LaVita
dal 1897
G I O R N A L E
C A T T O L I C O
P
essere è degno di essere, un’azione
degna di essere compiuta”, afferma il filosofo cattolico Romano
Guardini. E possiamo aggiungere;
ciò per cui un uomo è veramente
tale, realizza se stesso, dà alla sua
vita quel tono che la rende, oltre
che apprezzabile e amabile, pienamente riuscita ed esemplare. I loro
nomi sono noti: sono l’onestà, la
bontà, la laboriosità, la sobrietà, la
solidarietà, la condivisione, l’amore, il rispetto, la responsabilità, la
capacità di contentarsi, l’aiuto per
i più bisognosi, la vittoria sulle difficoltà riservate dalla vita, il perdono, la generosità, la non violenza, la giustizia, la sincerità… Valori
umani prima che religiosi, fondati
sulla natura umana prima che sulla
rivelazione cristiana. Questa li farà
suoi, dando loro un contorno tutto
particolare e un approfondimento
insperato, ma conservandoli nella
loro sostanza e nel loro contenuto.
Il Dio della creazione e della ragione è lo stesso Dio della salvezza e
della rivelazione.
L’uomo in questi ultimi decenni ha fatto progressi enormi nella
scienza e nella tecnica, ma regressi
ugualmente giganteschi nel campo
della moralità e della conservazione dei valori. Al di sopra di questi
sono passati inesorabilmente i
due mali fondamentali del nostro
tempo: l’individualismo e il permissivismo morale, due nomi che, al
fondo, indicano la stessa malattia
e che stanno corrodendo fino al
suo midollo il tessuto delle società occidentali. Un cammino, fra
l’altro, che è andato di pari passo
con un crescente pluralismo ideologico, razziale e religioso. Così,
ai nostri giorni, siamo circondati
dalla presenza di popolazioni che
stanno mettendo a repentaglio la
tanto decantata superiorità delle
civiltà nord-atlantiche. Perché i
popoli del terzo mondo, dei continenti dominati per lungo tempo
dai paesi dell’occidente, si ergono
attualmente a giudici severi dei nostri comportamenti, distanziandosi
da essi e minacciando in tal modo
la nostra sopravvivenza, almeno
culturale. E’ in questa distanza dai
progetti di tipo americano che i
popoli asiatici in particolare si sono
resi più consapevoli della loro tradizionale identità profondamente
intessuta di quelle qualità che noi
stiamo perdendo. La conclusione
è una sola: o ritrovare noi stessi o
rassegnarsi a essere sommersi da
coloro che si riconoscono ancora nei grandi valori ereditati dal
passato. Una cocente sconfitta
che stiamo pienamente meritando.
Giordano Frosini
DOMENICA
25 MARZO 2012
T O S C A N O
L’eclissi
dei valori
arlare di crisi dei
valori è come portare acqua al mare
e legna al bosco.
L’espressione è
sulla bocca di tutti, perché tutti ne
fanno esperienza nella loro vita e
nei loro rapporti sociali, negli altri
e non di rado anche in se stessi. Se
paragonata a quella del passato, da
questo punto di vista, la società è
oggi perfettamente irriconoscibile.
Si sta avverando quanto affermò
il filosofo F. Nietzsche, dopo la dichiarazione dell’avvenuta morte di
Dio. Il pazzo che in un chiaro mattino attraversava il mercato con in
mano una lanterna alla ricerca di
Dio e gridando: “Noi l’abbiamo ucciso!”, guardava impaurito il futuro
che attendeva l’umanità ormai senza direzione, incamminata, “come
attraverso un infinito nulla”, lungo
un precipizio scosceso, nella notte
sempre più fitta e invincibile. Lui, il
folle, è arrivato troppo presto, ma
è pienamente convinto che la sua
profezia avrà un giorno più o meno
lontano il suo pieno compimento.
Verrà un tempo, infatti, in cui la
morte di Dio trascinerà nello stesso
vortice anche l’intero complesso
dei valori sui quali da sempre si era
organizzata la società umana. “Si
racconta ancora che quello stesso
giorno l’uomo folle sarebbe entrato
in diverse chiese e lì avrebbe intonato il suo Requiem aeternam
deo. Condotto fuori e interrogato,
avrebbe risposto invariabilmente
così: ‘Che cosa mai sono queste
chiese, se non le cripte e i sepolcri
di Dio?’”.
Il significato di questo passo famoso è discusso, tuttavia la previsione del futuro si è puntualmente
avverata. Il nichilismo dei valori si
è ormai insediato stabilmente nelle
nostre società, decisamente sorpassate, sotto questo aspetto, dalle
popolazioni emergenti negli altri
continenti. Il Requiem aeternam
di Dio ha trascinato con sé anche
il Requiem aeternam dell’uomo.
Senza Dio e senza l’uomo (che ne
poteva fare le veci), i valori perdono
il loro fondamento e, rimasti sospesi
nel vuoto, non possono fare altro
che scomparire. Se cade la radice,
cade anche l’albero. Così il nichilismo è diventato la nostra cultura, la
nostra sorte, la nostra condanna. I
filosofi ne tessono l’elogio, gli scrittori ne descrivono le caratteristiche,
ognuno di noi ne fa esperienza nella
sua esistenza personale e comunitaria.
Valori: cioè le virtù, le perfezioni, le qualità che impreziosiscono la
vita e la rendono degna di stima e
di rispetto. “Valore è ciò per cui un
12
Anno 115
e1,10
1,10
e
L’ALLARME DEL CENSIS:
I VALORI VENGONO A MANCARE
Crescita dell’aggressività, aumento di gravi
patologie individuali (droghe, anoressia ecc.),
mancanza di senso del futuro e di trascendenza...
PAGINA 2
LA FINE DEL MONDO
Dopo l’annuncio dei
Maya che il mondo finirà
il 21 dicembre 2012,
si sta parlando della
escatologia cristiana
come un’illuminazione
sul futuro rivelataci
da Dio
PAGINA 5
TANGENTOPOLI
BATTE DI NUOVO
ALLE PORTE
Anche se i fenomeni
denunciati sono di
natura diversa, gli
scandali relativi alla
perversa commistione
tra politica e affari,
forse mai cessata, hanno
ripreso a proliferare
a pieno ritmo
IL MERCATO
PAGINA 14
DEL LAVORO ANCORA
IN RUSSIA IL FUTURO
IN DISCUSSIONE
Non si è trovato finora
E’ ANCORA TARGATO
un accordo
PUTIN
Da mesi
soddisfacente tutte le
manifeparti interessante
PAGINA 13 stazioni e
proteste
della società civile per
un cambio di politica
PAGINA 15
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F. Nietzche, il profeta del nostro nichilismo
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2
primo piano
D
a un lato il “disastro
antropologico”, con
“crescita dell’aggressività minuta e diffusa”,
aumento delle “grandi patologie
individuali” (droghe, suicidio,
depressione, anoressia ecc.);
“mancanza di senso del futuro
e di trascendenza” e rifugio nei
“surrogati” quali esoterismo e
new age, fino alla “estinzione del
desiderio”. Dall’altro la riscoperta
dei valori tradizionali, quali famiglia,
gusto per la qualità della vita, tradizione religiosa, amore per il bello,
moralità, onestà, rispetto per gli
altri, solidarietà. E’ quanto emerge
dalla ricerca del Censis, presentata
la scorsa settimana a Roma, su “I
valori degli italiani. Dall’individualismo alla riscoperta delle relazioni”.
Insieme al fondatore e presidente
Giuseppe De Rita ne hanno parlato, alla sede del Censis, Giuliano
Amato, presidente del Comitato
dei garanti per le celebrazioni del
150° anniversario dell’Unità d’Italia,
e Paolo Peluffo, sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio. Secondo
il Censis, gli italiani sono “stanchi
delle forme più estreme e sregolate di individualismo e trasgressione”; è scattato il “riflesso ‘law
and order’ e la grande maggioranza
dei cittadini vorrebbe misure più
restrittive su droghe, guida pericolosa, prostituzione, alcol, fumo, obesità. Tra i primi dati che emergono
dalla ricerca, il ritorno del padre
come “modello” a cui ci si ispira
(ben il 22,1%) mentre la madre è
ferma al 12,9%.
Un “orientamento
trascendente”
Il tema della “trascendenza”,
nonostante il suo indebolimento,
appare uno degli aspetti centrali di
questo “ritorno ai valori” da parte
degli italiani. Intanto un dato di tendenza: mentre “negli anni ottanta
– dice il Censis – si professava credente, riconoscendosi in un credo
organizzato, il 45,1% degli italiani,
oggi la quota di popolazione che
si riconosce nel medesimo item è
pari al 65,6%”. Il dato appare quasi
paradossale: a un apparente diminuzione del senso “spirituale” della
trascendenza (vivere orientati all’
“aldilà”) fa riscontro un altrettanto
significativo incremento di quanti
comunque dichiarano di “credere
in una sfera trascendente”. A tale
65,6% di “credenti” si devono poi
aggiungere il 15,6% di persone che
“pur non essendone pienamente
convinte, credono che in fondo ci
sia ‘qualcuno’ o ‘qualcosa al di là
della realtà materiale’”, portando il
totale di quanti hanno un orientamento trascendente a oltre l’81%.
Sempre nell’ambito della sfera religiosa o comunque spirituale, tra i
valori che “accomunano gli italiani”
la tradizione religiosa rappresenta il
21,5%, al terzo posto dopo il “senso della famiglia” che domina con il
65,4% delle scelte e il “gusto della
qualità della vita” per il 25%.
Tra fiducia
e sfiducia
Tra le sottolineature di questa
ricerca sugli italiani e le loro attese,
la “riscoperta della prossimità”
appare tra le più indicative. Il Censis afferma che “più del 50% degli
italiani definisce ‘belli’ i comportamenti tra le persone che non si
Vita
La
n. 12 25 MARZO 2012
I VALORI DEGLI ITALIANI SECONDO IL CENSIS
Il ritorno dei padri
La crisi dell’uomo
conoscono, cioè quelle persone che
si incrociano quotidianamente per
strada, nei negozi, sugli autobus ..”.
A
bbiamo chiesto a Paola
Ricci Sindoni, docente di filosofia morale
all’Università di Messina, di commentare i dati più
interessanti.
Un primo aspetto interessante è che le persone
affermano di avere meno
desiderio di acquistare
beni di consumo...
“Le notizie delle turbolenze dei
mercati finanziari e i correttivi
del governo per ridurre il debito
pubblico e il rischio di una disgregazione sociale hanno avuto
un forte impatto sulle coscienze.
Come ci dice sempre il Papa, il
crollo di certe sicurezze economiche e finanziarie possono
riconvertirsi in valori, nella misura
in cui ci misuriamo con i nostri
bisogni e diamo un taglio ai desideri che spesso sono indotti dalla
pubblicità. Questo lascia anche
più spazio alle relazioni. Se il soggetto riempie il suo tempo nel
soddisfare i suoi desideri, non ne
ha per gli altri. I genitori imparano
di nuovo a dire no ai capricci dei
figli e a ragionare con loro spiegando i motivi per cui è superfluo
comprare un giocattolo in più”.
Ritorna anche la tendenza
a cercare modelli: il padre
si piazza al primo posto
(22,1%), la madre (12,9)
al secondo. Come giudica
questo fatto?
“Ciò dimostra l’importanza del
ruolo della famiglia, che è sempre
dirompente nella formazione
della coscienza. In famiglia infatti
s’impara la fiducia nell’altro, il
rispetto, la solidarietà. Questa è la
riscoperta non di un valore tradizionale, come viene ironicamente
etichettato da chi vorrebbe sostenere che tutto è famiglia, ma
di un valore che è sempre attuale.
Cambiano i contesti sociali, cul-
“E’ la forza di coesione che nasce
nel riconoscere l’altro, nel cercare
la solidarietà dell’altro”, aggiunge il
rapporto, parlando di “moltitudine
silenziosa di belle persone, la forza
che muove il Paese: una fiducia re-
Qualcosa sta
cambiando
Segnali incoraggianti dalla ricerca Censis
di Gigliola Alfaro
ciproca di cui nessuno parla, fatta
di piccole gesti quotidiani e minuti,
di piccole gentilezze, ma anche di
controllo sociale, di attenzione, di
vigilanza”. Sono discorsi nuovi e
lo stesso Censis parla di “bisogno
di riscoprire l’altro, iniziando dal
più vicino ...come puntiforme esigenza di riscoprire una categoria
che abbiamo perduto, quella della
prossimità”. Si tratterebbe di un
“processo ancora embrionale”,
un “desiderio di uscire da sé per
andare verso gli altri”. C’è però un
dato non positivo: il Censis afferma
che questa esigenza “riguarda una
cerchia relativamente stretta di
‘prossimi’”, mentre la collettività
nazionale resta “sostanzialmente
esclusa dai sentimenti di fiducia e
di responsabilità reciproca”. In altre
parole, “dal punto di vista etico, gli
italiani non si fidano degli italiani.
esistere di sregolatezza
di pulsioni e richiesta di
normazione: come se lo
spiega?
“Spesso si attiva una pratica psicologica secondo la quale a me tutto
è permesso, mentre gli altri fanno
paura e vanno regolati. C’è poca
sensibilità nel capire che io sono
anche gli altri: tutto ciò che fanno
gli altri mi riguarda e anch’io devo
essere regolato dalla legge. Spesso
i giovani sono severi verso i comportamenti dei loro coetanei, ma
non fanno autocritica”.
Alla domanda cosa serve
all’Italia al primo posto ci
sono moralità e onestà...
Paola Ricci Sindoni (docente di
filosofia morale): “Lo specchio
in cui l’italiano medio si va a riflettere è la classe politica, a cui
abbiamo consegnato le speranze
di una società civile migliore e di
un welfare più a misura dei nostri
bisogni. Quando la classe politica
delude fortemente sul piano del
rispetto delle regole, emerge
giustamente il bisogno di moralità
tra i cittadini contro il malcostume”.
turali ed economici, ma il valore
resta”.
Rispetto agli anni Ottanta,
oggi si registra anche un
aumento di coloro che si
dicono credenti dal 45,1%
al 65,6%...
“Certamente la persona è costitutivamente aperta alla trascendenza, ma questo bisogno deve
essere ben indirizzato per evitare
una gestione del sacro secondo le
proprie esigenze”.
I valori coesivi degli italiani
sono il senso della famiglia
(65,4%), il gusto per la qualità della vita (25%), la tradizione religiosa (21,5%),
l’amore per il bello (20,1%),
la voglia d’intraprendere
(19,9%), i legami comunitari locali (11,5%): sono questi i valori su cui scommettere per l’Italia del futuro?
“Sono valori importanti soprattutto la famiglia, la tradizione
religiosa, i legami con il territorio.
La qualità della vita riflette anche
un trend imposto dalla moda ecologica”.
Un altro aspetto è il co-
Gli italiani riscoprono la
prossimità, fidandosi di chi
sta loro più vicino, ma non
tanto dei lontani...
“Le relazioni s’incarnano nelle
persone e, quindi, si attivano
fiducia e rispetto laddove li puoi
anche ricevere in un riconoscimento reciproco. Ciò che vale
nelle relazioni corte non può
valere anche in quelle lunghe, che
sono astratte e lontane. Sarebbero accolte se ci fosse anche un
ethos collettivo maggiormente
diffuso, come era negli anni dopo
la guerra quando c’era un sentire
comune che apparentava le diverse classi sociali e le diverse regioni italiane. Oggi non è più così”.
Vita
La
25 MARZO 2012
cultura
n. 12
IL RACCONTO
Che bella la luna
Q
uando il poliziotto
puntò la pistola,
Adil alzò le mani e
si inginocchiò.
Era stato tutto un
errore, lo sapeva prima ancora di partire su quel maledetto camion, prima ancora di
salire su quel maledetto barcone, prima ancora di rubare
quella maledetta Mercedes,
prima ancora di forzare quel
maledetto posto di blocco e
fuggire. Era stato un errore
lasciare il Marocco, la sua
piccola città ai confini con
l’Algeria, sua madre e i suoi
fratelli, le amicizie, i colori del
mercato dove l’anziano padre
vendeva scampoli di stoffe.
Era stato un errore lasciare i
rumori e gli odori della sera
africana, quando all’imbrunire, insieme agli amici nella
piazza del paese giocava a
carte, scherzava e beveva tè
alla menta.
Era stato un maledetto
errore tutto, ma di lavoro ce
n’era poco e lui aveva voglia
di Alessandro Orlando
di fuggire da quel paese. Italia!
Ah l’Italia! Quello si che era
un paese, visto centinaia di
volte al Bar della piazza, sullo
schermo sporco di quella
vecchia Tv. Italia! Italia! Dove
i supermercati erano pieni di
tutto, dove tutti erano felici
con le loro macchine ultimo
modello e superaccessoriate,
con le loro borse della spesa
piene di ogni ben di Dio, con
i loro vestiti sempre stirati e
all’ultima moda. E poi le donne,
bellissime con quella carnagione chiara e i loro sorrisi smaglianti di denti bianchissimi.
Ora era là alle 7 del mattino, dopo due giorni passati in
questura e decine di domande
sotto una luce che accecava
e il fumo della piccola stanza
che ti levava il respiro, ora era
là ad aspettare in silenzio.
Le pareti dell’ingresso
erano sporche e giallognole,
in un angolo una grossa macchia di umido copriva buona
parte del muro, le lampade al
neon riflettevano un barlume
opaco, una di esse brillava ad
intervalli regolari emettendo
un fastidioso ticchettio. In fondo all’androne, poco prima dei
cancelli che immettevano sul
corridoio delle celle, c’era una
piccola scrivania macchiata di
inchiostro.
Adil osservò gli uomini
in divisa, uno era seduto, il
secondo aveva appoggiato le
mani sul piano di legno, l’ultimo era vicino alla porta di
ferro dietro le proprie spalle.
L’uomo seduto si alzò e iniziò
a girargli intorno, il ragazzo
abbassò subito lo sguardo,
teneva la testa bassa, sentiva
il mento premere sul collo,
fu allora che la guardia disse:
A CENTO ANNI DALLA MORTE
Giovanni Pascoli: l’attualità
della sua poesia
di Mario Agnoli
“C’è qualcosa d nuovo oggi nel sole
anzi d’antico: ...
Io vivo altrove, e sento
che sono intorno nate le viole”
(L’aquilone)
I
l giorno 6 aprile 1912 la morte raggiunse il poeta
Giovanni Pascoli nella sua casa di Bologna.
Dalla commemorazione di Giovanni Pascoli al
Teatro Comunale di Cesena tenuta da Renato
Serra, si riprende “Egli contempla il risveglio dell’umanità come un formicolio nero di piccole ombre erranti
sulla terra nuda, tutto il sussurro del loro vivere vano si
perde per il cielo vuoto nel silenzio degli spazi, dove le
stelle invecchiano e si perdono senza fine… E le illusioni umane… son come la preghiera dei passeri quando
si rivolgono dal cipresso per ringraziare sommessamente l’essere benefico e terribile. Illusione. Solo il dolore
vero. Solo la bontà è sicura.”
“Siamo in pace: buoni.”
E ancora il Serra: “La poesia del Pascoli è rimasta…
quello che soltanto poteva essere; un contemplare cantando, un cantare sognando, assorto e dolce e solo in
mezzo all’universo”.
In particolare sull’ultima parte del grande poeta vi sono
state impressioni discordi. “Ma nell’incertezza del giudizio, non bisogna dimenticare l’animo, che era alto e
buono «Se la mia voce desse qualche anima e alleviasse
qualche fatica… se fosse insomma in qualche modo
utile al lavoratore industriale o commerciante, oh! mi
sentirei inorgoglire».”
Marina Marcolini, scrisse nella presentazione di alcune
poesie del Pascoli su Poesia italiana -4- Ottocento che
“Accanto alla poetica del frammento è riconoscibile
nella poesia di Pascoli una forte tendenza alla dieresi,
all’amplificazione della voce lirica entro un ampio spazio
narrativo”. Conclude la presentazione: “Nella vicenda
dei sopravissuti Pascoli raffigurava la condizione dei
moderni, per i quali la verità non può essere che la leopardiana luce che illumina «la rovina e la morte totale
ed eterna».
Sul punto dell’attualità della poesia del Pascoli mette
conto ritornare su “Poesia italiana -4- Ottocento e
“Forza! Togli cintura e stringhe
delle scarpe, vuota le tasche
e metti tutto dentro questa
busta.” Adil fece quello che
l’uomo gli aveva ordinato e
rimase fermo le mani lungo i
fianchi, gli occhi bassi. A quel
punto il secondino che era
vicino alla porta esclamò:
“Adesso i vestiti.Tutti!”. Poi di
nuovo domande. Poi firme. Poi
ancora domande. Poi, poi, poi.
Adil guardò la porta della cella chiudersi e sentì la
serratura girare. Lo sportello
dello spioncino si aprì per poi
richiudersi di scatto. Quel suono metallico riempì la piccola
stanza, le voci dei secondini e
dei detenuti si mescolavano al
rumore di porte sbattute, al
cigolare dei cancelli, al ritmo di
passi lontani che echeggiavano
nel corridoio. Ad un tratto
il rombo di un aereo ruppe
la monotonia dei suoni. Adil
guardò la finestra che, avida
di luce attraverso le sbarre,
lasciava intravedere solo un
piccolo quadrato di cielo, il
rombo si allontanò. Disperato guardò la stanza, i muri
scrostati e pieni di muffa, un
materasso vecchio e rovinato,
una tazza alla turca incrostata
di giallo, un piccolo lavandino
sbeccato dove correva la linea
di una lunga crepa. Si lasciò scivolare lungo il muro e rimase
così con la schiena appoggiata
alla parete, la fronte schiacciata sulle ginocchia, le mani
intrecciate sulla testa. Iniziò
a piangere, era diventato un
numero, senza importanza, se
non quella di essere uno dei
tanti, un’identità e un’umanità
violata. Aveva perso la dignità,
quella dignità che dava valore
al suo corpo, alla sua esistenza. Si sentiva solo, impaurito,
inutile. Nella cella accanto un
uomo bestemmiò forte urlando verso qualcosa, verso qualcuno. Adil si riscosse e alzò lo
sguardo sulla parete: era piena
3
di date, di frasi e di disegni
osceni. Guardò meglio, con gli
occhi annebbiati dalle lacrime,
una scritta in caratteri arabi lo
colpì :” FATIMA ASPETTAMI.
TUO MO…” poi la frase si
interrompeva. Chi era MO?
Perché non aveva finito di
scrivere? Forse erano venuti a
prenderlo? Forse era arrivato
il carrello col rancio? Oppure
si era lasciato morire nel ricordo della sua Fatima? Forse
anche MO aveva pensato di
fare fortuna in Italia e aveva
trovato solo fame, tristezza,
solitudine. Il ragazzo si guardò
intorno, quanto sarebbe dovuto stare là? Mesi? Anni?. E tutto
per un maledetto errore. Per
seguire gli altri. Per cosa? No!
Non poteva resistere! Non
era possibile resistere a tutto
questo!
Quella sera Adil guardò
il cielo, c’era la luna, la stessa
luna del suo amato paese, solo
che qua attraverso le sbarre
della finestra, quella grande
palla luminosa aveva l’aspetto
di una scacchiera. Si sforzò
di sorridere. Intanto, in una
cella lontana, in fondo al lungo
corridoio, quello che chiamavano “il Siciliano” continuava
a cantare. “No!” Pensò. “Così
non valeva la pena di vivere!”.
Controllò il nodo fatto a
quella striscia di lenzuolo. Ne
provò la tenuta, dando piccoli
strappi. Per un attimo rimase
incerto, si voltò ancora a
guardare il cielo. -“Che bella
la luna”- pensò. Poi di scatto
si lasciò andare.
Intanto, lontano, in una
piccola città del Marocco ai
confini con l’Algeria, un vecchio venditore di scampoli
tornava a casa dal mercato,
pensando al figlio lontano che
era partito per l’Italia in cerca
di fortuna. Prima di entrare in
casa l’uomo si fermò incerto,
poi si voltò a guardare il cielo.
-“Che bella la luna”- .
Poeti Contemporanei
Quando anche pregare
fosse come vivere, o amare
precisamente sulla Introduzione di Carlo Ossola: “Questa registrazione dell’asemenatico, che è trattenuta nel
Pascoli entro tensioni ecolaliche, di vibrazioni quasi
spasmodica: «Sonava lontano il singulto: chù… Il (…)/
squassavano le cavallette/finissimi sistri d’argento/(tintinni a invisibile porte/che forse non s’aprono più?); e
c’era quel pianto di morte …/chiù…» (L’assiuolo); di
calcolate dissonanze che arriveranno fino al Montale
degli Ossi di seppia: «Debole sistro al vento/d’una persa cicala/»; «ascoltare tra i pruni e gli sterpi/schiocchi
di merli, frusci di serpi//(…) mentre si levano tremuli
scricchi/di cicale dai calvi picchi (Meriggiare, pallido e
assorto)».
È di questi giorni, per il centenario di Pascoli, un saggio
importante di Gabriele Pedullà sul domenicale del “Sole
24 ore” dal titolo “Rivoluzionarie Myricae” e in sotto
titolo “Inesausto sperimentatore di forme, è stato un
costante riferimento per la produzione lirica italiana
che gli è seguita. E anche la sua biografia non è priva di
sorprese e lacune”.
La poesia del Pascoli è attuale perché rappresenta
l’ulteriore arco temporale al di sopra delle divagazioni
poetiche, che, oltre alla oscurità, non sembrano offrire
quegli apporti dell’umano profondo che attraversano
l’intero ventaglio del poesia pascoliana. Io vivo, io amo.
Espressioni queste
che per lor stessa natura
stanno ad indicare
l’agire al presente del soggetto
per la durata fugace di un istante.
Ma le stesse in effetti, nel profondo,
ancora meglio vogliono indicare
il permaner cosciente del soggetto
in uno stato continuo e duraturo
con estensione nel tempo illimitata.
Mi fu detto una volta da un amico:
“Spesso mi accade
che mentre lavoro, io prego”.
Gli dissi allora:
“Quando il tuo pregare
fosse da te inteso
come vivere od amare,
stanne certo, il tuo lavoro
sarebbe, anche da solo,
senz’ombra di dubbio,
già preghiera”.
Giovanni Sguazzoni
4
attualità ecclesiale
Benedetto XVI
e il linguaggio
delle tentazioni
n. 12 25 MARZO 2012
Il nervo scoperto
Vita
La
di Cristiana Dobner
I
l ritmo incalzante dei giorni di
Quaresima sembra non volerci
dare tregua: la sollecitazione
alla conversione, alla ripresa di
un rapporto stretto e fecondo con
Dio e con i fratelli, torna e ritorna,
esigendo una risposta.
Poniamo che questa traversata,
austera e silente, ci abbia portati a un
tendere gli orecchi all’ascolto della
Parola di Dio come prima, nei giorni
normali, non ci era stato possibile.
C’è un “però”… se “però” rimane al
puro stadio di ascolto, siamo ancora
a un livello in cui la conversione non
ha fatto capolino. Papa Benedetto
tocca il nervo scoperto di questo
tempo: “Smascherare le tentazioni
che parlano dentro di noi”.
Il linguaggio delle tentazioni è
subdolo, perché se fosse esplicito e
aperto, immediatamente saremmo
capaci di riconoscere una trappola,
un’insidia, invece quando s’insinua
sottilmente e magari con apparenza
di giustizia e di bontà, allora cadiamo
nel trabocchetto tesoci. Rimaniamo
così invischiati in noi stessi.
Ecco, allora, balzare fuori dal
silenzio la Parola di Dio, che ci dona
la luce della sapienza e del discernimento: siamo centrati su noi stessi
oppure il centro di tutto il nostro
esistere è il Signore Gesù?
Indubbiamente, quando abbiamo
riconosciuto la sua centralità, non ne
consegue tutto immediatamente e
senza frizioni, ma una cosa è certa:
abbiamo trovato il centro e nulla e
nessuno potrà impedirci di vivere
con questa centratura. In continui
ritorni, in continui rimbalzi, ma sempre nella direzione giusta.
Il deserto, allora, è attraversato
da un’ombra che possiamo evitare
oppure assumere completamente
e lasciarci trasfigurare: la Croce.
Nella sua veste di supplizio infame,
di dolore atroce, ma anche in quella
risplendente di “vertice dell’amore,
che ci dona la salvezza”.
È in gioco non solo la traversata
del pietrisco o delle dune, ma il
significato stesso della traversata:
abbiamo coscienza che, passo dopo
passo, stiamo ricevendo il dono
della vita eterna e costruendo, qui
nel tempo, quello che sarà il nostro
volto eterno?
Non conta quali siano state le
scelte antecedenti, quanti sbagli
abbiamo accumulato nella vita, quali
rifiuti abbiano caratterizzato i nostri
giorni, conta che intuiamo e ci affidiamo al grande mistero: “Anche Gesù
sarà innalzato sulla Croce, perché
chiunque è in pericolo di morte a
causa del peccato, rivolgendosi con
fede a Lui, che è morto per noi, sia
salvato”.
La tentazione non può che suggerire mascheratamente il peccato,
cioè la distanza fra noi e Dio, quello
sbilanciamento dalla centratura per
ripiombare con un bel tonfo su noi
stessi.
L’invito del Papa è a riconoscerci
malati, bisognosi di ogni aiuto, capaci
di assumerci tuttavia “la nostra responsabilità”.
Questo moto interiore, che
richiama la ragione e si fonda sulla
certezza dell’amore, può essere
minuscolo, un lieve lumicino che conduce a “confessare il proprio peccato,
perché il perdono di Dio, già donato
sulla Croce, possa avere effetto nel
suo cuore e nella sua vita”.
Spia di tentazione e di peccato
è la mancanza di pace e di gioia,
quell’arroccarsi sui propri torti
perché spesso “l’uomo ama più le
tenebre che la luce”.
C
inquant’anni fa, l’11
ottobre, si apriva in
San Pietro il Concilio
Ecumenico Vaticano
II, un evento che per Giovanni
XXIII voleva essere momento di
aggiornamento per la Chiesa; un
passaggio “dal vissuto all’esplicito” nelle parole di Paolo VI.
Decisamente un evento che ha
voluto riproporre alla Chiesa e al
mondo la novità di parole antiche,
percorrendo la strada non della
condanna, dell’anatema, ma la
“medicina della misericordia”, dirà
papa Roncalli nel suo discorso di
apertura dei lavori conciliari. Su
tutto la grande novità dell’immagine diversa di Chiesa che prende
il nome di “popolo di Dio”.
Rileggere il Concilio a cinquant’anni dalla sua celebrazione,
significa ritrovare nei suoi documenti e nei discorsi dei Papi
parole quali amore, misericordia,
verità: una novità nella continuità
che deve essere tenuta presente
per capire quella ecclesiologia
conciliare fatta di uguaglianza di
base di tutti i componenti del
popolo cristiano, di collegialità,
di sinodalità, di corresponsabilità.
Parole che suonano nuove ma
che sono presenti, sin dall’inizio,
nel pensiero di papa Giovanni che
vede la Chiesa come “un giardino
da coltivare e non un museo di
antiquariato”.
Il Concilio, per Giovanni XXIII,
doveva “custodire e insegnare” in
forma più efficace il “sacro deposito della dottrina cristiana” che
abbraccia l’uomo intero, pellegrino su questa terra. Certo il Papa
mostrava preoccupazione, nel
discorso di apertura del Concilio,
per “i tempi moderni” dove si
vedono “prevaricazione e rovina”,
un tempo dove tutto è andato
peggiorando e l’uomo si compor-
Una strada vittoriosa esiste ed è
già tracciata: “Accostarsi con regolarità al sacramento della Penitenza”,
che ci fa conoscere la nostra natura e
le nostre storture, indicandoci come
aprire il nostro cuore “per ricevere
il perdono del Signore e intensificare
il nostro cammino di conversione”.
Quando ci accostiamo al Sacramento non si tratta solo di mettere
a nudo noi stessi per uscire dalla
spirale della menzogna, dell’egoismo
e dell’autoripiegamento, ma ben di
più, immergendosi nel grembo di misericordia del Padre che vive una sola
preoccupazione e ansia: venirci incontro così che possiamo abbandonare
timori e preoccupazioni e percepire,
gustandolo, che il perdono di Dio non
è come il nostro, carico di residui di
50° CONCILIO
Un giardino
da coltivare
Parole e gesti dei Papi dal 1962 ad oggi
di Fabio Zavattaro
ta “come se nulla abbia imparato
dalla storia che pure è maestra
di vita”. È la parte in cui Roncalli
dissente dai “profeti di sventura,
che annunziano eventi sempre infausti, quasi sovrastanti la fine del
mondo”. Il mondo odierno, diceva
ancora il Papa, è “occupato dalla
politica e dalle controversie di
ordine economico, da non trovare
più tempo di badare a sollecitudini di ordine spirituale”.
Pochi anni più tardi, 7 dicembre
1965, concludendo i lavori del
Vaticano II, Paolo VI ricorderà che
il Concilio è stato “vivamente interessato dallo studio del mondo
moderno. Non mai, forse, come
in questa occasione, la Chiesa ha
sentito il bisogno di conoscere,
avvicinare, comprendere, penetrare, servire, evangelizzare la
società circostante, e di coglierla,
quasi rincorrerla nel suo rapido e
continuo mutamento”. E se papa
Roncalli parlava della medicina
della misericordia, Montini sottolinea come “la religione del nostro
Concilio sia stata principalmente
la carità”. Un Concilio che ha
guardato all’uomo: “Amare l’uomo
non come strumento, ma come
primo termine trascendente,
principio e ragione d’ogni amore”. E il cui significato religioso è
un “potente e amichevole invito
all’umanità di oggi a ritrovare, per
via di fraterno amore, quel Dio
dal quale allontanarsi è cadere, al
quale rivolgersi è risorgere, nel
quale rimanere è stare saldi, al
quale ritornare è rinascere, nel
quale abitare è vivere”.
Un altro Papa, il beato Giovanni
Paolo II, aprirà il ministero di
successore di Pietro rivolgendosi
a chi ha “l’inestimabile ventura di
credere”, a chi ancora cerca Dio, a
quanti sono “tormentati dal dubbio”. È un Papa che ha vissuto il
Concilio, prendendovi parte come
vescovo e portando il suo contributo nella preparazione dei documenti. È un Papa che vive la novità
conciliare e che si rivolge all’uomo e dice che il nostro tempo “ci
invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergere in
una umile e devota meditazione
del mistero della suprema potestà
dello stesso Cristo”. E poi arrivano quelle parole che sono nella
memoria di tutti; ma non sono
semplici parole, invito a guardare
a Cristo; sono un preciso messaggio che trova forza e sostanza
nel Concilio e nell’esperienza di
un vescovo che ha vissuto in una
Chiesa costretta al silenzio: “Non
abbiate paura di accogliere Cristo
e di accettare la sua potestà! Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono
servire Cristo e, con la potestà di
Cristo, servire l’uomo e l’umanità
retropensieri, di rincrescimenti ed
esitazioni; il perdono di Dio ci rifà
nuovi, tutto viene cancellato e possiamo ricominciare, liberi e leggeri, il
nostro cammino della storia.
Il “però”, allora, è divenuto una
molla che ci ributta nel vivo della concretezza per testimoniare la nostra
guarigione e invitare ad assaporare
il perdono.
intera! Non abbiate paura! Aprite,
anzi, spalancate le porte a Cristo!
Alla sua salvatrice potestà, aprite
i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti
campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo
sa cosa è dentro l’uomo. Solo lui
lo sa!”.
Nel suo primo messaggio ai cardinali a conclusione del Conclave,
20 aprile 2005, Benedetto XVI
riafferma la decisa volontà di proseguire nell’impegno di attuazione
del Concilio, “quale bussola con
cui orientarsi nel vasto oceano
del terzo millennio”, dice citando
papa Wojtyla. “Con il passare
degli anni i documenti conciliari
non hanno perso di attualità; i
loro insegnamenti si rivelano anzi
particolarmente pertinenti in
rapporto alle nuove istanze della
Chiesa e della presente società
globalizzata”. Dirà, quattro giorno
dopo, che il suo vero programma
di governo non era altro che
mettersi “in ascolto, con tutta
quanta la Chiesa, della parola e
della volontà del Signore” e lasciarsi “guidare da lui, cosicché sia
egli stesso a guidare la Chiesa in
questa ora della nostra storia”.
L’attualità del Concilio, la sua
freschezza nonostante gli anni
passati dalla sua celebrazione, è
racchiusa anche nella volontà che
i Papi hanno espresso con le loro
parole, con i loro gesti e azioni. E
quell’aggiornamento che Giovanni
XXIII vedeva necessario altro non
era che voler mostrare – sono
ancora le parole di papa Roncalli,
l’11 ottobre 1962 – la Chiesa che
innalza “la fiaccola della verità
religiosa”, mostrandosi “madre
amorevole di tutti, benigna, paziente, piena di misericordia e di
bontà”.
Vita
La
D
al calendario dei Maya
che preconizzarono il
termine del ciclo “del
Lungo computo” per il
21 dicembre 2012 alle predizioni
della fine del mondo nelle religioni
orientali, nei nuovi culti, in letteratura e su Internet. “Fine del mondo
o avvento del Regno?” è il titolo del
convegno che si è svolto nell’abbazia
di Casamari (Frosinone) su iniziativa
della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza
episcopale laziale. “Il convegno – ha
affermato mons. Giuseppe Petrocchi,
vescovo di Latina e presidente della
Commissione laziale – parte dalle
domande che ciascuno di noi porta
dentro: verso dove va la storia? In
quale direzione cammina il tempo
e cosa ci sarà dopo la fine?”. “Sono
domande – ha osservato monsignor
Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone – nascoste e inespresse che
rivelano un mondo di incertezza e di
paura, una dimensione di precarietà
dell’esistenza umana che domina
la vita di oggi”. Il vescovo ha fatto
notare come la questione della fine
del mondo sia un tema “antico della
Bibbia” che risale al racconto del
diluvio. E ha commentato: “Da quel
racconto emergono per l’umanità
due responsabilità: quella dell’uomo
davanti a Dio e quella dell’uomo
davanti al creato e al suo simile”.
25 MARZO 2012
attualità ecclesiale
n. 12
FINE DEL MONDO
Le paure nascoste
particolare, con l’istanza del futuro
che la contraddistingue”. L’annuncio
dell’escatologia è sfidato anche dalle
conseguenze della globalizzazione
sull’antropologia. “L’aspirazione alla
precaria immortalità del successo,
della salute, della gioventù – ha aggiunto mons. Sanna – sta sostituendo
la fede nell’immortalità dell’anima.
L’effimero si mangia l’assoluto”. Si “è
perso il riferimento alla provenienza
dalla terra, dalle mani di Dio. L’uomo
che non è più creato ma solo fatto,
può essere anche disfatto. Non c’è
futuro ultraterreno, perché tutto si
consuma sotto il cielo, speranze e
delusioni, successi e sconfitte, vita e
morte”. Da qui la responsabilità che
ricade oggi sui cristiani:“Testimoniare
la nostra fede nella vita eterna” ma
Un convegno all’abbazia di Casamari
sull’escatologia
soprattutto la certezza di un giudizio
finale che è giudizio da non temere.
“Dio sa cosa c’è nel cuore dell’uomo,
conosce le sue debolezze e sa come
far prevalere la misericordia divina
sul giudizio umano”.
Far prevalere
la ragionevolezza
Ma cosa si nasconde dietro al
successo delle predizioni sulla fine
del mondo? “Un misto di paura e
di bisogno di certezze”, ha risposto
Vincenzo Pace, docente di sociologia
delle religioni all’Università di Padova.
“La paura – ha precisato - è alimentata dall’incertezza e dal rischio che si
percepiscono nella vita quotidiana e
sono dovute a un sommarsi di tanti
fattori che rendono precaria soprattutto dal punto di vista cognitivo la
nostra esistenza. Questa incertezza è
compensata con l’ansia di trovare una
risposta certa che di solito viene offerta dalle tendenze fondamentaliste
della religione che dicono che è tutto
scritto e predetto nei testi sacri”. Per
il sociologo, anche nel cristianesimo
“questa ala millenarista continua oggi
a essere molto attiva”. Alle religioni
Abbazia di Casamari (Frosinone)
Il messaggio
della vita eterna
“L’uomo globalizzato oltre che
un nomade senza spazio e senza
tempo, è anche un uomo senza
cielo”. Per questo “è difficile oggi
dare un messaggio di vita eterna
che dia luce e senso alla vita e alla
morte, al dolore e alla gioia”. È stato l’arcivescovo di Oristano, mons.
Ignazio Sanna, a esplicitare così i
termini della questione. “Oggi come
oggi – ha spiegato – l’escatologia e
la fine dei tempi, il loro annuncio
e la loro dimensione di fede non
possono non confrontarsi con la
cultura contemporanea e, in modo
N
el nostro cammino quaresimale la
parola di Dio ci introduce sempre
più verso il centro del mistero
pasquale. Il brano della lettera
agli Ebrei (seconda lettura) è una bella sintesi
di quanto viene annunziato nella liturgia della
Parola di questa domenica: “Cristo, pur essendo
Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e,
reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna
per tutti quelli che gli obbediscono”. Nel termine “obbedienza” ritroviamo il tema della “nuova
alleanza”, profetizzata da Geremia (prima lettura) e realizzata in Cristo, il quale “innalzato
da terra, attirerà tutti a sé”. Infatti, elevato da
terra Cristo inizierà ad attrarre a sé tutti gli
uomini: ma l’attrazione che egli esercita non
si basa sul successo umano, bensì sulla forza
dell’amore.
Il brano del vangelo di Giovanni mette in scena
alcuni greci che, saliti a Gerusalemme per la
festa di Pasqua, manifestano il desiderio di vedere Gesù.Tocca a Filippo accogliere la richiesta
di quei forestieri che “temono Dio” (così i giudei
chiamavano i non ebrei che credevano nel Dio
d’Israele). Filippo (nome greco che significa
amante dei cavalli) era di Betsaida di Galilea,
una città per metà pagana e crocevia di uomini
dalle credenze più assortite, e quindi ritenuto
da quei greci interlocutore ideale per soddisfare
la loro richiesta. Filippo ne parla con Andrea
(altro apostolo con un nome greco) e insieme si
recano da Gesù per fargli presente il desiderio
di quei pellegrini venuti da così lontano. E’ facile
immaginare quali siano stati i pensieri dei due
La Parola e le parole
V Domenica di Quaresima
Ger 31, 31-34, Sal 50, Eb 5, 7-9, Gv 12, 20-33
apostoli: questo è il momento di Gesù! La sua
fama è arrivata molto lontana! Addirittura lo
cercano dei greci! E’ l’ora del successo, della
popolarità, della gloria, del trionfo. Di fatto Gesù
afferma solennemente: “E’ venuta l’ora che il
figlio dell’uomo sia glorificato”. Ma, subito dopo,
con uno dei suoi soliti scarti imprevedibili, tipici
del Gesù giovanneo, darà a quell’”ora” e alla
“glorificazione” un contenuto molto diverso dalle attese di Filippo, di Andrea e dei Greci. Non
è l’ora della notorietà. E’ invece l’ora del chicco
di grano che deve scomparire e morire sotto
terra. E’ l’ora di una dolorosa seminagione, non
della messe trionfale. La fecondità passa attraverso la morte. E’ il paradosso della rivelazione
cristiana: Gesù si fa vedere nascondendosi. La
manifestazione luminosa passa attraverso il
nascondimento, anzi la sepoltura. Nella ricerca
di quei greci, rappresentanti dell’intera umanità,
Gesù vede il segno che la sua ora è ormai giunta: è l’ora della passione, del passaggio da questo mondo al Padre. E Gesù affronta l’ora della
morte non come un eroe, ma come un uomo
tra gli altri, un uomo che ha paura di morire:
“Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò?
Padre salvami da quest’ora? Ma proprio per
questo sono giunto a questa ora! Padre glorifica
il tuo nome”. E’ l’ora del Getsemani. E’ l’ora in
cui, per dirla con la lettera agli Ebrei, egli “offrì
preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime,
a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il
suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”.
Soltanto chi possiede la vita in pienezza, come
la possiede Gesù, è in grado di avvertire tutta
la negatività contenuta nella morte e provarne
una ripugnanza invincibile. Ma questa è anche
l’ora della trasfigurazione. “L’ho glorificato e lo
glorificherò ancora!”, tuona dal cielo la voce,
affinché tutti comprendano che l’ora della glorificazione è quella della croce. La gloria, allora
non sarà sfoggio di potenza, ma di debolezza
e sconfitta per amore. Gesù sa che i territori
su cui il “principe di questo mondo” estende il
suo potere possono essere conquistati unicamente con l’amore. Sa che la morte, il male, la
violenza e tutto ciò che è negativo nel mondo,
cedono esclusivamente di fronte alla forza
dell’amore. Sulla croce Gesù non rivendica altra
gloria all’infuori della “gloria di amare”. Quando verrà “innalzato” sulla croce non ci sarà
più nessuno che avrà voglia di vederlo, anzi
di fronte a lui ci si coprirà la faccia (Is 53, 3).
5
spetta, quindi, il compito di “raffreddare queste forme di entusiastica e
allucinata attesa della fine del mondo
ricordando il passo evangelico di
Matteo in cui si dice che nessuno
conosce l’ora. E poi occorre anche
ricordare cosa è avvenuto nelle
Chiese che avevano provato a fissare
l’ora e poi hanno dovuto affrontare
la grande delusione del fatto che
queste previsioni non si sono avverate. Si tratta, allora, di giocare sulla
ragionevolezza e sul fatto che ogni
volta che qualcuno cerca di fissare
l’ora della fine è come se volesse
imprigionare Dio dentro le proprie
categorie”.
Tutte le date della
“fine del mondo”
Il mondo sarebbe dovuto finire già parecchie volte nella storia
passata. La prima predizione risale
all’anno 989 quando l’avvistamento
della cometa di Halley contribuì
a diffondere timori escatologici. Il
31 dicembre del 999 fu una data
temuta da molti cristiani come la
fine del mondo. Fu poi la volta di
Gioacchino da Fiore che, basandosi
sui 1.260 giorni descritti nell’Apocalisse, predisse il 1260 come data per
il compimento di questa Profezia.Venendo a tempi più recenti, il medico
e veggente Nostradamus prediceva
per il 1999 l’arrivo di un “re del Terrore”. C’è, infine, la temuta data del
21 dicembre 2012, che segna secondo l’interpretazione del calendario
Maya il passaggio da un’era all’altra
ed è preceduta da segni più o meno
significativi. Ma cosa dice a proposito
la tradizione cattolica? Il Concilio Vaticano II affermò che noi “ignoriamo
il tempo in cui avranno fine la terra
e l’umanità e non sappiamo in che
modo sarà trasformato l’universo”.
Ciò che conta quindi per la teologia
cattolica, ha concluso mons. Sanna,
“è l’evento stesso, non il modo con
cui le diverse categorie scientifiche,
culturali, storiche interpretano questo evento”.
Eppure l’ora delle tenebre diventerà l’ora della
massima rivelazione, l’ora che permetterà di
“vedere” la gloria di Gesù. “Innalzato da terra”,
abbandonato, tradito, rinnegato, Gesù eserciterà
una forza di attrazione universale e irresistibile:
“attirerò tutti a me” e “tutti mi conosceranno,
dal più piccolo al più grande” (Ger 31, 34). Sul
terreno arido del Calvario il seme sepolto e
maciullato, “innalzerà” miracolosamente il suo
stelo con la spiga carica di innumerevoli chicchi
di grano. “Vogliamo vedere Gesù”: è la richiesta che ancora oggi l’uomo del nostro tempo
rivolge ai discepoli di Cristo. Ma occorre essere
accorti: l’uomo contemporaneo è disposto a
“vedere per credere”, a lasciarsi abbagliare dalla visibilità e dalla spettacolarità. Solo ciò che fa
notizia è vero. Il servizio che la Chiesa offre al
mondo è certamente quello di mostrare Gesù,
ma non secondo la logica e i criteri del mondo.
Occorre “credere per vedere”. L’autentico servizio all’uomo di oggi consiste nell’essere contemporanei dell’Ora del Maestro, nel percorrere la
sua stessa strada: “Dove sono io, là sarà anche
il mio servitore”. Disposti a “perdere la vita”,
non a soddisfare ambizioni e vanità. Capaci di
respingere le suggestioni di una facile popolarità, preferendo il nascondimento e l’umiltà. Si
tratta di scegliere tra le posizioni di potere e la
posizione scomoda sulla croce.Tra simpatia e
autenticità.Tra notorietà e costosa fedeltà.Tra
le conquiste spettacolari e l’amore che si fa
strada lentamente, nel segreto dei cuori e nella
libertà delle coscienze.
Don Luca Carlesi
6
n. 12 25 MARZO 2012
Proposta per le Chiese della Toscana
Vita
La
Verso la prima settimana sociale
dei cattolici della Toscana
A
nnunciare il Vangelo ed
incarnarlo nella realtà
delle persone e delle loro
condizioni di vita, perché
esso possa entrare nel vivo della
storia, “è un servizio reso non solo
alla comunità cristiana, ma anche a
tutta l’umanità” (EN, 1), Un’umanità
che attende, come ricorda Benedetto XVI, l’annuncio della verità
dell’amore di Cristo: “lo sviluppo,
il benessere sociale, un’adeguata
soluzione dei gravi problemi socioeconomici che affliggono l’umanità,
hanno bisogno di questa verità.
Ancor più hanno bisogno che tale
verità sia amata e testimoniata. Senza
verità, senza fiducia e amore per il
vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in
balia di privati interessi e di logiche di
potere, con effetti disgregatori sulla
società, tanto più in una società in via
di globalizzazione, in momenti difficili
come quelli attuali” (CV, 6).
È un impegno, questo, che chiama
in causa i pastori della Chiesa, primi
responsabili della pastorale; ma anche i laici ne sono interessati come
attori e protagonisti. Il tempo di crisi
che stiamo vivendo non fa che rendere più urgente scrivere una pagina
nuova per le nostre chiese locali.
Come possiamo, in Toscana, dare
un segnale forte di Chiesa, perché il
popolo di Dio si senta meno smarrito davanti alla crisi e ai mutamenti
che stanno segnando pesantemente
le famiglie, la politica, l’economia,
il lavoro, la cultura e soprattutto i
giovani e il futuro?
Come rispondere all’invito, che
ci viene dal Vangelo, di annunciare
speranza viva?
Come dare segni forti di partecipazione creativa, fondata sull’amore
di Dio per le sorti della famiglia umana, la sua famiglia, a partire proprio
dalla centralità della famiglia?
Come dire con scelte concrete
e aperte che crediamo nella persona
e vogliamo tutelarne la dignità fin
dal concepimento, proprio perché
credenti e discepoli di Cristo Gesù?
Come acquistare una sicura
capacità di discernimento cristiano
alla luce del Vangelo in una società
complessa come la nostra?
Queste le domande che ci siamo
posti e sulle quali ci siamo interrogati
assieme ai nostri Vescovi e questo
lo spirito con cui ci siamo mossi e
dal quale ha preso avvio il progetto:
“Cattolici protagonisti nella Toscana
di oggi”.
Ora vogliamo vedere insieme:
• Come provare a dare risposta
concreta a queste domande.
• Come ritrovare il senso di noi
stessi, della nostra fondamentale
identità e della missione che
abbiamo nel mondo diventando
“protagonisti” nella logica del vangelo:“voi siete il sale della terra…
voi siete la luce del mondo” (cf. Mt
5, 13-14).
• Quale impegno ci attende dopo
questo incontro di Firenze, a
partire proprio dal mandato che
riceveremo con il saluto liturgico
Firenze, Basilica di San Lorenzo, 17 marzo 2012
di congedo al termine della celebrazione eucaristica.
Il documento finale della Settimana sociale di Reggio Calabria non
è il programma dettagliato del nostro
percorso, ma la bussola per chi vorrà
impegnarsi in questo cammino di
discernimento. Il lavoro che dovrà
essere fatto è volto a:
- provocare incontri e dialogo per
un’analisi della nostra realtà fatta
con il cuore; che parta dalle persone, che valorizzi l’esperienza e
la speranza di ciascuno;
- leggere con il criterio dei “segni
dei tempi” i dati, i problemi, i nodi
critici, le risorse, del nostro popolo
e dei nostri territori;
- vagliare in quali di questi fatti,
situazioni, vissuti, oltre al contingente, anche a partire dall’attuale crisi socio-economica, possa
esserci l’opportunità per una
nuova evangelizzazione. Un nuovo slancio di testimonianza che
potrà essere fatto proprio e assunto con responsabilità da quei
lavoratori, quegli operatori, quegli
imprenditori, quei politici, quegli
educatori, che si riconoscono e si
proclamano cristiani, che desiderano vivere con coerenza questa
loro fondamentale identità, e che
scelgono di impegnarsi insieme
per rifondare “… - non in maniera
decorativa, a somiglianza di vernice
superficiale, ma in modo vitale, in
profondità e fino alle radici - la
cultura e le culture dell’uomo, nel
senso ricco ed esteso che questi
termini hanno nella Costituzione
«Gaudium et Spes» (50), partendo
sempre dalla persona e tornando
sempre ai rapporti delle persone
tra loro e con Dio.” (EN 20).
Le nostre Chiese, oggi, ritornano
nei propri territori e fra la gente
alla quale sono state mandate, forti
di questa esperienza che manifesta
la bellezza della Chiesa unita nella
diversità dei carismi. Vi ritornano
con la chiarezza che questo popolo
di Dio è “sale della terra” e “luce
del mondo” e noi tutti qui presenti
siamo:
- mandati a riconoscere i segni del
Regno di Dio presenti nella realtà
in cui viviamo, per raccontarli
come segni dell’Amore fedele e fiducioso del Padre verso la famiglia
umana, alla quale sempre rinnova
il suo “sì”;
- mandati a incontrare, ascoltare,
scoprire, sostenere tutti gli aneliti
di giustizia, di pace, di vita bella e
buona, che animano questa umanità, preziosa agli occhi di Dio;
- mandati a scoprire e schiudere
strade di speranza concreta proprio a partire da uno stato di crisi
che spaventa, preoccupa e che già
ha fatto sentire i suoi morsi su
tanti nostri fratelli e sorelle e che
rischia di trascurare i più poveri;
- mandati a discernere le vere cause
di questa crisi per reagire con
responsabilità e costruire un’alternativa vera e solida, rispetto ad un
sistema economico e sociale che è
andato in crisi, insieme al modello
antropologico sottostante.
- mandati a compiere la missione di
annunciare e testimoniare che, da
credenti in Dio, crediamo nell’uomo.
Ogni crisi è anche una opportunità e il segno di qualcosa di nuovo
che può nascere. Le ferite della
storia, affermava Giovanni Paolo II,
possono diventare “feritoie di speranza”. Di fronte alla complessità e ai
mutamenti che stiamo attraversando,
come popolo di Dio,
• vogliamo individuare le basi per
discernere valori “resistenti” su
cui appoggiare i passi del nostro
cammino;
• vogliamo far toccare con mano
alle persone, che abbiamo tutti la
possibilità e le capacità di ripartire
da questi valori, facendoli nostri,
e su questi, riscoprendo il valore
della partecipazione sociale in
tutte le sue espressioni, ricostruire
relazioni di fiducia, istituzioni a
servizio dell’uomo, equità sociale
che parte dai più esposti, dai più
deboli, dai più svantaggiati;
• vogliamo far percepire ai giovani
che possono essere protagonisti
del loro futuro e possono ancora
contare sulla Chiesa.
Quindi, a partire da oggi ci impegniamo a trovare i modi per fare tutto questo: un percorso di approfondimento, di riflessione e di creatività
pastorale, affidato a ciascuna delle
chiese della Toscana, per “vedere,
giudicare e agire”. Vedere in faccia
la realtà in cui le nostre comunità e
le nostre associazioni e movimenti
vivono ed operano, illuminarla e giudicarla alla luce del vangelo e, infine,
fare le scelte necessarie. Il percorso
che si apre oggi, infatti, inaugura un
anno di lavoro durante il quale in ogni
diocesi ci daremo da fare, studiando,
ascoltando, confrontando, cercando
di coinvolgere in questo fermento
tutti i soggetti della società civile,
politica, economica e sociale, e tutti
gli uomini di buona volontà, per vedere come contestualizzare nei nostri
territori, nelle nostre realtà, l’agenda
di speranza della Settimana sociale di
Reggio Calabria.
Ma questo anno potrà anche
essere l’occasione buona per stimolare e rilanciare l’azione delle nostre
comunità cristiane, in particolare per
dare nuovo vigore alle motivazioni e
al senso di appartenenza del laicato
impegnato in molte delle nostre
associazioni, movimenti e realtà, e
per dare loro nuova voce all’interno
della chiesa.
In ogni diocesi l’equipe del progetto, composta dai membri dell’Ufficio diocesano per i problemi sociali e
il lavoro e dai delegati che sono stati a
Reggio Calabria, si muoverà secondo
la propria condizione e creatività,
su mandato del proprio vescovo,
insieme a quanti della propria diocesi
sono qui oggi.
A livello regionale ci aiuteremo
con iniziative che ci permetteranno di
mantenere aperta l’attenzione alla Toscana ed affrontare alcune tematiche
che possano rafforzare il lavoro che
ognuno andrà facendo nel territorio
della propria diocesi.
Ne segnaliamo fin da adesso alcune, invitando le singole diocesi e le
aggregazioni laicali a volerne indicare
di ulteriori per una loro opportuna
diffusione anche tramite il sito web:
1)15 aprile 2012, ore 9,30-18, a Firenze, Palazzo Vecchio, il Convegno
regionale dell’Azione cattolica sul
tema: “Economia familiare e nuovi
stili di vita”.
2) 25 maggio 2012, ore 17,00-20,00,
a Firenze, Fortezza da Basso,
nell’ambito dell’iniziativa “Terra
Futura”, tavola rotonda sul tema:
“Lavoro, impresa e legalità: educare
all’impegno politico e sindacale”.
3)1° settembre 2012, ore 10-17, a
Siloe, diocesi di Grosseto, nell’ambito della Giornata per la salvaguardia del Creato, una tavola
rotonda sul tema:“Creato e opera
dell’uomo in Toscana”.
4)F ine novembre, a Pisa, la “Tre
Giorni Toniolo”, la prima dopo la
beatificazione.
5)26 gennaio 2013, ore 9,30-12,30,
a Massa Carrara, un Convegno sul
tema: “Intraprendere in Toscana:
partecipazione e formazione”.
Sempre a livello regionale, entro
la prossima estate, promuoveremo
un incontro della delegazione regionale della pastorale sociale e del
lavoro con la Consulta regionale delle
aggregazioni laicali e un incontro
con gli altri Uffici pastorali regionali
per meglio integrare i percorsi e la
collaborazione.
Infine la segreteria regionale del
progetto sarà sempre disponibile
a fare da supporto, per accompagnarci in un cammino plurale, ma
non dispersivo. Segnalare alla stessa
segreteria le iniziative diocesane riconducibili al progetto qui delineato
e, quindi, ai temi dell’agenda di Reggio
Calabria, servirà a dar voce alle tante
realtà della nostra Toscana, che potranno essere raccolte e valorizzate
in occasione della Prima settimana
sociale dei cattolici toscani. Avremo
così anche la possibilità di condividere metodi di lavoro, ma ancora di più
di far circolare esperienze e risultati
di ogni azione localmente realizzata.
Il cammino che si apre oggi, e che
per un intero anno ci vedrà impegnati
nelle Chiese locali, troverà il suo
culmine nella Prima settimana sociale
dei cattolici della Toscana che vivremo dal 1° al 5 maggio 2013. In quella
settimana in ciascuna diocesi potremo raccogliere comunitariamente
i frutti del percorso effettuato e, a
livello regionale, riunirci a convegno
per la definizione e la divulgazione di
un’agenda di speranza per la Toscana.
Ci auguriamo un buon lavoro e ci
prepariamo all’eucarestia con questa
breve e stimolante riflessione di d.
Tonino Bello:
«Se dall’Eucaristia non si scatena una
forza prorompente che cambia il mondo,
capace di dare a noi credenti l’audacia
dello Spirito Santo,
la voglia di scoprire l’inedito che c’è
ancora nella nostra realtà umana…
è inutile celebrare l’Eucaristia.
E qui da noi c’è un inedito impensabile:
basterebbe riferirsi a coloro che non
vengono a Messa,
a tutti coloro che non conoscono Gesù
Cristo.
Questo è l’inedito nostro: la piazza.
Lì ci dovrebbe sbattere il Signore,
con una audacia nuova, con un coraggio
nuovo.
Ci dovrebbe portare là dove la gente
soffre oggi…
La Messa ci dovrebbe scaraventare fuori.
Anziché dire: “la Messa è finita, andate
in pace”,
dovremmo poter dire: “la pace è finita,
andate a Messa”.
Ché se vai a Messa finisce la tua pace».
Segreteria organizzativa
Cet - Delegazione regionale pastorale sociale e del lavoro
www.toscana.chiesacattolica.it
mail: [email protected]
http://twitter.com/CattoliciProtag
Referenti della segreteria regionale
P. Antonio Airò - 348.7074328
[email protected]
Andrea Barani - 349.6986781 [email protected]
Edoardo Baroncelli - 338.7445892
[email protected]
Pistoia
Sette
N.
12
25 MARZO 2012
CENTRO CULTURALE “J. MARITAIN” E UFFICIO DI PASTORALE SOCIALE E DEL LAVORO
La città delle persone
I
l tema della città continua
ancora a interessare, anzi la
globalizzazione ormai compiuta ne rende più viva e
attuale l’esistenza.
Il sottotitolo che parla della
seconda rivoluzione urbana è dedicato, appunto, a questo fenomeno.
Le ricorrenti elezioni amministrative ripropongono all’attenzione, specialmente di coloro che si
presentano candidati, l’approfondimento di quanto l’esperienza del
passato e il confronto col presente
ci possono suggerire. Il nostro
punto di vista, che è quello cristiano, non esclude altre riflessioni
provenienti da fronti diversi perché
in noi rimane fissa la certezza che
i valori umani sono anche i valori
cristiani: la differenza accidentale
che certamente esiste, nella misura
e anche nei punti di riferimento,
non elimina per niente l’uguaglianza sostanziale. Per questo il
nostro discorso è rivolto a tutti,
credenti e non credenti, non tanto
con l’intento di dettare regole e
orientamenti da realizzare, quanto
L’incontro-dibattito si terrà venerdì 30 marzo
alle 21 nell’aula magna del seminario
vescovile. Introduce Giordano Frosini autore
della pubblicazione “La città oggi” che
verrà distribuito ai partecipanti. Sono invitati
i candidati a Sindaco. Sarà presente
il Vescovo, Mons. Mansueto Bianchi
piuttosto col desiderio di sollecitare una rinnovata attenzione su un
tema complesso e difficile come è
quello della città.
Città nel suo senso più largo,
perché i nostri paesi, in particolare i
capoluoghi di comune, sono almeno
a livello delle città antiche e medievali, quando la filosofia e la teologia
cominciarono a riflettere seriamente su quella che fu considerata da
allora la società perfetta.
Nel presente la complessità è
andata aumentando e questo rende
difficile uno studio completo su
questo fenomeno. Occorre per
questo una convergenza di discipli-
ne scientifiche, che oggi certamente
non mancano.
Il nostro punto di vista riguarda
dall’alto tutta questa problematica
oggi emergente, rievocando le dimensioni fondamentali della convivenza sociale che non sono venute
certamente meno.
Comunque la relazione principale sarà seguita da un comunicato
sulla situazione economico-sociale
di Pistoia.
I candidati a Sindaco avranno
diritto di parola e, nei limiti del
tempo concessoci, potranno intervenire anche i partecipanti.
Giordano Frosini
L’ora di religione
a cura di Beatrice Iacopini
O
ggi, domenica “laetare”, ho ascoltato un’omelia
bellissima, che prendendo spunto dallo struggente salmo 137 discuteva di come i cristiani
siano per loro natura “esuli”: la loro patria è
infatti la Gerusalemme celeste, immagine ideale e prototipo di ogni città terrena, che a lei dovrebbe ispirarsi, senza
poterla tuttavia mai eguagliare. I cristiani amano questo
mondo, ma non possono che sentirlo sempre inadeguato
rispetto alla Città di Dio di cui hanno conosciuto in Cristo
la primizia; si sentono esuli, dunque, in cammino perenne
verso la patria che portano nel cuore: pellegrini, perciò,
mai a casa, mai fermi, mai soddisfatti o radicati, sempre in
viaggio, sempre attendati, con poche cose con sé e pronti
in ogni momento a partire.
Quante figure bibliche vengono alla mente, e Gesù naturalmente prima di tutti, con il suo “nomadismo”, e poi
tante esperienze cristiane, tanti santi, da san Francesco a
don Zeno di Nomadelfia che nella sua “cittadella ideale”
non ha voluto case con fondamenta ma solo prefabbricati
ed ha rifiutato la proprietà privata e il possesso di denaro,
che sono poi l’espressione più forte del radicamento nel
mondo. Tra due giorni, appunto, andremo con diverse
classi in visita a Nomadelfia e domani ho intenzione di
preparare i ragazzi alla “gita” proprio riasssumendo loro
l’omelia di stamani e leggendo parte della splendida Lettera a Diogneto che esorta a ricordare come i cristiani
siano nel mondo ma non del mondo.
Abbiamo già parlato tante volte, in classe, della povertà
evangelica e del suo significato: molti rimangono ammirati
di fronte a questa proposta, anche se alcuni la ritengono
“impossibile”, “utopica”, “troppo faticosa”. Tanti rilancia-
no facendo notare che la Chiesa, però, non è povera (e
domani mi diranno che è tutt’altro che esule e sradicata):
l’esempio che portano per primo è il Vaticano, il palazzo
del Papa, San Pietro stessa, poi i palazzi vescovili; seguono
a ruota il potere, i privilegi e via discorrendo.
Per prima cosa, cerco sempre di far presente che l’invito
alla sobrietà vale per ciascun cristiano, non solo per il Papa
o le gerarchie, e che chiunque si dica cristiano deve farsi
mettere in crisi dalla proposta evangelica.Tuttavia, i ragazzi
notano subito che chi è più in vista dà più scandalo, mentre
dovrebbe essere proprio colui che dà il buon esempio. E
con tutto il mio amore per la chiesa, anzi proprio mossa
da quell’amore, non posso che dar loro ragione: le dimore
e i paludamenti principeschi (e poi il potere e il resto)
cos’hanno a che fare con Gesù? Le argomentazioni dei
ragazzi non fanno una piega e solo un ipocrita potrebbe
rispondere loro che hanno torto.
Le ricchezze, i privilegi, allontanano molti e impediscono
ad altrettanti di avvicinarsi al vangelo e magari di vedere
tutta quella chiesa povera, invece, che ogni giorno vive e
lotta a fianco degli ultimi: sono pietra d’inciampo, danno
scandalo, per dirla con il vangelo stesso. Oggi molti uomini
di buona volontà sono particolarmente sensibili a questi
temi: la loro distanza sarà imputata a noi come peccato.
Ricordo sempre le semplici parole di dom Helder Camara
a un giornalista che gli chiedeva cosa avrebbe fatto se
fosse stato eletto papa: il “vescovino” rispose che prima
di tutto sarebbe sceso in piazza, tra la gente, invece di
affacciarsi alla finestra su San Pietro e avrebbe liberato
la chiesa dei palazzi e musei vaticani per devolvere il
ricavato ai poveri.
CHIESA DI SAN PAOLO
Le vetrate
di Umberto
Buscioni
S
abato 24 marzo alle 17,15
saranno inaugurate e presentate alla città le quattro
vetrate laterali della chiesa
di San Paolo Apostolo di Pistoia,
ideate e realizzate dal maestro
Umberto Buscioni.
Esse si collegano con la vetrata absidale sviluppando il tema del cielo
nei quattro momenti della giornata,
mattina, pomeriggio, sera e notte.
Queste opere sono state realizzate
con il determinante contributo della Fondazione Cassa di Risparmio
di Pistoia e Pescia.
Questo il programma:
ore 17,15: saluti;
ore 17,30: intervento di monsignor
Giordano Frosini;
ore 18: intervento di Lorenzo
Cipriani
ore 18,45: intervento del maestro
Umberto Buscioni.
Gli interventi saranno intervallati
da musiche eseguite dall’“Ensemble
Laeta Harmonia”.
8
L
comunità ecclesiale
Vita
La
n. 12 25 MARZO 2012
PASTORALE SOCIALE E DEL LAVORO
Seguendo il “Progetto Policoro”
a diocesi di Pistoia è stata
tra le prime in Italia ad
aderire al progetto di don
Mario Operti direttore
dell’Ufficio nazionale per i problemi
sociali e del lavoro della Cei.
A tre mesi dalla presentazione
del Progetto Policoro pistoiese,
facciamo il punhto con Edoardo
Baroncelli, tutor del progetto.
Come è nata l’idea del
Progetto Policoro?
Devo dire che l’iniziativa di aderire al progetto è nata su impulso di
Selma Ferrali, direttore della pastorale sociale, e subito fatta propria
con entusiasmo dagli altri responsabili degli uffici competenti su questo
progetto, ovvero da don Cristiano
D’Angelo, responsabile della pastorale giovanile e Marcello Suppressa,
direttore della Caritas.
Policoro è un progetto della
Conferenza episcopale italiana, affidato ai 3 uffici nazionali che ricordavo
sopra, e quindi, nelle diocesi dove
viene attivato, si richiede che siano la
pastorale sociale, la pastorale giovanile e la Caritas a seguirne e curarne
lo sviluppo. Pistoia non fa differenza,
ma posso rilevare l’importanza del
clima di buona collaborazione tra
questi uffici della nostra Diocesi, un
fatto non marginale che rende tutto
più facile e tutto più fecondo.
Qual è il tuo ruolo in questo progetto?
Il progetto, come dicevo, è stato
ben strutturato dagli uffici della Cei
nel corso dei suoi oltre 15 anni di
vita. Sono previste alcune figure
specifiche, tra cui quella di un Tutor
rerefente diocesano che coordini il
lavoro dell’animatore di comunità e
lo raccordi con le indicazioni e l’azione pastorale dei 3 uffici pertinenti.
Questo è il mio ruolo.Voglio ringraziare il vescovo per aver pensato a
me per questo compito che spero
di essere in grado di svolgere bene.
Ringrazio anche Il vicario pastorale
che unitamente a Selma e a Marcello
hanno ritenuto di coinvolgermi in
questo progetto che sa di futuro.
Cercherò di offrire quanto posso
e di mettere a servizio l’esperienza
maturata ai tempi del mio servizio in
Pastorale giovanile.
Nell’ambito della presentazione del progetto, il
vicario per la pastorale e
responsabile dell’Ufficio per
la pastorale con i giovani
sottolineava che la diocesi
non vuole sostituirsi ad altri
tecnicamente ben più competenti, ma limitarsi a dare
un segnale di attenzione e di
concretezza sulla frontiera
dell’occupazione giovanile.
Dalla presentazione ad oggi
qual è stato il cammino del
progetto? Quali sono stati i
segni di concretezza?
In diocesi di Pistoia il progetto
Policoro sta muovendo i suoi primi
passi ed è ancora presto per fare
delle sintesi sul lavoro compiuto fin
qui, o per previsioni verosimili su
cosa sarà possibile fare. Il progetto
Policoro inoltre è strutturato in
modo da dedicare appositamente
tutto il primo anno alla progettazione
e al contatto con tutte le associazioni
e realtà che si occupano di giovani e
lavoro da un lato, e con istituzioni e
categorie economiche e produttive
dall’altro. È questo il cammino che
Policoro sta cercando di compiere
in queste settimane: contattando, incontrando, dialogando con tutti quelli
che ci hanno dato la loro disponibilità
o manifestato il loro interesse.
Infatti l’intuizione fondamentale
di questo progetto è il lavorare insieme di diversi soggetti (ecclesiali,
associativi, istituzionali) attorno allo
stesso problema: la disoccupazione
e la mancanza di orizzonti di senso.
Policoro vuole aiutare i giovani a dare
risposte certe a queste domande:
Perché lavoro? Come lavoro? Cosa
faccio di lavoro?
Policoro non è e non vuole
diventare un centro per l’impiego
in chiave cattolica. Se così fosse, fallirebbe la sua missione. Policoro resta
al fondo, anche a Pistoia, un progetto
di evangelizzazione, di “promozione
integrale della persona” come diceva
Giovanni Paolo II, e si pone l’obbiettivo di restituire ai giovani la speranza
per progettare il loro futuro con
coraggio e protagonismo. Policoro,
per noi, è già adesso una proiezione
in avanti, uno sguardo lanciato verso
un futuro che questo progetto ci dà
il coraggio, anzi ci obbliga, a pensare
e a progettare migliore.
Un futuro all’altezza dei sogni
che i giovani ancora hanno, forse
non tutti, forse timidamente nascosti
dietro i loro modi di essere, forse
in cerca di una occasione per esprimersi. «Non è colpa tua se il mondo
è così, è colpa tua se lo lasci così»
dice un noto aforisma che è quasi un
a cura di Daniela Raspollini
Edoardo Baroncelli, tutor del “Progetto Policoro”
sottotitolo, un programma operativo
del Progetto.
Per quanto riguarda i segni di
concretezza dico solo che Policoro,
con le sue 570 cooperative dà lavoro
a oltre 8000 persone e permette a
migliaia di giovani sia di riscoprire il
senso del loro impegno quotidiano
e della loro vocazione alla vita e al
lavoro, sia di esprimere i loro talenti,
rendendoli persone capaci di relazioni ecclesiali e sociali autentiche, sia di
promuovere sviluppo.
I segni di concretezza sono i
frutti che Policoro, dove è stato
attivato, ha prodotto: cooperative,
ditte individuali su tanti settori, nuove
progettualità che siano per qualcuno
risposta ai bisogni della vita. “Opere
segno” che servano ad indicare una
strada, a dire ai giovani che nono-
stante la mancanza di speranza e
la fragilità dei punti di riferimento,
la traversata nel deserto è ancora
possibile. Non è facile nemmeno a
dirsi, ma la scommessa che la diocesi
di Pistoia vuole fare va esattamente
in questa direzione.
Cito solo alcuni esempi di ciò che
Policoro ha prodotto: dallo studio
tecnico all’autolavaggio, dalla grafica
alle coltivazione e produzione di
alimenti, dalla gestione e recupero di
immobili ecclesiali e non, al turismo
con piccoli ostelli, ad una sala prove,
ad un laboratorio teatrale e musicale
via dicendo. Altri esempi possono
essere trovati nel catalogo dei segni
pubblicato su www.policoro.it
La campagna di ascolto sta
proseguendo?
Sì, e continuerà finchè durerà
il Progetto, perché questo stile è
l’essenza stessa di Policoro. Progetto
Policoro a Pistoia non è già pronto,
va costruito insieme, senza mai
togliere il cartello di Lavori in corso.
Policoro nasce per unire tutte le
esperienze che si occupano di giovani e lavoro, disposte a camminare
insieme.
Abbiamo bisogno del sostegno e
del contributo di tutti per articolare
al meglio l’azione del progetto sul
nostro territorio, un territorio ricco
di risorse e di problematicità restate
per troppo tempo irrisolte e più
o meno volutamente dimenticate.
Sono molti gli enti e le associazioni
che si stanno impegnando sulla frontiera del lavoro con cui dialogare e
progettare.
I giovani come si pongono
rispetto a questo progetto?
E qual è il modo attraverso
il quale possono usufruirne?
Spicca l’attesa e la grande disponibilità che stiamo trovando nelle
persone e nei ragazzi nei confronti
di questo progetto. Ho la sensazione
che i ragazzi avvertano benissimo
che in effetti siamo parlando del loro
futuro: del lavoro che faranno, della
capacità di progettarselo, del perché,
in fin dei conti, si lavora. Progetto
Policoro è un’intuizione, uno slancio,
un’azione coraggiosa e determinata
che punta a rendere i giovani autentici protagonisti del rinnovamento
nel “farsi costruttori di una nuova
società”. Alla presentazione ufficiale
del progetto in diocesi, giovedì 12
gennaio scorso, erano presenti 150
persone, molti giovani. Un segno di
speranza.
SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI TOSCANI
S
La presenza della diocesi
i può sicuramente affermare che erano almeno
un migliaio i cattolici
provenienti da tutte le
diocesi della nostra Regione che
sabato 17 marzo si sono dati appuntamento nella Basilica di San
Lorenzo a Firenze per dare avvio
al percorso che per un anno
occuperà le diocesi toscane fino
alla Settimana sociale del maggio
2013 .
Tra i partecipanti la nostra diocesi ha fatto con onore la sua parte:
sono stati infatti numerosi i pistoiesi intervenuti (era stato addirittura appositamente noleggiato un
pullman) e numerose le presenze
“qualificate” che vi hanno preso
parte .
In un’epoca per lo più contraddistinta da sentimenti di smarrimento, i cattolici toscani, riuniti
intorno ai loro pastori fra cui l’arcivescovo di Firenze e presidente
della Conferenza Episcopale
toscana Giuseppe Betori, hanno
voluto dare una “sveglia” ed un
impulso benefico per rimettere le
nostre comunità in sintonia con
i tempi.
Si è trattato di una bella immagine di Chiesa, di popolo di Dio in
cammino con l’obiettivo di riportare al centro della nostra società
il Vangelo: tutte ottime premesse
per un lavoro utile e non più
rimandabile a servizio dell’intera
Chiesa toscana.
È del tutto evidente l’urgenza di
un percorso di approfondimento
e di riflessione come quello che
si apre per tornare a parlare alle
persone ed a coinvolgerle, perché
è forte la sensazione che le persone non pensino più e non progettino più la loro vita a partire
dai valori fondamentali cristiani.
Non è pensabile poter rispondere
a questo oggettivo dato di fatto
solo con quanto abbiamo fatto
finora e con la partecipazioni ai
riti, altrimenti non si capirebbe la
necessità delle encicliche sociali di
tutti i Papi del secolo precedente
e i pronunciamenti continui del
magistero su queste tematiche
che, solo per fare un esempio, la
Centesimus annus definiscono questa una parte “essenziale” della
vita cristiana.
Addirittura una strumento di
evangelizzazione. “La Dottrina
sociale della Chiesa ha di per
sé il valore di uno strumento di
evangelizzazione: in quanto tale
annuncia Dio e il mistero di salvezza in Cristo ad ogni uomo e,
per la medesima ragione, rivela
l’uomo a se stesso” (Centesimus
Annus 54) All’uomo di oggi che
ha fame, sete, che è senza lavoro,
forestiero, nudo, in carcere non
bastano più i nostri buoni consigli
e le nostre omelie domenicali.
Ed è esattamente su questo che
il nostro operato, come singoli e
come chiesa, sarà giudicato.
Parte dunque con entusiasmo un
percorso atteso da tempo dai laici
che pone al centro un nuovo protagonismo dei cattolici suggerito
da “un’autentica preoccupazione
per il bene comune”: si tratta di
una nuova “creatività pastorale”,
di un Progetto il cui svolgimento i
Vescovi hanno affidato agli Uffici
diocesani di Pastorale sociale, e
alla ristretta segreteria regionale
di cui facciamo parte io ed Edoardo Baroncelli.
La mattinata fiorentina è stata
densa e stimolante per le proposte di riflessioni: monsignor
Arrigo Miglio ha illustrato i temi
delle settimane sociali dei cattolici
italiani soffermandosi sull’attualità
dell’ultima, quella di Reggio Calabria, nel cui solco prende avvio la
nostra della Toscana.
Fra gli interventi è stato molto
apprezzato quello di Giuseppe
Savagnone che a breve saremo in
grado di pubblicarlo integralmente. Un intervento appassionato,
ma equilibrato e soprattutto contraddistinto da un’oggettiva positività che ha davvero “infiammato” l’uditorio, andando alla radice
delle questioni e dicendo alcune
verità sulla attuale situazione della
società e della Chiesa.
È sicuramente inevitabile, vivendo
tutt’ora fasi nuove e ancora molto incerte nella vita del nostro
Paese (e della nostra Regione)
che sta rischiando molto, porsi
con il sereno atteggiamento di
Savagnone anche per quanto
riguarda il ruolo del laicato e
dell’episcopato in politica. È
apparso bello e significativo il
ricordo delle lacrime di Alcide De
Gasperi (che tutti, oggi, onoriamo
come il più grande Statista del
nostro paese) davanti a ingiusti
atteggiamenti dai vertici della
Chiesa, così come “rileggere”
l’epoca migliore della Democrazia
Cristiana anche come “palestra”
di autentica laicità.
Selma Ferrali
Vita
La
Vicofaro
Fism:
incontri per
genitori
e insegnanti
Venerdì 9 marzo presso la chiesa
di Vicofaro la Fism di Pistoia ha
presentato il primo di un ciclo di incontri per genitori e insegnanti dal
titolo Il diritto di essere intelligente.
Come aiutare i nostri figli a studiare
senza stress. La conferenza è stata
tenuta da Mario Conte, psicologo
e chinesiologo educativo, che ha
parlato di come aiutare e accompagnare i bambini nel percorso
scolastico dalla scuola dell’infanzia
fino alla maturità e di come aiutarli a superare lo stress causato
dagli stimoli esterni e dall’ansia di
riuscire.
“Questo ciclo di incontri -spiega
Marie France Salmond, segretaria
provinciale della Fism- si propone
di aiutare le famiglie e gli insegnanti
nel loro duro lavoro quotidiano,
rendendoli consapevoli non solo
delle responsabilità ma anche delle
loro personali capacità e del valore
delle loro fatiche”.
I prossimi incontri verteranno su
Cosa dire ai nostri figli per farci ascoltare e come ascoltarli perché parlino
con noi (23 marzo), e L’importanza
delle regole per educare i figli alla
libertà (18 maggio). Entrambi cominceranno alle 20.30.
Info: 328-6340710.
Quarrata
Processione
del Venerdì
Santo
Il 6 aprile a Quarrata torna la storica processione del Venerdì Santo,
un appuntamento che risale a molti
anni fa e che si ripete ogni tre anni,
alternandosi con Casalguidi e
Montevettolini. Circa settecento
i partecipanti in costume d’epoca,
tutti realizzati con grande attenzione ai particolari. Una trentina
sono i quadri che sfilano, ognuno
con una sua precisa coreografia.
Notevole anche la presenza di cavalli e cavalieri, circa una quarantina.
Confermato il percorso degli ultimi
anni, la Processione di Gesù Morto
partirà e si concluderà presso la
Chiesa di Santa Maria Assunta,
dopo avere toccato via Fiume, a
seguire via Vecchia Fiorentina, via
della Madonna, via Montalbano
due volte, via Torino, toccando nel
tragitto anche le strade immediatamente fuori dal centro.
USMI TOSCANA
Fede e
comunità
interculturali
Il 24 e 25 marzo nel centro comunitario di Casalguidi, si terrà il Convegno regionale “Fede e comunità
interculturali”. Il convegno è rivolto
a: superiore generali e provinciali,
consigli generalizi, delegate diocesane Usmi, superiore di comunità,
maestre di formazione.
INFO: 3497729952
fax 0574.620588 e-mail: segreteria.
[email protected]
25 MARZO 2012
comunità ecclesiale
n. 12
CENTRO MISSIONARIO DIOCESANO
9
Veglia Missionari martiri
“Amando fino alla fine”
S
abato 24 marzo 2012,
presso la parrocchia di
Quarrata, alle ore 21, si
svolgerà la ventesima Veglia di preghiera in ricordo dei missionari martiri nel trentaduesimo
anniversario dell’uccisione di Mons.
Oscar Arnulfo Romero, vescovo di
San Salvador.
E’ un appuntamento importante del cammino quaresimale di
quest’anno a cui tutti sono invitati
a partecipare, in modo particolare
i giovani.
Nel sentire comune il martirio
evoca tempi passati, per non dire
remoti: questa celebrazione ci
ricorda invece come esso sia un
fenomeno estremamente attuale
perché sono numerosi i missionari,
religiosi, religiose ma anche operatori pastorali laici che, nel mondo,
vengono uccisi ogni anno a causa
del loro impegno ad annunciare
Gesù Cristo Morto e Risorto ma
anche a promuovere e difendere i
diritti fondamentali dei più poveri
ed emarginati.
La veglia di preghiera è quindi
l’occasione per ricordarli ma anche,
e soprattutto, per ringraziare Dio
per il dono che continuamente fa
ad ognuno di noi di suscitare nel
cuore di tante persone il desiderio di prendere molto sul serio
il discorso della montagna sulle
Beatitudini (Mt. 5, 3-11): è sbagliato
e fuorviante quindi pensare che l’
uccisione di questi esemplari operatori di giustizia e di pace possa
essere stata causata da ingenuità o
da comportamenti poco prudenti,
in realtà parliamo di persone ben
inserite nei contesti in cui opera-
vano e ben consapevoli dei rischi a
cui andavano incontro. Nella nostra
società, così distratta e secolarizzata, il loro esempio deve perciò
spingerci ad essere testimoni della
speranza che è in noi (I° Pt. 1, 3-4).
Durante la Veglia ci soffermeremo in particolare su tre persone
che incarnano bene le beatitudini
che abbiamo ricordato: Shahbaz
Bhatti, ministro delle minoranze religiose, ucciso in Pakistan il 2 marzo
2011, suor Dorothy Stang, uccisa in
Brasile il 12 febbraio 2005, padre
Fausto Tentorio (nella foto), ucciso
nelle Filippine il 17 ottobre 2011.
Parrocchia di San Paolo
Il Kerigma esperienza
di nuova evangelizzazione
A colloquio con il priore della Fraternità
Apostolica di Gerusalemme
don Giordano Favillini
I
nizierà lunedì 16 aprile presso
la parrocchia di San Paolo, a Pistoia, un ciclo di otto incontri
nei quali saranno presentati i
contenuti essenziali della fede cristiana. Il percorso di questa nuova
esperienza di evangelizzazione, il
Kerigma, proseguirà per otto lunedì
consecutivi, dalle 21,15 fino alle
22,30. A parlarne è don Giordano
Favillini, priore della Fraternità Apostolica di Gerusalemme
Di cosa si tratta e cosa è
il Kerigma?
La parola Kerigma è un parola
greca usata molto nel nuovo testamento che significa “annuncio” della
buona notizia che è Gesù Cristo.
Negli incontri organizzati a San
Paolo, i temi sono già prefissati: esiste un manuale a cui ci si attiene e
sono utilizzati dei canti e preghiere
appositi. Gli incontri peraltro non
contemplano solo la predicazione,
ma prevedono anche momenti di
preghiera e di canto.
In realtà, l’argomento è l’annuncio
di Gesù Cristo: un argomento unico
diviso in otto incontri con lo scopo
di far nascere o risvegliare la fede nel
cuore delle persone che verranno.
Come avviene la preparazione e come vengono invitati
i fedeli a partecipare a questi
incontri?
Si prepara un piccolo invito tipo
un biglietto da visita il quale viene
distribuito durante le celebrazioni
liturgiche, oppure viene consegnato
un mazzetto di inviti ai vari fedeli
della parrocchia, i quali lo distribuiscono a conoscenti e a persone che
ritengono essere bisognose a ricevere l’annuncio della fede. Questo
tipo di iniziativa si rivolge sopratutto
alle persone lontane a quelle che
hanno abbandonato la chiesa dopo
il percorso di catechesi infantile
sono i primi passi per ritornare alla
vita cristiana.
Nelle precedenti esperienze del Kerigma come
è stata la partecipazione;
come hanno riposto le persone a questo annuncio?
Sono diversi anni che facciamo
questo tipo di evangelizzazione e
quasi sempre sono venute molte
persone dalla città e da fuori. Per
tutti è stato l’inizio o la ripresa di
un cammino di fede; molti che oggi
si impegnano in vari gruppi ecclesiali
dicono che hanno iniziato da questo
kerigma. Io ritengo, come priore
e parroco, che questa modalita di
evangelizzazione sia molto valida per
i nostri tempi.
Daniela Raspollini
IV INCONTRO OLIVETANO
Santi, magie, streghe alla
Biblioteca del Centro Monteoliveto
S
abato 10 marzo 2012 la Biblioteca del Centro di Monteoliveto ha organizzato il
quarto incontro olivetano
dell’anno con Carlo Lapucci che ha
parlato del suo libro “Leggende della
terra toscana”.
Lapucci che attualmente è titolare della cattedra di “Cristianesimo e
letteratura contemporanea” presso
la facoltà di teologia dell’Italia centrale, è molto conosciuto nella nostra
città anche perché è stato, per diversi
anni, insegnante di storia e filosofia
presso il prestigioso Liceo Classico
Forteguerri.
Il suo interesse di studioso di
letteratura, linguistica e tradizioni
popolari, si concentra in particolare
nella individuazione delle profonde
radici popolari della cultura italiana.
E’ autore infatti di testi significativi
quali “Fiabe toscane”; “Dizionario di
proverbi italiani”; “Fiabe toscane di
maghi, fate, animali, diavoli e giganti”;
“Teatro popolare minimo” e molti
altri. Dopo l’introduzione del presidente del Centro di Monteoliveto,
Giancarlo Matocci, la presentazione
ufficiale è stata fatta da Giorgio
Petracchi che ha delineato il profilo
scientifico-culturale del relatore
passando poi a porre domande sulle
radici popolari di tanta parte della
cultura legata alla tradizione e ai racconti delle nostre terre. E’ stato così
approfondito il valore della leggenda
che, quando fornisce una spiegazione
dei fatti storici, ha anche una funzione
pedagogica e gnoseologica.
Il termine “leggenda” si comincia
ad usare nel mondo cristiano per indicare una breve narrazione che racconta le gesta o la vita di un santo,“da
leggere” (legenda) in occasione della
sua festa o come lettura spirituale. In
seguito il termine “leggenda” allarga
sempre più il suo significato fino
a comprendervi narrazioni di fatti
portentosi, interventi soprannaturali,
eroismi eccezionali, eventi incredibili.
Così fatti storici, personaggi o luoghi
reali acquistano particolari nobilitanti,
esagerazioni, elaborazioni fantastiche. Vi sono leggende di pittori, di
fantasmi, di briganti, di cavalieri, di
contadini e di qualunque altra figura
della condizione umana.
La fortuna della “leggenda”, soprattutto di quella religiosa, avviene
nel IX secolo con Carlo Magno quando rinasce la cultura e si riscoprono
le memorie del primo cristianesimo.
Il libro presentato è particolarmente interessante anche perché il
materiale leggendario viene posto
nella sua collocazione storica e suddiviso secondo i contenuti trattati.
Nel corso della conferenza Lapucci ha stimolato la curiosità dei
presenti nei confronti delle varie
zone della Toscana ponendo in
evidenza la maggiore ricchezza leggendaria di alcune zone piuttosto
che di altre. Infatti la “leggenda” può
considerasi un modo di pensare e
perché possa sedimentarsi occorre
molto tempo. Così le terre di origine più antica sono ricchissime di
leggende, come ad esempio la città di
Pisa o la antichissima Fiesole, mentre
le terre nate in epoca meno remota
(come Livorno, Empoli, San Giovanni
Valdarno, Firenzuola) sono povere di
materiale.
Non sempre, però, a questa
tradizione folcloristica è stato attribuito il giusto valore, anzi da alcuni
studiosi, come Benedetto Croce, è
stata considerata letteratura minore.
La conferenza è stata vivacizzata con
il racconto di particolari leggende,
in alcuni casi molto divertenti, e
divenute fiabe e racconti che si tramandano in vari luoghi della Toscana
come la fiaba delle “Teste vuote”,
che il relatore ha interpretato con
grande partecipazione divertita del
pubblico. Dalla complessiva illustrazione delle linee e del contenuto
del libro è risultato evidente che
esso rappresenta un testo prezioso
e unico per chi vuole conoscere e
approfondire le leggende toscane,
riportate in numero notevole, trascritte e classificate in modo sistematico secondo una suddivisione
per provincia.
Al termine della relazione ha
fatto seguito un interessante e partecipato dibattito durante il quale
sono state narrate e approfondite
in particolar modo le leggende
dell’area pistoiese e dell’Appennino
Toscano. Lapucci è stato molto
festeggiato da ex colleghi insegnanti
e alunni nonché dal folto pubblico,
che lo hanno seguito con curiosità,
interesse e partecipazione.
Paola Bujani
10 comunità e territorio
LA REAZIONE
commercio
Richiamo
alla sinergia
Braccio
di ferro
fra i
negozianti
Gli esercenti del centro storico
consegnano le
chiavi dei loro
negozi al Comune e
sono pronti alle vie
legali contro il Ccn
del viale Adua
di Patrizio Ceccarelli
«C
onsegneremo le
chiavi dei nostri
negozi al sindaco, perché ormai
siamo arrivati a un punto di non
ritorno». Scoppia la guerra tra i due
centri commerciali naturali di Pistoia,
quello del centro storico e l’ultimo
nato, del viale Adua.
«La sopravvivenza di un comparto che conta quasi mille imprese
con più di duemila lavoratori e un
fatturato di centinaia di milioni di
euro e del suo enorme ruolo sociale
e culturale - spiegano i dirigenti del
Ccn di Pistoia (centro storico) - è
oggi messa seriamente a repentaglio da decisioni affrettate e frutto
di valutazioni senza alcuna visione
strategica».
«Per questo - spiega il presidente
del Ccn di Pistoia, Giuliano Bruni,
che annuncia anche possibili azioni
legali - abbiamo deciso di consegnare
simbolicamente le chiavi dei nostri
negozi al Comune e chiederemo il
ritiro dell’atto che ha istituito un
nuovo Ccn in città».
Pronta la risposta del presidente
del Ccc di viale Adua, Luca Pontenti.
«Incomprensibili, assurde e decisamente fuori luogo. Non trovo
altre parole - dice - per definire
le esternazioni del Ccn del centro
Vita
La
n. 12 25 MARZO 2012
I
storico sulla nascita del Centro
commerciale naturale di Viale Adua.
Come artigiani e commercianti
impegnati da tempo a valorizzare le
nostre imprese e il territorio in cui
operiamo, abbiamo avuto un sussulto
identitario e ci siamo chiesti se siamo
tutti imprenditori oppure no, se tutti
abbiamo pari dignità e, soprattutto,
se le imprese pistoiesi hanno tutte
diritto di sopravvivenza oppure se lo
hanno solo quelle del centro storico.
È avvilente veder ingaggiare battaglie
di campanile proprio da chi dovrebbe
ben sapere che una città si promuove
e si sviluppa nel suo insieme e che
le guerre “di bottega” non portano a
nulla di buono». I commercianti del
centro storico sono alle prese con
problemi ormai annosi, come la mancanza di parcheggi, l’impossibilità per
i clienti di poter raggiungere i punti
vendita, la mancanza di arredi urbani
che qualifichino il centro cittadino e
non ultimo, la crescente criminalità.
Per questo se la prendono anche
con il Comune.
«Siamo delusi di questa amministrazione comunale - aggiunge
Bruni -, che non è riuscita a fare un
piano concertato per il commercio
in quest’area».
«Non ci sono commercianti
di seria A e di serie B», risponde
l’assessore comunale al commercio
Barbara Lucchesi, che invita le attività
a collaborare, e a non vedere nella
nascita di un nuovo Ccn solo una
minaccia, concludendo che «sarebbe più saggio prevedere forme di
collaborazione e integrazione fra i
due soggetti».
ncomprensibili, assurde e
decisamente fuori luogo.
Non trovo altre parole
per definire le esternazioni
del Ccn del centro storico sulla
nascita del Centro commerciale
naturale di Viale Adua.
Come artigiani e commercianti
impegnati da tempo a valorizzare
le nostre imprese e il territorio
in cui operiamo, abbiamo avuto
un sussulto identitario e ci siamo
chiesti se siamo tutti imprenditori oppure no, se tutti abbiamo
pari dignità e, soprattutto, se le
imprese pistoiesi hanno tutte diritto di sopravvivenza oppure se lo hanno solo quelle del centro storico.
È avvilente veder ingaggiare battaglie di campanile proprio da chi dovrebbe ben sapere che una città si promuove e si sviluppa nel suo insieme e
che le guerre “di bottega” non portano a nulla di buono.
Da una parte veniamo chiamati colleghi, ma dall’altra si vuole delegittimare una decisione maturata dall’amministrazione comunale su un comparto importante che fa parte della città e che, se valorizzato, può solo
migliorare le offerte ai cittadini: cittadini che oggi sono liberi di scegliere
dove andare a fare acquisti, esattamente come lo erano ieri.
Invece di sprecare i denari delle casse del centro storico con gli avvocati,
perché i nostri colleghi non prendono la palla al balzo pensando a questo
nuovo Ccn come ad una scommessa di rilancio?
Non voglio entrare nel merito degli interventi dell’amministrazione comunale per il centro storico, ma vorrei ricordare ai colleghi imprenditori,
che lamentano disagi di vario genere, che il viale Adua soffre di problematiche urbanistiche e infrastrutturali che mai sono state affrontate sino
ad ora.
Per quanto riguarda la grande distribuzione, vorrei sottolineare ai colleghi del centro che saremmo noi a doverci lamentare, visto che ce l’abbiamo alla porta accanto e non certo loro. Eppure noi non lo facciamo,
perché crediamo nell’iniziativa imprenditoriale privata, e nella qualità
delle nostre attività.
Da parte nostra, possiamo essere solo felici della nascita del nuovo Ccn
e grati nei confronti di un’amministrazione che ha saputo guardare oltre
gli schemi consueti e che ha avuto a cuore anche la prima periferia.
Vorrei anche ricordare ai colleghi del centro che noi abbiamo iniziato
la procedura di riconoscimento di Ccn anche confortati da una lettera
congiunta delle due associazioni di categoria del commercio, nella quale
dichiaravano che, rappresentando le attività commerciali, non potevano
andare contro la volontà degli imprenditori.
Infine, un invito. Appena svaniti i fumi della rabbia, forse i nostri colleghi
potrebbero contattarci per creare una collaborazione che possa andare
a vantaggio di tutte le imprese e dell’intera città. In altre città lo fanno e
noi siamo disponibili.
Lettera aperta del Segretario di Confartigianato
Le lotte nella città dei Crucci
L
e cronache ci narrano che nella “città
dei crucci” si è verificato un nuovo
preoccupante sussulto di litigiosità.
Pervasi dall’afflatto costante della
divisione e dello scontro, due gruppi mercantili
ben agguerriti si fronteggiano.
Da una parte si evidenziano, Stazio speziale,
Masino cristallere, Cecco beccaio, Griselda
vinattiera, Arnolfo oliandolo, Folgore cerusico,
Ginefra falsettiera, Uguccione trampoliere, insieme a maniscalchi, giullari, cantastorie e tanti
altri.
Dall’altra parte si notano il sarto Guittone,
la vinattiera Griselda, l’acciarino Jacopone, il
fornaio Lapo, il cavadenti Mattia, la correggiaia
Smeraldina, lo scarpellino Bartolo uniti a venditori di granaglie e fave, tintori, scardassieri e
molti altri.
In mezzo alla baruffa la priora Barnaba cerca
di spiegare, di addolcire e di mediare ….. ma
senza successo.
La guerra continua, con parole e opere, con la
minaccia di rivolgersi al Gonfaloniere di Giustizia e addirittura di portare in processione, gli
uni Sant’Atto e gli altri San Biagio.
Monta lo scontro e nobili, servitori, dame e
pellegrini si schierano in modo sgangherato
dall’una o dall’altra parte.
Mentre tutti sperano, per ragioni opposte, che
il nuovo capitano del popolo sistemi ogni cosa.
La singolare tensone non verte su nobili principi, come nella rivolta dei Ciompi, ma semplicemente sulla difesa del territorio mercantile di
riferimento dei due gruppi contendenti.
Mentre si lotta per questo, si perdono di vista
i veri motivi per i quali gli scambi commerciali
diminuiscono, come l’aumento delle decime
o delle gabelle, il popolo sempre più magro, il
lievitare del costo del fieno che fa aumentare
il costo del trapelo e di conseguenza del pane,
dei gallonzoli e di tutta l’altra merce.
Sembra davvero di vivere una buia pagina me-
dievale, ma invece tutto accade in questo marzo 2012 nell’”aspra Pistoia”.
La metafora narrata è forse marginale ma
rappresenta purtroppo l’anima vera della città
e delle sue dinamiche relazionali tra strutture
politiche, sociali, economiche e culturali.
E allora seppelliamo l’afflatto divisorio e riscopriamo un senso di collaborazione, di confronto, di solidarietà.
Lavorariamo per un modello di città policentrica, dove si ricercano sinergie e non scontri,
dove si lavora alla valorizzazione di tutto ciò
che abbiamo salvaquardando specificità e diversità.
E per favore smettiamola di trasferire su falsi
problemi (un centro commerciale in più) la
crisi epocale che stiamo vivendo e i rimedi che
insieme dobbiamo ricercare..
Patrizio Zini
Segretario Conafartigianato
Luca Potenti, presidente del CCN di Viale Adua
Dichiarazione del presidente
del nuovo Ccn
Vita
La
25 MARZO 2012
comunità e territorio
n. 12
UN REGALO D’ARTE
11
“Fusi nello sport”
L
a solidarietà ed il rispetto
dell’altro nella pratica
sportiva sono i temi rappresentati nel bassorilievo – dall’emblematico titolo “Fusi
nello sport” - che è stato donato,
giovedì 15 marzo, dagli studenti
del Liceo Artistico “Policarpo Petrocchi” alla Fondazione Banche di
Pistoia e Vignole per la Cultura e lo
Sport, nel corso di una cerimonia
pubblica.
La scultura in terracotta, realizzata dagli allievi dell’attuale classe
V Aord. dell’istituto pistoiese sotto
la guida di Luigi Russo, raffigura
un gruppo di atleti in movimento,
ciascuno dei quali, nello spirito
dell’opera, benché intento a compiere il proprio gesto sportivo,
sembra, tuttavia, cedere il proprio
spazio nel bassorilievo agli altri
ginnasti, fino a formare con loro un
insieme armonico, ad emblema e
rappresentazione di come il senti-
Gli studenti del Petrocchi donano
un bassorilievo alla Fondazione
Banche di Pistoia e Vignole
di Silvia Mauro
mento di fratellanza debba necessariamente prevalere, nello sport,
sull’agonismo fine a se stesso.
La donazione, nata in segno di
ringraziamento per il contributo
con cui la Fondazione ha reso possibile la sostituzione del vecchio
ed ormai inutilizzabile forno per
la cottura della terracotta con un
nuovo e più efficiente strumento di
lavoro, non è che l’ultimo tassello
di una collaborazione di lungo corso tra l’ente e l’istituto scolastico.
Come hanno ricordato, nel
corso della cerimonia, la preside
Elisabetta Pastacaldi e Luigi Russo,
infatti, fu all’allora Istituto d’Arte
“Petrocchi”, divenuto in seguito
Liceo Artistico, che la Fondazione,
istituendo al momento della propria nascita, nel 2005, un apposito
concorso tra gli studenti, affidò il
compito di creare il logo volto a
rappresentare la propria identità
simbolica.
Con quel gesto – come ha precisato Franco Benesperi, presidente
della Fondazione Banche di Pistoia
e Vignole - l’ente decise di investire
nella creatività e nelle capacità degli
studenti, mettendo in atto, fin da
subito, uno dei suoi principi fondanti e statutari: l’investimento nei giovani e nel loro futuro. Il bassorilievo
troverà ora collocazione presso la
sede della Fondazione.
PREMIO DI NARRATIVA
“Agliana racconta”
P
rorogato fino al 31 marzo
il termine per partecipare alla seconda edizione
del premio di narrativa
“Agliana racconta”. L’iniziativa è organizzata dalla biblioteca comunale
“Angela Marcesini” in collaborazione
con il Lions Club Pistoia Fuorcivitas.
La partecipazione è gratuita e aperta
a tutti, gli elaborati devono avere
come tema centrale o ambientazione
il territorio aglianese con racconti, memorie, vita vissuta e aneddoti.
I dattiloscritti, in duplice copia, di
cui una soltanto recante il nome,
l’indirizzo ed il recapito telefonico
dell’autore, vanno consegnati a mano
o per posta a: biblioteca comunale Angela Marcesini, via Goldoni
snc – 51031 Agliana. Possono essere inviati anche via mail al seguente indirizzo: biblioteca@comune.
agliana.pt.it specificando nell’oggetto
“Premio Agliana racconta”.
Ogni autore può partecipare con
una sola opera, in lingua italiana od in
vernacolo, la cui lunghezza non dovrà
superare le 8 cartelle, considerando
una cartella di 30/32 righe di 60 battute ciascuna. Ai primi tre classificati
verranno assegnati premi in denaro
mentre agli autori segnalati verranno
destinati prodotti tipici aglianesi. La
premiazione si svolgerà in occasione
dei festeggiamenti del prossimo “Giugno aglianese”. Copia del bando
è consultabile e scaricabile sul sito
www.comune.agliana.pt.it.
M.B.
La montagna pistoiese
per
i
malati
di
Sla
Una nuova iniziativa carica di significati
U
na malattia purché limitante possa essere
non può far abbandonare l’idea di vita e
l’attaccamento ad essa.Vediamo sempre
più spesso persone disabili praticare sport
e allo stesso tempo persone malate con la volontà
necessaria affinchè la vita possa essere goduta appieno.
In quest’ultimo caso è di rilievo un’iniziativa dedicata ai
malati di Sla, organizzata dal consorzio turistico Apm
e il Comune di Cutigliano, in collaborazione con Confcommercio, Società della salute pistoiese, Aisla e Piscina “La Coccinella”. L’idea nasce come una forma di opportunità in più, per tutti i malati di Sla e altri soggetti
portatori di handicap, che potranno soggiornare nelle
zone della Montagna pistoiese, grazie ad appositi pacchetti turistici. I periodi di soggiorno sono previsti dal
19 al 26 maggio, dal 9 al 16 giugno, dall’8 al 15 settembre e dal 6 al 13 ottobre. I posti da visitare, per coloro
che aderiranno all’offerta e per i loro accompagnatori,
non mancano ed includono posti di naturale bellezza
quali: la riserva biogenetica di Pian di Novello, l’Orto
botanico (dotato di percorsi accessibili a persone diversamente abili), un viaggio sulla funivia da Cutigliano
alla Doganaccia e una serata all’Osservatorio astronomico. Inoltre vi sarà la possibilità di usufruire della
piscina “La Coccinella” per svolgere esercizi motori, in
aggiunta a trattamenti bio-energetici. La nostra Montagna quindi, spesso dimenticata, alle volte snobbata si
riscopre portatrice di solidarietà e luogo in cui vi sono
ancora molte cose da esplorare.
Matteo Pieracci
Un momento della donazione
URBANISTICA
Nuovo look per la
Galleria Nazionale
S
L’intervento è costato 300mila euro.
Domenica l’inaugurazione ufficiale
i sono conclusi i lavori per
la riqualificazione della Galleria Nazionale, che verrà
inaugurata nella sua nuova
veste domenica 25 marzo. “Restituiamo ad una migliore qualità estetica un’altra parte importante della
città – sottolinea il sindaco Renzo
Berti – che liberata dalle auto può
così tornare alla sua vocazione
originaria di punto di incontro e di
scambio commerciale, in un’area
strategica perché di raccordo tra
la città storica e il nuovo quartiere
San Giorgio”.
L’intervento, il cui costo ammonta a 300mila euro (fondi statali
e comunitari), rientra nell’ambito
del Piano integrato di sviluppo
urbano sostenibile, promosso dalla
Regione Toscana. La parte più significativa del progetto ha riguardato
la zona centrale, la cosiddetta piazzetta, che è stata pedonalizzata in
modo da creare un continuo con
le due ali della galleria con accesso
da via Atto Vannucci e via della Costituzione. Per uniformare le parti
laterali e quella centrale è stata
realizzata anche una copertura
metallica di acciaio. Inoltre è stato
rimesso a nuovo il controsoffitto e
ristrutturato l’impianto elettrico e
di pubblica illuminazione. Il progetto ha inoltre previsto la ripavimentazione in calcestruzzo e anche i
marciapiedi sono stati rifatti. Inoltre
sono stati riposizionati gli spazi di
sosta, compresi quelli riservati ai
diversamente abili. Sui due lati della
nuova copertura sono state sistemate delle panchine e altri elementi
di arredo urbano. Per garantire la
sicurezza in tutta l’area è stato inoltre predisposto un sistema di video
sorveglianza. “Con questo intervento – sottolineano gli assessori Barbara Lucchesi (attività produttive)
e Riccardo Pallini (lavori pubblici) –
abbiamo tutelato e valorizzato uno
dei luoghi storici del commercio di
Pistoia raggiungendo così un altro
obiettivo per recuperare un’area
non solo architettonicamente, ma
anche per salvaguardare la sua vocazione commerciale creando anche nuove possibilità di attrazione
per gli utenti”.
PRESIDENZA E DIREZIONE GENERALE
Largo Treviso, 3 - Pistoia - Tel. 0573.3633
- [email protected] - [email protected]
SEDE PISTOIA
Corso S. Fedi, 25 - Tel 0573 974011 - [email protected]
FILIALI
CHIAZZANO
Via Pratese, 471 (PT) - Tel 0573 93591 - [email protected]
PISTOIA
Via F. D. Guerrazzi, 9 - Tel 0573 3633 - [email protected]
MONTALE
Piazza Giovanni XXIII, 1 - (PT) - Tel 0573 557313 - [email protected]
MONTEMURLO
Via Montales, 511 (PO) - Tel 0574 680830 - [email protected]
SPAZZAVENTO
Via Provinciale Lucchese, 404 (PT) - Tel 0573 570053 - [email protected]
LA COLONNA
Via Amendola, 21 - Pieve a Nievole (PT) - Tel 0572 954610 - [email protected]
PRATO
Via Mozza sul Gorone 1/3 - Tel 0574 461798 - [email protected]
S. AGOSTINO
Via G. Galvani 9/C-D- (PT) - Tel. 0573 935295 - [email protected]
CAMPI BISENZIO
Via Petrarca, 48 - Tel. 055 890196 - [email protected]
BOTTEGONE
Via Magellano, 9 (PT) - Tel. 0573 947126 - [email protected]
12
P
Vita
La
n. 12 25 MARZO 2012
er il 14° anno consecutivo la Banca di Credito
Cooperativo di Vignole
sostiene la formazione
dei giovani del territorio con un bando
per il conferimento di borse di studio.
Il consiglio di amministrazione ha
stanziato 42.600 euro per 77 borse
di studio, da assegnare agli studenti
che conseguiranno a giugno la licenza
media o il diploma superiore con il
massimo dei voti, e ai laureati con
votazione di 110, nel periodo tra il
1/10/2011 e il 30/9/2012.
Il bando è rivolto ai residenti nelle
aree di competenza della Banca di
Vignole e della Banca di Credito Cooperativo della Montagna Pistoiese. Alla
presentazione della domanda presso
gli sportelli delle due banche, i partecipanti - se maggiorenni - dovranno
dimostrare di essere titolari di conto
corrente ed essere soci o aver sottoscritto la domanda a socio; per gli studenti minorenni è sufficiente avere un
deposito a risparmio a loro intestato
ed essere figli di soci (il genitore può
anche sottoscrivere la domanda a socio alla presentazione della richiesta
di borsa di studio).
«L’obiettivo dell’iniziativa è duplice - spiega Giancarlo Gori, presidente
della Bcc di Vignole - promuovere il
cammino dei ragazzi nel loro percorso di studi e nella loro carriera professionale; e rafforzare il legame della
nostra Banca con le nuove generazioni, coinvolgendo le leve più promettenti all’interno della compagine sociale.
Quest’anno abbiamo aumentato la
somma messa a disposizione del progetto e lo abbiamo esteso alle zone
di competenza della Bcc Montagna
BCC VIGNOLE
Bando per 77
borse di studio
In vista della fusione, il concorso è esteso alla
Montagna Pistoiese
Pistoiese, con cui è in atto il processo
di fusione».
Per questo potranno accedere al
bando anche gli studenti di Cutigliano,
San Marcello Pistoiese, Granaglione,
Lizzano in Belvedere, Porretta Terme,
Bagni di Lucca, Fanano, Fiumalbo,
Cantagallo, Abetone, Marliana, Piteglio
e Sambuca Pistoiese, oltre ai ragazzi
dei territori già coperti dai precedenti
bandi: Quarrata, Prato, Pistoia, Montemurlo, Agliana, Montale, Larciano,
Lamporecchio,Vinci, Empoli, Castelfiorentino, San Miniato, Montespertoli,
Montelupo Fiorentino, Cerreto Guidi,
Capraia e Limite,Vaiano, Carmignano,
Poggio a Caiano, Campi Bisenzio, Calenzano e Serravalle Pistoiese.
La consegna delle borse di studio
avverrà entro il 31 dicembre 2012,
nel corso di una cerimonia presso
la Banca di Credito Cooperativo di
Vignole. «E’ un evento che tutti gli anni
riempie il nostro auditorium - afferma
Elio Squillantini, direttore generale Bcc
Vignole -. Per i ragazzi delle scuole
superiori e per i neolaureati essere
premiati dalla nostra Banca costituisce
un’importante gratificazione e anche
una vetrina per farsi conoscere dalle
aziende del territorio, nel momento in
cui i giovani si affacciano al mondo del
lavoro».
Ma andiamo a vedere in dettaglio
l’ammontare dei riconoscimenti per
ciascun ordine e grado. Nel caso le
domande ammissibili fossero superiori
al numero massimo di borse di studio
previste per le singole categorie, il
Consiglio di Amministrazione della
Banca si riserva la facoltà di procedere al sorteggio, per stabilire i vincitori.
Le borse di studio poste a concorso sono n. 77, di cui:
a) 30 da 250 euro per Diplomi di
Licenza media inferiore conseguiti
con votazione di “dieci/decimi”;
b) 25 da 500 euro per Diplomi di
Istruzione secondaria superiore
conseguiti con votazione di “cento/
centesimi”;
c) 20 da 1.000 euro per Lauree Universitarie (specialistica, magistrale
o vecchio ordinamento) conseguite
con votazione di “centodieci/centodecimi”;
d) 2 da 1.300 euro per Lauree Universitarie (specialistica, magistrale
o vecchio ordinamento) conseguite
con votazione di “centodieci/centodecimi”, con tesi sul tema della Cooperazione o sul Credito Cooperativo,
previa insindacabile valutazione
del Consiglio di Amministrazione
della Banca sull’effettiva attinenza
dell’elaborato al tema indicato.
SICUREZZA STRADALE A PISTOIA
“Velo Ok”,
colonnine
contro la velocità
Il progetto è partito in via sperimentale
sulla Bonellina. L’obiettivo
è il calo delle infrazioni del 70 per cento
S
i chiama “Velo Ok” ed
è un nuovo sistema di
contrasto agli eccessi di
velocità. Pistoia è il primo
capoluogo toscano a metterlo in
atto, su un tratto urbano di tre
chilometri, la via Bonellina, che
conduce verso Casalguidi. Una
strada che negli ultimi anni è stata
spesso teatro di gravi incidenti,
perché le macchine, soprattutto
in orario notturno, vi sfrecciano a
velocità che superano anche i 100
km orari, nonostante il limite di 50.
Il sistema si basa sull’installazione a
margine della strada di una serie di
colonnine arancioni, quindi estremamente visibili agli automobilisti,
che possono fungere da semplice
dissuasore oppure, alloggiando al
proprio interno le apparecchiature
di rilevazione della velocità, possono funzionare come un vero e
proprio autovelox. L’automobilista
non può sapere quale colonnina
(in tutto 10) è in funzione in quel
momento, quindi per evitare la
sanzione deve percorrere l’intero tratto alla velocità consentita.
“Abbiamo risposto ad un’esigenza
manifestataci da tempo dagli abitanti della zona”, dice Riccardo Pallini,
assessore al traffico del Comune
di Pistoia, ricordando che “in altre
città (il progetto è ormai diffuso in
250 comuni italiani) questo sistema
ha dato buoni risultati”, con diminuzione fino al 70% delle infrazioni.
Il progetto, dopo una prima fase
sperimentale, prevede una successiva analisi del traffico e dei risultati
raggiunti, oltre ad una contestuale
campagna di comunicazione mirata
alla sensibilizzazione del cittadino
sulle tematiche di sicurezza e controllo. L’obiettivo è di affrontare
a 360° i problemi della sicurezza
stradale, introducendo una serie di
attività tra loro fortemente integrate e metodiche di prevenzione
e controllo realmente efficaci, non
vessatorie e condivise dal cittadino.
P.C.
sport pistoiese
ATLETICA PISTOIA
Master, “Italiani”
alla grande
P
istoia sportiva in evidenza. Stavolta
è toccato ai Master dell’Atletica
Pistoia (nella foto) conquistare eccellenti risultati (6 argenti, 5 bronzi
e numerosi brillanti piazzamenti) ai Campionati Italiani Individuali e di Società Indoor
disputati al Palaindoor di Ancona, nelle Marche. Al sodalizio nostrano, ben supportato
come sempre da Assindustria e ViBanca, ha
portato punti pesanti, tra gli altri, Marco
Bellandi, distintosi nella categoria MM40,
capace di ottenere l’argento nel pentathlon
e il bronzo nel salto in alto individuale. Altro argento è stato assicurato da Roberto Barontini
nei 200 metri MM45, categoria tra le più partecipate e competitive dei giochi: il tutto grazie
alla splendida prestazione di 23”46 che ha annichilito i diretti avversari, tra cui molti ex nazionali. Exploit di rilievo per Mauro Giuntini, categoria MM65, che dopo un buon 5° posto nei
200 metri, ha sbaragliato i rivali sui 400 metri, guadagnandosi un argento in 1’09”61. Positivo
il comportamento della squadra maschile, che ha annoverato 10 atleti presenti a quasi tutte
le gare in programma: soltanto a causa di due forfait dell’ultim’ora, ha dovuto accontentarsi
del 30° posto finale. Questi i nostri rappresentanti: Fausto Bassi, Roberto Barontini, Marco
Bellandi, Massimo Binelli, Carlo Canaccini, Mauro Giuntini, Remo Marchioni, Paolo Melani, Antonio Nencini e Giovanbattista Pollicino. La compagine femminile ha preso parte alla competizione con 9 atlete che sono riuscite a coprire tutte le dodici gare richieste per la classifica
del campionato di società e, grazie anche agli ottimi risultati conseguiti, ha ottenuto il quarto
posto in graduatoria, davanti a club prestigiosi quali l’Atletica Ambrosiana e la SEF Macerata.
Queste le “magnifiche 9”: Cristina Benedetti, Francesca Cammelli, Camilla Chini, Rita Ferri,
Mariacristina Gori, Cristina Mannello, Elena Reali, Elisabetta Tredici e Maura Vignali. Nelle gare
individuali da segnalare i due bronzi di Elena Reali, nei 200 metri e nei 60 ostacoli (ha poi
contribuito al bronzo della staffetta MF40 con Cammelli, Benedetti e Gori). Bell’argento di
Elisabetta Tredici nel salto in alto MF45; brava Maura Vignali, argento nei 60 ostacoli, bronzo
nel lancio del peso (argento nella staffetta MF50 insieme a Ferri, Chini e Tredici).
Gianluca Barni
Calcio - Basket
Tempi Supplementari
di Enzo Cabella
L
a Pistoia sportiva, la Pistoia del
basket, stanno vivendo un sogno.
La squadra di Moretti è prima
in classifica nel campionato di
LegaDue, sta lottando per far rivivere a
tutta la città la promozione nel massimo
campionato italiano di basket. Sono ormai
lontani gli anni in cui Pistoia era la bella
rivelazione del basket nazionale, quando
al vertice della società c’erano i Carrara,
famiglia di abili imprenditori della carta e di
appassionati tifosi della pallacanestro, quando Mario era presidente, personaggio che
resterà sempre legato alla città e a questo
sport, al quale l’amministrazione comunale
ha voluto intitolare il palasport di via Fermi.
Dai trionfi degli Anni Novanta, culminati
con l’ingresso in Europa con la Coppa
Korac, alla scomparsa di società e squadra
nel 1998, dalla difficile rinascita col nome di
Pistoia Basket fino alla bella realtà di oggi.
«Rinascere per vincere» era un bellissimo
titolo che lo sport della neve aveva coniato
per i Giochi Paralimpici di Vancouver 2010.
Quel titolo si potrebbe adattare benissimo al basket pistoiese che in una decina
d’anni è tornato a brillare e far parlare di
sé. Il Pistoia Basket è primo in classifica e
guarda con concreta fiducia all’A1. Le sue
possibilità le ha dimostrate proprio contro
Reggio Emilia, la squadra che era (e forse
lo è ancora) la grande favorita per il salto
in A1. Ciò che hanno fatto i biancorossi di
Moretti, domenica in un palazzetto gremito,
nel quarto tempo di gara è stato eccezionale: sotto nel punteggio nei primi tre tempini,
nell’ultimo è esplosa con la potenza e il
fragore di un vulcano, asfaltando (come si
usa dire) la formazione reggiana, seppellendola sotto una valanga di punti. In visibilio i
quattromila spettatori del nuovo PalaCarrara, ebbri di felicità e liberi di dare sfogo ai
sogni. La giornata dell’intitolazione del palasport a Mario Carrara non poteva avere un
epilogo più bello: siamo certi che la data del
18 marzo 2012 passerà alla storia della città
e dello sport pistoiese. E il sogno continua.
La Pistoiese, pareggiando a Camaiore, ha
dato praticamente l’addio ai playoff, l’unico
traguardo al quale puntava dopo aver fallito
quello della promozione. Bisogna, tuttavia,
dare atto alla società, in particolare al direttore generale Giovannini e all’allenatore
Indiani, di aver fatto un eccellente lavoro.
Quando sono arrivati a Pistoia, la squadra
era ultima in classifica, adesso invece occupa una posizione medio-alta. C’è poi un
altro obiettivo preciso cui la società mira: la
valorizzazione dei giovani ‘under’, che verranno impiegati in numero sempre maggiore per dare a ciascuno la possibilità di dimostrare il proprio valore e gettare le basi
per una conferma nella prossima stagione.
Vita
La
C’
è qualcosa di antico, e
fors’anche di sbagliato, nel metodo con
cui si sta rivoluzionando il mondo delle regole che governano il lavoro in Italia. L’esecutivo
sta “trattando con le parti sociali”,
intendendo con queste soprattutto
la triplice sindacale Cgil-Cisl-Uil, e
Confindustria per la parte datoriale.
Qui sta il vulnus.
Le tre sigle sindacali sono senza
dubbio le più rappresentative in
Italia. Ma altrettanto certamente
rappresentano solo una parte, anzi
una piccola parte del mondo del
lavoro italiano. Stante il fatto che
oltre la metà degli iscritti è pensionata, gli “attivi” della triplice sono
appena qualche milione di lavoratori.
Difficile dire quanti milioni, vista la
difficoltà di avere numeri precisi sul
tesseramento. Ma stiamo dentro le
dita di una mano.
Se poi consideriamo che buona
parte di questi “attivi” viene dal
pubblico impiego, che ha regole di
accesso e di uscita del tutto particolari, sorge il dubbio di quanto Cgil,
Cisl e Uil siano rappresentativi delle
decine di milioni di lavoratori italiani.
Tanto per dire, la riforma riguarderà
soprattutto quella grande fetta di
precarietà – o flessibilità – che ha
scarsissima rappresentanza dentro
il sindacato, e che spesso vede proprio il sindacato come “difensore
degli inclusi”. E il commercio? E
l’agricoltura? E quell’artigianato che
è il motore economico di molte
regioni italiane?
Sì, ci sono anche loro; solo che
la loro opinione pesa un centesimo
di quella dei leader della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici Cgil che
era centrale nel 1969, ma che ora è
centrale solo come peso ideologico.
D’altra parte, Confindustria.
Cioè l’associazione delle mediograndi imprese, non di tutte; con
molte aziende riconducibili allo
Stato (Eni, Enel, Ferrovie...) e senza
Fiat, per dire. Ma non è questo il
punto: la vera questione è che il
tessuto economico italiano è fatto
dalle medio-piccole imprese, anche
se poi l’intero dibattito italiano gira
attorno a qualche stabilimento della
Fiat o a una dichiarazione di Emma
Marcegaglia.
E vogliamo parlare del “popolo
delle partite Iva”? Vogliamo finalmente prendere atto che da almeno due
decenni la grande fabbrica “verticale” si è destrutturata, spalmandosi
orizzontalmente su una produzione
che si integra con un nugolo di
fornitori esterni? Che i grandi stabilimenti sono stati chiusi o ridotti,
e la forza lavoro si è frastagliata in
dipendenti interni, in lavoratori di
aziende collegate (magari con sede
all’estero), in consulenti vari, in figure
più o meno precarie?
Si dirà: fare accordi con tanti
interlocutori diversi diventa impossibile.Vero. Cosa c’è di più ridicolo di
quelle tavolate tra governo e “parti
sociali” con decine di personaggi
coinvolti, come in un matrimonio in
cui si invitano pure parenti lontanissimi e sconosciuti, pur di non rischiare qualche brutta figura formale...
Ma allora si cambi completamente la musica, si smettano questi giri
di valzer di sempre più polverosa
memoria. Il governo avanzi una sua
proposta articolata e completa. Dia
il tempo a tutti gli attori interessati
di fare le loro controdeduzioni: ci
25 MARZO 2012
dall’Italia
n. 12
RIFORMA DEL LAVORO
Qual è il punto?
La trattativa
con i grandi
e la realtà dei piccoli
e dei medi
di Nicola Salvagnin
scuola
Il
nuovo
e
l’antico
Educare nel tempo dei computer e dei social network
di Nicola Salvagnin
S
cuola e tecnologie informatiche. Computer,
internet, social network,
skype: sono realtà più
o meno nuove e nuovissime che
s’interfacciano sempre di più col
meccanismo antico e fascinoso
dell’educazione e della scuola. E in
qualche modo vanno a modificare
equilibri, modalità, relazioni.
Non è detto che il mondo scolastico debba “rincorrere” le novità
tecnologiche. Certo, però, non
può fare a meno di considerarle,
conoscerle e, probabilmente,
“padroneggiarle”, nel senso che
l’ambiente proprio della formazione e dell’educazione, della crescita
di consapevolezza, è proprio sulla
misura della consapevolezza (e
della responsabilità) che si relaziona agli strumenti, alle tecnologie, ai
mezzi di comunicazione.
Detto questo, basta guardare con
attenzione al mondo della scuola
per scoprire ogni giorno sfaccettature e provocazioni nuove proprio sul rapporto con le tecnologie. Così, ad esempio, s’incontra il
fenomeno dei “compiti on line”,
con reti di compagni di scuola che
trovano nuove modalità di studio
insieme grazie alla comunicazione
in tempo reale via Internet. Oppure ci s’imbatte in circolari preoccupate di dirigenti scolastici che
“vietano” gli scambi tra docenti e
allievi su Facebook. O, ancora – ed
è questione potenzialmente più
ampia – ci si ritrova a ripensare la
costruzione e l’utilizzo dei classici
“libri di testo” in chiave elettronica. O la didattica on line, magari a
distanza.
Si potrebbero aggiungere altri
“fronti”, anche molto diversi tra
loro, nei quali però il denomina-
tore comune è la trasformazione
culturale oltre che tecnologica (e
indotta dallo sviluppo tecnologico) avviata nel campo scolastico
ed educativo. La Fondazione
Agnelli nel 2010 segnalava come
il 72,2% degli studenti italiani
possedesse una connessione Internet a casa (e la media europea
è il 71,5%: siamo curiosamente
all’avanguardia). Non solo: il 45,5%
dei quindicenni usa il computer
da quando aveva 10 anni. È la prospettiva dei “nativi digitali”.
Se la tecnologia ha cambiato il
mondo, anche e forse soprattutto
quello dei nostri ragazzi, appare chiaro come la scuola ne sia
fortemente provocata. In ordine,
ad esempio, a una migliore conoscenza tecnica (essere protagonisti del proprio mondo – è una
finalità del percorso educativo
– vuol dire anche conoscere e
usare bene i mezzi a disposizione)
e, dicevamo, soprattutto in ordine
alla consapevolezza e alla padronanza dei mezzi a disposizione.
Facebook promuove o danneggia
la relazione tra allievo e docente?
Ha ragione un preside di preoccuparsi per un livello nuovo e quasi
13
sono associazioni di categoria, lobbisti accreditati, giornali e opinionisti
vari alla bisogna. Faccia sintesi e
porti il pacchetto all’attenzione del
Parlamento, che rimane sovrano
nella decisione e di per se stesso
portatore di svariati interessi.
Altrimenti mettiamo un tema
decisivo per il futuro del Paese nelle
mani di qualche personalismo, di
pochi interessi che fingono di rappresentare tutti gli altri. È così che ci
ritroviamo – unico Paese occidentale
– con una grande precarietà sottopagata, laddove dovrebbe esserci un’intelligente flessibilità maggiormente
retribuita. È così che ci ritroviamo
a discutere di una norma di legge
(il celebre art. 18 dello Statuto dei
lavoratori) creata nella seconda metà
degli anni Sessanta e approvata nel
1970: 42 anni fa.
Riflettete su quanto il mondo
– anche lavorativo – sia cambiato
in questi quattro decenni (informatica, internet, globalizzazione totale,
moneta unica...) e capirete perché
in Italia la parola “progresso” si stia
sempre di più allontanando dall’un
tempo gemello termine “lavoro”.
incontrollabile di comunicazione,
potenzialmente “eversivo” delle
reti codificate? Quanto viene
messa in gioco la “distanza”, ma
anche l’autorevolezza che pure
fanno parte di una relazione educativa in un mondo di comunicazioni virtuali che, per definizione,
abbattono proprio le distanze?
Ruoli diversi, deontologia professionale… quante riflessioni si
potrebbero fare. Tante domande,
cui peraltro sono possibili risposte differenti.
Ecco, sta qui la sfida degli educatori: lasciarsi provocare, scrutare
il nuovo con passione, avendo
a cuore il compito antichissimo
eppure così contemporaneo di
aiutare a crescere i più piccoli,
valorizzando talenti e personalità,
lo sviluppo integrale, la dimensione della ricerca, la capacità di
relazioni autentiche. Nel mondo
reale e virtuale di oggi.
14 dall’italia
Quadro
dell’Italia
che non va
Tra casse di pesce regalate
ai politici e siringhe
sprecate negli ospedali
di Piero Isola
N
ulla di nuovo sotto il sole.
Perché meravigliarsi di
Bari e delle casse di pesce regalate a sindaco e
assessori? Piccoli episodi di un’Italia
che va… a rotoli? No, vedremo che
c’è motivo di ottimismo.
Me lo aveva già detto tempo fa un
vecchio pescatore di Gaeta, che lui in
vita sua aveva sempre trovato aperte
tutte le porte. Il segreto? “Basta
regalare il pesce”, aveva spiegato,
“pesce fresco ovviamente, appena
pescato. Al pesce nessuno resiste.
Più ‘pulito’, meno impegnativo, meno
compromettente del denaro o dei
gioielli, il pesce fresco è il miglior
regalo per farsi amico chiunque.
Ancor più dei vini pregiati, dei salumi
o dei formaggi, dei dolciumi. Una
zuppa o una frittura appena pescata,
bene assortita e ripetuta nel tempo,
magari ogni venerdì, in molti casi
risolve meglio di un assegno”.
E mi aveva raccontato di quando lui,
andato a trovare un noto personaggio politico locale per raccomandargli uno dei propri figli, al termine della raccomandazione aveva buttato sul
piatto la frase: “E poi io di mestiere
faccio il pescatore”. Al che all’uomo
politico erano dapprima brillati gli
occhi, dopo di che si era informato
minuziosamente sul luogo di pesca e
sulla qualità del pescato.A quel punto
era fatta. Zuppa e frittura consegnate
fresche a casa ogni venerdì e le feste
comandate. Uno dopo l’altro il pescatore Gaetano ha messo a posto
i suoi cinque figli.
Che dire? Di primo acchito il consiglio sarebbe: fatevi pescatori. Ma non
vorremmo istigare a questo tipo di
pesca che, tra dilettanti e professionisti, ormai conta in Italia schiere di
seguaci. Semmai passiamo ad altro,
di più pungente, non fosse altro
perché si tratta di siringhe, il cui uso
negli ospedali italiani è decisamente
sproporzionato rispetto a quello che
sembrerebbe suggerito dalle reali
esigenze e dal grado di sopportazione dei pazienti. La statistica viene
da buona fonte, il presidente della
Camera Gianfranco Fini, il quale,
parlando il 17 marzo a Pietrasanta
per la “convention” (adattiamoci
all’anglicismo, con santa pazienza) di
Futuro e Libertà, ha tra le altre cose
svelato che la degenza media negli
ospedali italiani è di 7 giorni e che in
questo lasso di tempo vengono consumate per ogni degente 85 siringhe!
Sembra un po’ troppo. Tanto da far
sospettare che dietro i pluripunzecchiati al limite del sadismo ci sia
in realtà il solito qualcuno che, con
questa scusa, sullo spreco di siringhe
ci guadagna, per dire ci “mangia”, a
spese di Pantalone.
Povera Italia? No, “sarà bellissima”,
secondo l’ottimistico titolo della
“convention” (ci risiamo) di Futuro
e Libertà, dedicata a “un progetto per
l’Italia dei nostri figli”. I quali, c’è da
sperare, in futuro potranno trovare
un posto anche se il padre non fa il
pescatore e saranno punzecchiati un
po’ meno caso mai dovessero finire
in ospedale.
Vita
La
n. 12 25 MARZO 2012
LA PERVERSA COMMISTIONE FRA POLITICA E AFFARI
Una nuova tangentopoli?
I
l fenomeno è di portata
diversa, ma alcuni aspetti dei
recenti scandali relativi alla
perversa commistione tra
politica e affari ricordano molto da
vicino contenuti e modi di quella
che, giusto vent’anni fa, fu etichettata come l’epoca di “Tangentopoli”.
Sarebbe qualunquistico affermare
che nulla è cambiato, nonostante
le inchieste della magistratura, le
condanne e le assoluzioni, gli esiti
in alcuni casi drammatici e la forte
indignazione popolare che montò
quando la pentola del malaffare fu
scoperchiata.
I casi che coinvolgono fra gli
altri Luigi Lusi, parlamentare ed ex
tesoriere della Margherita, il sindaco
di Bari Michele Emiliano, il presidente
dell’Emilia Romagna Vasco Errani, il
presidente del consiglio regionale
lombardo Davide Boni e altri consiglieri regionali della Lombardia si
aggiungono a quelli che – sempre
nei dintorni del Pirellone – nel
recente passato hanno interessato
l’esponente del Pd Filippo Penati,
Massimo Ponzoni e Dario Nicoli
Cristiani (Pdl).
Le spietate (e a volte ciniche)
leggi dell’informazione giornalistica
prevedono che un fatto per diventare notizia debba avere una serie
di caratteristiche, tra cui quella della
novità. In questo senso, i deprecabilissimi casi di eventuale corruzione
o concussione oggi alla ribalta non
rappresentano propriamente delle
news, se non per i nomi delle persone coinvolte. Nonostante questo,
attirano l’attenzione del pubblico sia
perché argomenti di questo genere
suscitano puntualmente la (più che
giustificata) indignazione popolare,
sia perché ci vengono raccontati di
giorno in giorno a puntate, con la
frequente promessa di “imminenti
sviluppi entro le prossime ore” che
“potrebbero coinvolgere altri perso-
H
a fatto e farà molto
discutere la recente
sentenza della Corte
di Cassazione che riconosce tra l’altro il diritto delle
coppie omosessuali alla “vita familiare” e a “vivere liberamente una
condizione di coppia”. Più ancora,
in un passaggio la Corte afferma
che “è stata radicalmente superata la concezione secondo cui la
diversità di sesso dei nubendi è
presupposto indispensabile, per
così dire naturalistico, della stessa
esistenza del matrimonio”.
Proprio questa affermazione –
l’irrilevanza dell’identità sessuale
in ordine al matrimonio – per il
presidente dei giuristi cattolici
Francesco D’Agostino è la vera
novità del pronunciamento della
Corte. Un’affermazione alle cui
origini il giurista individua non
tanto “una nuova consapevolezza
del valore del rapporto di coppia
omosessuale quanto, piuttosto,
una continua e, sembra, inarrestabile perdita di valore dell’essenza
del matrimonio in quanto tale”.
In effetti, qui sta il nodo. In Italia,
certamente – e lo ha ricordato
subito, ad esempio Alberto Gam-
Analogie e differenze
fra le cronache
giornalistiche attuali e
quelle di vent’anni fa
di Marco Deriu
naggi eccellenti”…
Questo tipo di struttura narrativa solletica l’attenzione del pubblico
e aggiunge suspance, proprio come
accadeva vent’anni fa. Allora, però, il
rapporto fra i media e la popolazione
che scopriva il malaffare in tutta la
sua clamorosa portata era più stretto
e più empaticamente coinvolgente. Il
fenomeno era nuovo, nel senso che
fino al 1992 nessuno era riuscito a
far emergere le storture di un intero sistema in cui i perversi legami
fra imprenditoria e politica erano
stati spesso oggetto di maldicenze
e sospetti, ma raramente avevano
avuto un riscontro in sede giudiziaria. E i cittadini, non avendo ancora
a disposizione l’accesso in tempo
reale all’informazione online che oggi
consente di essere sempre in diretta
(anche) con le inchieste giudiziarie,
attendevano il telegiornale della
sera o il quotidiano del mattino per
rispondere al “toto-inquisito” del
giorno (“A chi toccheranno oggi i
nuovi avvisi di garanzia?”).
Quella che allora era una reazione di sorpresa e aveva fatto sperare
in un rinnovamento della politica
dal basso è diventata oggi in larga
parte una sorta di rassegnazione a
un sistema in cui gli affari sporchi o
illeciti non soltanto non sono morti,
ma – anzi – si sono moltiplicati diventando più raffinati e per questo
ancora più “redditizi” in molti casi.
Oltre alla mutata sensibilità
popolare, un’altra grande differenza
fra la copertura mediatica dei casi
di oggi e di quelli di vent’anni fa è la
propensione degli indagati a parlare
in pubblico. Se allora la prima reazione era di nascondersi o negarsi
ai cronisti che incalzavano, lasciando
che a fornire dichiarazioni fossero
eventualmente gli avvocati, oggi molti
protagonisti delle vicende giudiziarie
non perdono un minuto per proclamare ai quattro venti la propria
innocenza, facendosi intervistare da
quotidiani, telegiornali e programmi
di approfondimento o usando le
pagine personali online per fornire
la loro versione difensiva.
L’immediatezza di questa comunicazione, se da un lato è caposaldo
della democrazia mediatica, dall’altro
non sempre contribuisce a far sì
che il cittadino possa farsi un’idea
quanto meno attendibile su come si
sono svolti i fatti e, di conseguenza,
sulle eventuali responsabilità di chi
lo rappresenta (o dovrebbe farlo per
mandato) all’interno delle istituzioni.
Di fronte a fenomeni di questo
genere, è importante cercare di
mantenere la maggiore serenità di
giudizio possibile, prendendosi la
briga di conoscere al meglio i presupposti delle inchieste in corso e non
cadendo nella tentazione di schierarsi a priori fra gli “innocentisti” o fra
i “colpevolisti” come certe testate
indurrebbero a fare.
MATRIMONIO
La strada sbagliata
La Corte di Cassazione sui diritti delle coppie omosessuali
di Alberto Campoleoni
bino, ordinario di Diritto civile
e direttore del dipartimento di
Scienze umane dell’Università
europea di Roma – “Codice civile e Costituzione indicano con
chiarezza che la diversità di sesso
dei coniugi costituisce presupposto indispensabile della famiglia e
che solo a tale forma di unione il
legislatore riconosce tutela e rilevanza giuridica in quanto si tratta
di cellula fondante della nostra
società umana, potenzialmente
orientata alla finalità procreative”.
Fa pensare, tuttavia, il continuo e
reiterato tentativo di indebolire
l’istituto del matrimonio, come inteso dalla Costituzione, tra uomo
e donna. Cosa che va oltre la
questione del riconoscimento di
diritti delle coppie di fatto, anche
omosessuali a “vivere liberamente
una condizione di coppia”
Diversi commentatori hanno ru-
bricato l’affermazione della Corte
di Cassazione sull’irrilevanza
dell’identità sessuale in ordine al
matrimonio come una “opinione
privata” dei giudici, senza effetti
giuridici e che – così ad esempio
Rocco Buttiglione – “avrebbero
fatto meglio a tenere per sé”.
Un’affermazione “apodittica” e
non motivata, tutt’altro che scontata. Un’affermazione sul piano
dell’opinabile, presa magari invece
per oro colato da quanti affermano anche in Italia il superamento
della concezione tradizionale del
matrimonio.
E qui torna la riflessione iniziale
di D’Agostino sulla fragilità della concezione del matrimonio:
“Quanto più viene interpretato
come un’esperienza eticamente
e antropologicamente fragile, e
priva comunque di un grande
spessore sociale, tanto più diventa
facile equiparare al matrimonio
esperienze di rapporto, come
quella omosessuale, che, con il
matrimonio autentico hanno ben
poco a che fare, ma che possono
diventare apparentemente simili al
matrimonio quando il matrimonio
eterosessuale viene progressivamente svuotato di senso, di valore
e di dignità”.
Ritrovare senso, valore e dignità
del matrimonio: sembra questa, allora, la strada da percorrere. Con
una tutela efficace del dettato costituzionale, magari anche con più
politiche di reale sostegno all’istituzione matrimoniale e familiare.
Questo non mette naturalmente
in discussione il rispetto che
sempre è dovuto ad ogni persona,
alle scelte e agli orientamenti che
esprime, ai diritti di cui ciascuno
è naturalmente portatore e che
hanno ricadute nel corpo sociale.
Vita
La
M
anifestazioni,
proteste, occupazioni, scene che non si
erano viste dai tempi della
dissoluzione dell’Unione Sovietica. Da ormai quattro
mesi in Russia si assiste a un
inaspettato risveglio della
società civile, che reclama più
trasparenza e libertà.
I primi dissensi sono apparsi novembre, poco prima
delle elezioni per la Duma,
il Parlamento russo, dove il
partito al potere, Russia Unita,
pur ottenendo la maggioranza ha perso quella assoluta,
segnando un duro colpo per
l’uomo forte del Cremlino,
Vladimir Putin. Che peraltro,
per tutta risposta, non ha
rinunciato ad attuare metodi
autoritari per limitare la diffusione della protesta, né a chiamare in causa le forze esterne
per giustificare le incessanti
manifestazioni nelle piazze e
nelle strade della capitale.
In realtà – secondo gli analisti – al di là dell’effetto contagio da parte della primavera
araba, quanto accade in Russia
deve essere letto in chiave
interna; “importanti crepe
nella struttura del regine”
sono venute alla luce anche
con le elezioni presidenziali
di marzo, che hanno visto
una larga vittoria di Putin, ma
anche un calo dei consensi
rispetto al voto di cinque anni
fa, quando fu eletto presidente
Dimitri Medvedev.
È che nel corso degli ultimi anni è emersa una nuova
classe media nelle grandi città
russe, rilevano gli osservatori,
venuta fuori sul finire dello
scorso decennio, il cosiddetto
‘decennio grasso’, periodo di
continua crescita dell’economia russa grazie agli alti prezzi
“P
rima le
mamme
e i bambini” è il
programma presentato nei
giorni scorsi dall’Organizzazione non governativa (Ong)
“Medici con l’Africa Cuamm”
per garantire l’accesso gratuito al parto sicuro e la cura
del neonato in Africa.Ancora
oggi, infatti, molte mamme e
molti bambini muoiono perché non hanno la possibilità
di avere servizi sanitari adeguati. Don Dante Carraro,
direttore dell’Ong impegnata
nel campo sanitario, illustra
il progetto, il cui costo complessivo è di 5 milioni 456
mila euro e che prende il
via anche grazie al sostegno
delle Fondazioni Cariparo,
Cariverona, Cariplo e della
Compagnia di San Paolo, che
al momento hanno assicurato per la prima annualità 700
mila euro.
Quale obiettivo si pone
il progetto?
“L’obiettivo è quello di aggredire il problema più urgente
che l’Africa subsahariana in
termini sanitari sta vivendo:
l’altissima mortalità materna
25 MARZO 2012
dall’estero
n. 12
RUSSIA
Il futuro è ancora
targato Putin
Da mesi manifestazioni
e proteste della
società civile
per un cambio
di politica
di Angela Carusone
del petrolio: tale benessere
aveva consentito di aumentare
i salari, che in alcuni casi hanno
superato quelli medi europei. Se al momento la nuova,
cosiddetta borghesia non ha
avanzato richieste politiche,
né espresso la volontà di un
maggior coinvolgimento nelle
gestione della cosa pubblica,
la crisi finanziaria cominciata
nel 2009 sembra aver fatto
da catalizzatore all’attuale
attivismo sociale, “in quanto –
scrivono gli studiosi – si teme
che il livello di benessere e il
nuovo stile di vita raggiunto
in precedenza possano essere
compromessi”.
Le motivazioni delle proteste russe – secondo queste
analisi – non appaiono perciò
troppo dissimili da quelle che
hanno alimentato il movimento di Occupy Wall Street a
New York, che pacificamente
denuncia i guasti del capitalismo finanziario, e quello
degli indignados europei, che
contestano il sistema bancario
e auspicano maggiore equità
e più lavoro. “Nell’attuale panorama politico non ci sono
semplicemente alternative
– scrive Serghei Khrushev,
della Brown University –.
Non perché la Russia abbia
intrapreso la via del declino
– spiega – ma perché la democrazia del Cremlino, per
come è strutturata, sembra
dia la opportunità di scegliere
il proprio leader, ma in realtà
non è così”. È un fatto però
che, di fronte a una opposizione che semra riguadagnare
fiato, il nuovo presidente Putin
deve decidere quale politica
adottare, se continuare sulla
strada del personalismo e
dell’autoritarismo, oppure
ascoltare le proteste e aprire
al dialogo. Ora, l’economia
della Russia è strettamente dipendente dalla vendita di gas e
petrolio, e circa il 17 per cento
del prodotto interno lordo del
Paese dipende dall’andamento
di tale mercato, per cui gli
impegni economici presi in
campagna elettorale da Putin
che, a detta degli osservatori,
“talvolta hanno sfiorato il populismo” e che sono stimati in
una spesa sociale di circa 120
miliardi di euro, dipendono
MADRI IN AFRICA
Il parto non sia
un
rischio
Il progetto “Medici Cuamm”
per ridurre le morti di donne e bambini
legata al parto. Infatti, quello
che dovrebbe essere un
momento bellissimo, diventa
spesso causa di morte della
madre, ma anche del neonato.
Quando una mamma perde
la vita al momento del parto,
infatti, nel 95% dei casi muore
anche il bambino. L’obiettivo
del progetto è di raddoppiare
in 5 anni il numero dei parti
assistiti, passando dagli attuali
16.000 a oltre 33.000 l’anno”.
Quali saranno i Paesi
coinvolti e come interverrete?
“L’intervento si realizzerà
in Angola, Etiopia, Uganda e
Tanzania”.
Perché ci sono ancora
tante donne che muoiono di parto in Africa?
“Il motivo più importante
è quello dell’accessibilità
finanziaria. Molte mamme
partoriscono a casa, e purtroppo muoiono, perché non
hanno i mezzi economici per
accedere alla struttura sanitaria. La seconda difficoltà
è l’accessibilità geografica,
perché anche senza dover
pagare il ticket per il parto assistito, vivendo in zone molto
remote, queste mamme non
hanno la possibilità di pagare
il trasporto fino in ospedale”.
Come si supera ciò?
“Prevediamo di fornire i
quattro ospedali di un’ambulanza: le famiglie potranno
avvisare, attraverso il tam tam
locale, la struttura ospedaliera, che invierà l’ambulanza
nelle zone rurali e periferiche
dove vivono le partorienti.
Allo stesso tempo, il progetto
prevede anche la formazione
del personale locale, in modo
che questi parti possano
essere seguiti in 22 centri
sanitari periferici, che vogliamo riattivare e rimettere a
nuovo, perché spesso sono
strutture decadenti. Ogni
ospedale principale si avvarrà
così della collaborazione di
alcune strutture periferiche
dove sarà valutata, caso per
caso, la condizione di salute
delle partorienti. Si deciderà
così se la donna può partorire nel centro periferico o se
c’è la necessità di trasferirla
nell’ospedale principale”.
Ci sono altri problemi?
“Una terza difficoltà è costituita dalle risorse umane:
mancano chirurghi per i parti
cesarei e ostetriche per i
centri periferici. Abbiamo
perciò intenzione di attivare
strettamente dal prezzo degli
idrocarburi. Putin ha inoltre
promesso la liberalizzazione
economica, seppure in modo
graduale, e l’eliminazione della
corruzione ma, secondo molti
analisti, il modello di ‘capitalismo di Stato’ su cui Putin ha
fondato i suoi dodici anni al
potere, e che ha ridato peso
a Mosca sulla scena internazionale dopo i difficili anni
Novanta non verrà abbandonato, e con esso nemmeno
la struttura clientelare che
inibirebbe l’economia russa.
Mentre in politica estera è
indubbio che fin dalla nomina
a primo ministro, nel 1999, Putin ha portato gradualmente
la Russia a giocare un ruolo di
primo piano sulla scena internazionale.“Grazie alle proprie
risorse, in particolare energetiche, che le permettono di
condurre una politica estera
indipendente nell’era della
globalizzazione e della multipolarità – ricorda la studiosa
Tomislava Pankova – Mosca
ha recuperato l’assertività che
le era storicamente propria”,
schierandosi spesso con Pechino a difesa del principio di
sovranità nazionale (come in
Egitto, Libia, Siria) per difendere i regimi autoritari esistenti
dalle ingerenze della comunità
internazionale.
Una politica che è prevedibile Putin proseguirà, anche per solleticare lo spirito
nazionalista che attraversa
una parte consistente della
popolazione russa, accompagnandola sul fronte interno
da parziali concessioni verso
quella classe media che da
consumatori si è trasformata
in cittadini in seguito ai guasti
della crisi. Mantenendo però
saldamente nelle sue mani le
redini del potere.
o continuare a sostenere le
scuole di formazione per
ostetriche locali. Il tutto
per rendere autonomo il
sistema: il nostro obiettivo,
infatti, è che dopo 5 anni
queste strutture camminino
con le loro gambe. D’altra
parte, noi siamo Medici con
l’Africa: quel con identifica il
nostro modo di agire, che
rende protagonisti gli stessi
africani del loro futuro. La
formazione è un tassello
fondamentale del nostro
impegno, ma implica tempi
lunghi, per questo il Cuamm
ha pensato il progetto in un
arco temporale di 5 anni.
Vorrei, infine, fare un appello
a ginecologici, ostetriche,
pediatri: abbiamo bisogno di
persone che rispondano a
questa chiamata e disposti a
donare 2 o 3 anni della loro
vita. In tutta la storia del
Cuamm ci sono stati 1.500
professionisti che si sono
spesi per l’Africa; la media di
permanenza sul campo è di
3 anni e mezzo. Attualmente ci sono un centinaio di
volontari sul campo, ma ne
servono di più”.
15
Dal mondo
Speakage
italiana - Ikea
L’azienda milanese Speakage
di Marco Camisani Calzolari,
approdata a Londra dove si
concentrano sempre più le società del settore digitale, è stata
scelta dalla casa svedese Ikea
per curare la versione on-line
dell’opuscolo-acquisti anche per
i mercati di Olanda e di Svezia.
E’ un catalogo dedicato alle attività commerciali, che raggruppa
e presenta i mobili per ristoranti, alberghi, uffici: alla versione
digitale, ora è unita anche la
stampa su carta. La cosiddetta
business-brochure, nata per il
mercato italiano, è esportata
dunque anche in altri paesi. Speakage annovera fra i suoi clienti
nomi come Microsoft, Ras,
Suzuki, Audi,Yamaha, Mondadori,
banca Sella, Fineco, Genialloyd
e La7, ed offre i propri servizi
all’università Iulm, al comune
di Milano, all’Atm (azienda trasporti pubblici, milanese).
“Guernica”
di Picasso
La nuova pellicola di Carlos
Saura, “33 dias”, si avvarrà della
partecipazione e della interpretazione dell’attore Antonio
Banderas il quale vestirà i panni
del personaggio sul quale è
incentrata la vicenda cinematografica, Pablo Picasso. Il film gira
intorno ai 33 giorni, e su di essi
ha concentrazione, giorni che
contrassegnarono nell’angoscia
la genesi, la nascita del “Guernica”, capolavoro dell’artista spagnolo creato successivamente
all’azione di bombardamento
che rese martire la città di
Guernica nel corso della guerra
civile spagnola e che fu attuata
dalla nazista legione Condor. La
storia, scritta da Elias Querejeta
e Louis-Charles Sirjacq, prodotta da Idem 4 e Cinevedas,
verrà girata in estate a Parigi e a
Guernica; se ne prevede l’uscita
tra la fine del 2012 e l’estate
del 2013.
Giochi
olimpici
Gli atleti musulmani che prenderanno parte alle olimpiadi di
Londra (27 luglio-12 agosto)
paventano disagi a causa della
concomitanza della manifestazione con il mese di Ramadan
(20 luglio-18 agosto), tempo
nel quale il mondo islamico
digiuna dall’alba al tramonto. Il
segretario del comitato olimpico degli Emirati Arabi Uniti,
Ghaffar Hussain, afferma che in
taluni casi è permesso rompere
il digiuno, compensandolo successivamente. Mo Sbihi, atleta
britannico musulmano (canottaggio), intende posticipare
il digiuno per non mettere a
rischio le possibilità di vittoria.
Ci sono atleti che desiderano
consultare le autorità islamiche,
prima dei giochi: il nuotatore
Obaid Al Jasimi giudica che la
sua partecipazione alle olimpiadi
rappresenti una missione per il
suo paese, e che gli sarà consentito digiunare dopo le gare.
16 musica e spettacolo
S’
intitola proprio
come sopra la saporitissima collana di dvd che
“Corriere della sera” manderà in edicola nelle prossime
trentaquattro settimane, una
lunga cavalcata lungo la fortunata e gloriosa storia del
cinema nostrano, presentata
-titolo per titolo- dall’ormai
famoso (o famigerato?) Paolo Mereghetti, curatore del
più venduto e -nonostante
la miriade di imitazioni- più
riuscito dizionario dei film,
che esce in Italia da vent’anni con immutato successo.
Mereghetti è studioso che
meglio riesce a rendere in
forma scritta che non parlata, a parer mio, quindi non
so quanto potranno essere
interessanti queste introduzioni, tuttavia è pur sempre un
critico che, talvolta peccando
di sciatteria, ha avuto il coraggio di stroncare mostri sacri
come Antonioni o Tarkowski,
quando se lo meritavano, e
in questo suo coraggio fuori
dagli schemi usuali merita
comunque rispetto. Diamo
un’occhiata alla tranche dei
primi dieci titoli. Si parte da
“La ciociara”, film tratto da
Moravia, che oggi tutti ricordano per una scena di stupro
talmente realistica da regalare
l’Oscar e molti altri premi a
Sofia Loren, ma l’insieme non
è poi granchè, un film che
certo non manca di tempi
morti; “Le mani sulla città”,
quasi un cine-documentario
sulla speculazione edilizia e
sui palazzinari, che dimostrava
-come spesso nei film di Rosi-
U
n film del blasonato Ferzan
Ozpetek, girato
in Italia e prodotto da Fandango – Faros
Film – Rai Cinema, nel cast
l’astro nascente del cinema
italiano Elio Germano e,
tra gli altri, la prestigiosa
Margherita Buy,Vittoria
Puccini, Platinette e Beppe
Fiorello. Narra la storia di
Pietro, un giovane di 28
anni con belle speranze,
che si trasferisce a Roma,
dalla Sicilia, per l’appunto
con il proposito di coronare il suo sogno di fare
l’attore. Tra un provino e
l’altro, si mantiene sfornando cornetti tutte le
notti. Timido, solitario, ha
con sé l’unica compagnia
confusionaria di sua cugina Maria, apprendista
avvocato dalla vita sentimentale irrequieta. Con lei
divide provvisoriamente
l’appartamento, legati da
un rapporto di amore
ed odio immerso in una
quotidianità che fa scintille.
Pietro si decide dunque a
trovare una casa tutta per
sé: si tratta di un fascinoso
appartamento d’epoca, nel
quale però presto iniziano
a comparire dei particolari inquietanti, segno che
qualcun altro vive nell’appartamento all’insaputa
n. 12
Vita
La
25 MARZO 2012
Una collana di 34 DVD con il “Corriere della sera”
Il grande cinema italiano
cataloga la maggior parte degli
uomini come “quaqquaraquà”.
Infine menzioni per i due
film recenti più decantati e
premiati, “Il divo” e “Gomorra”. Entrambi non riscuotono
totalmente i favori di chi
scrive. “Il divo”, che concede
comunque un Toni ServilloAndreotti più vero del vero, è
film che comincia a far trapelare tristemente le leziosaggini
narcisistiche, sia negli elaboratissimi movimenti di macchina
sia nella narrazione desultoria,
di un autore promettente cui
adesso sono state spalancate
le porte americane con “This
must be the place” -ma il
tanto un’acuta analisi sociale
quanto un apparato narrativo
non sempre oliato al punto
giusto. “Diario di un maestro”
è episodio interessante di
Vittorio De Seta, comunque
meno celebre di “Banditi a
Orgosolo”, che sarebbe forse
stato più attendibile;“Accattone”, opera prima e la migliore del Pasolini regista, film che
nei suoi squarci onirici e nel dolente bianco e nero che
ritrae la vita di borgata non
riuscì comunque a non sco-
raggiare Fellini alla visione
dei primi giornalieri; il maestro
riminese, da parte sua, è presente con “Amarcord”, quarto
suo Oscar, elogiato è vero da
Simenon e altri, ma che nella
sua tendenza al bozzettismo
poco ha a che spartire coi
ritratti ben più profondi dei
film degli anni Cinquanta; il
rivale del grande Federico,
Luchino Visconti, s’inserisce
con “Senso”, coloratissima e
drammaticissima versione di
un omonimo racconto di Boi-
Sorrentino migliore sta tutto
prima.“Gomorra” è di fatto un
documentario crudo e crudele
di una realtà sottodegradata
come quella dei quartieri popolari napoletani dove la malavita imperversa, disturbante
come alcune pagine dell’ormai
beatificato Saviano ma è film
-qualcuno concorderà- che
non racconta nulla di nuovo,
per chi appena appena legge
giornali o guarda un po’ di tv,
quantunque abbiano voluto
spacciarlo a tutti i costi per
un film rivelatore di verità
nascoste. Scomode forse, ma
occulte proprio non direi.
Francesco Sgarano
to (Camillo, non Arrigo), con
tanto di citazione esplicita -in
una sequenza- del “Bacio” di
Hayez. Poi due maestri minori
come Comencini e Damiani:
il primo con un film tratto da
Fruttero e Lucentini, “La donna della domenica”, il secondo
con una sanguigna trasposizione del classico di Sciascia, “Il
giorno della civetta”, con un
Franco Nero brigadiere che
crede nella giustizia e un Lee
J. Cobb nelle indimenticabili
vesti del boss elegante che
CINEMA
Magnifica presenza
Un film di Ferzan Opzetec con Elio Germano
a cura di Leonardo Soldati
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di Pietro. Sono presenze
misteriose, eccentriche,
eleganti e perfettamente
truccate. Si scatenano mille
ipotesi al riguardo, Pietro
fa mille tentativi per sbarazzarsi di questi “ospiti”
non previsti, finché a poco
a poco lo spavento iniziale
lascia il posto alla curiosità
nel giovane attore, si creano emozioni comuni generanti un legame profondo
tra i coinquilini forzati. Con
loro il protagonista finisce
per condividere pensieri,
desideri e segreti, crede in
loro e loro credono in lui
come nessun altro fino allora ha fatto fuori da quella
casa. Una commedia all’italiana da vedere, che sa ben
alternare episodi brillanti a
momenti drammatici.
Direttore responsabile:
Giordano Frosini
STAMPA: Tipografia Artigiana Pistoia
IMPIANTI: Palmieri e Bruschi Pistoia
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N. 8 del 15 Novembre 1949
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n. 12 25 MARZO