LADOMENICA DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 NUMERO 445 DIREPUBBLICA CULT All’interno La copertina Tra giochi e interazioni il Museo diventa Luna Park JUDITH DOBRIZYNSKI e MARIO PERNIOLA Il libro Il bambino ebreo che si salvò tra le donne di un bordello SUSANNA NIRENSTEIN Straparlando Rosellina Archinto “Io sopravvissuta non rimpiango il passato” ANTONIO GNOLI Steve McCurry Le avventure del fotoreporter più imitato del mondo Voglio una vita come L’inedito MICHELE SMARGIASSI STEVE McCURRY “La Peste? Fa schifo” Lettere agli amici di Albert Camus li invidiano le sette vite da gatto che lo hanno preservato per sessantatré anni, gli invidiano i sette colori dell’arcobaleno che solo davanti al suo obiettivo si combinano in quel modo. Per migliaia di fotografi di viaggio, dilettanti o semiprofessionisti, Steve McCurry è assieme mito e incubo, è un dolce supplizio di Tantalo: i suoi istanti di magia esotica, i suoi ritratti assorti sembrano così trasparenti e “facili”, basta andare lì, no? In India, in Birmania, in Nepal, davanti a quegli scenari dipinti dalla tavolozza di qualche divinità orientale, e scattare con un po’ d’attenzione... Poi, a casa, davanti allo schermo del computer, la delusione che neanche Photoshop consola. Imitabile ma irraggiungibile: forse per questo McCurry è la più popolare fotostar vivente. Il Web è pieno di gallerie di frustrati epigoni, il suo fan club online vanta 180 mila iscritti, il suo blog fotografico un milione e mezzo di accessi. (segue nelle pagine successive) el febbraio del 1989, durante una missione in Slovenia, mentre sorvolavamo a bassa quota il lago Bled, il pilota si avvicinò pericolosamente al pelo dell’acqua. Le ruote toccarono e picchiammo col muso in avanti. L’elica andò in pezzi, l’aereo si cappottò e la fusoliera cominciò ad affondare nel lago gelido. La mia cintura di sicurezza era bloccata ma l’istinto di conservazione ebbe il sopravvento e riuscii a liberarmi e a uscire dalla cabina. Nuotammo intorno all’aereo e risalimmo in superficie, ma la mia macchina fotografica e la mia borsa sono ancora lì, a venti metri di profondità. Naturalmente, in trent’anni di carriera ho perso più di una macchina fotografica, ma le innumerevoli volte in cui ho sfiorato il peggio e un paio di autentici disastri non sono riusciti a raffreddare la mia passione per la fotografia e per i viaggi, che mi hanno portato in luoghi di sorprendente bellezza, ma anche in posti che vorrei dimenticare. (segue nelle pagine successive) ALBERT CAMUS, JEAN DANIEL e ANAIS GINORI Spettacoli L’ultimo Tim Burton “Che occhi grandi hanno i miei mostri” MARGARET KEANE e MARIO SERENELLINI G N DISEGNO DI MASSIMO JATOSTI STEVE McCURRY DURANTE UN’ALLUVIONE MONSONICA, PORTBANDAR, INDIA, 1983 “Cosa si nasconde dietro le mie foto” Il film Una perfetta famigliola politicamente scorretta ROBERTO NEPOTI L’arte Il Museo del mondo L’ombra nera di Picasso MELANIA MAZZUCCO Repubblica Nazionale DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 LA DOMENICA ■ 28 La copertina Caduto da un elicottero, colpito da una bomba, arrestato, disperso, quasi linciato: le sette vite di un mito Scatti d’autore del reportage in un libro ora in uscita FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO Che svela storie e segreti delle sue immagini più famose INDIA, 1983 “Accanto a noi le donne e i bambini che provvedevano alla manutenzione della strada, si strinsero gli uni agli altri per ripararsi dalla sabbia e dalla polvere Cantavano e pregavano e a malapena riuscivano a reggersi in piedi” Steve McCurry Il lungo viaggio di una fotostar D (segue dalla copertina) MICHELE SMARGIASSI avanti alle sue mostre c’è la coda, per la tournée italiana di “Viaggio intorno all’uomo” sono stati staccati 400 mila biglietti, i suoi libri sono costantemente ristampati. A Siena, in giugno, per la sua lectio magistralis, l’aula magna dell’università era gremita di ragazzini che si facevano au- BIRMANIA, 1985 “Sono intrigato dallo stile di vita dei monaci, dal modo in cui la filosofia buddista enfatizza la compassione, come anche dall’iconografia. Etica ed estetica nel buddismo sono fusi in una maniera unica” tografare tutto, anche le mani. Lui avverte: «Non basta incontrare un uomo col turbante per tornare con una buona foto». Per fare una buona foto, una foto che fa dire oh! all’apertura di pagina, ci vuole tempo. Un centoventicinquesimo di secondo. Più trentacinque anni di vita spericolata. Certo, altri fotografi hanno rischiato la pellaccia per portare a casa qualche metro di celluloide ben impressionata: Jim Nachtwey sfiorato da una scheggia di shrapnel alla testa, Don McCullin salvato dalla sua Nikon che s’immolò per lui intercettando un proiettile. Ma McCurry lo ha fatto con una continuità ammirevole. Dato per disperso un paio di volte, sopravvissuto alla picchiata di un elicottero in Slovenia, al crollo di un pontile a Goa, alle sanguisughe in Gujarat, a una bomba a grappolo e a un colpo di mortaio in Afghanistan, arrestato in Pakistan e Birmania, quasi linciato da una turba inferocita in India. La serenità delle sue fotografie più famose è in stridente contrasto con la sua biografia, e con la sua figura bonaria da ragioniere di banca. A conciliare gli opposti ora ci pensa un volumone di memorie e retroscena, Steve McCurry, le storie dietro le fotografie, genere “how I did it”, curioso perché raccoglie, oltre alle immagini e ai racconti, gli ammennicoli che il viaggiatore medio ama portarsi a casa: biglietti, appunti, opuscoli, gui- de... Come se McCurry, al pari del borghese americano medio, avesse bisogno di dimostrare agli amici: vedete?, ci sono stato davvero. Eccome che c’è stato davvero. Se le è sudate, le sue icone. La critica spesso riduce McCurry a fotografo “colorista”, di effetti facili. E questo può essere, anche se non è così semplice. I suoi colori sono una firma, lasciamoli elencare a lui stesso: «henné intenso, oro martellato, curry e zafferano, lacca nero profondo e marciume riverniciato». Splendore e marciume, colore e polvere. Non tutto riluce. Certo, la sua “paletta” satura ha definito lo standard della fotografia stile National Geographic (ma ha lavorato anche per Time, Life, Newsweek...). Solo a lui la Kodak poteva affidare il funerale di lusso della Kodachrome 64, pellicola per diapositive che ha fatto storia: quando cessò la produzione, nel 2010, gli consegnò l’ultimo rullino, benché lui già da cinque anni fosse “andato in digitale”. Quei 36 commossi fotogrammi d’addio di McCurry alla sua compagna di una vita sono conservati come la sacra sindone dell’era analogica alla Eastman House di Rochester. Ma forse pochi ricordano che tutto cominciò in bianco e nero, e con una certa durezza. Quel ragazzino dei sobborghi di Philadelphia che fino a diciannove anni non aveva fatto un viag- Repubblica Nazionale DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO TIBET, 2001 “I tibetani saranno sopraffatti completamente, come accadde ai nativi americani negli Stati Uniti” FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO ■ 29 PAKISTAN, 1984 “Quando iniziai a fotografare Gula, non sentii e vidi più nient’altro Mi prese completamente” BANGLADESH, 1983 “Ti metti in viaggio, prendi appunti, ti guardi intorno; all’inizio non vedi niente e cominci a preoccuparti… ma col passare del tempo, le cose cominciano a rivelarsi Man mano che il viaggio prosegue, all’improvviso vedi cose che prima non vedevi” Tutto iniziò con duecento rollini e un biglietto di sola andata STEVE McCURRY (segue dalla copertina) niente ha potuto intaccare la mia fede nello spirito umano, o nella bontà, talvolta inaspettata, del prossimo. Dal pescatore che ci trasse in salvo dalle gelide acque del lago Bled, allo straniero che mi trasse a riva a Bombay, quando fui aggredito a Chowpatty Beach durante il festival Ganesh Chaturthi nel 1993, nel corso dei miei viaggi ho avuto la fortuna di incontrare molte persone compassionevoli e ospitali; e spesso le più gentili erano quelle che vivevano nelle situazioni più difficili. Per fare foto interessanti non c’è bisogno di viaggiare in paesi lontani, ma io avevo bisogno di muovermi e di esplorare. È una lezione che ho imparato molto presto: tutto ebbe inizio nel 1978, l’anno in cui mi licenziai dal mio impiego di fotografo in un quotidiano di Filadelfia e comprai due centinaia di rollini fotografici e un biglietto di sola andata per l’India. Un anno dopo, nel 1979, entravo clandestinamente in Afghanistan al seguito dei mujaheddin, portando con me solo la macchina fotografica e un temperino svizzero. Ne riemersi dopo qualche mese, con un bagaglio di esperienze che mi sono tuttora preziose. Ogni viaggio, ogni incarico, ogni luogo e ogni persona che ho conosciuto e fotografato rappresentano una tappa del percorso che va dalle mie prime esperienze a oggi. La macchina fotografica consente di fissare un luogo e un momento particolari, e ogni foto che scatto può essere vista come un’immagine indipendente e memorabile, ma allo stesso tempo è parte di una storia più ampia. FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO E AFGHANISTAN, 1979 “Viaggiai con molti gruppi di mujaheddin e miliziani. Percorrevamo a piedi, trenta miglia per notte, sostentandoci con tè e pane e, quando eravamo fortunati, con formaggio o yogurt di capra,. Eravamo costretti a bere l’acqua dei fossi” FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO FOTO DI STEVE McCURRY/MAGNUM/CONTRASTO © RIPRODUZIONE RISERVATA KASHMIR, 1995 “È importante instaurare un rapporto: spiegare ciò che sto facendo e creare un clima di rispetto e dialogo” CINA, 2000 “Camminare attraverso queste montagne e visitare i monasteri mi è di ispirazione a moltissimi livelli” gio, la cui avventura più eccitante era arrampicarsi sugli alberi, folgorato da due corsi di tecnica fotografica sbarcò nel ’78 in India, in tasca pochi dollari, un coltellino svizzero e i pacchetti di noccioline presi sull’aereo. Pochi mesi dopo, in shalwar kameez e turbante, varcava il confine dell’Afghanistan, accompagnato da spalloni mujaheddin, proprio mentre i sovietici facevano lo stesso sui cingolati. Ne uscì smagrito e spaventato, con decine di rullini cuciti nei risvolti del mantello. C’erano le foto che nessuno al mondo aveva. Gli si aprirono le porte del New York Times e della fama. Né mogli né figli, una vita dedicata al viaggio come esperienza integrale, chatwiniana. Nomade per vocazione, la bussola magnetizzata verso l’Est, il sapore speziato dell’Oriente nascosto nel cognome come un destino. Fama dell’occhio che non sbaglia un colpo: eppure non ha nascosto che, per produrre la ventina di buone foto di un servizio sul NatGeo, gli servono migliaia di scatti. Certo, sa riconoscere quello giusto. La ragazzina pashtun con gli occhi verdi come la veste che spuntava dagli strappi del mantello, come la parete della scuolina del campo profughi Nasir Bagh in Pakistan, la vide subito, timida, all’ultimo banco. Aveva dodici anni, si chiamava Sharbat Gula, ma Steve lo seppe solo diciannove anni dopo, quando tornò a cercarla, perché il suo ritratto era diventato la copertina più famosa dell’ultracentenaria rivista. La trovò, a Peshawar, e riuscì a convincere il marito a sollevare davanti all’obiettivo quel velo che, nel frattempo, era calato come una gabbia sui volti di tutte le donne del suo paese. Ci scoprì sotto una donna precocemente invecchiata, piegata dalla vita. In cambio, lei chiese una macchina per cucire, per dare un mestiere alla figlia. McCurry non considera quella come la sua migliore fotografia. Le preferiva il primo scatto, con il volto della bimba per metà coperto dal mantello. Ma ormai è la sua Monna Lisa, e la accetta con filosofia: «So già che questa foto sarà citata nella prima riga del mio necrologio. Be’, meglio essere ricordati per qualcosa che per nulla». E tuttavia, quel volto spiritato, quello sguardo di smeraldo che sfonda le porte dell’emozione, significano qualcosa. Sono l’icona di un nuovo “orientalismo”, non più coloniale ma globalizzato, meno paternalista e più contraddittorio, che McCurry è riuscito a costruire incastonando i conflitti del nuovo ordine mondiale in uno scenario carico di eternità e mitologia; un immaginario costruito con sapienza, forse l’unico in grado di convincere noi occidentali a pensare l’Oriente. IL LIBRO Foto e testi di McCurry sono tratti da Steve McCurry. Le storie dietro le fotografie (Electa-Phaidon 264 pagine, 320 illustrazioni, 59 euro) © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 LA DOMENICA ■ 30 L’attualità Non luoghi Scene di caccia all’ombra del superstore GIORGIO FALCO imentichiamo per qualche minuto l’epica di Hemingway e Faulkner: l’odore del legno al risveglio, il rumore dei passi sulle travi del pavimento, l’aroma affumicato di una colazione prima dell’alba, la preparazione dei fucili, il rumore delle gocce d’acqua sulle foglie, ci guardiamo, mentre sdoppiati siamo dentro, al tepore delle finestre illuminate. Intorno, le foreste del Mississippi, i boschi del lago Michigan, il primo vento d’autunno che soffia tra le foglie arancioni, insieme ai guaiti dei cani, prima distanti e poi sempre più vicini, assecondano il nostro respiro. Le nuvole minacciano qualcosa di più della pioggia, una premonizione per i fili d’erba, e da lì a salire, fino a noi. Niente di tutto questo. È solo un luogo d’Italia, una quindicina di chilometri a sud ovest di Milano, giorni qualsiasi di questa nostra epoca. Vi si arriva seguendo la pista ciclabile parallela al Naviglio Grande, in mezzo a una parola un po’ desueta che mi piace ancora molto: hinterland. Si passa sotto il ponte della Tangenziale Ovest. In D quel tratto — dove sono affissi vecchi manifesti abusivi di un circo, con le tigri che ruggiscono a salve — c’è un momento in cui il sole è nascosto proprio dietro la struttura di ferro e cemento, irradia raggi sopra e sotto, ma in controluce il nucleo sospeso sembra quasi spento, costituito da cenere tiepida, soprattutto se le auto proseguono lente, incolonnate, ferme sopra le nostre teste, e allora possiamo fissare quelle forme con un senso di comunanza, di quiete. Ma dura molto poco. È l’unico luogo dove correre, ho paura di essere investito a ogni passaggio di bicicletta, scooter e persino da qualche auto che passa sulla pista ciclabile reclamando il proprio posto nel mondo. Ai lati, la Statale 494 decaduta a Provinciale 59. I campi del Parco Agricolo Sud di Milano — tra le coltivazioni intensive di mais tenute in vita dalla chimica e le pigre piroette dei trattori — ricordano le stagioni, la fine dell’estate, l’inizio della caccia. Anche in chi corre lentamente come me, scatta un picco di endorfine, che nel mio caso non regala tanto la sensazione di euforia, quanto l’accelerazione del visibile, ogni cosa del passato e dell’immediato futuro diviene un presente gigante, dai contorni nitidi, come quando vediamo i rami degli alberi spogli o il gesticolare di un uomo nella mezzora prima del tramonto. La seconda domenica dopo Ferragosto, corro adiacente a un campo di mais, le spighe quasi mature. C’è questo cacciatore settantenne, un disarmato d’agosto, insieme ai suoi cani da caccia, muta invisibile tra migliaia di pannocchie, li sento abbaiare e ansimare sul lato sinistro, rovistano tra i fusti di mais, i latrati si avvicinano, forse trovano una preda, immagino un fagiano, un coniglio selvatico, una lepre stanca dopo metri di zig zag tra i paletti di cereali, è circondata a pochi passi da me che non vedo, se non il mais alto due metri. Il cacciatore fischia un suono di richiamo, urla una lingua incomprensibile, lievita rauca dalla terra, cammina appoggiando un bastone, stringe qualcosa di segreto nella mano, forse vi racchiude la ricompensa per i cani. Li allena, lo stabilisce la legge, la giurisdizione vorrebbe mediare l’usanza antichissima, la legge dice che l’allenamento non può avvenire in un campo coltivato: infinite norme senza qualcuno che poi le faccia davvero rispettare, l’unica regola è quella di farcela, tornare a casa salvi anche stavolta. E allora mentre corro, ripenso a mio padre, a quell’unica volta che è andato a caccia, invitato da due colleghi. Non c’era la finzione di enti e parchi per recintare la gentilezza ed escludere il resto. Era il 1971, esisteva ancora lo spazio, le marcite dei monaci cistercensi arrivati dalla Francia, il lascito di Leonardo da Vinci, la sua geniale ripartizione idrica del mondo, canali, rogge, fontanili, un’idea aggredita da politica e ‘ndrangheta: nuove case invendute, capannoni metafisici, progetti di inutili tangenziali. Il sabato pomeriggio rivedo mio padre trentaseienne, prova l’abbigliamento dell’indomani, gli stivali che calza quando lava la macchina, cammina su e giù nel corridoio, a disagio, i pantaloni infilati negli stivali, una camicia incongrua, azzurra Repubblica Nazionale DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 ■ 31 “L’uomo si apposta con il suo cane dietro una pianta a pochi passi dal parcheggio, imbraccia il fucile e spara agli uccelli mentre suona il dlin dlon della cassa numero cinque”. na d’argento il ramo del fiume. Si siedono lungo la riva, parlano di lavoro e di cosa cacceranno appena sarà l’alba, ti devi sempre portare a casa qualcosa, si addormentano cullati dal rumore dell’acqua, mio padre li veglia fumando, i corpi accanto ai fucili. I capannoni intervallati al mais sono alla mia destra. Se fosse un giorno feriale sentirei l’odore di solvente che esce dai filtri di uno stabilimento. Oggi è domenica, l’azienda è chiusa, sono aperti molti supermercati e centri commerciali. Il parcheggio del superstore è ancora vuoto alle nove, ma il magazzino di ricevimento merci brulica di camion e furgoni, entrano in retromarcia, per essere pronti a ripartire veloci. La grande saracinesca è sempre sollevata, l’interno è buio, in qualsiasi stagione dell’anno spiccano le grandi luci al neon conficcate nel soffitto. Devono esserci molti altoparlanti nel magazzino, gli annunci delle cassiere risuonano fino a me che corro, la cadenza cantilenante sulle sillabe finali: un addetto ortofrutta alla cassa cinque, un prezzo alla cassa dieci, Compagnia dei Servizi alla cassa centrale. Il dlin dlon della merce invade anche il campo sul retro, la strada, le invenzioni dei monaci e di Leonardo da Vinci, la caccia. L’anno scorso ho visto un cacciatore appostato sotto una pianta a cento metri dal magazzino del superstore. Sparava tra un dlin dlon e l’altro, sollevando il fucile quasi in perpendicolare, come un contadino quando raccoglie le olive e aggancia i rami della pianta, scuotendoli per far cadere più olive possibili. Alcuni uccelli sono volati via verso il parcheggio, soglia tra una civiltà e l’altra, un angolo di terra dell’hinterland sud di Milano. Quando smetto di correre tra gli spari rinnovati, mi rimbombano le orecchie, non solo per i proiettili, la morte e la vita, ma anche per il fischio intervallato a quella lingua incomprensibile d’agosto, né italiano e neppure dialetto, idioma senza un significato evidente se non nella continua riproposizione, resistente al dlin dlon della cassiera, la lingua del vecchio cacciatore che allena i propri segugi sotto il sole estivo, frantuma le sillabe e lancia la propria conoscenza ai cani, alle lepri, a me che senza cronometro e cardiofrequenzimetro appoggio l’indice e il medio sulla superficie delle vene, ascolto i battiti del polso, il sangue pulsa sotto le mie dita. L’AUTORE Giorgio Falco ha scritto L’ubicazione del bene, (Einaudi, 2009) raccolta di racconti ambientati a Cortesforza, luogo immaginario analogo a quell’hinterland descritto nel reportage narrativo che qui pubblichiamo © RIPRODUZIONE RISERVATA DISEGNO DI GIPI PER “REPUBBLICA” venatoria impiegatizia, sotto un giaccone leggero qualsiasi. I colleghi sono due fratelli, l’appuntamento è alle cinque di domenica mattina: suonano il citofono alle tre. Mio padre risponde assonnato, si veste in fretta, ascolto dal mio letto il rumore degli stivali sulle piastrelle, la pacifica uscita dalla porta. Si accomoda nel sedile posteriore, manca il pianale, le canne dei fucili sbucano dal bagagliaio, si scosta in un angolo, come se ci fosse un quarto collega accanto. I due fratelli vagano dal sabato sera. Si fermano davanti a una trattoria chiusa, gestita da loro amici. Scende il più giovane dei due, bussa in penombra, apre un vecchio assonnato che accende la luce, il fratello minore torna con tre bottiglie di vino rosso. Imboccano la strada in direzione del Ticino, mio padre non sa bene cosa dire, quei due davanti non sembrano neanche i suoi colleghi. Parcheggiano lungo una strada sterrata, mio padre si offre di portare le bottiglie per rendersi utile, non ha la licenza di caccia, se non fosse per gli stivali, sembra uno a cui hanno dato un passaggio. I fratelli scendono in mezze maniche di camicia, prendono i due fucili, è una fresca nottata di settembre, la luna illumi- L’apertura della stagione venatoria in un racconto ambientato nell’hinterland Zona grigia dove Milano non è più città e non sarà mai più campagna Repubblica Nazionale DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 LA DOMENICA ■ 32 L’inedito “La nostra amicizia non fu facile, ma la rimpiangerò” scriveva Sartre all’intellettuale franco-algerino 1913-2013 È uno dei documenti portati alla luce da una mostra e da un volume che celebrano il premio Nobel nel centenario della nascita ALBERT CAMUS Lettere agli amici «M ANAIS GINORI PARIGI io caro Camus, la nostra amicizia non fu facile, ma la rimpiangerò». È l’agosto 1952, Jean-Paul Sartre scrive al suo collega e un tempo amico dopo l’ennesimo “tradimento”, la pubblicazione de L’uomo in rivolta. Una lettera appassionata ad Albert Camus: inedita, riemerge solo ora nel centenario della nascita di quest’ultimo. Dopo l’esordio affettuoso, Sartre denuncia «l’incompetenza filosofica» dell’autore, prima di affidare la stroncatura del libro sulla sua rivista Temps Modernes. È una nuova testimonianza della forte relazione tra i due intellettuali francesi, protagonisti di una contrapposizione ideologica e filosofica che ha fatto epoca nel mondo culturale europeo, segnando la sinistra francese. Un documento prezioso perché esistono poche tracce del ricco carteggio intercorso tra Camus e Sartre. L’intellettuale franco-algerino aveva infatti bruciato tutta la corrispondenza con il filosofo esistenzialista dopo le numerose dispute mente in rivolta. Ma anche fedele e premuroso, come raccontano le corrispondenze con alcuni dei compagni di strada della sua breve ma intensa vita, che ora Gallimard ripubblica integralmente. Con lo scrittore bretone Louis Guilloux costruisce una relazione che durerà fino alla morte. Insieme andranno a Saint-Brieuc, sulla tomba del padre, Lucien Camus, e poi nei luoghi natali dell’Algeria. È a Guilloux che confessa alcune fragilità, insicurezze. «Ho finito La peste — scrive nel 1946 —. Ma mi sono fatto l’idea che sia un libro totalmente mancato, ho peccato d’ambizione e questo fallimento mi pesa. Lo tengo nel mio cassetto, come qualcosa di un po’ schifoso». Le lettere di Camus agli amici più cari disegnano una costellazione sentimentale al maschile, come dice la dedica a René Char definito «fratello di pianeta». Forte il debito di riconoscenza che traspare nei messaggi a André Malraux, colui che lo ha raccomandato a Gallimard nel 1940 e al quale, per ironia del destino, “scipperà” il Nobel. Un altro scrittore francese insignito del prestigioso riconoscimento, Roger Martin du Gard, diventa invece una figura quasi paterna per Camus. Lo accompagna nei suoi dilemmi, lo rassicura. Sarà dedicato a “La Peste? Ho fallito, è schifoso” sul marxismo, il totalitarismo, i crimini del comunismo. Era un’epoca, ormai remota, in cui si poteva rompere un legame umano importante solo per difendere un’idea, un principio. Sartre si era interessato a Camus dopo l’uscita de Lo straniero, nel 1942. Il primo appuntamento era stato — quasi banale dirlo — al Café de Flore. I due pensatori si frequentano. Sartre propone al nuovo amico di partecipare alla sua nuova pièce, Huis clos. Ma qualcosa va storto. È l’inizio dell’allontamento. In un altro, raro messaggio ritrovato di recente, Camus ringrazia lo stesso Sartre per la collaborazione teatrale, sebbene interrotta. «Le auguro, così come a Castor, di lavorare bene». “Castor” è il soprannome di Simone de Beauvoir. Anche questa lettera inedita fa parte, insieme ad altri cimeli, della mostra “Albert Camus de Tipasa à Lourmarin” a cura di Hervé e Eva Valentin, con la supervisione della figlia dello scrittore, Catherine Camus. Nelle teche allestite a Lourmarin, la città provenzale dov’è sepolto lo scrittore, sono stati esposti i manoscritti de La peste e Lo straniero, e la copia de La gaia scienza che Camus aveva ricevuto in Algeria nel 1933 dal suo amato insegnante di filosofia, Jean Grenier. Il testo di Nietzsche era sempre nella sua borsa, anche quasi trent’anni dopo a bordo della Facel-Vega con cui si schiantò il 4 gennaio 1960. L’amico Camus era polemico, ovvia- Appena ci conoscemmo mi adottò o almeno così mi piace credere JEAN DANIEL on potrei parlare mai con distacco di un uomo al quale, dal principio, è la passione che mi ha legato. Era dopo la guerra, io ero giovane. Anche lui lo era ancora. Io ero uno sconosciuto. Lui era già famoso. Sin dai primi giorni ho capito che sarebbe stato il sole e l’onore della mia gioventù. Sin dalla prima volta, è lui che prese l’iniziativa di chiamarmi per chiedere di pubblicare nella rivista che dirigevo allora, Caliban, un testo del suo amico Louis Guilloux, di cui avevo già letto Le Sang Noir. Sono abbastanza convinto che avesse accettato di vedermi dopo quella prima telefonata perché gli recitai a memoria alcuni passaggi del romanzo di Guilloux. Quando mi ricevette scoprì che, come lui, ero nato in Algeria. Mi adottò subito, almeno credo o comunque così mi piace credere. Capivo tutto ciò che diceva, come se leggessi nel suo pensiero. Col tempo, sono diventato capace di anticipare la fine delle sue frasi. Questo incontro benedetto si è prolungato per dieci anni, fino al nostro litigio, per me drammatico, a proposito dell’Algeria. In quei dieci anni ha patrocinato la mia rivista, mi ha permesso di scrivere il mio primo libro, pubblicato nella collana da lui diretta. Mi ha trovato un lavoro quando ero disoccupato e mi ha presentato a tutti i suoi amici. Di lui sapevo poco ancora, a parte l’immagine pubblica che veniva dal suo essere stato direttore di Combat e autore de Lo straniero. Sartre aveva detto che Lo straniero era una sintesi tra un eroe di Kafka e uno di Hemingway. Lui, Camus, viveva della sua gloria in un modo insolente che spazientiva talvolta quelli che ignoravano come quel trionfo letterario fosse spesso interrotto dalle frequenti crisi di tubercolosi. Durante la sua convalescenza esprimeva ogni volta una vittoria su una fine possibile. Lo vidi una volta dopo che i medici gli avevano proibito l’esposizione al sole. Ero abbattuto ma lui, invece, non lasciava trasparire niente. Credo che fosse anche lui abbattuto. Gli avevo recitato le prime linee di Nozzepensando che non avrebbe mai accettato di vivere nell’ombra. Mi disse che aveva ancora fiducia. Sempre appagato, sempre minacciato. Poteva contare su questa famosa “forza oscura” di cui si trova definizione ne Il rovescio e il diritto, la sua opera prima, così come ne Il primo uomo, il suo libro postumo e incompiuto. Questa fiducia nella forza che lo sosteneva, a lui e a nessun altro, non appartiene all’ottimismo della fede. È un mistero che non c’entra niente con Dio. N lui il famoso Discorso di Stoccolma pronunciato nel 1957. Con il poeta Francis Ponge, si lascia andare a riflessioni più umane. «In un mondo in cui ci sono così tante cose illusorie, ci si può appoggiare solo sugli uomini». Insieme discutono di politica. Ponge — cui Camus dà del lei — aderisce all’ideale marxista rivoluzionario. Una chiesa, una religione, secondo Camus. «Quel che è convinzione religiosa per un cattolico diventa convinzione politica nel suo caso. Non credo al mondo politico che lei spera. Dunque sono nel mezzo del cammino, meno felice di lei, armato solo della mia buona volontà e dal forte desiderio di non barare». La rottura con Sartre riaffiora spesso nelle riflessioni sull’amicizia che è, secondo una citazione di André Gide, «nutrimento esistenziale». Non mancano le allusioni al filosofo che teorizza la violenza rivoluzionaria, «censore che si accomoda sempre nel senso della Storia». Il filosofo dedicherà a Camus un bellissimo testo su come le amicizie possano interrompersi, senza mai finire. «Avevamo avuto un disaccordo: ma un disaccordo non è nulla, solo un altro modo di vivere insieme. Non ho mai smesso di pensare a lui, di sentire il suo sguardo sulle pagine del libro, sul giornale che leggeva, e di pensare: Cosa ne dice? Cosa ne dice in questo momento?». Un’appassionata inimicizia tra due uomini in rivolta. © RIPRODUZIONE RISERVATA © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 ■ 33 ‘‘ a Francis Ponge 30 AGOSTO 1943 (...) I miei rapporti profondi con i cattolici? Diavolo! (Se così si può dire). Spero che non si tratti di un interrogatorio di ortodossia. In sintesi, ecco: ho amici cattolici, e provo simpatia per coloro che lo sono davvero. Sento che, in fondo, ci interessiamo alle stesse cose. Dal loro punto di vista, la soluzione è evidente Non lo è per me. Ma quel che ci interessa, a loro come a me, è l’essenziale. Non sono così vecchio per pensare che la mia posizione sia definitiva È così che i miei amici cattolici pensano che mi avvicino a loro. In verità, è da qui che mi allontano a Louis Guilloux 12 SETTEMBRE 1946 Mi sento colpevole, ma le cose non vanno bene per me. Sono tornato dall’America con l’unico desiderio di rimettermi al lavoro. Ho lasciato Parigi per la Loira e ho lavorato come un forzato per un mese In fin dei conti, ho finito La Peste Ma mi sono fatto l’idea che sia un libro totalmente mancato, ho peccato d’ambizione e questo fallimento mi pesa Lo tengo nel mio cassetto, come qualcosa di un po’ schifoso. (...) a Roger Martin du Gard 20 NOVEMBRE 1957 RICORDI Sopra, la copia de La Gaia Scienza di Nietzsche che Camus aveva con sé anche il giorno in cui morì in un incidente d’auto (4 gennaio 1960): non se ne separava mai A seguire, una rara lettera di Camus a Sartre e un’altra a Malraux In basso, una copia de La caduta dedicata dall’autore a René Char I documenti sono tratti dal catalogo della mostra Albert Camus de Tipasa à Lourmarin a cura di Hervé e Eva Valentin A destra un ritratto dello scrittore Nell’altra pagina, Albert Camus (accovacciato al centro) con un gruppo di amici nel 1944: tra gli altri Lacan (il primo da sinistra in piedi), Picasso (al centro) e Sartre (il primo in basso a sinistra) Caro amico, era anche mia intenzione accettare, con il viaggio a Stoccolma, tutti gli obblighi previsti. Non sono particolarmente dotato per questo tipo di cerimonie ma mi sembra che occorra tentare di giocare lealmente il gioco Del resto, il regista e l’attore che sono in me si divertiranno di uno spettacolo che, mi dicono, sia impressionante (...) Mi sento disorientato e stanco, e vorrei poter accogliere più generosamente questo “favore” del destino, di cui per ora sento solo il peso. Sono felice e fiero di essere suo contemporaneo © Gallimard 2013 © RIPRODUZIONE RISERVATA Repubblica Nazionale DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 LA DOMENICA ■ 34 Spettacoli Nightmare Il regista dei mostri infantili racconta il suo ultimo film È un doveroso omaggio alla pittrice Margaret Keane la cui incredibile storia non ha proprio nulla di kitsch IL REGISTA Sotto, il regista Tim Burton Nell’altra pagina, in alto a destra, con l’ex compagna Lisa Marie e il loro chihuahua fotografati accanto al ritratto realizzato da Margaret Keane Tim Burton MARIO SERENELLINI H MONTREAL anno avuto la stessa infanzia, solitaria, schiva, leopardiana. E le loro opere ci guardano con gli stessi occhi, smisurati e infelici. Lei, spuntata in un Sud incupito da schiavitù e Ku Klux Klan, già negli anni ’50 aveva cominciato a invadere ogni angolo d’America con quei suoi ritratti di bimbi dagli occhi grandi e tristi. Lui, nato parecchio tempo dopo nella monotona provincia hollywoodiana, fin da bambino si era fatto affascinare da quei dipinti di piccoli freaks. E fu così che Margaret Keane, la pittrice dei figli di nessuno dallo sguardo di bambola, diventò la musa ispiratrice di Tim Burton, il regista dei mostri infantili. A lei e alla sua storia ha deciso di dedicare un film. Lo ha appena finito di girare in Canada, dove lo abbiamo incontrato. E non poteva che chiamarsi così, Big Eyes. Margaret Keane oggi ha ottantasei anni, e solo ora ha trovato nella luce delle Hawaii la tranquillità, dopo una vita tormentata e frustrata, persino artisticamente espropriata. Da un marito, Walter, che per anni l’aveva ridotta a catena di montaggio del proprio business miliardario, piazzando ovunque, nei supermarket e nelle stazioni di servizio, oltre che in musei e collezioni private, i quadri daleieseguiti a getto continuo e su cui lui si limitava a mettere la propria firma. Costringendola al silenzio sui loro segreti aziandal-coniugali con minacce pesantissime. Che Tim Burton avrebbe voluto fare un film sulla sua fonte d’ispirazione non è un mistero. Lo annunciò sin dagli anni ’90, quando il regista di Edward mani di forbice andò a Sebasto- La mia musa è una bimba dagli occhi grandi Repubblica Nazionale DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 LA DOMENICA ■ 42 I sapori Dell’altro mondo Dal Brasile alla Guyana passando per il Perù. È qui, tra “cocona” e “camu camu” , l’ultima frontiera dei grandi chef che amano l’innovazione. E l’ecosostenibilità LICIA GRANELLO “I LIMA l vecchio Antonio José Bolivar sapeva leggere, ma non scrivere. Era arrivato in Amazzonia con l’acerba irruenza del ventenne: senza rispetto, senza chiedere permesso. L’Amazzonia gli aveva sbattuto la porta in faccia, vanificando ogni suo tentativo di coltivare, disboscare, dominare, e portando via la sua donna, il suo impalpabile velo d’amore, con un soffio leggero di malaria”. Nessuno come Luis Sepulveda ha saputo raccontare la terrificante magìa della foresta equatoriale più grande del pianeta, 7 milioni di kmq suddivisi tra Brasile (in primis), Colombia, Perù, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Suriname e Guyana, e migliaia di varietà di animali, fiori, alberi, ben lontani dall’essere censiti in modo definitivo. Un ecosistema straordinariamente affascinante anche dal punto di vista gastronomico, tanto che negli ultimi anni i più grandi cuochi del mondo si sono spinti fin qua per scoprire, studiare, sperimentare in presa diretta i sapori originali e indimenticabili nascosti nell’Eden verde che circonda gli oltre seimila chilometri del Rio delle Amazzoni. A mezzo millennio abbondante dalla scoperta dell’America, acquisite come nostri i tesori alimentari di allora — pomodori, cacao, patate, fagioli, peperoni, mais — siamo pronti per quella che Ferran Adrià ha già battezzato «la nuova rivoluzione gastronomica». Il super cuoco catalano, infatti, ha appena lanciato il progetto “Perù sabe” insieme al collega Gastón Acurio, padre della ga- Ceviche Pesce crudo marinato nel limone, peperoncino, coriandolo e tomatillo Tutto il Bio delle Amazzoni stronomia sociale peruviana: l’idea è quella di mandare in passerella gioielli botanici come la cocona (una via di mezzo tra pomodoro e limone, magnifico nelle marinature del pesce) o il cupuaçu (fratello aromatico del cacao), da usare anche come mezzo di promozione sociale e sviluppo sostenibile. Alimenti non solo buonissimi, ma anche sorprendentemente terapeutici, come nel caso del camu camu, bacca asprigna e aromatica dalle eccezionali capacità anti-mutagene, sotto la lente d’ingrandimento degli scienziati. Così, via libera ai congressi locali, protagonisti i migliori cuochi latinoamericani a confrontarsi con il resto del mondo (la manifestazione di Lima, “Mistura”, si chiude a metà mese, mentre l’appuntamento con “Mesa Brazil” è in programma a San Paolo a inizio novembre), e poi la classifica dei “50 Best” interamente dedicata agli chef del continente — primo Astrid y Gastón, seguito dal D. O. M di Alex Atala — e la cena-evento Gelinaz, con una ventina tra i migliori cuochi del mondo a reinventare la ricetta del polpo al cilindro di Acurio. Se avete a cuore la differenza tra un frutto appena colto e il suo povero surrogato, spedito a diecimila chilometri di distanza con una nave-frigo, sappiate che il turismo amazzonico è in pieno sviluppo, tra crociere sul Rio delle Amazzoni e soggiorni in parchi eco-paradisiaci come il Pacaya Samiria. Dopo una giornata di esplorazioni cibarie, vi resterà da scoprire solo la differenza tra Pisco Sour e Caipirinha. © RIPRODUZIONE RISERVATA La scoperta del Sudamerica Repubblica Nazionale DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 ■ 43 Gli indirizzi TORINO MERCATO PORTA PALAZZO Piazza della Repubblica Aperto la mattina, sabato tutto il giorno, domenica chiuso MILANO MERCATO COPERTO Piazza XXIV Maggio Aperto mattina e pomeriggio, domenica chiuso GENOVA MERCATO ORIENTALE Piazza Colombo Aperto mattina e pomeriggio, domenica chiuso BOLOGNA MERCATO LATINO Via San Felice 11 Aperto mattina e pomeriggio, domenica chiuso FIRENZE MERCATO CENTRALE Via dell’Ariento Aperto la mattina, sabato tutto il giorno, domenica chiuso ROMA NUOVO MERCATO ESQUILINO Via Giolitti Aperto tutte le mattine fino alle 14 SALERNO MERCATO DI VIA LIMONGELLI Parco del Mercatello Aperto mattina e pomeriggio BARI MERCATO ORTOFRUTTICOLO Via Caracciolo Aperto tutte le mattine, domenica chiuso PALERMO MERCATO IL CAPO Porta Carini Aperto tutte le mattine, domenica chiuso CAGLIARI MERCATO DI SAN BENEDETTO Via Cocco Ortu Aperto tutte le mattine, domenica chiuso Insalata di chonta Cassava Dal tubero con quasi diecimila anni di storia alimentare, si estraggono la salsa tucupi e una farina, detta manioca, per dolci e minestre d’infanzia A tavola La dispensa del pianeta ALEX ATALA * Jambu La Acmella oleracea ha foglie simili al crescione e proprietà anestetiche, indicate per smorzare in bocca la piccantezza del peperoncino Tambaqui Lungo oltre un metro per 30 kg di peso, pur vivendo libero nelle acque di Orinoco e Rio delle Amazzoni è tra le specie più adatte alla piscicoltura Guaranà Colore rosso-arancio è il re degli energizzanti naturali Sacro alla tribù dei Guaraní, ricco di un alcaloide simile alla caffeina, ma a lento rilascio Camu camu Alta concentrazione di vitamina C e gusto esoticamente acidulo: il frutto figlio delle piogge alluvionali è usato per succhi, torte e confetture artiamo da un concetto: la relazione tra uomini e cibo deve cambiare. E l’Amazzonia, con i suoi confini naturali, che coinvolgono tanti paesi del Sudamerica, è uno straordinario campo d’intervento per strutturare i territori a partire da biodiversità, gastrodiversità e sociodiversità, per garantire cibo buono e sostenibile. Come cuoco so che la materia prima è importante quanto la mise en place: per questo al D. O. M, il mio ristorante, nel centro di San Paolo, abbiamo scelto di lavorare i prodotti dell’Amazzonia. Da qui è nata la fondazione Atá (fuoco, in lingua nativa) animata da antropologi, ambientalisti, scienziati, uniti in un emozionante percorso interdisciplinare. Una scelta etica e lavorativa che affida le decisioni a noi chef, liberi di rifornirci presso supermercati, distributori, discount oppure da allevatori, artigiani, agricoltori biologici. E sono proprio queste scelte a portare cambiamenti piccoli ma profondi specialmente per “cuochi urbani” come me, di rado a contatto con la natura. Troppo a lungo abbiamo chiuso gli occhi sulla decadenza dell’ambiente: ora dobbiamo ripensare il rapporto col cibo, mettere a fuoco la necessità di non sprecarlo. L’Amazzonia è la più grande dispensa del mondo ed è il polmone della terra. Abbiamo sempre preso e mai restituito: è giunta l’ora di invertire la tendenza. Stiamo recuperando le aree degradate, trasformando i deserti verdi delle coltivazioni per gli allevamenti massivi in aree ricche di piante native che significa fiori, api, maiali allo stato brado. Dobbiamo cominciare a ridurre i consumi di carne e a considerare gli insetti come cibo, a tutti gli effetti. Si tratta di passaggi complessi ma necessari. E sarà l’Amazzonia il simbolo della rinascita di Madre Terra. * Numero 6 nella classifica mondiale 50 Best chef, guida il ristorante D. O. M. di San Paolo P © RIPRODUZIONE RISERVATA Dal frutto della palma il cuore tenero e nutriente da affettare con anelli di cipolla cruda Per condire: limone, sale, pepe e olio Timbuche Bollitura del pesce bocachico, dalle carni rosate, insieme a peperoncino dolce e aglio Prima di spegnere, foglie di coriandolo e farina di yucca Juane Riso (oppure yucca, chonta o fagioli) bollito, uova strapazzate e carne di gallina, tutto avvolto in foglie di bijao, accompagnato da succo di fichi Tacacá In una pentola, aglio, cicoria, sale e tucupi a fuoco lento, nell’altra pentola foglie di berro da sbollentare Farina di yucca e gamberi disidratati Champús guanábana In acqua e zucchero mela cotogna, ananas, mela, cannella e chiodi di garofano A fuoco spento, pezzi di guanábana, farina di mais e limone LA RICETTA Pedro Miguel Schiaffino guida a Lima la cucina di uno dei migliori ristoranti, il “Malabar”, e del bistrò “ámaZ”, dove lavora alimenti amazzonici come il cupuaçu, ovvero il theobroma grandiflorum: di polpa bianca ha un gusto tra cioccolato, pera, ananas Ingredienti per 4 persone 250 g. di latte intero 4 tuorli d’uovo 100 g. di zucchero 100 g. di panna montata 600 g. di cupuaçu 50 g. di castagne tostate a pezzetti 30 g. di cioccolato a pezzetti Montare i tuorli con lo zucchero e aggiungere il latte caldo Far addensare il composto a fuoco lento, senza mai arrivare a bollitura e lasciare raffreddare Frullare la polpa di cupuaçu e mescolare alla crema Incorporare la panna con movimenti dal basso verso l’alto, perché non si smonti Aggiungere le castagne e il cioccolato Prendere degli stampini in silicone, riempirli con la miscela e mettere in freezer Quindi estrarre le cassatine dagli stampini e lasciarle riposare a temperatura ambiente un quarto d’ora prima di servire ✃ Cassata de cupuaçu Repubblica Nazionale LA DOMENICA DOMENICA 15 SETTEMBRE 2013 ■ 44 L’incontro Figlie d’arte Dalla vita aveva avuto tutto: un papà famoso, una carriera tracciata, il successo. Ma finì dritta all’inferno: eroina, crack e poi ancora un calvario di malattie. Ora, a sessantatré anni più bella che mai, si sente rinata: “Quando ne sono venuta finalmente fuori mi sono accorta che mi era rimasta soltanto la voce Dio ha voluto essere clemente con me” Natalie Cole ezzogiorno. La hall dell’albergo è un viavai di congressisti in pausa caffè. Quando lei emerge da uno degli ascensori, il vociare diventa brusio, poi silenzio. Infine un passaparola mormorato: «Chi è?». Natalie Cole, cantante di stirpe reale, non passa inosservata. È ancora bellissima a sessantatré anni. Alta, magra, coperta da un peplo turchese che Fidia non avrebbe saputo drappeggiare meglio; splendidi turchesi naturali ai lobi, al collo, ai polsi; le unghie laccate di turchese, anche quelle dei piedi che spuntano dal sandalo silver. La regina nubiana si fa largo tra cartelle e grisaglie, si accomoda nel primo salottino, uno spacco vertiginoso scopre la gamba da miss. Nulla che faccia indovinare le antiche battaglie con le droghe, gli anni dello sbandamento e della dipendenza, quelli dolorosi della riabilitazione, l’inferno degli ultimi anni, la malattia (prima una grave forma di epatite C, poi un’insufficienza renale cronica), la dialisi, la morte di sua sorella e di sua madre, infine, nel 2009, il trapianto di rene. «Quando la intervistai, pochi mesi prima dell’intervento, fummo inondati da email di persone che le offrivano un organo sano», racconta Larry King della Cnn. Erano i suoi fan, quelli che la adorano dai tempi di Pink Cadillac, la canzone di Springsteen che nel 1987 la riportò al successo dopo il buio della tossicodipendenza, e che non hanno dimenticato Unforgettable, un duetto virtuale con la voce di suo padre che nel 1991 fu il disco dell’anno. «La mia seconda grande occasione», ammette ‘‘ Natalie pubblicò il suo disco d’esordio, nel 1975. La mamma non approvava, e di più la preoccupava il fatto che gli idoli di sua figlia erano i rocker maledetti, Janis Joplin soprattutto, e i rivoluzionari delle Black Panthers. «Fece il diavolo a quattro quando le dissi che volevo fare seriamente la cantante. Alla fine si arrese: se proprio vuoi farlo cerca di circondarti di gente come si deve, questo mondo è pieno di sciacalli. Aveva patito le pene dell’inferno con papà. Quando s’incontrarono lui non era ancora veramente famoso e la vita non era facile per un cantante di colore, soprattutto se — come Nat King Cole — non era confinato nella cosiddetta race music che piaceva solo ai neri; la metà dell’audience di mio padre era bianca. Io stessa ho dovuto affrontare pregiudizi razziali all’inizio della carriera, immagini come doveva essere trent’anni prima. A volte, durante le tournée nel Sud, lui e la mamma dovevano dormire in macchi- Il mio primo idolo fu Elvis Presley, mi portavo a letto le sue foto Ancora oggi sotto l’abito da sera batte un cuore rock FOTO GETTY IMAGES M ZURIGO l’artista. «A dire il vero nessuno si aspettava un successo del genere da quell’album in piena esplosione hip hop, neanche i discografici e i produttori. Pensavamo di fare un disco per i nostalgici di Nat King Cole e gli amanti del jazz». Quest’anno si è riavvicinata a papà pubblicando Natalie Cole en Español (un altro duetto virtuale, Acércate más, oltre alle performance con Juan Luis Guerra e Andrea Bocelli), un album che replica il fortunato exploit latino di suo padre (Cole Español, 1958), morto prematuramente di cancro nel 1965. «Avevo otto anni, ricordo quando papà partì per l’Avana, sfortunatamente non mi portò con sé, Cuba all’epoca era considerata un’isola peccaminosa: gioco d’azzardo, bordelli. Però andai con lui in Messico, rimasi travolta dai colori, dal calore della gente. Fu accolto come un re, non mi ero mai resa conto di avere un divo in casa; mia madre era molto severa, non voleva che io e mia sorella venissimo travolte da un mondo che lei considerava… pericoloso». Riaffiorano i ricordi di quegli anni in cui Nat King Cole, il primo cantante di colore a conquistare le classifiche dei bianchi e ad avere uno show radiofonico e televisivo tutto suo, tornava a casa dalle lunghe tournée e riuniva quello che chiamava «il mio piccolo harem» (la seconda moglie, Maria Ellington — nessuna parentela col Duca sebbene avesse cantato nell’orchestra — e due figlie) per i racconti di rito. «Non sempre i gusti musicali dei miei coincidevano», ricorda. «Mamma era più attratta dalle grandi orchestre, adorava Jackie Gleason; papà invitava da noi le dive del jazz, come Dinah Washington e Carmen McRae, che erano spesso in giro per casa. Piacevano anche a me, ovviamente, ma a un certo punto ebbi l’inevitabile periodo di ribellione adolescenziale; tutta colpa del rock’n’roll e della Motown. Il mio primo idolo fu Elvis Presley, dormivo con le sue fotografie sotto il cuscino. Poi fu la volta di Sam Cooke e Jackie Wilson, Little Richard e James Brown. E subito dopo le Supremes, Marvin Gaye, Martha Reeves and the Vandellas, Stevie Wonder. Quando l’America fu travolta dalla British invasion, presi la grande decisione: voglio fare la cantante rock! A volte tenevo segreti i mie gusti musicali per paura di offendere papà. Che sorpresa quella sera che tornò a casa con un album dei Beatles in mano. Piacevano anche a lui!». Nat era morto da dieci anni quando na perché non c’erano alberghi disposti ad accoglierli. Non era politicamente impegnato ma comunque molto intransigente. Non permetteva a nessuno di interferire sul suo repertorio e andava su tutte le furie quando obiettavano che le canzoni che sceglieva erano troppo “bianche”. Memore di queste difficoltà, mia madre prese in mano la situazione e mi affidò a un’agenzia di spettacolo di cui si fidava ciecamente. Ma i problemi razziali ancora c’erano; anche negli anni Settanta mi è capitato di essere allontanata da qualche ristorante perché ero nera. Praticamente l’altro ieri». Per anni ha esitato a raccontare i lati più oscuri della sua storia. Si sentiva in colpa. Fortunata, viziata, aveva avuto la sua grande occasione come artista, aveva un figlio: perché era finita così in basso? Difficile immaginarla alla deriva, costretta a bussare alle porte degli spacciatori di Los Angeles per implorare una dose di crack o di eroina, incapace di guidare e soprattutto di badare alla sua creatura (Robert per poco non affogò nella piscina della villa mentre lei era in preda a uno dei suoi trip). «Per quanti sforzi una famiglia come la mia potesse fare per sembrare “normale” la realtà era un’altra», riflette oggi. «Ho avuto da bambina l’attenzione di cui avevo bisogno? No. I miei raramente c’erano quando li avrei voluti accanto. Sono cresciuta con le governanti. Mamma era una moglie gelosa — e diamine! ne aveva ben donde — e seguiva mio padre in tour più che poteva. Le occasioni di stare tutti insieme erano poche. Una cena normale era un avvenimento per noi». Le cose precipitarono, Natalie era fuori controllo al punto che la povera Maria Cole fu costretta a rivolgersi al tribunale di Los Angeles per chiedere l’interdizione della figlia ormai «incapace di badare a se stessa e al bambino». Fu uno shock quando il Los Angeles Times pubblicò la notizia, ma il putiferio che generò convinse Natalie a entrare in un centro di riabilitazione. È l’unico momento dell’intervista in cui la regina nubiana tradisce un’emozione profonda; la voce è impercettibile, infantile, le mani tremano: «Se finisci schiava della droga, è lei la tua padrona, non hai né la voglia né la possibilità di reagire. Paura di morire? Neanche ti sfiora. Quel che più mi divorava era il senso di colpa per aver deluso tutti, mia madre, mia sorella, tutti coloro che avevano creduto in me e avevano investito tempo e denaro sulla mia carriera. Quando ne venni fuori fu come ricominciare daccapo, un nuovo esordio. Fortunatamente la voce c’era ancora, le droghe l’avevano miracolosamente risparmiata. Le cose sarebbero potute andare molto peggio, Dio è stato clemente». Ma un corpo messo a dura prova dagli abusi prima o poi presenta il conto. Per Natalie il calvario è iniziato dieci anni fa. «Ci vuole tanta forza a superare la malattia, soprattutto se arriva all’improvviso. Quando stavo entrando in sala operatoria pensavo, cosa farò se ne esco viva? Mi farò monaca? Diventerò un’eremita in cima alla montagna? Ho continuato semplicemente a vivere, solo mi voglio un po’ più bene e voglio un po’ più bene agli altri. Forse rido un po’ più forte adesso, forse canto con più emotività. Nei momenti di down ripenso ai giorni trascorsi con mio padre, è lo psicofarmaco migliore che abbia mai sperimentato. Dieci anni fa, in uno di quei giorni in cui mi chiedevo se valesse la pena fare un altro disco e tornare sul palcoscenico, mi è venuto in mente quel viaggio in Messico; era la prima volta che uscivo dagli Stati Uniti e prima di allora non c’erano state tante occasioni di stare vicini a lungo. Ho ritrovato le foto ingiallite di quei giorni a Mexico City, io con un divertente vestitino da señorita. Il mio disco latino è un omaggio a lui. E alla ragazza di El Salvador che col suo rene mi ha salvato la vita». La hall si è svuotata, i congressisti ora sono a pranzo. Lo chauffeur viene a informarla che è pronto per condurla alle prove. Che canterà stasera? Le canzoni di papà? «Non solo. Non mi sottovaluti, sotto l’abito da sera batte ancora un cuore rock». © RIPRODUZIONE RISERVATA ‘‘ GIUSEPPE VIDETTI Repubblica Nazionale