LaVita dal 1897 G I O R N A L E C A T T O L I C O P essere è degno di essere, un’azione degna di essere compiuta”, afferma il filosofo cattolico Romano Guardini. E possiamo aggiungere; ciò per cui un uomo è veramente tale, realizza se stesso, dà alla sua vita quel tono che la rende, oltre che apprezzabile e amabile, pienamente riuscita ed esemplare. I loro nomi sono noti: sono l’onestà, la bontà, la laboriosità, la sobrietà, la solidarietà, la condivisione, l’amore, il rispetto, la responsabilità, la capacità di contentarsi, l’aiuto per i più bisognosi, la vittoria sulle difficoltà riservate dalla vita, il perdono, la generosità, la non violenza, la giustizia, la sincerità… Valori umani prima che religiosi, fondati sulla natura umana prima che sulla rivelazione cristiana. Questa li farà suoi, dando loro un contorno tutto particolare e un approfondimento insperato, ma conservandoli nella loro sostanza e nel loro contenuto. Il Dio della creazione e della ragione è lo stesso Dio della salvezza e della rivelazione. L’uomo in questi ultimi decenni ha fatto progressi enormi nella scienza e nella tecnica, ma regressi ugualmente giganteschi nel campo della moralità e della conservazione dei valori. Al di sopra di questi sono passati inesorabilmente i due mali fondamentali del nostro tempo: l’individualismo e il permissivismo morale, due nomi che, al fondo, indicano la stessa malattia e che stanno corrodendo fino al suo midollo il tessuto delle società occidentali. Un cammino, fra l’altro, che è andato di pari passo con un crescente pluralismo ideologico, razziale e religioso. Così, ai nostri giorni, siamo circondati dalla presenza di popolazioni che stanno mettendo a repentaglio la tanto decantata superiorità delle civiltà nord-atlantiche. Perché i popoli del terzo mondo, dei continenti dominati per lungo tempo dai paesi dell’occidente, si ergono attualmente a giudici severi dei nostri comportamenti, distanziandosi da essi e minacciando in tal modo la nostra sopravvivenza, almeno culturale. E’ in questa distanza dai progetti di tipo americano che i popoli asiatici in particolare si sono resi più consapevoli della loro tradizionale identità profondamente intessuta di quelle qualità che noi stiamo perdendo. La conclusione è una sola: o ritrovare noi stessi o rassegnarsi a essere sommersi da coloro che si riconoscono ancora nei grandi valori ereditati dal passato. Una cocente sconfitta che stiamo pienamente meritando. Giordano Frosini DOMENICA 25 MARZO 2012 T O S C A N O L’eclissi dei valori arlare di crisi dei valori è come portare acqua al mare e legna al bosco. L’espressione è sulla bocca di tutti, perché tutti ne fanno esperienza nella loro vita e nei loro rapporti sociali, negli altri e non di rado anche in se stessi. Se paragonata a quella del passato, da questo punto di vista, la società è oggi perfettamente irriconoscibile. Si sta avverando quanto affermò il filosofo F. Nietzsche, dopo la dichiarazione dell’avvenuta morte di Dio. Il pazzo che in un chiaro mattino attraversava il mercato con in mano una lanterna alla ricerca di Dio e gridando: “Noi l’abbiamo ucciso!”, guardava impaurito il futuro che attendeva l’umanità ormai senza direzione, incamminata, “come attraverso un infinito nulla”, lungo un precipizio scosceso, nella notte sempre più fitta e invincibile. Lui, il folle, è arrivato troppo presto, ma è pienamente convinto che la sua profezia avrà un giorno più o meno lontano il suo pieno compimento. Verrà un tempo, infatti, in cui la morte di Dio trascinerà nello stesso vortice anche l’intero complesso dei valori sui quali da sempre si era organizzata la società umana. “Si racconta ancora che quello stesso giorno l’uomo folle sarebbe entrato in diverse chiese e lì avrebbe intonato il suo Requiem aeternam deo. Condotto fuori e interrogato, avrebbe risposto invariabilmente così: ‘Che cosa mai sono queste chiese, se non le cripte e i sepolcri di Dio?’”. Il significato di questo passo famoso è discusso, tuttavia la previsione del futuro si è puntualmente avverata. Il nichilismo dei valori si è ormai insediato stabilmente nelle nostre società, decisamente sorpassate, sotto questo aspetto, dalle popolazioni emergenti negli altri continenti. Il Requiem aeternam di Dio ha trascinato con sé anche il Requiem aeternam dell’uomo. Senza Dio e senza l’uomo (che ne poteva fare le veci), i valori perdono il loro fondamento e, rimasti sospesi nel vuoto, non possono fare altro che scomparire. Se cade la radice, cade anche l’albero. Così il nichilismo è diventato la nostra cultura, la nostra sorte, la nostra condanna. I filosofi ne tessono l’elogio, gli scrittori ne descrivono le caratteristiche, ognuno di noi ne fa esperienza nella sua esistenza personale e comunitaria. Valori: cioè le virtù, le perfezioni, le qualità che impreziosiscono la vita e la rendono degna di stima e di rispetto. “Valore è ciò per cui un 12 Anno 115 e1,10 1,10 e L’ALLARME DEL CENSIS: I VALORI VENGONO A MANCARE Crescita dell’aggressività, aumento di gravi patologie individuali (droghe, anoressia ecc.), mancanza di senso del futuro e di trascendenza... PAGINA 2 LA FINE DEL MONDO Dopo l’annuncio dei Maya che il mondo finirà il 21 dicembre 2012, si sta parlando della escatologia cristiana come un’illuminazione sul futuro rivelataci da Dio PAGINA 5 TANGENTOPOLI BATTE DI NUOVO ALLE PORTE Anche se i fenomeni denunciati sono di natura diversa, gli scandali relativi alla perversa commistione tra politica e affari, forse mai cessata, hanno ripreso a proliferare a pieno ritmo IL MERCATO PAGINA 14 DEL LAVORO ANCORA IN RUSSIA IL FUTURO IN DISCUSSIONE Non si è trovato finora E’ ANCORA TARGATO un accordo PUTIN Da mesi soddisfacente tutte le manifeparti interessante PAGINA 13 stazioni e proteste della società civile per un cambio di politica PAGINA 15 La Vita è on line clicca su www.settimanalelavita.it F. Nietzche, il profeta del nostro nichilismo Poste italiane s.p.a. Sped. in a.p. D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n° 46) art. 1, comma, 2, DCB Filiale di Pistoia Direzione, Redazione e Amministrazione: PISTOIA Via Puccini, 38 Tel. 0573/308372 Fax 0573/28616 e_mail: [email protected] www.settimanalelavita.it Abb. annuo e 45,00 (Sostenitore e 65,00) c/cp n. 11044518 Pistoia 2 primo piano D a un lato il “disastro antropologico”, con “crescita dell’aggressività minuta e diffusa”, aumento delle “grandi patologie individuali” (droghe, suicidio, depressione, anoressia ecc.); “mancanza di senso del futuro e di trascendenza” e rifugio nei “surrogati” quali esoterismo e new age, fino alla “estinzione del desiderio”. Dall’altro la riscoperta dei valori tradizionali, quali famiglia, gusto per la qualità della vita, tradizione religiosa, amore per il bello, moralità, onestà, rispetto per gli altri, solidarietà. E’ quanto emerge dalla ricerca del Censis, presentata la scorsa settimana a Roma, su “I valori degli italiani. Dall’individualismo alla riscoperta delle relazioni”. Insieme al fondatore e presidente Giuseppe De Rita ne hanno parlato, alla sede del Censis, Giuliano Amato, presidente del Comitato dei garanti per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, e Paolo Peluffo, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Secondo il Censis, gli italiani sono “stanchi delle forme più estreme e sregolate di individualismo e trasgressione”; è scattato il “riflesso ‘law and order’ e la grande maggioranza dei cittadini vorrebbe misure più restrittive su droghe, guida pericolosa, prostituzione, alcol, fumo, obesità. Tra i primi dati che emergono dalla ricerca, il ritorno del padre come “modello” a cui ci si ispira (ben il 22,1%) mentre la madre è ferma al 12,9%. Un “orientamento trascendente” Il tema della “trascendenza”, nonostante il suo indebolimento, appare uno degli aspetti centrali di questo “ritorno ai valori” da parte degli italiani. Intanto un dato di tendenza: mentre “negli anni ottanta – dice il Censis – si professava credente, riconoscendosi in un credo organizzato, il 45,1% degli italiani, oggi la quota di popolazione che si riconosce nel medesimo item è pari al 65,6%”. Il dato appare quasi paradossale: a un apparente diminuzione del senso “spirituale” della trascendenza (vivere orientati all’ “aldilà”) fa riscontro un altrettanto significativo incremento di quanti comunque dichiarano di “credere in una sfera trascendente”. A tale 65,6% di “credenti” si devono poi aggiungere il 15,6% di persone che “pur non essendone pienamente convinte, credono che in fondo ci sia ‘qualcuno’ o ‘qualcosa al di là della realtà materiale’”, portando il totale di quanti hanno un orientamento trascendente a oltre l’81%. Sempre nell’ambito della sfera religiosa o comunque spirituale, tra i valori che “accomunano gli italiani” la tradizione religiosa rappresenta il 21,5%, al terzo posto dopo il “senso della famiglia” che domina con il 65,4% delle scelte e il “gusto della qualità della vita” per il 25%. Tra fiducia e sfiducia Tra le sottolineature di questa ricerca sugli italiani e le loro attese, la “riscoperta della prossimità” appare tra le più indicative. Il Censis afferma che “più del 50% degli italiani definisce ‘belli’ i comportamenti tra le persone che non si Vita La n. 12 25 MARZO 2012 I VALORI DEGLI ITALIANI SECONDO IL CENSIS Il ritorno dei padri La crisi dell’uomo conoscono, cioè quelle persone che si incrociano quotidianamente per strada, nei negozi, sugli autobus ..”. A bbiamo chiesto a Paola Ricci Sindoni, docente di filosofia morale all’Università di Messina, di commentare i dati più interessanti. Un primo aspetto interessante è che le persone affermano di avere meno desiderio di acquistare beni di consumo... “Le notizie delle turbolenze dei mercati finanziari e i correttivi del governo per ridurre il debito pubblico e il rischio di una disgregazione sociale hanno avuto un forte impatto sulle coscienze. Come ci dice sempre il Papa, il crollo di certe sicurezze economiche e finanziarie possono riconvertirsi in valori, nella misura in cui ci misuriamo con i nostri bisogni e diamo un taglio ai desideri che spesso sono indotti dalla pubblicità. Questo lascia anche più spazio alle relazioni. Se il soggetto riempie il suo tempo nel soddisfare i suoi desideri, non ne ha per gli altri. I genitori imparano di nuovo a dire no ai capricci dei figli e a ragionare con loro spiegando i motivi per cui è superfluo comprare un giocattolo in più”. Ritorna anche la tendenza a cercare modelli: il padre si piazza al primo posto (22,1%), la madre (12,9) al secondo. Come giudica questo fatto? “Ciò dimostra l’importanza del ruolo della famiglia, che è sempre dirompente nella formazione della coscienza. In famiglia infatti s’impara la fiducia nell’altro, il rispetto, la solidarietà. Questa è la riscoperta non di un valore tradizionale, come viene ironicamente etichettato da chi vorrebbe sostenere che tutto è famiglia, ma di un valore che è sempre attuale. Cambiano i contesti sociali, cul- “E’ la forza di coesione che nasce nel riconoscere l’altro, nel cercare la solidarietà dell’altro”, aggiunge il rapporto, parlando di “moltitudine silenziosa di belle persone, la forza che muove il Paese: una fiducia re- Qualcosa sta cambiando Segnali incoraggianti dalla ricerca Censis di Gigliola Alfaro ciproca di cui nessuno parla, fatta di piccole gesti quotidiani e minuti, di piccole gentilezze, ma anche di controllo sociale, di attenzione, di vigilanza”. Sono discorsi nuovi e lo stesso Censis parla di “bisogno di riscoprire l’altro, iniziando dal più vicino ...come puntiforme esigenza di riscoprire una categoria che abbiamo perduto, quella della prossimità”. Si tratterebbe di un “processo ancora embrionale”, un “desiderio di uscire da sé per andare verso gli altri”. C’è però un dato non positivo: il Censis afferma che questa esigenza “riguarda una cerchia relativamente stretta di ‘prossimi’”, mentre la collettività nazionale resta “sostanzialmente esclusa dai sentimenti di fiducia e di responsabilità reciproca”. In altre parole, “dal punto di vista etico, gli italiani non si fidano degli italiani. esistere di sregolatezza di pulsioni e richiesta di normazione: come se lo spiega? “Spesso si attiva una pratica psicologica secondo la quale a me tutto è permesso, mentre gli altri fanno paura e vanno regolati. C’è poca sensibilità nel capire che io sono anche gli altri: tutto ciò che fanno gli altri mi riguarda e anch’io devo essere regolato dalla legge. Spesso i giovani sono severi verso i comportamenti dei loro coetanei, ma non fanno autocritica”. Alla domanda cosa serve all’Italia al primo posto ci sono moralità e onestà... Paola Ricci Sindoni (docente di filosofia morale): “Lo specchio in cui l’italiano medio si va a riflettere è la classe politica, a cui abbiamo consegnato le speranze di una società civile migliore e di un welfare più a misura dei nostri bisogni. Quando la classe politica delude fortemente sul piano del rispetto delle regole, emerge giustamente il bisogno di moralità tra i cittadini contro il malcostume”. turali ed economici, ma il valore resta”. Rispetto agli anni Ottanta, oggi si registra anche un aumento di coloro che si dicono credenti dal 45,1% al 65,6%... “Certamente la persona è costitutivamente aperta alla trascendenza, ma questo bisogno deve essere ben indirizzato per evitare una gestione del sacro secondo le proprie esigenze”. I valori coesivi degli italiani sono il senso della famiglia (65,4%), il gusto per la qualità della vita (25%), la tradizione religiosa (21,5%), l’amore per il bello (20,1%), la voglia d’intraprendere (19,9%), i legami comunitari locali (11,5%): sono questi i valori su cui scommettere per l’Italia del futuro? “Sono valori importanti soprattutto la famiglia, la tradizione religiosa, i legami con il territorio. La qualità della vita riflette anche un trend imposto dalla moda ecologica”. Un altro aspetto è il co- Gli italiani riscoprono la prossimità, fidandosi di chi sta loro più vicino, ma non tanto dei lontani... “Le relazioni s’incarnano nelle persone e, quindi, si attivano fiducia e rispetto laddove li puoi anche ricevere in un riconoscimento reciproco. Ciò che vale nelle relazioni corte non può valere anche in quelle lunghe, che sono astratte e lontane. Sarebbero accolte se ci fosse anche un ethos collettivo maggiormente diffuso, come era negli anni dopo la guerra quando c’era un sentire comune che apparentava le diverse classi sociali e le diverse regioni italiane. Oggi non è più così”. Vita La 25 MARZO 2012 cultura n. 12 IL RACCONTO Che bella la luna Q uando il poliziotto puntò la pistola, Adil alzò le mani e si inginocchiò. Era stato tutto un errore, lo sapeva prima ancora di partire su quel maledetto camion, prima ancora di salire su quel maledetto barcone, prima ancora di rubare quella maledetta Mercedes, prima ancora di forzare quel maledetto posto di blocco e fuggire. Era stato un errore lasciare il Marocco, la sua piccola città ai confini con l’Algeria, sua madre e i suoi fratelli, le amicizie, i colori del mercato dove l’anziano padre vendeva scampoli di stoffe. Era stato un errore lasciare i rumori e gli odori della sera africana, quando all’imbrunire, insieme agli amici nella piazza del paese giocava a carte, scherzava e beveva tè alla menta. Era stato un maledetto errore tutto, ma di lavoro ce n’era poco e lui aveva voglia di Alessandro Orlando di fuggire da quel paese. Italia! Ah l’Italia! Quello si che era un paese, visto centinaia di volte al Bar della piazza, sullo schermo sporco di quella vecchia Tv. Italia! Italia! Dove i supermercati erano pieni di tutto, dove tutti erano felici con le loro macchine ultimo modello e superaccessoriate, con le loro borse della spesa piene di ogni ben di Dio, con i loro vestiti sempre stirati e all’ultima moda. E poi le donne, bellissime con quella carnagione chiara e i loro sorrisi smaglianti di denti bianchissimi. Ora era là alle 7 del mattino, dopo due giorni passati in questura e decine di domande sotto una luce che accecava e il fumo della piccola stanza che ti levava il respiro, ora era là ad aspettare in silenzio. Le pareti dell’ingresso erano sporche e giallognole, in un angolo una grossa macchia di umido copriva buona parte del muro, le lampade al neon riflettevano un barlume opaco, una di esse brillava ad intervalli regolari emettendo un fastidioso ticchettio. In fondo all’androne, poco prima dei cancelli che immettevano sul corridoio delle celle, c’era una piccola scrivania macchiata di inchiostro. Adil osservò gli uomini in divisa, uno era seduto, il secondo aveva appoggiato le mani sul piano di legno, l’ultimo era vicino alla porta di ferro dietro le proprie spalle. L’uomo seduto si alzò e iniziò a girargli intorno, il ragazzo abbassò subito lo sguardo, teneva la testa bassa, sentiva il mento premere sul collo, fu allora che la guardia disse: A CENTO ANNI DALLA MORTE Giovanni Pascoli: l’attualità della sua poesia di Mario Agnoli “C’è qualcosa d nuovo oggi nel sole anzi d’antico: ... Io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole” (L’aquilone) I l giorno 6 aprile 1912 la morte raggiunse il poeta Giovanni Pascoli nella sua casa di Bologna. Dalla commemorazione di Giovanni Pascoli al Teatro Comunale di Cesena tenuta da Renato Serra, si riprende “Egli contempla il risveglio dell’umanità come un formicolio nero di piccole ombre erranti sulla terra nuda, tutto il sussurro del loro vivere vano si perde per il cielo vuoto nel silenzio degli spazi, dove le stelle invecchiano e si perdono senza fine… E le illusioni umane… son come la preghiera dei passeri quando si rivolgono dal cipresso per ringraziare sommessamente l’essere benefico e terribile. Illusione. Solo il dolore vero. Solo la bontà è sicura.” “Siamo in pace: buoni.” E ancora il Serra: “La poesia del Pascoli è rimasta… quello che soltanto poteva essere; un contemplare cantando, un cantare sognando, assorto e dolce e solo in mezzo all’universo”. In particolare sull’ultima parte del grande poeta vi sono state impressioni discordi. “Ma nell’incertezza del giudizio, non bisogna dimenticare l’animo, che era alto e buono «Se la mia voce desse qualche anima e alleviasse qualche fatica… se fosse insomma in qualche modo utile al lavoratore industriale o commerciante, oh! mi sentirei inorgoglire».” Marina Marcolini, scrisse nella presentazione di alcune poesie del Pascoli su Poesia italiana -4- Ottocento che “Accanto alla poetica del frammento è riconoscibile nella poesia di Pascoli una forte tendenza alla dieresi, all’amplificazione della voce lirica entro un ampio spazio narrativo”. Conclude la presentazione: “Nella vicenda dei sopravissuti Pascoli raffigurava la condizione dei moderni, per i quali la verità non può essere che la leopardiana luce che illumina «la rovina e la morte totale ed eterna». Sul punto dell’attualità della poesia del Pascoli mette conto ritornare su “Poesia italiana -4- Ottocento e “Forza! Togli cintura e stringhe delle scarpe, vuota le tasche e metti tutto dentro questa busta.” Adil fece quello che l’uomo gli aveva ordinato e rimase fermo le mani lungo i fianchi, gli occhi bassi. A quel punto il secondino che era vicino alla porta esclamò: “Adesso i vestiti.Tutti!”. Poi di nuovo domande. Poi firme. Poi ancora domande. Poi, poi, poi. Adil guardò la porta della cella chiudersi e sentì la serratura girare. Lo sportello dello spioncino si aprì per poi richiudersi di scatto. Quel suono metallico riempì la piccola stanza, le voci dei secondini e dei detenuti si mescolavano al rumore di porte sbattute, al cigolare dei cancelli, al ritmo di passi lontani che echeggiavano nel corridoio. Ad un tratto il rombo di un aereo ruppe la monotonia dei suoni. Adil guardò la finestra che, avida di luce attraverso le sbarre, lasciava intravedere solo un piccolo quadrato di cielo, il rombo si allontanò. Disperato guardò la stanza, i muri scrostati e pieni di muffa, un materasso vecchio e rovinato, una tazza alla turca incrostata di giallo, un piccolo lavandino sbeccato dove correva la linea di una lunga crepa. Si lasciò scivolare lungo il muro e rimase così con la schiena appoggiata alla parete, la fronte schiacciata sulle ginocchia, le mani intrecciate sulla testa. Iniziò a piangere, era diventato un numero, senza importanza, se non quella di essere uno dei tanti, un’identità e un’umanità violata. Aveva perso la dignità, quella dignità che dava valore al suo corpo, alla sua esistenza. Si sentiva solo, impaurito, inutile. Nella cella accanto un uomo bestemmiò forte urlando verso qualcosa, verso qualcuno. Adil si riscosse e alzò lo sguardo sulla parete: era piena 3 di date, di frasi e di disegni osceni. Guardò meglio, con gli occhi annebbiati dalle lacrime, una scritta in caratteri arabi lo colpì :” FATIMA ASPETTAMI. TUO MO…” poi la frase si interrompeva. Chi era MO? Perché non aveva finito di scrivere? Forse erano venuti a prenderlo? Forse era arrivato il carrello col rancio? Oppure si era lasciato morire nel ricordo della sua Fatima? Forse anche MO aveva pensato di fare fortuna in Italia e aveva trovato solo fame, tristezza, solitudine. Il ragazzo si guardò intorno, quanto sarebbe dovuto stare là? Mesi? Anni?. E tutto per un maledetto errore. Per seguire gli altri. Per cosa? No! Non poteva resistere! Non era possibile resistere a tutto questo! Quella sera Adil guardò il cielo, c’era la luna, la stessa luna del suo amato paese, solo che qua attraverso le sbarre della finestra, quella grande palla luminosa aveva l’aspetto di una scacchiera. Si sforzò di sorridere. Intanto, in una cella lontana, in fondo al lungo corridoio, quello che chiamavano “il Siciliano” continuava a cantare. “No!” Pensò. “Così non valeva la pena di vivere!”. Controllò il nodo fatto a quella striscia di lenzuolo. Ne provò la tenuta, dando piccoli strappi. Per un attimo rimase incerto, si voltò ancora a guardare il cielo. -“Che bella la luna”- pensò. Poi di scatto si lasciò andare. Intanto, lontano, in una piccola città del Marocco ai confini con l’Algeria, un vecchio venditore di scampoli tornava a casa dal mercato, pensando al figlio lontano che era partito per l’Italia in cerca di fortuna. Prima di entrare in casa l’uomo si fermò incerto, poi si voltò a guardare il cielo. -“Che bella la luna”- . Poeti Contemporanei Quando anche pregare fosse come vivere, o amare precisamente sulla Introduzione di Carlo Ossola: “Questa registrazione dell’asemenatico, che è trattenuta nel Pascoli entro tensioni ecolaliche, di vibrazioni quasi spasmodica: «Sonava lontano il singulto: chù… Il (…)/ squassavano le cavallette/finissimi sistri d’argento/(tintinni a invisibile porte/che forse non s’aprono più?); e c’era quel pianto di morte …/chiù…» (L’assiuolo); di calcolate dissonanze che arriveranno fino al Montale degli Ossi di seppia: «Debole sistro al vento/d’una persa cicala/»; «ascoltare tra i pruni e gli sterpi/schiocchi di merli, frusci di serpi//(…) mentre si levano tremuli scricchi/di cicale dai calvi picchi (Meriggiare, pallido e assorto)». È di questi giorni, per il centenario di Pascoli, un saggio importante di Gabriele Pedullà sul domenicale del “Sole 24 ore” dal titolo “Rivoluzionarie Myricae” e in sotto titolo “Inesausto sperimentatore di forme, è stato un costante riferimento per la produzione lirica italiana che gli è seguita. E anche la sua biografia non è priva di sorprese e lacune”. La poesia del Pascoli è attuale perché rappresenta l’ulteriore arco temporale al di sopra delle divagazioni poetiche, che, oltre alla oscurità, non sembrano offrire quegli apporti dell’umano profondo che attraversano l’intero ventaglio del poesia pascoliana. Io vivo, io amo. Espressioni queste che per lor stessa natura stanno ad indicare l’agire al presente del soggetto per la durata fugace di un istante. Ma le stesse in effetti, nel profondo, ancora meglio vogliono indicare il permaner cosciente del soggetto in uno stato continuo e duraturo con estensione nel tempo illimitata. Mi fu detto una volta da un amico: “Spesso mi accade che mentre lavoro, io prego”. Gli dissi allora: “Quando il tuo pregare fosse da te inteso come vivere od amare, stanne certo, il tuo lavoro sarebbe, anche da solo, senz’ombra di dubbio, già preghiera”. Giovanni Sguazzoni 4 attualità ecclesiale Benedetto XVI e il linguaggio delle tentazioni n. 12 25 MARZO 2012 Il nervo scoperto Vita La di Cristiana Dobner I l ritmo incalzante dei giorni di Quaresima sembra non volerci dare tregua: la sollecitazione alla conversione, alla ripresa di un rapporto stretto e fecondo con Dio e con i fratelli, torna e ritorna, esigendo una risposta. Poniamo che questa traversata, austera e silente, ci abbia portati a un tendere gli orecchi all’ascolto della Parola di Dio come prima, nei giorni normali, non ci era stato possibile. C’è un “però”… se “però” rimane al puro stadio di ascolto, siamo ancora a un livello in cui la conversione non ha fatto capolino. Papa Benedetto tocca il nervo scoperto di questo tempo: “Smascherare le tentazioni che parlano dentro di noi”. Il linguaggio delle tentazioni è subdolo, perché se fosse esplicito e aperto, immediatamente saremmo capaci di riconoscere una trappola, un’insidia, invece quando s’insinua sottilmente e magari con apparenza di giustizia e di bontà, allora cadiamo nel trabocchetto tesoci. Rimaniamo così invischiati in noi stessi. Ecco, allora, balzare fuori dal silenzio la Parola di Dio, che ci dona la luce della sapienza e del discernimento: siamo centrati su noi stessi oppure il centro di tutto il nostro esistere è il Signore Gesù? Indubbiamente, quando abbiamo riconosciuto la sua centralità, non ne consegue tutto immediatamente e senza frizioni, ma una cosa è certa: abbiamo trovato il centro e nulla e nessuno potrà impedirci di vivere con questa centratura. In continui ritorni, in continui rimbalzi, ma sempre nella direzione giusta. Il deserto, allora, è attraversato da un’ombra che possiamo evitare oppure assumere completamente e lasciarci trasfigurare: la Croce. Nella sua veste di supplizio infame, di dolore atroce, ma anche in quella risplendente di “vertice dell’amore, che ci dona la salvezza”. È in gioco non solo la traversata del pietrisco o delle dune, ma il significato stesso della traversata: abbiamo coscienza che, passo dopo passo, stiamo ricevendo il dono della vita eterna e costruendo, qui nel tempo, quello che sarà il nostro volto eterno? Non conta quali siano state le scelte antecedenti, quanti sbagli abbiamo accumulato nella vita, quali rifiuti abbiano caratterizzato i nostri giorni, conta che intuiamo e ci affidiamo al grande mistero: “Anche Gesù sarà innalzato sulla Croce, perché chiunque è in pericolo di morte a causa del peccato, rivolgendosi con fede a Lui, che è morto per noi, sia salvato”. La tentazione non può che suggerire mascheratamente il peccato, cioè la distanza fra noi e Dio, quello sbilanciamento dalla centratura per ripiombare con un bel tonfo su noi stessi. L’invito del Papa è a riconoscerci malati, bisognosi di ogni aiuto, capaci di assumerci tuttavia “la nostra responsabilità”. Questo moto interiore, che richiama la ragione e si fonda sulla certezza dell’amore, può essere minuscolo, un lieve lumicino che conduce a “confessare il proprio peccato, perché il perdono di Dio, già donato sulla Croce, possa avere effetto nel suo cuore e nella sua vita”. Spia di tentazione e di peccato è la mancanza di pace e di gioia, quell’arroccarsi sui propri torti perché spesso “l’uomo ama più le tenebre che la luce”. C inquant’anni fa, l’11 ottobre, si apriva in San Pietro il Concilio Ecumenico Vaticano II, un evento che per Giovanni XXIII voleva essere momento di aggiornamento per la Chiesa; un passaggio “dal vissuto all’esplicito” nelle parole di Paolo VI. Decisamente un evento che ha voluto riproporre alla Chiesa e al mondo la novità di parole antiche, percorrendo la strada non della condanna, dell’anatema, ma la “medicina della misericordia”, dirà papa Roncalli nel suo discorso di apertura dei lavori conciliari. Su tutto la grande novità dell’immagine diversa di Chiesa che prende il nome di “popolo di Dio”. Rileggere il Concilio a cinquant’anni dalla sua celebrazione, significa ritrovare nei suoi documenti e nei discorsi dei Papi parole quali amore, misericordia, verità: una novità nella continuità che deve essere tenuta presente per capire quella ecclesiologia conciliare fatta di uguaglianza di base di tutti i componenti del popolo cristiano, di collegialità, di sinodalità, di corresponsabilità. Parole che suonano nuove ma che sono presenti, sin dall’inizio, nel pensiero di papa Giovanni che vede la Chiesa come “un giardino da coltivare e non un museo di antiquariato”. Il Concilio, per Giovanni XXIII, doveva “custodire e insegnare” in forma più efficace il “sacro deposito della dottrina cristiana” che abbraccia l’uomo intero, pellegrino su questa terra. Certo il Papa mostrava preoccupazione, nel discorso di apertura del Concilio, per “i tempi moderni” dove si vedono “prevaricazione e rovina”, un tempo dove tutto è andato peggiorando e l’uomo si compor- Una strada vittoriosa esiste ed è già tracciata: “Accostarsi con regolarità al sacramento della Penitenza”, che ci fa conoscere la nostra natura e le nostre storture, indicandoci come aprire il nostro cuore “per ricevere il perdono del Signore e intensificare il nostro cammino di conversione”. Quando ci accostiamo al Sacramento non si tratta solo di mettere a nudo noi stessi per uscire dalla spirale della menzogna, dell’egoismo e dell’autoripiegamento, ma ben di più, immergendosi nel grembo di misericordia del Padre che vive una sola preoccupazione e ansia: venirci incontro così che possiamo abbandonare timori e preoccupazioni e percepire, gustandolo, che il perdono di Dio non è come il nostro, carico di residui di 50° CONCILIO Un giardino da coltivare Parole e gesti dei Papi dal 1962 ad oggi di Fabio Zavattaro ta “come se nulla abbia imparato dalla storia che pure è maestra di vita”. È la parte in cui Roncalli dissente dai “profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi sovrastanti la fine del mondo”. Il mondo odierno, diceva ancora il Papa, è “occupato dalla politica e dalle controversie di ordine economico, da non trovare più tempo di badare a sollecitudini di ordine spirituale”. Pochi anni più tardi, 7 dicembre 1965, concludendo i lavori del Vaticano II, Paolo VI ricorderà che il Concilio è stato “vivamente interessato dallo studio del mondo moderno. Non mai, forse, come in questa occasione, la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, avvicinare, comprendere, penetrare, servire, evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento”. E se papa Roncalli parlava della medicina della misericordia, Montini sottolinea come “la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità”. Un Concilio che ha guardato all’uomo: “Amare l’uomo non come strumento, ma come primo termine trascendente, principio e ragione d’ogni amore”. E il cui significato religioso è un “potente e amichevole invito all’umanità di oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio dal quale allontanarsi è cadere, al quale rivolgersi è risorgere, nel quale rimanere è stare saldi, al quale ritornare è rinascere, nel quale abitare è vivere”. Un altro Papa, il beato Giovanni Paolo II, aprirà il ministero di successore di Pietro rivolgendosi a chi ha “l’inestimabile ventura di credere”, a chi ancora cerca Dio, a quanti sono “tormentati dal dubbio”. È un Papa che ha vissuto il Concilio, prendendovi parte come vescovo e portando il suo contributo nella preparazione dei documenti. È un Papa che vive la novità conciliare e che si rivolge all’uomo e dice che il nostro tempo “ci invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergere in una umile e devota meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo”. E poi arrivano quelle parole che sono nella memoria di tutti; ma non sono semplici parole, invito a guardare a Cristo; sono un preciso messaggio che trova forza e sostanza nel Concilio e nell’esperienza di un vescovo che ha vissuto in una Chiesa costretta al silenzio: “Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità retropensieri, di rincrescimenti ed esitazioni; il perdono di Dio ci rifà nuovi, tutto viene cancellato e possiamo ricominciare, liberi e leggeri, il nostro cammino della storia. Il “però”, allora, è divenuto una molla che ci ributta nel vivo della concretezza per testimoniare la nostra guarigione e invitare ad assaporare il perdono. intera! Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà, aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui lo sa!”. Nel suo primo messaggio ai cardinali a conclusione del Conclave, 20 aprile 2005, Benedetto XVI riafferma la decisa volontà di proseguire nell’impegno di attuazione del Concilio, “quale bussola con cui orientarsi nel vasto oceano del terzo millennio”, dice citando papa Wojtyla. “Con il passare degli anni i documenti conciliari non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano anzi particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata”. Dirà, quattro giorno dopo, che il suo vero programma di governo non era altro che mettersi “in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore” e lasciarsi “guidare da lui, cosicché sia egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia”. L’attualità del Concilio, la sua freschezza nonostante gli anni passati dalla sua celebrazione, è racchiusa anche nella volontà che i Papi hanno espresso con le loro parole, con i loro gesti e azioni. E quell’aggiornamento che Giovanni XXIII vedeva necessario altro non era che voler mostrare – sono ancora le parole di papa Roncalli, l’11 ottobre 1962 – la Chiesa che innalza “la fiaccola della verità religiosa”, mostrandosi “madre amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di bontà”. Vita La D al calendario dei Maya che preconizzarono il termine del ciclo “del Lungo computo” per il 21 dicembre 2012 alle predizioni della fine del mondo nelle religioni orientali, nei nuovi culti, in letteratura e su Internet. “Fine del mondo o avvento del Regno?” è il titolo del convegno che si è svolto nell’abbazia di Casamari (Frosinone) su iniziativa della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale laziale. “Il convegno – ha affermato mons. Giuseppe Petrocchi, vescovo di Latina e presidente della Commissione laziale – parte dalle domande che ciascuno di noi porta dentro: verso dove va la storia? In quale direzione cammina il tempo e cosa ci sarà dopo la fine?”. “Sono domande – ha osservato monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone – nascoste e inespresse che rivelano un mondo di incertezza e di paura, una dimensione di precarietà dell’esistenza umana che domina la vita di oggi”. Il vescovo ha fatto notare come la questione della fine del mondo sia un tema “antico della Bibbia” che risale al racconto del diluvio. E ha commentato: “Da quel racconto emergono per l’umanità due responsabilità: quella dell’uomo davanti a Dio e quella dell’uomo davanti al creato e al suo simile”. 25 MARZO 2012 attualità ecclesiale n. 12 FINE DEL MONDO Le paure nascoste particolare, con l’istanza del futuro che la contraddistingue”. L’annuncio dell’escatologia è sfidato anche dalle conseguenze della globalizzazione sull’antropologia. “L’aspirazione alla precaria immortalità del successo, della salute, della gioventù – ha aggiunto mons. Sanna – sta sostituendo la fede nell’immortalità dell’anima. L’effimero si mangia l’assoluto”. Si “è perso il riferimento alla provenienza dalla terra, dalle mani di Dio. L’uomo che non è più creato ma solo fatto, può essere anche disfatto. Non c’è futuro ultraterreno, perché tutto si consuma sotto il cielo, speranze e delusioni, successi e sconfitte, vita e morte”. Da qui la responsabilità che ricade oggi sui cristiani:“Testimoniare la nostra fede nella vita eterna” ma Un convegno all’abbazia di Casamari sull’escatologia soprattutto la certezza di un giudizio finale che è giudizio da non temere. “Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo, conosce le sue debolezze e sa come far prevalere la misericordia divina sul giudizio umano”. Far prevalere la ragionevolezza Ma cosa si nasconde dietro al successo delle predizioni sulla fine del mondo? “Un misto di paura e di bisogno di certezze”, ha risposto Vincenzo Pace, docente di sociologia delle religioni all’Università di Padova. “La paura – ha precisato - è alimentata dall’incertezza e dal rischio che si percepiscono nella vita quotidiana e sono dovute a un sommarsi di tanti fattori che rendono precaria soprattutto dal punto di vista cognitivo la nostra esistenza. Questa incertezza è compensata con l’ansia di trovare una risposta certa che di solito viene offerta dalle tendenze fondamentaliste della religione che dicono che è tutto scritto e predetto nei testi sacri”. Per il sociologo, anche nel cristianesimo “questa ala millenarista continua oggi a essere molto attiva”. Alle religioni Abbazia di Casamari (Frosinone) Il messaggio della vita eterna “L’uomo globalizzato oltre che un nomade senza spazio e senza tempo, è anche un uomo senza cielo”. Per questo “è difficile oggi dare un messaggio di vita eterna che dia luce e senso alla vita e alla morte, al dolore e alla gioia”. È stato l’arcivescovo di Oristano, mons. Ignazio Sanna, a esplicitare così i termini della questione. “Oggi come oggi – ha spiegato – l’escatologia e la fine dei tempi, il loro annuncio e la loro dimensione di fede non possono non confrontarsi con la cultura contemporanea e, in modo N el nostro cammino quaresimale la parola di Dio ci introduce sempre più verso il centro del mistero pasquale. Il brano della lettera agli Ebrei (seconda lettura) è una bella sintesi di quanto viene annunziato nella liturgia della Parola di questa domenica: “Cristo, pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti quelli che gli obbediscono”. Nel termine “obbedienza” ritroviamo il tema della “nuova alleanza”, profetizzata da Geremia (prima lettura) e realizzata in Cristo, il quale “innalzato da terra, attirerà tutti a sé”. Infatti, elevato da terra Cristo inizierà ad attrarre a sé tutti gli uomini: ma l’attrazione che egli esercita non si basa sul successo umano, bensì sulla forza dell’amore. Il brano del vangelo di Giovanni mette in scena alcuni greci che, saliti a Gerusalemme per la festa di Pasqua, manifestano il desiderio di vedere Gesù.Tocca a Filippo accogliere la richiesta di quei forestieri che “temono Dio” (così i giudei chiamavano i non ebrei che credevano nel Dio d’Israele). Filippo (nome greco che significa amante dei cavalli) era di Betsaida di Galilea, una città per metà pagana e crocevia di uomini dalle credenze più assortite, e quindi ritenuto da quei greci interlocutore ideale per soddisfare la loro richiesta. Filippo ne parla con Andrea (altro apostolo con un nome greco) e insieme si recano da Gesù per fargli presente il desiderio di quei pellegrini venuti da così lontano. E’ facile immaginare quali siano stati i pensieri dei due La Parola e le parole V Domenica di Quaresima Ger 31, 31-34, Sal 50, Eb 5, 7-9, Gv 12, 20-33 apostoli: questo è il momento di Gesù! La sua fama è arrivata molto lontana! Addirittura lo cercano dei greci! E’ l’ora del successo, della popolarità, della gloria, del trionfo. Di fatto Gesù afferma solennemente: “E’ venuta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato”. Ma, subito dopo, con uno dei suoi soliti scarti imprevedibili, tipici del Gesù giovanneo, darà a quell’”ora” e alla “glorificazione” un contenuto molto diverso dalle attese di Filippo, di Andrea e dei Greci. Non è l’ora della notorietà. E’ invece l’ora del chicco di grano che deve scomparire e morire sotto terra. E’ l’ora di una dolorosa seminagione, non della messe trionfale. La fecondità passa attraverso la morte. E’ il paradosso della rivelazione cristiana: Gesù si fa vedere nascondendosi. La manifestazione luminosa passa attraverso il nascondimento, anzi la sepoltura. Nella ricerca di quei greci, rappresentanti dell’intera umanità, Gesù vede il segno che la sua ora è ormai giunta: è l’ora della passione, del passaggio da questo mondo al Padre. E Gesù affronta l’ora della morte non come un eroe, ma come un uomo tra gli altri, un uomo che ha paura di morire: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a questa ora! Padre glorifica il tuo nome”. E’ l’ora del Getsemani. E’ l’ora in cui, per dirla con la lettera agli Ebrei, egli “offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”. Soltanto chi possiede la vita in pienezza, come la possiede Gesù, è in grado di avvertire tutta la negatività contenuta nella morte e provarne una ripugnanza invincibile. Ma questa è anche l’ora della trasfigurazione. “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”, tuona dal cielo la voce, affinché tutti comprendano che l’ora della glorificazione è quella della croce. La gloria, allora non sarà sfoggio di potenza, ma di debolezza e sconfitta per amore. Gesù sa che i territori su cui il “principe di questo mondo” estende il suo potere possono essere conquistati unicamente con l’amore. Sa che la morte, il male, la violenza e tutto ciò che è negativo nel mondo, cedono esclusivamente di fronte alla forza dell’amore. Sulla croce Gesù non rivendica altra gloria all’infuori della “gloria di amare”. Quando verrà “innalzato” sulla croce non ci sarà più nessuno che avrà voglia di vederlo, anzi di fronte a lui ci si coprirà la faccia (Is 53, 3). 5 spetta, quindi, il compito di “raffreddare queste forme di entusiastica e allucinata attesa della fine del mondo ricordando il passo evangelico di Matteo in cui si dice che nessuno conosce l’ora. E poi occorre anche ricordare cosa è avvenuto nelle Chiese che avevano provato a fissare l’ora e poi hanno dovuto affrontare la grande delusione del fatto che queste previsioni non si sono avverate. Si tratta, allora, di giocare sulla ragionevolezza e sul fatto che ogni volta che qualcuno cerca di fissare l’ora della fine è come se volesse imprigionare Dio dentro le proprie categorie”. Tutte le date della “fine del mondo” Il mondo sarebbe dovuto finire già parecchie volte nella storia passata. La prima predizione risale all’anno 989 quando l’avvistamento della cometa di Halley contribuì a diffondere timori escatologici. Il 31 dicembre del 999 fu una data temuta da molti cristiani come la fine del mondo. Fu poi la volta di Gioacchino da Fiore che, basandosi sui 1.260 giorni descritti nell’Apocalisse, predisse il 1260 come data per il compimento di questa Profezia.Venendo a tempi più recenti, il medico e veggente Nostradamus prediceva per il 1999 l’arrivo di un “re del Terrore”. C’è, infine, la temuta data del 21 dicembre 2012, che segna secondo l’interpretazione del calendario Maya il passaggio da un’era all’altra ed è preceduta da segni più o meno significativi. Ma cosa dice a proposito la tradizione cattolica? Il Concilio Vaticano II affermò che noi “ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità e non sappiamo in che modo sarà trasformato l’universo”. Ciò che conta quindi per la teologia cattolica, ha concluso mons. Sanna, “è l’evento stesso, non il modo con cui le diverse categorie scientifiche, culturali, storiche interpretano questo evento”. Eppure l’ora delle tenebre diventerà l’ora della massima rivelazione, l’ora che permetterà di “vedere” la gloria di Gesù. “Innalzato da terra”, abbandonato, tradito, rinnegato, Gesù eserciterà una forza di attrazione universale e irresistibile: “attirerò tutti a me” e “tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande” (Ger 31, 34). Sul terreno arido del Calvario il seme sepolto e maciullato, “innalzerà” miracolosamente il suo stelo con la spiga carica di innumerevoli chicchi di grano. “Vogliamo vedere Gesù”: è la richiesta che ancora oggi l’uomo del nostro tempo rivolge ai discepoli di Cristo. Ma occorre essere accorti: l’uomo contemporaneo è disposto a “vedere per credere”, a lasciarsi abbagliare dalla visibilità e dalla spettacolarità. Solo ciò che fa notizia è vero. Il servizio che la Chiesa offre al mondo è certamente quello di mostrare Gesù, ma non secondo la logica e i criteri del mondo. Occorre “credere per vedere”. L’autentico servizio all’uomo di oggi consiste nell’essere contemporanei dell’Ora del Maestro, nel percorrere la sua stessa strada: “Dove sono io, là sarà anche il mio servitore”. Disposti a “perdere la vita”, non a soddisfare ambizioni e vanità. Capaci di respingere le suggestioni di una facile popolarità, preferendo il nascondimento e l’umiltà. Si tratta di scegliere tra le posizioni di potere e la posizione scomoda sulla croce.Tra simpatia e autenticità.Tra notorietà e costosa fedeltà.Tra le conquiste spettacolari e l’amore che si fa strada lentamente, nel segreto dei cuori e nella libertà delle coscienze. Don Luca Carlesi 6 n. 12 25 MARZO 2012 Proposta per le Chiese della Toscana Vita La Verso la prima settimana sociale dei cattolici della Toscana A nnunciare il Vangelo ed incarnarlo nella realtà delle persone e delle loro condizioni di vita, perché esso possa entrare nel vivo della storia, “è un servizio reso non solo alla comunità cristiana, ma anche a tutta l’umanità” (EN, 1), Un’umanità che attende, come ricorda Benedetto XVI, l’annuncio della verità dell’amore di Cristo: “lo sviluppo, il benessere sociale, un’adeguata soluzione dei gravi problemi socioeconomici che affliggono l’umanità, hanno bisogno di questa verità. Ancor più hanno bisogno che tale verità sia amata e testimoniata. Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali” (CV, 6). È un impegno, questo, che chiama in causa i pastori della Chiesa, primi responsabili della pastorale; ma anche i laici ne sono interessati come attori e protagonisti. Il tempo di crisi che stiamo vivendo non fa che rendere più urgente scrivere una pagina nuova per le nostre chiese locali. Come possiamo, in Toscana, dare un segnale forte di Chiesa, perché il popolo di Dio si senta meno smarrito davanti alla crisi e ai mutamenti che stanno segnando pesantemente le famiglie, la politica, l’economia, il lavoro, la cultura e soprattutto i giovani e il futuro? Come rispondere all’invito, che ci viene dal Vangelo, di annunciare speranza viva? Come dare segni forti di partecipazione creativa, fondata sull’amore di Dio per le sorti della famiglia umana, la sua famiglia, a partire proprio dalla centralità della famiglia? Come dire con scelte concrete e aperte che crediamo nella persona e vogliamo tutelarne la dignità fin dal concepimento, proprio perché credenti e discepoli di Cristo Gesù? Come acquistare una sicura capacità di discernimento cristiano alla luce del Vangelo in una società complessa come la nostra? Queste le domande che ci siamo posti e sulle quali ci siamo interrogati assieme ai nostri Vescovi e questo lo spirito con cui ci siamo mossi e dal quale ha preso avvio il progetto: “Cattolici protagonisti nella Toscana di oggi”. Ora vogliamo vedere insieme: • Come provare a dare risposta concreta a queste domande. • Come ritrovare il senso di noi stessi, della nostra fondamentale identità e della missione che abbiamo nel mondo diventando “protagonisti” nella logica del vangelo:“voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo” (cf. Mt 5, 13-14). • Quale impegno ci attende dopo questo incontro di Firenze, a partire proprio dal mandato che riceveremo con il saluto liturgico Firenze, Basilica di San Lorenzo, 17 marzo 2012 di congedo al termine della celebrazione eucaristica. Il documento finale della Settimana sociale di Reggio Calabria non è il programma dettagliato del nostro percorso, ma la bussola per chi vorrà impegnarsi in questo cammino di discernimento. Il lavoro che dovrà essere fatto è volto a: - provocare incontri e dialogo per un’analisi della nostra realtà fatta con il cuore; che parta dalle persone, che valorizzi l’esperienza e la speranza di ciascuno; - leggere con il criterio dei “segni dei tempi” i dati, i problemi, i nodi critici, le risorse, del nostro popolo e dei nostri territori; - vagliare in quali di questi fatti, situazioni, vissuti, oltre al contingente, anche a partire dall’attuale crisi socio-economica, possa esserci l’opportunità per una nuova evangelizzazione. Un nuovo slancio di testimonianza che potrà essere fatto proprio e assunto con responsabilità da quei lavoratori, quegli operatori, quegli imprenditori, quei politici, quegli educatori, che si riconoscono e si proclamano cristiani, che desiderano vivere con coerenza questa loro fondamentale identità, e che scelgono di impegnarsi insieme per rifondare “… - non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici - la cultura e le culture dell’uomo, nel senso ricco ed esteso che questi termini hanno nella Costituzione «Gaudium et Spes» (50), partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio.” (EN 20). Le nostre Chiese, oggi, ritornano nei propri territori e fra la gente alla quale sono state mandate, forti di questa esperienza che manifesta la bellezza della Chiesa unita nella diversità dei carismi. Vi ritornano con la chiarezza che questo popolo di Dio è “sale della terra” e “luce del mondo” e noi tutti qui presenti siamo: - mandati a riconoscere i segni del Regno di Dio presenti nella realtà in cui viviamo, per raccontarli come segni dell’Amore fedele e fiducioso del Padre verso la famiglia umana, alla quale sempre rinnova il suo “sì”; - mandati a incontrare, ascoltare, scoprire, sostenere tutti gli aneliti di giustizia, di pace, di vita bella e buona, che animano questa umanità, preziosa agli occhi di Dio; - mandati a scoprire e schiudere strade di speranza concreta proprio a partire da uno stato di crisi che spaventa, preoccupa e che già ha fatto sentire i suoi morsi su tanti nostri fratelli e sorelle e che rischia di trascurare i più poveri; - mandati a discernere le vere cause di questa crisi per reagire con responsabilità e costruire un’alternativa vera e solida, rispetto ad un sistema economico e sociale che è andato in crisi, insieme al modello antropologico sottostante. - mandati a compiere la missione di annunciare e testimoniare che, da credenti in Dio, crediamo nell’uomo. Ogni crisi è anche una opportunità e il segno di qualcosa di nuovo che può nascere. Le ferite della storia, affermava Giovanni Paolo II, possono diventare “feritoie di speranza”. Di fronte alla complessità e ai mutamenti che stiamo attraversando, come popolo di Dio, • vogliamo individuare le basi per discernere valori “resistenti” su cui appoggiare i passi del nostro cammino; • vogliamo far toccare con mano alle persone, che abbiamo tutti la possibilità e le capacità di ripartire da questi valori, facendoli nostri, e su questi, riscoprendo il valore della partecipazione sociale in tutte le sue espressioni, ricostruire relazioni di fiducia, istituzioni a servizio dell’uomo, equità sociale che parte dai più esposti, dai più deboli, dai più svantaggiati; • vogliamo far percepire ai giovani che possono essere protagonisti del loro futuro e possono ancora contare sulla Chiesa. Quindi, a partire da oggi ci impegniamo a trovare i modi per fare tutto questo: un percorso di approfondimento, di riflessione e di creatività pastorale, affidato a ciascuna delle chiese della Toscana, per “vedere, giudicare e agire”. Vedere in faccia la realtà in cui le nostre comunità e le nostre associazioni e movimenti vivono ed operano, illuminarla e giudicarla alla luce del vangelo e, infine, fare le scelte necessarie. Il percorso che si apre oggi, infatti, inaugura un anno di lavoro durante il quale in ogni diocesi ci daremo da fare, studiando, ascoltando, confrontando, cercando di coinvolgere in questo fermento tutti i soggetti della società civile, politica, economica e sociale, e tutti gli uomini di buona volontà, per vedere come contestualizzare nei nostri territori, nelle nostre realtà, l’agenda di speranza della Settimana sociale di Reggio Calabria. Ma questo anno potrà anche essere l’occasione buona per stimolare e rilanciare l’azione delle nostre comunità cristiane, in particolare per dare nuovo vigore alle motivazioni e al senso di appartenenza del laicato impegnato in molte delle nostre associazioni, movimenti e realtà, e per dare loro nuova voce all’interno della chiesa. In ogni diocesi l’equipe del progetto, composta dai membri dell’Ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro e dai delegati che sono stati a Reggio Calabria, si muoverà secondo la propria condizione e creatività, su mandato del proprio vescovo, insieme a quanti della propria diocesi sono qui oggi. A livello regionale ci aiuteremo con iniziative che ci permetteranno di mantenere aperta l’attenzione alla Toscana ed affrontare alcune tematiche che possano rafforzare il lavoro che ognuno andrà facendo nel territorio della propria diocesi. Ne segnaliamo fin da adesso alcune, invitando le singole diocesi e le aggregazioni laicali a volerne indicare di ulteriori per una loro opportuna diffusione anche tramite il sito web: 1)15 aprile 2012, ore 9,30-18, a Firenze, Palazzo Vecchio, il Convegno regionale dell’Azione cattolica sul tema: “Economia familiare e nuovi stili di vita”. 2) 25 maggio 2012, ore 17,00-20,00, a Firenze, Fortezza da Basso, nell’ambito dell’iniziativa “Terra Futura”, tavola rotonda sul tema: “Lavoro, impresa e legalità: educare all’impegno politico e sindacale”. 3)1° settembre 2012, ore 10-17, a Siloe, diocesi di Grosseto, nell’ambito della Giornata per la salvaguardia del Creato, una tavola rotonda sul tema:“Creato e opera dell’uomo in Toscana”. 4)F ine novembre, a Pisa, la “Tre Giorni Toniolo”, la prima dopo la beatificazione. 5)26 gennaio 2013, ore 9,30-12,30, a Massa Carrara, un Convegno sul tema: “Intraprendere in Toscana: partecipazione e formazione”. Sempre a livello regionale, entro la prossima estate, promuoveremo un incontro della delegazione regionale della pastorale sociale e del lavoro con la Consulta regionale delle aggregazioni laicali e un incontro con gli altri Uffici pastorali regionali per meglio integrare i percorsi e la collaborazione. Infine la segreteria regionale del progetto sarà sempre disponibile a fare da supporto, per accompagnarci in un cammino plurale, ma non dispersivo. Segnalare alla stessa segreteria le iniziative diocesane riconducibili al progetto qui delineato e, quindi, ai temi dell’agenda di Reggio Calabria, servirà a dar voce alle tante realtà della nostra Toscana, che potranno essere raccolte e valorizzate in occasione della Prima settimana sociale dei cattolici toscani. Avremo così anche la possibilità di condividere metodi di lavoro, ma ancora di più di far circolare esperienze e risultati di ogni azione localmente realizzata. Il cammino che si apre oggi, e che per un intero anno ci vedrà impegnati nelle Chiese locali, troverà il suo culmine nella Prima settimana sociale dei cattolici della Toscana che vivremo dal 1° al 5 maggio 2013. In quella settimana in ciascuna diocesi potremo raccogliere comunitariamente i frutti del percorso effettuato e, a livello regionale, riunirci a convegno per la definizione e la divulgazione di un’agenda di speranza per la Toscana. Ci auguriamo un buon lavoro e ci prepariamo all’eucarestia con questa breve e stimolante riflessione di d. Tonino Bello: «Se dall’Eucaristia non si scatena una forza prorompente che cambia il mondo, capace di dare a noi credenti l’audacia dello Spirito Santo, la voglia di scoprire l’inedito che c’è ancora nella nostra realtà umana… è inutile celebrare l’Eucaristia. E qui da noi c’è un inedito impensabile: basterebbe riferirsi a coloro che non vengono a Messa, a tutti coloro che non conoscono Gesù Cristo. Questo è l’inedito nostro: la piazza. Lì ci dovrebbe sbattere il Signore, con una audacia nuova, con un coraggio nuovo. Ci dovrebbe portare là dove la gente soffre oggi… La Messa ci dovrebbe scaraventare fuori. Anziché dire: “la Messa è finita, andate in pace”, dovremmo poter dire: “la pace è finita, andate a Messa”. Ché se vai a Messa finisce la tua pace». Segreteria organizzativa Cet - Delegazione regionale pastorale sociale e del lavoro www.toscana.chiesacattolica.it mail: [email protected] http://twitter.com/CattoliciProtag Referenti della segreteria regionale P. Antonio Airò - 348.7074328 [email protected] Andrea Barani - 349.6986781 [email protected] Edoardo Baroncelli - 338.7445892 [email protected] Pistoia Sette N. 12 25 MARZO 2012 CENTRO CULTURALE “J. MARITAIN” E UFFICIO DI PASTORALE SOCIALE E DEL LAVORO La città delle persone I l tema della città continua ancora a interessare, anzi la globalizzazione ormai compiuta ne rende più viva e attuale l’esistenza. Il sottotitolo che parla della seconda rivoluzione urbana è dedicato, appunto, a questo fenomeno. Le ricorrenti elezioni amministrative ripropongono all’attenzione, specialmente di coloro che si presentano candidati, l’approfondimento di quanto l’esperienza del passato e il confronto col presente ci possono suggerire. Il nostro punto di vista, che è quello cristiano, non esclude altre riflessioni provenienti da fronti diversi perché in noi rimane fissa la certezza che i valori umani sono anche i valori cristiani: la differenza accidentale che certamente esiste, nella misura e anche nei punti di riferimento, non elimina per niente l’uguaglianza sostanziale. Per questo il nostro discorso è rivolto a tutti, credenti e non credenti, non tanto con l’intento di dettare regole e orientamenti da realizzare, quanto L’incontro-dibattito si terrà venerdì 30 marzo alle 21 nell’aula magna del seminario vescovile. Introduce Giordano Frosini autore della pubblicazione “La città oggi” che verrà distribuito ai partecipanti. Sono invitati i candidati a Sindaco. Sarà presente il Vescovo, Mons. Mansueto Bianchi piuttosto col desiderio di sollecitare una rinnovata attenzione su un tema complesso e difficile come è quello della città. Città nel suo senso più largo, perché i nostri paesi, in particolare i capoluoghi di comune, sono almeno a livello delle città antiche e medievali, quando la filosofia e la teologia cominciarono a riflettere seriamente su quella che fu considerata da allora la società perfetta. Nel presente la complessità è andata aumentando e questo rende difficile uno studio completo su questo fenomeno. Occorre per questo una convergenza di discipli- ne scientifiche, che oggi certamente non mancano. Il nostro punto di vista riguarda dall’alto tutta questa problematica oggi emergente, rievocando le dimensioni fondamentali della convivenza sociale che non sono venute certamente meno. Comunque la relazione principale sarà seguita da un comunicato sulla situazione economico-sociale di Pistoia. I candidati a Sindaco avranno diritto di parola e, nei limiti del tempo concessoci, potranno intervenire anche i partecipanti. Giordano Frosini L’ora di religione a cura di Beatrice Iacopini O ggi, domenica “laetare”, ho ascoltato un’omelia bellissima, che prendendo spunto dallo struggente salmo 137 discuteva di come i cristiani siano per loro natura “esuli”: la loro patria è infatti la Gerusalemme celeste, immagine ideale e prototipo di ogni città terrena, che a lei dovrebbe ispirarsi, senza poterla tuttavia mai eguagliare. I cristiani amano questo mondo, ma non possono che sentirlo sempre inadeguato rispetto alla Città di Dio di cui hanno conosciuto in Cristo la primizia; si sentono esuli, dunque, in cammino perenne verso la patria che portano nel cuore: pellegrini, perciò, mai a casa, mai fermi, mai soddisfatti o radicati, sempre in viaggio, sempre attendati, con poche cose con sé e pronti in ogni momento a partire. Quante figure bibliche vengono alla mente, e Gesù naturalmente prima di tutti, con il suo “nomadismo”, e poi tante esperienze cristiane, tanti santi, da san Francesco a don Zeno di Nomadelfia che nella sua “cittadella ideale” non ha voluto case con fondamenta ma solo prefabbricati ed ha rifiutato la proprietà privata e il possesso di denaro, che sono poi l’espressione più forte del radicamento nel mondo. Tra due giorni, appunto, andremo con diverse classi in visita a Nomadelfia e domani ho intenzione di preparare i ragazzi alla “gita” proprio riasssumendo loro l’omelia di stamani e leggendo parte della splendida Lettera a Diogneto che esorta a ricordare come i cristiani siano nel mondo ma non del mondo. Abbiamo già parlato tante volte, in classe, della povertà evangelica e del suo significato: molti rimangono ammirati di fronte a questa proposta, anche se alcuni la ritengono “impossibile”, “utopica”, “troppo faticosa”. Tanti rilancia- no facendo notare che la Chiesa, però, non è povera (e domani mi diranno che è tutt’altro che esule e sradicata): l’esempio che portano per primo è il Vaticano, il palazzo del Papa, San Pietro stessa, poi i palazzi vescovili; seguono a ruota il potere, i privilegi e via discorrendo. Per prima cosa, cerco sempre di far presente che l’invito alla sobrietà vale per ciascun cristiano, non solo per il Papa o le gerarchie, e che chiunque si dica cristiano deve farsi mettere in crisi dalla proposta evangelica.Tuttavia, i ragazzi notano subito che chi è più in vista dà più scandalo, mentre dovrebbe essere proprio colui che dà il buon esempio. E con tutto il mio amore per la chiesa, anzi proprio mossa da quell’amore, non posso che dar loro ragione: le dimore e i paludamenti principeschi (e poi il potere e il resto) cos’hanno a che fare con Gesù? Le argomentazioni dei ragazzi non fanno una piega e solo un ipocrita potrebbe rispondere loro che hanno torto. Le ricchezze, i privilegi, allontanano molti e impediscono ad altrettanti di avvicinarsi al vangelo e magari di vedere tutta quella chiesa povera, invece, che ogni giorno vive e lotta a fianco degli ultimi: sono pietra d’inciampo, danno scandalo, per dirla con il vangelo stesso. Oggi molti uomini di buona volontà sono particolarmente sensibili a questi temi: la loro distanza sarà imputata a noi come peccato. Ricordo sempre le semplici parole di dom Helder Camara a un giornalista che gli chiedeva cosa avrebbe fatto se fosse stato eletto papa: il “vescovino” rispose che prima di tutto sarebbe sceso in piazza, tra la gente, invece di affacciarsi alla finestra su San Pietro e avrebbe liberato la chiesa dei palazzi e musei vaticani per devolvere il ricavato ai poveri. CHIESA DI SAN PAOLO Le vetrate di Umberto Buscioni S abato 24 marzo alle 17,15 saranno inaugurate e presentate alla città le quattro vetrate laterali della chiesa di San Paolo Apostolo di Pistoia, ideate e realizzate dal maestro Umberto Buscioni. Esse si collegano con la vetrata absidale sviluppando il tema del cielo nei quattro momenti della giornata, mattina, pomeriggio, sera e notte. Queste opere sono state realizzate con il determinante contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia. Questo il programma: ore 17,15: saluti; ore 17,30: intervento di monsignor Giordano Frosini; ore 18: intervento di Lorenzo Cipriani ore 18,45: intervento del maestro Umberto Buscioni. Gli interventi saranno intervallati da musiche eseguite dall’“Ensemble Laeta Harmonia”. 8 L comunità ecclesiale Vita La n. 12 25 MARZO 2012 PASTORALE SOCIALE E DEL LAVORO Seguendo il “Progetto Policoro” a diocesi di Pistoia è stata tra le prime in Italia ad aderire al progetto di don Mario Operti direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e del lavoro della Cei. A tre mesi dalla presentazione del Progetto Policoro pistoiese, facciamo il punhto con Edoardo Baroncelli, tutor del progetto. Come è nata l’idea del Progetto Policoro? Devo dire che l’iniziativa di aderire al progetto è nata su impulso di Selma Ferrali, direttore della pastorale sociale, e subito fatta propria con entusiasmo dagli altri responsabili degli uffici competenti su questo progetto, ovvero da don Cristiano D’Angelo, responsabile della pastorale giovanile e Marcello Suppressa, direttore della Caritas. Policoro è un progetto della Conferenza episcopale italiana, affidato ai 3 uffici nazionali che ricordavo sopra, e quindi, nelle diocesi dove viene attivato, si richiede che siano la pastorale sociale, la pastorale giovanile e la Caritas a seguirne e curarne lo sviluppo. Pistoia non fa differenza, ma posso rilevare l’importanza del clima di buona collaborazione tra questi uffici della nostra Diocesi, un fatto non marginale che rende tutto più facile e tutto più fecondo. Qual è il tuo ruolo in questo progetto? Il progetto, come dicevo, è stato ben strutturato dagli uffici della Cei nel corso dei suoi oltre 15 anni di vita. Sono previste alcune figure specifiche, tra cui quella di un Tutor rerefente diocesano che coordini il lavoro dell’animatore di comunità e lo raccordi con le indicazioni e l’azione pastorale dei 3 uffici pertinenti. Questo è il mio ruolo.Voglio ringraziare il vescovo per aver pensato a me per questo compito che spero di essere in grado di svolgere bene. Ringrazio anche Il vicario pastorale che unitamente a Selma e a Marcello hanno ritenuto di coinvolgermi in questo progetto che sa di futuro. Cercherò di offrire quanto posso e di mettere a servizio l’esperienza maturata ai tempi del mio servizio in Pastorale giovanile. Nell’ambito della presentazione del progetto, il vicario per la pastorale e responsabile dell’Ufficio per la pastorale con i giovani sottolineava che la diocesi non vuole sostituirsi ad altri tecnicamente ben più competenti, ma limitarsi a dare un segnale di attenzione e di concretezza sulla frontiera dell’occupazione giovanile. Dalla presentazione ad oggi qual è stato il cammino del progetto? Quali sono stati i segni di concretezza? In diocesi di Pistoia il progetto Policoro sta muovendo i suoi primi passi ed è ancora presto per fare delle sintesi sul lavoro compiuto fin qui, o per previsioni verosimili su cosa sarà possibile fare. Il progetto Policoro inoltre è strutturato in modo da dedicare appositamente tutto il primo anno alla progettazione e al contatto con tutte le associazioni e realtà che si occupano di giovani e lavoro da un lato, e con istituzioni e categorie economiche e produttive dall’altro. È questo il cammino che Policoro sta cercando di compiere in queste settimane: contattando, incontrando, dialogando con tutti quelli che ci hanno dato la loro disponibilità o manifestato il loro interesse. Infatti l’intuizione fondamentale di questo progetto è il lavorare insieme di diversi soggetti (ecclesiali, associativi, istituzionali) attorno allo stesso problema: la disoccupazione e la mancanza di orizzonti di senso. Policoro vuole aiutare i giovani a dare risposte certe a queste domande: Perché lavoro? Come lavoro? Cosa faccio di lavoro? Policoro non è e non vuole diventare un centro per l’impiego in chiave cattolica. Se così fosse, fallirebbe la sua missione. Policoro resta al fondo, anche a Pistoia, un progetto di evangelizzazione, di “promozione integrale della persona” come diceva Giovanni Paolo II, e si pone l’obbiettivo di restituire ai giovani la speranza per progettare il loro futuro con coraggio e protagonismo. Policoro, per noi, è già adesso una proiezione in avanti, uno sguardo lanciato verso un futuro che questo progetto ci dà il coraggio, anzi ci obbliga, a pensare e a progettare migliore. Un futuro all’altezza dei sogni che i giovani ancora hanno, forse non tutti, forse timidamente nascosti dietro i loro modi di essere, forse in cerca di una occasione per esprimersi. «Non è colpa tua se il mondo è così, è colpa tua se lo lasci così» dice un noto aforisma che è quasi un a cura di Daniela Raspollini Edoardo Baroncelli, tutor del “Progetto Policoro” sottotitolo, un programma operativo del Progetto. Per quanto riguarda i segni di concretezza dico solo che Policoro, con le sue 570 cooperative dà lavoro a oltre 8000 persone e permette a migliaia di giovani sia di riscoprire il senso del loro impegno quotidiano e della loro vocazione alla vita e al lavoro, sia di esprimere i loro talenti, rendendoli persone capaci di relazioni ecclesiali e sociali autentiche, sia di promuovere sviluppo. I segni di concretezza sono i frutti che Policoro, dove è stato attivato, ha prodotto: cooperative, ditte individuali su tanti settori, nuove progettualità che siano per qualcuno risposta ai bisogni della vita. “Opere segno” che servano ad indicare una strada, a dire ai giovani che nono- stante la mancanza di speranza e la fragilità dei punti di riferimento, la traversata nel deserto è ancora possibile. Non è facile nemmeno a dirsi, ma la scommessa che la diocesi di Pistoia vuole fare va esattamente in questa direzione. Cito solo alcuni esempi di ciò che Policoro ha prodotto: dallo studio tecnico all’autolavaggio, dalla grafica alle coltivazione e produzione di alimenti, dalla gestione e recupero di immobili ecclesiali e non, al turismo con piccoli ostelli, ad una sala prove, ad un laboratorio teatrale e musicale via dicendo. Altri esempi possono essere trovati nel catalogo dei segni pubblicato su www.policoro.it La campagna di ascolto sta proseguendo? Sì, e continuerà finchè durerà il Progetto, perché questo stile è l’essenza stessa di Policoro. Progetto Policoro a Pistoia non è già pronto, va costruito insieme, senza mai togliere il cartello di Lavori in corso. Policoro nasce per unire tutte le esperienze che si occupano di giovani e lavoro, disposte a camminare insieme. Abbiamo bisogno del sostegno e del contributo di tutti per articolare al meglio l’azione del progetto sul nostro territorio, un territorio ricco di risorse e di problematicità restate per troppo tempo irrisolte e più o meno volutamente dimenticate. Sono molti gli enti e le associazioni che si stanno impegnando sulla frontiera del lavoro con cui dialogare e progettare. I giovani come si pongono rispetto a questo progetto? E qual è il modo attraverso il quale possono usufruirne? Spicca l’attesa e la grande disponibilità che stiamo trovando nelle persone e nei ragazzi nei confronti di questo progetto. Ho la sensazione che i ragazzi avvertano benissimo che in effetti siamo parlando del loro futuro: del lavoro che faranno, della capacità di progettarselo, del perché, in fin dei conti, si lavora. Progetto Policoro è un’intuizione, uno slancio, un’azione coraggiosa e determinata che punta a rendere i giovani autentici protagonisti del rinnovamento nel “farsi costruttori di una nuova società”. Alla presentazione ufficiale del progetto in diocesi, giovedì 12 gennaio scorso, erano presenti 150 persone, molti giovani. Un segno di speranza. SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI TOSCANI S La presenza della diocesi i può sicuramente affermare che erano almeno un migliaio i cattolici provenienti da tutte le diocesi della nostra Regione che sabato 17 marzo si sono dati appuntamento nella Basilica di San Lorenzo a Firenze per dare avvio al percorso che per un anno occuperà le diocesi toscane fino alla Settimana sociale del maggio 2013 . Tra i partecipanti la nostra diocesi ha fatto con onore la sua parte: sono stati infatti numerosi i pistoiesi intervenuti (era stato addirittura appositamente noleggiato un pullman) e numerose le presenze “qualificate” che vi hanno preso parte . In un’epoca per lo più contraddistinta da sentimenti di smarrimento, i cattolici toscani, riuniti intorno ai loro pastori fra cui l’arcivescovo di Firenze e presidente della Conferenza Episcopale toscana Giuseppe Betori, hanno voluto dare una “sveglia” ed un impulso benefico per rimettere le nostre comunità in sintonia con i tempi. Si è trattato di una bella immagine di Chiesa, di popolo di Dio in cammino con l’obiettivo di riportare al centro della nostra società il Vangelo: tutte ottime premesse per un lavoro utile e non più rimandabile a servizio dell’intera Chiesa toscana. È del tutto evidente l’urgenza di un percorso di approfondimento e di riflessione come quello che si apre per tornare a parlare alle persone ed a coinvolgerle, perché è forte la sensazione che le persone non pensino più e non progettino più la loro vita a partire dai valori fondamentali cristiani. Non è pensabile poter rispondere a questo oggettivo dato di fatto solo con quanto abbiamo fatto finora e con la partecipazioni ai riti, altrimenti non si capirebbe la necessità delle encicliche sociali di tutti i Papi del secolo precedente e i pronunciamenti continui del magistero su queste tematiche che, solo per fare un esempio, la Centesimus annus definiscono questa una parte “essenziale” della vita cristiana. Addirittura una strumento di evangelizzazione. “La Dottrina sociale della Chiesa ha di per sé il valore di uno strumento di evangelizzazione: in quanto tale annuncia Dio e il mistero di salvezza in Cristo ad ogni uomo e, per la medesima ragione, rivela l’uomo a se stesso” (Centesimus Annus 54) All’uomo di oggi che ha fame, sete, che è senza lavoro, forestiero, nudo, in carcere non bastano più i nostri buoni consigli e le nostre omelie domenicali. Ed è esattamente su questo che il nostro operato, come singoli e come chiesa, sarà giudicato. Parte dunque con entusiasmo un percorso atteso da tempo dai laici che pone al centro un nuovo protagonismo dei cattolici suggerito da “un’autentica preoccupazione per il bene comune”: si tratta di una nuova “creatività pastorale”, di un Progetto il cui svolgimento i Vescovi hanno affidato agli Uffici diocesani di Pastorale sociale, e alla ristretta segreteria regionale di cui facciamo parte io ed Edoardo Baroncelli. La mattinata fiorentina è stata densa e stimolante per le proposte di riflessioni: monsignor Arrigo Miglio ha illustrato i temi delle settimane sociali dei cattolici italiani soffermandosi sull’attualità dell’ultima, quella di Reggio Calabria, nel cui solco prende avvio la nostra della Toscana. Fra gli interventi è stato molto apprezzato quello di Giuseppe Savagnone che a breve saremo in grado di pubblicarlo integralmente. Un intervento appassionato, ma equilibrato e soprattutto contraddistinto da un’oggettiva positività che ha davvero “infiammato” l’uditorio, andando alla radice delle questioni e dicendo alcune verità sulla attuale situazione della società e della Chiesa. È sicuramente inevitabile, vivendo tutt’ora fasi nuove e ancora molto incerte nella vita del nostro Paese (e della nostra Regione) che sta rischiando molto, porsi con il sereno atteggiamento di Savagnone anche per quanto riguarda il ruolo del laicato e dell’episcopato in politica. È apparso bello e significativo il ricordo delle lacrime di Alcide De Gasperi (che tutti, oggi, onoriamo come il più grande Statista del nostro paese) davanti a ingiusti atteggiamenti dai vertici della Chiesa, così come “rileggere” l’epoca migliore della Democrazia Cristiana anche come “palestra” di autentica laicità. Selma Ferrali Vita La Vicofaro Fism: incontri per genitori e insegnanti Venerdì 9 marzo presso la chiesa di Vicofaro la Fism di Pistoia ha presentato il primo di un ciclo di incontri per genitori e insegnanti dal titolo Il diritto di essere intelligente. Come aiutare i nostri figli a studiare senza stress. La conferenza è stata tenuta da Mario Conte, psicologo e chinesiologo educativo, che ha parlato di come aiutare e accompagnare i bambini nel percorso scolastico dalla scuola dell’infanzia fino alla maturità e di come aiutarli a superare lo stress causato dagli stimoli esterni e dall’ansia di riuscire. “Questo ciclo di incontri -spiega Marie France Salmond, segretaria provinciale della Fism- si propone di aiutare le famiglie e gli insegnanti nel loro duro lavoro quotidiano, rendendoli consapevoli non solo delle responsabilità ma anche delle loro personali capacità e del valore delle loro fatiche”. I prossimi incontri verteranno su Cosa dire ai nostri figli per farci ascoltare e come ascoltarli perché parlino con noi (23 marzo), e L’importanza delle regole per educare i figli alla libertà (18 maggio). Entrambi cominceranno alle 20.30. Info: 328-6340710. Quarrata Processione del Venerdì Santo Il 6 aprile a Quarrata torna la storica processione del Venerdì Santo, un appuntamento che risale a molti anni fa e che si ripete ogni tre anni, alternandosi con Casalguidi e Montevettolini. Circa settecento i partecipanti in costume d’epoca, tutti realizzati con grande attenzione ai particolari. Una trentina sono i quadri che sfilano, ognuno con una sua precisa coreografia. Notevole anche la presenza di cavalli e cavalieri, circa una quarantina. Confermato il percorso degli ultimi anni, la Processione di Gesù Morto partirà e si concluderà presso la Chiesa di Santa Maria Assunta, dopo avere toccato via Fiume, a seguire via Vecchia Fiorentina, via della Madonna, via Montalbano due volte, via Torino, toccando nel tragitto anche le strade immediatamente fuori dal centro. USMI TOSCANA Fede e comunità interculturali Il 24 e 25 marzo nel centro comunitario di Casalguidi, si terrà il Convegno regionale “Fede e comunità interculturali”. Il convegno è rivolto a: superiore generali e provinciali, consigli generalizi, delegate diocesane Usmi, superiore di comunità, maestre di formazione. INFO: 3497729952 fax 0574.620588 e-mail: segreteria. [email protected] 25 MARZO 2012 comunità ecclesiale n. 12 CENTRO MISSIONARIO DIOCESANO 9 Veglia Missionari martiri “Amando fino alla fine” S abato 24 marzo 2012, presso la parrocchia di Quarrata, alle ore 21, si svolgerà la ventesima Veglia di preghiera in ricordo dei missionari martiri nel trentaduesimo anniversario dell’uccisione di Mons. Oscar Arnulfo Romero, vescovo di San Salvador. E’ un appuntamento importante del cammino quaresimale di quest’anno a cui tutti sono invitati a partecipare, in modo particolare i giovani. Nel sentire comune il martirio evoca tempi passati, per non dire remoti: questa celebrazione ci ricorda invece come esso sia un fenomeno estremamente attuale perché sono numerosi i missionari, religiosi, religiose ma anche operatori pastorali laici che, nel mondo, vengono uccisi ogni anno a causa del loro impegno ad annunciare Gesù Cristo Morto e Risorto ma anche a promuovere e difendere i diritti fondamentali dei più poveri ed emarginati. La veglia di preghiera è quindi l’occasione per ricordarli ma anche, e soprattutto, per ringraziare Dio per il dono che continuamente fa ad ognuno di noi di suscitare nel cuore di tante persone il desiderio di prendere molto sul serio il discorso della montagna sulle Beatitudini (Mt. 5, 3-11): è sbagliato e fuorviante quindi pensare che l’ uccisione di questi esemplari operatori di giustizia e di pace possa essere stata causata da ingenuità o da comportamenti poco prudenti, in realtà parliamo di persone ben inserite nei contesti in cui opera- vano e ben consapevoli dei rischi a cui andavano incontro. Nella nostra società, così distratta e secolarizzata, il loro esempio deve perciò spingerci ad essere testimoni della speranza che è in noi (I° Pt. 1, 3-4). Durante la Veglia ci soffermeremo in particolare su tre persone che incarnano bene le beatitudini che abbiamo ricordato: Shahbaz Bhatti, ministro delle minoranze religiose, ucciso in Pakistan il 2 marzo 2011, suor Dorothy Stang, uccisa in Brasile il 12 febbraio 2005, padre Fausto Tentorio (nella foto), ucciso nelle Filippine il 17 ottobre 2011. Parrocchia di San Paolo Il Kerigma esperienza di nuova evangelizzazione A colloquio con il priore della Fraternità Apostolica di Gerusalemme don Giordano Favillini I nizierà lunedì 16 aprile presso la parrocchia di San Paolo, a Pistoia, un ciclo di otto incontri nei quali saranno presentati i contenuti essenziali della fede cristiana. Il percorso di questa nuova esperienza di evangelizzazione, il Kerigma, proseguirà per otto lunedì consecutivi, dalle 21,15 fino alle 22,30. A parlarne è don Giordano Favillini, priore della Fraternità Apostolica di Gerusalemme Di cosa si tratta e cosa è il Kerigma? La parola Kerigma è un parola greca usata molto nel nuovo testamento che significa “annuncio” della buona notizia che è Gesù Cristo. Negli incontri organizzati a San Paolo, i temi sono già prefissati: esiste un manuale a cui ci si attiene e sono utilizzati dei canti e preghiere appositi. Gli incontri peraltro non contemplano solo la predicazione, ma prevedono anche momenti di preghiera e di canto. In realtà, l’argomento è l’annuncio di Gesù Cristo: un argomento unico diviso in otto incontri con lo scopo di far nascere o risvegliare la fede nel cuore delle persone che verranno. Come avviene la preparazione e come vengono invitati i fedeli a partecipare a questi incontri? Si prepara un piccolo invito tipo un biglietto da visita il quale viene distribuito durante le celebrazioni liturgiche, oppure viene consegnato un mazzetto di inviti ai vari fedeli della parrocchia, i quali lo distribuiscono a conoscenti e a persone che ritengono essere bisognose a ricevere l’annuncio della fede. Questo tipo di iniziativa si rivolge sopratutto alle persone lontane a quelle che hanno abbandonato la chiesa dopo il percorso di catechesi infantile sono i primi passi per ritornare alla vita cristiana. Nelle precedenti esperienze del Kerigma come è stata la partecipazione; come hanno riposto le persone a questo annuncio? Sono diversi anni che facciamo questo tipo di evangelizzazione e quasi sempre sono venute molte persone dalla città e da fuori. Per tutti è stato l’inizio o la ripresa di un cammino di fede; molti che oggi si impegnano in vari gruppi ecclesiali dicono che hanno iniziato da questo kerigma. Io ritengo, come priore e parroco, che questa modalita di evangelizzazione sia molto valida per i nostri tempi. Daniela Raspollini IV INCONTRO OLIVETANO Santi, magie, streghe alla Biblioteca del Centro Monteoliveto S abato 10 marzo 2012 la Biblioteca del Centro di Monteoliveto ha organizzato il quarto incontro olivetano dell’anno con Carlo Lapucci che ha parlato del suo libro “Leggende della terra toscana”. Lapucci che attualmente è titolare della cattedra di “Cristianesimo e letteratura contemporanea” presso la facoltà di teologia dell’Italia centrale, è molto conosciuto nella nostra città anche perché è stato, per diversi anni, insegnante di storia e filosofia presso il prestigioso Liceo Classico Forteguerri. Il suo interesse di studioso di letteratura, linguistica e tradizioni popolari, si concentra in particolare nella individuazione delle profonde radici popolari della cultura italiana. E’ autore infatti di testi significativi quali “Fiabe toscane”; “Dizionario di proverbi italiani”; “Fiabe toscane di maghi, fate, animali, diavoli e giganti”; “Teatro popolare minimo” e molti altri. Dopo l’introduzione del presidente del Centro di Monteoliveto, Giancarlo Matocci, la presentazione ufficiale è stata fatta da Giorgio Petracchi che ha delineato il profilo scientifico-culturale del relatore passando poi a porre domande sulle radici popolari di tanta parte della cultura legata alla tradizione e ai racconti delle nostre terre. E’ stato così approfondito il valore della leggenda che, quando fornisce una spiegazione dei fatti storici, ha anche una funzione pedagogica e gnoseologica. Il termine “leggenda” si comincia ad usare nel mondo cristiano per indicare una breve narrazione che racconta le gesta o la vita di un santo,“da leggere” (legenda) in occasione della sua festa o come lettura spirituale. In seguito il termine “leggenda” allarga sempre più il suo significato fino a comprendervi narrazioni di fatti portentosi, interventi soprannaturali, eroismi eccezionali, eventi incredibili. Così fatti storici, personaggi o luoghi reali acquistano particolari nobilitanti, esagerazioni, elaborazioni fantastiche. Vi sono leggende di pittori, di fantasmi, di briganti, di cavalieri, di contadini e di qualunque altra figura della condizione umana. La fortuna della “leggenda”, soprattutto di quella religiosa, avviene nel IX secolo con Carlo Magno quando rinasce la cultura e si riscoprono le memorie del primo cristianesimo. Il libro presentato è particolarmente interessante anche perché il materiale leggendario viene posto nella sua collocazione storica e suddiviso secondo i contenuti trattati. Nel corso della conferenza Lapucci ha stimolato la curiosità dei presenti nei confronti delle varie zone della Toscana ponendo in evidenza la maggiore ricchezza leggendaria di alcune zone piuttosto che di altre. Infatti la “leggenda” può considerasi un modo di pensare e perché possa sedimentarsi occorre molto tempo. Così le terre di origine più antica sono ricchissime di leggende, come ad esempio la città di Pisa o la antichissima Fiesole, mentre le terre nate in epoca meno remota (come Livorno, Empoli, San Giovanni Valdarno, Firenzuola) sono povere di materiale. Non sempre, però, a questa tradizione folcloristica è stato attribuito il giusto valore, anzi da alcuni studiosi, come Benedetto Croce, è stata considerata letteratura minore. La conferenza è stata vivacizzata con il racconto di particolari leggende, in alcuni casi molto divertenti, e divenute fiabe e racconti che si tramandano in vari luoghi della Toscana come la fiaba delle “Teste vuote”, che il relatore ha interpretato con grande partecipazione divertita del pubblico. Dalla complessiva illustrazione delle linee e del contenuto del libro è risultato evidente che esso rappresenta un testo prezioso e unico per chi vuole conoscere e approfondire le leggende toscane, riportate in numero notevole, trascritte e classificate in modo sistematico secondo una suddivisione per provincia. Al termine della relazione ha fatto seguito un interessante e partecipato dibattito durante il quale sono state narrate e approfondite in particolar modo le leggende dell’area pistoiese e dell’Appennino Toscano. Lapucci è stato molto festeggiato da ex colleghi insegnanti e alunni nonché dal folto pubblico, che lo hanno seguito con curiosità, interesse e partecipazione. Paola Bujani 10 comunità e territorio LA REAZIONE commercio Richiamo alla sinergia Braccio di ferro fra i negozianti Gli esercenti del centro storico consegnano le chiavi dei loro negozi al Comune e sono pronti alle vie legali contro il Ccn del viale Adua di Patrizio Ceccarelli «C onsegneremo le chiavi dei nostri negozi al sindaco, perché ormai siamo arrivati a un punto di non ritorno». Scoppia la guerra tra i due centri commerciali naturali di Pistoia, quello del centro storico e l’ultimo nato, del viale Adua. «La sopravvivenza di un comparto che conta quasi mille imprese con più di duemila lavoratori e un fatturato di centinaia di milioni di euro e del suo enorme ruolo sociale e culturale - spiegano i dirigenti del Ccn di Pistoia (centro storico) - è oggi messa seriamente a repentaglio da decisioni affrettate e frutto di valutazioni senza alcuna visione strategica». «Per questo - spiega il presidente del Ccn di Pistoia, Giuliano Bruni, che annuncia anche possibili azioni legali - abbiamo deciso di consegnare simbolicamente le chiavi dei nostri negozi al Comune e chiederemo il ritiro dell’atto che ha istituito un nuovo Ccn in città». Pronta la risposta del presidente del Ccc di viale Adua, Luca Pontenti. «Incomprensibili, assurde e decisamente fuori luogo. Non trovo altre parole - dice - per definire le esternazioni del Ccn del centro Vita La n. 12 25 MARZO 2012 I storico sulla nascita del Centro commerciale naturale di Viale Adua. Come artigiani e commercianti impegnati da tempo a valorizzare le nostre imprese e il territorio in cui operiamo, abbiamo avuto un sussulto identitario e ci siamo chiesti se siamo tutti imprenditori oppure no, se tutti abbiamo pari dignità e, soprattutto, se le imprese pistoiesi hanno tutte diritto di sopravvivenza oppure se lo hanno solo quelle del centro storico. È avvilente veder ingaggiare battaglie di campanile proprio da chi dovrebbe ben sapere che una città si promuove e si sviluppa nel suo insieme e che le guerre “di bottega” non portano a nulla di buono». I commercianti del centro storico sono alle prese con problemi ormai annosi, come la mancanza di parcheggi, l’impossibilità per i clienti di poter raggiungere i punti vendita, la mancanza di arredi urbani che qualifichino il centro cittadino e non ultimo, la crescente criminalità. Per questo se la prendono anche con il Comune. «Siamo delusi di questa amministrazione comunale - aggiunge Bruni -, che non è riuscita a fare un piano concertato per il commercio in quest’area». «Non ci sono commercianti di seria A e di serie B», risponde l’assessore comunale al commercio Barbara Lucchesi, che invita le attività a collaborare, e a non vedere nella nascita di un nuovo Ccn solo una minaccia, concludendo che «sarebbe più saggio prevedere forme di collaborazione e integrazione fra i due soggetti». ncomprensibili, assurde e decisamente fuori luogo. Non trovo altre parole per definire le esternazioni del Ccn del centro storico sulla nascita del Centro commerciale naturale di Viale Adua. Come artigiani e commercianti impegnati da tempo a valorizzare le nostre imprese e il territorio in cui operiamo, abbiamo avuto un sussulto identitario e ci siamo chiesti se siamo tutti imprenditori oppure no, se tutti abbiamo pari dignità e, soprattutto, se le imprese pistoiesi hanno tutte diritto di sopravvivenza oppure se lo hanno solo quelle del centro storico. È avvilente veder ingaggiare battaglie di campanile proprio da chi dovrebbe ben sapere che una città si promuove e si sviluppa nel suo insieme e che le guerre “di bottega” non portano a nulla di buono. Da una parte veniamo chiamati colleghi, ma dall’altra si vuole delegittimare una decisione maturata dall’amministrazione comunale su un comparto importante che fa parte della città e che, se valorizzato, può solo migliorare le offerte ai cittadini: cittadini che oggi sono liberi di scegliere dove andare a fare acquisti, esattamente come lo erano ieri. Invece di sprecare i denari delle casse del centro storico con gli avvocati, perché i nostri colleghi non prendono la palla al balzo pensando a questo nuovo Ccn come ad una scommessa di rilancio? Non voglio entrare nel merito degli interventi dell’amministrazione comunale per il centro storico, ma vorrei ricordare ai colleghi imprenditori, che lamentano disagi di vario genere, che il viale Adua soffre di problematiche urbanistiche e infrastrutturali che mai sono state affrontate sino ad ora. Per quanto riguarda la grande distribuzione, vorrei sottolineare ai colleghi del centro che saremmo noi a doverci lamentare, visto che ce l’abbiamo alla porta accanto e non certo loro. Eppure noi non lo facciamo, perché crediamo nell’iniziativa imprenditoriale privata, e nella qualità delle nostre attività. Da parte nostra, possiamo essere solo felici della nascita del nuovo Ccn e grati nei confronti di un’amministrazione che ha saputo guardare oltre gli schemi consueti e che ha avuto a cuore anche la prima periferia. Vorrei anche ricordare ai colleghi del centro che noi abbiamo iniziato la procedura di riconoscimento di Ccn anche confortati da una lettera congiunta delle due associazioni di categoria del commercio, nella quale dichiaravano che, rappresentando le attività commerciali, non potevano andare contro la volontà degli imprenditori. Infine, un invito. Appena svaniti i fumi della rabbia, forse i nostri colleghi potrebbero contattarci per creare una collaborazione che possa andare a vantaggio di tutte le imprese e dell’intera città. In altre città lo fanno e noi siamo disponibili. Lettera aperta del Segretario di Confartigianato Le lotte nella città dei Crucci L e cronache ci narrano che nella “città dei crucci” si è verificato un nuovo preoccupante sussulto di litigiosità. Pervasi dall’afflatto costante della divisione e dello scontro, due gruppi mercantili ben agguerriti si fronteggiano. Da una parte si evidenziano, Stazio speziale, Masino cristallere, Cecco beccaio, Griselda vinattiera, Arnolfo oliandolo, Folgore cerusico, Ginefra falsettiera, Uguccione trampoliere, insieme a maniscalchi, giullari, cantastorie e tanti altri. Dall’altra parte si notano il sarto Guittone, la vinattiera Griselda, l’acciarino Jacopone, il fornaio Lapo, il cavadenti Mattia, la correggiaia Smeraldina, lo scarpellino Bartolo uniti a venditori di granaglie e fave, tintori, scardassieri e molti altri. In mezzo alla baruffa la priora Barnaba cerca di spiegare, di addolcire e di mediare ….. ma senza successo. La guerra continua, con parole e opere, con la minaccia di rivolgersi al Gonfaloniere di Giustizia e addirittura di portare in processione, gli uni Sant’Atto e gli altri San Biagio. Monta lo scontro e nobili, servitori, dame e pellegrini si schierano in modo sgangherato dall’una o dall’altra parte. Mentre tutti sperano, per ragioni opposte, che il nuovo capitano del popolo sistemi ogni cosa. La singolare tensone non verte su nobili principi, come nella rivolta dei Ciompi, ma semplicemente sulla difesa del territorio mercantile di riferimento dei due gruppi contendenti. Mentre si lotta per questo, si perdono di vista i veri motivi per i quali gli scambi commerciali diminuiscono, come l’aumento delle decime o delle gabelle, il popolo sempre più magro, il lievitare del costo del fieno che fa aumentare il costo del trapelo e di conseguenza del pane, dei gallonzoli e di tutta l’altra merce. Sembra davvero di vivere una buia pagina me- dievale, ma invece tutto accade in questo marzo 2012 nell’”aspra Pistoia”. La metafora narrata è forse marginale ma rappresenta purtroppo l’anima vera della città e delle sue dinamiche relazionali tra strutture politiche, sociali, economiche e culturali. E allora seppelliamo l’afflatto divisorio e riscopriamo un senso di collaborazione, di confronto, di solidarietà. Lavorariamo per un modello di città policentrica, dove si ricercano sinergie e non scontri, dove si lavora alla valorizzazione di tutto ciò che abbiamo salvaquardando specificità e diversità. E per favore smettiamola di trasferire su falsi problemi (un centro commerciale in più) la crisi epocale che stiamo vivendo e i rimedi che insieme dobbiamo ricercare.. Patrizio Zini Segretario Conafartigianato Luca Potenti, presidente del CCN di Viale Adua Dichiarazione del presidente del nuovo Ccn Vita La 25 MARZO 2012 comunità e territorio n. 12 UN REGALO D’ARTE 11 “Fusi nello sport” L a solidarietà ed il rispetto dell’altro nella pratica sportiva sono i temi rappresentati nel bassorilievo – dall’emblematico titolo “Fusi nello sport” - che è stato donato, giovedì 15 marzo, dagli studenti del Liceo Artistico “Policarpo Petrocchi” alla Fondazione Banche di Pistoia e Vignole per la Cultura e lo Sport, nel corso di una cerimonia pubblica. La scultura in terracotta, realizzata dagli allievi dell’attuale classe V Aord. dell’istituto pistoiese sotto la guida di Luigi Russo, raffigura un gruppo di atleti in movimento, ciascuno dei quali, nello spirito dell’opera, benché intento a compiere il proprio gesto sportivo, sembra, tuttavia, cedere il proprio spazio nel bassorilievo agli altri ginnasti, fino a formare con loro un insieme armonico, ad emblema e rappresentazione di come il senti- Gli studenti del Petrocchi donano un bassorilievo alla Fondazione Banche di Pistoia e Vignole di Silvia Mauro mento di fratellanza debba necessariamente prevalere, nello sport, sull’agonismo fine a se stesso. La donazione, nata in segno di ringraziamento per il contributo con cui la Fondazione ha reso possibile la sostituzione del vecchio ed ormai inutilizzabile forno per la cottura della terracotta con un nuovo e più efficiente strumento di lavoro, non è che l’ultimo tassello di una collaborazione di lungo corso tra l’ente e l’istituto scolastico. Come hanno ricordato, nel corso della cerimonia, la preside Elisabetta Pastacaldi e Luigi Russo, infatti, fu all’allora Istituto d’Arte “Petrocchi”, divenuto in seguito Liceo Artistico, che la Fondazione, istituendo al momento della propria nascita, nel 2005, un apposito concorso tra gli studenti, affidò il compito di creare il logo volto a rappresentare la propria identità simbolica. Con quel gesto – come ha precisato Franco Benesperi, presidente della Fondazione Banche di Pistoia e Vignole - l’ente decise di investire nella creatività e nelle capacità degli studenti, mettendo in atto, fin da subito, uno dei suoi principi fondanti e statutari: l’investimento nei giovani e nel loro futuro. Il bassorilievo troverà ora collocazione presso la sede della Fondazione. PREMIO DI NARRATIVA “Agliana racconta” P rorogato fino al 31 marzo il termine per partecipare alla seconda edizione del premio di narrativa “Agliana racconta”. L’iniziativa è organizzata dalla biblioteca comunale “Angela Marcesini” in collaborazione con il Lions Club Pistoia Fuorcivitas. La partecipazione è gratuita e aperta a tutti, gli elaborati devono avere come tema centrale o ambientazione il territorio aglianese con racconti, memorie, vita vissuta e aneddoti. I dattiloscritti, in duplice copia, di cui una soltanto recante il nome, l’indirizzo ed il recapito telefonico dell’autore, vanno consegnati a mano o per posta a: biblioteca comunale Angela Marcesini, via Goldoni snc – 51031 Agliana. Possono essere inviati anche via mail al seguente indirizzo: biblioteca@comune. agliana.pt.it specificando nell’oggetto “Premio Agliana racconta”. Ogni autore può partecipare con una sola opera, in lingua italiana od in vernacolo, la cui lunghezza non dovrà superare le 8 cartelle, considerando una cartella di 30/32 righe di 60 battute ciascuna. Ai primi tre classificati verranno assegnati premi in denaro mentre agli autori segnalati verranno destinati prodotti tipici aglianesi. La premiazione si svolgerà in occasione dei festeggiamenti del prossimo “Giugno aglianese”. Copia del bando è consultabile e scaricabile sul sito www.comune.agliana.pt.it. M.B. La montagna pistoiese per i malati di Sla Una nuova iniziativa carica di significati U na malattia purché limitante possa essere non può far abbandonare l’idea di vita e l’attaccamento ad essa.Vediamo sempre più spesso persone disabili praticare sport e allo stesso tempo persone malate con la volontà necessaria affinchè la vita possa essere goduta appieno. In quest’ultimo caso è di rilievo un’iniziativa dedicata ai malati di Sla, organizzata dal consorzio turistico Apm e il Comune di Cutigliano, in collaborazione con Confcommercio, Società della salute pistoiese, Aisla e Piscina “La Coccinella”. L’idea nasce come una forma di opportunità in più, per tutti i malati di Sla e altri soggetti portatori di handicap, che potranno soggiornare nelle zone della Montagna pistoiese, grazie ad appositi pacchetti turistici. I periodi di soggiorno sono previsti dal 19 al 26 maggio, dal 9 al 16 giugno, dall’8 al 15 settembre e dal 6 al 13 ottobre. I posti da visitare, per coloro che aderiranno all’offerta e per i loro accompagnatori, non mancano ed includono posti di naturale bellezza quali: la riserva biogenetica di Pian di Novello, l’Orto botanico (dotato di percorsi accessibili a persone diversamente abili), un viaggio sulla funivia da Cutigliano alla Doganaccia e una serata all’Osservatorio astronomico. Inoltre vi sarà la possibilità di usufruire della piscina “La Coccinella” per svolgere esercizi motori, in aggiunta a trattamenti bio-energetici. La nostra Montagna quindi, spesso dimenticata, alle volte snobbata si riscopre portatrice di solidarietà e luogo in cui vi sono ancora molte cose da esplorare. Matteo Pieracci Un momento della donazione URBANISTICA Nuovo look per la Galleria Nazionale S L’intervento è costato 300mila euro. Domenica l’inaugurazione ufficiale i sono conclusi i lavori per la riqualificazione della Galleria Nazionale, che verrà inaugurata nella sua nuova veste domenica 25 marzo. “Restituiamo ad una migliore qualità estetica un’altra parte importante della città – sottolinea il sindaco Renzo Berti – che liberata dalle auto può così tornare alla sua vocazione originaria di punto di incontro e di scambio commerciale, in un’area strategica perché di raccordo tra la città storica e il nuovo quartiere San Giorgio”. L’intervento, il cui costo ammonta a 300mila euro (fondi statali e comunitari), rientra nell’ambito del Piano integrato di sviluppo urbano sostenibile, promosso dalla Regione Toscana. La parte più significativa del progetto ha riguardato la zona centrale, la cosiddetta piazzetta, che è stata pedonalizzata in modo da creare un continuo con le due ali della galleria con accesso da via Atto Vannucci e via della Costituzione. Per uniformare le parti laterali e quella centrale è stata realizzata anche una copertura metallica di acciaio. Inoltre è stato rimesso a nuovo il controsoffitto e ristrutturato l’impianto elettrico e di pubblica illuminazione. Il progetto ha inoltre previsto la ripavimentazione in calcestruzzo e anche i marciapiedi sono stati rifatti. Inoltre sono stati riposizionati gli spazi di sosta, compresi quelli riservati ai diversamente abili. Sui due lati della nuova copertura sono state sistemate delle panchine e altri elementi di arredo urbano. Per garantire la sicurezza in tutta l’area è stato inoltre predisposto un sistema di video sorveglianza. “Con questo intervento – sottolineano gli assessori Barbara Lucchesi (attività produttive) e Riccardo Pallini (lavori pubblici) – abbiamo tutelato e valorizzato uno dei luoghi storici del commercio di Pistoia raggiungendo così un altro obiettivo per recuperare un’area non solo architettonicamente, ma anche per salvaguardare la sua vocazione commerciale creando anche nuove possibilità di attrazione per gli utenti”. PRESIDENZA E DIREZIONE GENERALE Largo Treviso, 3 - Pistoia - Tel. 0573.3633 - [email protected] - [email protected] SEDE PISTOIA Corso S. Fedi, 25 - Tel 0573 974011 - [email protected] FILIALI CHIAZZANO Via Pratese, 471 (PT) - Tel 0573 93591 - [email protected] PISTOIA Via F. D. Guerrazzi, 9 - Tel 0573 3633 - [email protected] MONTALE Piazza Giovanni XXIII, 1 - (PT) - Tel 0573 557313 - [email protected] MONTEMURLO Via Montales, 511 (PO) - Tel 0574 680830 - [email protected] SPAZZAVENTO Via Provinciale Lucchese, 404 (PT) - Tel 0573 570053 - [email protected] LA COLONNA Via Amendola, 21 - Pieve a Nievole (PT) - Tel 0572 954610 - [email protected] PRATO Via Mozza sul Gorone 1/3 - Tel 0574 461798 - [email protected] S. AGOSTINO Via G. Galvani 9/C-D- (PT) - Tel. 0573 935295 - [email protected] CAMPI BISENZIO Via Petrarca, 48 - Tel. 055 890196 - [email protected] BOTTEGONE Via Magellano, 9 (PT) - Tel. 0573 947126 - [email protected] 12 P Vita La n. 12 25 MARZO 2012 er il 14° anno consecutivo la Banca di Credito Cooperativo di Vignole sostiene la formazione dei giovani del territorio con un bando per il conferimento di borse di studio. Il consiglio di amministrazione ha stanziato 42.600 euro per 77 borse di studio, da assegnare agli studenti che conseguiranno a giugno la licenza media o il diploma superiore con il massimo dei voti, e ai laureati con votazione di 110, nel periodo tra il 1/10/2011 e il 30/9/2012. Il bando è rivolto ai residenti nelle aree di competenza della Banca di Vignole e della Banca di Credito Cooperativo della Montagna Pistoiese. Alla presentazione della domanda presso gli sportelli delle due banche, i partecipanti - se maggiorenni - dovranno dimostrare di essere titolari di conto corrente ed essere soci o aver sottoscritto la domanda a socio; per gli studenti minorenni è sufficiente avere un deposito a risparmio a loro intestato ed essere figli di soci (il genitore può anche sottoscrivere la domanda a socio alla presentazione della richiesta di borsa di studio). «L’obiettivo dell’iniziativa è duplice - spiega Giancarlo Gori, presidente della Bcc di Vignole - promuovere il cammino dei ragazzi nel loro percorso di studi e nella loro carriera professionale; e rafforzare il legame della nostra Banca con le nuove generazioni, coinvolgendo le leve più promettenti all’interno della compagine sociale. Quest’anno abbiamo aumentato la somma messa a disposizione del progetto e lo abbiamo esteso alle zone di competenza della Bcc Montagna BCC VIGNOLE Bando per 77 borse di studio In vista della fusione, il concorso è esteso alla Montagna Pistoiese Pistoiese, con cui è in atto il processo di fusione». Per questo potranno accedere al bando anche gli studenti di Cutigliano, San Marcello Pistoiese, Granaglione, Lizzano in Belvedere, Porretta Terme, Bagni di Lucca, Fanano, Fiumalbo, Cantagallo, Abetone, Marliana, Piteglio e Sambuca Pistoiese, oltre ai ragazzi dei territori già coperti dai precedenti bandi: Quarrata, Prato, Pistoia, Montemurlo, Agliana, Montale, Larciano, Lamporecchio,Vinci, Empoli, Castelfiorentino, San Miniato, Montespertoli, Montelupo Fiorentino, Cerreto Guidi, Capraia e Limite,Vaiano, Carmignano, Poggio a Caiano, Campi Bisenzio, Calenzano e Serravalle Pistoiese. La consegna delle borse di studio avverrà entro il 31 dicembre 2012, nel corso di una cerimonia presso la Banca di Credito Cooperativo di Vignole. «E’ un evento che tutti gli anni riempie il nostro auditorium - afferma Elio Squillantini, direttore generale Bcc Vignole -. Per i ragazzi delle scuole superiori e per i neolaureati essere premiati dalla nostra Banca costituisce un’importante gratificazione e anche una vetrina per farsi conoscere dalle aziende del territorio, nel momento in cui i giovani si affacciano al mondo del lavoro». Ma andiamo a vedere in dettaglio l’ammontare dei riconoscimenti per ciascun ordine e grado. Nel caso le domande ammissibili fossero superiori al numero massimo di borse di studio previste per le singole categorie, il Consiglio di Amministrazione della Banca si riserva la facoltà di procedere al sorteggio, per stabilire i vincitori. Le borse di studio poste a concorso sono n. 77, di cui: a) 30 da 250 euro per Diplomi di Licenza media inferiore conseguiti con votazione di “dieci/decimi”; b) 25 da 500 euro per Diplomi di Istruzione secondaria superiore conseguiti con votazione di “cento/ centesimi”; c) 20 da 1.000 euro per Lauree Universitarie (specialistica, magistrale o vecchio ordinamento) conseguite con votazione di “centodieci/centodecimi”; d) 2 da 1.300 euro per Lauree Universitarie (specialistica, magistrale o vecchio ordinamento) conseguite con votazione di “centodieci/centodecimi”, con tesi sul tema della Cooperazione o sul Credito Cooperativo, previa insindacabile valutazione del Consiglio di Amministrazione della Banca sull’effettiva attinenza dell’elaborato al tema indicato. SICUREZZA STRADALE A PISTOIA “Velo Ok”, colonnine contro la velocità Il progetto è partito in via sperimentale sulla Bonellina. L’obiettivo è il calo delle infrazioni del 70 per cento S i chiama “Velo Ok” ed è un nuovo sistema di contrasto agli eccessi di velocità. Pistoia è il primo capoluogo toscano a metterlo in atto, su un tratto urbano di tre chilometri, la via Bonellina, che conduce verso Casalguidi. Una strada che negli ultimi anni è stata spesso teatro di gravi incidenti, perché le macchine, soprattutto in orario notturno, vi sfrecciano a velocità che superano anche i 100 km orari, nonostante il limite di 50. Il sistema si basa sull’installazione a margine della strada di una serie di colonnine arancioni, quindi estremamente visibili agli automobilisti, che possono fungere da semplice dissuasore oppure, alloggiando al proprio interno le apparecchiature di rilevazione della velocità, possono funzionare come un vero e proprio autovelox. L’automobilista non può sapere quale colonnina (in tutto 10) è in funzione in quel momento, quindi per evitare la sanzione deve percorrere l’intero tratto alla velocità consentita. “Abbiamo risposto ad un’esigenza manifestataci da tempo dagli abitanti della zona”, dice Riccardo Pallini, assessore al traffico del Comune di Pistoia, ricordando che “in altre città (il progetto è ormai diffuso in 250 comuni italiani) questo sistema ha dato buoni risultati”, con diminuzione fino al 70% delle infrazioni. Il progetto, dopo una prima fase sperimentale, prevede una successiva analisi del traffico e dei risultati raggiunti, oltre ad una contestuale campagna di comunicazione mirata alla sensibilizzazione del cittadino sulle tematiche di sicurezza e controllo. L’obiettivo è di affrontare a 360° i problemi della sicurezza stradale, introducendo una serie di attività tra loro fortemente integrate e metodiche di prevenzione e controllo realmente efficaci, non vessatorie e condivise dal cittadino. P.C. sport pistoiese ATLETICA PISTOIA Master, “Italiani” alla grande P istoia sportiva in evidenza. Stavolta è toccato ai Master dell’Atletica Pistoia (nella foto) conquistare eccellenti risultati (6 argenti, 5 bronzi e numerosi brillanti piazzamenti) ai Campionati Italiani Individuali e di Società Indoor disputati al Palaindoor di Ancona, nelle Marche. Al sodalizio nostrano, ben supportato come sempre da Assindustria e ViBanca, ha portato punti pesanti, tra gli altri, Marco Bellandi, distintosi nella categoria MM40, capace di ottenere l’argento nel pentathlon e il bronzo nel salto in alto individuale. Altro argento è stato assicurato da Roberto Barontini nei 200 metri MM45, categoria tra le più partecipate e competitive dei giochi: il tutto grazie alla splendida prestazione di 23”46 che ha annichilito i diretti avversari, tra cui molti ex nazionali. Exploit di rilievo per Mauro Giuntini, categoria MM65, che dopo un buon 5° posto nei 200 metri, ha sbaragliato i rivali sui 400 metri, guadagnandosi un argento in 1’09”61. Positivo il comportamento della squadra maschile, che ha annoverato 10 atleti presenti a quasi tutte le gare in programma: soltanto a causa di due forfait dell’ultim’ora, ha dovuto accontentarsi del 30° posto finale. Questi i nostri rappresentanti: Fausto Bassi, Roberto Barontini, Marco Bellandi, Massimo Binelli, Carlo Canaccini, Mauro Giuntini, Remo Marchioni, Paolo Melani, Antonio Nencini e Giovanbattista Pollicino. La compagine femminile ha preso parte alla competizione con 9 atlete che sono riuscite a coprire tutte le dodici gare richieste per la classifica del campionato di società e, grazie anche agli ottimi risultati conseguiti, ha ottenuto il quarto posto in graduatoria, davanti a club prestigiosi quali l’Atletica Ambrosiana e la SEF Macerata. Queste le “magnifiche 9”: Cristina Benedetti, Francesca Cammelli, Camilla Chini, Rita Ferri, Mariacristina Gori, Cristina Mannello, Elena Reali, Elisabetta Tredici e Maura Vignali. Nelle gare individuali da segnalare i due bronzi di Elena Reali, nei 200 metri e nei 60 ostacoli (ha poi contribuito al bronzo della staffetta MF40 con Cammelli, Benedetti e Gori). Bell’argento di Elisabetta Tredici nel salto in alto MF45; brava Maura Vignali, argento nei 60 ostacoli, bronzo nel lancio del peso (argento nella staffetta MF50 insieme a Ferri, Chini e Tredici). Gianluca Barni Calcio - Basket Tempi Supplementari di Enzo Cabella L a Pistoia sportiva, la Pistoia del basket, stanno vivendo un sogno. La squadra di Moretti è prima in classifica nel campionato di LegaDue, sta lottando per far rivivere a tutta la città la promozione nel massimo campionato italiano di basket. Sono ormai lontani gli anni in cui Pistoia era la bella rivelazione del basket nazionale, quando al vertice della società c’erano i Carrara, famiglia di abili imprenditori della carta e di appassionati tifosi della pallacanestro, quando Mario era presidente, personaggio che resterà sempre legato alla città e a questo sport, al quale l’amministrazione comunale ha voluto intitolare il palasport di via Fermi. Dai trionfi degli Anni Novanta, culminati con l’ingresso in Europa con la Coppa Korac, alla scomparsa di società e squadra nel 1998, dalla difficile rinascita col nome di Pistoia Basket fino alla bella realtà di oggi. «Rinascere per vincere» era un bellissimo titolo che lo sport della neve aveva coniato per i Giochi Paralimpici di Vancouver 2010. Quel titolo si potrebbe adattare benissimo al basket pistoiese che in una decina d’anni è tornato a brillare e far parlare di sé. Il Pistoia Basket è primo in classifica e guarda con concreta fiducia all’A1. Le sue possibilità le ha dimostrate proprio contro Reggio Emilia, la squadra che era (e forse lo è ancora) la grande favorita per il salto in A1. Ciò che hanno fatto i biancorossi di Moretti, domenica in un palazzetto gremito, nel quarto tempo di gara è stato eccezionale: sotto nel punteggio nei primi tre tempini, nell’ultimo è esplosa con la potenza e il fragore di un vulcano, asfaltando (come si usa dire) la formazione reggiana, seppellendola sotto una valanga di punti. In visibilio i quattromila spettatori del nuovo PalaCarrara, ebbri di felicità e liberi di dare sfogo ai sogni. La giornata dell’intitolazione del palasport a Mario Carrara non poteva avere un epilogo più bello: siamo certi che la data del 18 marzo 2012 passerà alla storia della città e dello sport pistoiese. E il sogno continua. La Pistoiese, pareggiando a Camaiore, ha dato praticamente l’addio ai playoff, l’unico traguardo al quale puntava dopo aver fallito quello della promozione. Bisogna, tuttavia, dare atto alla società, in particolare al direttore generale Giovannini e all’allenatore Indiani, di aver fatto un eccellente lavoro. Quando sono arrivati a Pistoia, la squadra era ultima in classifica, adesso invece occupa una posizione medio-alta. C’è poi un altro obiettivo preciso cui la società mira: la valorizzazione dei giovani ‘under’, che verranno impiegati in numero sempre maggiore per dare a ciascuno la possibilità di dimostrare il proprio valore e gettare le basi per una conferma nella prossima stagione. Vita La C’ è qualcosa di antico, e fors’anche di sbagliato, nel metodo con cui si sta rivoluzionando il mondo delle regole che governano il lavoro in Italia. L’esecutivo sta “trattando con le parti sociali”, intendendo con queste soprattutto la triplice sindacale Cgil-Cisl-Uil, e Confindustria per la parte datoriale. Qui sta il vulnus. Le tre sigle sindacali sono senza dubbio le più rappresentative in Italia. Ma altrettanto certamente rappresentano solo una parte, anzi una piccola parte del mondo del lavoro italiano. Stante il fatto che oltre la metà degli iscritti è pensionata, gli “attivi” della triplice sono appena qualche milione di lavoratori. Difficile dire quanti milioni, vista la difficoltà di avere numeri precisi sul tesseramento. Ma stiamo dentro le dita di una mano. Se poi consideriamo che buona parte di questi “attivi” viene dal pubblico impiego, che ha regole di accesso e di uscita del tutto particolari, sorge il dubbio di quanto Cgil, Cisl e Uil siano rappresentativi delle decine di milioni di lavoratori italiani. Tanto per dire, la riforma riguarderà soprattutto quella grande fetta di precarietà – o flessibilità – che ha scarsissima rappresentanza dentro il sindacato, e che spesso vede proprio il sindacato come “difensore degli inclusi”. E il commercio? E l’agricoltura? E quell’artigianato che è il motore economico di molte regioni italiane? Sì, ci sono anche loro; solo che la loro opinione pesa un centesimo di quella dei leader della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici Cgil che era centrale nel 1969, ma che ora è centrale solo come peso ideologico. D’altra parte, Confindustria. Cioè l’associazione delle mediograndi imprese, non di tutte; con molte aziende riconducibili allo Stato (Eni, Enel, Ferrovie...) e senza Fiat, per dire. Ma non è questo il punto: la vera questione è che il tessuto economico italiano è fatto dalle medio-piccole imprese, anche se poi l’intero dibattito italiano gira attorno a qualche stabilimento della Fiat o a una dichiarazione di Emma Marcegaglia. E vogliamo parlare del “popolo delle partite Iva”? Vogliamo finalmente prendere atto che da almeno due decenni la grande fabbrica “verticale” si è destrutturata, spalmandosi orizzontalmente su una produzione che si integra con un nugolo di fornitori esterni? Che i grandi stabilimenti sono stati chiusi o ridotti, e la forza lavoro si è frastagliata in dipendenti interni, in lavoratori di aziende collegate (magari con sede all’estero), in consulenti vari, in figure più o meno precarie? Si dirà: fare accordi con tanti interlocutori diversi diventa impossibile.Vero. Cosa c’è di più ridicolo di quelle tavolate tra governo e “parti sociali” con decine di personaggi coinvolti, come in un matrimonio in cui si invitano pure parenti lontanissimi e sconosciuti, pur di non rischiare qualche brutta figura formale... Ma allora si cambi completamente la musica, si smettano questi giri di valzer di sempre più polverosa memoria. Il governo avanzi una sua proposta articolata e completa. Dia il tempo a tutti gli attori interessati di fare le loro controdeduzioni: ci 25 MARZO 2012 dall’Italia n. 12 RIFORMA DEL LAVORO Qual è il punto? La trattativa con i grandi e la realtà dei piccoli e dei medi di Nicola Salvagnin scuola Il nuovo e l’antico Educare nel tempo dei computer e dei social network di Nicola Salvagnin S cuola e tecnologie informatiche. Computer, internet, social network, skype: sono realtà più o meno nuove e nuovissime che s’interfacciano sempre di più col meccanismo antico e fascinoso dell’educazione e della scuola. E in qualche modo vanno a modificare equilibri, modalità, relazioni. Non è detto che il mondo scolastico debba “rincorrere” le novità tecnologiche. Certo, però, non può fare a meno di considerarle, conoscerle e, probabilmente, “padroneggiarle”, nel senso che l’ambiente proprio della formazione e dell’educazione, della crescita di consapevolezza, è proprio sulla misura della consapevolezza (e della responsabilità) che si relaziona agli strumenti, alle tecnologie, ai mezzi di comunicazione. Detto questo, basta guardare con attenzione al mondo della scuola per scoprire ogni giorno sfaccettature e provocazioni nuove proprio sul rapporto con le tecnologie. Così, ad esempio, s’incontra il fenomeno dei “compiti on line”, con reti di compagni di scuola che trovano nuove modalità di studio insieme grazie alla comunicazione in tempo reale via Internet. Oppure ci s’imbatte in circolari preoccupate di dirigenti scolastici che “vietano” gli scambi tra docenti e allievi su Facebook. O, ancora – ed è questione potenzialmente più ampia – ci si ritrova a ripensare la costruzione e l’utilizzo dei classici “libri di testo” in chiave elettronica. O la didattica on line, magari a distanza. Si potrebbero aggiungere altri “fronti”, anche molto diversi tra loro, nei quali però il denomina- tore comune è la trasformazione culturale oltre che tecnologica (e indotta dallo sviluppo tecnologico) avviata nel campo scolastico ed educativo. La Fondazione Agnelli nel 2010 segnalava come il 72,2% degli studenti italiani possedesse una connessione Internet a casa (e la media europea è il 71,5%: siamo curiosamente all’avanguardia). Non solo: il 45,5% dei quindicenni usa il computer da quando aveva 10 anni. È la prospettiva dei “nativi digitali”. Se la tecnologia ha cambiato il mondo, anche e forse soprattutto quello dei nostri ragazzi, appare chiaro come la scuola ne sia fortemente provocata. In ordine, ad esempio, a una migliore conoscenza tecnica (essere protagonisti del proprio mondo – è una finalità del percorso educativo – vuol dire anche conoscere e usare bene i mezzi a disposizione) e, dicevamo, soprattutto in ordine alla consapevolezza e alla padronanza dei mezzi a disposizione. Facebook promuove o danneggia la relazione tra allievo e docente? Ha ragione un preside di preoccuparsi per un livello nuovo e quasi 13 sono associazioni di categoria, lobbisti accreditati, giornali e opinionisti vari alla bisogna. Faccia sintesi e porti il pacchetto all’attenzione del Parlamento, che rimane sovrano nella decisione e di per se stesso portatore di svariati interessi. Altrimenti mettiamo un tema decisivo per il futuro del Paese nelle mani di qualche personalismo, di pochi interessi che fingono di rappresentare tutti gli altri. È così che ci ritroviamo – unico Paese occidentale – con una grande precarietà sottopagata, laddove dovrebbe esserci un’intelligente flessibilità maggiormente retribuita. È così che ci ritroviamo a discutere di una norma di legge (il celebre art. 18 dello Statuto dei lavoratori) creata nella seconda metà degli anni Sessanta e approvata nel 1970: 42 anni fa. Riflettete su quanto il mondo – anche lavorativo – sia cambiato in questi quattro decenni (informatica, internet, globalizzazione totale, moneta unica...) e capirete perché in Italia la parola “progresso” si stia sempre di più allontanando dall’un tempo gemello termine “lavoro”. incontrollabile di comunicazione, potenzialmente “eversivo” delle reti codificate? Quanto viene messa in gioco la “distanza”, ma anche l’autorevolezza che pure fanno parte di una relazione educativa in un mondo di comunicazioni virtuali che, per definizione, abbattono proprio le distanze? Ruoli diversi, deontologia professionale… quante riflessioni si potrebbero fare. Tante domande, cui peraltro sono possibili risposte differenti. Ecco, sta qui la sfida degli educatori: lasciarsi provocare, scrutare il nuovo con passione, avendo a cuore il compito antichissimo eppure così contemporaneo di aiutare a crescere i più piccoli, valorizzando talenti e personalità, lo sviluppo integrale, la dimensione della ricerca, la capacità di relazioni autentiche. Nel mondo reale e virtuale di oggi. 14 dall’italia Quadro dell’Italia che non va Tra casse di pesce regalate ai politici e siringhe sprecate negli ospedali di Piero Isola N ulla di nuovo sotto il sole. Perché meravigliarsi di Bari e delle casse di pesce regalate a sindaco e assessori? Piccoli episodi di un’Italia che va… a rotoli? No, vedremo che c’è motivo di ottimismo. Me lo aveva già detto tempo fa un vecchio pescatore di Gaeta, che lui in vita sua aveva sempre trovato aperte tutte le porte. Il segreto? “Basta regalare il pesce”, aveva spiegato, “pesce fresco ovviamente, appena pescato. Al pesce nessuno resiste. Più ‘pulito’, meno impegnativo, meno compromettente del denaro o dei gioielli, il pesce fresco è il miglior regalo per farsi amico chiunque. Ancor più dei vini pregiati, dei salumi o dei formaggi, dei dolciumi. Una zuppa o una frittura appena pescata, bene assortita e ripetuta nel tempo, magari ogni venerdì, in molti casi risolve meglio di un assegno”. E mi aveva raccontato di quando lui, andato a trovare un noto personaggio politico locale per raccomandargli uno dei propri figli, al termine della raccomandazione aveva buttato sul piatto la frase: “E poi io di mestiere faccio il pescatore”. Al che all’uomo politico erano dapprima brillati gli occhi, dopo di che si era informato minuziosamente sul luogo di pesca e sulla qualità del pescato.A quel punto era fatta. Zuppa e frittura consegnate fresche a casa ogni venerdì e le feste comandate. Uno dopo l’altro il pescatore Gaetano ha messo a posto i suoi cinque figli. Che dire? Di primo acchito il consiglio sarebbe: fatevi pescatori. Ma non vorremmo istigare a questo tipo di pesca che, tra dilettanti e professionisti, ormai conta in Italia schiere di seguaci. Semmai passiamo ad altro, di più pungente, non fosse altro perché si tratta di siringhe, il cui uso negli ospedali italiani è decisamente sproporzionato rispetto a quello che sembrerebbe suggerito dalle reali esigenze e dal grado di sopportazione dei pazienti. La statistica viene da buona fonte, il presidente della Camera Gianfranco Fini, il quale, parlando il 17 marzo a Pietrasanta per la “convention” (adattiamoci all’anglicismo, con santa pazienza) di Futuro e Libertà, ha tra le altre cose svelato che la degenza media negli ospedali italiani è di 7 giorni e che in questo lasso di tempo vengono consumate per ogni degente 85 siringhe! Sembra un po’ troppo. Tanto da far sospettare che dietro i pluripunzecchiati al limite del sadismo ci sia in realtà il solito qualcuno che, con questa scusa, sullo spreco di siringhe ci guadagna, per dire ci “mangia”, a spese di Pantalone. Povera Italia? No, “sarà bellissima”, secondo l’ottimistico titolo della “convention” (ci risiamo) di Futuro e Libertà, dedicata a “un progetto per l’Italia dei nostri figli”. I quali, c’è da sperare, in futuro potranno trovare un posto anche se il padre non fa il pescatore e saranno punzecchiati un po’ meno caso mai dovessero finire in ospedale. Vita La n. 12 25 MARZO 2012 LA PERVERSA COMMISTIONE FRA POLITICA E AFFARI Una nuova tangentopoli? I l fenomeno è di portata diversa, ma alcuni aspetti dei recenti scandali relativi alla perversa commistione tra politica e affari ricordano molto da vicino contenuti e modi di quella che, giusto vent’anni fa, fu etichettata come l’epoca di “Tangentopoli”. Sarebbe qualunquistico affermare che nulla è cambiato, nonostante le inchieste della magistratura, le condanne e le assoluzioni, gli esiti in alcuni casi drammatici e la forte indignazione popolare che montò quando la pentola del malaffare fu scoperchiata. I casi che coinvolgono fra gli altri Luigi Lusi, parlamentare ed ex tesoriere della Margherita, il sindaco di Bari Michele Emiliano, il presidente dell’Emilia Romagna Vasco Errani, il presidente del consiglio regionale lombardo Davide Boni e altri consiglieri regionali della Lombardia si aggiungono a quelli che – sempre nei dintorni del Pirellone – nel recente passato hanno interessato l’esponente del Pd Filippo Penati, Massimo Ponzoni e Dario Nicoli Cristiani (Pdl). Le spietate (e a volte ciniche) leggi dell’informazione giornalistica prevedono che un fatto per diventare notizia debba avere una serie di caratteristiche, tra cui quella della novità. In questo senso, i deprecabilissimi casi di eventuale corruzione o concussione oggi alla ribalta non rappresentano propriamente delle news, se non per i nomi delle persone coinvolte. Nonostante questo, attirano l’attenzione del pubblico sia perché argomenti di questo genere suscitano puntualmente la (più che giustificata) indignazione popolare, sia perché ci vengono raccontati di giorno in giorno a puntate, con la frequente promessa di “imminenti sviluppi entro le prossime ore” che “potrebbero coinvolgere altri perso- H a fatto e farà molto discutere la recente sentenza della Corte di Cassazione che riconosce tra l’altro il diritto delle coppie omosessuali alla “vita familiare” e a “vivere liberamente una condizione di coppia”. Più ancora, in un passaggio la Corte afferma che “è stata radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile, per così dire naturalistico, della stessa esistenza del matrimonio”. Proprio questa affermazione – l’irrilevanza dell’identità sessuale in ordine al matrimonio – per il presidente dei giuristi cattolici Francesco D’Agostino è la vera novità del pronunciamento della Corte. Un’affermazione alle cui origini il giurista individua non tanto “una nuova consapevolezza del valore del rapporto di coppia omosessuale quanto, piuttosto, una continua e, sembra, inarrestabile perdita di valore dell’essenza del matrimonio in quanto tale”. In effetti, qui sta il nodo. In Italia, certamente – e lo ha ricordato subito, ad esempio Alberto Gam- Analogie e differenze fra le cronache giornalistiche attuali e quelle di vent’anni fa di Marco Deriu naggi eccellenti”… Questo tipo di struttura narrativa solletica l’attenzione del pubblico e aggiunge suspance, proprio come accadeva vent’anni fa. Allora, però, il rapporto fra i media e la popolazione che scopriva il malaffare in tutta la sua clamorosa portata era più stretto e più empaticamente coinvolgente. Il fenomeno era nuovo, nel senso che fino al 1992 nessuno era riuscito a far emergere le storture di un intero sistema in cui i perversi legami fra imprenditoria e politica erano stati spesso oggetto di maldicenze e sospetti, ma raramente avevano avuto un riscontro in sede giudiziaria. E i cittadini, non avendo ancora a disposizione l’accesso in tempo reale all’informazione online che oggi consente di essere sempre in diretta (anche) con le inchieste giudiziarie, attendevano il telegiornale della sera o il quotidiano del mattino per rispondere al “toto-inquisito” del giorno (“A chi toccheranno oggi i nuovi avvisi di garanzia?”). Quella che allora era una reazione di sorpresa e aveva fatto sperare in un rinnovamento della politica dal basso è diventata oggi in larga parte una sorta di rassegnazione a un sistema in cui gli affari sporchi o illeciti non soltanto non sono morti, ma – anzi – si sono moltiplicati diventando più raffinati e per questo ancora più “redditizi” in molti casi. Oltre alla mutata sensibilità popolare, un’altra grande differenza fra la copertura mediatica dei casi di oggi e di quelli di vent’anni fa è la propensione degli indagati a parlare in pubblico. Se allora la prima reazione era di nascondersi o negarsi ai cronisti che incalzavano, lasciando che a fornire dichiarazioni fossero eventualmente gli avvocati, oggi molti protagonisti delle vicende giudiziarie non perdono un minuto per proclamare ai quattro venti la propria innocenza, facendosi intervistare da quotidiani, telegiornali e programmi di approfondimento o usando le pagine personali online per fornire la loro versione difensiva. L’immediatezza di questa comunicazione, se da un lato è caposaldo della democrazia mediatica, dall’altro non sempre contribuisce a far sì che il cittadino possa farsi un’idea quanto meno attendibile su come si sono svolti i fatti e, di conseguenza, sulle eventuali responsabilità di chi lo rappresenta (o dovrebbe farlo per mandato) all’interno delle istituzioni. Di fronte a fenomeni di questo genere, è importante cercare di mantenere la maggiore serenità di giudizio possibile, prendendosi la briga di conoscere al meglio i presupposti delle inchieste in corso e non cadendo nella tentazione di schierarsi a priori fra gli “innocentisti” o fra i “colpevolisti” come certe testate indurrebbero a fare. MATRIMONIO La strada sbagliata La Corte di Cassazione sui diritti delle coppie omosessuali di Alberto Campoleoni bino, ordinario di Diritto civile e direttore del dipartimento di Scienze umane dell’Università europea di Roma – “Codice civile e Costituzione indicano con chiarezza che la diversità di sesso dei coniugi costituisce presupposto indispensabile della famiglia e che solo a tale forma di unione il legislatore riconosce tutela e rilevanza giuridica in quanto si tratta di cellula fondante della nostra società umana, potenzialmente orientata alla finalità procreative”. Fa pensare, tuttavia, il continuo e reiterato tentativo di indebolire l’istituto del matrimonio, come inteso dalla Costituzione, tra uomo e donna. Cosa che va oltre la questione del riconoscimento di diritti delle coppie di fatto, anche omosessuali a “vivere liberamente una condizione di coppia” Diversi commentatori hanno ru- bricato l’affermazione della Corte di Cassazione sull’irrilevanza dell’identità sessuale in ordine al matrimonio come una “opinione privata” dei giudici, senza effetti giuridici e che – così ad esempio Rocco Buttiglione – “avrebbero fatto meglio a tenere per sé”. Un’affermazione “apodittica” e non motivata, tutt’altro che scontata. Un’affermazione sul piano dell’opinabile, presa magari invece per oro colato da quanti affermano anche in Italia il superamento della concezione tradizionale del matrimonio. E qui torna la riflessione iniziale di D’Agostino sulla fragilità della concezione del matrimonio: “Quanto più viene interpretato come un’esperienza eticamente e antropologicamente fragile, e priva comunque di un grande spessore sociale, tanto più diventa facile equiparare al matrimonio esperienze di rapporto, come quella omosessuale, che, con il matrimonio autentico hanno ben poco a che fare, ma che possono diventare apparentemente simili al matrimonio quando il matrimonio eterosessuale viene progressivamente svuotato di senso, di valore e di dignità”. Ritrovare senso, valore e dignità del matrimonio: sembra questa, allora, la strada da percorrere. Con una tutela efficace del dettato costituzionale, magari anche con più politiche di reale sostegno all’istituzione matrimoniale e familiare. Questo non mette naturalmente in discussione il rispetto che sempre è dovuto ad ogni persona, alle scelte e agli orientamenti che esprime, ai diritti di cui ciascuno è naturalmente portatore e che hanno ricadute nel corpo sociale. Vita La M anifestazioni, proteste, occupazioni, scene che non si erano viste dai tempi della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Da ormai quattro mesi in Russia si assiste a un inaspettato risveglio della società civile, che reclama più trasparenza e libertà. I primi dissensi sono apparsi novembre, poco prima delle elezioni per la Duma, il Parlamento russo, dove il partito al potere, Russia Unita, pur ottenendo la maggioranza ha perso quella assoluta, segnando un duro colpo per l’uomo forte del Cremlino, Vladimir Putin. Che peraltro, per tutta risposta, non ha rinunciato ad attuare metodi autoritari per limitare la diffusione della protesta, né a chiamare in causa le forze esterne per giustificare le incessanti manifestazioni nelle piazze e nelle strade della capitale. In realtà – secondo gli analisti – al di là dell’effetto contagio da parte della primavera araba, quanto accade in Russia deve essere letto in chiave interna; “importanti crepe nella struttura del regine” sono venute alla luce anche con le elezioni presidenziali di marzo, che hanno visto una larga vittoria di Putin, ma anche un calo dei consensi rispetto al voto di cinque anni fa, quando fu eletto presidente Dimitri Medvedev. È che nel corso degli ultimi anni è emersa una nuova classe media nelle grandi città russe, rilevano gli osservatori, venuta fuori sul finire dello scorso decennio, il cosiddetto ‘decennio grasso’, periodo di continua crescita dell’economia russa grazie agli alti prezzi “P rima le mamme e i bambini” è il programma presentato nei giorni scorsi dall’Organizzazione non governativa (Ong) “Medici con l’Africa Cuamm” per garantire l’accesso gratuito al parto sicuro e la cura del neonato in Africa.Ancora oggi, infatti, molte mamme e molti bambini muoiono perché non hanno la possibilità di avere servizi sanitari adeguati. Don Dante Carraro, direttore dell’Ong impegnata nel campo sanitario, illustra il progetto, il cui costo complessivo è di 5 milioni 456 mila euro e che prende il via anche grazie al sostegno delle Fondazioni Cariparo, Cariverona, Cariplo e della Compagnia di San Paolo, che al momento hanno assicurato per la prima annualità 700 mila euro. Quale obiettivo si pone il progetto? “L’obiettivo è quello di aggredire il problema più urgente che l’Africa subsahariana in termini sanitari sta vivendo: l’altissima mortalità materna 25 MARZO 2012 dall’estero n. 12 RUSSIA Il futuro è ancora targato Putin Da mesi manifestazioni e proteste della società civile per un cambio di politica di Angela Carusone del petrolio: tale benessere aveva consentito di aumentare i salari, che in alcuni casi hanno superato quelli medi europei. Se al momento la nuova, cosiddetta borghesia non ha avanzato richieste politiche, né espresso la volontà di un maggior coinvolgimento nelle gestione della cosa pubblica, la crisi finanziaria cominciata nel 2009 sembra aver fatto da catalizzatore all’attuale attivismo sociale, “in quanto – scrivono gli studiosi – si teme che il livello di benessere e il nuovo stile di vita raggiunto in precedenza possano essere compromessi”. Le motivazioni delle proteste russe – secondo queste analisi – non appaiono perciò troppo dissimili da quelle che hanno alimentato il movimento di Occupy Wall Street a New York, che pacificamente denuncia i guasti del capitalismo finanziario, e quello degli indignados europei, che contestano il sistema bancario e auspicano maggiore equità e più lavoro. “Nell’attuale panorama politico non ci sono semplicemente alternative – scrive Serghei Khrushev, della Brown University –. Non perché la Russia abbia intrapreso la via del declino – spiega – ma perché la democrazia del Cremlino, per come è strutturata, sembra dia la opportunità di scegliere il proprio leader, ma in realtà non è così”. È un fatto però che, di fronte a una opposizione che semra riguadagnare fiato, il nuovo presidente Putin deve decidere quale politica adottare, se continuare sulla strada del personalismo e dell’autoritarismo, oppure ascoltare le proteste e aprire al dialogo. Ora, l’economia della Russia è strettamente dipendente dalla vendita di gas e petrolio, e circa il 17 per cento del prodotto interno lordo del Paese dipende dall’andamento di tale mercato, per cui gli impegni economici presi in campagna elettorale da Putin che, a detta degli osservatori, “talvolta hanno sfiorato il populismo” e che sono stimati in una spesa sociale di circa 120 miliardi di euro, dipendono MADRI IN AFRICA Il parto non sia un rischio Il progetto “Medici Cuamm” per ridurre le morti di donne e bambini legata al parto. Infatti, quello che dovrebbe essere un momento bellissimo, diventa spesso causa di morte della madre, ma anche del neonato. Quando una mamma perde la vita al momento del parto, infatti, nel 95% dei casi muore anche il bambino. L’obiettivo del progetto è di raddoppiare in 5 anni il numero dei parti assistiti, passando dagli attuali 16.000 a oltre 33.000 l’anno”. Quali saranno i Paesi coinvolti e come interverrete? “L’intervento si realizzerà in Angola, Etiopia, Uganda e Tanzania”. Perché ci sono ancora tante donne che muoiono di parto in Africa? “Il motivo più importante è quello dell’accessibilità finanziaria. Molte mamme partoriscono a casa, e purtroppo muoiono, perché non hanno i mezzi economici per accedere alla struttura sanitaria. La seconda difficoltà è l’accessibilità geografica, perché anche senza dover pagare il ticket per il parto assistito, vivendo in zone molto remote, queste mamme non hanno la possibilità di pagare il trasporto fino in ospedale”. Come si supera ciò? “Prevediamo di fornire i quattro ospedali di un’ambulanza: le famiglie potranno avvisare, attraverso il tam tam locale, la struttura ospedaliera, che invierà l’ambulanza nelle zone rurali e periferiche dove vivono le partorienti. Allo stesso tempo, il progetto prevede anche la formazione del personale locale, in modo che questi parti possano essere seguiti in 22 centri sanitari periferici, che vogliamo riattivare e rimettere a nuovo, perché spesso sono strutture decadenti. Ogni ospedale principale si avvarrà così della collaborazione di alcune strutture periferiche dove sarà valutata, caso per caso, la condizione di salute delle partorienti. Si deciderà così se la donna può partorire nel centro periferico o se c’è la necessità di trasferirla nell’ospedale principale”. Ci sono altri problemi? “Una terza difficoltà è costituita dalle risorse umane: mancano chirurghi per i parti cesarei e ostetriche per i centri periferici. Abbiamo perciò intenzione di attivare strettamente dal prezzo degli idrocarburi. Putin ha inoltre promesso la liberalizzazione economica, seppure in modo graduale, e l’eliminazione della corruzione ma, secondo molti analisti, il modello di ‘capitalismo di Stato’ su cui Putin ha fondato i suoi dodici anni al potere, e che ha ridato peso a Mosca sulla scena internazionale dopo i difficili anni Novanta non verrà abbandonato, e con esso nemmeno la struttura clientelare che inibirebbe l’economia russa. Mentre in politica estera è indubbio che fin dalla nomina a primo ministro, nel 1999, Putin ha portato gradualmente la Russia a giocare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale.“Grazie alle proprie risorse, in particolare energetiche, che le permettono di condurre una politica estera indipendente nell’era della globalizzazione e della multipolarità – ricorda la studiosa Tomislava Pankova – Mosca ha recuperato l’assertività che le era storicamente propria”, schierandosi spesso con Pechino a difesa del principio di sovranità nazionale (come in Egitto, Libia, Siria) per difendere i regimi autoritari esistenti dalle ingerenze della comunità internazionale. Una politica che è prevedibile Putin proseguirà, anche per solleticare lo spirito nazionalista che attraversa una parte consistente della popolazione russa, accompagnandola sul fronte interno da parziali concessioni verso quella classe media che da consumatori si è trasformata in cittadini in seguito ai guasti della crisi. Mantenendo però saldamente nelle sue mani le redini del potere. o continuare a sostenere le scuole di formazione per ostetriche locali. Il tutto per rendere autonomo il sistema: il nostro obiettivo, infatti, è che dopo 5 anni queste strutture camminino con le loro gambe. D’altra parte, noi siamo Medici con l’Africa: quel con identifica il nostro modo di agire, che rende protagonisti gli stessi africani del loro futuro. La formazione è un tassello fondamentale del nostro impegno, ma implica tempi lunghi, per questo il Cuamm ha pensato il progetto in un arco temporale di 5 anni. Vorrei, infine, fare un appello a ginecologici, ostetriche, pediatri: abbiamo bisogno di persone che rispondano a questa chiamata e disposti a donare 2 o 3 anni della loro vita. In tutta la storia del Cuamm ci sono stati 1.500 professionisti che si sono spesi per l’Africa; la media di permanenza sul campo è di 3 anni e mezzo. Attualmente ci sono un centinaio di volontari sul campo, ma ne servono di più”. 15 Dal mondo Speakage italiana - Ikea L’azienda milanese Speakage di Marco Camisani Calzolari, approdata a Londra dove si concentrano sempre più le società del settore digitale, è stata scelta dalla casa svedese Ikea per curare la versione on-line dell’opuscolo-acquisti anche per i mercati di Olanda e di Svezia. E’ un catalogo dedicato alle attività commerciali, che raggruppa e presenta i mobili per ristoranti, alberghi, uffici: alla versione digitale, ora è unita anche la stampa su carta. La cosiddetta business-brochure, nata per il mercato italiano, è esportata dunque anche in altri paesi. Speakage annovera fra i suoi clienti nomi come Microsoft, Ras, Suzuki, Audi,Yamaha, Mondadori, banca Sella, Fineco, Genialloyd e La7, ed offre i propri servizi all’università Iulm, al comune di Milano, all’Atm (azienda trasporti pubblici, milanese). “Guernica” di Picasso La nuova pellicola di Carlos Saura, “33 dias”, si avvarrà della partecipazione e della interpretazione dell’attore Antonio Banderas il quale vestirà i panni del personaggio sul quale è incentrata la vicenda cinematografica, Pablo Picasso. Il film gira intorno ai 33 giorni, e su di essi ha concentrazione, giorni che contrassegnarono nell’angoscia la genesi, la nascita del “Guernica”, capolavoro dell’artista spagnolo creato successivamente all’azione di bombardamento che rese martire la città di Guernica nel corso della guerra civile spagnola e che fu attuata dalla nazista legione Condor. La storia, scritta da Elias Querejeta e Louis-Charles Sirjacq, prodotta da Idem 4 e Cinevedas, verrà girata in estate a Parigi e a Guernica; se ne prevede l’uscita tra la fine del 2012 e l’estate del 2013. Giochi olimpici Gli atleti musulmani che prenderanno parte alle olimpiadi di Londra (27 luglio-12 agosto) paventano disagi a causa della concomitanza della manifestazione con il mese di Ramadan (20 luglio-18 agosto), tempo nel quale il mondo islamico digiuna dall’alba al tramonto. Il segretario del comitato olimpico degli Emirati Arabi Uniti, Ghaffar Hussain, afferma che in taluni casi è permesso rompere il digiuno, compensandolo successivamente. Mo Sbihi, atleta britannico musulmano (canottaggio), intende posticipare il digiuno per non mettere a rischio le possibilità di vittoria. Ci sono atleti che desiderano consultare le autorità islamiche, prima dei giochi: il nuotatore Obaid Al Jasimi giudica che la sua partecipazione alle olimpiadi rappresenti una missione per il suo paese, e che gli sarà consentito digiunare dopo le gare. 16 musica e spettacolo S’ intitola proprio come sopra la saporitissima collana di dvd che “Corriere della sera” manderà in edicola nelle prossime trentaquattro settimane, una lunga cavalcata lungo la fortunata e gloriosa storia del cinema nostrano, presentata -titolo per titolo- dall’ormai famoso (o famigerato?) Paolo Mereghetti, curatore del più venduto e -nonostante la miriade di imitazioni- più riuscito dizionario dei film, che esce in Italia da vent’anni con immutato successo. Mereghetti è studioso che meglio riesce a rendere in forma scritta che non parlata, a parer mio, quindi non so quanto potranno essere interessanti queste introduzioni, tuttavia è pur sempre un critico che, talvolta peccando di sciatteria, ha avuto il coraggio di stroncare mostri sacri come Antonioni o Tarkowski, quando se lo meritavano, e in questo suo coraggio fuori dagli schemi usuali merita comunque rispetto. Diamo un’occhiata alla tranche dei primi dieci titoli. Si parte da “La ciociara”, film tratto da Moravia, che oggi tutti ricordano per una scena di stupro talmente realistica da regalare l’Oscar e molti altri premi a Sofia Loren, ma l’insieme non è poi granchè, un film che certo non manca di tempi morti; “Le mani sulla città”, quasi un cine-documentario sulla speculazione edilizia e sui palazzinari, che dimostrava -come spesso nei film di Rosi- U n film del blasonato Ferzan Ozpetek, girato in Italia e prodotto da Fandango – Faros Film – Rai Cinema, nel cast l’astro nascente del cinema italiano Elio Germano e, tra gli altri, la prestigiosa Margherita Buy,Vittoria Puccini, Platinette e Beppe Fiorello. Narra la storia di Pietro, un giovane di 28 anni con belle speranze, che si trasferisce a Roma, dalla Sicilia, per l’appunto con il proposito di coronare il suo sogno di fare l’attore. Tra un provino e l’altro, si mantiene sfornando cornetti tutte le notti. Timido, solitario, ha con sé l’unica compagnia confusionaria di sua cugina Maria, apprendista avvocato dalla vita sentimentale irrequieta. Con lei divide provvisoriamente l’appartamento, legati da un rapporto di amore ed odio immerso in una quotidianità che fa scintille. Pietro si decide dunque a trovare una casa tutta per sé: si tratta di un fascinoso appartamento d’epoca, nel quale però presto iniziano a comparire dei particolari inquietanti, segno che qualcun altro vive nell’appartamento all’insaputa n. 12 Vita La 25 MARZO 2012 Una collana di 34 DVD con il “Corriere della sera” Il grande cinema italiano cataloga la maggior parte degli uomini come “quaqquaraquà”. Infine menzioni per i due film recenti più decantati e premiati, “Il divo” e “Gomorra”. Entrambi non riscuotono totalmente i favori di chi scrive. “Il divo”, che concede comunque un Toni ServilloAndreotti più vero del vero, è film che comincia a far trapelare tristemente le leziosaggini narcisistiche, sia negli elaboratissimi movimenti di macchina sia nella narrazione desultoria, di un autore promettente cui adesso sono state spalancate le porte americane con “This must be the place” -ma il tanto un’acuta analisi sociale quanto un apparato narrativo non sempre oliato al punto giusto. “Diario di un maestro” è episodio interessante di Vittorio De Seta, comunque meno celebre di “Banditi a Orgosolo”, che sarebbe forse stato più attendibile;“Accattone”, opera prima e la migliore del Pasolini regista, film che nei suoi squarci onirici e nel dolente bianco e nero che ritrae la vita di borgata non riuscì comunque a non sco- raggiare Fellini alla visione dei primi giornalieri; il maestro riminese, da parte sua, è presente con “Amarcord”, quarto suo Oscar, elogiato è vero da Simenon e altri, ma che nella sua tendenza al bozzettismo poco ha a che spartire coi ritratti ben più profondi dei film degli anni Cinquanta; il rivale del grande Federico, Luchino Visconti, s’inserisce con “Senso”, coloratissima e drammaticissima versione di un omonimo racconto di Boi- Sorrentino migliore sta tutto prima.“Gomorra” è di fatto un documentario crudo e crudele di una realtà sottodegradata come quella dei quartieri popolari napoletani dove la malavita imperversa, disturbante come alcune pagine dell’ormai beatificato Saviano ma è film -qualcuno concorderà- che non racconta nulla di nuovo, per chi appena appena legge giornali o guarda un po’ di tv, quantunque abbiano voluto spacciarlo a tutti i costi per un film rivelatore di verità nascoste. Scomode forse, ma occulte proprio non direi. Francesco Sgarano to (Camillo, non Arrigo), con tanto di citazione esplicita -in una sequenza- del “Bacio” di Hayez. Poi due maestri minori come Comencini e Damiani: il primo con un film tratto da Fruttero e Lucentini, “La donna della domenica”, il secondo con una sanguigna trasposizione del classico di Sciascia, “Il giorno della civetta”, con un Franco Nero brigadiere che crede nella giustizia e un Lee J. Cobb nelle indimenticabili vesti del boss elegante che CINEMA Magnifica presenza Un film di Ferzan Opzetec con Elio Germano a cura di Leonardo Soldati Sostieni LaVita Abbonamento 2012 Sostenitore 2012 Amico 2012 euro 45,00 euro 65,00 euro 110,00 c/c postale 1 1 0 4 4 5 1 8 I vecchi abbonati possono effettuare il bollettino postale preintestato, e chi non l’avesse ricevuto può richiederlo al numero 0573.308372 (c/c n. 11044518) intestato a Settimanale Cattolico Toscano La Vita Via Puccini, 38 Pistoia. Gli abbonamenti si possono rinnovare anche presso Graficamente in via Puccini 46 Pistoia in orario di ufficio. LaVita Settimanale cattolico toscano di Pietro. Sono presenze misteriose, eccentriche, eleganti e perfettamente truccate. Si scatenano mille ipotesi al riguardo, Pietro fa mille tentativi per sbarazzarsi di questi “ospiti” non previsti, finché a poco a poco lo spavento iniziale lascia il posto alla curiosità nel giovane attore, si creano emozioni comuni generanti un legame profondo tra i coinquilini forzati. Con loro il protagonista finisce per condividere pensieri, desideri e segreti, crede in loro e loro credono in lui come nessun altro fino allora ha fatto fuori da quella casa. Una commedia all’italiana da vedere, che sa ben alternare episodi brillanti a momenti drammatici. Direttore responsabile: Giordano Frosini STAMPA: Tipografia Artigiana Pistoia IMPIANTI: Palmieri e Bruschi Pistoia FOTOCOMPOSIZIONE: Graficamente Pistoia tel. 0573.308372 e-mail: [email protected] - [email protected] Registrazione Tribunale di Pistoia N. 8 del 15 Novembre 1949 e-mail: [email protected] sito internet: www.settimanalelavita.it