Domenica il fatto Felici con meno: a lezione da Latouche La di DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 PAOLO RUMIZ la società Repubblica Cattolici, la caccia ai “voti del cielo” FILIPPO CECCARELLI Quando ero Fidelito Il “líder maximo” racconta la sua infanzia: FOTO JOSE GOITIA/CORBIS il collegio dei gesuiti e una ribellione cominciata sui banchi e in famiglia FIDEL CASTRO CARLOS FRANQUI cultura videntemente sono nato con la vocazione del politico, con la vocazione del rivoluzionario. Sembra molto difficile che nelle condizioni ambientali in cui sono cresciuto possa essersi sviluppato un rivoluzionario. A renderlo possibile, è stato semplicemente il mio istinto politico e rivoluzionario. Perché lo dico? Uno degli aspetti più significativi è questo: quando avevo diciotto anni, dal punto di vista politico ero un analfabeta. Se si tiene conto di queste circostanze, cioè che non venivo da una famiglia politicizzata, che non ero cresciuto in un ambiente politicizzato, il fatto di aver svolto un ruolo rivoluzionario dopo un tempo relativamente breve e di aver compiuto un grande apprendistato rivoluzionario non sarebbe stato possibile per un individuo che non avesse avuto una predisposizione particolare in tal senso. Quando entrai all’università, dopo il diploma, non avevo nessuna cultura politica, né dal punto di vista economico, né dal punto di vista sociale, né dal punto di vista ideologico. (segue nelle pagine successive) i trovavo in Italia nell’ottobre del 1963, quando fui destituito dall’incarico di direttore del giornale Revolución. Per proteggere un poco il mio rientro a Cuba andai da Giangiacomo Feltrinelli e Valerio Riva, direttore della casa editrice, e li convinsi a darmi venticinquemila dollari per il contratto per un libro di Fidel sulla rivoluzione cubana, di cui io sarei stato il ghost writer. Tornai a Cuba, Fidel accettò, arrivarono all’Avana Feltrinelli e Riva e il lavoro per il libro cominciò. Quelle giornate furono sorprendenti per me: una sera parlai a Fidel delle lettere che aveva scritto a un’amica dalla prigione di Isla de Pinos; sapevo che si trattava di Nati Revuelta, ma non gli dissi il nome, sapevo che erano anni che lui non la vedeva, ma lui mi rispose: «Domani avrai le lettere», e così fu. In quelle lettere, Castro faceva capire che Marx e Lenin sarebbero stati gli ispiratori della sua rivoluzione e raccontava che i suoi giorni in carcere erano una vacanza. (segue nelle pagine successive) L’omino Michelin, logo del Novecento E M PINO CORRIAS e GIAMPIERO MARTINOTTI la lettura Gli operosi fantasmi di Parigi LOUIS-SÉBASTIEN MERCIER e BERNARDO VALLI spettacoli Jazz, la leggenda della foto impossibile GINO CASTALDO Repubblica Nazionale 30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 la copertina “Dissi a mia madre che se non mi avesse rimandato a scuola avrei dato fuoco alla nostra casa E mi ci rimandò” FIDEL CASTRO (segue dalla copertina) ino ad allora, le cose che mi interessavano erano fondamentalmente altre, ad esempio lo sport, le escursioni in mezzo alla natura, tutte quelle attività che in un certo senso davano libero sfogo a un’energia naturale grande, a una grande passione per le cose. A quell’epoca, probabilmente, quella energia, quello spirito combattivo si traducevano in uno sforzo sportivo, nelle gare sportive, nelle escursioni in mezzo alla natura. Cerco di ricordare quando fu che cominciai a scrivere le date sulla lavagna: probabilmente era intorno al 1930, al 1931, quelle date che scrivevo quando aveva circa quattro anni. Naturalmente, la maggior parte del tempo la passavo a commettere impertinenze a scuola. Forse per la situazione della mia famiglia, o per l’età, o non so per quale altro motivo. Ricordo che avevo quest’abitudine: quando non ero d’accordo con quello che mi diceva la maestra, o volevo fare lo spavaldo, insultavo la maestra e immediatamente uscivo dalla scuola correndo. C’era una specie di guerra tra noi e la maestra. Quando insultavamo la maestra con le parolacce che avevamo imparato dai lavoratori, uscivamo correndo, scappavamo. Un giorno, dopo aver F Castro La mia FOTO AP / AFP / RUE DES ARCHIVE infanzia insultato la maestra, scappai per il corridoio sul retro; dovevo saltare giù e così feci, e cadendo c’era il coperchio di una scatoletta di dolce di guaiava che aveva un piccolo chiodo, e io cado e mi conficco il chiodo nella lingua. E avevo appena insultato la maestra! Non mi dimenticherò mai che quando tornai a casa, mia madre mi disse: «Dio ti ha punito per aver insultato la maestra». E a quell’epoca non potevo avere il minimo dubbio che fosse effettivamente così. In quella scuola imparai a leggere e scrivere molto presto. Non so se fosse perché davo molto impegno a casa, perché ero diventato troppo irrequieto o perché la maestra convinse la mia famiglia che sarebbe stato meglio mandarmi a scuola. A quell’età, e soprattutto quando la famiglia è benestante, dicono sempre che i figli sono intelligenti. Partimmo in treno per Santiago; non ero mai stato a Santiago. Ricordo che quando arrivammo, e scendemmo alla stazione, mi sembrava tutto straordinario: era una stazione che aveva archi di legno, il viavai, la gente. Arrivammo in città e ci sistemammo a casa di una cugina della maestra. Ricordo che la prima notte urinai nel letto. Dopo venne il periodo della lotta. La lotta contro Machado era al suo apice, tutte le notti c’erano bombe e attentati. In un certo senso presi parte a quella fase di terrore: dormivo in uno di quei piccoli soppalchi vicino alla porta sul retro, e quando lì vicino esplodeva una bomba mi svegliavo. Le esplosioni delle bombe mi svegliavano spesso, in quel quartiere vicino all’Istituto, dove gli attentati avvenivano ogni notte. Credo fosse il 1932, avevo forse sei anni. Frequentavo la scuola ma non ci dormivo, e mi sentivo in una situazione peggiore di quelli che vivevano nella scuola, perché a loro tutti i giovedì e le domeniche li portavano al mare, li portavano a fare una passeggiata; la mia vita invece era molto monotona. E allora, io che ero sempre indisciplinato, e che per questo venivo continuamente minacciato che se non mi fossi comportato bene sarei stato spedito a vivere dentro la scuola, un giorno decisi che preferivo andare a vivere nella scuola. Tutto questo coincise con una volta in cui mi avevano picchiato in casa; non ricordo per quale motivo il mio padrino, che mi faceva da tutore, mi diede due belle sculacciate. Io, che avevo già preso la decisione, mi ribellai, insultai tutti quanti, dissi tutte le cose che avevo voglia di dire a tutti da un mucchio di tempo. E di fronte a una situazione come quella, a quel mio comportamento insopportabile, la conseguenza fu che mi presero e mi portarono dritto a scuola, e da quel momento dormii lì. Per me fu una grande conquista, mi sentivo felicissimo, perché finalmente avrei avuto una vita uguale a quella di tutti gli altri ragazzini. Quando stavo in terza elementare, mi ricordo che un giorno stavo parlando con uno degli ispettori incaricati di sorvegliarci. E stavo parlando di quanto guadagnava il padre di quello, quanto guadagnava il padre di quell’altro, e mi ricordo che rac- contai alcune cose che avevo sentito a casa mia, gli spiegai che certi giorni, a casa mia, mio padre guadagnava anche trecento pesos con il commercio del legname e tutti gli altri affari che faceva. L’ispettore rimase molto colpito, e a partire da quel momento cominciò a mostrare un comportamento particolarissimo, molto attento, molto gentile nei nostri confronti. Già dalla scuola si vedeva un trattamento differente, a seconda dei guadagni e della ricchezza della famiglia. Dopo quel giorno, quando stavo ancora in terza elementare, fecero una stanza solo per noi tre: per me, per Ramón e per Raúl (Raúl aveva all’epoca quattro o cinque anni, io ne avevo otto). E ci fecero anche passare un anno avanti. Ma a quel tempo stavamo ancora in terza e il giovedì e la domenica andavamo a Renté a bordo di una lancia chiamata El Cateto, che impiegava un’ora per andare dal molo della Alameda fino a Renté, attraversando la baia. Quando tornavamo da Renté, di sera, salivamo fino alla scuola, il collegio de La Salle, passando per una delle strade della Alameda, e attraversavamo una zona che stava vicino al mercato di Santiago: era una zona di bar e prostitute. Quel giorno, mentre stavamo rientrando da Renté successe un fatto: sulla lancia c’erano stati dei problemi con un ragazzo che si chiamava Iván Losada, il preferito del prete, che lo coccolava sempre, e appena arrivammo alla scuola e rimanemmo da soli, cominciammo a fare a botte. Lui ebbe la peggio, perché ne uscì con un occhio pesto. Io sapevo che questo mi avrebbe procurato un sacco di guai. Quando arrivavamo, la sera, c’era la be- “Per continuare a farmi dare i venti centesimi per il cinema, presi a falsificare il libretto dei voti” Repubblica Nazionale DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31 ALBUM DI FAMIGLIA Da sinistra: Fidel Castro a venti mesi; a tre anni; vestito alla marinara; a scuola nel 1936; ancora al collegio La Salle; al collegio Dolores nel 1940 nedizione, come la chiamano, una cerimonia religiosa, e noi andavamo alla cappella della sacrestia. Ricordo che nel bel mezzo della cerimonia, tutta solenne, si apre la porta della sacrestia e mi chiama il prete. Salgo, mi porta in corridoio e mi chiede che cosa era successo con Iván. E quando io comincio a spiegare, mi rifila un ceffone che mi lascia praticamente stordito, e appena mi rigiro me ne dà un altro. Mi lasciò completamente stordito: era una vendetta crudele, inumana, barbara. Per me quella fu un’umiliazione grandissima, dolorosa. In seguito, in un’altra occasione — non ricordo se quello stesso anno — un giorno stavamo tutti in fila e lui mi colpì di nuovo, mi diede uno scappellotto. Allora io decisi che non avrei tollerato un’altra volta una cosa del genere. Quel giorno dovevamo giocare a baseball e stavamo in fila: quello che era davanti nella fila sceglieva la posizione migliore. Io stavo discutendo con qualcun altro per avere il primo posto nella fila, e in quel momento arriva il prete e mi dà uno scappellotto. Io allora mi girai, gli tirai in testa il mio pezzo di pane e cominciai a fare a botte con lui a morsi e pugni. Probabilmente non gli feci alcun danno, al prete, ma quello fu un fatto storico nella scuola, che qualcuno osasse fare una cosa del genere. Durante le vacanze, a casa nostra, facevano venire un contabile perché ci insegnasse a fare i conti; era molto spiacevole che nel periodo in cui potevamo giocare e divertirci ci mettessero a studiare. Noi ci difendevamo: avevamo messo le mani sul libro delle risposte della scuola, e quando ci davano da fare le operazioni copiavamo e finivamo in fretta, così potevamo anda- a questo, di fronte al mio atteggiamento, decisero di rimandarmi a scuola. Mia madre la sentivo sempre protestare per due cose: una era la politica, perché costava un mucchio di soldi, una vagonata di denaro, perché mia madre era una persona più parsimoniosa, più attenta alle spese di mio padre, ed era molto attenta al denaro; l’altra cosa erano i politici, a cui non risparmiava critiche. E ce l’aveva anche con quei giornalisti che si presentavano a casa mia a chiedere soldi per un motivo o per un altro. Una vagonata di soldi. La faceva soffrire molto che con quello che lavoravano lei, mio padre e tutti laggiù, se ne uscisse tutto quel denaro per la politica e i giornalisti. Io mi feci una pessima opinione di queste cose, perché sentivo sempre mia madre che protestava. Se non prendevo il massimo dei voti, che non ero nelle condizioni di prendere, né per volontà né per preparazione, mi negavano i venti centesimi del cinema. E dovetti prendere provvedimenti per difendere i miei interessi. Mi dissi: bene, che succede se perdo il libretto con i voti? E un giorno dissi a scuola che avevo perso il libretto coi voti, e loro me ne diedero uno nuovo. Da quel momento in poi, scrivevo io i voti sul libretto vecchio, ed era questo il libretto che portavo a casa, con tutti voti eccellenti. Avevo due libretti: uno era quello su cui mi scrivevano i voti veri, a scuola, lo firmavo io e lo riportavo a scuola, e l’altro, quello che portavo a casa per farlo firmare ai miei, era quello che compilavo io. Quando finì la quinta elementare, non mi ero ancora preparato una storia, non avevo pensato a quello che avrei raccon- tato quando avrebbero visto che non avevo preso il massimo dei voti. E allora me ne sto lì che aspetto, molto tranquillamente, fino a che dicono: «Quinta elementare, primo premio: Enrique Peralta…». Allora comincio a fare la faccia sbalordita, come se fossi sorpreso. Poi cominciano a leggere i premi per tutte le materie, e a me non arriva assolutamente nulla. E ogni volta facevo la faccia sempre più sbalordita. E a quel punto dico: “Ah! Dannazione”, ricordo che gli dissi, “ho capito che cosa è successo: dato che sono entrato molto tardi, a dicembre, mi mancano tre mesi, e quindi il punteggio totale è più basso di quello degli altri, ecco perché non posso avere i premi”. Quando arrivò settembre mi ammalai, ebbi un problema all’appendice. Mi portarono alla Colonia Española e mi operarono: rimasi là tre mesi, perché poi ebbi qualche problema con la cicatrizzazione. Mi ricordo che in quel periodo, in cui stavo praticamente solo, recluso in quell’ospedale, feci amicizia con tutti i malati dell’ospedale. Lo racconto perché credo che dimostri una certa predisposizione che avevo per le relazioni umane, una vena da uomo politico. Quando non leggevo i fumetti passavo il tempo andando a far visita ai malati. Feci amicizia con tutti, tranne che con quelli del reparto malattie infettive. A quel tempo, qualcuno credeva che avessi la vocazione per la medicina, perché mi divertivo con le lucertole e una lametta Gillette; ero rimasto piuttosto colpito dalle operazioni chirurgiche, di cui ero stato vittima; mi avevano operato senza preoccuparsi della profilassi, e fu per questo che la cica- trice si riaprì e dovetti stare tre mesi all’ospedale. Per questo mi dedicavo a “operare” le lucertole; lucertole che generalmente morivano tutte, come era naturale. Tornavo da scuola dopo aver passato molte ore in classe, quando qualsiasi ragazzino vorrebbe tornare a casa e mettersi a non fare niente, sentire la radio, andare in giro; invece mi chiudevano in una stanza e mi tenevano lì ore e ore, pretendendo che studiassi. E io quello che facevo era andare in giro a passeggiare per ore e ore, e non studiavo nulla. Come passavo il tempo? La mia immaginazione volava ai problemi della storia, mi appassionavano molto le battaglie che trovavo nei primi libri di storia che avevo letto. Impegnavo sempre la mia fantasia a immaginare battaglie. Era con un addestramento militare che passavo le ore in cui ero costretto a stare lì. Mi mettevo a giocare: prendevo una serie di pezzi di carta e di biglie e li mettevo sopra un banco — pensa le sciocchezze che uno fa — e mettevo un ostacolo: quanti riuscivano a passare e quanti no? E così stabilivo quante erano state le perdite. Mi inventavo un gioco di guerra e ci passavo ore e ore. Immaginavo ostacoli, schieravo eserciti uno di fronte all’altro e impiegavo il tempo così. Un giorno però mi stancai di quella casa: mi avevano maltrattato e un giorno affrontai a brutto muso la padrona di casa, le dissi tutto quello che pensavo su come venivo trattato, li mandai al diavolo e quella sera stessa tornai a dormire nella scuola. Per la seconda volta — o la terza, la quarta, la quinta, non lo so — avevo dovuto prendere la decisione di passare all’azione per uscire da una situazione in cui ero stato messo dalle circostanze. Lo feci per entrare come interno al collegio La Salle, lo feci nel collegio, lo feci a casa mia per poter continuare a studiare, e lo feci in quella casa per essere mandato di nuovo a dormire in collegio. Da quel momento in poi mi gestii da solo, le decisioni su tutti i problemi della mia vita le presi da solo, senza farmi consigliare da nessuno. Andavamo anche a fare delle gite a bordo di una corriera della scuola, arrivavamo fino al Cobre, e mi prendeva il ghiribizzo di salire fino su in cima. Il pullman doveva restare lì due o tre ore ad aspettare me. Andavamo dalle parti del Caney e anche lì mi mettevo a scalare la montagna più alta e poi tornavo giù. A volte pioveva e i fiumi erano ingrossati, ed era quella la cosa che più mi piaceva: fare escursioni lungo i fiumi, attraversarli, camminare e poi tornare indietro. In genere la corriera stava sempre ad aspettare me. Arrivavo sempre due o tre ore dopo. Il sacerdote che badava a noi, il nostro sorvegliante, si chiamava padre García, non mi rimproverò mai per questi ritardi. È curioso, perché nonostante fosse una mancanza di disciplina e causa di notevole disagio, non mi rimproverava mai. Di tutto il gruppo, l’appassionato, l’alpinista per eccellenza ero io. Ed era una tentazione, ogni volta che vedevo una montagna, di scalarla. Non mi immaginavo certo che in seguito le montagne avrebbero giocato un ruolo importantissimo nella mia vita! Avevo dodici o tredici anni. L’anno dopo cominciai l’ultimo anno delle medie. Per via del nuovo ambiente, mi impegnai nello studio e quell’anno fui uno dei primi GITE E SPORT Da sinistra: Fidel a Santiago nel 1940; in collegio nel 1941; durante una gita; mentre gioca a basket nel 1943. Nella stella, all’età di 13 anni, nel ’40 re a giocare. Ricordo che quell’anno nostro padre si lamentava con chiunque veniva, diceva che gli avevano detto che i suoi figli erano i tre peggiori banditi che mai ci fossero stati alla scuola. Era un’informazione ingiusta, ma a casa ci avevano creduto, e quindi avevano preso la decisione che non avremmo più studiato. Fu un momento decisivo della mia vita… Credo che fossi profondamente convinto di aver ragione sulla faccenda della scuola, e che erano stati ingiusti con me, e che la punizione di non farmi studiare… Si presuppone che a quell’età un ragazzino non sia tanto entusiasta di studiare. Avevo la sensazione che mi stessero danneggiando, danneggiando ingiustamente. Quindi, quando arrivò il sette gennaio, che era la data in cui si tornava a scuola, Ramón fu lasciato a casa, e lui era contento, perché gli piaceva la meccanica, i camion e quelle cose là, ed era felicissimo di non andare più a scuola. Raúl fu mandato in un collegio militare, affidato a un mastro civico-rurale — un sergente — con cui poi fece anche un ottimo lavoro. E a me volevano lasciarmi a casa. Ricordo che allora andai da mia madre, le spiegai che volevo continuare a studiare, che non era giusto che non mi facessero studiare. La mia era una casa di legno, grande, a due piani, su palafitte, perché era una casa un po’ in stile spagnolo; il bestiame stava di sotto, il locale per la mungitura stava sotto la casa. Allora chiamai mia madre e le dissi che volevo continuare a studiare, e che se non mi rimandavano a scuola avrei dato fuoco alla casa; la minacciai di dare fuoco alla casa se non mi mandavano a scuola. Di fronte Quei nastri portati in esilio CARLOS FRANQUI (segue dalla copertina) ll’epoca, quello che sapevo della sua infanzia era che suo padre era stato un latifondista e che sua madre Lina era la domestica di casa nonché amante del vecchio Ramón Castro, ancora sposato con Lidia Argote. In una delle registrazioni che feci con Fidel, gli chiesi di raccontarmi della sua infanzia: il testo pubblicato qui accanto è la sbobinatura fedele di quel racconto. Mentre registravo le sue parole ero turbato, ma non reagivo a quello che sentivo. Mi costava fatica mantenere inalterati lo sguardo e l’espressione, per non rischiare che interrompesse la narrazione. Non capivo come potesse sembrargli naturale mentire, insultare i suoi insegnanti, ricattare sua madre minacciandola di dar fuoco alla casa se non lo rimandavano a scuola. Mi sembrava incredibile il fatto che facesse quello che voleva senza chiedere il permesso a nessuno. Anni dopo capii che quel comportamento della sua infanzia, moltiplicato per mille, lo applicava a tutte le sue A LA BANDIERA Cinque strisce, la stella, un triangolo: è dal 1920 la bandiera di Cuba LA STELLA Bianca e solitaria, simboleggia la pienezza della libertà IL TRIANGOLO Il rosso simboleggia il sangue versato per l’indipendenza azioni e le sue parole, come se né da bambino né da adulto avesse coscienza del male, perché per lui tutto quello che faceva era legittimo. Il libro non fu mai terminato, e quando me ne andai definitivamente da Cuba, nel 1968, portai con me i materiali usati per il lavoro, compresi i documenti storici in mio possesso sulla clandestinità e la Sierra Maestra, con i quali misi insieme il Diario della rivoluzione cubana, pubblicato nel 1980 da Ruedo Ibérico, dal Seuil, dalla Viking Press e in Italia da Alfani-il manifesto, con prefazione di Rossana Rossanda. Quando uscì l’edizione spagnola, Castro ne fece comprare centinaia di copie a Madrid, che poi inviò ai dirigenti del governo, tutte numerate e con una sua nota scritta a mano che diceva: «Carlos Franqui è un controrivoluzionario, ma il libro dice la verità». Alcune di queste copie sono già arrivate all’estero, portate da figli di dirigenti fuggiti in esilio. In libri recenti, Castro ha ripetuto in termini molto simili il racconto della sua infanzia. Traduzione di Fabio Galimberti della classe. Feci l’esame di terza media ed entrai al primo anno del liceo. Poco tempo dopo decisi, autonomamente, di cambiare scuola, perché non mi trovavo bene in quell’ambiente, che era già da universitari, e decisi di andare in un’altra scuola, sempre dei gesuiti, il collegio Dolores. Delle scuole dei gesuiti posso fare una critica delle parti buone e cattive, dei lati positivi e negativi. Una cosa buona era la disciplina, il fatto che ti abituavano alla disciplina, a studiare. Devo dire che non sono contrario a quel tipo di vita, vagamente spartana, che era l’insegnamento che si riceveva dai gesuiti come interno, perché è una vita dura, disciplinata, che ti abitua a stare separato dalla famiglia, a fare a meno di molte cose. E in generale ricordo che i gesuiti tendevano a formare persone di carattere. Una volta fecero un concorso di poesia, c’era una stazione radio e partecipavano tutti gli alunni, e i genitori votavano la poesia migliore. Le migliori non erano le mie; però avevo sviluppato un grande rapporto di amicizia con tutti i ragazzi, e credo che anche qui tornava a farsi vedere la mia vena politica. Quindi, io scrivevo le mie poesie e praticamente tutti i ragazzi chiedevano ai loro genitori di votare per me, e il risultato era che arrivavano lettere come questa — c’era un ragazzo che si chiamava Elpidio Estrada, che scriveva versi molto belli, molto migliori dei miei — ma il risultato era il seguente: «La poesia di Elpidio dedicata alle madri è bellissima, emozionante; il nostro voto, naturalmente, è per Fidel…». Traduzione di Fabio Galimberti L’ANNO DEL DIPLOMA Sei ritratti di Fidel Castro adolescente: nel secondo è a caccia, nel 1943; il terzo è quello del diploma, nel 1945 In copertina, Castro al collegio Dolores, 1941 Repubblica Nazionale 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 l’attualità Maîtres-à-penser Il profeta della “decrescita”, nuovo verbo globale, è il contrario di un eco-fanatico imbonitore di folle. È un tipo semplice e tranquillo, che predica la riscoperta della qualità della vita Anzi, “la gioia di vivere”. E la liberazione dal feticcio dello sviluppo. Intanto le sue teorie influenzano un numero crescente di persone. E stanno cambiando l’esistenza di molti PAOLO RUMIZ A ANCONA ttenti, c’è una parola nuova in orbita. Ha solo sei anni, gli stessi dell’emergenza terrorismo. È stata lanciata quasi per caso nel marzo del 2002, a un incontro dell’Unesco a Parigi. Oggi vola alta, indica una rotta luminosa in un caos di disastri, surriscaldamenti climatici, emergenze immondizie, epidemie. Il suo nome è “decrescita”, e pare abbia un grande effetto pedagogico e liberatorio. Mobilita, diventa passepartout, propizia il contatto fra nuclei di resistenza, costruisce reti. Il suo scopo è rallentare, offrire alternative credibili alla tirannia dello spreco. Il suo slogan: vivere con meno è facile. Persino divertente. Nome Serge, cognome Latouche, nazionalità francese. Il profeta del nuovo verbo globale vive tra Parigi e una vecchia casa in pietra rimessa a posto con le sue mani sui Pirenei Orientali, sotto il Pic Canigou, l’ultimo “paracarro” prima del grande ammaraggio dei monti nel Mediterraneo. Si sposta rigorosamente in treno e spende molto del suo tempo in giro per l’Europa a organizzare le pattuglie disperse del consumo virtuoso. Affascina, racconta, scrive pamphlet, fustiga l’economia globalizzata e la sciagurata «teologia del Pil». Insiste, soprattutto, sul lato «conviviale» di un’austerità intelligente. Già in treno, andando da lui, la diga si rompe. Appoggio un suo libro sul tavolinetto — titolo Come resistere allo sviluppo— e i vicini di scompartimento si avvicinano, come attirati da una calamita. Pendolari trentenni, titolari di lavoro precario. Chiedono di dare un’occhiata, leggono avidamente. Dentro c’è scritto che il collasso è questione di trent’anni. Diecimila giorni, roba da conto alla rovescia. Il petrolio si esaurisce, gli oceani si innalzano, centinaia di milioni di uomini dovranno spostarsi, il clima impazzisce, l’aria si avvelena, la sterilità maschile aumenta anno dopo anno. Tutto converge verso la stessa “deadline”, il 2030 o giù di lì. I pendolari insistono, chiedono chi sia Latouche, vogliono sapere di lui, danno inizio a una discussione. Sono bastate poche righe di quel libro a svelare la paura sommersa più diffusa degli italiani. «Macché criminalità», dicono, «ci parlano di zingari e rumeni per non farci riflettere seriamente su queste cose». Hanno mangiato la foglia, ma non si accontentano di un megafono di protesta. Cercano una guida, qualcuno capace di rassicurare e tirarli fuori dal vicolo cieco. Chiedono soprattutto parole di buon senso. È esattamente ciò che trovo quando incontro il mio uomo. Colui che ho di fronte, accanto a un piatto di stoccafisso e una bottiglia di Montepulciano d’Abruzzo, è l’esatto contrario dell’eco-fanatico imbonitore di folle. Latouche è un tipo semplice, tranquillo, asciutto, segaligno e robusto come un ramponiere. Il suo volto è segnato da rughe, ha capelli grigio-ferro e l’occhio da aquilotto. È arrivato zoppicando con un gran sorriso, appoggiato al lungo bastone che è il suo emblema di viandante. «Che vuole, cher ami, ho le ginocchia calcificate e le piante dei piedi consumate dal troppo camminare. Ma è giusto così…, non è mica giusto lasciare al buon Dio un fisico in perfetta efficienza. No?». Pensi che abbia formule da svelare: invece spiega che basta concentrarsi sulla qualità della vita. Dobbiamo liberare l’immaginario, reso schiavo di un feticcio apportatore di sventure. La parola sviluppo. Basta dire ai politici che, rinun- SORRIDENTE L’economista Serge Latouche ciando alla mistica della crescita, non perderanno elettori, al contrario. Far capire alla gente che, scegliendo la decrescita, non torneranno all’età della pietra, ma solo a quarant’anni fa. «I poteri forti ci ricattano, tengono in ostaggio la nostra immaginazione. Ci dicono che con la decrescita scenderà su di noi la tristezza di un’infinita quaresima. Non è vero niente. Invertire la corsa ai consumi è la cosa più allegra che ci sia». Questo è del resto il tema del suo prossimo libro in uscita in Italia a metà marzo per Boringhieri: s’intitola Breve trattato sulla decrescita serena. Latouche ce l’ha a morte anche col terrorismo mentale degli ecologisti annunciatori di penitenza. Sorride sotto la barba: «Ah, il masochismo protestante, il senso del dovere, i dieci comandamenti… Ma no! La sola regola è la gioia di vivere». Quarant’anni fa, si diceva. Il disastro è comincia allora. È lì che si è scatenata la corsa allo spreco. In quarant’anni il nostro impatto negativo sulla biosfera è tri- plicato, e non smette di crescere. Sembra impossibile, no? In fondo, non mangiamo il triplo, non facciamo il triplo di viaggi, non usiamo il triplo di vestiti… Come si spiegano questi numeri da apocalisse? Semplice. Nella nostra vita ha fatto irruzione l’Usa e Getta, l’obsolescenza programmata dei beni. Una follia. Il trenta per cento della carne dei supermercati va direttamente nella spazzatura… Un’auto è vecchia dopo tre anni, un computer peggio ancora… E se non li cambi sei “out”… Viviamo di acque minerali che vengono da lontanissimo, in mezzo a sprechi energetici demenziali, con l’Andalusia che mangia pomodori olandesi e l’Olanda che mangia pomodori andalusi… E che dire delle bistecche, che quarant’anni fa avevano il sapore dei pascoli. Oggi sono gonfie di mangimi alla soia, coltivata a migliaia di chilometri di distanza, in campi ricavati dai disboscamenti dell’Amazzonia. «Una volta ero un divoratore di carne. Oggi la mangio col contagocce. Ma non per negarmi qualcosa. Lo faccio per divertirmi a scoprire le nuove frontiere del mangiare. Il mio amico Carlo Petrini dice che un gastronomo non ecologista è un imbecille, e un ecologista non gastronomo è una persona triste. Ci pensi: è verissimo». Per i rifiuti la regola base del benessere non cambia. «Inutile fare come i tedeschi, per i quali la raccolta differenziata è diventata ossessione. Basta comprare diversamente, vivendo in modo conviviale. Non c’è inceneritore che tenga… Il miglior rifiuto è quello non prodotto… E attenzione, lo dico agli amici italiani, l’assedio da immondizie non è una questione napoletana. È una questione mondiale, il libro di Saviano lo dice chiaro. Gli Stati Uniti mandano in Nigeria ottocento navi al mese di rifiuti tossici non riciclabili». Affrontiamo in letizia lo stocco, il pane e il vino, e il discorso di Latouche è come una litania francescana che ti obbliga a sillabare senza paura l’abc della rinuncia. Le e-mail, per esempio. «Scrivo spesso lettere a mano, ma non per tornare alla candela e alla pergamena. Lo faccio per il semplice piacere di dimostrare a me stesso che posso camminare senza le protesi artificiali imposte dal sistema, in modo atossico. Intendo la posta elettronica, e tutto il resto. La mia è una forma di allenamento al digiuno dalla tecnologia. Un tecno-digiuno». E poi la bici. «Non la uso perché si deve, ma solo perché è bello. Se nella mia casa in montagna pedalo chilometri ogni mattina per procurarmi i croissant per la colazione, significa che mi fa vivere meglio, punto e basta. Incontro persone, parlo, imparo, e la giornata comincia col piede giusto. Ivan Illich, grande fustigatore dello spreco, diceva che questo mondo ad alto consumo di energia è, inevitabilmente, un mondo a bassa comunicazione fra uomini. Ecco, la bici è il simbolo del contrario. Una vita a bassa energia genera alta comunicazione». Non parliamo dei telefonini. «Potrei dire che fanno male, che per costruirli si usa un minerale rarissimo e altamente tossico; o che dietro a ogni cellulare c’è il sangue delle guerre tribali fomentate dall’Occidente in posti come il Congo. Invece dico solo questo: senza telefonini si vive meglio. L’ansia cala. L’allegria aumenta. Non hai più il Grande Fratello che ti sorveglia. Uno lo capisce anche senza sapere niente di economia e scomodare la geopolitica». Sviluppo: l’imbroglio è contenuto già nella parola. Nasconde lo sfruttamento e la rapina; lo sradicamento in massa di individui, la morte delle diversità, l’eviden- Repubblica Nazionale FOTO MAURO BOTTARO/ANZENBERGER/CONTRASTO Latouche, la felicità con meno DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 Petrolio Gas Carbone Sempre secondo l’agenzia per l’energia dell’Ocse, già per il 2012 ci sono “preoccupazioni” per l’effettiva capacità dei giacimenti che lo devono produrre e la realizzazione dei gasdotti che lo devono trasportare Uranio Secondo la National Academy of Sciences americana, è probabile che duri altri cento anni Ma in realtà oltre il 2030 ogni scommessa è lecita Secondo l’Energy Watch Group, dopo il 2025 la produzione scenderà Cibo L’Energy Watch Group sostiene che le riserve sicure (al costo di estrazione di 40 dollari al chilogrammo) saranno esaurite nei prossimi trent’anni. Quelle possibili (al costo di estrazione di 130 dollari al chilogrammo) in settanta Gas serra Negli ultimi sei anni il mondo ha consumato più grano di quanto ne abbia prodotto Entro il 2020 l’effetto serra potrebbe dimezzare i raccolti L’Ocse prevede aumenti fra il 20 e il 50 per cento dei prezzi degli alimentari nei prossimi dieci anni In assenza di interventi, l’emissione globale di gas serra crescerà del 40 per cento entro il 2030 (stima dell’Aie). Da oggi a quella data la temperatura media del pianeta è destinata a crescere di circa mezzo grado FOTO MAURO BOTTARO/ANZENBERGER/CONTRASTO Nel 2012, secondo l’Aie, la domanda potrebbe superare l’offerta. Nel 2015, dice Fatih Birol, il suo capo economista, a meno di una crescita esponenziale della produzione irachena, “il mondo andrà a sbattere contro un muro” LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 SENZA TEMPO Le foto di queste pagine sono un reportage in Valsesia (Vercelli) ai piedi del Monte Rosa Le popolazioni walser, comunità montane che vivono tra Italia, Austria e Svizzera, portano avanti le vecchie tradizioni, vivono di pastorizia e abitano in case di pietra costruite nel Diciassettesimo secolo COMPORTAMENTI ELETTRICITÀ Cinque lampadine a basso consumo da 20 K al posto di cinque da 100 W fanno risparmiare 105 euro all’anno (350 kg di Co2 in meno) Altri 100 euro si risparmiano spegnendo le lucine standby degli elettrodomestici SPRECHI In Italia scartiamo sei milioni di tonnellate di cibo all’anno: con gli scarti si potrebbero sfamare tre milioni di persone. Il 10 per cento di pasta e pane e il 15 per cento di carne finiscono nei rifiuti ACQUA Quaranta litri al giorno sono la quantità vitale minima per un essere umano Un europeo medio ne consuma 200, un africano sette. Quaranta litri si consumano in una doccia (dieci nello scarico del wc) AUTOMOBILI Riducendo la velocità da 130 a 110 km/h si risparmia il 20 per cento di benzina e si abbattono le emissioni inquinanti. Passando da 90 a 160 km/h la quantità di ossido di azoto emessa raddoppia “Attenzione: l’assedio da immondizie non è una questione napoletana. È una questione mondiale” za di un’umanità apatica, infelice, obesa, precaria, insicura e, a ben guardare, anche più povera. «L’idea di sviluppo resiste ostinatamente all’evidenza del suo fallimento. Per questo ha smesso da tempo di essere una cosa scientifica. È diventato mistica, mitologia, religione. Un feticcio imbroglione che anestetizza le sue vittime. Il vero oppio dei popoli». Ci dicono che per uscire dalla crisi economica dobbiamo lavorare di più. Di- RIFIUTI Tra il 2000 e il 2003 la produzione di merci è cresciuta del 2,4 per cento, quella dei rifiuti del 3,8 Per fare un milione di tonnellate di plastica ne servono 400mila di petrolio ventare cinesi. Che la Cina vada al disastro e affoghi nell’inquinamento, sono obiezioni irrilevanti. Si va avanti lo stesso. «È da questa cecità che dobbiamo liberarci», dice il francese. Sì, ma allora qual è il modello giusto? «Anni fa ho incontrato un contadino laotiano. Stava seduto sul bordo di un campo e non faceva nulla. Gli ho chiesto: che fai? Ha risposto: ascolto il riso che cresce. J’écoute le riz pousser. Ritroviamo il piacere della vita, prima dell’ansia di fare». È così ovvio: una società che ha come solo scopo lo sviluppo economico è come un individuo che vuole solo essere obeso. Eppure la gente ha lo stesso paura di cambiare, teme di perdere il benessere. «Qui gli allarmi degli ultimi decenni, cose come Chernobyl o l’epidemia di mucca pazza, sono stati utilissimi. Hanno posto interrogativi alla gente. Fanno il gioco del partito della decrescita. Per questo, più che immaginare La Grande Catastrofe Finale, preferisco costruire una pedagogia delle piccole catastrofi intermedie. Non c’è niente di meglio per far capire alla gente l’apocalisse che verrà». E la lentezza? «La guerra della Valsusa contro la linea ferroviaria ad alta velocità è sacrosanta ed è stata un pilastro nella storia del partito della decrescita. Era il dicembre del 2005, trentamila persone si erano schierate sotto la neve contro i bulldozer e io ero in tv, a L’Infedele di Lerner, a commentare in diretta. Ecco, proprio allora si è creata la saldatura tra quella battaglia concreta e la teoria della decrescita. È lì che i movimenti sono usciti dalla foresta e hanno cominciato a saldarsi tra loro. Quello anti-Tav, quello contro il megaponte di Messina o la centrale di Civitavecchia». Latouche ne è certo: i poteri forti temono la pubblica opinione. Per questo ci tengono all’oscuro. Nell’Unione Euro- pea hanno bloccato tutti i referendum sulle grandi opere e gli ogm, perché sanno benissimo che la gente voterebbe contro, come è successo in Svizzera. José Bové ha dovuto fare lo sciopero della fame perché il governo francese, per timore di reazioni popolari, mantenesse la promessa moratoria sugli organismi geneticamente modificati. «Se un politico andasse in tv e dicesse: signori, stiamo viaggiando su un treno senza conducente, da domani dobbiamo cambiar vita… Se quel politico desse nuove regole di comportamento virtuoso alla nazione, non ho dubbi che sarebbe ucciso nel giro di una settimana». È un segno di paura. Per questo l’economia globale accelera invece di rallentare. Per questo le immondizie diventano montagne, il fossato fra ricchi e poveri si allarga, le banlieues si incendiano. Per questo la corsa alle ultime risorse diventa rapina, guerra, e il sistema entra nel tunnel dell’assurdo. «Assurdistan» lo chiamava Illich. E poiché paura e consumi aumentano in parallelo, ecco che la costruzione di un partito della decrescita diventa una gara di velocità, una corsa contro il tempo. «Quarant’anni fa sono andato a lavorare in Africa come esperto di sviluppo. Volevo redimere il continente dalla sua arretratezza. Ma ero anche affascinato dai popoli africani. Studiavo appassionatamente quelle stesse culture che con l’economia contribuivo a distruggere. È stato lì che la contraddizione mi è apparsa chiara. Ed è stato lì che ho perso la fede. Da allora ho combattuto, sentendomi un predicatore nel deserto. Oggi, per la prima volta, vedo che le cose stanno cambiando. I nuclei a economia sostenibile si moltiplicano. Nelle città conosco interi palazzi che si organizzano in modo ecosostenibile. Lo sento, ce la faremo». OROSCOPO sms La Buona Stella Ogni mattina il tuo oroscopo sul tuo cellulare. Iscriviti al servizio inviando un SMS al 48442 con scritto “STELLA segno zodiacale ON” (es. STELLA TORO ON). Servizio in abbonamento: costo IVA incl. per SMS ricevuto TIM € 0,3098, Vodafone € 0,30 e Wind € 0,30. Il costo dell’ SMS di richiesta è di € 0,24 (Iva incl.). Per disattivare il servizio invia un SMS al 48442 con scritto STELLA OFF. Repubblica Nazionale 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA la società L’elettore cattolico e la sua prossima scelta sono al centro di una battaglia senza esclusione di colpi tra teo-con, teo-dem, pro-life, atei devoti, post-clericofascisti... Uno scontro dalle radici antiche che riecheggia il 18 aprile 1948 con le sue Madonne pellegrine, i frati volanti e il motto inventato da Guareschi: “Nell’urna Dio ti vede, Stalin no” FOTO FOTOTECA GILARDI Religione e politica DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 Repubblica Nazionale DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 MADONNE PELLEGRINE I pellegrinaggi mariani ebbero origine in Francia nell’immediato dopoguerra Vennero presto imitati in Italia e ebbero particolare seguito nell’anno elettorale 1948 FRATI VOLANTI MICROFONO DI DIO Una creazione del cardinal Giacomo Lercaro, arcivescovo della diocesi di Ravenna e poi di Bologna: disturbavano, contestandone le affermazioni, i comizi dei “rossi” PROPAGANDA Così era detto il gesuita Riccardo Lombardi Giornalista, prediletto da Pio XII, fu attivissimo nel 1948. Iniziava i suoi discorsi con le parole: “Gesù mi ha detto...” Le pagine sono illustrate con alcuni manifesti della campagna elettorale della Democrazia Cristiana alle elezioni del 1948 Nel cerchio, in basso, il progetto di Armando Brasini per la Basilica di Saxa Rubra La caccia ai “voti del cielo” FILIPPO CECCARELLI uggestione meta-elettorale per gli aspiranti teocrati delle varie e numerose specie, teo-con, teo-dem, pro-life, atei devoti, cattolicanti centristi, post clericofascisti, tradizionalisti padani: rimboccarsi le maniche e costruire tutti insieme una grande chiesa, una basilica, «pegno solenne di perpetua pace fra l’Italia e la Chiesa, nuova testimonianza della profonda cattolicità della nazione». Perché nelle pieghe della storia, meglio se in quella minore e perfino in quella incompiuta, non di rado pare di cogliere barlumi di attualità. E così, come ha scoperto anni orsono uno studioso attento come Giovanni Tassani, l’idea di erigere un tempio alla Conciliazione fu effettivamente lanciata nel 1954, con tanto di bozzetti e sopralluoghi, da una compagine di cattolici che le sacre immagini e i valori della Cristianità avevano messo sui loro stendardi. O forse sarebbe meglio dire gagliardetti, dal momento che l’animatore dell’iniziativa, il giovane e brillante conte Vanni Teodorani, fondatore della Rivista Romana, era certamente stato e forse a quei tempi continuava a ritenersi fascista. Ma dietro di lui c’erano soprattutto cattolici, e anche ecclesiastici illustri e già influenti come il padre gesuita della Civiltà cattolica Tacchi Venturi. Strano a dirsi, ma l’enorme basilica nazionale e teocratica sarebbe sorta a Saxa Rubra, «la località in cui Costantino ebbe la visione della Santa Croce, sicuro auspicio di vittoria», si legge, tipo depliant, sulla Rivista Romana. Il progetto fu affidato alla cupa esuberanza baroccheggiante dell’architetto, nonché accademico d’Italia, Armando Brasini che certo non trascurò il motto apparso all’imperatore: «In hoc signo vinces», e infatti alla sommità del tempio svetta una colossale croce di marmo. Quella che si affacciava dallo scudo della Dc, evidentemente, non bastava a soddisfare l’esigenza dei valori religiosi nella vita pubblica. Ora, a volte si è tentati di raffigurare la storia come una grande scala nella quale ogni nuovo pianerottolo raggiunto evoca inesorabilmente non quello appena lasciato, ma il penultimo. E questo un po’ vale anche per la partecipazione e il consenso elettorale dei cattolici, di cui per mezzo secolo almeno la Chiesa e in seguito la Dc si sono ritenute esclusive depositarie. Ma prima? Ecco: anche “prima”, che poi non è mai un “prima” assoluto, l’antica caccia affannosa ai «voti del cielo», come li ha designati Massimo Franco (I voti del cielo, appunto, Baldini&Castoldi, 2000) ricorda per fuggevoli lampi e arcane corrispondenze questa di oggi, Casini, Ruini, Veltroni, Berlusconi, Bagnasco, Giulianone Ferrara: voti che ora come agli albori della Repubblica «vivono nel limbo di una terra di nessuno — come scrive Franco — volatili, volubili, percorrono strade misteriose, si dividono fra astensionismo e trasformismo, patti- S nano lungo tutto l’arco delle nuove ideologie». E delle vecchie e nuove mistificazioni, viene anche da pensare. Questo spiega come mai, al di là degli anniversari, sulle elezioni del 1948 si concentri l’attenzione non solo degli storici, ma anche dei più evoluti studiosi di comunicazione politica, come Edoardo Novelli che in un libro di prossima uscita per Donzelli, Te lo ricordi quel 18 aprile, ha riletto «parole, immagini e strategie» di quella fatidica campagna nella quale l’intervento variegato e massiccio della Chiesa fu determinante tanto nel risultato quanto nelle forme espressive della ricerca del consenso. La grande epopea di Gedda e dei suoi Comitati civici, simboleggiati da due mani che s’intrec- ciavano sullo sfondo di un campanile e il motto: «Pro aris et focis», per gli altari e i focolari. In poco meno di due mesi, senza mai chiedere esplicitamente il voto per la Dc la Chiesa riuscì autonomamente a mettere in piedi una vera e propria “crociata” — «Con Cristo o contro Cristo», aveva del resto intimato Pio XII — realizzando uno sforzo ideativo e organizzativo ancora più sorprendente di quello che consentì a Berlusconi di conquistare per la prima volta l’Italia nel 1994. Tassani ha studiato l’“Ufficio psicologico” dei Comitati civici, laboratorio d’archetipi, fucina d’immaginario. Perché ci furono, sì, le madonne pellegrine, sia pure d’importazione francese, e il “microfono di Dio”, come venne chiamato il E Baget Bozzo fustigò “il santone” La Pira cherza coi fanti e lascia stare i santi. I problemi semmai, nelle schermaglie politiche e religiose fra cattolici, cominciano quando i santi non sono ancora tali. Nel 1961 Giorgio La Pira, oggi candidato agli altari, era sindaco di Firenze e da Palazzo Vecchio aveva messo in piedi un’ardente e diffusa attività a sostegno della pace nel mondo: discorsi, viaggi, cerimonie, convegni, anche missioni e mediazioni segrete presso i «nemici» dell’occidente, sovietici, cinesi. A quel tempo Gianni Baget Bozzo, che oggi è una specie di cappellano di Forza Italia e come altri ecclesiastici di rango non disdegna di inscrivere il berlusconismo in un disegno provvidenziale, non era ancora sacerdote, ma una ex giovane promessa del dossettismo clamorosamente pentitosi, più che dubbioso ormai sulla possibilità della Dc di fronteggiare la minaccia comunista, ideologo e fautore di un risoluto gollismo, prima nell’orbita di Gedda e poi di Tambroni. C’è anche da dire che La Pira e Baget si conoscevano bene ed erano anche stati amici ai tempi della “Comunità del Porcellino”, il mitico appartamento delle sorelle Portoghesi a piazza della Chiesa Nuova nel quale erano vissuti Dossetti, Fanfani e gli altri «professorini» eletti alla Costituente. Ma le amicizie, si sa, possono a volte risolversi nel loro contrario. Così lo storico dei movimenti cattolici Giovanni Tassani ha scovato tre «discorsi controcorrente» che nel 1961 il trentaseienne Baget Bozzo in qualità di segretario dei “Centri per l’ordine civile”, che nel loro simbolo recavano il motto «Vox clamantis», pronunciò uno all’hotel Bristol di Genova, uno al teatro Eliseo di Roma e uno al Baglioni di Firenze. Li pubblica nel prossimo numero la rivista Nuova Storia Contemporanea e un po’ fanno impressione per la sottigliezza e insieme per la virulenza con cui Baget Bozzo attacca il «falso carisma» di La Pira dandogli del «santone», del «fariseo», del falsificatore; sostenendo che è ammaliato da Kruscev e per questo, mistificando le Sacre Scritture, si è S fatto strumento e complice dell’offensiva comunista a livello mondiale. Il pretesto di questa resa dei conti a sfondo politico-teologico è la pubblica proiezione fragorosamente organizzata da La Pira del film del regista francese Claude AutantLara Non uccidere, nonostante fosse stato proibito dalla censura per apologia di reato in quanto favorevole all’obiezione di coscienza. Accusa Baget Bozzo: «Si è creato attorno a La Pira uno stato di privilegio insopportabile. Debbo dire, come cristiano: quello farisaico; cioè quello che viola la legge non in nome della santità, ma della santonità. Cioè del fatto che uno, per il fatto che parla di San Paolo, si crede autorizzato, contro le parole di San Paolo, a disobbedire all’autorità». Chi fa la parte del santone, come nel caso di Danilo Dolci, «ci guadagna sempre — accusa Baget Bozzo — applausi, sostegni di stampa, fama di eroe. Il regime del rotocalco ci consente questi eroi a buon mercato che sono poi dei grandi opportunisti». Vedi anche il modo in cui La Pira, sulla scorta del profeta Isaia, considera Kruscev una figura di pace, pure richiedendo a un convegno la presenza del cosmonauta sovietico Yuri Gagarin. Al quadro internazionale è dedicato interamente il discorso di Firenze dal titolo: «La Pira o la tecnica mistica del potere». Nel senso che il sindaco di Firenze, «nuova Gerusalemme» degli illusi, si sente investito da una rivelazione che lo porta a considerare il kruscevismo come «il comunismo che si integra nei tempi messianici». Questa visione è tanto più pericolosa in quanto, secondo Baget Bozzo, influenza la politica estera di Fanfani che non a caso cerca sponde non solo in Russia, ma anche nel mondo arabo. Tutto torna insomma in politica, anche con qualche risonanza nel presente. Mentre per quello che riguarda la religione, beh, varrà giusto la pena di ricordare, come fa Tassani, che il 17 dicembre del 1967, quando Baget Bozzo fu ordinato sacerdote dal cardinale Siri erano presenti Luigi Gedda, Giuseppe Dossetti e anche Giorgio La Pira, santo o santone che sia stato. (f.cec.) missionario gesuita Lombardi; e se è per questo ci furono anche i baschi verdi dell’Azione cattolica, «Siam gli araldi della Fede» echeggiava nelle piazze il loro inno, e perfino i “frati volanti”, in giro con certi furgoni dotati di altare e megafono, pronti a interrompere i comizi del Pci. Ma il vero salto nel futuro fu l’uso di scrittori come Longanesi, cui si deve l’opuscolo Non votò la famiglia De Paolis o Guareschi, suo il motto «Nell’urna Dio ti vede, Stalin no»; così come decisivo fu il lancio di illustratori e vignettisti che produssero manifesti un po’ pulp, ma indimenticabili. O filmati abbastanza ricattatori come La verità sulla scomunica: una bimba sta per fare la prima comunione, ma il papà comunista non vuole, né può entrare in chiesa (alla fine si converte). Quello cattolico era a quei tempi un elettorato d’ordine, conservatore, anche reazionario. Più che al Pci si trattava di strapparlo all’Uomo qualunque, che nel 1947 a Roma aveva superato la Dc. Gedda ci riuscì: e dal Papa, per ringraziamento, ebbe in dono un orologio. Il paradosso del personaggio è che all’apice della vittoria cominciò la sua sconfitta. Non credeva all’unità politica dei cattolici e invece, oltre al pericolo comunista, bene o male la Dc fu anche capace di contenere, attizzare e neutralizzare questo elettorato timoroso della modernità, questo popolo di destra naturale ed inespressa. Lo fece vellicandone gli istinti conservatori, ma anche la paura, talvolta in modo gaglioffo. Alle elezioni del 1953, per dire, venne organizzata una mostra itinerante sull’“Aldilà”, cioè sulle persecuzioni ai lavoratori e ai credenti “schiavizzati” nei paesi dell’Est. Solo che si trattava di immagini false: come si legge ne I cattolici nella storia d’Italia di Libero Pierantozzi (Edizioni del calendario, 1970) un operaio di Roma, a nome Nardecchia, si riconobbe tra i perseguitati: «Quello so’ io!», disse. Non che all’Est per i cattolici fossero rose e fiori, tutt’altro, ma insomma la mostra era più che altro un servizietto “dell’aldiquà”. Per tutti gli anni Cinquanta e oltre, anche perché timorosi di uno sbocco spagnolo, alla Franco, a partire da De Gasperi i democristiani cercarono con successo di liberarsi dell’occhiuta tutela ecclesiastica. La basilica a Saxa Rubra non si fece mai. Vennero piuttosto individuati dei bastioni intoccabili: istruzione, sanità, carattere sacro di Roma, controllo della cultura, dei costumi e della tv. È una storia lunga, piena di tappe, sfumature e contraddizioni, ma in estrema sintesi si può azzardare che il pontificato di Giovanni XXIII, il Concilio e la lunga stagione di Paolo VI, che i capi dello scudo crociato conosceva uno a uno avendoli anche difesi dall’integralismo di Gedda, funzionarono come una specie di benedizione. Intanto, i voti del cielo erano pur sempre al sicuro. Ci rimasero si può dire fino al 1974, sconfitta referendaria sul divorzio. Ma a quel punto nuove generazioni cattoliche buttavano decisamente a sinistra. Cattolici del No, dissenso, preti operai, scelta di classe, teologia della liberazione, terzomondismo. Richiami delle gerarchie, moniti anche dal Sacro Soglio. Insieme con Moro, la Dc perde l’anima. Dura ancora una dozzina d’anni, quindi si scioglie. Questa è storia di ieri. Quella di oggi non è nemmeno storia. L’altro giorno Famiglia Cristiana ha pubblicato un sondaggio da cui emerge che i cattolici — se ancora è congrua la definizione — vogliono più soldi in busta paga, meno tasse per le famiglie, un po’ più di moralità. Ed è molto difficile per chiunque non riconoscersi in questi desideri. Repubblica Nazionale 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA i luoghi Altre Italie DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 I frassini del piccolo paese di Castelbuono, sulle pendici delle Madonie, sono rimasti i soli nel bacino del Mediterraneo a gettare quella linfa che i greci prima e poi gli arabi chiamavano “miele di rugiada”. Un miracolo della natura che ha contribuito a salvare la gente di qui Il Bosco della Manna nella Sicilia incantata l mare è a quattordici chilometri e a diciassette tornanti. La strada sale fino alle ultime curve e in certi giorni d’inverno è lì, in mezzo al bosco, che il vento trasporta un profumo aspro. Legna che brucia. Nelle radure più alte viene affastellata, i rami grandi sistemati sotto con cura e quelli piccoli disposti sopra, incastrati uno con l’altro e ricoperti di terra fino a prendere la forma di un vulcano. E sfiata proprio come un vulcano quella catasta di tronchi di quercia e di leccio, che arde e getta fumo per un giorno intero prima di diventare carbone. Per la gente di queste montagne quel braciere è il “fossone”. Sprigiona aromi che si fiutano in lontananza, sulle Madonie. Un odore forte che annuncia sempre un ritorno a casa. «Quando l’aria mi dice che da qualche parte c’è un “fossone”, io so che finalmente sono arrivato nel mio paese», racconta Nunzio. È da quarant’anni che Nunzio Marsiglia abita a Palermo — dove ha preso moglie e dove insegna alla facoltà di architettura — ed è da quarant’anni che non può fare a meno di tornare sempre a Castelbuono. «Non riesco a staccarmi, è un bisogno quasi fisico», confessa su una terrazza naturale che si affaccia sulle valli. È sempre stupito come la prima volta davanti alle sue montagne. Cozzo Luminario. Monte Milocca. Pizzo Palermo. Montagna Vecchia. Qualche secolo fa i primi carbonai scesero da Bronte. Furono loro che fecero conoscere i “fossoni” anche ai siciliani delle basse Madonie. Come i Pappalardo, venuti giù verso la metà dell’Ottocento. Di padre in figlio, per sette generazioni si sono tramandati l’arte di tagliare legna e bruciarla. Non se ne sono più andati. È difficile andarsene da Castelbuono, da questa piccola Sicilia ad appena novanta chilometri da Palermo eppure tanto nascosta e riparata, così vicina e lontana da Gratteri e Pollina, da San Mauro Castelverde, da Bompietro, dalle Petralie. Sarà per quel suo clima che non è mai troppo secco e mai troppo umido, sarà per l’eredità lasciata dai Ventimiglia — principi e conti e marchesi discendenti dei Normanni — che per quattrocento anni si rivelarono illuminati signori, Castelbuono è ancora oggi un’enclave ai piedi delle Madonie, le vette dell’isola, le sue vere montagne. Le prime case sono a 423 metri d’altezza sul mare, le ultime a quota 650. Il grande tesoro però non è verso su ma giù, nella campagna che scende a strapiombo nel Tirreno. Viene dai suoi frassini, gli Alberi della Manna. È qui, solo qui nel bacino del Mediterraneo e ormai forse anche nel mondo, che c’è quella linfa che i greci e poi gli arabi chiamavano «miele di rugiada» o «sudore delle stelle», quel succo che nei racconti biblici fornì miracolosamente nel Sinai il cibo agli ebrei dopo l’esodo dall’Egitto: «E, la mattina, c’era uno strato di rugiada intorno al campo. E quando lo strato fu sparito, ecco sulla faccia del deserto una cosa minuta, tonda, minuta come brina sulla terra. E i figliuoli d’Israele, veduta che l’ebbero, dissero l’uno all’altro: “Che cos’è?”, perché non sapevan cosa fosse. E Mosè disse loro: “Questo è il pane che l’Eterno vi dà a mangiare...”». È fra luglio e agosto, quando la pianta è in amore, che la manna sgorga dalla corteccia e riga di bianco i tronchi. Sulle colline che si inseguono dal mare sono piantati frassini in più di cento ettari. Ce n’erano quasi tremila cento anni fa sulle Madonie, e settemila nelle province di Palermo e Messina. «Ma non la sa raccogliere più nessuno», dice Giulio Gelardi, uno degli ultimi “mannari”. Fino al secondo dopoguerra crescevano frassini da manna a Cinisi, a Castellammare del Golfo, in Calabria e in Friuli, in Toscana, in Puglia e nel Lazio. Poi sono spariti tutti. Sono rimasti soltanto a Castelbuono. Costava millecinquecento lire al chilo la manna negli anni Cinquanta, oggi costa cento euro e se ne producono cento quintali a stagione. Ci fanno dolci, torroni, ci guarniscono cioccolate amare. La usano come digestivo, balsamo per la pelle. Anche come blando lassativo e sedativo della tosse fin dai tempi più antichi. Scriveva il famoso “aromatario” del Cinquecento, il medico e naturalista Pier Andrea Mattioli: «Solve il corpo, quantunque debilmente, per se sola, et imperò si da, et alle donne gravide, et ai piccoli fanciulli, senza alcun detrimento, o timore, messa tra le altre medicine, accresce la virtù loro, purga agevolmente la chòlera, toglie la sete, apre et mellifica le parti del petto, et della gola». Anche gli alberi della manna di Castelbuono erano stati abbandonati alla loro sorte. Poi qualcuno è tornato indietro nel tempo. «Io ho ricominciato una trentina di anni fa», ricorda Gelardi che ci racconta cosa si è inventato per riceverla “pulita” dai suoi alberi in contrada Dimanii, un pezzo di terra comprata dal nonno emigrato nelle Americhe. Prima la lasciavano gocciolare sui tronchi e la parte più pregiata era soltanto il cinque per cento di quella che scendeva, adesso Gelardi incide — ‘ntacca— la corteccia della pianta e poi fa scivolare la manna su un filo dove al sole secca e forma lunghissime stalattiti. Nei giorni d’estate il paesaggio delle campagne intorno a Castelbuono è di una bellezza insolita, di tanti colori. La terra brulla, marrone e crepata, le chiome È tra luglio e agosto che il “sudore delle stelle” sgorga dalla corteccia. “Ma non lo sa raccogliere quasi più nessuno”, dice uno degli ultimi “mannari”. Se ne fanno dolci, torroni, lo si usa come digestivo e balsamo per la pelle dustriali e commerciali che operano nel settore» e infine eleggere «entro sei mesi il presidente». Dal 1957 al 2002 il consorzio per la manna fu occupato sempre da commissari straordinari e appena tre anni fa inglobato nell’Esa, l’Ente di sviluppo agricolo, uno dei tanti carrozzoni mangiasoldi della Regione. I “mannari” — ce n’è ancora una cinquantina, quasi tutti ottantenni — si sono dovuti arrangiare. Ma estate dopo estate hanno visto rifiorire e imbiancare i loro magici alberi. Hanno cominciato a vendere i cannoli di pura manna, a rifornire i pasticcieri locali del loro “miele di rugiada”. I più abili e già famosi, i fratelli Fausto e Martino e Nicola Fiasconaro, hanno preparato un dolce da forno con cubetti d’arancio e limone canditi e ricoperto da una colata di glassa bianca alla manna. L’hanno chiamato “Mannetto”. Lo vendono in tutta la Sicilia e stanno provando a fare con il Mannetto quello che avevano già fatto con i panettoni. Un’avventura, quella dei Fiasconaro e dei loro panettoni a lievitazione naturale. «Ci abbiamo messo tutta la nostra fantasia e tanta fatica», ricorda Fausto. Alla vigilia di un Natale di circa venticinque anni fa, alcuni paesani ordinarono ai tre pasticcieri «un po’ di panettoni fatti in casa». I Fiasconaro ne sfornarono milleottocento. L’anno dopo ne furono prenotati il doppio, l’anno dopo ancora il triplo fino a quando i Fiasconaro sono arrivati a produrne trecentocinquantamila chili l’anno. Dopo Palermo, è Milano la città italiana che mangia di più il panettone delle Madonie. Lo vendono a New York, a Los Angeles, in Nuova Zelanda e in Australia. È finito anche in orbita. L’anno scorso, il 23 ottobre del 2007, dopo i test microbiologici della Nasa, i panettoni di Castelbuono sono stati caricati sullo shuttle Discovery — fra i membri dell’equipaggio l’astronauta italiano Paolo Nespoli — e lanciati nello spazio. È un piccolo grande laboratorio della Sicilia questo paese di neanche diecimila abitanti che è una delle porte del Parco delle Madonie. Se ne fa vanto il sindaco Mario Cicero: «Questa è un’altra Sicilia, si cresce tutti insieme, è il sistema-paese che funziona. Lo straordinario successo dei Fiasconaro ha portato benessere e notorietà anche ai tanti altri pasticcieri di Castelbuono, la fama di certi ristoratori è stata di stimolo per altri, tanto che il paese è oggi una capitale gastronomica dell’isola». Funghi, cardi e finocchietti selvatici, carni e latte provenienti dagli animali padroni degli alti pascoli. «Sappiamo sempre da quale allevatore e da quale stalla viene la bistecca o la provola che serviamo», spiega Salvatore Baggesi, l’oste del Romitaggio, che con il Nangalarruni è una delle trenta trattorie sparse per il paese. Lavorano tutte, d’estate e d’inverno. E tutte, alla fine, servono ai loro ospiti il dolce tipico di Castelbuono: la testa di turco. È una cialda di uova e farina con sopra DAL CIELO Sopra, una veduta di Castelbuono A destra, la caduta dal cielo della manna, inviata da Dio al popolo ebraico durante l’Esodo dall’Egitto Nell’imagine grande, il fraxinus ornus in veste invernale ed estiva FOTO CORBIS I CASTELBUONO (Palermo) verdissime dei frassini e la macchia bianca della manna. C’è una legge del 1928 che certifica cos’è: «Il nome manna è esclusivamente riservato al prodotto derivante da incisione del Fraxinus ornuso del Fraxinus excelsior…». E c’è anche una legge siciliana che ha tentato di proteggerla. È del 1957, la numero 43, quella che istituiva il «Consorzio obbligatorio tra i produttori di manna con sede a Castelbuono». Quel consorzio avrebbe dovuto «promuovere studi e ricerche per migliorare le coltivazioni», provvedere «alla propaganda dei prodotti e realizzare magazzini di ammasso», istituire «un albo delle aziende in- FOTO MIKE PALAZZOTTO ATTILIO BOLZONI Repubblica Nazionale DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 ALBERI MERAVIGLIOSI A sinistra, dall’alto: un agrifoglio gigante a Piano Pomo; i frassini di Castelbuono e due immagini della raccolta della manna In basso un “fossone”, la catasta di legna bruciata per farne carbone una crema di latte, aromatizzata da bucce di limone e cannella. Osti e mastri, abbazie del 1100 trasformate in cantine e terre arse come Luogo Marchese trasformate in pregiati vigneti, frantoi con vecchie macine di pietra che spremono olive di piante lasciate dai greci, due periodici (L’Obiettivoche si stampa dal 1921 e Le Madonie, da una ventina di anni), due gruppi teatrali e una compagnia di canto popolare, botteghe di artigianato, tre alberghi, quattro o cinque bed & breakfast, una società d’informatica e un villaggio turistico diventato una residenza sanitaria d’avanguardia per la riabilitazione psichica. Ma in quale Sicilia è Castelbuono, in quale mondo? «Questa zona i siciliani l’hanno sempre chiamata “la piccola Svizzera”», risponde l’avvocato Franco Lupo, lo storico del paese. E tiene a precisare: «Qui non ci sono mai stati né briganti né banditi». In effetti, una “famiglia” mafiosa di Castelbuono non c’è mai stata. Le indagini degli ultimi trent’anni, dal pool Falcone in poi, non hanno sfiorato un suo abitante. E quasi un secolo fa le retate del “prefetto di ferro” sconvolsero tutti i paesi delle Madonie tranne uno: Castelbuono. Dal 1927 al 1932 Cesare Mori fece deportare 855 «maffiosi». Solo due erano originari di Castelbuono, un contadino accusato di favoreggiamento e il federale di Palermo Alfredo Cucco. Il primo fu assolto, al secondo contestarono ventisette capi di imputazione. Era amico e seguace di Roberto Farinacci, il duro del Fascismo. Il regime usò l’antimafia di Mori per una grande epurazione politica al suo interno. Nel 1926 Cucco fu espulso dal Pnf, ma dopo la svolta filorazzista del ‘36 riemerse e Mussolini lo nominò vicesegretario nazionale del partito. «Ho l’orgoglio di vivere in una comunità senza mafia», racconta il sindaco Cicero. E ha, aggiunge, il piacere di vivere tra questi boschi. Per primi li ha studiati Francesco Minà Palumbo, medico e naturalista di Castelbuono. Dopo l’università a Palermo e a Napoli, tornò in paese e cominciò a raccogliere sulle sue montagne duemila specie di piante e quattordicimila di insetti. Sono tutti catalogati nel museo che gli hanno dedicato. «Una raccolta eccezionale, le Madonie sono esattamente al centro del Mediterraneo e ne rappresentano il più importante ambiente bio-geografico», spiega Pietro Mazzola del Dipartimento di scienze botaniche di Palermo, anche lui di Castelbuono, anche lui schiavo di quel richiamo della montagna. Quelle vere sono un po’ più su. Ma prima di scalarle c’è un altro bosco, al confine con Petralia Sottana. In una spianata che ha come nome Piano Pomo ci sono gli agrifogli giganti. Ne hanno contati centocinquanta, alcuni sono alti fino a venti metri. Nella calura estiva chi si inoltra fra quegli agrifogli si ristora, ha la sensazione di entrare in una cella frigorifera. D’inverno, là dentro si rincorrono lepri e cinghiali sotto una grande cupola verde tempestata di bacche rosse. Diecimila abitanti, attività fiorenti e nessuna “famiglia” mafiosa Repubblica Nazionale 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 La Michelin celebra con una mostra itinerante il suo famosissimo logo, che il “Financial Times” ha giudicato “il migliore del Novecento”. Nato centodieci anni fa da uno slogan ispirato a un verso di Orazio, riuscì a coniugare lo spirito della modernità con un aspetto gioviale e rassicurante. Attraverso discreti ma costanti ritocchi e adattamenti, il pupazzo disegnato da O’Galop entra allegramente nel XXI secolo CULTURA* Bibendum Lunga vita all’omino di gomma PINO CORRIAS omino Michelin abita dentro al perpetuo buonumore delle discese. Fa della strada un gioco senza ostacoli. Della vita un rettilineo, con la polvere che fila via lungo le traiettorie della velocità. L’omino Michelin è il primo desiderio declinato in tre dimensioni, come la vita vera, quando ancora le sciantose colorate da Honoré Daumier, a Parigi, e da Marcello Dudovich, a Milano, erano superfici di carta e onde dello sguardo, inafferrabili, come l’effervescenza delle acque di Vichy, sulle quali galleggiavano. L’omino Michelin è il prototipo di tutti i desideri a seguire, che ci faranno consumare senza mai consumarsi. Proponendoci favole perpetue. Identità portatili. Stupori seriali & acquisti. La sua banale eternità ne ha fatto, secondo il Financial Times, il miglior logo del secolo, il punto di perfetta rotondità lungo il quale l’oggetto evolve a immagine, l’immagine a racconto, il racconto a ricordo. La sua efficacia rispetta tutte le teorie della pubblicità sebbene le preceda di almeno tre decine d’anni, a partire da quel primo manuale di Daniel Stach (Usa, 1925) che fissa le cinque regole di ogni messaggio in una sequenza senza fronzoli: essere visto, capito, creduto, ricordato, desiderato. Declinandola con l’intuizione di una sesta regola che è poi il fondale di tutte le altre, e che riguarda l’infanzia, il gioco, la sollecitazione a quel sottosuolo emotivo che fa di ogni consumatore un bimbo, di ogni oggetto una favola da dondolarsi nello sguardo e un pollice da succhiare. L’Italia degli anni Cinquanta, e successivi, ha avuto più pollici da succhiare di ogni altro Paese. Per gentile tutela della politica, religiosamente incline alla pedagogia, da esercitare specialmente dentro alla lentissima pubertà del suo specchio televisivo. Pupazzi di uomini e animali, draghi gentili e femmine di gommapiuma, hanno abitato il nostro Miracolo Economico, che in mezzo al nero della cronaca e al fragore delle catene di montaggio a cottimo, sbiancava i primi passi del neonato italiano medio, ancora impreciso a muoversi su ruote, ma presto esperto di tinelli a rate e detersivi, di plastiche Moplen, creme solari, formaggini. Mucche che danzano e ippopotami blu. Pulcini vagabondi. Pirati buoni e vigili urbani molto cattivi. Condor in picchiata, zanzare sterminate da un sortilegio e uomini con cravatta imprigionati in una lavatrice, ma fischiettando jazz. Ripensata in sequenza quella stagione pubblicitaria italiana — il Carosello di perpetua memoria, 1957-1977, quattro réclame da due minuti e quindici secondi ciascuna — è un grande racconto allucinato, con effetti anche esilaranti, dilagato a cascata da un non trascurabile (e italico) veto legislativo. Il quale proibiva che il nome del prodotto reclamizzato comparisse nel racconto principale, i due minuti di intrattenimento, ma trapelasse solo alla fine, nei quindici secondi del cosiddetto codino, con esiti di clamorosa illogicità, ma anche per questo memorabili, per l’astrusa fatica di riuscire a collegare un pistolero innamorato a un caffè espresso, i cavalieri di Re Artù a un biscotto ripieno, un toro pasticcione da corrida a un cono di gelato con ciliegie e panna. È in quell’improvviso straniamento del racconto il segreto che custodisce la sua memoria. Pupazzi incongrui che diventano prodotti d’uso comune. Che evolvono la propria storia senza intaccare la loro risonanza consumistica. Proprio come l’omino Michelin che da più di un secolo fa correre nuovi radiali sulla multipla promessa degli esordi: essere morbidi, essere sicuri, essere veloci. Quelli della più celebre stagione italiana sono racconti istantanei. Illuminazioni. Il loro effetto sul pubblico risulta clamoroso. Carosello diventa per due decenni il principale appuntamento televisivo — dai sei milioni dell’inizio, ai diciannove delle ultime stagioni — e il volano di centinaia di prodotti che arredano l’Italia dei condomini rateizzati e del weekend. Dietro ai suoi sipari, disegnati da Ninetta Vespignani, si allestisce l’altare del nuovissimo consumismo, ma con giudizio, e poi anche si tramanda lo scrigno delle vecchie fiabe da raccontare prima della nanna. Perché poi sono i bambini la trincea da espugnare per muoversi alla conquista degli adulti. La soglia su cui assestarsi. Per dispiegare il catalogo del vivere moderno: dalle nuove colazioni all’alba, con famiglie L’ incellophanate, al brandy serale, con il camino acceso e l’atmosfera, dopo serene giornate passate a lucidare pavimenti, a lubrificare l’automobile, a preparare cene col doppio brodo, indossando calze di seta, bevendo digestivi, deodorando bagni. È Calimero — con dolce lavandaia nel finale: «Tu non sei nero, sei solo sporco» — il minuscolo eroe di quella stagione di incantevoli lavaggi. Lo disegna Nino Pagot che ai tempi raccontò: «Che cosa attira l’attenzione delle donne? I bambini e gli animali. Il prototipo del bambino indifeso è il pulcino. Se lo facciamo triste e disgraziato suscita maggiori simpatie. Se lo facciamo nero introduciamo l’idea che bisogna pulirlo. Se lo facciamo protestare assecondiamo uno dei più antichi vezzi degli italiani. Se gli facciamo combinare tanti guai gli togliamo il carattere troppo dolciastro. Così è nato Calimero». Celebrato più di tutti. In compagnia di quei due barattoli rovesciati su cui Armando Testa applica un paio di baffi e una treccia per farne Caballero e Carmencita, amanti della Pampa, con avventure d’epica western e amore sbrigativo: «Bambina sei già mia, chiudi il gas e vieni via». E di quell’altro capolavoro di immaginazione minimalista, La Linea, l’omino disegnato in bianco su fondo nero da Osvaldo Cavandoli, che cammina lungo il rettilineo della vita, sempre evitandone l’abisso. E borbottando, grattandosi la testa, elaborando pensieri. Solitario, anonimo, irascibile, ma innocuo, con direzione incorporata, come fanno i pedoni di quella folla seriale che ogni giorno allaga l’ora di punta delle nuove metropoli, tutti in marcia, superando ostacoli, sfuggendo all’indistinto buio, verso l’approdo illuminato della casa. Celebrità arcaiche, riviste oggi. Graffiti tatuati su pellicole 35 millimetri. Reperti. Cancellati dalla velocità istantanea dell’era digitale. Che ha moltiplicato per mille i canali televisivi, gli schermi, le risonanze, e per diecimila i messaggi emessi, ventiquattro ore al giorno, in un bagliore costante di luci, di suoni e di significati: il flusso che ci imprigiona. Nel flusso si appannano le storie. I marchi non hanno più tanto bisogno di intrecci narrativi, ma sempre più di memoria, di lampi da non dimenticare. Di colpi di scena, di location fantasmagoriche, di invenzioni computerizzate. Purché istantanee, capaci di emergere dal flusso. Tutto semplificando fino alla tautologia del marchio, come insegna la Moda — vera regina di superfici profonde — che diventa identità e racconto, alfabeto esplicito e implicita emozione. Le griffe non sanno che farsene dei pupazzi in plastica, usano direttamente la disponibilità di quelli veri, plasmando, di stagione in stagione, il corpo e il cuore dei clienti. La loro fame di identità rinnovabili. Un jeans strappato contiene il necessario a mostrare un carattere. O a rafforzarne il suo racconto immaginario. Il desiderio ha il suo profumo sotto vetro. E seta sulla pelle. Il successo cammina sui tacchi a spillo. La fedeltà è lana pregiata a doppio filo. La tenerezza è calze colorate. Il mistero un’esclusiva degli occhiali in nero e oro. Nel nuovo mondo dei messaggi perpetui siamo diventati noi lo schermo e il supporto, gli incantatori e gli incantati. Tutti esibiti per esibizionismo, con cartellino incorporato. Repubblica Nazionale DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 Il mito della velocità A venduto col sorriso GIAMPIERO MARTINOTTI PARIGI prima vista, è difficile trovare un rapporto tra Orazio e un pneumatico. Associare il grande scrittore latino a un oggetto d’uso moderno, tutt’altro che poetico, può sembrare una bestemmia. Eppure, l’omino Michelin è a suo modo un figlio (illegittimo?) delle odi oraziane: «Nunc est Bibendum», cioè adesso si deve bere o, se si preferisce, è ora di bere. E Bibendum, da più di un secolo, è la personificazione pubblicitaria di uno dei più grandi marchi industriali europei. Talmente familiare a tutti noi che il 21 luglio 1969, quando Neil Armstrong passeggiò sulla luna dentro il suo scafandro bianco, qualcuno in tv disse papale papale: «Assomiglia a Bibendum». La saga dell’omino Michelin, con le sue formidabili trasformazioni attraverso la grafica di tutto un secolo, il Novecento, è uno specchio, bene o male, della nostra civiltà, dei nostri valori, del nostro immaginario. A partire da venerdì, fino al 31 agosto, una mostra ripercorrerà il sentiero di quel mito a Clermont-Ferrand, nel cuore della Francia profonda, dove la Michelin è nata e continua a vivere. La genesi di Bibendum è curiosa e tipicamente ottocentesca: ai tempi della réclame, le tecniche pubblicitarie erano rudimentali, ci si affidava all’istinto anziché agli studi di mercato. A quell’epoca, la fabbrica — fondata nel 1832 per produrre gomma — si era lanciata negli pneumatici ed era guidata da due fratelli, André ed Edouard, il primo architetto, il secondo allievo delle Belle Arti, entrambi tornati a Clermont per occuparsi dell’azienda di famiglia. La prima vaga idea di Bibendum spunta nel 1894, all’Esposizione universale di Lione. La Michelin ha uno stand e all’ingresso ci sono due pile di pneumatici per biciclette: «Con due braccia si potrebbe fare un pupazzo», esclama Edouard, l’artista. Qualche mese dopo, André riceve un dise- gnatore pubblicitario, O’Galop, pseudonimo di Marius Rossillon. Fra le sue carte c’è una pubblicità per una birreria tedesca: un uomo grasso con un boccale di birra e una scritta: «Nunc est Bibendum». André pensa subito allo slogan della ditta («Il pneumatico Michelin beve l’ostacolo») e all’osservazione fatta un giorno dal fratello. E commissiona a O’Galop un nuovo personaggio: il bavarese bevitore di birra deve trasformarsi in un omino fatto di pneumatici. Bibendum è nato, a partire dal 1898 la sua immagine si diffonde dappertutto. Siamo nella Belle Epoque, i manifesti pubblicitari Art Nouveau dilagano. Dominano i fiori, le forme rotonde e svolazzanti, le figure di donne più o meno fatali. L’omino Michelin è ben lontano dai canoni decorativi della sua epoca, sembra voler rappresentare la modernità industriale, la praticità della tecnica. Ma al tempo stesso la sua rotondità lo rende gioviale, come se fosse davvero un buon bevitore. E i Michelin lo sfruttano a fondo: hanno capito prima di altri l’importanza della pubblicità e la praticano a piene mani, in particolare sponsorizzando le manifestazioni sportive. La mostra di Clermont ripercorre le tappe della saga, il ricorso ai disegnatori più originali, invitati a ritoccare insensibilmente, ma costantemente, il personaggio. E a partire dagli anni Venti la Michelin decide di far tutto in proprio: crea a Parigi un atelier chiamato a progettare tutte le campagne pubblicitarie. Vecchia impresa paternalista, la Michelin farà sparire dalla bocca di Bibendum il sigaro già alla fine degli anni Trenta per contribuire alla lotta contro la tubercolosi. Negli anni Novanta, si sfruttano gli effetti speciali e le immagini tridimensionali: Bibendum entra nel Ventunesimo secolo e nel 2000 si toglie una soddisfazione: una giuria internazionale riunita dal Financial Times lo elegge «logo del secolo», quel secolo che Bibendum si è bevuto tutto d’un fiato. IL SIMBOLO Il disegno grande a centro pagina è tratto da una affiche di Albert Philibert del 1925; a sinistra, un bozzetto senza data ritrovato negli archivi dello Studio Michelin Tutte le immagini si pubblicano per gentile concessione degli archivi Michelin I POSTER Nella parte bassa della pagina, da destra, cinque manifesti di cui indichiamo autore e data: O’Galop (1913); Stanley Charles Roowy (1912); Fabien Fabiano (1917); ancora O’Galop (1905); Studio Michelin (1936-40) Repubblica Nazionale 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 la lettura Cronisti ancien régime Un anno prima della Rivoluzione, Mercier finisce l’opera monumentale dedicata alla sua città che ora esce in parte in italiano. Perdigiorno e tiratardi, gran dame e prostitute, nobili e straccioni. E tutto sta per cambiare Gli operosi fantasmi di LOUIS-SÉBASTIEN MERCIER e diverse ore del giorno offrono a turno, in mezzo a un vortice rumoroso e precipitoso, la tranquillità e il movimento. Sono scene mutevoli e periodiche, separate da intervalli più o meno uguali. Alle sette di mattino, tutti gli ortolani, con le ceste vuote, ritornano ai loro orti, a cavalcioni sui loro ronzini. Non si vedono girare molte carrozze. A quell’ora, le sole persone ben vestite e pettinate che s’incontrano sono impiegati d’ufficio. Verso le nove del mattino, si vedono correre i parrucchieri, incipriati dai piedi alla testa (per questo vengono detti naselli), mentre reggono in una mano il ferro per capelli e nell’altra la parrucca. I camerieri delle caffetterie, sempre in grembiule, portano caffè e bavaresi nelle camere d’affitto. Nello stesso momento, si vedono apprendisti cavallerizzi, seguiti da un lacchè, i quali, a cavallo, vanno a correre lungo i boulevards, e talvolta fanno pagare ai passanti il prezzo della propria inesperienza. Verso le dieci, una nube nera di funzionari della magistratura s’incammina verso lo Châtelet e verso il palazzo di giustizia: non si scorgono altro che facciole, toghe, borse, e querelanti che gli corrono dietro. A mezzogiorno, tutti gli agenti di cambio e speculatori si recano in massa alla Borsa, e gli oziosi al Palais-Royal. Il quartiere di Saint-Honoré, quartiere dei finanzieri e degli uomini influenti, è molto battuto e non c’è neanche un angolo del selciato che sia libero. È l’ora delle petizioni e delle richieste di ogni genere. Alle due, coloro che pranzano fuori, pettinati, incipriati, agghindati, camminando in punta di piedi per paura di sporcarsi le calze bianche, si dirigono verso i quartieri più lontani. A quest’ora, tutte le carrozze di piazza sono in giro, non ne resta più nessuna disponibile; si litiga per esse, e talvolta capita che due persone aprano nello stesso momento la portiera, salgano e ci si piazzino. Bisogna andare a cercare la guardia per sapere chi dei due resterà. Alle tre, s’incontra poca gente per strada, perché tutti pranzano: è una pausa di calma, che non è destinata a durare a lungo. Alle cinque e un quarto, c’è un baccano spaventoso, infernale. Tutte le strade L Parigi sono intasate, le carrozze transitano in tutte le direzioni, volano verso i diversi teatri o vanno verso le passeggiate. I caffè si riempiono. Alle sette, ricomincia la calma: calma profonda e quasi universale. Tutti i cavalli scalciano inutilmente il selciato. La città è silenziosa, e il tumulto sembra che sia stato incatenato da una mano misteriosa. Verso metà autunno, è, inoltre, l’ora più pericolosa, perché la ronda non ha ancora preso servizio, e molte violenze vengono compiute al calar della notte. La luce si affievolisce; e mentre le scenografie dell’Opéra sono in azione, la massa dei manovali, dei carpentieri, degli scalpellini rientra in gruppi compatti ai quartieri dove abitano. Il gesso di cui sono sporche le loro scarpe imbianca il selciato, e li si riconosce dalle tracce che lasciano. Vanno a dormire, quando le marchese e le contesse cominciano a truccarsi. Alle nove di sera, il rumore riprende: è la sfilata dei teatri. Le case vengono scosse dal rotolio delle carrozze; ma è un rumore passeggero. Il bel mondo rende qualche breve visita in attesa della cena. È pure l’ora in cui tutte le prostitute, con il petto scoperto, la testa alta, il volto dipinto, lo sguardo ardito quanto il braccio, malgrado le luci dei negozi e dei lampioni, vi inseguono, in calze di seta e in scarpini bassi, in mezzo al fango: i loro discorsi fanno il paio con i loro gesti. Si dice che la licenza serve a preservare la castità, che queste donne vulgivaghe impediscono gli stupri; che senza donnine allegre ci si farebbe meno scrupoli a sedurre e rapire le fanciulle innocenti. In effetti, il ratto e lo stupro sono diventati molto rari. Comunque sia, questo scandalo, incre- dibile in provincia, si compie davanti alla porta dell’onesto borghese, le cui figlie sono spettatrici di queste strane intemperanze. È impossibile che esse non vedano e non sentano ciò che si permettono di dire quelle donne licenziose. E che ne sarà del trattato del filosofo sul pudore? Alle undici, di nuovo silenzio. È l’ora in cui si finisce di cenare. È pure l’ora in cui i caffè rispediscono alle loro mansarde gli oziosi, i disoccupati e i poetastri. Le prostitute, che giravano qua e là, osano mostrarsi solo ai margini dei viali, per paura della ronda, che, a quest’ora tarda, le raccatta. Questo è il termine usato. A mezzanotte e un quarto, si odono le carrozze di coloro che non giocano e che rincasano. La città allora non sembra deserta: il piccolo borghese che già dorme viene svegliato nel proprio letto, e la sua metà non se ne lagna. Più di un piccolo parigino deve la propria nascita ai bruschi sobbalzi degli equipaggi signorili. Anche il tuono è, come ovunque al mondo, un grande popolatore. All’una del mattino, seimila contadini giungono, portando le provviste di ortaggi, frutta e fiori. S’incamminano verso le Halles: le loro cavalcature sono stanche e stracche; hanno fatto sei o sette leghe. Le Halles sono il luogo in cui Morfeo non scuote mai i propri papaveri. Qui, mai silenzio, mai riposo, mai intervalli. Ai venditori di frutti di mare succedono i pescivendoli, e ai pescivendoli i venditori di vongole, e a questi i dettaglianti; tutti i mercati di Parigi, infatti, prendono le loro merci solo dalle Halles: sono il magazzino universale. Ci sono milioni di uova nelle ceste che salgono, scendono, girano, e, miracolo!, non se ne rompe nem- meno uno. Nelle taverne, allora, l’acquavite scorre a fiumi. È un’acquavite allungata con acqua, ma fortemente pepata. Gli scaricatori delle Halles e i contadini ne bevono in abbondanza; i più sobri bevono vino. È un brusio continuo. Queste contrattazioni notturne avvengono al buio. Si potrebbe credere che sia un popolo che fugge i raggi del sole, e ne ha orrore. Gli addetti alla vendita del pesce non vedono mai, per così dire, l’astro del giorno, e si ritirano solo quando i lampioni cominciano ad affievolirsi: ma se non ci si vede, ci si sente, poiché si grida a squarciagola; e nella generale confusione delle urla, bisogna davvero conoscere bene l’idioma del luogo per sapere da dove parte la voce che v’interpella. Le stesse scene avvengono alla stessa ora sul quai de la Vallée, dove si tratta di lepri, piccioni, invece che di salmoni e aringhe. Questo tumulto ininterrotto contrasta con il sonno diffuso nel resto della città; alle quattro del mattino, infatti, solo i briganti e i poeti sono ancora svegli. Due volte alla settimana, alle sei, i panettieri di Gonesse, nutritori di Parigi, portano un’enorme quantità di pani, che devono essere consumati in città, poiché non è concesso loro di riportarseli indietro. Dopo poco, gli operai si strappano ai loro giacigli, prendono gli strumenti della loro professione e se ne vanno alle officine. Il caffè-latte (chi lo crederebbe?) ha acquistato il favore di questi uomini robusti. Agli angoli delle strade, al riverbero di una pallida lanterna, donne che recano sulla schiena fusti di latta ne servono, per due soldi, in boccali di terracotta. Lo zucchero non vi abbonda, ma in definitiva l’operaio trova eccellente questo caffè-latte. Pare incredibile che la corpo- razione dei caffettieri, moltiplicando i regolamenti, abbia fatto tutto il possibile per impedire questo traffico legittimo. Essi pretendono di vendere a cinque soldi la stessa tazza nelle loro mescite piene di specchi. Ma quegli operai non hanno bisogno di specchiarsi mentre fanno colazione. Del resto, l’uso del caffè-latte ha prevalso, ed è così diffuso presso il popolo, che è diventato l’eterna colazione di tutti i lavoratori a domicilio. Hanno trovato questo alimento più economico, nutriente, saporito, di ogni altro. Di conseguenza, ne bevono quantità prodigiose; dicono che spesso si sostengono in tal modo fino a sera. Fanno dunque solo due pasti, la colazione principale e la scaloppina al prezzemolo della sera, di cui ho parlato altrove. Al mattino, i libertini si congedano dalle prostitute, pallidi, sfatti, portando con sé più il timore che il rimorso; e si lamenteranno tutto il giorno per l’uso che hanno fatto della notte, ma la dissolutezza, o l’abitudine, è un tiranno che s’impossesserà di loro l’indomani, e che li trascinerà a lenti passi verso la tomba. I giocatori, ancora più pallidi, escono dalle bische poco note o rinomate; gli uni tenendosi la testa e il ventre, lanciando al cielo sguardi disperati; gli altri ripromettendosi di rimettersi al tavolo che li ha favoriti, ma che domani li tradirà. Le leggi proibitive non otterranno nulla contro questa sciagurata passione, scatenata da una sete dell’oro che si è manifestata in tutti i ceti, e che i governi stessi autorizzano sotto il nome di lotteria, ma che vietano sotto un’altra denominazione. Il martello del fabbro e del maniscalco disturba talvolta il sonno mattutino degli oziosi che sono ancora a letto. A Repubblica Nazionale DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 Una città-mostro ancora senza Lumi BERNARDO VALLI FOTO ALINARI MARY EVANS FOTO BRIDGEMAN/ALINARI N IL LIBRO Louis-Sébastien Mercier (1740-1814) fu autore di drammi, poesie, novelle morali, saggi politici e soprattutto grande osservatore della società francese Nel 1771 pubblicò un romanzo visionario, L’An 2440, rêve s’il en fut jamais e in dieci anni tra il 1871 e l’81 il Tableau de Paris in dodici tomi: un ritratto della capitale francese pre-rivoluzionaria Da quest’opera la casa editrice Medusa ha ricavato un’antologia dal titolo Parigi fantasma (64 pagine, 9 euro) della quale pubblichiamo un estratto Il volume sarà in libreria ai primi di marzo voler dare retta ai nostri sibariti, bisognerebbe relegare fuori città tutti gli artigiani che fanno stridere una lima corrosiva; non verrebbe più concesso al calderaio di battere sulla marmitta, al carradore di cerchiare la ruota con ferro durevole, ai vari mestieri che percorrono le strade di elevare quelle grida acute e squillanti che si fanno udire fin in cima e sul retro delle case. Bisognerebbe che il rumore della città venisse incatenato ovunque, per proteggere la loro oziosa indolenza, affinché, mentre la calma del silenzio avvolge la loro tranquilla alcova, tutti questi voluttuosi possano schiacciare le piume oziose del materasso fino a mezzogiorno, quando il sole è al culmine del suo percorso. Coerentemente con questo modo di pensare, costoro non vorrebbero nemmeno sentire l’odore della bottega del cappellaio, a causa della follatura, né del conciatore, a causa degli oli che usa, né del verniciatore, né del profumiere, benché facciano uso dei suoi cosmetici, né del trinciatore di tabacco, che li fa starnutire involontariamente quando vi passano davanti. Se si desse ascolto a tutte le pretese di questi ricchi, nella capitale rimarrebbero solo le porte carraie, e bisognerebbe imbottire le strade fino all’una, ossia fino al momento in cui essi abbandonano il piumino e il letto; le campane non dovrebbero più risuonare nell’aria, e il tamburo delle Guardie, passando sotto le loro finestre, dovrebbe restare muto; poiché solo i loro equipaggi hanno il diritto di fare rumore correndo sul selciato e di svegliare quelli che dormono alle due del mattino. Il dieci, il venti, il trenta di ogni mese, s’incontrano, tra le dieci e mezzogiorno, dei facchini con borse piene di monete, piegati sotto il peso del fardello: corrono come se un esercito nemico stesse per invadere la città; è la dimostrazione che, da noi, non si è saputo creare il segno convenzionale e utile che sostituirebbe tali metalli, i quali, invece di passare di cassaforte in cassaforte, dovrebbero essere soltanto dei segni immobili. Guai a chi, in quel giorno, ha una lettera di cambio da pagare, e non ha contanti! Può dirsi fortunato chi l’ha pagata e rimane con uno scudo da sei soldi! Quasi tutti gli anni, verso la metà di novembre, si manifestano indisposizioni catarrali, causate dall’arrivo improvviso di un’atmosfera umida e fredda e di nebbie che impediscono la traspirazione. Molti ne muoiono; ma il parigino, che ride di tutto, chiama queste pericolose infreddature la grippe, la civettuola; e il burlone, tre giorni dopo, si prende un’infreddatura e scende lui stesso nella tomba. Il passaggio dagli appartamenti riscaldati e dalle sale teatrali all’aria aperta rende questa mancanza di traspirazione quasi inevitabile. La nuova consuetudine di portare ampi mantelli è eccellente: in tal modo, ci si ripara dalla sensazione di freddo; un’immediata attività fisica sarebbe una precauzione ancora più efficace. Le donne che sono costrette ad attendere per qualche tempo le carrozze, quelle donne affascinanti e delicate che vedete rabbrividire sulle scalinate e sotto i portici dei teatri, dovrebbero riflettere che le pellicce non sono sufficienti a proteggerle da ogni malanno. Traduzione di Riccardo Campi (© 2008 Edizioni Medusa) COSTUMI Nell’immagine grande, la pianta di Parigi fatta disegnare da Turgot (1734-39) Le figure sono costumi d’epoca: da sinistra in senso orario, giocatori di whist; una fioraia; una venditrice di ostriche; un venditore di uccelli PARIGI el maggio 1793, Louis-Sébastien Mercier rischiò di essere ghigliottinato sulla Place de la Révolution (oggi Place de la Concorde) come la brava, intrepida Madame Roland. Forse salvò la testa perché era molto meno noto e non era inseguito dai rancori suscitati dalla bella pasionaria Manon Philipon, sposata Roland. Lei aveva un ruolo di primo piano nella Rivoluzione e le fu riservata una pena pesante quando i Montagnardi prevalsero sui loro avversari Girondini. Mercier, che era un Girondino, protestò alla Convenzione Nazionale contro l’arresto in massa dei suoi compagni, tra i quali Madame Roland. Si infiammava facilmente. Una volta aveva interrotto Robespierre, colpevole di avere paragonato i suoi amici agli antichi Romani, dicendogli in faccia: «Macché Romani! Voi impersonificate l’ignoranza». Fini comunque in prigione, dove rimase un anno. Poi uscì e fu rieletto deputato. Sarebbe tuttavia una forzatura evocare insieme Louis-Sébastien Mercier e Madame Roland perché entrambi vissero La Terreur. I loro destini, nel 1793, furono infatti molto diversi. Giustifica invece l’accostamento il rapporto che ebbero con la città. Con Parigi. Con la metropoli non ancora avvolta dal mito. Entrambi sentono allora Parigi come un «monstre difforme», in cui convivono un’ostentata opulenza e un’estrema miseria. Una Parigi affascinante e ributtante, piena di contraddizioni. Una Parigi che suscita amore e disamore. Mentre aspetta di salire al patibolo, Madame Roland, autentica parigina ma anche seguace di Rousseau, si abbandona al ricordo della campagna, sogna la bellezza della natura in cui adagiarsi e dare un senso alla vita. Ripudia (quasi) Parigi, pur subendone il fascino. Ma non il fascino romantico che i cultori dei Lumi riservano alla solitudine privilegiata della società rurale. Alla Parigi, non ancora mitica, Mercier ha già dedicato (quando Madame Roland perde la testa sulla Place de la Révolution) l’opera per la quale è ancora ricordato: Le Tableau de Paris. Dopo sette anni di lavoro, finisce nel 1788 l’ultimo dei dodici volumi, scanditi in mille capitoli, apparsi via via e accolti da polemiche e proteste che spingono l’autore a esiliarsi in Svizzera per sfuggire alla giustizia. Le Tableau de Paris è quindi il ritratto di Parigi sulle soglie della Rivoluzione. Mercier non vi descrive edifici, monumenti, templi, non si occupa di quel che non si muove, l’architettura non lo interessa, non sciupa tempo osservando quel che è quasi immutabile. Racconta i costumi degli abitanti: «In particolare (dice lui stesso) le idee dominanti e la situazione degli animi». Studia la società, ne disegna le strutture, si occupa dei cittadini di tutte le classi, paragonando le loro opposte condizioni e aspirazioni. Distingue nella massa enorme della popolazione i principi, i gran signori, i magistrati, gli uomini della finanza, i negozianti o venditori, gli artisti, gli artigiani, i manovali, i servi, i militari, le prostitute o le donne sul punto di diventarlo. Senza dimenticare le posizioni sociali indefinibili, che non è possibile includere nelle tradizionali classi sociali. Mercier non trascura le credenze religiose e le pratiche popolari, alle quali dedica brevi, efficaci annotazioni. È un grande ritratto di Parigi che precede di quasi un secolo il grande affresco amministrativo di Maxime du Camp, il giornalista amico di Flaubert. Nella loro Correspondance, Grimm e Diderot chiamano Mercier «un infaticabile imbrattacarte». Ha vissuto settantaquattro anni (1740-1814), tanti per quell’epoca, e si è lasciato alle spalle montagne di scritti. I contemporanei lo descrivono come un uomo superficiale e brillante. Ammirazione e sufficienza si confondono. Non a torto, oggi è considerato un precursore del giornalismo moderno. La Parigi che descrive non è certo un’oasi di felicità. Gli sguardi degli indigenti, dei miserabili, si posano incandescenti sulle delizie dei ricchi. L’incendio non può essere che imminente. Voltaire ha scritto di Lisbona distrutta dal terremoto. Cosa attende Parigi? Gli umori di Mercier furono zigzaganti. Seguace dei Lumi e della Philosophie, gli capitò poi di criticare Voltaire, rimproverandogli di avere distrutto la morale. Fece anche il processo alla Philosophie e si oppose all’istruzione delle masse. Ma c’è una sua opera singolare (del 1771), scritta assai prima del Tableau de Paris, che merita di essere ricordata. Ed è: L’An deux mille quatre cent quarante, reve s’il en fut jamais. In quel libro sono messe a confronto due immagini di Parigi. Quella contemporanea di Mercier e quella futura (appunto del 2440), rivelata da un sogno. La prima immagine, quella settecentesca, è ricca di ingiustizia, di soperchieria, di corruzione, di disordine, di sporcizia. La Senna è puzzolente e trascina il letame della metropoli. Sulla quale pesa una cappa di fumo che ingrassa i polmoni. La seconda immagine, quella sognata di sette secoli dopo, mostra una città in cui sono state realizzate le riforme vagheggiate dall’Illuminismo. La società è regolata da una saggia amministrazione, è fondata sulla tolleranza, la virtù, la giustizia. La contrapposizione delle due immagini consente a Mercier di sottolineare la Parigi «monstre» del suo tempo. Senza dare all’orrida espressione quel tocco mitico che arriverà con Balzac e Baudelaire. Repubblica Nazionale 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 Cinquant’anni fa, nell’estate 1958, un art director destinato a diventare un grande fotografo, Art Kane, ebbe un’idea “irrealizzabile”: mettere insieme, alle dieci del mattino in una strada di Harlem, tutti i grandi jazzisti dell’epoca d’oro Ci riuscì e lasciò al mondo uno scatto sensazionale e una sintesi perfetta SPETTACOLI del secolo che si era e si sarebbe mosso al ritmo della musica afroamericana ART BLAKEY COME HO FATTO AD ARRIVARE IN TEMPO? NIENTE DI PIÙ FACILE, QUELLA È CASA MIA, È LÌ CHE ABITAVO Nella mia vita ho avuto solo i Jazz Messengers, quella è davvero roba mia, e tutti i più bravi giovani musicisti prima o poi sono venuti da me, a suonare nella mia band. La mia più grande seguace era una donna di nome Sara, veniva ovunque, anche quando aveva 87 anni All That Jazz P roviamo a immaginare. Cosa sarebbe successo se ognuno dei presenti avesse portato con sé il suo strumento? Facile, sarebbe stata la più grande jam session di tutti i tempi. Ma anche così, silente, immutabile, la foto rimane sensazionale, probabilmente la più famosa di tutta la storia del jazz, e fu scattata esattamente cinquant’anni fa, da Art Kane, un brillante art director che fino a quel momento non sapeva ancora che sarebbe diventato un fotografo. L’idea partì da Robert Benton, allora editor della rivista Esquire, poi sceneggiatore di successo e regista (Kramer contro Kramer). Benton voleva celebrare quella che veniva percepita allora come l’età d’oro del jazz, la golden age, il massimo periodo di fulgore della musica afroamericana, considerando che in quel momento il jazz traboccava di straordinari interpreti. Le generazioni degli anni Venti, Trenta e Quaranta si erano accavallate per cui c’erano ancora le personalità delle origini, i padri fondatori come Armstrong, i maestri d’orchestra come Duke Ellington, ma c’erano stati anche i boppers, il cool jazz e i moderni, giganti come Miles Davis, Sonny Rollins, Monk, Charlie Mingus, in una simultaneità di impressionante ricchezza. Ma come celebrare questa grandeur? Benton pensò di chiamare Art Kane, allora brillante art director e appassionato di jazz, e Kane se ne uscì con un’idea che lo lasciò senza parole: mettiamo insieme tutti i jazzisti che riusciamo a trovare, gli disse, e li raggruppiamo in una sola istantanea. Pura follia, pensò Benton, considerando che i musicisti erano la categoria più vaga e imprendibile che ci fosse in giro, ma decise che comunque valeva la pena di dare una chance al giovane art director, che si mise subito all’opera. Era l’estate del 1958. Art Kane a quel tempo non aveva uno studio, non era neanche un fotografo, e allora pensò di organizzare la session fotografica all’aperto, in una qualsiasi strada di Harlem. Del resto se New York era la capitale del jazz, Harlem era il cuore pulsante della grande mela, la Mecca nera, l’epicentro della Black renaissance, e lo era fin dagli anni Venti, quando molti dei musicisti del sud emigrarono verso nord, e tutti gli stili, dallo stride piano allo swing comin- La leggenda della foto impossibile GINO CASTALDO ciarono a fiorire. Era l’epoca dei leggendari ritrovi come il Cotton club, dove suonava l’orchestra di Ellington, o del mitico teatro Apollo. Harlem era lo scenario ideale, ma nessuno ricorda più con esattezza perché fu scelto proprio quell’angolo tra la diciassettesima e la centoventiseiesima, davanti a una di quelle case in pietra marrone chiamate “brownstone”. Secondo Scoville Browne, uno dei musicisti minori immortalati nella foto, quella strada era familiare perché c’era una specie di locanda, molto nota tra i musicisti, che per una «ragionevole somma» dava vitto e alloggio agli spiantati. L’appuntamento fu fissato per le dieci di mattina, altra follia considerando che era l’ora più improbabile per incontrare un jazzista sveglio e nel pieno delle sue facoltà mentali. Da questo punto di vista i jazzisti erano come bambini, artisti di genio ma indisciplinati, nottambuli, rigorosamente privi dell’idea di puntualità. Bud Freeman, anche lui nella foto, racconta che un’idea del genere sembrava fuori dalla portata di chiunque. Il jazz si suonava specialmente di notte, i musicisti girovagavano da un locale all’altro, i momenti più infuocati delle jam session erano a tarda notte, insomma non si andava mai a dormire prima delle quattro del mattino. E a New York suonavano tutti, tutte le notti, in uno dei periodi più elettrizzanti di tutta la musica del secolo scorso. Anche Gerry Mulligan racconta che rimase immediatamente affascinato dalla proposta ma che fino all’ultimo rimase piuttosto scettico sull’idea che potesse davvero concretizzarsi. Chissà, forse fu proprio la stranezza della proposta a scatenare un meccanismo imprevedibile. A dispetto di ogni legittima previsione, come sospinti da un irresistibile richiamo, uno dopo l’altro cominciarono ad arrivare tutti, o quasi, i jazzisti convocati. Pochi i ritardatari, e non decisivi (gente come Charlie Rouse e pochi altri, e li fotografò Dizzy Gillespie, in un gruppetto insieme a Lester Young, che invece fu presente allo scatto), arrivò in tempo anche Willi “the lion” Smith, il leggendario maestro dello stride piano, ma rimase fuori dalla foto perché si era allontanato per pochi minuti nel momento decisivo. Con lui sarebbero stati cinquantotto, esattamente come l’anno in cui tutto questo succedeva. Nella foto ne sono stati immortalati cinquantasette. Come per miracolo Art Kane e i suoi collaboratori, videro arrivare mostri sacri come Coleman Hawkins e Count Basie, la leggenda del sax tenore Lester Young, il grande maestro delle percussioni Art Blakey, poi ancora Sonny Rollins, allora già affermato talento del sax, il geniale Charlie DIZZY GILLESPIE Una volta mi invitarono alla Casa Bianca, da Jimmy Carter. Quando arrivai dissi ai sorveglianti che avevo un libro da regalare al presidente, ma nessuno mi aveva riconosciuto, così non volevano farmi passare Alla fine passai, portai il libro a Carter che mi ringraziò con molta gentilezza Ma neanche lui mi aveva riconosciuto. POI SALII SUL PALCO, PRESI LA TROMBA E GONFIAI LE GUANCE. CARTER MI RICONOBBE Repubblica Nazionale DOMENICA 24 FEBBRAIO LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 LA MAPPA 1 Hilton Jefferson 2 Benny Golson 3 Art Farmer 4 Wilbur Ware 5 Art Blakey 6 Chubby Jackson 7 Johnny Griffin 8 Dickie Wells 9 Buck Clayton 10 Taft Jordan 11 Zutty Singleton 12 Red Allen 13 Tyree Glenn 14 Miff Molo 15 Sonny Greer 16 Jay C. Higginbotham 17 Jimmy Jones 18 Charles Mingus 19 Jo Jones 20 Gene Krupa 21 Max Kaminsky 22 George Wettling 23 Bud Freeman 24 Pee Wee Russell 25 Ernie Wilkins 26 Buster Bailey 27 Osie Johnson 28 Gigi Gryce 29 Hank Jones 30 Eddie Locke 31 Horace Silver 32 Luckey Roberts 33 Maxine Sullivan 34 Jimmy Rushing 35 Joe Thomas 36 Scoville Browne 37 Stuff Smith 38 Bill Crump 39 Coleman Hawkins 40 Rudy Powell 41 Oscar Pettiford 42 Sahib Shihab 43 Marian McPartland 44 Sonny Rollins 45 Lawrence Brown 46 Mary Lou Williams 47 Emmett Berry 48 Thelonius Monk 49 Vic Dickenson 50 Milt Hinton 51 Lester Young 52 Rex Stewart 53 J.C. Heard 54 Gerry Mulligan 55 Roy Eldgridge 56 Dizzy Gillespie 57 Count Basie SONNY ROLLINS Sì, quella foto fu scattata poco prima che sparissi. Un lunga storia, molti mi hanno chiesto perché per due anni non mi sono fatto più vedere. Ma il fatto è che io MI CONSIDERO UN AUTODIDATTA, E SENTO IL BISOGNO DI RIMETTERMI A STUDIARE per capire veramente quello che voglio fare FOTO © ART KANE ARCHIVE GERRY MULLIGAN Mingus, perfino l’imperscrutabile, enigmatico Thelonious Monk, l’eccentrico Dizzy Gillespie, e poi Gerry Mulligan, Johnny Griffin, Marian McPartland e Mary Lou Williams, Jimmy Rushing, Oscar Pettiford, Gene Krupa, una specie di sogno a occhi aperti per qualsiasi appassionato, cinquantasette solisti, tutti in un solo colpo, un gruppo che rappresentava più generazioni stilistiche: dal tradizionale ai modernisti, fino agli innovatori. Dai classici come Pee Wee Russel e Buster Bayley fino ai giovani talenti emergenti come Horace Silver e Art Farmer. Lo stupore era palpabile, erano tutti meravigliati di ritrovarsi lì in tanti, gli stessi musicisti erano dubbiosi, poi contenti come ragazzi in gita. In un dvd uscito di recente col titolo A great day in Harlemci sono brevi spezzoni filmati della preparazione dello scatto. Sembra un party improvvisato, una festicciola tra amici che non si sono mai incontrati prima nello stesso posto, una festa decisamente bizzarra, però, perché invece di svolgersi di notte in un locale della cinquantaduesima strada, si svolgeva in una stradina di Harlem, alle dieci di mattina. La foto di famiglia coglie perfettamente lo spirito del tempo, i carattere dei singoli musicisti: Mingus strafottente con la sigaretta che pende da un lato; Monk con gli occhiali scuri, impenetrabile; Coleman Hawkins sorridente e autorevole. Coglie soprattutto la magia di un momento, l’istantanea di quell’anno d’oro che oggi si situa più o meno al centro di tutta la storia del jazz, equidistante dalle origini e dal momento attuale, una boa da cui parte una storia che arriva dritta fino ai giorni nostri. In fondo oggi, nella maggior parte dei casi, il jazz non si suona in modo eccessivamente diverso da come facevano Mingus, Rollins, Thelonious Monk, o almeno non tanto diverso da come ci si aspetterebbe dopo cinquant’anni di evoluzione stilistica. Questo ci dimostra quanto quelle invenzioni fossero avanzate, moderne, ma anche che la forza creativa di quei giorni era talmente forte da rimanere come un imprinting, difficilmente superabile. In quel gruppo c’è tutta la maestria, il tesoro culturale del jazz. Charlie Parker (scomparso tre anni prima) e Dizzy Gillespie avevano riportato in auge la sfrenata vertigine dell’improvvisazione, dopo anni di lussureggianti eccessi spettacolari, avevano ridato al jazz la sua purezza creativa, un senso di libertà insofferente ai vincoli formali, definendo una lezione il cui significato dura inalterato fino ai nostri giorni. In particolare nel 1958 il jazz stava vivendo il brivido di un’altra rivoluzione. Mingus, Rollins, Davis, Coltrane stavano spingendo la ricerca verso una definitiva apertura. Da lì a pochi mesi sarebbe esploso il “free jazz”. Ed erano anche gli anni dell’emancipazione del mondo afroamericano. Nel rinascimento artistico che si respirava c’era anche il riscatto culturale dei neri, anticipazione del fiume in piena che sarebbe stata la lotta per i diritti civili negli anni Sessanta. Anche di questo orgoglio c’è traccia in questa foto. Una giornata che ha lasciato tracce profonde in chi l’aveva pensata e organizzata. Robert Benton ha dichiarato di aver imparato molto quel giorno, e di aver portato quel patrimonio nella sua carriera hollywoodiana. Art Kane non era neanche un fotografo, ma in quel giorno fondamentale si decise la sua vita futura. «Me ne venni fuori con questa idea oltraggiosa e l’ho vista prendere corpo nel modo in cui l’avevo immaginata», ha raccontato anni dopo, «guardare tutti quei musicisti muoversi su quegli scalini nella centoventiseiesima strada era magnifico. Ho capito in quel momento cosa volevo fare della mia vita. Volevo essere un fotografo». E ci riuscì diventando uno dei fotografi musicali più accreditati, esaltato da Andy Wahrol e premiato da innumerevoli riconoscimenti. Ha scattato foto memorabili di jazzisti, ma anche di rockstar come Dylan e i Rolling Stones. E del resto, dopo quella bruciante partenza, dopo aver fissato al suo primo scatto la più famosa foto di jazz di tutti i tempi, cos’altro avrebbe potuto fare nella vita? È stata un’idea notevolissima Ecco perché non potevo fare a meno di esserci L’IDEA DI AVERE NELLO STESSO POSTO TUTTI QUEI JAZZISTI ERA UNA SPECIE DI UTOPIA difficile da credere, soprattutto perché l’appuntamento era alle dieci di mattina, e questo è il motivo per cui non ci credevo, eppure riuscì, ed ero molto affascinato da quell’incontro REPUBBLICA.IT Da oggi su Repubblica.it lo speciale interattivo "Jazz Portrait": è possibile cliccare sulla foto e ascoltare le storie dei grandi del jazz raccontate da Gino Castaldo I servizi multimediali, curati da Alessio Balbi, sono una produzione Repubblica.it, Repubblica Tv e La Domenica di Repubblica Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 i sapori Pollica (Sa) Cultura materiale Il bel borgo marino di Pioppi, frazione del comune virtuoso di Pollica (settanta per cento di raccolta differenziata), nel parco del Cilento, ospita il Museo della dieta mediterranea, nata qui mezzo secolo fa grazie al ricercatore americano Ancel Keys itinerari DOVE DORMIRE DOVE MANGIARE DOVE COMPRARE AGRITUR LE SERRE Serre di fiume Località Acciaroli TEL. 0974-904036 Camera doppia da 80 euro, colazione inclusa LA CAUPONA Via Caracciolo Tel. 0974-905251 Chiusura variabile, menù da 30 euro L’ANGOLO DELLA GASTRONOMIA Via Caracciolo 205 Senza telefono La pasta, il pane, il vino, l’olio, il miele, il caffè Pane Si moltiplicano anche in Italia le esposizioni permanenti dedicate al cibo, alle sue filiere, alla sua storia E adesso un libro raccoglie i circa cento indirizzi che formano una rete capace di aiutarci a non dimenticare la nostra tradizione contadina Oltre alla bella esposizione allestita nel Castello Visconteo di Sant’Angelo Lodigiano, nel Milanese, esiste una struttura diffusa nella campagna di Maiolo, Pesaro Urbino, battezzata “zona Bio Italy” dalla Ue, con oltre cinquanta forni Gallerie delgusto Maiale Trenta salumi nostrani protetti dalla Ue giustificano la nascita del museo con percorso sensoriale multimediale, nato tre settimane fa a Carpineto Sinello, Chieti, borgo dedito all’allevamento, trasformazione e commercio del maiale LICIA GRANELLO angiare al museo è facile, perfino banale. Mangiare il museo è tutt’altra cosa. È questo il vero fascino dei musei del cibo disseminati nel mondo, dalla monumentale aragosta australiana che campeggia a pochi km da Cairns per invitare i turisti a scoprire i segreti della regina del mare del Queensland, alla “Hamburger Home” di Seymour, Wisconsin, terra-madre del sandwich di carne. Nessun’altra esposizione di arte&cultura coinvolge i cinque sensi per intero. Per quanto straordinari siano gli allestimenti, per quanto alto sia il livello delle opere selezionate, impossibile andare oltre al più estasiato degli sguardi, all’ascolto più attento dei commenti dell’audio-guida. Nei musei del cibo è diverso: certo, si guarda e si ascolta. Ma poi si annusa, si tocca, si gusta, in un percorso che coinvolge anima e corpo, con l’aggettivo “multisensoriale” al centro dell’esperienza. Certo, non tutti i musei sono uguali, anche tra quelli che parlano di un singolo cibo, che siano bistecche o tartufi, arance o biscotti. Più i paesi sono distanti dalla cultura popolare del cibo, più i musei dedicati sono costruiti in maniera sgargiante, trionfante, eccessiva. Spesso, la spettacolarizzazione degli alimenti nasconde l’incertezza delle filiere, gli artifici delle produzioni, l’amnesia dei sapori originari. In compenso, il “Paese goloso” ancora stenta a riconoscersi come paradiso della cultura alimentare. I nostri musei del cibo non sono sistematizzati: al contrario, appaiono e scompaiono dalla geografia delle esposizioni alimentari, ostaggio delle iniziative di singole aziende o di consorzi virtuosi, come fosse vergognoso dare sostanza intellettuale alla banalità del mangiare quotidiano. E invece, basta entrare in uno delle decine di luoghi recensiti nel bel libro a cura di Culturagastronomica. it, per respirare cultura vera insieme ai meravigliosi afrori di pasta, pane, olio, caffè, vino, miele. Difficile, se non impossibile, trovare giganteschi crostacei di plastica o mostruosi super-panini ad accoglierci all’ingresso. Ma una volta all’interno, ci si riscopre ragazzini curiosi, ammaliati da percorsi sobri nella disposizione e ricchissimi di ancoraggi storici, sociali, scientifici, organolettici. Perché malgrado il cibo ci piaccia, ci incuriosisca, ci affascini, ne sappiamo poco o nulla. Il distacco ormai cinquantenario dalle generazioni che avevano un rapporto diretto e massiccio con la produzione alimentare — l’Italia contadina — ci ha privati di una sapienza millenaria. Reciso il cordone ombelicale con la Terra Madre, la filiera del cibo è diventata mistero glorioso, un po’ come quando in Non ci resta che piangere, Massimo Troisi cerca di spiegare a Leonardo da Vinci il funzionamento della locomotiva senza riuscirci. Le domande sono mille, dalla differenza tra lievito naturale e lievito di birra, a come si possono ottenere vini bianchi da uve nere, da quant’è pericolosa l’afta epizootica a che cos’è la raffinazione dello zucchero. Piccole grandi questioni che non ci poniamo mai: quando facciamo la spesa, quando mangiamo, quando offriamo cibo, diamo tutto per scontato, senza troppo pensarci su. E invece, dentro i musei, passando da una sala all’altra, si moltiplicano i rimbalzi tra memorie d’infanzia e rivelazioni inattese, odori dimenticati e nuove tecnologie fulminanti. Se ancora non vi basta, regalatevi due itinerari a latere. A Santa Vittoria d’Alba, Cuneo, sede della Diageo Glass Collection, che espone oltre cento bicchieri, coppe e calici da 2.500 anni a oggi. Oppure, raggiungete l’antica città di Acerra, nel Napoletano, e il suo bellissimo Museo di Pulcinella, dove troverete l’inno ai maccheroni e al cibo da strada. A fine tour, guai a chi si nega un piatto di spaghetti al pomodoro, mangiati rigorosamente con le mani. M La voglia di mangiarsi il museo Mostra e libro A continuazione ideale di CioccolaTò, la mostra-mercato in corso a Torino (fino al 2 marzo), il Museo del Gusto di Frossasco dedica al cacao due giornate (2 e 9 marzo). In programma, laboratori, degustazioni e percorsi didattici interattivi È in libreria “I Musei del Gusto: mappa della memoria enogastronomica” (Carsa Edizioni, 264 pagine, 20 euro) Una guida ai quasi cento siti italiani che conservano e valorizzano la tradizione Acciuga La tradizione della pesca del pesce azzurro è stata “cristallizzata” dai fratelli Balistreri, pescatoritrasformatori di Aspra, Palermo Nel museo viene ripercorsa la millenaria lavorazione dell’acciuga sotto sale Repubblica Nazionale RONOMIA DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 Langhirano (Pr) Alghero (Ss) Nella Food Valley più famosa del mondo è nata una rete museale che comprende parmigiano, salame di Felino, pomodoro e salumi di Parma, raccontati anche attraverso quadri famosi, come Natura morta con prosciutto crudo di Paul Gauguin A pochi chilometri dalla cittadina sarda, la più celebre azienda vinicola dell’isola ha istituito il Museo del vino delle cantine Sella&Mosca Una sezione è dedicata ad Anghelu Ruju, necropoli nuragica che battezza un vino liquoroso DOVE DORMIRE DOVE MANGIARE DOVE COMPRARE DOVE DORMIRE DOVE MANGIARE DOVE COMPRARE AL GLICINE B&B Via Vidiana 16 Località Cascinapiano Tel. 0521-864244 Camera doppia da 65 euro, colazione inclusa LA CANTINETTA Via Calestano 14, Felino Tel. 0521-831125 Chiuso domenica sera e lunedì, menù da 50 euro SALUMERIA UGOLOTTI Via Tanara 2 Tel. 0521-861174 LOCANDA DEL TROVATORE Frazione Tottubella Tel 079-389602 Camera doppia da 80 euro, colazione inclusa ANDREINI Via Ardoino 45 Tel. 079-982098 Chiuso mercoledì, menù da 45 euro ENOTECA DEL QUARTIERE Via Is Maglias 96 Tel. 070-280702 Dalla terra alla tavola Peperoncino Miele Arnie, alveari, affumicatori, smielatori, torchi, maturatori: tutto il mondo delle api raccontato a Lavarone, in Trentino. La famiglia Marigo, una lunga pratica di apicoltura, mette a disposizione anche una biblioteca specializzata Un capitello sormontato da uno sgargiante peperoncino rosso fuoco è il logo del museo insediato nel Palazzo Ducale di Maierà, Cosenza, regno dell’oro rosso. All’interno, storia, varietà, caratteristiche e quadri d’ispirazione piccante MASSIMO MONTANARI U Confetto L’originaria sede della fabbrica – un’antica palazzina Liberty nel cuore di Andria – è oggi il museo dalla famiglia Mucci, fondatrice e proprietaria dell’azienda. Un itinerario che attraversa la secolare storia dei bon bon cuore di mandorla Cioccolato Un’antica fabbrica ricostruita con macchinari originali nobilita il museo Perugina a San Sisto, Perugia. A Norma, Latina, copie di strumenti Maya e pubblicità di inizio Novecento. Golosa la mostra Alprose, sul lago di Lugano Pasta Nel percorso allestito all’interno di palazzo Scanderbeg, ai piedi del Quirinale, si racconta la filiera del grano e i rapporti con la Cina di Marco Polo, ma anche le incursioni letterarie e quelle cinematografiche, da Totò a Ingrid Bergman Olio Una lucerna a olio di fattura romana, con il Mercurio alato che corre nel vento, è il simbolo del museo creato dalla famiglia Lungarotti a Torgiano, Umbria, vicino a quello dedicato al vino In Andalusia, museo diffuso tra Baeza, Jaen, Ubeda e Baena n’espressione come “Musei del gusto” fino a pochi anni fa era impensabile. Se oggi esiste addirittura un volume con questo titolo, vuol dire che qualcosa di importante è successo. È successo che la dimensione culturale del cibo e di tutto ciò che gli ruota attorno (attenzioni materiali e mentali, saperi e tecniche, strumenti e simboli) è stata finalmente recepita nella coscienza collettiva. Sempre più spesso, oggi, le parole cibo e cultura sono associate, non perché — attenzione — al cibo si affianchi la cultura ma perché il cibo è cultura, in tutte le fasi che ne scandiscono il percorso: dal reperimento delle risorse alle forme di produzione, dai modi di preparazione e trasformazione ai sistemi di conservazione, dalle politiche di distribuzione alle possibilità sociali di accesso al consumo, fino al momento finale del cibo e della bevanda che scivolano dentro il corpo dell’uomo, materia arricchita dei valori di cui l’uomo stesso, nel frattempo, l’ha caricata. Dalla terra alla tavola, questo percorso è denso di contenuti e di significati che richiamano l’intero patrimonio culturale di una società. Di questo oggi siamo più consapevoli, perché le ragioni del corpo hanno finalmente fatto breccia nella nostra visione dell’uomo e della storia. Con la scoperta, per qualcuno forse imprevista, che le ragioni del corpo portano con sé anche quelle dello spirito, poiché non esistono cose senza simboli, né simboli senza cose. Allora ben vengano i “musei del gusto”, che ci parlano di cose ma anche di simboli: di come si coltiva un vigneto ma anche dei significati che il vino ha assunto nella nostra civiltà; di come si apre una bottiglia ma anche delle tecnologie e, perché no, dell’estetica che accompagna la fabbricazione di un cavatappi; di come si fa l’olio, o si raccoglie il sale, o si innesta un albero da frutto; di come si elaborano squisiti formaggi e salumi, distillati e liquori. Di ciò e di molto altro si parla in questi musei, sempre più numerosi nel nostro paese, segno di un’attenzione e di una domanda nuova, di un turismo intelligente che non si accontenta più del monumento famoso o della grande collezione d’arte, ma vuole capire il senso di un territorio, dei rapporti consolidati (ma delicati, e perciò sempre a rischio) che ogni società ha saputo intrattenere con l’ambiente che le ha consentito di vivere. Questi musei testimoniano la cultura del lavoro che storicamente ha sostenuto, con l’intelligenza, le necessità quotidiane dell’uomo, ma anche i suoi piaceri, giacché non sta scritto da nessuna parte che il bisogno non possa accompagnarsi al piacere, e che la storia della fame sia necessariamente altra cosa dalla storia della gastronomia. Che si tratti di un’attenzione nuova è evidenziato dalle date di apertura dei “musei del gusto”, non anteriori (salvo nobili eccezioni) agli anni Novanta del Ventesimo secolo. Essi sono dedicati a singoli prodotti o a filiere produttive complete, a raccolte di oggetti tradizionali o di moderno design, a testimonianze di singoli uomini (capitani d’impresa, intellettuali, contadini) o di intere comunità. L’immagine che ne esce è quella di un patrimonio culturale diffuso capillarmente sul territorio, secondo un modello che si riconosce come tipicamente italiano. Esattamente come il patrimonio artistico, anche quello gastronomico si caratterizza in Italia per l’assenza di “capitali”, di luoghi egemoni, di particolari concentrazioni: è un patrimonio sparso, che testimonia la ricchezza e la profondità di una cultura. Sale In Romagna, il Gruppo civiltà salinara di Cervia ha fondato il Musa, dove viene celebrato il sale dolce, frutto della fatica quotidiana dei raccoglitori A Nubia, fra Trapani e Marsala, si raccontano la “via del sale”, l’isola di Mozia e i suoi mulini Repubblica Nazionale 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA le tendenze Sempreverdi DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 Un museo nomade progettato dall’architetto Zaha Hadid porterà in tutto il mondo opere d’arte ispirate alla celebre “2.55”, creata mezzo secolo fa da “Mademoiselle” e via via rivisitata. Un’occasione per una carrellata sul mix tradizione-novità che connota il mercato del più amato tra gli accessori femminili Borse mito La miglior amica delle donne da Chanel a Fendi IRENE MARIA SCALISE oleva essere libera e si è inventata la tracolla. Era stanca di portare la borsa a mano e le ha aggiunto una lunga catena. Aveva il timore di perderla e ha brevettato l’antifurto più chic. Lei era Cocò Chanel. Per gli intenditori Mademoiselle. Per le donne un mito. La borsa era, ed è, la “2.55”. In codice la data di nascita della borsa-mito: febbraio 1955. Per darle il giusto volume ha disegnato il matelassè a losanghe, ispirandosi agli abiti dei garzoni delle scuderie e ai cuscini del suo canapè. Ha creato delle tasche segrete per nascondere biglietti galanti e il tubo del rossetto. Per renderla più preziosa ha concepito un fermaglio saliscendi. «Mi sono servita del mio talento come di un detonatore», raccontava ai suoi amici più fedeli. E il mondo si è innamorato proprio del suo talento. La sua “2.55” l’hanno voluta Jackie Kennedy, Liz Taylor e Romy Schneider. E, in tempi più recenti, Renée Zellweger e Cristina Ricci. Più milioni di ragazze di tutte le età: dai diciotto ai novant’anni. Oggi, a distanza di cinquantatré anni, la maison parigina ha deciso di celebrare la “2.55”. E per farlo ha chiesto all’architetto Zaha Hadid di disegnare un museo portatile. Una struttura itinerante dalla forma futuristica. Un gioiello architettonico di settecento metri quadrati. All’interno le opere di diciannove artisti internazionali. È il “Chanel Contemporary Art Container” che sarà inaugurato il 27 febbraio a Hong Kong, dove resterà fino al 5 aprile. E poi, fino al 2010, girerà il mondo: Tokyo, New York, Los Angeles, Londra, Mosca, Parigi e, forse, anche una tappa italiana. Ogni artista ha fornito la sua personalissima interpretazione dell’oggetto del desiderio. Yoko Ono si è fatta fotografare, Blue Noses ha immaginato un mondo post- apocalisse in cui la “2.55” si trasforma in una sacca tuttofare, Sophie Calle sta cercando donne che hanno una “2.55” allo scopo di acquistare le loro borse e, soprattutto, i loro contenuti. In quel febbraio del 1955, quando per la prima volta fu messa in orbita, la borsa era declinata in tre misure: la gigante, che fu subito abbandonata; la media per il giorno; la piccola per la sera. Il modello da giorno era in pratica in pelle, quello da sera in jersey o seta. Anche questo fu un atto audace: nessuno aveva mai osato il jersey per le borse. La catena d’oro era intrecciata con la pelle o con il tessuto, come quella che la stilista inseriva nel fondo delle giacche per una caduta perfetta. La borsa era lavorata con la stessa perizia di un abito e, ancora oggi, nei laboratori di Verneuil en Halatte (alle porte di Parigi) ci vogliono centottanta passaggi per una fabbricazione che impegna sei persone per dieci ore. Era elegante ma anche pratica. Sprezzante del superfluo, Cocò l’aveva disegnata all’insegna del dettaglio funzionale e, per la tracolla, aveva preso spunto dalle bisacce dei militari e dalle pesanti sacche adottate dalle donne che, in tempi d’indigenza, andavano in bicicletta. Karl Lagerfeld dal 1983, anno in cui è diventato lo stilista della griffe, l’ha rivoluzionata nei materiali: tweed, denim, flanella, coccodrillo e crochet. Ma l’identità rimane sempre la stessa. Sempre quest’anno si celebra un’altra borsa che ha fatto girare la testa alle donne: la baguette di Fendi compie dieci anni. Perfetta con i jeans e con gli abiti da sera, realizzata in incredibili varianti, è diventata rapidamente un nuovo mito. Per l’occasione Silvia Venturini, direttore creativo del gruppo, ha ideato un modello in tela total white da colorare con speciali pennarelli. La personalizzazione assoluta. Non solo. La maison romana ha deciso di proporne una collezione Anniversary di dieci borse in dieci colori puri. Fendi firmerà anche una collezione in edizione limitata di dieci mini Be@rbricks (i toys giapponesi ultra fashion) nei colori delle baguette dell’anniversario. V SIMBOLI Per le più eccentriche ecco la borsa “casas” con i simboli più cari a Chanel: N°5, la camelia, Coco Chanel, il cuore, mademoiselle, la farfalla e la stella SUPERCLASSICA È decisamente il classico dei classici Pensata per chi predilige uno stile sobrio ma sempre chic: è la borsa in matelassé, in tessuto nero prezioso e con la catena dorata BAULETTO Diventa quasi un raffinato mini bauletto la borsa Chanel in matelassé rosa confetto La doppia C della chiusura e le decorazioni sono in luminosi brillanti che ritornano anche nella catena IDENTIKIT DELLA “2.55” Come nasce la borsa-simbolo di Chanel: dall’alto, il classico logo; chi la lavora: sei persone per dieci ore di lavoro; alcuni dei 180 passaggi di fabbricazione tra i quali quello dell’inconfondibile catena; il prodotto finito Prezzo 1.250 euro AL BRACCIO DELLE DIVE L’attrice italiana Claudia Cardinale, in una foto del 1963, con al braccio la “2.55” la mitica borsa creata da Coco Chanel Repubblica Nazionale DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 CHANEL MOBILE ART Il Chanel Contemporary Art, ideato da Zaha Hadid per la mostra itinerante “Chanel Mobile Art” È alto sei metri, lungo quarantacinque e largo trenta Il mio padiglione-toro per l’icona Cocò ZAHA HADID o incontrato per la prima volta Karl Lagerfeld nella hall del nostro albergo, il Mercer Hotel di New York. E non avrei mai pensato che il risultato di quell’incontro casuale sarebbe stato il progetto Mobile Art Pavillion. Negli ultimi dieci anni, ho esplorato la fluidità delle forme e dei sistemi naturali, come è evidente nel padiglione che ho realizzato. Quello che mi ha affascinato del Mobile Art Pavillion è stato accettare la sfida di tradurre l’intellettualità e la fisicità in sensualità, facendo esperimenti con ambienti inaspettati, che creano una situazione di immersione assoluta. Il tutto pensato per questa celebrazione globale delle creazioni iconiche della Chanel. Io vedo questo padiglione come una sorta di opera d’arte totale, che reinventa continuamente se stessa trasferendosi dall’Asia, agli Stati Uniti, all’Europa. Lo schema della struttura è molto semplice. Si tratta di una sorta di anello. Entri ed esci dallo stesso punto. Si entra dentro e si guarda la mostra. C’è anche uno spazio centrale dove si può collocare l’esposizione, ma la struttura è anche un posto per girare, starsene a chiacchierare. Il visitatore si muove in cerchio attraverso tutta la mostra, come una specie di spirale, e alla fine si trova all’aperto. Non solo. Il padiglione dovrà essere trasportato in contesti diversi, quindi la complessità della geometria è stata risolta parametricamente: la struttura può anche essere portata via e assemblata di nuovo altrove. L’opportunità di progettare il padiglione Chanel Mobile Art ha aggiunto un elemento essenziale al mio repertorio e ha ispirato la mia creatività, tenendomi dentro a questa dimensione di avanguardia culturale e aiutandomi a mantenere un rapporto con il mondo dell’arte. Continuare a suscitare curiosità è un tema costante nel nostro lavoro. Noi architetti siamo interessati a costruire edifici che evochino esperienze originali, una sorta di estraneità e novità paragonabile all’esperienza di visitare un paese nuovo o di girare per un quartiere affascinante di una città, in una zona che non si è mai avuto occasione di esplorare. Per questo padiglione nomade mi ha ispirato la creazione più famosa della maison Chanel, la borsa trapuntata che ha attraversato tutto il mondo. È estremamente interessante, per me, perché la moda di Chanel è un’entità globale che ha una presenza fortissima ovunque. La maison è famosa per i suoi strati sovrapposti di tessuti raffinatissimi e per la cura squisita dei particolari che porta gli stilisti a creare i pezzi più eleganti e organici per ogni collezione. Il padiglione Mobile Art rispecchia questa filosofia di stratificazione e fluidità. Gli studi che abbiamo fatto recentemente sulle forme e i sistemi naturali hanno consentito questa fluidità assoluta, che è molto evidente nel padiglione. Per realizzarlo, abbiamo esplorato le forme organiche che risaltano, in particolare, nelle conchiglie a spirale. Questo sistema di crescita e organizzazione è tra i più diffusi in natura e permette un’espansione adeguata verso la sua circonferenza, mettendo a disposizione consistenti aree pubbliche all’ingresso del padiglione, per interagire con le condizioni del luogo in cui verrà collocato in ogni città. La forma del padiglione è una distorsione parametrica di un toro, che nella sua forma geometrica pura è il diagramma di base di uno spazio espositivo. E visitandolo vi renderete conto che la distorsione crea una costante varietà di spazi espositivi interni. Traduzione di Fabio Galimberti H COLORE DEL MARE È molto estiva la borsa dal colore del mare caraibico ideata da Diane Von Fürstenberg In morbida pelle lavorata, è decorata con bottoni e rifiniture a forma di pasticche argentate. Il tocco in più sono i comodi manici che lasciano le mani libere MATERIALI RICICLATI È politicamente corretta la grande borsa Drawer Bag di Carmina Campus realizzata da Ilaria Venturini Fendi esclusivamente in materiali riciclati. Per ogni borsa sono necessarie quasi sette ore di lavoro e il risultato finale è un oggetto unico dalle rifiniture accurate PELLE DI PESCE È in pregiatissima pelle di razza la borsa Alidio Michelli ideata dalla bravissima stilista newyorkese Alison Miller Piccola e rigida, nasconde all’interno una preziosa catena per poterla utilizzare come tracolla MAGLIA ARGENTATA È un capolavoro di lavorazione la maglia argentata ideata da Jean Paul Gaultier per la sua borsa morbida e dalla dimensione intermedia Il manico, invece, è rigido e ha il logo inciso sul metallo JOLLY PER L’ESTATE Per quelle donne che le borse le amano solo extra large c’è la borsa Armani in un elegante colore neutro. Potrà divenire l’accessorio jolly dell’estate da indossare a giugno e togliere a settembre FERMAGLIO BRILLANTE Preziosa borsa da sera per Casadei È in materiale lucido e dal colore rosa shocking Le rifiniture sono in color argento e il fermaglio è impreziosito da cinque brillantini luminosi FOTO RUE DES ARCHIVES Anniversario CAFFELLATTE Riprende i colori del caffè e latte la borsa bicolore di Marni È in vernice lucida con tasca doppia sul davanti e un singolare manico regolabile in colore contrastante La baguette di Fendi compie dieci anni e la maison festeggia con una collezione Anniversary di dieci borse in altrettanti colori puri. Piccola e funzionale è ormai diventata un accessorio classico MISURA MAXI È in lucida pelle argentata l’ampia borsa voluta da Sigerson Morrison. La tracolla è una catena argentata in ampia maglia Perfetta per il giorno grazie alla dimensione maxi, per via del colore si adatta anche a una sera elegante Repubblica Nazionale 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008 l’incontro Non è solo quello dei “Cento passi” e della “Meglio gioventù”: si sente soprattutto uomo di teatro, affascinato dalla tragedia greca Come le “Baccanti”, di cui sta portando in scena un adattamento. Merito della sua terra, la “Sicilia di Empedocle e dei sofisti dove cresci con una maschera, sempre in sospeso tra memoria e dimenticanza. E non cambi più” Per questo, dice, “quando recito parto dalla mia imperfezione” Alla ribalta Luigi Lo Cascio come se fossi fatto di carta velina. Da vent’anni peso sempre uguale. Eppure mi piace la pasta e ne mangio tantissima. E bevo molto vino siciliano. Ho anche presentato personalmente il vino Cento Passi della cooperativa Placido Rizzotto, ucciso dalla mafia, un prodotto che viene dai terreni vinicoli strappati a Cosa nostra nella Sicilia occidentale. Sarà anche che ho fatto un bel po’ di atletica leggera specializzandomi in salto triplo e in salto in lungo al Cus di Palermo, una cosa che ti dà rigore e allenamento utilissimi al mestiere dell’attore. Sarà che a Roma vado volentieri a piedi e cammino a passo veloce per quaranta-cinquanta minuti, mettiamo da Torre Argentina ai Parioli, portando con me in borsa una maglietta di riserva. O sarà che ho addosso la sicilitudine, che forse è un moto perpetuo a base di presenza, di sguardo, di voce, di modi di stringere le labbra, di grovigli barocchi e equilibri cartesiani, incluse certe fatali oscillazioni tra desiderio di misura e tendenza all’eccesso. Una palestra che m’è durata per tutti i miei primi ventidue anni di vita a Palermo. Fatto sta che nella terra di Empedocle e dei sofisti, con eco lontane di tragedia greca, cresci mettendo su una maschera, tenendoti sempre in sospeso tra memoria e dimenticanza. E non cambi più». Queste considerazioni su identità e fisionomia spingono Luigi Lo Cascio a parlare di sé soprattutto come uomo di teatro, come attore diplomato nel 1992 all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico con un saggio su Amleto curato da Orazio Costa, dopo un’illusione (data al pubblico) di risolvere da sé i propri problemi. Lasciando da parte le spinte a un’anarchia dionisiaca, e invece formulando inviti pubblicitari al godimento e al piacere. Qui la mercificazione ha a che fare con spot sul benessere del corpo, su convenevoli estetici da camerino, sullo sballo della danza, e su una ricetta cannibalesca legata alla conclusione della trama». Non teme un salto traumatico, alternando i livelli barbari e annebbiati di Euripide con la soglia sfacciata di questi spazi pubblicitari in forma di immagini. «Vorrei che il pubblico reagisse non con scherno ma con sorrisi di pietra, come se a dar vita a questi spot fossero maschere terribili, meduse. Certo, io ci rido pure, per i contrappunti dei “coroselli”, ma in fondo riproduco un’interruzione per scongiurarla, per ammonire contro ingerenze e divaricazioni di stile nella sfera drammatica dei nostri tempi». Si sente che, argomentando, gioca in punto di fioretto. Tant’è vero che nello Le emozioni personali non nascono per forza dalle cose che ti sorprendono per la prima volta Le senti tutto sommato di più in certi ritorni FOTO EYEDEA «È ROMA aver studiato, tra gli altri, con Luca Ronconi e Mario Ferrero. Predisposto, non lo si può tacere, e lui per primo non ne tace, a un’immensa fascinazione ricevuta (come spettatore) da Carmelo Bene («L’unico, l’irripetibile, l’inimitabile»). E pensare che oggi la sua vera popolarità ha uno zoccolo duro di pubblico grazie quasi esclusivamente al cinema e alla tv d’autore. «Sì, d’accordo, ma poi non è detto che io corrisponda da capo a piedi ai miei personaggi dei film. Oddio, non posso escludere una forte coincidenza con la dirittura morale di Nicola ne La meglio gioventù, o di Peppino Impastato nei Cento passi. Ma forse preferisco il fatto che al pubblico dei teatri non interessa molto sapere chi io sia realmente. Mi piace di più che s’affermi un io di rappresentanza, non connesso in modo diretto e definitivo al mio intimo, al mio carattere. E così quando recito a tu per tu non parto mai da un presupposto di impegno, di fanatismo del mestiere, di intransigenza. Parto piuttosto dalla mia piccolezza, dalla mia imperfezione, dalla mia indole contorta. Per potermi sentire poi più distaccato e straniero in patria, e per dare il senso dell’altro che ci assedia dall’interno, come m’è già accaduto a teatro nel mio La tana da Kafka, e come mi accadrà ne La caccia che ho tratto dalle Baccanti di Euripide. Ed è meglio, assai meglio. Mi crede?». Come si fa a non credergli? Lo Cascio ha occhi, volto e voce che sono la quintessenza della semplicità, e quindi della sincerità. A sentirlo parlare, convivono in lui un piacere squisitamente siciliano per l’ellissi, un’anima filosofica, un ragionare che sfugge alla lingua d’uso, e, componente con cui fa volentieri i conti sfoggiando molta ironia, ha una piena consapevolezza della propria figura asciutta, scavata, quasi acerba malgrado i suoi quarantuno anni. È arrivato a scherzarci, con questo culto del corpo, in uno dei quattro “coroselli” (così battezzati da lui stesso, sorta di spot teatrali che fanno il verso ai caroselli) inseriti di suo pugno nel copione de La caccia, liberamente ricavata dalla tragedia Le Baccanti. È una sua odierna scrittura autonoma che gli dà modo, come regista e protagonista, di assumere vari, vertiginosi e visionari stati d’animo del re tiranno di Tebe, Penteo, nel momento (dilatato) in cui col proprio sguardo di figlio incrocia gli occhi della madre Agave, che, preda d’un invasamento inferto da Dioniso, lo squarterà. Il lavoro, col marchio del Css, debutta il 28 febbraio al Teatro Palamostre di Udine, e dal 6 marzo sarà al Leonardo da Vinci di Milano. «I “coroselli” li ho concepiti in sostituzione degli interventi del coro della tragedia greca cui ricorre Euripide. Devono scandire un sentire comune, devono funzionare da coscienza della comunità, ma io ho pensato che nell’ambito degenerato attuale l’unico sistema del consenso è da rapportarsi al consumo, a spettacolo, nei panni del duce Penteo, calzerà una divisa da schermidore, e stivali da equitazione. «Esprimono tirannia, prepotenza, ordine. Anche se il dispotismo del cacciatore, la sua voglia di catturare e annientare, qui s’inverte in condizione spietata di cacciato, di aggredito». Chissà se ne La caccia vivrà una patologica e devastante solitudine teatrale identica a quella de La tana. Chissà se incombe ancora un rapporto zero di dialoghi sulla scena. «Non sono solo, in questa riflessione-incubo sulle Baccanti. C’è con me un altro attore molto giovane, Pietro Rosa. Ha il ruolo di uno studioso di mitologia greca, è una specie di inappuntabile Mercurio lestofante con molta competenza linguistica. E poi ci sono i nostri doppioni filmati nelle animazioni di Nicola Console, che cura la scena con Alice Mangano, e le ideazioni del suono di Desideria Rayner, mia moglie». Il teatro di Luigi Lo Cascio non prescinde dalla bidimensionalità di spezzoni, di entr’actes, di allucinazioni offerte coi mezzi del cinema. Ma lui distingue, in modo netto. «Il cinema, tranne casi di autori che hanno una vocazione come quella di Greenaway, racconta sempre una storia. A teatro è molto più importante il “come”, anziché il “come va a finire” dei film. E a me interessa la condizione di partenza compositiva e autoriale del teatro. Poi, il cinema è innegabilmente un’industria, mentre il teatro non bada sempre agli incassi, si fa con una sedia e basta». Coerenza vuole che La tana sia stato a suo tempo rappresentato in sale volutamente piccole, per settanta-cento spettatori. Non accadrà la stessa cosa con La caccia. «Ora le cose sono cambiate. C’è una più sviluppata miscela di teatro e cinema, i sogni di Penteo s’allargano e prendono molto spazio, e allora direi che la prospettiva più idonea è quella di sale anche grandi». Abbiamo davanti un attore drammatico che (tra i pochi, nell’area dei noncomici) gestisce da sé scrittura, regia e performance. Lo direste uno scrittore pignolo, che si cerca i suoi lettori-spettatori ogni sera... «Scrivo di tutto un po’. Ho quattro-cinquecento quadernetti in cui ricopio articoli di giornali e frammenti di libri. Anche scritture mie di cui ho pudore. Poesie, piccole prose. Il mio rapporto coi libri è cominciato tardi, dai vent’anni in poi, con l’Accademia. All’inizio era un rapporto morboso, tenevo i volumi in valigie nascoste sotto i letti per la paura di non saper rispondere a domande che su quelle opere mi avrebbero fatto gli altri. Tenevo tutto in ordine alfabetico con Adorno accanto ad Agostino. Poi ho approfondito moltissimo certi autori siciliani. Quasimodo, D’Arrigo, Pirandello, Consolo, Bufalino. Anche Bonaviri, un siciliano di Frosinone. E la mia frequentazione delle parole passa attraverso un filtro melodico, sonoro, acustico. È nei toni che trovo un’emozione». Bene. Tentiamo di mettere Lo Cascio davanti a uno specchio. Non è facile. Ha un sorridente riserbo, una flemma loquace ma confondente, un’abitudine a ruotare attorno. Passiamo alle “sue” sensazioni, alle “sue” commozioni. Un attimo di pausa. Poi trova il filo del discorso. «Le emozioni personali non nascono per forza dalle cose che ti sorprendono per la prima volta, ma le senti tutto sommato di più in certi ritorni: a Palermo, nella famiglia, nella dimensione intima. Oppure c’è il toccante, appassionante fatto che i miei, compresi i miei due fratelli e le mie due sorelle, mi seguono in qualsiasi festival. Poi metterei ai primi posti le emozioni che ricevo dai libri, dove in fin dei conti c’è uno che ti sta raccontando dalle pagine qualcosa. E c’è il fascino che esercitano su di me alcuni attori, fin dai tempi degli sceneggiati televisivi: parlo di Cervi, Celi, Buazzelli, Randone, ma mi riferisco pure, in altri contesti, a Totò». Tutti i teatranti odiano la televisione, ma si scopre che Luigi Lo Cascio non è oltranzista. «La tv la guardo molto, soprattutto quando devo digerire la cena del dopo-teatro in ora tarda. Lì capitano a sorpresa cose anche belle, mandate in onda a notte inoltrata. Il capolavorosintesi dell’informazione è comunque Blob». Dimestichezza limitata all’essenziale con Internet. «Un sistema ideale per la posta elettronica, e per la rapidità d’accesso alle notizie». Poco tempo per la musica. «Era un’altra faccenda quando lavoravo nel cabaret, e suonavo chitarra e armonica nel gruppo blues Le Ascelle. Allora campavo di Hendrix, dei Cream, dei Who». Una domanda che le contiene tutte: che rapporto ha con la morte. «Pensiero ricorrente. È la fine delle cose». Una domanda che mette da parte il fair play: che cosa lo addolora. «Teniamo in sospeso questa domanda». ‘‘ RODOLFO DI GIAMMARCO Repubblica Nazionale