Gian Luigi Bettoli La costruzione del Partito Socialista nel Friuli occidentale dalla fine del diciannovesimo secolo alla dittatura fascista. La pianura. La pedemontana fra Livenza e Cellina. Parte prima: dalla crisi di fine secolo alla Grande Guerra. Indice Prefazione di Arduino Agnelli 1. Prologo. Pordenone, 1928 2. Obiettivi e metodo della ricerca. Fonti utilizzate 2.1 - Alla ricerca di una storia del socialismo friulano. 2.2 - Fonti utilizzate 2.2.1 - Fonti archivistiche 2.2.2 - Fonti a stampa 2.2.3 - Criteri utilizzati nella trascrizione delle fonti 3. Il territorio. Il Friuli di fine Ottocento 3.1 - Il territorio friulano: una piccola patria senza confini 3.2 - Una terra amara 3.3 - La fuga 3.4 - Il porto delle fabbriche 4. Il sole radioso dell’avvenire. Pordenone, la piccola Manchester 4.1 - Le origini del socialismo nel Friuli Occidentale 4.1.1 - Prime presenze. Gli ultimi anni dell’Ottocento 4.1.2 - L’organizzazione degli agenti 4.1.3 - La debole democrazia pordenonese 4.1.4 - La formazione del partito socialista 4.1.5 - Primi comizi socialisti 4.1.6 - Per la legge Turati-Kuliscioff contro il lavoro notturno di donne e fanciulli 4.1.7 - La nascita dell’organizzazione sindacale socialista 4.1.8 - “Una sezione vitale oltre ogni aspettativa” 4.1.9 - Riformisti vs. rivoluzionari a Pordenone: polemiche senza esclusione di colpi 4.1.10 - Blocco popolare e programma minimo socialista 4.1.11 - La prima Giunta democratica 4.1.12 - La secessione pordenonese dalla federazione socialista 4.1.13 - Le prime lotte sindacali 4.1.14 - Dai garibaldini al socialismo 4.1.15 - Chiese infette, preti immorali, possessioni diaboliche: l’anticlericalismo socialista 4.1.16 - La mobilitazione per l’iscrizione nelle liste elettorali 4.2 - La Giunta Galeazzi 4.2.1 - Il vescovo Isola invia don Lozer a Torre 4.2.2 - Breve intermezzo moderato 4.2.3 - Il Primo Maggio 4.2.4 - Pane municipale o pane cooperativo? 4.2.5- La prima volta dei socialisti come lista elettorale autonoma 4.2.6 - Breve vita di un Consiglio Comunale 4.2.7 - Visite reali e massacri di lavoratori 4.2.8 - Pordenone svolta a sinistra 4.2.9 - I primi atti della Giunta radicale 4.2.10 - L’inchiesta sulla gestione dell’ospedale 4.2.11 - Il congresso socialista di Tolmezzo (28 gennaio 1906) 4.2.12- Dalle Società Operaie alle Cooperative 4.2.13 - Si lavora allo sviluppo di Pordenone 4.2.14 - Il comune di Pordenone sostiene lo sciopero del Cotonificio Amman 4.2.15 - Case, scuole, ospedale 4.2.16 - In difesa dei lavoratori comunali, i socialisti mettono in crisi la maggioranza 4.2.17 - Facciamo come in Francia 4.2.18 - La ricostruzione del bilancio comunale 4.2.19 - Tragico epilogo dello sciopero degli edili 4.2.20 - Dal centenario di Garibaldi al Venti Settembre 4.2.21 - “Il vecchio borgo feudale va perdendo la sua mediovale fisonomia” 4.2.22 - Sindacalismo rivoluzionario e riformismo a confronto 4.2.23 - L’indebolimento del partito 4.2.24 - Fra commercianti e militari 4.2.25 - Il lavatoio di Torre 4.3 - Ritorno all’opposizione 4.3.1. - Le consultazioni parziali 4.3.2 - L’interregno 4.3.3 - I socialisti di fronte alla crisi della prima sinistra cristiana 4.3.4 - Le elezioni politiche del marzo 1909 4.3.5. - La sconfitta 4.3.6 - Successi di don Lozer a Torre e ripresa della propaganda socialista 4.3.7 - Il comune al servizio degli speculatori 4.3.8 - L’offesa clericale ad Enea Ellero 4.3.9 - La prima candidatura socialista al Consiglio Provinciale 4.3.10 - Vallenoncello: la sinistra all’attacco del feudo dei Cattaneo 4.3.11- Roveredo in Piano: la rivolta per le scuole fa vincere la sinistra 4.3.12- Torre: la costruzione della Casa del Popolo 4.3.13 - Un’amministrazione senza testa 4.3.14 - Lo sfacelo: la Giunta Querini Numero pagina pagina 6 pagina 8 pagina 20 pagina 20 pagina 36 pagina 36 pagina 36 pagina 43 pagina 45 pagina 45 pagina 48 pagina pagina 37 pagina 47 pagina 47 pagina 47 pagina 49 pagina 51 pagina 53 pagina 58 pagina 60 pagina 62 pagina 64 pagina 66 pagina 74 pagina 76 pagina 80 pagina 85 pagina 87 pagina 91 pagina 101 pagina 107 pagina 107 pagina 109 pagina 110 pagina 112 pagina 114 pagina 118 pagina 120 pagina 123 pagina 128 pagina 133 pagina 136 pagina 146 pagina 150 pagina 152 pagina 154 pagina 157 pagina 161 pagina 164 pagina 168 pagina 174 pagina 176 pagina 181 pagina 185 pagina 188 pagina 191 pagina 195 pagina 195 pagina 197 pagina 200 pagina 203 pagina 206 pagina 210 pagina 213 pagina 217 pagina 218 pagina 222 pagina 224 pagina 226 pagina 231 pagina 233 4.3.15 - Crisi e ripresa del socialismo pordenonese 4.3.16 - Una questione di terreni edificabili 4.3.17 - La lotta contro l’alcoolismo 4.3.18 - Al di là del Livenza: Sacile. La Giunta De Martini-Fornasotto 4.3.19 - La costituzione del circolo del Psi 4.3.20 - Il congresso operaio provinciale 4.3.21 - La politica scolastica dei socialisti 4.3.22 - Un partito di maestri 4.3.23 - La costituzione dell’Unione mandamentale socialista 4.4 - Guerre imperialiste e spostamento a sinistra del Psi 4.4.1 - Debole opposizione all’aggressione alla Libia 4.3.2 - Di nuovo l’ospedale 4.4.3 - Magie contabili 4.4.4 - Primo Maggio rivoluzionario 4.4.5 - L’occupazione militare 4.4.6- Il primo convegno collegiale socialista 4.4.7 - Si riorganizzano gli operai edili 4.4.8 - La campagna elettorale per Ellero 4.4.9 - Il fallimento della Cassa Rurale di Cordenons 4.4.10 - L’Amministrazione Comunale cambia linea 4.4.11 - Per lo sviluppo dei collegamenti ferroviari e stradali di Pordenone 4.4.12 - Il secondo congresso socialista collegiale 4.4.13 - Nella pedemontana: l’organizzazione degli emigranti 4.4.14 - Montereale: le battaglie di Domenico Fassetta 4.4.15 - Crisi operaia e sciopero delle tessitrici di Rorai Grande 4.4.16 - Prata: la lunga guerra con don Concina (e il dottor Ebhardt) 4.4.17 - L’ombra del conflitto mondiale e della rivoluzione si stende sulle elezioni amministrative 4.4.18- Un socialista al Consiglio Provinciale 4.4.19 - Sarajevo e dintorni 4.4.20 - Il Psi e la guerra mondiale 4.4.21 - Fra intransigenza neutralista e politica dei blocchi popolari 4.4.22 - Caneva: i socialisti conquistano il comune per assicurare la condotta medica piena 4.4.23 - Campagna elettorale di guerra, voto di pace 4.4.24 - Primi nel dare l’esempio, anche in trincea 4.4.25 - Campane a martello 4.4.26 - Organizzare gli operai o i contadini? 4.4.27 - A Pordenone durante la guerra 4.4.28 - Nonostante la guerra: la Giunta socialista di Caneva 4.4.29 - I socialisti sopravvivono agli austriaci, non al ritorno di Chiaradia Appendice documentaria 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. 27. 28. 29. 30. 31. 32. 33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. Dati del censimento industriale 1911 a Pordenone I bambini nelle fornaci L’organizzazione degli emigranti nel Friuli Lettere da Pordenone Il socialismo friulano nel 1894 Per l’organizzazione operaia in Friuli La farmacia servizio municipale Le Camere di lavoro La conferenza di Ellero dell’8 dicembre 1901 In difesa di Enrico Ferri Il contraddittorio fra Ellero ed i sindacalisti clericali Conferenza di Cesare Sarfatti Il Primo Maggio del 1902 Socialismo per sport e socialismo vero La risposta di Luigi Scottà Programma dell’amministrazione democratica guidata da Antonio Polese Sui rapporti fra socialisti, radicali e repubblicani La polemica fra Gino Rosso e la Federazione Provinciale Socialista I socialisti per il 50° dell’insurrezione di Navarons Le commemorazioni di Marziano Ciotti a Montereale Gli spiritati di Clauzetto, intervista col prof. Antonini Le suore negli Ospedali I socialisti e le elezioni L’inaugurazione della sede socialista di Pordenone Il Primo Maggio 1905 La prima candidatura autonoma dei socialisti a Pordenone La vittoria delle “mosche socialiste” Il comizio di Maria Goia a Pordenone Il discorso di Ellero per il Venti Settembre 1905 ad Udine Un corteo di donne a Pordenone La vittoria radicale e socialista al comune di Pordenone Consiglieri comunali di Pordenone eletti nel novembre 1905 Lettera della Lega Muratori di Pordenone del 19 dicembre 1905 e risposta dell’ass. Zannerio La relazione di Guido Rosso sull’ospedale Il comizio di solidarietà con la Russia del 21 gennaio 1906 Articoli di Giuseppe Ricchieri Prima del Congresso. Lega, coscienza socialista, voto I socialisti e le Società Operaie Manifesto del sindaco Galeazzi a sostegno dello sciopero del Cotonificio Amman Il comizio di Ellero e Rosso ad Udine per gli operai del Cotonificio Amman in sciopero pagina 236 pagina 240 pagina 244 pagina 252 pagina 260 pagina 267 pagina 270 pagina 276 pagina 282 pagina 284 pagina 284 pagina 254 pagina 260 pagina 263 pagina 265 pagina 267 pagina 301 pagina 274 pagina 316 pagina 318 pagina 321 pagina 330 pagina 299 pagina 337 pagina 348 pagina 344 pagina 318 pagina 320 pagina 323 pagina 388 pagina 370 pagina 375 pagina 381 pagina 385 pagina 386 pagina 396 pagina 401 pagina 405 pagina 411 pagina 436 pagina 436 pagina 436 pagina 416 pagina 416 pagina 5 pagina 5 pagina 6 pagina 6 pagina 7 pagina 8 pagina 8 pagina 9 pagina 9 pagina 9 pagina 10 pagina 12 pagina 13 pagina 444 pagina 14 pagina 15 pagina 16 pagina 19 pagina 19 pagina 23 pagina 24 pagina 25 pagina 26 pagina 27 pagina 27 pagina 27 pagina 28 pagina 460 pagina 460 pagina 31 pagina 34 pagina 34 pagina 41 pagina 43 pagina 48 pagina 49 Numero pagina 41. 42. 43. 44. 45. 46. 47. 48. 49. 50. 51. 52. 53. 54. 55. 56. 57. 58. 59. 60. 61. 62. 63. 64. 65. 66. 67. 68. 69. 70. 71. 72. 73. 74. 75. 76. 77. 78. 79. 80. 81. 82. 83. 84. 85. 86. 87. 88. 89. 90. 91. 92. 93. 94. 95. 96. Numero pagina Enrico Ferri a Pordenone La condizione delle scuole a Pordenone I socialisti rispondono a Galeazzi L’assassinio Toffoletti Oppressione padronale e violenza operaia: le prime lotte sindacali a Pordenone Le celebrazioni per il centenario di Giuseppe Garibaldi Per il Venti Settembre 1907 La situazione del Psi pordenonese nel gennaio 1908 Il Psi contro la militarizzazione di Pordenone Il Primo Maggio 1908 a Pordenone I socialisti fanno il bilancio della Giunta Galeazzi Enrico Fornasotto sul terremoto di Sicilia e Calabria del 1908 Il manifesto per la candidatura Policreti alla Camera dei Deputati nel 1909 Risultati elettorali socialisti dal 1895 al 1913 in Friuli I consiglieri comunali eletti a Pordenone il 1° maggio 1909 La contrastata celebrazione dello sbarco dei Mille a Marsala Le elezioni provinciali del 1909 nel mandamento di Pordenone La conferenza di Antonio Mazza alla Casa del Popolo di Torre Una lettera di Ilario Fantuzzi a proposito della Casa del Popolo di Torre Le elezioni parziali del luglio 1911 a Pordenone A proposito di lotta antialcoolica I risultati delle elezioni parziali del giugno 1905 per il comune di Sacile Le dimissioni della Giunta Bellavitis nel settembre 1906 La diffusione de Il Lavoratore Friulano - 1911/1912 1° maggio 1912: don Lozer aggredisce Degan e Da Corte Un “duello” fra Gino Rosso ed il tenente Cagni Circolare di convocazione del congresso socialista di Tolmezzo del 5 gennaio 1913 L’ultimatum della federazione provinciale ai socialisti pordenonesi Congresso collegiale dei socialisti di Pordenone Comizio di Ellero del 10 maggio 1913 Il convegno di Sacile Lettera aperta a certi miei avversari di colore diverso Socialismo e Chiesa (Replica a don Giordani) Il programma elettorale politico del 1913 Il risultato elettorale politico del 1913 La mozione socialista al Consiglio Provinciale per il rinvio del voto all’inverno II. convegno collegiale socialista di Pordenone Le iscrizioni al Segretariato dell’Emigrazione Ellero rifiuta la delega al Congresso di Ancona Il manifesto per il Primo Maggio 1914 Il memoriale delle tessitrici di Rorai nello sciopero del maggio 1914 Le elezioni provinciali nel mandamento di Pordenone il 14 giugno 1914 Le elezioni comunali di Pordenone del 14 giugno 1914 Per la strada di Mezzomonte I radicali contro Piemonte e Cosattini Il Consiglio Comunale eletto l’8 novembre 1914 ad Aviano Interrogazione di Ellero al Consiglio Provinciale Sull’opposizione cattolica alla guerra La conferenza di Lerda I consiglieri comunali eletti a Pordenone il 7 febbraio 1915 Il discorso inaugurale del consigliere anziano Ellero Il comizio contro la guerra alla Casa del Popolo di Orsago Per il rifornimento dei cotonifici Ai coscritti socialisti. Come devono far propaganda Il referendum su pace e guerra nel manicomio di San Servolo a Venezia I capi socialisti di Torre ai tempi della guerra pagina 51 pagina 54 pagina 55 pagina 55 pagina 55 pagina 57 pagina 58 pagina 60 pagina 61 pagina 62 pagina 63 pagina 65 pagina 66 pagina 66 pagina 66 pagina 66 pagina 68 pagina 68 pagina 68 pagina 69 pagina 69 pagina 484 pagina 485 pagina 485 pagina 73 pagina 76 pagina 76 pagina 507 pagina 508 pagina 81 pagina 82 pagina 82 pagina 83 pagina 84 pagina 84 pagina 85 pagina 86 pagina 87 pagina 88 pagina 89 pagina 89 pagina 90 pagina 90 pagina 91 pagina 474 pagina 478 pagina 481 pagina 481 pagina 482 pagina 566 pagina 483 pagina 483 pagina 486 pagina 490 pagina 502 pagina 483 Il 29 novembre 1914 i socialisti conquistano l’Amministrazione Comunale di Caneva. Nella seduta del 18 luglio 1915 Giovanni Dabbà, richiamato in guerra insieme ad altri sei consiglieri comunali socialisti, è già morto. Queste due date così vicine simbolizzano il minuscolo ritaglio di tempo concesso ai rappresentanti dei lavoratori per tentare di costruire in molti dei nostri comuni un futuro diverso di libertà ed uguaglianza. Che rimane, a dispetto delle conquiste garantiteci dal loro lavoro politico e da quello di tante altre e tanti altri che li hanno seguiti, un obiettivo ancora molto lontano. Numero pagina Prefazione Non è molto frequente nei nostri studi l’attenzione al momento originario d’un partito, alle caratteristiche delle sue formazioni iniziali ed al loro sviluppo successivo, ai successi ed alle sconfitte che hanno caratterizzato la battaglia politica ingaggiata. Ancor meno frequente è il dedicarsi ad un’area circoscritta come quella dell’attuale provincia di Pordenone, avendo cura tra l’altro di distinguere tra pianura e pedemontana fra Licenza e Cellina, con la messa in evidenza di problemi specifici che le caratterizzano, non senza dimenticare che il Friuli occidentale è pur sempre una parte del Friuli, con tante caratteristiche comuni, con i problemi di tutta l’Italia postunitaria, di tutta l’Europa tra Ottocento e Novecento. Pur nel fiorire di studi pregevoli sul partito socialista in particolare e sul movimento operaio in generale, non c’è stato quel volgersi al momento genetico, che è tratto inconfondibile degli indirizzi storicistici prevalenti in questo ambito di studi almeno in Italia. Non s’è molto allargato l’interesse che pareva si sviluppasse una cinquantina d’anni fa con opere come l’esemplare Le origini del socialismo fiorentino (1860-1880) di Elio Conti (Roma, Edizioni Rinascita, 1950). Se si prende in esame la Collana Società e cultura, promossa dalla Fondazione Filippo Turati ed edita da Piero Lacaita, il benemerito editore di Manduria, che negli ultimi dieci anni si è segnalata come la più vivace in questo ambito di studi, si nota che, dei 27 volumi pubblicati tra il 1993 ed oggi, solo due si volgono ai primi anni, Uomini rossi di Romagna. Gli anni della Fondazione del PSI (1892) di AA.VV., a cura di Dino Mengozzi (1994) e Socialismo adriatico di Marina Cattaruzza (1998). Gian Luigi Bettoli, fin dal secondo capitolo del suo libro, mette in evidenza il punto di prospettiva specifico scelto per la sua ricerca, che si distingue da tutta la ricca letteratura sul Pordenonese a nostra disposizione e che non nasconde il preciso proposito di mettere in evidenza questioni che non sono in primo piano nelle altre opere e, per conseguenza, pur nei loro meriti, ci consentono di arrivare solo ad un livello di conoscenza minore. Con la scelta del proprio punto di partenza, Bettoli muove da quelle che sono le prime autentiche lotte operaie, da quella che è la prima presenza socialista nelle amministrazioni comunali, dalle prime affermazioni in associazioni di categoria, anche se non operaie, come la Società Agenti di Pordenone, cioè la società di mutuo soccorso degli impiegati, commessi ed agenti di commercio, dalle successive presenze tra cotonieri, metallurgici ed edili. Egli non trascura ovviamente le opere in cui prevalente è il profilo dell’organizzazione industriale, ma il suo sforzo è volto a recuperare il profilo smarrito di quei protagonisti di una stagione di organizzazione e di lotta, su cui - stranamente e per deformazioni di carattere ideologico - non si è voluto tener desta la memoria.ricerche d’archivio e paziente lettura di giornali fanno riemergere i nomi di tanti protagonisti, sin qui dimenticati, ma il cui contributo indirettamente risulta anche negli scritti di chi non li ha voluti ricordare. Bettoli, nella sua paziente ricerca, ripercorre le varie tappe del cammino socialista: la conquista, già prima dl 1900, della presidenza del Magazzino cooperativo di consumo di Torre da parte di Ilario Fantuzzi, primo consigliere municipale pordenonese, che, se in sede comunale spicca solo per iniziative limitate, mostra invece buone capacità di gestione economica in un’impresa cooperativa che rimane in mani socialiste per un quarto di secolo, nonostante le battaglie coi cattolici di don Giuseppe Lozer, non dimentica le aspre polemiche fra Luigi Fedrigo, uno dei fondatori della sezione di Pordenone, trasferito però a Mortegliano e membro dell’esecutivo della sezione socialista di Udine, ed i fratelli Guido (futuro sindaco di Pordenone) e Gino Rosso ed il futuro deputato Giuseppe Ellero, accusati di riformismo di impronta radicale. In effetti i primi comizi di Giuseppe Ellero nel 1901, riguardano il diritto di voto e la battaglia per il suffragio universale, il primo, e la questione sociale e le classi lavoratrici il secondo. Il 25 febbraio 1902 viene indetto un comizio contro il lavoro notturno delle donne e dei fanciulli. Non si tratta di manifestazioni isolate: Bettoli mette bene in luce come la manifestazione contro il lavoro notturno è una delle duecentocinquanta organizzate in tutt’Italia a sostegno della proposta di legge presentata alla Camera dei deputati dal gruppo parlamentare socialista ed elaborata da Filippo Turati ed Anna Kuliscioff. Si opera nella linea d’un riformismo ben preciso, quello di indirizzo socialista, attento ai problemi del lavoro e nella piena aderenza ad una realtà locale in cui emergono le lavoratrici tessili, tra le quali la penetrazione incomincia ad essere notevole. Ci si attesta in seguito in una posizione volta ad impedire il contrasto tra riformisti e rivoluzionari sulla base del riconoscimento della diversità delle fasi in cui i diversi metodi devono prevalere, ma i tratti della sezione pordenonese sono precisi fin dall’inizio tanto da portare ad una rottura di qualche anno con la federazione provinciale, il rientro nella quale avviene con la formazione del nuovo nucleo dirigente intorno a Giovanni Cosattini e ad Ernesto Piemonte, sensibile a tutte le suggestioni del mondo dell’emigrazione, dai problemi irrisolti che costringono ad essa fino all’apprendimento all’estero di nuovi metodi di lotta e nuove forme d’organizzazione. Pur nell’ambito di questa linea, favorita anche da una nuova maggioranza al Comune di Pordenone, non mancano tuttavia episodi in cui la lotta di classe si rende più dura quando nel marzo 1907 lo sciopero per l’aumento delle retribuzioni ai lavoratori dell’edilizia, conclusosi con un accordo accolto da 12 impresari su 14, vede dissentire da quest’ultimo il Cotonificio Amman, i cui dirigenti ricorrono al crumiraggio con personale prima adibito a lavori agricoli, non edili, cui seguono scioperi spontanei non approvati dai lavoratori organizzati e fonte così di divisione. Si crea un clima di violenza che culmina con l’assassinio Numero pagina dell’ing. Antonio Toffoletti, direttore dei lavori di costruzione d’un nuovo reparto del Cotonificio Amman. Se ne approfitta per una campagna di colpevolizzazione dei socialisti e per l’indebolimento in comune del sindaco Galeazzi e della sua giunta. Il necessario ritorno all’opposizione mostra dapprima i segni della crisi, poi quelli della ripresa, con l’attenzione a problemi specifici, dagli ospedali alle scuole, alla costruzione di case del popolo. Dal capoluogo Bettoli si sposta al di là del Livenza, per seguire i progressi del partito a Sacile, a Cordenons, a Montereale, a Prata fino alla conquista del comune di Caneva, mentre già si profila l’ombra della guerra mondiale. Il panorama che si presenta mette in luce un partito attento a saldare lavoratori industriali e lavoratori agricoli nelle organizzazioni loro proprie ed in quelle comuni, le cooperative, in cui possono convergere. Si formano buoni quadri amministrativi in grado di dar forma ad una sorta di socialismo municipale. Si capisce che quelli del centro più importante, dal loro municipio, fissino lo sguardo per cogliere quelle che sono le forze in gioco, con cui dovranno misurarsi con la conquista del comune di Pordenone il 31 ottobre 1920. Secondo Bettoli, già nel quarto capitolo, quello su Pordenone piccola Manchester, i socialisti affrontano la questione dell’illuminazione pubblica con grande diffidenza nei confronti dell’impresa mirante alla costruzione degli impianti idroelettrici del Cellina più che alla fornitura di servizi alle amministrazioni locali. Non solo espressione di buon socialismo municipale, quindi, ma precisa strategia per lo sviluppo dell’intera Destra Tagliamento è quello che dà la fisionomia del gruppo dirigente socialista di Pordenone, al tempo stesso rigino nello “scontro con la grande industria monopolistica e con il capitale finanziario”, mentre non fa mancare l’apprezzamento alle esigenze dell’industria locale, pronta al reinvestimento dei profitti nel territorio ed all’elevazione del trattamento delle maestranze. Queste linee restano anche nel momento dell’ “assalto al cielo” (capitolo settimo). E’ sicuramente molto importante l’impatto della grande guerra, della ricostruzione delle terre liberate, del nuovo modo d’intendere la rivoluzione, dopo il successo di quella dell’ottobre 1917 e non si cesserà mai di lodare gli scavi archivistici di Bettoli sia per il periodo bellico sia per la conquista di tante nuove amministrazioni nel dopoguerra. A quel che si viene a sapere dagli archivi comunali si aggiunge la paziente lettura dei giornali dell’epoca (con precisa attenzione volta anche ai nomi dei sottoscrittori: emerge così la fedeltà di tanti militanti, così come la costante presenza di certe famiglie). La futura provincia emerge coi suoi problemi, dalla bonifica dei Camolli a quella dei magredi, dalla lotta contro l’emigrazione alle opere pubbliche (la ferrovia Pordenone-Aviano, il porto sul Noncello, la costruzione di scuole). C’è la scissione di Livorno senza conseguenze sull’amministrazione comunale, la quale, vittima delle violenze fasciste del 10-11 maggio 1921, viene commissariata, ma ritorna alle rappresentanze elettive il successivo 20 ottobre. Bettoli fa pensare anche ad una ripartizione di compiti fra socialisti e comunisti in un momento di particolare difficoltà. La strategia, però, resta quella di Rosso ed Ellero, con il loro “complesso di opere infrastrutturali pubbliche: ferroviarie, fluviali, energetiche”. A questo punto, pur nella costanza dell’apprezzamento, Bettoli arretra e in Rosso ed Ellero vene “i figli migliori della borghesia pordenonese, democratica e progressista” o addirittura “gli ultimi esponenti del paternalismo illuminato”. Se però il loro programma consiste nel “creare le precondizioni per uno sviluppo industriale e commerciale autonomo di Pordenone, se a questo si accompagna la penetrazione nelle campagne con il grande sviluppo delle opere di bonifica e della cooperazione agricola, il disegno non sembra proprio di carattere paternalistico, per quanto illuminato, e se pure non privo di contatti con precisi interessi borghesi mostra di volerli comporre in un preciso progetto di riformismo socialista. Bettoli, che giustamente si chiede se a Pordenone ci sia mai stata una giunta comunale avanzata come quella del 19201922, può anche chiedersi se ci sia stato un progetto di riformismo socialista così preciso e fornire analoga risposta. A questa strategia si oppone la linea di Pisenti, ma il suo riproporzionamento è un altro dei meriti della ricerca di Bettoli, che si conclude con il consolidamento del regime fascista, non senza il bellissimo prologo Pordenone 1928 ed i suggestivi accenni alle erronee impostazioni della campagna elettorale amministrativa del 1946. Sono spunti per la continuazione del lavoro? Me lo auguro. 1 Arduino Agnelli Questo lavoro è stato presentato come tesi di laurea in Storia presso la Facoltà di lettere e filosofia dell’Università degli Studi di Trieste nell’anno accademico 2001-2002, relatore il prof. Arduino Agnelli, correlatrice la prof. Anna Maria Vinci. Assegnata la votazione di 110 su 110 e lode, la Commissione ha auspicato una rapida pubblicazione della tesi (che qui viene presentata con alcune ulteriori modifiche e puntualizzazioni), che però, per il relatore, è qualcosa di più, è il lavoro di una vita. 1 Numero pagina Capitolo 1. Prologo. Pordenone, 1928. Sabato 4 febbraio 1928, ore 8.15. Un rappresentante del sindacato fascista illustra alle operaie del Cotonificio Veneziano di Rorai Grande l’accordo stabilito con la proprietà. E’ in gioco la quadruplicazione del carico di lavoro delle tessitrici, che dovranno passare da due telai (con un’aiutante) a quattro (da sole). Sono previsti 1250 licenziamenti nei cotonifici. Non sembra che l’esponente fascista sia stato particolarmente convincente: le operaie scendono in sciopero e si avviano in corteo verso Pordenone. Alle 9.00 inizia lo sciopero al Cotonificio di Torre: le operaie vengono espulse dallo stabilimento ed anch’esse si mettono in marcia verso il capoluogo. Dopo le 10.00 lo sciopero inizia anche a Borgomeduna, lo stabilimento più vicino alla città. Parte un terzo corteo. Alla fine dell’anno precedente la maggioranza della proprietà del Cotonificio Veneziano (presente con tre stabilimenti a Pordenone ed uno nel vicino comune di Fiume 2) è passata ai fratelli Brunner di Trieste, che concentrano nelle loro mani sei stabilimenti nel Veneto, oltre ai due nel Goriziano di loro esclusiva proprietà. Essi scelgono una politica di ristrutturazione di tipo squisitamente finanziario, puntando a trasferire le produzioni verso gli stabilimenti goriziani ed all’estero, evitando quindi di ricorrere ad investimenti per ammodernare il macchinario vetusto. Questa linea prevede la pesante riduzione della manodopera e l’aumento dello sfruttamento. Nel dicembre 1927 ci sono stati 1300 licenziamenti negli stabilimenti tessili pordenonesi. I lavoratori anziani sono stati affidati alla carità pubblica, passando direttamente dal lavoro all’ospizio, pressoché a totale carico del comune. I salari vengono abbassati del 25%. A gennaio si ipotizzano altre 2400 sospensioni a Torre e Borgomeduna e la trasformazione di 1200 sospensioni precedenti in licenziamenti a Rorai Grande. Praticamente si tratta della liquidazione del Cotonificio Veneziano a Pordenone e della fame per la popolazione della città. Le autorità pubbliche, preoccupate ma supine di fronte alla politica dei Brunner, rafforzano la presenza della forza pubblica sul territorio, temendo disordini. Il 12 gennaio c’è il primo telegramma proveniente direttamente dal capo del governo, Sua Eccellenza Benito Mussolini. Il prefetto suggerisce al podestà di organizzare cucine economiche per i disoccupati, ma le autorità militari locali si dichiarano incapaci di soddisfare le esigenze, calcolate in 6.000 pasti per volta. Il 18 gennaio c’è l’accordo fra il sindacato fascista ed il Cotonificio Veneziano: saranno licenziate 1250 operaie, fatti alcuni ammodernamenti e riassunti 400 operai. 3 Quel giorno c’è il primo sciopero a Torre, che coinvolge 280 tessitrici. L’azienda programma per i primi di febbraio la continuazione dell’esperimento a Borgomeduna e Rorai Grande. Ma il 4 febbraio inizia invece il più lungo e compatto sciopero dei tessili nel periodo fascista4, finito con la ripresa del lavoro solo il 3 marzo successivo, esattamente un mese dopo. 2 Fino al 1911 è questa la denominazione del comune, a volte definito nelle fonti Fiume di Pordenone. Da quell’anno assume la denominazione di Fiume Veneto. Cfr.: TOURING CLUB ITALIANO, Annuario generale dei comuni e delle frazioni d’Italia, Milano, 1980, pag. 435. 3 Le donne sono le prime a far le spese della deindustrializzazione pordenonese, in ossequio alla mentalità oscurantista che le vuole relegare nel focolare domestico, prive di contrattualità sociale e capacità politica. Non si tratta di un aspetto caratteristico solo dell’ideologia fascista, che anzi recupera la parte più tradizionalista del pensiero cattolico. Solo pochi anni prima, proprio il parroco di Torre don Lozer aveva scritto sul suo settimanale: Notiamo che parecchi ottimi giovani sono disoccupati e purtroppo rileviamo che si continua nella tendenza di preferire loro le signorine. Ve ne sono di buone, modeste, ma, fatte le debite eccezioni, parecchie consumano lo stipendio nelle scarpette bianche, nelle calzette di seta traforate ecc. e sono, causa l’immodesto vestire, una continua provocazione; scorazzano da un ufficio all’altro, da un tavolo all’altro, con una disinvoltura incredibile e così poco o nulla producono. Troppo spesso fanno perdere il decoro e la severità dell’ambiente. Si mandino a casa queste signorine ad imparare i lavori domestici e si occupino i giovani che non sanno come sbarcare il lunario. E’ questione di serietà, di convenienza, di giustizia e di previdenza sociale. Il Popolo, n. 24 o 25, del 18 o 25 giugno 1922, pag. 3, DISOCCUPATI. Ma negli anni successivi, sotto l’infuriare della crisi economica mondiale, saranno invece le donne a rimanere occupate, grazie alla politica della discriminazione salariale per genere che le rende più convenienti, mentre la popolazione maschile languirà nella disoccupazione e nell’impossibilità di emigrare: cfr. la testimonianza di PASQUOTTI, Evelina, La bambola di Francia, romanzo autobiografico inedito, s.l. (Pordenone) e s.d., testo dattilografato. 4 DEGAN, Teresina, Industria tessile e lotte operaie a Pordenone, 1840-1954, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1981, pag. 134. Per Mario Lizzero oggi (lo) possiamo ben considerare tra i più grandi di tutti gli anni della clandestinità durante la dittatura fascista. Cfr.: LIZZERO, Mario, Scioperano i tessili di Pordenone, in: Il prezzo della libertà. Episodi di lotta antifascista, Roma, ANPPIA, 1958, pag. 133; lo stesso giudizio è riportato in: id., Gloriose battaglie antifasciste, Pordenone, Federazione Comunista, 1958, pag. 17. I due testi coevi di Lizzero sono praticamente identici, con alcune piccole diversità non significative. Lizzero indica la data di sabato 3 febbraio per l’inizio dello sciopero, mentre Degan la fissa a sabato 4: una nostra verifica ci porta a sostenere la correttezza della seconda datazione: cfr. CAPPELLI, A., Cronologia, cronografia e calendario perpetuo, Milano, Hoepli, 1983, pag. 70. Numero pagina Il corteo proveniente da Rorai Grande viene attaccato dalla polizia e dai fascisti e disperso. Ai pestaggi seguono gli arresti. Ma il corteo di Torre sfonda gli sbarramenti, usando le pietre del selciato. Duemila dimostranti entrano in città, vanno alla sede del sindacato fascista e poi al carcere, dove rivendicano la liberazione degli arrestati. Lo sciopero continua nonostante la repressione e l’attacco frontale da parte del potere politico. Il carcere scoppia, parte delle operaie arrestate viene trasferita ad Udine. I quartieri operai della periferia vengono posti sotto stato d’assedio già da domenica 5 febbraio. I comunisti diffondono nei quartieri la loro stampa clandestina ed organizzano perfino un comizio pubblico. I fascisti operano per isolare la lotta, premono sui commercianti perché non concedano credito agli scioperanti, censurano totalmente la stampa affinché non filtrino notizie fuori città. Sottoscrizioni clandestine cercano di sostenere i più poveri fra gli scioperanti. Il prefetto - per ordine del capo del governo - fa proclamare la serrata del Cotonificio ed il licenziamento di tutte le operaie, in violazione delle stesse leggi sul lavoro varate dal fascismo. Così scrive Mussolini al prefetto di Udine: E’ necessario stroncare agitazione inconsulta a Pordenone, Regime, in faccende del genere, non ammette deviazioni o indulgenze, come ha dimostrato schiantando la resistenza passiva di Molinella e mito relativo. Proceda quindi ad ottenere, e, al caso, imporre: 1) chiusura di tutti gli stabilimenti; 2) il licenziamento di tutte le operaie; 3) alla loro selezione oculata; 4) all’arresto delle più riottose operaie. 5 E’ di grande significato il riferimento a Molinella, roccaforte socialista nella bassa bolognese. In questo centro agricolo di medie dimensioni (secondo Salvemini all’epoca gli abitanti erano 15.000, cioè poco meno di Pordenone) il movimento socialista, che ebbe il suo apostolo in Giuseppe Massarenti, era riuscito a trasformare una realtà di contadini poveri afflitti dalla miseria più terribile. In tre decenni l’organizzazione sindacale dei braccianti e dei mezzadri, la costruzione di una complessa struttura cooperativistica e la conquista dell’Amministrazione Comunale avevano trasformato Molinella in un modello del nuovo potere socialista.6 Dal 1922 su Molinella si abbatte la violenza del fascismo, cui i socialisti rispondono con l’agitazione nonviolenta. La resistenza dura in modo ammirevole per anni nonostante gli omicidii, le bastonature, la discriminazione dei lavoratori che non cedono al regime, la distruzione di ogni struttura costruita in decenni di lotte. Paragonare quindi - da parte di Mussolini - la lotta delle tessili del Cotonificio Veneziano al mito di Molinella ha un significato che esalta e dà dimensione nazionale al ruolo politico di opposizione attribuito al movimento operaio pordenonese. A metà febbraio tra i Brunner ed il sindacato fascista è pronto un accordo, che prevede la ripresa del lavoro per tutte le operaie. Le tendenze produttive internazionali stanno ridando fiato all’industria tessile ed ai padroni interessa chiudere al più presto la vertenza. Ma la questione è politica, come dimostra ad abundantiam il ripetuto intervento del capo del fascismo nella vertenza. Il regime interviene per bloccare l’accordo, che significherebbe la vittoria delle operaie. 5 Telegramma n. 068075 del Capo del Governo al prefetto di Udine, 7 febbraio 1928, in ASU, Busta 9, fascicolo 32: “Pordenone. Cotonificio Veneziano. Licenziamento operai 1917-29”, riportato da: DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 139-140. 6 Giuseppe Massarenti non è diventato uno dei martiri ufficiali dell’Italia antifascista in quanto il fascismo, nei suoi confronti, sarà più moderno di quanto fosse in quegli anni con pistole, manganelli ed olio di ricino. L’ormai vecchio dirigente socialista, provato dalla distruzione del movimento da lui diretto e colpito dalle persecuzioni, è ridotto sul lastrico e costretto a trascinare una vita di stenti finché il regime trova modo di internarlo in un ospedale psichiatrico, con una diagnosi di... mania di persecuzione da parte del fascismo! Il grave è che Massarenti morirà nel 1950 senza che l’Italia repubblicana gli renda giustizia: nello stesso modo - d’altronde in cui centinaia di migliaia di persone sono state espropriate della propria esistenza dalla mostruosa istituzione psichiatrica. Cfr. la biografia in: DAL PONT, Adriano, e ZOCCHI, Lino (a cura di), Pionieri dell’Italia democratica. Vita e scritti di combattenti antifascisti, Roma, Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti, 1966, pagg. 159-167. L’eliminazione degli oppositori mediante l’internamento psichiatrico, poco o nulla studiata in Italia, sembra essere stata utilizzata dal fascismo in modo significativo. In tal senso ha riferito in un recente convegno (Le carte di Ippocrate. Gli archivi per la sanità nel Friuli Venezia Giulia, Trieste-Udine 25-26 marzo 2003) il direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo Luigi Contegiacomo, nella sua relazione Carte da legale: il caso Polesano, dedicata al lavoro di riordino dell’archivio dell’Ospedale Psichiatrico di quella città. L’incrocio fra varie cartelle cliniche e gli indici del Casellario Politico Centrale ha permesso di individuare fra gli internati svariati oppositori politici antifascisti, confermando in tal modo indicazioni già pervenute allo stesso studioso dai colleghi impegnati in analoghe ricerche nel Ferrarese. Un caso esemplare è inoltre quello di Argo Secondari, il fondatore del movimento degli Arditi del Popolo, che il fascismo non vorrà far uscire dal manicomio, nonostante le richieste dei familiari emigrati negli Usa di poterlo accogliere presso di loro: cfr. ROSSI, Marco, Arditi, non gendarmi! Dall’arditismo di guerra agli arditi del popolo 1917-1922, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 1997. Alla resistenza del popolo di Molinella contro la violenza fascista hanno dedicato contributi Gaetano Salvemini - il quale utilizza anche le corrispondenze di due giornalisti inglesi che erano stati diretti testimoni e loro stessi vittime delle persecuzioni - ed Alessandro Levi, che sottolinea soprattutto la grande coesione sociale della resistenza nonviolenta dei confederali, frutto della coscienza degli enormi progressi che avevano portato in pochi decenni i contadini molinellesi - grazie al socialismo - dalla miseria più nera alla costruzione di un significativo benessere basato sull’organizzazione cooperativistica. Cfr. SALVEMINI, Gaetano, Molinella, in: DAL PONT, Adriano, e ZOCCHI, Lino, cit., pagg. 171-180; LEVI, Alessandro, Una giornata a Molinella, s.d., in: id., Scritti minori storici e politici, Padova, Cedam, 1957, pagg. 655-664. Il fascismo pordenonese contribuisce precocemente agli attacchi a Molinella nel 1920 con la presenza del giovane Francesco Pisenti, che ha già anticipato il fratello maggiore Piero nell’adesione allo squadrismo, con il quale è evidentemente venuto in contatto nella città di Bologna ove studia: cfr. APR, busta Pisenti avv. Piero, nota dattiloscritta dell’avv. Francesco Pisenti del 25 gennaio 1936. Numero pagina Le dimensioni assunte dalla lotta degli operai pordenonesi sono - per questa piccola città ed il suo limitato territorio - debordanti ed inconsuete per l’Italietta fascista. Lo saranno certamente agli occhi di un osservatore degli inizi del Ventunesimo Secolo: difficilmente chi sarà nato a partire dagli anni Settanta potrà aver partecipato od anche solo visto movimenti sociali di massa, escluse forse le repentine fiammate delle minoranze pacifiste oppure qualche manifestazione dei centri sociali. Ma anche in questi ultimi casi, difficilmente si tratterà a livello locale di poco più di qualche centinaio di persone, anche se represse con uno schieramento di mezzi che ne testimonierà la potenziale pericolosità per un sistema più debole di quanto voglia apparire. Per vedere le masse - quelle delle sterminate manifestazioni contro la globalizzazione bisognerà spostarsi nella dimensione di manifestazioni ormai internazionali. Ma la lotta del 1928 è imponente anche per quel contesto storico. Nel caso di cui riferiamo, studiato da Teresina Degan nel suo libro sulla classe operaia tessile pordenonese 7, si sta parlando della dura e lunga lotta che coinvolge circa 7.000 operai (che per il 70% erano donne) dei cotonifici della città, cioè quasi tutta la massa operaia pordenonese, valutata in 10.000 unità su circa 30.000 abitanti di Pordenone, Cordenons e Fiume. E poi c’è un altro motivo: da sei anni l’Italia geme sotto il fascismo, cioè la prima moderna esperienza di dittatura reazionaria di massa. Una dittatura che ha sciolto nel sangue le organizzazioni politiche, sindacali e cooperative del movimento dei lavoratori, eliminato alla radice le istituzioni democratiche ed inciso profondamente sulla realtà sociale. Inciso profondamente significa la riduzione dei posti di lavoro aumentando in modo selvaggio la produttività operaia, riducendo nello stesso momento paghe e diritti sociali. Proprio per questo motivo non si può che guardare con rispetto al lungo sciopero dei tessili di Pordenone del 1928. La potenzialità dell’episodio è dimostrata già dal fatto che ad esso dedica più volte la sua diretta attenzione Mussolini. Allo sciopero sono dedicati inoltre articoli da parte della stampa clandestina comunista dell’epoca: l’Unità e Stato Operaio. Incontriamo alcune vecchie conoscenze: un fascista... Durante lo sciopero riappaiono alcuni protagonisti della storia, non solo locale, del lungo primo dopoguerra, quando per qualche tempo erano stati in discussione gli equilibri di classe del nostro paese ed era percepibile un rovesciamento della prospettiva storica. Per un biennio, dopo la guerra, era stato possibile - forse - che i poteri fossero ridistribuiti e che i grandi sacrifici imposti al popolo italiano venissero almeno in parte risarciti. Poi la prospettiva fu rapidamente richiusa nel sangue da una reazione capitalistica che avrebbe costituito il modello in Europa per vent’anni. Ma la storia non procede per cesure irrimediabili, e spesso quello che sembrava sepolto per sempre riemerge in modo inaspettato. Lo sciopero dei cotonifici è certo un’amara sorpresa per qualcuno che forse pensava di essersi lasciato per sempre alle spalle la lotta di classe. Appena iniziato lo sciopero, Mussolini scrive questo telegramma: Agitazione operaie Pordenone comincia ad essere sospetta perché est assolutamente ingiustificata. Dato nullismo partito et sua azione nella patria dell’onorevole Pisenti, dato insufficienza organizzazioni sindacali invito S.V. a prendere tutte le misure perché questo gioco che dura ormai troppo tempo e non ha giustificazione abbia a cessare. 8 Già, nella “patria” dell’on. Piero Pisenti, uomo degli agrari e degli industriali monopolisti e massimo dirigente del fascismo friulano, l’influenza del regime appare drammaticamente limitata. Viene messo in discussione il risultato della violenta presa del potere ai danni delle espressioni politiche delle masse popolari, che - rimaste estranee ed ostili al regime - sono ora capaci di ritornare coraggiosamente alla lotta contro di esso. Pisenti è un tipico esponente di quella borghesia liberale che ha scelto il fascismo come strumento per bloccare la strada ai partiti di massa, socialisti e popolari, usando spregiudicatamente la violenza armata per restaurare il potere di classe. Da consumato politico, durante la guerra non si era certo precipitato al fronte, alieno evidentemente da quell’entusiasmo interventista che aveva invece colpito, spesso sinceramente, anche molti esponenti della sinistra. Dopo aver affrontato socialisti e popolari nelle elezioni amministrative del 1920 con il blocco formato dal suo Partito del Lavoro, dai combattenti e dai socialisti riformisti (imbarcando in un’unica lista tutta la vecchia classe dirigente e recuperando spazio rispetto al disastroso risultato delle elezioni politiche dell’anno precedente) Pisenti confluisce nel partito fascista. E’ dapprima alto commissario del Pnf per il Friuli: gli alti commissari sono una nuova figura decisa dal Gran Consiglio del fascismo il 13 gennaio 1923, scegliendo fra i più importanti ras locali per controllare gruppi di provincie o intere regioni.9 7 DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 128-148. Queste brevi righe sono basate sulla sua narrazione dello sciopero. Mussolini al prefetto, telegramma in cifra, n. 037270, ore 12.30 di domenica 5 febbraio 1928, citato in: DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 137. 9 LYTTELTON, Adrian, La conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929. Roma-Bari, Laterza, 1974, pag. 266. Ras è la terminologia usata per definire i caporioni fascisti locali, mutuata dalla denominazione etiopica dei nobili feudatari che tanto filo da torcere avevano dato all’Italia durante i tentativi di conquista dell’era crispina e che altrettanto ne daranno pochi anni dopo (aiutati anche da qualche inviato del Pci), nonostante le nubi di yprite gettate dall’aviazione italiana. 8 Numero pagina Pisenti è poi protagonista della sperimentazione di un ulteriore passaggio dell’istituzionalizzazione del partito nello Stato, con la sua nomina a prefetto di Udine nel maggio successivo. Ma qui Pisenti - secondo Lyttelton - dimostra i limiti dei quadri del partito nella gestione della cosa pubblica, entrando in conflitto sia con l’Arcivescovado che con esponenti fiancheggiatori del regime. L’intolleranza del capo fascista si alimenta dell’anticlericalismo di fondo della classe dirigente italiana e della polemica nazionalistica contro la Chiesa austriacante, a sua volta elemento strumentale dell’attacco al clero di lingua slovena e croata delle nuove province orientali. L’esperimento ha termine solo dopo pochi mesi, nel dicembre 1923 10. Nel breve volgere di un anno si consuma la fase ascendente della carriera di questo brillante esponente del regime, che l’anno successivo entra nel Parlamento nazionale per restarvi per tutta la durata del fascismo11. Il suo ruolo di rappresentanza degli interessi borghesi lo aveva messo al centro di feroci polemiche da parte dell’ala “dura” del movimento, che era riuscita successivamente ad ottenere la sua temporanea espulsione dal partito fascista fra il 1926 ed il 1927 12. Gli altri esponenti dei ceti tradizionali, inseritisi nel fascismo per garantire il perpetuarsi della stabilità sociale e del loro potere, potranno ben presto riemergere, Pisenti no: sarà lui a pagare in qualche modo per il suo ruolo di capo troppo schierato nei contrasti interni 13. Ma ciò non gli impedisce il permanere nelle istituzioni del fascismo ed il repentino riemergere nel 1943-45 come ministro della giustizia della Repubblica sociale italiana, lo stato vassallo del nazismo nel Nord Italia. Ma soprattutto - per quanto ci interessa - le vicende successive di Pisenti non oscurano, ma anzi esaltano i primi passi della sua carriera politica, iniziata nel Partito del Lavoro e nella commissione padronale degli agrari che fronteggiava i rappresentanti delle leghe contadine, come vice dell’avianese Antonio Cristofori, agrario ed esponente del radicalismo (la stessa formazione politica da cui proviene anche lui). L’impegno sinceramente reazionario del Pisenti è portato avanti con coerenza, assumendo come obiettivo da sconfiggere senza condizioni - il movimento popolare e le sue espressioni, in particolare la Giunta rossa di Pordenone sulla quale rovescia roventi polemiche.14 La stessa prevalenza di personale politico del Pordenonese alla testa della federazione fascista friulana (dopo Pisenti, Nicolò De Carli nel 1924-1925 e poi nuovamente nel 1926 ed il conte Arturo Cattaneo nel 1928-1929) testimonia il livello dello scontro di classe nel Friuli occidentale nel primo dopoguerra, qualitativamente differente dalla situazione nel resto della provincia, maggiormente segnata dalla continuità delle forze politiche tradizionali15. ...un muratore... Ad un rappresentante “perdente” della fazione al potere, corrisponde la capacità di mobilitazione della giovane organizzazione clandestina che per vent’anni rappresenterà l’avanguardia dell’antifascismo. L’agitazione dimostra la presenza del Partito Comunista d’Italia clandestino, capace anche di uscire allo scoperto come nel caso del comizio del 6 marzo del segretario provinciale di Udine Giacinto Calligaris. Il Pcd’i esce con la sua struttura intatta dalla lotta del Cotonificio Veneziano. Solo nel 1931 il regime riuscirà a scoprirne le fila ed a farne condannare dal Tribunale Speciale tredici esponenti, quasi tutti impegnati nello sciopero del 1928 e pronti a farne scoppiare un altro nel 1932. 16 10 LYTTELTON, Adrian, cit., pagg. 267-269. Il Parlamento italiano. Storia parlamentare politica dell’Italia 1861-1988, Milano, Nuova CEI, 1988, voll. 11° e 12°; RINALDI, Carlo, I deputati del Friuli-Venezia Giulia a Montecitorio dal 1919 alla Costituente, 2 volumi, Trieste, Regione Autonoma FriuliVenezia Giulia, 1983, 2° volume, pagg. 561-572. 12 LYTTELTON, Adrian, cit., pagg. 445-446; RINALDI, Carlo, I deputati del Friuli-Venezia Giulia a Montecitorio dal 1919 alla Costituente, cit., secondo volume, pagg. 563-566. 13 LEONARDUZZI, Andrea, Il fascismo locale in Friuli: problemi e prospettive, in: Luigi Ganapini (a cura di), La storiografia sul fascismo locale nell’Italia nordorientale, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1990, pag. 37; FABBRO, Mario, Fascismo e lotta politica in Friuli (1920-26), Venezia/Padova, Marsilio, 1974, pag. 197. 14 Sul ruolo politico del Pisenti nel primo dopoguerra cfr.: FABBRO, Mario, cit.; PREZIOSI, Anna Maria, Borghesia e fascismo in Friuli negli anni 1920-22, Roma, Bonacci, 1980. Il nob. avv. dott. Antonio Cristofori fu Marco è nato ad Aviano il 19.11.1877: ASU-APU, busta 22, fascicolo 7, 1914, Eleggibilità dei Consiglieri. Ricorsi. Deputazione Provinciale di Udine, prot. n. 6430 del 10.11.1914. Sul Cristofori si veda: RINALDI, Carlo, I deputati del Friuli-Venezia Giulia a Montecitorio dal 1919 alla Costituente, cit., primo volume, pagg. 267-273. A proposito di histoire de longue durée è significativo segnalare quanto appare dal confronto fra RINALDI, pagg. 267-268 e GARGIULO, Roberto, Mamma li turchi. La grande scorreria del 1499 in Friuli, Pordenone, Biblioteca dell’Immagine, 1998, pagg. 193-198. Come Gargiulo riannoda i fili della discendenza familiare fra una giovane rapita dai turchi nel 1499 ad Aviano e padre Marco, incaricato vaticano per la mobilitazione della cristianità nella crociata contro l’Impero turco alla fine del Seicento, noi ci permettiamo di riannodare e sottolineare i fili della funzione conservatrice della piccola nobiltà, fra il cappuccino onorato all’ingresso della omonima cripta asburgica ed il suo discendente organizzatore degli agrari friulani contro i contadini. 15 LEONARDUZZI, Andrea, cit., pagg. 35-36; FABBRO, Mario, cit., pag. 191. 16 Sentenza n. 68 del 23-11-1931, Pres. Tringali - Rel. Buccafurri. Nel 1930-31 l’organizzazione comunista di Pordenone è articolata su quattro settori. L’attività è svolta specialmente negli stabilimenti industriali cittadini. (Reati contestati: Costituzione del PCI, appartenenza allo stesso e propaganda) cognome e nomecomune data di nascitamestierecondanna: annie mesi:Bet GiuseppeFiume V. (Ud)26-7-1898bracciante4Boccalon GuidoPasiano (Ud)5-4-1901bracciante7-Bortoluzzi AldoPordenone (Ud)11-6-1902pittore 3-Carli VittorioPordenone (Ud)20-10-1894calzolaio3-Durigon AchillePordenone (Ud)3-4-1913manovale63Fantuzzi GuidoPordenone (Ud)24-6-1911tintore16Gassarelli GiuseppePordenone (Ud)12-7-1889bracciante2-Lucchese FioravanteBrugnera (Ud)6-121903rappresentanteassoltoMorassut AntonioPordenone (Ud)20-11-1911operaio16Palazzin GiobattaPordenone (Ud)30-111897falegname5-Romanet TranquilloPordenone (Ud)4-6-1911macellario16Scalon AngeloS. Vito T. (Ud)29-9-1879falegname511 Numero pagina Alla testa della rete clandestina comunista ai tempi dello sciopero c’è Ernesto Oliva, muratore, eletto nel 1920 al Consiglio Comunale di Pordenone nella vittoriosa lista socialista. Suo e di Calligaris è l’articolo sullo sciopero riportato da l’Unità clandestina e diffuso a Pordenone. Sua è la barca con la quale Calligaris sfugge alla polizia il 6 marzo attraversando il Noncello.17 Lo ritroveremo nel 1931, delegato al quarto congresso del Partito comunista tenutosi in esilio a Colonia. Un intervento significativo, secondo Paolo Spriano: A volte ci si prospetta problemi che parrebbero caratteristici dei primordi del movimento operaio se il fatto che da anni ed anni ogni espressione e organizzazione libera delle masse sia soppressa non ponesse la necessità di una propaganda come quella che cinquant’anni prima fecero tra le masse gli anarchici o i socialisti. Un delegato dice: “Come si va tra i contadini? Penetrare tra i contadini è un problema particolare. Essi sono legati al prete. A lui si rivolgono per ogni cosa. I compagni, quando vanno ad un villaggio, debbono conoscere le abitudini dei contadini e studiarne la psicologia; solo così un lavoro coordinato può riuscire. Bisogna dire che il prete è d’accordo con il padrone, che la formula ‘Beati i poveri’ è un trucco per tenerlo asservito al padrone.”18 Al termine del congresso Oliva sarà chiamato a far parte del comitato centrale del partito, un organismo assai ristretto, ben lontano dalle pletoriche dimensioni richieste dalla partecipazione di facciata cui ci si abituerà verso la fine del secolo. Inseguito da un mandato di cattura per organizzazione comunista emesso nella primavera del 1931 (la sua posizione era stata stralciata per latitanza dal processo al Tribunale Speciale contro l’organizzazione comunista pordenonese), rientra in Italia per lavorare nel Centro interno del partito e qui viene arrestato a Genova insieme al responsabile, il muggesano Luigi Frausin, il 12 marzo del 1932, in una operazione che porterà allo smantellamento del Centro. Nel 1933 il Tribunale Speciale gli comminerà 5 anni di carcere, da scontare nel penitenziario di Castelfranco Emilia.19 Il seguito, contrariamente a quello dei romanzi, non sarà eroico. La moglie, a sua insaputa, chiede al Duce la grazia. Liberato il 7 febbraio 1934 per il condono di tre anni di reclusione, Ernesto Oliva rimane macchiato dal sospetto d’infamia, è isolato dai compagni, tagliato fuori dall’attività del partito soggetta alle inflessibili regole della clandestinità. Ancora vigilato nel 1942, vive nella costante attesa di essere preventivamente arrestato, ogni qualvolta qualche gerarca del fascismo visiti Pordenone. Durante la lotta di liberazione si nasconde continuamente, per evitare di essere catturato dai nazi-fascisti. Solo dopo la caduta del fascismo Oliva ritornerà a militare nel partito comunista.20 ...un nobile. Durante gli scontri del 4 febbraio viene ferito anche il podestà fascista conte Arturo Cattaneo: non vittima delle nerbate delle sue camicie nere, ma della rabbia operaia. Egli, con altri esponenti del fascismo locale, firma successivamente un inascoltato manifesto che chiarisce bene il ruolo del regime al servizio del padronato: Operai cotonieri di Pordenone, quanto avete commesso è stolido, vergognoso, indegno. Stolido perché diretto a danneggiare voi stessi e le vostre famiglie: vergognoso perché compiuto contro il regime e le sue sane e oneste leggi: indegno perché avete risposto con atti e manifestazioni che ricordano un passato volgare e disonorato, al generoso interessamento delle autorità politiche e sindacali e dello stesso capo del Governo il cui tempestivo interessamento aveva impedito la chiusura degli stabilimenti del Cotonificio Veneziano. Se tale provvedimento venisse oggi attuato dai dirigenti della Amministrazione Brunner, ciò sarebbe soltanto per vostra colpa. L’insano contegno da voi tenuto non può avere giustificazione alcuna. Lo sciopero è reato; tutti voi siete pertanto fuori della legge e contro il regime e le sue forze, non solo, ma anche contro tutte le camicie nere che per il loro onore e fede giurata non possono avere con voi nessuna solidarietà. Il nostro monito severo è rivolto soprattutto contro coloro che, avversari irriducibili del fascismo, nemici quindi del vostro stesso benessere e della tranquillità, hanno compiuto opera di sobillazione e di incitamento. Intanto voi, operai cotonieri di Pordenone, ascoltate ed eseguite l’unico ordine che il fascismo vi può dare: riprendere immediatamente con disciplina e tranquillità il lavoro. Ogni questione ed ogni eventuale diritto saranno esaminati dalle autorità competenti, a tenore della legge vigente sull’ordinamento sindacale corporativo. Vendramini EugenioPordenone (Ud)20-3-1902muratore5-Cfr. DAL PONT, Adriano, LEONETTI, Alfonso, MAIELLO, Pasquale, ZOCCHI, Lino, Aula IV, tutti i processi del Tribunale Speciale fascista, Roma, Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti, 1962, pag. 206. 17 LIZZERO, Mario, Gloriose battaglie antifasciste, cit., pagg. 16-17. 18 Dal’intervento di Antonio (Ernesto Oliva), Archivio del Partito Comunista, 918/60, tratto da: SPRIANO, Paolo, Storia del Partito comunista italiano, Torino, Einaudi, 1978, volume secondo, Gli anni della clandestinità, pag. 318. 19 SPRIANO, Paolo, Storia del Partito comunista italiano, cit., pagg. 322, 353 e 406. Sentenza n. 23 del 20-9-1933, Pres. Le Metre - Rel. Buccafurri. Nel marzo 1932 viene scoperto a Milano il Centro interno del Partito comunista. Frausin, arrestato a Genova, se ne assume l’intera responsabilità. Gli altri imputati, muniti di falsi documenti, sono presentati e giudicati come funzionari dello stesso partito i quali si recavano spesso all’estero, donde ritornavano con direttive e materiale vario: 16 accusati vengono prosciolti per amnistia. (Costituzione del PCI) cognome e nomecomune data di nascitamestierecondanna ad anni:Frausin LuigiMuggia (Ts)21-6-1898carpentiere12Succio CarmelinaSanthià (Vc)27-5-1901non indicato8Macchia UmbertoBologna6-10-1904operaio12Oliva ErnestoPordenone (Ud)3011-1896muratore5Marcucci CesareFalerone (Ap)23-9-1906studente12Mazzoleni VirgilioIntrobio (Co)27-21897rappresentante6Cfr. DAL PONT, Adriano, LEONETTI, Alfonso, MAIELLO, Pasquale, ZOCCHI, Lino, cit., pagg. 246-247; ed inoltre, per gli altri dati: DAL PONT, Adriano, CAROLINI, Simonetta, MARTUCCI, Luciana, PIANA, Cristina, RICCO’, Liliana, cit. Ernesto Oliva era nato a Pordenone il 30 novembre 1896 ed aveva conservato la residenza in città. 20 Testimonianza di Mario Bettoli, che ha conosciuto da giovane Ernesto Oliva, abitante nel suo stesso quartiere (Borgomeduna) dopo la scarcerazione. Numero pagina f.to Traverso - Segretario del Sindacato Fascista f.to Perotti - Segretario federale co. A. Cattaneo - Podestà Valenzuela - Segretario politico. 21 Nessun politico eletto democraticamente si azzarderebbe ad usare un linguaggio del genere. In un futuro lontano simili sfuriate saranno solitamente rivolte alla propria base organizzativa da un capo pesantemente sconfitto nelle elezioni e saranno un cosmetico per repentini cambiamenti di linea oppure per la totale assenza di essa. In questi tempi invece il linguaggio tradisce esplicitamente il senso del dominio di classe esercitato su una massa totalmente espropriata dei diritti e della propria voce. Il conte Cattaneo, nel corso delle faide del fascismo friulano della metà degli anni ‘20, era stato espulso insieme al conte De Puppi (altro esponente dell’aristocrazia agraria) contemporaneamente alla sospensione del Pisenti, del commissario prefettizio del comune di Udine Luigi Spezzotti (pure lui industriale tessile) e del presidente della commissione reale per l’amministrazione della provincia conte Gino di Caporiacco. Tutti esponenti della vecchia classe dirigente radicale o moderata, invisi e mal sopportati dalle camicie nere “della prima ora”. Ma la loro esclusione dalle file del partito era durata poco ed il pisentiano conte Arturo Cattaneo potrà, nonostante o forse proprio per la provenienza dal duro fronte di lotta di Pordenone, occupare lo scranno di segretario federale udinese proprio dall’ottobre 1928 al settembre 1929. 22 Solo sei anni prima. Nell’estate 1922, al vertice del comune di Pordenone non sedeva un nobile proprietario terriero nominato dal regime fascista ma un sindaco democraticamente eletto con il voto del 70% dei cittadini. Anche se quelle donne che producevano in massima parte la ricchezza della città erano escluse dai diritti politici, il voto del centro operaio tessile, della “piccola Manchester” del Friuli era stato riversato sulla lista socialista. Così dal novembre 1920 all’agosto 1922 l’avvocato Guido Rosso era giunto allo scranno di sindaco, l’unico mai espresso dal movimento operaio nella città sulle rive del Noncello. Rosso non fu un politicante pronto ad approfittare del momento favorevole per fare carriera, anche se qualche ombra fu talvolta gettata su di lui dagli avversari. Avvocato patrocinatore degli operai davanti ai tribunali nelle continue cause per difendere i loro interessi individuali e collettivi, era stato dai primi anni del secolo alla testa della propaganda del partito e dell’organizzazione sindacale insieme al collega Giuseppe Ellero, assessore comunale e, dal 1921 al 1924, primo deputato socialista pordenonese. Nello stesso biennio nero in cui montava la reazione fascista, a Vallenoncello, allora comune autonomo ed oggi solo frazione di Pordenone, il conte Cattaneo ed i suoi uomini dovevano assaporare la polvere dell’opposizione ad una Giunta, pure socialista, eletta dai contadini di quel piccolo centro. L’affronto fu così duro da costare forse la vita a quel comune, assorbito nel 1930 dal ben più prestigioso feudo di Pordenone.23 Mai vendetta di classe fu più chiara del passaggio dei poteri a Pordenone. Mai la forza degli opposti schieramenti di classe poté così direttamente commisurarsi nella conquista delle massime cariche cittadine. Alle operaie licenziate ed arrestate non rimaneva neanche più la possibilità di utilizzare il patrocinio di quei compagni che erano stati anche i loro storici avvocati.24 La brace della storia cova sotto la cenere. Nel Friuli a cavallo fra la fine degli anni Venti ed i primi anni Trenta opera la rete clandestina del Partito Comunista. Pesano le assenze degli emigrati e di chi è caduto nella lotta antifascista, come i due capi comunisti di Torre, Pietro Sartor (costretto a rifugiarsi in Belgio, dove dirigerà Il Riscatto, giornale dell’antifascismo italiano in quel paese; morirà nel 1926 in un incidente) e Tranquillo Moras, ucciso dai fascisti in un agguato a Pordenone nel 1921. 21 Copia dattiloscritta presso ASU, Busta 9, fascicolo 32: “Pordenone. Cotonificio Veneziano. Licenziamento operai 1917-29”, e originale a stampa presso l’archivio del comune di Pordenone; riportato da: DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 136-137. 22 LEONARDUZZI, Andrea, cit., pagg. 33-36. 23 La famiglia Cattaneo era stata rappresentata con continuità nell’Amministrazione Comunale di Pordenone, fin dall’epoca asburgica, in mezzo ad un folto gruppo di proprietari terrieri di origine nobiliare. Riccardo Cattaneo esprimeva nel 1895 contro le spese comunali per l’istruzione tecnica le preoccupazioni dell’ala più conservatrice del ceto dirigente dell’epoca, di cui ... era forse l’esponente più in vista e di maggiore peso politico. Cfr. MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone dall’Unità alla fine dell’ottocento, Brescia, Paideia, 1983, pagg. 137-138, ed inoltre le tabelle a pagg. 216, 222-224. Sul ruolo dei Cattaneo nelle amministrazioni dei primi due decenni del Novecento, si vedano i capitoli successivi. 24 Quando questi lavoratori licenziati in tronco e senza restituzione del libretto di lavoro si recarono da un avvocato per farsi difendere questi disse loro che preferiva regalare a ciascuno di essi 50 lire purché non tornassero da lui per timore di essere mandato al confino dai fascisti! Cfr. LIZZERO, Mario, Gloriose battaglie antifasciste, cit., pag. 20. Vista l’assenza da Pordenone di Giuseppe Ellero, che aveva dovuto trasferirsi a Milano dopo la vittoria del fascismo, tale episodio può forse riferirsi a Guido Rosso, che però è pure egli in esilio a Venezia (città per altro più facilmente raggiungibile in treno da Pordenone) oppure a qualcuno degli avvocati radicali rimasti liberi da legami con il fascismo. Numero pagina Mentre dirigenti e militanti socialisti si immergono nelle profondità carsiche della resistenza passiva al regime, altri continuano la lotta sindacale, come si vede nel 1928. Tra i dirigenti che organizzano lo sciopero troviamo Luigi Molmenti e Umberto Santin, che erano stati consiglieri comunali dal 1920 al 1922. 25 Santin aveva subito aderito al partito comunista, mentre Molmenti era rimasto nel Psi. Una nuova generazione di militanti operai ha preso il suo posto nella dura azione illegale comunista, accelerata dopo la “svolta” staliniana del Pci e la decisione di riportare in Italia il baricentro della propria azione politica nella ottimistica quanto effimera prospettiva che la crisi economica del 1929 metta in ginocchio definitivamente il regime insieme con tutto il capitalismo. Nei cinque processi contro i comunisti friulani dell’ottobre 1934 troviamo una grande presenza di attivisti di Spilimbergo, Castelnovo e Sequals: si tratta (insieme a Pinzano, confinante con questi tre comuni) di alcuni dei centri dell’altra area del Friuli occidentale che, nel primo ventennio del secolo, ha visto una significativa presenza del movimento socialista, che in alcuni momenti ha anche assunto il controllo delle amministrazioni locali. Le persone sono cambiate, le date di nascita testimoniano del passaggio di consegne fra generazioni, nuovi dirigenti emergono ormai, come Luigi Bortolussi26 e Mario Lizzero: ma la coincidenza testimonia della permanenza sotterranea delle tendenze di lungo periodo.27 Ma anche i “vecchi” dirigenti sono ancora all’opera. E dimostrano con la loro azione quel legame inestricabile fra il piccolo mondo delle cittadine friulane ed il grande mondo della Storia. Umberto De Gottardo, muratore e dirigente sindacale, consigliere comunale e provinciale socialista di Pordenone dal 1920, diventato assessore nel 1921 in seguito alle dimissioni di due assessori passati al neocostituito Pcd’i 28 è fra i volontari antifascisti che accorrono in Spagna per combattere nelle Brigate Internazionali che difendono la repubblica dalle truppe golpiste di Franco. Sempre in Spagna, ad Albacete nel 1937, cade Piero Pasquotti di Torre, nipote di quell’Enrico Marzot che aveva ceduto il ruolo di assessore proprio a De Gottardo. 29 25 LIZZERO, Mario, Gloriose battaglie antifasciste, cit., pag. 14. Su Luigi Bortolussi, dirigente del partito comunista originario di Lestans e comandante partigiano, cfr. LIZZERO, Mario, Luigi Bortolussi “Marco” una vita per la libertà, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, s.d. (ma probabilmente 1986). 27 Sentenza n. 38 del 10-10-1934, Pres. Gauttieri - Rel. Buccafurri La federazione comunista di Udine nel 1932-33 sviluppa la propria attività nei principali centri della provincia. La sentenza ammette la “pericolosità del vasto movimento che, grazie a circostanze locali favorevoli, era riuscito a penetrare nelle organizzazioni fasciste, corrompendo giovani inesperti”. Parte degli arrestati sono prosciolti in istruttoria, gli altri rinviati a giudizio suddivisi in 5 gruppi di cui questo è il primo. (Costituzione del PCI, appartenenza allo stesso, propaganda) cognome e nomecomune data di nascitamestierecondanna ad anni:Feruglio BeniaminoFeletto (Ud)26-10-1894geometra9Mirolo AngeloSpilimbergo (Ud)6-10-1908fabbro9Peressini LeoneSpilimbergo (Ud)2-9-1907falegname8Fritz AmedeoSpilimbergo (Ud)13-5-1909fabbro8Battistella AlfredoSpilimbergo (Ud)24-5-1915bracciante4Fagotto AntonioSpilimbergo (Ud)14-41909barbiere4De Marchi OttavioSpilimbergo (Ud)5-4-1913pittore4Codogno PaoloSpilimbergo (Ud)26-31913bracciante3Cimarosti LuigiSpilimbergo (Ud)8-11-1906bracciante3Battistella RenatoSpilimbergo (Ud)24-111909manovale3Giacomello GermanoSpilimbergo (Ud)10-10-1910falegname3Fracasso CiroSpilimbergo (Ud)9-61883muratore3Sarcinelli AlfredoSpilimbergo (Ud)18-9-1909falegname3Zavagno PietroSpilimbergo (Ud)1-41909bracciante4Sedran AntonioSpilimbergo (Ud)6-10-1913operaio3Nocent GuglielmoSpilimbergo (Ud)11-101912bracciante3Codogno AlfeoSpilimbergo (Ud)25-2-1914mosaicista3Martinuzzi ArchimedeSpilimbergo (Ud)27-61908barbiere4Troiani PietroPagnacco (Ud)15-8-1909tipografoassoltoLiva EugenioSpilimbergo (Ud)24-4-1900fabbro3Sovran AlessandroSpilimbergo (Ud)8-6-1903bracciante3(...) Sentenza n. 41 del 19-10-1934, Pres. Gauttieri - Rel. Buccafurri Quarto gruppo dei comunisti friulani. Vedi sentenze nn. 38-39-40. (Costituzione del PCI, appartenenza allo stesso, propaganda) cognome e nomecomune data di nascitamestierecondanna ad anni:Tonelli DanteCastelnuovo (Ud)5-10-1907muratore7Colautti EmilioCastelnuovo (Ud)13-9-1910muratore2Muzzatti DomenicoCastelnuovo (Ud)13-12-1902muratore3Bortolussi LuigiSequals (Ud)22-7-1902arrotino7Beltrame NataliaSequals (Ud)25-12-1906casalingaassoltaRossi PietroSequals (Ud)29-101909cementista3 (...) Cfr. DAL PONT, Adriano, LEONETTI, Alfonso, MAIELLO, Pasquale, ZOCCHI, Lino, cit., pagg.264-267. 28 Cfr. verbale del Consiglio Comunale di Pordenone del 14 aprile 1921: surroga degli assessori Luigi Brusadin ed Enrico Marzot, in seguito alla costituzione del gruppo consiliare autonomo comunista, con Umberto De Gottardo e Francesco Ortiga. 29 DEGAN, Teresina, La resistenza nella destra Tagliamento, in : XXX anniversario della Liberazione, Pordenone Destra Tagliamento, 25 aprile 1945-1975, Pordenone, Comitato Provinciale ANPI, 1975, pag. 55; PUPPINI, Marco, In Spagna per la libertà. Antifascisti friulani, giuliani e istriani nella guerra civile spagnola 1936/39, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1986, pagg. 198, 149, 196 e 338. Umberto De Gottardo, nato a Venezia il 22 luglio 1887. Residenza all’estero, muratore, comunista. Assessore comunale socialista di Pordenone nel dopoguerra, espatriato nel 1922, nel 1931 iscritto in Rubrica di Frontiera per attività antifascista in Francia. Nel 1937 si arruola nelle formazioni antifranchiste in Spagna (Brigata Garibaldi). Rientra in Francia nel febbraio 1939, internato (Argélès, Gurs), poi nelle compagnie di lavoratori al fronte francese. Pierino Pasquotti, nato a Pordenone il 27 giugno 1911, residenza all’estero, operaio, socialista. Emigrato nel 1930. Iscritto in Rubrica di Frontiera per attività antifascista in Francia. Nell’ottobre 1936 si arruola nelle formazioni antifranchiste in Spagna. Ufficiale, caporeparto in una fabbrica di esplosivi, morto il 29 luglio 1937 per malattia contratta sul lavoro. Cfr.: DAL PONT, Adriano, CAROLINI, Simonetta, MARTUCCI, Luciana, PIANA, Cristina, RICCO’, Liliana, Antifascisti nel casellario politico centrale, 19 volumi, Roma, Quaderni dell’Anppia, 1988-1995. Sempre nella stessa opera non si riscontra la schedatura di Enrico Marzot, pure emigrato politico socialista in Francia. Nel suo consistente lavoro di ricerca, Puppini commette degli errori a proposito di De Gottardo. Probabilmente sulla base di un equivoco dovuto alla confusione fra Umberto ed il padre Emanuele, Puppini sdoppia De Gottardo in due diverse persone, non accorgendosi delle coincidenze (ambedue operano ad esempio nella sanità della Brigata internazionale “Garibaldi”). Il risultato paradossale è che il presunto Emanuele, di cui non risultano neanche i relativi documenti anagrafici o polizieschi, è inserito fra i combattenti effettivi, mentre Umberto è classificato fra i nominativi incerti, combattenti forse originari del Friuli, della Venezia Giulia o dell’Istria o la cui partecipazione alla guerra civile non sembra sufficientemente provata. E’ erronea inoltre la notizia che De Gottardo dopo la guerra si sarebbe fermato in Francia: come vedremo fra poco, De Gottardo non solo rientrerà, ma avrà un ruolo 26 Numero pagina In quegli anni un giovane comunista torinese, Emilio Guarnaschelli, esule a Mosca dopo la fuga dall’Italia e l’espulsione dal Belgio, entra nella spirale della repressione staliniana che l’annienterà insieme alla grande maggioranza dei bolscevichi ed a tanti comunisti stranieri rifugiatisi in Unione Sovietica. 30 Guarnaschelli non ha probabilmente mai visto Pordenone né il Friuli, ma il destino lo unisce alla giovanissima Nella Masutti, figlia di Costante, esule a Mosca con la famiglia con il nome di battaglia di Pëtr I. Garatti.31 Nella lo segue nell’esilio a Pinega, un villaggio dell’estremo nord nella regione di Arkhangelsk, vicino al Circolo polare artico e cerca dopo il successivo arresto di salvarlo dalla morte, di cui avrà notizia solo durante la guerra. 32 Fra gli oltre cento comunisti italiani vittime della repressione staliniana, alcuni sono friulani o giuliani, come Luigi Fattori di Udine, Vattovaz di Capodistria, Germano Romanutti di Udine, Nicolò Martini di Pordenone e Luigi Caligaris di Trieste, la prima vittima italiana del terrore staliniano. Un articolo di Caligaris sulla situazione sovietica era stato pubblicato con lo pseudonimo di Siciliano da Il Popolo d’Italia con un commento personale di Mussolini. Caligaris sarà vittima delle grandi purghe successive all’assassinio di Kirov insieme con Ezio Biondini (nome di battaglia Merini), con il quale aveva avuto rapporti di amicizia Emilio Guarnaschelli.33 Il suocero di Guarnaschelli, Costante Masutti, nel primo dopoguerra si era distinto non solo come dirigente sindacale degli edili e consigliere comunale socialista di Pordenone, ma anche per le sue gesta di ex ardito di guerra, impegnato in avventurosi scontri con i fascisti. Di lui, oltre alla notizia della sua presenza nella Mosca degli anni ‘30, non ci rimane che un ritratto poco lusinghiero. Egli è accusato da Guarnaschelli di aver fatto pressioni di ogni tipo sulla figlia per impedirle di raggiungerlo a Pinega e forse anche di essere stato l’autore della denuncia nei suoi confronti. Difficile valutare quanto la responsabilità paterna su una figlia appena sedicenne ed il conformismo dell’esule comunista nella Mosca di quegli anni, dove ognuno deve guardarsi da tutti, e forse più di ogni altro dai compagni vicini, abbiano contribuito al suo atteggiamento.34 Comunque sia, nell’immediato dopoguerra Costante Masutti è a Pordenone, attivo nel Fronte Popolare. Ma non è più nel partito comunista, bensì in quello socialista finché, dopo alcune delle sue turbolenze, che lo portano ad affrontare i propagandisti dei Comitati civici clericali anche durante il culto cattolico e che gli provocano un processo, viene convinto a ritornare in Francia per evitare ulteriori tensioni. Il mondo è piccolo anche prima che venga inventata la globalizzazione: e così si ritrovano il socialista Guido Rosso come suo avvocato difensore ed Ernesto Oliva, rientrato nel Pci, che lo convince ad abbandonare il campo.35 E’ possibile ipotizzare che l’esperienza della figlia e del suo compagno abbiano influito sulle sue opinioni politiche? Altri passaggi incrociati si sono verificati in quei decenni: se Masutti passa al Pcd’i, ma è socialista nel secondo dopoguerra, il contrario avviene per De Gottardo. Quanto ad Enrico Marzot, Evelina di dirigente sindacale degli edili. Si tratta di uno dei tanti casi di damnatio memoriae dei dirigenti socialisti di prima del fascismo. In realtà la confusione attorno ad Emanuele/Umberto ritorna anche in altre persone. Gualtiera Pasquotti nella sua testimonianza attribuisce ambedue i nomi all’esponente socialista, quando riferisce di come lui, casualmente presente ad Albacete, assista ai funerali di suo fratello Piero e poi ne riferisca all’antico compagno Enrico Marzot, zio del caduto. Cfr.: STEFFE’, Bruno (a cura di), La famiglia Pasquotti di Pordenone. Il prezzo della coerenza agli ideali democratici, in: Quaderni di storia. Cose nostre, cose di tutti, Pordenone, Istituto Provinciale per la Storia del Movimento di Liberazione e dell’Età contemporanea, n. 12, 2002, pag. 35. Dal 1950 al 1957 (anno della morte) Umberto De Gottardo convive con la madre di Bruno Pascutto. Bruno, allora ragazzo, successivamente per decenni funzionario della federazione di Pordenone del Partito Comunista ed oggi dirigente del Sindacato Pensionati della Cgil, ricorda che probabilmente Emanuele era stato anche il nome di battaglia di Umberto nella lotta antifascista. Sempre Bruno Pascutto ricorda come Umberto, capomastro edile, abbia continuato fino alla fine la sua attività politica, militando sempre nel Partito Comunista. 30 Secondo Jean Elleinstein su ventisei membri titolari del comitato centrale eletto al XV congresso del partito bolscevico, quand’era ancor vivo Lenin, diciassette saranno condannati a morte, assassinati, costretti al suicidio o deportati. Lo stesso dicasi per sei membri del Politburo del 1922 su dieci, per otto su tredici di quello del 1924, per nove su diciassette di quello del 1927: in totale venti su trentuno eletti al Politburo fra il 1918 ed il 1935 scompariranno a causa della repressione staliniana. Cfr. ELLEINSTEIN, Jean, Storia del fenomeno staliniano, Roma, Editori Riuniti, 1975, pagg. 129-131. Guarnaschelli morirà nel 1939 in circostanze incerte, dopo essere stato internato nel 1936 nel distretto minerario della Kolyma, ove milioni di persone furono costrette fino agli anni ‘50 alla deportazione in condizioni di lavoro e di sopravvivenza inumane. Cfr.: GUARNASCHELLI, Emilio, Una piccola pietra, Milano, Garzanti, 1982, pagg. 287-291. Sulle condizioni di detenzione e sfruttamento nella Kolyma, cfr. la testimonianza di SALAMOV, Varlam, Kolyma. Racconti dai lager staliniani, Roma, Savelli, 1978, recentemente ristampato da Einaudi in forma ampliata. 31 GUARNASCHELLI, Emilio, cit., pagg. 104 e 187. 32 GUARNASCHELLI, Emilio, cit. E’ grazie a Mario, fratello di Emilio, che le lettere inviate alla famiglia in Italia hanno potuto essere conservate, fino alla pubblicazione a cura di Nella. 33 SPRIANO, Paolo, Storia del Partito comunista italiano, cit., terzo volume, pagg. 241-245. GUARNASCHELLI, Emilio, cit., pagg. 96-97. La pubblicazione dell’epistolario di Guarnaschelli permette di correggere le informazioni di Spriano che lo riguardano: è un “senza partito” solo nel senso che attorno a lui - soprattutto per gli ingiusti sospetti riguardanti il fratello - si crea un vuoto nella comunità italiana a Mosca; inoltre il suo calvario va ben oltre il carcere di Arkhangelsk in cui viene rinchiuso per alcuni giorni. Kirov, segretario del partito comunista di Leningrado, viene ucciso il 1° dicembre 1934, probabilmente per conto di Stalin, che usa questo omicidio come pretesto per scatenare la grande repressione contro i suoi oppositori. Secondo Jean Elleinstein, dopo il XVII congresso del Pcus, tenutosi nei mesi precedenti, Kirov era assurto a possibile alternativa a Stalin, in un clima di ritrovata unità del partito di fronte al pericolo costituito dal montare del fascismo internazionale. Cfr. ELLEINSTEIN, Jean, cit., pagg. 111 e segg. 34 Emilio giudica molto duramente il padre di Nella, e non sempre ha torto. A difesa di quest’uomo, si può dire che il suo comportamento era dovuto alla preoccupazione di salvaguardare la famiglia e la propria vita, in quel periodo difficile, dando prove di attaccamento alla linea del partito. Cfr. GUARNASCHELLI, Emilio, cit., nota di Nella Masutti a pag. 200. 35 Testimonianza di Mario Bettoli. Numero pagina Pasquotti, sua nipote e sorella di Pierino, anni fa mi rivelò con stupore di averlo sempre conosciuto come socialista, e di non aver mai saputo di una sua appartenenza al Pcd’i (vista la politicizzazione della famiglia, non è ipotizzabile pensare a qualche trascuratezza nell’informazione: ed infatti successivamente anche la sorella Gualtiera mi ha confermato la stessa informazione di Evelina). Ho posto nel passato la questione a Teresina Degan, la quale mi ha proposto la seguente ipotesi: chi era stato a Mosca aveva piegato poi verso i socialisti per la delusione nei confronti di quell’esperienza; chi al contrario era emigrato in Francia era stato maggiormente coinvolto nella lotta antifascista egemonizzata dai comunisti. Credo si tratti di un’ipotesi interpretativa condivisibile, anche se il ventaglio delle scelte possibili, nel crogiuolo delle divisioni e degli scontri nel movimento operaio internazionale, è probabilmente ancora più articolato. Se Marzot ed il nipote Piero Pasquotti in Francia svolgono il loro lavoro politico nella Sfio (Section Française de l’International Ouvrière, cioè il partito socialista francese), è sempre in quel paese che Achille Durigon di Torre, condannato nel 1931 per ricostituzione del Pcd’i insieme con il nucleo comunista pordenonese, con l’accusa specifica di aver issato la bandiera rossa sul campanile il 1° maggio di quell’anno, aderirà verso la metà degli anni Trenta all’anarchismo. Durigon tuttavia non combatterà in Spagna con le colonne anarchiche, ma nel Battaglione Garibaldi delle Brigate Internazionali, dalle quali si allontanerà solo nel 1937 in polemica con la repressione attuata dal governo repubblicano verso le organizzazioni anarchiche e della sinistra comunista non stalinista.36 Epilogo: 25 marzo 1946. Nelle prime elezioni libere per ridare a Pordenone la nuova Amministrazione Comunale, il 60% circa degli elettori danno il loro voto ai partiti della sinistra, Pci, Psiup 37 e Partito d’Azione. Vince comunque la Democrazia Cristiana, visto che la sinistra si presenta divisa per la scelta settaria del Pci, che rifiuta di appoggiare la proposta socialista di ricandidare a sindaco l’avv. Rosso38. Una scelta gravida di conseguenze, che consegna il governo della città alle forze conservatrici: prima la Democrazia Cristiana e, negli anni ‘90, la Lega Nord. Si dimostra anzitempo l’incapacità comunista di conquistare quella egemonia politica che i socialisti avevano costruito prima del fascismo. Un limite, quello dei comunisti pordenonesi (dovuto probabilmente alla orgogliosa coscienza del ruolo trainante avuto in vent’anni di lotta clandestina e nella lotta armata contro il fascismo) che costa loro la neutralizzazione di una grande capacità organizzativa sul piano sindacale e li relega ad un ruolo politico di secondaria importanza nei decenni successivi. Certo a Pordenone non c’è traccia di quel Togliatti che esprime la sua valutazione positiva sul programma di ricostruzione dell’Italia elaborato dal riformista Turati un quarto di secolo prima, dopo la grande guerra.39 Ma il clamoroso errore del 1946 non può nascondere un fatto di capitale importanza, quello centrale per la “storia di lungo periodo”, clamoroso al di sotto della sottile crosta degli avvenimenti. Si tratta della permanenza del consenso - dovuto soprattutto alla presenza della classe operaia tessile - alle forze di sinistra, pressoché intatto dopo più di vent’anni di dittatura. Un altro elemento di permanenza è quello segnato dalla presenza di gran parte degli esponenti più prestigiosi dell’amministrazione socialista del 1920 nelle liste della sinistra del 1946. I comunisti candidano al numero 5 della lista - come indipendente - Ernesto Oliva, definito come ex combattente, capo mastro muratore, vecchio antifascista, organizzatore sindacale edile, tacendo però del suo ruolo di dirigente nazionale in una fase della vita del Pci clandestino. Al numero 11, in tal caso come iscritto, candidano Umberto De Gottardo, definito vecchio combattente antifascista, perseguitato dal Fascismo, emigrato in Francia, organizzatore sindacale edile. Non viene in alcun modo accennato al loro ruolo di ex PUPPINI, Marco, scheda relativa ad Achille Durigon, in: ***, Dizionario biografico degli anarchici italiani, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, in corso di pubblicazione (in corso di pubblicazione). Ringrazio il prof. Puppini per avermi permesso la lettura della scheda in anteprima. 37 Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria è la denominazione del partito sorto durante la lotta antifascista dall’unificazione dei vari gruppi socialisti clandestini. Lo stesso nome ripreso poi nel 1964 dai socialisti che rifiuteranno il centrosinistra di Nenni e Moro, rimanendo all’opposizione e poi confluendo in maggioranza nel Pci nel 1972 o rafforzando la diaspora della nuova sinistra extraparlamentare. 38 DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 173-174; BOSARI, Otello, La società pordenonese tra guerra e dopoguerra. Problemi economici e lotte del lavoro, in: ***, Il Pordenonese dalla Resistenza alla Repubblica, Pordenone, Istituto Provinciale di Storia del Movimento di Liberazione e dell’Età Contemporanea, 2000, pagg. 192-193. 39 Il 26 giugno 1920 Filippo Turati pronuncia (a titolo personale, senza il consenso degli organi dirigenti del Psi) il suo discorso passato alla storia con il titolo Rifare l’Italia, titolo con il quale esso fu pubblicato in opuscolo dalla Lega nazionale delle cooperative. Cfr. il testo in: TURATI, Filippo, Socialismo e riformismo nella storia d’Italia (a cura di Franco Livolsi), Milano, Feltrinelli, 1979, pagg. 359406. Secondo Luigi Cortesi, il Turati pronunciò un ampio discorso nel quale confluiva, si può dire, tutta la elaborazione ventennale di un riformismo giunto ormai alla sua maturità, alla sua massima coscienza dei problemi nazionali; problemi ai quali urgeva che si desse soluzione da parte di un governo “laburista” (...) la cui maggiore novità stava nel carattere globale e organico di piano ricostruttivo che, partendo dalla situazione di classe e dalle condizioni economiche e giuridiche vigenti, e forzando lo sviluppo produttivo nell’interesse della comunità nazionale, doveva rappresentare una tappa nel processo della democrazia in Italia. Il piano turatiano, che prevedeva un intervento sistematico dello Stato attraverso organismi decentrati regionali, suscitò grande impressione. (...) Ancora nel 1945, al quinto congresso del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti lo citò come esempio valido nel quadro dei problemi della ricostituzione e riorganizzazione economica del secondo dopoguerra. Cfr.: CORTESI, Luigi, Le origini del PCI, Roma-Bari, Laterza, 1973, pagg. 237-238. 36 Numero pagina amministratori comunali prima del fascismo, quasi questo titolo non avesse alcun merito o peggio suscitasse imbarazzo, a differenza della qualificazione come attuale prosindaco di un altro candidato. 40 Ma è l’esame del Il Lavoratore Friulano del 1946 che provoca la maggiore sorpresa, smentendo fra l’altro un pezzo di quella che viene definita come la “tradizione comunista”, che dà Ellero per ritiratosi a vita privata dopo la vittoria del regime e fino alla morte, avvenuta nel 1950 (segnalando anche un tentativo di conciliazione con il regime).41 La lista socialista non porta solo come candidato sindaco Guido Rosso, ma colloca subito dopo di lui gli assessori del 1920 Giuseppe Ellero e Romano Sacilotto; al sesto posto segue, dopo due rappresentanti delle principali frazioni, l’altro loro collega Vincenzo Degan. Già la collocazione sembra escludere un ruolo puramente simbolico della presenza di questi antichi protagonisti: ed infatti ritroviamo in quei giorni - come ai vecchi tempi - Ellero e Rosso a rappresentare il socialismo pordenonese nelle iniziative pubbliche, ad esempio in un cinema della città in contraddittorio con un giovane esponente della Democrazia Cristiana: Domenica sul tema: Passato e presente - dovevano parlare l’avv. Tonetti di Venezia e l’avv. Ellero pel partito socialista. L’avv. Tonetti per impedimenti dell’ultima ora non poté presenziare. Svolse largamente e chiaramente il tema l’avv. Ellero il quale, in particolare, mise in rilievo le conseguenze della guerra, le responsabilità della guerra stessa e i doveri della pace e spiegò chi siamo e che cosa vogliamo noi socialisti. Il numeroso pubblico accorso anche dai paesi vicini ha spesso applaudito l’oratore. Aperto il contraddittorio prese la parola l’avv. Montini della Democrazia cristiana il quale, dopo aver elogiato l’oratore che lo aveva preceduto per la bontà delle cose esposte e per lo spirito sereno usato, credette affermare il disaccordo della democrazia cristiana sulla pretesa della laicità dello Stato e delle difficoltà poste da questo per l’insegnamento religioso nelle scuole e fondò il suo assunto sostenendo che essendo la maggioranza degli italiani cattolici si impone che lo Stato sia confessionale e l’insegnamento nelle scuole sia quello della religione cattolica. L’avv. Rosso che presiedeva il Comizio ribatté trionfalmente tra l’unanime consenso del pubblico che solo la laicità garantisce la libertà di coscienza e di fede di tutti, non la confessionalità. La maggioranza degli italiani, è vero, è cattolica, ma anche senza andar molto oltre, non è detto che tutti i cattolici la pensino come l’avv. Montini e i presenti al Comizio, anche se cattolici, hanno detto chiaramente il loro dissenso.42 Nei giorni successivi, Rosso ed Ellero svolgono comizi a Torre, a Vallenoncello ed a Borgomeduna.43 Le elezioni sono perse e sono poi i socialisti a doversi difendere dalle accuse comuniste, espresse per il tramite de Il Lavoratore di Trieste, di settarismo e deprecabile puntiglio. La risposta socialista è di grande moderazione, evitando di cadere nella spirale polemica. Il giudizio storico e politico nella sinistra pordenonese è unanime nel condannare l’organizzazione comunista cittadina, allora diretta da un personaggio importante nella storia regionale come il segretario della sezione Giovanni Padovan, il Vanni commissario politico della divisione Garibaldi-Natisone. 44 Ma forse questo giudizio si è mantenuto ad un livello superficiale, condizionato dalla contingenza politica e non ha saputo guardare a fondo nelle modificazioni molecolari avvenute nel corpo di quel movimento operaio che certo, quantitativamente, si era ripresentato all’appuntamento della Resistenza e della Repubblica con gli stessi numeri di vent’anni prima. La ripresentazione del gruppo dirigente socialista prefascista non è un caso limitato solo alla realtà cittadina di Pordenone. Guido Rosso e Giuseppe Ellero sono anche i due candidati pordenonesi nella lista del Psiup per la elezione dell’Assemblea Costituente ed i risultati - che non li vedono eletti - riproducono la stessa “gerarchia” di consenso nella base del partito dei primi decenni del secolo: 2829 voti per Ellero e 2029 per Rosso. Le loro candidature, insieme con quelle di Sacilotto e Degan al comune di Pordenone, fanno parte di un contesto in cui il Psiup ripresenta in lista i suoi precedenti parlamentari ed amministratori. Ecco infatti nella testa di lista per la costituente, nell’ordine, gli ex deputati Giovanni Cosattini al primo posto, Ernesto Piemonte al terzo ed Ellero al quarto. La scelta “continuista” viene rafforzata non solo dalla candidatura ed elezione dei friulani Cosattini e Piemonte, oltre a Gino Pieri, ma dall’elezione dell’ex deputato feltrino Oberdan Vigna, collocato solo all’ottavo posto in lista, posposto rispetto al candidato bellunese principale Giovanni Zadra, collocato subito dopo il capolista. Con la sola eccezione di Pieri i deputati socialisti provengono dalle file degli eletti nel 1919 40 PARTITO COMUNISTA ITALIANO, Sezione di Pordenone, Programma per le elezioni comunali amministrative 1946, Pordenone, Cosarini, 1946, pagg. 6-7. 41 ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, Il movimento operaio italiano. Dizionario biografico. 1853/1943, Roma, Editori Riuniti, 1975-1979, secondo volume, pag. 261; RINALDI, Carlo, I deputati del Friuli-Venezia Giulia a Montecitorio dal 1919 alla Costituente, cit., primo volume, pag. 316. Ad usare l’espressione di: profilo su Ellero, curato dai comunisti è Rinaldi: ma questa maniera di esprimersi, più che di una vera e propria espressione formale da parte di esponenti del Pci, è rivelatrice del settarismo clericale dello stesso autore. Invece nell’opera sugli antifascisti nel Casellario Politico Centrale troviamo il seguente profilo di Ellero: nato il 9 luglio 1879, residente a Milano, avvocato, ex deputato socialista; attivo dal secolo scorso, deputato socialista nel dopoguerra; nel 1926 diffidato e iscritto nell’elenco delle persone da arrestare in determinate circostanze. Cfr.: DAL PONT, Adriano, CAROLINI, Simonetta, MARTUCCI, Luciana, PIANA, Cristina, RICCO’, Liliana, cit. Ellero muore l’11 giugno 1950, dedicando gli ultimi anni di vita ad atti di carità cristiana (dati desunti dall’iscrizione sulla tomba di famiglia). 42 LF, n. 9 del 2 marzo 1946, pag. 4, Comizio al “Roma”. L’avv. Gustavo Montini sarà sindaco di Pordenone a cavallo fra gli anni ‘60 e ‘70 e poi senatore della Democrazia Cristiana. 43 LF, n. 13 del 30 marzo 1946, pag. 2, Pordenone, Ultime battute. 44 LF, n. 14 del 6 aprile 1946, pag. 4, Pordenone, Per la verità. PARTITO COMUNISTA ITALIANO, cit., pagg. 8-9. Quanto a Il Lavoratore, l’annata relativa non era consultabile (per restauro e microfilmatura) al momento in cui ho compiuto la ricerca. Numero pagina o del 1921: mancano solo il feltrino Luigi Basso, ritiratosi dall’attività politica durante il fascismo, il bellunese Giusto Santin, deceduto pochi mesi prima e Tito Zaniboni che, oltre a vivere da sempre fuori dalla regione, è fuori del partito, nella da lui fondata Unione socialdemocratica italiana.45 La mancata elezione del solo Ellero, fra gli ex deputati ricandidati, potrebbe essere un sintomo di indebolimento del socialismo pordenonese, che marca localmente una singolare situazione di relativa debolezza elettorale rispetto ai comunisti, contrariamente alla situazione friulana, dove il Psiup ottiene un risultato di gran lunga prevalente. E’ altrettanto vero che la precedente divisione della sinistra, che ha portato alla perdita del comune, contribuisce sul piano cittadino ad un certo riequilibrio fra i due partiti, in cui però a prevalere non è tanto la crescita socialista, quanto il crollo comunista, in un quadro in cui la sinistra complessivamente comincia a veder eroso il proprio consenso.46 Questi episodi della storia del secondo dopoguerra in realtà ci danno una sfaccettatura molto più accentuata della evoluzione dei quadri del movimento dei lavoratori prima, durante e dopo la dittatura fascista. Forse varrebbe la pena analizzare più approfonditamente la direzione di ricerca indicata in tal senso da Marco Puppini a proposito dell’evoluzione del movimento operaio carnico 47. Credo ci si debba domandare cioè se e quanto, durante l’epoca fascista, si sia approfondito lo iato fra la parte operaia e rivoluzionaria del movimento da un lato, confluita nel Partito comunista ed impegnata nella lotta clandestina, nell’organizzazione dell’emigrazione politica e nella lotta armata in Spagna, Francia ed infine in Italia dopo l’estate 1943 e - dall’altro - la parte borghese e riformista, rimasta fedele al vecchio socialismo ma socialmente integrata nel sistema e appiattita, se non nell’adesione al regime, in una passiva accettazione della situazione esistente. Anche sul piano internazionale si sono potute rilevare divaricazioni fra l’esperienza maturata dai gruppi operanti nell’emigrazione e quelli sopravvissuti o ricostruiti all’interno: il rientro dall’estero porta ad uno scontro con la realtà del conformismo, della diversa velocità dello sviluppo, del diverso radicamento sociale realizzato da chi è rimasto sul territorio. 48 Pordenone ha una dinamica certamente diversa dalla Carnia, anche per il più debole ruolo della cooperazione, che in quella realtà funge da tramite per la promozione sociale e l’integrazione nella classe dirigente dei vecchi dirigenti riformisti, che scelgono nel 1947 la scissione socialdemocratica di Saragat e governeranno insieme con la Dc nei decenni successivi. A Pordenone, anche grazie al tessuto industriale ed al radicamento del partito nella classe operaia, il Psi rimarrà maggioritario rispetto ai socialdemocratici, che assumeranno un ruolo prevalente solo nel mandamento di Spilimbergo, dove anche in questo dopoguerra si conserverà una dinamica politica più vicina alla Carnia che alla pianura. L’indicazione di Puppini può però aiutare forse a capire meglio una dinamica sociale altrimenti difficilmente comprensibile. Non solo nel caso di Ellero, ma anche in quello del feltrino Vigna riscontriamo una vera o supposta adesione (o tentata adesione) al regime fascista. Per Ellero si tratta solo di notizie di approcci segnalati in fonte poliziesca, da prendere come sempre con grande cautela, soprattutto quando abbiamo a che fare con le pratiche della polizia segreta di un regime totalitario. 49 Per Vigna, oltre alle fonti poliziesche, che segnalano per altro precisi atti di adesione, rimane un giudizio storico preciso. 50 In ambedue i casi però abbiamo poi notizie decisamente in controtendenza: Vigna rieletto alla Costituente nel 1946 viene definito in una biografia ufficiale uno dei maggiori esponenti del Socialismo 45 BERTUZZI, Gian Carlo, Friuli 1946. Il primo anno di pace. Alla riscoperta del voto, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1999, pag. 199; RINALDI, Carlo, I deputati del Friuli-Venezia Giulia a Montecitorio dal 1919 alla Costituente, cit., primo volume, pagg. 68 e 158 e vol. secondo, pagg. 617 e 776. Sia Rinaldi che Rosada, da cui Rinaldi dipende, non indicano la data di morte di Luigi Basso: cfr. ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., primo volume, pagg. 201-203 (biografia a cura di A. Rosada). 46 Il risultato friulano del 2 giugno 1946 per la Costituente è il seguente: Psiup 137.055 voti, Pci 60.509 voti e due eletti, di cui uno nel Collegio Unico Nazionale (Dc 200.845 voti e sei eletti). A Pordenone il risultato per le stesse elezioni è: Psiup 3617, Pci 3636 (Dc 4732). Il risultato delle precedenti comunali del 24 marzo era stato: Psiup 3313, Pci 4285 (Dc 4664). Cfr. BERTUZZI, cit., pagg. 96 e 123; DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 174. I comunisti hanno come candidato il segretario della Camera del Lavoro Emilio Fabretti (collocato all’ultimo posto nella lista) mentre il loro dirigente di maggior prestigio nel Friuli occidentale è espresso dalla zona spilimberghese: si tratta di Luigi Bortolussi di Lestans: cfr. BERTUZZI, cit., pag. 119. Il loro risultato in termini di preferenze è irrilevante rispetto ai due candidati socialisti: 560 voti Fabretti e 214 Bortolussi, ma va considerata anche la maggiore concentrazione delle preferenze della lista comunista su un numero più ristretto di candidati di punta, a differenza della lista socialista dove ben nove candidati su dodici ottengono oltre duemila voti individuali. Cfr. RINALDI, Carlo, I deputati del Friuli-Venezia Giulia a Montecitorio dal 1919 alla Costituente, cit., primo volume, pag. 68. 47 PUPPINI, Marco, Movimento operaio ed emigrazione in Carnia e Canal del Ferro dai primi del ‘900 alla Resistenza, in: Qualestoria, anno X, n. 3, Trieste, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione, Dicembre 1982, pagg. 83-119. 48 Nel caso greco, che può costituire una situazione limite a tal proposito, si arriverà alla costituzione di due partiti comunisti, uno dei quali esplicita nella sua denominazione il carattere di partito “dell’interno” in contrapposizione all’altro, costruito sulla base dei quadri precedentemente in esilio nei paesi del blocco sovietico. Ma la frattura fra quadri politici maturati sotto la dittatura e nell’emigrazione è apparsa evidente in quasi tutte le altre esperienze seguite alla caduta di regimi dittatoriali o coloniali: citiamo solo a titolo di esempio i casi spagnolo e portoghese, per la prima tipologia (con l’emergere di un’egemonia socialista contrastante con la prevalente presenza comunista nell’opposizione alle dittature di Franco e Salazar) e quelli dell’Algeria e della Palestina per la seconda, con l’eliminazione del primo dirigente espresso dal Fronte di Liberazione Nazionale a capo del nuovo paese indipendente - Ahmed Ben Bella - sostituito da un dirigente della resistenza militare interna, Boumedienne, e con gli stridenti contrasti fra il vertice dell’Autorità Nazionale Palestinese formatosi in esilio ed i dirigenti cresciuti a capo dell’Intifada nei territori occupati. In quest’ultimo caso va segnalato un fenomeno significativo per il suo parallelismo con le vicende friulane del primo dopoguerra: il rientro di dirigenti della resistenza legati alla proprietà terriera, latori di una pretesa di riscossione degli affitti non versati dai contadini rimasti sotto l’occupazione israeliana. 49 ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., secondo volume,pagg. 260-261. 50 RINALDI, Carlo, I deputati del Friuli-Venezia Giulia a Montecitorio dal 1919 alla Costituente, cit., secondo volume, pag.757; GUARNIERI, Silvio, Storia minore, Verona, Bertani, 1986. Numero pagina clandestino durante il ventennio fascista51. Per Ellero vale non solo quanto abbiamo appena riferito a proposito della sua attività nel 1946, ma anche quanto detto dal deputato socialista Umberto Zanfagnini in occasione della sua commemorazione funebre svoltasi alla Camera dei Deputati il 13 giugno 1950: Tuttavia l’onorevole Ellero non serbò mai rancore ad alcuno. D’animo generoso, tutto e a tutti perdonò. E durante la cospirazione collaborò attivamente con le forze della resistenza per la lotta di liberazione. Dopo la liberazione egli visse appartato dalla vita politica, schivo e modesto come era, ma tuttavia sempre, in ogni occasione, manifestando quella sua irresistibile inclinazione ideale verso le classi umili, verso le classi lavoratrici. Abbiamo quindi la definizione di un percorso coerente, ma di un ruolo ormai passato in secondo piano nell’impegno politico, prestato ancora in momenti significativi anche negli ultimi anni di vita ma senza più lo spirito propulsivo del dirigente tutto votato ad una battaglia per la conquista del potere, come negli oltre due decenni all’inizio del secolo. Una definizione storica onorevole, ma in gran parte volta al passato, cui si associa lo stesso gruppo parlamentare comunista per bocca dell’on. Stuani: Ogni fiaccola che si spegne, ogni uomo che, passato al di là, ebbe a lottare favore delle classi lavoratrici, non può lasciare insensibili i partiti che seguono la strada ch’essi hanno per tanto tempo seguita.52 Fra questi ormai anziani esponenti del vecchio socialismo prefascista e le più giovani generazioni forgiatesi nella fornace della “grande guerra dei trent’anni” del Ventesimo Secolo c’è, più che continuità storica, un abisso forse ancor più antropologico che politico. Non è un caso che l’egemonia socialista della Pordenone prefascista sia stata interrotta da un Partito comunista diretto da un dirigente di scuola jugoslava. Il sogno di un’alba radiosa di socialismo e di progresso, determinata dalle leggi positive dell’economia e della ragione umana, si era infranto nel luglio del 1914, per lasciare il posto ad una politica obbligata ad assumere le necessità e le regole della guerra. Di questa rottura storica rimane una significativa testimonianza nelle Storie ferraresi di Giorgio Bassani e specialmente nei racconti Gli ultimi anni di Clelia Trotti e Gli occhiali d’oro. Tra i protagonisti troviamo Mauro Bottecchiari, avvocato e deputato socialista prima del fascismo. Egli, oratore alla manifestazione in onore della defunta compagna, era ormai, dal punto di vista della politica, quello che si dice un uomo finito (“Un riformista alla Turati!”, si era cominciato a definirlo con ironia, da parte comunista). L’on. Bottecchiari aveva conservato le sue idee, mascherandole però sotto un riserbo di facciata: se nelle passeggiate in montagna in compagnia del nipote cantava a squarciagola Bandiera rossa, allo stesso raccomandava però di far carriera nell’organizzazione universitaria fascista, per non compromettere lui. La verità era (...) che nemmeno lui, l’on. Bottecchiari, era riuscito a passare senza danno, senza corrompere il suo carattere, la sua dritta e fiera gioventù, sotto il torchio di quei decenni, dal ‘15 al ‘40, che avevano visto la degenerazione progressiva di ogni cosa. Nulla, oh nulla - e il socialismo col rimanente - si era in realtà potuto conservare puro, intatto! Mentre Clelia Trotti, la vecchia rivoluzionaria che aveva conosciuto i capi storici del socialismo italiano, viveva in una condizione di isolamento e frustrazione, l’on. Bottecchiari, invece, sebbene non avesse mai accettato la tessera del Fascio, si era inserito pienamente nella società dei suoi anni maturi, giungendo addirittura a far parte del consiglio di amministrazione della Cassa Agricola, e ciò senza che alcuno se ne lamentasse o scandalizzasse. Anche in quest’ultimo particolare la figura dell’avvocato socialista ricorda il ruolo svolto dai colleghi pordenonesi, come Rosso direttore di banca negli anni della prima guerra mondiale od Ellero, il cui padre era stato anche amministratore di un istituto di credito. L’intenzione di Bottecchiari di rivendicare la sua alterità morale al regime, senza però rischiare di cadere sotto i colpi della repressione, ricorda quell’avvocato (forse socialista) che nel 1928 aveva rifiutato di difendere i compagni operai licenziati al termine dello sciopero dei cotonifici pordenonesi. I tempi ormai hanno superato sia la maestra rivoluzionaria che il cauto avvocato: e se Bruno Lattes, il giovane intellettuale ebreo che si era avvicinato al socialismo, trae ispirazione per il suo impegno non dal marxismo ma dall’idealismo crociano, il nipote di Bottecchiari passa dai successi fra gli universitari fascisti alla Resistenza, diventando un dirigente comunista.53 Il nastro (della storia) si riavvolge a ritroso. Alla ricerca di un pezzo di storia delle origini della sinistra pordenonese è dedicato questo lavoro. Un lavoro che necessariamente non può limitarsi agli anni di fuoco del primo dopoguerra, su cui si sono parzialmente concentrati gli studi svolti finora, ma che cerca di scavare nelle radici di una forza - il movimento socialista - che fin dai primi anni del secolo riesce ad emergere come il partito di maggioranza relativa nel capoluogo del Friuli occidentale ed in molti dei territori circostanti. L’esame del lavoro delle amministrazioni dal 1920 al 1923, da cui era partita questa ricerca, non ha potuto fare a meno di andare a ritroso, seguendo le tracce rimaste delle precedenti esperienze degli amministratori socialisti negli anni precedenti alla guerra e poi ancora fino agli ultimi anni dell’Ottocento, quando appaiono le prime tracce del socialismo friulano. Si è così giunti a “scoprire” una realtà completamente dimenticata di esperienze di organizzazione ed anche di governo amministrativo. Esperienze 51 RINALDI, Carlo, I deputati del Friuli-Venezia Giulia a Montecitorio dal 1919 alla Costituente, cit., secondo volume, pag.757. CAMERA DEI DEPUTATI, Atti Parlamentari, Seduta pomeridiana del 13 giugno 1950. Ringrazio il dott. Michele Del Ben, che ha effettuato la ricerca dei discorsi commemorativi in occasione della morte di Giuseppe Ellero presso la Biblioteca della Camera dei Deputati. 53 BASSANI, Giorgio, Le storie ferraresi, Torino, Einaudi, 1961, pagg. 105, 138-173 e 294-299. 52 Numero pagina talvolta emerse improvvisamente, come a San Vito al Tagliamento proprio nei primi anni di esistenza del Psi, per poi sparire nel nulla. Sulla base di questa ricerca si possono retrodatare le prime esperienze di amministrazioni friulane con una componente socialista al primo decennio del Novecento. Finora in questo periodo si conosceva solo la partecipazione di un assessore socialista alla Giunta popolare del comune di Udine guidata dai radicali di Girardini: oggi si possono affiancare a questa esperienza quelle, insediate proprio nella parte occidentale della provincia, di Barcis, Pinzano al Tagliamento, Sequals, Montereale Cellina, Roveredo in Piano e Sacile, oltre all’appoggio socialista alle tre giunte radicali a Pordenone dell’anteguerra ed alla Giunta socialista che governa Caneva dal 1915 al 1919. Numero pagina Capitolo 2. Obiettivi e metodo della ricerca. Fonti utilizzate. 2.1 - Alla ricerca di una storia del socialismo friulano. Il socialismo friulano non ha ancora trovato la/il sua/o storica/o. Invano si cerca un testo paragonabile a quelli dedicati da Tiziano Tessitori alla storia del movimento cattolico e del Partito Popolare in Friuli. Probabilmente già questo fatto è un indicatore del diverso radicamento sociale e dell’egemonia realizzata dai politici cattolici nel nostro territorio, rispetto alle diverse componenti del movimento operaio, anche se bisogna subito avvertire che Tessitori in realtà si è occupato del territorio del Friuli ad est del Tagliamento, rimanendo nell’ambito del movimento cattolico dell’arcidiocesi di Udine. 54 Disomogenea è invece la produzione sul movimento cattolico nella diocesi di Concordia-Pordenone, che ruota attorno ad alcune figure, soprattutto di sacerdoti, senza che sia stata finora prodotta un’opera d’insieme. Soprattutto hanno fatto testo fin dagli anni ‘60 le opere di don Giuseppe Lozer, parroco per molti anni di Torre, alla cui biografia è dedicato il libro di Flavio Mariuzzo; Vannes Chiandotto ha dedicato la sua attività a ricostruire la biografia, oltre che di don Lozer, anche del vescovo di Concordia Francesco Isola, del cardinale Celso Costantini, di don Annibale Giordani e di don Concina, al quale è stato dedicato inoltre un convegno, le cui relazioni sono state riprodotte in volume. Sempre Chiandotto ha scritto sull’on. Marco Ciriani, cui è stato dedicato il volume di Roberto Meneghetti, il quale ha voluto rivalutarne l’opera, ponendo forse però troppa enfasi (per un comprensibile eccesso polemico nei confronti della svalutazione del deputato democristiano di Spilimbergo venuta da parte cattolica) sul suo finale approccio nel socialismo riformista, per altro logica conclusione di un coerente percorso di democratico, che voleva dire innanzitutto - il termine va sottolineato e non confuso con quello sincretico e diverso assunto nel dopoguerra dalla seconda Democrazia Cristiana - vicinanza con la sinistra interclassista di origine repubblicana, risorgimentale ed, inevitabilmente, patriottica, interventista e financo anticlericale (pur non essendo irreligiosa). 55 Se il livello storiografico delle opere di Tiziano Tessitori è indubitabile 56, un discorso a parte va fatto su quel ben strano documento che sono le memorie di don Giuseppe Lozer. Testimonianza di una vita 54 TESSITORI, Tiziano, Storia del movimento cattolico in Friuli, 1858-1917, Udine, Del Bianco, 1964; id., Storia del Partito Popolare in Friuli, 1919-1925, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1972. 55 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1960; (LOZER, Giuseppe), Torre di Pordenone. Memorie storiche e cronache recenti (A cura di un pubblicista), Pordenone, Cosarini, 1963; LOZER, Giuseppe, Piccole memorie, 1893-1967, Pordenone, Arti Grafiche Fratelli Cosarini, 1967; CHIANDOTTO, Vannes, Stato e Chiesa nel Friuli occidentale, 1900-1920, Pordenone, Cooperativa Culturale “G. Lozer”, 1981; CHIANDOTTO, Vannes, Profili di sacerdoti pordenonesi, in: FRILLI, Franco (a cura di), Pordenone e il suo territorio. Note storiche su aspetti economici e sociali, Pordenone, Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura, 1992, pagg. 181-196; ***, L’opera sociale politica e pastorale di Giovanni Maria Concina, Prata, Centro Iniziative Culturali, 1989; MARIUZZO, Flavio, Cattolicesimo democratico e Modernismo tra Livenza e Tagliamento. Mons. Giuseppe Lozer (1880-1974), Pordenone, La Voce, 1999; MENEGHETTI, Roberto, Marco Ciriani “per il popolo e per la libertà”, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1985. Significativo per capire i legami reciproci fra le correnti democratico-cristiane e la democrazia radicale è un romanzo fantapolitico: COMANDANTE X**; La guerra d’Europa (1921-1923), Genova, L.E.A.R., 1912. Dietro lo pseudonimo, secondo la segnalazione del quotidiano radicale Il Paese, si nasconde un alto ufficiale, che per i suoi interessi in campo navale ed aereonautico è probabilmente proveniente da questi settori. Egli è pure simpatizzante - oltre che dei radicali - della parte riformista del socialismo (quella che verrà espulsa dal partito nel luglio 1912), che viene vista come la base di un nuovo partito laburista sganciato dal Psi internazionalista. Il modernismo cattolico, la democrazia cristiana e l’organizzazione del movimento contadino - che nei primi anni Dieci è portata avanti dai preti aderenti a questo settore ecclesiale e politico - sono visti come una parte della battaglia più generale che vede contrapposte le nazioni democratiche a guida progressista contro la reazione internazionale, che riunisce gli Imperi Centrali (Austria-Ungheria e Germania) con il dispotismo russo, quello turco ed una Chiesa cattolica guidata da un papa viennese, ovviamente austriacante oltre che intollerante sul piano religioso e sociale. La vittoria delle nazioni democratiche sarà parallela a quella dei modernisti nella chiesa, con l’elezione di un loro esponente a nuovo papa e la riunificazione della cristianità europea, superando la rottura della Riforma, ormai divenuta priva di significato per il rovesciamento avvenuto nella gerarchia cattolica. Interventismo democratico e riforma, religiosa e politica, della chiesa, sono quindi elementi molto vicini, anche se minoritari in campo cattolico: l’atteggiamento di Ciriani è quindi molto meno incomprensibile di come l’ha voluto dipingere la storiografia cattolica, e ciò contribuisce a spiegare il suo (pur isolato sul piano locale) successo politico prima e dopo la guerra. Tornando a Ciriani, completamente decontestualizzate (e quindi prive di senso) sono le affermazioni contenute in: TELLIA, Bruno, Evoluzione delle classi sociali e comportamento politico nel Friuli Occidentale, in: FRILLI, Franco (a cura di), cit., pag. 131, che afferma per ben due volte: Si gettò allora a capofitto nel Fascio e ne fu uno dei membri più attivi e combattivi e a conclusione di una evoluzione politica che, spesso partita da posizioni radicali e di convinta adesione al liberalismo, approdò, forse anche per le stesse condizioni storiche dell’Italia del tempo, a posizione nazionaliste e accettò la logica del Fascismo. Laddove non è dato capire che il primo fascio è quello “parlamentare interventista” del 1917-1918, mentre il secondo è il Blocco promosso da Giolitti nel quale c’erano anche i fascisti, ma - sicuramente nel caso della lista presentata per il collegio Udine-Belluno - in posizione marginale rispetto agli esponenti della classe dirigente democratico-liberale, come Girardini, Gasparotto e Ciriani. La mancanza di tali avvertenze produce un giudizio politico su Ciriani (poi passato ad un netto antifascismo, così come Gasparotto) assai distante dal suo vero percorso politico. Nello stesso studio, sono sbagliate di almeno un decennio tutte le date relative a Giuseppe Ellero (cfr. pag. 132). Si tratta di un buon esempio di come le opere di compilazione, se non sottoposte ad una ferrea verifica delle fonti secondarie, producano il dilagare di errori e confusioni. Numero pagina quanto mai attiva, se pensiamo al suo lavoro ecclesiale e soprattutto di organizzatore politico, sindacale e cooperativistico dei cattolici di Torre, di Pordenone e della diocesi; alla Cassa operaia di credito, volta soprattutto alla realizzazione di case operaie (poi Banca cooperativa operativa di Torre, ora confluita infine nel gruppo Intesa); all’Unione cooperativa di consumo (oggi parte delle Cooperative Operaie di Trieste); al mulino ed al forno cooperativo; alla Tipografia sociale cooperativa di Portogruaro; alla Società di assicurazione bovini, alla Cooperativa dell’ago ed alle tante altre idee concepite e non realizzate dal vulcanico sacerdote, come la Cooperativa case popolari e la farmacia cooperativa. 57 Ma d’altra parte esse sono anche la testimonianza di un’avversione quasi patologica, di uno scontro viscerale con i socialisti che dominano Torre e che l’anziano parroco non riesce a razionalizzare neanche nel distacco dei suoi ottant’anni, finendo per descrivere i socialisti, gli anarchici (ai quali però non accenna se non come stato d’animo più che come presenza organizzata) ed i comunisti di Torre come una massa di bruti, incapaci di realizzare alcunché ma solo di polemizzare ed ostacolare, mentre lui - da solo - si dà da fare per il paese, meritandosi fra l’altro con questo atteggiamento il nomignolo di Fatutto dal socialista maestro Enrico Pasquotti, corrispondente de Il Lavoratore Friulano.58 Sotto questo aspetto la testimonianza di Lozer appare, più che parziale ed ingenerosa (e viziata da un protagonismo a dir poco presuntuosamente egocentrico) poco attendibile dal punto di vista storico, e non riesce a dare una descrizione, pur di parte, intellettualmente onesta delle vicende politiche di quegli anni. Purtuttavia i libri delle sue memorie costituiscono una rara testimonianza dei primi anni del Ventesimo Secolo, e la messe di notizie in essi contenute, per quanto autocelebrative e per molti aspetti autogiustificatorie, sono utili - se incrociate con le altre tratte dalla stampa e dagli archivi - per la ricostruzione storica, per quanto esse non vadano mai prese in modo acritico. Quanto a smentire molte delle sue autoattribuzioni, come vedremo in seguito, basta avere la pazienza di andare a leggere i documenti. Appare quindi discutibile il giudizio di Silvio Lanaro, nella presentazione del volume di Flavio Mariuzzo su don Lozer, definito testimone privilegiato - e abbastanza raro - di una storia tanto lunga quanto accidentata. D’altronde ormai sembra che si sia formata una consolidata vulgata sulle vicende pordenonesi a cavallo fra Ottocento e Novecento: come dimostra (con una certa disattenzione per quanto narrato per altro in libri citati in altre pagine, come quello principale di Degan) la Lozer-dipendenza di un recente saggio di Luciana Morassi sulla storia del Friuli. 59 Parte della fortuna storiografica di don Lozer deriva da un’operazione ideologica interna alla storiografia comunista regionale, che ha assunto - nella fase a cavallo fra gli anni ‘60 e ‘80 - la vicenda delle leghe contadine bianche del primo dopoguerra (lette attraverso i lavori di Tessitori, Mizzau e del parroco di Torre, nonché della stampa del movimento sindacale popolare) come il precedente storico diretto della sinistra cattolica e del dialogo fra questa ed i comunisti. Non a caso gli autori principali di questa interpretazione “di sinistra” del sindacalismo popolare sono Stelio Spadaro - che si impegnerà come principale propagandista del Pci regionale del dialogo fra comunisti e cattolici - ed un dirigente del Pci proveniente dall’esperienza di dirigente dei giovani democristiani come Giuseppe Mariuz. 60 Una nota filologica: i tre libri dell’ex parroco di Torre coprono un arco di sette anni, dal 1960 al 1967, ma - a dimostrazione di una vitalità da vero animale politico - don Lozer, pur confermando la sua impostazione di fondo, dimostra di sapersi adeguare duttilmente all’evoluzione della politica nazionale. Così - mentre rimane da una parte l’acredine per la curia diocesana incapace di remunerare adeguatamente i suoi servigi e dall’altra quella per la popolazione di Torre che nell’arco di più di mezzo secolo rimane in maggioranza comunista e socialista, quasi solo per fargli dispetto - il suo atteggiamento segue l’evoluzione della politica del primo centrosinistra, arrivando nel libro del 1967 a rendere nota una quasi incredibile e comica corrispondenza in cui il sacerdote, che si palesa sostenitore del laburismo inglese, viene chiamato dal segretario socialdemocratico Giuseppe Saragat compagno. Ma non si tratta certo solo di opportunismo: a quasi novant’anni don Lozer pubblica anche i documenti di una polemica da lui sostenuta contro la Democrazia Cristiana pordenonese sullo scandalo di una casa per anziani costruita nelle bassure vicine alle Anche se don Aldo Moretti, nel recensire nel 1973 le due principali opere di Tessitori (di cui lodava comunque la grande capacità di lavorare sulla documentazione con distacco, precisione ed eleganza), avvertiva a proposito della Storia del Partito Popolare in Friuli che la storia qui, in uno che vi ha partecipato, diventa memorialistica, con i limiti che inevitabilmente ne derivano . Giudizio quanto mai cauto, soprattutto quando Tessitori affronta con malcelata reticenza la fase finale del suo impegno politico e l’abbandono del Ppi per ripiegare nell’attività privata di avvocato al momento della vittoria del fascismo: cfr. MORETTI, Aldo, recensioni a Tiziano Tessitori: Storia del movimento cattolico in Friuli e Storia del Partito Popolare in Friuli, in: Storia Contemporanea in Friuli, anno III, n. 4, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1973 , pagg. 190-199 e 211-212. Una rottura tempestiva, quella del giovane dirigente popolare, che porterà il Commissario politico fascista Pisenti a proporre il 24 febbraio 1923 la sua eventuale nomina nella Commissione reale che sostituirà l’Amministrazione Provinciale popolare di Udine: indicherei quale rappresentante dei popolari l’on. Tessitori che trovasi in dissidio coi dirigenti del partito friulano . Cfr. FABBRO, Mario, Fascismo e lotta politica in Friuli (1920-26), Venezia/Padova, Marsilio, 1974, pag. 157, nota 26). 57 Sulle principali iniziative cooperativistiche di don Lozer, cfr.: LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg. 30-39. 58 Testimonianze della figlia Gualtiera Pasquotti e di Teresina Degan. 59 MARIUZZO, Flavio, cit., pag. 7; MORASSI, Luciana, Il Friuli, una provincia ai margini (1814-1914), in: FINZI, Roberto, MAGRIS, Claudio e MICCOLI, Giovanni, Il Friuli-Venezia Giulia, Torino, Einaudi, 2002 , pagg. 85-87. 60 SPADARO, Stelio, Leghe bianche e lotte contadine in Friuli (1919-1920), in: ISTITUTO DI STORIA MEDIOEVALE E MODERNA DELLA FACOLTA’ DI LETTERE E FILOSOFIA DELL’UNIVERSITA’ DI TRIESTE, Fascismo - guerra - resistenza. Lotte politiche e sociali nel Friuli-Venezia Giulia 1918-1945, Trieste, Libreria Internazionale “Italo Svevo”, 1969, pagg. 165-213; MARIUZ, Giuseppe, Leghe bianche e rosse in un’area rurale friulana. Irruenza e declino delle lotte di massa nel Sanvitese 1919-20, in Storia Contemporanea in Friuli, anno XVIII, n. 19, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1988, pagg. 67-104. 56 Numero pagina banchine del vecchio porto sul Noncello, opera giustamente sommersa, se non fosse bastata la provvidenziale alluvione del 1965, da quella ancor più imponente del 1966. 61 E’ però importante sottolineare un fatto: Tessitori ad Udine e don Lozer a Pordenone erano, dopo la prima guerra mondiale, i massimi dirigenti del movimento delle leghe bianche, ed è sulle loro per altro ineguali testimonianze che si basano in gran parte le ricostruzioni storiche sui primi decenni del secolo in Friuli. Non può che derivarne un’immagine depurata e selezionata, in cui il ruolo della sinistra viene visto strumentalmente, come può essere descritto da chi è stato implicato fino alla fine, con grande energia in ambedue i casi, nella lotta politica contro la sinistra. Se poi aggiungiamo l’acrimonia di don Lozer, la sintesi che se ne deriva è che socialisti e comunisti hanno fatto solo inutile confusione, disturbando chi stava lavorando costruttivamente per la collettività: una semplificazione inaccettabile, falsa prima ancora che tendenziosa. Cosa troviamo dall’altra parte? Le ricerche compiute sul movimento operaio, socialista e comunista, si concentrano su due periodi precisi, di grande importanza ma indubbiamente parziali: il periodo dopo la prima guerra mondiale e quello della resistenza antifascista e del secondo dopoguerra. Nel primo caso il periodo considerato è anche di breve durata, legato a tematiche “classiche” negli anni in cui le ricerche sono state realizzate: il “biennio rosso” 1919-1920, l’instaurazione del regime fascista, le influenze della rivoluzione russa d’ottobre. E’ un quadro ben diverso da quello che troviamo a proposito della storia del movimento operaio nella Venezia Giulia, ove abbiamo a disposizione non solo ricerche riguardanti la storia politica 62 (con testi che vanno oltre la dimensione dei due partiti “storici” della sinistra novecentesca, per considerare anche il movimento anarchico ed i filoni di socialismo non ufficiale63) ma anche ricerche nel campo della storia sociale64. Ricerche sul periodo a cavallo fra il Diciannovesimo ed il Ventesimo Secolo sui vari aspetti dell’evoluzione del movimento operaio (emigrazione, cooperativismo, case del popolo, resistenza, non limitandosi solo ai due partiti storici della sinistra ma anche ricostruendo l’importante contributo dell’anarchismo) sono state realizzate solo riguardo ad un territorio particolare del Friuli, la Carnia. 65 Il pordenonese emerge, all’interno del territorio friulano, per la sua particolare connotazione di polo dell’industria tessile cotoniera. Si tratta dell’unica zona di moderno sviluppo industriale, caratterizzata dalla produzione di massa e da un proletariato prevalentemente impiegato in grandi fabbriche. Ciò differenzia l’area circostante il capoluogo del Friuli occidentale dalla struttura prevalentemente agricola del resto della provincia e dalle stesse caratteristiche arretrate del proletariato friulano (edilizia, industria serica ed emigrazione stagionale). Hanno fatto da precursori alcuni studi più lontani di Mario Lizzero, dedicati ai due episodi principali della resistenza al fascismo a Pordenone: le Barricate di Torre del 1921 e lo sciopero dei cotonifici del 1928.66 Un punto di partenza fondamentale per lo studio della storia del movimento operaio pordenonese è costituito dal libro di Teresina Degan Industria tessile e lotte operaie a Pordenone 1840-1954.67 Debbo confessare che lo è stato anche personalmente: proprio in occasione della presentazione di quel libro all’aula Provvidenziale, ben s’intende, solo per chi vuole capire. Dopo quella data, la casa per anziani è stata abbandonata ed è diventata il padiglione interrato della nuova fiera di Pordenone; ma attorno è cresciuto in forma selvaggia un quartiere che è stato completamente sommerso appena il fiume ha deciso nuovamente di uscire dagli argini nel 2002. Ovviamente, come all’epoca di don Lozer, qualcuno ci avrà guadagnato. 62 AGNELLI, Arduino, Socialismo triestino, Austria e Italia, in: VALIANI, Leo e WANDRUSZKA, Adam, Il movimento operaio e socialista in Italia e in Germania dal 1870 al 1920, Bologna, il Mulino, 1978; APIH, Elio, Il socialismo italiano in Austria. Saggi, Udine, Del Bianco, 1991; CATTARUZZA, Marina, Il socialismo italiano in Austria: alcune riflessioni, in: id., Trieste nell’Ottocento. le trasformazioni di una società civile, Udine, Del Bianco, 1995; id., Socialismo adriatico. La socialdemocrazia di lingua italiana nei territori costieri della Monarchia asburgica: 1888-1915, Manduria, Lacaita, 1998; MASERATI, Ennio, Il movimento operaio a Trieste dalle origini alla prima guerra mondiale, Milano, Giuffrè, 1973; ***, 1902-1982, La lotta dei fuochisti, Trieste, CGIL Friuli-Venezia Giulia, 1982; PIEMONTESE, Giuseppe, Il movimento operaio a Trieste, Roma, Editori Riuniti, 1974; SEMA, Paolo, La lotta in Istria 1890-1945. Il movimento socialista e il Partito Comunista Italiano. La sezione di Pirano, Trieste, Cluet, 1971. Si tratta di testi di autori italiani, in massima parte riferiti alla componente italiana del movimento operaio giuliano: la mia infima conoscenza delle lingue slovena e serbo-croata mi rende inaccessibile attualmente la letteratura relativa al movimento operaio nelle sue componenti nazionali slovena e croata. 63 MASERATI, Ennio, Il sindacalismo autonomista triestino degli anni 1909-1914, Udine, Del Bianco, 1965; MASERATI, Ennio, Gli anarchici a Trieste durante il dominio asburgico, Milano, Giuffrè, 1977; TOMMASINI, Umberto (a cura di Claudio Venza), L’anarchico triestino, Milano, Edizioni Antistato, 1984. 64 APIH, Elio e SILVESTRI, Claudio, Le Cooperative Operaie di Trieste, Istria e Friuli, Trieste, Cooperative Operaie, 1976; CATTARUZZA, Marina, La formazione del proletariato urbano. Immigrati, operai di mestiere, donne a Trieste dalla metà del secolo XIX alla prima guerra mondiale, Torino, Musolini, 1979; id., “Conflitto organizzato” e “azione diretta”: gli scioperi nei cantieri navali di Amburgo e Trieste (1880-1914), in: id., Trieste nell’Ottocento, cit.; DE ROSA, Diana, Sviluppo della città e movimento operaio tra la fine dell’Ottocento e il principio del Novecento a Trieste, Trieste, Cluet, 1979; DE ROSA, Diana, ROSSI, Marina e RANCHI, Sergio, Pagine per l’80° della F.I.O.M. Territorio, ambiente, fabbrica, Trieste, 1850-1900. Origine e sviluppo dell’organizzazione dei metallurgici a Trieste 1900-1919, a Monfalcone 1908-1918, Trieste, Istituto regionale studi e ricerche della C.G.I.L. del Friuli-Venezia Giulia, 1981. 65 Fra gli altri lavori, cfr.: RENZULLI, Aldo Gabriele, Economia e società in Carnia fra 800 e 900. Dibattito politico e origini del socialismo, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1978; VENZA, Claudio, PUPPINI, Marco, GAGLIANI, Donatella, “Compagno tante cose vorrei dirti...”. Il funerale di Giovanni Casali, anarchico. Prato Carnico 1933, Udine, Centro Editoriale Friulano, 1983; PUPPINI, Laura, Cooperare per vivere. Vittorio Cella e le cooperative carniche. 1906-1938, Tolmezzo, Gruppo “Gli ultimi”, 1988; PUPPINI, Marco, Movimento operaio ed emigrazione, cit., pagg. 83-119. 66 LIZZERO, Mario, Gloriose battaglie antifasciste,cit.; id., Scioperano i tessili di Pordenone, cit., pagg. 130-135 (i due testi presentano poche secondarie differenze fra loro). 67 DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., 1981. 61 Numero pagina magna del centro studi di Pordenone, ormai molti anni fa, sentii uno dei relatori, il prof. Luciano Bonanni, lamentare come non fosse ancora stata scritta la storia dell’Amministrazione Comunale socialista di Pordenone nel primo dopoguerra. Degan fa la storia del movimento operaio tessile pordenonese, lasciando sullo sfondo le vicende dei partiti, delle organizzazioni sindacali e cooperative, delle amministrazioni locali. Tutti questi aspetti emergono quasi ad ogni pagina e viene rimarcato come il movimento operaio trovi la sua forza nel collegamento fra la partecipazione cosciente e spontanea delle masse e la capacità di mobilitazione e di educazione delle organizzazioni politiche e sindacali. Ma le protagoniste (perché di una manodopera in stragrande maggioranza femminile si tratta) sono le donne che per oltre un secolo costruiscono con le loro mani la realtà industriale di Pordenone - nei grandi stabilimenti tessili di Torre, Rorai Grande e Borgomeduna - e dei vicini comuni di Fiume e di Cordenons. Una realtà industriale che costituisce il substrato su cui si sviluppa nella seconda metà del Novecento la grande industria manifatturiera del Friuli occidentale, con al suo centro la multinazionale degli elettrodomestici Zanussi Rex (oggi ormai solo un elemento terminale della svedese Electrolux, per incapacità della proprietà precedente e per la colpevole subordinazione della politica regionale alla logica della mondializzazione capitalistica: ma anche qui si tratta di una tendenza storica di lungo periodo, come dimostrano le stesse vicende del tessile a partire dalle sue più lontane origini 68). Degan dà voce ad una classe operaia femminile altamente professionale, che per decenni si dimostra all’avanguardia politica e sociale, a dispetto della discriminazione economica (salari più bassi della manodopera maschile dal 20 al 40% ancora nel secondo dopoguerra 69) e politica (esclusione dal suffragio fino alle elezioni per l’Assemblea Costituente nel 1946). Ed a dispetto di chi temeva che il suffragio delle donne andasse a pro della destra, è dalle operaie tessili che nel secondo dopoguerra viene la gran parte dei voti ai partiti di sinistra. 70 Si tratta di un testo in cui alla ricerca compiuta sui documenti d’archivio ed alla lettura di quella vera miniera di informazioni sul movimento socialista che è il settimanale Il Lavoratore Friulano, si sommano le voci della storia orale, delle protagoniste e dei protagonisti di quelle lotte, conosciuti direttamente in una comune militanza politica e molte volte legati da vincoli familiari ed affettivi 71. Ne deriva un vivo affresco di un’intera epoca, che nulla concede alla memorialistica od al localismo. Si tratta invece di un tentativo riuscito di microstoria, in cui l’aspetto locale viene inserito coerentemente nella “grande” storia, quella dello sviluppo dell’economia industriale italiana e di quello contemporaneo del movimento operaio nazionale e delle conquiste di civiltà democratica cui esso ha dato un contributo fondamentale. Questa ricerca riesce inoltre a dare spessore e dimensione fisica ad un ambiente - quello delle borgate operaie sviluppatesi dall’ambiente rurale della periferia di Pordenone - in cui i protagonisti di quelle lotte si potevano ancora incontrare vent’anni fa per le vie cittadine, spesso ancora coinvolti in un impegno sociale e politico che è stato per loro il filo conduttore di un’intera esistenza. Purtroppo oggi è ormai impossibile raccogliere direttamente le loro testimonianze relative agli anni dall’inizio del secolo al primo dopoguerra ed all’esperienza di governo amministrativo socialista di una parte importante del Friuli Occidentale. Si tratta di una perdita di memoria inestimabile, che viene solo parzialmente colmata dalla documentazione giornalistica e d’archivio o supplita da alcune testimonianze dei discendenti o dei protagonisti di vicende successive, che hanno avuto la fortuna di conoscere chi operò in quest’epoca e di raccogliere le testimonianze della loro memoria. Purtroppo però queste testimonianze sono generalmente carenti e denunciano una mancata trasmissione delle conoscenze che impoverisce ancora di più l’immagine di quegli anni. Prima del libro di Degan, nel 1973 il circolo Gramsci di Pordenone aveva pubblicato un libro con il titolo La roccaforte del socialismo72. Ne era autore il presidente del circolo Roberto Barraco, giovane attivista del Pci: egli volle far uscire in forma anonima (a testimonianza di una grande modestia personale e di una moralità propria di epoche ormai sideralmente lontane) la sua tesi di laurea su Il pordenonese negli 68 DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 132-191. Mi riferisco in particolare al passaggio del controllo del Cotonificio Veneziano dalle precedenti proprietà ai triestini fratelli Brunner nel 1927, e successivamente - per il tramite dell’IRI - nel 1935 al gruppo veneziano di Volpi, Cini e Gaggia, per finire (nel senso reale del termine, con la liquidazione dell’industria tessile pordenonese a più riprese fra gli anni ‘50 e ‘70) con la Snia Viscosa, cresciuta come società monopolistica nel settore delle fibre tessili sintetiche durante il periodo dell’ “autarchia” fascista, successivamente entrata nell’orbita della Fiat e dedicatasi a molteplici produzioni, dalla chimica all’industria militare. Ma più in generale la stessa nascita dell’industria cotoniera a Pordenone è il frutto di investimenti di capitalisti stranieri. 69 DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 175. Viene rilevato come la realtà pordenonese - da sempre organizzata dai sindacati di sinistra, la Federazione Arti Tessili e poi la Fiot, antenate della Filtea-Cgil dei giorni nostri - si presentasse in modo più avanzato anche contrattualmente rispetto alle realtà del Veneto e della Lombardia - ove al contrario prevaleva la corrente sindacale di orientamento cattolico. 70 DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 178. 71 Teresina Degan è figlia di Vincenzo Degan, tipografo ed esponente di primo piano del socialismo pordenonese, consigliere comunale a Pordenone dal 1906 ed assessore nella Giunta socialista del 1920-1922. Ma è anche nipote di Rachele Redigo Da Corte, scritturale nella Filatura di Torre e militante politica e sindacale e di Lucio Da Corte, fondatore e primo presidente della Società “Casa del Popolo” di Torre (vedi i documenti n. 5148 Rep. e Reg./n. 3629 Fasc. Archivio Notarile Distrettuale di Udine, “Casa del Popolo” Torre di Pordenone (...) Costituzione di Società e n. 2596 di Fasc. e n. 3815 di Rep. - atto di compravendita del terreno su cui è sita la Casa del Popolo). E’ inoltre cugina di Alma Da Corte, delegata della Commissione Interna dello stabilimento di Torre licenziata per rappresaglia antisindacale nel 1954 e poi per lunghi anni sindacalista presso l’Inca-Cgil di Pordenone. Ma la stessa Degan è stata dirigente di primo piano del Pci dal secondo dopoguerra al 1969 e del sindacato (fondatrice e prima segretaria della Cgil-Scuola provinciale). 72 (BARRACO, Roberto), Il pordenonese negli anni venti: la roccaforte del socialismo, Pordenone, Circolo A. Gramsci, 1973. Numero pagina anni Venti. Sono stato personalmente testimone della scettica miopia con la quale il libro fu accolto da alcuni degli stessi dirigenti della federazione comunista di quei tempi. Non si trattava del primo, ma del più organico tentativo di dare dignità storica a vicende ormai quasi del tutto dimenticate. Non è un caso lo scetticismo che ebbi occasione di conoscere: era la ragionevole risposta di chi - non importa se direttamente o meno - aveva fallito il confronto con l’esperienza di quella gloriosa stagione soffocata dal fascismo ed aveva tutto l’interesse a nascondere dietro ad una arrogante supponenza l’ignoranza e l’incomprensione della storia del movimento operaio pordenonese. Il merito del libro di Barraco non può evitare comunque di sottolineare come la sua impostazione, tipica dei primi anni ‘70, tendesse più a liquidare il riformismo dell’azione degli amministratori comunali socialisti che a sottolineare l’importanza del loro impegno e delle loro realizzazioni. La sua attenzione è dedicata soprattutto alle vicende sindacali e politiche che portano alla fondazione del Pcd’I nel Pordenonese ed il resto del movimento socialista viene ridotto ad uno sfondo di cui risalta solo l’immobilismo e l’incapacità di comprendere il cambio di fase occorso dopo la grande guerra. Tutto viene ridotto ad inerte riformismo oppure al settario spirito minoritario dei primi comunisti, facendo (implicitamente, perché non lo cita) risaltare il canone classico della storiografia comunista, cioè l’autocritica gramsciana e togliattiana successiva alla sconfitta e la implacabile demolizione dell’esperienza dei primi anni di direzione bordighiana del partito. Proprio in tal senso, come traduzione storiografica della politica comunista verso i cattolici negli anni del centrosinistra, va valutato anche il giudizio sui cattolici, da leggersi più come ricerca in don Lozer e don Concina degli antesignani della sinistra cristiana che come messa a punto del giudizio sui dirigenti di un movimento che hanno avuto una storia di forte contrapposizione e concorrenzialità con i socialisti: da tal punto di vista appaiono rivelatrici le poche cruciali citazioni di Guido Miglioli, l’esponente più a sinistra del Ppi. L’opera delle amministrazioni comunali socialiste viene cancellata come inutile e di secondaria importanza, senza neanche darsi la briga di soppesarne alcuni cruciali opere: il protagonista vero della narrazione è il “fantasma della rivoluzione”, che nessuno si prende la briga di interpretare sul serio, se si escludono i pochi arditi del popolo che compiono la loro eroica e disperata opera in una fase ormai di riflusso. E’ nelle ultime pagine di Barraco che si può rilevare il limite di uno studio approfondito su uno scorcio di tempo tanto importante ma così breve: quando si chiude ogni ragionamento sulla presenza storica del socialismo pordenonese con il passaggio della maggioranza dei suoi dirigenti e dello stesso settimanale del partito friulano nelle file del Psui, osservando anzi che per questo motivo non si può più ricavare dalle pagine de Il Lavoratore Friulano alcuna notizia utile a tale indagine. Orbene, se le notizie utili sul movimento dei lavoratori sono ridotte, non si deve al cambio di tendenza dei protagonisti (che rimane anzi la stessa, proprio con il rimanere fedeli ad una tradizione che si ritiene meglio rappresentata dal partito dove si trasferisce quasi tutta la dirigenza storica del Psi) ma al fatto che il giornale nei suoi ultimi tre anni di vita deve sopravvivere sotto una dittatura che restringe progressivamente le sue maglie ed impone di limitare l’informazione sull’attività del partito, per proteggerne l’operatività residua. Lo si vede proprio con la ripresa di attività nei mesi di movimento successivi all’assassinio da parte di Matteotti e con lo spegnersi a suon di crescenti sequestri alla fine del 1925. E poi, come possiamo scordare che proprio il Psui non è solo il partito del vecchio Turati e dei suoi compagni ma quello di Matteotti, che diventa il fulcro dell’opposizione antifascista, con la pressante denuncia del suo segretario ma anche con il suo perspicace prospettare la necessità di opporsi a questo nuovo fenomeno di dittatura reazionaria di massa con ogni mezzo necessario. Una battaglia alla quale Ellero, dal suo esilio milanese, partecipa attivamente esercitando la sua funzione di deputato e di propagandista a livello nazionale fino almeno al 1924. A guidare il Psui, che appare il vero partito socialista storico, mentre il residuo Psi appare depotenziato dalla raffica di scissioni successive, sta quel segretario che, con più lungimiranza di ogni altro dirigente del socialismo italiano aveva abbandonato il congresso socialista di Livorno nel gennaio 1921: quello che doveva essere il relatore per la destra riformista preferisce recarsi subito a Ferrara attaccata dai fascisti, scortato da una guardia del corpo di militanti del costituendo Partito comunista: un’intuizione storica purtroppo isolata, troppo avanzata per un dibattito politico che non riusciva allora a comprendere il mutamento di fase storica.73 Infine, l’impostazione storiografica ideologicamente datata del libro è rivelata dal chiudere ogni attenzione sulla storia del socialismo (fenomeno politico ormai sorpassato) per acquisire in toto una centralità del Pcd’i tutt’altro che consolidata: tanto è vero che più di vent’anni dopo, a democrazia restaurata grazie soprattutto al sacrificio preponderante dei congiurati e dei partigiani comunisti, il rapporto fra socialisti e comunisti si ripresenta a Pordenone come molto equilibrato, a riprova di un indubbio radicamento “di lungo SANTOMASSIMO, Gianpasquale, Un politico, oltre il mito del Martire, in Il manifesto, 18 luglio 2000. Secondo Santomassimo, di Matteotti è accreditata generalmente una immagine irenica di martire, mentre il deputato socialista veneto era stato uno dei pochi favorevoli all’insurrezione popolare contro la guerra nel 1915, ritenendo debole la linea del “non aderire né sabotare”, ed il primo esponente della sinistra italiana a capire il carattere innovatore ed eversore del fascismo e la necessità di sbarrarvi la strada anche con l’uso della violenza. Un giudizio simile è quello di Piero Gobetti, per il quale Matteotti è l’innovatore che supera i limiti del socialismo italiano, combattendo da un lato il riformismo bloccardo, quietista, radicaloide e massonico, disposto ad ogni compromesso, e dall’altro il sovversivismo sindacalista-rivoluzionario, con tutte le sue pulsioni di carrierismo piccolo-borghese che avrebbero portato tanti suoi esponenti all’adesione al fascismo, cfr.: GOBETTI, Piero, Per Matteotti. Un ritratto, Genova, Il melangolo, 1994. 73 Numero pagina periodo” in una realtà che giustamente (e non in modo ingenuo e sprovveduto, come affermava Barraco) i socialisti avevano descritto così: Pordenone proletaria subisce la situazione, ma non muta. Il fascismo è fenomeno agricolo e non industriale. E Pordenone è città industriale.74. Al termine della parabola, un recente studio75 riaffronta i primi anni Venti nel Pordenonese riprendendo paradossalmente il giudizio di Barraco ma rovesciandolo: le giunte socialiste fallirono, perché non riuscirono a risolvere i danni creati dalla catastrofe bellica e quindi non impedirono l’emigrazione di massa. Un giudizio incongruo, per chi ha potuto governare per meno di due anni, scontrandosi con il boicottaggio delle istituzioni della monarchia, mentre montava la reazione armata del fascismo. Beninteso, il lavoro di Pillot e Camisa è uno studio ampio e ben documentato, che fornisce abbondante materiale tratto dagli archivi comunali e soprattutto dall’Archivio Centrale dello Stato. Ma complessivamente il loro lavoro sembra risentire del minimalismo a-ideologico degli anni Novanta, rinuncia a voler indicare una chiave di lettura del quadriennio postbellico, producendo (anche per la divisione in filoni tematici, non sempre ben ricollegati) un’impressione di giustapposizione di movimenti e fenomeni di cui si rischia di perdere la ragion d’essere. Per certi aspetti la chiave di lettura è invece ben delineata dalla documentazione allegata, che sembra gli autori siano stati riluttanti a portare alle sue estreme conseguenze: come quando i documenti provano in maniera ineccepibile la correità delle istituzioni dello Stato nella campagna di violenze fasciste. In generale (ed ovviamente il bilancio dell’esperienza socialista del dopoguerra ne risente in modo fortissimo), oltre che per la mancanza di quello sguardo retrospettivo che ne avrebbe esaltato l’importanza, pecca in questa per altro importante opera la mancanza di un collegamento con la realtà della crescita del fascismo e della conquista militare del territorio da parte degli squadristi. Vari fenomeni studiati dai due autori sfuggono alla comprensione del lettore proprio perché, astraendo dal quadro politico generale, diviene impossibile capire il ripiegamento di un movimento sottoposto ad una pressione violenta inusitata ed imprevista, ma anche la forza di una persistenza, che riemergerà prepotentemente alla fine degli anni Venti e negli anni Trenta a Pordenone e ci riconsegnerà vent’anni dopo la sinistra in città praticamente intatta nella sua forza. Il difetto di questi studi è di limitarsi ad uno scorcio di tempo estremamente ridotto, che ha una sua indubbia significatività per la rottura intervenuta con la guerra, e che si conclude con la prima esperienza europea di reazione totalitaria della borghesia. Non si sono però studiate le precondizioni di questo breve scorcio di tempo, mancano completamente studi sulla realtà antecedente del Pordenonese, che viene narrata in forma cronachistica da Vendramino Candiani fino ai primi anni del Ventesimo Secolo, analizzata solo da alcune opere a carattere socio economico (per primi Musolla e Mio) oppure dedicate alla situazione durante la grande guerra (Chiaradia, Gaspardo e Corni, con ben diverso spessore analitico: la prima di queste due opere è praticamente un sommario opuscolo celebrativo). La sola opera di ampio respiro dedicata alla storia del movimento operaio e socialista pordenonese è quella di Teresina Degan. In generale, pur tenendo conto di alcune opere uscite successivamente, vale ancora, e soprattutto per la storia del movimento socialista, il giudizio espresso da Gustavo Corni nel 1992: l’area della destra Tagliamento mi pare sia stata finora negletta dalla ricerca storica. A parte una pregevole e recente tesi di laurea, la letteratura a cui attingere è quasi inesistente, mentre invece soprattutto il periodo postbellico è stato studiato più intensamente. Paradossalmente però lo stesso autore sembra subire i limiti posti dalla disattenzione storiografica segnalata, nel momento in cui descrive il carattere di cattedrale nel deserto dell’industrializzazione cotoniera pordenonese, senza coglierne il valore di precondizione per l’impetuoso sviluppo successivo, che fa della futura provincia occidentale la principale realtà industriale della regione. Mi permetto inoltre di obiettare non solo nei confronti di una scorrettezza (come il paragone inadeguato con le realtà dell’industrializzazione assolutamente parassitaria prodotta dagli incentivi governativi, in particolare ma non solo - nel Mezzogiorno d’Italia) ma anche del non rilevare l’intreccio cruciale per la storia sociale dell’area da noi considerata. Qui infatti si sommano la professionalizzazione ed il cambio di mentalità indotti dall’industrializzazione tessile con l’altro substrato fondamentale, quello della professionalizzazione e del cambio di mentalità indotti dall’emigrazione di intere generazioni di lavoratori provenienti dal settore agricolo e trasformati, attraverso questa esperienza, prima in operai professionali nei vari settori dell’edilizia e successivamente dei settori manifatturieri. E’ dalla sovrapposizione fra queste due realtà che nasce una realtà di sviluppo industriale che, a differenza della maggior parte del territorio friulano, preesiste alla ricostruzione successiva al terremoto del 1976. 76 Sempre Teresina Degan e Giuseppe Mariuz hanno studiato i movimenti contadini nella Bassa Pordenonese del primo dopoguerra, soprattutto l’episodio del Soviet di Pravisdomini, iniziativa nata dall’amministrazione socialista eletta in quel comune sulla base della spinta delle leghe contadine rosse. Mariuz purtroppo si ferma al primo biennio, quello connotato dai primi movimenti di protesta per la disoccupazione e dall’estendersi dell’esperienza delle leghe bianche, non studiando il biennio successivo, 74 (BARRACO, Roberto), cit., pagg. 134; 138 e 143; LF, n. 49 del 9 dicembre 1922, pag. 4 , NOTE BREVI. PILLOT, Pier Paolo e CAMISA, Livio, Il primo dopoguerra nel Friuli Occidentale (1919-1923), Pordenone, Concordia Sette, 1997. I due autori riprendono le stesse tematiche nei saggi monografici: CAMISA, Livio, Lotta politica nel Friuli occidentale tra il 1919 e il 1923 e: PILLOT Pier Paolo, Fascismo e squadrismo nel Pordenonese del primo dopoguerra, in: CORNI, Gustavo (a cura di), Il Friuli, storia e società, terzo volume, 1914-1925, La crisi dello Stato liberale, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 2000, pagg. 221-262. 76 CORNI, Gustavo, Il Friuli Occidentale nell’anno dell’occupazione austro-germanica 1917-1918, Pordenone, Concordia Sette, 1992, pag. 10. Corni conferma il suo giudizio cinque anni dopo, nella prefazione a: PILLOT, Pier Paolo e CAMISA, Livio, cit., pag. 11. 75 Numero pagina quando si rafforza la presenza del movimento socialista non solo fra gli operai ma anche fra i contadini, conquistando due amministrazioni contadine molto significative come Cordovado e Pravisdomini ed avviando l’esperienza di una cooperativa agricola mandamentale.77 Sigfrido Cescut ha studiato l’esperienza del movimento operaio ad Aviano in alcune opere. La prima, rimasta allo stadio di dattiloscritto, costituisce un pregevole lavoro di ricerca basato su fonti documentaristiche (gli archivi del comune di Aviano e del Tribunale di Pordenone), giornalistiche e su una testimonianza preziosa: quella di uno dei primi militanti anarchici del comune, emigrante già nei primi anni del Novecento, Luigi Tassan Solet 78 mediata dal figlio minore Giordano, già attivo nel primo dopoguerra e successivamente responsabile del Pci avianese durante la Resistenza. Si tratta di un organico ed equilibrato lavoro fondato su fonti orali che, incrociate con quelle documentarie, ci danno un’immagine vivissima di un percorso molto significativo, attraverso la grande emigrazione, la guerra, le durissime lotte che l’hanno preceduta e seguita ed infine la sconfitta. Purtroppo questo lavoro non ha mai trovato un editore, ma Cescut ha rielaborato parte del materiale, inserendolo insieme a quello degli archivi societari in due lavori sulla cooperazione di consumo e l’associazionismo nell’Avianese e nei comuni vicini.79 Otello Bosari ha lavorato invece sulle precondizioni storiche, ricercando le radici del moderatismo politico friulano nell’epoca veneta ed asburgica, giungendo fino ai decenni dell’unificazione nazionale ma fermandosi sostanzialmente prima del costituirsi delle organizzazioni operaie e socialiste (con l’eccezione di uno studio sul primo dopoguerra). Anche in questo caso bisogna lamentare la mancanza di una pubblicazione adeguata, vista la limitata diffusione delle riviste degli Istituti di Storia del Movimento di Liberazione e la stessa dispersione dei saggi nell’arco di più annate. Il materiale presentato da Bosari è vasto ed importante, ma risente a mio avviso del fatto di voler dimostrare una tesi preconfezionata, tipica d’altronde dell’area comunista: quella sulla tendenza moderata di lungo periodo del mondo politico e sociale friulano. Mentre la maggior parte delle opere sulla sinistra pordenonese si limita a segmenti temporali ristrettissimi e legati sostanzialmente ai due dopoguerra ed alla Resistenza antifascista, il lavoro di Bosari sembra peccare di un eccesso di anticipo, non affrontando il periodo in cui si accumula il massimo di tensione verso l’innovazione sociale, economica e politica: una fase in cui la sinistra, radicale e socialista, è protagonista di primo piano ed assume una funzione egemone per tutto il primo quarto di secolo in città ma anche in tutta l’area circostante. Il limite principale di questi studi così puntuali ed approfonditi è proprio questo: di aver dato per scontato che l’unica progettualità sia stata quella delle classi dirigenti, mentre invece c’è stata anche una progettualità delle classi lavoratrici, attraverso le loro rappresentanze politiche. Quello che ha impedito di andare oltre è stata una sconfitta: non una sconfitta politica, ma una vera e propria sconfitta militare, in cui la violenza ha sbarrato con tutta la sua forza la strada ad un’ipotesi di sviluppo alternativa. 80 Recentemente Teresina Degan ha pubblicato uno studio sugli Arditi del Popolo (la milizia armata costituita per contrastare lo squadrismo fascista) nel Pordenonese, basandosi soprattutto sugli atti del processo seguito alla repressione dell’organizzazione locale. E’ stata così colmata una lacuna delle ricerche, che recentemente hanno riportato in primo piano l’esperienza di quella parte dell’arditismo, del volontarismo di guerra e del dannunzianesimo che non hanno accettato la scelta del fascismo ed hanno cercato di contrapporvisi, fra la diffidenza ed il settarismo delle principali forze politiche della sinistra. Se Marco Rossi non aveva fornito dati relativi alla presenza degli Arditi del Popolo nel Friuli, Eros Francescangeli ha fornito alcune notizie sintetiche sull’organizzazione pordenonese, pubblicando anche un elenco degli iscritti.81 Uno studio praticamente sconosciuto è quello che, in un’opera collettiva di storia locale, ha dedicato Ermanno Contelli ai primi anni del socialismo sacilese. Basato soprattutto su materiale giornalistico, proprio per questo non arriva a coprire le due esperienze amministrative socialiste a Sacile, impersonate da Enrico Fornasotto prima come assessore insieme al sindaco Valentino De Martini (simpatizzante e poi iscritto al Psi) nei primissimi anni del secolo e poi come commissario governativo dopo la guerra mondiale. Contelli riprende tutto il percorso dell’attività socialista dal 1909 alla guerra di Libia, ma lo inquadra talvolta con un 77 DEGAN, Teresina, Il Soviet di Pravisdomini, in Storia contemporanea in Friuli, anno V, n. 6, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1975; MARIUZ, Giuseppe, Leghe bianche e rosse in un’area rurale friulana. Irruenza e declino delle lotte di massa nel Sanvitese 1919-20, in Storia Contemporanea in Friuli, anno XVIII, n. 19, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1988. 78 1867-1948: cfr. CESCUT, Sigfrido, Una storia avianese e una piccola cronaca, dattiloscritto inedito, senza data, ma probabilmente 1983, pag. 3. 79 CESCUT, Sigfrido, Una storia avianese, cit.; id., Cooperative ad Aviano, Roveredo in Piano, Montereale, Palse, Trieste, La Cronaca, 1998; id., Somprado e “La Sompradese”. Solidarietà nel borgo, Roveredo, Risma, 2002. 80 BOSARI, Otello, Trasformazioni e innovazioni nell’area compresa tra Livenza e Tagliamento tra la fine delle guerre napoleoniche e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, in Qualestoria, Bollettino dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, anno XII, n. 1, Trieste, marzo 1984; id., Dalla caduta della Repubblica di S. Marco alla Restaurazione: le radici del moderatismo nella Destra Tagliamento, in Qualestoria, anno XII, n. 3, dicembre 1985; id., Le vicende dell’epoca risorgimentale tra Livenza e Tagliamento: dai movimenti degli anni ‘40 alla liberazione regia del ‘66, in Qualestoria, anno XIV, n. 3, novembre 1986; id., L’immagine e l’influenza della rivoluzione d’ottobre in Friuli, in Qualestoria, anno XVI, n. 3, dicembre 1988. Purtroppo uno studio di Bosari sulla storia del movimento sindacale pordenonese - commissionatogli dall’Amministrazione Provinciale di Pordenone - oltre a non essere stato pubblicato è andato disperso. Alla data di oggi non sono riuscito a reperire una copia del dattiloscritto, che non risulta conservata ed archiviata. 81 DEGAN, Teresina, Gli Arditi del popolo nel Pordenonese, in Storia contemporanea in Friuli, anno XXX, n. 31, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 2001; ROSSI, Marco, Arditi, non gendarmi! Dall’arditismo di guerra agli arditi del popolo 1917-1922, Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 1997; FRANCESCANGELI, Eros, Arditi del Popolo. Argo Secondari e la prima organizzazione antifascista (1917-1922), Roma, Odradek, 2000, in particolare pagg. 218-219 e 281. Numero pagina approccio cronachistico, senza cogliere sempre il significato di iniziative e prese di posizione che hanno alle loro spalle una serie complessa di ragioni. Notizie sull’attività amministrativa degli esponenti socialisti (e poi, dopo il fascismo, repubblicani e comunisti) sacilesi sono fornite da Elvi China in un testo dedicato alle amministrazioni comunali della città nel Ventesimo Secolo, mentre una recente opera pubblicata dalla Pro Loco sacilese (pur fornendo spunti e notizie sulla vita cittadina) si mantiene ad un superficiale livello cronachistico.82 Tutti questi studi sono stati dedicati prevalentemente al Pordenonese, trascurando l’area montana. Colma almeno parzialmente questa lacuna un recente studio di Luigi Antonini Canterin, dedicato alle Società Operaie nello Spilimberghese, dove si trovano vari riferimenti all’organizzazione socialista nella zona.83 Manca però per quest’area, così come in generale per il socialismo friulano (con la lodevole eccezione della produzione relativa alla Carnia) un’opera di insieme. Per avere un’opera che delinei almeno parzialmente la storia del socialismo friulano nel suo complesso occorre riferirsi alla biografia dedicata al suo maggiore esponente.84 Complessivamente l’attenzione degli storici, rivolta parzialmente al primo dopoguerra, appare concentrata soprattutto sulla successiva fase della Resistenza, lasciando scoperta la ricerca sulle origini del movimento operaio in provincia. Quello che appare è la mancanza di una analisi storica convincente, svincolata dal prevalere delle tendenze politiche del momento, e che collochi nella giusta luce una esperienza che, per quanto breve, non è stata marginale e rappresenta il coerente sviluppo di una progettualità le cui ipotesi mantengono la loro funzione al di là della contingenza storica che le ha soffocate. La storiografia locale non ha generalmente dato voce alla presenza del forte movimento socialista pordenonese, con alcune eccezioni: ma le notizie sembrano limitarsi all’insorgenza ciclica delle lotte negli stabilimenti tessili ed al protagonismo dei due principali dirigenti socialisti pordenonesi (Guido Rosso e Giuseppe Ellero), non riportando la complessità dei movimenti, delle iniziative e delle stesse persone che le hanno costruite.85 Vano cercare notizie su qualcuno dei protagonisti della storia del socialismo pordenonese in un dizionario enciclopedico dei personaggi del Friuli occidentale pubblicato recentemente. Pur nell’ambito di un’opera particolarmente ampia, uno solo dei protagonisti del nostro lavoro emerge, grazie ai suoi titoli accademici: Giuseppe Ricchieri, del quale si ricorda la sua attività di commentatore del quotidiano l’Avanti!, senza per altro ricordare che si trattava della principale voce del socialismo italiano. 86 Un’ultima considerazione riguarda il ruolo della storia del socialismo del Friuli occidentale all’interno della più generale storia del socialismo italiano. Vano sarebbe cercare riferimenti alle sue esperienze ed ai suoi dirigenti nelle opere pubblicate a tal proposito. Di decenni di storia di lotte politiche e sindacali anche di grande rilevanza nulla praticamente rimane al di fuori di un contesto puramente locale. Ripensiamo allo scetticismo riscontrato all’apparizione di libri come quello di Barraco, riflettiamo sulla sistematica distruzione degli archivi del movimento operaio pordenonese da parte di quegli stessi dirigenti che avrebbero dovuto conservarli. Non possiamo che pensare come la prima responsabile di questa damnatio memoriae sia stata non tanto una miopia imputabile ai dirigenti dell’epoca prefascista, quanto quella dei loro epigoni: non ci si può stupire del ruolo di secondo piano cui li ha votati la storia più recente. Solo pochi richiami ci riportano a questa storia ormai passata alle nostre spalle: con grande stupore si viene ascoltati quando ci si richiama ad un’età così lontana da sembrare mai esistita, costellata da dure lotte di migliaia di operai e contadini, da amministrazioni espresse e al servizio dei lavoratori ed anche da episodi di attiva resistenza armata alla controrivoluzione fascista. Nel dizionario di Andreucci e Detti troviamo la biografia di Giuseppe Ellero (evidentemente censito per il suo ruolo di parlamentare): in essa gli viene attribuita la carica di consigliere comunale di Udine e non di Pordenone. Origine di questo errore è forse il dizionario dei parlamentari di Malatesta, ove si afferma che egli sarebbe stato assessore e consigliere provinciale di Udine.87 Questo errore viene con tutta evidenza ripreso anche da Paolo Alatri nella sua biografia di Giovanni Cosattini.88 Ma Ellero viene anche confuso con un suo omonimo e predecessore, il grande giurista Pietro Ellero: ciò avviene in tre casi, tutti riguardanti il suo ruolo di preparatore (insieme con il deputato socialista mantovano - ma eletto ad Udine - Tito Zaniboni e con Giovanni Bacci, componente della direzione del CONTELLI, Ermanno, Conflitti fra clericali e anticlericali a Sacile nell’età giolittiana, in: ***, Sacile, storia ambiente uomini, Sacile, Amministrazione Comunale, 1983, pagg. 169-212; CHINA, Elvi, Gli amministratori del comune di Sacile del XX secolo, Sacile, Amministrazione comunale, 2001; BALLIANA, Maria, Cronache sacilesi 1900-1950, Sacile, Associazione Pro Sacile, 2001. 83 ANTONINI CANTERIN, Luigi, Come un frutto spontaneo della libertà. Società operaie, Scuole di disegno e Cooperative nel distretto di Spilimbergo (1866-1917), San Giorgio della Richinvelda, Banca di Credito Cooperativo di San Giorgio e Meduno, 2000. 84 ALATRI, Paolo, Giovanni Cosattini (1878-1954). Una vita per il Socialismo e la Libertà, Tricesimo, Aviani, 1994. 85 Cfr. ad esempio: CHIARADIA, Giosuè, Pordenone 1915-18, Pordenone, Pro Pordenone, 1968, pag. 14; GASPARDO, Paolo, Pordenone nella Grande Guerra. Il Friuli Occidentale dall’unità d’Italia al 1918, Fiume Veneto, Società Operaia di Mutuo Soccorso ed istruzione di Pordenone, 1991. 86 ANGELILLO, Pietro (a cura di), Mille protagonisti per 12 secoli nel Friuli occidentale, Pordenone, EditAdria, 2000, pag. 407. 87 ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., secondo volume, pagg. 260-261; MALATESTA, Alberto, Ministri, deputati, senatori dal 1848 al 1922, 3 volumi, Milano, Enciclopedia Biografica Bibliografia Italiana, Istituto Editoriale Italiano Bernardo Carlo Tosi, 1940-1941, primo volume, pagg. 385 e 386. La definizione è una semplificazione della realtà: egli al momento dell’elezione al Parlamento era assessore comunale di Pordenone e consigliere provinciale di Udine. E’ ovvio che, andando a ritroso, si potrebbe scoprire come questa erronea semplificazione fosse stata tratta da una delle fonti di Malatesta, citate in calce all’articolo relativo ad Ellero. 88 ALATRI, Paolo, cit., pag. 45. 82 Numero pagina partito) del “patto di pacificazione” fra socialisti e fascisti sottoscritto da Benito Mussolini dopo l’impressione dei fatti di Sarzana.89 In realtà un rapporto fra Pietro Ellero ed il socialismo pordenonese, se c’era stato, era stato molto alla lontana: forse per ragioni familiari, sicuramente per la militanza nella sinistra risorgimentale, comune a Pietro e ad Enea, padre di Giuseppe. 90 Più che la concreta opera politica di Pietro Ellero, che si svolse all’interno degli schemi del mondo politico tradizionale dell’Italia sabauda, quello che in qualche modo ha avvicinato sui generis questo giurista al socialismo è stata proprio la sua riflessione teorica, che lo ha reso un tipico esponente del cosiddetto “socialismo della cattedra”. Si trattava di un fenomeno, di pretta origine tedesca, in cui l’elaborazione teorica non veniva messa a disposizione di un movimento sociale antagonista volto a rovesciare radicalmente i rapporti di classe, ma nasceva invece dall’esigenza di indicare la necessità di radicali riforme per salvare il sistema borghese dall’esplosione che si vedeva profilare all’orizzonte. Negli anni Settanta dell’Ottocento lo stato italiano unitario si va assestando sulla base di una gestione moderata, in cui la Destra e la Sinistra storica vanno confondendosi. Mentre in Italia doveva ancora compiersi il Risorgimento nazionale, l’Associazione Internazionale dei Lavoratori era sorta nel 1864, con un salto di qualità nell’organizzazione del movimento operaio europeo. Il nuovo decennio sorgeva con la liberazione della Roma papalina, ma sul piano europeo prevaleva di gran lunga l’emozione prodotta dalla Comune di Parigi (primo esperimento di governo autonomo della classe operaia) e dalla sua selvaggia repressione da parte del governo francese. E’ in questo contesto che Ellero mette in discussione nelle sue opere un ordinamento giuridico che è eretto a tutela di una minoranza privilegiata. Se non viene posto un correttivo alla distorsione del sistema borghese, questo esploderà per l’incontenibile ribellione delle masse. Nel 1978, nel pieno di quegli “anni di piombo” in cui una minoranza di magistrati si trovò a battersi contro il proliferare della legislazione emergenziale elaborata contro il terrorismo ed a difendere i principi dell’ordinamento giuridico e gli spazi di espressione dei diritti civili e sociali, uno di essi, Vincenzo Accattatis, iniziò proprio con una antologia di brani, tratti prevalentemente da La tirannide borghese di Ellero, una collana presso Feltrinelli intitolata significativamente Il socialismo giuridico.91 Accattatis, si domandava quanto era possibile utilizzare un pensiero come quello di Ellero, contenente tanto aspetti di radicale critica sociale quanto aspetti di pensiero schiettamente reazionario: la risposta stava innanzitutto nel considerarlo come un esponente tipico della crisi del suo tempo. Ma in tale contesto ne metteva in risalto l’importante contributo per il sorgere di una politica riformistica, quella che avrebbe portato al giolittismo, ma anche, sul piano teorico, di un positivismo sociologico attento alle condizioni di sfruttamento e di emarginazione della società moderna, su un piano molto più avanzato delle ricerche di Lombroso e di Ferri. Il famoso criminologo ed il suo discepolo sostennero un’interpretazione della realtà basata sull’ereditarietà delle tare individuali e sulla loro identificazione basata su criteri di analisi antropologica: così si assolveva la borghesia dalle sue responsabilità e dalla necessità di realizzare una politica sociale che andasse ad incidere sulle cause profonde delle disuguaglianze sociali. Per questo orientamento i lombrosiani furono gratificati di un successo che mette in rilievo il carattere di giustificazione di classe delle loro teorie. E proprio il ruolo importante che Lombroso e soprattutto Ferri ebbero nelle file del Psi nei decenni successivi ci fa intravedere 89 Il Parlamento italiano. Storia parlamentare politica dell’Italia 1861-1988, Milano, Nuova CEI, 1988, vol. 10° (1920-1922. La crisi dello stato liberale), pag. 15: si tratta dell’articolo Sarzana, 21 luglio 1921. I carabinieri fermano i fascisti redatto da Aldo Mola. L’episodio di Sarzana, in cui eccezionalmente un eroico ufficiale dei carabinieri impedì una scorribanda fascista ordinando ai suoi agenti di sparare e provocando la sanguinosa fuga degli squadristi, sembrò materializzare una possibile reazione dello Stato a difesa della democrazia. Mussolini approfittò dello spiraglio offertogli dai socialisti per lasciar calmare le acque, per poi riprendere la sua strategia poco più tardi. PEDONE, Franco (a cura di), Il Partito Socialista Italiano nei suoi Congressi, Milano, Edizioni Avanti!, 19591963, terzo volume, pagg. 174 e 317; NENNI, Pietro, Storia di quattro anni. 1919-1922. Crisi del dopoguerra e avvento del fascismo al potere, Milano, Sugarco, 1976, pag. 164: ma l’errore in questo caso è probabilmente imputabile al curatore, poiché Nenni cita sempre Ellero solo con il cognome: cfr. inoltre id., La lotta di classe in Italia, Milano, Sugarco, 1987, pag. 197, nota 2. 90 Pietro Ellero (nato a Pordenone l’8 ottobre 1833 e morto a Roma il 1° febbraio 1933) era stato costretto all’esilio per le persecuzioni delle autorità asburgiche seguite ad un suo libro contro la pena di morte. Dopo aver insegnato all’Accademia di Milano ed all’Università di Bologna, il giovane giurista ritornò a Pordenone nel 1866, ove fu eletto parlamentare della città appena annessa al regno nelle prime consultazioni tenutesi il 25 novembre 1866. Ellero fu uno dei due deputati friulani espressi dalla Sinistra storica del “Circolo popolare”. Essi erano contrapposti ai moderati filogovernativi che raccolsero gli altri sette seggi. In quelle prime elezioni Ellero batté con 232 voti Galvani, esponente della sinistra liberale, che ne ottenne 160. Fu rieletto alle elezioni politiche del 10 marzo 1867 con 239 voti contro i 188 del Galvani, ma questa volta Ellero appoggiava il governo. Tuttavia, durante questo suo secondo mandato Ellero entrò in una fase di critica nei confronti del nuovo ordine borghese e si dimise per dedicarsi alla ricerca teorica ed a proposte di riforma sociale. In realtà, dopo questa fase, corrispondente agli anni Settanta, egli accettò più tardi alte magistrature e fu anche senatore del regno a partire dal 1889. Cfr. STELLA, Aldo, Un secolo di storia friulana (1866-1966), Udine, Del Bianco, 1967, pagg. 19-20; MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., primo volume, pag. 386. Anche al Senato Ellero continuò la sua opera volta ad innovare le istituzioni: fu autore fra l’altro di una proposta di riforma di quel ramo del Parlamento: cfr. Il Parlamento italiano, vol. 10°, cit., pag. 56: articolo redatto da Carlo Ghisalberti, Il problema della riforma del Senato regio nell’Italia liberale; ACCATTATIS, Vincenzo, introduzione a: ELLERO, Pietro, La tirannide borghese, Milano, Feltrinelli, 1978, pagg. 11-16. Alla fine la sua posizione si involse nell’antisemitismo, come il Labriola nel nazionalismo. Anche qui c’è un parallelo curioso con il percorso di un esponente del socialismo teorico, anche se in questo caso si trattava di un interprete coerente (almeno fino a quel punto) del marxismo. Cfr. Luigi Bulferetti, redattore dell’articolo Le radici positivistiche della cultura politica italiana, in: Il Parlamento italiano, cit., vol. 8° (1909/1914. Da Giolitti a Salandra), 1990. Su Pietro Ellero cfr. inoltre: RINALDI, Carlo, I Deputati Friulani a Montecitorio nell’età liberale 1866-1919. Profili biografici, Udine, La Nuova Base, 1979, pagg. 221-225. Secondo Teresina Degan Pietro ed Enea Ellero sarebbero stati cugini. 91 ACCATTATIS, Vincenzo, cit., pagg. 11-16. Numero pagina quali debolezze teoriche percorressero le file di un partito il cui marxismo era assai dubbio, sostituito da un crogiolo ove confluivano bensì il positivismo scientistico più acritico unito a pietismo ed a retorica populistica romantica. Queste tare teoriche avrebbero scontato tutto il loro peso quando - giunti al momento del confronto di classe decisivo, alla fine dell’età giolittiana - il socialismo italiano concesse la sua struttura organizzativa e l’insieme del movimento operaio e contadino all’avversario di classe come agnello sacrificale. Un’interpretazione decisamente meno positiva del pensiero di Pietro Ellero è invece stata data da Silvio Lanaro, che giudica esagerata la definizione di “socialismo giuridico” usata a tal proposito da Accattatis e sottolinea i caratteri nostalgici ed antimoderni del giurista pordenonese, la cui concezione della democrazia è più vicina ai modelli di società agraria antica che alle correnti di pensiero radicali contemporanee.92 Senza nulla concedere ad una connotazione di tipo socialistico del pensiero di Ellero, Michels (che di “socialismo della cattedra” doveva saperne qualcosa, vista la sua provenienza dall’ambiente accademico germanico) lo indicava invece come il fondatore della scuola riformistica antisocialista in Italia, riconoscendo che, per le sue idee spinte e schiettamente riformatrici svolte in seno alla classe borghese, era pure alieno da ogni pregiudizio contro gli umili. E Galante Garrone lo definisce senz’altro teorico radicale bolognese.93 Una confusione fra Giuseppe Ellero ed il padre Enea appare anche in uno studio di Roberto Meneghetti. In esso Enea viene infatti indicato come un esponente socialista comunale, insieme a Guido Rosso, indicato correttamente come sindaco della città nel passato. 94 E’ invece evidente come il ruolo di amministratore di Enea vada disgiunto da quello svolto effettivamente da Giuseppe fra il 1906 ed il 1922 per il Psi. Enea fu per altro sicuramente coinvolto nelle violenze fasciste rivolte al figlio nei terribili anni del primo dopoguerra, ma fu pure direttamente fatto segno ad un’aggressione mentre leggeva in un locale pubblico La Giustizia, quotidiano del Psui, durante i primi anni del regime fascista: una sua vicinanza e solidarietà con il socialismo friulano è quindi da non escludere. Va ricordato inoltre che nel 1932, in occasione del suo funerale, fu rifiutata la presenza delle bandiere fasciste. 95 Pure nel contesto di una recente mostra presso il Museo della Città di Udine si fa confusione fra Giuseppe Ellero ed il padre, nel cui profilo biografico (inserito fra quelli dei garibaldini friulani) viene inserita la notizia dell’elezione al Parlamento, che riguarda invece proprio il figlio socialista. 96 Infine va segnalata la facile confusione fra Giuseppe Ellero e l’omonimo sacerdote e letterato friulano, per esempio rintracciabile nell’indice del libro di Giuseppe Del Bianco La guerra e il Friuli (e probabilmente imputabile, in questo caso, al curatore).97 Giuseppe Ellero appare anche nell’opera di Spartaco Cannarsa dedicata ai parlamentari socialisti nel primo dopoguerra. Ovviamente assente dal primo volume, vista la mancata elezione nel 1919, egli ha una breve citazione nel secondo, a proposito di una dichiarazione del presidente del consiglio Ivanoe Bonomi sul “patto di pacificazione” con i fascisti: Circa il “delicato momento” che attraversa la politica interna per le violenze che generano altre violenze, il presidente del consiglio parla anche di una nobile iniziativa presa da alcuni parlamentari alla quale partecipano i socialisti Zaniboni ed Ellero. Essa ha lo scopo di “addivenire ad un accordo che ponga fine alle azioni violente e riconduca i movimenti sociali nell’ordinato svolgimento delle loro attività normali”. Non troviamo invece notizia alcuna a proposito della sua proposta legislativa di riforma dei monti di pietà approvata in sede di commissione, accennata invece da Malatesta e quindi da Rinaldi.98 Gli unici altri esponenti del socialismo pordenonese ad apparire su opere di storia con respiro nazionale sono Ernesto Oliva e (probabilmente) Guido Rosso. Ernesto Oliva compare nella Storia del Partito Comunista Italiano di Spriano, più sopra citata, a proposito della sua esperienza di componente del comitato centrale e del centro interno del partito. Guido Rosso (in realtà si cita solo un Rosso, delegato di Pordenone) appare nel resoconto del XVIII congresso nazionale del partito socialista, tenutosi a Milano dal 10 al 15 ottobre 1921. Rosso interviene sulla relazione della Direzione, presentata da Bacci a nome della maggioranza massimalista: disse di ritenere che, essendo la Direzione un organo esecutivo, bastasse soltanto prendere atto della relazione: il Congresso avrebbe enunciato i suoi principi e dato il suo giudizio sulla Direzione in conseguenza della discussione degli altri commi.99 Quello che appare a tutti gli effetti come il principale protagonista della costituzione nel 1921 del neonato Partito Comunista d’Italia nel Pordenonese, Pietro Sartor, viene citato da Antonio Gramsci in una lettera del 23 dicembre 1923, inviata da Vienna ad Umberto Terracini, a Mosca come rappresentante del 92 LANARO, Silvio, Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia, 1870-1925, Venezia, Marsilio, 1980, pagg. 89-94. MICHELS, Roberto, Proletariato e borghesia nel movimento socialista italiano, Roma-Milano, Bocca, 1908, pag. 154; id., Storia critica del movimento socialista italiano, Firenze, Editrice “La Voce”, 1926, pag. 367; GALANTE GARRONE, Alessandro, I radicali in Italia (1849-1925), Milano, Garzanti, 1978, pag. 132. 94 MENEGHETTI, Roberto, La Banca Popolare di Pordenone dal 1919 al 1939, in: Storia Contemporanea in Friuli, anno XXVI, n. 27, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, 1996, pag. 164. 95 Testimonianza di Teresina Degan. 96 Guardare la Storia. Risorgimento e Grande Guerra in fotografia, Udine, Museo della Città, maggio-giugno 2001. 97 DEL BIANCO, Giuseppe, La guerra e il Friuli, Udine, Del Bianco, 2001, volume quarto, indice dei nomi. 98 CANNARSA, Spartaco, Il socialismo in Parlamento. XXV^ legislatura: 1.XII.1919-7.IV.1921. Il biennio rosso 1919-1921, Napoli, Raimondi, 1958; id., Il socialismo in Parlamento. Il biennio nero. XXVI^ legislatura: 11.VI.1921-10.XII.1923. La conquista fascista del potere, Roma, Jasillo, 1965, pag. 114; MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., primo volume, pagg. 385 e 386; RINALDI, Carlo, I deputati del Friuli-Venezia Giulia a Montecitorio dal 1919 alla Costituente, cit., primo volume, pag. 186. 99 PEDONE, Franco, cit., terzo volume, pagg. 180 e 181. Ritengo che si possa attribuire la personalità del delegato a Guido, allora sindaco di Pordenone, per il ruolo pubblico ricoperto all’epoca: proprio in quei giorni aveva termine il commissariamento dell’Amministrazione Comunale socialista, imposto nei giorni di maggio con l’occupazione fascista della città. 93 Numero pagina Pcd’i presso l’Internazionale Comunista. Sartor viene citato fra gli allievi della Scuola Internazionale di Pietrogrado per i compagni stranieri, che ha iniziato le sue attività proprio quel mese. Nei confronti del comunista pordenonese, come di altri due compagni per i quali era stato richiesto da Gramsci che fosse conservato lo stipendio che ricevevano precedentemente a Mosca, il direttore della scuola assicura che avrebbe fatto di tutto, nei limiti delle possibilità finanziarie, per fare quanto si domandava e che la disposizione sarebbe stata estesa al Sartor data la sua qualità di ex ufficiale. Ma Spriano, nella nota introduttiva alla lettera, non riconosce Sartor, di cui afferma: Sartor (forse pseudonimo) è un compagno della provincia di Udine. Eppure nel 1966 era ancor vivo ed attivo (per quanto emarginato nel ruolo di presidente della Commissione centrale di controllo del partito) l’udinese Mauro Scoccimarro, dirigente di primo piano del Pci che Spriano non poteva non aver incontrato, e che avrebbe potuto certamente ricordargli (e forse l’avrà fatto, anche se non ce ne resta traccia) chi fosse stato il suo antico compagno di lotte!100 Infine un riferimento ad un esponente socialista originario di Pordenone è riscontrabile nel dizionario di Andreucci e Detti e nella Storia critica del movimento socialista italiano di Michels: si tratta di Giuseppe Ricchieri.101 Ricchieri era nato il 3 settembre 1861 a Fiume da una famiglia della nobiltà pordenonese, anche se del titolo di conte, che gli competeva per gli augusti natali, Egli mai si valse nei rapporti sociali.102 Allievo di Giovanni Marinelli, fu professore di geografia prima in istituti tecnici e poi nelle università di Palermo, Messina e Milano. Si occupò di vari aspetti della materia, promuovendo la ricerca sul campo, anche se raggiunse il massimo dell’impegno, nazionale ed internazionale, su questioni legate alla normalizzazione della terminologia cartografica ed oceanografica. Legato alla sua scelta interventista, sia relativa alla guerra contro la Libia che alla guerra mondiale 103, fu il suo impegno di studio nell’ambito della geografia coloniale, nella quale per altro mantenne posizioni non accesamente nazionalistiche, vicine a quelle di Salvemini con la cui L’Unità collaborò dal 1912 al 1915. Il suo impegno di educatore ed organizzatore socialista si espresse nella Federazione nazionale insegnanti scuola media (Fnism), di cui diresse il periodico, nell’Università popolare di Milano e dell’Unione italiana per le opere di educazione popolare (Uniep). Il suo impegno per popolarizzare l’attività scientifica si concretizzò anche attraverso la collaborazione con il Corriere della Sera e l’Avanti! Fu anche impegnato direttamente dal partito socialista nel campo politico a Milano: candidato (non eletto) alle elezioni parlamentari del 1909 e del 1919, sedette in Consiglio Comunale dal 1908 al 1912. Più avanti troveremo traccia di un suo intervento a Pordenone per il Primo Maggio 1908, rivolto soprattutto agli insegnanti delle scuole e significativamente dedicato all’azione educativa di Edmondo De Amicis. Non a caso Michels elenca Ricchieri nella lunga serie di docenti universitari che ricoprivano cariche di primo piano nel Psi: la presenza di esponenti dei ceti medio-alti (in questo caso di un appartenente alla vecchia aristocrazia) era di gran lunga prevalente sui quadri veramente operai e contadini. Partendo da tutt’altre preoccupazioni Landini, che scrive su un periodico di cultura locale di impostazione quanto mai tradizionale, sottolinea il coinvolgimento sociale di questo intellettuale, chè il Nostro, come tante tra le migliori intelligenze del Paese, da Edmondo De Amicis ad Arturo Graf, aveva sentito l’esigenza morale della rinascita civile e materiale del popolo, quasi come una dottrina di vita e di redenzione . Ricchieri rimane in contatto con l’ambiente socialista friulano, seguendolo tramite l’abbonamento a Il Lavoratore Friulano104 e con alcune collaborazioni, che vengono qui riportate in appendice. Questo studio è nato inizialmente con l’obiettivo di ricostruire la storia delle undici amministrazioni comunali socialiste elette nell’ottobre del 1920 nel Friuli occidentale. Un episodio quasi mitico, perso in una memoria lontana ed inserito in una fase rivoluzionaria presto spenta da un’ondata reazionaria senza precedenti. Talmente perso che di alcune amministrazioni, come quella di Fontanafredda e quella di Cordovado, non si trovava la più insignificante notizia. Durante lo studio è emersa la preesistenza di esperienze amministrative precedenti da parte di esponenti del Psi e la stessa esistenza di gestioni comunali socialiste nell’area, di cui non era rimasta alcuna memoria. La ricerca è così andata a ritroso, giungendo fino all’ultimo decennio del Diciannovesimo Secolo, quando si segnalano le prime presenze socialiste in alcuni comuni del Friuli occidentale, come Pordenone e San Vito al Tagliamento. Da esse non consegue necessariamente un’organizzazione stabile del partito che per esempio - nel caso di San Vito al Tagliamento - sparisce negli anni successivi. Fin dai primi anni del Ventesimo Secolo i socialisti appaiono insediati in alcune amministrazioni comunali, sia nel territorio pedemontano (Pinzano e Sequals nell’area spilimberghese e Barcis e Montereale in Val Cellina) sia in quello di pianura (Sacile). Primi insediamenti che si articolano e mutano con il passare degli anni, coinvolgendo Pordenone - dove i socialisti appoggiano dall’esterno una Giunta radicale già nei primissimi anni del secolo GRAMSCI, Antonio, Carteggio 1923. Documenti inediti sulla formazione del gruppo dirigente comunista (a cura di Paolo Spriano), in: Rinascita, Roma, n. 4, anno 23, di sabato 22 gennaio 1966, pag. 24. Su Mauro Scoccimarro, cfr.: ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., quarto volume, pagg. 577-587 (nota a cura di A. Agosti). 101 ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., quarto volume, pagg. 343-344 (nota a cura di M.G. Rosada); MICHELS, Roberto, Storia critica, cit., pag. 193. Cfr. inoltre: BENEDETTI, Andrea, Storia di Pordenone, Pordenone, “Il Noncello”, 1964, pag. 301; LANDINI, Piero, La vita e l’opera di Giuseppe Ricchieri, in: Il Noncello, n. 11, Pordenone, secondo semestre 1958, pagg. 41-50. 102 LANDINI, Piero, cit., pag. 41. 103 Mi permetto di mettere in dubbio l’interventismo di Ricchieri, almeno per quanto riguarda l’avventura libica. A sostegno di questa mia obiezione ai suoi biografi sta il saggio sull’economia libica pubblicato in appendice, una vera e propria demolizione delle tesi ufficiali relative ai benefici della colonizzazione e dello sfruttamento delle reti commerciali dell’acquisita nuova colonia. 104 LF, n. 366 del 7 ottobre 1911, pag. 4, Piccola posta. 100 Numero pagina Roveredo in Piano e Frisanco e perdendo invece alcune delle posizioni acquisite precedentemente. Se la lettura dei primi settimanali socialisti stampati ad Udine mi ha fornito queste prime informazioni, alcune conferme sono venute successivamente dalla lettura del quotidiano socialista stampato a Venezia, Il Giornaletto, che mi ha permesso di accertare l’effettiva adesione al socialismo di esponenti come Enrico Fornasotto a Sacile, Domenico Fassetta a Montereale ed Evaristo Bettoli a Lestans fin dal 1905-1906: persone che sulla stampa socialista friulana appariranno solo più tardi, nel caso di Fassetta nel 1907 ma in quello di Fornasotto solo nel 1909. Sempre su Il Giornaletto ho potuto ritrovare alcune notizie sull’attività della sezione socialista di Barcis, rappresentata in Giunta dall’assessore anziano G.B. Bet, anche se in questo caso le successive notizie su Il Lavoratore Friulano mi avevano già permesso di retrodatare l’adesione al Psi di questo circolo. La stessa scelta geografica faceva riferimento ad un territorio disomogeneo, unito solo dalla comune appartenenza all’area occidentale del Friuli e da quella successiva alla provincia di Pordenone: in realtà il procedere dell’analisi ha portato a mettere in evidenza realtà sociali e politiche diverse che si trovano a svilupparsi autonomamente. L’area spilimberghese appare più omogenea a quelle montane dell’alto Friuli, con un’analoga situazione di piccola proprietà contadina che produce un consistente fenomeno migratorio, la formazione di una classe operaia specializzata nelle varie branche del settore edile ed una organizzazione di classe legata prevalentemente a questi fenomeni. I centri dello Spilimberghese guardano all’esperienza carnica ed al centro udinese del partito e non a caso il portabandiera nelle iniziative elettorali è il dirigente provinciale ed organizzatore degli emigranti Giovanni Cosattini. L’area pordenonese si organizza invece attorno al grande nucleo di industrie tessili situate nella città e nell’immediata periferia. Si tratta di una realtà sindacale femminile, che però viene frustrata in una società nella quale ai condizionamenti tradizionali si aggiunge l’esclusione delle donne dal processo elettorale. Anche qui, come in tutto il Friuli occidentale, non emerge o viene messa in rilievo una sola figura di dirigente politica o sindacale socialista: il che è veramente impressionante, vista non solo la presenza diffusa di stabilimenti di produzione serica, molti dei quali di piccole dimensioni ed a carattere stagionale, ma proprio il massiccio insediamento cotoniero pordenonese, fornito di numerosa e stabile manodopera specializzata. E pensare che De Amicis aveva scelto come protagonista femminile del Primo maggio proprio una attivista socialista di origini misteriose, ma che si presumeva fosse friulana: Maria Zara, premurosa organizzatrice e soccorritrice delle sartine e delle realtà più sfruttate del proletariato torinese (ed ovviamente maestra, con alle spalle la classica storia di persecuzioni da parte dei potenti e fuga dal paese ove insegnava). 105 Il partito pordenonese, che per anni appare isolato in una plaga dominata dai proprietari terrieri e dai clericali, si riunisce attorno ad alcuni giovani professionisti e quadri di origine operaia, soprattutto cotonieri ed edili, capaci di dar vita ad una intensa e radicata esperienza politica, sindacale e cooperativa, che diventerà presto maggioritaria in città. La presenza socialista si articola in una fase successiva anche nei centri vicini, non solo quelli ove si è sviluppata l’industria come Cordenons ma anche altri a carattere prevalentemente agricolo, anche qui con l’ausilio dell’organizzazione degli operai migranti, come a Prata. Il Sanvitese, dove appare inizialmente un primo nucleo socialista alla fine del Diciannovesimo Secolo, non vede consolidarsi l’organizzazione e rimane per decenni una sorta di “buco nero” ove sembrano sussistere solo singoli compagni isolati: e questa zona oltrepassa i limiti del mandamento, per comprendere un vasto collegio elettorale a sud e ad est di Pordenone, il cui confine occidentale è rappresentato dal Meduna, che scende da Zoppola fino a Pasiano. Un caso a parte rappresenta Sacile, dove i socialisti fanno parte dell’amministrazione già nel primo decennio del secolo, per poi espandersi nei centri vicini: ma le informazioni da Sacile iniziano a giungerci solo in un’epoca più tarda, a partire dal 1909 quando si costituisce la sezione, e solo alla fine di quell’anno essa aderisce alla federazione provinciale di Udine. Ho quindi fatto la scelta di espandere il campo del mio studio dall’analisi delle vicende legate alla mera esperienza amministrativa degli eletti socialisti a una ricostruzione allargata alle vicende della costruzione del Psi nei comuni del Friuli occidentale. Questa scelta ha implicato l’opportunità di cogliere insieme ai dati organizzativi ed al dibattito politico ed ideologico fra i socialisti - anche elementi di una storia sociale locale che possono inquadrare meglio il sorgere e l’operare del partito nel suo territorio di insediamento. Ho cioè cercato di unire la storia politica con quella amministrativa, trovando in questo nesso la possibilità di far parlare aspetti importanti della storia sociale. In tal modo la storia locale oltrepassa i limiti angusti della cronaca, per verificare l’effettivo legame fra le vicende delle comunità territoriali con quelle nazionali ed internazionali. Pur verificando che talvolta ripercorrevo strade già segnate, ho potuto approfondirle, verificarne il significato e talvolta darvi un nuovo senso. Avendo alle spalle un lavoro come quello di Degan - che ha ricostruito in modo egregio il percorso storico della classe operaia tessile pordenonese, unendone la storia politica con quella sociale e delle tecniche produttive - e dovendo fare delle scelte su un territorio di ricerca vastissimo, ho quindi stralciato tutto questo aspetto dalla mia ricerca, che per la parte relativa a Pordenone - non potrebbe essere completamente comprensibile senza la conoscenza della sua opera. Solo in alcuni casi, per la loro centralità nelle vicende del periodo, sono tornato su alcuni momenti della lotta dei cotonieri; in qualche altro caso ho portato nuovi materiali relativi ad episodi di lotta finora trascurati o sconosciuti. Il mio lavoro di ricerca si è scontrato contro alcuni limiti importanti: il primo è la carenza di studi sulla storia del Pordenonese in quest’epoca, che mi ha costretto ad un notevole lavoro di ricostruzione e di 105 DE AMICIS, Edmondo, Primo maggio, Milano, Garzanti, 1980, pag. 114 . Numero pagina interpretazione di infinite vicende locali. Proprio questa carenza di studi, in particolare sul movimento operaio e contadino, e la vera e propria assenza di memoria a proposito delle vicende che stavo studiando mi ha convinto dell’utilità del lavoro che stavo facendo, anche se non posso frenare il rammarico per non aver svolto questo lavoro - come avrei voluto - quando molti protagonisti di queste vicende erano ancora in vita. Man mano che la ricerca proseguiva, apparivano percorsi storici coerenti, lotte e conquiste sociali che hanno lasciato traccia nella società, personaggi storici “minori” a tutto tondo. Pochissimi ricordano nomi come Giuseppe Ellero, Guido Rosso, Ernesto Oliva, Costante Masutti, Umberto De Gottardo, Pietro Sartor e Tranquillo Moras: ma chi ha conservato più la memoria dell’esistenza di Giovanni Bet di Barcis, di Gio Batta Toffolo di Fanna, di Giovanni Sguerzi e Plinio Longo di Pinzano, di Guido Antonini di Travesio, di Enrico Fornasotto di Sacile, di Evaristo Bettoli di Lestans, di Guido Sedran ed Ezio Cantarutti di Spilimbergo, di Domenico Fassetta di Montereale, di Abele Selva di Maniago, di Domenico Messedaglia di Prata, di Orazio Infanti di San Vito, di Zefferino Saldan di Fontanafredda, di Guglielmo Fruttarol e Luigi Bot di Cordovado, di Gio Batta Scussat di Budoia, di Antonio Pessot di Caneva e di tanti altri ancora? Come si è potuto perdere traccia del dottor Alfredo Russi, l’impavido medico condotto la cui presenza corrisponde con il radicarsi del Psi prima a Prata, poi a Brugnera ed infine a Caneva, per concludersi durante la guerra e la profuganza con un’incredibile vicenda di persecuzione da parte dei maggiorenti locali capeggiati dall’on. Chiaradia? O il lavoro del direttore didattico di Sacile Giovanni Rapuzzi? Si provi, salvo eccezioni, a cercare nelle opere di storia locale qualche accenno ad uno di loro! Solo a Spilimbergo, grazie ad una continuità politica fra il sindaco socialista del 1920 (e del 1945) Ezio Cantarutti ed il presidente attuale della Scuola per il Mosaico, ho potuto con sorpresa trovare sulla porta di un’aula dell’istituto - intitolata proprio a Cantarutti - una sua scheda biografica non reticente. Ma quasi nessuno, quando si trova di fronte alle vecchie ed imponenti scuole elementari di Pordenone, Sacile o Maniago o a tante opere pubbliche (dalla Scuola del Mosaico al ponte sul Tagliamento fra Spilimbergo e Dignano, dalla bonifica dei magredi di Cordenons a quella vastissima dei Camolli, fino al tratto della strada della Valcellina che raggiunse Barcis) sa di trovarsi di fronte a dei veri e propri monumenti alla storia del movimento operaio friulano. Purtroppo la distanza degli eventi non permette più l’utilizzo della ricerca di storia orale, che sola avrebbe potuto permettere di ricostruire ed interpretare tanti aspetti di un dibattito che si può ormai solo intuire e ricostruire per via indiziaria. Ci rimangono solo le fonti scritte, con i loro limiti e le loro parzialità. Fonti scritte che hanno soprattutto origini giornalistiche, mancando quasi totalmente quella memorialistica che - anche in questo caso - è stata redatta soprattutto dalla parte cattolica, come le varie opere autobiografiche lasciateci da don Giuseppe Lozer. Tutto sembra sparito, destinato a venire perso per sempre con la memoria degli ultimi compagni più anziani che ricordano ancora qualcosa. Ed anche loro ormai ricordano solo una parte limitata di questa storia: si badi bene, sono già informazioni di seconda mano, trasmesse spesso oralmente, come quando - parlando con alcuni partigiani di uno dei paesi studiati - essi mi hanno confermato di aver conosciuto i protagonisti di queste vicende... solo che loro, ultraottantenni, li hanno conosciuti quand’erano bambini! Ecco così che emerge una immagine monca, edulcorata e non sempre corrispondente al vero della realtà storica. Ci sono delle responsabilità storiche, oggettive e soggettive, per questo fatto. La connotazione operaia della sinistra friulana ed in particolare pordenonese, il suo esprimere più quadri sindacali e cooperativistici che politici ha influito certamente sulla sua incapacità di produrre una propria cultura, a differenza del mondo cattolico che ha messo le sue migliori energie, di giovani studiosi ma anche di politici di grande rilievo, nel tracciare la propria storia. Sono arrivato alla conclusione personale che il disinteresse per la ricerca delle radici della propria storia trova spiegazione nell’atteggiamento comunista di negazione dell’esperienza socialista prebellica, giudicata oggettivamente fallimentare per la sua incapacità di scegliere se fare le riforme o la rivoluzione: ma da questo punto di vista non si è capita certamente la lezione, rigorosamente marxista, di Antonio Gramsci che ha dedicato le sue migliori energie intellettuali a cercare proprio le ragioni di quella sconfitta, che non aveva salvato proprio nessuno nella sinistra italiana. Appare strano che il lavoro di ricerca non sia emerso neanche dalle file di un Partito socialista che ha conservato per decenni, anche nel secondo dopoguerra, un suo insediamento popolare di rilevanti dimensioni, prima di iniziare la modificazione genetica del centrosinistra: ma le vicende di questi ultimi anni, con il crollo del blocco sovietico ed anche della volontà di tanti attivisti di sinistra di continuare il loro impegno ci può illuminare sullo scarso entusiasmo con cui chi, prima del fascismo, aveva avuto a portata di mano il cambiamento e se lo era visto sottrarre in modo così crudele, può voler comunicare la sua esperienza. La lontananza dai centri di ricerca accademici e dagli stessi Istituti di Storia del Movimento di Liberazione ha completato il quadro. Giocoforza bisogna affidarsi ai testi dei giornali ed ai documenti ufficiali, in buona parte ancora da verificare. Fonte principale per una storia che è in gran parte vissuta dall’interno (anche emotivamente per un ricercatore che ha fatto la scelta di essere tanto schierato sul piano della lotta di classe, quanto di cercare di essere equilibrato nel dipanare i singoli fili della complicata matassa del movimento operaio nelle sue varie componenti) è stato il settimanale del Psi provinciale, Il Lavoratore Friulano con i suoi antecedenti. Da questa fonte è stata ricavata una massa enorme di notizie, che però appaiono spesso frammentate, sia per il carattere di commento politico del giornale - che evidentemente rinvia all’informazione della stampa quotidiana - sia per la discontinuità delle corrispondenze. Ho voluto colmare una lacuna scontata dalle Numero pagina ricerche finora svolte, andandomi a leggere anche quell’anno e mezzo del settimanale non conservato ad Udine, ma presso la Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Come appare evidente dallo studio sistematico delle corrispondenze dalle varie località, e dai pochi dati sulla diffusione, la presenza socialista non corrisponde sempre alla pubblicazione di notizie. Spesso, soprattutto per i paesi della montagna ma anche per quelli di pianura ove l’emigrazione è diffusa, come ad esempio Roveredo in Piano, le corrispondenze delle sezioni socialiste risentono della stagionalità migratoria e sono concentrate nel periodo invernale. Ma spesso risentono di altre variabili, degli alti e bassi dell’impegno del partito, della stessa capacità scrittoria degli iscritti e dei dirigenti, oppure molto più semplicemente dell’interesse e dell’abitudine a comunicare per mezzo della stampa di partito. Ecco perciò che da alcune sezioni abbiamo abbondante, anche se spesso poco utile, materiale, mentre da altre abbiamo solo rare notizie, pur confermando queste una continuità di lavoro e di risultati inoppugnabile. Gli stessi dati della diffusione del giornale socialista non ci possono aiutare in via assoluta a capire come questo strumento sia un indicatore certo della presenza socialista: il giornale, soprattutto attraverso il dato delle provenienze delle sottoscrizioni e della piccola corrispondenza che passa direttamente in stampa, è per metà delle copie diffuso in Carnia, ed in realtà è spedito - più che nei paesi - nelle località di emigrazione, dalle quali si intesse un fitto scambio di comunicazioni, di messaggi, anche solo di saluti, che tiene unita un’organizzazione che risente della lunghezza delle distanze e della mediazione delle organizzazioni sindacali e politiche straniere, con le quali si entra in relazione ed alle quali ci si appoggia. Alcune organizzazioni viceversa, specie quella pordenonese, sono poco attente al reperimento delle risorse economiche per il settimanale friulano e fanno pochi abbonamenti, preferendo invece la diffusione diretta fatta dagli attivisti o attraverso le rivendite. Questo dato ad esempio diventa totale nel caso dell’organizzazione sacilese, che almeno per alcuni anni opera senza neanche fornire una sola notizia sulle pagine de Il Lavoratore Friulano. Altri sono quindi gli indicatori da considerare, ed in primo luogo andrebbe verificata, per esempio, la corrispondenza dalle località del Friuli occidentale di organi di stampa socialisti nazionali, come l’Avanti! per il quale fu corrispondente Giuseppe Ellero. 106 Si tenga conto che talvolta notizie redatte da corrispondenti socialisti sono riportate dal settimanale radicale udinese Il Paese che, lo abbiamo visto sia nel caso di Pordenone che in quello di Spilimbergo, diventa il luogo ove vengono anche ospitate opinioni “dissidenti” rispetto a quelle di un’altra componente dell’organizzazione del partito locale, che utilizza il settimanale ufficiale del partito provinciale. Inoltre le stesse fonti giornalistiche di partito risentono della “specializzazione” di chi vi scrive, che non necessariamente corrispondente con tutta la dirigenza reale del movimento socialista. Non abbiamo una sola testimonianza scritta del pensiero di molti compagni, dei quali conosciamo il ruolo ufficiale ed il riconoscimento dato da costanti risultati elettorali o da altrettanto costanti incarichi nell’organizzazione sindacale e cooperativa. Meno ancora abbiamo testimonianza di altri compagni che, non avendo avuto incarichi ufficiali, spariscono nelle nebbie dell’oblio. Ma in ogni caso dalla lettura delle pagine de Il Lavoratore Friulano emerge uno sguardo da un’angolazione diversa sulla storia locale friulana che, quando non riesca ancora a darci una visione a tutto tondo delle vicende considerate, ci indica una diversa scala di priorità, un’attenzione concentrata su elementi e spunti poco considerati o interpretati in una chiave “continuista” e finora poco o per nulla attenta alle contraddizioni sociali ed alla vita delle classi subalterne. Una vita fatta di difficoltà ed oppressione, di tradizioni e cultura, ma anche di una volontà di riscatto che spesso sfocia non solo nell’emigrazione e nella rivolta ma anche nell’organizzazione politica antagonista. Il bisogno di un confronto con la realtà esterna al partito fa nascere la necessità di verificare altre fonti, che - per la mole del lavoro realizzato - non hanno potuto essere studiate con la sistematicità necessaria. Quotidiani locali e periodici (quelli dei principali avversari del movimento socialista, cioè i cattolici o clericali) sono stati utilizzati solo marginalmente per verificare alcune notizie in particolari occasioni: lo studio sistematico, trascurato in questa sede, sarebbe quanto mai opportuno per arricchire un quadro che così si presenta in modo parziale, privo di quella poliedricità di approcci visuali che è necessaria per un lavoro di sintesi. E soprattutto, in un lavoro che molte volte si basa più su sintomi o indizi che su rischiaranti narrazioni, da uno spoglio sistematico possono giungere, se non molti rovesciamenti dell’analisi, consistenti integrazioni ed arricchimenti. Debbo però usare un’avvertenza: i saggi compiuti su vari quotidiani o periodici di area liberale o cattolica relativamente a certe epoche od episodi sono stati spesso deludenti, per la mancanza totale o la povertà di notizie, oppure per il settarismo con il quale vengono liquidate le vicende del movimento operaio e delle sue formazioni politiche. Lungi dal rappresentare fonti “indipendenti”, gli organi di stampa borghesi si mostrano spesso meno puntuali e particolareggiati della stessa stampa socialista, o giungono a dare versioni fortemente partigiane degli episodi trattati. Un buon esempio di quanto vengo sostenendo è la verifica degli episodi squadristici nel Friuli occidentale, come escono dalla cronologia compilata da Mimmo Franzinelli sulla base della fonte quasi esclusiva del Corriere della Sera, che finisce per riproporre quasi senza eccezioni la versione fascista.107 Il lavoro sulle fonti di stampa esterne al movimento socialista ed alla sinistra in genere andrà quindi fatta, ovviamente, ma coscienti del fatto che le poche importanti notizie che se ne ricaveranno saranno tratte con una fatica ben superiore a quella usata per Il Lavoratore Friulano e gli altri giornali socialisti. ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., secondo volume, pag. 261. FRANZINELLI, Mimmo, Squadristi. Protagonisti e tecniche della violenza fascista. 1919-1922, Milano, Mondadori, 2003, pagg. 277-403. 106 107 Numero pagina Ho invece scelto di confrontare quanto riportato dalla stampa socialista con lo studio sistematico (almeno per Pordenone, se non per tutto il Friuli occidentale) del settimanale e poi quotidiano udinese Il Paese. Anche in questo caso, per completare la lettura della stampa di sinistra sarebbe necessario leggere anche il predecessore Il Friuli e l’altro quotidiano radicale veneto diffuso nel Pordenonese, Il Gazzettino di Venezia.108 Francamente le dimensioni del lavoro svolto mi hanno impedito di fare anche questo sforzo: infatti la lettura del settimanale socialista (e poi de Il Paese) mi ha impegnato con un’attenzione più da filologo o da storico quantitativo che da redattore di una sintesi: cercando di confrontare quasi ogni minima notizia locale, sottoscrizione di abbonamento, comunicazione organizzativa, in modo da ricostruire attraverso il confronto nominativo - i collegamenti, i percorsi (anche di vita, per esempio da un paese all’altro per gli emigranti) fino a disegnare almeno una parte delle maglie della complessa tela dell’organizzazione socialista. La stessa procedura, nel dopoguerra, ho seguito per la stampa comunista, transitata dall’udinese Il Comunista Friulano al goriziano Spartaco ed infine al triestino Il Lavoratore. Inoltre, per la fase precedente alla guerra mondiale, la lettura del periodico del Segretariato dell’emigrazione, L’Emigrante, ha fornito dati sull’organizzazione delle sezioni del Segretariato nei vari comuni, permettendo di integrare in modo significativo il lavoro di costruzione del movimento socialista in molte realtà (anche se questo aspetto sarà sensibilmente più palpabile per la realtà dello Spilimberghese e del Maniaghese). Ho quindi fatto un lavoro che si colloca in una fase intermedia rispetto all’obiettivo finale di costruire una storia del socialismo friulano: ho diviso - dopo una prima lunga fase di ricerca - il territorio del Friuli occidentale in due unità distinte, grosso modo la metà settentrionale e quella meridionale, decidendo di proseguire poi la ricerca in questa prima fase solo per la parte meridionale con baricentro Pordenone; ho contemporaneamente scelto di studiare ad un livello di relativo approfondimento tutto un territorio e non di limitarmi ad approfondire fino in fondo l’esperienza pordenonese. L’obiettivo di questa mia scelta è evidente: quello di poter fornire un’immagine abbastanza approssimata della diffusione del socialismo ad un livello zonale, che permette anche di meglio capire le dinamiche politiche e sociali che permettono al partito pordenonese di allargare la sua presenza nel mondo contadino. Costruendo la realtà di una zona abbastanza estesa, pari a quella di quattro mandamenti con un insediamento misto agricolo-industriale-commerciale, ho individuato una tipologia che può essere replicata ulteriormente, confrontandola con quella di altre zone, come quella già realizzata per quanto riguarda la Carnia. Lo studio degli archivi municipali ha fornito materiale per capire la dimensione ed i reali interessi del lavoro svolto dagli amministratori socialisti. Ma anche in questo caso altri materiali archivistici andrebbero consultati e studiati: a partire dagli archivi degli organi di controllo prefettizi, utili per integrare le notizie provenienti dalle amministrazioni locali (indispensabili per quelle, come Barcis, dove gli archivi sono stati completamente distrutti) e dagli organi di polizia e dagli archivi parrocchiali, per arricchire le informazioni relative all’attività delle organizzazioni del partito, viste da parte degli oculatissimi e preoccupati avversari. Purtroppo l’archivio della Prefettura di Udine relativo a questo periodo è stato quasi completamente disperso, per cui il passo successivo non può che essere quello di studiare il materiale dell’Archivio Centrale dello Stato, che però, per l’ampiezza cronologica e territoriale dell’area considerata, non poteva essere un obiettivo realizzabile in questa fase. Gli stessi archivi comunali, ed in particolare quello di Pordenone, nettamente prevalente sia per l’abbondanza di materiale che per l’ordine della disposizione del materiale (che, non catalogato, è però disposto in modo incommensurabilmente più fruibile di molti altri archivi comunali purtroppo soggetti a processi di spoliazione e distruzione significativi, che recenti riordini hanno potuto solo in parte recuperare), possono essere basi di partenza per altre ricerche settoriali, sia nel campo della storia sociale, economica e politica, che di quella delle singole iniziative ed opere pubbliche: per esempio a partire dai fascicoli separati dedicati alla sistemazione dell’abbattuta porta della Bossina, ai lavori per il porto fluviale sul Noncello ed alla stessa ferrovia Pordenone-Aviano, di cui ho esaminato solo il materiale disponibile nel corrispondente cartolario avianese. Un altro territorio da studiare con sistematicità sono - anche grazie al deposito di una parte della documentazione, oltre che presso l’archivio del Tribunale conservato presso l’Archivio di Stato di Pordenone, presso gli archivi comunali - le vicende della varie società cooperative. Ma anche gli archivi privati rimangono un territorio da scoprire: se è stato studiato da Anna Maria Preziosi l’archivio privato di Piero Pisenti, se ho potuto studiare proprio la cartella lasciata da Guido Rosso e dedicata allo stesso capo locale del fascismo, è da scoprire quanto possa rimanere degli archivi privati dei tanti protagonisti di queste vicende: se è probabile che maggiore materiale ancora rimanga potenzialmente presso gli eredi delle famiglie maggiori di origine nobiliare o borghese, non è del tutto da escludere che documentazione utile, anche se di minori dimensioni (ma non è mai detto!) rimanga presso i discendenti dei militanti politici di base. Non è del tutto da escludere che in qualche archivio privato sia possibile reperire almeno in minima parte copia della documentazione che in passato era disponibile presso i partiti di sinistra e la Camera del Lavoro e che poi è andata dispersa o distrutta sia per scelte scellerate di dirigenti sia per l’improvviso scioglimento dei partiti socialista e comunista all’inizio degli anni Novanta. Altre fonti che non mi risultato essere state finora studiate, escluso alcuni casi eccezionali, sono gli archivi delle maggiori aziende industriali pordenonesi (anche se le loro sedi principali dovrebbero quasi Il Gazzettino sorse nel 1887 come giornale della democrazia veneta sotto la direzione di Gianpietro Talamini, raggiungendo una significativa diffusione grazie al taglio popolare della sua informazione ed al radicamento nelle varie provincie venete e nel Friuli con redazioni locali. Cfr.: ***, Cent’anni di Gazzettino: 1887-1987, Venezia, Il Gazzettino, supplemento del 20 marzo 1987. 108 Numero pagina sempre essere collocate in altre città, come ad esempio Milano o Venezia); ma, per la storia politica, sociale ed economica, è importante anche la documentazione processuale conservata presso l’archivio del Tribunale, dove chi - come Sigfrido Cescut - ha studiato approfonditamente alcune realtà cooperative come quelle dell’Avianese ha potuto trovare adeguato materiale al proposito. Si pensi che dopo la prima guerra mondiale le realtà cooperative di lavoro e di consumo sorte nel territorio friulano sono state numerose in ogni comune del territorio, rappresentando, anche quando fallite nel successivo periodo di reazione fascista, un’importante realtà associativa, parte importante del movimento politico e sindacale socialista e cattolico. Le fonti giudiziarie sono poi importanti - come dimostrato da vari autori (Degan, Cescut, Pillot e Camisa) - per la ricostruzione di molte vicende, specialmente quando queste sono sfociate in episodi di conflittualità o violenza. Mi rendo conto di avere comunque accumulato un volume di materiale piuttosto ampio, rispetto alla media abituale: ma l’ho fatto lucidamente e con determinazione, con l’obiettivo di fornire una documentazione altrimenti difficilmente accessibile e ordinariamente poco conosciuta. Ho riprodotto integralmente alcuni materiali in appendice, evidenziando invece quelli che ritenevo importanti solo a livello di citazioni nel testo discorsivo. Nella scelta di riprodurre il materiale, ho escluso in linea di massima quanto è già stato pubblicato ed è quindi reperibile facilmente in altre sedi, con l’eccezione di alcuni documenti che a mio avviso sono stati pubblicati non integralmente in sintesi che non ne rendono appieno il significato. Tuttavia, non avendo potuto compiere un lavoro assolutamente completo, sono grandemente insoddisfatto, anche se le verifiche fatte mi inducono a ritenere abbastanza attendibili le conclusioni cui sono giunto. Ritengo d’altra parte di aver fatto un lavoro di scavo che ha messo allo scoperto le vaste fondamenta di un edificio importante e dimenticato della nostra storia. Una storia fatta da pochi intellettuali e militanti politici di professione e da tante persone umili: muratori, tessitori, agenti di commercio, contadini, esercenti, uomini e donne, anche se la scrittura è stata monopolio maschile. Una storia dal basso, anche se una storia tradizionalmente politica. Una storia che meriterebbe di essere proseguita e completata, seguendo le biografie di molti di questi “militanti politici di base”, utilizzando qui sì i residui strumenti della storia orale (i ricordi certo ormai rarefatti o potenzialmente reticenti dei discendenti), ma anche il materiale documentario, quello anagrafico e quello poliziesco per ricostruire attraverso dei percorsi individuali i più generali percorsi dei loro compagni di lavoro e di avventure. Ma anche solo fare giustizia alla memoria di questi ignorati protagonisti della storia del movimento operaio merita questa fatica: si pensi che solo Tranquillo Moras e Pietro Sartor, a causa del loro martirio, sono ricordati nell’intitolazione di due vie a Torre di Pordenone e che la stessa lapide a loro dedicata attende di essere rimessa al suo posto sulla facciata della Casa del Popolo restaurata dopo il terremoto del 1976. Dallo studio che ho realizzato emerge un quadro ricco ed articolato. Emerge una forza sociale che si muove fin dalle sue origini con una grande energia per opporsi alle condizioni di arretratezza che costringono le masse operaie e contadine a condizioni di sfruttamento e di abbruttimento insopportabili. Una realtà che sa di dover essere anche un momento educativo, che non può avere prospettive sul piano delle conquiste economiche e politiche se non lavora sulle precondizioni culturali, e che quindi pone come centrale il problema del settore educativo, sia esso quello pubblico o quello autogestito delle Società Operaie e delle Scuole Popolari. Il sindacato serve per conquistare condizioni di vita dignitose ma anche e soprattutto come scuola di movimento, come esercizio della propria forza. La cooperazione serve per conquistare migliori salari, ma soprattutto come scuola per l’autogestione, per sperimentare qui e subito la società futura. La politica serve come immediata prospettiva di conquista del potere, per piegarlo alle necessità delle classi lavoratrici. Ne emerge il quadro di un riformismo assai poco moderato, che pensa di conquistare con l’esercizio degli strumenti della democrazia liberale il diritto ad edificare la società socialista nell’arco di un breve periodo di tempo. Non il riformismo che segue come il gregge destinato al macello le proprie borghesie nazionali verso il grande cratere della guerra mondiale, ma un riformismo che pensa che sia possibile, qui ed ora, cambiare le regole del gioco. Un partito di operai, che si muove nell’ambiente ostile di una società contadina arretrata, dove i poteri reali - quasi assoluti - sono quasi sempre quelli dell’antico feudatario e del prete. Ma un partito di operai che hanno da poco cessato di essere contadini, di operai-contadini emigranti, espressione di una classe operaia in fieri che polemizza frontalmente con il mondo di provenienza, ma non se ne dimentica e che nel 1920 si vede votare non solo dai centri operai urbani o dalle zone di emigrazione (Pordenone, Maniago, Cordenons, Pinzano, Barcis, Aviano) ma anche da tradizionali paesi contadini (Pravisdomini, Cordovado, Fontanafredda, Vallenoncello). Un partito che nei suoi programmi è capace non solo di teorizzare il futuro potere operaio, ma di indicare soluzioni credibili, politicamente spendibili per una regione arretrata, con pochi centri industriali, dove la maggior parte dei lavoratori è costretta all’alternativa fra un lavoro dei campi poverissimo e sfruttato e l’emigrazione. Proposte di infrastrutture che delineano la possibilità di inserire il Friuli nelle strutture economiche internazionali, e di creare un nucleo amministrativo autonomo nella parte occidentale della provincia, attorno a Pordenone. In realtà il quadro non è omogeneo né privo di contraddizioni: fra il monolitismo riformistico impersonato dagli Ellero, dai Rosso, dai Fornasotto, dai Cosattini, dal “partito degli avvocati” insomma e l’organizzazione militare del Partito comunista clandestino durante la dittatura fascista non ci sono solo la guerra mondiale, la fine dell’Internazionale socialista e la Rivoluzione d’Ottobre, ma anche il dibattito reale Numero pagina che emerge nel corpo del Psi friulano, esplicitamente ma spesso anche fra le righe, lacerando un quadro di unanimità poco credibile. Dal punto di vista metodologico ritengo che il mio studio abbia fatto un passo indietro rispetto a quello di Teresina Degan sulla classe operaia tessile. Un passo indietro necessario a colmare un vuoto. Lo studio di Degan è maggiormente attento del mio alla storia sociale del movimento operaio: ma ritengo che in una fase di scavo spesso pionieristico sia necessario individuare alcune priorità ed ho quindi ritenuto urgente enucleare la dimensione fortemente politica ed etica dell’organizzarsi di consistenti gruppi di lavoratori friulani nell’ambito del Partito Socialista Italiano e delle organizzazioni ad esso collegate. La storia sociale è in qualche modo sottostante, percepibile nel dibattito politico e soprattutto in quello sull’organizzazione sindacale: anche qui gli spunti possono essere estremamente interessanti, e dovrebbero essere sviluppati, sia utilizzando dati quantitativi, sia mettendo insieme tutte le testimonianze reperibili (anche qui la storia orale è praticamente inutilizzabile, ma possono essere utilizzati materiali fotografici, memorialistica, anche le stesse testimonianze giornalistiche che, ad esempio nel caso del settimanale socialista, sono spesso molto interessanti e rivelatrici di un’immagine tutt’altro che oleografica del mondo tradizionale friulano in via di disgregazione). Ritengo infine che emergano alcuni dati relativi alla storia sociale del movimento operaio friulano che meriterebbero un maggiore scavo. Ad esempio, la stratificazione sociale che si forma, a partire dal passaggio dalla piccola proprietà agricola al lavoro edile, nelle sue varie branche. Un lavoro industriale specializzato, che non perde però il legame con la terra, ma anzi lo rafforza fin dalle origini, con l’investimento nella proprietà fondiaria delle risorse accumulate, come ha dimostrato già nella sua tesi di laurea Giovanni Cosattini.109 La connotazione del proletariato emigrante friulano è probabilmente alle origini di quella particolare forma di moderatismo sociale che ha cooptato le classi lavoratrici in quello più generale della classi dirigenti: ben lungi dall’essere prive di mezzi e di legami con la terra, le famiglie operaie friulane hanno mantenuto e rafforzato il rapporto proprietario con questa e contemporaneamente hanno coniugato una forte professionalità industriale con una missione personale e collettiva volta più all’accumulazione di beni che al rovesciamento dei rapporti sociali. Particolarmente significativi mi paiono quei casi, che col passare degli anni divengono sempre più numerosi a cavallo fra il primo ed il secondo decennio del Ventesimo Secolo, in cui alla espressione di fede politica socialista si accompagna un ruolo di direzione delle attività di appalto che accetta pienamente le regole dello sfruttamento capitalistico: ruolo che per altro corrisponde sul piano individuale a quello che sul piano più ampio delle relazioni sociali rappresenta il collaborazionismo di fatto della cooperazione di lavoro allo sforzo di preparazione bellica e che avrà poi come conclusione “logica” l’accordo di collaborazione con il fascismo per salvare la cooperazione carnica. 110 Su un altro piano, non diversamente significativo è l’atteggiamento di quei gruppi di lavoratori che, mischiando antichi ribellismi contadini e nomadismi operai, preferiscono l’azione diretta (come l’abbandono del cantiere di lavoro per cercare un altro appaltatore) alla pratica dell’azione organizzata e rivendicativa sul piano sindacale. Un settore che sarebbe da approfondire in tal senso è quello dei flussi di emigrazione della manodopera friulana, scomposti per località di provenienza, in modo da individuare i comportamenti concreti, i luoghi e le occasioni di acculturazione politica ed i successivi destini dei nuclei di migranti politicamente attivi. Ad esempio: che cosa ne è stato dei nuclei socialisti di Fanna oppure della Val Tramontina? Quanto di questa esperienza - che l’emigrazione ha sradicato probabilmente dai territori di origine senza quasi lasciare traccia - si è trasfuso nei luoghi di emigrazione? Fantasticando: quanto del socialismo friulano rimane a Montpellier nel Vermont? ... c’entrerà mica con il fatto che lì - quasi un secolo dopo - sarà eletto l’unico parlamentare che si proclama socialista nel parlamento statunitense? Ho scelto di fornire consistente materiale documentario, per toglierlo dall’oblio e, almeno in poche copie, riprodurlo e collocarlo dove possa essere a disposizione di chi voglia continuare questo lavoro di scavo oppure voglia approfondire le sue conoscenze anche solo limitatamente alla propria comunità. Nel raccogliere il materiale ho anche voluto mettere in rilievo i linguaggi, gli stili, le argomentazioni dei protagonisti di questa storia, che rappresentano anche un importante processo di alfabetizzazione e di acculturazione di masse popolari fino allora escluse dalla politica e dalla storia ufficiale. Ho fatto un lavoro per certi aspetti defatigante, che non ha certo la pretesa di essere un best seller. Già sarebbe invidiabile l’obiettivo dei “venticinque lettori” di manzoniana memoria. Ma, smembrato e riprodotto località per località, può diventare stimolo per una riflessione ed una possibile ricerca per una storia locale non tradizionale e non oleografica, in qualche modo una sorta di abbozzo di una “controstoria”. Come ho già provato a fare con poche persone in piccole località, un’occasione per ritrovare le proprie radici, per sapere da dove veniamo, per riscoprire pregi ed errori, sofferenze e cocciuta quotidiana passione di tanti come noi. Di tanti come me che pensano che gli individui non hanno la forza né la capacità soggettiva di fare la storia, ma che essa viene in qualche modo influenzata, e talvolta cambiata di percorso dalle faticose ed instabili coalizioni che uniscono tanti insignificanti esseri umani. COSATTINI, Giovanni, L’emigrazione temporanea del Friuli, Trieste-Udine, Direzione Regionale del Lavoro, Assistenza Sociale ed Emigrazione della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, 1983. 110 Sul compromesso che porta nel 1923 la cooperazione carnica di ispirazione socialista all’interno del Sindacato italiano delle Cooperative di ispirazione fascista (ed il Consorzio carnico delle Cooperative all’interno dell’Istituto italiano di emigrazione), cfr.: FABBRO, Mario, cit., pagg. 121 e 160, nota 64. 109 Numero pagina 2.2 - Fonti utilizzate. La fonte prevalente su cui si è basata questa ricerca sono i quattro settimanali che si sono succeduti come organo informativo del Psi della provincia di Udine. Tale scelta ha alla sua base principalmente due motivi. Il primo è la mancanza di archivi personali o pubblici conosciuti, che ci permettano di conoscere la vita del partito, le scelte personali, i dibattiti, i contrasti di linea politica e di interessi, le passioni degli uomini e delle donne che hanno dato vita al socialismo pordenonese e più in generale del territorio del Friuli occidentale. Escluse lodevoli eccezioni, non ci sono stati tramandati carteggi, raccolte di documenti personali, memorie, analisi di questo periodo. Tutto è stato distrutto, e chi si è avventurato in passato alla ricerca di materiale che potesse documentare quest’epoca ha dovuto ritrarsi deluso. Unica (non poco importante) testimonianza documentaria, in qualche modo interna al Psi ed alle organizzazioni economiche ad esso collegate, di tutta l’epopea del socialismo prefascista è rimasto l’atto di proprietà della Casa del Popolo di Torre, depositato presso un notaio prima dell’instaurarsi della dittatura fascista: è stato grazie a questo atto di previdenza che, dopo la Liberazione nel 1945, è stato possibile per i legittimi proprietari ritornare a gestire quell’edificio che era costato tanti sacrifici. Tutto il resto è stato distrutto, non solo dalla violenza fascista ma anche dal disinteresse e dall’incuria personale. A Pordenone non esistono archivi storici dei partiti della sinistra, né del sindacato. Lo stesso archivio della Casa del Popolo, che pur custodisce alcuni fascicoli di documentazione di qualche interesse, è stato ricostituito recentemente. Il Lavoratore Friulano, insieme ai suoi predecessori, rimane l’unica voce disponibile dei socialisti friulani, con prese di posizioni e rendiconti di attività che, se non completi, sono indubbiamente vasti ed articolati per molti comuni della provincia; non tutti i compagni attivi e le sezioni locali usano questo strumento, ma la complessità delle voci del socialismo friulano (per quanto filtrate dal dominante riformismo di Cosattini e compagni) ci è stata tramandata attraverso questa fonte, ove spesso compaiono lettere, prese di posizione e sunti di discorsi pubblici. Si tratta di una fonte che, nel caso di Pordenone, è scritta da poche persone, visto che il corrispondente ufficiale del settimanale rimane per quasi tutta la nostra epoca Gino Rosso 111, al quale si affiancano altri compagni di un gruppo ristretto di Pordenone ed uno o più corrispondenti da Torre. La frazione non ha una sua realtà organizzativa di partito formalmente distinta dal capoluogo ma gode di forza, riconoscimento ed autorevolezza grazie alla Lega di miglioramento dei tessili dei suoi due stabilimenti cotonieri, tali da mantenere la propria voce autonoma, oltre che una rappresentatività anche elettorale. Il secondo motivo è perché proprio il giornale è il principale strumento di lavoro dei socialisti friulani, l’argomento di cui più si discute nei congressi provinciali, la voce di gran lunga prevalente dell’impegno economico del partito. E’ il giornale a costituire il tessuto connettivo del Psi friulano, che non ha suoi propagandisti stipendiati, e che si regge su un gruppo dirigente principalmente attivo nel settore dell’emigrazione, l’unica realtà in grado di reggere una struttura efficiente e funzionale come il Segretariato dell’Emigrazione. La stessa Camera del Lavoro è una struttura prevalentemente udinese, che talvolta interviene anche nelle vertenze sindacali della provincia. Anche in tali casi non vediamo comparire dei quadri sindacali autonomi, che la debole realtà operaia friulana non riesce ad esprimere ed a mantenere, ma i dirigenti socialisti degli emigranti, di nuovo i Cosattini, i Piemonte ed i Vuattolo. La stampa socialista friulana costituisce quindi l’unica fonte diretta rimastaci per conoscere, se non la cronaca dei singoli fatti (che certo può essere ricostruita con migliore oggettività grazie ad altre fonti), il crescendo dell’iniziativa organizzata dei socialisti, i momenti di arresto, e soprattutto per capirne il dibattito, per percepirne l’ideologia dei protagonisti, le loro affinità ed idiosincrasie, il loro rapporto con un mondo politico che si sta trasformando dai ristrette dibattiti nelle élites dell’Italia postrisorgimentale al ben più vasto confronto pubblico della politica di massa. Attraverso lo strumento della stampa socialista ho inoltre affrontato un aspetto finora trascurato della politica socialista friulana (e triestina): i reciproci rapporti ed attenzioni fra le due componenti del movimento operaio, collocate di qua e di là del confine statale fra il Regno d’Italia e l’Impero austroungarico. Come si vedrà nella sezione collocata all’inizio del secondo volume, i resoconti del dibattito e dell’azione politica della sezione adriatica di lingua italiana della socialdemocrazia austriaca dimostrano una grande attenzione per le vicende triestine. Il sostegno (che non verrà mai meno) dei socialisti friulani ai loro confratelli triestini dura e si articola attorno alla difesa dell’internazionalismo socialista ed al contemporaneo apprezzamento per la loro politica di valorizzazione della cultura italiana fra le masse popolari. Parimenti, l’attenzione per il socialismo triestino viene vista con un atteggiamento involutivo da parte della stampa radicale friulana, che passa dal fermo sostegno nei primi anni del secolo al fiancheggiamento della campagna antisocialista degli ambienti liberalnazionali, anche grazie a singole prese di posizione di dirigenti socialisti italiani schierati in polemica con il gruppo dirigente riunito attorno a Valentino Pittoni. Questa grande attenzione si rovescia, nel dopoguerra, nella strutturazione di reti di comunicazione politica unitarie fra la Venezia Giulia ed il Friuli e con la diffusione della stampa quotidiana triestina nei principali centri del socialismo friulano, altro aspetto finora mai considerato dalla ricerca storica. 111 Ugo Gino Rosso, nato il 22 febbraio 1879 e morto il 29 marzo 1952. Numero pagina 2.2.1 - Fonti archivistiche. • Archivi del Comune di Pordenone e di Vallenoncello (sigla utilizzata di seguito: ACPn). Vi sono conservati i registri delle deliberazioni del Consiglio Comunale, quelli della Giunta Municipale e del Commissario Prefettizio. Presso questo archivio era conservato ancora nel 1982-1983 l’analogo materiale proveniente dall’accorpato comune di Vallenoncello. E’ stato in quell’epoca che ho studiato i registri dei verbali delle deliberazioni di Consiglio Comunale e Giunta Municipale di Vallenoncello: ora l’archivio di quel comune è stato trasferito all’Archivio di Stato di Pordenone. Il materiale è di diversa qualità: la presenza di personale più qualificato ha prodotto, nel caso di Pordenone, verbali redatti in modo chiaro e professionale, mentre nel comune rurale di Vallenoncello i verbali sono sommari ed anche il tratto calligrafico è di minor pregio. L’archivio comunale di Pordenone ha subito in questo ventennio vari traslochi, dalla soffitta del Museo Civico di Palazzo Ricchieri ad una serie di locali del municipio ed ora, contemporaneamente alla mia ultima fase di studio (debbo ringraziare il personale responsabile per avermi permesso l’accesso a parte del materiale nelle difficili condizioni del trasloco), è stato trasferito nello scantinato del Centro per anziani di Via Piave a Torre. Per una scelta di economia del mio lavoro, ho studiato soprattutto i verbali dei consigli comunali del periodo 1898-1922 e quelli della Giunta municipale del 1920-1922. Alcuni fascicoli separati sono dedicati alle principali opere pubbliche, fra le quali uno riguardante l’abbattimento della porta della Bossina, due il porto del Noncello e tre la ferrovia Pordenone-Aviano. • Archivio della Casa del Popolo di Torre di Pordenone. Vi sono conservate le fotocopie dei documenti riguardanti l’origine legale della Società (successivamente trasformata in Associazione) omonima. Gli originali sono conservati nell’Archivio Distrettuale Notarile di Udine, sotto i n. 5148 Rep. e Reg./n. 3629 Fasc. “Casa del Popolo” Torre di Pordenone (...) Costituzione di Società ; n. 2596 di Fasc. e n. 3815 di Rep. atto di compravendita del terreno su cui è sita la Casa del Popolo. 112 • Archivio di Stato di Udine. L’archivio della Prefettura vi è stato trasferito nel 1970. E’ gravemente carente, in quanto non esiste più la documentazione della Prefettura italiana dall’Unità al 1922, che è andata totalmente dispersa. Secondo l’indice del fondo, essa dovrebbe essere andata perduta durante la seconda guerra mondiale. Per il periodo dal 1923 in poi è conservato solo il materiale del gabinetto di Prefettura, quindi una parte ben limitata dell’archivio dell’ente: contiene materiale sullo stato dei partiti dal 1925. Presso l’Archivio di Stato è depositato l’archivio dell’Amministrazione Provinciale di Udine (sigla utilizzata di seguito: ASU-APU), che è stato utilizzato per ricavare notizie sugli amministratori eletti dai mandamenti del Friuli occidentale e sugli amministratori provinciali socialisti, ed in particolare per ricostruire l’attività di quelli eletti a Pordenone (Giuseppe Ellero nel 1914, ed il gruppo di cinque consiglieri eletti nel mandamento di Pordenone nel 1920). Non vi sono conservati archivi di amministrazioni comunali del Friuli occidentale. • Archivio del Comune di Aviano (sigla utilizzata di seguito: ACA). L’archivio è stato recentemente riordinato ed è conservato in moderni contenitori collocati presso la Biblioteca Comunale. In occasione della catalogazione è stato redatto un indice analitico. A causa delle vicende dell’occupazione austrotedesca del 1917-18 è andato disperso l’archivio corrente relativo agli anni della guerra ed a quelli precedenti, mentre è quasi tutto salvo quello di deposito. Sono cioè dispersi gli atti dell’ultimo decennio compresi i registri di contabilità e delle deliberazioni .113 Nell’archivio c’è una doppia serie di cartelle (le quattordici categorie previste dall’ordinamento degli archivi comunali, più una serie di fascicoli impropriamente definiti separati dal punto di vista del linguaggio archivistico) nelle quali la documentazione si completa.114 Nelle cartelle relative alla gestione del commissariato di Firenze del 1917-1918 (1516, Carteggio sede provvisoria del comune in Firenze e 2483, Fascicoli separati) è presente materiale d’archivio relativo ai comuni di Montereale Cellina e di San Quirino, riuniti sotto lo stesso 112 Presso la Casa del Popolo sono conservate inoltre due corpose cartelle sopravvissute alla dispersione sistematica dell’archivio della Federazione del Pci di Pordenone. L’archivio del Pci, così come quello della Camera del Lavoro della Cgil provinciale, è stato progressivamente disperso da dirigenti insipienti, incapaci di capire il grande valore documentario del materiale raccolto. I documenti recuperati sono risalenti prevalentemente ai primi anni ‘50 e sono relativi alla gestione dei quadri del partito nel Friuli occidentale: cartelle con biografie ed autobiografie di dirigenti provinciali e di sezione, carte relative alla proposta di partecipazione ed alla frequenza di corsi della scuola di partito, carte relative a provvedimenti disciplinari. Tale documentazione non è stata finora studiata, e si presta ad una utile analisi (oltre che delle biografie di alcuni dirigenti della resistenza e del movimento sindacale del secondo dopoguerra) della realtà comunista di quel territorio, intrecciabile con le testimonianze di molti dei protagonisti chiamati in causa. Nell’archivio privato dell’attuale presidente dell’Associazione Casa del Popolo è inoltre conservato tutto l’archivio della Federazione del Psiup di Pordenone, dal 1964 al 1972; oltre al materiale cartaceo ed alla raccolta della stampa nazionale del partito, è disponibile anche una raccolta di materiale cinematografico a carattere documentaristico. 113 ACA, bb. 959, 1914 e 962, 1915, f. Categoria I Amministrazione; le notizie sulla dispersione dell’archivio di Aviano sono contenute in: b. 966, 1919, f. Categoria I Amministrazione, 2.3, Informazioni sui danni arrecati all’archivio municipale dal nemico durante l’occupazione: minuta della risposta del sindaco di Aviano Wassermann del 24 marzo 1919 alla richiesta di notizie del sottoprefetto di Pordenone, prot. n. 678 del 22 marzo 1919. 114 Alla serie considerata delle cartelle 959 e segg. (che contengono le categorie dell’archivio comunale dal 1914 in poi, normalmente suddivise in due o tre raccoglitori per anno) corrispondono le cartelle dei “fascicoli separati” dalla 2483 in poi (la prima corrispondente al quinquennio 1915-1919) dove il materiale è eterogeneo, ma talvolta costituente elemento della stessa corrispondenza contenuta nelle cartelle della serie “principale”, con la quale dovrà quindi essere letto contestualmente per ricostruire i carteggi completi. Numero pagina • • • • • • • • commissario mandamentale. Un fascicolo separato è dedicato alla costruzione della ferrovia PordenoneAviano. Archivio del Comune di Caneva (sigla utilizzata di seguito: ACCa). L’archivio è conservato presso un magazzino comunale, ma in locali separati, adeguati alla conservazione se non alla consultazione. La documentazione contenuta nell’archivio comunale è andata in gran parte distrutta a causa dell’occupazione austrotedesca del 1917 115, con l’eccezione dei registri delle deliberazioni del Consiglio Comunale e della Giunta, che si sono in gran parte conservati per il periodo studiato. Archivio del Comune di Cordenons (sigla utilizzata di seguito: ACCn). Ho potuto consultare i registri contenenti i verbali delle sedute del Consiglio Comunale e della Giunta. L’archivio non è ordinato e non è dotato né di personale specificamente adibito alla sua conservazione e fruizione, né di personale che ne conosca la consistenza e perfino la collocazione. Archivio del Comune di Cordovado (sigla utilizzata di seguito: ACCv). L’archivio, conservato presso la sede municipale, è stato riordinato alcuni anni fa ed è dotato di un indice. Sono conservati i registri delle deliberazioni del Consiglio Comunale e della Giunta a partire dal 1919. La documentazione, organizzata per categorie, è invece molto carente a causa dello stato di disordine in cui versava l’archivio precedentemente. Archivio del Comune di Fontanafredda (sigla utilizzata di seguito: ACF). L’archivio è conservato presso un magazzino comunale, ma - nonostante la collocazione infelice - è completo ed in buon stato di conservazione. Archivio del Comune di Montereale Valcellina (sigla utilizzata di seguito: ACM). Il municipio di Montereale Valcellina è traslocato nella nuova sede negli anni Ottanta: in quell’occasione si è provveduto ad effettuare il trasloco ed inventario dell’archivio, che però non è reperibile. La memoria storica sulla disposizione dei fondi è purtroppo andata persa con la morte della archivista; sono però conservati gli inventari relativi ai passaggi di consegna amministrativi, il più recente dei quali è del 1974. Vi sono indicati come conservati tutti gli atti amministrativi a partire dal 1922; la raccolta delle delibere consiliari dal 1895 e quelle municipali dal 1923; i protocolli dal 1925. Un precedente inventario del 1966 elenca anche la documentazione relativa a beni e contratti comunali dal 1868, quella relativa alle opere pubbliche dal 1883, pratiche diverse dal 1870, gli atti dell’Eca dal 1921 e quelli contabili del comune dal 1926. In realtà ho reperito i registri delle delibere della Giunta municipale di un periodo antecente a quello sopra indicato, e precisamente a partire dal 1903. Fra i registri del Consiglio Comunale, manca quello degli anni 1900-1902.116 Archivio del Comune di Sacile (sigla utilizzata di seguito: ACS). L’archivio è collocato presso la biblioteca civica ed è in via di riordino. Purtroppo il materiale non è completo, mancando sia i registri dei consigli comunali sia i fascicoli di varie categorie relative ad alcune annate. Un fascicolo separato comprende la documentazione relativa alla bonifica dei Camolli. Archivio privato avv. Antonio Rosso (sigla utilizzata di seguito: APR). Presso lo studio in Pordenone sono conservati alcuni documenti personali di Guido Rosso, come i passaporti ed il diploma di laurea. Sono conservati i carteggi fra Guido Rosso e Francesco Cargnelutti e documenti relativi a Piero Pisenti, dalle polemiche del dopoguerra a documenti sulle vicende dell’esponente fascista fino al processo avvenuto dopo la Liberazione. Sono inoltre conservati alcuni opuscoli dei quali mi è stata gentilmente concessa la fotocopiatura: per la precisione due copie (indirizzate con autografo a Guido ed a Gino Rosso) della conferenza Il Pensiero Sociale di Edmondo De Amicis tenuta da Giuseppe Ricchieri a Milano e pubblicata nel 1908 e la relazione di Vittorio Gottardi su Il movimento socialista nel Veneto, pronunciata al secondo congresso socialista veneto e successivamente stampata nel 1894. 117 In epoca successiva è stata depositata nell’archivio una cartella ( 17 maggio 1921 - devastazione fascista dello studio Rosso), consegnata dal sig. Fausto Gubian, cultore della storia degli antichi insediamenti aviatorii pordenonesi, contenente in fotocopia la documentazione quasi completa degli atti processuali relativi alle vicende dell’invasione fascista della città nel maggio 1921. La documentazione processuale (depositato presso l’Archivio di Stato di Pordenone) è stata già utilizzata e parzialmente riprodotta da Pillot e Camisa; fra gli altri documenti inediti va segnalata in particolare una cartografia peritale dell’abitato di Torre con la collocazione delle barricate erette dagli antifascisti. Archivio privato prof. Teresina Degan. Presso l’abitazione in Pordenone sono conservati alcuni libri di proprietà di Vincenzo Degan, particolarmente interessanti per capire la formazione di un amministratore pubblico e dirigente politico-sindacale di schietta estrazione operaia: fra essi in particolare spiccavano le opere di Francesco Saverio Nitti. Molti libri erano stati mascherati con copertine fittizie per sfuggire meglio alle perquisizioni fasciste; successivamente gran parte di essi sono stati persi, dopo essere stati consegnati ad altri persone non “politicamente sospette” per meglio proteggerli dai sequestri. Oltre ai 115 Cfr.: ACCa, Registro delle deliberazioni della Giunta municipale dal 10 maggio 1917 al novembre 1924, fogli 13-16, seduta del 25 gennaio 1919. 116 ACM, b. 9 - Verbali di consegna - Passaggi d'Amministrazione, f. Inventario archivio comunale: inventario dattiloscritto del 20 ottobre 1966; indicazioni generiche archivio comunale, dattiloscritto del 15 ottobre 1974. 117 RICCHIERI, Giuseppe, Il Pensiero Sociale di Edmondo De Amicis, Pavia, La “Seminagione laica” Editrice, 1908; GOTTARDI, Vittorio, Il movimento socialista nel Veneto, Relazione detta al II.° Congresso Socialista Veneto (Legnago 3 giugno 1894), Este, Tipografia Sociale, 1894. Numero pagina libri, per tutto il ventennio era rimasto nascosto in casa Degan il ritratto di Carlo Marx che precedentemente ornava la sala della Casa del Popolo di Torre: ritratto scomparso nel dopoguerra, dopo averlo ricollocato nello stesso edificio.118 I libri che non sono andati dispersi spaziano dai testi di formazione nel campo del diritto amministrativo alla manualistica cooperativistica, ad opere filosofiche e storiche soprattutto di scuola socialista.119 E’ inoltre conservata una busta con le fotocopie del settimanale comunista friulano Spartaco (cfr. voce relativa nella successiva sezione). 2.2.2 - Fonti a stampa. QUOTIDIANI E PERIODICI: • L’Avvenire, Giornale Socialista del Friuli . Settimanale, esce di sabato dal n. 1 del 24 giugno al n. 5 del 22 luglio 1893. Il direttore è Pietro Barbui. L’ultimo numero non dà alcuna motivazione della successiva chiusura, anzi riporta un’ampia inserzione pubblicitaria in cui si invita a sottoscrivere abbonamenti per il giornale. Edizione a stampa presso la Biblioteca Comunale “V. Joppi” di Udine. • L’Operaio, Giornale socialista. Settimanale, esce il sabato, dal n. 1 del 15 agosto al n. 11 di sabato/domenica 24/25 ottobre 1896. Direttore è Demetrio Canal, che si definisce operaio in un articolo: è un artigiano calzolaio, la pubblicità della sua attività compare sul giornale. Edizione a stampa presso la Biblioteca Comunale “V. Joppi” di Udine.120 • L’Evo Nuovo (sigla utilizzata di seguito: EN), settimanale, usciva la domenica e veniva chiuso in tipografia presumibilmente il giovedì.121 Organo dei socialisti friulani dal primo numero del 15 dicembre 1901, poi Organo delle Sezioni Socialiste Friulane dal n. 20 del 1° maggio 1902 e, dopo il secondo congresso socialista provinciale, Organo della Federazione Socialista Friulana ricostituita a partire dal n. 52 del 7 dicembre 1902. Le pubblicazioni stabili hanno termine con il n. 66 del 22 marzo 1903. C’è una ripresa con tre numeri, dal 67 al 69 (dal 18 al 26 giugno 1904), per la campagna elettorale comunale e provinciale: in quel caso il settimanale uscì con la denominazione Organo dei Socialisti del Friuli. Edizione a stampa presso la Biblioteca Comunale “V. Joppi” di Udine. • Il Lavoratore Friulano, Periodico settimanale socialista (sigla utilizzata di seguito: LF).122 Iniziò le pubblicazioni a partire dal numero uno del 26 novembre 1904, edito dalla sezione di Udine del Partito Socialista Italiano.123 Inizialmente la tiratura del settimanale era di duemila copie; sei mesi dopo essa era cresciuta a quattromila.124 Divenne organo della federazione socialista provinciale nel 1906. 125 Il settimanale usciva di sabato, e veniva chiuso in tipografia presumibilmente il giovedì precedente. 126 In alcune rare occasioni la periodicità risulta variata, con l’edizione spostata ad altra giornata nella settimana; il giornale aveva di solito un numero speciale il 1° maggio. In speciali occasioni veniva aumentata la frequenza delle edizioni, come ad esempio la frequenza quotidiana durante il processo per i fatti di Pordenone del 1907. Dal gennaio 1906 il settimanale ingrandisce il formato ed esce in Si tratta del ritratto riprodotto nella fotografia a pag. 206 in: DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit. Segnalo in particolare: PICCARELLI rag. Alfredo, Manuale per le piccole cooperative di consumo, IV ed., Milano, Lega nazionale delle cooperative italiane, 1908; MEZZANOTTE, C., Municipalizzazione dei servizi pubbici, Milano, Hoepli, 1905; LORIA, Achille, L’evoluzione economica, Milano, Federazione italiana delle biblioteche popolari, Paravia, s.d.; BONETTI dott. Paolo, Macchine e salari, Milano, Biblioteca della Università Popolare Milanese e della Federazione Italiana delle Biblioteche Popolari, 1912; GRAZIANI prof. A., Le entrate e le spese dello Stato, Milano, Biblioteca della Università Popolare Milanese e della Federazione Italiana delle Biblioteche Popolari, s.d.; CUNEO, avv. Adolfo, Appalti di opere pubbliche, Milano, Hoepli, 1914; PELIZZARO, Trasporti - Tariffe e reclami ferroviari, Milano, Hoepli, 1913; CASTIGLIONI, dott. L., Manuale della beneficenza, Milano, Hoepli, 1901. 120 Abbiamo il rammarico di dover annunciare che, con questo numero ci è d’uopo sospendere le pubblicazioni. Ne è causa la mancanza improvvisa della tipografia (di cui si vedono colpiti i compagni che ne erano conduttori), sulla quale avevamo fatto assegnamento sino a fin d’anno. Non è ancor detta, in vero, l’ultima parola; ma anziché esser sorpresi a mezzo lavoro, senza averne potuto dar cenno ai lettori, preferiamo far sosta oggi, per riprendere la via fra non molto, in condizioni migliorate e sicure. Sorto per iniziativa individuale di alcuni volonterosi, sostenuto più che altro col sacrificio di due compagni tipografi, ora che, incontrato il favore del pubblico, accennava a vivere di vita propria, e noi vedevamo avvicinarsi il momento nel quale l’avremmo potuto offrire al partito come un tutto organico e vitale, “L’Operaio” si deve rassegnare ad abbandonare, per il momento, il campo di lotta nella quale era entrato pieno di baldo entusiasmo. Confessiamo sinceramente che ce ne duole di molto. Ci conforta solo la certezza di poter dire agli amici e lettori: a fra poco. La Redazione. L’Operaio, n. 11 del 24/25 ottobre 1896, pag. 1, AGLI AMICI E AI LETTORI. In realtà la pausa durò cinque anni, fino all’uscita de L’Evo Nuovo. 121 Ai corrispondenti. Si avvisano i corrispondenti di inviare i testi entro il giovedì : EN, nn. 11 del 20 aprile 1902, pag. 4 (Piccola posta - “Luigi Scottà “ - Pordenone - spediste troppo tardi per essere pubblicato (...) - Dovete spedire a tempo, non più tardi del mercoledì e 53 del 14 dicembre 1902. 122 DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 63: Il 26 novembre 1904, i socialisti friulani possono contare su un nuovo settimanale, Il Lavoratore Friulano, battagliero organo di stampa che riesce a fornirci un’immagine vivacissima del movimento socialista in Friuli attraverso notizie, documenti, brani e sunti di discorsi, dai quali si ricava un’idea ben precisa della consistenza e dell’azione socialista oltre che del pensiero e della formazione culturale e politica dei socialisti dell’epoca. 123 Cfr. l’editoriale de: LF, anno I, n. 1 del 26 novembre 1904. 124 LF, nn. 2 del 3 dicembre 1904 e 28 del 3 giugno 1905 (nella pagina dedicata alla pubblicità). 125 LF, n. 63 del 3 febbraio 1906, pag. 2, IV Congresso provinciale socialista. La chiusura. 126 Si pregano caldamente tutti i corrispondenti della provincia a voler inviare i loro scritti mai più tardi del mercoledì. Quelli che giungeranno il giovedì saranno irremissibilmente rimandati. Cfr.: LF, n. 100 del 20 ottobre 1906. 118 119 Numero pagina due edizioni, una per la città ed una per la provincia. 127 Con tale ampliamento è possibile dedicare due colonne alla sezione socialista di Pordenone: inserite nella rubrica Dalla provincia sono titolate a grande formato Pordenone socialista e contengono corrispondenze dalla città e dalle frazioni e comuni della zona cotoniera: Torre, Rorai Grande, Cordenons e Fiume. 128 Nel 1907 il settimanale era diffuso, nel Friuli occidentale, in rivendite di Pordenone, Torre (presso il circolo socialista), Spilimbergo, ed inoltre a Barcis, Fanna, e Montereale Cellina, e poteva complessivamente contare su cinquemila lettori.129 Nel 1909 la cronaca locale presentata nella rubrica Dal Friuli Socialista viene raccolta in capitoletti che raggruppano le corrispondenze dalle varie zone. Prevale come materiale la Carnia, divisa per vallate (Dall’Alto But, Canal del Ferro, Canal di Gorto, Carnia : quest’ultima voce per Tolmezzo e la Val Tagliamento). Le altre zone hanno per titolo: Sacile (che appare ex novo delineandosi subito come una zona con una sua autonomia), Pordenone, Dallo Spilimberghese, Dalle Rive del Natisone e, per tutta la zona del Friuli centrale, dal Gemonese alla Bassa ivi compreso il Sanvitese, l’eloquente La Vandea alla riscossa.130 Sempre nel 1909 viene annunciata una limitazione nelle corrispondenze, per costringere le realtà più deboli ad incrementare la diffusione del settimanale: si annuncia che verranno cestinati gli articoli che - in mancanza di una pubblica rivendita che diffonda il giornale stabilmente - non siano accompagnati dal versamento di una lira, corrispondente al pagamento di venti copie del giornale. Questa limitazione vale non solo per la provincia, ma anche per le corrispondenze che giungono dall’estero. 131 Nella primavera del 1910 il comitato di redazione, constatata la poca discrezione dei corrispondenti di provincia i quali con i loro lunghi articoli soffocano ed ammazzano il giornale, delibera di non concedere più di tre quarti di colonna alle corrispondenze da Tolmezzo, Sacile, Pordenone e Spilimbergo (effettivamente, per i tre comuni da noi esaminati, pletoriche e dedite a lunghe polemiche contro i parroci del luogo, piuttosto che all’esposizione di fatti) e di limitare quelle da tutti gli altri comuni ad un solo lato di cartolina postale. 132 Questa limitazione in realtà non avrà conseguenze operative se non limitatamente. A partire dal 27 settembre 1910 vede la luce una nuova rubrica zonale, Dal Maniaghese, che raggruppa le corrispondenze dalla zona, finora ricomprese in quelle Dallo Spilimberghese.133 A partire dal febbraio 1911 è ingrandito il formato, e dal n. 371 del 12 novembre esce di domenica. 134 Alla fine di quell’anno il nuovo amministratore valuta che gli abbonati sono 1201, di cui esattamente la metà concentrati in Carnia: ma va considerata anche la vendita diretta (deficitaria per l’amministrazione), che conta per esempio duecentocinquanta copie settimanali nel solo collegio di Pordenone. Un anno dopo questi dati appariranno sovrastimati all’amministratore, accortosi che centinaia di abbonamenti erano in realtà scaduti da anni: l’aumento dalla minor cifra di 1190 a 1278 rivela quindi una crescita ben più consistente. 135 Nel luglio 1912 appare per la prima volta la rubrica LETTERE SLAVE, con la costituzione del Gruppo socialista della Slavia italiana a San Pietro al Natisone. 136 Il Lavoratore Friulano viene sospeso, come tutta la stampa socialista dell’area di guerra, dopo il numero del 29 maggio 1915 e riappare il 12 luglio 1919: esce sempre di sabato, anche se per qualche tempo l’uscita sarà spostata a domenica. Dal maggio 1921 il settimanale socialista friulano inizia anche a dare spazio a corrispondenze DAL GORIZIANO, in modo da coprire la realtà socialista del Friuli orientale ex asburgico. 137 Con il 1923, dopo l’instaurazione della dittatura fascista, diminuiscono drasticamente le cronache politiche locali, mentre appaiono serie di trafiletti di cronaca nera locale, assolutamente inconsuete per il settimanale degli anni precedenti. Sempre a partire dallo stesso periodo le sottoscrizioni a favore del giornale e del partito iniziano ad apparire sempre più spesso anonime. Nel 1925 il giornale viene sequestrato più volte e ciò costringe a ripubblicare gran parte del materiale sul numero successivo (la biblioteca conserva i numeri sequestrati)138. L’ultimo numero è il 45 del 7 novembre 1925. Il settimanale riprenderà per qualche anno le sue pubblicazioni dopo la liberazione nel 1945. Edizione a stampa e microfilmata presso la Biblioteca Comunale “V. Joppi” di Udine. Mancano i numeri dal gennaio 1914 alla soppressione per la proclamazione della zona di guerra, che ho reperito presso l’emeroteca della Biblioteca Nazionale di Firenze.139 127 LF, nn. 51 dell’11 novembre 1905, Il “Lavoratore” col I gennaio e 57 del 23 dicembre 1905. LF, n. 59 del 6 gennaio 1906. 129 LF, nn. 142 del 10 agosto 1907, riquadro a pag. 4 e 148 del 20 settembre 1907, PICCOLA POSTA. 130 LF, n. 236 del 10 aprile 1909 e seguenti. 131 LF, n. 260 del 25 settembre1909, inserzione a pag. 2. 132 LF, n. 283 del 5 marzo 1910, pag. 2, Ai corrispondenti. 133 LF, n. 308 del 27 agosto 1910, pag. 2. 134 LF, n. 330 del 28 gennaio 1911, pag. 1, L’ingrandimento del Giornale. 135 LF, nn. 370 del 4 novembre 1911, pag. 2, Per il LAVORATORE. Aumentiamo gli abbonati, firmato L’Amministratore e 415 del 15 settembre 1912, pag. 1, Federazione Provinciale Socialista Friulana. Statistica della diffusione del “Lavoratore” e delle Sezioni socialiste. Cfr. inoltre l’appendice 2. 136 LF, n. 407 del 21 luglio 1912, pag. 2, LETTERE SLAVE. Costituzione del gruppo socialista della Slavia italiana. 137 LF, n. 19 dell’8 maggio 1921, pag. 4, DAL GORIZIANO. 138 Sono registrati e numerati i sequestri, sempre sul numero successivo: i nn. 16 (2° sequestro), 17 (3°), 24 (4°), 25 (5°), 30 (6°), 32 (7°), 35 (8°). 128 Numero pagina • L’Emigrante, Bollettino Bimestrale del Segretariato dell’Emigrazione di Udine (sigla utilizzata di seguito: E), anno I, n. 1, Udine, marzo 1903: si tratta di un bimestrale, di cui si conserva solo questo primo numero. Riprende poi come Bollettino del Segretariato dell’Emigrazione di Udine, dal n. 2, anno I, Udine, 10 ottobre 1906, con cadenza approssimativamente mensile (la numerazione fa supporre che questo sia effettivamente il secondo numero, seguente al primo di tre anni avanti). Cambia denominazione in: Bollettino dei Segretariati dell’Emigrazione di Udine e Belluno dal n. 11, anno III, del 25 novembre 1908. La cambia nuovamente in: Bollettino dei Segretariati dell’Emigrazione di Udine, Belluno e Vittorio dal n. 12, anno IV, del dicembre 1909 ed infine in: Bollettino dei Segretariati dell’Emigrazione di Udine, Belluno e Treviso dal n. 4, anno VIII, del 1913. Sotto la testata, fin dal secondo numero, appare il motto: Con la fratellanza il benessere, Col benessere la redenzione morale, Coll’organizzazione la dignità del lavoro, Coi doveri e coi diritti la giustizia. Dal n. 4 del 1912 il periodico non indica più il mese di edizione, dato che le pratiche d’ufficio implicano un carico di lavoro variabile a seconda delle mensilità e costringono ad uscite ritardate anche di due mesi. Si uscirà quindi esplicitamente quand’è possibile, pur conservando dodici numeri all’anno. Dal n. 9 del 1913 i numeri sono però timbrati, con datazioni di molto sfasate rispetto al numero d’ordine a stampa. Le corrispondenze dalle sezioni locali sono raccolte nella rubrica VOCI DI CASA e sono frequenti nel periodo di permanenza invernale, fino all’inverno 1911-12: dopo esse spariscono quasi completamente. Il periodico, come annuncia una manchette sottostante al titolo, viene inviato gratuitamente a tutti gli iscritti. Edizione a stampa presso la Biblioteca Comunale “V. Joppi” di Udine. • IL GIORNALETTO – GAZZETTINO DEL POPOLO. Sono conservati gli anni 1905 e 1906 presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, nella sede centrale. La raccolta inizia con il n. 1 di domenica 1 gennaio 1905, anno III. Esce a Venezia, S. Canciano, Palazzo Perusini, 5590 a, e conta succursali a Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Udine, Verona e Vicenza.140 Gli abbonati sarebbero parecchie migliaia.141 Se si eccettua la prima pagina, talvolta dedicata a fatti di politica interna ed internazionale (ad esempio, fin dall’inizio del 1905, la guerra russo-nipponica, la rivoluzione in Russia e lo sciopero ferroviario; in agosto il massacro di Grammichele; il mese successivo il grande terremoto dell’8 settembre in Calabria) il giornale, di orientamento democratico anche se vi compaiono talvolta notizie sul Psi, è dedicato prevalentemente alla cronaca, locale e soprattutto nera. Nella cronaca della provincia di Udine, che appare quasi quotidianamente, sono frequenti le notizie riguardanti la Camera del Lavoro cittadina. Dal 1° novembre 1905 il giornale muta la sua intestazione in: IL GIORNALETTO – QUOTIDIANO DEL VENETO SOCIALISTA. Con quel numero, che riprende la numerazione a partire dal n. 1 dell’anno I, assume le funzioni di direttore Francesco Ciccotti che apre il quotidiano con un suo editoriale. 142 Il Giornaletto esce - promosso da Elia Musatti - a Venezia come quotidiano socialista, in alternativa a Il Gazzettino.143 Cambia il carattere del quotidiano che, oltre a darsi un’impostazione chiaramente socialista, presta maggiore attenzione alle tematiche politiche e sociali. Per circa un mese non si hanno notizie dal Friuli; le corrispondenze riprendono a fine novembre, inizialmente solo dalla città e successivamente dalla provincia, a dimostrazione forse di una difficoltà a mantenere le relazioni con il/i corrispondente/i in provincia. Nel marzo ed aprile del 1906 su Il Giornaletto ci sono quotidiane corrispondenze sullo sciopero di Fiume di Pordenone, sia in cronaca locale che in quella di Udine, con talvolta richiami in prima pagina. Nel maggio-giugno 1906 Il Giornaletto viene definito organo dei socialisti rivoluzionari, in occasione dell’appello agli elettori popolari a rieleggere il deputato socialista bellunese Antonio Perera. 144 L’ultimo numero è il 312 di giovedì 13 settembre 1906, nel quale il direttore si congeda. Dichiara che, dopo aver rilevato l’anno precedente la situazione disastrosa del quotidiano, non si è riusciti a risanarla, avendo a tutt’oggi rinnovato solo 700 dei 1400 abbonamenti. Negli ultimi mesi le corrispondenze dal Friuli sono molto rarefatte, e quasi solo provenienti dal capoluogo. Ho avuto la ventura di studiarli proprio nelle ultime giornate di apertura al pubblico della sezione staccata, collocata negli splendidi ed accoglienti ambienti ricavati nei bastioni di Forte Belvedere. Dalla fine dell’estate del 2002 è stata decisa la chiusura al pubblico dell’emeroteca, con una inspiegabile decisione che ha deviato gli studiosi nella già satura sede centrale, allungando a dismisura i tempi di consegna del materiale a stampa, prima usufruibile praticamente “in tempo reale”. 140 Il primo numero si presenta Ai lettori, agli amici, ai corrispondenti, ai rivenditori, a tutti coloro che ci amano, che ci seguono e che ci aiutano, e che furono e sono tanta parte del successo trionfale del Giornaletto. (…) Volevamo dare alla nostra Regione un giornale schiettamente democratico che rispecchiasse la vita popolare del Veneto, che fosse l’eco dei lavoratori e che offrisse al pubblico con la minima spesa un notiziario completo e sollecito degli avvenimenti. Possiamo dirlo con legittimo orgoglio di aver raggiunto lo scopo e di averlo anzi superato, perché coi nostri sacrifici e col favore del pubblico che gli ha dato una diffusione immensa, abbiamo fatto del Giornaletto uno strumento di previdenza, di cui non ci è esempio nella storia del giornalismo italiano. Forti del successo nell’anno che oggi incomincia, continueremo nell’opera intrapresa lavorando e preparando al pubblico nuove sorprese e nuovi vantaggi. 141 G, n. 4 di mercoledì 4 gennaio 1905, pag. 1, AI NUOVI ABBONATI. 142 G, n. 1 di mercoledì 1 novembre 1905, pag. 1. 143 Cfr. ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso,cit., terzo volume, pag. 626. 144 Dimessosi insieme agli altri deputati socialisti per protesta contro gli eccidi di lavoratori, Perera non verrà rieletto per pochi voti e sarà un’eccezione di fronte alla generale rielezione dei suoi compagni: P, nn. 113 di martedì 15 maggio 1906, pag. 3, I rivoluzionari bellunesi fanno appello ai “microbi borghesi” e 130 di lunedì 4 giugno 1906, pag. 1, Le elezioni di ieri nei collegi socialisti. Su Antonio Perera, deputato socialista eletto a Belluno nel 1904, sappiamo solo che è avvocato: cfr. MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., secondo volume, pag. 305. 139 Numero pagina • Il Paese, Organo della Democrazia Friulana (sigla utilizzata di seguito: P), settimanale, esce per la prima volta il 21 marzo 1896 (sabato) in Udine. Nei primi anni è quasi esclusivamente un giornale cittadino, con pochissima cronaca dalla provincia, rarissima da Pordenone, per il resto soprattutto da San Daniele, San Vito al Tagliamento, Cividale, Palmanova e da altri comuni del Friuli centrale. Le corrispondenze da Pordenone diventano regolari a partire dalle elezioni amministrative del 1899, pur mantenendo un andamento discontinuo per tutta la durata del giornale. Spesso le corrispondenze sono firmate, esplicitamente o con pseudonimi, da esponenti socialisti pordenonesi, per cui le opinioni del giornale sembrano essere comuni ai due partiti: anzi, negli anni in cui si sta formando, il gruppo dirigente del Psi pordenonese sembra utilizzare quest’organo di stampa per la propria comunicazione. Dopo le elezioni politiche del 1904 Il Paese conclude le pubblicazioni con il numero del 31 dicembre 1904, ritenendo finita la sua funzione, di fronte alle divisioni nel movimento democratico ed alla presenza di un quotidiano della stessa area politica, Il Friuli. Le pubblicazioni riprendono con il 18 ottobre 1905 come quotidiano, per fronteggiare il passaggio nel campo avverso proprio de Il Friuli; la cronaca da Pordenone riprende con il numero successivo. Con il passare degli anni, attraverso la lettura del settimanale e poi quotidiano radicale, si osserva il progressivo spostamento a destra di quel partito politico: dai primi anni nei quali, nel clima dei Blocchi Popolari, il giornale dà espressione ed è finanziato anche dalle prime presenze socialiste145 e dà informazioni sull’attività della Camera del Lavoro (la rubrica si intitola Movimento Operaio) alla propaganda militarista ed irredentista a favore del riarmo al confine orientale fino alla feroce polemica interventista ed antisocialista. Ma ancora nel 1908 troviamo articoli di due esponenti socialisti come Felice Momigliano ed Enrico Fornasotto. Il Paese si congeda dai lettori con l’ultimo numero del 5 giugno 1915. Ormai da alcuni giorni le quattro pagine tradizionali si sono ridotte a due, ed iniziano a presentarsi gli spazi bianchi imposti dalla censura militare. I due redattori partono per la guerra, l’uno richiamato e l’altro volontario. Non c’è più spazio per battaglie civili quando a pochi chilometri c’è da combattere una ben diversa guerra. 146 Edizione a stampa presso la Biblioteca Comunale “V. Joppi” di Udine, praticamente completa (con l’esclusione dei primi dieci mesi del 1914). • Il Comunista Friulano, settimanale delle federazioni di Udine e Gorizia del Partito Comunista d’Italia. Vengono pubblicati cinque numeri, dal 24 aprile al 22 maggio 1921, per essere poi sostituito da Spartaco. Edizione a stampa presso la Biblioteca Comunale “V. Joppi” di Udine. • Spartaco, Organo del Partito Comunista d’Italia - Federazioni di Gorizia-Udine-Belluno. Riproduzioni dagli originali presso la Biblioteca Comunale di Gorizia, nell’archivio privato della prof. Teresina Degan. Si tratta di tutti i 14 numeri del settimanale comunista uscito dal 16 giugno al 20 settembre 1921. Esce inizialmente il giovedì, poi il venerdì, a Gorizia, stampato dalla tipografia Narodna Tiskarna ed è diretto da Giuseppe Tuntar, deputato comunista di Gorizia. Nel primo numero si precisa che Spartaco è la continuazione de Il Comunista Friulano. Cessa per la scelta di concentrare tutte le energie del partito sul quotidiano Il Lavoratore di Trieste.147 • Il Lavoratore, Organo della Federazione Socialista della Venezia Giulia. Quotidiano, inizia da martedì 15 giugno 1920 le corrispondenze Dalla provincia di Udine (non vanno confuse, come nel caso de Il Lavoratore Socialista, con quelle dal Friuli, dedicate invece all’area del Monfalconese, del Goriziano e del Cervignanese). Le corrispondenze - prevalentemente da Udine e dalla Carnia, mentre non ci sono notizie da Pordenone - per alcune settimane sono quasi quotidiane; in luglio non appaiono e poi riprendono discontinuamente dal 24 settembre. Dopo la distruzione della sede del quotidiano da parte fascista148, giungono innumerevoli sottoscrizioni per la ricostruzione da Trieste, divise fra le varie categorie di lavoratori, molte dagli equipaggi delle navi mercantili, ma tantissime provengono anche da ogni parte d’Italia. Fra le prime (fra le non molte dal Friuli) il 27 ottobre c’è quella della Sezione socialista di Torre per il nostro giornale. Giovedì 4 novembre sottoscrivono 15 lire gli operai del reparto fonderia delle officine Genio di Pordenone (si tratta probabilmente delle officine Licinio). Mercoledì 16 novembre due sottoscrizioni sono versate dopo le conferenze di Felice Marchi: 14 lire da San Vito al Tagliamento, 16 dai contadini di Cordovado (che hanno appena conquistato l’Amministrazione Comunale). Giovedì 11 novembre versa 150 lire la Cooperativa di Lavoro “La Spilimberghese” di Spilimbergo. Il 4 dicembre giungono a mezzo di A. Cipolat 15 lire dalla maggioranza dei consiglieri comunali avianesi, riuniti per formare la sezione socialista; mercoledì 12 gennaio 1921 71,88 lire dalla Lega di Resistenza di Roveredo in Piano. Le sottoscrizioni, più che le rare corrispondenze, testimoniano della diffusione del quotidiano in Friuli ed anche nel suo territorio 145 Nel n. 51 del 6 marzo 1897, a pag. 3, appare l’inserzione pubblicitaria del socialista Libero Grassi, già premiata Sartoria Grassi e Corbelli, rivendita di abbigliamento. Si trova pure inserito un volantino del Psi, stampato il 12.3.1897 alla Tipografia Cooperativa di Udine, per sostenere la candidatura al Parlamento di Ruggero Panebianco. Nel n. 293 del 3 agosto 1901, appare a pag. 3 la pubblicità del laboratorio fotografico di Luigi Pignat, altro fondatore del Psi udinese. 146 P, n. 132 di sabato 5 giugno 1915, pag. 2, COMMIATO. 147 Spartaco, nn. 1 del 16 giugno 1921, pag. 2 e 12 del 20 settembre 1921, pag. 1. Le altre notizie sono trascritte dal frontespizio della busta di fotocopie conservate presso l’archivio privato della prof. Teresina Degan. 148 La prima incursione fascista nella sede del quotidiano, con la distruzione della redazione e gravi danni alla tipografia, avviene il 14 ottobre; le pubblicazioni possono essere riprese solo una settimana dopo. Cfr.: PIEMONTESE, Giuseppe, cit., pagg. 390-393. Piemontese si contraddice e, dopo aver detto che la sospensione del giornale dura una settimana, fissa la ripresa al 9 novembre, il che è palesemente sbagliato visto che il giornale - effettivamente . riprende nella seconda metà di ottobre. Numero pagina • • • • occidentale, presumibilmente in abbinamento con Il Lavoratore Friulano, con una specializzazione fra i due giornali: il quotidiano per il notiziario nazionale ed internazionale ed il settimanale per quello provinciale e locale. Ai primi di febbraio Il Lavoratore viene occupato dai comunisti, risultati maggioritari nella federazione triestina del Psi; pochi giorni dopo, il 10, il quotidiano viene nuovamente bruciato dai fascisti. Riprenderà il 10 settembre, come Organo del Partito Comunista d’Italia, con cronache Dalle Tre Venezie, prevalentemente provenienti dalle provincie di Venezia (oltre che dal capoluogo, dal Portogruarese), Udine, Belluno, Treviso, Vicenza, dall’ex Friuli austriaco, dall’Istria e talvolta da Fiume. Dal Friuli occidentale, le non frequenti corrispondenze giungono soprattutto da Pordenone e dallo Spilimberghese. Nel 1922 le corrispondenze dal Triveneto diventano più rare, prevalentemente da Portogruaro, Venezia e Vicenza. Mancano taluni numeri di quell’annata (da domenica 29 ottobre a mercoledì 6 dicembre), così come risulta introvabile il periodo dal gennaio al luglio 1923, nel quale il quotidiano triestino rimane l’unico organo di informazione nazionale del Pcd’i durante l’imperversare della repressione del nuovo governo fascista (che infine porterà anche alla sua sospensione). E’ conservato invece il giornale che torna ad uscire a partire dal 15 marzo 1924 come Il Lavoratore. Settimanale dell’Unità Proletaria , organo unitario del Pcd’i e della corrente terzinternazionalista (“terzina”) del Psi. In questo periodo sono rare le cronache e le sottoscrizioni dal Friuli (si tratta quasi sempre di Udine), mentre provengono da Trieste, Istria e Friuli orientale e Fiume. Dal n. 24 del 23 agosto 1924 il giornale diventa Settimanale del Partito Comunista d’Italia per l’unificazione fra le due organizzazioni politiche editrici. Alle sottoscrizioni Pro Lavoratore si aggiungono durante il corso dell’anno, dopo il delitto Matteotti, quella per un monumento ai caduti proletari a Trieste e poi quella per il Soccorso Rosso Internazionale (a favore degli emigrati perseguitati politici e degli arrestati). A partire dai primi mesi del 1925 ci sono stabili cronache dall’Udinese (pur non essendoci sottoscrizioni dal Friuli) , ma cominciano anche ad uscire numeri di solo due facciate. In aprile-maggio per un mese, e poi da luglio a novembre mancano vari numeri del giornale (probabilmente sequestrati) e non ci sono corrispondenze dal Friuli. L’ultimo numero ad uscire è il n. 94 del 14 novembre. Edizione microfilmata presso la Biblioteca Civica di Trieste. 149 Il Lavoratore Socialista, Organo della Federazione Socialista della Venezia Giulia. Quotidiano, riporta saltuariamente poche notizie dalla provincia di Udine: quelle per il Pordenonese sono pressoché corrispondenti agli articoli de Il Lavoratore Friulano. Anche in questo caso è però accertata la diffusione in provincia di Udine, sia per la pubblicazione di inserzioni pubblicitarie (quella per la convocazione dell’assemblea del 7 agosto 1921 della Cooperativa Mandamentale di Lavoro di San Vito al Tagliamento150), sia per l’indicazione esplicita dei luoghi di diffusione nel 1922: Ampezzo, Cividale, San Daniele, Palmanova, Tolmezzo, Tricesimo, Udine (in 3 edicole), nessuno dei quali però è situato nel Friuli occidentale. 151 Edizione a stampa presso la Biblioteca Civica di Trieste: sono conservati i giornali dal 1° luglio 1921 al 31 maggio 1922. Il Tagliamento, esce dal 1871 fino all’invasione austro-tedesca del 1917 (conclude le sue uscite con il n. 36 di quell’anno). Periodico settimanale (nel 1911); Periodico settimanale - organo del Friuli Occidentale (nel 1914), esce il sabato. Edizione microfilmata presso la Biblioteca Civica di Pordenone (sigla utilizzata di seguito: T).152 Il Giornale di Udine, quotidiano politico del mattino , presso la Biblioteca Civica “V. Joppi” di Udine (sigla utilizzata di seguito: GU). Nasce nel 1866, fondato da Pacifico Valussi immediatamente dopo il ritorno ad Udine dall’esilio lombardo (egli è senza dubbio la figura più alta e completa espressa dal Friuli nell’ultimo secolo sul piano politico153), come espressione di quegli ambienti udinesi che si rifanno alla Destra liberale governativa, in contrapposizione agli ambienti della Sinistra che troveranno espressione nell’altro quotidiano “La voce del popolo”154. La Patria del Friuli, presso la Biblioteca Civica “V. Joppi” di Udine in microfilm e cd rom; presso la Biblioteca Civica di Pordenone in cartaceo (sigla utilizzata di seguito: PdF), quotidiano udinese che inizia le sue pubblicazioni l’8 ottobre 1877 come espressione locale della Sinistra storica, fondato e diretto da Camillo Giussani e poi, dagli inizi del ‘900 di Domenico Del Bianco, mantenendosi sempre nell’area moderata.155 Su Il Lavoratore in questo periodo, cfr inoltre: RANCHI, Sergio, ROSSI, Marina, COLLI, Mario, Il Lavoratore. Ricerche e testimonianze su novant’anni di storia di un giornale, Trieste, Dedolibri, 1986, pagg. 35-55. 150 Il Lavoratore Socialista di venerdì 29 luglio 1921. 151 Il Lavoratore Socialista di domenica 19 marzo 1922, pag. 4, Dov’è in vendita il nostro giornale. 152 DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 88: Nel 1910 Il Tagliamento, settimanale finanziato dagli industriali tessili (...); pag. 89, riferendosi alle elezioni amministrative del 1911: (...) e la rappresentanza del partito socialista aumentò in suffragi ed eletti; con malcelato disappunto del settimanale Il Tagliamento che ormai godeva anche dei finanziamenti degli industriali tessili. Cfr. inoltre: LF, n. 25 del 13 maggio 1905, Impressioni... borghesi: Questo foglio di carta, sussidiato, come si sa, dagli industriali, è, anche per la circostanza, divenuto il ricettacolo di tutte le immondezze con le quali certi malviventi della politica pare vogliano, anche per miserrimo livore personale, inzaccherare le figure socialiste. 153 TESSITORI, Tiziano, Albori di vita politica in Friuli (1866-1867), Udine, Arti Grafiche Friulane, 1956, pag. 13. 154 TESSITORI, Tiziano, Albori di vita politica in Friuli, cit., 1956. 155 RINALDI, Carlo, Il giornalismo politico friulano dall’unità d’Italia alla resistenza, Udine, Comitato per la preparazione e realizzazione editoriale e stampa della storia del giornalismo friulano dall’unità d’Italia al fascismo, 1986. 149 Numero pagina • Il Popolo, organo dei popolari della Destra Tagliamento, inizia le pubblicazioni nel gennaio 1922. Era stato preceduto da un periodico con lo stesso titolo (ed il sottotitolo settimanale per gl’interessi morali ed economici delle nostre popolazioni ) nel 1913, per la campagna elettorale di Marco Ciriani nel collegio di Spilimbergo, e da La Concordia, che aveva cessato le pubblicazioni nel 1917 con l’occupazione austro-tedesca. Con le leggi eccezionali del fascismo, il giornale passa alla Diocesi di Concordia. Diretto da G.B. Biavaschi, avvocato e deputato popolare al Parlamento, ex direttore dell’Ufficio Provinciale del Lavoro. Edizione a stampa di cui manca la prima pagina del n. 1 presso la redazione dello stesso settimanale, in Curia vescovile a Pordenone. • Il Friuli, quotidiano dei popolari friulani . Esce ad Udine dal 1919 al 1925 Edizione microfilmata presso la Biblioteca Civica “V. Joppi” di Udine. • Il Lavoro, Organo settimanale della Democrazia Friulana. Anche questo è un periodico di carattere essenzialmente elettorale, in questo caso rivolto alle amministrative dell’autunno 1920. E’ realizzato dal Partito del Lavoro, sorto nel primo dopoguerra per aggregare lo schieramento della democrazia radicale friulana. Sedici numeri dal 4 ottobre 1920 all’8 febbraio 1921. A fianco del titolo vengono pubblicate delle manchettes con violenti slogan antisocialisti. Edizione a stampa presso la Biblioteca Comunale “V. Joppi” di Udine. • Il Popolo Friulano, settimanale, esce in Udine il sabato a partire dal luglio 1924. E’ diretto dall’on. Arturo Ravazzolo e da Giuseppe Castelletti. Singoli numeri e ritagli nell’archivio privato di Guido Rosso. • Il Giornale del Veneto, Quotidiano fascista, esce come nuova serie de L’Eco del Piave. Viene pubblicato a Treviso sotto la direzione dell’On. Giuseppe Olivi, e nel marzo 1926 è al quinto anno di edizioni. Singoli numeri e ritagli nell’archivio privato di Guido Rosso. • Vedetta Fascista, Quotidiano ufficiale del Fascismo Vicentino , edito a Vicenza, fondato e diretto da Alberto Garelli. Nel 1928 siamo al terzo anno di edizione. Singoli numeri e ritagli nell’archivio privato di Guido Rosso. • Il Regime Fascista, Fondatore: ROBERTO FARINACCI, edito a Cremona. Nel 1944 è al trentesimo anno di edizione (ha probabilmente rilevato una precedente testata). Singoli numeri e ritagli nell’archivio privato di Guido Rosso. • Libertà, quotidiano d’informazioni della provincia di Udine , quotidiano antifascista edito ad Udine, esce in tre edizioni diversificate nelle cronache locali, provenienti dal Friuli occidentale, da quello centromeridionale e da quello settentrionale. Il quotidiano era uscito per la prima il 2 maggio 1945, il giorno dopo la liberazione di Udine, edito dal Cln e diretto dal vecchio giornalista socialista Felice Feruglio; cesserà le pubblicazioni alla fine del 1946. 156 Singoli numeri e ritagli nell’archivio privato di Guido Rosso; edizione microfilmata presso la Biblioteca Comunale “V. Joppi” di Udine. • L’Arno 2000, settimanale di politica e cultura , edito a Firenze. Singoli numeri e ritagli nell’archivio privato di Guido Rosso. LIBRI, OPUSCOLI ED ARTICOLI DI DIRIGENTI SOCIALISTI La Biblioteca Comunale “V. Joppi” di Udine, grazie probabilmente alla direzione di Felice Momigliano nei primi anni del Ventesimo Secolo, è dotata di una notevole disponibilità di testi prodotti da esponenti del Psi nazionale dell’epoca. Opuscoli, ma anche testi politici e letterari, come pure un manuale di grande spessore (non solo materiale) come quello sulle municipalizzazioni di Giovanni Montemartini. A questi si aggiungono pubblicazioni di varia provenienza sulla situazione migratoria del Friuli e sulle condizioni della provincia nel primo dopoguerra. Per alcuni autori anche di interesse più locale è conservata l’antica schedatura dei loro articoli sui quotidiani o periodici locali, per esempio nel caso del sacilese Enrico Fornasotto. Una parte minore di materiale è stato possibile reperire presso la Biblioteca Civica di Trieste. Di una serie di altri testi sull’azione del Psi, in particolare nelle pubbliche amministrazioni, è stata possibile la consultazione grazie al prestito interbibliotecario, attraverso la cortese e disponibile collaborazione del personale della Biblioteca Civica di Pordenone che ha provveduto pazientemente a procurarlo nelle più disperse biblioteche della Penisola. 2.2.3 - Criteri utilizzati nella trascrizione delle fonti. I passi tratti dalle fonti, o le citazioni integrali da testi riportati nella bibliografia, sono riprodotti in grassetto. I passi evidenziati in corsivo negli originali sono riprodotti - per mantenere il fine di evidenziarli in grassetto corsivo. Viene normalmente utilizzato il corsivo per le denominazioni degli organi di informazione od i titoli di libri, poesie, canzoni o musiche, nonché per i termini di origine diversa dalla lingua italiana, con l’esclusione di quelli ormai abitudinalmente inseriti nella pratica del nostro linguaggio. I testi originali sono stati trascritti esattamente come li ho trovati, senza apportarvi correzioni, conservandone gli usi linguistici tipici dell’epoca e le eventuali comuni improprietà di linguaggio ed usi 156 RINALDI, Carlo, Il giornalismo politico, cit., pagg. 453-454, nota di Giorgio Zardi su Resistenza e stampa in Friuli. Numero pagina erronei o datati nell’ortografia: particolarmente l’uso della virgola fra soggetto e predicato della frase, oppure il mancato raddoppio della consonante nelle parole composte (anche se molte sono state raddoppiate dalla correzione automatica dei computers portatili utilizzati). Una eccezione è quella relativa all’uso improprio di accenti fonici gravi ed acuti, in certi periodi reso inoltre non distinguibile dall’uso di caratteri tipografici dotati di un accento perfettamente verticale. In linea di massima ho riscontrato negli originali un uso quasi esclusivo dell’accento grave. Un’altra eccezione è la trascrizione di alcune località, che vengono rese in termini differenti a seconda delle epoche: ad esempio all’inizio del Novecento due frazioni cotoniere di Pordenone vengono trascritte come Roraigrande e Borgo Meduna, mentre un secolo dopo, ai nostri giorni, succede esattamente il contrario, con l’acquisizione della grafia di Rorai Grande e di Borgomeduna: ho scelto di mantenere la prima versione solo nel riportare i testi originali. Mi sono limitato a correggere quelli che ho ritenuto refusi tipografici, la cui conservazione avrebbe solo testimoniato della maggiore o minore attenzione, ma anche credo della frettolosità e dei carichi di lavoro dei tipografi impegnati nella composizione. L’aumento dei refusi in occasioni come quelle dei resoconti elettorali evidenzia l’emergere già agli inizi del secolo di quella bramosia dello “stare sulla notizia” che ai nostri giorni porta al martellare di notizie inutili, ripetute od inesistenti pur di non rischiare di arrivare pochi istanti dopo i mezzi di comunicazione di massa concorrenti. Ho solo inserito, sempre evidenziandole fra parentesi, rare integrazioni in parole monche, il cui significato sarebbe stato reso altrimenti incomprensibile. Lo stesso criterio ho utilizzato per le fonti archivistiche, per i refusi dei redattori, ma anche per le evidenti sgrammaticature degli amministratori, sindacalisti e cooperatori socialisti, dei quali emerge la grande volontà di esprimersi insieme con le difficoltà degli autodidatti: in questo caso le correzioni, sempre limitate al minimo indispensabile, vogliono essere anche un omaggio a persone capaci di grandi doti analitiche ed operative, pur nel limite di una non pienissima padronanza della lingua. Ho fatto il massimo per trascrivere esattamente le parole tratte da testi che, per la consunzione degli originali o per la cattiva resa dei microfilm e delle fotocopie, sono oggi di difficile lettura. Ho anche cercato di individuare la collocazione geografica dei luoghi di emigrazione, dai quali giungevano corrispondenze o sottoscrizioni: ma in molti casi, credo soprattutto a causa dell’imprecisione originaria di testi scritti generalmente a mano, con grafie incerte ed utilizzando la matita copiativa al posto dell’inchiostro 157, non è stato possibile individuarli correttamente; inoltre va tenuto conto che spesso i luoghi di emigrazione, per esempio dei fornaciai, erano località di minore importanza non rintracciabili su una carta geografica a grande scala. Debbo inoltre scusarmi per il fatto che il mio computer non contiene un programma con i caratteri di scrittura necessari per rendere le particolarità consonantiche delle lingue slave, cosa per la quale spesso lettere come “c” ed “s” sono trascritte senza i dovuti accenti. Faccio infine ammenda fin d’ora per eventuali errori dovuti alla mia disattenzione in sede di controllo del testo. Un’ultima precisazione, di carattere esclusivamente filologico ma necessaria di una spiegazione per molte persone che potrebbero intenderla come un utilizzo ideologico o poco riguardoso di un termine che ricorre con frequenza nella prima parte del testo. Ho usato il termine “clericale”, al posto di quello di “cattolico”, non senza incertezze e ripensamenti, scegliendo comunque di utilizzare l’espressione che mi sembra la più corretta per indicare il movimento politico cattolico prebellico ed utilizzata anche da un esponente politico cattolico di prima grandezza come Tiziano Tessitori nella sua opera dedicata alla Storia del movimento cattolico in Friuli. Credo infatti che, lungi dal diminuire l’importanza del movimento cattolico nella storia nazionale e locale vada ricordato - sulla base del lavoro di Arturo Carlo Jemolo - che cattolici erano anche quasi tutti i dirigenti dell’Italia liberale, ad iniziare da Cavour, pur essendo essi avversari del papato romano e di quei politici ad essi rimasti fedeli. Per questo la dizione “clericali”, lungi dal voler essere un giudizio di valore, sta semplicemente a rappresentare quella parte dello schieramento politico che rimane fedele alla Chiesa cattolica e ne segue le direttive, dapprima in una rigorosa astensione e poi nella lunga marcia di avvicinamento alle attività del nuovo stato nazionale italiano. In tal senso viene utilizzata qui un’espressione che nel linguaggio del Ventunesimo Secolo ha ormai acquisito un forte significato polemico, ma che in questo contesto serve semplicemente a ricordare che non tutti i politici cattolici si identificavano con la linea impressa dal Vaticano, ma anzi molti se ne distanziavano, sia quei clerico-liberali che maggiormente accentuavano la loro espressione di fede ed erano sensibili al recepimento di alcune richieste confessionali da parte dello Stato - di cui erano parte convinta - che quei liberali e democratico-radicali fedeli invece ad una rigorosa distinzione di funzioni fra Stato e Chiesa. Anche tra i socialisti, infine, nonostante la chiusura all’adesione di chiunque manifestasse una fede religiosa, possiamo intuire la presenza di persone che privatamente professano la propria fede cattolica, come si potrà rilevare nel caso del più importante esponente del socialismo pordenonese, Giuseppe Ellero. Non potrei infine concludere questo resoconto del programma di lavoro realizzato, senza aver rivolto un profondo ringraziamento alla mia compagna Cristina Zidarich, per la partecipazione e la solidarietà con cui lo ha seguito in questi anni, contribuendovi con le sue puntuali osservazioni e con il paziente lavoro di correzione dei testi. 157 Forni di Sotto - Ti preghiamo a voler scrivere a penna con inchiostro nero: la scrittura a matita, sia pur copiativa, riesce spesso di difficile lettura. Cfr.: LF, n. 276 del 15 gennaio 1910, pag. 4, PICCOLA POSTA. Numero pagina Capitolo 3. Il Friuli di fine Ottocento. 3.1 - Il territorio friulano: una piccola patria senza confini. Il miraggio dell’isolamento. Percorrendo la pianura friulana, in una ventosa mattina d’inverno, si ha una strana sensazione, quasi di trovarsi all’interno di un piccolo mondo chiuso e autosufficiente. Il teatro formato dalle Alpi e Prealpi Carniche e Giulie chiude l’orizzonte a settentrione senza soluzione di continuità. Alle spalle il mare. Forse questo sguardo ha costituito l’origine di un’illusione, cullata di generazione in generazione, ed alimentata nella ideologia conservatrice del Friuli come comunità primordiale, continuamente messa alla prova da interventi esterni che hanno tentato invano di modificarne gli equilibri immutabili. 158 Di bessôi, da soli, i friulani sarebbero usciti indenni da tutte le tempeste della storia, ed anche della geografia. L’ultima volta accadde dopo il terremoto del 1976, quando qualche giornalista venuto da fuori si azzardò a profetizzare il passaggio “dalle tende al deserto”, mentre ne scaturì invece un intervento modello rispetto alle altre esperienze nazionali, precedenti e successive. Ma se il volano della ricostruzione e dello sviluppo era stata certamente l’azione delle istituzioni di governo locale, tutto ciò sarebbe stato impossibile senza il sostanzioso intervento economico nazionale.159 In realtà quello sguardo invernale è un miraggio, tanto fuggevole quanto ingannatore. A ben pensarci, già l’origine fisica ne disvela l’inganno. Non è friulano, quell’impersonale tecnico di scena che periodicamente solleva il sipario di sottili polveri e vapori. Non è neanche originario di quella Trieste che i casi imprevedibili della storia hanno regalato al Friuli come inevitabile e poco amato capoluogo di regione. La bora, quel soffio di vento tanto breve quanto violento, è l’avvertimento che il subcontinente balcanico, il sud-est dell’Europa, regala periodicamente ad un mondo marino e mediterraneo troppo spesso dimentico ed incline ad occultare una realtà tanto vicina quanto rimossa. Se torniamo a poggiare più attentamente il nostro sguardo, potremo vedere i particolari che ci aiuteranno a disvelare l’inganno. Davanti a noi l’asta del Tagliamento divide idealmente l’orizzonte in due metà asimmetriche. Ad occidente l’arco delle Prealpi Carniche, dominato dal massiccio del Cavallo, termina con l’estrema propaggine del Cansiglio: la terra dei Cimbri sopravvissuti ai soldati di Mario, l’antico bosco da remi della Serenissima. In realtà non si tratta di un termine, ma della vicina ed imponente sottolineatura posta alla fuga più lontana delle Prealpi Bellunesi, fino all’orizzonte brumoso in cui alla sera, dopo il Grappa ed i Lessini, il sole s’immerge nelle acque del Garda. Quella che appariva superficialmente la cerniera occidentale del piccolo mondo è in realtà una prua, infilata nel mare della pianura veneta, estrema propaggine della grande pianura alluvionale creata fra Alpi ed Appennini dal Po e dai suoi affluenti. E la piana del Friuli altro non è che la sua più orientale prosecuzione, con le stesse caratteristiche di formazione, ed alcune particolarità che ne narrano la difficoltà - per il genere umano - a portare avanti per generazioni una esistenza più stentata che altrove. Ad oriente la riviera delle Prealpi Giulie è immediatamente dominata dalla retrostante catena alpina, con il Canin a torreggiare. Man mano che il nostro sguardo volge a sud, la linea dell’orizzonte si abbassa, fino a poggiarsi sulle lievi ondulazioni dell’altipiano carsico e su quelle ancor minori dell’Istria. Anche ad oriente la sensazione superficiale è di un confine chiuso, rafforzata dal precipitare dei monti nel mare. Ma proprio dietro le vette più alte si nascondono comodi passi alpini. Poco più a nord di Venzone il Tagliamento abbandona l’ultima sede (la più orientale) che ha deciso di occupare nella sua lunga storia (molto più lunga di quella degli uomini) per dirigersi improvvisamente a sud. 160 Ad est, il torrente Fella segna quello che la storia dei commerci umani ha chiamato il Canal del Ferro: la soglia attraverso cui accedere all’Europa centrale, per chi venga dal Mediterraneo ed attraverso il 158 Il “culto della friulanità” fu dapprima definito, proprio nel primo dopoguerra, dalla Società Filologica Friulana sorta nel 1919, con l’obiettivo di conservare il patrimonio culturale locale in un momento di profonde trasformazioni politiche e sociali. Su tale impostazione non ebbe difficoltà ad inserirsi il fascismo, con un’attività di valorizzazione delle tradizioni locali in funzione di organizzazione del consenso e di mantenimento della stabilità sociale. E’ proprio dai dirigenti della Filologica di quegli anni - come lo storico, giurista e senatore fascista Pier Silverio Leicht che la presiedette dal 1925 - che viene l’affermazione della funzione nazionale ed antislava della conservazione delle tradizioni, aggregate attorno alla figura del friulano lavoratore e soldato, baluardo dei rapporti sociali tradizionali all’interno e della compagine nazionale di origine latina di fronte al mondo slavo. Confronta: LEONARDUZZI, Andrea, cit., pagg. 43-46. 159 Per le caratteristiche dell’intervento di ricostruzione, che è arrivato a risultati paradossali, sia in termini di sovracostruzione di insediamenti produttivi che di patrimonio abitativo, cfr.: FABBRO, Sandro (a cura di), 1976-1986 La ricostruzione del Friuli, Udine, IRES, 1986. Per una valutazione sulla realtà del Friuli terremotato, cfr. GEIPEL, Robert, Friuli. Aspetti sociogeografici di una catastrofe sismica, Milano, Angeli, 1979. 160 MARINELLI, Giovanni (a cura di), Guida della Carnia (bacino superiore del Tagliamento), Udine, Società Alpina Friulana, 1898 (ristampa Modena, Litografia Dini, 1981), pag. 54. Numero pagina lungo Adriatico approdi nei porti collocati a ridosso delle lagune venete. Lagune che, da Caorle a Marano a Grado, sono state dalla fine del dominio romano il terreno permeabile fra la campagna friulana ed il mondo mediterraneo, con quei pochi chilometri di acque basse stagnanti che fino all’inizio del Quindicesimo Secolo segnavano il confine fra il Friuli ed il mondo bizantino e poi veneto. Ma per la stessa soglia, quella di Saifnitz o di Camporosso, si può scendere non solo dal nord al sud, ma anche dall’est ad ovest. Questo facile spartiacque divide il bacino orografico del Tagliamento, le cui acque confluiscono nell’Adriatico, da quello del Danubio, che qui giunge grazie alle sue lunghe propaggini della Drava e della Sava. Ed il punto di confine, pur in quella stretta valle, può essere quanto mai sottile, come lo era quello sul torrente Pontebbana che segnava i pochi metri tra la Pontebba italiana e la Ponthafel (Ponte a Fella) tedesca. Non a caso i patriarchi di Aquileia avevano costruito una strategica fortezza a Chiusaforte (la Scluse, un nome che non ha bisogno di spiegazione161), poco più a valle, e lì avevano potuto dimostrare il loro valore le cernide contadine friulane ai tempi della guerra di Cambrai.162 Poco più a sud di Saifnitz/Camporosso, il passo di Raibl/Predil conduce alla lunga valle dell’Isonzo, che divide le Giulie (Alpi da Prealpi) e si affaccia nella pianura friulana a Gorizia, segnando un altro luogo secolare di percorsi e di traffici. E proprio a Gorizia l’Isonzo (Soca per gli sloveni) riceve sulla sua sinistra, dall’oriente, il Vipava/Vipacco, il quale nasce ai piedi della facile sella sotto il monte Nanos/Re. Se nel Quattrocento i Turchi potevano aggirare con facilità la “muraglia” costruita dai veneziani sull’Isonzo, nei secoli successivi la ciclopica fortezza di Palmanova rimase a guardare l’attiguo fragile confine con il Friuli imperiale con la stessa utilità di una cattedrale nel deserto. E poi, più giù, il Carso, l’Istria protesa nell’Adriatico, le insenature del Quarnero... Non c’è da stupirsi che dalla notte dei tempi questa sia stata una zona piuttosto frequentata, e non servivano certo le opere fortificate per impedire il passaggio ad alcuno. Un’identità stratificata. Gli stessi longobardi, sfiancati dalle invasioni degli Ávari, e desiderosi probabilmente di consolidare il modus vivendi con i loro turbolenti alleati slavi, concessero a questi ultimi di insediarsi nelle vallate delle Alpi Giulie. Un insediamento giunto dall’alto medioevo ai nostri giorni in termini pressoché immutati, e che connota tutti i lembi orientali del Friuli, scendendo da nord verso sud, dalla windica Val Canale conquistata nel 1918 alla Val Raccolana, dalla Val di Resia alle Valli del Torre e del Natisone, a quelle dell’Isonzo, del Vipacco, al Carso ed alla città di Trieste. Ancora agli albori del nostro secolo parlavano in gran parte sloveno le città ai piedi dalla Riviera Giulia, da Gemona a Tarcento a Cividale, secondo una testimonianza non sospetta come quella della Guida delle Giulie curata da Olinto Marinelli per la Società Alpina Friulana. Poi l’assimilazione culturale, l’emigrazione, lo spopolamento delle zone montane e l’inurbamento hanno mutato questa situazione, rendendo le cittadine pedemontane friulanofone e relegando la presenza slovena alle comunità di montagna. Un fenomeno tipico non solamente degli sloveni, ma comune a tutte le società tradizionali di fronte alla modernizzazione. Altre comunità slovene avevano perso da secoli la loro identità, per la loro strutturazione ad énclaves nel territorio di lingua ladina. Queste comunità erano state chiamate dai Patriarchi di Aquileia ad insediarsi in quell’area che, a partire dal Decimo Secolo, venne definita Vastata Hungarorum per la totale distruzione portata dalle invasioni ungare nel Friuli centrale. La loro presenza rimane però testimoniata da numerosi toponimi di evidente origine slava, dal Palmarino al Codroipese e su fino allo Spilimberghese, non 161 Ma una spiegazione è stata necessaria per un docente della Scuola di Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Venezia, che ho avuto la ventura di frequentare alcuni anni fa. Per il docente, un luogo indicato in un documento (credo a memoria proveniente dall’Abbazia di Moggio) come Clugia sarebbe stato un toponimo di incerte origini. Parimenti sarebbero stati di origini altrettanto incerte termini emergenti in altri documenti di ambiente friulano, magari nella grafia con cui sono usati ancor oggi, come ad esempio beàrz (terreno erboso e chiuso attiguo alla casa). Per suffragare la mia risentita identificazione della località ho dovuto successivamente relazionare, basandomi sul Dizionario del Pirona e sul Dizionario Toponomastico del Friuli-Venezia Giulia del Frau, con il triste risultato di sentirmi dire che presso quell’Archivio di Stato non avevano un dizionario friulano a disposizione. Magra consolazione è stato il sapere che stessa sorte era riservata alla documentazione proveniente da area croata, serba, montenegrina ed albanese: come è triste il destino di carte conservate e “studiate” da chi pensa che il latino ed il paleogreco esauriscano le molteplici favelle della nostra torre di Babele! Unico punto a favore dell’Archivio: l’assunzione illis temporibus di una ricercatrice con conoscenza della lingua turca, per studiare almeno la documentazione proveniente da Costantinopoli. Chissà se nel frattempo qualcosa si è mosso per permettere una dignitosa interpretazione della documentazione proveniente dal nostro territorio? 162 In realtà i contadini friulani, come sicuramente i loro confratelli di ogni altra parte, non avevano nessuna intenzione di dimostrare il loro valore, troppo occupati com’erano a trascinare una dura esistenza sui solchi della loro avara terra. Ed inoltre non erano né addestrati, né adeguatamente armati, ed il loro destino era segnato di fronte ai più agguerriti invasori stranieri. Di fronte a disastri compiuti dagli eserciti stranieri che spesso facevano terra bruciata come i Turchi alla fine del Quindicesimo Secolo, le truppe regolari badavano a salvare se stesse, e lasciavano i miliziani e le popolazioni alla mercé degli invasori, salvo gravare pesantemente sui contadini con i loro acquartieramenti e con le imposizioni e corvées per la costruzione delle opere difensive, come nel caso delle gigantesche opere per costruire la fortezza di Palmanova alla fine del Sedicesimo Secolo. Ma la Repubblica di Venezia era riuscita evidentemente a dimostrare la sua differenza con i feudatari di terraferma, se più episodi testimoniano di una capacità di resistenza e di una fede che ben difficilmente, a quell’epoca, potrebbero essere attribuiti a “spirito nazionale”. Cfr.: LANE, Frederic C., Storia di Venezia, Torino, Einaudi, 1978, pag. 287; MANIACCO, Tito, Storia del Friuli, Roma, Newton Compton, 1985, pagg. 93-99; GARGIULO, Roberto, cit., pagg. 123-124. Numero pagina senza eccezioni che raggiungono Cordenons e Sacile. Solo il settarismo di un politico tanto ottusamente anticomunista quanto ignorante poteva arrivare alla fine del Ventesimo Secolo per vedere nel riconoscimento di questo fenomeno storico un elemento di propaganda “slavocomunista”.163 Diversa permanenza hanno avuto invece alcune comunità tedescofone grazie al loro insediamento in isolate aree montane. Così sono giunte al nostro secolo, con le parlate che trovano la loro codificazione fra l’età antica ed il medioevo, i Cimbri giunti due secoli fa nel bosco del Cansiglio e le comunità tedesche di Sappada/Plodn, ai confini del territorio friulano ma amministrativamente in Veneto, di Sauris/Zahre e di Timau in Carnia.164 Nel Tarvisiano invece la comunità tedesca è stata assoggettata in gran parte alla “pulizia etnica” italiana dopo la prima guerra mondiale.165 Anche nel caso delle popolazioni germaniche, quelle giunte alla nostra epoca sono solo una parte di quelle che si sono precedentemente insediate nel territorio friulano, attraverso le grandi migrazioni alla fine dell’Impero romano. La toponomastica ci soccorre fornendoci denominazioni che testimoniano dell’insediamento dei Goti e successivamente dei Longobardi. Più tardi, il dominio tedesco del Patriarcato di Aquileia, fino al Tredicesimo Secolo, ha portato all’insediamento di famiglie feudali attorno ai cui castelli si sono sviluppati centri che ancor oggi rivelano la loro origine. Ma prima ancora, i Celti ed i Romani avevano impresso la loro orma sul territorio (basti pensare alla centuriazione delle aree agricole da parte dei coloni romani) e prima di essi altri popoli vi avevano abitato. Come in ogni altra realtà, il popolamento umano non è un fatto originario ed omogeneo, ma tiene conto delle migrazioni dei popoli, della loro economia e del suo rapporto con il territorio di insediamento, dei rapporti di dominio che si instaurano e di una disposizione urbanistica che deriva da tutti questi fattori e vi si connette. Il crogiolo di popoli che millenni di storia ha creato è costantemente in movimento e vano è il tentativo di rinchiuderlo in angusti confini. La polemica autonomistica talvolta rivolta contro le borghesie cittadine che, innanzitutto ad Udine e Pordenone, avrebbero espresso il loro dominio anche nazionale scegliendo come lingua franca prima il veneto e poi l’italiano, è vana di fronte alle modalità di una globalizzazione che macina ogni differenza per omogeneizzarla nei circuiti del mercato. L’unica risposta credibile, capace di unire le insopprimibili diversità dei caratteri individuali con una prospettiva universale, è stata scritta più di un secolo e mezzo fa, e non a caso stava anche nella testata del settimanale socialista friulano ad esprimere la fede internazionalista anche qui, ai bordi della faglia che divide e unisce stati e civiltà: Proletari di tutti i paesi, unitevi!166 3.2 - Una terra amara. Il Veneto, e con esso il Friuli, entrarono a far parte del Regno d’Italia con la terza guerra d’indipendenza, nel luglio 1866. Da quell’anno fino al 1923 la provincia di Udine comprendeva i territori delle attuali provincie di Udine e di Pordenone, con l’esclusione delle parti orientali allora appartenenti all’Impero austro-ungarico: l’attuale lembo nord-orientale (oltre il torrente Pontebbana, allora nella Carinzia austriaca) e quello sudorientale (il territorio del Friuli imperiale attorno alla cittadina di Cervignano). 167 Il territorio della Contea Principesca di Gorizia e Gradisca (con 2918 kmq. e 260.749 abitanti censiti il 31 dicembre 1910, per il 59% sloveni, per il 34% italiani collocati prevalentemente nella sua parte occidentale) era rimasto tutto nell’Impero asburgico.168 163 Gli Ungari, uno di quei fenomeni di grandi migrazioni e conquiste che affliggono la fine dell’era carolingia, avevano prodotto con le loro rapide incursioni la desertificazione di intere aree agricole poco difese ai confini orientali dell’impero, in Germania ed in Italia: cfr. BARRACLOUGH, Geoffrey, Il crogiolo dell’Europa. Da Carlo Magno all’anno Mille, Bari, Laterza, 1978, pagg. 83-86. FÉO di BEÀN (Alfeo Mizzau), Note semiserie, Beano slovena?, in La Panarie, rivista friulana, Udine, nn. 33-34, dicembre 1967, pag. 38. Per le notizie sulla toponomastica, oltre al FRAU, Giovanni, Dizionario toponomastico del Friuli-Venezia Giulia, Udine, Istituto per l’Enciclopedia del Friuli-Venezia Giulia, 1978, cfr. le notizie contenute nei principali testi di storia del Friuli. 164 SPADA, Guido e TONIELLO, Vladimiro, Il Cansiglio, Bologna, Tamari, 1988, pagg. 120-130. MARINELLI, Giovanni (a cura di), Guida della Carnia, cit., pagg. 121-126. 165 PENNAZZATO Alessandro, Kanaltal-Valcanale: dall’amministrazione austriaca a quella italiana (novembre 1918-ottobre 1922), in Qualestoria, anno XXV, n. 2, Trieste, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione, Dicembre 1997, pagg. 3-59. 166 MARX, Karl ed ENGELS, Friedrich, Manifesto del partito comunista, Roma, Liberazione, 1998, pag. 48. 167 Nel 1923 fu istituita la Provincia del Friuli, che annetteva al territorio precedentemente facente capo ad Udine gran parte della provincia di Gorizia. L’obiettivo di questa operazione era quello di diluire in una così vasta provincia la popolazione slovena che prevaleva nel territorio goriziano. Ciò produsse le perplessità del socialista Ernesto Piemonte già nel 1921 in un dibattito al Consiglio Provinciale, quando la proposta di allargamento del territorio fu formulata dal presidente popolare Agostino Candolini. La Provincia del Friuli fu nuovamente divisa nel 1927, lasciando in quell’occasione ad Udine i mandamenti di Tarvisio e Cervignano. Cfr. COLA, Gaetano, Cento anni di opere pubbliche in Friuli, Udine, Del Bianco, 1967, pag. 82 e cartina allegata. 168 La Contea, il cui territorio iniziava subito a sud-est di Palmanova, era divisa amministrativamente in cinque distretti politici più un comune autonomo, Gorizia. I distretti erano quelli della “zona di Gorizia”, di Gradisca, di Monfalcone, di Tolmino e di Sesana. Il distretto di Gorizia comprendeva i mandamenti o distretti giudiziali di Gorizia, Aidussina e Canale; quello di Gradisca i mandamenti di Gradisca e Cormons, quello di Monfalcone i mandamenti di Monfalcone e Cervignano; quello di Tolmino i mandamenti di Tolmino, Caporetto, Plezzo e Circhina; quello di Sesana i mandamenti di Sesana e Comeno. Cfr.: JACUMIN, Renato, Le lotte contadine nel Friuli orientale, 1891/1923, Udine, Doretti, 1974, pag. 23; MEDEOT, Camillo, I cattolici del Friuli orientale nel primo dopoguerra, Gorizia, Quaderno di “Iniziativa isontina”, 1972, pagg. 16-17. Numero pagina Fino alla prima guerra mondiale il termine Friuli non stava ad indicare una regione, ma solo una provincia, per quanto monca di alcune aree friulanofone: oltre a quella del Friuli imperiale, quella sudoccidentale del Portogruarese, inserita nella provincia di Venezia nel 1818. 169 All’epoca il termine regione non aveva lo stesso significato odierno, ma indicava solo una realtà storico-culturale, portato della situazione dell’Italia preunitaria. A differenza della provincia, ente con una sua precisa realtà istituzionale, la regione avrà riconoscimento solo con la Costituzione della Repubblica italiana, nel secondo dopoguerra. 170 Il territorio della Provincia di Udine si presenta in forma atomizzata, con una prevalenza dei centri piccoli e medi, ed un numero limitato di cittadine soprattutto con funzione di tipo commerciale e di servizio. L’attività principale (in coerenza con la situazione nazionale del tempo) è quella dell’agricoltura, con forti sacche di arretratezza e di emigrazione storica, soprattutto nell’area montana. L’unione all’Italia viene vissuta in Friuli senza quelle manifestazioni calorose d’entusiasmo che erano state tributate altrove dalle genti venete. Secondo lo Stella l’atteggiamento prevalente fu di apatia ed incertezza, sia per i timori di una controffensiva austriaca con le truppe liberatesi in seguito all’armistizio fra l’Impero asburgico e la Prussia, sia per lo stretto legame fra l’aristocrazia locale e la nobiltà imperiale. Nelle campagne non si manifestava dovunque nemmeno simpatia all’esercito liberatore, anzi trasparivano talvolta sintomi quasi di ostilità. Le masse contadine rimanevano estranee e nel basso Friuli si segnalavano molestie nei confronti delle truppe italiane, mentre gli ex gendarmi austriaci potevano circolare indisturbati: anche se vale la pena notare che gli episodi ricordati dallo Stella hanno luogo in località (Strassoldo, Cervignano, Joannis ed Aiello) che con il trattato di pace dell’ottobre successivo rimarranno nel territorio imperiale. Coerente con l’atteggiamento della nobiltà e delle masse contadine fu quello del clero, schierato a lungo su posizioni di estraneità od opposizione al nuovo regime, con poche eccezioni.171 Solo una minoranza di borghesi ed aristocratici aveva partecipato alla cospirazione risorgimentale. Fra questi il commissario regio Quintino Sella reclutò i deputati della Congregazione Provinciale, con l’esclusione dei repubblicani del Partito d’Azione, fra i quali si contavano emigrati politici ritornati nella regione nelle file dell’esercito italiano. Insieme alla costituzione delle Società Operaie altre iniziative si rivolgevano all’edificazione dei ceti cittadini, come l’incremento delle attività di istruzione elementare e tecnica, l’apertura di istituti di credito e l’avvio della progettazione di opere pubbliche, come il canale Ledra e la ferrovia pontebbana. Intanto i contadini erano lasciati alla mercé degli usurai, gravati da vincoli feudali da cui sarebbero stati affrancati solo nel 1870 e dalla subordinazione ad una proprietà chiusa all’innovazione: veramente l’iniziativa del nuovo ceto dirigente friulano cominciava a manifestare gravi deficienze e ritornavano a galla (come aveva temuto il Sella) i nobili austriacanti, che abbastanza facilmente si accordavano con l’esiguo ceto dirigente borghese e imponevano i loro propositi di tenace conservatorismo e quindi la salvaguardia dei loro interessi, mentre si andava delineando una divisione profonda fra la stragrande maggioranza dei diseredati esclusi dalla vita politica e il paese legale dei “galantuomini” .172 Una situazione che corrispondeva alla generale condizione di esclusione delle masse contadine dal processo di unificazione nazionale italiana. Esse venivano tenute al di fuori della politica, in condizioni di arretratezza, in coerenza con la costruzione del Regno, basata sull’alleanza fra il potere economico del nord Italia industrializzato e l’aristocrazia meridionale detentrice di grandi proprietà fondiarie a conduzione quasi servile. In fondo proprio negli anni precedenti aveva avuto luogo la sanguinosa guerra di conquista del sud, combattuta dalle truppe del regio esercito contro il ribellismo contadino, con ben maggior dispendio di energie e di sangue di quanto non fosse costata l’impresa garibaldina del 1860; alla fine del decennio anche al nord la gran massa dei diseredati esprimeva con i tumulti contro la tassa sul macinato la sua rivolta contro l’oppressione.173 MORASSI, Luciana, Il Friuli, cit., pag. 7. L’articolo 131 della Costituzione prevedeva l’istituzione di 19 regioni, portate successivamente a 20 con la Legge Costituzionale 27 dicembre 1963, n. 3, che sdoppiò la regione Abruzzo e Molise. Cinque regioni, secondo l’art. 116 Cost., sono a statuto speciale, adottato con legge costituzionale, e fra queste è annoverata la Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, il cui statuto è stato emanato con Legge Costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1. L’attuazione delle quindici regioni a statuto ordinario e di quella autonoma del FriuliVenezia Giulia fu ritardata, rispettivamente, fino al 1970 ed al 1964, a causa delle fortissime resistenze centralistiche dello stato italiano. Confronta: BARILE, Paolo, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, Cedam, 1975, pagg. 98-101 e 390 e segg. 171 STELLA, Aldo, cit., pag. 9-10. (Garibaldi) aveva spesso visto con i suoi stessi occhi come i contadini si rallegrassero quando gli austriaci rioccupavano un luogo dopo un breve interludio di “liberazione” nazionale. Checché dicessero gli storici patriottardi d’Italia, l’amministrazione austriaca, priva di immaginazione ma efficiente e onesta, trattava con una sua giustizia rude ma almeno non con ottusa ingiustizia. Cfr.: MACK SMITH, Denis, Garibaldi, Roma-Bari, Laterza, 1973, pag. 190. Come contrappunto a questa analisi dello scrittore britannico, che rischia di far cadere nell’errore di giudicare con eccessiva benevolenza la politica sociale asburgica verso le masse contadine, si confrontino gli scritti del socialista sloveno Ivan Cankar: Martin Kacur. Biografia di un idealista, Milano, Mondadori, 1981, e soprattutto Il servo Jernej e il suo diritto, Milano, Feltrinelli, 1977. In essi l’immagine oleografica e nostalgica della Mitteleuropa asburgica viene smontata, con la descrizione delle pesanti condizioni di sfruttamento del proletariato agricolo, oppresso in modo inumano e controllato dalla pesante cappa del clericalismo, che impedisce ogni concreta forma di opposizione, la emargina e la porta allo scacco inevitabile. Era stata questa anche l’intenzione dichiarata dall’editore, in un’epoca di grande esplosione (ed anche di vera e propria moda) della “cultura mitteleuropea”. Come recita infatti il retro di copertina de Il servo Jernej e il suo diritto: Dov’è il Castello di Kafka? E dove la Vienna di Musil e di Roth? Ed è mai esistita la Trieste di Svevo? La vanità di cercarli sembra ormai manifesta: quei luoghi, quelle implacabili dissoluzioni, ormai possiamo avvertirli nelle nostre giunture: e chi li voglia rivisitare nel mondo, basta ormai che si rechi all’edicola. Ma la grande letteratura mitteleuropea non ci dà solo le disperazioni di un’epoca di decadenza che continua ad essere la nostra: sul suo versante slavo ci consegna - con Cankar e poi con Hasek - un altro versante del mondo, che è quello della rivolta e ci appartiene quanto l’oppressione. 172 STELLA, Aldo, cit., pagg. 21-22. 173 Il blocco aristocratico-borghese nulla avrebbe avuto da guadagnare dal precedente regime: Il nuovo regno d’Italia, d’altro canto, rappresentava non solo un fisco più esoso ma, ancor peggio, i proprietari terrieri e i padroni. Erano queste le sole persone, 169 170 Numero pagina La concorrenza delle manifatture industriali lombarde ed i dazi doganali con l’Austria misero in ginocchio la tessitura a mano e l’industria del cuoio. Ma è in quest’epoca che si nota una crescita della capacità produttiva dei cotonifici di Torre e Rorai Grande, frazioni del comune di Pordenone, delle cinque cartiere Galvani e della fornace di Rivarotta di Pasiano: è opportuno sottolineare come queste iniziative industriali si situassero tutte nel territorio del Friuli occidentale, e più particolarmente nell’immediato circondario del suo centro principale. La massa della disoccupazione e della sottoccupazione, da cui provenivano gli emigranti, era il derivato della condizione arretrata dell’agricoltura, concentrata nelle mani di pochi proprietari nelle zone più produttive, ed eccessivamente frazionata in montagna. Ad aggravare la condizione di braccianti e piccoli fittavoli, costretti a lavorare per salari irrisori nelle terre dei signori, e sottoposti ai vincoli feudali, c’erano le malattie del gelso e della vite: la crisi della produzione serica, enologica, e la messa fuori mercato della tessitura a mano rendevano impossibile sopravvivere solo con i miseri salari o con i prodotti dei campi. Le nuove tassazioni sul sale e sul macinato si aggiungevano a tali carichi, con il risultato di rendere impossibile una corretta minima alimentazione. Dalla sottoalimentazione derivavano la pellagra ed altre malattie affini. L’intervento delle amministrazioni locali non poteva aver luogo, dando sollievo a tale situazione in termini di assistenza e di promozione di opere pubbliche, data la condizione deficitaria dei bilanci, gravati dalle requisizioni austriache del 1866, non indennizzate dal nuovo governo italiano. Il 20 aprile 1869 - a soli tre anni dall’unificazione del Friuli con l’Italia - è il quotidiano moderato Giornale di Udine a dar voce al malcontento popolare, constatando quanto fossero numerosi gli emigranti friulani che partivano “deridendo il goerno nazionale ed esaltando i grandi lavori dell’Austria, della quale si erano illusi di non dover più aver bisogno. 174 E’ in questi anni dunque che la tradizionale emigrazione temporanea si trasforma parzialmente in emigrazione definitiva. Si tratta di contadini provenienti soprattutto dalla fascia pedemontana orientale, che vendono i loro appezzamenti; si tratta inoltre di operai specializzati, che partono non più solo verso il centro Europa, ma si recano oltre Atlantico. L’emigrazione porta ad acuire le tensioni sociali: essa produce rivendicazioni tendenti ad aumentare i salari fra chi rimane, provocando la richiesta da parte degli agrari di una legislazione che limiti il diritto di emigrare. La campagna degli agrari contro l’emigrazione e l’industrializzazione (vera e propria rivendicazione del loro diritto proprietario su esseri umani considerati come schiavi) non conosce frontiere: a Pordenone, constatato ipocritamente che: “la maggior parte dei nostri contadini mandano i figli nelle fabbriche e sono tante braccia tolte all’agricoltura per l’avidità di poca paga giornaliera” si richiede di “proibire ai contadini l’abbandonare il lavoro della terra per andare o mandare i loro figli ad intisichire negli stabilmenti industriali”; nel Friuli austriaco i contadini che scappano, magari di nascosto, vendendo i pochi beni, vengono terrorizzati con i drammatici (ed interessati) réportages della stampa locale sulla vita durissima che li attende in America e sono insultati come peccatori desiderosi di vita facile: per rivolgere infine l’odio di classe verso i contadini rimasti, sempre meno “flessibili”.175 Ma infine l’emigrazione produce anche - grazie a chi rientra dai paesi più progrediti - un rifiuto del paternalismo tradizionale e la diffusione delle idee radicali e socialiste, anche se esse sono ancora per lungo tempo fenomeni minoritari (ed esclusi dal voto, stante la limitatezza della platea elettorale prodotta da meccanismi censitari). L’emigrazione comincia a far comprendere quale sia la differenza, non solo di classe, ma quasi fra diverse specie biologiche, che attraversa la società tradizionale: in occasione dell’Inchiesta agraria Jacini del 1879, dei rapporti fra contadini e proprietari si dice che: “sono quelli fra servo e padrone”, o ancora che le relazioni tra le due parti “sono subordinate all’esigenza del bisogno, delle tradizioni, e della superstizione, che tracciano una linea di demarcazione tra il possidente ed il nullatenente”. Una differenza - quella fra i “civili”, e gli altri - che vige nella disponibilità o meno di beni e di denaro liquido, nell’alimentazione (con il popolo che sopravvive al limite dell’indigenza, che si trasforma in vera e propria fame ad ogni carestia o crisi economica), nelle abitazioni, nella scolarizzazione, nella salute, nell’aspettativa di vita. Anche l’abbigliamento è legato all’economia rurale basata sull’autoconsumo e quindi caratterizzata da scarsa disponibilità di denaro liquido: i contadini indossano infatti rozzi abiti di tela canapa che essi stessi lavorano in famiglia e raccolgono dai loro terreni, calzano galosce o zoccoli nell’inverno e nelle altre stagioni vanno a piedi nudi. 176 Secondo le testimonianze raccolte a Prata, ancora nei primi decenni del Novecento, nelle famiglie agricole patriarcali è il capofamiglia che, una volta all’anno, provvederà all’acquisto dei vestiti per tutti i suoi numerosi familiari.177 L’ abbigliamento dei lavoratori, come appare nelle foto dell’epoca, non è quello multicolore tramandato dal retrogrado folklore localistico e moderato 178: come ben dimostra una vignetta de appartenenti alle classi più alte, che avessero di che lagnarsi dell’Austria sul terreno pratico: le stesse persone che dopo il ‘60 avevano monopolizzato il governo e costruito poi una mitologia patriottica atta a raddolcire e giustificare retrospettivamente il movimento di liberazione nazionale. Cfr.: MACK SMITH, Denis, cit., pag. 190. 174 STELLA, Aldo, cit., pag. 21. 175 MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone, cit., pag. 79; BENVENUTI, Silvano, Da “peccatori” a “depravati”. Note sull’emigrazione dalla provincia di Gorizia (1878-1891), in: Qualestoria, anno X, n. 3, Trieste, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione, Dicembre 1982, pagg. 51-70. 176 MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone, cit., pagg. 80-82. 177 ***, L’opera sociale politica e pastorale di Giovanni Maria Concina, Prata, Centro Iniziative Culturali, 1989. 178 Stile La sentinella della patria, film passatista dell’ex socialista tarcentino Chino Ermacora. L’ “invenzione della tradizione” è un fenomeno finalizzato a legittimare costruzioni ideologiche, come identità di nazione e senso di comunità, attraverso la ricostruzione della memoria storica. Talvolta essa avviene con processi di immobilizzazione di pratiche collettive che invece erano in corso di progressiva modifica; talaltra, come nel caso dei kilts scozzesi, sono una vera e propria invenzione industriale: cfr. HOBSBAWM, Eric J., RANGER, Terence, L’invenzione della tradizione, Torino, Einaudi, 1987. Numero pagina Il Lavoratore del 1922, le divisioni di classe sono ben esemplificate dallo stridente contrasto fra la signora borghese con il suo abito alla moda, intenta ad occupare il tempo con frivolezze e la sua serva, infagottata in poveri abiti e carica di figli e di lavoro.179 Nei decenni immediatamente successivi si ha una fase di evoluzione nell’agricoltura, grazie ad alcuni fattori, come l’affrancamento dai vincoli feudali, la realizzazione, per iniziativa del comune di Udine, del canale Ledra, che produce una prima irrigazione di gran parte del Friuli centrale ed alcune bonifiche, e lo sviluppo del settore del credito locale, che potrà reinvestire sul territorio quei risparmi che prima venivano esportati nelle regioni più sviluppate del paese. A tali miglioramenti corrispose la nascita, grazie all’energia del canale Ledra, del polo industriale udinese: anche in questo caso, come in quello pordenonese, si ha un intervento promozionale preponderante di capitalisti e tecnici stranieri. Questo complesso di progressi sul piano agricolo ed industriale contenne, se non poté ridurre, il fenomeno migratorio. Sempre in quest’epoca si colloca la realizzazione di alcune importanti opere infrastrutturali: la ferrovia Pontebbana completata nel 1879, quella da Udine a Cividale del 1886 e quella da Udine a Portogruaro nel 1889. E via discorrendo: se si leggono i resoconti di Stella, Cola, Grinovero e Parmeggiani, elaborati per le celebrazioni del centenario dell’unione del Friuli all’Italia, troveremo un lungo elenco di realizzazioni. Di non poco conto, se contiamo che Pordenone ed Udine giungono alla scadenza della prima guerra mondiale rappresentando due delle principali realtà industriali del Veneto. Ma intanto la maggior parte della popolazione friulana langue sul filo della possibilità minima di sopravvivenza. Leggendo il libro di don Eugenio Blanchini sulle condizioni dei contadini si rimane impressionati dalle sue continue grida di dolore per le bestiali condizioni di sfruttamento in cui versano piccoli proprietari, mezzadri e salariati agricoli. La dieta che si possono concedere i contadini è fatta di polenta e radicchio, e - soprattutto nei territori della Bassa dove si è maggiormente sviluppata la “moderna azienda capitalistica” (termine sommamente ipocrita, visto le conseguenze) l’alimentazione con mais di bassa qualità provoca il diffondersi di un morbo micidiale come la pellagra, che preoccupa le autorità sanitarie ma non certo i proprietari. Peggio ancora per le donne slovene che scendono nell’Udinese dalla Benecija/Valli del Natisone e spesso muoiono di fame al termine delle durissime giornate di lavoro come braccianti stagionali. Afferma proprio Blanchini, dando un giudizio durissimo sulla troppe volte lodata - dagli storici - politica dell’Associazione agraria friulana: collo svolgimento economico degli abbienti non si curò parimenti del miglioramento morale e sociale del lavoratore della terra. Alcuni grandi proprietari che decantavano i grandi e veri progressi dell’agricoltura in Friuli, richiesti se si occupavano anche della condizione del piccolo proprietario, del colono e del salariato; risposero: non occorre pensarci, stanno anche troppo bene.180 Chi sono questi proprietari? Sono quasi sempre gli stessi che siedono sui banchi del Parlamento a nome dei collegi friulani od in altre cariche politiche di primaria importanza: quando un radicale difensore dei contadini come Luigi Domenico Galeazzi riesce ad arrivare al seggio nel 1892 a San Vito, l’elezione non viene successivamente riconfermata, per sostituirlo con un più affidabile rappresentante della grande proprietà. Non solo i moderati, ma anche esponenti storici della democrazia radicale, come quel Domenico Pecile che viene inviato dal padre a sperimentare nuove pratiche colturali a San Giorgio della Richinvelda e che sarà sindaco di Udine e presidente dell’Associazione agraria friulana per oltre vent’anni. E quando nel dopoguerra Pecile non sarà abbastanza duro nei confronti dell’insorgenza contadina, ci saranno altri suoi ex compagni di partito, come Cristofori e Pisenti, a superarlo a destra con una scissione dell’Agraria. 181 3.3 - La fuga. Nel 1905 la provincia di Udine dà il più consistente contingente di emigranti fra le province italiane. E sono meno di 39.000. Nel 1876 erano meno di 18.000, a fronte di solo 139 transoceanici (e quindi presumibilmente emigranti stabili). Nel 1914 saranno 72.000 temporanei ed 8.000 transoceanici. 182 Le ragioni dell’emigrazione sono tante: come ha ben sintetizzato Saskia Sassen si tratta di un fenomeno tutt’altro che irrazionale e spontaneo, ma che si struttura sul lungo periodo secondo strategie di miglioramento delle condizioni dei vari gruppi umani.183 E nessuno come i friulani conosce i tragitti che attraversano l’Europa, anche se con il passare degli anni l’emigrazione ha cambiato cicli stagionali e mestieri. Ma comunque si tratta di un’emigrazione particolare, che relega ai margini le grandi ondate migratorie che fanno scappare masse di contadini meridionali e veneti in cerca di fortuna oltre Atlantico. Ci vorrà la guerra alle porte e la chiusura degli sbocchi emigratori regalata dalla guerra di Libia e dallo scatenamento delle guerre balcaniche per far impennare l’emigrazione transoceanica, prima di essere spediti al fronte per far calcinare le proprie ossa in qualche pietraia carsica. La strategia dei friulani è quella dell’emigrazione temporanea nel territorio dell’Europa centrale, un’area che si espanderà progressivamente nei Balcani e Il Lavoratore, venerdì 12 maggio 1922, pag. 1, vignetta La divisione dei còmpiti nella società borghese. BLANCHINI, Eugenio, La proprietà agraria ed i bisogni economici e sociali degli agricoltori nel Friuli italiano. Edizione corretta ed accresciuta, Udine, Tipografia del patronato, 1900, pagg. 71-72. 181 Cfr. la biografia di Domenico Pecile in: MARCHETTI, Giuseppe, Il Friuli. Uomini e tempi, Udine, Camera di Commercio Industria e Agricoltura, 1959, pagg. 622-627. 182 Divisi per provincia gli emigranti della provincia di Udine (38,859) tengono il primo posto. Vengono poscia Caserta (27,846), Palermo (26,345), Novara (23,210), Torino 20,729. Cfr.: LF, n. 79 del 25 maggio 1906, pag. 1, L’emigrazione nel 1905; cfr. inoltre: MORASSI, Luciana, Il Friuli, cit., pag. 129. 183 SASSEN, Saskia, Migranti, coloni, rifugiati. Dall’emigrazione di massa alla fortezza Europa, Milano,1999. Feltrinelli. 179 180 Numero pagina nell’est, fino alla Siberia dove c’è da costruire l’interminabile ferrovia che conduce al Pacifico. Si parte in primavera e si ritorna per Natale. Perché si emigra ce lo dice uno scienziato, lo psichiatra Giuseppe Antonini. A Cavazzo Carnico la pellagra è in diminuzione dove vi è un miglioramento economico e si mangi meglio. I colpiti sono tutti contadini. L’emigrato non viene mai colpito da pellagra. La gente che non si muove da casa sono i colpiti. A Corno di Rosazzo la trasformazione alimentare colla diffusione del pane in relazione alle migliorate condizioni economiche, è quella che determina la diminuzione della pellagra, perché tutte le famiglie qui hanno la lavorazione industriale delle seggiole impagliate. Mangiano pure carne. A Maiano sono più colpite le femmine; i maschi, che emigrano, lo sono meno. A Pinzano si nota una maggiore frequenza nelle donne che non emigrano, e che quindi mangiano sempre polenta o quasi sempre. A Pasiano di Pordenone l’alimentazione è molto migliorata per introduzione del consumo del pane e non per importazione di estero. L’agricoltura va trasformandosi (...) Emigrazione temporanea, stabile quali nulla.184 E’ questo che spinge i contadini a prendere la valigia ed a partire per l’estero. Innanzitutto quelli che hanno una più lunga tradizione migratoria, i piccoli proprietari di una montagna connotata dal frazionamento delle piccolissime aziende agricole, che un tempo alternavano l’emigrazione al lavoro dei campi, mentre ora invertendo il ciclo stagionale specializzano i ruoli familiari, lasciando le coltivazioni alle donne e trasformandosi progressivamente in operai edili. A seconda dei paesi, sono operai forestali se della Valcellina, terrazzieri e mosaicisti a Sequals, Fanna o Spilimbergo, muratori in Val d’Arzino e via discorrendo. L’emigrazione tende a stabilizzare una sua quota all’estero, quella che comincia a trasformarsi in impresa consolidando il ruolo iniziale di arruolatori nei paesi di partenza. Invece in pianura sono mezzadri che non si sono visti rinnovare il contratto a San Martino 185, o braccianti senza terra, che formano un meno tradizionale e più debole proletariato di fornaciai. E’ un giovane studente di giurisprudenza che diventerà un grande dirigente socialista, Giovanni Cosattini, a studiare il fenomeno (rilevando innanzitutto come sia trascurato dalla letteratura scientifica nazionale sull’emigrazione) fornendo con la sua tesi di laurea un documento così importante da meritargli un posto di relatore ad un convegno nazionale dei geografi italiani. Una tesi che spiegherà quello che ben sanno gli agrari, che in ogni modo si sono sempre opposti all’emigrazione dei loro contadini: la voglia di miglioramento della piccola proprietà montana, che alimenta principalmente l’emigrazione temporanea, e la fame dei sotàns, i più poveri fra i contadini della pianura, destinati allo sfruttamento nelle fornaci ed all’emigrazione permanente oltreoceano. 186 Cosattini riprende da don Blanchini l’analisi della condizione agraria friulana, substrato principale delle oscillazioni e specializzazioni dell’emigrazione temporanea friulana. Una montagna coltivata da una piccola proprietà non autosufficiente, dove l’emigrazione specializzata porta al reinvestimento nel consolidamento della piccola proprietà, con l’effetto boomerang della crescita incontrollata dei prezzi immobiliari, soprattutto in Carnia, a tutto favore della rendita fondiaria. Più a sud, dopo la zona collinare, intermedia anche dal punto di vista della conduzione agraria, troviamo una regione piana, da Sacile a Palmanova, fertile e coltivata a latifondo, con una gestione in alcuni casi in economia, in altri a mezzadria oppure attraverso grandi affittuari: vi troviamo patti colonici ancora gravati (...) di regalie, di onoranze, di prestazioni d’opera gratuite o retribuite da infimi salari: uno o due uomini d’obbligo per lavorare la terra tenuta in economia dal padrone. Questi vincoli di natura feudale sono così pesanti da legare il contadino alla terra, a rischio della perdita dei suoi prodotti, e da limitare le possibilità gestionali teoricamente garantite dalla mezzadria (che è il sistema di conduzione prevalente nel Pordenonese, mentre nell’Udinese è prevalente la colonìa forma mista a denaro ed in natura). Le conduzioni in economia sono garantite dai lavoratori salariati: i sottani ed i boari. Il sottano è il vero salariato giornaliero: riceve in locazione dal proprietario l’abitazione e un campo (mq. 3500) dal quale ricava se le cose procedono bene la polenta per l’annata; corrisponde per l’una e per l’altro per lo più un centinaio circa di lire a titolo d’affitto, obbliga inoltre sè ed uno o due membri della propria famiglia a recarsi a lavorare al servizio del proprietario per tutta la durata della locazione, quando questi ne abbia bisogno, verso un salario infimo, che qualche volta non tocca neppure una lira, e nel quale viene persino trattenuta una quota ad estinzione anticipata dell’affitto da pagarsi. Ogni famiglia di sottani alleva un suino che rappresenta per loro quasi una cassa di risparmio, cui è necessario ogni giorno deporre una quota; venduto alla fine d’anno serve a pagare al proprietario il residuo affitto. L’inosservanza a questo stato di schiavitù; il sottrarsi a questo lavoro obbligato provoca lo sfratto dalla case e qualche volta persino la necessità di abbandonare il paese per l’impossibilità di trovare una abitazione, il monopolio delle quali è in mano ai proprietari. La condizione di questi lavoratori è ANTONINI, Giuseppe, Escursioni pellagrologiche nel Friuli. Estratto dalla Rivista Pellagrologica Italiana, Udine, Del Bianco, 1912, pagg. 6-9. 185 Secondo Alfeo Mizzau, le disdette imponevano ai mezzadri il rilascio della terra, secondo l’usanza friulana, per San Pietro e ai fittavoli per San Martino. San Pietro è il 29 giugno, mentre San Martino è l’11 novembre. Cfr.: MIZZAU, Alfeo, cit., pagg. 39 e 58. Diversa però appare la normativa consuetudinaria codificata: nel caso dell’affitto misto friulano, valgono l’art. 14 (L’anno agrario comincia l’11 novembre (San Martino) e la disdetta deve essere data entro il 10 maggio. Normalmente i contratti sono stipulati di anno in anno e sono tacitamente rinnovabili. La tolleranza per il rilascio dei fondi è normalmente di 8 giorni. ) e l’art. 15 (Qualora il bestiame sia fornito dal locatore e questi non percepisca affitto per i prati, la riconsegna della stalla, fienile, prati e di una camera, avviene al 29 giugno.) Le due scadenze farebbero quindi riferimento non ad una diversa tipologia di conduzione, ma alle diverse attività produttive (coltivazioni oppure bestiame e foraggio). Cfr.: CAMERA DI COMMERCIO INDUSTRIA E AGRICOLTURA - UDINE, Raccolta ufficiale degli usi e consuetudini agrari e commerciali in vigore nella provincia di Udine, Udine, Del Bianco, 1963, pag. 12. 186 MICELLI, Francesco, Emigrazione friulana (1815-1915). Liberali e geografi, socialisti e cattolici a confronto, in: Qualestoria, anno X, n. 3, Trieste, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione, Dicembre 1982, pagg. 5-38; id., “L’emigrazione temporanea del Friuli” di G. Cosattini, in: COSATTINI, Giovanni, cit. 184 Numero pagina infelicissima: aggiogati, come sono, al carro della grande proprietà, non solo hanno preclusa la via a qualsiasi movimento, e sono costretti per i medesimi salari a lavori normalmente molto più retribuiti (falciatura, mietitura, ecc.), ma sono persino impediti a dare l’opera propria ove sono offerti salari maggiori. Presso a poco eguale è lo stato dei “boari” (...) I sottani e boari vivono di polenta e un po’ di latte al mattino, minestra di fagioli a mezzodì, alla sera “radicchio” mal condito, qualche volta un pezzetto di formaggio o pesce salato; costoro dànno il maggiore contingente alla pellagra.187 Ma la fuga non è indolore. Lo dimostra lo sfruttamento inumano dei minori friulani nelle fornaci austriache, descritto da corrispondenze come quella inviata dalla città bavarese di Straubing del 6 maggio 1907. Ma non sono solo i minori ad essere la carne da cannone di un’attività che sfianca, e che non a caso drena proprio la manodopera più debole, come narra a più riprese Lodovico Zanini. 188 Lo dimostrano i dati relativi all’alcoolismo, che sostituisce (ed in alcuni casi nella bassa pianura si somma) alla pellagra come endemia sociale. Inoltre un altro dato drammatico si lega all’emigrazione temporanea, che interessa una popolazione quasi completamente maschile: durante il triennio 1882-1884 la provincia di Udine ha il record italiano dei morti di sifilide, con 12,4 per 10.000 abitanti contro una media nazionale dell’1,8%. Sull’altro lato, quello della popolazione femminile rimasta a casa, grava non solo una maggiore esposizione alla pellagra, rilevata dalle inchieste di Antonini: nei paesi montani, di emigrazione maggiore e più antica, la donna che rimane chiusa al paese natale, che non ha aperto l’intelletto viaggiando mezza Eutopa, che non sa guadagnare ed accrescere il piccolo patrimonio, che per lunga tradizione fu sempre tenuta in uno stato di subordinazione, non sa vincere un certo sentimento di umiliazione, di inferiorità di fronte all’uomo che considera non come uguale, ma quals come signore (il gno parôn). Da questa disgregazione infiltrasi nei vincoli famigliari una certa quale idifferenza, come tra estranei, che affievolisce ogni slancio, che ammorza ogni sentimento. La degradazione della condizione della donna non è solo morale e sanitaria, ma globalmente antropologica, causa le condizioni di sfruttamento di chi deve rimanere a reggere la famiglia e le attività agricole: Nella parte elevata del friuli la proprietà infinitesima non potrebbe permettersi il lusso di salariare altri lavoratori in sostituzione degli emigranti e la coltura dei campi si riversa sulle spalle dei vecchi, ma in special modo su quelle ben più forti delle donne. Esse fanno a braccia la solcatura del suolo, la erpicatura, la seminagione, trasportano mediante la gerla le legna, il concime, i prodotti dei campi. Su loro grava il trasporto del fieno sovente da enormi distanze; quando non può essere fatto sulle vie con le slitte deve essere eseguito, secondo le diverse usanze, in ispalla od in testa. Ormai è anche divenuto compito quasi esclusivo delle donne la grave fatica dello sfalcio. Tutti questi lavori rovinano ed invecchiano precocemente questi poveri esseri, guastano loro le delicate funzioni della maternità producendo deformazioni del bacino e parti generalmente laboriosi, nei quali molto frequente occorre l’opera dell’ostetrico.189 Ed infine l’altra vergogna dei friulani: il crumiraggio, endemico, con squadre che partono direttamente dal paese per fare il più infame dei mestieri, e percorrono tutto il continente recandosi da un luogo all’altro per rompere gli scioperi. Una vergogna ma anche un pericolo per il movimento operaio, tanto che il sindacato edile tedesco decide di fare un settimanale per gli operai italiani, e di finanziarne l’organizzazione sindacale fino in patria. Si costruisce un sistema di comunicazione internazionale, che mette insieme le notizie in Germania e le fa arrivare fino nei paesi d’origine in Italia, dove d’inverno poi giungono per lunghi giri di propaganda i sindacalisti bilingui del sindacato tedesco (lo svizzero-livornese Valär, 190 il triestino Podgornik e Luigi Bossi 191) insieme ai sindacalisti della Federazione edile di Torino ed ai funzionari di un’istituzione modello per il socialismo italiano: il Segretariato dell’Emigrazione di Udine. Con il passare degli anni cominceremo poi a trovare sindacalisti friulani, diventati dirigenti nei paesi di emigrazione: come Antonio Bellina che organizza i segantini in Carinzia, ed il dirigente cividalese dei fornaciai Augustino Vuattolo, dal 1913 reggente il Segretariato Operaio di Berna.192 I grandi risultati dei socialisti friulani nell’organizzazione dei lavoratori emigranti sono messi in rilievo da un articolo, pubblicato in due puntate su Il Lavoratore Friulano nel dicembre del 1908. L’autore è Oddino Morgari, il segretario nazionale del partito. 193 Egli compie una rassegna dei risultati ottenuti con il COSATTINI, Giovanni, cit., pagg. 77-85. LF, n. 129 dell’11 maggio 1907, pagg. 1-2, IN TERRA D’ESILIO. I bambini nelle fornaci (cfr. il testo in appendice); ZANINI, Lodovico, Emigrazione temporanea friulana, Udine, Tipografia Sociale, 1909; id., Sulle vie dell’emigrazione (I fornaciai friulani Scene dal vero), Udine, Tipografia Sociale, 1911. 189 COSATTINI, Giovanni, cit., pagg. 95-97. 190 Giovanni Valär è relatore al convegno dei Segretariati laici dell’Emigrazione che si tiene nel novembre 1909 (rappresenta il Segretariato operaio svizzero) ed all’XI Congresso degli Emigranti friulani che si tiene ad Artegna nel 1911, dove può constatare i successi realizzati nella lotta al crumiraggio friulano all’estero, lodando il contegno dei friulani durante la grande serrata tedesca. E’ anche l’autore dell’Almanacco dell’Emigrante Friulano, pubblicazione di oltre trecento pagine, in cui oltre all’Almanacco dell’Umanitaria si fornisce un’aggiunta di cinquanta pagine in cui sono descritte le istituzioni proletarie del Friuli. Cfr.: E, anno IV, n. 11, novembre 1909, Il Terzo Convegno dei Segretariati laici dell’Emigrazione, anno V, n. 12, dicembre 1910, L’almanacco dell’Emigrante Friulano, anno VI, n. 2, febbraio 1911, L’XI Congresso degli Emigranti Friulani. La chiusura e PERCHE’? 191 D’accordo con la Federazione Edilizia Italiana e le Federazioni Murarie di Germania e Svizzera, il Segretariato di Belluno organizza cicli di conferenze con il propagandista Luigi Bossi, residente a Mannheim in Germania e con Podgornik, direttore dell’Operaio Italiano di Amburgo. Cfr.: E, annoIV, n. 12, dicembe 1909, Segretariato dell’Emigrazione di Belluno. Propaganda invernale, anno V, n. 1, gennaio 1910, Segretariato dell’Emigrazione di Belluno. Propaganda invernale e n. 2, febbraio 1910, Per gli edili organizzati. 192 Su Antonio Bellina, cfr. più oltre il paragrafo 5.3; su Augusto Vuattolo, cfr.: PUPPINI, Marco, Movimento operaio ed emigrazione, cit., pag. 92. 193 Il torinese Oddino Morgari è uno degli esponenti principali del Psi, dalla fondazione agli anni d’esilio durante il regime fascista. Deputato ininterrottamente dal 1897 al 1924, percorse l’Italia per estendere con la sua azione organizzativa e di propaganda l’influenza del socialismo: lo troveremo anche fra i propagandisti recatisi in Friuli per svolgervi delle conferenze. Convinto di dover realizzare le 187 188 Numero pagina lavoro del Segretariato dell’Emigrazione di Udine, istituzione che viene fatta risaltare come una struttura di eccellenza del socialismo italiano ed internazionale. Nel 1909, presentando i lavori del nono congresso degli emigranti friulani di Tarcento, si potrà affermare che non a torto la stampa di ogni colore e le personalità più spiccate di ogni partito lo hanno classificato primo fra gli Istituti congeneri sorti ed affermatisi in Italia. 194 Nel giro di pochi anni il lavoro dei socialisti friulani ha prodotto una vera e propria modifica epocale nella condizione degli emigranti della regione sparsi per l’Europa centrale. Morgari sottolinea come la provincia di Udine, unita a quella contigua di Belluno, fornisce il maggior contingente di emigrazione temporanea italiana. Pur notando una flessione del numero dei lavoratori emigranti nel 1906 rispetto ai dati di fine secolo, corregge le cifre ufficiali con l’ausilio dei documenti di viaggio ferroviari, valutandola a circa sessantamila unità l’anno, pari ad oltre un quarto della popolazione attiva maschile superiore ai dodici anni. Morgari sottolinea una particolarità assoluta del Segretariato di Udine rispetto alle altre istituzioni per i lavoratori emigranti: in questo caso l’organizzazione di classe è nettamente prevalente rispetto alla caratterizzazione assistenziale degli altri enti, anche quelli socialisti. Questo nonostante l’evidente sostegno degli enti pubblici della provincia, e l’adesione di tanti esponenti del ceto politico liberale e democratico al Segretariato, attraverso la partecipazione ai suoi organismi dirigenti. Il Segretariato ha dovuto ricalibrare il proprio programma, rispetto alle idee iniziali. All’approfondimento derivante dall’esperienza fatta si assomma la necessità di rinunciare all’obiettivo di operare il collocamento degli emigranti, sostituendo tale funzione con la collaborazione strutturale con gli organismi del movimento operaio dei paesi di emigrazione. In tal modo il Segretariato ha assunto anche una funzione importantissima nell’indirizzare i destini dello scontro di classe in quei paesi. Questa grande capacità organizzativa e di orientamento degli emigranti è il risultato della lotta condotta senza quartiere contro il crumiraggio. Una lotta che ha permesso di estinguere e rovesciare il fenomeno in una nuova coscienza dei lavoratori, nell’arco di neanche un decennio. L’organizzazione sindacale si accompagna nel Segretariato a molteplici funzioni di assistenza e di contenzioso legale, che hanno assicurato a questa istituzione operaia una grande autorevolezza nei rapporti con i pubblici poteri nei vari paesi. Nell’opera del Segretariato si inserisce inoltre quella funzione di moralizzazione della classe operaia che è tipica di tutta l’azione educativa del movimento socialista. La struttura organizzativa del Segretariato si è evoluta dal totale volontariato dei primi anni ad uno staff di cinque impiegati, cui va aggiunto un consulente legale. Gli iscritti sono passati dai 322 del 1901-1902 ai circa 4800 del 1908, con trentacinque sezioni in Italia e due all’estero (Villach e Sofia). La struttura organizzativa è costituita da circa 70 corrispondenti; un bollettino - L’Emigrante - viene inviato gratuitamente in 6.000 copie. Le pratiche legali svolte annualmente sono state, nel 1907, 204 per la parte infortunistica e 370 per gli altri contenziosi. Concludendo questa rassegna, Morgari sottolinea come il lavoro dei socialisti abbia costretto i cattolici a copiare le loro strutture, istituendo il Segretariato del popolo, e stampando il Piccolo crociato, rivolto agli emigranti.195 Pure la diocesi di Concordia, consumato il tentativo di penetrazione nel Segretariato dell’emigrazione laico in occasione del congresso di Spilimbergo, 196 costituirà nel 1907 il Segretariato di emigrazione cattolico per dare risposte assistenziali agli emigranti. 197 In effetti, come si chiede Giovanni Miccoli, per trent’anni i cattolici friulani non sono intervenuti relativamente al fenomeno dell’emigrazione, cominciando a darvi risposte - prevalentemente sul terreno ecclesiale e missionario - solo con l’inizio del nuovo secolo. Isolata appare inzialmente la ricerca di don Eugenio Blanchini sulle cause dell’emigrazione: a sollecitare l’attenzione del clero cattolico sono innanzitutto i pericoli di scristianizzazione degli emigranti, i fenomeni di devianza provocati dai lunghi periodi di permanenza all’estero e - più in generale - le tendenze alla modernizzazione riportate in patria dai più moderni paesi nel nord Europa, fra le quali destava ovviamente preoccupazione l’adesione al socialismo. Gli emigrati all’estero rischiavano di perdere la religione: è sulla base di tale constatazione che il clero friulano cominciò ad interessarsi più puntualmente di loro. Ma tale interessamento comportò anche, attraverso l’inizio di periodici viaggi all’estero, per visitare gli emigrati sui luoghi di lavoro, la presa di coscienza delle condizioni aspirazioni democratiche e radicali del Risorgimento e di poterle tradurre in campo economico in un collettivismo non soffocatore delle libertà personali, per lui il socialismo sorgeva dallo spontaneo moto evolutivo della società grazie ai continui successi delle forze proletarie e della forza dei loro istituti. (...) egli personificò i valori del socialismo così come erano percepiti dalle grandi masse, per le quali erano incomprensibili, oltre che nocive, le divisioni del partito e nelle quali forte era l’avversione al clericalismo e alla monarchia. Sarà interprete di primo piano di quell’integralismo che svolse una funzione di coesione nei primi anni del nuovo secolo, nel partito diviso dalla contesa fra riformisti e sindacalisti rivoluzionari. Svolse il ruolo di diplomatico del socialismo italiano. Traccia del suo giovanile mazzinianesimo, e di quelle correnti risorgimentali che influenzarono molta parte della sinistra italiana favorendone l’interventismo (ma non il suo!) fu la partecipazione nel 1903 all’insurrezione macedone contro i turchi. Fondamentale fu il suo lavoro durante la prima guerra mondiale, volto a riorganizzare i contatti fra le varie componenti dell’opposizione socialista pacifista che culmina nei convegni di Zimmerwald e Kienthal, e poi a fianco della rivoluzione russa e di quella ungherese, cui prese direttamente parte nel 1919. Il sostegno alle rivoluzioni comuniste non modificò il suo carattere di socialista gradualista; che lo portò nel 1922 ad aderire al Partito Socialista Unitario. Cfr.: ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., terzo volume, pagg. 582-586, biografia a cura di G. Sapelli. 194 LF, n. 225 del 6 febbraio 1909, pag. 1, IL IX CONGRESSO DEGLI EMIGRANTI FRIULANI A TARCENTO. 195 LF, nn. 217 del 12 dicembre 1908, pagg. 1 e 2, e 218 del l9 dicembre 1908, pag. 1, L’organizzazione degli emigranti nel Friuli. Cfr il testo in appendice. 196 Si tiene il 21 febbraio 1906: cfr. i resoconti in: LF, n. 62 del 27 gennaio 1906, pag. 2, Il VI Congresso degli emigranti del Friuli e PdF, n. 19 del 22 gennaio 1906, pagg. 1 e 2, Il VI Congresso degli Emigranti tenutosi a Spilimbergo. 197 Sul Segretariato d’emigrazione cattolico, detto di Casarsa - dal luogo della prima assemblea - e poi di Pordenone, cfr.: LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1960, pagg. 46-51. Numero pagina durissime in cui essi venivano a trovarsi, e quindi, in molti di quei preti, la richiesta di un impegno che fosse anche di organizzazione economico-sociale, di rivendicazione e tutela della loro dignità umana di lavoratori. La presa di coscienza delle condizioni di vita nell’emigrazione sollecitano una nuova forma di impegno sociale del clero, che superi la stagnante pratica ecclesiale tradizionale che gli è finora consueta. 198 Il lavoro di organizzazione sociale dei cattolici si sviluppa quindi nelle campagne, soprattutto con il nuovo secolo, con la creazione di casse rurali per sostenere il credito alla piccola proprietà, di mutue per l’acquisto e l’assicurazione del bestiame, di assicurazioni contro i danni della grandine, di latterie sociali cooperative o turnarie, di cantine sociali, società operaie confessionali e cooperative di consumo.199 L’attività da Udine tende ad espandersi nelle province contermini: l’8 settembre 1909 si costituisce, promosso da Società Operaia, Umanitaria e comune di Vittorio, un Segretariato d’Emigrazione a Vittorio Veneto, in rapporto alla notevole emigrazione dell’Alto Trevigiano, paragonabile a quella di Friuli e Bellunese. Sono presenti l’on. Cabrini ed i Segretariati di Belluno ed Udine. 200 E tre anni dopo nasce il Segretariato dell’Emigrazione della provincia di Treviso, grazie allo sforzo dell’Ufficio centrale dei Segretariati laici e della Società di Mutuo Soccorso “Giuseppe Garibaldi” di Treviso. Il Comune, nonostante la scarsa emigrazione, sostiene la costituzione con il rilevantissimo contributo di mille lire annue. 201 3.4 - Il porto delle fabbriche. Ad ovest del Tagliamento la situazione geografica è diversa da quella del cuore del Friuli, gravitante su Udine. La parte settentrionale del Friuli occidentale, corrispondente a circa i due quinti di quel territorio, è costituita da aspre montagne calcaree, nelle quali i fiumi hanno tracciato profondi e scoscesi canaloni simili alle scogliere: da oriente ad occidente, dopo la valle del Tagliamento, l’unica con ampie dimensioni anche se fra Pinzano e Ragogna deve incanalarsi nell’imbuto costruito dal sollevamento del Monte di Ragogna, contiamo la valle dell’Arzino, quella più piccola del Cosa, dominata dal balcone su cui sorge Clauzetto, e poi le valli del Meduna, del Colvera e la più lunga ed accidentata, quella del Cellina. Nella parte più orientale ed in quella più occidentale della pedemontana (con l’eccezione dell’area compresa - al centro - fra il Meduna ed il Cellina) troviamo dei raggruppamenti di colline di origine morenica, frutto dei ghiacciai che scendevano dall’alto dei massicci prealpini nell’era glaciale. I torrenti prealpini hanno prodotto nel corso delle ere geologiche un fenomeno di erosione imponente, che ha ricoperto l’alta pianura con un profondo strato di aride ghiaie, che occupa quasi metà del territorio pianeggiante trasformandolo in un deserto sassoso, nel quale i fiumi assumono un regime torrentizio e per gran parte dell’anno spariscono sotto il suolo. Chiunque possa osservare questo territorio dall’alto, oppure su una cartina sufficientemente precisa, può notare le profonde ferite che percorrono il centro della provincia, zona disabitata e non a caso destinata fin dai tempi dell’Austria a luoghi di esercitazione militare.202 Questi terreni rimarranno spopolati ed incolti fino all’era fascista, quando gli interessi congiunti degli agrari e dell’industria idroelettrica inizieranno a trasformare le valli prealpine in una serie di invasi artificiali, dai quali ricavare energia elettrica per gli usi industriali ed acqua per l’irrigazione. Una politica proseguita senza soluzione di continuità, dagli stessi uomini e dalle stesse aziende, sotto i successivi governi democristiani e di centrosinistra. Sotto, infine, la pianura irrigua. Improvvisamente le acque irrompono da polle che attraversano il territorio da est ad ovest, quasi sulla stessa linea, percorrendo una pianura che quasi fino al mare non corre il rischio di impaludarsi. Fino alle lagune a valle di Portogruaro, quelle che isolavano verso il mare Caorle ed una sottile striscia di lidi, anche questi ricongiunti parzialmente dalle bonifiche svoltesi successivamente all’epoca che stiamo studiando. Sulla linea delle risorgive sorgono la gran parte dei centri abitati e qui corre l’antica strada maestra, che da Sacile passa a nord di Pordenone per poi raggiungere Valvasone oppure, più a nord, Pinzano, ed in quelle due località guadare il Tagliamento in direzione di Udine o del nord, finché i francesi non costruiscono (e l’Austria non completa nel 1816) la nuova strada regia postale da Treviso ad Udine che passa per Pordenone e supera il Tagliamento a Casarsa ( il primo esempio di moderna viabilità carrozzabile nella regione da essa attraversata). E’ nell’epoca delle guerre napoleoniche che vengono costruiti i primi, provvisori, ponti sui fiumi friulani, prima varcati solo attraverso guadi od attraversamenti in barca. Passaggi pericolosi per il regime torrentizio dei corsi d’acqua, soggetti inoltre a periodiche esondazioni, che spesso ne mutano il corso stesso: a metà del secolo gli austriaci inizieranno i lavori di arginatura del Tagliamento. Nel 1855 viene inaugurata la ferrovia da Treviso a Casarsa, tronco della Ferrovia Meridionale che - entrata in funzione nel 1860 - collega Milano a Venezia, Trieste, Lubiana e Vienna. Inoltre, nei primi anni ‘20, si pone il problema del riatto del canale della nuova Dogana sul Noncello a Pordenone, anche se solo nel decennio successivo ci interverrà effettivamente necessario ai traffici fluviali.203 MICCOLI, Giovanni, Clero friulano ed emigrazione. Note preliminari, in: Qualestoria, anno X, n. 3, Trieste, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione, Dicembre 1982, pagg. 71-82. 199 Sull’immane sforzo di organizzazione del mondo contadino da parte cattolica, rinvio alle opere già citate sulla storia del movimento cattolico in Friuli. 200 E, anno IV, n. 9, settembre 1909, Un Segretariato d’Emigrazione a Vittorio. 201 E, anno VII, n. 5, 1912, IL SEGRETARIATO DI TREVISO. 202 GASPARDO, Paolo, cit., pagg. 3-5. 203 BOSARI, Otello, Trasformazioni e innovazioni nell’area compresa tra Livenza e Tagliamento, cit. 198 Numero pagina E’ la ferrovia che, insieme all’abbondanza di acque e di manodopera a basso costo e ad un clima maledettamente umido per gli umani ma provvidenziale per la lavorazione del cotone, fa la fortuna di Pordenone. Qualche storico più tradizionale come Giosuè Chiaradia (e Paolo Gaspardo con lui) attribuisce alla dominazione austriaca la colpa dell’arretratezza friulana, come se mezzo secolo di dominio straniero abbia potuto far peggio di quasi quattro secoli di sonnolenta dominazione di un patriziato veneziano che ha ricoverato in rimessa le sue navi per mischiarsi in queste terre con l’antica feudalità patriarchina. 204 Se l’Austria riconsegna all’Italia la questione dello scioglimento dei feudi, che ostacolano più gli interessi della borghesia che quelli dei contadini (che a causa della tassa sul macinato del 1869 - creatura del loro “liberatore” dagli austriaci Quintino Sella - si trovano così oppressi da scappare in massa, dopo un generalizzato tentativo di rivolta subito represso dalle nuove autorità “connazionali”) in compenso costruisce strade, ponti e ferrovie, infrastrutture essenziali per lo sviluppo. 205 Pordenone è arrivata all’Ottocento quasi con la stessa topografia del borgo medioevale. Una lunga via principale ad andamento sinuoso (il futuro Corso Vittorio Emanuele) con i suoi portici rinascimentali e calli laterali: proprio calli, come a Venezia. Ma fino al 1508 la città è stata un dominio asburgico 206, porto fluviale di collegamento fra la strada per il nord (quella che passa per la stretta di Pinzano) e le lagune, raggiungibili tramite il Noncello, affluente del Meduna ed infine del Livenza. Pordenone è collocata su un basso colle aggirato dal fiume, ma anche circondata da due rogge che quasi si toccano a settentrione (dove c’è la Piazzetta di Sopra, la futura Piazzetta Cavour), per poi scartare l’una verso est e l’altra verso ovest, ricongiungendosi infine a sud vicino al fiume, nei pressi dell’antico porto. Fuori dalla città murata si sono sviluppati solo alcuni borghi ed una antica industria molitoria, laniera cartaria e metallurgica che da secoli sfrutta l’energia idraulica delle rogge e dei molti laghi che vi sono stati costruiti con sbarramenti artificiali. Insediamenti industriali e corsi d’acqua seguono gli stessi percorsi circondando la città e popolandone i dintorni.207 Ma si tratta comunque di un piccolo centro, più piccolo della ricca capitale degli agrari del Friuli occidentale, San Vito al Tagliamento, che secondo Cesare Gottardo è il cuore di questa regione agraria con la vicina Portogruaro: peccato che gli austriaci abbiano ceduto il vicino mandamento a Venezia creando un confine artificiale.208 Ormai la Contrada Maggiore ha assorbito organicamente come un suo diretto prolungamento il Borgo San Giovanni, quello che verrà ribattezzato Corso Garibaldi, che si differenzia dalla più antica matrice per la mancanza di portici e delle tante calli laterali. Altri borghi si erano gradualmente sviluppati attorno alla città, parte essendo assorbiti da nuove vie che saranno in futuro gli assi centrali della nuova città, parte diventando le matrici di nuove frazioni. Il Borgo San Giacomo viene ridisegnato prima dall’installazione, agli inizi dell’Ottocento, della Ceramica Galvani e poi dal tracciato ferroviario e della nuova via che dalla Piazzetta di Sopra conduce alla nuova stazione ferroviaria austriaca (sarà la Via Mazzini) 209; il Borgo Colonna (attraversato dalla via per Torre che sarà dedicata al dirigente radicale Felice Cavallotti) e il Borgo Meduna, appena oltre il Noncello in direzione di Udine e legato nel suo futuro all’insediamento del grande Cotonificio Amman, nelle bassure create dal fiume fra la città e la borgata. 210 Fuori della città, con una loro storia a volte più antica, stanno le due frazioni di Rorai Grande (ad ovest, sulla via per Treviso) e di Torre (a nordest, sul Noncello, dove una volta stava il primo porto, poi abbandonato per costruire il Portus Naonis, cioè proprio Pordenone). Se a Torre è riservato fino all’Ottocento il destino di piccolo borgo di pescatori, Rorai è invece luogo di molteplici insediamenti industriali, grazie all’abbondanza delle acque sulle quali progressivamente vengono creati sbarramenti artificiali, creando quel paesaggio lacustre che ne connota il territorio. 211 Sono gli austriaci a regalare lo sviluppo a Pordenone, dove alla fine degli anni ‘30 dell’Ottocento iniziano ad insediarsi due stabilimenti cotonieri a Torre (una filatura ed una tintoria), che saranno seguiti da una tessitura a Rorai Grande e, trent’anni dopo, da altri due stabilimenti a Pordenone (anche se tutti i pordenonesi dicono Borgomeduna, dal borgo che guarda il cotonificio dall’altra parte del Noncello) ed a Fiume Veneto, ed agli inizi del nuovo secolo da un altro a Cordenons. Gli industriali vengono da Trieste o dalla Lombardia, ma sono spesso svizzeri e tedeschi e con loro portano maestranze specializzate per insegnare ai pordenonesi. Che imparano presto il mestiere e non gradiscono quanto accade dopo che, negli anni ‘80 e ‘90 rispettivamente, muoiono prima Giovanni Battista Locatelli che dirige i cotonifici di Torre e Tanti anni fa, all’Archivio di Stato di Venezia, durante una rara visita guidata alle stanze degli antichi depositi documentali, l’insegnante di archivistica, arrivata alla stanza dei documenti riguardanti i feudi, sentenziò senza appello: “qui ci sta solo il Friuli”. 205 Sulla costruzione della rete infrastrutturale dei trasporti nel periodo austriaco, cfr. le già citate opere di Bosari pubblicate su Qualestoria. 206 Ignorato dai più, il simbolo della città, nella dizione tedesca di Porthenau, è visibile fra quelli dei tanti possessi degli Asburgo dipinti all’interno della cattedrale di San Vito nel castello di Praga. 207 CRIPPA, Flavio e Mattozzi, Ivo, Comune di Pordenone. Archeologia industriale a Pordenone. Acqua e fabbriche dal XV al XX secolo, Udine, Del Bianco, bozze 1999. 208 GOTTARDO, Cesare, Agricoltura ed agricoltori nella pianura occidentale tra ‘800 e ‘900, in: FRILLI, Franco, cit., pagg. 27-51. 209 Quale fosse l’area di Borgo San Giacomo è indicato dalla delibera presa nel 1911 dalla Commissione del Censimento insieme alla Giunta Comunale, con la quale si fissano le nuove denominazioni delle vie: la Via S. Antonio diventa Via Antonio Marsure e le quattro nuove vie sorte in località ex Anselmi S. Giacomo saranno chiamate: Via Selvatico, Via Molinari, Via Gio. Batta Damiani e Via Vendramino Candiani. Cfr.: P, n. 114 di lunedì 15 maggio 1911, pag. 2, Nuova denominazione di alcune vie. 210 Sullo sviluppo urbano di Pordenone, cfr.: PRADELLA, Giuseppe, La città di Pordenone. Breve storia del suo sviluppo urbano, in: ***, Il centenario della Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione, Pordenone, 1866-1966, Pordenone, Grafiche F.lli Cosarini, 1967, pagg. 173-190; per le trasformazioni nel periodo austriaco cfr. inoltre: GASPARDO, Paolo, cit., pagg. 5-8. 211 Sugli insediamenti industriali a Rorai, cfr.: CRIPPA, Flavio e Mattozzi, Ivo, cit. 204 Numero pagina Rorai e poi Emilio Wepfer che dirige quelli di Pordenone e Fiume: con loro muore il paternalismo illuminato. Dopo, non importa da dove vengano i dirigenti: più spesso sono tedeschi, che si faranno maledire in tutti i modi, ma neanche i lombardi, che con il nuovo secolo porterà il nuovo direttore di Rorai Zanini, saranno maggiormente apprezzati. Finiscono i tempi d’oro del rapporto fra fabbriche e città e spunta l’alba della lotta di classe e, inevitabilmente, del socialismo.212 L’insediamento dell’industria cotoniera a Pordenone viene facilitato (quanto a disponibilità e professionalità della manodopera) dalla preesistenza diffusa di industrie tessili: dai molti antichi mulini per la lavorazione della lana insediati sulle rogge cittadine e dalla diffusa e sviluppata industria serica che, pur mantenendo il suo carattere sussidiario delle produzioni agricole, offre una notevole occupazione: nel periodo dal 1907 al 1913 sono circa 5.000 i posti di lavoro nei 40 stabilimenti in provincia, con un numero di giornate lavorative annue oscillante fra le 250 e le 270, praticamente pari a quelle dell’industria cotoniera. Diversa è la stabilità occupazionale degli stabilimenti per l’ammasso dei bozzoli, che, pur essendo anch’essi 40 in Friuli, danno invece un’occupazione minima di solo 75 giornate lavorative annue, per circa 1.400 occupati. Delle 40 filande friulane, 15 sono nel Friuli occidentale: 1 a Budoia, 2 a Caneva, 1 a Chions, 1 a Cordenons, 1 a Maniago, 4 a Pordenone, 1 a Prata, 1 a Sacile, 2 a San Vito ed 1 a Spilimbergo; dei 40 ammassi bozzoli, 9 sono collocati ad ovest del Tagliamento. Quella della seta è un’industria tradizionale per il Friuli, legata soprattutto al fatto che i bozzoli sono il primo prodotto agricolo dell’annata, oltre a dare una rendita che si considera superiore ancora a quella di qualsiasi altra cultura agraria, forniscono il contadino di danaro nel periodo che ha maggior bisogno per far fronte ad impegni pressanti di provviste e bisogni diversi. L’industria serica con le sue filande è di fatto un polmone indispensabile per la vita dei contadini friulani. Il carattere tradizionale e l’interconnessione con le attività agrarie di quest’industria, a differenza di quella cotoniera, ne influenzano le condizioni di lavoro e la nascita dell’organizzazione sindacale: solo negli anni immediatamente precedenti alla guerra mondiale finalmente si cominceranno ad ottenere condizioni di lavoro meno vessatorie delle 15-16 ore consecutive, dopo le dure lotte, spesse spontanee, delle filandine, come nei casi segnalati a Cordenons ed a San Vito al Tagliamento. 213 L’industria cotoniera invece è un’industria inserita dall’esterno nel contesto friulano: gli stabilimenti del genere - e il Friuli ne conta 7 con 250,330 fusi installati - sono certamente, per le loro condizioni costruttive, sia dal lato tecnico che dal lato igienico, i migliori nel loro complesso che vanti l’Europa. Quella del cotone è forse l’industria meglio organizzata sotto tutti gli aspetti, ciò che si deve alla signorilità degli impianti, alla costituzione dei capitali impiegati, alla cultura e competenza di coloro che ne reggono le sorti. Gli stabilimenti per la filatura del cotone della provincia di Udine sono forse fra i migliori esistenti in Italia. Gli stabilimenti cotonieri - a differenza della filande, con le quali spesso gli studiosi superficialmente li confondono - costituiscono un settore ad alta intensità di capitali, utilizzano tecnologie avanzate e sono inseriti in un circuito produttivo e commerciale internazionale. L’ispettore del lavoro Picotti lamenta come l’abbondanza di manodopera femminile friulana si accompagni ad un legame con i campi che rende insofferenti per il lavoro di fabbrica e fa ritornare presto in famiglia; ma - dopo aver affrontato il nodo della crisi che colpisce il settore all’inizio degli anni ‘10 - nota come questa abbia creato effettivamente problemi non nell’Udinese 214, ma soprattutto nel Pordenonese, dove si è formata una popolazione industriale: ad ulteriore conferma, anche se implicita, della diversa formazione della classe operaia pordenonese. Gli operai occupati nella filatura in provincia sono circa 4000, mentre nella tessitura sono in calo dai 1451 del 1911-1912 ai 1151-1160 del biennio successivo.215 Complessivamente, l’industria tessile, di cui Pordenone con il suo hinterland è il fulcro, conta per oltre la metà dell’occupazione industriale del Friuli, calcolata da Picotti a 27.165 operai (4.500 dei quali però: i 2.651 fornaciai, oltre ai lavoranti degli ammassi di bozzoli, hanno un’occupazione che non copre tutto l’anno). Il mandamento di Pordenone, con i suoi 7.412 occupati e 108 stabilimenti industriali, supera quello di Udine (dove si sta svolgendo una industrializzazione nel settore siderurgico, tessile ed elettrico) che conta A Pordenone la premiata Filatura, Tessitura e Tintoria cotoni (Stabilimenti di Torre e Rora), in quel periodo eccezionalmente gestita da imprenditori locali e diretta da Giovanni Antonio Locatelli, si sforzava, riuscendovi, di esorcizzare il pericolo dello sciopero attraverso le consuete forme paternalistiche del tutto simili a quelle che rendevano famoso Alessandro Rossi: scuole di fabbrica per i figli dei dipendenti, vendita di prodotti di prima necessità, legna e granoturco a prezzi contenuti e persino distribuzione di dadi da brodo e bevande al tamarindo. Cfr.: DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 34-35 e 42. Durante la crisi dell’industria cotoniera provocata dalla guerra di secessione negli Usa (1861-1865) Locatelli utilizza anticipazioni sui agli operai, incentivi per l’emigrazione ed organizza direttamente, come azienda, lavori pubblici per fornire occupazione alternativa: cfr. MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone, cit., pagg. 91-92. La posizione di Locatelli e degli industriali “stranieri”, più attenta al mantenimento della pace sociale, differisce da quella dei loro colleghi indigeni, come il liberista Valentino Galvani, che invece si oppone ad un qualsiasi ruolo dell’ente comunale nelle attività assistenziali. Queste vanno lasciate alle associazioni private, poiché l’intervento pubblico aumenterebbe il numero dei poveri. Indubbiamente gli industriali cotonieri debbono affrontare problematiche più complesse rispetto ai proprietari delle piccole manifatture cittadine: ma in questa prima fase il loro ruolo appare più progressista, mentre successivamente i ruoli tenderanno a rovesciarsi. Cfr.: MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone, cit., pag. 123. 213 PICOTTI, Guido, cit., pagg. 16-17, 40-47 e 66-67. 214 Dove, grazie all’energia del canale Ledra-Tagliamento, sono sorti gli stabilimenti di filatura del Cotonificio Udinese a Torreano di Martignacco nel 1884 ed all’Ancona nel 1888. Essi (diretti da uno svizzero del Canton Ticino) nel 1890 sono la principale azienda udinese con 670 operai, cui vanno aggiunti i due stabilimenti di tessitura di Marco Volpe e di Luigi Spezzotti con 370 operai. Cfr.: STELLA, Aldo, cit., pag. 28; TESSITORI, Luigi, I processi di modernizzazione e la realtà urbana in Friuli, in: ISTITUTO REGIONALE PER LA STORIA DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE NEL FRIULI-VENEZIA GIULIA, Friuli e Venezia Giulia. Storia del ‘900, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1997, pagg. 71-72. 215 PICOTTI, Guido, cit., pagg. 47-52. 212 Numero pagina 6.137 operai, ma dispersi nella più arretrata realtà rappresentata da ben 267 stabilimenti. Complessivamente, la provincia di Udine, per quanto ancora prevalentemente agricola, deve alle concentrazioni industriali delle sue due principali città il quindicesimo posto nella graduatoria nazionale quanto ad industrializzazione ed un posto oscillante fra il primo ed il secondo nel Veneto - a dispetto dei tanti commentatori concentrati soprattutto sui fattori del mancato decollo industriale friulano. 216 Un decollo che sarà azzoppato soprattutto da una scelta politica sciagurata: quella di combattere una guerra che si svolgerà sul territorio provinciale e ne abbatterà quasi tutto il suo patrimonio industriale.217 Vari studiosi (Musolla e, sulla sua traccia, Mio) hanno sottolineato il sostanziale ruolo coloniale del capitale esterno nei confronti di Pordenone: una posizione che sarà esplicitata a Pordenone proprio dal dirigente socialista Enrico Ferri e ribadita dagli stessi socialisti pordenonesi, quando avranno occasione di apprezzare la ben diversa disponibilità del capitale locale, ad esempio quello dei Galvani, industriali del settore cartario e della ceramica. Uno studio recente di archeologia industriale 218 ha però avuto occasione di sottolineare il vasto ed articolato substrato industriale di Pordenone, che da secoli contava una diffusa industria in vari settori. Ed infatti, nonostante la prevalenza del settore cotoniero, altre industrie sorgono in città o negli immediati paraggi a cavallo fra Otto e Novecento, grazie ad un sistema di comunicazioni che può contare su due linee di trasporto, ferroviaria e fluviale. L’industria alimentare conta ben due birrerie, uno stabilimento di produzione di concimi sorge vicino al porto a Vallenoncello, varie industrie nascono come indotto dei cotonifici, nel settore del legno, della meccanica e dell’edilizia: proprio a Torre sorge la grande fornace Vuga, ma delle forniture dei cotonifici si avvantaggiano stabilimenti che avranno una lunga storia nella vita industriale della città, come le officine meccaniche Savio (macchine tessili), l’industria Zanette nel settore del legno (per la produzione di fusi in metallo, rocchetti, sporle in legno ed altri accessori, acquistati dai cotonifici fino alla fine dell’Ottocento in Inghilterra o nel Milanese) e le officine metallurgiche Licinio (per altro votate principalmente alla produzione di macchine agricole, altra esigenza primaria per lo sviluppo dell’economia locale).219 I cotonifici sono pieni di operai tessili, ma anche di meccanici 220 e di edili, che fluttuano fra gli stabilimenti pordenonesi e - a seconda delle epoche e dei salari - l’emigrazione, che costituisce una dura necessità ma anche, talvolta, una possibilità di affermazione e di libertà sociale, che permette di non soggiacere alle regole salariali dello stabilimento industriale. Per Parmeggiani sarà la crisi del tessile negli anni ‘50 del Novecento a liberare le energie per lo sviluppo dell’industria meccanica (che nel Friuli occidentale significa in primo luogo la Zanussi) e di quella edilizia (che trascinerà con se un altro polo dell’industria pordenonese: quello del mobile). Ma come tutte le soluzioni troppo evidenti quella di Parmeggiani appare una semplificazione, riproponendo il ruolo della classe operaia pordenonese come esercito di riserva di manodopera non qualificata: certo la produzione seriale della manifattura tayloristica non richiede una grande specializzazione, ma nei cotonifici lavoravano in maggioranza donne ed alla Zanussi uomini... Più corretta e condivisibile appare la sua indicazione che - alla radice dello sviluppo dell’industria PICOTTI, Guido, cit., pagg. 10, 12, 16-17; MORASSI, Luciana, Il Friuli, cit., pag. 121 (che sottolinea soprattutto il ruolo del settore siderurgico nello sviluppo industriale del polo udinese); per Udine: TESSITORI, Luigi, cit., pagg. 70-73; STELLA, Aldo, cit., pag. 28, che oltre agli stabilimenti cotonieri ricorda le Ferriere, sorte nel 1882 con capitali austriaci ed un direttore norvegese. Secondo Luigi Mio, che si basa però sui dati del censimento del 1911 senza integrarli con quelli successivi di Picotti, che li corregge nel 1914 tenendo conto della crisi del settore cotoniero e non calcola la piccola azienda artigianale (non sottoposta al suo controllo ispettivo), Pordenone è, con 6.272 occupati, il sesto centro industriale del Veneto dopo, nell’ordine, Venezia, Verona, Padova, Vicenza e Udine; per quanto riguarda i cavalli dinamici impiegati esso è preceduto di poco da Venezia, mentre denuncia valori quasi uguali a Vicenza e Udine e superiori a centri come Verona, Padova, o Treviso. Ove si consideri, infine, il rapporto tra numero di imprese e occupati, il quale fornisce la dimensione media delle aziende, Pordenone si colloca invece al primo posto; in questo momento esso risulta aver nettamente e definitivamente sopravvanzato il centro laniero di Schio con il quale condivideva, al momento dell’Unità, il prima industriale nel Veneto. Nel 1915 il capitale sociale delle tre aziende cotoniere Amman, Makò e Cotonificio Veneziano (il quale comprende anche gli impianti di Venezia e Verona) ammonta complessivamente a 13.400.000 lire (per aver un metro di paragone si tenga presente che la Fiat aveva allora un capitale sociale di 17 miglioni di lire). Cfr.: MIO, Luigi, Il processo di industrializzazione del Pordenonese (1839-1954), in: FRILLI, Franco, cit., pagg. 65-66. 217 Secondo Parmeggiani, le distruzioni sarabno tali da riportare indietro di più di trent’anni lo sviluppo industriale della provincia. Cfr.: PARMEGGIANI, Nico, Gli stadi dello sviluppo industriale nella provincia di Udine. Ricognizione storica dal primo Ottocento ad oggi, Udine, Del Bianco, 1966, pag. 88. 218 CRIPPA, Flavio e Mattozzi, Ivo, cit. Lo studio di Crippa e Mattozzi ha una storia tutta sua: questa originale ricerca sul grande passato industriale di Pordenone è stato a sua volta oggetto delle attenzioni tutt’altro che riguardose del penultimo sindaco della città, il leghista Alfredo Pasini. Costui, oltre ad essere esponente del più gretto spirito reazionario, appartiene ad una delle famiglie che hanno edificato recentemente un complesso edilizio - in zona esondabile - al posto dell’antica cartiera Lustig, poi diventata il pastificio Tomadini (occultando inoltre ai cittadini la piena visione del bell’abside gotico del duomo concattedrale). Pasini, vincolato contrattualmente, ha disposto che del libro dei due studiosi, che dovrebbe essere conosciuto approfonditamente da tutti gli operatori culturali ed educativi cittadini, fossero stampate solo pochissime copie, dal costo inaccessibile: per fortuna la nuova amministrazione comunale si sta indirizzando in senso totalmente diverso. Ho potuto leggere il testo in bozza grazie alla gentilezza dell’allora consigliere comunale del Prc Michele Negro, che ringrazio. 219 Sulle officine Savio e l’industria Zanette, cfr.: CRIPPA, Flavio e Mattozzi, Ivo, cit., pagg. 147-148 e 150; sulle officine Licinio, fondate dall’ing. Aristide Zenari, cfr.: GASPARDO, Paolo, cit., pag. 56. Agli inizi del Ventunesimo Secolo le Officine Savio - passate per successive crisi e passaggi di proprietà dal privato alla gestione pubblica a quella nuovamente privata - costituiranno ancora il più grande stabilimento di produzione meccanotessile del mondo, mentre le Officine Licinio si saranno trasformate progressivamente nelle Officine Bertoja per la produzione di rimorchi per autocarri; le industrie Zanette (diventate uno stabilimento specializzato nella produzione di serramenti in legno) saranno destinate invece a scomparire, dopo una crisi negli anni Settanto/Ottanta legata anche a interventi speculativi sull’area di insediamento urbano dell’originario stabilimento, destino simile a quello della Ceramica Galvani. 220 Nel 1868 ai tre stabilimenti di filatura, tintoria e tessitura di Torre e Rorai era stata aggiunta un’officina meccanica, a sua volta in grado di produrre macchine tessili per i propri stabilimenti e per quelli di Schio - 16 ritorcitrici - e di Treviso. Cfr.: DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 22. 216 Numero pagina meccanica - ci sia proprio quella realtà di piccola e media impresa sorta proprio all’ombra dei cotonifici, insieme alle professionalità liberate dai grandi licenziamenti degli anni Cinquanta. E forse, pensando proprio al settore dell’edilizia, bisognerebbe interrogarsi più a fondo su una cultura industriale ricca e complessa, formatasi in patria e (grazie ad un’emigrazione ciclica come quella temporanea) anche all’estero. 221 Una particolarità tutta locale dell’industrializzazione pordenonese è quella dell’industria elettrica, anche se qui si ritrovano gli elementi ricorrenti appena accennati: capacità imprenditoriali locali che si sommano ad una carenza di risorse finanziarie ed all’intervento di capitali esterni. La dovizia di risorse idriche è fondamentale per uno sviluppo pionieristico della nuova industria che produce a livello internazionale la seconda rivoluzione industriale: l’elettrificazione. A pochi anni dalle scoperte scientifiche che rendono possibile la trasmissione a distanza dell’energia elettrica, Pordenone è una delle prime città italiane a disporre di un impianto di produzione e distribuzione dell’illuminazione pubblica e privata, nel 1888. E’ qui che si vede meglio come la precedente fase industriale “indigena” costituisce una delle precondizioni fondamentali per il grande sviluppo di fine ‘800-inizi ‘900: è proprio dalla trasformazione dei vecchi impianti di battiferro, battirame, molini con funzioni alimentari o da follatura laniera che le industrie cotoniere e le altre minori ricavano l’energia elettrica per i loro impianti. In una seconda fase, le industrie tessili costruiscono i loro imponenti impianti, anche con grandi opere di ingegneria idraulica, come la derivazione da parte del Cotonificio Amman di canali dal Meduna a Pordenone e la realizzazione dell’invaso artificiale della Burida.222 Più importante ancora è la dimensione che assume l’industria idroelettrica pordenonese con i primi anni del Novecento, soprattutto grazie all’impegno progettuale di alcuni tecnici legati anche da vincoli di parentela: si tratta degli ingegneri Luigi Salice (il progettista dell’impianto della Burida) e dei nipoti Antonio Pitter ed Aristide Zenari (acquisito per il matrimonio con una sorella di Pitter; ma di Zenari va ricordato anche che è nipote diretto del grande pedagogista purliliese Aristide Gabelli, provveditore generale del Ministero della Pubblica Istruzione, del quale riceve il sostegno durante gli studi). Questo gruppo di progettisti, insieme inizialmente a finanziatori pordenonesi ma poi soprattutto veneziani (il gruppo che fa capo al conte Papadopoli, legato anche all’industria cotoniera pordenonese), idea - sul modello dell’impianto di Paderno d’Adda che darà energia all’industria milanese - un impianto sul Cellina, destinato ad alimentare l’illuminazione e l’industria veneziana e, in seconda battuta, friulana. Le linee di trasmissione dell’impianto, con gli 87 km. da Malnisio a Venezia (oltre alle diramazioni ed all’altra linea da Giais ad Udine) rappresentano una delle realizzazioni di avanguardia dell’industria italiana. E’ grazie alle imponenti realizzazioni idroelettriche sul Cellina nel primo decennio del Novecento (una diga nella forra fra Montereale e Barcis, che dà energia alle centrali di Malnisio, Giais e Partidor, anche se quest’ultima centrale verrà inaugurata solo nel 1919) che è possibile il vero e proprio salto in avanti dell’industria pordenonese. Secondo Giosuè Chiaradia, tale espansione del settore idroelettrico ad opera dell’imprenditoria per lo più pordenonese, che aveva portato in un trentennio alla costruzione di circa 25 centrali di varia grandezza, tra le quali alcune d’importanza storica, fu concausa dell’evidente rivoluzione industriale della zona, in cui spiccano, accanto ad una decina di aziende del settore tessile, alle storiche cartiere, alle ceramiche vecchie e nuove, anche le prime industrie metallurgiche e metalmeccaniche, del settore alimentare, del legno, della chimica, prefigurando così, a inizio del secolo, le caratteristiche del futuro sviluppo: dalle 2.500 unità del 1885, l’operaiato pordenonese era salito alle 5.600 del 1911. 223 L’industrializzazione riduce il tributo pordenonese all’emigrazione e crea anzi un’immigrazione: anzi - secondo Mio - soprattutto una pendolarità, dalla città verso le borgate cotoniere e dal contado verso Pordenone. Ciò pone problemi nuovi: una rete di trasporti adeguata sia per i lavoratori che per le merci; una situazione sociale nuova ed esplosiva, con la crescita geometrica della popolazione delle borgate e fortissime tensioni; fenomeni nuovi, come la concentrazione di centinaia di giovani donne in pensionati gestiti dalle industrie e da personale religioso224; livelli di nocività nuovi, dovuti al lavoro di fabbrica ed alle malattie sociali che ne derivano, dalla tubercolosi all’alcoolismo. Neanche la fuga dalla campagna verso il lavoro di fabbrica è senza costi. PARMEGGIANI, Nico, Gli stadi dello sviluppo industriale nella provincia di Udine. Ricognizione storica dal primo Ottocento ad oggi, Udine, Del Bianco, 1966, pagg. 125 e segg. 222 Per la localizzazione e caratteristiche degli impianti, cfr.: CRIPPA, Flavio e Mattozzi, Ivo, cit.; per l’Amman in particolare: BIGATTON, Walter, LUTMAN, Guido, BORDUGO, Maurizio, Storia del Cotonificio Veneziano. L’industria pordenonese AmmanWepfer tra Ottocento e Novecento, Pordenone, Biblioteca dell’Immagina, 1994; per la storia dell’industria elettrica nel Pordenonese: CHIARADIA, Giosuè, Un secolo di attività idroelettriche, in: FRILLI, Franco, cit., pagg. 71-89. 223 CHIARADIA, Giosuè, Un secolo di attività idroelettriche, cit., pagg. 77-81. I dati del censimento riportati dalla stampa sono inferiori di circa seicento unità (cfr.: P, n. 174 di lunedì 25 luglio 1911, pag. 1, I risultati del censimento industriale), ma bisogna anche considerare gli elementi congiunturali, in quanto causa la crisi cotoniera il numero degli operai nei grandi stabilimenti è sensibilmente diminuito. Lo sviluppo del Pordenonese in questa fase di industrializzazione è confermato dai dati demografici, che rilevano come gli abitanti del Friuli sono in grande crescita: dai 514.370 abitanti del 1901 ai 726.611 odierni. L’incremento più rilevante, addirittura superiore in cifra assoluta a quello del più popoloso distretto di Udine, si concentra nel distretto di Pordenone, che passa da 76.330 abitanti a 97.001. Cfr.: P, n. 204 di martedì 29 agosto 1911, pag. 1, IL CENSIMENTO PROVINCIALE GENERALE: Centomila abitanti di aumento. 224 I pensionati femminili dei cotonifici diventano in tal modo, oltre ad un importante servizio sociale, un temibile strumento di controllo, delle vere e proprie istituzioni totali. Le operaie non sono libere, in caso di sciopero subiscono pressioni dalle religiose, ma l’utilizzo dello stesso tempo di non lavoro è condizionato alla concessione di quest’ultime. L’8 settembre 1902, essendosi alcune operaie recate a ballare, sono sospese per otto giorni dal lavoro dalle suore, pena ridotta alla metà dall’intervento della direzione aziendale! Cfr.: DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 62-63. 221 Numero pagina In particolare eccezionale è la situazione che si crea a Torre, che diventa in breve tempo una moderna città-fabbrica, in seguito alla costruzione nel 1840 del quarto stabilimento cotoniero in Italia. 225 Torre, ancora feudo di meno di cinquecento persone fino al 1810, nel 1872 ha raggiunto 1580 abitanti, destinati a divenire 2710 all’inizio del Novecento. Ne deriva una paurosa crisi abitativa: pur essendo quintuplicate le abitazioni dal 1839 al 1874, nel 1884 la disponibilità è di 155 alloggi per 256 famiglie (nello stesso periodo, nel borgo gemello di Rorai Grande, la situazione è di 103 abitazioni per 169 famiglie)! 226 La città-fabbrica è una realtà di aggregazione di un proletariato inurbatosi in località completamente dipendenti da uno stabilimento industriale, che non si integrano con un preesistente retroterra contadino od artigianale e dove la fabbrica costituisce il principale centro di aggragazione e di promozione dell’attività sociale e politica. Si tratta di realtà dove avranno un ruolo fondamentale le realtà sindacaliste rivoluzionarie, per quanto queste eserciteranno vari livelli di mediazione con il socialismo riformista, sia sul terreno elettorale che su quello propriamente sindacale, come sarà proprio nel caso di Torre. Qui il socialismo avrà sempre una direzione di stampo operaio, a differenza di quel mix di intellettuali, piccolo borghesi ed operai qualificati di piccole aziende che connoterà gli altri centri storici del socialismo del Friuli occidentale, ad iniziare da Pordenone.227 Sul piano istituzionale l’industrializzazione produce come effetto la richiesta di un ruolo più importante per la città: già nel 1872, sei anni dopo l’annessione all’Italia, il neonato settimanale liberale Il Tagliamento rivendica la costituzione di una provincia autonoma del Friuli occidentale, alla quale sia riunito anche il mandamento di Portogruaro. I distretti della destra Tagliamento lamentavano che Udine avesse accaparrato tutte le opere pubbliche più importanti, mentre si era negato a Pordenone un modesto sussidio per l’istituzione di una scuola tecnico-secondaria in quella città. 228 D’altronde, l’ambizione ad una sanzione del ruolo centrale di Pordenone era già stato sottolineata, alla fine del Sedicesimo Secolo, dalla trattativa fra il comune ed il vescovo Matteo I Sanudo per trasferire la sede vescovile da Portogruaro alle rive del Noncello, arenatasi probabilmente per gli eccessivi gravami imposti dalla presenza della corte concordiese. 229 Ambedue le aspirazioni diverranno infine realtà, ma solo nella seconda metà del Ventesimo Secolo, tardiva sanzione del ruolo acquisito dall’antico porto fluviale, diventato nel frattempo la capitale italiana dell’industria degli elettrodomestici. CHIARADIA, Giosuè, Appunti per una storia del sindacalismo nel Friuli pordenonese, in: FRILLI, Franco (a cura di), Pordenone e il suo territorio. Note storiche su aspetti economici e sociali, Pordenone, Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura, 1992, pag. 197. 226 DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 44-46. 227 Per la definizione di città-fabbrica, cfr.: DEGL’INNOCENTI, Maurizio, Geografia e istituzioni del socialismo italiano, Napoli, Guida, 1984, pagg. 182-183 . 228 RINALDI, Carlo, Il giornalismo politico, cit., pag. 95; il giudizio di Tiziano Tessitori (Friuli 1866: uomini e problemi, pagg; 147148) è riportato da: STELLA, Aldo, cit., pag. 35, nota 7. 229 CHIANDOTTO, Vannes, Stato e Chiesa nel Friuli occidentale, cit., pagg. 14-15. 225 Numero pagina Capitolo 4. Il sole radioso dell’avvenire. Pordenone, la piccola Manchester. 4.1 - Le origini del socialismo nel Friuli occidentale. 4.1.1 - Prime presenze. Gli ultimi anni dell’Ottocento. Secondo Mario Lizzero il primo nucleo socialista organizzato pordenonese nasce a Torre, in seguito ad un forte movimento rivendicativo, nel 1886.230 Ma questo riferimento ad un episodio di lotta operaia non produce immediatamente un gruppo esplicitamente ricollegantesi alle prime organizzazioni del socialismo italiano; d’altro lato, proprio negli anni successivi si collocano le origini della cooperazione socialista con la costituzione del Magazzino Cooperativo di consumo nella frazione cotoniera. Quanto alla vicina città, secondo la testimonianza dei primi esponenti del Psi pordenonese agli inizi del nuovo secolo, la loro attività non aveva ancora avuto inizio nel 1890.231 I primi segni di attenzione per il socialismo - ma non ancora di collegamenti organizzati - nella Pordenone di fine secolo sono di poco posteriori alla fondazione del Psi a Genova nel 1892. Nel 1893 esce il primo giornale socialista friulano, L’Avvenire. Edito ad Udine, giunge nelle due principali città del Friuli occidentale, Pordenone e San Vito al Tagliamento, diffuso in ambienti operai già influenzati dal pensiero socialista, anche se immediatamente contigui alla democrazia radicale. Sulle sue pagina appaiono in sequenza ravvicinata due lettere, testimonianza di una prima volontà di organizzarsi nell’ambiente operaio, ma anche di un vuoto ancora tutto da colmare. La prima lettera tende a marcare una presa di distanza dal radicalismo locale, i cui esponenti avrebbero fatto la scelta opportunistica di badare al tornaconto personale, lasciando i lavoratori privi di una rappresentanza politica. Il corrispondente confessa comunque di aver deciso più a livello emotivo che sul piano di una scelta politica maturata con cognizione di causa.232 Nel numero successivo un’altra lettera riprende il discorso. Anche in questo caso si esprime una voglia di fare, non ancora una realtà organizzata: ne è una testimonianza la risposta redazionale a questa seconda pubblicazione: Il sig. E.F. farebbe cosa molto grata e molto bella ad aiutarci nella lotta, la quale purtroppo di giorno in giorno diventa più ardua, più acerba; e se non fosse l’ardenza delle convinzioni che ci sostenga e ci conforti, verrebbe quasi la matta voglia di disertare il campo. Quante delusioni, quanti abbandoni! Aiutiamoci dunque. Ma il giornale non basta. Bisogna che ognuno si muova, si agiti nella propria sfera e cerchi la propaganda in tutte le guise. E’ così che potremo presto o tardi organizzarci in partito: oggi non siamo che soldati dispersi per quanto animosi: lo intendano i compagni della provincia.233 Questi primi contatti non producono però una strutturata organizzazione: Vittorio Gottardi nel 1894, nella sua relazione al secondo congresso socialista veneto, segnala solo la presenza di un primo nucleo nella Udine che ha appena visto la vittoria del radicale Girardini, mentre nulla gli risulta a Pordenone. E che la conoscenza della realtà pordenonese sia, oltre che di seconda mano, insufficiente, lo dimostra il fatto che, mentre segnala lotte sindacali dei settori delle setaiole delle filande e dei tipografi friulani, egli nega la presenza in provincia di nuclei di grande industria.234 Si tratta dei due lunghi e duri scioperi dei cotonifici di Rorai Grande (12-25 settembre 1887, per un aumento della retribuzione del cottimo) e di Torre (19-29 novembre successivi, per ottenere il regolamento di fabbrica): cfr. DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 50-54 e MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone, cit., pagg. 97-100. 231 LIZZERO, Mario, Gloriose battaglie antifasciste, cit., pag. 3; LF, n. 129 dell’11 maggio 1907, Discutiamo (siglato P.); n. 155 dell’8.11.1907, pag. 2 MENTRE SI INIZIA IL PROCESSO PER IL DRAMMA DI PORDENONE. L’ambiente di Pordenone (cfr. testo in appendice) e n. 16 del 22 aprile 1922, pag. 4, TORRE DI PORDENONE. Cose della Cooperativa Sociale. 232 L’Avvenire, n. 3 dell’8 luglio 1893, pag. 3, Dalla Provincia. Cfr. il testo in appendice. 233 L’Avvenire, n. 4 del 15 luglio 1893, pag. 3., articolo firmato Enrico F. Cfr. il testo in appendice. Allegata all’articolo una poesia ci fornisce una dura descrizione delle condizioni di vita ferine cui era ridotta la classe lavoratrice friulana: in essa risuonano gli stessi toni crudi delle testimonianze lasciateci dagli osservatori degli effetti della rivoluzione industriale sul proletariato europeo, come le ritroviamo richiamate in: DOLLÉANS, Édouard, Storia del movimento operaio, 3 volumi, Firenze, Sansoni, 1977, vol. I, parti prima e seconda; o in: MARCUS, Steven, Engels, Manchester e la classe lavoratrice, Torino, Einaudi, 1980, per le testimonianze, oltre che del lavoro engelsiano, della letteratura coeva (soprattutto di Dickens); cfr. inoltre il testo classico di: ENGELS, Friedrich, La situazione della classe operaia in Inghilterra, Roma, Editori Riuniti, 1972. Cfr. inoltre, per osservatori italiani degli effetti della rivoluzione industriale sulle condizioni della classe operaia: DE AMICIS, Edmondo, Primo maggio, cit. e MERLI, Stefano, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, Firenze, La Nuova Italia, 1976. 234 GOTTARDI, Vittorio, cit., pagg. 13 e 14 (cfr. testo in appendice). Le modalità di redazione del suo resoconto della presenza socialista in Regione sono così riassunte da Gottardi: io mi sono umilmente rivolto a tutti i compagni, a me noti, delle varie provincie. Ma rispondere alle lettere, che si ricevono, non è di tutti, e pochissimi risposero alle mie. Quindi, dopo aver notato come le informazioni ch’egli riporta al congresso sono incomplete, riferisce: In tutto il Veneto vi sono ventidue Circoli aderenti al partito: altri ve ne sono che al partito non aderirono, ma in complesso, bisogna bene confessarlo, di socialisti ve ne hanno pochini. Cfr. GOTTARDI, cit., pagg. 5 e 6. 230 Numero pagina La situazione non è cambiata due anni dopo, quando il successivo periodico socialista, L’Operaio, uscito nel 1896, non riporta in alcun modo notizie da Pordenone (mentre continuano i rapporti con San Vito). Evidentemente i contatti erano venuti meno, oppure più probabilmente erano rimasti al livello della semplice simpatia, operando nelle situazioni locali all’interno delle reti organizzative delle forze della sinistra borghese.235 Ma il pericolo del socialismo è sentito dai rappresentanti delle istituzioni, se il 5 agosto 1895, in occasione dell’inaugurazione della Casa di Riposo in Piazza della Motta, il prefetto di Udine si trova a pronunciare un duro discorso contro le nuove idee della lotta di classe e del collettivismo. 236 Ed infatti se in Friuli si contano, fra il 1878 ed il 1900, 116 giorni di sciopero, 38 si sono svolti a Pordenone, nel corso di 7 scioperi consecutivi.237 I socialisti come forza organizzata appaiono però più tardi, nella fase di crisi dell’offensiva reazionaria dell’ultimo decennio del secolo. Durante le pesanti repressioni antipopolari dei ministeri guidati da Crispi, Di Rudinì ed infine dal generale Pelloux, i socialisti hanno subito colpi pesanti, e l’organizzazione socialista è stata letteralmente messa al bando in ampie zone del paese. Solo piccoli gruppi socialisti sono sopravvissuti in quel periodo, ed è probabile che il Veneto ed il Friuli in esso compreso non avessero fatto eccezione. Alla vigilia dell’VIII congresso del Psi, tenutosi a Roma nel settembre 1900, il Veneto contava 30 sezioni complessivamente, a fronte delle oltre centoventicinque dell’Emilia (dove non si era attuato lo stato d’assedio), delle oltre cento della Lombardia (che vi erano invece state sottoposte): ma va rilevato che l’organizzazione sindacale e socialista veneta era soprattutto forte nelle zone di agitazione bracciantile del Polesine. Alla ricostituzione del partito ed allo sviluppo del movimento popolare avevano dato grande stimolo i risultati delle elezioni amministrative del giugno-luglio 1899, nelle quali il blocco popolare (formato da socialisti, repubblicani e radicali) aveva segnato a proprio vantaggio il successo di Milano. 238 Vittorio Gottardi nasce a Treviso nel 1860. E’ insegnante negli istituti tecnici e direttore didattico, fino a quando viene destituito dall’incarico nel 1898 per le prime accuse politiche (è iscritto al Psi dalla fondazione): da quel momento si dedica al giornalismo ed all’organizzazione di partito, contribuendo all’organizzazione dei circoli socialisti in Veneto e soprattutto in Polesine. Dopo aver ricostituito nel 1900 la sezione socialista trevigiana, sciolta dopo i moti del 1898, ed essere stato eletto consigliere comunale e provinciale, si trasferisce a Milano, ove è chiamato da Filippo Turati a far parte della commissione per la refezione scolastica cittadina. Gottardi, dopo la prevalenza l’anno successivo dei rivoluzionari nel Psi milanese, fa parte della sezione socialista autonoma promossa dai riformisti. Nel 1914 diventerà assessore all’istruzione primaria nell’amministrazione comunale socialista guidata da Caldara, per poi abbandonare nel dopoguerra l’attività politica, anche a causa della salute malferma. Morirà a Treviso nel 1939. Cfr.: ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., secondo volume, pagg. 533-534 (scheda a cura di S. Caretti). 235 Quali fossero le modalità di organizzazione del Psi è indicato in una nota riportata sul nuovo settimanale: Come si procede alla formazione dei gruppi socialisti? E’ questa la domanda che molti Compagni della Provincia ci hanno rivolta. In un modo semplicissimo, rispondiamo noi. Unico mezzo la buona volontà. Colui che si sente socialista, deve sentire anche la necessità che tutti gli altri divengano socialisti. Impieghi quindi ogni mezzo per convincere quanti più è possibile alle proprie idee, e quando in un singolo paese, in un singolo villaggio, in una singola borgata ne avrà convinti due o tre, dopo quanto lavoro, dopo quanto tempo non importa, con l’aiuto loro cerchi di convincerne tanti altri da raggiungere complessivamente almeno il numero di 10. Raggiunto questo numero il Gruppo è formato, vi sia o non vi sia una sede fissa per le sue riunioni, le riunioni, possono tenersi anche passeggiando per i campi. Costituito così il Gruppo (Sezione del Partito), esso deve fare adesione al Partito socialista del Lavoratori italiani, spedendo l’adesione collettiva all’Ufficio esecutivo centrale del Partito medesimo (S. Pietro all’Orto N. 16 Milano), con l’indicazione del numero (non è necessario il cognome) dei suoi componenti, e con versamento della metà almeno delle contribuzioni, che per ciascun aderente sono di cent. 10 mensili, e anche di più per quelli che lo possono. La metà delle contribuzioni minime mese per mese si continua a spedirla all’Ufficio esecutivo centrale, come pure mese per mese, si notifica all’Ufficio medesimo ogni successivo mutamento nel numero dei socii. Finché non riesca possibile la formazione del Gruppo, perché non ancora raggiunto il numero di 10, le adesioni e le contribuzioni si manderanno alla Sezione più vicina (Circolo elettorale di Udine), a cui si considerano appartenenti gli aderenti. Costituito un certo numero di Gruppi si procederà a fondare la Federazione. Ciò premesso, un saluto ai Compagni della provincia e l’augurio che il loro lavoro riesca grandemente proficuo alla propaganda ed all’organizzazione del Partito. Cfr.: L’Operaio, n. 6, sabato e domenica 19/20 settembre 1896, Ai Compagni della Provincia. COME SI COSTITUISCONO I GRUPPI. 236 Ecco una di quelle opere che sono preordinate ad affrettare l’ora delle armonie sociali, val quanto dire a ravvicinare in fraterno accordo le classi della Società per modo che tutte dal più al meno abbiano a risentirne i benefici dell’umano consorzio, per modo che i più favoriti dalla sorte aiutino a salire coloro che lo furono meno, per modo, insomma, che la plebe assurga a dignità di popolo anziché, come vorrebbero taluni, abbassare il popolo a livello di plebe. Quando si vedrà attuato con vero amore il precetto di Cristo, il quale non disse mai ai poveretti: andate a prendervi con la violenza la roba dei ricchi, ma disse invece ai ricchi “quod superest dividatur”. Io credo per fermo che le classi lavoratrici, ora suggestionate con maggior o minor buona fede, ma suggestionate sempre, si sentiranno meno disposte a proseguire ideali di realizzazione impossibile e che in ogni caso non condurrebbero se non alla distribuzione di una gran parte del patrimonio creato dalla sapienza, dalla industria e dalla attività di tante generazioni e da gettare il resto nella nebbiosa ed infeconda palude del collettivismo. E poiché sono a Pordenone, mi piace ricordare la sentenza di un vostro illustre compatriota, non certo sospetto di soverchia tenerezza per la borghesia, il quale scrisse che la sognata liquidazione sociale, se mai dovesse avverarsi, non sarebbe una liquidazione di ricchezze, ma una liquidazione di miseria...” Cfr.: NANNI, Nico, L’assistenza dall’Unità d’Italia alla seconda guerra mondiale, in: COMIN, F., NANNI, N., CASETTA A., PERFETTI T., Storia dell’assistenza a Pordenone dal 1440 ad oggi, Pordenone, Eca, 1980, pagg. 182-183 e 246, nota 7. Nanni non individua l’illustre compatriota, che potrebbe ben essere Pietro Ellero. Già nel 1887 La Patria del Friuli segnalava che da tra o quattro anni anche in Friuli si osa parlare di socialismo. Anche se non sappiamo chi avesse organizzato la manifestazione, nel 1893 viene celebrato, forse la prima volta, il Primo Maggio a Pordenone (ove non aveva avuto alcun riscontro nel suo primo anno di convocazione mondiale, il 1890), anche se Il Tagliamento si rilassava visto che: tutto si limitò a platoniche conferenze per propugnare principalmente le otto ore di lavoro e ad amichevoli bicchierate . Cfr.: DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 59-60. 237 18 giorni di sciopero si contano a Palmanova (un solo sciopero), 16 ad Udine, nel corso di 7 scioperi, 13 a Maniago (anche in questo caso per uno sciopero solo): cfr.: CHIARADIA, Giosuè, Appunti per una storia del sindacalismo nel Friuli pordenonese, cit., pag. 198. 238 TREVISANI, Giulio, Storia del movimento operaio italiano, 3 volumi, Milano, Edizioni Avanti! e successivamente Edizioni del Gallo, 1958-1965, secondo volume, pag. 306 e terzo volume, pagg. 20, 21 e 27. Numero pagina Ed è proprio in quella occasione di rivincita elettorale delle sinistre riunite nei Blocchi Popolari, secondo Luigi Mio, che nelle elezioni amministrative del luglio 1899, con l’apporto determinante degli elettori di Torre, i primi esponenti del partito socialista fanno il loro ingresso nel consiglio comunale cittadino; tra i neoconsiglieri troviamo quell’Ilario Fantuzzi che sarà presidente proprio del magazzino cooperativo nei primi anni del secolo.239 L’elezione del Fantuzzi, presidente del Magazzino Cooperativo di consumo di Torre, dimostrerebbe la capacità dei socialisti di acquisire la gestione di strutture economiche di fondamentale importanza per la condizione operaia, e di usarle come trampolino per la conquista del potere politico. La conquista della gestione del Magazzino viene descritta dall’eterno concorrente/antagonista dei socialisti a Torre, il parroco ed organizzatore sindacale cattolico don Giuseppe Lozer: il Magazzino Cooperativo locale, (era) amministrato da socialisti. (...) L’art. 2 dello Statuto del Magazzino Cooperativo prescriveva che la Società doveva rimanere estranea a partiti politici. Eppure era infeudata al Partito Socialista. Socialisti sì, ma cattolici no! La bandiera del Magazzino Cooperativo era stata benedetta nel 1895 sotto la prima amministrazione non socialista; (...).240 A Torre di Pordenone venne aperto fin dal 1894 un Magazzino Cooperativo di spaccio alimentari, vino, carne, legna in uno stabile del Cotonificio Veneziano, ceduto poi gratuitamente, in posto centrale, dove oggi c’è l’Oratorio dei ragazzi e l’abitazione del Cappellano. Nei primi anni fu amministrato da persone equilibrate, rispettose, non partitanti. Ma dal 1900 fino al 1929, quando venne chiuso per fallimento, divenne il centro della propaganda socialista. Non era un socialismo democratico, laburista col quale per me sarebbe stato ben facile accordarmi, ma un socialismo fazioso, settario, antireligioso, e dopo la prima guerra sfociato nel comunismo. Basti dire che quando passava la processione del venerdì santo, si teneva aperto lo spaccio, si vociferava e si affettava carne insaccata per fare dispetto. Due volte, al passaggio della processione del Corpus Domini, da una finestra del locale si gettarono sul baldacchino dei calcinacci. Bravate banali, provocazioni idiote, che poi furono scontate con un fallimento disastroso.241 Secondo la memoria storica del Psi pordenonese, invece, la guida socialista sul Magazzino cooperativo di Torre coincide con la sua stessa creazione, guidata da Ilario Fantuzzi. Nel 1909, quando don Lozer riesce a disarcionare Fantuzzi dal seggio consiliare in comune, si ricorda com’egli abbia guidato la creazione della cooperativa da quindici anni, cioè proprio dal 1894. Risulta poi dagli atti che il Magazzino Cooperativo fra Operai ed Addetti agli Stabilimenti del Cotonificio Veneziano e Braccianti nella frazione di Torre di Pordenone nasce come Società anonima cooperativa di consumo costituita con atto 15 agosto 1903 – Autorizzata con Decreto del R. Tribunale Civile e Penale di Pordenone 17 aprile 1904 , secondo la documentazione conservata agli atti del comune di Pordenone, con presidente Fantuzzi. Con buona pace di don Lozer, ci sono state due successive società, l’una sorta il 25 marzo 1893 promossa dal Cotonificio Veneziano in una logica paternalistica nella quale l’azienda industriale poteva controllare i consumi dei lavoratori ed eventualmente ricattarli in caso di sciopero (come succederà nello sciopero del 1906 del Cotonificio Amman), l’altra sorta nel 1903, segno dell’ emancipazione degli operai socialisti, della quale essi hanno sempre mantenuto il controllo fino all’avvento del fascismo. Diversa sarà invece la storia della cooperativa degli operai del Cotonificio Amman, come avremo occasione di vedere successivamente.242 L’esistenza di esperienze cooperative, come quella socialista di Torre oppure quelle di Lestans o dei ferrovieri di Udine, viene scandita da fasi successive di scioglimenti e di nuove costituzioni legali, dovuti prevalentemente a fenomeni che allontanano dalla loro sede la gran parte dei soci costitutori e che soprattutto ne hanno reso impossibile il funzionamento, a causa della penuria di merci e del denaro per acquistarle: è 239 MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone , cit., pag. 106. LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg. 24 e 25. 241 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg. 32 e seguenti. E’ un notevole esempio di ipocrisia il racconto che fa don Lozer del fallimento del Magazzino cooperativo, diventato nel dopoguerra Cooperativa sociale. Innanzitutto Lozer tace del boicottaggio fascista nei confronti delle istituzioni superstiti del movimento operaio, soprattutto le cooperative, visto che i partiti e le organizzazioni sindacali erano stati sciolti da tempo. La soddisfazione del parroco per la caduta degli storici avversari era evidentemente predominante sul comune sentimento di opposizione al fascismo. Ma quello che soprattutto a Lozer preme sottolineare è la sua vittoria, materializzatasi con l’acquisizione dei beni della cooperativa avversaria, azione spacciata per carità cristiana. E i locali e i terreni della Cooperativa socialista che mi ha respinto da socio nel settembre del 1903, sono divenuti nel 1935 mia proprietà che ho poi donato alla Chiesa parrocchiale di Torre con destinazione a ricreatorio della gioventù e abitazione del Cappellano. Non possiamo che considerare queste bassezze come una grave caduta di stile, che purtroppo non ha lasciato indenne un personaggio complesso ed importante come don Giuseppe Lozer. Per tentare di ricostruire qualcosa di simile a quanto è accaduto, mi pare opportuno citare quanto un giornalista del Manchester Guardian ebbe a scrivere da Molinella a proposito della distruzione delle cooperative di quel famoso centro del riformismo socialista emiliano da parte dei fascisti: è cominciata un’altra campagna di violenze per impedire ai contadini di coltivare la terra. Il 22 marzo due spedizioni punitive armate visitarono due poderi, ove i contadini che rimanevano fedeli alle cooperative lavoravano. Bastonarono uomini e donne e anche una giovinetta di quindici anni. Frattanto il commissario governativo continuava le vendite all’asta di tutto quanto apparteneva alle cooperative, senza alcun consenso dei soci. Il 25 marzo furono venduti i bovi della “Cooperativa Agricola” ai bottegai e ai proprietari terrieri, che li rivendettero con un profitto enorme. Il caso della proprietà Spada dà un’idea di ciò che succede. Questa terra è stata tolta alla cooperativa che l’aveva in affitto ed è stata affidata ai dirigenti fascisti, che alla loro volta l’hanno subaffittata agli operai affamati ad un prezzo enorme. (...) Corrispondenza di Mr. Waterfield, sul Manchester Guardian del 5 aprile 1923, citata da: SALVEMINI, Gaetano, Molinella, in: Adriano Dal Pont e Lino Zocchi, cit., pag. 175. 242 LF, nn. 252 del 31 luglio 1909, pag. 4 e 252 del 31 luglio 1909, pag. 4, Cambiamento di Luna; DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 69-70. Cfr.: ACPn, b. 1905 Referato I, fasc. 6, Amministrativo. Avevo potuto precedentemente visionare la trascrizione dell’atto costitutivo, grazie agli appunti cortesemente fattimi leggere da Teresina Degan. 240 Numero pagina questo il motivo per il quale dopo la prima guerra mondiale troviamo ricostituite (magari con un nuovo nome, come a Torre) cooperative che avevano avuto una loro florida e consistente attività nel passato. 243 4.1.2 - L’organizzazione degli agenti. La prima vera notizia che testimonii di un’attività organizzata socialista a Pordenone appare nell’ottobre 1900, e non riguarda, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, gli operai cotonieri. Si tratta di una lettera di Luigi Scottà e Gino Rosso, che chiedono ospitalità al settimanale radicale Il Paese per rispondere ad un commento de Il Tagliamento sulle vicende della Società Agenti, cioè della società di mutuo soccorso costituita autonomamente dagli impiegati, commessi ed agenti di commercio. Il 16 settembre i due (definiti dal settimanale liberale tutti gli imberbi “non ancora maturi di senso”) sono stati eletti consiglieri nelle elezioni parziali. Ma la direzione della Società, pur essendo il consiglio già eletto, col pretesto di una modifica statutaria che porta il numero dei consiglieri da 15 a 18, decide di convocare per il 9 ottobre nuove elezioni generali, alle quali si presenta una lista di seguaci del circolo monarchico (che si era costituito in quel periodo, promosso da Riccardo Etro244) con qualche nome nostro. I monarchici, che accusano gli antagonisti di voler politicizzare la previdenza, riescono a sconfiggerli. Ma sono proprio i monarchici a strumentalizzare la Società, astenendosi dalla cerimonia di commemorazione del capo radicale Felice Cavallotti, ma facendo al contrario atto di omaggio ad Umberto I dopo la sua uccisione e facendo benedire dai preti la bandiera del sodalizio.245 Scottà e Rosso dichiarano di mirare con la loro azione ad un indirizzo morale ed economico differente dall’attuale, proprio perché portatori di idee politiche diverse, così come diversa è la gestione di un’Amministrazione Comunale se essa è diretta da monarchici oppure da radicali. Questo non significa voler trasformare la società mutualistica in uno strumento di partito, quanto piuttosto innovarne la direzione, per offrire condizioni migliori ai lavoratori associati, rompendo con l’egoistica gestione degli attuali amministratori.246 Due settimane dopo Scottà e Rosso sono costretti a replicare nuovamente alla polemica del Tagliamento del 6 ottobre. Si rifiuta l’accusa di aver mai denigrato Giuseppe Mazzini, che si dichiara invece di rispettare profondamente. Il pensiero nostro è questo: Il principio politico informa l’indirizzo economico, ritorna quindi utile farne manifestazione nelle associazioni operaie per determinare una corrente, che sia consentanea alle esigenze dei tempi, e aggiungiamo ancora che i sodalizi essendo parte importante di un organismo civile, debbono interessarsi alle questioni politiche che hanno rapporto collo sviluppo economico. Ai monarchici che ritengono necessario iscrivere soci onorari e contribuenti, stimolando l’intervento paternalistico dei proprietari a pro dei lavoratori, si replica che i lavoratori debbono provvedere da soli al miglioramento delle loro condizioni, fra le quali figura l’ottenimento di un sussidio ben più consistente di quello minimo ora garantito ai soci disoccupati. Si richiede la retribuzione delle cariche sociali come di ogni 243 Cfr. invece, per un caso emblematico di esperienza cooperativa che riesce ad esercitare un ruolo importantissimo, anche se ridotto, di sostegno delle condizioni di vita della popolazione, le Cooperative Operaie di Trieste (anche se va sottolineato come il ruolo e la sopravvivenza stessa della cooperazione in questo caso è frutto di un accordo con le autorità politiche): PIEMONTESE, Giuseppe, cit. 244 X. firma da Pordenone un articolo sulla prima pagina de Il Paese, dedicato al congresso dei monarchici moderati - riaggregatisi dopo il regicidio di Monza - che si sta svolgendo in quei giorni. La sua opinione è che non ci si possa aspettare nulla da quest’aggregazione che ha basi solo parlamentari, senza riferimenti reali nel paese, e che propone un programma basato sul radicale Patto di Roma misto con il programma minimo socialista ed una fede cieca nell’autorità costituita. Ben altre speranze possono essere riposte nel programma di riforme di Zanardelli e Giolitti, e nella sinistra liberale che, indebolita dalle continue trasmigrazioni, è però risorta insieme ai partiti popolari nella difesa delle libertà statutarie, a dimostrazione di una sua reale ragion d’essere nelle forze economiche. E’ significativo che i riferimenti dell’articolo siano in buona parte ripresi dalla socialista Critica Sociale, dalla quale si traggono citazioni di Vilfredo Pareto e di Filippo Turati. P, n. 268 del 9 febbraio 1901, pag. 1, UN CONGRESSO, articolo siglato X. Questa sigla viene usata solitamente anche per altri articoli (così come le similari xy od y) ma in questo caso vale l’esplicita indicazione di Pordenone. Si tratta in particolare della stessa sigla che, a partire dai mesi successivi,utilizzerà Gino Rosso per anni sui socialisti Evo Nuovo e Il Lavoratore Friulano. 245 La campagna per celebrare Cavallotti era iniziata a Pordenone nell’ottobre 1899, con la richiesta di collocazione di una lapide in ricordo del capo radicale; il delegato di PS era intervenuto impedendo la pubblicazione di due manifesti democratici. Si costituisce un comitato presieduto da Galeazzi. Domenica 6 maggio 1900 viene inaugurata la lapide sotto la loggia municipale con una partecipata manifestazione pubblica. P, nn. 194 del 7 ottobre 1899, pag. 2, Non amano che si onori la virtù, 198 del 4 novembre 1899, pag. 2, Pro Cavallotti e 225 del 12 maggio 1900, pag. 2, PORDENONE A CAVALLOTTI. Vendramino Candiani, possidente e primo sindaco della Pordenone italiana, così commenta l’episodio con malcelato fastidio nelle ultime pagine della sua cronaca (datando l’inaugurazione due mesi prima): A cura di alcuni cittadini viene murata sotto la loggia comunale una lapide, con medaglione, a Felice Cavallotti, lavoro dello scultore pordenonese Luigi De Paoli. Senza nulla togliere ai meriti del Cavallotti, sia come soldato, che come poeta e filantropo, si è deplorato da moltissimi che si sia voluto ricordare lui con un medaglione sotto la civica loggia, prima di erigere una degna memoria a Camillo Benso di Cavour che fu, con Vittorio Emanuele e Giuseppe Garibaldi, l’iniziatore dell’unità d’Italia. Si protestò anche in Consiglio comunale, dicendosi che Pordenone, eminentemente patriottica, non doveva macchiarsi di fronte alla storia con simile atto d’ingratitudine. Ma a nulla valse e la cosa passò auspice la Giunta munipale. CANDIANI, Vendramino, Pordenone. Ricordi cronistorici dall’origine del Friuli a tutto il 1900, Torrebelvicino (Vi), Mario Stavolta, 1976, pagg. 194-195. 246 P, n. 252 del 20 ottobre 1900, pagg. 1 e 2, Una doverosa risposta al “Tagliamento”, lettera firmata da Luigi Scottà e Basso (recte: Rosso) Gino. Numero pagina altro lavoro, mentre da destra si difende la gratuità; si vuole la costituzione di cooperative moderne, osteggiate dai monarchici: questi sono i contenuti politici che contrappongono i due schieramenti. 247 Il lavoro dei due giovani socialisti, nonostante la sconfitta momentanea, porta a risultati evidenti, tanto che il 24 marzo 1901, quando a Pordenone si tiene la commemorazione di Umberto I, fatta dall’on. Pascolato, ex ministro e deputato di Spilimbergo, la Cooperativa di Torre e la Società Agenti non partecipano all’iniziativa, vista la sua caratterizzazione monarchica. I monarchici quindi, visto il venir meno del sostegno di quegli stessi dirigenti della Società Agenti appoggiati al momento del voto da Il Tagliamento, girano per i negozi per raccogliere firme su una mozione di protesta, che raccoglie però solo 28 firme su 200 soci. La domenica successiva i radicali organizzano una conferenza di risposta, in cui l’avv. Carlo Policreti, presentato dall’avv. Galeazzi, replica punto per punto ai monarchici. Lunedì 8 un’altra iniziativa è la pubblica lettura, da parte dell’ispettore scolastico Vittorio Segala, della Canzone a Garibaldi di D’Annunzio. In ambedue le iniziative i monarchici sono assenti o si sottraggono al contraddittorio. 248 Domenica 27 luglio 1901 si tiene un comizio per il lavoro festivo degli agenti. Hanno aderito l’Associazione del riposo festivo di Venezia, gli agenti di commercio di Codroipo, Gemona e San Vito, gli onorevoli Girardini e Pascolato, e la Federazione italiana di Milano, rappresentata dall’avv. Gasparotto. Il presidente G. Tommasella passa la parola all’avv. Cavarzerani, che fa la storia di questo movimento che viene senz’altro definito operaio. Il primo periodo è stato quello delle trattative che si dimostrano un mezzo inefficace; il secondo quello della pressione degli agenti, organizzati in associazioni, sul Parlamento per approvare la legge per il riposo festivo. Facendo riferimento alle esperienze del movimento operaio internazionale, ricorda come solo in Italia non si sia ottenuta questa conquista, e fa riferimento al concetto di libertà di Robespierre ed a Mazzini. Dopo l’intervento del sindaco di Sacile, che pur aderendo al comizio difende l’ordine del giorno negativo della Camera di Commercio di Udine (smentito dall’industriale Galvani che afferma che quell’ordine del giorno contraddittorio non era mai stato discusso nell’assemblea dell’organismo) e dell’avv. Gasparotto, c’è una sorpresa. A questo punto dal pubblico si sente una voce: “domando la parola”. E’ un giovane che vuol parlare. Egli legge su di alcune cartelle. Il suo discorso improntato al vero concetto marxista della lotta di classe suscita vive approvazioni da parte degli operai. Fa in brevi periodi la storia dell’agitazione per il riposo domenicale in Pordenone; segue lo sviluppo della grande industria e tocca di sfuggita le sue tristi conseguenze. Ricorda la legge del lavoro sulle donne e sui fanciulli, ha un plauso ed un commento sugli ultimi scioperi, difende il riposo festivo chiamando “pietose finzioni” le abitudini dei clienti messe avanti dai padroni e termina, dopo aver notate le influenze dell’eccessivo lavoro con un vivace appello alla organizzazione internazionale dei lavoratori. Il discorso completamente differente dagli altri ha ottenuto l’applauso di molti, il riso imbecille di qualche forcaiolo e di qualche rifiuto di caserma. L’oratore è Luigi Scottà, agente presso la ditta Asquini.249 Per la prima volta forse nella storia di Pordenone, in un’assemblea pubblica composta di esponenti liberali e prevalentemente radicali, è risuonata la voce del socialismo. Il Tagliamento storpia e falsifica l’intervento di Scottà, insinuando che il tremebondo oratore, alla sua prima esperienza, abbia letto un discorso non suo, e che fosse il corrispondente de Il Paese, alla presidenza del comizio, ad ispirarlo con lo sguardo complice.250 Nel successivo mese di settembre trionfano infine nelle elezioni parziali della Società agenti i “sovversivi”, i rivoluzionari combattuti l’anno precedente da Il Tagliamento. Si tratta di Gino Rosso, Luigi Scottà e Antonio Croato, indicati come socialisti, di Pietro Garbin, radicale e di Ugo Pasini. La sinistra vince pure nella votazione per i sindaci. Dall’assemblea fu votato il seguente ordine del giorno presentato dal socio Scottà in riguardo alla benedizione di una bandiera fatta per poter entrare in chiesa: “L’assemblea visto il contegno della Direzione che senza il suo consenso o quello del consiglio faceva benedire un’emblema, non sormontato da Mercurio, deità pagana, non riconosciuta e non riconoscibile dalle autorità ecclesiastiche, ritiene come vessillo sociale soltanto quello che fu dal voto dell’assemblea reso simbolo del sodalizio.” Sull’avvenimento polemizza il Giornale di Udine, che non avendo argomentazioni più serie fa notare che qualcuno dei candidati si è votato da solo.251 4.1.3 - La debole democrazia pordenonese. Vincenzo Policreti è sindaco fino a mercoledì 24 agosto 1898, quando vengono approvate le sue dimissioni a causa del trasferimento a Genova per motivi familiari e professionali; mercoledì 28 giugno 1899 247 P, n.254 del 3 novembre 1900, pag. 2, Un’ultima risposta, firmata per il Comitato Luigi Scottà e Rosso Gino. P, nn. 275 del 30 marzo 1901, pag. 1, La commemorazione dell’on. Pascolato a Pordenone e pag. 3, Conferenza politica, 276 del 6 aprile 1901, pag. 3, Con le pive nel sacco e Conferenza Policreti e 277 del 13 aprile 1901, pag. 3, Lettura della Canzone di Garibaldi. Il prof. Vittorio Segala, che per vari anni fu apprezzatissimo Regio Ispettore Scolastico nel nostro Friuli , inizia dal dicembre 1909 a collaborare regolarmente con Il Paese. Cfr.: P, n. 293 di venerdì 10 dicembre 1909, pag. 1, Nuovi orizzonti di educazione femminile. 249 P, n. 293 del 3 agosto 1901, pag. 3, Il Comizio di Domenica. 250 P, n. 294 del 10 agosto 1901, pagg. 2 e 3, Strascichi del comizio. 251 P, nn. 301 del 7 settembre 1901, pag. 3, Alla società agenti e 302 del 14 settembre 1901, pag. 3, Sulle elezioni della Società agenti. 248 Numero pagina alle ore 10 si tiene l’ultimo Consiglio Comunale sotto la presidenza del suo successore, il co. cav. Pompeo Ricchieri (sono assessori Antonio Polese e Domenico Spernari). 252 E’ in questa fase, in occasione delle elezioni amministrative, che il settimanale radicale udinese Il Paese inizia le sue corrispondenze regolari da Pordenone. Esse, quando non sono dedicate alle cronache più strettamente politiche, parlano soprattutto di istruzione, illuminazione pubblica, delle condizioni dei lavoratori dei cotonifici, di quella delle strade, dell’igiene pubblica, spesso in polemica scon gli articoli del settimanale moderato Il Tagliamento. Duro il giudizio su come la città è stata amministrata finora: In questo Municipio non è mai brillato un pensiero moderno. Si son governati alla vecchia, con obbedienza infinita ai superiori, con riguardo ai bilanci senza comprenderli, senza studiarli, lasciandoli ingrossare malgrado ogni spirito di spilorceria.253 Ma le colpe non sono solo degli avversari: secondo le corrispondenze del settimanale radicale al partito popolare pordenonese manca energia. I suoi capi, deboli di nervi, si riuniscono solo il venerdì sera prima delle elezioni per decidere che fare e stampare il materiale propagandistico, quando ormai i moderati e soprattutto i clericali hanno già vinto. I clerico-moderati conquistano infatti maggioranza e minoranza, nonostante che i democratici abbiano preso 180 voti su 500. Le elezioni non si svolgono certo in un clima di grande libertà: il delegato di Ps sequestra i volantini dei socialisti che si presentano per la prima volta alle elezioni comunali ad un contadino, minacciandolo.254 Invece i democratici, guidati da Alessandro Rosso, stravincono nel vicino comune di San Quirino, sconfiggendo i clerico-moderati. Si tratta di un risultato significativo, anche se non sappiamo se si sia trattato di elezioni generali o parziali, poiché avviene in una realtà completamente rurale, dove i democratici sono guidati al successo da uno dei loro esponenti emergenti, schierato su posizioni anticlericali e progressiste e padre di due giovani fondatori del Psi pordenese.255 La prima seduta del nuovo Consiglio Comunale si tiene mercoledì 26 luglio sotto la presidenza dell’assessore Polese (il sindaco è assente giustificato e dimissionario), e vi partecipa, fra i nuovi consiglieri, il socialista Ilario Fantuzzi. I clericali avrebbero preferito eleggere a sindaco l’oste Giovanni Toffolo, ma viene invece rieletto Pompeo Ricchieri, insieme agli assessori effettivi (dopo varie votazioni ed il ballottaggio ne sono eletti solo tre su quattro) dottor Vittorio Marini, Giuseppe De Mattia, Giovanni Battista Poletti, ed i supplenti Antonio Faulin e Fortunato Silvestri. Entra fra gli assessori il clericale De Mattia (secondo Il Paese sarebbe stato eletto anche un altro assessore clericale, l’ing. D’Harmant 256). Ma già nella successiva seduta di mercoledì 16 agosto si presentano dimissionari il sindaco e gli assessori Poletti, Faulin e Silvestri e la Giunta rimane composta da due clericali intransigenti e da un moderato; il sindaco non viene 252 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume VIII, 1894-1900, pagg. 397-398 e 501-507. Policreti, possidente ed avvocato, è stato sindaco per pochi mesi, succedendo ad Antonio Querini, pure lui possidente ed avvocato, sindaco dal 1894. Solo dal luglio 1895 il Consiglio Comunale di Pordenone aveva potuto eleggere direttamente il sindaco, che prima era di nomina regia. Il conte Pompeo Ricchieri è possidente e militare; Antonio Polese è farmacista e Domenico Spernari assicuratore. Cfr.: MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone , cit., pagg. 212 e 216 e CANDIANI, Vendramino, cit., pag. 194. 253 P, n. 185 del 5 agosto 1899, pag. 2, La nuova amministrazione comunale. 254 P, n. 182 del 15 luglio 1899, pagg. 2-3, Elezioni amministrative ed E ora un aneddotino, ripreso nel n. 183 del 22 luglio 1899, pag. 3, Ancora delle elezioni amministrative. 255 P, n. 183 del 22 luglio 1899, pag. 3, Vittoria democratica. Sarebbe interessante studiare le vicende di questa piccola realtà, dove pochi anni dopo, nel gennaio 1906, la popolazione insorge contro il fatto di essere costretta a bere acqua inquinata che produce epidemie mortali ed interra l’unico pozzo del paese riservato ai benestanti. La rivolta viene repressa con l’afflusso di truppe da Sacile. Cfr. DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 71. In che rapporto sta la ribellione contadina sanquirinese (il problema dell’approvvigionamento idrico, dello scavo di pozzi e della tutela dell’igiene pubblica ritorna periodicamente nella vita locale di tutti i comuni interessati dall’azione socialista) con la presenza democratica riscontrata già alla fine del Diciannovesimo Secolo? Secondo Otello Bosari, si tratterebbe di un esempio di come le componenti organizzate socialiste e cattoliche rappresentano solo una parte del mondo del lavoro che resta tendenzialmente isolata in una società che si caratterizza per la passiva accettazione della situazione, per le correnti di fuga come l’emigrazione, per la sommossa che scoppia di tanto in tanto e che nessuna forza politica si propone di raccogliere per tradurre in un organico programma di rinnovamento. Cfr.: BOSARI, Otello, Dalla caduta della Repubblica di S. Marco alla Restaurazione, cit., pag. 9. Ma questo esempio, per altro bisognoso di un approfondimento per capire gli accadimenti del settennio che intercorre fra i due fatti, come quelli pure segnalati di Roveredo del 1910 (rivolta contro l’amministrazione clericale per la questione della scuola) e di Pravisdomini del 1914 (rivolta agraria contro la speculazione sui grani) porterebbero a concludere in senso diametralmente opposto a quello di Bosari. A Roveredo nel 1910 la rivolta segue ad una campagna di stampa socialista contro l’Amministrazione Comunale, che porta al rovesciamento elettorale e ad una maggioranza progressista (cfr. il successivo capitolo su Roveredo); l’episodio di Pravisdomini fa parte di un ciclo di rivolte popolari che scoppiano in tutto il Friuli occidentale, sommando l’agitazione degli emigranti rientrati e disoccupati ed il problema del carovita, rivolte che per quanto spontanee vedono una presenza significativa degli attivisti del Psi (non a caso a Pravisdomini, dove fino a quel momento non si era segnalata alcuna presenza socialista, nel dopoguerra il movimento contadino sarà egemonizzato dalle leghe rosse e nel 1920 sarà eletta una Giunta socialista: cfr. i capitoli su Aviano e Pravisdomini). Più che di episodi di arcaismo privi di sbocco politico, essi sembrano denotare invece un collegamento fra le forme di esplosione del ribellismo contadino e la nascita di moderne forze politiche progressiste nelle campagne friulane, in stretto contatto (i radicali di San Quirino ed i socialisti di Roveredo e Pravisdomini) con il polo operaio urbano di Pordenone. Alessandro Rosso, nato l’11 agosto 1843 e morto il 28 aprile 1919. 256 L’ing. nob. Francois D’Harmant, genero di Vendramino Candiani, dipendente della Società Veneta, aveva lavorato per essa a Londra e pure ad Essen presso le Acciaierie Krupp. Dopo aver abbandonato la professione ed essere ritornato a Pordenone, è per qualche tempo assessore comunale. A Roma fece parte dell’Associazione della stampa e vi pronunciò delle conferenze sul danni dei disboscamenti. Scrisse anche, con lo pseudonimo Syrius, sulla Patria del Friuli. Cattolico convinto fu un fiero antitemporalista un ardente patriotta. In politica militò nel campo moderato. Morirà a 67 anni nel 1905. G, n. 15 di domenica 15 gennaio 1905, pag. 3, DA PORDENONE: La morte del nob. d’Armant. Numero pagina sostituito perché nuovamente il consiglio non riesce ad esprimere la maggioranza necessaria. Solo il 23 agosto viene eletto sindaco l’avv. Vittorio Marini, con solo 11 voti. 257 Nelle successive quattro sedute (si tengono sempre il mercoledì alle 10 e finiscono verso l’ora di pranzo) Fantuzzi è assente. E’ presente invece in modo discontinuo alle sedute successive, pur prendendo raramente la parola, a partire da quella del 18 ottobre: ed in questa seduta, su proposta del consigliere Pietro Tomasella viene deliberato che d’ora in poi il Consiglio Comunale sia convocato in serata alle ore 20, proposta acconta con 15 favorevoli e dieci contrari: fra l’altro lo spostamento di orari imporrà che la sala sia dotata di un impianto di illuminazione elettrica. Ma, dopo poche sedute di sperimentazione, alcune delle quali sono andate deserte, sono i consiglieri Ellero e Polese a proporre di ritornare all’antico regime, proposta che viene votata all’unanimità, quindi anche da Fantuzzi, nonostante ciò - trattandosi di un ritorno ad un orario lavorativo, vada in senso contrario a quelli che dovrebbero essere gli interessi di un rappresentante della classe operaia. In qualsiasi caso, le assenze di Fantuzzi sono prevalentemente non giustificate, senza apprezzabili differenze fra le sedute serali e quelle diurne.258 Nella seduta dell’8 novembre il cons. Fantuzzi raccomanda sia provveduto al riatto della strada detta Vialuz a Torre. Il Sindaco dà formale assicurazione che si provvederà fra non molto; dichiara anzi di aver risposto in tali sensi al primo firmatario di una istanza rivolta a tale scopo al Municipio nel corrente mese dai frazionisti. Si tratta di un tipico intervento di Fantuzzi, che anche nelle tornate amministrative nelle quali sarà rieletto in seguito concentra i suoi interventi sulle esigenze del suo quartiere, lasciando ad altri consiglieri gli interventi politici di più ampio respiro. Subito dopo si passa alla discussione sulla proposta del consigliere Faulin “che il Consiglio si pronunci per appello nominale per un voto favorevole per l’amnistia ai condannati politici del Maggio 1898 e ciò per dimostrare noi pure un atto umanitario già deliberato da centinaia di Consigli Comunali di qualunque importanza del Regno compresi i nostri vicini di Sacile ed Aviano.” Il Sindaco dichiara pure che liberando coloro che languono in carcere si compie un atto umanitario, e noi confidiamo nella Grazia Sovrana. Il Consigliere Polese al quale si associa il Consigliere Ellero fa plauso alla proposta Faulin e dice di associarsi pienamente al voto dell’Italia intera per la liberazione dei condannati politici per i fatti del Maggio 1898. Il Consigliere Cattaneo dichiara di astenersi dal votare, quando non sa cosa vota, non essendo formulato un ordine del giorno con proposte concrete. Votano quindi a favore i ventuno consiglieri presenti, con Riccardo Cattaneo isolato nella sua posizione reazionaria di astensione, solo nel rifiutare un atto di riconciliazione che fa giustizia delle vittime della repressione antipopolare di un anno prima.259 Ben diverso era stato il pronunciamento dell’anno precedente (era il 7 dicembre 1898) quando il sindaco Ricchieri appoggiato dalla maggioranza dei consiglieri (ed in particolare dagli interventi dei consiglieri cav. Eugenio Zuletti, cav. Luigi Cossetti, ing. Antonio d’Harmant e dall’assessore avv. Gustavo Monti260) non aveva messo in discussione l’ordine del giorno per l’amnistia proposto dal consigliere Enea Ellero, ed aveva fatto invece votare un plauso alle parole del Re Umberto che affermava che il suo cuore anela l’istante in cui potrà far uso del diritto che gli dà lo Statuto, restituendo alle loro famiglie quegli sconsigliati che illusi da fallaci speranze, fatte ad essi balenare da una propaganda antipatriottica, dovettero essere colpiti dalle leggi; ma anche si volge al suo popolo fidente e sicuro che vorrà confortare il Governo nell’Opera Santa e desiderata di risanare le numerose piaghe, non ancora rimarginate. Tutto il consiglio si era alzato per approvare quest’ordine del giorno sindacale, lasciando solo Ellero a protestare; e pure un ordine del giorno di mediazione del consigliere Domenico Veroi era poi stato accantonato. La delibera presa dal Consiglio Comunale nel 1899 è quindi una specie di cartina di tornasole di come siano cambiati gli equilibri politici in Consiglio Comunale, dalla destra reazionaria alla sinistra liberaldemocratica. 261 Fantuzzi approva anche il bilancio preventivo per l’esercizio 1900, nella seduta del consiglio di mercoledì 20 dicembre 1899, riunita alle ore 20: a differenza dei voti sulle questioni amministrative, che di solito sono all’unanimità o quasi, in questo caso il voto divide il consiglio. Sono favorevoli: il sindaco Vittorio Marini, gli assessori Gaetano Cremonese, Basilio Frattina, Giuseppe Gaspardo, Sante Tomadini e Giuseppe De Mattia ed i consiglieri Gio Batta Botrè, Enea Ellero, Giovanni Toffoli e Pietro Tomasella (oltre a Fantuzzi); contrari: Riccardo Cattaneo, Luigi De Carli, Antonio Polese, Pompeo Ricchieri, Damiano 257 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume VIII, 1894-1900, pagg. 507-520; P, nn. 184 del 29 luglio 1899, pag. 2, Il nuovo Consiglio comunale, 185 del 5 agosto 1899, pag. 2, La nuova amministrazione comunale, 186 del 12 agosto 1899, pag. 2, L’amministrazione comunale, 187 del 19 agosto 1899, pag. 2, Per la elezione del sindaco e di tre assessori e 189 del 2 settembre 1899, pag. 2, Abbiamo il Pontefice. L’avv. Vittorio Marini è da circa vent’anni giudice conciliatore del comune di Pordenone, e da lunghi anni è presidente della Congregazione di Carità e dell’asilo infantile. E’ stato sindaco ed assessore del comune: cfr. P, n. 224 di mercoledì 10 settembre 1913, pag. 1, Nuovi cavalieri. Giuseppe De Mattia è tappezziere, Giovanni Battista Poletti possidente ed Antonio D’Harmant possidente ed ingegnere: cfr. MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone , cit., pag. 212. 258 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume VIII, 1894-1900, pagg. 512-541 e 573-574. 259 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume VIII, 1894-1900, pagg. 546-547. 260 Eugenio Zuletti è possidente e militare, Luigi Cossetti commerciante ed il deputato locale Gustavo Monti possidente ed avvocato: cfr. MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone , cit., pag. 212. 261 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume VIII, 1894-1900, pagg. 438-440. Numero pagina Roviglio262, Fortunato Silvestri, Domenico Spernari, Domenico Veroi ed Eugenio Zuletti. Una maggioranza risicata quindi, in cui il consigliere socialista poteva permettersi pure di essere l’ago della bilancia. 263 Nelle elezioni del giugno 1900, che chiudono la fase reazionaria della politica italiana, le forze dell’estrema sinistra si presentano unite a quelle della sinistra liberale con cui hanno combattuto insieme la battaglia contro il tentativo liberticida del governo Pelloux. Alcune delle candidature comuni dimostrano l’ampio spettro di questo schieramento: a Cividale viene presentato candidato il socialista Guido Podrecca, a Pordenone il deputato liberale uscente Gustavo Monti (lo stesso che nel 1898 aveva votato contro la proposta di Enea Ellero per l’amnistia), a Spilimbergo il deputato liberale anconetano Teodoro Bonacci 264, a San Vito al Tagliamento l’ex deputato radicale Luigi Domenico Galeazzi.265 In quelle elezioni l’estrema sinistra trionfa, passando da 67 a 95 seggi; pochi giorni dopo Umberto I, il monarca responsabile dei massacri di Milano del 1898 ed ispiratore di quegli anni di repressione antidemocratica viene giustiziato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci. Si tratta di un episodio controverso, affrontato con comprensibile difficoltà dal Psi: ma il regicidio, lungi dall’essere compreso nella tendenza terroristica di una parte minoritaria dell’anarchismo (amplificata a dismisura dall’ideologia dominante, fino a farla diventare la caratteristica di un movimento politico con basi ed una pratica politica democratica estesa) assume una sua valenza politica e morale predominante, come bene ha scritto Gaetano Arfè: E’ il caso di dire che il gesto di Gaetano Bresci, l’attentatore fortunato di Umberto I, ha, oltre a una sua logica ideale, una sua ragione politica, che soltanto l’estrema sindacalista-rivoluzionaria seppe a suo tempo apprezzare. Non è il colpo, di tipo terroristico, all’uomo simbolo, ma la punizione, conforme ai principî dell’individualista etica libertaria, dell’ispiratore e responsabile di repressioni sanguinose e ingiustificate. La condanna popolare di un metodo di governo basato sugli stati d’assedio e sulle cannonate non poteva esser formulata con più drammatica e convincente eloquenza.266 Ed infatti il regicidio, lungi dall’aprire una nuova stagione repressiva, sblocca la situazione di stallo seguita alle elezioni, nella quale Umberto I aveva conferito l’incarico governativo all’anziano Saracco, aprendosi ora la strada ai ministeri di Zanardelli e Giolitti. Conformemente invece al giudizio cauto della maggioranza del socialismo italiano, Ilario Fantuzzi non si distingue dall’unanime voto di durissima condanna del regicidio espresso dal Consiglio Comunale di Pordenone: Il Consiglio, plaudendo alle patriottiche espressioni di immenso cordoglio pronunciate dal Rappresentante del Governo e dal Sindaco, si associa nello stigmatizzare l’esecrando delitto, facendo voti che la infame setta dal cui seno nascono questi vigliacchi assassini, disonore d’Italia e del mondo civile, sia distrutta, ed incarica il Sindaco a farsi interprete dei sentimenti di esecrazione dell’intero Consiglio, che in segno di immenso lutto toglie la seduta. (…)267 Lunedì 20 ottobre 1900 vengono chiamati a far parte della Commissione elettorale comunale per il biennio 1901-1902 due socialisti fra i quattro supplenti: Guido Rosso con cinque suffragi alla prima votazione (anche gli altri eletti ne ricevono al massimo altrettanti, per il probabile meccanismo del voto frazionato fra i consiglieri su una sola preferenza), mentre Fantuzzi viene eletto con 19 voti alla seconda votazione per l’unico seggio rimasto.268 In sede di esame del bilancio del 1901, nelle sedute del 24 gennaio e del 4 febbraio 1901 si modificano i rapporti di forza in consiglio. Una seduta del consiglio è andata deserta (l’assenteismo dei consiglieri deriva dal fatto che taluno non vuole uscire di sera, mentre altri invece se ne sta a casa di giorno, dimostrando una strutturale apatia) e per due volte consecutive la Giunta non riesce a far approvare le spese facoltative, sotto l’attacco dei consiglieri di opposizione che l’accusano di voler portare il comune alla bancarotta con il deficit di bilancio. 269 Secondo Il Paese, la crisi dell’Amministrazione Comunale di Pordenone è dovuta alla mancanza di ben delineati partiti politici, capaci di rappresentare gli interessi delle diverse classi sociali. Si è cercato di sfiduciare l’attuale Giunta, responsabile di un deficit di seimila lire previsto per il 1901, ma i democratici (che si presentano in ordine sparso) si confondono con i clericali e con i moderati, e non si giunge ad alcuna decisione, mancando una vera e propria opposizione: perciò non sono credibili le richieste di cambiamento 262 Il cav. uff. ing. Damiano Roviglio è componente della Deputazione Provinciale dal 1882 e ne sarà presidente dal 1907. Nato nel settembre 1841, laureatosi a Padova nel 1865, è per vent’anni ingegnere comunale a Pordenone ed in altri comuni del mandamento. Morirà nel febbraio 1912: P, n. 46 di sabato 24 febbraio 1912, pag. 2, LA MORTE DEL CAV. UFF. ROVIGLIO. 263 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume VIII, 1894-1900, pagg. 557-563. Basilio Frattina è medico chirurgo, Giuseppe Gaspardo commerciante, Sante Tomadini commerciante, Gio Batta Botrè commerciante, Giovanni Toffoli sarto, Riccardo Cattaneo possidente e Domenico Veroi farmacista: cfr. MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone , cit., pag. 212. Damiano Roviglio è ingegnere. 264 Su Teodorico Bonacci cfr.: MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., pag. 127. 265 P, n. 229 del 30 maggio 1900, I CANDIDATI DELL’OPPOSIZIONE IN FRIULI. 266 ARFE’, Gaetano, Storia del socialismo italiano (1892-1926), Torino, Einaudi, 1965, pag. 50. 267 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume VIII, 1894-1900, pagg. 603-607. Effettivamente la situazione dev’essere particolarmente difficile per i socialisti, impedendo loro una posizione (ammesso che fosse condivisa) più coraggiosa: oltre a cogliere l’occasione per denominare viale Umberto I quel tratto della strada provinciale che dal piazzale XX Settembre mette alla villa Amman (si tratta dell’attuale Viale Franco Martelli, intitolato ad un eroe della Resistenza pordenonese) le autorità convocato il 9 agosto alle nove un imponente corteo, composto di circa cinquemila persone (...) per recarsi al duomo ad assistere alle solenni esequie per Umberto I. CANDIANI, Vendramino, cit., pagg. 195-196. 268 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume VIII, 1894-1900, pagg. 631-632. 269 P, n. 263 del 5 gennaio 1901, pag. 3, Consiglio comunale. Numero pagina amministrativo, essendo stati tutti solidali con il passato indirizzo, ed avendo votato lo stesso bilancio articolo per articolo (opponendosi solo al voto complessivo per motivi procedurali). 270 Nella seconda seduta di bilancio anche Fantuzzi vota contro le proposte giuntali. Ciò porta alle dimissioni della Giunta il 15 febbraio 1901, ma con un numero di consiglieri così ridotto che non è possibile passare alla nomina del sindaco, mentre Marini stesso viene eletto assessore effettivo; ma sia lui che Enea Ellero si dimettono subito. Il rovesciamento di fronte è completo, ed ai liberaldemocratici appoggiati dal primo consigliere socialista si sostituisce la destra: il comune viene diretto come facente funzioni dall’assessore Riccardo Cattaneo, cui si affiancano gli assessori Domenico Veroi, Domenico Spernari, Luigi De Carli, Eugenio Zuletti e Giuseppe Salsilli.271 Dopo svariate riunioni in cui è assente, Fantuzzi dà le dimissioni per motivi personali, anche se questo gesto può lasciar trasparire la fine di un ruolo, legato a quella nuova anche se incerta maggioranza ch’egli aveva contribuito a far vivere fino al voto sul bilancio. 272 Nella seduta di mercoledì 17 luglio 1901 il consiglio, letta la lettera di dimissioni di Ilario Fantuzzi, unanime delibera di far pratiche presso il dimissionario perché non insista. Il voto non ha alcun esito, e nella seduta del 15 gennaio 1902 il prosindaco avverte che, fatte nuove pratiche per sapere se Fantuzzi intenda confermare o no le dimissioni (le due minute sindacali indirizzate a Fantuzzi sono datate 18 luglio e 14 dicembre) e non avendo lo stesso neanche dato risposta, non rimane che approvare le dimissioni.273 In quest’ultima fase della vita amministrativa comunale la questione che più interessa i socialisti è quella dell’illuminazione pubblica. La fornitura della corrente è discontinua, a causa sia di imperizia che di risparmi effettuati sulle spese per la rete. Dalle pagine de Il Paese i socialisti pordenonesi invitano i consiglieri democratici ad intervenire con interrogazioni. Tempo dopo, si prende atto che un’altra ditta, la Andrea Galvani, si offre per realizzare un impianto, con la prospettiva per i consumatori di un ribasso dei prezzi e di una fornitura di energia finalmente adeguata. Ma poi la nuova ditta, pur avendo un numero sufficiente di prenotazioni di negozianti, non avvia il servizio, probabilmente cedendo alle pressioni della concorrenza.274 E’ interessante questa polemica socialista contro una gruppo industriale che farà molta strada a Pordenone, fino a finanziare la corsa verso il potere del futuro capo fascista pordenonese e friulano Piero Pisenti. Secondo Giosuè Chiaradia - che scrive una storia dell’industria idroelettrica pordenonese sottolineandone le grandi caratteristiche imprenditoriali ma non affrontandone gli importanti risvolti politici e sociali - l’affidamento a partire dal 1° maggio 1899 della fornitura di energia per l’illuminazione pubblica e privata di Pordenone alla nuova Società per la produzione e distribuzione di energia elettrica, fondata solo l’anno prima il 28 settembre proprio in funzione di rilevare l’appalto assegnato dieci anni prima ad un’altra ditta, la Società Anonima per Imprese Pubbliche, ha probabilmente la funzione di rastrellare risorse finanziarie per avviare l’impresa principale del gruppo: gli impianti idroelettrici del Cellina. L’operazione viene realizzata tecnicamente dal nuovo socio del gruppo industriale e finanziario che ha costituito nel 1897 la Società del Cellina: l’ing. Aristide Zenari. 275 Ma non tutto fila liscio: probabilmente gli impianti realizzati in località Partidor vicino a San Leonardo di Montereale per fornire elettricità a Pordenone ed a Spilimbergo non sono così perfetti come ci viene detto dalla storia ufficiale; o forse più probabilmente i nuovi imprenditori più che all’illuminazione di Pordenone sono interessati alla massima accumulazione delle grandi risorse finanziarie occorrenti per questa industria in rapida espansione. Si tratta di una delle caratteristiche costanti della politica socialista pordenonese dall’inizio alla fine del periodo considerato in questo studio. Lo scontro con la grande industria monopolistica e con il capitale finanziario corrisponde alla preferenza ed al sostanziale apprezzamento per la realtà e le esigenze dell’industria locale. Avversari feroci dei socialisti sono lo società nazionali ed internazionali proprietarie dei cotonifici e dell’industria elettrica, mentre ad ogni piè sospinto da parte socialista si sottolinea (anche con l’autorevole avallo di un dirigente di primaria importanza del partito nazionale come Enrico Ferri) come sia l’industria radicata locale a costituirne il fattore determinante di sviluppo, con il reinvestimento nel territorio dei profitti sia sotto l’aspetto della fiscalità che sotto quello degli investimenti sociali e di un trattamento della manodopera indubbiamente migliore. Non sarà un caso se, vent’anni dopo, troveremo proprio la 270 P, n. 266 del 2 febbraio 1901, pag. 3, Cronaca municipale, articolo siglato X. ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg. 7-34. Giuseppe Salsilli è impiegato: cfr. MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone , cit., pag. 212. 272 La lettera di dimissioni: Stanteché le mie continue occupazioni non mi permettono che assolutamente delle ripetute assenze egli mi trovo nella dolorosa condizione di dover rassegnare un mandato che non potrei più oltre mantenere senza venire meno alle esigenze che lo stesso richiede. Dato ciò prego la S.V.Ill. di voler benignamente accogliere le mie dimissioni da Consigliere Comunale e presentandole allo stesso esprimere in seno ad esso il rincrescimento di dovermi dallo stesso staccare mentre mi resterà grato il ricordo del poco tempo che vi ebbi l’onore di farme parte. Coi sensi della mia profonda osservanza mi protesto di V.S.Ill. Devotissimo Fantuzzi Ilario, Torre di Pordenone 28 maggio 1901. ACPn, b. 1902 Referato I, fasc. 13, consigli comunali ordinari e straordinari, estratto del processo verbale della seduta del 15 gennaio 1902. 273 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg. 49 e 88. 274 P, nn. 263 del 5 gennaio 1901, pag. 3, Luce elettrica, 271 del 2 marzo 1901, pag, 1, Dalla carestia all’abbondanza, articolo siglato s. (Scottà?) e 314 del 7 dicembre 1901, pag. 3, Voci che corrono, articolo firmato Argo: sotto questo pseudonimo successivamente si rivelerà Giuseppe Ellero. 275 CHIARADIA, Giosuè, Un secolo di attività idroelettriche, cit., pagg. 72-79. 271 Numero pagina proprietà del Cotonificio Veneziano e quella della Società del Cellina/Sade impegnate insieme agli agrari ed alle strutture dello Stato nel sostegno economico e politico alla reazione fascista. La politica di sviluppo del Pordenonese preconizzata dal Psi non era mai stata concepita a loro esclusivo favore; la sconfitta del socialismo - al contrario - frustra qualsiasi ipotesi autonoma di sviluppo economico e sociale del Friuli occidentale. 4.1.4 - La formazione del partito socialista. Il 15 dicembre 1901 esce il primo numero de L’Evo Nuovo. Con questo terzo settimanale il socialismo friulano inizia a darsi un organo di stampa regolare che proseguirà, dopo un momento di difficoltà nel 1903-4 in cui a L’Evo Nuovo subentrerà Il Lavoratore Friulano e dopo la sospensione imposta dal governo durante la guerra mondiale, fino al definitivo instaurarsi della dittatura fascista. La sconfitta del tentativo reazionario di fine secolo permette il pieno dispiegarsi del movimento socialista, il quale può iniziare ad operare con le sue istituzioni economiche, politiche e culturali. Non si tratta di un percorso privo di ostacoli, ché anzi la repressione agisce stabilmente e con rigore sui socialisti: ma solo la sospensione totale della vita democratica (come avverrà nel periodo bellico e poi con la dittatura) potrà ormai opporsi alla crescita del movimento operaio. Obiettivi e situazione del movimento socialista friulano sono descritti da un articolo pubblicato in prima pagina del primo numero de L’Evo Nuovo. 276 Tutto o quasi tutto è ancora da costruire. L’organizzazione socialista non è radicata, ed il limite maggiore si riscontra (e lo si riscontrerà fino alla guerra) fra le masse contadine, la stragrande maggioranza degli abitanti di una regione ove non attecchisce la grande industria. La presenza politica è limitata al momento del confronto elettorale, ma ciò non è ritenuto un momento di formazione della coscienza di classe, anzi può rivelarsi sintomo di debolezza, portando a risultati esigui o alla confluenza (in posizione subordinata) nelle coalizioni con la democrazia borghese. E’ necessario costruire l’organizzazione economica-sindacale, per dare ossatura al movimento politico. Il sindacato non viene visto solo come strumento per migliorare la condizione di vita materiale del proletariato, ma come un vero e proprio luogo di educazione e di creazione di quella coscienza di classe che è la base per l’azione politica. Educazione non solamente intesa nel senso risorgimentale e riformista della promozione di istituzioni volte all’acculturazione parascolastica di operai e contadini, ma anche e forse soprattutto come forma di ascesi, di capacità di conquistare quella disciplina che è indispensabile per reggere ai sacrifici della lotta di classe. Tale acculturazione ha luogo attraverso la costruzione di una struttura di rappresentanza e contrattazione collettiva, che superi il tradizionale istituto della beneficenza, la quale si propone invece solo di lenire le sofferenze dell’indigenza, senza operare per il cambiamento delle condizioni di sfruttamento ed oppressione sociale. La costruzione delle strutture del movimento socialista è quindi vista coerentemente come un tutt’uno, dal momento economico a quello politico, ma forse il punto di forza di questo progetto è proprio la sua dimensione culturale ed antropologica. L’obiettivo non è tanto monetizzare alcuni pur indispensabili risultati economico-sociali, ma è puntare alla costruzione di una diversa dignità della vita umana, attraverso un’attività il cui primo valore è proprio quello educativo. A differenza di quanto oggi comunemente si pensa, sulla base di una tradizione ideologica consolidata della sinistra italiana, l’organizzazione economico-sindacale dei lavoratori non impedisce che i socialisti friulani delle origini concepiscano anche la necessità di venire in soccorso dei diseredati attraverso l’organizzazione dell’intervento caritatevole. Sempre nel primo numero de L’Evo Nuovo, nell’articolo Due istituzioni277 dedicato ad analizzare il diverso contesto storico ed il ruolo politico dell’organizzazione sindacale e di quella caritativa, l’articolista (siglato g.h.) argomenta che, qualora sia necessario sopperire alle deficienze strutturali della società verso chi sia privo di mezzi, allora dev’essere l’organizzazione economica a provvedere. L’azione caritativa delle Camere del Lavoro, pur non essendo quella principale per la quale esse sono sorte, serve a togliere gli indigenti da una condizione di sudditanza nei confronti delle istituzioni di carità, e contemporaneamente a completare sul piano dell’immediatezza quel concetto di “solidarietà sociale” che è la finalità politica per la quale il movimento socialista si batte per risolvere i problemi della previdenza pensionistica e dell’assistenza di malattia. Si tratta di una posizione molto più pragmatica e completa di quella che con il passare degli anni si affermerà come l’ideologia del movimento operaio italiano di origine socialista, che passa dal privilegiare l’azione politico-economica al renderla esclusivo terreno di azione. Tale riduzione della propria sfera di intervento è facilmente spiegabile nell’ambito dell’acquisizione di una serie di conquiste politiche nel campo delle garanzie previdenziali e delle strutture dello stato sociale: ma lasciare l’azione di assistenza ai poveri ed agli emarginati alle istituzioni religiose, porta a perdere capacità di risposta sul breve periodo verso gli strati più deboli di lavoratori, e conseguentemente radicamento popolare. Al contrario, la maggiore duttilità della linea sostenuta dai socialisti alle origini permette loro di collegare l’attività quotidiana al disegno di interventi programmatici da proporre alle amministrazioni. E’ in tale ambito che troviamo fin dai primi numeri de L’Evo Nuovo la proposta alla neoeletta Giunta comunale 276 277 EN, n. 1 del 15 dicembre 1901, pag. 1, ORGANIZZAZIONE OPERAIA. Cfr. il testo in appendice. EN, n. 1 del 15 dicembre 1901, pag. 1, La farmacia servizio municipale. Cfr. il testo in appendice. Numero pagina udinese espressa dal Blocco dei partiti popolari 278, di istituire una farmacia comunale per far fronte ai bisogni dei lavoratori ammalati. La farmacia municipale dovrebbe distribuire i farmaci essenziali gratuitamente ai poveri ed a prezzo di costo ai nullatenenti (cioè a quei lavoratori che - pur non essendo ridotti al livello estremo di povertà - sono proprietari solo della loro forza-lavoro: i veri e propri proletari marxiani), per interrompere il ciclo vizioso per cui l’operaio evita fin che può di acquistare farmaci per curarsi per non sottrarsi parti di reddito essenziali, salvo poi entrare nella spirale di interventi assistenziali o caritativi tardivi che non fanno che peggiorare la sua condizione di salute e quella economica della famiglia. La farmacia comunale è quindi un elemento di riequilibrio di classe nel campo sanitario, dove i farmaci, le cure climatiche e termali e financo i bagni di mare sono lussi riservati alle classi benestanti. Da parte socialista ci si associa alla proposta, ricordando come sia già stata fatta propria dal partito nella precedente amministrazione, quando sedeva all’opposizione.279 Domenica 20 gennaio 1901 alle 14.30 si tiene ad Udine, presso la Sala Cecchini, la riunione per costituire il Segretariato dell’Emigrazione, l’istituzione di gran lunga più importante e rappresentantiva del socialismo friulano fino alla Guerra Mondiale. Ampio lo spettro degli invitati, che non si limita ad aderenti e simpatizzanti al partito ma è aperto a tutte le realtà istituzionali ed associative della provincia, secondo un’intelligente politica di apertura. Partecipano circa millecinquecento operai e contadini emigranti. Il comitato provvisorio è costituito dal geometra Arturo Trani, dall’impiegato Attilio De Poli, dal meccanico Ivone Moro e dal modellatore Erminio Quaini. Trani, socialista e segretario del comitato, ringrazia i parlamentari Rondani (socialista280), Girardini e Caratti (radicali udinesi) per l’appoggio prestato, e cita l’adesione di circa cinquanta comuni friulani ed il rifiuto maleducato della sola Società Operaia di Cividale. Propone come presidente dell’assemblea il giovane avvocato Emilio Driussi, pure lui socialista. Driussi parla dell’organizzazione degli emigranti come rimedio alla loro attuale condizione. De Poli svolge un’elaborata relazione sul lavoro preparatorio e sulla condizione degli emigranti, ed accenna in particolare a quella dei fanciulli, rinviando a quanto riferito a tal proposito dal rag. Luigi Spezzotti della Dante Alighieri. Propone che il Segretariato dell’Emigrazione sia quella Camera del Lavoro che gli emigranti non hanno potuto trovare in Friuli per la mancanza di forti industrie ed organizzazioni operaie. L’operaio Mauro propone una lista di undici nomi per il Comitato esecutivo, che il dott. Costante Galletti precisa è stata concordata precedentemente. Si apre un dibattito, in cui Spezzotti (che sa di essere fra gli undici) propone di allargare la lista ad altri quattro nomi (il presidente della Dante Alighieri, il sen. Morpurgo, il prof. Musoni e l’avv. Giuseppe Comelli) e Caratti e Girardini propongono di coinvolgere tutti i parlamentari friulani. Driussi obietta che i due deputati radicali sono stati inclusi perché già conosciuti dagli operai, che soffrirebbero per la presenza di tutta la schiera dei parlamentari ed infine l’assemblea dopo ulteriore dibattito, in cui i promotori sottolineano l’apoliticità della lista proposta, approva quasi all’unanimità il numero di undici componenti, che sono: l’avv. Umberto Caratti deputato di Gemona-Tarcento, l’ing. Enrico Cudugnello, Attilio De Poli, Attilio Feruglio operaio ferriere, l’avv. Giuseppe Girardini deputato di Udine, Ivone Moro, il prof. Domenico Pecile consigliere provinciale, Michele Peressini consigliere comunale, Erminio Quaini, Luigi Spezzotti ed Arturo Trani. 281 In quegli stessi giorni Il Tagliamento lancia una denuncia contro il diffondersi della propaganda socialista a Pordenone e nelle campagne vicine. Il Tagliamento di sabato scrive: “Per le nostre campagne scorrazzano da qualche tempo alcuni giovanotti, i quali si studiano di far conoscere le nuove teorie del socialismo con la distribuzione gratuita di opuscoli e giornaletti. Per fortuna non è ancora perduto il buon senso fra i nostri operai e la gente di campagna, da temere che i sermoni dei nuovi e falsi apostoli facciano breccia sull’animo loro, tuttavia mettiamo in guardia tutti contro l’opera perniciosa di codesti impostori, i quali spesso, ingannando la buona fede altrui, sperano di fare la loro fortuna” (?) Ecco qui. I socialisti si sentono onorati da simili giudizi, la cui paternità è a loro ben nota; e in segno di riconoscenza, son pronti ad aprire una pubblica sottoscrizione perché s’insegni lo scrivere italiano a certi liberali in economia, in politica ed anche in… grammatica! 282 Per capire quale sia il senso della denuncia del settimanale moderato, in quello stesso numero Il Tagliamento plaude ai carabinieri di Feletto Umberto che hanno denunciato i socialisti perché facevano 278 La comune azione di resistenza contro la svolta reazionaria di fine secolo compatta le tre forze della sinistra: socialisti, radicali e repubblicani. Nasce così la politica dei Blocchi Popolari, che conquistano molte importanti amministrazioni comunali. Udine è tra queste, ed i socialisti amministrano insieme al partito radicale, guidato dall’avv. Giuseppe Girardini, con quattro consiglieri comunali ed un assessore, Luigi Pignat. 279 EN, n. 3 del 29 dicembre 1901, articolo firmato dott. Petrus. 280 Dino Rondani, avvocato e militante socialista già dal 1892, viene condannato a 16 anni di carcere per i moti di Milano del 1898, e costretto all’esilio a New York, dove dirige Il proletario. E’ eletto deputato nella XX legislatura (1897) a Cossato (No), ma la sua elezione viene annullata per non aver egli ancora compiuto i trent’anni. Rieletto nella XXI legislatura nel 1900, ciò gli permette il rientro in Italia, dove sarà poi rieletto a Cossato e Novara in tutte le successive legislature fino alla XXVI (terminata nel 1924) prendendo poi la via dell’esilio antifascista. Sarà segretario del Partito socialista e direttore dell’Ufficio d’emigrazione della Società Umanitaria di Milano. Cfr. MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., terzo volume, pag. 76. Ho ritenuto di correggere l’evidente errore relativo all’elezione che permise il rientro in Italia di Rondani: non poteva essere la XX legislatura (antecedente alla condanna e comunque invalidata) ma solo la successiva. 281 Possono intervenirvi i rappresentanti dei comuni e della provincia, i soci delle associazioni agrarie ed operaie e quelli della Dante Alighieri, forniti di tessera, gli emigranti muniti di una carta del sindaco del loro paese, che accerti questa loro condizione. Il comitato provvisorio diramò inoltre parecchie centinaia di inviti ai cittadini che possono interessarsi di tale importantissima questione. La stampa pure è invitata ad intervenire all’adunanza. IlPaese, nn. 265 del 19 gennaio 1901, pag. 1, Segretariato dell’emigrazione e 266 del 26 gennaio 1901, pag. 2, Per il Segretariato dell’emigrazione. 282 P, n. 265 del 19 gennaio 1901, pag. 3, Propaganda socialista. Numero pagina propaganda e cantavano l’Inno dei lavoratori. La repressione di sì grave misfatto si deve fare, perché rappresenta un’aspirazione degli umili, un nuovo ideale di giustizia! Ancora la settimana successiva si polemizza con Il Tagliamento che sostiene come la delinquenza derivi da due ragioni: la mancanza di educazione ed il pervertimento morale della gioventù con la diffusione di massime pericolose. Evidentemente il settimanale, impegnato nell’aizzare la caccia al socialista, dimentica i crimini dei borghesi educati. 283 Dal marzo 1901 iniziano ad apparire articoli sulla Camera del Lavoro, di cui si promuove la costituzione. La Camera del Lavoro, che nascerà ad Udine, è un obiettivo anche per i socialisti pordenonesi, che sentono la necessità di avere uno strumento di unificazione sul territorio dei singoli organismi operai in cui finora è stata suddivisa l’iniziativa delle diverse categorie professionali: leghe di miglioramento, società di mutuo soccorso, uffici di collocamento ecc. Questo strumento, sul modello francese delle Borse di lavoro, ha iniziato ad operare nelle principali città industriali italiane a partire dal 1988 sotto il nome di Camere del Lavoro. Legata alla costituzione della Camera del Lavoro sorge la rivendicazione del suo finanziamento da parte delle ammministrazioni comunali popolari: non solo per dovere di solidarietà, ma perché i molteplici compiti di questi organismi (dalla formazione professionale alla gestione del mercato del lavoro, dalla vigilanza allo studio delle condizioni lavorative) sono parte dei compiti dell’amministrazione locale moderna, e favoriscono il contenimento delle spinte ribellistiche dei lavoratori con il loro corredo di sanguinose repressioni poliziesche.284 Precedentemente la proposta della Camera del Lavoro era stata avanzata nel primo Congresso operaio provinciale del 1896 dal pordenonese avvocato Policreti (dal testo di Gabriele dovrebbe trattarsi del sindaco di Pordenone Vincenzo). Ma siamo ancora in un contesto di filantropia borghese (i veri rappresentanti operai sono una minoranza in questa assise) e la stessa proposta di Policreti era stata vivacemente criticata dai socialisti perché, più che un organismo sindacale, si trattava di un ufficio di assistenza legale per gli emigranti, per di più sostanzialmente subordinato all’auspicato sostegno economico dello Stato. Sarà andando oltre questo livello di assistenzialismo che dal mondo delle Società Operaie ed in particolare da quella della repubblicana San Daniele si muoveranno i primi passi per arrivare alla costituzione nel 1899 della prima vera Camera del Lavoro operaia friulana, che sarà il Segretariato dell’emigrazione, seguito solo tre anni dopo dalla costituzione della CdL di Udine.285 Dopo alcuni mesi di vuoto nelle corrispondenze, il 13 luglio si interviene sul dibattito interno alla Società Operaia a proposito delle case operaie. L’esperienza inglese e svizzera, realizzata dai comuni o da società private, è di costruire abitazioni igieniche concesse con due sistemi: un fitto annuo corrispondente al tasso d’interesse del 5-6% oppure il pagamento di una quota che serve a riscattare l’abitazione. Si prende posizione a favore della prima soluzione, ma si ritiene che la Società Operaia debba lasciare ai privati tale impresa, per dedicarsi invece all’iniziativa politica per il rispetto della legge sanitaria e alla costituzione di una cooperativa farmaceutica. Quale sia il livello di sensibilità sociale degli industriali pordenonesi in proposito è rivelato dal fatto che - ad una riunione sull’argomento indetta dalla Società Operaia - si presentano, oltre al sindaco, solo i Galvani.286 La questione delle case popolari verrà sviscerata in una serie di ben quattro articoli dedicati l’anno successivo dal L’Evo Nuovo. (...) nei nostri tempi di umanità e di uguaglianza civile, è un anacronismo l’assistere ancora alla erezione di monumenti insigni a gloria dell’arte e dello spirito, là stesso dove si vedono uomini vivere in caverne o tuguri, o peggio ancora in capanne costruite sul nudo suolo. La precarietà degli alloggi ha drammatiche conseguenze sul piano della salute e dell’educazione, minando il fisico della popolazione, spingendo gli uomini all’osteria, i fanciulli nella strada e le donne alla disperazione. Le varie esperienze fatte all’estero, soprattutto in Francia ed in Inghilterra, prevedono lo sventramento dei vecchi quartieri caratterizzati da case malsane site in strette stradine, per sostituirli con abitazioni di alcune stanze ed un piccolo giardino, site in nuove larghe strade e dotate di acqua corrente e di latrine e talvolta di lavatoi collettivi e servizi per l’infanzia. Queste esperienze sono invece rare in Italia, ove manca completamente una legislazione in materia: si citano gli esempi delle case realizzate a Venezia con il contributo della Cassa di Risparmio e del comune e di quelle realizzate a Schio dall’industriale Alessandro Rossi. Non si esige da parte socialista un intervento pubblico diretto, semmai una politica di gravami fiscali sulla proprietà di case inabitabili e di sgravi a favore delle iniziative private e di quelle comunali per costruire case operaie. Il giovane partito socialista non può che apprezzare questi nobili tentativi, mentre incombe ad esso l’obbligo di impiegare tutte le sue forze, tutta la sua costanza e volontà per provocare dal governo una legge che dia al proletariato le migliori garanzie e le più ampie facilitazioni atte a generalizzare il benefizio della casa a basso prezzo. Condizione per il quale è stabilire una proporzione equa con i salari operai, per impedire il sovraffollamento di abitazioni e l’affitto di alloggi inadeguati, dove manca calore, luce, aria ed igiene, con il risultato finale che la mortalità fra le classi popolari è praticamente il doppio di quella dei benestanti, e quella dei bambini è anche superiore. 283 P, nn. 265 del 19 gennaio 1901, pag. 3, Soddisfazioni sintomatiche e 266 del 26 gennaio 1901, pag. 3, Teoriche da sacristia. P, nn. 274 del 23 marzo 1901, pag. 3, Che cos’è la Camera del lavoro?, 277 del 13 aprile 1901, pag. 1, LA CAMERA DEL LAVORO, e 297 del 28 agosto 1901, pag. 1, LE CAMERE DI LAVORO, siglato x., Pordenone, agosto 1901. Cfr. il testo di quest’ultimo articolo in appendice. 285 RENZULLI, Aldo Gabriele, cit., pagg. 219-220, ripreso da: MARIGLIANO, Enzo, Figli dell’officina siam figli della terra, Storia del movimento sindacale in Friuli-Venezia Giulia, Pordenone, Biblioteca dell’immagine, 1998, pagg. 20-21. 286 P, nn. 290 del 13 luglio 1901, pag. 3, Case operaie e 311 del 16 novembre 1901, pag. 3, Case operaie, articolo siglato Y. 284 Numero pagina Ma nonostante queste affermazioni, la politica della casa viene relegata, nel caso pordenonese, alle iniziative della Società Operaia, senza diventare argomento di battaglia politica nelle amministrazioni locali. Fa eccezioni la politica perseguita dall’amministrazione De Martini-Fornasotto a Sacile pochi anni dopo e quella realizzata, dopo la conquista del comune di Pordenone da parte del Psi nel dopoguerra. 287 Con un articolo a proposito della disastrata situazione di una famiglia ove una vedova vive in condizioni impossibili di miseria insieme coi figli, alcuni dei quali handicappati, iniziano le corrispondenze dalla frazione operaia di Torre, che affiancheranno quelle dal capoluogo, prima sul settimanale radicale e poi su quelli socialisti friulani. Gli articoli su questo caso spingono le autorità ad agire e suscitano l’isterica polemica de Il Tagliamento.288 4.1.5 - Primi comizi socialisti. Domenica 8 dicembre 1901 alle 14 Il Paese annuncia una conferenza del signor Giuseppe Ellero nel salone della “Stella d’oro” in Corso Garibaldi 289, sul tema Del diritto di voto e della sua utilità, con numeroso concorso di pubblico. Una settimana dopo, la cronaca della prima iniziativa pubblica del Psi pordenonese di cui abbiamo notizia tramite la stampa socialista appare proprio sul primo numero de L’Evo Nuovo. La sezione locale del partito è già costituita, come risulta dall’augurio rivolto al nuovo settimanale, e conta su circa sessanta iscritti.290 Il Psi si presenta quindi alla cittadinanza nella persona del suo giovane propagandista Giuseppe Ellero, allora ancora studente ventiduenne all’università di Genova. Ellero era nato il 9 luglio 1879 e questa conferenza dev’essere il suo primo significativo atto politico. 291 Il suo intervento è dedicato all’agitazione per ottenere il suffragio universale, arma per la conquista del potere da parte della classe operaia, ma anche alla polemica con il deputato Monti (che non ha mai voluto interloquire con gli operai) e con l’indirizzo moderato della Società Operaia. I socialisti non si presentano da soli: sono amichevolmente presentati dall’esponente più in vista dei radicali, l’avv. Galeazzi, in piena assonanza con la politica dei Blocchi Popolari. Ellero pone sul tappeto gli elementi distintivi della presentazione autonoma dei socialisti come forza politica: l’azione autonoma della classe operaia per la conquista dei propri diritti, l’opposizione alla classe politica locale ed alle rappresentanze ad essa asservite del movimento operaio tradizionale. Centrale fin dal titolo della conferenza l’indicazione del voto come strumento per la conquista dei pubblici poteri. Non poteva mancare, in questo quadro, una sottolineatura del fatto che i socialisti avevano eletto due deputati operai al parlamento nazionale. L’elezione del verniciatore Pietro Chiesa a Sampierdarena (a Genova, proprio dove Ellero studiava in quegli anni) e dell’intagliatore Rinaldo Rigola, il futuro segretario della Confederazione Generale del Lavoro, in quella Biella così somigliante a Pordenone per lo sviluppo industriale tessile, fu un avvenimento, prima ancora che per il mondo politico italiano così élitario e classista, per lo stesso gruppo parlamentare socialista, espressione dei ceti professionali ed intellettuali.292 287 EN, nn. 23 del 18 maggio 1902, 24 del 25 maggio 1902, 25 dell’1 giugno 1902 e 26 dell’8 giugno 1902, La quistione delle case operaie. L’argomento viene ripreso solo sette anni dopo, in occasione degli articoli dedicati da Il Lavoratore Friulano, nei nn. 270 del 4.12.1909, pag. 1, 271 dell’11.12.1909, pag. 1 e 275 dell’8.1.1910, pag. 2 a proposito del Primo congresso nazionale per le case popolari, indetto dalla Lega Nazionale delle Cooperative. 288 P, nn. 292 del 27 luglio 1901, pag. 3, Da Torre. Una famiglia sventurata, 294 del 10 agosto 1901, pag. 3, Da Torre. Per l’umanità e per l’igiene e 295 del 17 agosto 1901, pag. 3, Da Torre. Per l’igiene e l’umanità, corrispondenze sempre siglate dalla X. che nasconde Gino Rosso. 289 Si tratta dell’Albergo Stella d’oro: cfr. CECUTTI, Daniela (a cura di), Pordenone de ‘na volta, Colognola ai Colli, Edizioni La libreria di Demetra, 2000, pag. 32. Nel 1874 era stato inoltre inaugurato il moderno Teatro alla Stella, di proprietà di Enea Ellero, che però va perduto in un incendio nel 1880: cfr. CANDIANI, Vendramino, cit., pagg. 170 e 174. 290 P, nn. 314 del 7 dicembre 1901, pag. 3, Conferenza, firmato Argo e EN, n. 1 del 15 dicembre 1901, pagg. 2 e 3, Pordenone e CONFERENZA DI GIUS. ELLERO, articolo firmato F.B. Cfr. il resoconto della conferenza in appendice. Il numero degli iscritti è indicato in: CHIARADIA, Giosuè, Appunti per una storia del sindacalismo nel Friuli pordenonese, cit., pag. 201. 291 Dopo l’elezione al Consiglio Provinciale il neoconsigliere socialista presenta i seguenti dati: Ellero Giuseppe di Enea, nato a Pordenone il 9 luglio 1879, abitante in Via Marsure. Cfr.: ASU-APU, busta 22, fascicolo 7, 1914, Eleggibilità dei Consiglieri. Ricorsi. Deputazione provinciale di Udine, prot. n. 3736/4116 del 6.7.1914. RINALDI, Carlo, I deputati del Friuli-Venezia Giulia a Montecitorio dal 1919 alla Costituente, cit., primo volume, pagg. 313-317 e ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., secondo volume, pag. 260. Malatesta colloca invece erroneamente l’anno di nascita al 1877: cfr. MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., primo volume, pagg. 385-386. Ne LF, n. 469 del 28 settembre 1913, pag. 2, Collegio di Pordenone-Sacile. Una dichiarazione di Giuseppe Ellero egli stesso dichiara di fare politica da dodici anni. L’adesione di Ellero al socialismo viene datata improbabilmente dal Malatesta al 1892, mentre (con maggiore rispondenza all’età anagrafica, oltre che ai tempi storici) nella breve biografia riportata in occasione della candidatura per le elezioni del 1924 si afferma che da oltre 25 anni fa parte delle file socialiste. Cfr. LF, n. 11 del 15 marzo 1924, pag. 1. Ellero avrebbe quindi potuto aderire al Psi durante gli anni dell’Università, a Pordenone o più probabilmente a Genova: si potrebbe ipotizzare un suo collegamento con quegli ambienti che partecipano, nell’aprile 1897, al congresso socialista universitario italiano, al quale presenziò pure una rappresentanza degli studenti socialisti dell’ateneo genovese: cfr. : MICHELS, Roberto, Storia critica, cit., pag. 187. 292 A questo aspetto dedica grande attenzione: MICHELS, Roberto, Proletariato e borghesia, cit., pagg. 327-330 e id., Storia critica, cit., pagg. 287 e segg. Nel primo dei due libri Michels definisce Biella “dai camini all’opera fumanti”, la Manchester d’Italia definizione speculare a quella tradizionale di Pordenone “Manchester del Friuli”: cfr. pag. 103. In realtà Chiesa e Rigola non erano stati i primi operai ad essere eletti nel parlamento italiano: prima e contemporaneamente a loro c’erano stati altri tre casi di deputati di condizione operaia, ma Nulla, fuorché l’origine, li distingueva dai loro colleghi del Parlamento. I tre erano il fonditore di caratteri Antonio Maffi, eletto a Milano nel 1882 da una coalizione fra il Partito Operaio Italiano e la democrazia borghese, che aderì poi in parlamento al gruppo repubblicano tradendo l’esclusivismo operaista del partito che lo aveva Numero pagina Il 29 dicembre, alle 14.30 al Salone Coiazzi, Ellero tiene una seconda conferenza, dedicata a “La questione sociale e le classi lavoratrici”. Il commento del settimanale radicale è che speriamo ancora che altri, in seguito, imitino ed assecondino l’operosità del nostro giovane concittadino. Era ben ora che qualcuno si muovesse! Solo il giorno prima è uscito un articolo in difesa dell’operato del gruppo parlamentare socialista, nel quale si difende la battaglia ostruzionistica di un anno prima ed il capo socialista Enrico Ferri dalle persecuzioni cui è sottoposto dalla maggioranza parlamentare soprattutto a causa delle sue denunce contro la corruzione. 293 4.1.6 - Per la legge Turati-Kuliscioff contro il lavoro notturno di donne e fanciulli. Domenica 23 febbraio 1902 al salone Coiazzi ha luogo il comizio contro il lavoro notturno di donne e fanciulli. Il salone presentava l’aspetto delle grandi occasioni tanto era affollato. Parlarono Gino Rosso a nome del circolo socialista di Pordenone, l’avv. Carlo Policreti presidente, il sig. Scottà, il sig. Grassi di Udine ed il sig. Giuseppe Ellero, tutti applauditi. Il comizio riuscì veramente splendido e solenne e si svolse con tranquillità e senza il ben che minimo incidente. Mai prima d’ora una più bella manifestazione aveva avuto luogo tra noi e va data lode al circolo socialista che pur disponendo di poche forze ha fatto sì che Pordenone operaia, unica in Friuli, non restasse passiva ed indifferente di fronte ad un problema che per importanza e per la sua legittimità andando al dissopra di ogni partito dovrebbe esser accettato da tutti coloro che hanno un cuore umano. Se poi la stampa reazionaria ha voluto in tale occasione bamboleggiare, forse colla speranza di scemare l’importanza dell’avvenimento, ha proprio fatto un torto a sé stessa, perché le idee buone andranno sempre avanti e le immondizie saranno sempre rigettate.294 Tale manifestazione fa parte delle duecentocinquanta organizzate contemporaneamente dal Partito Socialista Italiano, dalle Camere di Lavoro e dalle Federazioni di mestieri a sostegno della proposta di legge presentata dal gruppo parlamentare socialista (ed elaborata da Filippo Turati ed Anna Kuliscioff) per regolamentare il lavoro delle donne e dei fanciulli. La proposta di legge socialista viene diffusamente illustrata in un paginone de L’Evo Nuovo del 23 febbraio, il giorno della manifestazione. Al parlamento sono in esame tre progetti di legge, e quello socialista non verrà probabilmente discusso perché ritenuto rovinosa per l’industria dalle classi dirigenti italiane, e quindi non verrà approvato dai due rami del parlamento, perché la maggioranza appartiene alle classi padronali borghesi, le quali con i denti difenderanno i loro egoistici interessi. Al padronato italiano, timoroso di perdere le sue posizioni sul mercato europeo, i socialisti rispondono ricordando il monopolio formato dai cartelli industriali ed agrari nazionali per sostenere i prezzi interni. Al contrario, l’Inghilterra, paese leader dell’industrializzazione europea, fornisce ai propri lavoratori la maggiore tutela e le migliori retribuzioni, sostenendo l’esportazione dei propri prodotti grazie alla loro migliore qualità, derivante direttamente da condizioni di lavoro più adeguate. Nell’Inghilterra industrializzata, a partire dal 1802 fino al 1878 ben quindici leggi hanno regolato successivamente il lavoro delle donne e dei fanciulli, arrivando con l’ultimo testo, unificatore della legislazione precedente, alla espresso; Valentino Armirotti, eletto nel 1886 a Genova (pure poi aderente alla democrazia borghese); il repubblicano Pietro Zavattari, dirigente del servizio di facchinaggio della stazione di Milano, cui è possibile aggiungere l’ex giardiniere diventato appaltatore Ferdinando Cesaroni eletto a Perugia nello stesso 1900 come deputato governativo, che non si vergognava di sottolineare la propria bassa origine sociale, poi riscattata dall’essere diventato un milionario. Cfr. MICHELS, R., Proletariato e borghesia, cit., pagg. 328-329 e id., Storia critica, cit., pagg. 89 e 287-288. Parzialmente diverso il giudizio che si ricava dalle biografie del Malatesta. Maffi, eletto per tre legislature a Milano I e poi a Massa e Carrara, è indicato come appartenente al gruppo radicale e viene segnalato per aver attaccato Crispi in Parlamento nel 1890 (per il divieto opposto alla festa del 1° maggio) e per aver pubblicato una monografia su Venticinque anni di cooperazione in Italia nel 1911. Antonio Maffi invia l’adesione, a nome della Lega Nazionale delle Cooperative, al Nono Congresso degli emigranti friulani del 1909: cfr. LF, n. 225 del 6 febbraio 1909, pag. 1, IL IX CONGRESSO DEGLI EMIGRANTI FRIULANI A TARCENTO. Valentino Armirotti, eletto per due legislature a Sampierdarena (il collegio che sarà poi di Pietro Chiesa), volontario garibaldino ed amministratore di una cooperativa nella sua città, viene indicato sedere all’estrema sinistra, ove avrebbe costituito con Maffi il cosiddetto partito operaio. Pietro Giuseppe Zavattari, deputato repubblicano di Milano IV nel 1895, era capo dei facchini della dogana di Milano. Cfr. MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., secondo volume, pag. 128; vol. I, pag. 55; vol. III, pag. 248. Sui primi deputati operai, cfr. inoltre: ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., primo volume, pagg. 87-88 per Armirotti (biografia a cura di G. Perillo, che ne ricostruisce soprattutto il lavoro nel campo della mutualità e della cooperazione, suo terreno di impegno anche a Montecitorio dal 1886 al 1892, quando con il ritorno al collegio uninominale fu battuto dal candidato governativo) e vol. terzo, pagg. 207-208 per Maffi (biografia a cura di G. Arcangeli, nella quale si sottolinea il pensiero interclassista e sostanzialmente moderato dell’operaio milanese, che però costituisce un pragmatico elemento di collegamento fra gli ambienti socialisti e quelli repubblicani e, dopo aver dato un suo controverso contributo alla fase costitutiva del Psi, non prende parte alla vita del nuovo partito e si dedica soprattutto alla promozione del movimento cooperativo nazionale, del cui mensile è redattore). La presenza di deputati operai è cosa diversa da quella di deputati di orientamento socialista, che viene segnalata fin dai primi anni di vita parlamentare unitaria, anche in questo caso indipendentemente dalla costituzione di un vero e proprio partito socialista. Cfr. MICHELS, R., Proletariato e borghesia, cit., pagg. 90-92, ove si ricordano, oltre a due parlamentari ed intellettuali teoricamente socialisti ma non militanti, come il milanese Giuseppe Ferrari (che però poi accettò le istituzioni monarchiche) ed il pisano Giuseppe Montanelli, i due deputati che - pur essendo eletti da una coalizione democratica e non svolgendo alcuna attività socialista in Parlamento - aderirono all’Internazionale italiana: il medico siciliano Saverio Friscia ed il patriota napoletano Giuseppe Fanelli, eletti nel 1870. Solo con il 1882 coalizioni popolari portano in Parlamento deputati che contribuiranno a costruire il Psi, in primo luogo un altro ex dirigente dell’Internazionale, l’imolese Andrea Costa. 293 P, n. 317 del 28 dicembre 1901, Conferenza, articolo firmato Argo e La volpe perde il pelo, ma non il vizio. Cfr. il testo di questo secondo articolo in appendice. 294 P, n. 326 dell’1 marzo 1902, pag. 3, Comizio. Numero pagina giornata lavorativa di dieci ore per tutti ed all’abolizione del lavoro notturno e festivo delle donne e dei fanciulli. Negli anni successivi è stata pure introdotta la giornata lavorativa di otto ore. 295 All’opposto, in Italia nessuna legge regola il lavoro delle donne, e due leggi solo molto parzialmente quello dei fanciulli: una del 1873 che vieta l’impiego dei minori di 18 anni nelle professioni girovaghe, e una del 1886 che vieta l’impiego nelle industrie, cave e miniere dei minori di 9 anni, età elevata a 10 nel caso di lavori sotterranei. Ormai solo l’Italia permette in Europa il lavoro di fanciulli di età tanto ridotta. I risultati delle carenze legislative italiane sono gravissimi: Principalmente il deperimento fisico e morale della classe lavoratrice. Questa, esaurita dall’eccessivo lavoro, senza la possibilità di procurarsi sufficiente nutrizione, abitando case insalubri ove le più elementari prescrizioni d’igiene non sono attuabili, ha facilità ad ammalare e presenta una resistenza minima alla malattia. Altra conseguenza d’un lavoro eccessivo, fatto in locale chiuso, ove gli operai sono talvolta troppo agglomerati, respirando aria viziata anche dalla esalazione delle materie che lavorano, è il diffondersi della rachitide, della scrofola, della clorosi, della anemia, della tubercolosi, malattie tutte che fanno vittime innumerevoli, specialmente fra i fanciulli e le donne. (...) Per la donna, nella quale l’organismo è più delicato e soggetto a disturbi speciali muliebri, l’accrescere delle sue sofferenze fisiche è assai maggiore, specialmente quando essa è gestante. Alla donna, o incinta o puerpera, non viene usato nessun riguardo nell’industria nostra. E da ciò aborti frequenti, parti irregolari e l’avviarsi ad un precoce invecchiamento. In queste condizioni di esistenza la donna trasmette alla sua creatura ben poca robustezza fisica. Nel 1900 sono morti in Italia 207,520 bimbi minori di un anno, dei quali 20,298 illegittimi. Si capisce a che classe questi ultimi appartenevano. Si calcola che su 1000 bambini morti nel primo mese di vita, 550 muoiono per vizi congeniti e più specialmente per debolezza di conformazione, conseguenza sicura dell’eccessivo lavoro della madre in istato di gravidanza. (...) Quali sono i punti fondanti della proposta socialista? Il progetto presentato dal gruppo parlamentare socialista eleva a 15 anni il limite d’età per l’ammissione al lavoro, fatto obbligo allo Stato ed ai Comuni di aprire scuole professionali e complementari, e interdire il lavoro notturno, insalubre e pericoloso ai minorenni fino ai 20 anni di età. (...) Con di più, se lo Stato e i Comuni avranno il dovere di istituire le scuole professionali, i candidati assunti saranno già operai capaci del loro lavoro e i prodotti saranno più perfetti. 296 Quali fossero le condizioni di vita dei fanciulli rinchiusi fin da tenera età nelle fabbriche cittadine è ben indicato da Luigi Mio. Nell’industria tessile, assunti fin dai sette anni di età, hanno l’incarico di nettare le macchine, mentre sono in movimento, e gittandosi carponi, tratto tratto vi si sdrajano sotto, per compiere la politura. In generale sono squallidi d’aspetto e laceri nel vestimento. Gli orari ancora nel 1904 sono di undici ore e mezza al giorno (orario per altro minimo!), da svolgersi in ambienti con una fortissima umidità mista al pulviscolo proveniente dalle lavorazioni, che rende generalizzate le malattie respiratorie. A ciò vanno aggiunte spesso ore di cammino, al buio in strade sterrate o per sentieri spesso allagati dalle pioggie o guadando fiumi. Nelle fornaci e nella ceramica debbono correre tutto il giorno per portare i materiali prodotti, sopportando carichi gravosi. In cartiera fanno le praticanti operaie bambine di cinque anni.297 Al comizio di Pordenone prendono parte quasi tutti i capi locali che guideranno il partito socialista fino al fascismo. Apre il comizio Gino Rosso (non appare ancora pubblicamente in questa fase il fratello Guido, che assurgerà ad un ruolo di primo piano fra i socialisti pordenonesi nel periodo immediatamente successivo, probabilmente al rientro da Genova dopo la laurea ottenuta nell’estate di quell’anno 298) il quale annuncia la ricostituzione del Circolo socialista di Pordenone, il quale evidentemente nel frattempo si era costituito e successivamente sciolto. L’argomento della giornata viene sviscerato dagli interventi di Luigi Scottà e di Giuseppe Ellero. Ma alla affollatissima manifestazione partecipano i rappresentanti delle altre forze alleate ai socialisti: parecchie Società Operaie e Circoli socialisti, fra i quali viene indicato quello di Udine, e perfino l’on. Monti. Presiede il radicale avv. Carlo Policreti, il quale introduce gli oratori e legge l’ordine del giorno socialista, approvato all’unanimità.299 295 Questa valutazione positiva della situazione inglese, ovviamente comprensibile sotto il profilo dell’argomentare propagandistico, prescindeva da due importanti considerazioni. La prima era che quanto stava accadendo in Italia era la ripetizione di una situazione di supersfruttamento che il proletariato inglese aveva vissuto per primo al tempo della rivoluzione industriale. La seconda considerazione riguardava l’attualità: le condizioni di (relativa) garanzia conquistate dagli operai inglesi erano inserite in un contesto di tipo imperialistico, in cui la principale potenza mondiale dell’epoca basava il suo benessere – parzialmente redistribuito a favore delle classi inferiori - sullo sfruttamento delle popolazioni di un immenso impero coloniale. 296 EN, n. 11 del 23 febbraio 1902. 297 MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone , cit., pagg. 83-87. La citazione è tratta da: ERRERA, A. , Storia e statistica delle industrie venete e accenni al loro avvenire, Venezia, Antonelli, 1871; le notizie sull’orario nel 1904 sono tratte da: LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pag. 13; quelle sulle fornaci da: ZANINI, Lodovico, Sulle vie dell’emigrazione, cit., che parla estesamente del brutale sfruttamento dei bambini emigranti da parte dei loro connazionali più anziani (talvolta solo di pochi anni), ma riporta una condizione esattamente riprodotta nelle fornaci italiane. 298 Guido Rosso (nato il 10 novembre 1877 e morto il 17 agosto 1966) si laurea a Genova in giurisprudenza il 31 luglio 1902: cfr. il diploma di laura conservato nello studio del nipote Antonio. La notizia della sua laurea è data anche da: P, n. 346 del 19 luglio 1902, pag. 3, Laurea. 299 EN, n. 12 del 2 marzo 1902. Policreti nob. dott. Carlo fu Alessandro, nato a Pordenone il 29 giugno 1865 e residente in Aviano. Cfr.: ASU, Archivio dell’Amministrazione Provinciale, busta 24, fascicolo s.n., Aviano 1920, Deputazione Provinciale di Udine, prot. 12987 del 27.10.1920. Carlo Policreti esercita le sue doppie funzioni politiche, permessegli dalla legislazione in quanto possidente, in ambedue i comuni di Pordenone ed Aviano. Se a Pordenone emergerà progressivamente come la personalità politica preminente nell’ambito del radicalismo cittadino, mancando l’elezione alla Camera dei Deputati nel 1909 ed essendo eletto sindaco nel 1914, ad Aviano egli sarà per tutti i lunghi anni fino al dopoguerra amministratore comunale e, per un anno, sindaco del comune pedemontano, costituendo con l’avvocato Antonio Cristofori la coppia predominante sulla vita politica locale di Aviano e del mandamento. Numero pagina La Società Operaia di Pordenone non aderisce però all’iniziativa, così come successivamente rifiuterà di concedere la propria sala per una riunione di operai metallurgici che vanno a costituire una sottosezione della Lega di miglioramento fra metallurgici ed affini di Udine e provincia. Tale atteggiamento di chiusura verrà stigmatizzato da una polemica nei numeri successivi de L’Evo Nuovo, che afferma sarcasticamente: La missione della nostra società è di adoperarsi per le commemorazioni di Umberto I non certo quella di venire in aiuto agli operai. La mancata adesione al comizio “Pro legge sul lavoro delle donne e dei fanciulli” e il rifiuto dato giorni sono alla domanda della sala bastano per farne prova. L’occasione è propizia per porre il problema della reale corrispondenza fra le finalità della Società e la presenza operaia minoritaria e politicamente subordinata nel suo seno: Deploriamo che un consigliere (operaio) abbia approvato il rifiuto; sta ora ai suoi compagni dargli una lezione per mancata solidarietà e per aver tradito la loro causa. 300 Il consigliere chiamato in causa, Antonio Fedrigo, invia una lettera al settimanale socialista, cui si replica augurandosi nuovamente che l’assemblea dei suoi compagni operai sia severa. In questa nota si coglie l’occasione per puntualizzare il pensiero socialista sulle società operaie: Nella missione della Società Operaia siamo di opinione diversa, noi crediamo che le società operaie devono modificarsi continuamente come va sempre modificandosi la società e quindi da semplici società assicuratrici sulle malattie debbano ora pensare anche al miglioramento morale, intellettuale ed economico della loro classe (...)301 La polemica, che come abbiamo visto ha avuto luogo fin dalla prima uscita pubblica del Psi nel dicembre precedente, ha un obiettivo ben preciso: ai primi di marzo si svolge il consiglio della Società Operaia per l’elezione del presidente. A dispetto delle ultime elezioni, nelle quali i reazionari sono risultati vincitori, il presidente uscente Marcolina riceve pochi voti, non raggiungendo il quorum minimo di 18 su 24 consiglieri. Per rimediare allo smacco, la destra modifica furbescamente lo statuto e provvede così a rieleggere il suo candidato: ma, sulla base delle procedure ricostruite grazie ai ricordi degli avvocati Enea Ellero e Carlo Policreti, il Tribunale annulla sia le modifiche che l’elezione. Domenica 1 giugno la nuova assemblea per la modifica dello statuto verrà vinta dai popolari.302 Infine il 28 settembre, dopo una dura lotta combattuta all’interno della Società Operaia, si va alle elezioni generali per il rinnovo del consiglio, cui i popolari si presentano con una lista completa di 24 nomi in ordine alfabetico, il primo dei quali è il radicale Francesco Asquini: nella lista figura anche il tipografo socialista Vincenzo Degan (scritto De Gan). I moderati, che sono sempre stati i factotum del Sodalizio , scelgono l’astensionismo, e la lista di sinistra ottiene una vittoria schiacciante raccogliendo, a seconda delle candidature, dai 271 ai 283 voti su 295 votanti totali. Viene eletto presidente Francesco Asquini.303 4.1.7 - La nascita dell’organizzazione sindacale socialista. Pochi giorni dopo, domenica 16 marzo, Giuseppe Ellero è protagonista di un duro scontro avvenuto sempre alla Sala Coiazzi - con i propagandisti delle leghe cattoliche professionali, che intendono organizzarsi anche a Pordenone. Il corrispondente socialista osserva come poco o nulla nelle relazioni (due oratori sono venuti da Milano, il dott. Arcari ed il sig. Cavazzoni, ed il dott. Brosadola da Cividale) siano dedicate al tema della riunione, ed invece si concentrino sul programma democratico-cristiano e sulla dottrina cattolica. Si rileva la partecipazione di numerose contadine e contadini, di parecchie signore e di qualche socialista, quasi a voler sottolineare l’estraneità del movimento clericale in una città che da decenni ha assunto una forte connotazione industriale ed operaia. Il resoconto del contraddittorio è un buon esempio dello scontro frontale fra l’organizzazione socialista e quella clericale, ambedue volte ad organizzare le masse lavoratrici, ma divise in modo stridente dall’ideologia e soprattutto dalla prospettiva della lotta di classe, centrale per i socialisti e rifiutata nettamente dal movimento clericale. Lo stile stesso dei dibattiti, con il comizio degli oratori e la possibilità di contraddittorio, programmaticamente ammesso o non ammesso nelle modalità di convocazione del comizio stesso, è tale da permettere l’esplicarsi di polemiche vigorose, dando la parola agli avversari politici. Per primo è l’ispettore scolastico prof. Segala a polemizzare con gli oratori che gli tolgono la parola; dopo un primo intervento di Ellero contro il presidente dell’assemblea De Mattia, che vorrebbe evitare il promesso contraddittorio, questo può finalmente iniziare e lo stesso Ellero successivamente interviene. Il pubblico che aveva un po’ poco civilmente rumoreggiato, si va calmando e l’Ellero può parlare senza incidenti per più di 1/4 d’ora. Fa delle obbiezioni e rivolge delle domande agli avversari rilevando sopra tutto che non sa spiegarsi come le leghe cattoliche sieno ben viste dai capitalisti e quelle socialiste sieno da essi condannate. Io non vedo che una via d’uscita, dice lui; noi tuteliamo gli interessi dei lavoratori che sono in opposizione a quelli dei padroni e siamo da essi bersagliati: voi che non lo siete, anzi siete i loro amici, non potete certo dire di voler 300 EN, n. 22 dell’11 maggio 1902, Pordenone, Società Operaia. Corrispondenza firmata: Guato. EN, n. 25 dell’1 giugno 1902, Da Pordenone. COSE VECCHIE. Corrispondenza siglata: G. In seguito alla pubblicazione sul Il Tagliamento di una nuova lettera polemica di Antonio Fedrigo, che richiede di sapere chi sia l’articolista socialista che lo accusa, la risposta viene firmata per esteso rivelando il corrispondente da Pordenone del settimanale che si nasconde dietro la sigla G.: si tratta di Gino Rosso. Cfr. EN, n. 27 del 15 giugno 1902, Da Pordenone. Cose vecchie. 302 P, nn. 327 dell’8 marzo 1902, pag. 2, Cose amene!, 328 del 15 marzo 1902, pag. 3, Le smanie e le gesta di un presidente, 332 del 12 aprile 1902, pag. 3, Rieletto e… sbalzato e 340 del 7 giugno 1902, pag. 3, Società operaia. 303 P, nn. 356 del 27 settembre 1902, pag. 3, Società Operaia, 357del 4 ottobre 1902, pag. 3, Savi ammonimenti e 378 del 28 febbraio 1903, pag. 3, Società Operaia. 301 Numero pagina giovare al proletariato se non vi adattate ad avere la botte piena e la serva ubbriaca. (...) Vedendo che non si voleva rispondere alle obbiezioni nostre e che si continuava a fare l’apologia della chiesa ricordando tutto il buono e tacendo tutto il marcio, l’Ellero che aveva spesso interrotti i contraddittori, a un certo punto grida: Tutto questo sta bene, ma abbiate anche il coraggio di ricordarvi una delle vostre pagine nere è l’Inquisizione! Queste parole capitarono loro addosso come un fulmine a ciel sereno e sbalestrati e trafitti nel cuore dichiararono di non più proseguire e sciolsero il Comizio tra gli applausi dei clericali e le proteste degli avversari. 304 La domenica successiva (23 marzo) Ellero parla a Torre sul tema Organizzazione operaia e leghe di resistenza. Essa conterà 1.500 operai iscritti, pari al 20% di tutti gli iscritti alla Federazione Arti Tessili italiana.305 Viene annunciata anche la convocazione di un comizio pro-divorzio. 306 Lunedì 31 marzo (è il lunedì dopo Pasqua) parla al Coiazzi, sempre chiamato dal circolo socialista, il prof. Cesare Sarfatti di Venezia. Tema del comizio è ancora Organizzazione e leghe di resistenza. La presenza a Pordenone dei coniugi Sarfatti è occasione per il quotidiano clericale friulano per vomitare un osceno e vergognoso linguaggio antigiudaico che ben qualifica l’oscurantismo di quegli ambienti reazionari: ovviamente la cronaca clericale si basa sui ben informati “si dice” di chi sa di parlare senza aver nulla ascoltato. 307 Il Primo Maggio 1902 è occasione per un’altra manifestazione socialista. Per iniziativa della Sezione Socialista Pordenonese, ieri sera alle ore 20.30 nel vasto salone della Stella d’Oro ebbe luogo un pubblico comizio. L’aspetto della sala era imponente: sul mezzo della parete di fronte, contornato da alloro spiccava maestoso un grande ritratto di Carlo Marx con la scritta Proletari di tutti i paesi unitevi. Un migliaio di operai gremiva la sala dando così un significato visibile della grande strada che l’idea nuova si è fatta nella coscienza proletaria. Apre il comizio il compagno Ellero che dopo aver reso un meritato elogio al nostro concittadino A. Pignatelli per l’opera sua nell’eseguire il ritratto del grande Maestro, invita l’assemblea ad eleggersi il proprio presidente che viene proclamato nel nome del nostro comp. Rosso Gino. Ha quindi la parola il comp. Scottà che con frase elegante e interrotto spesso da fragorosi applausi parla sul significato della festa. Segue il comp. Ellero trattando l’arduo tema del divorzio. Parla della legge presentata da Berenini e Borciani 308 e con arguta frase dimostra come e perché i clericali ci combattono. Alla fine, come durante la conferenza è salutato da applausi. nessuno domanda la parola e viene messo ai voti l’ordine del giorno del Part. Social. che viene approvato all’unanimità. Durante tutto il tempo del Comizio le filandiere dipendenti dal forcaiolo sig. Zacoli nel loro cortile attaccato alla sala cantano e urlano. Il fatto non ha bisogno di commenti. L’imponente Comizio d’ieri sera è la più bella risposta che il proletariato Pordenonese poteva dare alle clandestine riunioni dei clericali dove unico argomento è combattere (parola illeggibile).309 Effettivamente l’azione di organizzazione sindacale procede con sistematicità a Pordenone. In maggio i socialisti polemizzano con il sindaco, conte Cattaneo, perché da oltre due mesi non risponde ad un memoriale dell’Unione Agenti, che rivendica il diritto ad una mezza giornata di riposo settimanale (oltre la domenica), contravvenendo alla promessa di occuparsi della questione. Domenica 19 maggio ha luogo un imponente comizio “Pro riposo settimanale” indetto dalla Società Agenti e dall’Unione Agenti: presiede Tomasella e parla Bosetti di Udine. I democristiani presenti dissentono dal termine riposo settimanale, in quanto concepiscono solo il riposo nei giorni festivi per partecipare ai culti cattolici. Ma il riposo di domenica non è possibile per tutti, al fine di garantire i servizi pubblici, mentre la richiesta di una giornata di 304 EN, n. 15 del 23 marzo 1902, DA PORDENONE. Comizio PRIVATO di clericali. Cfr. inoltre il resoconto del contraddittorio riportato da Il Paese, n. 329 del 22 marzo 1902, pag. 3, Convegno di clericali, riprodotto in appendice. Secondo don Lozer, si tratta di una delle iniziative originarie del sindacalismo cattolico nel Pordenonese: primi propagandisti del sindacato cattolico sono stati nel 1900 Muzio Scevola di Milano, che dà vita all’Unione del Lavoro di Pordenone, e nel 1901 e 1902 Stefano Cavazzoni e Paolo Arcani che tengono conferenze, oltre che in città, a Maniago ed a Portogruaro. Cfr.: LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg. 7 ed 8. 305 Il numero degli iscritti è indicato da: DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 66. 306 P, n. 329 del 22 marzo 1902, pag. 3, Conferenza, articolo firmato Argo: tutti gli articoli de Il Paese, dalla fine del 1901, sono firmati con questo pseudonimo, sotto il quale vengono pubblicate lunghe e argomentate polemiche contro la gestione de Il Tagliamento. In occasione di una dichiarazione di scuse a don Edoardo Marcuzzi, per ottenerne la remissione di querela, Argo ci si palesa come Giuseppe Ellero: cfr.: P, nn. 371 del 10 gennaio 1903, pag. 3, Dichiarazione e 372 del 17 gennaio 1903, pag. 3, Vertenza chiusa e Dichiarazione; EN, n. 15 del 23 marzo 1902, DA PORDENONE. Conferenza. 307 P, n. 331 del 5 aprile 1902, pag. 3, Conferenza. Cfr. il resoconto in appendice. Cfr. inoltre: CONTELLI, Ermanno, cit., pag. 176. Avvocato, Sarfatti interviene al congresso di Roma del Psi nel 1900, proponendo con Enrico Ferri e Labriola un ordine del giorno sull’Avanti! ed intervenendo successivamente anche nel dibattito sulla stampa periodica socialista locale. Al congresso di Imola del 1902 è fra i promotori di un ordine del giorno sulla condizione dei lavoratori dello spettacolo. Nelle elezioni politiche del 1913 è eletto deputato per il collegio di Oleggio (provincia di Novara), ma l’elezione è annullata. L’anno successivo partecipa attivamente al congresso di Ancona. Cfr.: PEDONE, Franco, cit., secondo volume, pagg. 216, 243 e 248 e: MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., terzo volume, pag. 267. In: ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., terzo volume, pag. 626, Sarfatti è indicato fra i tre autori della ricostruzione della federazione socialista veneziana, avvenuta nel gennaio del 1900 attorno all’avvocato Elia Musatti, dopo lo scioglimento da parte dell’autorità pubblica nel 1898. Nel terzo vol. I della stessa opera, a pag. 217, lo si cita fra i dirigenti del socialismo milanese che nel 1914 espressero simpatia nei confronti delle “democrazie occidentali”. Sarfatti è un cognome di origine israelitica, diffuso nelle comunità della Toscana e dell’Italia settentrionale, fra le quali in particolare proprio Venezia. Cfr.: DE FELICE, Emidio, Dizionario dei cognomi italiani, Moncalieri, Il Gazzettino, 1996, pagg. 224-225. L’origine israelitica, così come la laurea in giurisprudenza, collegano Cesare Sarfatti ad Elia Musatti, che era anche figlio del presidente della comunità ebraica veneziana. Sarfatti e la moglie Margherita per il tramite dell’interventismo entreranno nell’orbita mussoliniana, e Margherita diventerà, oltre che giornalista de Il Popolo d’Italia e biografa, una delle ispiratrici del capo fascista. Cfr.: ROSSI, Cesare, Mussolini com’era. Radioscopia dell’ex-dittatore, Roma, Ruffolo, 1947, tra le altre le pagg. 59-60 e 213. 308 Ambedue professori universitari di giurisprudenza, a Parma ed a Modena, i due deputati socialisti sono i presentatori di una proposta di legge per l’istituzione del divorzio, alla presentazione della quale conseguì una campagna di iniziative pubbliche organizzate dal Psi. 309 EN, n. 21 del 4 maggio 1902. PORDENONE. Comizio per festeggiare il 1 Maggio Cfr. inoltre in appendice il resoconto del Primo Maggio 1902 in: P, n. 335 del 3 maggio 1902, pag. 3, I.° Maggio. Numero pagina riposo può essere soddisfatta solo ottenendola anche per altri giorni della settimana. E’ così che l’ordine del giorno alternativo proposto dal clericale De Mattia viene bocciato con solo sei voti favorevoli, mentre è approvato quasi all’unanimità quello proposto dai socialisti Gino Rosso e Crovato.310 Negli stessi giorni si giunge alla costituzione di una numerosa sotto Sezione della Lega di miglioramento e resistenza fra metallurgici ed affini di Udine e provincia. 311 4.1.8 - “Una sezione vitale oltre ogni aspettativa”. Lo stato del Partito socialista in Friuli è oggetto di un lungo resoconto riportato su Il Lavoratore Friulano. La crescita del partito nell’anno appena trascorso viene definita una marcia forzata, col passaggio dalle tre sezioni del 1901 (Prato Carnico, Feletto Umberto ed Udine) a tredici: fra esse solo due sono nel Friuli occidentale, Pordenone e Pasiano. Il 20 aprile precedente si è tenuto il primo modesto convegno, in cui fu decretato di promuovere la Federazione Socialista Friulana, la cui nascita vera e propria sarebbe poi avvenuta nell’autunno successivo. Solo le tre sezioni più antiche, e quella di Pordenone, meritano un relazione puntuale sulle loro attività, mentre il corrispondente deve dichiarare che: Le altre Sezioni sia per la loro breve vita sia per mancanza di propagandisti, non hanno potuto dar segni di manifesta vita pubblica e di organizzazione economica, all’infuori di quella di Torreano di Cividale che seppe fondare una Cooperativa di Consumo. L’attenzione dedicata alle quattro sezioni più importanti è indicativa della pratica politica e delle condizioni in cui si trovavano ad operare i primi nuclei socialisti friulani. La prima e la più forte è la “matrice” del socialismo in Carnia, segnata dalla presenza stagionale degli emigranti, che d’inverno riportano in paese gli insegnamenti tratti dal socialismo d’Oltralpe. I socialisti di Prato Carnico si distinguono, con le loro attività culturali e con la capacità di proselitismo politico, dalla condizione di abbruttimento in cui la forzata inattività stagionale ed il duro effetto dello sradicamento dal paese gettano tanti dei loro compagni di peregrinazione. In queste poche righe sembra di toccare con mano il clima delle lunghe discussioni invernali nelle stalle, al caldo procurato dagli animali, in cui il verbo dei padri del socialismo tedesco filtra fra familiari e vicini attraverso il racconto degli operai emigranti stagionali. Quel clima che contraddistingue un altro territorio al confine dell’Impero asburgico, l’Altipiano di Asiago, con un destino di povera economia di montagna e di emigrazione stagionale simile alla Carnia, che Mario Rigoni Stern ha saputo ricreare in Storia di Tönle, un romanzo che, come tutta la sua narrativa, deve molto all’autobiografia ed alla storia orale tramandatasi fra le generazioni di montanari dei Sette Comuni.312 La Sezione di Prato Carnico, la più numerosa della Provincia, non può dar manifesti segni di vitalità pubblica, giacché i suoi componenti sono quasi tutti emigranti. Questi bravi montanari quando nell’inverno fanno ritorno al paese natio, ogni sera anziché abbruttirsi all’osteria si raccolgono nel loro Circolo e colà si istruiscono e s’ammaestrano, non dimenticandosi, quando ad essi è possibile, di fare nei paesi vicini quella propaganda spicciola la quale ha procurato tali radici del socialismo in Carnia, al punto di essere il collegio dell’on. Valle 313 il più politicamente pronto a sostituire un rappresentante inutile. L’orgoglio per la crescita culturale del proletariato prodotta dall’organizzazione socialista si ritrova anche nel resoconto relativo alla sezione di Feletto Umberto, e nel rifiuto della criminalizzazione cui è sottoposta da parte della destra conservatrice. Fuori da ogni ribellismo plebeo, i socialisti rivendicano anzi la loro forza organizzata, la completa alfabetizzazione dei loro numerosi iscritti, la loro ripulsa di quei fenomeni di delinquenza pauperistica (prodotta dallo sfruttamento capitalistico) da cui il movimento operaio vuole emanciparsi. Interessante appare lo sforzo di organizzazione socialista fra i contadini. La Sezione di Feletto Umberto è quella Sezione più presa di mira dal giornalismo e conservatorismo reazionario. I socialisti di Feletto sono additati dagli avversari come uno spauracchio. Qualunque fatto delittuoso che avvenga nei dintorni di Feletto è attribuito ai socialisti Felettani. Fortunatamente i socialisti di Feletto iscritti al partito sono persone oneste e coscienti, e la reazione nelle sue malignitadi viene debellata. Gli iscritti alla Sezione di Feletto sono 178, tutti elettori politici e amministrativi, il che vuol dire nessun analfabeta, mentre il rimanente della popolazione dà il 32 per cento di analfabeti. Questo parallelo sull’istruzione dà anche il grado della capacità a delinquere. La Sezione di Feletto oltre ad essere politicamente cosciente, è avviata su buone basi per l’organizzazione economica. In essa per la prima volta in Friuli si studiò il Patto colonico e l’istituzione delle leghe di miglioramento fra contadini. In essa vi stanno organizzando le tessitrici e le filatrici per ascriverle alla Camera di Lavoro Provinciale. 310 EN, nn. 22 dell’11 maggio 1902, Pordenone. Riposo festivo, 25 dell’1 giugno 1902, Da Pordenone. Comizio pel riposo settimanale e 29 del 29 giugno 1902, Da Pordenone. Cose vecchie e P, n. 340 del 7 giugno 1902, pag. 3, Comizio. L’agitazione per il riposo festivo è in questi anni un punto di forza delle rivendicazioni socialiste, tanto da costringere gli stessi cattolici (per i quali il riposo domenicale è anche un importante precetto religioso) a rincorrere con difficoltà gli avversari. Cfr.: TESSITORI, Tiziano, Storia del movimento cattolico, cit., pag. 192. 311 EN, n. 22 dell’11 maggio 1902, Pordenone. Società Operaia e Una seconda lega operaia. 312 RIGONI STERN, Mario, Storia di Tönle, Torino, Einaudi, 1980. 313 Gregorio Valle, medico, promotore dell’insegnamento della ginnastica e delle attività dei vigili del fuoco, è deputato del collegio di Tolmezzo dal 1892 al 1913. Liberale ministeriale, sarà quasi sconfitto dal socialista Spinotti nel 1909, quando solo il sostegno del voto clericale al secondo turno gli permetterà di prevalere. Cfr. RINALDI, Carlo, I Deputati Friulani a Montecitorio nell’età liberale, cit., pagg. 413-416; MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., terzo volume, pag. 218. Numero pagina Anche nel capoluogo di provincia la ricca attività della sezione socialista, che conta quattro consiglieri ed un assessore nella maggioranza popolare guidata dal deputato radicale Giuseppe Girardini 314, deve scontrarsi con la repressione poliziesca. La Sezione di Udine per la sua azione esplicata nello scorcio di un anno di tempo, può andare orgogliosa. Primo fatto pubblico a segnalarsi fù il Comizio per i fatti di Berra 315. Oratore di quel Comizio fu il valente compagno Cesare Sarfatti di Venezia, il quale sebbene avesse sobrietà e chiarezza di parola, ebbe la gloria di farsi spesso interrompere dall’autorità, la quale concluse con sciogliere il comizio. Nelle elezioni amministrative, mercè la lega dei partiti popolari, il partito nostro è rappresentato al patrio consiglio da quattro compagni. Mediante l’opera zelante e paziente dei nostri bravi compagni propagandisti, avemmo la ventura di fondare in Udine parecchie leghe di miglioramento, primeggiando fra tutte quella dei metallurgici. Quella poi che va distinta ancora si è quella delle setaiuole. Nella circostanza della fondazione di quella lega nella nostra città si notò un fatto nuovo per gli annali della vita pubblica. Margherita Grassini Sarfatti 316 fù la prima donna che parlò nella nostra città in pubblico e per un’organizzazione proletaria. Alla dotta e colta compagna va tributato l’affetto delle lavoratrici Udinesi. Altre organizzazioni operaie si sono fondate in Udine nel corso di un anno, come la Cooperativa Muratori, la Cooperativa dei lavoratori del Legno. Ed in ultimo avemmo la ventura di veder sorgere la gran madre di tutte le organizzazioni operaie: La Camera del Lavoro. (...) Siamo infine giunti a considerare Pordenone. Si tratta dell’unica sezione sorta nel corso dell’ultimo anno che sia arrivata a meritare un particolare resoconto. Segni caratteristici dei primordi dell’organizzazione socialista pordenonese sono quelli che abbiamo potuto apprezzare e che continueremo a verificare negli anni futuri, fino all’instaurazione della dittatura fascista: una grande capacità propagandistica e di organizzazione sindacale fra le operaie tessili, nonostante la concorrenza del sindacato cattolico. La Sezione di Pordenone forte di un buon numero d’intelligenti e capaci compagni, per il suo breve periodo di vita si è dimostrata vitale al di sopra di ogni aspettativa. In primo sostenne aspre polemiche coi clericali. Nel giorno poi 23 febbraio, giorno dedicato dal partito socialista al plebiscito per la legge sul lavoro delle donne e fanciulli, sola fra tutte le Sezioni del Friuli, ha tenuto pubblico Comizio in favore di detta legge, Comizio riescito imponentissimo. I nostri bravi compagni Pordenonesi hanno poi saputo tenere fronte in un contraddittorio a democratici-cristiani raccolti in privato comizio; al che ne seguì una efficace Conferenza pubblica (oratore Cesare Sarfatti) sulle Leghe di miglioramento, conferenza che distrugge l’opera preparatoria e deleteria dei democraticicristiani. Altre conferenze pubbliche ebbero luogo a Torre per le quali in quel di Pordenone vanno formandosi le Leghe di miglioramento.317 4.1.9 - Riformisti vs. rivoluzionari a Pordenone: polemiche senza esclusione di colpi. Nell’agosto del 1901 una breve nota su Il Paese lancia una grave accusa contro la direzione del circolo socialista pordenonese. Mi si dice che la direzione del locale Circolo socialista, per tutelare l’interesse di un socio (!!??) abbia portato il 7 agosto lo statuto regolamento all’ufficio di Pubblica sicurezza per… approvazione. Il fatto per le sane coscienze socialiste non ha bisogno di commenti.318 Passano lunghi mesi senza che ci siano reazioni pubbliche, fino a che, il primo giugno 1902, quattro brevi righe chiudono la corrispondenza da Pordenone. A prima vista quelle poche parole sibilline non lasciano ancora capire che si tratterà di una polemica che distruggerà per un lungo periodo il rapporto fra la nuova e promettente sezione pordenonese e la neocostituita federazione socialista friulana: Qualche compagno dice che a Pordenone “si fa il socialismo per sport”. Se crede ciò sia, siamo a disposizione loro per dimostrare il contrario.319 Il capo del Partito Popolare friulano (e, nel secondo dopoguerra, della Democrazia Cristiana) Tiziano Tessitori dedicherà a questa polemica uno spazio particolare nel suo studio sugli Albori del socialismo in Friuli.320 Ecco il resoconto della polemica fornito da Tessitori: I poli più sensibili al verbo socialista furono Udine, Pordenone e la Carnia: le due città perché centri di attività industriale, la Carnia per effetto della 314 Giuseppe Girardini è il capo incontrastato dei radicali udinesi dell’età prefascista. Più volte deputato, e ministro nel primo dopoguerra, aveva iniziato la sua carriera politica assumendo il ruolo di protagonista del risveglio operaio udinese. MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., secondo volume, pag. 44; RINALDI, Carlo, I Deputati Friulani a Montecitorio nell’età liberale, cit., pagg. 263270. 315 Il 27 giugno 1901 a Berra Ferrarese tre persone furono uccise e 23 ferite in un’eccidio commesso da un reparto di soldati contro degli scioperanti. Fu, per alcuni anni, l’unico episodio isolato di repressione militare delle agitazioni nella pianura padana, cui purtroppo corrisposero i numerosi eccidi dell’età giolittiana contro i lavoratori del Sud. Cfr. CANDELORO, Giorgio, Storia dell’Italia moderna, undici volumi: vol. VII, La crisi di fine secolo e l’età giolittiana, 1896-1914, Milano, Feltrinelli, 1981, pag. 138. 316 Margherita Sarfatti interviene con forza nel 1914 sull’Avanti! per opporsi all’introduzione di una tassa governativa sul biglietto del cinematografo, considerato avvedutamente come la vera forma di arte fruibile dalle classi popolari, altrimenti estranee alle modalità più tradizionali di trasmissione del sapere come le Università Popolari. Cfr.: RIDOLFI, Maurizio, Il PSI e la nascita del partito di massa. 1892-1922, Roma-Bari, Laterza, 1992, pagg. 240-241. In: ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., quinto volume, pag. 280 è citata per il suo lavoro di redattrice di un periodico femminile e per la presa di posizione a favore dell’intervento nella guerra mondiale. 317 EN, n. 21 del 4 maggio 1902, Il movimento socialista IN FRIULI. 318 P, n. 295 del 17 agosto 1901, pag. 3, Per la storia. 319 EN, n. 25 dell’1 giugno 1902, Da Pordenone, siglata G. 320 TESSITORI, Tiziano, Albori del socialismo in Friuli, in Memorie storiche forogiuliesi, vol. XLVII, Cividale, Deputazione di storia patria per il Friuli, 1966, pagg. 11-49. Numero pagina emigrazione. Dalle due città il socialismo traboccò nei borghi all’intorno, che assai per tempo divennero focolai socialisti. A Pordenone erano animatori del partito Alessandro Rosso, i suoi due figli Gino e Guido e Giuseppe Ellero, i cui metodi di propaganda pare non fossero esenti da critiche. Troviamo infatti che, essendo comparso sul Paese uno scritto nel quale Gino Rosso attribuiva a sè e al fratello il merito dell’organizzazione socialista, insorse il geometra Luigi Fedrigo, vecchio dirigente della sezione pordenonese, scrivendo che, da quando i Rosso s’erano impadroniti della sezione, a Pordenone si faceva del socialismo per sport, in quanto lo si faceva consistere in una successione di comizi con discorsi “ispirati al riformismo che è movimento radicale, che affievolisce la lotta di classe che è movimento socialista”. Il Fedrigo però esortava i socialisti di Pordenone a liberarsi dei Rosso, il cui ideale è, scriveva, per Guido la candidatura politica e per Gino un qualche incarico nel comune. “Senza dedicarsi ad abbindolare le masse, concludeva, essi hanno sufficiente occupazione, sotto la direzione del padre, ad aumentare l’estensione di quelle campagne sulle quali il viandante, passando nelle notti placide, sente ancora il pianto ed il lamento di molte povere famiglie ridotte sul lastrico. 321 Queste frasi furono ritenute ingiuriose, per cui il signor Alessandro Rosso si querelava accordando la facoltà della prova dei fatti. La causa però non ebbe luogo, essendosi le parti rappacificate e il Fedrigo assolto per intervenuta remissione di querela. 322 L’Evo nuovo, nel pubblicare la notizia della querela, dichiarava chiusa per conto suo la questione, che definiva un po’ sbrigativamente “una diatriba personale”. A noi sembra cada a proposito una considerazione, che forse il lettore ha già fatto per conto suo, ed è che i socialisti d’allora erano, nella polemica tra loro, d’una spregiudicata franchezza, la quale, anche se facile a scivolare nell’attacco personale, è pur sempre un segno di onestà politica. 323 Lo spazio dedicato dal Tessitori si giustifica con le dimensioni spropositate che questa polemica assume sul settimanale socialista friulano. Essa occupa intere pagine, uno spazio che nella stampa socialista locale è dedicato di solito, e comunque raramente, alla pubblicazione di servizi sulle più importanti tematiche di rilevanza nazionale, a testi ideologici oppure ai resoconti congressuali. E’ chiaro che questa polemica dev’essere la spia di uno scontro politico che usa la vicenda pordenonese come pretesto, e che quindi va studiata attentamente, anche per cogliere alcune inesattezze contenute nel testo del Tessitori che potrebbero trarre in inganno nella lettura della situazione locale. Prime fra le quali la mancanza di quell’articolo de Il Paese che avrebbe fatto inviperire Fedrigo, e che ci risulta non esistere, mentre è sicuramente vero l’entusiasmo del gruppo di organizzatori socialisti (Gino Rosso, Luigi Scottà e Giuseppe Ellero) per la grande mole di lavoro sviluppata ed i primi risultati ottenuti in quei mesi. Fedrigo, protagonista della controversia, non abita in quel momento a Pordenone. Egli anzi sigla le sue corrispondenze da Mortegliano, con l’acronimo F.g.L., ed è componente dell’esecutivo della sezione socialista di Udine e della commissione incaricata dal primo congresso socialista friulano della redazione dello statuto della federazione provinciale. 324 Ma dalle polemiche che seguiranno si può rilevare come il Fedrigo avesse precedentemente operato a Pordenone, dovendosene allontanare per problemi di lavoro. Secondo Teresina Degan, Luigi Fedrigo è originario della frazione pordenonese di Rorai Grande. 325 Ad una settimana dalle poche righe giunte da Pordenone, proprio in cronaca di Mortegliano appare la risposta di Fedrigo: forse è l’articolo, nell’ambito di questa lunga polemica, in cui possiamo maggiormente cogliere lo sforzo di dare un contenuto ideale allo scontro. 326 La contrapposizione tra la posizione riformista e quella rivoluzionaria appare trasposta anche nel dibattito interno al socialismo pordenonese. 327 Da una parte l’esigenza ben rappresentata da Fedrigo di creare le pre-condizioni formative della coscienza di classe, attraverso la propaganda ideologica e la formazione di un nucleo politico chiaramente socialista; dall’altra il sorgere della pratica riformista, che unisce organizzazione economica e sindacale, rivendicazione politicolegislativa e una pratica unitaria del movimento di massa, che cerca di aggregare gli altri settori popolari non socialisti. Sono le posizioni che si vanno sviluppando progressivamente nel percorso dal 6° congresso socialista di Roma del 1900 all’8° di Bologna del 1904, con il passaggio intermedio realizzato con il 7° congresso tenutosi ad Imola nel 1902. In questi momenti riformismo e sindacalismo rivoluzionario si 321 EN, 22 giugno 1902, citato da: TESSITORI, Tiziano, Albori del socialismo in Friuli, cit., pag. 40. Con tale frase il Fedrigo intende probabilmente far riferimento all’attività, svolta da Alessandro Rosso, di agente privato dei duchi Ottoboni: cfr. MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone, cit., pag. 211. Alessandro Rosso era agente della famiglia romana Vaselli, proprietaria di vaste estensioni di terreno a Pordenone, corrispondenti all’area a nord dell’attuale Viale Marconi che comprende il comando della Divisione “Ariete” ed il Centro Studi, secondo il pronipote Antonio Rosso. 322 Sentenza 27 novembre 1902, n. 526, in Archivio del tribunale di Udine, citata da: TESSITORI, Tiziano, Albori del socialismo in Friuli, cit., pag. 40. 323 TESSITORI, Tiziano, Albori del socialismo in Friuli, cit., pagg. 40-41. Obiettivo polemico di quest’ultima affermazione sembra, più che una valutazione approfondita sulla storia del socialismo, l’atteggiamento spregiudicato dimostrato soprattutto dai nuovi dirigenti emergenti del Psi nell’epoca del primo Centrosinistra, nella quale si troverà a scrivere Tessitori. 324 EN, n. 49 del 16 novembre 1902. A mo’ di editoriale compare un appello di convocazione del II. congresso provinciale socialista friulano, stilato dalla Commissione Esecutiva della Sezione del Psi di Udine. Lo firmano: G. Ciani, L. Fedrigo, L. Grassi. Id., n. 53 del 14 dicembre 1902, II° CONGRESSO SOCIALISTA FRIULANO: Grassi Libero, Fedrigo geom. Luigi e Mazzolini Giovanni sono indicati come componenti della commissione per la redazione dello statuto. 325 DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 60. 326 EN, n. 26 dell’8 giugno 1902, Socialismo per sport e Socialismo vero, articolo siglato F.g.L. Cfr. il testo in appendice. 327 La stessa formulazione che accompagna lo scoppiare della polemica, quel socialismo per sport contrapposto a quello vero, è una spia che rivela l’aggancio al dibattito nazionale. Era stato il riformista Giovanni Zibordi, in un articolo su L’Avanti! a tacciare per la prima volta di sportsmen del socialismo gli imborghesiti eroi accorsi nel partito a causa della linea rivoluzionaria. Colpa dei rivoluzionari era il contrapporre in un rigido bipolarismo classista i partiti borghesi a quello proletario, favorendo così un ingrossamento artificiale e patologico del Partito socialista. Cfr. MICHELS, Roberto, Proletariato e borghesia, cit., pag. 335. Numero pagina delineano e confrontano, pur con le ambiguità inserite nello scontro dalla presenza del centrismo apparentemente rivoluzionario del Ferri. 328 I riformisti riescono a far approvare all’unanimità dal congresso di Roma il “programma minimo” del partito, il quale (...) deve accogliere: 1°) tutte le riforme e tutte le istituzioni che giovano ad infondere nel proletariato il senso e la coscienza di classe e ad abituarlo alla libera ed efficace espressione politica de’ suoi interessi; 2°) tutte le riforme e tutte le istituzioni che ponendo un argine allo sfruttamento capitalistico, elevano le condizioni economiche e morali del proletariato e lo iniziano all’amministrazione ed al governo della cosa pubblica, secondo leggi che siano emanazione della sua classe; 3°) tutti i provvedimenti, infine, che, anche per altre vie, innalzano il valore e le condizioni del proletariato come classe, nei rapporti della capacità intellettuale e del vigore morale e fisico, o che provvedano i mezzi finanziari, necessari alle riforme che più direttamente lo interessano. 329 Il programma prevede un vasto arco di riforme di tipo istituzionale, come il suffragio universale, l’ampliamento delle libertà democratiche, la parità fra i sessi, la neutralità dello stato nei conflitti di lavoro, una politica militare di tipo rigorosamente difensivo e non coloniale, la laicità dello stato ed il decentramento politico ed amministrativo. Sul piano sociale è previsto un ampio spettro di iniziative rivolte alla tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, all’abolizione di massima del lavoro notturno, alla conquista di un riposo settimanale di almeno 36 ore, all’istituzione di ispettori del lavoro espressi dai lavoratori, alla tutela dei lavoratori in caso di malattia, infortunio, maternità, invalidità e pensionamento, alla riforma dei patti colonici ed alla libertà e difesa dell’emigrazione proletaria, alla nazionalizzazione delle industrie dei trasporti ed estrattiva, alla concessione dei lavori pubblici - a parità di condizioni - alle cooperative di lavoro. Vengono inoltre richiesti l’ampliamento dell’istruzione obbligatoria, laica e gratuita, fino alla quinta classe elementare, l’istruzione complementare e professionale, pure obbligatoria e gratuita per altri quattro anni, sussidi agli scolari bisognosi, il miglioramento e l’uguaglianza delle condizioni dei maestri e maestre (va sottolineata questa singolare anticipazione del linguaggio politically correct di genere oggi diffuso in vari contesti, fra cui quello della contrattualistica collettiva dei rapporti di lavoro). Ci si prefigge inoltre lo sviluppo dell’igiene pubblica, la redenzione delle terre incolte, la lotta contro le malattie professionali; la trasformazione delle istituzioni assistenziali e la riforma tributaria: punti fondanti di essa erano l’abolizione dei tassi protezionistici sul grano e sui generi di consumo popolari, l’abolizione del dazio sul consumo e della tassazione indiretta, l’imposta diretta progressiva sui redditi e le successioni, la tassazione dei redditi societari, la soppressione o riduzione delle spese improduttive, in particolare quelle relative all’esercito, all’istituto monarchico ed alla burocrazia, lo stabilimento di un massimo e di un minimo retributivo per gli impiegati dello stato, e la riduzione degli interessi del debito pubblico.330 Parte del programma minimo socialista trova accoglimento nella politica dei governi di Zanardelli e Giolitti, che si reggono grazie all’appoggio parlamentare della sinistra popolare, ed anche del gruppo parlamentare socialista, in evidente posizione dialettica con il grande movimento popolare che si dispiega nel primo quadriennio del secolo. In opposizione alla politica giolittiana ed al sostegno riformista, la sinistra rivoluzionaria di stampo soreliano331, ancora interna al partito, si presenta in quegli anni con una posizione fortemente antagonista, che può ben essere condensata con l’ordine del giorno minoritario presentato da Arturo Labriola al congresso di Bologna: (...) 2) Considerando ancora che qualunque attività riformatrice in regime borghese, anche se determinata dalla pressione proletaria ed anche se parzialmente utile ai lavoratori - appunto perché è un caso di confluenza degli interessi proletari con quelli capitalistici - è sempre imperfetta e non intacca mai il meccanismo fondamentale della produzione capitalistica; Il Congresso afferma che l’attuazione delle riforme deve essere lasciata ai governi borghesi senza alcuna collaborazione parlamentare e nessun compromesso da parte del proletariato, il cui ufficio è dichiarare, provocare e controllare l’esecuzione di quelle riforme, che manifestamente rappresentano la conquista di posizioni più vantaggiose per lo sviluppo della lotta di classe contro il capitalismo; (...) 4) Considerando, infine, che mentre l’azione parlamentare del Partito culmina nell’opera di agitazione, nella abilitazione del proletariato alla gestione dei pubblici affari e nel controllo sopra gli atti del Governo, il Partito stesso ritiene che non sarà nei parlamenti risoluta non pure l’abolizione della proprietà capitalistica, ma neanche realizzate tutte quelle anteriori conquiste politiche ed economiche che sono all’infuori della costituzione italiana; il Congresso riafferma di non rinunziare ad alcuno dei mezzi di attacco e difesa contro il Governo e di riservarsi anche l’uso della violenza nei casi in cui fosse necessario.332 Questi passi della mozione del capo sindacalista rivoluzionario del 1904 sembrano corrispondere letteralmente alle parole della nota in calce all’articolo di Fedrigo. Compito del partito operaio non è quello 328 TREVISANI, Giulio, cit., terzo volume, pagg. 27-30 e 52-55. PEDONE, Franco, cit., primo volume, pagg. 102-172; secondo volume, pagg. 5-39. Per un giudizio, particolarmente negativo sul ruolo del Ferri, cfr. ARFE’, Gaetano, cit., pagg. 114-115. 329 PEDONE, Franco, cit., primo volume, pagg.140-141. 330 Per il testo integrale del “programma minimo” ed il dibattito relativo, cfr. PEDONE, Franco, cit., primo volume, pagg. 139-145. 331 Contro questo comune apparentamento dei sindacalisti rivoluzionari con il pensiero di Sorel protesta il Dolléans - fedele al suo assunto per cui sono i teorici (non solo Sorel, ma anche i maggiori, come Marx e Bakunin) a trarre ispirazione non solo dai movimenti sociali, ma dalle stesse elaborazioni dei singoli militanti operai: Si è voluto scorgere nelle tendenze del sindacalismo rivoluzionario l’influenza esercitata in modo diretto o indiretto, addirittura per interposta persona, Georges Sorel, dal bergsonismo. (...) Anche se Georges Sorel s’incontrava con alcuni militanti, nessuno leggeva i suoi scritti. (...) Al contrario il sindacalismo operaio ha influenzato alcuni scrittori, in particolare Georges Sorel, che hanno cercato a posteriori di ridurre a sistema la pratica operaia. Cfr.: DOLLÉANS, Édouard, cit., vol. secondo, pag. 108. 332 PEDONE, Franco, cit., secondo volume, pagg. 34 e 35. Numero pagina di chiedere riforme, ma semmai di ottenerle con la forza del suo movimento, ove l’organizzazione sindacale è ben indirizzata da una compatta formazione ideologica. Se l’elemento contraddittorio del Labriola è quello della minaccia del ricorso all’uso della violenza (quando semmai il problema è come evitare la sanguinosa violenza antipopolare delle istituzioni, continuata anche sotto i governi guidati da Giolitti), la debolezza del ragionamento del Fedrigo è la contrapposizione fra la propaganda socialista da lui propugnata e quella praticata dai suoi avversari interni. Come viene osservato in un successivo scritto di Giuseppe Ellero in occasione del congresso socialista di Tolmezzo del 1906 333, la pratica politica che unisce l’organizzazione delle leghe di resistenza alla costruzione di una coscienza di classe e quindi al rafforzamento del Partito socialista ha una sua forte credibilità, in quanto permette di unire le masse lavoratrici, partendo da obiettivi immediati e credibili, per portarle all’acquisizione di una proposta politica complessiva. Questo tipo di pratica politica ci appare come più realistica e convincente, mentre il discorso del Fedrigo rischia di apparire come poco realistico e parolaio. Il tipo di propaganda proposto da Fedrigo sembra addirittura avere i caratteri dello spirito carismatico e consolatorio della propaganda religiosa settaria, convinto della intrinseca superiorità ed attrattiva del pensiero socialista e della capacità di cogliere l’adesione dei lavoratori vessati ed avviliti dalle condizioni di sfruttamento. Questo limite di prospettiva lo fa scivolare gradualmente nella bassa polemica personalistica, contrapponendo la “buona” propaganda degli oratori esterni alla “cattiva” di quelli concittadini, di cui si criticano la tendenza narcisistica ed autogratificatoria che deriva dall’essersi esposti nelle iniziative pubbliche. Questo abbassarsi dello stile polemico si accompagna con il rifiuto di considerare come centrale per l’azione socialista l’indizione di iniziative di massa (coinvolgenti le altre forze politiche) sulle tematiche legate alle campagne nazionali del partito socialista. Per Fedrigo la coscientizzazione delle masse lavoratrici deve precedere l’agitazione, per non far nascere attraverso quest’ultima una confusione generica fra la sinistra di classe e quella borghese: e con questo liquida una serie di iniziative che pur era stata giudicata in modo assai lusinghiero dal settimanale socialista friulano. La conclusione dell’articolo, basata su un puro attacco personale ai suoi avversari interni, dà la stura ad una feroce polemica. Nel numero successivo de L’Evo Nuovo risponde G., il quale nello stesso numero, in altro articolo, si è palesato come Gino Rosso. Rosso rifiuta di entrare nel merito delle obiezioni di tipo teorico, per attaccare duramente e personalmente Fedrigo, affermando che il suo obiettivo è solo gettare discredito sulla sezione socialista pordenonese. L’articolo quindi passa ad elencare le iniziative promosse dalla nuova sezione socialista: in tale ambito possiamo conoscere alcune notizie sulla vita della sezione, costituitasi il 16 febbraio di quest’anno, dopo che quella “vecchia” si era sciolta solo otto giorni prima. Obiettivo di Rosso è non tanto contestare la linea generale del ragionamento di Fedrigo, quanto di respingere con la prova dei fatti le accuse, mettendo in rilievo la grande mole di lavoro compiuto. (...) Onde affermare pubblicamente la nostra personalità abbiamo indetto un pubblico comizio “pro lavoro delle donne e dei fanciulli” tenendosi strettamente a quanto aveva deliberato la direzione del Partito. Ci siamo occupati della formazione della lega stovigliai334, abbiamo lavorato (informi il comp. Biondini) per una Sezione della lega metallurgica Veneta, parlò per nostro incarico il comp. Cesare Sarfatti sul tema “le Leghe Operaie”, il 1 Maggio abbiamo indetto un pubblico comizio trattando i temi: la nostra festa, il divorzio ed abbiamo svolto ed ottenuta l’unanime approvazione dell’ordine del giorno della direzione del partito riguardante le spese militari e l’impresa di Tripoli. Non sarebbe bisogno dire che abbiamo fatta propaganda personale distribuito opuscoli, giornali e promosse in seno al circolo interessantissime discussioni su temi sociali. Questa in soccinto l’opera nostra, senza tener conto del nostro interessamento per l’Unione Agenti (informi il cons. Cadel) pel riposo settimanale e per la Locale Società Operaia. (...)335 La conclusione purtroppo aggrava il carattere personalistico del confronto, con l’accusa a Fedrigo di pavidità di fronte agli avversari politici, di incoerenza ideologica ed anche di aver consegnato al delegato di P.S. lo statuto della sezione socialista. Ad una settimana di distanza ecco la seconda replica di Fedrigo, da cui la direzione prende le distanze con una postilla, in cui si avverte che l’ articolo s’intende come comunicato. Ciò nonostante essa occupa oltre una facciata delle quattro complessive del settimanale, a riprova che una polemica di tal fatta ha comunque uno spazio assai importante per la vita del giovane Psi friulano. 336 Nel n. 26 dell’ “Evo Nuovo” esponeva su questo argomento la mia opinione pura e semplice come in me esiste, convinto che nel nostro Friuli si sciupi tempo prezioso in un affaccendarsi che, mentre può avere parvenza di agitazione nel senso socialista, riducendo le nostre aspirazioni ad un accomodamento riformista, conduce la nostra attività nel campo prettamente radicale e nulla impreme alle coscienze di quel fuoco rivoluzionario che è anima e vita della lotta di classe. (...) Ero convinto ancora che la causa di questo procedere a sghembo dell’agitazione che si manifesta nella nostra provincia, sia la cieca fede che l’operaio nostro (per natura privo di iniziativa e bonario) ripone in quei pochi borghesi che per moda e pei loro fini personali si danno a predicare Socialismo, ed i quali, sebbene per cattivarsi la stima degli operai combattono taluni interessi della classe borghese, sono però solleciti a far cambiar direzione al movimento socialista quando questo, seguendo la via diritta, va ad 333 LF, n. 61 del 20 gennaio 1906, pagg. 1 e 2,Prima del Congresso. Lega, coscienza socialista, voto. Cfr. il testo in appendice. Si tratta degli operai della Ceramica Galvani: nello stesso numero del settimanale un articolo è dedicato all’insostenibile situazione degli operai cottimisti di quello stabilimento. EN, n. 27 del 15 giugno 1902, Galvanizzando. 335 EN, n. 27 del 15 giugno 1902, Socialismo per sport. 336 EN, n. 28 del 22 giugno 1902, Socialismo per sport e Socialismo vero. 334 Numero pagina urtare contro i loro propri interessi privati. Perciò il mio articolo non era diretto contro alcuna persona essendo esso puramente obbiettivo: non capisco quindi perché il signor Gino Rosso abbia voluto prenderselo tutto per se. A conferma delle proprie tesi, Fedrigo cita il fascicolo VII de Il Socialismo, contenente un articolo del più famoso esponente della sinistra socialista del tempo, Enrico Ferri, di cui la rivista è espressione. Ferri è citato come interprete corretto di Marx: affermazione che la dice lunga su quanto poco sia conosciuto il pensiero del filosofo tedesco di cui Ferri, come narrò Benedetto Croce, dichiarava di aver fatto la sua “educazione scientifica al socialismo” nientemeno che sulle opere del Loria, e teneva nell’università di Roma un corso di sociologia, consigliando agli scolari di “non leggere Marx perché lui non ci aveva capito nulla” e lo considerava affatto superato.337 Da questo rifarsi all’autorità di Ferri, Fedrigo argomenta che l’elenco delle attività svolte dalla sezione socialista, lungi dallo smentire la sua analisi, la rafforza, e qui giunge quello sprezzante giudizio sui comizi ispirati al riformismo di stampo radicale, contrapposti alla lotta di classe, sopra riportato nel passo citato del Tessitori. Fedrigo non soddisfa le nostre curiosità di stampo teorico: dopo il richiamo a Ferri, egli indulge nella contestazione puntuale di ogni affermazione del Rosso, utile per noi nel riferire alcuni aspetti della precedente attività del socialismo pordenonese. Secondo Fedrigo, la diffusione della stampa socialista a Pordenone è nulla, e lo stesso Gino Rosso fa pubblicare i suoi scritti sul giornale radicale Il Paese. La nascita delle leghe di resistenza è stata preparata da un anno di attività di propaganda fatta attraverso la stampa, in particolare di stampo anticlericale, contro i democratici cristiani. Questa polemica adunque, in unione alla attiva propaganda spicciola ed alla distribuzione di opuscoli e giornali, preparò le coscienze in modo che l’11 Agosto, quando io partii di là, si stava già studiando la maniera di dar vita a qualcuna delle Leghe ora sorte, riconoscendo che l’ambiente era già preparato. Fedrigo è assente da Pordenone da quasi un anno, quindi. Ma secondo lui il risultato dell’azione attuale era stato preparato prima, da una sezione che era in gran parte la stessa di oggi, salvo il rientro e la “presa del potere” da parte dei fratelli Gino e Guido Rosso 338 e di Scottà, i quali nel passato sarebbero stati fuori della sezione e di essa e del partito sarebbero stati accaniti avversari: ma poi però Fedrigo stesso riferisce del ricorso degli stessi alle sedi di Udine e di Treviso per contestare la gestione della sezione pordenonese. Precedentemente alla rottura polemica, probabilmente questi giovani borghesi avvicinatisi al socialismo avevano condiviso anche momenti della vita personale, come l’andare a caccia insieme: alcuni episodi ci fanno pensare però ad una diversità di condizioni di origine ed a contrasti personali nati da ambizioni, gelosie e frustrazioni. Fedrigo aveva avuto delle difficoltà in seguito ad una malattia che gli aveva impedito di lavorare per dieci mesi nel 1901, costringendolo anche a ricorrere alla caccia non più per sport, ma per i bisogni della famiglia, il cui reddito era modesto. Il suo accusare gli avversari interni di non volersi confondere con l’ambiente operaio, e di vivere con una ricchezza derivante anche dallo sfruttamento dei lavoratori contrasta con un piccolo particolare che dimostra il suo temperamento da parvenu: i suoi articoli sono siglati sempre FgL, che per esteso, come in questo articolo, diventa l’indubbiamente piccolo-borghese Fedrigo Geom. Luigi. Ma anche nella famiglia di Alessandro Rosso, uno dei due figli, Gino, aveva terminato la sua istruzione al primo anno dell’istituto tecnico, per svolgere poi l’attività di agente di commercio: ed il Fedrigo non si scorda di rinfacciarglielo. Un episodio, quello del contraddittorio mai avvenuto con i democratici cristiani pordenonesi, ci illumina su un limite ed un cruccio, trasformati dal Fedrigo in acrimonia contro i suoi più eloquenti compagni, a proposito dei comizi. Egli, non avendo mai svolto un intervento in pubblico, e sapendo di trovarsi di fronte ad oratori preparati della parte avversaria, aveva ceduto il ruolo ad un altro compagno (il trevigiano Cleanto Boscolo339). Poi però sarebbero stati i democratici cristiani a non dar corso all’iniziativa. Quanto all’aver dato il regolamento della sezione al delegato di P.S., Fedrigo afferma di averlo fatto dopo aver consultato la sezione, la quale all’unanimità acconsentì al fatto che lui ed il segretario Busetto lo consegnassero. Fedrigo afferma che in tal modo i socialisti dimostravano di non aver nulla da nascondere, e d’altra parte questo poteva evitare maggiori noie agli appartenenti alla sezione; d’altronde tale 337 TREVISANI, Giulio, cit., terzo volume, pagg. 23 e 24. Guido Rosso daterà successivamente la sua adesione al socialismo al 1895, quand’era un giovane studente: E pertanto oggi, come quando 26 anni or sono prescelsi la mia fede politica (...): cfr. LF, n. 43 del 22 ottobre 1921, pag. 4, Una lettera del Sindaco ai compagni di Pordenone. Contro le sterili violenze, per il Socialismo. 339 Cleanto Boscolo è il più autorevole tra i fondatori del partito socialista trevigiano. I socialisti trevigiani saranno protagonisti, insieme ai demoradicali ed ai repubblicani, della conquista dell’amministrazione cittadina da parte del blocco popolare, che durerà dal 1910 al 1914. Interventista momentaneamente vicino alle posizioni mussoliniane, Boscolo nel 1919 sarà candidato al parlamento nella lista del Blocco democratico e dei combattenti guidata dal repubblicano Bergamo. Nel 1925 sarà ancora autore, con il repubblicano Adriano Arcani (deputato subentrato nel 1922 al posto del decaduto Guido Bergamo) ed il popolare Corazzin del foglio antifascista Non mollare. Cfr.: VANZETTO, Livio, Profilo dei fratelli Bergamo, in: id. (a cura di), L’anomalia laica. Biografia e autobiografia di Mario e Guido Bergamo, Verona, Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea della Marca Trevigiana/Cierre, 1994, pagg.16, 27 e 76, nota 174. Un Boscolo è il primo firmatario, nel 1902 al congresso del Psi di Imola, di due ordini del giorno, uno sulla condizione dei contadini meridionali ed uno che impegna la nuova direzione del partito ad interventi di difesa del proletariato emigrante, in particolare consigliando l’intesa con le organizzazioni economiche, secondo il deliberato del congresso regionale veneto di Castelfranco. Questo secondo ordine del giorno è sottoscritto anche da Cabrini e Podrecca, ma pure da Grassi (Libero, di Udine?) e da uno Scotti che può essere probabilmente Luigi Scottà di Pordenone: i due sono infatti presenti al congresso di Imola: (è l’unico caso in cui ambedue siano indicati come presenti ad un congresso del Psi). Al congresso di Firenze del 1908 Boscolo interviene nel dibattito sulla gestione finanziaria dell’Avanti! Al congresso di Milano del 1910 relaziona a nome della commissione per la verifica dei poteri. Cfr.: PEDONE, Franco, cit. primo volume, pag. 171, vol. II, pagg. 95 e 143 e vol. III, indice dei nomi. 338 Numero pagina comportamento era stato seguito anche dai costituenti la sezione di Goricizza (frazione di Codroipo) i quali avevano compiuto un analogo atto presso il sindaco, inteso come ufficiale di P.S. In conclusione, Fedrigo rivolge agli iscritti alla sezione l’appello ad espellere i fratelli Rosso, con le argomentazioni pure sopra contenute nel passo riportato dal Tessitori. La polemica continua nel numero successivo, dove innanzitutto troviamo un significativo trafiletto, di cui Alessandro Rosso richiede la pubblicazione ai sensi della legge sulla stampa, per annunciare di aver sporto querela contro il giornale. 340 Alla pubblicazione obbligata della querela del padre di Gino e Guido Rosso, ed ad una facciata e mezza compilata da Gino Rosso e da Luigi Scottà, corrisponde una nota redazionale, con cui si dichiara chiusa questa polemica incontrollata: Con questo grazie del compagno Scottà s’intende chiusa questa diatriba personale, perché per quanto gli scritti siano stati accettati come comunicati, pure il gerente del giornale dovrà andare al banco dell’infamia ed è bene risparmiarlo per migliori e più efficaci occasioni. Da parte nostra, ci permettiamo di osservare come, più che quella sincerità nel confronto interno che in qualche modo sembra riconoscere Tessitori, questa polemica appaia come una palese dimostrazione di spirito minoritario, di incapacità di trasporre sul piano della dialettica politica contrasti personali e battibecchi paesani. Emergono inoltre le difficoltà di una borghesia intellettuale, le cui aspettative di crescita sociale si accompagnano a problemi seri nel gestire la quotidianità: esse rendono difficile realizzare una piena coerenza fra la teoria e l’azione, e minano i rapporti personali fra gli attivisti, approfondendo la diversità di approcci politici. Quale migliore dimostrazione di come i fenomeni politici e sociali più generali debbano adattarsi alle piccolezze dell’agire umano? I limiti della maturazione del socialismo friulano dell’epoca ci vengono dati anche dal crescendo rossiniano di questa polemica, cui nessuno riesce a dare una composizione od una moderazione, trasformando il settimanale del partito in un cortile in cui volano gli stracci. D’altra parte, come ha avuto occasione di affermare Teresina Degan, ciò non impedisce l’adesione della classe operaia pordenonese al movimento socialista e alle leghe di resistenza dei tessili .341 Il flusso del movimento di emancipazione delle classi lavoratrici sa andare ben oltre i limiti dei dirigenti che si propongono di guidarlo. Dall’ultimo intervento di Gino Rosso possiamo ricavare alcune ulteriori notizie sul primo anno di vita della sezione del Psi pordenonese. La sezione si sarebbe indebolita per la defezione di numerosi iscritti, in polemica con la gestione Fedrigo. Rosso e gli altri dissidenti vennero invitati alla riunione della vecchia sezione del 9 febbraio, ove - presente Fedrigo - anche i vecchi soci ne avrebbero contestato la gestione del partito. Rosso inoltre contesta l’essere qualificato come redattore de Il Paese, mentre afferma di essere uscito dalla sezione socialista quando questa stava per allearsi con i moderati nelle elezioni della Società Operaia. 342 L’intervento di Luigi Scottà ha invece il merito di riportare nuovamente il dibattito nel solco della politica. Si tratta di un lungo ma interessante documento, testimonianza della formazione teorica ed anche di una certa capacità dialettica di un esponente socialista di estrazione operaia: il quale ha anche la capacità, mancata ad altri, di mantenere finalmente la polemica ad un livello dignitoso di confronto. Scottà propone le ragioni di un riformismo gradualista, che opera attraverso una strategia di organizzazione sindacale e di conquista delle riforme, e non ha difficoltà ad usare a favore del suo ragionamento gli stessi passi di Ferri che erano stati citati da Fedrigo. Ferri non viene in tal caso preso a riferimento come capo di una corrente sulla proposta della quale dividersi, ma come autorità morale alla quale riferirsi per giustificare le proprie posizioni. L’ambiguità del dirigente socialista, al pari della fama goduta a quel tempo, emerge anche da questa ambivalenza, per la quale egli può essere utilizzato a favore dell’una e dell’altra tesi. Il gradualismo riformista si ricollega nelle parole di Scottà alla tradizione della nonviolenza: Far conoscere le aspirazioni, il pensiero della classe dominata alla classe dominatrice è, dicevano i socialisti stessi, rendere meno feroce, meno sanguinosa, di conseguenza più civile, la lotta fra capitale e lavoro. Vale la pena di sottolineare questo inciso, di pretto carattere illuministico: tale formulazione è diventata nel Novecento un punto di riferimento obbligato per ogni forma di azione diretta nonviolenta. L’azione deve essere coerente con gli enunciati teorici che ne stanno a fondamento, negando ogni forma di pensiero strumentale, per il quale “il fine giustifichi i mezzi”. L’esplicitazione dei propri bisogni e dei propri obiettivi ha il merito di riconoscere il proprio avversario, di umanizzarlo, di cercare di ridurre la violenza dello scontro per trasformarlo in tensione dialettica, ed in quanto tale di far emergere la forza delle proprie rivendicazioni attraverso la costruzione di un consenso sempre più vasto ed aggregante, che sottrae al potere la sua legittimità.343 340 EN, n. 29 del 29 giugno 1902, L’EVO QUERELATO. DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pag. 61. 342 EN, n. 29 del 29 giugno 1902, Socialismo per Sport. Carte in tavola. 343 Il potere di ogni governante e di ogni regime è vulnerabile, non è eterno ed è dipendente da determinati fattori sociali (...) Ognuno di questi fatti è a sua volta strettamente legato a (o direttamente dipendente da) un certo grado di collaborazione, sottomissione, obbedienza ed assistenza che chi governa riesce ad ottenere da parte di chi gli è sottoposto (...) Se il ritiro dell’accettazione, della sottomissione e del proprio contributo riesce ad essere continuato anche di fronte alla reazione del governante, allora la fine del regime è vicina. Quindi ogni governo è dipendente, per la sua posizione e per il potere politico che esercita, dall’obbedienza, dalla sottomissione e dalla collaborazione dei suoi sottoposti. Tutto questo non vale solo all’interno dei confini nazionali ma, con alcune varianti, anche nei casi di tentate invasioni straniere o di occupazioni. La teoria che il potere deriva dalla violenza, e che la vittoria va a chi riesce a sviluppare la maggiore violenza è quindi falsa. Ciò che diventa invece di primaria importanza è la volontà di sfida e di resistenza. (...) Cfr.: SALIO, Nanni (a cura di), Difesa armata o difesa popolare nonviolenta? Quaderni di “Azione Nonviolenta” n. 1, Perugia, Edizioni del Movimento Nonviolento, 1983, pagg. 23 e 24. 341 Numero pagina A questo punto giunge la stoccata alle debolezze operative di Fedrigo: Scottà mena un duro fendente polemico contro il suo opportunismo, riprendendo le accuse già sollevate da Rosso ed attaccando il suo continuo appello ai socialisti lavoratori manuali contro quelli di estrazione intellettuale. A questo proposito, dopo aver osservato che la verità non è monopolio dell’operaio, egli ricorda come i principali pensatori socialisti siano intellettuali di origine borghese, ed il movimento operaio abbia tutta l’utilità ad accoglierli per rafforzare le sue capacità.344 Con questo articolo ha per ora termine la polemica, anche se sul successivo numero de L’Evo Nuovo viene ripubblicata la lettera di Alessandro Rosso, con un commento dal quale apprendiamo che lo stesso si era recato fino alla redazione, tutelato dall’avv. Levi. In altro spazio si dà notizia del ricevimento di un altro articolo di Fedrigo, e dell’indicazione da parte sua dell’ Avv. Mario Bertacioli, incaricato, se del caso, di sporgere querela in confronto dei fratelli Rosso e di Luigi Scottà di Pordenone. 345 Più avanti, il 19 ottobre, compare una breve nota di Gino Rosso, in cui fra le altre cose egli precisa: Mio fratello Guido, portato in scena dal sig. Fedrigo g. Luigi con la cortesia che tutti ricorderanno, non ha preso parte alla polemica né fu querelato. In realtà la polemica agisce nel profondo dei rapporti fra i socialisti pordenonesi e la federazione provinciale, come potremo osservare di lì a poco.346 L’esame della documentazione ci permette infine di correggere Tessitori, laddove indica fra i fondatori del partito socialista a Pordenone Alessandro Rosso. Egli figura nella polemica solo come padre di Gino e di suo fratello Guido, oggetto dei violenti strali di Fedrigo, ma è in realtà un esponente di primo piano della democrazia radicale cittadina.347 E’ interessante rilevare come tre fra i principali dirigenti del socialismo pordenonese siano eredi di due importanti esponenti della classe politica locale dell’epoca liberale. Enea Ellero, avvocato ed agente di una Banca, padre di Giuseppe, era stato eletto consigliere comunale già nel 1866, ed era stato il più assiduo fra i sindaci ed assessori effettivi dal 1867 al 1898, totalizzando 15 anni ed 8 mesi in carica, oltre che fra i consiglieri comunali, con 279 sedute cui era stato presente. Alessandro Rosso, agente privato dei duchi Ottoboni e padre di Guido e Gino, pur eletto più tardi e non risultando mai eletto nelle giunte nel Diciannovesimo Secolo, è comunque il settimo consigliere comunale per presenze dal 1867 al 1898, con 144 sedute.348 Tra i genitori, esponenti fra i più progressisti della Pordenone liberale ed i figli Giuseppe e Guido, che saranno i due rappresentanti istituzionali socialisti più importanti nei vent’anni successivi, avviene un passaggio di testimone praticamente automatico. Il cambiamento politico avviene non solo sul piano dello slittamento su posizioni più avanzate, ma anche su quello di una sostanziale continuità familiare, pur all’interno di un contesto sociale completamente rovesciato: se i padri operano in una politica esclusivamente riservata ad aristocratici e borghesi, i figli sono inseriti in un gruppo dirigente in cui erano presenti, misti a In realtà i socialisti riformisti italiani sono lontani da una convincente compiutezza di pensiero nonviolento, come il Satyagraha gandhiano. Quello che li differenzia è la nozione di conflitto, visto nel loro caso (sotto l’influsso di un marxismo corrotto dallo scientismo positivistico) come un processo evolutivo derivante dallo sviluppo inesorabile delle forze produttive, a differenza del pensiero nonviolento più coerente, che ha ben presente la necessità della mobilitazione rivoluzionaria delle masse, finalizzata a rovesciare i rapporti di potere. Il pensiero nonviolento non è peraltro estraneo ai pensatori socialisti dell’epoca. Frequenti sono i riferimenti contenuti sulle pagine dei settimanali socialisti friulani allo scrittore e filosofo russo Leone Tolstoi, al quale è stato anche dedicato un libro da Felice Momigliano: cfr. MOMIGLIANO, Felice, Leone Tolstoi, Roma, Formiggini, 1924. Momigliano, nato a Mondovì il 27 maggio 1866 e morto a Roma il 6 aprile 1924 è all’inizio del secolo pro-bibliotecario della Biblioteca Civica di Udine - come risulta da una scheda della stessa - ed attivo con conferenze e pubblicazioni nell’ambiente socialista e democratico friulano. Proveniente da quell’ambiente intellettuale ed accademico torinese che nel decennio precedente ha dato una grande spinta alla costruzione del movimento socialista (cfr.: SPRIANO, Paolo, Storia di Torino operaia e socialista. Da De Amicis a Gramsci, Torino, Einaudi, 1972, che lo cita fra i discepoli di De Amicis, Graf, Lombroso ed altri alle pagg. 38 e 45), Momigliano si allontanerà dal Friuli alla fine del 1908, per trasferimento a Prato: cfr. LF, n. 217 del 12 dicembre 1908, pag. 2, Il saluto degli operai al prof. Momigliano. Una serie di articoli di Felice Momigliano, apparsi su Il Lavoratore Friulano all’epoca in cui inizia il riarmo italiano al confine orientale, sono stati raccolti e pubblicati in: MOMIGLIANO, Felice, La pace e la questione sociale (Saggi di etica sociale), Milano, Vita internazionale, 1908. Un articolo di Leone Tolstoi contro l’uso della violenza nei conflitti sociali appare su LF n. 6 del 31 dicembre 1904, con il titolo: A chi abbisogna la violenza. Alcuni brani di Tolstoi a carattere antimilitarista sono inseriti nella pagina polemica dedicata al sequestro del numero 17 de LF per vilipendio delle istituzioni dello stato: LF, n. 18 del 25 marzo 1905, pag. 1, “La scuola della nazione” (dalla Radice del male); Il giuramento del soldato (dai Doveri del soldato); Voi non ucciderete (Ai soldati). 344 EN, n. 29 del 29 giugno 1902, UN DISCIPLINATORE... INDISCIPLINATO. Cfr. il testo in appendice. 345 EN, n. 30 del 6 luglio 1902, L’EVO QUERELATO e Per una polemica. 346 EN, n. 45 del 19 ottobre 1902. DA PORDENONE. 347 Alessandro Rosso, forse anche per questo legame personale, ma sicuramente per una precisa posizione duramente anticlericale, riceve più volte l’apprezzamento dei socialisti. Il suo ruolo di primaria importanza nel partito radicale ci è testimoniato da una permanenza nel Consiglio Comunale pordenonese che giunge fino alla prima guerra mondiale, e dall’affiancamento diretto al sindaco Galeazzi nella testimonianza di don Giuseppe Lozer sull’amministrazione popolare eletta nel dicembre 1905: Amministrazione Galeazzi-Rosso. Scuola per tignosi. L’Amministrazione Comunale nei primi anni in cui mi trovava a Torre era liberale radicale di sinistra. Mi ricordo che quando in Municipio incontrava l’assessore ai lavori pubblici, Alessandro Rosso, uomo di grande criterio e praticità, mi diceva: non posso vedere i preti, faccio eccezione per lei. E mi faceva montare sul suo birroccino quando veniva a Torre per controllare con me i bisogni della frazione o qualche lavoro in corso. Il Sindaco on. avv. Galeazzi mi voleva bene; comprendeva la mia situazione, le difficoltà anche economiche in cui versava. Due volte all’anno mi dava una offerta generosa per la celebrazione di Messe a suffragio dell’anima di sua moglie che tanto aveva amato e amava ancora. (...) Approfittava di questi buoni rapporti per ottenere qualche aiuto per i miei parrocchiani, o dalla Congregazione di carità o per ricoveri in Ospedale a carico del Comune. (...) Cfr. LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg. 26-27. 348 MIO, Luigi, Industria e società a Pordenone , cit., pagg. 58-59 e 206-211. Numero pagina professionisti, impiegati pubblici e privati e commercianti, prevalentemente operai professionali sindacalizzati. La netta posizione assunta sul piano politico non impedisce ai giovani dirigenti socialisti borghesi di Pordenone di vivere pienamente il ruolo loro assegnato dalla collocazione originaria di classe. Ecco allora Gino Rosso, corrispondente de Il Lavoratore Friulano, partecipare come socio, indicato con la professione di possidente nel 1921, alle assemblee della Banca Popolare Cooperativa di Pordenone ed il fratello esercitare le funzioni di consigliere di amministrazione nonché di direttore della stessa durante la profuganza seguita all’occupazione austrotedesca del 1917-1918 e nel primissimo dopoguerra. Il doppio ruolo, di esponente socialista di primo piano e di amministratore della Banca non impedirà a Guido Rosso di intervenire polemicamente negli organi societari; d’altra parte il consigliere di amministrazione che si opporrà fermamente al finanziamento del Fascio pordenonese nel novembre 1922 potrà rimanere nel consiglio della stessa banca fino al 1938: la collocazione di classe gli consente di mantenere una relativa agibilità, che era materialmente impedita ai quadri di origine operaia. 349 Le critiche di Fedrigo appaiono ingenerose, anche se si conferma quella prevalenza di quadri di origine borghese, votati soprattutto all’insegnamento ed all’esercizio delle professioni intellettuali, che connota tutto il socialismo italiano. Il prevalere di elementi di origine borghese e piccolo-borghese è un aspetto rilevante anche per la formazione dei gruppi dirigenti delle altre realtà del Friuli occidentale in cui emerge con particolare forza il socialismo: ciò vale per Spilimbergo, i cui principali esponenti socialisti sono Guido Sedran, proprietario di un laboratorio di sartoria ed Ezio Cantarutti, impiegato, e nella cui Giunta eletta nel 1920 saranno prevalenti commercianti, artigiani e professionisti; per Maniago, il cui sindaco dal 1920 al 1923 sarà pure l’artigiano orafo Abele Selva, per Sacile dove il Psi avrà come suo principale esponente dall’inizio del secolo fino al dopoguerra l’avvocato Enrico Fornasotto. Altrove saranno medici o farmacisti, come il dottor Plinio Longo e Gio Maria Zannier a Pinzano, oppure maestri elementari, come Enrico Pasquotti e Pietro Sartor a Torre, oppure librai-cartolai come Giuseppe Malattia della Vallata (che però appare più un fiancheggiatore dei socialisti che un loro attivista) a Barcis e Romano Sacilotto a Pordenone. Si conferma anche in sede locale la forte presenza di quadri borghesi nelle file del socialismo, cui ha dedicato gran parte della sua fatica analitica e polemica Robert Michels, ma ciò non impedisce quella altrettanto importante ed a volte prevalente di quadri di origine operaia e contadina o di impiegati e piccoli esercenti della medesima estrazione che spesso assumeranno ruoli di primo piano. 350 4.1.10 - Blocco popolare e programma minimo socialista. Nel luglio del 1902 i socialisti si sono presentati uniti ai radicali alle elezioni per i due posti di consigliere provinciale nel collegio di Udine. La scelta unitaria è giustificata dalla necessità di battere la destra entrando in quel consesso, in modo da consolidare la vittoria dell’anno precedente al comune. In mancanza di documenti che ci facciano conoscere il dibattito nella sezione pordenonese sulle alleanze elettorali, quello svoltosi ad Udine ci può aiutare a comprendere gli orientamenti allora maggioritari nel partito. La tendenza moderata e gradualista dei socialisti udinesi appare compatta nell’argomentare la necessità unitaria e l’esigenza di saper aspettare il maturarsi dei tempi contro ogni volontarismo politico. Il riformismo si nutre di una fiducia acritica nell’ineluttabilità del corso progressivo della storia. Il marxismo viene privato della sua carica analitica rivoluzionaria: esso è ridotto ad una scuola positivistica. Non a caso si cita il sociologo Guglielmo Ferrero a proposito della sconfitta subita a Napoli. Ferrero, rispetto al naturalismo della scuola torinese di Lombroso, ha un orientamento più evoluzionistico, esclude un ruolo socialmente efficace del movimento operaio ed ipotizza il raggiungimento del socialismo attraverso l’evoluzione naturale del sistema capitalistico.351 “ (...) Ora un gran vizio dei nostri partiti politici - i popolari non esclusi - è quello di stancarsi presto di tutte le lotte che richiedono una propaganda lunga e di cui non si veda, in pochi mesi, il risultato. Che cosa si può sperare di conchiudere, se al primo insuccesso si abbandona ogni cosa? Perciò è necessario che noi ci educhiamo a vincere ogni fretta ed ogni volubilità. Bisogna in altre parole saper aspettare; e tollerare con animo sereno e sicura fiducia le piccole sconfitte parziali di cui è seminata la via della vittoria. Le camorre più rapaci o meno, più svergognate o meno che spadroneggiano e tormentano il pubblico nei vari paesi, e che si sono formate a poco a poco in tanti anni, non si possono sradicare in pochi giorni. Coloro che appican guerra con quelle, debbono essere pronti ad una lotta lunga e ostinata, in cui sconfitte e vittorie si alterneranno, sinché la lotta sarà definitivamente risoluta in loro favore dal sicuro successo finale. Il nostro dovere di socialista è di perseverare nella propaganda e 349 MENEGHETTI, Roberto, La Banca Popolare di Pordenone dal 1919 al 1939, cit., pagg. 160, 163-167. MICHELS, Roberto, Proletariato e borghesia, cit.; id., Storia critica, cit.. 351 Guglielmo Ferrero, antropologo criminale, aveva lavorato inizialmente con Lombroso a Torino, scegliendo successivamente un approccio scientifico di tipo storico e sociologico, che oltrepassava il dogmatismo del maestro (un esempio è il rifiuto della spiegazione naturalistica del crimine politico, per inquadrare tale fenomeno nelle sue origini storiche e politiche). Il suo è un approccio pragmatico, volto a porre il problema di riforme istituzionali, in primo luogo di quella della giustizia, combattendo la vocazione reazionaria del liberalismo italiano, il cui centro è da lui individuato nel groviglio di relazioni intrecciate fra la monarchia e gli interessi parassitari. Aveva aderito al Psi a Torino al momento della costituzione del partito e subito una condanna per la sua attività politica nel 1894 ma, dopo l’esilio seguito alla reazione crispina contro il neonato Psi, milita nelle file radicali. Cfr.: ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., secondo volume, pagg. 336-339. 350 Numero pagina nella lotta, di imparare, cioè, quella grande virtù dei popoli civili che è la tenacia.” Se la lega dei partiti popolari non riesciva a rimaner unita, certo la vittoria era della reazione, e ben precisa Ferrero “che bisogna saper aspettare”. (...) La necessità dell’unione dei Partiti popolari in ogni lotta elettorale in cui s’impegni, coi suoi uomini, il principio di resistenza allo svolgimento dell’idea democratica, permane. La reazione si ammanta di forme nuove e diverse; cede all’ambiente mutato, ma attende l’occasione propizia per riprendere il dominio dove lo ha perduto per rafforzarlo dove lo tiene ancora. Cacciata dalla rappresentanza politica, cacciata da quella comunale, si rifugiò nel Consiglio provinciale che pur tanto può pesare e pesa sul libero esplicarsi di tutto un ordine di reclamate riforme.(...)352 I popolari ottengono una piena vittoria, eleggendo il sindaco radicale Michele Perissini, con 1199 voti ed il socialista Arturo Trani con 1030, contro gli sconfitti conte Antonino di Prampero con 748 voti e conte Andrea Gloppero con 600.353 La vittoria elettorale del blocco popolare ad Udine cade nel periodo di discussione preparatoria del congresso socialista che si terrà ad Imola in settembre, dove verrà bocciata la proposta di politica intransigente di Enrico Ferri, per approvare un ordine del giorno riformista in cui ci si riserva di decidere caso per caso sulle alleanze elettorali. A queste tematiche è dedicato l’editoriale de L’Evo Nuovo del 20 luglio. 354 Anche in questo caso la scelta è quella di un realistico gradualismo, che vede l’alleanza con la sinistra borghese come un dato di fatto dettato dall’opportunità, rinviando ad una fase di maggiore crescita del partito la presentazione autonoma. Dopo un preambolo di tipo ideologico, in cui si distingue fra la sinistra di classe e quella borghese e si prende atto dell’impossibilità di unire le forze con gli anarchici che rifiutano il metodo elettorale, si giunge ad individuare le ragioni storiche dell’alleanza con repubblicani e radicali, imposta dalla reazione di fine secolo. Vengono liquidate da una parte la tattica intransigente, minoritaria nel partito ed insensibile alle dure contingenze politiche dettate dall’ondata reazionaria, e quelle di cedimento opportunistico e subordinato a radicali e repubblicani, che portano a perdere il fine ultimo del movimento socialista. La soluzione preferita è quella di un’alleanza in cui i socialisti sono elemento di proposizione, stimolo e controllo, attraverso l’utilizzo del loro programma minimo. Programma minimo che è l’unico proponibile oggi, poiché il programma massimo è necessariamente rinviato ad un altro quadro storico: corollario di questa affermazione è il rifiuto reciso di ogni possibilità di azione rivoluzionaria violenta contro l’attuale quadro sociale, la cui realtà costituzionale è assunta in forma esplicitamente legalitaria. Così si fa a Pordenone nel 1902 e nel 1905, permettendo la nascita di una Giunta democraticoradicale. Sulla tattica e le due opposte tendenze nel partito, la riformista e la rivoluzionaria, la sezione udinese è in realtà divisa, tanto da non poter deliberare in vista del congresso nella riunione del 26 agosto 1902. Secondo il resoconto de L’Evo Nuovo, i compagni si erano ritrovati d’accordo nell’esprimere una posizione sincretica, rivelata da un avviso contenuto nello stesso numero del giornale: Compagni! Inviate i rappresentanti delle vostre Sezioni a sostenere nel Congresso di Imola le seguenti idee: La tendenza riformista non esclude la tendenza rivoluzionaria; in ambo i casi il partito socialista deve usare una tattica intransigente. 355 La posizione confusa emersa dal congresso, con una confluenza di fatto dei rivoluzionari sotto il programma riformista, è già anticipata dal clima vissuto alla base. Elemento determinante della discussione è il confronto delle varie esperienze, con i rivoluzionari ad osservare come il Ferri sottolineasse la deludente prova del governo popolare di Milano, ed i riformisti quella soddisfacente di Padova. 356 L’8 settembre comunque il settimanale - in cronaca cittadina - avverte che quasi tutti i circoli socialisti della provincia, con la sola eccezione di quello di Goricizza di Codroipo, hanno optato per la tattica transigente, pur sapendo che il risultato congressuale andrà in senso esattamente opposto. Ma, dopo lo svolgimento del congresso, apprendiamo che la maggioranza dei rappresentanti delle sezioni presenti al congresso nazionale si sono espressi invece per gli intransigenti, con la posizione estrema del circolo di Mortegliano (è il circolo il cui corrispondente è Fedrigo). 357 Il congresso però, con l’approvazione dell’ordine del giorno presentato da Ivanoe Bonomi, ha una conclusione unitaria, che vede i rivoluzionari confluire in un embrassons-nous generale su una piattaforma che, dietro le ambiguità, è schiettamente riformista: Il Congresso dichiara che (...) non è compatibile l’esistenza di due tendenze distinte, basate sopra differenze sostanziali e afferma che l’azione del Partito è riformista perché rivoluzionaria, è rivoluzionaria perché riformista ossia l’azione del partito è semplicemente socialista (...). La sconfitta delle velleità rivoluzionarie è sancita dal passaggio che approva la politica del Gruppo Parlamentare Socialista a sostegno del governo Zanardelli-Giolitti: E’ riconoscendo che per quanto sia deplorevole l’azione oscillante e spesso illiberale del presente Gabinetto, l’appoggio datogli dal nostro gruppo parlamentare riuscì a tutelare lo sviluppo dell’organizzazione proletaria contro un possibile ritorno della reazione, il Congresso approva l’opera del Gruppo parlamentare socialista, e lo invita a conservare la più assoluta libertà d’azione nelle questioni parlamentari di fronte al governo ed agli altri partiti, ricordando che tutte le coalizioni con 352 EN, n. 30 del 6 luglio 1902, appello agli elettori firmato: IL COMITATO della Lega dei Partiti Popolari. EN, supplemento del n. 30. Ambedue gli eletti popolari sono professionisti. 354 EN, n. 32 del 20 luglio 1902, pag. 1, Affinità ed alleanza, firmato L’Infame. Cfr. il testo in appendice. 355 EN, n. 38 del 31 agosto 1902. Sottolineatura nell’originale. Di seguito viene annunciata la costituzione, dopo il congresso, della Federazione socialista friulana. 356 EN, n. 38 del 31 agosto 1902, Per il congresso di Imola. Le due tendenze. 357 EN, n. 39 dell’8 settembre 1902, Pel congresso d’Imola e n. 40 del 15 settembre 1902, pag. 1, Il Congresso d’Imola. Impressioni e commenti e Al Friuli. 353 Numero pagina partiti di classe non proletaria sono di necessità contingenti e transitorie e debbono essere strette per ragioni di vantaggio evidente del partito, e con la coscienza della loro sicura e fatale rescindibilità nell’avvenire (...).358 La distinzione dalla sinistra borghese non è più che una clausola stilistica, rispetto al vero risultato politico del congresso: la sinistra non è riuscita a mettere in discussione l’alleanza fra i riformisti ed i liberali giolittiani, ed è stata anzi costretta a confermare la libertà d’azione al gruppo parlamentare. Il risultato del congresso rovescia quindi le posizioni. La vittoria è andata ai riformisti, mentre quasi tutte le sezioni friulane avevano votato per l’ordine del giorno di Enrico Ferri: Goricizza, Udine, Prato Carnico e Mortegliano. 359 L’editoriale de L’Evo Nuovo, diversamente dalla cronaca udinese di una settimana prima, è pure schierato con gli intransigenti: Al congresso d’Imola prevalse la tattica opposta a quella da noi propugnata. (...) Soltanto quel forte atleta della Verità che è l’on. Ferri tentò di togliere la benda agli illusi. A Imola l’astuto Giolitti lasciava fare; ma a Candela il piombo borghese squarciava il petto dei lavoratori. Noi non abbiamo intenzione di far carriera nel campo socialista; quindi non crediamo dignitoso il curvare la schiena dinanzi alla maggioranza turatiana. Il socialismo addomesticato è una superfetazione borghese, la quale non ha neppure una lontana parentela col vero socialismo. (...) Ecco che ad un certo punto il ragionamento scivola dal piano politico alla polemica correntizia, secondo uno schema da “teoria del complotto” tipico non solo della paranoia persecutoria dei perdenti, ma soprattutto di quella di chi perde senza riuscire ad intravedere delle prospettive per il futuro. Evidentemente la sconfitta congressuale era Giunta inaspettata: ma c’è qualcosa dello stile che ci riporta a quell’altrimenti assurda polemica pordenonese che tanto risalto aveva avuto sulle pagine dello stesso settimanale: (...) L’impressione dei nostri delegati intransigenti è questa: che a Imola il partito socialista era rappresentato non da socialisti, ma dai borghesi. Questa osservazione fu fatta anche dal “Corriere della Sera”. I transigenti brigarono moltissimo per piegare le Sezioni ai loro voleri, valendosi di mezzi essenzialmente borghesi. Questa asserzione la facciamo colla sicurezza di poter produrre la prova dei fatti. Molti circoli socialisti furono indotti a votare per la transigenza da borghesucci amici di questo o quel caporione della setta turatiana. A Imola i transigenti, con a capo Prampolini, si dimostrarono intollerantissimi. (...) Ed improvvisamente un inciso ci fa ritornare indietro nel tempo: Vorremmo dire altre cose, ma attendiamo la pubblicazione dell’ottima rivista di Enrico Ferri “Il Socialismo”. (...) Confrontiamolo con quest’altro brano: Scriveva il mio articolo prima ancora di avere avuto tempo di leggere il fascicolo VII della rivista “Il Socialismo” e perciò temendo che quello che aveva scritto fosse alquanto peregrino (...) Due giorni più tardi potei leggere il su citato fascicolo e perciò ora, trovando perfettamente rispecchiata la mia opinione nell’articolo “Il metodo rivoluzionario” di Enrico Ferri, posso dire che non sono il solo a propugnare questa idea (...).360 Si tratta di un inciso contenuto in una delle sfuriate polemiche di Fedrigo contro la nuova direzione della sezione pordenonese. Non è necessariamente la prova che Fedrigo sia anche l’estensore dell’editoriale del 15 settembre: quello che conta è che possiamo riscontrare una comunanza di sentimenti e di espressioni, che vede l’avversario interno confondersi con il nemico di classe, ed avversa i giovani intellettuali borghesi entrati nel partito come elementi della sua corruzione. La corruzione nelle file del partito non è solo portato di un’alterazione di tipo sociologico della purezza di classe del partito dei lavoratori, ma è il risultato di una alleanza fra la destra interna e le forze borghesi esterne, il governo di Zanardelli e Giolitti, i radicali ed i repubblicani. Per questo lo scontro fra le tendenze non è visto come una normale dialettica politica, ma come una discriminante: i borghesi introdottisi nel partito debbono esserne cacciati: ecco il senso della lotta avvenuta nella sezione di Pordenone. La fede nel capo rivoluzionario Enrico Ferri è così netta da esplicitare ripetutamente l’attesa del verbo da lui proveniente come momento di orientamento o di conferma delle proprie prese di posizione. Tutta giocata sul piano difensivo, la linea del dopo congresso: Compagni intransigenti! A Imola fu assicurata l’unità del nostro Partito per l’abnegazione della minoranza rivoluzionaria. A noi ora rimane un compito ancor glorioso: salvare il socialismo. D’altronde, il compromesso fra le tendenze non ha modificato la situazione interna: Le conseguenze del voto. Il voto di Imola lascia nel partito le cose come prima. E’ poco probabile che il gruppo parlamentare socialista continui a concedere i suoi voti all’attuale ministro. Concessa l’autonomia, i Circoli Socialisti sono liberi di allearsi o no ai radicali. 361 La reazione al risultato congressuale ha un tono diverso nella cronaca di Pordenone rispetto a quella provinciale. La sezione di Pordenone, rappresentata da Luigi Scottà, ha votato contro l’ordine del giorno Ferri, così come quella di Feletto Umberto rappresentata da Libero Grassi. 362 L’afflato unitario ne risulta accentuato, pur nella sottolineatura che ci sono state diverse scelte fra gli iscritti: Il congresso d’Imola ha deluso tutte le speranze della stampa gialla e nera. E’ stata una nuova e grande affermazione dell’Ideale socialista, e attraverso a fiumi d’eloquenza ha mostrato al civile la “forza del pensiero”. E noi, a qualunque tendenza 358 EN, n. 42 del 28 settembre 1902, ORDINE DEL GIORNO Approvato dal Congresso di Imola. EN, n. 40 del 15 settembre 1902, pag. 1, Il Congresso d’Imola. Impressioni e commenti. 360 EN, nn. 40 del 15 settembre 1902, pag. 1, Il Congresso d’Imola. Impressioni e commenti e 28 del 22 giugno 1902, Socialismo per sport e Socialismo vero. 361 EN, n. 40 del 15 settembre 1902, pag. 1, Il Congresso d’Imola. 362 EN, n. 41 del 15 settembre 1902, pag. 3, I voti dei friulani al congresso di Imola. Lo stesso Grassi ha rappresentato la sezione di Udine, che si è astenuta. I rappresentanti di Torreano di Cividale e di Basaldella di Campoformido non erano presenti al momento del voto. Ha votato a favore la sezione di Goricizza, ed i due presenti a titolo personale: Giuseppe Giorgessi di Prato Carnico e Domenico Paolini di Udine. Da questa rilevazione esce messa in discussione l’affermazione - più sopra riportata - a proposito dello schierarsi della maggioranza delle sezioni friulane a favore della sinistra rivoluzionaria. Basaldella appare sempre scritta Basandella (con grafia più vicina al nome friulano) nei testi dei settimanali socialisti dell’epoca. 359 Numero pagina appartenemmo, uniti da un solo ideale di fratellanza e d’amore facciamo eco al grido del congresso: Viva il socialismo.363 4.1.11 - La prima Giunta democratica. In quei giorni la tattica del blocco popolare è risultata vittoriosa anche a Pordenone, dove però gli alleati procedono da soli, senza l’apporto di candidati socialisti. Il Psi non si sente ancora preparato per presentarsi autonomamente alle elezioni: si sceglie perciò di proporre ai democratici il loro appoggio, se questi sostengono il programma minimo socialista. Ciò permette la vittoria della lista democratica sugli avversari moderati coalizzati con i clericali. Il successo viene decantato come un risultato della crescita della coscienza del proletariato pordenonese e come l’occasione per Pordenone per sedere accanto ad Udine, culla della democrazia girardiniana. Lunedì 29 settembre si insedia il nuovo sindaco democratico Antonio Polese.364 Domenica ebbimo le elezioni e la vittoria arrise completamente alla lega dei partiti popolari. Entrano nel patrio consiglio una forte maggioranza di radicali e repubblicani. Non vi entra nessuna voce del partito socialista. Ma ciò non guasta. Con l’evento al potere dei democratici anche a Pordenone saranno possibili quelle riforme che stanno nel programma minimo socialista, che è programma comune della Lega dei partiti popolari. Così fra breve i nuovi padri coscritti dovranno occuparsi della refezione scolastica, dell’autonomia, e delle case operaie, delle quote minime ai dipendenti del comune, dei sussidi alle organizzazioni dei lavoratori. Pordenone deve seguire la corrente dei tempi; ed è naturale che così avvenga perché galvanizzare un’industre e laboriosa popolazione, chiamata tale quando torna comodo accarezzarla, equivale arrestare il progresso. La vittoria della sinistra a Pordenone è però contrapposta a quella nel collegio per le provinciali, a differenza del caso di Udine. La sinistra cittadina ed operaia non riesce ad esercitare una egemonia nella periferia contadina, ove tornano a prevalere i liberali (con la rielezione dei tre consiglieri uscenti nob. cav. dott. Giovanni Querini, di Pasiano, cav. avv. nob. Gustavo Monti e uff. ing. Damiano Roviglio 365)e l’unico candidato radicale è sconfitto. Per le elezioni provinciali non si ebbero novità. Quel tentativo nel nome di Galeazzi non fu che un esperimento impratico. E qui il corpo elettorale pordenonese ha torto di non aversi affiatato con il rimanente del corpo elettorale provinciale, perché in questa occasione l’elezioni dei consiglieri della provincia hanno una importanza di serio interesse. Si tratta di dare tutto un nuovo indirizzo all’amministrazione provinciale, e ciò sulle basi del programma minimo socialista. Voi socialisti di Udine l’avete intuita, e giustamente avete saputo improntare il vostro programma, ma qui a Pordenone vi è preferito essere localizzati, e le elezioni provinciali furono considerate come un’appendice. Peccato di questa interpretazione perché il partito socialista ove è organizzato deve mirare alla conquista dei pubblici poteri, o quanto mai avviarsi a quella conquista con programmi suoi.366 E’ legittimo il dubbio sulla forza reale del Partito Socialista nella città, e su quali effetti possano essere stati prodotti dalla recente distruttiva polemica pubblica che lo ha lacerato. 367 L’ultima seduta dell’amministrazione Cattaneo si era tenuta mercoledì 20 agosto 1902. Nelle elezioni comunali parziali vengono eletti i seguenti 19 consiglieri comunali: Domenico Veroi con 533 voti, Ermenegildo Zannerio con 519, Antonio Polese con 410, avv. Carlo Policreti con 395, Pietro Tomasella con 390, avv. Enea Ellero con 386, avv. Antonio Locatelli con 379, Francesco Asquini con 378, Giovanni Vittorio De Marco con 373, Alessandro Rosso con 368, Italico Tubero con 359, Carlo Maroder con 347, Umberto Santarossa con 341, Giuseppe Fantuzzi con 340, Carlo Zampoli con 337, Vittorio De Luca fu Giacomo con 296, co. cav. dott. Basilio Frattina con 285, Tiziano Poletti con 284 e Gino Tamai con 274. 368 Mercoledì 2 settembre 1902 si insedia il nuovo Consiglio. Vengono eletti sindaco Antonio Polese ed assessori Luigi De Carli, Ermenegildo Zannerio, Francesco Asquini e Carlo Policreti, oltre ai supplenti avv. 363 EN, n. 41 del 15 settembre 1902, PORDENONE. Dopo il Congresso. P, nn. 343 del 28 giugno 1902, pag. 3, Elezioni, 346 del 19 luglio 1902, pag. 3, La vittoria della democrazia pordenonese , 357del 4 ottobre 1902, pag. 3, Al Comune, articolo firmato Linx, pseudonimo utilizzato a partire dall’estate 1902 dal corrispondente pordenonese e 371 del 10 gennaio 1903, pag. 3, lettera di G. Ellero. 365 ASU-APU, busta 22, fascicolo 1, 1904-1911, Rinnovo Consiglio Provinciale. Deputazione provinciale di Udine, prot. n. 1692 del 10.3.1905, n. 3130 del 5.6.1905, n. 6504 del 18.12.1905, prot. n. 3212 del 2.10.1910; Amministrazione Provinciale di Udine, estratti dei verbali delle deliberazioni del Consiglio Provinciale di Udine, prot. n. 5053 del 20.1.1908, prot. n. 6061 del 30.1.1911. 366 EN, n. 32 del 20 luglio 1902, Vittoria dei popolari. 367 L Dopo la polemica fra Fedrigo, Rosso e Scottà varie sigle bizzarre firmano le corrispondenze da Pordenone, in questo caso Non-celo, il 17 agosto e l’8 settembre Nix (queste ultime sono divagazioni di tipo generale, senza alcuna attinenza con le problematiche locali), altre successivamente, come Lui(...) il 15 settembre (potrebbe essere Luigi Scottà: è a lui che si risponde nella Piccola posta più tardi, per lamentare la tardiva spedizione di una corrispondenza). Cfr. EN, N. 53 del 14 dicembre 1902. A questo alternarsi di pseudonimi corrisponde qualche nota redazionale che lamenta la scarsa leggibilità degli stessi: il logoramento del rapporto sembra essersi trascinato al limite. Il 15 settembre si rileva nella Piccola posta che è necessario che la sezione di Pordenone indichi chi sia il corrispondente, poiché spesso giungono in redazione articoli da diverse fonti. Cfr. EN, n. 40 del 15 settembre 1902, pag.3, Piccola posta. In quest’epoca in compenso ci sono delle corrispondenze (che poi s’interromperanno per non riprendere più) dal vicino comune di Azzano Decimo. Le corrispondenze sono siglate F.L. Cfr. EN, n. 41 del 15 settembre 1902, pag.3, Piccola posta. Quasi dieci anni dopo, nel 1911, quando l’amministrazione de LF compierà un rilevamento degli abbonamenti in provincia (cfr. appendice) ad Azzano risulta esserci un solo abbonato, che nei mesi successivi apprenderemo essere Arcangelo Ferro: cfr. LF, n. 394 del 24 aprile 1912, pag. 4, PICCOLA POSTA. 368 ACPn, b. 1902 Referato I, fasc. 13, Consigli Comunali Ordinari e Straordinari, Manifesto di proclamazione di 19 consiglieri comunali del 14 luglio 1902. 364 Numero pagina Antonio Locatelli e Gio Vittorio De Marco 369. Già nel secondo Consiglio Comunale dell’amministrazione lunedì 29 settembre 1902 ci si trova a prendere atto delle dimissioni dell’assessore De Carli, con una polemica fra Tomasella che vorrebbe farlo recedere ed Alessandro Rosso che invece insiste per la presa d’atto delle dimissioni, che vengono accolte.370 Il programma della nuova amministrazione popolare viene presentato nella seduta lunedì 29 settembre 1902 dal sindaco. E’ un caso piuttosto raro di verbalizzazione di un atto di tale natura nei resoconti delle deliberazioni del Consiglio Comunale di Pordenone, e lo è a maggior ragione per la forza delle proposte di natura progressista della Giunta Polese, che risentono esplicitamente delle rivendicazioni del Psi. La priorità è questione igienico-sanitaria: è necessario por mano alla ristrutturazione del servizio sanitario così come a quella delle abitazioni, delle strade, delle fognature e del rifornimento idrico. Si rileva la fatiscenza delle case pordenonesi e si indica la via della costruzione di case operaie grazie all’iniziativa intrapresa dalla Società Operaia. Per quanto riguarda l’istruzione, si sostiene un’educazione laica dalla quale siano esclusi i cattolici temporalisti e l’iniziativa del Patronato Scolastico per fornire un pasto e gli indumenti agli alunni poveri. Si appoggia la proposta di legge per la municipalizzazione dei servizi pubblici, pur rinviando a dopo la sua approvazione le iniziative concrete dell’Amministrazione Comunale. La costituzione di una Camera del Lavoro a Pordenone è fissata come una priorità, per fornire alla classe operaia quello strumento che per gli industriali ed i commercianti è la Camera di Commercio. Infine si conferma l’intendimento di utilizzare il referendum come strumento di democrazia diretta per decidere su singole questioni.371 In particolare sulla questione della municipalizzazione dei servizi pubblici, Il Lavoratore Friulano interviene in dicembre, per ricordare il percorso della legge in discussione, che dovrebbe dare la facoltà ai comuni di attuare la municipalizzazione e stabilisce gli aiuti che potranno essere chiesti allo Stato per finanziare le delibere, ad esempio utilizzando la Cassa Depositi e Prestiti con prestiti obbligatori a tassi agevolati. Per servizi pubblici s’intendono la fabbricazione del pane (forni), il servizio di trasporto (tram) l’illuminazione (gas od officina elettrica) la distribuzione dell’acqua (acquedotti) dei medicinali (farmacia) e i bagni, le abitazioni operaie ecc. La municipalizzazione permetterà di recuperare risorse economiche per la collettività eliminando la speculazione privata che talvolta ha carattere camorristico, come denunciato nella clamorosa battaglia dei socialisti rivoluzionari napoletani guidati da Arturo Labriola ed Enrico Leone. 372 Non abbiamo notizie precise sulla presenza di consiglieri socialisti nell’amministrazione popolare, a causa della carenza delle fonti giornalistiche studiate in quel periodo, ma segnaliamo la presenza di un altro Fantuzzi di Torre, Giuseppe, la cui partecipazione è più puntuale di quella di Ilario ed i cui interventi, più frequenti di quelli del predecessore, sono consonanti con le aspirazioni del movimento socialista. Fra i primi atti della Giunta Polese troviamo la nomina della Commissione Elettorale Comunale per il biennio 19031904: vengono eletti Giuseppe Ellero con 5 voti, Angelo Gaspardo fu Angelo con 4, Pietro Tomasella con 4 e Domenico Veroi con 4. La presenza socialista in maggioranza è dimostrata dalla posizione di primo eletto di Ellero ed emerge anche fra i supplenti, ove viene eletto al primo scrutinio, insieme ad Antonino Caretta 369 Giovanni Vittorio De Marco è il direttore tecnico della Ditta Andrea Galvani; oltre ad essere assessore comunale con la Giunta Galeazzi, ricopre la carica di presidente della Società Agenti, della Cucina Economica, delle Case Operai e della Commissione della Scuola di disegno. Morirà nel febbraio 1912: P, n. 44 di giovedì 22 febbraio 1912, pag. 2, Morte improvvisa. 370 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904. 371 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg. 126-129. 372 EN, n. 53 del 14 dicembre 1902, La municipalizzazione dei pubblici servizi. La legge sulla municipalizzazione sarà infine quella del 29 marzo 1903 e sarà, secondo il futuro sindaco socialista di Milano Caldara, intesa a dare norma giuridica a quello che in fatto era già praticato dai Comuni. E, invero, per l’art. 162 della Legge comunale e provinciale allora vigente (...) i Comuni potevano esercitare dei pubblici servizî in economia. Molti Comuni avevano usato su larga scala di questa facoltà, e avevano anche perfezionata l’organizzazione amministrativa di questi servizî municipali, adottando anche il sistema del bilancio accantonato, che fu come l’embrione del nuovo ordinamento. La Legge del 1903 - pure conservando coll’art. 16 l’esercizio in economia per i servizî di poca importanza, oppure non aventi un prevalente carattere industriale - ha introdotto per i servizî municipalizzati il principio dell ’azienda speciale, con amministrazione e bilancio autonomi, sebbene la Commissione amministratrice e il Direttore delle Aziende debbano essere nominati e il bilancio e i conti approvati dal Consiglio comunale. Una legge che rimarrà praticamente immutata fino alla fine del secolo. Cfr.: CALDARA, Emilio, Il Comune e la sua amministrazione, Milano, Federazione Italiana delle Biblioteche Popolari, s.d. (1912 secondo T. Detti - vedi nota successiva - ma nella copia consultata si tratta di una edizione posteriore al 1913, visti i riferimenti legislativi citati), pagg. 97-101. L’avvocato Emilio Caldara (1867-1942) è attivo nel Psi fin dagli anni della sua costituzione, ed a partire dal 1899, quando viene eletto consigliere comunale a Milano, segue con particolare attenzione i problemi amministrativi. Prova ne sia, oltre alla collaborazione con riviste come Autonomia comunale ed il Comune moderno, organo della Lega dei comuni socialisti, il citato libro, che costituisce un agile manuale per gli amministratori comunali, ottimale per i lavoratori eletti a quelle funzioni dal Psi. La fama di Caldara è legata soprattutto alla sua esperienza di sindaco socialista di Milano dal 1914 al 1920, quando, a costo di infrangere la rigorosa opposizione del partito alla guerra, sviluppò una potente opera di riforma fiscale, municipalizzazione dei servizi, sostegno scolastico, alimentare ed assistenziale alle famiglie e rafforzamento delle organizzazioni sindacali dei lavoratori: un operato che valse a trasformare effettivamente il comune di Milano “in strumento di propulsione delle rivendicazioni proletarie e in un organo poderoso di sempre maggiori funzioni collettive” , e non fu estraneo neppure alla grande affermazione socialista del dopoguerra. Più volte in rotta con il partito per le sue prese di posizione di attivo sostegno allo sforzo bellico, alla fine del 1914 condivise la politica di “neutralismo attivo” di Mussolini, con il quale mantenne un rapporto di stima ricambiato. Deputato dal 1921, Caldare aderì al Psu e, dopo lo scioglimento di questo nel 1925 a causa dell’attentato di Tito Zaniboni a Mussolini, al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Nel 1934 fu autore con altri esponenti del socialismo milanese di un tentativo di riavvicinamento al fascismo. Cfr.: ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., primo volume, pagg. 456-461, scheda redatta da T. Detti; ROSSI, Cesare, cit., pag. 240. Numero pagina con 8 voti ed a Giuseppe Gaspardo con 5, Gino Rosso (con 3) mentre alla seconda votazione è eletto Gio Batta Puppin con 12.373 Giuseppe Fantuzzi è fra i cinque membri della Commissione per l’applicazione della tassa d’esercizio nominata nel consiglio di mercoledì 5 novembre 1902. 374 Sempre Giuseppe Fantuzzi presenta varie interpellanze al sindaco, cui Polese risponde nella seduta di mercoledì 5 novembre 1902, dichiarandole accolte tutte in linea di massima. Fantuzzi insiste per sapere perché il sig. Cernuschi si sia dimesso da membro della Congregazione di Carità; il sindaco afferma che il motivo è stato il bisogno di seguire le sue occupazioni, mentre Fantuzzi replica che si è dimesso invece perché furono rifiutate le medicine ad un povero; ciò ch’egli deplora vivacemente. Domanda la ragione dello sfratto dall’ospedale del fanciullo Bottecchia. Il Sindaco e l’Ass. Policreti danno dettagliate spiegazioni; ma il Cons. Fantuzzi non resta soddisfatto. Poco prima era stato il consigliere Alessandro Rosso ad interpellare la Giunta a proposito della polemica, sulle pagine de Il Tagliamento, fra il direttore dell’ospedale ed il dottor D’Andrea che aveva criticato la gestione dell’istituto.375 Nella seduta di martedì 9 dicembre 1902 il cons. Fantuzzi chiede perché da tanto tempo non si pubblica il calmiere sul pane, e raccomanda che si studi la municipalizzazione di esso, come si è fatto a Catania. Il sindaco avverte che conviene attendere la promulgazione della legge discussa in questi giorni al Parlamento. E proprio Catania è diventata il punto di riferimento, non solo nazionale ma anche europeo, della politica socialista di municipalizzazione del servizio di panificazione.376 La presenza di Fantuzzi durerà pochi mesi: il 16 marzo 1903 egli invia la sua lettera di dimissioni al sindaco, richiedendo di essere cancellato dai ruoli della tassa famiglia in quanto si è trasferito a Varallo Sesia. Richiede però di mantenere la residenza a Pordenone, sia per potervi esercitare il voto politico, sia per l’eventualità di ritornarvi, mantenendo in città molteplici interessi.377 Enea Ellero propone, in occasione del dibattito sulle modifiche all’appalto della pubblica illuminazione elettrica della città, la municipalizzazione del servizio e l’assunzione a carico della ditta Amman della spesa della lampada del ponte del molino Pagotto, poiché di quella strada si servono soprattutto i dipendenti del cotonificio di Borgo Meduna. I punti luce attualmente in servizio in città sono solo nove; la ditta propone di passare da nove lampade ad arco ad un numero doppio di lampade ad incandescenza da trentadue candele, e di aggiungere altri dieci impianti da sedici candele, da individuare da parte dell’Amministrazione Comunale.378 Il bilancio preventivo per il 1903 vede una situazione ancora in fase di rodaggio, che viene così commentata dall’assessore Policreti replicando ai critici: l’opposizione sorta dalle diverse parti ha forse una base personale per creare imbarazzi alla Giunta. Si accusa la Giunta di avere promesso e non mantenuto, i conservatori certo non mancano alle promesse, perché non ne fanno. La Giunta ha fatto qualche cosa; in corso d’anno farà molto di più. Il bilancio attuale è di transizione. Nella discussione il cons. Fantuzzi raccomanda che si provveda alla illuminazione elettrica di Torre e che si mandino le guardie municipali anche nella frazione. Inoltre dichiara di ritenere superfluo il contributo alla banda, mentre sarebbe meglio erogare quella somma alla Camera di lavoro. Invece il cons. Tamai vorrebbe che il sussidio fosse elevato a £. 1000. Il Sindaco dichiara che per la Camera di lavoro verrà qui istituita una succursale, ed il Comune non mancherà di venirle in aiuto; e che se la banda corrisponderà all’aspettativa, si potrà fare anche più di quello ch’è preventivato. 379 Nelle sedute successive, dal 20 dicembre 1902 al 9 maggio 1903, l’amministrazione provvede ad un aumento generalizzato delle retribuzioni delle categorie più basse di dipendenti comunali, come operai custodi e maestri (per i quali l’aumento è del 10%) ed istituisce una commissione per la riforma della pianta organica. In quella occasione è il clericale De Mattia a proporre alla Giunta, citando l’esempio di Schio pure amministrata dai popolari, la deliberazione del riposo festivo per i dipendenti comunali.380 Per finanziare i lavori pubblici, e specialmente per la viabilità interna alla città, la Giunta propone la deliberazione di una serie di aumenti fiscali, in particolare la tassa d’esercizio e rivendita e quella di famiglia, salvo elevare successivamente alla bisogna anche la sovraimposta fondiaria. Mentre l’aumento della tassa d’esercizio viene votato all’unanimità, ci sono opposizioni (anche se nel voto si limitano a due voti contro quindici) a quello della tassa di famiglia che ha un’impostazione definita da Policreti come progressiva e che colpisce soprattutto le poche grandi famiglie, mentre c’è una riduzione per i redditi più bassi (che iniziano dalle 1000 lire di agiatezza o rendita presunta).381 373 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, seduta del Consiglio Comunale di lunedì 29 settembre 1902, pag. 132. 374 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, ad esempio pagg. 124, 131 e segg.; pag . 140. 375 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg.136 e 137. 376 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pag. 144. 377 ACPn, b. 1903 Referato I, fasc. 13, Consigli Comunali Ordinari e Straordinari, Estratto del Processo Verbale della seduta tenutasi il 9 maggio 1903, lettera autografa di dimissioni; Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pag. 170. 378 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904,seduta del Consiglio Comunale di mercoledì 5 novembre1902, pagg. 140 e 141. 379 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg.146-148. 380 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg.155-176; P, n. 369 del 27 dicembre 1902, pag. 3, Consiglio Comunale. 381 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, Consiglio Comunale di sabato 23 maggio 1903, pagg.183-186. Numero pagina Sabato 9 maggio 1903 viene intitolata a Felice Cavallotti una via, quella che attraversa il Borgo Colonna. Il repubblicanesimo si era precedentemente espresso anche nelle parole dell’assessore Francesco Asquini, che nel dicembre precedente aveva commemorato Guglielmo Oberdan. Nella stessa seduta viene votato un ordine del giorno di Enea Ellero che auspica la legge sul divorzio e sulla ricerca della paternità. 382 Sabato 16 maggio 1903 viene votato il sostegno alla Camera del Lavoro di Udine per la fondazione di una succursale in Pordenone. La Camera del Lavoro chiede locali sufficienti ed un sussidio di mille lire: la Giunta, non avendo un locale di proprietà comunale, propone di limitarsi ad un contributo economico di cinquecento lire. Si dissocia l’ex assessore De Carli, che contesta il finanziamento di un’istituzione di classe, mentre avrebbe preferito la costituzione di un Ufficio comunale del lavoro, con i rappresentanti sia dei lavoratori che dei datori di lavoro. Il consigliere Marini vorrebbe da una parte che fosse istituita una Camera del Lavoro autonoma da Udine, ma dall’altra propone che il sussidio venga versato alla Congregazione di Carità che non ha abbastanza soldi per aiutare i poveri. Di questi due discorsi si dichiara stupito il consigliere Italico Tubero, che afferma che essi non sono a contatto con gli operai. L’ass. Policreti avrebbe preferita un’opposizione aperta. Osserva come si possa raggiungere il bene generale, facendo il bene anche di una sola classe. Si hanno tanti precedenti qui ed altrove di contributi per spese di lusso, che non ridondano a beneficio della generalità. Oggi si fa per una classe, domani per un’altra. Ricorda che il comune concorre per le case operaie, e per la refezione scolastica. Gli uffici municipali del lavoro non danno ancora seri affidamenti. Per ora si deve accontentarsi di una succursale, che in seguito può diventare autonoma. Il popolo domanda meno beneficenza e più mezzi per vivere. Lo scopo delle Camere del Lavoro è santo perché esse non solo sono moderatrici nelle controversie, ma si occupano anche del collocamento in caso di disoccupazione, e qui l’emigrazione è forte. Spera che in avvenire si possa raddoppiare il sussidio. Dopo le repliche di De Carli e di Marini, Il cons. Ellero avverte che gli uffici municipali del lavoro non attechirono. Si regge soltanto quello di Brescia istituito dai clericali. Le Camere del Lavoro sono istituzioni provinciali, con succursali nei centri più importanti, e sono oltremodo utili all’operaio, che ha bisogno di essere soccorso moralmente. Da parte clericale interviene il consigliere De Mattia, che ricorda l’esistenza di uffici del lavoro apartitici, che hanno dato buona prova all’estero, anche a Monza ed a Bergamo, ed afferma che – contrariamente a quanto dichiarato dalla Giunta – le Camere del Lavoro sono invece schierate politicamente. Il Sindaco avverte che la Camera di Udine, anche nei recenti nostri scioperi, ha fatto tutt’altro che cattiva prova; e quindi la Giunta si sente ancora più forte nel sostenere la sua proposta, certa che non saranno denari sprecati. Ma la proposta di sussidio alla Camera del Lavoro non viene approvata, perché pur ottenendo 13 voti contro 9 non raggiunge il numero di voti prescritto dalla legge. Votano favorevoli Asquini, De Luca, De Marco, Ellero, Frattina, Maroder, Policreti, Rosso, Santarossa, Tomasella, Tubero e Zannerio; contrari Cremonese, De Carli, De Mattia, Marini, Poletti, Silvestri, Tamai, Tomadini e Veroi.383 Se non viene votato il sostegno alla costituenda Camera del Lavoro di Pordenone, il comune di Pordenone si schiera a favore di quella che fino alla guerra è la più grande istituzione operaia del Friuli, intervenendo al Terzo Congresso degli emigranti del Friuli, tenutosi ad Udine nella Sala Cecchini il 18 gennaio 1903. Vi partecipano come delegati, oltre a Francesco Asquini in veste di assessore comunale di Pordenone e ad una rappresentanza della Società Operaia (ci limitiamo a segnalare le rappresentanze dal Friuli occidentale): Francesco Rupolo e Angelo Cesa di Caneva (Vallegher), Angelo Cinat di Casarsa, Baroncelli Genserico di Montereale, Angelo Zaro di Polcenigo, il prof. Domenico Pecile di San Giorgio della Richinvelda e Janich Francesco di Provesano, il dott. Plateo di San Quirino, Giuseppe Liva di Lestans, Giovanni Petovel di Castions di Zoppola ed Angelo Filipuzzi di Orcenico Superiore di Zoppola. Sui 322 iscritti per il 1902, 1 è ad Arba ed 1 a Pinzano, sui 390 a tutto gennaio 1903, 14 sono di Caneva, 1 di Castelnovo, 26 di Pinzano, 14 di Polcenigo, 70 di Sequals.384 Il consigliere Rosso propone nella stessa seduta che siano radiate dal bilancio comunale le spese di culto, in applicazione della legge 14 luglio 1887. Policreti si associa, ritenendo che debba essere mantenuta solo la spesa per il parroco di San Giorgio, che è antecedente alla approvazione della legge, mentre le altre spese dovranno gravare sul fondo culti. Sempre Policreti dichiara che non si può garantire che non si creino contenziosi legali, visti i discordanti pareri legali, e ripete che la proposta soppressione non è un atto di ostilità verso il clero, il quale nulla perderà: è puramente questione di competenza (…). La proposta viene approvata con 16 favorevoli e sei contrari.385 L’avv. Enea Ellero è nominato ad ispettore dell’ospedale, dove non essendo stato eletto il dott. Cossetti l’amministrazione annuncia le dimissioni: si tratta del primo conflitto fra la maggioranza comunale e la corrotta gestione dell’opera pia, che esploderà negli anni successivi sotto l’amministrazione Galeazzi. Ma se i clericali sono attaccati frontalmente ed i moderati non vogliono che in Consiglio Comunale si faccia politica, i socialisti protestano per parte loro perché l’Amministrazione Comunale non stanzia un sussidio agli stovigliai per sovvenzionarli in occasione del loro sciopero né contribuisce a favore della Camera del Lavoro.386 382 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg. 172-173; P, n 369del 27 dicembre 1902, pag. 3, Consiglio Comunale. 383 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg. 179-180. 384 E, anno I, n. 1, marzo 1903, pag. 2-17, TERZO CONGRESSO DEGLI EMIGRANTI DEL FRIULI (si tratta del primo numero de L’Emigrante, bollettino del Segretariato). 385 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg. 181-182. 386 P, nn. 389 del 16 maggio 1903, pag. 3, Consiglio Comunale e 393 del 13 giugno 1903, pag. 3, Strascichi. Numero pagina Nella seduta del Consiglio Comunale di sabato 29 agosto 1903 il consiglio nomina, con 14 voti contro 4, una maestra supplente stabile diversa dalla persona proposta dalla Giunta. Sulla nomina della maestra supplente è Policreti a presentare la candidatura della maestra Ildegonda Marchi da Venezia, prima classificata nella graduatoria fatta dal Consiglio Scolastico Provinciale, ed a porre su tale proposta la questione di fiducia. Ma il consiglio vota a grande maggioranza (votano contro la proposta di Policreti anche alcuni assessori) la seconda in graduatoria, la maestra Candida Petris di Pordenone. Come emerge dal dibattito e dall’intervento di Policreti, questa questione, tutt’altro che politica, nasconde la crescita di lacerazioni interne alla compagine amministrativa. Policreti dà immediatamente le dimissioni ed abbandona l’aula. Nella successiva seduta di sabato 12 settembre 1903 la Giunta si presenta dimissionaria ritenendo che il voto consiliare sia stato un’ingiustizia. Nel dibattito l’ex sindaco Marini obietta che avrebbe capito le dimissioni su un atto politico come il sussidio alla Camera del Lavoro, ma non in questo caso. Policreti ritiene che la non conferma della titolare equivalga al suo licenziamento, e lo ritiene un’ingiustizia. Ellero propone un ordine del giorno in cui si invita la Giunta a ritirare le dimissioni, che viene bocciato con 9 voti contro 6 e l’astensione dei sei dimissionari. Si procede a varie votazioni per l’elezione della nuova Giunta, in quella seduta ed in quelle di giovedì 24 settembre e di lunedì 5 ottobre, che non danno esito per l’astensione dei consiglieri o per la non accettazione degli eletti. La maestra Marchi viene comunque nominata, nell’ultima seduta, al posto di una collega dimissionaria nelle scuole di Torre, nonostante che molti frazionisti ed il consigliere clericale De Mattia sostengano invece la sig.ra Civran. 387 4.1.12 - La secessione pordenonese dalla federazione socialista. Il 28 settembre 1902 esce su L’Evo Nuovo la proposta di costituzione della Federazione Socialista Friulana, di cui si propone una bozza di statuto. La Federazione - recita l’articolo secondo - riassume gli uffici e l’azione collettiva delle Sezioni aderenti e si propone di dare un indirizzo costante ed uniforme all’azione politica ed economica in Friuli. Nell’introduzione ci si ricollega alle recenti vicende congressuali: Pubblichiamo inoltre l’ordine del giorno Bonomi approvato al Congresso d’Imola, perché si comprenda l’importanza delle circoscrizioni provinciali. Per il Veneto le circoscrizioni Provinciali costituiscono il primo organo dopo la Direzione del Partito, giacché il congresso di Castelfranco stabilì che sia sciolta la circoscrizione Regionale Veneta, demandando ogni potere alle Federazioni Provinciali. (...) 388 Qual è l’importanza attribuita alle circoscrizioni provinciali? Ecco il passaggio relativo dell’ordine del giorno Bonomi: Il Congresso quindi (...) conferma - per le eventuali alleanze coi partiti popolari - la tattica votata al Congresso di Roma per l’autonomia delle sezioni, con quei temperamenti che i congressi regionali o provinciali fossero per fissare a reprimere manifestazioni evidentemente aberranti del socialismo (...).389 La costituzione della federazione provinciale del partito è dunque la scadenza in cui sarà possibile rimettere in discussione la tattica delle alleanze sul piano amministrativo, come era preannunciato nell’articolo del 15 settembre sopra citato: la sconfitta della sinistra rivoluzionaria al congresso può essere rovesciata sul piano locale, tenendo conto dei rapporti di forza ritenuti positivi. Ma faremmo torto ai padri fondatori del socialismo friulano se volessimo ridurre solo a questo intendimento l’ispirazione con la quale viene promosso il congresso. Il giorno 23 novembre avrà luogo in Udine nella sede del locale Circolo socialista Vicolo Raddi, il II. Convegno Socialista Friulano. Le domande per ritirare le tessere affine di poter intervenire al Convegno devono essere rivolte alla Sezione di Udine, inviando L. 0.50 per le rappresentanze delle sezioni e L. 0.25 per le adesioni personali. Le sezioni potranno avere un rappresentante ogni 30 soci iscritti alla Sezione. Il voto deliberativo verrà demandato ai soli rappresentanti di esse. I compagni non organizzati e gli aderenti potranno partecipare alle discussioni ma non avranno diritto di voto. Il Convegno socialista Friulano ha per iscopo di sciogliere il voto sanzionato nella riunione delle Sezioni Friulane avvenuto il 29 aprile ul. pas. In quella tornata fu stabilito di costituire la Federazione socialista Friulana. La Federazione Provinciale, dopo la Direzione del Partito, costituisce il nostro massimo organo, e si sostituisce ad essa in tutti i movimenti, disposizioni ed attuazioni d’indole locale, sia nell’azione politica come nell’organizzazione economica, connettendovi il Collegio arbitrale, autorizzato a sciogliere e definire tutte quelle vertenze d’indole delicata o personale, le quali non possono trovar sede nelle sezioni del luogo. La Sezione di Udine fà quindi caldo appello alle consorelle della provincia affine si predispongano a discutere lo Statuto della Federazione (...) come proposto dalla commissione incaricata per la sua compilazione, onde portar ad esso quei sani intendimenti atti a rendere coordinata e previdente una istituzione di partito politico-economico. L’ordine del giorno sarà: I. discussione ed approvazione dello Statuto della Federazione Socialista Friulana; II. proposte delle Sezioni o dei compagni non organizzati. (...)390 Il numero del 23 novembre si apre con un manifesto ai congressisti, firmato dalla commissione esecutiva della sezione udinese. (...) Voi sapete che lo sviluppo dell’Ideale nella nostra provincia è quasi al suo inizio. Ne necessita quindi una propaganda assidua, disseminata ovunque a luce meridiana, perché essa è forza irresistibile. Voi sapete ancora che un’assieme d’impellenti problemi posti per lo studio dai programmi del nostro 387 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg. 206-217. EN, n. 42 del 28 settembre 1902, Federazione Socialista Friulana. 389 EN, n. 42 del 28 settembre 1902, ORDINE DEL GIORNO Approvato dal Congresso di Imola. 390 EN, n. 46 del 26 ottobre 1902. Congresso Socialista Friulano. 388 Numero pagina partito, specie primo quello dell’emigrazione temporanea, sono appena sfiorati. Se è vero che ove l’Idea è già progredita, venne colà squarciata la plumbea volta medioevale, voluta e mantenuta dalle classi opulente, che ancora abbruttisce il lavoratore, è dovere, imperioso dovere d’ogni socialista, il quale senta la dignità dell’essere suo, di adoperarsi e di agitarsi, affine questa vasta provincia chiamata forte (d’emigrazione e di pellagra) cammini coll’evolversi dei tempi e non ultima rimanga nella marcia ascendente del proletariato. E perciò onde intraprendere un’opera di feconda preparazione è necessario che tutti i socialisti coscienti intervengano al II Congresso delle Sezioni socialiste friulane. (...)391 La convocazione del congresso costitutivo della federazione provinciale è occasione per un intervento di Libero Grassi, in cui si fa il punto della situazione del socialismo friulano: (...) Noi Socialisti Friulani giungiamo tardi con la nostra organizzazione provinciale; giungiamo tardi perché sin oggi non fummo abituati a nessuna grande organizzazione e perché le nostre Sezioni sono nate or ora, ed incerte. Nel 1901 il Friuli contava tre sole Sezioni Socialiste, nel 1902 a tutto oggi ne conta 15. Dalla primavera ne sono sorte quindi altre due, e nel Friuli occidentale a Pordenone e Pasiano si è venuta affiancando Pinzano al Tagliamento 392. Quale sia la consistenza delle sezioni è dato dal numero dei delegati, assegnato sulla base del quoziente di 30 iscritti (non è indicato se pieno o arrotondato ad una significativa frazione): Pasiano ha un delegato, Pordenone e Pinzano due per ciascuna sezione. Donde si sprigionò questo subitaneo moto d’organizzazione? Donde nacque questa necessità germogliata d’improvviso? Dall’emigrazione continentale per una parte, dalla propaganda di questi ultimi tempi per l’altra ed infine per il sorgere del periodico locale socialista, il quale si propose scopo precipuo, di formare la Federazione provinciale. Questa sola può esser guida ad un’azione uniforme e costante nell’indirizzo dei bisogni localmente sentiti. Con la Federazione tutto è possibile: la preparazione statistica dell’emigrazione, vicenda predominante nella vita del lavoratore friulano; studio dei bisogni locali degli operai agricoli; agitazione e movimento per gli operai industri; propaganda ufficiale e spicciola nei paesi refrattari all’Ideale od inesplorati; azione politica pronta corretta incorruttibile, nel momento del bisogno. (...)393 Il congresso si svolge alla presenza di circa duecento compagni ( comprese alcune donne, sottolinea il resoconto de L’Evo Nuovo), per la durata di sei ore. Vi sono presenti le sezioni della Carnia e della Sinistra Tagliamento: Basaldella, Feletto, Goricizza, Maiano, Mortegliano, Palmanova, Udine e Chiusaforte, mentre hanno mandato la loro adesione Ampezzo e Prato Carnico. Sono assenti tutte e tre le sezioni del Friuli Occidentale, seppur con modalità e probabilmente ragioni diverse: Prata di Pordenone ha aderito a mezzo lettera, così come Pinzano al Tagliamento, che ha delegato il compagno Edoardo Biondini, delegato di Udine. Unica e sola non aderente al Congresso è la Sezione di Pordenone che ha inviato un ordine del giorno in cui sostiene non essere necessaria la costituzione della Federazione. 394 Il totale complessivo è di tredici sezioni, minore di due rispetto alla lettera di convocazione di Libero Grassi sopra citata: probabilmente possiamo ascrivere questa incongruenza al fatto che in due realtà il gruppo socialista sia ancora in formazione e magari - a causa dell’emigrazione stagionale - impossibilitato a garantire la presenza di suoi rappresentanti. Il congresso viene introdotto da Libero Grassi, direttore de L’Evo Nuovo, il quale svolge anche la relazione a nome della commissione incaricata dal primo congresso di redigere la bozza di statuto. (...) Si dilungò per dimostrare la necessità che le forze socialiste sparse su tutto il Friuli siano riunite nella Federazione Socialista Friulana; biasima di conseguenza la Sezione di Pordenone non aderente, e legge, a tale proposito l’ordine del giorno Lerda approvato al Congresso di Imola ed incitante alla costituzione delle Federazioni provinciali.395 Successivamente Grassi, essendo parte in causa, cede la parola a Luigi Fedrigo per la relazione sulla stampa, il quale propone che L’Evo Nuovo diventi organo ufficiale della nuova federazione provinciale. La conduzione del settimanale socialista friulano, intrecciata con la discussione dell’articolo decimo della proposta di statuto, è l’occasione per una lunga polemica, in cui al gruppo dirigente provinciale uscente si contrappone il giovane avvocato udinese Giovanni Cosattini, che negli anni seguenti emergerà come l’esponente di gran lunga più autorevole del socialismo friulano. La questione non è assolutamente di ordine procedurale: come la conduzione del settimanale rimanda alla linea politica del partito, l’articolo decimo definisce la funzione politica della federazione, contrapponendo una proposta centralistica ad un’altra, che lascia ampia autonomia alle organizzazioni di base: X. La Federazione inoltre costituisce l’ente giuridico per 391 EN, n. 50 del 23 novembre 1902, pag. 1. La sezione di Pinzano al Tagliamento è la prima a nascere nell’area delle Prealpi Carniche, grazie soprattutto all’azione del muratore emigrante Giovanni Sguerzi, che dedica i suoi periodi di presenza invernale a costituire progressivamente l’organizzazione del Psi in tutti i paesi vicini e risulta attivo come dirigente del partito fino agli anni immediatamente precedenti la guerra. A Pinzano opera inoltre, fin dal decennio precedente, il medico condotto Plinio Longo, altro dirigente fondamentale del socialismo friulano, presente con i suoi lunghi e spesso originali interventi sulla stampa settimanale e promotore di iniziative sociali come il Forno di Pinzano. Solo dopo il congresso degli emigranti tenuto dal Segretariato dell’emigrazione a Spilimbergo nel 1906, si costituisce anche nel centro principale dell’area la sezione socialista, mentre un gruppo del Psi era già esistente a Lestans (frazione di Sequals) grazie all’iniziativa del negoziante ed assessore comunale Evaristo Bettoli. 393 EN, n. 50 del 23 novembre 1902. II. Congresso Socialista Friulano. AI CONGRESSISTI. 394 Il resoconto della seduta congressuale occupa le pagine di alcuni numeri consecutivi de EN: dal n. 53 del 14 dicembre 1902 al n. 56 del 4 gennaio 1903, II° CONGRESSO SOCIALISTA FRIULANO. La sezione di Prata è probabilmente la stessa precedentemente indicata come quella di Pasiano. Essendo i due comuni contigui, si trattava di una svista oppure di una presenza socialista che abbracciava ambedue i comuni? Negli anni successivi non avremo mai notizie di una sezione di Pasiano (ove il Psi si organizza solo nel dopoguerra), mentre è attiva la sezione di Prata, che coltiva contatti nella frazione pasianese di Cecchini. 395 EN del n. 53 del 14 dicembre 1902, II° CONGRESSO SOCIALISTA FRIULANO. Lerda, sostenitore della mozione congressuale rivoluzionaria, è il relatore previsto dall’ordine del giorno congressuale per l’organizzazione politica: purtroppo Pedone non riporta il testo della mozione richiamata, né il dibattito sull’argomento. Cfr. PEDONE, Franco, cit., primo volume, pagg. 158 e segg. 392 Numero pagina tutte le Sezioni della provincia imprescindibilmente confederate dal loro sorgere, ed in essa troveranno sede tutte quelle controversie che non potrebbero essere risolte dalle sezioni stesse. 396 All’inizio del dibattito interviene Buttazzoni, il quale propone subito di sospendere la discussione sullo statuto e di rinviarla ad una commissione, soprattutto perché l’articolo decimo restringe la libertà delle Sezioni obbligandole a federarsi fino dal loro nascere e condurrà alla condizione che le poche Sezioni attualmente esistenti impongono la loro volontà alle molte che ancora debbono sorgere, in modo che si avrà la minoranza che comanda alla maggioranza. Edoardo Biondini, delegato della sezione di Udine, respinse quindi la proposta di sospensiva del Buttazzoni perché altrimenti con II.o Congresso si sarebbe venuti alle stesse conclusioni del I.o il che sarebbe stato dannoso essendo necessaria la stabile costituzione della Federazione per mettere un po’ di disciplina al movimento socialista della nostra provincia. Ritenne anche dannosa la sospensiva pel fatto che sarebbe stata fatale per L’Evo Nuovo il quale fino a qui fu utile e benefico (...). Il compagno Cosattini espresse il parere che la Commissione Federale non possa ingerirsi sul movimento economico delle singole Sezioni, pel quale movimento è necessario lasciare alle Sezioni ogni autonomia affinché possano destreggiarsi coi partiti affini onde far sorgere le associazioni: concluse dicendo che ritiene compito della Commissione Federale coordinare il movimento socialista e non imporre alcun indirizzo.397 Il carattere tutto politico, e per nulla organizzativo del confronto congressuale è evidente. Dietro alla diversa caratterizzazione della federazione provinciale emergono le due tendenze politiche socialiste. La prima, quella centralizzatrice, si propone di omogeneizzare il corpo del partito, sulla base di una linea politica di autonomia nell’organizzazione economica e nella presenza elettorale. La seconda linea, quella che invece vorrebbe privilegiare l’autonomia delle sezioni, rivendica al contrario la libertà di scelta a livello locale, in modo da permettere le alleanze con le altre forze della sinistra, nell’organizzazione economica e nella formazione di liste elettorali del blocco popolare. L’assenza della sezione pordenonese, sintomo senz’altro di una rottura ormai consumata anche sul piano umano con il gruppo dirigente della costituenda federazione, rivela un netto schieramento con la linea rappresentata nel congresso soprattutto da Giovanni Cosattini. Interviene invece a favore della centralizzazione a livello di federazione il rappresentante triestino Petronio, proprio sulla base dell’esperienza realizzata dalla socialdemocrazia austriaca del Litorale. La sospensiva non viene approvata e si passa alla discussione dello statuto, i cui articoli sono tutti approvati, anche se con maggioranze di diversa portata, talvolta vicine all’unanimità ma a volte risicate. Dall’esame delle votazioni sugli articoli, sembra essersi realizzata una votazione più articolata su questioni di carattere organizzativo (quali sezioni deputare a formare il direttivo provinciale), mentre più compatto è il risultato sulle questioni a carattere politico. Il culmine dello scontro si ebbe sull’articolo undicesimo, che sancisce come: XI. Il giornale “Evo Nuovo” sarà organo ufficiale della Federazione. 398 (...) Ebbe per primo la parola il compagno Cosattini il quale disse che L’Evo Nuovo si poteva chiamare organo della Federazione prima di esaminare se esso fosse degno o no di essere scelto per tale ufficio. Disse che per sua opinione L’Evo Nuovo era macchiato fin dal suo nascere e che questo si poteva documentare come pure si poteva provare che non ha servito ai bisogni dei socialisti perché servì a tutto meno che alla propaganda. Soggiunse che riteneva utile la morte dell’ “Evo Nuovo” e la sostituzione di esso con un altro organo, e di essere dispiacente di dover agire contro quanto disse un compagno d’oltre confine, ma riconosceva necessario mettere in discussione quel giornale pel quale, buoni compagni si erano rifiutati di collaborare e la necessità di cercare la cagione onde tale giornale è tenuto in così basso concetto, cagione nella quale non è del tutto estraneo il direttore. Chiese con quali fondi abbia vissuto L’ “Evo Nuovo” e disse che tale giornale ha due macchie una di redazione e l’altra di avere servito per uso e consumo di chi lo dirigeva, appoggiò queste sue asserzioni a dei fatti. Chiuse dicendo che tale giornale non ha apportato alcun bene, ma anzi fu dannoso e che il diffondersi dell’idea socialista nella nostra provincia non la si deve all’ “Evo Nuovo”, ma bensì alla cresciuta libertà. (...) Il compagno Biondini pose la domanda del come si può far penetrare nelle masse l’idea socialista senza il concorso del giornale. Dedusse quindi che l’ “Evo Nuovo” fu benefico portando anche in esempio il movimento che detto giornale impresse in Pinzano al Tagliamento. (...) Il compagno Cadel fece presente che se il giornale era nato macchiato non si doveva aspettare di dirlo soltanto ora; domandò se senza il giornale l’ “Evo Nuovo” sarebbero sorte tante Sezioni nella nostra provincia; disse essere non esatta l’asserzione del Cosattini circa il rifiuto di collaborazione per parte di buoni socialisti intellettuali e cita in sostegno la offerta per parte del prof. M..... di prestar l’opera sua. 399 Disse che si meravigliava che il Cosattini domandasse con quali fondi fino ad ora abbia vissuto il giornale, perché il Cosattini sapeva che l’ “Evo Nuovo” aveva vissuto con l’obolo di tutti i socialisti della provincia; fece osservare che se nel suo contenuto il giornale rispecchiò qualche volta l’acredine delle questioni personali, la colpa di ciò dovevasi addebitare al direttore essendo che un giornale è buono o cattivo a seconda che si vuole; concludeva quindi che se L’ “Evo Nuovo” aveva delle pecche si poteva sempre trovare il medico che lo risanasse. Riprese poscia dicendo che le questioni personali da oltre 2 anni sono sempre esistite ad Udine e che quindi non è l’ “Evo Nuovo” la causa di esse, ma bensì l’impuro ambiente (...).400 La discussione si svolge ancora a lungo, con la polemica avvitata attorno ai colpi bassi rivolti da Cosattini e respinti da altri intervenuti, fra cui il direttore del settimanale Grassi. La posizione solitaria di Cosattini è da lui stesso riconosciuta, quando in un successivo intervento: Disse ancora che se col far notare che egli non aveva detto in antecedenza quanto ebbe a dire del L’Evo Nuovo, si volesse tacciarlo di vigliaccheria, 396 EN, n. 46 del 26 ottobre 1902. Congresso Socialista Friulano. Statuto della Federazione. EN, n. 54 del 21 dicembre 1902. II° CONGRESSO SOCIALISTA FRIULANO. 398 EN, n. 46 del 26 ottobre 1902. Congresso Socialista Friulano. Statuto della Federazione. 399 Si tratta probabilmente del prof. Felice Momigliano. 400 EN, n. 55 del 28 dicembre 1902. II° CONGRESSO SOCIALISTA FRIULANO. 397 Numero pagina respingeva l’insulto perché egli era là solo a lottare contro tutti ed a sostenere con sincerità quanto opinava. (...). Anche l’articolo undicesimo dello statuto è approvato quasi all’unanimità, esclusi due voti. L’ultimo adempimento congressuale è l’elezione del consiglio direttivo della neocostituita federazione, formato, come da statuto, da compagni parzialmente di Udine e parzialmente di altre sezioni vicine: Fedrigo geom. Luigi, Trani geom. Arturo, Cadel Luigi, Durli Adamo, Costantini Luigi e Molinis Enrico, affiancati dal comitato dei revisori costituito da Vendruscolo Demetrio, Pignat Luigi e Fac(c)hini Napoleone.401 Non ci si può stupire che i socialisti pordenonesi abbiano fatto la scelta di non affrontare lo scontro in un congresso in cui la loro posizione sarebbe apparsa nettamente minoritaria. Certo lo stesso atteggiamento - permesso dai fatti ad una realtà geograficamente lontana dal capoluogo provinciale - non è possibile per Cosattini, che proprio ad Udine opera. Nel periodo antecedente al congresso, nonostante il venir meno delle regolari corrispondenze da Pordenone, il settimanale socialista sembra ancora sostenere l’azione di quella sezione, come quando il 26 ottobre si annuncia che domenica a Pordenone si costituisce la Lega di resistenza fra i lavoranti del legno. La redazione commenta in modo incoraggiante: Dal canto nostro non possiamo fare a meno di esprimere, come altre volte l’abbiamo fatto, il nostro pieno plauso ai bravi compagni di Pordenone. L’opera da essi intrapresa e sempre felicemente proseguita, è la dimostrazione solenne e la risposta formale che il Socialismo diviene anche per l’azione delle forze operanti.402 Ma la mancata partecipazione della Sezione di Pordenone è oggetto - oltre alla viva censura espressa nelle cronache del secondo congresso provinciale - di una polemica che corre parallela al resoconto della riunione sulle colonne de L’Evo Nuovo. Secondo Gino Rosso la sezione pordenonese si sarebbe sottratta all’impegno a costituire la federazione già in occasione del primo congresso provinciale socialista, il 20 aprile antecedente. E’ significativo questo retrodatare da parte di Rosso l’inizio della rottura: proprio nei mesi successivi al primo congresso aveva infatti avuto luogo la polemica fra la vecchia e la nuova leadership socialista pordenonese sulle pagine de L’Evo Nuovo. Il gruppo dirigente provinciale nega tale giustificazione dell’assenza al secondo congresso, ritenendola pretestuosa. E tale posizione viene ribadita la settimana successiva: “Gino Rosso” - Pordenone - Crediamo chiusa la polemica anche perché i verbali dei congressi e delle adunanze per qualche cosa si fanno. Del resto, la Federazione e la Sezione di Pordenone avranno in seguito certamente occasione di riparlarne in proposito.403 Non si tratta di un modo di dire: pochi giorni dopo, nel resoconto della prima riunione del consiglio direttivo della federazione, con il quale viene pubblicato il testo dello statuto approvato dal congresso, si rende noto l’ordine del giorno della successiva riunione del 10 gennaio 1903, in cui figurano al terzo punto la discussione sulla questione Fedrigo-Rosso, ed al quarto sul contegno della Sezione di Pordenone.404 La “questione pordenonese” viene infine portata alla discussione del terzo congresso socialista friulano, convocato domenica primo marzo 1903 a Palmanova, come deciso nel precedente congresso. Sono rappresentate le sezioni di Udine, Palmanova, Chiusaforte, Raccolana, Prato Carnico, Paluzza, AmpezzoOltris, Tolmezzo, Fusea, Feletto Umberto e Mortegliano. Mandarono la propria adesione le sezioni di Goricizza, Maiano ed Enemonzo. A quel congresso partecipa, dal Friuli Occidentale, solo la sezione di Pinzano al Tagliamento. Si sono quindi aggiunte delle nuove sezioni nell’intervallo fra il secondo ed il terzo congresso, visto che quelle presenti od aderenti sono quindici. Ad esse va aggiunta Pordenone; non abbiamo per altro notizie relative alla sezione di Pasiano/Prata. La discussione lascia trasparire, pur nella sintetica aridità del resoconto, un cambiamento di fase in atto nel socialismo friulano. Fedrigo legge la relazione a nome del consiglio direttivo della Federazione, rilevando lo scarso ed apatico concorso delle Sezioni federate. Sono passati solo tre mesi dal precedente congresso! Ancora più significativa è la discussione a proposito del settimanale della federazione, che si conclude con la decisione di nominare una commissione di cinque componenti (uno dei quali è Cosattini, mentre manca fra essi il direttore de L’Evo Nuovo Grassi) con il compito di dare un nuovo indirizzo al giornale ed eventualmente cambiarne anche il nome. Nonostante la decisione sia quella di continuare comunque le pubblicazioni, ne escono ancora solo due numeri, per poi riprendere brevemente le pubblicazioni per tre settimane nel giugno 1904 per le elezioni udinesi. Solo nel novembre 1904 uscirà il nuovo settimanale, Il Lavoratore Friulano. Ma è sul piano politico che il congresso mostra il più consistente salto di qualità, con la discussione del programma di iniziative rivolte ai lavoratori emigranti ed ai contadini e con la decisione di presentarsi autonomamente alle elezioni politiche. Nell’ordine del giorno sull’organizzazione politica ed economica e sulla propaganda, proposto dai relatori Grassi, Molinis e Pinfari, rilevato: (...) I. che il movimento socialista nel Friuli va estendendosi; 2. la necessità di affermarsi in ogni collegio con candidature socialiste atte a sviluppare la 401 EN, nn. 55 del 28 dicembre 1902 e 56 del 4 gennaio 1903. II° CONGRESSO SOCIALISTA FRIULANO. Adamo Durli è delegato della sezione di Palmanova, Luigi Fedrigo appartiene alla sezione di Mortegliano, Luigi Cadel e Luigi Costantini sono delegati della sezione di Udine: cfr. EN, nn. 53 del 14 dicembre 1902 e n. 55 del 28 dicembre 1902. Dalla lista dei candidati per le elezioni comunali e provinciali di Udine del 1904 possiamo trarre la professione di alcuni di essi: oltre a Luigi Fedrigo, geometra, Demetrio Vendruscolo è un operaio ferroviario e Napoleone Facchini un tappezziere. Altri candidati a quelle elezioni amministrative, alcuni dei quali sono stati delegati e dirigenti presenti al secondo congresso, sono Giovanni Battista Trani (pittore), Domenico Paolini (giardiniere), Amedeo Libero Grassi (possidente) ed Emilio Miani, (tipografo): cfr. EN, n. 69 del 26 giugno 1904. 402 EN, n. 46 del 26 ottobre 1902, DA PORDENONE. 403 EN, nn. 53 del 14 dicembre 1902, Rettifica a rettifica (cfr. il testo in appendice) e 54 del 21 dicembre 1902, PICCOLA POSTA. 404 EN, n. 57 dell’11 gennaio 1903, NOTIZIE DI PARTITO. FEDERAZIONE SOCIALISTA FRIULANA. Numero pagina coscienza socialista; (... si) delibera che la Federazione socialista friulana provveda al disciplinamento di questo movimento socialista curandolo in tutto e per tutto con un attivo lavoro di propaganda, demandando l’opportunità di vagliare la posizione di ciascun collegio a tempo opportuno all’infuori di Tolmezzo e Cividale ove sin d’ora si delibera porre candidature prettamente socialiste. Dopo le discussioni precedenti, il terzo congresso sembra darci l’immagine di un partito che inizia a crescere ed a radicarsi, acquisendo la capacità di fare politica e di produrre i primi segmenti di un’organizzazione di classe capace di dare spessore alle proprie rivendicazioni. Anche questa volta il direttivo poggia sulle forze socialiste dell’udinese, con la nomina di Cadel, Cosattini, Costantini, Fedrigo, Arturo e Gio. Batta Trani. Di Pordenone si parla al termine del congresso, fra le Comunicazioni: (...) il Consiglio della Federazione a mezzo del relatore Costantini sottopone al Congresso la questione della Sezione di Pordenone che non intende aderire alla Federazione invitando pure il Congresso ad occuparsi della vertenza tuttora insoluta, in seno alla stessa Sezione di Pordenone fra i compagni Rosso e Fedrigo. Dopo breve discussione si votò il seguente ordine del giorno: “Il III. Congresso socialista friulano delibera di incaricare il compagno on. Rondani perché faccia pratiche con la Sezione di Pordenone invitandola ad uniformarsi ai deliberati dei congressi e aderire alla Federazione socialista friulana. Delibera inoltre che la vertenza Rosso-Fedrigo debba essere inappellabilmente risolta da una commissione di tre membri fin d’ora designati nelle persone dei compagni: Barbui, Fantini e Rocchetti. A sede del prossimo Congresso venne acclamato “Tolmezzo”.405 Il quarto congresso si terrà a Tolmezzo solo tre anni dopo. Un tempo assai lungo, nel quale il socialismo friulano porrà solide radici alla sua azione, presentandosi con una forza molto maggiore che nei tre congressi tenutisi nel suo primo anno di vita, grazie allo spazio politico ottenuto nella nuova età giolittiana succeduta alle dure lotte della fine dell’Ottocento. Non sappiamo quale sia stato il ruolo ed il risultato immediato della mediazione affidata ad un esponente di primo piano del Psi come l’on. Rondani. L’unica cosa certa è che - mentre a Pordenone si sarà affermata solidamente la nuova dirigenza formata dai due giovani avvocati Guido Rosso e Giuseppe Ellero - non avremo più notizie riguardanti Luigi Fedrigo, né a Pordenone né a altrove.406 Ma i sintomi di un forte cambiamento della compagine socialista provinciale emergono con forza dalle pieghe del resoconto congressuale. Lo sviluppo per certi aspetti tumultuoso del movimento socialista di quegli anni permetterà di mettere in secondo piano polemiche legate ad una esperienza ancora minoritaria. A Tolmezzo la Sezione pordenonese sarà presente, inserita nella nuova realtà della federazione provinciale a pieno titolo, con un protagonismo di primo piano che solo a tratti lascia trasparire le ombre di quelle polemiche delle origini. Ma nel frattempo maturerà un nuovo gruppo dirigente, consolidatosi nell’immane lavoro di organizzazione degli emigranti attorno al Segretariato dell’Emigrazione diretto da Giovanni Cosattini, cui si affianca in quegli anni Ernesto Piemonte. Di quella crescita del socialismo friulano l’esperienza pordenonese, con l’organizzazione delle migliaia di operaie ed operai tessili del polo cotoniero, sarà uno dei punti di forza. 4.1.13 - Le prime lotte sindacali. A partire dagli ultimi mesi del 1902 l’attività propagandistica, e soprattutto di organizzazione sindacale dei socialisti pordenonesi si è sviluppata con intensità. Al termine di mesi in cui si sono susseguite agitazioni dei cotonieri e dei fornai e si stanno organizzando gli stovigliai, i muratori ed i falegnami, lunedì 1° dicembre alle 20.30 alla sala Coiazzi Carolina Annoni da Milano parla sul tema Organizzazioni operaie. La conferenza viene ripetuta nelle serate successive: a Cordenons martedì 2 ed a Torre mercoledì 3 in serata. Le iniziative sono finalizzate alla creazione della Camera del lavoro, per la quale si attende il finanziamento da parte della Giunta democratica pordenonese presieduta da Antonio Polese. Dopo un lungo periodo di sopore, Pordenone operaia si ridesta a vita nuova. (…) Così potrà sorgere tra breve anche tra noi una sezione della Camera del lavoro di Udine che sappiamo ha già iniziate pratiche col nostro Comune per ottenere un sussidio ed un locale che certamente verranno accordati. Ovunque la Annoni parla ad un folto pubblico (a Pordenone millecinquecento persone, numerose anche nella Cordenons che fino a quel momento è stata una specie di rocca feudale, dove fino ad ora il popolo fu mistificato dai signorotti e dal clero , mentre a Torre deve addirittura parlare, nonostante la stagione, nel cortile delle scuole perché la sala predisposta non riesce a contenere tutto il pubblico. I clericali, che non si sono presentati al contraddittorio con la Annoni, replicano con una loro conferenza al Coiazzi domenica 7 dicembre: si presenta invece da loro Guido Rosso, che interviene per contestare scientificamente la dottrina clericale, ottenendo il risultato che l’oratore si eclissa e, di fronte ad altre richieste di intervento, la conferenza viene chiusa senza replicare. 407 405 EN, n. 56 del 4 gennaio 1903, per la riconvocazione al termine del secondo congresso; l’ordine del giorno del terzo congresso è riportato in apertura del n. 63 del 28 febbraio 1903, a pag. 1; il resoconto della seduta è riportato nel n. 64 del 7 marzo 1903, a pag. 1, 3° CONGRESSO SOCIALISTA FRIULANO. 406 Luigi Fedrigo rientrerà negli anni successivi a Pordenone, evidentemente senza riprendere l’attività politica pubblica, ma continuando a frequentare l’ambiente dei socialisti pordenonesi, fra i quali Vincenzo Degan: testimonianza di Teresina Degan. Dopo Caporetto, sarà profugo a Mosciano S. Angelo, in provincia di Teramo, presso la Regia Delegazione antifilosserica: cfr. GASPARDO, Paolo, cit., pag. 390. 407 P, nn. 365del 29 novembre 1902, pag. 3, Organizzazione e Conferenze pubbliche, 366 del 6 dicembre 1902, pag. 3, Conferenze e 367del 13 dicembre 1902, pag. 3, Con le pive nel sacco e 370 del 3 gennaio 1903, pag. 3, Organizzazione. Numero pagina Domenica 21 dicembre si tiene sotto la loggia comunale un comizio socialista in risposta ai clericali, che hanno avuto coraggio di polemizzare con la Annoni solo dopo che ella è partita da Pordenone. Presiede Luigi Scottà e parlano Giuseppe Ellero e Guido Rosso. Il comizio si prolunga per due ore senza che nessun clericale accetti il contraddittorio.408 Tutte questa attività, se non porteranno alla costituzione della Camera del Lavoro, per le lacerazioni della Giunta democratica che di lì a poco cadrà, rafforzano il partito, che all’inizio del 1903 sembra aver superato definitivamente la crisi che lo aveva dilaniato l’anno prima, grazie al consolidamento di un nuovo gruppo dirigente. In questa fase di grande attivismo propagandistico e di organizzazione sindacale nelle varie categorie (in particolare degli stovigliai della Ceramica Galvani), si ricostituisce il circolo del Psi. Dopo un anno dalla sua ricostituzione e diremo pure anche dalla sua rigenerazione, il locale Circolo Socialista che spiegò in così breve lasso di tempo tanta energia e azione feconda in pro delle nostre classi operaie, nella passata settimana inaugurò la sua sede sociale. Presente un numeroso uditorio, il segretario fece il resoconto finanziario e spiegò l’azione politica-economica del circolo stesso. Quindi si passò alla nomina della direzione e delle commissioni per la propaganda economica-politica. Fu stabilito per di più che almeno due volte per settimana sieno tenute delle conferenze serali sui principali temi d’attualità, nonché sia provveduto alla dispensa di opuscoli, giornali ed altro. Dato questo stato di cose il consiglio direttivo che nulla tralascerà pel buon funzionamento del sodalizio, c’incarica di far caldo appello a tutti i soci perché vogliano cooperare allo sviluppo ed alla vita del circolo, sia intervenendo alle adunanze serali, sia invitando tutti coloro che hanno comune l’idea a non tardare ad iscriversi ricordando che nell’unione sta la forza. Intanto ci si riferisce che parecchi giovanetti hanno anch’essi inaugurato un loro circolo, sezione giovani, e a loro pure auguriamo buona fortuna. (…)409 Lunedì 22 marzo 1903 si svolge dalle 20 alle 23 una conferenza di Ellero a Cordenons, con il risultato che i quattro preti presenti, inviati a fare il contraddittorio perché pensavano che parlasse l’on. Rondani, vengono conquistati dalle parole dell’oratore e si ritirano senza polemizzare. Guido Rosso commemora Carlo Marx al circolo socialista, mentre Ellero parla contro le spese militari; domenica 29 alle 14.30 al Coiazzi Ellero parla sul tema Evoluzione e fattore economico.410 Le ultime corrispondenze da Pordenone de Il Paese sono del 27 giugno 1903: da quel momento sparisce ogni collaborazione, per la verità insieme a quasi tutte le corrispondenze dalla provincia, pur mantenendo il settimanale una viva attenzione per il dibattito socialista nazionale. Purtroppo la mancanza contemporanea del giornale radicale e di quello socialista ci priva di notizie di prima mano sull’attività socialista di questi anni. Ma questa breve pausa (che penso potrebbe essere utilmente ricostruita con l’utilizzo di altre fonti, soprattutto i quotidiani democratici Il Friuli ed Il Gazzettino) ci permette di affrontare alcune questioni legate alle origini ed a specifici aspetti del socialismo, locale e non solo. 4.1.14 - Dai garibaldini al socialismo. Uno stretto rapporto lega le origini del socialismo alla componente democratica del movimento risorgimentale. Lo stesso Garibaldi aveva espresso la sua adesione, certo ispirata da un egualitarismo romantico scevro da ogni connotazione classistica, alla Associazione Internazionale dei Lavoratori, ed il suo sostegno esplicito alla Comune di Parigi del 1871. Dalle file dei garibaldini provenivano nuclei originari dell’Internazionale in Italia. Ma il dire “garibaldini” era come dire il fior fiore morale della gioventù universitaria d’allora, che era sempre stata pronta a lasciare la scuola per il campo di battaglia, ogni volta che ci fosse da combattere per un ideale. Questi giovani patrioti universitari si affratellavano cogli operai, e per un momento parve che essi stessero per guadagnare al socialismo tutto quanto il proletariato italiano. 411 La derivazione diretta dal movimento garibaldino risorgimentale era comune ai socialisti, così come ai repubblicani ed ai radicali che da questi si erano distaccati fin dal Risorgimento facendo cadere la pregiudiziale antimonarchica.412 Sintomo di tale comune origine era un fortissimo anticlericalismo, espressione dell’opposizione ad una istituzione concepita come baluardo della reazione, legata attraverso la figura del Papa-re ad uno dei regimi reazionari più vituperati, che aveva permesso di mantenere l’Italia divisa ed asservita allo straniero. Ma, se l’anticlericalismo - legato alla rivendicazione di Roma ancora sotto il giogo dei papi fino al 1870, ed al timore di manovre cattoliche per la restaurazione del potere temporale dei papi nei decenni successivi - non si limita solo alla sinistra ma comprende una parte della classe dirigente liberale, un altro aspetto della politica del Partito d’Azione risorgimentale era diventato nel frattempo elemento di divisione fra i socialisti e la sinistra radicale e repubblicana ed avrebbe portato con il passare degli anni ad una frattura drammatica. Si tratta dell’irredentismo, della lotta all’Austria occupante il Veneto e più tardi ancora il Trentino e la Venezia Giulia. Sul piano della politica estera, più ancora che su quello della politica sociale, si consumerà progressivamente la frattura crescente fra le due diverse componenti della sinistra postrisorgimentale, con il rapido slittamento della maggior parte delle componenti irredentistiche (cui si uniranno vari settori dissidenti dello stesso socialismo) dalla sinistra alla destra dello schieramento politico nazionale. 408 P, n. 369del 27 dicembre 1902, pag. 3, Comizio e 370 del 3 gennaio 1903, pag. 3, Censure. P, n. 380 dell’11 marzo 1903, pag. 3, Circolo Socialista. 410 P, n. 382 del 28marzo 1903, pag. 3, Fughe pretesche, Al Circolo socialista e Conferenza al Coiazzi. 411 MICHELS, Roberto, Proletariato e borghesia, cit., pag. 60. 412 Per la storia della sinistra radicale italiana, da Agostino Bertani alla guerra mondiale, cfr.: GALANTE GARRONE, Alessandro, cit. 409 Numero pagina Nel 1908, in piena politica di riarmo italiano e di tensione con l’alleato impero asburgico, i socialisti pordenonesi si opporranno all’installazione di una caserma della cavalleria in città. Essi contrapporranno, al patriottismo che unisce i radicali (dei quali avevano appoggiato l’amministrazione nel triennio precedente) alla destra liberale e clericale, una diversa concezione del Risorgimento nazionale: Una volta patriottismo voleva dire qualche cosa di diverso, ma allora erano gli scamiciati, i filibustieri, la piazza, i rivoluzionari i patrioti. Oggi la musica è cambiata. I patrioti sono coloro che hanno dormito e sacramentato contro i fautori del risorgimento italiano ed ora, gridano, portando il tricolore: “Viva papa e re”. 413 Mentre i socialisti sceglieranno di schierarsi su posizioni coerentemente internazionaliste e pacifiste, pagando il prezzo di successive scissioni ed abbandoni, radicali e repubblicani diventeranno gli elementi di punta dell’irredentismo, fino alla scelta dell’interventismo nella Grande Guerra. Una scelta tutt’altro che improvvisa, se leggiamo con attenzione lo slittamento bellicistico del quotidiano radicale Il Paese già nella seconda metà del primo decennio del Novecento, con una progressiva attenzione per i problemi del riarmo e della difesa del confine orientale dalla minaccia austroungarica, e con il passaggio dall’iniziale simpatia per i socialisti triestini di lingua italiana allo spazio dato ai loro più feroci e strumentali critici, meglio se provenienti dal mondo socialista. A conferma del forte legame con il movimento risorgimentale - pur nel quadro di una impostazione internazionalista - sta il fatto che sullo stesso piano della Chiesa Cattolica altri due regimi sono spesso considerati sinonimi di stato poliziesco ed oppressivo, e non a caso sono le bestie nere della reazione postnapoleonica europea. Sono la monarchia asburgica, con un chiaro riferimento al passato, più che all’AustriaUngheria contemporanea segnata dalla forte presenza della socialdemocrazia e, soprattutto dopo la repressione della rivoluzione del 1905, la Russia zarista. Anche nel richiamarsi alle tradizioni anticlericali i socialisti trovano modo di differenziarsi non solo dai politici liberali conservatori, ma anche dai radicali. Ripetutamente, con insistenza, nelle argomentazioni del settimanale socialista friulano troviamo polemiche nei confronti di quei massoni ed anticlericali che raggiungono compromessi con la parte politica clericale in nome dei comuni interessi di classe. Non si tratta solo della polemica antimassonica in cui si era impegnata la sinistra rivoluzionaria, con chiare finalità di lotta politica interna contro i riformisti ed il loro legame con la sinistra borghese, e che giungerà, dopo molteplici referendum interni al partito e pronunciamenti congressuali, alla dichiarazione di incompatibilità fra appartenenza alla massoneria ed al Psi nel congresso di Ancona nel 1914, ai tempi della dirigenza rivoluzionaria di Mussolini direttore de L’Avanti! Già nel 1905, nel referendum che si tiene nel Psi sull’appartenenza alla massoneria, si riscontra un esito fortemente negativo: 10075 votanti (contro 852 no e 849 astenuti) ritengono che “appartenere alla massoneria costituisce una causa di compromissione nell’ordine sociale, politico, morale”, mentre 9136 (contro 1165 no e 1438 astenuti) ritengono che “seguitare ad appartenere alla massoneria costituisca per un socialista caso di indegnità morale e politica che porti l’espulsione dal partito”.414 I socialisti - anche quelli indubbiamente impegnati in una pratica politica di tipo riformistico sembrano rimpiangere il tempo in cui le logge massoniche erano un luogo di lotta politica coerente, fase ormai superata dagli opportunismi dei contemporanei. Ad esempio, commentando l’espulsione dei massoni dall’associazione francese del Libero Pensiero, si osserva che nessuno può negare la importantissima funzione storica compiuta da questa tenebrosa setta: nel risorgimento italiano ha avuto una parte preponderante; ma oggi con i tempi mutati è divenuta un’associazione di mutuo soccorso che si giova di tutti i mezzi per far trionfare unicamente i suoi affiliati. E, dopo aver paragonato la massoneria al filisteismo gesuitico, se ne denunciano i tentacoli (forse sopravvalutati, ma neanche tanto, viste le non lontane trame della Loggia “coperta” P2 in Italia) che pervaderebbero i vari gangli della struttura amministrativa nazionale.415 Spesso questi richiami ai bei tempi antichi della massoneria vengono da Giuseppe Ellero, che di un esponente garibaldino e massone pordenonese è figlio: Enea Ellero viene infatti indicato come uno dei Fratelli fondatori nel 1901 di un triangolo massonico a Pordenone, dipendente dalla Loggia di Udine. 416 Il legame con l’esperienza della lotta per l’unità nazionale è fortissimo in un intellettuale di grandissima importanza per i primi anni del socialismo italiano, Edmondo De Amicis. Nel suo libro più famoso il Risorgimento nazionale assurge ad epopea di un intero popolo, e viene ricollegato all’azione per la costruzione delle strutture civili dell’Italia ormai unita, in primo luogo quell’istruzione che viene vista come uno dei fulcri dell’azione per emancipare i lavoratori. Non può stupire come l’istituzione militare e quella monarchica vengano presentate dal De Amicis del Cuore come un momento centrale per il nuovo Stato: esse possono anzi venir collegate con gli appelli degli anni successivi sulla stampa socialista per l’organizzazione dei lavoratori e la partecipazione al voto, in una logica evoluzionistica per la quale l’unificazione nazionale era stata il passaggio fondamentale per permettere lo sviluppo di quelle istituzioni che potevano consentire il pieno dispiegarsi delle potenzialità delle masse lavoratrici: il Risorgimento come rivoluzione borghese italiana, come De Amicis afferma nelle pagine del Primo Maggio, una rivoluzione nazionale che giustifica la lotta armata per l’indipendenza, anche se soffusa di pietas per i combattenti dei due schieramenti, vittime 413 LF, n. 205 del 19 settembre 1908, Pordenone Socialista, I clericali pel proletariato. P, n. 2 di giovedì 19 ottobre 1905, pag. 1, I socialisti e la massoneria. L’esito del “referendum”. 415 LF, n. 81 del 9 giugno 1906, La massoneria ed il libero pensiero. 416 CELOTTI, Antonio, La massoneria in Friuli. Prime ricerche sulla sua esistenza ed influenza, Udine, Del Bianco, 1982, pag. 55. 414 Numero pagina innocenti della violenza ma anche precursori, nei loro piccoli grandi gesti, del rifiuto di combattere espresso coscientemente dall’internazionalismo pacifista.417 Il legame con la democrazia risorgimentale assume a volte anche caratteri di tipo personale, dimostrati dalla vera e propria discendenza fra garibaldini e protagonisti del primo socialismo. Enea Ellero (1840-1932), il padre di Giuseppe, giovane avvocato attivo fra i primi promotori del socialismo pordenonese è un tipico esponente della borghesia risorgimentale. Enea, volontario garibaldino nei “Cacciatori delle Alpi” durante la seconda guerra d’indipendenza nel 1859, è uno dei tre pordenonesi che presero parte all’impresa dei Mille nel 1860, con il grado di sottotenente. Successivamente partecipò al tentativo garibaldino in Aspromonte nel 1862, e fu infine volontario anche nella terza guerra d’indipendenza nel 1866 418. Anche il padre di Guido Antonini, il maestro che propaganda l’idea socialista a Travesio e nei comuni limitrofi con una dura battaglia a favore della scuola pubblica e dell’istruzione degli emigranti, era stato un ufficiale garibaldino. Giacomo Antonini, la cui morte il 30 marzo 1911 verrà commemorata con grande rilievo da Il Lavoratore Friulano, era uno studente quando accorse nel Sud fra i garibaldini, con i quali combatté la battaglia del Volturno; ritornò a Travesio dopo aver anche combattuto la guerra contro il brigantaggio, ricevendo ben tre decorazioni militari. Successivamente, occupato nella farmacia di famiglia, è anche amministratore del paese.419 Prosdocimo Sedran, padre di Guido, uno dei fondatori del socialismo a Spilimbergo, era stato combattente garibaldino nella campagna del Trentino nel 1866 (ma secondo Il Paese del 1859): sarto di professione e maestro dell’arte nel paese, è per quasi cinque anni assessore comunale, per un anno prosindaco, per molto tempo vicepresidente della Società Operaia ed al momento della morte, nel 1908, sarà consigliere dell’ospedale. Il funerale, svoltosi in forma religiosa per volere della vedova, avverrà con un folto concorso di autorità e di pubblico, ed alle proteste del parroco per la presenza della camicia rossa sulla bara, la reazione sarà secca: giunti alla porta del Duomo la fiammante camicia fu levata e consegnata ad un reduce e ciò – lo disse un Garibaldino – per non profanarla portandola in chiesa!420 A differenza del deamicisiamo Alberto Bianchini, questi giovani borghesi, come i fratelli Rosso figli di un esponente della dura sinistra radicale, non dovranno pagar cara la loro adesione al socialismo, che anzi sembra quasi rappresentare un passaggio naturale dalla democrazia radicale risorgimentale alla sinistra operaia. De Amicis ambienta la tragica vicenda dell’ insegnante Bianchini (anche lui figlio di un pubblico impiegato di idee risorgimentali) nel fuoco della reazione borghese contro il nascente socialismo del decennio precedente, ed Alberto soccomberà davanti al fuoco dei soldati, ma soprattutto a causa dell’ostracismo di una borghesia gretta ed intollerante; Ellero, i Rosso, Antonini, Sedran e gli altri loro compagni invece, pur dovendo affrontare polemiche durissime, un lavoro immane di organizzazione politica, sindacale e culturale, potranno contare su una solidarietà anche familiare che non li isolerà dal loro ambiente, nel quale costituiranno anzi l’anello di giunzione fra borghesia illuminata e nuovo movimento operaio e contadino. Fino a che, però, dovranno cedere ad una reazione ben più strutturata di quella della destra liberale di fine Ottocento: esemplare la solidarietà nell’affrontare le angherie squadriste fra gli Ellero padre e figlio, ormai uniti da una comune militanza antifascista. Una traccia di un’altra parentela importante che documenta il passaggio quasi naturale dal movimento garibaldino al socialismo è quella testimoniata dalla sottoscrizione a favore de Il Lavoratore Friulano da parte di Paolina Andreuzzi, figlia di Antonio, medico e soprattutto capo del tentativo cospirativo mazziniano che ebbe come sbocco il moto insurrezionale di Navarons del 1864.421 417 DE AMICIS, Edmondo, Cuore, Milano, Piccoli, 1989; id., Primo maggio, cit.; id., Lotte civili, Milano, Treves, 1910, pagg. 305-307 (Un episodio della battaglia di Custoza). L’opera maggiore di De Amicis è spesso sottovalutata ingiustamente mentre oggi può ben apparire come un vero e proprio monumento ad una scuola pubblica laica, strumento di unificazione nazionale e di emancipazione delle masse popolari, che sono le vere protagoniste del romanzo. Ma è soprattutto la lettura di Primo Maggio che ci consegna uno scrittore capace di descrivere con crudezza il contrasto, sociale ed ideologico, fra un proletariato sfruttato bestialmente ed una borghesia tronfia nel suo desiderio di proseguire il dominio e terrorizzata dall’emergere delle nuove istanze di classe. De Amicis non disdegna neanche (anche se questo non può che nuocere alla scorrevolezza di un romanzo) il confronto con il dibattito teorico del socialismo, mettendo vivacemente a confronto un gradualismo molto meno positivistico e più marxista degli stessi dirigenti del Psi e - d’altro canto - le idealità dell’anarchismo, verso il quale sembra essere attratto (solidale con Alberto Bianchini, il suo protagonista) in probabile polemica con il gradualismo riformista trionfante nel Psi. 418 BENEDETTI, Andrea, cit., pagg. 437,438, 441 e 443. 419 LF, n. 340 del 7 aprile 1911, pag. 2. 420 LF, n. 216 del 5 dicembre 1908, SPILIMBERGO. Il lutto di un Compagno. I funerali e P, n. 276 di martedì 1 dicembre 1908, pag. 1, I funerali del reduce Sedran. Un incidente per la camicia rossa. 421 Meduno (Navarons): Paolina Andreuzzi per incoraggiare la santa lotta del Lavoratore...L. 2.25: LF, n. 21 del 5 aprile 1905. Antonio Andreuzzi, medico di San Daniele, dopo un anno di preparativi mazziniani per un’insurrezione da far scoppiare contemporaneamente sulle montagne della regione veneta (in contemporanea con la lotta in atto in Polonia) per provocare il successivo intervento italiano, decise con pochi fedeli di dar luogo all’azione all’inizio dell’autunno, anche per il rischio imminente che tutti i preparativi rivoluzionari fossero scoperti dalla polizia austriaca. Il moto ebbe il suo centro organizzatore in Navarons, frazione di Meduno arroccata sulla riva destra della Val Meduna, vicina a Tramonti ed alla Val Colvera: nel paese d’origine di Andreuzzi la popolazione aveva collaborato fattivamente all’insurrezione armata, dimostrando una solidarietà assoluta nella preparazione militare clandestina e poi al momento della sollevazione. Ma i paesi e le cittadine circostanti non aderirono alla rivolta, e - come del resto nella gran parte dei precedenti moti mazziniani ed in quelli successivi anarchici che percorsero l’Italia ottocentesca - il collegamento e la sincronizzazione fra i vari gruppi insurrezionali in Friuli e Veneto furono disastrosi. Numero pagina Quarant’anni dopo la rivolta di Navarons, l’esempio di Andreuzzi e degli altri garibaldini friulani che erano stati alla testa dell’insurrezione (uno dei quali, Piero Passudetti, era stato sindaco di Meduno dopo il 1866422) è ancor vivo nella tradizione della sinistra friulana. San Daniele è considerata ancora una roccaforte garibaldina e di sinistra, con aspetti di violenta intolleranza anticlericale come dimostra un episodio del 1902.423 A San Daniele, dal 1892 al 1913 viene eletto stabilmente Riccardo Luzzatto, deputato repubblicano che era stato il più giovane fra i Mille di Garibaldi nel 1860. 424 Ma il richiamo al passato non poteva bastare più, senza fare il salto nella lotta sociale, pena la sconfitta di un’idealità ormai vissuta come superata dai tempi e priva di significato. Ecco come Il Lavoratore Friulano commentava nel 1905 la sconfitta elettorale democratica di San Daniele: Il così detto movimento democratico della famosa rocca di S. Daniele è andato a finire domenica sotto lo schiacciante peso dell’alleanza clerico - liberale. Nello stesso capoluogo, si è avuto - fenomeno nuovo e significante - un incremento di voti della coalizione conservatrice, la quale pareggiò addirittura e paralizzò i democratici. Di questo fatto non ci sembra meritevole rilevare le cause occasionali, sopra tutto le sfiducie personali, recanti anch’esse un sensibile contributo al risultato disastroso. Più utile e più serio è invece coglierne la causa vera e profonda: la decrepitezza e la insufficienza della ricetta popolare, la quale non può più pretendere, munita com’è delle sole formule del patriottismo e dell’anticlericalismo da parata, di opporsi alle forze che il liberalismo ed il prete, ormai alleati, trovano numerose e potenti nel denso strato dei ceti campestri assoggettati da un secolare abbandono al dominio confessionale. Il quarantotto, il generoso retaggio della generazione di Andreuzzi, il 20 settembre, i canoni del radicalismo verbale, non bastano più. Tutto ciò forma un edificio di discreta apparenza, il quale però privo di solidità e di buone fondamenta, deve cadere al primo urto. La forza, la consistenza, il contenuto sano e vitale dell’azione rigeneratrice devono trarsi dalla masse, le quali ormai non possono essere chiamate a vera vita politica se non col diretto e tangibile miraggio di quelle conquiste economiche e sociali, che sole formano la essenza concreta della loro ragione di muoversi e di progredire.425 Nel 1914 la commemorazione degli Andreuzzi per il cinquantennale dell’insurrezione di Navarons sarà occasione di una vera e propria offensiva socialista: a Spilimbergo viene affisso dalla sezione del Psi un duro manifesto che grida all’oltraggio, costituito dalla direzione clericale dell’Amministrazione Comunale e della Società Operaia. Non sono solo i clericali ad unirsi alla commemorazione degli Andreuzzi: più in generale sono gli stessi ambienti monarchici a far propria la manifestazione. Nelle parole a commento di questa situazione, si trova un nuovo richiamo a quella fossilizzazione delle commemorazioni che, in altra epoca, ha colpito anche la gran parte delle celebrazioni della Resistenza antifascista: destino comune del primo e del secondo Risorgimento è stato quello di essere stati progressivamente anestetizzati, privati del loro valore antagonista e classista, sussunti nella logica moderata delle classi dirigenti del paese. I socialisti organizzano le loro controcelebrazioni, nelle quali si fanno forti dell’opinione dell’altro, più famoso figlio di Antonio Andreuzzi, Silvio, pure lui compartecipe dell’insurrezione del 1864 e morto solo due anni prima, esplicito sostenitore del socialismo: Il socialismo ha fatto e farà tanto bene all’umanità se i socialisti sapranno mantenersi uniti e di carattere nella democrazia. Il socialismo è uno studio di cattedra severo paziente, che seguiterà a dare sempre benefici degni”. 426 Sempre alla insurrezione di Navarons sono legate le prime iniziative di cui siamo a conoscenza a Montereale Cellina. Nel 1907, in occasione delle manifestazioni per il centenario della nascita di Garibaldi, in quel paese la minoranza consiliare ed in particolare l’ex assessore socialista Domenico Fassetta propone di commemorare la figura del maggiore garibaldino di origine gradiscana Marziano Ciotti, che aveva Tuttavia l’azione armata di poche decine di insorti fra Val Meduna e Val Cellina fu tale da provocare l’intervento di spropositate forze armate austriache e soprattutto un’ondata di attenzione per la vicenda del Veneto dominato dall’Austria. Per quanto isolata inoltre, la rivolta di Navarons era un episodio significativo del legame fra gli intellettuali del Partito d’Azione ed un autentico insediamento popolare, per quanto di dimensioni limitate a quel piccolo paese montano, ai collaboratori dei paesi vicini ed al nucleo mazziniano di San Daniele. Sul moto di Navarons cfr.: BARATTIN, Dino, Mazzini a Navarons, I moti friulani del 1864, San Daniele, Libraria, 1996; a pag. 22 l’indicazione dei nomi degli figli di Antonio Andreuzzi. Il testo di Barattin è stato recentemente riedito, con alcune nuove appendici documentarie: id, La squadra e il compasso. Antonio Andreuzzi e i moti di Navarons del 1864, Spilimbergo, Cooperativa STAF, 2000. 422 BARATTIN, Dino, Mazzini a Navarons, cit., pag. 114. 423 EN, n. 26 dell’8 giugno 1902, Da S. Daniele: Martedì sera don Edoardo Marcuzzi fu portato in trionfo, a suon di cassettoni di latta, fischi e grida di: (“) Abbasso i preti! Polizia dei sacchi di carbone! Abbasso la veste talare! Viva Giordano Bruno! Evviva Garibaldi!” L’infelice denigratore di Giuseppe Garibaldi partì mercoledì mattina mogio, mogio. S. Daniele tradizionalmente garibaldino è stanco della propaganda anti-italiana di certe “mediocrità intriganti” in veste talare. 424 Riccardo è il più anziano di una notevole serie di tre fratelli, tutti parlamentari di area radicale. RINALDI, Carlo, I Deputati Friulani a Montecitorio nell’età liberale, cit., pagg. 146 e 289-293. Su Arturo ed Attilio (deputati eletti a Montevarchi) e Riccardo Luzzatto cfr.: MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., volume secondo, pagg. 122-23. A sua volta, testimoniando la continuità delle idealità familiari, un nipote di Riccardo, Lucio Luzzatto, è stato uno dei più importanti dirigenti socialisti italiani durante la clandestinità antifascista e la successiva Repubblica. 425 LF, n. 49 del 28 ottobre 1905. La batosta di San Daniele. 426 LF, n. 507 del 31 maggio 1914, pag. 2, SPILIMBERGO. Un manifesto espressivo e pag. 3, PROFANAZIONI MONARCHICHE. Le cerimonie di Navarons e Nella Repubblica di Navarons (cfr. i testi in appendice); sugli ultimi anni di Silvio Andreuzzi cfr.: BARATTIN, Dino, Mazzini a Navarons, cit., pag. 116, anche se l’autore non fa cenno e non ha trovato alcuna traccia di contatti di Silvio o degli altri familiari con il socialismo (colloquio personale con l’autore). Pure il necrologio commemorativo del 1913 sul settimanale socialista però non porta richiami diretti all’adesione al socialismo di Silvio Andreuzzi, pur sottolineandone l’avversione per la deriva moderata della costruzione postrisorgimentale: La bandiera rossa del socialismo si piega ed onora l’eroe, il cospiratore e il cittadino. Il cittadino soprattutto che ebbe costanti efrementi due palpiti di avversione: contro l’oscurantismo clericale e contro il piemontesimo - lo definiva così! - che tarpò le ali alla nuova Italia e in mezzo secolo e riuscì a corrompere tre generazioni. Cfr.: LF, n. 408 del 28 luglio 1912, Cronaca Cittadina. Silvio Andreuzzi. Numero pagina partecipato con Andreuzzi al moto del 1864. 427 I socialisti daranno ovunque grande risalto al centenario della nascita di Garibaldi, organizzando in tutte le realtà in cui sono presenti pubbliche manifestazioni. Le celebrazioni di Garibaldi in questo caso coincidono con l’imminente ventennale del suicidio di Marziano Ciotti, che - come gli stessi Andreuzzi - aveva passato gli ultimi anni della sua esistenza in povertà, segno di un rigore morale che aveva contraddistinto gli esponenti più rigorosi della sinistra risorgimentale. Il suicidio di Ciotti aveva coinciso con quello precedente di un altro protagonista dell’insurrezione, Giovanni Battista Cella, a testimonianza della delusione e della mancanza di prospettive, sopravvenute alla chiusura moderata e monarchica della vicenda risorgimentale.428 Pure partecipe della cospirazione del 1864 fu il carnico Gio Batta Marioni, combattente garibaldino anche nel 1866 e 1867 e poi ininterrottamente attivo nella sua zona d’origine con vari incarichi di segretario di Enti e di amministratore della Società Operaia, e che negli ultimi anni di vita si iscrive al Partito Socialista.429 La delusione e l’emarginazione di questi protagonisti del risorgimento nazionale viene collegata dai socialisti alla battaglia dell’oggi. L’Italia che è uscita dalla vittoria del disegno sabaudo di annessione degli stati pre-unitari alla monarchia franco-piemontese non è quella desiderata dai tanti che hanno cospirato, patito e combattuto per un più nobile progetto di liberazione del popolo italiano, come degli altri popoli europei. Del progetto mazziniano possiamo oggi ben cogliere il limite di fondo, costituito dalla nobile ma ingenua credenza in una comune battaglia, democratica sul piano interno e paritaria su quello internazionale, per l’emancipazione nazionale dei popoli. In questo secolo abbiamo provato in varie fasi il cozzo dei nazionalismi ed i disastri delle “semplificazioni etniche” in aree molto più complesse ed eterogenee di quelle dell’Europa occidentale: l’errore di Mazzini e dei suoi seguaci era stato quello di aver voluto applicare ad un contesto molto più ampio quello che era il quadro di un settore particolare del nostro continente (ma anche l’Europa occidentale è Giunta ad un contesto di omogeneità nazionale solo a prezzo di processi violenti durati secoli e secoli, di cui rimangono molte questioni irrisolte e situazioni di vero e proprio colonialismo interno, come quello che riguarda l’Irlanda del Nord ed Euzkadi) Per i socialisti il movimento democratico risorgimentale è un punto di riferimento che non contraddice la loro prospettiva internazionalista: da questo punto di vista essi possono coerentemente far propria ed inverare l’ideologia mazziniana, che vede il processo di liberazione di un singolo popolo come tassello della liberazione di tutti, supportandolo con un’azione di rinnovamento sociale collegata a livello transnazionale fra i lavoratori di vari paesi, secondo i principi dell’Internazionale.430 L’adesione al movimento risorgimentale si percepisce non solo nell’ideologia dei dirigenti del Psi, ma anche attraverso segnali che giungono dalla base: ad esempio nel 1910 troviamo fra le sottoscrizioni pubblicate da Il Lavoratore Friulano quella di Gustavo Orlando di Palmanova, in occasione dell’anniversario della morte del fratello Giuseppe, avvelenato dai nemici nel castello di Celano l’11 gennaio 1861 durante la campagna per la repressione del brigantaggio meridionale. E’ notevole questo caso di commemorazione in cui manca ogni riferimento critico a quelle ragioni di profondo disagio sociale che, circa quarant’anni prima, erano state colte e denunciate dal capo radicale e garibaldino Agostino Bertani.431 427 LF, nn. 136 del 29 giugno 1907, MONTEREALE CELLINA. Cose del Comune, 137 del 6 luglio 1907, MONTEREALE CELLINA, Consiglio Comunale, 140 del 27 luglio 1907, MONTEREALE CELLINA, Onoranze Garibaldine, 142 del 10 agosto 1907, MONTEREALE CELLINA, Feste Garibaldine. Cfr. i testi in appendice. 428 BARATTIN, Dino, Mazzini a Navarons, cit., pag. 114. 429 LF, n. 386 del 25 febbraio 1912, pag. 2, In memoria di Gio.Batta Marioni (sunto della commemorazione fatta da Riccardo Spinotti). 430 Sui valori del nazionalismo democratico, per esempio in Mazzini, cfr.: CHABOD, Federico, L’idea di nazione, Roma-Bari, Laterza, 1974. Di questa corrente storica saranno in senso lato eredi la proposta politica del presidente americano Wilson durante e dopo la prima guerra mondiale, e lo stesso pensiero sulle nazionalità dei dirigenti della socialdemocrazia rivoluzionaria sovietica Lenin e Stalin (e così la loro proposta politica negli anni successivi alla Rivoluzione d’ottobre): cfr.: CARR, Edward Hallet, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Torino, Einaudi, 1964, pagg. 247-416. Per i dirigenti bolscevichi, così come per il comunismo internazionale del Ventesimo secolo, il nazionalismo rimane una forza politica rivoluzionaria da utilizzare in senso antimperialista. Al contrario le contraddizioni del nazionalismo sono messe in risalto da: TOYNBEE, Arnold Joseph, Il mondo e l'occidente, con una nota di Luciano CANFORA, Palermo, Sellerio, 1992. Si tratta di un testo che, pur vecchio di quarant'anni al momento della traduzione italiana (sono conferenze tenute per conto della Bbc e poi riprodotte dalla Oxford University Press) è ricco di stimoli e si collega straordinariamente con la riflessione del pacifismo e dell'ecologismo contemporaneo. Pur considerando alcune valutazioni politiche transeunti, ci troviamo di fronte ad un'analisi di grande attualità, che affronta - anche se con qualche limite - il problema del nazionalismo inquadrandolo nell'ambito degli effetti della conquista del mondo da parte dell'Occidente. Lo stesso titolo, con il Mondo che viene messo al centro dell'attenzione posponendovi un Occidente che la grande maggioranza delle persone nel Nord - ancor oggi considera il centro di ogni innovazione spirituale e materiale dell'umanità, è rivelatore di un approccio nuovo. Per Toynbee il nazionalismo e la produzione di nuove strutture statuali, per esempio nell’Europa centro-orientale, ha prodotto disastri, con la suddivisione territoriale violenta di popolazioni che avevano convissuto per secoli, sovrapponendo differenze culturali e linguistiche con la stratificazione sociale ed un rapporti di interdipendenza reciproca. Sul pensiero di Toynbee, cfr.: SANTOMASSIMO, Gianpasquale, Toynbee e l'Occidente, in Passato e presente, Rivista di storia contemporanea, Firenze, Giunti, n. 28, gennaio/aprile 1993. Per un approccio diverso, che affronta la stessa tematica, limitatamente all’Europea centrale dopo il crollo dell’impero asburgico alla fine della prima guerra mondiale, in termini di gestibilità del problema nazionale attraverso la tecnica diplomatica, BIBO’, Istvàn, Miseria dei piccoli Stati dell’Europa orientale, Bologna, il Mulino, 1994. 431 LF, n. 276 del 15 gennaio 1910, pag. 1, SOTTOSCRIZIONE PERMANENTE. Sul giudizio di Bertani sul brigantaggio, cfr.: GALANTE GARRONE, Alessandro, cit., pag. 119. Numero pagina 4.1.15 - Chiese infette, preti immorali, possessioni diaboliche: l’anticlericalismo socialista. E’ difficile dare oggi un giudizio equilibrato su un aspetto del pensiero socialista in gran parte legato a questo preciso momento storico, come l’anticlericalismo. Tessitori, nel suo studio sulle origini del socialismo in Friuli, dedica le sue pagine conclusive a questo fenomeno, dandovi forte enfasi. L’atteggiamento anticlericale della classe politica postrisorgimentale viene vissuto da parte degli esponenti politici cattolici come una forma di violenta aggressività e l’anticlericalismo dei socialisti è un elemento senza il quale (essi) non sarebbero riconoscibili.”432 Egli nega l’opinione dei socialisti d’allora di possedere una speciale forma di anticlericalismo di classe, distinto da quello filosofico borghese e massonico. Nota semmai come tale fenomeno sia una moda caratterizzante l’epoca, cui i socialisti friulani non possono sottrarsi. Vale sempre la pena di sottolineare il preciso momento storico in cui lo studio di Tessitori viene redatto, e cioè la fase iniziale della collaborazione di governo fra la Democrazia Cristiana di Aldo Moro ed il Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni: una fase non solo di accordo politico per governare lo sviluppo neocapitalistico, ma anche di forte confronto programmatico sul futuro del paese fra due componenti storiche della democrazia italiana. Affrontare oggi la tematica dell’anticlericalismo socialista senza prendere in considerazione la fase di formazione dell’unità nazionale italiana - laddove questo fenomeno trova le sue origini storiche - potrebbe indurre a giudicarlo solo come un fenomeno deteriore, plebeo e intollerante. Certo, dell’esperienza del movimento operaio socialista l’anticlericalismo rappresenterà l’aspetto più fortemente datato e storicamente superato, ma non per questo si è obbligati ad accettare quella specie di vulgata (tipica del pensiero comunista del secondo dopoguerra e di quell’interpretazione che va dalla lettura “patriottica-unitaria” della Resistenza antifascista al “compromesso storico” degli anni Settanta) per la quale la divisione fra sinistra e cattolici avrebbe impedito la via delle riforme dopo la prima guerra mondiale ed aperto la strada all’avvento del fascismo. Il primo dato di realtà dell’analisi storica dovrebbe sempre essere quello che parte dalla ricerca delle cause e radici dei fenomeni e non dalla loro negazione come se si trattasse di inutili (ed in questo caso pure assai ingombranti) aporie.433 E’ a partire dal contesto ideologico risorgimentale italiano che si spiega la radicale contrapposizione fra il movimento socialista e quello cattolico, che rendono inconciliabili il solidarismo interclassista di questi ultimi con le diverse correnti del movimento operaio, siano esse quelle rivoluzionarie di stampo anarchico, sindacalista rivoluzionario, massimalista e comunista oppure quelle gradualistiche di stampo riformistico. Al riguardo dei cospiratori risorgimentali friulani, alcuni anche originariamente legati all’associazionismo cattolico, Stella (d’accordo in questo con Tessitori e Rinaldi) afferma che l’anticlericalismo divenne atteggiamento comune di uomini d’indirizzo politico ben diverso e quasi per un cinquantennio la classe dirigente friulana ostentò la sua contrapposizione al clero e alla S. Sede . Un anticlericalismo provocato anche da prese di posizione di fortissima chiusura alla nuova realtà dello stato unitario italiano, come nell’atteggiamento dell’arcivescovo di Udine Andrea Casasola, che provocherà nel marzo 1867 un vero e proprio assalto al palazzo della curia (ispirandosi alla stessa equazione clericale=austriacante, lo stesso accadrà al vescovo Isola a Portogruaro, anche in questo caso non certo da parte di folle sovversive, ma di bande ispirate dal deputato moderato locale, ch’era stato eletto anche con il sostegno dei voti clericali). Scrive Tessitori a proposito dei primi mesi di dibattito politico nel Friuli unito all’Italia: Ma il problema che allora dominava su tutti gli altri era quello dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato. (...) E poiché all’epoca di cui parliamo era ormai arrivato al pettine il problema centrale del completamento dell’unità d’Italia con l’ccupazione di Roma, cui 432 TESSITORI, Tiziano, Albori del socialismo in Friuli, cit., pagg. 47-49. Lungi dal voler retrodatare esperienze storiche recenti, è con un senso di (relativo) sollievo che si può oggi guardare alle violente polemiche anticlericali del passato, al termine di questo ultimo mezzo secolo che è stato segnato anche dall’esperienza ecclesiale e politica avviata con il Concilio Vaticano II, con il movimento delle comunità di base (ridottosi al minimo in Europa, ma ben presente nel sud del mondo) e del dissenso cattolico, con il dialogo e l’impegno spesso comune fra movimenti cristiani e sinistra di fronte alle minacce alla sopravvivenza del pianeta da parte della macchina bellica e dello sfruttamento selvaggio dell’ambiente. Sul piano nazionale questo ha portato allo spostamento di organizzazioni di origine cattolica (come le Acli e la Cisl) dalla loro originaria collocazione moderata ed alla partecipazione di sempre più numerose schiere di credenti alla vita politica della sinistra. In questi decenni inoltre, oltre alla reciproca apertura fra fedi cristiane e movimenti di sinistra, abbiamo assistito a qualcosa di più, come l’esperienza di contaminazione fra cristianesimo e marxismo della teologia della liberazione, che ha fortemente influenzato anche strutture istituzionali della chiesa cattolica, come alcuni episcopati sudamericani, con un radicamento tale da essere in parte sopravvissuta alla reazione anticonciliare di Papa Wojtila. Dalla teologia della liberazione sono anche sorte esperienze politiche, come negli anni ‘70 il movimento dei cristiani per il socialismo, mentre si è potuto assistere all’apparire di esperimenti socialisti segnati da forme di sincretismo fra il socialismo europeo, la filosofia dei paesi del Terzo Mondo e l’umanesimo cristiano. Ecco ad esempio come lo scomparso Julius Nyerere - leader dell’indipendenza della Tanzania e suo presidente dal 1961 al 1985, nonché teorico del “socialismo africano” - risponde nel 1980 ad un’intervista dell’allora direttore di Nigrizia Alessandro Zanotelli: Vogliamo usare la nostra indipendenza per costruire una società egualitaria. L’Africa sta spingendo in questa direzione e le persone dinamiche nel continente stanno lavorando per questo tipo di società. E la chiesa in questo cammino deve lottare per la giustizia. La chiesa, che durante il periodo coloniale si è identificata con il potere costituito, non dovrebbe mai vergognarsi di operare per la giustizia nel Terzo mondo. Io sono cattolico e quello in cui credo in campo sociale e politico non va contro la mia fede religiosa, non è una contraddizione. Anzi è possibile che la mia fede dia maggiore profondità alle mie scelte come uomo politico. Questo brano dell’intervista è stato riportato in un articolo dell’attuale direttore di Nigrizia, rivista dei Missionari Comboniani: cfr. BASELLA, Gino, Il volto del socialismo africano, Liberazione, venerdì 15 ottobre 1999. 433 Numero pagina opponeva l’ultima più accanita resistenza il mondo cattolico, non è a meravigliare se tutti i partiti politici si trovassero d’accordo nella lotta contro la Chiesa e gli uomini di Chiesa e se tale lotta assumesse, specialmente in provincia e nella quotidiana polemica dei fogli e foglietti locali, toni accesissimi e atteggiamenti scamiciati che talvolta degeneravano in vera e propria violenza. Nasceva così l’anticlericalismo destinato a durare, in Italia, per alcuni decenni, e in questa nostra Udine a dominare quasi indisturbato sino a non molti anni addietro sotto la guida della Massoneria.434 Mi preme sottolineare quest’aspetto rilevante della cultura politica del movimento risorgimentale e della nuova Italia nel periodo compreso fra l’unificazione nazionale e l’avvento della dittatura fascista. L’anticlericalismo permea lo spirito di élites politiche composte di proprietari, che si muovono al di fuori di un controllo istituzionale da parte delle grandi masse contadine, escluse dal processo elettorale. Élites proprietarie che non sono necessariamente a-cattoliche (anzi ordinariamente conservano un forte legame con la religione tradizionale, salvo eccezioni nelle loro correnti più progressiste) ma che basano il loro potere economico anche sull’espropriazione dei beni ecclesiastici e comunali, uno dei fondamenti della rivoluzione industriale e borghese dell’età moderna, ed hanno un comune nemico nella Chiesa-proprietaria terriera ma anche nella Chiesa-portavoce delle masse contadine. E’ la contraddizione che si trovano di fronte i rivoluzionari, borghesi o socialisti, sotto forma di rivolte contadine tendenzialmente clericali e monarchiche, dove si difendono insieme storici privilegi ma anche altrettanto materiali condizioni di sopravvivenza: la rivolta vandeana della fine del Settecento ne è il paradigma, ma l’Italia del brigantaggio dopo la conquista sabauda del sud non è da meno. L’anticlericalismo storico, nato dal movimento razionalistico ed illuministico che a sua volta trova le sue radici in un lungo percorso che attraverso il dissenso religioso passa per la Riforma protestante e poi fuoriesce dal campo teologico per negarlo, trae origine dalla contrapposizione fra il movimento per l’unità nazionale e l’atteggiamento maggioritario del clero, legato ad un papa che fino al 1870 è il monarca assoluto dello Stato pontificio, baluardo della reazione ed alleato privilegiato delle principali potenze straniere che agiscono sulla scena italiana: la Francia di Napoleone III, intervenuta militarmente per ben due volte a sostegno di Pio IX (contro la Repubblica Romana nel 1849 e contro la spedizione garibaldina del 1867), e soprattutto l’Impero asburgico, potenza egemone sulla penisola ed occupante diretta della Lombardia fino al 1859, del Veneto e Friuli fino al 1866 ed ancora di territori di lingua italiana come il Trentino, la parte sudorientale del Friuli con le contee di Gorizia e Gradisca, nonché il grande porto imperiale di Trieste e la costa italofona dell’Istria ed in parte della Dalmazia. Ma da sempre, soprattutto dai tempi della grande Rivoluzione esportata in Italia ed in Europa dagli eserciti napoleonici, la Chiesa è la reazione per antonomasia, contrapposta a tutti i nuovi fermenti ideali ed alle riforme sociali e politiche. Non si può capire l’anticlericalismo senza rendersi conto che la Chiesa cattolica è la bestia nera di qualsiasi movimento intellettuale e sociale innovatore, il fin troppo facile obiettivo di chiunque voglia sovvertire le istituzioni tradizionali... ahimé per cadere in più moderne e non meno pesanti forme di sfruttamento di classe: ma questa è un’altra storia; più pregnante ai fini del nostro ragionamento è il concreto contegno reazionario della curia di un papa che nel 1848 aveva “tradito” la causa del Risorgimento nazionale, e che usava contro le popolazioni del suo regno le truppe mercenarie per selvagge repressioni, come quella contro Perugia nel giugno 1859.435 L’anticlericalismo abbraccia da una parte l’élite politica liberale - in tutte le sue correnti, fino ad arrivare al radicalismo ed ai repubblicani - e quasi naturalmente permea gli esponenti del nascente movimento operaio classista di matrice anarchica e socialista. Esso contrappone tutte queste correnti - sia quelle dell’élite aristocratica e borghese, sia quelle che danno espressione politica al nascente proletariato industriale - a gran parte delle masse contadine, che trovano prevalentemente rappresentanza nel quadro dell’organizzazione sociale e politica cattolica. In realtà l’atteggiamento dei contadini è più articolato: il proletariato agricolo dà al socialismo italiano una connotazione di partito contadino quasi unica nel panorama della Seconda Internazionale, arrivando a rappresentare circa la metà degli iscritti.436 Non si spiega altrimenti quella conventio ad excludendum della cultura risorgimentale che vede le masse cattoliche poste al di fuori della vita politica nazionale, al massimo utili come una riserva di voti e di consenso da utilizzare di volta in volta contro le correnti rinnovatrici del paese: tale è la politica liberale, in particolare a partire dalle seconda fase dell’esperienza giolittiana, dopo lo sciopero generale del 1904, e poi del regime fascista, che si consoliderà con il concordato del 1929 patteggiando esplicitamente la concessione di privilegi alla Chiesa cattolica in cambio del sostegno alla dittatura. Ma in realtà come vedremo nelle pagine successive, questi saranno gli esiti di una politica intrapresa già negli anni precedenti. 434 STELLA, Aldo, cit., pag. 13.; RINALDI, Carlo, Il giornalismo politico, cit.; TESSITORI, Tiziano, Albori di vita politica in Friuli, cit., pagg. 23 e 31-36; MORASSI, Luciana, Il Friuli, cit., pagg. 43-44. Sull’episodio dell’aggressione a mons. Isola, cfr.: CHIANDOTTO, Vannes, Stato e Chiesa nel Friuli occidentale, cit., pagg. 142 e segg. 435 PORTELLI, Sandro, I papalini a Perugia, Il manifesto, 6 gennaio 2001, pag. 18. 436 CAROCCI, Giampiero, Storia d’Italia dall’Unità ad oggi, Milano, Feltrinelli, 1978, pag. 69. Il Michels riporta dati percentuali di gran lunga più bassi, relativamente ad una statistica su 33.686 iscritti al partito: le varie categorie di lavoratori della terra assommavano a poco più del 21% degli iscritti. Ma gli iscritti al partito sono solo una parte degli organizzati socialisti, fra i quali vanno compresi gli aderenti al sindacato ed alla potente Federterra (Federazione delle Leghe dei lavoratori della Terra, sorta nel 1903, che alle sue origini contava 320.000 iscritti. La forza dei socialisti è rappresentata soprattutto dai braccianti padani, mentre l’analisi della piccola proprietà come una struttura economica arretrata impedisce al partito di consolidare la sua presenza in quel settore, che invece è un punto di forza del movimento cattolico. Cfr. MICHELS, Roberto, Storia critica, cit., pagg. 284-286 e 347-366. Numero pagina D’altra parte non si può che riconoscere la strumentalità dell’atteggiamento della Santa Sede, pronta a sacrificare sull’altare delle concessioni di potere il sostegno ai movimenti sociali e politici cattolici, siano essi il Partito Popolare in Italia o la Zentrumspartei in Germania, oppure a quegli esponenti del basso clero che più direttamente si sono impegnati nella promozione di un movimento sindacale e cooperativistico cristiano. A conferma di questo giudizio va citato, a distanza di soli quattro anni dal concordato con l’Italia fascista, l’altro stipulato tempestivamente fra la Chiesa cattolica ed il regime hitleriano appena salito al potere in Germania il 20 luglio 1933. Le trattative preparatorie del concordato tedesco-vaticano hanno sviluppo proprio nei primi mesi della dittatura, contemporaneamente all’attenuazione delle critiche al nazismo da parte dell’episcopato cattolico tedesco. Inoltre l’impegno che gli ecclesiastici si sarebbero astenuti dal prendere parte ad attività in organizzazioni e partiti politici garantiva il regime nazista contro ogni velleità di sussistenza della Zentrumspartei.437 L’anticlericalismo diventa quindi un ostacolo ideologico insuperabile fra i movimenti di massa che con il Ventesimo Secolo scardinano il sistema politico élitario dell’Italia liberale. Fedeli al senso comune della politica risorgimentale rimangono i socialisti, i cui quadri politici intellettuali ed istituzionali escono dal mondo delle professioni, e spesso sono direttamente eredi delle idealità del movimento per l’unità nazionale. Se l’anticlericalismo socialista viene attivato dalle manovre trasformistiche di Giolitti per ottenere il sostegno elettorale cattolico, ad un livello più profondo i socialisti vogliono essere i più coerenti interpreti di una discriminante risorgimentale che assomiglia in modo impressionante alla discriminante antifascista della seconda metà del Novecento: anche in questo caso i settori centrali dello schieramento politico non possono negarla in assoluto, pur adottandola in modo incoerente ed opportunistico. Gli esempi di pesante propaganda anticlericale citati a testimonianza da Tessitori si riferiscono peraltro alla proposta di legge dei deputati socialisti Berenini e Borciani per l’introduzione del divorzio, ed anche in questo caso l’autore pensa più al dibattito politico dei suoi anni, che porterà all’approvazione della legge in materia nel 1970. Non è condivisibile il suo taglio strumentale, la definizione di moda a proposito dell’anticlericalismo, per poi farlo scivolare con noncuranza a connotare questa proposta socialista in materia di diritto di famiglia: e certo i passi di giornali socialisti citati non sono tali da risultare adeguati allo spirito emancipazionistico del partito di Anna Kuliscioff: Gli emissari del confessionale, tuonava (dal contesto si evince che il soggetto sarebbe l’on. Rondani, di fronte all’uditorio di ruvidi montanari di Prato Carnico) andranno raccogliendo firme contro. Operai! Mettete in guardia le vostre donne; fate valere la vostra autorità di mariti; cacciateli dalle vostre case, affinché non si dica che il Friuli cosciente e libero sia schiavo della sagrestia! Tra parentesi, la vicenda della proposta socialista sul divorzio, come nota Michels, è abbastanza marginale nel dibattito del partito, e verrà presto accantonata in quanto ritenuta piccolo-borghese, impraticabile per chi sopravvive con un reddito minimo e secondaria da un partito la cui base operaia e bracciantile non può certo permettersi di far naufragare l’unico legame sociale che la trattiene dal baratro della totale emarginazione. 438 Le prese di posizione anticlericali da parte dei socialisti sono semplicemente innumerevoli. Esse avvengono sotto forma di denuncia di singoli episodi, di pubblicazione di brani o di articoli ispirati al pensiero anticlericale, sotto forma di polemiche continue con i religiosi più attivi, che possono durare per anni ed anni di seguito senza vera soluzione di continuità. Gli scandali nelle istituzioni cattoliche vengono rinfacciati senza pietà. Bestia nera delle critiche socialiste è la filosofia di Sant’Alfonso dei Liguori, invocato ad libitum per il relativismo della sua casistica ad uso dei confessori, presentata come un libro osceno mediante ampie citazioni delle minuziose descrizioni degli atti sessuali leciti ed illeciti che essa conteneva. Quasi tutti i commentatori ritengono l’attacco de l’Asino ai costumi clericali come esagerato: un secolo dopo, in seguito all’esplosione di uno scandalo di dimensioni epocali nella Chiesa cattolica statunitense, sarebbe più difficile essere tanto sicuri di questo giudizio, che per altro si fa carico (anche se in modo distorto) delle sofferenze di un universo di uomini e donne deprivati della loro sessualità per assicurare un migliore controllo sulle loro esistenze e, tramite loro, come ha giustamente intuito Podrecca, un controllo dei comportamenti intimi di masse enormi di persone a mezzo della confessione auricolare.439 Solo raramente emergono voci in dissenso, come l’intervento del delegato di Pinzano, Plinio Longo, nel congresso provinciale socialista del 1906. Longo non si limiterà ad un’uscita estemporanea: l’attivissimo medico, uno degli esponenti più attivi e produttivi del socialismo friulano, scatenerà fortissime polemiche nel 1912-1913 prima sulle pagine de Il Lavoratore Friulano (avendo come principale antagonista il dirigente socialista spilimberghese Ezio Cantarutti) e poi al congresso provinciale socialista del 5 gennaio 1913. Ma le sue posizioni rimarranno isolate: il Psi friulano continuerà a proclamarsi anticlericale, anche se nelle campagne alcuni sacerdoti, appoggiati discretamente dalla curia di Portogruaro che li protegge perfino dagli strali di Pio X, iniziano ad organizzare i piccoli proprietari ed i mezzadri contro gli agrari. Solo più tardi l’anticlericalismo inizierà ad essere vissuto con fastidio da militanti socialisti e probabilmente solo in gruppi intellettuali ristretti. Ecco ad esempio come Angelo Tasca riflette sull’ambiente dei giovani socialisti, all’inizio degli anni ‘10: Eravamo ancora impregnati di positivismo, da cui ci staccavano a poco a poco, oltre qualche lettura personale, “La Voce” e “L’Unità”. Nel triplice tributo pagato a Darwin, a Spencer, a Marx, quest’ultimo ci scapitava. Il positivismo aveva infierito nel mondo socialista, e se ne erano 437 COLLOTTI, Enzo, La Germania nazista, Torino, Einaudi, 1978, pag. 86. EN, 5 e 12 gennaio 1902, citato da: TESSITORI, Tiziano, Albori del socialismo in Friuli, cit., pag. 48. 439 CANDELORO, Giorgio (presentazione di), I temi, le battaglie e gli smarrimenti di una rivista “popolare”, in: PODRECCA, Guido e GALANTARA, Gabriele, L’Asino, Milano, Feltrinelli, 1970, pag. XIII. 438 Numero pagina emancipati appena i sindacalisti rivoluzionari della scuola soreliana e l’inquieto dilettante Mussolini. Ma già nuovi tempi e nuove tendenze maturavano. Questo bisogno di una cultura più seria, benché ancor male armato, si univa al bisogno di una coscienza più esigente pei doveri del militante. Ne ricorderò due manifestazioni. Eravamo quasi tutti, compreso Bordiga, ostili all’anticlericalismo di tipo podrecchiano, a cui si riduceva troppo spesso il socialismo locale e i nostri gruppi giovanili giunsero a votare, a un congresso nazionale, un ordine del giorno, accettato a grande maggioranza, che consigliava il boicottaggio dell’ “Asino”. 440 Non è un caso che proprio in quel tipo di ambiente abbia avuto il suo inizio la riflessione di Antonio Gramsci, così critica sulle modalità di formazione dello stato italiano unitario e sull’esclusione delle masse contadine, anche attraverso la discriminazione anticattolica. Ma si tratta di posizioni che, anche quando diventeranno lentamente la linea ufficiale del Pci, soprattutto con la riflessione togliattiana (parallela agli sviluppi conciliari del papato giovanneo), non riusciranno ad avere ragione del profondo, viscerale, anticlericalismo della base dei partiti della sinistra, che si attenuerà solo con una serie di passaggi generazionali. La lettura dei periodici socialisti è un vero e proprio zibaldone dell’anticlericalismo, anzi potremmo forse avere in certi momenti il dubbio che la polemica contro la Chiesa cattolica e le sue espressioni locali sia prevalente sulla propaganda economica e sindacale di classe. Per i socialisti ciò non è un aspetto contraddittorio, in quanto il clericalismo veniva vissuto come la vera e propria espressione suprema del dominio di classe borghese. Ecco ad esempio due passi, esemplificativi della immensa congerie che ci è capitato di esaminare, ma più espliciti della maggioranza, di solito abbassata sul piano della polemica personale e paesana. In essi appare chiaro come l’attacco rivolto ai sacerdoti sia una diretta conseguenza del loro lavoro di sostegno al potere delle classi dominanti, ai danni dei lavoratori: Un solo e sincero consiglio agli elettori che domenica eserciteranno il loro diritto di cittadini: Votate secondo coscienza e non lasciatevi imbrogliare con vane e stolte promesse da coloro che nell’ombra della sacristia lavorano nascostamente per impedire ogni ascensione proletaria. Pensate che il prete è il peggior nemico dei lavoratori e che è sempre alleato ai padroni che vivono solo a patto di sfruttare il prossimo.441 SE I PRETI non combattessero il socialismo e i socialisti, noi ci occuperemmo delle nostre questioni, di proprietà, di salario, di onoranze, di affitti, di orari, ecc. e non parleremmo mai dei preti. Ma siccome i preti - per fare l’interesse dei padroni - ci combattono accanitamente, e in mancanza di buone ragioni ci calunniano peggio che se fossero poliziotti, noi dobbiamo pure difenderci e spiegare per quali ragioni di borsa i preti fanno guerra alle dottrine socialiste, mentre - se fossero veramente seguaci di Cristo - dovrebbero difenderle.442 E’ questo uno degli aspetti della propaganda anticlericale socialista, il più netto e quello che ci permette anche di apprezzare significative verifiche a contrario: spesso, sia sulla stampa ma ancora più spesso negli attivi degli amministratori pubblici socialisti, si può notare un atteggiamento benevolo quando non di vero e proprio sostegno a quei sacerdoti che, al contrario, limitandosi alla cura d’anime sono benvoluti da tutta la popolazione e non svolgono un ruolo di stampella per il potere. In realtà la polemica non è mai specchio di ridicole beghe, come si potrebbe immaginare sotto l’influenza del modello guareschiano di Peppone e don Camillo, creato nel secondo dopoguerra: essa è semmai l’espressione superficiale e pirotecnica di un duro scontro, su due piani che si incrociano inestricabilmente. Da un lato il movimento di classe ispirato dai socialisti, che si scontra con il collaborazionismo sociale e politico dei sacerdoti e delle organizzazioni clericali, che rifiutano lo scontro di classe e predicano la conciliazione d’interessi fra proprietari e lavoratori sulla base di una dottrina sociale della Chiesa che accarezza l’utopia regressiva della corporazione medioevale; dall’altro lo sforzo organizzativo dei clericali, sullo stesso piano ed in concorrenza con i socialisti, per dare forza alle masse popolari, soprattutto contadine, che ottiene risultati che vanno molto al di là degli stessi limiti dottrinali e che, nel dopoguerra, produrranno una vera e propria rivolta generalizzata dai caratteri spesso violenti. Certo, la polemica anticlericale si nutre anche di un altro elemento: l’aspirazione ad un cristianesimo depurato dall’incrostazione del potere clericale, la vera e propria rivendicazione di un “Cristo socialista” che stride con la frequente segnalazione di tutte le debolezze e, quando si possono individuare, le nefandezze compiute dagli appartenenti alla Chiesa cattolica: dalla corruzione dei minori alle donne dei preti, dall’alcoolismo all’affarismo fino all’approfittarsi della credulità popolare, particolarmente con l’organizzazione di riti propiziatori in occasione di siccità. Questa rivendicazione di una cristianità “originaria”, elemento di liberazione e non di asservimento degli oppressi, si accompagna all’espressione di un’incredulità che è spesso irrisione per un sistema di pratiche ipocrite legate all’arretratezza culturale del popolo, ma anche attivo elemento di riproduzione di questa dipendenza. Fra i tantissimi, ecco un esempio particolarmente curioso di denuncia di questa “doppia moralità”: In occasione della processione per la madonna “ausilium cristianorum” ne è successa una che val la spesa di raccontare. Ad un certo punto la processione rimase senza preti perché avendo essi constatato che le pecore sapevano camminare da sè ritennero più opportuno ritirarsi da Genio a berne un bicchiere di quel buono e a far una partita alle carte. Solo fece magra figura il cappellano di Manazzons perché dichiarò di non saper giuocare onde furono molteplici i lazzi e le risate matte che alle sue spalle i suoi colleghi in tonsura fecero. Nulla abbiamo da opporre all’allegria pretina, finché trovano i minchioni che credono ai miracoli ai dogmi, alle processioni fanno benissimo i preti a spassarsela e godersela: onorare dio in Laetitia!443 440 TASCA, Angelo, I primi dieci anni del PCI, Bari, Laterza, 1971, pag. 86. LF, n. 109 del 22 dicembre 1906, MAGNANO. Elezioni amministrative. 442 LF, n. 26 del 20 maggio 1905, pag. 1. 443 LF, n. 381 del 21 gennaio 1912, pag. 4, FORGARIA. Onoriamo dio in laetitia. 441 Numero pagina Un esempio, in area pordenonese, di tale tipo di polemica anticlericale socialista è quello che esplode in più occasioni nei confronti del parroco di Torre don Giuseppe Lozer, capo dell’organizzazione sindacale cattolica. La polemica nei suoi confronti dura dalle origini del socialismo pordenonese fino alla dittatura fascista ed è continua, distruttiva e ricambiata dal sanguigno don Lozer sullo stesso piano nei giornali cattolici nei quali egli scrive. A por termine alla polemica fra i socialisti ed il parroco di Torre è solo il ventennio fascista con la sua persecuzione, che colpisce quasi parimenti gli antichi contendenti. E’ così che troviamo, al termine della lunga carriera di don Lozer, un atto di omaggio significativo che suggella il suo lungo e conflittuale rapporto con gli esponenti del movimento operaio pordenonese. Si tratta della dedica del suo libro Piccole Memorie444: non a caso, come per il saggio di Tessitori dell’anno prima, tale tributo alla memoria dei suoi antichi antagonisti, si inserisce nel contesto del primo centrosinistra. Ed è ai capi del socialismo pordenonese - indubbiamente quelli che lo hanno segnato per il periodo più lungo dalla fondazione alla repressione da parte della dittatura - che il libro è dedicato, evitando però ogni riferimento ai molti dirigenti sindacali che hanno invece scelto nel primo dopoguerra il comunismo, anche ai due martiri Tranquillo Moras e Pietro Sartor che pur sono assurti a simbolo della prima resistenza nel Pordenonese, quella che il 10-11 maggio 1921 oppone in armi gli operai di Torre e volontari di tutto il Friuli occidentale alle bande fasciste. Spesso l’anticlericalismo dei socialisti si vena di esplicita propaganda ateistica, talvolta di forme di teismo razionalista: ma non assume in generale un carattere di campagna di scristianizzazione, mantenendo il suo ruolo politico di attacco alla struttura di potere cattolica. Questo aspetto appare confermato dall’atteggiamento nei confronti delle minoranze religiose, mai coinvolte nel giudizio negativo riservato alla Chiesa cattolica e semmai oggetto di espressioni solidali ed attente quando non di vera e propria simpatia. E’ anche questo un portato della storia precedente, che ha visto le minoranze religiose italiane (ebrei e protestanti) perseguitate crudelmente, mentre viceversa il loro ruolo nei movimenti rivoluzionari e nel risorgimento nazionale è stato estremamente superiore alla loro reale presenza numerica. Isocialisti appaiono spesso sostenere le iniziative delle chiese non cattoliche, e viceversa condannare fermamente gli atti di intolleranza religiosa cui gli esponenti clericali si lasciano andare. Eccone un esempio che riguarda proprio Pordenone: Alcuni satelliti di S. M. Chiesa la sera di Natale chissà con quali e per quali ispirazioni se la presero colla Chiesa Evangelica e con atti teppistici di vandalismo contro la stessa infuriarono consumando vari danneggiamenti. Conosciuti gli autori furono denunciati e staremo vedere se i magistrati cristianamente cattolici che non hanno dato ascolto ad altre denuncie in merito a storni di introiti di cattoliche pesche di beneficenza faranno il loro dovere.445 Altri casi riguardano Sacile: quando, durante una serie di celebrazioni indette dalle associazioni cattoliche locali, il protestante Tranquillo Hoc, preso atto di essere l’unico in tutta Sacile a chiamarsi con quel nome, diffida i sacerdoti ed il capo della gioventù cattolica a togliere dalla bandiera appena inaugurata la parola hoc, tessuta a caratteri dorati nella frase in hoc signo vinces. Non crediamo che questo buffo episodio sottintenda un atteggiamento irrisorio nei confronti dell’altra confessione cristiana: l’arroganza della principale religione italiana arriva al punto che, quando tre anni dopo si svolgono i funerali di un maresciallo pur’egli di fede protestante, parroco e cappellano si tengono ben calato in testa il cappello in segno di spregio. L’intolleranza clericale è anche data dal sostanziale allinearsi del clero sulle posizioni della gerarchia, lasciando ai margini e sostanzialmente espellendo dal seno della Chiesa i preti ed i laici fedeli ed impegnati nelle nuove istituzioni nazionali: ne è una solitaria testimonianza l’esperienza del parroco di Pignano di Ragogna don Giovanni Vogrig, che riesce anche a produrre per un decennio un settimanale autonomo dalla gerarchia cattolica.446 Le prese di posizione in cui si solidarizza con la Chiesa battista pordenonese ed i protestanti sacilesi (dei quali non conosciamo a quale Chiesa appartengano precisamente) apre uno squarcio su un aspetto poco conosciuto: quello del rapporto fra protestantesimo e socialismo. Un mese dopo, sempre su Il Lavoratore Friulano troviamo un trafiletto significativo, che segue guarda caso quello dedicato alle molestie sessuali di un prete cattolico: I vescovi e i pastori protestanti riconoscono che l’ideale dei socialisti è assai migliore e assai più cristiano di quello dei nemici del socialismo. Il reverendo Trial è giunto a dire persino che i pastori i quali chiamano utopistiche le idee dei socialisti non sono dei veri cristiani.447 Il Michels nel suo libro del 1908 affronta il problema della presenza delle religioni minoritarie nel movimento socialista italiano, escludendo - a differenza della Germania - qualsiasi significativo rapporto fra socialismo e presenza protestante, mentre c’è un grande protagonismo di cittadini di origine ebraica, molti Sul Cristo socialista, cfr.: NESTI, Arnaldo, “Gesù socialista”. Una tradizione popolare italiana (1880-1920), Torino, Claudiana, 1974. In allegato Nesti pubblica un’antologia di testi tratti da giornali socialisti toscani che corrisponde in gran parte con quella che si potrebbe trarre dalle pagine di quelli friulani. 444 Alla cara memoria di Romano Sacilotto Ilario Fantuzzi on. avv. Giuseppe Ellero e avv. Guido Rosso dopo acerbi contrasti ideologici divenuti miei amici. Pordenone, agosto 1967. LOZER, Giuseppe, Piccole memorie, cit. 445 LF, n. 168 del 4 gennaio 1908, Sfregio cattolico. 446 LF, nn. 345 del 13 maggio1911, pag. 4, La protesta del signor Hoc, 354 del 15 luglio 1911, pag. 4, Perizia cattolica apostolica romana e 355 del 21 luglio 1911, pag. 4, Sempre della perizia cattolica-apostolica-romana: quello che fa in realtà perdere le staffe ai cattolici locali è la denuncia socialista del tentativo, compiuto grazie alla perizia del conte ing. Bellavitis, di dimezzare il valore del Salone Ruffo, per non dover pagare le imposte, il tutto mentre la parrocchia continua ad espandere i suoi impianti sui terreni comunali adiacenti. CONTELLI, Ermanno, cit., pag. 174. Sull’esperienza di don Vogrig e dell’Esaminatore Friulano cfr.: RINALDI, Carlo, Il giornalismo politico, cit., pagg. 165-183. 447 LF, n. 65 del 17 febbraio 1906, pag. 3, LE GESTA DI UN PRETE; il trafiletto citato è senza titolo, articolo firmato F. S. Nirn. Numero pagina dei quali sono dirigenti del partito. I protestanti vengono presentati come un ambiente prevalentemente borghese, connotato da atteggiamenti ideali chiusi. Tuttavia, tredici anni più tardi, Michels riprende l’indicazione - precedentemente da lui sottovalutata - di Ivanoe Bonomi e di Carlo Vezzani a proposito del movimento proletario nel Mantovano, secondo la quale le facili conversioni al protestantesimo sono da considerarsi fra gli indicatori dell’elevazione morale dei contadini in seguito all’espandersi del socialismo. 448 Ben diverso quadro è quello affrontato da uno storico di fede socialista e valdese come Giorgio Spini in un saggio del 1968. In esso si dà conto, in una rassegna che passa in esame la situazione di quasi tutte le regioni italiane, dello sviluppo di movimenti protestanti di base, parallelamente alle fasi dello sviluppo di quelli popolari nell’era liberale. Le chiese protestanti fioriscono in una coincidenza significativa con le epoche principali di sviluppo del movimento socialista, come nei primi anni del secolo e nel primo dopoguerra, e rifluiscono nelle fasi di reazione politica. Il loro radicamento è popolare, sono presenti soprattutto in realtà contadine e spesso la loro presenza si interseca con la costruzione del partito socialista e più tardi di quello comunista.449 La presenza di chiese protestanti viene ostacolata da forti reazioni, sia da parte delle autorità politiche che religiose, con un susseguirsi di vessazioni, minacce e violenze che è implicito riconoscimento del valore di emancipazione costituito, specialmente nelle comunità contadine, da una scelta di fede eterodossa, rispetto ad una Chiesa schierata a fianco del potere costituito. Due fatti possono essere sottolineati: le comunità evangeliche realizzano direttamente proprie istituzioni scolastiche, aperte a tutti, per permettere la lettura diretta dei testi cristiani. A questa azione di istruzione popolare, che colma le gravi lacune della scuola pubblica, si aggiunge una pratica ecclesiale che promuove il protagonismo dei fedeli, che debbono - nelle realtà lontane dalle città - autogestirsi le comunità anche nella predicazione e nei culti. Ma questi fatti non cancellano una debolezza strutturale delle chiese evangeliche, che faticano a radicarsi nel territorio sia per le difficoltà intrinseche (i matrimoni misti, la resistenza delle credenze tradizionali) che per quelle organizzative, sia per la maggiore pregnanza dell’agitazione socialista, più diretta e radicale sul piano sociale e capace - soprattutto tramite i grandi dirigenti del bracciantato padano (Bissolati, Massarenti, Badaloni e - primo fra tutti - il reggiano Prampolini) - di far proprio il linguaggio evangelico senza impegnarsi su quello ecclesiale.450 Di questa dura lotta dà testimonianza, per quanto riguarda il territorio friulano che non è stato toccato dallo studio di Spini, la storia della comunità valdese di Tramonti di Sopra realizzata da Christian Pradolin.451 Anche in questa realtà per lunghi anni la predicazione evangelica viene ostacolata dai potenti del paese, che riescono a sopprimere ad esempio la scuola elementare volontaristicamente realizzata dal fondatore della comunità Gio Batta Facchin. Protagonisti della repressione, che giungerà alle violenze fisiche ed a provocazioni che porteranno all’arresto di esponenti della Chiesa valdese, sono gli amministratori comunali dell’epoca, guidati dal sindaco che è anche il maggiore proprietario del paese. Il ricatto sui contadini protestanti da parte dei proprietari è anche in questo caso una costante sul piano nazionale. Dal testo di Pradolin non emerge in questo caso una contiguità fra la comunità valdese tramontina e la sinistra politica, se non in un’epoca più tarda: dalla Resistenza, nella quale il valdese Luciano Pradolin, azionista, comanda il locale reparto partigiano “Osoppo”, agli anni Settanta in cui alcuni giovani, come Christian, saranno attivi nella sinistra ed un simpatizzante della comunità, Giovanni Urban, sarà sindaco comunista dal 1980 al 1985. Un episodio, non riproposto nello studio e che mi è stato riferito dall’autore, rivela comunque un diverso approccio alla politica nella comunità valdese: è quello di uno dei primi esponenti socialisti locali che chiede l’intervento di un amministratore comunale, questa volta valdese, per por termine alle persecuzioni nei suoi confronti. Va infine tenuto conto ancora una volta di una contiguità significativa: la vicinanza fra Tramonti e Navarons non è solo geografica, ma viene segnalata l’apertura culturale dei repubblicani di quella località, che leggono le pubblicazioni evangeliche, anche se rimangono liberi pensatori. 452 Ancora una volta si intrecciano i diversi percorsi di emancipazione culturale delle masse dell’Italia moderna. La contiguità fra sviluppo del movimento socialista e dei fenomeni di eterodossia religiosa ha inoltre altri aspetti: il più famoso è il lazzarettismo, tipico movimento di tipo millenaristico che trova le sue radici nelle plebi diseredate del Monte Amiata. Come ha ben capito Hobsbawm, i movimenti utopistici riescono a captare quel bisogno di forte idealità senza il quale le strategie rivoluzionarie non hanno possibilità alcuna di successo, pur avendo superiori capacità analitiche e di proposta progettuale. Nella loro ricerca di radicamento storico, i socialisti stessi individuano in alcune eresie medioevali o nei settori radicali della riforma protestante i precursori più antichi delle istanze egualitarie e comunistiche. E’ così che i socialisti erigono nel 1907 un monumento a fra Dolcino sul monte Rubello, in Valsesia, ove l’eretico egualitario ed i suoi seguaci avevano subito un anno di assedio da parte delle forze dei vescovi di Novara e Vercelli fra il 1306 ed il 1307. 448 MICHELS, Roberto, Proletariato e borghesia, cit., pagg. 186-190; id., Storia critica, cit., pag. 373. SPINI, Giorgio, Movimenti evangelici nell’Italia contemporanea, Rivista Storica Italiana, annata LXXX, settembre 1968, pagg. 463498. 450 MANZOTTI, Fernando, Dall’evangelismo valdese alla propaganda socialista nella pianura padana, estratto da: Atti e memorie della Accademia di lettere, scienze e arti di Modena, 5a serie, volume 15°, Modena, Società tipografica editrice modenese, 1957, pagg. 98108. 451 PRADOLIN, Alessio Christian, Una fiaccola di fede evangelica, Tramonti di Sopra, Chiesa Evangelica Valdese, 1997. 452 PRADOLIN, Alessio Christian, cit., pag. 48. 449 Numero pagina Il recupero in chiave socialista di fra Dolcino corrisponde anche ad una diffusione dell’ideologia del Cristo socialista, di cui si diffondono i ritratti nelle famiglie, ed è una forma di collegamento teorico cui corrispondono anche l’interesse di esponenti “alti” del marxismo, come Friedrich Engels ed Ernst Bloch che riflettono sull’ala radicale della Riforma protestante.453 Sarà però un altro aspetto a predominare e addirittura a rafforzare la propaganda socialista: ad onta del giudizio fortemente negativo dei giovani socialisti torinesi testimoniato da Tasca, il settimanale l’Asino, ben lungi dal rappresentare un ostacolo per lo sviluppo del Psi ne è uno dei veri e propri volani. Si tratta di un periodico modernissimo per l’epoca, costruito tutto su un linguaggio facile come quello della satira, basato sugli efficaci disegni di Gabriele Galantara, che possono essere letti anche dagli analfabeti (così come, sul primo vero quotidiano di massa nazionale, l’Avanti!, quelli di Scalarini), che si avvale anche, primo in Italia, della stampa a colori: prima della guerra il settimanale arriverà a distribuire fino a 100.000 copie, un’enormità. Non stupisce di trovarlo, con grande orrore di don Lozer, nelle mani dei ragazzini di Torre: in realtà l’Asino è proprio lo strumento di lotta che ci vuole per i socialisti, diretto, privo di scrupoli e di difficoltà teoriche, dal linguaggio facile, piano ed educativo, perfetto per rivolgersi ad una plebe appena superficialmente scolarizzata. Ed il prete, con i suoi difetti, la sua retorica e le sue incoerenze è l’obiettivo polemico perfetto, addirittura migliore del capitalista.454 Va però esaminato un altro aspetto della “questione anticlericalismo”, quello che rende meno bizzarra e più comprensibile tutta questa vicenda, riconducendola all’interno dei canoni interpretativi dell’opinione pubblica nazionale. Sul piano teorico il pensiero anticlericale dei socialisti è il portato del predominante positivismo scientista, che porta a vedere il pensiero religioso come un residuo del passato oscurantismo e di una condizione in qualche modo primitiva e premoderna. In tale contesto vanno inseriti gli articoli para-scientifici in cui si cerca di definire alcune forme di devozione e pratiche religiose sotto categorie di tipo medico, siano esse viste sotto l’aspetto psichiatrico o sotto quello igienistico. Particolarmente sconcertanti possono apparire passi come il seguente, in cui la frequentazione dei luoghi di culto cattolici viene sconsigliata per motivi igienici. Non andate in chiesa, buona gente! E voi compagni socialisti d’ogni gradazione, insegnate, ripetete alla buona gente che in chiesa non si deve andare per cento e una ragioni. Non si deve andare, perché le beghine sputano molto e non avendo respirato aria buona, perché passano la loro vita nei luoghi chiusi, all’ombra dei confessionali, accanto ai pretoni che respirano grosso, hanno i polmoni pieni di infezioni. Non si deve andare in chiesa perché l’aria delle chiese è chiusa e i sacrestani lucidano le colonne ma non conoscono l’igiene e sui cornicioni, nei frastagli delle cornici resta la polvere dei padri, dei padri, dei padri, tutte le disseccate esalazioni di venti generazioni di gente non sana. Le chiese sono vecchie ed escludono il sole. Eppoi l’incenso eccita e sopisce, a seconda delle fibre, affolla il cervelluccio delle fanciulle prossime ad essere donne, di fantasie molle e vaporose, che montano e fanno ardere e turbano e stimolano le personcine impuberi agli abbandoni spasmodici della solitudine, che par mistica ed è erotica. Non si deve andar in chiesa, perché la chiesa è scuola di voluttà, cupe e nascoste, luogo di incitamento a sogni febbrili e corrodenti; perché il confessionale è l’ordigno che attira le creature dolci ed ignare, le avvince, le domina, ne soffoca le nascenti energie libere, e le denuda pavide innanzi agli occhi voraci e sotto le mani adunche del sacerdote tacito sverginatore del mestiere, alito che avvizzisce, vampiro che succhia, voce che avvelena, forza che distrugge. E li attrae l’organo ammaliatore che suade la disperazione e stringe le anime nel sudario atroce del disprezzo della vita. E li possiede lo scintillio dei ceri con cui i sacerdoti illudono gli occhi che non possono sopportare la luce. In chiesa è umido, in chiesa non c’è salute fisica, senza la quale quella morale è impossibile. 455 In realtà l’articolo qui presentato è tutto escluso che un ridicolo esempio di pregiudizio antireligioso. Anzi, dimostra che in qualche modo da parte socialista si utilizzano strumentalmente elementi di un dibattito scientifico serio, presente negli ambienti scientifici e che ha qualche influenza anche all’interno della Chiesa cattolica. Un altro contributo di questo tipo, questa volta dedicato più specificamente alla politica sanitaria, tratta della presenza delle suore negli ospedali, ritenuta poco professionale e di impedimento al lavoro del personale infermieristico, e dei problemi igienici legati al loro particolare abbigliamento. 456 453 Cfr.: OTTONE, Carlo, L’altra religione, e: Quando il giornale satirico “L’Asino” si occupò di fra Dolcino, in: MORNESE, Corrado e BURATTI, Gustavo (a cura di), Fra Dolcino e gli Apostolici tra eresia, rivolta e roghi, Roma, DeriveApprodi, 2000, pagg. 205-222 e la recensione di: ILLUMINATI, Augusto, Maestro di guerriglia, in Il Manifesto, Roma, 1° ottobre 2000, pagina 13. Su Dolcino, oltre al volume appena citato (che contiene anche un breve contributo sui ritratti del Cristo socialista reperiti nell’area dell’antica predicazione dolciniana e del movimento di recupero socialista di inizi ‘900: DELMASTRO, Piero e FAPPANI, Aldo, pagg. 223-224), cfr.: MANTEUFFEL, Tadeusz, Nascita dell’eresia, Firenze, Sansoni, 1986, pagg. 97-117; sul recupero marxistico del principale esponente della riforma radicale, Thomas Münzer, cfr. ENGELS, Friedrich, La guerra dei contadini, Milano, Feltrinelli, s.d. (si tratta della ristampa dell’edizione romana di Mongini, 1904); BLOCH, Ernst, Thomas Münzer teologo della rivoluzione, Milano, Feltrinelli, 1980. Su Davide Lazzaretti, il nonviolento “Messia del Monte Amiata” ucciso dalla forza pubblica per la sua capacità di mobilitazione popolare, cfr. HOBSBAWM, Eric J., I ribelli, Torino, Einaudi, 1974,pagg. 75-94. 454 Cfr.: CANDELORO, Giorgio, in: L’Asino, cit., pagg. VII-XVIII; NERI, Guido D., Galantara. Il morso dell’Asino, Milano, Feltrinelli, 1980. 455 LF, n. 72 del 7 aprile 1906, pag. 1, Non andate in chiesa!, articolo siglato X. 456 Siamo negli anni in cui il paradigma igienistico batteriologico e contagionista, grazie soprattutto alle ricerche di Koch sui bacilli del colera e della tubercolosi, scalza le teorie più antiche ed antiscientifiche. E’ in questo clima che viene messo in discussione il fatto che le acquasantiere e le grate dei confessionali siano vere e proprie colture batteriche, che la scarsa pulizia delle chiese per la diffusione di polveri e sputi e la promiscuità con ammalati e marginali (soprattutto in periodi epidemici) aggravi la diffusione di questi flagelli. Contro queste ipotesi si ribellano i gesuiti della Civiltà Cattolica, opponendosi alle moderne teorie batteriologiche in quanto si paventa un loro utilizzo antireligioso. E’ proprio uno studioso italiano, Francesco Abba, a svolgere nel 1898 la prima vera ricerca epidemiologica su luoghi di culto, con risultati allarmanti che producono un dibattito sulle modalità di culto e sulla stessa costruzione degli edifici ad esso adibiti. Fra l’altro, Abba rileva la minor adeguatezza igienica delle chiese cattoliche rispetto ai luoghi di culto di altre religioni. Proprio sul finire del primo Numero pagina E che dire dell’orrorifica descrizione zoliana della brodaglia immonda in cui si immergono i malconci pellegrini approdati alla grotta di Lourdes, a causa della tirchieria dei gestori religiosi che lesinano nei cambi dell’acqua? Solo l’onestà intellettuale del grande scrittore può far replicare (ma ad un medico, per quanto convertito!) che la temperatura dell’acqua è tale da garantire senz’altro l’antisetticità di quell’apparente brodo di coltura, suffragata da un’adeguata verifica epidemiologica. Stiamo parlando di un testo, quello dedicato alla campagna di fervore religioso organizzata attorno ai miracoli di Lourdes da un clero simpatizzante dell’ancien régime e bistrattato dalla repubblica francese, utilizzato e raccomandato dalla propaganda socialista proprio negli anni più duri della battaglia anticlericale italiana.457 Una conferma di queste attenzioni igienistiche sottostanti all’anticlericalismo viene da una testimonianza raccolta nel comune di Castelnovo del Friuli, e databile all’incirca al primo dopoguerra (anno presunto il 1921): il nonno del testimone ritornando a casa apprende dalla moglie che la porta è stata benedetta dal parroco; come reazione stacca la porta dai cardini, scende sul greto del fiume Cosa e la lava accuratamente. Questo episodio, ormai decontestualizzato e privo del suo significato originario, diventa solo un atto di spregio alla Chiesa cattolica: ma le sue origini sono sicuramente da ricercare nella campagna contro le infezioni batteriche prodotte dall’acqua santa.458 L’anticlericalismo socialista si alimenta di continui riferimenti alla quotidianità, e sottolinea continuamente la scelta del matrimonio civile ed il rifiuto di somministrare i sacramenti ai figli. Sono ripetute le notizie attorno alla celebrazione di matrimoni civili, che vengono citati come comportamenti esemplari da parte dei compagni e delle compagne. Al contrario, non si riscontrano nell’area friulana riferimenti a quelle forme di rovesciamento totale dell’istituzione familiare che portano alla legittimazione socialista di libere unioni e dei figli da esse nati. Solo una volta si dà notizia di un caso di eutanasia, ma esso è così singolare da non poter costituire un esempio di morale eterodossa: si tratta del duplice suicidio di una delle figlie di Carlo Marx e di suo marito, uno dei principali esponenti del socialismo francese. Anzi, i socialisti friulani pubblicano la lettera di commiato dei suicidi pur prendendo cautamente le distanze da questa scelta. 459 In vari casi il ruolo del capofamiglia emerge spesso con un’aura di autoritarismo maschile tradizionale, a fronte dell’atteggiamento delle donne meno risoluto ed ancora influenzato dalla Chiesa cattolica. Ne è un significativo esempio - fra le tante - questa lettera da Torre, pubblicata da Il Lavoratore Friulano: Il sottoscritto non intende riconoscere nessun lavacro battesimale, né schiaffi vescovili impartiti ai suoi figli, mentre egli si trovava emigrante, essendo frutto ciò di superstizioni volgari. In ogni scritto diretto alla famiglia sempre raccomandava di tenere i suoi figli lontani dalla chiesa, come da un male contagioso; perciò invita l’incaricato di cancellare pure dagli inutili registri della chiesa, l’intiera sua famiglia la quale dichiara lealmente di avere agito contro la volontà dello scrivente e di essere stata vittima delle superstizioni altrui. In realtà a Pordenone erano proprio le donne il centro del movimento sindacale e socialista, ed anche in questo caso la “virile” espressione sopra ricordata non rende loro giustizia!460 Vittime insieme con le donne dei pregiudizi anticlericali sono i contadini. Robert Linhart ha ricostruito il vero e proprio pregiudizio anticontadino del socialismo bolscevico russo, di cui è il massimo protagonista Maksim Gorkij.461 Non si tratta certo di un atteggiamento tipico del socialismo bolscevico russo: decennio del Ventesimo Secolo padre Agostino Gemelli inizia la sua azione di recupero della moderna igienistica, capendo come l’opposizione precedente della chiesa cattolica alle moderne teorie scientifiche sia una posizione insensata e proponendo forme più razionali di gestione dell’igiene nei luoghi di culto, in modo da ridurre l’esposizione alle critiche anticlericali. Cfr.: DE GIORGI, Fulvio, I batteri e l’acqua santa. L’igiene nelle chiese ai primi del ‘900, in: Contemporanea, Bologna, anno II, n. 3, luglio 1999, pagg. 435-461. LF, n. 254 del 14 agosto 1909, pag. 1, Le suore negli Ospedali. Cfr. il testo in appendice. 457 ZOLA, Emilio, Lourdes, Torino, Sten, 1923, pagg. 148 e 165. Quest’opera di Zola è significativa anche per la grande delicatezza con la quale viene investigato il mondo delle suggestioni e dei fenomeni psicosomatici che sottostà al clima di fervore religioso della resistenza clericale francese ai provvedimenti del governo radicale, e per il rispetto con il quale è trattato il duro travaglio dei religiosi più aperti e dilaniati dalle contraddizioni. 458 Testimonianza di Massimo Cozzi; la datazione presunta è di Querino Bullian, uno dei massimi dirigenti della Resistenza nell’area di Castelnovo. 459 MICHELS, Roberto, Storia critica, cit., pagg. 373-374. Esempio estremo della fede nella vicina realizzazione dell’idea socialista, e contemporaneamente di una nuova etica laica è la morte di Paul Lafargue, dirigente del socialismo francese e genero di Carlo Marx, e di sua moglie Vera. I due si suicidano con un’iniezione sottocutanea di cianuro di potassio, scegliendo di sottrarsi alla decadenza della vecchiaia e rivendicando il diritto all’eutanasia come scelta volontaria di interruzione della vita. “Sano di corpo e di spirito, io mi uccido prima che la vecchiezza spietata mi tolga ad una (ad) una le gioie ed i piaceri della vita e mi spogli delle mie forze fisiche ed intellettuali, paralizzando la mia energia, spezzando la mia volontà, facendo di me un peso inutile a me stesso ed agli altri. Da parecchi anni mi ero promesso di non oltrepassare i 70 anni. Avevo fissato la data precisa della mia partenza dalla vita ed avevo prestabilito il modo con cui mettere in atto la mia intenzione: una iniezione ipodermica di cianuro di potassio. Io muoio, adunque, colla gioia suprema che in un avvenire prossimo trionferà la causa alla quale mi sono consacrato da 45 anni. Viva il comunismo! Viva il socialismo internazionale!” Cfr.: LF, n. 374 del 3 dicembre 1911, pag. 2, Paolo Lafargue e sua moglie suicidi. Come non possiamo oggi mettere a confronto la sicurezza di Lafargue nel compiere questo duro gesto con la vera e propria epidemia di crisi psicologiche e di suicidii che colpisce gli internazionalisti triestini al momento dello scoppio della guerra mondiale? Eppure solo poco più di tre anni dividono questi diversi momenti. 460 LF, n. 183 del 18 aprile 1908, TORRE. Acqua lustrale e schiaffi Vescovili, non riconosciuti!, lettera di Piton Paolo di A.Un altro esempio scelto a caso è quello contenuto nelle sottoscrizioni di un gruppo di socialisti di Barcis: cfr. LF, n. 330 del 28 gennaio 1911, pag. 4, Sottoscrizione permanente: Gasperini Gildo saluta il battagliero Lavoratore 1, salut. i socialisti di Barcis sperando che in breve risorga la Sezione Socialista 2, sperando che la moglie sia convinta di aborrire il prete 1, protestando contro quei bigotti che forzarono la moglie a battezzare la bambina contro la mia volontà 50, nel bosco suona la sveglia la mattina di buon’ora in nome di dio e della madonna 1, contento che i boscaiuoli si svegliano 1, salut. il comp. Gasperini a Vicenza 50 (...). 461 LINHART, Robert, Lenin i contadini e Taylor, Roma, Coines, 1977, pagg. 33-84. Numero pagina esso alligna anche in quello friulano, che fa pur parte di quello che si può definire il più grande partito socialista contadino d’Europa. Contano in questo atteggiamento la lontananza dai centri bracciantili della pianura padana, e la presenza di una realtà di piccola proprietà, mezzadria e colonia, meno immediatamente identificantisi con le proposte di tipo collettivistico. Conta soprattutto il fatto che - a fronte di questo mondo contadino, estraneo al movimento di unità nazionale ed allo stato liberale e che esprime i suoi quadri sociali e politici in un clero che del rifiuto del Risorgimento ha fatto la sua bandiera, accusato spesso di austriacantismo - i socialisti tradiscono la loro origine cittadina e borghese, totalmente organica con la tradizione risorgimentale. Guarda caso le polemiche più sprezzanti contro la base contadina delle iniziative clericali sono quelle che vengono espresse dai socialisti di centri come Pordenone, Sacile e Spilimbergo: un atteggiamento a volte razzista, del tutto contraddittorio con la professione di fede nell’emancipazione dei lavoratori, e che colpisce i più poveri ed oppressi. Se a Pordenone questo atteggiamento viene superato da una vera e propria “andata al popolo” che nel secondo decennio porta alla conquista del contado grazie soprattutto alla mediazione degli emigranti, anello di congiunzione fra la piccola proprietà agraria ed il mondo dell’industria, negli altri due centri, connotati dall’assenza di una vera classe operaia industriale e con gruppi dirigenti socialisti di origine quasi esclusivamente borghese, esso perdura più stabilmente. Ad esempio polemizzando con don Annibale Giordani, i socialisti spilimberghesi affermano: Se sentite il bisogno di giustificare la vostra opera pubblica fatelo pure; ma mai in privato, mai in casa vostra e fra poveri contadini che nulla comprendono se non l’inferno e il paradiso che a loro andate giornalmente minacciando e promettendo. Oppure, criticando gli amministratori clericali guidati da Marco Ciriani, li si accusa che non intendano di abbandonare la carica loro affidata dai benpensanti, dagli elettori coscienti... del contado.462 In tal modo - pur con eccezioni, quando si prende atto talvolta della penetrazione delle idee socialiste anche fra i contadini - si tende a contrapporre ad artigiani e lavoratori industriali questi lavoratori che appaiono distanti, sconosciuti, chiusi in un mondo tradizionale ed arretrato da cui emergono solo per affollare le iniziative clericali, per dare gambe a latterie sociali, cooperative e casse rurali e per influire sul voto con la loro crescente iscrizione alle liste elettorali organizzata dal clero, che fa pesare sulla bilancia dei risultati il peso della loro massa maggioritaria. Un mondo in cui la superstizione e l’ignoranza permettono ancora ai preti di utilizzare la minaccia di punizioni divine per ogni violazione delle disposizioni della Chiesa, siano esse in materia di pratiche di culto oppure di versamenti per il sostentamento del clero. E spesso l’abuso della credulità popolare diventa occasione per spregiudicate speculazioni alle spalle dei poveri contadini, venduti come schiavi sul mercato internazionale del lavoro in violazione di quei divieti delle autorità che talvolta cercano di evitare l’emigrazione in quei paesi ove non esiste alcuna forma di tutela dei loro diritti.463 Un esempio particolarmente interessante dell’atteggiamento positivistico rispetto agli aspetti più clamorosi di superstizione interni al fenomeno religioso è il reportage sugli “spiritati di Clauzetto”, episodio di isteria religiosa di massa di cui si è attualmente persa la memoria, e che viene introdotto da una lunga intervista con il prof. Giuseppe Antonini, primario psichiatra del manicomio di Udine, le cui opinioni sono considerate con attenzione dagli ambienti socialisti.464 462 LF, nn. 279 del 5 febbraio 1910, pag. 2, SPILIMBERGO. Il bisogno di giustificarsi! e 300 del 2 luglio 1910, pag. 1, SPILIMBERGO, “Sì!”... Provvisori!!!..., articolo firmato Ivos. 463 Sul ricorrente refrain clericale sulle vendette divine nei confronti dei socialisti e di chi non conferisce il quartese alla parrocchia, cfr.: LF, nn. 332 dell’11 febbraio 1911, BRUGNERA. Sotto i preti e 341 del 15 aprile 1911, pag. 2, Bravo Antonini! Su un esempio di mercato illegale delle braccia, dal Veneto al Brasile per il tramite del porto austriaco di Trieste, stroncato dai carabinieri ed organizzato fra l’altro da due sacerdoti e coordinato dal parroco di Rorai Grande di Pordenone, don Celestino Scalabi cfr.: LF, nn. 332 dell’11 febbraio 1911, pag. 4, MONTEREALE CELLINA, 340 del 7 aprile 1911, pag. 4, La condanna di due sacerdoti e 348 del 3 giugno 1911, pag. 4, Parroci assolti. Due sacerdoti saranno poi assolti, ma ne sfugge alla giustizia un terzo riparando all’estero. Forse ad un caso analogo ci si riferisce in occasione del rientro da Genova di un gruppo di emigranti transoceanici respinti perché ingannati da un sacerdote: cfr. LF, n. 336 dell’11 marzo1911, PORDENONE. Prete ingannatore. 464 Il prof. Antonini è il tecnico che in quegli anni ispira la costruzione, da parte dell’Amministrazione Provinciale, del manicomio di Udine, inaugurato nel 1904. Le amministrazioni provinciali avevano acquisito con legge del 1874 la competenza relativa ai “mentecatti” ed “alienati mentali”. La nuova istituzione andava a sostituire l’ospedale civile, ove erano ricoverati in parte i pazienti psichiatrici (in gran parte affetti da patologie correlate alla pellagra ed all’alcool) al centro di un sistema manicomiale che aveva prodotto nel territorio friulano varie succursali già attivate nei decenni precedenti. Tuttavia, a dispetto dell’impostazione chiaramente restrittiva della legge psichiatrica del 1904 (quella che sarebbe rimasta in vigore fino alla riforma del 1978) il nuovo manicomio sorge - per merito di Antonini e del progettista, l’ingegnere provinciale G.B. Cantarutti come una struttura avanzata a livello europeo, ispirata al principio delle “porte aperte” e della “non coercizione”, con una dotazione di personale più ampia di quella tradizionale e senza cinte murarie. Non è poi stato un caso che il nuovo manicomio si fosse realizzato proprio nel periodo in cui a Udine governava una giunta progressista, e in campo nazionale la psichiatria aveva raggiunto una sufficiente credibilità di scienza al servizio dell’ordine sociale. Cfr.: SCOPELLITI, Letterio, Manicomio addio, Udine, Arti Grafiche Friulane, 1997, pagg. 33-36; COLA, Gaetano, cit., pagg. 57-59. La pratica dei decenni successivi, in questo come in altri istituti psichiatrici sorti in quella fase di (relativo) rinnovamento, si allineerà al metodo di esclusione sociale e segregazione che ha connotato l’istituzione totale psichiatrica fino alle esperienze di Gorizia e Trieste di Franco Basaglia ed alla successiva riforma a queste ispirata. Un destino regressivo interno alla stessa ideologia psichiatrica positivistica che lo ha fatto nascere, mascherando pratiche di esclusione sociale attraverso un’utopia normalizzatrice, rivolta comunque solo ad una minoranza dei pazienti. L’ospedale psichiatrico di Udine sarà uno degli ultimi ad essere coinvolto nel processo di riforma e continuerà ad accogliere pazienti fino al settembre 1994, in palese dispregio della legge 180 del 1978, che vieta nuovi internamenti a partire da quell’anno. Cfr.: NOVELLO, Mario, Superare il Manicomio, presentazione di: Soggetto e istituzione: l’eredità di Franco Basaglia, allegato a “L’Ippogrifo”, Pordenone, 1999. Numero pagina Durante la sagra del “Perdono” turbe di poveri contadini isterici, nevrastenici pellagrosi e dementi, provenienti dalla Carniola, da Lubiana e da diversi paesi del Friuli, dopo essersi soffermati ovunque c’è un tempio per pregare e fare strane penitenze, arrivano a Clauzetto dove si conserva, secondo l’impostura clericale, una reliquia col sangue di Gesù Cristo, che ha la virtù di cacciare lo ”spirit abolic” che possiede quei poveri corpi. I convenuti a Clauzetto partecipano ad una serie di riti di esorcismo, ed una folla di venditori e ciarlatani si approfitta di loro. Le offerte alla chiesa si sprecano, ed i socialisti richiedono di vietare tale manifestazione e di affidare i pazienti agli psichiatri.465 Per il settimanale socialista l’occasione fornita dal confronto con il prof. Antonini è ghiotta: essa permette di sommare al positivismo anticlericale le informazioni tratte da una nuova scienza, quella psichiatrica, che è in via di rafforzamento e che ottiene proprio in questi anni una legittimazione del proprio status accademico attraverso la nuova legge psichiatrica. Si tratta, più che del confronto fra due paradigmi scientifici, del tentativo ingenuo di rafforzare reciprocamente due deboli scientismi, attraverso la loro speculare giustapposizione. Ma il portavoce della psichiatria, scienza medica sui generis, più funzionale a garantire l’ordine pubblico e l’esclusione sociale dei marginali e degli inutili al processo produttivo moderno, si presenta su un piano di alto livello, che spiazza l’ingenua speranza dell’intervistatore. E’ semmai quest’ultimo a dover cercare di arrampicarsi sugli specchi, in cerca di un facile consenso alle sue domande a tesi, che tarda a giungere. In realtà l’analisi di Antonini non può essere facilmente incasellata nei due periodi del cappello introduttivo. Dopo essersi tenuto sulle generali, l’intervistatore cerca di portare il discorso sul piano della propaganda anticlericale. Ma lo psichiatra non accetta di farsi strumentalizzare ed intreccia la psicologia sociale con quella che oggi definiremmo antropologia culturale comparata. Il discorso si è rovesciato: lo psichiatra trascina il socialismo fra le esperienze irrazionali, omologandolo proprio con quei fenomeni a carattere mitico e religioso contro i quali era stato invitato a testimoniare. Ovvia la presa di distanza, quasi con orrore, del redattore de Il Lavoratore Friulano. La via d’uscita non è più sul terreno del socialismo scientifico, ma su quello della psichiatria, la psichiatria scienza del contenimento. Il redattore conclude provocando Antonini a dichiarare la necessità di forme di contenimento di queste manifestazioni, per il pericolo di suggestioni epidemiche. Quello che era iniziato come un percorso di liberazione dell’umanità dalle catene della superstizione si trasforma nell’ipotesi di provvedimenti contro la libertà di manifestazione del culto delle plebi cattoliche.466 Il riferimento di Antonini agli anarchici come categoria della psichiatria, derivato da Lombroso, eminenza del positivismo dell’epoca, che ha dedicato loro uno dei suoi libri di criminologia, conclude un dialogo assai rivelatore dello spirito dell’epoca. E’ tutto un mondo scientifico che scava nelle credenze popolari, le scruta con la lente con cui l’entomologo osserva i più minuscoli animali, le cataloga nel nuovo enciclopedismo psichiatrico sotto forma di fenomeni di psicologia sociale ed individuale per proporre rimedi che sono sociali ma molto più spesso medici e, nella logica dell’età, repressivi. L’interrogante socialista non ha motivi per essere soddisfatto delle risposte del prof. Antonini. Quest’ultimo ha affermato le ragioni della sua professione, fino alla lucida rivendicazione della necessità di porre sotto la tutela della scienza medica fenomeni ancora compresi sotto il dominio del religioso. Ma contemporaneamente Antonini - pur con i limiti del paradigma psichiatrico - è molto più avanti nell’analisi del fenomeno dell’isteria religiosa di quanto siano capaci di fare i socialisti positivisti. Non è ancora giunto il momento in cui nel campo delle scienze sociali i ricercatori affronteranno laicamente lo studio delle culture utilizzando creativamente la dialettica marxista come strumento per analizzare realtà complesse, non semplificabili attraverso una lettura superficiale come quella del positivismo. Mezzo secolo più tardi il fondatore dell’antropologia strutturale, Claude Lévi-Strauss, darà una ben più ricca lettura del socialismo scientifico nel quadro del pensiero sociale moderno. La lettura di Marx mi aveva tanto più entusiasmato in quanto era la prima volta che prendevo contatto, attraverso quel grande pensiero, con la corrente filosofica che va da Kant a Hegel; un mondo mi si rivelava. Da allora questo entusiasmo non si è mai affievolito e di rado mi accingo a risolvere un problema di sociologia o di etnologia senza prima aver vivificato la mia riflessione con la lettura di qualche pagina del 18 Brumaio di Luigi Bonaparte o della Critica dell’economia politica. Non si tratta d’altronde di sapere se Marx ha giustamente previsto il tale o il talaltro sviluppo della storia. D’accordo con Rousseau, e in una forma che mi pare decisiva, Marx ha insegnato che la scienza sociale non si edifica sul piano degli avvenimenti, così come la fisica non è fondata sui dati della sensibilità: lo scopo è di costruire un modello, di studiare le sue proprietà e le sue diverse reazioni in laboratorio, per applicare poi quanto si è osservato all’interpretazione di ciò che avviene empiricamente e che può essere molto lontano dalle previsioni. A un diverso livello della realtà, il marxismo mi sembrava procedesse allo stesso modo della geologia e della psicanalisi intesa nel senso che il suo fondatore le aveva dato: tutti e tre dimostrano che comprendere vuol dire ridurre un tipo di realtà ad un altro; che la realtà vera non è mai la più manifesta: e che la natura del vero traspare già nella cura che mette a nascondersi. In ogni caso si pone lo stesso problema, quello del rapporto fra il sensibile e il razionale, e lo scopo perseguito è lo stesso: una specie di “super-razionalismo” mirante a integrare il primo col secondo senza nulla sacrificare delle sue proprietà.467 465 LF, n. 80 del 2.6.1906, pagg. 1 e 2, LE IMPRESSIONI del nostro inviato speciale. Corrispondenza firmata Ario. Cfr. il testo in appendice. 466 LF, n. 80 del 2.6.1906, pag. 1, GLI SPIRITATI DI CLAUZETTO, INTERVISTA COL PROF. ANTONINI. Cfr. il testo in appendice. 467 LEVI-STRAUSS, Claude, Tristi tropici, Milano, Est, 1996, pagg. 55-56. Numero pagina Ma i tempi non sono maturi e vige ancora lo spirito di quei medici, come Fernando Franzolini, che hanno gestito decenni prima la vicenda delle “indemoniate di Verzegnis”. Una vicenda non a caso collegata nella sua origine al Perdono di Clauzetto, e risolta con un’impostazione tipica della medicina positivistica. Il dottor Franzolini, primario dell’ospedale civile di Udine, non è un propagandista socialista, ma semplicemente uno scienziato che deve gestire un’emergenza sociale che è diventata un pericolo per l’ordine pubblico: ed egli punta il suo indice, oltre che sulla suggestione nata negli esorcismi clauzettani, sulla scelta austriaca, nell’epoca di reazione politica immediatamente precedente al 1866, di restituire ai preti la possibilità di esorcizzare nelle chiese gli ossessi: ora anche di cotali infermità non verrà segnato il termine finché durerà l’ignoranza nel popolo e finché tornerà conto ai preti di mantenere la stolta fede nella efficacia degli esorcismi, di cui si sottolinea l’effetto nefasto di consolidamento delle psicosi. La risposta del sanitario è pesante sul piano repressivo, individuando nelle istituzioni religiose il nemico da battere: dopo aver raccomandato di vigilare perché i locali sacerdoti non trascendano, nel catechizzare, dalla religione al fanatismo, dalle pie pratiche alle demenze ascetiche , egli dà le seguenti indicazioni di lavoro: I mezzi di prima necessità e d’urgenza da porre in pratica consistono nel vietare assolutamente le esorcizzazioni di ogni foggia e grado, l’intervento del sacerdote essendo da tutti gli alienisti ritenuto dannoso, siccome quello che crede egli stesso alla ossessione ed ai castighi dell’infermo e suole per consuetudine più facilmente spaventare le timide fantasie che tranquillarle, mantenendo inoltre vive nelle pazienti quelle idee che sono appunto ciò che di più patologico esiste in esse. Necessita vietare efficacemente i pellegrinaggi a Clauzetto, in quel vergognoso avanzo di medio-evo, vitupero dell’odierna civiltà dell’Italia e del Friuli nostro, sentina di fanatiche brutture, martello e mercato della più ignominiosa e della più miserevole ignoranza. La conclusione è praticamente la militarizzazione del paese, la riduzione delle pratiche cultuali, l’intervento coatto di ricovero delle ammalate, misure che lo stesso sanitario ritiene che forse rasenteranno l’eccezionalità e sforzeranno i giusti limiti delle nostre libere istituzioni.468 Queste pratiche, che comprensibilmente vedono una resistenza passiva da parte della popolazione e degli stessi amministratori locali, prevedono una repressione ed una militarizzazione del territorio, un intervento di tipo giacobino dell’autorità politica che vede solidali nella teoria e nella pratica i sanitari ed i governanti della nuova Italia liberale con le forze dell’opposizione di sinistra, che invece sul piano politico si contrappongono alla violazione delle libertà (politiche e sociali) con ben altro vigore. Ed è proprio con la repressione che l’autorità pone fine al Perdono di Clauzetto: L’indecente gazzarra dell’anno scorso e che fu ampliamente descritta dai giornali udinesi, ieri fortunatamente non s’è ripetuta. (…) La sagra di ieri fu molto animata: è la gran fiera ove accorrono in massa le popolazioni dei paesi vicini; Vito d’Asio, Anduins, Forgaria, Castel Nuovo, Travesio ecc., ma specialmente è il santuario ove accorrono i popoli della Schiavonia, dell’Istria e dell’Illirico per scioglier voti o per farsi esorcizzare se malati. Anche quest’anno si vedevano adagiati al nord della chiesa poveri malati in uno stato che destava pietà; la tisi, l’epilessia e la tubercolosi avevan fatto strage su quei miseri corpi i quali si credevano invasi dallo spirito maligno. Ma quest’anno incombe sulle attività di esorcismo la vigilanza del commissario straordinario nel comune dott. Petracco, del brigadiere e dei carabinieri e delle guardie forestali, che arrestano un esorcizzatore di Nimis, facendo così fuggire tutti gli altri maghi e fattucchiere; in seguito alla vigilanza dell’autorità, non riuscirono a far bere ai pazienti nemmeno la tradizionale e abbondante acqua santa. Le disposizioni prese dalle autorità riuscirono di pieno gradimento agli abitanti di Clauzetto i quali ieri deploravano quelle barbarie declinandone le responsabilità e vergognandosi che al loro paese si facciano simile sozzure. E se invece di protestare, prendessero un… bastone e con metodi persuasivi, chi sa se gioverebbe per persuadere quegli spiritati a non tornare più!!469 Concludendo questo breve resoconto sull’anticlericalismo socialista, mi pare di dover sottolineare come esso sia ben comprensibile nell’ambito di un movimento di idee che trova radici esplicitamente dichiarate nell’illuminismo e quindi in quel filone di libero pensiero che sorge innanzitutto per rivendicare il diritto ad una riflessione filosofica e scientifica indipendente dai dogmi della religione e del pensiero politico. Questa tendenza filosofica, che idealmente si ricollega all’indietro alla ricerca del pensiero classico, individua nella religione cattolica non tanto un limite culturale, quanto un vero e proprio avversario politico, sorto violentemente sulle ceneri del pensiero antico del quale ha distrutto gran parte del patrimonio, contribuendo ad un arretramento culturale durato per centinaia d’anni (fino a quando tramite commentatori arabi ed ebrei quello stesso pensiero riemerge, accolto da censure e persecuzioni, sul finire del medioevo). Chi si oppone per secoli al monopolio dell’ortodossia ideologica cattolica lo fa in nome della contestazione di questo ostacolo insormontabile allo sviluppo della ricerca e pure come elemento di contestazione di un potere politico ed economico che opprime la società intera, attraverso le decime ed il grande possesso fondiario ecclesiastico. Le contestazioni non si erano quasi mai mantenute sul terreno del dibattito teorico, ma erano praticamente sempre sfociate in forti interventi repressivi che - in un ciclo di crociate contro gli eretici e di guerre di religione - avevano insanguinato l’Europa dal Tredicesimo al Diciassettesimo Secolo. Ecco quindi che, pur valutando l’anticlericalismo socialista come un elemento politico transeunte e non privo di aspetti negativi, esso va compreso come il prodotto inevitabile di una storia della mentalità che ha visto per secoli e secoli schierati su opposti fronti Chiesa cattolica e movimenti innovatori, sia sul piano FRANZOLINI, Fernando, L’epidemia di istero-demonopatie in Verzegnis, Reggio nell’Emilia, Tipografia Calderini, 1879, pagg. 3536, 39, 86-87 ed 89-101. 469 P, n. 115 di mercoledì 15 maggio 1907, pag. 1, Clauzetto. Maghi e fattucchiere sgominati. 468 Numero pagina scientifico-filosofico che su quello politico-sociale. E le stesse vicende rivoluzionarie della Francia e dell’Europa della fine del Diciannovesimo Secolo avevano visto la Chiesa ancora una volta fortemente schierata dalla parte della reazione. Come farà papa Giovanni Paolo II condannando i preti dirigenti del movimento sandinista in Nicaragua, analoga condanna si era abbattuta sul clero che inizialmente aveva aderito alla rivoluzione del 1789, prendendo decisamente la difesa della monarchia (e dei propri - della Chiesa - diritti feudali!). Dall’altra parte rimaneva, isolato anche esistenzialmente, il povero prete repubblicano Jacques Roux a capeggiare i settori popolari più estremi della Parigi rivoluzionaria, ripercorrendo il destino delle rivolte egualitarie degli eretici medievali. Ma ormai si tratta di un’altra storia che inizia, quella del socialismo moderno, e lo scontro non vede più contrapposti Chiesa ufficiale e chierici dissenzienti, ma un potere ed un’opposizione laici, rappresentanti due classi sociali in lotta. Il “prete rosso” non predica un’interpretazione delle sacre scritture, ma accusa coraggiosamente i convenzionali borghesi di aver istituito un regime sociale peggiore, per il popolo, di quello patito sotto la monarchia e spinge perché la politica rivoluzionaria svolti radicalmente a sinistra.470 In questa lotta contemporanea i socialisti si trovano ad affrontare la Chiesa cattolica come un avversario non solo oggettivo, ma dichiarato. Non faremmo giustizia alla loro intelligenza (pensiamo che alcuni di loro, come Giuseppe Ellero, condividono con i loro padri liberali risorgimentali, ad iniziare da Cavour, una fede di credenti vissuta con un distacco terreno ispirato ad un riserbo intimo che chiameremmo giansenista sul piano della fede e che Jemolo definisce giurisdizionalista su quello della politica ecclesiastica471) se - considerato il complesso contesto in cui si estrinseca la polemica anticlericale del socialismo italiano - ignorassimo (come fanno spesso gli studiosi di storia locale) l’esplicita dichiarazione di antagonismo del movimento politico clericale verso il socialismo. Non lo riaffermano solo, nelle loro opere successive Tessitori e Lozer: lo dichiarano a chiare lettere alcuni degli interpreti principali della politica clericale di quegli anni. All’alba del secolo don Eugenio Blanchini, allievo di quel Toniolo che predica la ricomposizione corporativa dei contrapposti interessi di classe, dichiara esplicitamente che i cattolici vanno delineando in nome della democrazia cristiana, come opera di salute sociale, in mezzo al pericolo presente del proletariato ed ai disegni avvenire della democrazia socialistica. (...) La ricomposizione insomma dell’ordine sociale e cristiano per mezzo del popolo non sembra in questo stesso momento storico difficile. Ma a due condizioni però: - in prima, che i cattolici predichino alto ai proletari, che accanto alla democrazia socialistica, illusoria, iniqua, impossibile, vi ha una democrazia cristiano-cattolica possibile, ragionevole, storica, adatta a tutte le loro legittime aspirazioni; (...) E la terza condizione dalle altre due presupposta è che i cattolici operosi sieno convinti esser giunta l’ora di contrapporre con santo ardimento al grido di Carlo Marx l’intimazione: proletari di tutto il mondo, unitevi in Cristo, sotto il vessillo della Chiesa. Si badi bene: quella che non si può tollerare non è tanto l’ideologia classista, sono proprio le energie incontenibili del popolo, che solo la Chiesa cattolica può cercare di regolamentare: nessun miglioramento varrà a frenare gli eccessi del futuro popolo impreparato, più della religione. (...) Perciò i socialisti, che lo sanno, sono nemici dichiarati di ogni religione. Senza la verità della religione ogni miglioramento sarà esca a nuove pretese sino a ledere la giustizia, perché il popolo, che è logico, posti i principii, trae le conseguenze inesorabilmente, e le trarrà fino alla più feroce anarchia quando non saprà spiegare colla religione della vera Chiesa perché al mondo uno ha da patire e sudare e restar misero, e l’altro godersi gli agi della vita senza aver mai né lavorato né risparmiato. Ma affinché non venga meno questo spirito di religione e continui ad assicurare la pace futura nei campi ci vorrebbe l’esempio del proprietario, il quale invece lascia a desiderare perché procura di tener chiusa la sua religione in casa, e troppo viva sente la ripugnanza di abbassarsi fino a stringere francamente, con spirito di fratellanza religiosa e cristiana, la mano incallita e rozza dello spregiato contadino. Blanchini, a conferma del fatto che non sta vendendo merce di contrabbando, presenta i risultati elettorali della Germania, mettendo a confronto i länder cattolici con quelli protestanti, concludendone che nelle contrade in cui la religione cattolica mantiene storicamente radicata la sua influenza educatrice e moralizzante, la marcia del socialismo costituisce press’a poco una equazione collo zero.472 Se, dopo la lettura di Blanchini (che inserisce queste argomentazioni in un libro dove descrive crudamente la condizione di bestiale sfruttamento dei contadini friulani da parte degli agrari, opera per altro apprezzata dal giovane Cosattini nella sua tesi sull’emigrazione temporanea) viene il dubbio che Marx si sia contenuto quando affermò che “la religione è l’oppio dei popoli”, cosa dire del più facondo propagandista della diocesi di Concordia, don Annibale Giordani? In questo caso abbiamo a che fare proprio con un opuscolo (don Annibale, oltre a dirigere La Concordia, si dedica anche alla produzione di questi strumenti di 470 Su Jacques Roux, cfr.: MARKOV, Walter, Jacques Roux e Karl Marx: come gli Enragés entrarono nella Sacra famiglia, Roma, Studi Storici, n. 1, anno VI, 1965, pagg. 41-54; id., La collera del prete rosso, Roma, Studi Storici, n. 4, anno VI, 1965, pagg. 629-649; MATHIEZ, Albert, Carovita e lotte sociali sotto il Terrore, Torino, Einaudi, 1949: il discorso alla Convenzione di Jacques Roux è alle pagg. 223-232. Un’antologia di testi di Roux e di altri capi del movimento degli Arrabbiati è in: GROPPI, Angela (a cura di), T. Leclerc J. Roux J. Varlet. Gli Arrabbiati, Roma, Editori Riuniti, 1976. Questo movimento, articolato e costituito da gruppi di sanculotti radicali, aveva una significativa presenza di donne, attraverso il Club delle cittadine rivoluzionarie repubblicane guidato da Claire Lacombe, contro le quali si appuntò la repressione antifemminista dei giacobini di Robespierre: cfr. MICHELET, Jules, Le donne della Rivoluzione, Milano, Bompiani, 1978, pagg. 65-67. Sui movimenti pauperistici ereticali, cfr.: MANTEUFFEL, Tadeusz,cit. 471 Cfr. soprattutto i primi capitoli di: JEMOLO, Arturo Carlo, Chiesa e stato in Italia dalla unificazione ai giorni nostri, Torino, Einaudi, 1977. 472 BLANCHINI, Eugenio, cit., pagg. 98-99, 102-103 e 109-110. Numero pagina facile diffusione popolare, che usa ad esempio quando organizza le contestazioni degli avversari, come contro l’ex confratello e nume ispiratore Romolo Murri a Sacile anni dopo) dedicato ad hoc alla propaganda antisocialista. L’opuscolo narra un dibattito fantastico fra il direttore del giornale del Psi provinciale ed un contraddittore clericale, che si svolge di fronte ad una platea di emigranti rientrati per il riposo invernale. Non si fatica a scorgere il luogo possibile in uno di quei paesi dello Spilimberghese dove il Psi mette per primo forti radici, con gli interventi di Cosattini cui si contrappone (quando non direttamente Giordani) il suo allievo prediletto Marco Ciriani, adombrato dal personaggio del contraddittore avvocato Marco Orloni. Ovviamente i socialisti sono fatti apparire solo come antireligiosi, anche perché quando essi presentano le loro rivendicazioni positive allora essi non agiscono da socialisti, ma sono senza volerlo seguaci della dottrina cattolica. La nostra Religione ha sempre predicato contro le ingiustizie ed ha sempre preso le difese del debole, del povero dell’operaio, ma, se prendiamo l’uomo come oggi esiste, cioè con le sue passioni e - peggio ancora - se lo prendiamo come lo forma il Socialismo con le sue dottrine, il socialismo è niente altro che un sogno mostruoso. E via discorrendo sull’alternativa fra l’anarchia del ritorno allo stato ferino oppure il controllo totalitario dello Stato su una popolazione espropriata non solo dei suoi miseri beni e proprietà, ma soprattutto del desiderio di ottenerli. Ovviamente l’allievo di don Giordani trionfa alla fine del dibattito, aprendo la via alla costruzione di prospere istituzioni sociali clericali. Nella realtà sarà una storia un po’ più complicata. 473 4.1.16 - La mobilitazione per l’iscrizione nelle liste elettorali. L’iscrizione dei lavoratori nelle liste elettorali è una costante dell’azione socialista, testimoniata dai continui appelli rivolti a mezzo dei quattro settimanali susseguitisi a partire dal 1893. Particolarmente martellante appare sulle pagine de L’Evo Nuovo e de Il Lavoratore Friulano, nei quali gli appelli all’iscrizione nelle liste compaiono insieme con istruzioni tecniche rivolte agli attivisti. Il prototipo delle istruzioni su come si organizzi l’iscrizione nelle liste elettorali lo si trova già nel 1896 sulle pagine de L’Operaio. Si tratta di una lunga e precisa descrizione delle procedure da seguire, che ritroveremo in forma più ampia ma di poco difforme su L’Evo Nuovo del 26 giugno 1904.474 Le iscrizioni elettorali devono costituire la preoccupazione immediata di tutti i compagni, di tutti i Circoli Socialisti perché tutti i lavoratori siano elettori. Quando siamo alla vigilia della lotta elettorale, tutti vorrebbero essere elettori e quelli che non possono votare imprecano contro il comune e contro il governo. I nostri Circoli Socialisti dovrebbero aprire subito delle scuole elettorali per coloro che sanno un po’ leggere e scrivere ed i compagni più intelligenti saranno i maestri. Insomma bisogna lavorare con pazienza e con amore per il proletariato, costituendo in seno ai Circoli appositi comitati che non abbiano altro incarico fuorché questo. Compagni lavoriamo con alacrità e con tenacia se vogliamo camminare al fianco di molte città mandando al parlamento in breve tempo dei deputati del nostro partito.475 I lavoratori debbono essere stimolati all’iscrizione in quanto essi non accedono automaticamente all’elettorato come cittadini - come avverrà con la concessione del suffragio universale maschile nel 1913 ma attraverso un’azione soggettiva, basata sulla capacità derivante da un certo livello di scolarizzazione o dall’aver svolto il servizio militare, o sul censo. Uno degli aspetti più stridenti della discriminazione censitaria è la permanenza del diritto dei possidenti di votare ed essere eletti in ognuno dei comuni in cui pagano il minimo di imposte fissato dalla legge elettorale. E’ quindi necessario espletare delle pratiche per l’iscrizione nelle liste elettorali, pratiche che hanno termine ogni anno con il 31 dicembre. Nelle indicazioni per gli attivisti sono rammentati precisamente i requisiti per l’iscrizione e le modalità di presentazione delle domande e di documentazione delle stesse. Questo tipo di attività era la base per la costruzione di una fitta rete di partecipazione popolare alla vita politica. Una partecipazione resa possibile da una azione didattica e formativa completa, in cui agli attivisti vengono date informazioni di prima mano in modo da insegnar loro a padroneggiare le norme e le procedure. L’invito finale a creare un contenzioso legale nei confronti di chi avesse violato le norme è il completamento dell’attività di organizzazione elettorale socialista, con il quale si invita alla mobilitazione ed alla lotta contro tutte quelle forze che osino opporsi ai diritti elettorali delle masse. 476 Ma il settimanale socialista non si limita a proporre per esteso questa completa normativa. In un successivo articolo invita a procurarsi la manualistica prodotta dal partito in materia elettorale. E’ questo un fenomeno continuato fino ad anni recentissimi presso i partiti popolari italiani, questa volta non per l’iscrizione nelle liste elettorali, ma per la verifica delle modalità di voto, in particolare con opuscoli messi a disposizione degli attivisti di base chiamati a fare gli scrutatori ed i rappresentanti di lista. 477 GIORDANI, Annibale, Il socialismo. Due parole alla buona, San Vito al Tagliamento, Scuola Tipografica del Collegio Pio X, 1906, L’Operaio, n. 10 di sab./dom. 17/18 ottobre 1896, pag. 2, LAVORATORI. Iscrivetevi nelle liste elettorali. 475 EN, n. 48 del 9 novembre 1902, articolo siglato P.D. 476 EN, n. 49 del 16 novembre 1902, pagg. 1 e 2; cfr. inoltre LF, nn. 3 del 10 dicembre 1904, FATEVI ELETTORI!, 5 del 24 dicembre 1904, 54 del 2 dicembre 1905, Operai, fatevi elettori!, 58 del 30 dicembre 1905, Fatevi elettori. Cfr. il testo in appendice. 477 Cittadini volete combattere? 473 474 Numero pagina Lo stesso tipo di informazioni vengono riproposte di lì a poco in forma diretta, attraverso una drammatizzazione, in modo da riuscire più assimilabili. L’uso cosciente dello strumento del dialogo per raggiungere anche le persone più semplici viene rafforzato da espressioni popolari, e da terminologie dialettali, come ad esempio la parola “franchi” usata al posto di lire. 478 Ed ecco che in occasione dei tre numeri elettorali con cui L’Evo Nuovo risorge brevemente nel 1904, infarciti di appelli al voto, proprio sotto il titolo troviamo ripetuto un passo dell’immancabile Edmondo De Amicis: L’atto di deporre la scheda nell’urna che ti par così inutile, ha un così grande valore, che per avere il diritto di compierlo si sparsero torrenti di sangue. Compiamolo, se non per noi, per i nostri figli, perché se noi non lo faremo, essi non lo faranno, e troveranno la società quale noi l’abbiamo trovata. Votiamo pei nostri compagni, se non altro per far vedere che non è vero che noi andiamo a votare come un branco di servitori, che abbiamo coscienza pei nostri interessi, senso d’alterezza, volontà, fiducia nell’avvenire. Credete che facendovi questa esortazione non vi parlo soltanto come socialista, ma come cittadino, che vuole la dignità, la prosperità, la forza del paese, dov’egli è nato e ch’egli ama, dignità, prosperità, forza, che sono vuote parole dove le classi lavoratrici non lottano per salire.479 L’ultimo numero de L’Evo Nuovo riproduce anche un vero e proprio manuale, questa volta per l’elettore. E’ un’occasione per conoscere modalità di voto significativamente difformi da quelle che saranno adottate nei decenni dell’Italia repubblicana. Si tratta di una modalità di voto che reputeremmo indubbiamente complicata anche in questi tempi di alfabetizzazione di massa. I candidati devono essere indicati in modo oltremodo completo e preciso; le schede sono distribuite dai vari partiti e possono essere consegnate all’elettore fino ad un momento prima del voto. Il condizionamento del voto, che arriva fino all’interno del seggio, viene aumentato dall’esistenza di urne di vetro, non certo atte a garantire la segretezza dell’espressione della volontà dell’elettore. Le modalità di riconoscimento, che un secolo dopo saranno garantite da un documento d’identità idoneo, dipendono dalla conoscenza diretta, certo più facile in centri di piccole dimensioni, ma di difficile gestione nelle realtà urbane. Il risultato elettorale può essere garantito solo da un grande sforzo organizzativo, che non può che coinvolgere una notevole quantità di persone.480 L’attività di propaganda per l’iscrizione nelle liste elettorali è una costante nelle corrispondenze da Pordenone, che si sommano in modo significativo a quelle di tipo provinciale, dimostrando una particolare attenzione per la conquista dei poteri locali. Insieme con Pordenone, la frazione di Torre è indubbiamente un punto di riferimento ideale per i socialisti di tutta la provincia friulana, come testimonia un trafiletto de Il Lavoratore Friulano (posto nella parte generale nel settimanale): Fra gli operai di “Torre di Pordenone” la coscienza dell’organizzazione è così viva e diffusa che colui che non è iscritto alla lega è considerato un imbecille e colui che essendovi inscritto non è in regola coi pagamenti è ritenuto quasi un delinquente. 481 Ecco quindi alcuni degli appelli all’iscrizione elettorale che si trovano nelle corrispondenze da quella frazione pordenonese: A cura del locale Circolo Socialista ogni domenica dalle ore 8 alle 11 nella sede della lega si troverà una apposita commissione incaricata di dare istruzioni e ricevere le domande e documenti per le iscrizioni elettorali. Ulteriori indicazioni giungono nell’ottobre del 1905, quando i socialisti pordenonesi si stanno organizzando per le elezioni comunali: Quasi tutte le sere al circolo Socialista a Pordenone c’è un compagno che dà norme per le iscrizioni elettorali, non solo ma riceve certificati ed esperisce pratiche per trasferimento di domicilio. Ogni buon socialista però deve cercare di scuotere la indolenza dei cittadini giovani e spingerli a procurarsi i certificati opportuni. Non costa un soldo, non si deve consumare che un’oretta. Direttore scolastico, impiegati del municipio, Tribunale tutti sono obbligati a rilasciare i certificati senza esigere un baiocco. Alla Domenica mattina gli operai possono fare questa modesta operazione. I soldati venuti ieri in congedo dieno il certificato del comandante il reggimento a noi che basta quell’attestato per aver ad essere elettori. Dopo questo periodo, l’appello all’iscrizione alle liste elettorali viene ripetuto con minor frequenza, per la prima volta dopo un anno e successivamente solo nel marzo del 1908.482 Un aspetto importante della lotta per il diritto di voto dei lavoratori è collegato alla situazione di emigrazione stagionale di massa dei friulani. Gli emigranti stagionali soggiornano nei loro paesi solo pochi Armatevi del voto. Le leghe e le camere sono buone. Gli scioperi talvolta danno frutti. L’agitazione contro le spese improduttive finirà alla lunga per diminuire di un decimo. La nostra propaganda e l’organizzazione dei circoli sono pure eccellenti; ma se i nostri deputati continuarono a restare, come oggi sono, 30 su 508, ossia 1 contro 17, si caveranno ben pochi ragni dal buco. Proletari e amici del proletariato: Fatevi elettori! e aiutate i conoscenti a farsi anch’essi elettori. Il novembre e il dicembre d’ogni anno sono i mesi più adatti. E ormai ci siamo. Approfittatene! Procuratevi l’opuscolo: “Manualetto dell’elettore socialista” - centesimi 10 - presso la “Libreria socialista italiana,” Piazza Montecitorio, 127, Roma. Contiene le norme per le iscrizioni elettorali. Oppure l’altro: “Come si diventa elettori in Italia,” cent. 2, presso l’editore G. Nerbini, Firenze (...). Studiate queste norme e insegnatele ai compagni. I circoli socialisti, le camere, le leghe, le mutue, le cooperative aprano il loro ufficio d’iscrizioni elettorali, destinandovi un compagno pratico di queste norme. Fatti e non chiacchiere! Non lamentate i mali se rifiutate di procurarvi il rimedio perché vi costa un poco di disturbo. Chi vuole il fine deve volere i mezzi. Fatevi elettori! Armatevi! EN, n. 51 del 30 novembre 1902. 478 EN, n. 52 del 7 dicembre 1902, FATEVI ELETTORI. Cfr. il testo in appendice. 479 EN, nn. 67-68-69 del 18-24-26 giugno 1904, pag. 1. 480 EN, n. 69 del 26 giugno 1904, NORME PER VOTARE. Cfr. il testo in appendice. 481 Ad esempio LF, n. 49 del 28 ottobre 1905, pag. 1, Operai, fatevi elettori!; LF, n. 49 del 28 ottobre 1905, pag. 2. 482 LF, nn. 1 del 26 novembre 1904, TORRE - Fatevi elettori (si tratta del primo numero del settimanale, che esce nella giornata di sabato. La Lega è sicuramente quella di resistenza dei cotonieri), 47 del 14 ottobre 1905, TORRE. Iscrizioni elettorali, 109 del 22 dicembre 1906, Fatevi elettori e 178 del 14 marzo 1908, Pordenone Socialista, Esame per l’elettorato. Numero pagina mesi d’inverno, per poi recarsi nuovamente all’estero. Votare in primavera vuol dire quindi escludere i lavoratori emigranti - cioè la grande maggioranza della popolazione di molte località - dal voto e consegnare le amministrazioni locali ad un infimo numero di benestanti, visto che le donne, in gran parte rimaste a casa per dedicarsi ai figli ed ai lavori agricoli, non votano. In una corrispondenza da Latisana si accenna alla scarsa protezione accordata dalle autorità municipali a poveri emigranti sfruttati e truffati indegnamente. Eguali lagnanze giungono continuamente ora da questo ora da quel Comune del Friuli, giacché la maggior parte dei Comuni sono retti da persone che poco o nulla si curano degli emigranti. E questo perché? Perché le elezioni sono fatte quando gli emigranti si trovano all’estero e quindi essi nulla pesano sulla bilancia della cosa pubblica. Due anni fa fu approvata una legge per la quale le elezioni amministrative devono esser fatte nell’inverno nei comuni che dànno un forte contingente all’emigrazione. Si muovano dunque gli emigranti friulani per ottenere l’applicazione della legge! 483 Anche in questo caso la questione elettorale si trasforma in azione concreta, volta ad approfittare delle riforme legislative per trarne tutto lo spazio proficuo per il lavoro politico. L’organizzazione si lega alla conoscenza degli strumenti normativi, fornendo indicazioni di lavoro e modulistica per passare all’azione concreta. 484 Una sezione attiva e sempre presente sul settimanale socialista con le sue corrispondenze come Pinzano al Tagliamento interviene sul problema. E’ già un anno che il comune di Pinzano con l’adesione di quelli di Forgaria e Vito d’Asio ha domandato alla Giunta provinciale amministrativa sia stabilita la proroga delle elezioni amministrative al mese di dicembre. Sino ad ora ancora non fu presa alcuna deliberazione. Si potrebbe sapere perché ci si dorma sopra? Si spera forse che i nostri emigranti se ne abbiano a dimenticare? Porteremo la questione in consiglio comunale e nella Società Operaia.485 La conquista sancita per legge non viene messa a dura prova solo dall’inerzia amministrativa, ma anche in pericolo a causa di nuove proposte governative. La riforma della legge comunale e provinciale presentata dal ministero tende a modificare l’art. 56 della legge attuale nel senso che “le elezioni amministrative abbiano luogo nei mesi di giugno, luglio e agosto”. Detto articolo era stato modificato dalla legge 27 dec. 1902 la quale disponeva che “nei distretti ove l’emigrazione temporanea è notevole e di carattere costante, potrà la G.P.A. sulla istanza di un consiglio comunale o della maggioranza degli elettori di un comune, sentiti i consigli comunali della circoscrizione elettorale, concedere che la convocazione dei comizi abbia luogo fino a tutto dicembre”. Ora se passa la proposta riforma verrà abrogata anche questa piccola concessione data agli emigranti? Ciò non è detto esplicitamente, ma sarebbe quanto basta alle cricche dominanti per evitare con la complicità della G.P.A. di presentarsi al redde rationem avanti agli elettori emigranti. Tutti i nostri compagni sono avvisati del pericolo. Ci consta che il Segretariato dell’Emigrazione diramerà una circolare a tutti i Sindaci ed a tutti i corrispondenti, affinché l’esercizio del diritto elettorale riconosciuto ai nostri emigranti i quali col sacrificio del loro esilio assicurano tanta parte economica del paese non sia impunemente e clandestinamente soppresso.486 L’azione politica socialista si rivolge con successo contro questa possibilità, come si può già riscontrare il mese successivo. La disposizione di legge che consente le elezioni amministrative nei mesi invernali per i comuni di notevole emigrazione temporanea verrà conservata. Siamo lieti di annunciarlo. La viva agitazione da noi già iniziata, l’azione vigile dei rappresentanti del proletariato al parlamento non avrebbero certo lasciato passare la odiosa restrizione che riusciva a privare dell’esercizio del diritto di voto una parte così notevole del nostro proletariato, quella appunto che attraverso agli stenti, alle privazioni, alle periodiche emigrazioni di terra in terra va lentamente creando col frutto del suo sangue nuove e migliori condizioni a tutta la vita economica del paese. Sarebbe stato quello il trionfo di loschi interessi di cricche locali cui non piace il controllo dei contribuenti, sarebbe stata una nuova e dolorosa ingiustizia che avrebbe suonato negazione a tanti dolori a tante benemerenze. Anche in questo caso il partito socialista ha saputo attraversarle il passo.487 Ma la rivendicazione socialista del diritto di voto per gli emigranti non si limita a quello amministrativo. Ecco quindi che in occasione del Nono Congresso degli emigranti friulani, che si tiene a Tarcento il 31 gennaio 1909, si presenta la rivendicazione della garanzia del diritto di voto politico, elaborata per la prima volta al precedente congresso di San Daniele e già discussa alcuni mesi prima al Primo Congresso degli italiani all’estero di Roma (settembre 1908) ed al Secondo Congresso interregionale dei segretariati ed uffici di emigrazione di Padova del 17 gennaio 1909. Sul punto è relatore al congresso Ernesto Piemonte, ma l’argomento è anticipato con rilievo su Il Lavoratore Friulano. La valutazione relativa agli emigranti viene divisa per due grandi categorie: quella (del) le grandi colonie italiane transoceaniche; alle quali dovrebbe venire assicurata una rappresentanza diretta nel Parlamento nazionale; e quella (del)l’emigrazione temporanea; ma escludendo dalla portata della nostra riforma l’emigrazione temporanea per le Americhe e quegli Stati d’Europa dove le nostre correnti si dirigono con forze 483 LF, n. 6 del 31 dicembre 1904, Le elezioni nell’inverno. LF, n. 9 del 21 gennaio 1905, pag. 2, IN TERRA D’ESILIO. Le elezioni amministrative nei mesi invernali. Cfr. il testo in appendice. Appare significativo il fatto che a relatore della legge citata fosse stato chiamato il deputato radicale Umberto Caratti, eletto a Gemona nel 1901. Il nobile avvocato dovette portare in quella sede, oltre alla sensibilità progressista della parte politica che egli rappresentava, la conoscenza delle condizioni particolari del collegio di cui era espressione. Sul mandato parlamentare di Caratti, cfr.: MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., primo volume, pagg. 206-207; RINALDI, Carlo, I Deputati Friulani a Montecitorio nell’età liberale, cit., pagg. 115-120. Rinaldi sottovaluta evidentemente il problema della partecipazione al voto degli emigranti: non accenna al ruolo di Caratti in questa occasione, anche se riporta in elenco il suo ruolo di relatore su modificazioni alla legge comunale. 485 LF, n. 12 dell’11 febbraio 1905, Che fa la giunta provinciale? 486 LF, n. 73 del 14 aprile 1906, Compagni all’erta! 487 LF, n. 77 del 12 maggio 1906, IN TERRA D’ESILIO, VITA DEGLI EMIGRANTI. Per le elezioni d’inverno 484 Numero pagina relativamente esigue. Il nostro campo d’azione siano la Francia, la Svizzera, la Germania con Lussemburgo, l’Austria Ungheria ed i paesi Balcanici; e gli elettori cui vogliamo giovare siano quelli inscritti nelle liste elettorali di collegi con fortissima emigrazione temporanea continuamente e che si trovano nelle condizioni previste dalla leggina che autorizza le elezioni amministrative in inverno. (...) In quanto al modo di elezioni le nostre simpatie sono per il voto segreto trasmesso, secondo il concetto illustrato dall’onor. Luigi Luzzati, a mezzo del Console italiano fiancheggiato da un magistrato inviato per l’occasione dal Ministro di Grazia e Giustizia e che si trovi nel centro di alcuni grandi circoli da tracciarsi negli Stati sovraccennati. Sulla questione l’on. Cabrini invia un quesito a numerosi esponenti politici ed ai dirigenti delle associazioni cattoliche di tutela degli emigranti, come mons. Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona (ma la risposta dell’Opera di Assistenza Bonomelli, pur condividendo la proposta sul piano teorico, pone fortissime remore sul piano pratico). Fra le risposte, merita attenzione quella di Filippo Turati, non a caso pubblicata con maggior risalto, che pone alcuni distinguo che anticipano in qualche misura le obiezioni della sinistra, un secolo dopo, alle proposte di legislazione in materia di voto agli emigrati: Distinguo - e vi è luogo a distinguere - gli emigranti dagli emigrati. I primi, anche lungi dal confine, appartengono sempre alla nazione di origine a cui possono e vogliono tornare. I secondi, in molti casi, sono rami divelti, che hanno gittato in altro suolo nuove radici. E aggiungo che gli emigranti - in paese che nomi a forza i figli suoi e ove l’emigrazione è fenomeno vasto, costante, necessario, con ripercussioni gravissime, economiche e morali, all’interno - hanno nella loro qualità di emigranti, una ragione e un interesse di più a possedere e a esercitare il diritto di suffragio - sopratutto di suffragio politico. Non mi ripugnerebbe neppure il pensiero che là, ove esistono vere colonie, numerose e omogenee di italiani, come a New York, a Buenos Ayres, ecc., queste formassero uno o più collegi elettorali, con deputati propri residenti in Italia. Forse soltanto così il problema della emigrazione - soprattutto transoceanica - diverrebbe parte viva della politica italiana e le Ambascierie e i Consolati cesserebbero d’essere, come sono troppo spesso - sopratutto di fronte ai bisogni della povera gente - sinecure, menzogne, sarcasmi. (...) Ciò che, per ora, tuttavia, mi imbarazza, è l’attuazione pratica, la quale - ove presentasse troppi inconvenienti - infirmerebbe la tesi teorica e la condurrebbe al fallimento. Mi preoccupa la possibilità ed il pericolo che il voto, dato da lontano, riesca o meno sincero o meno illuminato - e il modo di raccoglierlo (...). Infine è Napoleone Colajanni che in poche righe indica le ragioni per le quali tale provvedimento, tanto politicamente necessario sul piano della democrazia, non avrebbe potuto essere attuato: L’onere finanziario non sarebbe piccolo e il vantaggio del partito socialista nel settentrione sarebbe grande; perciò credo che la proposta nella Camera troverebbe accoglienza alquanto ostile, per quanto a me sembri giusta e simpatica. 488 Più tardi emerge la questione del voto alle donne, alla quale sono dedicati solamente due articoli a distanza di un anno nel 1906 e nel 1907, anche se si afferma che: oppositori sistematici di ogni privilegio, di ogni trattamento di favore per una classe a danno di altre, abbiamo sempre sostenuto e sosterremo sempre il diritto imprescrittibile per le donne di partecipare alle lotte politiche ed amministrative del loro paese. I diritti delle donne emergono in modo irrefrenabile, con la rottura della condizione subordinata finora loro destinata nella famiglia (la cui unità è stata distrutta dalla rivoluzione industriale) ed il loro irrompere nel mondo del lavoro come agente economico. Da parte governativa si paventa il pericolo del massiccio voto femminile a favore dei clericali: si respinge tale criterio utilitaristico, poiché l’elemento proletario - comprese le donne - se conserva una coscienza religiosa qualsiasi, non è disposto ad obbedire al comando di nessuno per disporre del suo voto. Né il proletariato femminile è più quello di dieci anni fa; né le mogli di socialisti si lasciano corrompere dall’insidia del confessionale. Il problema semmai è dare alle donne quella responsabilità che viene oggi negata da una società che le tiene in condizioni di minorità: una condizione che è contrastata dalla stessa crescita culturale e professionale delle donne, che ormai stanno entrando in massa nelle professioni intellettuali. Noi, da sinceri positivisti, pensiamo diversamente: pensiamo, cioè, che conquistato che sia cotesto diritto, la donna non tarderà molto a servirsene per la sua emancipazione. Commentando il dibattito alla Camera dei Deputati sul voto alle donne e rilevato come il diritto di voto fa parte più in generale del complesso dei diritti civili e sociali che vanno riconosciuti alle donne, si conclude quindi: Escluso l’argomento ormai vessato della pretesa inferiorità psicologica della donna, escluso pure l’argomento morale che considera la funzione della donna come funzione esclusivamente famigliare, resta il fatto indiscutibile, che travolge ogni argomentazione contraria, che la donna partecipando direttamente alla vita sociale non può essere esclusa da un diritto che le spetta come compenso della sua prestazione d’opera. Il voto amministrativo ed il voto politico costituiscono questo diritto. Tardare nel concederglielo è colpa, è errore. 489 488 LF, nn. 224 del 30 gennaio 1909, Il IX Congresso degli Emigranti Friulani in Tarcento e 225 del 6 febbraio 1909, pagg. 1 e 2, IL IX CONGRESSO DEGLI EMIGRANTI FRIULANI A TARCENTO. 489 LF, nn. 67 del 3 marzo 1906, pag. 1, IL VOTO ALLE DONNE e 121 del 16 marzo 1907, pag. 1, Il voto politico alla donna. Numero pagina 4.2 - La Giunta Galeazzi. 4.2.1 - Il vescovo Isola invia don Lozer a Torre. Nel 1903-1904, periodo per il quale ci mancano stabili notizie di fonte socialista, avviene un fatto che influirà in modo significativo per tutto il periodo successivo. Il 13 febbraio 1903, nominato Economo spirituale subito dopo l’ordinazione, il ventiduenne don Giuseppe Lozer arriva a Torre, per sostituire il vecchio pievano defunto da un mese. Non è un caso che la diocesi scelga per questo incarico un ragazzo alla prima esperienza, in una vera e propria roccaforte del socialismo operaio: si tratta della persona giusta, di un effervescente discepolo delle teorie democratiche cristiane di Romolo Murri, che ha dimostrato negli anni del seminario forza ed autonomia di carattere, al limite dell’indisciplina. Solo due anni dopo don Lozer, raggiunta l’età canonica, potrà partecipare al concorso per parroco di Torre, andato fino allora deserto. La chiesa e la canonica sono spoglie, la cassa è vuota, l’ambiente ostile. I tre operai che gli si presentano come fabbriceri fanno questo lapidario resoconto: che il paese contava sotto le tremila anime, che in Filanda, in Tintoria, in Cotonificio e nelle fornaci Vuga lavoravano circa 1800 persone fra le quali anche di Cordenons e di Pordenone. Mi raccomandarono di attendere alla chiesa, che non badassi ai contrari alla Religione. E’ chiaro a quale modello tradizionale sono abituati gli amministratori della parrocchia di Torre: quello dei sacerdoti vecchi, ottimi ministri del Signore, che stentano in via generale a persuadersi che un prete faccia bene ad uscir di chiesa, come li descrive con benevolo rimprovero don Enrico Blanchini, docente al seminario di Udine, contrapponendo loro una nuova speranza che ben possiamo veder rappresentata da Lozer: Molto invece si spera dai preti giovani che diretti da qualche intelligente anziano con attività ammirabile cominciarono da poco ad occuparsi dell’azione cooperativa, non solo istituendo, ma spirando vita continua nei loro comitati parrocchiali, nelle loro casse rurali e nelle società cattoliche di mutuo soccorso che prendono piede anche in mezzo ai campi. Sulla loro bandiera sta scritto il detto di Lincoln che ha fatto suo il Toniolo nella Democrazia cristiana: Tout pour le peuple e Tout par le peuple. Tutto per mezzo del popolo, tutto a favore del popolo, degli operai, dei piccoli proprietari, dei poveri fittaiuoli e dei miserabili salariati senza offendere la gerarchia sociale. 490 Non è un caso che i fabbriceri, che ricordano a don Lozer come la nuova chiesa sia stata costruita negli anni precedenti con un centesimo per lira sui salari dei cotonieri, insistano su un comportamento non polemico con gli avversari: non sanno con chi hanno a che fare, a differenza evidentemente del vescovo Francesco Isola, che utilizza i giovani esponenti del murrismo come teste di ponte nelle aree dove si ha notizia dell’intrapreso lavoro di costruzione del movimento socialista. Se don Lozer viene inviato nella “trincea” di Torre, dove i socialisti si sono ormai consolidati, il suo compagno di corso don Annibale Giordani viene spedito come cappellano prima a Pordenone (dal 1902 al 1904) e poi a Spilimbergo, mentre Prata è ben presidiata da don Giovanni Maria Concina, parroco già dal 1896. Anche un altro giovane sacerdote è già stato inviato per breve tempo nell’altra frazione cotoniera di Pordenone, cioè Rorai Grande: si tratta del futuro cardinale Celso Costantini. Questa puntuale coincidenza fra la collocazione dei giovani sacerdoti propagandisti della prima democrazia cristiana ed i centri di diffusione del socialismo nel Friuli occidentale non può essere considerata casuale ed è confermata inoltre dal fatto che in Carnia, in questi anni, l’unico caso di costruzione di strutture sociali cattoliche avviene a Prato Carnico, cioè nel comune ove per primo hanno origine il movimento socialista ed anarchico.491 L’ambiente è sostanzialmente irreligioso ed ostile, segnato dalla miseria ma anche dalla propaganda socialista. Ed il giovane sacerdote non perde tempo: A Pasqua visitai tutte le case per la benedizione. Sulla porta di una si presentò un uomo che mi disse: “Qui non occorre”. Qualche altra porta chiusa. In una cucina quattro giovanotti giocavano alle carte e non si alzarono nemmeno in piedi; in un’altra due ragazzini stavano sfogliando il settimanale “L’Asino”. Dissi alla madre che non conveniva lasciare in mano ai piccoli quel giornale. Mi rispose: “Questi sono affari miei non suoi”. In parecchie case, le cucine erano aperte, senza alcuna persona, ma il fuoco stava acceso. Rilevai la grande penuria di camere, cortili ben poco puliti, e in parecchie abitazioni squallore, indice di miseria. 492 Oltre a sviluppare il lavoro pastorale, don Lozer attua una tattica di confronto diretto con i dirigenti delle industrie locali, ch’egli accusa di cieco sfruttamento della manodopera. Quando viene nominato parroco, nel 1904, scriverà alla direzione del cotonificio ed otterrà la riduzione di orario da 11 ore e mezza ad 11 ore. Consimile riduzione d’orario strappa anche al proprietario della fornace Vuga. Secondo don Lozer, la selvaggia oppressione padronale è all’origine non solo della miseria operaia ma della forza dei partiti di 490 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg. 9-11 e 13; BLANCHINI, Eugenio, cit., pagg. 95-97. Segnala don Giordani a Pordenone: CHIANDOTTO, Vannes, La stampa diocesana di Concordia Pordenone, settant’anni de “Il Popolo” settimanale cattolico, Pordenone, Concordia Sette, 1992, pag. 28, nota 6; don Costantini a Rorai: id., Stato e Chiesa nel Friuli occidentale, cit., pagg. 51-53. Non capisco sulla base di quale documentazione Flavio Mariuzzo coinvolga don Costantini nell’accusa di scarso impegno sociale rivolta ai sacerdoti delle borgate pordenonesi da don Lozer: i documenti citati appaiono di molto successivi alla fugace presenza del giovane sacerdote e studioso dell’arte, che era stato trasferito a Concordia nel 1901: cfr. MARIUZZO, Flavio, cit., pag. 46 e note a pagg. 69-70. La presenza di don Giordani a Spilimbergo, nella funzione di consigliere e vero e proprio sostenitore dei giovane nucleo democratico cristiano locale, formato da Peter e Marco Ciriani, è segnalata ampiamente da Il Lavoratore Friulano; su don Concina a Prata, oltre alla stessa fonte (per la quale si rinvia al successivo capitolo dedicato a quel comune), cfr.: CHIANDOTTO, Vannes, Giovanni Maria Concina una vita per le classi contadine, cit., pagg. 49-106. Per Prato Carnico, cfr.: BLANCHINI, Eugenio, cit., pag. 64. 492 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg.11 e 12. 491 Numero pagina sinistra: giudizio valido non solo per quest’epoca, ma confermato anche nel 1960, quando scriverà: E questa certa quantità di beni non c’era in tante, in troppe famiglie e quindi mancanza di virtù civili e cristiane, disgregazione religiosa e morale, adesione delle masse cariche di stenti e di privazioni a partiti estremi, come avviene pur oggi a causa della disoccupazione.493 I bassi salari provocano il fenomeno degli acquisti a credito, che permette ai commercianti di depauperare le famiglie di ogni bene. In mancanza di qualsiasi istituzione previdenziale e mutualistica, quando il capofamiglia (e solitamente principale percettore di reddito) si ammala, l’unico sistema per rimediare agli stenti della famiglia è una colletta, in denaro od in natura, fra i compagni di lavoro. Don Lozer si applica a mettere sotto controllo questo fenomeno, ma la polemicità degli operai trova modo di esprimersi nuovamente. A lui, che fa girare fogli con scritto: “La fame non è né cattolica né socialista” , alcuni rispondono aggiungendo: “Ma è causata dai capitalisti sostenuti dai preti”. Era il ritornello ripetuto sull’Asino di Podrecca e sull’Avanti. L’ambiente in cui viene inviato ad operare don Lozer, mettendo a dura prova il suo orientamento democratico-cristiano, non è quello di una massa di sfruttati privi di orientamento ed organizzazione, ma è fortemente impregnato di una coscienza di classe, alimentata dall’attiva propaganda socialista.494 Il 13 agosto (1904) sul settimanale “La Concordia” n. 33, si leggeva: “In Cotonificio c’è una vera setta di donne maniache che nelle sale di lavoro bestemmiano, parlano sconciamente, insultano le cattoliche chiamandole crumire. Tante buone ragazze forestiere e paesane si dolgono e secretamente piangono per essere costrette a stare a contatto con chi ha perduto ogni grazia, ogni delicatezza, ogni dignità di donna”. Qualche compagno si permetteva di mandarmi numeri dell’Asino o cartoline anonime stampate e diffuse dallo stesso, con puppazzi di preti in tutte le più goffe pose e perfino con luride bestemmie e ritratti di Podrecca. Questo era l’ambiente di Torre di 55 anni fa, formato alla scuola di demagoghi che spesso venivano a concionare in un cortile o in piazza e alla scuola del “Lavoratore” bestemmiatore di Udine, del mensile settario “Arti tessili” di Milano e sopratutto dal settimanale “l’Asino” molto diffuso, “il più infame di tutti i periodici”. La maggioranza della classe operaia cotoniera andava così perdendo la Fede, disertava la chiesa, mancava di dignità, di elementare educazione, intristita anche dalla miseria e da undici ore di lavoro giornaliero.495 Don Lozer si impegna anche contro l’alcoolismo, fenomeno connesso alla vita di fabbrica e quindi diffusissimo a Torre. Impressionava il consumo abnorme della grappa, che si beveva a decimi, a bicchieri, per uccidere, dicevano, i microbi della polvere che ingoiavano. Inizia la lotta contro l’alcoolismo. Per impressionare stampai cartelli con dati statistici sulla percentuale degli alcoolizzati ricoverati nei Manicomi, negli ospedali per tubercolosi, nelle carceri, dei figli rachitici, ebeti, tarati, predisposti ad essere sempre infelici perché generati da padre alcoolizzato o ubriaco. Diffusi centinaia di copie di un opuscolo, chiaro, documentato, impressionante (...) La lotta contro l’alcoolismo non ottenne miracoli ma riuscì utile assai; lo si riscontrò nella diminuzione del consumo della grappa. Ma nelle domeniche, a sera, la massima parte degli operai era alticcia e allegra. Annegava nel vino la disperazione di ritornare nel domani o di giorno o di notte ad un lavoro protratto per undici ore in sale polverose e nello stesso tempo umide per la lavorazione del cotone e per conservarne la umidità. Anche in questo caso Lozer descrive se stesso come un titano in lotta solitaria contro la diffusione dell’alcool fra gli operai, anche se ammette che i risultati sono più limitati di quanto inizialmente dichiara: ma i mezzi e le argomentazioni (fra l’altro, di scuola positivistica, certo non ispirate al neotomismo che veniva insegnato nei seminari dell’epoca) sono esattamente gli stessi dei socialisti, i quali per parte loro mai faranno atto di soddisfatto ottimismo, mantendo alta la propaganda antialcoolica fino a quando il fascismo non reprimerà del tutto la loro stampa.496 Don Lozer estende la sua attività dalla frazione cotoniera a Pordenone, città nella quale assumerà progressivamente il ruolo di ispiratore del movimento politico e sindacale cattolico. Il 12 aprile 1904 al salone Coiazzi si svolge una manifestazione a proposito dello sciopero delle tessitrici di Rorai Grande in corso da due settimane, con conseguenze che si fanno sentire anche sulla produzione della filatura di Torre. Si tratta del primo dei grandi scioperi dei cotonieri pordenonesi che si svolgono quell’anno, nell’aprile e settembre, riuscendo ad ottenere significative modifiche al regime del lavoro di fabbrica nel Cotonificio Veneziano, pena quarantacinque giorni di sciopero delle tessitrici di Rorai Grande e quattro di sciopero generale. Tale iniziativa di lotta, la cui importanza sul piano nazionale verrà sottolineata dal deputato socialista Angiolo Cabrini, costerà a diciotto fra operai ed operaie un “processone” che si trascinerà fino in Cassazione. Secondo Lozer parlano al comizio alla sala Coiazzi un pastore protestante da qualche mese a Pordenone, due avvocati (è probabile che si tratti di Guido Rosso e Giuseppe Ellero) ed un milanese (anche in questo caso si può indicare con quasi certezza la persona nel segretario della Federazione Arti Tessili Rho497). Arrivai in ritardo. Chiesi la parola; fui accolto da urla e fischi. Un gruppo di facinorosi mi cacciò fuori della sala con intenzioni di colpirmi; io più lesto di loro mi sottrassi e mi rifugiai nella Chiesa del Cristo seguito dalla masnada che tirò poi qualche sasso anche contro la porta da me chiusa.498 493 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg.13 e 14. In questo come negli altri casi, credo con una notevole dose di presunzione, don Lozer parla solo di se stesso, come se il frutto delle molteplici attività dell’associazionismo cattolico fosse in realtà il prodotto della sua personale, vulcanica attività. Una specie di superuomo votato alla difesa dei poveri, che ottiene quanto necessario nonostante la negativa concorrenza dei perfidi e malefici rossi. 494 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pag.15. 495 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pag.23. 496 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pag.16. Sull’insegnamento filosofico nel seminario portogruarese, cfr. pag. 10. 497 Segretario insieme a Galli della Federazione Arti Tessili e membro del consiglio direttivo della Cgl: cfr. E, anno III, n. 2 del 15 febbraio 1908, Il primo Congresso Internazionale dei Segretariati e Uffici d’Emigrazione. 498 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pag.20. Sugli scioperi del 1904 cfr.: DEGAN, Teresina, Industria tessile, cit., pagg. 6365; il giudizio di Cabrini verrà riportato due anni dopo da Giuseppe Ellero in: LF, n. 61 del 20 gennaio 1906, pagg. 1 e 2, Prima del Numero pagina Comprensibile la rabbia socialista contro l’attivista impegnato nella creazione di un’organizzazione parallela e concorrente con quella socialista storicamente affermatasi. Quello che importa per loro non è l’impegno del giovane sacerdote, ma il fatto che la sua azione sia vissuta esplicitamente come una scissione nel movimento operaio, per cui automaticamente don Lozer diventa il nemico principale. Chi avesse conservato dei numeri del “Lavoratore Friulano” potrebbe constatare come dal 1903 al 1915 e dal 1919 al 1922 sia stato bersaglio di vituperi, di minacce, di banali offese che aizzarono gli incoscienti ed ignoranti a impedirmi di parlare nei comizi, a sputarmi addosso, a prendermi a sassate. Non si voleva, non si permetteva che il prete avesse a prendersi a cuore le condizioni degli operai e dei lavoratori della terra. I rossi pretendevano di avere il monopolio di difendere, di tutelare il mondo del lavoro. Accusavano nei comizi e nella stampa i preti alleati del capitalismo, foraggiati dagli industriali..., denigravano la chiesa come puntello dei nemici del popolo e la religione che nulla aveva saputo fare e creare per migliorare le classi diseredate. 499 Famosa è la proposta per l’unità sindacale rivolta un mese dopo, il 24 maggio 1904, dal consiglio della Lega cattolica del lavoro di Torre al consiglio della Lega socialista di miglioramento. In realtà l’invito è a senso unico e tale da risultare inaccettabile per i socialisti di Torre. Si dichiara infatti che si potrà accordarsi sulle parità delle quote e dei sussidi, sulle questioni di lavoro compresa la dichiarazione di sciopero, escluso quello di carattere politico che non dovrebbe mai effettuarsi lasciando ai partiti fare la politica. Vista questa condizione, che mette in discussione tutta l’impostazione politica del sindacato socialista, non c’è da stupirsi che la Lega di miglioramento non si degni neanche di rispondere. 500 Stupisce piuttosto che quasi ogni opera che riferisca dell’attività di don Lozer citi acriticamente questa proposta di “unità sindacale” e quella di cinque anni dopo, come se si trattasse di iniziative veramente paritarie e non di strumentali ed improbabili tentativi di disarmare i socialisti di Torre (che, “ovviamente”, sono descritti come un elemento di uno scenario di fondo, privi di individualità ed implicitamente destinati alla condanna della storia per il loro atteggiamento chiuso e retrivo...). I socialisti si astengono da ogni iniziativa alla quale don Lozer li inviti. Ecco così che quando, all’inizio del settembre 1904, la Lega cattolica promuove una funzione funebre per i trucidati dalle forze dell’ordine a Buggerru, Castelluzzo e Sestri Ponente, il presidente del Magazzino Cooperativo Ilario Fantuzzi declina l’invito essendo estraneo il nostro Statuto ad opinioni religiose. Stessa cosa avviene domenica 26 febbraio 1905, quando la bandiera della Lega cattolica viene inaugurata con un comizio dei capi della democrazia cristiana friulana, che Fantuzzi giudica una manifestazione d’indole politica.501 In quell’occasione effettivamente i discorsi sono tenuti dai principali esponenti (oltre a don Lozer) della democrazia cristiana friulana: da don Annibale Giordani, dallo studente Natale Rovina e dall’universitario Bindo Chiurlo. Chiaro, nell’orazione ufficiale di Bindo Chiurlo, lo spirito interclassistico dei democratici cristiani, contrapposto ai socialisti: contro i demagoghi e i rivoluzionari disse che alla rivoluzione sociale si doveva preferire, sostituire la evoluzione sociale con leggi provvide a tutela delle classi lavoratrici, mordenti il capitalismo e il latifondismo, e stroncando le corruzioni anche elettorali. 502 4.2.2 - Breve intermezzo moderato. Domenica 17 gennaio 1904 si erano tenute le elezioni generali per il comune di Pordenone; il voto può essere espresso nei quattro seggi istitutiti presso le scuole comunali maschili di Piazzale XX Settembre.503 I trenta consiglieri eletti sono: Francesco Asquini, Giovanni Bresin, Riccardo Cattaneo, Augusto Cecchetto, Carlo Cojazzi, Giuseppe Coromer, dr. Ernesto Cossetti, Luigi De Carli, Vittorio De Luca, Giuseppe De Mattia, avv. Enea Ellero, avv. Riccardo Etro, Giuseppe Fantuzzi 504, Giuseppe Gaspardo, avv. Congresso. Lega, coscienza socialista, voto (cfr. appendice). Angiolo Cabrini fonda nel 1889 la prima Camera del Lavoro in Italia, quella di Piacenza. Condannato per i moti del 1894 deve rifugiarsi in Svizzera. Eletto deputato nel 1900 e confermato nelle successive legislature fino al 1919, si occupa soprattutto della legislazione sociale e dell’emigrazione, promuovendo le leggi sul riposo festivo, sul lavoro notturno e sulle assicurazioni sociali obbligatorie. Sarà espulso dal Psi nel 1912 , insieme alla destra riformista di Bissolati e Bonomi, per essersi espresso a favore dell’impresa coloniale italiana in Libia. Cfr. MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., primo volume, pag. 171; MICHELS, Roberto, Storia critica, cit. pag. 142. 499 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pag.21. A questo punto Lozer si dà ad una filippica su socialisti e fascisti che, seguaci di dottrine nemiche della religione, hanno alternativamente perseguitato i cattolici in modo sanguinoso, fino a sostenere che in realtà le stesse persone sono state alternativamente da una parte e dall’altra, in Emilia ma anche a Torre si è fatta la evoluzione: da socialisti a fascisti, da fascisti a comunisti . Diciamo che qui la capacità di analisi dell’anziano parroco scivola sul piano del vero e proprio delirio anticomunista, per altro non più giustificato con le posizioni di una chiesa che stava cambiando radicalmente pelle sotto la direzione conciliare di Giovanni XXIII. 500 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg.22-23. 501 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg.23-25. 502 LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg.24-25. 503 ACPn, b. 1904 Referato I, fasc. 6, Amministrazione, Manifesto di convocazione delle elezioni generali amministrative del 31 dicembre 1903, firmato dal regio Commissario Straordinario Gasbarri. 504 Nel verbale dei risultati erroneamente i presidenti dei seggi dichiarano eletto Giuseppe Fantuzzi, che ora risiede in Giais di Aviano ove fa il negoziante e non si era candidato, invece di Fantuzzi Angelo fu Francesco di Torre, il quale ha ricevuto 322 voti. Alcuni elettori (Uberto Cattaneo, Vittorio Ortiga ed Enrico Gaudenzi) presentano ricorso, cui Giuseppe Fantuzzi dichiara di non presentare opposizione. Di Angelo Fantuzzi non rimane traccia di alcun intervento da consigliere, ma il suo orientamento politico è clericale, come possiamo desumere dalla sua presenza fra i consiglieri non eletti della lista clericale nelle elezioni generali del dicembre 1906. Numero pagina Antonio Locatelli, avv. Vittorio Marini, Gio Batta Marsure, avv. cav. Gustavo Monti, Giacomo Perin, cav. Antonio Polese, Gio Batta Poletti, avv. Carlo Policreti, cav. ing. Damiano Roviglio, Luigi Sam, Olivo Sartor, Fortunato Silvestri, Gino Tamai, Domenico Veroi ed Ermenegildo Zannerio.505 Nella seduta di sabato 23 gennaio 1904 viene eletto sindaco dalla coalizione moderati-clericali il dottor Ernesto Cossetti con 19 voti. Con lo stesso numero di voti sono eletti gli assessori (tutti moderati) Riccardo Cattaneo, Veroi Domenico, Luigi De Carli e avv. Vittorio Marini, ed il supplente Augusto Cecchetto, mentre l’altro supplente Gio Batta Poletti ottiene 16 voti.506 Il 6-13 novembre 1904 si tengono le elezioni politiche, in un clima di radicalizzazione politica dovuto allo sciopero generale condotto dai sindacalisti rivoluzionari, che ha dato il destro a Giolitti per sciogliere il Parlamento e tentare di ridimensionare i socialisti, anche grazie al sollecitato voto cattolico ed al primo scioglimento parziale del non expedit da parte del nuovo papa Pio X, per favorire i candidati moderati in pericolo che dichiarino di schierarsi contro il divorzio ed a favore dell’istruzione religiosa nella scuola. Lo sciopero generale era stato proclamato dalla Camera del Lavoro di Milano dal 16 al 20 settembre dopo un susseguirsi di eccidi di lavoratori da parte della forza pubblica: a Cerignola (Fg) il 17 maggio con tre morti; a Buggerru (Ca) il 4 settembre con 3 morti ed infine a Castelluzzo (Tp) il 14 settembre con 2 morti. L’estrema sinistra perde venti seggi in questa tornata elettorale, quattro dei quali socialisti (il Psi passa da 33 a 29 seggi); i socialisti si presentano autonomamente in quattro quinti dei collegi. 507 A differenza della situazione nazionale, l’estrema sinistra friulana si presenta unita in un gruppo di collegi: i candidati popolari sono: i radicali Carlo Policreti a Pordenone-Sacile, Luigi Galeazzi a San Vito al Tagliamento, Giuseppe Girardini ad Udine, ed Umberto Caratti a Gemona-Tarcento; il radicale-repubblicano Riccardo Luzzatto a San Daniele-Codroipo ed il solo candidato socialista Emilio Driussi a PalmanovaLatisana. Di essi risulta eletto il solo Luzzatto, mentre gli altri, compresi i deputati uscenti Girardini e Caratti, vengono sconfitti dai candidati moderati avversari: Giuseppe Solimbergo ad Udine, Raimondo D’Aronco a Gemona, Vittorio De Asarta a Palmanova, Gustavo Monti (che nelle elezioni del 1900 era stato sostenuto come candidato del Blocco e dei liberali progressisti) a Pordenone e Francesco Rota a San Vito. I socialisti presentano cinque candidature: oltre a quella unitaria dell’avvocato Driussi a Palmanova-Latisana, quattro sono di bandiera: tre in collegi dove non c’è candidato unitaria dell’estrema sinistra, ma una - significativa - è in concorrenza con il deputato radicale uscente Girardini. Oltre ad Udine, i socialisti si presentano a Spilimbergo-Maniago, a Tolmezzo ed a Cividale, raccogliendo poche centinaia di voti su candidati nazionali (Quaglino, Podrecca e Rondani).508 Il nuovo anno si apre con una novità per le comunicazioni pordenonesi: 19 gennaio 1905 dovrebbe essere inaugurato l’impianto della rete telefonica intermandamentale di Pordenone. La linea realizzata collega Udine a Pordenone, e questo a raggera ai centri vicini di Sacile, Porcia, Prata, Pasiano, San Vito al Tagliamento, Casarsa, Codroipo e Cordenons. Sono previsti, appena completata la sottoscrizione, anche collegamenti futuri con Aviano, Azzano Decimo e Chions (in serie), Valvasone (derivazione della linea da Udine) e Montereale Cellina e Maniago (pure in serie). 509 Il Consiglio Comunale di mercoledì 15 febbraio 1905 si esprime all’unanimità a favore della proposta, Giunta dai consigli comunali di Azzano Decimo e Fontanafredda e fortemente sostenuta dai socialisti e dal Segretariato dell’Emigrazione, di effettuare le elezioni amministrative nella stagioni invernale. Il voto, nonostante la maggioranza moderata, è positivo non senza rilevare però che da noi l’emigrazione ha poca importanza.510 4.2.3 - Il Primo Maggio. Il nuovo settimanale socialista, Il Lavoratore Friulano, ci comunica nella sua prima uscita che il Partito socialista si va radicando a Pordenone e alla fine del 1904 si dà una prima sede organizzativa. Vi avranno sede il circolo socialista e le leghe operaie e sarà dotata di sala per le riunioni, nella quale si pensa da subito di organizzare un corso di conferenze educative. La sede è collocata in centro, all’interno della Stella d’oro, un locale pubblico, e viene presentata come il primo nucleo di una piccola Casa del Popolo. L’inaugurazione avviene sabato 22 gennaio 1905 ed è l’occasione per un ampio intervento di Ellero che fa un resoconto del lavoro svolto. Egli accenna all’intervento, per la prima volta, dei clericali in occasione del voto, sollecitati da Giolitti in funzione antisocialista, e vi contrappone invece la politica laicistica del governo ACPn, b. 1904 Referato I, fasc. 13, consigli comunali ordinari e straordinari, estratto del processo verbale del Consiglio Comunale del 3 marzo 1904; b. 1905 Referato I, fasc. 6, Amministrazione, verbale di adunanza dei presidenti pel riassunto dei voti di tutte le sezioni del comune per la elezione dei consiglieri comunali e proclamazione degli eletti, del 27 novembre 1905. 505 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg. 222. 506 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume IX, 1901-1904, pagg. 217-220. 507 PEDONE, Franco, cit., volume secondo, pagg. 46-50. 508 P, n. 467 del 3 novembre 1904, pag. 1, I nostri candidati; RINALDI, Carlo, I Deputati Friulani a Montecitorio nell’età liberale, cit., pagg. 62-63. Per i risultati dei candidati socialisti, vedi la tabella in appendice. 509 G, n. 19 di giovedì 19 gennaio 1905, pag. 3, DA PORDENONE. Il telefono e La rete telefonica intermandamentale (disegno). 510 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pag. 12. Numero pagina francese. Parlano inoltre Gino Rosso e Luigi Scottà, ed appare per la prima volta fra gli organizzatori socialisti il cartolaio Romano Sacilotto.511 La nuova sede socialista assume un ruolo che va oltre l’ambito politico: sabato 11 febbraio 1905 si tiene alla Stella d’oro una festa da ballo riservata agli operai iscritti alle Leghe di miglioramento. La festa si protrae fino alle sette del mattino successivo, e gli operai escono cantando in coro l’Inno dei Lavoratori.512 Nel frattempo si va riorganizzando la sezione di Torre e rafforzando la presenza del partito fra i giovani del quartiere, anche se vengono a mancare gli iscritti più anziani. Evidentemente in questa realtà si è consumata una crisi organizzativa, che non possiamo che ricollegare all’arrivo di don Lozer due anni prima. Domenica dopo pranzo, fra vivo entusiasmo, anche tra noi si è inaugurata una nuova sezione giovani socialisti. Bravi e volonterosi giovinotti stanno a capo del simpatico circolo che conta già parecchi inscritti. Fu tra noi in tale occasione il compagno Rosso G. - Mentre i giovani hanno così buone disposizioni, è vergognoso per converso che si vedano eclissare i vecchi compagni che ancora, dopo il riordinamento della nostra sezione, non hanno ancora presentata la propria adesione. Suvvia, per Giove, a voi spetta dare il buon esempio e rimettetevi al lavoro. 513 Le lotte operaie si sviluppano anche in settori diversi dal tessile, pur scontando dure sconfitte a causa del sommarsi della resistenza padronale e dell’utilizzo delle forze armate in funzione repressiva. In conseguenza di uno sciopero nell’aprile 1905, la fabbrica concimi di Pordenone licenzia tutti gli operai. Una decina su sessanta vengono riassunti il 26 per compiere alcune lavorazioni urgenti. La fabbrica guardata da carabinieri e da soldati del reggimento “Vicenza” di stanza a Sacile, rimarrà chiusa per oltre due mesi, perché nei magazzini vi è un forte deposito di prodotti. Il tempo scelto per lo sciopero non fu adunque dei più opportuni ed ebbe, come si vede, un esito disastroso. Alla base dello sciopero la rivendicazione di migliori salari, visto che la paga media è di 1 lira e mezza al giorno per sei mesi, e di 2 e mezza per altri sei: ma la direzione si è dimostrata intransigente nel respingere le richieste operaie.514 Il rafforzamento della presenza socialista nella città è dimostrato dalla celebrazione del 1° maggio, che quell’anno segna una svolta rispetto ai precedenti, passando dalla celebrazione allo sciopero con manifestazione. Proprio l’anno prima il grande sciopero generale aveva prodotto una rottura nei rapporti di classe di tutto il paese, dimostrando la grande forza del movimento operaio. All’avvenimento è dedicata una estesa cronaca, nella quale si dà conto delle iniziative a Torre ed a Pordenone. Nonostante l’allarmismo dell’on. Monti che avrebbe voluto far vietare la manifestazione e far affluire la cavalleria a Pordenone 515, essa viene autorizzata, dopo che le leghe di resistenza hanno preavvertito i rispettivi stabilimenti dell’interruzione del lavoro. Il corteo parte da Torre alla mattina, forte di centinaia di persone che si dirigono verso Pordenone dietro la bandiera rossa e nera della Lega dei cotonieri: il colore della bandiera non lascia dubbi sulla presenza anarchica e sindacalista fra le file del movimento operaio della frazione. Riunitisi con gli operai degli altri stabilimenti in Largo San Giovanni, i manifestanti sono tremila, e si dirigono verso la Sala Coiazzi percorrendo le strade del centro, dove al contrario il solo negozio di Romano Sacilotto è chiuso per adesione allo sciopero. Quest’anno, dopo il cambio di direzione, aderisce anche la Società Operaia. Il comizio è presieduto da Luigi Scottà, e parlano l’operaio Zucchiatti, Giuseppe Ellero e Guido Rosso, che ripete il comizio nel pomeriggio a Rorai dove gli operai sono confluiti per una festa campestre. Unica nota stonata di questa giornata, che sarebbe stata impensabile ancora due anni prima, è il ferimento notturno di un cittadino aggredito dai militari intervenuti per “garantire l’ordine”.516 4.2.4 - Pane municipale o pane cooperativo? 511 LF, nn. 1 del 26 novembre 1904, La sede del Circolo e 10 del 28 gennaio 1905, PORDENONE. Festa operaia. Cfr. il resoconto dell’inaugurazione in appendice. ...Romano Sacilotto di 32 anni, da Pordenone, cartolaio: Sacilotto era quindi nato nel 1875. Cfr. LF, n. 160 del 16 novembre 1907, La sesta giornata del processo per il dramma di Pordenone; riporta invece altra fonte, nella stessa occasione: Sacilotto Romano fu Pietro, d’anni 35, negoziante a Pordenone: cfr. P, n. 274 di sabato 16 novembre 1907, pagg. 1 e 2, L’assassinio dell’ing. Toffoletti davanti alla nostra Corte d’Assise. 512 G, n. 44 di lunedì 13 febbraio 1905, pag. 3, DA PORDENONE. Festa operaia. 513 LF, n. 12 dell’11 febbraio 1905, TORRE. 514 G, n. 115 di giovedì 27 aprile 1905, pag. 3, DA PORDENONE. Uno sciopero finito male. Come vedremo successivamente, nel 1909, in occasione di un altro sciopero, lo stabilimento - sito a Vallenoncello, vicino al porto della Dogana - ricorrerà all’arruolamento di crumiri clericali ad Aviano. 515 LF, n. 35 del 22 luglio 1905, Al Comune. 516 LF, n. 25 del 13 maggio 1905, PORDENONE. Cfr. il resoconto della manifestazione in appendice. Rosso è identificato come Guido (il dott. Rosso) da Il Tagliamento, citato nel successivo articolo polemico Impressioni... borghesi, sullo stesso numero del settimanale socialista. Il 1° maggio 1886 si svolse negli Stati Uniti d’America un grande sciopero con manifestazioni sindacali per ottenere l’orario di otto ore giornaliere. Due giorni dopo, durante una manifestazione ad Haymarket (Chicago) scoppiò una bomba e ciò diede pretesto per una sanguinosa repressione poliziesca e per la successiva esecuzione di quattro dirigenti anarchici del movimento operaio (un quinto fu trovato morto in cella prima dell’esecuzione). Nel 1893 il nuovo governatore dell’Illinois riconobbe l’innocenza dei condannati ed ordinò la scarcerazione dei tre altri imputati, che erano stati condannati a pesanti pene detentive. Dopo la promozione di una nuova giornata americana di lotta da parte della American Federation of Labor per il 1° maggio 1890, il congresso socialista internazionale di Parigi del 1889, dal quale nacque la Seconda Internazionale, fissò quella data per una manifestazione internazionale per le otto ore. Cfr. PANACCIONE, Andrea, Un giorno Perché. Cent’anni di storia internazionale del 1° maggio. Contributi per una storia sociale. Roma, Ediesse, 1990, pagg. 17-34. Numero pagina La questione alimentare, ed in particolare quella del pane e delle farine, rappresenta un problema di primaria importanza per i livelli di vita della popolazione lavoratrice. Si mangia pane in città, dove gli operai possono comprarlo in moneta, e si mangia soprattutto polenta, con tutto ciò che ne consegue in termini di sottoalimentazione e di pellagra. Nel primo decennio del Novecento anche nelle campagne friulane inizia a diffondersi lentamente il consumo di pane, grazie allo sviluppo economico dovuto al miglioramento delle coltivazioni ed all’emigrazione: l’arricchimento della dieta della popolazione è il primo fattore di arretramento della pellagra. 517 Ma quando il costo dei cereali e delle farine aumenta, anche il poco viene a mancare. Non a caso è centrale l’elaborazione socialista sulla questione del pane, come ben nota Robert Michels a proposito del “socialismo municipale”, quando dedica notevole rilievo all’esperienza di Catania. Nel 1902 la Giunta catanese presieduta dal deputato socialista Giuseppe De Felice Giuffrida promuove, dopo aver stravinto un referendum al proposito, un servizio municipalizzato di panificazione, che diventa in breve un esempio per il socialismo europeo. Infatti l’esperienza, durata quattro anni poiché minata al suo interno da problematiche riguardanti soprattutto il molto personale di cui l’azienda aveva dovuto farsi carico, fra gli ex panificatori privati ed i propri dipendenti diretti, rappresentava l’impresa comunale più grandiosa allora esistente in tutta l’Europa. Quello di Catania rimase un esperimento irraggiungibile: nel 1913 esisteranno al massimo quindici altri forni comunali in tutt’Italia, di ben minori dimensioni. 518 Nello stesso anno in cui si avvia l’esperienza, il prosindaco De Felice dedica alla gestione municipalizzata della panificazione un libro. La letteratura in campo socialista sull’argomento era già ponderosa precedentemente: se Giovanni Montemartini dedica alcune pagine all’argomento in quello stesso anno nel suo cospicuo studio economico sulle municipalizzazioni dei servizi (siamo nella fase del dibattito sulla legge in materia, che sarà approvata nel 1903), rifacendosi soprattutto all’esperienza di gestione della panificazione in forma cooperativistica realizzata a Cremona negli anni precedenti, il dirigente socialista e cooperativistico cremonese Giuseppe Garibotti vi aveva dedicato due anni prima un libro dal forte approccio manualistico, ricco di modulistica utile nella gestione dei servizi. 519 Solo un anno dopo, un esponente della scuola della medicina sociale come l’igienista Angelo Celli, che è anche deputato repubblicano-radicale dal 1893 al 1913 e si proclama socialista sul piano della teoria economica, ritiene che, per esercitare una efficace azione preventiva sulle misere condizioni di vita delle masse popolari, strettamente correlate alla diffusione di epidemie ed all’alta mortalità, sia necessario operare con bonifiche agrarie ed il risanamento dei centri abitati (ma in questo caso, senza ipotizzare inutili sventramenti, come quelli che hanno colpito ad esempio Napoli 520), uniti ad interventi di natura igienicoalimentare come la promozione di cooperative di consumo, forni rurali cooperativi, cucine popolari, locande sanitarie rurali, trattorie o caffè popolari, refezione scolastica, insegnamenti di cucina popolare, pane gratuito, industrie alimentari e loro progressi, (...) municipalizzazione del pane. La realizzazione di queste strutture ha un 517 ANTONINI, Giuseppe, Escursioni pellagrologiche, cit.. MICHELS, Roberto, Storia critica, cit., pagg. 387-390. 519 Delle due edizioni del libro, quella catanese del 1903, che era stata citata da Michels, risulta oggi irreperibile, mentre è ancora disponibile la seconda: DE FELICE GIUFFRIDA, Giuseppe, La Municipalizzazione del Pane a Catania. Confessioni e battaglie, Milano, Società Editoriale Libraria, 1913; MONTEMARTINI, Giovanni, Municipalizzazione dei publici servigi, Milano, 1902, Società Editrice Libraria, pagg. 110-149; GARIBOTTI, Giuseppe, Pane. La produzione anarchica, cooperativa e municipale, Cremona, Tipografia Sociale, 1900 (ove produzione anarchica, come in Montemartini, ha valenza negativa e riferita alla produzione delle piccole botteghe artigianali). Garibotti dedica all’esperienza cooperativistica cremonese una relazione, condivisa con il deputato socialista belga L. Bertrand, al Settimo congresso dell’Alleanza Cooperativa Internazionale, che si tiene nella sua città dal 23 al 25 settembre 1907: cfr. GARIBOTTI Giuseppe, I servizi che la cooperazione può rendere alle classi operaie e ai piccoli coltivatori nella loro vita giornaliera. Relazione tenuta al 7° congresso dell’Alleanza Cooperativa Internazionale, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1907. Giuseppe De Felice Giuffrida (1859-1920) : inizialmente uno dei capi del movimento socialista dei Fasci Siciliani, si colloca ad uno snodo importante del rapporto fra movimento operaio e contadino, nord e sud del paese, socialismo, democrazia ed anarchismo. Dopo la barbara repressione del movimento da parte di Crispi e Di Rudinì - nella quale De Felice, pur essendo deputato, viene condannato a 18 anni di carcere - riesce a continuare la sua attività politica nonostante la sconfitta dell’ipotesi originale dei Fasci: è insieme a Prampolini e Bissolati protagonista del famoso episodio dell’ostruzionismo dell’Estrema Sinistra contro il tentativo autoritario del generale Pelloux, con la rottura delle urne in una votazione imposta ai deputati in violazione delle procedure. Durante l’età giolittiana esprime un’esperienza originale di collaborazione fra socialismo e giolittismo, che acquisisce l’egemonia politica sulla Sicilia orientale, scivolando però progressivamente in una politica di subordinazione del movimento popolare alla borghesia isolana, e finendo infine per aderire nel 1912 al partito socialista riformista: cfr. ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., secondo volume, pagg. 183-186, scheda redatta da F. Renda. Giuseppe Garibotti, nato nel 1865 a Cremona ove è segretario comunale, proviene al Psi dal Partito Operaio; è deputato socialista dal 1919 al 1924: cfr. MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., secondo volume, pagg. 15-16. Giovanni Montemartini (1868-1913) , economista e deputato socialista di orientamento riformista, collabora dal 1900 alla Critica Sociale dove tiene una rubrica firmata Municipalis in cui tratta i problemi della municipalizzazione dei servizi pubblici. Dopo aver creato nel 1902 all’Umanitaria di Milano un Consiglio del lavoro con lo scopo di produrre ricerche sulle condizioni dei lavoratori, nel 1903 è chiamato presso il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio per organizzare l’Ufficio del lavoro, ove soprattutto dà un contributo alla legislazione del settore, in particolare con un progetto sul collocamento (assegnato alle amministrazioni comunali ed alla contrattazione fra le categorie economiche) per altro non giunto a positiva conclusione. Cfr. ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., terzo volume, pagg. 565-566, scheda redatta da C. Ferrario. 520 La politica del rinnovo urbano, che antepone agli interessi delle masse popolari urbane (che vengono espulse e private del loro habitat e soprattutto del loro tessuto di relazioni economiche e sociali che ne permettono la sopravvivenza) gli interessi della sanità pubblica e soprattutto quelli della speculazione edilizia, provoca veri e propri disastri, come lo sventramento di Napoli ai tempi dei ministeri Depretis, contro cui interviene Matilde Serao. Cfr. SERAO, Matilde, Il ventre di Napoli, Roma, Bianco, s.d. 518 Numero pagina valore certamente di miglioramento delle condizioni igieniche della popolazione, strettamente unite a quello delle condizioni economico-sociali.521 La vicenda del forno municipale viene affrontata per prima ad Udine, scegliendo in questo caso la via della municipalizzazione. L’ amministrazione democratica indice un referendum per domenica 8 gennaio 1905, e questa occasione viene vista come la possibilità di passare dalla piccola produzione alla grande, garantendo finalmente qualità del prodotto e salute agli acquirenti. Ne guadagneranno, oltre che i cittadiniconsumatori, i lavoratori del settore sfruttati a causa delle condizioni arretrate (i panificatori violano sistematicamente e con ogni pretesto i contratti firmati) ed anche i panificatori privati, cui verrà lasciato un reddito sufficiente grazie al compito di distribuzione del pane nelle loro rivendite (ma questo, secondo Michels, è uno dei fattori di crisi dell’esperienza catanese); ne guadagnerà anche il comune, che avrà una nuova fonte di entrata. L’esempio di Catania è ben presente ad Udine: Da quando a Catania è stato municipalizzato il pane, gli uffici daziari segnano un aumento di consumo di farina, che supera di almeno un quinto il consumo precedente. Il fenomeno viene spiegato dal De Felice in due modi: O la migliore qualità di pane e il prezzo più basso, hanno fatto aumentare il consumo - e ciò è un bene di indiscutibile utilità sociale, riuscendo a vincere, sino a un certo punto, i danni della denutrizione operaia - o, avendosi ora un solo consumatore di farine, il Comune, viene evitato il contrabbando, a favore delle finanze comunali, vale a dire a beneficio del pubblico. I socialisti udinesi, così come la Camera del Lavoro, appoggiano la proposta della Giunta radicale, ed invitano a votare anche per battere l’astensione dietro cui si mascherano gli avversari della municipalizzazione. L’obiettivo della municipalizzazione non è la produzione monopolistica, ma la realizzazione di un servizio che possa sopportare l’investimento di macchinari moderni, cosa impossibile per le piccole aziende, le quali vivacchiano con le condizioni antigieniche dei nostri forni, poca pulizia, imperfetta cottura, frequenti adulterazioni e sofisticazioni oltre all’elevato prezzo del pane. 522 La votazione per l’istituzione del forno municipale vede la partecipazione di 1668 elettori su 5022 iscritti; di questi 1466 (l’83%) si esprime a favore e solo 219 contrari. Nell’ottobre 1905 il forno municipale di Udine è in funzione, attaccato dai quotidiani moderati locali ma anche criticato dal Psi. L’istituzione, che pure produce a buon prezzo un pane sano, pulito e veramente ben confezionato , e condotta in modo pressapochistico da un direttore superpagato (4000 lire annue, più di un magistrato) e si deve ricorrere a impiegati della ragioneria comunale per cercare di tenere sotto controllo la confusione esistente. Ma sono evidentemente malesseri passeggeri, se a fine anno si può dichiarare con soddisfazione che questa fiorente istituzione che tanto vantaggio ha portato alla cittadinanza, ad onta della guerra mossagli dai proprietari di forno e dai rettili pagati dalla forcaioleria cittadina che ne sparano ogni giorno una colla speranza di abbatterlo, va bene, ed anzi la sola preoccupazione degli amministratori è quella che con gli attuali due forni non arrivano a poter disimpegnare a tutte le richieste, tanto che coll’assunzione delle forniture del manicomio, ospitale Civile e militare e molti altri istituti si trovano nella necessità di dover costruire al più presto altri due forni. A riprova di un successo più duraturo del modello catanese, il forno municipale di Udine è ancora in attività alla fine del 1911.523 Contro il rincaro dei generi di prima necessità i socialisti pordenonesi si mobilitano ed intervengono più volte, in stretto collegamento con il movimento e le esperienze nazionali, agitando il problema del ruolo dell’Amministrazione Comunale. Siamo da capo. Il prezzo del pane continuerà, dopo le poco benevoli dimostrazioni di giove pluvio, a rincarare. Il prezzo del pane e della farina aumentano e quindi diminuisce il salario del lavoratore. Siamo a giugno, il maltempo rovina il raccolto, il prezzo del grano cresce. Il potere di acquisto dei salari viene messo in discussione e falcidiato dal rincaro. Sarebbe necessaria una politica annonaria pubblica, che agisca sul mercato attraverso la predisposizione dell’ammasso di sufficienti quantitativi di granaglie. Ma l’Amministrazione Comunale attende invece che gli avvenimenti precipitino, per agire solo tardivamente. I socialisti non se ne stupiscono: c’è una coerenza nella politica della classe dirigente liberale, di tipo rigorosamente protezionistico ed usa a risolvere i problemi del bilancio dello Stato con il dazio sul grano, che colpisce innanzitutto l’alimentazione base della povera gente. Alla politica del dazio sul grano i socialisti rivolgono proprio l’accusa di essere un puro espediente per pagare agli agrari tariffe protezionistiche che disincentivano l’innovazione nelle colture.524 Il problema della rappresentanza politica dei lavoratori ritorna con forza, nella polemica contro le inadempienze del governo come dell’Amministrazione Comunale. Viene fatto un confronto con i provvedimenti del comune pordenonese nell’epoca veneta, e ciò è occasione per colpire con una frecciata i maggiorenti cittadini, nobilitati dal passato governo austroungarico per denaro o per fedeltà imperial-regia: sono quelli che ora governano senza essere capaci di prendere efficaci provvedimenti a favore della collettività. Il 23 giugno 1548 il consiglio comunale di Pordenone deliberava “il sequestro di frumento venduto prima che la povertà potesse comperarne” e nell’agosto del 1654 il consiglio “verifica nel fondaco un capitale in frumento di 3500 ducati”. 521 CELLI, Angelo, Manuale dell’igienista, Roma-Milano, 1903, pag. 91, citato in: DE GIORGI, Fulvio, cit., pagg. 443-444; su Celli, cfr.: MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., volume primo, pagg. 238-239. 522 LF, nn. 7 del 6 gennaio 1905, pag. 4, Questioni municipali (che riproduce l’ultimo capitolo dell’opuscolo del dottor Carlo Pucci, in vendita presso la libreria del Psi udinese) e 7 - seconda edizione del 7 gennaio 1905, pag. 4, Il referendum di domani per il forno municipale, che pubblica anche il Manifesto della Giunta Comunale agli elettori amministrativi del Comune. 523 G, n. 9 di lunedì 9 gennaio 1905, pag. 3, UDINE. Il referendum per il pane; LF, nn. 49 del 28 ottobre 1905, AL FORNO COMUNALE, 56 del 16 dicembre 1905, stesso titolo e 362 del 9 settembre 1911, pag. 3. 524 LF, nn. 22 del 22 aprile 1905, Sentimentalità e 28 del 3 giugno 1905, Pane caro. Numero pagina E’ in tale quadro che nasce la proposta di istituire un forno non municipale ma cooperativo, che prevede comunque il sostegno dell’Amministrazione Comunale e delle forze economiche cittadine. (...) cosa dobbiamo fare? Rispondiamo che si può fare e che altre città hanno dato esempi recenti. Del resto, chi ha voluta questa situazione? I moderati e liberali annacquati. Essi si levino d’impaccio. La proposta di un forno cooperativo fu guardata in cagnesco. I promotori possono essere anche derisi ma, certo, non a loro grava sulle spalle la responsabilità dell’ora presente grigia di miseria umana. La proposta di un forno cooperativo era già stata formulata dai socialisti l’anno precedente, raccogliendo lo scarso entusiasmo dell’Amministrazione Comunale moderata, che evidentemente non aveva nessuna intenzione di favorire le iniziative di parte socialista, poco inquadrabili in una politica di tipo paternalistico. Com’è noto la commissione incaricata del lavoro preparatorio per la costituzione di un forno cooperativo tra noi, adempie alacremente il suo compito. Fu invitato, tra gli altri, il nostro Comune a concorrere alla sottoscrizione di azioni. A imperitura memoria registriamo il fatto che la Giunta moderata, molto moderata in questo caso pel bene pubblico, propose l’acquisto di sole 25 azioni a L. 5, mentre quegli stessi signori in altri tempi avevano trovato una bazzecola il far concorrere il Comune con lire 2000 ad una esposizione paesana ridicola, quanto priva di utilità pratica. Ecco quel che vuol dire, operai, esser governati da un partito che rappresenta interessi contrari ai vostri. 525 Pochi giorni dopo Il Lavoratore Friulano ritorna sull’argomento, dovendo purtroppo constatare di aver avuto facilmente ragione sugli effetti della mancanza di politica annonaria del comune. La polenta e il pane sono ancora rincarati. Quello che noi abbiamo preveduto s’è avverato. Sabato la povera gente imprecava per il rincaro del grano. Le madri, il cui bilancio famigliare è fatto su calcoli esatti e non ha quindi nessuna elasticità, si sono unite ed hanno gridato forte. La giunta ha provveduto a che il grano fosse distribuito a lire 15 l’ettolitro. Le acquirenti intendevano di pagar a 14. Non fu possibile, per quanto lunghe ed insistenti sieno state le pratiche. Sabato pochi venditori saranno sulla piazza colla loro merce. (...) L’agitazione sociale per il pane richiama alle scelte politiche fatte concretamente dalla gente al momento di andare a votare. Quelli che oggi protestano hanno poco tempo fa eletto una Giunta comunale che non fa i loro veri interessi. Il problema della rappresentanza politica è posto. In periodo di elezioni chissà quante di quelle madri che sabato imprecavano contro produttori e commercianti avranno favorita l’ascesa al potere dei protettori (l’on. Monti fra questi) del dazio sul grano. Cinque lirette deve pagare ogni quintale di mais importato. Quel dazio fa sì che i produttori abbiano modo di ricavare L. 5 in più del prezzo naturale e non solo si ha questa conseguenza, ma ne deriva anche una minor produzione locale. (...) Se il Comune fosse guidato da socialisti, per certo, questi avrebbero evitato la speculazione sulla borsa del povero. La carestia, i prezzi elevatissimi erano annunziati fin dal dicembre 1904. In allora, parevano le previsioni nostre predizioni da pessimisti. Purtroppo la realtà è venuta a dirci che avevamo ragione. (...)526 Se il Comune fosse guidato da socialisti: la questione è attuale, di lì a pochi giorni si decideranno le candidature del partito per il rinnovo dell’Amministrazione Comunale. Il caro-pane pone con urgenza il problema della rappresentanza elettorale, che non può essere lasciata al monopolio dell’avversario di classe. Una prova di forza della coalizione alternativa, formata da radicali e socialisti, era stata data con il rinnovo del consiglio della Società Operaia, pochi mesi prima. Le elezioni si erano tenute domenica 26 febbraio ed avevano dimostrato la grande compattezza del consenso attorno alla lista democratico-socialista, i cui candidati avevano ottenuto da 262 a 256 voti: la quasi totalità dei 266 votanti. Con il massimo dei voti veniva rieletto G. Francesco Asquini, presidente uscente.527 La vicenda del forno cooperativo, tuttavia, sta marciando con difficoltà solo sulle spalle dell’organizzazione operaia. La scelta di autonomia politica del movimento operaio non permette di capitalizzare più il sostegno delle aziende industriali della zona, i cui contributi erano garantiti nella fase precedente di paternalismo padronale. L’idea non è tramontata. Se non ha potuto diventare un fatto si fu per molte circostanze, ad una sola delle quali - perché la principale - vogliamo accennare. Il rifiuto degli stabilimenti industriali a sottoscrivere delle quote. Ciò dimostra ancora una volta che la classe capitalistica in nulla si associa alle iniziative del proletariato, nemmanco quando si tratta di cooperative utili alla generalità dei cittadini. Così ora se il forno sorgerà e vivrà dovremo attribuire il merito principale alle nostre organizzazioni e specialmente al Magazzino cooperativo e alla Lega di Torre. A Torre si trovano già versati i tre decimi. Ciò faciliterà il compito della commissione delegata, la quale sta trovando il locale ed assume istruzioni a Udine, Vittorio, Castions ecc. sui sistemi di forno, di lavorazione ecc. più convenienti.528 I 3/10 delle azioni versate provengono dalla Società Operaia. Soprattutto la mancata realizzazione grava sull’Amministrazione Comunale moderata, aggiungendosi alle sue tante mancanze: il non aver sostenuto il forno cooperativo, pur sapendo che tale iniziativa non può sorgere senza l’intervento pubblico, ha prodotto la disillusione fra la gente che sarebbe stata interessata. Ma, nonostante il cambiamento amministrativo che avverrà alla fine del 1905 con l’elezione di una Giunta radicale, il forno cooperativo non riesce a decollare. Ecco quindi, un anno dopo, un nuovo appello a rilanciare l’iniziativa: dopo una fase di assopimento, il comitato promotore ha ripreso il lavoro di riscossione delle azioni. Ma anche il nuovo intervento non riesce evidentemente a far decollare l’iniziativa, che l’anno successivo si presenta in una situazione fallimentare. Nel 1908 troviamo finalmente l’annuncio dell’imminente entrata in funzione del panificio cooperativo, ma sarà l’ennesimo falso allarme. Ed ancora nel 1910 troviamo che alcuni cittadini polemizzano con la borghesia locale, che ha prontamente messo mano al portafoglio per la scuola d'aviazione 525 LF, nn. 1 del 26 novembre 1904, Il forno cooperativo e 28 del 3 giugno 1905. LF, n. 29 del 10 giugno 1905, La polenta e il pane. 527 LF, n. 15 del 4 marzo 1905. 528 LF, n. 51 dell’11 novembre 1905, Forno cooperativo. 526 Numero pagina della Comina (la seconda in Italia) sborsando quindicimila lire, mentre nel recente passato non si è voluto finanziare un forno cooperativo.529 Ma, mentre i socialisti non riescono a mettere insieme sufficienti energie per costituire un forno cooperativo, né l’Amministrazione Comunale è capace di scegliere la gestione di un forno municipalizzato, troviamo la notizia che i cattolici di Torre hanno iniziato a costituire la propria cooperativa concorrente. Si tratta dell’Unione Cooperativa di Consumo, promossa da don Lozer, che nasce quell’anno; nel 1909 inizia a funzionare la Società Molino Cooperativo, che fino alla Guerra Mondiale era la Società che più di tutte aiutava le opere parrocchiali e poi l’Asilo. Oculato spirito imprenditoriale, il parroco di Torre realizza un’attività che è anche efficace polmone di finanziamento delle iniziative sociali cattoliche. Nel 1914 l’Unione Cooperativa darà vita anche al Forno Cooperativo, adiacente al Mulino. I socialisti, pur di non cedere alle iniziative dell’avversario, si approvvigionano nei mulini dei paesi vicini: (...) il Magazzino Cooperativo socialista piuttosto che usare del molino paesano, denominato dai compagni “molinello cattolico” mandava ogni settimana al molino di S. Quirino, o di Roveredo, o di Cordenons. A tanta bassezza arrivava la settarietà rossa! Avere il molino in paese e non servirsene perché istituito da cattolici! 530 4.2.5 - La prima volta dei socialisti come lista elettorale autonoma. Nel Consiglio Comunale di lunedì 12 giugno 1905 si discute l’ordine del giorno di Policreti ed altri dieci consiglieri, in cui si propone che la Giunta abbia a mitigare il provvedimento preso in confronto della guardia municipale Passatempo Eugenio, consistente nell’invito alla stessa a rinunziare al servizio, e lo abbia a convertire, ove ne sia il caso, in una meno grave punizione disciplinare. La guardia Passatempo, riconosce anche Policreti, ha sicuramente ecceduto nella denuncia fatta alla Pretura a proposito di avvenimenti accaduti durante una festa da ballo, visto che egli stesso l’ha ridimensionata nel processo di appello; ma più che di falso si tratta di leggerezza, e non si può gettare sul lastrico una famiglia numerosa per questo. Durante il dibattito viene presentato un altro ordine del giorno da Marini, che pur andando nello stesso senso non fa questione di fiducia nei confronti della Giunta e quindi viene approvato, salvo poi essere annullato con decreto prefettizio n. 18793 del 21 luglio 1905. 531 La Giunta presenta le sua dimissioni nella seduta di sabato 17 giugno 1905, motivandole con la delibera presa dal consiglio sulla questione Passatempo, ritenuta ossequiosa formalmente ma sostanzialmente un atto di sfiducia nei confronti della stessa Giunta. I consiglieri Policreti e Marini sottolineano che tali motivazioni non hanno senso, in quanto i proponenti le mozioni hanno agito innanzitutto per senso umanitario; più incisivo è invece Asquini che ricorda anche le motivazioni di equità che avevano spinto al voto. Il consigliere avv. Antonio Querini propone quindi un ordine del giorno che invita la Giunta a rimanere in carica fino alle prossime elezioni che, vista l’insistenza degli amministratori a confermare le dimissioni, viene votato all’unanimità da quindici consiglieri (astenuta la Giunta).532 Una settimana dopo abbiamo le prime notizie sull’atteggiamento socialista a proposito delle imminenti elezioni amministrative parziali di fine giugno: Il circolo socialista nelle elezioni amministrative porterà la minoranza. Ilario Fantuzzi e Giuseppe Ellero terranno in alto la bandiera socialista nella lotta imminente. Compagni ed amici principiate la propaganda. Se resteremo soccombenti non importa. Ciò che preme si è di approfittare della circostanza per diffondere con calore il nostro principio. La scelta è quindi quella di presentarsi autonomamente come partito, puntando realisticamente ad eleggere due consiglieri di minoranza. Il risultato non è certo, ma il momento politico è propizio per cercare di ottenere una visibilità come forza politica. Questa impostazione viene rafforzata dalla corrispondenza da Torre. Cosa concretamente potesse significare avere dei propri rappresentanti in comune è specificato dal trafiletto che precedeva questa notizia: 529 P, nn. 9 di mercoledì 10 gennaio 1906, pag. 1, Notiziole pordenonesi, 33 di venerdì 24 novembre 1905, pag. 2, Quelli che se ne vanno, firmato Semplicissimus e 152 di martedì 28 giugno 1910, pag. 1 , L'aviazione; LF, nn. 91 del 18 agosto 1906, Per un panificio, 126 del 20 aprile 1907, Forno Cooperativo, 140 del 27 luglio 1907, Forno cooperativo (in cui si cerca di giustificare il comitato promotore, sostenendo che l’iniziativa non è stata sostenuta neanche da gran parte dei sottoscrittori, che non hanno onorato l’impegno a versare le loro quote) e204 del 12 settembre 1908, Panificio cooperativo. 530 LF, n. 51 dell’11 novembre 1905. Nuova cooperativa; LOZER, Giuseppe, Ricordi di un prete, cit., pagg. 32-36. 531 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 36-38. A partire dalla seduta del 12 giugno 1905 il consiglio torna ad essere convocato di sera, solitamente dopo le ore 20. La delibera giuntale contestata è la n. 134 presa nella Giunta del 25 maggio 1905: La Giunta Municipale Informata che la Guardia Municipale Passatempo Eugenio, dopo d’avere nel 2 gennaio a.c. firmato un verbale, e d’averlo nel 5 stesso confermato in sede d’istruttoria, d’una gravità tale a carico di cittadini che li trasse davanti l’Autorità Giudiziaria, lo ha poi nel 3 maggio corrente negato completamente in grado d’appello, Considerato che l’inesplicabile ed ingiustificato contegno del Passatempo lo rende immeritevole di godere più la fiducia dell’Amministrazione Comunale; Riuscite inutili le pratiche fatte per indurlo, nel suo interesse, a rinunziare al posto di guardia municipale, Visto l’art. 135 n. 2 della Legge Com.le e prov.le, e l’art. 17 del regolamento 26 febbraio 1890 dei vigili municipali; sulla proposta del Sindaco Unanime Delibera di licenziare con 1° Luglio p.v. dal posto di guardia municipale il Passatempo Eugenio. Cfr. Registro delle deliberazioni della Giunta municipale dal 7 novembre 1902 al 17 aprile 1907, pag. 55. 532 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 41-43. Numero pagina I consiglieri della nostra frazione pare (almeno qualcuno) si sieno incaricati di far levare a certi poveri, bisognosi della Congregazione di carità, il sussidio che questa dava.533 Una più esplicita argomentazione della scelta di correre autonomamente alle elezioni si trova nel comizio di Guido Rosso della settimana successiva. In un comizio che ebbe luogo domenica al “Coiazzi” indetto dalla sezione pordenonese del partito socialista italiano, l’avv. Guido Rosso parlò dei “Partiti politici e il Comune” attaccando vivacemente clericali, moderati e radicali, convinto com’è che non vi sia salute fuori del socialismo. Nessuno altro prese la parola e si concluse che i socialisti abbiano a scendere in lizza, per conquistare i due seggi della minoranza al patrio Consiglio. Fu anche stabilito d’indire un altro comizio per la scelta di due candidati (dei quali si fanno anche i nomi) e per discutere il programma.534 E’ necessario spiegare bene ai militanti ed agli elettori le ragioni che hanno portato per la prima volta a scegliere di sganciarsi dall’alleanza con la sinistra radicale. L’autonomia socialista non viene proclamata in assoluto, ma in rapporto ai ritardi di maturazione delle scelte politiche della democrazia pordenonese. La politica dei blocchi popolari rimane all’orizzonte come realistica prospettiva per la conquista della maggioranza, anche se ora è opportuno affermare l’autonomia socialista per stimolare gli alleati a chiarire le loro posizioni. Appaiono i primi segnali di una presenza autonoma, sull’altro fronte politico, dei clericali, anche se il corrispondente socialista tende immediatamente a svalutare questa possibilità. La posizione dei socialisti è però assai cauta. Nello stesso momento in cui decidono di presentarsi da soli, tengono conto realisticamente del problema delle alleanze, e scelgono di appoggiare il candidato della democrazia radicale per le elezioni provinciali. Una cosa è per altro il voto di Pordenone, con le sue forti concentrazioni operaie; altra sono i comuni circostanti, prevalentemente agricoli e sotto l’influenza degli agrari moderati e della Chiesa cattolica, con l’eccezione di qualche nucleo operaio tessile a Fiume e Cordenons (ma Fiume non darà mai voti ai socialisti). Quello che è importante è garantirsi un voto in Consiglio Provinciale a favore della Camera del Lavoro, cosa che non sarebbe certo possibile con l’elezione di un candidato clericale: per questo motivo si invitano i compagni a votare il candidato deciso dai democratici, l’avvocato cordenonese Sebastiano Brascuglia.535 Mentre alle elezioni provinciali prevalgono i moderati, che rieleggono il consigliere uscente dott. Basilio Frattina536, il risultato comunale conforta la scelta dei socialisti di presentarsi da soli, spiazzando le previsioni degli avversari. Quasi un quinto degli elettori ha votato per i candidati socialisti, che si sono sostenuti solo con il loro bacino elettorale, quello operaio. La scelta dell’autonomia elettorale ha provocato la divisione dei consensi fra i sostenitori delle due candidature socialiste e quelli dei radicali, e questo solo dato mette in rilievo il notevole risultato dei primi. Il risultato elettorale non può soddisfare da solo. Si tratta di un passo nell’organizzazione di classe, attraverso il partito, la sua ideologia e la forza propagandistica espressa, che non possono che uscire rafforzate dalla consultazione. Non a caso subito dopo i commenti elettorali si dà la parola ad un operaio di Rorai, il quale si sofferma sul clima di poltroneria fra gli operai del cotonificio, e sulla necessità di rafforzare la Lega di resistenza per difendere ed estendere i propri diritti. 537 Il risultato elettorale viene nuovamente commentato la settimana successiva, soprattutto per mettere in rilievo l’esigua forza dell’elettorato liberale moderato (150 voti) e la necessità per questa forza di basarsi sul voto di una parte dell’elettorato clericale. Questi flussi smentiscono la quotidiana propaganda anticlericale dei liberali, e quella specularmente opposta dalla sponda clericale. La polemica sull’atteggiamento elettorale opportunistico dei clericali permette ai socialisti di replicare alle accuse loro rivolte a proposito delle capacità amministrative possedute: la loro tattica è quella di criticare sistematicamente l’amministrazione, apprendendone i meccanismi e prospettandone una diversa gestione. La “giustificazione” di parte socialista è segno di realismo: l’attività amministrativa si impara con una lunga esperienza, la quale gradualmente supplisce alla mancanza di presenza storica nei luoghi del potere politico. La presenza nelle amministrazioni fa quindi parte di quel processo di acculturazione, anzi di vera e propria alfabetizzazione delle masse popolari cui i socialisti attribuiscono un ruolo fondamentale per l’emancipazione dallo sfruttamento. Non è un problema il fatto che i nuovi consiglieri espressi dal movimento operaio si caratterizzino soprattutto per la loro critica serrata delle scelte amministrative: quello che importa è che ci siano, portatori di un programma politico nuovo che li aiuterà - una volta acquisiti i meccanismi tecnici di funzionamento degli enti - nella loro futura azione di governo. Su un altro piano - è il risvolto della polemica - si tratta di andare a scoprire le carte della reale gestione comunale realizzata dai clericali in quegli anni. L’occasione è propizia per polemizzare, non solo sul piano teorico, contro l’autonomismo municipale teorizzato dai clericali, tacciato di essere un espediente per sostituire all’accentramento della monarchia sabauda un utilizzo strumentale dell’ente locale a pro delle istituzioni della Chiesa cattolica. A riprova di questa accusa stanno le decisioni amministrative di concessioni 533 LF, n. 31 del 24 giugno 1905, Elezioni e TORRE. Per le elezioni. G, n. 176 di mercoledì 28 giugno 1905, pag. 3, DA PORDENONE. Elezioni comunali e provinciali. Cfr. inoltre: LF, n. 32 del 31 giugno 1905 (in realtà è il numero del 1° luglio), Elezioni, il cui testo è riportato in appendice. 535 LF, n. 32 del 31 giugno 1905, Elezioni provinciali. 536 Il co. dr. Cav. Basilio Frattina era stato precedentemente eletto nel 1899. ASU-APU, busta 22, fascicolo 1, 1904-1911, Rinnovo Consiglio Provinciale. Deputazione provinciale di Udine, prot. n. 1692 del 10.3.1905, n. 3130 del 5.6.1905, n. 6504 del 18.12.1905, prot. n. 3212 del 2.10.1910; Amministrazione Provinciale di Udine, estratti dei verbali delle deliberazioni del Consiglio Provinciale di Udine, prot. n. 5053 del 20.1.1908, prot. n. 6061 del 30.1.1911, 537 LF, n. 33 dell’8 luglio 1905, La vittoria delle “mosche socialiste”. 534 Numero pagina di favore agli enti religiosi. La scelta clericale di contrapporre il potere locale amministrato direttamente alle strutture accentrate dello stato unitario non è in ultima istanza così diversa da quella socialista di conquista del potere popolare dal basso. Ma la concorrenza, su diversi piani dello scontro di classe (con i clericali schierati a fare, per il momento, da “ruota di scorta” del potere liberale), rende impossibile un’elaborazione comune. L’incomunicabilità viene aggravata dalla scelta dei clericali, quando entrano nelle amministrazioni, di destinare sussidi non tanto alle istituzioni sociali da loro espresse, ma direttamente alle istituzioni religiose, cosa vista come incompatibile con la netta distinzione fra istituzioni dello stato ed istituzioni di parte, a carattere ideologico.538 4.2.6 - Breve vita di un Consiglio Comunale. Il risultato elettorale non dà a Pordenone una solida maggioranza. Pochi mesi dopo l’Amministrazione Comunale entra in crisi e si giunge al commissariamento. Si tratta di una costante comune a tutto il periodo prebellico a Pordenone, con deboli maggioranze di moderati e clericali, incapaci di sostenere un programma di legislatura, segnate da rissosità e divisioni interne che spesso conducono alla perdita del numero legale del Consiglio Comunale a causa delle dimissioni dei consiglieri della maggioranza. Unica eccezione sarà la Giunta espressa dalla sinistra democratica radicale: ma questo risultato potrà emergere solo in seguito all’affermazione socialista, ed alla costruttiva scelta del partito operaio di permettere agli antichi alleati di assurgere al governo della città. La prima riunione del nuovo Consiglio Comunale si tiene mercoledì 5 luglio, alla presenza dei nuovi consiglieri, fra i quali troviamo l’avv. Giuseppe Ellero, Ilario Fantuzzi ed il neoconsigliere radicale avv. Galeazzi (le elezioni parziali concernevano il rinnovo per sorteggio di sette consiglieri, cui si aggiungevano tre dimissionari). 539 In quella seduta l’amministrazione ripresenta le dimissioni. Commenta il corrispondente de Il Lavoratore Friulano: a prima impressione si scorgeva un malessere nella maggioranza e nella giunta, che mostrava di volere e non volere rimanere a quel posto; forse perché già sentiva di aver innanzi a sè lo spettro della morte. (...) Mi occuperò quindi di quello che ci può riguardare ed interessare. Anzitutto noto l’incidente MontiPolicreti, nel quale avendo l’on. Monti per un malinteso e mal indovinato spirito di salvare l’amministrazione composta dei suoi galoppini elettorali, fatto intendere che avrebbe interposti i suoi uffici, perché un voto del consiglio fosse revocato, l’avv. Policreti scattò e vibratamente redarguì il difensore di Licata minacciante pressioni prefettizie. L’on. Monti ebbe il coraggio, per non dir altro, di scusarsi coll’assicurare di non aver mai fatte o tentate pressioni di alcun genere. Poverino! Finse non ricordare più quel famoso telegramma dell’epoca dello sciopero generale, col quale chiedeva gli si salvasse il collegio, magari col sacrificio di qualche capoccia socialista. Ma ricorderemo noi a quel signor avv. di Licata la sua gita in Prefettura nella medesima epoca, per far dichiarar lo stato d’assedio a Pordenone e la susseguente proibizione della festa del Primo Maggio, sua fatica particolare a favore della paura clerico-moderata. Cosa crede, questo onorevole, di poter mentire impunemente anche di fronte ai suoi polli? E’ inutile rimarcarlo, la sua fu una figura barbina e dovette tacersene e rimaner colle pive nel sacco. Il cons. Monti afferma che il Consiglio ha debordato occupando competenze giuntali e presenta un ordine del giorno di revoca della delibera dell’11 maggio. I metodi dell’on. Monti per tenere ancora in piedi la Giunta sono quelli dell’epoca di Giovanni Giolitti (di cui il Monti è infatti un sostenitore): il ricorso ad interventi presso le autorità governative, per chiedere l’utilizzo spregiudicato della forza pubblica o per annullare delibere consiliari, e così favorire i suoi sostenitori nel comune.540 538 LF, n. 34 del 15 luglio 1905, Dopo le elezioni. ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 23 e 44. 540 E’ interessante vedere nello svolgersi del dibattito del Consiglio Comunale lo slittamento delle posizioni politiche considerate un tempo più avanzate, dall’età risorgimentale all’emergere del socialismo. Il Monti, nobile e avvocato, garibaldino nel 1864 in Valtrompia e nel 1866, era stato individuato come candidato dei liberali di sinistra per il collegio di Pordenone già nel 1882. Le caratteristiche che lo avevano fatto emergere erano, oltre all’esperienza nel campo dell’Amministrazione Comunale e provinciale, un moderato progressismo e la sensibilità alle problematiche della classe operaia. Era stato eletto a Montecitorio per la prima volta nel 1890-92 nel collegio di Udine III per la XVII legislatura: il collegio comprendeva dal 1882 al 1892 i tre collegi di Pordenone, San Vito al Tagliamento e Spilimbergo. Rieletto nel collegio di Spilimbergo dal 1892 al 1895 per la XVIII legislatura, viene finalmente chiamato a rappresentare Pordenone nella XXI e nella XXII legislatura, dal 1900 al 1909. Nel 1900 Monti è sostenuto dal blocco dell’Estrema Sinistra, oltre che della sinistra liberale di Giolitti e Zanardelli; nel 1904 invece l’Estrema gli candida contro il consigliere radicale avv. Policreti, che guarda caso interviene contro di lui in questa seduta consiliare, e sarà futuro competitore - sconfitto - di Attilio Chiaradia alle elezioni parlamentari del 1909. Invece i legami con l’ambiente governativo varranno a Monti la nomina a senatore nel 1909, quando nel collegio pordenonese viene eletto da una coalizione conservatrice-clericale Attilio Chiaradia, il figlio del suo antico e vittorioso competitore conservatore Emidio Chiaradia, deputato dal 1883 al 1900. Monti viene più volte eletto nonostante non abbia mai brillato per la sua presenza alle sessioni parlamentari. Non appare a nessuna delle due sessioni della XVIII legislatura e ad una delle due della XXI, per un totale di tre sessioni mancate su sei complessive delle quattro legislature. Ben sintetizza la sua vicenda parlamentare Alberto Malatesta: Militò nelle file liberali e sedette a sinistra, partecipando talvolta alle discussioni. Fortemente polemico appare il riferimento alla difesa compiuta da Monti in qualità di avvocato del Licata. Si tratta di una vicenda da riferire con tutta probabilità al parlamentare liberale di sinistra Giuseppe Licata, sindaco di Sciacca e deputato di quella città nelle legislature XVIII, XIX, XXI e XXII (tre sono in comune fra i due parlamentari). Infatti proprio nella XXII legislatura si riscontra un intervento di Monti a proposito della elezione contestata di Sciacca. Anche questa vicenda ben colloca il ruolo di Monti, deputato assenteista, ma frequente utilizzatore o difensore delle tecniche extralegali del governo Giolitti, uso a strumentalizzare la presenza degli organi dello Stato a sostegno dei propri sostenitori parlamentari, non esitando a ricorrere alla corruzione ed alla violenza verso gli oppositori. L’utilizzo di corruzione e di brogli elettorali è documentato anche in Friuli, e denunciato da studiosi cattolici nel caso della ennesima rielezione a San Daniele del Friuli nel 1909 del repubblicano-radicale Riccardo Luzzatto. Cfr.: TESSITORI, Tiziano, Storia 539 Numero pagina A dare il benvenuto ai socialisti in Consiglio Comunale è il consigliere radicale Luigi Domenico Galeazzi, che sarebbe divenuto di lì a poco sindaco di Pordenone anche grazie al loro sostegno. E’ da parte sua che, dando adito alla polemica del sindaco, viene sottolineato il carattere innovativo del successo realizzato autonomamente dai socialisti. 541 Il cons. Galeazzi dichiara che ha bisogno di studiare l’ambiente, e quindi non può per ora prender parte alle deliberazioni. Si dilunga a descrivere Pordenone, la sua posizione topografica; accenna alle sue industrie, ai suoi bisogni di sempre migliori e più comode comunicazioni. Ringrazia gli elettori della fiducia riposta in lui, e porge un saluto ai colleghi che rappresentano il partito socialista. Ed è a questo punto che, affiancando ed oltrepassando ormai il progressismo borghese dei radicali, interviene uno degli allievi del Galeazzi, rappresentante del nuovo partito operaio che si sta affermando. Il nostro compagno Ellero prese allora la parola per ringraziare del saluto lusinghiero e per dichiarare che nella sua franchezza e lealtà sentiva, in omaggio al rispetto dovuto alle opinioni di ognuno, di poter anche salutare gli amici come gli affini, gli affini come gli avversari. A questo punto (anche l’idiota può calcolarne l’opportunità) il sindaco interrompe e non vuol saperne di rispetti e di saluti. Tutto il consiglio nota la topica del sindaco che si mostrava disposto ad interrompere ad ogni costo, e il nostro compagno, dopo aver risposto per le rime al sig. sindaco, continuò il suo dire rilevando il significato dell’entrata dei socialisti in Comune, rivendicando al consiglio il diritto di controllo e di censura sugli atti compiuti dalla giunta, controllo che l’on. Monti disse non dover esser ammesso. Poscia dichiarò di accettare le dimissioni della giunta e di votar scheda bianca per la nomina della nuova, e ciò perché la sorte non poteva che favorire una amministrazione moderata rappresentante la borghesia che ha interessi in opposizione colla rappresentanza del proletariato socialista. Il sindaco a tali dichiarazioni aventi savor di forte agrume, di nuovo interruppe, ma pescò un nuovo granchio da far il paio col primo. La Giunta mette ai voti le dimissioni, anche dopo la dichiarazione del sindaco che esse sono necessarie visto che si deve rieleggere il sindaco dopo il rinnovo parziale del consiglio. Astenuta la Giunta e sette consiglieri (i democratici Polese, Zannerio, Policreti, Galeazzi e Asquini, oltre a Roviglio ed all’ing. Luigi Querini), si hanno undici voti contrari alle dimissioni e i due voti favorevoli annunciati dai socialisti. Successivamente viene rieletto Cossetti a sindaco con 15 voti, e Domenico Veroi viene riconfermato assessore effettivo (era stato sorteggiato e poi rieletto) con 13. La votazione naturalmente riconfermò gli uscenti dimissionari, ma con tale meschinità di voti che l’intiera giunta successivamente dovette deliberare di dimettersi.542 Nella successiva seduta di mercoledì 19 luglio 1905, Ellero interpella la Giunta sul significato del certificato di buona condotta morale e politica richiesto per partecipare al concorso per un posto di impiegato comunale. Ma successivamente si deve prendere atto delle dimissioni di sindaco e Giunta visto il risultato delle votazioni della seduta precedente. Le votazioni convocate non permettono la rielezione della Giunta (Cossetti ottiene 10 voti su venticinque consiglieri, gli assessori arrivano al massimo a 7 voti). 543 In quei giorni i moderati commettono un’ angheria nei confronti del neoconsigliere socialista di Torre: alla lettera con cui Ilario Fantuzzi, in qualità di presidente del Magazzino cooperativo, richiede al sindaco di ottenere un’aula delle scuole comunali per tenervi l’assemblea dei soci, il direttore didattico Baldissera dà parere contrario il 19 luglio con il pretesto che le aule sarebbero state negate in passato ad altri sodalizi e che inoltre lo spostamento dei mobili li rovinerebbe. Fantuzzi replica il 20 alla lettera indirizzatagli dal sindaco quel giorno, protestando che l’anno precedente invece gli era stato concesso l’uso delle scuole.544 del movimento cattolico in Friuli, cit., pag. 230. Su Monti, cfr.: MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., volume secondo, pagg. 105 e 218; RINALDI, Carlo, I Deputati Friulani a Montecitorio nell’età liberale, cit., pagg. 29, 48, 52-63 e 311-312 (con alcuni errori nell’indicazione delle legislature a pag. 311). Cfr. inoltre il necrologio pubblicato nel 1913 dal quotidiano radicale: Nato a Tolmezzo il 16 aprile 1844, arrivò a Pordenone da bambino. Fu consigliere comunale di Pordenone, assessore e deputato provinciale, carica questa che ricoprì per oltre 30 anni. Nel 1890 lo scrutinio di lista lo mandò alla Camera a rappresentare il Collegio di Udine, quindi rappresentò il collegio di Spilimbergo-Maniago. Egli sedette a sinistra e partecipò con ardore alla campagna contro Crispi e per la pubblica moralità. Il governo per il suo atteggiamento liberale lo combattè aspramente nelle successive elezioni ed egli cadde da deputato. Ripresentatosi con programma nettamente avverso al regine del Pelloux fu eletto per due legislature nel collegio di Pordenone, e sedette alla sinistra giolittiana, anzi l’attuale Presidente del Consiglio lo ebbe tra i suoi amicissimi. In quel periodo prese parte assai attiva alla vita parlamentare e fu tra l’altro relatore del progetto di legge circa le convenzioni con le ferrovie venete romane ed emiliane. Nel 906 fu nominato senatore ma le sue mal ferme condizioni di salute lo costrinsero a vita quasi del tutto privata: P, n. 141 di sabato 14 giugno 1913, pag. 1, La morte del senatore Monti. Notizie relative ad Emidio ed Attilio Chiaradia sono contenute inoltre in: RINALDI, Carlo, I Deputati Friulani a Montecitorio nell’età liberale, cit., pagg. 48-59, 64-67, 145-154; MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., volume primo, pagina 247. 541 Galeazzi, nato nel centro agricolo di Chions, nella bassa pordenonese, era diventato radicale negli ambienti dell’università di Roma, dove aveva insegnato scienze politiche nel decennio successivo alla liberazione della capitale dal dominio temporale dei papi. Al rientro nel paese d’origine, egli si candida più volte nel collegio di San Vito al Tagliamento (nella cui circoscrizione ricadeva Chions), suscitando l’opposizione dei proprietari terrieri locali. Riesce ad essere eletto solo nella XVIII legislatura, dal 1892 al 1895. Galeazzi mette la sua scienza giuridica al servizio dei coloni della zona, raccogliendo attorno a sè un fedele e vivace gruppo di sostenitori socialisti-repubblicani, fra i quali spiccavano i nomi di Guido Rosso, di Giuseppe Ellero e di Luigi Barzan. Non a caso troviamo fra i suoi giovani adepti i due avvocati che sapranno unire nel primo venticinquennio del secolo la propaganda e l’organizzazione socialista del Pordenonese ad una continua ed efficace azione di tutela dei militanti operai perseguitati dalla repressione, ed un altro legale, consigliere comunale radicale fra i più vicini ai socialisti. Cfr.: RINALDI, Carlo, I Deputati Friulani a Montecitorio nell’età liberale, cit., pagg. 247-249; MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., volume secondo, pag. 442. 542 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 45-48; LF, n. 35 del 22 luglio 1905, Al Comune. 543 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 48-50; LF, n. 36 del 29 luglio 1905, Al Comune. 544 Lettere del Magazzino Cooperativo fra Operai ed Addetti agli Stabilimenti del Cotonificio Veneziano e Braccianti nella frazione di Torre di Pordenone, Società anonima cooperativa di consumo costituita con atto 15 agosto 1903 – Autorizzata con Decreto del R. Tribunale Civile e Penale di Pordenone 17 aprile 1904, del 15 luglio; del direttore didattico del 19 luglio e di Numero pagina I giorni della maggioranza sono ormai contati, per effetto del licenziamento della guardia Passatempo, che si sta trascinando da mesi e che pone in contrapposizione la Giunta con il consiglio, ivi compresa la sua stessa maggioranza. La Giunta municipale si era prestata alle mene della polizia, che aveva voluto utilizzare una guardia comunale per “incastrare” degli imputati. Ma Passatempo, dopo aver ceduto alle minacce in un primo tempo, aveva denunciato quanto avvenuto, venendo colpito da un licenziamento di rappresaglia per aver rotto la catena di solidarietà col potere poliziesco. Tale provvedimento ha però provocato la reazione del Consiglio Comunale contro la Giunta. E’ stata questa la ragione del contrasto che aveva precedentemente portato allo scontro fra consiglio ed esecutivo, alle dimissioni di quest’ultimo ed alle elezioni parziali appena svoltesi. Per resistere all’indignazione della maggioranza consiliare, Monti preme sulla Prefettura: lo stretto legame fra il governo e le sue istituzioni dipendenti, ed i fedeli nel collegio, richiede che il deputato locale si impegni al massimo per ottenere l’esecuzione della vittima sacrificale, per rinsaldare un centro di potere locale, ormai minoritario, che si regge solo perché i suoi singoli componenti si sostengono a vicenda. E così si sviluppano le mene della Prefettura per cercare di rinviare il momento del dunque. L’espediente con cui la maggioranza battuta ottiene ulteriore tempo utile è dato dell’arrivo di un esponente della monarchia. Tale evento sarà occasione di compattamento della compagine borghese cittadina, prevedibilmente in effervescenza per l’occasione di poter pietire titoli e riconoscimenti di distinzione. Le autorità statali intervengono a dar sostegno a quella Giunta che - a costo di entrare in polemica con l’intero consiglio - ha onorato il dovere di solidarietà nei loro confronti, sposando la tesi della questura contro quella del proprio dipendente. La guardia viene licenziata, e la visita di Sua Altezza Reale serve per ricacciare sullo sfondo questo “sgradevole episodio”. Per i socialisti, che non a caso danno grande rilievo a questa vicenda, è l’occasione per lanciare il proprio grido di denuncia contro la corruzione del potere. Ed anche per i radicali l’alleanza clerico-modero-massone in crisi è tenuta in piedi dalle mene dell’on. Monti, approfittando dell’occasione della visita in città in agosto di un ministro e di un conte. 545 4.2.7 - Visite reali e massacri di lavoratori. Alle vicende dell’Amministrazione Comunale si accompagnano le notizie sull’organizzazione operaia negli stabilimenti tessili pordenonesi. E’ forte l’espressione della solidarietà con i lavoratori meridionali vittime della repressione sanguinosa del potere. Le due dimensioni, locale e generale, marciano di comune accordo.546 Nel frattempo, giunge il giorno della visita del principe e di un ministro di Sua Maestà in Pordenone. I socialisti sottolineano innanzitutto come questa visita abbia visto una scarsa presenza di pubblico, cui è rimasta estranea la popolazione lavoratrice, nonostante la stampa moderata si sia impegnata per far risultare il contrario. Nemmanco le alte note delle marce musicali, ordinate a sollevare gli spiriti, valsero a torre gli operai dai consueti luoghi di ritrovo. Non una esclamazione, non un saluto - sono completamente fantastici gli evviva registrati o fatti registrare nei fogli moderati - da parte della poca gente presente all’arrivo. L’avvenimento è però occasione di una forte polemica socialista contro il cedimento della Società Operaia alle celebrazioni governative. Come si fa a condividere un momento di celebrazione estraneo agli interessi della classe operaia? Come può la Società Operaia partecipare ad una festa di quel governo che Fantuzzi del 20 luglio 1905. Cfr. il carteggio (mancante della lettera sindacale di diniego) in: ACPn, b. 1905 Referato I, fasc. 6, Amministrativo. 545 LF, nn. 37 del 5 agosto 1905, Al Comune e 40 del 29 (ma in realtà si tratta del 26) agosto 1905, Alla scoperta degli altarini; P, n. 13 di mercoledì 1 novembre 1905, pag. 2, Ci vuole un buon fegato. 546 E’ così che, nella corrispondenza da Torre, al vibratissimo ordine del giorno di protesta contro l’eccidio di Grammichele, segue una corrispondenza dedicata alle ultime vicende comunali: LF, n. 40 del 29 (ma in realtà si tratta del 26) agosto 1905, Per il Comune. Il 18 agosto 1905 a Grammichele, in provincia di Catania, la forza pubblica spara sui contadini che attaccano il municipio in un tumulto: 14 manifestanti sono uccisi e 68 feriti. L’episodio, insieme all’immediatamente successivo terremoto in Calabria, riporta l’attenzione nazionale sulla condizione del Sud. Molte prese di posizione sono rintracciabili anche sulle pagine de Il Lavoratore Friulano di quelle settimane, segno di un esteso moto di ribellione e di solidarietà da parte dei lavoratori italiani. Ad esempio le troviamo fra le motivazioni dei contributi settimanalmente elencati nella rubrica Sottoscrizione permanente a favore del “Lavoratore”. Cfr.: LF, n. 42 del 9 settembre 1905. e n. 44 del 23 settembre 1905. Alle tantissime espressioni di solidarietà con le vittime della sanguinosa repressione da parte del potere fanno da contrappunto interventi di denuncia dell’uso della violenza contro i lavoratori da parte del governo e delle sue forze armate. Il 25 maggio 1906 Il Lavoratore Friulano dedica un articolo di prima pagina al riepilogo delle stragi di stato di quegli anni, rilevando come siano più di mille fra morti e feriti dal 1890 a quel momento. E’ ben vero che dall’elenco emerge come la maggioranza degli eccidi di manifestanti sia concentrata ai tempi dei ministeri di Crispi e Di Rudinì, ma non può sfuggire una continuità storica dell’uso della repressione militare nei confronti delle lotte sociali. Cfr.: LF, 26 maggio 1906, n. 79, Il sangue gronda! Quello che più risalta è che questo dato sia percepito senza soluzione di continuità dagli osservatori socialisti, i quali evidentemente non apprezzano una differenza di comportamento repressivo fra i governi reazionari del decennio precedente e quelli dell’età giolittiana. Vero è per altro che una ripresa dei massacri si è avuta con i ministeri Fortis e si è acutizzata in quel periodo, soprattutto con il primo breve ministero Sonnino (durato solo cento giorni e caduto proprio il 18 maggio 1906, per restituire il testimone a Giolitti). La questione degli eccidi viene sollevata alla Camera dei Deputati in quel frangente dai socialisti, che propongono un disegno di legge per prevenirli: ma la messa all’ordine del giorno dello stesso viene respinta a grande maggioranza. I deputati socialisti a questo punto si dimettono, e rinnovano le loro dimissioni dopo il respingimento di esse da parte della Camera. Il 3 giugno successivo sono tutti rieletti nelle elezioni suppletive nei loro collegi, dando al gruppo parlamentare (riformista) la forza per riprendere l’iniziativa nel partito in mano alla sinistra rivoluzionaria. Cfr.: CANDELORO, Giorgio, Storia dell’Italia moderna, vol. VII, cit., pagg. 207-208 e 213-215. Numero pagina spara sui contadini in Sicilia ed è impegnato in politiche parassitarie e speculative? A liberare questo grandioso istituto dall’asservimento al partito moderato, cieco al nuovo orientamento del proletariato, noi, un giorno abbiamo data la nostra parola, la nostra penna... tutta la nostra attività. E ci pareva di averla, resa fedele interprete del pensiero della classe lavoratrice. S’era la S.O. ingerita nelle agitazioni, avea pressato sugli istituti per ottenere onorevoli ed utili componimenti, avea, si può dire, fatto da padrina ai vessilli delle leghe venute di recente alla difesa del lavoro... ed ora la vediamo là, in mezzo agli uomini della consorteria! La presenza della Società Operaia viene criticata concedendo il beneficio della buonafede al presidente, il radicale Francesco Asquini. Il problema delle autorità cittadine è quindi smentire la nomea acquisita da Pordenone - e testimoniata dall’opinione privata riferita dall’on. Brandolini di Conegliano, presente alla cerimonia547 - che la identifica con la presenza socialista, legata alla fama al capo dell’ala intransigente e direttore de L’Avanti! Si sognava di far vedere che Pordenone non è come diceva alla stazione l’on. Brandolin, una “Manchester dell’on. Ferri” (testimoni l’on. Spilimbergo e l’avv. Etro R. 548) e per questo si è pensato alla S.O. la quale, mal guidata dal sentimento d’ospitalità, ha accettato l’invito. (...) Fra rappresentanti di classi distinte non ci può essere sincera ospitalità perché havvi lotta di interessi e di ideali. Ci potrà essere civile tolleranza ma ospitalità, mai. Il ministro era venuto per far piacere ai nemici dell’operaio, era “di casa” dagli avversari sistematici del suo elevamento, il ministro era ed è l’esponente delle cricche affaristiche e parassitarie d’Italia... poteva ricevere gli ossequi di operai che mirano a rivendicare alla società la supremazia del lavoro? (...) La S.O. ha errato, essa s’è resa interprete di un sentimento che non è suo che non può essere nella maggioranza de’ suoi soci. Nemmeno la minoranza democratica del consiglio... morente è intervenuta a mangiar paste e tracannar liquori!549 I socialisti aumentano la loro attività. Si annuncia un giro di propaganda di Maria Goia, che parlerà in ognuno dei centri tessili cittadini: Torre, Pordenone, Cordenons e Rorai Grande. E’ interessante rileggere il resoconto della conferenza, sintomatica della situazione organizzativa dei socialisti nel pordenonese, ed anche della loro impostazione fortemente moralistica nei confronti degli operai locali. Il tono di rimprovero alla base operaia è peraltro tipico di una consistente azione di richiamo, specialmente rivolta attraverso articoli e trafiletti de Il Lavoratore Friulano agli operai dei vari stabilimenti tessili, di cui si cerca di pungolare l’attivismo e di denunciare lo scarso impegno e la tendenza a defilarsi dalle varie iniziative del socialismo pordenonese. Si tratta quasi di un contrappunto alla promozione ed alla rivendicazione delle lotte e dei risultati organizzativi e sindacali ottenuti, una specie di tensione dialettica continua fra il dover essere dell’organizzazione di classe e la più prosaica vita concreta del proletariato. Poche parole per dare il resoconto del discorso della famosa oratrice, se non per sottolinearne il successo. D’altronde seguono quelli delle altre tre conferenze, tutte coronate da un lusinghiero successo. Il grosso dell’articolo viene lasciato all’intervento di Guido Rosso, che condivide con Giuseppe Ellero il compito di portavoce in quasi ogni iniziativa dei socialisti pordenonesi, sia in sede politica che sindacale. In questa occasione, Rosso affianca la Goia, oltre che a Pordenone, la sera prima a Rorai e quella successiva a Torre, mentre Ellero la presenta a Cordenons. L’intervento di Rosso è volto a rampognare duramente gli assenti, i lavoratori non coscienti che passano il giorno di riposo ad ubriacarsi per le osterie, mentre attorno a loro succedono avvenimenti importanti. Il proletariato non può liberarsi dalle proprie catene se non si istruisce, se non approfitta di quei momenti in cui è possibile arricchire la propria cultura, essere informati e ragionare su quanto accade. Quello che importa non è evidentemente che tante persone accorrano alle iniziative del partito e del sindacato, ma è la molto più grande massa di quelli che non partecipano, che delegano e stanno a guardare. Non è certo così che è possibile, senza impegno personale e senza disciplina, conquistare i propri diritti. Nelle parole di Rosso si può cogliere probabilmente la delusione per una presenza insufficiente nella conferenza di Pordenone (suffragata dal commento de Il Tagliamento, e riscontrata anche nel successivo numero de Il Lavoratore Friulano), ma questo non basta: il resoconto del complesso degli interventi di Maria Goia, quando è quantificato, è di tutto rispetto, con seicento presenze a Torre ed oltre milleduecento a Cordenons; a Rorai la presenza delle operaie, non quantificata, viene comunque valutata come un segno di rafforzamento della Lega di resistenza. Quello che conta è che gli operai, con la loro assenza, abbiano perso l’occasione per una dimostrazione della forza organizzata del movimento dei lavoratori, proprio a pochi giorni dalla diversa, contrapposta, manifestazione di consenso organizzata dal blocco moderato con la visita del ministro di cui si è appena riferito. Le manifestazioni sono sì un momento di informazione e di acculturazione, ma contribuiscono anche con la loro dimostrazione di capacità di aggregazione a dare il 547 Si tratta di Gerolamo Brandolini D’Adda, conte di Valmarino e deputato per tre legislature nel collegio di Conegliano. Uscito da una famiglia di nobili proprietari terrieri veneti, figlio e fratello di due altri parlamentari nazionali, Annibale, soldato piemontese nella guerra del 1859 ed in quella contro il brigantaggio meridionale, e Brandolino, l’unico deputato italiano caduto nella Prima guerra mondiale. Lui stesso era militare di carriera. Come in altri casi, ci si trova di fronte ad un esempio di famiglia dell’aristocrazia terriera, fedele allo spirito risorgimentale, cui corrisponde con l’impegno nelle istituzioni politiche e militari dello Stato sabaudo. Il cognome Brandolini veniva usualmente troncato in Brandolin secondo l’uso dialettale veneto. Cfr. MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., volume primo, pag. 151 (vi si riscontra un errore, laddove Gerolamo viene definito come il figlio di Brandolino e questo come il fratello di Annibale: com’è evidente dai dati anagrafici, Annibale è il padre degli altri due). 548 Questo passo dimostra la familiarità fra il corrispondente del settimanale socialista ed alcuni legali, esponenti del moderatismo friulano, non solo cittadino. Il rivignanese on. Solimbergo (anche se nel testo giornalistico lo si storpia in Spilimbergo) è deputato per sei legislature (in quel momento è deputato moderato ad Udine, dopo aver strappato il seggio al radicale Girardini) diplomatico ed esponente dell’espansionismo colonialistico italiano. Cfr. MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., volume terzo, pag. 147; RINALDI, Carlo, I Deputati Friulani a Montecitorio nell’età liberale, cit., pagg. 393-399. 549 LF, n. 42 del 9 settembre 1905, La S.O. e la visita del Ministro. Numero pagina segno di una presenza significante nella città e nel territorio. Un mancato successo, fra il risultato elettorale di pochi mesi prima e le prossime consultazioni, non può che imporre un richiamo alla compattezza ed alla responsabilità dei potenziali sostenitori.550 Le elezioni amministrative sono alle porte, e gli impegni incombono. Insieme al resoconto delle conferenze, si dà appuntamento ai compagni per la riunione del Circolo della domenica successiva, li si invita all’impegno elettorale, e si dà l’indicazione di raccogliere subito i certificati elettorali e di provvedere agli esami di ammissione all’elettorato. La sensazione però è di uno scarso impegno della base, incongruo con l’importanza del momento politico. Si continua quindi a fustigare lo scarso attivismo operaio. Non stupisce quindi trovare un paragone con le capacità organizzative della Chiesa cattolica, concorrente diretta dei socialisti nell’organizzazione delle masse popolari. La capacità dei cattolici di realizzare la loro attività religiosa, solidaristica e politica come un unicum che si autoalimenta reciprocamente dà la misura dell’esigenza socialista di organizzare un movimento che non sappia emergere solo al momento del confronto sindacale e di quello elettorale, per riuscire invece a permeare con i suoi vari momenti di aggregazione e socialità la vita delle masse. Io non dico che noi socialisti dobbiamo seguire questo esempio... ma voglio dimostrare che i clericali conformemente ai canoni del loro partito, operano mentre noi ci perdiamo spesso in cose di poco momento. Gli operai tendono più al bicchiere e all’ignoranza che all’esercizio quotidiano della propaganda minuscola e al desiderio di conoscere. Pronti a brontolare ferocemente quando vedono una ingiustizia patente che lede i loro interessi, non pensano a conservare i benefici dell’organizzazione e ad aumentarli. Tutti credono d’essere perfetti, di conoscere, di sapere, di essere degni di appartenere ad un partito... mentre, in realtà, mancano a’ loro principali doveri. L’operaio ignorante è merce buona per il capitalista. L’operaio alcoolizzato è soggetto da medici; il solo operaio attivo può appartenere ad un partito come il socialista, il quale è nemico di ogni convenzionalismo, di ogni ipocrisia, della politica capitalista come del dominio morale del cattolicismo. Interessante, nelle conclusioni in cui si accenna al trascinarsi da mesi dell’agonia della Giunta, è una primizia dal punto di vista semantico: la sostituzione di una perifrasi tipica come il “minacciare fuoco e fiamme” con quella - in puro slang politichese dell’epoca - del minacciano di far sciopero generale messa in bocca alla Giunta comunale. Un sintomo significativo di quanto sia diventato senso comune lo spauracchio lanciato dei sindacalisti rivoluzionari di scuola soreliana, in quel momento minoranza particolarmente attiva del socialismo italiano.551 Per il Venti Settembre Giuseppe Ellero viene chiamato a pronunciare il discorso alla conferenza organizzata ad Udine. Si tratta di un riconoscimento del ruolo che il giovane dirigente sta assumendo nel partito. Ellero affianca ad un duro discorso anticlericale, scontato nell’occasione, un significativo attacco all’altro obiettivo polemico principe della propaganda socialista, che troviamo per la prima volta chiamato in causa nel dibattito pordenonese: il militarismo.552 Nel frattempo, la Giunta di Pordenone non ha alcuna intenzione di andarsene. L’on. Monti non vuole ed il governo lo spalleggia: evidentemente il rischio di consegnare Pordenone all’opposizione popolare è concreto. Nel percorso per le elezioni comunali, i socialisti segnano alcuni altri passaggi. Domenica 22 ottobre si tiene una grande manifestazione per l’inaugurazione della bandiera della Lega di resistenza delle tessitrici del Cotonificio Veneziano di Rorai Grande, e di quella dei muratori di Pordenone, che subito aderirà alla Federazione delle arti edilizie con sede in Torino. I componenti le due leghe si recano in corteo da Largo San Giovanni alla Sala Coiazzi, insieme a molti appartenenti alle leghe del cotonificio Amman e Veneziano, con le rispettive bandiere. Nel corteo sono pure presenti i vessilli della Società Operaia e del Magazzino cooperativo di Torre. Il corteo, imponente, percorre il Corso Garibaldi e la via Vittorio Emanuele, preceduto dalla banda di Torre che suona l’Inno dei lavoratori. Alla grande manifestazione, in cui prendono la parola l’avv. Giovanni Cosattini di Udine, Guido Rosso ed il presidente della Società Operaia Asquini: l’Asquini però avvertì l’uditorio che l’intervento della Operaia non significava adesione al partito socialista, dovendo la società mantenersi estranea ai partiti politici, ma partecipazione ad una festa del lavoro. Il corteo successivamente continua fino a piazza XX settembre, dove si scioglie. Sia all’andata che al ritorno il corteo sosta davanti alla casa Candiani, ove fu ospitato Garibaldi, e lì la banda suona l’Inno di Garibaldi. Partecipano alla manifestazione moltissime operaie, dando il segno di qualcosa di veramente nuovo anche per il movimento socialista pordenonese. Non può mancare nel commento del settimanale socialista la rivendicazione del diritto delle donne al voto, all’interno della loro complessiva esigenza di emancipazione. Una grande manifestazione di donne dev’essere comunque una novità per la città che a loro deve una pluridecennale ricchezza. Evidente lo scandalo della “buona società” locale.553 Sabato 28 ottobre alle 20 si tiene l’annunciata conferenza dell’on. Oddino Morgari, che parla per quasi due ore al salone Coiazzi zeppo di oltre mille operai sul tema: “Dovere di resistenza”. Si annuncia che 550 LF, nn. 42 del 9 settembre 1905 e 43 del 16 settembre 1905, Conferenza Goia. Cfr. il testo in appendice. Dopo averne storpiato il nome nel primo numero, nel successivo il resoconto del comizio da il cognome corretto dell’oratrice: si tratta di Maria Goia Riccardi, nata a Cervia (Romagna) il 1° maggio 1880, fondatrice e segretaria della Camera del lavoro di Suzzara (Mantova), propagandista instancabile, piena di fede e d’entusiasmo, oratrice affascinante, persuasiva : cfr. FRIZZI, Arturo, Nuovo canzoniere illustrato, Mantova, Tipografia Cooperativa La Provinciale, 1910, pag. 28. Quanto fosse un personaggio famoso è dimostrato dal fatto che le fu dedicato un inno, connotato dal pesante anticlericalismo tipico dei socialisti dell’epoca: cfr.: Canti di protesta del popolo italiano - 3 (a cura di Emilio Jona e Sergio Liberovici), s.l., Italia Canta, s.d., ma databile negli anni ‘60. 551 LF, n. 44 del 23 settembre 1905, Cose del Comune. 552 LF, n. 44 del 23 settembre 1905, Il XX Settembre ad Udine. La conferenza Ellero. Cfr. il testo in appendice. 553 LF, nn. 45 del 30 settembre 1905, Cose del Comune e 49 del 28 ottobre 1905, Le donne nel corteo (cfr. il testo in appendice) e 50 del 4 novembre 1905; G, n. 292 di lunedì 23 ottobre 1905, pag. 3, DA PORDENONE. Inaugurazione di due bandiere. Numero pagina tutte le sere, dalle 20 alle 21, il Circolo socialista sarà aperto per ricevere le domande di iscrizione nelle liste elettorali; il giovedì alla stessa ora verrà tenuta inoltre una lezione istruttiva ed educativa. Continua è la polemica contro quelli che si dichiarano socialisti per moda, e che si iscrivono - senza dare alcun contributo al dibattito ed all’organizzazione - scambiando il circolo socialista per un salotto dell’alta società. 554 4.2.8 - Pordenone svolta a sinistra. Dopo alcuni mesi di commissariamento del comune, il commissario regio Aristodemo Bevilacqua convoca le elezioni generali per domenica 26 novembre. Pare che il partito clericale, che servì sempre di sgabello ai moderati, si presenterà forse con una lista propria. Infatti dopo due anni di appoggio esterno, a luglio i clericali hanno rotto l’equilibrio (22 seggi moderati e clericali contro i 6 radicali ed i 2 socialisti) che ha sostenuto gli amministratori moderati e sono passati all’opposizione, stufi di fare gratis da sostegno. Mai la Giunta ha preso un provvedimento umanitario in due anni! si afferma da parte radicale, certi che è indubbio che il forte esercito socialista prenderà parte alla battaglia elettorale. Se due anni fa i moderati vinsero, col Tagliamento che celebrava la liberazione del palazzo di città dall’invasione popolare, stavolta i moderati non saranno salvati neanche dal loro nuovo amico Monti. Al Tagliamento che cita i progetti elaborati dalla Giunta, si replica che non è stata presa una sola iniziativa concreta. Il sindaco Cossetti rientra per fare i manifesti per la visita reale propiziata da Monti, ma si guarda dal farli per il Venti Settembre. Così si è perso tempo invece di risolvere i problemi, e le scuole sono iniziate nel caos. Pordenone è stata superata da San Vito e Sacile, che forniscono i libri agli alunni bisognosi del corso superiore ed hanno istituito la sesta classe. Altra questione trascurata è il dazio, importante entrata dell’amministrazione che non è stata sfruttata adeguatamente.555 Si analizzano gli schieramenti per le prossime elezioni comunali: il campo moderato appare diviso e votato alla sconfitta. I clericali zittiscono, incerti se allearsi o fare da sè stessi. Essi non vorrebbero chiedere il connubio coi moderati. I moderati, d’altra parte, non intendono mendicare l’appoggio clericale... e perché sanno di contare pochi voti aspetteranno, certamente, l’ultimo momento per ottenere, mediante i soliti compari, il soccorso della sacristia. Ma sono i radicali che preoccupano, a causa della loro incapacità di occupare lo spazio politico tendenzialmente ad essi favorevole. La prognosi, interessata per lo schieramento socialista che punta a breve a soppiantarli nella rappresentanza delle classi popolari, è che per i radicali cittadini sarà impossibile conquistare l’Amministrazione Comunale. La democrazia, in vero, è sperduta. Quella famosa unione democratica che pareva inizio di un’azione vigorosa... è tramontata nel silenzio senza arrivare nemmanco al battesimo. Pordenone sarebbe ambiente per un partito radicale, dacché trova alimento la piccola proprietà, la piccola industria, il piccolo commercio; ma nonostante questo substrato manca il partito a causa di elementi trascuranti od incapaci di rilevare le reali condizioni di cose ai loro principii favorevoli. Fatto rarissime eccezioni tutti gli altri pretesi democratici mancano di direttiva, di conoscenza e sopratutto di volontà di agire. Requisiti questi indiscutibili per un gruppo politico che mira - o dovrebbe preoccuparsi almeno - della immediata conquista del comune.556 Sintomi della crescente attività sono l’avvio delle conferenze informative nel Circolo di Torre, le riunioni dei giovani socialisti e la loro partecipazione al congresso regionale di Treviso; si annuncia inoltre che con l’anno nuovo ci sarà un maggiore spazio per Pordenone nel settimanale socialista. La nuova edizione de Il Lavoratore Friulano, nella quale le notizie dal suo comprensorio appariranno su due colonne sotto il titolo della rubrica Pordenone socialista è occasione per stimolare le organizzazioni alla diffusione del giornale, soprattutto le leghe di resistenza, per la loro ben più vasta adesione rispetto al ristretto gruppo di iscritti ai circoli del Psi. Il giornale, quale fondamentale strumento di comunicazione e propaganda, andrà maggiormente diffuso, puntando alla sua presenza in tutti i luoghi di socializzazione dei cittadini. 557 L’importanza del settimanale per l’educazione dei lavoratori e la costruzione dell’organizzazione socialista attraverso la propaganda viene meglio definita in questo successivo articolo. (...) è proposito delle singole leghe di non trascurare gli abbonamenti specie per gli operai che eventualmente non facessero parte alla lega, ma di voler assicurare ad ogni associazione un dato numero di copie da fissarsi dall’assemblea in proporzione al numero dei soci. Così il giornale verrà assunto dalla lega per la sua collettività e sarà il suo portavoce e il difensore dei suoi diritti insieme ai suoi interessi, nonché interprete fedele delle sue sacre aspirazioni. La spesa potrà sostenersi con una piccola contribuzione da parte della lega e con un leggero aumento di quota per gli uomini. I vantaggi saranno grandissimi. Prima di tutto ne risentirà utile immenso l’educazione proletaria che abituandosi alla costante e perseverante lettura del suo giornale troverà modo di alleviare il lavoro fisico e materiale col lavoro intellettuale, di sviluppare la mente, di educare il cuore, di maturare la coscienza, di abituarsi a conoscere, pensare, meditare, riflettere. Col tempo i deboli si rinfrancheranno nella lettura, i cervelli si arricchiranno di cognizioni svariate e la cultura formantesi si svilupperà a segno che anche i più tardi usciranno una buona volta dalle perniciose tenebre dell’incoscienza ed ignoranza, facendosi buoni ragionatori. 554 LF, nn. 47 del 14 ottobre 1905 e 50 del 4 novembre 1905; P, n. 10 di sabato 28 ottobre 1905, pag. 1, Conferenza, articolo firmato Semplicissimus e G, n. 299 di lunedì 30 ottobre 1905, pag. 3, DA PORDENONE. Conferenza Morgari. 555 P, nn. 13 di mercoledì 1 novembre 1905, pag. 2, Notizie elettorali, firmato Simplicio, 18 di martedì 1 novembre 1905, pag. 2, Prime luci elettorali, firmato Simplicissimus e 33 di venerdì 24 novembre 1905, pag. 2, Quelli che se ne vanno, firmato Semplicissimus. 556 LF, n. 51 dell’11 novembre 1905, Elezioni. 557 LF, n. 51 dell’11 novembre 1905, Il “Lavoratore” col I gennaio. Numero pagina Si tratta di una visione genuinamente illuministica dell’educazione come strumento di crescita, spirituale prima ancora che politica. Ma non si tratta solo di un approccio moralistico, apprezzabile ma di difficile realizzazione a fronte delle gravi condizioni di sfruttamento materiale della classe operaia. Possiamo cogliere in questa prospettiva un’indicazione, positivamente utopistica, di superamento dell’alienazione del lavoro industriale attraverso una progressiva formazione di gruppo e di addestramento culturale. Un’utopia tutt’altro che riformistica, e che arriverà fino alla teorizzazione leniniana ne I compiti immediati del potere sovietico, quando il capo bolscevico arriverà ad ipotizzare la riduzione della giornata lavorativa a sei ore, per permettere agli operai di svolgere almeno quattro ore di lavoro politico. 558 Il giornale non sarà di Tizio o di Caio abbonato, ma della lega. Ogni socio che non l’abbia può reclamarlo da quello che già ebbe a leggerlo, giacché a risparmio di spesa, si assumeranno meno copie di quanti sieno gli associati. Lo scambio a questo supplirà benissimo e anche l’analfabeta potrà a sua volta richieder la sua copia, onde farsela legger dal compagno, dalla compagna, dal marito, dal fratello, o dal padre. Attraverso la diffusione della stampa socialista la voce del partito potrà uscire dai nuclei originari, per espandersi nei centri agricoli circostanti. E siccome gli operai che convengono ai vari stabilimenti provengono da diversi paesetti circonvicini così essi tornando alle loro case col fido compagno che sarà il giornale, porteranno al proprio paese e al proprio focolare il lume sapiente della propria educazione. Allora le leghe sentiranno rinsanguate le vene, dilatate le arterie, accresciuta la forza dei muscoli, vivificati i palpiti del cuore .559 Pare di vedere quel lavoro certosino di propaganda capillare, descritto con grande realismo da De Amicis in quegli stessi anni, realizzato nei pochi ritagli di tempo libero dai primi attivisti operai socialisti, intenti come missionari laici a tessere contatti nelle osterie con i compagni di lavoro. Essi svolgono la loro azione di educazione e di propaganda - ma spesso anche di vera e propria alfabetizzazione - grazie alla diffusione di opuscoli e giornali e dedicano le giornate di festa a percorrere le campagne, quando si sarà fortunati grazie ad una bicicletta, per portare il verbo della nuova fede fra i contadini dei paesi circonvicini. Questo lavoro molecolare dura fino al giorno in cui sarà finalmente possibile organizzare una prima conferenza in qualche sala - ottenuta con grande fatica - oppure un comizio in pubblico, se si riterrà il terreno sufficientemente sicuro per affrontare l’ostilità del parroco e delle donne e ragazzi inviati a turbare con urla e lanci di pietre la prima incursione a viso aperto dei temuti sovversivi.560 L’occasione elettorale è opportuna per riproporre alcune questioni emergenti per le condizioni di vita popolari, come la sistemazione di strade, quali il Vialuz di Torre (l’attuale Via Zara, che porta dal centro alla campagna a settentrione dell’abitato, incrociando la strada per Cordenons, e che sarà l’argomento principale degli interventi degli amministratori comunali eletti dai socialisti della frazione) oppure la scarsa tutela dell’igiene pubblica, a partire dalla condizione indecorosa dei pozzi neri.561 Si tratta, in quest’ultimo caso, di una questione di non poco conto per la città, sorta in una zona di affioramento di acque di risorgiva, e da sempre usa ad alimentarsi ed a scaricare le acque reflue attraverso sistemi domestici, senza reti di servizi idrici. Si pensi che per giungere alla realizzazione di un acquedotto si dovrà attendere gli anni ‘70 del Ventesimo Secolo, e per iniziare a costruire la fognatura (incompleta) si giungerà al decennio successivo. Ciò mentre la primitiva ricchezza idrica verrà depauperata, dopo la seconda guerra mondiale, dai consistenti prelievi dell’industria manifatturiera, dagli effetti dell’inquinamento industriale ed agricolo e dalla captazione dell’acqua a monte, per la produzione idroelettrica e per la bonifica dell’arido territorio che dalla pedemontana giunge fino alla periferia nord della città, mentre la produzione di acque luride aumenterà a causa della consistente crescita demografica. Più in generale, la questione dell’approvvigionamento idrico, dello scavo di pozzi artesiani e della tutela dall’inquinamento delle falde da parte di sistemi fognari inesistenti o primitivi è di primaria importanza, nel campo igienistico e più in generale delle politiche sociali, e ritornerà spesso nell’azione locale del movimento socialista. 562 558 LENIN, Vladimir Ilic, I compiti immediati del potere sovietico, in: Opere complete, vol. 27°, Roma, Editori Riuniti, pagg. 211-248. LF, n. 53 del 25 novembre 1905, Il Lavoratore Friulano. 560 La propaganda! Egli era nato fatto per questo. I giorni di festa s’andava a piantare in un’osteria d’un sobborgo, con qualche fedele compagno, col quale prendeva a discutere ad alta voce, tanto per farsi sentire e attrarre nella conversazione i vicini, e allora esponeva le sue idee, distribuiva i giornali e pagava da bere, quando poteva. Cfr.: DE AMICIS, Edmondo, Primo maggio, cit., pag. 136. 561 LF, n. 51 dell’11 novembre 1905, L’igiene e n. 52 del 18 novembre 1905, TORRE, Elezioni. Vialuz: si tratta di un asse viario trasversale che parte dalla strada interna di Torre e la congiunge con la Stradella, attraversando la via da Pordenone a Cordenons e collegando tutte le case site in quel tratto. Cfr. Delibera di classificazione di nuove strade fra le comunali obbligatorie, in: Archivio Comunale di Pordenone, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pag. 109. 562 Nel periodo 1887-1914, le malattie gastroenteriche hanno avuto (...) una rilevante importanza all’interno delle condizioni sanitarie della popolazione italiana e soprattutto dei suoi settori più poveri. In particolare nel periodo da noi preso in esame esse costituivano, dal punto di vista numerico, la seconda causa di morte, seguendo dappresso le affezioni turbercolari. Le malattie dell’apparato digerente infatti erano responsabili mediamente del 15-16 per cento di tutte le morti, comprese quelle accidentali e violente. Se consideriamo poi che negli anni 1880-90 la mortalità media annua della popolazione italiana si aggirava intorno al 26%, è facile capire quante vite mietessero annualmente queste malattie. Le affezioni gastroenteriche avevano d’altra parte un’incidenza demografica ben superiore a quella della tubercolosi. (...) le malattie dell’apparato digerente sostanzialmente decimavano la popolazione infantile italiana. (...) In un’ottica “sociale” invece tali caratteristiche eziologiche fanno sì che queste malattie fossero tipiche dei ceti più poveri della popolazione, i quali erano costretti a vivere in condizioni particolarmente anti-igieniche. Cfr.: FACCINI, Luigi, Sviluppo urbano e condizioni sanitarie dei ceti subalterni. Le malattie gastroenteriche in Italia fra il 1887 e il 1914, in: *** Il genocidio pacifico. Malattie di massa e capitale, Classe. Quaderni sulla condizione e sulla lotta operaia, n. 15, Bari, Dedalo, 1978, pagg. 166-167. 559 Numero pagina Se i socialisti sono stati così critici con il partito radicale, nei confronti della destra moderata l’occasione è propizia per rinfacciare l’ondivaga oscillazione fra la confraternita massone ed il sostegno dei clericali, e per ribadire l’autonomia dei socialisti dalla sinistra democratica. Domandategli un programma e vi risponderà che i programmi non contano; chiedetegli conto del passato e si farà muto come un macigno, perché i progenitori ebbero solo la vanità del potere. Aprite il libro della moralità dei suoi satelliti e dovrete, spesso per pudore... Insomma è un partito che visse due mesi nella famosa turlupinatura dell’associazione monarchica liberale la quale nonostante i 500 soci morì di anemia!! Ebbene, questo partito, nel suo ridicolo foglietto, esponente certo dell’intellettualità del caffè... finge di vedere “dolci paroline” nostre ai democratici proprio nel momento che noi affermavamo l’impossibilità di un’amministrazione democratica. E sapete perché si fa tutta questa ridicola commediola? Niente per altro che per aver un merito da vantare nella agognata ma sottaciuta alleanza pretina. 563 Nella polemica con Il Tagliamento il settimanale socialista afferma il ruolo importante delle minoranze, attraverso il lavoro di controllo, di studio e di critica delle scelte dell’amministrazione, di cui sono il pungolo. E proprio a Pordenone, che non ha avuto finora una seria e rigorosa opposizione, la maggioranza moderata ha brillato per mancanza di iniziative nei confronti delle classi popolari. Si denunciano le cose non fatte dall’amministrazione uscente in città. (...) il foglietto capitalista parla di vari ed importanti studi compiuti dall’amministrazione uscente: ma due delle principali vie del centro, la Via Garibaldi e la Via Mazzini, sono prive di interventi, la prima perché l’ufficio tecnico ha bloccato il progetto dopo un ricorso di cittadini mentre la seconda manca da venticinque anni della massicciata (si tratta della via che porta alla stazione ferroviaria). L’amministrazione ha pensato ai marciapiedi per le signore della Pordenone-bene, mentre sarebbe necessario favorire il passaggio dei carri per la stazione. Non ci sono studi adeguati sul dazio, né sulle scuole, per le quali si prevedono sì aule, ma non la refezione scolastica, vista la crisi del Patronato Scolastico dovuta alla scarsa generosità della borghesia cittadina. Intanto fra i muratori pordenonesi serpeggia la disoccupazione e quindi cresce la tensione. La questione è stata posta dai giornali borghesi come una faccenda di ordine pubblico: ma si tratta di capifamiglia che pagano le tasse sui consumi essenziali ( pane, sale, polenta) e l’affitto dell’alloggio, ma non possono vendere la loro forza-lavoro, mentre vengono fatti affluire crumiri dall’esterno. La borghesia locale pretende fra l’altro la libertà del mercato del lavoro per gli operai ma rivendica il contrario per quanto la riguarda: ad esempio è stata chiesta la riserva a favore dei residenti dei posti nel commercio fisso od ambulante, nonché nel reclutamento delle maestre delle scuole. Questi fatti provocano l’arrivo a Pordenone del segretario nazionale degli edili Quaglino, per organizzare l’attività della Lega anche sulla base delle esperienze già maturate in altre parti d’Italia. Citò l’esempio di Bologna dove più nessuno lavora se non è iscritto alla lega giacché dove azzardasse entrare il crumiro, lì tutti abbandonerebbero il lavoro. 564 E finalmente giunge il giorno della vittoria. Perché di vittoria si tratta, ed i socialisti sottolineano il loro merito per l’affermazione della nuova maggioranza democratico-radicale, in un lungo articolo di analisi degli avvenimenti. La questione viene affrontata in termini esplicitamente politici, senza concessioni all’ideologia. Non è in questione in questo caso l’autonomia di classe del proletariato, appena rivendicata nel precedente turno elettorale con la presentazione autonoma del Partito socialista. Si tratta di capitalizzare il risultato ottenuto insieme dalla sinistra, quella operaia e socialista e quella borghese radicale, nel mettere con le spalle al muro la maggioranza uscente liberal-clericale che appare già minoritaria nel consenso dell’opinione pubblica. Difficoltà ne rimangono, in primo luogo la mancanza di personalità adeguate per la nuova amministrazione: ma la prima responsabilità di fronte alla propria base, per il Partito Socialista, è quella di dimostrare di saper vibrare il colpo decisivo allo schieramento moderato. Cioè di dimostrare di saper far politica, incassando a breve il risultato già virtualmente ottenuto. L’occasione è propizia per rovesciare la maggioranza tradizionale di destra che aveva finora governato il comune. Viene quindi accantonato per il momento l’obiettivo di lungo periodo, quello cioè di conquistare il comune con una lista socialista, non essendo ritenuti maturi i tempi per tale passo. A questo punto la scelta non può essere quella di presentarsi nuovamente da soli, come alle elezioni parziali precedenti, perché ciò potrebbe favorire le due componenti della destra, soprattutto se esse giungessero alla decisione di presentarsi alleate. La scelta è quindi quella di allearsi con i radicali, individuando nella loro gestione un terreno più avanzato per tentare successivamente la conquista del comune da parte del partito operaio. In questa fase il compito dei socialisti sarà quello di stimolare e spingere i radicali ad operare nel senso voluto dai primi, rivendicando il proprio ruolo ai fini della vittoria comune. L’alleanza vittoriosa è raggiunta all’ultimo momento, ed i socialisti contrattano l’elezione di quattro dei loro esponenti. Il risultato elettorale conferma la giustezza della scelta fatta, concentrando i voti della sinistra che sono risultati 563 LF, n. 52 del 18 novembre 1905, Contro l’equivoco. LF, nn. 52 del 18 novembre 1905 e 53 del 25 novembre 1905. Felice Quaglino (1870-1935), operaio edile e sindacalizzato fin da ragazzo, nel 1895 costituisce la prima Lega di resistenza del settore a Torino, al punto da poter essere identificato in qualcuno degli operai organizzatori del socialismo torinese sopra richiamati. Incarnò, in questo primo periodo di attività, la figura del “pioniere” del movimento operaio: la sera, dopo la giornata lavorativa, si recava in lega, dove si occupava dell’amministrazione; nei giorni festivi viaggiava nella provincia, sostenendo personalmente le spese della propaganda. Fu uno dei fondatori della federazione edilizia - costituita a Torino nel dicembre 1898 - di cui divenne contabile e propagandista e, dal 1901, segretario nazionale. Fra le caratteristiche della sua attività di dirigente fra i principali del sindacalismo italiano, l’interesse per l’organizzazione dei lavoratori emigranti, il pragmatismo nella gestione della contrattazione ed il legame fra sindacato e cooperazione per trasformare l’industria edile in servizio pubblico gestito dai lavoratori. Deputato socialista di Biella dal 1909 al 1924, morirà ancora attivo nell’emigrazione antifascista in Francia. Cfr.: ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., quarto volume, pagg. 259-262, scheda redatta da A. Andreasi; MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., secondo volume, pag. 35. 564 Numero pagina nettamente superiori a quelli degli avversari: la divisione e le eventuali alleanze sottobanco della destra avrebbero potuto rovesciare il risultato, anche se sul filo di lana. Siamo in un ambito dove i giochi si fanno con un elettorato ristretto, le tattiche elettorali sono ridotte anche a manovre dell’ultimo minuto, condotte in forma riservata nei propri ambienti di consenso consolidato, senza scoprire le proprie carte del tutto se non a risultato imminente, quando agli avversari sono oramai precluse le contromanovre. Questo può essere l’elemento di spiegazione della scelta apparentemente improvvisa dei socialisti, intuibile ma non perfettamente delineata nelle settimane precedenti, quando il giudizio sulla debole compagine radicale poteva far sospettare una nuova scelta di autonomia elettorale socialista, senza porsi il problema immediato del ricambio amministrativo. I socialisti possono affermare che il loro consenso è maggioritario in città, conservando o migliorando il recente risultato conquistato autonomamente. Si tratta di un dato che continuerà a confermarsi per i successivi tre lustri, fino alla schiacciante vittoria del 1920. E si tratta di un risultato notevole, frutto di una politica di educazione e di promozione sociale fra le masse operaie della città, se pensiamo che questo successo socialista avviene in un regime di voto limitato a solo poche centinaia di elettori maschi. Se di questi gran parte vota per i socialisti, ciò è il risultato di una precisa politica di iscrizione nelle liste elettorali, comprendente percorsi di istruzione dei cittadini al fine di renderli idonei a superare la verifica al momento della presentazione della domanda di elettore. I clericali lasciano affondare la destra moderata, aggiudicandosi la minoranza consiliare. La loro scelta è precisa: porre condizioni vincolanti ai moderati chiedendo, sia in termini numerici che simbolici, di poter contare nella futura maggioranza oppure presentarsi da soli. La tecnica dei politici clericali è precisa. Il loro ruolo non è di semplice stampella della (ex) maggioranza moderata, ma quello di chi scende nell’agone politico per capitalizzare a breve tutta una serie di concessioni concrete, gestendole in parte direttamente, senza deleghe ad altri. La strada per l’affermazione del partito cattolico di massa è ormai scritta nel divenire storico. Al contrario, se i connubi clerico moderati possono voler dire schiavitù, abdicazione, conservazione; le nostre alleanze devono esser un episodio transitorio produttivo di nessun vincolo assoluto, dirette al solo scopo di progredire con vicendevole aiuto, ma senza compromessi. Transigenti nella lotta elettorale per criterio utilitario dobbiamo saper tornare subito dopo intransigenti in forza delle nostre idealità socialiste, disformi da quelle radicali che si limitano alla riforma sociale, mentre le nostre si estendono alla rivoluzione sociale. (...) Con questi propositi i nostri eletti entreranno in municipio, prime sentinelle avanzate, dicendo subito che si riservano di giudicare l’amministrazione democratica dalle sue opere, e senza riguardi voteranno contro o a favore a seconda dei meriti. La conclusione non potrebbe essere più netta. Non c’è nessuna politica di fronte comune con la sinistra borghese, ma solo un momento di convergenza tattica, per eliminare il dominio della destra nell’Amministrazione Comunale. I socialisti non praticano una linea di concentrazione popolare, non rinunciano alla loro scelta di autonomia politica, che ribadiscono sarà la linea conduttrice dell’atteggiamento del loro gruppo consiliare rispetto alla Giunta radicale. Si voterà a favore o contro a seconda del consenso sui singoli provvedimenti. Ma quello che conta di più è la linea di divisione rispetto alle prospettive future: i radicali chiusi all’interno di un orizzonte di modifiche interne al sistema sociale vigente, i socialisti proiettati verso una modifica rivoluzionaria dello stesso.565 I quattro consiglieri socialisti sono equamente espressi da Pordenone (l’avvocato Giuseppe Ellero e l’operaio tipografo Vincenzo Degan) e da Torre (il capolega dei cotonieri Giuseppe Bresin ed il presidente del Magazzino Cooperativo Ilario Fantuzzi). Non sono però solo i socialisti ad esprimere candidature operaie: almeno altri tre eletti della lista popolare (Bernardo Vicenzini, Umberto Santarossa e Giovanni Fabbro) sono definiti come operai. Ed un altro elemento sta a dimostrare la forza, e le contraddizioni, del socialismo pordenonese: alle elezioni, oltre ai moderati, si sono astenuti i socialisti intransigenti, a testimonianza della dicotomia esistente nel movimento operaio, che giunge fino a scelte contrastanti quanto all’esercizio del voto.566 La lista popolare vince nettamente, ed i radicali inviano il loro ringraziamento, fra gli altri, agli alleati socialisti, cavalieri leali e valorosi combattenti. Anche da parte loro si sottolinea il profondo significato del voto, che esprime l’emergere delle nuove classe lavoratrici, che portano al governo locale amministratori con il mandato di rimuovere gli impedimenti alla loro crescita sociale. La classe che lavora e soffre, ed ancora si espande spontanea a credere e ad amare ha voluto affermarci la sua fiducia, affidarci la sua sorte. A noi ora il mostrarci degni di questa stima; a noi il favorire la trasformazione graduale delle classi inferiori verso il meglio con ordinato e sano svolgimento dell’ideale democratico. A noi affermare i diritti, gli interessi, la dignità di questo popolo, alla sua energia di vita torre gli impedimenti e sgombrare i confini con savie riforme amministrative. E’ questione di fede dei destini del popolo; è questione di forza. E questa fede noi l’abbiamo e questa forza ci vien data da tanto suffragio di liberi elettori.567 Il nuovo Consiglio Comunale viene convocato venerdì 1 dicembre. Il consigliere De Mattia dichiara che, visto che la nuova Giunta dovrà essere costituita con i voti della maggioranza, la minoranza cattolica si asterrà dal voto, e per il futuro voterà a favore di tutte quelle delibere che condividerà, non volendo ostacolare la nuova amministrazione con un’opposizione pregiudiziale. Vengono eletti sindaco l’avv. Luigi 565 LF, n. 54 del 2 dicembre 1905, CONSIDERAZIONI SULLA VITTORIA ELETTORALE. Podromi. Cfr. il testo in appendice. P, n. 35 di lunedì 27 novembre 1905, pag. 2, La vittoria dei Partiti Popolari, firmato Simplicissimus. Cfr. la tabella degli eletti in appendice. 567 P, n. 36 di martedì 28 novembre 1905, pag. 1, La vittoria dei partiti popolari. 566 Numero pagina Domenico Galeazzi, assessori effettivi Alessandro Rosso, Carlo Policreti, Vittorio Marini ed Ermenegildo Zannerio ed assessori supplenti Francesco Asquini e Gio. Vittorio De Marco, tutti con 19 voti.568 Il commissario prefettizio elenca in apertura di seduta i molti bisogni urgenti ed insoddisfatti della città, sottolineando in tal modo le responsabilità della moderata consorteria del Caffè Commercio. I socialisti però non digeriscono l’invito commissariale a tener la politica fuori del Consiglio Comunale: è una tipica affermazione della destra, che richiama a tenere gli organi locali nel solco della pura amministrazione, per non mettere in discussione la conduzione politica del governo. Dunque non si tratterà di castrare l’impulso irresistibile della politica, ma si tratterà di sostituire la politica anemica e fracida della consorteria moderata colla politica sana e vigorosa della democrazia. Ecco il primo compito.569 La vittoria popolare fa giustizia di quel clima amministrativo che per lunghi anni ha predominato a Pordenone, chiuso agli interessi delle classi popolari. Noi, disperatamente fedeli alla libertà ed al popolo vogliamo la sua elevazione morale, civile ed economica. Noi vogliamo dargli l’istruzione, vogliamo che negli uffici di pubblica utilità esso venga ben servito da chi è pagato per farlo, che abbia generi di prima necessità buoni ed a prezzi equi e case sane ove l’aria circoli libera ed abbondante: tutti insomma vogliamo quei provvedimenti che valgano a lenire le sue miserie. Non solo agli interessi popolari si rivolge la nuova amministrazione, ma anche a quei settori borghesi impauriti dal progredire del socialismo: Altra funzione ed altro scopo ha l’opera nostra: quello cioè di raccogliere le ceneri dell’antica fede di tante persone staccate un po’ dalle idealità democratiche perché hanno avuto paura degli avvenimenti ultimi di carattere economico – intendo dire degli scioperi – che si sono svolti anche nel paese nostro. Bisogna cavar di testa a questi pauperes virtutis che per un momento hanno dubitato che il partito non possa per il suo culto e la sua fede nella libertà, governar bene la cosa pubblica. Si rigetta inoltre l’accusa che la Giunta sia anticlericale, ritenendo che non di disprezzo della religione si tratti: no, per noi l’anticlericalismo si esplicherà nel procurare di sostituire l’opera nostra a quella del clero in tutto ciò che è necessità della vita popolare. Scuole, beneficenza, ricovero, assistenza e consiglio agli infelici nelle mille difficoltà della vita, così amara a troppi, - cercheremo abbiano a venire da noi. 570 La nuova Giunta procederà in termini realistici: quindi non municipalizzerà subito il dazio, per il semplice motivo che la questione va studiata adeguatamente: ma non sarà certo scandaloso se si prenderà questa decisione, qualora convenga alla collettività. Si provvederà a sistemare le strade, delle cui condizioni Il Tagliamento sembra accorgersi solo ora che i suoi protetti sono stati sconfitti. 571 La posizione socialista, espressa l’indomani delle elezioni, viene confermata dal comportamento in sede consiliare. I consiglieri socialisti votano a favore, ma mantenendo intera la loro autonomia, lasciando ai radicali tutta la responsabilità della conduzione dell’amministrazione. Noi sappiamo intanto che il gruppo socialista ha dato il suo voto per la nomina dell’Amministrazione per dimostrare che non ha in animo di fare delle ostilità a priori, così non sarebbero giustificati, nei riguardi del nostro partito i vincoli di una solidarietà senza limiti e condizioni. Il gruppo nostro vorrà dunque e certamente assumere entro il Consiglio una posizione il più possibile autonoma per poter esser così, a seconda dei casi, buon alleato o forte tenace ed indipendente oppositore. In ogni modo s’intende, che il gruppo socialista per verità e deliberatamente tanto esiguo, pur votando per la formazione della Giunta e Sindaco, non assume minimamente responsabilità che lascia per intero alla maggioranza democratica. Il gruppo socialista scinde a questa guisa la sua, colla personalità politica degli altri, e dal suo scanno di censore, agitatore e propulsore attende, a seconda dell’azione democratica dei radicali, di dar loro il bene o mal servito senza riguardi.572 Il Lavoratore Friulano ritorna nuovamente sul risultato elettorale, questa volta per parlare delle forze della destra sconfitta, dalle cui file è iniziato però ad emergere un ancor debole partito clericale autonomo. (...) se l’esperimento d’intransigenza clericale mostrò a nudo la debole forza elettorale dei cattolici, l’infruttuosità del loro lavoro di propaganda e reclutamento, e la refrattarietà del nostro paese alle correnti retrive del misoneismo pretino; d’altro canto tale partito ha guadagnato tra noi il merito di rendersi indipendente almeno quando si faceva intollerabile il servaggio, l’abiura e l’offesa alla morale. (...) la verità stava nel contrario di quanto i moderati asserivano. In conclusione non eran essi che avevano rifiutato, ma furono rifiutati. 573 La vittoria della sinistra è quindi il frutto congiunto dell’emergere politicamente contrapposto delle nuove espressioni dei movimenti popolari. Da una parte i socialisti, il cui voto solamente ha permesso ai radicali di conquistare l’amministrazione. Dall’altra i clericali che - scegliendo l’autonomia politica - avevano rivelato la crisi di consenso della vecchia classe dirigente liberale. 4.2.9 - I primi atti della Giunta radicale. Nella seduta successiva di venerdì 15 dicembre 1905, il Sindaco svolge dettagliatamente il programma che si propone di attuare la nuova amministrazione, programma vasto e per la cui attuazione occorrono tempo e mezzi. Accenna anzitutto all’istruzione pubblica, della quale la Giunta si occuperà con amorevole sollecitudine. 568 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 51-53; LF, n. 55 del 9 dicembre 1905, Il nuovo consiglio comunale; P, n. 40 di sabato 2 dicembre 1905, pag. 2, Prima seduta del nuovo Consiglio Comunale. 569 LF, n. 55 del 9 dicembre 1905, Note diverse. 570 P, n. 40 di sabato 2 dicembre 1905, pagg. 1 e 2, Quel che dobbiamo essere (Sempre a proposito di vita municipale). 571 P, n. 47 di lunedì 11 dicembre 1905, pag. 2, Meraviglie del “Tagliamento”. Nuova Giunta, articolo siglato x. 572 LF, n. 55 del 9 dicembre 1905, Considerazioni. Nella Piccola posta dello stesso numero troviamo un laconico rimbrotto al corrispondente di Pordenone, siglato R. (si tratta probabilmente di Rosso): Cominci a spedire in ritardo. Male, massime poi quando giunge con L. 0.30 di multa. 573 LF, n. 56 del 16 dicembre 1905, Il significato della sconfitta. Numero pagina Tocca poi all’igiene, di cui molto resta ancora da fare. Accenna ai lavori pubblici più urgenti, quali il Corso Garibaldi, la via Mazzini, e strade Colombera e Viviola. Accenna anche al tram Pordenone-Maniago ed alla navigazione fluviale, ai quali bisogni difficilmente si potrà soddisfare senza ricorrere ad un prestito, e conchiude col dichiarare ch’egli terrà sempre alta la dignità del Comune. Il cons. Fantuzzi fa alcune dichiarazioni a nome del gruppo consigliare socialista, che intende di prendere posizione autonoma. L’Amministrazione avrà l’appoggio di esso soltanto in quell’opera e in quelle iniziative che rispondono ai supremi interessi del Comune, e non contrastino alle idealità socialiste; (negli altri) casi l’avrà leale oppositore e tenace propulsore. Subito dopo l’assessore Zannerio presenta la proposta di nuova tariffa daziaria per il decennio 19061915. Il consigliere Polese non è d’accordo con l’ipotesi di appaltare per un solo quinquennio, eventualmente rinnovabile; viceversa Galeazzi afferma che tale scelta è in rapporto con l’ipotesi di municipalizzazione del servizio, che ovviamente sarà meno probabile quanto più risulterà vantaggioso l’appalto che si sta per bandire. Il cons. Ellero si dichiara contrario all’opinione ddel cons. Polese, ed anche alla clausola proposta dalla Giunta circa la durata del contratto. Teme che non si faccia la municipalizzazione, e quindi sarebbe meglio che l’appalto fosse limitato a cinque anni. Ma alla fine l’appalto proposto dalla Giunta viene approvato all’unanimità.574 Attraverso le corrispondenze del settimanale socialista e gli interventi registrati dai verbali del Consiglio Comunale possiamo seguire la dialettica che si sviluppa fra il Psi pordenonese e la Giunta radicale. Gli interventi dei consiglieri socialisti riguardano una serie di problemi già affrontati nell’immediato passato: oltre alla gestione comunale del dazio, l’istituzione della refezione scolastica e la distribuzione dei libri agli alunni indigenti, in modo da permettere la frequenza della scuola ai figli delle classi popolari. Nella riunione del Consiglio Comunale di lunedì 18 dicembre 1905, il Cons. Fantuzzi raccomanda alcune riparazioni a Torre, specialmente alle pompe d’acqua. Raccomanda anche una migliore distribuzione dei libri agli alunni poveri. L’ass. Marini lo prega di fargli avere la nota dei veri miserabili non beneficati. Il Sindaco coglie l’occasione per pregare tutti i consiglieri di coadiuvare la Giunta nell’adempimento del suo mandato. Il cons. Ellero raccomanda la stampa delle doppie dichiarazioni per gli elettori; lo spargimento di ghiaia sulle strade nei punti resi pericolosi dal ghiaccio; il divieto assoluto di passare coi carri sui marciapiedi della via Mazzini; il miglioramento del locale della posta od almeno l’aumento del personale ch’è troppo esiguo. Il Sindaco dichiara che la Giunta farà tutto il possibile per soddisfare ai diversi bisogni dei cittadini. Il consigliere Toffoli interpella la Giunta per segnalare le sofisticazioni nel latte distribuito in città, che è annacquato con grave rischio di diffondere per tale mezzo il tifo; la richiesta di Toffoli è che le guardie municipali sequestrino tutto il latte adulterato. Vengono prese iniziative, tanto che nella successiva seduta il consigliere clericale De Mattia si complimenta con la Giunta per un provvedimento da lui sollecitato più volte nel passato, raccomandando inoltre che si vigili anche sulle altre merci, anche con l’imposizione dei prezzi nei negozi.575 Nuovo appare l’impegno della Giunta radicale rivolto alla condizione dei lavoratori degli stabilimenti industriali pordenonesi, ed in particolare alla verifica dell’applicazione della legislazione sul lavoro delle donne e dei minori ed a quella sugli infortuni. Che si tratti di un’azione politica tanto urgente quanto sacrosanta per iniziare a sindacare - da parte delle pubbliche autorità - lo strapotere padronale è dimostrato dalle bestiali condizioni di vita negli stabilimenti tessili, ove la manodopera, val sempre la pena di ricordarlo, è composta per la stragrande maggioranza da donne e da fanciulle. I bambini sono costretti a lavorare fin dalla più tenera età senza rispetto di condizioni igieniche, orari e carichi di lavoro; le donne lavorano fino al momento del parto e devono poi riprendere il lavoro immediatamente; gli anziani sono praticamente costretti (quando va loro bene) a passare dal lavoro alla Casa di riposo. Giorni fa un’operaia costretta dal bisogno di lavorare anche se prossima al parto fu li per lì di correre un grave rischio. Per fortuna, l’infelice donna arrivò a sortir dell’ergastolo capitalista e trovar ricovero in una casa vicina, altrimenti un’altrettanto infelice creatura avrebbe aperti gli occhi agli spasimi della vita tra il rumore assordante delle macchine, destinate domani a succhiare anche a lei la gioventù, le energie migliori e la vita. Ma fino a quando, o spietata società borghese, permetterai simili orrori? E voi, autorità, custodi dell’ordine e del diritto, quando penserete a far rispettare la legge che protegge il proletario? Si tratta di una prima indicazione, per quanto ancora allo stato di semplice appello morale, nel senso di una nuova politica dell’amministrazione cittadina verso le masse lavoratrici: interventista nei confronti delle condizioni di lavoro nelle fabbriche e non più schiava dei dettami del credo liberista in cui erano vissuti i moderati.576 Ma l’intervento concreto dell’Amministrazione Comunale non tarda a farsi sentire. Come ebbe ad annunciare nel suo discorso il Sindaco, ci vien fatto sapere che l’amministrazione ha in animo di occuparsi di tutte le questioni che possono riguardare il nostro proletariato. L’on. Giunta all’uopo intende, nei limiti che le sono concessi, d’invigilare l’andamento dei nostri stabilimenti, sorvegliare la più o meno esatta applicazione della legge delle donne e dei fanciulli occupandosi anche di quella sugli infortuni del lavoro, purtroppo, tante volte calpestata a danno del disgraziato lavoratore. Per quello che riguarda le riforme che immediatamente reclamano soddisfazione, il nostro Municipio dovrà in breve occuparsi della refezione scolastica che deve realizzarsi senza ritardi. In paese abbiamo un patronato scolastico che fa quello che può, ma non basta, e dobbiamo volgere tutti i nostri sforzi perché al medesimo venga sostituita la refezione scolastica che assicuri a tutti i bambini poveri il vitto e con esso la frequenza alla scuola. Certamente l’istituzione porterà con sè una spesa, ma non dobbiamo esitare di 574 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 54-56. ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 59-62; LF, nn. 58 del 30 dicembre 1905, Cose municipali e 58 del 30 dicembre 1905, TORRE. 576 LF, n. 79 del 26 maggio 1906, Sorte proletaria. 575 Numero pagina fronte ad essa, giacché i denari così consumati rappresentano un’utilità sociale immensamente grande e apprezzabile. Per conto nostro ci occuperemo della umana istituzione finché diverrà un fatto compiuto. 577 La prima seduta del Consiglio Comunale del nuovo anno, martedì 9 gennaio 1906, è occasione per un impegnativo confronto su più tematiche, fra le quali emerge quella dell’accaparramento delle merci nei giorni di mercato in città. All’aprirsi della seduta il Sindaco presentò gli auguri e saluti pel nuovo anno che desidera prospero di lavoro pel bene del nostro Comune. Il comp. De Mattia 578 muove delle giuste osservazioni sopra gli incettatori di merci il sabato e vi si associa il comp. Ellero il quale aggiunge che è deplorevole e quindi da evitarsi il fatto delle incettazioni delle merci che vengono poi dalle porte della città portate sul mercato a più alti prezzi a danno dei consumatori, non solo, ma osserva che devesi impedire che sul mercato grani nelle prime ore del mattino gli speculatori si impadroniscano delle merci per poi dettar il prezzo di vendita ai lavoratori che giungono successivamente. All’uopo suggerisce alla Giunta che stabilisca un’ora, prima della quale restino vietate le incettazioni. Il provvedimento non è nuovo ma occorre rimetterlo in vigore e sopratutto curare, a mezzo di un vigile servizio degli agenti della P.S. di farlo rispettare. 579 Ma soprattutto il consiglio è convocato per discutere dell’ospedale, problema sollevato da alcune denunce pubblicate sulla stampa e dalle conseguenti interpellanze. Gli articoli sono apparsi sul quotidiano radicale udinese, in contrappunto con quelli del quotidiano socialista veneziano Il Giornaletto. La retta per il vitto è di £. 1.50, minima rispetto ad altri ospedali vicini. Chi scrive su Il Paese si definisce fisiologo, giovane e per tanti anni occupato presso l’ospedale; afferma che la dieta gli sembra buona e sufficiente. Ci sono problemi, ma non questi: e la stessa inchiesta sul personale svolta sotto la Giunta Polese è arrivata alla sua conclusione, scagionando dalle responsabilità i dipendenti. Le pulizie sono invece insufficienti, non per colpa del personale, ma per la scelta di chi ha fatto mettere pavimenti in legno, finestre piccole e soffitti bassi anche in locali costruiti da appena tre o quattro anni, come il nuovo reparto femminile che è esposto a nord con una parete costantemente umida. Negativi sono anche la situazione del riscaldamento, della distribuzione dell’acqua e delle fogne e lo stato delle dotazioni tecnico-scientifiche, come i laboratori. I problemi sono molti e seri, ed ha fatto bene il sindaco a prendere in esame la situazione, ma il problema del vitto posta dal quotidiano socialista è proprio quello minore. E’ caso mai il vitto per il personale ad essere insufficiente, oltre alla retribuzione. Si concorda comunque con la richiesta socialista di un’inchiesta sull’ospedale. Causa di tutte le deficienze è la politica sbagliata degli amministratori, che finora si sono più preoccupati di fare grette economie, piuttosto che di interessarsi dell’igiene: se le risorse dell’ospedale sono insufficienti, si sarebbe dovuto fare appello agli altri enti. Gli amministratori hanno dilapidato risorse nel tentare di modificare il fabbricato esistente, quando era evidente che bisognava costruirne uno nuovo. Citando una relazione del chirurgo dr. Valan580, si riferisce ad esempio come la sala chirurgica costruita solo dieci anni prima sia il luogo di passaggio fra il reparto femminile e quello maschile, e con caratteristiche tali da non garantire l’asepsi. La lavanderia è vecchia, si lava a mano e con acqua fredda senza disinfezione, mentre si dovrebbe lavare a vapore ed essiccare meccanicamente. Se le stanze sono riscaldate, i corridoi dove si fanno transitare i pazienti seminudi sono gelidi. Si nota che queste critiche hanno sollevato un vespaio di polemiche e – insieme alle corrispondenze del quotidiano socialista – grande attenzione in città. L’atteggiamento degli amministratori e soprattutto del presidente dell’ospedale è quello di cercare di tacitare la stampa, mentre invece l’inchiesta appare necessaria. In realtà nell’amministrazione dell’opera pia ci sono sempre state diverse opinioni, ma ha prevalso la volontà autoritaria del presidente, che ha iniziato a non riunire più il consiglio di amministrazione ogni due settimane, ma ha anche fatto passare dei mesi, procedendo con la sua gestione personalistica (definita di stampo austriaco). 581 577 LF, n. 58 del 30 dicembre 1905, Cose municipali. Il compagno De Mattia è certamente un errore di trascrizione della corrispondenza da parte del tipografo, che equivoca sulla parola “consigliere” che correttamente va attribuita al capo clericale. 579 LF, n. 61 del 20 gennaio 1906, Al Municipio. Tema quest’ultimo da comprendersi fra i nodi strutturali irrisolti di Pordenone. Ancora negli anni ‘80 del Ventesimo Secolo l’opposizione di sinistra si presenta alle elezioni comunali agitando fra i punti principali di intervento da realizzare (insieme con la fognatura ed il completamento dell’acquedotto) la questione della realizzazione di un centro commerciale all’ingrosso. Questa problematica (ovviamente trasformatasi con il trascorrere dei decenni: sarebbe antistorico riproporla come quella questione di elementare sopravvivenza che derivava alle famiglie popolari pordenonesi dalla speculazione sui prezzi dei cereali) era (ed è) di grande importanza per il commercio cittadino, i cui prezzi sono influenzati negativamente al rialzo dalla completa mancanza di una struttura di vendita all’ingrosso. La stessa realizzazione di un centro commerciale nell’area meridionale della città non ha prodotto la creazione di quel centro di insediamento per l’ingrosso con funzioni di calmierazione che era stato auspicato alle origini, mentre la città è da anni terreno di scontro fra vari potentati economici per realizzare grandi insediamenti commerciali. In tale ambito una funzione di calmierazione dei prezzi viene garantita in qualche modo dalla forte presenza della rete commerciale cooperativa che - pur boicottata in modo ingiustificato da quasi due decenni nello sviluppo dei propri investimenti - è cresciuta arricchendo il suo storico insediamento locale grazie alla nuova realtà partecipativa operaia e sindacale sviluppatasi a partire dalla fine degli anni ‘60. 580 Direttore dell’ospedale è stato nominato definitivamente l’anno precedente il dottor Angelo Valan, al termine del compimento dell’anno di prova e dopo la presentazione al consiglio d’amministrazione di una dettagliata relazione, che viene data alle stampe. Il consiglio dell’ente prende atto della fama acquistata dall’istituzione grazie al nuovo direttore, che ha saputo far aumentare il numero dei ricoveri sia per la sua attività di direttore che per quella di chirurgo. Valan, allievo di note celebrità del mondo della medicina, è originario di Maniago. Cfr.: G, nn. 6 di lunedì 6 marzo 1905, pag. 4, DA PORDENONE. La conferma del direttore dell’Ospitale e n. 66 di martedì 7 marzo 1905, pag. 4, DA MANIAGO. Il dottor Vallan. Il dottor Valan rimarrà proverbiale fra i vecchi pordenonesi: in un dibattito pubblico nel 2001 il dr. Giannino Cadin ha ricordato il detto Neanche Valan ti salva! esecrando il restauro del palazzo ove il medico abitava in Corso Vittorio Emanuele, effettuato togliendo la secolare insegna collocata sugli stipiti del portone. 578 Numero pagina Il Paese riproduce integralmente l’articolo del Giornaletto del 30 dicembre. Il presidente dell’ospedale ha inviato una lunga lettera di diffida al redattore del quotidiano socialista, affermando che quanto detto è menzognero. Ma se le cose dette dagli ospiti sono vere, perché il presidente non ha il coraggio di rispondere pubblicamente? Fra gli atteggiamenti di chiusura, si cita quello per cui si vieta allo studente Toffoli, eletto consigliere popolare, di far pratica presso l’ospedale. Toffoli, nel numero successivo, si paleserà come l’autore delle corrispondenze, sotto lo pseudonimo di Semplicissimus: avendo lavorato per cinque anni presso l’istituto ha voluto sottolinearne le arretratezze rispetto agli altri nosocomi, diventando vittima della violenta reazione del presidente.582 Il Giornaletto si è aggiunto alla campagna di Toffoli partendo dalla lettera di cinque ammalati, allargando la denuncia delle inefficienze, sollevando l’incompatibilità di qualche consigliere e domandando provvedimenti amministrativi. Il presidente reagisce con le minacce, ma è anche costretto a prendere alcuni dei provvedimenti richiesti da Toffoli. La seconda vittoria è la convocazione dell’amministrazione ospedaliera da parte del sindaco Galeazzi, al fine di decidere quali riforme vadano apportate. Galeazzi sostiene la linea proposta da Toffoli con grande cognizione di causa, e ci si incammina proprio su quella via. Visto che l’esigenza fondamentale per por rimedio alle inefficienze è il reperimento di risorse economiche, a questo punto Toffoli sollecita che si producano i bilanci in modo da capire come va la contabilità dell’istituto.583 Il consiglio di amministrazione dell’ospedale viene convocato per decidere cosa rispondere in merito alle accuse: alla riunione è invitato anche il dott. Valan, mentre il sindaco convoca il presidente dell’ospedale. Qualche fornitore conferma al corrispondente socialista l’esattezza delle sue accuse, e cioè che ci sono difformità di trattamento sospette fra i fornitori. La stampa moderata tace, per non urtare la suscettibilità degli amministratori dell’ospedale che sono anche colonne dell’onorata società cittadina. Invece la popolazione è in fermento, e si domanda perché non si risponda alle accuse fatte. Una lettera degli infermi parlava del cibo scarto e della pessima igiene degli ambienti: e non toccava neppure le responsabilità di amministratori ed impiegati, i quali hanno invece ben creduto di difendersi prima ancora di essere accusati. Per questo comportamento sospetto si richiede una inchiesta in Consiglio Comunale. Perciò saltò fuori la questione del fornitore di coperte, creditore di una certa somma verso l’ospedale e contemporaneamente suo amministratore, per questo si parlò di violazioni di statuto e di piccoli scioperi, per questo si ebbe a dire sui bagni. 584 Il sindaco risponde all’interpellanza sulla agitata questione dell’ospitale mossa dal nostro compagno Fantuzzi di Torre: di essere già a conoscenza delle problematiche dell’ospedale già prima degli articoli apparsi sulla stampa. Condivide la campagna di stampa e le proposte fatte e plaude agli estensori degli articoli. Dopo le denunce Galeazzi ha fatto una sua inchiesta ed un sopralluogo, che hanno confermato la veridicità delle accuse. Le investigazioni sue ha diviso in tre capi: 1 Servizio e disciplina. 2. Locali. 3. Amministrazione. Sul primo argomento ha dovuto constatare tutti gli inconvenienti notati dai giornali, ed anche di più. Sul secondo trova che i locali erano stati trascurati in tutto, ridotti in uno stato incompatibile con l’igiene: suoli in legno; ariazione, cubatura e luce insufficienti, inadattabilità della lavanderia, ecc. Sul terzo rileva che le cose non procedono secondo le disposizioni statutarie e che c’è massimo bisogno di riforme. Disse che gli inconvenienti lamentati sono da attribuirsi in massima parte alla Amministrazione. Si è creduto perciò in dovere di convocare il consiglio ospitaliero e di fare la sua requisitoria. Il Sindaco volle fosse tenuto un verbale esatto della discussione e lo presenterà nella prossima seduta. Gli amministratori ammisero l’esistenza dei rilevati inconvenienti e convennero sulla necessità di provvedervi al più presto possibile. Il sindaco domandò loro che fossero messi in evidenza gli inventari del patrimonio del pio luogo e delle sue rendite, che il bilancio preventivo sia redatto nella forma che lo statuto prescrive, così il consuntivo, e domandò che esso sia sottoposto all’approvazione del Comune, che sia stabilito il controllo delle presenze, che sia stabilita la responsabilità personale degli acquisti sia occasionali che giornalieri e la relativa verifica. Il sindaco finì col dire all’interpellante che esso si riprometteva di porre fra poco termine alla sua iniziativa e che avrebbe riportato in Consiglio la vertenza, dando conto dettagliato dei rilievi fatti, dei rimedi escogitati e applicati, e soggiunse che nel caso che il tutto non corrispondesse alla aspettazione e alle giuste esigenze del pubblico si sarebbero proposti nuovi rimedi. (...) Il Fantuzzi trova di compiacersi che il Sindaco si sia personalmente occupato della questione e che dal medesimo venga affidamento che per l’avvenire non si ripeteranno gli inconvenienti lamentati, ma osserva che tutto questo non tranquillizza per tutto quanto possa esser avvenuto nel passato. Insiste perciò che si faccia la luce a mezzo di una inchiesta diretta e stabilisce se vi furono scorrettezze e se vi sono responsabilità. Galeazzi ritiene che tale richiesta suoni sfiducia verso la Giunta; ma Toffoli interviene a sostegno di Fantuzzi, ritenendo necessario andare a fondo, anche perché fra i fornitori dell’ospedale vi sono degli amministratori dello stesso 581 P, nn. 59 di domenica 24 dicembre 1905, pag. 2, Cose dell’Ospedale, 61 di mercoledì 27 dicembre 1905, pag. 2, Pro Ospedale – Il cibo, 64 di sabato 30 dicembre 1905, pag. 2, Pro Ospedale. Le deficienze igieniche, specie nei riguardi dell’edilizia e Gli effetti della paura? ed 1 di lunedì 1 gennaio 1906, pag. 2, Pro Ospedale, articoli (escluso il primo) firmati Simplicissimus. 582 P, n. 2 di martedì 2 gennaio 1906, pag. 1, Cose dell’Ospedale e 3 di mercoledì 3 gennaio 1906, pag. 2, Pro ospedale. Lettera aperta ai miei lettori, firmata Giuseppe Toffoli (Simplicissimus). Giuseppe Toffoli è un giovane consigliere comunale, redattore de Il Paese e soprattutto studente di medicina tirocinante presso l’ospedale, le cui denunce assumono (insieme a quelle contemporanee di Gino Rosso sulla stampa socialista) un ruolo importantissimo in questa vicenda. 583 P, n. 9 di mercoledì 10 gennaio 1906, pag. 1, Pro ospedale. Le prime vittorie del “Paese” – Quello che abbiamo ottenuto e quello che vogliamo ottenere – L’opera dell’ill.mo Sindaco di Pordenone – Il riparto medico, articolo firmato da Giuseppe Toffoli. 584 G, nn. 67 di domenica 7 gennaio 1906, pag. 3, DA PORDENONE. La questione dell’ospitale e 68 di lunedì 8 febbraio 1906, pagg. 2 e 3, DA PORDENONE. Intorno all’inchiesta. Numero pagina ente. Il comp. Toffoli585 prende sull’argomento la parola e svolge per sommi capi le questioni da lui dibattute colla stampa. Fa voti per l’inchiesta: Galeazzi si oppone pure a tale sollecitazione e siccome la cosa minaccia di ingrossarsi il dibattito si conclude con la richiesta di Toffoli di portare la sua proposta alla prossima seduta del consiglio. Ellero fa qualche raccomandazione per la fornitura dei libri agli alunni poveri, per il controllo del latte, e per la lega dei muratori che si raccomanda pei lavori del Comune. Significativo l’impegno strappato alla Giunta comunale di assumere - per i lavori pubblici appaltati dal comune - i muratori organizzati nella Lega, secondo la classica rivendicazione socialista di garantire il monopolio del collocamento della manodopera all’organizzazione sindacale di categoria, per meglio tutelare i lavoratori. Ellero chiede che, come da formale promessa, il Comune pei suoi lavori tenga presenti gli operai della Lega Muratori anziché gli impresari speculatori che in paese esercitano il più deplorevole crumiraggio cogli operai del di fuori a danno dei nostri che restano sulla strada disoccupati. In questa guisa il Comune avrà fatto il suo interesse giacché avrà eliminati gli intermediari. (...) Il Sindaco dà conformi assicurazioni. 586 (...) Da ciò si passa all’ordine del giorno. Ogni capo è approvato all’unanimità. Il comp. Fantuzzi chiede se sia in animo della Giunta sopprimere il decimo ai maestri, ma il Sindaco assicura che i maestri non subiranno molestie nel loro magro stipendio. Si elegge la nuova commissione di vigilanza per le scuole elementari per l’anno 1905-1906, che risulta composta da Gino Rosso, Omero Polon, Antonio Brusadini fu Francesco (con 18 voti), Giuseppe Ellero (17), Laura Baschiera, Lucrezia Marini e Dirce Cossetti (15) e contessa Lina di Porcia (12): due dei quattro politici eletti sono esponenti del Psi. Membri della Congregazione di Carità sono eletti Leone Valenzin con 19 voti e Lorenzo Mingot con 13. I revisori dei conti sono Antonio Polese (11 voti), Giuseppe Ellero (8) e Giuseppe De Mattia (3): anche in questo caso, oltre agli amministratori di parte radicale, troviamo il socialista Ellero ed il clericale De Mattia. 587 Si prende atto del decreto prefettizio del 21 luglio 1905 che annulla la deliberazione consiliare a proposito del caso Passatempo. Ellero, ricordati i fatti che hanno provocata la deliberazione consigliare annullata, crede che non si possa passare sopra quel Decreto Prefettizio, perché il Consiglio non ha fatto che esprimere il proprio pensiero, ch’era un voto. Con quella delibera non si revocava il provvedimento della Giunta, ma s’invitava questa a modificarlo. Afferma che il Consiglio può sempre votare qualunque ordine del giorno; epperciò il decreto è una sopraffazione alla volontà al diritto del Consiglio: è un’offesa al Consiglio, e noi dobbiamo protestare. Presenta analogo ordine del giorno. L’ass. Policreti osserva che col sistema inaugurato dal Prefetto, ogni voto del Consiglio, o la maggior parte dei voti sarebbe annullata. Bisogna quindi preoccuparsi del sistema che verrebbe inaugurato. A nome della Giunta presenta analogo ordine del giorno, e crede che sarebbe meglio che il Consiglio votasse il suo; anziché quello del cons. Ellero. Il Sindaco afferma che l’opera della Giunta può sempre essere censurata dal Consiglio ed anche da estranei. Il cons. Ellero dichiara di tener fermo il suo ordine del giorno; ma dopo uno scambio di idee fra lui e l’Ass. Policreti, lo modifica in questi termini, nei quali viene pur dalla Giunta accettato: “Il Consiglio Comunale di Pordenone nel prender notizia del Decreto Prefettizio 21 Luglio 1905 col quale viene annullata la deliberazione Consigliare 12 giugno 1905 relativa alla punizione della guardia Passatempo; deplora che illegalmente si sia dato carattere di delibera alla semplice espressione di un voto; protesta contro l’annullamento del medesimo come contro ad offesa al diritto intangibile di sovranità popolare; rivendica la facoltà che per tale diritto deriva al Consiglio di potersi pronunciare anche sopra gli atti che sono demandati esclusivamente alla Giunta; respinge così la ingiusta sopraffazione.” Messo ai voti per alzata e seduta, è approvato con venti favorevoli, essendosi astenuto il cons. Polese, perché voleva che provenisse dalla Giunta. In realtà, l’ordine del giorno di Ellero, più deciso di quello di Policreti, subisce solo due limitate amputazioni: quella in cui sul piano degli obiettivi politici generali si riafferma l’aspirazione verso l’autonomia comunale che dovrà liberare i Municipi dagli inceppamenti retrivi delle autorità superiori e quella finale in cui l’annullamento della delibera viene definito frutto di intrighi politici. Ma la conclusione è comunque tale da far dissociare dal voto altrimenti unanime l’ex sindaco democratico Polese, che dimostra così (come farà in altre occasioni) il suo fastidio nei confronti della gestione Galeazzi e degli accomodamenti che avvengono tra i suoi amministratori e quelli espressi dal Psi, di cui spesso vengono raccolte le iniziative e le proposte. Mentre dense nubi si accumulano sulla corrotta gestione dell’ospedale, riemerge quindi ancora una volta come centrale la questione - che come abbiamo già potuto osservare ha assunto valenza tutta politica del provvedimento contro la guardia comunale Passatempo. Socialisti e radicali concordano nell’affrontare lo scontro con la Prefettura per rivendicare, oltre al buon diritto dell’interessato ed alla necessità di respingere e denunciare le mene della consorteria moderata cittadina, il diritto del Consiglio Comunale a giudicare l’operato della Giunta ed a poter esercitare il ruolo di governo locale contro le imposizioni del potere centrale. Va notato come, su ben ventinove punti all’ordine del giorno, si hanno altrettanti voti all’unanimità, 585 A differenza dell’errore che in quella stessa occasione il settimanale socialista compie a carico di De Mattia, è probabile che il termine “compagno” riferito a Toffoli sia sintomo effettivo di una vicinanza che tre anni dopo, al momento del prematuro decesso, sarà rivendicata con queste parole: domenica, dopo penosa e inesorabile malattia, si spegneva alla verde età di 29 anni l’anima bella buona e gentile dell’amico e quasi compagno di fede, dottor Giuseppe Toffoli. (...) Formalmente non era ascritto a partiti, ma il suo pensiero e la sua anima inclinavano alla democrazia e a noi. Cfr.: LF, n. 373 del 26 novembre 1911, pag. 4, Decesso. Toffoli verrà commemorato dal Consiglio Comunale di Pordenone lunedì 27 novembre 1911: cfr. ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, 1911-1914, pag. 85. 586 Il 19 dicembre 1905 la Lega di Resistenza fra Muratori, Garzoni e Braccianti di Pordenone richiede all’Amministrazione Comunale l’affidamento di lavori per dare occupazione ai numerosi disoccupati rientrati in città. Il sindaco la invia con raccomandazione all’assessore Zannerio, il quale risponde con una nota vistata dal sindaco. Cfr. il carteggio in appendice. 587 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 62-65. Numero pagina che coinvolgono non solo radicali e socialisti, ma anche i consiglieri clericali: il solo voto difforme è quello ottenuto dall’ordine del giorno di Ellero sulla vicenda Passatempo.588 4.2.10 - L’inchiesta sulla gestione dell’ospedale. La destra si scatena contro l’azione dell’Amministrazione Comunale, sia attraverso le cronache storpiate del settimanale locale, sia attraverso la richiesta di intervento dell’on. Monti, presso il quale si reca a chiedere sostegno il presidente dell’ospedale. Ma, su istanza di numerosi consiglieri comunali, si mette all’ordine del giorno del successivo Consiglio Comunale una commissione d’inchiesta; nel frattempo il sindaco invia al presidente dell’ospedale un memoriale che suscita qualche protesta. Nel febbraio 1906 il prefetto invia in visita la Commissione di ispezione dei luoghi pii: l’arrivo preannunciato ovviamente corrisponde ad un repentino miglioramento del vitto degli ammalati, per nascondere la situazione reale. Tutta quest’attenzione produce alcuni effetti, per quanto di gran lunga inadeguati: si imbiancano pareti, si lavano finalmente i pavimenti in legno, si sostituiscono le stoviglie (pure in legno) e si incarica una lavandaia di lavarle (la stessa che alla mattina sciacqua le bende sporche di pus!). Non si ha però il coraggio di affrontare lo scandalo della definitiva espulsione di Toffoli dall’ospedale, messa all’ordine del giorno del Consiglio Comunale del 15 gennaio: la soluzione (illegale) viene trovata dal presidente nella decisione di chiudere l’ospedale ad ogni attività di studio. I consiglieri votano il deliberato proposto dal presidente, con l’esclusione di Enea Ellero. Toffoli riprende la sua inchiesta sull’ospedale dal reparto di medicina, cui però non dà seguito dopo un primo breve articolo privo di elementi concreti. 589 Si diffonde la voce che il consiglio di amministrazione dell’ospedale stia preparando una relazione in propria difesa, ma si è rivelata un’attesa inutile. Già in passato il cav. D’Andrea, legato all’on. Monti, ha dichiarato che all’ospitale, la povera gente entrava per la porta grande ed usciva per la piccola. Nessuno allora ebbe il coraggio di rimproverare al cavaliere montiano la insinuazione, né sono valsi i reclami di qualcuno per mettere a posto il pubblico ufficiale che accusava il maggiore nostro istituto di beneficenza. Stampa e privati, per ossequioso riserbo verso il pachiderma dal ricco portafoglio, se ne stettero indifferenti. Non si ebbe il coraggio di stabilire la verità: gli uni non chiesero spiegazione all’accusatore, questi non ne diede… 590 Martedì 20 febbraio viene presentata la mozione sull’ospedale che ha come primo firmatario il consigliere Toffoli, insieme ai colleghi Degan, De Bernardo, Ariot e Fantuzzi. Il sindaco relaziona leggendo il verbale minuzioso tratto dalla sua ispezione personale, e legge il carteggio intercorso fra lui ed il consiglio dell’opera pia, che lo ha tristemente impressionato per la rilevanza delle inadempienze riscontrate: dichiara che la corrispondenza intercorsa con l’ospedale gli ha fatto perdere la fiducia in quegli amministratori. L’ospedale va male che peggio non potrebbe; basti il dire che si lava la biancheria nella roggia con pericolo d’epidemia, e che le garze che si levano dalle piaghe si buttano qua e là anziché bruciarle. Anche una commissione governativa che ha visitato l’ospedale ha trovato molte carenze. Ad alcune si è rimediato, ad altre si rimedierà. Inoltre sono stati riscontrati addebiti al comune delle rette di persone non più presenti in ospedale. L’inchiesta s’impone perché l’ospedale non ha più la fiducia del pubblico. Il cons. Toffoli sostenne egregiamente le necessità di scoprire le piaghe che nel pio luogo si annidano, onde risanarle prima che diventino incurabili e cancrenose (...) mentre Polese al contrario riscontra che la polemica ha fatto diminuire il numero dei ricoverati e ritiene inopportuna l’inchiesta. I consiglieri insistono nel presentare la mozione, che prende atto delle denunce già esplicitate dal sindaco e del rifiuto dell’amministrazione ospedaliera di fornire informazioni all’Amministrazione Comunale. Lo stesso sindaco dichiara nuovamente la sua sfiducia negli amministratori, che purtroppo non è potestà del consiglio revocare, poiché la revoca avrebbe reso non necessaria la commissione; si associa quindi alla mozione. Il Sindaco ebbe parole di fuoco contro le porcherie ch’egli stesso riscontrò. Disse che ad ogni costo l’ambiente dell’ospitale deve esser risanato e che quella amministrazione che si mostrò tanto inetta e che oggi nega autorità al Comune di vigilare l’andamento dell’Istituto merita per lo meno di esser messa alla porta, giacché di essa nessuno più avrebbe fiducia. Infine il Consiglio comunale dopo aver udita la raccapricciante narrazione dei malanni che affliggono il nostro ospitale e dopo aver preso atto che l’amministrazione tronfia dell’ambizione vuole permanere ad un posto senza il sussidio di fiducia alcuna, deliberò di promuovere una inchiesta nominando all’uopo un Comitato di 5 persone. L’ordine del giorno Toffoli per l’inchiesta viene votato da 19 consiglieri; contro si esprimono solo Polese e Concini: questi voti contrari colpiscono il sindaco poiché - l’uno per 588 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 70-71; P, nn. 9 di mercoledì 10 gennaio 1906, pag. 1, Notiziole pordenonesi, 11 di venerdì 12 gennaio 1906, pag. 3, Consiglio Comunale. Seduta laboriosa – La questione ospitaliera: le accuse della stampa confermate dal Sindaco – I consiglieri Fantuzzi e Toffoli domandano una inchiesta – La “punterella” Passatempo; G, n. 75 di lunedì 15 gennaio 1906, pag. 3, DA PORDENONE. Passatempo; LF, n. 61 del 20 gennaio 1906, Al Municipio. 589 P, nn.13 di lunedì 15 gennaio 1906, pag. 1, Al “Tagliamento”, Il Buon Consigliere e Pro ospedale. Il riparto medico. I; 26 di martedì 30 gennaio 1906, pag. 1, Ospedale, articolo siglato x, 33 di mercoledì 7 febbraio 1906, pag. 1, Riprendendo la penna, firmato Simplicissimus e 39 di mercoledì 14 febbraio 1906, pag. 4, Oh, la paura!, firmato Giuseppe Toffoli; G, n. 97 di martedì 6 febbraio 1906, pag. 3, DA PORDENONE. L’inchiesta. Toffoli tributa in questi giorni un omaggio all’amico nostro carissimo Gino Rosso in occasione del suo matrimonio a Latisana con la signora Zoe Zuzzi: cfr. P, n.43 di lunedì 21 febbraio 1906, pag. 1, Fiori d’arancio, avvenimento celebrato per altro anche il giorno dopo, sempre in prima pagina (ove spesso inizia la Cronaca provinciale) in cronaca di Latisana. 590 G, n.83 di martedì 23 gennaio 1906, pag. 3, DA PORDENONE. Intorno all’inchiesta. Numero pagina parentela, l’altro per questioni di carica - avrebbero dovuto entrambi astenersi. Vengono eletti i commissari proposti dal sindaco: l’avvocato Guido Rosso, il conte Uberto Cattaneo e Giuseppe De Mattia con 18 voti; il dottor Enrico Franchi, medico di Chions ed Antonio Dolfini, segretario comunale di Azzano Decimo, con 19 voti.591 Già nel maggio successivo l’inchiesta - condotta da una commissione che viene definita da sinistra composta di persone che godono la fiducia di tutti e non si lasciano trattenere nell’esercizio del loro dovere, da nessun vieto riguardo - sta per concludersi, nonostante nei confronti dei commissari si svolgano manovre e pressioni per ostacolare il rendiconto finale.592 I gelosia gli altarini nascosti dietro la loro munifica confronti della malagestione della Congregazione di comunale di minoranza Giuseppe Salsilli aveva benpensanti pordenonesi sanno nascondere con carità. Alcuni anni prima un’analoga inchiesta nei Carità era stata insabbiata. Nel 1898 il consigliere mosse accuse pesanti all’operato del consiglio di amministrazione della Congregazione, specie per quanto riguardava la erogazione di sussidi. La reazione degli amministratori, con il presidente Damiani in testa, fu sdagnata e immediata. Ma a nulla valse contro la volontà del sindaco, Vincenzo Policreti, che inviò al Prefetto l’accusa contro la Congregazione. Pesante l’atto di accusa: I gravissimi fatti denunciati nelle due lettere riservate fatte pervenire alle autorità, riguardano specialmente la distribuzione dei sussidi. Si parla, in quelle lettere, di sussidi corrisposti a persone defunte, assenti, sconosciute, si parla di poveri sussidiati che ricevettero somme inferiori a quelle esposte negli elenchi mensili ed allegati agli atti, si parla di insufficienza di qualifiche per l’identificazione dei numerosi sussidiati, di confusionismo nella molteplicità dei ruoli, di mancanza di documentazione dei sussidi in medicinali, e via dicendo. Accuse simili a quelle che ritornano ora a proposito dell’ospedale. Il prefetto Prezzolini nominò in quell’occasione un perito contabile per verificare la gestione dell’ente, nella persona del geom. Antonio Grassi di Udine, il quale arrivò alla conclusione che le accuse non fossero avvalorate dai documenti e dalle testimonianze: ma questo non fece diminuire le polemiche, e portò comunque alle dimissioni ed al rinnovo del consiglio della Congregazione.593 Le difficoltà - anche nel caso della gestione dell’ospedale - sono evidentemente tali che la relazione della commissione d’inchiesta inizierà ad essere resa nota quasi un anno dopo, grazie alla pubblicazione a puntate su Il Lavoratore Friulano a partire dal 26 gennaio 1907. I socialisti sono presenti nella commissione attraverso Guido Rosso, che è il redattore della relazione finale. Tutti gli atti della campagna di stampa ed il lavoro dell’inchiesta poggiano sulle spalle di Gino e Guido Rosso, di Giuseppe Toffoli e di Ellero. Nella vicenda ospedaliera il partito socialista assume quindi una diretta responsabilità di governo oltre che di denuncia, non rinunciando per altro ad esercitare una funzione di stimolo nei confronti di una maggioranza che si è dimostrata più volte alquanto in difficoltà. La stessa pubblicazione anticipata della relazione sul settimanale socialista da parte del suo estensore appare come una notevole forzatura nei confronti dell’amministrazione Galeazzi. Dalla relazione risulta un quadro francamente agghiacciante delle condizioni di vita e di lavoro dell’ospedale pordenonese, connotate dalle carenze igienico-sanitarie, dall’arbitrio e dalla corruzione dei dirigenti, dalla colpevole connivenza del consiglio di amministrazione. L’ospedale, collocato nell’edificio prospiciente sulla futura Piazza Ospedale Vecchio (che diventerà sede decentrata dell’Amministrazione Regionale e dell’Unione Industriali) è un luogo più simile agli ospedali e ricoveri per poveri medioevali che alle strutture sanitarie dell’età moderna.594 Solo da pochi anni vengono registrate quotidianamente le presenze degli ospiti: così non era stato fino a pochi anni prima. Si erano potuti ricostruire casi, dal 1896 al 1898, in cui persone dimesse erano rimaste a carico dell’ospedale per ulteriori uno o due anni. Il comune di Pordenone aveva quindi dovuto sborsare indebitamente le rette per ricoveri inesistenti, almeno per 1992 lire accertate, restituite poi nel 1898 dopo l’intervento della Giunta comunale in materia. Un particolare ci rivela l’antico uso, durato fino alla riforma psichiatrica del 1978 ispirata da Franco Basaglia, di utilizzare i ricoverati come lavoratori a titolo completamente gratuito, al massimo retribuiti con poche sigarette o qualche minuscolo privilegio: un ricoverato deficiente demente, ora defunto, ed altri giornalieri erano impiegati per tagliare la legna da ardere per il riscaldamento dell’ospedale. Una forma di schiavismo che è riuscita a sopravvivere al sopraggiungere della moderna età del lavoro salariato: essa rivela come non si tratti di due forme di dominio sul lavoro collocate in periodi storici distinti (lo schiavismo nell’antichità classica o negli Stati Uniti d’America prima della guerra di secessione, il lavoro salariato nella moderna società capitalistica) ma solo di forme giuridiche utilizzate a seconda dei rapporti di forza esistenti. Un paziente espropriato della libertà e della dignità umana, così come un bambino del Sud del mondo, possono ancor oggi essere catapultati indietro di secoli nella loro condizione di lavoro, in una realtà solo apparentemente considerata premoderna. Quello che li differenzia dai proletari sfruttati attraverso la forma del lavoro salariato è solo l’assoluta mancanza di potere contrattuale. 591 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg.80-82; P, nn.48 di sabato 24 febbraio 1906, pag. 1, Consiglio comunale. Un o.d.g. inquietante - De minimis non curat… - Il discorso del Sindaco e la lettura del verbale dell’ispezione; i commenti e le impressioni del pubblico – Il Consiglio vuole l’inchiesta – La vittoria del “ Paese” e 52 di giovedì 1 marzo 1906, pag, 1, ACCANTO ALLA VITA (Noterelle di cronaca); LF, n. 66 del 24 febbraio 1906, L’inchiesta sull’Ospedale. 592 P, n. 118 di lunedì 21 maggio 1906, pag. 1, Trame contro l’inchiesta? 593 NANNI, Nico, cit., pagg. 188-189. 594 Cfr. GEREMEK, Bronislaw, I bassifondi di Parigi nel Medioevo, Roma-Bari, Laterza, 1990, pagg. 173-197. Numero pagina Nella relazione i analizzano nei particolari la contabilità, le condizioni igieniche dell’edificio e della strumentazione sanitaria, quelle del vitto, la carente situazione del personale e la mancanza di un preciso mansionario; poi la relazione passa ad analizzare la funzione di ambulatorio per la popolazione priva di reddito. Si tratta di una funzione non propriamente ospedaliera, che un secolo dopo sarà svolta dalle strutture territoriali del servizio sanitario nazionale, ma ora (trentacinque anni prima che, grazie al Piano Beveridge del 1942, tale conquista civile venga per la prima volta delineata nel quadro del moderno Welfare State) assegnata all’istituto come funzione a carattere sociale per chi non può altrimenti accedere in alcun modo ai servizi sanitari. Significativa è la rivendicazione della prestazione gratuita delle cure ambulatoriali, almeno ai poveri del Comune. L’ambulatorio non è l’unico servizio prestato all’utenza esterna: oltre a questo (gratuito, ma soggetto al taglieggiamento da parte del direttore dell’ospedale: anche di questi tempi l’uso privato delle strutture pubbliche è diffuso!) viene reso - a pagamento - un servizio di bagni pubblici. Pure in tal caso la rendicontazione del servizio è oggetto di pesanti accuse di malversazione. 595 La progressiva diffusione della relazione influisce sull’opinione pubblica pordenonese, ma i responsabili della gestione dell’ospedale non hanno intenzione di sgombrare il campo. Anzi, essi preparano la loro replica. La Commissione (...) è disposta a rispondere come si conviene anche al signor Presidente che si faceva tagliare la legna dagli inservienti dello Spedale. Sull’altro fronte invece la pubblicizzazione della relazione non produce adeguate iniziative da parte dell’Amministrazione Comunale e ciò è occasione da parte del Psi per polemizzare con la debolezza della Giunta Galeazzi: Tu infermo povero aspetta, aspetta ancora! Il cons. De Marco ha presentata una interrogazione lamentando che i pianti dei moribondi non vengono avvertiti avanti la catastrofe. Che importa questo? Le preoccupazioni di lor signori sono ben altre! 596 Mercoledì 6 marzo 1907 il Consiglio Comunale discute finalmente la relazione della commissione d’inchiesta sull’ospedale. Dopo aver respinto la richiesta del sindaco (appoggiato dal clericale Klefisch 597) che la relazione venga data per letta, visto che è stata distribuita ai consiglieri ed è stata pubblicata sulla stampa, su proposta di Fantuzzi si decide la lettura pubblica della relazione, che viene affidata ad Ellero. Viene poi letta una lettera di Polese in cui egli prende le distanze dal lavoro svolto, che ritiene non riveli grandi inefficienze, ribadendo l’opinione che non si sarebbe dovuto scegliere la strada di un’inchiesta pubblica e che ora non sarà più possibile trovare amministratori per l’ospedale: ma il sindaco replica che le risultanze dell’inchiesta fanno giustizia di queste preoccupazioni. Lui stesso avrebbe voluto opporre alla richiesta di Toffoli la via di un’inchiesta privata, ma sono stati gli amministratori dell’ospedale, con il loro rifiuto di permettere al comune di esercitare il suo diritto di vigilanza, ad imporre la via dell’inchiesta pubblica. Dopo la lettura della relazione e della controrelazione firmata da tutti gli amministratori ospitalieri meno l’ing. Luigi Salice, viene data lettura della lettera di dimissioni dei consiglieri, in seguito alle accuse di inettitudine loro rivolte nella seduta consiliare del lontano 8 febbraio 1906. Viene quindi approvato all’unanimità un ordine del giorno in cui si prende atto del lavoro svolto dalla commissione d’inchiesta e della situazione purtroppo molto negativa portata alla luce; si prende quindi atto delle dimissioni degli amministratori e ci si propone di concordare con i nuovi, quando saranno eletti, la modifica dello Statuto e del Regolamento per assicurare la disciplina interna dell’Istituto ed il servizio corrisponda alle giuste esigenze della società civile in favore degli ammalati per stabilire le reciproche responsabilità del personale addetto a quel servizio e per assicurare il controllo del Comune sulle responsabilità del personale e sui bilanci preventivi e consuntivi dell’Ospizio.” Il Consiglio lo approva ad unanimità. Il cons. Degan spera che di quanto riguarda fatti presumibilmente delittuosi denunciati nella relazione, abbia ad occuparsi il Procuratore del Re. Durante la seduta inoltre il consigliere Fantuzzi richiama l’attenzione dell’amministrazione comunale sull’insufficienza del servizio sanitario nella frazione di Torre, specie in questi momenti che i malati sono numerosissimi. Il Sindaco assicura che sarà immediatamente provveduto. 598 Il consiglio non giudica però negativamente l’adesione dell’avv. Enea Ellero alle osservazioni formulate dagli amministratori dell’ospedale alla relazione della commissione d’inchiesta, in quanto il suo comportamento viene giudicato come un gesto cavalleresco, più che vera e propria solidarietà politica con gli altri consiglieri dell’opera pia. Ellero, apprezzato anche per questo suo atteggiamento disinteressato, proprio in quei giorni viene chiamato a sostituire come presidente della Società Operaia Francesco Asquini, oberato dagli impegni professionali; lo stesso Consiglio Comunale lo nomina a presidente della Congregazione di Carità.599 595 LF, nn. 114 del 26 gennaio 1907, Inchiesta su l’Ospedale, 115 del 2 febbraio 1907, Pordenone Socialista e 117 del 16 febbraio 1907, Pordenone Socialista. Cfr. il testo in appendice. 596 LF, nn. 115 del 2 febbraio 1907, Pordenone Socialista, 118 del 23 febbraio 1907, pag. 3, La relazione d’inchiesta e 120 del 9 marzo 1907, I coscienti! 597 Carlo Klefisch di Pietro, nato a Fiume Veneto il 27 Settembre 1880, abitante in via del Moto. Eletto consigliere provinciale nel 1914, Carlo Klefisch invia la documentazione relativa all’alfabetismo su carta intestata recante il marchio: P. I. Klefisch. ESPORTAZIONE DERRATE ALIMENTARI UOVA-POLLERIA-FRUTTA. IMPORTAZIONE Carni fresche e Salumi di Serbia lavorati nel proprio Stabilimento CON FILIALI: COLONIA e DÜSSELDORF (Germania) LONDRA (Inghilterra) JAGODINA e VELIKA-PLANA (Serbia) LEGNAGO (Italia). Deposito a Pordenone di PENNA e PENNONE TACCHINO POLLO-ANITRA-OCA ecc. garantita sana non usata. ASU-APU, busta 22, fascicolo 7, 1914, Eleggibilità dei Consiglieri. Ricorsi. Deputazione provinciale di Udine, prot. n. 3736/4116 del 6.7.1914. 598 ACPn, Atti del Consiglio Comunale di Pordenone, volume X, 1905-1907, pagg. 221-223; P, n. 58 di venerdì 8 marzo 1907, pagg. 1 e 2, L’inchiesta sull’Ospedale al Consiglio Comunale; LF, n. 121 del 16 marzo 1907, pag. 3, In Comune. 599 P, n. 59 di sabato 9 marzo 1907, pag. 1, Ancora dell’inchiesta ospitaliera al Consiglio Comunale. Numero pagina 4.2.11 - Il congresso socialista di Tolmezzo (28 gennaio 1906). Nei primi giorni del 1906 i socialisti pordenonesi si preparano alla partecipazione al quarto congresso provinciale socialista che si terrà a Tolmezzo il 28 gennaio (a tre anni dal precedente) con l’obiettivo di ricostruire la Federazione socialista friulana.600 Nell’articolo in cui si annuncia l’avvenimento, il redattore de Il Lavoratore Friulano afferma che l’unico punto di forza del partito è l’emigrazione e che è giunto il momento di passare dalla teoria all’azione pratica mediante un impulso nuovo all’opera di organizzazione operaia con leghe di resistenza, cooperative di lavoro e di consumo. E’ evidente che fra il congresso di Palmanova del marzo 1903 ed il congresso di Tolmezzo, già convocato in quella sede ma poi slittato al di là di ogni previsione, si è consumata la crisi del gruppo dirigente provinciale, e che questa riunione costituisce a tutti gli effetti un nuovo inizio, sancendo definitivamente un ricambio che segnerà tutta la fase politica fino al dopoguerra. Fra le scadenze organizzative, si ritiene opportuno avere un punto di riferimento stabile per il partito con funzionari stipendiati, ed un’articolazione territoriale decentrata per la Carnia, i distretti facenti capo a Pordenone e quelli facenti capo ad Udine. Al congresso sono invitati a partecipare i delegati delle sezioni del Psi, i rappresentanti delle leghe e delle cooperative ed i singoli socialisti che possano intervenire (e che si sono già prenotati in centocinquanta).601 Nelle riunioni del circolo socialista di Pordenone si delibera di inviare come delegati Rosso e Scottà. Viene indetto un comizio di solidarietà con la rivoluzione russa e pro suffragio universale per domenica 21 gennaio, primo anniversario della rivoluzione sconfitta: in quel giorno analoghe manifestazioni si tengono in tutt’Italia. La manifestazione è ridotta al solo comizio al salone Coiazzi, poiché con provvedimento cosacco dal governo e dal Prefetto sia stata vietata la formazione di cortei per scemare d’importanza la manifestazione di solidarietà col popolo russo. Aderisce l’Amministrazione Comunale, mentre mancano all’appuntamento alcune associazioni a causa del carattere esplicitamente politico della manifestazione: particolari critiche riceve la mancata partecipazione della Società Operaia, la quale non aveva avuto in altre non lontane occasioni scrupolo di prender parte a manifestazioni dinastiche e governative. Non manca all’oratore, il padovano Mariano Rango, l’occasione per parlare anche delle questioni nazionali, scontrandosi con il delegato di P.S. presente in sala : Ma c’è un’altra Russia, dice l’oratore, c’è la Russia italiana che va da Napoli in giù, dove ai bisogni del popolo si provvede col piombo dei governi trasformisti e corrotti. In una lettera inviata alla presidenza del comizio, l’avv. Carlo Policreti ricorda come in quel momento le drammatiche vicende russe vengano occultate dai balletti della diplomazia a proposito della contesa fra Germania e Francia sul Marocco: e non a caso pochi giorni dopo Il Paese dedicherà alla questione un articolo del geografo socialista pordenonese Giuseppe Ricchieri. Ricchieri, pur schierandosi fra quelli che ritengono la Triplice Intesa fra Italia, Austria-Ungheria e Germania ormai minata dalla sconfitta della Russia da parte del Giappone sul Pacifico e dall’emergere della potenza tedesca che punta ad acquisire uno sbocco sull’Adriatico con le sue mire su Trieste, rifiuta di portare la tradizionale solidarietà democratica con la Francia fino a giustificarne le mire coloniali sul Marocco. Al contrario, per Ricchieri sullo scenario marocchino la posizione tedesca si è dimostrata più equilibrata. 602 La scadenza congressuale è l’occasione per un impegnativo intervento di Giuseppe Ellero, che parte dall’esperienza della crescita del movimento socialista nel pordenonese, pubblicato con rilievo sulla prima pagina de Il Lavoratore Friulano. In esso l’esponente pordenonese affronta il dibattito congressuale affermando la priorità dell’impegno pragmatico rispetto alla discussione teorica e politica. Il titolo stesso, come più avanti ha occasione di far notare Ellero, rappresenta la progressione dall’organizzazione economico-sindacale alla costruzione di una coscienza politica, fino all’impegno ed al risultato elettorale: egli la rivendica come elemento per far crescere con la necessaria gradualità la capacità politica delle masse proletarie. L’organizzazione sindacale è il primo elemento fondante della pratica socialista. Questa valutazione - che nasce da un impegno concreto ed in piena crescita, testimoniato dall’attenzione continua per l’organizzazione delle leghe negli stabilimenti tessili e fra gli operai edili pordenonesi - parte dall’esigenza di 600 Si è scelto il capoluogo carnico per la presenza del partito in quella realtà: il congresso non è solo un momento di discussione interna, ma l’occasione per una manifestazione di forza. Nei tenaci compagni della forte Carnia, sentinella avanzata del socialismo in Friuli, ha con fiducia riposta l’attenzione tutto il proletariato della provincia, essi si presentano lieti e giustamente orgogliosi delle vittorie riportate nelle recenti elezioni amministrative e, come sono usciti con onore dalla ardua prova, sapranno far si che questa nostra manifestazione riesca degna delle lotte sino ad ora sostenute e dell’avvenire altissimo a cui miriamo. LF, n. 62 del 27 gennaio 1906, pag. 1, A congresso. 601 LF, nn. 60 del 13 gennaio 1906, Pel Congresso Socialista e 62 del 27 gennaio 1906, pag. 1, A congresso. 602 LF, n. 61 del 20 gennaio 1906, Al circolo socialista, e n. 62 del 27 gennaio 1906, Il Grande Comizio “pro Russia” e seguenti; G, n. 82 di lunedì 22 gennaio 1906, pagg. 1 e 2, Domenica rossa e A Pordenone: cfr. il resoconto del comizio in appendice. Un Rango (o Ranga? si trovano ambedue le versioni) interviene al congresso di Bologna del Psi nel 1904, parlando per la componente rivoluzionaria, ed intervenendo anche a nome dei socialisti meridionali. Cfr. PEDONE, Franco, cit., secondo volume, pagg. 15 e 17. Il Paese, n. 51 di mercoledì 28 febbraio 1906, pag. 1, La parte dell’Italia nella questione del Marocco. Articolo riprodotto dal Tempo del nostro concittadino Ricchieri. Cfr. il testo in appendice. Numero pagina alfabetizzare le masse, facendole uscire dalla condizione di ignoranza e di sudditanza in cui le hanno costrette secoli di oppressione. Gli effetti dell’organizzazione sindacale sono evidenti, subito spendibili da parte dei lavoratori, ed i risultati enormemente più grandi di quelli ottenuti mediante la propaganda volta ad organizzare i lavoratori nel partito. La pratica dei socialisti si basa su un economicismo gradualista: vanno risolti i problemi concreti se si vogliono far emergere le masse sfruttate dall’oscurantismo in cui sono state gettate da tempo immemore. E’ con l’esempio che nasce da lotte volte ad ottenere risultati praticabili che si può costruire progressivamente la forza del movimento. Ellero delinea una visione dello sviluppo del movimento socialista di tipo nettamente illuministico. Dall’impostazione iniziale - economicistica - dell’organizzazione operaia, sortisce un elevamento fino al risultato della coscienza socialista per il tramite della Lega di resistenza, vista come scuola della solidarietà di classe e conseguentemente come scuola di autogoverno. I risultati concreti sono ormai di fronte agli occhi di tutti, come dimostra l’organizzazione sindacale pordenonese: Pordenone lavoratrice contava, or son pochi anni, la massa operaia che sembrava la più retriva e refrattaria al soffio fecondo del movimento proletario; eppure in poco spazio di tempo, quasi per incanto, in seguito all’ostinata propaganda sull’organizzazione, sorsero dovunque forti leghe operaie sebbene il circolo socialista, esistente più di nome che di fatto, fosse anemico e mingherlino. Oggi in paese e dintorni ogni stabilimento ha la sua lega forte di soci e di capitali; ogni lega è federata e il movimento va progressivamente sviluppandosi. Dovunque si ebbero grossi scioperi e in complesso sempre vittoriosi mercè la solidarietà compatta dei lavoratori. Le tessitrici di Rorai, vere eroine della resistenza, durarono nello sciopero 45 giorni; e 4 giornate durò il memorabile sciopero generale che l’on. Cabrini chiamò uno dei migliori d’Italia. Da ultimo basti ricordare, che si ebbero in piazza cortei di 5 o 6 mila operai e sono sufficienti 24 ore per disporre quei tradizionali cortei di migliaia di lavoratori e lavoratrici; e si deduca, se si può, che il nostro sistema non ha fruttato alla causa del movimento e alla coscienza della classe lavoratrice. Secondo un percorso naturale, dall’organizzazione sindacale si giunge a quella politica; dal partito infine al voto, con risultati elettorali che sottolineano il rafforzamento della sinistra nel capoluogo del Friuli occidentale. Nella logica gradualistica di Ellero la lega sindacale è il momento di educazione politica dei lavoratori, che passano rapidamente, inavvertitamente dal legame economico alla coscienza socialista. E’ il movimento economico che quasi naturalmente costituisce l’elemento fondante del movimento politico, in una concezione in cui a questo viene delegata la funzione della propaganda ideologica e dell’organizzazione elettorale ed istituzionale. Va semmai rilevato come manchi nell’argomentazione di Ellero ogni riferimento alla cooperazione, l’altro elemento fondante dell’azione socialista: si tratta di una assenza importante, cui per altro farà da contrappunto la relazione di Guido Rosso proprio sulle tematiche della mutualità al congresso di Tolmezzo. E’ attraverso questa pratica che a Pordenone si è passati da una condizione di arretratezza politica estrema ad una ampia organizzazione di classe nel giro di pochi anni. Attraverso la propaganda parte del patrimonio politico creato nelle leghe è stato capitalizzato dal circolo del partito, prima quasi inesistente, e si è potuta dare la scalata alla Società Operaia ed alle istituzioni politiche. Rimane arretrata la situazione delle campagne, dove i socialisti iniziano ad impegnarsi, per rompere l’accerchiamento politico della città. Questo dato dell’isolamento politico della classe operaia pordenonese viene avvertito anche rispetto all’azione dei clericali, che non sono riusciti ad insediarsi a Pordenone a causa della forza organizzata del sindacalismo socialista, ma che controllano il circondario. La conclusione dell’articolo si traduce in un’orgogliosa rivendicazione dei risultati dell’organizzazione pordenonese, che ha puntato più sul lavoro concreto fra i nuclei di classe operaia locale che alle discussioni di tipo teorico. La strategia coerentemente riformista che appare dall’articolo di Ellero non viene esplicitata in termini di polemica con i sindacalisti rivoluzionari, ma sembra quasi emergere come una rivendicazione di tipo localistico, in cui l’elemento di successo è stato il grande pragmatismo e l’attivismo dei socialisti pordenonesi. Non viene invece tradotto in una esplicita analisi socioeconomica quello che nelle parole di Ellero appare solo come il risultato della prassi politica: il successo dei socialisti a Pordenone è il frutto della presenza dell’unico consistente nucleo di classe operaia industriale moderna del Friuli, cui i socialisti hanno saputo dare gambe e voce. Ha quindi gioco facile Ellero a sostenere che non è la propaganda anticlericale ed antimilitarista (gli elementi più esteriormente aggressivi della propaganda socialista) a difettare nel Psi di Pordenone, ma al contrario è la forza dell’organizzazione operaia e socialista a renderli elementi acquisiti. 603 Possiamo invece sostenere che la debolezza del partito nel resto della provincia deriva proprio dal suo operare in quella realtà contadina arretrata che costituisce la zavorra della sinistra pordenonese: se si escludono la Carnia e la zona industriale di Pordenone, la caratterizzazione propagandistica del partito nel resto della provincia è funzione dipendente della sua difficoltà di insediamento, del suo legame con ambienti operai limitati (come i ferrovieri di Udine) e non inseriti nel mercato nazionale. D’altro canto la situazione decentrata di Pordenone impedisce a quella realtà di esercitare un suo ruolo egemone a livello provinciale, e la fa probabilmente apparire come estranea e diversa rispetto al resto del partito friulano. Se dobbiamo prestare il nostro omaggio a Sigmund Freud ed a Carlo Ginzburg 604, il nostro occhio non può che correre ai piccoli caratteri in fondo alla terza pagina dello stesso numero: Pordenone - Le due colonne sono diventate tre, e non corrispondete né per gli abbonamenti, né per la sottoscrizione. Come non cogliere in questa breve acida battuta, probabilmente giustificata sul piano meramente materiale, l’irritazione del redattore per quella che 603 LF, n. 61 del 20 gennaio 1906, pagg. 1 e 2, Prima del Congresso. Lega, coscienza socialista, voto, articolo firmato da Giuseppe Ellero. Cfr. il testo in appendice. 604 GINZBURG, Carlo, Spie, radici di un paradigma indiziario, in: Miti emblemi spie. Morfologia e storia, Torino, Einaudi, 1986, pagg. 158-209. Numero pagina viene percepita come l’arrogante supponenza di questi compagni che hanno anche il tempo per pontificare, senza impegnarsi nelle tante quotidiane incombenze della gestione del partito provinciale? Sicuramente certi toni dimostrano come pesino ancora le polemiche che nel 1902-1903 avevano diviso la neocostituita federazione socialista friulana.605 Il congresso di Tolmezzo si svolge in un clima di tensione da parte delle forze dell’ordine, che hanno chiesto rinforzi di carabinieri: il commissario di polizia vieta il corteo dal ponte sul But, organizzato dai socialisti del Canal di San Pietro e di Ampezzo, guidati dalla banda di Prato Carnico. Il congresso si svolge nella sala superiore dell’albergo Roma, arredata con un ritratto di Marx circondato da drappi rossi ed affiancato dalla bandiera del Circolo Socialista di Udine. sono presenti le sezioni del Psi di Udine, San Daniele, Prato Carnico, Ampezzo, Dogna, Raccolana, Paluzza e Tolmezzo e le seguenti organizzazioni economiche: Camera del Lavoro, Cooperativa ferroviaria e leghe dei Muratori, Metallurgici, Spazzini e Fornai di Udine. Più tardi giungerà l’adesione di Feletto Umberto. Sono assenti alcune realtà che avevano precedentemente comunicato la loro adesione al congresso: Villasantina, Lauco e Artegna. Complessivamente sono trecento le persone partecipanti. La presenza delle organizzazioni sindacali e cooperative costituisce una novità rispetto ai precedenti congressi, cui erano presenti solo sezioni del partito. Al contrario, le sezioni presenti - pur in un periodo che indubbiamente vede a casa la manodopera immigrata - sono calate in modo significativo, dalle quindici presenti al terzo congresso alle dieci del quarto: vengono a mancare quasi completamente le sezioni presenti nell’area centrale e nella pianura friulana (Maiano, Goricizza, Pasiano, Palmanova, Mortegliano, Basaldella). Dalla Destra Tagliamento sono presenti due sezioni: Pordenone, rappresentata da Luigi Scottà 606, e Pinzano, dal dott. Plinio Longo, ed ha inviato la sua adesione quella di Barcis. Viene notata la presenza fra i principali esponenti socialisti dell’avv. Rosso, che annuncia di rappresentare nove leghe di resistenza di Pordenone con oltre 1500 iscritti (applausi, Viva Pordenone). La realtà socialista di Pordenone si conferma come un punto di forza a livello provinciale. L’analisi della compagine congressuale rivela come - ad un rafforzamento della presenza sindacale a Udine ed a Pordenone ed al consolidamento dell’organizzazione fra i lavoratori emigranti carnici corrisponda l’indebolimento drammatico del socialismo in tutti gli altri centri della provincia, sintomo di una incapacità di radicarsi al di fuori dei ristretti poli industriali e fra le masse contadine. Non possiamo che ricollegare questo indebolimento del Psi friulano alla valutazione articolata della situazione politica nella provincia, posta ad introduzione della convocazione congressuale. Da una parte si sottolinea il positivo risultato ottenuto in Carnia. Ma dall’altra si rileva come la scesa in campo dei clericali nel blocco di destra abbia rafforzato le posizioni avversarie: La borghesia gretta e reazionaria di fronte alla buona primavera, al 605 LF, n. 61 del 20 gennaio 1906, pag. 3, PICCOLA POSTA. Nella relazione finanziaria su Il Lavoratore Friulano al congresso provinciale socialista di Tolmezzo, Miani non specifica la suddivisione territoriale delle vendite e degli abbonamenti, se non per il fatto che la maggioranza degli abbonamenti è realizzata fra gli emigranti all’estero. Dà invece i dati sulla sottoscrizione permanente (che confermano quanto emerge settimana per settimana nella pubblicazione nominativa delle singole sottoscrizioni): su lire 2285.55, 921.15 vengono dagli emigranti, 842.10 da Udine, 210 dalla Carnia, 155.20 da San Daniele e 130.10 dal resto della provincia. E’ evidente che la gestione del settimanale (che per altro è in notevole attivo: L. 1311.88 su 5361.67 di entrate) grava soprattutto sui montanari emigranti e sulla sezione udinese, che si era caricata dall’inizio dell’onere di editore del settimanale. Per inciso, i dati presentati da Miani relativamente al ricavato da vendite ed abbonamenti portano a calcolare la diffusione media de Il Lavoratore Friulano in mille copie circa settimanali. Cfr.: LF, n. 63 del 3 febbraio 1906, pag. 2, IV Congresso provinciale socialista. Relazione finanziaria. D’altra parte lo scarso sostegno dei socialisti pordenonesi al settimanale socialista friulano era una questione che si trascinava fin dalle origini: già nel dicembre del 1904 troviamo un duro rimbrotto dell’amministrazione del giornale: R. - Pordenone. - Malgrado il fermo proponimento di tenere in limiti ristretti le corrispondenze, abbiamo voluto accontentarvi pubblicando quasi integralmente la vostra. Però, siccome lo spazio mancava, abbiamo dovuto invadere la quarta pagina pagando un compenso addizionale. Speriamo che vorrete bene aprire fra compagni una colletta per indennizzare il giornale ed anche per mettere Pordenone, per quanto riguarda la sottoscrizione, alla pari col resto della Provincia. Cfr. LF, n. 5 del 24 dicembre 1904, PICCOLA POSTA. La quarta pagina era di solito riservata alle inserzioni pubblicitarie: l’occuparla in tutto od in parte con le corrispondenze significava un indubbio calo delle entrate del giornale. L’annotazione R. all’inizio del trafiletto ci può indurre a pensare che il corrispondente de Il Lavoratore Friulano dell’epoca da Pordenone continui ad essere, come in passato, Gino Rosso. Viceversa, siamo indotti ad identificare con il fratello Guido (quando non ne è esplicitato il nome) il Rosso sempre più presente nelle iniziative dell’epoca. Ciò per vari motivi: la contemporanea presenza di Guido Rosso come avvocato di imputati socialisti in processi, l’indicazione esplicita di Guido come oratore nei principali comizi pubblici socialisti e come propagandista in altri centri a nome della federazione provinciale e, a contrario, la mancanza di ogni indicazione esplicita relativa a Gino nelle iniziative pubbliche. La “divisione dei ruoli” fra i due fratelli sembra caratterizzarli per tutta l’epoca prefascista, l’uno (Guido) per il ruolo di leader pubblico del partito a Pordenone fino a diventarne sindaco e l’altro (Gino) per un ruolo più organizzativo, che lo porterà comunque ad un incarico importante nell’amministrazione eletta nel 1920. In maggio, proprio a fianco del lungo ed entusiastico resoconto della manifestazione del Primo Maggio a Pordenone, possiamo leggere una nota compilata quasi con dispetto. PORDENONE - R. S. - S. VITO AL TAG. - G. - Per voi saremo costretti ad aprire una rubrica per gli sfruttatori del giornale: cfr. LF, n. 25 del 13 maggio 1905, PICCOLA POSTA. Le sigle ci fanno pensare al fatto che i corrispondenti da Pordenone siano Rosso e Scottà; al contrario non abbiamo indicazioni per San Vito al Tagliamento, centro nel quale evidentemente il giornale è diffuso, ma dal quale non giungono corrispondenze. 606 Il trentenne Luigi Scottà morirà prematuramente pochi mesi dopo, consumato da una lunga malattia. Nel corso del funerale il dirigente socialista viene ricordato dal sindaco Galeazzi, dal presidente della Società Operaia Francesco Asquini (presso il quale egli lavorava come agente) e da Giuseppe Ellero per il Circolo Socialista. La folta partecipazione di gente e di associazioni operaie (fra cui sono presenti gli esponenti del socialismo e della democrazia pordenonese) all’imponente corteo funebre testimonia del ruolo assunto da questo dirigente socialista di origine operaia, che per la stima acquisita aveva guidato tante manifestazioni. Luigi Scottà viene seppellito a Portogruaro, suo paese d’origine. Cfr.: P, n. 208 di sabato 1 settembre 1906, pag. 3, PER LUIGI SCOTTA’, che riproduce il discorso di Giuseppe Ellero e LF, n. 94 dell’8 settembre 1906, Funebri. Numero pagina promettente risveglio di energie che anima tutto il nostro movimento si è rifugiata sotto le ali dei preti della superstizione cattolica, e sta spiando pavidamente.607 Presiede l’avv. Driussi di Udine608, che ricorda come la Carnia nel passato abbia dato schiere di miseri emigranti dediti al crumiraggio, protagonisti di tutti i processi davanti alle Corti di Assise, mentre ora invece si è vista una vera rivoluzione in Carnia; tutti i lavoratori sono organizzati fortemente, tutti educati, tutti evoluti. Ma il socialismo friulano ha occasione di riscontrare la sua marginalità nel panorama nazionale anche in questa occasione. L’on. Rondani non è presente, in quanto occupato in un congresso nel suo collegio, la cittadina novarese di Cossato. Il pinzanese Plinio Longo polemizza subito con l’assenza di rappresentanti della direzione del partito al congresso, e propone un ordine del giorno, approvato, che la biasimi. Il presidente del congresso concorda con la protesta di Longo, ed afferma: Noi del Friuli siamo considerati troppo poco dalla direzione centrale del partito, per esempio al Primo Maggio non ci fu mai possibile avere un oratore. Il fatto che l’oratore designato sia il Rondani ci suggerisce quali possano essere le modalità di rapporto fra le realtà locali e la direzione del partito. Dino Rondani è uno dei quadri del Psi impegnati nel lavoro di promozione del partito nelle realtà più deboli, all’interno di una prassi che chiede ai deputati (senza grandi successi) di rendersi disponibili almeno una volta al mese per la “domenica di propaganda”. Lo stesso Rondani era stato uno dei primi due “propagandisti ufficiali” assunti dal Psi nel 1902, ed è autore di un Piccolo manuale dell’oratore socialista ad uso degli operai e contadini. I limiti all’attività dei parlamentari come propagandisti sono dimostrati dal fatto che in questa occasione Rondani viene trattenuto da un tipo di scadenza ordinaria per un deputato, che non è necessariamente di tipo clientelare - come la giudicheremmo oggi con valenza sicuramente negativa - quanto di organizzazione e propaganda socialista in una realtà importante per il partito, come sono quelle che garantiscono l’elezione di un deputato socialista: impegno giudicato sicuramente prioritario rispetto allo sviluppo del partito nelle zone non consolidate. Non abbiamo invece tracce che possano testimoniare di un possibile rapporto fra Rondani e la realtà friulana legato ad un’altra comunanza di interessi: la somiglianza fra l’organizzazione sindacale socialista nel centro cotoniero di Pordenone e quella nel centro laniero di Biella, confinante con Cossato e pure sede d’elezione di un importante dirigente sindacale socialista come Rinaldo Rigola.609 D’altra parte il rapporto con Rondani, mediato da Giovanni Cosattini 610, passa attraverso la relazione fra il Segretariato dell’Emigrazione di Udine e l’analoga struttura dell’Umanitaria di Milano. Si tratta quindi di un rapporto privilegiato, l’unico probabilmente, fra la struttura che nazionalmente cura per il partito le problematiche dei lavoratori migranti, e la realtà friulana che emerge nel settore sia per la rilevanza oggettiva del fenomeno che per il lavoro organizzativo del Segretariato. Non è un caso che Cosattini entri nella Direzione del Psi a partire proprio dal congresso del 1906, come rappresentante del Segretariato dell’Emigrazione di Udine, quindi nella quota dell’organismo socialista dedicata ai rappresentanti delle organizzazioni economiche (sindacali e cooperative).611 Che il clima politico del congresso sia diverso da quello dei precedenti è rivelato immediatamente dalla questione procedurale con cui si introduce il dibattito. Che i socialisti pordenonesi abbiano un loro indubbio ruolo è dimostrato dal fatto che sia proprio Rosso a provocarla con successo rispetto a Libero Grassi. Si tratta di un deciso tentativo dell’ala riformista per bloccare la discussione politica in quella sede, riducendo lo spazio di manovra della componente avversaria: ROSSO. Propone l’inversione dell’ordine del giorno nel senso che si discuta subito dell’indirizzo politico del Lavoratore e si ascolti la lettura della relazione finanziaria del giornale. GRASSI osserva che l’ordine del giorno fu mandato per tempo a tutte le sezioni quindi si doveva avanzare a tempo tale proposta. ROSSO. Insiste: il Congresso è sovrano. Di che cosa ha bisogno il nostro Friuli? Di organizzazione economica, politica, e di propaganda. Se andiamo nel campo delle tendenze, fra due ore saremo al medesimo punto, e perciò prima si faccia la relazione morale e finanziaria del Lavoratore e poi si discuta sull’andamento o meglio sull’indirizzo politico del giornale. L’assemblea approva la proposta Rosso. 612 Il fatto che si decida di aprire la discussione con la relazione su Il Lavoratore Friulano dà la dimensione di quale importanza fosse riposta nella produzione di un organo di informazione e di propaganda 607 LF, n. 62 del 2 gennaio 1906, pag. 1, A CONGRESSO. Ma la crisi non si spiega solo sul piano locale: si tratta di una più generale situazione di crisi del partito socialista, a causa delle contraddizioni esplose per la politica di collaborazione parlamentare con Giolitti, con la conseguente frattura sul piano interno fra i riformisti (che controllano il gruppo parlamentare) ed i sindacalisti rivoluzionari che mobilitano le masse di fronte ai continui eccidi perpetrati dalla forza pubblica. Un anno dopo Michels noterà come perfino il gruppo parlamentare socialista a Montecitorio è quasi sciolto. La sua attività è ancora minore del suo, più esiguo, numero. Cfr.: MICHELS, Roberto, Proletariato e borghesia, cit., pag. 94. 608 Emilio Driussi, avvocato, autore di un comizio sul divorzio ad Ovaro nel 1902, cfr. RENZULLI, Aldo Gabriele, cit., pag. 268. Driussi sarà l’unico eletto socialista al Consiglio Comunale di Udine nel 1908, ma si dimetterà per far subentrare Giovanni Cosattini, cfr. ALATRI, Paolo, cit., pag. 58. 609 RIDOLFI, Maurizio, cit., pagg. 184-5 e 190. 610 LF, n. 63 del 3 febbraio 1906, pag. 1, IV Congresso provinciale socialista. 611 RIDOLFI, Maurizio, cit., pagg. 172-173. Cosattini sarà componente della direzione del Psi fino al successivo congresso di Firenze del 1908; solo nel 1910, al congresso di Milano, entrerà in direzione un altro friulano, l’avv. Riccardo Spinotti di Tolmezzo, presidente delle Cooperative Carniche, che vi rimarrà fino al congresso di Reggio Emilia del 1912. Non ci saranno mai altri friulani nelle direzioni del Psi prefascista: dopo la fine della prima guerra mondiale entreranno invece alcuni componenti dei nuovi territori giuliani, sia di lingua italiana che slovena. 612 LF, n. 63 del 3 febbraio 1906, pag. 1, IV Congresso provinciale socialista. L’ordine del giorno del congresso è riportato nel numero 62 del 27 gennaio 1906: 1. Apertura del congresso (ore 10), 2. Nomina della presidenza, 3. Organizzazione politica, 4. Tattica elettorale, 5. Relazione del “Lavoratore”, 6. Propaganda orale e scritta, 7. Organizzazione economica e Cooperazione, 8. Elezioni delle cariche, 9. Sede del prossimo congresso. Numero pagina settimanale del socialismo friulano. Il Lavoratore Friulano è inoltre in quella fase solo uno - anche se il principale - degli strumenti di comunicazione dei socialisti friulani. I socialisti veneti dispongono da pochi mesi di un loro organo di stampa regionale, Il Giornaletto di Venezia. Al congresso provinciale socialista di Tolmezzo è presente in sua rappresentanza Francesco Ciccotti 613, cui - al momento dell’arrivo nell’intervallo per il pranzo - viene ceduta la presidenza della seduta pomeridiana del congresso. Il Giornaletto esce come quotidiano del partito, ed il congresso ne discute le modalità di diffusione ed appoggio da parte delle realtà friulane. Sul piano più generale, si può dare all’azione concreta uno spazio predominante nel dibattito congressuale, lasciando a tale discussione la seduta antimeridiana e posticipando al pomeriggio il resto del dibattito. Dal punto di vista simbolico, inoltre, non è privo di interesse notare come con l’inversione dell’ordine del giorno la relazione di Grassi sull’organizzazione sia stata posticipata, mentre il congresso si apre con la relazione politica su Il Lavoratore Friulano svolta da Cosattini. Non è possibile non rilevare l’accorto gioco di squadra fra Rosso e Cosattini per controllare la regia congressuale. Secondo Cosattini il settimanale ha superato il primo anno di vita, pur essendo fatto in condizioni avventurose, con grande sacrificio dell’amministratore volontario Miani (tipografo), del gerente Mattiussi e del gruppo redazionale che deve continuamente limitare le corrispondenze prolisse e spesso piene di giudizi avventati che fanno rischiare continue denunce per diffamazione. Si è dovuto cambiare tipografia (il tipografo precedente esercitava una propria pesante censura) ed ora si ne ha una propria, ove si possono stampare opuscoli ed altre pubblicazioni. Il giornale non ha ecceduto nella fraseologia rivoluzionaria, ha fatto propaganda unitaria ed ha puntato soprattutto sull’anticlericalismo e l’antimilitarismo. Forse ciò non basta, ma è la realtà che non offre di più: oltre ad Udine, Pordenone con le sue nove leghe e la Carnia fortemente organizzata non c’è altro in Friuli. Nella sua relazione Cosattini dà alcuni dati sulla struttura compositiva del settimanale: in un anno di attività 165 colonne sono state impiegate per le cronache provenienti dalla provincia e 135 per la cronaca cittadina da Udine; 46 colonne sono state dedicate al cinema - dimostrando una notevole attenzione per questa nuova forma di arte e comunicazione di massa - e 37 per la rubrica dedicata agli emigranti; 146 colonne sono state dedicate alla propaganda generica, che è dovuta essere contenuta per lo sviluppo della cronaca provinciale, cresciuta dalle originali due a cinque colonne, e vettore di una notevole diffusione de Il Lavoratore Friulano. (...) le lotte sviluppate dal giornale ebbero il loro culmine nella propaganda anticlericale e antireligiosa ed in quella antimilitarista, che sono dirette ad attaccare le radici del male, i più validi puntelli di questa società basata sull’ingiustizia e sul privilegio. Dopo Cosattini, avviene un episodio significativo: Pascoli, redattore de Il Paese, chiede al congresso se può farne la cronaca, visto che la stampa è stata esclusa. Uno dei congressisti nota che il quotidiano è il continuatore de Il Friuli di Mercatali, il quale sempre appoggiò i movimenti del proletariato. Il congresso concede quindi unanimemente a Pascoli di fare la cronaca dello stesso. Nel dibattito interviene Rosso, che raccomanda che il giornale sviluppi in special modo la propaganda economica iniziando vere indagini sulle tariffe, sugli orari, sui regolamenti delle fabbriche, i quali ultimi rappresentano delle vere leggi con sanzioni punitive emanate senza controllo dal capitale. In questo modo il giornale riuscirà a sostenere l’azione delle leghe. E’ interessante notare fra gli altri l’intervento del delegato di Pinzano Plinio Longo, il quale invece vorrebbe che la propaganda socialista fosse sviluppata senza attaccare le credenze religiose. Si tratta di un intervento indubbiamente in controtendenza rispetto alla relazione di Cosattini ed alla linea seguita dal settimanale, indice però di un atteggiamento isolato nel partito sulla questione religiosa, che Longo manterrà anche negli anni successivi senza grossi riconoscimenti. Il dibattito si conclude con la proposta giunta sempre da Rosso e fatta propria dal congresso, di approvare la relazione morale e finanziaria con un voto di plauso. Il rappresentante pordenonese ha con tutta evidenza gestito la regia della discussione antimeridiana, segno di un’autorevolezza ormai riconosciuta. In realtà, rispetto ai congressi precedenti, appare predominante la presenza della coppia costituita da Giovanni Cosattini e Guido Rosso, uniti dalla comune connotazione professionale ma anche dall’essere espressione di un lavoro organizzato rivolto agli emigranti ed agli operai industriali della provincia. E’ attraverso queste due figure che nel congresso hanno espressione i settori più avanzati, professionalmente e politicamente, del movimento operaio friulano. Nella seduta pomeridiana si discute in forma unificata dell’organizzazione politica e della tattica elettorale, sulla base di una relazione di Grassi. Si tratta della parte della discussione più legata al percorso congressuale che vede impegnati i socialisti sia sul piano del partito che del sindacato in quei mesi, e non a caso tale discussione occupa tutta la seduta pomeridiana e costringe i congressisti (od almeno una parte di essi) ad una imprevista seduta serale: infatti alle 17.30 su proposta di Rosso, appoggiata da Cosattini, si decide di procedere oltre.614 613 Francesco Ciccotti Scozzese è un importante organizzatore del Psi prefascista. Avvocato, è attivo come redattore e direttore di periodici locali del socialismo e dell’Avanti!, come dirigente di strutture organizzative del partito e del sindacato, organizzatore di lotte contadine, passando infaticabile dalla natia Basilicata a Napoli, da Bari all’Umbria, da Roma a Cesena. Riformista, passato fra i rivoluzionari fra il 1910 e la guerra mondiale, deputato nel 1919, esce infine dal partito su posizioni ultrariformiste nel 1921. Nel 1903, dopo aver diretto la Camera del Lavoro di Livorno, si trasferisce a Trieste per assumere la direzione del Lavoratore, appannaggio come nota Giuseppe Piemontese - quasi sempre di compagni “regnicoli”. Nel 1906 è a Venezia come direttore de Il Giornaletto: in quel periodo aderisce alla tendenza integralista e per essa relaziona sul problema della stampa socialista al Congresso di Roma di quell’anno. Cfr.: ANDREUCCI, Franco e DETTI, Tommaso, cit., secondo volume, pagg. 38-43; MALATESTA, Alberto, Ministri, cit., primo volume, pag. 257. 614 LF, n. 63 del 3 febbraio 1906, pag. 2, IV Congresso provinciale socialista. Organizzazione politica e tattica elettorale; Si continua, ove viene riportata una esplicita e tendenziosa dichiarazione di fastidio per la discussione politica generale: ROSSO e Numero pagina Il compagno GRASSI fa la sua relazione, rilevando lo scarso movimento di organizzazione socialista esistente in provincia, il quale non ha trovato buon terreno che a Pordenone ed in Carnia, là per l’ampio sviluppo della vita industriale, qui per le correnti di nuove idee che gli emigranti portano dalle loro peregrinazioni dolorose in stati più civili. Dimostra che il movimento economico non può non integrarsi con l’azione politica, la quale deve svolgersi nella lotta contro la classe borghese; lotta antimonarchica, antimilitarista, anticlericale, da ciò necessità di una propaganda unica scindente la responsabilità del partito da quella di qualsiasi allettamento della classe dominante. Presenta un ordine del giorno inteso ad affermare la necessità dell’azione economica sul terreno politico. Grassi si schiera in modo preciso nel dibattito che porterà nei mesi successivi al congresso costitutivo della Confederazione Generale del Lavoro ed al nono congresso nazionale socialista a Roma. La posizione sindacalista, che risulterà in minoranza sia nella Cgl che nel Psi, punta a caratterizzare l’organizzazione economica in senso di classe, contro la linea riformista (mutuata dagli intransigenti guidati da Ferri, che manterranno il controllo del partito avvicinandosi ai riformisti) che viene subito dopo espressa da Rosso: ROSSO afferma che le Leghe operaie e di resistenza non possono essere assorbite dal partito socialista. Esse dovranno fare della politica, ma il Congresso non può loro imporre l’adesione al partito socialista. Presenta analogo ordine del giorno.615 Nel lungo dibattito si registrano interventi schierati sul fronte sindacalista: PUNTIL e LEITA di Prato Carnico parlano sostenendo il carattere socialista del movimento economico e la tattica intransigente nell’azione amministrativa e politica, ed altri di tono opposto, come quello del rappresentante della Camera del Lavoro di Udine: SAVIO non crede che le organizzazioni possano assumere carattere di partito, ma pensa che l’intransigenza per il partito socialista sia ormai una necessità di vita. Sulla questione della tattica elettorale però gli schieramenti sono sfasati, e Cosattini e Rosso più che alla posizione riformista aderiscono a quella degli intransigenti di Ferri, in linea di massima schierati per la presentazione autonoma di liste socialiste, ma aperti a tollerare posizioni diversificate a seconda delle opportunità locali. COSATTINI crede che i rappresentanti dei comuni della Carnia in cui fu seguita tattica transigente debbano giustificare avanti al congresso le ragioni delle deliberazioni prese. PICCOTTI di Villa S. espone le disagiate condizioni della vita locale nei piccoli paesi e la necessità di difendersi contro il clericalismo, questo è il motivo per cui si accettò l’alleanza. BURBA di Ampezzo sostiene la necessità di lasciare liberi i compagni di ciascun centro sulla scelta della tattica da seguirsi nelle singole lotte elettorali. ROSSO si dichiara convinto intransigente, ma afferma che per le lotte amministrative l’autonomia delle sezioni è il migliore sistema da seguirsi. Una deliberazione coercitiva sarebbe destinata a venire calpestata. Il dibattito si indirizza comunque verso una conclusione unitaria, in modo coerente con l’azione mediatrice esercitata dalla componente integralista a livello nazionale, attraverso l’ambiguità sul piano ideologico e tattico. Una posizione intermedia - quella integralista - che avrà la funzione di favorire il passaggio del partito all’egemonia riformista, durata senza contestazioni fino ai tempi della guerra di Libia. DRIUSSI constata la divisione delle opinioni del congresso, applausi si ebbero da una parte e dall’altra. Il problema è arduo. Il voto deve rappresentare l’indirizzo futuro e dare una norma comune per l’unità dell’azione integrale del partito. CICCOTTI svolge il doppio concetto dell’intransigenza elettorale e dell’integrazione dell’azione delle organizzazioni economiche con le finalità del partito socialista. Si viene alla votazione la quale è divisa in tre parti. L’ordine del giorno sull’indirizzo delle organizzazioni di mestiere è il seguente: “I socialisti esplicheranno una propaganda intesa a rendere le organizzazioni economiche consapevoli dei loro fini esplicatamente socialisti”. E’ approvato all’unanimità. Si pone ai voti l’autonomia elettorale tanto politica che amministrativa. E’ respinta a grande maggioranza. Si approva pure a grande maggioranza la tattica intransigente nelle elezioni politiche, e con lieve superiorità di voti quella delle elezioni amministrative. Nel voto sull’intransigenza, quella generale viene respinta con 21 contrari, tre favorevoli e due astenuti; quella per le elezioni politiche è approvata con 22 favorevoli e 4 astenuti; sulle elezioni amministrative l’autonomia è approvata con 9 voti favorevoli e 5 astenuti (ma in quest’ultima votazione si esprimono solo i rappresentanti delle leghe). La conclusione appare singolarmente chiara a proposito della tattica elettorale, con la prevalenza della posizione intransigente, per altro negata a livello nazionale solo dalla componente riformista estrema, collocata alla destra del partito. Tale posizione non confligge con l’opzione di parte dei centristi intransigenti di lasciar aperto uno spiraglio alle collaborazioni in sede locale, che per altro è bocciata dal congresso di Tolmezzo. Invece sul piano della linea da seguirsi nell’organizzazione economica, emerge una posizione conciliatoria che - nel suo esprimersi unanime - mal concilia le opposte politiche sindacalista e riformista, volta l’una a realizzare una politica rivoluzionaria attraverso l’organizzazione sindacale e l’uso dello sciopero generale, mentre l’altra rivendica l’autonomia del sindacato in modo da sottrarlo ad ogni spinta non puramente economicistica. Da questo punto di vista la mozione approvata rappresenta a tutti gli effetti una non scelta, sintomo evidente della stessa debolezza della sinistra socialista in Friuli. Dopo una pausa, la seduta riprende per discutere della Federazione socialista. Cosattini propone a dirigerla un comitato di sette membri coll’incarico di prepararne lo statuto. Il comitato è costituito dall’avv. Riccardo Spinotti616 (delegato di Tolmezzo), da G.B. Burba (delegato di Ampezzo), da Giuseppe Ellero e Vincenzo Degan di Pordenone, da Alberto Tondolo, Alfonso Benedetti (delegato di Udine) e da Emilio COSATTINI deplorano che con una discussione soverchiamente lunga si sia esaurito un tempo prezioso alla trattazione di altri temi vitali. La politica è certamente necessaria ma l’organizzazione economica deve essere la base di tutto. In realtà questa dichiarazione apparentemente a carattere pragmatico, strettamente collegata con la proposta di Rosso di invertire l’ordine del giorno della mattinata, nasconde un orientamento politico assai preciso, come emergerà dall’impostazione della successiva relazione di Rosso sull’organizzazione economica e dalla polemica nei suoi confronti da parte di Grassi. 615 TREVISANI, Giulio, cit., pagg. 80-85. PEDONE, Franco, cit., volume secondo, pagg. 40-84. Numero pagina Driussi di Udine. Savio, appoggiato da Rosso, propone all’assemblea, che approva, di interpellare le sezioni sull’opportunità di costituire una Federazione Socialista Provinciale: si decide di dare mandato al Comitato federale di studiare le soluzioni opportune. Rosso, dopo la delibera di costituzione della Fps e l’elezione del comitato, relaziona su quali ne saranno le funzioni. Divide il Friuli in tre zone distinte e cioè: Industriale, Agricolo, Emigratore. Perciò ritiene efficace lo scambio degli oratori e la propaganda scritta, quindi la Federazione deve fare larga dispensa di opuscoli. Conclude dimostrando la necessità che la Federazione abbia un segretario propagandista e direttore dei vari periodici. Cosattini interviene sollevando la questione finanziaria: gli iscritti sono 700 e potrebbero versare circa 400 lire, mentre per stipendi, viaggi ed altre spese occorrono £. 2400. Ciccotti invece ritiene che, con 100 lire conferite da Il Lavoratore Friulano e 60 dal Giornaletto, sarebbe possibile sostenere un propagandista: si demanda al Comitato Federale la questione. Il Comitato si riunirà nelle settimane successive, nominando segretario Benedetti ed incaricando Ellero di compilare lo statuto della federazione, dedicando particolare attenzione ai seguenti aspetti: formazione delle sezioni e rapporti fra esse, ordinamento dei corrispondenti; propaganda orale e scritta; referendum; giornale; assistenza alle iniziative locali.617 Si passa quindi a discutere di organizzazioni di resistenza, di mutuo soccorso e delle cooperative, con una relazione affidata a Guido Rosso. Secondo Il Lavoratore Friulano ROSSO fa una elaboratissima relazione. Riguardo alle Società di Mutuo soccorso ne accenna l’importanza. Dimostra come i socialisti debbano togliere dalle S.O. le funzioni speculative, eliminare quanti non appartengono alla classe operaia perché impari da sè ad amministrarsi, togliere i soci onorari, farle entrare nei conflitti fra capitale e lavoro allo scopo di sostenere col credito gli operai in lotta. Sulle società di resistenza dimostra come esse sorgano e come debbano essere guidate sia di fronte all’industrialismo ed all’agricoltura. Dimostra infine le funzioni utilissime spiegate dalle cooperative di classe, in quanto possono sviluppare ampiamente la istruzione professionale e la propaganda socialista e costituire dei fondi di guerra nelle lotte di resistenza. Hanno poi una grande funzione educativa ai fini del nostro partito. Secondo Il Paese Rosso parla delle Società Operaie di M.S. Non le vorrebbe abbandonate a sé stesse ma crede necessario che i socialisti le conquistino per evolverle. I capitali che tali Società dispongono, potrebbero evolversi verso la cooperazione, e crede dovere dei socialisti spingere l’iscrizione alle mutue, perché in esse vi sono elementi non operai che bisognerebbe cedessero il posto. L’oratore viene poi a parlare della resistenza. Fa la monografia delle organizzazioni di Pordenone, nella quale vi sono ben nove leghe ed anche le donne sono organizzate. Ricorda che il proletariato agricolo è abbandonato a sé stesso e crede dovere dei socialisti di ricordarsi anche di questi lavoratori cercando di organizzarli. Passando a parlare della Cooperazione, Rosso divide il movimento cooperativistico in due specie: semplice e di resistenza. Il primo è comune a tutto il mondo civile e cioè: magazzeno distributore dei generi a minimo prezzo, l’altro è quello fatto da una categoria di lavoratori i quali in caso di sciopero provvedono, mediante risparmi, a distribuire gratis i generi alimentari perché la conquista sia fatta. L’oratore insiste su questo metodo di cooperazione perché il più rivoluzionario. Una concezione della cooperazione e della mutualità strettamente legata alla costruzione dell’organizzazione sindacale, sua espressione ed elemento di sostegno. I socialisti devono entrare in tali strutture, conquistarle e volgerle ad un utilizzo rigidamente strumentale allo sviluppo della lotta di classe: ma, nonostante la forte determinazione della linea esposta ed il legame con la moderna esperienza sindacale pordenonese, la visione di Rosso, almeno relativamente alle Società Operaie, viene messa in discussione immediatamente da Grassi: GRASSI ritiene le S.O. foglie sec (che) del grande albero della organizzazione e pensa che il partito non debba occuparsene. Questi istituti sono i più antichi sorti a favore della classe operaia, con una continuità quasi ininterrotta - se si eccettuano i provvedimenti della rivoluzione francese e di Napoleone 618 - che giunge dalle confraternite di mestiere del Medioevo, ma sono anche quelli che di più in passato hanno sofferto di un vizio di origine, il legame con la concezione paternalistica dei liberali che le hanno promosse prevalentemente, soprattutto in Friuli. E’ comprensibile che l’impegno socialista in tali istituzioni sollevi le osservazioni polemiche di chi si confronta con le prospettive del sindacalismo rivoluzionario; in qualsiasi caso è 616 Il futuro sindaco socialista di Tolmezzo viene così descritto in occasione della sua candidatura al parlamento nel 1909, nella quale solo per pochi voti non diverrà il primo parlamentare socialista friulano: Il nome di Riccardo Spinotti sarà per sempre legato alla Cooperativa Carnica: egli ne fu l’ispiratore e l’organizzatore tenace, alla sua attività intelligente, disinteressata ed a coloro che egli seppe suscitare l’entusiasmo per ogni opera buona ed utile al proletariato, si deve, se la Carnia si trova oggi all’avanguardia del movimento cooperativistico italiano. Cfr. LF, n. 227 del 20 febbraio 1909, pag. 2, Collegio di Tolmezzo, Il nostro candidato. Riccardo Spinotti conseguita la laurea di dottore in legge, si stabilì a Tolmezzo, sua patria di elezioni, esercitando l’avvocatura e guadagnando ben presto la stima della popolazione carnica. (...) Lo vedemmo attivissimo Presidente della locale Società Operaia ed ora lo è dell’Ospitale. Fece parte di diverse commissioni comunali e per incarico del municipio di Tolmezzo studiò il problema della fondazione di una scuola Tecnica estendendone una pregiata relazione. Cfr. : LF, n. 232 del 13 marzo 1909, pag. 2, Il nostro candidato. In questo articolo, dopo aver ricordato il ruolo di Spinotti come presidente delle Cooperative Carniche di Consumo e di quelle di Credito, si nota anche come Spinotti abbia pagato dei prezzi personali per la sua dedizione alla causa dei lavoratori: Egli non esitò a perder il favore e la clientela dei commercianti, fedele ai suoi principi umanitari, svolse quella parte di programma che nella nostra regione è possibile oggi attuare nell’interesse di tutti i cittadini, ma in ispecie della povera gente. Riccardo Spinotti fu anche componente della direzione nazionale del Psi a partire dal congresso di Milano del 1910: cfr. LF, n. 330 del 28 gennaio 1911, pag. 1, Le tessere d’iscrizione pel 1911 e RIDOLFI, Maurizio, cit., pag. 172, che afferma di non aver trovato riscontri documentari solo in due casi di componenti della direzione del Psi dal 1900 al 1912, uno dei quali è purtroppo proprio Spinotti. 617 LF, n. 66 del 24 febbraio 1906, Federazione Socialista Provinciale. 618 In campo giuslavoristico indubbiamente borghesi, dallo scioglimento delle confraternite fino all’istituzione del libretto di lavoro per meglio controllare gli operai e mettere sotto controllo la manodopera itinerante del compagnonnage. Numero pagina incontestabile che proprio le società operaie di mutuo soccorso ed istruzione siano terreno di propaganda e di penetrazione del movimento socialista, che nel primo decennio del Novecento soppianta spesso gli originari dirigenti liberali. I socialisti in realtà, ha notato il Tessitori, non riusciranno poi ad applicare le deliberazioni del congresso di Tolmezzo, anche quando conquisteranno la gestione delle società operaie, come nel caso di quella di Udine nel 1907: essi, forse per il moderatismo che li ispira in Friuli, si limiteranno a svilupparne l’attività, soprattutto nel campo dell’istruzione popolare e della cooperazione, conquistando per altro l’egemonia nelle società operaie di estrazione laica, sancita al congresso provinciale di queste che si terrà a Sacile nel novembre 1909.619 Il dibattito si orienta poi più specificamente alla cooperazione, ponendo il problema della promozione e del coordinamento del movimento, arrivando alla costituzione di una federazione provinciale. BENEDETTI PIETRO accenna alla necessità di sviluppare ampiamente la cooperazione in special modo in Carnia. Il fornire mediante cooperative grano sano, a buon mercato, deve essere il primo problema da affrontarsi dal partito socialista. Dimostra la necessità della istituzione di una federazione provinciale di cooperative, che sarà di grande utilità per la diffusione di questi istituti, e di vantaggio negli acquisti. GRASSI ricorda l’opera veramente meravigliosa della Cooperativa ferroviaria di Udine ed è certo che essa prenderà volentieri l’iniziativa per il magazzino federale accennato dal Benedetti. 620 COSATTINI ricorda il voto del recente congresso degli emigranti di Spilimbergo che raccomandava vivamente la cooperazione come unica organizzazione possibile nei paesi di emigrazione. Il grande capitale importato dagli emigranti in questi istituti troverà un impiego utilissimo. Accenna come funzione della federazione delle Coop. agli ispettorati di contabilità che tendono ad eliminare la prima rovina di tali aziende: il disordine amministrativo (e chiede che Rosso spenda alcune parole anche per le cooperative di lavoro). ROSSO accetta le raccomandazioni di Benedetti e di Cosattini; insiste sulla necessità per il nostro partito di occuparsi delle S.O. Il congresso approva l’ordine del giorno nei sensi della relazione Rosso. Il congresso si conclude infine proclamando Il Lavoratore Friulano organo della federazione socialista friulana e designando Pordenone a sede del prossimo congresso. Gli applausi per queste ultime decisioni costituiscono il viatico per un gruppo dirigente provinciale ormai ben delineato, in cui ritroviamo inseriti a pieno titolo i principali dirigenti socialisti del capoluogo del Friuli occidentale. 621 Oltre alla contemporanea redazione di due resoconti di parte socialista, sul settimanale del partito e sul quotidiano radicale udinese (mentre stranamente non abbiamo un resoconto del quotidiano socialista regionale, nonostante la presenza del suo direttore a Tolmezzo), un terzo resoconto viene redatto da un ex compagno per il quotidiano moderato Giornale di Udine grazie ad informazioni confidenziali di qualcuno dei presenti, com’egli stesso ammette implicitamente con la sicumera dell’ottuso reazionario di recente conversione. Io non vi posso dare una relazione dettagliata della discussione per due motivi: uno principale, che 619 TESSITORI, Tiziano, Le società operaie di mutuo soccorso nella storia politica del Friuli, in: SOCIETA’ OPERAIA DI M.S. ED ISTRUZIONE DI CIVIDALE DEL FRIULI, Cenni Storici nel Centenario di Fondazione 1870-1970, Cividale, 1970, pagg. 13-20. 620 La Cooperativa ferroviaria è l’unica società cooperativa presente al quarto congresso provinciale socialista. A rappresentarla in qualità di delegato è proprio lo stesso Libero Grassi. Non è un caso che proprio la realtà dei ferrovieri si affermi per prima nel movimento cooperativo. Ciò per un motivo molto semplice: in mancanza di moderni impianti industriali (come i cotonifici pordenonesi) o di una massa di emigranti organizzati politicamente dalle socialdemocrazie austriaca e germanica, i ferrovieri sono il nucleo di classe operaia più compatto, sindacalmente e tecnicamente avanzato. Sono le stesse caratteristiche strutturali della loro attività a porli all’avanguardia del proletariato industriale, di cui costituiscono - in realtà segnate dalla prevalenza di attività artigianali e di manifattura tradizionale, come fornaci e filande - il principale segmento concentrato in grandi impianti strutturati secondo moderne tecnologie. In una realtà vicina ed analoga a quella friulana, come quella della Slovenia asburgica, i ferrovieri costituiscono la quasi totalità del corpo organizzato della sezione jugoslava del Partito Operaio Socialista Austriaco, sia a Trieste che a Lubiana, come ha avuto occasione di rilevare Marina Cattaruzza nella sua ultima opera. Cfr.: CATTARUZZA, Marina, Socialismo adriatico, cit.. La composizione di classe della realtà udinese è indirettamente esemplificata dalle professioni indicate per i candidati della lista sostenuta dai socialisti per l’elezione del consiglio della Società Operaia. Su venti candidati cinque provengono da settori industriali moderni, ma mentre tre sono operai dell’industria metallurgica (ferriera), gli altri due sono espressione di attività infrastrutturali e non propriamente di produzione: un ferroviere ed un operaio del gas. Gli altri rappresentano un universo di attività artigianali e commerciali: rigatore, calzolaio (tre), tipografo, tappezziere, orefice, impiegato, possidente, falegname, libraio, scultore, fotografo, sarto, avvocato. La presenza diretta di ferrovieri è ridotta solo ad un loro esponente: ma il dato quantitativo va corretto considerando come la loro esperienza, soprattutto in campo cooperativo venga fortemente enfatizzata come modello di riferimento per le iniziative socialiste e sia continuamente richiamata fin dai primi anni dell’attività socialista in Friuli. Cfr.: LF, n. 76 del 5 maggio 1906, Cronaca cittadina. Società operaia. Elezioni. Sull’attenzione prestata dalla stampa socialista friulana alle vicende degli operai ferroviari, fin dalle sue origini, cfr. per esempio L’Avvenire, n. 5 del 22 luglio 1893, pag. 3, Adunanza dei ferrovieri, a proposito delle vicende degli Istituti di Previdenza della categoria (è indicato fra l’altro come consulente legale del Fascio ferroviario l’avv. Giuseppe Girardini); cfr. inoltre L’Operaio, n. 6 del 19/20 settembre 1896, La Cooperativa Ferrovieri - Una crisi in vista? Solo poche notizie sulla storia della più antica cooperativa di consumo udinese sono contenute in: VIRGINIO, Sergio, La coperative. Storia della Cooperativa dei Ferrovieri di Udine a 50 anni dalla fondazione, Udine, Kappa Vu, 1995, pagg. 14 e 21. Ricorda Virginio che, secondo alcuni testi della Collana del Lavoro in Italia, nel 1890 sarebbe nata la “Cooperativa di Consumo fra agenti e impiegati ferroviari”. Dalle testimonianze di alcuni anziani pensionati ferrovieri sembra che questa esperienza duri solo per qualche anno per essere ripresa a partire dal 1905 (con la denominazione di Cooperativa di Consumo dei Ferrovieri dello Stato). Ma con l’avvento del fascismo nel 1922, la cooperativa venne sciolta e con la distruzione della sede non rimase alcuna traccia di quella esperienza. Solo nel 1945, dopo la Liberazione, nascerà la nuova cooperativa, con lo stesso nome del 1905, confluita nel 1992 nella Coop Consumatori del Friuli-Venezia Giulia. Dopo le polemiche rilevate dalla stampa socialista nell’ultimo decennio dell’Ottocento a proposito dell’egemonia radicale sulla prima Cooperativa fra ferrovieri, la ricostituzione nel 1905 avverrebbe quindi sotto l’egida socialista e sarebbe sancita dal rilievo dato proprio nel congresso di Tolmezzo. 621 LF, n. 63 del 3 febbraio 1906, pagg. 1 e 2, IV Congresso provinciale socialista; P, nn.25 di lunedì 29 gennaio 1906, pagg. 1 e 2, Il IV Congresso Provinciale Socialista a Tolmezzo, 26 di martedì 30 gennaio 1906, pag. 2, stesso titolo e 27 di mercoledì 31 gennaio 1906, pag. 3, stesso titolo. La cronaca del quotidiano radicale è stata compilata da Pascoli fino alle 17.30; dopo la sua partenza per Udine, la fine della seduta viene riportata da un amico che si incarica di concludere il resoconto. Numero pagina non ho elementi sufficienti, uno subordinato, che se gli elementi li avessi non ne valerebbe la pena di riferire : notevole esempio di chiusura mentale oltre che di disinformazione, di cui si stenterebbe a credere che possa essere stato collocato con grande rilievo in prima pagina, se non fosse che questo è probabilmente sempre lo stile con cui si cerca di esorcizzare ogni movimento che rappresenti un’alternativa allo stato di cose esistente con i suoi privilegi. Interessanti sono alcune annotazioni, come lo schieramento ferriano di alcuni dei dirigenti, come Ciccotti e Grassi, e la posizione di Rosso definito quasi ferriano, mentre altri, non esplicitati, sono definiti turatiani. E soprattutto anche in questo caso si sottolinea il ruolo centrale avuto da Guido Rosso in questo congresso dove, terminata la prevalente discussione sulla questione dell’intransigenza elettorale e fattosi imminente il momento della partenza, l’avv. Guido Rosso giustamente osservò che il Congresso chiudendosi allora nulla aveva conchiuso e che i principali temi da sottoporsi all’assemblea erano stati trascurati. Difatti non s’era fatto altro che discutere di transigenza e d’intransigenza, ma il principale scopo del Congresso, quello di allacciare le varie sezioni socialiste del Friuli in una Federazione provinciale, non era neanche stato posto in campo. Replicò Driussi cercando di confutare l’avv. Rosso, ma però non convinse l’assemblea, tantoché invitati i partecipanti a votare se si dovesse sciogliere il Congresso o continuarlo nella sera la maggioranza accolse il proposito di continuare i lavori. Pure, dopo aver definito il congresso apatico, noioso e poco riuscito numericamente solo grazie ai numerosi intervenuti da Rigolato, Prato Carnico e Paluzza; si conclude che si è risolto in una pura accademia dialettica fra Cicotti e Rosso. L’entusiasmo delle 100 cravatte rosse non era consigliato e provocato dalle deliberazioni o dagli argomenti, ma dalle frasi. Ciò fu implicitamente rilevato dall’avv. Driussi, il quale osservò che tutti due gli oratori in contraddittorio erano stati applauditi dal pubblico con egual calore. Alla redazione del quotidiano più reazionario del Friuli importa soprattutto che i socialisti abbiano deciso per la presentazione autonoma nelle elezioni carniche, anteprima della divisione dei blocchi popolari e della sconfitta della sinistra nella sua roccaforte: non coglie invece né il significato della presenza di un centinaio di attivisti socialisti che stanno ancora discutendo appassionatamente di organizzazione sindacale e cooperativistica nelle tenebre ormai calate di una gelida notte d’inverno, né sul significato della presenza di quel giovane avvocato che ha portato in fondo ad una valle alpina la voce di migliaia di operai ed operaie della pianura finalmente ribelli alla loro condizione sociale.622 4.2.12 - Dalle Società Operaie alle Cooperative. Il dibattito introdotto da Rosso sulle società operaie di mutuo soccorso ed istruzione e sulla cooperazione è una questione tutt’altro che teorica. Ne è una testimonianza l’attenzione continua alle vicende di molte società operaie in tutto il territorio provinciale nelle pagine de Il Lavoratore Friulano. La storia delle Società Operaie nasce contemporaneamente all’unificazione del Friuli con lo stato nazionale italiano. Fra le iniziative promosse dal Sella, nella sua funzione di commissario del governo nella nuova provincia friulana figura l’inaugurazione, il 9 settembre 1866, della Società Operaia di mutuo soccorso e d’istruzione per i figli degli operai di Udine, seguita dalla costituzione di analoghe iniziative in altre località friulane. Le società operaie sono viste dal nuovo regime come un’iniziativa rivolta al miglioramento della condizione della classe operaia, da coinvolgere in posizione subalterna nella gestione di attività mutualistiche. Tutto ciò in una prospettiva interclassista: l’egemonia in queste iniziative è strettamente mantenuta nelle mani dei ceti privilegiati, che agiscono con la funzione di benefattori ma anche di dirigenti. La Società Operaia udinese, per esempio, è un’iniziativa statutariamente votata alla partecipazione democratica dei lavoratori, ma ben vista dal ceto dirigente liberale, che vi partecipa con ottanta ricchi borghesi ed aristocratici fra i soci onorari. Significativo dell’impostazione paternalistica dell’azione di educazione e promozione delle classi lavoratrici è questo parere della presidenza della Società Operaia del 1877 riportato e commentato da Stella: “Ci troviamo sempre confortati dall’illuminato consiglio di cittadini distinti; cui facemmo prudente ricorso nelle più difficili emergenze.” In realtà, l’atteggiamento moderato e alieno da ogni estremismo fu costante nell’ambiente friulano, anche più tardi con l’avvento del socialismo.623 Tre mesi dopo quella udinese, l’8 dicembre 1866 si costituisce la Società Operaia di Pordenone, anche in questo caso promossa da Quintino Sella insieme con altri ventuno soci, fra i quali spiccano molti nomi della ricca borghesia cittadina.624 Il progetto socialista di riorganizzazione delle società operaie appare in un articolo sulla prima pagina de Il Lavoratore Friulano nel settembre 1905. L’intervento nelle società operaie è visto come una necessità tattica, imposta dalla arretratezza della situazione sociale friulana. Il mancato sviluppo del proletariato industriale moderno e la caratteristica ancora prevalentemente artigianale del lavoro operaio impone di passare attraverso gli strumenti tradizionali di organizzazione della classe, pena uno scollamento dalla realtà. Non si tratta di rinunciare ai moderni strumenti di organizzazione: il partito, il sindacato, la 622 GU di martedì 30 gennaio 1906, pag. 1, Come si è svolto il IV Congresso socialista friulano a Tolmezzo. Le ragioni per cui si chiuse la porta alla stampa libera. L’estensore dell’articolo, che sigla D., è stato in passato corrispondente del socialista Giornaletto: cfr. P, n.28 di giovedì 1 febbraio 1906, pag. 1, Tolmezzo. Echi del Congresso Socialista. 623 STELLA, Aldo, cit., pag. 14. 624 ***, Il centenario della Società Operaia, cit., pagg. 8 e 13-14. Numero pagina cooperazione, ma di far maturare attraverso le società operaie queste esigenze, utilizzandole come momento di socializzazione e di formazione e cristallizzazione della coscienza di classe. 625 In particolare, l’azione per la riforma ed il rilancio della funzione delle società operaie è concentrata nella sezione udinese del partito, che in quella fase si sta ponendo l’obiettivo di conquistare la direzione di quella Società. Al programma di rinnovamento della S.O. udinese sono dedicati alcuni particolareggiati articoli, che ci permettono di comprendere meglio il dibattito congressuale e di capire come i socialisti friulani intendano utilizzare questi strumenti tradizionali di organizzazione operaia ai loro fini. 626 La Società Operaia non può sperare di superare la propria crisi (che è di tutta quell’esperienza, non di una realtà sola) se non supera il proprio limite originario, quello cioè che la vincola ad esercitare solo una mutua assistenza fra i lavoratori e non pone il problema cruciale delle condizioni dello sfruttamento capitalistico. Per aggiornare il ruolo delle S.O. alle esigenze attuali del movimento operaio i socialisti hanno alcune proposte, tali da trasformare queste associazioni in un elemento promotore di una nuova forma di solidarietà sociale, attraverso lo sviluppo di servizi pubblici e soprattutto della cooperazione. Convive quindi l’ipotesi di creare servizi sociali in forma mutualistica, con quella - che si sviluppa parallelamente - della promozione di servizi municipalizzati. Non c’è ancora quella scelta privilegiata verso la proprietà pubblica, espressione di un potere politico conquistato dal partito dei lavoratori, che porta dritta al modello del Welfare State di stampo anglosassone.627 L’istituzione di una farmacia è la prima delle proposte socialiste per riformare il ruolo della Società Operaia. Al magro sussidio riservato ai soci contribuenti si vuole sostituire un moderno servizio pubblico, espressione di una mutualità - diremmo oggi - allargata, non rivolta cioè ai soli soci, ma alla collettività più in generale, come servizio aperto. Tale proposta, come quella successiva dell’istituzione di una cooperativa di consumo, pone il problema della valorizzazione dei capitali investiti dai soci nella Società Operaia, attualmente gestiti - affermano i socialisti udinesi - con carattere di esagerata e miope prudenza, senza riuscire a concepire un ruolo imprenditoriale che punti a sviluppare l’offerta di opportunità e servizi rivolti ai lavoratori. Il programma socialista prevede di superare la mutualità come forma principale di previdenza, e pone il problema del trasferimento di risorse dai profitti della borghesia allo Stato, perché sia esercitata una previdenza di tipo universalistico. E’ estremamente significativa l’affermazione che la previdenza non possa essere affidata ad istituti privati ed alla volontà del singolo lavoratore: essa segna la parabola del movimento operaio italiano nel corso di un secolo, dal superamento della mutualità operaia alla conquista dello Stato Sociale, fino all’arretramento storico degli anni Novanta, con l’emergere di una previdenza integrativa soggetta alla speculazione finanziaria ed il tentativo confindustriale di dare la spallata definitiva al sistema di mutualità pubblica. Nel 1906 i socialisti affermano che il carattere mutualistico delle società operaie è un ostacolo verso la conquista della previdenza pubblica; oggi al contrario le organizzazioni sindacali e cooperativistiche sorte dal movimento operaio rivendicano a gran voce il diritto di poter gestire una fetta della previdenza privatizzata, assumendo un ruolo consociativo e di condivisione di una operazione speculativa realizzata sulle spalle dei lavoratori. Parafrasando Hobsbawn, potremmo indicare le date di inizio e di fine del Ventesimo Secolo con questi punti di riferimento, che segnano l’ascesa ed il punto di crisi epocale dell’esperienza del movimento operaio organizzato. La proposta di investire le risorse della S.O. nella promozione della cooperazione di consumo si inserisce quindi in un più generale progetto di costruzione di una rete fra le cooperative esistenti, puntando a riunirle in una associazione che le consolidi fornendo servizi comuni. Ma un ostacolo si eleva di fronte alla realizzazione delle proposte socialiste, ed è quello dell’egoismo cui si è ispirata finora la gestione della S.O., attenta a ricavare la massima rendita finanziaria attraverso l’investimento dei risparmi nel sistema bancario e nei mutui concessi all’Amministrazione Comunale. Anche in questo caso si tratta di un problema tutt’altro che datato, e riscontrabile oggi nel sistema cooperativo nazionale, in cui grandi risorse sono concentrate nelle principali realtà, che preferiscono utilizzarle come strumento di investimento finanziario, piuttosto che reinvestirle nell’espansione della cooperazione e più in generale delle realtà della società civile. Beninteso ci sono lodevoli eccezioni, spesso però subordinate ad una politica volta a massimizzare la ricaduta degli investimenti in termini pubblicitari. La cooperazione non permette solamente di intervenire sulla politica dei prezzi, valorizzando i salari operai. Essa si propone di realizzare una politica di qualità dei prodotti, a favore dell’alimentazione e della salute dei lavoratori soci: ciò è in controtendenza con la politica capitalistica che tende a creare un “mercato differenziato” dell’alimentazione, a seconda dei redditi degli acquirenti (vedasi i fenomeni, a noi 625 LF, n. 42 del 9 settembre 1905, pagg. 1 e 2, Le Società di M.S. e il movimento operaio. Cfr. il testo in appendice. LF, n. 72 del 7 aprile 1906, Cronaca cittadina. Alla Società Operaia. Cfr. il testo in appendice. 627 LF, n. 73 del 14 aprile 1906, Cronaca cittadina. Società operaia. Cfr. il testo in appendice. Second