2010. 19 25 Alla luce di quanto testé esposto, possiamo pertanto presumere che l’ospedalizzazione venga percepita dai bambini come un evento stressante, tuttavia l’affiancamento di momenti ludici e di distrazioni esercita sui piccoli pazienti un sensibile impatto positivo. In questo ambiente, di cui abbiamo parlato dal punto di vista tecnico - organizzativo, lavorano persone (rectius professionisti) che affiancano il bambino e la sua famiglia nei processi di cura e guarigione. Focalizziamo la nostra attenzione sul ruolo di uno di questi professionisti: l’infermiere, garante dell’assistenza generale infermieristica. Come si evince dall’articolo 1, comma 2 del Decreto Ministeriale n. 739 del 1994, «l‟assistenza infermieristica è preventiva, curativa, palliativa e riabilitativa ed è di natura tecnica relazionale ed educativa»21: questo inquadra la figura dell’infermiere in un contesto professionalmente impegnativo; egli infatti assicura al paziente una corretta identificazione dei suoi bisogni, formula diagnosi infermieristiche, pianifica obiettivi e interventi e ne valuta i risultati. Così anche il Decreto Ministeriale n. 70 del 1997, testo che individua la figura e definisce il profilo professionale dell’infermiere pediatrico, all’articolo 1, comma 2 evidenzia come «le principali funzioni siano la prevenzione delle malattie, l‟assistenza dei malati e dei disabili e l‟educazione in età evolutiva»22, nei soggetti fino al 18 o anno di età. Posto quanto sopra in merito alle problematiche di tipo clinico e appartenenti alla sfera infermieristica (ma anche nel soddisfacimento di natura relazionale), gli operatori che lavorano a stretto contatto con i bambini devono erogare quindi un’assistenza che sia al tempo stesso competente, professionale e adatta alla tipologia di paziente con cui interagiscono. Occorre precisare che l’infermiere non deve sostituirsi 21 22 DECRETO MINISTERIALE 14 SETTEMBRE 1994, N ° 739. DECRETO MINISTERIALE 17 GENNAIO 1997, N ° 70. 26 alla madre o al padre, questo succedeva tempo fa quando alla madre non era permesso di soggiornare assieme al proprio figlio durante il ricovero, ma «in quanto figura professionale deve essere in grado di conciliare la competenza culturale con i propri principi scientifici che fanno parte del suo sapere disciplinare»23. Per esemplificare al meglio le caratteristiche di un bravo infermiere pediatrico ci avvaliamo del giudizio dei diretti interessati, ovvero cosa ne pensano i bambini. Da uno studio qualitativo condotto in Inghilterra nel 2008 ed intitolato “How to make good children‟s nurses: children „s view” 24, è stato possibile analizzare tematiche che riguardano le caratteristiche e le qualità di un bravo infermiere, quali quelle che si possono apprendere (e in quale modo) e quali invece sono innate. L’intervista semi - strutturata è stata somministrata a bambini di età scolare ricoverati presso degenze pediatriche inglesi. Innanzitutto dall’analisi delle interviste è risultato che le caratteristiche e le qualità dell’infermiere sono soprattutto innate. Le caratteristiche che risultano essere le più importanti e fondamentali agli occhi del bambino sono l’essere simpatico e l’essere intelligente, oltre alle capacità di saper divertire e scherzare con i piccoli degenti. Il buon infermiere dovrebbe sviluppare atteggiamenti di ascolto attivo ma soprattutto «deve desiderare di ascoltare quello che i bambini hanno da dire, non deve guardare in basso quando parla con loro e deve essere capace di entrare in relazione con loro»25 quindi avere un’indole premurosa, affabile ma ancor più paziente e calma. I bambini intervistati hanno persino suggerito come si possono formare futuri infermieri che siano bravi nell’assistenza, consigliando loro di non andare mai di fretta, bensì fermarsi a parlare – la dolcezza 23 DE TONI T., op. cit., pag 18. www.infermieristicapediatrica.it. 25 www.infermieristicapediatrica.it. 24 27 è requisito irrinunciabile - per spiegar loro cosa si deve fare e per quale motivo, adattando questo tipo di comunicazione alla loro età - il linguaggio medico non è affatto apprezzato dai piccoli utenti. Questo breve e prezioso estratto dimostra come i piccoli pazienti siano in grado di esprimere giudizi su ciò che vivono e sperimentano in ospedale e le loro parole diventano suggerimento e consiglio vivo al fine di migliorare l’assistenza erogatagli. In conclusione si vuole sottolineare l’importanza di un coinvolgimento attivo del bambino nel suo percorso diagnostico-terapeutico: l’affiancamento della famiglia che lo accompagna all’interno di questo ambiente sconosciuto (e anche pauroso) in cui tutto è scandito da ritmi frenetici e insoliti, dove l’intimità e la sicurezza garantita tra le mura di casa propria viene a mancare, dove le persone che si occupano di lui sono tante e diverse, è di vitale importanza. D’altro canto si può fare di più per le esperienze di degenza programmate, in questo contesto l’assistenza erogata può avvalersi di un periodo di approccio all’ambiente ospedaliero, in quanto il bambino può familiarizzare con questo ambiente solo conoscendolo in modo graduale e accostandovisi delicatamente, con prudenza. In questo modo sarà possibile, limitatamente ai ricoveri programmati e specificamente in ambito chirurgico, prevenire o attenuare lo stress e il disagio scaturiti dall’esperienza di ospedalizzazione. 2.3 Il processo assistenziale in ambito pediatrico Com’è noto, un processo prevede la pianificazione di una serie di attività finalizzate al raggiungimento di un preciso obiettivo. Il processo di assistenza infermieristica è il metodo utilizzato dal professionista addetto all’assistenza infermieristica per identificare i 28 problemi, pianificare e raggiungere gli obiettivi attraverso interventi adeguati che mirino al soddisfacimento dei bisogni dell’assistito. Esso si compone sostanzialmente di cinque fasi: 1) Accertamento - raccolta dati; 2) Diagnosi infermieristica; 3) Pianificazione degli obiettivi e degli interventi; 4) Attuazione degli interventi; 5) Valutazione. Tale processo si applica in tutte le realtà assistenziali e per tutti i soggetti in cui si rileva un bisogno compromesso e che necessitano quindi di un intervento assistenziale. L’utilizzo di questo processo in ambito pediatrico è ancor più importante data la complessità assistenziale del bambino e del suo nucleo familiare che si instaura particolarmente in situazioni patologiche. L’accertamento costituisce la fase iniziale del processo di nursing e si avvale della raccolta di informazioni, ovvero l’anamnesi psico-fisica del piccolo paziente: essa permette di effettuare una “fotografia” globale del bambino e di tutto il contesto che lo circonda, rileva le situazioni alterate e le disfunzioni su cui sarà necessario operare. I metodi utilizzati riguardano innanzitutto l’osservazione, che si concentra in ambito fisico (vedere, udire, toccare) e in quello psicologico (atteggiamenti, pensieri, idee); ed il colloquio/intervista che invece è finalizzato alla raccolta di informazioni sullo stato generale del piccolo e sarà effettuato in un primo momento con il bambino stesso e a seguire sarà apportato anche il contributo della famiglia. I dati raccolti anche in questo caso saranno di natura oggettiva (segni) e di natura soggettiva (sintomi riferiti); dopo questa fondamentale fase si passa all’elaborazione dei problemi evidenziati e alla formulazione delle diagnosi infermieristiche, la cui competenza è esclusiva dell’infermiere, e dei problemi collaborativi che si 29 avvalgono invece della consultazione di altre figure professionali, quali il medico pediatra, il fisioterapista, il dietista, lo psicologo. La pianificazione è il terzo punto del processo di nursing: è necessario dapprima identificare le priorità, ovvero quelle situazioni la cui pericolosità può ledere gravemente il bambino, poi gli obiettivi cioè i risultati attesi ed infine gli interventi più efficaci che è necessario attuare al fine di migliorare o eliminare il problema; segue poi la fase di attuazione in cui vi è la concretizzazione di ciò che è stato accuratamente e precedentemente pianificato. Essa necessita del maggior coinvolgimento possibile del bambino, considerato parte attiva, e della sua famiglia, nonché della relazione interpersonale continua che si avvale dell’osservazione la quale permette di identificare precocemente interventi non eseguibili o che generano reazioni particolari. La valutazione costituisce la fase conclusiva ed è «un‟attività intellettuale finalizzata alla verifica del raggiungimento degli obiettivi»26. Un aspetto saliente che ritorna è l’osservazione: per valutare correttamente l’efficacia o meno che una determinata azione ha prodotto, è necessario guardare ciò che è accaduto. A questo punto, essendo il processo di nursing un processo continuo, ci si pongono domande e si stabilisce se gli obiettivi sono stati raggiunti e se il problema è stato arginato. Questo strumento rafforza l’efficienza del lavoro infermieristico e permette senza dubbio di accorciare i tempi necessari all’elaborazione dell’assistenza personalizzata al bambino. Da ultimo, permette di intervenire utilizzando il metodo scientifico che è alla base di ogni processo logico elaborato da un professionista. 26 BADON P., op. cit., pag 15. 30 2.4 Adesione al progetto terapeutico: informazione e consenso informato Comunicare il proprio stato d’animo, i propri dubbi e insicurezze, i propri pensieri e preoccupazioni è estremamente importante e si pone alla base del processo di assistenza infermieristica costituendone il suo punto di partenza. Come già ampiamente trattato nel precedente capitolo, la comunicazione si instaura all’interno di una relazione tra due o più soggetti che interagiscono tra loro, essa è infatti presupposto fondamentale e irrinunciabile affinché si instauri una comunicazione efficace tra le parti. Nell’ambito ospedaliero la comunicazione si instaura tra due soggetti, il paziente e il curante, che per natura appartengono a due categorie differenti e per questo la relazione diventa una relazione d’aiuto in cui gli attori si trovano su due livelli diversi tanto che la comunicazione assume peculiarità importanti. L’infermiere, unitamente agli altri operatori sanitari che si occupano della salute del bambino, dovrà agevolare un atteggiamento di ascolto, rispetto e osservazione autentici che possano davvero consentire la completa comprensione e condivisione di ciò che anima il pensiero del piccolo malato e della sua famiglia che è inevitabilmente turbata dall’evento patologico. Questo delicato processo comunicativo prosegue con abilità empatiche le quali, attraverso una profonda condivisione dell’esperienza emotiva, consentono di assistere e prendersi carico del paziente pur evitando l’identificazione con lui o l’eccessivo attaccamento alla situazione. Alla fine di questo percorso si potranno fornire al paziente le risorse da sfruttare e gli strumenti adatti per affrontare e superare le problematiche condivise insieme. È pertanto chiaro che, per compiere tutto questo e per esercitare il proprio ruolo in modo professionale, ci sia necessità che 31 «l‟equipe di cura lavori in un clima di collaborazione e comunicazione al fine di garantire la condivisione e il sostegno reciproco»27. La comunicazione in ambito pediatrico si arricchisce di modalità e soluzioni alternative e senza dubbio originali dato che il piccolo cliente richiede un approccio relazionale diverso in relazione all’età evolutiva di appartenenza. In questo contesto l’infermiere, così come il medico, dovrà adattare il contenuto, ovvero l’oggetto della comunicazione, ad una forma quanto più consona alle capacità di ascolto e di comprensione del paziente con cui interagisce: «ascoltare il bambino, comprendere i suoi pensieri e sentimenti, rispondere in base ai suoi bisogni attraverso una relazione terapeutica è un dovere del pediatra e dell‟infermiera pediatrica»28. Il coinvolgimento dei genitori è estremamente importante: essi sono molto spesso la categoria più fragile – non di rado più del bambino stesso – a cui l’assistenza infermieristica deve garantire ascolto, sostegno e risposte efficaci. Le preoccupazioni e le ansie che nascono nel cuore di un genitore nel momento in cui si ammala il proprio amato bambino sono molto spesso nascoste per vergogna, per paura e soprattutto per non far soffrire ancora più il bambino, che in quel particolare momento ha bisogno di sostegno e sicurezza. In realtà il bambino è sensibile agli atteggiamenti del proprio padre o della propria madre e ne percepisce chiaramente l’angoscia, nonostante il buon intento di camuffarla. In questo contesto si inserisce il grande tema del coinvolgimento del bambino nelle decisioni riguardanti la sua salute, argomento alquanto dibattuto sul quale si sta iniziando a ricercare alcune evidenze scientifiche. 27 28 MORETTO C., L‟assistenza di base in pediatria, Carocci Faber, Roma, 2007, pag 30. MORETTO C., op. cit., pag 28. 32 Questo discorso applica concretamente ciò che viene enunciato all’articolo 7 della Carta dei Diritti del bambino in ospedale, “il bambino ha diritto ad essere informato sulle proprie condizioni di salute e sulle procedure a cui verrà sottoposto, con un linguaggio comprensibile ed adeguato al suo sviluppo ed alla sua maturazione. Ha diritto ad esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa”. Egli ha quindi diritto ad essere informato, con un approccio comunicativo che tenga conto delle sue abilità comprensive correlate evidentemente all’età, ogni qualvolta si parli del suo stato di salute. Sulla base di questa conoscenza egli sarà quindi in grado di formarsi una propria opinione e di esprimere la propria idea al riguardo. Tra le evidenze che supportano la visione secondo cui costituisce un beneficio per il bambino l’essere coinvolto nel processo di cura, troviamo uno studio osservazionale svedese, svoltosi nel 2002 da Runeson, al quale si deve una classificazione del livello di partecipazione dei fanciulli durante la degenza. I risultati ottenuti evidenziarono che i bambini coinvolti nel processo decisionale avevano un particolare senso di controllo sulla situazione quindi un miglior grado di sopportazione delle cure. In generale si può affermare che i pazienti consapevoli – seppur sempre in maniera non estremamente specifica – circa la propria condizione clinica presentano una significativa riduzione dell’ansia ed un migliore giudizio su se stessi. Il bambino diventa così uno dei principali attori di questo processo comunicativo in quanto possiede il “diritto ad essere coinvolto nel processo di espressione dell‟assenso/dissenso alle pratiche sanitarie che lo riguardano” così come enunciato all’articolo 8 della suddetta Carta. La concretizzazione di questo principio si avvale dell’utilizzo del consenso informato che si esplica nel contesto dell’alleanza terapeutica. 33 Il consenso deve essere consapevole e derivare quindi da una chiara e completa informazione fornita dal medico in merito all’approccio diagnostico - terapeutico - prognostico, agli effetti presunti del trattamento, alle probabili complicanze della terapia; deve essere inoltre reale e specifico: il paziente deve essere messo nelle condizioni di esprimere in modo non equivoco la sua volontà circa il consenso ad ogni singola prestazione medica. L’assenso/dissenso dovrebbe essere sempre promosso e ricercato dall’equipe medico-infermieristica, soprattutto attraverso le relazioni familiari. Infatti è chiaro come questo processo decisionale sia difficile da attuare nel caso in cui il nostro paziente non abbia ancora compiuto il sesto anno di vita. A partire dai 12 anni è possibile iniziare a credere ad un assenso/dissenso sempre più consapevole, anche se il contesto familiare rimane a fianco del bambino in modo preponderante. Da ultimo, risulta importante approfondire il modello comunicativo utilizzato durante l’informazione, che precede quindi la comprensione e la successiva attuazione del consenso informato. Questa pratica è di competenza medica ma è fondamentale conoscere gli strumenti che permettono all’interlocutore di comprendere ed evitare quindi tutte le problematiche che si instaurano qualora vi sia – in inglese – un misunderstanding. All’interno della comunicazione finalizzata all’informazione è di fondamentale importanza il privilegiare i contenuti più importanti, cioè quelli che maggiormente si vogliono far arrivare all’utente. È chiaro che spesso la comunicazione è difficoltosa non solo a causa delle abilità delle due parti ma anche qualora esse si trovino con basi culturali distanti e perciò incomprensibili. In ambito medico - assistenziale la comunicazione necessita inoltre di un valore aggiuntivo, quello del feedback, cioè il ritorno che verifica la comprensione del messaggio da parte del paziente e dei genitori. Quando infatti con comunicazione intendiamo l’esposizione 34 di informazioni circa lo stato di salute del paziente, le proposte diagnostico - terapeutiche per quella data patologia, i successi e gli insuccessi derivanti da un preciso trattamento, il fine della nostra conversazione verte sulla comprensione completa dell’utente di ciò che abbiamo voluto trasmettergli. Al fine di verificare l’avvenuta e corretta comprensione sarà opportuno prima di tutto condividere, insieme a tutta l‟équipe multidisciplinare, le linee e i contenuti che si vogliono trasmettere, per non creare una confusione di partenza tale da inficiare la relazione con la famiglia e il bambino: essere quindi concordi su cosa dire e cosa non dire. La comunicazione prevede due momenti cruciali: il primo in cui l’infermiere fornisce informazioni all’utente, il secondo in cui il paziente riformula i contenuti in modo da avere un feedback, cioè chiedere ai genitori, o al bambino se in grado, di ripercorrere sommariamente gli argomenti compresi; questo permetterà di capire se il destinatario ha ricevuto e compreso il messaggio e se sarà quindi disposto all’attiva partecipazione. Un diverso elemento che ostacola la comunicazione può infine risiedere nella componente emozionale: in ambito pediatrico essa coinvolge ancor più sensibilmente gli operatori che si trovano davanti ad una malattia, che solo a fatica riesce ad essere accettata prima di tutto da loro; in questo le figure di supporto quali lo psicologo, l’assistente sociale, forniscono all’intera équipe gli strumenti per poter affrontare questa comunicazione così delicata in modo professionale e finalizzarla alla conoscenza. 35 2.5 La Carta dei diritti del bambino in ospedale Quando si parla del bambino non possiamo non menzionare i diritti e i doveri che in quanto essere umano possiede. Questo che per noi oggi sembra un concetto assodato e ben condiviso dalla stragrande maggioranza della popolazione, ha subito storicamente un’evoluzione attraverso un percorso di miglioramento durante il quale il bambino è diventato gradualmente oggetto di profonde riflessioni riguardanti la sua tutela. È pertanto doveroso quindi ripercorrere brevemente le tappe che hanno sancito quelli che noi oggi conosciamo come diritti dell’Infanzia e ai quali facciamo riferimento soprattutto quando essa si trova a vivere situazioni di disagio, pericolo e sofferenza. Nel 1924 venne approvata dalla Società delle Nazioni la prima Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, la quale incoraggiava, per la prima volta in modo ufficiale, i diritti e le libertà fondamentali del bambino. Successivamente, il testo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, emanato il 10 febbraio del 1948 nell’ambito dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, afferma che «la maternità e l‟infanzia hanno diritto a cura e protezione speciali»29, un aggettivo quest’ultimo che attribuisce al contesto materno - infantile una predilezione specifica ed una tutela riservata. Seguirono anni di studi ed elaborazioni per approdare al 20 novembre 1989, giorno in cui l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò all’unanimità la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia che entrò in vigore l’anno seguente e costituì, per tutti gli Stati che l’avevano ratificata, un vero e proprio vincolo giuridico. Sull’onda di questi importanti cambiamenti internazionali a livello giuridico a favore dell’infanzia, nacque una forte sensibilità nel tessuto sociale e culturale a favore dei piccoli: ad essi erano 29 MORETTO C., op. cit., pag 18. 36 finalmente riconosciuti diritti inviolabili riguardanti un’«esistenza dignitosa, ad essere amati, curati e protetti»30. In Italia la ratifica della Convenzione avvenne con la legge 176 del 27 Maggio 1991, alla quale seguirono ulteriori interventi legislativi nei riguardi della fanciullezza (vedi allegato no1). L’attenzione era rivolta quindi al bambino ed alla promozione del suo sano e integro sviluppo in una società che a poco a poco era diventata sempre più sensibile ai bisogni specifici della persona in fase di sviluppo. Il bambino non era più parte indistinta tra gli esseri umani bensì si contraddistingueva in quanto prezioso elemento della società al quale si riservavano attenzioni, cure, educazione particolari in quanto egli è «più ricettivo e sensibile dell‟adulto all‟ambiente e alle condizioni in cui vive»31. Si assiste a questo cambiamento nella concezione di bambino anche all’interno delle strutture che per eccellenza si occupano della sofferenza e della fragilità: i nosocomi. Fino ad allora, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la medicina generale, attribuivano alla pediatria un significato semplicistico: una mera medicina generale applicata all’età infantile senza considerare la particolarità del paziente bambino, che non doveva essere considerato come un uomo in miniatura, ma come persona con bisogni psicologici e sociali che si differenziano per qualità e quantità da quelli dell’adulto. Attorno gli anni settanta dello scorso secolo, si intuì l’esigenza di stabilire e condividere unanimemente i diritti del bambino più fragile in assoluto: quello malato, che necessita di cure e che vive l’ospedalizzazione nel corso della sua crescita. Nacque così, dallo studio e dalla collaborazione di tre importanti ospedali pediatrici italiani – il Meyer di Firenze, il Bambino Gesù di Roma e l’Istituto Burlo Garofalo di Trieste – la Carta 30 31 MORETTO C., op. cit., pag 19. MORETTO C., op. cit., pag 21. 37 dei diritti dei bambini in Ospedale, la quale specifica e amplifica, orientando il più generale contenuto dell’articolo 24 della Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo (1989), la tutela del bambino ospedalizzato. La tutela dell’Infanzia costituisce uno dei pilastri di una società che si definisca morale e sociale. A questo proposito si ritenne che gli operatori sanitari – infermieri e medici – predisponessero di strumenti ancor più definiti con i quali concretizzare la tutela dei piccoli. Oltre alle “innate” capacità di relazione, abilità tecnico-terapeutiche ed educative si affiancano così delle specifiche responsabilità nel profilo dell’Infermiere pediatrico. I diritti dei bambini in ospedale sono riassunti in quattordici punti composti da una parola chiave chiarificatrice del contenuto, da una breve spiegazione e da un contributo grafico pensato proprio per i piccoli utenti a cui la carta è indirizzata (vedi Allegato no2). 38 3. LA FAMIGLIA E IL RICOVERO IN OSPEDALE 3.1 Il concetto di assistenza centrata sulla famiglia «Tell me, and I forget. Teach me, and I may remember. Involve me, and I learn». Benjamin Franklin La famiglia intesa come nucleo di persone che circondano il bambino costituisce il pilastro su cui si sviluppa l’assistenza in ambito pediatrico. Sulla base di questo concetto appare dunque chiaro che l’esperienza di malattia vissuta dal bambino coinvolga direttamente anche il suo sistema familiare e alteri, in modo più o meno significativo, i legami di equilibrio tra le persone che lo compongono. L’erogazione di un’assistenza di elevata qualità include quindi la cura e la presa in carico di tutti i membri del nucleo familiare. Per poter meglio definire il concetto di assistenza centrata sulla famiglia è necessario considerare l’attenzione rivolta alle esigenze psicologiche e sociali del fanciullo e al ruolo della famiglia che nel tempo si sono accresciute e si sono orientate sempre più verso la promozione della salute e del benessere del fanciullo. Nella prima metà dello scorso secolo, la presenza dei genitori in ospedale a fianco del proprio bambino malato non era certamente presupposto fondamentale dell’assistenza bensì era proibita in quanto probabile fonte di infezioni, epidemie e per una mancanza sostanziale di conoscenze circa gli effetti benefici del contatto diretto di un genitore con il figlio malato in nosocomio. Solo successivamente si inizierà a considerare la presenza della madre o del padre un arricchimento nel processo assistenziale e di cura, che evidentemente non poteva riguardare solo aspetti meramente fisici. 39 Inizia così un periodo di sensibilità emozionale e al contempo si sviluppa la consapevolezza che il genitore può prendersi cura, con il supporto di una figura professionale specializzata, del proprio figlio anche – e soprattutto – in questo momento delicato. È con l’avvento degli anni 80 del secolo scorso che si assiste ad una ventata di novità: la presenza costante di uno dei due genitori al letto del bambino malato è fortemente caldeggiata sia dagli infermieri che dai medici. La famiglia si ritrova coinvolta attivamente nell’assistenza e contribuisce al processo di cura e guarigione come una vera e propria risorsa da cui l’équipe medico - infermieristica attingerà forza e con la quale svilupperà interventi di collaborazione. La Family-centered care riguarda quindi un approccio professionale che si pone l’obiettivo di sostenere la famiglia attraverso il coinvolgimento, la partecipazione e la collaborazione con il potenziamento delle capacità decisionali della famiglia, con un’adeguata comunicazione e con la riduzione dell’ansia derivante dalla mancata conoscenza del reale stato di salute del bambino e dal senso di impotenza; altrettanto importanti risultano essere i seguenti obiettivi che, con la corretta applicazione dell’assistenza, si possono raggiungere: diminuire i costi dell’assistenza sanitaria (sviluppare l’importanza del ricovero breve sia dal punto di vista psicologico che fisico, in quanto è noto come un lungo periodo di ricovero in ospedale possa danneggiare psicologicamente lo sviluppo del bambino, nonché esporlo direttamente a infezioni nosocomiali) e migliorare infine la qualità delle prestazioni erogate. Questo ambizioso processo di assistenza si fonda sull’unione e la collaborazione di più figure: i piccoli pazienti, le relative famiglie di appartenenza, i medici, gli infermieri e altri collaboratori sanitari, i quali lavorano insieme al fine di produrre un’assistenza di elevata qualità. 40 I rapporti di collaborazione tra le parti coinvolte sono riassunti e definiti negli otto punti stilati dall’«Association for care of Children‟s Health»32: Riconoscere che la famiglia è l’elemento costante nella vita del bambino, mentre il sistema sanitario e il personale al suo interno sono presenze temporanee; Facilitare la collaborazione tra genitori e figure professionali ad ogni livello; Condividere con i genitori l’informazione sulle cure che vengono fornite al bambino nel modo più completo e veritiero possibile, ma anche emotivamente caldo e di supporto; Implementare i provvedimenti e le iniziative che forniscono sostegno emozionale ed economico e rispondono ai bisogni della famiglia; Individuare le risorse familiari e individuali atte a favorire le diverse strategie di coping; Comprendere i bisogni emozionali ed evolutivi del bambino e dell’adolescente e includerli nel progetto assistenziale; Incoraggiare e facilitare il sostegno all’interno della coppia genitoriale e tra i genitori; Verificare che il progetto assistenziale abbia caratteristiche di flessibilità, apertura e risponda ai bisogni della famiglia. Secondo questi principi risulta chiara la possibilità di migliorare l’assistenza globale al bambino facendo leva soprattutto sulla famiglia che è il punto di forza di tale processo. In ambito 32 BADON P., op. cit., pag 42. 41 chirurgico diversi studi hanno dimostrato l’efficacia della presenza dei genitori accanto al figlio in quanto quest’ultimo, dopo essere stato sottoposto ad intervento chirurgico piangeva di meno, era meno irrequieto e richiedeva una dose minore di farmaci per controllare il dolore. «Lavorare per il benessere del bambino significa, inevitabilmente, intervenire su tutta la famiglia»33, infatti ciò che conta di più è entrare in contatto con il suo ambiente, con coloro che meglio di altri lo conoscono e possono suggerire come meglio poter soddisfare i suoi bisogni. Questo approccio strategico risulta avere effetti positivi a livello psicologico anche nei genitori: essi infatti aumentano la fiducia in loro stessi in quanto posseggono una maggiore conoscenza perciò autonomia e sicurezza e sviluppano la loro capacità di risoluzione di problemi. L’assistenza centrata sulla famiglia si esplica secondo uno schema di continuità che parte dal non coinvolgimento, in cui predomina il ruolo dell’infermiere, fino al raggiungimento del pieno controllo dell’assistenza in cui la figura dell’infermiere è quella di consulente. Esistono quindi varie modalità in cui questa assistenza può esplicarsi, questo perché essa deve meglio aderire alle caratteristiche del nucleo familiare preso in considerazione e può persino cambiare anche per la stessa famiglia durante il percorso terapeutico del piccolo paziente. 33 BADON P., op. cit., pag 46. 42 La Family-centred care si esplica in cinque ambiti ben definiti: Assistenza gestita dall’infermiere senza il coinvolgimento della famiglia: si applica in quelle situazioni in cui la famiglia non desidera oppure non può essere coinvolta. Rimane comunque un’assistenza rivolta a tutto il nucleo. Assistenza gestita dall’infermiere con coinvolgimento della famiglia nell’assistenza di base: l’infermiere si pone alla guida dell’assistenza insegnando ed educando i genitori a compiere azioni di base quali l’alimentazione e l’igiene. Assistenza gestita dall’infermiere con partecipazione della famiglia: in questo ambito l’infermiere ha il ruolo del supervisore e il rapporto con la famiglia si basa su principi di collaborazione. Stato di parità: il rapporto in questo caso diventa paritetico, basato sulla condivisione dell’assistenza. L’infermiere è una figura di supporto, mentre la famiglia sempre più potenzia le sue capacità di fornire assistenza primaria. Assistenza guidata dai genitori: l’infermiere è il consulente al quale la famiglia, ormai esperta ed autonoma, si rivolge per dubbi e consigli. L’assistenza centrata sulla famiglia deve essere vista, non tanto come una meta ma come un viaggio di cambiamento34, che richiede una rivalutazione continua della situazione. L’infermiere, servendosi dell’assistenza centrata sulla famiglia, giunge alla considerazione della persona nel suo senso olistico, ovvero comprendendone il contesto familiare, i valori e le abitudini. 34 BADON P., ZAMPIERON A., Procedure infermieristiche in pediatria, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2010, pag 5. 43 3.2 L’applicazione del modello nella pratica I modelli teorici spiegano l’assistenza centrata sulla famiglia con una definizione che può essere così riassunta: «il sostegno professionale al bambino e alla famiglia attraverso un processo di coinvolgimento, partecipazione e partnership, basato sull‟empowerment e la negoziazione»35. Dalla teoria si deve poi concretizzare il modello nella pratica e questo implica certamente un’analisi approfondita della famiglia alla quale ci si appresta ad erogare assistenza, considerandone i bisogni e le criticità. Questo approccio assistenziale impegna i genitori in prima linea: sono loro che hanno la responsabilità di fornire le cure quotidiane e di curare al meglio il loro fanciullo, la figura dell’infermiere si limita a ruoli di supervisione, consulenza ed educazione. L’infermieristica familiare è basata sulla profonda convinzione che la famiglia sia per il bambino parte integrante dello sviluppo e che meglio di tutti lo sappia curare, fermo restando che l’infermiere rimane l’esperto al quale ci si rivolge per consulenze e consigli. I genitori quindi scelgono consapevolmente di inserirsi all’interno di un continuum di assistenza che offre diverse modalità di coinvolgimento che essi per primi accettano senza alcuna imposizione. L’assistenza offre così ai genitori una vasta gamma di possibilità all’interno delle quali è consentito il passaggio da un’assistenza puramente gestita dagli infermieri ad una parità dei ruoli fino ad arrivare all’assistenza completamente guidata da loro stessi. È necessario iniziare ad analizzare criticamente le teorie che sostengono appunto l’importanza del coinvolgimento e della 35 SMITH L., COLEMAN V., BRADSHAW M., L‟assistenza centrata sulla famiglia, Edises, Napoli, 2008, pag. 23. 44 partecipazione della famiglia ed evidenziare i potenziali problemi che insorgono nella pratica. Da un punto di vista etimologico, le parole che sono state ampliamente ripetute al riguardo, possono generare confusione o non avere un significato univoco e condivisibile da tutti. A questo proposito si consideri il concetto di famiglia, che può non avere lo stesso significato tra chi eroga assistenza e chi la riceve; esso circoscrive un gruppo di persone unite da legami di sangue e la forma convenzionale, ovvero la presenza di un padre, di una madre che insieme generano uno o più figli, anche se oggi rappresenta il modello più diffuso, non costituisce necessariamente lo stesso condivisibile modello per tutti. In questo contesto è fondamentale che l’infermiere, prima di teorizzare qualsiasi tipo di assistenza, concentri la sua attenzione sulle persone che effettivamente costituiscono l’ambiente sicuro e protetto del bambino e ne definiscono quindi il nucleo familiare. Un altro termine deve essere accuratamente analizzato, quello di assistenza, traducibile in inglese con il sostantivo care, inteso come «fornire quanto necessario per la salute, il benessere e la tutela di qualcuno»36. Anche in questo caso vi possono essere pareri discordanti sulla visione di assistenza erogata e assistenza ricevuta: per esempio una persona può sentirsi soddisfatta e quindi aver ricevuto un’assistenza di elevata qualità qualora le siano stati garantiti i primari bisogni fondamentali; mentre un’altra persona potrebbe non sentirsi soddisfatta fino a che non siano considerate ed approfondite anche le sue richieste psicologiche ed emotive. In questo panorama di concetti ambivalenti il fatto che si generi confusione è altamente probabile, per questo l’intento di chi scrive è di ribadire ancora una volta che l’analisi in prima istanza della 36 SMITH L., COLEMAN V., BRADSHAW M., op. cit., pag. 50. 45 famiglia, della sua cultura, delle abitudini, del suo contesto sociale e psicologico è di fondamentale importanza ed è presupposto irrinunciabile affinché si definiscano sin da subito i termini e le esigenze, che fanno da fondamenta all’assistenza pediatrica. È dimostrato - e appare assai chiaro - come i diversi punti di vista su un determinato concetto, possano alterare inevitabilmente la comprensione di ciò che si vuol costruire. «Le famiglie hanno bisogno di avere un‟idea chiara della filosofia del reparto in cui vengono ricoverati i propri figli»37, necessitano cioè di avere informazioni precise sugli obiettivi e gli interventi di una determinata Unità Operativa; questo si può attuare con la produzione di opuscoli informativi che possono essere utilizzati in regime di ricovero programmato, ad esempio negli interventi chirurgici in elezione, ma anche nei casi in cui il bambino sia stato ricoverato in situazione di urgenza-emergenza. Ci si può avvalere di vari strumenti e metodi per meglio aderire alle esigenze delle famiglie e soddisfare esaurientemente la loro comprensione ma non solo questo è sufficiente. All’interno del sistema comunicativo vi sono prima di tutto le persone che erogano assistenza, gli infermieri, i quali devono conoscere la filosofia dell’Unità Operativa di appartenenza per meglio incarnarne gli obiettivi e gli scopi finali. Ci troviamo di fronte a due esperti, il genitore e l’infermiere che si confrontano e accrescono con un valore aggiuntivo l’assistenza al bambino. A seguito di questo grande rinnovamento, nacque presso la classe infermieristica, la preoccupazione di “non essere più utili” o peggio ancora di non sentirsi più dei professionisti, in quanto i compiti che abitualmente svolgevano potevano essere espletati da qualsiasi altro laico. 37 SMITH L., COLEMAN V., BRADSHAW M., op. cit., pag. 53. 46 Fu necessario allora puntualizzare questo aspetto e nel 1991 Callery e Smith affermarono che l’infermiere mantiene un ruolo super partes nei confronti dei genitori e del bambino, in quanto gestisce la loro relazione e si trova a lavorare in un ambiente a lui conosciuto e familiare in cui egli ha il pieno controllo delle azioni. Su questa scia si affermò l’importanza di non tralasciare le abilità e le competenze infermieristiche bensì si ritenne fondamentale accettare che due esperti, il genitore e l’infermiere, unendosi avrebbero avuto molte più possibilità di ottenere buoni risultati al fine di garantire la salute del bambino e della famiglia intera. Nel contesto dell’assistenza centrata sulla famiglia non si può non citare l’empowerment, concetto assai complesso e multidimensionale che «permette o insegna a trasferire il potere da un individuo o da un gruppo ad un altro»38. Due elementi chiave di questo processo sono il potere e il controllo: infatti è possibile esercitare un controllo sui fattori che determinano la propria vita. Qualora questo controllo sulla propria normale esistenza fosse stato sconvolto da un avvenimento importante come la malattia del proprio figlio, i genitori vengono educati nel riacquisirlo. Questo potere però deve essere assunto dal soggetto in prima persona, ovvero nessun’altro glielo può imporre e di conseguenza le persone che se lo assumono sono consapevoli e prendono coscienza di tale potere. Il modello si basa sulla convinzione che ognuno abbia le risorse necessarie per diventare competente in un determinato ambito e che sia più giusto potenziare gli aspetti positivi che evidenziare o correggere i punti deboli. Riassumendo questo processo facilita i genitori a vivere meglio il percorso della malattia e la degenza in ospedale perché essi non solo 38 SMITH L., COLEMAN V., BRADSHAW M., op. cit., pag. 88. 47 decidono di assumersi il potere decisionale circa le cure del proprio figlio ma stabiliscono anche le modalità con cui si esplicherà l’assistenza infermieristica e con quale grado di coinvolgimento. A monte di questo processo troviamo la presa di coscienza, l’ empowerment, degli infermieri stessi; essi innanzitutto devono aver superato l’errata convinzione di essere stati spodestati dal loro ruolo di professionisti. Il loro profilo si basa su competenze tecniche, educative e relazionali che lasciano spazio ad attività di ascolto, empatia, sostegno e collaborazione nel difficile processo decisionale assunto in primis dalla famiglia. Come già ampliamente ricordato nel precedente capitolo, senza la relazione non si costruisce nulla. Anche in questo campo, il costruire relazioni precede l’avvio del modello di empowerment. La conoscenza, la fiducia e la stima reciproca saranno il collante che terrà unite le persone, famiglia/infermiere e gli obiettivi finali. 3.3 L’educazione domiciliare all’autonomia nella gestione Si assiste, sempre più frequentemente, a degenze ospedaliere brevi, a regimi di day hospital sempre più effettuati in ambito chirurgico e in generale ad una tendenza che porta l’utente a sostare in nosocomio per il più breve tempo possibile. Da questa consapevolezza ne consegue che la famiglia del bambino dimesso dopo poche ore dal reparto in cui ha effettuato un intervento chirurgico, dovrà adoperarsi per un’assistenza continua a domicilio. 48 Molte Unità Operative di Chirurgia Pediatrica stanno indirizzando la loro azione verso questa linea di pensiero, tenendo appunto presente le alterazioni fisiche e psicologiche che derivano da una prolungata esposizione del fanciullo in un ambiente ospedaliero. Se da una parte si ritiene giusto agire secondo questa tendenza, dall’altra si vive all’interno della famiglia del bambino tanto timore e insicurezza che derivano spesso da un mancato processo di empowerment a monte. I professionisti, nell’ambito delle loro competenze, hanno il doveroso compito di educare il paziente e le persone che gli sono più prossime, nella gestione della malattia e della cura. Così come enunciato all’art. 14 della Carta dei diritti del bambino in Ospedale: “Il bambino e la famiglia hanno diritto alla partecipazione”, l’Ospedale deve farsi promotore di tutte quelle iniziative che coinvolgono attivamente il bambino e la sua famiglia, tali da preservare la tutela e la partecipazione come diritti. Durante la degenza in ospedale questa azione educativa si alimenta con la costante informazione di ciò che si sta facendo in un determinato momento e con l’anticipazione di cosa succederà successivamente. Nell’ambito prettamente pediatrico, si sottolinea in particolare l’importanza di educare i genitori in quelle specifiche manovre che dovranno poi compiere a casa quando il bambino sarà dimesso, come per esempio la medicazione della ferita chirurgica, la gestione del dolore, l’assunzione della terapia insulinica, l’alimentazione corretta per il paziente diabetico ecc … La famiglia ha un compito davvero importante: assistere il proprio bambino a casa e identificare precocemente eventuali complicanze e/o problematiche derivanti dall’intervento chirurgico, dalla patologia o dall’assunzione della nuova terapia farmacologica; questo può generare sentimenti di impotenza, incompetenza e di forte preoccupazione per la responsabilità che essi devono assumersi. 49 Nella fase che precede la dimissione è importante quindi che l’infermiere si prenda del tempo per condividere con la famiglia questi aspetti e per fornire le risposte più adeguate nonché organizzare delle prove teoriche e pratiche per accertarsi dell’avvenuta comprensione, attraverso azioni attive (far fare il cambio della medicazione) o chiedendo di ripetere aspetti importanti (come le date degli appuntamenti di controllo, cosa evitare nell’alimentazione del bambino diabetico, quali segni e sintomi evidenziano un peggioramento delle condizioni di salute). Per attuare tutto ciò, si ritiene fondamentale avvalersi di uno strumento, un opuscolo che possa integrare l’educazione verbale e visiva, che sia un promemoria per eventuali appuntamenti e appunti da non dimenticare e che fornisca le risposte alle domande che più frequentemente accrescono la preoccupazione dei genitori. Questo strumento non sostituisce l’educazione che l’infermiere attua nei confronti del bambino e della sua famiglia, bensì la integra, la arricchisce e contribuisce a favorire la continuità assistenziale una volta arrivati a casa. A casa i genitori in realtà sono chiamati a fare ciò che quotidianamente fanno: osservare il proprio bambino e segnalare eventuali modificazioni del comportamento, dei ritmi di sonno veglia, di gioco, perdita dell’attenzione, tutti aspetti che nessuno meglio di un genitore può conoscere. Nell’opuscolo potrà esserci una parte dedicata alla registrazione di questi dati oggettivi e la relativa azione, cioè il come comportarsi in determinate situazioni. 50 4. L’IPOSPADIA Prima di procedere nella disamina dei caratteri della patologia ipospadia, è opportuno illustrare sommariamente l’anatomia dell’apparato uro-genitale maschile, poiché comprendere la struttura ed il funzionamento degli organi ivi compresi è presupposto fondamentale per una corretta conoscenza delle patologie ad essi connesse. 4.1 Anatomia «L‟attività funzionale propria del sistema produttivo e dei suoi meccanismi assicura non propriamente la sopravvivenza del singolo individuo, ma quella della stessa specie»39, in entrambi i sessi infatti la funzione fondamentale è legata essenzialmente alla propagazione della specie. La completa maturazione sessuale nella specie umana si compie durante il periodo della pubertà, quando il sistema acquisisce la capacità di provvedere alla produzione di ormoni e alla fecondazione necessaria per creare una nuova vita. Gli organi possono essere distinti tra primari, deputati alla produzione delle cellule sessuali ovvero i gameti, e secondari, necessari alle funzioni di supporto dei processi riproduttivi. In entrambi i sessi gli organi primari sono denominati gonadi, in particolare nell’individuo di sesso maschile sono i testicoli, piccole ghiandole ovoidali contenute nel sacco scrotale con funzione di spermatogenesi e secrezione di ormoni, principalmente testosterone. D’altra parte i condotti e gli annessi genitali sono deputati al convoglio del liquido seminale all’esterno dell’organo; questi canali sono costituiti principalmente dagli epididimi, dai due dotti deferenti, dai due dotti eiaculatori e dall’uretra. 39 THIBODEAU G., PATTON K., Anatomia & Fisiologia, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2005, pag. 899. 51 Le ghiandole annesse all’apparato sono costituite dalle vescichette seminali, strutture sacciformi contenenti un liquido viscoso ricco di fruttosio, sorgente di energia per gli spermatozoi, e dalla prostata, ghiandola situata sotto la vescica e secernente un liquido fluido alcalino atto a proteggere gli spermatozoi dall’acidità presente in uretra. Nel maschio gli organi annessi sono: scroto, pene e funicolo spermatico. Lo scroto è una borsa cutanea collegata alla regione perineale e contenente, in ciascuna parte, un testicolo, un epididimo e la parte iniziale del funicolo spermatico. La ragione per cui i due testicoli contenuti in questa sacca non siano all’interno della cavità addominale, bensì al di fuori, è data dal fatto che la temperatura richiesta per la formazione degli spermatozoi è di circa 3 o C al di sotto della temperatura corporea normale. Il pene è costituito da tre strati cilindrici di natura erettile ricoperti da rivestimenti fibrosi, tenuti insieme dal rivestimento cutaneo esterno. I due cordoni erettili superiori sono denominati corpi cavernosi mentre il terzo, che contiene l’uretra, è il corpo spongioso. La parte distale del pene è costituita dal glande sul quale la cute si duplica fino a formare un’ampia estroflessione nota con il nome di prepuzio. All’apice del glande in condizioni fisiologiche si trova l’uretra, ovvero il meato urinario esterno. L’uretra è un condotto costituito da mucosa che nasce a livello del trigono della vescica. L’uretra maschile è costituita da un percorso tortuoso e ricurvo lungo circa 20 cm che attraversa la ghiandola prostatica. L’uretra svolge quindi due importanti funzioni, l’una riguardante l’apparato urinario, l’altra quello riproduttivo. Infatti essa è raggiunta dai condotti eiaculatori e funziona quindi anche come via per condurre all’esterno il liquido seminale. 52 Infine il funicolo spermatico che, interposto tra lo scroto e la cavità addominale, contiene il dotto deferente, i vasi sanguigni, linfatici e i nervi. Poste le necessarie basi anatomiche, si procede ora con la disamina della patologia che interessa l’apparato genitale maschile: l’ipospadia. 4.2 La patologia La patologia nota come ipospadia è una malformazione congenita che interessa gli organi genitali maschili esterni. L’anomalia riguarda precisamente la sede del meato uretrale che, anziché trovarsi all’apice del glande, è localizzato lungo la linea mediana della faccia ventrale del pene, in posizione variabile dal glande al perineo. A causa di questa alterazione il pene frequentemente si presenta incurvato verso il basso e, per questo motivo, è necessario intervenire chirurgicamente. A seconda della sede del meato uretrale, l’ipospadia può essere classificata in varie forme: Forme distali o anteriori (65-70%), in cui il meato si trova verso l’apice del pene; Forme medie o medio peniene (10-15%), in cui il meato si trova nella parte media del pene, il quale è frequentemente ricurvo; Forme prossimali o posteriori (20%), che costituiscono le forme più gravi, in cui il meato si trova alla base del pene, nello scroto o in sede perineale (in questi casi il pene risulta essere maggiormente curvo). 53 Questa anomalia congenita è rara, si stima che l’incidenza sia tra 5,2 e 8,2 casi per 1000 maschi nati vivi e sembra esservi una predisposizione familiare all’ipospadia che può comparire in individui della stesso nucleo domestico. In generale si evidenzia che il bambino ipospadico presenta nel 25% dei casi, un parente vicino affetto dalla stessa malattia, nell’8% dei casi si tratta della figura paterna, mentre nel 14 % dei casi di un fratello: semplificando, per ogni bambino affetto dalla suddetta patologia esiste una probabilità del 21% che anche i congiunti prossimi ne siano affetti. 4.2.1 Eziopatogenesi L’eziopatogenesi dell’ipospadia vede come cause essenzialmente tre meccanismi: 1. Anomalie cromosomiche: che modificano la produzione ormonale, la quale regola la fisiologica formazione del canale uretrale e delle strutture peniene; 2. Deficit nella produzione di gonadotropina corionica: la letteratura evidenzia una percentuale maggiore di ipospadia in casi di gemelli omozigoti maschi, il che suggerisce che la placenta non riesca a produrre sufficiente gonadotropina per entrambi i feti; 3. Fattori ambientali: è stato osservato un incremento nello sviluppo di ipospadia nei bambini nati da madre in terapia con progestinici. La correzione di questo difetto è fondamentale per diversi motivi, per i quali si consiglia l’intervento chirurgico in elezione; infatti a livello funzionale l’incompleto sviluppo dell’uretra e la sua anomala posizione impediscono al bambino di espletare la minzione 54 in posizione eretta o perfino, nei casi peggiori, di urinare. Inoltre tale patologia comporterà per l’adulto affetto da ipospadia difficoltà attinenti alla funzione sessuale, infatti la caratteristica curvatura del pene renderà difficoltosa la penetrazione in vagina e l’eiaculazione con conseguenti incapacità a fecondare la donna. Infine non dobbiamo sottovalutare l’aspetto estetico che, inevitabilmente, è strettamente correlato con lo sviluppo psicologico del ragazzo. 4.3 La correzione chirurgica La correzione chirurgica in questo tipo di patologia risulta essere risolutiva nella maggioranza dei casi, ponendo rimedio al non sottovalutabile disagio psicologico che si potrebbe instaurare nel bambino non solo in fase di sviluppo, ma soprattutto durante la pubertà. L’intervallo di età preferito per intervenire con la correzione chirurgica dell’ipospadia è tra i 12 e i 16 mesi, un periodo di vita in cui si ritiene vi sia un impatto psicologico minore, oltre ad una migliore gestione del paziente e ad un adeguato sviluppo anatomico delle strutture peniene. Le tecniche chirurgiche proposte sono diverse, ma chiaramente la scelta dipende dalla reale posizione del meato uretrale, dalla conformazione del pene e dall’esperienza del chirurgo. Come correttamente osservato, un’attenta valutazione preoperatoria della malformazione e la scelta ottimale della tecnica da eseguire sono essenziali per potere ottenere i migliori risultati estetici e funzionali; per questo durante la visita preoperatoria è necessario un accurato studio del caso e una ponderata riflessione circa la tecnica chirurgica da utilizzare. 55 Ci si appresta ora ad esporre sommariamente le principali tecniche chirurgiche corrispondenti, in linea generale, ai vari tipi di Ipospadie. La grande maggioranza delle Ipospadie è rappresentata dalle forme distali o anteriori. Il meato, posto sulla faccia ventrale del glande o sul solco balano-prepuziale predispone solitamente ad una modesta curvatura del pene, anch’essa necessariamente da correggere. Nel caso di ipospadia distale le tecniche chirurgiche utilizzate sono: Uretroplastica secondo Mathieu; Uretroplastica secondo Snodgrass (TIPU: Tubulized Incised Plate Urethroplasty) utilizzata talvolta anche in casi di ipospadie medie e prossimali; Meatoplastica secondo Duckett (MAGPI: Meatal Advancement Glanuloplasty Incorporated). Le tecniche chirurgiche utilizzate nelle forme di ipospadie medie e prossimali sono numerose e la scelta di una piuttosto che dell’altra è in larga parte condizionata dal grado di chorda penis, ovvero dal grado di curvatura del pene. In generale si utilizzano le seguenti tecniche: Tecnica di Thiersch-Duplay; Tecnica di Duckett (transverse preputial Island flap urethroplaty or onlay island flap). Esiste infine la tecnica di Bracka, da svolgersi in due tempi, frequentemente impiegata nelle stenosi uretrali dopo riparazione fallita di ipospadia. 56 4.3.1 La correzione chirurgica a Rimini La casistica degli interventi di Ipospadia effettuati dall’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica di Rimini dal gennaio 2003 al novembre 2007 ammonta a 136 casi di ipospadie distali eseguite, le cui complicanze si sono verificate secondo una percentuale del 6,6% (più precisamente si sono verificati sei casi di fistole e tre di stenosi). La percentuale di complicanze post operatorie a livello nazionale varia ampiamente dal 3% al 35-40%, quelle più frequenti riguardano ematomi, fistole e stenosi distali, mentre più raramente si presentano deiscenze, stenosi prossimali, diverticoli uretrali e cheloidi. In particolare, per quanto riguarda la casistica dell’ospedale Infermi di Rimini, le complicanze registrate nel periodo dal gennaio 2003 al novembre 2007 ammontano al 6,6%. 4.4 L’assistenza infermieristica al bambino sottoposto ad intervento La patologia congenita appena illustrata può naturalmente suscitare preoccupazione e agitazione al bambino e alla famiglia, tuttavia, nonostante questo dato rilevante, ciò che i professionisti dell’assistenza si trovano maggiormente ad affrontare è la gestione dell’ansia correlata all’intervento chirurgico. L’assistenza infermieristica al bambino con anomalie congenite del pene ed in particolare affetto da Ipospadia si colloca all’interno della ben più ampia gestione del bambino chirurgico e del sostegno alla famiglia che precede e posticipa l’intervento. È pertanto necessario procedere nell’esposizione 57 dell’iter chirurgico infermieristico durante la fase di accoglienza del bambino e di preparazione all’intervento chirurgico. Si è osservato che «la chirurgia effettuata in elezione consente, di per se stessa, una buona preparazione»40. Come già illustrato precedentemente, l’approccio chirurgico all’Ipospadia rientra in quella tipologia di interventi eseguiti in elezione, per cui è possibile ed auspicabile una preparazione del bambino da parte della famiglia e da parte dell’equipe medico-infermieristica atta a soddisfare le esigenze del piccolo e a risolvere, limitatamente alle possibilità, i problemi che sono cagione di ansia. L’infermiere affianca i genitori durante questa delicata fase della vita del proprio figlio sia da un punto di vista tecnico, con la chiarificazione di dubbi e perplessità per mezzo di opuscoli e incontri, ma anche da un punto di vista psicologico, valutando, nello specifico, l’impatto emotivo che l’intervento chirurgico ha sull’intera famiglia. In particolare, nello specifico caso del bimbo ipospadico, l’infermiere ha il compito di accertare, nei genitori, la comprensione e l’accettazione della chirurgia come rimedio per la salute del proprio figlio. L’accoglienza in reparto è un momento cruciale nel processo assistenziale: da qui inizia per il bambino, per la sua famiglia e per gli operatori sanitari un’esperienza importante, fonte di stress, paura ma senza dubbio carica di speranze e aspettative. In questa prima fase l’infermiere accoglie e mostra la camera al piccolo paziente, non prima però di avergli illustrato l’intero reparto, aver presentato il personale e aver ripassato insieme a lui, compatibilmente con il livello di comprensione, i motivi per cui si trova in ospedale. Naturalmente, a fianco della rilevazione dei parametri vitali e della programmazione del digiuno, la preparazione chirurgica del 40 HUBAND S., TRIGG E., Nursing Pediatrico - Linee guida e procedure per l‟ospedale e il territorio, McGraw Hill, Milano, 2001, pag. 89. 58 bambino prevede l’accertamento degli esami ematici di laboratorio e dell’elettrocardiogramma, nonché la verifica della presenza dei referti dei suddetti esami in cartella. Nell’ambito della preparazione fisica è importante coinvolgere il più possibile i genitori, offrendo loro la possibilità di scegliere se aderire o meno a qualsiasi parte del processo di nursing; questo rientra nell’ambito dall’assistenza centrata sulla famiglia che sottolinea «l‟importanza di negoziare con i genitori l‟assistenza da prestare, per il bene del bambino e per aiutare i genitori stessi ad adattarsi al loro ruolo nel corso della permanenza in ospedale»41. Il giorno dell’intervento chirurgico le pratiche infermieristiche di preparazione come l’utilizzo di pomata anestetica, la vestizione con camice operatorio, la somministrazione della premedicazione anestetica indicata dall’anestesista in cartella, sono accompagnate dalle spiegazioni che l’infermiere fornisce costantemente alla famiglia e al bambino, adattando il modello di comunicazione alla sua età. L’avvicinamento al blocco operatorio è senza dubbio il momento più delicato e temuto: è in questo momento che la realizzazione da parte dei genitori e del bambino stesso di ciò che sta per accadere porta spesso ad un crollo emotivo di non facile gestione. I genitori che accompagnano il loro piccolo fino alla sala operatoria sono sostenuti e sono sotto il diretto controllo dell’infermiere di reparto, che deve garantire la loro “capacità” di sostenere emotivamente il bambino e che non siano sopraffatti dall’agitazione. Nei casi in cui il genitore, per svariati motivi, non possa presenziare allo spostamento dal letto di degenza alla sala operatoria, l’infermiere assumerà un ruolo chiave nel contenimento emotivo del paziente. 41 HUBAND S., TRIGG E., op. cit., pag 92. 59 Per ciò che riguarda l’ansia e la paura del bambino, la vicinanza della madre e/o del padre assume un ruolo fondamentale e attenuante. Un genitore potrà restare accanto al bambino finché egli non sarà tranquillo e con gli occhi chiusi per effetto dell’anestesia. Intanto in Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica il lavoro continua e i professionisti si adoperano affinché, al ritorno dalla sala operatoria, il bambino possa essere ricevuto adeguatamente. L’ambiente deve essere idoneo a garantire tranquillità e norme igieniche, limitare gli stimoli visivi e rumorosi e fornire tutti i presidi medico chirurgici per il monitoraggio delle condizioni emodinamiche del paziente, ovvero pompa infusionale per il reintegro dei liquidi e monitor multi parametrico. Le azioni che l’infermiere compie immediatamente all’arrivo del paziente in reparto riguardano la rilevazione dei parametri vitali, l’accertamento della pervietà dell’accesso venoso periferico, il controllo della ferita chirurgica, la posizione del catetere vescicale e il posizionamento di due pannolini in quanto nel secondo il catetere drenerà l’urina e non da ultimo, l’accertamento del dolore attraverso l’utilizzo di scale di valutazione. Il bambino che ha subito l’intervento di ipospadia avrà in sede un catetere vescicale dal quale saranno drenate le urine direttamente nel secondo pannolino oppure nell’apposito sacchetto di raccolta se il bambino è più grande. In questa fase post operatoria è di fondamentale importanza identificare precocemente eventuali segni e sintomi di complicanze, in quanto, se riconosciute prontamente, possono essere risolte e recare il minor danno possibile. Particolare attenzione è rivolta al catetere vescicale, al suo posizionamento, alla qualità e quantità della diuresi, ovvero il colore dell’urina e il numero di pannolini cambiati in un giorno. È altresì fondamentale garantire la corretta applicazione della prescrizione terapeutica con la somministrazione della terapia 60 antibiotica e il controllo del dolore con relativa terapia antidolorifica già precedentemente concordata con il medico anestesista. Il momento del risveglio dopo un intervento chirurgico in anestesia generale è estremamente delicato e necessita di un’attenta valutazione da parte dell’infermiere. Più frequentemente rispetto agli adulti, il paziente pediatrico può presentare al risveglio un particolare stato di delirio noto come emergence delirium (ED). Si tratta di uno stato di coscienza dissociato durante il quale il bambino non è in grado di riconoscere i propri familiari e gli oggetti comunemente usati nella vita quotidiana; egli appare inconsolabile, irritabile, non cooperante, con agitazione psicomotoria, pianto o lamento persistente ed eloquio incoerente. Questo particolare stato delirante rende difficoltosa l’assistenza post operatoria in quanto risulta talvolta impossibile il monitoraggio ed è naturalmente molto pericoloso per il paziente. Solitamente però si risolve spontaneamente tra i 5 e i 15 minuti dal rientro del bambino in stanza di degenza. In casi di normalità il bambino, al ritorno dalla sala, può invece presentarsi assopito e tranquillo per effetto della miscela anestesiologica; in ogni caso è fondamentale la presenza di un genitore al suo fianco, non tanto per controllarlo, bensì per tranquillizzarlo con la sua vicinanza. Un problema da tenere in considerazione è il dolore provato dal bambino che dovrà essere valutato ed adeguatamente trattato. Inoltre il trattamento infermieristico post operatorio prevede il controllo delle istruzioni relative all’alimentazione e all’idratazione contenute nella scheda integrata di terapia redatta dai chirurghi pediatri al termine dell’intervento. Durante la prima giornata, che segue appunto il giorno dell’intervento, l’infermiere si confronta frequentemente con la famiglia circa lo stato di salute del bambino, educa i genitori alla gestione della ferita chirurgica e al catetere vescicale valutando il loro livello di aderenza e comprensione. 61 In questa giornata, in condizioni di ripresa normale, il bambino sarà dimesso, pertanto l’infermiere pianifica la dimissione in collaborazione con l’équipe medica e coordina le interfacce in caso di eventuali consulenze o quando è necessario attiva l’assistenza infermieristica pediatrica a domicilio. Dopo circa sette o dieci giorni dall’intervento, viene fissato un appuntamento in regime ambulatoriale con la famiglia e con il bambino: in questa occasione si rivaluteranno le condizioni del piccolo, il buon processo di cicatrizzazione della ferita chirurgica e si effettuerà la rimozione del catetere vescicale, con conseguente monitoraggio della prima minzione. A seguito di questo importante intervento chirurgico non si può non citare le complicanze che spesso si verificano e che una buona assistenza post operatoria può precocemente identificare o ancora meglio evitare. Le complicanze post chirurgiche più frequenti dopo l’intervento di ipospadia sono le seguenti: ematomi, fistole e stenosi distali; è estremamente importante conoscerle per prevenirle e, se presenti, trattarle adeguatamente. L’assistenza post operatoria mira al controllo delle complicanze immediate, quali il gonfiore del pene, il sanguinamento del sito chirurgico ed eventuali segni di flogosi (arrossamento, dolore, gonfiore, calore e funzione lesa). È necessario inoltre prevedere e quindi contenere eventuali movimenti e posizioni che il bambino potrebbe assumere nel letto e che potrebbero procurare un danno. L’infermiere provvederà alla corretta mobilizzazione del bambino a letto, in particolare al suo comfort ed al sicuro posizionamento del catetere, senza inclinazioni che possano ostruirne il lume; informerà i genitori circa i movimenti e le attività da evitare, in primo luogo verrà indicata la limitazione della mobilità del bambino per le prime 48-72 ore; inoltre, una volta tornati a casa, verrà 62 consigliato di non far giocare il bambino con tutti quegli strumenti che potrebbero causare danni nella zona perineale (dondolo, bicicletta). Un altro sostanziale aspetto riguarda la gestione del dolore, con l’applicazione della prescrizione medica ad orari prestabiliti, in modo da evitare i dolorosi spasmi vescicali che si accentuano in modo particolare durante la notte. Tutte le attività svolte dall’infermiere immediatamente dopo l’intervento chirurgico costituiscono il punto nodale dell’educazione alla famiglia: saranno dei veri momenti di condivisione e di apprendimento, fondamento per un’ottima assistenza domiciliare. 4.4.1 La valutazione del dolore nel bambino Il dolore è considerato una sensazione soggettiva comune a tutti gli uomini ma percepita e rielaborata diversamente da ciascuno. La definizione di dolore più avvalorata è quella proposta dall’IASP, (International Association for the study of Pain) che ritiene che esso sia “una spiacevole esperienza sensoriale ed emozionale, derivante da un effettivo o potenziale danno tissutale, oppure descritta in termini di tale danno”. La valutazione del dolore è presupposto imprescindibile per garantire al paziente cure efficaci ed adeguate e costituisce ad oggi il quinto parametro vitale. Sebbene siano stati compiuti passi avanti nel considerare il dolore come parametro per valutare lo stato di salute del paziente, resta ancora molto da fare; infatti esiste una scarsa propensione nell’impiego di quegli strumenti di valutazione oggettiva anche quando ci si trova in ambito pediatrico. 63 La valutazione del dolore oltre ad essere «altamente soggettiva ed estremamente variabile, con differenze in base a sesso, età, stato sociale, etnia e nazionalità»42 è legata alle capacità verbali del bambino e pone quindi lo stesso in grande svantaggio nel riferire la propria sofferenza. Anche se appare evidente lo svantaggio nella rilevazione del dolore in ambito pediatrico è utile ricordare che studi dimostrano che non solo i bambini provano dolore sin dalla nascita bensì sono anche capaci a memorizzarlo e le esperienze dolorose riposte nella memoria possono avere ripercussioni comportamentali sia a breve che a lungo termine. Per questo si ritiene essenziale adottare misure standard di misurazione del dolore con scale apposite che permettano di oggettivare questa esperienza sensoriale soggettiva. Le scale di valutazione sono molteplici e indagano la sede, l’intensità, l’insorgenza e la durata, i fattori allevianti e quelli esacerbanti. La scelta dell’utilizzo di una scala piuttosto che un’altra dipende dal bambino, dalla sua età, dal suo grado di sviluppo cognitivo e dal contesto in cui è inserito. In chirurgia pediatrica si utilizzano maggiormente le seguenti scale: SCALA FLACC (Face, Legs, Activity, Cry, Consolability) si tratta di una scala comportamentale che valuta il volto, le gambe, l’attività, il pianto, la consolabilità attribuendo un punteggio da 0 a 2 e si utilizza in bambini da 0 a 7 anni che non sono in grado di riferire, localizzare e quantificare il dolore; esso verrà trattato quando la somma dei punteggi è maggiore o uguale a 5 (vedi Fig. n°1). 42 BADON P., ZAMPIERON A., op. cit., pag 15. 64 VOLTO 0 Espressione neutra o sorriso. GAMBE Posizione normale. ATTIVITÀ Posizione normale e tranquilla, si muove naturalmente. PIANTO Assenza di pianto (sveglio e/o durante il sonno). CONSOLABILITÀ Soddisfatto, rilassato. 1 Smorfie occasionali o sopracciglia corrugate, espressione disinteressata. Si agita, si dondola avanti e indietro, è teso. Movimenti delle gambe a scatti o scalcianti, muscoli tesi. Geme o piagnucola, lamenti occasionali. È rassicurato dal contatto occasionale dall’abbraccio e dal tono di voce. È distraibile. 2 Aggrottamento ciglia, da costante a frequente, bocca serrata, tremore del mento. Scalcia e ritrae le gambe in modo più frequente. Inarcato e rigido, si muove a scatti. Piange in modo continuo, urla e singhiozza, si lamenta frequentemente. Difficoltà a consolarlo e confortarlo. Fig. n°1: Scala di FLACC FPS (FACES PAIN SCALE) la scala delle espressioni facciali consiste nell’utilizzo di disegni raffiguranti espressioni facciali che esprimono i diversi gradi di dolore percepito, dal sorriso al pianto. Si utilizza in bambini dai 4 agli 8 anni i quali scelgono l’espressione che coincide con il proprio dolore. Il punteggio numerico corrispondente alla faccina scelta indica l’intensità di dolore; esso verrà trattato quando è maggiore o uguale a 4 (vedi Fig. n°2). Fig. n°2: Faces Pain Scale NRS (NUMERIC RATE SCALE), si tratta di una variante della scala VAS e si utilizza con bambini in età scolare ai quali 65 è chiesto di selezionare un numero corrispondente all’intensità di dolore percepito da 0 a 10, dove lo 0 indica assenza di dolore e 10 il peggior dolore possibile. Il dolore si tratta se il punteggio è maggiore o uguale a 4 (vedi Fig. n°3). Fig. n°3: Numeric rate Scale Fermo restando che l’utilizzo di apposite scale di valutazione permette al professionista di formalizzare e oggettivare un’esperienza personale come il dolore, l’informazione e la preparazione a procedure invasive e dolorose continuano ad essere efficaci nella gestione. Un altro fattore fondamentale è costituito dall’ambiente che deve essere calmo, tranquillo e privo di stimoli ulteriori di stress (come per esempio l’intermittente suono del monitor) quando si esegue una delicata procedura. Coinvolgere il bambino spiegando non solo la procedura, ma chiedendo anche la sua partecipazione nel preparare il materiale necessario ad essa, così come far scegliere a lui dove e come eseguirla possono costituire un validi metodi di controllo del dolore. Inoltre indagare i motivi che animano la paura del dolore permette di comprendere cosa realmente spaventi il bambino ed i genitori e di conseguenza indirizzare gli interventi verso la risoluzione del problema scatenante il dolore. Da ultimo gli interventi farmacologici costituiscono anche per il bambino un importante metodo di sedazione del dolore che aiutano il piccolo a mantenere un ricordo, per quanto possibile, positivo dell’esperienza ospedaliera. 66 5. IL PROGETTO : “LIBRETTO INFORMATIVO PER I BAMBINI SOTTOPOSTI AD INTERVENTO DI IPOSPADIA” 5.1 Premessa La famiglia del bambino che deve, per svariati motivi, avvicinarsi all’ambiente ospedaliero proverà sentimenti più o meno intensi di preoccupazione e smarrimento; questo accade ancora più quando ci si deve avvicinare al contesto chirurgico, ambiente in cui si celano le più recondite paure destate dall’essere anestetizzati e subire l’intervento in sala operatoria. L’esperienza di tirocinio condotta nell’U.O. di Chirurgia Pediatrica dell’Ospedale Infermi di Rimini ha fatto emergere aspetti peculiari riguardanti la percezione dell’ospedalizzazione da parte del bambino e della sua famiglia, nonché l’esigenza, da parte dell’équipe medico - infermieristica di attivare un percorso clinico assistenziale post dimissione dedicato alla famiglia del bambino operato di Ipospadia. Infatti per ciò che riguarda la correzione chirurgica della patologia sopracitata sono stati fatti passi avanti: ad oggi, è infatti possibile dimettere il piccolo paziente in 1a giornata (a fronte di un ricovero che precedentemente durava almeno 10 giorni) così da evitare lo stress da ricovero prolungato e le complicanze dovute all’ospedalizzazione. Al fine di garantire al bambino una breve degenza e un buon decorso post operatorio, l’équipe medico - infermieristica sarà impegnata non solo nel fornire informazioni e chiarire dubbi e 67 perplessità, bensì avrà un ruolo educativo fondamentale finalizzato all’acquisizione dell’autonomia nella gestione a domicilio; per agevolare questo processo si è giunti alla costruzione di uno strumento utile sia a coloro che erogano assistenza, sia agli utenti: un opuscolo informativo. L’intervento chirurgico programmato consente al bambino e alla sua famiglia di avvicinarsi al tanto temuto intervento chirurgico in modo graduale e permette quindi di effettuare una preparazione assai approfondita che potrà essere arricchita attraverso l’utilizzo di questo strumento. Le forze dell’assistenza dovranno concentrarsi verso un unico scopo: permettere a questi piccoli utenti di vivere un’esperienza, per quanto possibile, positiva. Innanzitutto la relazione si instaura a partire dal primo appuntamento che riguarda la fase pre operatoria: il bambino dovrà effettuare tutti gli esami necessari prima di un intervento chirurgico ma ancora prima avrà bisogno di capire il perché si troverà per qualche giorno fuori casa, vorrà conoscere gli ambienti in cui dovrà dormire, giocare, mangiare e desidererà anche familiarizzare con gli strumenti e tutti quelli oggetti che saranno utilizzati su di lui e che non di rado gli recheranno dolore. Questa fase iniziale è di cruciale importanza: i bambini, come gli adulti, hanno paura dell’ignoto, di ciò che non conoscono e molte volte piangono semplicemente per questo motivo. Anche i genitori hanno molta ansia soprattutto nel caso di interventi chirurgici ma è stato dimostrato che essa possa diminuire in modo significativo in relazione alla qualità delle informazioni ricevute prima e durante la degenza. Un recente studio (“L‟ansia preoperatoria nel bambino e nella sua famiglia e la percezione della qualità delle informazioni 68 ricevute”43) ha evidenziato che il 56,3 % dei genitori ritiene opportuno fornire al bambino informazioni sull’intervento chirurgico tramite un librettino illustrato e adatto al suo livello di comprensione. Emerge altresì che la visita preventiva del bambino e della sua famiglia in ambiente ospedaliero possa ridurre l’ansia generata dall’evento patologico. A seguito di questa doverosa premessa circa l’importanza del concetto di qualità e come questo si concretizzi nella pratica medico – infermieristica, si ritiene opportuno esplicitare le motivazioni che fanno da sfondo al progetto di tesi realizzato. La realizzazione dell’opuscolo formativo - informativo nasce dalla netta convinzione che l’infermiere sia il professionista a cui è affidata l’educazione al paziente. Sulla base di questo principio egli elabora metodi e strategie al fine di rendere la comunicazione informativa il più possibile esaustiva e comprensibile per l’utente. Uno dei molteplici strumenti di cui si può servire per rendere più interattivo e proficuo il momento del confronto e della verifica delle nozioni apprese dal paziente è l’opuscolo, un libretto contenente le informazioni essenziali che il paziente deve conoscere e i consigli utili da seguire dopo la dimissione. Il progetto realizzato si orienta al contesto materno - infantile e più precisamente all’ambito chirurgico in quanto tratta l’assistenza pre, intra e post operatoria al bambino operato di ipospadia. L’opuscolo possiede, da una parte, il compito di informare ed affiancare i genitori del bambino nell’iter chirurgico fornendo loro consigli e soluzioni atti alla risoluzione dei problemi di assistenza, d’altra parte costituisce un valido aiuto nel processo di riduzione dell’ansia preoperatoria. 43 CAPECCHI C., L‟ansia preoperatoria nel bambino e nella sua famiglia e la percezione della qualità delle informazioni ricevute, Gli Infermieri dei bambini, Giornale italiano di Scienze Infermieristiche Pediatriche, anno VII, n 1, Pistoia, marzo 2011, pagg. 10-14. 69 L’idea relativa alla costruzione di un opuscolo informativo contenente le indicazioni e i consigli indirizzati all’utente durante la fase di dimissione, costituisce un modello comunicativo sempre più utilizzato in sanità. Il supporto visivo di uno strumento che riassuma le informazioni principali riguardanti la patologia, gli atteggiamenti da seguire od evitare nonché i promemoria dei futuri appuntamenti, sembra avere un buon riscontro, a fianco della relazione verbale, da parte dei pazienti; costoro infatti, oltre a maturare la convinzione di non essere da soli, lasciano la degenza in modo più sereno. Il bisogno di essere informati si fa certamente più pressante quando ad essere coinvolti nel processo terapeutico sono il bambino ed il suo contesto familiare, quest’ultimo infatti, trovandosi ad affrontare una situazione insolita e pertanto foriera di timori e paure, deve essere in qualche modo sostenuto ed affiancato; il compito dell’infermiere consiste infatti nello stare al fianco del paziente e della sua famiglia e non si limita all’accoglienza in ospedale o ad espletare correttamente tutto l’iter della dimissione ma interessa un aspetto fondamentale costituito dall’educazione. Questa è la vera natura dell’infermiere: educare, un compito impegnativo non privo di difficoltà che certamente presuppone una conoscenza scientifica consolidata e adattata in modo da essere comprensibile per l’utente. 70 5.2 Contesto e scopo Il contesto in cui l’opuscolo verrà utilizzato riguarda l’area chirurgico - pediatrica e precisamente è indirizzato ai bambini candidati all’intervento elettivo di Ipospadia. L’idea nasce con lo scopo di fornire alla famiglie ed ai bambini uno strumento utile per la conoscenza della suddetta patologia, per approfondire le fasi dell’iter chirurgico previsto ed infine per fornire un compendio con gli elementi di base necessari per monitorare lo stato di salute del bambino durante la degenza ed a domicilio. I destinatari del progetto sono certamente le famiglie dei bambini arruolati all’intervento di Ipospadia; si tratta perlopiù di famiglie con bambini di età compresa tra 0 e 2 anni, anche se, in particolari circostanze legate alla cultura, al paese di provenienza ed al livello di istruzione, si verificano casi in cui i bambini appartengono alla fascia di età scolare e adolescenziale. Gli attori attivi che forniscono questo strumento, previa spiegazione ed informazione verbale, sono gli infermieri che in collaborazione con l’intera équipe multidisciplinare si occupano dell’assistenza chirurgica e della riabilitazione post intervento; gli infermieri avranno il compito di consegnare l’opuscolo, unito all’informazione su come utilizzarlo, durante la visita anestesiologica, ovvero nella settimana che precede l’ingresso in nosocomio per l’intervento chirurgico. 71 5.3 Il linguaggio Si è ritenuto indispensabile utilizzare due differenti approcci comunicativi per due differenti interlocutori: l’adulto e il bambino. Quindi il libretto lo vedremo composto di due parti (vedi allegato no3/A): una prima parte indirizzata agli adulti e la seconda indirizzata ai bambini; quest’ultima sarà suddivisa in ulteriori due componenti indirizzate al bambino fino ai 2 anni di età ed al bambino in età scolare. La prima parte del libretto è prevalentemente indirizzata ai genitori in quanto essi per primi guidano il piccolo attraverso le fasi di questa intensa esperienza: a loro viene chiesto di conoscere sommariamente che cosa è successo al proprio figlio (la patologia) e in che cosa consisterà la risoluzione del problema (l’intervento chirurgico) in modo da poter poi modulare adeguatamente queste informazioni alla comprensione del proprio bambino. Come già ampiamente enunciato nei capitoli precedenti, i candidati all’intervento elettivo di Ipospadia sono perlopiù bambini piccoli che ancora non sono in grado di leggere e di svolgere attività autonomamente, quindi la seconda parte riguarda l’esposizione di una breve storia capace di riassumere il motivo per cui si trovano in ospedale e che cosa succederà. La storia è resa più godibile tramite l’utilizzo di immagini che possono essere colorate dal bambino mentre la mamma legge a voce alta. Ai bambini di età scolare, ormai abili nelle attività di lettura e gioco, è dedicata una parte estraibile in cui è figurato il gioco dell’oca; al bambino verrà richiesto di percorrere le fasi della sua esperienza chirurgica attraverso questo gioco: le caselle rappresentano in modo progressivo i momenti salienti della preparazione all’intervento, della degenza e degli esiti post chirurgici. Queste caselle sono poi arricchite da spazi interamente dedicati al bambino stesso in cui egli può 72 disegnare, compilare i propri dati ed esprimersi come meglio crede per personalizzare il suo gioco (vedi allegato no3/B). La particolarità di questi due strumenti redatti per i bambini, veri protagonisti di questa esperienza, è costituita dal fatto che si tratta di sezioni autonome e questo promuove l’utilizzo dello strumento sia da parte della famiglia che potrà consultare l’opuscolo e conservarlo annotando i dubbi e le problematiche, sia dal bambino che sarà libero di manipolare e giocare con la sua sezione interattiva come meglio crede. Chiaro è che per la lettura della storia indirizzata ai bambini più piccoli è indispensabile l’affiancamento e l’aiuto del genitore sfruttando così i benefici della narrazione. 5.4 Composizione del libretto I contenuti sono redatti con uno stile semplice e immediato, tale da poter essere compreso da famiglie appartenenti a qualsiasi ceto sociale con un medio livello di istruzione. Essi riguardano precisamente la presentazione dell’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica del Presidio Ospedaliero Infermi di Rimini, la sua collocazione e la sua organizzazione interna, le nozioni relative alla patologia ed infine è costituito dalla sezione relativa all’assistenza chirurgica, che costituisce la parte più corposa del libretto. Attraverso le pagine dell’opuscolo la famiglia sarà accompagnata passo dopo passo, dalla preparazione all’intervento fino alla dimissione, passando attraverso la conoscenza degli ambienti ospedalieri come la sala operatoria, la stanza di degenza e la presentazione dei principali personaggi sanitari che il bambino incontrerà durante la permanenza in ospedale. 73 L’ultima sezione pone particolare attenzione al momento delicato della dimissione ed illustra le domande e i dubbi, più frequenti, risolvendoli; fornisce un vero e proprio diario giornaliero la cui compilazione permette ai genitori di monitorare lo stato di salute del piccolo appena operato. Infine l’opuscolo è dotato di due sezioni progettate a misura di bambino: la prima indirizzata al bimbo di età prescolare; la seconda destinata invece al bimbo più grande, entrambe approfondite nel corso del capitolo. Ci si appresta ora a riassumere le principali parti che costituiscono l’opuscolo. Presentazione dell’Unità Operativa Contiene le informazioni riguardanti l’organizzazione interna della struttura, la sua localizzazione e la presentazione del personale medico - infermieristico. I medici che operano in Chirurgia Pediatrica sono chirurghi specializzati in patologie dell’età evolutiva e anestesisti che si occupano della valutazione del rischio anestesiologico prima dell’intervento chirurgico. Gli infermieri fanno parte dell’équipe infermieristica dell’U.O. di Pediatria che comprende anche la degenza, la sezione di Onco ematologia e l’ambulatorio delle urgenze pediatriche, ma alcuni si occupano e sono dedicati esclusivamente alla Chirurgia Pediatrica. L’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica dell’Ospedale Infermi di Rimini è localizzata al primo piano della scala C e si presenta come un ambiente pensato a misura di bambino sia negli ambienti (sala giochi) che nella cura degli arredamenti. Descrizione del problema prioritario di salute In modo sintetico e con l’ausilio di un’immagine esplicativa è illustrato che cos’è l’ipospadia e come il difetto viene corretto con l’intervento chirurgico. 74 Descrizione della fase pre operatoria Sono illustrate le indagini diagnostiche ed i principali esami da eseguire prima di sottoporsi ad intervento chirurgico. Quindi avremo: gli esami ematochimici che forniscono una panoramica generale sullo stato di salute della persona e comprendono solitamente l’esame emocromocitometrico, la funzionalità epatica e renale, l’assetto coagulativo, il controllo della funzionalità cardiaca che avviene con l’esecuzione di elettrocardiogramma ed infine il controllo ecografico (ecografia renale) utile per escludere ulteriori anomalie congenite. Descrizione del regolamento Questa sezione fornisce informazioni utili a conoscere cosa è consentito portare quando si soggiorna in ospedale. La famiglia non deve dimenticare di portare con sé: il pigiama e il gioco preferito del bambino, in modo che possa sentirsi il più possibile in un ambiente familiare; esami, referti e documentazione clinica riguardante il problema di salute del bambino, pannolini di misura adeguata e altri di misura più grande che serviranno nel post operatorio. Inoltre sono illustrate le buone norme da rispettare nel reparto circa gli orari di visita, le attenzioni igieniche e il comportamento nei confronti degli altri degenti. Nell’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica è presente uno spazio riservato alle attività di gioco: in questo luogo i bambini potranno divertirsi e distrarsi servendosi dei giocattoli forniti dal reparto. Descrizione dell’ambiente operatorio In questa sezione viene descritta l’organizzazione interna della sala operatoria, altro ambiente che la famiglia e il bambino si 75 troveranno a frequentare. L’attenzione è rivolta alla presentazione del personale medico – infermieristico; si trovano infatti chirurghi e anestesisti e tre tipologie di infermieri: il responsabile di sala, lo strumentista e il tecnico di anestesia. Inoltre sono evidenziate le norme da rispettare scrupolosamente all’ingresso del blocco operatorio quali: indossare camice, cuffia e calzari per evitare di contaminare questo ambiente a bassa carica microbica con agenti patogeni provenienti dall’esterno. La dimissione Questa sezione presta particolare attenzione al seguente aspetto: quali materiali e strumenti è bene, per la famiglia, avere a disposizione a domicilio, per cui potrà procurarseli in farmacia prima dell’arrivo a casa. A casa sarà indispensabile avere: · Garze sterili multistrato 10x10 cm · Cerotto fixomul · Amuchina Med 0,05% · Tachipirina o Lonarid supposte · Pannolini della misura del bambino · Pannolini di misura più grande · Termometro elettronico Inoltre si consiglia alla famiglia di esternare tutte le domande e i dubbi riguardanti l’assistenza del proprio figlio. La pagina successiva riassume le domande che più frequentemente vengono poste ai sanitari con relativa risposta. Le preoccupazioni maggiormente rilevate riguardano: il controllo del dolore e con quali farmaci, la gestione del catetere vescicale e quando si può fare di nuovo il bagnetto. 76 Il diario giornaliero Questa sezione è stata costruita sottoforma di tabella e prende in considerazione i seguenti aspetti: stato d’animo del bambino, temperatura corporea, quantità e qualità della diuresi, aspetto della medicazione, qualità dell’alimentazione. Questa sezione dovrà essere compilata quotidianamente dai genitori previa lettura e comprensione della leggenda; essi dovranno semplicemente porre una crocetta sul disegno che meglio identifica la situazione reale del bambino. L’esplicazione di questa importante sezione, cuore dell’opuscolo, verrà approfondita nel paragrafo seguente. La medicazione Questa è una pagina interamente dedicata all’esecuzione del cambio della medicazione, un momento cruciale che talvolta può generare nei genitori sentimenti di preoccupazione legati al non essere all’altezza nel compiere tale attività. Le istruzioni ricordano di seguire sempre le basilari norme igieniche prima di cambiare la medicazione, ovvero il lavaggio delle mani, di controllare il dolore che può certamente acuirsi in questo momento con l’utilizzo di analgesici almeno 30 minuti prima dell’esecuzione della manovra, quali materiali utilizzare e perché. Il momento della medicazione è importante perché permette di identificare eventuali complicanze derivanti dall’intervento e consente di mobilitarsi istantaneamente per risolverle. A seguire è presente un breve promemoria che sarà utile al genitore per non dimenticare l’appuntamento per la rimozione del catetere vescicale e il giorno della prima visita di controllo. Sezione dedicata al bambino in età prescolare È la parte del libretto che attraverso le parole e le immagini di una favola, tenta di spiegare al bambino piccolo che cosa succede in 77 ospedale. In questa fase è fondamentale la vicinanza del genitore che avrà il ruolo di lettore ma è comunque riservato ampio spazio all’espressività del bambino in quanto potrà disegnare e colorare. La carta dei diritti del bambino in ospedale Il libretto si conclude con una sezione dedicata alla carta dei diritti del bambino in ospedale con i suoi 14 articoli (vedi allegato no2) in quanto essi racchiudono i bisogni fondamentali per i quali il piccolo richiede assistenza e soddisfazione. Porre la carta come conclusione significa non dimenticare che il piccolo paziente è per gli operatori sanitari il punto di partenza e lo scopo di ogni intervento. Gli infermieri hanno a cuore la persona e la pongono al centro del processo assistenziale dimostrando ascolto e disponibilità alle sue esigenze e richieste. Sezione dedicata al bambino in età scolare In una tasca appositamente creata nell’ultima pagina del libretto è presente la sezione che ripercorre, sottoforma di gioco dell’oca, le fasi dell’esperienza chirurgica. Il bambino in età scolare potrà quindi staccare la pagina dall’opuscolo e utilizzarla autonomamente rispondendo ai quesiti delle caselle, disegnando e personalizzando con il proprio nome il suo foglio. 5.5 La redazione del diario La parte centrale dell’opuscolo è costituita dalla redazione del diario giornaliero che dovrà essere compilato a cura dei genitori. La proposta nasce dalla netta convinzione che i genitori abbiano un ruolo chiave nell’assistenza al proprio figlio e che nessuno meglio di loro conosca il bambino in modo da poter segnalare tempestivamente ciò che non va in lui. 78 Si tratta di uno strumento che permette di valutare cinque punti importanti durante il decorso post operatorio, ovvero: 1. stato d’animo; 2. temperatura corporea; 3. diuresi; 4. ferita chirurgica; 5. alimentazione. Il primo indicatore è costituito dallo stato d’animo e viene consigliato di effettuare l’osservazione del bambino da un punto di vista comportamentale: chi meglio del genitore conosce le alterazioni della sua condotta? Questa valutazione consente altresì di valutare il così detto quinto parametro vitale, ovvero il dolore. I genitori non dovranno fare altro che segnalare il comportamento del bambino attraverso una crocetta sull’apposita casella corrispondente allo stato d’animo. Le tre variazioni indicate nella leggenda con tre smiles di diverso colore designano: un bambino sereno, allegro e tranquillo che non accusa dolore; un bimbo silenzioso, preoccupato che non gioca e si lamenta spesso; un bimbo che piange frequentemente e non è consolabile in alcun modo. Dopo l’identificazione dello stato d’animo che più si avvicina a quello reale del proprio figlio, i genitori troveranno in corrispondenza l’atteggiamento da utilizzare, ovvero come comportansi in quella determinata situazione: nel primo caso naturalmente non è necessario alcun intervento; nel secondo è bene controllare frequentemente il bambino e cercare di capire se ha dolore; infine nel terzo ed ultimo caso è bene somministrare la terapia 79 analgesica, consistente in Tachipirina o Lonarid supposte e contattare il medico. Un altro indicatore importante è la temperatura corporea. Essa si instaura in situazioni di infezione o infiammazione sistemica ed è un segno da non sottovalutare, soprattutto dopo un intervento chirurgico. I differenti gradi di intensità riportati nel libretto sono quattro: una temperatura compresa tra 36,0 o C a 37,0 o C catalogata come non significativa, per cui non è necessario intervenire; una temperatura compresa tra 37,1oC a 37,9 o C in cui viene consigliato di utilizzare metodi fisici per abbassarla (ghiaccio sui polsi periferici, spugnature); una temperatura compresa tra 38,0oC a 39,0 o C in cui viene segnalata come necessaria la somministrazione della terapia antipiretica e la consultazione del pediatra; una temperatura maggiore di 39,1 o C in cui si indica come azione urgente chiamare il chirurgo del reparto per un consulto. Il terzo indicatore riguarda la diuresi del bambino nei suoi aspetti di quantità e qualità. Il piccolo operato all’uscita dalla sala operatoria presenterà un catetere vescicale che manterrà in sede per i successivi 7-10 giorni, fino a che tornerà in ambulatorio dove verrà rimosso da parte del chirurgo. Dal momento della dimissione (che avviene, in assenza di complicanze, durante la prima giornata post operatoria) al giorno della rimozione del catetere, la famiglia si occuperà della gestione del catetere vescicale a domicilio; per questo i genitori devono essere educati a rilevare tempestivamente segni e sintomi di una complicanza post operatoria, quali arrossamento, gonfiore, calore e dolore della ferita chirurgica e iperpiressia. 80 L’attenzione e l’accuratezza relative all’igiene devono essere rispettate anche durante la gestione del catetere vescicale una volta inserito, in quanto microrganismi patogeni possono risalire il tubo fino in vescica e generare un’infezione. Un altro aspetto fondamentale è il controllo della quantità di diuresi: è necessario accertarsi della funzionalità del catetere, ovvero che sia in grado di drenare l’urina e che non vi sia alcun tipo di ostacolo meccanico ad impedirglielo. Preme precisare che i bambini sottoposti all’operazione fino ai 2 anni d’età avranno un catetere vescicale che drena l’urina non nel sacchetto di raccolta come solitamente avviene, bensì in un secondo pannolino più grande che il bimbo indosserà sopra quello abitualmente portato. Questa soluzione è per il bambino una fonte di comfort e consente il movimento in libertà altrimenti impedito con la presenza del sacchetto. Per questo motivo sarà importante controllare che frammenti di cotone del pannolino non si insinuino nel tubo ostacolando la fuoriuscita di urina. La quantità di diuresi prodotta dipende naturalmente dalla quantità di liquidi introdotta dal bambino ma generalmente quando si trova un pannolino bagnato ogni ora la situazione è normale; se invece il pannolino è bagnato ogni tre ore o più, verrà consigliato di controllare spesso e accertarsi nuovamente che non vi siano ostacoli oltre a provvedere ad un maggior introito di liquidi nella dieta del piccolo; infine se il pannolino si presenta sempre asciutto, dopo 7 ore è d’obbligo consultare il reparto di Chirurgia. Oltre alla quantità di diuresi drenata è buona norma segnalare anche la qualità, ovvero l’aspetto macroscopico del liquido che in situazioni fisiologiche si presenta color giallo paglierino, se il colore tende ad essere rosato è bene monitorare spesso ed infine se l’urina è francamente rossa è necessario chiamare subito il chirurgo per ulteriori accertamenti. 81 Un altro indicatore è la ferita chirurgica che dovrebbe presentarsi pulita, asciutta e rosea. Alterazioni importanti riguardano la cute bagnata che tende a non cicatrizzare fino alla manifestazione di marcata flogosi con arrossamento cutaneo, gonfiore, cute calda, iperpiressia, produzione di materiale giallastro e purulento e dolore riferito. In questi casi è bene consultare prontamente lo specialista e valutare la possibilità di terapia topica. Il bambino portatore di catetere vescicale deve solitamente assumere terapia antibiotica sino alla sua rimozione come profilassi contro le infezioni catetere correlate. In conclusione si ritiene opportuno segnalare l’alimentazione come ultimo indicatore: è importante accertare il modello di nutrizione per verificare l’avvenuta ripresa e guarigione del bambino operato. Oltre ad essere fondamentale per la sussistenza, il cibo costituisce la vera e propria fonte di energia del nostro organismo. Attraverso l’assunzione di carboidrati, proteine e lipidi i tessuti si rigenerano giorno dopo giorno e permettono la ricostruzione dei tessuti danneggiati. Inoltre le sostanze nutritive sono la base di una buona difesa immunitaria e donano all’organismo la forza necessaria per stabilizzarsi dopo un evento traumatico come quello chirurgico. È bene quindi controllare che l’alimentazione del bambino sia completa e quantitativamente sufficiente per il suo fabbisogno giornaliero, insistendo qualora il bambino non voglia mangiare e ricercando la causa del suo rifiuto sino arrivare, nei casi più estremi, al consulto con il medico. Concludendo, la compilazione del diario dovrebbe avvenire ogni giorno, è infatti riservato uno spazio per la data ed è preferibile che sia effettuata alla sera per avere una visione completa della giornata, a meno che vi siano verificati eventi particolari da segnalare immediatamente agli specialisti. 82 CONCLUSIONI La realizzazione del presente progetto di tesi nasce dal desiderio profondo di accompagnare il paziente pediatrico attraverso le fasi dell’iter chirurgico. Chi scrive, sulla base delle ricerche effettuate e sulla base delle conoscenze degli obiettivi dell’Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica, crede fortemente che da una parte la corretta e completa informazione, dall’altra la conoscenza accurata del problema da affrontare, siano i presupposti necessari affinché il piccolo viva l’esperienza chirurgica nel miglior modo possibile. Da questa consapevolezza si è giunti alla creazione di uno strumento che oltre a rafforzare la relazione potesse accompagnare famiglie e bambini a vivere meglio il soggiorno in ospedale e potesse fornire informazioni utili alla gestione del piccolo operato una volta ritornati a casa. L’opuscolo, grazie alle due sezioni distinte, l’una dedicata alla famiglia e l’altra a misura di bambino, si pone non solo l’ambìto fine di formare genitori e care givers nella cura e nell’assistenza post operatoria a domicilio, ma diventa anche un tentativo di avvicinamento del bambino, attraverso disegni e immagini da colorare, alla realtà chirurgica che dovrà affrontare; familiarizzare con gli ambienti, gli strumenti e con il personale gioverà al processo di comprensione ed accettazione della malattia nonché alla diminuzione della paura generata dall’operazione chirurgica cui il bimbo dovrà sottoporsi. Questo strumento si prefigge di aiutare concretamente a migliorare l’approccio con il bambino che si sottopone a intervento chirurgico, più specificamente nel caso di correzione chirurgica di Ipospadia, nella fascia d’età che comprende la prima e la seconda infanzia, al fine di ridurre l’ansia e la paura che stanno spesso alla base dell’atteggiamento di inconsolabile disperazione del bambino nel 83 momento che precede l’ingresso in ospedale, e di aiutare i genitori nella gestione delle emozioni e preoccupazioni proiettate sul bambino. In conclusione ci si auspica che questo opuscolo possa realmente incrementare la qualità dell’assistenza erogata e possa costituire un valido supporto agli operatori durante la fase educativa, che possa essere gradito e utile strumento per i genitori dei bambini operati di ipospadia e che questi ultimi possano considerare piacevoli e divertenti le letture e i giochi a loro dedicati. 84 ALLEGATI 85 O ALLEGATO N 1 Legge 27 maggio 1991, n. 176 Ratifica ed esecuzione della Convenzione sui Diritti del fanciullo, emanata a New York il 20 novembre 1989 Art. 24 1. Gli Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione. Essi si sforzano di garantire che nessun minore sia privato del diritto di avere accesso a tali servizi. 2. Gli Stati parti si sforzano di garantire l'attuazione integrale del summenzionato diritto e in particolare, adottano ogni adeguato provvedimento per: a) Diminuire la mortalità tra i bambini lattanti e i fanciulli; b) Assicurare a tutti i minori l'assistenza medica e le cure sanitarie necessarie, con particolare attenzione per lo sviluppo delle cure sanitarie primarie; c) Lottare contro la malattia e la malnutrizione, anche nell'ambito delle cure sanitarie primarie, in particolare mediante l'utilizzazione di tecniche agevolmente disponibili e la fornitura di alimenti nutritivi e di acqua potabile, tenendo conto dei pericoli e dei rischi di inquinamento dell'ambiente naturale; d) Garantire alle madri adeguate cure prenatali e postnatali; e) Fare in modo che tutti i gruppi della società, in particolare i genitori e i minori, ricevano informazioni sulla salute e sulla nutrizione del minore sui vantaggi dell'allattamento al seno, sull'igiene e sulla 86 salubrità dell'ambiente e sulla prevenzione degli incidenti e beneficino di un aiuto che consenta loro di mettere in pratica tali informazioni; f) Sviluppare le cure sanitarie preventive, i consigli ai genitori e l'educazione e i servizi in materia di pianificazione familiare. 87 O ALLEGATO N 2 Carta dei diritti del bambino in Ospedale (Azienda Ospedaliera Meyer di Firenze, Italia) 1. Il bambino ha diritto al godimento del massimo grado raggiungibile di salute. L’Ospedale si impegna alla promozione della salute del bambino già in epoca prenatale attraverso interventi educativi e di assistenza durante la gravidanza ed il parto. Il personale favorisce un sereno inserimento del neonato all’interno del nucleo familiare e promuove l’allattamento al seno. L’Ospedale concorre ad attuare interventi di educazione sanitaria nei confronti del bambino e della famiglia, con particolare riferimento al sereno inserimento del neonato nel nucleo familiare e alla promozione dell’allattamento al seno, alla nutrizione, all’igiene personale e ambientale e alla prevenzione degli incidenti e delle malattie. 2. Il bambino ha diritto ad essere assistito in modo "globale". L’assistenza del personale si esprime oltre che nella "cura" anche nel "prendersi cura" delle condizioni generali del bambino e del suo contesto di vita. Il personale opererà integrandosi con le altre strutture sanitarie, educative e sociali competenti sul territorio. 3. Il bambino ha diritto a ricevere il miglior livello di cura e di assistenza. Tutto il personale dell’Ospedale, in base alle proprie specifiche responsabilità, funzioni ed attribuzioni, si adopera per garantire al bambino ed alla famiglia il migliore livello di cure e di assistenza, 88 anche impegnandosi ad aggiornare la propria competenza professionale in rapporto allo sviluppo tecnico scientifico. Il bambino ha diritto ad essere ricoverato in zone a lui dedicate e architettonicamente adeguate e ad essere accudito/assistito da personale formato nell’area pediatrica. Il ricorso all’ospedalizzazione è limitato solo alle situazioni in cui non sia possibile far fronte in altro modo alle esigenze assistenziali del bambino; vengono favoriti il day hospital, il day surgery e l’assistenza domiciliare. Nel caso in cui le risorse dell’Ospedale non consentano di far fronte alle esigenze del bambino è dovere dei sanitari indirizzare la famiglia presso altre strutture che offrano maggiori garanzie di cura e di assistenza. 4. Il bambino ha diritto al rispetto della propria identità, sia personale che culturale, ed al rispetto della propria fede religiosa. Il personale ha il dovere di identificare il bambino con il suo nome in tutte le circostanze legate alla sua permanenza in ambiente ospedaliero, e di non sostituire il nome con termini che rimandino alla sua patologia, al numero di letto, ecc... 5. Il bambino ha diritto al rispetto della propria privacy. Tutto il personale dell’Ospedale garantisce il rispetto del pudore e della riservatezza di cui hanno bisogno i bambini ed i loro familiari. Una particolare attenzione sarà dedicata alle esigenze degli adolescenti. Il personale è tenuto a rispettare l’obbligo del segreto professionale. Il trattamento dei dati "sensibili" è conforme a quanto disposto dalla normativa vigente. 89 6. Il bambino ha diritto alla tutela del proprio sviluppo fisico, psichico e relazionale. Il bambino ha diritto alla sua vita di relazione anche nei casi in cui necessiti di isolamento. Il bambino ha diritto a non essere trattato con mezzi di contenzione. Il personale assicura e promuove il rispetto delle esigenze affettive, espressive ed educative ed in particolare la continuità delle relazioni familiari. L’Ospedale offre la possibilità di un contatto diretto e continuativo madre-neonato (roaming - in) al fine di favorirne il reciproco attaccamento. La famiglia viene coinvolta attivamente nel processo di cura. Sarà garantita la permanenza di un familiare, o di un’altra figura di riferimento, anche nei servizi di cure intensive e nelle situazioni assistenziali in cui si prevedono interventi invasivi, compatibilmente con le esigenze cliniche. Un numero maggiore di visitatori al di fuori degli orari definiti, è subordinato alle condizioni del bambino, alle caratteristiche del reparto/servizio, e soprattutto al rispetto della privacy di tutti i ricoverati. Viene favorita la presenza di operatori dei servizi socio-educativi del territorio e delle associazioni di volontariato riconosciute in conformità alla normativa vigente, per garantire al bambino relazioni significative, qualora si dovesse trovare in situazione di "abbandono" o di temporanea difficoltà del nucleo famigliare. Il bambino può decidere di tenere con sé i propri giochi, il proprio vestiario e qualsiasi altro oggetto da lui desiderato purché questi non rappresentino un pericolo od un ostacolo per il suo o l’altrui programma di cure. In caso di ricovero prolungato, viene garantita al bambino la continuità del suo percorso educativo - scolastico. Il ricorso a mezzi limitanti la libertà di azione e di movimento avviene nelle situazioni in cui si ravvisa un rischio di compromissione del processo diagnostico90 terapeutico, ovvero nelle situazioni in cui venga messa in pericolo l’incolumità del bambino stesso o di altri. 7. Il bambino ha diritto ad essere informato sulle proprie condizioni di salute e sulle procedure a cui verrà sottoposto, con un linguaggio comprensibile ed adeguato al suo sviluppo ed alla sua maturazione. Ha diritto ad esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa. Le opinioni del bambino devono essere prese in considerazione tenendo conto della sua età e del grado di maturazione. Il personale si impegna ad instaurare con il bambino e la sua famiglia una relazione improntata sul rispetto e sulla collaborazione. Lo spazio per l’ascolto, i tempi, le modalità e gli strumenti comunicativi più idonei andranno sempre ricercati. Si utilizzerà un linguaggio quanto più vicino a quello del bambino ricorrendo anche al gioco, alle narrazioni, ai disegni, alle immagini. Per le persone straniere con una scarsa padronanza della lingua italiana l’Ospedale attiva rapporti con le Associazioni di volontariato, con i mediatori culturali, e/o con i consolati di riferimento. 8. Il bambino ha diritto ad essere coinvolto nel processo di espressione dell’assenso/dissenso alle pratiche sanitarie che lo riguardano. Un assenso/dissenso progressivamente consapevole in rapporto alla maturazione del minore va sempre promosse e ricercato anche e soprattutto attraverso le relazioni familiari. Tenuto conto che il bambino non ha tutti gli strumenti per utilizzare appieno un’informazione adeguata ad esprimere un assenso/dissenso in merito a decisioni legate alla malattia, va tuttavia considerato che il silenzio aumenta le paure. 91 E’ difficile pensare ad un assenso/dissenso informato prima dei sette anni. Successivamente, quando il bambino esplora meglio le proprie motivazioni e le confronta con ciò che gli altri dicono e fanno, è concepibile un assenso/dissenso informato insieme con quello dei genitori. A partire dai dodici anni, si può credere in un assenso o dissenso progressivamente consapevole, perché anche di fronte a situazioni di accanimento terapeutico i preadolescenti e gli adolescenti riescono a prefigurarsi il futuro e ad assumersi la responsabilità di fronte al proprio progetto di vita. Pertanto l’assenso/dissenso va sempre richiesto, non soltanto per un’esigenza giuridica o etica, ma soprattutto per far comprendere al bambino quanto gli sta accadendo intorno. E’ opportuno presentargli tutti gli scenari che è in grado di comprendere o immaginare/pensare. L’assenso/dissenso su atti concreti vicini alla sua esperienza farà nascere la necessaria alleanza tra l’adulto e il bambino. 9. Il bambino ha diritto ad essere coinvolto nel processo di espressione dell’assenso/dissenso ad entrare in un progetto di ricerca - sperimentazione clinica. I medici hanno l’obbligo di informare il bambino e i genitori, con un linguaggio comprensibile, della diagnosi, della prognosi, del tipo di trattamento sperimentale proposto, delle alternative terapeutiche disponibili, degli effetti collaterali e tossici, della libertà di uscire dal progetto in qualsiasi momento e della possibilità di conoscere i risultati conclusivi del progetto stesso. In caso di rifiuto ad entrare nel progetto, i sanitari hanno comunque l’obbligo di garantire al bambino le cure convenzionali. 92 10. Il bambino ha diritto a manifestare il proprio disagio e la propria sofferenza. Ha diritto ad essere sottoposto agli interventi meno invasivi e dolorosi. Una specifica attenzione del personale sanitario è dedicata alla prevenzione e alle manifestazioni del dolore del bambino. Vengono adottate tutte le procedure atte a prevenirne l’insorgenza e a ridurne al minimo la percezione, nonché tutti gli accorgimenti necessari a ridurre le situazioni di paura, ansia e stress, anche attraverso il coinvolgimento attivo dei familiari. Un supporto particolare, sarà fornito ai familiari al fine di favorire la comprensione ed il contenimento del dolore dei propri figli. 11. Il bambino ha diritto ad essere protetto da ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisica o mentale, di abbandono o di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale. Il personale sanitario ha il dovere di fornire al bambino tutto l’appoggio necessario ai fini dell’individuazione del maltrattamento e delle situazioni a rischio, che comportano la segnalazione alle autorità competenti e/o ai servizi preposti alla tutela del minore. Il personale si impegna altresì a collaborare, nell’ambito delle proprie specifiche competenze, con gli enti accreditati. 12. Il bambino ha diritto ad essere educato ad eseguire il più possibile autonomamente gli interventi di "auto-cura" e in caso di malattia ad acquisire la consapevolezza dei segni e dei sintomi specifici. Il personale sanitario ha il dovere di mettere il bambino e la famiglia nella condizione di poter acquisire tutte le conoscenze, le capacità e le abilità richieste per una gestione il più possibile autonoma della malattia. 93 13. Il minore ha diritto di usufruire di un rapporto riservato paziente - medico, ha diritto altresì di chiedere e di ricevere informazioni che lo aiutino a comprendere la propria sessualità. Ha diritto inoltre di chiedere e di ricevere informazioni sull’uso di farmaci, sostanze nocive ed eventuali evoluzioni verso le tossicodipendenze, nonché a essere adeguatamente indirizzato ai servizi di riabilitazione se necessario. Il personale, adeguatamente preparato, si impegna a rispondere alle domande poste dal minore anche indirizzandolo ai servizi preposti alla prevenzione, al trattamento e alla riabilitazione delle problematiche adolescenziali. 14. Il bambino e la famiglia hanno diritto alla partecipazione. L’Ospedale promuove iniziative finalizzate al miglioramento della qualità delle prestazioni erogate, coinvolgendo attivamente i bambini, le famiglie e le associazioni di volontariato. La tutela e la partecipazione degli utenti è conforme a quanto previsto dalla normativa vigente. 94 O ALLEGATO N 3/A Opuscolo “Libretto informativo per i bambini sottoposti ad intervento di ipospadia” 95 O ALLEGATO N 3/B Gioco dell’oca 96 BIBLIOGRAFIA BADON P. & CESARO. S., Manuale di nursing pediatrico, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2002. BADON P. & ZAMPIERON A., Procedure Infermieristiche in pediatria, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2010. BENINI E., Bambini in pigiama. Il vissuto d‟ospedalizzazione, Edizioni Magi, Roma, 2005. SMELTZER S. & BARE B., Nursing Medico-Chirurgico, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2001. CAPELLI F. & CARDONI F., Mi prendo cura di te- L‟Ospedale e i tuoi diritti, Giunti Progetti Educativi, Firenze, 2010. CILIONE G., Diritto sanitario, II edizione, Maggioli Editore, Santarcangelo di Romagna, 2005. DE SAINT- EXUPERY A., Il Piccolo Principe, Tascabili Bompiani, Milano, 2010. DE TONI T., Elementi di pediatria per infermieri, Carocci Faber, Roma, 2003. DI GIACOMO P. & RIGON L., Assistenza infermieristica e ostetrica in area materno infantile, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2002. 97 FABBRI C. & MONTALTI M., L‟infermiere, Manuale teoricopratico di infermieristica, IV edizione, Maggioli Editore, Santarcangelo di Romagna, 2009. FREUD A., L‟aiuto al bambino malato, Boringhieri, Torino, 1987. HUBAND S. & TRIGG E., Nursing Pediatrico Linee guida e procedure per l‟ospedale e il territorio, McGraw-Hill, Milano, 2001. KANIZSA S. & DOSSO B., La paura del lupo cattivo. Quando un bambino è in ospedale, Meltemi Editore, Roma, 2006. MORETTO C., L‟assistenza di base in pediatria, Carocci Faber, Roma, 2007. PARIGI G. B., Chirurgia Pediatrica – Approccio e gestione del bambino con problemi chirurgici, Elsevier Masson, Milano, 2005. PERICCHI C., Il bambino malato, Cittadella Editrice Psicoguide, Assisi, 1984. RAFFAELI W. & MONTALTI M. & NICOLÒ E., L‟infermieristica del dolore, Piccin, Padova, 2009. RICOTTINI L., Quando il paziente è un bambino: problemi di relazione, Centro Scientifico Editore, Torino, 2002. ROSSI N., Psicologia clinica per le professioni sanitarie, Il Mulino Manuali, Bologna, 2004. 98 SILVESTRO A., Commentario al Codice Deontologico dell‟Infermiere, McGraw Hill, Milano, 2009. SMITH L. & COLEMAN V. & BRADSHAW M., L‟assistenza centrata sulla famiglia, Edises, Napoli, 2008. THIBODEAU GARY A. & PATTON KEVIN T., Anatomia & Fisiologia, IV Edizione, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2005. VIGNATI E. & BRUNO P., Tecniche di Management Sanitario, II Edizione, FrancoAngeli, Roma, 2004. WRIGHT C.C. & WHITTINGTON D., VRQ Verifica e revisione della qualità, Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 1995. Riviste e periodici CAPECCHI C., “L‟ansia preoperatoria nei bambini e nei genitori: metodi per ridurla” in Gli Infermieri dei bambini, Giornale italiano di Scienze Infermieristiche Pediatriche, anno VI, n. 51 (aprile 2010), Pistoia. BASTON J., “Il coinvolgimento dei bambini nelle decisioni riguardanti la loro salute” in Gli Infermieri dei bambini, Giornale Italiano di Scienze Infermieristiche Pediatriche, anno I, n. 3 (settembre 2009), Pistoia. PELANDER T. & LEINO-KILPI H., “L‟esperienza dell‟ospedalizzazione: il punto di vista dei bambini” in Gli Infermieri dei bambini, 99 Giornale italiano di Scienze Infermieristiche Pediatriche, anno VI, n. 55 (settembre 2010), Pistoia. CAPECCHI C., “L‟ansia preoperatoria nel bambino e nella sua famiglia e la percezione della qualità delle informazioni ricevute” in Gli Infermieri dei bambini, Giornale italiano di Scienze Infermieristiche Pediatriche, anno VII, n. 1 (marzo 2011), Pistoia. MANZONI G. & AIVAR BRACKA A. & PALMINTERI E. & MARROCCO G., “ Hypospadias surgery: when, what and by whom?” in BJU International Volume 94, n. 8, novembre 2004, (1188–1195), Roma. Sitografia: www.infermieristicapediatrica.it il giorno 26/10/2010 alle ore 12.15; www.ospedalebambinogesu.it: consultazione del libro online “Che ci faccio in ospedale” il giorno 25/06/2010 alle ore 15.12; consultazione de La Carta dei Diritti del Bambino all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù il giorno 19/11/2010 alle ore 19.37; www.paginebimbo.it : consultazione dei seguenti articoli: Gesti e parole tra bambini, Dott.ssa Vittoria Luciani Psicologa, il giorno 03/12/2010 alle ore 15.15; Il pensiero magico dei bambini, Dott.ssa Claudia Galbiati, Psicologa il giorno 03/12/2010 alle ore 16.00; 100 Lo sviluppo del bambino dal primo al secondo anno di vita, Dott.ssa Vittoria Luciani Psicologa il giorno 3/12/2010 alle ore 16.30; La malattia raccontata ai bambini, Dott.ssa Claudia Galbiati il giorno 03/12/2010 alle ore 17.10; L‟infanzia nel Medioevo e nell‟età moderna il giorno 03/12/2010 alle ore 19.15 www.meyer.it : consultazione della Convenzione dei diritti dell’Infanzia e della Carta dei Diritti del bambino in Ospedale il giorno 28/01/2011 alle ore 19.06; www.pediatria.unibo.it: consultazione del powerpoint “Comunicazione e consenso” il giorno 13/02/2011 alle ore 19.08; www.chirurgiauretrale.it consultato il giorno 19/04/2011 alle ore 14.42. www.ipospadia.it consultato il giorno 19/04/2011 alle ore 14.30; www.ausl.rn.it/doceboCms/page/1039/missione-visione.html consultato il giorno 26/06/2011 alle ore 13.45. 101 Riferimenti normativi: Legge 27 maggio 1991, n° 176, “Ratifica ed esecuzione della convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989”, Articolo 24. Decreto Ministeriale 14 settembre 1994, numero 739, “Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere”. Decreto Ministeriale 17 gennaio 1997, numero 70, “Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere pediatrico ”. Carta dei diritti del bambino in ospedale elaborata e condivisa dagli Ospedali pediatrici Burlo Garofalo, Meyer, Bambin Gesù, Gaslini nell’anno 1988. 102 RINGRAZIAMENTI Desidero innanzitutto ringraziare la mia famiglia, in particolare i miei genitori Sergio e Anna Maria che mi sono sempre stati accanto incoraggiandomi nelle scelte importanti e mi hanno dato l‟opportunità di studiare sostenendomi economicamente. Ringrazio Francesco che con grande amore e pazienza mi ha aiutato nei momenti di difficoltà facendo riscoprire in me le motivazioni vere alla base del mio sogno di diventare infermiera e ha contribuito attivamente perché questo progetto fosse redatto correttamente. Ringrazio con affetto gli amici che hanno dimostrato nel corso di questi tre anni di studio la loro presenza e comprensione ed in particolare ringrazio coloro che hanno avuto la gentilezza di leggere i miei elaborati e suggerirmi preziosi consigli. Vorrei esprimere la mia sincera gratitudine alla professoressa Anna Maria Gugnali che con la sua professionalità e gentilezza ha dimostrato di credere fortemente nel mio progetto di tesi e mi ha sostenuto nel corso di tutta la sua realizzazione. Ringrazio sentitamente tutto il personale medico - infermieristico dell‟Unità Operativa di Chirurgia Pediatrica dell‟Ospedale Infermi di Rimini, in modo particolare la referente tecnica Maria Elde Fabbri che mi ha incoraggiato e mi ha fornito testi e materiali indispensabili per la realizzazione del progetto. Ho desiderio di ringraziare Roberto Pari per avermi aiutato nella redazione del libretto ed Erika Soldati per la sua disponibilità e per i bellissimi disegni che hanno arricchito l‟opuscolo. Ringrazio i miei compagni di viaggio, in modo speciale coloro che oltre ad essere colleghi sono diventati degli amici. Grazie infine a tutti gli infermieri e medici conosciuti in questi tre anni di tirocinio: da loro ho imparato qualcosa in più sul “saper fare” ma soprattutto sul “saper essere” ed infine un grazie speciale va a tutti i pazienti incontrati, dai piccoli neonati agli anziani, perché i loro sguardi e le loro parole mi hanno costantemente ricordato quanto sia meraviglioso essere accoglienti nell‟aiutare l‟altro. 103