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Dizionario storico
dell’Inquisizione
vol. III
diretto da
Adriano Prosperi
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con la collaborazione di
Vincenzo Lavenia e John Tedeschi
EDIZIONI
DELLA
NORMALE
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Comitato scientifico
Michele Battini, Università di Pisa
Jean-Pierre Dedieu, LARHRA CNRS – Lyon
Roberto López Vela, Universidad de Cantábria
Grado G. Merlo, Università Statale di Milano
José Pedro Paiva, Universidade de Coimbra
Adriano Prosperi, Scuola Normale Superiore di Pisa
John Tedeschi, University of Wisconsin – Madison WI
Comitato editoriale
Matteo Al Kalak, Scuola Normale Superiore di Pisa
Vincenzo Lavenia, Università di Macerata
Adelisa Malena, Università Ca’ Foscari di Venezia
Giuseppe Marcocci, Scuola Normale Superiore di Pisa
Francesco Mores, Scuola Normale Superiore di Pisa
Stefania Pastore, Scuola Normale Superiore di Pisa
Redazione
Francesca Di Dio
Traduzioni
Paolo Broggio (spagnolo)
Andrea Pardi (portoghese)
Katia Pischedda (tedesco)
Martina Urbaniak (francese, inglese)
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Indici
Gian Mario Cao
Marco Cavarzere
Francesca Dell’Omodarme
Letizia Pellegrini
Apparato iconografico
Chiara Franceschini
© 2010 Scuola Normale Superiore Pisa
isbn 978-88-7642-323-9 (opera completa)
La copia digitale dell’opera è a uso esclusivo degli autori.
Vietata la riproduzione e la vendita.
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1714 Zapata, Diego Mateo
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va’) e anche riflettere sui mezzi più idonei per affrontare il pericolo dell’eresia e i rapporti con i poteri secolari italiani (del resto,
Zanchino non era affatto un frate, ma un esperto di diritto civile).
Così nelle sue note Campeggi suggerì di allettare i principi della Penisola, restii a collaborare alla repressione dell’eresia, con la
concessione della metà dei beni espropriati ai condannati; e scrisse
che, per creare un clima più favorevole al tribunale e alla riconciliazione di quanti volessero pentirsi, si doveva condonare quella
pena ai ‘reincorporati’, senza peraltro infierire sui patrimoni delle
famiglie e sui diritti di successione in nome della ‘misericordia’ del
Sacro Tribunale. Il frate ribadì quel punto di vista anche in una
lettera indirizzata alla Congregazione perché a Roma si capisse;
come scrisse al cardinale Scipione Rebiba il 21 maggio del 1568,
«si ragionò [con il duca] della confiscatione delli beni divisa per la
metà, e disse che vole che la vediamo amicabilmente senza litigare. Io per me credo che se mi si scrive una lettera [...], ove mi si dichi che, non ostante che [...] molte estravaganti (di che anch’io ho
detto nelle nostre additioni al Zanchino [...]) dicano che non vi ha
parte il secolare, ma che ogni cosa è de l’ecclesiastico, non dimeno
Sua Beatitudine vole che io dia la mettà delli beni confiscati a Sua
Eccellentia, persuadendosi che debbi perseverar in favorir il Santo
Officio [...], son di parere che cessarà ogni difficoltà, e così giudica
anco [il cardinale Carlo Borromeo, allora a Mantova]» (ACDF, S.
O., St. St., D 1-g, Carteggio del cardinale Rebiba con Borromeo e
Campeggi, c. n. n.). Il modello pattizio e la linea di riconciliare gli
eretici occulti senza rivalersi sui patrimoni, suggerita da Campeggi anche nelle note al testo di Zanchino, sarebbe diventata prassi
corrente del Sant’Uffizio papale ma incontrò subito la reazione di
un giurista spagnolo che sentì che in quel modo a Roma si sconfessavano implicitamente le norme in uso nell’Inquisizione iberica.
Si trattava di Diego de Simancas, approdato alla Sede Apostolica per sostenere il processo aperto in Spagna contro l’arcivescovo di Toledo Bartolomé Carranza. Nel 1568, dopo avere dato alle
stampe un Enchiridion iudicum violatae religionis, ispirato anch’esso
da Pio V come agile guida per gli inquisitori italiani fatta stilare
per mano di un esperto giudice della fede spagnolo, egli si imbatté
nel passo in cui Campeggi dichiarava che bisognava ammettere gli
eretici pentiti senza applicare la confisca dei beni «infra tempus
gratiae», «quidquid velit Simancas» (Zanchino Ugolini 1568).
Punto sul vivo, nella ristampa dell’Enchiridion (1569 e poi 1573)
Simancas fece seguire alcune acide e polemiche Adnotationes in
Zanchinum cum animadversationibus in Campegium che confluirono,
insieme al testo di Zanchino e alle annotazioni di Campeggi, in
una nuova edizione curata e annotata dal giurista spagnolo Honorato Figuerola, poi inquisitore di Murcia, e fatta pubblicare a Roma
nel 1579. Solo pochi anni dopo un altro canonista spagnolo, intimo di Figuerola e celebre per avere dato alle stampe diversi trattati
inquisitoriali prima manoscritti, Francisco Peña, incluse a sua volta il testo di Zanchino, con le note di Campeggi e con le repliche
di Simancas, nel volume XI, tomo II, dei Tractatus Universi Iuris,
che raccoglieva alcuni dei testi più significativi (editi e inediti)
del diritto inquisitoriale, aggiungendovi brevi note di suo pugno
poco favorevoli a Campeggi. Del resto con la sua replica Simancas
aveva inteso difendere la prassi inquisitoriale spagnola (che anche
Peña approvava in gran parte) contro le novità procedurali e la
recente pretesa di primato giuridico che si affacciava nelle nuove
elaborazioni di parte romana (sul punto della confisca dei beni,
ma anche sul nodo dei ‘reincorporati’ e dei perdoni). Pertanto,
la nuova fortuna di Zanchino, autore ‘antico’ che ebbe l’onore di
quattro edizioni in meno di venti anni, doveva la sua origine a
una polemica ‘moderna’: quella che dal papato di Pio V in poi
oppose sempre più lo ‘stile’ del Sant’Uffizio romano a quello duro
del tribunale spagnolo.
(V. Lavenia)
Vedi anche
Carlo Borromeo, santo; Campeggi, Camillo; Carranza, Barto-
lomé de; Confisca dei beni; Fraticelli; Locati, Umberto; Mantova;
Manuali per inquisitori; Peña, Francisco; Pio V, papa; Simancas,
Diego de; Sirleto, Guglielmo
Bibliografia
Borromeo 1983, Dalarun 1988, Diehl 2004, Dondaine
1947, Errera 2000, Federici Vescovini 2008, Lea 1887, Pagano
1991, Paolini 2002, Paolini 2003(a), Prosperi 1996, Prosperi
2003(a), Simancas 1573, Tedeschi 1991, Vekene 1982-1992,
Zanchino Ugolini 1568, Zanchino Ugolini 1579, Zanchino
Ugolini 1584
Zapata, Diego Mateo - Nacque nel 1664 e fu l’unico figlio di
Clara de Mercado e di Francisco Zapata, amministratore delle rendite della Corona a Murcia, entrambi discendenti da famiglie di
cristianos nuevos portoghesi stabilitesi in questa città alla fine degli
anni Trenta del Seicento. Alla metà degli anni Settanta il tribunale inquisitoriale di Murcia diede inizio ad una serie di processi
contro diverse famiglie di marranos accusate di criptogiudaismo;
così nel 1678 i genitori di Diego Mateo furono arrestati insieme ad
altri membri della famiglia materna, fatto che fece ritenere opportuno l’allontanamento del giovane Zapata. Mentre i suoi genitori
e i suoi parenti erano processati e infine condannati a diverse pene,
Zapata stava a Valencia, dove frequentò le facoltà di Arti, anche
se sembra che non ottennesse alcun titolo. Il fatto tornò a ripetersi pochi anni dopo quando, dopo tre anni di studi nella facoltà
di Medicina, abbandonò l’Università di Alcalá de Henares senza
ottenere il grado di baccelliere, forse a causa dell’impossibilità di
procurarsi una prova di limpieza de sangre, viste le condanne inquisitoriali che pesavano sulla sua famiglia.
Questo problema segnò la sua vita accademica e segnò anche
la sua carriera professionale, perché, quando si trasferì a Madrid e
cercò di essere riabilitato di fronte al Protomedicato (tribunale che
in Castiglia concedeva le licenze per esercitare la professione medica) non vi riuscì proprio per aver fallito il tentativo di presentare
la prova di limpieza (requisito indispensabile per essere esaminato
dal Protomedicato), nonostante avesse ricevuto positive assicurazioni da parte di alcuni dei medici della corte. Di fatto, grazie
all’influenza di Francisco de la Cruz, allora medico della famiglia
reale che svolgeva il suo incarico all’Hospital General di Madrid,
Zapata era riuscito a entrare come praticante di medicina in questo ospedale e a iniziare una carriera come scrittore di opuscoli
polemici, in favore delle posizioni più conservatrici dei medici
galenici che in quel momento avevano l’egemonia nell’ambiente
di corte e pertanto nello stesso Protomedicato. Frutto di queste
iniziali controversie tra i sostenitori della medicina tradizionale
e gli innovatori è il suo Verdadera apologia de la medicina racional
(Madrid, 1690), in cui Zapata attacca con violenza i sostenitori
della circolazione del sangue e difende con forza la fisiologia, la
patologia e la terapeutica galeniche.
A pochi mesi dalla comparsa di quest’opera Zapata venne arrestato dal Sant’Uffizio e fu accusato di criptogiudaismo. Di fronte
al tribunale attribuì la cattura alla malevolenza dei medici Andrés
Gámez, Juan de Cabriada e Juan Bautista Juanini, illustri innovatori, ben collocati nell’ambiente cortigiano. Dopo quasi due anni
nella prigione di Cuenca, tribunale in cui era iniziato il processo,
la causa fu dichiarata ‘sospesa’ per mancanza di testimoni che potessero confermare le accuse e, nel 1693, il prigioniero fu rimesso
in libertà. Il Sant’Uffizio continuò però ad accumulare nuove testimonianze che finirono per provocare la riapertura del processo e
una nuova incarcerazione di Zapata ventotto anni dopo.
Nel frattempo, dopo sette anni di silenzio, durante i quali iniziò a esercitare come medico a Madrid e ad ottenere successi tra
importanti pazienti cortigiani, Zapata ricomparve sulla scena delle
controversie mediche con la pubblicazione della Crisis médica sobre el antimonio (Madrid, 1701). Questa volta, tuttavia, egli veniva
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1715 Zapata, García de
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presentato come uno dei più accesi sostenitori del rinnovamento
teorico e pratico della medicina, lettore di Francis Bacon, Thomas
Willis, René Descartes, Marcello Malpighi e Giovanni Alfonso
Borelli, come critico feroce dei galenici più recalcitranti e come
divulgatore entusiasta delle novità anatomiche, fisiologiche e terapeutiche di chimici, atomisti e altri filosofi meccanici. In quei sette
anni molte altre cose erano cambiate. In primo luogo la dinastia
regnante, visto che Carlo II era morto nel 1700 senza discendenza
diretta e aveva trasmesso la Corona a Filippo V, nipote di Luigi
XIV. In secondo luogo le correnti che sostenevano il rinnovamento scientifico stavano guadagnando posizioni tanto tra i medici
reali quanto tra i pazienti di migliore posizione nel nuovo entourage cortigiano. Il fatto poi di essere medico del cardinale Pedro de
Portocarrero e del presidente del Consiglio di Castiglia permise
a Zapata di ottenere la protezione del nuovo re, appena arrivato a Madrid, per l’accesso alla Regia Sociedad de Medicina y Otras
Ciencias di Siviglia, che era stata approvata da Carlo II qualche
mese prima della morte, ma era ancora attaccata duramente dai
settori più conservatori, stabilmente insediati in gran parte delle
università.
Il cambiamento di posizione di Zapata gli procurò grande riconoscimento tra i membri dell’accademia sivigliana, la tenace
inimicizia dei suoi oppositori e un ruolo da protagonista, diretto
o indiretto, nella maggior parte delle controversie che continuarono ad agitare la cultura medica spagnola nel corso dei primi
due decenni del secolo XVIII, nonostante le forzate interruzioni
derivanti dalle vicende della Guerra di Successione nel territorio
peninsulare (1705-1714). La più significativa di queste polemiche
ebbe inizio proprio al termine della guerra e riguardò la divulgazione delle nuove concezioni della materia che il cartesianesimo e
altre teorie corpuscolariste avevano ipotizzato come alternativa a
una sempre più caduca e discussa filosofia naturale aristotelica. La
partecipazione di Zapata fu dapprima indiretta, mediante una lunga ‘censura’ ai Diálogos filosóficos en defensa del atomismo (Madrid,
1716), e in seguito più aperta con la pubblicazione del Ocaso de las
formas aristotélicas (Madrid, 1721).
La distribuzione di questa seconda opera fu interrotta dal nuovo
arresto di Zapata da parte dell’Inquisizione, il I marzo del 1721, insieme a Juan Muñoz y Peralta, fondatore e primo presidente della
Regia, e a Francisco de la Cruz, suo antico protettore nell’Hospital
General. I tre furono accusati insieme a molti altri di far parte di
una presunta comunità criptogiudaica costituita alcuni anni prima e in contatto con i nuclei della diaspora sefardita a Bayonne,
Livorno o Amsterdam. Le testimonianze che il Sant’Uffizio stava
raccogliendo sin dal 1715 portarono all’ordine di cattura dei tre
medici, alla confisca immediata di tutti i loro beni e a un lungo
processo che terminò in modo diverso per ciascuno di loro. Cruz
morì in carcere, Muñoz y Peralta fu infine liberato senza una sentenza definitiva, mentre Zapata, con decine di testimoni contro
e dopo due sedute in cui si ricorse alla tortura, fu riconosciuto
colpevole e condannato in un auto de fe particolare celebrato nel
1725 a Cuenca, dove il processo era stato trasferito per l’esecuzione
finale della sentenza. Zapata fu condannato alla fustigazione, alla
perdita di metà dei beni, a un anno di reclusione e a dieci anni
di confino da Madrid, Murcia e Cuenca. Nonostante quest’ultima
pena Zapata tornò assai presto a esercitare la medicina a Madrid,
senza dubbio grazie all’appoggio del duca di Medinaceli, del quale
era medico personale da qualche anno. I buoni rapporti con gli
ambienti di corte ottenuti mediante un’efficace pratica medica costituirono per lui ancora una volta il sostegno essenziale per la sua
riabilitazione dopo la disgrazia provocata dalla pesante eredità del
suo lignaggio.
Gli ultimi venti anni di vita di Zapata trascorsero in modo più
discreto, sempre come medico della casata dei Medinaceli, a corte
o viaggiando per i suoi possedimenti andalusi. I suoi guadagni gli
permisero di riprendersi dalla perdita provocata dalla condanna e
di assicurarsi una definitiva tranquillità, tanto che egli destinò una
notevole quantità di denaro ai suffragi nella sua cappella funeraria
e al completo restauro della chiesa parrocchiale di San Nicolás, a
Murcia, dove era stato battezzato. Nonostante il forzato allontanamento dalle istituzioni accademiche della medicina cortigiana
la sua notorietà continuò a procurargli critiche e attacchi, provenienti da medici in larga parte più giovani schierati per la causa
della scienza moderna ma molto critici nei confronti delle sue posizioni. Nel 1733 ebbe luogo l’ultima delle apparizioni polemiche
di Zapata affidate al mezzo scritto. Egli infatti pubblicò una Disertación médico-teológica sull’attenzione medica e chirurgica nei parti
difficili senza eludere le disquisizioni morali rispetto alla legittimità
del taglio cesareo, cosa che gli fece piovere nuovamente addosso
una dura risposta da parte dei suoi oppositori.
Zapata morì a Madrid nel 1745, all’età di ottanta anni, ricevendo elogi e tributi; e a pochi mesi dalla sua morte fu distribuito
– con un nuovo frontespizio che la presentava come «opera postuma» – l’Ocaso de las formas aristotélicas. Ma non tardarono ad apparire proprio allora delle Disertaciones sobre el orden que los médicos
deben tener en las juntas, nelle quali tornavano a essere lanciate
contro di lui le accuse di sempre: il fatto che Zapata non avesse un
titolo accademico e una licenza per esercitare, i suoi cambiamenti
di posizione teorica, il suo illegittimo ritorno all’esercizio della professione dopo la condanna, perfino il suo lignaggio sospetto, la presunta lesione ai suoi genitali attribuita a una ‘errata’ circoncisione,
ecc. Ma persino i suoi critici riconoscevano ormai la sua enorme
perizia nella pratica medica, la sua abilità nel guadagnarsi la fiducia
dei suoi pazienti, la sua caparbietà nel rilascio dei consulti, la sua
bravura nel mantenere la sua posizione di fronte alla clientela, la
sua conoscenza dei migliori rimedi e delle letture più recenti; tutte
cose che, in ultima analisi, gli avevano permesso di sopravvivere e
di mantenere una posizione di rilievo in un ambiente difficile e che
molte volte gli era stato ostile.
(J. Pardo Tomás)
Vedi anche
Atomismo; Conversos, Spagna; Descartes, René; Filippo V, re
di Spagna; Limpieza de sangre, Spagna; Marranesimo; Medicina;
Muñoz y Peralta, Juan; Portocarrero, Pedro de
Fonti
http://www.imf.csic.es/web/esp/dptos/depto-historia-zapatalibro.asp?s3=0 (con trascrizione del processo)
Bibliografia
Caro Baroja 1978, Merck Luengo 1959, Pardo Tomás 2004,
Peset Llorca 1960, Vilar Ramírez 1970, Vilar Ramírez 1971
Zapata, García de - Per almeno quattro secoli il caso del geronimiano García de Zapata, condannato al rogo nel 1488 per giudaismo, è stato considerato come la prova tangibile del pericolo
di un’infiltrazione giudaizzante negli Ordini religiosi, negli anni
immediatamente precedenti la nascita dell’Inquisizione spagnola.
Fra’ García proveniva da una delle più importanti famiglie converse di Toledo, gli Álvarez de Toledo. Il fratello Fernán Álvarez de
Toledo era segretario dei Re Cattolici e leader dell’influente gruppo
di governo converso attorno a Isabella. Francisco, l’altro fratello,
importante membro del capitolo di Toledo, aveva fondato il Collegio di Santa Catalina, nucleo della futura Università di Toledo,
e fu per molti anni uomo di fiducia del cardinal Pedro González
de Mendoza prima e di Francisco de Cisneros poi, nonché vicario
dell’arcidiocesi toledana. García fu a lungo priore del monastero e,
nelle lotte che scossero l’Ordine in quegli anni, dovette rappresentare uno dei punti di riferimento della fazione conversa interna ai
geronimiani, consentendole un accesso privilegiato sia ai Mendoza
sia alla corte dei Re Cattolici e ai sovrani stessi. Francisco Márquez
Villanueva ha proposto l’identificazione di Zapata con il García
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