ORGANISMO UNITARIO DELL’AVVOCATURA ITALIANA
Ufficio stampa
Rassegna
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9 febbraio 2006
Responsabile :
Claudio Rao (tel. 06/32.21.805 – e-mail:[email protected])
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ORGANISMO UNITARIO DELL’AVVOCATURA ITALIANA
SOMMARIO
Pag. 3 AVVOCATURA: Difesa ordini, avvocatura in assemblea (italia oggi)
Pag. 4 AVVOCATI: Adesso l'avvocato è multimediale (italia oggi)
Pag. 7 BILANCIO GIUSTIZIA: Giustizia: bilancio a due facce
(quotidiano dei professionisti)
Pag. 8 INAPPELLABILITA’: Sull'appello legge coerente, nessuna svista
di Gaetano Pecorella - Forza Italia Presidente della commissione Giustizia della
Camera (il sole 24 ore)
Pag. 9 DIRITTO DI FAMIGLIA: Famiglia in crisi, tribunali in affanno (italia oggi)
Pag.10 EUROPA: Direttiva servizi da rifare (quotidiano dei professionisti)
Pag.11 EUROPA: Servizi senza origine (italia oggi)
Pag.12 GIUSTIZIA MINORILE: Camere latitanti sul diritto minorile (italia oggi)
Pag.13 PROCESSO CIVILE: Un vademecum per il processo civile
(quotidiano dei professionisti)
Pag.14 PROGRAMMI COALIZIONI: Pronto il programma di Alleanza
Nazionale:«Università e ricerca strategici per crescere »
(quotidiano dei professionisti)
Pag.15 ELEZIONI FORENSI: Elezioni forensi, vince la tradizione (italia oggi)
Pag.16 ELEZIONI FORENSI: Avvocati,vince la lista del presidente Cassiani
(il messaggero)
Pag.17 ELEZIONI FORENSI: Zazza sulle elezioni dell’Ordine a Roma: «Dopo gli
slogan per gli avvocati è il momento delle proposte concrete»
(quotidiano dei professionisti)
Pag.18 MAGISTRATI: Magistrati tributari contro i tagli (italia oggi)
Pag.19 STUDI LEGALI: Il marketing funziona se i soci hanno obiettivi comuni
(italia oggi)
Pag.21 PROFESSIONI: Lombardia, consulta professioni vicina (italia oggi)
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ITALIA OGGI
L'iniziativa il 10/2
Difesa ordini, avvocatura in assemblea
Pressing dell'avvocatura sui poli per mettere all'ordine del giorno la difesa delle professioni. Per domani
i consigli forensi di tutta Italia hanno chiamato gli iscritti in assemblea per mobilitarli sul tema del
giorno: l'appello alla politica per la difesa dell'avvocatura dal tiro incrociato dell'Antitrust e della Ue
che chiedono di liberalizzare ordini e tariffe.
Di fronte a questa minaccia, l'avvocatura in dicembre aveva già messo in cantiere uno sciopero.
´Dopo un confronto con l'Unione e la Cdl abbiamo deciso di far rientrare la protesta', spiega a
ItaliaOggi Michelina Grillo, presidente Oua, che ha promosso l'iniziativa insieme a Cnf, Cassa
forense, Aiga, Unione camere penali e civili.
´Abbiamo verificato che entrambi i programmi elettorali recepiscono le nostre proposte per
modernizzare il mercato e abbandonano la logica dell'attacco agli ordini', continua Grillo, ´e
abbiamo accantonato l'astensione preferendo sensibilizzare i colleghi su questi temi'.
I però politici sono avvertiti, sottolinea Grillo, ´se l'adesione alle istanze dell'avvocatura dovesse
rivelarsi solo una mossa elettorale, la minaccia dello sciopero diventerà realtà'. T.Pittelli
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ITALIA OGGI
Il Cnf ha approvato in via definitiva il nuovo codice deontologico della professione forense
Adesso l'avvocato è multimediale
Sì agli interventi su stampa e tv ma non è ancora pubblicità
Avvocati liberi di apparire sui giornali e in tv. Sotto i colpi incrociati dell'Autorità antitrust e
dell'Unione europea che chiedono da tempo alle toghe più concorrenza all'interno della categoria,
cadono per la prima volta alcuni storici tabù nei rapporti tra legali e comunicazione: dal divieto assoluto
di utilizzare le testate giornalistiche per dare informazioni sull'attività professionale a quello di tenere
una conferenza stampa o una rubrica fissa su un giornale, alla proibizione di sponsorizzare un evento o
un convegno. Tutte operazioni che nell'ottica del vecchio codice potevano valere come pubblicità
indiretta dell'attività del legale e del suo studio. E che d'ora in poi vengono invece liberalizzate, pur tra
tanti paletti e distinguo che cercano di marcare nella maniera più netta possibile il confine tra
informazione, consentita entro i limiti della correttezza e del decoro professionale, e pubblicità, che
rimane concetto sempre e comunque bandito.
Con buona pace dei grossi studi legali anglosassoni, che avevano sperato nella svolta che avrebbe
finalmente permesso loro di farsi concorrenza attraverso le sospirate inserzioni pubblicitarie sui media e
su Internet.
A decidere di aprire finalmente la porta, o quantomeno più di uno spiraglio, al vento della modernità, è
stato il Consiglio nazionale forense presieduto da Guido Alpa (nella foto) nella seduta dello scorso 27
gennaio, quando ha approvato definitivamente il nuovo codice deontologico degli avvocati. Le nuove
regole entreranno in vigore nei prossimi giorni, non appena gli ordini saranno in grado di darne
un'informazione diffusa agli iscritti.
Le novità più eclatanti investono appunto l'etica da rispettare nel dare informazioni sull'attività
professionale (articoli 17 e 17 bis) e nei rapporti con la stampa (articolo 18). Ma importanti sono anche
le innovazioni che puntano a rendere più trasparente il rapporto dei legali con i clienti (art. 43), con i
colleghi (art. 22), o a esaltare l'indipendenza e la terzietà degli avvocati che accettano incarichi arbitrali
(art. 55).
Pubblicità. Nel nuovo testo dell'articolo 17 (al quale ora è stato aggiunto un 17 bis) del codice etico
saltano tutti i divieti espressi contenuti nella vecchia norma sotto la voce ´mezzi di informazione
vietati'. Televisione e radio, quotidiani e periodici, sponsorizzazioni ora non sono più messi al bando. Il
nuovo codice, infatti, non vieta esplicitamente questo o l'altro mezzo di divulgazione dell'attività
professionale. ´La logica che sta dietro alle modifiche è quella di abbandonare la tecnica del divieto
assoluto del ”mezzo”, per concentrarsi piuttosto sul fine, cioè sulle modalità e sui contenuti
dell'informazione', spiega Pierluigi Tirale, vicepresidente del Cnf.
Questo non vuole certamente dire che l'avvocato potrà farsi pubblicità sugli organi di stampa. Anzi. È
sempre fatto divieto ai legali di porre in essere qualunque comportamento che possa indicare un
accaparramento anche indiretto di clientela.
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Tra le modalità consentite, ad esempio, oltre ai tradizionali biglietti da visita, opuscoli e brochure
informative (per queste ultime ora è previsto un passaggio al consiglio dell'ordine di appartenenza,
Coa), c'è un utilizzo un po' più fluido del web, con il venir meno, ad esempio, dell'obbligo di riprodurre
il testo del codice deontologico nel sito, che in ogni caso deve essere di proprietà dell'avvocato o di
studi legali associati o di società tra avvocati. Sempre vietati inserzioni e banner pubblicitari. Quanto ai
contenuti da divulgare, spiccano come novità le specializzazioni (prima vietate), accanto alle
informazioni tradizionali sulla formazione dell'avvocato, lo studio legale, le pubblicazioni, i titoli e i
settori di attività.
Stampa. Convocare una conferenza stampa non sarà più un sacrilegio. Ma dovrà essere fatto solo
nell'interesse e con il consenso dell'assistito. Diventa possibile anche tenere una rubrica sulla stampa,
purché il Coa dia il suo benestare. La maggiore libertà di manovra dell'avvocato nei rapporti con
l'esterno sarà compensata da un ruolo più forte dei consigli dell'ordine, che faranno da controllori e da
garanti dei comportamenti prima vietati e ora affidati al buon senso del professionista.
Colleganza. La novità principale in tema di colleganza, cioè dei rapporti che intercorrono tra colleghi, è
rappresentata dalla scomparsa di qualsiasi riferimento al Coa (consiglio dell'ordine di appartenenza). Il
precedente codice, sul punto, stabiliva che l'avvocato era obbligato a informare appena possibile il Coa
delle iniziative giudiziarie penali e civili da promuovere nei confronti del collega. L'obiettivo principale
era quello di favorire un tentativo di conciliazione che potesse permettere di superare l'impasse.
L'intermediazione svolta sin qui dall'organo, a seguito delle nuove disposizioni, cade completamente.
L'articolo 22, infatti, prevede adesso che l'avvocato che intende promuovere un giudizio per fatti
attinenti all'esercizio della professione deve far pervenire una comunicazione per iscritto direttamente al
collega contro il quale vuole procedere, eccezion fatta per il caso in cui l'avviso possa pregiudicare il
diritto da tutelare. Sono stati quindi risolti con la totale esclusione dell'intervento del Coa quei dubbi
che in un primo momento avevano portato semplicemente a limitare i casi in cui era necessario passare
per l'organo (in particolare si era pensato di far riferimento alle controversie relative all'inadempimento
di obbligazioni o alle responsabilità professionali).
Pagamenti e note spese. Norme più stringenti sono state introdotte sul versante degli anticipi versati al
legale dal suo assistito. La precedente versione dell'articolo 43 del codice deontologico si limitava alla
constatazione che di norma l'avvocato richiede al cliente l'anticipazione delle spese e il versamento di
adeguati acconti sull'onorario nel corso del rapporto. Dopo il restyling, il legale può chiedere la
corresponsione di anticipi, che però devono essere ragguagliati alle spese sostenute e a quelle
prevedibili. Per quanto riguarda gli acconti sulle prestazioni professionali, si specifica che questi
andranno commisurati alla quantità e alla complessità delle prestazioni richieste per lo svolgimento
dell'incarico. Ma l'avvocato, d'ora in poi, è chiamato a fare più attenzione ai conti. Sarà infatti costretto
a tenere la contabilità delle spese sostenute e degli acconti ricevuti. In più, su richiesta del cliente, non
potrà sottrarsi alla consegna della nota dettagliata delle somme anticipate e delle spese sostenute per le
prestazioni eseguite, oltre che degli onorari per le prestazioni svolte. Altra novità riguarda la possibilità
di concordare onorari forfettari per prestazioni continuative. Prima questa possibilità era riconosciuta a
patto che i compensi fossero proporzionali al prevedibile impegno e non violassero i minimi
inderogabili di legge. Adesso, invece, l'accordo sull'onorario forfettario può essere raggiunto solo nel
caso di consulenza e assistenza stragiudiziale, sempre che ci sia un rapporto di proporzionalità con il
prevedibile impegno.
Arbitrato. Aumentano le incompatibilità che ostacolano l'accesso all'arbitrato per i legali. Innanzitutto il
nuovo articolo 55, oltre a ribadire che l'avvocato chiamato a svolgere la funzione deve rispettare i
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principi di imparzialità e indipendenza, aggiunge che il comportamento deve essere improntato a
probità e correttezza. Quanto al profilo specifico delle incompatibilità, dopo il divieto di avere in corso
rapporti con una delle parti, viene aggiunta la previsione secondo cui la nomina ad arbitro non può
essere accettata se una delle parti del procedimento è assistita da un altro professionista socio o
associato, oppure che esercita negli stessi locali. Inoltre viene introdotto l'obbligo di dichiarare
l'inesistenza di ragioni ostative all'assunzione dell'incarico di arbitro. E se ragioni vi sono, ne deve
essere specificata la natura: in questo caso il legale può accettare l'incarico solo se entro 10 giorni dalla
comunicazione non viene fatta opposizione dalle parti. Nel corso del procedimento, infine, l'avvocatoarbitro ha il dovere di mantenere la riservatezza sui fatti di cui venga a conoscenza in ragione del
procedimento arbitrale, non deve diffondere notizie su questioni attinenti al procedimento e non deve
rendere nota la decisione prima che questa sia formalmente comunicata a tutte le parti. (riproduzione
riservata) Teresa Pittelli e Stefano Sansonetti
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QUOTIDIANO DEI PROFESSIONISTI
Giustizia: bilancio a due facce
Dopo cinque anni al timone del ministero della Giustizia, un bilancio a due facce: una positiva, con
«una serie di riforme importanti, da quella del diritto fallimentare al diritto societario, dalla legge sulla
legittima difesa alla revisione del codice di procedura civile». Ed una negativa. «Alcune cose, come la
riforma del codice penale, non siamo riusciti a farle – ha affermato ieri il ministro Roberto Castelli - ed
anche nel campo organizzativo si poteva fare di più, ma gli intoppi burocratici sono tanti. Ho cercato di
portare al ministero una mentalità garibaldina ma sono stato duramente colpito dalla Corte dei Conti e
adesso ne pago le conseguenze». «Immaginavo tante difficoltà - ha aggiunto Castelli - ma non
immaginavo la sequela di insulti che mi avrebbe rovesciato addosso la sinistra. Allora li abbiamo
raccolti e commentati ed è stato come cavarsi un sassolino dalla scarpa».
Se tornassi al Governo? «Per prima cosa – ha risposto il Guardasigilli - porto avanti la parte del
programma che non siamo riusciti a fare, come la riforma del codice penale. E poi, bisogna intervenire
sulla situazione penitenziaria». Non sono mancate le precisazioni sui «tossicodipendenti da recupero e
non da punizione». «Sulla droga - ha detto ancora il Guardasigilli- bisogna combinare la necessità di
affermare che è un male senza punire i tossicodipendenti.
Alla conferenza di Palermo avevo segnalato che il combinato disposto dalla Cdl avrebbe portato a un
effetto non voluto, ad intenti punitivi nei confronti dei tossicodipendenti.
Invece bisogna coniugare necessità di dire che la droga e un male senza punire i consumatori».
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IL SOLE 24 ORE
Sull'appello legge coerente, nessuna svista
di Gaetano Pecorella - Forza Italia Presidente della commissione Giustizia della Camera
Leggo nell'articolo «Inappellabilità, rush finale con sviste», a firma di Donatella Stasio del 7 febbraio,
che la norma transitoria conterrebbe un errore perché escluderebbe il passaggio in giudicato delle
sentenze di proscioglimento, a cui abbia fatto seguito una sentenza di condanna annullata in
Cassazione, soltanto nel caso in cui l'annullamento riguardi la pena o le misure di sicurezza. Analoga
esclusione si legge nell'articolo - non è stata prevista quando la sentenza di appello sia stata annullata
solo con riferimento alla concessione delle circostanze, aggravanti o attenuanti. Vi sarebbe, perciò, una
violazione del giudicato.
Sarebbe facile rispondere che il giudicato non è un'opzione, o c'è o non c'è: ragion per cui, se anche non
fosse stata scritta nessuna specificazione, ciò che la Cassazione non ha annullato, sarebbe comunque
rimasto in vita. Tuttavia la formulazione usata è tutt'altro che una svista rispondendo esattamente a ciò
che è scritto nell' articolo della Stasio: e cioè che «dalla concessione o meno di un' attenuante dipende
la misura della pena». Infatti le attenuanti attengono al calcolo della pena, e non al fatto o alla
responsabilità dell'autore: perciò, nel concetto di pena rientra sia il calcolo che gli elementi in base ai
quali la pena deve essere commisurata. Tant'è che una prima formulazione della norma includeva anche
le circostanze del reato, poi escluse per le ragioni appena dette.
Né vi è incongruità della norma transitoria là dove prevede che gli appelli pendenti siano tutti destinati
a morire, mentre a regime la legge conserva l'appello del Pm se c'è una nuova prova decisiva. Infatti,
nel primo caso il tempo per proporre l'appello è esaurito e nessuna ulteriore prova potrebbe essere
addotta dal Pm. Nel secondo caso, l'appello è ancora pendente e perciò rientra nelle regole ordinarie del
processo penale la possibilità di produrre nuove prove, prima non esistenti o non conosciute. Anche in
questo caso non vi è nessuna svista, bensì la corretta applicazione di noti principi giuridici.
Infine, sulla disparità di trattamento tra accusa e difesa, la Corte costituzionale in materia di
impugnazioni ha più volte ribadito che le differenze tra imputato e Pubblico ministero non sono
sindacabili ai sensi dell'articolo 111, perché soltanto l'appello del Pubblico ministero ha come
fondamento anche il diritto difesa, mentre quello del Pubblico ministero non trova conforto
nell'obbligatorietà dell'azione penale.
Del resto, l'articolo 111 prevede che la parità delle parti abbia per oggetto la formazione della prova in
contraddittorio, e non anche che le parti abbiano tutte gli stessi diritti e gli stessi doveri.
Tant'è che non c'è alcun dubbio che l'imputato ha più diritti della parte civile e a meno poteri del
Pubblico ministero.
O forse potremmo pensare, in nome della parità, di mettere la Polizia giudiziaria a servizio
dell'imputato, o di consentire a costui le intercettazioni telefoniche, sia pure in casi di necessità e di
urgenza?
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ITALIA OGGI
I dati sull'attività giudiziaria del 2005 nella relazione del presidente della Cassazione, Marvulli
Famiglia in crisi, tribunali in affanno
Nel 2005 boom di divorzi. Cause pendenti aumentate del 13%
Famiglia tradizionale più in crisi che mai. Il 2005 è stato un anno record per le richieste di divorzio:
circa 60 mila nuove cause, aumentate in media del 7% rispetto allo scorso anno. E se l'exploit si
inserisce nel generale aumento di cause arrivate quest'anno sulle scrivanie dei giudici civili, la sua
ragione affonda però le radici nelle grande crisi di valori della società post-moderna, che ha messo in
forse istituzioni un tempo inaffondabili come appunto il matrimonio.
Parola di Nicola Marvulli, primo presidente della Corte di cassazione, che nella relazione sull'attività
del 2005, resa lo scorso 27 gennaio in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, ha prospettato
un quadro tragico del matrimonio e della famiglia, analizzato dal punto di vista della magistratura. Cioè
nel momento patologico del ´contratto' matrimoniale, quando la fiducia delle due parti si rompe e i
coniugi si rivolgono al giudice per ottenere la separazione.
´La famiglia fondata sul matrimonio continua a essere in crisi perché coinvolta irrimediabilmente nella
più vasta crisi dei valori etici e religiosi: lo dimostra il numero sempre crescente delle separazioni e dei
divorzi', ha tuonato Marvulli, puntando il dito contro ´le madri non disposte a portare a termine una
gravidanza sol perché non ritenuta compatibile con le personali condizioni economiche o con la propria
attività lavorativa'. Insomma, per Marvulli è ´la crisi dei valori' ad alimentare il contenzioso di famiglia.
Se non altro le statistiche mostrano che la conflittualità tra coniugi, una volta arrivati davanti al giudice,
in realtà si è già attenuata.
Delle circa 110.300 separazioni chieste tra il 2004 e il 2005, ben 75 mila, circa i tre quarti, sono
consensuali, mentre quelle affidate alla decisione del giudice sono molte meno (34.762). Lo stesso vale
per i divorzi: su 60 mila scioglimenti chiesti tra giugno 2004 e luglio 2005, in ben 40.583 casi marito e
moglie si sono già messi d'accordo sulle questioni patrimoniali e familiari da regolare.
All'afflusso di nuovi fascicoli gli uffici hanno risposto piuttosto bene, anche se a ritmi alterni. Se da un
lato sono riusciti a mandare a sentenza circa 40 mila ricorsi congiunti di divorzio e 34.700 di
separazione, cioè quasi altrettanti di quanti ne sono sopravvenuti (con un aumento dell'8% rispetto
all'anno precedente), dall'altro hanno lasciato accumulare oltre 30 mila faldoni con richieste di divorzio
in attesa di giudizio (+13%).
Grandi sforzi premiati, invece, per accelerare le adozioni: nel primo caso i procedimenti esauriti nel
2005 sono risultati ben 16% in più rispetto al 2004, mentre per l'adozione di bimbi stranieri sono stati il
6,5% in più. I magistrati sono riusciti anche a ridurre le richieste pendenti: -1,1% quelle di adozione
nazionale, e -5% quelle di minori stranieri. T.Pittelli
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QUOTIDIANO DEI PROFESSIONISTI
Direttiva servizi da rifare
Salta il principio del Paese d’origine dopo il compromesso fra Ppe e Pse. E Bertinotti apre alla
liberalizzazione degli Ordini
La notizia è di fatto clamorosa: dal testo della direttiva servizi, al vaglio dell’Assemblea plenaria del
Parlamento Europeo la prossima settimana a Strasburgo, è stato espunto il controverso principio del
Paese di origine. Sarebbe questa, finora, la modifica più evidente del testo scaturito dal compromesso
fra il Partito Popolare Europeo (Ppe) e il Partito Socialista Europeo (Pse), una variante di peso che
letteralmente svuota l’art. 16 del testo già adottato in Commissione Mercato Interno lo scorso gennaio.
La relatrice della controversa direttiva sulla liberalizzazione dei servizi nel territorio dell’Unione
Europea, la socialista Evelyne Gebhardt, ha dichiarato che «‘il compromesso contiene modifiche
profonde alla proposta della Commissione europea». Fondamentalmente, si tratta di eliminare il
principio in base al quale un’azienda che delocalizza i suoi servizi in uno dei Paesi membri dell’Unione
può applicare le regole del Paese di appartenenza. «Nell’esempio classico dell’idraulico polacco - ha
spiegato la Gebhardt- in base alla nuova bozza l’impresa che off re i suoi servizi in Francia dovrà
rispettare le regole sulla protezione dei consumatori in vigore in Francia, pur mantenendo il regime
fiscale del Paese di origine, ossia la Polonia». Il testo della delicata, e per tanti versi vitale, direttiva, già
modificato in commissione Mercato interno a dicembre, non toccava invece il principio del Paese di
origine, ma modificava solamente la dicitura ufficiale. «Libertà di fornire servizi» veniva definito
all’art. 16 il principio in questione. Cioè, «un fornitore di servizi è soggetto solo alle disposizioni
nazionali del Paese di stabilimento, collegati all’accesso e all’esercizio di un’attività di servizi». Nel
corso del pomeriggio di ieri i vari gruppi parlamentari hanno formalizzato gli emendamenti al testo
della direttiva e reso noto il compromesso tra socialisti e popolari, anche se, ha sottolineato la Gebhardt,
«per ora non c’è accordo sulla definizione di servizi sociali e di servizi di interesse economico
generale». Giornata intensa per la galassia dei professionisti europei, quella di ieri. Oltre alle notizie da
Strasburgo, infatti, ne sono arrivate di importanti anche dall’Ocse, che ha sottolineato come le barriere
al movimento di capitali e di servizi rappresentino ancora un serio problema per la crescita economica
del vecchio continente. Secondo Jean-Philippe Cotis, capo economista dell’Ocse, ad esempio,
«l’allineamento delle regolamentazioni finanziarie nel campo bancario potrebbe contribuire a una
crescita del Pil di mezzo punto percentuale». Ma il problema, sempre a detta di Cotis, è che spesso si ha
a che fare con comportamenti molto protezionistici da parte degli istituti.Secondo le stime dell’Ocse, i
primi tre Stati europei in termini di prestiti transnazionali sul totale del debito nazionale sarebbero
Islanda, Irlanda e Lussemburgo, che sono, fra l’altro, tre dei Paesi europei più ricchi. I mercati
deregolamentati, continua l’Ocse, presentano inoltre un alto tasso di crescita in innovazione e quindi in
competitività, senz’altro maggiore rispetto a qualsiasi sforzo “statale” di investire in ricerca e sviluppo
o nell’istruzione. Gli Stati Uniti, ad esempio, intervengono sui mercati molto meno di quanto non faccia
qualsiasi paese dell’Ocse, ma hanno nel contempo uno dei più forti regimi in termini di proprietà
intellettuali e brevetti. «Grazie a questo mix politico, l’America è divenuta il principale Paese
innovatore del mondo», afferma il Wall Street Journal di ieri. In serata, sono poi giunte anche le
dichiarazioni di Fausto Bertinotti, che a “Porta a porta” ha dichiarato che il suo no alle liberalizzazioni
trova un’eccezione per quel che riguarda gli ordini professionali. «Farei le liberalizzazioni sugli ordini
professionali – ha dichiarato il segretario di Rifondazione Comunista - per eliminare un elemento che
blocca la mobilità verticale dei giovani nella società».Quanto alle privatizzazioni, Bertinotti ribadisce la
sua storica posizione: «In Italia i processi di privatizzazione hanno avvantaggiato la rendita di
posizione. Grazie a loro sono stati costruiti monopoli privati che si sono arricchiti, Enel, Telecom,
Autostrade in primo luogo».Carlo Lo Re
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ITALIA OGGI
Il compromesso tra Ppe e Pse sulla direttiva Bolkestein
Servizi senza origine
Prevalente il paese di stabilimento
La direttiva Bolkestein perde il principio del paese di origine. Questa, finora, la modifica più importante
contenuta nel testo dell'emendamento di compromesso raggiunto tra Ppe e Pse sul testo della direttiva
servizi che andrà il 16 febbraio al voto del Parlamento europeo radunato in seduta plenaria a
Strasburgo.
La modifica, che sarà resa nota nella mattinata di oggi, di fatto svuota la direttiva servizi rispetto al
testo originario proposto dalla Commissione Ue che ha sollevato le critiche dei paesi della ´vecchia
Europa' e delle categorie professionali coinvolte. Il timore , infatti,era quello di un afflusso di imprese e
lavoratori dei nuovi stati membri, sottoposti a norme contrattuali, fiscali e sociali meno rigide nei loro
paesi d'origine. Questo principio avrebbe, quindi, indotto i lavoratori locali ad abbassare i loro livelli di
tutela sociale e contrattuale o, in caso contrario, a far fronte a una concorrenza insostenibile.
´È stato cancellato', spiega a ItaliaOggi Stefano Zappalà, eurodeputato di Forza Italia, ´il principio
secondo il quale un'impresa che delocalizza i suoi servizi in uno dei paesi membri applica le regole del
paese di appartenenza. Quindi, l'accesso all'attività sarà disciplinato secondo le regole dello stato di
origine, mentre lo svolgimento all'estero in base alle norme del paese ospite'.
Il testo dell'emendamento elimina definitivamente il riferimento al paese d'origine e a quello di
destinazione. Sono stati, invece, definiti gli ostacoli alla libera circolazione dei servizi che bisognerà
rimuovere nei diversi stati membri in base ai principi di non discriminazione, proporzionalità e
necessità. ´Il famoso idraulico polacco', ha spiegato Evelyne Gebhardt, relatrice per il Pse alla direttiva,
´se fosse un lavoratore autonomo (e non impiegato di un'impresa) potrebbe prestare i suoi servizi in
Francia portandosi dietro i suoi utensili, ma dovrebbe rispettare le leggi francesi di tutela dei
consumatori e dell'ambiente'. Tra gli ostacoli, il testo emendato della direttiva indicherà che andrà
eliminato, per esempio, l'obbligo per un prestatore di servizio straniero di stabilire un ufficio nel paese
ospite o di utilizzare materiale locale. Per un'impresa, invece, varrebbero le regole attuali relative ai
lavoratori distaccati, ´che però', secondo Gebhardt, ´andranno migliorate'. Per Zappalà, il testo così
emendato ha ´ottime possibilità di essere approvato, perché ci sono le premesse per creare un grande
mercato del lavoro basato su un principio di armonizzazione che prevede il rispetto delle singole leggi
nazionali'. Ppi e Pse non hanno, invece, trovato un accordo sui servizi economici di interesse generale e
sull'estensione della direttiva alla sanità privata, come richiesto dai liberali dei paesi del Nord, e quindi
ognuno arriverà con un proprio emendamento in plenaria.
Infine, Cristiana Muscardini, co-presidente del gruppo Uen al Parlamento europeo, ha presentato una
proposta di risoluzione nella quale si chiede che a livello comunitario si predisponga un monitoraggio
per verificare gli effetti dell'applicazione della direttiva Bolkestein. (riproduzione riservata) Chiara Cinti
e Antonella Gorret
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ITALIA OGGI
La bicamerale per l'infanzia boccia la legislatura
Camere latitanti sul diritto minorile
Niente di fatto per una giurisdizione di prossimità del giudice dei minori e della famiglia, niente sezioni
specializzate nei tribunali e nessuna traccia del Garante per l'infanzia e l'adolescenza previsto invece in
ben 13 ordinamenti europei. Dal bilancio tracciato nella relazione di fine legislatura della commissione
bicamerale per l'infanzia, si capisce che una riforma organica del diritto minorile è ancora di là da
venire.
Siamo sopra il livello di guardia per abuso e sfruttamento del minore: da scambio e vendita di materiale
pedopornografico via Internet, agevolato dalla possibilità di avvalersi di carte di credito o addirittura
prepagate, al fenomeno dell'accattonaggio minorile.
Il rimpatrio assistito da parte del Comitato per i minori stranieri non funziona: classificato dal
parlamento come ´inadeguato', lo strumento si scontra con la difficoltà di svolgere indagini accurate nel
paese d'origine e di identificazione del minore. Prova ne è che dal 2000 al 2005, su oltre 46 mila minori
arrivati in Italia, solo l'1,7% è stato riaccompagnato nelle terre di provenienza.
La bicamerale, che ha compiti di indirizzo e controllo sull'attuazione degli accordi internazionali e della
legislazione per i diritti di minori (ma di fatto priva anche dei semplici poteri consultivi), è la prima a
fare autocritica giudicando ´insoddisfacente' l'articolazione dei lavori in materia di infanzia e
adolescenza nei due rami del parlamento. In particolare, nel documento si lamenta una situazione di
sostanziale duplicità e sovrapposizione nella stessa materia tra commissioni permanenti e non, ´con al
senato una sede legislativa specializzata, alla camera la materia affidata alla commissione di volta in
volta competente per materia e una bicamerale senza poteri di intervento nel procedimento legislativo'.
In materia di adozione, la bicamerale rileva una sostanziale mancanza di integrazione fra gli enti
autorizzati, la commissione per le adozioni internazionali e il tribunale dei minori.
Da migliorare l'organizzazione della commissione istituita presso la presidenza del consiglio che ´non
risulta sufficientemente adeguata allo svolgimento delle funzioni attribuite per legge'. La commissione
non tralascia però di indicare quelli che considera i punti d'onore della sua attività: relazioni annuali
dedicate a tematiche specifiche, più partecipazione a iniziative internazionali e un frequente uso della
risoluzione, arrivato a quota 27 nel quinto anno di legislatura. M.Paolucci
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QUOTIDIANO DEI PROFESSIONISTI
Un vademecum per il processo civile
Al Tribunale di Milano l’Osservatorio sulla giustizia ha presentato un codice di comportamento per
magistrati, avvocati e cancellieri meneghini
«Il protocollo è una sorta di codice di comportamento che, se rispettato dai tre soggetti interessati,
magistrati, avvocati e cancellieri, permette un enorme risparmio di tempo alla giustizia civile». Alla
presentazione del testo finale del protocollo per i processi civili, che si è tenuta ieri pomeriggio
nell’Aula magna del palazzo di giustizia di Milano, Paolo Giuggioli, presidente dell’Ordine degli
avvocati di Milano, ha commentato con soddisfazione il lavoro svolto dall’Osservatorio sulla giustizia
civile, che ha elaborato il protocollo. «Certo – continua Giuggioli – dipende dalla volontà degli attori in
campo, di chi cioè sbriga le pratiche. Il testo propone delle linee guida, ma spetta al buon senso di
ognuno di noi applicarlo per favorire il nostro lavoro». L’Osservatorio sulla giustizia civile è un
organismo formato da avvocati, magistrati e personale di cancelleria, attivo a Milano fin dai primi anni
’90 con iniziative volte alla discussione di prassi organizzative e interpretative del processo civile, al
fine di ottenere una accelerazione dei tempi dei processi civili di cognizione. «Nello scorso semestre –
aggiunge Giuggioli – l’Osservatorio, con tutte le sue componenti, si è riunito molte volte e ha elaborato
una proposta di Protocollo per i processi civili il cui scopo è quello di individuare e valorizzare, sia
norme di comportamento, spesso già seguite da molti avvocati e magistrati, utili a rendere più veloce e
razionale il contraddittorio, sia prassi organizzative, relative anche all’utilizzo di strumenti informatici,
idonee ad una efficace gestione del processo». Già a dicembre la proposta di Protocollo era stata
presentata ai responsabili delle varie cancellerie del Tribunale e della Corte, come indirizzo
comportamentale che non contiene indicazioni di per sé vincolanti, ma regole che saranno efficaci solo
se condivise dagli Uffici Giudiziari e dal Foro milanese.L’impegno dell’Osservatorio a questo punto è
quello di garantire la prosecuzione di una riflessione collettiva sull’applicazione del protocollo così
come sui vari snodi del processo civile. «Serve – continua Giuggioli – la massima collaborazione da
parte di tutti, senza litigi né incomprensioni, per migliorare il nostro lavoro e ridare slancio alla giustizia
civile».Il gruppo promotore della proposta di Protocollo si è reso, fin dall’inizio, aperto a tutti i
suggerimenti da parte degli interessati. «Anche per questo motivo – dice il presidente Giuggioli –la
proposta è statainserita nel sito dell’Ordine degli avvocati di Milano ed è stata esaminata dai
responsabili delle varie cancellerie del Tribunale e della Corte». La proposta è stata, inoltre, presentata
il 18 gennaio ai magistrati del settore civile dei due uffici, in una riunione appositamente convocata dal
Presidente della Corte d’appello. Il testo finale del protocollo (la cui versione è leggibile nel sito
www.ordineavvocatimilano.it) è uscito da entrambe queste sedi di confronto ulteriormente modificato
ed arricchito e i trentuno articoli che lo compongono mirano a favorire alcuni aspetti particolari del
lavoro di avvocati, magistrati e cancellerie. Fra questi ne sono stati segnalati alcuni, fra cui la fluidità
del contraddittorio, degli adempimenti informatici e di cancelleria, col richiamo ad accorgimenti di
minima cortesia tra operatori (artt. 6 a 11). Una trattazione effettiva e concentrata della singola causa e
della relativa istruttoria, in particolare prevedendo, oltre che la fissazione di ruoli di udienza adeguati,
puntualità e specificità nella trattazione (artt. 3, 5 e 19), la tendenziale concentrazione della prova per
testi in un’unica udienza, ovvero, in alternativa, la fissazione, al momento dell’ammissione della prova,
di un calendario di massima delle udienze necessarie (art.20), nonché una serie di specificazioni relative
al subprocedimento di consulenza tecnica (art.21). Infine la tendenziale prevedibilità dei tempi massimi
di durata delle varie fasi processuali (art.12). «Naturalmente non ci sono obblighi dietro questi articoli –
conclude Giuggioli – ma solo indicazioni efficaci che se condivise possono migliorare molto il lavoro
degli Uffi ci Giudiziari e del Foro milanese». Salvatore Montillo
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QUOTIDIANO DEI PROFESSIONISTI
Pronto il programma di Alleanza Nazionale:«Università e ricerca strategici per
crescere »
L’Università e la ricerca si configurano sempre più quali fattori davvero strategici per lo sviluppo
italiano. Come sottolineano le correnti esperienze internazionali, le Nazioni che più investono in ricerca
e formazione (vedi Stati Uniti, Giappone, India, Corea del Sud e Repubblica Popolare Cinese) sono
quelle che indubbiamente crescono di più. La ricerca è quindi il vero motore dello sviluppo economico
e della competitività e questo è ancora più vero in un mondo globalizzato e iperconnesso, in cui
esistono tanti Paesi del cosiddetto Sud del mondo che producono contando su un costo del lavoro certo
più basso che in Occidente. Per l’Italia è quindi vitale avere Università di qualità in grado di garantire
solide prospettive occupazionali ai nostri giovani. Inoltre, l’Università e la ricerca sono anche strumenti
importanti per la costruzione di una chiara identità nazionale, nonché per la diffusione nel mondo dei
valori della nostra Civiltà. Non è un caso, quindi, che la Conferenza Programmatica di Alleanza
Nazionale abbia dedicato davvero molto spazio al futuro dell’Università e della ricerca in Italia. Per la
senatrice Maria Grazia Siliquini, sottosegretario all’Istruzione, Università e Ricerca, il Governo
Berlusconi avrebbe purtroppo trovato l’Italia in grave ritardo, «sia in termini di risorse destinate alla
formazione ed alla ricerca, sia in termini di strutture e di formazione, ed abbiamo lavorato tenacemente
per riallinearlo ai Paesi Occidentali». Con il forte contributo di Alleanza Nazionale, prosegue la
Siliquini, l’esecutivo di centrodestra «ha adottato una politica di innovazione e di ammodernamento del
Paese, valorizzando contemporaneamente le nostre tradizioni culturali e sociali». Per i vertici di
Alleanza Nazionale, negli ultimi decenni l’Università italiana è stata caratterizzata dal bisogno frustrato
di un vero sistema di eccellenza. Il nostro sistema universitario ha per anni evidenziato gravi ritardi nel
numero dei brevetti registrati e delle pubblicazioni sulle più prestigiose riviste scientifiche
internazionali. A lungo sono state proverbiali la scarsa adeguatezza delle strutture didattiche e di ricerca
(laboratori, aule, infrastrutture didattiche) e la poca capacità di attrarre docenti stranieri, tanto da esser
ormai divenuto un luogo comune il fenomeno della cosiddetta fuga dei cervelli. In Italia, il reperimento
dei finanziamenti ai progetti di ricerca è stato strutturalmente caratterizzato da lentezza e farraginosità
burocratica e cronicamente inadeguati sono stati gli interventi per il diritto allo studio. L’università
italiana, pur diventata di massa a partire dagli anni Sessanta, non è tuttavia riuscita a svolgere
un’adeguata azione di promozione sociale di coloro che provengono da classi disagiate, come hanno
invece fatto altre università senz’altro più moderne, dinamiche ed efficienti. Storica è la carenza di
risorse e di finanziamenti sia pubblici che privati ed assai scarso, a parte alcune significative eccezioni,
il rapporto con il mondo dell’impresa. Modesta, conseguentemente, è la ricerca applicata, che è invece
decisiva per garantire la competitività del sistema Paese. In ogni caso, con il Governo Berlusconi,
qualcosa sta cambiando. Per la senatrice Siliquini, infatti, «le Riforme della Scuola, dell’Università e
dell’accesso alle professioni rappresentano sempre il cuore della politica per le giovani generazioni, che
saranno i futuri dirigenti e lavoratori del nostro Paese. E noi le abbiamo fatte». «L’ostilità e
l’aggressività che abbiamo subito in questi anni - prosegue il sottosegretario, Siliquini - nascono da una
pregiudiziale ideologica e politica: la Sinistra infatti, per meri interessi di parte e senza avere a cuore il
bene del Paese, ha cercato di impedire al Governo di centrodestra di fare queste riforme per mantenere
in vita un sistema educativo nazionale ormai ingessato e scollato dalla realtà del mondo del lavoro».
Insomma, per Alleanza Nazionale, dopo anni di riforme parziali e dannose del centrosinistra, vi è stata
in questa Legislatura una forte spinta innovatrice per favorire l’evoluzione dell’Università.In questo
percorso riformatore il ruolo di Alleanza Nazionale è certo stato importante, dicono a via della Scrofa,
ed ancora di più lo sarà nel prossimo quinquennio.Carlo Lo Re
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ITALIA OGGI
I risultati definitivi e quelli parziali delle votazioni in corso per il rinnovo dei consigli dell'ordine
Elezioni forensi, vince la tradizione
Roma, Napoli e Milano preferiscono i presidenti uscenti
Elezioni forensi 2006-07: vince la tradizione. Almeno per il momento. Gli esiti definitivi, infatti, sono stati resi
noti solo a Roma e a Torino. Nella maggior parte degli altri distretti di corte di appello, invece, è ancora in corso
la seconda convocazione.Nonostante quest'anno gli avvocati-elettori avessero a disposizione un'ampia scelta di
nuove liste più che decise a dare del filo da torcere ai consigli uscenti (vedi ItaliaOggi del 12 gennaio), almeno
per ora i risultati provvisori danno vincenti le vecchie squadre.
A Roma, a ottenere il maggior numero di voti è stato il presidente uscente Alessandro Cassiani. Ma anche nelle
altri grandi città, come Napoli e Milano, dove la partita è ancora aperta, a passare il primo turno sono stati solo i
presidente uscenti. A Napoli, Francesco Landolfo, presidente dell'ordine napoletano, in carica già da alcuni anni,
ha sbaragliato la concorrenza aggiudicandosi il 54% delle preferenze. Stessa situazione anche a Milano, dove
Paolo Giuggioli, alla guida dell'ordine da circa 10 anni, ha avuto ben 2.215 voti su un totale di 4.045. A Roma, le
votazioni per eleggere i quindici consiglieri dell'ordine si sono concluse ieri in nottata. Alla guida degli avvocati
romani è stata riconfermata quasi tutta la squadra del biennio 2004-05. Tra i 64 candidati che si erano presentati
il più votato è stato il presidente uscente Alessandro Cassiani con ben 2.960 voti, che ha quindi tutte le chance di
essere riconfermato alla guida del consiglio. Tuttavia, anche altri volti noti dell'avvocatura romana come
Domenico Condello, già membro del precedente consiglio, e Federico Bucci, ex presidente dell'ordine per il
biennio 2002-03,che quest'anno si erano presentanti con liste autonome, si sono piazzati bene nella graduatoria,
entrando così nella rosa dei 15 membri del consiglio. In particolare, Bucci si è aggiudicato il secondo posto con
ben 2.245 voti, mentre Condello il settimo con un totale di 1.820 voti. Molto buona rispetto agli anni passati
anche l'affluenza alle urne. Su un totale di 18.480 iscritti all'ordine romano, infatti, hanno votato 7.259 avvocati.
Intanto, giovedì prossimo i neomembri del consiglio si riuniranno per eleggere le cariche istituzionali di
presidente, segretario e tesoriere. Anche a Napoli, almeno per il momento, il favorito è il presidente del consiglio
uscente Francesco Landolfo, che sinora ha avuto il 54% delle preferenze (hanno votato a suo favore 3.397
avvocati).
Tuttavia anche le nuove leve dell'avvocatura tengono duro. Francesco Caia, consigliere uscente e membro della
squadra Aiga (Associazione italiana giovani avvocati), infatti, ha ottenuto il 48% delle preferenze e non è riuscito
a passare il primo turno solo per 70 voti (in prima battuta infatti per essere eletti è necessaria la maggioranza
assoluta). Tuttavia, per sapere gli esiti definitivi delle elezioni non si dovrà aspettare ancora molto. Il termine
ultimo per votare in seconda convocazione, infatti, sarà domani. Anche a Napoli come a Roma l'affluenza ai
seggi è stata piuttosto notevole. Qui, infatti, solo in prima convocazione ha votato oltre il 61% degli iscritti
all'albo (circa 6.240 avvocati su 10.198).
A Milano per ora il presidente uscente Paolo Giuggioli è stato l'unico a passare il primo turno accaparrandosi le
preferenze di 2.215 iscritti su un totale di 4.045. Tuttavia, anche qui a breve saranno noti gli esiti definiti
dell'ultimo turno, i seggi infatti si sono chiusi ieri.
Novità in arrivo, invece, per quanto riguarda l'ordine di Torino. Qui, dove le lezioni si sono concluse il 7
febbraio, del nuovo consiglio non farà più parte il presidente uscente Antonio Rossomando, anche se comunque
del nuovo consiglio faranno parte molti volti già noti come Mario Napoli che ha ottenuto il maggior numero di
consensi (892) ed Edgardo Trinelli (797). S.Andreazza
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IL MESSAGGERO
Avvocati,vince la lista del presidente Cassiani
Gli avvocati romani scelgono la continuità e confermano la loro Fiducia ad Alessandro Cassiani alla
guida del Consiglio dell'Ordine di Roma. Il presidente uscente è stato infatti il più votato alle elezioni
per il rinnovo delle cariche, al termine di due tornate elettorali che lo hanno visto sempre primeggiare.
A rinforzare il suo successo personale è arrivato il grande consenso ottenuto da molti esponenti del suo
raggruppamento. La "Lista del Presidente". A cominciare da Antonio Conte, che alla fine dello
scrutinio si è ritrovato al secondo posto nella classifica dei più votati, ad una manciata di numeri da
Cassiani. Sono forse questi due personaggi, che esprimono caratteristiche e peculiarità complementari
che hanno determinato la vittoria di tutta la lista: da una parte Alessandro Cassiani, il decano dei
penalisti romani, preso ad esempio da almeno tre generazioni di avvocati: dall'altra Antonio Conte,
giovane ma già esperto, attento alle problematiche della categoria e vulcanico promotore di iniziative,
come lo Sportello Giovani e la Scuola forense.
Grazie all’ accoppiata Cassiani-Conte, la Lista del Presidente aumenta il suo peso all'interno del
prossimo Consiglio dell'Ordine, con sette consiglieri invece dei sei presenti nel periodo precedente.
Oltre a Cassiani e a Conte, che hanno ottenuto rispettivamente 2.986 voti e 2.312 voti, siederanno in
Consiglio Federico Bucci (2.245 voti), Giovanni Cipolline (1.956 voti), Gotrredo Maria Barbantini
(1.851 voti), Paolo Nesta (1.837 voti), Domenica Condello (1.820 voti), Livia Rossi (1.792 voti). Carlo
Testa (1.681 voti), Francesco Storace (1.624 voti), Rosa lerardi (1.622 voti), Donatella Cerè (1.616
voti), Sandro Fasciotti (1.615 voti), Francesco Gianzi (1.520 voti) e Giulio Prosperetti (1.477 voti).
Il nuovo Consiglio sarà convocato per la prossima settimana, per la nomina delle cariche di Presidente,
Segretario e Tesoriere. E appare scontata la riconferma di Cassiani alle presidenza, soprattutto dopo il
segnale forte lanciato dalla maggioranza dell'avvocatura romana in questa direzione.
Un eventuale accordo per una soluzione diversa tra i consiglieri Bucci e Condello, esponenti di punta
delle altre due liste rappresentate in Consiglio, non potrebbe essere possibile visto che tra i primi cinque
eletti ci sono quattro esponenti della Lista del presidente Cassiani. S.G.
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QUOTIDIANO DEI PROFESSIONISTI
Zazza sulle elezioni dell’Ordine a Roma: «Dopo gli slogan
per gli avvocati è il momento delle proposte concrete»
Oggi PQ ospita il contributo con cui l’avvocato Roberto Zazza, dell’Uffi cio Studi dell’Organismo
Unitario dell’Avvocatura (www.oua.it), invita il neoeletto consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma
a riflettere sul proprio ruolo in vista della fase finale del Congresso Nazionale Forense, previsto per il
giugno prossimo proprio a Roma. In occasione della pubblicazione dei risultati della tornata elettorale
che ha visto trionfare la «Lista del presidente» (capitanata da Alessandro Cassiani, che si è
aggiudicata sette seggi), l’avvocato Zazza incita il nuovo direttivo a prendere posizione sul futuro della
categoria.
Le votazioni per il rinnovo del Consigli dell’Ordine per il prossimo biennio cominciano a dare i primi
esiti definitivi. Martedì notte si è concluso lo spoglio delle schede per l’elezione dei 15 membri del
Consiglio dell’Ordine di Roma; poiché questa, nel prossimo giugno sarà la sede della fase finale del
Convegno Nazionale Forense i risultati delle elezioni romane assumono un significato del tutto
particolare.In breve sintesi: la lista del presidente uscente avvocato Alessandro Cassiani con 7
consiglieri eletti è certamente la vincente della tornata elettorale; la lista del segretario uscente avvocato
Domenico Condello elegge 4 consiglieri e 4 ne elegge la lista dell’ex presidente avvocato Federico
Bucci.Occorre subito rilevare che i temi del congresso e delle modifiche statutarie, non sono stati per
nessuna delle liste, materiale di campagna elettorale.Questo è stato certamente un bene, poiché tali temi
mal si prestano ad essere ridotti in pillole e spiegazzati da polemiche strumentali che avrebbero poi
allungato le loro ombre sullo svolgimento del Congresso.Di contro però la dialettica elettorale si è
risolta nella ripetizione di stereotipi e slogan, senza alcun approfondimento delle attuali e reali
condizioni della professione forense e del suo esercizio.
Emerge insomma la competizione elettorale più come scontro tra clan e sub-clan piuttosto che come
scelta di una chiara linea politica.La primazia dell’Ordine di Roma, da taluno vantata, se non vuole
essere esercizio di stucchevole retorica; deve misurarsi sulla capacità di esprimere linee politiche chiare
e concrete sulle quali poi far convergere il consenso nazionale. Gli esiti elettorali fanno prevedere, la
forte prevalenza di quelle componenti dell’avvocatura che, moderate ed esperte, sono in grado di
assicurare l’efficiente e fattivo svolgimento del Congresso di giugno.Questo tuttavia è un compito
meramente organizzativo e però strumentale. Quello che ci si aspetta invece, dal prossimo Consiglio
dell’Ordine di Roma è la capacità, di elaborare tesi argomentate, in grado di fornire concrete proposte
di soluzioni, ai problemi che affannano l’avvocatura e non più mere rivendicazioni; peggio se di
retroguardia.Rivendicare quindi, un autonoma legge professionale, proponendone i contenuti;
sollecitare la realizzazione, nel concorso con tutti i soggetti interessati di prassi virtuose nella gestione
del processo; proporre modelli nuovi per realizzare sul territorio un efficace servizio giustizia; dare
corpo e tutela alla nuova dimensione socio economica dell’avvocatura che emergono con le attuali
tendenze alla privatizzazione della giustizia, e dalle spinte, che con lo specioso argomento della
competitività, spingono un’Avvocatura impoverita ad un ruolo ancillare nei confronti dell’impresa nel
più assoluto disinteresse con la tutela dei diritti civili e patrimoniali dei semplici cittadini.Deve però il
Consiglio dell’Ordine evitare di chiudersi nella presunzione di una elitaria autosufficienza, mentre è
necessario coinvolgere in questa ampia attività progettuale e realizzativi tutte le intelligenze e le volontà
che certo non mancano tra gli Avvocati Romani; spesso soli e con personale sacrificio protagonisti
della tutela dell’Ordine professionale e dell’avvocatura.
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ITALIA OGGI
L'Amt ha approvato un documento molto critico nei confronti di alcuni passaggi del dl milleproroghe
Magistrati tributari contro i tagli
I giudici tributari fanno muro contro i tagli di organico prefigurati all'interno del decreto legge
milleproroghe. E a finire nell'occhio del ciclone c'è anche quella parte del provvedimento che proroga,
senza fissare un termine preciso, la scadenza dell'attuale Consiglio di presidenza della giustizia
tributaria. L'organo di autogoverno, infatti, dovrebbe rimanere in sella fino a quando finiranno le
rilevazioni statistiche che faranno capire se, e in quale misura, operare il ridimensionamento delle
piante organiche.Le proteste, in particolare, vengono dal sindacato della categoria, l'Amt (Associazione
magistrati tributari), il cui comitato direttivo ha approvato lo scorso 7 febbraio un documento a dir poco
severo. All'interno del quale da una parte si sottolinea la possibile incostituzionalità della parte del dl
(n. 273/2005) che proroga senza termine la durata del Cpgt, dall'altra si critica il passaggio della
normativa in cui, nonostante lo svolgimento di rilevazioni statistiche, sembra proprio delineare a priori
un contenimento del numero dei giudici fiscali (tra i quali, peraltro, c'è una forte componente non togata
rappresentata soprattutto da avvocati, commercialisti ed esperti tributari). Il presidente dell'Amt,
Giacomo Caliendo, precisa che la riduzione può anche essere l'esito finale del processo, ma soltanto a
seguito di una fase di monitoraggio che metta in evidenza questa necessità. In più lo stesso documento
del comitato direttivo dell'associazione mette l'accento su un particolare non trascurabile. E cioè sul
fatto che, a seguito dell'esaurirsi dell'effetto condono, il numero della cause che giungono sul tavolo
delle commissioni tributarie è in forte crescita ed è destinato a ingrandirsi ancora di più. Insomma,
prima di parlare di tagli ce ne vuole, conclude secco l'organismo guidato da Caliendo, che per il
momento non prevede nessun tipo di agitazione. Nel documento, poi, si richiama l'attenzione del
parlamento sulle questioni sollevate. Difficile, però, che possano essere introdotte modifiche al dl n.
273, su cui già palazzo Madama ha votato la fiducia la scorsa settimana. L'organo di autogoverno dei
magistrati fiscali, dal canto suo, pur avendo affrontato direttamente la questione, al momento non ha
preso decisioni ufficiali. Il presidente del Cpgt, Angelo Gargani, non è però rimasto insensibile alle
sollecitazioni derivanti dall'Amt, e nei giorni scorsi ha fatto sapere che cercherà di restringere, e di
contenere al massimo in un anno o in un anno e mezzo l'attività di rilevazione statistica che la norma
prevede per capire in quali termini sarà necessario dar luogo alla razionalizzazione del numero dei
giudici. Il decreto legge, a proposito della durata di questa attività di screening, parla di un triennio, che
appunto dovrebbe dare il là alla tanto contestata proroga del Cpgt, la cui naturale scadenza è prevista
per marzo 2007. Sta di fatto che gli 8.500 magistrati fiscali che oggi rappresentano l'organico previsto
per legge (un numero teorico), vanno verso un taglio che, come minimo, potrebbe essere di 3 mila
unità. E arrivare in questo modo ad adeguarsi al numero dei magistrati oggi effettivi. Il problema della
quantità dei giudici fiscali, del resto, ha già innescato buona parte delle novità contenute nel decreto
legge 203/2005, collegato alla manovra 2006, che ha introdotto una miniriforma della giustizia
tributaria. Tra gli aspetti principali dell'intervento, infatti, figura l'ampliamento del perimetro della
giurisdizione tributaria, a cui è stata assegnata la competenza anche sui canoni per l'occupazione di aree
pubbliche, sui canoni per lo smaltimento dei rifiuti urbani e per lo scarico di acque reflue, nonché sui
canoni comunali sulla pubblicità. Certo i magistrati non sono riusciti a ottenere la competenza più
ambita, cioè quella relativa alle controversie in materia di contributi previdenziali. Se questa infornata
fosse riuscita, infatti, si sarebbe dimostrato in modo ancor più chiaro che il numero dei magistrati fiscali
poteva essere considerato adeguato. A questo punto, però, come ricorda lo stesso Caliendo, l'aumento
delle cause in corso potrebbe essere un elemento che fa gioco alla causa dei giudici. Lo si vedrà, in ogni
caso, non appena saranno completate le rilevazioni statistiche. (riproduzione riservata) S.Sansonetti
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ITALIA OGGI
A lezione di marketing
Il marketing funziona se i soci hanno obiettivi comuni
Qualche settimana fa un avvocato mi chiedeva di aiutarlo con il marketing del suo studio. Sosteneva di
essere molto contento del fatto che finalmente gli altri soci avessero deciso di ´fare marketing'.
Mi raccontava che lo studio è composto di 12 partner e una ventina di collaboratori. Ogni socio ha i
suoi clienti e lavora abbastanza autonomamente, ma tutti quanti hanno notato che adesso quasi tutti gli
studi di una certa dimensione fanno marketing. Del resto l'ordine forense ha appena cambiato l'articolo
17 del codice deontologico.
Allora, durante l'ultima riunione dei soci prima di Natale hanno deciso che il marketing è sull'agenda
delle cose da fare nel 2006. Un (piccolo) budget è già stato approvato. Adesso sono pronti a cominciare.
´Che cosa dobbiamo fare?', mi domanda allora l'amico avvocato. Non so se si aspettava che gli
presentassi un piano marketing già pronto. Innanzitutto, ho cominciato con lo spiegare che non esiste
un piano marketing o una strategia marketing che vada bene per tutti, e che il primo step per elaborare
un piano marketing ad hoc è quello di analizzare, ragionare e pensare (vedi gli altri articoli di ´A
lezione di marketing' su www.italiaoggi.it).
Allo scopo cerco di ottenere da lui alcune informazioni sullo studio: che cosa vogliono raggiungere, chi
sono i loro clienti attuali e desiderati? ´Qual è la vostra strategia?', ho chiesto, e lui per tutta risposta: ´In
che senso?'. ´Per esempio perché lavorate insieme?', gli chiedo ancora e lui mi ha guardato un po'
perplesso.
Secondo la professoressa Stephen Mayson del Centre for law firm management dell'University of
Nottingham, ci sono tre ragioni perché i soci di uno studio legale collaborino:
1) per la convenienza: i soci sono insieme non per collaborare, ma perché è conveniente gestire uno
studio in gruppo e dividere i costi per l'affitto, l'infrastruttura tecnica e lo staff (questo tipo di studio è
anche chiamato hotel for lawyers.)
In sostanza, la partnership è una forma legale, non la ragione per essere in business insieme. Ogni socio
mantiene la sua base clienti e la sua practice, e i profitti non sono condivisi.
In studi di questo tipo non c'è posto per una strategia comune di business o marketing, neanche per il
management.
Spesso, anche procedure e operazioni semplici sono difficili da mettere in comune: il focus è sui soci,
per i quali l'autonomia professionale e personale è l'obiettivo principale. Pensando in immagini, questa
situazione è come essere in diverse canoe da solo, mentre ogni canoa va in qualsiasi direzione;
2) per integrarsi: i soci si rendono conto dei vari bisogni dei clienti che non possono soddisfare
autonomamente.
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Cominciano a collaborare per rendere complementari i propri servizi, condividendo per esempio i
collaboratori. In sostanza, i soci lavorano parallelamente e si passano le cause seppure ogni socio
mantiene il proprio territorio con i propri clienti.
In questo tipo di studio, il management comincia a dare supporto d'infrastruttura: lo staff, le sale
riunione e gli altri asset comuni sono gestiti in modo che i soci possano focalizzarsi sul lavoro senza
preoccuparsi (troppo) delle cose amministrative.
Ecco perché in questi casi le procedure organizzative servono a far funzionare lo studio, mentre la
strategia business e marketing dello studio è ancora una grande sfida tutta da mettere in piedi.
L'immagine potrebbe essere quella delle canoe che vanno nella stessa direzione alla stessa velocità;
(3) per combinare gli sforzi: in questi studi i soci sono in business insieme, capaci di servire i clienti
come un sol uomo.
Condividono non solo i costi e risorse, ma anche i clienti.
L'obiettivo è di ottenere qualcosa insieme, focalizzando sullo sviluppo dei clienti e dell'expertise
insieme, in maniera non occasionale. Essi si vedono come parte di uno studio dove ciascuno apporta il
proprio contributo. Gli investimenti sono fatti insieme sulle persone, nuove aree di practice, nuovi
uffici, training, know how ecc. Lavorano sulla reputazione dello studio, non solo di se stessi. Il focus è
sui bisogni degli avvocati, dei clienti e dello studio come entità indipendente. La gestione assicura
leadership e direzione oltre all'infrastruttura. Invece d'essere proprietari dei clienti, si vedono come
responsabili dei clienti. Sono come l'equipaggio di una barca.
Non c'è, in questi tre esempi, un comportamento giusto o uno sbagliato, ho assicurato all'avvocato.
Questo vuol dire che 3) non è necessariamente meglio di 1) o 2), a parte il fatto che con una certa
dimensione dello studio 1) o 2) non hanno più senso dal punto di vista di business e management.
Neanche deve sempre essere un processo di evoluzione da 1) a 2) a 3).
Una cosa, però, è importante: i soci di uno studio devono essere in business insieme per le stesse
ragioni. Questo diventa difficile se qualche socio si vede al punto 2) e intende fare dei passi avanti,
mentre invece gli altri si trovano al punto 1). ´Dove siete voi?', chiedevo all'avvocato. ´Credete di essere
pronti per un marketing per tutto lo studio, o è meglio se ciascuno pensi al suo marketing individuale?'.
Silvia Hodges
Per informazioni: www.silviahodges.com o email: [email protected]
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ITALIA OGGI
Lombardia, consulta professioni vicina
La consulta delle professioni lombarde allunga il passo. La commissione cultura e formazione
professionale ha, infatti, approvato ieri all'unanimità il regolamento per il funzionamento della consulta
regionale degli ordini, dei collegi e delle associazioni professionali, dopo che nel 2004 era stata
approvata la legge istitutiva vera e propria. Il provvedimento deve ora passare all'esame del consiglio
regionale. Terminato l'iter legislativo, quello della Lombardia sarà il primo organismo del genere
istituito con legge. Attualmente l'unica consulta operativa in Italia, quella della Toscana, è stata istituita
nel 2004 attraverso una delibera di giunta. L'organismo regionale avrà il compito, in sostanza, di
instaurare un rapporto più solido fra l'amministrazione regionale e la componente professionale (che si
riconosca in un ordine regolato con legge o in un'associazione libera). Insieme dovranno procedere alla
definizione di obiettivi legati al territorio.
Il regolamento stabilisce la composizione della consulta, le modalità del suo funzionamento, i requisiti
per l'ammissione e ogni altro aspetto procedurale.
L'organismo consultivo, presieduto dall'assessore regionale competente, elegge al suo interno un ufficio
di presidenza composto, oltre che dal presidente, da tre vicepresidenti: un rappresentante delle
professioni ordinistiche, un rappresentante delle professioni non ordinistiche e un rappresentante del
consiglio regionale, scelto fra i cinque designati dal consiglio (di cui due devono essere stati indicati
dalle minoranze). ´Il regolamento che abbiamo formulato', ha detto Gianluca Rinaldin (FI), relatore del
provvedimento, ´è frutto di un proficuo lavoro della commissione con le associazioni e con gli ordini
professionali, di cui abbiamo preso in considerazione tutte le osservazioni pervenute'. Molte altre
regioni, dopo la modifica del Titolo V della Costituzione del 2001 (competenza legislativa concorrente
fra stato e regioni in materia di professioni), hanno messo in cantiere progetti di legge specifici per
l'istituzione delle consulte. In alcuni casi, come la Calabria, da diversi anni mancano solo i regolamenti
attuativi a seguito dell'approvazione delle leggi. La Lombardia è la prima che sta completando l'iter.
(riproduzione riservata) I.Marino
09/02/2006
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9 - Ordine degli Avvocati di Trani