Domenica
il fatto
Felici con meno: a lezione da Latouche
La
di
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
PAOLO RUMIZ
la società
Repubblica
Cattolici, la caccia ai “voti del cielo”
FILIPPO CECCARELLI
Quando ero Fidelito
Il “líder maximo” racconta la sua infanzia:
FOTO JOSE GOITIA/CORBIS
il collegio dei gesuiti e una ribellione
cominciata sui banchi e in famiglia
FIDEL CASTRO
CARLOS FRANQUI
cultura
videntemente sono nato con la vocazione del politico, con la vocazione del rivoluzionario. Sembra
molto difficile che nelle condizioni ambientali in cui
sono cresciuto possa essersi sviluppato un rivoluzionario. A renderlo possibile, è stato semplicemente il mio istinto politico e rivoluzionario.
Perché lo dico? Uno degli aspetti più significativi è questo:
quando avevo diciotto anni, dal punto di vista politico ero un
analfabeta. Se si tiene conto di queste circostanze, cioè che non
venivo da una famiglia politicizzata, che non ero cresciuto in un
ambiente politicizzato, il fatto di aver svolto un ruolo rivoluzionario dopo un tempo relativamente breve e di aver compiuto un
grande apprendistato rivoluzionario non sarebbe stato possibile per un individuo che non avesse avuto una predisposizione particolare in tal senso.
Quando entrai all’università, dopo il diploma, non avevo nessuna cultura politica, né dal punto di vista economico, né dal
punto di vista sociale, né dal punto di vista ideologico.
(segue nelle pagine successive)
i trovavo in Italia nell’ottobre del 1963, quando fui destituito dall’incarico di direttore del
giornale Revolución. Per proteggere un poco il
mio rientro a Cuba andai da Giangiacomo Feltrinelli e Valerio Riva, direttore della casa editrice, e li convinsi a darmi venticinquemila
dollari per il contratto per un libro di Fidel sulla rivoluzione cubana, di cui io sarei stato il ghost writer. Tornai a Cuba, Fidel accettò, arrivarono all’Avana Feltrinelli e Riva e il lavoro per il libro
cominciò.
Quelle giornate furono sorprendenti per me: una sera parlai
a Fidel delle lettere che aveva scritto a un’amica dalla prigione
di Isla de Pinos; sapevo che si trattava di Nati Revuelta, ma non
gli dissi il nome, sapevo che erano anni che lui non la vedeva, ma
lui mi rispose: «Domani avrai le lettere», e così fu. In quelle lettere, Castro faceva capire che Marx e Lenin sarebbero stati gli
ispiratori della sua rivoluzione e raccontava che i suoi giorni in
carcere erano una vacanza.
(segue nelle pagine successive)
L’omino Michelin, logo del Novecento
E
M
PINO CORRIAS e GIAMPIERO MARTINOTTI
la lettura
Gli operosi fantasmi di Parigi
LOUIS-SÉBASTIEN MERCIER e BERNARDO VALLI
spettacoli
Jazz, la leggenda della foto impossibile
GINO CASTALDO
Repubblica Nazionale
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
la copertina
“Dissi a mia madre
che se non mi avesse
rimandato a scuola
avrei dato fuoco
alla nostra casa
E mi ci rimandò”
FIDEL CASTRO
(segue dalla copertina)
ino ad allora, le cose che mi interessavano erano fondamentalmente altre, ad esempio lo sport, le escursioni in
mezzo alla natura, tutte quelle
attività che in un certo senso
davano libero sfogo a un’energia naturale grande, a una grande passione per le cose. A quell’epoca, probabilmente, quella
energia, quello spirito combattivo si traducevano in uno sforzo sportivo, nelle gare sportive, nelle escursioni in mezzo alla
natura.
Cerco di ricordare quando fu che cominciai a scrivere le date sulla lavagna:
probabilmente era intorno al 1930, al
1931, quelle date che scrivevo quando
aveva circa quattro anni. Naturalmente, la
maggior parte del tempo la passavo a
commettere impertinenze a scuola. Forse
per la situazione della mia famiglia, o per
l’età, o non so per quale altro motivo. Ricordo che avevo quest’abitudine: quando
non ero d’accordo con quello che mi diceva la maestra, o volevo fare lo spavaldo, insultavo la maestra e immediatamente
uscivo dalla scuola correndo. C’era
una specie di guerra tra noi e la
maestra. Quando insultavamo
la maestra con le parolacce
che avevamo imparato
dai lavoratori, uscivamo correndo, scappavamo.
Un giorno,
dopo aver
F
Castro
La mia
FOTO AP / AFP / RUE DES ARCHIVE
infanzia
insultato la
maestra,
scappai per il
corridoio sul retro;
dovevo saltare giù e
così feci, e cadendo c’era
il coperchio di una scatoletta di dolce di guaiava che aveva
un piccolo chiodo, e io cado e mi
conficco il chiodo nella lingua. E avevo appena insultato la maestra! Non mi
dimenticherò mai che quando tornai a casa, mia madre mi disse: «Dio ti ha punito
per aver insultato la maestra». E a quell’epoca non potevo avere il minimo dubbio
che fosse effettivamente così.
In quella scuola imparai a leggere e scrivere molto presto. Non so se fosse perché
davo molto impegno a casa, perché ero diventato troppo irrequieto o perché la
maestra convinse la mia famiglia che sarebbe stato meglio mandarmi a scuola. A
quell’età, e soprattutto quando la famiglia
è benestante, dicono sempre che i figli sono intelligenti. Partimmo in treno per
Santiago; non ero mai stato a Santiago. Ricordo che quando arrivammo, e scendemmo alla stazione, mi sembrava tutto
straordinario: era una stazione che aveva
archi di legno, il viavai, la gente. Arrivammo in città e ci sistemammo a casa di una
cugina della maestra. Ricordo che la prima notte urinai nel letto.
Dopo venne il periodo della lotta. La
lotta contro Machado era al suo apice,
tutte le notti c’erano bombe e attentati.
In un certo senso presi parte a quella fase
di terrore: dormivo in uno di quei piccoli
soppalchi vicino alla porta sul retro, e
quando lì vicino esplodeva una bomba
mi svegliavo. Le esplosioni delle bombe
mi svegliavano spesso, in quel quartiere
vicino all’Istituto, dove gli attentati avvenivano ogni notte. Credo fosse il 1932,
avevo forse sei anni.
Frequentavo la scuola ma non ci dormivo, e mi sentivo in una situazione peggiore di quelli che vivevano nella scuola,
perché a loro tutti i giovedì e le domeniche
li portavano al mare, li portavano a fare
una passeggiata; la mia vita invece era
molto monotona. E allora, io che ero sempre indisciplinato, e che per questo venivo continuamente minacciato che se non
mi fossi comportato bene sarei stato spedito a vivere dentro la scuola, un giorno
decisi che preferivo andare a vivere nella
scuola. Tutto questo coincise con una volta in cui mi avevano picchiato in casa; non
ricordo per quale motivo il mio padrino,
che mi faceva da tutore, mi diede due belle sculacciate.
Io, che avevo già preso la decisione, mi
ribellai, insultai tutti quanti, dissi tutte le
cose che avevo voglia di dire a tutti da un
mucchio di tempo. E di fronte a una situazione come quella, a quel mio comportamento insopportabile, la conseguenza fu
che mi presero e mi portarono dritto a
scuola, e da quel momento dormii lì. Per
me fu una grande conquista, mi sentivo felicissimo, perché finalmente avrei avuto
una vita uguale a quella di tutti gli altri ragazzini.
Quando stavo in terza elementare, mi
ricordo che un giorno stavo parlando con
uno degli ispettori incaricati di sorvegliarci. E stavo parlando di quanto guadagnava il padre di quello, quanto guadagnava il
padre di quell’altro, e mi ricordo che rac-
contai alcune cose che avevo sentito a casa mia, gli spiegai che certi giorni, a casa
mia, mio padre guadagnava anche trecento pesos con il commercio del legname e tutti gli altri affari che faceva. L’ispettore rimase molto colpito, e a partire da
quel momento cominciò a mostrare un
comportamento particolarissimo, molto
attento, molto gentile nei nostri confronti. Già dalla scuola si vedeva un trattamento differente, a seconda dei guadagni e della ricchezza della famiglia. Dopo quel
giorno, quando stavo ancora in terza elementare, fecero una stanza solo per noi
tre: per me, per Ramón e per Raúl (Raúl
aveva all’epoca quattro o cinque anni, io
ne avevo otto). E ci fecero anche passare
un anno avanti.
Ma a quel tempo stavamo ancora in terza e il giovedì e la domenica andavamo a
Renté a bordo di una lancia chiamata El
Cateto, che impiegava un’ora per andare
dal molo della Alameda fino a Renté, attraversando la baia. Quando tornavamo
da Renté, di sera, salivamo fino alla scuola, il collegio de La Salle, passando per una
delle strade della Alameda, e attraversavamo una zona che stava vicino al mercato
di Santiago: era una zona di bar e prostitute. Quel giorno, mentre stavamo rientrando da Renté successe un fatto: sulla lancia
c’erano stati dei problemi con un ragazzo
che si chiamava Iván Losada, il preferito
del prete, che lo coccolava sempre, e appena arrivammo alla scuola e rimanemmo da soli, cominciammo a fare a botte.
Lui ebbe la peggio, perché ne uscì con un
occhio pesto. Io sapevo che questo mi
avrebbe procurato un sacco di guai.
Quando arrivavamo, la sera, c’era la be-
“Per continuare
a farmi dare
i venti centesimi
per il cinema, presi
a falsificare
il libretto dei voti”
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
ALBUM DI FAMIGLIA
Da sinistra: Fidel Castro
a venti mesi; a tre anni;
vestito alla marinara;
a scuola nel 1936;
ancora al collegio
La Salle; al collegio
Dolores nel 1940
nedizione, come la chiamano, una cerimonia religiosa, e noi andavamo alla cappella della sacrestia. Ricordo che nel bel
mezzo della cerimonia, tutta solenne, si
apre la porta della sacrestia e mi chiama il
prete. Salgo, mi porta in corridoio e mi
chiede che cosa era successo con Iván. E
quando io comincio a spiegare, mi rifila un
ceffone che mi lascia praticamente stordito, e appena mi rigiro me ne dà un altro.
Mi lasciò completamente stordito: era
una vendetta crudele, inumana, barbara.
Per me quella fu un’umiliazione grandissima, dolorosa. In seguito, in un’altra occasione — non ricordo se quello stesso anno — un giorno stavamo tutti in fila e lui mi
colpì di nuovo, mi diede uno scappellotto.
Allora io decisi che non avrei tollerato
un’altra volta una cosa del genere. Quel
giorno dovevamo giocare a baseball e stavamo in fila: quello che era davanti nella fila sceglieva la posizione migliore. Io stavo
discutendo con qualcun altro per avere il
primo posto nella fila, e in quel momento
arriva il prete e mi dà uno scappellotto. Io
allora mi girai, gli tirai in testa il mio pezzo
di pane e cominciai a fare a botte con lui a
morsi e pugni. Probabilmente non gli feci
alcun danno, al prete, ma quello fu un fatto storico nella scuola, che qualcuno osasse fare una cosa del genere.
Durante le vacanze, a casa nostra, facevano venire un contabile perché ci insegnasse a fare i conti; era molto spiacevole
che nel periodo in cui potevamo giocare e
divertirci ci mettessero a studiare. Noi ci
difendevamo: avevamo messo le mani sul
libro delle risposte della scuola, e quando
ci davano da fare le operazioni copiavamo
e finivamo in fretta, così potevamo anda-
a questo, di fronte al mio atteggiamento,
decisero di rimandarmi a scuola.
Mia madre la sentivo sempre protestare per due cose: una era la politica, perché
costava un mucchio di soldi, una vagonata di denaro, perché mia madre era una
persona più parsimoniosa, più attenta alle spese di mio padre, ed era molto attenta al denaro; l’altra cosa erano i politici, a
cui non risparmiava critiche. E ce l’aveva
anche con quei giornalisti che si presentavano a casa mia a chiedere soldi per un
motivo o per un altro. Una vagonata di soldi. La faceva soffrire molto che con quello
che lavoravano lei, mio padre e tutti laggiù, se ne uscisse tutto quel denaro per la
politica e i giornalisti. Io mi feci una pessima opinione di queste cose, perché sentivo sempre mia madre che protestava.
Se non prendevo il massimo dei voti,
che non ero nelle condizioni di prendere,
né per volontà né per preparazione, mi
negavano i venti centesimi del cinema. E
dovetti prendere provvedimenti per difendere i miei interessi. Mi dissi: bene, che
succede se perdo il libretto con i voti? E un
giorno dissi a scuola che avevo perso il libretto coi voti, e loro me ne diedero uno
nuovo. Da quel momento in poi, scrivevo
io i voti sul libretto vecchio, ed era questo
il libretto che portavo a casa, con tutti voti
eccellenti. Avevo due libretti: uno era
quello su cui mi scrivevano i voti veri, a
scuola, lo firmavo io e lo riportavo a scuola, e l’altro, quello che portavo a casa per
farlo firmare ai miei, era quello che compilavo io.
Quando finì la quinta elementare, non
mi ero ancora preparato una storia, non
avevo pensato a quello che avrei raccon-
tato quando avrebbero visto che non avevo preso il massimo dei voti. E allora me ne
sto lì che aspetto, molto tranquillamente,
fino a che dicono: «Quinta elementare,
primo premio: Enrique Peralta…». Allora
comincio a fare la faccia sbalordita, come
se fossi sorpreso. Poi cominciano a leggere i premi per tutte le materie, e a me non
arriva assolutamente nulla. E ogni volta
facevo la faccia sempre più sbalordita. E a
quel punto dico: “Ah! Dannazione”, ricordo che gli dissi, “ho capito che cosa è successo: dato che sono entrato molto tardi, a
dicembre, mi mancano tre mesi, e quindi
il punteggio totale è più basso di quello degli altri, ecco perché non posso avere i premi”.
Quando arrivò settembre mi ammalai,
ebbi un problema all’appendice. Mi portarono alla Colonia Española e mi operarono: rimasi là tre mesi, perché poi ebbi
qualche problema con la cicatrizzazione.
Mi ricordo che in quel periodo, in cui stavo praticamente solo, recluso in quell’ospedale, feci amicizia con tutti i malati dell’ospedale. Lo racconto perché credo che
dimostri una certa predisposizione che
avevo per le relazioni umane, una vena da
uomo politico.
Quando non leggevo i fumetti passavo
il tempo andando a far visita ai malati. Feci amicizia con tutti, tranne che con quelli del reparto malattie infettive. A quel
tempo, qualcuno credeva che avessi la vocazione per la medicina, perché mi divertivo con le lucertole e una lametta Gillette;
ero rimasto piuttosto colpito dalle operazioni chirurgiche, di cui ero stato vittima;
mi avevano operato senza preoccuparsi
della profilassi, e fu per questo che la cica-
trice si riaprì e dovetti stare tre mesi all’ospedale. Per questo mi dedicavo a “operare” le lucertole; lucertole che generalmente morivano tutte, come era naturale.
Tornavo da scuola dopo aver passato
molte ore in classe, quando qualsiasi ragazzino vorrebbe tornare a casa e mettersi a non fare niente, sentire la radio, andare in giro; invece mi chiudevano in una
stanza e mi tenevano lì ore e ore, pretendendo che studiassi. E io quello che facevo era andare in giro a passeggiare per ore
e ore, e non studiavo nulla. Come passavo
il tempo? La mia immaginazione volava ai
problemi della storia, mi appassionavano
molto le battaglie che trovavo nei primi libri di storia che avevo letto. Impegnavo
sempre la mia fantasia a immaginare battaglie. Era con un addestramento militare
che passavo le ore in cui ero costretto a stare lì. Mi mettevo a giocare: prendevo una
serie di pezzi di carta e di biglie e li mettevo sopra un banco — pensa le sciocchezze che uno fa — e mettevo un ostacolo:
quanti riuscivano a passare e quanti no? E
così stabilivo quante erano state le perdite. Mi inventavo un gioco di guerra e ci passavo ore e ore. Immaginavo ostacoli,
schieravo eserciti uno di fronte all’altro e
impiegavo il tempo così.
Un giorno però mi stancai di quella casa: mi avevano maltrattato e un giorno affrontai a brutto muso la padrona di casa, le
dissi tutto quello che pensavo su come venivo trattato, li mandai al diavolo e quella
sera stessa tornai a dormire nella scuola.
Per la seconda volta — o la terza, la quarta,
la quinta, non lo so — avevo dovuto prendere la decisione di passare all’azione per
uscire da una situazione in cui ero stato
messo dalle circostanze. Lo feci per entrare come interno al collegio La Salle, lo feci
nel collegio, lo feci a casa mia per poter
continuare a studiare, e lo feci in quella casa per essere mandato di nuovo a dormire
in collegio.
Da quel momento in poi mi gestii da solo, le decisioni su tutti i problemi della mia
vita le presi da solo, senza farmi consigliare da nessuno.
Andavamo anche a fare delle gite a bordo di una corriera della scuola, arrivavamo fino al Cobre, e mi prendeva il ghiribizzo di salire fino su in cima. Il pullman
doveva restare lì due o tre ore ad aspettare
me. Andavamo dalle parti del Caney e anche lì mi mettevo a scalare la montagna
più alta e poi tornavo giù. A volte pioveva e
i fiumi erano ingrossati, ed era quella la cosa che più mi piaceva: fare escursioni lungo i fiumi, attraversarli, camminare e poi
tornare indietro. In genere la corriera stava sempre ad aspettare me. Arrivavo sempre due o tre ore dopo.
Il sacerdote che badava a noi, il nostro
sorvegliante, si chiamava padre García,
non mi rimproverò mai per questi ritardi.
È curioso, perché nonostante fosse una
mancanza di disciplina e causa di notevole disagio, non mi rimproverava mai. Di
tutto il gruppo, l’appassionato, l’alpinista
per eccellenza ero io. Ed era una tentazione, ogni volta che vedevo una montagna,
di scalarla. Non mi immaginavo certo che
in seguito le montagne avrebbero giocato
un ruolo importantissimo nella mia vita!
Avevo dodici o tredici anni. L’anno dopo cominciai l’ultimo anno delle medie.
Per via del nuovo ambiente, mi impegnai
nello studio e quell’anno fui uno dei primi
GITE E SPORT
Da sinistra: Fidel
a Santiago nel 1940;
in collegio nel 1941;
durante una gita;
mentre gioca a basket
nel 1943. Nella stella,
all’età di 13 anni, nel ’40
re a giocare.
Ricordo che quell’anno nostro padre si
lamentava con chiunque veniva, diceva
che gli avevano detto che i suoi figli erano
i tre peggiori banditi che mai ci fossero stati alla scuola. Era un’informazione ingiusta, ma a casa ci avevano creduto, e quindi avevano preso la decisione che non
avremmo più studiato. Fu un momento
decisivo della mia vita… Credo che fossi
profondamente convinto di aver ragione
sulla faccenda della scuola, e che erano
stati ingiusti con me, e che la punizione di
non farmi studiare… Si presuppone che a
quell’età un ragazzino non sia tanto entusiasta di studiare. Avevo la sensazione che
mi stessero danneggiando, danneggiando ingiustamente.
Quindi, quando arrivò il sette gennaio,
che era la data in cui si tornava a scuola,
Ramón fu lasciato a casa, e lui era contento, perché gli piaceva la meccanica, i camion e quelle cose là, ed era felicissimo di
non andare più a scuola. Raúl fu mandato
in un collegio militare, affidato a un mastro civico-rurale — un sergente — con cui
poi fece anche un ottimo lavoro. E a me volevano lasciarmi a casa. Ricordo che allora andai da mia madre, le spiegai che volevo continuare a studiare, che non era giusto che non mi facessero studiare. La mia
era una casa di legno, grande, a due piani,
su palafitte, perché era una casa un po’ in
stile spagnolo; il bestiame stava di sotto, il
locale per la mungitura stava sotto la casa.
Allora chiamai mia madre e le dissi che volevo continuare a studiare, e che se non mi
rimandavano a scuola avrei dato fuoco alla casa; la minacciai di dare fuoco alla casa
se non mi mandavano a scuola. Di fronte
Quei nastri portati in esilio
CARLOS FRANQUI
(segue dalla copertina)
ll’epoca, quello che sapevo della sua infanzia era che suo padre
era stato un latifondista e che
sua madre Lina era la domestica di casa nonché amante del vecchio Ramón
Castro, ancora sposato con Lidia Argote. In una delle registrazioni che feci
con Fidel, gli chiesi di raccontarmi della sua infanzia: il testo pubblicato qui
accanto è la sbobinatura fedele di quel
racconto. Mentre registravo le sue parole ero turbato, ma non reagivo a
quello che sentivo. Mi costava fatica
mantenere inalterati lo sguardo e l’espressione, per non rischiare che interrompesse la narrazione. Non capivo
come potesse sembrargli naturale
mentire, insultare i suoi insegnanti, ricattare sua madre minacciandola di
dar fuoco alla casa se non lo rimandavano a scuola. Mi sembrava incredibile il fatto che facesse quello che voleva
senza chiedere il permesso a nessuno.
Anni dopo capii che quel comportamento della sua infanzia, moltiplicato
per mille, lo applicava a tutte le sue
A
LA BANDIERA
Cinque strisce, la stella,
un triangolo: è dal 1920
la bandiera di Cuba
LA STELLA
Bianca e solitaria,
simboleggia la pienezza
della libertà
IL TRIANGOLO
Il rosso simboleggia
il sangue versato
per l’indipendenza
azioni e le sue parole, come se né da
bambino né da adulto avesse coscienza del male, perché per lui tutto quello
che faceva era legittimo.
Il libro non fu mai terminato, e quando me ne andai definitivamente da Cuba, nel 1968, portai con me i materiali
usati per il lavoro, compresi i documenti storici in mio possesso sulla
clandestinità e la Sierra Maestra, con i
quali misi insieme il Diario della rivoluzione cubana, pubblicato nel 1980 da
Ruedo Ibérico, dal Seuil, dalla Viking
Press e in Italia da Alfani-il manifesto,
con prefazione di Rossana Rossanda.
Quando uscì l’edizione spagnola,
Castro ne fece comprare centinaia di
copie a Madrid, che poi inviò ai dirigenti del governo, tutte numerate e con
una sua nota scritta a mano che diceva:
«Carlos Franqui è un controrivoluzionario, ma il libro dice la verità». Alcune
di queste copie sono già arrivate all’estero, portate da figli di dirigenti fuggiti in esilio. In libri recenti, Castro ha ripetuto in termini molto simili il racconto della sua infanzia.
Traduzione di Fabio Galimberti
della classe. Feci l’esame di terza media ed
entrai al primo anno del liceo.
Poco tempo dopo decisi, autonomamente, di cambiare scuola, perché non mi
trovavo bene in quell’ambiente, che era
già da universitari, e decisi di andare in
un’altra scuola, sempre dei gesuiti, il collegio Dolores. Delle scuole dei gesuiti posso fare una critica delle parti buone e cattive, dei lati positivi e negativi.
Una cosa buona era la disciplina, il fatto che ti abituavano alla disciplina, a studiare. Devo dire che non sono contrario a
quel tipo di vita, vagamente spartana, che
era l’insegnamento che si riceveva dai gesuiti come interno, perché è una vita dura,
disciplinata, che ti abitua a stare separato
dalla famiglia, a fare a meno di molte cose.
E in generale ricordo che i gesuiti tendevano a formare persone di carattere.
Una volta fecero un concorso di poesia,
c’era una stazione radio e partecipavano
tutti gli alunni, e i genitori votavano la poesia migliore. Le migliori non erano le mie;
però avevo sviluppato un grande rapporto di amicizia con tutti i ragazzi, e credo
che anche qui tornava a farsi vedere la mia
vena politica.
Quindi, io scrivevo le mie poesie e praticamente tutti i ragazzi chiedevano ai loro genitori di votare per me, e il risultato
era che arrivavano lettere come questa —
c’era un ragazzo che si chiamava Elpidio
Estrada, che scriveva versi molto belli,
molto migliori dei miei — ma il risultato
era il seguente: «La poesia di Elpidio dedicata alle madri è bellissima, emozionante;
il nostro voto, naturalmente, è per Fidel…».
Traduzione di Fabio Galimberti
L’ANNO DEL DIPLOMA
Sei ritratti di Fidel Castro
adolescente: nel secondo
è a caccia, nel 1943;
il terzo è quello
del diploma, nel 1945
In copertina, Castro
al collegio Dolores, 1941
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
l’attualità
Maîtres-à-penser
Il profeta della “decrescita”, nuovo verbo globale, è il contrario
di un eco-fanatico imbonitore di folle. È un tipo semplice
e tranquillo, che predica la riscoperta della qualità della vita
Anzi, “la gioia di vivere”. E la liberazione dal feticcio
dello sviluppo. Intanto le sue teorie influenzano un numero
crescente di persone. E stanno cambiando l’esistenza di molti
PAOLO RUMIZ
A
ANCONA
ttenti, c’è una parola nuova in orbita. Ha solo sei anni, gli stessi dell’emergenza terrorismo. È stata lanciata quasi per caso nel marzo del 2002, a
un incontro dell’Unesco a Parigi. Oggi
vola alta, indica una rotta luminosa in un
caos di disastri, surriscaldamenti climatici, emergenze immondizie, epidemie.
Il suo nome è “decrescita”, e pare abbia
un grande effetto pedagogico e liberatorio. Mobilita, diventa passepartout, propizia il contatto fra nuclei di resistenza,
costruisce reti. Il suo scopo è rallentare,
offrire alternative credibili alla tirannia
dello spreco. Il suo slogan: vivere con meno è facile. Persino divertente.
Nome Serge, cognome Latouche, nazionalità francese. Il profeta del nuovo
verbo globale vive tra Parigi e una vecchia
casa in pietra rimessa a posto con le sue
mani sui Pirenei Orientali, sotto il Pic Canigou, l’ultimo “paracarro” prima del
grande ammaraggio dei monti nel Mediterraneo. Si sposta rigorosamente in treno e spende molto del suo tempo in giro
per l’Europa a organizzare le pattuglie disperse del consumo virtuoso. Affascina,
racconta, scrive pamphlet, fustiga l’economia globalizzata e la sciagurata «teologia del Pil». Insiste, soprattutto, sul lato
«conviviale» di un’austerità intelligente.
Già in treno, andando da lui, la diga si
rompe. Appoggio un suo libro sul tavolinetto — titolo Come resistere allo sviluppo— e i vicini di scompartimento si avvicinano, come attirati da una calamita.
Pendolari trentenni, titolari di lavoro
precario. Chiedono di dare un’occhiata,
leggono avidamente. Dentro c’è scritto
che il collasso è questione di trent’anni.
Diecimila giorni, roba da conto alla rovescia. Il petrolio si esaurisce, gli oceani si
innalzano, centinaia di milioni di uomini dovranno spostarsi, il clima impazzisce, l’aria si avvelena, la sterilità maschile aumenta anno dopo anno. Tutto converge verso la stessa “deadline”, il 2030 o
giù di lì.
I pendolari insistono, chiedono chi sia
Latouche, vogliono sapere di lui, danno
inizio a una discussione. Sono bastate
poche righe di quel libro a svelare la paura sommersa più diffusa degli italiani.
«Macché criminalità», dicono, «ci parlano di zingari e rumeni per non farci riflettere seriamente su queste cose». Hanno
mangiato la foglia, ma non si accontentano di un megafono di protesta. Cercano una guida, qualcuno capace di rassicurare e tirarli fuori dal vicolo cieco. Chiedono soprattutto parole di buon senso.
È esattamente ciò che trovo quando
incontro il mio uomo. Colui che ho di
fronte, accanto a un piatto di stoccafisso
e una bottiglia di Montepulciano d’Abruzzo, è l’esatto contrario dell’eco-fanatico imbonitore di folle. Latouche è un
tipo semplice, tranquillo, asciutto, segaligno e robusto come un ramponiere. Il
suo volto è segnato da rughe, ha capelli
grigio-ferro e l’occhio da aquilotto. È arrivato zoppicando con un gran sorriso,
appoggiato al lungo bastone che è il suo
emblema di viandante. «Che vuole, cher
ami, ho le ginocchia calcificate e le piante dei piedi consumate dal troppo camminare. Ma è giusto così…, non è mica
giusto lasciare al buon Dio un fisico in
perfetta efficienza. No?».
Pensi che abbia formule da svelare: invece spiega che basta concentrarsi sulla
qualità della vita. Dobbiamo liberare
l’immaginario, reso schiavo di un feticcio
apportatore di sventure. La parola sviluppo. Basta dire ai politici che, rinun-
SORRIDENTE
L’economista Serge Latouche
ciando alla mistica della crescita, non
perderanno elettori, al contrario. Far capire alla gente che, scegliendo la decrescita, non torneranno all’età della pietra,
ma solo a quarant’anni fa.
«I poteri forti ci ricattano, tengono in
ostaggio la nostra immaginazione. Ci dicono che con la decrescita scenderà su di
noi la tristezza di un’infinita quaresima.
Non è vero niente. Invertire la corsa ai
consumi è la cosa più allegra che ci sia».
Questo è del resto il tema del suo prossimo libro in uscita in Italia a metà marzo
per Boringhieri: s’intitola Breve trattato
sulla decrescita serena. Latouche ce l’ha a
morte anche col terrorismo mentale degli ecologisti annunciatori di penitenza.
Sorride sotto la barba: «Ah, il masochismo protestante, il senso del dovere, i
dieci comandamenti… Ma no! La sola regola è la gioia di vivere».
Quarant’anni fa, si diceva. Il disastro è
comincia allora. È lì che si è scatenata la
corsa allo spreco. In quarant’anni il nostro impatto negativo sulla biosfera è tri-
plicato, e non smette di crescere. Sembra
impossibile, no? In fondo, non mangiamo il triplo, non facciamo il triplo di viaggi, non usiamo il triplo di vestiti… Come
si spiegano questi numeri da apocalisse?
Semplice. Nella nostra vita ha fatto irruzione l’Usa e Getta, l’obsolescenza
programmata dei beni. Una follia. Il
trenta per cento della carne dei supermercati va direttamente nella spazzatura… Un’auto è vecchia dopo tre anni, un
computer peggio ancora… E se non li
cambi sei “out”… Viviamo di acque minerali che vengono da lontanissimo, in
mezzo a sprechi energetici demenziali,
con l’Andalusia che mangia pomodori
olandesi e l’Olanda che mangia pomodori andalusi…
E che dire delle bistecche, che quarant’anni fa avevano il sapore dei pascoli. Oggi sono gonfie di mangimi alla soia,
coltivata a migliaia di chilometri di distanza, in campi ricavati dai disboscamenti dell’Amazzonia. «Una volta ero un
divoratore di carne. Oggi la mangio col
contagocce. Ma non per negarmi qualcosa. Lo faccio per divertirmi a scoprire le
nuove frontiere del mangiare. Il mio amico Carlo Petrini dice che un gastronomo
non ecologista è un imbecille, e un ecologista non gastronomo è una persona triste. Ci pensi: è verissimo».
Per i rifiuti la regola base del benessere non cambia. «Inutile fare come i tedeschi, per i quali la raccolta differenziata è diventata ossessione. Basta
comprare diversamente, vivendo in
modo conviviale. Non c’è inceneritore
che tenga… Il miglior rifiuto è quello
non prodotto… E attenzione, lo dico
agli amici italiani, l’assedio da immondizie non è una questione napoletana.
È una questione mondiale, il libro di Saviano lo dice chiaro. Gli Stati Uniti mandano in Nigeria ottocento navi al mese
di rifiuti tossici non riciclabili».
Affrontiamo in letizia lo stocco, il pane
e il vino, e il discorso di Latouche è come
una litania francescana che ti obbliga a
sillabare senza paura l’abc della rinuncia. Le e-mail, per esempio. «Scrivo spesso lettere a mano, ma non per tornare alla candela e alla pergamena. Lo faccio per
il semplice piacere di dimostrare a me
stesso che posso camminare senza le
protesi artificiali imposte dal sistema, in
modo atossico. Intendo la posta elettronica, e tutto il resto. La mia è una forma di
allenamento al digiuno dalla tecnologia.
Un tecno-digiuno».
E poi la bici. «Non la uso perché si deve, ma solo perché è bello. Se nella mia casa in montagna pedalo chilometri ogni
mattina per procurarmi i croissant per la
colazione, significa che mi fa vivere meglio, punto e basta. Incontro persone,
parlo, imparo, e la giornata comincia col
piede giusto. Ivan Illich, grande fustigatore dello spreco, diceva che questo
mondo ad alto consumo di energia è, inevitabilmente, un mondo a bassa comunicazione fra uomini. Ecco, la bici è il
simbolo del contrario. Una vita a bassa
energia genera alta comunicazione».
Non parliamo dei telefonini. «Potrei
dire che fanno male, che per costruirli si
usa un minerale rarissimo e altamente
tossico; o che dietro a ogni cellulare c’è il
sangue delle guerre tribali fomentate
dall’Occidente in posti come il Congo.
Invece dico solo questo: senza telefonini
si vive meglio. L’ansia cala. L’allegria aumenta. Non hai più il Grande Fratello che
ti sorveglia. Uno lo capisce anche senza
sapere niente di economia e scomodare
la geopolitica».
Sviluppo: l’imbroglio è contenuto già
nella parola. Nasconde lo sfruttamento e
la rapina; lo sradicamento in massa di individui, la morte delle diversità, l’eviden-
Repubblica Nazionale
FOTO MAURO BOTTARO/ANZENBERGER/CONTRASTO
Latouche, la felicità con meno
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
Petrolio
Gas
Carbone
Sempre secondo l’agenzia
per l’energia dell’Ocse,
già per il 2012 ci sono
“preoccupazioni”
per l’effettiva capacità
dei giacimenti che lo devono
produrre e la realizzazione
dei gasdotti
che lo devono trasportare
Uranio
Secondo la National
Academy of Sciences
americana, è probabile
che duri altri cento anni
Ma in realtà oltre il 2030
ogni scommessa è lecita
Secondo l’Energy Watch
Group, dopo il 2025
la produzione scenderà
Cibo
L’Energy Watch Group
sostiene che le riserve sicure
(al costo di estrazione
di 40 dollari al chilogrammo)
saranno esaurite nei prossimi
trent’anni. Quelle possibili
(al costo di estrazione
di 130 dollari al chilogrammo)
in settanta
Gas serra
Negli ultimi sei anni il mondo
ha consumato più grano
di quanto ne abbia prodotto
Entro il 2020 l’effetto serra
potrebbe dimezzare i raccolti
L’Ocse prevede aumenti
fra il 20 e il 50 per cento
dei prezzi degli alimentari
nei prossimi dieci anni
In assenza di interventi,
l’emissione globale di gas
serra crescerà del 40
per cento entro il 2030
(stima dell’Aie). Da oggi
a quella data la temperatura
media del pianeta
è destinata a crescere
di circa mezzo grado
FOTO MAURO BOTTARO/ANZENBERGER/CONTRASTO
Nel 2012, secondo l’Aie,
la domanda potrebbe
superare l’offerta. Nel 2015,
dice Fatih Birol, il suo capo
economista, a meno
di una crescita esponenziale
della produzione irachena,
“il mondo andrà a sbattere
contro un muro”
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
SENZA TEMPO
Le foto di queste pagine sono un reportage in Valsesia (Vercelli)
ai piedi del Monte Rosa Le popolazioni walser, comunità
montane che vivono tra Italia, Austria e Svizzera,
portano avanti le vecchie tradizioni, vivono di pastorizia
e abitano in case di pietra costruite nel Diciassettesimo secolo
COMPORTAMENTI
ELETTRICITÀ
Cinque lampadine a basso
consumo da 20 K al posto
di cinque da 100 W fanno
risparmiare 105 euro all’anno
(350 kg di Co2 in meno)
Altri 100 euro si risparmiano
spegnendo le lucine standby
degli elettrodomestici
SPRECHI
In Italia scartiamo sei milioni
di tonnellate di cibo all’anno:
con gli scarti si potrebbero
sfamare tre milioni
di persone. Il 10 per cento
di pasta e pane
e il 15 per cento di carne
finiscono nei rifiuti
ACQUA
Quaranta litri al giorno sono
la quantità vitale minima
per un essere umano
Un europeo medio
ne consuma 200, un africano
sette. Quaranta litri
si consumano in una doccia
(dieci nello scarico del wc)
AUTOMOBILI
Riducendo la velocità da 130
a 110 km/h si risparmia il 20
per cento di benzina
e si abbattono le emissioni
inquinanti. Passando
da 90 a 160 km/h
la quantità di ossido di azoto
emessa raddoppia
“Attenzione: l’assedio
da immondizie
non è una questione
napoletana. È una
questione mondiale”
za di un’umanità apatica, infelice, obesa,
precaria, insicura e, a ben guardare, anche più povera. «L’idea di sviluppo resiste ostinatamente all’evidenza del suo
fallimento. Per questo ha smesso da tempo di essere una cosa scientifica. È diventato mistica, mitologia, religione. Un feticcio imbroglione che anestetizza le sue
vittime. Il vero oppio dei popoli».
Ci dicono che per uscire dalla crisi economica dobbiamo lavorare di più. Di-
RIFIUTI
Tra il 2000 e il 2003
la produzione di merci
è cresciuta del 2,4 per cento,
quella dei rifiuti del 3,8
Per fare un milione
di tonnellate
di plastica ne servono
400mila di petrolio
ventare cinesi. Che la Cina vada al disastro e affoghi nell’inquinamento, sono
obiezioni irrilevanti. Si va avanti lo stesso. «È da questa cecità che dobbiamo liberarci», dice il francese. Sì, ma allora
qual è il modello giusto? «Anni fa ho incontrato un contadino laotiano. Stava
seduto sul bordo di un campo e non faceva nulla. Gli ho chiesto: che fai? Ha risposto: ascolto il riso che cresce. J’écoute le riz
pousser. Ritroviamo il piacere della vita,
prima dell’ansia di fare».
È così ovvio: una società che ha come
solo scopo lo sviluppo economico è come un individuo che vuole solo essere
obeso. Eppure la gente ha lo stesso paura
di cambiare, teme di perdere il benessere. «Qui gli allarmi degli ultimi decenni,
cose come Chernobyl o l’epidemia di
mucca pazza, sono stati utilissimi. Hanno posto interrogativi alla gente. Fanno il
gioco del partito della decrescita. Per
questo, più che immaginare La Grande
Catastrofe Finale, preferisco costruire
una pedagogia delle piccole catastrofi intermedie. Non c’è niente di meglio per far
capire alla gente l’apocalisse che verrà».
E la lentezza? «La guerra della Valsusa
contro la linea ferroviaria ad alta velocità
è sacrosanta ed è stata un pilastro nella
storia del partito della decrescita. Era il
dicembre del 2005, trentamila persone si
erano schierate sotto la neve contro i bulldozer e io ero in tv, a L’Infedele di Lerner,
a commentare in diretta. Ecco, proprio
allora si è creata la saldatura tra quella
battaglia concreta e la teoria della decrescita. È lì che i movimenti sono usciti dalla foresta e hanno cominciato a saldarsi
tra loro. Quello anti-Tav, quello contro il
megaponte di Messina o la centrale di Civitavecchia».
Latouche ne è certo: i poteri forti temono la pubblica opinione. Per questo ci
tengono all’oscuro. Nell’Unione Euro-
pea hanno bloccato tutti i referendum
sulle grandi opere e gli ogm, perché sanno benissimo che la gente voterebbe
contro, come è successo in Svizzera. José
Bové ha dovuto fare lo sciopero della fame perché il governo francese, per timore di reazioni popolari, mantenesse la
promessa moratoria sugli organismi geneticamente modificati. «Se un politico
andasse in tv e dicesse: signori, stiamo
viaggiando su un treno senza conducente, da domani dobbiamo cambiar vita…
Se quel politico desse nuove regole di
comportamento virtuoso alla nazione,
non ho dubbi che sarebbe ucciso nel giro
di una settimana».
È un segno di paura. Per questo l’economia globale accelera invece di rallentare. Per questo le immondizie diventano montagne, il fossato fra ricchi e poveri si allarga, le banlieues si incendiano.
Per questo la corsa alle ultime risorse diventa rapina, guerra, e il sistema entra nel
tunnel dell’assurdo. «Assurdistan» lo
chiamava Illich. E poiché paura e consumi aumentano in parallelo, ecco che la
costruzione di un partito della decrescita
diventa una gara di velocità, una corsa
contro il tempo.
«Quarant’anni fa sono andato a lavorare in Africa come esperto di sviluppo.
Volevo redimere il continente dalla sua
arretratezza. Ma ero anche affascinato
dai popoli africani. Studiavo appassionatamente quelle stesse culture che con
l’economia contribuivo a distruggere. È
stato lì che la contraddizione mi è apparsa chiara. Ed è stato lì che ho perso la fede. Da allora ho combattuto, sentendomi un predicatore nel deserto. Oggi, per
la prima volta, vedo che le cose stanno
cambiando. I nuclei a economia sostenibile si moltiplicano. Nelle città conosco
interi palazzi che si organizzano in modo
ecosostenibile. Lo sento, ce la faremo».
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Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
la società
L’elettore cattolico e la sua prossima scelta sono al centro
di una battaglia senza esclusione di colpi tra teo-con, teo-dem, pro-life,
atei devoti, post-clericofascisti... Uno scontro dalle radici antiche
che riecheggia il 18 aprile 1948 con le sue Madonne
pellegrine, i frati volanti e il motto
inventato da Guareschi:
“Nell’urna Dio ti vede, Stalin no”
FOTO FOTOTECA GILARDI
Religione e politica
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
MADONNE PELLEGRINE
I pellegrinaggi
mariani ebbero origine
in Francia nell’immediato
dopoguerra
Vennero presto imitati
in Italia e ebbero
particolare
seguito nell’anno
elettorale 1948
FRATI VOLANTI
MICROFONO DI DIO
Una creazione
del cardinal
Giacomo Lercaro,
arcivescovo
della diocesi di Ravenna
e poi di Bologna:
disturbavano,
contestandone
le affermazioni,
i comizi dei “rossi”
PROPAGANDA
Così era detto
il gesuita Riccardo
Lombardi
Giornalista,
prediletto da Pio XII,
fu attivissimo
nel 1948. Iniziava
i suoi discorsi
con le parole: “Gesù
mi ha detto...”
Le pagine sono illustrate
con alcuni manifesti
della campagna elettorale
della Democrazia Cristiana
alle elezioni del 1948
Nel cerchio, in basso,
il progetto di Armando Brasini
per la Basilica di Saxa Rubra
La caccia ai “voti del cielo”
FILIPPO CECCARELLI
uggestione meta-elettorale per gli
aspiranti teocrati delle varie e numerose specie, teo-con, teo-dem, pro-life, atei devoti, cattolicanti centristi,
post clericofascisti, tradizionalisti
padani: rimboccarsi le maniche e costruire tutti insieme una grande chiesa, una basilica, «pegno solenne di perpetua pace fra l’Italia e la Chiesa, nuova testimonianza della
profonda cattolicità della nazione». Perché nelle pieghe della storia, meglio se in quella minore
e perfino in quella incompiuta, non di rado pare
di cogliere barlumi di attualità.
E così, come ha scoperto anni orsono uno studioso attento come Giovanni Tassani, l’idea di
erigere un tempio alla Conciliazione fu effettivamente lanciata nel 1954, con tanto di bozzetti
e sopralluoghi, da una compagine di cattolici
che le sacre immagini e i valori della Cristianità
avevano messo sui loro stendardi. O forse sarebbe meglio dire gagliardetti, dal momento che l’animatore dell’iniziativa, il giovane e brillante
conte Vanni Teodorani, fondatore della Rivista
Romana, era certamente stato e forse a quei
tempi continuava a ritenersi fascista. Ma
dietro di lui c’erano soprattutto cattolici, e anche ecclesiastici illustri e già influenti come il
padre gesuita della
Civiltà cattolica
Tacchi Venturi.
Strano a dirsi,
ma l’enorme basilica nazionale e teocratica sarebbe sorta
a Saxa Rubra, «la località in cui Costantino
ebbe la visione della
Santa Croce, sicuro auspicio di vittoria», si legge, tipo depliant, sulla Rivista Romana. Il progetto fu
affidato alla cupa esuberanza baroccheggiante dell’architetto, nonché accademico
d’Italia, Armando Brasini che
certo non trascurò il motto apparso all’imperatore: «In hoc signo vinces», e infatti alla sommità
del tempio svetta una colossale
croce di marmo. Quella che si affacciava dallo scudo della Dc, evidentemente, non bastava a soddisfare l’esigenza dei valori religiosi nella vita pubblica.
Ora, a volte si è tentati di raffigurare la
storia come una grande scala nella quale
ogni nuovo pianerottolo raggiunto evoca
inesorabilmente non quello appena lasciato, ma il penultimo. E questo un po’ vale anche
per la partecipazione e il consenso elettorale dei
cattolici, di cui per mezzo secolo almeno la Chiesa e in seguito la Dc si sono ritenute esclusive depositarie. Ma prima? Ecco: anche “prima”, che
poi non è mai un “prima” assoluto, l’antica caccia affannosa ai «voti del cielo», come li ha designati Massimo Franco (I voti del cielo, appunto,
Baldini&Castoldi, 2000) ricorda per fuggevoli
lampi e arcane corrispondenze questa di oggi,
Casini, Ruini, Veltroni, Berlusconi, Bagnasco,
Giulianone Ferrara: voti che ora come agli albori della Repubblica «vivono nel limbo di una terra di nessuno — come scrive Franco — volatili,
volubili, percorrono strade misteriose, si dividono fra astensionismo e trasformismo, patti-
S
nano lungo tutto l’arco delle nuove ideologie». E
delle vecchie e nuove mistificazioni, viene anche da pensare.
Questo spiega come mai, al di là degli anniversari, sulle elezioni del 1948 si concentri l’attenzione non solo degli storici, ma anche dei più
evoluti studiosi di comunicazione politica, come Edoardo Novelli che in un libro di prossima
uscita per Donzelli, Te lo ricordi quel 18 aprile, ha
riletto «parole, immagini e strategie» di quella
fatidica campagna nella quale l’intervento variegato e massiccio della Chiesa fu determinante tanto nel risultato quanto nelle forme espressive della ricerca del consenso.
La grande epopea di Gedda e dei suoi Comitati civici, simboleggiati da due mani che s’intrec-
ciavano sullo sfondo di un campanile e il motto:
«Pro aris et focis», per gli altari e i focolari. In poco meno di due mesi, senza mai chiedere esplicitamente il voto per la Dc la Chiesa riuscì autonomamente a mettere in piedi una vera e propria “crociata” — «Con Cristo o contro Cristo»,
aveva del resto intimato Pio XII — realizzando
uno sforzo ideativo e organizzativo ancora più
sorprendente di quello che consentì a Berlusconi di conquistare per la prima volta l’Italia nel
1994.
Tassani ha studiato l’“Ufficio psicologico” dei
Comitati civici, laboratorio d’archetipi, fucina
d’immaginario. Perché ci furono, sì, le madonne pellegrine, sia pure d’importazione francese,
e il “microfono di Dio”, come venne chiamato il
E Baget Bozzo fustigò
“il santone” La Pira
cherza coi fanti e lascia stare i santi. I
problemi semmai, nelle schermaglie
politiche e religiose fra cattolici, cominciano quando i santi non sono ancora
tali. Nel 1961 Giorgio La Pira, oggi candidato agli altari, era sindaco di Firenze e da Palazzo Vecchio aveva messo in piedi un’ardente e diffusa attività a sostegno della pace
nel mondo: discorsi, viaggi, cerimonie, convegni, anche missioni e mediazioni segrete
presso i «nemici» dell’occidente, sovietici,
cinesi.
A quel tempo Gianni Baget Bozzo, che oggi è una specie di cappellano di Forza Italia
e come altri ecclesiastici di rango non disdegna di inscrivere il berlusconismo in un
disegno provvidenziale, non era ancora sacerdote, ma una ex giovane promessa del
dossettismo clamorosamente pentitosi,
più che dubbioso ormai sulla possibilità della Dc di fronteggiare la minaccia comunista, ideologo e
fautore di un risoluto gollismo,
prima nell’orbita di Gedda e
poi di Tambroni. C’è anche
da dire che La Pira e Baget si
conoscevano bene ed erano
anche stati amici ai tempi
della “Comunità del Porcellino”, il mitico appartamento
delle sorelle Portoghesi a piazza della Chiesa Nuova nel quale
erano vissuti Dossetti, Fanfani e
gli altri «professorini» eletti alla Costituente.
Ma le amicizie, si sa, possono a volte risolversi nel loro contrario. Così lo storico dei
movimenti cattolici Giovanni Tassani ha
scovato tre «discorsi controcorrente» che
nel 1961 il trentaseienne Baget Bozzo in
qualità di segretario dei “Centri per l’ordine
civile”, che nel loro simbolo recavano il
motto «Vox clamantis», pronunciò uno all’hotel Bristol di Genova, uno al teatro Eliseo
di Roma e uno al Baglioni di Firenze. Li pubblica nel prossimo numero la rivista Nuova
Storia Contemporanea e un po’ fanno impressione per la sottigliezza e insieme per la
virulenza con cui Baget Bozzo attacca il «falso carisma» di La Pira dandogli del «santone», del «fariseo», del falsificatore; sostenendo che è ammaliato da Kruscev e per
questo, mistificando le Sacre Scritture, si è
S
fatto strumento e complice dell’offensiva
comunista a livello mondiale.
Il pretesto di questa resa dei conti a sfondo politico-teologico è la pubblica proiezione fragorosamente organizzata da La Pira
del film del regista francese Claude AutantLara Non uccidere, nonostante fosse stato
proibito dalla censura per apologia di reato
in quanto favorevole all’obiezione di coscienza. Accusa Baget Bozzo: «Si è creato attorno a La Pira uno stato di privilegio insopportabile. Debbo dire, come cristiano: quello farisaico; cioè quello che viola la legge non
in nome della santità, ma della santonità.
Cioè del fatto che uno, per il fatto che parla
di San Paolo, si crede autorizzato, contro le
parole di San Paolo, a disobbedire all’autorità». Chi fa la parte del santone, come nel
caso di Danilo Dolci, «ci guadagna sempre
— accusa Baget Bozzo — applausi, sostegni di stampa, fama di eroe. Il regime del rotocalco ci consente
questi eroi a buon mercato che
sono poi dei grandi opportunisti».
Vedi anche il modo in cui
La Pira, sulla scorta del profeta Isaia, considera Kruscev
una figura di pace, pure richiedendo a un convegno la
presenza del cosmonauta sovietico Yuri Gagarin. Al quadro
internazionale è dedicato interamente il discorso di Firenze dal titolo:
«La Pira o la tecnica mistica del potere». Nel
senso che il sindaco di Firenze, «nuova Gerusalemme» degli illusi, si sente investito da
una rivelazione che lo porta a considerare il
kruscevismo come «il comunismo che si integra nei tempi messianici». Questa visione
è tanto più pericolosa in quanto, secondo
Baget Bozzo, influenza la politica estera di
Fanfani che non a caso cerca sponde non
solo in Russia, ma anche nel mondo arabo.
Tutto torna insomma in politica, anche
con qualche risonanza nel presente. Mentre per quello che riguarda la religione, beh,
varrà giusto la pena di ricordare, come fa
Tassani, che il 17 dicembre del 1967, quando Baget Bozzo fu ordinato sacerdote dal
cardinale Siri erano presenti Luigi Gedda,
Giuseppe Dossetti e anche Giorgio La Pira,
santo o santone che sia stato. (f.cec.)
missionario gesuita Lombardi; e se è per questo
ci furono anche i baschi verdi dell’Azione cattolica, «Siam gli araldi della Fede» echeggiava nelle piazze il loro inno, e perfino i “frati volanti”, in
giro con certi furgoni dotati di altare e megafono, pronti a interrompere i comizi del Pci. Ma il
vero salto nel futuro fu l’uso di scrittori come
Longanesi, cui si deve l’opuscolo Non votò la famiglia De Paolis o Guareschi, suo il motto «Nell’urna Dio ti vede, Stalin no»; così come decisivo
fu il lancio di illustratori e vignettisti che produssero manifesti un po’ pulp, ma indimenticabili. O filmati abbastanza ricattatori come La verità sulla scomunica: una bimba sta per fare la
prima comunione, ma il papà comunista non
vuole, né può entrare in chiesa (alla fine si converte).
Quello cattolico era a quei tempi un elettorato d’ordine, conservatore, anche reazionario.
Più che al Pci si trattava di strapparlo all’Uomo
qualunque, che nel 1947 a Roma aveva superato
la Dc. Gedda ci riuscì: e dal Papa, per ringraziamento, ebbe in dono un orologio. Il paradosso
del personaggio è che all’apice della vittoria cominciò la sua sconfitta. Non credeva all’unità
politica dei cattolici e invece, oltre al pericolo comunista, bene o male la Dc fu anche capace di
contenere, attizzare e neutralizzare questo elettorato timoroso della modernità, questo popolo
di destra naturale ed inespressa. Lo fece vellicandone gli istinti conservatori, ma anche la
paura, talvolta in modo gaglioffo.
Alle elezioni del 1953, per dire, venne organizzata una mostra itinerante sull’“Aldilà”, cioè
sulle persecuzioni ai lavoratori e ai credenti
“schiavizzati” nei paesi dell’Est. Solo che si trattava di immagini false: come si legge ne I cattolici nella storia d’Italia di Libero Pierantozzi (Edizioni del calendario, 1970) un operaio di Roma,
a nome Nardecchia, si riconobbe tra i perseguitati: «Quello so’ io!», disse. Non che all’Est per i
cattolici fossero rose e fiori, tutt’altro, ma insomma la mostra era più che altro un servizietto
“dell’aldiquà”.
Per tutti gli anni Cinquanta e oltre, anche perché timorosi di uno sbocco spagnolo, alla Franco, a partire da De Gasperi i democristiani cercarono con successo di liberarsi dell’occhiuta
tutela ecclesiastica. La basilica a Saxa Rubra non
si fece mai. Vennero piuttosto individuati dei
bastioni intoccabili: istruzione, sanità, carattere sacro di Roma, controllo della cultura, dei costumi e della tv. È una storia lunga, piena di tappe, sfumature e contraddizioni, ma in estrema
sintesi si può azzardare che il pontificato di Giovanni XXIII, il Concilio e la lunga stagione di Paolo VI, che i capi dello scudo crociato conosceva
uno a uno avendoli anche difesi dall’integralismo di Gedda, funzionarono come una specie di
benedizione. Intanto, i voti del cielo erano pur
sempre al sicuro.
Ci rimasero si può dire fino al 1974, sconfitta
referendaria sul divorzio. Ma a quel punto nuove generazioni cattoliche buttavano decisamente a sinistra. Cattolici del No, dissenso, preti operai, scelta di classe, teologia della liberazione, terzomondismo. Richiami delle gerarchie, moniti anche dal Sacro Soglio. Insieme con
Moro, la Dc perde l’anima. Dura ancora una
dozzina d’anni, quindi si scioglie. Questa è storia di ieri. Quella di oggi non è nemmeno storia.
L’altro giorno Famiglia Cristiana ha pubblicato
un sondaggio da cui emerge che i cattolici — se
ancora è congrua la definizione — vogliono più
soldi in busta paga, meno tasse per le famiglie,
un po’ più di moralità. Ed è molto difficile per
chiunque non riconoscersi in questi desideri.
Repubblica Nazionale
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
i luoghi
Altre Italie
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
I frassini del piccolo paese di Castelbuono,
sulle pendici delle Madonie, sono rimasti i soli
nel bacino del Mediterraneo a gettare quella linfa
che i greci prima e poi gli arabi chiamavano
“miele di rugiada”. Un miracolo della natura
che ha contribuito a salvare la gente di qui
Il Bosco della Manna
nella Sicilia incantata
l mare è a quattordici chilometri e a diciassette tornanti. La strada sale fino alle ultime
curve e in certi giorni d’inverno è lì, in mezzo al bosco, che il vento trasporta un profumo aspro. Legna che brucia. Nelle radure più alte
viene affastellata, i rami grandi sistemati sotto con
cura e quelli piccoli disposti sopra, incastrati uno
con l’altro e ricoperti di terra fino a prendere la forma di un vulcano. E sfiata proprio come un vulcano quella catasta di tronchi di quercia e di leccio,
che arde e getta fumo per un giorno intero prima
di diventare carbone. Per la gente di queste montagne quel braciere è il “fossone”. Sprigiona aromi che si fiutano in lontananza, sulle Madonie.
Un odore forte che annuncia sempre un ritorno
a casa. «Quando l’aria mi dice che da qualche parte c’è un “fossone”, io so che finalmente sono arrivato nel mio paese», racconta Nunzio. È da quarant’anni che Nunzio Marsiglia abita a Palermo —
dove ha preso moglie e dove insegna alla facoltà di
architettura — ed è da quarant’anni che non può
fare a meno di tornare sempre a Castelbuono.
«Non riesco a staccarmi, è un bisogno quasi fisico»,
confessa su una terrazza naturale che si affaccia
sulle valli. È sempre stupito come la prima volta davanti alle sue montagne. Cozzo Luminario. Monte
Milocca. Pizzo Palermo. Montagna Vecchia.
Qualche secolo fa i primi carbonai scesero da
Bronte. Furono loro che fecero conoscere i “fossoni” anche ai siciliani delle basse Madonie. Come i
Pappalardo, venuti giù verso la metà dell’Ottocento. Di padre in figlio, per sette generazioni si sono
tramandati l’arte di tagliare legna e bruciarla. Non
se ne sono più andati. È difficile andarsene da Castelbuono, da questa piccola Sicilia ad appena novanta chilometri da Palermo eppure tanto nascosta e riparata, così vicina e lontana da Gratteri e Pollina, da San Mauro Castelverde, da Bompietro, dalle Petralie. Sarà per quel suo clima che non è mai
troppo secco e mai troppo umido, sarà per l’eredità
lasciata dai Ventimiglia — principi e conti e marchesi discendenti dei Normanni — che per quattrocento anni si rivelarono illuminati signori, Castelbuono è ancora oggi un’enclave ai piedi delle
Madonie, le vette dell’isola, le sue vere montagne.
Le prime case sono a 423 metri d’altezza sul mare, le ultime a quota 650. Il grande tesoro però non è
verso su ma giù, nella campagna che scende a strapiombo nel Tirreno. Viene dai suoi frassini, gli Alberi della Manna. È qui, solo qui nel bacino del Mediterraneo e ormai forse anche nel mondo, che c’è
quella linfa che i greci e poi gli arabi chiamavano
«miele di rugiada» o «sudore delle stelle», quel succo che nei racconti biblici fornì miracolosamente
nel Sinai il cibo agli ebrei dopo l’esodo dall’Egitto:
«E, la mattina, c’era uno strato di rugiada intorno al
campo. E quando lo strato fu sparito, ecco sulla faccia del deserto una cosa minuta, tonda, minuta come brina sulla terra. E i figliuoli d’Israele, veduta che
l’ebbero, dissero l’uno all’altro: “Che cos’è?”, perché non sapevan cosa fosse. E Mosè disse loro:
“Questo è il pane che l’Eterno vi dà a mangiare...”».
È fra luglio e agosto, quando la pianta è in amore, che la manna sgorga dalla corteccia e riga di
bianco i tronchi. Sulle colline che si inseguono dal
mare sono piantati frassini in più di cento ettari.
Ce n’erano quasi tremila cento anni fa sulle Madonie, e settemila nelle province di Palermo e
Messina. «Ma non la sa raccogliere più nessuno»,
dice Giulio Gelardi, uno degli ultimi “mannari”.
Fino al secondo dopoguerra crescevano frassini
da manna a Cinisi, a Castellammare del Golfo, in
Calabria e in Friuli, in Toscana, in Puglia e nel Lazio. Poi sono spariti tutti. Sono rimasti soltanto a
Castelbuono. Costava millecinquecento lire al
chilo la manna negli anni Cinquanta, oggi costa
cento euro e se ne producono cento quintali a stagione. Ci fanno dolci, torroni, ci guarniscono cioccolate amare. La usano come digestivo, balsamo
per la pelle. Anche come blando lassativo e sedativo della tosse fin dai tempi più antichi. Scriveva
il famoso “aromatario” del Cinquecento, il medico e naturalista Pier Andrea Mattioli: «Solve il corpo, quantunque debilmente, per se sola, et imperò si da, et alle donne gravide, et ai piccoli fanciulli, senza alcun detrimento, o timore, messa tra
le altre medicine, accresce la virtù loro, purga agevolmente la chòlera, toglie la sete, apre et mellifica le parti del petto, et della gola».
Anche gli alberi della manna di Castelbuono erano stati abbandonati alla loro sorte. Poi qualcuno è
tornato indietro nel tempo. «Io ho ricominciato una
trentina di anni fa», ricorda Gelardi che ci racconta
cosa si è inventato per riceverla “pulita” dai suoi alberi in contrada Dimanii, un pezzo di terra comprata dal nonno emigrato nelle Americhe. Prima la lasciavano gocciolare sui tronchi e la parte più pregiata era soltanto il cinque per cento di quella che scendeva, adesso Gelardi incide — ‘ntacca— la corteccia
della pianta e poi fa scivolare la manna su un filo dove al sole secca e forma lunghissime stalattiti. Nei
giorni d’estate il paesaggio delle campagne intorno
a Castelbuono è di una bellezza insolita, di tanti colori. La terra brulla, marrone e crepata, le chiome
È tra luglio e agosto che il “sudore delle stelle”
sgorga dalla corteccia. “Ma non lo sa raccogliere
quasi più nessuno”, dice uno degli ultimi
“mannari”. Se ne fanno dolci, torroni,
lo si usa come digestivo e balsamo per la pelle
dustriali e commerciali che operano nel settore» e
infine eleggere «entro sei mesi il presidente». Dal
1957 al 2002 il consorzio per la manna fu occupato
sempre da commissari straordinari e appena tre anni fa inglobato nell’Esa, l’Ente di sviluppo agricolo,
uno dei tanti carrozzoni mangiasoldi della Regione.
I “mannari” — ce n’è ancora una cinquantina,
quasi tutti ottantenni — si sono dovuti arrangiare.
Ma estate dopo estate hanno visto rifiorire e imbiancare i loro magici alberi. Hanno cominciato a
vendere i cannoli di pura manna, a rifornire i pasticcieri locali del loro “miele di rugiada”. I più abili e già famosi, i fratelli Fausto e Martino e Nicola
Fiasconaro, hanno preparato un dolce da forno
con cubetti d’arancio e limone canditi e ricoperto
da una colata di glassa bianca alla manna. L’hanno chiamato “Mannetto”. Lo vendono in tutta la
Sicilia e stanno provando a fare con il Mannetto
quello che avevano già fatto con i panettoni.
Un’avventura, quella dei Fiasconaro e dei loro panettoni a lievitazione naturale. «Ci abbiamo messo tutta la nostra fantasia e tanta fatica», ricorda
Fausto. Alla vigilia di un Natale di circa venticinque anni fa, alcuni paesani ordinarono ai tre pasticcieri «un po’ di panettoni fatti in casa». I Fiasconaro ne sfornarono milleottocento. L’anno
dopo ne furono prenotati il doppio, l’anno dopo
ancora il triplo fino a quando i Fiasconaro sono arrivati a produrne trecentocinquantamila chili
l’anno. Dopo Palermo, è Milano la città italiana
che mangia di più il panettone delle Madonie. Lo
vendono a New York, a Los Angeles, in Nuova Zelanda e in Australia. È finito anche in orbita. L’anno scorso, il 23 ottobre del 2007, dopo i test microbiologici della Nasa, i panettoni di Castelbuono
sono stati caricati sullo shuttle Discovery — fra i
membri dell’equipaggio l’astronauta italiano
Paolo Nespoli — e lanciati nello spazio.
È un piccolo grande laboratorio della Sicilia questo paese di neanche diecimila abitanti che è una
delle porte del Parco delle Madonie. Se ne fa vanto il
sindaco Mario Cicero: «Questa è un’altra Sicilia, si
cresce tutti insieme, è il sistema-paese che funziona.
Lo straordinario successo dei Fiasconaro ha portato
benessere e notorietà anche ai tanti altri pasticcieri
di Castelbuono, la fama di certi ristoratori è stata di
stimolo per altri, tanto che il paese è oggi una capitale gastronomica dell’isola». Funghi, cardi e finocchietti selvatici, carni e latte provenienti dagli animali padroni degli alti pascoli. «Sappiamo sempre
da quale allevatore e da quale stalla viene la bistecca
o la provola che serviamo», spiega Salvatore Baggesi, l’oste del Romitaggio, che con il Nangalarruni è
una delle trenta trattorie sparse per il paese. Lavorano tutte, d’estate e d’inverno. E tutte, alla fine, servono ai loro ospiti il dolce tipico di Castelbuono: la testa di turco. È una cialda di uova e farina con sopra
DAL CIELO
Sopra, una veduta
di Castelbuono
A destra,
la caduta dal cielo
della manna,
inviata da Dio
al popolo ebraico
durante
l’Esodo dall’Egitto
Nell’imagine
grande, il fraxinus
ornus in veste
invernale ed estiva
FOTO CORBIS
I
CASTELBUONO (Palermo)
verdissime dei frassini e la macchia bianca della
manna.
C’è una legge del 1928 che certifica cos’è: «Il nome
manna è esclusivamente riservato al prodotto derivante da incisione del Fraxinus ornuso del Fraxinus
excelsior…». E c’è anche una legge siciliana che ha
tentato di proteggerla. È del 1957, la numero 43,
quella che istituiva il «Consorzio obbligatorio tra i
produttori di manna con sede a Castelbuono». Quel
consorzio avrebbe dovuto «promuovere studi e ricerche per migliorare le coltivazioni», provvedere
«alla propaganda dei prodotti e realizzare magazzini di ammasso», istituire «un albo delle aziende in-
FOTO MIKE PALAZZOTTO
ATTILIO BOLZONI
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
ALBERI MERAVIGLIOSI
A sinistra, dall’alto: un agrifoglio gigante
a Piano Pomo; i frassini di Castelbuono
e due immagini della raccolta della manna
In basso un “fossone”, la catasta di legna
bruciata per farne carbone
una crema di latte, aromatizzata da bucce di limone
e cannella.
Osti e mastri, abbazie del 1100 trasformate in cantine e terre arse come Luogo Marchese trasformate
in pregiati vigneti, frantoi con vecchie macine di pietra che spremono olive di piante lasciate dai greci,
due periodici (L’Obiettivoche si stampa dal 1921 e Le
Madonie, da una ventina di anni), due gruppi teatrali
e una compagnia di canto popolare, botteghe di artigianato, tre alberghi, quattro o cinque bed & breakfast, una società d’informatica e un villaggio turistico diventato una residenza sanitaria d’avanguardia
per la riabilitazione psichica. Ma in quale Sicilia è Castelbuono, in quale mondo? «Questa zona i siciliani
l’hanno sempre chiamata “la piccola Svizzera”», risponde l’avvocato Franco Lupo, lo storico del paese.
E tiene a precisare: «Qui non ci sono mai stati né briganti né banditi».
In effetti, una “famiglia” mafiosa di Castelbuono
non c’è mai stata. Le indagini degli ultimi trent’anni,
dal pool Falcone in poi, non hanno sfiorato un suo
abitante. E quasi un secolo fa le retate del “prefetto
di ferro” sconvolsero tutti i paesi delle Madonie tranne uno: Castelbuono. Dal 1927 al 1932 Cesare Mori
fece deportare 855 «maffiosi». Solo due erano originari di Castelbuono, un contadino accusato di favoreggiamento e il federale di Palermo Alfredo Cucco.
Il primo fu assolto, al secondo contestarono ventisette capi di imputazione. Era amico e seguace di Roberto Farinacci, il duro del Fascismo. Il regime usò
l’antimafia di Mori per una grande epurazione politica al suo interno. Nel 1926 Cucco fu espulso dal Pnf,
ma dopo la svolta filorazzista del ‘36 riemerse e Mussolini lo nominò vicesegretario nazionale del partito. «Ho l’orgoglio di vivere in una comunità senza
mafia», racconta il sindaco Cicero. E ha, aggiunge, il
piacere di vivere tra questi boschi.
Per primi li ha studiati Francesco Minà Palumbo,
medico e naturalista di Castelbuono. Dopo l’università a Palermo e a Napoli, tornò in paese e cominciò
a raccogliere sulle sue montagne duemila specie di
piante e quattordicimila di insetti. Sono tutti catalogati nel museo che gli hanno dedicato. «Una raccolta eccezionale, le Madonie sono esattamente al centro del Mediterraneo e ne rappresentano il più importante ambiente bio-geografico», spiega Pietro
Mazzola del Dipartimento di scienze botaniche di
Palermo, anche lui di Castelbuono, anche lui schiavo di quel richiamo della montagna.
Quelle vere sono un po’ più su. Ma prima di scalarle c’è un altro bosco, al confine con Petralia Sottana. In una spianata che ha come nome Piano Pomo ci sono gli agrifogli giganti. Ne hanno contati
centocinquanta, alcuni sono alti fino a venti metri.
Nella calura estiva chi si inoltra fra quegli agrifogli
si ristora, ha la sensazione di entrare in una cella frigorifera. D’inverno, là dentro si rincorrono lepri e
cinghiali sotto una grande cupola verde tempestata di bacche rosse.
Diecimila
abitanti,
attività fiorenti
e nessuna
“famiglia”
mafiosa
Repubblica Nazionale
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
La Michelin celebra con una mostra itinerante il suo famosissimo
logo, che il “Financial Times” ha giudicato “il migliore
del Novecento”. Nato centodieci anni fa da uno slogan
ispirato a un verso di Orazio, riuscì a coniugare lo spirito della modernità
con un aspetto gioviale e rassicurante. Attraverso discreti ma costanti ritocchi
e adattamenti, il pupazzo disegnato da O’Galop entra allegramente nel XXI secolo
CULTURA*
Bibendum
Lunga vita all’omino di gomma
PINO CORRIAS
omino Michelin abita dentro al
perpetuo buonumore delle discese. Fa della strada un gioco
senza ostacoli. Della vita un rettilineo, con la polvere che fila via
lungo le traiettorie della velocità.
L’omino Michelin è il primo desiderio declinato in tre dimensioni, come la vita vera, quando
ancora le sciantose colorate da Honoré Daumier, a Parigi, e da Marcello Dudovich, a Milano, erano superfici di carta e onde dello sguardo, inafferrabili, come l’effervescenza delle acque di Vichy, sulle quali galleggiavano. L’omino Michelin è il prototipo di tutti i desideri a seguire, che ci faranno consumare senza mai consumarsi. Proponendoci favole perpetue.
Identità portatili. Stupori seriali & acquisti.
La sua banale eternità ne ha fatto, secondo il Financial Times, il miglior logo del secolo, il punto
di perfetta rotondità lungo il quale l’oggetto evolve a immagine, l’immagine a racconto, il racconto a ricordo. La sua efficacia rispetta tutte le teorie
della pubblicità sebbene le preceda di almeno tre
decine d’anni, a partire da quel primo manuale di
Daniel Stach (Usa, 1925) che fissa le cinque regole di ogni messaggio in una sequenza senza fronzoli: essere visto, capito, creduto, ricordato, desiderato. Declinandola con l’intuizione di una sesta regola che è poi il fondale di tutte le altre, e che
riguarda l’infanzia, il gioco, la sollecitazione a
quel sottosuolo emotivo che fa di ogni consumatore un bimbo, di ogni oggetto una favola da dondolarsi nello sguardo e un pollice da succhiare.
L’Italia degli anni Cinquanta, e successivi, ha
avuto più pollici da succhiare di ogni altro Paese.
Per gentile tutela della politica, religiosamente incline alla pedagogia, da esercitare specialmente
dentro alla lentissima pubertà del suo specchio
televisivo. Pupazzi di uomini e animali, draghi
gentili e femmine di gommapiuma, hanno abitato il nostro Miracolo Economico, che in mezzo al
nero della cronaca e al fragore delle catene di
montaggio a cottimo, sbiancava i primi passi del
neonato italiano medio, ancora impreciso a
muoversi su ruote, ma presto esperto di tinelli a
rate e detersivi, di plastiche Moplen, creme solari, formaggini.
Mucche che danzano e ippopotami blu. Pulcini vagabondi. Pirati buoni e vigili urbani molto
cattivi. Condor in picchiata, zanzare sterminate
da un sortilegio e uomini con cravatta imprigionati in una lavatrice, ma fischiettando jazz. Ripensata in sequenza quella stagione pubblicitaria italiana — il Carosello di perpetua memoria,
1957-1977, quattro réclame da due minuti e quindici secondi ciascuna — è un grande racconto allucinato, con effetti anche esilaranti, dilagato a
cascata da un non trascurabile (e italico) veto legislativo. Il quale proibiva che il nome del prodotto reclamizzato comparisse nel racconto principale, i due minuti di intrattenimento, ma trapelasse solo alla fine, nei quindici secondi del cosiddetto codino, con esiti di clamorosa illogicità, ma
anche per questo memorabili, per l’astrusa fatica
di riuscire a collegare un pistolero innamorato a
un caffè espresso, i cavalieri di Re Artù a un biscotto ripieno, un toro pasticcione da corrida a un
cono di gelato con ciliegie e panna.
È in quell’improvviso straniamento del racconto il segreto che custodisce la sua memoria.
Pupazzi incongrui che diventano prodotti d’uso
comune. Che evolvono la propria storia senza intaccare la loro risonanza consumistica. Proprio
come l’omino Michelin che da più di un secolo fa
correre nuovi radiali sulla multipla promessa degli esordi: essere morbidi, essere sicuri, essere veloci.
Quelli della più celebre stagione italiana sono
racconti istantanei. Illuminazioni. Il loro effetto
sul pubblico risulta clamoroso. Carosello diventa
per due decenni il principale appuntamento televisivo — dai sei milioni dell’inizio, ai diciannove
delle ultime stagioni — e il volano di centinaia di
prodotti che arredano l’Italia dei condomini rateizzati e del weekend. Dietro ai suoi sipari, disegnati da Ninetta Vespignani, si allestisce l’altare
del nuovissimo consumismo, ma con giudizio, e
poi anche si tramanda lo scrigno delle vecchie fiabe da raccontare prima della nanna. Perché poi
sono i bambini la trincea da espugnare per muoversi alla conquista degli adulti. La soglia su cui assestarsi. Per dispiegare il catalogo del vivere moderno: dalle nuove colazioni all’alba, con famiglie
L’
incellophanate, al brandy serale, con il camino acceso e l’atmosfera, dopo serene giornate passate a
lucidare pavimenti, a lubrificare l’automobile, a
preparare cene col doppio brodo, indossando calze
di seta, bevendo digestivi, deodorando bagni.
È Calimero — con dolce lavandaia nel finale: «Tu
non sei nero, sei solo sporco» — il minuscolo eroe di
quella stagione di incantevoli lavaggi. Lo disegna Nino Pagot che ai tempi raccontò: «Che cosa attira l’attenzione delle donne? I bambini e gli animali. Il prototipo del bambino indifeso è il pulcino. Se lo facciamo triste e disgraziato suscita maggiori simpatie. Se
lo facciamo nero introduciamo l’idea che bisogna
pulirlo. Se lo facciamo protestare assecondiamo
uno dei più antichi vezzi degli italiani. Se gli facciamo combinare tanti guai gli togliamo il carattere
troppo dolciastro. Così è nato Calimero».
Celebrato più di tutti. In compagnia di quei due
barattoli rovesciati su cui Armando Testa applica un
paio di baffi e una treccia per farne Caballero e Carmencita, amanti della Pampa, con avventure d’epica western e amore sbrigativo: «Bambina sei già mia,
chiudi il gas e vieni via». E di quell’altro capolavoro
di immaginazione minimalista, La Linea, l’omino
disegnato in bianco su fondo nero da Osvaldo Cavandoli, che cammina lungo il rettilineo della vita,
sempre evitandone l’abisso. E borbottando, grattandosi la testa, elaborando pensieri. Solitario, anonimo, irascibile,
ma innocuo, con direzione incorporata, come fanno i pedoni di quella folla seriale che
ogni giorno allaga l’ora di punta delle
nuove metropoli, tutti in marcia, superando ostacoli, sfuggendo all’indistinto buio, verso l’approdo illuminato della casa.
Celebrità arcaiche, riviste oggi.
Graffiti tatuati su pellicole 35 millimetri. Reperti. Cancellati dalla velocità istantanea dell’era digitale.
Che ha moltiplicato per mille i canali televisivi, gli schermi, le risonanze, e per diecimila i messaggi
emessi, ventiquattro ore al giorno,
in un bagliore costante di luci, di
suoni e di significati: il flusso che ci
imprigiona.
Nel flusso si appannano le storie. I marchi non hanno più tanto
bisogno di intrecci narrativi, ma
sempre più di memoria, di lampi
da non dimenticare. Di colpi di
scena, di location fantasmagoriche, di invenzioni computerizzate. Purché istantanee, capaci di
emergere dal flusso. Tutto semplificando fino alla tautologia del
marchio, come insegna la Moda
— vera regina di superfici profonde — che diventa identità e racconto, alfabeto esplicito e implicita emozione.
Le griffe non sanno che farsene
dei pupazzi in plastica, usano direttamente la disponibilità di
quelli veri, plasmando, di stagione
in stagione, il corpo e il cuore dei
clienti. La loro fame di identità rinnovabili. Un jeans strappato contiene il necessario a mostrare un carattere. O a rafforzarne il suo racconto immaginario. Il desiderio ha il suo
profumo sotto vetro. E seta sulla pelle. Il successo cammina sui tacchi a
spillo. La fedeltà è lana pregiata a doppio filo. La tenerezza è calze colorate. Il
mistero un’esclusiva degli occhiali in
nero e oro. Nel nuovo mondo dei messaggi perpetui siamo diventati noi lo
schermo e il supporto, gli incantatori e
gli incantati. Tutti esibiti per esibizionismo, con cartellino incorporato.
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
Il mito della velocità A
venduto col sorriso
GIAMPIERO MARTINOTTI
PARIGI
prima vista, è difficile trovare un rapporto tra Orazio e un
pneumatico. Associare il grande scrittore latino a un oggetto
d’uso moderno, tutt’altro che poetico, può sembrare una bestemmia. Eppure, l’omino Michelin è a suo modo un figlio (illegittimo?) delle odi oraziane: «Nunc est Bibendum», cioè adesso
si deve bere o, se si preferisce, è ora di bere. E Bibendum, da più
di un secolo, è la personificazione pubblicitaria di uno dei più
grandi marchi industriali europei. Talmente familiare a tutti noi
che il 21 luglio 1969, quando Neil Armstrong passeggiò sulla luna dentro il suo scafandro bianco, qualcuno in tv disse papale
papale: «Assomiglia a Bibendum».
La saga dell’omino Michelin, con le sue formidabili trasformazioni attraverso la grafica di tutto un secolo, il Novecento, è
uno specchio, bene o male, della nostra civiltà, dei nostri valori,
del nostro immaginario. A partire da venerdì, fino al 31 agosto,
una mostra ripercorrerà il sentiero di quel mito a Clermont-Ferrand, nel cuore della Francia profonda, dove la Michelin è nata
e continua a vivere.
La genesi di Bibendum è curiosa e tipicamente ottocentesca:
ai tempi della réclame, le tecniche pubblicitarie erano rudimentali, ci si affidava all’istinto anziché agli studi di mercato. A
quell’epoca, la fabbrica — fondata nel 1832 per produrre gomma — si era lanciata negli pneumatici ed era guidata da due fratelli, André ed Edouard, il primo architetto, il secondo allievo
delle Belle Arti, entrambi tornati a Clermont per occuparsi dell’azienda di famiglia. La prima vaga idea di Bibendum spunta
nel 1894, all’Esposizione universale di Lione. La Michelin ha
uno stand e all’ingresso ci sono due pile di pneumatici per biciclette: «Con due braccia si potrebbe fare un pupazzo», esclama
Edouard, l’artista. Qualche mese dopo, André riceve un dise-
gnatore pubblicitario, O’Galop, pseudonimo di Marius Rossillon. Fra le sue carte c’è una pubblicità per una birreria tedesca:
un uomo grasso con un boccale di birra e una scritta: «Nunc est
Bibendum». André pensa subito allo slogan della ditta («Il pneumatico Michelin beve l’ostacolo») e all’osservazione fatta un
giorno dal fratello. E commissiona a O’Galop un nuovo personaggio: il bavarese bevitore di birra deve trasformarsi in un omino fatto di pneumatici.
Bibendum è nato, a partire dal 1898 la sua immagine si diffonde dappertutto. Siamo nella Belle Epoque, i manifesti pubblicitari Art Nouveau dilagano. Dominano i fiori, le forme rotonde e
svolazzanti, le figure di donne più o meno fatali. L’omino Michelin è ben lontano dai canoni decorativi della sua epoca, sembra voler rappresentare la modernità industriale, la praticità
della tecnica. Ma al tempo stesso la sua rotondità lo rende gioviale, come se fosse davvero un buon bevitore. E i Michelin lo
sfruttano a fondo: hanno capito prima di altri l’importanza della pubblicità e la praticano a piene mani, in particolare sponsorizzando le manifestazioni sportive.
La mostra di Clermont ripercorre le tappe della saga, il ricorso ai disegnatori più originali, invitati a ritoccare insensibilmente, ma costantemente, il personaggio. E a partire dagli anni
Venti la Michelin decide di far tutto in proprio: crea a Parigi un
atelier chiamato a progettare tutte le campagne pubblicitarie.
Vecchia impresa paternalista, la Michelin farà sparire dalla bocca di Bibendum il sigaro già alla fine degli anni Trenta per contribuire alla lotta contro la tubercolosi. Negli anni Novanta, si
sfruttano gli effetti speciali e le immagini tridimensionali: Bibendum entra nel Ventunesimo secolo e nel 2000 si toglie una
soddisfazione: una giuria internazionale riunita dal Financial
Times lo elegge «logo del secolo», quel secolo che Bibendum si è
bevuto tutto d’un fiato.
IL SIMBOLO
Il disegno grande
a centro pagina
è tratto da una affiche
di Albert Philibert
del 1925; a sinistra,
un bozzetto
senza data ritrovato
negli archivi
dello Studio Michelin
Tutte le immagini
si pubblicano
per gentile
concessione
degli archivi Michelin
I POSTER
Nella parte bassa
della pagina,
da destra, cinque
manifesti
di cui indichiamo
autore e data:
O’Galop (1913);
Stanley Charles
Roowy (1912);
Fabien Fabiano
(1917); ancora
O’Galop (1905);
Studio Michelin
(1936-40)
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
la lettura
Cronisti ancien régime
Un anno prima della Rivoluzione, Mercier finisce
l’opera monumentale dedicata alla sua città
che ora esce in parte in italiano. Perdigiorno
e tiratardi, gran dame e prostitute, nobili
e straccioni. E tutto sta per cambiare
Gli operosi
fantasmi di
LOUIS-SÉBASTIEN MERCIER
e diverse ore del giorno offrono a turno, in mezzo a un
vortice rumoroso e precipitoso, la tranquillità e il movimento. Sono scene mutevoli e periodiche, separate da
intervalli più o meno uguali. Alle sette di
mattino, tutti gli ortolani, con le ceste
vuote, ritornano ai loro orti, a cavalcioni
sui loro ronzini. Non si vedono girare
molte carrozze. A quell’ora, le sole persone ben vestite e pettinate che s’incontrano sono impiegati d’ufficio.
Verso le nove del mattino, si vedono
correre i parrucchieri, incipriati dai piedi
alla testa (per questo vengono detti naselli), mentre reggono in una mano il ferro per capelli e nell’altra la parrucca. I camerieri delle caffetterie, sempre in grembiule, portano caffè e bavaresi nelle camere d’affitto. Nello stesso momento, si
vedono apprendisti cavallerizzi, seguiti
da un lacchè, i quali, a cavallo, vanno a
correre lungo i boulevards, e talvolta fanno pagare ai passanti il prezzo della propria inesperienza.
Verso le dieci, una nube nera di funzionari della magistratura s’incammina
verso lo Châtelet e verso il palazzo di giustizia: non si scorgono altro che facciole,
toghe, borse, e querelanti che gli corrono
dietro. A mezzogiorno, tutti gli agenti di
cambio e speculatori si recano in massa
alla Borsa, e gli oziosi al Palais-Royal. Il
quartiere di Saint-Honoré, quartiere dei
finanzieri e degli uomini influenti, è molto battuto e non c’è neanche un angolo
del selciato che sia libero. È l’ora delle petizioni e delle richieste di ogni genere.
Alle due, coloro che pranzano fuori,
pettinati, incipriati, agghindati, camminando in punta di piedi per paura di sporcarsi le calze bianche, si dirigono verso i
quartieri più lontani. A quest’ora, tutte le
carrozze di piazza sono in giro, non ne resta più nessuna disponibile; si litiga per
esse, e talvolta capita che due persone
aprano nello stesso momento la portiera, salgano e ci si piazzino. Bisogna andare a cercare la guardia per sapere chi dei
due resterà.
Alle tre, s’incontra poca gente per strada, perché tutti pranzano: è una pausa di
calma, che non è destinata a durare a lungo.
Alle cinque e un quarto, c’è un baccano spaventoso, infernale. Tutte le strade
L
Parigi
sono intasate, le carrozze transitano in
tutte le direzioni, volano verso i diversi
teatri o vanno verso le passeggiate. I caffè
si riempiono.
Alle sette, ricomincia la calma: calma
profonda e quasi universale. Tutti i cavalli scalciano inutilmente il selciato. La
città è silenziosa, e il tumulto sembra che
sia stato incatenato da una mano misteriosa. Verso metà autunno, è, inoltre, l’ora più pericolosa, perché la ronda non ha
ancora preso servizio, e molte violenze
vengono compiute al calar della notte. La
luce si affievolisce; e mentre le scenografie dell’Opéra sono in azione, la massa dei
manovali, dei carpentieri, degli scalpellini rientra in gruppi compatti ai quartieri
dove abitano. Il gesso di cui sono sporche
le loro scarpe imbianca il selciato, e li si riconosce dalle tracce che lasciano. Vanno
a dormire, quando le marchese e le contesse cominciano a truccarsi.
Alle nove di sera, il rumore riprende:
è la sfilata dei teatri. Le case vengono
scosse dal rotolio delle carrozze; ma è
un rumore passeggero. Il bel mondo
rende qualche breve visita in attesa della cena. È pure l’ora in cui tutte le prostitute, con il petto scoperto, la testa alta, il volto dipinto, lo sguardo ardito
quanto il braccio, malgrado le luci dei
negozi e dei lampioni, vi inseguono, in
calze di seta e in scarpini bassi, in mezzo al fango: i loro discorsi fanno il paio
con i loro gesti. Si dice che la licenza serve a preservare la castità, che queste
donne vulgivaghe impediscono gli stupri; che senza donnine allegre ci si farebbe meno scrupoli a sedurre e rapire
le fanciulle innocenti. In effetti, il ratto
e lo stupro sono diventati molto rari.
Comunque sia, questo scandalo, incre-
dibile in provincia, si compie davanti
alla porta dell’onesto borghese, le cui
figlie sono spettatrici di queste strane
intemperanze. È impossibile che esse
non vedano e non sentano ciò che si
permettono di dire quelle donne licenziose. E che ne sarà del trattato del filosofo sul pudore?
Alle undici, di nuovo silenzio. È l’ora in
cui si finisce di cenare. È pure l’ora in cui
i caffè rispediscono alle loro mansarde gli
oziosi, i disoccupati e i poetastri. Le prostitute, che giravano qua e là, osano mostrarsi solo ai margini dei viali, per paura
della ronda, che, a quest’ora tarda, le raccatta. Questo è il termine usato.
A mezzanotte e un quarto, si odono le
carrozze di coloro che non giocano e che
rincasano. La città allora non sembra deserta: il piccolo borghese che già dorme
viene svegliato nel proprio letto, e la sua
metà non se ne lagna. Più di un piccolo
parigino deve la propria nascita ai bruschi sobbalzi degli equipaggi signorili.
Anche il tuono è, come ovunque al mondo, un grande popolatore.
All’una del mattino, seimila contadini
giungono, portando le provviste di ortaggi, frutta e fiori. S’incamminano verso le
Halles: le loro cavalcature sono stanche e
stracche; hanno fatto sei o sette leghe. Le
Halles sono il luogo in cui Morfeo non
scuote mai i propri papaveri. Qui, mai silenzio, mai riposo, mai intervalli. Ai venditori di frutti di mare succedono i pescivendoli, e ai pescivendoli i venditori di
vongole, e a questi i dettaglianti; tutti i
mercati di Parigi, infatti, prendono le loro merci solo dalle Halles: sono il magazzino universale. Ci sono milioni di uova
nelle ceste che salgono, scendono, girano, e, miracolo!, non se ne rompe nem-
meno uno. Nelle taverne, allora, l’acquavite scorre a fiumi. È un’acquavite allungata con acqua, ma fortemente pepata.
Gli scaricatori delle Halles e i contadini ne
bevono in abbondanza; i più sobri bevono vino. È un brusio continuo. Queste
contrattazioni notturne avvengono al
buio. Si potrebbe credere che sia un popolo che fugge i raggi del sole, e ne ha orrore. Gli addetti alla vendita del pesce
non vedono mai, per così dire, l’astro del
giorno, e si ritirano solo quando i lampioni cominciano ad affievolirsi: ma se
non ci si vede, ci si sente, poiché si grida a
squarciagola; e nella generale confusione delle urla, bisogna davvero conoscere
bene l’idioma del luogo per sapere da dove parte la voce che v’interpella. Le stesse scene avvengono alla stessa ora sul
quai de la Vallée, dove si tratta di lepri,
piccioni, invece che di salmoni e aringhe.
Questo tumulto ininterrotto contrasta
con il sonno diffuso nel resto della città;
alle quattro del mattino, infatti, solo i briganti e i poeti sono ancora svegli.
Due volte alla settimana, alle sei, i panettieri di Gonesse, nutritori di Parigi,
portano un’enorme quantità di pani, che
devono essere consumati in città, poiché
non è concesso loro di riportarseli indietro. Dopo poco, gli operai si strappano ai
loro giacigli, prendono gli strumenti della loro professione e se ne vanno alle officine. Il caffè-latte (chi lo crederebbe?) ha
acquistato il favore di questi uomini robusti. Agli angoli delle strade, al riverbero di una pallida lanterna, donne che recano sulla schiena fusti di latta ne servono, per due soldi, in boccali di terracotta.
Lo zucchero non vi abbonda, ma in definitiva l’operaio trova eccellente questo
caffè-latte. Pare incredibile che la corpo-
razione dei caffettieri, moltiplicando i regolamenti, abbia fatto tutto il possibile
per impedire questo traffico legittimo.
Essi pretendono di vendere a cinque soldi la stessa tazza nelle loro mescite piene
di specchi. Ma quegli operai non hanno
bisogno di specchiarsi mentre fanno colazione. Del resto, l’uso del caffè-latte ha
prevalso, ed è così diffuso presso il popolo, che è diventato l’eterna colazione di
tutti i lavoratori a domicilio. Hanno trovato questo alimento più economico,
nutriente, saporito, di ogni altro. Di conseguenza, ne bevono quantità prodigiose; dicono che spesso si sostengono in tal
modo fino a sera. Fanno dunque solo due
pasti, la colazione principale e la scaloppina al prezzemolo della sera, di cui ho
parlato altrove.
Al mattino, i libertini si congedano dalle prostitute, pallidi, sfatti, portando con
sé più il timore che il rimorso; e si lamenteranno tutto il giorno per l’uso che hanno fatto della notte, ma la dissolutezza, o
l’abitudine, è un tiranno che s’impossesserà di loro l’indomani, e che li trascinerà
a lenti passi verso la tomba. I giocatori,
ancora più pallidi, escono dalle bische
poco note o rinomate; gli uni tenendosi
la testa e il ventre, lanciando al cielo
sguardi disperati; gli altri ripromettendosi di rimettersi al tavolo che li ha favoriti, ma che domani li tradirà. Le leggi
proibitive non otterranno nulla contro
questa sciagurata passione, scatenata da
una sete dell’oro che si è manifestata in
tutti i ceti, e che i governi stessi autorizzano sotto il nome di lotteria, ma che vietano sotto un’altra denominazione.
Il martello del fabbro e del maniscalco disturba talvolta il sonno mattutino
degli oziosi che sono ancora a letto. A
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
Una città-mostro
ancora senza Lumi
BERNARDO VALLI
FOTO ALINARI MARY EVANS
FOTO BRIDGEMAN/ALINARI
N
IL LIBRO
Louis-Sébastien Mercier (1740-1814) fu autore
di drammi, poesie, novelle morali, saggi politici
e soprattutto grande osservatore della società francese
Nel 1771 pubblicò un romanzo visionario, L’An 2440,
rêve s’il en fut jamais e in dieci anni
tra il 1871 e l’81 il Tableau de Paris in dodici tomi:
un ritratto della capitale francese pre-rivoluzionaria
Da quest’opera la casa editrice Medusa ha ricavato
un’antologia dal titolo Parigi fantasma (64 pagine, 9 euro)
della quale pubblichiamo un estratto
Il volume sarà in libreria ai primi di marzo
voler dare retta ai nostri sibariti, bisognerebbe relegare fuori città tutti gli artigiani che fanno stridere una lima corrosiva; non verrebbe più concesso al
calderaio di battere sulla marmitta, al
carradore di cerchiare la ruota con ferro durevole, ai vari mestieri che percorrono le strade di elevare quelle grida
acute e squillanti che si fanno udire fin
in cima e sul retro delle case. Bisognerebbe che il rumore della città venisse
incatenato ovunque, per proteggere la
loro oziosa indolenza, affinché, mentre la calma del silenzio avvolge la loro
tranquilla alcova, tutti questi voluttuosi possano schiacciare le piume oziose
del materasso fino a mezzogiorno,
quando il sole è al culmine del suo percorso. Coerentemente con questo modo di pensare, costoro non vorrebbero
nemmeno sentire l’odore della bottega
del cappellaio, a causa della follatura,
né del conciatore, a causa degli oli che
usa, né del verniciatore, né del profumiere, benché facciano uso dei suoi cosmetici, né del trinciatore di tabacco,
che li fa starnutire involontariamente
quando vi passano davanti. Se si desse
ascolto a tutte le pretese di questi ricchi, nella capitale rimarrebbero solo le
porte carraie, e bisognerebbe imbottire le strade fino all’una, ossia fino al
momento in cui essi abbandonano il
piumino e il letto; le campane non dovrebbero più risuonare nell’aria, e il
tamburo delle Guardie, passando sotto le loro finestre, dovrebbe restare
muto; poiché solo i loro equipaggi hanno il diritto di fare rumore correndo sul
selciato e di svegliare quelli che dormono alle due del mattino.
Il dieci, il venti, il trenta di ogni mese,
s’incontrano, tra le dieci e mezzogiorno,
dei facchini con borse piene di monete,
piegati sotto il peso del fardello: corrono
come se un esercito nemico stesse per
invadere la città; è la dimostrazione che,
da noi, non si è saputo creare il segno
convenzionale e utile che sostituirebbe
tali metalli, i quali, invece di passare di
cassaforte in cassaforte, dovrebbero essere soltanto dei segni immobili. Guai a
chi, in quel giorno, ha una lettera di
cambio da pagare, e non ha contanti!
Può dirsi fortunato chi l’ha pagata e rimane con uno scudo da sei soldi!
Quasi tutti gli anni, verso la metà di
novembre, si manifestano indisposizioni catarrali, causate dall’arrivo improvviso di un’atmosfera umida e fredda e di nebbie che impediscono la traspirazione. Molti ne muoiono; ma il parigino, che ride di tutto, chiama queste
pericolose infreddature la grippe, la civettuola; e il burlone, tre giorni dopo, si
prende un’infreddatura e scende lui
stesso nella tomba. Il passaggio dagli
appartamenti riscaldati e dalle sale teatrali all’aria aperta rende questa mancanza di traspirazione quasi inevitabile. La nuova consuetudine di portare
ampi mantelli è eccellente: in tal modo,
ci si ripara dalla sensazione di freddo;
un’immediata attività fisica sarebbe
una precauzione ancora più efficace.
Le donne che sono costrette ad attendere per qualche tempo le carrozze,
quelle donne affascinanti e delicate
che vedete rabbrividire sulle scalinate e
sotto i portici dei teatri, dovrebbero riflettere che le pellicce non sono sufficienti a proteggerle da ogni malanno.
Traduzione di Riccardo Campi
(© 2008 Edizioni Medusa)
COSTUMI
Nell’immagine
grande, la pianta
di Parigi fatta
disegnare
da Turgot
(1734-39)
Le figure
sono costumi
d’epoca:
da sinistra
in senso orario,
giocatori
di whist;
una fioraia;
una venditrice
di ostriche;
un venditore
di uccelli
PARIGI
el maggio 1793, Louis-Sébastien Mercier rischiò di essere ghigliottinato sulla Place de la Révolution (oggi Place de la Concorde) come la brava, intrepida Madame Roland. Forse salvò la testa perché era molto
meno noto e non era inseguito dai rancori suscitati dalla bella pasionaria Manon Philipon, sposata Roland. Lei aveva un ruolo di
primo piano nella Rivoluzione e le fu riservata una pena pesante quando i Montagnardi
prevalsero sui loro avversari Girondini. Mercier, che era un Girondino, protestò alla Convenzione Nazionale contro l’arresto in massa dei suoi compagni, tra i quali Madame Roland. Si infiammava facilmente. Una volta
aveva interrotto Robespierre, colpevole di
avere paragonato i suoi amici agli antichi Romani, dicendogli in faccia: «Macché Romani!
Voi impersonificate l’ignoranza». Fini comunque in prigione, dove rimase un anno.
Poi uscì e fu rieletto deputato.
Sarebbe tuttavia una forzatura evocare insieme Louis-Sébastien Mercier e Madame
Roland perché entrambi vissero La Terreur. I
loro destini, nel 1793, furono infatti molto diversi. Giustifica invece l’accostamento il rapporto che ebbero con la città. Con Parigi. Con
la metropoli non ancora avvolta dal mito. Entrambi sentono allora Parigi come un «monstre difforme», in cui convivono un’ostentata
opulenza e un’estrema miseria. Una Parigi
affascinante e ributtante, piena di
contraddizioni. Una Parigi che suscita amore e disamore. Mentre aspetta di
salire al patibolo, Madame Roland, autentica parigina ma anche seguace di
Rousseau, si abbandona al ricordo della
campagna, sogna la bellezza della natura
in cui adagiarsi e dare un senso alla vita.
Ripudia (quasi) Parigi, pur subendone il
fascino. Ma non il fascino romantico che i
cultori dei Lumi riservano alla solitudine
privilegiata della società rurale.
Alla Parigi, non ancora mitica, Mercier ha
già dedicato (quando Madame Roland perde
la testa sulla Place de la Révolution) l’opera
per la quale è ancora ricordato: Le Tableau de
Paris. Dopo sette anni di lavoro, finisce nel
1788 l’ultimo dei dodici volumi, scanditi in
mille capitoli, apparsi via via e accolti da polemiche e proteste che spingono l’autore a
esiliarsi in Svizzera per sfuggire alla giustizia.
Le Tableau de Paris è quindi il ritratto di Parigi sulle soglie della Rivoluzione. Mercier non
vi descrive edifici, monumenti, templi, non
si occupa di quel che non si muove, l’architettura non lo interessa, non sciupa tempo
osservando quel che è quasi immutabile.
Racconta i costumi degli abitanti: «In particolare (dice lui stesso) le idee dominanti e la
situazione degli animi». Studia la società, ne
disegna le strutture, si occupa dei cittadini di
tutte le classi, paragonando le loro opposte
condizioni e aspirazioni. Distingue nella
massa enorme della popolazione i principi, i
gran signori, i magistrati, gli uomini della finanza, i negozianti o venditori, gli artisti, gli
artigiani, i manovali, i servi, i militari, le prostitute o le donne sul punto di diventarlo.
Senza dimenticare le posizioni sociali indefinibili, che non è possibile includere nelle
tradizionali classi sociali. Mercier non trascura le credenze religiose e le pratiche popolari, alle quali dedica brevi, efficaci annotazioni. È un grande ritratto di Parigi che precede di quasi un secolo il grande affresco amministrativo di Maxime du Camp, il giornalista amico di Flaubert.
Nella loro Correspondance, Grimm e Diderot chiamano Mercier «un infaticabile imbrattacarte». Ha vissuto settantaquattro anni (1740-1814), tanti per quell’epoca, e si è lasciato alle spalle montagne di scritti. I contemporanei lo descrivono come un uomo superficiale e brillante. Ammirazione e sufficienza si confondono. Non a torto, oggi è
considerato un precursore del giornalismo
moderno. La Parigi che descrive non è certo
un’oasi di felicità. Gli sguardi degli indigenti,
dei miserabili, si posano incandescenti sulle
delizie dei ricchi. L’incendio non può essere
che imminente. Voltaire ha scritto di Lisbona distrutta dal terremoto. Cosa attende Parigi?
Gli umori di Mercier furono zigzaganti. Seguace dei Lumi e della Philosophie, gli capitò
poi di criticare Voltaire, rimproverandogli di
avere distrutto la morale. Fece anche il processo alla Philosophie e si oppose all’istruzione delle masse. Ma c’è una sua opera singolare (del 1771), scritta assai prima del Tableau de Paris, che merita di essere ricordata.
Ed è: L’An deux mille quatre cent quarante,
reve s’il en fut jamais. In quel libro sono messe a confronto due immagini di Parigi. Quella contemporanea di Mercier e quella futura
(appunto del 2440), rivelata da un sogno. La
prima immagine, quella settecentesca, è ricca di ingiustizia, di soperchieria, di corruzione, di disordine, di sporcizia. La Senna è puzzolente e trascina il letame della metropoli.
Sulla quale pesa una cappa di fumo che ingrassa i polmoni.
La seconda immagine, quella sognata di
sette secoli dopo, mostra una città in cui sono state realizzate le riforme vagheggiate
dall’Illuminismo. La società è regolata da
una saggia amministrazione, è fondata sulla
tolleranza, la virtù, la giustizia. La contrapposizione delle due immagini consente a
Mercier di sottolineare la Parigi «monstre»
del suo tempo. Senza dare all’orrida espressione quel tocco mitico che arriverà con Balzac e Baudelaire.
Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
Cinquant’anni fa, nell’estate 1958, un art director
destinato a diventare un grande fotografo, Art Kane,
ebbe un’idea “irrealizzabile”: mettere insieme,
alle dieci del mattino in una strada di Harlem, tutti i grandi jazzisti dell’epoca d’oro
Ci riuscì e lasciò al mondo uno scatto sensazionale e una sintesi perfetta
SPETTACOLI
del secolo che si era e si sarebbe mosso al ritmo della musica afroamericana
ART BLAKEY
COME HO FATTO AD ARRIVARE IN TEMPO?
NIENTE DI PIÙ FACILE, QUELLA È CASA
MIA, È LÌ CHE ABITAVO
Nella mia vita ho avuto solo i Jazz
Messengers, quella è davvero roba mia,
e tutti i più bravi giovani musicisti
prima o poi sono venuti da me, a suonare
nella mia band. La mia più grande seguace
era una donna di nome Sara, veniva ovunque,
anche quando aveva 87 anni
All
That
Jazz
P
roviamo a immaginare. Cosa
sarebbe successo se ognuno
dei presenti avesse portato con
sé il suo strumento? Facile, sarebbe stata la più grande jam
session di tutti i tempi. Ma anche così, silente, immutabile, la foto rimane sensazionale, probabilmente la più famosa di tutta la storia del jazz, e fu scattata
esattamente cinquant’anni fa, da Art Kane, un brillante art director che fino a quel
momento non sapeva ancora che sarebbe
diventato un fotografo.
L’idea partì da Robert Benton, allora
editor della rivista Esquire, poi sceneggiatore di successo e regista (Kramer contro
Kramer). Benton voleva celebrare quella
che veniva percepita allora come l’età d’oro del jazz, la golden age, il massimo periodo di fulgore della musica afroamericana,
considerando che in quel momento il jazz
traboccava di straordinari interpreti. Le
generazioni degli anni Venti, Trenta e
Quaranta si erano accavallate per cui c’erano ancora le personalità delle origini, i
padri fondatori come Armstrong, i maestri
d’orchestra come Duke Ellington, ma c’erano stati anche i boppers, il cool jazz e i
moderni, giganti come Miles Davis, Sonny
Rollins, Monk, Charlie Mingus, in una simultaneità di impressionante ricchezza.
Ma come celebrare questa grandeur? Benton pensò di chiamare Art Kane, allora brillante art director e appassionato di jazz, e
Kane se ne uscì con un’idea che lo lasciò
senza parole: mettiamo insieme tutti i jazzisti che riusciamo a trovare, gli disse, e li
raggruppiamo in una sola istantanea. Pura follia, pensò Benton, considerando che
i musicisti erano la categoria più vaga e imprendibile che ci fosse in giro, ma decise
che comunque valeva la pena di dare una
chance al giovane art director, che si mise
subito all’opera. Era l’estate del 1958.
Art Kane a quel tempo non aveva uno
studio, non era neanche un fotografo, e allora pensò di organizzare la session fotografica all’aperto, in una qualsiasi strada di
Harlem. Del resto se New York era la capitale del jazz, Harlem era il cuore pulsante
della grande mela, la Mecca nera, l’epicentro della Black renaissance, e lo era fin
dagli anni Venti, quando molti dei musicisti del sud emigrarono verso nord, e tutti gli
stili, dallo stride piano allo swing comin-
La leggenda
della foto
impossibile
GINO CASTALDO
ciarono a fiorire. Era l’epoca dei leggendari ritrovi come il Cotton club, dove suonava l’orchestra di Ellington, o del mitico teatro Apollo.
Harlem era lo scenario ideale, ma nessuno ricorda più con esattezza perché fu
scelto proprio quell’angolo tra la diciassettesima e la centoventiseiesima, davanti a
una di quelle case in pietra marrone chiamate “brownstone”. Secondo Scoville
Browne, uno dei musicisti minori immortalati nella foto, quella strada era familiare
perché c’era una specie di locanda, molto
nota tra i musicisti, che per una «ragionevole somma» dava vitto e alloggio agli
spiantati.
L’appuntamento fu fissato per le dieci di
mattina, altra follia considerando che era
l’ora più improbabile per incontrare un
jazzista sveglio e nel pieno delle sue facoltà
mentali. Da questo punto di vista i jazzisti
erano come bambini, artisti di genio ma
indisciplinati, nottambuli, rigorosamente
privi dell’idea di puntualità. Bud Freeman,
anche lui nella foto, racconta che un’idea
del genere sembrava fuori dalla portata di
chiunque. Il jazz si suonava specialmente
di notte, i musicisti girovagavano da un locale all’altro, i momenti più infuocati delle
jam session erano a tarda notte, insomma
non si andava mai a dormire prima delle
quattro del mattino. E a New York suonavano tutti, tutte le notti, in uno dei periodi
più elettrizzanti di tutta la musica del secolo scorso. Anche Gerry Mulligan racconta che rimase immediatamente affascinato dalla proposta ma che fino all’ultimo rimase piuttosto scettico sull’idea che
potesse davvero concretizzarsi.
Chissà, forse fu proprio la stranezza della proposta a scatenare un meccanismo
imprevedibile. A dispetto di ogni legittima
previsione, come sospinti da un irresistibile richiamo, uno dopo l’altro cominciarono ad arrivare tutti, o quasi, i jazzisti
convocati. Pochi i ritardatari, e non
decisivi (gente come Charlie Rouse
e pochi altri, e li fotografò Dizzy Gillespie, in un gruppetto insieme a
Lester Young, che invece fu presente allo scatto), arrivò in tempo anche Willi “the lion” Smith, il leggendario maestro dello stride piano, ma
rimase fuori dalla foto perché si era allontanato per pochi minuti nel momento
decisivo. Con lui sarebbero stati cinquantotto, esattamente come l’anno in cui tutto questo succedeva. Nella foto ne sono
stati immortalati cinquantasette.
Come per miracolo Art Kane e i suoi collaboratori, videro arrivare mostri sacri come Coleman Hawkins e Count Basie, la
leggenda del sax tenore Lester Young, il
grande maestro delle percussioni Art
Blakey, poi ancora Sonny Rollins, allora già
affermato talento del sax, il geniale Charlie
DIZZY GILLESPIE
Una volta mi invitarono alla Casa Bianca, da Jimmy
Carter. Quando arrivai dissi ai sorveglianti
che avevo un libro da regalare al presidente,
ma nessuno mi aveva riconosciuto,
così non volevano farmi passare
Alla fine passai, portai il libro a Carter
che mi ringraziò con molta gentilezza
Ma neanche lui mi aveva riconosciuto. POI SALII
SUL PALCO, PRESI LA TROMBA E GONFIAI
LE GUANCE. CARTER MI RICONOBBE
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 FEBBRAIO
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
LA MAPPA
1 Hilton Jefferson 2 Benny Golson 3 Art Farmer 4 Wilbur Ware 5 Art Blakey
6 Chubby Jackson 7 Johnny Griffin 8 Dickie Wells 9 Buck Clayton 10 Taft Jordan
11 Zutty Singleton 12 Red Allen 13 Tyree Glenn 14 Miff Molo 15 Sonny Greer
16 Jay C. Higginbotham 17 Jimmy Jones 18 Charles Mingus 19 Jo Jones
20 Gene Krupa 21 Max Kaminsky 22 George Wettling 23 Bud Freeman 24 Pee
Wee Russell 25 Ernie Wilkins 26 Buster Bailey 27 Osie Johnson 28 Gigi Gryce
29 Hank Jones 30 Eddie Locke 31 Horace Silver 32 Luckey Roberts 33 Maxine
Sullivan 34 Jimmy Rushing 35 Joe Thomas 36 Scoville Browne 37 Stuff Smith
38 Bill Crump 39 Coleman Hawkins 40 Rudy Powell 41 Oscar Pettiford 42 Sahib
Shihab 43 Marian McPartland 44 Sonny Rollins 45 Lawrence Brown 46 Mary Lou
Williams 47 Emmett Berry 48 Thelonius Monk 49 Vic Dickenson 50 Milt Hinton
51 Lester Young 52 Rex Stewart 53 J.C. Heard 54 Gerry Mulligan 55 Roy Eldgridge
56 Dizzy Gillespie 57 Count Basie
SONNY ROLLINS
Sì, quella foto
fu scattata poco prima
che sparissi. Un lunga
storia, molti mi hanno
chiesto perché
per due anni non mi sono fatto
più vedere. Ma il fatto
è che io MI CONSIDERO
UN AUTODIDATTA,
E SENTO IL BISOGNO
DI RIMETTERMI
A STUDIARE
per capire veramente
quello che voglio fare
FOTO © ART KANE ARCHIVE
GERRY MULLIGAN
Mingus, perfino l’imperscrutabile, enigmatico Thelonious Monk, l’eccentrico
Dizzy Gillespie, e poi Gerry Mulligan,
Johnny Griffin, Marian McPartland e Mary
Lou Williams, Jimmy Rushing, Oscar Pettiford, Gene Krupa, una specie di sogno a
occhi aperti per qualsiasi appassionato,
cinquantasette solisti, tutti in un solo colpo, un gruppo che rappresentava più generazioni stilistiche: dal tradizionale ai
modernisti, fino agli innovatori. Dai classici come Pee Wee Russel e Buster Bayley
fino ai giovani talenti emergenti come Horace Silver e Art Farmer.
Lo stupore era palpabile, erano tutti meravigliati di ritrovarsi lì in tanti, gli stessi
musicisti erano dubbiosi, poi contenti come ragazzi in gita. In un dvd uscito di recente col titolo A great day in Harlemci sono brevi spezzoni filmati della preparazione dello scatto. Sembra un party improvvisato, una festicciola tra amici che non si
sono mai incontrati prima nello stesso posto, una festa decisamente bizzarra, però,
perché invece di svolgersi di notte in un locale della cinquantaduesima strada, si
svolgeva in una stradina di Harlem, alle
dieci di mattina.
La foto di famiglia coglie perfettamente
lo spirito del tempo, i carattere dei singoli
musicisti: Mingus strafottente con la sigaretta che pende da un lato; Monk con gli
occhiali scuri, impenetrabile; Coleman
Hawkins sorridente e autorevole. Coglie
soprattutto la magia di un momento, l’istantanea di quell’anno d’oro che oggi si
situa più o meno al centro di tutta la storia
del jazz, equidistante dalle origini e dal
momento attuale, una boa da cui parte
una storia che arriva dritta fino ai giorni nostri. In fondo oggi, nella maggior parte dei
casi, il jazz non si suona in modo eccessivamente diverso da come facevano Mingus, Rollins, Thelonious Monk, o almeno
non tanto diverso da come ci si aspetterebbe dopo cinquant’anni di evoluzione
stilistica. Questo ci dimostra quanto quelle invenzioni fossero avanzate, moderne,
ma anche che la forza creativa di quei giorni era talmente forte da rimanere come un
imprinting, difficilmente superabile. In
quel gruppo c’è tutta la maestria, il tesoro
culturale del jazz. Charlie Parker (scomparso tre anni prima) e Dizzy Gillespie avevano riportato in auge la sfrenata vertigine
dell’improvvisazione, dopo anni di lussureggianti eccessi spettacolari, avevano ridato al jazz la sua purezza creativa, un senso di libertà insofferente ai vincoli formali,
definendo una lezione il cui significato dura inalterato fino ai nostri giorni. In particolare nel 1958 il jazz stava vivendo il brivido di un’altra rivoluzione. Mingus, Rollins,
Davis, Coltrane stavano spingendo la ricerca verso una definitiva apertura. Da lì a
pochi mesi sarebbe esploso il “free jazz”.
Ed erano anche gli anni dell’emancipazione del mondo afroamericano.
Nel rinascimento artistico che si respirava c’era anche il riscatto culturale dei neri, anticipazione del fiume in piena che sarebbe stata la lotta per i diritti civili negli anni Sessanta. Anche di questo orgoglio c’è
traccia in questa foto. Una giornata che ha
lasciato tracce profonde in chi l’aveva pensata e organizzata. Robert Benton ha dichiarato di aver imparato molto quel giorno, e di aver portato quel patrimonio nella
sua carriera hollywoodiana. Art Kane non
era neanche un fotografo, ma in quel giorno fondamentale si decise la sua vita futura. «Me ne venni fuori con questa idea oltraggiosa e l’ho vista prendere corpo nel
modo in cui l’avevo immaginata», ha raccontato anni dopo, «guardare tutti quei
musicisti muoversi su quegli scalini nella
centoventiseiesima strada era magnifico.
Ho capito in quel momento cosa volevo fare della mia vita. Volevo essere un fotografo». E ci riuscì diventando uno dei fotografi musicali più accreditati, esaltato da
Andy Wahrol e premiato da innumerevoli
riconoscimenti. Ha scattato foto memorabili di jazzisti, ma anche di rockstar come
Dylan e i Rolling Stones. E del resto, dopo
quella bruciante partenza, dopo aver fissato al suo primo scatto la più famosa foto
di jazz di tutti i tempi, cos’altro avrebbe potuto fare nella vita?
È stata un’idea
notevolissima
Ecco perché
non potevo fare a meno
di esserci L’IDEA
DI AVERE NELLO
STESSO POSTO TUTTI
QUEI JAZZISTI
ERA UNA SPECIE
DI UTOPIA difficile
da credere, soprattutto perché
l’appuntamento era alle dieci
di mattina, e questo è il motivo
per cui non ci credevo, eppure
riuscì, ed ero molto affascinato
da quell’incontro
REPUBBLICA.IT
Da oggi su
Repubblica.it
lo speciale
interattivo
"Jazz Portrait":
è possibile
cliccare sulla
foto e ascoltare
le storie dei
grandi del jazz
raccontate da
Gino Castaldo
I servizi
multimediali,
curati da
Alessio Balbi,
sono una
produzione
Repubblica.it,
Repubblica Tv
e La Domenica
di Repubblica
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
i sapori
Pollica (Sa)
Cultura materiale
Il bel borgo marino di Pioppi, frazione del comune
virtuoso di Pollica (settanta per cento di raccolta
differenziata), nel parco del Cilento, ospita il Museo
della dieta mediterranea, nata qui mezzo secolo fa
grazie al ricercatore americano Ancel Keys
itinerari
DOVE DORMIRE
DOVE MANGIARE
DOVE COMPRARE
AGRITUR LE SERRE
Serre di fiume
Località Acciaroli
TEL. 0974-904036
Camera doppia da 80
euro, colazione inclusa
LA CAUPONA
Via Caracciolo
Tel. 0974-905251
Chiusura variabile,
menù da 30 euro
L’ANGOLO
DELLA GASTRONOMIA
Via Caracciolo 205
Senza telefono
La pasta, il pane, il vino,
l’olio, il miele, il caffè
Pane
Si moltiplicano anche in Italia
le esposizioni permanenti
dedicate al cibo,
alle sue filiere, alla sua storia
E adesso un libro raccoglie
i circa cento indirizzi
che formano una rete capace
di aiutarci a non dimenticare
la nostra tradizione contadina
Oltre alla bella esposizione
allestita nel Castello Visconteo
di Sant’Angelo Lodigiano,
nel Milanese, esiste una struttura
diffusa nella campagna di Maiolo,
Pesaro Urbino, battezzata
“zona Bio Italy” dalla Ue,
con oltre cinquanta forni
Gallerie
delgusto
Maiale
Trenta salumi nostrani protetti
dalla Ue giustificano la nascita
del museo con percorso
sensoriale multimediale, nato tre
settimane fa a Carpineto Sinello,
Chieti, borgo dedito
all’allevamento, trasformazione
e commercio del maiale
LICIA GRANELLO
angiare al museo è facile, perfino banale. Mangiare il museo è tutt’altra cosa. È questo il vero fascino dei musei del
cibo disseminati nel mondo, dalla monumentale aragosta
australiana che campeggia a pochi km da Cairns per invitare i turisti a scoprire i segreti della regina del mare del
Queensland, alla “Hamburger Home” di Seymour, Wisconsin, terra-madre del sandwich di carne.
Nessun’altra esposizione di arte&cultura coinvolge i cinque sensi per intero. Per quanto straordinari siano gli allestimenti, per quanto alto sia il livello
delle opere selezionate, impossibile andare oltre al più estasiato degli sguardi, all’ascolto più attento dei commenti dell’audio-guida. Nei musei del cibo
è diverso: certo, si guarda e si ascolta. Ma poi si annusa, si tocca, si gusta, in un
percorso che coinvolge anima e corpo, con l’aggettivo “multisensoriale” al
centro dell’esperienza.
Certo, non tutti i musei sono uguali, anche tra quelli che parlano di un singolo cibo, che siano bistecche o tartufi, arance o biscotti. Più i paesi sono distanti dalla cultura popolare del cibo, più i musei dedicati sono costruiti in
maniera sgargiante, trionfante, eccessiva. Spesso, la spettacolarizzazione
degli alimenti nasconde l’incertezza delle filiere, gli artifici delle produzioni,
l’amnesia dei sapori originari. In compenso, il
“Paese goloso” ancora stenta a riconoscersi come paradiso della cultura alimentare. I nostri
musei del cibo non sono sistematizzati: al contrario, appaiono e scompaiono dalla geografia
delle esposizioni alimentari, ostaggio delle iniziative di singole aziende o di consorzi virtuosi,
come fosse vergognoso dare sostanza intellettuale alla banalità del mangiare quotidiano.
E invece, basta entrare in uno delle decine di
luoghi recensiti nel bel libro a cura di Culturagastronomica. it, per respirare cultura vera insieme ai meravigliosi afrori di pasta, pane, olio,
caffè, vino, miele. Difficile, se non impossibile,
trovare giganteschi crostacei di plastica o mostruosi super-panini ad accoglierci all’ingresso. Ma una volta all’interno, ci si riscopre ragazzini curiosi, ammaliati da percorsi sobri nella
disposizione e ricchissimi di ancoraggi storici,
sociali, scientifici, organolettici. Perché malgrado il cibo ci piaccia, ci incuriosisca, ci affascini, ne sappiamo poco o nulla. Il distacco ormai cinquantenario dalle generazioni che avevano un rapporto diretto e massiccio con la
produzione alimentare — l’Italia contadina — ci ha privati di una sapienza
millenaria. Reciso il cordone ombelicale con la Terra Madre, la filiera del cibo è diventata mistero glorioso, un po’ come quando in Non ci resta che piangere, Massimo Troisi cerca di spiegare a Leonardo da Vinci il funzionamento della locomotiva senza riuscirci.
Le domande sono mille, dalla differenza tra lievito naturale e lievito di birra, a come si possono ottenere vini bianchi da uve nere, da quant’è pericolosa l’afta epizootica a che cos’è la raffinazione dello zucchero. Piccole grandi questioni che non ci poniamo mai: quando facciamo la
spesa, quando mangiamo, quando offriamo cibo, diamo tutto per
scontato, senza troppo pensarci su. E invece, dentro i musei, passando
da una sala all’altra, si moltiplicano i rimbalzi tra memorie d’infanzia e rivelazioni inattese, odori dimenticati e nuove tecnologie fulminanti.
Se ancora non vi basta, regalatevi due itinerari a latere. A Santa Vittoria d’Alba, Cuneo, sede della Diageo Glass Collection, che espone oltre cento bicchieri, coppe e calici da 2.500 anni a oggi. Oppure, raggiungete l’antica città
di Acerra, nel Napoletano, e il suo bellissimo Museo di Pulcinella, dove troverete l’inno ai maccheroni e al cibo da strada. A fine tour, guai a chi si nega
un piatto di spaghetti al pomodoro, mangiati rigorosamente con le mani.
M
La voglia
di mangiarsi
il museo
Mostra e libro
A continuazione
ideale di CioccolaTò,
la mostra-mercato
in corso a Torino
(fino al 2 marzo),
il Museo del Gusto
di Frossasco dedica
al cacao due giornate
(2 e 9 marzo). In programma,
laboratori, degustazioni e percorsi
didattici interattivi
È in libreria “I Musei del Gusto:
mappa della memoria
enogastronomica” (Carsa
Edizioni, 264 pagine, 20 euro)
Una guida ai quasi cento siti
italiani che conservano
e valorizzano la tradizione
Acciuga
La tradizione della pesca
del pesce azzurro è stata
“cristallizzata” dai fratelli
Balistreri, pescatoritrasformatori di Aspra, Palermo
Nel museo viene ripercorsa
la millenaria lavorazione
dell’acciuga sotto sale
Repubblica Nazionale
RONOMIA
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
Langhirano (Pr)
Alghero (Ss)
Nella Food Valley più famosa del mondo è nata
una rete museale che comprende parmigiano, salame
di Felino, pomodoro e salumi di Parma, raccontati
anche attraverso quadri famosi, come Natura morta
con prosciutto crudo di Paul Gauguin
A pochi chilometri dalla cittadina sarda,
la più celebre azienda vinicola dell’isola ha istituito
il Museo del vino delle cantine Sella&Mosca
Una sezione è dedicata ad Anghelu Ruju,
necropoli nuragica che battezza un vino liquoroso
DOVE DORMIRE
DOVE MANGIARE
DOVE COMPRARE
DOVE DORMIRE
DOVE MANGIARE
DOVE COMPRARE
AL GLICINE B&B
Via Vidiana 16
Località Cascinapiano
Tel. 0521-864244
Camera doppia da 65
euro, colazione inclusa
LA CANTINETTA
Via Calestano 14, Felino
Tel. 0521-831125
Chiuso domenica sera
e lunedì, menù da 50 euro
SALUMERIA
UGOLOTTI
Via Tanara 2
Tel. 0521-861174
LOCANDA
DEL TROVATORE
Frazione Tottubella
Tel 079-389602
Camera doppia da 80
euro, colazione inclusa
ANDREINI
Via Ardoino 45
Tel. 079-982098
Chiuso mercoledì,
menù da 45 euro
ENOTECA
DEL QUARTIERE
Via Is Maglias 96
Tel. 070-280702
Dalla terra
alla tavola
Peperoncino
Miele
Arnie, alveari, affumicatori,
smielatori, torchi, maturatori:
tutto il mondo delle api
raccontato a Lavarone,
in Trentino. La famiglia Marigo,
una lunga pratica di apicoltura,
mette a disposizione anche
una biblioteca specializzata
Un capitello sormontato
da uno sgargiante peperoncino
rosso fuoco è il logo del museo
insediato nel Palazzo Ducale
di Maierà, Cosenza, regno
dell’oro rosso. All’interno, storia,
varietà, caratteristiche
e quadri d’ispirazione piccante
MASSIMO MONTANARI
U
Confetto
L’originaria sede della fabbrica –
un’antica palazzina Liberty
nel cuore di Andria – è oggi
il museo dalla famiglia Mucci,
fondatrice e proprietaria
dell’azienda. Un itinerario
che attraversa la secolare storia
dei bon bon cuore di mandorla
Cioccolato
Un’antica fabbrica ricostruita
con macchinari originali nobilita
il museo Perugina a San Sisto,
Perugia. A Norma, Latina, copie
di strumenti Maya
e pubblicità di inizio
Novecento. Golosa
la mostra Alprose,
sul lago di Lugano
Pasta
Nel percorso allestito all’interno
di palazzo Scanderbeg, ai piedi
del Quirinale, si racconta
la filiera del grano e i rapporti
con la Cina di Marco Polo,
ma anche le incursioni letterarie
e quelle cinematografiche,
da Totò a Ingrid Bergman
Olio
Una lucerna a olio di fattura
romana, con il Mercurio alato
che corre nel vento, è il simbolo
del museo creato dalla famiglia
Lungarotti a Torgiano, Umbria,
vicino a quello dedicato al vino
In Andalusia, museo diffuso
tra Baeza, Jaen, Ubeda e Baena
n’espressione come “Musei del gusto” fino a pochi anni fa era impensabile. Se oggi esiste addirittura un
volume con questo titolo, vuol dire che
qualcosa di importante è successo.
È successo che la dimensione culturale
del cibo e di tutto ciò che gli ruota attorno
(attenzioni materiali e mentali, saperi e
tecniche, strumenti e simboli) è stata finalmente recepita nella coscienza collettiva.
Sempre più spesso, oggi, le parole cibo e
cultura sono associate, non perché — attenzione — al cibo si affianchi la cultura
ma perché il cibo è cultura, in tutte le fasi
che ne scandiscono il percorso: dal reperimento delle risorse alle forme di produzione, dai modi di preparazione e trasformazione ai sistemi di conservazione, dalle politiche di distribuzione alle possibilità sociali di accesso al consumo, fino al momento finale del cibo e della bevanda che
scivolano dentro il corpo dell’uomo, materia arricchita dei valori di cui l’uomo
stesso, nel frattempo, l’ha caricata. Dalla
terra alla tavola, questo percorso è denso di
contenuti e di significati che richiamano
l’intero patrimonio culturale di una società. Di questo oggi siamo più consapevoli, perché le ragioni del corpo hanno finalmente fatto breccia nella nostra visione
dell’uomo e della storia. Con la scoperta,
per qualcuno forse imprevista, che le ragioni del corpo portano con sé anche quelle dello spirito, poiché non esistono cose
senza simboli, né simboli senza cose.
Allora ben vengano i “musei del gusto”,
che ci parlano di cose ma anche di simboli: di come si coltiva un vigneto ma anche
dei significati che il vino ha assunto nella
nostra civiltà; di come si apre una bottiglia
ma anche delle tecnologie e, perché no,
dell’estetica che accompagna la fabbricazione di un cavatappi; di come si fa l’olio, o
si raccoglie il sale, o si innesta un albero da
frutto; di come si elaborano squisiti formaggi e salumi, distillati e liquori. Di ciò e
di molto altro si parla in questi musei, sempre più numerosi nel nostro paese, segno
di un’attenzione e di una domanda nuova,
di un turismo intelligente che non si accontenta più del monumento famoso o
della grande collezione d’arte, ma vuole
capire il senso di un territorio, dei rapporti consolidati (ma delicati, e perciò sempre
a rischio) che ogni società ha saputo intrattenere con l’ambiente che le ha consentito di vivere. Questi musei testimoniano la cultura del lavoro che storicamente
ha sostenuto, con l’intelligenza, le necessità quotidiane dell’uomo, ma anche i suoi
piaceri, giacché non sta scritto da nessuna
parte che il bisogno non possa accompagnarsi al piacere, e che la storia della fame
sia necessariamente altra cosa dalla storia
della gastronomia.
Che si tratti di un’attenzione nuova è
evidenziato dalle date di apertura dei “musei del gusto”, non anteriori (salvo nobili
eccezioni) agli anni Novanta del Ventesimo secolo. Essi sono dedicati a singoli prodotti o a filiere produttive complete, a raccolte di oggetti tradizionali o di moderno
design, a testimonianze di singoli uomini
(capitani d’impresa, intellettuali, contadini) o di intere comunità. L’immagine che
ne esce è quella di un patrimonio culturale diffuso capillarmente sul territorio, secondo un modello che si riconosce come
tipicamente italiano. Esattamente come il
patrimonio artistico, anche quello gastronomico si caratterizza in Italia per l’assenza di “capitali”, di luoghi egemoni, di particolari concentrazioni: è un patrimonio
sparso, che testimonia la ricchezza e la
profondità di una cultura.
Sale
In Romagna, il Gruppo civiltà
salinara di Cervia ha fondato
il Musa, dove viene celebrato
il sale dolce, frutto della fatica
quotidiana dei raccoglitori
A Nubia, fra Trapani e Marsala,
si raccontano la “via del sale”,
l’isola di Mozia e i suoi mulini
Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le tendenze
Sempreverdi
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
Un museo nomade progettato dall’architetto Zaha Hadid
porterà in tutto il mondo opere d’arte ispirate alla celebre
“2.55”, creata mezzo secolo fa da “Mademoiselle”
e via via rivisitata. Un’occasione per una carrellata
sul mix tradizione-novità che connota il mercato
del più amato tra gli accessori femminili
Borse
mito
La miglior amica
delle donne
da Chanel a Fendi
IRENE MARIA SCALISE
oleva essere libera e si è inventata la
tracolla. Era stanca di portare la
borsa a mano e le ha aggiunto una
lunga catena. Aveva il timore di perderla e ha brevettato l’antifurto più
chic. Lei era Cocò Chanel. Per gli intenditori Mademoiselle. Per le donne un mito. La
borsa era, ed è, la “2.55”. In codice la data di nascita della borsa-mito: febbraio 1955. Per darle il giusto volume ha disegnato il matelassè a losanghe,
ispirandosi agli abiti dei garzoni delle scuderie e ai
cuscini del suo canapè. Ha creato delle tasche segrete per nascondere biglietti galanti e il tubo del
rossetto. Per renderla più preziosa ha concepito
un fermaglio saliscendi. «Mi sono servita del mio
talento come di un detonatore», raccontava ai
suoi amici più fedeli. E il mondo si è innamorato
proprio del suo talento. La sua “2.55” l’hanno voluta Jackie Kennedy, Liz Taylor e Romy Schneider.
E, in tempi più recenti, Renée Zellweger e Cristina
Ricci. Più milioni di ragazze di tutte le età: dai diciotto ai novant’anni.
Oggi, a distanza di cinquantatré anni, la maison
parigina ha deciso di celebrare la “2.55”. E per farlo ha chiesto all’architetto Zaha Hadid di disegnare un museo portatile. Una struttura itinerante
dalla forma futuristica. Un gioiello architettonico
di settecento metri quadrati. All’interno le opere
di diciannove artisti internazionali. È il “Chanel
Contemporary Art Container” che sarà inaugurato il 27 febbraio a Hong Kong, dove resterà fino al
5 aprile. E poi, fino al 2010, girerà il mondo: Tokyo,
New York, Los Angeles, Londra, Mosca, Parigi e,
forse, anche una tappa italiana. Ogni artista ha
fornito la sua personalissima interpretazione dell’oggetto del desiderio. Yoko Ono si è fatta fotografare, Blue Noses ha immaginato un mondo post- apocalisse in cui la “2.55” si trasforma in una
sacca tuttofare, Sophie Calle sta cercando donne
che hanno una “2.55” allo scopo di acquistare le
loro borse e, soprattutto, i loro contenuti.
In quel febbraio del 1955, quando per la prima
volta fu messa in orbita, la borsa era declinata in
tre misure: la gigante, che fu subito abbandonata;
la media per il giorno; la piccola per la sera. Il modello da giorno era in pratica in pelle, quello da sera in jersey o seta. Anche questo fu un atto audace:
nessuno aveva mai osato il jersey per le borse. La
catena d’oro era intrecciata con la pelle o con il
tessuto, come quella che la stilista inseriva nel
fondo delle giacche per una caduta perfetta. La
borsa era lavorata con la stessa perizia di un abito
e, ancora oggi, nei laboratori di Verneuil en Halatte (alle porte di Parigi) ci vogliono centottanta passaggi per una fabbricazione che impegna sei persone per dieci ore. Era elegante ma anche pratica.
Sprezzante del superfluo, Cocò l’aveva disegnata
all’insegna del dettaglio funzionale e, per la tracolla, aveva preso spunto dalle bisacce dei militari e dalle pesanti sacche adottate dalle donne che,
in tempi d’indigenza, andavano in bicicletta. Karl
Lagerfeld dal 1983, anno in cui è diventato lo stilista della griffe, l’ha rivoluzionata nei materiali:
tweed, denim, flanella, coccodrillo e crochet. Ma
l’identità rimane sempre la stessa.
Sempre quest’anno si celebra un’altra borsa
che ha fatto girare la testa alle donne: la baguette
di Fendi compie dieci anni. Perfetta con i jeans e
con gli abiti da sera, realizzata in incredibili varianti, è diventata rapidamente un nuovo mito.
Per l’occasione Silvia Venturini, direttore creativo
del gruppo, ha ideato un modello in tela total white da colorare con speciali pennarelli. La personalizzazione assoluta. Non solo. La maison romana
ha deciso di proporne una collezione Anniversary
di dieci borse in dieci colori puri. Fendi firmerà anche una collezione in edizione limitata di dieci mini Be@rbricks (i toys giapponesi ultra fashion) nei
colori delle baguette dell’anniversario.
V
SIMBOLI
Per le più eccentriche ecco la borsa
“casas” con i simboli più cari a Chanel:
N°5, la camelia, Coco Chanel, il cuore,
mademoiselle, la farfalla e la stella
SUPERCLASSICA
È decisamente il classico dei classici
Pensata per chi predilige uno stile sobrio
ma sempre chic: è la borsa in matelassé,
in tessuto nero prezioso e con la catena dorata
BAULETTO
Diventa quasi un raffinato mini bauletto
la borsa Chanel in matelassé rosa confetto
La doppia C della chiusura e le decorazioni
sono in luminosi brillanti che ritornano
anche nella catena
IDENTIKIT DELLA “2.55”
Come nasce
la borsa-simbolo di Chanel:
dall’alto, il classico logo;
chi la lavora:
sei persone per dieci ore
di lavoro;
alcuni dei 180 passaggi
di fabbricazione
tra i quali quello
dell’inconfondibile
catena;
il prodotto finito
Prezzo 1.250 euro
AL BRACCIO DELLE DIVE
L’attrice italiana
Claudia Cardinale,
in una foto del 1963,
con al braccio la “2.55”
la mitica borsa creata
da Coco Chanel
Repubblica Nazionale
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
CHANEL MOBILE ART
Il Chanel Contemporary Art,
ideato da Zaha Hadid
per la mostra itinerante
“Chanel Mobile Art”
È alto sei metri,
lungo quarantacinque
e largo trenta
Il mio padiglione-toro
per l’icona Cocò
ZAHA HADID
o incontrato per la prima volta Karl Lagerfeld nella hall del nostro albergo, il Mercer
Hotel di New York. E non avrei mai pensato che il risultato di quell’incontro casuale sarebbe stato il progetto Mobile Art Pavillion. Negli ultimi dieci anni, ho esplorato la fluidità delle
forme e dei sistemi naturali, come è evidente nel
padiglione che ho realizzato. Quello che mi ha affascinato del Mobile Art Pavillion è stato accettare la sfida di tradurre l’intellettualità e la fisicità in
sensualità, facendo esperimenti con ambienti
inaspettati, che creano una situazione di immersione assoluta. Il tutto pensato per questa celebrazione globale delle creazioni iconiche della
Chanel.
Io vedo questo padiglione come una sorta di
opera d’arte totale, che reinventa continuamente se stessa trasferendosi dall’Asia, agli Stati Uniti, all’Europa. Lo schema della struttura è molto
semplice. Si tratta di una sorta di anello. Entri ed
esci dallo stesso punto. Si entra dentro e si guarda la mostra. C’è anche uno spazio centrale dove
si può collocare l’esposizione, ma la struttura è
anche un posto per girare, starsene a chiacchierare. Il visitatore si muove in cerchio attraverso
tutta la mostra, come una specie di spirale, e alla
fine si trova all’aperto. Non solo. Il padiglione dovrà essere trasportato in contesti diversi, quindi
la complessità della geometria è stata risolta parametricamente: la struttura può anche essere
portata via e assemblata di nuovo altrove.
L’opportunità di progettare il padiglione Chanel Mobile Art ha aggiunto un elemento essenziale al mio repertorio e ha ispirato la mia creatività, tenendomi dentro a questa dimensione di
avanguardia culturale e aiutandomi a mantenere un rapporto con il mondo dell’arte. Continuare a suscitare curiosità è un tema costante nel nostro lavoro. Noi architetti siamo interessati a costruire edifici che evochino esperienze originali,
una sorta di estraneità e novità paragonabile all’esperienza di visitare un paese nuovo o di girare per un quartiere affascinante di una città, in
una zona che non si è mai avuto occasione di
esplorare.
Per questo padiglione nomade mi ha ispirato
la creazione più famosa della maison Chanel, la
borsa trapuntata che ha attraversato tutto il
mondo. È estremamente interessante, per me,
perché la moda di Chanel è un’entità globale che
ha una presenza fortissima ovunque. La maison
è famosa per i suoi strati sovrapposti di tessuti
raffinatissimi e per la cura squisita dei particolari che porta gli stilisti a creare i pezzi più eleganti
e organici per ogni collezione. Il padiglione Mobile Art rispecchia questa filosofia di stratificazione e fluidità. Gli studi che abbiamo fatto recentemente sulle forme e i sistemi naturali hanno consentito questa fluidità assoluta, che è molto evidente nel padiglione. Per realizzarlo, abbiamo esplorato le forme organiche che risaltano, in particolare, nelle conchiglie a spirale.
Questo sistema di crescita e organizzazione è
tra i più diffusi in natura e permette un’espansione adeguata verso la sua circonferenza, mettendo a disposizione consistenti aree pubbliche
all’ingresso del padiglione, per interagire con le
condizioni del luogo in cui verrà collocato in ogni
città. La forma del padiglione è una distorsione
parametrica di un toro, che nella sua forma geometrica pura è il diagramma di base di uno spazio espositivo. E visitandolo vi renderete conto
che la distorsione crea una costante varietà di
spazi espositivi interni.
Traduzione di Fabio Galimberti
H
COLORE DEL MARE
È molto estiva la borsa dal colore del mare
caraibico ideata da Diane Von Fürstenberg
In morbida pelle lavorata, è decorata
con bottoni e rifiniture a forma di pasticche
argentate. Il tocco in più sono i comodi manici
che lasciano le mani libere
MATERIALI RICICLATI
È politicamente corretta la grande borsa
Drawer Bag di Carmina Campus realizzata
da Ilaria Venturini Fendi esclusivamente
in materiali riciclati. Per ogni borsa sono
necessarie quasi sette ore di lavoro e il risultato
finale è un oggetto unico dalle rifiniture accurate
PELLE DI PESCE
È in pregiatissima pelle di razza la borsa
Alidio Michelli ideata dalla bravissima
stilista newyorkese Alison Miller
Piccola e rigida, nasconde all’interno
una preziosa catena per poterla
utilizzare come tracolla
MAGLIA ARGENTATA
È un capolavoro di lavorazione
la maglia argentata ideata
da Jean Paul Gaultier per la sua borsa
morbida e dalla dimensione intermedia
Il manico, invece, è rigido
e ha il logo inciso sul metallo
JOLLY PER L’ESTATE
Per quelle donne che le borse
le amano solo extra large
c’è la borsa Armani in un elegante
colore neutro. Potrà divenire l’accessorio
jolly dell’estate da indossare
a giugno e togliere a settembre
FERMAGLIO BRILLANTE
Preziosa borsa da sera per Casadei
È in materiale lucido
e dal colore rosa shocking
Le rifiniture sono in color argento
e il fermaglio è impreziosito
da cinque brillantini luminosi
FOTO RUE DES ARCHIVES
Anniversario
CAFFELLATTE
Riprende i colori del caffè e latte
la borsa bicolore di Marni
È in vernice lucida con tasca doppia
sul davanti e un singolare
manico regolabile
in colore contrastante
La baguette di Fendi compie dieci anni
e la maison festeggia
con una collezione Anniversary
di dieci borse in altrettanti
colori puri. Piccola
e funzionale è ormai diventata
un accessorio classico
MISURA MAXI
È in lucida pelle argentata l’ampia borsa
voluta da Sigerson Morrison. La tracolla
è una catena argentata in ampia maglia
Perfetta per il giorno grazie alla dimensione
maxi, per via del colore si adatta
anche a una sera elegante
Repubblica Nazionale
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 24 FEBBRAIO 2008
l’incontro
Non è solo quello dei “Cento passi”
e della “Meglio gioventù”: si sente
soprattutto uomo di teatro,
affascinato dalla tragedia greca
Come le “Baccanti”, di cui sta
portando in scena
un adattamento.
Merito della sua terra,
la “Sicilia di Empedocle
e dei sofisti dove cresci
con una maschera,
sempre in sospeso
tra memoria
e dimenticanza. E non cambi più”
Per questo, dice, “quando recito
parto dalla mia imperfezione”
Alla ribalta
Luigi Lo Cascio
come se fossi fatto di
carta velina. Da
vent’anni peso sempre uguale. Eppure mi
piace la pasta e ne mangio tantissima. E
bevo molto vino siciliano. Ho anche
presentato personalmente il vino Cento Passi della cooperativa Placido Rizzotto, ucciso dalla mafia, un prodotto
che viene dai terreni vinicoli strappati a
Cosa nostra nella Sicilia occidentale.
Sarà anche che ho fatto un bel po’ di
atletica leggera specializzandomi in
salto triplo e in salto in lungo al Cus di
Palermo, una cosa che ti dà rigore e allenamento utilissimi al mestiere dell’attore. Sarà che a Roma vado volentieri a piedi e cammino a passo veloce per
quaranta-cinquanta minuti, mettiamo
da Torre Argentina ai Parioli, portando
con me in borsa una maglietta di riserva. O sarà che ho addosso la sicilitudine,
che forse è un moto perpetuo a base di
presenza, di sguardo, di voce, di modi di
stringere le labbra, di grovigli barocchi
e equilibri cartesiani, incluse certe fatali oscillazioni tra desiderio di misura e
tendenza all’eccesso. Una palestra che
m’è durata per tutti i miei primi ventidue anni di vita a Palermo. Fatto sta che
nella terra di Empedocle e dei sofisti,
con eco lontane di tragedia greca, cresci
mettendo su una maschera, tenendoti
sempre in sospeso tra memoria e dimenticanza. E non cambi più».
Queste considerazioni su identità e fisionomia spingono Luigi Lo Cascio a
parlare di sé soprattutto come uomo di
teatro, come attore diplomato nel 1992
all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico con un saggio su
Amleto curato da Orazio Costa, dopo
un’illusione (data al pubblico) di risolvere da sé i propri problemi. Lasciando
da parte le spinte a un’anarchia dionisiaca, e invece formulando inviti pubblicitari al godimento e al piacere. Qui la
mercificazione ha a che fare con spot sul
benessere del corpo, su convenevoli
estetici da camerino, sullo sballo della
danza, e su una ricetta cannibalesca legata alla conclusione della trama». Non
teme un salto traumatico, alternando i
livelli barbari e annebbiati di Euripide
con la soglia sfacciata di questi spazi
pubblicitari in forma di immagini. «Vorrei che il pubblico reagisse non con
scherno ma con sorrisi di pietra, come se
a dar vita a questi spot fossero maschere terribili, meduse. Certo, io ci rido pure, per i contrappunti dei “coroselli”, ma
in fondo riproduco un’interruzione per
scongiurarla, per ammonire contro ingerenze e divaricazioni di stile nella sfera drammatica dei nostri tempi».
Si sente che, argomentando, gioca in
punto di fioretto. Tant’è vero che nello
Le emozioni
personali
non nascono
per forza dalle cose
che ti sorprendono
per la prima volta
Le senti tutto
sommato di più
in certi ritorni
FOTO EYEDEA
«È
ROMA
aver studiato, tra gli altri, con Luca Ronconi e Mario Ferrero. Predisposto, non
lo si può tacere, e lui per primo non ne tace, a un’immensa fascinazione ricevuta
(come spettatore) da Carmelo Bene
(«L’unico, l’irripetibile, l’inimitabile»).
E pensare che oggi la sua vera popolarità ha uno zoccolo duro di pubblico
grazie quasi esclusivamente al cinema
e alla tv d’autore. «Sì, d’accordo, ma poi
non è detto che io corrisponda da capo
a piedi ai miei personaggi dei film. Oddio, non posso escludere una forte
coincidenza con la dirittura morale di
Nicola ne La meglio gioventù, o di Peppino Impastato nei Cento passi. Ma forse preferisco il fatto che al pubblico dei
teatri non interessa molto sapere chi io
sia realmente. Mi piace di più che s’affermi un io di rappresentanza, non connesso in modo diretto e definitivo al mio
intimo, al mio carattere. E così quando
recito a tu per tu non parto mai da un
presupposto di impegno, di fanatismo
del mestiere, di intransigenza. Parto
piuttosto dalla mia piccolezza, dalla
mia imperfezione, dalla mia indole
contorta. Per potermi sentire poi più distaccato e straniero in patria, e per dare
il senso dell’altro che ci assedia dall’interno, come m’è già accaduto a teatro
nel mio La tana da Kafka, e come mi accadrà ne La caccia che ho tratto dalle
Baccanti di Euripide. Ed è meglio, assai
meglio. Mi crede?».
Come si fa a non credergli? Lo Cascio
ha occhi, volto e voce che sono la quintessenza della semplicità, e quindi della sincerità. A sentirlo parlare, convivono in lui un piacere squisitamente siciliano per l’ellissi, un’anima filosofica,
un ragionare che sfugge alla lingua d’uso, e, componente con cui fa volentieri i
conti sfoggiando molta ironia, ha una
piena consapevolezza della propria figura asciutta, scavata, quasi acerba
malgrado i suoi quarantuno anni. È arrivato a scherzarci, con questo culto del
corpo, in uno dei quattro “coroselli”
(così battezzati da lui stesso, sorta di
spot teatrali che fanno il verso ai caroselli) inseriti di suo pugno nel copione
de La caccia, liberamente ricavata dalla
tragedia Le Baccanti. È una sua odierna
scrittura autonoma che gli dà modo, come regista e protagonista, di assumere
vari, vertiginosi e visionari stati d’animo del re tiranno di Tebe, Penteo, nel
momento (dilatato) in cui col proprio
sguardo di figlio incrocia gli occhi della
madre Agave, che, preda d’un invasamento inferto da Dioniso, lo squarterà.
Il lavoro, col marchio del Css, debutta il
28 febbraio al Teatro Palamostre di Udine, e dal 6 marzo sarà al Leonardo da
Vinci di Milano.
«I “coroselli” li ho concepiti in sostituzione degli interventi del coro della tragedia greca cui ricorre Euripide. Devono scandire un sentire comune, devono
funzionare da coscienza della comunità, ma io ho pensato che nell’ambito
degenerato attuale l’unico sistema del
consenso è da rapportarsi al consumo, a
spettacolo, nei panni del duce Penteo,
calzerà una divisa da schermidore, e stivali da equitazione. «Esprimono tirannia, prepotenza, ordine. Anche se il dispotismo del cacciatore, la sua voglia di
catturare e annientare, qui s’inverte in
condizione spietata di cacciato, di aggredito». Chissà se ne La caccia vivrà
una patologica e devastante solitudine
teatrale identica a quella de La tana.
Chissà se incombe ancora un rapporto
zero di dialoghi sulla scena. «Non sono
solo, in questa riflessione-incubo sulle
Baccanti. C’è con me un altro attore
molto giovane, Pietro Rosa. Ha il ruolo
di uno studioso di mitologia greca, è
una specie di inappuntabile Mercurio
lestofante con molta competenza linguistica. E poi ci sono i nostri doppioni
filmati nelle animazioni di Nicola Console, che cura la scena con Alice Mangano, e le ideazioni del suono di Desideria
Rayner, mia moglie».
Il teatro di Luigi Lo Cascio non prescinde dalla bidimensionalità di spezzoni, di entr’actes, di allucinazioni offerte coi mezzi del cinema. Ma lui distingue, in modo netto. «Il cinema,
tranne casi di autori che hanno una vocazione come quella di Greenaway, racconta sempre una storia. A teatro è molto più importante il “come”, anziché il
“come va a finire” dei film. E a me interessa la condizione di partenza compositiva e autoriale del teatro. Poi, il cinema è innegabilmente un’industria,
mentre il teatro non bada sempre agli
incassi, si fa con una sedia e basta». Coerenza vuole che La tana sia stato a suo
tempo rappresentato in sale volutamente piccole, per settanta-cento spettatori. Non accadrà la stessa cosa con La
caccia. «Ora le cose sono cambiate. C’è
una più sviluppata miscela di teatro e cinema, i sogni di Penteo s’allargano e
prendono molto spazio, e allora direi
che la prospettiva più idonea è quella di
sale anche grandi».
Abbiamo davanti un attore drammatico che (tra i pochi, nell’area dei noncomici) gestisce da sé scrittura, regia e
performance. Lo direste uno scrittore
pignolo, che si cerca i suoi lettori-spettatori ogni sera... «Scrivo di tutto un po’.
Ho quattro-cinquecento quadernetti
in cui ricopio articoli di giornali e frammenti di libri. Anche scritture mie di cui
ho pudore. Poesie, piccole prose. Il mio
rapporto coi libri è cominciato tardi, dai
vent’anni in poi, con l’Accademia. All’inizio era un rapporto morboso, tenevo
i volumi in valigie nascoste sotto i letti
per la paura di non saper rispondere a
domande che su quelle opere mi avrebbero fatto gli altri. Tenevo tutto in ordine alfabetico con Adorno accanto ad
Agostino. Poi ho approfondito moltissimo certi autori siciliani. Quasimodo,
D’Arrigo, Pirandello, Consolo, Bufalino. Anche Bonaviri, un siciliano di Frosinone. E la mia frequentazione delle
parole passa attraverso un filtro melodico, sonoro, acustico. È nei toni che
trovo un’emozione».
Bene. Tentiamo di mettere Lo Cascio
davanti a uno specchio. Non è facile. Ha
un sorridente riserbo, una flemma loquace ma confondente, un’abitudine a
ruotare attorno. Passiamo alle “sue”
sensazioni, alle “sue” commozioni. Un
attimo di pausa. Poi trova il filo del discorso. «Le emozioni personali non nascono per forza dalle cose che ti sorprendono per la prima volta, ma le senti tutto sommato di più in certi ritorni: a
Palermo, nella famiglia, nella dimensione intima. Oppure c’è il toccante, appassionante fatto che i miei, compresi i
miei due fratelli e le mie due sorelle, mi
seguono in qualsiasi festival. Poi metterei ai primi posti le emozioni che ricevo
dai libri, dove in fin dei conti c’è uno che
ti sta raccontando dalle pagine qualcosa. E c’è il fascino che esercitano su di
me alcuni attori, fin dai tempi degli sceneggiati televisivi: parlo di Cervi, Celi,
Buazzelli, Randone, ma mi riferisco pure, in altri contesti, a Totò».
Tutti i teatranti odiano la televisione,
ma si scopre che Luigi Lo Cascio non è
oltranzista. «La tv la guardo molto, soprattutto quando devo digerire la cena
del dopo-teatro in ora tarda. Lì capitano
a sorpresa cose anche belle, mandate in
onda a notte inoltrata. Il capolavorosintesi dell’informazione è comunque
Blob». Dimestichezza limitata all’essenziale con Internet. «Un sistema ideale
per la posta elettronica, e per la rapidità
d’accesso alle notizie». Poco tempo per
la musica. «Era un’altra faccenda quando lavoravo nel cabaret, e suonavo chitarra e armonica nel gruppo blues Le
Ascelle. Allora campavo di Hendrix, dei
Cream, dei Who». Una domanda che le
contiene tutte: che rapporto ha con la
morte. «Pensiero ricorrente. È la fine
delle cose». Una domanda che mette da
parte il fair play: che cosa lo addolora.
«Teniamo in sospeso questa domanda».
‘‘
RODOLFO DI GIAMMARCO
Repubblica Nazionale
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Quando ero Fidelito