Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 1 questo libro è dedicato alla memoria di ANGELO FINETTI Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 2 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 3 ISTITUTO REGIONALE PER GLI STUDI STORICI DEL MOLISE «V. CUOCO» I BENI CULTURALI NEL MOLISE Il Medioevo Atti del Convegno (Campobasso – 18-20 novembre 1999) a cura di Gianfranco De Benedittis CAMPOBASSO 2004 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 4 Curatore dell’editing: Gianfranco De Benedittis Segreteria organizzativa: Ivana Cima, Silvana Maglione, Amodio Vairano, Fabio Mastropietro. Referenze fotografiche: tutte le fotografie sono degli autori ad esclusione di quelle relative alle monete delle necropoli di Vicenne e Morrione realizzate da Vito Epifani e Sergio D’Amico della Soprintendenza Archeologica del Molise. I disegni del contributo di Helen Patterson sono di Sally Cann. L’immagine in copertina è presa dal Regesto di Sant’Angelo in Formis, edizione in facsimile, Casa M. D’Auria Ed., Napoli 2002. La miniatura rappresenta Ugo I , conte di Molise, nell’atto di donare la chiesa di S. Benedetto in “dalfiana” a Saffo, abate di S. Angelo in Formis. La riproduzione di questo libro o di parte di esso e la sua diffusione in qualsiasi forma sono possibili, ma solo a seguito di concessione da parte dell’Istituto Regionale per gli Studi Storici del Molise “V. Cuoco”, via Mazzini, 154, 86100 CAMPOBASSO. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 5 PRESENTAZIONE Probabilmente, quando s'incominciarono a definire gli aspetti organizzativi del Convegno I Beni Culturali nel Molise: Il Medioevo, neanche noi c’eravamo resi conto dell'importanza che esso avrebbe avuto per la ricostruzione del patrimonio storico della nostra Regione. Quando si diede il via all'iniziativa, nell'ormai lontano 1999, le difficoltà che si dovettero affrontare furono tali e tante per cui non avemmo certo il tempo di capirne a pieno il valore per la ricerca storica. Oggi che gli Atti del Convegno sono ormai organicamente trasformati in questo ponderoso volume, credo appaia a tutti evidente che esso è una pietra miliare per la conoscenza del Medioevo molisano e, qualunque sarà la sorte riservata all'Istituto Regionale per gli Studi Storici del Molise “V. Cuoco”, rappresenta una delle testimonianze più valide del ruolo del nostro Istituto per la crescita culturale della nostra Regione. In questi tempi di omologazione ed appiattimento generalizzato più che mai si ha un bisogno urgente di una conoscenza vera, approfondita del passato per poter affrontare il futuro; regioni piccole come la nostra ne hanno un urgente bisogno; non c’è progresso per un territorio se non c’è conoscenza del suo passato. Oggi si sente spesso negli ambienti politici la necessità di recuperare quanto più è possibile nel settore turistico quell’occupazione, soprattutto giovanile, nelle regioni ad economia più debole, come il Molise; ebbene tutto ciò può avvenire se si punta sulle peculiarità del territorio dando largo spazio al turismo colto, al turista che vuole altro dalle spiagge di massa; questo però non può avvenire se non con una scientifica conoscenza di quanto un territorio offre: chi cerca conoscenza non cerca favole, ma certezze. Questo libro non è certo esaustivo; occorrerebbero tanti altri volumi come questo, ma certo offre a chi s’interessa dei Beni Culturali del Molise un quadro ampio sul medioevo della nostra Regione. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 6 Il Convegno è stato anche l’occasione per verificare l’efficienza organizzativa dell’Istituto: nonostante il gravoso impegno ed un personale numericamente inferiore alle necessità, il risultato che può essere materialmente verificato attraverso questo libro ne sta a dimostrare non solo l’efficienza e la professionalità, ma anche il grande attaccamento all’Istituto. Dott. Antonio Di Maria Commissario dell’Istituto Regionale per gli Studi Storici del Molise “V. Cuoco” Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 7 INTRODUZIONE Questo lavoro, complesso, duro e, ora che ne siamo al termine, gratificante, s'inserisce in un preciso progetto che ha contraddistinto l'attività dell'Istituto Regionale per gli Studi Storici del Molise “V. Cuoco” sin dalla presidenza del prof. Paone caratterizzata dalla volontà di far emergere le fonti. Dopo l’esperienza del primo volume di questa collana dedicata al Medioevo, San Vincenzo al Volturno: dal Chronicon alla Storia, ci siamo resi conto che, per capire a pieno i grandi poli della storia, come il monastero di San Vincenzo al Volturno, occorre allargare la ricerca alla regione in cui essi ricadono, esaminando tutti i mutamenti storici che ne hanno plasmato il territorio. È questo il principio all’origine di questo volume e da questo punto di partenza deriva la scelta di realizzare un incontro interdisciplinare anche al fine di superare quel sottile diaframma, spesso dettato solo da fattori formali, che non permette di usufruire a pieno dei contributi che possono derivare dalla conoscenza dei risultati ricavabili dalle ricerche degli altri settori. Da qui l'impostazione del nostro convegno che vuole proporsi come tessuto di base, sicuramente non esaustivo, ma formalmente propositivo, caratterizzato da un dialogo a 360 gradi tra i vari settori disciplinari. Certamente il peso delle singole discipline può apparire squilibrato: le ricerche in alcune branche sono maggiori e propongono risultati più avanzati, ma questa è la ricerca. Ciò nonostante, la valutazione della loro consistenza rappresenta certamente un metro per individuare le linee di programma per le future ricerche. Comunque sarà giudicato, questo volume rappresenta un primo modello per quanti riterranno positivo il nostro intento di richiamare all'interno delle singole discipline saperi e competenze diversificate a partire dagli storici delle fonti scritte. Gianfranco De Benedittis Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 8 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 9 SEZIONE STORICA Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 10 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 11 IL MOLISE NELL’ALTO MEDIOEVO Jean-Marie Martin CNRS - École Française de Rome La parola “Molise”, che oggi designa la regione costituita dalle due province di Campobasso e di Isernia, è, come si sa, di origine normanna: Moulins-laMarche (arrondissement di Mortagne-au-Perche, departement dell’Orne) è il luogo di origine della famiglia normanna che, nel secolo XI, conquistò la contea longobarda di Bojano e altre contee minori. Il Molise dunque non esisteva in quanto tale nel periodo del quale parliamo. Nell’Antichità, apparteneva alla regione sannitica, che però era più ampia e che costituì una provincia durante la Tarda Antichità. Certo il Molise presenta caratteri fisici specifici: si tratta di una zona di montagna e di colline, con un tratto breve del litorale adriatico intorno a Termoli. Si contraddistingue bene dalla regione, pure sannitica ma meno accidentata, di Benevento a sud come dall’Abruzzo a nord. È proprio durante l’alto Medioevo che la regione cominciò ad individuarsi. In primo luogo, l’odierno Molise fu – in condizioni praticamente ignote – conquistato dai Longobardi beneventani, mentre l’Abruzzo lo era da quelli di Spoleto. Ora i due ducati, autonomi rispetto al re di Pavia e talvolta alleati fra loro nelle loro imprese contro le zone rimaste imperiali, erano tuttavia assai diversi. Infatti il ducato di Benevento, lontano dal regno vero e proprio alcune centinaia di chilometri, in realtà era quasi indipendente: solo la persona del duca lo ricollegava con il regno; ma tutto il fisco era ducale e il re non godeva il minimo reddito nel territorio del ducato. Tale differenza si accentuò dopo la conquista carolingia, che integrò il ducato di Spoleto (incluso l’Abruzzo) al regno italico mentre il duca di Benevento proclamava l’indipendenza del suo ducato, assumendo nel 774 il titolo principesco. È da notare in proposito che, nel precetto del 5 maggio 964 con il quale Paldolfo I Capodiferro concesse la contea di Isernia al conte Landolfo1, quando si descrivono i confini della contea, nella parte settentrionale sono segnalate due colonne marmoree erette sul confine ex antiquitus: supponiamo che sono state erette alla fine del secolo VIII o all’inizio del IX proprio sul confine fra regno italico e principato beneventano. Certo questo confine 1. IS VI, cc. 393-394. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 12 20.00 Pagina 12 I Beni Culturali nel Molise non era intangibile: all’inizio del secolo XI, la contea beneventana di Termoli era sottomessa ai conti abruzzesi di Chieti2; all’invece, durante lo stesso secolo, Normanni talvolta insediati nel Molise - quali i conti di Loritello (Rotello) - conquistarono l’Abruzzo, che tuttavia conservò durante tutta l’età normanna una grande originalità rispetto alle altre regioni del regno di Sicilia. La creazione di un secondo confine politico contribuisce a dare un’identità al futuro Molise. All’inizio del secolo XI, il catepano Basilio Boioannes edifica la serie di città di confine della Capitanata, portando sul fiume Fortore il limite fra principato beneventano e catepanato bizantino d’Italia. Infine, con la decentralizzazione del potere principesco sin dalla seconda metà del secolo X, le contee che costituiranno il futuro Molise si emancipano: torneremo sull’argomento. Comunque, non sorpasseremo il periodo della conquista normanna. Le fonti. Le fonti per la storia della regione molisana nell’alto Medioevo non sono abbondanti; in particolare, oltre alla letteratura storica (Paolo Diacono ed Erchemperto in primo luogo), le serie di documenti d’archivio sono scarse. La prima è fornita dal Chronicon Vulturnense. S. Vincenzo infatti è l’unico monastero importante che sia sito in territorio molisano; è inoltre la fondazione monastica più antica (chiaramente anteriore al ripristino di Montecassino) del ducato beneventano. Gli studi recenti - e in particolare le ultime campagne di scavi diretti da Richard Hodges e John Mitchell3 - hanno provato l’eccezionale importanza e ricchezza del monastero prima della distruzione dell’881; già si conosceva, per il periodo successivo, il suo ruolo di promotore dell’incastellamento nella sua terra durante i secoli X e XI4. A dire il vero, gli studi recenti hanno innanzi tutto evidenziato i limiti della documentazione fornita dal Chronicon Vulturnense, e dunque del suo sfruttamento. Il cartulario contiene, sopratutto per i secoli VIII e IX, numerosi documenti falsi o falsificati; inoltre le trascrizioni fatte dal compilatore sono incomplete: per esempio, le sottoscrizioni mancano; si aggiunga ancora che l’edizione di Vincenzo Federici, certo servibile, è però tutt’altro che soddisfacente. Più profondamente, i documenti trascritti nel Chronicon Vulturnense sono poco precisi sul patrimonio e la gestione dell’abbazia durante i secoli VIII e IX; quanto ai livelli dei secoli X e XI, che hanno fornito a Mario Del Treppo il primissimo esempio di incastellamento, Chris Wickham ha in seguito dimostrato, alla luce dell’archeologia, come la politica di incastellamento dell’abbazia fosse molto più sfumata di quanto si poteva credere secondo i documenti del Chronicon. 2.MARTIN J.-M., La Pouille…, p. 77; FELLER L., Les Abruzzes médiévales…, p. 617. 3. Cfr. San Vincenzo al Volturno…; DELOGU P.- DE RUBEIS F. - MARAZZI F. - SENNIS A. - WICKHAM CH., San Vincenzo al Volturno…; HODGES R. - MITCHELL J., La Basilica… 4. DEL TREPPO M., La vita economica …, pp. 31-110; WICKHAM CH., The terra…, pp. 227-258. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.00 Pagina 13 13 Tuttavia, il cartulario di S. Vincenzo resta una fonte di prim’ordine per la storia del Molise, come anche per quella dell’Abruzzo. Una seconda serie documentaria, meno abbondante, ma importante, è fornita dall’archivio dell’abbazia di S. Sofia di Benevento. Il suo fondo pergamenaceo è oggi disperso fra il Museo del Sannio di Benevento, l’archivio Aldobrandini di Frascati e la Biblioteca Vaticana. Contiene, per quanto sembra, un certo numero di documenti molisani anteriori all’età normanna5; ne parlerà Vincenzo Matera. Quanto al cartulario di S. Sofia (generalmente chiamato Chronicon S. Sophiae, in quanto il volume comincia con gli Annales Beneventani), conserva copie di documenti riguardanti il Molise dal secolo VIII alla conquista normanna (e dopo); inoltre il compilatore del Chronicon S. Sophiae è molto più affidabile di quelli del Chronicon Vulturnense. L’edizione (che ho curato) permette dunque di sfruttare nuovi dati sulla storia molisana dell’alto Medioevo. La visione che presentano i documenti di S. Sofia è abbastanza diversa da quella fornita dal Chronicon Vulturnense. Infatti S. Sofia, sita proprio nella capitale del principato, è stata dotata (innanzi tutto dal principe Arechi II) di beni ubicati in diverse zone del principato beneventano, fra le quali il futuro Molise. Inoltre, il nuovo temporale che si è costituito nel secolo X era anche sito in parte nel Molise. Infine i cartulari del monastero di Tremiti, i cui possedimenti erano sparsi sul litorale adriatico da Chieti al Gargano, hanno conservato documenti riguardanti la zona litoranea del Molise, ma non prima del secolo XI. Fuori di questi cartulari, la raccolta è debolissima; i documenti di S. Cristina di Sepino non cominciano prima del 1143; Isernia ha conservato il precetto principesco già citato del 964, nonché un documento del 943 che cita il nome del primo vescovo documentato nella città e un altro del 10326. Però, grazie ai cartulari, la situazione non è pessima7. Non abbiamo cercato di sfruttare sistematicamente i documenti del fondo di Montecassino, che ebbe possedimenti nel Molise tanto durante i secoli VIII e IX quanto dopo la sua ricostruzione alla metà del secolo X, e dei quali parla d’altra parte don Faustino Avagliano. Oltre al fatto che i documenti sono numerosi e non sempre accessibili, abbiamo constatato, attraverso sondaggi fatti nei Chronica monasterii Casinensis, che tali documenti aggiungerebbero poco a quel che si può desumere dallo studio di quelli di S. Sofia; infatti, il patrimonio “molisano” di Montecassino non era molto esteso durante l’alto Medioevo, mentre nei secoli X e XI, l’abbazia si accontentò di ricevere donazioni e offerte nella regione, senza prendere una parte attiva alle novità del tempo (salvo eccezioni), come invece lo fece nella sua terra. 5. Cfr. l’Appendice in P.S.C.S., pp. 305-354. 6. IP VIII, p. 242. IS VI, c. 394-395 (1032). Sugli archivi molisani, cfr. per ultimo Sepino, pp. 3-4 e, in questo volume, il contributo di B. Figliuolo. 7. Sulla documentazione meridionale durante l’alto Medioevo, cfr. i Regesti dei documenti dell’Italia meridionale (570-899) ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 14 Pagina 14 I Beni Culturali nel Molise Fino al secolo IX. L’odierno territorio molisano comprendeva, nell’Antichità, un certo numero di città e di altri insediamenti maggiori, anche se nessuno può vantare un’importanza di primo ordine: Venafro, Isernia, Trivento, Bojano, Saepinum, Larino, Samnium. Alla fine dell’Antichità erano insediati un certo numero di vescovi: Venafro fu sede vescovile dal 496 al 5958, Isernia molto probabilmente ospitò vescovi paleocristiani9; Larino è documentata come città vescovile dalla fine del secolo V alla seconda metà del VI10; vescovi di Bojano e di Saepinum erano presenti ai concili romani del 501 e del 502; a quest’ultimo partecipava anche Marco di Samnium11. Come tutta l’Italia, e in particolare il Meridione, il territorio molisano subisce la gravissima crisi dei secoli VI e VII. Si tratta, al nostro parere, di una crisi innanzi tutto demografica, portata dalla peste del secolo VI, ma resa più grave dall’invasione longobarda, che contribuisce a distruggere l’amministrazione antica, e dunque a indebolire le città, che, nel Mezzogiorno, sono generalmente poco importanti. Però è sopratutto nelle zone di pianura, per ragioni ecologiche, che le città scompaiono definitivamente; nel territorio molisano, la maggior parte degli insediamenti maggiori sopravvivono. Certo è scomparso il sito – sconosciuto, per quanto io sappia – di Samnium; ma la situazione di Saepinum è molto più sfumata: sembra che la città fosse ancora in vita nella seconda metà del secolo VII, quando il duca di Benevento Romualdo I stanziò i Bulgari del duca Alzeco a Saepinum, Bojano e Isernia; a loro è ipoteticamente attribuita la necropoli di Vicenne, nel territorio di Campochiaro, nella quale sono stati trovati cavalieri sepolti con i cavalli. Certo Saepinum perdette la sua importanza: dipendeva dal gastaldato di Bojano; tuttavia non fu completamente abbandonata, in quanto nel 1089 è documentata per la prima volta la chiesa di S. Maria di Saepinum, offerta a S. Sofia di Benevento prima del 110112. Così si può spiegare come gli avanzi della città antica, che fino ad oggi ospitano il piccolo insediamento rurale di Altilia, sono abbastanza bene conservati. Le altre città restarono in vita, ma persero, oltre all’amministrazione municipale antica, anche i vescovi: nessuno è più documentato nella regione prima del secolo X. Il registro di Gregorio Magno fornisce qualche precisazione in proposito: la Chiesa venafrana, due chierici della quale vendevano degli arredi sacri già prima dell’agosto 591, quattro anni più tardi non esisteva più13; ma sulle altre sedi non sappiamo nulla. Inoltre nel luglio o agosto 592, l’ex iudex Samnii 8. IP VIII, p. 238 sq. 9. Ibid., p. 242 sq. 10. IP IX, pp. 173-176. 11. Ibid., pp. 199-200. Sepino, p. 9 e 11. 12. P.S.C.S., pp. 12-16. 13. Gregorii Magni Registrum epistolarum…, I, 66 (agosto 591) e VI, 11 (settembre 595). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.00 Pagina 15 15 Sisinnius vive in Sicilia senza risorse: è probabile che l’antica provincia sia scomparsa14. Si aggiunga che la crisi del secolo VI pose anche fine a un’attività specifica della regione, ben documentata dalla famosa iscrizione di Saepinum: la grande transumanza fra Abruzzo e Puglia, che non riprese prima della fine del secolo XIII15. Infine la crisi fu abbastanza profonda da sopprimere anche la documentazione: dal pontificato di Gregorio Magno alla fondazione di S. Vincenzo al Volturno, durante un secolo, non abbiamo la minima traccia documentaria della vita nella regione (le rarissime notizie scritte sul secolo VII sono fornite da Paolo Diacono). Secondo la tradizione, nel 703 Paldone, Tatone e Tasone, tre Beneventani che si erano monacati a Farfa, fondarono il monastero di S. Vincenzo presso le fonti del Volturno, circa quindici anni prima del ripristino di Montecassino ad opera di Petronace di Brescia. L’importanza rapidamente acquisita dal nuovo monastero (che reintroduceva dalla regione romana nel Mezzogiorno il monachesimo benedettino) può essere valutata da una parte tramite i documenti dei secoli VIII e IX copiati nel secolo XII nel Chronicon Vulturnense; dall’altra i recenti scavi italo-britannici hanno fra l’altro scoperto la grandissima basilica edificata nel secolo IX. Anche se limitato al monastero e ai necessari servizi, il nuovo insediamento delle fonti del Volturno era ormai un centro di ricchezza, di potere, di organizzazione del territorio. Però le notizie fornite dal Chronicon Vulturnense per questo primo e brillante periodo della vita dell’abbazia non sono precisissime. In primo luogo i compilatori del Chronicon (come, allo stesso momento, Pietro Diacono a Montecassino) hanno rimaneggiato, addirittura inventato documenti dei secoli VIII e IX, in particolare con lo scopo di fare risalire al periodo della fondazione del monastero la creazione sistematica di una signoria compatta, in realtà non anteriore alla rifondazione del monastero nel secolo X. Così, ad esempio, il più antico precetto ducale del Chronicon, quello di Gisulfo I (689706)16, che stabiliva il primo nucleo dei possessi dell’abbazia, è stato rimaneggiato. Inoltre la descrizione dei possedimenti di S. Vincenzo, il più spesso siti nell’odierna provincia di Isernia o nella regione campana vicina, è tutt’altro che precisa per una ragione fondamentale: l’organizzazione del paesaggio, l’occupazione del suolo non lo sono; la popolazione, poco importante, non sembra veramente fissata. I documenti citano territori limitati da fiumi17, la chiesa di S. Maria sul fiume 14. Ibid., II, 50. 15. Sulla transumanza antica, cfr. in particolare CORBIER M., Fiscus and patrimonium …, pp. 126131. EAD., La transhumance…, pp. 149-176. Sull’assenza della grande transumanza durante l’alto Medioevo: MARTIN J.-M., La Pouille…, pp. 378-381. 16. CV n. 9. 17. CV n. 50 (807). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 16 16 I Beni Culturali nel Molise Sesto con case in muratura, un’altra chiesa di S. Maria anch’essa fiancheggiata da edifici in muratura in località Maczano nel territorio di Venafro18, una curtis nella stessa località e un mulino sul fiume Sesto19, casalia vicino ad Alife e Telese20, la chiesa di S. Maria Oliveto21, la chiesa di S. Maria in località Campiniano nel territorio di Venafro22. Fuori dei punti fissi (case a fianco di una chiesa per esempio), si intravede tutta una popolazione di servi e ancille, o ancora di condome (capofamiglia dipendenti che occupano una casa massaricia23), probabilmente sparsi sulle stesse terre massaricie che coltivano. Quanto al paesaggio agrario, oltre a terre e vigne, è citato un castagneto24 in Patenaria (presso Vairano Patenora, comune, prov. Caserta). Le terre valorizzate o in corso di valorizzazione, probabilmente già numerose nelle zone di colline o nei dintorni delle città antiche sopravvissute (Venafro), sono sostituite da terreni incolti nelle zone più alte: è emblematica la presenza di una Silva Nigra in un sito non precisato25, come di tre vualdora (gualdi) nella zona di Vairano Patenora26. Le notizie fornite dal Chronicon S. Sophiae non sono molto diverse, anche se, imperniate sulla regione, più orientale, del futuro confine apulo-molisano, descrivono un paesaggio ancora meno umanizzato. Ma sono del tutto affidabili: il compilatore del cartulario di S. Sofia era uno studioso tanto bravo quanto scrupoloso. La più antica descrizione “molisana” che troviamo nel Chronicon S. Sophiae risale al 72427, in un precetto del duca Romualdo II che conferma a S. Sofia in Ponticello (sita vicino a Benevento, presso il piccolo ponte con il quale la via Trajana valicava l’odierno rio San Nicola) un territorio sito in località Salito, confinante con il fiume Sangro e limitato da confini naturali; nessun insediamento umano è citato; in seguito, questo territorio non è più confermato alla chiesa. Nel 74228 il duca Godescalco risiede in località Valneo, in waldo Noceto. Supponiamo che il toponimo designi lo stesso territorio che ritroviamo, qualificato gaio Noceto, nel 77429; supponiamo ancora che questo territorio fosse vicino al Saccione e alla zona di Termoli, oggetto del processo celebrato dal duca durante il suo soggiorno. Si noti in primo luogo che, nel 742, il gualdo nel quale risiede il duca è, chiaramente, una zona non coltivata, probabilmente boschiva e fungendo da riserva di caccia; se è veramente diventato gaio nel 774, ciò significa che la sua valorizzazione agricola o pastorale era allora iniziata; infatti la 18. CV n. 35 (815). 19. CV n. 37 (817). 20. CV n. 38 (ca. 800). 21. CV n. 58 (833). 22. CV n. 59 (836). 23. MARTIN J. M., La Pouille…, pp. 206-209. 24. CV n. 69 (766). 25. CV n. 36 (815). 26. CV n. 38 (ca. 800). 27. CSS II, 1. 28. CSS III, 30. 29. CSS I, 1, [5]. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 17 Il Medioevo 17 parola gaio (non correttamente letta nell’edizione ughelliana), che ha la stessa etimologia che la parola “cafaggio” adoperata più a nord, e che compare a più riprese nel Chronicon S. Sophiae, designa un territorio complessivamente incolto, ma che ospita alcune radure di dissodamento30: infatti una chiesa di S. Magno si trova nel gaio Noceto. Ma torniamo al processo del 742. Il documento è la notizia del giudizio ducale in una causa che opponeva Deusdedit, abate di un monastero (forse beneventano) di S. Giovanni, e tre gruppi di pastori che pretendevano che un tale Wadulfus e il duca Romualdo [II] avessero dato loro due casalia siti in Sapione (vicino al fiume Saccione), Monumentum e Perno (quest’ultimo ubicato a est del fiume): tale zona marittima di basse colline era ancora appena valorizzata dalla pastorizia. La zona adriatica del futuro Molise era ancora largamente incolta nel secolo IX: un documento dell’83331 cita un gualdo in Apulea ad Anglonem Maiorem, fiancheggiato da un altro gualdo (di proprietà della cattedrale di Lucera) e dal fiume Fortore; qual che fosse la sua precisa ubicazione, era molto vicino all’odierno Molise. Nell’83932 il principe Radelchi I, forse ricordandosi che lui stesso è stato tesoriere del suo predecessore prima di usurpare il titolo principesco, concede al suo proprio tesoriere, Toto f. Sindelperti, un gualdo in Canali, che pertinet de actu Silva Nigra, nonché un gualdo in Sappione (vicino al fiume Saccione), fiancheggiato dal gualdo della chiesa S. Martini in Prata (forse San Martino in Pensilis ?); aggiunge alla concessione dei servi de actu Silva Nigra; l’anno successivo, il principe concede allo stesso tesoriere un altro gualdo sito nel territorio di Larino33; il documento precisa che l’actus Larinensis fa parte del gastaldato di Quintusdecimus, cioè di Frigento (prov. Avellino). Tuttavia i gualdi, incolti, non coprono tutto il territorio del Molise adriatico. Abbiamo già citato il gaio Noceto; inoltre nei documenti con i quali Arechi II costituisce la dotazione di S. Sofia, nel 774, sono citati altri terreni parzialmente valorizzati, anch’essi qualificati gaio. Tale è il caso del gaio Casa Polluci, vicino al Fortore, che ospita una chiesa di S. Giovanni con vigne34, o ancora il gaio Biferno35: in quest’ultimo il principe offre a S. Sofia la chiesa di S. Angelo in Altissimo (che identifichiamo con il sito della Morgia San Michele, a 2 km ad ovest di Castellino del Biferno, prov. Campobasso), nonché un territorio lungo due miglia e largo uno (circa 650 ettari) e alcuni condome dello stesso gastaldato. Ancora nel gastaldatus Bifernensis36 il principe concede all’abbazia beneventana due cortisani con le loro famiglie e una loro sorella, nonché due famiglie si servi vaccari; a Larino, offre ancora cinque case di allevatori di cavalli (case de caballariis) con cavalli e stalloni. Chiaramente il primissimo sviluppo medievale di questa regione orientale del Molise è innanzi tutto basato sulla pastori30. Cfr.MARTIN J. M., La Pouille…, pp. 196-199. 31. CSS III, 32. 32. CSS III, 35. 33. CSS III, 36. 34. CSS I, 1, [6]. 35. CSS I, 1, [7]. 36. CSS I, 1, [26]. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 18 20.00 Pagina 18 I Beni Culturali nel Molise zia, anche se i pastori devono coltivare la terra per nutrirsi. Intorno all’830, l’abate di Montecassino Deusdedit comprò una curtis sita sul Biferno, vicino a Termoli, con terre, vigne, prati, e infine terreni di pascolo che sembrano importanti37. Infine Arechi II concede a S. Sofia una curtis sita in Campo Senarcunis, che ha comprato da un tale Rotari f. Lunessuni, e tre miglia quadrate (quasi 10 km2) del suo gaio probabilmente vicino. Ora il sito preciso di Campo Senarcunis ci è indicato da un documento falsificato dei secoli XI-XII, sul quale torneremo38: si tratta del vallone Camposarcone, a 2 o 3 km a ovest-sud-ovest di San Giovanni in Galdo, molto vicino a Campobasso. In questa zona collinare più occidentale, può darsi che la curtis sia dedicata all’agricoltura, come quelle di S. Vincenzo nei dintorni di Isernia e di Venafro. Si aggiunga un ultimo documento interessante riguardante il Molise nella seconda metà del secolo IX39: nel maggio 878, in un precetto vergato a Trivento40, il principe Adelchi concede a S. Sofia tutte le tasse e i servizi (datio, angaria, laboratio, hoste) che, per mala consuetudo, corrispondevano ai gastaldi e agli iudices i servi di S. Sofia “ex finibus Campu Bassi et ex finibus Bifernense”. L’argomento è semplice: i servi non devono nessuna tassa né servizio alla res publica. Quanto alle circoscrizioni citate, una è già conosciuta: il fiume Biferno dà il suo nome a un gaio e a un gastaldato già nel secolo VIII. Più strana è la menzione dei fines Campu Bassi; non pensiamo che il castrum di Campobasso, citato nelle pergamene di S. Cristina di Sepino sin dal 121641, già esistesse nel secolo IX; però il toponimo è già adoperato, molto probabilmente per designare la zona dove più tardi si ergerà la futura capitale della regione; questa zona dunque era già popolata. I documenti del Chronicon Vulturnense e del Chronicon S. Sophiae permettono di farsi del territorio del futuro Molise una idea certo non precisa, ma coerente. Ovviamente le zone di montagna vera e propria restano incolte; invece le zone collinari, particolarmente importanti nella regione, cominciano a svilupparsi sopratutto nella parte occidentale che inoltre ha conservato le cittadine di Venafro e Isernia, un poco meno nella parte centrale, intorno a Bojano e Saepinum; le regioni del Biferno, di Larino e della costiera adriatica, dove pochi contadini si dedicano alla pastorizia in un ambiente boschivo, sembrano più arretrate. Quanto all’organizzazione amministrativa, probabilmente non ancora fissa, è poco documentata. Gastaldi risiedono a Bojano e forse a Isernia42; esiste anche 37. CMC II, 6, pp. 180-181. 38. CSS V, 13. 39. Non pensiamo che la chiesa di S. Lorenzo “loco qui dicitur Treventus” (CSS I, 1, [49]) sia da assegnare alla città di Trivento. 40. CSS I, 36. 41. P.S.C.S., n. 20. 42. DEL TREPPO M., La vita economica …, p. 38; POUPARDIN R., Stude sur les institutions ... pp. 34-39 non cita il gastaldato di Isernia; conosce invece quelli del Biferno e di Bojano. Basandosi sul documento citato sopra n. 38, stima, a torto al nostro parere, che le fines Campu Bassi costituiscono un gastaldato; infine il gastaldato di Larino non è altro che quello di Laino in Calabria. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.00 Pagina 19 19 un gastaldato del Biferno, uno dei rari che non abbiano il nome di una città capoluogo, senz’altro perché tale città non esisteva. Abbiamo ancora accennato a circoscrizioni minori, quali le fines Campu Bassi, l’actus Silva Nigra, l’actus Radano, o ancora l’actus Larinensis che dipende dal gastaldato di Quintusdecimus-Frigento. Sappiamo inoltre che il gaio probabilmente vicino a Campo Senarcunis era sito nella subactio del marepais Faroaldus. Infine abbiamo visto che, nel febbraio 742, il duca Godescalco risiedeva nel gualdo Noceto, probabilmente vicino al litorale adriatico. I secoli X e XI. Come nel resto dell’Italia centro-meridionale, il secolo X costituisce un periodo di novità se non di rottura. È proprio a proposito dei documenti del Chronicon Vulturnense, in maggior parte molisani, che nel 1955 Mario Del Treppo notò per la prima volta l’importanza dei contratti livellari tramite i quali, durante i secoli X e XI, S. Vincenzo fece edificare castelli, villaggi fortificati, ponendo fine all’economia curtense e creando, nell’ambito della signoria, il nuovo paesaggio rurale che doveva durare fino al nostro secolo. D’altra parte, quasi un mezzo secolo prima, De Francesco aveva studiato la progressiva nascita delle contee autonome del Molise fra la metà del secolo X e il primo quarto dell’XI43. Che i due fenomeni siano collegati fra loro è ormai ammesso da tutti, in particolare sin dalla pubblicazione del libro di Pierre Toubert sul Lazio e dello studio che ha dedicato a Montecassino44. Certo la crisi dei secoli IX-X non è semplice. Il fatto basilare è il proseguimento della crescita demografica, già iniziata sin dal secolo VIII probabilmente, ma che si accelera: si tratta dunque in primo luogo di una crisi di crescita. Però si deve inoltre tener conto della disorganizzazione portata dalle guerre civili e dalla presenza musulmana in Italia meridionale durante la seconda metà del secolo IX. La sua importanza, a dir il vero, è per noi doppia. Fondamentalmente ha suscitato l’emergenza del nuovo ordine signorile, che permise ai signori di diventare autonomi e di rimaneggiare territori ristretti, in particolare tramite l’incastellamento, che mirava nello stesso tempo a restaurare il controllo e l’ordine pubblico, e a organizzare il territorio per facilitare la crescita economica. Ma alla fine del secolo IX gli unici signori locali che siano stati in grado di manifestare la propria autonomia furono i conti di Capua45, che finalmente nel 900 presero il potere a Benevento, mantenendo una certa unità nel principato durante pochi decenni. 43. Cfr. DE FRANCESCO A., Origini e sviluppo del feudalesimo …34, 1909, pp. 432-460 e 640-671; 35, 1910, pp. 70-98 e 273-307. 44. TOUBERT P., Les structures du Latium médiéval…; ID., Pour une histoire de l’environnement …, pp. 689-702. 45. CILENTO N., Le origini… Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20 20.00 Pagina 20 I Beni Culturali nel Molise D’altra parte, le scorrerie musulmane ebbero un’incidenza diretta sulla vita dei grandi monasteri, distruggendo S. Vincenzo al Volturno nell’881 e Montecassino nell’883. La loro azione, in quanto signori, fu dunque ritardata. Lo stesso vale, indirettamente, per S. Sofia, che nei secoli VIII e IX era sottomessa a Montecassino; perse quasi tutti i possedimenti che costituivano la sua primitiva dotazione; inoltre, poco prima della metà del secolo X, si trasformò, diventando un’abbazia maschile (mentre prima era femminile) e dichiarandosi - con l’appoggio dei principi - indipendente rispetto a Montecassino. S. Vincenzo, come Montecassino, si decise ad abbandonare i possedimenti periferici (in particolare in Puglia46) per concentrarsi su una signoria compatta, la terra S. Vincentii. Montecassino allora abbandonò alcuni suoi beni molisani: verso il 940, lasciò dei possedimenti della regione di Termoli, tra i fiumi Biferno e Sinarca, con la villa de Guilliolisi (Guglionesi), dove nel secolo XI si ergerà un castello47. Per S. Sofia il problema era diverso: l’abbazia, sita proprio nella capitale principesca, chiaramente non poteva vendicare una signoria compatta; ma ricevette offerte fatte da signori, in particolare nel Molise, creandosi una nuova fortuna fondiaria. Certo non poté prendere parte all’incastellamento, ma ne approfittò. Le sole notizie (o quasi) che abbiamo sull’incastellamento provengono dagli archivi e dai cartulari monastici (innanzitutto il Chronicon Vulturnense, ma anche il cartulario e il fondo pergamenaceo di S. Sofia e i cartulari del monastero delle isole Tremiti), perché solo i monasteri hanno compilato cartulari e talvolta conservato archivi. Ma non sono gli unici, nemmeno i principali promotori, perché non sono i soli signori. Certo le cattedrali sono tutte scomparse nella crisi altomedievale: dal secolo VII al X o all’XI, si deve supporre che tutto il territorio molisano fosse sotto la giurisdizione diretta del vescovo di Benevento o, nella parte occidentale, di quello di Capua, città che contano fra le pochissime sedi che non scomparvero (se non per qualche decennio fra la fine del secolo VI e l’inizio del VII). Donde l’importanza, nel ducato poi principato di Benevento, di un “Eigenkirchenrecht” del tutto specifico, che lasciava ai vescovi il governo di rare chiese48. Si conosce il processo celebrato nel marzo 839 dal principe Sicardo a proposito della chiesa di S. Felice di Luogosano (prov. Avellino), che fu attribuita al monastero di S. Maria di Luogosano (sottoposto a S. Vincenzo), a dispetto delle pretese del vescovo di Benevento, che la rivendicava perché si trattava di una chiesa battesimale49. A Isernia, nel 1004, lo stesso papa Giovanni XVIII riconobbe al conte Landinolfus f. Landolfi Greci, che aveva ripristinato una chiesa di S. Maria sita a fianco del battistero di S. Giovanni, e ai suoi eredi “ut dominium et potestatem exerceant ad regendum servitores ipsius ecclesie”, 46. MARTIN J. M., La Pouille…, pp. 295-298. 47. CMC I, 56, p. 143. 48. FEINE H. E., Studien zum langobardisch-italischen…, pp. 1-105; MARTIN J. M., La Pouille…, pp. 235242 e 630-638. 49. CV n. 61. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 21 Il Medioevo 21 riservando al vescovo un semplice diritto di correzione sui chierici50. Nel secolo X, prima che Capua diventasse metropoli nel 966 e Benevento nel 969, il vescovo di Benevento si opponeva alla divisione della sua immensa diocesi; nel 946-947, papa Agapito II consacrò un vescovo a Trivento e un altro a Termoli, ma fu costretto a scomunicarli di fronte alle proteste del vescovo beneventano51; nel 952 i principi Landolfo II e Paldolfo I denunciavano un pseudoepiscopus di Larino52. A Isernia, un vescovo è citato nel 943 e nel 964 (è allora collegato con il conte locale), ma la sede di nuovo scompare fino al 103253. Perciò le nuove sedi (Isernia e Venafro nella provincia ecclesiastica di Capua, Trevico, Larino, Termoli, Guardialfiera, Limosano, Trivento, Bojano in quella di Benevento) non compaiono prima dell’inizio del secolo XI54. Chiaramente le cattedrali non hanno preso la minima parte alle novità economiche del secolo X. Invece i poteri politici laici si emancipano durante i secoli X e XI, e sono probabilmente i principali promotori di queste novità. Lo studio classico di A. De Francesco ritiene la prima menzione di ogni contea: Venafro nel 954, Isernia nel 964, Larino nel 976, Trivento nel 992, Bojano nel 1003, Campomarino nel 1010, Termoli nel 1022, la terra Burrellensium prima del 1050. Si noti che, complessivamente, l’emergenza dei nuovi centri di potere si fa da ovest verso est, cioè senz’altro dalle regioni più sviluppate verso quelle più arretrate, come l’abbiamo intravisto nel periodo precedente. Si capisce meglio così il rapporto dialettico fra popolamento - e dunque, a quest’epoca, incastellamento - e autonomia delle signorie comitali (ma anche monastiche). L’autonomia delle nuove signorie è un fatto massiccio e incontrollabile. Tuttavia, sin dal regno di Paldolfo I Capodiferro (961-981), i principi talvolta riconoscono ufficialmente i nuovi poteri signorili55. Per esempio, nel 967, Paldolfo Capodiferro concede a S. Vincenzo al Volturno lo ius munitionis, il diritto (normalmente pubblico) di edificare fortificazioni56. Abbiamo ancora conservato due precetti principeschi a favore del conte di Isernia e di quello di Trivento. Il 5 maggio 96457, Paldolfo Capodiferro concedeva a suo cugino il conte Landolfo figlio di Landenolfo tutta la città di Isernia e i castella, vici ecc. siti nel suo territorio; la richiesta era stata presentata al principe dal vescovo Arderico, chiaramente collegato con il conte. Si deve innanzitutto notare che il formulario adoperato è quello della concessione di beni in piena proprietà, in favore del conte e di tutti i suoi eredi; l’assenza, in particolare, di istituzioni feudali non permette di subordinare il godimento dei diritti comitali al compimento di certi servizi. 50. Regii Neapolitani Archivi Monumenta…, n. 272 (IP VIII, p. 244, n. 1). 51. IP IX, p. 188, n. 1. 52. Ibid., p. 174. 53. IP VIII, p. 242 sq. 54. Cfr. IP VIII, p. 238 sq e 242 sq; IP IX, p. 140, 173-176, 187 sq, 191, 192, 193 sq, 197, 199 sq. 55. MARTIN J.-M., Éléments…, pp. 553-586: pp. 573-581. 56. CV n. 124. 57. IS VI, c. 393. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 22 20.00 Pagina 22 I Beni Culturali nel Molise L’11 agosto 99258 i principi di Benevento Paldolfo II e Landolfo V concessero al conte Randoisius figlio del conte Berardo la città di Trivento (che egli già amministrava) con i tre castelli di Anglone, Caccavone e Cantalupo (Agnone, Poggio Sannita e un castello che occupava il sito della masseria Cantelupo a sud di Belmonte del Sannio, nella provincia di Isernia) e un territorio fra Trigno e Sangro. Il formulario è dello stesso tipo. Ora, tornando all’incastellamento, possiamo affermare che i conti hanno svolto in proposito un ruolo non meno importante di quello dei monasteri. Sembra, in particolare, che i primi castelli edificati, negli anni 930-940, abbiano avuto promotori laici59. Secondo l’ipotesi di Mario Del Treppo, fu probabilmente Paldolfo Capodiferro ad aver spinto i monasteri - e in particolare S. Vincenzo - ad assumere un ruolo attivo in proposito, anche se già avevano cominciato a farlo. Più precisamente, ricollegheremmo volentieri la riconoscenza dell’autonomia della contea di Isernia nel 964 e la concessione dello ius munitionis a S. Vincenzo nel 967; del resto, in un placito del 981, Ottone II diede ragione al monastero a proposito di castelli contestati fra lui e il conte60. Il Chronicon Vulturnense attribuisce all’abate Paolo (957-981) la costruzione dei primi sei castelli del monastero; il movimento prosegue fino alla metà del secolo XI per riprendere brevemente al momento della conquista normanna. La costruzione di un insediamento generalmente si prepara tramite la conclusione di un contratto livellario con un gruppo di uomini; nei documenti più antichi, talvolta la scelta del luogo preciso è lasciata ai coloni61; ma capita anche che la fortificazione sia già pronta al momento della conclusione del livello62. I concessionari si presentano in gruppi già formati, comprendendo spesso fratelli63 La prospezione archeologica ha permesso di sfumare l’immagine troppo sistematica dell’incastellamento fornita dal Chronicon Vulturnense64, e in particolare di fare la distinzione fra raggruppamento dei contadini e fortificazione. La creazione di insediamenti fortificati in realtà si limitò alla zona più vicina al monastero, dove sorsero Fornelli, Licenosum (più a nord), Castel San Vincenzo, Cerro al Volturno, Scapoli (prov. Isernia); nella parte orientale e meridionale della terra S. Vincentii, l’incastellamento non fu sistematico; in particolare non sembra che il monastero abbia ideato una politica di difesa di fronte ai conti di Venafro. Inoltre l’incastellamento può farsi in due tempi diversi: la fondazione dell’insediamento di Santa Maria Oliveto, a nord-est di Venafro, è l’oggetto del più antico livello collettivo copiato nel Chronicon, nel 93965; ma diventa castello non prima della seconda metà del secolo XI. Chiaramente tali considerazioni 58. CSS III, 38. 59. Cfr. MARTIN J.-M., Modalités…, p. 90. Cfr. pure CV n. 88 (936), 92 (945). 60. CV n. 151. 61. CV 109, 110 (972), 167 (989). 62. CV 164 (988). 63. Ad esempio CV n. 164 (988). 64. WICKHAM C., The terra ... 65. CV n. 87. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 23 Il Medioevo 23 non diminuiscono l’importanza del fenomeno. S. Sofia di Benevento, come si è detto, non fu promotore di castelli, e il suo cartulario è meno interessante del Chronicon Vulturnense in proposito. Ma l’abbazia sfruttò la situazione nuova facendosi offrire castelli da signori laici, in particolare nel Molise. Il precetto di Corrado II del 26 maggio 103866 confermava a S. Sofia, oltre a chiese e territori, la metà dei castella Sipinum, Sasannorum, de Rederi, molto probabilmente concessile dai conti di Bojano, nonché il castellum Serra (Serracapriola, prov. Foggia ?) e un terzo di Civitas da Mare sull’Adriatico (in provincia di Foggia, a ovest della foce del Fortore); ma tali possedimenti, che non furono più confermati in seguito, probabilmente furono usurpati al momento della conquista normanna. I tre primi, comunque, sono l’odierno Sepino (prov. Campobasso), Sassinoro (prov. Benevento) e un insediamento scomparso che ubichiamo a circa 6 km a nord-nord-ovest di Sepino, in contrada Bosco Redole67; questa notizia ci fa sapere che, nella prima metà del secolo XI, i castelli, molto probabilmente di fondazione comitale, erano già numerosi nella valle del Tammaro. In età normanna, S. Sofia ricevette nuovi possedimenti in questa zona, in particolare Castellum Vetus (o Castrum Betere, o Castello Vecclo), un nuovo castello insediato sul sito della Saipins sannitica (donde il nome); tale rioccupazione nel Medioevo di un sito inerpicato protostorico, abbandonato in età romana, è un fatto abbastanza frequente68. All’inizio del secolo XII compare anche il castello di Rivogualdo (in località Redealto), vicino a Sepino69. Ancora nel Molise, S. Sofia ricevette il castello di Toro (prov. Campobasso); ma il documento del Chronicon S. Sophiae che attribuisce l’offerta a Robertus de Principatu f. qd. Tristayni e la data al 109270 è una falsificazione: in realtà l’offerta non è anteriore al 112471 e la prima conferma pontificia non risale oltre il 113172. Lo stesso privilegio pontificio conferma anche all’abbazia beneventana il castello di Cantalupo nel Sannio (prov. Isernia). Inoltre S. Sofia possedeva nel territorio molisano chiese, isolate o meno, che conosciamo tramite i precetti imperiali e i privilegi pontifici di conferma generale. Diamone un rapido elenco: la chiesa di S. Stefano di Campomarino nel 98173; la chiesa di S. Angelo in Altissimo, già citata nel secolo VIII, e che ricompare nel 99974; un territorio di circa 9 km2 in Campo Senarcuni, le chiese della SS. Trinità sul Biferno, di S. Martino di Limosano e di S. Giovanni in monte Tabenna 66. CSS IV, 5. 67. P.S.C.S., p. 20. 68. Ibid., p. 17-19. 69. Ibid., p. 20; vedi CSS VI, 20. 70. CSS V, 13. 71. Vedi Benevento, Museo del Sannio, Fondo di S. Sofia, XII, 41. 72. CSS V, 11. 73. CSS IV, 2. 74. CSS IV, 3. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 24 20.00 Pagina 24 I Beni Culturali nel Molise (Tavenna, prov. Campobasso) nel 102275; le chiese di S. Paolo di Campomarino, di S. Giovanni ad Spuriasino (probabilmente a sud-est di Pietrabbondante, prov. Isernia) e di S. Agnello di Pietra Fenda (a 2 km a sud-est di Trivento) nel 103876; le chiese di S. Croce in valle Luparia (Lupara, prov. Campobasso ?), S. Lorenzo di Trivento, S. Martino di Rederi, S. Maria di Gildone, S. Maria di Saepinum con cinque chiese dipendenti (S. Maria, S. Giacomo, S. Adiutore, S. Silvestro, S. Giorgio) nel 110077; S. Angelo di Cercepiccola nel 113178. Le pergamene di S. Sofia, della pubblicazione delle quali sono stato incaricato dal Centro Internazionale di Studi Normanni di Ariano Irpino, possono ancora fornire notizie non trascurabili sul Molise dal secolo XI in poi: abbiamo già, con Errico Cuozzo, pubblicato alcuni documenti riguardanti Sepino in appendice alla nostra edizione delle pergamene di S. Cristina; il fondo di S. Sofia conserva anche, fra l’altro, documenti di S. Agnello di Pietra Fenda dal 1069 al 110679. Nel secolo XI, una nuova fonte illumina la storia del litorale adriatico del Molise: i cartulari del monastero di S. Maria di Tremiti, pubblicati da Armando Petrucci. I possedimenti di quest’abbazia insulare si estendevano lungo il mare, dall’Abruzzo meridionale al Gargano, e dunque in particolare sulla fascia costiera del Molise. Il monastero non partecipò direttamente all’incastellamento, ma ricevette ampi possedimenti offerti dai conti di Termoli, di Campomarino e di Larino nonché da signori minori e da persone private. Si tratta spesso di chiese80. Nel 1016 il conte di Campomarino offre un terreno sul Saccione per edificare un monastero81. Alcune chiese sono offerte con terreni: nel 1032 il conte di Termoli Attone dona a Tremiti una chiesa sita sul fiume Biferno con 152 modiola di terra e 110 altri in un altro posto, cioè, complessivamente, circa 74 ettari82; nel 1048 il conte di Larino Tasselgardo offre una chiesa con un terreno di 50 modia (15 ettari)83. Nel 1038 il conte di Termoli Trasmundo fa uno scambio di chiese e di terre con l’abbazia84. Ma, sin dagli anni 1040 il monastero riceve anche castelli: Tora nella contea di Campomarino nel 104485, Vena de Causa nella contea di Larino, sul Fortore, nel 104986, Vetrana o Veterana fra i fiumi Biferno e Sinarca nel 105187, la sesta parte di 75. CSS IV, 4. 76. CSS IV, 5. 77. CSS V, 5. 78. CSS V, 11. 79. Cod. Vat. Lat. 13491, 60 e 62-69; Benevento, Museo del Sannio, Fondo di S. Sofia, XII, 25. Frascati, archivio Aldobrandini, Documenti Stor. Abbadie, I, 31. 80. Tremiti 2 (1010), 10 (1024), 11 (1026), 19 (1037), 30 (1042), 36 (1045), 39 (1049), 45 (1052), 55 (10541056), 69 (1060) e 71 (1059-1062), 72 (1060-1062), 74 (1063-1064). 81. Tremiti 5. 82. Tremiti 13. 83. Tremiti 38. 84. Tremiti 22. 85. Tremiti 33. 86. Tremiti 41. 87. Tremiti 43. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.00 Pagina 25 25 Guglionesi anche nel 105188, Campo de Abbatissa (a nord di Guglionesi) nel 105289, la metà di Guglionesi nel 105990, Monte Gulfari nella contea di Termoli anche nel 105991. La civitas di Chieuti e il castellare di Petraficta, offerti nel 1057 dai conti di Campomarino92, non compaiono nelle conferme imperiali e pontificie. Sappiamo inoltre che, nella stessa zona, Montecassino rivendicava ampi possedimenti, fra i quali i castelli di Petra Fracida (Pietra Fracida, sul fiume Trigno, a nord-ovest di Montenero di Bisaccia), Ripamala, Fara, Ripa Ursa, Mons Bellus (Torre Montebello sulla sponda destra del Trigno, vicino alla foce) e Pescloli; fra i castelli, quello di Ripa Ursa sarebbe stato fatto edificare da Montecassino93. Questi possedimenti, usurpati dai conti Attone e Pandolfo, furono confermati all’abbazia nel 1022 dall’imperatore Enrico II94. A dir il vero, il caso del Molise adriatico ci sembra del tutto specifico. In primo luogo, l’incastellamento sembra tardivo in questa zona nella quale, alla metà del secolo XI, restano molte chiese isolate (una è sita in un casale95) e vastissimi terreni probabilmente poco valorizzati - come nella vicina Capitanata. Inoltre la situazione politica è particolarmente complicata. La contea di Termoli è occupata dai conti abruzzesi di Chieti (donde, probabilmente, i problemi con Montecassino)96; un documento è datato con gli anni di Ugo duca e marchese97, uno con quelli del basileus98, tutti gli altri si riferiscono agli anni di regno degli imperatori germanici. La contea, chiaramente limitata a est dal fiume Biferno, in realtà è stata annessa all’Italia franca, mentre quelle di Campomarino e di Larino riconoscevano ufficialmente l’autorità dei principi di Benevento. Si aggiunga che la vicinanza della Puglia bizantina può probabilmente spiegare perché due sottoscrizioni latine di documenti vergati a Campomarino nel 1026 e nel 1042 sono scritte in caratteri greci99. Infine la penetrazione normanna, venuta dalla Capitanata, si fa sentire già intorno al 1060: in due documenti100, il Normanno Osmundo, signore di Ripalta e di Vena Maior, da una parte e il conte longobardo di Campomarino Roffrit f. qd. Traselgardi dall’altra offrono a Tremiti la stessa chiesa di S. Andrea di Silpoli, vicino al Saccione; anche se la datazione del secondo 88. Tremiti 44. 89. Tremiti 46. 90. Tremiti 61-63. 91. Tremiti 66. 92. Tremiti 56. 93. CMC II, 6, p. 179. 94. CMC II, 31, p. 224 e II, 52, p. 263. MGH, DD III, 466 (1 febbraio 1022) e 482 (4 gennaio 1023); I placiti …, n. 310 (febbraio 1022); cfr. FELLER L., Les Abruzzes médiévales …, p. 617 e 695. 95. Tremiti 19 (1037). 96. Vedi sopra n. 2.. 97. Tremiti 10 (1024). 98. Tremiti 19 (1037); il documento è stato vergato al momento della costruzione delle nuove città bizantine di Capitanata. 99. Tremiti 11 e 30: Εγω Ραηµαρδυς. Εγω Ραηναλδους φειληυς Μαρτινη. Si tratta della stessa persona? 100. Tremiti 69 e 71. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 26 26 I Beni Culturali nel Molise documento non è sicura, si può ragionevolmente supporre che il conte è stato costretto a ratificare l’offerta fatta dal signore di un bene che quest’ultimo non possedeva legalmente. Si noti ancora che, intorno alla metà del secolo XI, i conti non sono più gli unici possessori laici di castelli. Se quelli di Tora, Vena de Causa e Monte Gulfari sono offerti a Tremiti da conti, non è il caso per gli altri, il che significa che un ceto di semplici signori sta emergendo. Nel 1051101 il castello di Vetrana è offerto all’abbazia da un tale Gusbertus f. qd. Gualberti, con il consenso della moglie Biliarda f. qd. Bonifilii e del figlio Gualbertus; si dicono soltanto “habitantes intus in castello qui dicitur Vetrana”. Nel 1052102, è Gualbertus f. Gusberti - che supponiamo essere il figlio del precedente - a lasciare a Tremiti il suo castello di Campo de Abbatissa; spiega che lo possiede perché aveva sposato la figlia di un conte, Purpura f. qd. Malfrit comite, ora defunta; dunque il castello era comitale all’origine; si noti tuttavia che il conte Malfrit era un esponente della famiglia comitale di Campomarino, mentre il castello è sito nella contea di Termoli. Comunque sappiamo che la famiglia signorile dei Gualbertus-Gusbertus era collegata con una dinastia comitale. Infine il castello di Guglionesi è di proprietà di un certo numero di consorti. Nel 1051103, Giso f. Gisoni (che si dice semplicemente “commorantem intus in castello Guillionisi”), con il consenso della moglie, offre all’abbazia di Tremiti la sua sesta parte del castello. Nell’aprile 1059104 Fuscus f. qd. Iohannis, anche lui “abitator in castello Guillinisi”, lascia a Tremiti la sua metà dello stesso castello; però, secondo il diritto longobardo, riserva in favore della sua moglie la proprietà del quarto di questa metà. Tre mesi più tardi, dopo la morte di Fuscus, la vedova, Gervisa f. qd. Adelberti, fa vergare due istrumenti105. Nel primo, con il consenso del suo padre e del suo cognato Rainaldus f. qd. Gisoni (forse il figlio dell’autore dell’offerta del 1051), vende all’abate di Tremiti il suo murgincap (cioè il quarto che lei possiede dei beni del suo marito) per il prezzo (enorme) di 100 soldi (probabilmente bizantini, o ancora contati 30 denari ciascuno), ma che sarà valutato in moneta di sostituzione (“de tuis rebus apretiatis”), senz’altro perché l’abate non disponeva della somma in contante. Nel secondo documento, Gervisa spiega che conserva per il momento i suoi beni; l’abate li dovrà comprare soltanto se lei si sposa una seconda volta. Comunque nel 1061 Guglionesi è elencato fra i beni dell’abbazia nella conferma generale fatta da papa Nicola II106: ha probabilmente acquistato il terzo mancante in un modo e in un momento che ci sfuggono. Aggiungiamo che i nomi dei signori di castelli della zona adriatica del Molise 100. Tremiti 69 e 71. 101. Tremiti 43. 102. Tremiti 46. 103. Tremiti 44. 104. Tremiti 61. 105. Tremiti 62 e 63. 106. Tremiti 70. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.00 Pagina 27 27 ci sembrano, a prima vista, più vicini a quelli dell’Italia franca che non ai nomi in uso nell’aristocrazia beneventana: non saremmo sorpresi che fossero di origine abruzzese. Siamo del parere che la donazione di sei castelli del Molise adriatico (o dei suoi immediati dintorni) all’abbazia di Tremiti nell’arco di quindici anni (dal 1044 al 1059) traduca innanzitutto il radicale indebolimento dei poteri locali in questa piccola regione, che resta ancora poco sviluppata. Del resto l’incastellamento, tardivo e incompleto, non è un successo: di tutti i castelli accennati (che sembrano talvolta ristrettissimi), solo Guglionesi (edificato, come si è detto, in una villa che era appartenuta a Montecassino) esiste ancora oggi. Conclusione. Tutto sommato, la storia altomedievale del territorio molisano dispone di una documentazione discreta. Inoltre la storiografia è di prima qualità, da De Francesco a Del Treppo e alle équipe che si occupano oggi di S. Vincenzo. È proprio questo monastero, sito a nord-ovest del futuro Molise, ad aver, prima con il suo cartulario e in seguito con gli scavi e la prospezione archeologica che ha suscitato, fornito il primo modello, ora sfumato ma non abbandonato, dello sviluppo economico dell’Italia centro-meridionale dal secolo VIII all’XI. Le altre fonti si inseriscono bene in questa impostazione: il Chronicon S. Sophiae fornisce complementi importanti per i secoli VIII e IX, i cartulari di Tremiti per il secolo XI. Infatti permettono di constatare che l’evoluzione è dello stesso tipo in tutto il territorio e, in particolare, che l’articolazione maggiore definita da Mario Del Treppo resta valida dopo quasi un mezzo secolo. Ma le diverse fonti consentono anche un’analisi articolata secondo le zone. Lo sviluppo più precoce della zona occidentale, vicino alla Campania e al Lazio meridionale, forse risale all’Antichità. Comunque, durante l’alto Medioevo, il Molise orientale costituisce una zona relativamente arretrata; già durante i secoli VIII e IX sembra ospitare una popolazione particolarmente scarsa; inoltre non è vicino ai centri politici maggiori come Benevento o Capua. Donde la nascita tardiva delle contee, segno questo di un ritardo complessivo; inoltre il Molise adriatico è incastrato fra la Puglia bizantina (gli orli, anch’essi poco popolati, del Tavoliere sono realmente occupati dall’impero orientale sin dai dintorni dell’anno 1000) e l’Abruzzo franco-longobardo: i conti di Chieti annettono praticamente la contea di Termoli nel secolo XI. L’incastellamento, probabilmente tardivo, ci è noto soltanto al momento della dissoluzione dei poteri comitali. Un altro segno di uno sviluppo tardivo e incompleto è fornito dal poco che si conosce della circolazione monetaria. Essa sembra rara, a dispetto della recente e importante scoperta di un tesoro di monete carolingie della fine del secolo VIII nell’anfiteatro di Larino, chiaramente collegato ad una spedizione militare Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 28 20.00 Pagina 28 I Beni Culturali nel Molise e non all’economia locale107. Abbiamo visto come l’abate di S. Maria di Tremiti non fosse in grado di versare 100 soldi per comprare l’ottava parte del castello di Guglionesi; ancora nei secoli XII e XIII il Molise orientale sembra disporre di pochi pezzi e adoperare monete di sostituzione, come anche la regione pugliese, vicinissima, di Dragonara e Fiorentino108; del resto l’Abruzzo altomedievale conosceva una situazione simile109. Invece a Sepino nel secolo XII i tarì di Amalfi in circolazione probabilmente bastavano per le transazioni110. Al momento della conquista normanna, il Molise ancora non aveva la minima unità; ora i conquistatori integrarono l’Abruzzo adriatico alla contea di Loritello, mentre il resto della regione passava sotto il governo dei conti venuti da Moulins-la-Marche. A dispetto della sua relativa omogeneità fisica, il territorio molisano non era ancora completamente unificato in età normanna. 107. Cfr. DE BENEDITTIS G. - LAFAURIE J., Trésor de monnaies carolingiennes …, pp. 217-243. 108. Cfr.MARTIN J. M., Le monete d’argento …, pp. 85-96: p. 94 n. 83. ID., La Pouille…, p. 475. 109. Cfr. FELLER L., Les Abruzzes…, pp. 385-386. 110. Cfr. P.S.C.S., p. 35. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.00 Pagina 29 SPUNTI DI RIFLESSIONE SUL MONDO MONASTICO NEL SUD E NEL NORD D’ITALIA NEI SECOLI CENTRALI DEL MEDIOEVO Elisa Occhipinti Università degli Studi di Milano Negli ultimi vent’anni diversi contributi hanno portato importanti elementi di conoscenza della realtà monastica del Mezzogiorno medievale, rinvigorendo un filone di studi che aveva annoverato in passato prevalentemente monografie su singole fondazioni1. Nonostante che la maggior parte della documentazione relativa ai monasteri sia ancora inedita, si sono registrati tentativi di sintesi su singoli momenti del monachesimo meridionale, accompagnati allo sforzo di istituire confronti ed eventualmente individuare analogie e similitudini con l’ambito centrosettentrionale, pur nella consapevolezza della difformità dei contesti2. Un’altra linea di ricerca emersa recentemente è quella che tende a una prima descrizione del monachesimo femminile nel Mezzogiorno, nella varietà degli ordini presenti e nei rapporti con le corrispettive fondazioni maschili e con le istituzioni civili3. Concentrando l’attenzione sul periodo tra XI e XIII secolo, quando la diffusione della spiritualità benedettina rinnovata degli ordini cluniacense e cistercense fece fiorire un gran numero di sedi religiose, è intento di queste brevi note riflettere su alcune peculiarità del monachesimo latino meridionale – con parti1. Grande impulso alle tematiche in questione è stato impresso dalla ricorrenza del XV centenario della nascita di Benedetto da Norcia (1980), che ha originato una serie di convegni e iniziative culturali. Tali iniziative sono andate ad affiancare quel complesso di ricerche che da anni ruota intorno alle campagne di scavi archeologici in diversi punti del Meridione, dove spesso resti di edifici monastici hanno contribuito ad illuminare il rapporto tra territorio, insediamento e spiritualità. Da qui è venuta la preliminare differenziazione tra esperienze cenobitiche ed esperienze di monachesimo italo-greco, tendenzialmente eremitico, nella prospettiva di individuare l’incidenza precipua di ogni singola sede monastica nel contesto in cui agisce. Cfr. VITOLO G., Il monachesimo latino…, pp. 543-553. 2. Mi riferisco, oltre che al già citato studio di Vitolo, a HOUBEN H., Le istituzioni monastiche…, pp. 73-89; ID., Monachesimo e città …, pp. 643-663. 3. Se già si presenta difficoltoso dare un profilo complessivo, ancora più problematico è incentrare l’attenzione sull’area molisana, anche per la battuta d’arresto del Repertorio riguardante Abruzzo e Molise nell’ambito del Monasticon, a cura del Centro storico benedettino italiano, cfr. FACCHIANO A., Monachesimo femminile…, pp. 169-191. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 30 20.01 Pagina 30 I Beni Culturali nel Molise colare attenzione all’area appenninica abruzzese-molisana – per cogliere linee di convergenza o distanze rispetto alla contemporanea realtà settentrionale, quale si espresse in primo luogo nell’ambito piemontese e lombardo. Il tutto da una prospettiva – pressoché obbligata, in quanto imposta dalla tipologia delle fonti e quindi dalle ricerche finora condotte – che privilegia l’incidenza delle sedi monastiche nel contesto socio-economico in cui erano inserite, piuttosto che la dimensione spirituale e l’organizzazione interna delle comunità Il panorama monastico meridionale che si affaccia al secondo millennio è caratterizzato da alcune illustri abbazie fondate nei secoli altomedievali, tra la quali primeggia Montecassino, considerata culla del messaggio benedettino; se si restringe poi la visuale al territorio molisano, la scena è senza dubbio dominata da San Vincenzo al Volturno, le cui vicende sono state al centro di lunghe e approfondite indagini di Mario Del Treppo4. In tempi più recenti la portata della presenza dell’abbazia vulturnense è stata sottolineata da Chris Wickham, che, indagando i meccanismi del potere, i rapporti tra proprietari e contadini, le dinamiche sociali, ha individuato nell’area abruzzese-molisana, fortemente segnata dalla presenza dell’ente monastico, un esempio eloquente di organizzazione rurale nel territorio appenninico5. Fondato in età longobarda, il monastero di San Vincenzo raggiunse prestigio nel periodo carolingio, soprattutto a partire dai primi anni del secolo IX, attuando con successo la conduzione di beni fondiari all’interno di un ambiente segnato da forme di insediamento sparso, che anticiperebbero modelli riscontrabili qualche decennio più tardi anche in contesti assai diversi6. Importanti campagne archeologiche condotte negli anni scorsi hanno portato vari elementi a conferma della tesi che sia da attribuire all’epoca di Carlo Magno il momento in cui San Vincenzo raggiunse l’apogeo della propria potenza, che comunque si mantenne ragguardevole per una lunga fase successiva7. Poi, con la conquista normanna e la progressiva organizzazione del territorio nelle strutture politico-amministrative del Regno, una diversa posizione dovette competere anche alle grandi abbazie che da secoli rivestivano un ruolo di primo piano nella società. Nelle indagini riguardanti i monasteri assume grande importanza il rapporto intercorrente tra la sede della comunità religiosa e l’insediamento circostante, soprattutto in rapporto alla presenza di città: l’eventuale vicinanza di un grande centro urbano non solo coinvolge l’istituzione, ma tende a sollecitarla ad un ruolo 4. Cfr. DEL TREPPO M., La vita economica…, pp. 31-110; ID., Terra sancti Vincencii … 5. Cfr. WICKHAM CH., Studi …; ID., Il problema dell’incastellamento … 6. Giancarlo Andenna ha avvicinato il sistema insediativo e di produzione agricola e artigianale dei rustici del territorio abruzzese-molisano dipendenti da San Vincenzo a quello che si realizzò nelle terre del monastero di San Salvatore e Santa Giulia di Brescia, cfr. ANDENNA G., Contro la tesi storiografica…, pp. 349-364. 7. Dell’interesse per il passato delle terre molisane e dell’impegno profuso in importanti campagne archeologiche è testimonianza il bel volume San Vincenzo al Volturno: Dal Chronicon alla storia, a cura di G. De Benedittis, Isernia 1995, patrocinato dall’Istituto Regionale per gli Studi Storici del Molise “Vincenzo Cuoco”. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 31 31 attivo nella vita civile. L’attenzione su questo nesso venne richiamata per la prima volta in maniera decisa da Francesca Bocchi nel 1977, quando, facendo un censimento dei monasteri cittadini italiani, sulla base dei dati raccolti cercò di delineare un quadro d’insieme e di valutare come l’ubicazione urbana di una sede monastica, in ambiti socio-politici diversi, ne incanalasse in maniera differente le vicende8. Il tema è stato ripreso più di recente da altri studiosi, che si occupano della storia del Mezzogiorno9: almeno per l’età normanno-sveva, mi pare emerga la tendenza a riscontrare nei monasteri cittadini una forte capacità di incidenza sul piano spirituale che mancherebbe invece alle fondazioni poste in aree scarsamente popolate, il cui operato risulterebbe ben più significativo e aggregante sul piano della conduzione dei beni terrieri10. Tali considerazioni portano quindi a ritenere che non solo sia rilevante il nesso monastero/città, ma che questo vada inscritto nel più ampio contesto insediativo, così che sia possibile cogliere, relativamente alle fondazioni monastiche, le differenze prodotte dalla collocazione in aree, magari pianeggianti, densamente popolate, o dalla collocazione in aree montagnose, poco adatte all’insediamento, e perciò povere di popolazione. Al di là del contesto ambientale in cui si innestano le vicende di singoli monasteri, vanno poi attentamente considerati il momento e lo scenario politico-sociale che fa da sfondo ad esse, per valutare le diverse caratterizzazioni e linee evolutive derivanti dal fatto che un determinato ente si muova nell’ambito del mondo comunale o che piuttosto sia chiamato a misurarsi con le istituzioni normanno-sveve. Con l’inizio della fase ascendente del secolo XI, grazie alla felice congiuntura di aumentata produttività, progresso tecnico, migliori condizioni di vita, nelle diverse aree italiane si andavano sperimentando e costruendo nuove strutture politico-istituzionali, che realizzavano in forme differenti la vigorosa esigenza di rinnovamento spirituale suscitata dal movimento per la riforma ecclesiastica. Il messaggio dell’ideale di vita benedettino, reinterpretato dai nuovi ordini, primi fra tutti quello cluniacense e quello cistercense, trovò modi precipui di espressione a seconda che si proponesse nell’ambito dell’Italia precomunale e comunale o che avesse di fronte come principale interlocutore il ceto dirigente della nascente monarchia normanna. L’influenza che il movimento di Cluny seppe esercitare e le iniziative da esso intraprese nelle aree meridionali sono state oggetto di reiterate riflessioni da 8. Cfr. BOCCHI F., Monasteri…, pp. 265-316. 9. VITOLO G., Il monachesimo latino …; HOUBEN H., Monachesimo e città … 10. Così Houben a proposito della traslazione delle reliquie di San Nicola di Bari, quando l’abate Elia appoggiò la contestazione del ceto mercantile cittadino contro l’arcivescovo Ursone, legato ai normanni, cfr. H. HOUBEN, I Benedettini in città…, pp. 269-297. 11. Una sintesi delle problematiche affrontate è in HOUBEN H., Il monachesimo cluniacense…, pp. 341-361. Fatto rilevante è che i cenobi di nuova fondazione vennero affidati a monaci normanni, come è documentato, ad esempio, per San Lorenzo di Aversa e per la SS. Trinità di Venosa; per quanto attiene invece al tipo di vita religiosa condotta dalle comunità monastiche, peso preponderante ebbe la tradizione. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 32 20.01 Pagina 32 I Beni Culturali nel Molise parte di diversi studiosi11, anche alla luce delle prerogative e dei poteri sulle istituzioni ecclesiastiche che i sovrani normanni ottennero dal Papato. La concessione dell’apostolica legazia da parte di Urbano II, in considerazione del ruolo svolto dagli Altavilla nel riportare la Sicilia nel seno della cristianità, non lasciava molto spazio all’ideale della “libertas ecclesiae” a cui si ispiravano i cluniacensi; è tuttavia innegabile che la presenza di monaci venuti dalla Francia – in particolare provenienti da Saint-Évroul – trasmise consuetudini cluniacensi che andavano ad arricchire la tradizione del monachesimo benedettino meridionale. Quanto al movimento cistercense, la diffusione del suo messaggio nel Mezzogiorno ebbe un impulso decisivo dall’intervento di Bernardo di Clairvaux al fine di ricomporre lo scisma tra Innocenzo II e Anacleto II. Nel 1137, quando più aspro si era fatto lo scontro tra Innocenzo e la monarchia normanna, principale sostegno di Anacleto, Bernardo si era recato a Montecassino e successivamente aveva incontrato a Salerno Ruggero II e i prelati che appoggiavano Anacleto II, tra cui vi era Amico, abate di San Vincenzo al Volturno e cardinale prete dei SS. Nereo e Achilleo12. Lo scisma aveva causato profonde lacerazioni all’interno di parecchie comunità monastiche (precise conferme si hanno per Montecassino e per la SS. Trinità di Venosa), ma non ebbe effetti negativi ovunque, come testimonia l’esempio di Cava dei Tirreni, abbazia particolarmente legata alla dinastia normanna13. Con il riconoscimento della legittimità del potere di Innocenzo II da parte di Ruggero II (1139), si andarono rapidamente riassorbendo le tensioni in un quadro sociale che aveva accolto con favore anche esperienze nuove di vita religiosa, come attestano la fondazione, intorno al 1120, della comunità di Montevergine da parte di Guglielmo da Vercelli14 o, un decennio più tardi, di quella di S. Maria di Pulsano ad opera di Giovanni di Matera15. È probabile che la diffusione dell’ordine cistercense nel Meridione sia stata favorita dalla stima che per i monaci bianchi ebbe Costanza d’Altavilla16 e proprio sul finire del XII secolo sorsero le fondazioni di S. Maria di Casanova e di S. Maria d’Arabona, prossime al territorio molisano17. Sembra comunque che in ambito meridionale i monasteri cistercensi non abbiano avuto l’incidenza politica e il ruolo di volano nell’economia agraria che fra XII e XIII secolo seppero svolgere in tutto il Settentrione e con rilevanza particolare nelle aree piemontese e lombarda. Recentemente Rinaldo Comba, pur tra le difficoltà dovute a una documenta12. Cfr. HOUBEN H., Le istituzioni monastiche …; pur non avendo preso parte all’elezione di Anacleto, l’abate di San Vincenzo è citato nella lettera che gli elettori dello stesso Anacleto avevano inviato all’imperatore Lotario III (p. 75). 13. Cfr. HOUBEN H., Una grande abbazia…, pp. 85-107. 14. Cfr. ANDENNA G., Guglielmo di Vercelli…, pp. 87-118. 15. Cfr. ZERBI P., ‘Vecchio’ e ‘nuovo’ monachesimo…, pp. 3-24; VETERE B., Il filone monastico-eremitico…, pp. 197-244. 16. Cfr. KOLZER T., La monarchia normanno-sveva…, pp. 91-116 (in partic. 107). 17. Cfr. PACIOCCO R., I monasteri cistercensi in Abruzzo…, pp. 205-242. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 33 Il Medioevo 33 zione assai lacunosa, ha tracciato un primo quadro d’insieme delle linee guida che presiedettero alla gestione del patrimonio fondiario da parte delle comunità cistercensi insediate nel Sud d’Italia, indicando nell’allevamento, prevalentemente ovino, il cardine delle loro attività, tanto che molti monasteri ottennero autorizzazioni regie ad un uso libero dei pascoli. L’applicazione nel settore dell’allevamento impegnava direttamente gli enti religiosi nel commercio degli animali, tenuto anche conto che gli Statuta dei capitoli generali dell’ordine vietavano ai monaci il consumo di carne18. L’insieme delle attività connesse con l’allevamento – prima fra tutte le produzione e conservazione dei prodotti caseari – imponeva un regolare approvvigionamento di sale; sembrano tuttavia isolati i casi di acquisto e sfruttamento diretto delle saline, come avvenne, ad esempio, all’inizio del Duecento per l’abbazia abruzzese di Casanova19. Nel complesso si ha la sensazione che il modo in cui erano gestiti (ma anche si erano formati) i patrimoni degli enti i quali avevano adottato la regola di Citeaux – alcuni fin dalla fondazione, altri da un certo momento – non rispettasse i principi fondamentali degli Statuta cistercensi che facevano ad esempio divieto di possedere mulini, folloni e macchine idrauliche in genere per ricavarne delle rendite, e che venisse in particolare disatteso il principio secondo cui il sostentamento dei monaci doveva essere assicurato da un impegno diretto del monastero nelle attività agro-pastorali attraverso l’impiego di conversi e salariati, mentre è ripetute volte testimoniato il ricorso da parte delle abbazie al lavoro di villani sottoposti a vincoli di dipendenza personale. Sotto un altro aspetto, quello del possesso di chiese (vietato dagli Statuta), il carattere emergente dei monasteri cistercensi del Mezzogiorno si allontana dai principi dell’ordine, secondo una tendenza, tuttavia, avallata dalla stessa autorità pontificia20. In conclusione, si può ritenere che gran parte dei monasteri cistercensi disponesse “di rendite fisse di provenienza regia e di patrimoni per lo più organizzati secondo modelli tradizionalmente lontani dallo spirito che, secondo gli Statuta del capitolo generale, avrebbe dovuto caratterizzarne la struttura”21. In ogni caso la presenza cistercense andò progressivamente consolidandosi in tutta l’area meridionale, come attesta la tabella stilata per il secolo XIII da Hubert Houben a proposito dei vescovi provenienti da monasteri che appartenevano all’ordine: per il territorio abruzzese-molisano sono citate le diocesi di Forcone-L’Aquila, Penne, Valva, Boiano22. La diffusione del monachesimo cistercense potrebbe avere avuto un valido supporto nel favore manifestato nei confronti dell’ordine da Federico II, se si ricorda che qualche tempo dopo la sua incoronazione regia ad Aquisgrana, nel 1215, il sovrano aveva richiesto l’ammissione alla comunità di preghiera dei monaci bianchi23. L’esperienza dei nuovi ordini monastici del Mezzogiorno si sviluppò d’altra 18. Cfr. COMBA R., Le scelte economiche…, pp. 117-164 (in partic. 125, 133). 19. Cfr. PACIOCCO R., I monasteri cistercensi …, p. 232. 20. Cfr. COMBA R., Le scelte economiche…, p. 153. 21. Ibid., p. 164. 22. Cfr. HOUBEN H., Monachesimo e città…, p. 662. 23. Cfr. KOLZER T., La monarchia normanno-sveva…, p. 107. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 34 20.01 Pagina 34 I Beni Culturali nel Molise parte nel quadro di un ordinamento ecclesiastico, quale quello che si andò configurando nel periodo normanno-svevo, segnato da rilevanti peculiarità che traevano origine sia dal sistema dei rapporti con il Papato, sia dall’intromissione del potere politico nelle nomine vescovili e forse anche di altre cariche religiose24, come mostra in modo esemplare, proprio per il Molise, il caso riguardante la diocesi di Boiano, descritto da Errico Cuozzo25. Da un documento del 1186 sappiamo che il vescovo di Boiano si era recato nel castello di Sepino (base del potere della famiglia de Mulisio) per chiarire la natura dei diritti che il monastero di S. Croce possedeva su alcune terre dipendenti dal castello: alcuni iudices e boni homines dichiararono che il monastero era esente dalla giurisdizione del vescovo di Boiano, competente soltanto per la consacrazione degli altari, l’ordinazione dei sacerdoti e per dirimere eventuali controversie tra i chierici. Il vescovo confermò tale stato di parziale autonomia e confermò anche al monastero il possesso della chiesa di S. Giovanni in monte Sepino e quello della chiesa di Sant’Angelo costruita all’interno del centro fortificato sepinese con tutti i privilegi di cui aveva goduto fino a quel momento, a patto che consegnasse al vescovo stesso un quarto della decima ecclesiastica. Se quest’ultimo elemento relativo alla “decima sacramentale” costituisce uno dei pochi esempi di sopravvivenza nel territorio meridionale di un sistema di tassazione nei termini in cui era stato introdotto da papa Gelasio I e che in area padana era ancora saldamente funzionante, il documento nel suo complesso presenta un monastero detentore di ampi privilegi, concessi, in tempi diversi, da esponenti del ceto dirigente. Sono indizi tenui, che tuttavia confermano un sistema di istituzioni ecclesiastiche inserite nel contesto dei rapporti feudali. Quando, sulla scorta della fama della casa-madre e avvalendosi di cospicue donazioni, il movimento cluniacense cominciò a diffondersi nell’Italia settentrionale e in primo luogo in quella fascia di territorio tra Bergamo, Brescia, Lodi e Pavia26, lo scenario del monachesimo benedettino nell’Italia settentrionale era per lo più costituito da fondazioni, sia maschili che femminili, sorte in età longobarda, carolingia e ottoniana presso i maggiori centri urbani, ma anche in centri demici di più modesta entità27. In linea generale i monasteri erano strettamente legati alle sedi vescovili; esemplare, in questo senso, la situazione milanese al tempo dell’arcivescovo Ariberto d’Intimiano, che tra l’altro destinò parte dei propri beni e rendite agli enti religiosi, nominando suoi esecutori testamentari l’abate di Sant’Ambrogio e la badessa di San Maurizio, rispettivamente le fondazioni maschile e femminile più importanti di Milano28. I legami che univano il mondo monastico ai vescovi – il cui ruolo fu spesso determinante, nella fase 24. Cfr. FONSECA C.D., Particolarismo…, pp. 107 ss. 25. Cfr. CUOZZO E., Chiesa e società feudale…, pp. 333-356 (in partic. 342-348). 26. Sulla diffusione del monachesimo riformato nell’Italia settentrionale si vedano gli atti dei convegni tenuti a Pinerolo nel 1964 e a Pontida nel 1977: Monasteri in alta Italia…e Cluny in Lombardia... 27. Cfr. PICASSO G., Presenza benedettina…, pp. 9-23; ID., I monasteri…, pp. 82-84. 28. Cfr. VIOLANTE C., L’arcivescovo Ariberto II…, pp. 608-623; sui legami tra vescovi e monasteri, cfr. P. ZERBI, I monasteri cittadini di Lombardia…, pp. 283-314; ID., Monasteri e riforma a Milano…, 217-251. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 35 35 precomunale, al rafforzarsi dei ceti eminenti che aspiravano a partecipare al governo delle città – favorirono l’intreccio dei rapporti tra le sedi monastiche e le maggiori famiglie cittadine, all’ombra del potere vescovile. La diffusione delle nuove sedi dei cluniacensi, che mantenevano strettissimi legami con la casa-madre e con la Santa Sede, fece tramontare un modello – quello basato appunto sul legame tra vescovi e monasteri – che aveva resistito per lungo tempo. Non venne tuttavia intaccato il rapporto vitale tra il mondo monastico e i ceti che avevano dato vita e più marcatamente contribuivano a consolidare le strutture istituzionali dei comuni29; tale andamento oltre che in Lombardia, si può riscontrare anche per quanto riguarda la Liguria30. La fondazione di cenobi e priorati cluniacensi venne propiziata soprattutto dagli ordines più elevati del ceto feudale: in Piemonte troviamo i conti di Pombia e i marchesi di Occimiano; in Lombardia i conti di Bergamo e, per la stessa città, alcune famiglie capitaneali come i Mozzi, i da Martinengo e i da Prezzate; i da Carcano e i da Besate a Milano31. I laici fondatori di monasteri o di ‘celle’ cluniacensi mantennero spesso stretti rapporti con questi: ad esempio, Alberto da Prezzate si fece monaco nel monastero che aveva fondato a Pontida con i beni di famiglia e ne divenne priore32; in altri casi essi conservarono i diritti di avvocazia, che trasmettevano ai discendenti. Il legame che parecchie famiglie dei ceti feudali instaurarono e mantennero a lungo con le fondazioni cluniacensi non si configurava soltanto come adesione ad una proposta coinvolgente sul piano spirituale, ma assunse anche significato sul piano sociale, rinsaldando l’unità del lignaggio grazie al sostegno prestato dal gruppo parentale nel suo complesso attraverso numerosi suoi membri. Il periodo d’oro della diffusione cluniacense nell’area padana coincise, dal punto di vista politico-istituzionale, con l’avvio dei comuni cittadini e legò gli enti religiosi al variegato ceto dirigente dei governi comunali. La comparsa del monachesimo cistercense nell’Italia settentrionale è connessa, come si è visto anche per il Mezzogiorno, alle vicende inerenti allo scisma tra Innocenzo II e Anacleto II e all’azione per comporlo svolta da Bernardo di Clairvaux33. Tra i sostenitori di Anacleto (e quindi di Corrado di Svevia) vi era l’arcivescovo di Milano Anselmo della Pusterla, che tra la fine del 1134 e l’inizio dell’anno seguente dovette lasciare la città a causa del malcontento suscitato all’interno della cittadinanza dalla sua condotta nel governo ecclesiastico34: le capacità di mediazione di Bernardo, unite al suo grande carisma e al sostegno ricevuto da un gruppo di monaci francesi che si erano da qualche tempo stabi- 29. Cfr. OCCHIPINTI E., Monasteri e comuni…, pp. 187-198. 30. Cfr. POLONIO V., Monasteri e comuni in Liguria…, pp. 163-185 (in partic. 177). 31. Cfr. VIOLANTE C., Per una riconsiderazione…, pp. 521-664 (in partic. 617-619). 32. Ibid. 33. Per un quadro sintetico si può fare riferimento a MANSELLI R., Fondazioni cisterciensi…, pp. 205237; si veda anche ZERBI P., I rapporti di san Bernardo…, pp. 3-109. 34. Cfr. ZERBI P., La Chiesa ambrosiana…, pp. 125-230. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 36 20.01 Pagina 36 I Beni Culturali nel Molise liti presso il Ticino, evitò una svolta traumatica per i milanesi. Il nuovo arcivescovo Robaldo, proveniente da Alba, vide con favore e aiutò materialmente lo stanziamento di una comunità monastica in un’area strategicamente importante, perché di confine, tra il contado milanese e quello pavese35: iniziava così la storia del monastero di Morimondo; nello stesso periodo di tempo, assai vicina alla città di Milano veniva fondata Chiaravalle Milanese, da cui poi sarebbe derivata Chiaravalle della Colomba nel Piacentino36. Frattanto sorgevano in Piemonte Lucedio, Staffarda, Casanova37. L’ascetico stile di vita dei monaci cistercensi ebbe un impatto forte e positivo sulle popolazioni con cui venivano in contatto: si ampliarono rapidamente le comunità e le molte donazioni pie contribuirono in maniera determinante a dare vita, in breve volgere di tempo, a cospicui patrimoni fondiari che vennero pure rapidamente messi a frutto. L’ideale di fuga dal mondo, la ricerca del desertum che sta alla base della spiritualità cistercense non ebbe un influsso esclusivo sulle fondazioni italiane: se è vero che le loro sedi erano poste in zone disabitate, va rilevato tuttavia che esse si trovavano non troppo lontano dai centri cittadini – esemplari in tal senso sono le milanesi Chiaravalle e Morimondo -, legando fin dal principio le proprie sorti alla realtà politica e socioeconomica delle città. Tale tendenza si accentuò via via con l’andare del tempo, così che nel Duecento si riscontrano basi di appoggio delle comunità all’interno delle mura urbane38. D’altra parte i vasti patrimoni accumulati dalle abbazie attraevano l’interesse delle famiglie dei ceti dirigenti, che aspiravano a portarli sotto il proprio controllo e ad amministrarli, magari attraverso propri membri che godevano di una posizione eminente all’interno delle comunità monastiche39. Come tradizionalmente avveniva per i grandi monasteri cittadini, le nuove fondazioni monastiche collocate nel contado limitrofo alla città si configuravano sempre – sia nei rapporti intercittadini che nei rapporti intracittadini – come centri di potere, attraverso i quali passavano conflitti, tensioni, alleanze, successi e sconfitte40; ciò poteva comportare a volte gravi rischi o addirittura condizionare pesantemente la sopravvivenza stessa delle comunità: è il caso di Morimondo, coinvolto nei ricorrenti conflitti tra Milano e Pavia, che nel 1237 – in una fase di duro scontro tra le due città – vide oltraggiati e minacciati membri della comunità, distrutti ambienti e arredi del complesso monastico41. La presenza dei cistercensi nelle campagne padane ebbe poi una rilevanza 35. Cfr. OCCHIPINTI E., Il monastero…, pp. 527-554; anche in altri casi l’arcivescovo Robaldo intervenne in favore di nuove comunità monastiche che si andavano costituendo, cfr. EAD., Continuità e innovazione ... (in corso di stampa). 36. Cfr. Chiaravalle. Arte e storia di un’abbazia cistercense…; CHIAPPA MAURI L., Paesaggi rurali in Lombardia…; EAD., Monasteri ed economia rurale…, pp. 199-218. 37. Cfr. BELLERO M., I cistercensi e il paesaggio rurale…, pp. 337-351; COMBA R., Fra XII e XIII secolo…, pp. 5-39. 38. Ibid. 39. Cfr. OCCHIPINTI E., Il monastero …, p. 541; EAD., Fortuna e crisi…, pp. 314-336. 40. Cfr. OCCHIPINTI E., Il monastero …, p. 541. 41. Cfr. OCCHIPINTI E., Fortuna e crisi…, pp. 322-329. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 37 37 particolare nell’evoluzione agraria. Le cospicue estensioni di terreni da coltivare, collocate spesso in ambiente favorevole quale la pianura irrigua a sud di Milano, spinse a sperimentare nuove tecniche agricole come la realizzazione di marcite, impiegate dai cistercensi sul finire del XII secolo42. L’organizzazione del lavoro agricolo, che all’opera dei conversi affiancava quella dei salariati, spesso ingaggiati con contratti collettivi, incise in maniera profonda anche sulle forme di insediamento, con frequenti spostamenti di centri demici in vista di una loro maggiore funzionalità alle esigenze produttive; in tal modo antichi villaggi si svuotarono per travasarsi poco lontano nel sistema delle grange monastiche. Dunque i patti agrari, i modelli produttivi, le forme dell’abitare seguirono vie nuove, che giunsero assai in ritardo nelle zone non direttamente interessate dalla presenza cistercense. Nelle brevi note che precedono si sono voluti rimarcare alcuni elementi che influirono sulla diffusione del monachesimo benedettino riformato nei diversi contesti del Mezzogiorno e del Settentrione d’Italia, dando luogo a sviluppi ed esiti diversi. L’attiva presenza e la predicazione di Bernardo di Clairvaux, ad esempio, alimentarono prospettive differenti nel vario costituirsi di fondazioni ispirate dal modello cistercense. Il filtro frenante delle rigide strutture della monarchia normanno-sveva, attenuando la carica di norme e divieti tipici dell’ordine di Citeaux, condizionò in misura notevole le scelte relative all’organizzazione economica dei patrimoni monastici, con risvolti decisivi anche dal punto di vista sociale, come mette in luce innanzitutto l’assoggettamento a vincoli di dipendenza personale dei lavoratori della terra; in tal modo si affermò un orientamento volto a mantenere forme tradizionali di rapporto tra i proprietari (laici o ecclesiastici) e i contadini loro dipendenti, tradendo lo schema agrario ‘per grange’ proposto dai cistercensi, ai quali venne di fatto impedito di svolgere da questo punto di vista un ruolo innovatore. Per altro verso, quando interlocutori dei monaci furono i vescovi delle città padane, impegnati a sostenere le esperienze comunali, e complessivamente i ceti dirigenti urbani, scaturì una fattiva collaborazione che da una parte accoglieva nel profondo del tessuto sociale le istanze rappresentate dalle nuove comunità monastiche, dall’altra poneva le comunità stesse come punti nevralgici nell’insieme degli equilibri socio-economici. Un analogo fenomeno di differenziazione è riscontrabile fra le comunità che si richiamavano a Cluny a seconda dell’area in cui erano collocate. Le fondazioni monastiche normanne si mantennero abbastanza isolate dalle popolazioni, che non poterono recepire il senso di una spiritualità rinnovata43; al contrario, forse per un più precoce proporsi del messaggio cluniacense nel clima del movimento per la riforma ecclesiastica, le fondazioni settentrionali costituirono dei 42. Cfr. CHIAPPA MAURI R., Paesaggi rurali in Lombardia…, pp. 103-131. 43. Cfr. HOUBEN H., Il monachesimo cluniacense…, pp. 358-359, che indica l’unica eccezione nel caso di Aversa. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 38 38 I Beni Culturali nel Molise poli di attrazione delle forze più dinamiche della società, così che ne derivarono impulsi vitali per la stessa civiltà comunale. Complessivamente si può dire che nel mondo comunale continuò a sussistere, anzi si rafforzò una sorta di rapporto privilegiato tra istituzioni monastiche e autorità politica, come dimostrano le lunghe serie di sentenze favorevoli ai monasteri – in occasione di controversie con laici – sistematicamente pronunciate dai consoli di giustizia cittadini44: uno scenario che la azione congiunta della monarchia normanno-sveva e della Chiesa, che ad essa aveva riconosciuto importanti prerogative, rendeva impossibile nel Mezzogiorno. Consegnato per la stampa nel maggio 2002. 44. Cfr. OCCHIPINTI E., Monasteri e comuni … Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 39 LA CONTEA NORMANNA DI MOLISE Errico Cuozzo Istituto Universitario “Suor Orsola Benincasa” - Napoli Mi sono occupato per la prima volta della contea normanna del Molise in un articolo pubblicato sull’ “Archivio Storico per le Province Napoletane” nell’ormai lontano 1981. Di recente ho pubblicato, in collaborazione con l’amico e collega Jean-Marie Martin, l’edizione delle pergamene conservate nella chiesa di Santa Cristina di Sepino, e nella Introduzione sono ritornato sullo stesso argomento modificando leggermente alcune mie ipotesi. La contea di Molise fu istituita nel 1142 da re Ruggiero II d’Altavilla, quando riorganizzò tutta la struttura feudale e militare del Regno di Sicilia. In tale occasione egli creò un organismo nuovo che chiamò con un termine vecchio ‘contea’. Si trattava di un organismo feudale, che era costituito da una serie di terrae feudali non necessariamente contigue tra loro, disposte sul territorio ‘a macchia di leopardo’. I conti erano tutti imparentati con la famiglia degli Altavilla; essi erano titolari dei feudi che costituivano la contea, li tenevano in capite de domino rege, cioè direttamente dal re, li amministravano direttamente (in demanio) o li davano in suffeudo (in servitio). Ogni conte era direttamente responsabile verso il sovrano dell’intero servizio militare dovuto dai feudi della sua contea, anche di quelli dati in servitio. I conti, infine, godevano, a differenza degli altri feudatari, di alcuni privilegi: il conte aveva la possibilità del comando attivo in caso di guerra sui milites forniti ogni anno all’esercito regio dalla propria contea; il conte esercitava compiti di natura giudiziaria relativi alla bassa e all’alta giustizia. Nel 1142, dunque, re Ruggiero II d’Altavilla istituì la nuova contea di Molise: essa fu così chiamata dal cognomen toponomasticum del suo primo titolare, un vecchio feudatario della regione, già conte di Boiano, che si chiamava Ugo de Mulisio . Prima del 1142 le fonti non attestano la contea di Molise. Ad essa si fa riferimento soltanto in una carta, di dubbia autenticità, dovuta a quell’eccezionale personaggio che fu Pietro Diacono, continuatore del Chronicon Monasterii Casinensis di Leone Ostiense, ed autore abilissimo di falsi documenti redatti per difendere i privilegi della abbazia cassinese. Il suo Registrum, croce e delizia degli eruditi, sta per avere la prima edizione critica ad opera di una équipe coor- Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 40 20.01 Pagina 40 I Beni Culturali nel Molise dinata da J.-M. Martin , di cui fa parte anche chi vi parla. Ugo de Mulisio, che divenne titolare della nuova contea che prese il suo cognomen, era un importante esponente della feudalità del Mezzogiorno, che si era opposto con forza a Ruggiero d’Altavilla all’indomani della sua elevazione alla dignità regia. Si era schierato con Rainulfo d’Alife e con Roberto, principe di Capua, e con essi aveva accolto e sostenuto l’imperatore Lotario nella sua discesa nell’Italia meridionale: si trattava di opporsi all’autorità del nuovo sovrano, e di rivendicare la visione policentrica ed egualitaria del potere esercitato dalle signorie normanne delle origini. Dopo la vittoria definitiva dell’Altavilla, Ugo gli si sottomise, gli giurò fedeltà vassallatica, e ne sposò anche la sorella. Ugo era stato titolare di un’ampia signoria territoriale, che nei documenti viene detta ‘contea di Boiano’. Si trattava (ed è questa la differenza fondamentale tra le ‘vecchie contee’ normanne e le ‘nuove contee’ nate dopo la nascita del Regno) di un ampio e compatto territorio di cui era possibile tracciare con precisione il perimetro del confine, posto ai piedi del Matese, che comprendeva grosso modo l’attuale regione Molise. Evelyn Jamison – la grande studiosa dell’università di Oxford alla quale la storia del Molise medievale deve dei contributi fondamentali – tracciò, grazie alla sua eccezionale conoscenza della documentazione, il perimetro della primitiva signoria del conte Ugo. Nel 1142 la ‘nuova contea’ di Molise era formata, come ho accennato, da una serie di feudi non necessariamente contigui tra loro, ma sparsi sul territorio a ‘macchia di leopardo’. Che cosa sappiamo della ‘nuova contea’ di Molise? Le informazioni più importanti ci vengono da quel documento fondamentale per la storia dei Normanni nell’Italia meridionale, che è solitamente detto ‘catalogus baronum’. Esso fu edito nel 1972 da Evelyn Jamison; questa edizione fu poi accompagnata da un mio Commentario storico-prosopografico, pubblicato nel 1984. Il catalogus elenca tutte le contee presenti nelle due province continentali del regno, dette Ducatus Apuliae e Principatus Capuae. Queste erano poste rispettivamente ad oriente e ad occidente della linea degli Appennini ed erano separate da un confine che ho altrove ricostruito. Tra le contee elencate vi è anche quella di Molise. Purtroppo il testo tradito del catalogus baronum presenta una delle sue lacune proprio là dove si tratta della contea di Molise. La lacuna riguarda, tra l’altro, il capoverso relativo alla menzione iniziale del conte Ugo (o del suo successore Riccardo de Mandra, il cui nome fu molto probabilmente inserito nella veloce e frettolosa revisione del registro effettuata nella curia palermitana nel 1167), e tutti i paragrafi relativi ai feudi ed ai feudatari tenuti in demanio dal conte di Molise nel Principatus Capuae e nel Ducatus Apuliae; sono inoltre assenti 26 feudi di cavaliere tenuti in servitio dal conte nel Principatus Capuae. Noi conosciamo, dunque, soltanto una parte dei feudi tenuti in servitio dal conte nel Principatus Capuae, e tutti i feudi comitali in servitio nel Ducatus Apuliae. Le ricerche della Jamison, e quelle che ho condotto io, hanno cercato di colmare la lacuna del cata- Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 41 41 logus, e di individuare, attraverso la documentazione edita ed inedita, tutti i feudi della contea di Molise. Devo confessare che ci siamo riusciti soltanto in parte. Il conte Ugo di Molise partecipò alla grande ribellione della feudalità continentale contro re Guglielmo I negli anni 1155-6. Conservò, tuttavia, la contea fino alla sua morte, anche se essa non passò ai suoi discendenti. Evelyn Jamison cercò invano di stabilire con precisione la data della morte del conte Ugo. Grazie ad uno dei documenti di Santa Cristina di Sepino, da poco editi, credo di averla individuata. Nel luglio del 1159 Ugo de Molisio , signore di Sepino, dopo aver donato al monaco Giovanni ed ai suoi successori la chiesa di S. Croce, conferma la ‘cartula libertatis’ per l’anima dei suoi genitori, del conte Ugo di Molise, di se stesso e di tutti i suoi parenti. Nel luglio del 1159, dunque, il conte di Molise era ancora vivo. Egli morì dopo qualche mese, molto probabilmente in Palermo, dove nel 1160 risiedeva sua moglie Adelaide cuiusdam filie Rogerii spurie, que Hugonis Comitis Mollisinii uxor fuerat. Re Guglielmo I d’Altavilla, dopo la morte di suo cognato Ugo de Mulisio, non provvide a nominare un successore nella contea di Molise: non la soppresse (non ne riorganizzò, cioè, completamente la struttura demaniale e feudale, né provvide ad una nuova assegnazione dei feudi), ma la lasciò vacante, ovvero fece sopravvivere la organizzazione della contea così come era alla morte del conte, e nominò un suo funzionario di fiducia perché l’amministrasse, il camerario regio Abdenago Filius Anibal. Costui l’amministrò per sei anni. Nel 1166, la reggente regina Margherita di Navarra, nella sua opera di pacificazione e ‘normalizzazione’ del regno, nominò i titolari delle contee di Molise, Andria, Fondi, Albe, Loreto, Sangro, che da alcuni anni erano vacanti. La contea di Molise fu data a Riccardo de Mandra, comandante delle truppe mercenarie (familiaris militia) del re. Il nuovo conte tenne la contea fino alla sua morte, avvenuta nel 1170. Dopo tale data non si ha più alcuna notizia di un conte di Molise fino al 1183. Evelyn Jamison rintracciò un documento di questo anno, presente nel Cartulario di Santa Maria del Gualdo, in cui si fa riferimento ad una contessa di Molise di nome Gaitelgrima. La studiosa la identificò nella moglie di Riccardo de Mandra, che avrebbe avuto la reggenza della contea dopo la morte del marito, in attesa della maggiore età del figlio Ruggiero. Di recente Jean-Marie Martin ha confermato questa identificazione nella sua edizione del Cartulaire de S. Matteo di Sculcola en Capitanate (Registro d’Istrumenti di S. Maria del Gualdo). A partire dal 1185 possiamo documentare che la contea di Molise era tenuta dal conte Ruggiero. Contrariamente a quanto ipotizzato dalla Jamison e dal Martin , io ritengo che questo personaggio non fosse figlio del conte Riccardo de Mandra e della contessa Gaitelgrima, ma figlio del conte Ugo di Molise. Sono portato ad avanzare l’ipotesi che la vecchia famiglia feudale dei de Mulisio sia rientrata in possesso della contea sulla scorta di una pergamena di Sepino del novembre 1175. Si tratta di una cartula donationis et confirmationis con cui Roberto di Molise, Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 42 20.01 Pagina 42 I Beni Culturali nel Molise signore di Sepino, conferma alla chiesa di S. Croce le donazioni e le esenzioni concesse da lui stesso e dal padre “ pro redemtione anime nostre et genitoris mei atque genitricis mee atque pro anime comitis Ugonis de Molisio”. Come spiegare questo riferimento nel 1175 alla vecchia dinastia comitale, se non ipotizzando che essa avesse riottenuto la contea di Molise? Ma vi è di più. Questa mia ipotesi è confermata dalla presenza in Molise, ancora nel 1206, della contessa Adelaide d’Altavilla, moglie del conte Ugo, e madre del conte Ruggiero: in questo anno ‘venuta al fine della sua vita e non lasciando figli, dava 5 cantaia d’argento in oggetti da chiesa al vescovo Rainaldo per la cattedrale di Boiano’. All’indomani della morte del re Guglielmo II d’Altavilla nel 1189, il conte Ruggiero di Molise si schierò subito dalla parte degli Hohenstaufen. Nell’inverno del 1190-1 aprì le trattative con Enrico VI; firmò poi la lettera inviata dai regnicoli filoimperiali all’imperatore nel momento della sua incoronazione a Roma il 15 aprile 1191; nel maggio, infine,prestò il giuramento di fedeltà ad Enrico entrato nel Regno. Dopo la partenza dell’imperatore, assalito dal conte di Acerra, fu cacciato da Venafro e fu costretto a passare tra i filotancredini. Mantenne la contea negli anni 1193 e 1194. Nel 1195 la contea di Molise fu concessa dall’imperatore Enrico a Corrado di Lützelinhart, detto Moscaincervello. Costui, per entrarne in possesso, intraprese una campagna militare contro il conte Ruggiero, fino a costringerlo alla resa, dopo aver conquistato Roccamadolfi nel 1196. Il conte, sconfitto ed umiliato dalle terribili condizioni impostegli dal vincitore, fu costretto ad andare in esilio, dove morì. Giuditta, figlia del conte Ruggiero, sposò Tommaso di Celano, figlio del conte Pietro, molto probabilmente, a mio parere, nel 1191, quando i rispettivi genitori erano schierati con Enrico VI. Questo matrimonio legittimò le pretese dei de Celano sulla contea di Molise, dopo la morte del Moscaincervello nel 1197. La contea fu concessa, però, a Marcovaldo di Anweiler, marchese di Ancona e Romagna, e conte di Abruzzo, incaricato di controllare gli interessi imperiali nell’Italia centrale. Ma a partire dal 1200 Pietro di Celano incominciò sempre più a consolidare il suo potere nella contea di Molise, fino a costringere Marcovaldo, dopo la presa di Isernia, a ritirarsi in Sicilia. Nel 1201 Gualtiero di Brienne entrò nel Regno, mandato da Innocenzo III, per scacciare Marcovaldo. Il conte Pietro di Celano gli fu dapprima ostile; poi gli si alleò, ottenendo il possesso definitivo della contea di Molise. A questo punto credo di dover interrompere la mia esposizione, perché quello che direi riguarderebbe non più la contea normanna di Molise, ma il Molise nell’età di Federico II: sarà questo, lo voglio sperare, l’argomento di un nostro prossimo incontro, organizzato dal dinamico e benemerito Istituto Regionale per gli Studi Storici del Molise ‘V. Cuoco’. Vi ringrazio per l’attenzione*. * È qui pubblicata la registrazione, rivista dall’autore, della relazione tenuta a braccio. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 43 SEZIONE ARCHIVISTICA Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 44 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 45 IL MOLISE NEL “REPERTORIO DELLE FONTI DOCUMENTARIE EDITE DEL MEDIOEVO ITALIANO” Francesco Mottola Università «G. D’Annunzio» di Chieti e Pescara Nel 1992 l’Associazione italiana dei paleografi e diplomatisti ha promosso l’iniziativa di un repertorio che raccogliesse l’intera produzione documentaria edita del medioevo italiano compresa tra il 568 ed il 31 dicembre 1500, mentre l’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, presso il quale è costituita una redazione centrale di coordinamento nazionale, ha assunto la ricerca tra i propri compiti istituzionali e pubblicherà l’intera serie formata da venti volumi, uno per regione. Ogni volume avrà la seguente impostazione: premessa redazionale uguale per ogni regione; introduzione, siglario, bibliografia degli scritti di diplomatica, paleografia e archivistica relativi alle fonti documentarie della regione; schede; indici: cronologico, degli autori, dei nomi di persona, dei nomi di luogo, delle cose notevoli, degli archivi e delle serie. Lo scopo dell’iniziativa è di reperire tutte le pubblicazioni (monografie, saggi, articoli, opuscoli per nozze, schede di catalogo, ecc.), dalle origini della stampa ad oggi, in Italia e all’estero, che presentino, a qualsiasi titolo e in qualsiasi forma, edizioni, trascrizioni, regesti e simili, di testi documentari d’età medievale e di pertinenza italiana, quali che ne siano la lingua e la scrittura. Sono considerate pure le epigrafi purché riportino un testo di natura documentaria. Tali testi devono essere provvisti d’autonomia nell’ambito complessivo della pubblicazione ed essere dotati di un diretto interesse diplomatistico o archivistico. Sono dunque esclusi gli stralci e le citazioni di documenti contenuti nelle note e negli studi a carattere prettamente storico. Il repertorio è organizzato su base regionale secondo gli attuali confini. All’interno di esso le schede (ciascuna corrispondente ad una pubblicazione) sono ordinate cronologicamente. Per censire le pubblicazioni, e non i singoli documenti, è stata elaborata una scheda-tipo con vari “campi”; la successione di questi è schematicamente la seguente: cognome e nome dell’autore/i o di eventuali curatori; intera citazione bibliografica; informazioni sul contenuto dell’opera quali, ad esempio, tipo di Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 46 20.01 Pagina 46 I Beni Culturali nel Molise edizione (edizione critica, edizione diplomatica, regesti, …), persone intese in senso diplomatistico, particolarità di rilievo e ogni altra notizia reputata utile per una migliore conoscenza del documento (ad esempio data topica, facsimili, cronotassi, ecc.); segnature archivistiche dei documenti; indicazione bibliografica di eventuali recensioni e segnalazioni dell’opera; collocazione in biblioteche pubbliche per le opere di difficile reperimento; numero dei documenti editi raggruppati per cinquantennio in un doppio elenco, uno per le edizioni integrali e l’altro per i regesti; elenco delle regioni di riferimento dei documenti. Scopo della scheda è, dunque, descrivere oggettivamente carattere e contenuto dell’opera, non recensirla. Si comprende bene la validità dell’impresa che riunirà l’intera produzione documentaria edita del medioevo italiano mettendo a disposizione di tutti uno strumento di lavoro che può diventare, si spera, un insostituibile punto di riferimento per le ricerche di natura storica, e non solo. Il sottoscritto è il responsabile delle regioni Abruzzo e Molise. La prima è stata particolarmente prolifica di documentazione medievale e, in forza di ciò, i tempi di ultimazione del lavoro non sono imminenti, mentre la seconda, vale a dire il Molise, è prossima a vedere completata la minuziosa ricerca del reperimento delle pubblicazioni. All’inizio del lavoro di spoglio bibliografico nacquero alcune perplessità stante l’esiguità, come per la Basilicata, della documentazione medievale molisana. Il che non significa che non ci sia stata, a suo tempo, una produzione poi dispersa per molteplici cause. Se si eccettuano vari fondi archivistici tuttora conservati nel territorio regionale recuperati e salvaguardati negli ultimi decenni1 e altre pergamene conservate sia nel Molise – per fare un solo esempio S. Cristina di Sepino, recentemente pubblicate2 – sia al di fuori, come quelle confluite nell’archivio dell’archicenobio di Montecassino3, era opinione diffusa che la gran massa di documenti editi riguardante il Molise medievale fosse contenuta principalmente nel Chronicon Vulturnense edito da Vincenzo Federici tra il 1925 ed il 19384; a questo si aggiungevano un paio di volumi risalenti alla tradizione erudita regionale del sei-settecento, alcuni scritti prevalentemente d’occasione e pubblicazioni varie di questo secolo5. In realtà sono state compilate sinora poco meno di cento schede, pari ad altrettante opere, e non si dispera di poter incrementarne il numero. Un discreto risultato se si considera quanto appena detto e la dispersione della documentazione medievale della regione. 1. Cfr. la relazione di DE BENEDITTIS R., Il recupero del patrimonio…, in questo stesso volume di Atti. 2. P.S.C.S. … 3. Cfr. la relazione di F. AVAGLIANO, Le pergamene di Montecassino…, in questo stesso volume di Atti [n.di r.: testo non pervenuto] e qui nota 27. 4. CV. 5. Per un primo approccio con tali studi si rinvia a COLAPIETRA R., Temi e problemi …; ID., Tesi e spunti …, 1992, 1, pp. 87-95, e ID., Tesi e spunti …, 1995, 1-2, pp. 39-50, e a D’ANDREA U., Gli studi storici nel Molise … Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 47 47 Le sedi di stampa dei documenti si sono rivelate le più svariate: tanto per fare un solo esempio, che riprenderò in seguito, il noto privilegio del 976 dei principi di Capua e Benevento, Pandolfo I e Landolfo III, a Giovanni ordinato abate di S. Elena in Pantasia, dipendenza di S. Eustachio a sua volta soggetto a Montecassino, fu edito insieme con altri sei documenti d’età medievale, nel 1870, nel verbale del consiglio comunale di S. Giuliano di Puglia a sostegno di una vertenza tra il comune frentano e «l’amministrazione pel culto» a proposito della citata badia ubicata in quel territorio6. Il Repertorio ha, dunque, riservato impreviste sorprese, sia di natura storicoarchivistica sia più squisitamente diplomatistica: di alcune di esse come dei caratteri delle pubblicazioni reperite si vuole dare qui un’anticipazione, anche se sommaria e forse frettolosa, e tracciare alcune linee di carattere generale in attesa dell’uscita del volume, non potendo, in questa sede, affrontare nello specifico i vari problemi, soprattutto di natura diplomatistica. È preliminare conoscere un po’ più da vicino, anche se in rapida carrellata, le pubblicazioni schedate ed interrogarsi su alcuni dei suoi contenuti. Se si volesse con un solo, efficace esempio dare la dimensione esatta della carenza di edizioni locali di testi documentari e del ritardo con cui esse iniziano a comparire nel panorama della storiografia, non si troverebbe di meglio che ricordare la lentezza, rispetto alle altre contermini regioni, con cui compare il primo libro stampato nel Molise. Si tratta della nota edizione, impressa nel 1644 a Isernia per i tipi di Camillo Cavallo, delle Memorie historiche del Sannio del dottore e arciprete della cattedrale d’Isernia Gian Vincenzo Ciarlanti7. Sono numerose le citazioni di vari documenti molisani e non, tra cui quelli tratti dai registri Angioini oggi perduti, che attestano un lavorìo di natura erudita avviato nella regione; però nelle Memorie è presente solo la trascrizione, per di più non completa, del privilegio del 964 di Pandolfo I Capodiferro e Landolfo III principi di Capua e Benevento a Landolfo detto il Greco, conte d’Isernia, di concessione della città con le sue pertinenze, documento conservato presso il locale archivio capitolare. Bisogna attendere ben cento anni per l’uscita, questa volta a Roma, di altre Memorie, nel titolo dichiaratamente storiche, civili ed ecclesiastiche di Larino a 6. Deliberazione del Consiglio Comunale ... Gli altri documenti sono: 1 ciascuno dei re di Napoli Guglielmo II a Pietro abate di S. Elena (a. 1179) e di Giovanna I a Gerardo abate (a. 1369), 1 del 1190 di Giordano abate circa gli usi e le consuetudini degli uomini e dei vassalli del castello di Montecalvo, 1 del 1208 di Matteo de Molisio dominus de Castro Laureti circa una vertenza tra il monastero e la domus hospitalis di S. Giuliano, 1 del 1251 di Corrado IV imperatore (inserto) e 1 del 1256 (sentenza) di Tommaso Gentile maestro giustiziere della R. Curia e Nicola de Tocco giudice della stessa Curia. Questi documenti erano già conosciuti nella regione perché pubblicati sin dal 1744 da Tria (cfr. infra nota 8). Nella Deliberazione sono trascritti altri quattro documenti datati tra il 1550 ed il 1869. 7. CIARLANTI G.V., Memorie historiche del Sannio chiamato hoggi Principato Vltra, Contado di Molisi ... Nel 1823 a Campobasso, per i tipi di Onofrio Nuzzi, ne fu fatta una seconda edizione. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 48 20.01 Pagina 48 I Beni Culturali nel Molise cura del suo vescovo Giovanni Andrea Tria8 con la trascrizione di trenta documenti – compresi tre inserti –, alcuni dei quali regi e comitali nonché bolle papali e vescovili. Tra l’altro l’opera vuol far conoscere le fondazioni monastiche ubicate nel territorio della diocesi e descriverle con l’ausilio di adeguata documentazione. Gli orizzonti archivistici si ampliano: le pergamene di Montecassino, anche se per il tramite della Historia di Erasmo Gattula, e dell’arcivescovato di Benevento, i Registri vaticani, i processi della Camera della Sommaria, gli archivi della regia Zecca e del Delegato della real Giurisdizione di Napoli sono conosciuti ed utilizzati. Le due opere si distinguono per due caratteristiche che le connotano: la matrice ecclesiastica della qualità degli autori (rispettivamente arciprete e vescovo) e l’utilizzo di documentazione tratta soprattutto dagli archivi capitolari locali. Purtroppo esse restano le uniche per il sei-settecento. Tra l’una e l’altra si inserisce l’Italia Sacra del cistercense Ferdinando Ughelli il quale, con i criteri d’edizione ben noti e sui quali non vale la pena soffermarsi, pubblica nove documenti inseriti nelle cronotassi dei vescovi delle diocesi molisane9. Si dovrà arrivare al 1824 per leggere le memorie venafrane del canonico e teologo Gabriele Cotugno10 il quale pubblica un solo documento, del 1172, di Alessandro III a Rainaldo vescovo di Venafro. A questa si aggiungono, negli anni settanta e ottanta dello stesso secolo, tre pubblicazioni – due edite a Campobasso dallo stabilimento tipografico dei fratelli Colitti11 – di natura prevalentemente giudiziaria e statistico-storica, riguardanti la già citata controversia che oppose il comune di S. Giuliano di Puglia all’«Amministrazione del Fondo pel Culto»12. In esse non si aggiunge nulla di nuovo poiché si riutilizza documentazione già pubblicata precedentemente da Tria13. La fine del secolo vede sì una diversificazione degli interessi ma l’esplorazio- 8. TRIA G.A., Memorie storiche, civili ed ecclesiastiche… La pubblicazione riporta pure il documento regio del 23 agosto 1135 di Ruggero II ad Alberto abate di S. Maria de Melanico: sul monastero cfr. PIETRANTONIO U., Il Monachesimo Benedettino… , p. 447 n. 69 (le notizie riportate in questo lavoro sono da prendere con molta cautela, come ha evidenziato PACIOCCO R., I benedettini e l’Abruzzo nel medioevo …, pp. 535-547); sul testo v. Rogerii II. regis diplomata latina ..., D 40 (d’ora in poi solo D Ro.II. seguito dal numero del documento). Per alcune notizie biografiche sul vescovo Tria v. la premessa alla ristampa delle Memorie realizzata a Isernia nel 1989 da Cosmo Iannone editore. 9. I volumi che interessano le diocesi del territorio molisano sono il VI (vescovato di Isernia) e l’VIII (vescovati di Bojano, Guardialfiera, Larino e Termoli). In volumi comprendenti diocesi vicine sono pubblicati altri documenti: ad esempio quelli emanati dai conti di Loretello nella cronotassi dei vescovi di Bovino. 10. COTUGNO G., Memorie istoriche di Venafro… 11. Il Repertorio delle fonti vuol dare, pure, un piccolo contributo alla storia della tipografia molisana dell’Ottocento sulla quale stanno indagando, da tempo, CASMIRO L. – DARDONE C. – PALMIERI G., Annali della tipografia Molisana dell’Ottocento…; v. pure DAMIANI P. – ARDUINO A., I periodici molisani del XIX e XX secolo… 12. Oltre alla Deliberazione cit. di cui alla nota 6, PAPPONE R., Sul Comune di Sangiuliano di Puglia …, e DE MARCO G., Per l’Amministrazione del Fondo pel Culto contro il Comune di S. Giuliano di Puglia… 13. Cfr. note 6 e 8. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 49 49 ne diretta degli archivi capitolari e locali, quale era iniziata tempo prima e costituiva la base soprattutto del lavoro di Tria, sembra ora trascurata. Vanno segnalati alcuni studi monografici che si occupano del giurista Andrea d’Isernia14, dei rapporti tra il papato e la regina Giovanna I di Napoli15 e, soprattutto, di Celestino V in occasione del sesto centenario dell’elevazione al soglio pontificio sulla cui figura fiorisce una varia e diseguale letteratura riguardante pure l’Abruzzo16. Sono degne di menzione le Considerazioni sulla città di Larino del barone Giandomenico Magliano e pubblicate dal nipote Alberto17. Con esse si ritorna a stampare a Campobasso presso i citati fratelli Colitti e si trascrive per intero documentazione attinta dai fondi dell’Archivio di Stato di Napoli, come i registri della Cancelleria Angioina o i processi della Sommaria; i documenti sono preceduti da un breve regesto, ma la dipendenza da Tria, per la documentazione più antica, riduce l’importanza delle fonti di questo studio. Il secolo ventesimo inizia con due saggi di Gino Scaramella sulle carte antiche di Campobasso18. Lo studio si rivela interessante per due motivi: i regesti sono in latino ed in italiano con l’indicazione di confini, penalità, notaio, giudice e testi – fatto nuovo nella edizione di fonti documentarie molisane –; il secondo concerne gli archivi di Campobasso utilizzati, successivamente andati perduti a causa dell’ultima guerra: si tratta in particolare di un registro di diplomi riguardante la città, già conservato presso il locale municipio, e due registri formanti il diplomatico della chiesa di S. Giorgio presso la chiesa di S. Leonardo. Sotto l’aspetto della documentazione dispersa il Repertorio delle fonti si sforza, dunque, di perpetuare, almeno, la memoria di archivi dati per perduti e, perché no?, provare a recuperarne alcuni come l’archivio privato dell’avv. Alberto Pistilli – dov’è finito? – utilizzato da Scaramella. L’attenzione nuova che potrebbe essere rivolta alla rilettura di documenti editi, ma perduti, proviene da alcune pergamene della precitata chiesa di S. Giorgio edite nel 1912 da Gasdia19. L’inventario dei beni di Nicola Ferracuto, un grosso personaggio dell’epoca, stilato in diversi giorni dei mesi di novembre e dicembre 1414 fa conoscere l’esistenza di una raccolta libraria abbastanza diver- 14. PALUMBO L., Andrea d’Isernia studio storico-giuridico… 15. Si tratta dell’edizione di numerosi documenti attestanti i rapporti tra i papi Clemente VI, Urbano V e Gregorio XI e la regina Giovanna I di Napoli: tra essi pochi riguardano il Molise. Cfr. CERASOLI F., Clemente VI ..., XXI, 1896, pp. 3-43, 227-264 e 667-707; ID., Urbano V ..., XX, 1895, pp. 7294, 171-205, 357-394 e 598-645 e ID., Gregorio XI ..., XXIV, 1899, pp. 3-34, 307-328 e 403-427. 16. Bisognerebbe distinguere, ai fini di questa ricerca, l’attività svolta come pontefice da quella, precedente, di “molisano”, di eremita, di abate di S. Maria a Faifoli in diocesi di Benevento, di fondatore e “capo” della congregazione monastica dei celestini. Solo una piccola parte della documentazione può riguardare direttamente il Molise sia per la persona nata nei pressi di Isernia (su tutta la relativa problematica v. GRANO A., I castelli di Pietro… e TULLIO R., La patria di Celestino V ... pp. 221231) sia per le istituzioni ecclesiastiche o le località del territorio regionale. 17. MAGLIANO G., Considerazioni storiche sulla città di Larino… 18. SCARAMELLA G., Alcune antiche carte …, e ID., Un privilegio aragonese a favore di Campobasso… 19. GASDIA V. E., Il più facoltoso Campobassano del sec. XV, … Il brano riportato è a pp. 95-96. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 50 20.01 Pagina 50 I Beni Culturali nel Molise sificata: «librum unum legum incipientem “hoc Edicto permittitur ut sine iure” etcetera, decretalem unam, decretalem aliam, Priscianum minorem, librum unum iuris canonici, librum unum medicinalem, libros decem parvos in paginis bonnutis (sic), librum unum parvum “questionem regalium”, librum unum “de summa dictaminis”, breviarium unum antiquum, librum unum qui incipit “in principio creavit Deus” etcetera» oltre ad «arcam unam parvam plenam cartis bonuncibus (sic) et aliis cartis». Dal punto di vista della critica diplomatistica vanno segnalati l’indicazione numerica di tutti i righi di scrittura per ogni pergamena, lo stato di conservazione, il tipo di scrittura, i caratteri intrinseci ed estrinseci anche se questi ultimi ridotti a semplice tentativo di critica più che ad una disamina vera e propria. Questa, insieme con le pubblicazioni di Scaramella già citate, costituisce un piccolo passo in avanti nell’ambito dei criteri di edizione delle fonti documentarie: non ci si limita più alla pura trascrizione diplomatica ma si cerca di corredarla con qualche nota di commento e con osservazioni di vario genere. Seguono altri studi di scarso rilievo sul duomo di Termoli, sulla storia di Caccavone, su di una vertenza tra Venafro e Viticuso, sul feudo di S. Giacomo degli Schiavoni; vanno, però, segnalati quelli di don Mauro Inguanez sulle pergamene dell’abbazia di S. Benedetto de Iumento albo di Civitanova del Sannio e di S. Spirito del Morrone20 e dei monasteri di Isernia, conservate a Montecassino21. È la prima volta che i documenti vengono studiati e pubblicati con piena autonomia diplomatistica, vale a dire in una sezione ben individuata e separata della pubblicazione stessa anche se l’edizione, posta in appendice, si limita ad un regesto breve senza indicazione di data topica, notai e giudici, tranne quelli che si sottoscrivono in versi. Purtroppo rimane l’unico esempio di questo periodo poiché gli studiosi tornano a considerare il documento non nella sua individualità diplomatistica e a studiarlo come tale ma lo intendono come di ausilio e a supporto della ricostruzione prettamente storica. Pertanto non deve meravigliare troppo se esso è inserito nel corpo del saggio o nel discorso e, spesso, confinato nelle note monco delle parti più importanti per la critica del diplomatista, vale a dire il protocollo e l’escatocollo. In tal senso vanno valutate, tra le altre, le ricerche del domenicano Pierro su Cercemaggiore e sul convento di S. Maria della Libera, di Campanelli su Capracotta, di Colozza su Frosolone. Altri studi sulla badia di S. Maria de Strata in agro di Matrice, su S. Maria in aqua viva di Campobasso, su Agnone francescana o sulle figure di Celestino V e Andrea d’Isernia riportano, tra gli anni venti e trenta, i documenti, più opportunamente, in appendice alla monografia o all’articolo ma senza un’adeguata critica di carattere diplomatistico. 20. Per una prima informazione v. PIETRANTONIO U., Il Monachesimo Benedettino …, rispettivamente p. 409 n. 25 e p. 420 n. 38. 21. INGUANEZ M., Le pergamene della Badia di S. Benedetto de Iumento albo di Civitanova, ..., anche in estratto a sé per lo Stab. Arti Grafiche Lazzeri di Siena con paginazione propria pp. 1-12, e ID., Carte Medievali d’Isernia, con firme in versi ... pp. 144-150. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 51 51 Lo studio critico dei documenti molisani o indirizzati ad istituzioni ecclesiastiche ubicate nel nostro territorio inizia negli anni venti, e continuerà nei decenni successivi, ad opera di tre benemeriti studiosi: Vincenzo Federici, Evelyn Jamison, Paul Fridolin Kehr ai quali non solo il Mezzogiorno d’Italia, ma l’intero mondo degli studi dovrà essere sempre debitore. Il primo dà conto tra il 1925 ed il 1938, nell’edizione in tre tomi del Chronicon Vulturnense22, di duecentotredici documenti integrali e di altri ottantacinque in regesto, perduti o non trascritti, riguardanti la nota abbazia benedettina ed enti, persone, località della regione e di quelle confinanti. Anche se oggi si avverte l’esigenza di una riedizione del Chronicon condotta con metodologia più scaltrita, il lavoro rimane ancora fondamentale per l’indagine sulla documentazione privata. La seconda ha legato il suo nome allo studio dell’amministrazione normanna dell’Italia meridionale. In alcune ricerche fondamentali, tuttora valide, sulla contea di Molise nei secoli XII e XIII, sui conti di Molise e Marsia negli stessi secoli, su tre lettere pontificie indirizzate agli ordinari di Capua e Isernia, su S. Maria della Strada, S. Maria della Noce e S. Salvatore di Castiglione23 offre esemplari edizioni critiche, sistemate in appendice alle monografie. L’esplorazione sistematica degli archivi regionali era stata avviata qualche decennio prima da Kehr e dai suoi collaboratori, inviati sin nei più sperduti archivi, le cui relazioni erano iniziate a comparire, a fine Ottocento, nelle Nachrichten von der König. Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen e, poi, i regesti della documentazione anteriore a Innocenzo III nella poderosa opera dedicata all’Italia Pontificia il cui ottavo volume, edito nel 1935, comprendeva le diocesi di Venafro e di Isernia mentre le altre sei (Larino, Termoli, Guardialfiera, Limosano, Trivento e Bojano) compariranno nel nono volume pubblicato nel 1962 da Walther Holtzmann24. Vengono in tal modo esplorate per la prima volta, o riscoperte dopo le erudite ricerche settecentesche di Tria, le raccolte conservate a Isernia e a Larino nonché altri archivi capitolari come Bojano. La documentazione medievale molisana viene così recuperata e studiata criticamente sia per il periodo più antico sia per i documenti dei papi, in regesto, sino a Innocenzo III escluso. Negli anni successivi pochi sono gli studi che pubblicano documentazione 22. Cfr. nota 4. In questa sede è impossibile entrare nel dettaglio della documentazione pubblicata nel Chronicon. 23. Rispettivamente The Administration of the County of Molise …, XLIV, 1929, pp. 529-559 e XLV, 1930, pp. 1-34 (traduz. in italiano di MASCIA G., L’amministrazione della contea di Molise …, pp. 112193); I conti di Molise e Marsia nei secoli XII e XIII, in Convegno storico Abruzzese-Molisano…, pp. 73-178; Tre lettere pontificie del principio del secolo XIII …, pp. 73-81; Notes on Santa Maria de la Strada …, pp. 5051, e The significance of the earlier medieval documents from S. Maria della Noce and S. Salvatore di Castiglione …, I, pp. 51-80. 24. Regesta pontificum romanorum. Italia Pontificia, iubente societate Gottingensi, congessit P. F. KEHR, VIII Regnum Normannorum-Campania, ..., pp. 238-241 e 242-254, e IX Samnium – Apulia – Lucania, ..., pp. 173-200. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 52 20.01 Pagina 52 I Beni Culturali nel Molise medievale e tutti di scarso rilievo ai fini del nostro discorso. Anche questa volta bisognerà attendere anni e arrivare al 1958 per una vera edizione critica: si deve ad Armando Petrucci il quale rettifica la data cronica di un documento del XII e non del XI secolo e, l’anno successivo, pubblica i documenti di Roberto di «Bansuvilla», II conte di Conversano e III conte di Loretello25. Dagli anni sessanta inizia un’altalena nel “tipo” di pubblicazioni: a edizioni dovute prevalentemente a diplomatisti, o paleografi, di professione, non molisani di origine, si alternano monografie e saggi che, pur pubblicando varia documentazione tratta da archivi molisani e non, privilegiano la ricostruzione storica delle vicende di un territorio (Gentile sul Sannio Pentro), di una dinastia (Morra sui conti longobardi e sui signori feudali di Venafro nonché sulla famiglia Pandone), di un centro (ad es. Gasdia su Campobasso, A. Di Iorio su Pietrabbondante, Turco e Mattei su Isernia, Valente e Testa su Venafro), di uno o più monasteri (E. Di Iorio sulla badia di S. Elena di S. Giuliano di Puglia, La Gamba sui monasteri benedettini), di un monumento (Ciampitti e Viti sulla cattedrale d’Isernia), o di un personaggio (Arduino su Giacomo Caldora) oppure di aspetti particolari (Morra sui vescovi venafrani del periodo avignonese). La ricerca locale che più si è avvicinata, almeno nelle intenzioni dichiarate nel titolo, ad una corretta critica è il volume di Angelo Viti del 197226. Nonostante gli archivi dei capitoli di Isernia e Larino e quello di Montecassino siano ben conosciuti, l’edizione di diciassette documenti in buona parte noti, in appendice, si limita alla pura trascrizione; solo nel corpo dello studio si rintracciano schede di commento storico con misure della pergamena e definizione della scrittura. Inoltre la particolare struttura del volume con continui rinvii e con notizie di riferimento che obbligano il lettore a spostarsi continuamente da un capitolo all’altro rendono difficile, forse arduo, l’utilizzo delle informazioni, non sempre esatte, facendo risultare ancora meno utile il volume. Ritornando all’altro “tipo” di pubblicazioni si notano, finalmente, un’attenzione maggiore ad un corretto approccio con il documento e la cura con cui viene edito rispettando i più aggiornati metodi di edizione. Viene pure rivolto il dovuto interesse a singoli fondi archivistici o a corpora, piccoli o grandi, riguardanti determinate istituzioni o personaggi di rilievo. Sono così pubblicate le carte antiche di S. Spirito d’Isernia conservate a Montecassino27, i documenti dei conti di Loretello nell’archivio capitolare di Bovino28, alcuni documenti degli archivi capitolari di Isernia e di Troia29 mentre documentazione perduta in ori- 25. PETRUCCI A., Fortune e sfortune di un documento molisano del XII (e non dell’XI) secolo …, pp. 497511, e ID., Note di diplomatica normanna. I: I documenti di Roberto di Bansuvilla, II Conte di Conversano e III Conte di Loretello …, pp. 113-140. 26. VITI A., Note di diplomatica ecclesiastica … 27. AVAGLIANO F. , Le più antiche carte di S. Spirito d’Isernia nell’Archivio di Montecassino …, pp. 4671. 28. SALVATI C., I documenti dei conti di Loritello nell’Archivio Capitolare di Bovino …, pp. 189-209. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 53 53 ginale viene recuperata mediante la pubblicazione di inventari o elenchi antichi come nel caso dei Regesti fatti compilare ai primi del seicento dal vescovo Fulgenzio Gallucci per la diocesi di Bojano30. Non va taciuto, infine, che documentazione inedita di varia provenienza archivistica, anche se inserita come appendice a saggi di carattere storico, inizia ad essere pubblicata nell’«Almanacco del Molise»31. Nel frattempo l’operosa attività della Sovrintendenza Archivistica per il Molise, autonoma dal 1993, e dell’Archivio di Stato di Campobasso ha conseguito eccellenti risultati nell’esplorazione e nella tutela di numerosi archivi della regione. I due istituti hanno promosso pure iniziative culturali: di alcune restano i cataloghi delle mostre tra cui quello sui documenti della vita comunale ove si leggono – e la cosa non è frequente in tale genere di pubblicazioni – la definizione diplomatistica, in latino, dei documenti più antichi e la presenza del sigillo32. La strada verso la conoscenza approfondita del contenuto degli archivi e l’utilizzo scientifico della documentazione era ormai aperta anche grazie all’apporto dato da studiosi italiani e non e all’uso più corretto, rispetto al passato, dei criteri di edizione delle fonti documentarie. In tale direzione si segnalano i recenti studi sulle pergamene della parrocchia di S. Cristina di Sepino e di S. Spirito conservate a Montecassino33. Terminata la carrellata, di cui si è fatta menzione all’inizio, conviene ricordare qualcuno dei documenti quali li leggiamo nelle pubblicazioni citate ed evidenziare alcuni aspetti, anche se di carattere generale per i motivi già esposti, meritevoli di essere segnalati. Oltre a quanto si trova nel Chronicon Vulturnense una certa prevalenza si riscontra nel numero dei documenti pubblici rispetto ai privati, forse perché l’importanza del loro contenuto – concessioni di beni, esenzioni, immunità, privilegi vari – ne ha assicurato una migliore custodia nel tempo. Il più antico sarebbe il supposto diploma del 639 o 640 di Giovanni (IV?) papa a Landenolfo conte isernino sullo ius della pieve di S. Maria d’Isernia: Joannes Papa hisce suis litteris plumbatis confirmat Landinolfo Comiti Aeserniensi jus in plebem S. Mariae ejusdem civitatis. Landulfus nemque cognomento Graecus, et Gemma illius uxor Comites Ysergae intra eandem civitatem, ac juxta Fontem Sancti 29. SALVATI C., Note su alcuni documenti degli archivi capitolari di Isernia e di Troia …, pp. 67-90. 30. I Regesti Gallucci … 31. La prima annata risale al 1969. Pur trattandosi di una pubblicazione dal valore diseguale – comprende anche un’agenda e numerose pagine di pubblicità commerciale –, contiene vari articoli utili ai fini di questa ricerca (La Gamba, Viti, Morra, ecc.): per il momento v. DE BENEDITTIS R. – PALMIERI G., Guida ragionata alle 25 edizioni dell’Almanacco del Molise 1969-1993…, e Catalogo storico Nocera…, pp. 84-102. 32. Documenti di vita comunale: Il Molise nei secoli XII-XX. Catalogo della mostra … 33. Cfr. qui nota 2 e Le carte di S. Spirito del Morrone, vol. I … Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 54 20.01 Pagina 54 I Beni Culturali nel Molise Joannis Baptistae, nutu Dei gratia Aricis aedificavit Ecclesiam vocabulo S. Mariam, eamque in plebem erectam dotavit suis propriis bonis, quae postea cum diminutionis approbrium passa esset, a Landenulfo Landolfi filio Ysergae etiam Comite fuit restaurata, quapropter Joannes Papa decrevit, ut idem Comes cum suis … dominium in eandem Ecclesiam haberet, ibique ad regendum servitores potestatem exerceret, secundum Deum, Ecclesiasticam ordinationem, ut servitium Dei augeatur et crescat. Decernit etiam, ut Episcopus Ysergae nihilominus de rebus ornamentis ipsius praefatae Ecclesiae S. Marie imminuere praesumat, vel inde accipere audeat. Si, quod non optamus, in alicujus malae opinionis piaculo servitores ipsius Ecclesiae deprehensi fuerint ab Episcopo ipsius civitatis, regulariter instituimus corrigendos. Quod si quispiam contra haec tentare praesumpserit, auctoritate Apostolica decernimus primum quidem, ut sui ordinis gradu privetur, atque nota majoris ultionis mulctetur, partem cum Juda traditore habeat … participatione Corporis et Sanguinis D.N.J.C. privetur … . Charta haec nostrae diffinitionis firma permaneant … scriptum per manum … Notarii … in mense Octob. Indic. 13. Benevalete. Chordula alligata hujus originalis Diplomati, serica est auri et rubri Coloris. La tradizione fortemente guasta – ci sarebbe pervenuto sotto forma di parafrasi –, il formulario a dir poco sospetto e alcune contraddizioni interne fanno fondatamente credere che esso non sia mai uscito dalla cancelleria papale34. Vengono ripetutamente editi i documenti del 964 di Pandolfo I e Landolfo III principi di Capua e Benevento a Landolfo detto il Greco, figlio del fu Landenolfo figlio di Atenolfo II principe, conte d’Isernia, di concessione della città con le sue pertinenze, e del 976, già citato, degli stessi principi a Giovanni ordinato abate di S. Elena in Pantasia, le bolle di Lucio III ai vescovi di Larino e di Isernia circa i confini delle diocesi, e i capitoli della frataria di Isernia confermati dal vescovo Roberto nel 1289 conosciuti attraverso una copia semplice del sec. XVI. Dei documenti anteriori all’anno 1000 sono conosciuti quelli dell’878 di Adelchi principe di Benevento al monastero di S. Sofia di Benevento, tramandato nel Chronicon di questo, con la prima menzione di Campobasso: «concedimus […] in monasterio Sancte Sophie omnes illas dationes vel pensiones quascumque servis predicti monasterii Sancte Sophie ex finibus Campibassi et ex finibus Biffernensibus ad gastaldos vel iudices ex ipsis castellis seu locis persolvere debuerunt per malam consuetudinem […]»35 e del 946 di Agapito II il quale, su sollecitazione di Giovanni vescovo di Benevento, scomunica Leone e Benedetto vescovi intrusi di Trivento e Termoli. Molto utilizzati anche i documenti dei detentori delle contee longobarde e 34. Mi sono servito del testo riedito da VITI A., Note di diplomatica ecclesiastica ..., pp. 341-342. 35. Mi sono servito di GASDIA V. E., Storia di Campobasso,… I, pp. 213-214, il quale cita: «Cod. Vat. Latino 4939 folii 27v., 57r. e v. Chronicon Sancte Sophie». Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 55 55 degli esponenti della famiglia del conte Borrello, dei de Molisio, dei conti di Molise, Celano e Alba e dei conti di Loretello. Potrebbero rivelarsi interessanti, dopo un’accurata indagine in sede di diplomatica speciale per accertare se si tratta di documentazione semipubblica, gli atti del secolo XIII emanati in nome dei vescovi di Termoli, Guardia, Larino e Isernia, anche se il loro numero, veramente esiguo, non lascia speranze per un positivo risultato. L’incisiva presenza dell’ordine benedettino soprattutto lungo il Medio Sangro e l’Alta Valle del Trigno e la benevolenza ricevuta da conti e principi longobardi prima e dai normanni poi costituirono la base delle loro fortune economiche e arricchirono di numerosi privilegi i loro archivi, oggi dispersi in altre, lontane sedi. Per non rifarmi al caso più famoso: S. Vincenzo al Volturno, appare esemplificativo quello di S. Pietro Avellana, costruito da s. Domenico da Sora secondo Alberico da Montecassino, oggetto di particolare attenzione dei Borrello, donato a Montecassino nel sec. XI. Il monastero ebbe alle sue dipendenze un discreto numero di chiese, ubicate finanche in Abruzzo come S. Comincio nel chietino e S. Maria di Pescocostanzo36. Di esso rimangono un codice intero (cod. Casin. 465), due frammenti di codici smembrati e l’inventario della biblioteca del 127137 i quali sono rari testimoni della cultura che circolava, pure in Molise, tra monasteri e priorati dell’ordine. Tra questi ultimi emergono dalla documentazione superstite S. Maria de Valle Anglonis olim de Nuce, S. Nicola in Vallesorda, S. Lorenzo di Agnone, S. Eustachio ad arcum di Pietrabbondante, S. Pietro del Tasso di Carovilli, S. Benedetto de Iumento Albo di Civitanova del Sannio38. A questo punto giova ricordare i tre documenti di re Ruggero II (1130, 1132, 1135) indirizzati, rispettivamente, agli abati dei monasteri di S. Maria de Nuce in diocesi di Trivento, di Montecassino e di S. Maria de Melanico in diocesi di Larino. Mentre l’ultimo è documento autentico anche se interpolato, gli altri due sono dimostrati falsi da Brühl nella sua edizione critica dei diplomi della cancelleria del sovrano39. A tal riguardo spiace dover constatare che tuttora ci si attardi, nelle pubblicazioni regionali, a ripetere stancamente il testo di tali privilegi da precedenti edizioni malsicure e a ignorare il lavoro dello studioso tedesco. 36. Per una prima informazione v. PIETRANTONIO U., Il Monachesimo Benedettino ..., p. 457 n. 80. 37. Rispettivamente INGUANEZ M., Codicum Casinensium …, pp. 104-105, tav. II/1; ID., Frammenti di codici abruzzesi …, pp. 272-281: 274-275, e ID., Catalogi codicum Casinensium antiqui …, pp. 6869. 38. Per una prima informazione v. PIETRANTONIO U., Il Monachesimo Benedettino ..., rispettivamente pp. 390 n. 6, 399 n. 16, 387 n. 2, 439 n. 61, 400 n. 17 e 409 n. 25. 39. Cfr. BRÜHL CR., Diplomi e cancelleria di Ruggero II …, pp. 141 e 159-164 per il doc. del 1130 (D Ro.II. †15) (per S. Maria de Nuce v. pure JAMISON E., The significance of the earlier medieval documents from S. Maria della Noce and S. Salvatore di Castiglione ... cit. qui a nota 23), e pp. 140-143 e 160-164 per il doc. del 1132 (D Ro.II. †21), cfr. Archivio Paleografico Italiano, t. XIV, a cura di F. Bartoloni, A. Pratesi et al., ..., fasc. 60, tav. I. Il doc. del 1135 (D Ro.II. 40) era conosciuto nella regione sin dai tempi di Tria: cfr. qui nota 8. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 56 20.01 Pagina 56 I Beni Culturali nel Molise L’altro monastero benedettino di una certa importanza, in provincia di Campobasso a differenza degli altri or menzionati ubicati in provincia di Isernia, è S. Maria di Canneto, costruito sull’orlo del letto del fiume Trigno nei pressi di una villa romana con necropoli del sec. III d.C. circa, oggi nel territorio di Roccavivara, mancante di una sicura edizione di documenti nonostante i numerosi studi dedicati alla sua storia40. Tra la documentazione regia, inoltre, è molto utilizzata quella dei sovrani angioini e aragonesi di Napoli, conosciuta dagli studiosi tramite la lettura diretta, prima della distruzione di essa nel corso dell’ultima guerra, o attraverso la mediazione di altri studi. Circa i falsi il tempo a disposizione non consente un’analisi particolareggiata. Tra i conclamati documenti falsi o tra quelli fortemente indiziati si distingue il dossier preparato nel 1330 dal vescovo di Venafro Giovanni de’ Goreo (o de Tocco) per rivendicare l’unione della chiesa isernina a quella venafrana; in realtà i voti della popolazione isernina erano per la realizzazione dell’inverso. Il vescovo de’ Goreo chiese a Roberto di Leone da Venafro e Matteo da Teramo di «falsificare vari documenti in pergamena, gli uni corroboranti gli altri» con i quali si sarebbe fatto credere al papa Giovanni XXII che l’universitas ed il capitolo cattedrale d’Isernia richiedevano l’unione della cattedra di S. Poltino all’altra venafrana. Il vescovo si spinse oltre, inoltrando a Roberto re di Napoli ed alla moglie Sancia similari apocrife petizioni supplicandone la regia approvazione. Ma l’arcivescovo di Capua fece in tempo a bloccare il latore dei documenti falsificati, Tommaso Nigri arciprete di Venafro, nel viaggio alla volta di Roma mentre il re ordinò al reggente della Vicaria un severo giudizio a carico dei falsificatori41. Sotto l’aspetto della cultura in senso lato, oltre alla già citata raccolta di codici messa insieme da Nicola Ferracuto, vale la pena ricordare almeno un esempio, molto significativo. Nella Campobasso del 1287 esisteva una scola condotta privatamente. Ugo de Molisio, signore di Campobasso, nel considerare «grata servitia et accepta que dompnus Benedictus Roggerii de Stulto, vassallus noster de Campobasso nobis contulit docendo et tenendo Guillelmum filium nostrum bastardum in scola sua», dona due vigne e un pezzo di terra, site in 40. Per una prima informazione v. PIETRANTONIO U., Il Monachesimo Benedettino ..., p. 444 n. 68. Ad es. FERRARA V., L’epopea storica di S. Maria di Canneto …, pp. 305-414, non fa altro che riprodurre anche tipograficamente, in anastatica (!), i regesti già pubblicati da Kehr nell’Italia Pontificia e da Leccisotti nei Regesti delle pergamene di Montecassino. Lo stesso A., nel voluminoso Canneto sul Trigno,… pp. 469, preferisce la ricostruzione delle vicende storiche. 41. Ho riassunto quanto riportato da VITI A., Note di diplomatica ecclesiastica ..., pp. 259-260. L’A. aggiunge: «Nel registro angioino troviamo l’ordinanza di re Roberto, anch’egli in un primo tempo credulo delle lettere inviategli, al Reggente la Curia della Vicaria […]»; in realtà Viti ripete precedenti citazioni – l’archivio angioino è andato perduto a causa degli ultimi eventi bellici del 1943 – e non fa riferimento a documentazione locale (archivi capitolari di Venafro o di Isernia) o romana (Archivio Segreto Vaticano). Sulla stessa linea anche MATTEI A.M., Isernia: una città ricca di storia, vol. I, …, pp. 239-240 e TESTA G., Venafro nella storia, II, … Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 57 57 Campobasso, ai fratelli Nicola, Roberto e Benedetto nipoti del predetto Benedetto42. Il Molise, dunque, quale risulta dalla schedatura sin qui effettuata, sembra caratterizzato da un duplice fenomeno. Assoluta prevalenza della documentazione ecclesiastica per cui è lecito parlare quasi di “monopolio” ecclesiastico, vale a dire che la documentazione è in funzione degli enti ecclesiastici quali che ne siano gli autori. Ciò è particolare per il Molise – ma pure per il resto dell’Italia meridionale – poiché, a differenza di quanto è avvenuto per altre regioni come quelle del Nord, l’egemonia della tradizione ecclesiastica continua pure per il basso medioevo, in un’epoca durante la quale la produzione documentaria diventa, invece, molto più diversificata, specie in ambito laico43. Il secondo fenomeno riguarda la limitata dimensione quantitativa della documentazione: qui la dispersione è stata, evidentemente, molto più accentuata che non in altre regioni. Per aprire nuove “piste” bisogna, allora, rifarsi agli archivi locali, quelli non ecclesiastici per intenderci, che possono ancora riservare imprevedibili scoperte. Su questa strada si può mettere in preventivo un salto di qualità della storiografia regionale. Bisogna, però, valorizzare adeguatamente la documentazione del passato remoto e interrogarsi sui vari aspetti della vita quotidiana quale può essere recuperata dalla lettura dei documenti privati (in particolare testamenti e contratti agrari). I risultati preventivati possono essere raggiunti solo grazie ad una capillare opera di esplorazione archivistica e di promozione culturale, soprattutto nel campo del rinnovamento degli studi storici “locali”: su questa strada l’Archivio di Stato di Campobasso si è incamminato da anni, conseguendo brillanti risultati44. 42. SCARAMELLA G., Alcune antiche carte di Campobasso … p. 26. Cfr. qui il testo corrispondente alla nota 18. 43. Per tali caratteristiche rinvio a CAMMAROSANO P., Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scritte …, in partic. pp. 113 ss.. 44. Sulle iniziative culturali promosse dall’Archivio di Stato cfr. D’ANDREA U., Gli studi storici nel Molise ..., pp. 315-324. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 58 LE PERGAMENE DI BENEVENTO RELATIVE AL MOLISE Vincenzo Matera Università degli Studi ”La Sapienza” Roma Il titolo della relazione che appare nel programma ufficiale è un pochino più di quello che farò e un pochino di meno, nel senso che come avrete potuto ascoltare stamattina, chi studia le pergamene molisane conservate a Benevento in realtà si deve porre il problema che queste pergamene sono totalmente conservate nell’archivio di Santa Sofia di Benevento, archivio che ha subito una serie di divisioni: la maggiore si trova presso il museo del Sannio in Benevento città, un’altra parte è tornata presso la villa Aldobrandini di Frascati (nella sala della villa c’è una bellissima panoramica ma non è riscaldata in inverno), infine un’ultima parte costituisce due cartelle conservate nella biblioteca apostolica vaticana di Roma sotto i numeri Vaticano latini 13490-13491. Non ho ultimato lo studio dell’archvio; potrei addurre delle scusanti oggettive a questa mia mancanza, cioè il fatto che il museo del Sannio è stato chiuso per urgenti lavori di restauro; a luglio [n.r. 2000] i lavori erano terminati ma le pergamene non erano ancora tornate e che l’archivio Aldobrandini è accessibile solo per appuntamento una mattinata a settimana. In realtà non ho avuto tempo perché sto terminando, sotto la guida del prof. Vittorio De Donato e insieme al mio collega Antonio Ciaralli, l’edizione delle pergamene della capitolare di Benevento fino al 1200 [n.r. edite nel 2003]. Sicuramente nella biblioteca capitolare di Benevento e anche in altre fonti minori come quello di San Vittorino conservato nel museo del Sannio non risultano pergamene rogate in Molise. Il catalogo delle pergamene che ho stilato è così composto: 1 - Boiano: quattro pergamene che si riferiscono ai sec. XI e XII, 2 - Limosano: tre pergamene; 3 - Lupara: una pergamena; 4 - Bosco Redole: una pergamena; 5 - Sepino: undici pergamene; 6 - Toro: due pergamene; 7 - Trivento: ventidue pergamene (la presenza più interessante) rogate, cui vanno aggiunte due rogate nel casale di Sant’Agnello; 8 - Venafro: una pergamena. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 59 59 In totale sono 49. Tenuto conto che le carte sofiane fino al XVI sec. sono circa 340, la percentuale non è piccola ed avvalora la ricostruzione del prof. Martin che si basava sui documenti pubblici trascritti nel chronicon di Santa Sofia. Ci sono pergamene pertinenti prettamente il Molise che non sono state rogate in località molisane, ad es. la pergamena del luglio 1059 conservata sotto il numero sei edita in appendice recentemente al saggio di Cuozzo e Martin [n.r. Le pergamene di S. Cristina di Sepino (1143-1463), Roma 1998]. Entro qualche anno la situazione sarà superata abbondantemente perché le pergamene di Santa Sofia troveranno una loro edizione fino al 1267, però di pergamene ve n’erano molte: dei documenti precedenti l’anno 1000 trascritti nel chronicon di Santa Sofia sono rimasti solo due originali; dobbiamo concludere che quest’archivio deve essere caduto in desuetudine, che la sua parte più antica sia stata abbandonata. Quando dico che i documenti dovrebbero essere molti di più mi riferisco alla parte che è rimasta, cioè al periodo cronologico che c’interessa, perché ad es. in un articolo intitolato ”Chiese, feudi dell’abbazia benedettina di Santa Sofia di Benevento del XIV sec.” apparso in Samnium nel 1964 si estraggono una serie di notizie interessanti (molte non sono note) da volumi conservati in archivio storico provinciale nel museo del Sannio e si riferiscono a diverse platee tra cui l’antiqua che è una platea di notizie del XIV sec., che è stata rinvenuta tra i volumi della sua biblioteca personale donati al museo del Sannio ma non ancora pervenuti in biblioteca oppure alle quattro platee di notizie numerate come undicesima, diciottesima, diciannovesima e ventesima cui attinge molte notizie al cosiddetto repertorium di Santa Sofia, che dovrebbe essere il manoscritto ventuno del fondo documentario dei codici di Santa Sofia stessa nonché la cosiddetta visita dei corpi dell’insigne badia di Santa Sofia del 1694 come manoscritto trentanove. Per una serie di motivi non sono mai riuscito a vedere questi manoscritti, l’archivio del museo del Sannio non ha inventariazione più recente dell’esempio del 1709; avendo provato a chiedere volumi recanti le segnature, mi sono trovato sul tavolo una foto di cabreo delle case urbane cedute in locazione da Santa Sofia nel XVI e XVII sec., per cui temo che, finché non risolveremo questo problema e avremo dei riscontri oggettivi, si troveranno diverse difficoltà. Lasciatemi tornare all’unica cosa salda che io posseggo e cioè alle 49 pergamene; tra queste pergamene trovo 35 donazioni o conferme di donazioni; essendo un fondo documentario monastico non ci lascia sorpresi, ma al numero va sottratta almeno una pergamena rogata nel febbraio 1079 a Trivento che è giunta tra le carte sofiane in quanto munimen e comunque attesta una donatio intervivos tra zio e nipoti; trovo anche quattro locazioni o concessioni, non tutte operate da Santa Sofia, trovo sette memoratoria o cartule di composizione di liti, trovo poi un iudicatum e una permuta. Il numero delle pergamene che ho elencato è 48; manca una pergamena di Trivento del 1160 che richiederà per la sua lettura lunghissime ore. Non voglio dilungarmi su questo tipo di fondazione religiosa, posso solo accennare al fatto che lo studio delle pergamene della capitolare di Benevento coeve mi dà per esempio per una fondazione come quella di una cat- Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 60 20.01 Pagina 60 I Beni Culturali nel Molise tedrale percentuali e tipologie documentarie completamente diverse, per cui c’è da chiedersi se l’archivio della cattedrale di Benevento non sia servito da archivio di deposito di pergamene di privati, perché ci si trovano dentro dei documenti para giudiziari pertinenti doti che non hanno denaro, per cui non hanno motivo di essere in un archivio ecclesiastico. Va detto che di queste 49 pergamene non tutte sono genuine, sicuramente falsa e neanche abilmente falsificata è la pergamena del 1090 agosto con la quale Robertus confermerebbe a Santa Sofia la donazione del castrum di Toro, peraltro il gemello di quello ricordato dal prof. Martin del 1092 trascritto nel chronicon di Santa Sofia; rispetto a questo documento non è tanto la paleografia a spaventare, anche se la scrittura riporta al XIII sec., quanto una serie di errori che l’inabile falsario del documento produce: un documento che, si ricordi, dovrebbe essere del 1090; l’azione giuridica si svolgerebbe di fronte a un certo Nicolaus de Campobasso del 1090, il documento stesso sarebbe rogato da un Riccardo arciprete di Campobasso che trova il tempo di affiancare al suo ufficio di arciprete quello di apostolica et imperiale auctoritate notarius; assistono all’azione giuridica un gruppo di signori di località molisane che vanno da Gissi a Montecatello ignoti alla prosopografica normanna dell’epoca, per continuare la sanctio e stabilita in cento libbre d’oro assegnate per metà alla curia di un dominus rex che non ci sarà in Italia meridionale ancora per 40 anni; il documento stesso viene definito strumenctum donationis e una seconda volta publicum strumentum. Tutte queste considerazioni fanno totalmente escludere la dipendenza da un documento genuino, il falso deve essere stato costruito attraverso una più che labile memoria documentaria e io credo che la giustificazione del falso stesso sia stata la definizione esatta dei confini, questa confinazione fa la gioia degli studiosi della topografia molisana, c’è però un problema: c’è da stabilire se questa topografia sia basso-medievale oppure una topografia del XII sec. perché questo documento è imparentato con il falso del 1092 trascritto nel chronicon di Santa Sofia e vi è imparentato proprio nella confinatio, il chronicon di Santa Sofia, nella sua parte principale, è stato scritto intorno al 1118, per cui il problema è aperto. Da ultimo questo è l’unico documento in cui si identificano Robertus de Principatu con Robertus filius Prostaini, come abbiamo visto nel ricordo dell’autore dell’azione giuridica. Alla luce di quanto detto sopra questa identificazione va assolutamente respinta e i due personaggi devono trovare due indipendenti esistenze. Colgo l’occasione per confermare l’autenticità del documento rogato a Boiano forse nel 1093 o anche nel 1108 con cui lo stesso Robertus filius Prostaini dona il castello di Archipresbitero alla chiesa di San Pietro sita nel medesimo castello; il documento però è gravemente danneggiato ed è secata la prima linea del testo privandoci della lettura dell’anno dell’era di Cristo; ci rimane solo l’anno della cifra in dizionale, il documento è in pessime condizioni e non è possibile restituirne il testo in maniera estensiva. È genuino il documento del 1110 gennaio di Robertus filius Prostaini rogato a Benevento con cui Roberto dona a Santa Sofia San Marco di Campolieto e le restituisce un campo sito presso le vigne della chiesa di Santa Lucia di Campolieto. Un altro documento sospetto è dell’ottobre del 1090 ed è stato rogato a Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 61 61 Trivento, e sospettabile di essere una copia semplice in forma di originale; si tratta della donazione da parte di Giovanni di tutti i suoi beni siti in Pietrafitta al monastero Santi Angeli qui de Apruzzi vocatur; è l’unico caso di documentazione così risalente in cui Sant’Angelo (= Sant’Agnello; l’intitolazione della chiesa è ambigua) venga definito de Apruzzi, dizione piuttosto tarda. Ci sono una serie di considerazioni diplomatistiche che fanno pensare a una copia imitativa interpolata. Termino questo piccolo excursus su falsi o copie nella documentazione molisana conservata nei fondi già sofiani per difendere, in contrasto con i proff. Cuozzo e Martin, l’autenticità del documento con cui Roberto, conte di Boiano, conferma nel novembre 1118 le donazioni a Santa Sofia di Benevento, nel senso che i professori segnano con dubbio l’originalità del documento stesso; credo che questo sia per le sue caratteristiche paleografiche: il documento è scritto in una minuscola notarile di derivazione carolina, se si riflette che il documento stesso è stato rogato, scritto da un certo Gentile, il quadro si può ricomporre; diventa una spia interessante del mutato approccio al problema della produzione documentaria e anche della strategia grafica dei normanni. Credo che si possa dividere approccio alle tematiche documentarie e ai problemi grafici dei Normanni nell’Italia meridionale in due momenti: il primo momento è quello dell’arrivo e dell’insediamento in cui, a parte il caso della cancelleria ducale d’Apulia, in realtà c’è un’osmosi: i signori normanni utilizzano il ceto professionale esistente, e il ceto professionale scrive in minuscola documentaria beneventana, invece, quando l’insediamento si è rafforzato, mi pare di scorgere indizi di un mutato atteggiamento: si iniziano ad importare (l’educazione locale è tutta fatta di notai che scrivono in beneventana) professionisti esterni, tra cui potrebbe essere questo Gentilis. Per quello che riguarda il formulario della documentazione non si possono cogliere sostanziali difficoltà rispetto al tipo meridionale longobardo; peraltro esiste una sostanziale notorietà della documentazione sannita che vede come suo forte polo di attrazione Benevento; questo è stato riscontrato in parte per la Capitanata che eppure conserva nel formulario alcune differenze. È difficile rispetto ad un campione documentario così scarso fare ipotesi, certamente smentite alla dura prova dei fatti; mi azzardo a fare qualche considerazione per quanto riguarda Trivento che ci conserva un discreto numero di pergamene; a Trivento si può constatare un certo grado di conservatorismo nel notariato locale sia nel dettato che nell’ortografia che nella scrittura; una cosa che si nota particolarmente è che a partire dal 1044, che è il documento più antico, fino al 1183, che è l’ultimo documento, tutti i locatori appaiono ben qualificati professionalmente, nel senso che sono tutti quanti iudices et notari; questo vuol dire qualcosa, non so se si riferisce alla scarsezza in Trivento di operatori in grado di scrivere documenti giuridici o se non si riferisca a una scuola locale, a una tradizione che continua e che è tutta da valutare anche nell’ottica dell’istituzione di questa figura, assolutamente affascinante che è il giudice ai contratti. Noto anche nella documentazione molisana una certa reticenza ad apporre quei riferimenti espliciti alla lex langobardorum che è normale sia nella documentazione Sannio-beneventana che della Capitanata, mi Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 62 20.01 Pagina 62 I Beni Culturali nel Molise riferisco alla procedura di inquisito della donna che cede il possesso anche qualora debba dare il suo assenso in quanto proprietaria pro indiviso; peraltro tra i vari casi c’è un esempio di conservatorismo nella documentazione del ceto notarile di Trivento, la trovo nel fatto che Trivento conserva gli unici due brevia molisani nella documentazione sofiana e questi brevia hanno la particolarità del tutto arcaizzante di essere non datati come i brevia altomedievali. Il primo potrebbe giustificarsi per motivi interni (la mansione di una delle parti, Dodo abate di Sant’Agnello, non è ancora sottoposta a Santa Sofia di Benevento e Dodo lo vedo operare nelle pergamene tra il 1080 e 1100); il problema è che invece il secondo di questi brevia non datati risale al pieno XII sec. in quanto ci è attestata la presenza di un Tancredi, preposito sofiano di Sant’Agnello, e ricordo che il primo preposito di Sant’Agnello a noi noto Ogdo si incontra a partire solo dal 1134. Ovviamente devo precisare che, quando a Benevento si incontrano brevia (molto raramente), sono quasi subito sostituiti dai memoratoria e questi sono regolarmente datati. In maniera del tutto fortuita ho potuto rinvenire tra le carte di famiglia della famiglia Aldobrandini un documento di Montenero di Bisaccia del 1013 che è munimen del documento 10 del 1024 marzo stampato da Armando Petrucci nel codice diplomatico tremitense, con la piccola particolarità che questo documento è originale, mentre il documento di cui munì la donazione a San Giacomo delle Tremiti è invece conservato in copia, e riveste particolare importanza perché rientra nel novero dei documenti originali pervenuteci di Santa Maria delle Tremiti, questo mi avrebbe suggerito anche una possibile soluzione all’enigma della migrazione a Roma delle carte sofiane poi pervenute in archivio Aldobrandini. N.R. È qui pubblicata la registrazione, non rivista dall’autore, della relazione tenuta a braccio. Salvo interventi redazionali di carattere formale, il testo non ha subito modifiche. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 63 PER UN “CODICE DIPLOMATICO” MOLISANO FINO AL 1350 Bruno Figliuolo Università degli Studi di Udine Allorché, sul finire del 1986, agli albori della mia vicenda accademica, ottenni un contratto di insegnamento per la Storia Economica e Sociale del Medioevo presso la Facoltà di Scienze Economiche e Sociali della neonata Università del Molise, avevo ben presente in mente un ammonimento del mio maestro, Mario Del Treppo, così ben noto anche ai cultori di cose storiche molisane, il quale, anni prima, in un memorabile e insuperato saggio, aveva stigmatizzata la fretta con la quale tanti docenti si allontanavano dalla sede universitaria loro assegnata, auspicando invece che il professore – come dire? – comandato si trattenesse per un certo lasso di tempo in partibus infidelium, come egli si esprimeva, allo scopo di valorizzare e fecondare la cultura locale1. Personalmente, devo dire di non essermi mai sentito, nei tre anni accademici trascorsi in Molise, relegato in partibus infidelium. Tutt’altro. Trovai immediatamente porte aperte ovunque e massima disponibilità in chiunque. Soprattutto, però, incontrai studiosi e funzionari statali preparati e appassionati, i quali avevano già in massima parte svolto quel lavoro di inventariazione e di scavo delle biblioteche e degli archivi comunali, diocesani, parrocchiali e privati regionali che io temevo invece di dover addirittura impostare. L’aiuto disinteressatamente e generosamente prestatomi da un eccellente conoscitore della bibliografia e della documentazione archivistica molisana, Gianfranco De Benedittis, e la possibilità di vedere e soprattutto riprodurre il materiale documentario regionale raccolto e faticosamente inventariato e fotografato per cura della Sovrintendenza archivistiva, allora diretta da Renata De Benedittis, hanno enormemente facilitato il primo approccio di chi scrive allo studio di esso e reso, in prosieguo di tempo – anche per la gentilissima comprensione e l’attenta colla1. DEL TREPPO M., Medioevo e Mezzogiorno…, pp. 249-83, il quale auspica (p. 263) «che i docenti che ne hanno la responsabilità non abbandonino troppo presto le sedi periferiche cui li assegnerà un concorso. Non sarebbe di buon auspicio per il futuro degli atenei meridionali, se nella cronotassi dei loro professori dovessero figurare, in luogo di lunghe e meritorie residenze in partibus infidelium, più o meno brevi e saltuarie visitationes, anche di prestigiosi preposti alla cultura e alla ricerca». Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 64 20.01 Pagina 64 I Beni Culturali nel Molise borazione della nuova sovrintendente, Daniela Di Tommaso – non del tutto utopistico l’ampio progetto che egli allora concepì e adesso presenta: vale a dire la pubblicazione di un codice diplomatico molisano, che raccolga tutti i documenti di epoca medioevale tuttora inediti (ma, come si dirà, anche con la sporadica riproposizione di talune pergamene già pubblicate da altri) redatti nella circoscrizione regionale odierna o sin da principio prodotti per istituzioni locali e custoditi nei relativi fondi archivistici; sia quelli conservati in originale sia quelli tramandati in copia, dal più antico rinvenuto (che è del 943), fino all’anno 13502. Lo spoglio della documentazione, anzitutto, ha permesso di verificare che l’area così delimitata non è poi così povera di testimonianze scritte di epoca medioevale come si pensava in precedenza; e che l’analisi archivistica compiuta da Paul Fridolin Kehr circa un secolo fa e recentemente riproposta da Errico Cuozzo e Jean Marie Martin, con qualche aggiornamento desunto dalle peregrinazioni e dagli ampi spogli documentari di Evelyn Jamison, era imprecisa e approssimata per difetto3. Il Molise, beninteso, resta regione povera, per quanto riguarda la sopravvivenza di testimonianze scritte di età medioevale, ma non tanto da non costringere chi scrive a progettarne un’edizione che si fermi, proprio per la relativa abbondanza del materiale inedito raccolto, appunto al 1350. Vicende accademiche e concorsuali mi hanno poi allontanato dal Molise, provocando perciò un notevole rallentamento nella marcia del progetto, per parte sua ben presto supportato dalla collaborazione di Rosaria Pilone. Tutte le pergamene da pubblicare, comunque, sono state da tempo raccolte e trascritte, sì che il traguardo, dovendo adesso procedere alla sola collazione di talune di esse sugli originali, appare ormai a portata di mano. Ciò anche in virtù del fatto che il progetto originario ha subito una vigorosa e salutare cura dimagrante. La ricerca storica, infatti, anche per ciò che riguarda direttamente o indirettamente il Molise, nell’ultimo decennio non è certo rimasta ferma. Gianfranco De Benedittis ha pubblicato ha pubblicato i notamenti seicenteschi delle perdute pergamene dell’archivio vescovile di Bojano4; Cuozzo e Martin hanno edito le carte della parrocchia di S. Cristina di Sepino5; lo stesso Martin, Vittorio De Donato ed Enzo Matera hanno ormai ultimata o hanno in fase di avanzata preparazione l’edizione di tutto il diplomatico beneventano di età altomedioevale, tanto ricco anche di documentazione redatta in località comprese nell’odierno Molise; e don Faustino Avagliano promette ora di occuparsi dei documenti medioevali molisani custoditi nel mare magnum dell’archivio 2. In effetti, come si vede, non si tratta a rigore di un vero e proprio codice diplomatico nel senso diplomatistico del termine, giacché, come si ribadirà meglio più avanti, non saranno qui riproposti, per ragioni di spazio e perché lo si ritiene del tutto superfluo, i documenti editi di cui si sia poi perso l’originale né quelle carte pubblicate di recente da studiosi al cui lavoro si ritiene di non poter aggiungere nulla di nuovo sul piano scientifico. 3. P.S.C.S., pp. 3-4. 4. I Regesti Gallucci… 5. Cf. supra, nota n. 3. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 65 65 dell’abbazia di Montecassino6, riprendendo e approfondendo suoi vecchi studi7. Tutti questi contributi hanno, come si è accennato, notevolmente alleggerito il carico di lavoro mio e di Pilone, che, in definitiva, una volta esclusa la documentazione di produzione beneventana – conservata tra Benevento, Vaticano e Frascati – e cassinese, ha preso in esame quattordici diverse sedi archivistiche, dieci delle quali molisane, due napoletane, una abruzzese e una vaticana. Presso quest’ultima, nella Biblioteca Apostolica, nel fondo Chigi, si conservano numerose pergamene originali provenienti dagli archivi delle abbazie di S. Maria delle Tremiti, di S. Bartolomeo in Carpineto e di Casanova. Tra quelle ancora inedite se ne conservano quattro rogate in territorio oggi molisano: per la precisione, una a Guglionesi (1302)8 e tre a Campomarino (una nel 1165 e due nel 1191)9. Queste ultime provengono dall’archivio di S. Bartolomeo in Carpineto, la prima da quello di S. Maria delle Tremiti. Nell’Archivio di Stato di Napoli, poi, si trova un fascicolo contenente pergamene di Isernia e Carpinone, giunte a Napoli a seguito della chiusura al culto, in età immediatamente postunitaria, della sede ecclesiastica che le conservava: il cenobio di S. Maria delle Monache di Isernia. Più in particolare, per il periodo qui trattato, esse sono sei, la più antica delle quali risale al 1085; quattro sono del XIII secolo e l’ultima della prima metà del XIV10. Nella medesima sede sono anche le carte dell’abbazia di S. Maria della Noce, scomparsa ma localizzata nel territorio dell’odierno comune molisano di Belmonte del Sannio. Tali carte furono studiate e in gran parte edite da Evelyn Jamison; pure, tra esse, ve ne sono due che andranno accolte nel progetto che qui si presenta: la prima, raccoglie in copia coeva e su unica pergamena il testo di tre indulgenze vescovili concesse alla fabbrica dell’abbazia di S. Maria della Noce e comprese tra gli anni 1227 e 1240; mentre la seconda, del 1318, rogata a Trivento, è inserta in una pergamena agnonese del 137011. Tre altre carte molisane sono poi custodite nella collezione pergamenacea posseduta dalla Società Napoletana di Storia Patria: l’una, dell’ottobre del 1193, 6. Sui documenti molisani custoditi nell’archivio cassinese e in quelli beneventani, v. ora le comunicazioni di V. Matera e F. Avagliano in questo stesso volume. 7. AVAGLIANO F., Le più antiche carte di S. Spirito d’Isernia…, pp. 46-71 8. Chigi E.VI.184, perg. n. 14. 9. Chigi E.VI.182, pergg. nn. 24, 31 e 32, sulle quali cfr. ENZENSBERGER H., Bausteine zur Quellenkunde der Abruzzen …, pp. 133-90 e pp. 175-76. 10. MAZZOLENI J., Le fonti documentarie…, I, p. 3. Sul cenobio di S. Maria delle Monache, sul suo archivio e sulla sua storia, v. VITI A., Note di diplomatica ecclesiastica…, pp. 79-83 e 279-309. Più in generale, su tutta la documentazione di età medievale custodita nel Grande Archivio partenopeo, v. ora BUONAGURO C. e DONSÌ GENTILE I., I fondi di interesse medievistico… 11. Archivio di Stato di Napoli, Archivio Caracciolo di Santo Bono, Feudi e Università, 18. Belmonte, B, Abbazia di S. Maria della Noce, rispettivamente pergamena n. 7 e n. 8. Sulla fondazione monastica, la sua storia e la sua documentazione, cfr. JAMISON E., The Significance of the Earlier Medieval Documents from S. Maria della Noce and S. Salvatore di Castiglione ... ora ristampato nel suo Studies on the History of Medieval Sicily and South Italy…, pp. 437-66. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 66 20.01 Pagina 66 I Beni Culturali nel Molise proveniente dal monastero di S. Maria in Grotta, oggi in provincia di Caserta, e a suo tempo edita da Jole Mazzoleni ma con datazione erronea al 1194, senza indicazione delle misure e degli attergati, redatta «in castello Vetulo», cioè Sepino12; una seconda, proveniente dal medesimo fondo e rogata a Castelpetroso nel 121813; e l’ultima, rogata a Larino, risalente al luglio del 1234 e di provenienza archivistica ignota14. Tre pergamene molisane probabilmente provenienti dall’archivio dell’abbazia celestiniana di S. Spirito alla Maiella sono poi oggi custodite presso l’Archivio della Curia Arcivescovile di Chieti. Si tratta di tre donazioni: una rogata a Venafro nel 1288 e due a Trivento, rispettivamente nel 1319 e nel 134215. Quanto ai fondi ancor oggi custoditi in Molise, Isernia conserva, nel suo Archivio Capitolare, trentasette documenti, che vanno dal 943 al 1349: due del X, uno dell’XI, uno del XII, diciannove del XIII secolo e quattordici della prima metà del successivo. Solo dodici di tali documenti sono stati editi, taluni più volte e anche in tempi relativamente recenti, ma sempre privi degli attergati e senza indicazione delle misure della pergamena, sì che tanto più pare opportuno ripubblicarli nella raccolta che qui si presenta16. Del membranaceo isernino sopravvive anche l’inventario compilato nel 1728 dal canonico Stefano di Leonardo17. L’Archivio della Curia Vescovile di Trivento, poi, custodisce diciassette pergamene che vanno dal 1305 al 1346, assai interessanti, giacché raccolgono le carte superstiti dei priorati di S. Maria della Maiella di Trivento e di Agnone, di obbedienza celestiniana18; e l’Archivio Capitolare di Larino quattro, rispettivamente del 976, 1181, 1240 e 129719. 12. Conservata sotto la segnatura 3.AA.I, n. 20, edita in MAZZOLENI J.e SALVATI C., Le Pergamene della Società Napoletana di Storia Patria …, I, n. XVI, pp. 67-68, sorprendentemente sfuggita a Cuozzo e Martin nella loro ricostruzione della storia dell’insediamento sepinate (P.S.C.S., pp. 7 ss.). 13. Porta oggi la segnatura 3.AA.II.61. 14. Custodita sotto la segnatura 2.AA.III.55. Questa (senza però indicazione della data topica, che pure è invece regolarmente segnalata nell’inedito inventario approntato alla fine dell’Ottocento) e le due pergamene citt. nelle note precedenti si trovano inventariate in PALMIERI S., Le pergamene della Società Napoletana di Storia Patria. Inventario…, rispettivamente pp. 36 (dove la data topica è tradotta in Castelvecchio, senza ulteriore indicazione), 39 e 27. Segnalo poi che la pergamena del 1302, gennaio 9, segnata 9.BB.II.2, ivi disinvoltamente e ambiguamente inventariata, a p. 61, come pure rogata presso un non meglio specificato Castelvecchio, è in effetti calabrese, da localizzare nei pressi di Mileto. 15. BALDUCCI A., Regesto delle pergamene della Curia Arcivescovile di Chieti, vol. I…, n. 68, p. 26, n. 126, p. 44, e n. 172, p. 57. 16. Edite da ultimo in VITI A., note di diplomatica ecclesiastica..., n. II, pp. 91-102 e 343-45; n. III, pp. 103-14 e 346-47; n. V, pp. 115-42 e 351-52; n. VIII, pp. 163-70 e 358-61; e nn. X-XVII, pp. 366-84. 17. Ivi, pp. 73-77. 18. Su questi cenobi, il primo dei quali fondato da Pietro del Morrone nel 1290, poco prima di diventare papa, v. ora FIGLIUOLO B., Origini e primi sviluppi dei priorati celestini molisani di S. Maria della Maiella a Trivento e Agnone (seconda metà del XIII secolo-1350), in corso di pubblicazione nel «Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria». 19. L’archivio larinate ha subito notevoli perdite documentarie: basti pensare a quante pergamene vi si conservavano ancora al principio del XVIII secolo: TRIA G. A., Memorie storiche civili ed ecclesiastiche… Le pergamene superstiti sono per di più in cattivo stato di conservazione, tanto che oggi se ne può decifrare solo una minima parte rispetto ai tempi di Tria. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 67 67 A Campobasso si trovano poi, presso la Biblioteca del “Sacro Cuore” dei padri cappuccini, tre carte che ci interessano: una del 1251, una seconda del 1282 e una terza del 1348, provenienti dall’archivio della chiesa cittadina di S. Maria. Altre ventidue sono oggi custodite nell’Archivio della Curia Arcivescovile, e sono ciò che resta di archivi ecclesiastici locali (S. Giorgio, S. Leonardo, S. Maria) qui confluiti a seguito della chiusura al culto delle rispettive chiese: cinque di esse risalgono al XIII secolo e diciassette alla prima metà del XIV. Due, infine, una del 1330 e l’altra del 1336, di provenienza privata, si trovano nella Biblioteca Provinciale del capoluogo molisano. Un po’ più complessa appare la situazione di Agnone, centro archivisticamente assai ricco, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo della sua documentazione superstite. Qui, depositato presso la sede delle “Biblioteche Riunite Comunale e Labanca”, si trova l’archivio storico civico, che contiene fondi di diversa provenienza e segnatura. Anzitutto, quattro documenti, tutti della prima metà del XIV secolo, provenienti dall’archivio del comune cittadino, il cui membranaceo fu regestato nel 1783 da Michele D’Alessio, in un lavoro tuttora manoscritto, intitolato Summarium ex diplomatibus a praeteritis huius regni regibus benigne obtentis, nel quale si trova anche una breve notazione di un perduto documento del 1307. Accanto a essi vi sono poi alcuni strumenti notarili, per la precisione quattro, relativi al periodo qui preso in esame (degli anni 1279, 1280, 1299 e 1313), di diversa provenienza e già inventariati e custoditi sotto il titolo comune di Pergamene non comprese nel “Summarium” (con evidente riferimento al manoscritto di D’Alessio appena citato), ma ora più opportunamente collocati nel fondo di cui subito si dirà: i primi tre fra le pergamene agnonesi di S. Chiara e il quarto fra quelle larinati. Perché ancora si conservano, presso la biblioteca civica agnonese, le carte del convento cittadino di S. Chiara, a loro volta suddivise in pergamene di Larino (vale a dire strumenti notarili rogati a Larino e relativi a beni siti in territorio larinate appartenenti al monastero di S. Chiara di Agnone) e pergamene effettivamente agnonesi. Esse sono rispettivamente quattordici (otto del XIII secolo e sei della prima metà del successivo) e tredici (cinque delle quali del XIII secolo e otto della prima metà del XIV). Nella parrocchia di S. Marco, poi, si conserva ancora un documento del 1244, proveniente dalla chiesa cittadina di S. Biase; e altri due, sembra, duecenteschi, sono custoditi presso la parrocchia di S. Emidio20. Una pergamena del 1282, infine, si trova nell’archivio privato della famiglia Pignatelli di Monteroduni, nella serie degli atti pubblici, sotto il numero 1: si tratta di una concessione feudale a beneficio di Giovanni di Lagonessa fatta da Filippo I di Savoia, pretendente alla corona imperiale d’Oriente, da Napoli di Romania (Nauplia). 20. Di tali pergamene (che chi scrive non ha ancora potuto vedere) non esiste a tutt’oggi alcuna inventariazione né riproduzione, e la comunicazione della loro esistenza è orale, ancorché attendibile, giacché fornita dalla funzionaria della Sovrintendenza Archivistica molisana che si occupa di quell’area, la dott. Cristina Melloni, che ringrazio. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 68 20.01 Pagina 68 I Beni Culturali nel Molise Quanto alla documentazione venafrana, ne è già stata promessa l’edizione da Gennaro Morra21, ed essa non sarà quindi trattata da chi scrive. I documenti a mia conoscenza anteriori al 1351 custoditi in archivi cittadini sono comunque tre: due (17 febbraio 1328 e 14 febbraio 1335) già nell’Archivio Capitolare di Venafro ma oggi superstiti solo nella trascrizione fattane tra Sette e Ottocento da Cosmo De Utris nel suo L’antica Venafro o sian gli Annali di essa22; e il terzo, del 26 luglio del 1337, ancora conservato presso l’Archivio Capitolare della città, nel vol. XII delle pergamene23. In definitiva, riepilogando, è nostra intenzione pubblicare tra breve le centotrentanove pergamene reperite delle quali non si prevede l’edizione da parte di altri studiosi; almeno non in lavori già annunciati alla comunità scientifica di cui si sia venuti a conoscenza. Undici soltanto di esse risultano già precedentemente edite. In complesso, il piano prevede la pubblicazione di documenti che risalgono: tre al X secolo; due all’XI; sei al XII; cinquantatre al XIII e settantacinque alla prima metà del XIV. Si tratta, come si vede, di un materiale quantitativamente cospicuo, in specie se sommato alle cinquantadue pergamene recentemente edite per lo stesso periodo da Cuozzo e Martin e alle numerose altre pubblicate nelle sedi più disparate nel corso dei secoli o che sono in procinto di essere edite, come quelle beneventane e cassinesi. È qui forse opportuno ricordare, infatti, che noi pubblicheremo gli inediti, anche pervenuti in copia o regesto, e gli originali delle serie esaminate, anche quando già editi; ma non prenderemo in considerazione i documenti custoditi in serie archivistiche completamente trascritte; quelli copiati in cartulari editi (per esempio quello di S. Maria delle Tremiti o il Chronicon Vulturnense) o quelli perduti ma trascritti in opere a stampa. E dunque Ciarlanti, Tria o Scaramella rimarranno in parte insostituiti, così come anche le edizioni anastatiche di documenti (penso, in particolare, a quelle degli Annali antinoriani e dei regesti celestiniani di Ludovico Zanotti). Di tutti i documenti molisani editi, d’altra parte, come si è accennato, ha promesso la segnalazione a Francesco Mottola in un volume di prossima pubblicazione24. Il Molise, in conclusione, al termine di una lunga e capillare ricognizione, potrà si spera presto contare, forse unica – o tra le prime – regione italiana, su di un corpus documentario magari frammentario ma ricco di alcune centinaia di carte tutte edite (o quanto meno trascritte a stampa) fino al 1350. 21. In un’opera in più volumi, in corso di stampa a cura dell’Istituto Regionale per gli Studi Storici del Molise “V. Cuoco”. Devo l’informazione a Gianfranco De Benedittis, che ringrazio anche per questo. 22. Manoscritto in sette libri, rilegati in quattro volumi, oggi presso la biblioteca privata Del Vecchio di Venafro. Cfr., su di esso, la tesi di laurea di Anna Manuela Tombolini, discussa nell’Anno Accademico 1997/98 presso l’Università “Federico II” di Napoli, relatore il prof. Giovanni Vitolo. 23. È forse ancora da segnalare, in chiusura, che erroneamente l’inventario da me consultato presso la Sovrintendenza Archivistica del Molise segnala che il Liber privilegiorum Aeserniae civitatis, membranaceo del XVI secolo custodito presso la Biblioteca Civica della città, riporta in copia documenti dal 1303. Il più antico cronologicamente risale infatti al 1363. 24. Cfr., intanto, la sua comunicazione in questo medesimo volume. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 69 IL RECUPERO DEL PATRIMONIO PERGAMENACEO MOLISANO Renata De Benedittis Archivio di Stato di Campobasso Alcune fonti pergamenacee di maggior rilievo per la storia del Medioevo nel Molise sono state esaminate in questo convegno, con ampi approfondimenti, da illustri esperti di storia medioevale, di diplomatica e di paleografia. L’analisi e la valutazione di questo patrimonio – purtroppo non molto consistente e per questo ancora più prezioso – fanno tornare in mente le condizioni in cui esso versava un ventennio fa ed il lavoro svolto dall’Amministrazione archivistica per realizzarne il recupero1. Erano gli anni, successivi all’istituzione del Ministero per i Beni Culturali, che coincidevano con un periodo particolarmente intenso, produttivo e fecondo per gli archivi molisani. L’istituzione del nuovo Ministero aveva determinato una svolta decisiva nella politica di gestione del patrimonio culturale e cominciava anche nel Molise una fase di sensibilizzazione ai problemi della conservazione dei beni archivistici; le prime richieste d’interventi di restauro di materiale pergamenaceo e cartaceo da parte di comuni, di enti ecclesiastici e di privati ne erano un chiaro segnale2. Si trattava di collaborazioni particolarmente significative che avviavano una politica attiva d’interventi in un settore fino ad allora stagnante: i lavori di restauro concordati venivano realizzati con fondi statali, ma anche con i primi finanziamenti regionali e, in molti casi, con il materiale e le attrezzature del laboratorio di restauro dell’Archivio di Stato di Campobasso. Iniziava, cioè, in quegli anni un programma integrato di recupero delle fonti pergamenacee molisane in linea con i piani nazionali di censimento, 1. La tutela e la vigilanza sugli archivi non statali del Molise erano affidate, in quegli anni, alla Soprintendenza per l’Abruzzo e il Molise con sede a Pescara. Con tale Istituto l’Archivio di Stato di Campobasso collaborava per l’attuazione dei programmi ispettivi annuali che miravano ad accertare la buona gestione di quegli archivi ed a intensificare la ricognizione del loro patrimonio archivistico e paleografico. 2. L’istituzione del Ministero per i Beni culturali nel 1975 determinò una svolta nella politica di gestione del patrimonio culturale italiano, apportando sostanziali innovazioni nei programmi dell’Amministrazione archivistica. Obiettivi prioritari divennero – insieme alla salvaguardia, alla tutela ed alla conservazione – la conoscenza e la valorizzazione dei beni archivistici e, di conseguenza, l’incremento della loro fruizione. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 70 20.01 Pagina 70 I Beni Culturali nel Molise d’inventariazione e di valorizzazione del patrimonio documentario italiano3. E, al tempo stesso, si avviava un proficuo rapporto di collaborazione tra l’Amministrazione archivistica e la Regione Molise con la realizzazione di un progetto di riordinamento di tutti gli archivi storici comunali, continuato poi dal Ministero per i Beni Culturali. Si ponevano le basi, quindi, per quella intensa attività che nel corso di un ventennio ha portato al recupero ed alla conoscenza di una parte veramente consistente di archivi non statali4. Riguardo al patrimonio documentario più antico conservato in molti archivi ecclesiastici, le intese via via intercorse con le autorità competenti hanno consentito di realizzare un recupero che ha avuto fasi e tappe di avanzamento diverse e che, in alcuni casi, prosegue ancora oggi. Il quadro di queste fonti è finalmente ben delineato e, sul piano scientifico, si cominciano a cogliere i frutti dei programmi iniziati alla fine degli Anni Settanta5. 3. Nel 1978 ebbero inizio i lavori di restauro del fondo pergamenaceo conservato nell’Archivio parrocchiale di Sepino. La richiesta di un intervento conservativo, avanzata dal parroco don Antonio Arienzale all’Assessorato regionale alla cultura, dette luogo ad una proficua intesa fra le parti ed il progetto fu eseguito nel laboratorio di restauro dell’Archivio di Stato da una restauratrice privata, con finanziamenti della Regione Molise. 4. La realizzazione di un innovativo progetto di riordino degli archivi storici comunali - avviato a partire dal 1978 prima con finanziamenti regionali e, in seguito, con impegni di spesa ministeriali portò all’avvio di un piano di censimenti, di riordinamenti e d’inventariazioni della documentazione storica comunale, ecclesiastica e privata. Il materiale pergamenaceo individuato in occasione di questi lavori è poco consistente e, per quello che riguarda la documentazione comunale, si concentra in gran parte nell’Archivio storico comunale di Agnone. Le cause della scarsa consistenza o della totale assenza di fonti pergamenacee negli archivi comunali non derivano - come per gli altri archivi non statali - da dispersioni o da conservazione inadeguata, ma piuttosto dalle disposizioni impartite il 6 agosto 1847 dal Ministero dell’Interno del Regno Borbonico agli Intendenti provinciali. Con tali disposizioni, che attuavano il dettato della legge organica del 12 novembre 1818 in materia di archivi e del successivo regolamento approvato con decreto del 26 ottobre 1841, si ordinava di far confluire nel Grande Archivio di Napoli tutti i diplomi e gli strumenti in pergamena appartenenti alle amministrazioni locali ed ai Luoghi Pii per garantire la loro conservazione e, al tempo stesso, per assicurare il rilascio di copie redatte da personale esperto, in grado di interpretare correttamente gli antichi documenti. Per motivi diversi, non tutti i comuni eseguirono gli ordini ministeriali, come Agnone che oggi conserva ancora, con orgoglio, la parte antica dell’Archivio storico comunale. Va ricordato, in proposito, che le vicende dell’ultima guerra procurarono gravi danni a molti fondi, anche pergamenacei, conservati nel Grande Archivio di Napoli e nelle sue sedi dipendenti. Il 30 settembre 1943, un incendio distrusse tutto il materiale di maggiore rilevanza storica che era stato prelevato da fondi archivistici diversi e trasportato, per sicurezza, nella Villa Montesano presso San Paolo Belsito; cfr. in merito TRINCHERA F., Degli archivi napolitani …; ristampa anastatica a cura dell’Archivio di Stato di Napoli, Arte tipografica, Napoli, 1995, p. 245; MAZZOLENI J., Le fonti documentarie …, parte I, pp. IX - X. 5. Gli inventari e gli elenchi redatti a cura dell’Archivio di Stato di Campobasso e della Soprintendenza archivistica per il Molise costituiscono oggi gli strumenti di ricerca che consentono la conoscenza e la fruizione di un patrimonio di grande importanza storica, faticosamente recuperato. Sono disponibili i dati cronologici e quelli relativi alla consistenza delle fonti pergamenacee conservate nei seguenti archivi: Archivio arcivescovile di Campobasso-Bojano; Archivi diocesani di Venafro e Trivento; 9 archivi parrocchiali della Diocesi di Trivento; 1 archivio parrocchiale della Diocesi di Isernia-Venafro; 10 archivi parrocchiali della Diocesi di Campobasso-Bojano; Archivi capitolari delle Cattedrali di Campobasso, di Venafro, di Isernia e di Larino. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 71 71 Emblematico è il caso delle pergamene di Santa Cristina di Sepino, in totale 127, datate dal XII al XVIII sec., di cui 65 antecedenti al sec. XV. Esse sono state oggetto, di recente, del pregevole lavoro di trascrizione paleografica e di commento critico e diplomatico dei professori Errico Cuozzo e Jean-Marie Martin: si tratta di documenti preziosi che hanno consentito di ricostruire la storia della Sepino medievale tra il XII ed il XV secolo6. L’importanza di alcune pergamene d’interesse molisano era stata segnalata da Evelyn Jamison nei suoi lavori sul Molise medievale ma, per alcuni decenni, queste fonti erano rimaste pressoché ignorate dagli esperti del settore7. È negli Anni ‘80 che si comincia a registrare l’interesse di più studiosi per il patrimonio pergamenaceo molisano nel suo complesso. Nel 1981, ad esempio, la mostra “Documenti di vita comunale” – che l’Archivio di Stato di Campobasso dedicò ai lavori di riordinamento in corso negli archivi comunali ed in quelli ecclesiastici – fu l’occasione per presentare al pubblico alcune pergamene provenienti dall’Archivio parrocchiale di Santa Cristina di Sepino e dall’Archivio storico comunale di Agnone8. Si trattava, naturalmente, di una esemplificazione della eccezionale rilevanza storica e palegrafica dei due importantissimi fondi che furono illustrati, sotto il profilo storico, dal prof. Gianfranco De Benedittis e dal dott. Vincenzo Pellegrini9. Il recente, approfondito studio storico-territoriale dei professori Cuozzo e Martin – studio che fa da cornice all’esame critico, paleografico e diplomatico delle pergamene di Santa Cristina – evidenzia anche gli aspetti economici, sociali e religiosi della Sepino medievale e ripercorre le tappe dell’evoluzione delle magistrature, del notariato, dell’attività dei giudici, dello sviluppo commerciale, della circolazione della moneta per circa 4 secoli, fino alla metà del Quattrocento. Emergono da questa accurata analisi anche il processo di formazione della feudalità nel Molise, l’importanza dell’insediamento normanno nel territorio sepinese, le caratteristiche di governo di alcuni feudatari10. Alle notizie feudali si aggiungono quelle di carattere ecclesiastico che forniscono informazioni di rilievo sulla vita religiosa, sul culto, sul clero della Sepino medievale11. Si tratta, quindi, di un insieme di testimonianze che, sulla base di un rigoroso metodo storicofilologico, sottolineano l’importanza del fondo pergamenaceo di Santa Cristina e lo offrono finalmente alla conoscenza di un vasto pubblico. Ma se sulle pergamene di Santa Cristina si è concentrata nel tempo l’atten- 6. P.S.C.S. 7. JAMISON E., I Conti di Molise e di Marsia …, pp. 81-106. Tra le 15 pergamene trascritte nell’appendice di documenti, l’A. riporta 2 pergamene dell’Archivio capitolare di Bojano del 1194 e del 1195 e 2 pergamene dell’Archivio capitolare di Isernia del 1221 e del 1254. 8. Documenti di vita comunale … 9. Ivi. Nell’appendice del catalogo, Dai documenti alla storia, si danno notizie su due archivi pergamenacei in via di sistemazione: DE BENEDITTIS G., Le pergamene di Santa Cristina nell’archivio parrocchiale di Sepino, pp. 201-202 e PELLEGRINI V., L’archivio storico di Agnone, pp. 203-207. 10. P.S.C.S., pp. 37-53. 11. Ivi, pp. 23-37. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 72 20.01 Pagina 72 I Beni Culturali nel Molise zione di più studiosi, rimangono solo parzialmente esplorati altri fondi pergamenacei di eccezionale rilevanza, da molti anni recuperati sotto il profilo archivistico, inventariati sommariamente, restaurati, microfilmati e, quindi, pronti per essere studiati e valorizzati. È assai confortante la notizia che ci viene data in questo convegno dal prof. Bruno Figliuolo sullo stato di avanzamento dei lavori di un Codice diplomatico del Molise fino al 1349 e sono di grande importanza le segnalazioni di don Faustino Avagliano sulle pergamene d’interesse molisano conservate nella Abbazia di Montecassino e le anticipazioni del prof. Francesco Mottola sul Repertorio delle fonti documentarie edite del Medioevo italiano per la parte relativa al Molise. Ma un’attenta riflessione va fatta sulle stato generale degli studi del settore in ambito regionale: malgrado l’impegnativo lavoro di recupero e di censimento compiuto dall’Amministrazione archivistica e nonostante le facilitazioni che vengono offerte per la consultabilità – quasi tutte le pergamene possono essere studiate in originale nei diversi luoghi di conservazione ed in microfilm presso l’Archivio di Stato – non si è ancora riusciti a mettere a punto un piano organico di ricerca che illustri, divulghi e valorizzi degnamente questo patrimonio. Tra i nuclei membranacei recuperati ed individuati negli ultimi decenni andrebbe preso in considerazione, per importanza storica e per consistenza, il già citato fondo antico dell’Archivio storico comunale di Agnone (1231-1767, pezzi 515), nel quale confluiscono l’Archivum illustrissimae civitatis Angloni, costituito da Concessiones, Privilegia e Instrumenta ed una raccolta di 102 strumenti notarili, datati dal 1231 al 1767, relativa ai beni che il Monastero di Santa Lucia di Agnone possedeva in territorio di Larino12. Un Summarium manoscritto di fine Settecento raccoglie i regesti in latino di gran parte delle pergamene dell’Archivio storico comunale ed è, ancora oggi, un valido strumento di ricerca per gli studiosi13. Ma già dagli inizi degli Anni ‘80, a conclusione del complesso lavoro di riordinamento dell’intero archivio storico, si dispone di un inventario analitico che, per il materiale pergamenaceo, ricostruisce l’originario ordinamento in fascicoli, corrispondente alla struttura metodologica del Summarium. Nei fascicoli, divisi per materia, i pezzi sono ordinati cronologicamente ma un buon numero di pergamene, non 12. L’archivio antico di Agnone fu rinvenuto in due armadi lignei situati nella chiesa annessa al Monastero di Santa Chiara. Nel 1902 il Monastero passò al Demanio comunale e successivamente secondo quanto afferma in un appunto don Nicola Marinelli, all’epoca direttore delle Biblioteche Labanca e Emidiana - gli armadi, per motivi di sicurezza, furono trasportati nella Biblioteca Labanca. Ancora oggi l’archivum è custodito nelle Biblioteche riunite Comunale e Labanca, dirette dal dott. Antonio Arduino. Si è avuto finalmente il trasferimento di queste biblioteche e dell’Archivio storico comunale nell’ex Convento di San Francesco, ormai ristrutturato; secondo il progetto dell’Amministrazione comunale e del dott. Arduino, l’ex convento è divenuto un centro culturale polivalente che ospita anche un museo ed altre attività culturali. 13. Il Summarium ex diplomatibus a praeteritis huius regni regibus benigne obtentis fu compilato da tale Michele D’Alessio di Castel del Giudice nel 1783. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 73 73 regestate nel Summarium, sono elencate in inventario soltanto per anno14. È di tutta evidenza quanto sia necessario, in questo caso, uno studio articolato che preveda un lavoro di regestazione, di trascrizione e di commento critico dei pezzi. Un altro ricchissimo fondo pergamenaceo, da tempo riordinato, restaurato e microfilmato, costituito da 671 pergamene datate a partire dal 964, è quello conservato nell’Archivio capitolare di Isernia15. Un inventario parziale settecentesco consente di verificare il metodo di ordinamento, le eventuali dispersioni e le diverse interpretazioni date, nel tempo, ad alcune pergamene. Soltanto 13 di esse risultano già pubblicate o semplicemente citate da studiosi come Ciarlanti, Ughelli, Coletti, Jamison, Viti e Salvati16. Non meno importante è il fondo pergamenaceo dell’Archivio diocesano di Trivento nel quale sono confluite 350 pergamene datate dal 1301 al 1863; anch’esso è già restaurato e microfilmato17. Sono poi da ricordare le 156 pergamene, delle chiese dei SS. Giorgio e Leonardo, conservate nell’Archivio arcivescovile di Campobasso-Bojano, datate dal 1267 al 1718 e costituite da decreti, sentenze ed atti notarili relativi a divisioni, permute, vendite, locazioni di stabili18. E va sottolineata l’importanza delle 135 pergamene dell’Archivio capitolare di Larino, 1181-1924, divise in atti pubblici 14. Va ricordato che il complesso lavoro di riordinamento e d’inventariazione del fondo antico fu curato, agli inizi degli Anni ‘80, dalla dott.ssa Cristina Melloni, allora in servizio presso la Sezione di Soprintendenza archivistica per il Molise. Alla dott.ssa Melloni si devono anche tutte le notizie relative all’Archivum illustrissimae civitatis Angloni. 15. Il fondo (secc.X-XIX), conservato nell’Archivio storico della Cattedrale di Isernia, è stato riordinato dalla nominata dott.ssa Melloni negli anni 1985/86 per conto della Sezione di Soprintendenza archivistica per il Molise; ancora oggi, però, manca uno strumento di ricerca analitico di regestazione e di trascrizione delle pergamene. L’obiettivo potrebbe essere realizzato dall’IRESMO, Istituto Regionale per gli Studi storici del Molise, che ha già inserito, in un piano pluriennale di interventi nel settore archivistico, un progetto di “Inventario delle pergamene della Cattedrale di Isernia”. 16. L’inventario settecentesco è riferito solo ad una parte del fondo. Il metodo di ordinamento adottato dall’archivista del tempo divide per materia le pergamene, raggruppandole in fascicoli che vengono elencati in inventario senza una sequenza cronologica ed in maniera frammentaria. Tra i titoli di maggior rilievo si segnalano: de bullis, de privilegiis, monitoriis et sententis, instrumentorum antiquorum locationum, instrumentorum emptionum, de testamentis, de instrumentis donationum, de instrumentis locationum, ecc. 17. Nell’Archivio del Capitolo cattedrale di Trivento, inoltre, si conserva un fondo di 42 pergamene, datate dal 1431 al 1931. I due fondi pergamenacei triventini sono stati riordinati sommariamente nel 1985 dalla dott.ssa Annalisa Carlascio dell’Archivio di Stato di Campobasso; non esiste ancora un inventario analitico. 18. Le pergamene delle Chiese dei SS. Giorgio e Leonardo, sono rilegate in due tomi relativi, rispettivamente, agli anni 1267-1717 (Tomo I) e 1324-1718 (Tomo II). Nel primo tomo, insieme a pochi documenti ufficiali, sono raccolti strumenti notarili di varia natura; il secondo tomo, diviso in sezioni, contiene un esiguo numero di decreti e sentenze e strumenti notarili relativi a divisioni, permute, vendite, concessioni e locazioni di stabili, prestiti, pagamenti e spettanze. Nell’Archivio arcivescovile è conservata anche una raccolta di 49 pergamene dell’antica Diocesi di Bojano datate dal 1397 al 1830. 19. L’inventario sommario del fondo, curato dalla nominata dott.ssa Carlascio e dalla dott.ssa Anna Fasolino, risale agli anni 1984-85. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 74 20.01 Pagina 74 I Beni Culturali nel Molise ed atti privati in un ordinamento sommario che risale alla fine degli Anni ‘8019. A questi fondi di una certa consistenza si aggiungono altri nuclei pergamenacei, datati in gran parte dal sec. XV o XVI, altrettanto rilevanti sotto il profilo storicopaleografico, conservati in diversi archivi parrocchiali, comunali e di famiglia20. È questo, per sommi capi, il quadro del patrimonio pergamenaceo conservato nel Molise, un patrimonio che conta complessivamente oltre 2300 pezzi, datati per la gran parte dal 1300, con un buon numero di pergamene più antiche che partono dal X secolo. Oltre al recupero materiale ed ai riordinamenti effettuati dagli archivisti, per preservare queste fonti e per renderle fruibili sono stati determinati altri due interventi essenziali: il restauro e la microfilmatura. Le operazioni di restauro, svolte in gran parte nel laboratorio dell’Archivio di Stato, hanno rimosso i danni provocati da muffe, piegature ed accartocciamenti, ristabilendo l’integrità esteriore e quella strutturale dei documenti21. Ma, soprattutto, questi lavori hanno bloccato o, comunque, rallentato il processo degenerativo che era in atto, garantendo la durata nel tempo degli interventi e la resistenza all’attacco di insetti e di microrganismi. Il solo restauro non avrebbe dato, però, il giusto senso alle operazioni di recupero che sono state ampliate e perfezionate con i lavori di microfilmatura dei diversi fondi pergamenacei. Nella ricerca storica è determinante disporre di supporti che facilitino la consultazione di materiale conservato in luoghi diversi, spesso inaccessibili, ed oggi il consistente archivio microfotografico dell’Archivio di Stato di Campobasso consente di consultare e di riprodurre documenti di provenienza 20. Si ricordano, tra gli altri, il fondo pergamenaceo del Convento del Sacro Cuore di Campobasso, costituito da 108 pergamene (secc.XIII - XVIII), divise in due tomi; la raccolta di 124 pergamene provenienti dalla ex Cattedrale di Venafro (aa.1337-1907); le 75 pergamene dell’archivio privato della famiglia Pignatelli di Monteroduni (aa.1282 - 1819), divise in atti pubblici ed atti privati in un inventario sommario curato nel 1985 dalla dott.ssa Carlascio. Questi fondi pergamenacei si conservano in microfilm nell’Archivio di Stato di Campobasso. Dai censimenti svolti dalla Sezione di Soprintendenza archivistica fino al 1992 e da quelli successivi curati dalla Soprintendenza archivistica per il Molise, istituita nel 1993, si rileva che in diversi archivi parrocchiali della Diocesi di CampobassoBojano e della Diocesi di Isernia-Venafro ed in alcuni archivi privati si conservano nuclei pergamenacei di diversa consistenza, tutti datati dal XVI sec. Vanno anche ricordate la raccolta di 66 pergamene (aa. 1522-1802), conservata nella Chiesa Cattedrale di Campobasso e quella di 299 pergamene, ricavate da copertine di protocolli notarili (secc. XV – XVII), conservata nell’Archivio di Stato di Campobasso. 21. A partire dal 1972, nel laboratorio di restauro dell’Archivio di Stato di Campobasso, restauratori ed operatori tecnici specializzati, oltre al restauro di serie archivistiche conservate nell’Istituto, hanno realizzato il recupero di un consistente materiale non statale. È stato, naturalmente, privilegiato il materiale pergamenaceo di provenienza ecclesiastica, comunale e privata, secondo una scala di priorità legata allo stato di conservazione o ad emergenze particolari, come ad esempio il terremoto del 1984. 22. Da oltre un quindicennio, nel laboratorio di fotoriproduzione dell’Archivio di Stato di Campobasso, accanto all’archivio microfotografico di sicurezza, è in continuo sviluppo un archivio di microfilm d’integrazione delle serie statali. Le serie pergamenacee microfilmate rivestono un particolare interesse per gli studi sui periodi normanno, svevo, angioino ed aragonese, ma coprono anche il periodo del viceregno spagnolo e di quello austriaco, fino agli anni più recenti del periodo borbonico e dello Stato unitario. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 75 75 comunale, ecclesiastica e privata, grazie ad opportune intese con la Soprintendenza archivistica e con gli Enti proprietari22. Esistono, quindi, tutti i presupposti per lo studio e l’edizione critica di queste fonti. La storia del medioevo molisano poggia, com’è noto, su alcuni studi fondamentali, risalenti in gran parte alla prima metà del Novecento, ai quali si è fatto spesso riferimento in questo convegno, come quelli di Armando De Francesco sulle origini e lo sviluppo del feudalesimo nel Molise, di Vincenzo Federici sul Chronicon Vulturnense, di Evelyn Jamison sui Conti di Molise e di Marsia e sul Catalogus Baronum, di Mario del Treppo sull’Abbazia di San Vincenzo al Volturno, ecc.23. Vanno anche ricordati alcuni studi specialistici che hanno analizzato, trascritto o regestato documenti di grande interesse per la storia del Molise, come, ad esempio, quelli paleografici curati da Tommaso Leccisotti e da Faustino Avagliano sui preziosi fondi pergamenacei conservati nell’Abbazia di Montecassino o quello di Angelo Viti, sulla diplomatica ecclesiastica nella Contea di Molise, che svolge un accurato studio paleografico e diplomatico sulle pergamene più antiche dell’Archivio capitolare di Isernia, inquadrandole nel contesto storico degli anni presi in considerazione24. Più recente è il lavoro di Gianfranco De Benedittis sui Regesti Gallucci, relativi alla raccolta di pergamene, un tempo conservata nell’Archivio diocesano di Bojano, che è andata poi distrutta25. Notevole rilevanza riveste, infine, il volume edito nel 1995 dall’Istituto Regionale per gli Studi storici del Molise, San Vincenzo al Volturno dal Chronicon alla storia, curato dallo stesso De Benedittis. Quest’ultimo volume e la già citata pubblicazione Le pergamene di Santa Cristina di Errico Cuozzo e Jean-Marie Martin costituiscono i più recenti contributi scientifici per la conoscenza del medioevo molisano. Il primo, con un esame approfondito del manoscritto del Chronicon e con un appropriato ed aggiornato commento critico, mette in risalto l’importanza religiosa, ma anche politica e sociale, del monastero di San Vincenzo al Volturno nel IX secolo, periodo del suo massimo sviluppo; il secondo, con una mirabile ricostruzione storica, delinea la vita sociale, amministrativa e politica di Sepino nel periodo tra l’XI ed il XV secolo26. Questo quadro d’insieme, tracciato a grandi linee, sullo stato della conoscenza delle fonti pergamenacee molisane chiarisce quanto sia ancora impegnativo il cammino da compiere per studiare e utilizzare appieno i documenti ancora 23. Tra le pubblicazioni di base per lo studio del medioevo nel Molise si ricordano: DE FRANCESCO A., Origini e sviluppo del feudalesimo …, 1909, nn. 3 e 4, pp. 432 ss., 640 ss.; 1910, nn. 1 e 2, pp. 70 ss., 273 ss.; CV; JAMISON E., I Conti di Molise e di Marsia ...; EAD., Catalogus Baronum…; DEL TREPPO M., Longobardi, Franchi e Papato in due secoli di storia vulturnense …; ID., La vita economica …, pp. 1-82. 24. ABBAZIA DI MONTECASSINO, I regesti dell’Archivio, voll. I - VIII, a cura di T. Leccisotti …; ID., voll. IX - XI, a cura di T. Leccisotti e F. Avagliano…;. VITI A, Note di diplomatica ecclesiastica… 25. I Regesti Gallucci… 26. San Vincenzo al Volturno … Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 76 20.01 Pagina 76 I Beni Culturali nel Molise disponibili. Bisognerà, infatti, prendere in considerazione non soltanto le fonti conservate in ambito regionale, oggetto di questa breve relazione, ma anche quelle, già individuate ed in parte studiate dagli esperti del settore, conservate fuori dal Molise, nell’Abbazia di Montecassino, in quella di Santa Sofia di Benevento, nell’Archivio Vaticano, nell’Archivio di Stato di Napoli. Con cauto ottimismo è possibile prevedere che potrà realizzarsi una svolta decisiva per far progredire gli studi sul Molise medioevale con un’azione combinata di quelle istituzioni che – sia pure con finalità e compiti diversi – sono chiamate alla tutela, alla conservazione, alla promozione culturale ed alla ricerca storica. E la favorevole circostanza che molte delle istituzioni in questione sono oggi coinvolte in questo convegno, insieme ad illustri studiosi del settore, fa guardare con speranza al futuro del patrimonio pergamenaceo molisano ed a nuovi, qualificati traguardi di studio. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 77 SEZIONE ARCHEOLOGICA Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 78 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 79 VARIETÀ DI INFLUSSI CULTURALI NELLE NECROPOLI DI CAMPOCHIARO CONSIDERAZIONI PRELIMINARI Valeria Ceglia Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise (Tavv. I-II) La scoperta della necropoli di Campochiaro, avvenuta alla fine degli anni ’80, ha dato un impulso notevole agli studi sull’alto medioevo per quanto riguarda la nostra Regione. Fino a quella data le conoscenze su quel periodo storico erano basate esclusivamente sulle fonti storiche e le testimonianze archeologiche erano limitate a qualche sporadico ritrovamento collocato cronologicamente e genericamente in età barbarica1. La spinta in positivo per gli studi su questo periodo storico è stata data anche da un intensificarsi dell’attività di scavo archeologico nella Regione e dall’azione di tutela svolta dalla Soprintendenza del Molise, attenta al controllo delle aree soggette a sconvolgimenti per l’intensificarsi di attività edilizie o per lo sfruttamento del territorio connesso ad attività industriali. Grazie a tale controllo si è arrivati alla individuazione delle due necropoli di Campochiaro l’una in loc. Vicenne, l’altra in loc. Morrione. Entrambe sono collocate ai margini del tratturo Pescasseroli-Candela, che costituiva, nell’antichità, una importante via di transito, ricalcata in età romana dal percorso della via Minucia. Le due necropoli sono distanti tra loro circa 800 metri e si collocano cronologicamente nello stesso periodo tra il VI e VIII sec d.C. (Tav. I - Fig. 1) Difatti sia la tipologia delle tombe, in prevalenza fosse terragne con rincalzo di ciottoli lungo i bordi, la disposizione per file parallele, l’orientamento est-ovest con il cranio del defunto rivolto sempre verso il sorgere del sole, sia l’organizzazione del cimitero con tombe raggruppate per gruppi parentali, sia la composizione dei corredi , sia la presenza di sepolture contestuali di cavaliere e cavallo ci portano ad un ambito cronologico e culturale databile all’età delle invasioni barbariche. 1. Questo termine viene usato in modo generico per indicare il periodo delle invasioni barbariche. Tale dizione viene confutata da Von Hessen (Sull’espressione Barbarico …, pp. 476-478) in quanto le sepolture, specie quelle dell’Italia meridionale e delle isole, appartengono a popolazioni autoctone e quindi non di etnos barbarico. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 80 80 I Beni Culturali nel Molise Nella necropoli di Morrione, che delle due è quella meglio conservata, il nucleo delle tombe di età altomedievale si è affiancato a quello di età tardo antica per la presenza di una sepoltura a cappuccina e di una struttura che potrebbe riconoscersi pertinente ad un monumento funerario. A Vicenne lo stato di conservazione è peggiore in quanto la costruzione di una strada interpoderale ad ovest e l’esistenza di una cava a sud hanno compromesso fortemente l’area interessata dalla necropoli. Il settore est è l’unico che non ha subito interventi distruttivi dell’uomo, ma non è stato usato come luogo cimiteriale, difatti i saggi eseguiti non hanno riscontrato la presenza di alcuna tomba. L’area superstite della necropoli è piuttosto ristretta, pur tuttavia sono state recuperate ben 167 sepolture, diverse delle quali non in buono stato di conservazione a causa di un interro piuttosto esiguo e per la presenza di un fossato che attraversa l’area cimiteriale da nord a sud e che ha intaccato e sconvolto diverse tombe. L’importanza di questo ritrovamento è determinata non solo dal numero ormai ragguardevole delle tombe rimesse in luce (circa 350 tra i due nuclei ed il numero è destinato ad aumentare dal momento che lo scavo a Morrione è ancora in corso) ma soprattutto dalla presenza di sepolture in cui accanto al cavaliere è stato seppellito il cavallo. Questo particolare tipo di deposizione sembra costituire una novità nel campo delle conoscenze archeologiche altomedievali in Italia. A quale abitato facessero riferimento i due sepolcreti tra gli insediamenti urbani noti, non è possibile determinarlo allo stato attuale delle ricerche, in quanto le necropoli si trovano a metà strada tra Sepino e Boiano e distanti da questi due centri una decina di chilometri. Si può supporre che le popolazioni avessero un insediamento di tipo nomade e che il carro delle migrazioni rappresentasse per loro la dimora. Un altro interrogativo si ripropone con insistenza fin dall’epoca della scoperta delle necropoli e che è emerso in sede del convegno tenutosi a Boiano all’indomani del ritrovamento2: quale popolazione era seppellita a Campochiaro? Longobardi, Bulgari o autoctoni? Cronologicamente siamo in piena epoca longobarda e territorialmente Campochiaro rientra nel Ducato di Benevento, molti degli elementi della cultura materiale ci riportano a quelli presenti nelle coeve necropoli dell’Italia centrale e settentrionale. La nostra “diversità” nel panorama degli altri ritrovamenti italiani di questa epoca è rappresentata, per la fonte storica, dal passo di Paolo Diacono, in cui si parla della venuta dei Bulgari, sotto la guida del loro capo Alzeco, inviati dal duca di Benevento Romualdo a popolare i territori di Sepino, Boiano e Isernia.3 L’altra anomalia, nel campo archeologico, è costituita dalla presenza nella 2. La Necropoli di Vicenne.... 3. HL, II. 20. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 81 Il Medioevo 81 necropoli di sepolture contestuali di cavaliere e cavallo, di cui sono state rimesse in luce ben 19 tombe, che ci riportano ad ambienti culturali orientali. A seguito di tale scoperta gli studi si stanno focalizzando su questo periodo, approfondendo e riesaminando sia le fonti letterarie, sia studi più antichi, sia la cultura materiale al fine di avere certezze e conferme della corrispondenza tra il dato storico e la realtà archeologica. Infine la popolazione autoctona, sebbene fortemente ridotta per carestie, guerre ed epidemie, pur tuttavia continuava ad abitare i luoghi consueti dal momento che la ricerca archeologica sta rimettendo in luce diverse tracce della loro presenza tra il VI e VII sec. d.C.4. In attesa dei risultati degli studi antropologici sugli scheletri, condotti dalla dott.ssa Belcastro e dal dott. Rubini, che ci aiutino a chiarire le problematiche e gli interrogativi che sono stati posti, il nostro discorso si incentra su una disamina degli aspetti per così dire “esteriori“ della necropoli e quindi della sua struttura, del costume degli inumati, i doni funebri deposti, il rituale funerario, sugli elementi particolari delle varie culture che s’incontrano e interagiscono in questa realtà. Gli studi condotti sull’Alto Medioevo in Italia parlano di una “articolazione particolarmente complessa dovuta alla coesistenza, nello stesso ambiente, di gruppi umani differenziati sia etnicamente che socialmente”5. Viene evidenziata anche ”la difficoltà della interpretazione dei materiali archeologici è determinata anche dal fatto che ci si trova di fronte ad una struttura di rapporti fortemente eterogenei, determinati dalla coesistenza di società e culture diverse. Dai primi tempi delle invasioni barbariche le forme di questa coesistenza si stabilirono molto variamente subendo col tempo continui cambiamenti e passando attraverso vari stadi di rapporti reciproci di collisione, concorrenza e parassitismo a stadi di tolleranza, simbiosi e processi di assimilazione”. L’approccio allo studio di queste ”sottoculture“ (così come vengono definite dallo studioso polacco) ha una duplice valenza e deve essere investigata secondo parametri integrati sia in quanto articolazione peculiare, nell’ambito delle popolazioni germaniche gravitanti nell’area merovingia, sia come elemento della complessa unità culturale italiana, così come viene evidenziato dalla Melucco6. Se si passa ad analizzare, per grandi linee, alcuni degli aspetti delle necropoli di Campochiaro si nota che anche questa realtà rispecchia a pieno la situazione degli altri contesti archeologici italiani dell’epoca. La disposizione e l’organizzazione stessa della necropoli con le tombe disposte per file parallele e con orientamento costante ci rimandano ai cimiteri germanici nonchè i raggruppamenti per nuclei familiari che si evidenziano per la tipologia delle fosse e la composizione dei corredi. Questo aspetto è più manifesto a Morrione anzicchè a Vicenne dove, per conferma di questa consuetudine, si attendono i risultati degli studi antropologici (Tav. I - Fig. 2). 4. DE BENEDITTIS G., Considerazioni…, pp. 331-337. 5. TABACZYNSKY S., Cultura e culture…, pp. 25-52. 6. MELUCCO A., Il restauro…, pp. 11-75. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 82 20.01 Pagina 82 I Beni Culturali nel Molise L’elemento principale di rituali estranei alla cultura locale è certamente quello del seppellimento contestuale del cavaliere con il suo cavallo che, come abbiamo già detto, ci rimanda immediatamente ad ambiti culturali orientali, dove esiste una lunga tradizione di sepolture di questo tipo, propria delle popolazioni cavalleresche delle steppe euroasiatiche. Come il padrone anche il cavallo veniva seppellito con la sua bardatura, il morso, i finimenti decorati in bronzo o in argento, la gualdrappa, le staffe. Queste soprattutto, riconosciute del tipo avarico, danno la conferma in tal senso (Tav. I - Fig. 3). L’ideologia funeraria, quindi, è parte integrante della cultura di un popolo e che continua ad essere perpetuata anche se geograficamente lontana dal luogo di origine7. Passando in rassegna a grandi linee alcuni degli elementi di corredo notiamo questa commistione di influssi culturali. Le cinture, a decorazione multipla, cosiddette per la presenza di numerosi pendenti secondari oltre a quello principale, disposti lungo la circonferenza, veniva usata per appendere il sax. Era la tipica cintura da parata realizzata con metalli preziosi o in ferro arricchita da decorazioni in agemina. Questo tipo di guarnizione era molto diffuso nei territori alemanni e baiuvari tanto da far pensare inizialmente ad una produzione di quelle regioni, portata poi in Italia dai Longobardi. Gli studi successivi hanno evidenziato che si tratta di una tipica produzione mediterranea e quindi hanno ipotizzato che i centri di produzione si trovassero proprio in Italia8. A Campochiaro questo tipo è presente essenzialmente nelle tombe con cavallo e una sola volta in una tomba singola (T. 27V) contenente un ricco corredo, questo sta a testimoniare la condizione sociale e l’elevato rango del defunto (Fig. 4). Per la De Marchi si potrebbe parlare di particolari configurazioni sociali o militari all’interno delle categorie in cui era suddivisa la nazione longobarda9. Altro tipo di cintura presente nelle tombe è quella a 5 pezzi comunemente chiamata “longobarda”. É costituita da una fibbia di forma triangolare a cui corrisponde una controplacca della stessa forma, un terminale di cintura principale e altre placche secondarie e serviva per sostenere la spada (Tav. I - Fig. 5). Anche questo tipo è diffuso tra le popolazioni autoctone, viene acquisita dai Longobardi e diffusa al di là delle Alpi (prima metà del VII sec. d. C.). Difatti la mancanza di reperti del genere nelle necropoli pannoniche farebbe pensare che fossero state usate dai Longobardi dopo il loro arrivo in Italia. Anche su questo tipo di cintura la De Marchi10, nel suo lavoro, annota le diverse opinioni degli studiosi a riguardo: c’è chi ritiene che i longobardi l’abbiano assimilata a seguito dei rapporti avuti con le truppe romane di confine nei territori delle province e che furono portate poi in Italia. Altri invece sostengono che queste cinture 7. GENITO B., Tombe con cavallo…, pp. 335-338 8. DE MARCHI P. M. - CINI S. , I Reperti Altomedievali…, p. 150; MELUCCO A., Il restauro…, p. 15; DE MARCHI P. M., Catalogo dei materiali altomedievali…, p. 51. 9. DE MARCHI P. M., Catalogo dei materiali altomedievali…, pp. 50-53. 10. DE MARCHI P. M., Catalogo dei materiali altomedievali…, p. 54; AHUMADA SILVA I., La necropoli longobarda…, pp. 55-99. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 83 83 facessero parte della cultura delle popolazioni autoctone e che i Longobardi l’abbiano assimilate solo dopo la loro venuta in Italia. Circa i luoghi di produzione Von Hessen sostiene che ce ne siano stati due differenti: l’uno doveva essere localizzato nelle regioni dell’Italia settentrionale in cui si è verificata la maggiore quantità e migliore qualità di rinvenimenti; l’altra produzione, più periferica, dovuta a botteghe più modeste o frutto dell’attività di singoli artigiani, rivela una fattura più rozza. Non viene considerato il sud poiché i ritrovamenti erano troppo esigui11. Per quanto riguarda le armi è testimoniata la presenza di spade lunghe a doppio taglio. Queste sono abbastanza diffuse oltralpe tanto che si riesce a determinare una cronologia sulla base della lavorazione della damaschinatura e sul pomo della impugnatura. Nella nostra realtà le spade presenti, in percentuale alle altre armi, sono poche, in tutto otto e di queste una sola damaschinata (t. 81 V) con un motivo molto semplice a treccia. Tra tutte va ricordata una particolarmente interessante per la presenza di decorazioni in argento sia sulle due estremità dell’impugnatura, sia come rinforzo del fodero sull’imboccatura e alla punta. Si tratta di fasce in argento dell’altezza di dieci centimetri, fermate sul retro da piccoli chiodini, delimitate ai bordi da un motivo perlinato. Nello spazio interno si trovano decorazioni rese a sbalzo rappresentanti motivi vegetali animali o antropomorfi. Lo scramasax è la sciabola da combattimento ravvicinato a cavallo, originaria dell’Europa centrale. Era già usata dai Longobardi dal tempo in cui si trovavano in Pannonia12. In Italia è abbastanza diffusa a nord13, scarsamente presente al Centro14, addirittura assente in contesti di cimiteri di Arcisa e Fiesole15, a sud qualche esemplare è attestato a Benevento16. A Campochiaro il loro numero è abbastanza considerevole in quanto sono presenti 20 esemplari a Vicenne e 10 a Morrione. In Europa lo scramasax è uniformemente diffuso dalle aree del bacino dell’Elba fino ai paesi scandinavi, alla Germania orientale ai territori dei franchi, alemanni e baiuvari. Di questa arma è possibile seguire l’evoluzione e quindi datarla con una certa puntualità. I primi esemplari sono piuttosto corti ed hanno dimensioni poco più grandi di quelli di un coltello. Successivamente si allungano e si irrobustiscono fino a raggiungere i 50 cm di lunghezza intorno alla metà del secolo, per poi irrobustirsi ed arrivare alle dimensioni anche di 80 cm nella seconda metà del VII. Questa evoluzione, in parte, si riscontra anche nelle nostre necropoli dove l’esemplare più antico è presente nella t. 16 con 11. VON HESSEN O., Secondo contributo…, pp. 76, 79, 99. 12. WERNER J., Nomadische Gurtel…, pp. 109-139 13. DE MARCHI P. M., Catalogo dei materiali altomedievali…“, pp. 68-70; La Necropoli di S. Stefano in Pertica... 14. Nella necropoli di Nocera Umbra sono nove esemplari presenti (PASQUI PARIBENI A., La necropoli…, pp. 137-352), appena sei in quella di Castel Trosino (MENGARELLI R., La necropoli barbarica..., pp. 145-380 15. VON HESSEN O., Primo contributo…, p. 16 16. ROTILI M., La necropoli longobarda di Benevento…, pp. 131-133. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 84 20.01 Pagina 84 I Beni Culturali nel Molise cavallo di Vicenne che ha una lunghezza di 32 cm e si data alla fine del VI sec, fino a raggiungere i 69 cm in quello della t. 140 V, che è lo sramasax di maggiori dimensioni, attestandosi cronologicamente alla metà ed oltre del VII sec. (Fig. 6) Le cuspidi di frecce sono di vario tipo e forma, durano a lungo nel tempo per cui non è possibile stabilire una cronologia puntuale. Pur tuttavia compaiono degli esemplari quali quelli a tre alette che sono riconosciuti comunemente di origine avarica. Si inizia, però, ad avanzare l’ipotesi di influssi mediterranei che, in qualche modo, abbiano agito nel tempo sulla originale forma avarica17. In alcune sepolture con cavallo, per ora solo in tre, era stato deposto anche l’arco. Di esso sono conservati gli elementi in osso che dovevano costituire, alle due estremità, gli irrigidimenti delle parti di legno che sono andate perdute. Questi hanno la forma di una fascia appiattita, una delle estremità è ricurva ed appuntita, mentre l’altra opposta presenta un incavo per l’alloggiamento della corda. Elementi del tutto simili a questi di Campochiaro sono presenti nei sepolcreti dell’Ungheria18 e Germania, mentre non si conoscono attestazioni in Italia tra i rinvenimenti noti. (Tav. II - Fig. 7) Lo scudo si trova solo in alcune delle deposizioni con cavallo e sta a significare l’alto rango del defunto. Esso è del tipo germanico, di forma circolare e di piccole dimensioni usato nei combattimenti a cavallo. Misura 60 cm di diametro, è fatto di materiale deperibile quale legno e pelle; di esso rimangono, in genere, le parti metalliche quali l’umbone posto esternamente in corrispondenza del foro praticato per l’impugnatura. Esso era di forma a calotta e sulla sommità poteva avere delle decorazioni in bronzo dorato. Anche per gli scudi si è riconosciuta una produzione italo-longobarda di serie destinata alla esportazione. Recentemente si è avanzata l’ipotesi che uno dei centri di produzione o di mercato fosse a Fornovo S. Giovanni o anche a Verona e Cremona19. A Campochiaro sono stati ritrovati solo sei esemplari di cui tre hanno la decorazione a quattro bracci sulla sommità. In genere è deposto vicino al cavallo pur facendo parte dell’equipaggiamento di difesa del guerriero. In due soli casi lo troviamo deposto a fianco dell’uomo. La ceramica presente nelle sepolture è molto standardizzata: soprattutto ollette d’impasto scuro modellate a mano tipiche della realtà locale. La variante è rappresentata dalla brocchetta lavorata a tornio, a volte decorata a bande. Vasellame di questo tipo si ritrova con frequenza nelle coeve necropoli italiane di Nocera Umbra e Castel Trosino. L’alternativa al corredo vascolare su esposto è rappresentato dal calice di vetro, decorato, presente in alcune tombe. Esso ha origini tardo romane e si ritrova in ambiente bizantino e medio-orientale20 e la sua presenza è abbastanza 17. BUORA M. , Le punte di freccia…, pp 59-71. 18. Gli antichi Ungari…, p. 57; Necropoli di Zamárdi (L’oro degli Avari…, p. 107, cat. 61); Yaszapáti - Nagyállás ut (Gli Avari…, p. 115); Germania (MENGHIN W., Die Langobarden, pp. 45-46). 19. DE MARCHI P. M., Le schede…, scheda 5, p. 2; scheda 7, p. 1. 20. ISING C., Roman Glass…, p. 139. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 85 85 frequente nelle sepolture altomedievali in Italia21. La sua presenza è piuttosto scarsa nella necropoli, a Vicenne si sono ritrovati solo tre esemplari in sepolture con corredi di un certo interesse, in due tombe maschili che contengono armi e monete d’oro22 ed una femminile che presenta monili in oro, paste vitree ed ambre. A Morrione il numero degli esemplari è leggermente superiore, ma non sempre accompagnano corredi ‘ricchi’, anzi in alcuni casi costituiscono l’unico dono funebre (Tav. II - Fig. 8). Le tombe sono raggruppate in un settore ben determinato della necropoli e sono disposte le une vicino alle altre. Si potrebbe riscontrare in esse una consuetudine o un segno di distinzione di un particolare gruppo familiare. In ambito locale un esemplare simile a quelli presenti nelle tombe si è rinvenuto a Sepino, nella città ormai in parte abbandonata23 . Per quel che riguarda il corredo femminile le donne seppellite a Campochiaro non presentano gli elementi tipici di corredo della cultura germanica, cioè la coppia di fibule a S che servivano probabilmente per chiudere la blusa o la camicia, né le due grosse fibule a staffa, usate per chiudere la gonna o fissate ad un nastro per appendere borse o amuleti. Nelle nostre necropoli troviamo solo fibule circolari o a croce deposte centralmente sul petto, forse per chiudere un mantello24. Esse sono tipiche dell’abito femminile latino, assimilate dalla tradizione romano-bizantina. Sono state acquisite subito dal costume femminile, tradizionalmente più favorevole ad accogliere le nuove tendenze di moda molto più di quello maschile. Le donne vestivano un abito stretto in vita da una cintura, di cui si trova la semplice fibbietta in metallo, ad essa erano appesi la borsa, il pettine, la fuseruola e il coltellino. Spesso si trovano aghi crinali e spilli vicino al cranio che servivano per tenere raccolti i capelli o per ornare la pettinatura o addirittura per tenere fisso un velo sul capo. I monili che si ritrovano più spesso sono le collane e gli orecchini, poche volte i bracciali, raramente anelli che al contrario sono stati deposti in tombe maschili, ma verosimilmente dovevano attestare particolari funzioni di chi li indossava,come l’anello-sigillo presente nella tomba 33 con cavallo di Vicenne25. Le collane sono costituite da vaghi di pasta vitrea di vari colori, arricchiti da pendagli di ambra e d’argento (Tav. II - Fig. 9). Gli orecchini, in bronzo, argento o in oro, a secondo del rango di chi li indossava, erano di varia foggia : dal tipo più semplice, costituito da un solo anellino, a quelli più complessi di forma globulare ornati da una decorazione granulare e definiti di 21. Nella necropoli di Nocera Umbra, (PASQUI PARIBENI A., La necropoli…, figg. 20 e 55) e nella necropoli di Castel Trosino (MENGARELLI R., La necropoli barbarica…, tav. XI, n. 4); La necropoli di S. Stefano in Pertica…, p. 90. 22. Il corredo della tomba 46 di Vicenne è stato pubblicato in Samnium 1991, p. 351-353. Di recente, nella ripulitura dello scheletro, durante le fasi dello studio antropologico a cura della dott.ssa Belcastro del Dipartimento di Biologia evolutiva sperimentale dell’Università di Bologna, si è rinvenuta una moneta d’oro all’interno del cranio. 23. Museo Archeologico di Saepinum…, p. 39 24. La Necropoli di Vicenne…, p. 58, fig 6. 25. Samnium 1991, pp. 351 - 353 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 86 20.01 Pagina 86 I Beni Culturali nel Molise tipo "avarico" per la forte presenza nelle tombe ungheresi (Tav. II - Fig. 10). I nuovi ritrovamenti in zone quali l’Africa settentrionale, Siria e Sardegna fanno pensare ad una diversa interpretazione, avanzata dalla Melucco26 in occasione del convegno di Boiano, che si tratti di prodotti di tradizione iranica e bizantina, trasferiti nei contesti centroeuropei da popoli di provenienza orientale nel corso dei loro spostamenti. Un altro tipo presente è quello cosiddetto a "cestello" che prende il nome dalla forma dei fili a giorno, saldati al disco anteriore. Questo può essere decorato a filigrana e recare una perla al centro oppure essere arricchito da castoni con pietre e paste vitree. Per questo tipo di orecchini è riconosciuto che siano stati acquisiti dai Longobardi dopo il loro arrivo in Italia27. 26. MELUCCO A., Tavola rotonda, p. 123. 27. MELUCCO A., Oreficerie altomedievali…, pp. 8-19; POSSENTI E., Gli orecchini a cestello... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 87 LE MONETE DELLE NECROPOLI DI CAMPOCHIARO E LA MONETAZIONE ANONIMA BENEVENTANA NEL VII SECOLO Ermanno A. Arslan Civiche Raccolte Archeologiche e Numismatiche di Milano (Tavv. III - VIII) La necropoli di Campochiaro1 ha restituito a Vicenne, dove lo scavo è stato completato, 167 tombe: 24 avevano monete nel corredo. Undici monete sono in oro, distribuite nelle tombe nn. 12, 46, 71, 73, 81, 84, 85, 86, 115, 129, 152. Quattordici sono in argento, distribuite nelle tombe nn. 61 (tre), 76, 109 (due), 112, 114, 134, 154, 167 (quattro2). Quattro in bronzo, nelle tombe nn. 15 (due), 116, 1453. A Morrione, nel marzo 2000, data alla quale sono aggiornate le informazioni in mio possesso, erano state scavate 184 tombe, delle quali 24 con monete. Diciotto monete sono in oro, nelle tombe nn. 45, 46, 47, 48, 49, 67, 80, 89, 104, 105, 122, 133, 134, 137, 138, 139, 143, 178. Undici monete sono in argento, nelle tombe nn. 784, 92, 100, 104, 135 (quattro), 166 (due5), 1766. Due monete sono in bronzo, nella tomba n. 133. Nel corredo della tomba n. 45 di Morrione due Solidi in oro imperiali sono montati come orecchini. Nella tomba 33 di Vicenne si ha infine un anello con riproduzione di una moneta all’interno del castone. Con questi ultimi esemplari le due necropoli, di Vicenne e Morrione, hanno restituito complessivamente 63 monete. 1. Per lo scavo della necropoli di Campochiaro, ancora in corso, vds. ampie anticipazioni in Samnium 1991, in particolare pp. 325-365 (testi di G. De Benedittis, V. Ceglia, B. Genito, G. Giusberti, S. Bökönyi, E. A. Arslan). Per le monete ARSLAN E.A., Mutamenti..., pp. 441-443. Una sintetica presentazione in ARSLAN E.A., Le monete di Campochiaro... Ringrazio la collega V. Ceglia, che mi ha affidato lo studio delle monete della necropoli, trasmettendomi, in data 22 maggio 1998, le foto delle monete recuperate negli scavi effettuati fino ad allora. Chi scrive aveva potuto effettuare un esame autoptico delle prime 18 monete recuperate in occasione della preparazione della Mostra sul Sannio (Samnium 1991) organizzata a Milano (ARSLAN E.A., in G. GENITO ...). 2. Una delle monete è in frammenti e illeggibile. 3. Nella tabella inviatami è indicata una moneta in bronzo nella tomba 68, che non risulta nella documentazione in mio possesso. 4. La moneta viene indicata nelle tabelle inviatemi come in bronzo. 5. Di una delle monete, fortemente lacunosa, mi manca la documentazione fotografica. 6. Nella tabella inviatami è indicata una moneta in argento nella tomba 60, che non risulta nella documentazione in mio possesso. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 88 88 I Beni Culturali nel Molise CATALOGO DELLE MONETE DELLE NECROPOLI7 Repubblica Romana (211-208 a.C.); Zecca di Luceria; AE Quadrans di standard sestantale D/ Sopra ••• Sotto l Testa di Mercurio a d. con petaso alato. R/ In alto roma In es. ••• Prua a d. Bibl.: C 97/6a. 1 gr. 11, 19; diam. mm 25; 200°; 23.10.90; St. 44589; n. 25; Vicenne t. 116. Repubblica Romana (II-I sec. a.C.); Zecca di Roma o incerta; AE nominale incerto D/ Tracce di testa a d. R/ Tracce di prua a d. 2 gr. 2,12; diam. mm 16; 270°; St. 44355; n. 28; Vicenne t. 145. Moneta di incerta lettura. Roma Imp.; LICINIVS (308-324); Zecca incerta; AV Solido montato ad orecchino D/ implici nivsavg Testa laur. di Licinio padre a d. R/ Non visibile. Bibl. gen. per il D/: RIC VII, p.375, n. 102 (Zecca di Ticinum: 320-321 d.C.). 3 gr. -; diam. mm 18; -; St. 56025; n. 1; Morrione t. 45. Roma Imp.; LICINIVS (308-324); Zecca incerta; AV Solido montato ad orecchino D/ implicin ivspfavg (?) Testa laur. di Licinio padre a d. R/ Non visibile. 4 gr. -; diam. mm 17; -; St. 56025; n. 1; Morrione t. 45 Roma Imp.; Urbs Roma (337-340); Zecca incerta; AE Follis D/ vrbs roma Busto loricato di Roma elmata a s. R/ In es. [...] La lupa capitolina a s. con i due gemelli. Sopra due stelle. 5 gr. 1,09; diam. mm 15,5; 29.10.87; St. 27970; Vicenne t. 15 Moneta forata. Roma Imp.; CONSTANTIVS GALLVS Caesar (351-354); Zecca incerta; AE 2 D/ [dnflclconstantivsnobcaes] (tracce) Busto drappeggiato di Costanzo Gallo a testa nuda a d. R/ feltempre paratio In es. [...] L’imperatore armato a s. trafigge cavaliere caduto con il cavallo. 7. Ringrazio C. Morrisson, che, nel dicembre 1998, ha accettato di leggere tutte le monete da fotografia, con preziosi suggerimenti. Eventuali errori, fraintendimenti, superficialità, sono da attribuire a chi scrive. L’esame delle monete è stato autoptico solo parzialmente e per molti degli esemplari non mi è stato possibile rilevare la posizione dei conii. La trascrizione delle legende appare solo indicativa, per l’irregolarità della resa grafica delle lettere. Si rimanda alle foto. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 89 Il Medioevo 6 89 gr. 3,63; diam. mm 23; 29.10.87; St. 27971; Vicenne t. 15 Moneta forata. Impero di Bisanzio; TIBERIVS II o MAVRITIVS TIBERIVS (578-582 o 582-602); Zecca di Ravenna o imitazione; AR 1/8 di Siliqua D/ [...] (legenda non chiara: forse pseudolegenda) Busto a d. con diadema. R/ Croce latina potenziata su due gradini. Bibl. gen.: il tipo (Busto a d./Croce potenziata su due gradini) è presente a S. Antonino di Perti, attribuibile a Focas (602-610), forse con pseudolegenda, con tre esemplari8. Cfr. MIB Tiberius II, 22; Mauricius 64. Anche WROTH 1908, p. 124, n. 161 (Tiberio II); p. 156, n. 281 (Maurizio Tiberio) 7 gr. 0,39; diam. mm 11; 195°; St. 56067; Morrione t. 176 Impero di Bisanzio (?); CONSTANS II (?) (641-668); Zecca di Roma (?); AV Tremissis D/ pcoii [...] Busto a d. di Costante II con diadema e fibula a disco sulla spalla. C. perl. R/ victor • a vs[..] In es. conob Croce latina potenziata. C. perl. Bibl.: (lettura Morrisson) stile molto vicino a MIB Pl.25, n. V 123 (es. Museo Naz. Roma, con forse il medesimo D/) 8 gr. 1,40; diam. mm 15; St. 44148; Vicenne t. 85 Il tipo appare anomalo, nella legenda (incompleta) e nella resa stilistica del ritratto. Impero di Bisanzio (?); COSTANS II (641-668); Zecca di Roma (?) (Morrisson); AV Tremissis D/ dcon stantini Busto drapp. barbarizzato a d. con diadema e fibula a disco sulla spalla. C. lin. R/ victoria avgvi In es. conob Croce latina potenziata. C. lin. Bibl. gen.: MORRISSON 13/It/AV/08 (Atelieres italiens non déterminés); DOC II, II, p. 507, Pl. XXXI, n. 202 (potrebbe anche essere della zecca di Roma). 9 gr. 1,40; diam. mm 15; 0°; St. 56026; n. 2; Morrione t. 45. Impero di Bisanzio (?); CONSTANTINVS IV (668-685); Zecca di Siracusa (?); (Morrisson); AV Tremissis D/ [...] savpp (?) Busto a d. con diadema e fibula a disco sulla spalla. C. perl. R/ [...]tori avgvG In es. conob Croce latina potenziata. C. lin. Bibl. gen.: MORRISSON 13/Sy/AV/02 (?); MIB 41 o 42 var. 10 gr. 1,35; diam. mm 14; 0°; St. 56068; n. 23; Morrione t. 143. Impero di Bisanzio (?); CONSTANTINVS IV (?) (668-685); Zecca italiana: Roma? (Morrisson); AV Tremissis D/ dnconstan tinysZ Busto a d. con diadema e fibula a disco sulla spalla. C. perl. R/ victoria vgv Z In es. conob Croce latina potenziata. C. lin. Bibl. gen. : DOC II, II, p.561, n. 72 ss. (Italy) 8. In pubblicazione in ARSLAN E.A., Considerazioni..., c.s. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 90 90 I Beni Culturali nel Molise 11 gr. 1,37; diam. mm 12; 350°; St. 56069; n. 17c; Morrione t. 133. Benevento; emissione anonima (dopo la metà del VII secolo); Zecca di Benevento; AV Tremissis D/ Busto stilizzato a d. con diadema e fibula a disco sulla spalla. Intorno pseudo legenda. C. lin. R/ Croce latina potenziata. Intorno pseudolegenda semispeculare9. 12 gr. 1,50; diam. mm 14; 0°; St. 56070; n. 18; Morrione t. 134. D/ ivnva vnoivi A d. nulla. R/ vnoiπvavπoihv (semispeculare) In es. n Conii R-W’ 13 gr. 1,49; diam. mm 12,5; 1987; St. 27996; Vicenne t. 12 D/ ivhv• •hiovi A d. nulla. R/ vniohvhotiv In es. n Conii L-P’ 14 gr. 1,49; diam. mm 13,5; St. 44135; Vicenne t. 81 D/ ivhv vhovi A d. nulla. R/ vmiohvhoihv In es. n (speculare) Conii C-F’ 15 gr. 1,48; diam. mm 14; 350°; St. 56071; n. 4; Morrione t. 47 D/ vnov vhoivi A d. nulla. R/ vπtonvavnoihv (semispeculare) In es. n Conii K-O’ 16 gr. 1,4610; diam. mm 12; 220°; n. 7; Morrione t. 67 D/ vhi•- -•iaoiv A d. S R/ vπionviviioihv (semispeculare) In es. h Conii BW-CC’ 17 gr. 1,45; diam. mm 12; 200°; 23.10.90; St. 44517; n. 24; Vicenne t. 115 D/ ivnv- -vinvi A d. B R/ vntonvivnothv In es. n (speculare). Conii AB-AG’ 18 gr. 1,45; diam. mm 12,5; St. 44416; Vicenne t. 71 D/ ivnv- -vnohv A d. B R/ vhiohvavhoviv In es. n Conii AC-AH’ 19 gr. 1,45; diam. mm 12; 110°; St. 44641; n. 26; Vicenne t. 129 D/ iiiii- -[-.]v A d. B R/ vioivvvioivi (semispeculare) In es. • Conii AG-AP’ 9. Per le identità di conio cfr. avanti. 10. Nell’elenco il peso è di gr. 1,35. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 91 Il Medioevo 20 gr. 1,45; diam. mm 11; 0°; St. 56073; n. 20; Morrione t. 137 D/ ivnv•- -vnovi A d. B R/ vπohvavhoihv (semispeculare) In es. n Conii AE-AL’ 21 gr. 1,44; diam. mm 12; 0°; St. 56074; n. 21; Morrione t. 138 D/ ivnv• vnovi A d. … R/ vntonvivnotnv (semispeculare) In es. h Conii CI-CQ’ 22 gr. 1,43; diam. mm 11,5; St. 44941; Vicenne t. 73 D/ ivnva- -avhvii A d. B R/ vmiohvavhoihv In es. n (speculare). Conii AL-AR’ 23 gr. 1,42; diam. mm 12; 90°; St. 56075; n. 6; Morrione t. 49 D/ ivnv•- -vnoiv A d. B R/ vπiohvavhoihv (semispeculare) In es. n Conii AO-AV’ 24 gr. 1,41; diam. mm 14; St. 44272; Vicenne t. 86 D/ vah- -iaoiv A d. S R/ vmiohvivhoihv In es. n Conii BW-CC’ 25 gr. 1,40; diam. mm 12; 0°; St. 44735; n. 29; Vicenne t. 152 D/ vovii [....]hii A d. B R/ ivhoiiviviioiiv (semispeculare) In es. n Conii AU-BC’ 26 gr. 1,37; diam. mm 12; 10°; St. 56076; n. 3; Morrione t. 46 D/ ivhiv vhovi A d. nulla. R/ vπiohvivhoihv (semispeculare) In es. n (rovescio) Conii B-D’ 27 gr. 1,35; diam. mm 13; 100°; St. 56077; n. 14; Morrione t. 104 D/ ivhv•- -•viiovi A d. B R/ Legenda poco leggibile in fotografia, semispeculare. In es. ? Conii AP-AX’ 28 gr. 1,32; diam. mm 13; St. 44302; Vicenne t. 84 D/ vnvi •ia• v A d. R R/ vnionvavnohv In es. n (n speculari) Conii CF-CM’ 29 gr. 1,30; diam. mm 11; 180°; St. 56078; n. 9; Morrione t. 80 D/ vava•- -•vava A d. B R/ vnovivavnovii (semispeculare) In es. vi Conii AS-BA’ 91 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 92 92 I Beni Culturali nel Molise 30 gr. 1,24; diam. mm 12; 90°; St. 56079; n. 22; Morrione t. 139 D/ iiiiv- -iiv..v A d. B R/ vioivvvioivi (semispeculare) In es. I Conii AH-AP’ 31 gr. 1,16; diam. mm 11; 0°; St. 54249; Vicenne t. 46 D/ Pseudolegenda a globuli. A d. B R/ Pseudolegenda a globuli. Conii AT-BB’ 32 gr. 0,78; diam. mm 12; 270°; St. 56080; n. 16; Morrione t. 122 D/ πvii•- -•nv•u A d. B R/ vπioπvivoihv (semispeculare) In es. n (rovesciato) Moneta suberata. Conii BS-CA’ Benevento (?); duca anonimo (?); dopo la metà del VII secolo; riproduzione del D/ di AV Tremissis D/ Busto stilizzato a d. con diadema e fibula a disco sulla spalla. Intorno pseudolegenda. A d. B 33 St. 30582; Vicenne t. 33 Riproduzione all’interno dell’anello. Benevento; duca anonimo (dalla metà del VII secolo?); Zecca di Benevento; AR Frazione di Siliqua D/ Busto stilizzato a d. con diadema. Intorno tracce di pseudolegenda. R/ Croce latina su gradino. Bibl. gen.: tipo inedito? Cfr. imitazioni in Italia di Eraclio: MIB III, X17 (ma senza gradino). 34 gr. 0,12; diam. mm 9; 330°; St. 56081; n. 19c; Morrione t. 135c Forti lacune sul bordo. Benevento; duca anonimo a nome di Eraclio (dopo la metà del VII secolo?); Zecca di Benevento; AR Frazione di Siliqua D/ Busto stilizzato a d. con diadema Intorno tracce di pseudolegenda. C. lin. R/ Monogramma di Eraclio. Sopra + Sotto •11 35 gr. 0,28; diam. mm 12; St. 44536; Vicenne t. 109a R/ Monogramma reso specularmente. Conii E-F’ 36 gr. 0,28; diam. mm 11; 30°; St. 54251; Vicenne t. 154 Conii C-D’ 37 gr. 0,27; diam. mm 11; 45°; St. 44536; Morrione t. 166 D/ Testa a s. (?) Conii C-D’ 11. Per le identità di conio cfr. avanti. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 93 Il Medioevo 93 38 gr. 0,26; diam. mm 11; 0°; St. 56083; n. 11; Morrione t. 92 D/ Tracce di legenda. Conii A-B’ 39 gr. 0,25; diam. mm 12; St. 33943; Vicenne t. 7612 Manca foto. 40 gr. 0,24; diam. mm 10; St. 44159; Vicenne t. 112 Conii O-P’ 41 gr. 0,24; diam. mm 9; 270°; Inv.St. 44721; n. 30a; Vicenne t. 167a Conii D-E’ 42 gr. 0,24; diam. mm 9; 30°; St. 56084; n. 12; Morrione t. 100 D/ Busto a d. barbarizzato. Conii F-G’ 43 gr. 0,23; diam. mm 11; 250°; St. 56085; 19d; Morrione t. 135d D/ [...] [...]nv Conii B-C’ 44 gr. 0,23; diam. mm 11; 0°; St. 56086; n. 19b; Morrione t. 135b D/ [...] Conii H-I’ 45 gr. 0,23; diam. mm 10; 0°; St. 56087; n. 19a; Morrione t. 135a D/ [...] Conii I-K’. Moneta lacunosa. 46 gr. 0,21; diam. mm 10; 0°; St. 54252; Vicenne t. 167c Conii B-C’ 47 gr. 0,20; diam. mm 11; St. 44444; Vicenne t. 61b Conii M-N’ 48 gr. 0,19; diam. mm 10; St. 44444; Vicenne t. 61a Conii L-M’ 49 gr. 0,18; diam. mm 10; 10°; St. 56088; n. 13; Morrione t. 104 Conii A-A’. Piccole lacune. 50 gr. 0,17; diam. mm 12; St. 44151; Vicenne t. 109b Conii non riconoscibili. Moneta lacunosa. 51 gr. 0,17; diam. mm 9; 0°; St. 44349; n. 27; Vicenne t. 134 Conii G-H’. Moneta completa. 52 gr. 0,15; diam. mm 9 max; St. 44500; Vicenne t. 114 Conii P-Q’. Moneta fortemente lacunosa. 12. Se ne ha un disegno in Samnium 1991, p. 363, n. 70. [N.R.: Inclusa tra le immagini in fase di stampa]. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 94 94 I Beni Culturali nel Molise 53 gr. 0,15; diam. mm 9; 180°; Inv.St. 44722; n. 30b; Vicenne t. 167b Conii K-L’. Moneta completa. Nella tomba è anche altra moneta AR in frammenti illeggibile. 54 gr. 0,15; diam. mm 10; St. 44444; Vicenne t. 61c Conii N-O’. Moneta lacunosa. Impero di Bisanzio; IVSTINIANVS II (685-695); Zecca di Roma; AV Tremissis D/ dnivstini anspeav Busto drappeggiato frontale di Giustiniano II, con diadema con croce e globo crucigero nella d. R/ victr[a] avgu In es. conob Croce latina potenziata. C.lin. Bibl. gen.: MORRISSON p. 414 (zecca di Roma, tipo 1) o 15/It/AV/02 (Atelier italien; busto di Giustiniano più anziano: lettura Morrisson); DOC II, II, p.608, nn. (81)-(83) (zecche incerte italiane). Cfr. moneta del Br.M. illustrata da LAFFRANCHI 1940, Pl.V, nn. 17-18. 55 gr. 1,46; diam. mm 15; 0°; St. 56089; n. 15; Morrione t. 105 Impero di Bisanzio; LEONTIVS II (695-autunno 698); Zecca di Roma; AV Tremissis D/ dleo npev Busto frontale di Leonzio, con diadema con croce. Con veste a losanghe oblique puntinate. Nella s. globo crucigero. Nella d. akakia. R/ victv <vg• Croce latina potenziata. In es. conob C. perl. Bibl. gen. : WROTH 1908, p. 372: emissioni di Leone III (Zecca di Roma?); MORRISSON, p. 420 (cita TOLSTOI 1912-1914, p. 882, n. 37); DOC II, II, p.620, n. (21); cfr. Milano, Coll. Priv.: LAFFRANCHI 1940, Pl.V, n. 21-22. 56 gr. 1,41; diam. mm 14; 0°; St. 56090; n. 5; Morrione t. 48 Impero di Bisanzio; LEONTIVS II (695-autunno 698); Zecca di Ravenna; AR 1/8 Siliqua D/ [...] le Busto frontale di Leonzio con mitria e veste a losanghe oblique puntinate e globo crucigero nella d. R/ Croce greca accantonata da quattro stelle a cinque punte. Sotto L C. lin. Bibl. gen. : LAFFRANCHI 1940, p. 47, n. 38 (1/2 Siliqua); MORRISSON p. 421 (cita SABATIER 1862, 6 e TOLSTOI 1912-1914, 45 [Leone III]: un esemplare a Copenhagen); MIB 31. 57 gr. 0,26; diam. mm 12; 0°; St. 56091; n. 8; Morrione t. 78 Il tipo appare ufficiale. Impero di Bisanzio; TIBERIVS III (698-705); Zecca di Roma; AV Tremissis D/ dtiberi yspea Busto frontale. Con lancia obliqua. R/ victra aygo Croce latina potenziata. In es. [conob] (tracce) C. perl. Bibl. gen.: WROTH 1908, p. 351, n. 27 (Italia centrale o meridionale); MIB 62 (Roma); MORRISSON 17/Ro/AV/03 (identica legenda). 58 gr. 1,05; diam. mm 14; 0°; St. 56092; Morrione t. 178 D/ dtib[...] Impero di Bisanzio; IVSTINIANVS II (secondo regno: 708-709); Zecca di Siracusa (Morrisson); AV Semis Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 95 Il Medioevo 95 D/ divsti nianvpp Busto drapp. a d. di Costante II, con diadema. R/ victoria avguQ Croce latina potenziata su globo. Alla fine della legenda Z (VII indizione = 708-709?). C. lin. Bibl. gen.: MORRISSON 15/Sy/AV/01 (Costante II; con K); DOC II, II, p. 594, n. 48 (Giustiniano II; Siracusa: con punto finale al R/); MIB 19. 59 gr. 1,70; diam. mm 14; 0°; St. 56093; n. 10; Morrione t. 89 AE D/ e R/ Illeggibili. 60 gr. 1,41; diam. mm 14; ?; St. 56094; n. 17a; Morrione t. 133a D/ Tracce di testa a d. Moneta forata e utilizzata come pendente. 61 gr. 0,91; diam. mm 15; ?; St. 56095; n. 17b; Morrione t. 133b D/ Tracce di testa a d. Moneta forata e utilizzata come pendente. La documentazione in mio possesso presenta alcune lacune. Mancano la foto dell’argento a nome di Eraclio della tomba 76 di Vicenne e dell’argento illeggibile della tomba 167 sempre di Vicenne. Di un argento nella tomba n. 166 di Morrione mi manca tutta la documentazione. Queste ultime due monete non sono inserite nel Catalogo. Organizzando le monete per tomba, con sintetiche indicazioni relative all’inumato e al corredo13, il quadro è il seguente: t. 12 Vicenne (maschio adolescente, con anello ferro, coltello, fibbia AE, vaso fittile) = Tremissis AV Long. con nulla a d. (L-P’). t. 15 Vicenne (femmina bambina di 9 anni, con anello orn. AE, collana con vaghi in pasta vitrea e ambra, fibbia AE, orecchini AR, croce AE sormontata da colomba) = 2 Folles di IV sec. forati. t. 33 Vicenne (maschio adulto, morto in combattimento, con cavallo, con anello ferro, anello AE, cintura AE, coltello, elementi briglie AE, elementi fodero, fibbia AE, fibbia ferro, elementi orn. AE, tre punte di freccia, punta di lancia, morso, ribattini, scramasax, staffe AE, vaso14) = Anello con riproduzione di Tremissis AV Long. con B a d. (AT-BB’). t. 46 Vicenne (maschio adulto, con bicchiere vetro, cintura AE, coltello, elementi fodero, fibbia AE, punta di freccia, ossa animali, ribattini, scramasax)15 = Tremissis AV Long. con B a d. (AT-BB’). 13. I dati sono desunti dallo schema tabellare affidatomi dalla Collega V. Ceglia e dalle annotazioni, in massima parte inedite, dei colleghi Maria Grazia Belcastro (per Vicenne) e Mauro Rubini (per Morrione), che ringrazio. In molti casi le indicazioni sono relative a materiali non ancora restaurati o studiati. Esse sono quindi solo indicative, con possibili discrepanze con quanto proposto in bibliografia o attualmente verificabile. 14. GENITO B., Tombe con cavallo..., pp. 335-338, 347-351; GIUSBERTI G., Lo scheletro..., pp. 339-341; BÖKÖNYI S., Two more..., pp. 342-343; ARSLAN E.A., Monete ..., pp. 344-345; ARSLAN E.A., L’anello... 15. GENITO B., Schede..., pp. 351-353. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 96 96 I Beni Culturali nel Molise t. 61 Vicenne (maschio adulto, con fibbia in ferro) = tre AR Long. Eraclio (M-N’/LM’/N-O’) t. 71 Vicenne (maschio adulto, con anello orn. AE, borchie AE, cintura AE, due coltelli, elementi orn. AE, framm. ferro, elementi fodero, fibbia AE, punta di freccia, punta di lancia, scramasax, ribattini) = Tremissis AV Long. con B a d. (AC-AM’) t. 73 Vicenne (maschio adulto, con cavallo, anello AE, anello orn. ferro, quattro chiodi, cintura AE, coltello, elementi briglie, elementi orn. AE, fibbia AE, fibbia ferro, catenella ferro, frammenti ferro, punta lancia, morso, osso lavorato, scramasax, speroni AE, staffe) = Tremissis AV Long. con B a d. (AL-AR’) t. 76 Vicenne (femmina adolescente, con bicchiere vetro, chiodo, collana, coltello, elementi orn. AE, fibbia AE, catenella Fe, due vasi16)= AR Long. Eraclio (manca foto) t. 81 Vicenne (maschio adulto, con cavallo, anello ferro, anello orn. , borchie AE, borchie finim., cintura agemin., coltello, elementi orn. ferro e AE, elementi fodero, fibbia ferro, fibbia AE, punta di freccia, morso, orecchini AR, osso lavorato, scramasax, spatha, staffe) = Tremissis AV Long. con nulla a d. (C-F’) t. 84 Vicenne (femmina adulta, con collana, coltello, framm.ferro, orecchini AR, pettine, spillone AE, vaso fittile) = Tremissis AV Long. con R a d. (CF-CM’) t. 85 Vicenne (maschio adulto, con cavallo, con anello ferro, borchie AE, borchie finim. AE, numerosi chiodi, cintura agemin. , cintura AE, elementi briglie, elementi orn. ferro e AE, fibbia AE, fibbia ferro, frammenti ferro, punta lancia, morso, osso lavorato, ribattini AE, spatha, staffe, vaso17) = Tremissis AV Biz. Costante II/Roma (?) t. 86 Vicenne (tomba sconvolta; maschio adulto, con ago ferro, cintura AE, due coltelli, elemento orn. ferro, fibbia ferro, punta freccia) = Tremissis AV Long. con S a d. (BWCC’). t. 109 Vicenne (maschio adulto, con ago ferro, anello orn. ferro, cinque chiodi, cintura agemin., coltello, elem. orn. AE, fibbia ferro, sette punte di freccia, gancio ferro, ossa animali, vaso fittile) = due AR Long. Eraclio (E-F’). t. 112 Vicenne (individuo adulto; senza corredo) = AR Long. Eraclio (O-P’). t. 114 Vicenne (femmina adulta, con anello dig. AE, anello orn. AE, bracciale, collana, coltello, elem.orn. AE, fibbia ferro, spiedo ferro, framm.ferro, fusaiola, orecch. AR, pettine, piede bicch.) = AR Long. Eraclio (P-Q’). t. 115 Vicenne (maschio adulto, con bracciale ferro, due chiodi, puntale cintura AE con scene di caccia, coltello, elem. orn. AE, fibbia AE, ossa animali18) = Tremissis AV Long. con B a d. (AB-AG’). t. 116 Vicenne (femmina adulta, con ossa animali, pettine, due vasi fittili) = AE Luceria t. 129 Vicenne (femmina adulta, con anello orn., bicchiere vetro, collana, coltello, fibbia AE, framm. ferro, orecchini AV) = Tremissis AV Long. con B a d. (AG-AB’) t. 134 Vicenne (individuo adulto, con coltello, framm. ferro, pettine osso, due vasi) = AR Long. Eraclio (G-H’). t. 145 Vicenne (maschio adulto, con coltello, elem. orn. AE, cintura, fibbia ferro, framm. ferro) = AE Roma Rep. t. 152 Vicenne (maschio adulto, con anello orn. AE, bicchiere vetro, cintura multipla agemin., cintura AE, coltello, elem. orn. ferro, elem. fodero, fibbia AE, framm. ferro, ossa animali, pettine, scramasax, vaso) = Tremissis AV Long. con B a d. (AU-BC’). 16. GENITO B., Tombe con cavallo..., pp. 353-354. 17. CEGLIA V., Campochiaro (Cb)..., pp. 216-221. 18. CEGLIA V., Campochiaro (Cb)..., pp. 215-216. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 97 97 t. 154 Vicenne (maschio bambino 9-10 anni, con coltellino, cuspide freccia, ossa animali) = AR Long. Eraclio (C-D’). t. 167 Vicenne (maschio adulto, con brocchetta AR, framm. ferro, spillone ferro) = tre AR long. Eraclio (D-E’/B-C’/K-L’)., AR ill. t. 45 Morrione (femmina adulta 46-50 anni, con orecchini AV, fusaiola terracotta, framm. ferro) = nei due orecchini AV Licinio; Tremissis AV Biz. Costantino IV. t. 46 Morrione (maschio adulto 48-52 anni, con coltellino, fibbia ferro, punta di lancia, spatha, vaso fittile) = Tremissis AV Long. con nulla a d. (B-D’). t. 47 Morrione (femmina adulta 48-52 anni, con collana, framm.ferro, orecchini AR, vaso fittile) = Tremissis AV Long. con nulla a d. (K-O’). t. 48 Morrione (maschio adulto 42-46 anni, fibbietta AE, 2 puntali AE dei calzari) = Tremissis AV Biz. Leonzio/Roma. t. 49 Morrione (femmina adulta 45-50 anni, con chiodo) = Tremissis AV Long. con B a d. (AO-AV’). t. 67 Morrione (femmina adulta 42-46 anni, con cinque chiodi, collana con pochi vaghi, fibbia ferro, punta selce, coltellino) = Tremissis AV Long. con S a d. (BW-CC’). t. 78 Morrione (maschio adulto 48-52 anni, con fibbia AE, puntale cintura AE) = AR Biz. Leonzio/Ravenna. t. 80 Morrione (femmina adulta, con fibbia AE, orecchini AV, fibula AE) = Tremissis AV Long. con B a d. (AS-BA’). t. 89 Morrione (maschio adulto 42-46 anni, con bicchiere vetro, due chiodi, fibbia ferro, pettine) = Semis AV Biz. Giustiniano II/II regno/Siracusa. t. 92 Morrione (maschio adulto 42-48 anni, con cintura AE, punta freccia, coltello, elem.fodero, fibbia AE, pettine, ribattini AE, vaso fittile, ossa animali) = AR Long. Eraclio (A-B’). t. 100 Morrione (maschio adulto 30-35, con punta di freccia, coltellino, ossa animali, selce, olletta, pettine) = AR Long. Eraclio (F-G’). t. 104 Morrione (femmina bambina, con cinque chiodi, collana, fibbia AE, orecchini AR, pettine, vaso) = Tremissis AV Long. con B a d. (AP-AX’); AR Long. Eraclio (A-A’). t. 105 Morrione (maschio adulto, 42-46 anni, con tre chiodi, cintura agemin. , coltello, fibbia AE, fibbia ferro, framm. ferro, ribattini, scramasax) = Tremissis AV Biz. Giustiniano II/I regno/Roma t. 122 Morrione (tomba bisoma con due individui adulti, maschio e femmina). A) Tre vaghi di collana, moneta AV = Tremissis AV Long. con B a d. suberato (BS-CA’). B) Fibbia, framm. ferro. t. 133 Morrione (femmina adulta, con collana, coltello, elem. orn. AE, fibbia ferro, fusaiola, orecchini AE, olletta) = Tremissis AV Biz. Costantino IV; due AE ill. forati. t. 134 Morrione (maschio adulto, con cavallo, con anello ferro, borchie AE, cintura agemin., collana, coltello, elem. briglie, elem. orn. ferro e AE, fibbia ferro, quattro punte di freccia, gancio ferro, morso, staffe, vaso) = Tremissis AV Long. con nulla a d. (R-W’). t. 135 Morrione (femmina adulta, con anello orn. AE, cinque chiodi, collana, coltello, fibbia AE, orecchini AR, piombo, flauto osso, vaso) = AR Long. con +; tre AR Long. Eraclio (B-C’/H-I’/I-K’). t. 137 Morrione (femmina adulta, con ago ferro, coltello, elem. orn. AE, fibbia AE, spillone AE, orecchini AV, numerosi vaghi collana, catenina AE, fusaiola, olletta) = Tremissis AV Long. con B a d. (AE-AL’). t. 138 Morrione (maschio adulto, con sei chiodi, cintura agemin. , coltello, punta lancia, ossa animali, osso lavorato, scramasax, vaso) = Tremissis AV Long. con C rovescio a d. (CI-CQ’). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 98 20.01 Pagina 98 I Beni Culturali nel Molise t. 139 Morrione (individuo adulto, con coltello in ferro, ossa animali) = Tremissis AV Long. con B a d. (AH-AP’). t. 143 Morrione (maschio adulto, con calice vetro, sette chiodi, cintura AE, coltello, fibbia AE, fibbia ferro, due punte freccia, selce, brocchetta) = Tremissis AV Biz. Costantino IV/Siracusa t. 166 Morrione (femmina adulta, con tre vaghi collana, fibbia AE, vaso) = AR Long. Eraclio (C-D’) e altra in AR t. 176 Morrione (individuo adulto, con brocchetta, fibbia ferro) = AR Biz.VII sec. con Croce potenziata (su due gradini) t. 178 Morrione (individuo adulto, con bracciale ferro, sei chiodi, fibbia ferro) = Tremissis AV Biz. Tiberio III (698-705) Le monete di più antica emissione proposte nella necropoli sono un Quadrans bronzeo di standard sestantale della Repubblica Romana (211-208 a.C.), della Zecca di Luceria, nella t. 116 di Vicenne, e un nominale bronzeo non riconoscibile, pure della Repubblica Romana, nella t. 145 di Vicenne. Le due monete appaiono di difficile collocazione nel contesto della necropoli. È certamente improbabile che siano elementi di corredo19: il Quadrans, infatti, non può essere rimasto in circolazione fino al VII sec.20 ed è forse da considerare come elemento inquinante nella tomba di età longobarda, forse portato con il terreno di riempimento. Testimonia comunque la presenza nel medesimo luogo, o vicino, di una necropoli o di un insediamento di età romana repubblicana, al quale è forse pure da riferire l’altra moneta. Non se ne può però escludere un recupero casuale, nel VII secolo, con un utilizzo improprio, come oggetti di ornamento o amuleti. Le due monete non appaiono però forate, per un utilizzo come pendaglio o vago di collana. L’ipotesi quindi della giacitura secondaria appare la più probabile. Indirettamente appare interessante segnalare la collocazione del bronzo di Luceria, che evidentemente circolava, in età romana repubblicana, anche nella zona. Del tutto normale per una necropoli di età longobarda invece appare la presenza delle due coppie di monete in bronzo tardo-romane, fortemente usurate, presenti nella t. 15 di Vicenne e 133 di Morrione, romane imperiali di IV secolo. Tutte forate, sono da considerare come vaghi di collana o pendenti, con funzione decorativa o come amuleto, senza alcun residuo significato monetario. I tipi, 19. Mi mancano però i dati di scavo, che potrebbero essere determinanti. 20. Appartiene a classi uscite di mercato già in età romana repubblicana, se non altro per l’alto standard ponderale. 21. Il fenomeno viene esaminato nell’ambito della problematica generale della moneta in tomba e del cd. “Obolo di Caronte” (D’ANGELA C., L’obolo ...; Caronte..., pp. 282-285; Trouvailles monétaires de tombes ...) o in quello della resistenza in circolazione della moneta romana nel medioevo (SACCOCCI A., Monete romane in contesti archeologici medievali ...). Cenni sulla “moneta forata” in COCCHI ERCOLANI E., I Longobardi in Emilia ..., p. 79, con bibl. sul tema. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 99 99 per la t. 15, con la urbs roma e di Costanzo Gallo, appaiono del tutto comuni. La presenza di monete utilizzate in questi termini (alla moneta montata a gioiello, in anelli, pendenti, orecchini, collane, si accenna più avanti) appare molto frequente nelle necropoli di età longobarda ed ha già suscitato l’interesse della critica21. Solitamente si tratta di monete tardo romane, ma talvolta anche più antiche, spesso del tutto illeggibili, come ad Arzignano (VI)22, a Cividale (UD)23, a Firmiano (UD)24, a Garbagnate (CO)25, a Goito (MN)26, a Legnago (VR)27, a Leno (BS)28, a Comacchio, S.Maria in Pado Vetere29, a Parma, via Pellico30, a Caravaggio (BG)31, a Romano di Lombardia (BG)32, a Pre di Ledro (TN)33, a Fiesole (FI)34, a Castel Trosino (AP)35, a Bolsena (VT)36, e in innumerevoli altri siti37. Gli esemplari sono collocati in tombe anche modeste, talvolta come unico elemento di corredo. Si tratta quindi di un elemento dell’ornamentazione personale, non indicativo di un particolare censo o collocazione sociale. Per alcuni esemplari, come per l’As repubblicano di Parma, forse anche per l’As di Campochiaro (n. 2) e per le monete fino al III sec., è da ipotizzare, se non una giacitura secondaria, un recupero casuale in età altomedievale con una omologazione alla moneta accettata in circolazione ed un utilizzo finale non monetale in tomba. Si tratta infatti di monete sicuramente uscite di mercato già in età tardo-romana. Per gli altri materiali, tardo-romani, è probabile un mantenimento in circo- 22. Nella necropoli longobarda, in loc. Altura, si avevano quattro esemplari forati. VERGER P., Schede..., p. 430. 23. BROZZI M., Ripostigli ..., passim, con altri ritrovamenti nell’area. 24. RIEMER E., Romanische ..., p. 305, tomba n. 17. 25. CALDERINI C., Schede ..., p. 1123. 26. In loc. Sacca, Necropoli della Mussolina, 1992, si hanno monete romane nelle necropoli longobarde, forate. MENOTTI E.M., Goito ..., pp. 84-85. 27. In località Minerba, nella necropoli longobarda, si avevano due monete in bronzo romane forate. VERGER P., Schede..., p. 441. 28. In loc. Campo Marchione, nella necropoli longobarda, con 181 tombe, si avevano monete in bronzo forate, tutte tardo-antiche. BREDA A., Leno (BS)..., pp. 93-95. 29. RIEMER E., Romanische..., p. 348. 30. Nella necropoli longobarda erano quattro monete forate: un As Romano repubblicano di standard unciale (C 56/2); un Sesterzio di Gordiano III (RIC IV, 3, p. 47, n. 285); un Antoniniano di Aureliano o di Probo; una Frazione radiata di Massimiano (RIC VI, p. 360, 88 b: zecca di Roma). CATARSI DALL’AGLIO M., Testimonianze..., p. 12; COCCHI ERCOLANI E., I Longobardi..., p. 53. 31. Monete forate in necropoli longobarda: un Antoniniano di Filippo Arabo, un Follis di Costantino I/Siscia, un AE3 di Costante. DE MARCHI P.M., Catalogo dei materiali altomedievali..., pp. 102-103; CHIARAVALLE M., Considerazioni..., p. 162. 32. Presente un bronzo di Marco Aurelio forato in tomba altomedievale. CALDERINI C., Schede..., p. 1116, 33. Un bronzo forato nella necropoli longobarda. AMANTE SIMONI C., Lastrinie..., p. 47 (dell’estratto). 34. RIEMER E., Romanische ..., p. 373 ss.: anche moneta costantiniana forata (t. 24). 35. La Necropoli altomedievale ..., p. 209: una moneta forata in bronzo nella tomba 80. 36. RIEMER E., Romanische ..., p. 389, t. 4. 37. Può essere molto utile uno spoglio sistematico non solo della bibliografia specifica relativa a necropoli altomedievali, ma anche dei numerosi volumi già editi del RME Ve. Un elenco molto completo in RIEMER E., Romanische ..., anche con la documentazione di area bizantina. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 100 20.01 Pagina 100 I Beni Culturali nel Molise lazione ininterrotto, per le transazioni economiche al livello inferiore. Tale funzione è stata ormai fondamentalmente accettata per la moneta bronzea romana circolante nei livelli di VI secolo e, probabilmente, anche per i livelli più tardi, in ambiti con cultura monetaria bizantina, con circolazione trimetallica, come a Roma o in Liguria38. Per gli ambiti culturali longobardi l’ipotesi di una circolazione di bronzo più antico appare, per il VII e VIII secolo, meno sicura. Mentre sono ancora insufficienti le verifiche in stratigrafie urbane, chiaramente le più affidabili per le informazioni sulla circolazione monetaria, colpisce l’assenza – finora – della coeva moneta bizantina usata come vago o pendente. Moneta invece presente – sia forata che intatta – anche negli ambiti urbani, sia pure con una casistica estremamente ridotta. Prescindendo dalla fascia costiera adriatica del Veneto39, dall’ambito ravennate e romano40, e dalle estreme regioni meridionali (Puglia, Basilicata, Calabria), di tradizione bizantina, dove si hanno problematiche differenti, nel mondo longobardo settentrionale, oltre al Follis di Costante II di Brescia-Santa Giulia41, ricordo il Follis di Eraclio (di Cyzicus) di Bassano del Grappa42, e soprattutto i due mezzi Folles di Verona (Tribunale), di cui uno di Leone III43, ed altre poche monete44. Per l’Italia centro-meridionale longobarda (Abruzzo, Molise, Campania) tale realtà perde visibilità negli scavi editi. Soprattutto in questa area, corrispondente al nucleo centrale dei Ducati di Spoleto e Benevento, alla luce dei dati proposti dalla necropoli di Campochiaro, sembrerebbe possibile riconoscere una circolazione che non utilizza la moneta in rame. Per le transazioni inferiori erano in uso i piccolissimi nominali in argento che vedremo, mentre gli esemplari in bronzo (tutti più antichi) venivano usati come vaghi o pendenti. Del tutto straordinario – forse legato al rituale funerario – appare il caso della frazione di Siliqua argentea longobarda, del tipo con il monogramma di Pertarito45, trovata infissa nella malta della parete all’interno di una tomba femminile a Campione (CO)46. 38. Problematica sviluppata da chi scrive in ARSLAN E.A., Considerazioni .... Per Roma cfr. SAGUÌ L.ROVELLI A., Residualità..., pp.186-195 (ROVELLI). 39. Le province attuali di Venezia, Padova, Rovigo, Treviso, per le quali la problematica appare diversa. 40. Per l’emissione e la circolazione del rame in ambito romano: ROVELLI A., Emissione... 41. ARSLAN E.A., Le monete, Santa Giulia..., Cat. n. 572. 42. GORINI G., La circolazione..., p. 194. 43. ARZONE A., Nota ..., pp.199-207. 44. Elenco in ARSLAN E.A., La circolazione monetaria (secoli V-VIII)..., pp. 514-517; ARSLAN E.A. Considerazioni ..., (con situazione anche della Liguria bizantina. Aggiornamento in ARSLAN E.A., Problemi di circolazione... Aggiungo Gazzo (VR), con un Follis di Eraclio (ringrazio per l’informazione F. Biondani), Isola del Giglio (GR), con un Follis di Eraclio/Costantinopoli (notizia di Mario Galasso dell’1.11.1999, che ringrazio). 45. LAFAURIE J., Trésor ..., p. 123 ss.: le emissioni sarebbero di Cuniperto e di Ariperto II; LAFAURIE J., Les monnaies ..., pp. 93-96. Vds. per ultimo ARSLAN E.A., Problemi di circolazione..., p. 296. 46. Nella chiesa longobarda di S. Zenone, in tomba. ARSLAN E.A., Mutamenti, p. 444. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 101 101 Come vaghi e pendenti, ma nell’abbigliamento e nell’ornamentazione di persone di prestigio, venivano anche utilizzate monete in oro, più raramente in argento, di solito con lussuose montature. Anche in questo caso è da escludere una valenza monetaria per oggetti che sono da intendersi come strumenti di ostentazione di ricchezza e simboli di status. Se ne ha un esempio nella parure di orecchini della tomba 45 di Morrione, che utilizza due monete in oro di Licinio I, di difficile classificazione in quanto il Rovescio è nascosto. La tradizione dell’uso di monete in oro montate ad orecchino o a pendente è di molto precedente all’età longobarda, con numerosissimi esempi noti di età romana imperiale47. Cito, per tutti, la moneta in oro di Salonino, montata a pendente, della necropoli dell’Università Cattolica48. Accanto all’ovvio significato decorativo di pendenti e orecchini con monete in oro, vi è comunque sempre il significato economico, legato al valore del metallo (e alla qualità artistica del gioiello), o il significato come amuleto, frequentemente legato alla moneta. Ma, anche, vi può essere – in età romana – un significato ideologico, come indicazione di lealismo nei confronti dei detentori del potere effigiati nelle monete. Sarebbero quindi – in determinati casi – manifestazioni di propaganda filo-imperatoria, almeno nei casi in cui il gioiello utilizzava monete con effigi di viventi o di figure imperiali con intatta valenza ideologica. Probabilmente il significato dovrebbe essere verificato di volta in volta. Chiaramente ideologico sembra nel caso dei molti gioielli che montano aurei degli usurpatori dell’Impero Gallico, o del pendente della Cattolica di Milano, o del pendente di Niedenstein-Kirchberg (D-Schwalm-Eder-Kreis)49, con un solido di Magnenzio, od infine del multiplo in oro con l’effigie di Teodorico frontale50, ritrovata a Morro d’Alba/Senigallia, montata come fibula a disco. Ciò anche se a Imola due Solidi di V secolo51 sono trasformati in fibule a disco, con ardiglione in argento, analogamente al multiplo di Teodorico, ma senza alcuna possibilità di interpretazione ideologica. Il “gioiello monetale” rappresenta comunque una vera e propria moda in ambito franco, ostrogoto e della prima fase longobarda, anche con collane e bracciali, per 47. METZGER C., Les bijoux ...; CALLU J.P., Bijoux ...; ZADOKS JITTA A., Monete gioiello ...; BRENOT C. METZGER R.C., Trouvailles ... Per il tesoro di Beaurains, in Francia, con monete da Adriano a Postumo, montate come gioielli, BASTIEN P., Le trésor... Cfr. anche, con bibliografia, COCCHI ERCOLANI E., I longobardi in Emilia ... Per il significato di questi gioielli nell’abbigliamento BRUHN J.-A., Coins ..., con la splendida serie di gioielli con monete o multipli aurei romani nella Dumbarton Oaks Coll. a Washington. Per gli anelli veniva utilizzato anche l’argento: cfr. l’AR di Valentiniano III di Nissoria (EN) (RIEMER E., Romanische ..., p. 451, con bibl.). 48. PERASSI C., La testimonianza della moneta ..., p. 147 (foto) e p. 187 (scheda): tipo RIC V, 1, p. 125, n. 17, della zecca di Roma. 49. Die Franken - Les Francs, Katalog der Ausstellung, II, 1996, p. 918: V.5.24.d. 50. ARSLAN E.A., La monetazione dei Goti ..., AV 3 (con bibl. sull’emissione). 51. MAIOLI M.G., Imola ..., p. 19 e pp. 23-24, nella tomba 185, di età gota con solidi di Onorio e Valentiniano III, con ardiglione in argento. COCCHI ERCOLANI E., Considerazoni ..., pp. 39-42. Della zecca di Ravenna, del 408 e 425. Sviluppa sintetiche considerazioni sul “gioiello monetale”. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 102 20.01 Pagina 102 I Beni Culturali nel Molise i quali il significato ornamentale appare fuori di discussione. Questi gioielli talvolta, per la presenza di sole monete di zecca romana o bizantina, come a Koeln52 e a Castel Trosino53, venivano forse prodotti in area bizantina per il mercato germanico. In altri casi invece l’impiego di imitazioni indica una fabbricazione locale, come a Nocera Umbra54 o a Cividale55. La produzione di “gioielli monetali” prosegue, in ambito longobardo, anche nel VII-VIII secolo. Del VII secolo è la fibula di Canosa (BA), che utilizza un solido in oro di Zenone56. Della fine del VII o dell’inizio dell’VIII l’anello di Magnano in Riviera (UD), in oro, che utilizza per castone una moneta di Costantino IV (668-680)57. Ma si utilizzano anche monete più antiche, romano imperiali, come a Cividale, nella cd. tomba di Gisulfo, con un Aureo di Tiberio per un anello58. Oppure si riproducono, o vengono impressi, tipi monetari coevi, come sulla faccia posteriore del disco dell’orecchino di Senise59. Molto tempo più tardi si trova l’impronta di un solido di Leone III (714-741) su una croce da Benevento, ora a Norimberga60. Gli orecchini di Morrione, con l’immagine di Licinio I, non possono avere – nel VII secolo – alcun significato ideologico: rappresentano solo un mezzo di ostentazione della ricchezza, con una chiara valenza estetica. Non è facile però collocarli nel tempo. Potrebbe anche trattarsi di gioielli prodotti nel IV secolo e conservati in uso (o in termini di tesaurizzazione) fino alla deposizione con il corredo della tomba. In questo caso il significato ideologico originario, forse anticostantiniano, della scelta dell’imperatore diventerebbe nuovamente possibile. 52. MUELLER-WILLE M., Koenigtum..., p. 216: collana con 7 solidi su una collana. Un altro solido è su altra collana. 53. WERNER J., Nomadische Gurtel ..., pp. 13 e 74 ss.: nella tomba 7 è una collana con sei monete (sol. Anastasio/Teodorico, tre sol. Giustiniano I, Costantinopoli, sol. Giustiniano I, zecca it. , sol. Tib.II, RV); nella tomba 115a è una collana con cinque monete (sol. Giustino II, zecca it. ; sol. Giustiniano I, RV; sol. Tiberio II, Costant.; sol. Giustiniano/Atalarico; sol. Giustiniano I, Costant.); nella tomba 115 b è una collana con quattro monete (tre Tremisses di Maurizio Tib., RV; un Tremissis di Tiberio II, RV). 54. ALFOELDI A., Le monete ..., pp. 73-78: sette Tremisses barbarizzati, a nome di Giustiniano, tutti dagli stessi conii. 55. Nel 1821-2 venne recuperata una collana di 16 Tremisses, tutti barbarizzati (uno per Teodosio I, uno per Giustino e Giustiniano, 14 per Giustiniano), con quattro 1/4 di Siliqua barbarizzati e un 1/8 di Siliqua barbarizzato (Archivio). BERNARDI G.-DRIOLI G., Le monete ..., p. 20 ss. 56. D’ANGELA C. - VOLPE G., Aspetti storici ..., pp. 306-307. 57. BROZZI M., Ripostigli ..., pp. 414-419; BROZZI M., I Longobardi ..., p. 464, X.128a. 58. BROZZI M., I Longobardi, p. 470, X.191c; GORINI G., Moneta e scambi ..., pp. 178-181. 59. CARDUCCI C., Oreficerie ..., p. 246, n. 866; MELUCCO VACCARO A., Oreficerie ..., p. 15: l’impronta è di una moneta di Costante II (641-668); CORRADO M., Manufatti ...: si tratta del Rovescio di un Solido di Costantino IV Pogonato (668-685). Per chi scrive, dalla fotografia, sembrerebbe l’impronta del Rovescio di un solido di Costante II, con Costantino IV, Eraclio e Tiberio (659-668), della zecca di Siracusa (tipo DOC II, II, p. 489, (161a)-161f, del 659-661 ca.). Cfr. anche ARSLAN E.A., Catalogo, n. 63. Una splendida immagine degli orecchini e dell’impronta sul retro di uno di essi è in GALASSO E., I gioielli ..., pp. 134-135. 60. MENGHIN W., Il materiale gotico ..., p. 28, n. 25, Tav. 17, 2. Per il caso analogo, ma ben più antico (conii da tipo del Tremissis di Giustino II), della croce da Novara, sempre a Norimberga, cfr. ibidem Tav. 17, 1. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 103 Il Medioevo 103 Se invece i due orecchini vennero prodotti successivamente ci si deve riferire al ritrovamento in età altomedievale di un probabile ripostiglio di monete in oro, tra le quali è stato possibile isolare due esemplari del medesimo imperatore. La selezione testimonia comunque la capacità di leggere ed interpretare la moneta, rivelando una precisa intenzionalità. La tomba n. 33 di Vicenne, una delle numerose con cavallo nella necropoli, ha restituito infine un documento eccezionale, chiaramente non monetale, ma collegato alla problematica dell’attribuzione dei Tremisses anonimi semiglobulari presenti nello scavo, che vedremo più avanti. Si tratta di un anello in oro61, di struttura altomedievale, con collocata nel castone una gemma romana, con la rappresentazione di simboli relativi all’Annona: il moggio con le spighe e i papaveri e, sopra, la bilancia. Le bilance sono attributi dell’Annona e simboleggiano l’equità distributiva. La gemma, in pietra dura (corniola?), potrebbe essere dell’età di Claudio e richiederebbe un’analisi specifica, non opportuna in questa sede. Ma l’aspetto di maggiore interesse sta nella parte posteriore del castone, a contatto con il dito, dove si ha una riproduzione del D/ delle medesime monete auree beneventane (Tremisses semiglobulari) presenti nella necropoli. L’immagine è subcircolare, in cerchio perlinato, ottenuta a sbalzo su lamina (con tecnica presumibilmente analoga a quella della produzione delle crocette), con una resa semplificata ma chiara, su un diametro lievemente superiore a quello consueto delle monete. Il busto corazzato è a d.; la testa è diademata. A s. si ha una pseudolegenda, mentre a d. si ha, molto chiara, la B delle monete (cfr. tombe di Vicenne nn. 46, 71, 73, 115, 129, 152; di Morrione nn. 49, 80, 104, 122, 137, 139). L’aspetto di maggiore interesse dell’anello è certamente rappresentato dalla presenza di questa immagine sul retro del castone. Essa ci porta a due deduzioni fondamentali. In primo luogo l’utilizzo del tipo di una classe monetale, con le sue ovvie valenze, espressione della maiestas del principe (in questo caso del Duca, o del re), indica la volontà di riferirsi ad una persona ben precisa, appunto nelle monete riconosciuta (o presente). In secondo luogo la collocazione, nascosta ma in posizione privilegiata, praticamente contro il corpo e proprio nel luogo che simbolicamente rappresentava la dignità del possessore nella comunità (l’anello sigillare, attraverso il quale si esercitava il potere, sia proprio che in delega), indica come il possessore riconoscesse l’esistenza di legami specialissimi tra lui e il personaggio effigiato nella moneta. L’anello porta quindi il segno della fedeltà del morto al Duca (o al re), con valenze tanto forti da giustificarne la non comunicazione agli altri. Il portatore dell’anello appare interlocutore diretto di una suprema autorità (quale quella che poteva emettere monete), dalla quale non solo ha ricevuto la dignità tradotta in atto dall’anello sigillare, ma anche è stato beneficiato in termini tali da stabilire legami a carattere eccezionale. Per questo diretto rapporto, 61. Per ultimi ARSLAN E.A., L’anello ..., con bibl. precedente; CORRADO M., Manufatti ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 104 20.01 Pagina 104 I Beni Culturali nel Molise in una società fortemente gerarchizzata come quella del tempo, egli si pone pure al vertice della comunità che utilizza la necropoli. In altre parole potrebbe essere il “capo”, o qualcuno vicinissimo al potere. A questo proposito appare a mio avviso indispensabile ritornare a quanto narrato da Paolo Diacono62 nel noto passo su Alzecone, capo Bulgaro che viene fatto entrare in Italia da Grimoaldo (sembrerebbe dopo il 662) e che viene da lui affidato, con i suoi uomini, al figlio Romualdo, duca di Benevento, che lo nomina gastaldo e gli affida territori spopolati (di Sepino, Bojano e Isernia), tra i quali proprio quello dove ora si scava la necropoli. Le coincidenze sono impressionanti, specialmente sul piano cronologico: le monete si distribuiscono appunto nei medesimi anni che hanno visto l’insediamento dei bulgari, dei quali si potrebbero avere nella necropoli le tombe della prima generazione. Con il loro capo, con l’anello di gastaldo? L’ipotesi appare non poco suggestiva ma deve essere scartata, vista l’età del morto accompagnato dall’anello, sui venti anni o di poco superiore63. Ma potrebbe essere il figlio del capo? L’anello, la cui struttura è identica ad un esemplare del complesso di Senise64, già comunque segnalato e discusso in altra sede65, non verrà quindi trattato – se non in questi brevi cenni – in questo Convegno, focalizzato sulla moneta in tomba nella necropoli di Campochiaro Vicenne e Morrione, così come non tratterò la problematica generale degli anelli longobardi66. Nelle 351 tombe scavate al 2000, 44 avevano, come oggetti di corredo, monete in argento e oro, bizantine o longobarde67. Solo la tomba 104 di Morrione associava oro longobardo e argento pure longobardo. In nessun corredo si associavano monete longobarde e bizantine. Sulle 54 monete recuperate (esclusi gli esemplari più antichi, quelli forati e i due orecchini), 10 sono bizantine (un Semis, sette Tremisses, due in argento) e permettono di ancorare a date precise di emissione questa classe di materiale. Una è di Tiberio II o Maurizio Tiberio (in argento; n. 7; 578-582 o 582-602; della zecca di Ravenna o imitazione). Due sono di Costante II (Tremisses nn. 8-9; 641-668; ambedue della zecca di Roma); due di Costantino IV (Tremisses nn. 10-11; 668685; delle zecche di Siracusa e di Roma); una di Giustiniano II, primo regno (Tremissis n. 55; 685-695; della zecca di Roma); due – un Tremissis in oro e una moneta in argento – di Leonzio II (nn. 56-57; 695-698; della zecca di Roma e di 62. HL, V, 29. 63. GIUSBERTI G., Lo scheletro ..., pp. 339-341. 64. Sembrerebbe uscire dalla medesima officina, che utilizzava pietre dure incise romane e che era solita riprodurre monete bizantine o longobarde. Per la tomba in Senise (PZ), località Sala: DE RINALDIS S., Senise ..., p. 329; BREGLIA L., Catalogo ..., n. 998, tav. XLII; SIVIERO R., Gli ori ..., n. 534, tav. CCLV a-b, CCLVII; CARDUCCI C., Oreficerie ..., p. 247, n. 868; SALVATORE M., Antichità ..., p. 951; CORRADO M., Manufatti ..., con completa segnalazione ed esaustiva discussione di altri gioielli che utilizzano monete o impronte di monete. 65. ARSLAN E.A., Monete ...; ARSLAN E.A., Emissioni monetarie ...; ARSLAN E.A, L’anello... 66. Vds. sempre VON HESSEN O., Anelli a sigillo ...; VON HESSEN O., Considerazioni ...; KURZE W., Sieghelringe ... 67. La tomba n. 33 di Vicenne aveva poi l’anello in oro riproduzione di un Tremissis. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 105 105 Ravenna); una di Tiberio III (Tremissis n. 58; 698-705; della zecca di Roma); una di Giustiniano II, secondo regno (Semis n. 59; 708-709; zecca di Siracusa). La sequenza degli imperatori è quindi continua, dal 641/668 (se non dal 578582 o 582-602) al 708/709, e permette una datazione approssimativa, con un sicuro terminus post quem, per la sigillatura dei corredi che contengono monete. Colpisce il dominio del Tremissis: tutti Tremisses sono pure le monete in oro longobarde presenti nella necropoli. Evidentemente è il nominale privilegiato nella circolazione delle aree longobarde in Italia centro meridionale, insieme con qualche Semis, che però mal si doveva distinguere dai Tremisses, in una circolazione a carattere economico molto debole, nella quale scarsa attenzione veniva data al nominale. Ci si poneva così – se la circolazione monetaria effettiva presso il gruppo che inumava i propri morti a Campochiaro era omologa alla struttura del nucleo recuperato nei corredi delle necropoli – in consonanza con il resto del territorio longobardo, nel quale il Tremissis era rimasto l’unica moneta aurea corrente68, e in contrappunto con i territori bizantini del Sud, nei quali, in base ai ritrovamenti, il Solido rappresentava la moneta privilegiata69. E nello stesso tempo ci si poneva in contrapposizione con la successiva monetazione di Benevento nell’VIII secolo, nella quale la produzione di Solidi è sempre molto sostenuta, accanto ai Tremisses70. Quasi nulla però ci è dato sapere sulla natura dello stock monetario circolante nel ducato/principato durante tutto l’altomedioevo (VIII-IX secolo), per la scarsità di indicazioni di provenienza71. 68. Il caso di Trezzo d’Adda, con un Solidus di Focas nella tomba n. 1 ed uno di Eraclio ed Eraclio Costantino nella tomba n. 5, appare isolato ed indica un utilizzo delle monete come simbolo di status (BELLONI G.G., Solido aureo ..., pp. 23-24, 96-98). 69. Non sappiamo però quanto incidano nelle nostre statistiche i materiali recuperati nel Sud da ripostigli e non da contesti funerari, che spesso (come per l’As nell’età romana imperiale) specializzavano i nominali per l’utilizzo nei corredi. Per la situazione nel territorio rimasto bizantino nell’attuale Calabria cfr. ARSLAN E.A., Catalogo..., tabella nell’introduzione, con una maggiore presenza statistica del Solidus sul Tremissis. 70. Per una prima valutazione quantitativa (in termini di numero di conii utilizzati) delle emissioni beneventane: ARSLAN E.A., Sequenze dei conii ..., grafici. 71. Limitandosi alle emissioni beneventane e salernitane, oltre i ritrovamenti appunto di Campochiaro ed il cd. “Ripostiglio di Napoli”, ricordo solo i ritrovamenti di argenti con monogramma di Eraclio, sui quali si tornerà più avanti, di Altavilla Silentina (SA; tre esemplari), Cagnano Varano (FG), Pratola Serra (SA) (per tutti VOLPE M.T., Le monete ...), Grumento (PZ) (BOTTINI P., L’altomedioevo...), Roma (cfr. avanti: ringrazio A. Rovelli per la segnalazione di tre esemplari). A S. Vincenzo al Volturno (IS) sono segnalati un Tremissis beneventano di VIII secolo (ancora da esaminare), tre Denari di Sicone e un Denario di Guiamario di Salerno; a Conza (SA) (BONUCCI C.,Alcune monete ..., p. 15) era un Denaro di Ademario di Salerno. A Venosa erano un Solido di Grimoaldo III (visto come Tremissis di Costantinopoli), come principe da solo, e un Denaro di Siconolfo (SALVATORE M.R., Le monete ..., c.136-c.137). All’esterno del Ducato ho nel mio archivio: un Solido di Arichi II Princ. (774-787) e un Tremissis di Arichi II Principe nel Ripostiglio del Reno (CANALI L., Tesoretto ... ARSLAN E.A., Zecche ..., p. 117); due Tremisses di Romualdo II a Cividale (BERNARDI G. -DRIOLI G., Le monete ...); un Tremissis di Arichi II a Nitra (da tomba; ora a Bratislava, Slovacchia); a Traù (o dintorni) un Solido di Grimoaldo/Carlo Magno (DELONGA V., Kasnoant ..., p. 102, n. 28, Pl.XV, n. 28). Si ha notizia di un ripostiglio genericamente indicato come “dall’Italia”, ritrovato (e disperso) nel 1872, di monete beneventane con il Solido e il Tremissis di Godescalco con il nome di Leone III (SAMBON G., Repertorio ..., pp. 68-69, nn. 394-395: il solido alla B.N. di Parigi; il Tremissis nella Coll. Boyne. 5). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 106 20.01 Pagina 106 I Beni Culturali nel Molise Si definisce così una struttura dello stock circolante dell’area, per il VII secolo, abbastanza inaspettato. Anche la presenza di una percentuale molto alta di moneta aurea bizantina (il 18,5 % di tutta la moneta, ma il 27,6 % della sola moneta in oro), indica un mercato fuori controllo da parte delle autorità emittenti locali. Probabilmente la successiva riforma delle emissioni a Benevento, che coincide sostanzialmente con l’esaurirsi della necropoli, avrà portato ad una maggiore protezione per le emissioni locali. La maggior parte delle monete auree bizantine sono di zecca romana (o si presume che lo siano, in una situazione di scarsa conoscenza dei materiali72). Ciò appare giustificato dalla vicinanza della zecca e forse da condizionamenti economici. Inizia così a definirsi il mercato nel quale si muove la moneta romana, che con la fine del sesto secolo sembra non spostarsi più lungo le rotte tirreniche73. L’area viene però raggiunta anche dalla moneta aurea di Siracusa, che proprio in quest’epoca mostra la massima capacità di penetrazione sul mercato74, e dalla moneta di Ravenna, con il rarissimo esemplare in argento di Leonzio II (n. 57). Essa si rivela così veramente centrale nella penisola, aperta a tutti i condizionamenti, anche se attestata in una cultura bimetallica (oro e argento) tipicamente germanica. I TREMISSES BENEVENTANI ANONIMI Un lontano riferimento alle emissioni ravennati si ha anche nel tipo di Tremissis longobardo presente con 21 esemplari (il 72,4 % delle monete d’oro) nella necropoli ed imitato nel retro del castone della tomba n. 33. Esso ha al D/ un busto a d. e al R/ la croce latina potenziata. Per lo studio di questo tipo, nel quale riconosco emissioni anonime beneventane di Tremisses nel VII secolo, ho isolato un campione statistico casuale, comprendente tutte le monete di Campochiaro e del ripostiglio cd. “di Napoli”, materiali di collezioni pubbliche e private, materiali da vendite ed aste75. Tale campione è rappresentato da 144 esemplari76. 72. I ritrovamenti localizzati con sicurezza sono scarsissimi. Cfr. MORRISSON C., Catalogue ..., passim; DOC II, II, pp. 49-51; DOC III, I pp. 87 ss.; 105; MEC 1, pp. 259-266, nn. 1030-1084; ROVELLI A., La circolazione ..., pp. 79-91; ROVELLI A.., Le monete ...; ROVELLI A., Emissione ... 73. La moneta della zecca di Roma appare per ora assente, per i tre metalli, nell’intera area nordtirrenica (ARSLAN E.A., Considerazioni ...). Appare segnalata invece a S.Vincenzo al Volturno e nell’agro romano (ringrazio per le segnalazioni A. Rovelli, che ha in corso lo studio dei ritrovamenti). 74. MORRISSON C., La Sicile ...; per il Bruttium cfr. ARSLAN E.A., Catalogo ... 75. Al 2.7.2000, sono stati spogliati 6365 listini, cataloghi di aste e di vendite con fotografie. La ricerca è ancora in corso e giungerà alla pubblicazione delle sequenza completa dei conii, per la quale in questa sede si danno solo indicazioni preliminari. 76. La cattiva qualità delle foto (nei cataloghi d’asta) o dei calchi, e i frequenti ritocchi nelle fotografie, con la mancata indicazione dei pesi (o l’indicazione di pesi solo al decimo di grammo e imprecisi), rende molto difficile la ricostruzione delle sequenze per i R/, mentre il riconoscimento dei D/ appare più sicuro. Alcune identità possono non essere state riconosciute o essere state riconosciute erroneamente. Non si esclude poi che alcune delle monete siano ripetute nelle sequenze, che vanno considerate con molto prudenza relativamente soprattutto ai R/. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 107 107 Le caratteristiche di questo complesso di monete appaiono molto costanti: a) il diametro appare molto ridotto, di 11/14 mm., tanto da giustificare la definizione di monete “semiglobulari”, dato il forte spessore. b) il busto del D/ è sempre a d. c) il busto del D/ è trapezoidale, definito da tre tratti a linea continua, con fibula a disco nell’angolo sinistro, a cerchiolino singolo. La fibula manca solo in due casi degenerati77. All’interno si hanno tre tratti puntinati. Infine all’interno si ha un secondo busto trapezoidale, con quadrettatura, su due registri. In pochi casi su tre registri78. In un caso all’interno si hanno due cerchi79. Orizzontalmente il busto è suddiviso, sui diversi registri, in tre, quattro o cinque alveoli. La partizione è in molti alveoli soprattutto nei tipi con lettera R o S o SC. In certi casi conii ben conservati indicano una partizione interna a tratti più sottili (Vicenne t. 129). d) il naso e il sopracciglio della testa del D/ sono uniti, con spigolo. e) l’occhio della testa del D/ è reso con un globetto. f) il mento e le labbra della testa del D/ sono resi con tre globetti in sequenza verticale. g) l’orecchio della testa del D/ è a ferro di cavallo. h) il diadema della testa del D/ è a doppio tratto semilunato con due globetti sopra la testa e due dietro la nuca. Esso divide la capigliatura, resa a tratti paralleli. i) la legenda del D/ è sempre pseudoepigrafica, con terminazione superiore (ai lati della testa) con due cunei allungati (assenti nei tipi senza lettera o segno al D/ nel campo). k) al D/ a destra del busto si hanno una o due lettere o nulla80. l) la croce del R/ è tendenzialmente greca, potenziata. m) la legenda del R/ è pseudoepigrafica di tipo speculare con anomalie (segni segreti?)81. Sui due lati si hanno sempre due lettere O. 77. VARESI, Monete e Medaglie, I, 1998, n. 49, con B; Ratto 1956, n. 392, con B. 78. Anche Campochiaro, Morrione, t. 104. Medesimo D/ di WROTH W., Catalogue of the Coins ..., XIX, n. 15. Con B. 79. Boutin, Coll. n. K., 1983, n. 956, con B. 80. Nella necropoli 5 Tremisses non hanno lettera al D/ a destra del busto; 12 hanno la lettera B; una ha la lettera C speculare; 1 la lettera R; 2 la lettera S. 81. La legenda si organizza specularmente dai due lati, risalendo dal basso. La legenda speculare appare costantemente nella monetazione longobarda del Regno a nome di Maurizio Tiberio di II tipo (ARSLAN E.A., Le monete di Ostrogoti ..., nn. 13-21), con la presenza costante di un’anomalia in ognuno dei conii. Il sistema appare un voluto stravolgimento di una legenda bizantina che non interessava all’autorità emittente, con esiti decorativi e con un utilizzo, mediante le anomalie, per indicazioni probabilmente di zecca. Ciò ha portato nel passato anche a letture equivoche, come per il cd. Tremissis di Rothari a Brescia, in realtà un Tremissis a nome di marinvsmon con legenda speculare al Rovescio, che recuperava in parte le lettere della parola victoria rovesciate. Quindi con [ai]rot[civ] che venne letto come rot[hari]). Cfr. ARSLAN E.A., Le monete di Ostrogoti ..., p. 12. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 108 108 I Beni Culturali nel Molise SEQUENZE DEI CONII RICOSTRUITE AL 21.12.200082 Conii di D/ Conii di R/ A (-) “* “ “ MEC 1, 31483 WROTH 1911, XIX, 23 Sotheby’s, Brand Coll. I, 1982, 9384 Brno, Gab.Num. A’ “* B’ * C’ * B (-) “ “ “ “ “* “ C (-) “* “ Oxford, Ashmolean M.85 Campochiaro, Morrione, t. 46 Kunst und Muenzen, 18, 1978, 1282 Paris, Cab. Méd., Ital. 856 Ratto 1956, 397 Firenze, Gab. Num. Hess Nachf.-Luzern, 28.4.1936, 2106 Trento, Castello Buonconsiglio Wien, Muenzkab. (n. 24) Campochiaro, Vicenne, t. 81 D’ “ “ “* E’ “ “ “ “* F’ * D (-) Kunst u. Muenzen, 18, 1978, 1281 G’ E (-) “ Paris, Cab. Méd., Ital.857 Venezia, Correr, Coll. Papadopoli H’ I’ F (-) “ “ WROTH 1911, XIX. 25 Frankfurter Muenzhand. GmbH, Auk. 132, 1989, 113 Ratto 1956, 399 K’ “ “ (?) G (-) “ “ H (B) Auctiones A.G., Basel, 7-1977, 87486 Muenzen u. Med. A.G. 461, 1983, 43 Ratto 1956, 398 MEC 1, 31687 L’ M’ “ “ I (-) Ratto 24, 26.11.1960, 18688 N’ K (-) Campochiaro, Morrione, t. 47 O’ L (-) Campochiaro, Vicenne, t. 12 P’ 82. I numeri tra parentesi si riferiscono ai codici nel mio archivio privato. Ringrazio quanti, Musei e privati, mi hanno inviato foto e calchi di monete. 83. Spink, 18 Jul.1956. 84. Hess Nachf., 14.6.1922, 235. 85. ODDY 1972, n. 343.86. Muenzen u. Med. A.G., 376, 1976, 31; Kricheldorf, XXXII, 1977, 470; Schweiz. Balkverein 16, 1986, 792; Schweiz. Kreditanstalt 7, 1987, 1115. 86. Muenzen u.Med. A.G., 376, 1976, 31; Kricheldorf, XXXII, 1977, 470; Schweiz.Balkverein 16, 1986, 792; Schweiz.Kreditanstalt 7, 1987, 1115. 87. Spink, 18 Jul.1956; ODDY 1972, 354. 88. Kricheldorf, Auktion XIII, 1963, 439; Ars et Nummus 4-1964, 167. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 109 Il Medioevo 109 M (-) Varesi, 1977, dicembre, 7 Q’ N (-) Ars et Nummus 5/6-1979, 471 R’ O (-) New York, A.n. S., 0.9.1588 S’ P (-) Berlin, Muenzkab. U’ Q (-) “ Oxford, Ashmolean M. Vaticano, Gab. Num. V’ “ R (-) Campochiaro, Morrione, t. 134 W’ S (-) “ Wien, Muenzkab. (n. 3) Muenzen u.Med.A.G. 295-1968, 23 T’ “ T (-) Boutin, Coll. n. K., 1938, 957 Y’ U (-) Numart It. 5-1978, 480 Z’ V (-) Rauch, Wien, 35, 1985, 6098 AA’ W (-) MEC 1, 31389 AB’ X (-) Leu A.G., Garrett Coll. II, 1984, 559 AC’ Y (-) New York, A.n. S., 56.25.29 AD’ Z (B) “ AA (B) MEC 1, 31790 Rip.cd. “da Napoli”, n. 6 (Roma, Coll. Reale)91 Ars et Nummus, 4/5, 1966, 3392 AE’ “ “ AB (B) “ “ “ “ “ New York, A.n. S., 0.9.1581 New York, A.n. S., 47.3.124 WROTH 1911, XIX, 16 Ratto, 5/6 maggio 1959, 151 Roma, Coll. Reale (n. 9) Campochiaro, Vicenne, t. 115 AF’ “ “ “ AG’ “ AC (B) “ “ “ “ AD (B) Rip.cd. “da Napoli”, n. 5 (Roma, Coll. Reale)93 Mainz, R.-G.Zentralmuseum, 0.16567 ODDY 1972, n. 353 (London, Br.M.) Santamaria, Signorelli, 21.3.1955, 467 Campochiaro, Vicenne, t. 71 Paris, Cab. Méd., Ital.853 AH’ “ “ “ “ AI’ 89. “Fund at Sheffield 1914-8”. ODDY 1972, 347. 90. Spink, 18 jul. 1956; ODDY 1972, 357. 91. ARSLAN E.A., Il ripostiglio... 92. Rinaldi, febbr. 1957, 4; Rinaldi, sett. /ott. 1957, 47; Kunst u.M,, 7/9.12.1967, 41793. ARSLAN E.A, Il ripostiglio... 93. ARSLAN E.A., Il ripostiglio... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 110 110 I Beni Culturali nel Molise AD (B) “ “ “ AE (B) “ Muenzen u. Med. A.G., 384-1976, 90 WROTH 1911, XIX, 17 Copenhagen, Nat. Mus. (n. 104) Wien, Muenzkab. (n. 23) Campochiaro, Morrione, t. 137 Ratto, 24/26.11.1960, 185 AI’ AK’ “ AL’ “ AM’ AF (B) “ “ “ “ “ “ WROTH 1911, XIX, 14 Wien, Muenzkab. (n. 25) Hannover, Kestner.Museum 1112 Milano, Gab. Num., M.0.9.18616 Ratto 1970-4, 50 Ratto 1956, 389 Magnaguti, o. 80 AN’ “ AO’ “ “ “ “(?) AG (B) “ “ AH (B) AI (N?) De Falco 83-1969, 64 Brescia, Musei Civici (n. 21) Campochiaro, Vicenne, t. 129 Campochiaro, Morrione, t. 139 ODDY 1972, 350 (London, Br.M.) AP’ “ “ “ “ AK (B) Paris, Cab. Méd., Ital. 860 AQ’ AK (B) Glendining, 3/5.12.1929, 814 AQ’ AL (B) “ “ ODDY 1972, 356 (London, Br.M.) Siena (BONFIOLI 1984, 57) Campochiaro, Vicenne, t. 73 AR’ “ “ AM (B) “ Wien, Muenzkab. (n. 21) Sotheby’s, Brand Coll.I, 1982, 95 AS’ AT’ AN (B) “ “ Kress, 114, 1960, 1033 Bruxelles, Bibl.R.Alb.I (n. 25) Kricheldorf Nachf., Auk.XLII, 11.3.92, 369 AU’ “ “ AO (B) “ Santamaria, Coll.Martinori 1913, 2593 Campochiaro, Morrione, t. 49 AV’ “ AP (B) “ WROTH 1911, XIX, 15 Campochiaro, Morrione, t. 104 AW’ AX’ AQ (B) ODDY 1972, 359 (London, Br.M.) AY’ AR (B) Kunst u.M., 18, 1978, 1283 AZ’ AS (B) Campochiaro, Morrione, t. 80 BA’ AT (B) Campochiaro, Vicenne, t. 46 BB’ AU (B) Campochiaro, Vicenne, t. 152 BC’ Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 111 Il Medioevo 111 AV (B) Venezia, Correr, Coll.Papadopoli (n. V85) BD’ AW (B) Bologna, Mus.Arch., Coll.Palagi (n. 26) BE’ AX (B) WROTH 1911, XIX, 18 BF’ AY (B) Bank Leu, Zuerich, 32, 1932, 496 BG’ AZ (B) Varesi, Monete e Med.I, 1998, n. 4994 BH’ BA (B) Ratto 1956, 39395 BI’ BB (B) Kunst u.M., LiSt. 51, 1982, 50 (o 49?) BK’ BC (B) Kunst u.M.LiSt. 61, 1987, 73796 BL’ BD (B) Leu A.G., Garrett Coll.II, 1984, 56097 BM’ BE (B) Kunst u.M., 45, 1981, 21 BN’ BF (B) Kunst u.M., 38, 1979, 13 BO’ BG (B) Vaticano, Gab.Num. (n. 48) BP’ BH (B) Kunst u.M., LiSt. 35, 1978, 15 BQ’ BI (B) Ars et Nummus 12-1977, 688 BR’ BK (B) Cividale, Mus.Naz.98 BS’ BL (B) Ars et Nummus 4/6-1977, 678 BT’ BM (B) Ratto 1956, 39099 BU’ BN (B) Berlin, Muenzkab. (n. 16) BV’ BO (B) Sternberg. Auk.VIII-1978, 996 BW’ BP (B) Poutin, Coll.n. K., 1983, 956 BX’ BQ (B) WROTH 1911, XIX, 19 BY’ BR (B) Ratto 1956, 392 BZ’ BS (B) BT (A) Campochiaro, Morrione, t. 122 Peus, Kat. 298, 1979, 534 CA’ CB’ 94. Kunst u.M., LiSt. 51, 1982, 51 95. Ratto 1971-1, 23 96. Kunst u.M.LiSt. 49, 1982, 63 97. Dupriez 115 bis, 688 98. Ars et Nummus 12-1976, 896; 99. Ratto 1930, 2383 (?) Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 112 112 I Beni Culturali nel Molise BU (SC) “ “ BV (S) “ BW (S) “ “ BX (B) Firenze, Gab.Num. (n. 4) Ratto 1957, 321100 Paris, Cab.Méd., Ital.855 Hannover, Kestner.Museum, 1111 Ratto, 5/6.5.1959, 152 Dupriez 115 bis, 686 Campochiaro, Vicenne, t. 86 Campochiaro, Morrione, t. 67 Berlino, Muenzkab. (n. 11) CC’ “ “ “ “ “ “ “ “ BY (S) Kunst u.Muenzen, LiSt. 51, 1982, 52 CD’ BZ (S) Ratto 1956, 394101 CE’ CA (S spec.) Kunst u.M., LiSt. 51, 1982, 53 CF’ CB (S) Titano, Asta 4, 1979, 252 CG’ CC (S spec.) WROTH 1911, XIX, 21102 CH CD (SC) Sternberg, Zuerich, XIII, 1983, 1175103 CI’ CE (SC) Ars et Nummus, Asta 1966 (6), 370 CK’ CF (R) “ “ “ “ Pavia, Musei Civici (n. 26) Campochiaro, Vicenne, t. 84 Dupriez 115 bis, 685 Sotheby’s, Brand Coll. I, 1982, 94 Ratto 1956, 391 CL’ CM’ “ “ CN’ CG (stella) WROTH 1911, XIX, 20 CO’ CH (stella) Berlin, Muenzkab. (n. 11) CP’ CI (C speculare) Campochiaro, Morrione, t. 138 CQ’ CK (segno non chiaro) CL (id. segno non chiaro) CR’ “ Deutsches Bundesbank n. 191104 Paris, Cab. Méd., Ital. 858 Tipi anomali CM (-)(L sul petto) CN (-)(S coricato sul petto) CO (-)(busto a s.) Kunst u.M., LiSt. 51, 1982, 54 Ars et Nummus 4/6-1977, 679 Kunst u.M., 7/9.12.1967, 418105 100. Ratto 1956, 395; Schweizer.Kreditanstalt, 7, 1987, 1116. 101. Hess Nachf., 14.6.1922, 236. 102. Oddy 1972, 362. 103. Kunst u.M., 50, 1982, 630. 104. Kress 116, 28.10.1960, 1347. CS’ CT’ CU’ Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina Il Medioevo 113 113 È da segnalare come i gruppi individuati dal simbolo/lettera sul D/ (o dall’assenza di questo) sono talvolta associati in sequenza. I conii di D/ G (senza nulla a d.) e H (con lettera B) sono collegati dal conio di R/ M’. I conii di D/ AH (con lettera B) e AI (con N ?) sono collegati dal conio di R/ AP’. I conii di D/ BU (con lettere SC), BV (con lettera S), BW (con lettera S), BX (con lettera B) sono collegati dal conio di R/ CC’. Le sequenze vedono sempre una sola coppia attiva, senza incroci di conii: non sembra quindi esserci archivio dei conii, in un’officina di dimensioni modeste. Sono presenti però esemplari suberati, con l’indicazione quindi di una notevole sofisticazione nella produzione. Nel campione, di 144 esemplari, si hanno 86 conii riconosciuti di D/ e 91 di R/. Secondo le equazioni di Carter106 il numero presunto di conii di D/ utilizzato per realizzare l’emissione rappresentata nella documentazione è di 172,3 ± 15,81. Il numero dei conii di R/ è di 198,88 ± 19,61. I volumi di emissione sono stati quindi considerevoli, su tempi piuttosto lunghi. Gli esemplari con la lettera B nel campo al D/ tendono ad avere il diametro più ridotto. Si spiega così la proporzione numerica molto bilanciata tra conii di D/ e di R/, solo leggermente a favore dei secondi: si hanno 45 conii di D/ e 49 di Rovescio. Il tipo senza nulla a d. tende invece ad aver un diametro più largo: quindi il rapporto è a favore dei R/: si hanno 23 conii di D/ e 28 di R/. Questo tipo, stilisticamente omogeneo al precedente (con lettera B), appare lievemente più pesante. Il peso medio della serie senza lettera nel campo del D/ e di 1,42 gr., quella della serie con lettera B è di 1,38 gr. È ancora più basso per il tipo con la lettera R. Molto dispersi sembrano i pesi dei tipi, più rari, con lettere diverse. Le differenze non appaiono tanto sensibili da far pensare al riferimento a Solidi bizantini di standard ponderale diverso da quello da 24 silique. La caduta del peso può essere attribuita al progressivo calo del valore intrinseco, sia in termini di peso che di titolo. Accettando il principio della progressiva caduta dei pesi nella serie, non sempre corretto (ma valido, sembrerebbe, in questa fase per la contemporanea moneta longobarda del regno), sembrerebbe possibile indicare come più antiche le monete senza lettera (periodo di Arechi [590-640] o immediatamente successivo, fino a Grimoaldo re a Pavia, nel 662), seguite dalle monete con la lettera B (b[eneventum]?)forse da riferire al periodo di Grimoaldo re (662-671). L’ultima fase sarebbe quella di Romualdo, con la lettera R nel campo (671687), forse iniziale del Duca. Tali ipotesi appaiono abbastanza sicure per la cronologia. Molto meno per lo scioglimento delle lettere nel campo del D/, sia per l’utilizzo secondo un principio variabile (in un caso iniziale di zecca, in 105. Ratto, 2, 1968, 59. 106. CARTER G.F., A simplified method ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 114 114 I Beni Culturali nel Molise un altro iniziale del Duca), sia per la rara presenza di altre lettere, che non possono essere sciolte facilmente, come la S, la SC e la C speculare. Potrebbe esserci una soluzione in s[poletium], che rimane però indimostrabile, anche se suggestiva. Gli unici ritrovamenti certi sono quelli di Campochiaro. Poi si hanno il Ripostiglio cd. di Napoli e una segnalazione a Sheffield (GB) di tipo con nulla al D/107. Colpisce l’assenza della classe dal terreno di Roma. Queste monete sono macroscopicamente diverse, nella forma fisica, nei tipi, nelle legende, nei nominali stessi, dalle emissioni beneventane con iniziali del duca, che sembrano iniziare con Gisulfo I (689-706)108. Tale fenomeno non stupisce se si considera la parallela evoluzione delle emissioni nella LangobardiaRegno, dove il re Cuniperto (688-700) attua una radicale riforma109 che modifica completamente caratteri fisici, tipi, qualità della lega, tecnica di coniazione delle monete, passando da prodotti molto scadenti a prodotti di alta qualità e valore intrinseco. Cuniperto, figlio di Pertarito, era stato inviato a Benevento da Grimoaldo, duca di Benevento, quando questi usurpò il trono. Grimoaldo, alla sua morte, restituì il trono a Pertarito, che richiamò Cuniperto. Appare credibile che nel regno e nel ducato sia stata organizzata una riforma monetaria sotto certi aspetti parallela, pur negli esiti ben distinti, negli stessi anni, dal Duca Gisulfo e da Cuniperto, che avevano vissuto insieme nella corte ducale. I TREMISSES CON R/ CON CROCE POTENZIATA IN LEGENDA DI CLASSI NON PRESENTI A CAMPOCHIARO Sono presenti, in collezioni pubbliche o sul mercato, senza provenienze sicure, esemplari di Tremisses “barbarizzati”, con al D/ busto a d. o a s. in legenda fonetica o pseudoepigrafica e al R/ croce potenziata in legenda pseudoepigrafica, con caratteristiche distinte dalle classi presenti a Campochiaro. Tale produzione, estremamente discontinua, come scelte stilistiche, qualità dell’incisione, pesi, individua un universo statisticamente misurabile (le sequenze ricostruibili non appaiono rare) ma non attribuibile, per ora, ad aree precise. Forse solo è possibile escludere, per molti tipi, l’area beneventana. Essa non appare presente nelle necropoli di Campochiaro. Una prima classe si individua per la possibilità di lettura della legenda sul D/, che propone, più o meno stravolto, il nome di imperatori bizantini. 107. Conii W/AB’. MEC 1, n. 313. 108. Per il solido MEC 1, n. 1086. 109. ARSLAN E.A., Una riforma ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 115 115 Sembrerebbe possibile riconoscere, talvolta con un certo sforzo di interpretazione, Tiberio Costantino, Maurizio Tiberio, Eraclio, Costante II110. La resa del busto sul D/, costantemente a d., appare abbastanza vicina a quella dei prototipi. Sembrano assenti gli imperatori successivi, fatto che appare molto indicativo e che indica la probabile copertura del mercato longobardo, dalla seconda metà del VII secolo, con le emissioni ufficiali del regno e del ducato di Benevento. Una seconda classe, con R/ nel quale ci si avvicina talvolta a soluzioni che abbiamo visto nelle monete beneventane (la doppia O a lato della croce potenziata), non appare più coerente con le emissioni imperiali nella resa del busto, a d. o a s., nel quale si passa da una resa del paludamentum abbastanza fedele, ad una forte geometrizzazione. La legenda appare pseudoepigrafica111. Una terza classe vede il busto sul D/ cercare soluzioni trapezoidali, con decorazione interna spesso molto elaborata. La legenda è costantemente pseudoepigrafica. La resa appare talvolta complessivamente vicina a quella dei Tremisses beneventani di Campochiaro112. Una quarta classe, molto diversificata, appare talvolta raggiungere il massimo della barbarizzazione, spesso accentuata da una scarsa maestria nell’incisione, confusa e “sbavata”113. Non appare per ora opportuno cercare di fissare sul territorio tali emissioni, tutte apparentemente “irregolari”. Se ne può escludere (sia pure con prudenza) una produzione nell’ambito del Regno (nulla però sappiamo dei ducati periferici). Così come è possibile escludere l’ambito formalmente dipendente da Bisanzio (i prodotti delle zecche di Roma, Ravenna e anche Napoli sono ormai ben noti). Qualche emissione potrebbe forse essere riportata alla Tuscia e per la seconda metà del VII secolo non si possono neppure escludere l’ambito ligure e quello spoletino. Nulla sappiamo però, per la prima metà del VII secolo, di una possibile attività della zecca di Benevento, con prodotti che preparavano le emissioni documentate nelle necropoli di Campochiaro. Le associazioni nel ripostiglio cd. “da Napoli 1896”114 di esemplari “anomali” con esemplari del tipo di Campochiaro potrebbero infatti fornire qualche elemento in questo senso. In effetti alcuni conii sembrano preparare le classi ora note attraverso i ritrovamenti di Campochiaro. Ad eccezione del Ripostiglio “da Napoli 1896”, che però è genericamente di origine dall’Italia centro-meridionale, non ci soccorre mai la prova del ritrovamento sicuro di alcun esemplare, anche se appare sospetta la concentrazione di alcune classi in alcuni medaglieri, come a Firenze. Conviene quindi parlare di emissioni irregolari di area italiana longobarda (anche se alcuni esemplari possono essere riportati ad ambiente transalpino), 110. Cfr. MEC 1, nn. 307-311. Muenzen u. Med .A.G. 447, 1982, n. 60. 111. Cfr. MEC 1., n. 312. 112. Cfr. WROTH W., Catalogue of the Coins ..., XIX, nn. 3, 5, 22., 24. ARSLAN E.A., Le monete di Ostrogoti ..., n. 80 (identico conio di D/ in WROTH W., Catalogue of the Coins ..., XXI, n. 4). 113. Oxford, Ashmolean: ODDY 1972, n. 342. WROTH W., Catalogue of the coins ..., XIX, n. 3. 114. ARSLAN E.A., Il ripostiglio ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 116 20.01 Pagina 116 I Beni Culturali nel Molise con una collocazione nella prima metà del VII per le classi con peso pieno (gr. 1,5 ca o poco meno) e una collocazione nella seconda metà del secolo per le emissioni a peso ridotto (gr. 1,3 o meno). LE FRAZIONI IN ARGENTO BENEVENTANE CON MONOGRAMMA DI ERACLIO La datazione tra la metà e l’ultimo decennio del VII secolo dei Tremisses appare molto opportuna anche per la notevole serie di “frazioni di Siliqua” presente nella necropoli, che ad essi appare stilisticamente legata. Il tipo è costantemente (ad eccezione di un esemplare) con al D/ il busto di Eraclio, molto simile a quello dei Tremisses, e al R/ il suo monogramma. Anche le caratteristiche di queste emissioni appaiono molto costanti: a) Il diametro, in rapporto ai pesi, non appare molto ridotto ed è di mm 9-11. Lo spessore del tondello appare quindi ridottissimo, con frequenti perdite di metallo. Si spiega così anche, in terreni più acidi, la scomparsa probabile di queste monete. b) il busto del D/ è sempre a d. Sembra fare eccezione il conio di D/ C (se la lettura è esatta). c) il busto del D/ è formato da tre trapezi, uno dentro l’altro, definiti da tre tratti, a linea formata da globetti. Non resta traccia della fibula a disco nell’angolo sinistro. I trapezi, nei tipi degenerati, si riducono a due o a semplici linee arcuate di punti. All’interno, sul petto, si hanno segni di difficile lettura, spesso ridotti a serie di punti. d) il naso e il sopracciglio della testa del D/ sono uniti, con spigolo, come nei Tremisses. e) l’occhio della testa del D/ è reso con un globetto, come nei Tremisses. f) il mento e le labbra della testa del D/ sono resi con tre globetti in sequenza verticale, come nei Tremisses. g) l’orecchio della testa del D/ è a ferro di cavallo, come nei Tremisses. Nei tipi degenerati è confuso. h) il diadema della testa del D/ è a doppio tratto semilunato con due globetti sopra la testa (quasi sempre fuori conio) e due dietro la nuca. Esso divide la capigliatura, resa a tratti paralleli. Come nei Tremisses. i) la legenda del D/ è sempre pseudoepigrafica, ridotta a sequenze di punti. k) il monogramma del R/ è sempre molto chiaro. La croce superiore si trasforma, nei tipi degenerati, in quattro punti in croce. La lettera inferiore in un punto isolato. In un caso il monogramma è reso specularmente (conio F’). l) la cornice di D/ e R/ appare costituita da punti e spesso copre i margini dei tipi. Il tipo appare stilisticamente collegato a quello dei Tremisses, opera dei medesimi incisori, nella medesima zecca. Alcuni conii di D/ (D-E-F-H-K-L-M-P) indicano una forte “barbarizzazione” del tipo nel tempo, con un progressivo stra- Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 117 Il Medioevo 117 volgimento dell’immagine, con ulteriori analogie con i conii dei Tremisses. La moneta, isolata o in gruppo, è presente nelle tombe di Vicenne nn. 61 (tre esemplari), 76 (un esemplare), 109 (due esemplari), 112, 114, 134, 154 (un esemplare ciascuna), 167 (tre esemplari; inoltre si ha un argento illeggibile), e nelle tombe di Morrione nn. 92, 100, 166 (un esemplare ciascuna) e 135 (tre esemplari, oltre al tipo inedito con Busto/Croce greca potenziata su gradino). Infine nella tomba 104 di Morrione il tipo argenteo con il monogramma di Eraclio è associato al Tremissis globulare con B. In tutto quindi sono 20 esemplari, con un peso tra gr. 0,28 e gr. 0,15. Il peso medio è di gr. 0,216. Un istogramma dei pesi, con intervallo di due centigrammi, non ostante la popolazione ridotta, fornisce una prima indicazione, con un picco a gr. 0,23-0,24. Il peso teorico non può quindi essere inferiore. La forte dispersione dei pesi più bassi, che abbatte anche la media, è dovuta alle frequenti lacune nei tondelli. 0,27/28 = ** 0,25/26 = ** 0,23/24 = ****** 0,21/22 = 0,19/20 = ** 0,17/18 = *** 0,15/16 = *** Esso appare essere stato emesso con volumi consistenti, proprio in base all’alto numero di conii riconoscibili a Campochiaro, dove le monete disponibili per la costruzione della sequenza dei conii sono 18115: A “ B “ C “ D E F G H I Campochiaro, Morrione, tomba 104 Campochiaro, Morrione, tomba 92 Campochiaro, Vicenne, tomba 167c Campochiaro, Morrione, tomba 135d Campochiaro, Morrione, tomba 166 Campochiaro, Vicenne, tomba 154 Campochiaro, Vicenne, tomba 167a Campochiaro, Vicenne, tomba 109a Campochiaro, Morrione, tomba 100 Campochiaro, Vicenne, tomba 134 Campochiaro, Morrione, tomba 135b Campochiaro, Morrione, tomba 135a A’ B’ C’ “ D’ “ E’ F’ G’ H’ I’ K’ 115. Non è utilizzabile la foto dell’esemplare di Vicenne t. 109b. Manca la foto dell’esemplare di Vicenne t. 76. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 118 118 K L M N O P I Beni Culturali nel Molise Campochiaro, Vicenne, tomba 167b Campochiaro, Vicenne, tomba 61a Campochiaro, Vicenne, tomba 61b Campochiaro, Vicenne, tomba 61c Campochiaro, Vicenne, tomba 112 Campochiaro, Vicenne, tomba 114 L’ M’ N’ O’ P’ Q’ In base a questi pochi dati, certamente inaffidabili ma indicativi di una tendenza, i conii presunti di D/ ricavabili con le equazioni di Carter116 sarebbero 69,28 ± 33,92. Il tipo, che è stato individuato da alcuni come imitazione di area italiana117, ma già Vittorio Emanuele ne sospettava l’emissione longobarda118, deriva da prototipo bizantino, tradizionalmente ritenuto ravennate119, ma mai rinvenuto (che si sappia) in Ravenna e nel suo territorio. È presente invece a Roma, in tre esemplari che sembrano essere di emissione ufficiale. Si può quindi proporne un’emissione romana120. Mentre nella letteratura più antica non si hanno indicazioni affidabili circa luoghi di rinvenimento, scavi e segnalazioni recenti hanno permesso di individuare una prima rete distributiva di queste emissioni, rada ma significativa. Conosco, finora, i ritrovamenti di Altavilla Silentina (SA; tre esemplari), Pratola Serra (SA), Cagnano Varano (FG)121, Grumento (PZ)122. Dei tre esemplari di Roma, probabilmente di emissione ufficiale, già si è detto. Ad evidenza i ritrovamenti, anche se ridotti numericamente, individuano un’area corrispondente al Ducato di Benevento. L’assenza, per ora, di ritrovamenti altrove può inoltre indicare una certa difficoltà ad entrare nei mercati esterni, anche se futuri ritrovamenti potrebbero correggere questa ipotesi. Con questo tipo quindi individuiamo una delle emissioni “anonime” argentee della seconda metà del VII secolo a Benevento. Il progressivo degradarsi della qualità dell’immagine, nei tipi stilisticamente “degenerati”, indica la lunga 116. CARTER G.F., A simplified method ... 117. MIB III, X15-X16. 118. Nel cartellino dell’esemplare (gr. 0,17; diam. mm 11; 9) della sua Collezione (Cassaforte 15; cassetto 2652), Vittorio Emanuele III scriveva: “Majorana 40 (o 10?). 1933 (attribuita a Rothari)”. La moneta non è entrata nel CNI. 119. WROTH W., Catalogue of the Imperial Byzantine ..., p. 247, n. 450; per MORRISSON C., Catalogue ..., 10/Rv/AR/17 (0,35) è un quarto di Siliqua; DOC II, 1, p. 370, n. 279 (120 Nummi?); MIB III, 155. BERNAREGGI E., Moneta ..., p. 96, cita WROTH W., Catalogue of the Imperial Byzantine .... 120. Gli esemplari erano alla Crypta Balbi. Ho in archivio due pesi, gr. 0,28 e 0,17, del tutto coerenti con i pesi degli esemplari di Campochiaro. Devo la segnalazione e il suggerimento alla collega Alessia Rovelli, che ha in pubblicazione il complesso. 121. Elenco dei ritrovamenti in ARSLAN E.A., La circolazione monetaria (secoli V-VIII) ...; ARSLAN E.A., Il ripostiglio ..., p. 247. Per tutti Altavilla e Pratola Serra VOLPE M.T., Le monete ... (li classifica come bizantini); per Cagnano Varano GUZZETTA G., le monete da Cagnano Varano ... e GUZZETTA G., Le monete, Gli Scavi ... (lo riconosce come longobardo). 122. BOTTINI P., L’altomedioevo ... (lo classifica come bizantino). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 119 119 durata delle emissioni, presumibilmente dalla metà alla fine del VII secolo o all’inizio dell’VIII, fino all’esaurimento delle necropoli di Campochiaro. Cioè fino al regno di Romualdo, se non oltre. Il tipo appare indicato in bibliografia come 1/4 o 1/8 di Siliqua, intesa come nominale monetario in argento e non come misura ponderale. Per stabilire un rapporto tra le due definizioni è opportuno ricordare – semplificando – come il Solido, moneta in oro, di gr. 4,55, 1/72 della libra di gr. 327,45, pesasse 24 silique (intese come peso), ciascuna di gr. 0,189. Se la siliqua-moneta era l’equivalente in argento del peso della Siliqua intesa come ventiquattresimo del Solido in oro, e intendendo il rapporto AV/AR ad 1:12 (in realtà è una variabile nel tempo), essa avrebbe il peso di gr. 2,275 (1/72 di libra)123. Intendendo la siliquamoneta come l’equivalente in argento della siliqua-peso in oro, equivalente ad 1/24 del Solido in oro, a sua volta 1/72 della libra (gr. 327,45), considerando il rapporto AV/AR=1/12, si avrebbero sempre silique-monete di gr. 2,275 (1/144 di libra). La mezza Siliqua dovrebbe essere quindi tagliata su gr. 1,14, corrispondente al peso dello Scripulum124, il quarto su gr. 0,56, l’ottavo su gr. 0,28125. In occidente l’ottavo della cd. Siliqua in argento appare presente nelle emissioni già con Odoacre126, probabilmente a Ravenna, e viene emesso dai re ostrogoti, per continuare in Ravenna, ripresa nel 539 dai Bizantini, con tutti gli imperatori successivi. Sul quarto e sull’ottavo sembrano attestarsi le prime emissioni argentee di area longobarda, della seconda metà del VI sec., recentemente rivendicate a Cividale127, imitazioni delle emissioni ravennati a nome di Giustiniano e Giustino (quarti con al R/ il Chrismon a T in ghirl. con a lato due stelle; ottavi senza stelle)128. Le emissioni a nome di Eraclio della Crypta di Balbo a Roma bene possono essere individuate come ottavi di Siliqua, e ottavi di Siliqua quindi sono le emissioni beneventane. La forbice tra valore intrinseco e valore nominale non sembra sensibile: possiamo quindi ipotizzare una circolazione a carattere non fiduciario, con possibilità di cambio con la moneta in oro. Un Tremissis doveva quindi essere cambiabile con 64 ottavi di Siliqua, equivalenti a 17,92 gr. di argento129. 123. MEC 1, p. 9. Per il rapporto con le emissioni in rame ricordiamo che, se le emissioni ravennati bizantine di VI secolo con il segno di valore CN equivalgono a 250 Nummi in rame, la Siliqua almeno in questa fase - equivarrebbe a 500 Nummi e il Solido a 12.000 Nummi. 124. In MEC 1, p. 263 il Denaro in argento di papa Adriano viene visto con peso teorico di uno Scripulum (gr. 1,14). L’ipotesi di un rapporto con i valori ponderali assoluti è anche nel riconoscimento nell’argento papale-imperiale di Gregorio III (731-741), di gr. 0,35 ca., di una doppia Siliqua. 125. Si avrebbe però, dall’età giustinanea, una Siliqua “pesante”: cfr. ARSLAN E.A., Considerazioni ... 126. BRENOT C., Deux monnaies ..., moneta in argento a nome di Anastasio, con monogramma sciolto con il nome di Odoacre, capovolto specularmente. Sopra +. Pesa gr. 0,16 e viene visto come una Siliqua (come peso), di gr. 0,187 teorici. È il tipo segnalato dal DE LAGOY R. MARQUIS, Recherche ... a Saint-Rémy de Provence. L’emissione viene collocata a dopo l’11 aprile 491 e prima del 5 marzo 493. Zecca di Ravenna. 127. CALLEGHER B., Tra Bizantini e Longobardi ... 128. Tale problematica viene sviluppata in ARSLAN E.A., Considerazioni ... 129. Un diverso rapporto AV:AR evidentemente modifica il peso teorico della Siliqua e delle sue frazioni. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 120 20.01 Pagina 120 I Beni Culturali nel Molise L’ipotesi di un sistema di emissione di ottavi di Siliqua nell’Italia altomedievale barbarica, con il mantenimento di un sistema ponderale e di nominali tardo-romani e proto-bizantini, appare più probabile rispetto all’ipotesi della progressiva perdita di valore intrinseco (sia come peso che come titolo del metallo) di una unità più pesante tardo-romana (la Siliqua?), con il mantenimento del valore nominale. Ciò in una improbabile situazione di circolazione fiduciaria. L’ottavo di Siliqua con monogramma di Eraclio non è l’unico nominale argenteo longobardo presente nelle necropoli di Campochiaro. La tomba 135 di Morrione propone infatti un esemplare con al D/ un busto a d. del tutto simile a quello del tipo con monogramma e al R/ una croce greca potenziata su un gradino. Il peso è di gr. 0,12. Non ostante le forti lacune ai margini non si ha difficoltà a riconoscere nella moneta un nominale inferiore rispetto a quello con monogramma: forse un sedicesimo di Siliqua, con peso teorico di gr. 0,14. Al D/ si hanno tracce di legenda, mentre il R/ è anepigrafe. Il tipo non appare derivare da prototipo bizantino noto. Si ha documentato solo il tipo con la croce su più gradini130. Emissioni di questo tipo sono state studiate da chi scrive tra le monete di S.Antonino di Perti in Liguria, tutte precedenti alla metà del VII secolo e tutte riferite ad uno standard ponderale nettamente più pesante. Questi tipi sembrano individuare l’ottavo di Siliqua131. La moneta di Campochiaro-Morrione, un sedicesimo di Siliqua, rimane quindi un unicum, indizio di una complessità finora non sospettata delle emissioni longobarde di imitazione a Benevento. La documentazione di Campochiaro, che si riferisce ad emissioni distribuite nel corso della seconda metà del VII secolo, si può mettere in rapporto con la documentazione relativa alle emissioni in argento nel Regno, che si sviluppa con tempi e in termini diversi. Dopo una prima fase, che vede l’imitazione dei tipi bizantini ravennati da un quarto e da un ottavo di Siliqua con al Rovescio il Chrismon, con due stelle o senza stelle132, si hanno, sempre nel corso del VI secolo, emissioni con monogrammi in ghirlanda, di duchi o di re longobardi. Il più recente – scoperto a Lu Monferrato – è forse da riferire a Grimoaldo133. Alla seconda metà del VII secolo sono da attribuire le emissioni delle cd. “silique” di Pertarito, in realtà ottavi di Siliqua, con medie ponderali perfettamente 130. Ricordo l’ottavo di Siliqua di Maurizio Tiberio a Ravenna con Croce pot. su gradini in ghirl., del 583/4-602 (MIB 64). Con Eraclio si ha a Roma l’ottavo con Croce potenziata in ghirl. (MIB III, 156; DOC II, 1, p. 371, n. 281). 131. ARSLAN E.A., Considerazioni ... 132. Discuto tutta questa problematica in ARSLAN E.A., S.Antonino (c.s.). 133. In pubblicazione in Misc. di Studi in memoria di Ottone d’Assia, con un’analisi di tutta la monetazione longobarda a monogramma. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 121 121 omologhe a quelle delle monete con monogramma di Eraclio di Campochiaro. Tali monete, con al R/ un monogramma che è possibile sciogliere in per(e)x134, ebbero probabilmente emissioni di lunga durata, forse fino a Cuniperto ed oltre135. Esse infatti si degradano stilisticamente ben di più delle monete argentee beneventane, perdendo il tipo del D/, sul quale alla fine affiora sempre incuso il R/. La documentazione in nostro possesso per le “silique” di Pertarito, un tempo note solo dall’imponente ripostiglio (disperso) di Biella 1833136, è oggi completata dalle notizie di Pecetto di Valenza Po (AL)137, Campione d’Italia (CO)138, Brescia139, Rovereto (TN), in un corredo funerario, con quattro esemplari140. Fuori d’Italia si ha il piccolo ripostiglio (sei esemplari) di Linguizzetta in Corsica141. L’esame di questi dati modifica sensibilmente il quadro che possiamo ricostruire per la struttura della circolazione in tutta Italia tra metà del VI secolo e prima metà del VII. Se l’Italia meridionale bizantina rimane attestata su un modello di circolazione aurea e bronzea, senza testimonianze di monete in argento, il resto della penisola, Italia centro-settentrionale bizantina, Langobardia-Regno, Ducato di Benevento, ci rivela un modello con una certa omogeneità, che insiste sull’emissione e sulla circolazione dell’ottavo di Siliqua (leggera) in argento. Nella Langobardia-Regno la prima fase (seconda metà VI secolo) vede la mancanza di una politica di emissione: la moneta argentea, nella quale è presente anche il quarto di siliqua, appare in zecche irregolari o, forse, gestite dai duchi, analogamente alla moneta aurea. Solo nel VII secolo il potere centrale sembra avere il controllo delle emissioni argentee, che perdono visibilità all’inizio dell’VIII secolo. La monetazione argentea del Regno, che pure sembra aver avuto buoni volumi di emissione (per l’alto numero dei conii documentati), non appare interessare per la tesaurizzazione, con l’unica eccezione del ripostiglio finale di Biella. I ritrovamenti di Rovereto e Linguizzetta sembrano gruzzoli funerari e non nuclei tesaurizzati. L’Italia bizantina centro settentrionale si propone con una continuità di emissione assoluta, sia a Roma, sia a Ravenna, sia nell’area tirrenica settentrionale. Delle tre zecche che sembra possibile individuare, solo Ravenna sembra capace di penetrare nei mercati esterni. Troviamo la sua moneta nell’Italia padana e, come si è visto, anche a Campochiaro. La zecca tirrenica settentrionale cessa le emissioni con la conquista longobarda (643), quella di Ravenna nel corso della 134. MEC 1, nn. 328-331; LAFAURIE J., Trésor ..., p. 123 ss.: le emissioni sarebbero di Cunicpert e di Ariperto II; LAFAURIE J., Les monnaies ..., pp. 93-96. Cfr. per ultimo ARSLAN E.A., Problemi di circolazione ..., pp. 289-307; p. 296. 135. L’ipotesi è di LAFAURIE J., Les monnaies ..., pp. 93-96. 136. Per ultimo, con bibliografia, ARSLAN E.A., Problemi di circolazione ..., p. 296. Gli argenti erano forse oltre 1600, con “una dozzina” di Tremisses di Liutprando. 137. ARSLAN E.A., Problemi di circolazione ..., p. 296. Ritrovamento isolato. 138. Nella chiesa longobarda di S. Zenone, in tomba. ARSLAN E.A., Mutamenti ..., p. 444. 139. ARSLAN E.A., Problemi di circolazione ..., p. 296; ID, Le monete, Santa Giulia, p. 392, n. 574. 140. In Corso Bettini 60 (?): ARSLAN E.A., Mutamenti ..., p. 444. 141. LAFAURIE J., Trésor ...,; ID 1990. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 122 20.01 Pagina 122 I Beni Culturali nel Molise prima metà dell’VIII, quella di Roma prosegue fino alla riforma carolingia alla fine del secolo VIII142. Il territorio del Ducato di Benevento, come quello del Ducato di Spoleto, non ci ha dato – per la monetazione in argento – testimonianze relative alle fasi precedenti alle monete con monogramma di Eraclio. Ciò è certamente dovuto all’insufficiente documentazione. Non è concepibile infatti che, nella fase tra l’età gota e la metà del VII secolo, siano venuti a cadere i presupposti per la presenza della moneta in argento nella circolazione dell’area. Possiamo ipotizzare la presenza di moneta emessa da Roma o da Ravenna, che servì da prototipo per le emissioni a nome di Eraclio. E forse di altro che ancora non c'è stato restituito dagli scavi o dai ritrovamenti fortuiti. Non sappiamo poi se i tipi documentati dalle necropoli di Campochiaro siano stati gli ultimi o se nell’VIII secolo le emissioni siano proseguite, parallelamente a quelle di Roma. Sappiamo solo che la zecca di Benevento si adeguò, con i denari di Grimoaldo III (788-806)143, molto per tempo, alla riforma di Carlo, sincronicamente con le emissioni papali di denari di Adriano I (772-795)144, pur senza rinunciare all’emissione di moneta in oro, con Solidi e Tremisses. Il Ducato si poneva così come cerniera tra i due mercati monetari, quello dell’oro, dell’Impero di Bisanzio e del mondo islamico, e quello dell’argento, dell’Impero carolingio. LE MONETE DELLE NECROPOLI E LA CIRCOLAZIONE La presenza nelle necropoli di Campochiaro di moneta aurea ed argentea emessa dalle zecche di Benevento, Roma, Siracusa e Ravenna, sembrerebbe permettere una ricostruzione della struttura dello stock monetario disponibile presso il gruppo umano che le utilizzò nella seconda metà del VII-inizi VIII secolo, se non nella totalità del territorio del Ducato di Benevento. Testimoniando un modello economico con una monetarizzazione abbastanza avanzata, nella quale sembra solo assente la moneta in rame. Una simile ricostruzione è probabilmente scorretta e non solo per la mancanza di documentazione da altri centri del Ducato, in particolare dal contesto urbano di Benevento. I cavalieri di Campochiaro, probabilmente i Bulgari di Alzecone, non dimostrano infatti di possedere una cultura monetaria, in termini economici, deponendo monete – sempre di valore abbastanza o molto alto – nelle loro tombe. La moneta in tomba a Vicenne e Morrione non sembra collegata alla tradizione del cd. “Obolo di Caronte”145, che di norma è rappresentato da una sola o da pochissime monete, sempre di basso valore nominale, né alla tradizione della provvi- 142. ROVELLI A., Emissione ...: cita per il rip. del Tevere 31 AR tra 651 e 772. 143. SAMBON G., Repertorio ..., pp. 70-71, nn. 428-430; CNI XVIII, p. 156, n. 19; ARSLAN E.A., Le monete di Ostrogoti ..., n. 99; MEC 1, n. 1100. 144. MEC 1, nn. 1031-2. 145. Caronte... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 123 123 gione per l’aldilà, inteso come un ribaltamento del mondo dei vivi, nel quale si hanno le medesime necessità. Essa sembra invece proporsi come simbolo di status e come mezzo di ostentazione, analogamente a quanto vediamo documentato – raramente – anche in ambito longobardo, come a Trezzo sull’Adda. Se ne giustificava quindi il ritiro dalla circolazione, che non doveva avere carattere economico e che era alimentata in termini probabilmente diversi da quanto avveniva in Benevento stessa. Non vi è dubbio infatti che il Ducato pagasse i gruppi che presidiavano le frontiere in moneta, in oro e argento, e che i medesimi gruppi avessero una funzione militare ben precisa, come viene dimostrato dai numerosi inumati morti in combattimento. I cavalieri di Campochiaro quindi si rifornivano di moneta, come di altri oggetti preziosi, razziandola oltre confine, nei territori bizantini. Probabilmente non la usavano per le transazioni economiche, ma in termini di tesaurizzazione di metallo e di ostentazione, sia da vivi che da morti. Nel resto del Ducato la moneta aveva invece significato economico e veniva destinata a funzioni funerarie solo raramente. Non è escluso che vi fosse pure un controllo della massa monetaria circolante, con forme di protezione delle emissioni locali, per ovvie ragioni di convenienza economica. * I dati relativi a queste monete sono inclusi nel Saggio di Repertorio dei Ritrovamenti di Moneta Vandala, Ostrogota, Bizantina, Longobarda in Italia peninsulare, Sardegna, Canton Ticino, Istria Croata (con esclusione della Sicilia). Chiunque volesse prenderne visione può riceverlo richiedendolo ai seguenti indirizzi: [email protected] oppure [email protected]. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Fig. 1. Le sequenze dei conii (A-F). 20.01 Pagina 124 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Fig. 2. Le sequenze dei conii (G-S). 20.01 Pagina 125 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Fig. 3. Le sequenze dei conii (T-AC). 20.01 Pagina 126 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Fig. 4. Le sequenze dei conii (AD-AK). 20.01 Pagina 127 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Fig. 5. Le sequenze dei conii (AL-AU). 20.01 Pagina 128 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Fig. 6. Le sequenze dei conii (AV-BG). 20.01 Pagina 129 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Fig. 7. Le sequenze dei conii (BH-BT). Pagina 130 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Fig. 8. Le sequenze dei conii (BU-CE). 20.01 Pagina 131 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Fig. 9. Le sequenze dei conii (A-F). 20.01 Pagina 132 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 133 LA POPOLAZIONE ALTOMEDIEVALE DI VICENNE-CAMPOCHIARO STUDIO ANTROPOLOGICO Maria Giovanna Belcastro – Fiorenzo Facchini Università degli Studi di Bologna La scoperta della necropoli altomedievale di Vicenne-Campochiaro, fin dalle prime segnalazioni del 1987, ha rappresentato per il suo ambito cronologico e per la presenza di materiali attribuibili all’ambito culturale “asiatico”, oltre che germanico e locale, un singolare e importante ritrovamento dell’Italia centromeridionale1. Il seppellimento contemporaneo dell’uomo e del cavallo in 12 sepolture costituisce un esempio di rituale “asiatico” che rimanda ad analoghe testimonianze dell’età del ferro dalla Siberia alla Mongolia, dalla Transcaucasica fino all’Ungheria2. Questo rito si ritrova nell’Età delle Migrazioni (IV-X sec.) in popoli d’origine centroasiatica come gli Unni, gli Avari, i Mongoli e i Magiari. Inoltre la presenza delle staffe, tipologicamente avare, elemento innovativo dell’evoluzione strategico - militare, pone il problema della anticipazione dell’uso e della diffusione di questo elemento in Europa, finora attestata fin dall’VIII secolo3. Questi elementi hanno fatto ipotizzare la presenza all’interno della comunità di Vicenne di “un gruppo etnicamente diverso”4. Il primo problema che si pone all’interpretazione antropologica della necropoli è quello relativo all’identificazione della composizione etnica della popolazione di Vicenne, dato il contesto pluriculturale accertato. Altri importanti aspetti da esaminare sono quelli legati ai comportamenti e allo stile di vita della popolazione in esame nell’ambito di quelle altomedievali. La transizione tardo-antica/altomedievale è, infatti, interessata da profondi mutamenti socio-economici e culturali, legati alla disgregazione del mondo “classico” e alla comparsa delle civiltà germaniche e “barbariche” originarie dell’Europa centroorientale. Questi eventi hanno influito sulle popolazioni europee dal punto di vista demografico, dello stato di salute, delle attività e dei comportamenti abituali. Sulla linea degli studi bioarcheologici intrapresi sui reperti scheletrici di 1. GENITO B., Materiali e problemi ...; CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ... 2. KURYLËV V.P. - PAVLINSKAYA L.R. - SIMAKOV G.N., Harness ...; PAVLINSKAYA L.R., The Scythians ... ... 3. GENITO B., Tombe con cavallo ... 4. GENITO B., Tombe con cavallo ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 134 134 I Beni Culturali nel Molise Vicenne5 si inserisce questo studio i cui obiettivi sono l’analisi etnico-antropologica e lo studio degli indicatori scheletrici ricollegabili all’attività e allo stile di vita (comportamenti e abitudini alimentari, attività lavorative, belliche, ecc.) della popolazione rappresentata nella necropoli. Il campione esaminato Delle 167 sepolture rinvenute nel cimitero di Vicenne in successive campagne di scavo fin dal 19876 (Fig. 1), il materiale di cui si dispone per lo studio antropologico si riferisce a 130 scheletri, tra cui sono stati riconosciuti, come già detto, 13 cavalieri (tt. 16, 29, 33, 66, 73, 79, 85, 81, 109, 110, 141, 150, 155), a 10 dei quali si riferiscono le nostre osservazioni antropologiche (tt. 16, 66, 73, 79, 85, 81, 109, 141, 150, 155)7. Metodi Nell’analisi antropologica sono stati identificati età e sesso degli inumati8. Per l’età sono state considerate le seguenti classi: subadulti: entro 20 anni (infanti: < 3 anni, bambini: 4-12 anni, adolescenti: 13-20 anni) e adulti (giovani-AG: 21-35 anni, maturi-AM: 36-50 anni, vecchi-AV: >50 anni, adulti-A: età non determinata). È stato quindi valutato lo stato di conservazione di ciascuno scheletro attribuendo ad alcuni segmenti – cranio, scapola, clavicola, omero, radio, ulna, osso coxale, femore, tibia, fibula – un valore (0: assenza dell’osso; 1: completo o pressoché completo; 2: privo di frammenti o delle estremità articolari per le ossa lunghe; 3 e 4: codifiche utilizzate solo per le ossa lunghe che indicano l’assenza dell’estremità rispettivamente prossimale e distale; 5: frammenti) e calcolando un indice dello stato di conservazione, come somma del valore attribuito al singolo osso (escuso il valore 5 relativo ai frammenti) per ciascun individuo. Più alto è il valore che assume l’indice, migliore è lo stato di conservazione dello scheletro. Particolare importanza per definire le caratteristiche etniche e tipologiche di una popolazione assumono la forma cranica e la statura, calcolata per ciascun individuo come valore medio dei valori staturali desunti dalla misura di lunghezza delle ossa lunghe degli arti9. Sono stati inoltre rilevati alcuni caratteri discontinui del cranio (persistenza della sutura metopica, ossa soprannumerarie lambdoidee), di cui alcuni ritenuti buoni indicatori di rapporti di parentela per la riconosciuta base ereditaria10. 5. GIUSBERTI G., Lo scheletro ...; FACCHINI F. - BELCASTRO M.G., Reperti antropologici ...; BELCASTRO M.G. FACCHINI F, Aspetti bioarcheologici ...; BELCASTRO M.G. - FACCHINI F, Osteoarthritis ...; BELCASTRO M.G. FACCHINI F. - FULCHERI E., Dismorfosi ... 6. CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ... 7. Gli inumati delle tt. 29 e 33, studiate solo per alcuni aspetti antropologici (GIUSBERTI G., Lo scheletro ...) sono conservati presso la Soprintendenza Archeologica e per i Beni Ambientali Architettonici Artistici e Storici del Molise – Campobasso. Gli scheletri dei cavalieri delle tt. 79 e 85 sono pervenuti commisti con resti di altri due inumati, mentre la t. 110 non risulta a noi pervenuta. 8. Cfr. FEREMBACH D. - SCHWIDETZKY I. - STLOUKAL M., Raccomandazioni ...; Standards ... 9. Sec. MANOUVRIER L, La détermination ...; sec. PEARSON K., On the reconstruction ... 10. SJØVOLD T., A report ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 135 Il Medioevo 135 Infine sono state rilevate alcune patologie scheletriche (malattie infettive, metaboliche e legate a particolari condizioni alimentari e dietetiche, di sviluppo, lesioni di origine traumatica, ecc.)11 in parte già riferite12, che possono fornire indicazioni sullo stile di vita, sullo stato nutrizionale e sul comportamento. Risultati Stato di conservazione del materiale scheletrico Come indicato in Fig. 2 quasi il 30% delle ossa è pressoché completo, e tra queste soprattutto il cranio e le ossa degli arti inferiori. Il campione dei cavalieri esaminato è complessivamente in cattivo stato di conservazione. Le tombe 79 e 85 conservano i resti di almeno quattro individui (due maschi e due per i quali non è stato possibile identificare il sesso). Solo i cavalieri delle tt. 109, 141, 150, 155 sono in buono stato di conservazione. Età e sesso ========================== M Adulti giovani (AG) 21 Adulti maturi (AM) 9 Adulti vecchi (AV) 11 Adulti (età non determinata) (A) adulti 47 (47,9%) F sesso n.i. Totale 17 6 10 6 42 (42,8%) 3 1 95 9 (9,2%) 41 (41,8%) 15 (15,3%) 22 (22,4%) 20 (20,4%) 98 (75,4%) _______________________________________________________________________________________ Infanti Bambini Adolescenti subadulti 2 2 1 1 2 27 29 2 (6,2%) 27 (84,4%) 3 (9,4%) 32 (24,6%) _______________________________________________________________________________________ Totale 49 (37,7%) 43 (33,1%) 38 (29,2%) 130 Tab. 1 - Distribuzione degli inumati della necropoli di Vicenne per età e sesso. Il valore di 1,12 di sex ratio (M/F) si avvicina a quello calcolato da Kiszely13 per le necropoli coeve del territorio italiano. Si osserva elevata mortalità di giovani adulti (circa 42%) e di subadulti (circa 25%), soprattutto tra i bambini (4-12 anni). In particolare 23 bambini sono morti tra 4 e 8 anni. Considerando che questi dati si riferiscono al materiale scheletrico a noi pervenuto e che vi sono almeno nove tombe senza resti umani, ma attribuibili a bambini14, la mortalità degli individui in crescita supera il 30%. Va inoltre rilevato che in base alla presenza di 10 donne in età avan11. Cfr. ORTNER D.J. - PUTSCHAR W.G.J., Identification ... 12. FACCHINI F. - BELCASTRO M.G., Reperti antropologici ...; BELCASTRO M.G. -FACCHINI F, Aspetti bioarcheologici ...; BELCASTRO M.G. - FACCHINI F., Osteoarthritis ...; BELCASTRO M.G. - FACCHINI F. - NERI R. MARIOTTI V., Skeletal ...; BELCASTRO M.G. - FACCHINI F. - FULCHERI E., Dismorfosi ... 13. KISZELY I., The anthropology ... 14. CEGLIA V., com. pers. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 136 136 I Beni Culturali nel Molise zata, di 17 giovani donne in età fertile e di 32 subadulti (in media circa due bambini per donna), pur non avendo indicazioni della grandezza del nucleo abitativo, si può supporre che nella necropoli non siano rappresentate più di due generazioni. In relazione allo stato di conservazione (Fig. 3), si rileva la difficoltà di attribuzione del sesso e dell’età negli individui in cattivo stato di conservazione. I maschi sono relativamente meglio conservati delle femmine e gli individui giovani meglio di quelli vecchi. Fenomeni osteoporotici, tipici dell’invecchiamento, rendono evidentemente le ossa più fragili e più soggette ai processi di alterazione abiotica e biotica dell’osso post mortem (condizioni fisico-chimiche del terreno, temperatura, clima, azione delle radici degli alberi, presenza o meno di un’eventuale cassa o protezione del defunto, maggiore o minore resistenza individuale del tessuto osseo, ecc.) e pìù esposte ai possibili danni arrecati durante le operazioni di recupero. Per quanto riguarda gli infanti, difficoltà nel riconoscimento delle ossa e fattori tafonomici inducono a sottostimare la popolazione in crescita nei contesti di scavo. Analisi etnico-antropologica Forma del cranio _____________________________________________________________________________________ Dolicomorfe ellissoide ovoide stenopentagonoide stretta totale M 9 13 1 2 25 F 6 11 17 sesso n.i 1 1 Totale 15 24 2 2 43 _____________________________________________________________________________________ Eurimorfe sub-sferoide sfenoide euripentagonoide larga totale M 1 5 2 8 F 1 3 4 sesso n.i - Totale 2 8 2 12 _____________________________________________________________________________________ Totale 33 21 1 55 Tab. 2 - Distribuzione della forma cranica degli inumati della necropoli di Vicenne. Per quanto riguarda la forma del cranio15 si osserva una netta prevalenza di forme strette (circa 78%), in particolare di quelle ovoidi. La forma ellissoide si presenta sia a frontale stretto sia largo. Tra le forme larghe prevale quella sfenoide sia nei maschi (tt. 46, 79/85, 109, 140, 155) sia nelle femmine (tt. 10, 55, 118) (Fig. 4). La forma del cranio nei bambini è stretta (9/9 oss.). Il valore medio dell’indice cranico orizzontale è di mesocrania (n = 35; x = 75,9) con ampia variabilità (ds = ± 6,8; v-V = 61,9 – 88,0). Brachicrania si osserva per almeno quattro cavalieri (tt. 16, 109, 150 e 155). I cavalieri delle tt. 29, 33, 66 e 141 sono invece dolicocrani (Tab. 3). I cavalieri delle tt. 66 e 109 hanno i valori, rispettivamente più bassi (65,4) di dolicocrania e più alti (85,3) di brachi15. FRASSETTO F., La méthode ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 137 Il Medioevo 137 crania del campione maschile. Tra le femmine si osservano i valori più bassi (t. 25: 61,9) e più alti (t. 97: 88,0) dell’indice. Il valore medio dell’indice vertico-longitudinale (al basion) indica crani di media altezza (ortocrania) (n = 16; x = 74,0 ± 3,41). Il valore più elevato di ispicrania si osserva nell’inumato della t. 52. Si rilevano ortocrania nei cavalieri delle tt. 16, 33, 109, 150 e camecrania in quello della t. 155. Il valore medio del rapporto tra le larghezze della fronte e della testa (indice fronto-parietale traverso) è di metriometopia (n = 38; x = 68,6 ± 3,8). I cavalieri delle tt. 109 e 141 hanno frontale stretto rispetto alla larghezza del cranio (64,7). Dalle poche osservazioni metriche sullo scheletro facciale (indice facciale superiore), si rileva faccia relativamente bassa nei cavalieri delle tt. 109 e 150 e nell’inumato della t.52 e alta nella donna della t. 97. In base all’indice nasale, il naso è relativamente largo nei cavalieri delle tt. 109 e 150 e stretto in quelli delle tt. 16, 29 e 33. Ancora camerrinia si osserva in altri tre inumati delle tt. 142 (femmina), 30 e 117 (maschi). Statura La statura dei maschi (32 individui) è compresa tra 161 e 184 cm16 e tra 159 e 180 cm , mentre nelle femmine (28 individui) tra 149 e 167 cm18 e tra 147 e 168 cm19 . Classificando la statura come bassa (<158 cm), media (tra 158 e 168 cm), alta (>168 cm) e tenendo conto che la statura femminile è mediamente inferiore a quella maschile di circa 10 cm, nel campione in esame si osservano i seguenti valori20: 17 Statura M F _____________________________________________________________________________________________ bassa - (2 individui) <150 cm (tt. 11, 14) media (18 individui) (13 individui) tra 161 e 163 cm (tt. 29, 46, 61, 141) 153 cm (tt. 42, 97) tra 155 e 156 cm (tt. 5, 31, 60, 87, 101, 113) tra 164 e 165 cm (tt. 63, 109, 115) di 166 (tt. 27, 54*, 57, 70, 89, 100, 121) tra 157 e 158 cm (tt. 23, 35, 59, 78,128) tra 167 e 168 cm (tt., 16, 66, 112, 140) alta (16 individui) (13 individui) tra 169 e 170 cm (tt. 33, 38, 64, 130, 150) di 159 cm (tt. 17, 139) tra 171 e 172 cm (tt. 67, 80, 144) tra 160 e 161 cm (tt. 2, 4, 20, 40, 99) tra 173 e 174 cm (tt. 28, 86*, 175) tra 162 e 164 cm (tt. 6, 18,133) tra 175 e 176 cm (tt. 22, 26) tra 165 e 167 cm (tt. 30, 43, 98) 179 cm (t. 163) tra 183 e 184 cm (tt. 52, 145) (*) Sec. Perarson Tab. 4 - Distribuzione della statura degli inumati della necropoli di Vicenne. 16. MANOUVRIER L., La détermination ... 17. PEARSON K., On the reconstruction ... 18. MANOUVRIER L., La détermination ... 19. PEARSON K., On the reconstruction ... 20. MANOUVRIER L., La détermination ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 138 138 I Beni Culturali nel Molise Non si osservano maschi e femmine a statura, rispettivamente bassa e molto alta e la maggior parte degli individui di entrambi i sessi presenta stature medie e medio - alte. In 42 casi (27 maschi e 15 femmine) è stato possibile associare la forma cranica alla statura. I maschi presentano prevalentemente cranio stretto sia negli inumati di statura media che elevata. Gli individui di statura più elevata (>175 cm) presentano forme craniche strette, anche se l’inumato della t.52 è caratterizzato da brachicrania e statura elevata. Le femmine per le quali è stato possibile associare la forma del cranio alla statura sono tutte dolicomorfe, ad eccezione dell’inumata della t. 97 a cranio largo e statura medio-bassa. Caratteri discontinui del cranio Per quanto riguarda la persistenza della sutura metopica è presente in circa il 15% del campione adulto, in circa il 29% degli adulti giovani e 6% di quelli maturi e vecchi. Inoltre i maschi hanno frequenze più elevate (circa 20%) rispetto alle femmine (6%). I wormiani lambdoidei sono molto frequenti nel campione adulto (circa 62%) con valori più elevati negli adulti giovani (72%) rispetto a quelli maturi e vecchi (57%). Frequenze più elevate si osservano nei maschi (68%) rispetto alle femmine (47%). La minore frequenza del metopismo e dei wormiani lambdoidei negli individui in età avanzata è da porre in relazione con la tendenza all’obliterazione delle suture craniche nel corso dell’invecchiamento. Inoltre, in due individui giovani adulti di sesso maschile (tt. 1, 26), si rilevano, oltre a wormiani lambdoidei, os japonicum (Fig. 5). La presenza di questo carattere in due individui della stessa necropoli potrebbe forse indicare rapporti di parentela. Analisi dello stato di salute, stile di vita e comportamento Tenendo conto di preliminari osservazioni di alcuni indicatori scheletrici dello stato di salute della popolazione di Vicenne si rilevano cribra orbitalia sia negli individui adulti (22%), con valori più elevati nelle femmine (28%) rispetto ai maschi (17%), sia nei subadulti (7/9: 6 bambini tra 5 e 8 anni, 1 adolescente) (Fig. 6). I cribra orbitalia e cranii sono interpretati come indicatori scheletrici di anemia sia d’origine alimentare sia a base genetica (cfr. Ortner e Putschar, 1981). È stata rilevata anche ipoplasia lineare dello smalto dentario, indicatore di temporaneo arresto dei normali processi di formazione dello smalto dei denti, nella maggior parte (97%) degli inumati. Questa patologia è connessa ad alterazioni della crescita per carenze nutrizionali, insorgenza di malattie infettive, ecc., soprattutto nei primi anni di vita. La periostite, lesione relativa ad una reazione infiammatoria subperiostale dell’osso (Fig. 7), i cui fattori eziologici vengono ricondotti ad eventi traumatici Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 139 139 o a malattie infettive21, è presente sulla tibia (55%) e sul femore (26%) degli individui adulti. Il 64% degli individui adulti di sesso maschile è il 56% di quelli di sesso femminile sono affetti da periostite. La più bassa frequenza della periostite con l’età (AG 73% e AM+AV 54%) potrebbe essere messa in relazione ad una minore reattività dell’osso agli stimoli esterni (traumatici e infettivi), durante l’invecchiamento, o ad una risoluzione della malattia con l’età. Sono state considerate alcune patologie scheletriche di origine microtraumatica (traumi ripetuti e di lieve intensità) e macrotraumatiche (eventi traumatici improvvisi e di notevole intensità) accidentali e intenzionali da porre in relazione allo stile di vita e al comportamento (abitudini alimentari, stato di salute, attività lavorativa, divisione del lavoro in funzione del sesso e del rango sociale, ecc.). I dati relativi alle malattie degenerative articolari e allo sviluppo delle aree di inserzioni di muscoli e legamenti (entesi)22 indicano un evidente aumento di queste patologie con l’invecchiamento e una maggiore frequenza nei maschi, soprattutto a carico degli arti inferiori, oltre ad evidente destrismo per quelli superiori. In alcuni giovani adulti maschi (tt. 52, 57) e femmine (tt. 20, 59), si osserva osteoartrite sia a carico degli arti superiori che inferiori, probabilmente in relazione ad eventi traumatici, particolari posture ed attività lavorative, ecc.. Le degenerazioni articolari a carico degli arti inferiori (in particolare l’articolazione del ginocchio) soprattutto nei maschi, potrebbero essere messe in relazione all’uso del cavallo, pratica attestata nelle popolazioni medievali e in particolare nella popolazione di Vicenne. Si è anche osservata sublussazione, a volte, bilaterale, della spalla di alcuni cavalieri (tt. 66, 109, 150, non rilevabile negli altri) (Fig. 8) e degenerazione delle articolazioni del gomito (radio e ulna) del cavaliere della t. 109, poco frequenti nel resto del campione maschile. Questi aspetti potrebbero essere messi in relazione all’uso reiterato dello scudo e della spada durante le attività belliche. Infine il maggiore sviluppo nelle femmine rispetto maschi di alcune inserzioni muscolari degli arti superiori, e in particolare del muscolo deltoide, potrebbe essere il risultato di eventi microtraumatici generati durante le attività domestiche quotidiane23 Si segnalano, inoltre, la frattura del cranio dovuta a un colpo mortale inferto all’adolescente della t. 54 (Fig. 9), le fratture dell’ulna sinistra nell’atto di bloccare con il braccio, a mo’ di scudo, un colpo diretto al capo - frattura da parata24 (Fig. 10) e sull’omero destro dell’inumato della t. 57 (maschio, AG). Esiti di trauma cranico si rilevano anche negli individui delle tt. 100 (maschio?) e 165 (maschio), entrambi in età avanzata. La spondilolisi (frattura dell’arco vertebrale) dell’ultima vertebra lombare in due giovani donne (tt. 30, 133) potrebbe essere interpretata come risultato di sforzi gravosi a carico della colonna vertebrale25. 21. Cfr. LARSEN A.L., Bioarchaeology ... 22. BELCASTRO M.G. - FACCHINI F., Osteoarthritis ...;BELCASTRO M.G. - FACCHINI F. - FULCHERI E., Dismorfosi ... 23. BELCASTRO M.G. - FACCHINI F. - FULCHERI E., Dismorfosi .... 24. Cfr. LARSEN A.L., Bioarchaeology ... 25. ARRIAZA B.T., Spondylolysis ...; cfr. LARSEN A.L., Bioachaeology ..., CAPASSO L. - KENENDY K.A.R. WILCZAK C.A., Atlas ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 140 140 I Beni Culturali nel Molise Si ricorda anche la frattura mortale del cranio del cavaliere della t. 33, probabilmente in seguito ad un duello o ad un’esecuzione capitale26. Questo inumato dall’esame dei materiali di corredo poteva rappresentare una figura centrale e di potere all’interno della necropoli27. Discussione Lo studio antropologico della necropoli altomedievale di VicenneCampochiaro permette di fare alcune importanti considerazioni riguardo alla struttura biologica e sociale della popolazione inumata. Il problema principale posto alla nostra attenzione dagli archeologi è relativo al contesto pluriculturale della necropoli e, quindi, al riconoscimento di eventuali caratteristiche biologiche degli inumati, in particolare dei cavalieri, che permettano di identificare un “gruppo etnicamente diverso” all’interno della comunità di Vicenne28. Pur essendo l’ambito cronologico e culturale della necropoli ricco di elementi longobardi, la presenza delle sepolture contestuali del cavallo e del cavaliere rimanda anche ad altre culture – “… è più credibile aver potuto conservare la propria ideologia funeraria … piuttosto che aver adottato un’ideologia funeraria completamente diversa dalla propria”29 –. Le testimonianze emerse dallo studio dei materiali della necropoli, troverebbero conferma nelle fonti storiografiche (Paolo Diacono) che indicano la piana tra Sepino e Bojano – loca deserta – come area concessa dal duca di Benevento ai Bulgari nel 66830. Attraverso l’analisi etnico-antropologica si è osservata una notevole variabilità biologica ed eterogeneità tipologica sia nel campione totale che in quello dei cavalieri per quanto riguarda la forma del cranio, la statura e la struttura corporea. Tra le osservazioni effettuate vengono riportati alcuni esempi. In particolare l’inumato della t. 52, il più alto della popolazione di Vicenne, presenta forma cranica relativamente larga, struttura corporea molto robusta. Questa tipologia è simile a quella descritta da Kiszely31 (brachicrano curvoccipitale nordico), frequente nei cimiteri longobardi della Pannonia, del Rugiland e anche in Italia, immutata durante le migrazioni ed in genere associata ai guerrieri della classe media. Le degenerazioni articolari da noi osservate, soprattutto a carico degli arti inferiori, potrebbero confermare per questo inumato un ruolo militare. Questo giovane è inoltre deposto in prossimità di altri due maschi (tt. 3, 67) che 26. GIUSBERTI G., Lo scheletro ... 27. ARSLAN E.A., Monete ... 28. GENITO B., Tombe con cavallo ... 29. GENITO B., Tombe con cavallo ... 30. DE BENEDITTIS G., Crisi e rinascita ... 31. KISZELY I., The anthropology ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 141 Il Medioevo 141 presentano la stessa forma del cranio (Fig. 11) e struttura corporea simile. L’inumato della t. 28 a statura medio-alta (174 cm) e cranio nettamente ellissoide e stretto (Fig. 12), con evidente arco sopraciliare (“torus”-like32) (protonordica), è molto frequente nei cimiteri longobardi e nelle tombe dell’età del ferro e del periodo delle Migrazioni della Scandinavia33. Gli inumati di sesso maschile delle tt. 46 (161 cm) (Fig. 4), 109 (164 cm) (cavaliere), 89 (166 cm) e 140 (168 cm) e di sesso femminile della t. 97 (153 cm), presentano invece cranio largo e statura bassa o medio-bassa. Per quanto riguarda il gruppo dei cavalieri (Tab. 3), sono presenti sia individui a cranio largo (tt. 16, 79/85, 109, 150, 155) sia stretto (tt. 29, 33, 66, 81, 141) (Fig. 13). I cavalieri per i quali è stato possibile stimare la statura non sono alti: i valori sono compresi tra 162 (tt. 29, 141) e 169 (tt. 33, 150) cm34 (Tab. 3). La netta brachicrania, il naso relativamente basso e la statura mediobassa del cavaliere della t. 109 e la netta dolicocrania e statura medio-alta del cavaliere della t. 66, rendono difficile ipotizzare che i cavalieri rappresentino un gruppo etnicamente omogeneo. Non è, comunque, possibile escludere, proprio in base alle caratteristiche di alcuni cavalieri la presenza all’interno della popolazione di elementi tipologici forse lontani (asiatico-mongolico?), peraltro osservabili anche in altri individui (t. 118) della necropoli. Riferendosi al contesto cronologico della necropoli e alla presenza di cultura materiale germanica, locale e asiatica, pur nella complessità interpretativa37, va ricordato che la necropoli è interessata dal punto di vista biologico da una notevole variabilità. Dati antropologici forniti dallo studio di necropoli germaniche della Pannonia, del Rugiland e dell’Italia38 confermano questa variabilità. Kiszely39 (1979) identifica almeno 15 frequenti tipologie, ed altre derivate da incroci con altre popolazioni, negli inumati dei cimiteri della Pannonia e del Rugiland, indicando una grande variabilità nelle popolazioni longobarde anche prima del loro arrivo in Italia. Inoltre l’arrivo dei Longobardi in Italia nel 568 è accompagnato dalla migrazione di altri gruppi quali Gepidi, Svesi, Sarmati, Sassoni, ecc.40. Nel VII-VIII secolo, fase già avanzata della presenza dei Longobardi in Italia, si era già verificata una notevole interazione tra Longobardi e popolazioni locali, come peraltro confermato anche dai dati archeologici. Va ricordato che non è riconosciuta nessuna normativa specifica tesa a perpetuare alcuna divisione etnica, né nelle leggi di Rotari, né in quelle successive, non essendovi nessun divieto di matrimoni misti41. La variabilità, 32. KISZELY I., The anthropology ... 33. KISZELY I., The anthropology ... 34. Sec. MANOUVRIER L., La détermination ... 35. PALFI G.Y., Maladies ... 36. YORDANOV A. - DIMITROVA A., Symbolic ... 37. GENITO B., Tombe con cavallo ... 38. KISZELY I., The anthropology ...; BORGOGNONI TARLI - MAZZOTTA C., Physical Anthropology ... 39. KISZELY I., The anthropology ... 40. MELUCCO VACCARO A., I Longobadi ...; CAPITANI O., La migrazione magiara ... 41. AZZARRA C., Le migrazioni barbariche ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 142 20.01 Pagina 142 I Beni Culturali nel Molise quindi, osservata per le popolazioni germaniche longobarde di alcune necropoli europee e italiane, sembra confermata anche in quella di Vicenne, alla quale potrebbero avere contributo mescolanze con elementi locali, oltre che centroasiatici. Per quanto riguarda l’identificazione, all’interno della popolazione in esame, del gruppo dei cavalieri come “gruppo etnicamente diverso”, non sembrerebbe sostenibile dall’analisi antropologica. L’associazione di una manifestazione culturale ad uno specifico ethnos diventa, comunque, difficile da riconoscere nelle popolazioni del passato sulla base dei contenuti simbolici dei rituali funerari, soprattutto tenendo conto che le differenze culturali tra popolazioni locali ed immigrate possono attenuarsi in relazione al tempo di convivenza e di acculturazione, oltre che a fattori spesso a noi sconosciuti. È riconosciuto anche in altri contesti archeologici come la tipologia dei corredi possa essere legata soprattutto alla classe sociale, più che rappresentare un indicatore etnico, come emerge dalla presenza, per esempio, nelle tombe bizantine di elementi personali di corredo tipologicamente longobardi42. Gli elementi demografici e patologici scheletrici osservati, forniscono alcune indicazioni sulla qualità e stile di vita e comportamento della popolazione in esame nell’ambito di quelle altomedievali. Il valore di mortalità infantile del campione in esame (oltre il 30% considerando i nostri dati e quelli archeologici) rientra in quelli stimati per le popolazioni altomedievali italiane43. Nei cimiteri ungheresi nel X-XI secolo il tasso di mortalità è pari al 40%44. Tra gli adulti di Vicenne, la mortalità colpisce soprattutto gli individui giovani di entrambi i sessi. I dati demografici, la presenza di ipoplasia dentaria a carico dei denti definitivi della maggior parte degli inumati in esame e la elevata frequenza di cribra orbitalia, potrebbero attestare mediocri condizioni di vita di questa popolazione. La transizione tardo-antica/altomedievale è interessata da profondi mutamenti socio-economici, e culturali. I fattori legati a questi cambiamenti, quali invasioni, guerre, epidemie, carestie e sottoalimentazione, sono ritenuti le cause principali dell’insorgenza di molte malattie sia da insufficiente apporto dietetico e nutrizionale sia infettive45. Questi fattori potrebbero avere influito sulla composizione demografica, sullo stato di salute, sulle attività e sui comportamenti abituali delle popolazioni europee. Le lesioni di origine traumatica esaminate colpiscono sia il campione maschile, anche mortalmente, sia quello femminile. Tuttavia il tipo di lesioni indicherebbe eventi traumatici di diversa origine. In particolare nel campione maschile e nei cavalieri si rilevano lesioni legate ad attività bellica e a scambi violenti (tt. 33, 54, 57, 165, ecc.), mentre quelle legate all’attività lavorativa domestica e all’e42. NEGROPONZI, com. pers. 43. DEL PANTA L. - LIVI BACCI M. - PINTI G. - SONNINO E., La popolazione italiana ... 44. FUMAGALLI V., L’alba del mediterraneo ... 45. Cfr. KIPLE K.F., The Cambridge Word History ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 143 Il Medioevo 143 tà avanzata, sembrano colpire soprattutto il campione femminile (t. 30, 133, 14, ecc.). Nel sesso femminile si osserva anche un maggiore sviluppo del muscolo deltoide, soprattutto sull’arto superiore sinistro, la cui funzione è di allontanare questo dal tronco. Questo indicherebbe un notevole sforzo dell’arto superiore sinistro in abduzione, come nell’atto di sostenere in braccio il bambino per avere di conseguenza l’arto destro libero di svolgere altre funzioni. Inoltre la sublussazione dell’articolazione scapolo-omerale di alcuni cavalieri potrebbe essere legata all’uso della spada dello scudo, rinvenuto come corredo funerario di alcuni inumati (tt. 16, 66, 102)46. La sublussazione e l’osteoartrite della spalla sono state anche osservate rispettivamente in altre serie, celtiche 47 e medievali48. Queste considerazioni inducono a ritenere che la popolazione fosse interessata da eventi violenti e bellici di tipo militare, oltre che da una possibile distribuzione del lavoro in base al sesso. Esaminando infine i caratteri antropologici, in relazione alla distribuzione degli inumati nella necropoli possono essere fatte alcune considerazioni sull’eventuale scelta di particolari aree del cimitero in funzione del sesso, dei rapporti di parentela, del ruolo sociale, ecc. È riconosciuta, almeno per i cimiteri longobardi della Pannonia e del Rugiland, una tipica disposizione delle sepolture che riproporrebbe la fara, e quindi la posizione sociale ed etnica degli inumati, essendo sepolti nell’area centrale del cimitero gli arimanni e i ceti sociali elevati e ai margini la popolazione autoctona e individui con ruoli sociali inferiori49. Pur non essendo attualmente documentato il nucleo abitativo cui questa necropoli si riferisce50, e tenendo conto delle incertezze della datazione delle singole tombe, in base al numero e alla distribuzione degli inumati, per sesso ed età, non sarebbero rappresentate, come già detto, più di due generazioni, confermando l’ipotesi che il cimitero si riferisca a strutture insediative seminomadi51. Lo studio della vicina area cimiteriale di Morrione, appartenente allo stesso orizzonte culturale, pur escludendosi l’ipotesi di un unico complesso sepolcrale con Vicenne52, potrebbe chiarire i rapporti tra le popolazioni inumate in queste aree. Per quanto riguarda la distribuzione delle tombe in relazione all’età e al sesso, non si rileverebbe una particolare disposizione, come già emerso anche dalle analisi archeologiche53. Tuttavia in alcune aree si potrebbe riconoscere una disposizione forse non casuale delle sepolture. Oltre alla disposizione di un gruppo di cavalieri nell’a46. GENITO B., Materiali e problemi ...; CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ... 47. MARIOTTI V., Skeletal markers ... 48. FAHLSTRÖM G., The glenohumeral joint ... 49. Kiszely I., The anthropology ... 50. CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ... 51. DE BENEDITTIS G., Di alcuni materiali altomedievali provenienti dal Molise ... 52. CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ... 53. CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 144 20.01 Pagina 144 I Beni Culturali nel Molise rea centro-settentrionale della necropoli, lungo il margine settentrionale dell’area cimiteriale (Fig. 1) sono deposti il cavaliere della t. 109, che tipologicamente richiama caratteristiche asiatiche, l’adolescente della t. 118 (femmina), che presenta le caratteristiche più accentuate del cranio di forma sfenoide all’interno del gruppo di Vicenne e un giovane uomo (t. 112), con caratteristiche morfometriche peculiari da mettere in relazione forse ad anomalie di sviluppo54. Alcune di queste caratteristiche e l’interpretazione in chiave etnico-culturale, potrebbero indicare un gruppo di individui peculiari all’interno della necropoli. Si ricorda, inoltre, che l’individuo della t. 57, morto giovane, il cui scheletro mostra gli esiti di una grave scoliosi e di molteplici eventi traumatici non letali, deposto in una posizione marginale del cimitero (Fig. 1), potrebbe forse avere avuto un ruolo sociale subalterno (servile?). Esaminando la distribuzione di alcuni caratteri discontinui rilevati sul cranio, due inumati di sesso maschile e della stessa fascia di età (tt. 1 e 26), sepolti tra loro distanti, presentano entrambi wormiani lambdoidei e os japonicum, indicativi di probabili rapporti di parentela. La frequenza di quest’ultimo carattere, generalmente simmetrico, varia dal 33% al 6% con valori elevati nelle popolazioni attuali giapponesi, Ainu ed Eskimo dell’Alaska e delle isole Aleutine55. Inoltre in alcuni casi, per la presenza di individui di entrambi i sessi e di infanti deposti vicini, caratterizzati dalla presenza di metopismo e/o wormiani lambdoidei (tt. 20, 21, 22 – tt. 1, 3, 6, 51, 52, 53, 67), sembra potersi riconoscere qualche gruppo familiare. In particolare gli inumati delle sepolture tt. 20, 21 e 22 (Fig. 1) si riferiscono ad una femmina (t. 20), corredata dal coltello da tessitore55, strumento simbolico probabilmente posseduto dalla moglie dell’arimanno56 ad un bambino di 4-5 anni (t. 21) e ad un maschio (t. 22) a statura elevata (175 cm), struttura corporea robusta e cranio dolicomorfo, che possiede corredo vitreo, come l’inumato della t.46, la cui posizione sociale sembra strettamente legata a quella dell’individuo centrale della necropoli (t. 33)58. L’interpretazione dei caratteri discontinui è, tuttavia, ancora molto discussa59 . Infatti, oltre ad indicare possibili rapporti di parentela, questi caratteri potrebbero essere messi in relazione ad alterazioni morfogenetiche (di sviluppo). In particolare l’inumato della t.112 presenta, oltre a metopismo e wormiani lambdoidei e sagittali, una serie di modificazioni dell’assetto cranio-facciale e dello scheletro postcraniale riconducibili ad anomalie di sviluppo della vita intrauterina60. Alcuni caratteri discontinui del cranio, infatti, potrebbero essere interpretati come indicatori di risposte dinamiche 54. BELCASTRO M.G. - FACCHINI F. - NERI R. - MARIOTTI V., Skeletal ... 55. HAUSER G. - DE STEFANO G.F., Epigenitc Variants ... 56. CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ... 57. BONA I., I Longobardi ...58. 58. CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ...; ARSLAN E.A., com. pers.) 59. Cfr. Manzi G. - Vienna A., Cranial no-metric traits ... 60. BELCASTRO M.G. - FACCHINI F. - NERI R. - MARIOTTI V., Skeletal ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina Il Medioevo 145 145 Fig. 1 – Pianta della necropli di Vicenne. ad alterazioni di sviluppo, con conseguente moderato sviluppo osseo, arresto della morfogenesi e ritenzione di caratteri infantili. Questo non escluderebbe in ogni modo una base ereditaria nella risposta a fattori ambientali, sia durante la vita prenatale sia postnatale. Cambiamenti socioeconomici e culturali che si riflettono sulle condizioni generali di vita, verificatisi, come già detto, nella transizione tardoantica/altomedievale, potrebbero essere tenuti in considerazione per spiegare alcune caratteristiche biologiche della popolazione di Vicenne. Considerazioni conclusive La necropoli di Vicenne rappresenta un importante ritrovamento per le potenzialità interpretative di tipo bioarcheologico, offrendo importanti elementi riguardo alla composizione etnica della popolazione rappresentata e alla sua cultura, in un contesto cronologico di transizione tra il mondo tardo antico e altomedievale. Un campione scheletrico non può evidentemente essere completamente identificato con la popolazione vivente cui questo si riferisce, ma può, comunque, offrire utili e importanti informazioni per la comprensione dell’intero complesso sepolcrale. In tal senso, i dati antropologici possono rappresentare un’im- Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 146 20.01 Pagina 146 I Beni Culturali nel Molise portante fonte d’informazione, oltre a quelle generalmente ritenute tali, narrative, documentarie e archeologiche. L’analisi antropologica della necropoli, ancora in corso per molti aspetti, fornisce vari elementi circa la composizione etnica e lo stile di vita della popolazione. Viene evidenziata una notevole eterogeneità etnica sia nell’intero campione sia nei cavalieri. Questi ultimi non rappresenterebbero un gruppo etnicamente omogeneo e diverso dal resto della necropoli, anche se alcune caratteristiche biologiche evocano la presenza di tipologie di tipo asiatico, peraltro evidenti anche in altri inumati. Questo suggerisce incroci tra popolazione locale, germanica e d’origine orientale e rende difficile, se non impossibile, associare specifici elementi culturali ad una particolare etnia. Si potrebbe, quindi, ipotizzare, non solo un contesto pluriculturale ma anche plurietnico. La popolazione scheletrica di Vicenne conserverebbe, inoltre, tracce dello stile di vita e della profonda crisi sociale, economica e culturale della transizione tardoantica/altomedievale. Da alcuni indicatori antropologici, quali la mortalità infantile e degli adulti giovani, le malattie riscontrate, le diverse caratteristiche biologiche interpretate in relazione all’attività lavorativa e all’uso del cavallo, i segni di violenza, talvolta mortale, e la variabilità tipologica, emerge il quadro di una società complessa e articolata caratterizzata da non facili condizioni di vita. Il presente contributo è stato presentato al Convegno su "I Beni Culturali del Molise - Il Medioevo" tenutosi a Campobasso nel novembre del 1999, e ha visto la prima revisione per la successiva stampa nel maggio 2003. Gli Autori desiderano sottolineare che le informazioni in esso contenute si riferiscono allo stato della ricerca nel 1999. Lo studio antropologico dei materiali scheletrici umani della necropoli di Vicenne-Campochiaro è proseguito in questi anni ed è ancora in corso e, come tutti i lavori di ricerca, ha visto revisioni, approfondimenti ed ampliamenti dello studio precedente, utilizzazione di nuovi approcci metodologici e nuove scoperte. Si ritiene utile, pertanto, allegare una bibliografia aggiornata che può arricchire e completare la lettura del presente lavoro. BELCASTRO M.G. - MARIOTTI V. - FACCHINI F. - DUTOUR O., Traits Pathognomonic of Leprosy in a Skeleton (T.144) from The Early Medieval Necropolis of Vicenne-Campochiaro (Molise, Italy), International Journal of Osteoarchaeology (in c.s.) BELCASTRO M.G. - BONFIGLIOLI B. - FACCHINI F., Unusual wear dental patterns in the horsemen of the medieval necropolis of Vicenne-Campochiaro (Molise Italy). In Proceedings of the Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.01 Pagina 147 147 XIIIth European Meeting of the Paleopathology Association, Chieti Italy 18th-23rd September 2000, pp. 31-35. BELCASTRO M.G. - FACCHINI F. - MARIOTTI V., Skeletal evidence in the shoulder of the weapon use in osteoarchaeological materials, XII Congresso della Società Spagnola di Antropologia, 10-13 luglio 2001, Bellaterra, Barcelona, Spagna. BELCASTRO M.G. - FACCHINI F. - MARIOTTI V., La Bioarcheologia: i resti scheletrici umani nell'interpretazione dello stile di vita delle antiche popolazioni, Bollettino dell'A.N.I.N.S. Le Scienze Naturali nella Scuola. Anno X, n. 19, 2002, pp. 17-27. BELCASTRO M.G. - FACCHINI F., Anthropological and cultural features of a skeletal sample of horsemen from the medieval necropolis of Vicenne-Campochiaro (Molise Italy). Collegium Antropologicum, 25, 2001a, pp. 387-401. BELCASTRO M.G. - BONFIGLIOLI B. - MARIOTTI V., Il popolamento del territorio di Campochiaro in epoca altomedievale. I dati antropologici della necropoli di Vicenne. XVI Congresso Internazionale di Studi sull'Alto Medioevo: " I Longobardi dei Ducati di Benevento e Spoleto", Spoleto 20-23 ottobre 2002, Benevento 24-27 ottobre 2002. (in c.s.). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 148 Fig. 2 – Stato di conservazione delle ossa nel campione della necropoli di Vicenne Fig. 4 – Crani di forma sfenoide degli inumati delle tt. 46 (M, AG) (a sinistra) e 118 (F, adolescente) (a destra) (norma superiore). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 149 Fig. 3 – Stato di conservazione dei singoli individui in base al sesso (in alto) e all’età (in basso). In ordinata è riportato un generico indice calcolato come somma dei valori attribuiti alle singole ossa (esclusi il valore 5 relativo ai frammenti). Fig. 10 – Frattura del terzo distale dell’ulna sinistra dell’inumato della t. 57 (M, AG). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina Fig. 12 – Cranio dell’inumato della t. 28 (M, AM) (norma superiore). 150 Fig. 13 – Cranio del cavaliere della t. 66 (M, AM) (norma superiore). Fig. 5 – Os japonicum sullo zigomatico destro dell’inumato della t. 1 (M, AG). Fig. 8 – Anomala morfologia della testa dell’omero sinistro del cavaliere della t. 109 (M, AM) (in alto) e di entrambi gli omeri del cavaliere della t. 66 (M, AM) (in basso) per sublussazione dell’articolazione scapolo-omerale. Fig. 7 – Periostite sulla tibia destra e sinistra dell’inumato della t. 18 (F, AG). Fig. 11 – Crani degli inumati della t. 52 (M, AG) (in alto) e 67 (M, AG) (in basso) (norma superiore a sinistra; norma laterale destra a destra). Fig. 9 – Frattura ad esito letale del cranio dell’inumato della t. 54 (M, adolescente) (norma superiore). Fig. 6 – Cribra sul tetto delle orbite dell’inumato della t. 134 (bambino). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 151 IL POPOLAMENTO DEL MOLISE DURANTE L’ALTO MEDIOEVO: PROBLEMATICHE ANTROPOLOGICHE Mauro Rubini Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio Tracciare un profilo generale introduttivo al periodo altomedievale presenta non poche difficoltà legate a problematiche di varia natura. L’arcipelago culturale e biologico che si presenta all’indomani della caduta dell’impero romano d’occidente rappresenta un complesso mosaico i cui tasselli non sempre s’incastrano come dovrebbero. La migrazione dei popoli già avviatasi in periodi precedenti, portò a contatto genti diverse per cultura e società, ma anche e soprattutto per costituzione genetica. L’estrema eterogeneità biologica prodotta dal fenomeno della romanità, grazie ad un effetto centripeto, aveva aperto grandi flussi biologici provenienti dall’intero bacino mediterraneo e dall’Europa centro meridionale. Il risultato fu la costituzione di quella società cosmopolita che dapprima orbitò attorno ad un unico polo rappresentato dall’urbe ma che successivamente, in particolar modo nell’Italia centrale, si modificò di nuovo incistandosi in piccoli centri più o meno autonomi rappresentati dal sistema delle grandi ville romane. Qui probabilmente riemerse quel fenomeno di endogamia che aveva caratterizzato il popolamento dell’Italia durante il primo millennio a.C. A tale situazione di nuova chiusura del substrato biologico intervenne in aiuto la cosiddetta migrazione dei popoli. Solo di recente, grazie ad una collettiva crescita di interessi interdisciplinari, sono venuti alla ribalta i grandi temi di quest’orizzonte cronologico molto controverso e affascinante. In particolare si stanno rivelando di grande importanza una serie di rinvenimenti databili al VI e VII sec. d.C. che grazie a nuovi e più accurati metodi di indagine hanno permesso di aprire nuove vie interpretative attraverso la sinergia di varie scienze. Per molto tempo tale orizzonte cronologico è stato sottovalutato nella sua interezza considerandone solo aspetti di più immediato impatto quali quelli storici e/o storico-artistici trascurandone altri di fondamentale importanza. La complessità di tale periodo è legata a molteplici fattori spesso difficilmente assemblabili tra loro. Relativamente alla penisola italiana, la perdita di importanza politico-economico-militare della regione centrale, laddove durante la romanità Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 152 152 I Beni Culturali nel Molise si era costituito l’epicentro di tale fenomeno, subito dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, e sicuramente già prima, provocò un ritardo sia nello sviluppo di parametri culturali che soprattutto biologici. Di fatto, l’Italia settentrionale anche grazie ad un precoce contatto con popolazioni «barbariche» ebbe modo di far sedimentare meglio non solo gli aspetti culturali ma anche quelli biologici. A tal riguardo il lungo percorso intrapreso dai popoli centro ed est europei per giungere in Italia fece in modo di trasformare questi gruppi umani in un vero e proprio flusso eterogeneo biodinamico le cui componenti probabilmente risultarono in gran parte estranee al substrato genetico dell’Italia durante il VI e VII secolo d.C. Mentre al nord, forse a causa dei motivi citati, l’elemento «barbarico» assunse connotati ben distinti e di grande rilevanza, nel centro Italia si verificò una sorta di equilibrio tra gruppi autoctoni e alloctoni. Per tale causa spesso in regioni come Umbria, Marche, Molise, Abruzzo e Lazio si rinvengono oltre a necropoli con connotati ben distinti per etnia e cultura quali ad esempio Castel Trosino e La Selvicciola (Longobardi), Vicenne e Campochiaro (Protobulgari o Avari), Ladispoli (Ostrogoti) altre in cui l’elemento autoctono e alloctono si mescolano come in Castro dei Volsci oppure risultano esclusivamente autoctone come Cotilia, Terracina, Casalpiano, Farfa. Nel nostro studio abbiamo scelto come parametro guida soprattutto per una analisi popolazionistica le popolazioni Longobarde poiché durante il VI-VII secolo d.C. queste furono se non le più importanti sicuramente tra le più rappresentate in Italia. Il grande interesse che la Paleoantropologia riversa sul periodo altomedievale è dovuto al fatto che durante questo periodo con ogni probabilità si definì inteso in maniera moderna il popolamento dell’Italia peninsulare. Le serie scheletriche Le due serie scheletriche oggetto di studio provengono dal Molise (Fig.1) e risultano entrambe in buone condizioni e numericamente consistenti. Il campione di Campochiaro risulta costituito da 102 individui mentre Casalpiano da 79. La diagnosi di sesso presentata nel seguente prospetto riassuntivo è stata effettuata secondo il metodo proposto da Ferembach1 e Acsadi e Nemeskeri2 , sulle caratteristiche morfologiche del cranio e del bacino, mentre la stima di età alla morte attraverso il metodo combinato sempre di Acsadi e Nemeskeri3 per gli adulti e sullo sviluppo cronologico della dentizione e dello scheletro per infanti e subadulti secondo Maglietta4. 1. FEREMBACH D. - SCHWIDETZKY I. - STLOUKAL M., Raccomandazioni ... 2. ACSÀDI G. - NEMESKÉRI J., History of human life ... 3. ACSÀDI G. - NEMESKÉRI J., History of human life ... 4. MAGLIETTA V., Valori normali ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 153 Il Medioevo 153 Campochiaro TOMBA 2 5 6 7 8 9 10 12 13 14 14a 15 16 18 19 20 21 23 24 26 29 31 33 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 SESSO M F F M M M F F F M M F M M M M M M M F M F M F M F M F F M M M M F F F F M ETÀ 42 0 0 44 30 34 45 46 42 48 2 48 18 0 12 50 50 2 4 48 45 48 >20 30 45 6 30 44 42 40 42 30 0 46 48 48 42 45 32 0 10 45 38 30 30 30 48 38 6 44 40 TOMBA 46 1 1 46 35 38 50 48 46 52 3 52 22 1 14 60 55 3 6 52 50 55 35 50 8 35 46 48 44 46 35 1 50 52 52 46 50 36 1 12 50 40 32 35 35 52 42 9 48 45 63 64 65 66 67 68 69 70 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 84 85 86 87 88 88a 89 90 91 92 93 94 95 97 98 99 100 101 102 103 105 106 107 108 109 110 111 112 113 TB T B1 D SESSO M F F F F F M M F F M F M F M F F M F M M M M M F M 2 F M F M M M M M M F F F F F F M ETÀ 10 45 30 30 42 42 42 20 45 45 0 30 45 46 48 0 12 50 35 35 46 46 46 25 50 50 1 35 50 48 52 1 44 0 4 14 42 60 48 48 42 45 48 42 3 25 42 9 3 48 30 48 45 48 42 45 42 50 42 45 28 48 48 45 0 30 58 1 6 16 46 70 52 52 46 50 52 48 6 30 46 11 52 35 52 50 52 46 50 46 55 46 50 34 52 52 50 1 35 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 154 154 I Beni Culturali nel Molise Casalpiano TOMBA SESSO MTE5A M F M M M M M M M MTE5B MTE5C MTE5D MTE5E MTE6 MTE7 MTE8 MTE9 MTE10 MTE10A MTE12 MTE13 MTE14 MTE28A MTE28B MTE28C MTE28D MTE1 MTE2A MTE2B MTE3A MTE3B MTE4A MTE4B MTE15A MTE15B MTE16 MTE17A MTE17B MTE18 MTE19 MTE20 MTE21 MTE22 MTE23 MTE25 MTE26A MTE26B MTE27 M M M F M M M M M F M M F M F M M M F F F 10 M M F M F F ETÀ 40 15 20 25 35 35 30 30 35 10 20 20 40 27 40 35 30 35 35 50 25 25 4 18 20 20 30 18 25 20 30 30 12 25 18 20 8 20 23 20 45 16 25 30 40 40 35 35 38 12 25 25 45 33 45 40 35 40 40 55 30 30 6 20 25 25 35 21 30 25 35 35 30 20 25 10 25 28 25 TOMBA SESSO MTE28 MTE29 M M 35 40 40 45 MTE30 MTE31A MTE31B MTE32 MTE34 MTE35 MTE36 MTE37 MTE38 MTE39 MTE40 MTE45 MTE47 MTB1A MTB1B MTB1C MTB2 MTB3 MTB5 MTB6 MTB6B MTB10 MTB11 MTB12 MTB13 MTC1 MTC2A MTC2B MTC4 MTC5 MTC6A MTC6B MTC7 MTC9A MTC9B MTC12 MTC13 F M F F 25 35 20 25 0 30 50 35 25 30 25 40 0 25 0 30 25 20 0 30 25 6 25 12 25 25 30 18 30 28 40 28 30 28 25 35 40 30 40 25 30 1 35 55 40 30 35 30 45 1 30 1 35 30 25 1 35 30 8 30 14 30 30 35 20 35 33 45 33 35 33 30 40 45 M F M M F M F M M F F M F M F F M F M M F M M F M M M ETÀ Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 155 Il Medioevo 155 Complessivo stato di salute Attraverso lo studio di alcuni indicatori scheletrici e dentali di stress (Fig. 2) è stata condotta una ricerca parallela tra quelle che potrebbero risultare espressioni delle condizioni generali di salute di una comunità definita culturalmente autoctona (Casalpiano) e una alloctona (Campochiaro), entrambe coeve e stanziate nel medesimo areale. Si è rivelato interessante osservare l’interazione con quest’ultimo fattore che quasi certamente ha prodotto le stesse pressioni ambientali, producendo, però, risposte adattative diverse. Relativamente a fenomeni degenerativi scheletrici quali ad esempio le patologie artrosiche, come visibile in figura 2, risultano molto elevate e manifestano una maggiore incidenza nel campione autoctono di Casalpiano. A prima vista i valori sembrerebbero quelli di una comunità composta da individui longevi, cosa questa che non risulta ad un primo riscontro demografico evidenziando solo un esiguo numero sia di maschi che di femmine oltrepassare la soglia dei 45 anni. Come noto l’artrosi è principalmente legata a tre fattori5: a) normale processo di invecchiamento cartilagineo; b) errate dinamiche articolari; c) carichi di lavoro pesanti. Se osserviamo le percentuali di incidenza di questa patologia nella porzione di popolazione di entrambi i siti definita giovane, con età inferiore a circa 30 anni, di ambo i sessi (in parentesi in fig. 2), osserviamo come più della metà dei colpiti appartenga ad una età in cui si può tranquillamente escludere il fattore a). Dei due rimanenti fattori possiamo escludere b) dal campione di Casalpiano in cui traumi pregressi e/o patologie in grado di produrre errate dinamiche articolari (zoppia, limitazione nella rotazione degli arti, ecc.) presentano una incidenza irrilevante (circa 1,5%); mentre nel campione di Campochiaro la presenza di traumi più o meno rilevanti si propone con una incidenza attorno al 20%, soprattutto a carico del sesso maschile, producendo una sospetta causa di origine di patologie artrosiche specie a carico degli arti inferiori. Il terzo fattore c) è indicato come una delle cause principalmente indotte da attività agricole6 la cui durezza, specie in antico, sarebbe in grado di infliggere stigmate degenerative anche in età piuttosto giovane soprattutto a carico della colonna vertebrale e degli arti superiori. Quindi, da tale analisi sembrerebbe che la comunità di Casalpiano praticasse una forte attività agricola mentre forse questa era a solo appannaggio femminile in quella di Campochiaro. Essendo state rinvenute in quest’ultima necropoli numerose sepolture con cavallo (Fig. 3) abbiamo ritenuto interessante valutare un ulteriore parametro patologico connesso secondo alcuni autori7, ad una attività equestre: l’ernia di Schmorley. Questa è un’ernia intervertebrale dovuta a sollecitazioni verticali della colonna, così come ad 5. ASCENZI A. - MOTTURA V., Anatomia Patologica ... 6. ROBBINS R. - COTRAN M., Le Basi Patologiche ... 7. KENNEDY K.A.R., Skeletal markers ...; FORNACIARI, comunicazione personale. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 156 20.01 Pagina 156 I Beni Culturali nel Molise esempio battere la sella. Assai più indicativamente questa compare in modo assoluto nel solo sesso maschile di Campochiaro (circa il 15%) confermando seppur in maniera relativa la presenza di una probabile attività cavalleresca. Un altro importante indicatore ai fini di una corretta valutazione del complessivo stato di salute di una popolazione ma anche dell’interazione di questa con l’ambiente circostante è rappresentato dall’iperostosi porotica: questa è rappresentata dalle cribra orbitalia (Fig. 4) e cranii (Fig. 5) rilevate secondo i suggerimenti di Hengen8 e Nathan e Haas9 e considerata tale solo in presenza di entrambi10. La loro origine è attualmente controversa e dibattuta tra carenze alimentari patite e /o eventi patologici legati al carico infettante dell’ambiente11. Nel nostro caso la cribra orbitalia si manifesta con una discreta percentuale di incidenza elevandosi nel campione femminile di Casalpiano. Generalmente il sesso femminile di entrambi i campioni risulta il più colpito. In due casi infantili questa associata a cribra cranii di cui almeno in uno risulta associata a osteoporosi diffusa dello scheletro postcraniale, la diagnosi differenziale sembrerebbe indicare una talassemia major. Sull’origine di tali risultati possiamo ipotizzare che in caso di assunzioni alimentari inadeguate si potrebbe, attraverso essi, evidenziare una discriminazione nell’accesso alle fonti alimentari soprattutto sotto il profilo di assunzione diversificata di cibi poco nobili da parte del sesso femminile. Di contro se la causa della presenza di tali stimmate fosse legata al carico infettante dell’ambiente l’ipotesi potrebbe essere quella che il sesso femminile fosse maggiormente esposto all’azione di agenti patogeni. In entrambi i casi anche volendo subordinare nell’uno o nell’altro caso l’incidenza così elevata nelle femmine di cribra queste risultano particolarmente più colpite rispetto ai maschi. Tale considerazione concorda in linea generale con le osservazioni effettuate relativamente alla maggiore presenza di fenomeni degenerativi artrosici rilevati sui due campioni. L’ipoplasia dentale dello smalto, altro indicatore dentale di stress, evidenzia valori di comparsa molto elevati in entrambi i sessi ed i campioni, allineandosi però in questo a quanto espresso dalla quasi totalità delle popolazioni antiche del bacino mediterraneo. Tale indicatore dovuto alla mancata apposizione di smalto durante l’accrescimento del dente, evidenzia carenze, secondo alcuni autori12, di natura patologica e/o alimentare in un periodo di vita compreso tra 0 e 6 anni. L’età di insorgenza calcolata con il metodo di Massler13 con revisione di Swarstedt14 sembra coincidere con il periodo di svez8. HENGEN O.P., Cribra orbitalia ... 9. NATHAN H. - HAAS N., On the presence of cribra orbitalia ... 10. FORNACIARI G. - BROGI M.G. - BALDUCCI E., Patologia dentaria ... 11. STUART-MACADAM P., Porothic hyperostosis ... 12. EL NAIJAR M.Y. - DE SANTI M.V. - OZBERK L., Prevalence ...; GOODMAN A.H. - ARMELAGOS G.J. ROSE J.C., Indicators of stress ...; PERZIGIAN A.J. - TENCH P.A. - BRAUN D.J., Prehistoric Healt ... 13. MASSLER M. - SCHOUR I. - PONCHER H.G., Development pattern of the child ... 14. SWARSTEDT T., Odontological Aspects ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Il Medioevo Pagina 157 157 zamento di un individuo ossia con quel periodo in cui a causa del cambio di alimentazione da quella lattea materna riccamente completa a quella libera maggiormente legata a quelle che sono le risorse del gruppo. Inoltre va considerato che in antico così come attualmente in alcune popolazioni africane, sudamericane e oceaniche il prolungamento dell’allattamento risulta legato alla natura della popolazione: in gruppi nomadi questo si protrae sino al 3°-4° anno di vita a causa dell’impossibilità di una completa autonomia deambulatoria e nutritiva; nelle popolazioni radicalmente sedentarie l’allattamento cessa solitamente, in assenza di particolari cause quali ad esempio le carestie, intorno al 1°-2° anno di vita. I nostri risultati indicano (Fig. 6) per Campochiaro una età di insorgenza di circa 3.8 anni, mentre per il sito di Casalpiano 2.2 anni. Questo ulteriore dato potrebbe rafforzare le ipotesi di lavoro proposte in precedenza in cui si evidenzia la natura fortemente agricola dell’insediamento di Casalpiano (e quindi stanziale) in antitesi a quella che sembrerebbe una popolazione probabilmente avviata ad una stanzialità ma con ancora forti recrudescenze di un modello legato ad esigenze legate a problemi di spostamento. Del resto ulteriore conferma la troviamo dalla ricostruzione della paleodieta in cui si evidenzia (Fig. 6) una assunzione di prodotti spiccatamente di natura cerealicolo vegetariana per Casalpiano mentre pur costituendo una discreta base alimentare questi vengono integrati da consistenti apporti proteici determinando una dieta di tipo misto nella comunità di Campochiaro. Nonostante ciò un ulteriore parametro diretto per la valutazione del complessivo stato di salute quale la statura , mostra valori elevati per entrambi i siti, anche se questo rialzo staturale sembrerebbe tipico del periodo alto-medievale15 e forse legato al grande rimescolamento genetico avvenuto sul territorio italiano e più in generale nel bacino mediterraneo sull’onda della così detta “migrazione dei popoli”. Demografia L’analisi demografica dei campioni oggetto di studio ha posto in evidenza alcune problematiche soprattutto di natura generale. La sottostima della mortalità neo e perinatale in entrambi i campioni (circa il 15% a fronte di un valore soglia di circa 30-35%) risulta in paleoantropologia una delle principali cause di difficoltà nella corretta interpretazione demografica di una serie scheletrica. Tale fatto legato soprattutto a fattori quali: estrema fragilità delle ossa infantili e probabile differenziazione delle aree inumative; produce spesso la necessità di ricorrere ad artefatti per poter quantomeno rendere attendibili i risultati proiettati della porzione adulta e subadulta. 15 RUBINI M., La Necropoli .... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 158 158 I Beni Culturali nel Molise Nonostante questo frequente inconveniente i risultati prodotti sembrano essere sufficientemente attendibili. Il rapporto tra porzione di popolazione produttiva e quella non produttiva si sviluppa a favore dei primi, mostrando così in entrambi i campioni un trend riproduttivo in essere. Nel gruppo di Casalpiano la mortalità fino al 45° anno di vita risulta ben distribuita nelle varie classi di età utilizzate (intervalli quinquennali) evidenziando una ripartizione di fattori letali non connessi specificamente ad un intervallo di età (Fig. 7). Anche nel confronto con alcune serie coeve (Longobardinord; Pauciuri-sud; Castro dei Volsci-centro) tale andamento sta ad indicare una vita in cui i fattori di rischio si distribuiscono omogeneamente senza evidenziare strappi. Ciò nonostante la massima mortalità si ha negli intervalli 25-29 e 3034 anni che non a caso coincidono con l’apice di massima estrinsecazione del potenziale sia fisico che lavorativo. Tale esito ripropone ancora una volta l’ipotesi di una comunità agricola con forti radici stanziali che farebbe ulteriormente supporre di trovarci dinanzi ad un gruppo non di nuova costituzione biologica ma piuttosto di consolidato impianto. Campochiaro di contro evidenzia un andamento “a strappi” con definiti picchi di mortalità sempre tra i 25 e i 35 anni per poi appiattirsi nei successivi intervalli. Questo andamento tende ad isolare i fattori di rischio in una fascia di età che come detto rappresenta il periodo di vita in cui un individuo esprime al meglio la propria potenzialità. Se dovessimo in qualche modo attendere alle informazioni derivanti dai corredi funerari rappresentati soprattutto da armi e accessori da combattimento dovremmo pensare ad un popolo guerriero cosa per altro che calzerebbe bene anche con la percentuale di massima mortalità. Ma tale elemento funerario (corredo di armi) in una contestualizzazione cronologica rappresenta anche una forma arcaica di sepoltura, peraltro ormai superata in Italia (la massima rappresentazione si ha durante il I millennio a.C. prima della romanità) e non rientrante più nel retaggio culturale corrente delle popolazioni autoctone. Questo inciso tanto per puntualizzare come benché durante il I millennio a.C. si inumasse con le armi, le genti frequentemente non rappresentavano popoli guerrieri ma data la forte natura agricola di tutti gli insediamenti preromani, tutt’altro. Quindi sulla scorta di questa osservazione l’altra possibilità è che non si tratti di un popolo guerriero e che i picchi di mortalità siano casuali. Il popolamento dell’Italia peninsulare durante il VI e VII sec. d.C. Per poter comprendere meglio il popolamento dell’alto medioevo abbiamo costruito un dendrogramma, basato su dati morfometrici del cranio ( lunghezza, larghezza e altezza del cranio, altezza e larghezza della faccia) e dello scheletro (diametri e lunghezze fisiologiche femorali, omerali e tibiali) rilevati secondo Martin e Saller16, attraverso l’utilizzo di una analisi multivariata, quale la 16. MARTIN R. - SALLER R., Lerbuch der Anthropologie ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.01 Pagina 159 Il Medioevo 159 distanza euclidea al quadrato definita come la sommatoria della distanza al quadrato tra tutte le variabili di due differenti gruppi, secondo la seguente formula: D(x,y) = S i ( xi - yi )2 Per evitare che l’unità di misura delle variabili influisca sulla loro distanza, queste vengono standardizzate (divise per la deviazione standard) prima dell’analisi di modo che si lavori sugli scarti standardizzati. I risultati evidenziati in figura 8 pur se di complessa decodifica potrebbero in realtà contribuire in modo rilevante alla comprensione del popolamento alto medievale peninsulare. I Longobardi sembrano essere contraddistinti da una certa omogeneità interna interessante tutti i distretti geografici. È interessante notare come l’elemento autoctono sopravviva in almeno un sito per nord, centro e sud. Difatti sia Casalpiano che Cotilia (RI) che Mont Blanc (Aosta) clusterizzano singolarmente non evidenziando, sembrerebbe, probabili commistioni biologiche. Di contro molte popolazioni sia del nord che del centro e del sud sembrano avere interrelazioni genetiche con popolazioni longobarde, anche se questo quadro sembra distribuirsi su base territoriale. Singolare è la composizione del 1° cluster in cui sono racchiuse 5 popolazioni eterotopiche. Tale risultato potrebbe essere legato a problemi di limiti dell’analisi applicata, ma potrebbe essere connessa anche ad una reale complessità della costituzione del substrato biologico dovuta a importanti interazioni. Di contro come detto si evidenzia una relativa caratterizzazione territoriale probabilmente non ancora tale da poter essere definita moderna ma sicuramente tendente ad una forma di regionalizzazione come quella che in particolare al centro nord si registrò sino agli albori del XX secolo. Con riferimento al Molise questo in particolare per i siti studiati evidenzia una componente biologica autoctona associata ad una struttura più complessa biologicamente con evidenti presenze alloctone come il sito di Campochiaro. Quest’ultimo risultato potrebbe supportare i presupposti culturali che individuano tale collettività come appartenente ad uno orizzonte geografico culturale avaro o protobulgaro. Conclusioni Attraverso i risultati ottenuti dal presente studio abbiamo tentato di interpretare alcuni parametri popolazionistici dell’Italia peninsulare durante l’alto medioevo. I modelli economici di sussistenza sembrerebbero ancora non completamente omogeneizzati tra i gruppi umani considerati. La causa di ciò potrebbe risultare una ancora relativamente breve permanenza sul territorio di gruppi migrati. Tale evenienza potrebbe non aver favorito completamente l’estrinsecazione della pressione dei fattori ambientali e quindi lo sviluppo delle migliori risposte adattative come ad esempio nelle strutture più marcatamente autoctone. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 160 20.02 Pagina 160 I Beni Culturali nel Molise All’evidenza di un rigido modello agricolo come quello espresso dal sito di Casalpiano, sia economicamente che patologicamente, si contrappone un modello, quale quello di Campochiaro che appare in via di trasformazione adattativa. Questa situazione si riflette anche biologicamente a livello di substrato genetico, mostrando il sito autoctono ben inserito nel contesto dei siti autoctoni accertati, mentre l’altro evidenzia ancora una sua incerta collocazione dal panorama biologico dell’Italia peninsulare. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 161 Fig. 4. Cribra cranii. Fig. 6. Confronto tra diete e stature nei due campioni molisani. Fig. 7. Grafico sulla mortalità in varie necropoli coeve. Fig. 5. Cribra orbitalia. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 162 Fig. 1. La regione delle due necropoli. Fig. 8. Dendrogramma raffigurante i risultati della Distanza Euclidea Quadra. La lettera in parentesi indica l’areale peninsulare italiano di appartenenza del sito: N = settentrione; C = centro; S = meridione. Fig. 3. Uno dei cavalli nella necropoli di Campochiaro. Fig. 2. Valori percentuali degli indicatori di stress considerati. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 163 COMPLESSI SEPOLCRALI INSERITI NEL TESSUTO URBANO E ANNESSI A CHIESE RURALI NELL’ALTO MEDIOEVO Cristiana Terzani Soprintendenza per i Beni Archeologici del Molise Il Complesso monumentale di Casalpiano a Morrone del Sannio Il complesso di Casalpiano, nel comune di Morrone del Sannio, riveste notevole rilevanza per la conoscenza della storia di un'area interna, in prossimità del tracciato tratturale, costituendo un polo di aggregazione delle attività agricole del circondario in diverse fasi cronologiche: per la presenza di una villa romana di ampie proporzioni, di una vasta necropoli alto medievale e di un importante nucleo benedettino. Quest'ultimo aspetto è testimoniato dalla presenza di un complesso di strutture architettoniche, databile tra l'XI e il XIV secolo: il rudere di un edificio ecclesiastico dall'abside monumentale; l'altra chiesa romanica di S. Maria di Casalpiano, costruita forse su una preesistente1. Non è mia intenzione rileggere in questa occasione le vicende insediative del sito di Casalpiano attraverso gli edifici monumentali, dalla presenza benedettina, attestata dall'inizio dell'XI secolo (1017), quando i presbiteri Pietro e Martino offrono all'Abate Atenulfo di Montecassino, con altre proprietà, le chiese di S. Apollinare e S. Maria in Casale Plano2. L'esistenza di un progetto della Comunità Montana per il consolidamento degli edifici monumentali ha dato l'avvio all'esplorazione archeologica, in un settore limitato dell'area, per tutelare opportunamente le preesistenze. Gli scavi condotti all'interno della badia, negli ambienti annessi e in una fascia perimetrale all'esterno nella parte retrostante della chiesa, hanno consentito di portare in luce alcuni vani della pars dominica della villa, con pavimenti in opus signinum, esistente da età tardo repubblicana. Sono leggibili ricostruzio1. S. Maria in Casalpiano…, pp. 26-30, 81 sgg. 2. CMC, II, 32 CDM S, p. 648, 30. Agosto-ottobre 1017: "Nec non et Petrus et Martinus presbiteri similiter obtulerunt beato Benedicto ecclesiam sancte Marie et sancti Apollinaris in eadem sancte Marie ibidem in Morrone, loco vocabulo Casale planum, cum omnibus ad se pertinentibus". BLOCH H., Monte Cassino in the Middle Ages... II, p. 276 n. 69 e 636: "S(an)c(t)a Maria in Casali/ Planu cu(m) o(mn) ib(us) per/ tinentiis suis" Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 164 20.02 Pagina 164 I Beni Culturali nel Molise ni nell'impianto romano, tra cui la realizzazione di età imperiale di un ambiente termale. L'insediameno ebbe lunga vita, perdurando almeno fino al V secolo3. Si evidenziava quindi un'area cimiteriale, con notevole densità di sepolture (fig. 1). L'impianto delle tombe nella fase di abbandono ha in parte sfruttato gli ambienti della villa, le cui strutture dovevano essere crollate ma con i muri parzialmente in vista, cui le sepolture a volte si adeguano, addossandovisi, o che tagliano; talvolta poggiano sui pavimenti in signino, o hanno creato incassi nel piano pavimentale, con differenze di quota non sostanziali. Si sono esplorate 76 sepolture, disposte fittamente anche all'interno della badia (parte Est) e dei vani annessi alla chiesa, che, nella struttura attuale, si sovrappongono tagliando in alcuni casi le tombe, mentre sembrano tendenzialmente allineate lungo il muro perimetrale dell'altro grande edificio ecclesiastico, ora allo stato di rudere. Non si sono rinvenute al di là di un muro di confine, messo in luce con gli scavi verso il limite meridionale. Un primo segnacolo delle sepolture – accumuli di pietrame o frammenti laterizi – non è spesso sicuramente identificabile, per la presenza in tutta l'area dei materiali di crollo della villa. Un conglomerato con andamento curvilineo è intorno alla tomba E 12; la tomba E 50 è circondata, a livello superficiale, da scheggioni con disposizione semicircolare; la tomba E 52 è compresa tra un muro della villa e un rozzo conglomerato di pietrame. L'orientamento è sostanzialmente uniforme: nella maggioranza dei casi con il capo rivolto verso il calare del sole (W o W-SW). La disposizione ortogonale (N-S), attestata per 4 tombe, è spiegabile con l'allineamento a strutture murarie o la probabile recenziorità: una sepoltura taglia in parte l'abside della chiesa più antica. Le tombe, a fossa rettangolare, presentano una copertura di lastre informi di calcare (da 6 a 1), con sovrapposti o interposti frammenti e scaglie di pezzatura ridotta. La fossa è delimitata con spezzoni di lastre verticali; blocchetti lavorati all'interno, anche in più filari legati con malta, cui possono essere sovrapposti frammenti di lastre di piatto; meno frequenti sono rivestimenti di muratura di pezzame di pietrame e malta, in un caso con una sovrapposizione di laterizi; o una delimitazione discontinua di scaglie e lastre (per esempio solo dalla parte del cranio). Sembra di poter escludere una interpretazione cronologica per le varie tecniche di rivestimento della fossa, riscontrandosi in alcuni casi tipologie diverse su vari lati della stessa tomba. Si distingue la tomba E 49, coperta con tegoloni obliqui "alla cappuccina". L'assenza di chiodi fa escludere l'uso di casse lignee. Il fondo in alcuni casi è rivestito con un massetto di malta, talvolta con piccole scaglie di pietra o laterizi; in due tombe da tegoloni; cinque sepolture poggiano sui pavimenti della villa. Gli inumati sono distesi, con il cranio a volte poggiato sulla regione temporale, con uno o entrambe le braccia ripiegate sul busto o sul bacino. Sono atte3. S. Maria in Casalpiano…, pp. 15 sgg., 39-74; DE BENEDITTIS G. - TERZANI C., I mosaici della villa romana di Casalpiano ... pp. 105-110. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 165 165 state deposizioni plurime: una con bambino presso la tibia dello scheletro adulto (tomba E 3); ma anche ossuari o tombe riutilizzate con uno scheletro articolato e altre ossa ammucchiate ai lati o verso il fondo. Di regola le deposizioni non presentano un vero e proprio corredo: otto tombe hanno restituito oggetti pertinenti all'abbigliamento personale o di ornamento, collocati per lo più come erano indossati (alcune fibbie per il peso si trovano sul fondo), ma anche all'esterno della copertura. In tre casi si ha suppellettile vascolare, non associata ad altri oggetti; in cinque sono reperti monetali. I reperti provengono tutti da tombe di adulti. Le deposizioni che hanno restituito oggetti sembrano ubicate prevalentemente nel settore Nord dell'area esplorata, che è anche quello più densamente occupato da sepolture. Considerando più antiche le tombe con corredo, non sembra comunque opportuno avanzare ipotesi di stratigrafia orizzontale sullo sviluppo del sepolcreto, anche vista l'ampiezza limitata degli scavi. La ceramica è presente in tombe sia maschili che femminili: in un caso (tomba E 32) sono associati due vasetti, deposti tra alcune pietre all'esterno della sepoltura a Sud; in un'altra tomba un boccale era all'interno, presso il cranio della deposizione. Il boccale (inv. 47995, h 16 diam. 9 cm) con corpo ovoidale e ventre basso, collo cilindrico, orlo espanso verticale, ansa a nastro dalla base del collo alla massima espansione, di argilla depurata nocciola è decorato a bande rosse nella parte superiore del corpo con fasci di linee parallele oblique, tra cui sono triangoli campiti con linee di orientamento opposto, eseguiti con imprecisione; una linea longitudinale e tratti trasversali sull'ansa (fig. 2). L'altro boccaletto rinvenuto nella necropoli, già pubblicato in notizie preliminari dello scavo4, presenta analoghi schemi decorativi, ripartiti in due fasce orizzontali. Caratteristica della produzione dell'Italia meridionale (Puglia, necropoli del materano, Campania)5, attestata negli scavi di Luni6, in ambito bizantino (agorà di Atene)7, la forma è presente anche a Castel Trosino8 e Nocera Umbra9, ingubbiata o decorata a solchi orizzontali, con cronologia al VI-VII secolo. I motivi decorativi sono attestati negli strati di 4. Samnium 1991 …, p. 354, f 72, tav. 9 f p. 364. S. Maria in Casalpiano…, p. 72, n. 33. 5. SALVATORE M. R., Un sepolcreto altomedievale in agro di Rutigliano …, pp. 128-129, fig. Ia (tomba 1). EAD., La ceramica altomedievale nell'Italia meridionale …, p. 50, tav. I, 8. BRACCO E., Venusio (Matera). Tombe di età barbarica..., p. 168, fig. 1; IANNELLI D’ANDRIA M. A. , Appunti sulla ceramica medievale campana …, p. 720, fig. 2, n. 3 (da Ariano Irpino: trattato a stralucido); PATITUCCI UGGERI S., Il sepolcreto di Vittoria …, p. 125 fig. 7 (tomba 13 n. 1) e p. 129 fig. 10 (tomba 16 n. 2, con reperti monetali datati tra l'811 e l'820). 6. BLAKE H., Ricerche su Luni Medievale. Le classi del materiale …, p. 645 7. ROBINSON H. S., Pottery of the Roman Period …, p. 84, tav. 33: XIII strato (VI secolo). 8. MENGARELLI R., La necropoli barbarica …, coll. 145-380; BALDASSARRE I., Le ceramiche delle necropoli longobarde …, p. 156 n. 32 (tomba 31), p. 157 n. 35 (tomba 34), p. 161 n. 46 (tomba 128); La necropoli altomedievale di Castel Trosino …, pp. 310-311, figg. 253-254. 9. PASQUI A. - PARIBENI R., Necropoli barbarica di Nocera Umbra …, coll. 137-352, col. 347 fig. 197 BALDASSARRE I., Le ceramiche delle necropoli longobarde …, p. 145 n. 8 (tomba 56 con monete dell'età di Alboino), p. 147 n. 13 (tomba 77), p. 149 n. 21 (tomba 118) Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 166 20.02 Pagina 166 I Beni Culturali nel Molise abbandono del teatro di Sepino10 dal V sec. d.C., in materiali ceramici dal teatro di Venafro11. La tazzina monoansata (inv. 47994, h 8 diam. 8,8 cm) ha orlo delineato all'esterno da solcatura, parete quasi verticale, piccolo piede a disco; di argilla arancio depurata, è decorata in rosso scuro con due o tre bande parallele alternativamente verticali o oblique, fiancheggiate da serie di tratti orizzontali, stilizzazione di motivi fitomorfi? (fig. 2). Mancano puntuali confronti12: una tazza emisferica, con base piatta, dal teatro di Venafro ne richiama la forma13. La decorazione, come per i boccali già descritti, può rientrare nella classe di ceramica dipinta "a tratto minuto" con carattere stilistico geometrico, più antica, così definita da B. Genito14 nella classificazione dei reperti ceramici del teatro di Venafro (V-X sec.). Forma peculiare è anche il vasetto (dalla tomba E 49 inv. 53818, h 9, diam. 7,8) con versatoio, orlo svasato, corpo globulare decorato con coppie di bande divergenti15 (fig. 5). Le monete sono mal leggibili; in buono stato di conservazione è un tremissis d'oro di Giustino II (565-568 d.C.)16. Le fibbie di cintura, sia in bronzo che in ferro, di forma circolare17 e in un solo caso quadrangolare18, con ardiglione che si connette tramite una estremità ripiegata ad anello, in alcuni esemplari presentano una semplice decorazione incisa. Sono tipiche dell'abbigliamento maschile e provengono tutte da tre tombe, di cui 10. CAPPELLETTI M., Il teatro di Sepino …, p. 87 fig. 1. 11. GENITO B., Ceramica dipinta dal teatro romano di Venafro …, figg. p. 33, 35. 12. STAFFA A. R. , Scavi nel centro storico di Pescara, 1 …, p. 336, fig. 68 n. 162 (riferibile al periodo III: secoli VII-VIII). 13. GENITO B., Ceramica dipinta dal teatro romano di Venafro …, p. 32 fig. 5. 14. ID., pp. 21-36. 15. Richiama la forma dei vasi cosiddetti "a sacchetto", privi del beccuccio: cfr. VON HESSEN O., A proposito della ceramica longobarda in Italia …, p. 92 tav. 8. 16. Samnium 1991 …, p. 354 f 75, p. 364 tav. 9f. 17. Dalla tomba E26 (fig. 4): 1) Fibbia in bronzo (inv. 48014, diam. 5,5, sp. 0,5) di forma rotonda, a sezione circolare, ardiglione agganciato tramite parte ripiegata ad anello, con estremità decorate da tratti verticali e piccolo triangolo inciso. 2) Fibbia in bronzo (inv. 48015, diam. 5,3, sp. 0,5). Simile alla precedente. Dalla tomba E28 ( (fig.4): 3) Fibbia in bronzo (inv. 48013, diam. 3, sp. 0,3) di forma rotonda, a sezione circolare; ardiglione piatto agganciato con un'estremità ripiegata ad anello. 4) Fibbia in ferro (inv. 48008 , diam. 5, sp. 1,2), superficie corrosa. Forma circolare, ad anello piatto, con ardiglione piatto. 5) Fibbia in ferro (inv. 48007, diam. 5, sp. 1,2), superficie corrosa. Piatta, di forma circolare: ardiglione piatto che si connette tramite una estremità ripiegata, assottigliato all'altra estremità. 6) Fibbia in ferro (inv. 48005 , diam. 1,5, sp. 0,1), superficie corrosa. Ad anello piatto, con ardiglione piatto. Cfr. VON HESSEN O., Die Langobardische Funde aus dem Graberfeld von Testona …, tav. 34, n. 258 (in ferro), tav. 37 n. 329 (in bronzo), con datazione al VI-VII secolo. HANULIAK M., Graberfelder der Slawischen population Im 10. Jahrhundert Im Gebiet der Westslowakei …, pp. 290-308, tavv. I n. 12, X n. 23, con cronologia al X secolo. 18. Dalla tomba E26 (fig.4): 1) Fibbia in ferro (inv. 48006, diam. 5, sp. 0,7) piatta, di forma quadrangolare; ardiglione piatto agganciato tramite una estremità ripiegata ad anello, assottigliato all'altra estremità. Cfr. MENGARELLI R., La necropoli barbarica …, col. 330, fig. 239 n. 1 (dalla tomba 192 di Castel Trosino). VON HESSEN O., Die Langobardische Funde aus dem Graberfeld von Testona…, tav. 34 n. 257. HANULIAK M., Graberfelder der Slawischen population Im 10. Jahrhundert Im Gebiet der Westslowakei …, tav. IV n. 18. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 167 167 due polisome (fig. 4). Due bracciali in bronzo, semplici cerchi decorati con gruppi di tratti incisi19 erano in prossimità della copertura di una tomba maschile (tomba E 16): fig. 4. Sono ornamenti tipicamente femminili le fibule ad anello aperto con capi ripiegati a volute. L'anello, a sezione piatta, è decorato con serie di minuti cerchielli e con cerchi concentrici incisi20 (fig. 4). Le fibule con capi a volute, diffuse e comuni in contesti di VI-VII secolo nell'Italia centro meridionale21, sono attestate nel Molise a Campochiaro, Vicenne e in una tomba da Vastogirardi22. Caratteristiche dei contesti archeologici romani e bizantini, furono presto introdotte nel costume dei Longobardi. Presso la fibula della tomba E 39 era un vago ad anello in bronzo; nella stessa sepoltura si rinvenivano altri vaghi: due sferici ed uno cilindrico in pasta vitrea, uno circolare in malachite e uno conico in osso (inv. 47996, fig. 4). Presso il cranio era un orecchino (inv. 48011, diam. 2,5 sp. 0,2) di verga di bronzo, ad anello aperto, piatto, decorato esternamente da serie di doppi cerchi concentrici incisi, lacunoso di un'estremità (fig. 4)23. Da una sepoltura maschile provengono quattro vaghi in osso. Pur se non associabili a singole sepolture, si rinvenivano negli scavi dell'area anche un piccolo pettine in osso con doppia fila di denti sui lati brevi e uno specillo (o nettaorecchie) in bronzo, con un'estremità ripiegata e deorazione ad anelli e fascia di sfaccettature triangolari (fig. 4), oggetti consueti, come quelli precedentemente elencati, in sepolcreti di questa fase. Lo specillo è documentato, in argento con analoga decorazione, a Castel Trosino ed è anche nella tomba 33 di Vicenne24, di VII secolo. La tipologia delle sepolture con pareti murate o rivestite da lastre, di tradizione 19. Cfr. SALVATORE M. R., Materiali tardo-romani ed altomedievali della Basilicata …, p. 96 fig. 5 (da Picciano). Samnium 1991 …, p. 354, f 73-74, p. 364 tav. 9f. 20. Dalla tomba E 39 (fig.4): 1) Fibula in bronzo (inv. 48012, diam. 3, sp. 0,2). Anello piatto, aperto con i capi ripiegati a volute, decorato con serie di cerchielli incisi; ardiglione sottile ed appuntito che si connette con estremità ripiegata ad anello. Samnium 1991 …, p. 354, f 71, p. 364 tav. 9f. 21. BRACCO E., Bosco Salice (Pisticci) …, p. 129 fig. 1. CARLETTI C. - SALVATORE M. R., Ruvo di Puglia (contr. Pantanella) …, pp.8-9, fig. 3 a-c (tomba 2), pp. 10-11, fig. 6b (dalla tomba 4 datata al VI-VII secolo). SALVATORE M. R., Un sepolcreto altomedievale in agro di Rutigliano …, pp. 133-134, fig. 4 b, c (tomba 7) e pp. 139-140, fig. 7 c (Rutigliano, tomba 7). SALVATORE M.R., Materiali tardo-romani ed altomedievali della Basilicata ..., pp. 95-96, fig. 2. La necropoli altomedievale di Castel Trosino…, p. 145 n. 90: VI-VII sec. 22. Per la necropoli di Vicenne cfr. Samnium 1991 …, p. 347, f 5, p. 356 tav. 1f (dalla tomba 33); p. 353, f 63-65, p. 363 tav. 8f (dalla tomba 76), con cronologia al VII sec.. CAPINI S., Vastogirardi. Sepolture altomedioevali …, p. 126, fig. 19 (da tomba 4 datata VI-VII sec.). 23. Simili oggetti sono attestati, tra l'altro, a Castel Trosino in argento: cfr. MENGARELLI R., La necropoli barbarica …, col. 234, fig. 87 n. 1 (dalla tomba 35). Vedi anche VON HESSEN O., Die Langobardische Funde aus dem Graberfeld von Testona …, tav. 2 nn. 18-20. 24. MENGARELLI R., La necropoli barbarica …, col. 199, fig. 36 (dalla tomba G n. 2); col. 225, fig. 73 n. 1 (dalla tomba 11). Scavi di Luni II …, tav. 310 n. 1. k474; Samnium. 1991 …, p. 347, f 4, p. 356 tav. 1f. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 168 20.02 Pagina 168 I Beni Culturali nel Molise tardo romana, è ben documentata in sepolcreti di VI-VII secolo nelle Marche25, nel Lazio26, in Puglia27, Basilicata28 e in altre località dell'Italia centro meridionale29. Dall'esame del materiale si ricava l'impressione di un livello tecnico piuttosto modesto e di una continuità con la tradizione precedente, una produzione tipica delle popolazioni italiche. Come per altri piccoli sepolcreti già scavati in questa regione – Sepino30, Larino31, Vastogirardi32 – o del vicino Abruzzo (val di Vomano)33 la cultura materiale è caratterizzata da elementi non peculiari di un ambito etnico longobardo o "barbarico" ma riferibili ad un generico patrimonio culturale alto medioevale34. Difficoltà nel ricostruire l'arco cronologico in cui è stato in uso il complesso sepolcrale e la composizione sociale del gruppo inumato si incontrano sia per il fatto che l'area è stata esplorata solo parzialmente, sia per la presenza di molte tombe prive di oggetti, che hanno restituito la sola deposizione. Non vi sono comunque sepolcri che si segnalino per la tipologia costruttiva o la ricchezza di corredo, rimandando a forme di asimmetria sociale. Dalla sostanziale povertà e dalla composizione dei corredi sembra di poter ricavare il dato di una popolazione residente, dedita all'agricoltura, con alto grado di autosufficienza. Nell'articolato processo di trsformazione tra tardo antico ed alto medioevo importanza centrale assume la progressiva diffusione del cristianesimo. Nel complesso cimiteriale di Casalpiano non si sono rinvenute croci o oggetti con riferimenti precisi alla cristianizzazione. Tuttavia gli scavi hanno evidenziato la presenza di una primitiva aula absidata, di cui resta, allo stato di rudere, la sola abside; materiali di spolio sono stati reimpiegati in alcune sepolture. È fenomeno diffuso nel V-VIII secolo l'inserimento di piccoli edifici di culto, che sorgono spesso contestualmente con l'area sepolcrale. Le sepolture sono accentrate intorno alla chiesa e in particolare all'area absidale35. 25. MENGARELLI R., La necropoli barbarica …, coll. 145-380; PAROLI L., La necropoli di Castel Trosino: un riesame critico …, pp. 197-325. 26. PERKINS B.W., Sepolture e Pozzi d'acqua …, pp. 664-670; MENEGHINI R. - SANTANGELI VALENZIANI R., Sepolture intramuranee e paesaggio urbano a Roma tra V e VII secolo …, pp. 89-111; PAROLI L. , Ostia nella tarda antichità e nell'alto medioevo …, pp. 153-175. 27. GERVASIO M., Scavi di Canne …, pp. 428-491. CARLETTI C. - SALVATORE M. R., Ruvo di Puglia (contr. Pantanella)…, pp. 9-19. SALVATORE M. R., Un sepolcreto altomedievale in agro di Rutigliano…, pp. 127160. 28. BRACCO E., Bosco Salice (Pisticci) …, pp. 128-130. ID., Calle (Tricarico) …, pp. 132-136. ROTILI M., Matera …, pp. 136-137. BRACCO E., Matera …, pp. 140-167; ID, "Venusio (Matera)"…, pp. 168-179; ID, Timmari (Matera) …, pp. 179-181. 29. MAETZKE G., Grosseto …, pp. 66-88. 30. MATTEINI CHIARI M., Sepolcreto dell'area forense di Sepino …, pp.89-94. 31. DE TATA P. , Sepolture dall'anfiteatro di Larinum …, pp. 94-96. 32. CAPINI S. , Vastogirardi. Sepolture altomedioevali …, pp. 120-127. 33. STAFFA A.R. - MOSCETTA M.P., Contributo per una carta archeologica… STAFFA A.R., Contributo per una ricostruzione …, pp. 189-267. 34. VON HESSEN O., Sull'espressione 'Barbarico'…, pp. 485-486; BERNACHIA R., Occupazione del vicino territorio abruzzese …, pp. 93-123. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 169 169 Forme di continuità di precedenti insediamenti nel popolamento rurale, sia pure devastato per incursioni e vicende belliche, la diffusa presenza monastica stabilitasi spesso su siti di tradizione antica, sono fenomeni noti e analizzati in territori vicini36. Le unità stratigrafiche, in quanto interessate dalle vicende costruttive degli edifici, sono risultate poco affidabili, con presenza contestuale di materiale di varie fasi. La mancanza di riferimenti stratigrafici priva il materiale ceramico di dati utili per la sua piena comprensione. Si è tuttavia osservato che la ceramica invetriata, la protomaiolica e la maiolica rinascimentale si trovano nelle prime unità stratigrafiche esplorate in prossimità dell'edificio ecclesiastico, ma non nei saggi effettuati in settori non compromessi nè dall'impianto di sepolture nè da attività costruttive (quadrati F4, L2), dove nelle US 1 e 2 è presente con la sigillata la ceramica dipinta, con colore uniforme o a bande rosso-brune, con varietà di forme. Vi è una continuità insediativa nella villa, anche in età tardoantica, attestata dal ritrovamento di forme di sigillata africana37 – Hayes 61, 86, 99-103 – (fig. 3), attribuibili al V-VI secolo e di produzioni di ceramiche da fuoco tarde. Il Molise rientrava fino al tardoantico in un vasto panorama di scambi nel Mediterraneo: i tipi vascolari in uso indicano l'importazione di vino e di olio, di ceramica pregiata dall'Africa, che arrivavano anche in zone interne. Tali prodotti di importazione di lusso compaiono in centri abitati come Saepinum38 e in villae come S. Maria di Canneto, S. Fabiano, S. Martino in Pensilis, S. Giacomo degli Schiavoni, S. Maria della Strada39. Si tratta di insediamenti sostanzialmente autosufficienti, in cui all'agricoltura si affiancano attività artigianali, come la produzione della ceramica, di lucerne, la tessitura. Per le fasi successive, di transizione all'alto medioevo, di abbandono della villa, la presenza di anfore40 è indizio di una contrazione del commercio, ma non di un completo venir meno delle importazioni. 35. Dialogi, IV, 52: nel dialogo tra il diacono Pietro e Gregorio Magno si discute se la sepoltura in chiesa o "ad sanctos" giovi alla salvezza dell'anima, in MENEGHINI R. - SANTANGELI VALENZIANI R., Sepolture intramuranee e paesaggio urbano a Roma tra V e VII secolo … 36. Per le Marche: La necropoli altomedievale di Castel Trosino ...; per l'Abruzzo: STAFFA A.R., Abruzzo fra tarda antichità ed alto medioevo …, pp. 838 sgg.; cfr. anche IANNELLI D’ANDRIA M.A., Appunti sulla ceramica medievale campana …, pp. 713-718. 37. Scavi badia, Q. A2 US1: inv. 46811 orlo di coppa in terra sigillata africana, forma HAYES 8A (80-160 d.C.); Scavi badia, Q. A2 US3: inv. 46865 orlo di scodella in terra sigillata africana D, forma HAYES 61A, cfr. Atlante delle forme ceramiche…, pp. 83-84, tav. XXXV, 2 (325-450); Scavi badia, Q. A4 US2: inv. 46938 e Q. B5 US2: inv. 47064 orli di scodella in terra sigillata africana D, forma HAYES 61B (400-450); Scavi badia, Q. A2 US1: inv. 46803 orlo di scodella in terra sigillata africana D2, forma HAYES 99-103 (VI-inizi VII secolo); Q. L2 US2: inv. 47578 orlo di scodella in terra sigillata africana D, forma HAYES 86 (tardo V-inizi VI secolo). 38. BERGAMINI M., La sigillata africana …, pp. 89-109; CAPPELLETTI M., Il teatro di Sepino …, pp. 87-89. 39. DE BENEDITTIS G., Crisi e rinascita …, pp. 325-328, con citazioni bibliografiche. 40. Analoghi materiali provengono da scavi nel centro storico di Pescara, riferibili ai periodi II (sec. VVI) e III (sec: VII-VIII): - Scavi badia, Q. A1 US4: inv. 46766 , vedi STAFFA A.R., Scavi nel centro storico di Pescara 1 ..., p. 322, fig. 63 n.90, p. 329: saggio nel Bagno Borbonico II US234 (sec. VI-VII); cfr. anche The Schola Praeconum I …, pp. 53-101, fig. 12: grosso contenitore che caratterizza i contesti di VI-VII secolo in vari siti mediterranei; - Q. L2 US1: inv. 47524, vedi A. R. STAFFA, Scavi nel centro storico di Pescara, 1 …, p. 322, fig. 63 n. 87, p. 329: contenitori cilindrici di tarda età imperiale (saggio a piazza Unione III US160163, sec. VII-VIII); cfr. anche Ostia IV: Le terme del Nuotatore, Scavo dell'ambiente XVI e dell'area XXV ..., fig. 168: anfora africana, della Tunisia, Bizacena. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 170 20.02 Pagina 170 I Beni Culturali nel Molise Per la ceramica comune, nelle sue tipologie da fuoco e da mensa, si segnala sia una continuità di forme dall'età romana, che imitazioni locali di tipologie riferibili a produzioni africane (fig. 6). La maggior parte dei recipienti, di buon livello produttivo, è costituita da forme chiuse: olle, brocche, forme biansate; gli orli sono svasati o estroflessi, con varie articolazioni, i corpi espansi, i fondi piani. Le forme aperte sono tegami, catini con larghi diametri, orli a fascia, a tesa, a listello, testi con orli indistinti o ingrossati. I confronti rimandano a contesti tardoantichi e altomedievali dell'Italia centrale41. La ceramica dipinta, con copertura di colore bruno rossastro sull'intera superficie del vaso, attestata a Casalpiano da due orli, è una produzione di prima età altomedievale, già studiata da Iannelli d'Andria in Campania42. Imitazione della sigillata, che sostituisce progressivamente, è diffusa in tutti i siti tardo romani dell'Italia meridionale. La ceramica dipinta a bande, in varie tonalità di rosso o bruno, comprende forme chiuse – boccali, brocche monoansate, anforette con orli verticali, svasati o estroflessi con varie articolazioni, su cui è impostata l'ansa – e, più rare, anche forme aperte – bacili con orli a tesa modanati (figg. 7-8). La frammentarietà dei reperti impedisce di ricostruire interamente le forme43 e la sintassi decorativa. I motivi trovano confronti con la ceramica dipinta a fasce larghe, con tratti ad ampie 41. Scavi badia, Q. A2 US2: inv. 46820 orlo di olla in ceramica da cucina africana, cfr. STAFFA A. R., Scavi nel centro storico di Pescara, 1 …, p. 347 n. 213, fig. 79: saggio nel Bagno Borbonico I US94 (sec. VII-VIII); BIERBRAUER V., La ceramica grezza …, p. 70, tav. IV n. 2, forma III h; The Schola Praeconum I …, p. 74 n. 102, fig. 8 (V secolo). - Scavi badia Q. B6 US2: inv. 47158 orlo di pentola in ceramica comune da fuoco, cfr. STAFFA A. R., Scavi nel centro storico di Pescara, 1 …, p. 344 n. 200, fig. 78: saggio nel Bagno Borbonico I US43 (VII-VIII secolo); MERCANDO L., Marche. Rinvenimenti di insediamenti rurali …, p. 108 fig. 19 o: da Cone di Arcevia con materiale databile al VI secolo; Archeologia Urbana a Roma: il progetto della Crypta Balbi, 3 ... p. 63, tav. II n. 4, forma III a3. - Scavi badia Q. A3 US3: inv. 46915 orlo di olla in ceramica comune da fuoco, cfr. STAFFA A.R., Scavi nel centro storico di Pescara, 1 …, p. 323 n. 42, fig. 59: saggio area di piazza Unione III US160-163 (V-VI secolo); CUCINI C., L'insediamento altomedievale del Podere Aione…, p. 507 tav. II n. 40; Ostia I. Le Terme del Nuotatore ..., fig. 391, 389. - Q. E4 US1: inv. 47272 orlo di olla in ceramica comune da fuoco, cfr. STAFFA A. R., Scavi nel centro storico di Pescara, 1 …, p. 324 n. 49, fig. 60: saggio area di piazza Unione III US160-163 (V-VI secolo); WHITEHOUSE D., The medieval pottery from S. Cornelia …, p. 133, fig. 4 n. 36. - Scavi badia Q. A3 US4: inv. 46930 orlo di casseruola in ceramica comune da fuoco, cfr. STAFFA A. R., Scavi nel centro storico di Pescara, 1 …, p. 319 n. 29b, fig. 58: saggio nel Bagno Borbonico II US176 (sec. V-VI); BIERBRAUER V. , La ceramica grezza …, p. 59 tav. I n. 7, forma If. 42. IANNELLI D’ANDRIA M. A., Appunti sulla ceramica medievale campana …, pp. 724-725. 43. Ceramica dipinta a bande: - Scavi badia Q. A2 US2 (inv. 46817) orlo di brocca; - Q. A3 US1 (inv. 46889) orlo di bacino; - Q. A4 US1 (inv. 46935) orlo di bacino; - Q. A4 US2 (inv. 46940) orlo di forma chiusa; - Q. B5 US1 (inv. 47041 e 47044) orli di anforetta, (inv. 47042) orlo di brocca; - Q. B5 US2 (inv. 47070) orlo di brocca; - Q. E2 US2 (inv. 47211) orlo di brocca; - Q. E4 US1 (inv. 47277) orlo di brocca e (inv. 47279) orlo di brocca, cfr. IANNELLI D’ANDRIA M. A., Appunti sulla ceramica medievale campana …, fig. 3 n. 2a: decorata "a stralucido" da Agropoli, datata al V-VI sec.; - Q. F2 US1 (inv. 47398) orlo di brocca, (inv. 47399) ansa; - Q. L2 US1 (inv. 47511) orlo e (inv. 47514-47515) orli di brocca, (inv. 47508) ansa a nastro; Q. L2 US2 (inv. 47609) orlo di brocca, cfr. HODGES R. - BARKER G. - WADE K., Excavations at D85 (Santa Maria in Civita) …, p. 87, fig. 10, 10 (sec. V-IX); (inv. 47611) orlo di brocca, cfr. LLOYD J. - CANN S., Late Roman and Early Medieval Pottery from Molise…, p. 429, fig. 2 n. 4; (inv. 47612) orlo di brocca e (inv. 47613) orlo di brocca, cfr. HODGES R. - PATTERSON H., San Vincenzo al Volturno …, fig. 5 n. 25: da Colle Castellano (VII-X sec.); (inv. 47616) orlo di anforetta; (inv. 47620, 47624) anse a nastro. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 171 171 pennellate, spesso sgocciolature, diffusa nell'Italia centro meridionale ed in Sicilia. Di origine bizantina, è databile dal V al IX-X secolo, con attardamenti44. Il tipo di decorazione è documentato anche a S. Vincenzo al Volturno, prevalentemente in forme aperte, mentre un accostamento morfologico si ha piuttosto con forme chiuse (databili alla fine dell'VIII-IX secolo) di varia provenienza, anche da altri siti della valle del Volturno: la ceramica attestata a Colle Castellano (VII/VIII-X sec.), è presumibilmente prodotta nella zona, verso il confine meridionale della "terra San Vicenti"45. I boccaletti restituiti dalle sepolture rimandano per gli schemi decorativi, oltre ai già citati confronti in ambito locale, anche a materiali della Campania (terme di via Carminiello a Napoli, S. Maria Capua Vetere), classificati da Iannelli d'Andria46 nel VI-VII secolo e a ceramiche abruzzesi – i gruppi A,C,D di Crecchio, nell'entroterra di Ortona – di fine VI-VII secolo, pubblicate da Staffa47. Gli autori citati traggono la conclusione dell'esistenza di centri di produzione articolati, collocati nell'ambito di aree che continuavano a conservare contatti commerciali e politici. La continuità della struttura artigianale romana su un livello industriale, sia pure ridotta, viene proposta per le aree a maggiore densità di popolamento, tale da consentire una economia di mercato. La citata produzione in area abruzzese, come quella della valle del Biferno nel Basso Molise48 sembra collegarsi, nella prima fase delle ceramiche tardo antiche ed alto medioevali decorate a bande, a particolari circostanze storiche, con la presenza bizantina nella fascia costiera. La circolazione tarda di prodotti ceramici è peculiare dei territori che rimasero sotto il controllo bizantino, originando anche imitazioni in aree più interne. Le vicende del sito di Casalpiano, che mostra comunque una continuità insediativa fino al medioevo, rientrano in fenomeni più generalizzati. Dalle ricognizioni di superficie effettuate nella media e bassa valle del Biferno dall'Università di Sheffield si è riscontrata una concentrazione di ritrovamenti presso Sicalenum (Casacalenda) e Larinum, il maggior centro urbano e mercato, con contatti con il Sannio, l'Apulia, l'Abruzzo. L'associazione tra sigillate tarde di importazione e la ceramica dipinta, che è presente anche nello scavo della villa di Matrice, è segnalata in molti siti. In insediamenti ancora vitali agli inizi del V secolo si ha l'evidenza di commerci a lunga distanza, che divengono molto limitati dal tardo V e VI secolo. Si verifica un declino degli insediamenti rurali, un generale abbandono dei siti tardo romani. 44. PATITUCCI UGGERI S., La ceramica medievale pugliese…: nel castello di Lucera la ceramica decorata a fasce larghe precede stratigraficamente quella dipinta a linee sottili; SALVATORE M.R., La ceramica altomedievale nell'Italia meridionale …, pp. 47-66.; ARTHUR P. - WHITEHOUSE D., La ceramica dell'Italia meridionale …, pp. 39-46; PAROLI L., Reperti residui di età medievale …, pp. 204-205. 45. HODGES R. - PATTERSON H., San Vincenzo al Volturno …, pp. 13-26. 46. IANNELLI D’ANDRIA M.A., Appunti sulla ceramica medievale campana …, pp. 725-729. Schemi decorativi con triangoli contrapposti si riscontrano anche in ambito longobardo. Cfr. VON HESSEN O., Die langobardische Keramik aus Italien…, p. 36, tav. 6 nn. 27 e 75. 47. STAFFA A. R., Scavi nel centro storico di Pescara, 1…, pp. 337-348. 48. LLOYD J. - CANN S., Late Roman and Early Medieval Pottery from Molise …, pp. 425-436; BARKER G., A Mediterranean Valley …, pp. 232 sgg. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 172 172 I Beni Culturali nel Molise Nell'accentuato particolarismo di produzioni locali, a uso interno, caratteristico per queste fasi, si ipotizza, come Hodges49 per S. Maria in Civita, l'esistenza di una economia anche parzialmente "commercializzata". Il sepolcreto dell'area sacra dell'Episcopio di Isernia Il foro della città di Aesernia sembra doversi identificare nell'attuale piazza del Mercato (Andrea d'Isernia), dove era ubicata un'importante area sacra. Interventi di scavo eseguiti da A. Zevi50 consentivano di ricostruire interamente la pianta del tempio su cui è sorta la cattedrale. Il monumento, la cui tipologia si accosta ad edifici sacri dell'area romano laziale, si data al III sec. a.C.: per l'imponenza e la posizione centrale, scenografica con l'accesso verso la parte meridionale ed esterna della città, doveva costituire il principale luogo di culto della colonia latina, il Capitolium. L'esplorazione archeologica documentava la sovrapposizione di basiliche cristiane, costruite sul podio templare con analogo e poi opposto orientamento fin dall'alto medioevo. In tale fase, di transizione tra il tardo antico e l'alto medioevo, si può far iniziare l'uso sepolcrale dell'area. Le tombe sono addossate o sovrapposte agli edifici preesistenti; appare riutilizzato materiale di crollo o di spoliazione dei monumenti classici per sistemazioni a destinazione funeraria. Rispetto ai livelli di frequentazione di strade ed edifici templari nella prima età imperiale, le quote di seppellimento dell'area cimiteriale fanno ipotizzare un riempimento con interri di una certa consistenza, corrispondente a fasi di abbandono del sito. Il sepolcreto si estendeva all'interno dell'attuale cattedrale, in parte obliterato dall'apertura di cripte e sepolture di fasi successive e nell'area adiacente, il cortile dell'attuale Episcopio51. La relazione riguarda quest'ultimo settore, dove sono state esplorate 17 tombe. In alcuni casi le sepolture presentavano una delimitazione di conglomerato di pietrame e laterizi o erano segnalate da un massetto di malta superficiale. Si osserva l'uso (rituale?) dell'accensione di fuochi tra le sepolture: a N del coperchio della tomba 15 (quadrato B7) si evidenziava una chiazza allungata di materiale combusto; un'analoga traccia era nell'angolo Sud del quadrato A6 (cm 45 x 70); un'area di concotto bruciato (cm 66 x 52) era a Ovest della copertura della tomba n. 14 nel quadrato AA6. La copertura delle tombe è di lastroni squadrati (da uno a quattro), allineati di piatto, in gran parte di spolio, talvolta rincalzati con scaglie di pietra e frammenti laterizi o cementati con malta. La fossa è foderata da lastroni di taglio 49. HODGES R. - BARKER G. - WADE K., Excavations at D85 (Santa Maria in Civita) …, pp. 70-124. 50. ZEVI A., Isernia. Lo scavo del tempio della colonia latina …, pp. 101-104. 51. Si interveniva in un'area già in parte compromessa da sterri con mezzo meccanico. TERZANI C., Isernia …, p. 450; EAD., Isernia: Scavi nel cortile del palazzo vescovile …, pp. 95-97 e EAD., La colonia latina di Aesernia …, pp. 111-112 e 225-228. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 173 173 (alcuni con epigrafi, di reimpiego) cementati, o da muratura di laterizi a volte alternati a pietrame, o di uno o più ordini di blocchetti cementati con malta; è attestato anche un allineamento di scaglie rozzamente squadrate, con malta. Il fondo in alcuni casi presenta un rivestimento di malta. Hanno una struttura particolare: la tomba n. 10, coperta con un tegolone di piatto; la tomba n. 15, con cassa murata e coperchio di tufo a profilo curvilineo, rincalzato da scaglie di pietra, fondo rivestito con tre tegoloni allineati; la tomba n. 14, un sarcofago parallelepipedo, rozzamente squadrato, di tufo con coperchio a profilo convesso e acroteri laterali. L'assenza di chiodi fa escludere l'uso di casse lignee. L'orientamento prevalente è NW-SE (in un caso W-E), con il capo verso il tramonto del sole, ma è attestato (in cinque casi) quello ortogonale, condizionato dalla presenza del podio del tempio italico, lungo cui si allineano alcune sepolture. Tre tombe possono definirsi ossuari. Tra quelle con sepolture articolate il 50% sono plurime, con il riutilizzo della cassa: un inumato articolato e uno o due con le ossa ammucchiate ai margini o all'estremità della fossa; in un caso due deposizioni sono distese l'una sull'altra. Gli inumati sono supini, a volte con il cranio poggiato sulla regione temporale, con uno o entrambe le braccia ripiegate sul busto o sul bacino. Le tombe all'interno non presentano oggetti di corredo, nè di ornamento o abbigliamento conservatisi. In alcuni casi sulle lastre di copertura o in prossimità, all'esterno, si sono rinvenuti frammenti di lamina in bronzo (tomba 8) o monete di bronzo mal leggibili (tombe 6, 7, 10). La sola tomba n. 3, infantile, aveva all'esterno, al limite del conglomerato che la contornava a NE un'olla con corpo sferico (diam. 34 cm) decorato a larghe bande rosse, frammentaria, deposta verticalmente. Con analoga provenienza, si è ricostruita in parte una forma ansata (inv. 54154), priva dell'orlo, in argilla depurata chiara; presenta una decorazione dipinta in rosso scuro a zone di fitte bande oblique parallele, contrapposte, e a reticolo sotto l'ansa, che risparmia la parte inferiore del corpo. I motivi decorativi rientrano tra quelli resi "a tratto minuto", classificati da Genito52 nel teatro di Venafro tra la ceramica dipinta più antica, datata dal V al X secolo; presenta analogie con il gruppo A di Crecchio, inquadrato da Staffa53 al VI-VII secolo (fig. 9). La scarsezza dei dati non consente di precisare l'attribuzione del sepolcreto se non a un generico contesto alto medievale, con l'ausilio del materiale rinvenuto negli scavi dell'area54. La presenza di seppellimenti plurimi è frequente nelle aree sepolcrali di 52. GENITO B. , Ceramica dipinta dal teatro romano di Venafro …, p. 35 dis. 8. 53. STAFFA A. R., Scavi nel centro storico di Pescara, 1…, p. 340 fig. 75 n. 173. 54. Sotto la pavimentazione moderna del cortile era conservata un'unità stratigrafica, corrispondente alla fase di utilizzo sepolcrale dell'area. Ha restituito una percentuale predominante di ceramica comune e da fuoco, con forme chiuse, anche ansate, a labbri estroflessi, talvolta ingrossati o "a mandorla", bacili ansati con orli a tesa piatta o convessa, ciotole con orlo indistinto, coperchi; una ceramica più fine, in forme prevalentemente chiuse ansate, dipinte con bande, punti, sgocciolature a vernice rossa o bruna, o con decorazione incisa di ampie linee ondulate. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 174 20.02 Pagina 174 I Beni Culturali nel Molise popolazione romana, piuttosto che longobarda. Si segnala il rapporto tra le tombe terragne e le sepolture contenute nei sarcofagi, indizio di una probabile differenziazione di censo. Dal VI-VII secolo si diffondono le aree cimiteriali all'interno dell'abitato, con maggiore frequenza all'interno delle chiese o nello spazio circostante. Di tale fenomeno, riscontrabile anche a Isernia, sfugge la diffusione topografica, così come poco si può dire sull'estensione di tali aree sepolcrali, esistenti in città, alternandosi a isolati e edifici abitati, riutilizzando materiali di vicini monumenti ormai in disuso. La continuità tra la città romana e quella medioevale è garantita dalla sostanziale sopravvivenza del tessuto urbanistico, con una probabile contrazione dell'abitato55 e un ridimensionamento della cinta di mura che lo fortifica. Ne è indizio il possibile iniziale utilizzo come chiesa paleocristiana delle strutture dello stesso tempio56; nonchè l'orientamento di una chiesa con abside, ricostruita verosimilmente nella fase altomedievale, analogo a quello del tempio e opposto rispetto a quello dell'attuale cattedrale. Si viene organizzando un primo polo amministrativo religioso nel piccolo nucleo urbano nella parte alta della città romana, attorno al Foro e al tempio della colonia. L'orgnizzazione territoriale ecclesiastica, con varie sedi vescovili nell'ambito del Molise, è attestata dal V-VI secolo in atti di concili e lettere papali57. Se rimane da confermare la presenza al concilio di Papa Simmaco (501) di un vescovo di Isernia58; il primo vescovo storicamente attestato muore durante il sisma dell'847-84859 . Da segnalare anche il rinvenimento di un'epigrafe, riferibile alle prime fasi del cristianesimo a Isernia, che attende una verifica e una puntuale datazione60. Complesso monumentale di S. Maria delle Monache Al limite inferiore del centro storico di Isernia sono il convento benedettino di S. Maria delle Monache e l'annessa chiesa di S. Maria Assunta, sorti in luogo fortificato, a ridosso delle mura ellenistico-romane. Gli scavi eseguiti nel corso del restauro monumentale hanno consentito di 55. TERZANI C., La città. Le mura …, pp. 32-64; sul ruolo determinante che gli edifici di culto cristiani e in particolare la Sede episcopale hanno avuto nel processo che porta dalla città antica alla città medievale cfr. PANI ERMINI L. et al., L'edificio battesimale nel tessuto della città …, pp. 231-265. 56. Come ipotizzato da A. Zevi nella relazione tenuta in occasione della riapertura della cattedrale al culto al termine dei lavori. 57. DE BENEDITTIS F., Geografia ecclesiastica …, pp. 20-24. 58. Secondo la proposta di De Benedittis di leggere, variante riportata in alcuni codici, "Marcus episcopus ecclesiae Sterninae" in luogo di "Samninae"; DE BENEDITTIS G., Crisi e rinascita …, pp. 325328. I vescovi citati da Ughelli (IS, VI, col. 368) dalla seconda metà del V secolo non sono suffragati da altre fonti documentarie. 59. CMC, p. 82) 60. Il territorio e la città ..., pp. 107-108 n. 17. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 175 175 riportare in luce anche un'ampia area cimiteriale, con deposizioni in piena terra, delimitate da circoli formati da conglomerati di pietrame e malta o in urne rivestite da lastre di pietra o ricavate in un massetto di calce61. Recentemente è stata esplorata archeologicamente anche la chiesa, dove si sono messe in luce, oltre a cripte post medioevali, altre 15 sepolture (fig. 10), di tipologia simile a quelle descritte per l'area dell'Episcopio. In particolare si osserva l'uso di laterizi, oltre alle lastre in pietra, sia per la copertura che per il rivestimento del fondo di alcune fosse. La tomba n. 5, infantile, è un piccolo sarcofago parallelepipedo in travertino, coperto con due frammenti laterizi di piatto. Come già si è evidenziato anche nell'area sepolcrale dell'Episcopio, a ridosso della tomba n. 4, a SE, è una zona con grossi ciottoli e materiale combusto. Orientate prevalentemente NW-SE, le tombe sono per il 50% infantili, con presenza anche di ossuari. Una sola sepoltura (n. 5) ha restituito orecchini a cerchio aperto, con decorazione di gruppi di trattini incisi (inv. 54156, diam. 1,5-1,8) e una fibula in bronzo (inv. 54157, diam. 2,2), del tipo ad anello aperto con terminazioni a volute62. Se è incerta una determinazione cronologica dell'uso cimiteriale, essendo stata l'area ampiamente rimaneggiata da sistemazioni successive, è da riferirsi almeno ai primi secoli di vita del convento, attestato dall'VIII secolo per le donazioni di un grande proprietario di origine longobarda, come risulta dalla documentazione monastica63. *Si ringrazia G. De Benedittis, che ha eseguito, in collaborazione con la Soprintendenza, nella fase preliminare gli scavi archeologici e lo studio dei reperti di Casalpiano. La schedatura scientifica e la documentazione grafica del materiale archeologico è stata eseguita dal Consorzio BES di Roma. La planimetria dell'area di scavo è di F. D'Alessandro. La documentazione dei corredi tombali è di G. Massimo, che ha curato la redazione grafica di tutte le illustrazioni inserite. Le riprese fotografiche sono di C. Terzani (dagli Archivi della Soprintendenza Archeologica e per i B.A.A.A.S. del Molise). 61. Di tali interventi si sono date notizie preliminari: TERZANI C., Isernia. S. Maria delle Monache…, pp. 196-198. EAD., Isernia: Complesso monumentale di S. Maria delle Monache …, pp. 103-105. 62. Per gli orecchini con una estremità ingrossata cfr. La necropoli di S. Stefano "in Pertica": ..., pp. 81-83, fig. 61 (dalla tomba 31 datata alla seconda metà del VI - prima metà del VII secolo). Vedi sopra note nn. 20-22 per la fibula. 63. CV, I, p. 322. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 176 20.02 Pagina 176 I Beni Culturali nel Molise Fig. 10. Isernia – Santa Maria delle Monache: particolare dello scavo nella navata centrale della chiesa. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina Fig. 1. Le tombe dell’area archeologica di Casalpiano. Fig. 3. Casalpiano: forme della ceramica sigillata. 177 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 178 Fig. 2. Boccale e tazzina monoansata rinvenuti negli scavi di Casalpiano. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 179 Fig. 4. Casalpiano: elementi del corredo delle tombe (fibbie, vaghi, orecchini, specillo, piccolo pettine e altro materiale). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina Fig. 6. La ceramica comune rinvenuta a Casalpiano. 180 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Fig. 7. Casalpiano: la ceramica dipinta a bande. Pagina 181 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Fig. 8. Casalpiano: la ceramica dipinta a bande. Pagina 182 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 183 Fig. 5. Casalpiano: vasetto con versatoio decorato a bande. Fig. 9. Isernia - area dell’Episcopio: olla con decorazione a bande. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 184 SAEPINUM TRA EVO ANTICO E MEDIOEVO NUOVE PRELIMINARI ACQUISIZIONI DAL CANTIERE DI SCAVO DI SAN PIETRO DI CANTONI DI SEPINO Maurizio Matteini Chiari Università degli Studi di Perugia Se, molto condensando e molto banalizzando, subiamo la tentazione di definire la tarda antichità e l’altomedioevo in una chiave intellettuale, culturale e fattuale di relazioni di raffronto e di contraddizione con la storia pregressa, con quello che appare, nella sintesi dei grandi avvenimenti e delle grandi situazioni dell’ecumene, come un ordine delle cose e delle genti certo, costituito, disciplinato e organico a se stesso, allora ogni minimo accenno di scansione, di cesura, di collassamento e di rovina può costituire di per sé un segnale, una prima avvertibile scheggia di evento vissuto che ha già comportato trasformazioni e sovvertimenti e che ha già indotto ad una rinnovata visione della propria dimensione individuale e collettiva. Non importa, poi, entro quale orizzonte, se particellare o generale. Non è una questione dimensionale e neppure formale. Ma neanche è una questione temporale o territoriale. È una categoria. Diviene una sensibilità sociale diffusa quanto verosimilmente inconsapevole. Nella realtà minuta e periferica (ma non troppo) di Saepinum questo incontro con il “medioevo”, inteso come subrepente e subliminale occasione di alterazione delle norme consuetudinarie di convivenza comunitaria e del dettato amministrativo imperante, sembra apparire precocissimamente. Di fatto non c’è sovvertimento sociale, non c’è cambiamento delle regole formali sulle quali si fonda l’assetto municipale. L’impianto urbanistico, sclerotizzato all’interno delle vecchie mura augustee, è, a sua volta, solo invecchiato, continua ad invecchiare, ma con grande ed evidente dignità. Le arterie principali e le strade di quartiere ribadiscono il tessuto abitativo della fase d’impianto. Non mancano neppure gli interventi1 di grande impegno edilizio che rigenerano, ridisegnandole, le prospettive e gli stessi fondali architettonici dell’area forense e dei suoi immediati 1. A riguardo GAGGIOTTI M., Saepinum. Modi ..., p. 259 e Tav. II. Ma anche, assai prima, Museo Documentario dell’Altilia, sezione di Porta Benevento, pannello “L’area forense”, redatto dallo scrivente. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 185 Il Medioevo 185 dintorni. L’azione, la pratica evergetistica concedono, difatti, molte (o, almeno, alcune) occasioni di aggiornamento formale, di dilatazione dei volumi del quartiere pubblico, perché questo possa sempre mantenere intatto il proprio ruolo originario e la propria demandata funzione di massima rappresentanza e di massima rappresentatività dell’intero corpo comunitario. Insomma per i primi due, forse tre, secoli dell’Impero l’immagine di Saepinum (certo, per la parte scavata) è quella di una città, così come verosimilmente è per tantissime altre (se non addirittura per tutte) sparse per le regioni italiane, che rispetta e che perpetua un saldo ordine sociale. Lo stesso rescritto imperiale (del 168 d.C.), nonostante tutto, costituisce un monito a non disattendere, ad ottemperare all’autorità costituita, alla gerarchia. Il secolo ancora successivo, il quarto, è segnato da eventi calamitosi (il più disastroso dei quali fu certo il terremoto del 346 che investì il Samnium e la Campania), ma la nozione archeologica che si ha della contestuale attività edilizia cittadina sembra, invece, improntata al risarcimento e al restauro per far fronte alla vecchiezza, alla vetustà di strutture ormai obsolete e, nel migliore dei casi, fatiscenti. Si interviene2 per mancata manutenzione piuttosto che per traumatica rovina. È dichiarato dal dettato di più iscrizioni che indicano nella elevata gerarchia, soprattutto in Fabius Maximus, ma anche in Flavius Uranius, entrambi rectores provinciali, la matrice, l’ispirazione dell’intervento e nei patroni locali i curatores, il braccio operativo. Dunque è in questo collasso delle strutture pubbliche come tali, come volumi, come edifici, è nella loro decrepitezza il segno evidente di una mutazione avvenuta. Lentamente avvenuta, nel fluire delle generazioni, per insensibili passaggi intermedi. L’evento catastrofico si scolpisce nella memoria della generazione presente, ma trapassa alle successive spentamente se non vi è e se non rimane l’evidenza della rovina diffusa, e, comunque, costituisce un’accelerazione di quelli che si sono riconosciuti come processi spontanei, biologici, fisiologici di destrutturazione urbana. In queste circostanze il restauro, il rifacimento sono, sembrano sempre mirati. Si vuole restituire funzionalità alle strutture pubbliche per quello che rappresentano per la comunità presente ed anche questa selezione è un indizio rilevante, costituisce di per sé uno spaccato di vita cittadina: in primo luogo, e reiteratamente a Saepinum, si interviene sulla basilica e sul tribunal, ma subito dopo, altrettanto reiteratamente, si citano interventi alle thermae e, quindi, forse, alla stessa cinta muraria che evidentemente stava ricominciando a ritornare utile nel suo originario dispositivo funzionale e difensivo. Del resto è difficile pensare che solo questi fossero gli edifici che necessitassero di urgenti riparazioni. Di consolidamenti e di ristrutturazioni dovevano aver bisogno certamente anche altre strutture, analogamente datate e costruite con analoghe tecniche edificatorie, pubbliche quanto forse private. Si tratta evidentemente di una scelta, non cogente, non obbligata, ma certo stilata sul consenso della 2. GAGGIOTTI M., Le iscrizioni della basilica ..., pp. 145-169. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 186 20.02 Pagina 186 I Beni Culturali nel Molise comunità, su ciò che la comunità riteneva più utile, o più dilettevole, più socializzante, a sé e per sé in quel momento della propria storia. Non pare, dunque, casuale, perché rientra a pieno diritto in questa logica di trapasso e di distacco progressivo dalle istituzioni e perché segna di fatto la loro incapacità di esprimere e di far fronte alle istanze collettive, reali, della comunità, il risultato, l’esito di un impegnativo e difficile intervento di scavo eseguito ad Altilia nel corso delle ultime estati dalla Soprintendenza Archeologica e per i Beni Architettonici Artistici ed Ambientali del Molise e segnatamente dalla collega e amica Valeria Ceglia all’interno del condotto principale della rete fognaria della città antica. Alla liberalità della Dottoressa Ceglia devo, dobbiamo (comprendo così anche alcuni colleghi, alcuni miei laureati ed alcuni miei laureandi) l’opportunità, propostaci, di studiare i moltissimi materiali rinvenuti all’interno del condotto stesso. Lo studio è agli inizi ed i risultati sono tutt’altro che definitivi, ma una cosa (allo scavo) è apparsa subito certa: la rete fognaria della città, progettata e realizzata nella sua neppure troppo ramificata configurazione in fase d’impianto del primitivo assetto municipale, era totalmente ingombra fino al cervello del condotto di consistenti e induriti depositi di terra pressata, di concrezioni e di frantumi di materiali. Non una novità: era quello che la scavatrice si aspettava; era, forse, anche la motivazione scientifica e funzionale dello scavo in sé. La novità, che credo nessuno si sarebbe aspettato, sta, invece, o meglio sembra stare (per quello che a tutt’oggi sappiamo, e non è moltissimo, da una preliminare e generale autopsia del rinvenuto e dallo studio appena iniziato di alcune delle “classi” di oggetti presenti) nei tempi. E nelle modalità. Non una moneta delle tantissime raccolte sembra superare, sembra oltrepassare il IV secolo3. Se si tiene conto della facilità con la quale si è da sempre soliti perdere monete, se si tiene conto di come queste facilissimamente si convogliano, per loro dimensioni, forma e peso, nei tombini e nelle fogne, questo dato cronologico appare come decisamente singolare e riassume in sé un unico significato e cioè la totale mancanza di manutenzione della rete fognaria a partire dal secondo venticinquennio, o dalla metà, del IV secolo e, di conseguenza, la sua pressoché totale inefficienza a partire dagli stessi anni. Il dato sembra, ora, confermato dallo studio della stessa terra sigillata africana che pare risultare presente all’interno del condotto solo nelle forme di più alta datazione (pressoché esclusivamente africana A e C), riducendosi, sembra, a pochi esemplari (55 su 869) la terra sigillata africana D4, pure ben attestata e documentata a Saepinum dalla generalità degli scavi di superficie occorsi all’interno dell’area urbana5. Quali fossero le nefaste conseguenze di tutto ciò non sappiamo. Certo la vitalità del centro dovette non poco soffrirne, ma non si riconobbe (evidentemente) 3. Forse, su 145 pezzi conteggiati, con una sola eccezione. Una preliminare, sia pure sommaria e speditiva, ricognizione del materiale si deve ad Angelo Finetti e a Fiorenzo Catalli. 4. Ora GIAMPAOLI G., Lo scavo del condotto ..., p. 478. 5. CIPICIANI M.L., La sigillata italica ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 187 187 nello spurgo del condotto principale dell’intera rete fognaria un intervento prioritario e comunitariamente qualificante. Non se ne fece mai niente6. Può finalmente spiegarsi così o, almeno, sembra raccordarsi a questo stato di cose, un tardo intervento di ripulitura di un ramo laterale di sinistra del condotto principale proposto dallo scavo del lato corto sud orientale del foro nel 19767. L’intervento comportò, in antico, con evidenza, la rimozione delle lastre in copertura, lo svuotamento del cavo fognario, la successiva ricomposizione (peraltro realizzata con qualche manifesta e maldestra fretta) degli stessi elementi lapidei di protezione, riconoscibili talora anche come materiali di spoglio. Solo un cenno alle probabili modalità che determinarono l’occlusione della fognatura: la motivazione va forse ricercata nel crollo generalizzato di una serie di lastroni di copertura riscontrato dallo scavo nel tratto terminale extraurbano del condotto a poche decine di metri dalla confluenza con il Fosso della Fota, cui si era demandato in origine il compito di disperdere nel Tammaro i liquami e le acque di rifiuto della città. Perché tutto ciò? Perché cogliere il trapasso da uno status antico di cittadinanza, uno status rapportato, cioè, a comuni e omologati valori comunitari, identificativi di un etnico e di un autonomo potere locale (ovviamente nel quadro più generale di una consolidata struttura statale sovracittadina e sovraregionale) ad uno status personale e collettivo affrancato, nuovo e distintivo, nella manifesta ingerenza e disorganicità di occupazione delle aree pubbliche (foro, teatro, forse tra VII e più verosimilmente VIII secolo) ormai destinate a sepolcreto, nella sua eclatante evidenza, è troppo facile. Ma soprattutto è constatazione tardiva. 6. L’intervento di spurgo doveva oggettivamente risultare assai complesso, difficile e dispendioso. L’assenza, constatata dallo scavo, di pozzi d’ispezione non consentiva probabilmente neppure di avere una qualche esatta cognizione preliminare della situazione del condotto, della natura delle ostruzioni e della stessa collocazione e dimensione dei tratti occlusi. A maggior ragione nell’impossibilità di risalire la fogna. Unica soluzione operativa possibile doveva essere l’apertura cadenzata di trincee sulla verticale del condotto (con evidenti gravi disagi alla percorrenza carrabile e pedonale) tesa, attraverso la preliminare temporanea rimozione degli elementi di copertura, a rendere possibile la ricognizione del cavo e l’asportazione dei depositi. Non è del tutto impossibile, per quanto non appaia facile il sostenerlo, che questo stato di cose possa essere conseguente all’evento sismico del 346 d.C., vista anche la situazione di crollo e di ribaltamento di alcuni degli elementi di copertura del tratto extramuraneo della fogna, come documentato dallo scavo. Questi ultimi, difatti, erano disposti in piano e solo semplicemente in appoggio sulla cresta delle pareti, configurando un elementare sistema trilitico continuo. In questa sede, per la stessa preliminarietà dell’autopsia, non si è potuto tenere conto della esatta provenienza dei materiali, peraltro non sempre rapportabile a puntuali e segnalate sezioni di spurgo del condotto. Si tenga, anche, da subito in conto l’eventualità di possibili successive intrusioni di reperti in ragione sia dei recenti interventi di parziale svuotamento di alcuni tratti e rami del condotto principale (che hanno talora restituito anche una temporanea, quanto precaria e limitata, funzionalità alla stessa fogna. Cfr. GAGGIOTTI M., La fontana ..., p. 15) sia (e sembra, questo, forse motivo di un qualche maggiore peso) della pregressa e antica rovina di lastroni di copertura (con evidenza, come testé detto, riscontrati in fase di scavo) che possono, soprattutto nel tratto extraurbano del condotto non altrimenti foderato, aver convogliato all’interno del cavo fognario materiale ad esso originariamente estraneo. 7. MATTEINI CHIARI M., Il foro ..., p. 123 e fig. 87. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 188 20.02 Pagina 188 I Beni Culturali nel Molise È tardiva connotazione di un fenomeno di dissoluzione che è presente più che in germe nello stesso corpo sociale sepinate da molto tempo e da molte generazioni. Del resto le tombe si scavano nello spesso deposito di terra che si è generato, strato dopo strato, stagione dopo stagione, sugli spezzoni monchi della cosiddetta torre Nord in rovina, a ridosso immediato del disegno anulare dell’ambulacro del teatro8 ovvero si scavano nello spessore dei crolli e delle stesse pavimentazioni degli edifici che prospettano l’area forense9. A dimostrazione che la città non è più tale da molto tempo. Per la rovina delle sedi pubbliche e per la disaffezione ormai dichiarata, conclamata ad ogni sorta di eredità derivata dal peraltro sempre più assottigliato patrimonio genetico e culturale della originaria comunità dei Saepinates. L’area racchiusa entro ciò che resta delle mura è già tornata, a suo modo, ad essere non città, è tornata ad essere territorio aperto, senza più vincoli costrittivi, che siano volumi perimetrali o che siano norme sociali unanimemente riconosciute e praticate, per quanto formali. Del resto l’esiguità numerica delle sepolture (per lo più, sintomaticamente, bambini o adolescenti)10 e la differente e articolata distribuzione areale dei sepolcreti suggeriscono una forse contestuale rarefatta occupazione di superfici, per quanto ravvicinate, distintive, scorporate da un assetto organizzativo unitario e accorpato. Se continuità con il passato vi è, questa è rapportabile solo alla ribadita occupazione di un’area: è dato esclusivamente topografico11. Il lento processo di affermazione urbana a partire dalla media e tarda età repubblicana, in questi ultimi anni documentato dallo scavo portato in profondità in Altilia12, consolidatosi poi nella prestigiosa definizione e forma urbanistica municipale di prima età imperiale, è ora definitivamente spezzato e concluso. L’etnico, Saepinas, a lungo costretto nella dimensione poleonimica municipale, è ora libero di recuperare l’originaria estensione e dimensione territoriale13. A maggior ragione perché la comunità a sua volta tende a recuperare spazi e superfici in quota, ricerca sedi più sicure, si fraziona o si concentra in comparti che l’assetto territoriale del municipio, tutto (per quanto se ne sa) baricentrato sulle ramificazioni vallive e sugli assi viari longitudinale e trasversali di raccordo interregionale, aveva di fatto considerato marginali, impervie e improduttive, rivolgendosi, ora, difatti, soprattutto al versante settentrionale ed orientale del Matese nel tratto che prospetta la valle del Tammaro. Ma anche questo processo di diaspora, 8. CIANFARANI V., Sepino. Teatro ..., pp. 97-106. Ma, anche, CAPPELLETTI M., Il teatro ..., pp. 161-162 e fig. 118. 9. MATTEINI CHIARI M., Sepolcreto altomedievale ... , pp. 89-94. 10. Ibidem, p. 92. 11. Non si condivide, pertanto, l’opinione, che sembra portare a conclusioni assai divergenti, espressa in DE BENEDITTIS G., Di alcuni materiali altomedievali provenienti dal Molise ..., p. 107: “ Ciò che tuttavia ci preme evidenziare, non è tanto la datazione di questa necropoli [del teatro], quanto la continuità dell’abitato della Saepinum romana anche in epoca altomedioevale”. 12. AMBROSETTI G., Testimonianze preaugustee ..., pp. 14-20; MATTEINI CHIARI M., Il territorio ..., ID., La città ...; ID., Il periodo preromano ...; ID., Il foro. Il lato Nord orientale ...; GAGGIOTTI M., La fase ellenistica..., pp. 35-45; MATTEINI CHIARI M., Saepinum ..., p. 217; ora anche MATTEINI CHIARI M., Il santuario italico ..., pp. 280-291. 13. Ora MATTEINI CHIARI M., Il santuario italico ..., p. 281. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 189 189 pur così archeologicamente e topograficamente evidente e rilevante soprattutto nella sua fase più avanzata, si realizza secondo cadenze generazionali serrate, ma non immediate, non drammaticamente emergenziali né comporta la desertificazione, l’abbandono generalizzato dell’area della città vecchia e, più in generale, dello stesso fondovalle. Il recupero, condizionato, di un habitat preferenziale di versante da parte di schegge di comunità non autorizza a pensare ad uno svuotamento del resto del territorio. E si pensi anche, semmai, ad una densità di popolazione assolutamente contratta, numericamente contenuta in valori assoluti ed anche in valori relativi rispetto al floruit municipale. L’evidenza archeologica del materiale mobile di scavo restituito dall’area urbana aiuta poi a (ri)delineare e in qualche modo a scandire questo processo. Sì, perché, come detto, la capacità di ricezione della comunità sepinate si mantiene inalterata, intatta a lungo e soprattutto la ben documentata opportunità economica dell’acquisto, e dello scambio commerciale, continua ad attestare una composizione sociale a suo modo ancora salda e riconoscibile in età assai avanzata proprio perché verosimilmente ne fanno parte, e ne sono ancora la componente fondamentale, ceti sociali elevati ancora capaci di una qualche imprenditorialità e dotati di una qualche residua disponibilità economica14. Della sigillata africana C e D si è già accennato. Il piccolo museo di Altilia, che voglio qui ricordare perché da tempo ordinato, ma ancora interdetto al pubblico [dal 2002 non è più così!], mostra, tra i tanti possibili, alcuni esemplari qualificanti di scodelle in C3 (la forma Hayes 53A) e in D1 e D2 (rispettivamente le forme 59/61 e 67) databili tra la seconda metà del IV secolo e i decenni iniziali del V15. Ancora più avanzata è la cronologia delle tante lucerne tardo imperiali (conteggiate, al 1998, in numero di 133 corrispondenti significativamente al 25,7 % del totale dei rinvenimenti di lucerne)16. Soffermandoci sulle sole lucerne africane, tra le tardo imperiali quelle che presentano la cronologia più bassa, queste sono in tutto 27 esemplari per una percentuale di presenza comunque rilevante uguale al 5,2% del totale dei rinvenimenti. Esclusi 2 frammenti d’incerta attribuzione, 18 sono le lucerne databili tra la fine del IV ed il VI secolo; 7, dunque significativamente meno, sono le lucerne invece databili tra gli inizi del V ed il VII secolo; 3, infine, appaiono prodotti d’imitazione. Del resto negli anni 501 e 502 sottoscrive la partecipazione al concilio convocato da papa Simmaco un vescovo di Saepinum, Proculeiano. E sembra argomento, alla pari dell’oggettiva evidenza della documentazione archeologica proposta, importante per definire un ambito cittadino, ancorché urbanisticamente 14. Difatti netta e rilevante è la concentrazione di manufatti d’importazione riscontrati all’interno dell’area delineata dall’antica cerchia muraria: CIPICIANI M.L., La sigillata italica .... Questo dato sembra valere ancor più nel raffronto con i risultati della ricognizione del territorio sepinate (il cui studio, sistematico e destinato alla stampa, è in avanzato stato di preparazione), che solo raramente e in termini numerici assolutamente modesti ha restituito materiali analoghi. 15. CIPICIANI M.L., La sigillata italica ... 16. Ora D’ALASCIO G., Le lucerne di Saepinum ..., p. 45. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 190 20.02 Pagina 190 I Beni Culturali nel Molise in graduale, progressivo, inarrestabile degrado, ancora in qualche modo vitale nelle forme esteriori del vivere in comunità. Ma che la città ha forse da tempo perduto la sua invasiva funzione di capoluogo municipale tuttofare, accentratore esclusivo di ogni istanza e manifestazione politico amministrativa, culturale e religiosa nell’ambito del territorio di esercizio della propria giurisdizione (che per Saepinum è comunque immagine un po’ giustapposta, convenzionale e stereotipata), sembra, ora, rappresentato anche dagli esiti parziali (per quanto parziali) dello scavo del santuario italico di San Pietro di Cantoni di Sepino, a mezza via e a mezza quota tra Altilia e Terravecchia (Fig. 1). Come talora capita (è capitato anche nel corso dello scavo della necropoli romana esterna a Porta Benevento17, sugli esiti inaspettati del quale, dai rispettivi punti di vista, molto più efficacemente di me riferiranno a breve – ma non di questo solo parleranno – gli amici Manuela Bernardi e Angelo Finetti)18, l’indagine iniziamente programmata per riportare alla luce una struttura templare individuata all’interno del santuario antico di età ellenistica ha proposto ben evidente una più tarda rioccupazione del sito e dello stesso podio rigenerato e recuperato alla sua originaria destinazione cultuale in una rinnovata formulazione edilizia e architettonica ecclesiale (Fig. 2). Il fenomeno rientra in una casistica nota ed ampiamente documentata. In questa sede, però, ci si limiterà a presentare una succinta descrizione delle strutture rinvenute evitando, un po’ miopemente forse, ma credo correttamente, ogni riferimento di relazione a situazioni diverse, esterne. Proprio per la parzialità dei risultati a tutt’oggi conseguiti. Nell’elaborare a suo tempo una strategia di conduzione dello scavo di lungo termine, difatti, lo scoprimento generalizzato della superficie del podio fu programmata, e rimane prevista, nell’ambito temporale delle due prossime campagne estive 2000 e 2001. Del resto piace affidare la sintesi del dato oggettivo di rinvenimento, così come si è presentato allo scavatore almeno per ciò che concerne i suoi aspetti recenziori, a questa odierna circostanza19. 17. MATTEINI CHIARI M., Necropoli romana ..., pp. 134-135. 18. Infra, pp. 199-209 e 210-214, rispettivamente. 19. Già altri e, in primo luogo DE BENEDITTIS G., Saepinum: città e teritorio ..., pp. 7-30, hanno svolto del tutto esaurientemente, sotto il profilo storico, il tema della situazione locale sepinate, urbana e territoriale, di trapasso tra Antichità e Medioevo, mettendo bene a frutto un’imponente documentazione letteraria ed archivistica. Ancora DE BENEDITTIS G., Il periodo medievale ..., pp. 218-223. È tuttavia mancato, e manca tuttora a riguardo, il contributo scritto, dirimente e risolutivo, dell’archeologia e dell’indagine topografica di superficie. Rare eccezioni rimangono COLONNA G., Saepinum ..., pp. 80-107; SCERRATO 1981, pp. 109-122 e, in anni più recenti, DE BENEDITTIS G. Di alcuni materiali altomedievali provenienti dal Molise ...., pp. 104-107 e MATTEINI CHIARI M., Sepolcreto altomedievale ..., pp. 89-94. Si veda, per contro, la (peraltro ben meritata e ben diversa) fortuna documentaria sotto il profilo archeologico di un’area contigua alla sepinate, quella di Vicenne di Campochiaro: CEGLIA, supra, pp. 79-86, con letteratura. L’occasione presente vuole, dunque, del tutto preliminarmente segnalare, e sottoporre all’attenzione degli studiosi, l’esistenza di un nuovo cantiere di scavo, quello appunto di San Pietro di Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 191 191 Il podio misura non meno di m 3 di altezza per la parte attualmente a vista. Il lato corto misura m 16,50; quello lungo m. 20,80 in una proporzione di 4:5 e con una perfetta corrispondenza di 60 x 75 piedi oschi secondo un modulo progettuale di 15 piedi. Nonostante la sua redazione non appaia costruttivamente unitaria per trasformazioni e manomissioni subite già forse in antico, la struttura, quale ci è pervenuta, è sostanzialmente rispettosa della sua originaria dimensione. L’impianto del complesso ecclesiale appare, invece, sovradimensionato rispetto alla definizione perimetrale dello stesso podio. L’abside, l’unica abside (Fig. 3) disegnata in asse con la navata centrale è, difatti, fondata all’esterno e risulta in appoggio su grandi macigni rocciosi scompostamente franati e accatastati a ridosso della parete di fondo del podio stesso. L’alzato perimetrale si conserva solo in parte lungo la fronte, che replica l’originario orientamento ad Est del tempio, si conserva lungo il lato meridionale per l’intera sua estensione, e, ancora parzialmente, lungo il lato occidentale di fondo. Il muro presenta caratteristiche diverse di costruzione: sulla fronte ai conci in opera quadrata a vista dall’esterno (Figg. 4-5) si replica, all’interno, con un secondo più sottile paramento (che non esclude elementi di reimpiego) di blocchetti di pezzatura medio-grande appena sagomati commessi con malta abbondante. Malta è, altresì, gettata a colmare l’intercapedine. Più lineare e più organica la composizione continua, senza aperture, a cortina cieca, del muro meridionale (Fig. 6), più sottile e delineato da un doppio paramento realizzato per ordinate sovrapposizioni di filari tendenzialmente orizzontali di blocchetti, la cui sagomatura talora è anche la risultante di frazionamenti da blocchi di spoglio. La parete interna è neutralizzata da un rivestimento di una pellicola d’intonaco monocromo giallognolo (per quanto, forse, in origine bianco). Analogo rivestimento è documentato anche all’esterno, ad esempio, ancora in aderenza alla parete, lungo un tratto del lato posteriore. In particolare l’andamento accentuatamente concavo di alcuni tratti del muro meridionale evidenzia la risposta plastica della struttura alla pressione del terreno progressivamente scivolato dall’alto e depositatosi a contatto con il paramento esterno. Nel tratto mediano il muro ha diversamente risposto alle sollecitazioni ed alla spinta del terreno di monte fratturandosi e rovinando in crollo all’interno della struttura (Fig. 7). Stesso vettore di caduta, da Sud a Nord, da monte a valle, presentano almeno due colonne calcaree lisce di spoglio visibil- Cantoni di Sepino, per ora pressoché esclusivamente conosciuto, ma pur sempre parzialissimamente, per ciò che concerne le più antiche fasi di insediamento e di frequentazione: MATTEINI CHIARI M., Sepino. Lo scavo del tempio ... pp. 23-29, tavv. IX-X; MITENS K.- MATTEINI CHIARI M., San Pietro di Cantoni ...., pp. 310-312; MATTEINI CHIARI M., Saepinum ..., p. 217; D’ALASCIO G. Le lucerne degli scavi del santuario ..., pp. 205-283; MATTEINI CHIARI M.,Le lucerne degli scavi del santuario ...; ora anche MATTEINI CHIARI M., Il santuario italico ..., pp. 280-291; MATTEINI CHIARI M. - CIPICIANI M.L.- FATTORE D. - TERENZI G., Un deposito ceramico, pp. 93-172; CATALLI F.- FINETTI A. - MATTEINI CHIARI M., Rinvenimenti monetali ... Per un tardivo risveglio di un’archeologia militante che quasi mai è riuscita nel passato con tempestività a trasformare in documento fruibile i segni e le risultanze conseguite con l’azione di scavo. Ogni approfondimento, dei molti possibili anche da subito, ed ogni ricerca di esterna relazione sono dunque solo rinviati alla più estesa leggibilità del cantiere. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 192 20.02 Pagina 192 I Beni Culturali nel Molise mente in reimpiego su plinti rettangolari incassati a livello dello stilobate (Figg. 8-9) che costituiscono un importante elemento di conoscenza per definire l’interna articolazione planimetrica del complesso. La navata centrale sembra, dunque, affiancata da due navate laterali di luce più ridotta, verosimilmente ribassate e scandite dal ricorso regolare (se il dato, come pare verosimile, si può estendere) di altre colonne. Il presbiterio sembra ridisegnare le dimensioni non anguste dell’unica cella del tempio italico ricavata sull’asse mediano longitudinale dell’edificio. Le rare scansioni murarie interne sembrano perimetrare un vano in corrispondenza della navatella meridionale, sul fianco del presbiterio. Sulla fronte si addossano due avancorpi spartiti simmetricamente, specularmente sull’asse mediano longitudinale del podio (Figg. 10-11). Al centro, risparmiata e definita da tozze murature per lo più composte da eterogenei elementi di spoglio, è ricavata la rampa di raccordo tra stilobate e piano di campagna. I due avancorpi, con sicurezza quello meridionale meglio conservato, a loro volta si schiudono in un’apertura (Figg. 12-13) che li mette in comunicazione con un ampio atrio, una corte scoperta definita a terra da un acciottolato minuto e ben commesso (Fig. 14) perimetrato da grandi blocchi che presentano lavorazione analoga a quella dei blocchi antichi del podio (Figg. 15-16) e, dunque, forse di spoglio in reimpiego. La corte appare decentrata rispetto alla fronte, in un singolare equilibrio compositivo e planimetrico delineato a cavallo tra la porta d’ingresso della chiesa, ricavata al centro dei due avancorpi, e l’accesso all’avancorpo meridionale, sinistro. Un sottile cordolo murario (Fig. 17) solo in parte rimesso allo scoperto lungo il margine meridionale della trincea di scavo può forse costituire la linea di facciata (o di fondale?) di un portico, probabilmente in origine replicato e prolungato anche sulla fronte e sull’opposto lato settentrionale, insomma a suo modo avvolgente e conchiuso. Del resto la rilevante quantità di tegole di copertura in rovina rinvenute al di sopra di US 55, in US 34, 36 e 37, non associate a materiali d’alzato suggerisce più la presenza di una struttura porticata lungo questo settore che quella di un vero e proprio diaframma murario, che peraltro sembrerebbe dichiaratamente privo di un qualsivoglia dispositivo di fondazione. Lungo il versante di monte, verosimilmente protetto da interventi di drenaggio mediante la realizzazione di vespai di pietre in profondità, si distribuiscono alcune tombe20 tutte analogamente orientate da Ovest Sud Ovest a Est Nord Est (Figg. 18-20), in un tratto di terreno fortemente acclive e incombente dall’alto sul volume residuo dell’edificio ecclesiale. La ripetitività del disegno, dell’orientamento, delle soluzioni struttive adottate nella redazione delle tombe suggeriscono una loro sostanziale contemporaneità e predicano una contestualità organica con il complesso adiacente, delineando, al contempo, a risparmio, gli stessi percorsi d’avvicinamento e di servizio interni all’area di culto. Sul retro, in uno scodellato tratto di terreno lasciato sgombro dal- 20. Gli scheletri sono stati oggetto di studio da parte di Mauro Rubini, che si coglie l’occasione di ringraziare. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 193 Il Medioevo 193 l’irta scogliera di rocce affioranti, venne posizionato il calcinaio del cantiere. Quanto detto sembra configurare, peraltro con molte ovvie necessità di verifica e di approfondimento, un complesso che appare nella evidente semplicità di disegno planimetrico, talora anche ripetitivo di soluzioni adottate già in antico nell’articolazione interna dello stilobate, sostanzialmente coerente e rapportabile forse ad un’unica fase progettuale e realizzativa d’impianto. Con rare giunte e rari interventi di riqualificazione e di trasformazione, almeno per ciò che riguarda il corpo edificato della chiesa. Ma come si data tutto ciò? Intanto occorre indubbiamente rivolgersi ai reperti di scavo. La vitalità dell’area di San Pietro di Cantoni in età imperiale (così come nella tarda età repubblicana) sembra pressoché nulla. Il santuario del pagus italico sembra da tempo in abbandono e la frequentazione del luogo è rarefatta ed è segnata sul campo ad esempio dal rinvenimento di appena 10 monete addirittura ripartite in tre secoli dal I al III d.C. (il dato risale al 1998)21. La stessa ceramica (sigillata italica, sigillata africana A) è scarsissimamente documentata. E, in tutti i casi, i reperti appaiono come residui, alla stregua della tanta vernice nera, all’interno di US di dichiarata recenziore formazione. Succede, invece, che la conta (fatta dal qui presente Angelo Finetti) delle monete di IV, di V, di VI secolo cresca secondo formule esponenziali in termini relativi e in termini assoluti. I reperti monetali di questo periodo assommano a 110 esemplari (circa un terzo del totale del rinvenuto) ripartiti equamente tra IV (33 pezzi), V (37), VI (34) secolo22. È un segnale che non può essere sottaciuto e sottovalutato. Significa che nell’area dell’antico santuario qualcosa è cambiato, che qualcosa sta cambiando. C’è, ci deve essere una qualche nuova ragione che determina la ripresa di un flusso, regolare, costante, forse massivo, di frequentazione. Il contrasto numerico con i secoli immediatamente precedenti è così rimarcato che non può invocarsi alcuna casualità. Di più si è annotata e documentata una straordinaria coerenza tra reperti monetali e lucerne, soprattutto con quelle di più tarda datazione, appunto le africane, già richiamate per la situazione di Saepinum. Coerenza che si esprime attraverso l’analogo incremento numerico di queste ultime (in questo caso ancora più di un terzo del totale del rinvenuto, ma è dato, rispetto alle monete, ovviamente più scontato) in termini relativi e in termini assoluti. Ma è soprattutto l’analoga giacitura, l’associazione in strato (US 34, 36, 37) che ridetermina il senso e la forza di questa coerenza. Che è anche e soprattutto cronologica. Le lucerne, semmai, sopravanzano di poco, possono oltrepassare di poco gli inizi del VII secolo23. Ma a riguardo ricorrono due altre particolarità che non possono analogamente accantonarsi: la prima è che ben 26 esemplari su 41 (il dato risale al 1997) sono lucerne d’imitazione africana. È una singolarità pressoché sconosciuta, 21. CATALLI F.- FINETTI A. - MATTEINI CHIARI M., Rinvenimenti monetali ... 22. Ibidem. 23. D’ALASCIO G. Le lucerne degli scavi del santuario ..., p. 225. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 194 20.02 Pagina 194 I Beni Culturali nel Molise come ricordato, alla contemporanea realtà urbana della vicinissima Saepinum24, che, invece, nonostante tutto, mostra un evidente e univoco gradimento del prodotto originale, con un’unica eccezione conosciuta. Insomma quanto detto può forse indurre ad ipotizzare una produzione esclusiva, di circolazione limitata e rivolta prevalentemente alla stessa area di rinvenimento e di circolazione, quella del santuario antico. Ma tutto ciò ha un senso se contestualmente ricollochiamo all’interno di quest’area la novità dell’edificio ecclesiale e se peroriamo anche motivazioni di cerimoniale e di servizio. La seconda particolarità suggerita dall’esame delle lucerne è che 2 di quelle restituite dallo scavo presentano nette sbavature di malta (che ne rivelano un successivo utilizzo come inerti) e che una terza è stata ritrovata in situ nello spessore di US 3, il muro lungo meridionale della chiesa. Sono tutte e tre comprese tra I e II secolo d.C.25 e costituiscono, dunque, un importante indice ante quem di costruzione della muratura. Se è vero quanto indotto dallo studio di due classi di materiali archeologici tra le più parlanti (ma è dato evidentemente da verificare su più larga scala, su cui può discutersi), la fortuna successiva della chiesa sembra effimera e non duratura. La nuova stagione di vita sembra chiudersi pressoché qui, senza traumi resi manifesti dallo scavo e senza evidenti successive riprese. La storia finale dell’area e del culto in essa esercitato sembra ora dettata dallo scalare sfumato ma sempre troppo perentorio delle presenze da frequentazioni anche importanti (si senta a riguardo il contributo prossimo di Angelo Finetti26) e soprattutto dalla forza inequivocabile, che pesa come un macigno su questa storia, delle molte assenze. Ma questo quadro lascia non poco insoddisfatti appunto per la sua troppa perentorietà. Risulta molto schematico e facile. Ogni contributo dei tanti possibili, su cui già ieri in sede di Convegno molto si è detto, ogni indirizzo per un’interpretazione integrata del nudo dato di scavo, presente o assente che sia, sarà, dunque, gratificante e gradito. 24. Ancora D’ALASCIO G. Le lucerne degli scavi del santuario ..., pp. 49-50. 25. D’ALASCIO G., Le lucerne degli scavi del santuario ..., pp. 230-231, 238-239, 250-251; MATTEINI CHIARI M., Le lucerne degli Scavi del santuario ..., pp. 215-216. 26. Infra, pp. 207-212. Libro1bisw2bis.qxd Fig. 1 Fig. 2 17/06/2006 20.02 Pagina 195 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 196 Fig. 4 Fig. 3 Fig. 5 Fig. 6 Fig. 7 Fig. 8 Fig. 9 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 197 Fig. 10 Fig. 11 Fig. 12 Fig. 13 Fig. 14 Fig. 15 Fig. 16 Fig. 17 Libro1bisw2bis.qxd Fig. 18 Fig. 19 17/06/2006 20.02 Pagina 198 Fig. 20 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 199 LA PROTOMAIOLICA DA SAEPINUM (ALTILIA) PRIMI RISULTATI Manuela Bernardi Università degli Studi di Perugia (Tavv. IX - X) La ricerca di cui si presentano i primi risultati è attualmente in corso presso la Cattedra di Urbanistica del mondo classico (Dipartimento di Scienze Storiche dell’Antichità) dell’Università degli Studi di Perugia e riguarda le protomaioliche rinvenute durante le indagini archeologiche, dirette dal Prof. Matteini Chiari, effettuate negli anni 1981 e 1982 in due saggi (A e B) praticati presso la porta Benevento dell’antica Saepinum. Presentando il lavoro in itinere è bene precisare che ci si limiterà a trattare un nucleo di reperti provenienti dal saggio B dal quale è stato possibile ricavare una prima rassegna di forme e decorazioni pertinenti a manufatti con caratteristiche tecniche piuttosto omogenee. I dati tecnici descritti derivano dall’esame autoptico, non essendo stata ancora eseguita una campionatura da sottoporre ad analisi archeometriche. Gli impasti Gli impasti sono raggruppabili in due tipi: Tipo 1: colore variabile dal beige-rosato all’arancio chiaro, con frattura piuttosto irregolare, tessitura fine con frequenti vacuoli e rari inclusi micacei (bianchi opachi), riscontrabile generalmente nelle forme aperte. Tipo 2: colore variabile dal beige-chiaro, al rosato all’arancio chiaro, con tessitura fine e minore incidenza di vacuoli, inclusi quasi assenti, attestato prevalentemente nelle forme chiuse. Il colore descritto esclude naturalmente gli annerimenti dovuti a cottura difettosa. I rivestimenti Si ritiene che nella totalità degli esemplari sia stato utilizzato smalto stannifero, che interessa, nelle forme aperte, la superficie interna (l’esterno è nudo), e Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 200 Pagina 200 I Beni Culturali nel Molise nelle forme chiuse la superficie esterna e, in un sottile strato, anche quella interna. I colori I colori utilizzati nelle decorazioni del materiale esaminato sono il bruno, il verde ed il giallo, che sono presenti comunque nella quasi totalità dell’intero complesso ceramico. Il manganese è utilizzato per tracciare i contorni di foglie, fiori o altri motivi complessi o teorie di linee e fasce, con un grado variabile di diluizione, ottenendo toni digradanti dal marrone scuro/nero al marrone chiaro. Il verde ramina varia dal verde deciso ad un verde pallido con toni leggermente azzurrati. Anche il giallo è usato con diversi gradi di diluizione e non raggiunge mai toni eccessivamente vivaci. Il verde ed il giallo sono utilizzati per le campiture delle decorazioni in precedenza tracciate in bruno, per piccoli motivi riempi-vuoto e per linee o fasce. Le forme1 Il panorama morfologico non è molto vario. Le forme chiuse sono attestate in numero minore rispetto a quelle aperte, dato che si riscontra nella maggior parte delle produzioni di protomaiolica. Tra le forme chiuse prevale il boccale c.d. a clessidra con largo fondo piano, corpo a tronco di cono e collo svasato (Tav. I, n. 1). Questo tipo di boccale è presente nella produzione molisana, tra i reperti di Terravecchia e Campobasso2. Un riscontro meno preciso si può individuare nella produzione di Lucera3, dove però i boccali hanno il corpo con pareti più arcuate. Il nostro tipo 1 comprende un boccale che presenta difetti evidenti di seconda cottura e pertanto può essere assegnato alla produzione locale. La seconda forma chiusa (Tav. I, n. 2), della quale lo stato di conservazione non ci dà modo di conoscere la forma del fondo, è un frammento di collo e spalla, ma vi si può notare una variante interessante, una filettatura molto netta che divide le due parti strutturali della forma. Impasto e superfici sono completamente anneriti. Si tratta di uno scarto di seconda cottura. La fiaschetta rappresenta un unicum in questo contesto (Figg. 1a, 1b). Seppure in protomaiolica, trova riscontro con una forma analoga in maiolica arcaica orvietana4. Passando alle forme aperte, che presentano tutte il piede ad anello, nella maggior parte attraversato da fori di sospensione praticati a crudo, la ciotola 1. Nelle tavole sono indicate con un triangolo le forme di cui sono testimoniati scarti di fornace. 2. SCERRATO U. -VENTRONE VASSALLO G., La maiolica della Diocesi di Bojano ..., p. 9 e fig. Ib. 3. WHITEHOUSE D. La ceramica da tavola ... , tav. CLXXXVI, n. 37 e PATITUCCI UGGERI S., La protomaiolica: un nuovo bilancio ..., p. 20, fig. 2, n. 37. 4. La ceramica orvietana ..., p. 49, n. XIII. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 201 Il Medioevo 201 emisferica, della quale è accertato sinora solo il bordo arrotondato (Tav. I, n. 4) è presente in varie misure. Anche questa forma fa parte del repertorio locale, in quanto un esemplare (Tav. 1, n. 3) presenta vistosi difetti nella cottura dello smalto, con crateri e alterazione dei colori, tali da poterlo definire come uno scarto. In ambito locale troviamo questa forma a Terravecchia5 e, nelle produzioni pugliesi, a Lucera e Fiorentino6. Le ciotole carenate hanno una maggiore articolazione, con varianti che interessano la carenatura, situata nella parte mediana del corpo (Tav. II, nn. 11 - 14) o leggermente più un basso (Tav. II, nn. 6 -10). Il bordo può essere piatto (Tav. II, nn. 7, 8 e 14), arrotondato (Tav. II, nn. 10 e 13), leggermente appuntito (Tav. II, nn. 9 e 11) o con una piccola angolatura interna defluente (Tav. II, n. 12), associata ad un piede più alto. Le forme prodotte localmente sono la n. 10 e la n. 11 (con visibili difetti in seconda cottura). Anche le ciotole carenate trovano riscontri nella produzione delle aree circonvicine, come Terravecchia7, Bojano e Campobasso8. Queste ultime presentano il bordo arrotondato ed appuntito ( Tav. II, nn. 9 - 10). Alcune analogie sono riscontrabili tra i materiali di Lucera (Tav. II, n. 8)9 Brindisi (Tav. II, n. 13)10, Fiorentino (Tav. II, n. 10)11. La forma n. 10 è anche confrontabile con un esemplare napoletano12 datato ai primissimi anni del Trecento e con un bacino pisano, ritenuto di produzione brindisina13. Le decorazioni Forme chiuse Motivi geometrici: - Fasce verticali di linee rette ed ondulate (Fig. 2) - Fasce verticali costituite da tratteggi in bruno e tratti a spina di pesce desinenti in un punto (solo bruno e verde, Fig. 3) - Embricature (Fig. 4, frammento in basso) Motivi vegetali - Fiori e volute (Fig. 1a) 5. COLONNA G., Saepinum ..., fig. 7, tavv. 2-3. 6. PATITUCCI UGGERI S., La protomaiolica: un nuovo bilancio ..., p. 21, fig. 1, n. 46 e fig. 3. 7. COLONNA G., Saepinum ..., fig. 7. 8. SCERRATO U. -VENTRONE VASSALLO G., La maiolica della Diocesi di Bojano ..., fig. 1, c, e. 9. PATITUCCI UGGERI S., La protomaiolica: un nuovo bilancio ..., fig. 1, n. 46. 10. Ibidem, p. 25, fig. 6, F2. 11. Ibidem, p. 23, fig. 5, n. 69. 12. Ibidem, p. 38, fig. 14. 13. BERTI G., Le ‘protomaioliche’ in Toscana ..., p. 91, fig. 1, A2. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 202 202 I Beni Culturali nel Molise Motivi araldici - Scudo araldico (Fig. 1b) Forme aperte Decorazioni geometriche – Cerchio centrale con anelli concentrici, decorazione associata a ciotole carenate ed emisferiche. Si tratta di una decorazione largamente attestata nelle produzioni di Bojano, Terravecchia e Campobasso14 (Figg. 5 - 7) – Poligono festonato ugualmente presente nell’ambito della diocesi di Bojano15 (Fig. 8) – Punti in manganese al centro, linee rette ed ondulate (Fig. 9) – Tratti in bruno che definiscono un cerchio centrale, confrontabile con una decorazione di Fiorentino16 (Fig. 10) – Corda in bruno, usata come motivo secondario, e presente nelle produzioni molisane 17 (Fig. 11) – Occhielli (Fig. 12, frammento centrale in basso) Decorazioni vegetali – Fiori centrali che definiscono un cerchio e anelli concentrici (Fig. 13) – Foglie che si dipartono da motivi geometrici (Fig. 4, frammento in alto a sinistra) – Foglie con i vertici uniti al centro (Fig. 14) – Fiori trilobati affrontati alternati a foglie ovali (fusi e fiori), confrontabile con la decorazione che si trova anche su esemplari napoletani18 (Fig. 15) – Fiori lobati che si dipartono da croce centrale, motivi in uso anche a Terravecchia19 e a Napoli20 (Fig. 12, frammento a destra) – Fiori lobati su stelo associati a tratteggi e volute (Fig. 16), decorazione che può essere confrontata con una presente in una forma aperta da Lucera21 Motivi zoomorfi – Uccelli - con motivi secondari: chevrons (Fig. 17) confrontabili con un esemplare Brindisino22, corda e anelli concentrici (Fig. 18). 14. SCERRATO U. -VENTRONE VASSALLO G., La maiolica della Diocesi di Bojano ..., p. 10, fig. IId. 15. Ibidem, fig. IIIa. 16. LAGANARA FABIANO 1997, p. 137. 17. COLONNA G., Saepinum ..., tav. LXXI, n. 1; SCERRATO U. -VENTRONE VASSALLO G., La maiolica della Diocesi di Bojano ..., fig. 16 a e g. 18. PATITUCCI UGGERI S., La protomaiolica: un nuovo bilancio ..., fig. 17, n. 487. 19. COLONNA 1962, tav. LXXII, n. 2. 20. PATITUCCI UGGERI S., 1997, fig. 18, nn. 423-425. 21. Ibidem, p. 19, n. 45, fig. 1. 22. PATITUCCI UGGERI S., La protomaiolica: un nuovo bilancio ..., p. 30, fig. 10. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 203 203 Motivi araldici – Scudo crociato con semicerchi desinenti da ogni lato, in solo manganese (Fig. 19). - Monogramma R, forse attribuibile a Roberto I d’Angiò (1309-1343)23 (Fig. 20, frammento a sinistra). - Fiori desinenti da uno scudo araldico (Fig. 20, frammento a destra) Conclusioni La stratigrafia di provenienza di questi materiali è di scarsa complessità. I materiali associati sono costituiti da ceramica acroma, ceramica a bande rosse e scarse presenze di invetriata. Il materiale numismatico medievale proveniente dall’area annovera monete coniate dalla fine del XII (ma in corso anche nel XIII) alla prima metà del XIV, mentre segnala un’assenza di monete più tarde24. Questo non può che confermare una datazione della protomaiolica tra XIII e primi decenni del XIV secolo, in accordo con le cronologie desunte dai confronti. Per quanto riguarda il sito di Saepinum, attuale Altilia, possiamo affermare, a completamento del quadro fornito nel 1986 da Scerrato-Ventrone Vassallo sulle produzioni della diocesi di Bojano25, che sono prodotti localmente i boccali a clessidra, la ciotola emisferica e la ciotola carenata con bordo piatto o arrotondato ( Tav. I, nn. 1 - 3 e Tav. II, nn. 10 e 11). Fanno parte della tradizione locale le decorazioni a loro associate, in particolare il motivo a corda, i fiori formanti il cerchio, le fasce di linee rette ed ondulate e, per le forme chiuse, le fasce verticali di linee rette ed ondulate. Il quadro sembra interessante in un momento in cui lo studio della protomaiolica in Italia si sta arricchendo di nuovi dati sui centri di produzione. L’abbondanza di scarti da Saepinum-Altilia, Terravecchia, Bojano e Campobasso, oltre alla peculiarità di alcune forme e motivi decorativi comuni a tutti i centri citati, può suggerire una riflessione sul ruolo produttivo di questa area, che trova i maggiori contatti culturali nelle tradizioni morfo-decorative delle ceramiche pugliesi (Lucera, Brindisi e Fiorentino) e campane (Napoli). Il completamento della ricerca dal punto di vista tipologico e l’esecuzione di analisi archeometriche permetteranno una più chiara definizione del rapporto tra produzione locale e manufatti circolanti da altri centri contemporaneamente attivi. 23. SCERRATO U. - VENTRONE VASSALLO G., La maiolica della Diocesi di Bojano ..., fig. 2f, da materiale di fornace da Campobasso. 24. Cfr. il contributo di FINETTI in questo stesso volume. 25. Sebbene non offrano immediati e calzanti confronti con i reperti in esame, per un quadro più completo dei ritrovamenti nella diocesi, cfr. i contributi: SCERRATO U., Ricerche di archeologia medievale ... sui primi saggi di scavo a Terravecchia; GENITO B., Campobasso ..., in merito al rinvenimento di scarti di fornace a Campobasso e CAMPANELLA G., La ceramica R.M.R. ..., per quanto riguarda alcuni materiali rinvenuti nella Cattedrale di Bojano. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 204 204 I Beni Culturali nel Molise SCHEDE Forme chiuse 1) Boccale a fondo piano, corpo tronco-conico, collo svasato. Decorato con fasce verticali di linee rette ed ondulate. Colori non ben distinguibili. Superficie annerita. Impasto 2. Scarto di fornace. H. 14; diam. base 10,7. Inv. 18447, tav. I, n. 1; fig. 2 2) Frammento di collo e spalla di boccale. Collo alto e svasato, filettatura tra collo e spalla. Impasto e superficie completamente annerita. Impasto 2. Scarto di fornace. H. 13 Inv. 55145,Tav. I, n. 2 3) Boccale parzialmente ricostruito con fondo piano, corpo con pareti scarsamente ricurve e collo svasato. Bocca non conservata. Decorato con fasce verticali di gruppi di tratti paralleli in bruno tra due linee in verde. Visibile una linea verticale in verde fiancheggiata da tratti a spina di pesce desinenti con un punto in manganese. Sulla parte inferiore del corpo una fascia orizzontale in bruno denso definisce l’area decorata. All’interno una sottile patina di smalto bianco. Impasto 2. H. 14. Inv. 18486, Fig. 3 4) Fiaschetta con corpo formato da due dischi raccordati da una fascia, beccuccio potorio tubolare e due piccole anse. Decorata su di una faccia con steli ricurvi e fiori lobati in giallo, con foglie in verde piuttosto scuro e denso, sull’altro con uno scudo araldico campito in verde, con al centro fasce orizzontali gialle bordate in bruno. Il verde ramina è evidentemente sgocciolato al di fuori del contorno dello scudo. Sulla fascia di raccordo si ripropone lo stesso schema decorativo vegetale usato per una delle due facce. Impasto 2. Diam. 14. Inv. 18416, Figg. 1a e 1b 5) Frammento di parete e collo di boccale del quale si individua una decorazione squamata sulla spalla. Le squame sono campite in verde e giallo. Visibili linee di manganese ai lati dell’attacco dell’ansa, probabilmente a sezione ovale. H.4; larghezza 10. Inv. 18430, Fig. 4 Forme aperte 6) Ciotola emisferica parzialmente ricomposta decorata con motivo centrale costituito da quattro fiori a tre petali posti in cerchio e campiti alternatamente in giallo e verde/azzurro, entro un cerchio delimitato da linee concentriche in bruno, giallo e verde/azzurro. In prossimità del bordo motivo a corda morbida. Alcune zone hanno superfici malcotte e smalto di colore azzurrino. Impasto 1. Probabile scarto di fornace. Diam. piede 7,4. Inv. 10518, Tav. I, n. 3, Fig. 13 7) Ciotola emisferica con piede ad anello con due fori di sospensione. Decorazione Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 205 Il Medioevo 205 interna costituita da un cerchio centrale campito in verde e da una serie di fasce concentriche in giallo, bruno e verde, alternate, con colori abbastanza diluiti. Esterno nudo. Impasto 1. Restaurata ed integrata. H.6,5; diam. 16; diam. piede 5,5. Inv. 10491, Tav. I, n. 4, Fig. 5 8) Ciotola emisferica con piede ad anello e due fori di sospensione. Decorata con steli interrotti da tratti paralleli in manganese desinenti con fiore lobato in giallo e foglie ricurve verdi, non ben distinguibili per la cattiva conservazione. Piccoli fiori riempi-vuoto in verde. Colori: bruno, verde e giallo. Esterno nudo. Impasto 1 con effetto “sandwich”. Diam. piede 7,6. Inv. 18461, Tav. I, n. 5, Fig. 16 9) Ciotola carenata, con piede ad anello e due fori di sospensione. Decorata con cerchio centrale campito in verde e circondato da linee concentriche in bruno e verde. Linee concentriche in bruno in prossimità dell’orlo. Impasto 1. Restaurata ed integrata. H. 4; diam. piede 6. Inv. 18415, Tav. II, n. 6, Fig. 7 10) Ciotola carenata con piede ad anello e due fori di sospensione. Decorata all’interno con due fiori trilobati affrontati in verde, alternate a due foglie ovali in giallo. Esterno nudo. Impasto 1. H. 6, diam. piede 5,5. Inv. 18432, Tav. II, n. 7, Fig. 15 11) Ciotola carenata con smalto bianco che fuoriesce leggermente. Al centro decorazione in bruno, con uno scudo crociato all’esterno del quale è dipinto un semicerchio per ogni lato. Impasto 1. H. 5.5; diam. piede 5. Inv. 18437, Tav. II, n. 8, Fig. 19 12) Ciotola carenata, con piede ad anello e due fori di sospensione. Decorazione costituita da un cerchio centrale campito in verde e da una serie di fasce concentriche in giallo, bruno e verde, alternate, con colori abbastanza diluiti. Impasto 1. H. 6,8; diam. 16. Inv. 18414, Tav. II, n. 9 13) Ciotola carenata con piede a disco. Superficie smaltata combusta. Scarto di fornace. Impasto 1. H. 6,5; diam. 15; diam piede 8. Inv. 10489, Tav. II, n. 10 14) Frammento di ciotola carenata con piede ad anello, orlo assottigliato e decorazione centrale costituita da un cerchio e fascia campita in verde. In prossimità della carenatura una serie di linee in bruno, una fascia gialla e, vicino al bordo, un motivo a “corda” in bruno mal eseguito. Un frammento sembra annerito. Frammentaria, solo parzialmente ricomposta. Smalto con evidenti difetti di cottura. Esterno nudo. Impasto 1. H. 8, diam. 18; diam. piede 8,2. Inv. 10498, tav. II, n. 11, Fig. 11 15) Ciotola carenata con piede ad anello piuttosto alto ed orlo piatto, decorata con un motivo centrale a fasce concentriche in verde, giallo e bruno intervallate da due motivi in manganese formati da linee curve spezzate, con la convessità in direzione del centro, unite per i vertici. Linee concentriche anche in prossimità dell’orlo. Impasto 1. Restaurata ed integrata. H. 7; diam. 8,5; diam. piede 6,2. Inv. 10496, tav. II, n. 12, Fig. 8 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 206 206 I Beni Culturali nel Molise 16) Ciotola carenata con piede ad anello e fori di sospensione, orlo assottigliato. Decorazione interna costituita da un cerchio centrale in verde circondato da linee in bruno e fascia gialla. In prossimità dell’orlo linee in bruno ed una larga fascia in verde. Il verde non è diluito come in molti altri esemplari, ha una tonalità più decisa. Esterno nudo. Impasto 1. Parzialmente ricomposta. H. 8; diam. 16; diam. piede 7,2. Inv. 18413, tav. II, n. 13, fig. 6 17) Ciotola carenata con piede ad anello. Decorata all’interno con linee concentriche rette e ondulate. Al centro quattro piccoli petali in bruno attorno ad un punto. In prossimità dell’orlo fasce e motivi a spirale. Colori: verde, bruno e giallo. Esterno nudo. Impasto 1. H. 8,2; diam. 21,4; diam. piede 6,6. Inv. 18427, tav. II, n. 14, fig. 9 18) Ciotola carenata, decorata con festonature sull’orlo, un motivo a corda in bruno, linee concentriche ed un elemento zoomorfo non ben visibile (volatile). Colori: bruno, verde, giallo. Impasto grigio, con evidente difetto di cottura. Esterno nudo. Scarto di fornace. Diam. 18. Inv. 18433, Fig. 18 19) Frammento di fondo di ciotola con piede ad anello e due fori di sospensione. Della decorazione centrale è visibile un motivo floreale con al centro un rombo e ai lati fiori a tre petali campiti in verde e in giallo pallido. Il motivo è entro cerchio delimitato da una fascia di linee in bruno, una banda in verde con tratti orizzontali in bruno. Esterno nudo. Impasto 2. Diam. piede 8,2. Inv. 18430, Fig. 4 20) Frammento di fondo di forma aperta con motivo centrale non identificabile. Il cerchio al centro è delimitato da un motivo a linee concentriche ed una fascia in verde con tratti in bruno. Impasto 1. Diam. piede 6. Inv. 18409, Fig. 4 21) Fondo di ciotola con piede ad anello, in cui sono praticati due fori di sospensione. Il centro è bianco, segue una serie di tratti o punti in bruno posti a cerchio, linee concentriche in bruno, giallo e una fascia in verde. Il verde ed il giallo non sono diluiti. Sono solo parzialmente visibili dei tratti in bruno ricurvi, con la convessità rivolta verso il centro. Esterno nudo. Impasto 1. Diametro piede 7. Inv. 18426, Fig. 10 22) Frammento di fondo di ciotola, con piede ad anello. Decorazione centrale quadripartita da doppia linea in manganese. Negli spazi foglie a due lobi alternate in verde e giallo, entro cerchio verde e linee in manganese. Esterno nudo. Impasto 1 Diam. piede 6,5. Inv. 18431, Fig. 12 23) Frammento di forma aperta, con piede ad anello non molto rilevato e fori di sospensione. Della decorazione è visibile un motivo ad “occhio” in giallo-marroncino con linee in verde e bruno. Esterno nudo. Impasto 1. Diametro piede 7,5. Inv. 10515, Fig. 12 24) Frammento di forma aperta con motivo ad occhiello campito all’interno in gial- Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina Il Medioevo 207 207 lo/marroncino. Visibili altri elementi vegetali-stilizzati non riconoscibili. Esterno nudo. Impasto 1 Larghezza 6,5. Inv. 18438, Fig. 12 25) Frammento di forma aperta con piede ad anello e decorazione geometrica non identificabile in bruno, verde e giallo. Esterno nudo. Impasto 1. Diam. piede 6,5. Inv. 19439, Fig. 12 26) Forma aperta parzialmente ricostruita con piede ad anello e due fori di sospensione. Decorata con un motivo centrale costituito da quattro fiori a tre petali con il vertice inferiore unito al centro e campiti alternatamente in giallo e verde non diluito. Il motivo è entro cerchio. Sulla parete si intravedono semicerchi tracciati con una fine pennellata in bruno manganese. Superficie erosa e con numerosi crateri. Esterno nudo. Impasto 1, grigiastro. Diametro piede 10. Inv. 18463, Fig. 14 27) Ciotola parzialmente ricostruita con decorazione costituita da “chevrons” in prossimità dell’orlo e al centro una figura di volatile, solo parzialmente leggibile, con ala o corpo campito con embricatura. Sono visibili dei tratti in verde sugli chevrons. Superficie deteriorata, non si esclude l’uso del giallo. Esterno nudo. Impasto 1. Diam. 22. Inv. 18434, fig. 17 28) Fondo di ciotola con piede ad anello. Decorata all’interno con un motivo non ben comprensibile: uno scudo araldico non bene eseguito da cui si dipartono tre foglie ovali campite in bruno e tre foglie trilobate in verde. Non si nota presenza di giallo. Impasto 1. Diam. piede 5,5. Inv. 10511, Fig. 20 29) Ciotola con piede ad anello con foro di sospensione. All’interno, al centro, il monogramma R, circondato da linee concentriche rette ed ondulate. Colori: verde, bruno e giallo. Esterno nudo. Impasto 1. Diam. piede 6,8. Inv. 18440, Fig. 20 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 208 Tav. I. Boccali (nn. 1 e 2) e ciotole emisferiche (nn. 3-5). I triangoli contrassegnano le forme di cui sono testimoniati scarti di fornace. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Tav. II. Ciotole carenate. 20.02 Pagina 209 Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 210 ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLA CIRCOLAZIONE DELLA MONETA PICCOLA IN TERRITORIO MOLISANO TRA XIII E XIV SECOLO ALLA LUCE DEI RECENTI RINVENIMENTI Angelo Finetti Università degli Studi di Siena (Tav. XII) Le monete tardomedievali restituite in questi ultimi anni dagli scavi di Altilia e di San Pietro di Cantoni non sono molte, tuttavia la varietà dei tipi e le zecche rappresentate invitano a riesaminare i rinvenimenti di materiali analoghi effettuati finora nel territorio. In particolare quelli pertinenti alla seconda metà - fine del XIII secolo, fase che precede ed in parte accompagna la stabilizzazione della moneta piccola nel Regno in piena età angioina. Cominciamo dai tipi più antichi. Da San Pietro di Cantoni vengono i due tarì d’oro salernitani di duchi longobardi (Fig. 1), coniati intorno al 10001 ad imitazione dei tarì del califfo della dinastia fatimida al-Mu’izz Ledin (953 – 975). Il rinvenimento dei due pezzi, probabile residuo di un ripostiglio disperso in antico, rappresenta oggi il primo raccordo tra l’area di produzione ed il cospicuo nucleo di Ordona, in Puglia2. Sempre di San Pietro sono i due oboli di Melgueil (Fig. 2) del XII - XIII secolo, ben documentati in Italia meridionale soprattutto nel ripostiglio di Allife che attualmente è in corso di studio da parte di Ermanno Arslan3. 1. Per la datazione dei tipi, attribuiti in passato alla seconda metà del sec. X (cfr., ad es. CAPPELLI R., Studio sulle monete ..., p. 8), cfr. il recente lavoro di TRAVAINI L., La monetazione ... , pp. 158-159. (N.R.: Angelo Finetti non ha potuto vedere il terzo tarì longobardo identico ai primi due (g. 1,01; mm 19) rinvenuto nel 2001, a conferma della sua intuizione di un probabile gruzzolo disperso). 2. GOURNET R., Le trésor ..., pp. 155-171; BALOG P. et al., Nuovi contributi ..., pp. 123-128; TRAVAINI L., La monetazione ..., p. 159. 3. Il ripostiglio di Allife è composto da 635 esemplari tra i quali figurano 43 oboli di Melgueil. Ringrazio vivamente Ermanno Arslan che mi ha fornito i dati qui riferiti. La presenza dei denari Melgurienses è stata spesso segnalata nelle regioni meridionali: v. Otranto (TRAVAGLINI A., Le monete ... , pp. 241-248) e TRAVAINI L., Romesinas ..., p. 119. Il fatto che si tratti di un tipo “immobilizzato” non consente, al momento, una definizione cronologica più precisa. Debbono, tuttavia, aver circolato molto a lungo se si trovano ancora citati nella tariffa del Balducci Pegolotti, redatta prima del 1340: “Margugliesi a once 7 den. 8” (PAGNINI DEL VENTURA G.P., Della Decima ...,p. 293; BALDUCCI PEGOLOTTI F., La pratica della mercatura …, pp. 81, 158, 290, e GRIERSON PH., The coin ..., pp. 485-492). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 211 211 I materiali più tardi, appartenenti al XIII e XIV secolo, vengono da due località poco distanti: gli scavi di Altilia, condotti dal Prof. Matteini Chiari nel 1976, e di Terravecchia di Sepino, pubblicati dal Prof. Colonna nel 1962. Di entrambi colpisce l’elevata percentuale di moneta forestiera, già notata a Terravecchia dal Colonna che scriveva: «La frequenza di valuta straniera (otto monete su quattordici) specie in un centro montano e appartato quale Terravecchia, appare inaspettata e rimarchevole. Essa è in stretta relazione, come mostra la cronologia delle emissioni, con la fioritura economica che accompagnò il primo affermarsi della dinastia angioina nel regno di Napoli. Il Molise sembra allora beneficiare di riflesso dei commerci adriatici che collegavano la Padania ai domini franchi della Grecia. Che la testimonianza sepinate non sia dovuta a puro caso è dimostrato dalla circostanza che valuta anconetana e dell’oriente latino era presente, benché non ne fosse nota l’esatta provenienza, nel Medagliere del Museo Provinciale di Campobasso, andato disperso durante la guerra. Una brillante ed autorevole conferma a tale interpretazione è venuta da una scoperta casuale effettuata nel 1956 a Campobasso stessa: si tratta di un grosso deposito monetale che, stando al campione inviatomi dall’ispettore dott. Renato Brancoforte, spetta alla zecca ravennate del XIII – XIV secolo»4. Aggiungendo i reperti di Altilia a quelli di Terravecchia, il divario tra moneta locale e forestiera si fa ancora più marcato; su 21 esemplari in circolazione tra il XIII e i primi del XIV secolo, i tipi locali sono rappresentati soltanto da sei denari: uno di Enrico VI5 (Fig. 3), due di Federico II (Fig. 7) e tre di Carlo D’Angiò (Fig. 8). Dato l’impegno profuso da Federico II prima, e poi da Carlo d’Angiò per imporre una moneta unitaria in tutto il Regno6, il netto predominio di specie forestiere anche nel tardo XIII secolo suscita un certo interesse, soprattutto se si tratta, in buona parte, di monete adriatiche e centro – italiane. Lucia Travaini ha evidenziato l’ampia e costante diffusione della moneta straniera nel Regno tra il XII ed il XIII secolo7; quella francese e dell’Oriente latino è documentata anche nel nostro campione con gli oboli di Melgueil, il denaro di Arles, il tornese di Tours (Fig. 6) ed i tornesi di Tebe di Beozia e di Lepanto (Figg. 9 e 12). I denari lucchesi di Altilia (Fig. 4), sebbene appartenenti ad un genere che aveva circolato a lungo in Oriente tra XI e XII secolo, per essere del tipo più 4. COLONNA G., Saepinum ..., pp. 101-103. Il Colonna si riferisce, evidentemente, ai tipi dell’Oriente Latino di Chiarenza e Tebe, al tornese di Campobasso ed al denaro anconetano che figurano nel catalogo di SOGLIANO A., Catalogo ..., nn. 864-869 p. 116 e n. 856 p. 114. 5. Enrico VI di Svevia (1194-1197) reintrodusse in Italia meridionale il sistema del denaro argenteo, probabilmente sul piede genovese. Cfr. in proposito D’ANGELO F., Le emissioni ..., pp. 25-30 e sui rapporti tra Genova e la Sicilia in tema di moneta cfr. TRAVAINI L.,Genova ..., pp. 187-194. 6. TRAVAINI L., Romesinas …, p. 121 e segg.; EAD., «Provisini ..., pp. 212-213. 7. TRAVAINI L., Romesinas …, pp. 113-134. L’Italia meridionale costituiva una sorta di ponte per l’Oriente cristiano ed è quindi naturale che lungo le sue strade si fermasse buona parte della moneta trasferita dai soldati e pellegrini che si imbarcavano nei porti pugliesi (cfr. EAD., Provisini ..., p. 219, ed EAD., Deniers ..., pp. 421-451). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 212 20.02 Pagina 212 I Beni Culturali nel Molise tardo8 possono essere associati cronologicamente ai denari anconetani (Fig. 5) dato che negli anni 30 del Duecento, in Italia centrale, i denari lucchesi circolavano allo stesso valore degli anconetani e ravennati, monete che nacquero già modellate sull’intrinseco del lucchese, dominante in tutta l’area romagnola e marchigiana sino alla fine del XII secolo9. Recenti indagini sul corso della moneta in Abruzzo nel XIII e XIV secolo segnalano un’estensione del dominio delle tre monete in questa regione10 ma le evidenze di Altilia ci consentono di proporre un allargamento dell’area di interesse ancora più a Sud. Ravennate ed Anconitano rimasero a lungo, grazie a convenzioni strette tra le due città, al medesimo intrinseco e le loro flessioni, allo scadere del Duecento, sono perfettamente sincrone come provano i valori riferiti dalle tariffe del Balducci Pegolotti e di Lippo di Fede del Sega11. I denari di Ravenna non figurano tra i reperti degli scavi ma sono nel “grosso deposito monetale” rinvenuto a Campobasso e citato dal Colonna. Le tre specie, dunque, circolavano anche in territorio molisano. Il legame con l’Abruzzo, almeno in questa fase, diventa più evidente se osserviamo le altre due monete di area centro italiana: il denaro provisino del Senato romano (Fig. 10) ed il denaro aretino (Fig. 11) “con le lunette” provenienti da Altilia. Il provisino di Roma con il pettine intersecante la leggenda12 è del tipo successivo ai senatoriati di Carlo D’Angiò che segue, dal 1280 al 1285, la riduzione di titolo dei denari anconetani e ravennati; passa cioè, secondo il Balducci Pegolotti, prima a 2 once ed 8 denari di fino degli “ancontani e ravignani vecchi” a 2 once e un denaro, in linea, cioè, con gli anconitani, ravignani e chiarentani nuovi rammentati da Lippo di Fede. I chiarentani sono i tornesi d’Acaia coniati a Chiarenza, così distinti dai tornesi di Francia, chiamati nella medesima tariffa torneselli, di titolo molto superiore (3 once per libbra). Il denaro aretino (o cortonese) tra gli anni 70 del Duecento ed il primo ventennio del trecento risulta, in Italia centrale, costantemente agganciato all’anco- 8. I denari lucchesi di Altilia sono del tipo novus et brunus emesso tra il 1181/2 – 1200 (MATZKE M., Vom Ottolinus ... p. 173. tav. 4, nn. 55/56. Si tratta di un tipo che figura anche in ripostigli occultati a cavallo tra il XIII ed il XIV secolo. V., al riguardo, CAMPANELLI A., Nuovi dati ..., pp. 389-396. 9. Tale unitarietà si riferisce alle aree medioadriatiche e l’Umbria dove evidenze archeologiche, ripostigli e fonti sembrano collimare nell’indicare le tre monete al medesimo tasso di cambio, ma non alla Toscana. Gli studi sull’argomento sono ancora in piena evoluzione e rimandiamo, per brevità, a quelli più noti: CASTELLANI G., Numismatica..., pp. 237-277; PANVINI ROSATI F., Monetazione e circolazione ..., pp. 1133-1143; ASHTOR E., Il commercio anconetano ..., pp. 9-71; TRAVAINI L.,”Le aree monetarie italiane ..., p. 361-389. In Umbria questa parità del corso veniva estesa, intorno agli anni 30 del Duecento, ai denari pisani e senesi (FINETTI A., La zecca ..., pp. 21 e 22). 10. Relativamente alle acquisizioni più recenti, cfr. il ripostiglio di Città S. Angelo (Pescara) dove figurano, tra le monete fino ad ora identificate, 270 denari lucchesi, 1042 anconetani e 447 ravennati: CAMPANELLI A., Nuovi datI ... . Nello stesso volume figura il contributo di MACRIPÒ A., Moneta ..., pp. 381-388. Altre presenze di moneta anconitana in Abruzzo sono testimoniate dal recente contributo di SPAGNUOLO D., Altipiani ..., p. 59, nota 61 e SALADINO L., Corfinio ..., pp. 501-502. 11. BALDUCCI PEGOLOTTI F., La pratica …, pp. 293-294 ; F. DE LA RONCIÈRE, Un changeur ..., p. 294. 12. Cfr. FINETTI A., I provisini romani ..., pp. 188-189. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina Il Medioevo 213 213 nitano e al ravennate in un rapporto di 5 a 313 e la stabilità del cambio ne consentiva, evidentemente, un corso parallelo. Ci troviamo così di fronte a generi diversi legati da uno stretto vincolo valutario che riconduce, in ogni caso, al sistema dell’anconitano la cui presenza nel territorio ha tutta l’aria di perdurare fino agli albori del XIV secolo, nonostante la politica di chiusura alle specie forestiere messa in campo da Carlo d’Angiò. Fu senza dubbio l’Abruzzo il mediatore delle specie centro - italiane che qui giungevano, evidentemente, attraverso i percorsi tratturali, ma questo legame sembra interrompersi definitivamente nel corso del XIV secolo. Mentre, infatti, nell’Aquilano la moneta di Roma continuerà ad esercitare una influenza tale da indurre Ludovico II d’Angiò ad emettere bolognini, cinquine e denari provisini al tipo romano14, tra i reperti trecenteschi di Terrevecchia figurano soltanto monete ufficiali del Regno: il gigliato di Roberto (Fig. 13) ed i due denari angioini della zecca di Napoli. 13. Cfr. FINETTI A., La zecca …, p. 43. 14. Cfr. C.N.I. XVIII, p. 15 e segg. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 214 214 I Beni Culturali nel Molise ELENCO DEI TIPI MONETALI SUDDIVISI PER PERIODO Sec. XI (inizi) tarì salernitano di principi longobardi tarì salernitano di principi longobardi San Pietro di Cantoni San Pietro di Cantoni Fine XII secolo (ma in circolazione nel XIII) denaro lucchese denaro lucchese denaro di Enrico e Costanza (1191 – 1197) Altilia Altilia Altilia Secc. XII - XIII obolo di Melgueil obolo di Melgueil San Pietro di Cantoni San Pietro di Cantoni Sec. XIII denaro anconetano denaro anconetano denaro anconetano denaro anconetano denaro anconetano denaro di Federico II denaro di Federico II bolognino grosso (pieno XIII) denaro di Arles (seconda metà XIII) denaro di Tours (Luigi IX) (sec. metà XIII) denaro di Carlo d’Angiò (seconda metà XIII) denaro di Carlo d’Angiò (seconda metà XIII) denaro di Carlo d’Angiò (seconda metà XIII) denaro cortonese di Arezzo (seconda metà XIII) denaro aragonese di Messina (fine XIII) denaro del Senato Romano (fine XIII) denaro tornese di Tebe (fine XIII) Altilia Altilia Terravecchia Terravecchia Terravecchia Terravecchia Terravecchia Terravecchia Altilia Terravecchia Altilia Altilia Terravecchia Terravecchia Altilia Altilia Terravecchia Sec. XIV - metà/seconda metà denaro tornese di Lepanto gigliato di Roberto d’Angiò denaro di Giovanna I d’Angiò denaro angioino non identificato Terravecchia Terravecchia Terravecchia Terravecchia Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 215 BIZANTINI E LONGOBARDI FRA ABRUZZO E MOLISE (SECC. VI-VII) Andrea R. Staffa Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo (Tav. XIII) Introduzione Le ricerche condotte negli ultimi anni in Abruzzo hanno restituito un vasto panorama di dati archeologici sulle fasi più tarde dell’assetto antico dell’area (secoli VI-VII), contribuendo in particolare ad una prima ricostruzione complessiva e geograficamente diffusa delle vicende storiche connesse all’invasione longobarda fra gli ultimi decenni del VI e la metà del VII secolo (Fig. 1). Determinante in proposito è stata la possibilità di datare con una certa precisione non solo i materiali ceramici d’importazioni, ma soprattutto le più umili produzioni di ceramica da fuoco e da mensa attestate localmente, conseguita grazie alla disponibilità di attendibili sequenze stratigrafiche di riferimento alle cui sedi di edizione si rinvia per un esame di dettaglio1. Vale comunque la pena di riepilogare in questa sede quelli che appaiono oggi gli elementi più significativi per l’inquadramento cronologico dei contesti e degli accadimenti di seguito descritti. Diffuse con notevole capillarità appaiono anzitutto le produzioni più tarde della sigillata africana, databili fra la seconda metà del V ed il VII secolo: – Seconda metà V - 525 C5: Scodella HAYES 82B (TORTORELLA 1997, fig. 1, nn. 1-4; Crecchio); scodella H. 84 (T. 1997, fig. 1, n. 3; Crecchio). – Seconda metà V / 530-50 D: Scodelle, piatti e coppe HAYES 87A-C (T. 1997, fig. 1, n. 8, fig. 2, nn. 9-10; Pescara, Castrum Truentinum, Crecchio, Spoltore-Cavaticchi, Nocciano-Casali), 88 (T. 1997, fig. 2, n. 11; molto rara), 90 T. 1997, fig. 1, n. 66; molto rara), 93B, 91/28 (T. 1997, fig. 3, n. 20; imitaz. a Casette Santini), H. 99A (T. 1997, fig. 3, n. 23; Pescara), 91B (T. 1997, fig. 3, n. 19; Crecchio). 1. Si rinvia in proposito a Dall’Egitto Copto ..., STAFFA A.R. - ODOARDI R., Le produzioni ceramiche in Abruzzo ...; STAFFA A.R., Le produzioni ceramiche in Abruzzo ...; STAFFA A.R., Scavi medievali in Abruzzo ... ODOARDI R., Le lucerne ...; ODOARDI R., Ceramiche ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 216 216 I Beni Culturali nel Molise – Inizi/metà VI secolo D: Coppe HAYES 94B (T. 1997, fig. 4, n. 32); Variante Pescara a H. 87A/H. 99 (Pescara, S, Vito Chietino, Nocciano-Casali, Crecchio). – VI sec. D: Scodella HAYES 104A (T. 1997, fig. 4, n. 36; forma guida; Pescara, Crecchio); vaso a listello H. 91B-C (T. 1997, fig. 3, nn. 19/21; forma guida; Crecchio, Pianella-Micone e Piano Leone, SpoltorePescarina, Loreto Aprutino-Cordano). – Inizi VI sec. / 570-80 D: Scodelle HAYES 103A-B (T. 1997, fig. 4, nn. 38-39; Pescara, Crecchio); 104B (T. 1997, fig. 5, n. 40), vaso a listello H.91C (Pescara); coppe H.99B (T. 1997, fig. 5, n. 42; Pescara), 80B/99 (T. 1997, fig. 5, n. 43; Pescara); H. 101 (T. 1997, fig. 5, n. 45; Montesilvano-Tesoro, Civitaquana-Rigo). – Metà VI sec. / 625-650 D: Scodelle HAYES 104C (T. 1997, fig. 4, n. 44; Pianella-Astignano), coppa 99C (T. 1997, fig. 5, n. 48). – 580 / VII sec. D: Vaso a listello HAYES 91D (T. 1997, fig. 5, n. 49; Pescara, Castrum Truentinum, Crecchio); nuovi recipienti, scodelle H. 106 (T. 1997, fig. 6, n. 54; Pescara, Spoltore-Pescarina), 105 (T. 1997, fig. 6, n. 55; Pescara, Crecchio, Spoltore-Cucchitte). – 610-620 / 680-700 D: coppa HAYES 110-Atl LII, 18-19 (Pescara); scodella H. 107 (T. 1997, fig. 6, n. 56; Pescara). Altri riferimenti per la fine VI-VII secolo sono le lucerne di importazione africana, fra cui secondo C. Pavolini il ben noto “gruppo di esemplari rinvenuto a Crecchio presso Chieti … l’unico nucleo utilizzabile a me noto … per la seconda metà del VI e la prima metà del VII secolo”2, ed altri materiali coevi da Castrum Truentinum, Nocciano-Casali e Val Pescara, Pescara, S. Vito Chietino3. Per questo aspetto Pavolini ha significativamente accostato “l’Abruzzo costiero alle realtà dell’Italia meridionale più aperte ai commerci con l’Africa”4. Non meno importante come elemento di riferimento cronologico appare la ceramica dipinta denominata tipo Crecchio, databile fra gli ultimi due decenni del VI e la prima metà del VII secolo (Figg. 2-3), classe che trova confronti con materiali d’area egiziana e la cui presenza è stata recentemente segnalata in stratigrafie d’età bizantina da Gortina (Creta)5; si torna a sottolineare che questa produzione è ben distinguibile dalla ceramica dipinta a suo tempo rinvenuta a S. Giacomo degli Schiavoni e studiata da P. Robert, databile ad epoca alquanto più antica6. 2. PAVOLINI C., Le lucerne in Italia ..., p. 127-128. 3. Cfr. in proposito ODOARDI R., Cermiche...; SIENA E. -TROIANO D. -VERROCCHIO V., Ceramiche .... 4. PAVOLINI C., Le lucerne in Italia ..., p. 128. 5. Su questa produzione e sulla sua diffusione cfr. STAFFA A.R. , in Dall’Egitto Copto ..., pp. 45-49, e da ultimo ID., Le produzioni ceramiche in Abruzzo ..., pp. 452-457, con due tavole a colori, tavv. I-II alle pp. 454-455; devo la segnalazione della presenza in stratigrafie bizantine scavate dalla Scuola Archeologica Italiana d’Atene a Gortina, nell’isola di Creta alla collega ed amica Paola Rendini della Soprintendenza archeologica della Toscana, che ringrazio cordialmente; vedi in proposito DELLO PREITE A., Ceramica bizantina ... 6. ROBERTS P., The late pottery ..., contesto della prima metà del V secolo d.C.; anche il panorama di riferimento delle sigillate africane presenti nelle due cisterne di Crecchio (Dall’Egitto Copto ..., pp. 31-32, ODOARDI R., Ceramiche ..., pp. 648-652) e S. Giacomo degli Schiavoni (ROBERTS P., The late pottery ..., p. 277) appare nettamente diversificato. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 217 Il Medioevo 217 Accanto alla ceramica tipo Crecchio appare sinora diffusa fra Pescara e la Val Pescara un’altra produzione di ceramica dipinta, la c.d. Ceramica tipo Val Pescara (Fig. 4)7, che trova confronti puntuali con la c.d. Venafro Type, produzione dipinta “a tratto minuto” rinvenuta in particolare presso il teatro romano di Venafro, particolarmente i gruppi II-III, ed in altri siti del Molise (Valle del Biferno, S. Vincenzo al Volturno) e della Campania settentrionale8. Deve infine sottolinearsi la presenza di una produzione di ceramica grezza da fuoco che trova numerosi confronti con materiali di tradizione egeo-orientale da vari siti dell’Egeo e dell’Adriatico e con reperti da Otranto che testimoniano ad esempio di una continuità sino all’VIII-IX secolo del caratteristico tipo dell’olla carenata con orlo estroflesso e fondo umbonato, sovente con decorazione ad onde e rigature9. La ricostruzione del confronto fra Bizantini e Longobardi in Abruzzo Nel confronto di questi dati con le fonti storiche ed i dati archeologici relativi ad una serie di vari piccoli sepolcreti databili proprio fra ultimi decenni del VI e VII secolo, è andato progressivamente sviluppandosi un primo quadro di riferimento sulle vicende del confronto fra Bizantini e Longobardi e sulle trasformazioni da tali vicende indotte nel quadro insediativo, argomenti che sono stati già ampiamente trattati in varie sedi a cui si rinvia per i vari riferimenti archeologici e storici di dettaglio10. È andata anzitutto definendosi la realtà di una persistenza di collegamenti viari controllati dai Bizantini fra Tirreno ed Adriatico lungo i tracciati della via Claudia Valeria e della c.d. Via degli Abruzzi (via Minucia, ‘Οδοs Σαµν ου di Procopio di Cesarea11) sin verso la fine del VI secolo (Fig. 1), collegamenti che interessavano anche il Molise, ed il cui controllo bizantino sino ad un’epoca così tarda venne sostanzialmente ad articolare topograficamente e a diversificare cronologicamente 7. STAFFA A.R., Le produzioni ceramiche in Abruzzo ..., pp. 457-461, fig. 14a; il materiale presentato in questa sede proviene dalla due grandi ville di Nocciano loc. Casali e Pianella loc. Colle di Guido, occupate sino agli inizi del VII secolo, per cui cfr. rispettivamente STAFFA A.R., Scavi medievali in Abruzzo ..., pp. 65-71, e STAFFA A.R. - SIENA E. - TROIANO D. - VERROCCHIO V., Progetto Valle del Pescara: terzo rapporto ..., pp. 303-304. 8. GENITO B., Ceramica dipinta ..., pp. 708-711, figg. 2-3, con bibliografia precedente relativa agli altri rinvenimento molisani e campani citata alla nota 14. 9. STAFFA A.R., Le produzioni ceramiche in Abruzzo ..., pp. 463-471, con bibliografia precedente, particolarmente tipico l’esemplare fig. 20, n. 71, ma con ogni evidenza dovevano essere carenati a con fondo umbonato anche molti altri fra gli esemplari delle serie 67/70, 72 (figg. 19-20); la classe è stata oggetto, con la sua ampia diffusione in ambito adriatico di studi specifici condotti da S. Gelichi (cfr. GELICHI S., Ceramiche “tipo Classe”...). 10. Dall’Egitto Copto ...; STAFFA A.R. Riassetto urbano ..., ID., Una terra di frontiera ...,ID., Un quadro di riferimento ..., ID., I Longobardi in Abruzzo ..., ID., Le città dell’Abruzzo antico ... 11. L’ipotesi, che pare plausibile, è proposta in DE BENEDITTIS G., Crisi e rinascita ..., p. 327. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 218 20.02 Pagina 218 I Beni Culturali nel Molise la penetrazione longobarda nei vari ambiti della regione a nord ed a sud di essi. A nord Castrum Truentinum alla foce del Tronto (Fig. 1, n. 1) dovette infatti cadere in mano longobarda dopo Ascoli e Fermo già verso il 580 mentre il Castrum Aprutiense, l’antica Interamnia (Teramo, n. 11), era probabilmente ancora controllata dai Bizantini verso il 598 e così forse anche Castrum Novum (n. 7); il porto di Aternum era poi destinato a restare sotto controllo bizantino sin verso la metà del VII secolo, come hanno chiaramente evidenziato gli scavi archeologici ivi condotti12. Al definirsi negli ultimi decenni del VI secolo di sia pur temporanee fasce di frontiera fra territori ancora controllati dai Bizantini e territori ormai conquistati dai Longobardi dovette poi collegarsi la crisi evidente ed aggravata di abitati conquistati rapidamente nelle fasi della prima e più devastante conquista o rimasti situati in zone di confine13: eloquente in proposito appare la perdita di ruolo di quei centri che erano ubicati subito a nord di Pescara, Hatria, Angulum, e Colle Fiorano di Loreto Aprutino (Fig. 1, n. 16, n. 35), con ogni evidenza avvenuta nell’ambito del consolidarsi di una frontiera che vedeva i Bizantini consolidatisi a Pescara e nel suo immediato retroterra probabilmente sin verso il 650/60 ed i Longobardi ormai probabilmente presenti a Penne (n. 32), a Città S. Angelo (n. 39), e probabilmente nel castrum di nuova fondazione di Lauretum (Loreto Aprutino, n. 34), destinati ad assumere presto un ruolo importante a detrimento dei centri vicini14. Agli anni successivi al 580 e precedenti il 595 appare riferibile la penetrazione longobarda nell’Amiternino e poi nella Marsica, probabilmente lungo le direttrici della via Salaria e della Forca di Corno, con il conseguente venir meno della presenza bizantina lungo la valle dell’Aniene (Kastron Bikobaria di Giorgio Ciprio) ed il tracciato della via Claudia-Valeria (Fig. 1). Allo spostamento delle ultime difese bizantine dal sito difficilmente difendibile della antica Carsioli (Fig. 1, n. 24) ad una posizione d’altura lungo l’asse della via Valeria (n. 25) ed alle coeve oscillazioni della frontiera fra ducato romano e ducato di Spoleto, fra alta Valle dell’Aniene e Valle del Turano, dovette probabilmente correlarsi anche la definitiva crisi dell’antica città15, mentre nelle aree interne della regione oggi corrispondenti all’Aquilano devastanti risultavano le conseguenze su centri quali Amiternum, Aufinum, Aveia, Alba Fucens, Peltuinum, 12. STAFFA A.R., Scavi nel Centro Storico di Pescara ...; questa ricostruzione, proposta sulla base di forti elementi archeologici, rende evidentemente ormai desueta l’ipotesi fatta in passato di un’arrivo a Benevento del primo duca Zottone da Pescara lungo la Claudia Valeria, la Piana delle Cinque Miglia ed Isernia (FONSECA C.D., Longobardia minore ..., p. 129), ipotesi ancora adombrata in DE BENEDITTIS G., Crisi e rinascita ..., p. 325, mentre ben maggiore rilevanza deve essere data alla presenza di mercenari longobardi nel Mezzogiorno d’Italia ben prima dell’inizio dell’invasione vera e propria (FONSECA C.D., Longobardia minore ..., p. 128, DE BENEDITTIS G., Crisi e rinascita ..., p. 325, che sottolinea giustamente come questi gruppi dovevano essere “probabilmente consapevoli e partecipi della struttura amministrativa romana”). 13. Cfr. DELOGU P., Longobardi e Romani ..., pp. 158 ss.; ID., La fine del mondo antico ..., p. 15; BROGIOLO G.P., Conclusione ..., pp. 239-246. 14. STAFFA A.R., Una terra di frontiera ..., pp. 203-206. 15. STAFFA A.R., Una terra di frontiera ..., p. 194. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 219 219 e Marruvium16, entrati presto in una crisi devastante unitamente alle loro diocesi, a seguito dei ”metodi della conquista, brutali ed immediati”17. Dinamiche di progressivo stravolgimento dell’assetto antico delle città appaiono infatti evidenti nell’inserimento di sepolture in settori abbandonati del tessuto urbano sia nelle aree interne (Amiternum, Marruvium-Anfiteatro, nn. 17, 22), che nell’Abruzzo adriatico (Castrum Truentinum, Castrum Novum, PenneDuomo, Teramo-S. Anna, Chieti-Anfiteatro, nn. 1, 7, 32, 11, 98)18. Diversa dovette essere la sorte di quei centri urbani della costa abruzzese che erano rimasti sotto controllo bizantino anche dopo gli ultimi decenni del VI secolo: Aternum, Hortona, Anxanum, Histonium erano infatti destinati a conservare in età altomedievale – anche dopo la ben più tarda conquista longobarda, (metà VII secolo)19 un assetto ancora in qualche modo ispirato a quello antico, pur in presenza di consistenti fenomeni di ristrutturazione a cui si collega almeno nel caso di Lanciano (n. 82) anche la presenza di sepolture in ambito urbano (largo S Giovanni)20. Testimonianza di queste cruciali fasi di tardo VI e VII seco- 16. Cfr. in proposito STAFFA A.R., Abruzzo fra tarda antichità ..., pp. 792-93, 827-29; ID., Una terra di frontiera ..., pp. 193-194. 17. Citazione da FONSECA C.D., Longobardia minore ..., pp. 160-61; cfr. per l’area toscana le eloquenti descrizioni dalle lettere di Gregorio Magno proposte in KURZE W. - CITTER C., La Toscana ..., che trovano paralleli in episodi raccontati dallo stesso papa per le aree interne della Valeria (vedi supra). La crisi dell’assetto religioso, percepibile in maniera evidente anche in centri quali Amiternum (S. Vittorino dell’Aquila, fig.1. n. 17), Aprutium (Teramo, n. 11), e Marruvium (Marsi, S. Benedetto dei M.; n. 22) le cui diocesi sopravvivono alle vicende della conquista (STAFFA A.R., Una terra di frontiera ..., pp. 193-94, 190-92), si traduce infatti nel venir meno di varie sedi vescovili (Aufinum, Castrum Truentinum, Sulmo, fig. 1, nn. 18, 1, 27) , mentre in taluni casi sembrano ricostruibili spostamenti con ogni evidenza avvenuti sotto la pressione degli eventi militari e delle devastazioni: Aveia dall’ originaria sede urbana (n. 19) a quella del vicus antico di Forcona (n. 20), con ogni evidenza potenziato nell’altomedioevo; Marruvium-Marsi (n. 22), spostatasi in epoca imprecisata dalla sua sede originaria (STAFFA A.R., Una terra di frontiera ..., pp. 201, 193-94, con bibliografia precedente). Essendosi giustamente notato come nell’Abruzzo altomedievale “c’est la géographie ecclésiastique, celle de diocèses, qui donne à la région son ossature administrative, à l’interieur de laquelle l’organization civile se coule” (FELLER L., Paisages ..., p. 220), appare evidente che nelle traumatiche modifiche del quadro religioso accompagnatesi agli accadimenti della conquista longobarda ed ai conseguenti sconvolgimenti erano i prodromi anche di consistenti trasformazioni nell’assetto amministrativo del territorio. 18. Per un quadro complessivo ed analitico cfr. da ultimo STAFFA A.R., Sepolture urbane ... 19. STAFFA A.R., Forme di abitato ..., pp. 316-333; ID., Una terra di frontiera ..., pp. 201-205, 209-214. Il fenomeno è attestato anche altrove in area romano-bizantina, cfr. DELOGU P., La fine del mondo antico ..., p. 13. In tali ambiti urbani dovettero forse coerentemente svolgersi le conseguenze di quelle che erano state le scelte del potere centrale fra IV e V secolo, confisca dei terreni di proprietà dei municipi, povertà e dunque incapacità d’intervento delle amministrazioni locali (cfr. STAFFA A.R., Abruzzo tra tarda antichità ..., p. 790), intervento crescente di funzionari imperiali nella gestione finanziaria (cfr. in proposito HALDON J., Quelques remarques ..., p. 72). 20. Oltre ad Hortona, vera e propria capitale bizantina d’Abruzzo rimasta nonostante la conquista longobarda e sino alla conquista franca (802) vero e proprio capoluogo di un sistema difensivo ben distinto da quello orbitante su Chieti (STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., p. 154) vedi i casi di Histonium (Vasto), il cui assetto d’età bizantina andò sostanzialmente conservandosi sino all’XI secolo (STAFFA A.R., Una terra di frontiera ..., pp. 210-211; ID., Scavi a Martinsicuro ..., pp. 110-131), Aternum in Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 220 20.02 Pagina 220 I Beni Culturali nel Molise lo sono due gruppi di sepolture, il cui censimento sistematico è stato sinora portato avanti particolarmente nelle aree adriatiche della regione21. Si tratta anzitutto di un gruppo di semplici sepolture terragne o a cassone caratterizzate da un corredo costituito da uno o due vasi della caratteristica Ceramica bizantina c.d. tipo Crecchio (Fig. 5)22. Queste sepolture appaiono distribuite prevalentemente lungo la costa, nelle aree rimaste più a lungo sotto controllo bizantino (nn. 1-2, 4-9: Moscufo, Penne, Giuliano Teatino, Crecchio-loc. S. Polo, Frisa, Guastameroli, S. Vito Chietino, Lanciano, Vasto), o lungo quegli itinerari che avevano collegato sino verso la fine del VI secolo i territori bizantini dell’ Adriatico e del Tirreno (n. 3: Castelvecchio Subequo, lungo la Claudia Valeria). Appare dunque probabile che si trattasse delle inumazioni di gruppi di individui attivi nell’ambito delle aree rimaste sotto controllo bizantino, forse militari afferenti a milizie mobili di difesa e relative famiglie; non è al proposito ad esempio da escludersi che presso il latifondo orbitante sulla grande villa romano-bizantina di Casino Vezzani-Vassarella di Crecchio (Fig. 1, n. 80), forse ormai divenuto demaniale (Agri limitanei)23, fossero stati insediati dei soldati limitanei di probabile origine egiziana che avevano il compito di difendere lo strategico entroterra di Ortona, vera capitale bizantina d’Abruzzo24. Attribuibile allo stesso ambito culturale appare un piccolo gruppo di fibule e fibbie rinvenute presso la villa romano-bizantina di Casino VezzaniVassarella di Crecchio (Fig. 6) un anello frammentario di fibbia in bronzo che trova confronti in materiali attribuiti al primo altomedioevo, in particolare le fibbie c.d. “Bizantine” (n. 1); due fibbie in bronzo con decorazione a tacche, una delle quali priva di ardiglione ed ambedue della connessa piastra quandrangolare, confrontabili con oggetti abbastanza simili da sepolture femminili delle necropoli di Rutigliano, S. Giovanni di Cividale, e Trento-piazza 21. STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo... , pp. 120-150. 22. Vedi in proposito da ultimo STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 147-148. 23. Sul più generale fenomeno degli agri limitanei cfr. RAVEGNANI G., Castelli ..., pp. 150-157. 24. Quest’attendibile ipotesi è stata fatta sulla base della presenza presso la villa romano-bizantina di Crecchio di alcuni reperti “diagnostici”: il bacile c.d. copto (Dall’Egitto Copto ..., pp. 40-41); la già citata ceramica tipo Crecchio con i suoi confronti con materiali dal sito di Kellia, documentata anche da due scarti di produzione in probabile connessione con una fornace di origine ben più antica esistente presso la villa stessa (Ibid., p. 53, fig. 86), dove erano forse andati ad operare ceramisti di origine egiziana; ed infine la cathedra lignea confrontabile con materiali copti del Museo del Cairo (Ibid., p. 54, figg. 87-88), che si abbina alla presenza di altri reperti lignei e di materiale ligneo semilavorato e pronto per essere intagliato, il che sembrerebbe suggerire la presenza in loco anche di artigiani competenti in questo settore. Vi si è recentemente aggiunto il riconoscimento di una statuina da una sepoltura coeva nella vicina valle dell’Arielli (Ibid., p. 60, fig. 105) e di un altro analogo frammento di provenienza generica dal territorio di Crecchio (Ibid., p. 61, fig. 107) come “ushabti”, cioè statuine funerarie di origine egiziana (CAPRIOTTI-VITTOZZI G., Ushabti ...), attestate anche da altri esemplari nelle vicine Marche (Carassai, Treia, Sassoferrato, Cupra Marittima, S. Benedetto del Tronto). Il corredo dalla valle dell’Aielli risulta costituito, oltre che dell’Ushabti, anche di una lucerna (Dall’Egitto Copto ..., p. 60, fig. 103). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 221 221 Duomo (nn. 2-3); ed infine una fibuletta in bronzo raffigurante una colomba o un pavone, che trova confronti in un’ ampia classe di fibule zoomorfe diffuse nel mondo tardoantico anche nell’ambito dei corredi di necropoli di pertinenza longobarda, mentre in Abruzzo è sinora attestata solo a Crecchio (n. 4)25. Accanto a questo primo gruppo di inumazioni dai caratteri culturali fortemente omogenei sono attestate numerose piccole necropoli di probabile tradizione autoctona, o di possibile attribuzione longobarda, di cultura ben differenziata e comunque caratterizzate da un vasto patrimonio di usi e costumi tardoantichi in cui non mancano talora elementi che possono essere attribuiti con maggiore probabilità ad inumati di stirpe germanica26. Fra gli elementi di corredo presenti in questi sepolcreti (Fig. 7) sono particolarmente diffuse le fibule ad anello (es. nn. 8, 9, 10, da Penne, Loreto Aprutino, Brittoli, Ortona, Cupello, S. Buono, Teramo), ma sono attestate anche fibbie con ardiglione (es. n. 7, da Martinsicuro, Penne), spilloni in argento (es. n. 3, da Notaresco, Rosciano), armille in bronzo sinora quasi sempre pervenuteci in pessimo stato di conservazione (Martinsicuro, Pescocostanzo, Lanciano), orecchini a globetti in argento (nn. 1-2, da Notaresco) e a poliedro sempre in argento (Rosciano)27. Si tratta in genere di elementi prevalentemente riferibili all’abbigliamento ed all’ornamento personale dei defunti, con una significativa caratterizzazione in senso personale dei corredi, ed una progressiva ormai accentuata riduzione di quegli elementi che avevano contraddistinto nei secoli precedenti corredi di tipo rituale; il fenomeno appare ben evidente nei corredi di qualche articolazione dal piccolo sepolcreto di Notaresco-S. Lucia, ove ad eccezione di un balsamario in vetro sono presenti orecchini e spilloni in argento, un pendaglietto di collana ed i resti di una collana in vaghi di pasta vitrea (fig. 7, nn, 4, 1-2, 3, 6, 5)28. Ancora diffusi appaiono al contrario i reperti ceramici nella necropoli di Pescocostanzo, ove tuttavia alcuni di tali elementi potrebbero già essere anch’essi riferibili al corredo personale dei defunti (cfr. presenza di vasi da fuoco)29. Ad un ambito più marcatamente riconoscibile come longobardo appaiono attribuibili due importanti sepolcreti con ogni evidenza collegabili alla necropoli di Castel Trosino e correlabili alle fasi del confronto fra Bizantini e Longobardi fra Teramano ed alta valle del Tronto, le necropoli presso l’antica chiesa pievana di S. Lorenzo a Civitella del Tronto (Fig. 1, n. 4a) e nella loca25. Per la documentazione grafica ed i confronti proposti per questi reperti cfr. STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., p. 149, fig. 24. 26. Cfr. in proposito Dall’Egitto Copto ...; STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 123-144; ID., Sepolture urbane ..., pp. 161-178. 27. Si rinvia alla dettagliata panoramica edita in STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ... 28. GIZZI E., Tombe altomedievali ..., pp. 123-144; STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 127-128. 29. STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 137-141; non può al proposito ecludersi la possibile contemporanea presenza di inumati di discendenza sia autoctona che germanica, specie nell’ambito di necropoli ubicate in aree già occupate dai Longobardi (es. Notaresco, Pescocostanzo). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 222 20.02 Pagina 222 I Beni Culturali nel Molise lità Colle Chiovetti di S. Egidio alla Vibrata (n. 4b), i cui reperti sono andati purtroppo dispersi. Fra essi ricordiamo oggetti di rilevante importanza quali “una borchia d’oro a decorazioni filigranate del genere di quelle longobarde apparse nella necropoli di Castel Trosino” da S. Egidio alla Vibrata30, “un bacile di rame, due anelli d’oro”, alcune monete d’oro di probabile pertinenza bizantina, alcuni pendenti di collana in oro ed altri reperti di nobile consistenza da Civitella del Tronto31. Significativa testimonianza di probabile appartenza etnica appare la presenza anche di pettini in osso lavorato con tipica decorazione a cerchi concentrici e linee parallele (Figg. 8-9; da Rosciano, Corfinio, Loreto Aprutino), fra cui deve ricordarsi l’eccezionale esemplare ad una sola fila di denti, manico e decorazione ad archetti dalla basilica paleocristiana di Colle Fiorano a Loreto Aprutino (Fig. 9)32, che trova confronti con un gruppo di pettini non comuni presente anche a Castel Trosino e documentato per tutto il VII secolo in contesti di evidente pertinenza germanica33. Non appare al proposito casuale il rinvenimento nell’ambito della stessa necropoli di Colle Fiorano di un elemento di guarnizione di cintura in ferro a cinque pezzi longobarda con decorazione in agemina34, nonché la presenza nella Collezione Casamarte oggi esposta presso l’Antiquarium di Loreto Aprutino di una fibula a cavallino e di altre fibule ad anello e a soggetto animalistico, con ogni evidenza provenienti da un altro sepolcreto ubicato anch’esso nel comprensorio di Colle Fiorano, quello di S. Maria delle Grazie-Cappuccini35. Ben diciannove inumazioni da questo secondo gruppo di sepolcreti, in particolare dalle necropoli di Martinsicuro (Fig. 1, n. 1), S. Giovanni in Venere a Fossacesia (n. 85), Archi - loc. S. Angelo (n. 108), S. Benedetto dei Marsi (n. 22), ed una sepoltura dal piccolo sepolcreto di S. Vito Chietino-Murata Bassa (n. 83)36, sono state sottoposte nel 1999 ad articolate analisi sia paleobiologiche37 sia soprattutto genetiche, con particolare attenzione centrata sul patrimonio ereditario del DNA mitocondriale38; sono state nel contempo condotte analisi analo- 30. A.S.A.A., Nota del 9/8/1907 del direttore del Museo Archeologico Nazionale delle Marche alla Direzione Generale AA.BB.AA., edita in STAFFA A.R., L’Abruzzo fra tarda antichità ..., p. 815. 31. Sui due sepolcreti e gli oggetti di corredo dalle loro sepolture cfr. STAFFA A.R., L’Abruzzo fra tarda antichità ..., pp. 814-815; ID., Un quadro di riferimento ..., pp. 105-109; , ID., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 121-122. 32. BROGIOLO G.P. - GELICHI S., in Loreto Aprutino, pp. 70-71, fig. 163. 33. PAROLI L., La necropoli di Castel Trosino ..., p. 103, con bibliografia precedente citata alla nota 36; un esemplare con analoga rara decorazione ad archetti è segnalato in SICHLER S., Zwischen alamannischen ..., pp. 219-224, pp. 221-222, fig. 4. 34. BROGIOLO G.P. - GELICHI S., in Loreto Aprutino ..., p. 71. 35. STAFFA A.R., in Loreto Aprutino ..., pp. 74-78, figg. 179/182. 36. Cfr. una descrizione dei sepolcreti in STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 33-42. 37. CAPASSO L. et al., Paleobiologia dei Longobardi in Abruzzo ... 38. MARIANI-COSTANTINI R. et al.,Genetica di scheletri umani ...; tutti gli individui scheletrici sottoposti ad esame hanno infatti dato risultato positivo per la presenza di DNA mitocondriale analizzabile a livello di sequenza (Ibid., p. 120); si rinvia ovviamente a questo importante contributo per un esame tecnico delle problematiche delle analisi. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 223 Il Medioevo 223 ghe su un campione di ben 50 individui viventi dall’area di Tocco da Casauria, nell’alta valle del Pescara, sul quel versante settentrionale della Maiella ove le fonti storiche ed i dati toponomastici sembrano suggerire un consistente stanziamento longobardo a partire dalla fine del VI secolo. Riprendendo per illustrare l’interesse della ricerca le parole di R. MarianiCostantini “i risultati delle indagini genetiche indicano una forte discontinuità nella linea dell’eredità materna tra gli individui riferibili ai contesti archeologici” esaminati “e gli individui attuali. Nonostante l’elevato grado di eterogeneità è sorprendente notare che solo una variante nucleotidica presente nel campione di popolazione antica, corrispondente al nucleotide 16362 di HVRI, era rappresentata nel campione attuale. Tuttavia la sequenza di riferimento di Anderson et Al. (1981) aveva una frequenza del tutto simile nella popolazione antica ed in quella attuale, analogamente a quanto riscontrabile in diverse popolazioni europee attuali. La spiccata eterogeneità delle sequenze mitocondriali osservate nel campione di popolazione attuale suggerisce che nel popolamento umano attuale abruzzese non vi sia alcuna evidenza di “effetto fondatore”. In altre parole il popolamento attuale è compatibile con la stratificazione di apporti genetici materni di origine diversa, il che non esclude ovviamente un possibile apporto di origine longobarda. Ai fini della ricostruzione del popolamento umano abruzzese il dato sorpendente e significativo emerge dallo studio del campione antico. Infatti, individui scheletrici provenienti da siti archeologici distinti, e quindi non riferibili a tombe familiari, mostrano una notevole convergenza a livello della sequenza mitocondriale, particolarmente per quel che riguarda la condivisisone di varianti di sequenza del tutto differenti da quelle rappresentate eterogeneamente nel campione di popolazione attuale. I suddetti individui scheletrici potrebbero quindi essere riferibili ad un nucleo di popolamento comune, con “effetto fondatore” materno e discendenza materna ancestralmente comune. Un effetto fondatore sarebbe compatibile con l’effettiva origine “longobarda” degli scheletri studiati39. Arrivano ora le conclusioni veramente fondamentali di Mariani-Costantini: “sulla base dei risultati disponibili appare ipotizzabile che la popolazione antica derivi sostanzialmente da due linee materne, di cui una rappresentativa della sequenza di riferimento europeo” e dunque riconoscibile come caratteristica delle popolazioni autoctone, e “l’altra di una sequenza variante ai nucleotidi 16093, 16298 e forse 16327”; un siffatto patrimonio genetico trova attualmente confronti solo in gruppi di popolazione dell’Asia centrale40, il che non appare affatto casuale se si considera che fra i nuclei di altre popolazioni inglobate dai Longobardi al momento dell’invasione italiana erano popoli di origine asiatica come Avari e Bulgari41. 39. MARIANI-COSTANTINI R. et al.,Genetica di scheletri umani ..., pp. 124-125. 40. ID., p. 125. 41. HL, I, 27; V, 29. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 224 20.02 Pagina 224 I Beni Culturali nel Molise Comprese in questo campione, assumendo come punto di riferimento per sicurezza solo la contemporanea presenza di varianti nei nucleotidi 16093, 16298 (con sostituzione della citosina alla timina), sono le tombe nn. 6, 8, 9 di Archi, le tombe nn. 4, 9 di Fossacesia, le tombe nn. 5-6 di Martinsicuro; le tombe n. 8 di Archi, n. 4 di Fossacesia, e la n. 5 di Martinsicuro presentano perdipiù anche la variante al nucleotide 16327 (con sostituzione della timina alla citosina). Le più antiche appaiono con evidenza le inumazioni di Martinsicuro, ove le tombe nn. 5-6 (femminile e maschile, età 10-20, 35-45) facevano parte del sepolcreto insediatosi verso la fine del VI secolo nell’ambito dei resti del quartiere commerciale ormai abbandonato, sepolcreto privo di importanti elementi di corredo a parte una semplice armilla proprio dalla tomba 5 ed una fibbia sporadica con ardiglione42; questo gruppo di sepolture era stato originariamente attribuito in via d’ipotesi ad un un nucleo di popolazione autoctona, e la sua pertinenza andrebbe dunque rivista, venendo così a confermare la cronologia dell’occupazione di Castrum Truentinum e dalla bassa Valle del Tronto in precedenza indicata. Alle fasi di VI-VIII secolo appare databile la tomba n. 4 di Fossacesia, anch’essa maschile, con ogni evidenza connessa al primitivo luogo di culto di S. Giovanni, mentre databile fra VIII e IX secolo appare il nucleo più antico del sepolcreto in cui sono comprese le tombe nn. 6, 8, 9 di Archi (6: femminile, età 25-30; 8: maschile, età 25-30), anch’esso connesso ad un luogo di culto, la chiesa di S. Angelo. La tomba n. 9 da Fossacesia (femminile, età 20-30), databile fra fine X e XII secolo, appare infine successiva alla fondazione dell’abbazia di S. Giovanni in Venere del 972, confermando se ve ne fosse ancora bisogno l’importante ruolo svolto dall’aristocrazia locale di origine longobarda nella fondazione dell’importante complesso monastico43. Analizzando i caratteri cranici di questo gruppo di sepolture emergono i seguenti elementi: – sostanziale assenza della sutura metopica, presente solo nella t. 6 da Martinsicuro, elemento che potrebbe apparire distintivo in quanto risulta al contrario ben diffuso nel resto del campione antico preso in esame44; – attestazione di una certa rilevanza della incisura mediale sopraorbitaria 42. STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 123-124, fig. 3; è confrontabile anche con materiali dalla necropoli di Castel Trosino, cfr. MENGARELLI R., La necropoli barbarica ..., col. 207, fig. 48, e da Ascoli Piceno, cfr. PROFUMO M.C., Le Marche in età longobarda ..., p. 167, fig. 128 43. In merito a questa sepoltura i risultati delle analisi paleobiologiche creano qualche problema, in quanto vi risultano ricompresi ben tre individui (tomba 9, ind. A, B, C, cfr. CAPASSO L. et al., Paleobiologia dei Longobardi in Abruzzo ..., tabelle alle pp. 82-88), mentre in realtà la documentazione archeologica relativa allo scavo documenta la presenza di un solo inumato, e per di più in connessione anatomica, sia pur privo di alcune ossa (STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., p. 38), e ad un solo individuo fanno riferimento anche le analisi genetiche (MARIANI-COSTANTINI R. et al.,Genetica di scheletri umani ..., tabella a p. 121). 44. CAPASSO L. et al., Paleobiologia dei Longobardi in Abruzzo ..., p. 79. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 225 Il Medioevo 225 (ampia nella t. 9, A-C da Fossacesia e nella t. 8 da Archi, tipo prevalente anche nel resto del campione preso in esame45; acuta nella t. 6 da Martinsicuro); – attestazione di una certa rilevanza dell’apertura orbitaria quadrata (t. 6 da Martinsicuro; tt. 6, 8 da Archi), peraltro largamente prevalente nell’intero campione; – attestazione di una certa rilevanza della configurazione dei seni frontali a ventaglio (t. 6 da Martinsicuro; t. 9, A-C da Fossacesia; t. 8 da Archi); – diffusa presenza infine del forame mentoniero singolo (t. 4 da Martinsicuro; t. 9, B-C da Fossacesia; tt. 6, 8 da Archi), mentre non appaiono rilevanti i dati relativi ai seni nasali46. Scarsamente significativi sinora appaiono infine i dati relativi agli aspetti orbitari ed al connesso uso delle misure e degli indici orbitari, una volta rapportati al limitato gruppo di sepolture caratterizzate dalle succitate varianti generiche, panorama che non appare in alcun modo per il momento ampliabile sulla base di valutazioni derivanti dall’esame dell’intero campione47, tanto che possibili interpretazioni dovranno per forza di cose attendere l’allargamento del campione preso in esame. La persistenza dei Bizantini nel Molise sino alla fine del VI secolo Strettamente connessa alla vicende abruzzesi sin qui riepilogate appare fra la seconda metà del VI e la prima metà del VII secolo anche la situazione del Molise, come appare ricostruibile sulla base delle numerose ricerche archeologiche condotte negli ultimi anni, fra cui soprattutto importanti quelle di V. Ceglia, G. De Benedittis, la British School at Rome, e l’attività del grande cantiere archeologico di S. Vincenzo al Volturno (Fig. 10)48. In considerazione della già ricordata presenza bizantina lungo la Claudia Valeria, la via degli Abruzzi ed a Venafro sino al 595 non appare casuale che nel già citato elenco dei castra menzionati da Giorgio Ciprio compaia anche un 45. Ibidem. 46. Come elemento che deve comunque indurre ad una certa cautela si noti che “i caratteri maggiormente rappresentati nella popolazione moderna risultano essere: la sutura metopica assente, l’incisura sopraorbitaria ampia, il forame mentoniero singolo, ed i seni frontali a ventaglio” (CAPASSO L. et. al., Paleobiologia dei Longobardi in Abruzzo ..., p. 79), anche se “l’incisura mediale sopraorbitaria di tipo ampio, pur rimanendo la più frequente, sembra non caratterizzare in modo così evidente la popolazione attuale” (ibid.). 47. Eccessivamente ottimiste in proposito appaiono le valutazioni di Gallenga e Ciancetta in GALLENGA P.E. - CIANCETTA C., Studio antropometrico-oculistico ..., p. 113; nella definizione del titolo del loro contributo, Studio antropometrico-oculistico su campione di soggetti “longobardi”, si devono pertanto sottolineare le virgolette, in quanto gli autori non hanno tenuto conto nell’esame del materiale della ben più prudente valutazione sul carattere dei vari sepolcreti presi in esame, fatta circolare dallo scrivente con apposita informativa fra i partecipanti al progetto coordinato dal Museo delle Genti d’Abruzzo (cfr. STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 28-31). 48. Una prima sintesi sulle considerazioni presentate in questa sede è stata già pubblicata in STAFFA A.R., Una terra di frontiera ..., pp. 196-201. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 226 20.02 Pagina 226 I Beni Culturali nel Molise Kástron Sámnion49, evidente testimonianza della persistenza di presidi bizantini anche nel Sannio sino alla fine del VI secolo. L’ubicazione di tale piazzaforte ha dato luogo ad un serrato dibattito, in quanto una città antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur è menzionata anche da Paolo Diacono50, mentre nel territorio di Isernia era compreso anche l’insediamento antico esistente sul sito dell’abbazia di S. Vincenzo al Volturno (fig. 10, n. 123)51, che risulta ubicata prima della metà del IX secolo in finibus Samnie52, poi sino alla metà del X secolo in partibus Samnie territorio beneventano o in loco Samnie53, ed infine verso la fine del X secolo in Castello Samnie54. A. La Regina ha tuttavia evidenziato come nelle fonti di VI-VII secolo il toponimo derivi da un Sampnium che compare nel Catalogum provinciarum Italiae, probabile corruzione paleografica da Saepinum, ben ricostruendo anche la traslazione del topos della città in rovina da Floro a Iordanes ed infine in Paolo Diacono55. Che a Saepinum (fig. 10, n. 124a) i Bizantini avessero rioccupato precedenti strutture di difesa gote appare anzitutto suggerito dal rinvenimento avvenuto in passato di una fibula in bronzo ad anello aperto con iscrizione, relativa ad un Aoderada riconosciuto come comandante militare goto (Fig. 11), forse passato poi al servizio dei Bizantini non diversamente da quel Pizza, che nel fondamentale Inverno 538-539 si era trasferito sotto il comando imperiale con le sue truppe e larga parte dei presidi del Sannio marittimo orbitante sul Sangro56. Significativa appare anche la consistente rioccupazione tardoantica e postantica dell’area del primitivo abitato sannita sul colle di Terravecchia (Fig. 10, n. 124b): il sito, ubicato in posizione d’altura difesa da una possente cinta fortifica- 49. GIORGIO CIPRIO, p. 52, n. 565. 50. HL, II, 20; HL, II, 9. 51. Vi sono state infatti rinvenute alcune epigrafi con la menzione di seviri aesernienses (PANTONI A., Le chiese e gli edifici ..., pp. 128-141), cfr. DE BENEDITTIS G., Considerazioni ..., p. 27, nota 29. Trattasi probabilmente di un vicus fra età repubblicana e prima età imperiale, e di una villa nella tarda antichità (cfr. HODGES R., Excavations at S. Vincenzo ..., pp. 491-92). 52. CV, I, 154,4; I, 296,22; I, 141,9, oppure in Samnii Provincia. 53. Vedi citazioni del CV in DE BENEDITTIS G., Considerazioni ..., p. 28, nota 33. 54. CV, II, 242,18, 304,24, 307,21 310,7, III, 84,3). Vedi in proposito PETROCCIA D., Il problema ..., PATTERSON J.R., A city ... Cfr. tuttavia LA REGINA A., Dalle guerre sannitiche ... (p. 34), che identifica il Castellum Sampnie con S. Vincenzo al Volturno e Rocchetta. 55. LA REGINA A., Dalle guerre sannitiche ..., pp. 33-34, riferimenti a Catalogus Provinciarum Italiae, MGH, SRL, 189; FLORO, I, 11,8; IORDANES, Rom., 144, MGH. 56. Cfr. COARELLI F. - LA REGINA A., Abruzzo-Molise ..., p. 228; Samnium 1991, p. 355, f. 84; la fibula presenta puntualissimi confronti con altri quattro analoghi esemplari rinvenuti nel Sannio, in Apulia ed in Lucania, che presentano una dedica Lupu biva, relativa ad un Lupus riconosciuto come comandante militare bizantino che doveva aver prestato servizio sotto Belisario o Narsete. La coincidenza di strutture difensive gote e bizantine a Saepinum potrebbe trovare origine nel passaggio di comandanti militari goti a servire con i Bizantini, analogamente a quel Pizza che verso il 538-39 passava con Belisario portando con sè una buona metà del “Sannio marittimo fino al fiume che corre in mezzo a quella regione”, probabilmente il Sangro (PROCOPIO, Bellum Goticum, V, XV, 1; DE BENEDITTIS G., Considerazioni ..., p. 26). Un'altra fibula gota proviene da Campomarino (DE BENEDITTIS G., Il territorio di Rotello..., 42-43, fig. 3). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 227 227 ta italica in opera poligonale, si prestava ad essere difeso ben più efficacemente del municipio d’età romana nella pianura sottostante57, e potrebbe dunque essere riconosciuto in via d’ipotesi come sede del castrum d’età bizantina58. Una situazione analoga è forse ipotizzabile anche a Bovianum (Fig. 10, n. 125), ove l’abitato era ubicato in basso lungo la strada Isernia-Benevento, mentre l’acropoli era situata in posizione strategica sulla soprastante altura nota con il significativo nome di Civita, e vi si conservarono consistenti strutture difensive anche in età medievale 59. Un siffatto riassetto difensivo del popolamento nell’area dovette tradursi nell’esito finale della crisi dell’ assetto romano dei due centri, crisi con ogni evidenza già avviatasi agli inizi della tarda antichità60, anche se appare difficile che la presenza bizantina nell’area si fosse comunque protratta molto oltre il 590-595, in quanto proprio da questa zona e dalle alte valli del Biferno e del Trigno dovette progressivamente svilupparsi la penetrazione longobarda nell’interno del Chietino e nelle aree costiere del Molise 61. 57. Per l'abitato di Terravecchia cfr. COARELLI F. - LA REGINA A., pp. 226-28; vi sono attestate ben tre chiese, S. Martino, S. Nicola, e S. Vito, a testimonianza della persistenza di forme di popolamento nell'area anche in età altomedievale. Si noti inoltre che in età medievale fra Abruzzo e Molise il toponimo Terra Vecchia sta ad indicare attendibilmente in varie situazioni quello che era stato l'assetto del relativo centro urbano fra tarda antichità ed altomedioevo. Si notino infatti Terravecchia ad indicare l'ormai quasi diruto Castrum S. Flaviani, l' antico Castrum Novum (PALMA N., Storia della città ...., I, p. 66); Terra vecchia ad indicare l'area dell'abitato antico nei pressi della pieve altomedievale di S. Stefano a Civita d'Antino (STAFFA A.R., Una terra di frontiera ..., p. 195); Terra vecchia ad indicare l'area dell'abitato bizantino ad Ortona (I Bizantini in Abruzzo ..., p. 17); Lanciano Vecchia a circoscrivere l'area del municipio romano come fortificato dai Bizantini nel VI secolo a a Lanciano (I Bizantini in Abruzzo ..., p. 19). Il fenomeno è diffuso anche in ambito rurale, ove l'aggettivo "vecchio sembra definire fasi altomedievali di riassetto in situ o quasi in situ di preesistenti abitati antichi (STAFFA A.R., Abruzzo tra tarda antichità ..., pp. 841-42, vari esempi dal Teramano, Cellino Vecchio, Castilenti Vecchia, S. Egidio Vecchio, ed anche Mutignano Vecchio nei pressi di Atri). 58. Un progressivo spostamento degli equilibri dell'insediamento d'età imperiale verso l'antico sito italico ben più agevolmente difendibile sembrerebbe forse addirittura risalire ad epoco tardoantica, ed essere dunque precedente gli ultimi decenni del VI secolo, come segnalato proprio in questa sede da M. Matteini-Chiari; segno di ciò potrebbe infatti risultare la progressiva nettissima ripresa d'importanza dell'area dell'antico tempio italico di Cantoni, ubicata proprio fra Saepinum e la Terravecchia che, dopo un semiabbandono fra I e III secolo d.C., ritorna ad essere intensamente frequentata dal IV e soprattutto fra V e VI secolo d.C., come testimoniano chiaramente i rinvenimenti numismatici; significativa a S. Pietro di Cantoni appare anche la presenza di lucerne africane ed imitazioni dal IV agli inizi del VII secolo, con una decisa prevalenza delle imitazioni sugli originali (26 su 40), a differenza di Saepinum ove prevalgono gli originali, probabilmente di epoca più antica. 59. COARELLI F. - LA REGINA A., Abruzzo-Molise ..., p. 193, 196: DE BENEDITTIS G., Bovianum ed il suo territorio ... 60. Ne appaiono una significativa testimonianza gli scavi condotti dalla collega V. Ceglia nell’ambito dei collettori fognari di Saepinum, scavi che hanno restituito numerosissimi reperti databili fra fine III ed inizi IV secolo d.C., che testimoniano come fosse già andata in crisi all’epoca la stessa rete fognaria della città. 61. STAFFA A.R., Una terra di frontiera ..., pp. 196-200. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 228 20.02 Pagina 228 I Beni Culturali nel Molise I bizantini dovettero sino al 595 conservare il controllo, oltre che di Venafro, anche di Isernia (Fig. 10, n. 122)62, in considerazione della posizione strategica della città sul tracciato della summenzionata via degli Abruzzi proprio in direzione di Venafro e della costa tirrenica, alla diramazione di altri itinerari verso la costa adriatica lungo la valle del Trigno, e verso il meridione passando da Boiano. Non appare al proposito casuale il recente rinvenimento avvenuto nell’ambito della necropoli altomedievale presso la Cattedrale di Isernia, segnalato da Cristina Terzani proprio in occasione del convegno (vedi in questa sede), di un frammento di fiasca in ceramica tipo Crecchio della caratteristica forma IX, nelle varianti “a” oppure “c”, che trova puntualissimi confronti con materiali dalla villa romano-bizantina di Casino Vezzani-Vassarella di Crecchio (Fig. 12), e sembra segnalare la presenza anche nel Molise interno delle caratteristiche inumazioni con corredo di questa classe ceramica così diffusa nell’Abruzzo costiero. A presidi bizantini dell’itinerario che proprio dalla piana di Bojano lungo la valle del Biferno discendeva verso il mare ed alle vicende connesse alla loro occupazione da parte longobarda appaiono con ogni evidenza riferibili le fasi piu tarde di occupazione di due abitati romani a Castropignano (Fig.10, n. 126), e a Casalpiano di Morrone del Sannio (n. 135)63. Nel primo caso un abitato fortificato sul sito di una grande villa romana, che associa significativamente ben prima dell’incastellamento il termine castrum ed il prediale Pinianum, appare interessato da forme di occupazione longobarda tradottesi anzitutto nella presenza nel corredo di una sepoltura di due orecchini a cestello con ogni evidenza databili fra primo e secondo trentennio del VII secolo64 e poi nell’acquisizione dello stesso Castrum per evidenti esigenze difensive nel demanio dei duchi di Benevento65, non diversamente dal citato e non lontano caso abruzzese dell’antico castrum bizantino noto come Kastron Reunia-Rahone presso Vasto, (vedi infra); non appare poi casuale che in ambedue i casi i duchi di Benevento fondino all’interno dei castra due monasteri, dotandoli con ogni evidenza con i beni 62. Anche questo centro urbano doveva aver conservato notevole vitalità anche nella prima metà del VI secolo. 63. DE BENEDITTIS G., Crisi e rinascita ..., p. 354, figg. 71-75; BLOCH H., Montecassino ..., pp. 276-77. Il complesso appare sede di un esteso latifondo tardoantico, a cui si correla l’epigrafe di una Anicius Gaionas (CIL, IX, 746), con ogni evidenza liberto o cliente dell’illustre famiglia senatoriale degli Anicii. 64. DE BENEDITTIS G., Considerazioni ..., p. 104, li data fra fine del VI e primi decenni del VII secolo; per il tipo rinvia a VON HESSEN O., in I Longobardi, 1990, p. 205, fig. IV.89; da ultimo cfr. POSSENTI E., Gli orecchini a cestello ..., pp. 41, 94, n. 91, tav. XXXV, nn. 3-4; si noti che gli orecchini a cestello sono portati dalle donne longobarde solo dopo il loro arrivo in Italia e sono derivati da tipi tardoantichi diffusi fra la popolazione romana. 65. CV, II, 16, 10-15 menziona Castrum Pinianum nei cui pressi era infatti ubicato, anche qui non diversamente dal monastero di S. Stefano di Rahone a Vasto, un cenobio forse fondato dagli stessi duchi (come S. Stefano) e poi donato all’abbazia volturnense con i suoi beni dalla duchessa Teodorada e dal duca Gisolfo suo figlio. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 229 229 acquisiti sul posto durante le stravolgenti vicende della conquista66. Appare dunque probabile che anche a Castropignano preesistessero al castrum longobardo stutture difensive d’epoca bizantina ubicate a presidio dello strategico tracciato della strada di fondovalle Biferno e degli accessi all’Adriatico, poi occupate da gruppi di Longobardi che discendevano la valle dopo la caduta di Bojano. Anche nel caso di Casalpiano forme di occupazione altomedievale interessano un esteso complesso antico, ubicato su un’ampia area pianeggiante di media collina, sviluppatosi dall’età repubblicana e probabile sede di un grande latifondo tardoantico, presso cui risulta probabilmente attestato epigraficamente anche un liberto della celebre famiglia senatoriale tardoantica degli Anicii67; alle fasi più tarde di occupazione del complesso appaiono riferibili numerose sepolture che vanno ad invadere la parte principale della villa in probabile connessione con i resti di un edificio di culto absidato, secondo gli scavatori dopo la Guerra Gotica68, e che indicano comunque non l’abbandono ma la persistenza sul sito di un popolamento con ogni evidenza autoctono, fortemente vessato sia patologicamente che nutrizionalmente69. Fra gli elementi di corredo sono segnalati un gran numero di fibule ad anello aperto e chiuso, confrontabili in zona con reperti da Vastogirardi (n. 137) e da Cupello (Fig. 1, n. 96)70, e con numerosi altri analoghi oggetti dall’Abruzzo segnalati in precedenza (Fig. 7), un tremissis d’oro di Giustino II71, e soprattutto un’olletta monoansata appartenente alla caratteristica produzione d’età bizantina denominata Ceramica tipo Crecchio, così ben diffusa nel vicino Abruzzo72, 66. L’importanza strategica di questi insediamenti monastici per la sicurezza del ducato era stata già a suo tempo sottolineata, proprio con riferimento al caso di Castropignano, in DE BENEDITTIS G. Crisi e rinascita ..., p. 327, nota 21; sulle problematiche del progressivo passaggio di tanti beni provenienti dalle classi dirigenti longobarde locali ai grandi centri monastici fra VIII e IX secolo, e sull’utilità di uno studio di tali beni monastici per ricostruire le vicende della conquista e successivo stanziamento del popolo germanico cfr. STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 152-159, con bibliografia precedente e particolarmente con l’eloquente caso dei beni dell’abbazia di Montecassino nel vicino Chietino (pp. 152-155), cfr. anche KURZE W. - CITTER C., La Toscana ... per la Toscana, e da ultimo STAFFA A.R. -PANNUZI S., Una fonte per la ricostruzione ... per il Teramano. 67. CIL, IX, 746, M. Anicius Gaionas. 68. Vedi da ultimo TERZANI C., in questa sede; sono state sinora scavate ben 76 sepolture, andatesi ad insediare all’interno del complesso termale della villa e nelle sue adiacenze; nei corredi sono attestate in gran numero fibule ad anello aperto o chiuso, simili a tanti esemplari dall’Abruzzo segnalati in questa sede (vedi fig. 7). 69. Questo è apparso evidente dai risultati delle analisi antropologiche sul sepolcreto, presentate in questa sede da RUBINI M. Su Casalpiano vedi da ultimo DE BENEDITTIS G., Il territorio di Rotello ...., p. 42. 70. Samnium 1991, p. 354, f. 71, e relativi confronti proposti; più che un anello di fibbia sembra tuttavia una fibula ad anello, per cui vedi un puntualissimo confronto anche per la linea mediana zigrinata in I Bizantini in Abruzzo..., p. 25, fig. 22 Per il reperto da Vastogirardi cfr. CAPINI S., Vastogirardi, sepolture altomedievali ...., pp. 126-127. 71. Samnium 1991, p. 354, f. 75. 72. Samnium 1991, p. 354, f. 72, cfr. per la decorazione STAFFA A.R., Le produzioni ceramiche in Abruzzo ..., decoro A6, tipo IIIa; oltre all’esamplare qui proposto (fig. 3) un altro confronto puntuale anche per il tipo di orlo è con un altro analogo esemplare da una sepoltura del territorio di Lanciano conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Chieti (STAFFA A.R., Abruzzo fra tarda antichità ..., p. 822, nota 311). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 230 20.02 Pagina 230 I Beni Culturali nel Molise tanto che si può presentare in questa sede un puntuale confronto dalla villa romano-bizantina di Crecchio (Fig. 13). Se a ciò si aggiunge il fatto che nell’ambito dell’abitato, sopravvissuto anche in età altomedioevale, sono attestate due chiese fra cui quella dal significativo titolo di S. Apollinare di Casalpiano73 titolo attestato lungo la costa abruzzese presso l’analogo castrum anch’esso risalente ad età bizantina di Collebono a sud di Vasto ed in un altro insediamento lungo la Flaminia adriatica a sud di Hortona74, appare probabile che il sito fosse stato oggetto di forme di occupazione bizantina correlabili non diversamente da Castropignano all’esigenza di presidiare la media valle del Biferno. Appare dunque probabile che nonostante la caduta di Venafro, di Saepinum, del Kastron Samnion presso Sepino, e di Isernia verso il 595 i Bizantini avessero tentato per qualche tempo anche in Molise di sbarrare l’accesso dei Longobardi di Benevento alla costa, mediante forme di controllo delle principali valli fluviali; il popolo germanico dovette comunque dilagare nella zona degli Altopiani Maggiori d’Abruzzo per poi avviare una lenta discesa delle valli abruzzesi e molisane che conducevano all’Adriatico, in particolare attraverso la Forca di Palena e la valle dell’Aventino e le altre valli del Sangro75, del Trigno e del Biferno, con una lenta compressione dei Bizantini nei centri fortificati della costa (Pescara, Ortona, Lanciano, Vasto, Larino). Appare anche probabile che in questa fase i confini del ducato di Benevento fossero stati espansi attraverso la zona di Pacentro ed il Guado di S. Leonardo sino al fiume Pescara in corrispondenza delle Gole di Popoli, mentre sin qui proseguiva da nord anche la penetrazione dei Longobardi di Spoleto lungo il tracciato della via Claudia Nova da Amiternum sino alla confluenza fra Tirino ed Aterno (Fig. 1). In Abruzzo la presenza bizantina dovette così progressivamente ridursi, anche in conseguenza degli avvenimenti molisani, alla costa chietina ed alla bassa Val Pescara, mentre andava avviandosi anche il progressivo stanziamento longobardo nelle aree interne del Pescarese ed anche in parte della bassa valle del Pescara. Un’analoga progressiva riduzione della presenza bizantina solo ai centri urbani anche dell’adiacente costa chietina e molisana e a pochi lembi di territorio fra essi articolati appare ricostruibile per tutta la prima metà del VII secolo; tale presenza venne probabilmente a concludersi in occasione del fallito tentati- 73. DE BENEDITTIS G., La necropoli di Casalpiano ..., p. 346; BLOCH C., Montecassino ..., pp. 276-77. 74. Cfr. STAFFA A.R., Abruzzo: strutture portuali ...; ID., La via Flaminia ... 75. Appare curiosa proprio nella media valle del Sangro la presenza in un punto strategico a controllo della viabilità che discendeva la valle dell’abitato di probabile toponomastica bizantina di Arke, poi Archi, ove è attestato il luogo di culto dal significativo titolo di S. Angelo presso cui è stata scavata la necropoli già presa in esame (FAUSTOFERRI A. - TULIPANI L., Un insediamento altomedievale ...; STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 38-40); nella zona è attestata anche la presenza di una Fara (STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., p. 153), e la chiesa risulta anch’essa passata nel 1053 (non diversamente di citati monasteri di Castropignano e S. Stefano in Rahone) fra le proprietà di un altro monastero, quello di S. Stefano in Rivo Maris a Casalbordino. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.02 Pagina 231 Il Medioevo 231 vo di riconquista dell’Italia meridionale da parte di Costante II (657-672), come testimonia eloquentemente Paolo Diacono nel riferire che le truppe del Re longobardo Grimoaldo, accorse in aiuto del figlio duca Romualdo assediato dai Bizantini a Benevento, erano andate ad attestarsi proprio sul fiume Sangro nella loro marcia di avvicinamento alla capitale del ducato con ogni evidenza percorsa lungo il tracciato dell’ antica via litoranea76; deve dunque supporsi che fosse ormai avvenuta la definitiva occupazione degli ultimi centri urbani ancora controllati dai Bizantini nella zona, proprio su quell’asse viario orbitanti. Con la seconda metà del VII secolo l’intera area degli attuali Abruzzo e Molise appare ormai “normalizzata” e divisa fra i due ducati longobardi di Spoleto e Benevento, in un momento in cui doveva essere ormai avviata da tempo la progressiva romanizzazione di quei gruppi di Longobardi, pochi e probabilmente sparsi, che erano giunti nell’area. Le conseguenze dell’invasione longobarda in Molise Segno della devastante crisi del quadro insediativo dell’area indotta dalle vicende della conquista appare anzitutto il sostanziale venir meno delle numerose diocesi attestate nel Sannio fra V e VI secolo (Aufidena, Allifae, Bovianum, Saepinum, Telesia, Aesernia)77, tanto che alla fine del VI secolo Gregorio Magno era costretto ad incaricare un defensor di prendersi cura del patrimonio ecclesiatico nel Sannio, con un atto che appare chiara testimonianza dell’ormai avvenuto venir meno della presenza imperiale nella zona78. Esemplificative di quanto andava accadendo appaiono le singolari vicende della diocesi tardoantica di Aufidena, ubicata sul sito del municipium tardorepubblicano ed imperiale di Aufidena oggi noto come Castel di Sangro ed indicato come Aufidiana Civitas ancora negli anni 494-95 (Fig. 1, n. 30)79; la diocesi dovette infatti tornare in un momento imprecisabile fra fine V e VI secolo sul sito dell’antico abitato italico connesso alla celebre necropoli (n. 31), tanto da ricondurvi il toponimo80, per poi spostarsi ulteriormente a Terventum (Trivento) in Molise, ove appare già stabilita nel X secolo81. 76. HL, V, 7-8. Sulle conseguenze dell’invasione di Costante II in Molise cfr. DE BENEDITTIS G., Il territorio di Rotello ..., pp. 43-44. 77. Sulle prime cinque cfr. LANZONI F., Le diocesi d’Italia ..., I, pp. 377-79; per Aesernia cfr. DE BENEDITTIS G., Crisi e rinascita ..., p. 327, che riferisce a questo centro la menzione di un Marcus episcopus ecclesiae Samninae presente fra i vescovi del concilio di papa Simmaco, ricordando anche la sicura menzione di un vescovo nell’843. 78. Gregorii Magni Registrum Epistularum ..., IX, 43, 198; DUCHESNE L., Les eveches d’Italie ..., p. 92; cfr. DE BENEDITTIS G., Considerazioni ...., pp. 26-27, nota 24; vedi anche ID., Il territorio di Rotello ..., p. 42. 79. Regesta pontificum ... IV, p. 265; LANZONI F., Le diocesi d’Italia ..., I, p. 378; BALZANO V., La diocesi ..., , pp. 463-69. 80. COARELLI F. - LA REGINA A., Abruzzo-Molise ..., pp. 260-61; STAFFA A.R., Le città dell’Abruzzo antico ..., pp. 163-214; COARELLI F. - LA REGINA A., Abruzzo-Molise ..., pp. 262-63. 81. LANZONI F., Le diocesi d’Italia ..., I, p. 379. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 232 20.02 Pagina 232 I Beni Culturali nel Molise Non diversamente dall’Abruzzo le tracce archeologiche di questi accadimenti si sono rivelate ben evidenti nel corso di recenti scavi condotti in ambito urbano, anzitutto quelle dirette da M. Matteini-Chiari all’interno della città di Saepinum (Fig. 10, n. 124), forse non casualmente in relazione al fatto che l’insediamento era stato sede di uno strategico presidio bizantino e doveva dunque essere stato probabilmente interessato da episodi di confronto militare. Nell’area forense sono state infatti scavate ben 29 sepolture realizzate per lo più a cassone con materiali di spoglio, quasi tutte prive di corredo, e tuttavia riferibili ad un periodo in cui l’area doveva essere stata soggetta ad “una sostanziale alterazione della funzione e della originaria destinazione delle aree pubbliche e degli edifici a questa connessi”82. Nei pressi di una delle sepolture è stato rinvenuto un importante elemento che permette di inquadrare cronologicamente il fenomeno, presentando tutte le sepolture scavate per lo più il medesimo orientamento: trattasi di una fibula a croce in bronzo a bracci uguali, lavorata a punzone e decorata a cerchi concentrici, confrontabile con un esemplare simile dalla necropoli di Vicenne databile nell’ambito del VII secolo83. Povere sepolture a cassone di analoga cronologia anch’esse realizzate con materiali di spoglio sono state scavate nel 1950 e recentemente anche all’interno del teatro84. Nel corredo di alcune di queste sepolture, situate fra la cavea ed il muro di cinta del monumento, erano due ollette in ceramica da fuoco ed una brocca dipinta a bande rosse, con ogni evidenza databili fra la fine del VI ed il VII secolo85. Dagli strati di abbandono del complesso è stato inoltre recuperato un frammento di ceramica dipinta a bande che sembrerebbe presentare sulla base della documentazione disponibile qualche punto di contatto con la ceramica tipo Crecchio86. Fra fine del VI e VII secolo gli edifici esistenti nell’area forense erano ormai per lo più abbandonati ed in buona parte anche demoliti per il riutilizzo dei materiali in essi impiegati87. 82. MATTEINI-CHIARI M., Sepolcreto altomedievale ..., p. 90. Delle 6 tombe scavate agli inzi degli anni ‘80 non sono disponibili dati antropologici. 83. MATTEINI-CHIARI M., Sepolcreto dell’area forense di Sepino ..., p. 94; GENITO B., Materiali e problemi ..., p. 57, fig. 6. 84. CIANFARANI V., Sepino. Teatro ...; CAPPELLETTI M., Il teatro di Sepino ..., p. 89; Samnium 1991, p. 355, f. 84: tombe “inserite tra i detriti accumulatisi con il crollo delle mura”. 85. Trattasi delle sepolture scavate nel 1950, cfr. CIANFARANI V., Sepino. Teatro ..., nn. 8, 9, 11; DE BENEDITTIS G., Di alcuni materiali altomedievali provenienti dal Molise ..., pp. 106-107, figg. 14-15. Le due ollette (fig. 14) sembrano confrontabili con analoghe olle da fuoco databili fra tardo VI e VII secolo (cfr. Dall’Egitto Copto ..., p. 51, fig. 80, nn.VIII, XIV; STAFFA A.R., Scavi nel Centro Storico di Pescara, 1 ..., pp. 344, 347, fig. 78, n. 195, fig. 79, nn. 207-08). 86. CAPPELLETTI M., Il teatro di Sepino ..., p. 87, fig. 1. I materiali associati, sigillate e vasellame africano da cucina (fig. 2) sembrerebbero tuttavia più antichi, e non databili oltre il V secolo d.C. 87. ID., p. 91; trattasi di una situazione del tutto simile a quella rivelata dai recenti scavi a Castrum Truentinum (STAFFA A.R., Scavi a Martinsicuro ..., 1995; ID., Scavi a Martinsicuro ..., 1996). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.02 Pagina 233 233 Nel resto della città si riutilizzavano in qualche modo le Tabernae, le case d’abitazione lungo il decumano ed alcuni edifici pubblici sul lato nord-est del Foro, chiudendone le ampie soglie in una situazione caratterizzata da rovine e ruderi per ogni dove88. Nel tornare su questi scavi in occasione del presente convegno M. MatteiniChiari ha giustamente sottolineato che in questo momento di crisi “la città non è più tale da tempo”, essendosi a suo tempo probabilmente spostate sul sito della Terravecchia le strutture del potere civile e militare bizantino (ormai coincidenti), per poi venir del tutto meno. Ad indicare che quello era stato il sito di un’importante municipium antico restava ormai solo la grama sopravvivenza di qualche forma di popolamento sul sito: i dati antropologici della necropoli del Foro sono al proposito rivelatori, segnalando che la popolazione ancora residente all’interno dell’antico centro urbano “sembra sopravvivere a se stessa con estrema fatica; il tasso di mortalità infantile e giovanile è elevatissimo”: 2/3 degli individui del piccolo campione “sono già estinti a 20 anni. La speranza di vita è certo fortemente minacciata”89. Unitamente al venir meno della diocesi tali dati sono la più eloquente testimonianza delle conseguenze devastanti della conquista longobarda, che era destinata a provocare ben presto il definitivo abbandono del sito antico90. Alle più tarde vicende del dilagare dei Longobardi nelle aree costiere della regione, probabilmente nei primi decenni del VII secolo, appare correlabile anche la crisi del centro urbano di Larinum (Fig. 10, n. 127), di cui si conserva come unico consistente monumento sopravvissuto in consistente alzato sino ad oggi proprio l’anfiteatro, probabilmente riutilizzato con funzioni difensive sin dal VI-VII secolo non diversamente dal vicino anfiteatro di Histonium. Alla persistenza del popolamento sul sito – anzi probabilmente proprio all’interno del monumento – si collega la presenza di quattro sepolture a cassone ricavate in fosse scavate nei pavimenti dell’ambulacro del secondo ordine del complesso91; fra gli oggetti presenti nei corredi si segnalano due orecchini a cestello, una fibula in bronzo raffigurante un pavone , ed altri reperti quali spilloni e più semplici orecchini in bronzo, nel loro complesso poco più antichi di quelli rinvenuti nelle analoghe sepolture rinvenute nell’area forense e presso il Teatro di Sepino92. 88. MATTEINI-CHIARI M., Sepolcreto dell’area forense di Sepino ..., p. 93. 89. MATTEINI-CHIARI M., Sepolcreto dell’area forense di Sepino ..., p. 92. 90. Dal IX secolo la popolazione andò raccogliendosi su un vicino colle, ove le fonti attestano l’esistenza del medievale Castellum Sepini; per le vicende altomedievali e medievali del sito cfr. LA REGINA A., in COARELLI F. - LA REGINA A., Abruzzo-Molise ..., pp. 215-16. 91. DE TATA P., Sepolture altomedievali dall’anfiteatro di Larino ... 92. EAD., Sepolture altomedievali dall’anfiteatro di Larino ..., pp. 94-103, per i confronti proposti per gli oggetti nota 1; Samnium 1991, p. 354, ff. 76-81. Gli orecchini a cestello, riferibili al tipo Possenti 2b, sembrerebbero databili nella seconda metà avanzata del VI secolo (POSSENTI E., Gli orecchini a cestello ..., pp. 72-73, n. 39, tav. XII, nn. 3-4), anche se non possono escludersi attardamenti. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 234 20.03 Pagina 234 I Beni Culturali nel Molise Come hanno dimostrato gli studi più recenti di G. De Benedittis l'abitato di Larinum fra VII e IX va comunque conservandosi, anche nell'assetto longobardo dell'antica provincia del Sannio, come importante punto di riferimento amministrativo per il territorio circostante, non diversamente dal caso della vicina Histonium nel Chietino; sono infatti evidenti il riutilizzo a scopo difensivo dell'anfiteatro, l'esistenza di strutture religiose di riferimento, e probabilmente l'impianto di abitazioni in materiali deperibili in una situazione caratterizzata dalla rovina della maggior parte del tessuto murato antico dell'insediamento antico93. Il trasferimento dell'abitato dal sito antico nella zona di S. Leonardo a quello attuale in posizione meglio difendibile è fenomeno che appare piuttosto riferibile ai secoli finali dell'altomedioevo. Nei pressi dell’abitato è infine menzionato nell’840 un Uualdum Sacri Palatii94, forse la traccia dello stanziamento nella zona di gruppi di armati longobardi95. Gli effetti dell’invasione longobarda dovettero essere devastanti anche sul quadro insediativo rurale, tanto che dalle ricognizioni condotte lungo il Biferno dalla British Schol at Rome non sembrano sinora emergere abitati che sovravvivano oltre il V-VI secolo96. È stata inoltre fatta l’attendibile ipotesi che gli abitati di tardo VI-VIII secolo non vengano identificati con le ricognizioni in quanto coincidenti con i villaggi conservatisi sino ad oggi, e che una siffatta drastica trasformazione del panorama insediativo sia stata provocata proprio dallo sviluppo su siti d’altura di abitati fortificati realizzati o nel tardo VI secolo per far fronte all’invasione longobarda, o verso il 660 per contrastare l’avanzata bizantina verso nord nell’ambito della spedizione italiana di Costante II97. Trattasi in ogni caso di chiare conseguenze di un’oscillazione di lungo momento della frontiera fra ducato di Benevento e territori bizantini della Puglia che non dovette mancare di produrre conseguenze devastanti e permanenti anche sul popolamento delle campagne98. 93. DE BENEDITTIS G., Il territorio di Rotello ..., pp. 44-51. 94. IS, X, col. 470; SABATINI F., Riflessi linguistici ..., p. 180. 95. Sull’importanza dei Gualdi per la possibile focalizzazione di forme di stanziamento militare longobardo vedi vari esempi dal vicino Abruzzo in STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 151152. 96. LLOYD J. - CANN S., Late Roman ..., p. 434; HODGES R. - BARKER G. - WADE K., Excavations at D85 ..., p. 111; anche la cronologia dell’abitato noto come D85 - S.Maria in Civita, originariamente presentato come un sito del tardo VI-VII secolo (HODGES R. - BARKER G. - WADE K., Excavations at D85 ...), è stata in seguito spostata al tardo VIII-IX secolo. 97. HODGES R. - BARKER G. - WADE K., Excavations at D85 ..., p. 111; BROWN T.S., Settlement ... pp. 323-38. 98. Per quanto riguarda la vicina Puglia settentrionale le recenti ricerche di J.M. Martin e G. Noye (MARTIN J.M. - NOYE G., Les villes de l’Italie byzantine ..., p. 45) sembrerebbero invece negare importanza agli eventi bellici nella destrutturazione dell’organizzazione insediativa ed economica tardoantica, e tuttavia il problema va forse riesaminato sulla base di nuovi dati archeologici, cfr. in proposito D’ANGELA C. - VOLPE G., Aspetti storici ... 1992, pp. 316-17. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.03 Pagina 235 235 Ad un’analoga evidente devastazione del quadro insediativo rurale fra fine VI ed inizi VII secolo appare collegabile nel territorio di Isernia anche l’abbandono della villa esistente sul sito di S. Vincenzo al Volturno, anche se nella persistenza dell’uso del sepolcreto ivi esistente sembra intuirsi non diversamente da Casalpiano la sopravvivenza sia pur stentata di una comunità con le sue credenze ed i suoi rituali99. A forma parcellizzate di stanziamento longobardo nelle campagne potrebbero essere riferibili, non diversamente da vari esempi abruzzesi in precedenza segnalati, anche due piccoli sepolcreti venuti sinora alla luce nel Molise centrosettentrionale. Una piccola necropoli d’incerta pertinenza è stato anzitutto localizzata lungo lo strategico tracciato antico poi ripreso dal tratturo Celano-Foggia, in contrada Monte di Mezzo di Vastogirardi (Fig. 10, n. 136): si tratta di cinque sepolture a fossa caratterizzate dalla presenza di un unico elemento di corredo, una fibula ad anello confrontabile con materiali dalla necropoli di Casalpiano di Morrone del Sannio e con un reperto da un sepolcreto simile scavato a Cupello alla foce del Trigno100. Ad analoghe forme di occupazione anche della zona dell’antico municipium di Fagifulae (Limosano) appaiono riferibili anche alcune sepolture rinvenute a S. Maria a Faifoli presso Montagano (fig. 10, n. 137), fra i cui elementi di corredo è segnalata la presenza di orecchini a globetti databili nel VII secolo101. Delle devastanti vicende che avevano coinvolto il Sannio fra la fine del VI ed il VII secolo secolo appare infine ulteriore e significativa testimonianza il celebre passo di Paolo Diacono relativo all’insediamento nella zona di Sepino, Boiano ed Isernia dei Bulgari del duca Alzecone (a. 668): Quas Romualdus gratanter excipiens, eisdem spatiosa ad habitandum loca, quae usque ad illud tempu deserta erant contribuit, scilicet Sepinum, Bovianum, et Iserniam, et alias cum suis territoriis civitates, ipsumque Alzeconem mutato dignitatis nomine, de duce gastaldium vocitari praecipit (Hist. Lang., V, 29). Proprio a questo importante passo di Paolo Diacono è stato plausibilmente collegato il più importante rinvenimento archeologico d’età longobarda sinora avvenuto in Molise, quello della grande necropoli scavata dalla collega V. Ceglia nelle località Vicenne e Morione di Campochiaro (Fig. 10, n. 128), necropoli che 99. HODGES R., Excavations at S. Vincenzo ..., p. 492: “the data indicated that the villa system had collapsed, but the spiritual significance of the place continued to be maintained by a local community”.Assolutamente analoga appare la situazione anche per molti siti fra Val Vibrata e Valle del Salinello, nel Teramano, ove la persistenza del popolamento va legandosi alle superstiti strutture religiose (STAFFA A.R., Contributo per una ricostruzione ...). 100. CAPINI S., Vastogirardi, sepoture altomedievali ..., pp. 120-27: rinvenimento avvenuto nel 1988 al km 11 della S.P. Carovillense, fra Carovilli e S. Pietro Avellana, km 11 recupero 1988, 5 sepolture a fossa coperte da lastre di pietra, una sola delle quali (t. 4) con un elemento di corredo, fibula ad anello in bronzo confrontabile con reperti da Casalpiano (Samnium 1991, p. 354, f. 71), e Cupello (Dall’Egitto Copto ..., p. 26, fig. 22; STAFFA A.R., La città altomedievale ..., p. 143, fig. 23). 101. Samnium 1991, p. 355, fig. 82-83; DE BENEDITTIS G., Fagifulae, Samnium 1991, p. 260 e ID., Fagifulae, Repertorio ..., pp. 12-.13; POSSENTI E., Gli orecchini a cestello ..., p. 93, databili fra primo e secondo trentennio del VII secolo. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 236 20.03 Pagina 236 I Beni Culturali nel Molise va ormai imponendosi, per numero di sepolture scavate (350 alla data del convegno), ricchezza dei corredi ed articolazione delle problematiche archeologiche, storiche ed antropologiche connesse come un contesto cui attribuire un’importanza non inferiore a quella delle celebri necropoli di Castel Trosino e Nocera Umbra. Tale importanza risulta confermata anche dalla quantità e dalla ricchezza dei rinvenimenti numismatici, che fanno ormai della necropoli il principale contesto monetario del VII secolo sinora rinvenuto in Italia102. Il sepolcreto, ubicato nella piana fra Sepino e Boiano lungo la strada che collegava Isernia a Benevento da un lato ed alla Puglia dall’altro lungo un itinerario poi ripreso dal Tratturo103, appare organizzato in due nuclei principali nelle località Vicenne (167 tombe) e Morione (tot. 183 tombe). A Morione è anzitutto segnalata la presenza di una fase tardoantica del sepolcreto caratterizzata dalla presenza di sepolture alla cappuccina, che sembrano indicare la preesistenza nella zona di forma di abitato antico sinora non individuate; la seconda fase di questo primo nucleo del sepolcreto appare ormai riferibile ad età altomedievale e risulta caratterizzata da semplici fosse terragne molto ben conservate, alcune delle quali bisome104. A Vicenne la necropoli appare organizzata in una serie di piccoli nuclei ubicati proprio lungo l’itinerario antico e non era sembrata originariamente riferibile all’occupazione di alcuno degli abitati romani preesistenti nella zona105, anche se al proposito non può ormai non tenersi conto della presenza a Morione della citata prima fase tardoantica di sepolture. Appare pertanto plausibile che il sepolcreto, più che attribuibile “a modelli insediativi di tipo nomade”106, possa essere riferito proprio ad un abitato semistanziale di gruppi di armati longobardi stanziati sulla piana nei pressi di qualche abitato preesistente, come sembrano confermare anche i dati delle analisi paleoantropologiche107, con evidenti funzioni di presidio della strategica strada che tramite Campobasso giungeva sino a Foggia ed alla Puglia rimasta sotto controllo bizantino. Le inumazioni di Vicenne sono disposte con regolarità secondo il modello tradizionale “merovingio” per file parallele108, con raggruppamenti probabilmente organizzati per nuclei familiari109. L’inquadramento cronologico complessivo della necropoli era stato in origine prudente, essendosi in primo luogo supposta una datazione nella prima 102. Cfr. ARSLAN A., in questa sede. 103. CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 329. 104. Cfr. CEGLIA V., in questa sede. 105. DE BENEDITTIS G., Considerazioni ..., p. 107. 106. Ipotesi ripresa anche in CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 331. 107. Cfr. BELCASTRO M.G., in questa sede, relativamente alla complessità della popolazione sepolta, comprendente ad esempio un’elevata frequenza di morti infantili (30/40 %), e ben 15 donne in età fertile (25/30 anni), complessità che sembra con ogni evidenza suggerire una popolazione semistanziale. 108. DELOGU P., Conclusioni ..., p. 425. 109. Cfr. CEGLIA V., in questa sede. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.03 Pagina 237 237 metà del VII secolo per l’alta percentuale di tombe dotate di corredo110, e poi una datazione più bassa verso la fine dello stesso secolo, per la presenza di orecchini in argento a globuli di quella cronologia e di un tremissis d’oro111; la planimetria generale delle inumazioni sinora individuate sembra tuttavia suggerire l’esistenza di un’articolata stratigrafia orizzontale112, tanto che anche sulla base dei più recenti rinvenimenti113 appare ormai accertato un uso della necropoli in un lungo arco cronologico relativo a tutto il VII secolo114, come confermano anche i rinvenimenti numismatici, che attestano la presenza, accanto al dominante tremissis d’oro longobardo, di monete bizantine di successori di Costante II, inquadrabili fra seconda metà del VII ed i primi decenni dell’VIII secolo115. Di particolare interesse sono subito apparsi i collegamenti fra alcune delle sepolture scavate ed un ampio panorama culturale che trova riferimenti nell’Asia centrale, come è risultato evidente per la presenza in alcuni corredi di caratteristici orecchini a globetti116, per i singolari usi funerari attestati in alcune tombe maschili, in cui guerrieri armati risultavano sepolti con il loro cavallo117, ed infine per la presenza in alcuni corredi sempre di cavalieri da 110. GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 52. 111. GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 54-55, figg. 3-4, confrontabili con esemplari di VII secolo anche avanzato dall’Austra (vedi i confronti citati alla nota 15, riferibili forse ad un ambito “avaro” e comunque probabilmente d’importazione (ID, p. 55, nota 16). Una datazione generica nell’ambito del VII secolo è proposta in CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 333. 112. Cfr. CEGLIA V., Lo scavo della necropoli di Vicenne ..., p. 48; CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 330, fig. 2. 113. Cfr. CEGLIA V., in questa sede. 114. Vi sono attestati anche elementi relativi ad un vasto patrimonio culturale, fra cui una fibbia in bronzo fuso con ardiglione di un tipo “bizantino”, e ben quattro coppie di orecchini in oro (GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 57, fig. 5, pp. 65-67, figg. 19-22); per un panorama degli oggetti rinvenuti, molti dei quali “all’interno della tradizione classica dei rinvenimenti longobardi di VII secolo”; cfr. ID., p. 57-59. Per una panoramica su vari oggetti delle necropoli, ancora non edita complessivamente, cfr. Samnium 1991, pp. 347-354, ff. 1-70. 115. Cfr. ARSLAN E. in questa sede. 116. VON HESSEN O., Discussione ..., p. 121 sottolinea la presenza degli orecchini con i globetti, sinora sconosciuti in Italia, e “tipici di ambiente avaro e bizantino dell’Europa orientale”. Non si era tuttavia rilevata la presenza di un’altra coppia di simili orecchini a globetto, rinvenuta in un piccolo sepolcreto a S. Lucia di Notaresco nella Val Vomano (GIZZI E., Tombe altomedievali ..., pp. 263-65, fig. 157). 117. GENITO B., Materiali e problemi ..., p. 56-57, tomba 16: “un contesto culturale prettamente germanico presenterebbe alcuni aspetti strutturali (il seppellimento del cavallo) e tipologici (staffe ed orecchini) di lontana origine asiatica”; BÖKÖNYI S., Analisi archeozoologica ... Per i problemi del corredo della tomba 16 (CEGLIA V., Lo scavo della necropoli di Vicenne ..., pp. 4448), che si era supposta manomessa, cfr. VON HESSEN O., Discussione ..., pp.120-121 e MELUCCOVACCARO A., Discussione ..., 121-124. Perplessità e dubbi in proposito sono stati tuttavia “azzerati” dalla grande quantità di nuovi dati dagli scavi successivi (GENITO B., Tombe con cavallo ..., p. 335). Altre sepolture con cavallo sono state infatti scavate anche in seguito, in totale sino al 1991 ben dieci (GENITO Tombe con cavallo ...,, BÖKÖNYI S., Two more ...). Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 238 20.03 Pagina 238 I Beni Culturali nel Molise Morione di staffe di tipo avarico, tanto che è stata sin da allora proposta l’ipotesi di qualche relazione del singolare sepolcreto proprio con il sumenzionato stanziamento nella piana di Sepino e Bojano dei Bulgari di Alzecone nel 668118; significativa in proposito appare anche la presenza di vari volti brachicefali e di individui caratterizzati nel loro complesso da forme larghe, quale ad esempio il cavaliere (comunque di alta statura: cm 170) della tomba 52 di Vicenne, nonché l’attestazione di esempi di trapanazione cultuale del cranio (tt. 115, 2), presenti anche fra le popolazioni magiare di origine asiatica dei Carpazi119. Accanto ad una prevalente presenza di forme strette ed all’attestazione maggioritaria fra i cavalieri di individui dolicomorfi di alta statura (tt. 16, 26, 33) sono inoltre vari fra gli oggetti di corredo rinvenuti quelli che ricollegano d’altra parte il sepolcreto ad un più ampio quadro di riferimento culturale ed etnico120, fra cui soprattutto alcune cinture in ferro a cinque pezzi con decorazione in agemina ed altri oggetti di più che probabile pertinenza longobarda tradizionale121. Fra le armi appare attestata la spada lunga a doppio taglio (es. t. 102 da Morione con decorazione in argento in corrispondenza di impugnatura e fodero), la spada corta ben attestata nel nord-Italia ma abbastanza rara nel centrosud (Vicenne: 26 es.; Morione: 10 es.), frecce anch’esse di probabile origine avarica, scudi, in genere attestati solo in sepolture di cavalieri e neanche in tutte (6 su 19). È attestata in tombe maschili anche la presenza di corredo vascolare, in genere in alternativa ad un calice vitreo di tradizione tardoantica. Singolare il caso dell’inumato della tomba 33, morto a seguito di un fendente di spada sul cranio122, nel cui corredo era un anello d’oro con verga tonda che si salda con due globetti ad un grande castone riccamente decorato con una pietra dura romana; a tal proposito si era in passato supposto che il portatore dell’anello fosse “interlocutore diretto di suprema autorità quale quella che poteva emettere monete..., in altre parole …il capo”123, ipotesi oggi rivista in considera- 118. GENITO B., Materiali e problemi ..., p. 57, nota 22. Cfr. in proposito MELUCCO-VACCARO A., Discussione ..., pp. 123-24, con un rinvio a tre piani interpretativi, quello “asiatico”, quello germanico e quello locale, avvaloratosi con il proseguimento degli scavi (CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 334). Altre sepolture con cavallo sono state rinvenute anche nelle campagne di scavo successive, in totale ben dieci (CEGLIA V. - GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 334; GENITO B., Tombe con cavallo ..., pp. 335-38). 119. BELCASTRO M.G., in questa sede. 120. GENITO B., Tombe con cavallo ..., p. 335. Sono ad esempio presenti a Vicenne anche elementi di derivazione orientale, come una fibbia in bronzo fuso con ardiglione di tipo bizantino (GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 57). 121. Per un inquadramento di molti degli oggetti rinvenuti nelle prime fasi dello scavo, “all’interno della tradizione classica dei rinvenimenti longobardi di VII secolo”, cfr. GENITO B., La necropoli altomedievale ..., p. 57-59. 122. GIUSBERTI G., Lo scheletro ... 123. ARSLAN E.A., Monete ..., p. 345. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.03 Pagina 239 239 zione della giovane età del defunto (20 anni c.) riconoscendolo plausibilmente come “il figlio del capo”124. Nei corredi femminili appaiono diffuse fibule a disco o a croce, tipiche del costume femminile tardoromano, semplici bracciali in bronzo, orecchini in oro ed argento anch’essi di tradizione avarica, orecchini a cestello, collane in pasta vitrea con pendenti in ambra e argento, pettini in osso, fuseruole, coltellini, aghi crinali in genere posti sul cranio, mentre gli anelli – come sopra esemplificato – sono presenti solo nei corredi maschili. Che si trattasse infine di un nucleo di popolazione dominante non emerge solo dalla ricchezza ed articolazione dei corredi presenti nelle sepolture, ma anche dalla qualità dell’alimentazione attestata nelle sistematiche analisi paleoantropologiche condotte ad esempio sul nucleo di inumati da Morione: si trattava infatti di un’ alimentazione mista caratterizzata da forti apporti proteici probabilmente legati alla pastorizia, ben diversa da quella del povero nucleo di popolazione autoctona ancora precariamente superstite presso il sito della sopra ricordata villa di Casalpiano, limitata a cereali e vegetali con limitati apporti proteici125. Appare dunque più che probabile che lo stanziamento longobardo di Vicenne presentasse carattere militare e difensivo a controllo della strategica piana di Boiano126, in evidente connessione con le vicende dell’avventura italiana di Costante II (657-72) e con l’avvertita necessità di stabilire forti presidii a difesa del ducato di Benevento ormai ristabilito nei suoi confini precedenti127. In una siffatta logica difensiva ben potrebbe rientrare anche l’attestazione toponomastica della presenza di numerose fare nella provincia di Campobasso sino all’Adriatico, Fara di Cigno presso S. Martino in Pensilis (Fig. 10, n. 129), Fara presso Lupara (n. 130), Fara presso Bagnoli del Trigno (n. 131), La Fara presso Carpinone (n. 132), Colle Fara presso Toro (n. 133), Fara presso Gambatesa (n. 134)128. Di lì a poco la situazione venne a consolidarsi anche in quest’area con il definitivo venir meno della minaccia bizantina, e la conseguente conquista longobarda dei porti di Brindisi e Taranto, anche se le sepolture di Campochiaro atte- 124. Cfr. ARSLAN E., in questa sede. 125. Cfr. RUBINI M., in questa sede. 126. Cfr. il caso dell’inumato della tomba 33, morto a seguito di un fendente di spada sul cranio (GIUSBERTI G., Lo scheletro ...). 127. In merito al cavallo sepolto nella tomba 16 di Vicenne di Campochiaro A. Melucco-Vaccaro (MELUCCO-VACCARO A., Discussione ..., p. 124) richiama il suggestivo e sanguinario rito dell’arbor sacra, menzionato nella vita del vescovo Barbato di Benevento proprio in merito all’incursione di Costante II, ed “al pericolo quasi mortale che questa aveva rappresentato per l’egemonia longobarda nell’Italia meridionale”. Su queste vicende vedi da ultimo DE BENEDITTIS G., Il territorio di Rotello ..., pp. 43-44. L’ipotesi è ripresa anche da DE BENEDITTIS G., Crisi e rinascita ..., p. 327. 128. SABATINI F., Riflessi linguistici ..., pp. 151-52. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.03 240 Pagina 240 I Beni Culturali nel Molise stano la sopravvivenza del presidio sin nei primi decenni dell’VIII secolo129. Conclusioni Numerose sono dunque le problematiche storiche che avvicinano fra VI e VII secolo le vicende dei territori antichi del Piceno meridionale e del Sannio oggi compresi fra Abruzzo e Molise, con la sostanziale sopravvivenza sin in epoca molto tarda (fine VI secolo) e ben successiva a quanto sinora ritenuto di presidi bizantini anche nelle aree interne oltre che in quelle costiere delle due regioni, con il venir meno alla fine del secolo dei collegamenti viari ancora superstiti in queste aree fra Adriatico e Tirreno, ed il successivo lento ritiro delle forze imperiali ridottesi nei primi decenni di VII secolo a controllare soli pochi centri della costa (Aternum, Hortona, Anxanum, Histonium, Larinum), sino al definitivo venir meno di ogni presenza bizantina nella zona dopo la metà del VII secolo. Oltre ai livelli archeologici che documentano con grande evidenza l’inserimento di tanti contesti di queste aree in ampi circuiti commerciali ancora orientati vero l’Africa e l’oriente, ancora attivi in quest’epoca solo nei territori rimasti sotto controllo bizantino130, significativa appare la presenza in ambedue gli ambiti della caratteristiche sepolture con ceramica tipo Crecchio, attestate sulla costa abruzzese con particolare concentrazione nell’entroterra di Ortona, vera capitale dell’Abruzzo bizantino, ed in Molise ad Isernia, Casalpiano di Morrone del Sannio, e forse Larino, specie considerando i crescenti collegamenti di questa produzione con l’area bizantina che vanno emergendo anche dalla recente edizione di numerosi materiali d’età bizantina da Gortina. Comune alle due regioni e sovente attestato nell’ambito di piccoli sepolcreti sparsi appare anche un vasto panorama di oggetti di corredo di tradizione tardoromana, fra cui soprattutto fibule ad anello e a soggetto animalistico, presenti talora in associazione ad oggetti di maggior pregio e di probabile pertinenza bizantina. Elementi di corredo di più marcata caratterizzazione etnica appaiono poi i preziosi pettini in osso lavorato dall’Abruzzo, e gli orecchini a cestello presenti a Notaresco in Abruzzo ed in vari siti molisani (Sepino, Larino, Castropignano), anch’essi per lo più provenienti da piccoli sepolcreti con ogni evidenza pertinenti a forme di stanziamento parcellizzato. Questi oggetti non servono comunque a segnalare con certezza l’etnia dell’i- 129. HL, VI, 1; DELOGU P., La fine del mondo antico ..., p. 21. Come già sottolineato in STAFFA A.R., Una terra di frontiera p. 201 le successive problematiche della frontiera in Molise fra ducato di Benevento e territori bizantini restano ancora da approfondire, in quanto nel IX secolo sono i duchi di Spoleto a contrastare in due occasioni alcune scorrerie saracene a Boiano e Sepino (ERCH, 27, 79; DE BENEDITTIS G., Considerazioni ..., p. 27, nota 27), mentre altri documenti sembrano suggerire che in quell’epoca i suddetti centri dipendessero nuovamente dal Catepanato pugliese (DE BENEDITTIS G., Considerazioni ..., p. 27, nota 27). 130. Su questi traffici cfr. da ultimo STAFFA A.R., Abruzzo: strutture portuali ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.03 Pagina 241 241 numato, ma vengono bensì a dare testimonianza del ruolo preminente svolto da lui stesso e dal suo gruppo familiare nell’organizzazione sociale del periodo131; “le variazioni nelle componenti del corredo, attraverso il ricorso ad oggetti più o meno sontuosi, in stile germanico o bizantino” rappresentano inoltre nelle illuminanti parole di C. La Rocca “la spia più efficace di quanto mutevoli e soggetti ai modelli elaborati in sede locale fossero gli strumenti con cui lo status era affermato e percepito”132. Un ruolo preminente poteva ormai esser ben difficilmente essere svolto in queste aree da individui che non appartenessero alla classe dirigente locale insediatasi con la conquista longobarda, sia che si trattasse di grandi presidii difensivi come quello di Campochiaro che di stanziamenti minori andati a rioccupare ville ed altri abitati antichi sparsi nelle campagne. Come giustamente sottolineato al proposito recentemente da Paolo Delogu “estensione e rappresentatività” di un modello tradizionale di ricostruzione della società longobarda attraverso l’assetto delle sue grandi necropoli sinora note133 “sono seriamente messe in discussione dai risultati delle ricerche e degli studi recenti: le grandi necropoli a righe non si presentano più come la forma predominante delle sepolture di età longobarda in Italia. Accanto ad esse cresce l’identificazione di piccoli gruppi di sepolture ed anche di sepolture singole disseminate nelle campagne: la frequenza con cui queste piccole necropoli appaiono è fra i risultati più interessanti dei censimenti compiuti in Piemonte, Toscana, Abruzzi e nel Bresciano. L’insediamento degli invasori potè dunque avvenire fin dall’inizio in modi differenziati, cioè non solo per grossi nuclei militari nello posizioni forti del territorio, ma anche per gruppi più ristretti e persino in forme rarefatte nelle campagne, forse ricalcando la distribuzione della proprietà fondiaria romana”134. Il forte stanziamento militare dei Bulgari di Alzecone testimoniato da Paolo Diacono, e l’eccezionale necropoli di Campochiaro, ad esso plausibilmente collegata, erano con ogni evidenza così diversi per entità di popolazione, panorama culturale, articolazione e ricchezza dei corredi funerari dalle forme minori 131. Già sottolineato in LA ROCCA C., Segni di distinzione ..., p. 37: “gli elementi del corredo funebre non erano stabiliti rigidamente per sottolineare l’appartenenza etnica, ma scelti di volta in volta per ostentare il prestigio sociale negoziato localmente”; cfr. anche STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., p. 45. 132. LA ROCCA C., Segni di distinzione ..., p. 37. 133. Esemplificativo in proposito appare l’esempio proposto in DELOGU P. Conclusioni ..., p. 425: “È il tipo rappresentato al meglio dalla necropoli di Nocera Umbra con la sua altissima percentuale di tombe con corredo e la singolare frequenza di deposizioni maschili con le armi. In questa configurazione l’evoluzione culturale è indicata dal progressivo abbandono di alcuni elementi del costume tradizionale – che si può ritenere utilizzato dalla generazione degli invasori – e dall’adozione non sistematica di elementi del costume romano; dalla progressiva riduzione della consistenza dei depositi funerari; dai mutamenti di gusto attestati nella decorazione degli oggetti di corredo. Un’evoluzione comunque attribuita sempre all’iniziativa del gruppo germanico nel quale non vi sono elementi romani, salvo forse qualche donna associata ad esso per via di matrimonio”. 134. ID., p. 425-426. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 242 20.03 Pagina 242 I Beni Culturali nel Molise dell’insediamento longobardo e dalle altre piccole necropoli attestate sia in Abruzzo che in Molise, che il fenomeno era stato probabilmente percepito come fuori dal comune da parte degli stessi contemporanei, tanto che il ricordo ne fù conservato consegnandone memoria alla tradizione storica. Tuttavia le significative testimonianze relative alla presenza nel gruppo etnico longobardo sepolto a Campochiaro di apporti dall’Asia probabilmente connessi alla presenza di gruppi di Avari e Bulgari, evidenti nei singolari usi funerari ed in vari oggetti di corredo, trovano oggi un prezioso riferimento nei primi eccezionali risultati delle ricerche genetiche avviate sul DNA mitocondriale di un gruppo di inumati di fine VI-VII secolo provenienti proprio da quel panorama di piccoli sepolcreti abruzzesi che erano apparsi in origine così diversi da Campochiaro per consistenza, qualità e ricchezza delle sepolture. Si tratta dunque di un’ulteriore conferma di come l’innovativo quadro interpretativo recentemente proposto da P. Delogu e sopra riepilogato venga ad aprire particolarmente in queste aree dell’Italia centro-meridionale nuove stimolanti prospettive di ricerca per una migliore ricostruzione delle fasi più antiche della società longobarda. Non mancano inoltre nel panorama dei dati presentati in questa sede ulteriori interessanti spunti di ricerca relativi soprattutto alle cruciali fasi di passaggio fra VII ed VIII secolo, ancora testimoniate a Campochiaro dalla presenza di sepolture in cui si continuava a seppellire con corredo pur in un’epoca così tarda135. L’uso di seppellire gli inumati con ricco corredo di armi e gioielli documenta evidentemente come quanto meno sino alla metà del VII secolo “ i Longobardi affidassero al momento della sepoltura e delle cerimonie ad essa collegate un grande valore simbolico e celebrativo, volto ad assicurare ai discendenti le prerogative sociali del defunto espresse e definite attraverso il suo corredo”, superando in un contesto generale di notevole instabilità “quel momento di potenziale crisi per il gruppo parentale” che er stato rappresentato dalla sua morte136; un significato del genere appariva anche più giustificato in aree sostanzialmente eccentriche come quelle del ducato di Benevento, in cui gruppi sparsi e di limitata entità dovevano ribadire il loro potere ed il loro controllo su zone popolate da una popolazione di stirpe locale ampiamente prevalente. Il progressivo venir meno dei corredi, fenomeno che sembrerebbe più tardo in queste aree eccentriche della Langobardia minor, appare indubbiamente legato a quel processo di “cristianizzazione della morte”137, che era destinato a vedere in breve tempo l’abbandono dell’uso di seppellire i defunti con corredo legato all’adozione da 135. Si noti infatti la presenza in alcune sepolture di solidi bizantini degli imperatori Leonzio II (695-698), Giustiniano II (II regno: 703-709), cfr. ARSLAN E. in questa sede. 136. LA ROCCA C., Segni di distinzione ..., p. 37. La deposizione di tali elementi di corredo personale, probabilmente ormai sottratta alle originarie motivazioni pagane, venne ancora per qualche tempo protraendosi in quanto legata ad una concezione che considerava taluni oggetti indissolubilmente legati alla persona dell'inumato, anche dopo la morte. 137. PAROLI L., La necropoli di Castel Trosino ..., 1997, p. 111. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.03 Pagina 243 243 parte dei Longobardi di tipologie funerarie di maggior impegno monumentale rispetto alle semplici fosse antropomorfe, e di pratiche funerarie tardoromane138. Tali mutamenti nei rituali della morte erano indubbiamente “connessi con i modi della trasmissione del potere e della rilevanza sociale nella società dei vivi”139, e quindi con l’affermazione di nuovi modelli culturali e strumenti più sofisticati per la riaffermazione del potere e dello status sociale dei gruppi di etnia longobarda dominanti localmente. Pur non disponendo in zona di documenti così particolari e significativi come le numerose donazioni pro anima e post obitum dell’Italia settentrionale longobarda140 appare evidente che proprio nel progressivo consolidamento dei rapporti con le gerarchie ecclesiastiche locali erano anche qui i prodromi di profondi mutamenti dei rituali funerari e delle correlate manifestazioni di status del popolo germanico. Nell’ambito di tali dinamiche sin dagli inizi dell’VIII secolo le elites longobarde locali vennero infatti spostando l’attenzione, nelle loro esigenze di affermazione sociale, dalle fasi della morte e dell’esibizione di corredi in occasione dell’interramento del defunto, «all’investimento del futuro in carriere laiche e carriere ecclesiastiche», carriere che andavano sviluppandosi ed arricchendosi nell’ambito di sempre più stretti rapporti con le elites ecclesiastiche e monastiche141, rapporti che ad esempio nel Teramano appaiono ben consolidati già nelle scarse fonti di VIII-prima metà IX secolo disponibili142. L’ evidente mancanza di corredo nelle sepolture ad esempio del piccolo sepolcreto abruzzese di Archi, comunque attribuibili ad un’epoca notevolmente più tarda (secc. VIII-IX), era ormai un elemento insignificante a fronte della rilevanza sociale dell’appartenenza al gruppo familiare di tradizione longobarda qui seppellito del luogo di culto dedicato all’Angelo143. Anche a S. Serotino di Colle Fiorano (Loreto Aprutino) ad una prima fase di 138. EAD., p. 111; nel significativo caso di Castel Trosino segnala la realizzazione di sepolcri murati e la deposizione di più individui nella stessa tomba; cfr. anche STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., p. 46, per alcuni esempi dall’Abruzzo. 139. LA ROCCA C., Segni di distinzione ..., p. 37. 140. EAD., pp. 33-36. 141. Un processo di osmosi del genere non poteva restare privo di conseguenze a livello territoriale ed insediativo, sia nell’ambito della progressiva definizione di strutture religiose d’inquadramento sparse nel territorio, che dell’inevitabile riassestamento del complessivo quadro fondiario, in termini di grandi proprietà inquadrate o meno nel sistema delle curtes e di gruppi di beni allodiali di proprietà di uomini liberi. Per un’ampia disamina della questione dal punto di vista storico cfr. da ultimo FELLER L., Paisages ..., pp. 224-230. Gli stretti rapporti che vanno emergendo dai dati archeologici fra il quadro insediativo tardoantico-altomedievale del Teramano e la presenza monastica (STAFFA A.R. - PANNUZI S., Una fonte per la ricostruzione ...) risultano ormai più comprensibili proprio alla luce dell’ulteriore evoluzione delle primitive dinamiche di affermazione sociale che i Longobardi avevano portato con se in Italia ed in Abruzzo. 142. Cfr. in proposito l’ampia disamina della società longobarda del VII-IX secolo condotta nel Teramano nell’ambito di un’analisi sistematica delle più antiche presenze monastiche, in STAFFA A.R. - PANNUZI S., Una fonte per la ricostruzione ... Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 244 20.03 Pagina 244 I Beni Culturali nel Molise sepolture caratterizzate in taluni casi da preziosi oggetti di corredo già menzionati, quali un eccezionale pettine in osso ad una sola fila di denti ed una cintura a cinque pezzi con decorazione in agemina, segue una seconda fase di inumazioni in semplice fossa antropomorfa marginata da grandi pietre ormai prive di corredo, probabilmente databili dalla fine del VII secolo all’età carolingia144, epoca quest’ultima in cui qualche proprietario appartenente alle classi dirigenti longobarde dovette manifestare il suo status ed il suo preminente ruolo sociale nella società locale del tempo provvedendo al rinnovo dell’arredo liturgico del luogo di culto. Comuni appaiono nel loro complesso interventi di realizzazione, ricostruzione o restauro di luoghi di culto anche di notevole dignità nell’ambito di altri fra i sepolcreti presi in esame (Scannella Superiore di Loreto Aprutino; S. Clemente a Casauria; S. Apollinare e S. Maria, sopravvissute anche nell’altomedioevo a Casalpiano; S. Maria a Faifoli presso Montagano), in quanto proprio in tali interventi trovavano prestigio sia il committente che il suo gruppo familiare, ribadendo il loro status sociale e potere economico, non diversamente da come avevano fatto in passato i loro antenati manifestando con ricchi corredi potere e ricchezza in occasione dei riti funerari145. Pur in assenza di collegamenti con contesti funerari noti analoghi appaiono nel Teramano i casi della grande abbazia di S. Maria di Propezzano, risalente agli inizi dell’VIII secolo, e degli altri monasteri di S. Giovanni ad Insulam nella valle del Mavone, S. Maria de Musiano a Cellino Attanasio, S. Angelo a Marano nella val Tordino, per tradizione il più antico insediamento monastico del Teramano, e S. Pietro di Campovalano a Campli (Fig. 1, n. 6); il caso simile di S. Clemente a Vomano di Notaresco (Fig. 1, n. 12)146 appare al contrario ubicato in una zona interessata da evidenti forme di stanziamento longobardo e da ben due sepolcreti nelle località Veniglia e S. Lucia (nn. 13-14)147. Non meno significativa appare fra Abruzzo e Molise la diretta fondazione da parte dei duchi di Benevento di due importanti monasteri presso gli antichi castra bizantini poi occupati dai Longobardi di Kastron Reunia presso Vasto e Castropignano nella media valle del Biferno (Fig. 10, nn. 93, 126), monasteri che vennero dotati – non diversamente dai succitati monasteri del Teramano – con beni evidentemente acquisiti in loco dai duchi al momento della conquista, e che 143. STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., p. 46. 144. BROGIOLO G.P. - GELICHI S., in Loreto Aprutino ..., p. 69: sono stati infatti rinvenuti vari frammenti di plutei e transenne databili nei primi decenni del IX secolo. 145. Anche a Casalpiano infine erano probabilmente passate sotto il patronato di qualche famiglia locale longobarda ormai proprietaria della villa le due chiese di S. Apollinare e S. Maria di Casalpiano, entrate a far parte per donazione del patrimonio dell’abbazia di Montecassino solo molto più tardi, nel 1017 (BLOCH H., Montecassino ..., pp. 276-277; DE BENEDITTIS G., Crisi e rinascita ..., p. 346), donate da parte dei due presbiteri Pietro e Martino, che le detenevano o per appartenenza familiare, o per concessione in patronato da parte di qualche famiglia locale di tradizione longobarda. 146. STAFFA A.R. - PANNUZI S., Una fonte per la ricostruzione ..., pp. 299-338. 147. STAFFA A.R., I Longobardi in Abruzzo ..., pp. 127-128. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 Il Medioevo 20.03 Pagina 245 245 erano destinati a garantire un fedele ed importante presidio anche difensivo di ambiti territoriali di notevole importanza per gli equilibri del ducato148. Che le istituzioni ecclesiastiche fossero ormai ben in grado di indirizzare “mutamento dell’aristocrazia e delle forme di tramissione della proprietà nella società longobarda”, in quanto si presentavano evidentemente “quale strumento di rafforzamento patrimoniale dell’aristocrazia stessa”149, appare evidente anche dall’uso che iniziarono a fare gli stessi duchi di Benevento della presenza monastica, non solo con i due significativi casi sopracitati di Rahone e Castropignano, ma soprattutto con le due fondamentali fondazioni di S. Vincenzo al Volturno, creata fra fine del VII ed inizi dell’VIII secolo da tre nobili beneventani (Paldo, Tato, Taso) forse addirittura imparentati con la casa ducale, e dotata di ricchi beni provenienti direttamente dal demanio ducale, e poi con quella risalente ai primi decenni dell’VIII secolo dell’importante abbazia cassinese di S. Michele a Barrea (Vallis Regia)150. Che dunque ancora agli inizi dell’VIII secolo nei componenti del gruppo stanziato a Vicenne sopravvivesse l’avvertita necessità di deporre il defunto riccamente abbigliato in una tomba (che veniva poi interrata e spariva dal paesaggio) affinchè il suo nucleo familiare potesse proclamare nell’occasione la continuità del suo status rivendicando la preminenza del defunto all’interno del suo ambito sociale151, appare probabilmente un segno dell’attardamento culturale di un compatto nucleo di coloni ancora fortemente ed intenzionalmente attaccati alle loro tradizioni, tanto che, come ricorda Paolo Diacono, ancora alla sua epoca “benchè ormai parlino anche il latino, non hanno perduto l’uso della loro lingua”152. Alla stessa epoca, e probabilmente già ormai da qualche tempo, a ben altri, più evidenti e corposi riti ed interventi sul territorio era andato dedicandosi l’impegno delle classi dirigenti longobarde nel manifestare e rafforzare la realtà del loro potere sociale e del loro controllo sul territorio. 148. Specie il castrum di Rahone doveva controllare nell’VIII secolo la strategica Via Tarentina, l’antico tracciato costiero della via Flaminia adriatica che collegava Ancona a Brindisi e poi sino a Taranto, al crocevia fra i due tratti di questo itinerario nel territorio dell’antica Histonium, ancora denominati in fonti dell’VIII secolo relativi al monastero di S. Stefano in Rahone strata maior e strata (minor) (cfr. in proposito STAFFA A.R., La via Flaminia ...). 149. LA ROCCA C., Segni di distinzione ..., p. 33. 150. Su S. Vincenzo al Volturno appare inutile riepilogare la ben nota ed abbondantissima bibliografia; per le fonti documentarie e le vicende storiche del fondamentale documento può vedersi S. Vincenzo al Volturno ...; su S. Michele a Barrea vedi FALLA CASTELFRANCHI M.- MANCINI R., Il culto di S. Michele ..., pp. 507-513. 151. Derivo quest’immagine, particolarmente efficace, da LA ROCCA C., Segni di distinzione ..., p. 37. 152. HL, V, 29. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.03 Pagina 246 Fig. 1. L’Abruzzo tra la fine del VI e la metà del VII sec. Fig. 6. Fibule e fibbie rinvenute presso la villa romano-bizantina di Casino Vezzani-Vassarella di Crecchio. Fig. 11. Fibula in bronzo ad anello aperto con iscrizione da Saepinum. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.03 Pagina 247 Fig. 2. Tipologia della Ceramica dipinta d'età bizantina detta tipo Crecchio (ultimi decenni VI-prima metà VII secolo). Fig. 3. Tavola riassuntiva schematica dei principali decori della Ceramica tipo Crecchio. Fig. 4. La c.d. Ceramica tipo Val Pescara. Libro1bisw2bis.qxd 17/06/2006 20.03 Pagina 248 Fig. 5. Le sepolture di tardo VI-VII sec. lungo la costa adriatica. Fig. 10. Il Molise ed i castra e castella bizantini. Fig. 7. orecchini a globetti in argento (1-2), spilloni d’argento (3), vago in pasta vitrea (5), pendaglietto di collana (6), fibbie con ardiglione (7), fibule ad anello (8,9,10) ed altri materiali provenienti da vari sepolcreti altomedievali abruzzesi.