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GIOVEDI’ 6 LUGLIO 2006
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4-002
PRESIDENZA DELL’ON. ONYSZKIEWICZ
Vicepresidente
(La seduta inizia alle 10.00)
nostri impegni in materia di aiuti allo sviluppo e, come
sappiamo, nella fase iniziale lo sviluppo comporta una
crescita e non un calo delle migrazioni. Indubbiamente
incrementare gli aiuti non costituisce di per sé una
risposta; è una condizione necessaria, certo, ma non
sufficiente.
4-003
Apertura della seduta
4-004
Presentazione di documenti: vedasi processo verbale
4-006
Sviluppo e migrazione (discussione)
4-007
Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A60210/2006), presentata dall’onorevole Carlotti a nome
della commissione per lo sviluppo, su sviluppo e
migrazione [2005/2244(INI)].
4-008
Marie-Arlette Carlotti (PSE), relatore. – (FR) Signor
Presidente, onorevoli colleghi, in tutto il mondo si
contano 175 milioni di migranti e questa cifra è quasi
triplicata negli ultimi quarant’anni. Il fenomeno non è
nuovo, ma ha assunto proporzioni considerevoli nel
contesto della globalizzazione e soprattutto evoca ormai
alla nostra mente l’immagine di tragedie umanitarie.
Ogni giorno decine e decine di africani sono spinti dalla
povertà e dalla disperazione verso le sponde
settentrionali del Mediterraneo o sulle coste delle
Canarie, e l’unica risposta degli Stati europei consiste
nel rafforzare i controlli e nell’aumentare il numero delle
pattuglie; di conseguenza, coloro che cercano di
abbandonare il proprio paese corrono rischi sempre più
gravi.
Questa politica migratoria dell’Unione si fonda su
un’illusione, quella di realizzare frontiere a tenuta
stagna; ne deriva quindi una visione improntata
innanzitutto alla difesa e alla sicurezza, che fa gravare
tutta la responsabilità sugli Stati del sud del mondo.
Anche il Vertice euro-africano che si terrà il 10 luglio
prossimo a Rabat affronterà certamente la questione
mirando alla repressione e al controllo delle frontiere, e
ancora una volta non riusciremo a sentire la voce
dell’Africa. Questa visione unilaterale ed egoista viene
ormai ripresa nei discorsi e nelle politiche di
“migrazione scelta” che fanno furore in Europa.
Immigrazione “scelta” dal punto di vista del nord, ma
sempre più “subita” dal sud; d’ora innanzi deve quindi
prevalere in Europa una logica diversa. Questo è lo
spirito della mia relazione. Ed è a questa dinamica che
voglio ispirarmi per proporre un nuovo approccio e
nuovi strumenti, e per fare della migrazione una leva di
sviluppo.
Per prima cosa dobbiamo sfruttare meglio gli strumenti
già esistenti, ma soprattutto dobbiamo tener fede ai
Ritengo quindi opportuno riconsiderare con attenzione il
programma AENEAS per riorientarlo unicamente allo
sviluppo, come il suo successore che sarà operativo nel
2007 – ma la data è ancora lontana! Oggi questo
programma è utilizzato soprattutto per azioni di
protezione delle frontiere a nord. Nel 2005, per esempio,
soltanto sette dei trentanove progetti finanziati
riguardavano i paesi del sud. Inoltre, se si dovesse
realizzare un unico strumento finanziario nuovo,
bisognerebbe creare un fondo di garanzia per assicurare
la continuità dei microprogetti nei paesi poveri.
L’Unione europea deve comunque agire là dove si
trovano i migranti, nei luoghi da cui ha inizio la
migrazione. E’ facile in effetti orientare la nostra azione
alle principali zone di immigrazione, che sono spesso le
regioni più povere, e finanziare, con un sostegno di
bilancio mirato, l’installazione di infrastrutture: acqua
potabile, elettricità, strade, centri di assistenza sanitaria e
scuole, per scongiurare la fuga delle popolazioni più
povere dai luoghi di origine.
E’ altrettanto facile individuare i poli migratori, li
conosciamo bene. Si tratta di Stati o grandi città dotati di
mezzi di trasporto e vie di comunicazione moderne, che
offrono punti di accoglienza e di partenza verso le grandi
rotte migratorie, dirette per esempio dal Sahel verso il
nord. Una volta individuati tali elementi, potremo
sviluppare, più di quanto non si faccia oggi, azioni
miranti a sostenere le popolazioni – in particolare i
soggetti più vulnerabili, ossia donne e bambini –
affinché possano acquisire una propria autonomia e
realizzarsi attraverso strade diverse dalla mobilità. Si
potrebbe altresì realizzare un programma informativo su
queste zone rivolto ai migranti.
A mio parere l’Europa dovrà anche puntare sul
potenziale contributo che le comunità di migranti nei
paesi ricchi possono recare allo sviluppo dei loro paesi
d’origine. Credo che questa sia una strada promettente,
in grado di trasformare i migranti, in nome della
solidarietà e dell’aiuto reciproco, in operatori di
sviluppo. E’ ciò che viene definito cosviluppo. In tale
prospettiva, è necessario favorire il trasferimento di
fondi verso i paesi d’origine, renderli più trasparenti e
meno costosi, e infine studiare un nuovo prodotto
finanziario che potrebbe assumere la forma di un “piano
di risparmio per lo sviluppo”.
L’Unione, ma soprattutto i suoi Stati membri, devono
realizzare politiche innovative come il pagamento dei
differenziali retributivi ai migranti che desiderino
tornare nel paese d’origine, o sistemi di doppia sede per
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ricercatori o medici, nel quadro di partenariati
istituzionali tra istituti di ricerca, università e ospedali.
E’ altresì necessario incoraggiare la migrazione
circolare, mediante la quale i migranti si spostino
periodicamente fra il loro paese d’origine e quello di
destinazione – naturalmente in cooperazione con i paesi
d’origine – sistematizzando il trasferimento delle
prestazioni
sociali.
Credo
che
tali
misure
consentirebbero di sostituire l’attuale fuga di cervelli con
una circolazione di cervelli. E’ noto a tutti che, per
numerosi paesi del sud del mondo, la migrazione
comporta la partenza dei cittadini più istruiti e più
intraprendenti; questo è un vero dramma per i paesi
poveri, nella misura in cui tale fenomeno riguarda spesso
settori essenziali come la sanità e l’istruzione. Da questo
punto di vista, constato con piacere che la Commissione
ha avanzato proposte che tengono conto di questi fattori
importanti.
Complessivamente comunque auspico che l’Europa muti
radicalmente mentalità e sostenga con decisione la sua
mentalità rinnovata. In tal senso avremo un’occasione a
settembre quando, per la prima volta, l’ONU affronterà
la questione della migrazione e dello sviluppo.
Ringrazio i colleghi che mi hanno
nell’elaborazione della mia relazione.
sostenuta
4-009
Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR)
Signor Presidente, onorevole relatrice, onorevoli
deputati, vorrei congratularmi con la commissione per lo
sviluppo, e in particolare con l’onorevole Carlotti, per il
lavoro svolto.
Posso garantire che la Commissione considera con
estrema attenzione la questione, estremamente attuale,
dei rapporti tra immigrazione e sviluppo e posso altresì
garantire che la Commissione terrà conto dei vostri
suggerimenti. La relazione affronta, in maniera
estremamente dettagliata, un’ampia gamma di
argomenti. Per mancanza di tempo, dovrò
necessariamente concentrarmi su due serie di questioni
veramente importanti.
La prima riguarda la coerenza dell’azione comunitaria.
Vorrei farvi notare che, per la prima volta, la
Commissione ha stabilito un chiaro nesso tra migrazione
e sviluppo. Essa ha voluto dare una prova del valore
aggiunto che può derivare dal miglioramento delle
interazioni tra fenomeni migratori e sviluppo. Tale
interazione, come osserva giustamente la vostra
relazione, ha due dimensioni.
Da una parte, la politica di sviluppo può esercitare
un’influenza importante sui flussi migratori. L’anno
scorso l’Unione europea ha ricordato con forza il proprio
impegno a favore di un’ambiziosa politica di sviluppo,
che miri a promuovere lo sviluppo economico e sociale e
una governance efficace. Tale politica può anche
aiutarci ad affrontare le cause profonde della
migrazione. Si tratta evidentemente di un lavoro di
ampio respiro, e non possiamo quindi attenderci risultati
nel breve termine. Ho notato d’altronde che la relazione
contiene alcuni suggerimenti interessanti in questo
campo, e ne esamineremo quindi un certo numero con
attenzione.
La
Commissione
provvede
già
all’inserimento dei problemi relativi alle migrazioni nei
documenti strategici dei singoli paesi.
D’altra parte, alcuni fenomeni legati alle migrazioni
possono contribuire efficacemente allo sviluppo dei
paesi d’origine, come ha dimostrato l’anno scorso la
Commissione nella sua comunicazione su immigrazione
e sviluppo. Questo documento propone alcuni
orientamenti che possono essere resi operativi nei nostri
rapporti con i paesi d’origine interessati, e che possono
beneficiare di un sostegno finanziario da parte della
Comunità.
Mi compiaccio in particolare per la vostra
raccomandazione in materia di cosviluppo, che è
ugualmente oggetto di riflessioni da parte della
Commissione. Come si afferma nella relazione:
“L’obiettivo prioritario deve essere favorire la
“circolazione” dei cervelli per compensare l’impatto
negativo della “fuga”. Uno dei metodi più promettenti in
tal senso è quello delle “doppie poltrone”, per consentire
a ricercatori, insegnanti e personale medico-sanitario dei
paesi del sud di dedicare a un istituto nel paese d’origine
la metà del loro tempo”. Si tratta, a mio parere, di una
raccomandazione
interessante,
un
importante
suggerimento sul modo di coinvolgere le diaspore nello
sviluppo dei paesi d’origine.
La relazione dell’onorevole Carlotti offre, in questo
campo, un autentico valore aggiunto. La posizione della
relazione è chiara: un ampio sostegno all’esperienza del
cosviluppo. In questo ambito la Commissione ha
un’esperienza limitata, e sono senz’altro disposto ad
alimentare la riflessione della Commissione con le
esperienze e gli esempi di migliori prassi sviluppate da
alcuni Stati membri.
La relazione propone di creare due fondi, come si legge
nella raccomandazione n. 15, il primo volto a finanziare
il cosviluppo, il secondo dedicato a un meccanismo di
garanzia per assicurare la continuità dei microprogetti.
Se ho capito bene, voi intendereste creare questi fondi
nell’ambito delle nuove strategie tematiche sulla
migrazione. Da parte mia sarei favorevole a realizzare
due capitoli di questo tipo nell’ambito del programma
tematico. Comunque ne devo ancora discutere con i miei
colleghi, i Commissari Frattini e Ferrero-Waldner.
Consentitemi inoltre, a nome della Commissione, di
ringraziarvi, giacché la relazione accoglie gran parte
degli orientamenti contenuti nella comunicazione della
Commissione su migrazione e sviluppo: le rimesse dei
migranti, il ruolo delle diaspore come agenti di sviluppo
dei paesi d’origine nonché la promozione della
migrazione circolare e di altre forme di “circolazione”
dei cervelli. Vorrei inoltre precisare che le azioni
previste dalla Commissione in questo campo si
svolgeranno soltanto nel pieno rispetto del principio di
06/07/2006
impegno volontario dei migranti e del carattere
autonomo di tale impegno. Nello stesso ordine di idee, è
evidente che le rimesse dei migranti non possono essere
considerate un sostituto degli aiuti pubblici allo
sviluppo, che rimangono più necessari che mai e che
l’Unione europea si è fermamente impegnata ad
aumentare.
Infine vorrei confermare l’importanza che la
Commissione attribuisce alle politiche volte a
compensare gli effetti di quella che viene definita “fuga
dei cervelli”. A questo proposito, desidero ricordare che
la Commissione, nel dicembre scorso, ha adottato una
comunicazione sulla crisi delle risorse umane nel settore
sanitario nei paesi in via di sviluppo. Anche questo
documento contiene orientamenti estremamente precisi e
concreti.
La Commissione si è data un programma di lavoro
estremamente ambizioso, che intende realizzare in
stretto coordinamento con gli Stati membri, alcuni dei
quali hanno proposto a loro volta iniziative originali.
Tutte queste iniziative si fanno, o si faranno, ovviamente
nell’ambito di un partenariato con i paesi d’origine.
La seconda serie di questioni che vorrei brevemente
affrontare con voi – e certo non ne sarete sorpresi – è la
posizione estremamente particolare che l’Africa occupa
in queste riflessioni. E’ un punto che emerge con
estrema chiarezza dalla vostra relazione. Problematiche
come la fuga di cervelli, l’elevato costo delle rimesse o
la debolezza delle infrastrutture finanziarie locali hanno
una rilevanza del tutto particolare nell’Africa
subsahariana. E’ forse in questo campo che il
coinvolgimento delle diaspore, a patto di soddisfare
alcune condizioni, sarebbe l’elemento che più potrebbe
fare la differenza.
Nelle sue conclusioni dello scorso dicembre, il Consiglio
europeo ha chiaramente indicato che l’ottimizzazione
del nesso tra migrazione e sviluppo, nelle due
dimensioni complementari che ho appena evocato, deve
occupare un posto importante nel partenariato che
stiamo realizzando con l’Africa in materia di
migrazione, e questo a tutti i livelli di discussione. Così,
il nesso tra migrazione e sviluppo è al centro dell’ordine
del giorno del Vertice di Rabat che, la settimana
prossima, riunirà rappresentanti dell’Europa, del
Maghreb e dei paesi dell’Africa centrale e occidentale
per discutere il problema della migrazione.
Il nesso tra migrazione e sviluppo rappresenta inoltre
uno degli elementi principali del dialogo che la
Commissione sta impostando con alcuni paesi
dell’Africa subsahariana sulla base dell’articolo 13
dell’accordo di Cotonou. La Commissione ritiene che
queste discussioni siano un’occasione per avviare un
dialogo sul sostegno concreto che la Comunità potrà
offrire ai suoi partner africani affinché questi possano
assicurare una migliore gestione dei flussi migratori, e in
particolare trarre vantaggio dal nesso tra migrazione e
sviluppo. Infine, questo nesso è anche al centro del
dialogo che abbiamo con l’Unione africana; tutto ciò
7
dovrebbe sfociare in una conferenza ministeriale che
riunirà rappresentanti dell’Unione europea e di tutta
l’Africa.
Moltiplicando i canali di comunicazione, la
Commissione cerca di sviluppare con l’Africa quello che
noi desideriamo rappresenti un partenariato esemplare
nel settore della migrazione. Indubbiamente l’Unione
europea può offrire un contributo importante al dialogo
ad alto livello su migrazione e sviluppo che le Nazioni
Unite organizzeranno a New York nel mese di
settembre. Tra qualche giorno, la Commissione adotterà
una comunicazione che costituirà il suo contributo
scritto a tale manifestazione.
4-010
Ioannis Kasoulides (PPE-DE), relatore per parere
della commissione per gli affari esteri. – (EN) Signor
Presidente, innanzi tutto desidero ringraziare l’onorevole
Carlotti. Mi congratulo con lei per la relazione e la
ringrazio per aver accolto il parere della commissione
per gli affari esteri, per conto della quale intervengo
quest’oggi, in particolare notando che il nesso tra
immigrazione e sviluppo rappresenta una parte
integrante dell’agenda di politica estera dell’Unione
europea. E’ così dall’avvio del processo di Barcellona, e
la situazione si ripropone anche in tutte le altre questioni
attinenti ai nostri rapporti con i paesi di origine e di
transito. E’ molto importante affrontare il problema
dell’immigrazione, e gestire i flussi migratori con la
comprensione e la cooperazione dei paesi di origine e di
transito.
Come ha dichiarato il vice Segretario generale delle
Nazioni Unite, in tutto il mondo le rimesse verso i paesi
in via di sviluppo ammontano a 232 miliardi di dollari
all’anno, ossia il doppio degli aiuti che i paesi in via di
sviluppo ricevono da qualunque altra fonte. Per questo è
importante favorire le rimesse e la migrazione circolare,
guadagnando la fiducia dei paesi con i quali intendiamo
cooperare. Non vogliamo affatto promuovere la fuga dei
cervelli che suscita in loro una così forte inquietudine;
né intendiamo parlare solo di immigrazione clandestina.
Sappiamo però come beneficiare dell’immigrazione, in
considerazione dell’invecchiamento della nostra
popolazione e delle necessità cui dovremo far fronte.
Concluderò dicendo che riordinando l’assetto delle
istituzioni finanziarie, sia per quanto riguarda l’invio che
il ricevimento di fondi, potremo anche affrontare il
problema dei finanziamenti alle organizzazioni
terroristiche che si presume avvenga attraverso enti di
beneficenza e organizzazioni simili in Europa.
4-011
Ona Juknevičienė (ALDE), relatore per parere della
commissione per l’occupazione e gli affari sociali. –
(LT) Desidero ringraziare l’onorevole Carlotti che ha
redatto questa relazione, e i colleghi che hanno
contribuito a stilare il parere della nostra commissione.
Sono già intervenuta sulla questione ieri sera, ma ho
tralasciato un punto importante: il problema dei migranti
qualificati ossia della fuga dei cervelli, cioè un fattore
8
che può esercitare un impatto negativo sullo sviluppo di
un paese. Non credo comunque che sia necessario
arrestare questo processo, ma piuttosto far sì che esso
generi benefici reciproci. A mio avviso, è essenziale
introdurre una procedura di riconoscimento delle
qualifiche estremamente semplice, nonché un
equivalente della carta verde statunitense, che
favorirebbe la migrazione circolare. Dobbiamo
ammettere che, senza adeguate condizioni di
integrazione, la migrazione è dannosa per entrambe le
parti.
Onorevoli colleghi, ieri la nazionale francese ha vinto –
mi congratulo con i francesi e mi compiaccio soprattutto
del fatto che l’onore della Francia è stato difeso, in larga
misura, da giocatori migranti o figli di migranti. Adesso
essi sono cittadini francesi: abbiamo davanti a noi un
esempio perfetto di integrazione. Congratulazioni.
4-012
Feleknas Uca (GUE/NGL), relatore per parere della
commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di
genere. – (DE) Signor Presidente, vorrei porgere i miei
più sentiti ringraziamenti all’onorevole Carlotti per la
sua eccellente relazione che gode del mio incondizionato
sostegno.
Il fenomeno delle migrazioni è vecchio come il genere
umano. Da tempo immemorabile ci muoviamo alla
ricerca di un luogo di cui fare la nostra casa, alla ricerca
di sicurezza e di pace. Alcuni lasciano volontariamente
la propria patria, ma nella maggior parte dei casi si tratta
di uomini, donne e bambini che cercano di sottrarsi alla
violenza, alla fame, alla povertà e alle persecuzioni. La
povertà è una forza possente che spinge le masse umane
a spostarsi. Possiamo circondare l’Europa di mura, ma
queste non basteranno a fermare coloro che cercano una
vita migliore lontano da casa.
Secondo le Nazioni Unite, in tutto il mondo si contano
circa 191 milioni di migranti, metà dei quali sono donne.
Le donne migranti e profughe corrono il grave rischio di
diventare vittime di violenza e sfruttamento sessuale. E’
soprattutto in una prospettiva di genere che dobbiamo
analizzare le correlazioni tra migrazione e traffico di
esseri umani. Nell’ambito dei fondi di garanzia per
microprogetti che riguardino i migranti, è opportuno
rivolgere
particolare
attenzione
ai
progetti
specificamente mirati al genere.
Mi chiedo come si possa essere orgogliosi di un’Unione
europea in cui le donne che sono fuggite dal loro paese
per sottrarsi alla povertà e alla violenza diventano
vittime di discriminazione e sfruttamento. I migranti
recano un enorme contributo allo sviluppo della loro
patria; ogni anno infatti le banche trasferiscono 150
miliardi di euro, ossia il triplo degli aiuti allo sviluppo
offerti a livello mondiale. Inoltre, altri 300 miliardi
arrivano attraverso canali diversi. A questo proposito,
chiedo maggiore trasparenza e aiuti per i trasferimenti
finanziari nei paesi d’origine.
06/07/2006
Nel mese di settembre, per la prima volta, le Nazioni
Unite cercheranno di affrontare il tema “migrazione e
sviluppo” nell’ambito di un dialogo ad alto livello.
Attraverso la propria delegazione, il Parlamento europeo
dovrà dimostrare che questa crisi silenziosa dei diritti
umani, come è stata definita da Kofi Annan, è un’onta
che ricade su tutti noi e che vogliamo batterci per
assicurare giustizia ai migranti e ai profughi.
4-013
Fernando Fernández Martín, a nome del gruppo PPEDE. – (ES) Signor Presidente, vorrei ringraziare
l’onorevole Carlotti per l’ottima collaborazione che ci ha
offerto nel corso delle discussioni sui numerosi
emendamenti che consentiranno al PPE di appoggiare
questa relazione.
E’ ormai molto tempo che discutiamo la questione –
anche il Commissario oggi ci ha ricordato che ce ne
siamo ripetutamente occupati – e tuttavia i risultati
raggiunti finora sono piuttosto scarsi. Questo è un
esempio evidente della paralisi che ci affligge e illustra
chiaramente il momento che la politica europea
attraversa in relazione a uno dei nostri più gravi
problemi.
Il Consiglio non è riuscito a raggiungere una posizione
comune, né sembra che stia per farlo, mentre ogni Stato
membro adotta misure unilaterali, spesso contraddittorie,
e poi chiede aiuto al Consiglio, come se il Consiglio non
c’entrasse per nulla.
Come ha dichiarato quindici giorni fa a Vienna il
Commissario qui presente, la Commissione fa quello che
può, ma questa è una competenza degli Stati membri;
egli ha indubbiamente ragione. Inoltre, oggi manca un
bilancio operativo sufficiente; lavoriamo infatti sulla
base della proroga di una condizione che è venuta meno
già da un anno. Nel frattempo, migliaia di immigrati
irregolari attraversano le nostre frontiere e in alcuni
paesi questo avviene giornalmente.
Come risulta evidente dalla relazione Carlotti, non ci
sono dubbi sul fatto che possiamo fare molto. Le rimesse
degli immigrati sono il triplo – non il doppio, come è
stato dichiarato – del volume totale degli aiuti ufficiali
allo sviluppo in tutto il mondo; tuttavia, questi
investimenti
non
rappresentano
un
reddito
economicamente produttivo nei paesi d’origine.
Nella maggioranza dei casi l’accordo di Cotonou si
applica poco, o non si applica affatto. L’articolo 42 del
Trattato dell’Unione europea consentirebbe di adottare
misure di lotta contro il traffico di esseri umani; dopo tre
anni la Commissione ci ha informato, quindici giorni fa
a Vienna, che sta valutando la questione e che in futuro
presenterà alcune proposte.
Potrei fornire altri esempi, ma ritengo che questi siano
sufficienti. Credo che sia giunto il momento di agire e di
riservare le dichiarazioni di intenti al futuro e a questioni
meno gravi.
4-014
06/07/2006
Margrietus van den Berg, a nome del gruppo PSE. –
(NL) Signor Presidente, le migrazioni sono un fenomeno
di dimensioni internazionali. L’Europa si occupa di visti,
pattugliamento delle coste, politica doganale, lotta al
traffico di esseri umani, politica del mercato del lavoro e
integrazione: questo, a grandi linee, è l’obiettivo
dell’azione condotta dal Commissario Frattini mediante
il programma AENEAS. A nostro avviso, le misure
adottate in materia di sicurezza, che sono spesso
antiimmigranti o comunque volte a ridurre
l’immigrazione, devono essere finanziate con un
bilancio specifico e autonomo, e non a spese dei fondi
per lo sviluppo.
La nostra principale preoccupazione oggi riguarda l’altra
faccia della medaglia, ovvero gli aspetti della
migrazione legati allo sviluppo: migrazione da una zona
all’altra del sud del mondo, migrazione come causa di
sottosviluppo e instabilità. I temi in discussione sono
l’istruzione, l’assistenza sanitaria, e le ottime proposte di
natura pratica dell’onorevole Carlotti; i migranti che
sono spinti a fuggire da un paese a un altro, e quelli che
sono profughi nel loro stesso paese, l’Ufficio umanitario
della Comunità europea, il coordinamento dell’UNCHR,
le organizzazioni non governative, le organizzazioni
regionali, la necessità di impedire le persecuzioni o
l’isolamento dei gruppi etnici, in Asia, in America latina
o in Africa; lo sradicamento delle popolazioni e i gruppi
più vulnerabili, tra cui emergono soprattutto le donne e i
bambini.
9
La storia delle migrazioni, soprattutto delle migrazioni
di natura economica, comincia più di tre secoli fa. Ma
oggi i paesi del mondo industrializzato incoraggiano
l’immigrazione della forza lavoro qualificata dai paesi in
via di sviluppo, cercando così di risolvere, a spese dei
paesi
terzi,
il
problema
dell’invecchiamento
demografico e della carenza di manodopera nei nostri
paesi. Speriamo di poter soddisfare la prevista domanda
di manodopera del futuro non favorendo più
intensamente le innovazioni – uno dei principali
strumenti per accrescere la produttività – ma attraverso
la migrazione.
Da una parte l’Unione europea sostiene la crescita della
forza lavoro qualificata nei paesi in via di sviluppo
dando vita a una politica per lo sviluppo e offrendo a
questi paesi più del 55 per cento degli aiuti mondiali.
Dall’altra però essa cerca di attirare i lavoratori più
qualificati per risolvere i propri problemi economici;
molto spesso questi lavoratori hanno acquisito le proprie
qualifiche in Europa o con fondi dell’Unione europea.
Parte dei fondi dell’UE stanziati a favore degli aiuti allo
sviluppo viene quindi utilizzata per finanziare il mercato
del lavoro della stessa Unione europea. I migranti
mantengono le proprie famiglie con il denaro
guadagnato nell’UE, ma il loro contributo allo sviluppo
dei paesi d’origine sarebbe assai maggiore se essi
lavorassero e generassero ricchezza nei propri paesi e
non all’estero.
Il Commissario ha affermato giustamente che questi
temi si inseriscono benissimo nella politica per lo
sviluppo, trattandosi degli elementi tipici su cui si
riversano gli aiuti ufficiali allo sviluppo, ma tutto ciò che
ha a che fare con la politica in materia di migrazione,
nell’interesse – peraltro del tutto legittimo – dell’Europa
a una gestione sicura ed efficiente di tale politica, va ben
oltre gli aiuti ufficiali allo sviluppo e non mira certo ad
affrontare la povertà come elemento prioritario.
Dobbiamo evidentemente curare i nostri interessi,
evitando però che siano i paesi poveri delle regioni
instabili a pagare, perché questo influirebbe sulle cause
fondamentali della povertà.
La politica in materia di migrazione non riguarda
esclusivamente l’Unione. Gli accordi con i paesi terzi e
la realizzazione di una politica migratoria, soprattutto
nei paesi terzi, è uno dei prerequisiti della crescita
economica dei paesi in via di sviluppo.
Obiettivo della relazione Carlotti è far sì che il nuovo
strumento di sviluppo geografico e tematico affronti
proprio queste cause fondamentali. Dall’India al
Bangladesh, dalla Bolivia all’Ecuador, il nuovo
strumento potrà offrire all’Europa l’occasione di
apportare un significativo contributo. Per questo motivo
è importante dedicare ai famosi Obiettivi di sviluppo del
Millennio almeno il 50 per cento dei 17 miliardi che
spenderemo
nei
prossimi
sei
anni,
e
contemporaneamente raddoppiare i nostri sforzi a favore
dell’istruzione primaria e dell’assistenza sanitaria,
portando gli stanziamenti in questi settori al 20 per
cento. Come direbbe Bono: “put your money where your
mouth is; make poverty history”. E’ proprio questo, mi
sembra, che il Commissario ha intenzione di fare.
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4-015
Danutė Budreikaitė, a nome del gruppo ALDE. – (LT)
Oltre alla politica migratoria, le priorità per i paesi in via
di sviluppo devono essere le strategie per costruire ed
espandere la propria economia e la creazione di posti di
lavoro per la propria manodopera. Al contempo,
l’Unione europea deve contribuire all’attuazione di tali
strategie, se non vuole condannare i paesi in via di
sviluppo a un’eterna povertà.
Marie-Hélène Aubert, a nome del gruppo Verts/ALE. –
(FR) Signor Presidente, vorrei ringraziare a mia volta la
collega onorevole Carlotti, perché effettivamente la sua
relazione propone numerose iniziative interessanti;
purtroppo, come ha fatto notare il Commissario, si può
constatare una mancanza di coerenza tra le diverse
politiche realizzate a livello di Unione europea. Nel
corso di questa tornata abbiamo esaminato, su questioni
quali l’asilo, l’immigrazione e lo sviluppo, un certo
numero di relazioni che seguono talvolta direzioni
contraddittorie.
Bisogna riconoscere che oggigiorno, nei nostri paesi,
domina una visione improntata soprattutto alla sicurezza.
Tendiamo a collegare immigrazione e sicurezza, e le
politiche adottate mirano essenzialmente a rinviare nei
paesi d’origine gli immigrati, soprattutto gli immigrati
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clandestini. Apparentemente il nostro interesse per gli
immigrati si manifesta soltanto quando questi desiderano
tornare nel proprio paese: ciò equivale, in un certo qual
modo, a non riconoscere la libertà di coloro che
desiderano insediarsi e vivere in un paese diverso da
quello in cui sono nati.
Come sapete, la sussidiarietà è altrettanto importante in
questo campo; ogni Stato membro conduce le politiche
che ritiene più opportune, e che mutano da un paese
all’altro. Oggi, in Francia, la politica del governo mira a
espellere gli immigrati clandestini e a rispedirli nei paesi
d’origine; proprio oggi, davanti al Parlamento europeo,
si manifesta in difesa di un gruppo di bambini in età
scolare minacciati di espulsione. Una simile politica non
è stata adottata in Spagna né altrove, mentre in altri paesi
si discute del modo più opportuno di reagire
all’immigrazione clandestina. Di conseguenza la
sussidiarietà è di fondamentale importanza in questo
settore.
Sebbene il cosviluppo sembri un’idea interessante, credo
che esso non possa sostituirsi alle necessarie politiche
pubbliche dell’Unione europea – che sono estremamente
forti – in materia di sostegno allo Stato di diritto e alla
democrazia.
Al di là delle difficoltà con cui possiamo scontrarci, è
questo il fine dell’azione condotta dall’Unione nella
Repubblica democratica del Congo: un’azione che dà
priorità alle politiche pubbliche nei settori della salute,
dell’istruzione e dell’ambiente. Dobbiamo purtroppo
constatare che tale azione è stata messa a repentaglio,
negli ultimi anni, da altre politiche dell’Unione e degli
Stati membri, soprattutto in campo economico e
commerciale.
Abbiamo quindi bisogno di coerenza e di un approccio
globale, per collegare l’immigrazione a questioni di
sviluppo sostenibile affinché essa non si riduca a un
mero problema di sicurezza.
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Gabriele Zimmer, a nome del gruppo GUE/NGL. –
(DE) Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli
colleghi, dal dibattito sulla migrazione emerge l’eterno
conflitto tra due punti di vista divergenti: da una parte la
prospettiva libertaria, in cui prevalgono i diritti umani e
gli Obiettivi di sviluppo del Millennio; dall’altra
l’approccio adottato dai ministri degli Interni, che
considerano la migrazione una minaccia proveniente
dall’esterno. Alla luce delle tragedie legate alla
migrazione di cui ci danno notizia le cronache recenti
con frequenza sempre maggiore, il dibattito nell’Unione
europea è dominato, purtroppo, dal Commissario Frattini
e dai ministri degli Interni. I servizi di protezione delle
frontiere e le squadre d’intervento fanno parte di questo
quadro. Eppure la sua ottima relazione, onorevole
Carlotti, analizza nei dettagli le cause e la situazione
della migrazione nel XXI secolo, e propone una serie di
misure estremamente ragionevoli su cui purtroppo non
ho il tempo di esprimermi nei due minuti a mia
disposizione.
06/07/2006
La sua proposta di favorire una migrazione controllata
non deve permettere, tuttavia, che in futuro l’Unione
europea trasformi Lampedusa in una nuova Ellis Island
o forse in qualcosa di ancora più terribile, consentendo,
per esempio, l’esistenza nel deserto libico di campi che
fungano contemporaneamente da campi profughi e di
reclutamento, e che operino al di fuori delle norme
giuridiche dell’Unione europea.
Constato con rammarico la mancanza di proposte per
risolvere la situazione dei migranti che sono privi di
qualsiasi status giuridico ufficiale nell’UE. Il punto
cruciale dell’intera politica migratoria rimane la
crescente sperequazione economica e sociale tra
l’Unione europea e quelle regioni dell’Africa che
diventano sempre più povere, e il fatto che l’UE stessa
contribuisca a tale impoverimento nella lotta per
acquisire la leadership nell’economia globale.
Vi prego di considerare con estrema attenzione la
relazione sul commercio equo che sarà discussa più
tardi, se volete ridurre la migrazione economica.
Contrastate l’azione europea che contribuisce ad
aumentare il numero dei profughi di guerra con le sue
esportazioni di armi, e riducete le emissioni dell’Europa
e dei suoi partner commerciali se volete ridurre la
migrazione, che è soprattutto il risultato dei cambiamenti
climatici e della desertificazione.
4-018
Alessandro Battilocchio (NI). – Signor Presidente,
onorevoli colleghi. Parlo a nome del nuovo Partito
Socialista Italiano. Ringrazio la Commissione e la
relatrice per aver affrontato questo tema.
Le strategie proposte, soprattutto volte a facilitare le
transazioni finanziarie e il trasferimento dei diritti
pensionistici, costituiscono due misure concretamente
realizzabili che inciderebbero in modo sostanziale sulle
precarie risorse di molti immigranti. Ma estremamente
importante e ragionevole mi sembra anche la proposta di
convogliare gli introiti generati, in misure che
favoriscano lo sviluppo del paese di provenienza.
Se è vero, come dice la relazione, che una migliore
gestione delle migrazioni favorisce lo sviluppo, è infatti
pur vero che dovremmo vegliare affinché le risorse
umane più competenti trovino comunque opportunità
interessanti nel loro paese d’origine o che siano
stimolate a riportarvi le risorse accumulate ed il loro
bagaglio di esperienza, a beneficio della loro comunità.
Mi riferisco in particolare a medici, professionisti,
insegnanti e ricercatori.
E’ infatti piuttosto utopistico al giorno d’oggi, credere
che dopo anni di studio e di lavoro in Europa, un
cittadino di un paese terzo possa decidere
spontaneamente di far ritorno in un paese carente di
strutture e di sistemi sociali adeguati.
Per fare questo occorre quindi un occhio estremamente
attento alla gestione dei fondi che si possono generare,
06/07/2006
11
affinché gli sforzi individuali e della comunità
internazionale non vadano persi.
estera dell’Unione europea, anche quando affrontiamo il
fenomeno migratorio.
4-019
Non vi sono dubbi: in futuro, più che rallentare la
migrazione, dovremo regolarla, affinché degli odierni
flussi migratori possano beneficiare i paesi d’origine, di
transito e di destinazione, come è sempre stato.
Zbigniew Zaleski (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente,
oltre a ringraziare l’onorevole Carlotti per il suo lavoro
accurato e minuzioso, desidero attirare la vostra
attenzione su tre punti. Un effetto della globalizzazione è
l’abbattimento delle barriere da parte di coloro che si
muovono alla ricerca di normali condizioni di vita;
tuttavia, la libera circolazione delle persone è ostacolata
dall’esistenza di diversi livelli di sviluppo economico e
di differenti modelli politici. Dal momento che, in seno
all’OMC, non riusciamo ad accordarci sulla libera
circolazione delle merci, un accordo sulla libera
circolazione delle persone è un compito ancora più
difficile, sebbene le due questioni siano lontane anni
luce.
Anche in mancanza di tale accordo, i flussi migratori
continuano, soprattutto verso i paesi più ricchi. Per
l’Unione europea, quale meta dei movimenti migratori,
sarà sempre più necessario trovare una soluzione a
questo problema. Attualmente abbiamo la difficile
situazione di Malta. Un’altra questione problematica è il
fenomeno dell’immigrazione scelta, che va a vantaggio
soprattutto dei paesi ricchi; mi riferisco alla fuga dei
cervelli, che è immorale nei confronti dei paesi poveri.
Abbiamo bisogno di una politica efficace che scongiuri
il deterioramento della situazione causato, per esempio
nei paesi africani, dall’esodo delle persone più istruite, e
favorisca invece lo sviluppo di questi paesi; esempi di
tale politica sono i progetti di reintegrazione, di cui ho
avuto il piacere di parlare con il Commissario Louis
Michel.
L’Unione europea ha già i suoi immigrati – paesi come
la Scozia, per esempio, sono già una meta attraente per i
polacchi e gli slovacchi, e lo diventeranno ancora di più
per i cittadini di paesi come il Togo o la Giamaica;
dovremo quindi realizzare un programma educativo,
sociale e giuridico per integrare quanto prima gli
immigrati nei loro paesi ospiti. Gli immigrati in effetti si
sono adattati. Il periodo dell’integrazione è allo stesso
tempo un elemento psicologico ed economico; se
abbreviamo questo periodo e lo affrontiamo con un
approccio ragionevole, i risultati saranno migliori per
entrambe le parti interessate – per gli immigrati e per i
paesi ospiti. Di conseguenza, potremo evitare il
fenomeno noto come “spreco dei cervelli”, ossia uno
spreco di competenze. Per concludere, mi limiterò ad
aggiungere che il problema di un’immigrazione
prevalentemente economica non riguarda soltanto la
Francia, la Svezia o Malta, ma è un grave problema
comune che interessa tutti i 25 Stati membri dell’Unione
europea.
4-020
Elena Valenciano Martínez-Orozco (PSE). – (ES)
Signor Presidente, inizierò il mio intervento
congratulandomi con l’amica e collega onorevole
Carlotti per il suo lavoro, soprattutto perché credo che
porti la politica per lo sviluppo al centro della politica
Gli Stati sanno che la cooperazione e il coordinamento
delle loro azioni rappresentano il migliore strumento per
raggiungere i propri obiettivi e servire i propri interessi.
La prossima settimana a Rabat si terrà il Vertice euroafricano sulle migrazioni e la cooperazione allo sviluppo
è un tema prioritario nell’agenda.
Dobbiamo cogliere quest’occasione per adottare misure
concrete che promuovano lo sviluppo dei paesi africani;
chiediamo quindi all’Unione un deciso impegno a favore
della democrazia, della pace e della sicurezza nei paesi
d’origine delle migrazioni, abbandonando la logica – fin
troppo frequente – della Realpolitik.
Forse è necessario incoraggiare l’istruzione, che porta
sempre con sé libertà e sviluppo. Dobbiamo migliorare e
accrescere la presenza dell’Unione a livello politico e
istituzionale.
Il diritto allo sviluppo ha molteplici aspetti, e comporta
interscambio economico, scambi culturali, gestione dei
conflitti, lotta al terrorismo, protezione ambientale e
politiche intese a promuovere l’uguaglianza di genere.
Non ci sono dubbi sul fatto che la migrazione genera
benefici, ma i benefici della migrazione internazionale –
non solo per i migranti ma anche per le società che li
accolgono – saranno possibili a condizione di rispettare i
diritti dei lavoratori, che offrono una garanzia universale
rispetto allo sfruttamento. Dobbiamo proteggere i diritti
di tutti i lavoratori, regolari o clandestini che siano.
Le misure che stiamo prendendo in considerazione
devono rispettare incondizionatamente i diritti di coloro
che giungono alle nostre frontiere, e quindi anche il
diritto di asilo. A questo proposito, l’Unione europea
deve garantire che ai richiedenti asilo non venga negata
la tutela internazionale che chiedono.
Signor Presidente, tutti sanno che non è possibile
fermare la migrazione e i flussi migratori. Garantiamo
quindi il rispetto dei diritti dei migranti.
4-021
Jan Jerzy Kułakowski (ALDE). – (PL) Signor
Presidente, il fatto che il Parlamento europeo discuta
dello sviluppo in relazione al problema della migrazione
dimostra la nostra apertura nei confronti dei problemi
dei paesi in via di sviluppo. La migrazione deve
diventare parte integrante del processo di sviluppo;
purtroppo, al momento attuale, questo auspicio rimane
un pio desiderio. Se vogliamo che diventi realtà,
dobbiamo soddisfare alcune condizioni; ne menzionerò
due. In primo luogo la migrazione deve diventare
ciclica, per evitare il fenomeno della “fuga dei cervelli”.
12
In secondo luogo, la Convenzione internazionale sulla
protezione dei diritti dei lavoratori migranti dev’essere
ratificata da tutti gli Stati membri.
Infine,
migrazione
e
sviluppo
influiscono
considerevolmente sulle relazioni tra l’Unione europea e
i paesi ACP. Per questo motivo l’Assemblea
parlamentare paritetica ACP-UE, di cui faccio parte,
dovrà riflettere seriamente sulla questione.
Per concludere il mio intervento, desidero porgere i miei
più sinceri ringraziamenti e le mie più vive
congratulazioni alla collega, onorevole Carlotti.
4-022
Miguel Portas (GUE/NGL). – (PT) La relazione
Carlotti è un passo nella giusta direzione. Gli aiuti allo
sviluppo sono necessari, ma non bastano. Sono stati
proposti nuovi strumenti e nuove misure che
miglioreranno la vita dei migranti e i loro rapporti con i
paesi d’origine; questo è un approccio equo e
intelligente che sostituisce l’attuale politica basata sui
controlli alle frontiere con una strategia dei flussi
migratori a due sensi.
La fortezza Europa è ormai condannata, con un
inevitabile pedaggio di morte nel Mediterraneo. Ciò che
manca adesso è l’impegno e una chiara posizione sui
centri di detenzione, che sono inaccettabili. La relatrice
inoltre riconosce che da un lato della frontiera invisibile
ci sono i cittadini, e dall’altro persone prive di
documenti che sono costrette a ricorrere a metodi
illegali. Qual è il risultato di tale situazione? Immigranti
privi di documenti? No. Autorizzazioni temporanee per
cercare lavoro? Sì. E’ qui che ci conduce il principio
della cittadinanza.
4-023
Koenraad Dillen (NI). – (NL) Onorevoli colleghi, già
durante il dibattito in seno alla commissione per la
cooperazione allo sviluppo ho compreso qual era
l’elemento più deludente di questa relazione; e ho
riscontrato lo stesso elemento nel corso della discussione
in seno all’Assemblea. Apparentemente nessuno sta
prendendo in considerazione le inevitabili conseguenze
sociali che la migrazione avrà per i paesi dell’Unione
europea, i quali devono già affrontare i problemi
generati dalla formazione di ghetti, dalla criminalità,
dallo sradicamento e dall’islamismo. Dopo gli eventi che
hanno sconvolto le periferie francesi lo scorso autunno,
mi sarei aspettato maggiore considerazione per questi
problemi, soprattutto da parte di una relatrice francese.
Questa discussione non deve puntare un dito accusatorio
verso coloro che fuggono dai propri paesi d’origine alla
ricerca di una vita migliore; essi fanno ciò che farebbe
chiunque, ma l’onorevole Michel Rocard, ex presidente
della commissione per la cooperazione allo sviluppo e
membro dello stesso partito della relatrice, ha fatto il
punto della situazione quando, nella sua veste di Primo
Ministro socialista francese, ha dichiarato che “la
Francia non può farsi carico di tutte le miserie del
mondo” – né può farlo l’Europa.
06/07/2006
Le vittime dei flussi migratori – le vittime delle frontiere
aperte – sono soprattutto le popolazioni più deboli dei
paesi d’origine della migrazione in Africa; le vittime,
cioè, sono coloro che non hanno i mezzi né la forza per
fuggire e rimangono abbandonati nella più nera miseria.
Idee come la mobilità dei cervelli e la migrazione
circolare sono forse allettanti ma irrealistiche, e non
fanno niente per mutare la situazione. Aumentare gli
immigranti nei nostri paesi non farà che aggravare la
miseria del mondo in via di sviluppo, diversamente da
quanto propone la relazione.
L’Europa ha bisogno di fermare subito l’immigrazione; i
paesi in via di sviluppo hanno bisogno di aiuti efficaci in
loco.
4-024
Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (PPE-DE). – (EL) Signor
Presidente, signor Commissario, nel corso di questa
seduta plenaria abbiamo discusso soprattutto di questioni
concernenti la migrazione; abbiamo fatto riferimento a
dimensioni e aspetti diversi che riguardano la gestione
dei flussi migratori alle nostre frontiere e all’interno
degli Stati membri.
La relazione Carlotti ci offre una nuova e
importantissima dimensione, e di ciò ringrazio la
relatrice; questa dimensione sta nel rapporto fra
migrazione e sviluppo, cioè nel rapporto fra l’Unione
europea e i paesi in via di sviluppo che sono soprattutto i
paesi d’origine degli immigranti e dei rifugiati politici.
La nostra azione esterna, a livello di UE e di Stati
membri, ci offre numerose occasioni di creare
condizioni di sviluppo sostenibile nei paesi e nelle
comunità che soffrono di povertà assoluta, di creare
posti di lavoro, istituzioni e strutture democratiche, e di
tutelare i diritti umani e sociali. Tali condizioni
infonderanno nuova speranza alle popolazioni locali,
offrendo loro la prospettiva di una vita migliore in
patria.
I fondi regionali, la cooperazione europea, gli accordi di
stabilità, la nostra azione a favore dello sviluppo nel
quadro delle Nazioni Unite, la politica di prossimità e
tutte le altre iniziative che abbiamo ricordato: si tratta di
strumenti straordinari, ma di strumenti che dobbiamo
sfruttare meglio, sulla base di un miglior coordinamento
e di una seria e adeguata valutazione delle nostre
politiche e dei nostri obiettivi, sia da parte dei nostri
servizi centrali che dalle nostre rappresentanze, cui sono
state conferite maggiori responsabilità decentrate e che
hanno una conoscenza più approfondita delle esigenze
locali.
Dobbiamo inoltre realizzare una migliore cooperazione
con chi opera localmente a tutti i livelli. Inoltre, signor
Commissario, per ciò che riguarda la trasparenza e il
buon governo, i nostri meccanismi di controllo devono
richiamare alle loro responsabilità gli amministratori
nazionali e locali dei paesi beneficiari.
06/07/2006
A nome della commissione per i diritti della donna e
l’uguaglianza di genere, vorrei sottolineare l’importanza
di integrare in tutte le nostre politiche la dimensione di
genere, perché le donne sono le vittime più dirette di
ogni forma di discriminazione nei paesi in via di
sviluppo e, quando giungono nelle nostre comunità, le
prime vittime dell’immigrazione clandestina.
4-025
Marie-Line Reynaud (PSE). – (FR) Signor Presidente,
anch’io desidero congratularmi con l’onorevole Carlotti
per il suo eccellente lavoro.
13
Stati membri dell’Unione europea. Per incanalare
l’immigrazione legale, sarà necessaria una cooperazione
di lungo periodo tra i paesi d’origine e i paesi di
destinazione, ma a tale scopo si dovranno aumentare i
fondi a disposizione.
Signor Presidente, presto forse dovremo parlare della
politica comune europea per la migrazione, per non
trovarci ad affrontare le stesse difficoltà con cui ci
scontriamo oggi in materia di politica comune per
l’energia dell’Unione europea.
4-027
Nella mia veste di relatrice ombra per parere della
commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di
genere, ho constatato con estrema soddisfazione che la
maggior parte delle nostre proposte è stata inserita nel
testo finale, in particolare per quanto riguarda la
protezione delle donne migranti dalle discriminazioni e
dalla violenza, e il miglioramento del loro accesso ai
servizi sanitari, all’istruzione e al lavoro, nonché la
necessità di rivolgere un’attenzione particolare ai figli
delle donne migranti, senza dimenticare il caso delle
donne profughe a causa di conflitti.
Ryszard Czarnecki (NI). – (PL) Signor Presidente,
ringrazio la relatrice per il lavoro che ha svolto su questa
relazione, e per le chiare conclusioni che ha saputo
trarre; ella ammette, per esempio, che l’Unione europea
non ha ancora individuato una soluzione comune e
unificante al problema dell’immigrazione. Si tratta di
una sfida importante che avrà ripercussioni su larga
scala: il 3 per cento della popolazione mondiale, ossia
175 milioni di persone, è composto da migranti, e il 40
per cento di queste persone vive nei paesi in via di
sviluppo.
Noto però con rammarico che una delle mie proposte,
che mirava a consentire alle donne migranti in situazione
irregolare di accedere alle cure mediche nonché al
sostegno giuridico e psicologico, non è stata accolta. In
effetti, queste donne in situazione irregolare
rappresentano una categoria particolarmente vulnerabile
i cui diritti fondamentali devono essere tutelati, allo
stesso titolo dei diritti di coloro che si trovano in
condizioni di legalità. Mi auguro che potremo affrontare
questo punto nell’ambito della relazione dell’onorevole
Kratsa, che riguarda in particolare la situazione delle
donne migranti.
L’Unione europea talvolta viene accusata di stanziare
risorse insufficienti a favore dell’integrazione degli
immigranti e dei profughi; negli ultimi sette anni, sono
stati spesi 15 milioni di euro, ossia cinquanta centesimi
per immigrante. Un altro problema è quello di utilizzare
tali risorse in modo efficiente; ci sono segnali
preoccupanti a riguardo e notizie di sprechi e corruzione
nella distribuzione dei fondi.
4-026
Toomas Savi (ALDE). – (ET) Signor Presidente,
onorevole Carlotti, signor Commissario, la migrazione,
specialmente la migrazione clandestina, è stata finora un
problema dei paesi coloniali o della madrepatria di un
dominio coloniale; in tale situazione è stato necessario
introdurre rigorosi requisiti per la concessione di visti e
l’approvazione di leggi sulla migrazione, dando luogo a
un dibattito internazionale sul tema. La complessità del
problema si riflette nella situazione attuale, che vede
60 000 persone in attesa sulle coste settentrionali
dell’Africa, pronte a partire per la Spagna alla prima
occasione. Il problema della migrazione è connesso alla
globalizzazione,
e
molto
probabilmente
avrà
conseguenze anche per i nuovi Stati membri.
Signor Presidente, l’Europa ha il dovere morale di
aiutare almeno alcuni migranti a raggiungere i paesi del
mondo industrializzato per sfuggire alle loro attuali
condizioni e trovare una vita decorosa, che consenta loro
di istruirsi e imparare una professione, per poi tornare al
loro paese d’origine favorendo la cosiddetta migrazione
circolare.
Per realizzare queste proposte, dovremo aggiornare e
riformare la politica in materia di immigrazione degli
Gli aiuti agli immigranti hanno un duplice aspetto –
morale e politico – e dobbiamo elaborare una nuova e
più trasparente politica dell’Unione europea in questo
campo. Negli ultimi 10 anni, la politica dell’UE in
materia di migrazione è stata più restrittiva che in
passato, né possiamo illuderci pensando che in futuro i
limiti e le restrizioni verranno meno, perché si
verificherà esattamente l’opposto.
4-028
Libor Rouček (PSE). – (CS) Onorevoli colleghi, nel
mondo si contano quasi 10 milioni di profughi e 25
milioni di sfollati in patria, in particolare nei paesi del
sud. Io stesso sono stato profugo, e ho vissuto
l’esperienza riservata ai profughi, passando cioè
attraverso un campo profughi; vorrei quindi dedicare il
mio intervento alla situazione dei migranti nei campi
profughi e nelle zone di transito. Non ho alcun dubbio
sulla necessità di migliorare le condizioni di vita dei
migranti nei paesi ospiti e in quelli di transito,
soprattutto nei paesi del Sahel. E’ giunto il momento di
creare una serie di centri informativi, centri di aiuto e
centri di assistenza legale per gli stranieri; sarà altresì
necessario realizzare programmi per la prevenzione e la
cura di varie patologie, tra cui le malattie sessualmente
trasmissibili e l’AIDS. Le fasce più vulnerabili della
società – tra cui le donne e i bambini – dovranno essere
al centro di quest’attività di assistenza. Invito quindi la
Commissione a elaborare con urgenza una strategia
integrata di sostegno ai paesi ospiti e ai paesi di transito.
14
Dobbiamo consolidare la capacità dei paesi del sud e
rispettare il diritto di tali paesi a perseguire una propria
politica di migrazione in piena autonomia.
4-029
Francesco Enrico Speroni (NI). – Signor Presidente,
onorevoli colleghi, vorrei sottolineare l’incompletezza
della relazione, in cui si parla dei diritti degli immigrati
senza però fare riferimento ai loro doveri. Viene inoltre
taciuto completamente il pericolo che certe forme di
esasperata valutazione religiosa portano nella nostra
Europa.
Non posso dimenticare che ci sono state delle uccisioni –
l’ultima è quella di Theo Van Gogh – e che la nostra
libertà, a causa di certe forme usate dagli immigrati, è
stata notevolmente limitata, tanto che è diventato
addirittura pericoloso o impossibile indossare una
maglietta satirica come quella che ho qui con me. Nella
relazione non viene fatto alcun riferimento a questo
tema.
4-030
Kader Arif (PSE). – (FR) Signor Presidente, mi
consenta innanzi tutto di ringraziare sentitamente la
nostra collega Carlotti per il suo eccellente lavoro, di cui
condivido appieno gli orientamenti.
Nei paesi del sud, le migrazioni sono troppo spesso
sinonimo di fuga dei cittadini più istruiti, una vera e
propria emorragia di competenze che sottrae reddito a
questi paesi e ne compromette la possibilità di fornire
servizi essenziali di qualità, indispensabili per uno
sviluppo reale.
Dobbiamo essere onesti nel riconoscere che questa fuga
di cervelli è incoraggiata dalle politiche di ammissione
selettiva dei migranti messe in atto a nord e definite di
“migrazione scelta” o “immigrazione scelta”.
Un’immigrazione scelta a nord comporta sempre una
migrazione subita a sud e con questa politica si giunge a
negare al sud qualsiasi diritto allo sviluppo.
In contrasto con questa logica dai risvolti nefasti, mi
sembra interessante la filosofia soggiacente alla
relazione e le misure concrete ivi proposte, come per
esempio la migrazione circolare in contrapposizione alla
fuga dei cervelli, dunque una “circolazione” dei cervelli.
Il testo introduce la nozione di una migrazione condivisa
per un arricchimento reciproco. Si tratta in questo caso
di promuovere uno sviluppo congiunto e di sancirlo nei
documenti europei, tenendo conto anche delle necessità
di finanziamento che ciò implica, di riconoscere e di
sostenere il ruolo dei migranti nello sviluppo del loro
paese di origine. Il fine ultimo è quello di trasformare la
migrazione in un moltiplicatore dello sviluppo e
dell’aiuto reciproco tra i popoli.
Spero che sarà questa solidarietà irrinunciabile a
dominare le discussioni in occasione della prossima
Conferenza euro-africana di Rabat. La storia insegna che
i muri innalzati al fine illusorio di isolarsi dagli altri
sono sempre destinati a essere scavalcati e infine
distrutti.
06/07/2006
4-031
Panagiotis Beglitis (PSE). – (EL) Signor Presidente,
anch’io mi unisco ai deputati che si sono complimentati
con l’onorevole Carlotti per questa relazione giunta
proprio nel momento più opportuno, visto che
l’Assemblea generale delle Nazioni Unite del prossimo
settembre verterà sul nesso tra migrazione e sviluppo.
Ritengo che sia giunto il momento per noi di passare
dalle parole e dalle buone intenzioni ai fatti. Aspiriamo
tutti a realizzare gli Obiettivi di sviluppo del Millennio,
ma da nessuna parte si menziona in maniera esplicita il
problema delle migrazioni. A mio giudizio, l’assemblea
di settembre delle Nazioni Unite rappresenterà una
buona occasione per collegare in maniera chiara gli
obiettivi per lo sviluppo alla migrazione e, cosa ancora
più importante, per fare in modo che la risposta a questo
problema internazionale si traduca in un obiettivo
quantificabile e in un calendario preciso.
L’Unione europea deve integrare tempestivamente il
tema della migrazione in tutte le sue azioni esterne e di
politica estera. Inoltre dobbiamo trovare un metodo per
inserire questo aspetto nella nuova strategia per la
cooperazione allo sviluppo, la nuova strategia europea di
vicinato.
Credo che il Vertice euro-africano sarà un momento
ideale per discutere di tutte queste problematiche, ma
soprattutto occorre una strategia integrata e coerente da
parte dell’Unione europea.
4-032
Justas Vincas Paleckis (PSE). – (EN) Signor
Presidente, vorrei complimentarmi con la relatrice e
incentrare il mio intervento su un aspetto dello sviluppo
e della migrazione che incrementa la ricchezza e il
potenziale intellettuale degli Stati già ricchi, drenando
queste risorse dai paesi in via di sviluppo. Mi riferisco
alla fuga dei cervelli.
Le politiche per lo sviluppo non possono sortire alcun
effetto se questa tendenza non viene perlomeno
rallentata. Mentre l’UE da una parte offre un aiuto
palese ai paesi in via di sviluppo, dall’altra li depreda in
modo occulto. Come primo passo, consiglio di
correggere la situazione all’interno dell’Unione europea,
dove stiamo assistendo a una fuga di cervelli analoga dai
paesi di recente adesione verso i vecchi Stati membri.
Questo processo si è acuito con la progressiva riduzione
e scomparsa dei confini e delle barriere interne. L’UE
deve istituire un fondo speciale mirato a regolamentare
la fuga dei cervelli e a ridurne gli effetti.
Una volta risolto il problema entro i nostri confini,
potremo usare le medesime soluzioni come base per una
cooperazione con i paesi in via di sviluppo e con gli Stati
Uniti, che traggono grandi vantaggi dalla fuga di
cervelli.
4-033
Louis Michel, Membro della Commissione. – (FR)
Signor Presidente, onorevoli deputati, com’è naturale
condivido in larga misura le considerazioni formulate
06/07/2006
durante la discussione. Nel breve tempo a mia
disposizione vorrei solo sottolineare taluni aspetti che mi
consentiranno di definire in maniera chiara la mia
posizione su alcuni temi e proposte.
Vorrei rassicurare innanzi tutto l’onorevole van den
Berg per quanto concerne la sua domanda molto
importante che verteva sulla necessità di distinguere con
chiarezza tra le spese destinate alla sicurezza e i
finanziamenti per lo sviluppo. E’ fuori discussione che
non si possono impiegare risorse destinate allo sviluppo
per finanziare misure di sicurezza. Queste non sono
infatti di competenza del bilancio per lo sviluppo. Da
questo punto di vista la Commissione può rassicurarvi
appieno.
Il secondo elemento che mi pare importante è l’annosa
questione della “fuga dei cervelli”. In qualità di
Commissario per lo sviluppo non voglio che sia messo
in forse il mio impegno in questo ambito. Sono contrario
alle politiche di alcuni Stati membri che tentano di
richiamare e addirittura di indurre in tentazione i
soggetti idonei a un’immigrazione scelta. Dal mio punto
di vista, l’immigrazione scelta rientra in una visione
cinica dello sviluppo che non posso condividere. Detto
questo, metto in guardia dalle suggestioni e dalle
proposte incentrate sulla nozione della green card.
Ritengo estremamente pericoloso giocare con qualsiasi
idea passibile di cadere nella logica della immigrazione
scelta. Desidero ribadire con forza che non condivido
affatto questa impostazione.
L’onorevole Aubert deve sapere che ho molto
apprezzato il suo appello in favore di un investimento
nelle politiche pubbliche. Lei si è riferita alle politiche
pubbliche dell’Unione europea, ovviamente, ma è
opportuno porre l’accento soprattutto sulle politiche
pubbliche degli Stati partner e dei paesi in via di
sviluppo. Sono ossessionato da quest’idea perché la
considero il fondamento per la ricostruzione e lo
sviluppo. E’ assai difficile incoraggiare i cittadini dei
paesi in via di sviluppo che vivono senza prospettive e
con l’impressione di trovarsi in un vicolo cieco, senza
poter accedere ai servizi fondamentali che qualsiasi
società normale dovrebbe garantire, a restare a casa
propria per contribuire allo sviluppo del proprio paese.
Il problema verte dunque sulla capacità degli Stati di
garantire i servizi di base; l’accesso all’istruzione, alla
sanità, all’amministrazione, alla giustizia, alla cultura, ai
beni primari deve essere incluso nelle nostre strategie
per lo sviluppo, perché solo così si forniscono le risposte
ultime al fenomeno dell’emigrazione. Si tratta di
sviluppare le funzioni pubbliche tanto care a chi, come il
sottoscritto, crede nel primato della natura laica dello
Stato. Credo che questo aspetto sia importante.
Accolgo con piacere tutti gli interventi anche se non
riesco a citare i singoli oratori; sottoscrivo appieno le
parole dell’onorevole Kułakowski laddove pone
l’accento sul forte nesso che lega l’emigrazione allo
sviluppo. La vera risposta all’emigrazione è data solo ed
esclusivamente dallo sviluppo. Non è una risposta la
15
chiusura delle frontiere, né il rimpatrio, né
l’immigrazione scelta; la vera risposta risiede in progetti
di sviluppo mirati a rafforzare, migliorare o ricostruire lo
Stato. Si può infatti dire che in numerosi paesi in via di
sviluppo lo Stato non esiste più. A tale proposito
incoraggio fortemente l’avvio di una discussione che
coinvolga l’Unione europea, le nostre Istituzioni e i
paesi ACP più toccati dal problema.
Vorrei concludere dicendo all’onorevole Dillen che la
sua citazione dell’onorevole Rocard mi è parsa
completamente fuori contesto. E’ ovvio che l’Europa
non può farsi carico di tutta la miseria del mondo. Ma
vorrei dirgli che i paesi ricchi, invece, potrebbero farlo
facilmente. E per questo non ci sono scuse.
Onorevole Dillen, è soltanto una questione di volontà
politica. Ma so che in questo campo la volontà politica le
manca completamente.
4-034
PRESIDENZA DELL’ON. KAUFMANN
Vicepresidente
4-035
Presidente. – La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà oggi.
4-036
4 – Commercio equo e sviluppo (discussione)
4-037
Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A60207/2006), presentata dall’onorevole Frithjof Schmidt a
nome della commissione per lo sviluppo, su commercio
equo e sviluppo [2005/2245(INI)].
4-038
Frithjof Schmidt (Verts/ALE), relatore. – (DE)
Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli
deputati, con la relazione sul commercio equo e lo
sviluppo, il Parlamento risponde al notevole successo
economico e politico riscosso dal commercio equo e
solidale.
Negli ultimi anni questo tipo di commercio ha registrato
in Europa una crescita media del 20 per cento con un
trend in ulteriore ascesa. In alcuni paesi questo tipo di
commercio controlla fino al 20 per cento delle vendite di
determinate categorie merceologiche, come nel caso del
caffè nel Regno Unito. Queste cifre dimostrano il
successo di un’iniziativa lanciata dalla società civile nel
rispetto delle condizioni di mercato e che finora è
riuscita a crescere anche senza l’aiuto e il sostegno
finanziario dello Stato. Tale risultato costituisce anche
una vittoria nella lotta contro la povertà, poiché i prezzi
equi garantiscono un reddito giusto. La sicurezza di un
reddito equo per i produttori dei paesi del sud è
fondamentale al fine dello sviluppo sociale di questi
paesi.
Il commercio equo dimostra inoltre la forte sensibilità
dei consumatori europei e il loro senso di responsabilità
sociale a livello internazionale in materia di commercio,
16
nonché il loro interesse verso prodotti di qualità. Esso ha
delle ricadute anche per quanto concerne la tutela degli
interessi dei consumatori. Prezzi equi, condizioni di
lavoro e di produzione giuste, il rispetto di requisiti
ecologici sono tutti fattori in grado di migliorare in
uguale misura la qualità di vita dei produttori del sud e
dei consumatori del nord del mondo.
Con soddisfazione posso comunicarvi che in seno alla
commissione per lo sviluppo è stata raggiunta un’ampia
intesa. Desidero ringraziare espressamente per il loro
contributo costruttivo tutti i colleghi della commissione
per lo sviluppo, i relatori ombra e i coordinatori. La
relazione è stata approvata all’unanimità dalla
commissione per lo sviluppo. A tale risultato siamo
giunti dopo un serrato scambio di opinioni sul
commercio equo e solidale con il movimento Fair Trade
e numerose associazioni. La commissione ha elaborato e
presentato una serie di criteri comuni cui devono
ottemperare i prodotti recanti la designazione di
“commercio equo e solidale” onde evitare truffe ai danni
dei consumatori.
Nella relazione si invita la Commissione a presentare
una raccomandazione sul commercio equo e solidale.
L’intenzione è di promuovere un concetto politico ed
economico e non quella, per esempio, di promuovere un
determinato marchio commerciale. Inoltre non aspiriamo
certo all’elaborazione di un regolamento dettagliato e
vincolante per l’intero continente, una legge sul
commercio equo e solidale di portata europea. Non
vogliamo e non dobbiamo giungere a un eccesso di
regolamentazione per questo mercato giovane e in
crescita, pena il rischio di soffocarlo. Siamo chiamati
piuttosto a definire i criteri alla base della nozione stessa
di “commercio equo e solidale”.
I criteri fondamentali proposti a tal fine nella relazione
prevedono tra l’altro prezzi sopra il livello di sussistenza
per i produttori, la trasparenza sui prezzi garantiti ai
produttori tramite comunicazione ai consumatori, il
rispetto delle principali convenzioni dell’Organizzazione
internazionale del lavoro in materia di tutela dei
lavoratori, norme sanitarie e lavoro minorile durante la
fase produttiva, l’adeguamento a requisiti ecologici, gli
aiuti alla produzione e l’accesso al mercato da parte
delle organizzazioni di produttori, nonché un controllo
sul rispetto di tutti questi criteri. Sarebbe auspicabile che
questi punti fossero ripresi anche nella raccomandazione
della Commissione.
Colgo l’occasione per ringraziare espressamente la
Commissione: le Direzioni generali per lo sviluppo e per
il commercio hanno dimostrato apertura e addirittura
simpatia per questa relazione. Ne è seguito uno scambio
estremamente costruttivo.
Vorrei
aggiungere
un’osservazione
personale:
Commissario Mandelson, so che lei è goloso di
cioccolata e ho osservato che spesso consuma cioccolata
equosolidale della Oxfam. Anch’io condivido i suoi
gusti. In base alle sue scelte di acquisto posso già
06/07/2006
prevedere che lei è favorevolmente predisposto su
questo tema.
Mi rivolgo a lei con un appello diretto: le chiedo di
creare all’interno del programma Aid for Trade
attualmente in discussione in seno all’OMC uno spazio
per un Aid for Fair Trade. Se potessimo destinare anche
solo il 10 per cento degli aiuti al commercio equo e
solidale, forniremmo un incentivo enorme a questo
comparto meritevole. Le chiedo di intervenire affinché
nei bandi pubblici siano favoriti i prodotti equosolidali e
trovi reale applicazione l’articolo 23 dell’accordo di
Cotonou, in cui si sancisce l’importanza del commercio
equo e solidale e la necessità del suo sostegno
nell’ambito della collaborazione con gli Stati ACP
(Africa, Carabi e Pacifico).
L’Unione europea necessita di una politica ben
coordinata per il commercio equo e solidale. Oggi mi
auguro che il Parlamento compierà un passo importante
in questa direzione, dopodiché spetterà alla
Commissione procedere. Commissario Mandelson,
abbiamo davvero bisogno di una raccomandazione!
4-039
Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN)
Signor Presidente, vorrei ringraziare subito l’onorevole
Schmidt per la relazione e per aver ricordato le mie
abitudini alimentari che temo stiano diventando sempre
più evidenti mano a mano che cresce la mia esperienza
come Commissario europeo per il commercio. La prego
di accogliere i miei ringraziamenti più sentiti e sinceri
per questa relazione che considero assai valida e che sarà
senz’altro accolta con favore.
A mio giudizio, il commercio equo e solidale è solo uno
degli strumenti essenziali con cui possiamo promuovere
lo sviluppo sostenibile e combattere la povertà nel
mondo. L’idea alla base di questo tipo di commercio sta
prendendo piede rapidamente e ha acquisito una
notevole popolarità. Essa ha un forte richiamo, gode di
notevole credito presso l’opinione pubblica e
contribuisce a sensibilizzare i cittadini su tutti i temi
attinenti alla sostenibilità.
I prodotti equosolidali non sono soltanto buoni in
termini di qualità. Sono anche cibo per il cervello,
perché ci fanno riflettere e questo li rende ancora più
buoni. I consumatori diventano attenti anche alle
condizioni di produzione. Non siamo solo uno stomaco,
ma abbiamo anche un cuore, e il commercio equo e
solidale ha fatto leva su questa nostra duplice natura nel
modo migliore.
La Commissione sostiene attivamente il commercio
equo e solidale. Abbiamo assunto impegni a favore del
commercio equo e solidale sia nell’accordo di Cotonou
con i paesi ACP, sia nella nostra comunicazione sulla
coerenza delle politiche per lo sviluppo.
Svariati progetti commerciali e di aiuto allo sviluppo
promuovono il commercio equo e solidale; stiamo
parlando di progetti di sviluppo per un valore di oltre 4
06/07/2006
milioni di euro nel 2003, con una tendenza in crescita.
Tali progetti sostengono in genere le attività delle ONG,
oltre a prevedere aiuti diretti volti a garantire condizioni
di lavoro omogenee. Partecipiamo inoltre a
manifestazioni nel settore del commercio equo e
solidale.
Si potrebbe obiettare che il commercio equo e solidale
serve a lavare la coscienza degli acquirenti di questi
prodotti, ma che nel frattempo altri continuano a trarre
profitto dalla miseria. Siffatte argomentazioni non mi
convincono. Il commercio equo e solidale non vuole
essere una panacea per tutti i problemi dei produttori
poveri e chi non acquista né consuma prodotti
equosolidali non sta necessariamente sfruttando i poveri.
Per combattere la povertà e promuovere lo sviluppo
occorre un quadro politico generale e coerente. Il nostro
intervento verte proprio sull’elaborazione e la
concettualizzazione di tale contesto; la relazione ci
consente di avanzare in questa direzione.
Il commercio equo e solidale è un’iniziativa privata e
circoscritta ai produttori che vi aderiscono, mentre gli
Obiettivi di sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite
sono rivolti a tutti. Mentre il commercio equo e solidale
è particolare e specifico, gli Obiettivi di sviluppo sono
generali e di più ampia portata, ma esiste un nesso
evidente tra i due. Le finalità cambiano a seconda che si
tratti del singolo cittadino o della politica comunitaria.
Un cittadino compie scelte individuali e questo è un suo
diritto. Ma tali scelte non possono essere tradotte
automaticamente in una politica di più ampia portata. Il
singolo consumatore si concentra giustamente sulla
singola confezione di caffè, mentre i politici devono
sviluppare una visione che comprenda l’intero settore e i
nostri obblighi verso il comparto in generale.
Abbiamo bisogno di una soluzione completa e pubblica
che, come tale, non dovrebbe essere circoscritta al
commercio equo e solidale. La relazione correttamente
indica che esistono altri operatori non appartenenti al
circuito del commercio equo e solidale capaci di
conseguire risultati analoghi con un potenziale di
crescita simile e in grado di influire sulle scelte dei
consumatori
e
sui
programmi
commerciali
internazionali. Dobbiamo fare pieno ricorso a tutte le
iniziative in grado di promuovere la sostenibilità. Le
nostre scelte devono essere compiute domandandoci per
ciascuna iniziativa se questa offre un aiuto e promuove
la sostenibilità. Le nostre azioni e il nostro
atteggiamento devono regolarsi di conseguenza.
Sulla scorta degli impegni già assunti, vogliamo sondare
con i nostri partner le possibilità di utilizzare gli accordi
di collaborazione economica con i paesi ACP e altri
accordi commerciali al fine di prevedere incentivi
specifici volti a agevolare l’accesso al mercato per i
prodotti del commercio equo e solidale. Credo che
attraverso questo canale possiamo rafforzare il nostro
interesse e il nostro impegno.
17
La relazione denuncia giustamente il rischio di una
legislazione nazionale inadeguata per il commercio equo
e solidale. Sono al corrente di alcune iniziative in corso
passibili di danneggiare la reputazione che il commercio
equo e solidale si è conquistato. Dobbiamo rimanere in
guardia e considerare se non sia opportuno adottare un
approccio più coerente e collettivo al fine di conseguire i
massimi risultati per il commercio equo e solidale.
D’altra parte, anche un’adesione acritica alla particolare
impostazione adottata dal commercio equo e solidale
rischierebbe di discriminare altri sistemi alternativi,
alcuni dei quali sono stati menzionati nella relazione,
che perseguono obiettivi analoghi e meritano pertanto il
nostro appoggio.
Il relatore sottolinea giustamente la necessità di tutelare i
consumatori, ma bisogna interrogarsi su come farlo. A
mio avviso, la politica deve assicurarsi che le
informazioni trasmesse ai consumatori siano precise e
trasparenti e mi compiaccio che la relazione rimarchi
questo aspetto. Disponiamo già di una normativa contro
le informazioni fuorvianti ai consumatori, ma potremmo
compiere un ulteriore passo avanti e incentivare il
coinvolgimento attivo del consumatore nell’etica della
produzione.
Credo che si possano fornire indicazioni più precise
sulle modalità di informazione del pubblico e stiamo già
lavorando in tal senso. Chiederò ai miei servizi di
verificare come la sostenibilità possa essere incoraggiata
con diversi sistemi di certificazione e garanzia, che
tengano conto anche del commercio equo e solidale.
Prenderemo in esame tutti i suggerimenti avanzati nella
relazione e terremo il Parlamento al corrente degli
sviluppi successivi. Dobbiamo mantenere un dialogo
permanente con il Parlamento. Sono lieto che questa
relazione fornisca un contesto per tale dialogo e indichi
come possiamo e dobbiamo incrementare il nostro
impegno in questo settore.
Concludo ringraziando di nuovo il relatore per questa
relazione di qualità.
4-040
Jörg Leichtfried (PSE), relatore per parere della
commissione per il commercio internazionale. – (DE)
Signora Presidente, signor Commissario, onorevoli
colleghi, desidero congratularmi vivamente con il
relatore Frithjof Schmidt per essere riuscito a affrontare
il tema in termini molto obiettivi e a presentarlo alla
votazione. Sebbene l’argomento sia stato trattato più
volte dalla Commissione e dal Parlamento, non lo si può
considerare esaurito perché occorrono altre misure al
fine di garantire uno sviluppo efficace e positivo del
commercio equo. E’ importante introdurre norme e
criteri uniformi per orientare la crescita del mercato.
Considerato che ci troviamo di fronte a un settore molto
giovane, occorre tenere presente che direttive
raffazzonate potrebbero comportare il rischio di
un’armonizzazione troppo schematica e di un eccesso di
regolamentazione.
18
L’Europa è il maggiore mercato di sbocco per i prodotti
equosolidali, in grado di assorbire il 60-70 per cento
delle vendite e di offrire, a mio giudizio, un ulteriore
potenziale di crescita. A tale proposito ritengo
importante che i comuni, le province, le regioni e le altre
amministrazioni locali siano sollecitati a prendere in
considerazione i prodotti del commercio equo e solidale
nelle loro gare d’appalto, utilizzandoli altresì per eventi
e iniziative.
Data le limitate quantità di prodotti equosolidali, i clienti
spesso non sono sicuri che un prodotto designato come
equo sia effettivamente tale. Tale insicurezza aumenta
mano a mano che il mercato si allarga. In futuro
potrebbe essere opportuno pensare a un logo europeo per
il commercio equo e solidale.
Per i produttori che vendono tramite il commercio equo
e solidale chiedo prezzi in grado di garantire
un’esistenza dignitosa, condizioni di produzione giuste e
il rispetto di norme di tutela ambientale in sintonia con i
principi dello sviluppo sostenibile. Il commercio equo
deve essere collegato in maniera inscindibile alle
principali norme di regolamentazione del lavoro. Noi
europei possiamo diventare fautori del commercio equo
tramite la creazione di un contesto favorevole al suo
sviluppo e alla sua promozione.
4-041
Filip Kaczmarek, a nome del gruppo PPE-DE. – (PL)
Signor Presidente, vorrei complimentarmi con
l’onorevole Schmidt e ringraziarlo per la relazione e il
suo interessante intervento sul commercio equo e
solidale. Il commercio equo e solidale può coadiuvare lo
sviluppo dei paesi poveri nella misura in cui garantisce
condizioni migliori agli agricoltori e alle loro famiglie,
oltre a offrire un accesso agevolato ai mercati
internazionali e a promuovere uno sviluppo sostenibile.
Richiamo la vostra attenzione su alcuni punti della
relazione che sono problematici alla luce dell’argomento
trattato.
A mio avviso, la relazione confonde talvolta la nozione
specifica del commercio equo e solidale e l’idea più
generale di commercio etico. Questa relazione sarà la
prima nella storia legislativa europea a occuparsi del
comparto del commercio equo e solidale, quello scritto
con la C maiuscola per intenderci, e in particolare delle
merci che recano il logo del commercio equo e solidale e
sono vendute come tali. Il titolo della relazione avrebbe
dovuto menzionare l’etichettatura dei prodotti, affinché i
principi ispiratori del commercio equo e solidale non
rischino di essere compromessi a detrimento dei
consumatori che vogliono acquistare questo tipo di
prodotti.
La relazione si occupa del comparto del commercio
equo e solidale. Tuttavia tengo a sottolineare che il
documento in discussione non riguarda il commercio
etico, nel senso che non intende rendere il commercio
internazionale più giusto. E’ evidente che il commercio
etico è qualcosa di ben diverso, è un tentativo di rendere
06/07/2006
tutto il commercio più equo, e in questa forma è già stato
affrontato in numerose altre relazioni e risoluzioni di
questo Parlamento.
A mio avviso è inappropriato menzionare l’accordo di
Cotonou in questo contesto, poiché tale accordo aspira a
creare le condizioni di un commercio etico. Credo anche
che la proposta di stabilizzare i prezzi sia ambigua e i
relativi commenti non ci consentano di valutare bene la
relazione nel suo insieme.
4-042
Linda McAvan, a nome del gruppo PSE. – (EN)
Signora Presidente, ieri sera ho preso un taxi guidato da
un autista del Ghana. Credo fosse uno dei pochi in
servizio, visto il trambusto per i campionati mondiali di
calcio. Ho chiesto se gli piaceva vivere in Francia e mi
ha risposto che stava bene, ma provava nostalgia per il
Ghana. Qui in Francia è riuscito a mandare all’università
tre dei suoi figli, un risultato impensabile se fosse
rimasto in patria.
Lo scorso anno ho visitato il Ghana e in effetti ciò che
ho visto conferma le parole del tassista. Mi sono recata
nel Ghana settentrionale per incontrare i produttori di
pomodori e riso. Non erano in grado di ottenere un
reddito dignitoso e non potevano mandare i figli a
scuola, né tanto meno ricorrere a cure mediche. Sui
banchi dei mercati della zona ho trovato in vendita riso
sovvenzionato proveniente dagli Stati Uniti e pomodori
in scatola europei a prezzi inferiori dei prodotti locali.
Durante il medesimo viaggio abbiamo visitato anche i
produttori di cacao del Ghana centrale collegati al
commercio equo e solidale. Non erano certo ricchi, ma
potevano vendere i loro prodotti a un prezzo sostenibile
e erano garantiti da un contratto di vendita pluriennale.
Questi produttori potevano usufruire dell’assistenza
medica e provvedere all’istruzione dei propri figli,
inoltre il margine garantito dal commercio equo e
solidale consentiva loro di effettuare anche investimenti
per l’approvvigionamento idrico dei villaggi della zona.
Ho riscontrato le stesse differenze tra produttori del
commercio equo e solidale e produttori convenzionali
nelle piantagioni di banana delle Isole Sopravvento.
Vogliamo prezzi equi per i produttori di tutti i paesi in
via di sviluppo. In attesa che l’OMC crei un giorno un
sistema più giusto, abbiamo bisogno nel frattempo di un
commercio equo e solidale con la C maiuscola. Sono
lieta che la Commissione intenda sostenere questo tipo
di commercio.
Per quanto concerne le etichette, posso confermare che
stanno nascendo diverse etichette etiche, tra cui alcune
eccellenti, ma dobbiamo essere vigili. Non possiamo
avere un commercio equo e solidale a pochi soldi.
Adesso che il mercato si sta espandendo, diversi
operatori potrebbero volere un’etichetta etica, senza
essere però disposti a pagarne il prezzo effettivo.
Dobbiamo essere guardinghi nell’offrire il nostro
sostegno e assicurarci che i marchi siano davvero etici. Il
commercio equo e solidale è una questione di prezzo e
06/07/2006
sostenibilità che rientra nell’Obiettivo di sviluppo del
Millennio relativo alla lotta contro la povertà.
4-043
Sajjad Karim, a nome del gruppo ALDE. – (EN)
Signora Presidente, vorrei complimentarmi innanzi tutto
con il relatore, onorevole Schmidt, per avere innalzato il
livello delle nostre ambizioni. Sono certo che tutti
trarremo vantaggio nel seguire le sue raccomandazioni.
Condivido anche i pareri formulati dalla Commissione e
sono certo che il nostro spirito di cooperazione ci
permetterà di conseguire i risultati auspicati.
Il tema è particolarmente rilevante, perché oggi molti
degli alimenti e delle bevande che consumiamo proviene
dai paesi in via di sviluppo, dove gli agricoltori e i
braccianti incontrano difficoltà sempre maggiori
nell’ottenere un reddito decente. Nel mercato globale,
l’impiego di marchi o etichette internazionali di cui i
consumatori responsabili possano fidarsi è un aiuto
logico e importante al progresso economico e sociale di
varie parti del mondo. Grazie all’impiego di etichette
esplicative, le persone cominciano a capire che possono
dare il loro apporto per risolvere il problema della
povertà nel mondo. Anche una scelta semplice come
quella di acquistare prodotti con il marchio del
commercio equo e solidale può avere un impatto
enorme, perché assicura ai produttori e ai lavoratori
entrate più eque e condizioni di lavoro migliori,
accrescendo in misura determinante la loro capacità di
fare fronte ai bisogni fondamentali delle loro famiglie.
Negli ultimi cinque anni il Regno Unito ha dimostrato di
possedere la struttura di distribuzione del commercio
equo e solidale più dinamica di tutti gli Stati membri,
oltre a essere il mercato di commercio equo e solidale a
più rapida crescita al mondo. Un impressionante 87 per
cento della popolazione britannica preferisce acquistare
prodotti da aziende che fanno qualcosa di buono per la
collettività. Interrogati sui tipi di prodotti che rientrano
in questa categoria, il 27 per cento degli intervistati ha
menzionato i prodotti del commercio equo e solidale.
Questa cifra potrebbe e dovrebbe essere molto maggiore:
tutti i deputati responsabili di quest’Aula hanno il dovere
di adoperarsi ad aumentare la consapevolezza di questo
indispensabile progetto.
Nella mia circoscrizione elettorale dell’Inghilterra
nordoccidentale promuoviamo con determinazione uno
sviluppo equo e sostenibile in ogni occasione utile. La
cittadina di Garstang nel Lancashire è stata la prima a
essere designata come città del commercio equo e
solidale nel 2001, cui sono seguite altre tredici città
nordoccidentali, ivi compresi i grandi centri industriali
di Manchester, Lancaster e Liverpool. Kendal è stata la
prima circoscrizione del commercio equo e solidale e
adesso il Consiglio del Lancashire ha promesso di
trasformare il Lancashire nella prima contea del
commercio equo e solidale.
Oltre che al Parlamento europeo, i prodotti equosolidali
sono disponibili in diversi edifici del Consiglio; il tè e il
caffè offerti durante le riunioni vengono acquistati
19
tramite questo canale e sono state organizzate giornate di
sensibilizzazione per informare il personale sui vantaggi
del commercio equo e solidale.
4-044
Miguel Portas, a nome del gruppo GUE/NGL. – (PT) In
questo ennesimo momento di stallo dei negoziati in seno
all’Organizzazione mondiale per il commercio è
rincuorante assistere alla discussione odierna sulla
relazione relativa al commercio equo e solidale.
Sappiamo che questo tipo di commercio è marginale dal
punto di vista dell’economia internazionale e che un
milione di agricoltori ne beneficiano. Si tratta di un
numero che può sembrare molto elevato, ma in realtà è
ancora molto esiguo. L’Unione europea deve impegnarsi
nel commercio equo e solidale, se non altro per alleviare
la coscienza di una politica agricola comune che semina
fame e miseria nei paesi del sud. Il commercio equo e
solidale può diventare il suo fiore all’occhiello, signor
Commissario. Altri ancora, agricoltori, reti di vendita e
consumatori esigenti, potranno dare un ulteriore
impulso.
Il collega Schmidt ha presentato proposte interessanti, in
particolare la riduzione dell’IVA e dei dazi
d’importazione, ma il valore della relazione è dato dalla
sua indicazione di una via e di un principio di speranza.
Con il commercio equo e solidale, il mondo potrebbe
diventare un luogo migliore.
4-045
Eoin Ryan, a nome del gruppo UEN. – (EN) Signor
Presidente, vorrei complimentarmi innanzi tutto con il
relatore per questo documento eccellente e a lungo
atteso.
Il commercio equo e solidale assicura un prezzo giusto
ai produttori poveri e li aiuta ad acquisire le capacità e la
conoscenza necessarie per sviluppare la loro attività e
trovare una via di uscita dalla povertà. Sono d’accordo
con il Commissario nel non ritenere il commercio equo e
solidale l’unica risposta possibile, ma piuttosto una delle
risposte che portano a una soluzione.
I consumatori che scelgono i prodotti con l’etichetta del
commercio equo e solidale danno un contributo reale
alla riduzione della povertà e sostengono i produttori
marginalizzati
preservandone
la
dignità
e
promuovendone l’autonomia. I dati resi noti oggi
rivelano che le vendite mondiali di prodotti certificati
del commercio equo e solidale hanno raggiunto 1,1
miliardi di euro nel 2005, pari a un incremento del 37
per cento rispetto all’anno precedente. E’ evidente che i
consumatori sono ben disposti nei confronti del
commercio equo e solidale. Al fine di incrementare le
vendite di prodotti equosolidali a vantaggio dei
produttori più marginalizzati, è importante coinvolgere
le reti di vendita e incoraggiare l’acquisto di questi
prodotti da parte dei supermercati che sono i punti
vendita più frequentati.
La significativa crescita del commercio equo e solidale
nel 2005 dimostra che un numero sempre più elevato di
produttori, commercianti e fornitori credono nel marchio
20
certificato del commercio equo e solidale e vorrebbero
aderire al sistema. In futuro la sfida maggiore consisterà
nel vigilare sulla conformità ai requisiti previsti per la
certificazione.
Di recente ho visitato il Guatemala con Trocaire, una
ONG irlandese. Durante il viaggio abbiamo visitato la
piantagione di caffè Claremont, dove 50 famiglie che
vivono e lavorano nella piantagione da tre generazioni –
in condizioni che si possono definire feudali – sono state
scacciate perché la proprietaria della piantagione, che
guarda caso è la cognata del presidente guatemalteco,
non li vuole più nella proprietà e ha tentato di soffocare
la loro iniziativa. Si tratta di un gruppo di persone che
vuole istituire una cooperativa per la produzione di caffè
destinato al commercio equo e solidale. Sanno come si
coltiva il caffè poiché, come ho già detto, lo coltivano da
generazioni. Desidero che venga riportato a verbale che
ho sollevato in Aula il problema di questi guatemaltechi,
perché ritengo assolutamente scandaloso che al giorno
d’oggi degli esseri umani siano trattati in questo modo.
Il commercio equo e solidale non è solo una forma di
compravendita, è uno strumento per portare la giustizia
nel mondo.
4-046
Christofer Fjellner, (PPE-DE). – (SV) Signora
Presidente, signor Commissario, sono favorevole al
commercio equo e solidale. Per me esso è sinonimo di
libero commercio, di scambi senza dazi e senza quote in
un ambiente dove sono rispettati il libero spirito
imprenditoriale e il diritto alla proprietà. La relazione
esplicita in alcuni punti opinioni diverse dalle mie, anzi
talvolta sembra proprio muoversi nella direzione
opposta.
Il documento confonde due diversi tipi di commercio
equo e solidale. In condizioni ottimali, sono le aziende e
le organizzazioni stesse a definire condizioni che
ritengono eque e offrono al consumatore i prodotti
preparati in base ai criteri così definiti; questa è una
dimostrazione del potere detenuto dai consumatori.
Un altro tipo di commercio equo e solidale è dato
dall’intrusione dei politici in una relazione d’affari
volontaria con la definizione di condizioni e prezzi al
fine di poterla designare come commercio equo e
solidale. Secondo me, un approccio di questo tipo ha
connotazioni socialiste ed è pessimo. La relazione
propone di creare una base giuridica separata per le
aziende del commercio equo e solidale, oltre a definire
criteri e obiettivi politici. In questo modo si privano i
consumatori del loro potere così fondamentale e ci si
orienta verso un’economia pianificata di stampo
socialista. Sono stupito che tanti deputati ritengano
auspicabile giungere a una simile svolta.
Benché l’etichettatura del commercio equo e solidale sia
un’espressione del potere dei consumatori molto
positiva, vorrei concludere appellandomi a tutti, politici
e cittadini, affinché continuino a essere consumatori
critici, in particolare di fronte ai prodotti che recano
06/07/2006
l’etichetta del commercio equo e solidale. I consumatori
finiscono spesso col dare più denaro e potere a
organizzazioni sinistrorse contrarie al libero scambio che
alle popolazioni davvero povere dei paesi
sottosviluppati. Con il loro succo d’arancia, la Tropicana
e la Dole contribuiscono probabilmente di più allo
sviluppo e alla lotta contro la povertà di quanto non
faccia la Oxfam menzionata durante la discussione.
L’inconcepibile sostegno del Parlamento europeo alla
Oxfam è di per sé un esempio lampante della brutta
piega che possono prendere le cose quando si
sostengono i prodotti del commercio equo e solidale in
maniera acritica. Il succo d’arancia della Oxfam venduto
in questo Parlamento, per esempio, proviene da Cuba. A
meno che qualcuno non sia in grado di spiegarmi come
si possa considerare equosolidale un succo prodotto da
un’economia pianificata che porta il mio denaro nelle
mani di una dittatura comunista, chiedo che tutti i
prodotti Oxfam siano eliminati dall’assortimento di
prodotti offerti in questo Parlamento perché non
appartengono al commercio equo e solidale.
4-047
Karin Scheele (PSE). – (DE) Signora Presidente, vorrei
congratularmi sia con il relatore che con il relatore per
parere. La relazione è ottima. Alcuni deputati intervenuti
nella discussione danno l’impressione di non avere
neppure letto la relazione e di reiterare discorsi già tenuti
in altri consessi politici.
A prescindere dall’impiego della C maiuscola o
minuscola per il commercio equo e solidale, ritengo
molto importante che questo marchio e le norme
corrispondenti possano diventare un modello per il
mercato internazionale. Mi domando perché questo
Emiciclo nutra un sacro terrore nei confronti di un
commercio mondiale più equo. Se il sistema del
commercio mondiale fosse strutturato secondo criteri più
equi, potremmo risparmiarci molte discussioni sulla
migrazione e sullo sviluppo.
Due settimane fa, in occasione di una riunione
parlamentare a Vienna, abbiamo incontrato gli
imprenditori dei paesi ACP – gli Stati di Africa, Caraibi
e Pacifico. I rappresentanti di queste piccole imprese ci
hanno spiegato l’importante ruolo che l’etichetta del
commercio equo svolge nella loro regione. Essi
ritengono che un commercio internazionale più orientato
verso criteri di equità fornirebbe un buon esempio e una
soluzione per i problemi della loro regione. E’ stato
anche ribadito come la produzione per il commercio
equo abbia ricadute enormi sulla lotta contro la povertà
in generale e sulla vita delle donne in particolare.
E’ importante esplicitare anche questo aspetto e spero
che approveremo questa relazione senza emendamenti,
al fine di dare un sostegno concreto sia all’etichetta del
commercio equo e solidale, sia alla nozione stessa di
commercio equo.
4-048
Fiona Hall (ALDE). – (EN) Signora Presidente,
desidero ringraziare l’onorevole Schmidt per questa
06/07/2006
relazione eccellente. Il commercio equo e solidale è
un’iniziativa di grande successo. Il volume di prodotti
del commercio equo e solidale venduti nel Regno Unito
è raddoppiato tra il 2002 e il 2004; le marche di caffè e
tè equosolidali sono presenti in tutte le case.
Si stima che ogni giorno nel Regno Unito vengano
consumati tre milioni di bevande calde con l’etichetta
del commercio equo e solidale. La maggiore
organizzazione britannica del commercio equo e
solidale, Tradecraft, ha sede nella mia circoscrizione
elettorale di Gateshead. Sono fiera della popolarità di cui
gode adesso il commercio equo e solidale nella parte
nordorientale dell’Inghilterra, dove un numero crescente
di città vuole ottenere la designazione di città del
commercio equo e solidale.
Nonostante la crescita diffusa di questo commercio,
esistono differenze sostanziali nel suo sviluppo tra i
diversi Stati membri. L’UE potrebbe sostenere il
commercio equo e solidale tramite campagne di
sensibilizzazione e informazione del pubblico che
consentirebbero la sua diffusione sull’intero continente.
Un’attività promozionale anche modesta del commercio
equo e solidale stimolerebbe una crescita significativa
delle vendite di questi prodotti e una concomitante
riduzione della povertà nei paesi produttori.
4-049
Georgios Papastamkos (PPE-DE). – (EL) Signora
Presidente, tra le sfide principali della comunità
internazionale figura il conseguimento degli Obiettivi di
sviluppo del Millennio, una distribuzione più equa dei
vantaggi della globalizzazione e un’integrazione più
efficace dei paesi in via di sviluppo nel sistema
economico mondiale.
Nessuno può dubitare delle ricadute positive che le
iniziative e i programmi per il commercio equosolidale
possono portare allo sviluppo socioeconomico dei paesi
in via di sviluppo.
E’ noto che l’Unione europea vanta uno dei mercati più
aperti al mondo, specialmente in seguito all’iniziativa
“tutto fuorché le armi” a vantaggio dei paesi meno
sviluppati e al regime preferenziale di cui godono altri
paesi in via di sviluppo.
Nondimeno, il libero accesso da solo non è sufficiente.
L’accesso deve essere più equilibrato e occorre garantire
una ridistribuzione delle risorse tra gli esportatori più
concorrenziali e i piccoli produttori. Bisogna inoltre
lottare contro il dumping sociale e ecologico.
Le concessioni dell’Unione e la sua politica per lo
sviluppo devono essere dirette in primo luogo verso i
paesi vulnerabili e più bisognosi. In altre parole, non ha
senso aprire il mercato europeo se ciò avvantaggia solo i
grandi esportatori dei paesi in via di sviluppo e penalizza
i piccoli e medi produttori europei. Lo sviluppo di
sistemi di commercio equo e la promozione di prodotti
che soddisfano requisiti sociali e ambientali molto severi
sono tanto più importanti se si considera che tali aspetti
21
non sono affatto oggetto di discussione nei negoziati
dell’Organizzazione mondiale per il commercio.
Concludo complimentandomi a mia volta con il relatore,
onorevole Schmidt, per il suo prezioso contributo alla
discussione sulla normativa internazionale per il
commercio equo e solidale.
4-050
Glenys Kinnock (PSE). – (EN) Signora Presidente, mi
compiaccio dell’impegno dimostrato dal Commissario
Mandelson nei confronti di queste tematiche e lo
ringrazio per averci dato una visione più ampia
dell’argomento, che non si può ridurre alla semplice
degustazione della cioccolata Oxfam.
Vorrei anche dire che, alla pari di Linda McAvan,
anch’io ho avuto esperienze dirette nei paesi in via di
sviluppo, come ad esempio in Uganda, dove lo scorso
anno ho incontrato un agricoltore che riceveva 150
scellini ugandesi per ogni chilo del suo caffè in grani,
mentre per una singola tazza di caffè io pagavo 1 000
scellini ugandesi! Queste sono le ingiustizie cui si
oppone il movimento del commercio equo e solidale.
Il Galles, mio paese di origine, ha deciso con una
votazione di diventare patrocinatore del commercio equo
e solidale. Questa settimana, il nostro Primo Ministro ha
preannunciato proposte volte a trasformare il Galles in
una nazione del commercio equo e solidale. Ora stiamo
lavorando per richiamare l’attenzione della popolazione
gallese sulle problematiche associate al commercio equo
e solidale. Abbiamo programmato interventi nelle scuole
elementari e superiori, nel settore del volontariato,
presso le associazioni d’imprenditori e in altre sedi utili
per sensibilizzare la popolazione.
Credo che nel 2007 il Galles otterrà la designazione di
nazione del commercio equo e solidale e il nostro
sostegno a questo movimento riuscirà, come già
sottolineato da altri oratori, a migliorare in maniera
sostanziale la vita di molta povera gente. Ciò significa
che daremo il nostro contributo affinché la povertà
diventi un ricordo del passato.
4-051
Wiesław Stefan Kuc (PSE). – (PL) Signora Presidente,
sottoscrivo appieno la relazione dell’onorevole Schmidt
e la proposta di risoluzione del Parlamento europeo.
In un tentativo di sintesi dei documenti, posso dire che il
commercio equo e solidale non mira unicamente a
garantire prezzi equi e un giusto accesso al mercato. E
neppure si occupa esclusivamente di migliorare gli
standard sociali, eliminare la povertà, fornire assistenza
tecnica e sviluppare le capacità. Questo commercio è
attento anche alla situazione socioeconomica dei
produttori e delle collettività locali. A nome del gruppo
di lavoro del Parlamento europeo per l’eliminazione dei
pesticidi obsoleti e delle organizzazioni non governative
che collaborano con noi, desidero richiamare la vostra
attenzione sul problema rappresentato dalle decine di
migliaia di tonnellate di pesticidi obsoleti tuttora presenti
nei magazzini dei paesi africani, degli Stati dell’ex
22
Unione sovietica, degli Stati membri dell’Unione e dei
paesi candidati. Tali pesticidi rappresentano una seria
minaccia allo sviluppo, perché limitano la produzione di
alimenti sani e indirettamente riducono le possibilità di
questi paesi di partecipare agli scambi commerciali.
Vi chiedo di aiutare tali paesi a eliminare questa
minaccia alla fonte.
4-052
Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN)
Signora Presidente, questa discussione importante e
illuminante trasmetterà un messaggio molto chiaro ai
cittadini di tutta Europa che vogliono mettere più
efficacemente il commercio al servizio dello sviluppo.
06/07/2006
poter contare sul sostegno del Parlamento. Il
Commissario Michel sta svolgendo un ampio lavoro
sulle modalità di fornitura dei prodotti al fine di
sostenere la creazione di un portale telematico che funga
da punto di scambio delle informazioni relative a
qualsiasi tipo di iniziativa a garanzia dei consumatori.
Ci sono altre idee e proposte che voglio sottoporre alla
Commissione al fine di prenderle in considerazione
insieme ai miei colleghi. Dobbiamo mettere a punto
modelli ottimali che assicurino standard più elevati.
Questo è il nostro impegno comune e sono lieto di
continuare a collaborare con il Parlamento.
4-053
Presidente. – La discussione è chiusa.
Certo, i progetti per il commercio equo e solidale non
sono una panacea, ma ciò non significa che non meritino
il nostro sostegno. Anche se non forniscono una risposta
definitiva,
non
dobbiamo
dimenticare
che
contribuiscono in maniera sostanziale alla soluzione del
problema, ponendo il commercio al servizio dello
sviluppo e della lotta contro la povertà nel mondo. Alla
luce di queste considerazioni possiamo capire come
questa relazione e la discussione odierna ci consentano
di prendere posizione e lanciare un messaggio, anche
perché sta aumentando l’interesse e l’attenzione
dell’opinione pubblica verso questa tematica. Credo che
l’intervento dell’onorevole Karim abbia illustrato con
particolare chiarezza il moltiplicarsi delle iniziative e la
sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Adesso spetta a
noi politici dare espressione a questo orientamento dei
cittadini e trovare gli strumenti per svilupparlo.
Alla luce delle motivazioni appena esposte e in ragione
della maggiore attenzione dei consumatori, nonché della
loro volontà di compiere scelte informate, aumentano le
pressioni sui canali di vendita tradizionali, su produttori
e commercianti chiamati a migliorare la propria offerta
in sintonia con norme più rigorose e con le accresciute
aspettative del pubblico. Questo fenomeno si traduce
anche in pressioni sui governi che devono intervenire
per migliorare la normativa, la consapevolezza dei
consumatori e le informazioni a loro disposizione. Si è
innescato un circolo virtuoso al quale dobbiamo dare il
nostro apporto.
Certo, ciò che funziona nel contesto privato o a livello di
scelte del singolo consumatore non può essere applicato
automaticamente o in toto a una politica pubblica
vincolante. Questo punto è incontestabile. E neppure si
può concedere un diritto di esclusiva a un unico progetto
o marchio del commercio equo e solidale. Esistono
svariate organizzazioni e ONG, come per esempio la
Rainforest Alliance, che garantiscono gli stessi vantaggi
ambientali e sociali collaborando con aziende
tradizionali. La sfida a livello politico consiste nel trarre
il massimo da tutti questi sforzi, piuttosto che prediligere
alcuni operatori con l’effetto di discriminarne
involontariamente altri.
Vorrei ribadire l’impegno della Commissione a
collaborare con le ONG in questo ambito e siamo lieti di
La votazione si svolgerà oggi.
4-054
Risultati delle riunioni dell’OMC di fine aprile a
Ginevra e prospettive future (discussione)
4-055
Presidente. – L’ordine del giorno reca l’interrogazione
orale
(0-0036/2006/rev.
1
–
B6-0314/2006)
dell’onorevole Enrique Barón Crespo, a nome della
commissione per il commercio internazionale, alla
Commissione, sui risultati delle riunioni dell’OMC di
fine aprile a Ginevra e prospettive future.
4-056
Enrique Barón Crespo (PSE), autore. – (ES) Signora
Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, il
risultato della riunione ministeriale dell’OMC tenutasi a
Ginevra dal 29 giugno al 1° luglio è palesemente
deludente. Nella settimana precedente ci eravamo recati
a Ginevra per una riunione del comitato direttivo
dell’Assemblea parlamentare dell’OMC, che abbiamo
creato in collaborazione con l’Unione interparlamentare.
Il Direttore generale Pascal Lamy ci aveva detto in
quell’occasione che eravamo giunti al momento della
verità e che – cito le sue precise parole – il risultato da
prevedere era una crisi.
Per illustrare l’idea di crisi, i cinesi hanno un
ideogramma che, a mio avviso, si può applicare
all’attuale situazione dell’OMC: la parte superiore
significa “pericolo mortale”, e quella inferiore
“opportunità”. Ci troviamo, mi sembra, in una situazione
in cui è in gioco la sopravvivenza stessa dell’OMC come
piattaforma multilaterale per consolidare il commercio
mondiale e il processo di globalizzazione; si tratta di
evitare la disintegrazione dell’OMC e il ritorno ad
approcci bilaterali che possono rivelarsi utili all’interno
di un quadro multilaterale, ma che sarebbero
estremamente pericolosi nel lungo termine se
diventassero un’alternativa al multilateralismo.
Ecco la situazione in cui ci troviamo; inoltre si sta
avvicinando la scadenza del mandato negoziale concesso
al Presidente degli Stati Uniti dal Congresso, e noto
come Trade Promotion Authority.
06/07/2006
A questo proposito mi risulta che in occasione di queste
riunioni vi saranno dei negoziati. Il metodo scelto dalla
signora Schwab, l’incaricata commerciale statunitense di
fresca nomina, non è certo il migliore: prima di partire
ha incontrato in Campidoglio 56 senatori e i
rappresentanti della più importante lobby degli
agricoltori, l’American Farm Bureau Federation, con i
quali si è anche fatta fotografare. Questo è forse
l’atteggiamento adatto per chi si appresta a partecipare
alla Coppa del mondo di calcio, ma non per chi deve
presentarsi a negoziati di questo tipo; dobbiamo far
notare questo particolare ai nostri colleghi del Congresso
degli Stati Uniti.
Questa è comunque la situazione in cui ci troviamo, e il
Direttore generale Lamy ha ricevuto il mandato di
individuare i metodi per applicare gli accordi conclusi a
Hong Kong. A questo proposito mi sembra che al
Direttore Lamy sia stato affidato un compito di
diplomazia itinerante piuttosto che di semplice missione
esplorativa quando gli è stato chiesto di trovare una
soluzione servendosi di quello che nelle Istituzioni
europee definiamo il sistema del confessionale: in altre
parole egli dovrà cercare, mediante incontri bilaterali tra
gli interlocutori, di discutere di argomenti cui nessuno
osa accennare al tavolo delle trattative, né nella green
room né in occasione delle riunioni generali. Questo
avviene soprattutto perché, una volta che un argomento è
posto sul tappeto, non è più oggetto di negoziati, ma è
piuttosto un dato acquisito. In tale prospettiva mi sembra
che dobbiamo continuare a sostenere questo processo.
Dal punto di vista del Parlamento, come il Commissario
Mandelson ben sa, noi stiamo seguendo il processo con
grande attenzione: una delegazione del Parlamento si è
recata a Ginevra, dopo aver partecipato all’Assemblea la
settimana precedente.
Faccio notare che abbiamo ottenuto un colloquio con la
Presidenza del Consiglio – sia con quella uscente che
con quella appena entrata in carica, anche se ciò non
equivale al risultato che avevamo raggiunto a Cancún,
ossia un colloquio con il Comitato 133 – e che la nostra
collaborazione con la Commissione è stata molto
proficua, sia con il Commissario Mandelson che con il
Commissario signora Fischer Boel. Non solamente essi
ci hanno fornito importanti informazioni, ma siamo pure
riusciti a lavorare insieme, costruendo ponti e
intavolando conversazioni. Devo anche segnalarvi che
nell’edificio del Consiglio ci è stato offerto un eccellente
caffè.
Tocca ora al Commissario spiegarci perché non sia stato
possibile compiere progressi, soprattutto basandoci
sull’agricoltura e sul NAMA, cioè sugli altri prodotti, e
inoltre in che misura possiamo progredire nel settore dei
servizi. Sarebbe utile, inoltre, che il Commissario ci
precisasse in che misura egli si sia mantenuto nei limiti
del mandato; questa infatti è una delle critiche che gli
sono state rivolte e che, immagino, saranno ripetute in
futuro.
23
Credo che lei abbia agito bene, ma queste comunque
sono le domande, signora Presidente, che formulo a
nome del Parlamento europeo.
4-057
Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN)
Signora Presidente, dal 29 giugno al 1° luglio, il
Commissario signora Mariann Fischer Boel e io
abbiamo partecipato a riunioni ministeriali a Ginevra sul
Doha Round in materia di negoziati commerciali.
Abbiamo anche incontrato i deputati al Parlamento
europeo che erano presenti a Ginevra in quei giorni, e
con i quali siamo rimasti in contatto. Desidero
ringraziare i deputati di quest’Assemblea per il loro
sforzo e il loro impegno, che la Commissione apprezza
molto.
Le riunioni ministeriali non si sono concluse con un
accordo sui principali parametri relativi alle riduzioni di
dazi doganali e sovvenzioni per l’agricoltura e i prodotti
industriali: le cosiddette modalità di accordo che sono
necessarie per passare alla fase finale dei negoziati.
Ci siamo incontrati varie volte con i ministri del gruppo
dei sei, ossia Europa, Stati Uniti, Brasile, India,
Giappone e Australia. Ci siamo anche riuniti, nei
cosiddetti incontri della green room, fra i 30 ministri
interessati e in seno alla commissione per i negoziati
commerciali che riunisce tutti i membri dell’OMC. Non
sono certo mancati gli incontri e le riunioni ministeriali,
ma la qualità degli incontri è stata francamente migliore
di quella dei negoziati che si sono svolti nell’ambito di
tali incontri.
Abbiamo avviato le discussioni sottolineando l’adesione
dell’Unione europea a un principio espresso in
precedenza da Pascal Lamy: per raggiungere un accordo
sarebbero stati necessari tagli effettivi alle sovvenzioni
agricole da parte di tutti e riduzioni concrete delle tariffe
doganali, sia per quanto riguarda l’accesso ai mercati
agricoli che ai mercati non agricoli. Abbiamo quindi
specificato che per costruire la base di tale accordo, da
parte nostra saremmo stati disposti ad avvicinarci al
livello dei tagli medi alle tariffe agricole proposti dal
G20 per i paesi industrializzati, a condizione che gli altri
agissero di concerto, con un analogo livello di ambizione
in altre aree del negoziato.
Abbiamo dichiarato ai nostri partner che non saremmo
stati disposti a soddisfare qualsiasi richiesta del G20, in
particolare per quanto riguarda la struttura dei tagli.
Abbiamo cercato in ogni modo di stabilire una chiara
corrispondenza tra lo sforzo che noi avremmo fatto in
termini di accesso ai mercati agricoli e lo sforzo che a
loro volta avrebbero dovuto fare gli Stati Uniti per
ridurre le sovvenzioni interne e portarle vicino ai livelli
medi dei tagli chiesti dal G20 e accettati da noi; inoltre
gli Stati Uniti avrebbero dovuto effettuare tagli alle
sovvenzioni che provocano distorsioni del commercio,
vicini ai livelli auspicati dal G20.
Gli Stati Uniti sono stati gli unici, fra i principali
protagonisti, a rifiutarsi di prendere in considerazione
24
l’opportunità di muoversi su questa base, e si sono
altresì rifiutati di indicare ulteriore spazio di manovra
nei limiti di questo obiettivo negoziale. Hanno
addirittura chiesto ulteriori passi significativi da parte
degli altri, soltanto per poter sostenere la loro offerta
attuale, che tutti gli altri considerano insufficiente.
Abbiamo anche chiarito che, se si voleva individuare
una precisa area entro la quale raggiungere un accordo
per l’agricoltura, avremmo portato la nostra posizione in
questo pilastro al limite della nostra flessibilità a
condizione di ottenere un risultato equo in termini di
accesso ai mercati non agricoli, chiedendo tagli effettivi
delle tariffe dei paesi industrializzati e dei paesi in via di
sviluppo più avanzati. In termini economici questo è
fattibile e, a mio avviso, auspicabile per questi paesi in
via di sviluppo, ed è altresì politicamente essenziale per
noi e per gli altri paesi industrializzati. La mancata
disponibilità degli Stati Uniti ha impedito ai paesi in via
di sviluppo di muovere altri passi e di mostrare
flessibilità in modo autonomo.
Le conclusioni della riunione quindi hanno trattato
soprattutto la gestione politica della nostra incapacità di
produrre una svolta. Tutti i membri hanno riaffermato la
volontà di raggiungere un accordo prima di quest’estate.
In tale contesto, dapprima i membri del G6,
successivamente coadiuvati da tutti i membri del
comitato dei negoziati commerciali, hanno chiesto al
Direttore generale Pascal Lamy di intensificare le
consultazioni e agire da catalizzatore per gettare le basi
di un accordo nelle prossime settimane. Non gli è stato
chiesto di redigere un accordo finale, né di fornire un
testo simile a quello prodotto dall’allora Direttore
generale Dunkel alla fine dell’Uruguay Round, ma di
interporre piuttosto i suoi buoni uffici e agire da
intermediario per realizzare un accordo finale. A tal fine
sarà necessario un impegno molto attivo da parte nostra,
con lui e con i principali protagonisti, nei prossimi dieci
o quindici giorni.
Conformemente ai progressi fatti, è probabile che i
ministri dovranno riunirsi secondo uno schema simile
alla fine di luglio o vicino a tale scadenza, per assumere
le decisioni chiave sulle modalità, nonché per
confermare i progressi realizzati in altri settori
fondamentali del round, ossia servizi, norme e il
pacchetto sullo sviluppo.
Non è escluso che i capi di Stato e di governo si
riuniscano fra dieci giorni, in una formazione o in
un’altra, per portare avanti i negoziati più o meno
contemporaneamente alla riunione del G8. La posta in
gioco è molto alta e dovremo lavorare duramente e
rapidamente nei giorni e nelle settimane a venire. Il
fallimento dell’agenda di Doha per lo sviluppo avrebbe
gravi conseguenze, soprattutto per i paesi in via di
sviluppo. Quest’occasione non si ripeterà: abbiamo
finalmente l’opportunità di aprire ulteriormente i
mercati, ridurre le sovvenzioni, rafforzare le norme sul
commercio mondiale e contribuire effettivamente alla
crescita dei paesi più poveri del mondo. Per questo
motivo i negoziati multilaterali continuano a essere la
06/07/2006
maggiore priorità dell’Unione europea in ambito
commerciale. Nessuna serie di accordi bilaterali avrebbe
lo stesso effetto né potrebbe recare gli stessi benefici.
Detto questo, la nostra agenda commerciale va ben oltre
il successo dell’accordo di Doha. Nei mesi a venire, la
Commissione definirà chiaramente il proprio impegno,
volto ad accrescere la nostra competitività all’interno e
all’esterno dell’Unione, come potremo constatare dopo
l’estate in una comunicazione a tutto campo della
Commissione sugli aspetti esterni della competitività
europea. Tale comunicazione esaminerà il potenziale
contributo della futura politica commerciale alle
politiche per la competitività interna, e i compiti
prioritari che ci dovremo porre per costruire nuovi e
sicuri mercati globali per il nostro commercio e i nostri
investimenti.
Ciò comprenderà un nuovo approccio strategico
all’accesso ai mercati riguardante, fra l’altro, le barriere
non tariffarie, l’analisi di nuovi approcci di politica
bilaterale e regionale e l’esame dei nostri rapporti
economici e politici con la Cina. Tutto questo però non
rappresenta un’alternativa all’agenda di Doha per lo
sviluppo, ma un’evoluzione di una felice conclusione di
questo round. La nostra priorità immediata rimane
quindi quella di indurre tutti i governi a impegnarsi
politicamente a negoziare una conclusione equilibrata e
ambiziosa dell’agenda di Doha per lo sviluppo.
Ovviamente analizzeremo con maggiore attenzione la
dimensione sociale della globalizzazione. Sistemi sociali
moderni e una migliore qualità della vita non sono degli
optional: costituiscono infatti parte integrante di una
formula che offra una risposta politica durevole alla
globalizzazione, ed è questo obiettivo, soprattutto, che
rimane al centro del mio mandato.
4-058
Presidente. – Chiedo ai deputati di fare meno rumore.
Vi comunico che stiamo per interrompere la seduta;
abbiamo molte votazioni in programma e chiedo quindi
la vostra comprensione.
(Essendo giunto il momento del turno di votazioni, la
discussione viene sospesa a questo punto e riprende alle
15.00)
4-059
PRESIDENZA DELL’ON. TRAKATELLIS
Vicepresidente
4-060
Turno di votazioni
4-061
Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di
votazioni.
(Per i risultati e ulteriori dettagli sulle votazioni: cfr.
Processo verbale)
4-062
Riscossione dell’IVA e lotta contro la frode e
l’evasione fiscale (votazione)
06/07/2006
4-063
Partenariato UE-Caraibi per la crescita, la stabilità e
lo sviluppo (votazione)
4-064
Protezione dei lavoratori sanitari europei da infezioni
trasmissibili per via ematica a seguito di ferite
provocate da aghi (votazione)
4-064-500
Prima della votazione
4-065
Konrad Szymański (UEN), relatore. – (EN) Signor
Presidente, il regolamento ENPI è uno strumento di
capitale importanza. Esso fornisce infatti le basi
all’attività di partenariato dell’Unione europea con i
paesi vicini, per favorire e sostenere le riforme politiche
ed economiche.
Il voto odierno giunge al termine di un lungo processo
negoziale su diverse questioni dettagliate e complesse,
che tutte le parti in causa hanno affrontato con spirito
costruttivo. Sono lieto di informarvi che molti importanti
emendamenti proposti dal Parlamento sono stati
accettati, rendendo il regolamento più completo ed
esaustivo.
Gli emendamenti che ho presentato insieme ai relatori
ombra del PPE-DE e del PSE riflettono l’intenzione
comune di garantire un accordo in prima lettura. Il
normale processo di verifica giuridico-linguistica dovrà
occuparsi delle rimanenti variazioni testuali su questa
base. Ci sono infatti alcune variazioni testuali di scarso
rilievo all’articolo 3, paragrafo 1 e in taluni
emendamenti, che vengono considerati di natura
puramente linguistica o tecnica e non riguardano alcun
punto sostanziale.
4-066
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE). – (EN) Signor
Presidente, a nome della relatrice, onorevole Beer – che
non può partecipare alla seduta in questo momento, e mi
ha chiesto di porgere le sue scuse – vorrei fornire alcune
spiegazioni prima di procedere alla votazione sulla
relazione.
L’onorevole Beer mi ha pregato di ringraziare i
coordinatori dei diversi gruppi politici, il Consiglio e la
Commissione per l’efficace cooperazione di cui hanno
dato prova nei fruttuosi negoziati di compromesso. Oggi
voteremo su un accordo di compromesso raggiunto in
prima lettura; tuttavia, ci sono cinque importanti punti
concordati durante i negoziati che non compaiono negli
emendamenti che vi sono stati presentati, ma che tuttavia
saranno parte integrante del compromesso raggiunto.
Essi sono citati in una lettera del Commissario, signora
Ferrero-Waldner. Gli emendamenti che vanno dal n. 108
al n. 112 tengono conto di diversi documenti che vertono
sulle questioni di seguito elencate. In primo luogo, la
Commissione ha reagito alla richiesta del Parlamento di
partecipare maggiormente al processo politico in
prossimità della fase attuativa. Il Commissario FerreroWaldner ha formalmente garantito che la Commissione
25
avrebbe intrapreso un regolare dialogo con il Parlamento
sul contenuto dei progetti di documenti relativi a
strategie nazionali, regionali o tematiche e avrebbe
tenuto nella debita considerazione la posizione del
Parlamento al momento di attuare le strategie proposte,
la “dichiarazione sul controllo democratico”.
In secondo luogo, per quanto riguarda le misure di aiuto
eccezionali, la Commissione ha garantito che avrebbe
trattato il Parlamento europeo alla stessa stregua del
Consiglio, ossia avrebbe tempestivamente informato il
Parlamento delle misure di aiuto eccezionali adottate.
In terzo luogo, la Commissione ha dato la propria parola
che le misure antiterrorismo si baseranno sul rispetto
incondizionato dei diritti umani e del diritto umanitario;
essa inoltre si impegna a garantire il rispetto di tali
principi mediante uno scrupoloso monitoraggio.
In quarto luogo, in considerazione della richiesta del
Parlamento e della società civile di migliorare il
coordinamento della capacità di promozione e
rafforzamento della pace, la Commissione si è detta
disposta a istituire un partenariato per consolidare e
mantenere la pace. La dichiarazione scritta della
Commissione riflette inoltre la richiesta, avanzata dal
Parlamento da lungo tempo, di promuovere l’idea di un
corpo civile di pace europeo.
Infine, alla luce dei gravi tagli finanziari che si sono
abbattuti sullo strumento di stabilità nel corso dei
negoziati per le nuove prospettive finanziarie, il
Commissario Ferrero-Waldner ha confermato per iscritto
l’impegno della Commissione a garantire, se necessario,
risorse supplementari mediante varie opzioni di bilancio,
tra cui la riserva per gli aiuti di emergenza e lo
strumento di flessibilità.
I nostri servizi giuridici ci hanno chiesto di informarvi
che esistono ancora alcune differenze, di natura
puramente linguistica e tecnica, tra i testi adottati dal
Consiglio e il testo di cui oggi si raccomanda l’adozione.
Si tratta di una questione puramente tecnica legata al
fatto che, in un accordo di prima lettura, il normale
processo di revisione e verifica giuridica può aver luogo
soltanto dopo la votazione. Tuttavia, qualsiasi modifica
dovrà tenere in debito conto le intenzioni
dell’Assemblea.
4-067
István Szent-Iványi (ALDE), relatore. – (HU) Signor
Presidente, lo strumento di preadesione persegue lo
scopo di fornire un contesto trasparente ed efficiente
all’assistenza finanziaria, garantendo allo stesso tempo
un’autentica prospettiva europea agli Stati candidati.
Abbiamo tenuto conto dell’esperienza maturata nelle
precedenti tornate di allargamento, e abbiamo inoltre
considerato gli interessi dell’Unione europea nonché le
esigenze e i problemi specifici degli Stati candidati.
L’adozione di tale strumento è particolarmente
importante in questo periodo, in cui osserviamo in
Europa una certa apatia nei confronti dell’allargamento.
26
06/07/2006
Con questo strumento invieremo il messaggio che la
costruzione non si è arrestata, ma continua. Uno
strumento valido ha però bisogno di un bilancio
adeguato; il quadro di bilancio è piuttosto avaro con gli
Stati candidati, e ci auguriamo che la revisione 2008 –
2009 offra l’opportunità di rimediare a questa carenza.
Desidero
ringraziare
i
correlatori,
onorevoli
Dimitrakopoulos, De Keyser e Lagendijk, per l’aiuto e la
costruttiva collaborazione che mi hanno fornito, e anche
la Commissione per la cooperazione e il fattivo sostegno
offerti. Vi invito ad adottare questo strumento.
4-068
Elmar Brok (PPE-DE), presidente della commissione
per gli affari esteri. – (DE) Signor Presidente, vorrei
sottolineare un importante aspetto del risultato dei
negoziati; se non vi sono obiezioni, vorrei che
quest’osservazione risultasse a verbale.
La Commissione e il Consiglio hanno concordato di
sottoporre a revisione questi tre strumenti prima delle
elezioni europee del 2009. Nel quadro di tale revisione il
Parlamento dovrà conservare la pienezza dei suoi diritti,
compreso il diritto di codecisione; questo per agevolare
una gestione pratica, rapida e flessibile e consentire al
Parlamento di esercitare controlli, ma anche per
garantire l’influenza del Parlamento su un progetto che
in questo periodo di programmazione ammonta in totale
a 43 miliardi di euro, compreso lo strumento di sviluppo.
Desidero rivolgere un ringraziamento particolare ai
relatori, alla Commissione, alla signora Commissario e
ai loro assistenti per la disponibilità a collaborare che
hanno tutti dimostrato.
(Applausi)
4-069
Strumento europeo di vicinato e partenariato
(votazione)
4-070
Strumento di stabilità (votazione)
4-071
Strumento di assistenza di preadesione (votazione)
4-072
Competenze di esecuzione conferite alla
Commissione (Accordo interistituzionale) (votazione)
4-073
Competenze di esecuzione conferite alla
Commissione (modalità) (votazione)
4-074
Informazioni concernenti l’ordinante che
accompagnano i trasferimenti di fondi (votazione)
4-075
Prima della votazione
4-076
Alexander Alvaro (ALDE), relatore. – (DE) Signor
Presidente, vorrei cogliere l’occasione per esprimere la
mia gratitudine all’onorevole Bullmann e al professor
Lauk della commissione per i problemi economici e
monetari, i quali hanno consentito una valida e proficua
collaborazione con la commissione per le libertà civili,
la giustizia e gli affari interni; desidero inoltre rivolgere
un caloroso ringraziamento al Consiglio e alla
Commissione per la loro cooperazione.
A nome del mio gruppo vorrei anche ribadire che,
nonostante il contenuto di questa relazione, noi ci
asterremo quando essa sarà sottoposta a votazione; tale
nostra scelta è motivata dallo strettissimo nesso esistente
tra questo problema e il dibattito SWIFT, attualmente in
corso di svolgimento. Considerando in particolare
l’inquietudine suscitata in molti dalle interferenze con i
diritti fondamentali e da programmi di cui i cittadini non
sono informati, avrei giudicato politicamente più
opportuno, da parte nostra, attendere l’esito
dell’indagine SWIFT; per tale motivo raccomanderò al
mio gruppo l’astensione.
Quanto alla relazione in sé, agli onorevoli Lauk e
Bullmann va il mio sostegno, e desidero ringraziare i
due gruppi per la positiva collaborazione.
(Applausi)
4-077
Per quanto riguarda gli emendamenti nn. 20, 22, 24,
103, 124 e 125
4-078
Udo Bullmann (PSE). – (DE) Signor Presidente,
onorevoli colleghi, anch’io, parlando a nome del gruppo
PSE, desidero ringraziare gli onorevoli Alvaro e Lauk
per la valida collaborazione. Abbiamo raggiunto un
ampio consenso sulle modalità di creazione di
un’adeguata base giuridica; per quanto riguarda
l’Unione europea, tuttavia, noi sosteniamo che sia più
opportuno elaborare leggi che tutti debbano rispettare e
che ognuno possa comprendere. E’ solo su questo
piccolo particolare – l’unico punto che ci divida – che
dobbiamo votare oggi.
Il mio auspicio è che questa procedura sia tecnicamente
ineccepibile. C’è qualche analogia con la relazione
Corbett, che è stata appena approvata, in merito alla
quale è stato adottato un emendamento presentato
dall’onorevole Radwan, nell’intento di incidere su un
singolo dettaglio tecnico del modo in cui ora dobbiamo
votare. Ciò non modifica in alcun modo il risultato, ma
gli emendamenti relativi alla comitatologia sono
contrassegnati da un meno in tutti gli elenchi di voto, in
quanto su di essi siamo tutti d’accordo; non dobbiamo
lasciarli cadere, ma dobbiamo metterli ai voti.
Permettetemi ora di ricordare all’Assemblea quali sono
questi emendamenti; vi chiedo di permettere che
vengano votati, ma tutti i gruppi che li hanno esaminati
li hanno contrassegnati con un meno. Comunque,
abbiamo bisogno di una procedura ineccepibile se
vogliamo che la comitatologia e la relazione Corbett
siano in linea con il provvedimento legislativo che
stiamo per adottare.
06/07/2006
Gli emendamenti in questione sono i nn. 20, 22, 24, 103,
124 e 125; dobbiamo metterli ai voti, e dobbiamo
metterli ai voti anche se sono contrassegnati da un meno.
E’ questo il compromesso politico che i relatori hanno
concordato.
4-079
Regolamento finanziario applicabile al bilancio
generale delle Comunità europee (votazione)
4-080
Procedura di informazione reciproca nei settori
dell’asilo e dell’immigrazione (votazione)
27
Prima della votazione sull’emendamento n. 1
4-089
Michael Gahler (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente,
benché si preveda che il documento originale venga
tradotto in tutte le lingue, l’emendamento n. 1 propone
di limitarsi alle versioni inglese e francese. Come
compromesso propongo di tradurlo nelle lingue degli
Stati membri interessati dalle indagini.
Mi sembra una soluzione equa, non solo per il
Parlamento, ma anche a vantaggio, per esempio, delle
commissioni d’inchiesta di altri parlamenti.
4-081
Modifica del protocollo sui privilegi e sulle immunità
(votazione)
4-082
Conseguenze economiche e sociali della
ristrutturazione delle imprese in Europa (votazione)
4-083
Presunto utilizzo di paesi europei da parte della CIA
per il trasporto e la detenzione illegali di persone
(votazione)
4-084
Prima della votazione sull’emendamento n. 15
(Applausi)
4-090
(Il Parlamento approva l’emendamento orale)
4-091
Intercettazione da parte dei servizi segreti americani
dei dati concernenti i bonifici bancari effettuati
attraverso il sistema SWIFT (votazione)
4-092
Integrazione degli immigrati nell’Unione europea
(votazione)
4-093
Sviluppo e migrazione (votazione)
4-085
Jas Gawronski (PPE-DE). – (EN) Vorrei modificare il
titolo prima del paragrafo 6. Invece di “che in gran parte
dei casi si presume”, dovrebbe essere “che in alcuni casi
si presume”. C’era un errore linguistico nella versione
originale.
4-094
Commercio equo e sviluppo (votazione)
4-095
AIDS – Tempo di agire (votazione)
4-086
4-096
(Il Parlamento approva l’emendamento orale)
Presidente. – Con questo si conclude il turno di
votazioni.
Prima della votazione sull’emendamento n. 6
4-097
Dichiarazioni di voto
4-087-500
Giusto Catania, a nome del gruppo GUE/NGL. –
Signor Presidente, se i colleghi me lo consentono vorrei
presentare un emendamento orale all’emendamento 6
presentato dal nostro gruppo. Solo ieri infatti,
successivamente alla scadenza del termine per il
deposito degli emendamenti, siamo venuti a conoscenza
di gravi sviluppi nell’inchiesta italiana sul rapimento di
Abu Omar. Riteniamo logico, doveroso e necessario
aggiornare il testo dell’emendamento. Pertanto
all’emendamento 15, dopo:
“visto che l’organizzazione è stata organizzata”
bisogna aggiungere:
“con il coinvolgimento di due alti dirigenti del SISMI ed
eseguito con l’aiuto di un carabiniere come evidenziato
dai recenti sviluppi dell’inchiesta giudiziaria”.
Io invito i colleghi, anche quelli che non sono d’accordo
nel merito, a non impedire la presentazione
dell’emendamento orale come abbiamo fatto prima con
l’onorevole
Gawronski
in
quanto
descrive
semplicemente l’attuale situazione giudiziaria.
4-088
(Il Parlamento respinge l’emendamento orale)
4-098
– Relazione Konrad (A6-0209/2006)
4-099
Christoph Konrad (PPE-DE). – (DE) Signor
Presidente, onorevoli colleghi, tramite la mia relazione
stiamo avanzando un’importante proposta di lotta
antifrode in materia di IVA nell’Unione europea, che
comporta una perdita per il contribuente europeo di circa
60 miliardi di euro all’anno. Considero la mia relazione
un’importante misura nella lotta a questo tipo di frode,
dal momento che propone anche la procedura di
inversione dell’onere (reversed charge). Si tratta di una
strategia praticabile anche a livello nazionale. Se ne
dovrà ancora discutere, ma ora è il turno del Consiglio e
della Commissione, dato che la nostra Assemblea ha
dimostrato di aver compiuto questo passo all’unanimità
– e di questo le sono molto grato.
4-100
– Relazione Zimmer (A6-0211/2006)
4-101
Margie Sudre (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Il
partenariato UE-Caraibi per la crescita, la stabilità e lo
28
sviluppo, un partenariato reciprocamente vantaggioso
basato su valori comuni, rappresenta un’occasione per
entrambe le parti di lavorare assieme per la democrazia e
i diritti umani e di lottare contro la povertà e le minacce
alla pace e alla stabilità.
Sostengo le iniziative proposte dalla Commissione volte
ad aiutare i paesi della regione, i quali hanno già
intrapreso la strada dell’integrazione regionale grazie a
CARICOM, CARFORUM e MEUC.
I paesi dei Caraibi, di solito piccoli e vulnerabili dal
punto di vista economico, hanno compiuto importanti
tentativi di diversificazione, ristrutturazione e riforme
economiche e oggi, con l’aiuto dell’Europa, dovrebbero
essere in grado di sfruttare al meglio le opportunità
offerte dalla globalizzazione evitandone le trappole.
Vorrei ringraziare i deputati al Parlamento europeo per
aver adottato il mio emendamento che insiste sulla
necessità di coinvolgere attivamente i dipartimenti
francesi d’oltremare della regione, ovvero Guyana
francese, Guadalupa e Martinica, nel futuro dialogo
politico in tema di cooperazione tra UE e Caraibi, dato il
loro ovvio ruolo di “teste di ponte dell’Europa” in quella
parte del mondo.
4-102
– Relazione Hughes (A6-0218/2006)
4-103
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Con le ferite
provocate da aghi la pelle è punta in modo accidentale
con un ago potenzialmente contaminato dal sangue di un
paziente. Aghi infetti possono trasmettere oltre 20 agenti
patogeni pericolosi trasmissibili per via ematica, tra cui
l’epatite B, l’epatite C e l’HIV. Infermieri e medici
subiscono la maggior parte di tali lesioni, ma anche altro
personale medico è esposto ad un rischio considerevole,
come pure il personale ausiliario, quali gli addetti alle
pulizie e alla lavanderia, e altri lavoratori di supporto.
Appoggio questa relazione, che definisce le misure
preventive da adottare nei servizi sanitari e veterinari per
tutelare i lavoratori dalle ferite provocate da aghi e altri
dispositivi medici taglienti. Tra queste figurano le
istruzioni scritte affisse sul posto di lavoro e la
formazione di tutti i lavoratori, specialmente quelli che
eseguono l’incannulamento.
La relazione prevede anche una reazione e un seguito
efficaci in caso di incidenti più o meno gravi, compresa
una profilassi rapida post-esposizione. Inoltre, a tutti i
lavoratori che possono entrare in contatto con aghi e altri
dispositivi medici taglienti viene offerta una
vaccinazione contro l’epatite B.
4-104
– Relazione Szymański (A6-0164/2006)
4-105
Jaromír Kohlíček (GUE/NGL). – (CS) Signor
Presidente, la fiducia è una bella cosa, ma non può
essere incondizionata. Benché oggi abbiamo votato vari
pacchetti di proposte finanziarie, lo strumento di stabilità
06/07/2006
risulta il meno trasparente di quei pacchetti. La
complessità è evidente fin dagli obiettivi di questo
provvedimento. Una definizione così ampia copre
qualsiasi cosa, per esempio giustifica una politica di
disimpegno nel caso di golpe di destra come il putsch
guidato dal generale Franco. Due giorni fa, l’onorevole
Giertych ha fatto presente che, stando alla seconda parte
degli obiettivi di questo strumento, persino il generale
Franco avrebbe potuto essere finanziato con i fondi UE.
Ha sottolineato che Franco era semplicemente
interessato a rinnovare e consolidare i tradizionali valori
cattolici della Spagna. Anche se il documento non
contiene cifre, la Commissione ha promesso che presto
le renderà note. Per il momento, si può dire solo una
cosa: il Parlamento è completamente tagliato fuori. In
definitiva la commissione per gli affari esteri del
Parlamento lo ha sottolineato nel trilogo tra Consiglio,
Parlamento e Commissione e ha invitato a cambiare
questo stato di cose. Il Parlamento non deve dare carta
bianca a nessuno. Alcune parti di questo documento
sono dubbie, oscure e palesemente aperte a eventuali
abusi. Pertanto ho votato contro la proposta in esame.
4-106
Emanuel Jardim Fernandes (PSE), per iscritto. – (PT)
Come il relatore, accolgo con favore la proposta della
Commissione di semplificare la gestione degli aiuti
esterni dell’UE, riducendo a sei i trenta strumenti circa,
tra cui lo strumento europeo di vicinato e partenariato
(ENPI). Questa decisione porterà una maggiore
efficienza ed efficacia, ed è molto sensata.
Sono favorevole a molti degli emendamenti proposti
nella relazione, tra cui il rafforzamento del ruolo del
Parlamento nella pianificazione e nel monitoraggio dei
programmi ENPI, un maggior coinvolgimento della
società civile nel processo di consultazione e un ruolo
maggiore dei partner quali enti locali e regionali, nonché
della società civile.
Tuttavia, mi dispiace che il punto relativo alle regioni
ultraperiferiche nel contesto del vicinato, come Capo
Verde, non sia stato inserito nell’ambito di applicazione
dell’ENPI. Era stato proposto un piano d’azione “grande
vicinato” per agevolare la cooperazione tra le regioni
ultraperiferiche e i loro paesi confinanti. Il piano faceva
parte della strategia per lo sviluppo sostenibile delle
regioni ultraperiferiche proposta dalla Commissione per
perseguire una delle sue priorità di intervento, ovvero
integrare queste regioni nel proprio ambiente regionale.
Ciononostante, ho votato a favore di questa relazione.
4-107
– Relazione Beer (A6-0157/2006)
4-108
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) In qualità di
relatore per parere della commissione per il commercio
internazionale, per la presente relazione sugli strumenti
esterni per l’assistenza finanziaria, economica e tecnica
a paesi terzi che si riprendono da una crisi, mi
preoccupavo di far sì che questo strumento di stabilità
06/07/2006
apportasse un vero e proprio valore aggiunto, fornendo
una risposta efficace, immediata e integrata.
Anche se all’inizio vi erano dubbi in merito alla base
giuridica di questo strumento, alla fine si è concordato
che si basasse da un lato sulla cooperazione allo
sviluppo e dall’altro sulla cooperazione economica,
finanziaria e tecnica. Condivido con i colleghi della
commissione per lo sviluppo il timore che l’inclusione
delle misure di sostegno alla pace in questo strumento
sottraggano fondi al bilancio per lo sviluppo.
In particolare, l’accordo tra il Consiglio, la Commissione
e il Parlamento su questa relazione rispecchia l’iniziativa
del Parlamento per introdurre una clausola di revisione
che
consentirà
modifiche
e
una
migliore
rendicontazione. Si tratta di un elemento importante,
dato che questo strumento è nuovo e di vasta portata.
4-109
Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Il
cosiddetto strumento di stabilità fa parte del più ampio
pacchetto di strumenti di finanziamento (sviluppo e
cooperazione economica, aiuti di preadesione, vicinato e
partenariato) studiati per formare uno strumento
integrato onde esercitare la politica imperialista dell’UE
nei paesi candidati, in paesi nell’immediato e nel grande
vicinato e in tutto il pianeta. Fornendo “aiuti economici”
a paesi terzi, l’Unione europea sta acquisendo il diritto
di intervenirvi, con il pretesto di affrontare situazioni
destabilizzanti, di “crisi” e di “crisi in atto”, situazioni
che rappresentano “minacce” per lo Stato di diritto, per
l’ordine pubblico, per la tutela dei diritti umani e per la
promozione dei principi del diritto internazionale,
compreso il sostegno a tribunali penali speciali,
nazionali e internazionali.
Tale finanziamento sarà allo stesso tempo impiegato
come un mezzo per costringere i paesi terzi a
uniformarsi alle ambizioni imperialiste dell’UE e per
interferire palesemente negli affari interni di paesi
indipendenti, per indebolire i governi e per finanziare i
candidati all’adesione all’UE, dato che si sta
introducendo un modo di usare i finanziamenti per
sostenere e organizzare la società civile, oltre che per
promuovere
media
indipendenti,
pluralisti
e
professionali.
Il partito comunista greco ha votato contro la relazione
perché sostiene e in alcuni punti formula in modo ancora
più reazionario il principio della proposta di
regolamentazione della Commissione europea.
29
Nella sua dichiarazione durante la discussione ieri sera,
la Commissione ha sostenuto che questo emendamento
di fatto compromette e sabota gli accordi che abbiamo
negoziato. Questo potrebbe essere stato, infatti, l’intento
dell’onorevole Radwan – non lo so –, ma
l’emendamento si riferisce a una risoluzione adottata dal
Parlamento, che prevede l’adozione di clausole
temporanee sulla delega di legislazione che si applicano
sistematicamente a tutta la legislazione che adottiamo
nel settore dei servizi finanziari.
Tuttavia, inviterei la Commissione a non eccedere nella
sua reazione. L’emendamento adottato – per quanto lo
disapprovi – era soltanto un emendamento a un
considerando in cui si fa riferimento a una vecchia
risoluzione ad esso relativa. Come Parlamento, non
riaffermiamo il nostro appoggio alla risoluzione. Questa
sottile differenza dovrebbe permettere alla Commissione
di accettare il nostro testo e di considerare che l’accordo
che abbiamo negoziato rimane valido.
4-112
Ivo Strejček (PPE-DE). – (CS) Signor Presidente,
vorrei tornare alla relazione Corbett. Posso solo
presumere che la mia richiesta di dichiarazione di voto si
sia persa nella confusione provocata dai deputati che
lasciavano l’Aula. Vorrei dire qualche parola in materia
di comitatologia. Come i miei colleghi del partito civico
democratico (ODS) ceco, ho votato contro questa
relazione. L’ho fatto perché credo che questo sia un
argomento controverso in quanto trasferisce ancora più
poteri dagli Stati membri alla Commissione. Ritengo che
gli elettori francesi e olandesi abbiano manifestato
chiaramente alle Istituzioni europee la loro opinione sul
trasferimento di tali poteri alla Commissione. Pensiamo
che non si debba eludere la loro decisione con l’inganno.
4-113
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Nel 1993, nel
quadro di una nuova procedura di codecisione, le
competenze legislative sono state conferite al
Parlamento e al Consiglio su un piano di (quasi) parità.
Il Parlamento ha ritenuto che gli atti di codecisione per i
quali il Consiglio e il Parlamento possono delegare
congiuntamente le misure esecutive implicassero che
entrambe le Istituzioni potessero partecipare al processo
di definizione delle procedure di esercizio delle
competenze delegate e che dovessero godere dei
medesimi diritti riguardo al potere di opposizione o call
back. Tuttavia, il Consiglio ha dedotto che l’articolo 202
del Trattato CE che prevede che sia il Consiglio (solo) a
dover definire il sistema per le competenze legislative,
rimanesse invariato.
4-110
– Relazione Corbett (A6-0237/2006)
4-111
Richard Corbett (PSE). – (EN) Signor Presidente,
contrariamente al mio parere, il Parlamento ha adottato
l’emendamento presentato dall’onorevole Radwan, a
nome del gruppo PPE-DE, alla mia relazione sulla
comitatologia.
Allo stato attuale, un passo avanti decisivo che il
Parlamento può compiere verso la riuscita dei negoziati
con il Consiglio e la Commissione risiede nella facoltà
del Parlamento di bloccare l’adozione di misure
esecutive “quasi legislative” per le quali esprime parere
contrario. In tal modo, la Commissione potrà presentare
una nuova proposta o depositare un progetto legislativo.
30
Sono favorevole a questa relazione, perché estende i
poteri del Parlamento europeo e ne fa un’Istituzione
sempre più efficiente e democratica.
4-114
– Relazione Corbett (A6-0236/2006)
4-115
Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Dobbiamo
essere lieti o preoccupati dell’accordo raggiunto tra
Consiglio, Parlamento e Commissione sulle procedure
per l’esercizio delle competenze esecutive conferite alla
Commissione?
Potrebbe essere positivo vedere che si pongono freni, per
quanto pochi, allo sproporzionato potere (inaudito per
una democrazia) che, praticamente, consente ai
funzionari di Bruxelles di modificare gli atti legislativi
senza il legislatore.
Esistono tuttavia parecchi motivi di preoccupazione. Il
primo è che bisogna ancora una volta puntare il dito
contro il difetto fondamentale della struttura istituzionale
europea: la Commissione è l’Istituzione con il minor
grado di legittimità ma è quella più potente. Il secondo è
che il corpus legislativo dell’Europa non è stato
semplificato. L’iniziativa “legiferare meglio”, discussa
dal Parlamento per l’ennesima volta il mese scorso – la
spinosa questione dell’“Eurocrazia” – non è nient’altro
che un’operazione di facciata. Il terzo punto è che questo
accordo è l’attuazione – parziale, è vero, ma concreta –
di una clausola contenuta nella Costituzione europea, un
documento che, come probabilmente l’Assemblea sarà
stanca di sentire, è obsoleto, dato che due popoli europei
l’hanno respinta con un’ampia maggioranza nei
referendum.
Il miglior modo di porre un freno ai poteri della
Commissione consiste nel rivedere i Trattati e nel
costruire l’Europa delle nazioni, che potrebbe fare a
meno di questa Istituzione nella sua attuale
configurazione.
06/07/2006
merito. Notiamo che negli ultimi anni è stata adottata
una serie di misure di sicurezza, mentre le misure per
rafforzare i diritti civili e la tutela della privacy sono
state bloccate, e le decisioni in questo ambito vengono
prese in larga misura senza alcun controllo parlamentare
o giuridico degno di nota. Il caso SWIFT getta dubbi
sull’adeguatezza degli strumenti UE per la protezione
dei dati. Prima occorre condurre un dibattito
approfondito.
4-118
Carlos Coelho (PPE-DE), per iscritto. – (PT)
Nell’ultimo decennio, gli attentati terroristici sono
cresciuti enormemente in tutto il mondo. La lotta a
questo flagello è diventata pertanto una delle principali
priorità politiche dell’Europa e di tutto il mondo.
Questa proposta fa parte di una serie di misure adottate
dall’Unione volte a ridurre l’accesso alle risorse
finanziarie e ad altre risorse economiche da parte dei
terroristi. Il suo intento è quello di recepire nella
legislazione comunitaria la raccomandazione speciale
VII del gruppo di azione finanziaria internazionale sui
trasferimenti di fondi.
La proposta si rivolge alle autorità che si occupano della
lotta al riciclaggio dei capitali e al finanziamento dei
terroristi e fissa regole sulle informazioni relative
all’ordinante da allegare ai trasferimenti di denaro.
Questo sarà un provvedimento utile ed efficace per
prevenire, rilevare, indagare e perseguire terroristi e altri
criminali, e per risalire ai loro beni.
Concordo con le deroghe proposte tese a tenere conto
della specifica natura dei sistemi di pagamento in uso nei
diversi Stati membri.
– Relazione Alvaro (A6-0196/2006)
Concordo con la posizione dell’onorevole Brejc, il quale
sostiene che vi deve essere una clausola di sospensione,
che preveda che questa normativa decada dopo cinque
anni se non risulterà utile. Inoltre vedo con favore il
compromesso raggiunto tra l’onorevole Brejc e il
relatore.
4-117
4-119
4-116
Alexander Alvaro (ALDE), per iscritto. – (EN)
Purtroppo il gruppo ALDE si sente in dovere di astenersi
dalla votazione finale su questa relazione. Non essendo
stata accolta la richiesta del gruppo ALDE di rinviare la
votazione, riteniamo che l’adozione di questa relazione
sia prematura finché non sono stati risolti gli
interrogativi sul recente scandalo SWIFT. La proposta
legislativa in esame deve essere adottata in base a un
accordo internazionale (GAFI), di cui sia l’UE che gli
USA sono firmatari. La posizione degli USA deve essere
chiarita prima che l’UE proceda ad adempiere alla sua
parte dell’accordo. I chiarimenti forniti dalla BCE e
dalle banche centrali nazionali sono ulteriori condizioni
per la sua adozione.
Dati i crescenti timori per i diritti civili e per la
protezione dei dati personali dei cittadini dell’Unione, il
mio gruppo ritiene necessarie ulteriori rassicurazioni in
Lena Ek (ALDE), per iscritto. – (EN) Ci asteniamo
dalla votazione su questa relazione, perché essa pone il
Parlamento di fronte a un dilemma insolubile. Da un
lato, recepisce un trattato internazionale, e un voto
contrario non farebbe che rafforzare la posizione della
Commissione. Dall’altro, non possiamo sostenere
l’introduzione di ulteriori normative che interferiscono
con la privacy senza ulteriori prove che una sorveglianza
su vasta scala di cittadini innocenti aumenti la sicurezza
o aiuti a prevenire gli atti terroristici. E’ stato dimostrato
che i flussi di denaro che finanziano il terrorismo stanno
diventando sempre più clandestini, utilizzano contanti e
si avvalgono di corrieri.
Inoltre, per quante misure si adottino per proteggere la
privacy, la tentazione delle autorità di utilizzare i dati
per altri scopi sarà forte, e finora nessuno ha creato un
registro immune da fughe di notizie.
06/07/2006
Siamo anche molto preoccupati per gli effetti sulle ONG
che promuovono la democrazia e i diritti umani in
regimi autoritari. Un registro dettagliato, anche se ci
dicono che non sarà utilizzato per tali scopi,
comprometterà sicuramente le loro attività.
Astenendoci, invitiamo anche il Parlamento ad avviare
un dibattito su una politica di vasta portata in materia di
tutela della privacy e delle libertà civili. L’attuale linea
di azione, che a poco a poco restringe le libertà, deve
terminare.
4-120
– Relazione Grässle (A6-0057/2006)
4-121
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Lo
scopo dell’emendamento al regolamento finanziario è
semplificare le norme sui contratti esterni e le
sovvenzioni e renderle più trasparenti. Il testo
attualmente è poco chiaro e strutturato, e perciò è di
difficile lettura per i potenziali utenti.
Questa collezione di regole burocratiche, che si applica
esclusivamente nell’ambito di alcune DG della
Commissione, implica una procedura molto costosa per i
fornitori e per le organizzazioni che fanno domanda per
tali sovvenzioni. In questo modo vengono escluse le
microimprese, le piccole e le medie imprese, oltre alle
associazioni, agli istituti e alle ONG minori.
Inoltre, la Commissione ha poteri discrezionali in questo
processo, ed esistono pertanto pochissime società e
organizzazioni – e sono sempre le stesse – che
padroneggiano i meccanismi previsti. In ultima istanza,
questa situazione può portare a compiere scelte in base
al sostegno politico o di altro genere.
Come ha dichiarato la Corte dei conti, tuttavia, la
revisione sottoposta non è sufficiente a ridurre gli oneri e
a semplificare le procedure sia per la Commissione che
per i potenziali utenti. Le proposte del Parlamento
migliorano la situazione, ma non sono all’altezza della
revisione globale delle norme finanziarie di cui vi è
urgente necessità in questi ambiti.
4-122
– Relazione Gaubert (A6-0186/2006)
4-123
Frank Vanhecke (NI). – (NL) Signor Presidente,
durante i precedenti dibattiti relativi alle procedure di
informazione reciproca in materia di asilo e
immigrazione, ho già avuto modo di porre una serie di
domande al Commissario Frattini, poiché mi chiedo
quale sia il valore aggiunto di questo sistema di lotta
all’immigrazione clandestina. Non dico che sia negativo,
penso tuttavia che serva tanto quanto un impacco su una
gamba di legno.
Il vero problema è, in definitiva, che la politica delle
regolarizzazioni adottata in Italia, Spagna e Belgio ha
provocato un afflusso di centinaia di migliaia di nuovi
migranti economici, a cui la nostra politica delle
31
frontiere aperte sta permettendo di insediarsi in tutta
Europa senza difficoltà. Se l’Unione europea ha
veramente intenzione di affrontare il problema
dell’immigrazione clandestina, deve cominciare da zero.
Inutile dire che il ripudio pratico delle deleterie
regolarizzazioni è l’unico modo per neutralizzare il
potente fascino di questa politica, cui deve fare
immediatamente seguito una coerente politica di
rimpatrio degli immigrati clandestini e criminali.
4-124
Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) Dobbiamo
attuare una vera e propria politica comune in materia di
asilo e immigrazione. E’ essenziale che l’Unione
applichi meccanismi di scambio di informazioni tra gli
Stati membri.
Infatti, se gli Stati membri possono farsi un’idea più
precisa delle leggi degli altri Stati e scambiarsi
regolarmente le prassi migliori, potranno individuare
meglio gli ambiti in cui occorre applicare la legislazione
europea e, a loro volta, definire un accordo accettabile
per tutti.
Sarebbe semplicistico e impreciso dire che questo
strumento potrebbe consentire agli Stati membri di
vietare le regolarizzazioni, che risultano necessarie in
alcuni contesti nazionali. Lo scambio di informazioni su
queste misure li aiuterà a farsi capire meglio. Inoltre, un
giro di vite nella lotta all’immigrazione clandestina
potrebbe avere l’effetto di deviare i flussi verso un altro
Stato membro. Pertanto occorrerà segnalare anche
misure di questo tipo.
4-125
– Modifica del protocollo sui privilegi e sulle
immunità (B6-0275/2006/rev)
4-126
Bruno Gollnisch (NI). – (FR) Signor Presidente,
l’onorevole Gargani ha ragione quando chiede che il
Parlamento sia consultato in merito alla modifica del
protocollo sui privilegi e sulle immunità. Ha anche
ragione quando chiede, nella sua relazione, che il
Parlamento abbia il diritto di ricorrere alla Corte di
giustizia nel caso in cui gli Stati membri non rispettino
le immunità dei parlamentari, create per tutelare i diritti
del Parlamento e in particolare proteggere gli
eurodeputati dalle eventuali azioni che un esecutivo
ostile decidesse di intentare per il tramite di un
procuratore. Questo è vero in particolare dopo l’atto di
perfetta slealtà – il termine non è eccessivo – commesso
dalla Corte suprema francese nel caso del nostro ex
collega parlamentare, l’onorevole Marchiani.
Signor Presidente, la commissione giuridica deve anche
difendere il diritto fondamentale di non esaminare una
richiesta di immunità parlamentare che si fondi su basi
palesemente inadeguate, in questo caso l’articolo 9,
quando è l’articolo 10 che si deve applicare. Deve
adottare la stessa giurisprudenza in materia di tutela
della libertà di espressione quando il fumus persecutionis
è palese, come nel mio caso. Infine, i servizi giuridici del
Parlamento non devono ingegnarsi per annacquare le
32
risoluzioni del Parlamento, o delle regole che
quest’ultimo ha inserito nel proprio Regolamento
interno, mentre è ancora pendente una causa presso la
Corte di giustizia.
4-127
– Conseguenze economiche e sociali della
ristrutturazione di imprese in Europa (B6-0383/2006)
4-128
Alexander Alvaro, Wolf Klinz, Silvana Koch-Mehrin,
Holger Krahmer, Alexander Lambsdorff e Willem
Schuth (ALDE), per iscritto. – (DE) Signor Presidente,
gli europarlamentari appartenenti al partito democratico
liberale hanno votato contro la risoluzione sulle
conseguenze economiche e sociali della ristrutturazione
di imprese in Europa, essendo convinti che, nelle
economie di mercato europee, le imprese debbano essere
immuni da pressioni politiche quando si trovano a
decidere dove ubicare i propri stabilimenti produttivi.
Nel nostro mercato unico, la concorrenza – compresa
quella tra le regioni – svolge un ruolo decisivo per
l’ulteriore sviluppo delle imprese europee e per le loro
condizioni. L’effetto definitivo delle pressioni politiche
è quello di impedire che il mercato funzioni ed è per
questo che non vanno esercitate per dissuadere le
imprese dall’agire secondo le proprie decisioni.
4-129
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT)
Abbiamo votato contro con le seguenti motivazioni:
– non si fa alcun riferimento alla solidarietà con i
lavoratori Opel/GM, in particolar modo con gli oltre
1 700 lavoratori (e le loro famiglie) dello stabilimento
Opel di Azambuja, in Portogallo, i cui posti di lavoro
sono minacciati dall’indifferenza del consiglio di
amministrazione della GM per le potenziali conseguenze
economiche, sociali e regionali. Questa posizione è stata
imposta dalla destra, con la complicità del gruppo
socialista al Parlamento europeo, che ha firmato la
risoluzione comune;
– la difesa del diritto delle imprese ad adottare decisioni
di gestione volte a garantire la propria crescita
economica,
indipendentemente
dalle
potenziali
ripercussioni sociali;
– non si fa alcun riferimento all’impatto economico e
sociale delle delocalizzazioni, che spesso hanno il solo
scopo di tagliare i costi e massimizzare gli utili,
trascurando assolutamente, nella decisione se ricorrervi
o meno, fattori come l’attuabilità economica e la
produttività; queste delocalizzazioni spesso non
rispettano gli obblighi contrattuali, ma, nella maniera più
mercenaria, le imprese interessate godono di aiuti
pubblici locali, nazionali e comunitari, lasciandosi dietro
una scia di disoccupazione e mettendo a repentaglio le
economie locali. Soltanto l’anno scorso, le
delocalizzazioni hanno provocato mezzo milione di
licenziamenti nell’Unione europea;
– la risoluzione non raggiunge assolutamente i risultati
ottenuti dalle risoluzioni di marzo sull’impatto delle
06/07/2006
delocalizzazioni e della ristrutturazione sull’occupazione
e lo sviluppo regionale.
4-130
Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Lo spirito
imprenditoriale e il ruolo delle imprese è essenziale per
la crescita e lo sviluppo economici, e i sostanziali
mutamenti economici a cui abbiamo assistito indicano
che molte società devono ristrutturare. Tuttavia è anche
vero che esistono due punti molto rilevanti che non
vanno persi di vista in questa proposta. Il primo è la
responsabilità sociale delle imprese e l’obbligo di
onorare gli accordi e i contratti, soprattutto quando le
imprese hanno percepito sovvenzioni e sussidi per una
determinata
attività.
Le
considerazioni,
le
preoccupazioni e le proposte contenute in questa
risoluzione meritano il mio appoggio.
Ritengo, tuttavia, che la proposta di creare un Fondo
europeo di adeguamento alla globalizzazione richiama al
momento opportuno la nostra attenzione sulla vastità del
problema, per il quale occorre trovare soluzioni di vasta
portata. Il processo di ristrutturazione attualmente in atto
del tessuto imprenditoriale europeo, soprattutto
manifatturiero, avrà conseguenze che speriamo positive,
ma comporterà anche un impatto sociale negativo,
specialmente nelle fasi iniziali. L’Europa, i singoli
governi e le Istituzioni comunitarie hanno il dovere di
preparare oggi questo futuro molto prossimo. Oltre a
questo Fondo, dobbiamo discutere di altre soluzioni e
investire in altri meccanismi.
4-131
– Relazione Fava (A6-0213/2006)
4-132
Marco Cappato (ALDE). – Signor Presidente,
onorevoli colleghi, credo, nell’esprimere il voto a favore
a questo rapporto, dobbiamo salutare quello che forse è
un fatto positivo cioè che il Parlamento europeo invece
di prendersela continuamente con gli Stati Uniti
d’America, comincia a guardare al rispetto della legalità
da parte dell’Unione europea e degli Stati membri,
perché troppo spesso di fronte a illegalità ed abusi che
sono esistiti, per esempio sul trasferimento dei dati
personali, sul traffico dei passeggeri aerei, in realtà noi
abbiamo coperto dietro l’illegalità degli Stati Uniti, la
nostra, l’incapacità di rispettare le nostre stesse regole.
E’ ora di assumerci la nostra responsabilità e credo che il
rapporto Fava sia un primo passo in questa direzione.
4-133
Philip Claeys (NI). – (NL) Signor Presidente, ho votato
contro la relazione Fava perché rappresenta un tipico
esempio dei pregiudizi della sinistra. La commissione
temporanea ha già deciso tutto, e pertanto ciò che
serviva era trovare le prove.
Si dà il caso che non siano state trovate prove di torture
o di altre attività illegali svolte dalla CIA nell’Unione
europea, perciò questa relazione non fa altro che
prendere quelle che sono in realtà supposizioni e
indicazioni e presentarle sistematicamente come dati di
fatto, e questo è intellettualmente disonesto.
06/07/2006
Simboleggia una certa mentalità presente in questa
Assemblea. Francamente, si può infatti dire che ci sono
eurodeputati che non desiderano che si affronti
realmente il terrorismo.
4-134
Petr Duchoň (PPE-DE). – (CS) Signor Presidente,
onorevoli colleghi, desidero esprimere il mio amaro
disappunto per l’adozione della relazione Fava. Esistono
in tutto quattro ragioni per cui lo dico. In primo luogo, la
relazione si fonda su informazioni unilaterali e
generiche, e non su fatti esposti con precisione e
confermati da fonti diverse.
In secondo luogo, la relazione è piena di contraddizioni.
Se ci fossero fatti inconfutabili che dimostrassero che la
CIA aveva utilizzato paesi europei per il trasporto e la
detenzione illegali di persone, la parola “presunto”
avrebbe dovuto essere tolta dal titolo. L’altra faccia della
medaglia è che l’impiego del relatore della parola
“presunto” nel titolo della relazione, dopo tutti gli sforzi
compiuti dai componenti della commissione temporanea
e da altre parti interessate, è un tacito riconoscimento del
fatto che la commissione non è riuscita a dimostrare che
siano state commesse azioni illegali.
In terzo luogo, è possibile che nel corso del tempo, molti
dei sospetti che sono stati espressi si dimostreranno
violazioni della legge, o forse verranno alla luce nuovi
casi. Data la vastità e la complessità della lotta al
terrorismo, ciò non dovrebbe sorprendere. La cosa più
importante è che discuteremmo dei dettagli e non degli
errori del sistema. Coloro che ritengono che i propri
diritti siano stati calpestati possono utilizzare canali
adatti e ben funzionanti per imporre questi diritti e
chiedere riparazione.
Quarto e ultimo, dobbiamo analizzare attentamente
quanto tempo dedica il Parlamento a indagare su un
problema presunto e quanto tempo dedica al problema
reale del terrorismo. Adottando la relazione
dell’onorevole Fava, stiamo dubitando della nostra
stessa capacità di valutare l’importanza relativa dei
singoli problemi e della nostra capacità di far fronte a
quei problemi nel modo più appropriato.
4-135
Hynek Fajmon (PPE-DE). – (CS) Signor Presidente,
onorevoli colleghi, nella seduta plenaria odierna gli
europarlamentari del partito civico democratico ceco
(ODS) hanno scelto di non appoggiare la relazione
interinale dell’onorevole Fava sul presunto utilizzo di
paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la
detenzione illegali di persone. La relazione si basa,
secondo noi, sull’attuale tendenza antiamericana, che
non tiene conto della grave minaccia del terrorismo
internazionale. Gli Stati Uniti d’America e i loro alleati,
fra cui la Repubblica Ceca, negli ultimi cinque anni
hanno convogliato tutti gli sforzi nella lotta a questa
terribile minaccia. Dal 2001, abbiamo assistito ad
attentati terroristici negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in
Spagna e in vari altri paesi. Si tratta di un pericolo molto
concreto e la relazione Fava ignora completamente
33
l’esigenza di combatterlo. La relazione inoltre trascura
completamente il fatto che è la strategia comune adottata
dagli Stati Uniti e dai loro alleati di vari paesi europei
che ci ha permesso di ridurre sostanzialmente il
terrorismo internazionale, garantendo così per i cittadini
europei maggiore sicurezza. La relazione invece si
concentra su una serie di casi, non corroborati da prove,
di dubbio comportamento da parte dei servizi di
sicurezza statunitensi e dei paesi alleati, traendo
generiche conclusioni da quei casi. I parlamentari
dell’ODS ceco non possono sostenere con il proprio
voto una tale posizione.
4-136
Jas Gawronski (PPE-DE). – Signor Presidente,
onorevoli colleghi, la relazione Fava che oggi abbiamo
votato, anche se alcuni dei nostri emendamenti sono stati
accettati, rimane tendenziosa, faziosa e permeata di
pregiudizi nonché teso a sostenere ipotesi non suffragate
da alcuna prova.
Si tratta di un testo di parte nei suoi contenuti che
differisce perfino dalle posizioni del governo italiano. E’
stato lo stesso presidente Romano Prodi, con un
comunicato ufficiale a smentire l’onorevole Fava sulla
vicenda Abu Omar. Mentre Fava respingeva un mio
emendamento che sosteneva che non ci fossero prove sul
coinvolgimento del governo e dell’intelligence italiana,
Palazzo Chigi ieri sera confermava la propria fiducia ai
nostri servizi segreti.
L’atteggiamento di Fava dimostra quanta malafede
esista nella sinistra italiana che non vuole rinunciare a un
obsoleto antiamericanismo e all’uso delle Istituzioni
europee per attaccare gli avversari.
4-137
James Hugh Allister (NI), per iscritto. – (EN) Ho
votato contro la proroga del mandato della commissione
dell’onorevole Fava, chiamata a indagare sulle
cosiddette extraordinary rendition, perché finora non ha
prodotto prove documentate che ne giustifichino il
proseguimento. Piuttosto, essa viene usata come uno
strumento di accanito antiamericanismo e seleziona in
modo arbitrario voci non confermate operando
aprioristicamente sulla base di una presunta
colpevolezza della CIA.
4-138
Gerard Batten, Roger Knapman e Thomas Wise
(IND/DEM), per iscritto. – (EN) L’UKIP ha votato a
favore dell’emendamento n. 13, perché mette in risalto
che l’Alto Commissario e l’Alto rappresentante UE non
hanno la facoltà di richiedere agli Stati membri
informazioni in materia. L’UKIP non riconosce
l’autorità di queste cariche e si oppone alla creazione di
entrambe; pertanto vede positivamente il riconoscimento
di una limitazione dei loro poteri.
4-139
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT)
Questa relazione contiene elementi positivi che
confermano che da tempo siamo a conoscenza e
denunciamo a gran voce che la CIA e altri servizi degli
Stati Uniti “sono stati direttamente responsabili
34
dell’arresto, dell’espulsione, del rapimento e della
detenzione illegali” di cittadini – eufemisticamente
chiamati extraordinary rendition – e del trasferimento di
cittadini a paesi terzi perché fossero interrogati e
sottoposti a tortura, con brutali violazioni del diritto
internazionale e dei diritti umani.
Tra gli altri importanti aspetti, la relazione ritiene sia
“inverosimile” che i governi europei non fossero a
conoscenza di queste attività criminali e “del tutto
inverosimile” che centinaia di voli potessero attraversare
lo spazio aereo europeo senza che le autorità competenti
prendessero alcun provvedimento.
La relazione dovrebbe contribuire a svelare il vero
significato delle espressioni “guerra preventiva” e “lotta
al terrorismo” con cui gli Stati Uniti e i loro alleati
hanno tentato di ammantare i loro attacchi alla
popolazione e alla sovranità dei paesi, violando il diritto
internazionale e i diritti umani.
La relazione dovrebbe anche contribuire a far luce su
quanto è realmente avvenuto e ad appurare le
responsabilità, chiarendo il contenuto degli accordi
NATO e degli accordi tra l’UE e gli Stati Uniti in
materia. Inoltre, farà sì che i parlamenti nazionali
conducano le proprie inchieste.
4-140
Jean Lambert (Verts/ALE), per iscritto. – (EN) Ho
votato a favore di questa relazione perché la considero
un pratico e importante passo avanti nel modo in cui il
Parlamento europeo intende ora affrontare i gravi abusi
dei diritti umani entro i suoi confini e i suoi rapporti con
gli Stati Uniti. Non possiamo semplicemente accettare le
rassicurazioni dei governi amici sul divieto di tortura e
di trattamenti crudeli e degradanti: abbiamo il compito
di far sì che noi e i nostri alleati agiamo nel rispetto del
diritto internazionale. In termini politici, ora dobbiamo
esaminare se l’UE e i suoi Stati membri dispongono dei
necessari strumenti per ricercare la verità su ciò che sta
accadendo sul nostro territorio e nel nostro nome e delle
tutele adeguate per proteggere i nostri cittadini e
residenti. Vedo con piacere che la maggioranza del
Parlamento ha votato per il proseguimento del lavoro di
questa commissione temporanea.
4-141
Astrid Lulling (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Non ho
votato a favore della proposta di risoluzione della
commissione temporanea sul presunto utilizzo di paesi
europei da parte della CIA per il trasporto e la
detenzione illegali di persone.
In primo luogo, ritengo che la creazione di questa
commissione temporanea sia del tutto superflua dato che
il Consiglio d’Europa ha condotto un’inchiesta in
materia, ai sensi dell’articolo 52 della Convenzione
europea dei diritti dell’uomo. Perché duplicare questo
compito? Perché incidere sui poteri e sui compiti del
Consiglio d’Europa?
Perché preoccuparsi di incaricare un Primo Ministro,
quali che siano le dimensioni del suo paese, di redigere
06/07/2006
una relazione importante sulla collaborazione tra il
Parlamento e il Consiglio d’Europa se, alla prima
occasione, sprechiamo il nostro tempo a creare una
nuova risoluzione il cui solo scopo sembra quello di
abbandonarsi a un accanito antiamericanismo?
Condivido l’opinione della minoranza secondo cui
questa commissione temporanea, che finora non è
riuscita a raccogliere prove documentate di presunte
violazioni del diritto europeo e internazionale da parte
degli Stati membri dell’Unione, è superflua e non deve
proseguire i suoi lavori.
4-142
Erik Meijer (GUE/NGL), per iscritto. – (NL) La
discussione plenaria di ieri sui voli e i campi di prigionia
segreti americani ha fatto emergere due punti di vista
violentemente contrapposti. Ci sono governi che
ritengono che i diritti e le libertà delle persone vadano
subordinati alla campagna contro chiunque dissenta e
possa conseguentemente essere sospettato di terrorismo.
Coloro che la pensano così si illudono che la libertà e la
democrazia si possano difendere limitandole o
addirittura abolendole e tendono a sentire un legame
profondo con gli Stati Uniti e grande lealtà verso
l’attuale amministrazione americana e le sue politiche,
che hanno provocato l’occupazione dell’Iraq e
dell’Afghanistan e hanno portato a tollerare
l’insostenibile situazione nei territori palestinesi occupati
da Israele.
Respingo completamente questo approccio. Non si può
lottare contro il terrorismo espandendo, invece di
limitare il più possibile, il terreno su cui cresce. Un tale
approccio non fa altro che spingere sempre più disperati
a simpatizzare con gli scalmanati terroristi che
pretendono di conoscere la soluzione e il modo più adatti
per migliorare le loro condizioni di vita.
Ciò che sta accadendo davanti ai nostri occhi è un grave
abuso dei diritti umani. Le libertà dei singoli esseri
umani evidentemente non contano più nulla nella lotta al
terrorismo. Gli Stati membri dell’UE devono riconoscere
la loro parte di responsabilità in questo stato di cose.
4-143
Claude Moraes (PSE), per iscritto. – (EN) Il partito
laburista al Parlamento europeo voterà a favore della
relazione Fava perché continuiamo a ritenere importante
che il Parlamento europeo indaghi sul presunto utilizzo
di paesi europei da parte della CIA per il trasporto e la
detenzione illegali di persone.
La relazione interinale è importante per due motivi.
Primo, a differenza dei membri del Consiglio d’Europa,
gli europarlamentari vengono direttamente eletti e
rispondono ai propri elettori. Noi indaghiamo tutti i tipi
di questioni nel loro interesse e non possiamo ignorare le
accuse di possibili violazioni da parte degli Stati membri
dei loro obblighi ai sensi dell’articolo 6 del Trattato UE,
che delinea i principi di base della democrazia, dei diritti
umani e del rispetto della legge. Il Parlamento europeo è
l’unico organismo che può imporre sanzioni agli Stati
membri che vengono meno agli obblighi che ad essi
06/07/2006
derivano dal Trattato. La relazione del Parlamento è
importante anche perché, al contrario del Consiglio
d’Europa, tale commissione ha potuto convocare
testimoni a deporre dinanzi a essa. La commissione ha
ascoltato forti testimonianze personali che hanno fornito
prove convincenti documentate nella relazione.
4-144
Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) La
relazione interinale sulle attività della CIA,
comprendenti rapimenti, trasporto, interrogatori e torture
in paesi europei, conferma le rivelazioni da parte di varie
organizzazioni e dei media.
Le conseguenti proteste hanno costretto le forze
socialiste conservatrici a creare una commissione di
inchiesta per prendere atto di fatti già noti, in modo da
poter apparire come “innocenti colombe” agli occhi
della gente, ingannandola in merito al ruolo dell’UE.
Gli europarlamentari del partito comunista greco si sono
astenuti, rifiutandosi di partecipare al teatro dell’assurdo
andato in scena al Parlamento europeo in quanto ad
Atene è stato firmato un accordo UE-Stati Uniti che
consente alla CIA di agire con impunità e ora le forze
che l’appoggiano “protestano” per i risultati di tale
azione.
I governi degli Stati membri, sia di centrodestra che di
centrosinistra, erano al corrente dell’orgia della CIA e vi
hanno partecipato; ora i membri dei partiti che li
sostengono, molti dei quali sapevano, sembrano
condannarli. Si stanno prendendo gioco del mondo.
I conservatori e i socialdemocratici si sono schierati con
la strategia “antiterrorismo” degli Stati Uniti e hanno
accettato la “guerra preventiva” e il massacro delle
libertà e dei diritti democratici fondamentali e ora se ne
stanno lavando le mani come Ponzio Pilato.
Nessuna risoluzione del Parlamento europeo può essere
sfruttata per lavar via le responsabilità politiche dei
partiti che sostengono l’imperialismo o per ingannare la
gente facendole credere che un giorno l’azione
terroristica degli Stati Uniti e dell’UE avrà fine. Invece
essa crescerà così come il movimento di base
antimperialista cresce e sposta i rapporti di potere.
4-145
Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) E’
impossibile affrontare la materia di questa relazione a
cuor leggero. Tanto i diritti umani, quanto la lotta al
terrorismo, assieme ai rapporti con il nostro principale
alleato,
richiedono
particolare
attenzione
e
considerazione. Ciò che emerge da questa relazione
interinale è una serie di dubbi e sospetti che non sono
stati chiariti, oltre ad alcune dichiarazioni contraddittorie
di una serie di organismi. E’ perciò comprensibile che il
lavoro della Commissione prosegua, ma non è
ragionevole presentare ipotesi non dimostrate come se
fossero conclusioni.
Più seriamente, il rifiuto di una serie di emendamenti
volti a includere nella relazione alcun importanti dettagli
35
che contraddicono alcune delle accuse e insinuazioni è
indice di una volontà di comportarsi in modo ostile nei
confronti di un alleato che va al di là del desiderio di
scoprire la verità. Non intendo avere niente a che fare
con questa interpretazione del ruolo del Parlamento e
delle relazioni esterne dell’UE. Ritengo che sia i paesi
europei che i nostri alleati possano commettere errori e
atti che violino la legge. Tali atti devono essere
riconosciuti e puniti, ma non sono disposto a muovere
accuse senza indagini o a condannare senza prove.
4-146
Charles Tannock (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I miei
colleghi conservatori britannici e io non possiamo
appoggiare la relazione Fava perché crediamo che
contenga molte asserzioni e poche prove nuove. Siamo
stati contrari a questa commissione sul trasporto e la
detenzione illegale di persone fin dall’inizio e riteniamo
che sia uno spreco di denaro in quanto è un doppione del
lavoro svolto dal senatore Marty in sede di Consiglio
d’Europa.
Inoltre, non vi è alcuna prova dell’esistenza di campi di
prigionia della CIA in Romania o in Polonia, né credo vi
sia stata da parte degli Stati Uniti una politica
sistematica di organizzazione delle extraordinary
rendition per torturare le persone rapite in paesi terzi.
4-147
John Whittaker (IND/DEM), per iscritto. – (EN)
L’UKIP (la delegazione del Regno Unito all’interno del
gruppo IND/DEM) ha votato a favore dell’emendamento
n. 13 perché pone in evidenza il fatto che l’Alto
Commissario e l’Alto rappresentante UE non hanno
assolutamente il potere di richiedere ai governi degli
Stati membri il tipo di informazioni a cui si fa
riferimento.
L’UKIP si oppone alla creazione di queste figure e non
ne riconosce l’autorità. Appoggiamo pertanto
l’emendamento n. 13, in quanto introduce qualche limite
ai loro poteri.
4-148
– Intercettazione di dati sui trasferimenti bancari del
sistema SWIFT da parte dei servizi segreti USA (B60386/2006)
4-149
Marco Cappato (ALDE). – Signor Presidente,
onorevoli colleghi. Quando si effettuano trasferimenti
bancari in un paese estero, si tratta in realtà di operazioni
commerciali e i dati personali risultanti da tali
operazioni sono dati che non possono essere utilizzati in
modo sistematico ai fini della sicurezza.
Nel confermare il voto a favore di questa risoluzione,
vorrei sottolineare che non si tratta solo del problema del
trasferimento illegale di dati a un paese terzo, ma esiste
anche il problema dell’utilizzo di dati raccolti a fini
commerciali che vengono invece utilizzati a fini di
sicurezza.
Secondo la Corte europea per i diritti dell’uomo, in
questo caso si tratta di sorveglianza generalizzata, che è
36
06/07/2006
contro le direttive europee, contro la legislazione degli
Stati membri ed è anche per questo ulteriore motivo che
sosteniamo il rapporto Swift.
delle libertà e delle garanzie dei singoli, nonché della
sovrana responsabilità di ciascuno Stato in riferimento
alla tutela dei propri cittadini.
4-150
Occorre pertanto far emergere la verità sulla vicenda e
chiamare a rispondere dei propri comportamenti i
responsabili di questa inaccettabile situazione, nonché
chiarire il ruolo svolto dalla Banca centrale europea.
Gérard Deprez e Frédérique Ries (ALDE), per
iscritto. – (FR) Abbiamo votato a favore della
risoluzione presentata dal gruppo del Partito popolare
europeo (Democratici cristiani) e dei Democratici
europei, però abbiamo respinto la risoluzione comune
sul caso della società bancaria cooperativa
internazionale SWIFT a causa di uno squilibrio cui non è
possibile ovviare per mezzo di una serie di
emendamenti.
Conosciamo tutti le difficoltà derivanti dalle esigenze di
conciliare le priorità della lotta contro il terrorismo con il
rispetto – anch’esso fondamentale – dei diritti
individuali. La discussione è stata ripetutamente
influenzata dalle notizie sulle condizioni di detenzione a
Guantánamo, sulla vicenda dei voli segreti della CIA,
sui centri di detenzione in Europa e, ora, sul caso
SWIFT. E’ difficile capire dove tirare una linea di
separazione, però si tratta di una questione di importanza
cruciale in un mondo in cui il terrorismo non si ferma
davanti alle linee di confine tra i diversi paesi.
In Belgio è stata avviata un’indagine per accertare se vi
siano falle tra le maglie delle nostre leggi in materia di
protezione dei dati. Non crediamo che questa risoluzione
vendicativa – violentemente antiamericana nella forma,
irreprensibile nella sostanza (4 e 13: che idea brillante
quella di chiedere che i servizi segreti rendano di
pubblico dominio le loro operazioni!) e spesso anche
illeggibile – possa migliorare la nostra immagine tra gli
europei. Avremmo potuto usare altri modi per esprimere
la nostra determinazione a far luce su qualsiasi
violazione e, nel contempo, per ribadire il nostro fermo
impegno a contrastare coloro le cui ideologie sono in
contrasto con i nostri valori.
4-151
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Pur
non condividendo alcuni aspetti, riteniamo che la
risoluzione dovrebbe contribuire a porre in rilievo la
cosiddetta “lotta contro il terrorismo” e la tendenza
all’eccessiva sicurezza che la caratterizza.
Sotto la copertura del “Programma di controllo dei
finanziamenti del terrorismo” e grazie a un accordo
segreto, gli Stati Uniti hanno avuto accesso a tutti i dati
finanziari conservati presso la Society for Worldwide
Interbank Financial Telecommunications (SWIFT), che
è una società cooperativa di cui fanno parte 8 000
banche e istituti finanziari di 200 paesi, tra cui la Banca
centrale europea.
Non si tratta di un caso isolato, bensì dell’ennesima
vicenda che rivela la necessità di chiarire quale sia il
vero significato della tendenza all’eccessiva sicurezza
che sta minando i diritti, le libertà e le garanzie dei
cittadini.
4-152
Athanasios Pafilis (GUE/NGL), per iscritto. – (EL) Il
controllo da parte degli Stati Uniti sui trasferimenti
bancari di milioni di persone innocenti, con il
beneplacito dell’Unione europea e dei governi dei suoi
Stati membri, dimostra quali siano la portata e gli
obiettivi della cosiddetta strategia antiterrorismo, che è
parte integrante della strategia globale integrata degli
imperialisti mirante a registrare dati per controllare,
forzare e terrorizzare chiunque si opponga loro.
Tale strategia rivela il ruolo svolto dal sistema bancario,
dalle imprese private e dalle società pubbliche nei paesi
capitalisti nonché dalla Banca centrale europea, che
violano le loro stesse regole nell’interesse generale del
sistema.
Le risoluzioni e gli inviti dei partiti conservatori e
socialdemocratici che predominano nell’Unione europea
e nei governi a tutelare la privacy dei cittadini e a trovare
un equilibrio tra le esigenze della lotta contro il
terrorismo e il rispetto dei diritti umani sono un esempio
colossale di ipocrisia.
Infatti, sono stati proprio quei partiti a firmare tali
accordi. E’ altresì offensivo il fatto che, allo stesso
tempo e nella stessa riunione, essi abbiano approvato
una relazione e una proposta di regolamento per
registrare le transazioni finanziarie bancarie di tutti i
cittadini dell’UE.
I deputati al Parlamento europeo del partito comunista
greco si sono astenuti dal voto per manifestare il loro
rifiuto di partecipare a un tentativo di creare impressioni
sbagliate e di santificare l’Unione europea e le forze che
la sostengono. Il partito comunista greco aiuterà a fare
ulteriore luce sul ruolo dell’UE, che, per quanto si sforzi
di apparire sensibile e democratica, adotterà misure
antipopolari e antidemocratiche ancora più severe e
vedrà crescere la resistenza popolare.
4-153
Gli Stati Uniti hanno così avuto accesso a una quantità
enorme di dati sui trasferimenti e sulle transazioni
bancari eseguiti da privati cittadini e da imprese in tutto
il mondo. L’accesso a questo genere di informazioni è
stato accordato in violazione delle procedure giuridiche
sulla protezione dei dati e in assenza di qualsiasi base
legale. Tutto ciò costituisce una violazione dei diritti,
Relazione Lambrinidis (A6-0190/2006)
4-154
Frank Vanhecke (NI). – (NL) Signor Presidente,
osservo che, sebbene nella relazione Lambrinidis si
affermi che, in linea di principio, l’integrazione è un
processo bilaterale, il testo così come è stato approvato
06/07/2006
praticamente non menziona questo concetto, anzi,
ripropone la solita litania dei tantissimi diritti e dei
pochissimi doveri.
Ancora una volta gli Stati membri dell’Unione europea
sono chiamati a operare una discriminazione positiva a
favore degli immigrati, la quale, per logica conseguenza,
comporta svantaggi o discriminazioni a carico della
popolazione autoctona. Inoltre, agli immigrati si devono
riconoscere tutti i diritti politici senza neppure chiedersi
se ci sia da parte loro una qualche disponibilità
all’integrazione. A un certo punto si arriva persino ad
affermare che determinate consuetudini culturali e
religiose non devono costituire un impedimento al
godimento dei diritti da parte degli stranieri o alla loro
integrazione nella società, e questo nonostante sappiamo
tutti benissimo che simili affermazioni non sono altro
che un modo velato per parlare delle abitudini culturali e
religiose dell’islam, che costituiscono il vero tema in
discussione e che sono di fatto in totale antitesi rispetto
alle conquiste delle democrazie europee e ai diritti da
esse garantiti.
Per questa, ma anche per molte altre ragioni, ho
ovviamente votato contro l’approvazione della relazione.
4-155
Philip Claeys (NI). – (NL) Signor Presidente, ho votato
contro la relazione Lambrinidis perché non propone
alcuna soluzione a questi problemi; al contrario, è essa
stessa parte del problema, come dimostra in maniera
eloquente, ad esempio, l’affermazione secondo cui i 40
milioni di stranieri che vivono nell’Unione europea
possono essere considerati come il 26o Stato membro.
Per l’ennesima volta gli elettori europei fungono da
capro espiatorio e si chiede, in termini velati,
un’ulteriore limitazione del diritto alla libertà di
espressione.
La relazione propone l’introduzione del diritto di voto
per gli stranieri e della discriminazione positiva, in altri
termini la discriminazione di cittadini europei a
vantaggio degli stranieri. Non soltanto la prassi ci
insegna che simili misure irrealistiche non funzionano,
ma esse non hanno neppure un fondamento democratico.
Questa relazione è l’ennesimo esempio del deficit di
democrazia che esiste in Europa e dell’ingerenza
dell’Unione europea – due fattori che non possono che
ridurre ulteriormente la fiducia degli europei
nell’Europa.
4-156
Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Se ci fosse
stato bisogno di dimostrare il collasso delle pseudo élite
politiche filoeuropee, la confusione mentale in cui esse
vivono, la perdita da parte loro di punti di riferimento e
lo scompiglio di valori di cui soffrono, bene, la relazione
Lambrinidis lo ha dimostrato. Le proposte del relatore
non sono altro che pregiudizi transfrontalieri
istituzionalizzati a favore di non europei, nonché una
sorta di discriminazione degli europei sul loro stesso
suolo, che si accompagna, in termini finanziari, a una
specie di Piano Marshall per ciò che il relatore definisce
il “26o Stato dell’Unione” e, in termini politici, alla
37
concessione unilaterale di diritti che dovrebbero essere
invece riservati esclusivamente ai cittadini di uno Stato.
Si svegli, onorevole Lambrinidis: ammettere
ufficialmente 40 milioni di immigrati extraeuropei
significa aprire le dighe di sbarramento! Già ora gli Stati
membri accantonano ogni anno centinaia di miliardi di
euro per le cosiddette politiche di integrazione, che
stanno fallendo clamorosamente, comportano costi per la
società e ostacolano lo sviluppo economico. Non
dimentichi i conflitti interetnici nel Regno Unito, non
dimentichi perché è morto Theo van Gogh, non
dimentichi i disordini in Francia, durante i quali i
giovani hanno gridato il loro odio verso le nostre
istituzioni, i nostri valori e tutto ciò per cui ci battiamo.
Le società multiculturali che lei vuole creare sono
bombe in procinto di esplodere.
Milioni di europei sono destinati alla disoccupazione e
ad affrontare problemi sociali e condizioni abitative
difficili. E’ di queste persone che dovremmo occuparci
innanzi tutto.
4-157
Timothy Kirkhope (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I
miei colleghi del partito conservatore britannico e io
approviamo l’ampio approccio della relazione
Lambrinidis e appoggiamo i numerosi elementi positivi
ed equilibrati che contiene e che mirano a favorire
l’integrazione degli immigrati nella società europea.
Vorremmo tuttavia ribadire la necessità di impegnarsi
affinché il principio di sussidiarietà sia totalmente
rispettato in tutti gli aspetti della politica in questo
importante settore.
Riteniamo inoltre che la politica di asilo debba restare di
competenza dei governi nazionali e non crediamo in un
approccio paneuropeo come indicato nel considerando
L.
Per tali motivi abbiamo deciso di astenerci dal voto sulla
relazione.
4-158
Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) Oggi vivono in
Europa circa 50 milioni di immigrati, originari per la
maggior parte dell’Africa e dell’Asia, e il loro numero
cresce di uno-due milioni l’anno. L’esplosione di
violenze etniche, l’islamizzazione di molte delle nostre
città e le sfide che i nostri sistemi di sicurezza sociale,
incapaci di gestire questi nuovi arrivi, devono affrontare
sono le conseguenze più gravi delle ondate migratorie,
tanto più difficili da assimilare in quanto gli immigrati
provengono da culture estranee alla nostra civiltà.
Ben lontana dal risolvere i problemi, l’integrazione
proposta dal relatore in realtà li aggrava ulteriormente.
Lo scorso novembre, in Francia, tre settimane di
disordini hanno ridotto in macerie decine di edifici
costruiti nell’ambito di questa politica, tra cui sale di
riunione, palestre e scuole. Altre proposte, quali
“incoraggiare la partecipazione politica degli
immigrati”, in altre parole concedere loro il diritto di
38
voto, come vuole fare il Primo Ministro Sarkozy in
Francia, non faranno che disgregare ancora di più le
nostre società.
Invece di assorbire migliaia di persone in una pseudo
integrazione, i nostri governi dovrebbero, primo, definire
una vera politica di cooperazione con i paesi di origine,
fondata sulla reciprocità, e, secondo, lanciare una forte
politica a favore della famiglia al fine di garantire la
sopravvivenza a lungo termine delle nostre nazioni.
4-159
Sérgio Marques (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Mi
congratulo con l’onorevole Stavros Lambrinidis per la
sua eccellente relazione sulle strategie e i mezzi per
l’integrazione degli immigrati nell’Unione europea, che
appoggio pienamente.
In proposito desidero ribadire la necessità di garantire
un’effettiva applicazione delle direttive comunitarie
sull’integrazione degli immigrati.
A tal fine, l’Unione europea deve vigilare sulla
trasposizione delle direttive in materia di integrazione e
sull’efficienza delle procedure amministrative che
applicano le norme vigenti nella vita quotidiana degli
immigrati.
4-160
Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Condivido
le preoccupazioni del relatore; non me la sento, però, di
approvare tutte le sue proposte per risolvere uno dei
problemi fondamentali causati dall’immigrazione,
ovvero l’integrazione.
Citerò solo alcuni esempi. Il relatore compie un’analisi
sbagliata, come risulta dalle sue conclusioni, laddove
confonde l’immigrazione da paesi in via di adesione
(soprattutto nel passato) con l’immigrazione da altri
paesi; inoltre, il relatore afferma erroneamente che gli
oltre 40 milioni di cittadini stranieri di paesi terzi
costituiscono il “26o Stato membro dell’Unione
europea” (e il quinto in termini di popolazione); infine,
nell’affrontare una questione complessa, egli sostiene
semplicisticamente la tesi – poi ritirata dal gruppo
GUE/NGL – secondo cui gli Stati membri devono
concedere la cittadinanza agli immigrati, dimenticando
che questa materia è regolamentata in maniera diversa e
ha diverse ragioni d’essere.
Il fatto che nell’Unione europea esista il problema di
integrare alcune comunità di immigrati dimostra che al
momento nessun modello europeo funziona pienamente
ed efficacemente. L’integrazione è un processo
bilaterale: deve essere promossa dal paese ospitante
(dalle sue autorità come dai suoi cittadini), ma deve
anche essere qualcosa che gli immigrati stessi vogliono e
mettono in pratica. Non riconoscere questa realtà
significa consegnare l’iniziativa nelle mani dei
movimenti estremisti di entrambe le parti.
4-161
Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR)
L’immigrazione è un argomento troppo serio per lasciare
06/07/2006
che se ne occupino i soli istituti demoscopici o per
riconoscerle pubblicamente lo status di questione
importante soltanto durante le campagne elettorali
nazionali. L’immigrazione è un dato di fatto. Oltre 40
milioni di persone vivono nel territorio dell’Unione
europea, la quale sembra incontrare moltissime difficoltà
nel coordinare le proprie azioni in questo campo.
L’Unione deve darsi da fare per definire rapidamente
una politica di immigrazione coerente ed efficace. La
Presidenza finlandese intende compiere progressi
riguardo a questo problema spinoso rompendo la
barriera dell’unanimità in seno al Consiglio dei ministri,
che impedisce qualsiasi passo avanti nel settore cruciale
della cooperazione giudiziaria e di polizia, allo scopo di
contrastare la tratta di esseri umani e l’immigrazione
illegale.
Mi auguro vivamente che questo desiderio nordico sia
ben presto tradotto in realtà con l’adozione di una
politica comune dal volto umano in materia di diritto di
asilo, oppure con l’assegnazione di quote di
immigrazione a ciascuno Stato membro, in uno spirito di
collaborazione tra tutti i Venticinque. Un’altra sfida da
affrontare è l’integrazione degli immigrati. Come si
sottolinea nella relazione Lambrinidis, abbiamo ancora
molto lavoro da svolgere nell’Unione a 25 Stati membri
se vogliamo che l’integrazione vada a buon fine,
soprattutto per quanto riguarda l’accesso al mercato del
lavoro, la non discriminazione, l’istruzione delle donne,
i programmi di apprendimento linguistico e la
partecipazione politica. Se vinceremo
questa
scommessa, avremo compiuto un passo in direzione
della pace sociale.
4-162
Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) La politica
europea per l’immigrazione non può limitarsi alla lotta
contro l’immigrazione illegale; dobbiamo attuare con
urgenza una politica europea mirata all’integrazione dei
cittadini di paesi terzi.
La comunicazione della Commissione su un’agenda
comune per l’integrazione costituisce pertanto un
importante passo avanti, e l’istituzione di un Fondo
europeo per l’integrazione dei cittadini di paesi terzi è
senz’altro in linea con tale obiettivo. Gli immigrati
devono poter beneficiare direttamente di questo Fondo,
il quale deve quindi consentire loro di partecipare in
modo più attivo a tutti i livelli dell’istruzione, della
cultura e della politica.
Dobbiamo promuovere tra gli Stati membri uno scambio
delle migliori prassi in materia di politica d’integrazione,
al fine di spianare la strada a una vera politica europea
per l’integrazione.
Inoltre, appoggio la proposta del relatore di stabilire
procedure rapide e umane per la concessione dello status
di residente di lungo periodo, per il ricongiungimento
familiare e per la naturalizzazione degli immigrati di
lungo periodo.
4-163
06/07/2006
Georgios Toussas (GUE/NGL), per iscritto. – (EL)
L’Unione europea affronta il tema dell’immigrazione
solamente nel quadro della strategia di Lisbona,
nell’ottica di rendere la propria economia più
competitiva – ovvero, lo fa dal punto di vista di
aumentare la redditività del capitale europeo. Per questo
motivo i suoi pronunciamenti sull’integrazione sociale
degli immigrati non sono altro che un mero elenco di
desideri, privi come sono di qualsiasi riferimento pratico
volto a risolvere i sempre più gravi problemi che devono
affrontare queste persone. Tali pronunciamenti sono di
un’ipocrisia offensiva, considerato che in tutta l’Unione
gli immigrati sono sottoposti alle peggiori forme di
sfruttamento del capitale: hanno lavori scarsamente
retribuiti e non tutelati, non godono dei diritti sociali e
politici fondamentali, sono perennemente ostaggio del
quadro istituzionale reazionario degli Stati membri e
dell’Unione, che tiene illegalmente prigionieri milioni di
immigrati.
Il partito comunista greco appoggia le giuste richieste
degli immigrati, quali il riconoscimento di uno status
giuridico, l’abolizione di lavori illegali e non tutelati,
retribuzioni più elevate, compensi uguali per lavori di
uguale valore, un’istruzione e un’assistenza sanitaria
pubbliche migliori e gratuite e il pieno godimento dei
diritti politici per tutti. La soluzione dei problemi degli
immigrati passa attraverso la loro integrazione nel
movimento dei lavoratori, la resistenza e la lotta contro
la politica antipopolare dell’Unione europea e dei suoi
governi, che sono responsabili della povertà e delle
disgrazie che affliggono i lavoratori locali e quelli
immigrati nell’Unione europea e in tutto il mondo.
4-164
Relazione Carlotti (A6-0210/2006)
4-165
Nirj Deva (PPE-DE), per iscritto. – (EN) I miei
colleghi del partito conservatore britannico e io
approviamo l’ampio approccio della relazione Carlotti e
appoggiamo i numerosi elementi positivi ed equilibrati
in essa contenuti.
Siamo tuttavia contrari all’integrazione della questione
dell’immigrazione nelle politiche esterne dell’Unione,
come si afferma nel paragrafo 6. Noi non crediamo che
una strategia comune sia il modo migliore per affrontare
questo tema. Riteniamo che la politica in questo campo
debba restare di competenza dei governi nazionali e non
crediamo a un approccio paneuropeo alla politica
dell’immigrazione.
4-166
Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) L’errore
fondamentale dell’onorevole Carlotti, riscontrabile in
tutte le relazioni del Parlamento europeo sull’argomento,
è quello di ritenere che l’immigrazione, ribattezzata per
l’occasione “mobilità degli esseri umani”, sia un diritto
umano. No, non abbiamo tutti l’inalienabile diritto di
stabilirci in modo permanente in un qualsiasi paese di
nostra scelta: gli Stati devono avere la facoltà di decidere
chi può entrare nel loro territorio, chi vi può rimanere e
per quanto tempo.
39
Il pregiudizio filosofico, assurto per così dire a dogma
religioso, sostenuto dalla relatrice la ha indotta a dare
risposte sbagliate. E’ del tutto evidente che esiste un
legame tra sviluppo e migrazione: centinaia di migliaia
di persone sono costrette a emigrare a causa della
povertà; ed è altrettanto ovvio, come il Front National
va ripetendo da anni, che occorrono politiche di sviluppo
in grado di permettere a quelle persone di restare nei
paesi di origine fornendo loro i mezzi per condurvi una
vita dignitosa.
Un elemento di questa politica è il rimpatrio degli
immigrati nei rispettivi paesi di provenienza, di modo
che questi ultimi possano beneficiare dell’esperienza e
delle competenze acquisite dai loro cittadini durante la
permanenza nell’Unione europea. Questa è l’unica
opzione che la relazione dell’onorevole Carlotti ignora
completamente, ed è per tale motivo che voteremo
contro la relazione.
4-167
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT)
Appoggiamo la relazione perché contiene alcuni
elementi che accogliamo con favore. Tuttavia, la
relazione non critica la politica di immigrazione
praticata dall’Unione europea né condanna le cause
sottese alla migrazione di milioni di uomini e donne in
tutto il mondo.
La relazione non critica la politica per l’immigrazione
dell’Unione europea, il cui obiettivo precipuo è quello di
sfruttare manodopera a basso costo e priva di diritti per
mezzo di misure repressive volte a criminalizzare gli
immigrati, uomini e donne che vogliono semplicemente
godere del diritto di vivere, cioè di poter disporre di
cibo, salute, acqua, alloggio, istruzione e cultura, del
diritto al lavoro e del diritto a un reddito.
La relazione, inoltre, evita di affrontare le cause
dell’immigrazione, che sono radicate in un’ingiustizia
sempre più profonda originata dalle politiche
neoliberiste e militaristiche che stanno alla base della
globalizzazione capitalista. Queste politiche di
liberalizzazione e privatizzazione sono tese a
promuovere la concentrazione di ricchezza e proprietà
nei grandi gruppi economici e finanziari, nonché a
manovrare gli Stati membri affinché agiscano nel loro
interesse – il che dimostra che non hanno bisogno né di
ingerenze né di guerre per imporre le loro idee.
4-168
Martine Roure (PSE), per iscritto. – (FR) Alla vigilia
della Conferenza di Rabat è urgente ricordare che la
cooperazione tra l’Unione europea e i paesi di origine
degli immigrati non può limitarsi a un aiuto per
rafforzare le frontiere.
Dobbiamo impegnarci in un dialogo che affronti i motivi
fondamentali che inducono le persone a rischiare la vita
attraversando gli oceani alla ricerca di un’esistenza
migliore in Europa. Dobbiamo favorire il cosviluppo,
che è più direttamente incentrato sulle persone,
nell’ottica di ridurre la povertà e le disuguaglianze, che
40
sono le cause principali dell’emigrazione. La creazione
di un Fondo europeo di cosviluppo renderà permanente
questo principio.
Non va infine dimenticato che la migrazione deve
rappresentare un’opportunità per i paesi di origine, nel
senso che noi possiamo incoraggiare gli emigrati a
investire nei loro paesi di provenienza al fine di
ottimizzare il loro impatto sullo sviluppo di questi
ultimi.
4-169
Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) Voto a
favore della relazione perché non introduce norme di
legge e avanza molte proposte valide. La relazione mette
in evidenza concetti quali l’equità, i diritti per i
richiedenti asilo e gli aiuti per l’integrazione e la
cooperazione. Sono però contrario alla proposta
formulata nella relazione di attribuire maggiori poteri
all’Unione europea nel campo della politica di
immigrazione, perché questo avrebbe un impatto
negativo sia nella pratica sia dal punto di vista della
democrazia. Sono contrario alla proposta di istituire
nuovi fondi inefficienti, che l’Unione sarebbe incapace
di gestire con successo. Sono infine contrario alla
proposta, inefficace in termini di costo, di pagare i
differenziali retributivi affinché coloro che hanno un
reddito elevato ritornino nei loro paesi.
4-170
Relazione Schmidt (A6-0207/2006)
06/07/2006
Quindi, pur deplorando il fatto che il Parlamento non
abbia ritenuto opportuno propugnare l’adozione di
provvedimenti tariffari speciali (un approccio
differenziato, simile al sistema GSP+) a beneficio dei
prodotti del libero mercato, voterò a favore della
relazione Schmidt.
4-172
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Pur
essendo animata dalle migliori intenzioni, in definitiva
questa relazione non è riuscita a cogliere il nocciolo del
problema.
E’ ovvio che il produttore deve avere un reddito equo,
per poter coprire i costi di produzione e garantirsi
condizioni di vita accettabili, e deve inoltre essere
coinvolto nel processo di collocazione dei suoi prodotti
sul mercato – per citare soltanto due dei numerosi
elementi positivi della relazione.
Nondimeno, le considerazioni di più ampia portata su
cui poggia il cosiddetto commercio equo e solidale sono
in palese contrasto con le politiche di liberalizzazione
del commercio mondiale, come quelle portate avanti
dall’Organizzazione mondiale del commercio (per non
parlare degli accordi di libero commercio patrocinati
dall’Unione europea e dagli Stati Uniti), che mirano a
manipolare
i
sistemi
produttivi
dei
paesi
economicamente meno sviluppati al fine di soddisfare le
esigenze di espansione dei grandi gruppi economici e
finanziari dei paesi “nordici”.
4-171
Jean-Claude Fruteau (PSE), per iscritto. – (FR) Con la
relazione Schmidt, il Parlamento europeo ha cercato di
pronunciarsi sulla necessità di conferire al commercio
equo e solidale un vero e proprio quadro politico
europeo.
Questo approccio è assolutamente fondamentale, poiché
la pressione attualmente esercitata dalla crescente
apertura dei mercati mondiali rappresenta una grave
minaccia per la sostenibilità economica, ambientale e
sociale dei diversi modelli agricoli applicati in tutto il
mondo. Costringendo gli agricoltori a vendere i loro
prodotti a prezzi sempre più bassi, tale apertura rischia
di minarne il reddito ed è in parte responsabile del
deterioramento delle condizioni di lavoro dei lavoratori
agricoli e del peggioramento della situazione ambientale.
Il libero commercio può e deve contribuire a trovare
un’alternativa a questa realtà, la quale, privilegiando il
minimo comune denominatore, compromette il
raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del
Millennio. In tale prospettiva, la Commissione deve ora
lanciare un forte segnale politico a favore di un sistema
commerciale che garantisca ai produttori un reddito
decente e contribuisca a eliminare qualsiasi tentazione di
dumping sociale e ambientale. La crescente popolarità
dei prodotti del libero commercio presso i consumatori
europei è destinata a fungere da incentivo per
un’iniziativa di questo tipo.
C’è bisogno di una politica che rispetti il diritto delle
persone a utilizzare le risorse naturali e a godere dei
vantaggi economici e produttivi del proprio paese
nell’ottica di migliorare le proprie condizioni di vita, una
politica che favorisca la cooperazione a vantaggio di
entrambe le parti e garantisca l’indipendenza alimentare,
una politica nella quale le risorse naturali e i settori
economici strategici rimangano di proprietà pubblica e
sotto il controllo pubblico.
4-173
David Martin (PSE), per iscritto. – (EN) Approvo
questa relazione equilibrata, che verifica in che modo i
prodotti del commercio equo e solidale, il cui numero e
la cui popolarità nell’Unione europea stanno
aumentando, potrebbero contribuire ai nostri sforzi di
porre fine all’ingiustizia sociale e di elevare gli standard
di produzione nei paesi in via di sviluppo.
Appoggio alcune delle conclusioni della relazione, in
particolare quella che invoca un’adeguata informazione
dei consumatori, un prezzo equo per il produttore e la
trasparenza lungo l’intera catena di fornitura. Ho cercato
di emendare la relazione per accertarmi che le
condizioni di produzione siano pienamente prese in
considerazione nel concetto di “commercio equo e
solidale” in riferimento all’esigenza di rispettare le otto
convenzioni di base dell’Organizzazione internazionale
del lavoro.
Ho presentato un emendamento anche per invitare la
Commissione a cooperare con il movimento
06/07/2006
internazionale del commercio equo e solidale al fine di
sostenere criteri chiari e ampiamente applicabili per
valutare, alla luce degli stessi, i programmi di garanzia
per i consumatori, in modo da favorire la fiducia di
questi ultimi nei confronti di tali programmi. Dato che
esistono già molti programmi nazionali riconosciuti dai
consumatori, in questo momento non sarei favorevole a
un marchio comunitario per il commercio equo e
solidale. Ritengo ad ogni modo che questa opzione
andrebbe presa in considerazione qualora si verifichi una
proliferazione di standard e marchi tale da creare
confusione tra i consumatori.
41
Approvazione del processo verbale della seduta
precedente: vedasi processo verbale
4-180
Comunicazione delle posizioni comuni del Consiglio:
vedasi processo verbale
4-181
Risultati delle riunioni dell’OMC di fine aprile a
Ginevra e prospettive future (seguito della
discussione)
4-182
4-174
AIDS, è tempo di rispettare gli impegni (B60375/2006)
4-175
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) E’
noto che oltre 65 milioni di persone in tutto il mondo
hanno contratto l’HIV, che circa 25 milioni di persone
sono morte e circa 15 milioni di bambini sono diventati
orfani a causa dell’AIDS. La situazione è
particolarmente grave nei paesi in via di sviluppo, dove
vive più del 95 per cento dei 40 milioni di persone
attualmente affette dall’HIV, con una concentrazione di
oltre il 70 per cento nella sola Africa subsahariana.
In uno scenario così sconvolgente, voglio evidenziare il
dramma delle donne, che costituiscono più della metà di
tutti gli ammalati di AIDS e il 60 per cento degli
ammalati di AIDS africani. Rispetto agli uomini, le
donne hanno da due a quattro volte più probabilità di
contrarre la malattia.
Vogliamo segnalare la dichiarazione della sessione
speciale dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite,
del 2 giugno 2006, e più precisamente i suoi riferimenti
alla necessità di promuovere un accesso generalizzato
alle medicine, compresa la produzione di farmaci
antiretrovirali generici e di altri medicinali essenziali per
la cura di infezioni AIDS-correlate; riteniamo tuttavia
deplorevole che tale dichiarazione non fissi obiettivi e
scadenze globali per i medicinali, le risorse e la
prevenzione e non delinei un piano d’azione sostenibile
per sostenere l’obiettivo di garantire l’accesso
generalizzato di tutti gli ammalati di HIV entro il
2010…
(Testo abbreviato conformemente all’articolo 163,
paragrafo 1, del Regolamento)
4-176
Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo
verbale
4-177
(La seduta, sospesa alle 13.35, riprende alle 15.00)
4-178
PRESIDENZA DELL’ON. ONESTA
Vicepresidente
4-179
Presidente. – L’ordine del giorno reca il seguito della
discussione sull’interrogazione orale dell’onorevole
Barón Crespo sui risultati della riunione dell’OMC di
fine aprile a Ginevra e sulle prospettive future.
4-183
Robert Sturdy (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente,
penso che molti dei nostri oratori gradiscano che il
Commissario Mandelson sia presente quando parlano.
Sa se verrà?
4-184
Presidente. – Mi avvertono che il Commissario sta
arrivando e credo addirittura che abbia appena fatto
ingresso nell’Aula, perciò penso che possiamo lasciare
che il Commissario Mandelson si accomodi mentre il
primo oratore si appresta a prendere la parola a nome del
suo gruppo.
4-185
Georgios Papastamkos, a nome del gruppo PPE-DE. –
(EL) Signor Presidente, desidero avanzare una seria
proposta oltre a quanto è stato dichiarato a buon diritto
dal
presidente
della
commissione
https://iate.cdt.eu.int/iatenew/manipulation/dataentry/Ent
ryDetailview.jsp?lilId=2114168&srcLang=it&fromresul
ts=trueper il commercio internazionale, l’onorevole
Barón Crespo. I risultati dell’incontro di Ginevra non
devono sviare il nostro impegno verso il
multilateralismo,
verso
relazioni
economiche
internazionali organizzate e verso una regolamentazione
del commercio internazionale equilibrata ed equa.
Nondimeno, non capisco perché l’Unione continui a
essere svantaggiata nel settore agricolo. Sappiamo tutti
che ha sostenuto una posizione negoziale costruttiva.
L’enfasi nei negoziati, e le concessioni, sono dettati da
altri attori chiave sviluppati e in via di dinamico
sviluppo. Dobbiamo eliminare le illusioni che alcuni dei
nostri partner commerciali si sforzano di sostenere.
In primo luogo, la liberalizzazione in campo agricolo
non è una panacea per lo sviluppo. Al contrario, si
prevede che avvantaggi solo pochi esportatori
concorrenziali, come l’Australia, la Nuova Zelanda, il
Brasile e l’Argentina. Tutti i più recenti studi economici
concordano sul fatto che i maggiori vantaggi dell’attuale
ciclo negoziale dovrebbero derivare dall’apertura dei
mercati ai prodotti industriali e ai servizi al commercio.
In secondo luogo, la liberalizzazione dei prodotti
industriali e dei servizi non rappresenta soltanto un
42
06/07/2006
interesse precipuo dei paesi sviluppati. La graduale
liberalizzazione, con la necessaria assistenza tecnica,
andrà a vantaggio degli stessi paesi in via di sviluppo.
Marian Harkin, a nome del gruppo ALDE. – (EN)
Signor Presidente, do il benvenuto in Aula al
Commissario Mandelson.
Terzo, il trattamento speciale dei paesi in via di sviluppo
è assolutamente positivo. Al contempo, tuttavia, è
guardando all’estero che questi paesi riusciranno a
integrarsi più efficacemente nel sistema del commercio
globale. Per quanto riguarda il dilemma del
multilateralismo
o
bilateralismo/regionalismo,
appoggiamo senza riserve le relazioni commerciali
multilaterali.
Ho ascoltato le dichiarazioni rilasciate questa mattina dal
Commissario, che ha parlato di veri e propri tagli alle
sovvenzioni agricole da parte di tutti e ha usato la frase
“operare ai limiti della nostra flessibilità”. Voglio
chiedergli di fornirci maggiori informazioni su tale
flessibilità e sul mandato che ha ricevuto dal Consiglio
dei ministri in materia di concessioni commerciali in
campo agricolo. Il mandato negoziale previsto nelle
conclusioni del Consiglio e nell’accordo di
Lussemburgo è cambiato? Di sicuro non mi attendo che
mi fornisca informazioni precise sulla sua posizione
negoziale, ma vorrei sapere quali sono i parametri di
massima di quella flessibilità e se ne è previsto un limite.
Di conseguenza, sono necessari ulteriori negoziati,
conservando però intatto il principio dell’impegno
uniforme. Ritengo che vi siano ancora i margini per un
accordo. Il Doha Round non deve naufragare in quanto
ad esso si accompagnano grandi ambizioni e aspettative.
In conclusione, desidero porgere al Commissario
Mandelson i miei sinceri ringraziamenti per la sua
particolareggiata relazione sulla riunione di Ginevra e
congratularmi sinceramente con lui per la sua posizione
negoziale.
4-186
Panagiotis Beglitis, a nome del gruppo PSE. – (EL)
Signor Presidente, desidero anch’io ringraziare il
presidente della commissione per il commercio
internazionale, l’onorevole Barón Crespo, e il
Commissario Mandelson per le loro relazioni.
Credo che il fallimento dei negoziati di Ginevra della
scorsa settimana abbia creato proprio quel clima di
allarmismo che qualcuno sembrava voler alimentare.
Tuttavia, ritengo che questo clima non debba in alcun
modo esercitare pressioni sulla Commissione o sul
Commissario Mandelson perché continuino a fare
concessioni, in particolare nel settore agricolo.
Signor Commissario, temo che, come Unione europea e
Commissione europea, abbiamo perso la battaglia per le
nostre posizioni. Abbiamo perso a livello di
comunicazione e credo che occorra stare molto attenti in
questo campo. Il nostro messaggio deve essere forte e
chiaro. Desideriamo un compromesso equilibrato e
logico che copra tutti i settori del Doha Round. Tuttavia,
tale compromesso non può andare a discapito del settore
agricolo dell’Unione europea. Pertanto, dobbiamo
attenerci al mandato del Consiglio dei ministri e rivedere
la politica agricola comune: è questa la posizione che
dobbiamo adottare.
Infine, signor Commissario, vorrei che ci spiegasse
un’espressione che di recente ha impiegato in diverse
occasioni: cosa significa “la Commissione europea
mostrerà una flessibilità condizionale”? Temo che i
nostri partner commerciali stiano sfruttando questa
dichiarazione per esercitare pressioni ancora maggiori
sulla Commissione europea.
4-187
Il Commissario ha anche detto che, la settimana scorsa, a
Ginevra, ha negoziato assieme al Commissario Fischer
Boel. Concorda con quanto affermato la scorsa
settimana dalla sua collega, la quale ha dichiarato che, se
accettassimo le proposte del G20 nella loro interezza,
perderemmo fino a mezzo milione di posti di lavoro
nella catena delle forniture, vedremmo azzerata la
produzione di carne bovina in paesi come l’Irlanda e la
Francia e assisteremmo alla completa scomparsa della
produzione di carne di pollo?
Infine, desidero porgere le mie più sincere scuse al
Commissario; sarò infatti costretta ad ascoltare le sue
risposte su Internet, dato che la discussione è iniziata
con diverse ore di ritardo e devo prendere un aereo che
non aspetta.
4-188
Carl Schlyter, a nome del gruppo Verts/ALE. – (EN)
Signor Presidente, è chiaro che la crisi dell’OMC si sta
aggravando. La riunione ministeriale dell’OMC della
settimana scorsa non è riuscita ad avvicinare i membri
alla conclusione di accordi commerciali. Ciò rischia di
rappresentare un ulteriore passo verso il tradimento
finale dell’idea stessa di un negoziato dedicato allo
sviluppo. Alcuni hanno perfino detto che la riunione è
stata controproducente, che l’atmosfera era ancora più
difficile che in passato, ma forse l’aspetto positivo è che
i paesi in via di sviluppo sono uniti nell’insistere sulla
necessità che i paesi ricchi collochino, com’è logico, lo
sviluppo al centro del processo e mantengano finalmente
le promesse fatte tanto tempo fa.
Oltre due terzi dei membri dell’OMC – i paesi in via di
sviluppo e i paesi meno sviluppati – hanno dichiarato
che erano disposti a giungere a un accordo, ma che sono
i paesi industrializzati a dover dare il maggiore
contributo a riprova della loro leadership. Sono lieto che
l’UE abbia segnalato di essere pronta ad avvicinarsi alla
posizione del G20, soprattutto riducendo gli aiuti interni,
ma l’offerta dell’Unione europea contiene ancora
scappatoie che pregiudicherebbero le potenzialità di un
vero accordo di sviluppo. L’offerta degli USA è
ovviamente ancora molto lontana dalle azioni che si
06/07/2006
43
devono intraprendere per porre fine alla pratica del
dumping e tutelare la sicurezza alimentare.
anche la minaccia
economico.
Per quanto riguarda il trattamento speciale e
differenziale in agricoltura (la casella sviluppo), non è
chiaro se la Commissione intende appoggiare la richiesta
del G33 di includere una significativa quota di prodotti
per garantire la sicurezza alimentare. Sarei grato se il
Commissario Mandelson formulasse la posizione
dell’UE e, spero, la distinguesse dalle proposte
perniciose degli USA.
La mia seconda proposta riguarda il ruolo dei paesi in
via di sviluppo, i quali non devono essere preda del
potere di eventuali futuri accordi bilaterali. La
Commissione deve offrire assistenza tecnica a quei paesi
allo scopo di metterli nelle condizioni di non perdere
terreno nei confronti dei paesi più sviluppati nell’ambito
dei negoziati.
Sul NAMA, la Commissione chiede ancora una
liberalizzazione troppo estrema che minaccerà la stessa
sopravvivenza della produzione locale di alcuni paesi in
via di sviluppo. Inoltre, non rientra nello spirito del
Doha Round chiedere di intervenire sui livelli tariffari
applicati piuttosto che, come di consueto, su quelli
consolidati.
Sembra molto improbabile che si giunga a un accordo
entro luglio; inoltre il programma è troppo fitto.
Dovremmo concederci un periodo di riflessione sui
motivi del fallimento del ciclo di Doha. Dobbiamo
trarne insegnamento e fare in modo che le cose siano
affrontate meglio da un OMC ampiamente riformata e in
grado di comprendere in modo chiaro il ruolo del
commercio e portare avanti uno sviluppo sostenibile.
Forse così potremo concepire un negoziato sullo
sviluppo veramente degno di questo nome.
4-189
Bastiaan Belder, a nome del gruppo IND/DEM. – (NL)
Signor Presidente, oggi pomeriggio non stiamo
discutendo soltanto dell’esito della riunione dell’OMC
di Ginevra, ma anche del futuro dell’OMC come
istituzione. Data la crisi che sta attraversando, è molto
probabile che l’OMC potrà agire esclusivamente nel
ruolo di arbitro senza poter più prendere l’iniziativa di
proporre nuove regole, con la conseguente minaccia che
il commercio mondiale sarà ancora una volta alla mercé
di innumerevoli accordi bilaterali. Vorrei porre al
Commissario Mandelson tre domande.
Prima: tutte le parti coinvolte nei negoziati commerciali
sono del tutto consapevoli dell’urgenza di una positiva
conclusione del Doha Round? La mia seconda domanda
deriva dalla prima ed è la seguente: qual è l’opinione del
Commissario riguardo al ruolo degli Stati Uniti e del G20, e fino a che punto, signor Commissario, ritiene che
siano disposti ad agire? La mia terza domanda è la più
urgente. La Commissione sa esattamente come
comportarsi qualora il ciclo di Doha dovesse fallire, e
che tipo di agenda ha preparato per tale eventualità?
Desidero sottoporre all’attenzione della Commissione
due proposte relative a questa agenda commerciale.
Soprattutto, occorre tenere aperta il più a lungo possibile
la strada mediante accordi multilaterali. Gli accordi
bilaterali conferiscono sempre al commercio mondiale
innumerevoli norme commerciali di vario tipo che lo
rendono meno gestibile ed efficace. Oltretutto, pongono
di
un
nuovo
protezionismo
4-190
Robert Sturdy (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente,
ringrazio il Commissario, non solo per averci raggiunto
qui oggi per ascoltare il dibattito, ma anche per l’aiuto
che suppongo abbia dato ai deputati a Ginevra la
settimana scorsa. Io non ho potuto esserci, ma i colleghi
che erano presenti hanno espresso il loro ringraziamento
per il modo in cui li ha tenuti informati.
Signor Commissario, dal suo discorso – che mi è
sembrato molto franco – per usare un eufemismo, perché
avrei potuto usare parole più forti – ho avuto
l’impressione che lei fosse piuttosto seccato dal modo in
cui gli USA hanno partecipato ai negoziati. In realtà, a
quanto pare sono stati abbastanza intransigenti. Benché
non si possa sempre credere a quello che si legge sui
giornali, secondo un comunicato lei aveva chiesto al
rappresentante USA per il commercio, Susan Schwab,
cosa era disposta a offrire se l’UE avesse concesso agli
USA tutto ciò che chiedevano in materia di accesso ai
mercati. Sembra che lei non sia stata in grado di
rispondere. Mi chiedo se gli Stati Uniti abbiano un
mandato. Quando eravamo a Hong Kong, Rob Portman
non è mai sembrato in grado di negoziare. Ogni volta
che ho avuto occasione di ascoltarlo, il cotone
dell’Africa occidentale aveva un problema diverso.
Sicuramente, quando i produttori hanno esercitato
pressioni su di lui a Hong Kong, ne è rimasto molto
turbato e non è sembrato in grado di fare alcuna
osservazione. Non si trattava di una questione
importante per gli Stati Uniti, né di una questione
importante in termini di scambi, ma era comunque molto
significativa.
Qual è la posizione di riserva se i negoziati rimangono in
una situazione di stallo il mese prossimo? Dove
andremo? Qual è la situazione?
Riguardo invece a una questione secondaria, l’onorevole
Harkin ha fatto riferimento all’agricoltura. Qual è la
nostra posizione? Nel Regno Unito regna sicuramente
una grande preoccupazione, come peraltro, ne sono
certo, in tutta Europa, per il possibile arrivo nell’Unione
europea di carne di manzo agli ormoni in seguito a un
negoziato commerciale con gli USA. Il rischio che ciò
accada è reale, oppure possiamo eliminarlo?
4-191
David Martin (PSE). – (EN) Signor Presidente, è chiaro
che le trattative sul commercio mondiale sono in grave
crisi, ma spero che, con le loro discussioni, i membri
dell’OMC non ci conducano a un fallimento assicurato.
E’ chiaro che il successo di un ciclo negoziale dipende
44
da come si affronta il tema dell’agricoltura. Non c’è da
stupirsi se i paesi in via di sviluppo, in cui fino all’85 per
cento della popolazione vive in zone rurali, valuteranno
ogni pacchetto in base ai suoi effetti sui loro agricoltori.
Ciò che trovo più sconcertante, francamente addirittura
inspiegabile, è l’idea che i colloqui possano fallire a
causa della posizione degli USA, e in misura minore di
quella
dell’Unione
europea,
sull’agricoltura.
L’agricoltura rappresenta soltanto il 2 per cento della
nostra ricchezza, perciò è perverso fare di questo aspetto
un ostacolo insormontabile quando abbiamo molto da
guadagnare da un migliore accesso al mercato dei
prodotti non agricoli e in particolare dalla
liberalizzazione dei servizi.
Fin dall’inizio del Doha Round, l’UE ha avviato una
sostanziale riforma della PAC. A Hong Kong abbiamo
offerto di porre fine alle sovvenzioni alle esportazioni
agricole entro il 2013; il nostro programma “Tutto
fuorché le armi” offre ai prodotti provenienti dai paesi
poveri un accesso al mercato comunitario in esenzione
da dazi. Se da un lato credo che possiamo e dobbiamo
andare oltre, e apprezzo il Commissario per la sua
flessibilità, in particolar modo la flessibilità che ha
mostrato a Ginevra, dall’altro rilevo che di questa
flessibilità i nostri partner negoziali e commerciali sono
purtroppo carenti.
Vorrei chiedere al Commissario, dati i suoi intensi
contatti con gli altri negoziatori, se può indicare a questa
Assemblea quale tipo di pacchetto ritiene sia necessario
che gli Stati Uniti mettano sul tappeto per spezzare
questa impasse.
Susan Schwab ha indicato che continuerà a impegnarsi
per arrivare a un risultato positivo. Cosa deve mettere
sul tappeto per dimostrare che gli USA sono pronti ad
agire concretamente riguardo alle proprie sovvenzioni
all’agricoltura?
06/07/2006
Tuttavia, se il Commissario vuole trovare una leva per
modificare la posizione degli USA, gli suggerisco di
lavorare per ottenere una classificazione delle colture
geneticamente modificate separata rispetto ai loro
equivalenti naturali. Questo concederebbe a noi e ai
paesi meno sviluppati un netto vantaggio rispetto agli
USA, che farebbero fatica a distinguere le colture
geneticamente modificate dai loro equivalenti naturali.
Quando lo farà, il Commissario potrebbe parlare anche
al Commissario Fischer Boel della possibile concessione
di uno status privo di OGM ai paesi europei?
4-193
Christofer Fjellner (PPE-DE). – (SV) Signor
Presidente, vorrei iniziare ringraziando il Commissario
Mandelson per lo spirito di apertura che ha mostrato a
noi quattro, che facevamo parte della delegazione del
Parlamento a Ginevra lo scorso fine settimana. E’ stato
molto gratificante e penso che abbiamo collaborato
perfettamente. La conclusione di un nuovo accordo
OMC ha un valore intrinseco per noi e, per realizzare
questo obiettivo, occorre avere fiducia, sia nell’OMC,
sia nel multilateralismo stesso. Si tratta, dopotutto,
dell’unico sistema che ha consentito una vera e propria
liberalizzazione del commercio mondiale.
Tuttavia, ritengo veramente che abbiamo ragione a
chiedere qualcosa di più di un semplice accordo tra tutte
le parti. Ci meritiamo un accordo ambizioso, un accordo
che consenta un più ampio accesso ai mercati sia per i
prodotti agricoli, che per quelli industriali, per tutti, sia
nei paesi industrializzati, sia in quelli in via di sviluppo,
un accordo che non tralasci i servizi. Questa è una
materia di importanza cruciale se vogliamo che i paesi
poveri progrediscano, ma anche se vogliamo che le
nostre imprese europee abbiano accesso a nuovi mercati.
A lungo andare, nessuno ci guadagnerebbe da un Doha
Round dalla portata limitata o da un suo completo
fallimento. Pertanto non credo che vi sia alcuna
giustificazione per le posizioni radicali che vediamo
adottare da molte parti in questo momento.
4-192
Kathy Sinnott (IND/DEM). – (EN) Signor Presidente,
mentre il Doha Round dedicato allo sviluppo va avanti
noiosamente, sembra che stiamo perdendo di vista
proprio lo sviluppo. Non ci sono stati guadagni degni di
nota per le nazioni meno sviluppate. Ci sono state
notevoli perdite per paesi come Mauritius, che ora
corrono il rischio di vedersi relegare alla categoria dei
paesi più poveri.
Vi sono state inoltre gravi perdite per l’agricoltura
irlandese. Recentemente un agricoltore – un allevatore di
pecore di terza generazione – mi ha portata a vedere il
suo ultimo gregge di pecore. La nostra industria dello
zucchero, un tempo florida, ha spento le luci e chiuso la
porta della sua ultima fabbrica. Anche se vorrei vedere
progressi tangibili per le nazioni più povere, suppongo di
dovere essere grata che in questo ciclo di colloqui non
sia stata svenduta nessun’altra fetta di agricoltura
irlandese.
E’ facile scorgere quali sono i problemi dei negoziati. La
realtà economica dovrebbe bastare per convincere tutte
le parti a compiere quel po’ di sforzi in più, in
particolare il triangolo UE-Brasile-USA, che è stato al
centro dell’attenzione nel corso del fine settimana a
Ginevra. Tutti questi paesi hanno forti motivi pratici per
compiere un ulteriore passo in avanti. Negli USA, per
esempio, anche i sostenitori più accaniti del
protezionismo agricolo dovrebbero capire che è meglio
rinunciare alle sovvenzioni agricole nel corso dei
negoziati e ottenere in cambio l’accesso ai mercati di
regioni chiave, piuttosto che essere costretti a rinunciarvi
da un organo di conciliazione a seguito di un fallimento
dei negoziati, per poi non ottenere nulla in cambio. Il
panel dello zucchero che è sceso in campo contro di noi
e che ci ha fatto riformare le nostre sovvenzioni ai
produttori di zucchero avrebbe dovuto farcelo capire.
L’Unione europea deve anche capire che è assurdo non
assicurarsi l’apertura di mercati molto più importanti per
i beni industriali e i servizi restando aggrappati a
06/07/2006
sovvenzioni agricole che, lo sappiamo tutti, sono
fondamentalmente indifendibili. Fa perciò piacere
vedere che la Commissione sembra essersi avvicinata a
soddisfare la richiesta del G20, il gruppo di paesi in via
di sviluppo più avanzati, di ridurre gli alti livelli di dazi
doganali sui prodotti agricoli. Questo è di cruciale
importanza se vogliamo salvare le prospettive di un
accordo. Dobbiamo ora adottare un approccio flessibile
soltanto in relazione ai prodotti veramente vulnerabili e
non per soddisfare gli interessi particolari che fanno la
voce più grossa. Se c’è qualcuno che dovrebbe capire
l’importanza di un commercio senza dazi e barriere,
dovremmo essere noi europei. Noi, che ne vediamo i
vantaggi ogni giorno, grazie al mercato interno.
(Applausi da vari banchi)
4-194
Elisa Ferreira (PSE). – (PT) Facevo parte della
delegazione del Parlamento a Ginevra e vorrei mettervi a
parte di un paio di aspetti positivi: il primo è stata la
positiva collaborazione tra la Commissione e i
parlamentari europei presenti. Come hanno ricordato
alcuni dei precedenti oratori, vi erano contatti giornalieri
tra il Commissario Mandelson e il Commissario Fischer
Boel. Ciò ha garantito un costante flusso di
informazioni, facendo sì che gli europarlamentari
potessero ottenere risultati migliori. Il secondo è che
l’UE è apparsa come un blocco proattivo pronto a
negoziare, in contrasto con altri partner, in particolare
gli Stati Uniti.
L’aspetto negativo è che senza dubbio i negoziati non
hanno raggiunto grandi risultati, il che è negativo per il
mondo e per l’Europa. In Europa dobbiamo rafforzare la
competitività, la crescita e l’occupazione. A tale scopo,
dobbiamo assicurare un effettivo accesso ai mercati per
le imprese industriali – accesso al mercato per i prodotti
non agricoli (NAMA) – e per i servizi più dinamici;
dobbiamo garantire il rispetto della proprietà
intellettuale e negoziare condizioni ambientali e sociali
di parità che disciplinino la concorrenza internazionale.
Ho un paio di domande da porre. Prima: qual è la reale
capacità dell’Europa di trovare una soluzione, anche
parziale, a questi problemi nel ciclo di Doha? Seconda:
se, come prevediamo, a luglio non si raggiungerà alcun
accordo, che strategia adotterà l’Unione europea?
4-195
(EN) A settembre avete fatto riferimento a una nuova
serie di proposte. Potete fornirci qualche dettaglio in
merito?
4-196
(PT) Terza domanda: le gravi difficoltà incontrate nel
corso dell’attuale Doha Round a ottenere dei risultati
sono dovute a problemi di routine o il modello
multilaterale di armonizzazione del commercio
mondiale,
che
personalmente
appoggio,
va
completamente rinnovato e forse integrato?
4-197
Gerard Batten (IND/DEM). – (EN) Signor Presidente,
come il Commissario Mandelson sa bene, l’aumento
45
degli scambi e della prosperità vanno a braccetto.
Maggiori scambi e un maggiore benessere portano a una
riduzione della migrazione, a una società più stabile e
alla pace. Il Terzo mondo ha bisogno di una quota di
commercio mondiale pari a quella di chiunque altro, ma
l’attuale regime di tariffe e sussidi lo soffoca. Perché
non far cadere le barriere verso il terzo mondo in cambio
di progressi interni, legali e infrastrutturali?
L’UE non riesaminerà le tariffe prima del 2013, quindi
si perderà del tempo prezioso. Ora passiamo alla
questione della globalizzazione. Perché mai si applicano
tariffe così alte alle scarpe provenienti dalla Cina?
Temiamo che l’enorme popolazione della Cina batta la
produzione europea? Dobbiamo ripensarci; il commercio
ha una dimensione bidirezionale. Acquistare dalla Cina
significa che 500 milioni di europei potranno entrare in
un mercato composto da 1 miliardo e 300 milioni di
cinesi. Questa è un’enorme opportunità per i produttori
europei.
Perciò vorrei invitare il Commissario ad avere il
coraggio e l’ardire di ridurre drasticamente le tariffe e le
sovvenzioni e di stimolare il libero scambio in tutto il
mondo. Non parliamo soltanto di ridurre la povertà e di
relegarla al passato, adottiamo anche provvedimenti
concreti per promuovere il commercio, che rappresenta
l’unica vera soluzione.
4-198
Daniel Caspary (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente,
ciò che desidero dire al Commissario Mandelson e al suo
staff è: congratulazioni per il buon esito dei negoziati
delle scorse settimane! Questo successo ha dimostrato
che è possibile, una volta per tutte, passare la patata
bollente agli Stati Uniti; l’Unione europea è riuscita
finalmente a sfuggire al ruolo di ostruzionista che le era
stato assegnato, e tutti possono facilmente vedere che è
giunto il momento che siano gli altri a fare le proprie
mosse. Un altro aspetto positivo è che, nel fine
settimana, le parti negoziali si sono lasciate in un clima
di calma, anziché attaccarsi violentemente a
squarciagola, come successe dopo Hong Kong, e questo
ci fa ben sperare per le prossime settimane.
Realisticamente, non ci saremmo dovuti aspettare un
risultato o una conclusione già entro giugno.
Tuttavia, nelle prossime settimane saranno importanti
una serie di punti. Tanto per cominciare, la nostra
economia ha bisogno che i mercati siano veramente
aperti, specialmente quelli delle economie emergenti. In
secondo luogo, non vi devono essere concessioni
unilaterali sull’agricoltura. Terzo, nemmeno nelle
prossime settimane si dovranno concludere accordi
politici prematuri. Quarto, un risultato negativo sarebbe
anche peggiore dell’assenza di risultati, perché sarebbe
disastroso per le nostre economie nazionali se offrissimo
tagli generalizzati ai dazi doganali e alle sovvenzioni nel
settore agricolo o nel NAMA senza ottenere in cambio
reali miglioramenti nell’accesso ai mercati per i prodotti
industriali. Quinto, è assolutamente essenziale che i
rappresentanti europei al Vertice G8 sollevino la
questione del ciclo di Doha collocandola in cima
46
all’agenda del summit. E’ di importanza vitale per tutte
le parti interessate che questo ciclo non fallisca, ma sia
invece in grado di produrre maggior benessere per tutti i
membri dell’OMC sulla base di risultati chiari e univoci.
In quest’ottica, faccio i migliori auguri di tenacia,
fortuna e successo a tutti i negoziatori dell’UE per le
prossime settimane.
4-199
Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN)
Signor Presidente, grazie per questa discussione molto
costruttiva e utile. Vorrei ringraziare coloro che hanno
sostenuto la Commissione nella sua posizione e nella sua
strategia negoziale. Non è mai facile, alla fin fine,
giudicare con precisione qual è la cosa migliore da fare
al momento opportuno, ma facciamo del nostro meglio e
penso che sia vero che tra i principali partner negoziali,
l’UE gode di un ampio sostegno per l’approccio che
stiamo adottando. Tale sostegno non è tanto importante
quanto quello che riceviamo dalla nostra parte, dai nostri
Stati membri e dai deputati di quest’Assemblea.
Farò subito un’osservazione. Abbiamo vari interessi da
difendere in questi negoziati: agricoli, non agricoli,
relativi alle regole e alla liberalizzazione dei servizi. Il
nostro compito di negoziatori è quello di raggiungere un
accordo che sia equilibrato per l’insieme di quelle
tematiche negoziali. Su alcuni punti faremo più
concessioni che su altri. Vi saranno oscillazioni, vi
saranno inversioni di rotta, vinceremo e perderemo.
Nessuno può esprimere un giudizio definitivo su ciò che
l’Europa potrà guadagnare da questi colloqui fino alla
fine – non semplicemente quando saranno messe in
pratica le principali modalità, come spero accada
quest’estate, ma quando saranno stati condotti tutti gli
altri negoziati previsti dai programmi dei singoli paesi e
quando saranno stati condotti anche tutti i negoziati sulle
regole.
E’ importantissimo che coloro che si preoccupano in
particolare per l’agricoltura europea capiscano e
accettino che non pagheremo un prezzo troppo alto in
agricoltura per i nostri obiettivi in altri ambiti dei
negoziati. Faremo ciò che è giusto. Faremo ciò che è
ragionevole. Faremo ciò che è nostro compito per quanto
riguarda l’agricoltura. Per me è chiaro. Dovrebbe esserlo
anche per i nostri Stati membri.
Detto questo, è importante mantenere un punto di vista
razionale in questi negoziati. Dobbiamo fare attenzione a
non dedicare tante energie per proteggere i nostri
interessi difensivi in agricoltura durante questi negoziati
e poi non dare la precedenza ai nostri interessi offensivi
nell’accesso ai mercati non-agricoli e ai servizi.
Dobbiamo mantenere veramente il senso delle
proporzioni e dell’equilibrio nel valutare i vari interessi
economici e sociali in gioco.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, permettetemi di
formulare un’osservazione in risposta a un intervento
che ho ascoltato in questa sede: non penso che, se i
06/07/2006
colloqui dovessero fallire, noi negoziatori europei
dobbiamo fare a gara con gli Stati Uniti per vedere chi è
più bravo a dare la colpa maggiore all’altro. Guardo agli
Stati Uniti come a un autentico partner, un paese e
un’economia che condivide alcuni dei nostri interessi ma
al contempo pone un’enfasi diversa rispetto a noi su
diversi ambiti di questi negoziati. Non riusciremo a
raggiungere una conclusione positiva se l’UE e gli USA
non faranno lavoro di squadra – non alle spese degli altri
partner negoziali, non a discapito di ragionevoli
negoziati e legami e accordi che stringeremo con i nostri
partner negoziali nei vari ambiti dei negoziati.
Tuttavia, se alla fine l’UE e gli USA sono ai ferri corti e
non riescono proprio a concordare un terreno comune
per concludere con successo questi colloqui, non sarà
possibile concluderli con successo. Noi ci perderemo, gli
Stati Uniti ci perderanno, l’economia mondiale ci
perderà e soprattutto ci perderanno i paesi in via di
sviluppo.
Vorrei ringraziare i deputati che sono intervenuti,
compresi coloro che mi hanno chiesto quale fosse il mio
piano B se questi colloqui fallissero. Devo dire che non
mi sto preparando a un fallimento: continuerò a
negoziare soltanto per arrivare a un successo, sia in
relazione alla carne di manzo agli ormoni, che non è
oggetto di questi negoziati – non accettiamo la carne di
manzo agli ormoni proveniente dagli USA nell’Unione
europea per motivi sanitari, non commerciali – sia in
relazione agli OGM, che esulano anch’essi dall’ambito
di questi colloqui e sui quali la nostra politica deve
prima di tutto essere conforme al quadro normativo
adottato nell’UE qualche anno fa e in linea con le norme
dell’OMC. Sono questi gli elementi che dettano la nostra
strategia, non qualcosa che sto negoziando in questi
colloqui.
Sono lieto che noi – la Commissione e gli
europarlamentari – siamo in grado di collaborare a
Ginevra e altrove. Non collaboro con questo Parlamento
per un atto di generosità da parte mia. Non vi è nulla di
altruistico in tutto ciò. Il motivo per cui collaboro è
perché voglio che i deputati al Parlamento europeo siano
presenti in queste occasioni Voi mi fornite preziosi
pareri, raccogliete informazioni, potete attingere a fonti
di opinione diverse, cui non sempre io posso avere
agevolmente accesso; inoltre voi, se le cose vanno bene,
potete aiutarci a dare un messaggio ai nostri partner
negoziali. E’ per questo che vedo di buon occhio la
presenza di deputati di questo Parlamento e per questo
continuerò a collaborare assiduamente con voi.
4-200
Presidente. – La discussione è chiusa.
4-201
Indicazione del paese di origine di taluni prodotti
importati da paesi terzi (“marchio di origine”)
(discussione)
4-202
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione
sull’interrogazione orale (O-0065-2006 – B6-
06/07/2006
0316/2006) dell’onorevole Enrique Barón Crespo, a
nome della commissione per il commercio
internazionale, alla Commissione, sull’indicazione del
paese di origine di taluni prodotti importati da paesi terzi
(“marchio di origine”).
4-203
Enrique Barón Crespo (PSE), autore. – (ES) Signor
Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi, a
nome della commissione per il commercio
internazionale, pur condividendo quanto affermato
poc’anzi dal Commissario in merito all’eccellente clima
di collaborazione esistente tra Parlamento e
Commissione che consente loro di lavorare
congiuntamente in maniera estremamente costruttiva, in
questo caso vorrei esprimere il mio rammarico per il
piccolo incidente sorto in merito alla comunicazione
formale della presente proposta al Parlamento per
informazione, incidente che ci ha impedito di reagire
adeguatamente, anche se non è troppo tardi.
Mi consta che la presente proposta sia stata trasmessa
con i documenti del comitato di cui all’articolo 133,
comunicati come di consueto dal Segretariato della
Commissione al segretariato della commissione per il
commercio
internazionale.
Vorrei
nondimeno
sottolineare che, per ragioni pratiche e per questioni di
principio, la comunicazione informale non sostituisce la
notifica formale al Parlamento per informazione, anche
se vorrei in tutti i casi ribadire chiaramente che, a nostro
avviso, non vi è stata intenzionalità nel comportamento
della Commissione, per cui possiamo tranquillamente
passare alla trattazione dell’argomento, che è molto
importante per gli europei.
In primo luogo, per quanto concerne il tema
fondamentale, vorrei sottolineare che sono a favore della
proposta di istituire un sistema obbligatorio di marchio
di origine all’interno della Comunità europea in quanto
credo che tale che iniziativa vada nella giusta direzione.
In breve, il sistema di marchio di origine proposto
informerà i consumatori europei in merito all’esatto
paese di origine dei prodotti che acquistano, rispondendo
quindi esattamente allo spirito di quanto da noi
approvato in precedenza, per esempio per quanto
concerne la rintracciabilità dei prodotti agricoli.
47
I nostri prodotti devono essere sempre più associati a un
alto livello di qualità e stile. E’ questo che ci permetterà
di sopravvivere in un mondo globalizzato e in settori con
livelli di qualità estremamente elevati come, ad esempio,
tessile, abbigliamento, gioielli e calzature, ma anche nel
settore automobilistico, non certo meno delicato di
alcuni fra quelli sopra citati.
I consumatori in tutto il mondo sono spesso disposti a
pagare di più quando sanno che un prodotto è stato
fabbricato nell’Unione europea, e questo è uno dei
vantaggi “naturali” che dobbiamo salvaguardare. Inoltre,
pensando ai negoziati in seno all’OMC di questo fine
settimana, aggiungerei che, a mio parere, un tema così
importante per l’Europa come le indicazioni geografiche
rientra perfettamente in tale filosofia: dobbiamo
preservare ciò che ci caratterizza a livello mondiale.
Si tratta di un punto rispetto al quale sosteniamo
pienamente la Commissione e non comprendiamo
l’atteggiamento di molti Stati membri dell’Unione
europea che attualmente stanno osteggiando la decisione
in seno al Consiglio. Crediamo infatti che questo sia un
passo avanti importante per rafforzare la nostra presenza
e la nostra competitività a livello mondiale e riteniamo
che ciò faccia parte delle nostre responsabilità collettive.
Commissione e Stati membri non dovrebbero soltanto
dare ascolto ai punti di vista, per quanto rispettabili
possano essere, di importatori, grossisti o società che
hanno già trasferito la propria produzione in altri
continenti. Dovrebbero invece dare ascolto anche alle
rivendicazioni legittime dei consumatori e dell’industria
europea, che ha bisogno di affermare la sua peculiarità
attraverso il marchio di origine. E’ anche una questione
di giustizia. I nostri principali partner commerciali ci
impongono il “Made in Europe”, per cui perché noi, dal
canto nostro, non dovremmo contribuire a consolidare il
prestigio di questo marchio?
Globalizzazione non significa rinuncia incondizionata
alla nostra esperienza e alla nostra capacità. Significa
invece rafforzarle. Spero che gli Stati membri contrari a
questa giusta iniziativa in seno al Consiglio lo
comprendano.
4-204
La Commissione europea è giustamente del parere che i
diritti dei consumatori siano una priorità fondamentale,
se non addirittura costituzionale. Pur tuttavia, non ha
molto senso parlare di diritti se mancano le informazioni
necessarie affinché tali diritti possano essere esercitati.
La libertà di scelta non esiste se il consumatore non è in
grado di esercitarla adeguatamente.
Per avere fiducia, il consumatore deve essere soddisfatto
del livello di informazione e tutela che gli viene
garantito. Di fatto, non può esistere commercio senza
fiducia e un’indicazione precisa del paese di origine non
andrà unicamente a vantaggio del consumatore, visto
che il regolamento proposto produrrà anche effetti
positivi sull’industria europea.
Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN)
Signor Presidente, vorrei esordire dicendo che l’attuale
Commissione e io, in veste di Commissario per il
commercio, ci stiamo adoperando per lavorare in stretta
collaborazione con il Parlamento, in linea con l’accordo
quadro che disciplina i rapporti tra le due Istituzioni.
Come giustamente sottolinea l’interrogazione, la base
giuridica per tale misura, l’articolo 133 del Trattato CE,
non prevede specificamente la consultazione del
Parlamento europeo su tale proposta relativa a un regime
di “marchio di origine”. Tuttavia, facendo fede al nostro
impegno di tenere perfettamente informato il Parlamento
europeo, così come il Consiglio, in merito alla
conduzione e alla conclusione di negoziati
internazionali, nonché in merito alle iniziative
48
legislative, il 12 gennaio 2006 abbiamo trasmesso al
Parlamento europeo, per il tramite della commissione
per il commercio internazionale, la proposta e la
valutazione di impatto che la correda.
Vorrei fare riferimento al paragrafo 2 della proposta di
risoluzione sottoposta alla vostra attenzione. La
formulazione di tale paragrafo è – ahimè – alquanto
infelice poiché, come attualmente è redatto, potrebbe
essere interpretato nel senso che la Commissione non ha
inviato alcun documento sul “marchio di origine” al
Parlamento. Come ho già rammentato, li abbiamo
trasmessi come documentazione ai sensi dell’articolo
133 alla commissione INTA. Ritengo che sarebbe
sicuramente più corretto nei miei confronti e nei
confronti della Commissione, come pure più preciso,
apportare una rettifica alla formulazione.
La nostra intenzione è stata e continua a essere quella di
agire in linea sia con la lettera che con lo spirito
dell’accordo quadro. Per onorare l’impegno assunto in
detto accordo, e in aggiunta ai tanti contatti formali e
informali che ho con voi, la Commissione si adopera al
meglio per condividere tutte le informazioni possibili
con il Parlamento, proprio come ho fatto la scorsa
settimana a Ginevra.
In particolare, abbiamo inviato alla commissione INTA
copie di tutti i documenti di natura politica attualmente
in discussione in seno al comitato di cui all’articolo 133
designato dal Consiglio. Se in quell’occasione si sarebbe
dovuto adottare un approccio interistituzionale più
formale per sottoporre la questione alla vostra
attenzione, il non averlo fatto è stato del tutto
involontario.
Apprezzo moltissimo l’interesse da voi già dimostrato
per questa proposta con le tante interrogazioni rivolte in
merito, alle quali abbiamo dato risposta. Lasciate dunque
che passi a un esame della nostra proposta.
Abbiamo proposto un regime obbligatorio di marchio di
origine per creare trasparenza in merito all’origine di
taluni prodotti importati in base ad un’unica norma per
la determinazione dell’origine. Tale sistema permetterà
ai consumatori di prendere decisioni informate e ridurrà
l’incidenza di un marchio di origine fraudolento o
fuorviante. Riteniamo dunque che il regime migliorerà
l’immagine dei prodotti europei e contribuirà a sostenere
la nostra competitività. Sebbene sia chiaro che
l’espressione “prodotto in” contenuta in un marchio non
fornisca, in quanto tale, informazioni sulle condizioni
sociali, lavorative o ambientali del paese di produzione,
le informazioni di origine aiutano il consumatore a
scegliere tra le diverse alternative disponibili in base alle
proprie preferenze e alle informazioni di partenza di cui
già dispone.
Quanto alla compatibilità con l’OMC, la Commissione è
del parere che la sua proposta sia in linea con le norme
internazionali e segnatamente con l’articolo 9 del
GATT, il quale dispone che gli aderenti all’OMC
possano adottare e applicare leggi e regolamenti per il
06/07/2006
marchio di origine dei prodotti importati, soprattutto per
tutelare i consumatori da indicazioni fraudolente o
fuorvianti.
Per quanto riguarda l’applicazione della proposta, la
Commissione ritiene che le autorità doganali siano
quelle più idonee per garantire il rispetto delle
disposizioni del regime proposto, esattamente come
fanno per molte altre norme in campo ambientale,
sanitario e tecnico. Tale ambito di attività delle dogane è
fondamentale per garantire che le nostre aziende possano
operare a parità di condizioni e che i consumatori
traggano il massimo beneficio dalla globalizzazione.
Vorrei aggiungere che, oltre agli eventuali controlli
svolti prima che i prodotti siano immessi sul mercato
interno, il regolamento stabilisce che gli Stati membri
debbano controllare il marchio di origine sui prodotti già
presenti sul mercato, il che dovrebbe consentire agli
Stati membri di attingere da altre competenze per
verificare l’applicazione del regime, per esempio
collaborando con coloro che sono attualmente coinvolti
nell’applicazione delle norme nazionali in materia di
utilizzo volontario del marchio di origine.
Come certamente saprà, signor Presidente, la proposta
della Commissione è attualmente in discussione in seno
al Consiglio e sono ovviamente disposto a tenere
informato il Parlamento man mano che le discussioni
sulla proposta procedono.
4-205
Robert Sturdy, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN)
Signor Presidente, avallo completamente quanto detto
dal Commissario. Ciò che non riesco mai a comprendere
in queste situazioni è perché un paese, e penso a uno in
particolare, visto che abbiamo avuto un problema del
genere a Hong Kong, debba essere tanto spaventato
dall’idea di apporre il proprio nome su un prodotto. Se
analizziamo, per esempio, il caso del Canada, sembra
quasi terrorizzato dall’idea di vedere il proprio nome su
un prodotto. Tali paesi, invece, dovrebbero esserne
orgogliosi e considerare estremamente interessante tale
opportunità. Non si tratta di proteggere gli scambi
comunitari o i posti di lavoro dell’Unione europea; si
tratta piuttosto di tutelare i consumatori in tutto il
mondo. Mi risulta pertanto difficile capire
l’atteggiamento di questi paesi extracomunitari.
Detto ciò, forse prima di tutto dovremmo regolamentare
la situazione a livello interno e introdurre un sistema di
marchio di origine nell’Unione europea, che al momento
non pare disporne, il che potrebbe contribuire
notevolmente a migliorare la situazione.
Il Commissario ha citato brevemente un aspetto
particolarmente importante, ossia frodi e contraffazioni.
In tale ambito, il marchio di origine sarebbe molto utile.
Ribadisco tuttavia che, sebbene la questione possa non
rientrare in tale contesto, e il Commissario ha
giustamente rimarcato il mio errore nel ritenere che i
bovini agli ormoni facessero parte dei negoziati sul
06/07/2006
commercio, tutto ciò è legato al commercio mondiale ed
è il genere di questione destinato a farsi sentire.
Non vorrei che il marchio di origine fosse una barriera
non tariffaria. Vorrei invece che fosse un’opportunità
offerta ai paesi extracomunitari di essere orgogliosi di
quanto producono, a condizione che i prodotti – e qui
concordo pienamente con il Commissario – siano
conformi agli stessi standard che applichiamo
nell’Unione europea.
4-206
Francisco Assis, a nome del gruppo PSE. – (PT) Signor
Presidente, signor Commissario, la proposta di
regolamento concernente l’indicazione del paese di
origine su taluni prodotti importati da paesi terzi è
incontestabilmente molto importante e rappresenta un
notevole progresso nell’attuazione dei principi di equità
e trasparenza nell’ambito del commercio internazionale.
Il marchio di origine contiene molte informazioni che
permettono al consumatore europeo di operare scelte più
informate, rafforzandone quindi i diritti in maniera
considerevole. Tali nuove disposizioni possono avere e
verosimilmente avranno un ulteriore impatto poiché
permetteranno di raffrontare con maggiore cognizione di
causa i prodotti sulla base del loro livello di qualità
previsto e dei processi utilizzati per la loro
fabbricazione. Inoltre, all’atto di acquistare prodotti che
rientrano nella presente proposta, il consumatore
europeo potrà anche paragonare i vari approcci adottati
nei confronti della dimensione ambientale, sociale, della
sicurezza e altri aspetti importanti.
E’ infine plausibile che tale iniziativa possa avere un
effetto trainante molto positivo sulla produzione europea
e soprattutto sulle piccole e medie imprese e i settori più
vulnerabili alla concorrenza esterna, effetto che non
dovrebbe essere visto come frutto di un atteggiamento
protezionista, bensì come esito di un approccio più
rigoroso in materia di trasparenza e di equità.
Decidere di intraprendere risolutamente questa via può,
a giudizio dell’opinione pubblica europea, condurre al
perseguimento di un processo di graduale
liberalizzazione
del
commercio
internazionale,
garantendo in tal modo che non sia soffocato dagli echi
di una retorica protezionista e antiliberale, sempre in
grado di riaffiorare da ogni lato dello spettro politico.
Si tratta dunque di una proposta corretta e opportuna alla
quale si dovrebbe dare seguito quanto prima. I suoi
detrattori non hanno formulato argomentazioni valide
contro di essa, per cui la Commissione dovrebbe attuare
le iniziative che ne derivano e che contribuiranno a
superare ogni eventuale resistenza residua, per far sì che
l’Unione europea possa compiere questo passo
fondamentale verso la promozione di un commercio
davvero libero ed equo.
4-207
Gianluca Susta, a nome del gruppo ALDE. – Signor
Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi,
l’indicazione obbligatoria del marchio d’origine
49
proposta dalla Commissione va condivisa perché ha un
duplice scopo: informare maggiormente il cittadino
consumatore e valorizzare il sistema industriale di quei
paesi europei che stanno investendo grandi risorse in
innovazione per riconvertire il proprio apparato
produttivo verso l’eccellenza.
Dobbiamo perseguire il ripristino minimale della parità
di regole con quelle aree commerciali, Cina Usa,
Canada, Giappone, che hanno già introdotto il “Made
in”, sapendo che ciò non porta con sé alcun rischio di
illegittimità. Occorrono un mercato più trasparente e più
controlli, occorre ridurre l’incertezza giuridica e arginare
la contraffazione e la concorrenza sleale. A tutto questo
può, indirettamente o direttamente, servire il “Made in”
obbligatorio all’importazione, senza costi aggiuntivi per
i produttori, gli esportatori e i consumatori europei,
favorendo così la creazione di un campo uniforme con i
partner commerciali che hanno già implementato la
norma, in coerenza con la scelta politica e culturale che
ha inteso e intende creare, estendere e rafforzare un
sempre più grande e libero mercato nel mondo.
Ciò permetterà anche di valorizzare l’industria
manifatturiera di qualità, e sottolineo di qualità, in molti
paesi europei, ritenuta erroneamente leggera, il che è
anche una grande questione sociale che l’Europa non
può dimenticare, affinché gli obiettivi di Lisbona siano
perseguiti in concreto e non con affermazioni astratte.
E’ questa, infine, l’occasione per porre alla
Commissione alcune domande. Qual è la strategia della
Commissione per rafforzare gli aspetti esterni della
competitività europea, considerato il rapporto
strettissimo che c’è tra industria e commercio, tra
produzione e promozione? Quali sono i mezzi che la
Commissione intende impiegare per arrivarci? Perché la
Commissione si è limitata a recepire della proposta i
prodotti di quei settori che l’hanno chiesto e non li ha
estesi a tutti i prodotti industriali, come hanno invece
fatto gli Stati Uniti d’America? Sono alcune domande
che pare naturale porre in un mondo sempre più
globalizzato, che deve crescere nella libertà, senza
protezionismi, ma anche nel rispetto delle regole che
presidiano l’interesse generale, innanzitutto dei cittadini
e dei consumatori.
4-208
Cristiana Muscardini, a nome del gruppo UEN. –
Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli
colleghi, il dibattito di oggi ci permette di fare alla
Commissione due considerazioni di segno opposto.
Da un lato, infatti, stigmatizziamo il fatto che la
Commissione non abbia informato il Parlamento delle
iniziative intraprese in materia di indicazione del paese
di origine. Si tratta di una violazione dell’accordo
quadro interistituzionale, del 26 maggio 2005, e non
credo possa essere addotta una giustificazione
ricordando l’articolo 133 del Trattato.
D’altro canto, però, il contenuto della proposta, sulla
quale il Parlamento riesce comunque oggi a dare il suo
50
06/07/2006
parere, mi consente di esprimere il plauso di tutto il mio
gruppo per un’iniziativa attesa da tempo, e già in passato
caldeggiata dal governo italiano di centrodestra.
Un’iniziativa che, però, alcuni si ostinano ancora a non
condividere, dimostrando miopia politica e disinteresse
per i consumatori.
parte se ne disinteressano. I sostenitori corroborano la
loro idea sfruttando a proprio vantaggio gli esiti della
consultazione condotta via Internet dalla Commissione,
trascurando però di menzionare il fatto che il 96,7 per
cento delle risposte è giunto da un unico paese, l’Italia,
dove sul tema l’industria è la forza trainante.
L’indicazione del paese d’origine per alcune categorie di
prodotti di grande rilevanza, dalle calzature
all’abbigliamento, è vista, a torto, da alcuni e in alcuni
settori, come una misura con effetto equivalente alle
barriere commerciali. Non è così, basta ricordare proprio
quel famoso articolo 133 del Trattato che istituisce la
Comunità europea, l’articolo nono del GATT e il recente
parere del Servizio giuridico del Consiglio.
Il secondo mito è che il marchio fornisce al consumatore
informazioni pertinenti, laddove sul mercato globale
prodotti e componenti hanno, nella maggior parte dei
casi, più paesi di origine. Potrebbe dunque rivelarsi
fuorviante specificare un singolo paese di origine.
Oltretutto, importanti partner e concorrenti commerciali
dell’Unione, quali gli Stati Uniti, la Cina, il Giappone e
il Canada, si sono dotati di una legislazione in materia.
Con l’adozione di un regolamento sui marchi d’origine,
anche l’Europa si metterebbe, finalmente, su un piano di
parità con i paesi sopra citati, evitando ingiustificate
differenziazioni che si traducono in pesanti
penalizzazioni, non solo per i produttori europei, ma
soprattutto per tutti i consumatori, anche i consumatori
non europei.
L’indicazione del paese di provenienza delle merci
costituisce una garanzia per il consumatore che è
finalmente messo in condizioni di associare alle sue
scelte valutazioni di sicurezza e di qualità, oltre a quelle
sulle condizioni sociali ed ambientali in vigore nel paese
di provenienza delle merci. Bisogna procedere con
trasparenza e chiarezza, criteri da tutti invocati ma poi
troppo spesso disattesi.
Rivolgiamo alla Commissione l’invito affinché si
adoperi perché tutti i paesi membri procedano con
determinazione sulla strada della tutela del consumatore,
che può essere garantita solo dalle norme in vigore
nell’Unione, che difendono la qualità e la sicurezza, e
dal marchio di provenienza che garantisce che nessuno,
né dentro né fuori il territorio dell’Unione, possa
bypassare questi criteri.
Chiediamo che la Commissione poi vigili
sull’applicazione delle regole, sia per i marchi che per la
composizione dei prodotti, e la ringraziamo della celerità
perché, maggiore sarà la celerità, maggiore sarà la tutela
dei nostri concittadini.
4-209
Christofer Fjellner (PPE-DE). – (SV) Signor
Presidente, i protezionisti ammettono con riluttanza che
le loro proposte sono protezioniste, essendo spesso più
propensi a celare le loro reali intenzioni. Il marchio di
origine obbligatorio ne è un esempio. Ritengo dunque
che sia giunto il momento di sfatare alcuni miti che i
protezionisti stanno diffondendo in merito a questa
specifica proposta.
Il primo mito è che i consumatori chiedono a gran voce
questa misura, mentre la verità è che per la maggior
Il terzo mito è che il marchio rafforzerebbe la
competitività europea, mentre nuove barriere tecniche al
commercio per proteggere l’industria europea non hanno
nulla a che vedere con la competitività, che può essere
rafforzata unicamente da mercati aperti in un contesto
favorevole alle aziende.
Il quarto mito è che il marchio obbligatorio tutelerebbe
maggiormente il consumatore come se la sicurezza fosse
una questione di geografia. Ciò potrebbe valere al
massimo per i prodotti agricoli, che però non sono
oggetto della presente proposta.
L’ultimo mito è che si tratta di una proposta non costosa,
mentre la stessa valutazione di impatto della
Commissione afferma, per esempio, che i capi di
abbigliamento importati costerebbero in media da 1 a
1,50 euro in più, mentre un paio di scarpe costerebbe 2
euro in più. La proposta, pertanto, avrebbe un costo
dell’ordine di milioni, se non addirittura di miliardi.
A mio parere, il marchio di origine è una forma
malcelata di protezionismo costoso, e tutto questo per
imporre ai concorrenti stranieri nuove barriere al
commercio che non si possano definire tariffarie. Perché
altrimenti si ripudierebbe con tanta veemenza l’idea di
introdurre l’etichettatura “Made in the EC”, che viene
respinta affermando che creerebbe costi inutili per i
produttori europei? Attualmente è vietato imporre un
marchio di origine ad altri Stati membri poiché ciò
corrisponderebbe a un atteggiamento protezionista. A
mio giudizio, imporlo adesso ai paesi terzi senza
riconoscere che, anche in questo caso, si tratta di
protezionismo è pura ipocrisia.
4-210
Jean-Pierre Audy (PPE-DE). – (FR) Signor Presidente,
signor Commissario, onorevoli colleghi, vorrei esordire
complimentandomi con l’onorevole Barón Crespo che
regolarmente sottolinea la mancanza di tatto del
Consiglio quando non coinvolge sufficientemente il
Parlamento nelle decisioni in materia di commercio
internazionale.
Dobbiamo ancora compiere non pochi sforzi per far
comprendere ai governi la necessità di coinvolgere i
cittadini, e quindi i loro rappresentanti legittimi che sono
i parlamentari, nelle grandi decisioni riguardanti il
commercio internazionale. Mi complimento inoltre con
l’onorevole Sturdy che ha avuto la saggezza di
06/07/2006
contribuire al raggiungimento di questo compromesso.
Voterò dunque a favore della risoluzione comune, anche
se mi rammarico che si limiti a prendere atto del
progetto di regolamento concernente il marchio di
origine. In futuro sarà necessario un sostegno politico
maggiore di fronte a un Consiglio europeo molto diviso.
Il testo del progetto di regolamento presenta – ahimè –
alcuni errori redazionali e richiede precisazioni
operative. Per esempio, nell’articolo 3, paragrafo 2, della
versione francese del progetto di regolamento si fa
allusione allo Stato membro “où les marchandises
doivent faire l’objet du marquage” [“in cui i prodotti
devono essere commercializzati”]. E’ chiaro che questo
riferimento va fatto allo Stato membro di destinazione,
in quanto il marchio viene apposto nel paese di
produzione e non in quello di vendita. Quanto alle
precisazioni operative, in applicazione dell’articolo 24
del Codice doganale comunitario, è assolutamente
necessario, per esempio, chiarire la nozione di “ultima
trasformazione sostanziale” che determina l’origine dei
prodotti qualora intervengano più paesi nella produzione
industriale. Infine, è indispensabile sincerarsi della
coerenza con la normativa doganale, soprattutto
nell’ambito delle procedure di controllo previste per la
futura riforma del suddetto Codice doganale in merito
alla quale, signor Presidente, la commissione per il
commercio internazionale vorrebbe essere tenuta al
corrente.
Onorevoli colleghi, la rintracciabilità dei prodotti e, più
in generale, gli elementi immateriali sono elementi di
valorizzazione dei prodotti imprescindibilmente
necessari per la lotta alle frodi e alle contraffazioni e,
infine, strumento indispensabile della battaglia
economica e sociale che ci attende. Tale battaglia
economica e sociale, ma anche ambientale, come voi
sapete, è quella del rispetto dei nostri valori. Se
vogliamo far rispettare le nostre convinzioni, sia in
materia di clausole sociali che di clausole ambientali,
negli accordi in materia di commercio internazionale,
dobbiamo imporre la rintracciabilità dei prodotti
importati, e il nostro mercato interno è un’arma
fondamentale per tale battaglia.
4-211
Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN)
Signor Presidente, sono lieto del fatto che quasi tutti i
deputati che hanno contribuito alla presente discussione
abbiano sostenuto la proposta iniziale formulata dalla
Commissione. Con grande opportunità, sono stati
sollevati alcuni importanti interrogativi circa la nostra
capacità di rispettare i nuovi codici doganali e così via.
Si tratta di aspetti tecnici importanti che continueremo
ad approfondire e discutere con i deputati in quest’Aula.
Nondimeno, il principio, l’essenza, della nostra proposta
è ampiamente condiviso. Se riusciremo a superare il
disaccordo circa il metodo, il modo o il canale per
depositare tale proposta in Parlamento, potremo poi
proficuamente concentrarci sulla sostanza della
proposta.
51
In parole povere, la proposta cerca di ristabilire la parità
di condizioni con i nostri partner commerciali, molti dei
quali hanno già introdotto forme di marchio di origine.
Essa crea trasparenza in merito all’origine dei prodotti e
fissa un’unica norma in base alla quale stabilire
l’origine, riducendo in tal modo l’incidenza di un
marchio di origine fraudolento o fuorviante e
contribuendo a migliorare la competitività.
Affinché il consumatore sia sovrano, è necessario che sia
perfettamente informato o, perlomeno, informato il più
possibile. Non ritengo irragionevole ipotizzare che tra le
informazioni fornite al consumatore vi sia quella relativa
al luogo di origine della fabbricazione o della fornitura
di specifici prodotti.
Vorrei però sottolineare che non si tratta di una
campagna a favore dell’acquisto di prodotti europei. Sui
prodotti non si scriverà “Prodotto straniero – non
acquistare”! Questo non rientra nelle mie intenzioni o in
quelle della Commissione. E’ vero nondimeno che
quanto più il consumatore sa sull’origine dei prodotti,
associando detta origine a particolari caratteristiche o
alla qualità dei prodotti, tanto più sarà incoraggiato ad
acquistarli dalle fonti e dai luoghi di origine indicati.
Perché no?
Tuttavia, non è questo il punto. La questione non è se
vogliamo incoraggiare il consumatore ad acquistare
prodotti provenienti da specifici luoghi di origine o
scoraggiarlo dal farlo, bensì fornirgli informazioni per
permettergli di formulare un giudizio obiettivo in merito
al luogo dal quale acquista prodotti.
Spero che i deputati al Parlamento europeo
considereranno la proposta relativa al “marchio di
origine” come un’alternativa a istinti e misure
protezionistici e non come uno strumento inteso a
favorirli. Non ritengo che corriamo il rischio di
introdurre nuove barriere non tariffarie al commercio. Se
le cose stessero in questi termini, sicuramente mi
opporrei con estrema fermezza.
Gli europei hanno il diritto di esprimere o dimostrare le
proprie preferenze, preferenze che potranno includere
l’origine o la fonte di fabbricazione dei prodotti. La
nostra proposta intende unicamente essere un modo
semplice per consentire loro di farlo.
4-212
Presidente. – A conclusione del dibattito, comunico di
aver ricevuto sette proposte di risoluzione1 ai sensi
dell’articolo 108, paragrafo 5, del Regolamento.
Segnalo che la commissione per il commercio
internazionale ha ritirato la propria proposta di
risoluzione B6-0381/2006.
La discussione è chiusa.
1 Cfr. Processo verbale..
52
06/07/2006
La votazione si svolgerà al termine delle discussioni di
questo pomeriggio.
4-213
Discussioni su casi di violazione dei diritti umani,
della democrazia e dello Stato di diritto
4-214
Somalia (discussione)
4-215
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su
sei proposte di risoluzione concernenti la Somalia2.
4-216
Alyn Smith (Verts/ALE), autore. – (EN) Signor
Presidente, sono lieto di poter dare inizio a questo
dibattito. Sono certo che, come sempre, riusciremo a
trovare un buon grado d’intesa tra tutti i gruppi del
Parlamento. Oserei dire che anche il Commissario
concorderà in larga parte con noi, anche se devo
ammettere che la Commissione, e questo è un fatto
incoraggiante, lo fa quasi sempre.
Come parlamentare originario delle isole britanniche,
quantunque io provenga dalla tradizione politica
scozzese di matrice europea, piuttosto che da quella
anglosassone, vorrei chiedere al Commissario
Mandelson di partecipare attivamente al dibattito
assieme a noi, oggi, diversamente da quanto fanno di
norma gli altri Commissari. Potrebbe sottolineare, in
particolar modo, che cosa pensa la Commissione dei
paragrafi 8 e 6 della proposta di risoluzione in esame e,
essenzialmente, che cosa intende fare al riguardo?
E’ difficile guardare alla Somalia senza provare tristezza
e frustrazione. Essa ci pone di fronte a un fondamentale
dilemma: se la popolazione locale, lasciata a se stessa,
sbaglia, almeno ai nostri occhi, cosa possiamo fare,
posto che non possiamo recarci sul posto e gestire il
paese?
Un’azione militare non è nel nostro stile. Non ne
abbiamo lo spirito, né la voglia, né abbiamo i mezzi per
un’azione di questo tipo. Perciò che possiamo fare?
Come scozzese, guardo con ammirazione al ruolo che
Svezia e Norvegia, piccoli paesi indipendenti
dell’Europa settentrionale, hanno svolto nella
promozione del dialogo in Somalia e tra le parti in causa.
Come persona sensibile all’argomento, guardo con
orgoglio all’assistenza umanitaria che abbiamo fornito.
Il dibattito in seno al neo costituito gruppo di contatto
internazionale per la Somalia sarà cruciale per la
strategia che questa proposta enuncia, in quanto è la sola
via percorribile per trovare una soluzione. Costante
impegno al dialogo e assistenza a chi più ne ha bisogno,
questo è lo stile europeo e, a lungo termine, di gran
lunga il più valido.
In questo momento la Somalia ha imboccato un
cammino quanto mai oscuro. Auspicabilmente il
Parlamento, assieme alla Commissione e al Consiglio,
può aiutarla a tornare sulla buona strada. Attendo con
2 Cfr. Processo verbale.
trepidazione di sentire dal Commissario come la
Commissione intende portare avanti tali sforzi e gli
garantisco il sostegno di quest’Assemblea.
4-217
Tobias Pflüger (GUE/NGL), autore. – (DE) Signor
Presidente, quando prendiamo in considerazione il caso
della Somalia, ritengo valga la pena gettare uno sguardo
alla sua storia. Gli interventi dell’Occidente in Somalia
sono stati l’esempio della peggior politica possibile;
ricordo solo il caso del 1993, conclusosi con un vero
fiasco. La Germania aveva disposto delle truppe che
avrebbero dovuto essere di supporto a quelle indiane,
che in realtà non sono mai comparse. Dobbiamo
affrontare il fatto che, non appena le truppe si sono
ritirate, l’interesse per la Somalia è pressoché
scomparso.
La situazione in Somalia ora è cambiata. La coalizione
di coloro che vengono descritti come islamici ha
raggiunto, in modo lento ma sicuro, il predominio
militare, mentre le truppe che la stampa descrive come
sostenute dagli Stati Uniti, ossia i signori della guerra,
sono state inesorabilmente respinte. E’ chiaro che
l’amministrazione statunitense, in particolare, ha puntato
sul cavallo sbagliato e ora assiste in pratica alla rovina
della propria politica. Cosa può fare attualmente
l’Unione europea? Sarebbe assolutamente sbagliato
sostenere una delle parti in conflitto ed è necessario
sottolinearlo molto bene in quanto al momento Etiopia
ed Eritrea hanno manifestato considerevole interesse a
utilizzare il territorio somalo come luogo ove appianare
le proprie divergenze con la forza delle armi. E’
estremamente importante che, attraverso i canali
diplomatici, l’Unione faccia chiaramente intendere a
questi due paesi che devono desistere da tale ipotesi.
Per come stanno attualmente le cose, un intervento
militare straniero in Somalia, a mio avviso, non ha alcun
senso in quanto all’interno del paese vi sono regioni
stabili, come il Somaliland. Per tale ragione non bisogna
inviare truppe, né sostenerne il dispiegamento,
altrimenti, per l’ennesima volta, finiremmo col creare un
mostro in quanto avremo sostenuto proprio l’uno o altro
di quei gruppi che alla fine avrà fatto appunto ciò che
inizialmente si voleva cercare di evitare. Insisto pertanto
nel chiedere che qualunque azione in Somalia da parte
dell’Unione europea sia di carattere diplomatico.
4-218
Simon Coveney (PPE-DE), autore. – (EN) Signor
Presidente, la Somalia non ha un governo nazionale
operativo da più di quindici anni. Abbiamo assistito
invece a una tragica guerra civile tra la milizia islamica e
le fazioni controllate dai signori della guerra, suoi rivali.
Il 4 giugno 2006, con sorpresa di molti, la milizia dei
tribunali islamici ha assunto il controllo di buona parte
della Somalia meridionale – compresa la capitale
Mogadiscio, ora parzialmente distrutta – scacciando i
potenti leader che controllavano la città fin dal 1991,
anno della caduta dell’amministrazione centrale. Questi
fatti hanno cambiato radicalmente il panorama politico
della regione e il cambio di potere ha fatto sì che il
06/07/2006
53
mondo esterno non sapesse più con chi poter, o dover,
negoziare e avviare rapporti.
circostanze, della sicurezza e del benessere di civili
innocenti.
All’Unione viene chiesto di riconoscere lo status quo e
di sostenere, ad esempio, il lavoro svolto finora dalla
Lega araba che il 22 giugno ha promosso a Khartoum un
dialogo tra le istituzioni federali transitorie e l’Unione
dei tribunali islamici che controlla il sud del paese. Le
parti hanno convenuto per il momento di non
combattersi reciprocamente e di proseguire il dialogo per
la pace e la riconciliazione.
Particolare motivo di preoccupazione e ragione di
condanna sono stati i recenti combattimenti a
Mogadiscio e dintorni nonché nella regione di Jowar.
Pur esprimendo sostegno per le iniziative dell’ONU,
dell’Unione africana, della Lega araba e dell’IGAD
volte a favorire il processo di pace e di riconciliazione in
Somalia, questa proposta di risoluzione comune si
rivolge a tutte le parti interessate nella perniciosa lotta
intestina del paese affinché imbocchino la strada del
dialogo e della pace e diano la necessaria collaborazione
al governo federale di transizione e al parlamento, quali
legittime autorità centrali in Somalia, disciplinate dal
quadro della Carta federale transitoria. Al contempo la
proposta esorta la comunità internazionale e l’Unione
europea a potenziare il proprio sostegno, in particolare
attraverso l’assistenza umanitaria al paese.
Dobbiamo sostenere altresì gli sforzi dell’Unione
africana volti a monitorare e, se necessario, far rispettare
la pace per proteggere la popolazione civile.
La verità è che vi è motivo di seria preoccupazione per
tutta una serie di elementi. Innanzi tutto, che cosa si
deve pensare dell’Unione dei tribunali islamici: è
un’istituzione di cui ci possa fidare e un partner con cui
condurre un negoziato pacifico? So che gli Stati Uniti
hanno recentemente avviato un dialogo con varie parti
sulle prospettive per la definizione di misure intese a
costruire rapporti di fiducia. Il secondo, e più concreto,
motivo di preoccupazione è che, nello sforzo di
raggiungere la stabilità e porre fine alla violenza, a
larghe fasce della popolazione verrà imposta la rigida e
fondamentalista legge islamica. Questo fatto è fonte di
grande preoccupazione e i nostri timori sono ben fondati.
Ulteriore motivo di grande preoccupazione sono i fatti
riportati ieri dai media relativamente alle misure
restrittive sui cinema imposte nella regione somala di
Galgadud, dove due persone sono rimaste uccise a
seguito delle proteste per la chiusura di una sala
cinematografica. Sempre ieri, i tribunali islamici si sono
impegnati ad estendere la legge della sharia all’intero
paese e, in particolare, a Mogadiscio.
Lo sceicco Abdullah, uno dei cofondatori dell’Unione
dei tribunali islamici, ieri ha dichiarato che chiunque non
reciterà le preghiere sarà considerato un infedele e che la
sharia impone di ucciderlo. Questo genere di discorsi
infiamma gli animi ed è pericoloso. L’Unione europea
deve seguire da vicino ciò che sta accadendo e valutare
attentamente con chi schierarsi.
4-219
Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor
Presidente, signor Commissario, da molti anni oramai il
popolo somalo subisce le conseguenze di una guerra
civile e il Parlamento, gravemente preoccupato
soprattutto per quanto concerne la violazione dei diritti
umani, ha già approvato una serie di risoluzioni su
questo paese.
Il fatto che da molto tempo la Somalia sia priva di un
governo effettivo ha fatto sì che nel paese, per quanto
riguarda il potere centrale, regni sovrana l’anarchia. Di
conseguenza, la milizia dei tribunali islamici e varie
fazioni radicali stanno lottando per ottenere il controllo
di parti del paese a scapito, com’è inevitabile in simili
Speriamo che questo povero paese in via di sviluppo
possa infine iniziare gradualmente a trovare una via
decisiva per giungere alla tanto necessaria pace e
prosperità, per il bene di tutti i suoi cittadini.
4-220
Ana Maria Gomes (PSE), autore. – (EN) Signor
Presidente, il Corno d’Africa è afflitto da fallimenti
politici disastrosi, non solo ad opera delle autorità locali,
ma anche per l’effetto combinato di una serie di incaute
azioni e, soprattutto, inazioni internazionali.
Il fallimento dello Stato somalo ne è solo l’esempio più
eclatante. Il temporeggiamento del regime etiope nel
risolvere la questione dei confini con l’Eritrea e la
drammatica situazione dei diritti umani, della
democrazia e dello sviluppo dovuta ai regimi di Asmara
e di Addis Abeba sono un altro triste esempio del
disinteresse della comunità internazionale nei confronti
della regione. Non meraviglia perciò che terroristi
internazionali stiano approfittando di una tale situazione
di conflitto in una regione priva di leggi e sembra anzi
che la situazione favorisca vieppiù i loro scopi
sanguinari.
Secondo voci di corridoio il governo del Primo Ministro
Meles Zenawi starebbe spingendo l’IGAD a violare
l’embargo sulle armi contro la Somalia, imposto dal
Consiglio di sicurezza dell’ONU, e starebbe inviando
centinaia di migliaia di truppe a Baidoa. La settimana
scorsa sono stata a Washington e New York e ho
ottenuto conferma da fonti autorevoli a livello
governativo e di Nazioni Unite che l’esercito etiope si
sta preparando a penetrare ulteriormente nel paese alla
volta di Mogadiscio. Gli etiopi godono del sostegno e
della benedizione degli Stati Uniti nel quadro di una
politica veramente incauta. E’ come se l’ultimo
fallimento che ha portato i tribunali islamici al potere a
Mogadiscio non avesse insegnato nulla.
Tutto ciò fornirà terreno ancor più fertile per le azioni
terroristiche di Al-Qaeda. E’ possibile un riacutizzarsi
del conflitto sul confine tra Etiopia ed Eritrea che
54
coinvolgerebbe non solo la Somalia, ma l’intera regione.
All’interno dell’Etiopia sono possibili nuove ribellioni
che porterebbero alla distruzione totale. L’Unione
europea deve prendere una posizione in proposito ed
esorterei il Consiglio e la Commissione a scoraggiare in
modo deciso ogni possibile interferenza e ad assicurare
che il gruppo di contatto per la Somalia ottenga tutto il
sostegno di cui necessita per operare in favore di una
soluzione politica che non sia votata al fallimento come i
quattordici tentativi che l’hanno preceduta.
4-221
Cristiana Muscardini (UEN), autore. – Signor
Presidente, onorevoli colleghi, l’Europa non ha
sostenuto con sufficiente convinzione gli sforzi di
ristabilimento della pace e della struttura democratica
delle istituzioni nate dalla Conferenza di riconciliazione
nazionale del settembre 2003 a Nairobi. Conferenza che
ha adottato la Carta costituzionale federale di
transizione.
L’insediamento del parlamento federale, l’elezione del
presidente del parlamento e dei suoi vice, l’elezione del
presidente della repubblica da parte del parlamento,
avvenuta il 10 ottobre del 2004, nella persona di
Abdullah Yusuf Ahmed e la nomina del Primo Ministro
del governo federale, sono stati passaggi importanti; ma
gli aiuti e gli appoggi dell’Unione sono stati troppo
blandi, e la mancanza di interventi tempestivi a favore
della popolazione ha lasciato campo libero alla rinascita
di un radicalismo integralista, sempre più pericoloso
perché alleato al terrorismo.
Dal ‘91 la guerra civile insanguina Mogadiscio e le aree
limitrofe, con effetti devastanti per la popolazione. In
passato il terrorismo globale e regionale, con basi di
addestramento in Somalia, ha prodotto gli attentati di
Nairobi, Dar es Salaam e Mombasa, e nei giorni scorsi a
Mogadiscio, l’unione delle corti islamiche ha portato
alla morte almeno trecentocinquanta civili.
Da molti anni in questo Parlamento continuiamo a
sottolineare la necessità di una maggiore attenzione
dell’Europa verso i problemi della Somalia e la sua
aspirazione a tornare ad essere uno Stato democratico. Il
parlamento federale ha in questi giorni approvato a
grande maggioranza l’intervento in Somalia delle forze
di pace internazionali nell’ambito del piano per la
sicurezza nazionale. Questo per rispondere alle corti
islamiche.
Dobbiamo essere consci della pericolosità del piano di
destabilizzazione politica messo in atto dalla galassia
dell’integralismo internazionale in tutta l’Africa, e della
pericolosità del messaggio di Osama bin Laden, a
sostegno del consiglio supremo delle corti islamiche
somale e contro il legittimo presidente della repubblica.
L’Unione e la comunità internazionale devono sostenere
e tutelare il ruolo che il presidente Abdullah Yusuf
Ahmed svolge nel suo paese attraverso il costante
dialogo tra istituzioni e società civile, per dare vita ad un
federalismo somalo, nel rispetto delle identità e dei
diritti delle minoranze.
06/07/2006
Chiediamo che il Consiglio di sicurezza rimuova
parzialmente l’embargo sulle armi in Somalia per
permettere il legittimo potenziamento delle forze di
sicurezza nazionale e che la comunità internazionale
consolidi l’iniziativa contro il terrorismo dei presidenti
dell’East Africa, creata nel 2003. Bisogna rendere
efficaci le misure per sventare il pericoloso effetto
domino del terrorismo in tutto il Corno d’Africa.
L’Unione deve nominare un inviato speciale per il
Corno d’Africa e formalizzare l’apertura di una
rappresentanza diplomatica somala a Bruxelles. E’
urgente accelerare il sostegno alla presidenza, al
parlamento, al governo, al settore giudiziario, alle forze
di sicurezza e in difesa della salute e della vita dei
cittadini somali.
4-222
Józef Pinior, a nome del gruppo PSE. – (PL) Signor
Presidente, la Somalia meridionale si trova sotto il
dominio dell’Unione dei tribunali islamici. Dall’inizio di
luglio di quest’anno le forze radicali hanno accresciuto
la propria influenza all’interno del territorio controllato
dall’Unione. Il nuovo leader del consiglio dei tribunali
islamici è lo sceicco Hassan Dahir Aweys, un esponente
religioso musulmano radicale di sessant’anni sospettato
di collaborare con Al-Qaeda. Dopo l’11 settembre 2001,
infatti, gli Stati Uniti hanno aggiunto il suo nome nella
lista nera dei terroristi internazionali.
Lo sceicco non riconosce il governo somalo sostenuto
dalle Nazioni Unite, con il quale il suo predecessore, lo
sceicco Sharif Ahmed, considerato un uomo di idee
relativamente moderate, aveva firmato un trattato di
pace dopo aver assunto il potere a Mogadiscio. Le
fazioni islamiche hanno annunciato la propria intenzione
di impossessarsi del potere in tutta la Somalia ed esiste il
pericolo reale che l’Unione dei tribunali islamici attacchi
la parte settentrionale del paese che, finora, è stata
considerata una regione relativamente pacifica. Essa è
composta da province divise in due regioni autonome,
Somaliland e Puntland, con porti strategici lungo le
rispettive coste. Se ciò accadesse, la Somalia
diventerebbe un secondo Afghanistan, governato dai
talebani.
La situazione relativa ai diritti umani nel territorio
controllato dall’Unione dei tribunali islamici si è
deteriorata a livelli drammatici. La scorsa settimana
Martin Adler, un giornalista indipendente di nazionalità
svedese, è stato assassinato durante un raduno
organizzato dai sostenitori dello sceicco Aweys. Uno dei
primi decreti approvati dai radicali islamici di
Mogadiscio è stato quello di chiudere tutti i cinema e i
locali che avrebbero trasmesso la coppa del mondo di
calcio. Agenzie stampa riportano che nel corso della
partita Germania-Italia la polizia militare islamica ha
ucciso due persone e ne ha ferite altre quattro. Quando il
cinema in cui veniva proiettata la partita è stato preso di
mira, sono rimasti uccisi il proprietario del cinema e una
giovane donna.
4-223
06/07/2006
Luca Romagnoli (NI). – Signor Presidente, onorevoli
colleghi, se si vuole evitare la radicalizzazione dello
scontro in Somalia è utile che le Corti islamiche
partecipino all’interno delle istituzioni federali
transitorie del paese. E’ indispensabile rafforzare le
istituzioni somale riconoscendo che le Corti hanno,
almeno ad oggi, sostituito il sistema di soprusi dei
cosiddetti signori della guerra, tollerati e poi supportati
dai governi degli Stati Uniti.
L’Unione europea dovrebbe riprendere un ruolo di guida
in Africa, così come l’Italia in Somalia e in tutto il
Corno d’Africa per i suoi storici precedenti. Ad esempio
andrebbe rimosso il blocco dell’immigrazione somala in
Italia, a suo tempo voluto da Dini. Esso ha solo
indebolito le buone relazioni italo-somale e ha fatto sì
che i somali si siano dispersi in tutta Europa tranne che
in Italia, ove affinità e responsabilità storiche
consiglierebbero. L’Italia ospita immigranti da tanti
paesi con i quali non condivide né responsabilità
storiche coloniali né affinità culturali, mentre ignora la
Somalia.
Avrebbe molto più senso che ciascun paese europeo si
facesse carico delle necessità delle rispettive ex colonie,
e ovviamente a ciascun paese andrebbe pure affidato un
mandato internazionale di protettorato su questi paesi.
4-224
Marek Aleksander Czarnecki (NI). – (PL) Signor
Presidente, vorrei esprimere la mia grande
preoccupazione circa il protrarsi della guerra civile in
Somalia.
Questo paese non ha un governo nazionale effettivo da
più di quindici anni. La situazione in cui versa
rappresenta una seria minaccia per il processo di pace e
di riconciliazione nel paese, nonché per la sicurezza e la
stabilità in tutta l’area della penisola somala. Dobbiamo
condannare con forza i recenti combattimenti a
Mogadiscio, nonché i fatti accaduti a Jowar e in altre
parti del paese, che sono costati la vita a numerosi civili
somali. Al contempo dobbiamo rivolgere un appello alle
parti affinché non intraprendano azioni che possano
aggravare le attuali tensioni, proseguano sulla strada del
dialogo e diano la necessaria collaborazione al governo
federale di transizione e al parlamento, quali legittime
autorità centrali che governano la Somalia sulla base
della Carta federale transitoria.
Non dobbiamo inoltre trascurare di fornire al popolo
somalo assistenza umanitaria rivolgendoci agli sfollati e
alle popolazioni bisognose. Dovremmo pertanto
appoggiare tutte le azioni volte a rispettare il diritto
internazionale in materia di diritti dell’uomo e a
consentire alle organizzazioni umanitarie l’accesso alle
popolazioni bisognose, nonché tutelare la sicurezza degli
operatori afferenti a tali organizzazioni.
4-225
Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN)
Signor Presidente, il Parlamento e la Commissione sono
sicuramente uniti nella ricerca di un’esistenza pacifica e
democratica per la popolazione somala. Questo è quanto
55
è emerso dalla discussione di oggi pomeriggio dopo
l’introduzione
iniziale
dell’onorevole
Smith
sull’argomento. Spero che sarò in grado di rispondere in
particolar modo in merito ai paragrafi 6 e 8, relativi alla
governance e alla costruzione delle istituzioni in
Somalia, nonché alla protezione delle organizzazioni
umanitarie e degli operatori del settore, come egli mi ha
chiesto.
La discussione odierna sulla Somalia è quanto mai
opportuna, perché la situazione del paese e dell’intera
regione rimane davvero fragile. La Commissione è
estremamente preoccupata circa il rischio che la Somalia
ricada in uno stato di guerra e di caos.
Sin dall’insediamento delle istituzioni transitorie somale,
nel 2004, la Commissione ha capeggiato gli sforzi della
comunità internazionale per appoggiare tali istituzioni. Il
mio collega, il Commissario Michel, segue la situazione
molto da vicino ed è in contatto costante con il
Presidente Yusuf e con il Primo Ministro somalo Ghedi,
nonché con i leader della regione.
Vorrei incentrare il mio intervento su tre aspetti
principali: innanzi tutto l’attuale stato del dialogo tra le
istituzioni federali transitorie e il Consiglio dei tribunali
islamici, secondariamente la dimensione regionale della
crisi somala e infine il grado di sostegno della
Commissione al processo di pace quale via migliore per
promuovere il rispetto dei principi democratici, dei
diritti umani e dello Stato di diritto.
Per quanto concerne il primo punto, ovvero l’attuale
stato del dialogo tra le istituzioni e i tribunali islamici, il
22 giugno il governo federale di transizione e i
rappresentanti dell’Unione dei tribunali islamici si sono
incontrati a Khartoum e hanno raggiunto un accordo di
principio per intraprendere un dialogo, riconoscersi
reciprocamente e riunirsi per un ulteriore ciclo di
negoziati il 15 luglio, sempre a Khartoum. L’Alto
rappresentante Solana e la Commissione hanno accolto
con gioia la notizia di tale accordo. Quest’ultima ritiene
che ci sia un’opportunità di dialogo politico interno al
paese e che sia fondamentale ottenere l’impegno dei
tribunali islamici per giungere a una soluzione politica
nel quadro delle istituzioni federali transitorie.
Osteggiare i tribunali islamici non è una soluzione: non
solo porterebbe a una radicalizzazione delle posizioni
delle parti interessate, ma offrirebbe altresì agli
estremisti una scusa per proseguire nel loro proposito di
creare uno Stato islamico, introdurre la sharia e fornire
un paradiso sicuro alle cellule di Al-Qaeda.
Per quanto riguarda invece il secondo punto, la
dimensione regionale della crisi somala è un elemento
fondamentale. E’ essenziale che tutti i partner regionali
mostrino unità d’intenti e s’impegnino costruttivamente
nel processo di pace in Somalia. Interventi
destabilizzanti nelle questioni interne somale da parte di
altre nazioni della regione devono essere respinti e
condannati.
56
06/07/2006
Siamo impegnati a collaborare strettamente e ad
appoggiare le iniziative dell’IGAD, dell’Unione africana
e della Lega araba volte a trovare una soluzione politica
alla crisi, come richiesto dall’onorevole Coveney. La
Commissione intende ancorare la Somalia a una più
ampia strategia regionale per la pace, la sicurezza e lo
sviluppo del Corno d’Africa. Le linee base di tale
strategia sono state presentate dal Commissario Michel
ai capi di Stato dell’IGAD lo scorso febbraio.
l’Unione lo è stata anche dopo gli avvenimenti del 3
agosto 2005, che hanno rovesciato il dittatore senza
versare una sola goccia di sangue, mentre sapevamo che
il paese era sul punto di esplodere. Mi rallegro per aver
organizzato, nel 2004, in seno al Parlamento europeo, la
prima piattaforma di discussione riunendo insieme, su
un terreno neutro, i mauritani della società civile, partiti
politici e rappresentanti ufficiali per preparare il
cammino verso la democrazia.
Infine, segnalo che la Commissione è il principale
donatore della Somalia, con un programma globale di
aiuti pari a 300 milioni di euro attualmente in corso.
Abbiamo appoggiato la conferenza di riconciliazione
nazionale somala e l’insediamento delle istituzioni
federali transitorie e ora siamo impegnati a favorirne
ulteriormente il funzionamento.
Il 28 maggio 2006, il Presidente Barroso e il
Commissario Michel hanno firmato un protocollo
d’intesa con il governo federale di transizione. Posso
confermare che la Commissione intende mettere
immediatamente a disposizione 22 milioni di euro per le
priorità a breve termine in materia di governance e di
rafforzamento delle capacità stabilite dal governo
federale di transizione.
Oggi, ringraziamo l’Unione per l’appoggio manifestato
al processo democratico intrapreso dalla Mauritania che
dimostra un consenso popolare che sostiene il consiglio
militare per la giustizia e la democrazia, ossia l’autorità
di transizione che ha già offerto garanzie con la
creazione di una commissione elettorale nazionale
indipendente, l’abolizione della censura imposta ai
mezzi di comunicazione e l’organizzazione di un
referendum, lo scorso 25 giugno, il cui corretto
svolgimento è stato molto apprezzato dagli osservatori
internazionali. Mi rallegro altresì per il fatto che
l’Unione si sia impegnata a inviare una missione di
osservazione a lungo termine per seguire le elezioni che
si svolgeranno nel novembre di quest’anno al fine di
garantire che ogni cittadino mauritano possa esercitare i
propri diritti elettorali.
Ribadiamo con forza il nostro impegno inequivocabile a
sostenere il processo di pace. Anche il braccio
umanitario della Commissione, ECHO, sta fornendo
assistenza diretta alla popolazione civile interessata dai
conflitti e colpita dagli effetti della siccità. E’
responsabilità di tutti far sì che l’assistenza umanitaria
arrivi a destinazione e che gli operatori umanitari
coinvolti in questo lodevolissimo compito possano
operare in condizioni di sicurezza.
Infine, i proventi dello sfruttamento dell’oro nero
devono essere utilizzati per l’istruzione, la sanità e lo
sviluppo delle popolazioni mauritane. Lo sfruttamento
del petrolio, che non sarà eterno, non deve avvenire a
discapito della biodiversità marina e costiera, bensì deve
preservare, per esempio, il Banco di Arguin da ogni
forma di inquinamento e garantire una gestione
sostenibile della risorsa alieutica di cui i mauritani hanno
tanto bisogno.
4-226
Mi complimento con le autorità per essersi impegnate,
unitamente all’Unione, in una discussione più aperta
sugli accordi di pesca al fine di pervenire a un accordo
equo. Il divieto imposto alle navi-fabbrica come
l’Atlantic Dawn, ad esempio, è un requisito preliminare
in tal senso. Infine, e qui concludo, il progetto di
cooperazione in materia di lotta all’immigrazione deve
favorire lo sviluppo dell’occupazione in Mauritania e
offrire ai migranti un’accoglienza degna dei valori
europei.
Presidente. – La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà al termine delle discussioni di
questo pomeriggio.
4-227-500
Mauritania (discussione)
4-228
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su
sei proposte di risoluzione concernenti la Mauritania3.
4-229
Marie Anne Isler Béguin (Verts/ALE), autore. – (FR)
Signor Presidente, signor Commissario, onorevoli
colleghi, la Mauritania, seppur membro degli ACP, fa
nondimeno parte dei paesi dimenticati del pianeta. I
paesi europei hanno chiuso gli occhi troppo a lungo sulla
dittatura del presidente Ould Taya, che tratteneva in
stato di detenzione, torturava e faceva fuggire gli
oppositori del regime. Il Parlamento e le Istituzioni
europee erano rimasti muti quando avevamo chiesto
l’invio di una missione di osservazione in occasione
delle elezioni presidenziali del 2003, anche se alcuni
candidati erano addirittura detenuti. Troppo timorosa
3 Cfr. Processo verbale.
4-230
Tobias Pflüger (GUE/NGL), autore. – (DE) Signor
Presidente, ora la stampa parla della Mauritania
definendola un modello di democrazia in Africa e
l’Unione europea ha ufficialmente riallacciato i rapporti
con il paese, ma la situazione è davvero così favorevole?
La riposta è sicuramente no! Che in Mauritania vi sia un
referendum su una nuova costituzione e, in particolare,
che i poteri del Presidente ne risultino limitati, sono
fattori apprezzabili, ma secondo le informazioni a nostra
disposizione in Mauritania è ancora praticata la
schiavitù, il che è assolutamente inaccettabile. Va fatto
qualcosa al riguardo, non da ultimo su iniziativa
dell’Unione europea. Di Mauritania si parla anche ogni
qual volta si affronta il tema di come l’Unione europea
06/07/2006
si pone nei confronti dei profughi, molti dei quali
vengono mandati nei nostri paesi e lì abbandonati al loro
destino. L’Unione europea sta assumendo un
atteggiamento sempre più difensivo, quasi militaresco,
contro i profughi. L’Agenzia Frontex ne è un esempio.
Recentemente si sono svolte importanti manovre militari
a Capo Verde. Inizialmente si era ipotizzata come sede
la Mauritania e, se non fosse stato per l’opposizione
della Francia, così sarebbe stato. Ho visto lo scenario in
cui si svolgono tali manovre, che di fatto hanno a che
vedere con l’allontanamento dei profughi. Da allora,
l’UNHCR ha rilevato che non viene condotta alcuna
verifica sulla condizione di profugo di coloro che si
trovano in luoghi come Lampedusa, dove vivono molti
profughi mauritani, e si sta introducendo il concetto di
quelli che vengono definiti “paesi terzi sicuri”, il cui
effetto ultimo sarà che i profughi non potranno entrare
direttamente nell’Unione europea.
Dobbiamo pertanto insistere affinché si aiutino le
persone bisognose. Attualmente l’Unione europea sta
costruendo un sistema che equivale a una macchina per
la deportazione e bisogna assolutamente impedirle di
procedere in tale direzione, così come occorre sostenere
il processo di democratizzazione ora in corso in
Mauritania.
4-231
Bernd Posselt (PPE-DE), autore. – (DE) Signor
Presidente, insieme al Marocco, la Mauritania è un paese
che rappresenta una cultura antica, una cultura che per
secoli ha intrattenuto stretti rapporti commerciali con
l’Europa e può vantare una letteratura e tradizioni molto
sviluppate a livello di commercio, estremamente ben
organizzato, cavalleria, agricoltura su vasta scala e
forme embrionali di industria e artigianato, un paese che
ha sempre avuto una cultura fiorente, la cui ricchezza è
in gran parte tuttora percepibile.
Ciò rende ancor più deprecabile il fatto che noi europei
abbiamo completamente dimenticato la Mauritania.
Spero dunque che d’ora in poi le accorderemo maggiore
attenzione, e non solo per la situazione dei profughi, per
quanto difficile essa sia, o per la sospensione
dell’accordo di pesca.
Credo infatti che la Mauritania meriti il nostro pieno
sostegno. Il referendum è stato un segnale forte di una
tendenza democratica in atto nel paese, che costituisce
un ponte importante tra Mediterraneo e Africa
occidentale e che, pur dovendo far fronte a gravi
calamità naturali e sfide notevoli, è riuscito a sviluppare
un talento innovativo sorprendente per l’agricoltura.
Sono però anche tra coloro che sostengono che il paese,
con le sue riserve naturali e le sue risorse marittime,
vada trattato con estrema cautela, il che significa che
non dobbiamo saccheggiare i tesori delle sue acque,
dalle quali il paese dipende oltre che dall’estrazione di
alcune materie prime che vi sono presenti e che
praticamente costituiscono la sua unica fonte di reddito.
57
La politica che applichiamo al riguardo deve essere
quindi estremamente attenta, una politica volta a
consolidare le capacità della Mauritania di aiutare se
stessa e a permetterle di emergere dalla condizione di un
paese spesso sfruttato indiscriminatamente per riportarla
alla fiera e antica tradizione di indipendenza in una
forma nuova e democratica, e questo è un obiettivo che
può essere conseguito unicamente limitando i poteri del
suo Presidente, migliorando i risultati in termini di
partecipazione di votanti e cittadini e organizzando
elezioni davvero democratiche alle quali tutti i mauritani
possano partecipare in condizioni di assoluta parità.
4-232
Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor
Presidente, finalmente sembra che la Repubblica di
Mauritania inizi a muoversi, lentamente ma
progressivamente, verso il possibile ristabilimento della
democrazia e del rispetto dei diritti dell’uomo. Sinora le
autorità di transizione del paese sembrano aver rispettato
le promesse per quanto concerne il calendario delle
elezioni e l’esito del referendum condotto lo scorso
mese, nonostante le difficoltà di tipo pratico, ha
confermato una schiacciante maggioranza elettorale a
favore di cambiamenti istituzionali urgenti e
fondamentali.
La transizione verso la democrazia è pienamente
sostenuta dei neocostituiti partiti politici e dalla società
civile e pare esistere, perlomeno in linea di principio, un
consenso sul rientro dei profughi dai paesi limitrofi nei
quali hanno trovato rifugio temendo, legittimamente, per
la loro incolumità.
Se gestite correttamente tenendo a bada la corruzione, le
nuove risorse petrolifere attualmente sfruttate in
Mauritania offrono l’opportunità di creare benessere
economico a vantaggio della popolazione in generale,
soprattutto nel campo della sanità e dell’istruzione.
La presente proposta di risoluzione comune è
principalmente intesa a manifestare appoggio al popolo
mauritano in questa transizione difficile, ma lungamente
attesa, verso la democrazia, nella speranza che questo
prezioso obiettivo sia conseguito amichevolmente, in
pace ed entro i parametri temporali previsti e
preliminarmente concordati con tutte le parti interessate.
4-233
Marie-Arlette Carlotti (PSE), autore. – (FR) Signor
Presidente, il 3 agosto 2005 il regime dell’ex Presidente
Ould Taya è stato rovesciato e un consiglio militare ha
affermato di voler porre fine alle pratiche totalitarie e
instaurare la democrazia. Avremmo potuto supporre,
quindi, che fossero unicamente dichiarazioni intese a
giustificare ciò che la comunità internazionale ha
definito un colpo di Stato.
Poi ci siamo presto resi conto che non è stata versata
neanche una goccia di sangue, che le autorità di
transizione hanno intrapreso un dialogo con tutti i partiti
politici e la società civile, hanno fissato un calendario
elettorale e, cosa eccezionale, hanno deciso di
presentarsi esse stesse alle prossime elezioni. Potremmo
58
pertanto pensare che in Mauritania sta succedendo
qualcosa e che questo, forse, è per il paese un’occasione
per liberarsi della dittatura.
Ormai il nostro ruolo consiste nel sostenere il processo
democratico in corso nel rispetto del calendario che gli
stessi mauritani hanno stabilito e, in proposito, mi
rallegro per l’ultimo scrutinio costituzionale tenutosi e
accordo il mio appoggio alla CENI, la quale deve
nondimeno fare in modo che tutti i mauritani possano
ottenere documenti di identità per poter votare in
occasione dei prossimi appuntamenti elettorali e i
mauritani all’estero possano partecipare ai futuri
scrutini. Sostengo inoltre i partiti politici auspicando che
abbiano i mezzi per esprimersi e condurre una campagna
attorno a piattaforme elettorali che formulino proposte
per migliorare la situazione del popolo mauritano.
4-234
Michael Gahler, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE)
Signor Presidente, quando si sente parlare di un altro
rivolgimento in Africa, si tende sempre a pensare che un
dittatore ne abbia sostituito un altro per continuare a
saccheggiare il paese; fortunatamente, invece, quanto è
accaduto in Mauritania dopo il colpo di Stato del 3
agosto 2005 sembra essere diverso.
Non solo si è concordato e rispettato un calendario con
lo svolgimento di un referendum costituzionale in
giugno dopo il colpo di Stato ed elezioni previste per il
prossimo novembre, ma ogni cosa è avvenuta in accordo
con tutte le parti politiche interessate, il consiglio
militare, il governo di transizione e le neocostituite
istituzioni come, ad esempio, la commissione elettorale
indipendente. Ritengo che tutto ciò sia di per sé degno di
nota, e una delegazione congiunta ACP-UE si è recata in
loco per verificare la situazione, fornendo così un valido
esempio di come nord e sud possano riunirsi per valutare
problemi e situazioni di conflitto.
Ora che abbiamo concluso la procedura di cui
all’articolo 96 con la Mauritania, vorrei che rendessimo
di nuovo pienamente disponibili gli aiuti, sebbene
occorra prestare attenzione al fatto che i proventi
derivanti dalle riserve petrolifere, saccheggiate a seguito
di un contratto siglato con una società australiana,
figurino come entrate nel bilancio del paese in maniera
che le sue risorse possano davvero essere messe a
disposizione del popolo.
I principali problemi sono stati già descritti. Vi sono i
profughi che devono rientrare nel proprio paese. Ve ne
sono altri che devono tornare alle rispettive attività
economiche in vari settori, e spero che tutti ci uniremo
per sostenere questo paese mentre prosegue il suo
cammino. Specialmente ora che pare che il paese abbia
imboccato la giusta via, non dobbiamo perdere di vista
la necessità di incoraggiare tutte le parti interessate
affinché non la abbandonino.
4-235
Alain Hutchinson, a nome del gruppo PSE. – (FR)
Signor Presidente, rischiando di ripetere ciò che altri
hanno detto prima di me, vorrei anch’io, a nome del mio
06/07/2006
gruppo, sottolineare l’importanza di ciò che sta
accadendo attualmente in Mauritania e ricordare che, dal
colpo di Stato, di cui molti hanno parlato in questa sede,
il Parlamento non si è mai occupato della situazione di
questo paese abbandonato un po’ da tutti. Ritengo quindi
che la presente risoluzione giunga al momento
opportuno, un momento in cui nel paese è appena
iniziato un importante processo di democratizzazione.
Ciò che occorre sottolineare soprattutto oggi con la
presente risoluzione è la volontà dell’Unione europea, e
in particolare del Parlamento, di prestare attenzione alla
situazione della Mauritania e alla sua evoluzione,
contribuendo, per quanto possibile, all’avvio e alla
prosecuzione del processo di democratizzazione, visto
che di fatto, il 25 giugno scorso, è stato possibile tenere
il referendum costituzionale. Ovviamente restano ancora
alcuni doveri da assolvere da parte della Mauritania; in
particolare, come rammentava poc’anzi l’onorevole
Carlotti, vanno completate le liste elettorali, elemento
citato nella risoluzione. Come Parlamento, ci rimane da
avallare una richiesta formulata dalle autorità mauritane,
ossia l’invio, da parte della Commissione, di una
missione di osservazione elettorale in Mauritania per le
prossime elezioni, quelle legislative e comunali di
novembre e quelle presidenziali del prossimo marzo.
Ritengo che ciò sia importante e che Parlamento e
Commissione debbano intraprendere le iniziative
necessarie al riguardo.
4-236
Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN)
Signor Presidente, a seguito del colpo di Stato dello
scorso anno, l’Unione europea ha deciso di intraprendere
consultazioni con la Repubblica islamica di Mauritania a
titolo dell’articolo 96 dell’accordo di Cotonou riveduto.
La riunione di apertura, cordiale e costruttiva, ha visto la
partecipazione di rappresentanti dei partiti politici e della
società civile mauritani, ai quali è stata offerta
l’opportunità di manifestare i propri punti di vista,
nonché di un gruppo di ambasciatori dei paesi ACP. La
Mauritania ha sottoscritto 23 impegni nel campo del
rispetto dei principi democratici, dei diritti e delle libertà
fondamentali, dello Stato di diritto e del buon governo.
Un ulteriore impegno è stato assunto anche per ciò che
riguarda sorveglianza e rendicontazione.
In occasione della riunione iniziale, la Commissione ha
esortato le autorità mauritane a garantire la massima
registrazione possibile dei votanti nel paese e all’estero,
nonché la partecipazione al referendum costituzionale e
alle varie elezioni previste durante il periodo di
transizione.
La Commissione ha altresì incoraggiato la creazione di
condizioni di parità a livello elettorale attraverso
l’adozione di meccanismi equi di finanziamento dei
partiti e l’assicurazione di un comportamento imparziale
da parte dei militari, del governo di transizione,
dell’amministrazione e dei giudici. Infine, la
Commissione ha invitato le autorità di transizione a
tener conto dei problemi passati, tra i quali il più
06/07/2006
importante è quello rappresentato dalle conseguenze
della schiavitù e della violenza interetnica del periodo
1989-1990 che ha causato perdite notevoli in termini di
vite umane e beni, nonché la fuga nei paesi limitrofi di
decine di migliaia di cittadini mauritani.
Pur riconoscendo che la durata del periodo di transizione
non consentirà alle nuove autorità di risolvere tutti i
problemi, la Commissione le ha esortate a intraprendere
interventi decisivi in tutti gli ambiti summenzionati. A
giudizio della Commissione, gli impegni assunti dalla
Mauritania hanno affrontato tutti i principali problemi
con i quali il paese si vede confrontato. La loro
formulazione da parte delle autorità si è ampiamente
fondata sulle conclusioni dei seminari di concertazione
nazionali svoltisi nel mese di ottobre 2005, ai quali
hanno partecipato tutte le parti in causa e che hanno
confermato un ampio consenso nazionale.
Gli sviluppi nell’assolvimento degli impegni assunti
dalla Mauritania hanno permesso all’Unione europea di
riconoscere che vi sono stati progressi continui e di
concludere le consultazioni alla fine di maggio 2006.
Tuttavia, considerate le misure ancora in sospeso,
l’Unione europea intratterrà un dialogo politico più
approfondito con il governo per un periodo di verifica di
diciotto mesi. In tale contesto è previsto l’invio di
missioni di osservazione elettorale per le prossime
elezioni, nonché una prima missione di valutazione da
parte della Commissione programmata per la prossima
settimana.
4-237
Presidente. – La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà al termine delle discussioni di
questo pomeriggio.
59
Nondimeno, benché non vi sia alcun dubbio circa il fatto
che i principali responsabili sono i governi autori di tali
censure, dobbiamo sempre ricordare che, in molti casi,
sono aziende occidentali, molte delle quali europee, a
fornire a detti governi strumenti e capacità per poter
esercitare controllo e censura, e mi riferisco a società
quali Yahoo, Google, Microsoft, Cisco Systems, Telecom
Italia, Wanadoo e alcune filiali di France Telecom.
Per tutti questi motivi, l’intento della presente
risoluzione è quello di condannare fermamente le
restrizioni imposte da alcuni governi alla libertà di
espressione tramite Internet, e specialmente gli atti di
persecuzione e detenzione di cui alcuni di essi sono
responsabili. Esortiamo dunque espressamente Consiglio
e Commissione a sollevare l’argomento durante i loro
incontri bilaterali con i paesi citati nella risoluzione, e
segnatamente con la Cina.
In secondo luogo, vogliamo rivolgerci a Consiglio e
Stati membri affinché rendano pubblico, attraverso un
comunicato comune, l’impegno assunto in difesa dei
diritti degli utenti di Internet e della libertà di
espressione su Internet.
In terzo luogo, chiediamo che vengano imposte alcune
limitazioni alle società che ottengono utili in taluni paesi
a costo di compromettere i diritti dell’uomo.
In sintesi, nel mondo odierno, un modo per promuovere
e rispettare i diritti dell’uomo consiste nel garantire la
libertà di espressione su Internet e nell’impedire
censura, persecuzione e detenzione. Dobbiamo dunque
esortare Commissione e Consiglio a tener conto della
necessità di prestare attenzione a tali temi, anche quando
stilano i loro programmi di assistenza.
4-241
4-238
Libertà di espressione su Internet (discussione)
4-239
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su
sei proposte di risoluzione concernenti la libertà di
espressione su Internet4.
4-240
Raül Romeva i Rueda (Verts/ALE), autore. – (ES)
Signor Presidente, vorrei esordire rammentando la
dichiarazione del Vertice mondiale sulla società
dell’informazione svoltosi a Tunisi nel novembre 2005,
che ha attribuito grande importanza alla società
dell’informazione in termini di diritti umani e libertà
fondamentali, segnatamente in riferimento alla libertà di
espressione e di opinione, ma anche alla libertà di
ricevere informazioni e darvi accesso.
Per questo è davvero triste e deplorevole che oggi ci
corra nuovamente l’obbligo di sottolineare come decine
di persone siano detenute in vari paesi del mondo,
soprattutto in Cina, semplicemente perché intendevano
comunicare ed esprimersi via Internet.
4 Cfr. Processo verbale.
Tobias Pflüger (GUE/NGL), autore. – (DE) Signor
Presidente, l’accesso ai vari mezzi di comunicazione non
è aperto a chiunque in qualunque parte del mondo:
spesso accade che Internet offra a esponenti
dell’opposizione l’unica possibilità di manifestare la
propria posizione all’opinione pubblica, e il
considerando C della presente risoluzione lo esprime in
maniera esemplare, sebbene dovremmo ovviamente
interrogarci sul motivo per il quale ciò accade. Tutto
questo ha molto a che vedere con la concentrazione dei
mezzi di comunicazione; vi sono per esempio tantissime
persone alle quali risulta assolutamente impossibile
accedere a televisione o quotidiani.
La risoluzione si esprime in maniera critica nei confronti
della censura imposta a Internet da alcuni paesi, e in tal
senso è particolarmente opportuna nel sottolineare un
problema reale; non si tratta tuttavia che di un ennesimo
esempio di ciò che accade molto spesso in quest’Aula,
nel senso che sovente additiamo soltanto gli altri senza
preoccuparci minimamente di valutare la situazione
nella nostra stessa Unione europea. La censura di
Internet non è cosa che possa essere condivisa, a
prescindere dal luogo, e dunque neanche negli Stati
membri dell’Unione europea.
60
Posso citarvi alcuni esempi al riguardo. In Germania,
negli ultimi anni, il Caos Computer Club è stato oggetto
di reiterata repressione e vi sono sette come Scientology
che hanno intentato azioni legali per far chiudere siti che
le esaminavano in maniera critica.
Le
due
argomentazioni
specifiche
addotte
pretestuosamente per la censura sono da un lato la
pornografia infantile e dall’altro l’estremismo di destra,
ma sebbene entrambi i fenomeni vadano condannati
senza mezzi termini, la pornografia infantile è
penalmente perseguita in tutto il mondo e coloro che
accedono a tali siti, ovunque si trovino, sono passibili di
condanne penali, mentre l’estremismo di destra, di cui
un esempio ci è stato fornito qualche giorno fa
dall’onorevole Gyertich proprio in quest’Aula, è un tema
che va affrontato politicamente.
Parlando di Internet, è inoltre fondamentale sottolineare
che ora i motori di ricerca stanno adeguando la loro
potenza alle regole in maniera che, quando vengono
utilizzati, alcuni materiali non siano più visualizzati. Si
tratta di mera commercializzazione, nel senso che nelle
pagine web sono reperibili soltanto contenuti per i quali
si è corrisposto un certo prezzo. Ciò che va detto a
chiare lettere è che non vi può essere censura di Internet
nell’Unione europea, il che significa anche che la
Commissione deve fare qualcosa in proposito vietando
ogni forma di censura all’interno della Comunità.
4-242
Simon Coveney (PPE-DE), autore. – (EN) Signor
Presidente, quella in esame è una risoluzione di ampio
respiro che tenta di affrontare il tema dell’accesso
globale a Internet, argomento estremamente complesso,
facendo propria la dichiarazione emersa dal Vertice
mondiale di Tunisi dello scorso novembre
sull’importanza
fondamentale
della
società
dell’informazione per la democrazia e il rispetto dei
diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, soprattutto
la libertà di espressione e di opinione, ma anche la
libertà di ricevere informazioni e darvi accesso.
La realtà è ovviamente che Internet rappresenta un
veicolo straordinario di cambiamento nei paesi che
sinora hanno soffocato la libertà di espressione e
frustrato la democrazia. Per questo motivo, Internet è un
problema serio per dittatori e governi totalitari, che si
danno da fare senza mezze misure per limitarne e
impedirne l’uso. La presente risoluzione, dalla
formulazione molto incisiva, condanna vari paesi che
stanno apertamente cercando di limitare e censurare
l’informazione su Internet, definendoli nemici della
libertà di espressione.
Molti di questi paesi continuano a trattenere in stato di
detenzione persone classificate come “dissidenti
cibernetici” e noi chiediamo che siano immediatamente
rilasciate. Ciò vale in particolare per la Cina, e abbiamo
nominato una serie di persone coinvolte.
06/07/2006
La risoluzione cerca inoltre di affrontare il tema più
delicato del coinvolgimento della tecnologia e delle
società occidentali, e specificamente americane ed
europee, che forniscono ad alcuni governi gli strumenti
per censurare e filtrare materiale su Internet. Il grande
firewall della Cina è forse l’esempio più eloquente di
tale censura. Le autorità cinesi sono riuscite a persuadere
società come Yahoo e Google a permettere di filtrare i
loro motori di ricerca. Per esempio, se si digita Piazza
Tiananmen in Cina, è molto probabile che venga
visualizzata una storia architettonica degli edifici che
circondano la piazza.
Esortiamo altresì la Commissione a elaborare un codice
di condotta volontario, collaborando con le aziende che
operano nei paesi repressivi, anziché impartendo loro
altisonanti lezioni, nel tentativo di arginare la capacità di
soffocare la libertà di espressione.
4-243
Jules Maaten (ALDE), autore. – (NL) Signor
Presidente, paesi come Cina, Cuba, Birmania,
Bielorussia, e la risoluzione ne cita parecchi altri, stanno
imponendo restrizioni sempre più rigide all’uso di
Internet, ed è comprensibile il motivo per cui lo fanno:
perché qualunque cosa rappresenti un veicolo di libera
espressione di opinioni è al servizio dell’opposizione e
potrebbe far nascere una forza di opposizione agli Stati
totalitari. Orbene, Internet è proprio questo, e i provider
di servizi Internet si sono sempre fatti un vanto della
libertà, specificamente di informazione, offerta dalla
rete.
Eppure accade alquanto di frequente che siano proprio i
provider americani ed europei ad agevolare forme di
interferenza con la libertà di espressione acconsentendo,
per esempio, alla censura dei loro servizi. In prima linea
spiccano società americane come Google, Microsoft e
specialmente Yahoo in Cina, seguite da diverse altre che
stanno ovviamente facendo la stessa cosa altrove come
Secure Computing e Fortinet in Tunisia e Birmania,
Cisco Systems, ma anche alcune società europee come
Telecom Italia a Cuba e Wanadoo, che appartiene a
France Telecom, in Tunisia.
E’ ovviamente intollerabile che aziende occidentali
aiutino governi repressivi a calpestare i diritti dell’uomo.
Per prima cosa, quindi, le Istituzioni europee devono
stilare un codice di condotta nel quale si impegnino a
non partecipare ad azioni intese a reprimere ciò che
avviene online. In secondo luogo, le società che
forniscono servizi di ricerca, chatting, publishing o di
altro tipo su Internet devono fare il possibile per
garantire che i diritti dei consumatori di utilizzare
Internet siano pienamente rispettati.
In Cina sono attualmente in stato di detenzione 48 ciberdissidenti soltanto per aver deviato dal percorso tracciato
per loro su Internet dalle autorità. Per me è
assolutamente inconcepibile che società occidentali
aiutino questi regimi autoritari e repressivi mantenendo
in essere la censura, poiché un siffatto tipo di
collaborazione contrasta con i valori fondamentali
06/07/2006
dell’Europa come la libertà di espressione e di opinione
e la libertà di informazione. La libertà di espressione e la
libertà di opinione devono invece rimanere prioritarie,
soprattutto su Internet. I legislatori americani stanno
lavorando su un Global Online Freedom Act, ed è
superfluo aggiungere che l’Europa non può essere da
meno.
Pur insistendo sull’aspetto normativo, preferirei però che
si compisse un tentativo di elaborazione di un codice di
condotta per vedere di trovare una soluzione con le
società interessate, sebbene vada detto con chiarezza ciò
che intendiamo. In ultima analisi, infatti, il problema
principale non sono ovviamente le società che offrono
servizi su Internet, ma i regimi repressivi. Commercio e
comunicazione con questi paesi possono spesso produrre
effetti positivi e io sono generalmente a favore di tale
approccio. Occorre tuttavia, naturalmente, che a tali
regimi non venga permesso di esercitare alcun tipo di
pressione vessatoria per quanto concerne ciò che
commerciamo o comunichiamo.
4-244
Catherine Trautmann (PSE), autore. – (FR) Signor
Presidente, nella nostra società globalizzata, Internet è
un mezzo rapido e conviviale di comunicazione tra
persone o gruppi, un mezzo per commerciare,
informarsi, creare. Internet è diventato uno spazio
pubblico mondiale aperto in cui ciascuno è, in linea di
principio, libero di circolare ed esprimersi.
Il Vertice mondiale sulla società dell’informazione ha
posto alla base della società dell’informazione i diritti
fondamentali della persona umana. Orbene, non siamo
tutti uguali di fronte alla libertà di espressione su
Internet e alcuni Stati hanno iniziato a censurare
l’espressione di cittadini, giornalisti e altri. Ma vi è di
peggio! Reporter senza frontiere ha redatto un resoconto
allarmante sulla repressione su Internet che conferma la
detenzione di moltissimi internauti, soprattutto in Cina.
La nostra risoluzione ci permette di opporci con
fermezza a queste minacce alla libertà e di condannare
gli Stati che ne sono autori.
Chiediamo dunque al Consiglio e alla Commissione di
dar prova dello stesso rigore nei loro rapporti
internazionali e i loro programmi di assistenza e
cooperazione, ma desideriamo anche appellarci alla
responsabilità delle aziende, soprattutto europee, che
fornendo tecnologie o servizi sono più o meno coinvolte
in tali atti e dovrebbero impegnarsi a sottoscrivere un
codice di condotta che impedisca loro di partecipare alla
censura, alla repressione e alla persecuzione. Non si può
essere a favore della libertà del commercio rifiutandosi
di tutelare le libertà individuali.
Il forum di Atene sulla corretta gestione di Internet del
prossimo novembre deve permettere all’Unione europea
di mettere in pratica le raccomandazioni contenute nella
presente risoluzione.
4-245
61
Tadeusz Zwiefka, a nome del gruppo PPE-DE. – (PL)
Signor Presidente, la risoluzione che il Parlamento
europeo dovrebbe adottare in data odierna è davvero una
risoluzione a difesa della libertà di parola, che è alla base
di qualsiasi società democratica.
Potremmo addirittura dire che Internet protegge questa
libertà meglio di qualsiasi altro mezzo di
comunicazione. I governi di molti Stati, tuttavia, stanno
tentando di esercitare la propria influenza sui contenuti
online. Internet viene visto come un fiume impetuoso e
pericoloso, e in molti Stati si sono intraprese iniziative
legislative volte a regolarne il flusso. Così facendo, però,
questi stessi Stati stanno purtroppo correndo il grave
rischio di limitare la libertà di parola. Dopo tutto, un PC
e una stampante possono trasformarsi in una rotativa che
potrebbe essere utilizzata per stampare opuscoli,
volantini, comunicazioni pubbliche o persino interi libri
destinati a una divulgazione non ufficiale. Un computer
collegato a Internet altro non è se non una radio
sintonizzata su Radio Europa Libera e, per di più, è una
radio interattiva attraverso la quale chiunque può
esprimere i propri punti di vista e formulare commenti.
E’ una grave minaccia per qualunque paese totalitario o
che in una qualche misura limiti l’accesso
all’informazione.
Su Internet è possibile soltanto censurare singole pagine.
Non è possibile censurare l’intera rete, sebbene
permanga la tentazione di farlo o la minaccia che ciò
possa essere fatto. Il governo cinese, per esempio, ha
creato un corpo di polizia appositamente per Internet che
controlla se chiunque delle decine di milioni di utenti
cinesi di Internet abbia violato i regolamenti per l’uso
della rete. Una violazione può comportare fino a 10 anni
di lavori forzati. I proprietari degli Internet café si
avvalgono di personale specificamente incaricato di
verificare se sugli schermi degli utenti venga
visualizzato contenuto vietato. Il contenuto è filtrato
utilizzando parole chiave; se compaiono le parole
“Tibet”, “dissidente” o “Cina e diritti dell’uomo”, la
pagina viene bloccata.
La rete, fondamentalmente anarchica per sua natura, è
una spina nel fianco di governi e burocrati, presenti
anche in culle della democrazia come Europa e Stati
Uniti. Vale dunque forse la pena di ricordare che la lotta
secolare tra libertà e censura non cesserà mai e che è
anche una battaglia tra il bene e il male, senza
dimenticare peraltro che la libertà che Internet ci offre
comporta anche il pericolo di diffondere informazioni
antidemocratiche e immorali.
4-246
Lidia Joanna Geringer de Oedenberg, a nome del
gruppo PSE. – (PL) Signor Presidente, la libertà di
parola e la libertà di opinione sono valori fondamentali
sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti
dell’uomo, e la libertà di parola andrebbe garantita
indipendentemente dal modo in cui vengono espressi i
punti di vista. Negli ultimi anni, Internet è diventato una
nuova forma universale di comunicazione. Secondo le
attuali stime, sono circa 600 milioni gli utenti di Internet
62
06/07/2006
e tale cifra aumenta quotidianamente. Internet è un
mezzo che consente la libertà di espressione, una libertà
che si estende anche a interi gruppi come organizzatori
di campagne a favore dei diritti dell’uomo, attivisti per
la democrazia, dissidenti politici e giornalisti
indipendenti.
Ryszard Czarnecki (NI). – (PL) Signor Presidente,
parlando della censura di Internet è facile e gratificante
essere in condizione di condannare una decina di paesi o
poco più in alcuni continenti. Temo tuttavia che, al di là
di farci sentire meglio, le nostre azioni restino puramente
simboliche.
Trattandosi di un forum aperto, Internet contribuisce
anche alla crescita della democrazia, com’è stato rilevato
durante il Vertice mondiale svoltosi in Tunisia nel
novembre dello scorso anno. Non tutti però apprezzano
l’apertura di questo mezzo. I governi abituati a
controllare la stampa, la radio o la televisione ora
vogliono parimenti controllare l’unico mezzo
indipendente che continua a sfuggire alla loro morsa,
vale a dire Internet. Cina, Iran, Corea del Nord, Siria,
Nepal, Cuba e Bielorussia utilizzano metodi sempre più
sofisticati per controllare e limitare la libertà di parola.
Ciò che è peggio, società come Yahoo, Google e
Microsoft stanno acconsentendo alla censura su richiesta
dei governi, come è attualmente il caso della Cina.
Forse dovremmo analizzare i fatti, soprattutto quelli che
riguardano paesi e imprese europei. Prendiamo ad
esempio la Bielorussia. E’ un vicino dell’Unione
europea e un tipico nemico della libertà online. Se
menzioniamo la Bielorussia nello stesso elenco in cui
includiamo Maldive e Nepal, nel concreto non aiuteremo
alcuno di questi paesi.
Tale situazione è inaccettabile. La libertà di parola è un
diritto inalienabile. Dobbiamo dunque agire per impedire
qualsiasi tentativo di limitarla, anche su Internet,
creando per esempio un sistema di gestione della rete
che imponga limitazioni unicamente ad attività illegali
quali la divulgazione di pornografia infantile o altre
forme di abuso. Limitare la libertà di parola su Internet
significa mettere il bavaglio a coloro che dicono verità
scomode, che fanno parte dei valori che siamo
specificamente chiamati a difendere.
4-247
Kathy Sinnott, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN)
Signor Presidente, penso che esistano controlli e
controlli. Ogni mese promulghiamo leggi su controlli e
limiti che proteggano coloro che sono vulnerabili.
Limitare la pornografia che sfrutta i minori o si rivolge
ad essi non dovrebbe essere visto come un affronto alla
vera libertà. Come madre, credo che privare i bambini
della loro innocenza sia un crimine. Non a caso i
Vangeli cristiani affermano che tali reati meritano di
essere puniti con una pietra attorno al collo.
Per un bambino, l’abuso, sia esso a opera di un adulto
libidinoso o di Internet, diventa una pietra psicologica
attorno al collo che lo rovina per il resto della vita.
Grazie all’uso di tecnologie come la risonanza
magnetica e lo screening chimico, ora sappiamo che la
pornografia altera il cervello dei bambini in fase di
sviluppo e stimola la produzione di sostanze chimiche
cerebrali che creano una notevole dipendenza. I
ricercatori hanno persino paragonato l’uso a lungo
termine della pornografia di Internet agli effetti
devastanti dell’eroina.
Dobbiamo fare il possibile per rendere Internet più
sicuro. Se Yahoo e Google possono censurare la rete ad
uso e consumo di un governo cinese totalitario, potranno
sicuramente censurarla a beneficio dei nostri figli.
4-248
Se la società italiana Telecom Italia è l’operatore di rete
a Cuba, non possiamo non osservare che il regime
comunista censura la libertà di espressione con il
consenso di detta società europea. Se una filiale di
France Telecom decide di introdurre servizi a banda
larga con un operatore tunisino, non possiamo non
constatare che la scelta avviene in un momento in cui il
governo tunisino sta precludendo nel paese l’accesso a
tutti i siti Internet dell’opposizione.
Questi sono fatti. Non adottiamo una tattica evasiva
discutendo temi in merito ai quali possiamo unicamente
esercitare un’influenza morale. Concentriamoci invece
su argomenti sui quali siamo in grado di intervenire
concretamente.
4-249
Urszula Krupa (IND/DEM). – (PL) Signor Presidente,
grazie alla scienza e alla tecnologia l’umanità ha iniziato
a conquistare lo spazio, ha camminato sulla luna e ha
creato straordinari strumenti di comunicazione come
Internet. Dovremmo tuttavia ricordare che la tecnologia
è stata anche utilizzata per uccidere milioni di persone e
commettere atti di corruzione morale e lesivi della
dignità umana. Pertanto, sebbene scienza e tecnologia
siano di per sé indubbiamente valide, come tutte le
attività umane dovrebbero essere costantemente
sorvegliate e sottoposte a limiti, nel rispetto di principi
etici che ci consentano di distinguere il bene dal male, il
che non necessariamente significa limitare la libertà di
espressione.
I problemi moderni posti dalla tecnologia travalicano lo
stretto ambito di applicazione della tecnologia
divenendo problemi morali. Dovremmo incoraggiare la
vera libertà, ossia la libertà dal male, e non l’arbitrarietà
e l’illegalità che sminuiscono e distruggono l’umanità.
Vi sono molti esempi dei pericoli derivanti da Internet.
Quelli più oltraggiosi e gravi sono quelli costituiti dai
siti Internet che mostrano pornografia infantile e
contenuto orientato alla pedofilia e che riflettono quanto
rapidamente e in basso possa cadere l’umanità.
4-250
Peter Mandelson, Membro della Commissione. – (EN)
Signor Presidente, le proposte di risoluzione sulla libertà
di espressione su Internet suggeriscono i mezzi per
promuovere l’accesso a Internet senza repressione da
parte delle autorità nazionali, suggerimenti che si
06/07/2006
concentrano su misure per migliorare la gestione di
Internet e combattere le violazioni dei diritti dell’uomo.
Il Vertice mondiale sulla società dell’informazione
tenutosi a Tunisi nel novembre 2005 ha ribadito i legami
tra lo sviluppo della società dell’informazione e il
rispetto per i diritti dell’uomo e le libertà fondamentali,
ivi compresa la libertà di espressione e di opinione, ma
anche la libertà di ricevere informazioni e darvi accesso.
Il consenso raggiunto durante il Vertice costituisce per
noi una base “per prevenire e contrastare le minacce, i
rischi e le limitazioni dei diritti umani causate da utilizzi
abusivi delle tecnologie dell’informazione e della
comunicazione”, come indicato nella comunicazione
della Commissione dell’aprile 2006 stilata a seguito del
Vertice.
In detta comunicazione, la Commissione “incoraggia le
imprese interessate a trovare un’intesa, in stretta
collaborazione con le ONG, su un codice di condotta in
merito a questo problema cruciale”, codice di condotta
che costituirebbe uno strumento importante per indurre
tali paesi a introdurre proprie norme etiche.
La promozione della libertà di espressione occupa uno
dei posti di maggior rilievo nell’agenda dei
corrispondenti programmi di assistenza esterna della
Comunità, soprattutto l’iniziativa europea per la
democrazia e i diritti dell’uomo, e questa scelta sarà
sicuramente confermata nei prossimi anni nell’ambito
del nuovo strumento finanziario per la democrazia e i
diritti dell’uomo.
Disponiamo inoltre di una politica per colmare il divario
digitale tra paesi ricchi e poveri. Quanto più si diffonde
l’uso di Internet, tanto più difficile sarà per i governi
repressivi controllarlo, nonostante i tanti metodi di
censura di cui possono avvalersi. La Commissione sta
promuovendo attivamente le raccomandazioni del
Vertice in tale ambito.
63
Hannu Takkula (ALDE). – (FI) Signor Presidente, in
primo luogo vorrei elogiare la presente proposta per la
sua opportunità. Poiché le comunicazioni elettroniche si
diffondono rapidamente, è davvero molto importante
concentrare la nostra attenzione sulla libertà di
espressione su Internet. La libertà di espressione è un
tema cruciale che va tenuto presente in tutte le
circostanze, anche se non dobbiamo dimenticare che la
libertà di espressione inevitabilmente comporta una
responsabilità specifica. Occorre dunque garantire che
Internet non contenga materiali in contrasto con
l’umanità, i diritti dell’uomo e la democrazia.
In particolare, dobbiamo preoccuparci di bambini e
giovani, che sono il bene più prezioso della nostra
società. Oggi essi rappresentano il nostro futuro e i
decisori politici devono cercare di garantire che
utilizzino Internet per ottenere informazioni pertinenti e
appropriate, evitando qualsiasi contenuto che contrasti
con i nostri valori di sempre e con la tutela della vita
umana.
Nel concetto di libertà è intrinseco quello di
responsabilità. Vale la pena di ribadirlo in un momento
in cui spesso questo tema fondamentale per la società
pare essere privo di valore.
4-253
Turno di votazioni
4-254
Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di
votazioni.
(Per i risultati dettagliati della votazione: vedasi
processo verbale)
4-255
Somalia (votazione)
4-256
Prima della votazione sul considerando C
4-257
Prima di concludere, vorrei soffermarmi brevemente
sulla corretta gestione di Internet. L’agenda di Tunisi
chiedeva l’istituzione di un forum per un dialogo politico
tra le varie parti interessate, il cosiddetto Internet
Governance Forum, che si riunirà per la prima volta alla
fine di ottobre ad Atene.
L’Europa dovrebbe svolgere un ruolo centrale in tale
processo. Spero pertanto che il Parlamento europeo
colga questa opportunità per avviare tale dialogo con i
rappresentanti della società civile europea prima del
forum di Atene.
4-251
Presidente. – La discussione è chiusa.
Simon Coveney (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, il
mio emendamento orale è inteso a eliminare l’ambiguità
presente nel considerando C. Propongo di inserire il
termine “purtroppo” tra “considerando che” e
“Somalia”, nonché di sostituire l’espressione “in vista di
ripristinare l’ordine” con l’espressione “affinché
assumano autorità”. Si tratta di un tentativo di assicurare
che nessuno interpreti il considerando C quale pretesto
per giustificare l’istituzione di tribunali islamici radicali
al fine di ristabilire l’ordine.
Spero che gli altri gruppi concorderanno con il gruppo
PPE-DE in proposito. Ritengo che sia un emendamento
orale comprensibile e sensato.
4-258
La votazione si svolgerà al termine delle discussioni di
questo pomeriggio, ossia tra un istante.
Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)
4-252
(L’emendamento orale è accolto)
Prima della votazione sul paragrafo 11
4-259
64
06/07/2006
Michael Gahler (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente,
intervengo in relazione all’ultimo paragrafo per quanto
concerne sia Somalia che Mauritania. Vorrei chiedere
che le risoluzioni da noi adottate, ove riguardino
l’Africa, siano inoltrate anche al parlamento
panafricano.
4-274
4-260
La difesa dei prodotti europei (almeno affidandola alla
chiarezza dei marchi, dei processi di produzione e di
tutte quelle garanzie sugli stessi che un consumatore ha
il diritto di conoscere e che, se permettete, anche l’etica
impone), é indispensabile anche alla “giusta
concorrenza” che proprio i dominanti criteri del “libero
mercato” (che sia libero dunque, ma correttamente
concorrenziale), necessitano.
(L’emendamento orale è accolto)
4-261
Mauritania (votazione)
4-262
– Prima della votazione sul paragrafo 26
4-263
Michael Gahler (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente,
ciò che è stato appena detto in merito alla Somalia,
dovrebbe parimenti valere per la Mauritania.
4-264
(L’emendamento orale è accolto)
4-265
Libertà di espressione in Internet (votazione)
4-266
Indicazione del paese di origine di taluni prodotti
importati da paesi terzi (“marchio di origine”)
(votazione)
4-267
– Prima della votazione sul paragrafo 2
Luca Romagnoli (NI), per iscritto. – L’indicazione nel
marchio del Paese d’origine di un prodotto rappresenta
la forza e la trasparenza del prodotto, una garanzia per il
consumatore e un doveroso atto di difesa del lavoro e
delle imprese nazionali.
Il marchio d’origine non é di per sé garanzia sufficiente
a quanto sopra, ma almeno rappresenta un primo passo.
Obbligare all’apposizione del marchio come prevede
quanto qui discutiamo é solo una prima indispensabile
azione di difesa da quei prodotti che stanno invadendo il
mercato europeo, concorrendo slealmente con i nostri
prodotti e facendo danni alla nostra impresa e al nostro
lavoro. La tracciabilità di un prodotto e, meglio sarebbe
l’assoluta trasparenza del processo di produzione, un
giusto riconoscimento alla qualità e alla ricerca e anche
alla tradizione artigiana ed industriale delle Nazioni
d’Europa, sono garanzie anche a protezione dei
consumatori, oltre che delle imprese e delle industrie
europee.
4-268
Enrique Barón Crespo (PSE). – (FR) Signor
Presidente, dopo aver ascoltato le spiegazioni del
Commissario e per dimostrare la buona volontà del
Parlamento e la volontà di collaborare della
commissione per il commercio internazionale, si tratta di
fatto di abolire, al paragrafo 2, dove si parla della
Commissione, l’aggettivo, e lo dico in inglese che è la
lingua originale,
Per questo ho votato il nuovo regolamento, anche se lo
ritengo, ribadisco, solo un primo passo.
4-275
Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo
verbale
4-276
Composizione delle commissioni e delle delegazioni:
vedasi processo verbale
4-269
(EN) “even”.
Vorremmo inoltre inserire il termine “formally” in
maniera che il testo in questione reciti: “(...) la
Commissione non gli abbia trasmesso formalmente (...)”.
4-277
4-270
4-278
Richiesta di revoca dell’immunità parlamentare:
vedasi processo verbale
(FR) Viene quindi aggiunto il testo “formalmente al
Parlamento”. Ritengo che ciò migliorerà i nostri rapporti
con la Commissione.
Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi
processo verbale
4-279
4-271
(L’emendamento orale è accolto)
Con questo si conclude il turno di votazioni.
Dichiarazioni scritte che figurano nel registro
(articolo 116 del Regolamento): vedasi processo
verbale
4-280
4-272
Trasmissione dei testi approvati nel corso della
presente seduta: vedasi processo verbale
Dichiarazioni di voto
4-273
– Indicazione del paese di origine di taluni prodotti
importati da paesi terzi (“marchio di origine”) (RCB6-0384/2006)
4-281
Calendario delle prossime sedute: vedasi processo
verbale
06/07/2006
65
4-282
Interruzione della sessione
4-283
Presidente. – Dichiaro interrotta la sessione del
Parlamento europeo.
(La seduta termina alle 17.20)
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GIOVEDI` 6 LUGLIO 2006