LADOMENICA
DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013
NUMERO 445
DIREPUBBLICA
CULT
All’interno
La copertina
Tra giochi
e interazioni
il Museo diventa
Luna Park
JUDITH DOBRIZYNSKI
e MARIO PERNIOLA
Il libro
Il bambino ebreo
che si salvò
tra le donne
di un bordello
SUSANNA NIRENSTEIN
Straparlando
Rosellina Archinto
“Io sopravvissuta
non rimpiango
il passato”
ANTONIO GNOLI
Steve
McCurry
Le avventure del fotoreporter
più imitato del mondo
Voglio una vita
come
L’inedito
MICHELE SMARGIASSI
STEVE McCURRY
“La Peste? Fa schifo”
Lettere agli amici
di Albert Camus
li invidiano le sette vite da gatto che lo hanno preservato per sessantatré anni, gli invidiano i sette colori
dell’arcobaleno che solo davanti al suo obiettivo si
combinano in quel modo. Per migliaia di fotografi di
viaggio, dilettanti o semiprofessionisti, Steve McCurry è assieme mito e incubo, è un dolce supplizio
di Tantalo: i suoi istanti di magia esotica, i suoi ritratti assorti sembrano così trasparenti e “facili”, basta andare lì, no? In India, in Birmania, in Nepal, davanti a quegli scenari dipinti dalla tavolozza di
qualche divinità orientale, e scattare con un po’ d’attenzione... Poi,
a casa, davanti allo schermo del computer, la delusione che neanche Photoshop consola.
Imitabile ma irraggiungibile: forse per questo McCurry è la più popolare fotostar vivente. Il Web è pieno di gallerie di frustrati epigoni,
il suo fan club online vanta 180 mila iscritti, il suo blog fotografico un
milione e mezzo di accessi.
(segue nelle pagine successive)
el febbraio del 1989, durante una missione in Slovenia, mentre sorvolavamo a bassa quota il lago Bled, il
pilota si avvicinò pericolosamente al pelo dell’acqua.
Le ruote toccarono e picchiammo col muso in avanti. L’elica andò in pezzi, l’aereo si cappottò e la fusoliera cominciò ad affondare nel lago gelido. La mia
cintura di sicurezza era bloccata ma l’istinto di conservazione ebbe
il sopravvento e riuscii a liberarmi e a uscire dalla cabina. Nuotammo intorno all’aereo e risalimmo in superficie, ma la mia macchina
fotografica e la mia borsa sono ancora lì, a venti metri di profondità.
Naturalmente, in trent’anni di carriera ho perso più di una macchina fotografica, ma le innumerevoli volte in cui ho sfiorato il peggio e un paio di autentici disastri non sono riusciti a raffreddare la
mia passione per la fotografia e per i viaggi, che mi hanno portato in
luoghi di sorprendente bellezza, ma anche in posti che vorrei dimenticare.
(segue nelle pagine successive)
ALBERT CAMUS, JEAN DANIEL
e ANAIS GINORI
Spettacoli
L’ultimo Tim Burton
“Che occhi grandi
hanno i miei mostri”
MARGARET KEANE
e MARIO SERENELLINI
G
N
DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI
STEVE McCURRY DURANTE UN’ALLUVIONE MONSONICA, PORTBANDAR, INDIA, 1983
“Cosa si nasconde
dietro le mie foto”
Il film
Una perfetta
famigliola
politicamente
scorretta
ROBERTO NEPOTI
L’arte
Il Museo
del mondo
L’ombra nera
di Picasso
MELANIA MAZZUCCO
Repubblica Nazionale
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LA DOMENICA
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La copertina
Caduto da un elicottero, colpito da una bomba, arrestato,
disperso, quasi linciato: le sette vite di un mito
Scatti d’autore
del reportage in un libro ora in uscita
FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO
FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO
Che svela storie e segreti delle sue immagini più famose
INDIA, 1983
“Accanto a noi le donne e i bambini che provvedevano alla manutenzione
della strada, si strinsero gli uni agli altri per ripararsi dalla sabbia e dalla polvere
Cantavano e pregavano e a malapena riuscivano a reggersi in piedi”
Steve
McCurry
Il lungo viaggio
di una fotostar D
(segue dalla copertina)
MICHELE SMARGIASSI
avanti alle sue mostre
c’è la coda, per la
tournée italiana di
“Viaggio intorno all’uomo” sono stati staccati
400 mila biglietti, i suoi
libri sono costantemente ristampati. A
Siena, in giugno, per la sua lectio magistralis, l’aula magna dell’università era
gremita di ragazzini che si facevano au-
BIRMANIA, 1985
“Sono intrigato dallo stile di vita dei monaci, dal modo in cui la filosofia buddista
enfatizza la compassione, come anche dall’iconografia. Etica ed estetica
nel buddismo sono fusi in una maniera unica”
tografare tutto, anche le mani. Lui avverte: «Non basta incontrare un uomo
col turbante per tornare con una buona
foto». Per fare una buona foto, una foto
che fa dire oh! all’apertura di pagina, ci
vuole tempo. Un centoventicinquesimo di secondo. Più trentacinque anni
di vita spericolata.
Certo, altri fotografi hanno rischiato
la pellaccia per portare a casa qualche
metro di celluloide ben impressionata:
Jim Nachtwey sfiorato da una scheggia
di shrapnel alla testa, Don McCullin salvato dalla sua Nikon che s’immolò per
lui intercettando un proiettile. Ma McCurry lo ha fatto con una continuità
ammirevole. Dato per disperso un paio
di volte, sopravvissuto alla picchiata di
un elicottero in Slovenia, al crollo di un
pontile a Goa, alle sanguisughe in Gujarat, a una bomba a grappolo e a un colpo di mortaio in Afghanistan, arrestato
in Pakistan e Birmania, quasi linciato
da una turba inferocita in India. La serenità delle sue fotografie più famose è
in stridente contrasto con la sua biografia, e con la sua figura bonaria da ragioniere di banca. A conciliare gli opposti ora ci pensa un volumone di memorie e retroscena, Steve McCurry, le storie
dietro le fotografie, genere “how I did it”,
curioso perché raccoglie, oltre alle immagini e ai racconti, gli ammennicoli
che il viaggiatore medio ama portarsi a
casa: biglietti, appunti, opuscoli, gui-
de... Come se McCurry, al pari del borghese americano medio, avesse bisogno di dimostrare agli amici: vedete?, ci
sono stato davvero.
Eccome che c’è stato davvero. Se le è
sudate, le sue icone. La critica spesso riduce McCurry a fotografo “colorista”,
di effetti facili. E questo può essere, anche se non è così semplice. I suoi colori
sono una firma, lasciamoli elencare a
lui stesso: «henné intenso, oro martellato, curry e zafferano, lacca nero
profondo e marciume riverniciato».
Splendore e marciume, colore e polvere. Non tutto riluce. Certo, la sua “paletta” satura ha definito lo standard della
fotografia stile National Geographic
(ma ha lavorato anche per Time, Life,
Newsweek...). Solo a lui la Kodak poteva
affidare il funerale di lusso della Kodachrome 64, pellicola per diapositive
che ha fatto storia: quando cessò la produzione, nel 2010, gli consegnò l’ultimo rullino, benché lui già da cinque anni fosse “andato in digitale”. Quei 36
commossi fotogrammi d’addio di McCurry alla sua compagna di una vita sono conservati come la sacra sindone
dell’era analogica alla Eastman House
di Rochester.
Ma forse pochi ricordano che tutto
cominciò in bianco e nero, e con una
certa durezza. Quel ragazzino dei sobborghi di Philadelphia che fino a diciannove anni non aveva fatto un viag-
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DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013
FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO
FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO
TIBET, 2001
“I tibetani saranno sopraffatti
completamente, come accadde
ai nativi americani negli Stati Uniti”
FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO
■ 29
PAKISTAN, 1984
“Quando iniziai a fotografare Gula,
non sentii e vidi più nient’altro
Mi prese completamente”
BANGLADESH, 1983
“Ti metti in viaggio, prendi appunti, ti guardi intorno; all’inizio non vedi niente
e cominci a preoccuparti… ma col passare del tempo, le cose cominciano a rivelarsi
Man mano che il viaggio prosegue, all’improvviso vedi cose che prima non vedevi”
Tutto iniziò con duecento rollini
e un biglietto di sola andata
STEVE McCURRY
(segue dalla copertina)
niente ha potuto intaccare la mia fede nello spirito umano, o nella bontà, talvolta
inaspettata, del prossimo. Dal pescatore che ci trasse in salvo dalle gelide acque
del lago Bled, allo straniero che mi trasse a riva a Bombay, quando fui aggredito a
Chowpatty Beach durante il festival Ganesh Chaturthi nel 1993, nel corso dei miei viaggi ho avuto la fortuna di incontrare molte persone compassionevoli e ospitali; e spesso
le più gentili erano quelle che vivevano nelle situazioni più difficili.
Per fare foto interessanti non c’è bisogno di viaggiare in paesi lontani, ma io avevo bisogno di muovermi e di esplorare. È una lezione che ho imparato molto presto: tutto ebbe inizio nel 1978, l’anno in cui mi licenziai dal mio impiego di fotografo in un quotidiano di Filadelfia e comprai due centinaia di rollini fotografici e un biglietto di sola andata per l’India. Un anno dopo, nel 1979, entravo clandestinamente in Afghanistan al
seguito dei mujaheddin, portando con me solo la macchina fotografica e un temperino
svizzero. Ne riemersi dopo qualche mese, con un bagaglio di esperienze che mi sono
tuttora preziose.
Ogni viaggio, ogni incarico, ogni luogo e ogni persona che ho conosciuto e fotografato rappresentano una tappa del percorso che va dalle mie prime esperienze a oggi. La
macchina fotografica consente di fissare un luogo e un momento particolari, e ogni foto che scatto può essere vista come un’immagine indipendente e memorabile, ma allo
stesso tempo è parte di una storia più ampia.
FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO
E
AFGHANISTAN, 1979
“Viaggiai con molti gruppi di mujaheddin e miliziani. Percorrevamo a piedi,
trenta miglia per notte, sostentandoci con tè e pane e, quando eravamo fortunati,
con formaggio o yogurt di capra,. Eravamo costretti a bere l’acqua dei fossi”
FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO
FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO
© RIPRODUZIONE RISERVATA
KASHMIR, 1995
“È importante instaurare un rapporto:
spiegare ciò che sto facendo
e creare un clima di rispetto e dialogo”
CINA, 2000
“Camminare attraverso queste
montagne e visitare i monasteri
mi è di ispirazione a moltissimi livelli”
gio, la cui avventura più eccitante era
arrampicarsi sugli alberi, folgorato da
due corsi di tecnica fotografica sbarcò
nel ’78 in India, in tasca pochi dollari, un
coltellino svizzero e i pacchetti di noccioline presi sull’aereo. Pochi mesi dopo, in shalwar kameez e turbante, varcava il confine dell’Afghanistan, accompagnato da spalloni mujaheddin,
proprio mentre i sovietici facevano lo
stesso sui cingolati. Ne uscì smagrito e
spaventato, con decine di rullini cuciti
nei risvolti del mantello. C’erano le foto
che nessuno al mondo aveva. Gli si aprirono le porte del New York Times e della fama.
Né mogli né figli, una vita dedicata al
viaggio come esperienza integrale,
chatwiniana. Nomade per vocazione,
la bussola magnetizzata verso l’Est, il
sapore speziato dell’Oriente nascosto
nel cognome come un destino. Fama
dell’occhio che non sbaglia un colpo:
eppure non ha nascosto che, per produrre la ventina di buone foto di un servizio sul NatGeo, gli servono migliaia di
scatti. Certo, sa riconoscere quello giusto. La ragazzina pashtun con gli occhi
verdi come la veste che spuntava dagli
strappi del mantello, come la parete
della scuolina del campo profughi Nasir Bagh in Pakistan, la vide subito, timida, all’ultimo banco. Aveva dodici
anni, si chiamava Sharbat Gula, ma Steve lo seppe solo diciannove anni dopo,
quando tornò a cercarla, perché il suo
ritratto era diventato la copertina più
famosa dell’ultracentenaria rivista. La
trovò, a Peshawar, e riuscì a convincere
il marito a sollevare davanti all’obiettivo quel velo che, nel frattempo, era calato come una gabbia sui volti di tutte le
donne del suo paese. Ci scoprì sotto una
donna precocemente invecchiata, piegata dalla vita. In cambio, lei chiese una
macchina per cucire, per dare un mestiere alla figlia.
McCurry non considera quella come
la sua migliore fotografia. Le preferiva il
primo scatto, con il volto della bimba
per metà coperto dal mantello. Ma ormai è la sua Monna Lisa, e la accetta con
filosofia: «So già che questa foto sarà citata nella prima riga del mio necrologio. Be’, meglio essere ricordati per
qualcosa che per nulla». E tuttavia, quel
volto spiritato, quello sguardo di smeraldo che sfonda le porte dell’emozione, significano qualcosa. Sono l’icona
di un nuovo “orientalismo”, non più
coloniale ma globalizzato, meno paternalista e più contraddittorio, che McCurry è riuscito a costruire incastonando i conflitti del nuovo ordine mondiale in uno scenario carico di eternità e
mitologia; un immaginario costruito
con sapienza, forse l’unico in grado di
convincere noi occidentali a pensare
l’Oriente.
IL LIBRO
Foto e testi
di McCurry
sono tratti
da Steve
McCurry.
Le storie dietro
le fotografie
(Electa-Phaidon
264 pagine,
320 illustrazioni,
59 euro)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
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LA DOMENICA
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L’attualità
Non luoghi
Scene di caccia
all’ombra
del superstore
GIORGIO FALCO
imentichiamo per
qualche minuto l’epica di Hemingway e
Faulkner: l’odore del
legno al risveglio, il
rumore dei passi sulle
travi del pavimento, l’aroma affumicato di una colazione prima dell’alba, la preparazione dei fucili, il rumore delle gocce d’acqua sulle foglie, ci guardiamo, mentre sdoppiati siamo dentro, al tepore delle finestre illuminate. Intorno, le foreste
del Mississippi, i boschi del lago Michigan, il primo vento d’autunno
che soffia tra le foglie arancioni, insieme ai guaiti dei cani, prima distanti e poi sempre più vicini, assecondano il nostro respiro. Le nuvole
minacciano qualcosa di più della
pioggia, una premonizione per i fili
d’erba, e da lì a salire, fino a noi.
Niente di tutto questo.
È solo un luogo d’Italia, una quindicina di chilometri a sud ovest di
Milano, giorni qualsiasi di questa
nostra epoca. Vi si arriva seguendo la
pista ciclabile parallela al Naviglio
Grande, in mezzo a una parola un
po’ desueta che mi piace ancora
molto: hinterland. Si passa sotto il
ponte della Tangenziale Ovest. In
D
quel tratto — dove sono affissi vecchi manifesti abusivi di un circo, con
le tigri che ruggiscono a salve — c’è
un momento in cui il sole è nascosto
proprio dietro la struttura di ferro e
cemento, irradia raggi sopra e sotto,
ma in controluce il nucleo sospeso
sembra quasi spento, costituito da
cenere tiepida, soprattutto se le auto
proseguono lente, incolonnate, ferme sopra le nostre teste, e allora possiamo fissare quelle forme con un
senso di comunanza, di quiete. Ma
dura molto poco. È l’unico luogo dove correre, ho paura di essere investito a ogni passaggio di bicicletta,
scooter e persino da qualche auto
che passa sulla pista ciclabile reclamando il proprio posto nel mondo.
Ai lati, la Statale 494 decaduta a Provinciale 59. I campi del Parco Agricolo Sud di Milano — tra le coltivazioni
intensive di mais tenute in vita dalla
chimica e le pigre piroette dei trattori — ricordano le stagioni, la fine dell’estate, l’inizio della caccia.
Anche in chi corre lentamente come me, scatta un picco di endorfine,
che nel mio caso non regala tanto la
sensazione di euforia, quanto l’accelerazione del visibile, ogni cosa del
passato e dell’immediato futuro diviene un presente gigante, dai contorni nitidi, come quando vediamo i
rami degli alberi spogli o il gesticolare di un uomo nella mezzora prima
del tramonto.
La seconda domenica dopo Ferragosto, corro adiacente a un campo di
mais, le spighe quasi mature. C’è
questo cacciatore settantenne, un
disarmato d’agosto, insieme ai suoi
cani da caccia, muta invisibile tra
migliaia di pannocchie, li sento abbaiare e ansimare sul lato sinistro,
rovistano tra i fusti di mais, i latrati si
avvicinano, forse
trovano una preda, immagino un
fagiano, un coniglio
selvatico, una lepre stanca
dopo metri di zig zag tra i paletti di
cereali, è circondata a pochi passi da
me che non vedo, se non il mais alto
due metri. Il cacciatore fischia un
suono di richiamo, urla una lingua
incomprensibile, lievita rauca dalla
terra, cammina appoggiando un bastone, stringe qualcosa di segreto
nella mano, forse vi racchiude la ricompensa per i cani. Li allena, lo stabilisce la legge, la giurisdizione vorrebbe mediare l’usanza antichissima, la legge dice che l’allenamento
non può avvenire in un campo coltivato: infinite norme senza qualcuno
che poi le faccia davvero rispettare,
l’unica regola è quella di farcela, tornare a casa salvi anche stavolta.
E allora mentre corro, ripenso a
mio padre, a quell’unica volta che è
andato a caccia, invitato da due colleghi. Non c’era la finzione di enti e
parchi per recintare la gentilezza ed
escludere il resto. Era il 1971, esisteva ancora lo spazio, le marcite dei
monaci cistercensi arrivati dalla
Francia, il lascito di Leonardo da
Vinci, la sua geniale ripartizione idrica del mondo, canali, rogge, fontanili, un’idea aggredita da politica e
‘ndrangheta: nuove case invendute,
capannoni metafisici, progetti di
inutili tangenziali.
Il sabato pomeriggio rivedo mio
padre trentaseienne, prova l’abbigliamento dell’indomani, gli stivali
che calza quando lava la macchina,
cammina su e giù nel corridoio, a disagio, i pantaloni infilati negli stivali, una camicia incongrua, azzurra
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DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013
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“L’uomo si apposta
con il suo cane
dietro una pianta
a pochi passi
dal parcheggio,
imbraccia il fucile
e spara agli uccelli
mentre suona
il dlin dlon
della cassa
numero cinque”.
na d’argento il ramo del fiume. Si siedono lungo la riva, parlano di lavoro
e di cosa cacceranno appena sarà
l’alba, ti devi sempre portare a casa
qualcosa, si addormentano cullati
dal rumore dell’acqua, mio padre li
veglia fumando, i corpi accanto ai
fucili.
I capannoni intervallati al mais
sono alla mia destra. Se fosse un
giorno feriale sentirei l’odore di solvente che esce dai filtri di uno stabilimento. Oggi è domenica, l’azienda
è chiusa, sono aperti molti supermercati e centri commerciali. Il parcheggio del superstore è ancora vuoto alle nove, ma il magazzino di ricevimento merci brulica di camion e
furgoni, entrano in retromarcia, per
essere pronti a ripartire veloci. La
grande saracinesca è sempre sollevata, l’interno è buio, in qualsiasi
stagione dell’anno spiccano le grandi luci al neon conficcate nel soffitto.
Devono esserci molti altoparlanti
nel magazzino, gli annunci delle
cassiere risuonano fino a me che
corro, la cadenza cantilenante sulle
sillabe finali: un addetto ortofrutta
alla cassa cinque, un prezzo alla cassa dieci, Compagnia dei Servizi alla
cassa centrale. Il dlin dlon della merce invade anche il campo sul retro, la
strada, le invenzioni dei monaci e di
Leonardo da Vinci, la caccia. L’anno
scorso ho visto un cacciatore appostato sotto una pianta a cento metri
dal magazzino del superstore. Sparava tra un dlin dlon e l’altro, sollevando il fucile quasi in perpendicolare, come un contadino quando
raccoglie le olive e aggancia i rami
della pianta, scuotendoli per far cadere più olive possibili. Alcuni uccelli sono volati via verso il parcheggio,
soglia tra una civiltà e l’altra, un angolo di terra dell’hinterland sud di
Milano.
Quando smetto di correre tra gli
spari rinnovati, mi rimbombano le
orecchie, non solo per i proiettili, la
morte e la vita, ma anche per il fischio intervallato a quella lingua incomprensibile d’agosto, né italiano
e neppure dialetto, idioma senza un
significato evidente se non nella
continua riproposizione, resistente
al dlin dlon della cassiera, la lingua
del vecchio cacciatore che allena i
propri segugi sotto il sole estivo,
frantuma le sillabe e lancia la propria
conoscenza ai cani, alle lepri, a me
che senza cronometro e cardiofrequenzimetro appoggio l’indice e il
medio sulla superficie delle vene,
ascolto i battiti del polso, il sangue
pulsa sotto le mie dita.
L’AUTORE
Giorgio Falco
ha scritto
L’ubicazione del bene,
(Einaudi, 2009)
raccolta di racconti
ambientati
a Cortesforza,
luogo immaginario
analogo
a quell’hinterland
descritto
nel reportage narrativo
che qui pubblichiamo
© RIPRODUZIONE RISERVATA
DISEGNO DI GIPI PER “REPUBBLICA”
venatoria impiegatizia, sotto un
giaccone leggero qualsiasi. I colleghi
sono due fratelli, l’appuntamento è
alle cinque di domenica mattina:
suonano il citofono alle tre. Mio padre risponde assonnato, si veste in
fretta, ascolto dal mio letto il rumore
degli stivali sulle piastrelle, la pacifica uscita dalla porta.
Si accomoda nel sedile posteriore,
manca il pianale, le canne dei fucili
sbucano dal bagagliaio, si scosta in
un angolo, come se ci fosse un quarto collega accanto. I due fratelli vagano dal sabato sera. Si fermano davanti a una trattoria chiusa, gestita
da loro amici. Scende il più giovane
dei due, bussa in penombra, apre un
vecchio assonnato che accende la
luce, il fratello minore torna con tre
bottiglie di vino rosso. Imboccano la
strada in direzione del Ticino, mio
padre non sa bene cosa dire, quei
due davanti non sembrano neanche
i suoi colleghi.
Parcheggiano lungo una strada
sterrata, mio padre si offre di portare le bottiglie per rendersi utile, non
ha la licenza di caccia, se non fosse
per gli stivali, sembra uno a cui hanno dato un passaggio. I fratelli scendono in mezze maniche di camicia,
prendono i due fucili, è una fresca
nottata di settembre, la luna illumi-
L’apertura
della stagione
venatoria
in un racconto
ambientato
nell’hinterland
Zona grigia
dove Milano
non è più città
e non sarà
mai più
campagna
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LA DOMENICA
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L’inedito
“La nostra amicizia non fu facile, ma la rimpiangerò”
scriveva Sartre all’intellettuale franco-algerino
1913-2013
È uno dei documenti portati alla luce da una mostra e da un volume
che celebrano il premio Nobel nel centenario della nascita
ALBERT CAMUS
Lettere
agli amici
«M
ANAIS GINORI
PARIGI
io caro Camus, la nostra
amicizia non
fu facile, ma la
rimpiangerò». È l’agosto 1952, Jean-Paul
Sartre scrive al suo collega e un tempo amico dopo l’ennesimo “tradimento”, la pubblicazione de L’uomo in rivolta. Una lettera appassionata ad Albert Camus: inedita,
riemerge solo ora nel centenario della nascita di quest’ultimo.
Dopo l’esordio affettuoso, Sartre denuncia «l’incompetenza filosofica» dell’autore, prima di affidare la stroncatura
del libro sulla sua rivista Temps Modernes.
È una nuova testimonianza della forte relazione tra i due intellettuali francesi, protagonisti di una contrapposizione ideologica e filosofica che ha fatto epoca nel mondo culturale europeo, segnando la sinistra
francese. Un documento prezioso perché
esistono poche tracce del ricco carteggio
intercorso tra Camus e Sartre. L’intellettuale franco-algerino aveva infatti bruciato tutta la corrispondenza con il filosofo
esistenzialista dopo le numerose dispute
mente in rivolta. Ma anche fedele e premuroso, come raccontano le corrispondenze con alcuni dei compagni di strada
della sua breve ma intensa vita, che ora Gallimard ripubblica integralmente. Con lo
scrittore bretone Louis Guilloux costruisce
una relazione che durerà fino alla morte.
Insieme andranno a Saint-Brieuc, sulla
tomba del padre, Lucien Camus, e poi nei
luoghi natali dell’Algeria. È a Guilloux che
confessa alcune fragilità, insicurezze. «Ho
finito La peste — scrive nel 1946 —. Ma mi
sono fatto l’idea che sia un libro totalmente mancato, ho peccato d’ambizione e
questo fallimento mi pesa. Lo tengo nel
mio cassetto, come qualcosa di un po’
schifoso».
Le lettere di Camus agli amici più cari disegnano una costellazione sentimentale al
maschile, come dice la dedica a René Char
definito «fratello di pianeta». Forte il debito di riconoscenza che traspare nei messaggi a André Malraux, colui che lo ha raccomandato a Gallimard nel 1940 e al quale, per ironia del destino, “scipperà” il Nobel. Un altro scrittore francese insignito del
prestigioso riconoscimento, Roger Martin
du Gard, diventa invece una figura quasi
paterna per Camus. Lo accompagna nei
suoi dilemmi, lo rassicura. Sarà dedicato a
“La Peste? Ho fallito, è schifoso”
sul marxismo, il totalitarismo, i crimini del
comunismo. Era un’epoca, ormai remota,
in cui si poteva rompere un legame umano
importante solo per difendere un’idea, un
principio.
Sartre si era interessato a Camus dopo
l’uscita de Lo straniero, nel 1942. Il primo
appuntamento era stato — quasi banale
dirlo — al Café de Flore. I due pensatori si
frequentano. Sartre propone al nuovo
amico di partecipare alla sua nuova pièce,
Huis clos. Ma qualcosa va storto. È l’inizio
dell’allontamento. In un altro, raro messaggio ritrovato di recente, Camus ringrazia lo stesso Sartre per la collaborazione
teatrale, sebbene interrotta. «Le auguro,
così come a Castor, di lavorare bene». “Castor” è il soprannome di Simone de Beauvoir. Anche questa lettera inedita fa parte,
insieme ad altri cimeli, della mostra “Albert
Camus de Tipasa à Lourmarin” a cura di
Hervé e Eva Valentin, con la supervisione
della figlia dello scrittore, Catherine Camus. Nelle teche allestite a Lourmarin, la
città provenzale dov’è sepolto lo scrittore,
sono stati esposti i manoscritti de La peste
e Lo straniero, e la copia de La gaia scienza
che Camus aveva ricevuto in Algeria nel
1933 dal suo amato insegnante di filosofia,
Jean Grenier. Il testo di Nietzsche era sempre nella sua borsa, anche quasi trent’anni
dopo a bordo della Facel-Vega con cui si
schiantò il 4 gennaio 1960.
L’amico Camus era polemico, ovvia-
Appena ci conoscemmo mi adottò
o almeno così mi piace credere
JEAN DANIEL
on potrei parlare mai con distacco di un uomo al quale, dal principio, è la passione che
mi ha legato. Era dopo la guerra, io ero giovane. Anche lui lo era ancora. Io ero uno sconosciuto. Lui era già famoso. Sin dai primi giorni ho capito che sarebbe stato il sole e l’onore della mia gioventù.
Sin dalla prima volta, è lui che prese l’iniziativa di chiamarmi per chiedere di pubblicare nella rivista che dirigevo allora, Caliban, un testo del suo amico Louis Guilloux, di cui avevo già letto Le Sang Noir. Sono abbastanza convinto che avesse accettato di vedermi dopo quella prima
telefonata perché gli recitai a memoria alcuni passaggi del romanzo di Guilloux. Quando mi ricevette scoprì che, come lui, ero nato in Algeria. Mi adottò subito, almeno credo o comunque
così mi piace credere.
Capivo tutto ciò che diceva, come se leggessi nel suo pensiero. Col tempo, sono diventato capace di anticipare la fine delle sue frasi. Questo incontro benedetto si è prolungato per dieci anni, fino al nostro litigio, per me drammatico, a proposito dell’Algeria. In quei dieci anni ha patrocinato la mia rivista, mi ha permesso di scrivere il mio primo libro, pubblicato nella collana
da lui diretta. Mi ha trovato un lavoro quando ero disoccupato e mi ha presentato a tutti i suoi
amici. Di lui sapevo poco ancora, a parte l’immagine pubblica che veniva dal suo essere stato direttore di Combat e autore de Lo straniero. Sartre aveva detto che Lo straniero era una sintesi tra
un eroe di Kafka e uno di Hemingway. Lui, Camus, viveva della sua gloria in un modo insolente
che spazientiva talvolta quelli che ignoravano come quel trionfo letterario fosse spesso interrotto dalle frequenti crisi di tubercolosi. Durante la sua convalescenza esprimeva ogni volta una
vittoria su una fine possibile. Lo vidi una volta dopo che i medici gli avevano proibito l’esposizione al sole. Ero abbattuto ma lui, invece, non lasciava trasparire niente. Credo che fosse anche
lui abbattuto. Gli avevo recitato le prime linee di Nozzepensando che non avrebbe mai accettato di vivere nell’ombra. Mi disse che aveva ancora fiducia. Sempre appagato, sempre minacciato. Poteva contare su questa famosa “forza oscura” di cui si trova definizione ne Il rovescio e
il diritto, la sua opera prima, così come ne Il primo uomo, il suo libro postumo e incompiuto.
Questa fiducia nella forza che lo sosteneva, a lui e a nessun altro, non appartiene all’ottimismo
della fede. È un mistero che non c’entra niente con Dio.
N
lui il famoso Discorso di Stoccolma pronunciato nel 1957. Con il poeta Francis
Ponge, si lascia andare a riflessioni più
umane. «In un mondo in cui ci sono così
tante cose illusorie, ci si può appoggiare solo sugli uomini». Insieme discutono di politica. Ponge — cui Camus dà del lei — aderisce all’ideale marxista rivoluzionario.
Una chiesa, una religione, secondo Camus. «Quel che è convinzione religiosa per
un cattolico diventa convinzione politica
nel suo caso. Non credo al mondo politico
che lei spera. Dunque sono nel mezzo del
cammino, meno felice di lei, armato solo
della mia buona volontà e dal forte desiderio di non barare».
La rottura con Sartre riaffiora spesso nelle riflessioni sull’amicizia che è, secondo
una citazione di André Gide, «nutrimento
esistenziale». Non mancano le allusioni al
filosofo che teorizza la violenza rivoluzionaria, «censore che si accomoda sempre
nel senso della Storia». Il filosofo dedicherà
a Camus un bellissimo testo su come le
amicizie possano interrompersi, senza
mai finire. «Avevamo avuto un disaccordo:
ma un disaccordo non è nulla, solo un altro
modo di vivere insieme. Non ho mai smesso di pensare a lui, di sentire il suo sguardo
sulle pagine del libro, sul giornale che leggeva, e di pensare: Cosa ne dice? Cosa ne dice in questo momento?». Un’appassionata inimicizia tra due uomini in rivolta.
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DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013
■ 33
‘‘
a Francis Ponge
30 AGOSTO 1943
(...) I miei rapporti profondi con i cattolici?
Diavolo! (Se così si può dire). Spero
che non si tratti di un interrogatorio
di ortodossia. In sintesi, ecco: ho amici
cattolici, e provo simpatia per coloro
che lo sono davvero. Sento
che, in fondo, ci interessiamo
alle stesse cose. Dal loro punto
di vista, la soluzione è evidente
Non lo è per me. Ma quel
che ci interessa, a loro come a me,
è l’essenziale. Non sono
così vecchio
per pensare
che la mia posizione sia definitiva
È così che i miei amici cattolici pensano
che mi avvicino a loro. In verità, è da qui che
mi allontano
a Louis Guilloux
12 SETTEMBRE 1946
Mi sento colpevole, ma le cose non vanno
bene per me. Sono tornato dall’America
con l’unico desiderio di rimettermi
al lavoro. Ho lasciato Parigi per la Loira
e ho lavorato come un forzato per un mese
In fin dei conti, ho finito La Peste
Ma mi sono fatto l’idea che sia un libro
totalmente mancato, ho peccato
d’ambizione e questo fallimento mi pesa
Lo tengo nel mio cassetto, come qualcosa
di un po’ schifoso. (...)
a Roger Martin du Gard
20 NOVEMBRE 1957
RICORDI
Sopra, la copia
de La Gaia Scienza
di Nietzsche
che Camus aveva
con sé anche
il giorno in cui morì
in un incidente
d’auto (4 gennaio
1960): non se ne
separava mai
A seguire, una rara
lettera di Camus
a Sartre
e un’altra a Malraux
In basso, una copia
de La caduta
dedicata dall’autore
a René Char
I documenti
sono tratti
dal catalogo
della mostra
Albert Camus
de Tipasa
à Lourmarin
a cura di Hervé
e Eva Valentin
A destra un ritratto
dello scrittore
Nell’altra pagina,
Albert Camus
(accovacciato
al centro)
con un gruppo
di amici nel 1944:
tra gli altri
Lacan (il primo
da sinistra in piedi),
Picasso
(al centro)
e Sartre
(il primo
in basso
a sinistra)
Caro amico,
era anche mia intenzione accettare,
con il viaggio a Stoccolma, tutti gli obblighi
previsti. Non sono particolarmente dotato
per questo tipo di cerimonie
ma mi sembra che occorra tentare
di giocare lealmente il gioco
Del resto, il regista e l’attore
che sono in me
si divertiranno
di uno spettacolo
che, mi dicono,
sia impressionante
(...) Mi sento
disorientato
e stanco, e vorrei
poter accogliere
più generosamente
questo “favore”
del destino,
di cui per ora sento
solo il peso. Sono
felice e fiero di essere
suo contemporaneo
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LA DOMENICA
■ 34
Spettacoli
Nightmare
Il regista dei mostri infantili
racconta il suo ultimo film
È un doveroso omaggio
alla pittrice Margaret Keane
la cui incredibile storia
non ha proprio nulla di kitsch
IL REGISTA
Sotto, il regista
Tim Burton
Nell’altra pagina,
in alto a destra,
con l’ex compagna
Lisa Marie
e il loro chihuahua
fotografati accanto
al ritratto realizzato
da Margaret Keane
Tim Burton
MARIO SERENELLINI
H
MONTREAL
anno avuto la stessa infanzia, solitaria, schiva, leopardiana. E le
loro opere ci guardano con gli
stessi occhi, smisurati e infelici.
Lei, spuntata in un Sud incupito da schiavitù e Ku
Klux Klan, già negli anni ’50 aveva cominciato a
invadere ogni angolo d’America con quei suoi ritratti di bimbi dagli occhi grandi e tristi. Lui, nato parecchio tempo dopo nella monotona provincia hollywoodiana, fin da bambino si era fatto affascinare da quei dipinti di piccoli freaks. E
fu così che Margaret Keane, la pittrice dei figli di
nessuno dallo sguardo di bambola, diventò la
musa ispiratrice di Tim Burton, il regista dei mostri infantili. A lei e alla sua storia ha deciso di dedicare un film. Lo ha appena finito di girare in Canada, dove lo abbiamo incontrato. E non poteva
che chiamarsi così, Big Eyes.
Margaret Keane oggi ha ottantasei anni, e solo ora ha trovato nella luce delle Hawaii la tranquillità, dopo una vita tormentata e frustrata,
persino artisticamente espropriata. Da un marito, Walter, che per anni l’aveva ridotta a catena
di montaggio del proprio business miliardario,
piazzando ovunque, nei supermarket e nelle
stazioni di servizio, oltre che in musei e collezioni private, i quadri daleieseguiti a getto continuo
e su cui lui si limitava a mettere la propria firma.
Costringendola al silenzio sui loro segreti aziandal-coniugali con minacce pesantissime.
Che Tim Burton avrebbe voluto fare un film
sulla sua fonte d’ispirazione non è un mistero.
Lo annunciò sin dagli anni ’90, quando il regista di Edward mani di forbice andò a Sebasto-
La mia musa
è una bimba
dagli occhi grandi
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LA DOMENICA
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I sapori
Dell’altro mondo
Dal Brasile alla Guyana passando per il Perù. È qui, tra “cocona”
e “camu camu” , l’ultima frontiera dei grandi chef
che amano l’innovazione. E l’ecosostenibilità
LICIA GRANELLO
“I
LIMA
l vecchio Antonio José Bolivar sapeva leggere, ma non scrivere. Era
arrivato in Amazzonia con l’acerba irruenza del ventenne: senza rispetto, senza chiedere permesso. L’Amazzonia gli
aveva sbattuto la porta in faccia, vanificando ogni
suo tentativo di coltivare, disboscare, dominare, e
portando via la sua donna, il suo impalpabile velo
d’amore, con un soffio leggero di malaria”.
Nessuno come Luis Sepulveda ha saputo raccontare la terrificante magìa della foresta equatoriale più grande del pianeta, 7 milioni di kmq suddivisi tra Brasile (in primis), Colombia, Perù, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Suriname e Guyana, e
migliaia di varietà di animali, fiori, alberi, ben lontani dall’essere censiti in modo definitivo. Un ecosistema straordinariamente affascinante anche
dal punto di vista gastronomico, tanto che negli ultimi anni i più grandi cuochi del mondo si sono
spinti fin qua per scoprire, studiare, sperimentare
in presa diretta i sapori originali e indimenticabili
nascosti nell’Eden verde che circonda gli oltre seimila chilometri del Rio delle Amazzoni.
A mezzo millennio abbondante dalla scoperta
dell’America, acquisite come nostri i tesori alimentari di allora — pomodori, cacao, patate, fagioli, peperoni, mais — siamo pronti per quella
che Ferran Adrià ha già battezzato «la nuova rivoluzione gastronomica». Il super cuoco catalano,
infatti, ha appena lanciato il progetto “Perù sabe”
insieme al collega Gastón Acurio, padre della ga-
Ceviche
Pesce crudo
marinato
nel limone,
peperoncino,
coriandolo
e tomatillo
Tutto il Bio
delle
Amazzoni
stronomia sociale peruviana: l’idea è quella di
mandare in passerella gioielli botanici come la cocona (una via di mezzo tra pomodoro e limone,
magnifico nelle marinature del pesce) o il cupuaçu
(fratello aromatico del cacao), da usare anche come mezzo di promozione sociale e sviluppo sostenibile. Alimenti non solo buonissimi, ma anche
sorprendentemente terapeutici, come nel caso
del camu camu, bacca asprigna e aromatica dalle
eccezionali capacità anti-mutagene, sotto la lente
d’ingrandimento degli scienziati.
Così, via libera ai congressi locali, protagonisti i
migliori cuochi latinoamericani a confrontarsi
con il resto del mondo (la manifestazione di Lima,
“Mistura”, si chiude a metà mese, mentre l’appuntamento con “Mesa Brazil” è in programma a
San Paolo a inizio novembre), e poi la classifica dei
“50 Best” interamente dedicata agli chef del continente — primo Astrid y Gastón, seguito dal D. O. M
di Alex Atala — e la cena-evento Gelinaz, con una
ventina tra i migliori cuochi del mondo a reinventare la ricetta del polpo al cilindro di Acurio. Se avete a cuore la differenza tra un frutto appena colto e
il suo povero surrogato, spedito a diecimila chilometri di distanza con una nave-frigo, sappiate che
il turismo amazzonico è in pieno sviluppo, tra crociere sul Rio delle Amazzoni e soggiorni in parchi
eco-paradisiaci come il Pacaya Samiria. Dopo una
giornata di esplorazioni cibarie, vi resterà da scoprire solo la differenza tra Pisco Sour e Caipirinha.
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La
scoperta
del
Sudamerica
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Gli indirizzi
TORINO
MERCATO PORTA PALAZZO
Piazza della Repubblica
Aperto la mattina,
sabato tutto il giorno,
domenica chiuso
MILANO
MERCATO COPERTO
Piazza XXIV Maggio
Aperto mattina
e pomeriggio,
domenica chiuso
GENOVA
MERCATO ORIENTALE
Piazza Colombo
Aperto mattina
e pomeriggio,
domenica chiuso
BOLOGNA
MERCATO LATINO
Via San Felice 11
Aperto mattina
e pomeriggio,
domenica chiuso
FIRENZE
MERCATO CENTRALE
Via dell’Ariento
Aperto la mattina,
sabato tutto il giorno,
domenica chiuso
ROMA
NUOVO MERCATO
ESQUILINO
Via Giolitti
Aperto tutte le mattine
fino alle 14
SALERNO
MERCATO
DI VIA LIMONGELLI
Parco del Mercatello
Aperto mattina
e pomeriggio
BARI
MERCATO
ORTOFRUTTICOLO
Via Caracciolo
Aperto tutte le mattine,
domenica chiuso
PALERMO
MERCATO
IL CAPO
Porta Carini
Aperto tutte le mattine,
domenica chiuso
CAGLIARI
MERCATO
DI SAN BENEDETTO
Via Cocco Ortu
Aperto tutte le mattine,
domenica chiuso
Insalata
di chonta
Cassava
Dal tubero con quasi
diecimila anni
di storia alimentare,
si estraggono la salsa
tucupi e una farina,
detta manioca,
per dolci e minestre
d’infanzia
A tavola
La dispensa
del pianeta
ALEX ATALA *
Jambu
La Acmella oleracea
ha foglie simili
al crescione
e proprietà
anestetiche, indicate
per smorzare in bocca
la piccantezza
del peperoncino
Tambaqui
Lungo oltre un metro
per 30 kg di peso,
pur vivendo libero
nelle acque di Orinoco
e Rio delle Amazzoni
è tra le specie
più adatte
alla piscicoltura
Guaranà
Colore rosso-arancio
è il re degli energizzanti
naturali
Sacro alla tribù
dei Guaraní,
ricco di un alcaloide
simile alla caffeina,
ma a lento rilascio
Camu camu
Alta concentrazione
di vitamina C
e gusto esoticamente
acidulo: il frutto
figlio delle piogge
alluvionali
è usato per succhi,
torte e confetture
artiamo da un concetto: la relazione tra uomini e cibo deve
cambiare. E l’Amazzonia, con i
suoi confini naturali, che coinvolgono
tanti paesi del Sudamerica, è uno
straordinario campo d’intervento per
strutturare i territori a partire da biodiversità, gastrodiversità e sociodiversità, per garantire cibo buono e sostenibile. Come cuoco so che la materia
prima è importante quanto la mise en
place: per questo al D. O. M, il mio ristorante, nel centro di San Paolo, abbiamo scelto di lavorare i prodotti dell’Amazzonia. Da qui è nata la fondazione Atá (fuoco, in lingua nativa) animata da antropologi, ambientalisti,
scienziati, uniti in un emozionante
percorso interdisciplinare. Una scelta
etica e lavorativa che affida le decisioni a noi chef, liberi di rifornirci presso
supermercati, distributori, discount
oppure da allevatori, artigiani, agricoltori biologici. E sono proprio queste scelte a portare cambiamenti piccoli ma profondi specialmente per
“cuochi urbani” come me, di rado a
contatto con la natura.
Troppo a lungo abbiamo chiuso gli
occhi sulla decadenza dell’ambiente:
ora dobbiamo ripensare il rapporto
col cibo, mettere a fuoco la necessità di
non sprecarlo. L’Amazzonia è la più
grande dispensa del mondo ed è il polmone della terra. Abbiamo sempre
preso e mai restituito: è giunta l’ora di
invertire la tendenza. Stiamo recuperando le aree degradate, trasformando i deserti verdi delle coltivazioni per
gli allevamenti massivi in aree ricche
di piante native che significa fiori, api,
maiali allo stato brado. Dobbiamo cominciare a ridurre i consumi di carne
e a considerare gli insetti come cibo, a
tutti gli effetti. Si tratta di passaggi
complessi ma necessari. E sarà l’Amazzonia il simbolo della rinascita di
Madre Terra.
* Numero 6 nella classifica
mondiale 50 Best chef,
guida il ristorante D. O. M.
di San Paolo
P
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Dal frutto della palma
il cuore tenero
e nutriente
da affettare con anelli
di cipolla cruda
Per condire: limone,
sale, pepe e olio
Timbuche
Bollitura del pesce
bocachico, dalle carni
rosate, insieme
a peperoncino dolce
e aglio
Prima di spegnere,
foglie di coriandolo
e farina di yucca
Juane
Riso (oppure yucca,
chonta o fagioli)
bollito, uova
strapazzate e carne
di gallina, tutto avvolto
in foglie di bijao,
accompagnato
da succo di fichi
Tacacá
In una pentola,
aglio, cicoria, sale
e tucupi a fuoco lento,
nell’altra pentola
foglie di berro
da sbollentare
Farina di yucca
e gamberi disidratati
Champús
guanábana
In acqua e zucchero
mela cotogna, ananas,
mela, cannella
e chiodi di garofano
A fuoco spento,
pezzi di guanábana,
farina di mais e limone
LA RICETTA
Pedro Miguel Schiaffino
guida a Lima la cucina
di uno dei migliori ristoranti,
il “Malabar”, e del bistrò
“ámaZ”, dove lavora
alimenti amazzonici
come il cupuaçu, ovvero
il theobroma grandiflorum:
di polpa bianca ha un gusto
tra cioccolato, pera, ananas
Ingredienti per 4 persone
250 g. di latte intero
4 tuorli d’uovo
100 g. di zucchero
100 g. di panna montata
600 g. di cupuaçu
50 g. di castagne
tostate a pezzetti
30 g. di cioccolato
a pezzetti
Montare i tuorli con lo zucchero e aggiungere il latte caldo
Far addensare il composto a fuoco lento,
senza mai arrivare a bollitura
e lasciare raffreddare
Frullare la polpa di cupuaçu
e mescolare alla crema
Incorporare la panna con movimenti
dal basso verso l’alto,
perché non si smonti
Aggiungere le castagne e il cioccolato
Prendere degli stampini in silicone,
riempirli con la miscela e mettere in freezer
Quindi estrarre le cassatine dagli stampini e lasciarle riposare
a temperatura ambiente un quarto d’ora prima di servire
✃
Cassata de cupuaçu
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L’incontro
Figlie d’arte
Dalla vita aveva avuto tutto: un papà
famoso, una carriera tracciata,
il successo. Ma finì dritta all’inferno:
eroina, crack e poi ancora un calvario
di malattie. Ora, a sessantatré anni
più bella che mai, si sente
rinata: “Quando
ne sono venuta
finalmente fuori
mi sono accorta
che mi era
rimasta soltanto la voce
Dio ha voluto essere
clemente con me”
Natalie Cole
ezzogiorno. La hall
dell’albergo è un
viavai di congressisti in pausa caffè.
Quando lei emerge da uno degli ascensori, il vociare diventa brusio, poi silenzio. Infine un passaparola mormorato:
«Chi è?». Natalie Cole, cantante di stirpe reale, non passa inosservata. È ancora bellissima a sessantatré anni. Alta,
magra, coperta da un peplo turchese
che Fidia non avrebbe saputo drappeggiare meglio; splendidi turchesi naturali ai lobi, al collo, ai polsi; le unghie laccate di turchese, anche quelle dei piedi
che spuntano dal sandalo silver. La regina nubiana si fa largo tra cartelle e grisaglie, si accomoda nel primo salottino,
uno spacco vertiginoso scopre la gamba da miss. Nulla che faccia indovinare
le antiche battaglie con le droghe, gli
anni dello sbandamento e della dipendenza, quelli dolorosi della riabilitazione, l’inferno degli ultimi anni, la malattia (prima una grave forma di epatite C,
poi un’insufficienza renale cronica), la
dialisi, la morte di sua sorella e di sua
madre, infine, nel 2009, il trapianto di
rene. «Quando la intervistai, pochi mesi prima dell’intervento, fummo inondati da email di persone che le offrivano
un organo sano», racconta Larry King
della Cnn. Erano i suoi fan, quelli che la
adorano dai tempi di Pink Cadillac, la
canzone di Springsteen che nel 1987 la
riportò al successo dopo il buio della
tossicodipendenza, e che non hanno
dimenticato Unforgettable, un duetto
virtuale con la voce di suo padre che nel
1991 fu il disco dell’anno. «La mia seconda grande occasione», ammette
‘‘
Natalie pubblicò il suo disco d’esordio,
nel 1975. La mamma non approvava, e
di più la preoccupava il fatto che gli idoli di sua figlia erano i rocker maledetti,
Janis Joplin soprattutto, e i rivoluzionari delle Black Panthers. «Fece il diavolo
a quattro quando le dissi che volevo fare seriamente la cantante. Alla fine si arrese: se proprio vuoi farlo cerca di circondarti di gente come si deve, questo
mondo è pieno di sciacalli. Aveva patito le pene dell’inferno con papà. Quando s’incontrarono lui non era ancora
veramente famoso e la vita non era facile per un cantante di colore, soprattutto se — come Nat King Cole — non era
confinato nella cosiddetta race music
che piaceva solo ai neri; la metà dell’audience di mio padre era bianca. Io stessa ho dovuto affrontare pregiudizi razziali all’inizio della carriera, immagini
come doveva essere trent’anni prima. A
volte, durante le tournée nel Sud, lui e la
mamma dovevano dormire in macchi-
Il mio primo idolo
fu Elvis Presley,
mi portavo a letto
le sue foto
Ancora oggi
sotto l’abito
da sera batte
un cuore rock
FOTO GETTY IMAGES
M
ZURIGO
l’artista. «A dire il vero nessuno si aspettava un successo del genere da quell’album in piena esplosione hip hop, neanche i discografici e i produttori. Pensavamo di fare un disco per i nostalgici di
Nat King Cole e gli amanti del jazz».
Quest’anno si è riavvicinata a papà
pubblicando Natalie Cole en Español
(un altro duetto virtuale, Acércate más,
oltre alle performance con Juan Luis
Guerra e Andrea Bocelli), un album che
replica il fortunato exploit latino di suo
padre (Cole Español, 1958), morto prematuramente di cancro nel 1965. «Avevo otto anni, ricordo quando papà partì
per l’Avana, sfortunatamente non mi
portò con sé, Cuba all’epoca era considerata un’isola peccaminosa: gioco
d’azzardo, bordelli. Però andai con lui
in Messico, rimasi travolta dai colori,
dal calore della gente. Fu accolto come
un re, non mi ero mai resa conto di avere un divo in casa; mia madre era molto
severa, non voleva che io e mia sorella
venissimo travolte da un mondo che lei
considerava… pericoloso». Riaffiorano i ricordi di quegli anni in cui Nat King
Cole, il primo cantante di colore a conquistare le classifiche dei bianchi e ad
avere uno show radiofonico e televisivo
tutto suo, tornava a casa dalle lunghe
tournée e riuniva quello che chiamava
«il mio piccolo harem» (la seconda moglie, Maria Ellington — nessuna parentela col Duca sebbene avesse cantato
nell’orchestra — e due figlie) per i racconti di rito. «Non sempre i gusti musicali dei miei coincidevano», ricorda.
«Mamma era più attratta dalle grandi
orchestre, adorava Jackie Gleason;
papà invitava da noi le dive del jazz, come Dinah Washington e Carmen
McRae, che erano spesso in giro per casa. Piacevano anche a me, ovviamente,
ma a un certo punto ebbi l’inevitabile
periodo di ribellione adolescenziale;
tutta colpa del rock’n’roll e della Motown. Il mio primo idolo fu Elvis Presley,
dormivo con le sue fotografie sotto il cuscino. Poi fu la volta di Sam Cooke e
Jackie Wilson, Little Richard e James
Brown. E subito dopo le Supremes,
Marvin Gaye, Martha Reeves and the
Vandellas, Stevie Wonder. Quando l’America fu travolta dalla British invasion, presi la grande decisione: voglio
fare la cantante rock! A volte tenevo segreti i mie gusti musicali per paura di offendere papà. Che sorpresa quella sera
che tornò a casa con un album dei Beatles in mano. Piacevano anche a lui!».
Nat era morto da dieci anni quando
na perché non c’erano alberghi disposti ad accoglierli. Non era politicamente impegnato ma comunque molto intransigente. Non permetteva a nessuno di interferire sul suo repertorio e andava su tutte le furie quando obiettavano che le canzoni che sceglieva erano
troppo “bianche”. Memore di queste
difficoltà, mia madre prese in mano la
situazione e mi affidò a un’agenzia di
spettacolo di cui si fidava ciecamente.
Ma i problemi razziali ancora c’erano;
anche negli anni Settanta mi è capitato
di essere allontanata da qualche ristorante perché ero nera. Praticamente
l’altro ieri».
Per anni ha esitato a raccontare i lati
più oscuri della sua storia. Si sentiva in
colpa. Fortunata, viziata, aveva avuto la
sua grande occasione come artista,
aveva un figlio: perché era finita così in
basso? Difficile immaginarla alla deriva, costretta a bussare alle porte degli
spacciatori di Los Angeles per implorare una dose di crack o di eroina, incapace di guidare e soprattutto di badare alla sua creatura (Robert per poco non
affogò nella piscina della villa mentre lei
era in preda a uno dei suoi trip). «Per
quanti sforzi una famiglia come la mia
potesse fare per sembrare “normale” la
realtà era un’altra», riflette oggi. «Ho
avuto da bambina l’attenzione di cui
avevo bisogno? No. I miei raramente
c’erano quando li avrei voluti accanto.
Sono cresciuta con le governanti.
Mamma era una moglie gelosa — e diamine! ne aveva ben donde — e seguiva
mio padre in tour più che poteva. Le occasioni di stare tutti insieme erano poche. Una cena normale era un avvenimento per noi».
Le cose precipitarono, Natalie era
fuori controllo al punto che la povera
Maria Cole fu costretta a rivolgersi al tribunale di Los Angeles per chiedere l’interdizione della figlia ormai «incapace
di badare a se stessa e al bambino». Fu
uno shock quando il Los Angeles Times
pubblicò la notizia, ma il putiferio che
generò convinse Natalie a entrare in un
centro di riabilitazione. È l’unico momento dell’intervista in cui la regina nubiana tradisce un’emozione profonda;
la voce è impercettibile, infantile, le mani tremano: «Se finisci schiava della
droga, è lei la tua padrona, non hai né la
voglia né la possibilità di reagire. Paura
di morire? Neanche ti sfiora. Quel che
più mi divorava era il senso di colpa per
aver deluso tutti, mia madre, mia sorella, tutti coloro che avevano creduto in
me e avevano investito tempo e denaro
sulla mia carriera. Quando ne venni
fuori fu come ricominciare daccapo, un
nuovo esordio. Fortunatamente la voce c’era ancora, le droghe l’avevano miracolosamente risparmiata. Le cose sarebbero potute andare molto peggio,
Dio è stato clemente». Ma un corpo
messo a dura prova dagli abusi prima o
poi presenta il conto. Per Natalie il calvario è iniziato dieci anni fa. «Ci vuole
tanta forza a superare la malattia, soprattutto se arriva all’improvviso.
Quando stavo entrando in sala operatoria pensavo, cosa farò se ne esco viva?
Mi farò monaca? Diventerò un’eremita
in cima alla montagna? Ho continuato
semplicemente a vivere, solo mi voglio
un po’ più bene e voglio un po’ più bene
agli altri. Forse rido un po’ più forte
adesso, forse canto con più emotività.
Nei momenti di down ripenso ai giorni
trascorsi con mio padre, è lo psicofarmaco migliore che abbia mai sperimentato. Dieci anni fa, in uno di quei
giorni in cui mi chiedevo se valesse la
pena fare un altro disco e tornare sul
palcoscenico, mi è venuto in mente
quel viaggio in Messico; era la prima
volta che uscivo dagli Stati Uniti e prima
di allora non c’erano state tante occasioni di stare vicini a lungo. Ho ritrovato le foto ingiallite di quei giorni a Mexico City, io con un divertente vestitino da
señorita. Il mio disco latino è un omaggio a lui. E alla ragazza di El Salvador che
col suo rene mi ha salvato la vita».
La hall si è svuotata, i congressisti ora
sono a pranzo. Lo chauffeur viene a
informarla che è pronto per condurla
alle prove. Che canterà stasera? Le canzoni di papà? «Non solo. Non mi sottovaluti, sotto l’abito da sera batte ancora
un cuore rock».
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GIUSEPPE VIDETTI
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