Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
INDICE
INTRODUZIONE A CURA DEL COORDINATORE
p. 3
ALLE ORIGINI DEL FASCISMO
p. 3
1. Condizioni sociali ed economiche dell'Italia pre-fascista
p. 3
2. L'avvento del fascismo
p. 5
2.1 La marcia su Roma e l'Italia fascista
p. 6
2.2 Politica economica liberista
p. 6
2.3 Riforma scolastica
p. 6
2.4 Sostegno della Chiesa
p. 8
2.5 Il delitto Matteotti
p. 8
GRAMSCI
p. 22
1. Cronologia della vita e delle opere
p. 23
2. Le opere
p. 30
3. Il pensiero
p. 30
4. I Quaderni dal carcere
p. 31
4.1. Folclore
p. 32
4.2. La “Questione meridionale”
p. 32
4.3. Croce e l'Anticroce
p. 32
4.4. Risorgimento
p. 32
4.5. Filosofia della Praxis
p. 32
4.6. Macchiavelli e il Principe
p. 32
4.7. La questione degli intellettuali
p. 33
1
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
4.8. Egemonia
p. 34
4.9. Rivoluzione passiva
p. 34
4.10. Americanismo e fordismo
p. 34
4.11. Critica letteraria
p. 35
4.12. Concetto di nazional-popolare
p. 35
4.13. Questione della lingua
p. 37
5. Interpretazione del Risorgimento
p. 37
6. La Questione meridionale
p. 38
7. Il Marxismo storicistico
p. 39
8. Gramsci in carcere e il partito
p. 41
GOBETTI
p. 48
1. Biografia
p. 49
2. Energie Nove
p. 50
3. La Rivoluzione Liberale
p. 50
4. Il Baretti
p. 52
2
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
INTRODUZIONE A CURA DEL COORDINATORE
La nostra ricerca ha avuto inizio nel 2006 e non si è ancora conclusa tanto
vasto è l’argomento da considerare.
Siamo partiti con la necessità di trovare all’interno della nostra tradizione
culturale torinese personaggi chiave della lotta antifascista e capaci di offrirci
ancora oggi modelli di riferimento forti per la costruzione della nostra identità
morale e culturale.
Abbiamo scelto Gobetti e Gramsci perché i loro pensieri liberaldemocratico,l’uno, marxista l’altro
possono essere due chiavi di interpretazione della realtà per certi versi
contrapposte e in alcuni momenti analoghe.
Ci è sembrato simile il loro impegno totale nello studio e nella militanza politica
,tanto da poter affermare che in ambedue non si potesse distingue la sfera
privata da quella pubblica e soprattutto la capacità di dialogare e di
considerare dunque i punti di vista differenti,e la loro assoluta autonomia di
pensiero rispetto a “direttrici” codificate ( il pensiero liberale ,la linea della III
Internazionale ,il marxismo-leninismo,per citare i più autorevoli )
Ambedue hanno affrontato i gravi disagi che si devono sopportare se si vuole
essere autori della propria esistenza e se la coerenza diventa un “fatto” e non
una teoria.
Ci auguriamo di essere riusciti a comprendere i loro messaggi e di aver seguito
le loro indicazioni.
ALLE ORIGINI DEL FASCISMO
1. CONDIZIONI SOCIALI ED ECONOMICHE DELL’ITALIA PRE-FASCISTA
•
La classe operaia, tornata alla libertà sindacale dopo la guerra e
infiammata dal mito della rivoluzione sovietica, chiede miglioramenti
economici e reclama maggior potere in fabbrica.
•
I contadini del Centro-Sud sono decisi ad ottenere dalla classe dirigenti
l'attuazione delle promesse.
•
I ceti medi tendono a organizzarsi e mobilitarsi: ne sono testimonianza le
Riviste letterarie e politiche che nascono in questo periodo (Solaria, La
Rivoluzione Liberale, L'Ordine Nuovo)
•
L'economia post-bellica è in crisi a causa dello sviluppo abnorme di alcuni
settori; l'inflazione dilaga tanto da causare un deficit del bilancio statale.
•
Entra in crisi anche la anche la classe dirigente LIBERALE
•
Vengono favorite le forze socialiste e cattoliche: nel 1919 nasce il PPI
3
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
(Partito Popolare Italiano) con il primo segretario Don Luigi Sturzo. Si
sviluppa ulteriormente come conseguenza il partito socialista: il suo
organico è composto dal la corrente di sinistra chiamata MASSIMALISTA.
Il loro leader era il direttore dell'Avanti! Giacinto Menotti Serrati, che
sostiene l’idea della dittatura del proletariato ed è ammiratore della
rivoluzione bolscevica. Prospettando una soluzione alla "russa", i socialisti
si precludono ogni possibilità di collaborazione con le forze democraticoborghesi, spaventate dalla minaccia della dittatura proletaria.
•
Scioperi dilagano in tutti i pricipali centri industriali, dovuti
essenzialmente al continuo aumento dei prezzi (giugno-luglio 1919). I
servizi pubblici scioperano ("scioperomania"). Nella Bassa Padana le
“Leghe Rosse” hanno il monopolio della rappresentanza sindacale pur
essendo in concorrenza con le Leghe Bianche cattoliche. Nel Centro-Sud
vengono occupate terre incolte e latifondi da parte di contadini poveri, in
buona parte ex combattenti che però implodono per mancanza di
collegamenti interni.
•
Nel novembre 1919 avviene la prima elezione col sistema proporzionale
che consiste nel confronto tra liste di partiti (e non più di candidati)
attribuendo alle liste un numero di seggi proporzionali ai voti ottenuti:
ottengono una buona percentuale i socialisti seguiti dai popolari, che
coalizzati avrebbero potuto ottenere la maggioranza e il governo. Poiché i
socialisti rifiutano ogni collaborazione coi gruppi "borghesi", l'unica
maggioranza possibile rimane quella basata sull'accordo fra popolari e
liberal-democratici. Su questa precaria coalizione si fondarono gli ultimi
governi prima del Fascismo:
GOVERNO NITTI fino a giugno 1920.
GOVERNO GIOLITTI fino a novembre 1921: egli riuscì comunque in 12
mesi di carica anche a firmare il Trattato di Rapallo per la questione di
Fiume (novembre 1920).
•
Tra l’estate e l’autunno del 1920 vengono occupate buona parte delle
fabbriche(400.000 operai aderenti alla FIOM, Federazione Italiana Operai
Metallurgici, aderente alla CGIL). Si conclude con un accordo grazie a
Giolitti che rimane neutrale e facendo pressioni sia sugli industriali che
sui sindacati riesce a ottenere accordi pacificatori.
•
Le correnti più radicali del movimento operaio (tra cui il gruppo torinese
di Antonio GRAMSCI, con la rivista L'Ordine Nuovo e promotore dei
“consigli di fabbrica”) accusano la CGIL di aver sacrificato le prospettive
rivoluzionarie in cambio di un accordo sindacale. Nel gennaio 1921 a
Livorno si tiene il XVII congresso del PSI e la minoranza di sinistra si
distacca per fondare il PARTITO COMUNISTA d’ITALIA (PCd'I).
4
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
2. L’AVVENTO DEL FASCISMO
Gli anni della svolta
A Milano nel 1919 Benito Mussolini, che era stato socialista e direttore
dell’Avanti! fonda i FASCI DI COMBATTIMENTO (nazionalismo, contro
socialismo, riforme politiche e sociali); nelle elezioni del 1919 col sistema
proporzionale poche migliaia di voti e nessun deputato. Tra il '20 e il '21 viene
abbandonato il programma precedente e istituite squadre paramilitari (squadre
d'azione da cui si svilupperà poi lo squadrismo) in lotta contro le organizzazioni
socialiste: Mussolini attua tutto ciò poiché decide di "cavalcare l'ondata di
riflusso antisocialista come conseguenza del biennio rosso"; all'interno delle
cooperative socialiste e delle amministrazioni comunali, si assiste al contrasto
tra le organizzazione socialiste, che privilegiano il ruolo dei salariati senza
terra, e le categorie di mezzadri, piccoli affittuari, salariati fissi, impiegati nelle
aziende agrarie, che aspirano a distinguere la loro posizione da quella dei
braccianti e a trasformarsi in proprietari.
Il 21 novembre 1920 a Bologna i fascisti si mobilitano per impedire la cerimonia
d'insediamento della nuova amministrazione socialista. Per un tragico errore, i
socialisti incaricati di difendere il Palazzo d'Accursio, sede del Comune, sparano
invece sulla folla, con una decina di morti. Da ciò i fascisti traggono pretesto
per scatenare una serie di ritorsioni antisocialiste.
I proprietari terrieri scoprono nei Fasci lo strumento capace di abbattere il
potere delle Leghe e cominciano a sovvenzionarli. Nel giro di pochi mesi lo
squadrismo dilaga: le squadre partono dalle città e si spostano in camion per le
campagne, verso i centri rurali; obiettivo delle spedizioni i municipi, le Camere
del Lavoro, le sedi delle Leghe, le Case del Popolo che vengono devastate e
incendiate. Il movimento operaio, nel 1921-22, si trova a combattere una lotta
impari contro un nemico che si giova della neutralità a del sostegno della
classe dirigente e degli apparati statali.
Giolitti stesso pensa di servirsi dei Fasci per ridurre a più miti pretese i socialisti
e i popolari per poterlo in seguito "costituzionalizzare" assorbendolo nella
maggioranza liberale.
Si tengono nuove elezioni nel maggio 1921 che favoriscono l'ingresso dei
candidati fascisti nei "blocchi nazionali" (liste di coalizione): i socialisti perdono
poco, i popolari si rafforzano però per la prima volta vengono presentati
deputati fascisti alla Camera.
Giolitti si ritira dalla politica nel luglio 1921 e gli succede Bonomi, che tenta di
favorire una tregua d'armi per evitare una guerra civile. Nell’agosto 1921 un
patto di pacificazione tra socialisti e fascisti viene proclamato: Mussolini però
nel Congresso dei fascisti a novembre sconfessa il patto e i ras (capi locali dello
squadrismo) riconoscono la sua guida politica, accettando la trasformazione del
movimento in partito: il partito nazionale fascista (PNF).
Il GOVERNO BONOMI cade nel febbraio del '22 e a lui subentra Facta.
5
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
I socialisti non si oppongono efficacemente né sul piano parlamentare né sul
piano delle masse. I sindacati indicono uno sciopero generale legalitario in
difesa della libertà costituzionale per il 1° agosto 1922 ma i Fascisti colgono il
pretesto per lanciare una nuova offensiva contro il movimento operaio: alcuni
parlamentari socialisti si separano dal PSI e danno vita, guidati da Turati, al
Partito Socialista unitario (PSU).
Intanto Mussolini da un lato intreccia trattative con i più autorevoli esponenti
del governo in vista della partecipazione fascista al nuovo governo, dall'altro
rassicura la monarchia sconfessando le passate simpatie repubblicane; si
guadagna anche il favore degli industriali annunciando di voler restituire spazio
all'iniziativa privata. Inoltre lascia che le squadre fasciste si preparino ad un
colpo di Stato. Comincia a prendere corpo l'idea di una Marcia su Roma, ossia
una mobilitazione generale dei fascisti con obiettivo la conquista del potere.
2.1 LA MARCIA SU ROMA E L'ITALIA FASCISTA
Il 27-28 ottobre 1922 alcune squadre fasciste si mobilitano, ma il re, sia perché
non è sicuro della lealtà dei vertici militari, sia perché deciso ad evitare ad
ogni costo la guerra civile, rifiuta di firmare il decreto per la proclamazione
dello stato d'assedio (cioè per il passaggio dei poteri alle autorità militari)
preparato in tutta fretta dal governo FACTA, già dimissionario. Il rifiuto del re
apre alle camicie nere la strada per Roma. Forte del successo Mussolini non si
accontenta più della soluzione prospettata dal re e degli ambienti moderati
(partecipazione al governo guidato da un solo esponente conservatore) ma
chiede ed ottiene di essere chiamato lui stesso a presiedere il governo. La
mattina del 30 ottobre, mentre alcune migliaia di fascisti entrano in Roma
senza alcuna resistenza, Mussolini è ricevuto dal re. Del nuovo gabinetto fanno
parte cinque fascisti ed esponenti di tutti i gruppi. La crisi si risolve in maniera
ambigua. Mussolini ha anche alleati liberali e cattolici (fiancheggiatori), che
continuano ad appoggiarlo anche quando appare chiaro che il partito fascista
vuole assumere un ruolo di predominio nei confronti dello Stato liberale.
Dicembre 1922: Gran Consiglio del Fascismo: indica le linee generali della
politica fascista e serve da raccordo fra partito e governo.
Gennaio 1923: è istituita la Milizia (volontaria per la sicurezza nazionale) come
corpo armato del partito.
2.2 POLITICA ECONOMICA LIBERISTA. tra '22 e '25 si assiste a un notevole
aumento della produzione, sia industriale sia agricola, e il bilancio dello Stato
torna in pareggio. Si rafforza il legame tra potere economico e fascismo.
2.3 RIFORMA SCOLASTICA (Gentile 1923). Insegnamento della religione
cattolica dalle scuole elementari, esame di Stato al termine di ogni ciclo di
studi.
6
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
2.4 SOSTEGNO DELLA CHIESA: Papa Pio XI. Allontanamento di Don Luigi
Sturzo (Mussolini aveva imposto le dimissioni dei ministri popolari; pressioni del
Vaticano su Sturzo, che lascia).
Mussolini deve ora rafforzare la sua maggioranza parlamentare con una nuova
legge elettorale maggioritaria, del luglio 1923, con il voto favorevole anche di
liberali e cattolici di destra (patto Gentiloni). La legge avvantaggia la lista che
ha ottenuto la maggioranza relativa assegnandole 2/3 dei seggi disponibili.
Così, quando all'inizio del '24 la Camera è sciolta, le forze antifasciste, divise, si
presentano ciascuno con proprie liste e si condannano a sicura sconfitta. Le
liste nazionali il 6 aprile '24 ottengono il 65% dei voti e più dei 3/4 dei seggi.
2.5 IL DELITTO MATTEOTTI: il 10 giugno 1924, il deputato Matteotti,
segretario del Partito Socialista Unitario (PSU, ottobre '22) viene rapito a Roma
da un gruppo di squadristi (membri di una organizzazione alle dipendenze del
PNF), caricato su un auto e ucciso a pugnalate e bastonate. Il cadavere viene
ritrovato due mesi dopo nei pressi della campagna romana. Dieci giorni prima
Matteotti pronunciava alla Camera un duro discorso contro il fascismo (cfr.
discorso di Matteotti alla Camera).
Roma, Camera dei Deputati 30 maggio 1924
Presidente: "Ha chiesto di parlare l'onorevole Matteotti. Ne ha facoltà".
Matteotti: "Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la
proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli
appartenenti a questa Assemblea, all'infuori credo dei componenti la
Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l'elenco dei nomi letti per la
convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa (Vive
interruzioni alla destra e al centro)". Lupi "È passato il tempo in cui si
parlava per le tribune!". Matteotti "Certo la pubblicità è per voi
un'istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. Interruzioni alla
destra e al centro) Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da
parte dell'Assemblea una conoscenza esatta dell'oggetto sul quale si
delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto
afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una
parte della maggioranza.
Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice
eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale
nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti...
(Interruzioni)". Voci al centro "Ed anche più!".
Matteotti "... cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è
dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è
necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la
vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe
7
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
darsi che i nomi letti dal Presidente siano di quei capilista che
resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si
applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché
nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione
generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi
contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della
maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla
elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se
non dal voto. (Vivi commenti - Proteste - Interruzioni alla destra e al
centro)".
Maraviglia "In contestazione non c'è nessuno, diversamente si
asterrebbe!". Matteotti "Noi contestiamo...". Maraviglia "Allora
contestate voi!". Matteotti "Certo sarebbe maraviglia se contestasse lei!
L'elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo
che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la
dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli
organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i
comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in
quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale,
ma che in ogni caso - come ha dichiarato replicatamente – avrebbe
mantenuto il potere con la forza, anche se... (Vivaci interruzioni a destra
e al centro Movimenti dell'onorevole presidente del Consiglio)". Voci a
destra "Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra! (Applausi alla destra e al
centro)". Matteotti "Codesti vostri applausi sono la conferma precisa
della fondatezza dei mio ragionamento. Per vostra stessa conferma
dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua
volontà... (Rumori, proteste e interruzioni a destra) Nessun elettore si è
trovato libero di fronte a questo quesito...". Maraviglia "Hanno votato
otto milioni di italiani!". Matteotti "... se cioè egli approvava o non
approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista.
Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori
che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c'era
una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e
il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra)". Una voce a destra "E i
due milioni di voti che hanno preso le minoranze?". Farinacci "Potevate
fare la rivoluzione!". Maraviglia "Sarebbero stati due milioni di eroi!".
Matteotti "A rinforzare tale proposito dei Governo, esiste una milizia
armata... (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di "Viva la
milizia")". Voci a destra "Vi scotta la milizia!". Matteotti "... esiste. una
milizia armata... (Interruzioni a destra, rumori prolungati)". Voci "Basta!
Basta!". Presidente "Onorevole Matteotti, si attenga all'argomento".
Matteotti "Onorevole Presidente, forse ella non m'intende; ma io parlo di
elezioni. Esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra) la quale ha
questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato
Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e
non, a differenza dell'Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori
a destra)". Voci a destra "E le guardie rosse?". Matteotti "Vi è una milizia
armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito
8
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
dichiarato
di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il
consenso mancasse. (Commenti) In aggiunta e in particolare...
(Interruzioni), mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto
astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di
fatto in tutta l'Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei
giorni la presenza di militi nazionali in gran numero... (Interruzioni,
rumori)".Farinacci "Erano i balilla!". Matteotti "È vero, on. Farinacci, in
molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all'estrema
sinistra, rumori a destra e al centro)". Voce al centro "Hanno votato i
disertori per voi!". Gonzales "Spirito denaturato e rettificato!". Matteotti
"Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in
ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli
obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente
ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l'illusione
dell'osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso
pensiero espresso dal presidente del Consiglio che affidava al militi
fascisti la custodia delle cabine (Rumori). A parte questo argomento del
proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso.
e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce
all'inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità
popolare ed elettorale e che invalida in blocco l'ultima elezione in Italia,
c'è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate
tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti)". Voci
a destra "Perché avete paura! Perché scappate!". Matteotti "Forse al
Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di
fronte alle rivoltelle (Vivi rumori. Interruzioni, approvazioni all'estrema
sinistra). E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati) I
fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle
elezioni. La legge elettorale chiede... (Interruzioni, rumori)". Greco "È
ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!". Matteotti "E allora
sciogliete il Parlamento". Greco "Voi non rispettate la maggioranza e
non avete diritto di essere rispettati". Matteotti "Ciascun partito doveva,
secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati...
(Vivi rumori)". Maraviglia "Ma parli sulla proposta dell'onorevole
Presutti". Matteotti "Richiami dunque lei all'ordine il Presidente! La
presentazione delle liste - dicevo - deve avvenire in ogni circoscrizione
mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle
cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei. circoscrizioni su
quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio
di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate
"provocazioni", sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)".
Bastianini "Questo lo dice lei!". Voci dalla destra "Non è vero, non è
vero". Matteotti "Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi
stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata...
(Rumori)". Maraviglia "Non è vero. Lo inventa lei in questo momento".
Farinacci "Va a finire che faremo sul serio quello .che non abbiamo
fatto!". Matteotti "Fareste il vostro mestiere!". Lussu "È la verità, è la
9
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
verità!...". Matteotti "A Melfi... (Rumori vivissimi - Interruzioni) a Melfi è
stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia
fu bastonato perfino un notaio (Rumori vivissimi)". Aldi-Mai "Ma questo
nei ricorsi non c'è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e
in nessun ricorso è accennato il fatto di cui parla l'on. Matteotti".
Farinacci "Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che
vogliono la normalizzazione!". Matteotti "A Genova (Rumori vivissimi) i
fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano
stati firmati". Voci "Perché erano falsi". Matteotti "Se erano falsi,
dovevate denunciarli ai magistrati!".
Farinacci "Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?".
Matteotti "Ci sono". Una voce dal banco delle commissioni "No, non ci
sono, li inventa lei". Presidente "La Giunta delle elezioni dovrebbe dare
esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni
parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui". Matteotti "Io espongo
fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li
dimostrate falsi. Non c'è offesa, non c'è ingiuria per nessuno in ciò che
dico: c'è una descrizione di fatti". Teruzzi "Che non esistono!". Matteotti
"Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si
protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati
presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una
situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma
impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete
che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un
giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state
immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di
confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni
da questa Camera l'annullamento per violenze di una prima elezione
fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle
elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le
copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente
comunicate,facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché
avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo
fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi (Rumori,
interruzioni)". Voci a destra "Lo provi". Matteotti "La stessa Giunta delle
elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli
colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l'eco
di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere
alcun'altra voce ed espressione. (Applausi all'estrema sinistra) In sei
circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla
violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come
si poté con nuove firme in altre province. A Reggio Calabria, per
esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire
quelle che in Basilicata erano state impedite". Una voce dal banco della
giunta "Dove furono impedite?". Matteotti "A Melfi, a Iglesias, in Puglia...
devo ripetere? (Interruzioni, rumori) Presupposto essenziale di ogni
elezione è che i candidati, cioè coloro che
domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in
10
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o
anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei
luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile". Una voce "Non
è vero! Parli l'onorevole Mazzoni! (Rumori)". Matteotti "Su ottomila
comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la
possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là
dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o
di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori). Volete i fatti? La Camera
ricorderà l'incidente occorso al collega Gonzales". Teruzzi "Noi ci
ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. lo, per
un anno, sono andato a casa con la pena di morte sulla testa!".
Matteotti "Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni,
ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del
Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario
che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919". Voci
"Non è vero! non è vero!". Finzi, sottosegretario di Stato per l'interno
"Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!".
Matteotti "Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente
questo, che l'onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a
Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero. sono arrivato io e
ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne
andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni)". Finzi "Non è
così!". Matteotti "Porterò i giornali vostri che lo attestano". Finzi "Lo
domandi all'onorevole Merlin che è più vicino a lei! L'onorevole Merlin
cristianamente deporrà". Matteotti "L'on. Merlin ha avuto numerosi
contraddittori con me, e nessuno fu impedito e
stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i
rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che
avrebbero portato un nuovo
costume morale nelle elezioni? (Rumori) e, signori che mi interrompete,
anche qui nell'assemblea? (Rumori a destra)". Teruzzi "È ora di finirla
con queste falsità". Matteotti "L'inizio della campagna elettorale del
1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti
da parte dell'onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse
la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate
impedirono all'oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori,
interruzioni, apostrofi)". Una voce "Non è vero, non fu impedito niente
(Rumori)". Matteotti "Allora rettifico! Se l'onorevole Gonzales dovette
passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu
bastonato. (Rumori, interruzioni) L'onorevole Gonzales, che è uno
studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni)
A Napoli doveva parlare... (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra
alcuni deputati che siedono all'estrema sinistra)". Presidente "Onorevoli
colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la
discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda".
Matteotti "L'Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per
improvvisazione, e che mi limito...". Voci "Si vede che improvvisa! E
dice che porta dei fatti!". Gonzales "I fatti non sono improvvisati!
11
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
(Rumori)".
Matteotti "Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti.
Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento
dell'Assemblea... (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e
senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai
candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro
pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo
al fatto dell'onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell'onorevole
Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo
dell'opposizione costituzionale, l'onorevole Amendola, e che fu
impedita... (Oh, oh! - Rumori)". Voci da destra "Ma che costituzionale!
Sovversivo come voi! Siete d'accordo tutti!". Matteotti "Vuol dire
dunque che il termine "sovversivo" ha molta elasticità!". Greco "Chiedo
di parlare sulle affermazioni dell'onorevole Matteotti". Matteotti
"L'onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la
mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i
quali intervennero in città ...". Presutti "Dica bande armate, non corpi
armati!". Matteotti "Bande armate, le quali impedirono la pubblica e
libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste
condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare
liberamente nella loro circoscrizione!". Voci di destra "Per paura! Per
paura! (Rumori - Commenti)". Farinacci "Vi abbiamo invitati
telegraficamente!". Matteotti "Non credevamo che le elezioni dovessero
svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze
fisiche dell'avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze
armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per
un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero
presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è
vostro costume dire che "qualcuno di noi ha provocato" e come "in
seguito a provocazioni" i fascisti "dovettero" legittimamente ritorcere
l'offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)". Voci da destra
"L'avete studiato bene!". Pedrazzi "Come siete pratici di queste cose,
voi!". Presidente "Onorevole Pedrazzi!". Matteotti "Comunque, ripeto, i
candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!".
Voci a destra "Avevano paura!". Turati Filippo "Paura! Sì, paura! Come
nella Sila, quando c'erano i briganti, avevano paura (Vivi rumori a
destra, approvazioni a sinistra)". Una voce "Lei ha tenuto il
contraddittorio con me ed è stato rispettato". Turati Filippo "Ho avuto la
vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a
destra)". Presidente "Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi
incidenti!". Matteotti "Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi
impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e
non parlo! (Approvazioni a sinistra – Rumori prolungati)". Presidente "Ha
finito? Allora ha facoltà di parlare l'onorevole Rossi...". Matteotti "Ma che
maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho
offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere
rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)". Casertano presidente
della Giunta delle elezioni "Chiedo di parlare". Presidente "Ha facoltà di
12
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
parlare l'onorevole presidente della Giunta delle elezioni. C'è una
proposta di rinvio degli atti alla Giunta". Matteotti "Onorevole
Presidente!...". Presidente "Onorevole Matteotti, se ella vuoi parlare, ha
facoltà di continuare, ma prudentemente". Matteotti "Io chiedo di
parlare
non
prudentemente,
né
imprudentemente,
ma
parlamentarmente!". Presidente "Parli, parli". Matteotti "I candidati non
avevano libera circolazione... (Rumori. Interruzioni)". Presidente
"Facciano silenzio! Lascino parlare!". Matteotti "Non solo non potevano
circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro
stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo
posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la
candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire
non aver più lavoro l'indomani o dover abbandonare il proprio paese ed
emigrare all'estero (Commenti)". Una voce "Erano disoccupati!".
Matteotti "No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li
boicottate". Voci da destra "E quando li boicottate voi?". Farinacci
"Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!". Matteotti "Uno dei candidati,
l'onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto...
(Rumori)". Voci "E Berta? Berta!". Matteotti "... conobbe cosa voleva dire
obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua
casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale
sarebbe - stato per essere il destino suo all'indomani. (Rumori) Ma i
candidati - voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi - i candidati
devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto
quello che è nella lotta che oggi imperversa. lo accenno soltanto, non
per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a
dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all'estrema
sinistra) Un'altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una
libera elezione era quella della presenza e del controllo dei
rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella
massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per
interferenze di autorità, i seggi - anche in seguito a tutti gli scioglimenti
di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante.
Quindi l'unica garanzia possibile, l'ultima garanzia esistente per le
minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al
seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo
in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era
fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté
presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in
qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a
chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si
votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per
constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che
la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e
controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori
della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare
l'unico controllo, l'unica garanzia, sopra la quale si può dire se le
13
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi
possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in
qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma
questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo - e
l'onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati
dall'opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa
popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione
controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c'è stata. Ma, strana
coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo
dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale
abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza - con questa
conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle
elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto
specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi,
dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista
fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali,
bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di
danni... (Vivissimi rumori al centro e a destra)". Una voce a destra
"Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!". Matteotti "Onorevoli
colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di
distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti
come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni,
tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha
dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso
economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre
maniere: l'Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po,
in Toscana e in altre regioni che furono citate all'ordine del giorno dal
presidente del Consiglio per l'atto di fedeltà che diedero al Governo
fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito
socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del
partito fascista con la "regola del tre". Ciò fu dichiarato e apertamente
insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti
consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre
nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera
che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno
per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel
loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla
provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente". Finzi
"Evidentemente lei non c'era! Questo metodo non fu usato!". Matteotti
"Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga
implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato". Finzi "Lo
provi". Matteotti "In queste regioni tutti gli elettori...". Ciarlantini "Lei ha
un trattato, perché non lo pubblica?". Matteotti "Lo pubblicherò, quando
mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure
(Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche
durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi,
le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose.
14
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
(Rumori)". Voci "No! No!". Matteotti "Nella massima parte dei casi però
non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano
inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge
del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata
a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio (Vivi
rumori interruzioni)". Suardo "L'onorevole Matteotti non insulta me
rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco
dall'Aula. (Rumori - Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al
Duce Mussolini, sfido l'onorevole Matteotti a provare le sue
affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest'Aula.
(Applausi, commenti)". Teruzzi "L'onorevole Suardo è medaglia d'oro! Si
vergogni, on. Matteotti.
(Rumori all'estrema sinistra)". Presidente "Facciano silenzio! Onorevole
Matteotti, concluda!". Matteotti "lo posso documentare e far nomi. In
altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in
realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell'Italia
prefascista, ma che dall'Italia fascista ha avuto l'onore di essere esteso
a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale,
essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si
ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti
e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali
per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o
venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e
votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni.
(Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli
magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo". Torre
Edoardo "Basta, la finisca! (Rumori, commenti) . Che cosa stiamo a fare
qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori - Alcuni deputati
scendono nell'emiciclo). Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il
Parlamento! (Commenti - Rumori)". Voci "Vada in Russia!". Presidente
"Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!". Matteotti
"Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine,
ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della
campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro
voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i
cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti
di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così
come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario.
Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per
impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo
una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il
suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non
potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti
dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi
persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste,
si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto
liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della
nuova Italia contro l'oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il
15
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
nostro ringraziamento. (Applausi all'estrema sinistra. Rumori dalle altre
parti della Camera). Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte
alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben
conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno
(Rumori) ... per queste ragioni noi domandiamo l'annullamento in blocco
della elezione di maggioranza". Voci alla destra "Accettiamo (Vivi
applausi a destra e al centro)". Matteotti "[...] Voi dichiarate ogni giorno
di volere ristabilire l'autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete
ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è
l'intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più
oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo
sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è
data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo
italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé
medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia
dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e
deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava
risollevandosi ed educandosi, anche con l'opera nostra. Voi volete
ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano
al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la
dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla
Giunta delle elezioni. (Applausi all'estrema sinistra - Vivi rumori).”
Il paese comprende allora che il delitto risulta essere una pratica consolidata di
violenza. Il fascismo si ritrova dunque isolato ma ciò nonostante l'opposizione
non si vede capace di organizzarsi efficacemente.
L'unica iniziativa concreta presa si rispecchia nell'astensione dei gruppi
parlamentari e la riunione di questi in sede separata: la secessione
dell'Aventino (tratta nella storia Romana dalla secessione della plebe nel 494
a.C. con Menenio Agrippa) viene però privata di efficacia pratica poiché il re
Vittorio Emanuele III non interviene e Mussolini ne approfitta rispondendo
sarcasticamente e duramente (vedi discorso Mussolini alla camera).
“Roma, Camera dei Deputati 3 gennaio 1925
Signori!
Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere,
a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare.
Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si
riallaccia, sia pure attraverso il varco del tempo trascorso, a quello che
io
pronunciai
in
questa
stessa
Aula
il
16
novembre.
Un discorso di siffatto genere può condurre, ma può anche non
condurre
ad
un
voto
politico.
Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo
desidero:
ne
ho
avuti
troppi.
L'articolo
47
dello
Statuto
dice:
"La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di
16
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
tradurli
dinanzi
all'Alta
corte
di
giustizia".
Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera,
c'è
qualcuno
che
si
voglia
valere
dell'articolo
47.
Il mio discorso sarà quindi chiarissimo e tale da determinare una
chiarificazione
assoluta.
Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei
compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra
gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per
vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora
percorsa nell'avvenire.
Sono io, o signori, che levo in quest'Aula l'accusa contro me stesso. Si è
detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo?
Nessuno potrebbe dirlo! Veramente c'è stata una Ceka in Russia, che ha
giustiziato senza processo, dalle centocinquanta alle centosessantamila
persone, secondo statistiche quasi ufficiali. C'è stata una Ceka in Russia,
che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutta la classe borghese
e sui membri singoli della borghesia. Una Ceka, che diceva di essere la
rossa
spada
della
rivoluzione.
Ma
la
Ceka
italiana
non
è
mai
esistita.
Nessuno mi ha negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta
intelligenza, molto coraggio e un sovrano disprezzo del vile denaro.Se io
avessi fondato una Ceka, l'avrei fondata seguendo i criteri che ho
sempre posto a presidio di quella violenza che non può essere espulsa
dalla storia. Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno
seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza, per
essere risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca.
Ora i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti,
incomposti,
stupidi.
Ma potete proprio pensare che nel giorno successivo a quello del Santo
Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose
e buone, io potessi ordinare un'aggressione alle l0 del mattino in via
Francesco Crispi, a Roma, dopo il mio discorso di Monterotondo, che è
stato f orse il discorso più pacificatore che io abbia pronunziato in due
anni di Governo? Risparmiatemi di pensarmi così cretino.
E avrei ordito con la stessa intelligenza le aggressioni minori di Misuri e
di Forni? Voi ricordate certamente il discorso del I° giugno. Vi è forse
facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche, quando
in questa Aula la minoranza e la maggioranza si scontravano
quotidianamente, tantochè qualcuno disperava di riuscire a stabilire i
termini necessari di una convivenza politica e civile fra le due opposte
parti
della
Camera.
Discorsi irritanti da una parte e dall'altra. Finalmente, il 6 giugno,
l'onorevole Delcroix squarciò, col suo discorso lirico, pieno di vita e forte
di
passione,
l'atmosfera
carica,
temporalesca.
All'indomani, io pronuncio un discorso che rischiara totalmente
l'atmosfera. Dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale ed
17
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
anche il vostro diritto contingente; voi potete sorpassare il fascismo
come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno della critica
immediata
tutti
i
provvedimenti
del
Governo
fascista.
Ricordo e ho ancora ai miei occhi la visione di questa parte della
Camera, dove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto
profonde parole di vita e avevo stabilito i termini di quella necessaria
convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta.
E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi pudori
e ridicole modestie, dopo un successo così clamoroso, che tutta la
Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si
aperse il mercoledì successivo in un'atmosfera idilliaca, da salotto
quasi, come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia,
non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il più tenue, il
più ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una
certa crarerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al
mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?
Che cosa dovevo fare? Dei cervellini di grillo pretendevano da me in
quella occasione gesti di cinismo, che io non sentivo di fare perché
repugnavano al profondo della mia coscienza. Oppure dei gesti di forza?
Di
quale
forza?
Contro
chi?
Per
quale
scopo?
Quando io penso a questi signori, mi ricordo degli strateghi che durante
la guerra, mentre noi mangiavamo in trincea, facevano la strategia con
gli spillini sulla carta geografica. Ma quando poi si tratta di casi al
concreto, al posto di comando e di responsabilità si vedono le cose sotto
un
altro
raggio
e
sotto
un
aspetto
diverso.
Eppure non mi erano mancate occasioni di dare prova della mia
energia. Non sono ancora stato inferiore agli eventi. Ho liquidato in
dodici ore una rivolta di Guardie regie, ho liquidato in pochi giorni una
insidiosa sedizione, in quarantott'ore ho condotto una divisione di
fanteria e mezza flotta a Corfù. Questi gesti di energia, e quest'ultimo,
che stupiva persino uno dei più grandi generali di una nazione amica,
stanno a dimostrare che non è l'energia che fa difetto al mio spirito.
Pena di morte? Ma qui si scherza, signori. Prima di tutto, bisognerà
introdurla nel Codice penale, la pena di morte; e poi, comunque, la pena
di morte non può essere la rappresaglia di un Governo. Deve essere
applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta
della vita di un cittadino! Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è
segnato profondamente nella mia vita, che io dissi: "voglio che ci sia la
pace per il popolo italiano"; e volevo stabilire la normalità della vita
politica.
Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la
secessione dell'Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente
rivoluzionaria. Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di
giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha
disonorato per tre mesi. Le più fantastiche, le più raccapriccianti, le più
macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i
giornali! C'era veramente un accesso di necrofilia! Si facevano
inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si
18
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
sapeva
di
mentire,
ma
si
mentiva.
E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà
ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima
vergogna.
E intanto c'è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre
qualcuno vuol vendicare l'ucciso e spara su uno dei nostri migliori, che
morì povero. Aveva sessanta lire in tasca.
Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità.
Reprimo
l'
illegalismo.
Non è menzogna. Non è menzogna il fatto che nelle carceri ci sono
ancor oggi centinaia di fascisti! Non è menzogna il fatto che si sia
riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissata e si siano discussi
non meno regolarmente tutti i bilanci, non è menzogna il giuramento
della Milizia, e non è menzogna la nomina di generali per tutti i comandi
di
Zona.
Finalmente viene dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la
domanda di autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni
dell'onorevole
Giunta.
La Camera scatta; io comprendo il senso di questa rivolta; pure, dopo
quarantott'ore, io piego ancora una volta, giovandomi del mio prestigio,
del mio ascendente, piego questa Assemblea riottosa e riluttante e dico:
siano accettate le dimissioni. Si accettano. Non basta ancora; compio un
ultimo gesto normalizzatore: il progetto della riforma elettorale.
A tutto questo, come si risponde? Si. risponde con una accentuazione
della campagna. Si dice: il fascismo è un'orda di barbari accampati nella
nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione
morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.
Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito?
Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di
tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica,
morale,
storica
di
tutto
quanto
è
avvenuto.
Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il
palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e
manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù
italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a
delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!
Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima
storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo,
perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una
propaganda
che
va
dall'intervento
ad
oggi.
In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si
domandavano: c'è un Governo? Ci sono degli uomini o ci sono dei
fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno
una anche come Governo?
Io
ho
voluto
deliberatamente
che
19
le
cose
giungessero
a
quel
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
determinato punto estremo, e, ricco della mia esperienza di vita, in
questi sei mesi ho saggiato il Partito; e, come per sentire la tempra di
certi metalli bisogna battere con un martelletto, così ho sentito la
tempra di certi uomini, ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un
certo momento, quando il vento è infido, scantonano per la tangente.
Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a
quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della nazione.
Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! Il
popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il
popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è
colma!
Ed era colma perché? Perché la spedizione dell'Aventino ha sfondo
repubblicano! Questa sedizione dell' Aventino ha avuto delle
conseguenze perché oggi in Italia, chi è fascista, rischia ancora la vita! E
nei soli due mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti
uccisi, uno dei quali ha avuto la testa spiaccicata fino ad essere ridotta
un'ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio di settantatre anni, è stato
ucciso
e
gettato
da
un
muraglione.
Poi tre incendi si sono avuti in un mese, incendi misteriosi, incendi nelle
Ferrovie e negli stessi magazzini a Roma, a Parma e a Firenze.
Poi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento, perché è
necessario di documentare, attraverso i giornali, i giornali di ieri e di
oggi: un caposquadra della Milizia ferito gravemente da sovversivi a
Genzano; un tentativo di assalto alla sede del Fascio a Tarquinia; un
fascista ferito da sovversivi a Verona; un milite della Milizia ferito in
provincia di Cremona; fascisti feriti da sovversivi a Forlì; imboscata
comunista a San Giorgio di Pesaro; sovversivi che cantano Bandiera
rossa
e
aggrediscono
i
fascisti
a
Monzambano.
Nei soli tre giorni di questo gennaio l925, e in una sola zona, sono
avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Vallombra: cinquanta sovversivi
armati di fucili scorrazzano in paese cantando Bandiera rossa e fanno
esplodere petardi; a Venezia, il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a
Cavaso di Treviso, un altro fascista è ferito; a Crespano, la caserma dei
carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate; un
capomanipolo aggredito e gettato in acqua a Favara di Venezia; fascisti
aggrediti da sovversivi a Mestre; a Padova, altri fascisti aggrediti da
sovversivi.
Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché questo è un sintomo: il
diretto l92 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri; a Moduno
di
Livenza,
un
capomanipolo
assalito
e
percosso.
Voi vedete da questa situazione che la sedizione, dell'Aventino ha avuto
profonde ripercussioni in tutto il paese. Allora viene il momento in cui si
dice basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la
soluzione
è
la
forza.
Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai.
Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo, Governo e
Partito,
sono
in
piena
efficienza.
Signori!
20
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
Vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse finito
perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo e poi
avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte
dell'energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste
allora.
Non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per
stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell'Aventino. L'Italia, o
signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa.
Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con
l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario.
Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio
discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area. Tutti sappiamo che
ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di
Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e
possente per la patria.”
Si susseguono così arresti, perquisizioni, sequestri. Molti antifascisti fuggono
dall'Italia (Piero Gobetti e Giovanni Amendola muoiono in Francia). Falliscono
gli attentati contro Mussolini nel '26.
Nel giro di poco tempo vengono emanate NUOVE LEGGI: nel dicembre 1925
aumenta di potere del capo del governo; nell’aprile 1926 sono proibiti lo
sciopero come diritto e i sindacati non fascisti dunque legalizzati e riconosciuti.
Questi potevano stipulare contratti collettivi.
Successivamente vengono emanate le LEGGI FASCISTISSIME (novembre 1926):
tutti i partiti antifascisti sono sciolti e dichiarati deceduti a partire dai deputati
aventiniani; viene introdotta la pena di morte per i reati contro sicurezza di
Stato e un Tribunale speciale per la difesa di Esso.
La LEGGE ELETTORALE del 1928 è a lista unica con tanti candidati quanti erano
i seggi da occupare: ciò lascia agli elettori solo la scelta di approvarla o
respingerla.
Infine, il GRAN CONSIGLIO, potenziato sempre nello stesso anno, ma istituito
già nel 1922, diventa un Organo dello Stato con l'incarico di preparare le liste
elettorali.
21
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
Antonio Gramsci
22
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
1. CRONOLOGIA DELLA VITA E DELLE OPERE
1891-1911
Antonio Gramsci nasce ad Ales (presso Oristano), in Sardegna, il 22 gennaio
1891, quarto dei sette figli di Francesco Gramsci e Giuseppina Marcias. Nel
1894 la famiglia si trasferisce a Sòrgono (Nuoro): per due anni viene mandato,
insieme alle sorelle, in un asilo di suore. A questo periodo, dopo una caduta,
risale la malattia che gli lascerà una malformazione fisica: la schiena andrà
lentamente incurvandosi e le cure mediche tenteranno invano di arrestare la
sua deformazione.
Nel 1897 il padre viene sospeso dall'impiego all'Ufficio del registro di Ghilarza e
arrestato per irregolarità amministrative. Nel 1902 consegue la licenza
elementare a Ghilarza. Studia poi privatamente e intanto lavora, per aiutare la
famiglia, presso l'ufficio catastale di Ghilarza.
Nel 1905 si iscrive al liceo-ginnasio di Santu Lussurgiu, cittadina a 15 km da
Ghilarza. Inizia a leggere la stampa socialista che il fratello Gennaro gli invia da
Torino.
Nel 1908 consegue la licenza ginnasiale e si iscrive al liceo Dettori di Cagliari,
città dove vive presso il fratello Gennaro, segretario della locale sezione
socialista. Con molti giovani del liceo Dettori, Gramsci partecipa alle "battaglie"
per l'affermazione del libero pensiero e a discussioni di carattere culturale e
politico. Abita in una poverissima pensione in via Principe Amedeo, poi si
trasferisce in un'altra del Corso Vittorio Emanuele. A scuola si distingue tra i
compagni per i suoi vivi interessi culturali, legge moltissimo (in particolare
Croce e Salvemini). Rivela spiccatissime tendenze per le scienze esatte e per la
matematica. Cagliari, in quel tempo, è una cittadina culturalmente vivace,
dove si diffondono i primi fermenti sociali, che influiranno nella sua formazione
di una ideologia socialista. Conseguita la licenza liceale, nel 1911 vince una
borsa di studio e si iscrive all'università di Torino, Facoltà di Lettere e Filosofia.
Si trasferisce a Torino. Gramsci vive i suoi anni universitari in una Torino
industrializzata, dove sono già sviluppate le industrie della Fiat e della Lancia,
che hanno eliminato le concorrenti più deboli. Il forte sviluppo industriale ha
conferito un aspetto nuovo alla città, che intorno al 1909 ospita circa 60.000
immigrati, che lavorano nelle fabbriche. Data l'alta concentrazione operaia e il
ruolo avanzato dell'industria torinese, la organizzazione sindacale costituisce,
nella città, una presenza attiva e dinamica, sostenuta da un'ampia
mobilitazione dal basso. Sono le iniziative di lotta nelle fabbriche che portano
alla costituzione delle prime commissioni interne e alla elezione di delegati di
fabbrica, che siedono, durante le vertenze, al tavolo delle trattative con i
rappresentanti padronali. È in questo periodo di forti agitazioni sociali che lo
studente Gramsci vive i suoi anni universitari e matura la sua ideologia
socialista. Studia i processi produttivi, la tecnologia e l'organizzazione interna
delle fabbriche e si impegna per far acquisire agli operai "la coscienza e
l'orgoglio di produttori". A Torino frequenta anche gli ambienti degli immigrati
sardi; l'interesse per la sua terra sarà sempre vivo in lui, sia nelle riflessioni di
carattere generale sul problema meridionale, sulle sue abitudini, sul linguaggio,
sui luoghi e sulle persone dell'infanzia; temi ricorrenti anche negli anni della
23
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
maturità.
L'Italia è ancora nettamente divisa tra un Nord in cui è presente un relativo
sviluppo industriale e un Meridione caratterizzato dal latifondo a coltivazione
estensiva. L'assetto del potere nello Stato e nella società è dunque determinato
da un'alleanza tra industriali e agrari, fondata sulla politica protezionistica, che
esclude ogni partecipazione al potere da parte delle masse popolari. Ma la crisi
di fine secolo, con i movimenti dei fasci siciliani (1894) e l'insurrezione
proletaria di Milano (1898), costringe la borghesia italiana a scendere a patti
con il movimento operaio. Dall'inizio del secolo, Giolitti, che dichiara la
neutralità dello Stato nei conflitti di lavoro, apre un nuovo corso politico
fondato su un accordo sociale con il movimento socialista riformista. A questo
accordo si oppongono l'ala rivoluzionaria del partito socialista e il movimento
sindacalista rivoluzionario.
1912
In cattive condizioni economiche e di salute, Gramsci segue i corsi universitari
e sostiene alcuni esami. Ha anche i primi contatti con il movimento socialista
torinese.Al congresso socialista di Reggio Emilia i riformisti perdono la direzione del
partito. Mussolini diventa direttore dell'Avanti!.
1913
Aderisce ad un pubblico appello contro la politica protezionistica.
Probabilmente in quest'anno si iscrive alla sezione socialista di Torino.
Con il patto Gentiloni, i cattolici partecipano alla competizione elettorale in
appoggio a Giolitti.
1914
Soffre di periodiche crisi nervose. Sostiene sul Grido del popolo le posizioni
della neutralità attiva e operante in contrasto con la politica della neutralità
assoluta prevalente in ambito socialista.
Crisi dell'Internazionale socialista e del movimento operaio europeo che non
riescono a far prevalere una politica di pace. Scoppia la Prima guerra mondiale.
1915
Continua la collaborazione con Il Grido del popolo e, a dicembre, entra nella
redazione torinese dell'Avanti!, organo del Partito socialista italiano. La sua
attività giornalistica s'impone all'attenzione generale non solo per la qualità
della scrittura, ma anche per lo spessore della ricerca culturale.
L'italia entra in guerra a fianco dell'intesa. Lenin lancia a Zimmerwald la parola
d'ordine di "trasformare la guerra imperialista in guerra civile" (da
Imperialismo, ultima fase del capitalismo. Edizione Einaudi, 1989, p. 55)
1916
Gramsci cura la rubrica Sotto la mole dell'Avanti! dove si occupa di critica
teatrale e di note di costume.
Nel movimento socialista antimilitarista (conferenza di Kiental) si fanno strada
le posizioni radicali di Lenin.
1917
Dopo la sommossa operaia di agosto, Gramsci diventa segretario della
commissione esecutiva provvisoria della sezione socialista di Torino. Dirige di
fatto Il Grido del popolo.
24
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
Nel febbraio del 1917 per conto della Federazione giovanile socialista
piemontese esce La città futura, il cui tema di fondo è la contrapposizione tra
l'ordine della società borghese e quello della società socialista; a originali
articoli di teoria e di propaganda socialista si affiancavano scritti di Croce,
Salvemini e A. Carlini. In questo periodo l'influenza di Croce e della polemica
antipositivistica dell'idealismo italiano traspare anche nella valutazione
entusiastica della rivoluzione russa del novembre 1917, interpretata come
"rivoluzione contro il Capitale" (cioè contro la versione deterministica dell'opera
di Marx).
In agosto scoppiano in Italia movimenti di protesta contro il carovita e la
guerra. In Russia la rivoluzione di febbraio porta all'abdicazione dello zar Nicola
II; il governo provvisorio viene rovesciato in novembre dalla rivoluzione
bolscevica.
1918
Cessano le pubblicazioni del Grido del popolo (ottobre) e nasce l'edizione
piemontese dell'Avanti! (dicembre), diretta da Ottavio Pastore, nella cui
redazione Gramsci entra dall'inizio.
Finisce la guerra mondiale. Si diffondono movimenti rivoluzionari in vari paesi
d'Europa. In Russia la controrivoluzione si militarizza: scoppia la guerra civile.
1919
Gramsci e altri (tra cui Tasca, Terracini, Togliatti) danno vita al settimanale
L'Ordine nuovo (maggio), che si schiera per l'adesione del Psi alla III
Internazionale comunista (Comintern) e in favore del movimento dei consigli di
fabbrica. Nei suoi articoli Gramsci afferma che il consiglio di fabbrica deve
essere eletto da tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro collocazione
politica, in modo che gli operai assumano in pieno la funzione dirigente che
spetta loro come "produttori". Questa esperienza si collocava, in una
prospettiva rivoluzionaria, a sinistra del movimento socialista dell'epoca, ma in
consonanza con altri fermenti della cultura italiana del periodo come quelli che
facevano capo al neo-liberalismo di Piero Gobetti, che giudicò infatti
positivamente l'opera del gruppo.
La nuova legge per il suffragio universale permette al Psi e al Partito popolare
di eleggere rispettivamente 156 e 100 deputati, modificando radicalmente
l'assetto del potere politico. A Parigi si inaugura la Conferenza di pace.
1920
Lo sciopero degli operai dell'industria di Torino di marzo-aprile (sciopero delle
lancette) per il riconoscimento dei consigli di fabbrica apre una vivace polemica
tra la direzione socialista e il gruppo dell'Ordine nuovo, le cui posizioni politiche
ricevono l'approvazione di Lenin. Gramsci si avvicina alla frazione astensionista
del Psi, guidata da Bordiga, che prospetta la costruzione del Partito comunista.Giolitti torna a formare il governo. In settembre lo scontro sociale porta
all'occupazione delle fabbriche. La sconfitta segna l'inizio del riflusso del
movimento proletario. In Russia, i bolscevichi sbaragliano definitivamente gli
eserciti controrivoluzionari.
1921
Gramsci si convince che bisogna dar vita a un partito nuovo, secondo le
direttive di scissione già indicate dall'Internazionale comunista. Il 25 gennaio
1921 si apre a Livorno il 17° congresso nazionale del Psi; le divergenze tra i
25
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
vari gruppi: massimalisti, riformisti ecc., inducono Gramsci e la minoranza dei
comunisti a staccarsi definitivamente dal Psi. Il 21 gennaio dello stesso anno,
nella storica riunione di San Marco, nasce il Partito comunista d'Italia: Gramsci
sarà un membro del Comitato centrale. Come organo del nuovo partito Gramsci
dirige, ancora a Torino, L'Ordine Nuovo, diventato quotidiano (al quale
collabora anche, come critico teatrale, Gobetti). Tuttavia nei primi anni del
nuovo partito la sua attività è condizionata dalla direzione di Bordiga, che,
avendo organizzato una frazione nazionale prima della scissione, aveva
acquisito una posizione di preminenza, influenzando anche gran parte dello
stesso gruppo torinese dell'Ordine Nuovo.
15 gennaio 1921: si apre a Livorno il XVII Congresso del Psi. Il 21 gennaio, da
una scissione minoritaria del Psi, nasce il Partito comunista d'Italia (Pcd'I),
sezione italiana della Terza Internazionale comunista. Dopo la grande paura
dell'occupazione delle fabbriche, gli industriali guardano con favore al
movimento fascista. Lenin lancia la Nuova politica economica (NEP).
1922
Nel secondo congresso del Pcd'I (Roma, marzo) Gramsci sostiene le posizioni
della maggioranza bordighiana, in dissenso con la politica del "fronte unico"
con il Psi proposto dall'Internazionale. A maggio parte per Mosca, delegato del
partito italiano nell'esecutivo dell'Internazionale e nel giugno partecipa alla
conferenza dell'esecutivo allargato. Il soggiorno in Russia sarà importante sia
per la sua formazione politica che per la sua vita privata, infatti Gramsci si
innamora di una giovane violinista russa, Giulia Schucht che diventerà sua
moglie e dalla quale avrà due figli: Delio e Giuliano. In Russia Gramsci
approfondisce le sue conoscenze del leninismo e osserva gli sviluppi della
dittatura del proletariato, ciò gli consente di misurare diversamente i problemi
dei comunisti italiani, collocandoli in una visione di più ampio respiro. Si moltiplicano le violenze squadristiche e gli assalti alle Camere del lavoro e ai
giornali antifascisti. Ulteriore scissione socialista: il congresso di Roma (ottobre)
espelle i riformisti. In ottobre marcia su Roma e formazione del governo
Mussolini, che in novembre ottiene pieni poteri.
1923
L'esecutivo allargato dell'Internazionale (giugno) discute la situazione italiana e
stabilisce d'autorità la formazione di un comitato esecutivo del Pcd'I
maggiormente rispondente alla propria politica. Gramsci, in dissenso con le
posizioni di Bordiga e favorevole a quelle dell'Internazionale (che sostiene la
parola d'ordine del "governo operaio e contadino"), si fa carico della svolta
(lettera di settembre per la fondazione dell'Unità). In novembre, viene inviato a
Vienna per tenere i collegamenti tra il partito italiano e gli altri partiti comunisti
d'Europa. Inizia, con un fitto carteggio, a ricostruire il gruppo dirigente del Pcd'I
attorno a quella che era stata la redazione dell'Ordine nuovo.
Nel febbraio arresto di Bordiga e di parte del comitato esecutivo del Pcd'I, che
si riorganizza semiclandestinamente. Bordiga, in carcere, si schiera contro le
posizioni dell'Internazionale per quanto riguarda i rapporti con il Psi. Il
parlamento italiano approva la legge elettorale maggioritaria presentata dal
fascista Acerbo. In Bulgaria viene rovesciato il governo di Stambolijski, leader
del partito contadino.
1924
26
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
Il 6 aprile del 1924, dopo una campagna elettorale contrassegnata da violenze
e intimidazioni fasciste, si svolgono le elezioni e Gramsci viene eletto deputato
della circoscrizione del Veneto, quindi torna in Italia, dopo due anni di assenza
e si stabilisce a Roma. In febbraio esce a Milano, su indicazione di Gramsci, il
quotidiano l'Unità. Continua il lavoro per ricostruire il gruppo dirigente del
partito. Gramsci entra nel comitato esecutivo del partito e viene eletto
segretario generale. Partecipa all'opposizione parlamentare che si forma a
seguito del delitto Matteotti e propone un appello per lo sciopero generale. In
agosto nasce a Mosca suo figlio Delio. Imposta con Grieco e Di Vittorio la
politica del partito verso il Mezzogiorno. In ottobre propone che l'opposizione
aventiniana si costituisca in Antiparlamento e in novembre il gruppo
parlamentare comunista rientra in aula.
Le elezioni politiche di maggio, contrassegnate da violenze e intimidazioni,
assegnano il 65 per cento dei suffragi ai fascisti. In giugno viene assassinato il
deputato riformista Giacomo Matteotti che aveva denunciato i brogli; ne segue
una vasta ondata di proteste. In agosto il gruppo socialista che fa capo a
Serrati (i "terzini") aderisce al Pcd'I. Alla morte di Lenin, in Unione Sovietica il
potere viene assunto da una direzione collegiale formata da Stalin, Trockij,
Zinov'ev e Kamenev.
1925
Tra marzo e aprile partecipa a Mosca ai lavori dell'esecutivo allargato
dell'Internazionale. In giugno apre la polemica con la sinistra interna al partito,
guidata da Bordiga. Inizia a lavorare all'organizzazione del terzo congresso del
Pcd'I.
Superata la crisi Matteotti, Mussolini torna saldamente alla guida del governo.
Vengono abolite le commissioni interne e soppressa la libertà sindacale.
1926
In gennaio si svolge a Lione il terzo congresso del Pcd'I: le tesi politiche, stese
da Gramsci e Togliatti, vengono approvate con una maggioranza che supera il
90 per cento. La linea di Gramsci, che raccoglie intorno a sé un nuovo gruppo
dirigente "centrista," prevale al congresso del Partito comunista d'Italia; alcuni
mesi dopo però i suoi rapporti con l'Internazionale comunista subiscono una
prima incrinatura, con la sua iniziativa di scrivere una lettera allarmata al
Comitato centrale del Partito bolscevico per le divisioni interne a quel partito.
Pur dando torto all'opposizione la lettera conteneva anche riserve sui metodi
della maggioranza (Stalin-Bucharin), e per questo motivo Togliatti, allora
rappresentante a Mosca dei comunisti italiani, ritiene opportuno di non
inoltrarla ufficialmente. Ne nasce una vivace polemica personale tra Gramsci e
Togliatti, rilevante soprattutto per l'insistenza da parte del primo sulla
necessità di "richiamare alla coscienza politica dei compagni russi, e richiamare
energicamente, i pericoli e le debolezze che i loro atteggiamenti stavano per
determinare." In agosto nasce Giuliano, il secondogenito di Gramsci. L'8
novembre, a seguito delle leggi eccezionali del regime fascista contro gli
oppositori, Gramsci viene arrestato, con gran parte del gruppo dirigente
comunista e, nonostante l'immunità parlamentare, è rinchiuso a Regina Coeli.
In Italia vengono sciolti i partiti di opposizione; vengono istituiti il confino di
polizia e il Tribunale speciale. La Camera dichiara decaduti i deputati
aventiniani. In Unione sovietica Stalin riesce a isolare Trockij e Zinov'ev.27
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
1927
Trasferito dal febbraio nel carcere di San Vittore a Milano, in attesa del
processo, inizia a progettare uno studio di ampio respiro sugli intellettuali
italiani. Il 28 maggio inizia il processo e il 4 giugno viene emessa la condanna a
vent'anni quattro mesi e cinque giorni di reclusione. Poiché soffre di emicrania
cronica viene destinato alla casa penale di Turi ed è messo in una cameretta
con altri cinque detenuti politici.
Con la Carta del lavoro il fascismo enuncia i principi dello Stato corporativo. Il X
congresso del Pcus espelle Trockij, Zinov 'ev e Kamenev; iniziano la politica
dell'industrializzazione forzata e l’ascesa di Stalin.
1928
Alla fine di maggio, a Roma, Gramsci è processato. Il 4 giugno viene emessa la
sentenza: come accennato, è di venti anni, quattro mesi e cinque giorni di
reclusione. In luglio Gramsci raggiunge il carcere di Turi e vi rimane fino al
dicembre 1933.
Il Gran consiglio del fascismo diviene organo dello Stato. Il VII congresso
dell'Internazionale lancia la parola d'ordine dell'intensificazione della lotta alla
socialdemocrazia.
1929
In febbraio, nel carcere di Turi, Gramsci, ottenuto il permesso di scrivere in
cella, inizia la stesura dei Quaderni dal carcere: saranno 21 nel 1933, quando
lascerà Turi per Civitavecchia e complessivamente 33 nel 1937.
Patti lateranensi tra Italia e Vaticano. In Unione Sovietica Bucharin si oppone
alla politica di collettivizzazione forzata e viene fatto processare e uccidere da
Stalin. Il X plenum dell'Internazionale enuncia la teoria del social-fascismo.
Crollo della borsa di New York: inizia la grande depressione.
1930
Emergono dissensi con altri detenuti comunisti sulla politica da seguire dopo la
caduta del fascismo: Gramsci sostiene la necessità di una fase democratica e
propone la parola d'ordine della Costituente.
La grande depressione colpisce anche l'Italia. Il Pcd'I, sulla base dell'analisi
dell'Internazionale che ritiene in crisi il regime, fa rientrare decine di quadri in
Italia.
1931
Nel 1931 Gramsci è colpito da una grave forma di ipertensione, perciò il fratello
Carlo ottiene che sia messo in una cella individuale, dove Gramsci cerca di
organizzarsi una vita "normale", fatta di studio, di riflessione, di elaborazione
teorica del suo pensiero politico e sociale, di affetti e di ricordi, sforzandosi di
restare a contatto con i suoi familiari e con la realtà. Peggiorano le condizioni di
salute: in agosto Gramsci ha un'improvvisa emorragia.
Gli avvenimenti. Viene rapidamente smantellata dalla polizia la rete
clandestina del Pcd'I. Vittoria elettorale repubblicana in Spagna.
1932
Non ha esito il progetto di uno scambio di prigionieri politici, che avrebbe
incluso anche Gramsci, tra l'Italia e l'Unione Sovietica.
Condonato alla Germania il debito di guerra. Salazar assume la guida del
governo portoghese. Roosevelt promuove negli Usa il regolamento
dell'economia (New Deal).
28
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
1933
In marzo, seconda grave crisi delle condizioni di salute di Gramsci. In novembre
viene trasferito nell'infermeria del carcere di Civitavecchia e da qui, in
dicembre, nella clinica del dottor Cusumano a Formia. In Italia viene creato l'Iri.
I nazisti assumono il potere in Germania. In Unione Sovietica viene varato il
secondo piano quinquennale.
1934
Riprende la campagna per la liberazione di Gramsci. In ottobre viene accolta la
richiesta per la libertà condizionale.
Patto di unità d'azione tra Pci e Psi. In Germania Hitler assume la carica di capo
dello Stato. In Unione Sovietica Zinov'ev e Kamenev vengono processati per
tradimento: iniziano le grandi purghe.
1935
In giugno nuova crisi e aggravamento delle condizioni di salute di Gramsci. In
agosto viene trasferito nella clinica "Quisisana" di Roma.
L'Italia invade l'Etiopia. Leggi razziali antisemite in Germania. A Norimberga
l'Internazionale adotta la tattica dei fronti popolari.
1936
Lo stato di prostrazione fisica impedisce a Gramsci di lavorare ai Quaderni.
Dopo la conquista dell'Etiopia, l'Italia proclama l'impero. Le sinistre vincono le
elezioni in Francia e in Spagna; qui le forze reazionarie rispondono con un
pronunciamento militare: è la guerra civile.
1937
Terminato il periodo di libertà condizionale, Gramsci riacquista la piena libertà,
ma è in clinica ormai morente. Muore per emorragia cerebrale il 27 aprile. Il
giorno seguente si svolgono i funerali. Le sue ceneri vengono inumate al
cimitero del Verano a Roma e trasferite, dopo la Liberazione, al Cimitero degli
Inglesi.- La sua vita in carcere era stata anche amareggiata dai difficili rapporti
stabilitisi con il partito che aveva diretto prima dell'arresto. In disaccordo con la
linea politica adottata alla fine del 1929 su pressione del Komintern, allora in
lotta non solo con il fascismo ma anche con la socialdemocrazia (definita come
"socialfascismo"), si era trovato, come si è detto, in aperto conflitto con la
maggioranza degli altri comunisti detenuti a Turi, e ciò lo aveva indotto a fare
del suo isolamento la forma esclusiva della propria esistenza. Si spiega così
perché la sua situazione non sia stata allora posta in discussione negli organi
dirigenti operanti in esilio, con i quali i suoi rapporti erano sempre stati indiretti
(con la mediazione dell'amico economista Sraffa che lavorava a Cambridge).
Tuttavia dopo il 1934, con l'abbandono della propaganda sul "socialfascismo" e
il prevalere della politica di unità antifascista, erano state intensificate le
campagne di stampa internazionali per chiedere la sua liberazione.
Crisi del governo di fronte popolare in Francia. Si internazionalizza la guerra
civile spagnola. L'Italia aderisce al patto anti Comintern con Germania e
Giappone. In Unione sovietica vengono accusati di tradimento e fucilati Radek
e Tukacevskij.
29
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
2. LE OPERE
Le lettere dal carcere (1947; edizione completa, 1965), uno dei più splendidi e
commoventi epistolari della nostra letteratura, hanno messo in luce le qualità
di scrittore di Gramsci, la sua intensa umanità, lo straordinario equilibrio con
cui seppe affrontare le sofferenze del carcere. Ma la produzione più importante
e significativa di Gramsci come uomo di cultura è costituita dai Quaderni del
carcere, che sono stati ordinati, secondo gli argomenti, in 6 volumi: Il
materialismo storico e La filosofia di Benedetto Croce (1948), Gli intellettuali e
l'organizzazione della cultura (1949), Il Risorgimento (1949), Note sul
Machiavelli, sulla politica e lo Stato moderno (1949), Letteratura e vita
nazionale (1950), Passato e presente (1951), e ripubblicati poi in versione
integrale definitiva nel 1975 (4 volumi). Nel 1992 è stato pubblicato il volume
Lettere 1908-1926, che raccoglie la produzione epistolare, edita e inedita, di
Gramsci dall'adolescenza al carcere.
3. IL PENSIERO
Il suo pensiero, dove ideologia, filosofia e prassi politica trovavano una
profonda unità, era volto verso la comprensione della reale situazione italiana
dell'epoca e nella certezza della possibilità di trasformarla in senso socialista.
Gramsci considerava il fascismo come punto massimo di crisi della società
borghese (fascismo= massima espressione della dittatura del capitale), poiché
alla classe dominante, cui era sfuggita l'egemonia sociale, intellettuale e
morale, per la perdita del consenso delle masse, rimaneva solo la forza
coercitiva.
Valorizzazione del concetto di cultura
La valorizzazione del concetto di cultura, non più vista come fatto
aristocratico, ma come mezzo per acquistare consapevolezza della
realtà, portò Gramsci a elaborare la nozione di "organizzazione della
cultura" che metteva in luce la necessità di realizzare rapporti profondi fra
organizzazione economico-sociale e visione del mondo, fra lotta di
classe e scoperta scientifica e artistica. La convinzione che la cultura
aveva le sue radici nel terreno storico-pratico nel quale era contenuta e che
quindi vi era identità tra filosofia e storia, lo indusse a polemizzare con
l'idealismo di Croce, visto in funzione ideologica di conservazione borghese, e a
individuare la funzione del nuovo intellettuale nella società contemporanea
come portatore ed elaboratore professionale dell'ideologia del "blocco storico",
cioè della forza politica formata dall'unione di una classe con classi o gruppi
alleati, di cui egli stesso era espressione. La straordinaria varietà dei suoi
interessi, che lo hanno portato dall'esame della storia d'Italia e del
Risorgimento alla teoria di uno Stato socialista e del partito che, "moderno
principe", doveva promuoverne la realizzazione, ha fatto sì che nel pensiero
gramsciano fosse presente gran parte della problematica politico- culturale del
secondo dopoguerra.
30
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
4. I QUADERNI DAL CARCERE
Quaderni del carcere è l'opera che contiene le note, gli appunti, le riflessioni su
vari argomenti che Gramsci elaborò nel periodo della sua reclusione scrivendo
sui quaderni che gli venivano concessi dalle autorità carcerarie. La
compilazione dei quaderni non aveva, nel progetto dell'autore, lo scopo della
pubblicazione: l'opera non possedeva perciò un titolo e quello attuale lo
dobbiamo all'editore, non a Gramsci. Il pensatore sardo ne iniziò la stesura nel
carcere di Turi l'8 febbraio 1929, due anni e tre mesi dopo l'arresto avvenuto
l'8 novembre 1926. L'idea del lavoro, però, era già
vivissima nel 1926 e in una lettera alla cognata Tania del 19 marzo di
quell'anno Gramsci manifesta la volontà di " far qualcosa 'für ewig' ", ossia "per
l'eternità". Egli intendeva cioè occuparsi di argomenti di alto spessore culturale
da un punto di vista "disinteressato", libero dai limiti e dalle contingenze
politiche del presente. Gramsci lavora alla stesura di ben 33 quaderni (non tutti
compiuti però) dal febbraio 1929 all'agosto 1935: seguendo l'evoluzione
compositiva dell'opera, possiamo individuare tre fasi, di cui le
prime due interessano il periodo di reclusione a Turi e la terza quello di Formia
(1933-1935); il passaggio da una fase all'altra è annunciato o accompagnato
dall'aggravarsi della condizione fisica del detenuto. La prima fase dura circa
due anni (febbraio 1929-agosto 1931) e, in questo periodo, Gramsci compone
10 quaderni, di cui tre sono dedicati agli esercizi di traduzione per lo studio
delle lingue che doveva servire come " mezzo terapeutico " contro
l'inaridimento dovuto al carcere. La conclusione di questa prima fase e il
passaggio alla seconda sono segnati dalla grave crisi depressiva che colpì
Gramsci il 3 agosto 1931. La seconda fase si protrae per due anni (dalla fine
del 1931 alla fine del 1933) ed è caratterizzata dall'intensificarsi del ritmo di
lavoro sulle questioni già individuate nel periodo precedente e dall'abbandono
degli esercizi di traduzione (a cui son dedicati quattro dei 33 quaderni). In
questo
periodo,
Gramsci
compone
altri
10
quaderni
lavorando
contemporaneamente alla stesura di note miscellanee e dei cosiddetti
"quaderni speciali"; con questi ultimi, egli intendeva riordinare e riscrivere (in
base ad una distinzione per argomenti) molte delle note già abbozzate nei
quaderni precedenti. Un'ulteriore, più dura,
crisi colpisce però lo scrittore sardo nel marzo 1933, con stati di allucinazione,
di ossessione e di tormenti psicologici. Proprio questa crisi sarà determinante
per il passaggio alla terza fase: essa si apre alla fine del 1933 con il
trasferimento di Gramsci (per via delle sue gravi condizioni di salute) nella
clinica di Formia. Qui egli si avvierà alla stesura di altri dodici quaderni (tutti
"speciali"), la maggior parte dei quali però resteranno
incompleti. L'irreversibile esaurimento di forze a cui Gramsci è giunto sfocia in
una nuova crisi del giugno 1935, in seguito alla quale viene ricoverato nella
clinica "Quisisana" di Roma; il lavoro di composizione dei Quaderni è interrotto
e non sarà mai ripreso. L'opera è, pertanto, incompiuta e ciò fa sì che essa non
abbia un carattere concluso e definitivo: Gramsci stesso afferma che le sue
note sono spesso formate da " affermazioni non controllate ", " di prima
approssimazione" e che alcune di esse potrebbero in seguito essere
abbandonate.
31
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
Dopo la morte di Gramsci, i Quaderni furono numerati e custoditi dalla cognata
Tania, che li spedì a Mosca, dove furono presi in consegna dai membri del
Partito Comunista Italiano. I temi che ricorrono e che si intrecciano all'interno
dei Quaderni sono molteplici; tra i più importanti, meritano di essere ricordati:
4.1 FOLCLORE: Gramsci intende, con questo termine, la " concezione del
mondo e della vita " e tutto il sistema di credenze e superstizioni propri degli
strati sociali popolari. Nel folclore Gramsci individua una potenzialità critica e
rivoluzionaria rispetto alle concezioni del mondo "ufficiali" espresse dalle "
parti colte delle società storicamente determinate ".
4.2 QUESTIONE MERIDIONALE: Gramsci vuole analizzare il problema dello
squilibrio e della contraddizione dovuti all'incapacità delle forze dirigenti
risorgimentali di affrontare e di risolvere la questione contadina,
particolarmente grave nel Sud. Il partito comunista doveva, agli occhi di
Gramsci, assumersi l'impegno di favorire il superamento della disgregazione
interna alle masse contadine che le rendeva incapaci di sottrarsi alla dura
subordinazione nei confronti delle classi dominanti e di allearsi alla classe
operaia settentrionale (la falce e il martello dello stemma comunista indicano
esattamente questo: l'alleanza tra contadini del Sud e operai del Nord).
4.3 CROCE E L' "ANTICROCE": nei confronti di Benedetto Croce, Gramsci
vuole ripetere l'operazione che Marx ha compiuto nei confronti di Hegel: come
Hegel è stato il massimo rappresentante dell'idealismo e del progresso
borghese del XIX secolo, così Croce lo è dell'idealismo e della borghesia italiana
del XX secolo. Si tratta dunque di rovesciarne radicalmente le prospettive e,
così, Croce è al tempo stesso il principale interlocutore e il principale
antagonista del materialistico di Gramsci.
4.4 RISORGIMENTO: il Risorgimento viene letto, sulle orme di Gobetti, come
"rivoluzione mancata"; l'egemonia dei moderati (che Gramsci analizza in tutte
le sue articolazioni) ha impedito quelle trasformazioni radicali che pure erano
necessarie. Spetterà quindi alla rivoluzione proletaria compiere il processo
risorgimentale fino in fondo.
4.5 FILOSOFIA DELLA PRAXIS: è la parte dei Quaderni dedicata più
specificatamente alla filosofia e, in particolare, al materialismo storico o
marxismo, che Gramsci definisce appunto " filosofia della praxis ".
4.6 MACHIAVELLI E IL PRINCIPE: Gramsci interpreta il "Principe" di
Machiavelli come un manifesto politico della nascente borghesia italiana;
fallimento del nuovo ceto borghese e fallimento del progetto di unità nazionale
sono per Gramsci una cosa sola. In età contemporanea, i processi politici non
sono però più guidati da una singola persona (un principe) ma dai partiti: anche
i rivoluzionari (secondo l'insegnamento di Lenin) per realizzare il loro progetto
hanno bisogno di un partito, che Gramsci definisce il " nuovo Principe ".
32
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
4.7 LA QUESTIONE DEGLI INTELLETTUALI: il ruolo riservato da Gramsci agli
intellettuali è quello di elaboratori e mediatori delle ideologie ed è
fondamentale per la conquista e per l'esercizio dell'egemonia culturale da
parte di ogni classe sociale che miri a diventare dominante. A questo tema si
legano quindi direttamente quello dell'egemonia e della rivoluzione passiva.
Gramsci afferma che " tutti gli uomini sono intellettuali ", poiché ogni uomo,
consapevolmente o no, esplica " una attività intellettuale ", ha una propria
concezione del mondo e una consapevole linea di condotta morale, e
contribuisce a modificare altre visioni del mondo suscitando nuovi modi di
pensare. Il linguaggio stesso è " una minima manifestazione " intellettuale,
visto che già in esso è cristallizzata una " determinata concezione del mondo ",
una qualche " filosofia spontanea ". Non vi è pertanto attività umana (neppure
la più pratica) " da cui si possa escludere ogni intervento intellettuale ": " non
si può separare l'homo faber dall'homo sapiens ". Ma se tutti gli uomini sono
intellettuali, " non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali
"; per l'esercizio di tale funzione, si formano storicamente delle categorie
specializzate in connessione con le classi sociali e specialmente con quelle più
importanti e dominanti. Gramsci distingue fra:
1. intellettuali "tradizionali", che generalmente si rappresentano come "
autonomi e indipendenti dal gruppo sociale dominante " e dal mondo
della produzione, considerandosi piuttosto come seguaci disinteressati
dei valori tradizionali;
2. intellettuali "organici", cioè legati organicamente al gruppo sociale
fondamentale; però anche gli intellettuali "tradizionali", anche se non ne
sono consapevoli, sono in ultima analisi "commessi" della classe
dominante, "organici" al gruppo sociale fondamentale e svolgono "
funzioni organizzative e connettive ", di direzione ideologica e culturale.
Sta qui il rapporto tra intellettuali ed egemonia: la classe dominante o
che aspira a divenire tale cerca di utilizzare gli intellettuali per esercitare
un'egemonia su tutta la società; Gramsci dice che " la supremazia di un
gruppo sociale si manifesta in due modi, come 'dominio' e come 'direzione
intellettuale e morale' "; lo Stato stesso, poiché espressione diretta del
gruppo dominante, si fonda e si regge su due elementi:
a) la dittatura, ovvero l'apparato di decisione e di
coercizione rappresentato dalla "società politica";
b) l'egemonia e l'organizzazione del consenso, dipendenti
dalla società civile e attuate attraverso un apparato di
"strutture ideologiche" e di istituzioni a cui spetta il
compito della direzione culturale per conto della classe
politica dominante. Operano nella società civile e nelle
strutture ideologiche la scuola, la Chiesa, i partiti, i
sindacati, la stampa, e così via, nonché i funzionari
dell'ideologia e della cultura, cioè gli intellettuali, fra i quali
Gramsci fa rientrare tutti quelli che ricoprono ruoli sociali di
educazione, formazione, organizzazione.
L'egemonia è dunque il dominio di una classe sulle altre attraverso
un'operazione di controllo culturale e ideologico e di esercizio del potere, in
33
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
senso non tanto coercitivo, quanto di persuasione razionale, di influenza sul
pensiero, sulla vita, sulla moralità, sulle abitudini sociali e culturali dei singoli.
La conquista e la salvaguardia del potere da parte della classe dominante sono,
per Gramsci, sempre più determinati dalla stretta connessione di egemonia e
coercizione. L'esercizio dell'egemonia (tipico dei regimi liberali e parlamentari)
è caratterizzato dalla combinazione e dall'equilibrio fra forza e consenso
e la forza deve sembrare sempre giustificata dal consenso della maggioranza;
quest'ultimo è espresso dagli organi di opinione pubblica (giornali e
associazioni) che, a questo scopo, " vengono moltiplicati artificiosamente ".
Poiché nell'epoca moderna, avverte Gramsci, " la categoria degli intellettuali
[...] si è ampliata in modo inaudito " e questi appaiono ormai necessari al
funzionamento dello Stato moderno, la lotta per la conquista e per il
mantenimento dell'egemonia non si può risolvere nello scontro
materiale delle classi, ma deve investire il piano culturale. Le
trasformazioni rivoluzionarie non sono più immaginate, secondo le
modalità tradizionali, come scontro diretto, violento, fra gruppi o
classi sociali antagonisti. D'altra parte, per evitare conflitti pericolosi per la
sua esistenza, la classe dominante favorisce una serie di trasformazioni volte
ad adeguare la società allo sviluppo economico: si tratta di "rivoluzioni
passive", tra cui rientra "l'americanismo". Per la costruzione di uno Stato
alternativo a quello di stampo americanista, Gramsci vede il bisogno di un reale
processo rivoluzionario e di una sistematica contrapposizione operaia mossa da
un concreto " spirito di scissione ", rispetto al blocco sociale dominante. La
conquista dell'egemonia e del potere da parte del proletariato è dunque
indisgiungibile dallo scontro delle classi e dalla lotta proletaria, ma per far ciò la
classe operaia ha bisogno di attirare a sé gli intellettuali "tradizionali" e di
crearsi i propri intellettuali "organici". L'intellettuale nuovo deve dunque
"mescolarsi attivamente alla vita pratica" e diventare dirigente
politico (cioè specialista + politico) proprio a partire dalla centralità
del lavoro industriale nella società moderna.
4.8 EGEMONIA: Gramsci impiega questo termine nel senso di "direzione
culturale"; egli contrappone infatti al concetto di dominio, basato sulla forza,
quello di egemonia, fondato sul potere di persuasione. Gli stati moderni
tendono a reggersi sempre più sull'egemonia e sempre meno sul dominio, ma i
due momenti sono comunque essenziali alla vita dello Stato.
4.9 RIVOLUZIONE PASSIVA: Gramsci deriva questa nozione dall'analisi della
storia del Risorgimento (cfr. Vincenzo Cuoco). Lo applica poi allo studio di tutti
quei fenomeni di profondo mutamento economico, sociale, culturale diretto e
gestito dalle classi dominanti con una operazione che tende a favorire
l'adeguamento passivo della mentalità delle masse e del costume collettivo
alle esigenze economiche dominanti.
4.10 AMERICANISMO E FORDISMO: tale concetto (esaminato a fondo nel
Quaderno 22) nasce dalla riflessione di Gramsci sul fenomeno dello sviluppo
capitalistico americano e dalla razionalizzazione del lavoro e della vita privata
dei lavoratori, favorito, nei primi decenni del Novecento, dall'organizzazione del
34
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
lavoro di Taylor e Ford. Con questi termini si definisce anche un modo di fare e
di pensare tipicamente americano che viene preso a modello dai Paesi
capitalistici occidentali: di qui il termine "americanismo". Le considerazioni di
Gramsci si basano su alcuni eventi concreti: la sempre maggiore
deprofessionalizzazione del lavoro operaio e il suo adeguamento al
funzionamento meccanico e automatico della macchina con la conseguente
affermazione della figura dell' "operaio-massa", con il tramonto di quella
dell'operaio artigiano e della dimensione dell' "umanesimo del lavoro", in cui la
centralità operaia era ancora rappresentata dal lavoratore creativo e
specializzato, dotato di una forte coscienza delle proprie prestazioni; a tutto ciò
si aggiunge, appunto, la radicalizzazione del taylorismo, attuata dalla politica
economica e industriale di Ford. Gramsci è favorevole alla tecnologia e alla
razionalizzazione del lavoro, ma non può accettare l'intento capitalistico di
ridurre il lavoratore a " gorilla ammaestrato ", privato di coscienza e di
pensiero. L'americanismo è una forma di "rivoluzione passiva", perchè si mira
ad ottenere, attraverso il dominio economico, il controllo politico e culturale
degli operai e tale dominio imposto non resta solo in fabbrica, ma esce e passa
alla società civile, alla morale, alla cultura; il controllo da parte dei grossi
industriali sulla vita privata del lavoratore costituisce appunto una rivoluzione
capovolta, vissuta passivamente.
4.11 CRITICA LETTERARIA : Gramsci distingue in primo luogo la critica
estetica, volta ad accertare il valore letterario delle opere, dalla critica
ideologica e politica che considera solo il contenuto. Questa posizione
differenzia notevolmente Gramsci dalla critica marxista promossa in Unione
Sovietica dal dispotico Stalin (aspre sono le critiche rivolte da Gramsci alla
politica culturale di Stalin), che faceva dipendere il giudizio estetico da quello
politico. Però Gramsci cerca anche una mediazione tra le due forme di critica,
ravvisandola nel modello di "critica militante" offerto dal critico letterario De
Sanctis. Come sosteneva De Sanctis, bisogna battersi per una nuova cultura
più impegnata moralmente e civilmente, dalla quale soltanto potrà nascere una
nuova letteratura.
4.12 CONCETTO DI NAZIONAL-POPOLARE: è un parametro che Gramsci
impiega spesso per considerare la vicinanza delle opere letterarie rispetto alla
realtà concreta dei problemi, degli interessi e dei sentimenti del
popolo/nazione; non è tanto un concetto di natura estetica, quanto di natura
sociologica. Privi di qualsiasi senso di appartenenza ad una classe sociale o ad
una realtà nazionale e popolare, gli intellettuali italiani sono a lungo stati
dominati da un "cosmopolitismo" umanistico; il che li ha portati spesso ad
aderire a correnti o a categorie filosofiche-letterarie che restano astratte e
prive di una reale rispondenza nella concreta realtà nazionale. Gramsci afferma
la necessità del nesso fra intellettuali e nazione, fra intellettuali e realtà
popolare e dunque la necessità del carattere nazional-popolare della
letteratura. Gramsci riprende e corregge Croce su tre punti:
1. Gramsci tende a rivalutare il contenuto di pensiero di un'opera e perciò,
ad esempio, a considerare positivamente anche la struttura della
35
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
"Commedia" dantesca, che invece Croce condannava come "non
poesia";
2. studia in modo più concreto il rapporto scrittore-società, proponendosi di
inserire la storia degli scrittori e degli artisti all'interno della storia degli
intellettuali e dunque di condizioni storico-sociali precise e determinate;
3. tenta una mediazione tra critica estetica e critica politica, sull'esempio di
De Sanctis. L'assunzione di de Sanctis a modello è funzionale alla
proposta di una critica militante capace di fondere " la lotta per una
nuova cultura, cioè per un nuovo umanesimo, la critica del costume, dei
sentimenti e delle concezioni del mondo con la critica estetica o
puramente artistica ". Gramsci, grazie a de Sanctis come modello, vuole
anche esaminare gli aspetti dell'opera d'arte grossolanamente trascurati
da Croce, soprattutto il momento etico-ideologico. La letteratura, dice
Gramsci, non nasce dalla letteratura (cioè " per partenogenesi ") ma
dal mondo della cultura, delle idee, della morale, dell'economia
e, in definitiva, dalla storia di una nazione e dei suoi
intellettuali; attraverso la categoria di nazional-popolare, Gramsci
considera la letteratura in rapporto alla storia degli intellettuali e
sottolinea, in fin dei conti, il nesso fra l'opera d'arte e la condizione dello
scrittore nella società, la reciprocità e la dinamicità dei rapporti fra
dimensione spirituale (o sovrastrutturale) e dimensione materiale (o
strutturale); il pensiero gramsciano muove perciò in direzione di uno
storicismo assoluto. Altri criteri metodologici sono connessi alle categorie
di "vecchio-nuovo" e di "distruzione-creazione": alla loro luce, Gramsci
esprime ad esempio un giudizio altamente positivo sull'opera di
democratizzazione e di sprovincializzazione della cultura svolta dagli
esponenti della rivista La Voce di Giuseppe Prezzolini; viceversa, La
Ronda di Vincenzo Cardarelli viene da lui criticata per l'involuzione e per
il "vecchio" che rappresenta con la riproposta di una concezione
tradizionale del letterato e della cultura. Queste categorie spingono
Gramsci a vedere nella " vuota concettosità " (quello che Labriola
chiamava "verbalismo") e nel "secentismo" della poesia pura (e anche di
Ungaretti) il segno del " vecchio che ritorna ". Ancora più interessante è
l'operazione critica che Gramsci svolge nei confronti di Pirandello,
apprezzandolo per l'"importanza critica di corrosione del vecchio
costume teatrale" e della mentalità borghese, cattolica o
positivistica. La valutazione positiva dei vociani e di Pirandello mostra
come la distruzione del vecchio e la creazione di nuovi atteggiamenti
mentali siano fattori fondamentali del giudizio positivo dato da Gramsci a
Pirandello. Con Pirandello, nota Gramsci, l'oggettività del reale, invalsa
con la tradizione aristotelico-cristiana, viene spodestata da una nuova
concezione soggettivistica e relativistica; cionostante, a Gramsci pare
poco convincente (e in ciò si rivela vicino a Croce) la dimensione artistica
dei drammi di Pirandello per il loro carattere di "dialoghi filosofici" in cui
la nuova concezione della realtà è inquinata da elementi intellettualistici.
Ecco perchè la sua opera preferita di Pirandello è Lì o là, in cui è del tutto
assente ogni contenuto intellettualistico.
36
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
4.13 QUESTIONE DELLA LINGUA : Gramsci dedica grande attenzione al
problema dell'evoluzione della lingua italiana nel tempo e in rapporto alla
letteratura, alle classi intellettuali e soprattutto all'esercizio del dominio e
dell'egemonia culturale.
5. INTERPRETAZIONE DEL RISORGIMENTO
Gramsci ha meditato a lungo sul processo storico che, nel secolo XIX, ha
prodotto la travagliata costituzione dello stato italiano unitario. A suo avviso,
tale processo è stato diretto fondamentalmente da forze moderate, e il
cosiddetto Partito d' azione fondato da Nello e Carlo Rosselli (cioè il complesso
di gruppi e di correnti che si richiamavano in parte a Mazzini e a Garibaldi) si è
rivelato incapace di svolgere un'opera adeguatamente incisiva e trasformatrice
nel contesto politico del tempo. Quella risorgimentale è stata, per usare una
celebre espressione gramsciana, una " rivoluzione mancata " - e la causa e la
natura di tale "mancanza" sono state essenzialmente di carattere sociale. In
effetti il limite storico del Partito d' azione va individuato nel fatto che è rimasto
sempre un partito borghese di élite, non disposto o non capace di ricercare l'
appoggio dei ceti non borghesi. Quali ceti? E' qui che Gramsci mostra la sua
relativa eterodossia rispetto alle tesi canoniche del marxismo. Egli sa bene che
nell' Italia del primo cinquantennio dell' Ottocento non c' era un proletariato
industriale e tanto meno una classe operaia organizzata - ossia il solo soggetto
sociale in grado, secondo i principî marxisti, di promuovere una trasformazione
radicale della società. L' autore dei Quaderni del carcere ritiene però che il
risorgimento avrebbe potuto e dovuto ugualmente assumere un carattere
rivoluzionario, acquisendo il consenso dei contadini. Proprio questi ultimi
costituivano, infatti, quella massa popolare la cui partecipazione all' azione
risorgimentale le avrebbe dato un sostanziale contenuto sociale e un adeguato
impulso rinnovatore. Gramsci precisa che il movimento democratico avrebbe
realizzato tale disegno e tale strategia se fosse stato capace di farsi partito
"giacobino": se avesse saputo far propri gli interessi e le esigenze della classe
contadina attraverso una riforma agraria volta a spezzare il latifondo e a creare
un ceto di contadini piccoli proprietari. Proprio questo obiettivo era stato tenuto
presente dai giacobini francesi, i quali avevano in tal modo evitato l'
isolamento delle città e convertito le campagne alla rivoluzione. Solo così essi
erano riusciti a superare la situazione di minoranza elitaria in cui si erano
trovati inizialmente, e a sconfiggere le forze della reazione aristocratica. Tutto
ciò non significa per Gramsci che il risorgimento sia stato un processo storico
completamente negativo. In effetti esso ha favorito non solo l' unificazione
della penisola ma anche la crescita della borghesia, gettando con ciò alcune
premesse per lo sviluppo di una fase capitalistica in Italia. D' altra parte tale
sviluppo si è realizzato in misura insoddisfacente; inoltre il nuovo stato si è
costituito su una base sia economico sociale che politica assai ristretta. In
effetti, per un verso il neonato capitalismo della fine dell’Ottocento
(concentrato nelle sole regioni settentrionali), non ha potuto usufruire di un
adeguato mercato per i suoi prodotti, a causa dell' arretratezza economica
della società italiana, soprattutto meridionale. Per un altro verso le masse
37
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
indigenti (in primo luogo i ceti contadini) abbandonate sostanzialmente a loro
stesse, non sono riuscite a divenire parte attiva della nuova compagine
statuale. Quanto ai raggruppamenti politici anche più aperti e democratici, si
sono rivelati incapaci di approfondire i loro legami con le forze sociali
potenzialmente disponibili a un' azione di reale emancipazione. Se tutto ciò è
vero, si tratta per Gramsci di elaborare le condizioni di una profonda
trasformazione della realtà italiana emersa dal processo risorgimentale: una
trasformazione il cui obiettivo finale deve essere quella rivoluzione sociale anzi socialista - che il risorgimento non ha saputo compiere. A giudizio di
Gramsci, tale rivoluzione potrà essere fatta solo attraverso un'alleanza tra
proletariato settentrionale e contadini meridionali: sono essi, infatti, i
soggetti sociali concretamente interessati alla realizzazione di un
progetto politico così impegnativo e radicale.
6. LA QUESTIONE MERIDIONALE
Studente liceale a Cagliari, Gramsci era vissuto in un ambiente di pastori e di
contadini.
Trasferitosi in seguito a Torino, si rende cinto di una società diversa,dominata
soprattutto dalla realtà dei lavoratori nelle fabbriche e dalla rivoluzione
proletaria.
La società meridionale,così come scrive Gramsci è in una condizione di blocco
agrario costituito da 4 strati sociali:la grande massa contadina, gli intellettuali
della media e piccola borghesia rurale, i grandi proprietari terrieri ed infine gli
intellettuali. I soprusi a cui erano sottoposti gli agricoltori dell’epoca, i quali
dovevano per forza lavorare il loro terreno per poter ricavare il pane
quotidiano, spingeva allo stesso tempo i latifondisti ad approfittare di essi
molto spesso, soprattutto per il fatto che la popolazione era sempre in aumento
e la manodopera dunque sempre disponibile a guadagni ancora più miseri ed
esigui .Inoltre, per creare un collegamento diretto con il presente, le
modificazioni sopravvenute negli ultimi decenni non hanno eliminato né
dissolto la questione meridionale, che resta una delle contraddizioni centrali
della società italiana; da essa infatti traggono origine le stesse difficoltà con cui
si scontra lo sviluppo economico del paese, l'impossibilità di trovare lavoro e
occupazione a livelli moderni ai lavoratori meridionali, lo spreco delle energie
intellettuali, il decadimento nell'agricoltura. Ciò rende ancor più chiara
l'importanza di questi scritti, in cui Gramsci pone la questione meridionale
come problema che investe direttamente le responsabilità e la struttura stessa
dello Stato.
L’analisi di Gramsci esalta la necessità di una reale autonomia e indipendenza
delle masse subalterne e, tra esse, dei contadini del Mezzogiorno: ma una reale
autonomia e indipendenza che si conquistano nel processo storico di
emancipazione e non nei retaggi funzionali al potere delle classi dominanti:
altrimenti la strada sarà sempre quella di un ribellismo spontaneistico e
38
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
inconsulto, destinato direttamente o indirettamente a perpetuare la
subordinazione. Una subordinazione sociale che si trasforma, strutturalmente,
in soggezione culturale.
Nel suo saggio del ’26, in Gramsci si avverte la difficoltà per le classi oppresse
del Mezzogiorno di costituire un proprio strato di intellettuali che si opponga e
sconfigga l’egemonia dei grandi intellettuali e dei quadri amministrativi che
fanno da “tramite” e risultano funzionali al blocco moderato e agli interessi
capitalistici.
Le elaborazioni di Gramsci parlano un linguaggio nuovo. Rintracciarne i
fondamenti oggi, significa rendere asse portante della politica dei comunisti il
meridionalismo nell’epoca della globalizzazione imperialista. E’ l’unico
linguaggio, infatti, che oggi può comprendere in un unico Sud, tutti i Sud del
mondo. L’attualità sta qui: Gramsci nel fuoco della lotta politica e poi dal buio
del carcere, riesce a universalizzare i contenuti meridionalistici e pone la
rigenerazione
dell’intellettuale
come
necessità
di
definitiva
liberazione ed emancipazione. Cinquant’anni dopo, il fenomeno della
«globalizzazione» tende allo sradicamento e rende periferia un numero sempre
più esteso di territori e collettività: ma la linea di confine è sempre più tenue. Il
confine è labile, non regge: e il Sud si estende, si allarga e cinge d’assedio la
cittadella fortificata. La contaminazione tra culture di popoli rimescola
continuamente la cultura, le culture dominanti. Ma l’imperialismo, culturale in
questo caso, tende ad escludere, non a integrare: e lo sradicamento diventa
estraniamento. Ecco perché alla globalizzazione ci si contrappone rivitalizzando
le radici culturali dei popoli: perché l’altra risposta, l’omogeneizzazione sotto il
dominio dell’imperialismo, è regressiva e fuori tempo storico. Il meridionalismo
non può che ritrovare insieme, sia il legame con i popoli e le proprie radici, sia
la massima apertura all’universo-mondo. L’uno senza alcuna contrapposizione
all’altra, anzi, in stretta connessione dialettica. La connessione dialettica è
anche coscienza di una lotta permanente per l’emancipazione senza la perdita
del senso comunitario.
Il riscatto del Mezzogiorno domanda un protagonismo all’intera collettività
subalterna, chiamata, oltre che a contrastare l’ egemonia della strutturazione
capitalista, a proporre una nuova egemonia costruita sull’arresto del processo
di deculturizzazione e affermazione in sé di nuovi valori costituenti, proprio
perché non estranei a se stessi , ma interni alla propria identità culturale.
7. IL MARXISMO STORICISMO
Gramsci rivisita criticamente il marxismo come teoria con lo scopo di liberarlo
dalle incrostazioni positivistiche ed economistiche e di valorizzarne l'essenza
storicistica e dialettica per poterlo concepire come strumento filosofico-politico
rivoluzionario
delle
classi
oppresse.
Gramsci respinge l'empirismo come fondamento del marxismo poiché ciò lo
priverebbe del suo nucleo essenziale, la dialettica: l'intellettuale infatti critica
aspramente il filosofo sovietico Bucharin, l’ideatore della NEP, perché aveva
39
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
presentato il marxismo come una sociologia di tipo scientifico-materialistica.
Gramsci sostiene al contrario che tale sociologia sia la “filosofia dei non
filosofi”, ossia l'“evoluzionismo volgare” che non è capace di comprendere ne
tanto meno conoscere il principio dialettico; la sociologia è solamente ciò che
studia i fenomeni quantitativi e omogenei, connessi tra loro da legami causali e
necessari escludendo la comprensione del mondo umano-sociale. Esso per
Gramsci è un vivente sviluppo storico-dinamico dotato di un suo senso e di una
sua direzione. Per comprendere questa realtà come sviluppo storico Gramsci
sostiene il modo/strumento dialettico: solo la dialettica è in grado di
cogliere completamente la "totalità" e i suoi substrati quale la natura
processuale ed autotrasformatrice. La dialettica dunque si configura
come una certa metodologia di indagine della realtà umana, come il
superamento di una concezione naturalistico-meccanicistica di tale
realtà e come precondizione del principio marxista.
Per quanto riguarda il termine "materialismo storico", Gramsci considera con
forza la necessità di dover intendere il materialismo essenzialmente
"metafisico". Per il marxismo la realtà esiste e può essere conosciuta solo in
rapporto all' uomo: infatti non esiste il mondo in sé, ma esiste la coscienza
umana del mondo.Il marxismo dunque può e deve sostituire “la concezione
della realtà oggettiva del mondo esterno nella sua forma più triviale e acritica”
con una concezione più elevata e sofisticata. Poiché la realtà di cui il marxista
deve occuparsi è essenzialmente la realtà umana, di tale realtà occorre rilevare
e valorizzare anzitutto la sua natura di "sistema", di "totalità". Alla base di
questa concezione vi è Hegel (Gramsci è con Gentile e Croce uno dei più
significativi esponenti italiani della rinascita dell' hegelismo che ha avuto luogo
in Europa nei primi trent’anni del Novecento); anche Gramsci insiste sulla
sostanziale continuità tra il pensiero di Hegel e la dottrina marxiana e marxista
per quanto riguarda la tradizione dialettica come piano regolatore del reale
(concetto di Storia in Hegel).
Per concludere, si può intendere che la Storia e la dialettica siano senza dubbio
i temi principali della riflessione gramsciana; è anche vero però che Gramsci
pensi che l'unica realtà effettiva sia rappresentata solo dai soggetti umani. Per
questo motivo è logico porre al centro del pensiero gramsciano non tanto
(hegelianamente) la logica del reale e neppure (marxianamente) la dinamica
oggettiva delle contraddizioni economico-sociali, bensì (umanisticamente)
l'opera di quelli che vengono chiamati gli "omini reali ", ossia i bisogni, i
progetti, i conflitti e le iniziative della realtà umana.
40
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
8. GRAMSCI IN CARCERE E IL PARTITO
Riassunto del libro scritto da Paolo Spriano
La ristampa di questo volume ha il profilo di una ricostruzione storica e
documentaria.
Sono state citate tutte le fonti dell’epoca (1988,anno di pubblicazione)
reperibili per fornire ai lettori e studiosi una sintesi sufficiente a formarsi
un’opinione sugli aiuti e relazioni tra Gramsci e il partito comunista italiano nel
periodo della carcerazione.
Il contenuto si articola in tre momenti: il primo dal 1926-31, il secondo dal
1932-34, il terzo dal 1935-37.
Questi tre momenti vanno dall’anno di carcerazione (1926) all’anno di morte in
carcere (1937).
Si rilevano le circostanze dell’arresto, che mettono in evidenza una certa
ingenuità dell’arrestato che non prevede il rischio di trasformazione in dittatura
terroristica del fascismo.
In seguito il partito riconosce che la perdita del suo segretario dirigente interno
è grave per il partito stesso. La colpa di Gramsci sta nel fatto di non aver
saputo decidere in tempo di riparare all’ estero prima dell’arresto.
Dopo l’ arresto (08/11/1926) Gramsci viene rinchiuso a Regina Coeli; il 5
dicembre raggiunge Ustica dove organizza una scuola per i confinati ma il
20/01/1927 deve ripartire. In seguito a un viaggio durato diciannove giorni
raggiunge il carcere milanese di San Vittore il 7 febbraio e vi rimarrà fino all’ 11
maggio 1928. Nello stesso carcere ma separati da lui si trovano anche altri due
dirigenti comunisti: Mauro Scoccimarro e Umberto Terracini. Nel periodo
successivo all’ arresto altri esponenti del partito comunista tra cui Camilla
Ravera e Ruggero Grieco scrivono al rappresentante del partito nell’
Internazionale, Palmiro Togliatti, dicendo che avevano cercato di allontanarlo
dall’ Italia ma Gramsci aveva opposto resistenza. Intanto, da quando è a San
Vittore incomincia il processo che lo coinvolgerà come uno dei massimi
imputati. Infatti la Pubblica Sicurezza lo conosce come quello”che dirige con
mano sicura il partito nel 1926, che mostra la via da seguire al partito e come
uno dei più sentiti dalle folle”.
Nel marzo 1928, mentre è ancora nel carcere di San Vittore, Gramsci riceve
una lettera da Ruggiero Grieco. Contemporaneamente quest’ultimo scrive
anche a Scoccimarro e a Terracini. In queste tre lettere vi sono delle parole di
solidarietà per i carcerati e Ruggiero li assicura anche del fatto che il partito
non li ha abbandonati. Poi parla loro della situazione nell’URSS: nonostante l’
unificazione, alla morte di Lenin, delle due opposizioni di Trotskij e di ZinovjevKamenev, la maggioranza guidata da Stalin e da Bucharin aveva vinto
largamente. I due oppositori sono stati espulsi dal partito bolscevico nel
novembre 1927. Grieco vuole in questo modo dire ai suoi corrispondenti che il
partito comunista italiano (PCd’I) è pienamente d’accordo con la maggioranza
russa. Non è chiaro invece il motivo per cui decide di spedire le lettere da
Mosca. Infatti si sa per certo che egli le ha scritte a Basilea, in Svizzera, dove si
erano riuniti provvisoriamente gran parte dei dirigenti dell’ Ufficio estero del
PCd’I.
Dopo queste lettere vengono spedite a Mosca all’amico Tosco
Germanetto e, a cura di quest’ ultimo, arrivano ai carcerati con il timbro
41
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
postale russo.
Si possono solo fare delle ipotesi verosimili su questo fatto. Si può pensare che
Grieco abbia deciso di affrancare le lettere da Mosca per far vedere al regime
fascista che il movimento comunista internazionale è molto interessato alla
sorte dei suoi dirigenti italiani arrestati; oppure si vuol far credere alla polizia
italiana che il centro estero del PCd’I operi a Mosca e non in Svizzera.
In ogni caso delle tre lettere spedite giunge a Mosca solo una risposta, quella di
Umberto Terracini. Qui egli scherza sul fatto che la missiva porta la data del 12
febbraio mentre il timbro postale è del 29 febbraio, periodo nel quale la lettera
aveva viaggiato da Basilea a Mosca, ma Terracini questo non lo può sapere. Per
il resto racconta delle proprie condizioni di salute e dell’ andamento
dell’istruttoria. Mauro Scoccimarro,invece, in una lettera scritta nel 1968 a
Paolo Spriano (l’ autore di questo libro), dichiarerà di non avere proprio
ricevuto la lettera di Grieco.
Antonio Gramsci invece ritiene che Grieco abbia compiuto un atto davvero
deplorevole e imprudente a spedire quelle missive perché in questo modo egli
avrebbe confermato che i tre destinatari sono dei dirigenti del partito
comunista e quindi si sostengono alcune accuse che vengono loro mosse.
Gramsci, infatti, a differenza di Terracini, non espone mai il suo pensiero
politico nelle lettere che scrive dal carcere e giudica perciò incauta ogni
iniziativa diversa che possa darne indicazione.
Il processo vero e proprio si svolge dal 28 maggio al 4 giugno 1928. Gli
imputati mantengono complessivamente un atteggiamento rigorosamente
dignitoso, dall’affermazione di Gramsci che toccherà ai comunisti l’onere di
risollevare il paese trascinato alla rovina dai fascisti, al memorabile
interrogatorio di Terracini che rappresenta un atto di accusa al regime forte,
totalitario e armatissimo che si sente minacciato nella sua solidità da questo
piccolo partito comunista al punto di imprigionarne e ucciderne i suoi abitanti.
Pesantissime sono state le condanne: ventidue anni a Umberto Terracini,
considerato il massimo organizzatore del partito, vent’anni a Gramsci,
Scoccimarro e Giovanni Roveda. Centinaia d’anni di pena comminati ad altri
militanti. Nel 1927 e nel 1928 l’organizzazione comunista fu duramente colpita
dai tribunali speciali con 636 condanne. Anche i contatti con l’estero sono stati
nell’estate del 1928 quasi interrotti.
Dopo la condanna Gramsci viene inviato da Roma mediante una traduzione
ordinaria di dodici giorni al penitenziario speciale di Turi di Bari per detenuti
malati, in quanto sofferente di uricemia cronica. È un viaggio orribile a causa
delle sue già critiche condizioni di salute.
Intanto Togliatti, nel luglio del 1928, scrive a Bucharin, presidente
dell’internazionale, chiedendogli di far intervenire il governo sovietico presso
Mussolini al fine di ottenere la liberazione di Gramsci
consegnandolo alla Russia, dove avrebbe dovuto trascorrere i suoi ultimi giorni
di vita viste le sue gravi condizioni di salute. Ma la pratica avviata si arena
successivamente.
Le iniziative di una campagna di opposizione portata avanti dall’estero non è
sempre condivisa. Gli intellettuali ad esempio pensano che le agitazioni
condotte all’estero aggravino la posizione degli antifascisti italiani con
42
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
un’inasprimento del regime carcerario per i detenuti. Infatti Mussolini reagisce
sempre pesantemente di fronte a pressioni estere al fine di non apparire
influenzabile nelle sue scelte. Altri come Alfonso Legnetti, letterato, ritengono
che le agitazioni più sono vaste più risultano efficaci per gli oppositori.
I contatti del Centro estero del partito comunista con Gramsci si manifestano
nel giugno del 1930.
Infatti al fratello maggiore Gennaro Gramsci, non comunista e vivente in
Francia, gli viene chiesto di andare a trovare Gramsci in carcere a Turi per
comunicargli che era scoppiata una crisi interna nell’Ufficio politico con
l’espulsione di Tresso, Ravazzoli e Leonetti. Gennaro Gramsci dirà al
ritorno che suo fratello è concorde con la decisione dell’Ufficio politico anche se
non era vero al fine di evitare la messa al bando dal partito dello stesso
Antonio (dichiarazione resa nota solo nel 1965 da Giuseppe Fiori nella sua
pubblicazione “Vita di Antonio Gramsci”). Ma un’altra testimonianza di Longo
afferma che Gramsci non si sarebbe pronunciato dichiarando di non avere
opinioni da esprimere sull’espulsione dei tre dall’Ufficio politico. A suffragare la
versione di Longo c’è anche una lettera di Palmiro Togliatti a Giuseppe Berti,
nuovo rappresentante del PCd’I presso il Komintern, in cui non si fa cenno ad
alcuna opinione di Gramsci sui tre (Tresso,Ravezzoli, Leonetti); infatti se
Togliatti avesse saputo che Gramsci era d’ accordo con la maggioranza dell’
Ufficio politico, certamente l’ avrebbe scritto nella lettera. Pare che in questo
modo Gramsci non abbia voluto interferire con la direzione effettiva del partito
confermando il suo atteggiamento di “non voler scrivere fuori”.
Per quanto riguarda la prospettiva politica (dissenso sulla svolta) di un
imminente rovesciamento causato da una caduta del regime politico, Gramsci
avanza delle obiezioni coincidenti con quelle di Terracini.
Gramsci nei colloqui con i compagni carcerati nel 1930 dichiara che non è una
prospettiva realistica. E’ critico nei confronti di un’affrettata preparazione di un
colpo insurrezionale senza probabilità di successo. La sua convinzione è di una
graduale preparazione sociale al comunismo mediante l’acquisizione di alleati
nella classe operaia , negli intellettuali, nei contadini
opponendosi agli
estremismi massimalistici nei quadri direttivi. Tale atteggiamento di prudenza
lo porterà a un isolamento prossimo all’avversione nei confronti dei suoi
compagni all’interno del carcere .
La notizia che Gramsci è contro la linea del partito ritenendo invece l’
evenienza di un periodo di transizione dopo la caduta del fascismo giunge, il 2
marzo del 1931, al Centro estero su lettera di Terracini.
Dopo le prime notizie sui dissensi di Gramsci non si riscontrano delle rotture
formali o delle misure disciplinari contro i dirigenti in carcere ma dalla
primavera del 1931 al dicembre del 1933
non si trovano nemmeno riferimenti politico-teorici a Gramsci. Si metteva in
collegamento tale silenzio con la nuova atmosfera
del Komintern, con
l’accentuazione staliniana della lotta al socialfascismo.
Ciò non significa che Antonio Gramsci sia abbandonato alla sua sorte di
carcerato. Ma Gramsci, le cui condizioni fisiche sono in continuo
peggioramento, esprime la volontà che nessuno avanzi richieste di clemenza
carceraria per lui. Non avrebbe mai accettato per sé benefici che sarebbero
risultati lesivi della propria dignità ossia un suicidio morale.
43
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
Il 14 novembre del 1932 scrive alla cognata di comunicare alla moglie che la
considera sciolta da ogni vincolo con lui (perché un vivo non può essere legato
a un morto o quasi). Gramsci continuerà nel 1933 la raccomandazione di non
coinvolgere gli amici a portare avanti per lui tentativi di liberazione che
risulterebbero una pubblicità controproducente.
Siamo nel periodo
dell’amnistia decretata da Mussolini in occasione del decennale della marcia su
Roma. In seguito a ciò,la condanna di Gramsci scende a dodici anni circa, di
cui cinque già scontati. Intanto, nel dicembre del 1932, torna sulla stampa
comunista dell’emigrazione l’annuncio pubblico circa la necessità di liberare i
compagni condannati per ottenere
un’amnistia completa. Sul giornale francese Vie Prolétarienne del 5 dicembre
1932 si legge che soltanto la lotta
rivoluzionaria delle masse operaie e contadine contro il capitalismo potrà
permettere la liberazione di tutti i militanti comunisti dalle carceri.
Nel gennaio del 1933 Tatiana Schucht si trasferisce a Turi di Bari in modo da
poter avere alcuni colloqui con il cognato Gramsci. Da essi emergono due
strade percorribili: la richiesta della libertà condizionale e la sollecitazione al
governo sovietico affinchè richieda la sua liberazione al governo italiano. In
questo periodo il partito si concentra sulla prima proposta. Infatti la segreteria
del partito a Parigi si riunisce il 3 febbraio e stende un verbale nel quale si dice
alla famiglia di fare domanda di applicazione dell’ articolo 176 del codice
penale (che contempla appunto la concessione della libertà condizionale),
riferendosi alle condizioni di salute del detenuto; il partito sostiene anche che
Gramsci debba rinunciare all’ attività politica come impegno dopo l’ eventuale
libertà. Il 27 febbraio Gramsci dà il consenso alla posizione del partito.
Intanto, nel mese di marzo peggiorano le sue condizioni di salute: soffre di
insonnia, di allucinazioni e di frequenti perdite di coscienza; grazie a Tatiana e
a Sraffa viene informato anche il partito della sua situazione gravissima. Da
questo momento si accende una grande campagna per la liberazione di
Gramsci. Ogni giorno si trovano articoli su giornali italiani e francesi in cui si
ribadiscono le sue condizioni, si chiede che venga trasferito in un ospedale
civile o in una clinica, si propone la creazione di comitati per la sua liberazione.
A peggiorare la situazione si aggiunge l’ avvento al potere di Hitler, che, a
causa delle sue repressioni contro militanti operai ed ebrei, provoca altre
campagne di solidarietà.
L’ 8 maggio 1933 viene pubblicata sull’Humanité la dichiarazione di Arcangeli
(il medico romano che, nel mese di marzo, era andato a trovare Gramsci in
carcere), nella quale si scrive che Gramsci è un po’ migliorato in salute. Molti
esponenti del partito comunista sostengono che questo articolo comprometta
la campagna per Gramsci, ma in realtà è difficile stimare quanto sia stata un
errore la sua pubblicazione. In ogni caso si cerca di trovare il responsabile che
ha fatto uscire l’ articolo dall’ Italia. Per quanto riguarda il possibile intervento
sovietico, già citato precedentemente, in aiuto di Gramsci, Livtinov,
commissario agli esteri dell’ URSS, non ne fa mai parola al ministro degli esteri
italiano di quel periodo, Dino Grandi.
Intanto Gramsci lascia il carcere di Turi il 17 novembre 1933 e viene condotto
nella clinica del dottor Cusumano a Formia il 7 dicembre. In questa clinica, che
è poco attrezzata, il suo peggiore tormento rimane l’ insonnia; inoltre continua
44
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
su di lui una perenne sorveglianza (sono presenti due agenti in borghese dall’
alba al tramonto dentro la clinica e due dal tramonto all’ alba, oltre a una
pattuglia con servizio permanente nella stazione ferroviaria e altri quattro
agenti nei pressi della casa di cura).
Gramsci, nel settembre del 1934, inoltra finalmente a Mussolini la domanda di
libertà condizionale, che gli viene concessa, ma solo a causa delle sue
cagionevoli condizioni di salute. Dopo averla ottenuta, però, non muta di molto
il regime carcerario a cui è sottoposto. Infatti, in questo periodo, la polizia ha
paura che Gramsci possa fuggire, e quando, il 6 maggio 1935, egli richiede di
poter essere trasferito alla clinica Poggio Sereno di Fiesole per curare le sue
malattie nervose, gli viene risposto di restare a Formia, poiché a Fiesole
sarebbe necessario un maggior numero di agenti per controllare la struttura,
date le diverse uscite presenti. A partire dalla fine del 1934, Gramsci comincia
a non sperare più in una libertà imminente derivata da un intervento del
governo sovietico, come invece sperava nel 1933; ma non mostra neppure più
un timore per i contraccolpi repressivi che gli possono venire dalla grande
campagna per la sua liberazione. Gramsci è considerato dal suo partito come il
capo, come la persona che ha svolto la funzione di aprire al proletariato italiano
l’esperienza e lo studio delle tradizioni democratiche e nazionali. Viene esaltato
come grande intellettuale, grande studioso, come quello che è riuscito a far
arrivare il partito comunista al vertice nella rivoluzione italiana.
Il 23 agosto 1935 Gramsci viene trasferito alla clinica romana Quisisana, poiché
quest’ultima si presta ad una vigilanza più efficace; qui è curato assiduamente
dai professori Purricelli e Frugoni e sembra che il suo animo sia più sollevato,
nonostante l’ angoscia causata dalla forzata separazione dalla moglie e dai
figli. Non è più in grado però di lavorare intellettualmente, sebbene continui a
leggere libri, giornali e riviste con la sua stessa passione. Nel 1936 Antonio
scrive parecchie lettere alla moglie e ai figli; alla decisione di Giulia di venire a
trovarlo viste le sue migliorate condizioni di salute, Gramsci non si dimostra d’
accordo forse perché non vuole lasciare i figli soli in Russia. In seguito riceve
nella sua clinica una visita di Sraffa il 25 marzo 1937. Essi parlano di politica
ma anche della successiva sistemazione di Gramsci: infatti egli dovrebbe
riacquistare la sua piena libertà il 20 aprile. Dal colloquio ne scaturisce la
decisione di Gramsci di trasferirsi in URSS per raggiungere la moglie e i figli.
Così Sraffa redige a mano e spedisce il 18 aprile da Milano la richiesta di
espatrio per Antonio, che quest’ ultimo dovrà poi completare, firmare e
aggiungere il certificato medico suo e quello della moglie che attesti che lei
non possa raggiungerlo in Italia.
Ma purtroppo il 25 aprile 1937 Gramsci subisce improvvisamente una grave
emorragia cerebrale.
Nella giornata del 26 un prete e alcune suore accorrono al capezzale del
malato con l’intento di convincere Gramsci ad avvicinarsi alla religione in punto
di morte. Forti sono le proteste della cognata Tatiana perché Antonio venisse
lasciato tranquillo. In seguito alcuni giornali scrivono che Gramsci si sarebbe
convertito alla religione cattolica in fin di vita, equivocando ciò con la naturale
riconoscenza del malato verso le suore che lo assistevano. Durante la sua
agonia, Tatiana Schucht rimane sempre al suo fianco; alle 4,10 del 27 Antonio
Gramsci muore presso la clinica romana Quisisana. La stretta vigilanza
45
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
riservata dal regime fascista a Gramsci in vita è proseguita anche da cadavere.
Al fine di evitare qualsiasi manifestazione sovversiva i giornali italiani riportano
una breve nota del decesso solo alla mattina del 29 aprile,il giorno dopo il
funerale. Il feretro era seguito da Tatiana, dal fratello Carlo Gramsci e da molta
forza pubblica. Il cadavere viene cremato il 5 maggio. Successivamente, il 12
maggio, compare sul Messaggero un articoletto anonimo in cui si vuole
confrontare la sorte descritta come naturale e serena toccata a Gramsci
rispetto a quella incerta e drammatica riservata a una comunista italiana,
seguace di Bordiga, rifugiatasi a Mosca e colpita dalla repressione staliniana.
Mussolini vuole cosi screditare Gramsci dandone l’immagine di una persona
avara ed egoista, dicendo che preferiva lasciar morire gli altri carcerati
piuttosto che dar loro una parte del suo “abbondante” cibo; inoltre sostiene
che Gramsci facesse trasferire dalla casa di cura in cui era ricoverato i
prigionieri comunisti che gli si opponevano.
Secondo quanto dichiara il senatore Giuseppe Berti negli anni Settanta,in una
lettera che aveva ricevuto da Togliatti, quest’ ultimo sospetta un complotto
orchestrato dal fascismo ai danni di Gramsci che ha portato alla morte dello
stesso proprio pochi giorni dopo l’indulto. Infatti egli dice che “chi conosce il
fascismo e Mussolini, sa che avanzare questa ipotesi è legittimo”.
In quel periodo alcuni dirigenti comunisti ritiengono che sia sufficiente la parola
d’ordine di una Costituente per mobilitare le masse, oppresse dal regime
dittatoriale. Togliatti, da Mosca, pensa invece che una lotta efficace e incisiva
a Mussolini può crescere solo dall’incontro di un antifascismo militante con
un’opposizione interna del regime fascista.
Quindi egli scrive:”la parola
d’ordine di una Costituente oggi non mobilita né organizza le masse”. Infatti
Togliatti indica in Gramsci il precursore di un orientamento del partito
per le libertà democratiche che si basa sulla lotta unitaria, sul
superamento della strategia e delle prospettive del primo dopoguerra,
sul rigetto dello scontro frontale e della contrapposizione “classe
contro classe”. Di conseguenza,Togliatti, nel 1937, concorda con il consiglio
di Gramsci sull’ indispensabilità di un periodo di lotta per le libertà
democratiche che non esclude una successiva dittatura proletaria.
Nell’intento di coalizzare il maggior numero di adesioni popolari al comunismo
si discute su quale strategia concentrarsi, ossia restare aderenti alla sola parola
d’ordine della Costituente oppure formulare l’obiettivo della Repubblica
democratica contro il fascismo e la monarchia. La seconda ipotesi avrebbe
sicuramente permesso una più ampia partecipazione popolare includendo
anche i cattolici, oltre ai socialisti.
Dopo la morte di Gramsci si accende il dibattito, molto sofferto e
contradditorio, sulla sua figura, considerata da alcuni come il fondatore del
comunismo italiano con la sua totale adesione alle linee politiche di Lenin
e Stalin e da altri in opposizione alla nuova politica staliniana.
Nell’aprile del 1938 a Parigi viene pubblicato il primo libro “di ricordi” di
Gramsci , introdotto da un saggio di Togliatti e intitolato “Gramsci” ,che
contiene le eredità politiche e letterarie di Antonio.
In quegli anni di furore ideologico e degenerazioni poliziesche è sempre difficile
distinguere cinismo da buona fede nei dirigenti comunisti. Infatti Togliatti cerca
di allineare Gramsci al culto di Stalin e alle esecrazioni di Trotskij per evitare la
46
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
sua messa in discussione come costruttore del PCI e propugnatore dell’alleanza
tra operai e contadini. Togliatti scrive, nel saggio del 1937, che il socialismo
italiano doveva a Gramsci, nel corso della sua storia, la
trasformazione da “moto di classi sfruttate” in una forza che ha come
obiettivo il rinnovamento di tutta la società italiana.
47
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
Piero Gobetti
1. BIOGRAFIA
Nasce a Torino il 19 giugno del 1901. Dopo le scuole elementari frequenta il
48
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
liceo-ginnasio Gioberti e lì conosce Ada Prospero, figlia di un commerciante
come lui, che diventerà sua moglie. Studente universitario di acuta intelligenza,
pubblica a diciassette anni la sua prima rivista, Energie Nove, nel novembre del
1918, ricca di riferimenti a Prezzolini, Gentile, Croce e con la quale diffonde le
idee liberali di Einaudi. Si appassiona ai bolscevichi, studia il russo e scrive alla
fidanzata traslitterando le parole in cirillico. Definisce subito il fascismo
"movimento plebeo e liberticida", l'antifascismo "nobiltà dello spirito", l'Italia un
Paese senza un vero Risorgimento, una riforma protestante, una rivoluzione
liberale. Interpreta la rivoluzione di Lenin e Trotzkij come rivoluzione liberale,
perché è azione, movimento e tutto quello che si muove va verso il liberalismo.
Apprezza i bolscevichi in quanto élite, detesta lo statalismo e il protezionismo
della vecchia Italia giolittiana. Esponente della sinistra liberale progressista,
collegata con l'intellettuale meridionalista Gaetano Salvemini. Estimatore di
Antonio Gramsci e del giornale socialista e poi comunista Ordine Nuovo,
Gobetti si avvicina al proletariato torinese, divenendo attivo antifascista. Nel
maggio del 1919 viene bollato da Togliatti sulle pagine di "Ordine Nuovo" come
"parassita della cultura". Ma nell'autunno del 1920 il sostegno di Gobetti
all'occupazione delle fabbriche e i suoi frequenti incontri con gli operai e
comunisti torinesi migliorano molto i rapporti, tanto che Gramsci gli affida la
rubrica teatrale della rivista. La classe operaia, in particolare quella torinese dei
consigli di fabbrica, che frequenta insieme ai socialisti di Ordine nuovo, diventa
per lui la leva che innoverà il mondo: non verso il socialismo, ma verso
"elementi di concorrenza". Togliatti non lo ama, Gramsci lo apprezza, i liberali
Salvemini e Croce sono incuriositi dall'intelligenza del ragazzo. A vent'anni, il
12 febbraio del 1922, fa uscire il primo numero della rivista La Rivoluzione
Liberale che via via diventa centro di impegno antifascista di segno liberale,
collegato ad altri nuclei liberali di Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo. Vi
collaborano intellettuali di diversa estrazione, tra cui Amendola, Salvatorelli,
Fortunato, Gramsci, Antonicelli e Sturzo. Più volte arrestato nel '23-24 dalla
polizia fascista, la sua rivista è ripetutamente sequestrata. Lo stesso Mussolini
si interessa di lui e telegrafa al prefetto di Torino: "Prego informarsi e vigilare
per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore". Nel '24 fonda
la rivista letteraria Il Baretti, alla quale collaborano Benedetto Croce, Eugenio
Montale, Natalino Sapegno, Umberto Saba ed Emilio Cecchi. Il 5 settembre del
'24, mentre sta uscendo di casa, è aggredito sulle scale da quattro squadristi
che lo colpiscono al torace e al volto, rompendogli gli occhiali e procurandogli
gravi ferite invalidanti. Costretto a espatriare in Francia, mai più riavutosi dalle
ferite, muore esule a Parigi nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926. Non
aveva nemmeno venticinque anni, che avrebbe compiuto il 19 giugno di
quell'anno. È sepolto nel cimitero Père Lachaise tra i pari di Francia.
Saggista e autore di numerosi scritti culturali e politici pubblicati in Italia e
all'estero, simbolo del liberalismo progressista sensibile al riscatto delle classi
lavoratrici, la sua opera è raccolta e pubblicata postuma: Opere critiche (1926);
Paradosso dello spirito russo (1926); Risorgimento senza eroi (1926).
2. ENERGIE NOVE
49
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
Nel 1918 Gobetti fonda la rivista politico-letteraria Energie nove, alla quale
partecipano G. Manfredini, E. Rho, A. Prospero, E. Ravera, M. Marchesini e altri
compagni del liceo Gioberti. La rivista, che rivela le influenze di Croce e Gentile
in ambito letterario e di Salvemini in ambito politico, ottiene immediatamente il
favore di Antonio Gramsci, che vi collabora dal gennaio 1919.
Nel quindicinale ampio spazio è dedicato al dibattito in merito alla questione
meridionale, alla scuola, all'antigiolittismo economico, così come alle
letterature straniere e alla critica letteraria, che puntualmente informa e
discute delle opere e degli autori italiani. L'istanza più caratteristica di Energie
nove è la presa in esame del rapporto politica-cultura, che, secondo Gobetti, si
risolve a favore della politica. La rivista definisce l'editoria del momento,
rappresentata dalla casa editrice Treves, commerciale e consumistica, e
propugna una libera editoria di qualità e non di profitto. Nell'aprile del 1923
avrà inizio della Piero Gobetti Editrice.
Nonostante la fortuna, con il numero del 12 febbraio 1920 Energie nove cessa
le pubblicazioni in risposta a un “bisogno di raccoglimento” finalizzato a una
“elaborazione politica assolutamente nuova”, come Gobetti scrive nell'articolo
di fondo.
3. LA RIVOLUZIONE LIBERALE
Nel febbraio 1922 Gobetti fonda una nuova rivista, La Rivoluzione liberale.
Collaboratori della rivista sono nomi prestigiosi come Gramsci, Luigi Sturzo e
Giustino Fortunato. La rivista è molto combattiva nella lotta anti-fascista, nel
biennio 1923-1924 Gobetti viene arrestato più volte e la rivista sottoposta a
diversi sequestri. Gobetti scrive anche un saggio intitolato La Rivoluzione
Liberale.
La rivoluzione liberale promossa da Gobetti è una rivoluzione che coinvolge la
classe liberaldemocratica, classe che è stata alla base del fallimento del
“Risorgimento senza eroi” a causa del mancato coinvolgimento della classe
proletaria e contadina. Il Risorgimento italiano infatti è una rivoluzione
liberaldemocratica.
Il titolo dell’opera è già di per sé significativo; l’aggettivo liberale è usato
perché la rivoluzione si basa sui principi liberali di Locke: quando non viene
realizzata la volontà dei cittadini, essi sono autorizzati a infrangere il patto che
si era instaurato con il sovrano e ad abbattere il governo. Lo stato ha per il
filosofo il compito di difendere la vita, la proprietà e la libertà di coscienza (cfr.
metafora sovrano – brigante).
Il termine rivoluzione trova sicuramente un riscontro in quella sovietica. Lo
stesso Gobetti aveva sottolineato la potenza della rivoluzione bolscevica nel
fatto che essa procedesse dal basso e considerasse il contadino o operaio
come la vera forza motrice rivoluzionaria, senza la quale sarebbe rimasta solo
a livello teorico senza azione pratica, quasi un’utopia.
Gobetti tuttavia afferma: “Io non sono comunista, ma se gli operai occupassero
50
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
le fabbriche a Torino, io mi schiererei dalla loro parte”, sottolineando una
matrice comune con il comunismo e differendo dalla moglie Ada, la quale,
attraverso un diverso percorso culturale, si iscrive al partito comunista
diventandone una delle figure di maggiore rilievo.
Lo scopo di Gobetti è di porre in relazione i vari punti di vista, anche del
“nemico”, come potrebbe essere Curzio Malaparte.
Le tematiche liberali maggiormente sentite trovano una prima sistemazione in
quest'opera. Saggio sulla lotta politica in Italia, frutto maturo delle esperienze
giornalistiche precedenti dato alle stampe nel 1924, l'opera è divisa in quattro
parti: l'eredità del Risorgimento, la lotta politica in Italia, la critica liberale, il
fascismo, delle quali la prima è la meno amalgamata. La fretta con cui vuol
dare alle stampe questo libro di lucida analisi politica gli impedisce di curare
bene le parti marginali. Così succede che L'eredità del Risorgimento venga solo
abbozzata: "Il problema italiano non è di autorità, ma di autonomia: l'assenza
di una vita libera fu attraverso i secoli l'ostacolo fondamentale per la creazione
di una classe dirigente, per il formarsi di un'attività economica moderna e di
una classe tecnica progredita". Un Risorgimento calato dall'alto, che di
popolare non aveva nulla. La sfida era riempire di liberalità le istituzioni liberali
create. Nel primo dopoguerra Gobetti assiste a qualcosa di assolutamente
nuovo: la nascita dei partiti di massa (PPI e PCI saranno una prima versione dei
due partiti più importanti della cosiddetta Prima Repubblica). Ma questo non
basta. "Per quattro anni la lotta politica non riuscì a dare la misura della lotta
sociale". Una cosa sono le questioni politiche, un'altra le esigenze sociali.
La seconda parte si divide in 6 capitoli. Ciascun capitolo è un fattore della lotta
politica: sono presenti liberali e democratici, popolari (sviluppate le figure di
Giuseppe Toniolo, Filippo Meda e Luigi Sturzo), socialisti, comunisti (grande spazio
dato a Antonio Gramsci), nazionalisti (emblematico il pensiero di Alfredo Rocco) e
repubblicani.
La terza parte è il cuore pulsante del saggio. Una proposta concreta per fare
politica senza dimenticare la società. La lotta di classe è per Gobetti strumento
di formazione di una nuova élite, una via di rinnovamento popolare. Insomma,
la lotta politica deve essere lotta sociale. In politica ecclesiastica Gobetti si rifà
alla pregiudiziale cavouriana della laicità. Una necessità da mantenere (cosa che
verrà esattamente negata dai Patti Lateranensi). Per la discussione sulle modalità
d'elezione, Gobetti è convinto fautore del proporzionale come modo per
rappresentare al Parlamento tutte le differenti ideologie di pensiero. Il collegio
uninominale aveva corrotto il rappresentante in tribuno. Solo con la
proporzionale gli interessi si organizzano, così che l'economia venga elaborata
dalla politica. Di grandissima attualità è la parte dedicata al problema dei
contribuenti: "Il contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato. Non ha
coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana.
L'imposta gli è imposta. [...] Una rivoluzione di contribuenti in Italia in queste
condizioni non è possibile per la semplice ragione che non esistono
contribuenti". Diventava necessaria una maturità economica che oggi stiamo
tutt'ora aspettando (anziché ricercarla). In politica estera prospettava un ruolo
importante per l'Italia a Versailles. Ed infine richiamava attenzione sul
problema scolastico: in un mondo fatto per grossa parte da analfabeti o
51
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
semianalfabeti, la questione era fondamentale. Mancava un numero sufficienti
di maestri, perciò si sarebbe dovuto mobilitare chiunque in grado di saper
insegnare (anche preti, massoni, bolscevichi e così via). La questione non
evitava di trattare l'aspetto economico: contro il parassitismo Gobetti pensava
fosse utile tagliare stipendi e investimenti, così da distinguere la vocazione
all'insegnamento dalla vocazione al parassitare.
Quarta e ultima parte, una rapida esposizione del perché Gobetti si oppone con
ogni mezzo al fascismo. Si è detto che per l'autore la lotta sociale deve essere
portata in Parlamento e dar vita ad una lotta politica efficiente ed efficace.
Ebbene. Benito Mussolini nel primo decennio penso bene di soffocare la lotta
politica, quando questa più di ogni altra cosa necessitava all'Italia. Così il Duce
per Gobetti era l'eroe rappresentativo di questa stanchezza e di questa
aspirazione di risposo che si esplicava nel tacito consenso della popolazione
allo sradicamento di ogni lotta politica nella nazione.
Il saggio è fortemente militante. Nella nota a conclusione dell'edizione Gobetti
è chiaro: cerca collaboratori, non lettori.
4. IL BARETTI
Il Baretti, rivista fondata da Piero Gobetti esce come quindicinale di letteratura il
23 dicembre 1924, e termina nel dicembre del 1928. Quando era uscita la seconda
rivista di Gobetti La Rivoluzione liberale essa aveva annunciato un supplemento
letterario, Il Baretti che viene attuato solamente nel 1924 dopo che erano stati
annunciati i suoi compiti ai lettori nel numero del 15 novembre dello stesso
anno:
Uscito il 23 dicembre 1924 Il Baretti convive con La Rivoluzione liberale per circa
un anno, poi, soppressa quest'ultima per ordini mussoliniani e dopo la morte di
Gobetti, essa prosegue mensilmente fino al dicembre del 1928.
Con il titolo la rivista rende omaggio a Giuseppe Baretti, letterato italiano del
settecento, e tende così a mettere in evidenza l'impostazione non enfatica
dell'idea di letteratura che vi si voleva esprimere, in contrapposizione all'enfasi
dei letterati del regime.
Il gruppo redazionale del Baretti è formato da alcuni collaboratori della
Rivoluzione liberale e da alcuni personaggi noti, come Augusto Monti, Umberto
Morra, Lionello Vincenti ai quali si aggiungono, in un secondo tempo, Leone
Ginzburg, Giacomo Debenedetti, Natalino Sapegno, Mario Fubini che, pur assediati dalla
censura, continuano ad attenersi alla lezione "intransigente" di Gobetti, la cui
voce diventa testamento etico da custodire dopo la morte.
Essa accoglie, fin dai primi numeri, collaboratori stranieri e si occupa di autori
sconosciuti in Italia.
Dal secondo numero diviene assiduo collaboratore Eugenio Montale e dalla metà
del 1925 lascia ampio spazio al dibattito di Benedetto Croce sull'idealismo e
sull'estetica.
Sul numero del 1 gennaio 1926 viene riportata la diffida presentata a Gobetti dalla
questura di Torino a "continuare qualsiasi attività editoriale" e un articolo della
52
Gruppo di studio Gramsci Gobetti
Intellettuali a Torino
redazione avvisa i lettori del passaggio della rivista dalla direzione di Gobetti
ad una nuova società anonima Le Edizioni del Baretti. Dopo la morte di Gobetti
il periodico continua ad essere pubblicato fino al 1928 e quindi fu chiuso dalla
censura fascista.
53
Scarica

alle origini del fascismo