Comitato tecnico-scientifico
Centro Studi Ubaldiani
“Padre Emidio Selvaggi”
Quaderni
Ubaldiani
4
SOMMARIO
p. 3
Le elezioni dei Vescovi dalle origini
al XII secolo. il caso di s. Ubaldo
Angelo M. Fanucci
p. 6
diploma di federico barbarossa alla città di gubbio
a cura di Luca Cardinali
p. 9
la vita di sant’ubaldo scritta per federico i
e il diploma del 1163
Adolfo Barbi
p. 12
una nuova testimonianza della
vita s. ubaldi attribuita a giordano
François Dolbeau
p. 13
perché la vita prima di s. ubaldo a mortara?
Adolfo Barbi
p. 14
thann e saint thiebaut
Joseph Baumann
p. 19
iconografia di s. ubaldo
Ettore A. Sannipoli
p. 21
il libro secondo della regula clericorum
Patrizia Biscarini ed Elena Giglio
p. 24
biblioteca ubaldiana
Francesco Mariucci
Le elezioni dei Vescovi dalle origini
al XII secolo. il caso di s. Ubaldo
Presentazione
Cos’è questo quarto Quaderno Ubaldiano, che vede la luce
dopo un periodo di ricerca fondi piuttosto affannoso, ma
felicemente concluso?
È quello che vorrebbero essere ed effettivamente sono
tutti gli altri quaderni, passati e futuri: un piccolo passo
avanti nella conoscenza del nostro grande Patrono.
“Riformatore della vita del clero”: già, ma in quale direzione, esaltando quali valori, esigendo dai preti affidati
alla sua guida quale stile di vita?
Ubaldo ventenne per quasi un anno, nel 1105, aveva fruito della vicinanza affettuosa ma ricca di ammaestramenti
del vecchio vescovo Giovanni da Lodi, un avellanita la
cui autorevolezza era garantita dal fatto di essere stato
per decenni, quasi come un…segretario del grande Pier
Damiani: perché non fece riferimento a quella regola?
E perché adottò quella dei Canonici Regolari di S. Maria
in Porto? Solo perché quella regola aveva già avuto l’approvazione pontificia da Pasquale II? O anche e soprattutto per i suoi contenuti più consoni alla vita canonicale
che a quella eremitica?
“Designato come Vescovo di Gubbio direttamente dal
Papa”: vero, ma non era mica usuale quella prassi! Anche
se la Diocesi di Gubbio era immediatamente soggetta alla
Santa Sede, la prassi vigente qui da noi per l’elezione di
un vescovo era la stessa ovunque: era compito del clero e
del popolo quell’elezione; il papa la ratificava e le dava validità definitiva. Perché a Gubbio, alla morte del vescovo
Stefano, per dargli un successore si ricorse direttamente
alla Santa Sede?
A proposito dell’identità di quel Pietro degli Onesti che
amava definirsi ‘Il Peccatore’, come se in quella fattispecie fosse lui l’unico rappresentante, la storiografia ecclesiastica ha combinato un pateracchio di inesattezze che
non vi dico: sarà bene riposizionare sulla scacchiera i veri
pezzi al giusto posto.
Un piccolo passo avanti nella conoscenza del nostro
grande Patrono. Per amarlo con più ragionata devozione
e liberarlo da quel devozionismo magico, che i Santi autentici non tollerano.
In questo quaderno è stato inoltre trascritto e tradotto dal
latino il Diploma di Federico Barbarossa, un documento fondamentale nella storia civile di Gubbio; l’origine
di Thann e il culto di Saint Thiébaut; inoltre è iniziato
un nuovo filone: lo studio dell’iconografia del Patrono
partendo dalla sua dimora terrena: la basilica in cima al
Monte, per scendere, nei prossimi numeri, in città e nel
territorio.
Angelo M. Fanucci
Nel XII secolo la nomina del vescovo di una diocesi avveniva, sì, electione cleri et populi, per ‘elezione’ da parte del clero
e del popolo di quella diocesi. Era, questa ‘elezione’ una
tradizione che nella Chiesa tutti ritenevano risalisse al tempo
delle origini, e non c’è nessun motivo per dubitarne.
Nei primi secoli della Chiesa i vescovi erano eletti dall’insieme
del ‘popolo di Dio’, cioè da tutti i cristiani di una data Chiesa
locale (diocesi). Ma ogni diocesi faceva parte di una metropolìa,
che era l’equivalente di una provincia nell’ordinamento civile,
tanto che i termini metropolìa e provincia spesso sono intercambiabili. Le diocesi di un determinato territorio, più o
meno omogeneo, si aggregavano in questa superiore struttura; la metropolìa era retta da un Vescovo Metropolita, mentre
le diocesi ad essa collegate venivano chiamate suffraganee: Ed
era compito dei vescovi della metropolìa, che erano anche
i vescovi delle diocesi viciniore, con l’assenso del vescovo
metropolita, consacrare il nuovo vescovo, come segno della
comunione esistente tra loro, e del fatto che l’eletto entrava
in una ‘rete’ che tutti ritenevano risalente agli Apostoli.
La Diocesi di Gubbio, in quanto appartenente alla Provincia
Romana, è sempre stata immediatamente soggetta alla Santa
Sede, il suo metropolita è sempre stato il Papa.
Ma non era il Papa che nominava i vescovi di tutte le diocesi,
personalmente o, come succede oggi, attraverso una delle
nove Congregazioni della Santa Sede, la Congregazione per i
Vescovi; non lo faceva né per le diocesi che appartenevano
ad una loro metropolìa, né per le diocesi che, come Gubbio,
e anche Perugia, erano immediatamente soggette alla Santa
Sede. Nei primi tempi poteva accadere che il papa veniva a sapere
molti mesi dopo che la tal diocesi aveva scelto il tal vescovo.
E i papi non solo tolleravano questa prassi, ma la ritenevano
quella più giusta e normale. Sia consacrato vescovo chi è eletto
dall’intero popolo raccomanda la Traditio apostolica di Ippolito
(regolamento ad usum ecclesiae in uso a Roma nel III secolo).
E papa Leone Magno scriveva nel 445: Chi dovrà sorvegliare
tutti, da tutti sia eletto.
Ufficialmente
A legittimare ufficialmente l’elezione del vescovo da parte
del clero e del popolo avevano provveduto prima le Constitutiones di Papa Celestino I († 432), poi la Regula pastoralis di
Papa Gregorio Magno († 604); fu lui che, poco tempo dopo
il V Concilio di Orléans, a titolo di chiarimento, aggiungeva:
non si devono considerare vescovi coloro che non fos­sero stati eletti dai
chierici ad istanza del popolo, consacrati dai ve­scovi comprovinciali col
consenso del metropolita.
Nel sec. X il vescovo di Vercelli, Attone, così come nel sec.
don Angelo M. Fanucci
XI il vescovo di Worms, Burcardo propugnavano con grande fermezza questa dottrina. E Fulberto di Chartres ricusò
di partecipare alla consacrazione episcopale di Teodorico,
perché costui non era stato eletto dal clero e dal popolo.
Il perché di questa rigorosa consuetudine ce lo spiega il vescovo di Cahors, Gausberto, che nel 990 scrive: Quando un
vescovo dovesse succedere ad un altro vescovo, converrà attendere l’appello e l’acclamazione del clero, la richiesta (peti­tio) del popolo privato
del suo capo, per timore che la città disprezzi poi quel vescovo ch’essa
non ha desiderato, e lasci affievolirsi la pietà. Presentate in negativo, sono le stesse motivazioni che abbiamo visto presenti
nella dottrina della Traditio apostolica e di Papa Leone I.
Ho sempre messo fra virgolette le parole ‘elezione’ ed ‘eletto’, perché in realtà si trattava di una designazione, che almeno teoricamente la metropolìa poteva disattendere.
E giustamente sia Giordano (ad pontificatum) che Tebaldo (in
pontificem) per raccontare l’’elezione’ da parte dei Perugini di
Ubaldo come vescovo ricorrono al complemento di moto a
luogo figurato: essendo sia la Diocesi di Perugia che quella
di Gubbio immediatamente soggette alla Santa Sede, il Metropolita era il Papa; a lui toccava la ratifica della designazione avvenuta electione cleri et populi.
E la stessa domanda dovremo porcela, quando, alla morte
del vescovo Stefano, il clero e il popolo di Gubbio non troveranno l’accordo sul nome di Ubaldo? È lecito immaginare
che, nella piazza principale della città, tutti i cittadini si siano
dati convegno in un dato giorno e ad una data ora, per mesi,
con tutti i membri del clero, e per mesi abbiano discusso
senza riuscire a mettersi d’accordo?
Come tutti i princìpi, anche il principio dell’elezione da parte del clero e del popolo poteva essere interpretato in modi
assai diversi, in quanto le rispettive funzioni, quella del clero
e quella del popolo, nessuno le aveva mai determinate con
precisione.
Verso la fine del secolo IX si erano delineate due posizioni.
La prima si rifaceva alla tesi del papa Leone Magno († 461
d.C.) e veniva riproposta verso l’888 da una lettera di Stefano VI († 891 d.C.): sosteneva che l’elezione del vescovo
appartiene ai sacerdoti, e ad essa deve aggiungersi il consenso del popolo, perché il popolo dev’essere ammaestrato, non obbedito; in altre
parole ai laici si chiedeva solo il consenso alla scelta fatta dai
chierici.
La seconda sosteneva che, in ordine all’elezione del Vescovo, chierici e laici stessero allo stesso livello.
nante avevano una peso uguale a quello del clero.
In ogni caso però non vi era una votazione a scrutinio; dice
lo storico al quale mi ispiro: allora non si pensava a contare i
suffragi, ma si badava soltanto a valutare le correnti di opinioni, ma
anche e soprattutto a dirigerle.
Quello che è sicuro è che la folla non era affatto ammessa
a deliberare: un’opzione del genere era del tutto estranea
all’orizzonte culturale del tempo.
Chi decideva erano i personaggi più notevoli della città, di
volta in volta chiamati primores civitatis, oppure nobiliores, o ancora maiores natu: dove quell’ablativo di relazione non indica
affatto l’età anagrafica, ma la nobiltà della prosapia; erano
solo questi ultimi che nell’elezione del Vescovo avevano altrettanti diritti quanto i chierici.
Niccolò I († 867), citando le Novelle di Giu­stiniano, affermava che il vescovo doveva essere eletto magnatum et totius cleri
consensu, ‘per consenso dei personaggi eccellenti e di tutto
il clero’, escludendo il popolo dall’elezione, che secondo il
santo Papa andava riservata ai personaggi eccellenti e al clero nel suo insieme.
Preceduta da concilia­boli fra personaggi influenti, l’elezione
avveniva sempre in pubblico, in una chiesa, per solito la cattedrale. La folla presente, di solito molto numerosa, a norma
di diritto avrebbe dovuto concorrere all’elezione, ma di fatto essa manifestava la propria opinione solo acclamando il
nome del candidato unico, o del candidato chiaramente più
forte. Vox populi, vox Dei: pare che proprio in questo contesto il monaco Alcuino di York, direttore della Schola palatina
di Carlo Magno, una specie di Ministro dell’Istruzione ante
litteram († 804), abbia lanciato questo motto che presto divenne proverbiale, grazie soprattutto all’uso che ne fece il
monaco Guglielmo di Malmesbury († 1142 ), biografo sia
dei Vescovi che dei Re d’Inghilterra.
Ma quando si fronteggiavano diverse candidature, non di
rado si arrivava al tumulto, e l’elezione veniva ritenuta non
valida e rimandata, perché non s’era levata la Vox populi. Difficile la soluzione; ma del tutto inaccettabile la procedura
adottata nel 991 per l’elezione di Gerberto ad arcivescovo di
Reims: si contestò che il motto Vox populi, vox Dei esprimessero la necessità di consultare sia il clero che il popolo, e si
ricordò che il popolo a volte sbaglia clamorosamente, come
quando in piazza gridò Crocifiggilo! Croci­figgilo!, e Gerberto
venne eletto non assensu cleri et populi, ma assensu eorum qui Dei
sunt in clero et in populo. Inaccettabile perché chi mai poteva
dividere gli elettori in quelli che erano figli di Dio e quelli
che tali non erano?
Il ruolo del popolo. Concretamente
Il ruolo del Clero
Nella prassi ecclesiale dei secoli immediatamente precedenti
a quello in cui visse S. Ubaldo a volte l’elezione veniva fatta
da un’assem­blea numerosa, a volte da un gruppo ristretto.
A volte il clero assumeva una funzione prevalente, a volte
esclusiva, a volte alcuni laici appartenenti alla classe domi-
Anticamente prevalse una posizione aristocratica: erano i
vescovi compro­vinciali - sotto la presi­denza del metropolita
- a scegliere il nuovo vescovo; ma nel sec. X questo accadeva
molto raramente: all’elezione del loro vescovo prendevano
parte tutti i chierici della diocesi, senza distinzione di ordine
“Clero”: cioè? “Popolo”: cioè?
o dignità. Poi, gradatamente, i canonici della cattedrale assunsero una funzione preponde­rante.
Sempre e comunque essi avevano sul clero rurale due vantaggi: erano lì sul luogo e costituivano un corpo, cosa che
non aveva minimamente luogo tra il clero rurale; in caso di
sede vacante, erano i primi ad esserne informati: in caso di
morte del vescovo, già nel corso della sua agonia potevano
iniziare a scambiarsi opinioni e a maturare decisioni comuni
sulla scelta del nuovo vescovo. Alla morte del vescovo avevano l’obbligo di riunirsi collegialmente onde provvedere ai
bisogni della chiesa orbata: ovvio che innanzitutto si pensasse al suo successore.
Viceversa i preti delle cam­pagne, dispersi ciascuno nella propria parrocchia, non avevano uguali comodità di
parlar dell’elezione prima che si radunasse l’assemblea in cui doveva farsi
l’elezione stessa. Se i canonici arrivano ad intendersi, era ben difficile far
nascere un’altra candidatura contro la
loro.
E di fatto in tutti i testi del X secolo
i canonici figuravano in prima fila nell’elezione del vescovo.
Dalla metà del sec. X questa funzione
preponderante venne riconosciuta dallo stesso Papa: Agapito II († 954) in
favore della chiesa di Màcon (il vescovo Maimbodo ha richiesto alla nostra
Sede apostolica di permettere ai suoi
canonici ed ai laici dimoranti nella chiesa di san Vincenzo
di non lasciar ordi­nare altro vescovo che l’eletto da questi
medesimi canonici e laici reli­giosi).
Silvestro II, nel 999, confermando l’elezione di Le Puy, si
rivolgeva ai ‘chierici’ di questa chiesa, il che nel linguaggio
del tempo non riguardava che i canonici della cattedrale.
Insomma, il capitolo dei canonici elimina ormai il resto del
clero secolare.
Nessuna delle relazioni trasmesseci dal sec. XI parla dei preti rurali; costoro avevano smesso di venire alle assemblee
elettorali, nelle quali non godevano più di alcuna influenza:
quando vi arrivavano si pre­sentava loro il candidato prescelto dai canonici, sul quale essi non avevano modo di discutere.
Se i canonici avevano escluso tutti gli altri secolari, talvolta
toccava loro trattare con gli abati dei grandi monasteri della
diocesi, i quali non si lasciavano tanto facilmente eliminare.
Ne troviamo traccia nell’XI secolo in parecchie assemblee
elettorali: a Rota, a Li­moges, a Chalon-sur-Saóne.
Forse non erano solo usanze locali limi­tate a talune diocesi,
visto che la maggior parte dei documenti, nel dare notizia
della partecipazione del clero alle elezioni episcopali, fanno
menzione solamente dei canonici.
S. Ubaldo vescovo: una elezione rifiutata e una nomina
non rifiutabile
Agli Eugubini la devozione a S. Ubaldo da morto, traboccante d’affetto, carica di ricordi, densa di speranze, impedisce a volte di vedere quanto, da vivo, il suo rapporto con noi
sia stato problematico.
Non molti di noi si sono inginocchiati davanti al suo Santo
Corpo per… chiedergli perdono. Ma prima o poi dovremo
tutti farlo, se vogliamo vivere di verità e non di zucchero
filato. Perdono perché noi prima non lo volevamo come Vescovo di Gubbio, poi gliel’abbiamo fatta pagare quel suo
chinarsi alla volontà del Papa che lo
aveva costretto per santa obbedienza a
diventarlo.
Ma andiamo per ordine.
Nel 1127 morì il vescovo di Perugia,
Gennaro. Giordano ne dà la notizia
nuda e cruda.
Tebaldo invece ci tiene a farci sapere
che lui, monaco avellanita, alle spalle ha
una teologia secondo la quale la morte
è il debitum dell’uomo verso Dio: peccatore come tutti gli uomini, il Vescovo di
Perugia morendo ha pagato anche lui
questo debito.
Sta di fatto che occorreva eleggere un
successore, e la scelta della Chiesa di
Perugia cadde sul Priore Ubaldo della
Canonica di S. Mariano a Gubbio.
Ubaldo però era deciso a rifiutare la cattedra vescovile di Perugia e, quando seppe che da Perugia stava venendo a Gubbio una delegazione per chiedergli il suo consenso, si rese
irreperibile, lontano da Gubbio, per un lungo periodo di
tempo: abbastanza lungo (qualche mese?) da rendergli possibile (racconta Tebaldo) di recarsi a Roma, dopo essere di
nuovo passato di nascosto per Gubbio e aver preso con sé
quattro membri del Capitolo Cattedrale di cui era Priore.
A Roma, a piedi, per spiegare le sue ragioni al Papa Onorio
II, che era stato anche lui un Canonico Regolare.
E il Papa accolse le sue motivazioni.
Nel 1129 morì il Vescovo di Gubbio, Stefano. Giordano racconta che «tra gli eugubini non si raggiunse l’accordo nella
designazione di un presule alla giurisdizione vescovile cittadina. Ma Papa Onorio ordinò di accettare come Vescovo il
Beato Ubaldo». I religiosi e i laici lo osteggiarono. I portinai
arrivarono a sbattergli in faccia la porta della canonica. Non
pochi cittadini lo guardavano di traverso; un muratore ebbe
l’ardire di strattonarlo e di spingerlo in un impasto di calce.
Ma, con il passare degli anni, la sua bontà e risolutezza nei
momenti più difficile per la Città conquistarono i concittadini. Quando si ammalò, capirono tutti che stavano perdendo
un santo Vescovo.
DIPLOMA DI FEDERICO BARBAROSSA ALLA CITTA’ DI GUBBIO
a cura di Luca Cardinali
IN NOMINE SANCTĘ ET INDIVIDUĘ TRINITATIS, FREDERICUS
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DIVINA FAVENTE
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CLEMENTIA ROMANO�
RUM IMPERATOR ET SEMPER AUGUSTUS
Quoniam ea quę inter homines geruntur, tum successiva et multiplici temporum mutabilitate, tum ex rarissima humanę vitę
diuturnitate, ex diversarum quoque occupationum et negotiorum numerositate ab hominum facillime memoria elabuntur, ea quę
perpetuo vigere ac valere cupimus, scripturę ministerio memoriali perhennitati commendare dignum ducimus. Ideoque univer�
sis sacratissimi imperii nostri fidelibus presentibus ac futuris cupientes innotescere conventionem Eugubinę civitatis et civium
suorum de servitio nostro (sic) quam fecerunt Bonactus ecclesię Eugubinę electus et Benedictus prior eiusdem ecclesię maioris,
Offredus abbas monasterii sancti Petri de eadem civitate et Rainaldus Ugonis Petri consul Eugubinus et Ugo Ianucii pro aliis
consulibus, scilicet Albertino et Rainaldo de Serra, et Rainaldo de Honesto, pro tota civitate et universo populo vice nostra cum
glorioso imperii nostri principe, videlicet domino Rainaldo coloniensi electo et Italię archicancellario, astante domino Ottone,
comite Palatino maiore de Witlinisbach, et Burcardo burgravio Magdaburgensi, Arnaldo Barbavaria potestate Placentinorum et
aliis plurimis viris honorabilibus, eandem conventionem scripturę iussimus vinculis innodari. Videlicet ut ipsa civitas et homines
habitantes in ea et in suis appenditiis cum suis possessionibus una cum ecclesiis suis et suis tenimentis, quę nunc iuste habent vel
inantea iustis modis acquirent, hoc est canonica sancti Mariani et episcopatus, monasterium sancti Petri et monasterium sancti
Donati cum ecclesiis et castellis suisque (sic) pertinentiis ad episcopatum predictum et ecclesias prenotatas attinentibus, quorum
hec sunt nomina Mons Episcopi, Agnanum, Mons Tanaldi, Mons Lulianus, Montecelli, San Victorini, Montefragaio, La turre,
Collepalumbi, Glomisso, Monte Sanctę Marię, Clesi, Petroio, La Sclizza, Collis Casalis, convenimus ut ipsa civitas cum ecclesiis
et castellis predictis neque duci neque marchioni alicui et nulli unquam personę magnę vel parvę in aliquo respondeant nisi legiti�
me. Insuper neque in fodro neque in collecta nec in aliquo cuiquam respondeant nisi tantum nobis vel generali nostro nuncio qui
iurisdictionem ad hoc habeat. Consules quoque, qui in ea civitate sunt vel pro tempore erunt, facere debent iustitiam in civitate et
in districtu eius atque in predictis castellis, si episcopo et prelatis supradictarum ecclesiarum placuerit. Et si facere non poterunt,
imperialis nostri nuncii auxilium petant et secum pariter faciant. Preterea consules et cives supradictę civitatis nuncium nostrum
imperiale fodrum nostrum colligere bona fide iuvabunt intra et extra comitatum eugubinum si ipse nuncius noster eos rogaverit.
Nichil autem aliud consules predicti vel cives nuncio nostro ex debito occasione nostri facere debent, pro eo quod in presenti ad
felicem nostram expeditionem in Apuliam vel quocumque voluerimus centum libras denariorum lucensium vel pisanorum nobis
dare debent et in posterum singulis annis LX libras lucensium vel pisanorum de civitate et ecclesiis cum possessionibus suis ac
pertinentiis et castellis predictis. Sed insuper iuvabunt sine fraude et bona fide nuncium nostrum acquirere residuum fodrum no�
strum de anno preterito. Si quis autem hanc conventionem infregerit penę mille librarum auri subiaceat. Et has LX libras annuatim
in festo sancti Martini apud sanctum Miniatum aut ubi iusserimus in Tuscia nobis persolvent, nisi eo anno quando fodrum impe�
riale per totam Italiam et similiter ab ipsis nobis tollere placuerit. Quę omnia ut verius a cunctis credantur ac perpetuo diligentius
observentur presentem paginam manu propria roborantes maiestatis nostrę sigillo precepimus insigniri.
SIGNUM DOMINI FREDERICI ROMANORUM IMPERATORIS INVICTISSIMI
EGO RAINALDUS SANCTĘ COLONIENSIS ECCLESIĘ ELECTUS ITALIĘ ARCHICANCELLARIUS RECOGNOVI
DataVI ydus Novembris anno dominicę incarnationis M.C.LXIII, indictione XII, imperante domino Frederico Romanorum im�
peratore invictissimo, anno regni eius X, imperii eius VIIII. Actum Laude in Dei nomine feliciter amen.*
A.S.G., Fondo Comunale, Pergamene, busta n. 1, perg. n. 2.
Il testo della pergamena ha burcgravio. Nell’alto medioevo tedesco, Burggraf (composto da burg ‘fortezza’ e graf ‘conte’) era il comandante di fortezza dalla
quale, in rappresentanza del vescovo o del re, sorvegliava la città. La parola è passata nel lat, mediev. come burgravius.
Lo schieramento imperiale era costituito da Rainald von Dassell, vescovo di Colonia e arcicancelliere d’Italia, dal conte palatino Otto von Wittelsbach, da Burkhard
von Magdeburg, burgravio di Magdeburgo, e da Arnold von Dorstadt (detto Barbavaria), allora podestà di Piacenza; vedi G. Casagrande, Il comune di Gubbio nel
secolo XII, in Nel segno del santo protettore: Ubaldo, vescovo, taumaturgo, santo, Firenze 1990, p. 25.
Il testo fa riferimento non alla chiesa di S. Donato della Costa, ubicata tuttora nella frazione di Madonna del Ponte, ma al monastero S. Donato di Pulpiano, ora
inesistente, ma al tempo di Federico I era ubicato nei pressi della frazione di Padule.
Il fodrum era il tributo di foraggio e biada per i cavalli, dovuto agli ufficiali imperiali e al sovrano al momento del loro passaggio su di un territorio, nel corso
di uno spostamento per ragioni istituzionali o militari; vedi Grande Dizionario della Lingua Italiana, vol. VI, Torino 1972, p. 94.
La collecta era una imposta o tributo; vedi Grande Dizionario…, cit., vol. III, Torino 1971, p. 291.
Il testo della pergamena ha infra, che è un evidente errore di scrittura.
L’attuale cittadina di S. Miniato sorge a 42 km da Pisa e si è sviluppata attorno ad una antichissima chiesa dedicata al martire fiorentino S. Miniato, costruita
intorno al 700 d.C. Nel medioevo il borgo fu elevato a sede di vicario imperiale fin dai tempi di Ottone I; vedi Dizionario di Toponomastica. Storia e significato
dei nomi geografici italiani, Torino 1990, p. 585.
La pergamena ha Laud, che è un evidente errore di scrittura. In età medioevale la vecchia Lodi sorgeva sul luogo dell’antica Laus Pompeii, così chiamata
perché il console Gneo Pompeo Strabone vi fondò, attorno all’88 a.C., una colonia. In età medioevale è citata come «Laude» in un documento dell’a. 931; vedi
Dizionario di Toponomastica…, cit. p. 358.
*
Sezione di Archivio di Stato di Gubbio, Fondo comunale, busta n. 1, perg. n. 2, cm 40x56 - foto Photostudio 2012
IN NOME DELLA SANTA E INDIVISIBILE TRINITÀ, FEDERICO CON IL FAVORE DELLA DIVINA CLEMENZA
IMPERATORE DEI ROMANI E SEMPRE AUGUSTO
Poiché ciò che accade tra gli uomini, ora per la continua e molteplice mutevolezza dei tempi, ora in conseguenza della assai
rara lunga durata della vita umana, ed anche per il gran numero delle diverse occupazioni e incombenze degli uomini, assai
facilmente scivola via dalla loro memoria, riteniamo giusto affidare, attraverso l’ufficio della scrittura, all’eternità, che ne
permette il ricordo, ciò che desideriamo che resti e duri per sempre.
Perciò desiderando far conoscere a tutti i fedeli, presenti e futuri, del nostro Sacro Impero il patto della città di Gubbio e dei
suoi cittadini relativo al servaggio nei nostri riguardi, patto che stipularono Bonatto, vescovo eletto della Chiesa Eugubina,
Benedetto, priore del Duomo della medesima, Offredo, abate del monastero di San Pietro della medesima città, Rainaldo di
Ugone di Pietro, console eugubino, Ugone di Ianucio in rappresentanza degli altri consoli, vale a dire Albertino e Rainaldo
di Serra e Rainaldo di Onesto, e, per nostro conto, in rappresentanza di tutta la città e dell’intera popolazione con il principe
del nostro glorioso Impero, domino Rainaldo, vescovo eletto di Colonia e arcicancelliere d’Italia, alla presenza del domino
Ottone, conte Palatino maggiore di Witlinisbach, di Burcardo, burgravio di Magdeburgo, di Arnaldo Barbavaria, podestà di
Piacenza e di altri moltissimi onorevoli uomini, abbiamo ordinato che il medesimo patto fosse legato ai vincoli della scrit�
tura.
In base a tale accordo si pattuisce che la città stessa – e quanti abitano in essa e nelle sue propaggini, insieme ai suoi possedi�
menti, unitamente alle sue chiese e alle loro tenute, che ora legalmente possiedono o che d’ora in avanti acquisiranno secondo
legge, vale a dire la canonica di san Mariano e il vescovato, il monastero di S. Pietro e il monastero di S. Donato con le chiese,
i castelli e le pertinenze che riguardano il predetto vescovato e le suddette chiese, i cui nomi sono Montelovesco, Agnano,
Montanaldo, Monteluiano, Monticelli, S. Vittorino, Montefragaio, Torre [de’ Calzolari], Colpalombo, Giomici, Monte di S.
Maria, Chiesce, Petroia, Scheggia, Colle Casale _ con le chiese e i castelli predetti non obbedisca mai in nulla a nessun duca,
né marchese né ad alcuna persona di alto o di basso lignaggio, se non secondo quanto stabilito dalla legge.
Inoltre si pattuisce che, in riferimento al fodro, alla colletta o a qualche altra cosa, non rispondano a nessuno se non a noi
soltanto o al nostro nunzio generale, che abbia la giurisdizione per questo. Anche i consoli, che ci sono o ci saranno pro
tempore nella città, sono tenuti ad amministrare la giustizia nella città e nel suo districtus e nei suddetti castelli, se al Vescovo
ed ai prelati delle suddette chiese sarà gradito. E se non potranno esercitarla, chiedano l’aiuto del nostro nunzio e lo facciano
insieme a lui.
Inoltre i Consoli ed i cittadini della suddetta città aiuteranno con lealtà il nostro nunzio a raccogliere il nostro fodro imperiale
dentro e fuori il comitatus di Gubbio, se il nostro nunzio in persona glielo chiederà. Null’altro poi di quanto dovuto, all’oc�
casione, nei nostri confronti, i consoli predetti o i cittadini debbono fare se non versarci _ attingendo alla città ed alle chiese
con i loro possedimenti, le loro pertinenze ed i suddetti castelli ora per la nostra prospera spedizione in Puglia o dovunque
vorremo (dirigerci) _ cento libbre di denari lucchesi o pisani e, in futuro, ogni anno 60 libbre di denari lucchesi o pisani. Ed
inoltre aiuteranno con assoluta lealtà il nostro nunzio ad acquisire il nostro fodro relativo all’anno passato.
Se qualcuno infrangerà questo patto, soggiaccia alla pena di mille libbre d’oro. Ci pagheranno queste 60 libbre ogni anno il
giorno della festa di san Martino a san Miniato o nella località della Toscana che indicheremo, tranne l’anno in cui stabilire�
mo di acquisire il fodro imperiale in tutta Italia ed in egual modo da loro.
Perché tutte queste cose vengano credute da tutti veritiere e vengano con maggiore osservanza rispettate per sempre, abbiamo
ordinato che questa pagina venga contrassegnata con il sigillo della nostra maestà, dandole così forza con la nostra propria
mano.
SIGILLO DEL DOMINO FEDERICO IMPERATORE INVITTO DEI ROMANI
IO, RAINALDO VESCOVO ELETTO DELLA SANTA CHIESA DI COLONIA, ARCICANCELLIERE D’ITALIA, L’HO
ESAMINATA ED HO VERIFICATO CHE LA SUA STESURA È CONFORME ALLA VOLONTÁ DELL’IMPERATORE
Data il giorno VI prima delle Idi di Novembre (8 novembre) dell’anno dell’incarnazione divina 1163, indizione XII, sotto
il regno del domino Federico, signore invitto dei Romani, nell’anno X del suo regno, IX del suo impero. Redatto a Lodi in
nome di Dio amen.*
* La trascrizione e la traduzione del diploma sono di Luca Cardinali.
LA VITA DI S. UBALDO SCRITTA PER FEDERICO I E IL DIPLOMA DEL 1163
Adolfo Barbi
Come è stato sottolineato nei numeri precedenti dei Quaderni Ubaldiani, Tebaldo, prendendo spunto dal manoscritto
di Giordano, scrisse la Vita beati Ubaldi per farla recapitare a Federico Barbarossa, tramite una delegazione di dignitari eugubini. Non sappiamo però se fu scritta dietro sollecitazione dei nunzi imperiali per assecondare il desiderio
dell’Imperatore, o se fu scritta dietro suggerimento dei dignitari civili ed ecclesiastici della città di Gubbio, con il recondito fine di ingraziarsi Federico e ricevere da lui dei privilegi. Privilegi che avrebbero consentito di amministrare
la cosa pubblica con maggior autonomia, svincolata dai condizionamenti che provenivano dai feudatari più ostili nei
confronti del Comune.
Nel 1160 il console Bambo aveva incontrato il vescovo Ubaldo, già molto malato, per pregarlo con tutto il cuore di
celebrare la s. messa pasquale (27 marzo). Esisteva quindi un istituzione pubblica che governava la città, ma ancora
molto fragile e vulnerabile.
Tebaldo e l’Imperatore
Già dall’incipit della Vita si comprende quale fosse l’atteggiamento di Tebaldo nei confronti del Barbarossa:
Teobaldo, contra il suo volere e merito eletto
Vescovo della Chiesa di Gubbio, a Federico
Imperatore de’ Romani, perpetua corona nel
Regno Celeste.
Quando poi il biografo affronta l’incontro che avvenne nel 1155 tra il Vescovo Ubaldo e Federico, si coglie in pieno
il tono esageratamente ossequioso. Ben diverso da quello di Giordano che scrisse la Vita prima.
Tebaldo, ad esempio, sorvola sull’ira dell’Imperatore verso gli eugubini timorosi che la loro città venisse distrutta, ma
calca la mano sull’idilliaco incontro con il vescovo Ubaldo.
Ma l’onnipotente Iddio, che sotto la cura di un
tanto Padre custodiva i Gubbini, non permise
che la clemenza e la pietà venisse meno nell’animo
del mansuetissimo Imperadore.
Federico mansuetissimo? «Nel marzo 1162 il Barbarossa decise di spianare al suolo la città (di Milano), dopo aver ordinato alla popolazione di evacuarla entro otto giorni…In poco più di una settimana fu completamente smantellata.
Nemmeno gli antichi edifici romani furono risparmiati. Solo le chiese, per ordine dell’Imperatore, scamparono alla
devastazione». Precedentemente (1155), lasciata Roma, egli risalì la via Flaminia e, arrivato nelle vicinanze di Spoleto,
le sue truppe furono attaccate, diversi soldati uccisi. Per tutta risposta l’Imperatore ordinò la distruzione totale della
città.
Il diploma federiciano
Per quanto attiene al diploma, è improbabile che Federico l’avesse rilasciato come atto di pura benevolenza nei confronti di Gubbio, dopo la consegna nelle sue mani della Vita di S. Ubaldo. Forse è azzardato affermare che una delegazione di dignitari eugubini si sia recata a Lodi «per ottenere da Federico privilegi».
È invece maggiormente plausibile quest’altra ipotesi. L’Imperatore era abile in guerra e molto accorto in politica: queste sue qualità facevano sì che le città amiche avessero la facoltà di eleggere i consoli, ma dovessero giurare «fedeltà
all’imperatore, il quale ne confermava l’elezione; in cambio dell’assolvimento degli obblighi militari e fiscali (il pagamento del fodro) ai consoli era concessa la pienezza giurisdizionale» nella città e nel suo territorio.
Rinaldo Reposati, Vita di S. Ubaldo, vescovo e cittadino di Gubbio, Loreto 1760, p. 3.
Ibid., p. 99.
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Indro Montanelli, Storia d’Italia (476-1250), vol. I, ediz. ‘Corriere della Sera’, Milano 2003, p. 514.
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Pio Cenci, Vita di S. Ubaldo vescovo e patrono di Gubbio, Gubbio 1924, p. 130. Inoltre, c’è da osservare che non si sa esattamente quando la Vita di Tebaldo
fu consegnata all’Imperatore.
Stefano Gasparri, Federico Barbarossa, Giunti editore, Firenze 1996, p. 34.
Quindi è presumibile che Federico concedesse il diploma a Gubbio non in virtù e in memoria del soave incontro avuto
con il vescovo Ubaldo, ma per un ben preciso disegno politico.
Veniamo ai fatti del 1163. L’Imperatore arrivò a Lodi il 28 ottobre con la consorte Beatrice. Al loro seguito erano
presenti, fra gli alti dignitari, Rainald von Dassel, legato generale dell’impero in Italia e Ottone von Wittelsbach.
Sabato 2 novembre, con un folto gruppo di vescovi e cardinali, lo raggiunse Vittore IV il quale, dopo la morte di papa
Adriano IV (1159), era stato eletto papa da alcuni cardinali. Altri invece avevano eletto Alessandro III, con la conseguenza che tra i due si era scatenata una lotta feroce a base di reciproche scomuniche che avevano visti coinvolti il re
di Francia e d’Inghilterra a sostegno di Alessandro III e
Federico I, re di Germania, a sostegno di Vittore IV.
Il 4 novembre «fu traslato dalla vecchia alla nuova città di
Lodi il corpo del beato Bassiano... Il pontefice in persona,
l’inclito imperatore e altri arcivescovi portarono sulle spalle il preziosissimo corpo».
Il 6 novembre l’Imperatore dette il via al suo disegno: emise un diploma a favore del vescovo di Città di Castello; l’8 e
il 9 novembre prese sotto la sua protezione la città di Gubbio e il monastero di S. Pietro; il 10 e il 13 il monastero di
S. Pietro e la cattedrale di S. Lorenzo di Perugia; lo stesso
giorno il monastero di S. Donato di Pulpiano di Gubbio.
Il suo chiaro intento era quello di avvicinarsi sempre più a
Roma e, con l’appoggio delle città amiche, di cacciare AlesCattedrale della Lodi vecchia
sandro III. Fatto che avverrà il 29 maggio 1167, dopo aver
sconfitto in battaglia campale le truppe pontificie. L’imperatore entrerà nella città eterna, ma una spaventosa epidemia
di peste lo costringerà a fuggir via, lasciando sul terreno moltissimi soldati, fra i quali anche il suo archicancelliere
Rainald von Dassel.
Mediante un’analisi attenta, il diploma si può suddividere in cinque parti: 1. Il preambolo – 2. Il patto di servaggio – 3.
Le concessioni al Comune – 4. La contropartita – 5. La clausola finale.
Il preambolo
Poiché succede che gli uomini, sia per la mutevolezza dei tempi, sia per la brevità della vita, sia per le diverse occupazioni e
incombenze, tendono a dimenticare, si ordina di affidare con una scrittura quanto si desidera che resti e duri per sempre.
Il patto di servaggio
Per rendere noto a tutti i fedeli del Sacro Impero il patto di servaggio della città verso l’Imperatore - patto al quale fanno
parte i principali dignitari eugubini (il vescovo Bonatto, il priore Benedetto, l’abate Offredo, i consoli Rainaldo e Ugone) e i vicari imperiali, primo fa tutti Rainald von Dassell, vescovo eletto di Colonia e arcicancelliere d’Italia - si stabilisce di
redigerlo in forma scritta.
Le concessioni al Comune
In base a tale accordo si pattuisce che ai consoli, che ci sono o ci saranno pro tempore nella città, sia accordato di amministrare la giustizia nella città e nel suo territorio, senza la minima ingerenza di duchi e marchesi o di altre persone di alto o di
basso lignaggio, purché siano consenzienti il vescovo e gli ecclesiastici. Costoro, se verranno esclusi, potranno rivolgersi
al nunzio imperiale che provvederà a far rispettare il patto.
La giustizia sugli abitanti di quindici castelli, tutti di proprietà ecclesiastica - quali: Montelovesco, Monticelli, S. Vittorino, Montefragaio, Torre de’ Calzolari, Colpalombo, Giomici, Monte S. Maria, Chiesce, Petroia, Scheggia, Colle
Casale, Monteluiano, Montanaldo, Agnano - sarà applicata anche ai proprietari di tenute o di piccoli appezzamenti di
terra.
F. Cardini, C. Andenna, P. Ariatta (a cura di), Federico Barbarossa e i Lombardi... nelle cronache contemporanee, Europia, Bergamo 1998, p. 129.
Massimo Petrocchi, Le sommissioni nell’età del Barbarossa, in Atti del VI Convegno di Studi Umbri, Gubbio 26-30 maggio 1968, pp. 257-258.
Giovanna Casagrande sostiene, nell’articolo Il Comune di Gubbio nel secolo XII, in Nel segno del santo protettore Ubaldo, vescovo, taumaturgo, santo (Atti
del Convegno internazionale di studi – Gubbio, 15-19 dic. 1986) Firenze 1990, p. 25, che esistesse tra autorità ecclesiastiche ed autorità civili «un ‘regime’ di
convivenza che sappiamo essere propria della prima età comunale».
Il castello di Montefragraio (“Monte delle fragole”, dal lat. fragaria), è la collina sulle cui pendici sorge Castel d’Alfiolo (Padule); il castello di Monte Santa
Maria si trovava presso Pontericcioli; il castello di Chiesce ad est della ‘strada della Contessa’ oltre Valderchia; il castello di Colle Casale era situato a nord-est
di Montelovesco; il castello di Agnano lo era ad ovest prima del bivio di Montecorona.
10
E così, «il patrimonio della chiesa vescovile, formato da numerosi beni immobili e da taluni castelli nel contado e inoltre ancora da tutto quell’insieme di proventi di natura strettamente ecclesiastica e dai possessi connessi ai monasteri,
ospizi, chiese e pievi di appartenenza della chiesa vescovile, sembra di per sé deducibile che facesse del Vescovo nella
città la persona più ragguardevole anche nel campo non ecclesiastico».10
La contropartita
A fronte di tali concessioni si richiedono al Comune degli oneri: il pagamento annuale di un tributo (colletta) di 60 denari pisani o lucchesi al borgo di S. Miniato il giorno di S. Martino; durante l’attraversamento del territorio eugubino delle
truppe imperiali per andare in Puglia o altrove, il Comune sia sottoposto all’esborso di un’alteriore imposta (fodro), che
consiste nel fornire i foraggi per i cavalli degli ufficiali imperiali e cento libbre di denari.
La clausola finale
Per dare maggior credibilità, la pergamena viene contrassegnata con il sigillo dell’Imperatore. Ma se qualcuno infrangerà il patto, sarà penalizzato con mille libbre d’oro.
«Oggi – osserva Kaspar Elm – non si creda che il movimento comunale abbia avuto quasi per definizione carattere antimperiale o antigermanico».11 Gubbio ne è un esempio. Infatti, dopo una prima fase di sottomissione e collaborazione
al potere imperiale, quando la situazione della politica in Italia muterà a scapito dell’Imperatore (dopo la sconfitta di
Legnano,1176), Gubbio si affrancherà sempre più dal servaggio e dagli oneri imposti dai nunzi imperiali.
Nel diploma del figlio di Federico, Enrico IV (1191), la città avrà una maggior autonomia giurisdizionale, non più
condizionata dalle autorità ecclesiastiche, tanto è vero che verranno ampliate le pertinenze comunali e consolidate le
istituzioni pubbliche.
Castelli della Canonica di San Mariano (1163)
Ricostruzione topografica a cura di Adolfo Barbi
10
11
S. Mochi Onory, Ricerca sui poteri civili dei vescovi nelle città umbre durante l’Alto Medio Evo, Roma 1930, p. 186.
Kaspar Elm, La chiesa, l’impero e l’Italia al tempo di S. Ubaldo, in Nel segno del santo protettore…,cit., p. 18.
11
UNA NUOVA TESTIMONIANZA DELLA
VITA S. UBALDI ATTRIBUITA A GIORDANO *
François Dolbeau
Nel 1977 abbiamo pubblicato - in questo stesso Bollettino e per la prima volta in maniera integrale - la più antica Vita
di S. Ubaldo1.
La nostra edizione si basava su due testimonianze frammentarie, ritrovate ad Assisi e a Gubbio da don Pio Cenci 2, e
su un unico manoscritto completo: il leggendario 1473 bis della Biblioteca universitaria di Bologna (= B). La scoperta
in Svizzera d’un quarto esemplare merita di essere segnalato a tutti coloro che si interessano alla storia dell’Umbria.
La nuova testimonianza della Vita Ubaldi è attualmente conservata nella Biblioteca centrale di Soluere (Solothurn)
sotto la segnatura S 3783.
è un breviario datato 1470-71 (= S) che apparteneva una volta ai Canonici regolari di S. Croce di Mortara nei pressi di
Pavia. La biografia del vescovo di Gubbio è stata trascritta in una specie di appendice sui fogli 394-3964. Il copista, che
lavorava a scopi liturgici, si è accontentato purtroppo di riprodurre il primo quarto dell’opera divisa in nove lezioni5.
Dal punto di vista del testo, il contenuto di S è generalmente molto simile a quello di B . Ecco la lista delle differenze
che abbiamo rilevato in questi due manoscritti. Le cifre rimandano ai paragrafi e alle righe della nostra edizione. Il testo
che figura davanti ai due punti è quello che abbiamo adottato nel 1977.
Abbiamo segnalato con un asterisco le varianti di S che hanno seria probabilità di risalire all’originale.
2. 1 ab igitur incipit S // 7 et iste Ubaldus est B : est iste Ubaldus S // 7 vocatus B post corr. : vocitatus B ante
corr. S*.
3. 4 et ut B : utque S // 9 hec et illa B : hinc illi S // 10 isto B : ipso S // 10 anima Cenci S* : animal B // 12
risere B : -serere S.
4. 2 fuerit B : fuit S* // 2 eo B : deo S // 3 fuerit B : fuit S* // 7 in aratro B : ad aratrum S // 12 restituisti michi
hereditatem meam B : restitues h. m. michi S // 24 talia pre aliis B : illa que alii S // 24 secrete vero omisit S // 25
crassiora conieci falso : crossia B grossia S* // 25 largiretur B : -rentur S.
7. 2 ibique B : ibi S // 4 reportavit scripta B : scripta reportavit S // 11 post iuxta addidit predicamus S // 13 et B
etiam S* // 16 quievissent B : requie- S // 17 hoc B : homo S stulte.
8. 3 non om. S.
9. 3 regem B : regnum S* // 6 quoniam B : quem S.
10. 3 post episcopatu add. S* perexerunt ergo ad apostolicum quatenus de romana curia eligerent presulem quem de
sua ecclesia nolebant accipere //10 baptizatum B : -zavit S // 14 et B : ut S // 15 tamen propriam B : propriam
tamen S // 17 post inanis desinit S.
Si vede che il confronto del testo di S non modifica affatto il contenuto della nostra edizione. Sarebbe dunque inutile
rimuovere cielo e terra per ritrovare altre testimonianze parziali nei breviari italiani che usavano i Canonici regolari.
In realtà, l’interesse di S non riguarda il testo; il manoscritto di Soluere ci conferma soprattutto che la Vita di Ubaldo
attribuita a Giordano era nel Medioevo più largamente diffusa della biografia redatta dal vescovo Tebaldo. La prima
circola a Gubbio, ad Assisi, a Bologna e a Mortara; serve da modello a Petrus de Natalibus e ad Augustinus di Pavia6. La
seconda invece, prima del XVII secolo, sembra conosciuta soltanto a Gubbio e a Gualdo Tadino. Forse gli uomini
del Medioevo preferivano, come quelli di oggi, il tono caloroso e il realismo della Vita prima alla freddezza un po’
compassata della Vita secunda.
* F. Dolbeau, Un nouveau témoin de la Vita S. Ubaldi attribuée à Giordano, in Bollettino della Deputazione di Storia Patria per l’Umbria, vol. LXXVIII (1981), p.
235-237. Traduzione dal francese di Maria Antonietta Leonardi.
F. Dolbeau, La vita di Sant’Ubaldo, vescovo di Gubbio, attribuita a Giordano di Città di Castello, in Bollettino di Deputazione Storia Patria per l’Umbria, t. 74, fasc. I (1977), p. 81116. Ecco al volo alcune correzioni destinate a migliorare il testo di questo studio: p. 93 n. 11, sostituire 3 a 30 ; p. 113 n. 15, leggere Gubbio 1965, p. 99 § 10, l. 11-12, la
frase ut quid terram occupas è una citazione di Luc 13,7; p. 106 § 20, l. 44, aggiungere – come suggerisce A. M. Fanucci (op. cit. infra) – una virgola davanti a quando; ibid. §
21, l, 1, le parole in corsivo sono tratte da Act. 2, 2.
2
P. Cenci, La vita beati Ubaldi scritta da Giordano di Città di Castello, in Archivio per la storia ecclesiastica dell’Umbria, t. 4 (1917), p. 70-136. Questo articolo e lo studio citato
nella nota precedente sono stati parzialmente riprodotti in un opuscolo intitolato Giordano, Vita di S. Ubaldo, edito a Gubbio nel 1979 per la «Famiglia dei Santantoniari»;
il testo latino di Giordano è stato tradotto in italiano a cura di don Angelo M. Fanucci
3
A. Schoenherr, Die mittelalterlichen Handschriften der Zentralbibliothek Solothurn, Soluere 1964, p. 35-37.
4
Essa è preceduta dalla preghiera Deus qui piorum.../...sine intermissione gaudeamus, che noi abbiamo pubblicato nel 1977 (art. cit., p. 116 n. 81). Il titolo generale: In sancti
Ubaldi eugubini episcopi ac canonici regularis, spiega perché i canonci di Mortara s’interessavano di Ubaldo.
5
Corrispondenti alle pagine 96-99 (§ 2. 1 - § 10.5) della nostra edizione.
6
Cfr. F. Dolbeau, art. cit., p. 89.
1
12
PERCHé LA VITA PRIMA DI S. UBALDO A MORTARA?
Adolfo Barbi
La domanda viene spontanea quando si scopre che S. Ubaldo è conosciuto e venerato in una città distante da Gubbio. È il caso di Mortara che si trova lungo la strada che conduce a Vercelli, tratto coincidente con la ‘via francigena’ ,
percorsa nel medioevo dai pellegrini che andavano a Roma.
Nel suo podere, voc. braida di S. Croce, viveva un certo Adamo, vir religiosus, pius et satis dives. Un benestante e di sentimenti fortemente cristiani.
Si racconta che Gregorio VII, passando nel 1077 nella Lomellina, lo avesse conosciuto e incoraggiato nei suoi propositi, cioè di erigere una chiesa. «Il progetto di un piccolo ospizio per i pellegrini annesso al monastero è evidente:
l’ospitalità per i romei che passavano per quella strada era certamente nell’intenzione di Adamo e doveva restare una
caratteristica della famiglia Mortariense e della sua spiritualità iniziale». Il pio uomo raggiunse il suo scopo nel 1083.
Secondo Eusebio Amort, la comunità religiosa avrebbe adottato la Regula Portuensis, scritta da Pietro ‘Il Peccatore’ e approvata da papa Pasquale II nel 1116. La stessa che adottò S. Ubaldo per rimettere ordine nella canonica di S. Mariano.
Questo fatto potrebbe spiegare il culto di S. Ubaldo, e l’impiego, a fini liturgici, di un lezionario che si rifà alla Vita
prima di Giordano. Ma, per adattarlo alla liturgia locale furono fatte delle aggiunte per ricordare il cardinale Warinus,
vescovo di Palestrina e vecchio canonico di Mortara († 1158), contemporaneo di S. Ubaldo.
La chiesa e il convento andarono distrutti, ma nel 1460 furono ricostruiti entro la cerchia muraria di Mortara. Nell’interno della chiesa, per mantenere viva la memoria di S. Ubaldo, fu a Lui dedicata una cappella.
La chiesa di S. Croce di Mortara (1460)
Luigi M. Loschiavo, Da Mortara a Fregionaia. Annali dal 1083 al 1402, Napoli 1985, p. 31.
Ibid, pp. 33-35.
Ibid, p. 49.
Ibid, p. 85.
13
THANN E SAINT THIEBAUT leggendaria di Thann. Perché c’è una leggenda. Bisogna
conoscerla per comprendere bene gli aspetti del passato
di Thann e dei suoi abitanti.
Joseph Baumann
La fondazione di Thann secondo la leggenda
A 330 m d’altitudine, Thann è situata nel luogo in cui la
valle della Thur si restringe all’estremo, prima di aprirsi sulla pianura. Dominata dalla guglia della collegiale di
Saint -Thiébaut, la vecchia città si trova incuneata tra due
contrafforti rocciosi […]. La valle, qui abbastanza ampia,
offre un passaggio piuttosto limitato al fiume Thur, alla
strada, alla ferrovia e a qualche stradina bordata da case
dai tetti spioventi. Le mura, di cui la città una volta era
cinta, non esistono più. Con esse sono ugualmente scomparse, nel secolo scorso, le monumentali porte. In seguito
la città si è estesa verso la vecchia Thann, verso Leimbach
lungo le colline, verso Bitschwiller lungo i margini del
fiume Thur e del canale industriale. Le estremità est e
nord-ovest sono occupate da stabilimenti industriali […].
Tappezzata da filari di viti fino agli argini (607 m. alt.) la
collina di Rangen (607 m alt.) testimonia l’antica fama dei
vigneti di Thann. D’altronde a Thann comincia la Route
du vin […].
La vocazione religiosa di Thann invece si è estinta da
molto tempo, ma la collegiale di Saint-Thiébaut è sempre
là per ricordare nel suo splendore architettonico i tempi
lontani in cui i pellegrinaggi facevano accorrere a Thann
pie folle da vicino e da lontano.
Esistono diverse varianti della leggenda. Quella riassunta
qui di seguito, è tratta dalla Petite Chronique de Thann pubblicata nel 1766. Ecco cosa racconta:
Il 16 maggio 1160 morì in Umbria (Italia) il vescovo di
Gubbio, Ubald o Theobaldus, che aveva trascorso la vita
servendo Dio con un amore esemplare e una carità senza
limiti. Sentendo avvicinarsi la fine, il sant’uomo disse al
suo servitore: «Quando sarò sul mio letto di morte, prenderai l’anello d’oro dal mio pollice destro e lo porterai nel
tuo paese natale come ricompensa dei tuoi fedeli servigi».
Il servitore, originario dei Paesi Bassi, fece come il suo
padrone gli aveva comandato. Ma quale fu il suo stupore quando, volendo togliere l’anello, vide staccarsi tutto
il pollice. Tuttavia egli si disse che tale era la volontà di
Dio, chiuse la preziosa reliquia nel pomo del suo bastone e si mise in cammino senza indugio per rientrare nel
suo paese. Dopo un viaggio faticoso attraverso le Alpi
e il Sundgau, arrivò il primo luglio nel luogo attuale di
Thann. All’estremo delle sue forze, si distese ai piedi di
un grosso abete contro il quale aveva appoggiato il bastone, e si addormentò.
Il sole si preparava a tramontare quando il viandante si
svegliò. Svelto si alzò per riprendere il cammino e attraversare la montagna passando per il colle Urbès. Ma, oh
prodigio, non riuscì a staccare il bastone dall’albero con il
quale esso sembrava essere un tutt’uno. Sconvolto e tremante, allertò gli abitanti del paesino più prossimo, che
accorsero numerosi. Il signore del vicino castello, il conte
Engelhart di Ferrette, si unì a loro perché dalla sua finestra aveva visto tre grandi luci che brillavano al di sopra
dell’abete che tratteneva il bastone. Riconoscendo un intervento dell’Altissimo, il conte fece voto di innalzare in
quel luogo una cappella a gloria di Dio e del suo servo
saint Thiébaut.
Ed ecco che un secondo miracolo si compì: il bastone si
staccò senza difficoltà e il suo pomo si aprì. La reliquia,
deposta provvisoriamente nella chiesa del paesino vicino
– la vecchia Thann – fu portata più tardi nella cappella
che il conte, fedele alla sua promessa, aveva fatto costruire sul luogo del prodigio. I miracoli che saint Thièbaut
continuava a operarvi attirarono sempre più numerosi i
pellegrini; divenuta troppo piccola, la cappella fu sostituita da una grande e bella chiesa. Si addensarono attorno ad
essa delle abitazioni; una frazione, un villaggio, un borgo,
una città si formarono ed è così che avvenne la fondazione di Thann per volontà di Dio e in onore di saint Thiébaut che ne divenne il patrono potente e venerato.
Il nome
Autorevoli filologi ammettono che il toponimo Thann è
derivato dall’antica parola tedesca «tanna» che significa
abete. È dunque alla simpatica conifera che ricopre con
dense foreste le alture dei dintorni che la città deve il suo
nome. Gli umanisti la latinizzarono in Pinetum.
L’abete ha avuto un ruolo singolarmente importante negli annali della città. La leggenda situa la culla di Thann
in una scura abetaia. Si trova un abete – o piuttosto due
– sul primo sigillo conosciuto, fissato ad una carta del
1296; essi fiancheggiano uno scudo in cui sono scolpiti
due barbi con accanto i conti di Ferrette, primi signori
della città. Questo stesso abete riappare sulle armi consegnate nel Medio Evo dalla Casa d’Austria, confermate
poi nel XVII secolo dal re di Francia e mantenute fino ai
nostri giorni attraverso le vicissitudini di una storia politica e araldica molto movimentata.
L’albero sempre verde è l’elemento essenziale della festa
più originale di Thann e di tutta l’Alsazia, la cremazione
degli abeti che, da secoli, commemora ogni anno la notte
del 30 giugno in ricordo della traslazione di una reliquia
di saint Thiébaut, patrono della città e della fondazione
Joseph Baumann, Histoire de Thann des origines à nos jours, Colmar 1988, pp. 1324. Traduzione dal francese di Maria Antonietta Leonardi.
�
14
La fondazione diThann… secondo la storia
sti beni, Thann è chiamata «villa Tanne». Si tratta del borgo
che si è formato ai piedi del castello, segnalato a partire
dal 1225 e che, in un altro documento, si chiama «Tanna castrum», cioè castello di Thann. Nell’atto di conferma
(1278) della vendita avvenuta nel 1271 si parla di «dorf
Thanne».
Voilà la légende. Essa è troppo bella, troppo precisa per svelare la verità storica. Essa capovolge lo svolgimento degli
avvenimenti. La chiesa di Saint Thiébaut non è preesistita
alla città. È vero il contrario.
All’origine di Thann non c’è stato un santuario, ma una
stazione di pedaggio protetta da un castello.
La necessità di gettare luce per intraprendere una rigorosa
ricerca sulle origini di Thann è stato già trattato da più di
uno storico, per ultimo Christian Wilsdorf che, facendosi
forte di una tesi de l’Ecole des Chartres sui conti di Ferrette
(1952), ha saputo stabilire la cronologia in cui Thann è
nata per ingrandirsi rapidamente.
Questa epoca incomincia nella prima metà del XIII secolo, quando l’Alsazia fa parte del sacro impero tedesco,
fondato da Ottone nel 962.
1290: Thann diventa città
Ulrich II muore nel 1275. Suo figlio, successore, Thibaut
de Ferrette, farà del borgo che si è esteso lungo il fiume
Thur una città, un oppidum, con mura, mercato e chiesa.
È lui il fondatore di Thann. Il castello sarà la sua residenza abituale. Sotto Thibaut de Ferrette la città s’ingrandisce. Nel 1297 accorda ai francescani, stabiliti provvisoriamente a Bitschwiller da una dozzina d’anni un terreno
a Thann, fuori dalle mura per costruirvi un convento. Il
patrono della chiesa conventuale, saint Jacques le Majeur,
darà il suo nome al sobborgo che si forma all’uscita della
città, mentre un secondo sobborgo, sorto sulla riva sinistra del fiume Thur ai piedi del castello, trae il suo nome,
Kattenbach, da santa Caterina, alla quale è dedicata la
cappella del castello.
Dai libri dei censi da pagare all’abbondanza di Erbenheim
di Lucelle (1287) si deduce che a quell’epoca si coltiva
già la vite a Thann in prossimità di un lebbrosario. Lo
sviluppo della città avviene a spese dei villaggi vicini: Erbenheim vicino a d’Aspach, Otzenweiler tra Roderen e
Rammersmatt.
All’apogeo di una carriera politica movimentata, Thibaut
de Ferrette sarà nominato procuratore imperiale dell’Alsazia, il che lo pone al primo rango dei potenti della provincia. Muore nel 1310. Suo figlio Ulrich III è l’ultimo
della dinastia. Prima della sua scomparsa nel 1324, riesce
ad ottenere dal suo sovrano che sua figlia maggiore, Giovanna, possa succedergli nei feudi che detiene per conto
del vescovo di Basilea. Il 15 marzo 1324 trova la sua ultima dimora nella chiesa dei francescani, di cui per tutta la
vita era stato il generoso benefattore.
I Ferrette
La regione di Thann appartiene ai conti di Ferrette, discendenti della dinastia di Montbéliard, baroni potenti,
ambiziosi, avidi di terre, fondatori delle città d’Altkirch, di
Ferrette, di Cernay ed infine di Thann. Essa è percorsa da
una antica strada romana che attraversa le Alpi all’altezza
di Steige (Col di Bussang) dopo aver risalito la vallata della
Thur, come rileva l’abate di Murbach. Inserito nell’asse
commerciale Italia – Paesi Bassi all’indomani dell’apertura
dei rilievi del Gottardo e del Sempione, questo troncone
alsaziano è molto trafficato.
Il conte Federico II ne approfitta per introdurre un pedaggio prima a «Danne» nominata come villaggio nel 1180,
l’attuale vecchia Thann; poi, verso il 1220, all’entrata della vallata. Su uno sperone roccioso egli fa costruire un
poderoso castello chiamato l’Engelbourg. Alcuni storici
ammettono che il primo pedaggio, per la vecchia Thann,
era ugualmente protetto da una costruzione edificata al di
sopra dell’attuale Drachenfels.
I rari documenti che si possiedono in questo periodo ci
parlano delle questioni accadute tra i Ferrette e l’abate di
Murbach, dell’assassinio di Federico intorno al 1233 per
mano di Luigi, suo figlio minore,
del possesso passeggero (12341251) del castello al vescovo di
Strasburgo e del lungo governo
d’Ulrich II, figlio maggiore del
conte assassinato.
Ulrich II resterà a capo della dinastia e della contea di Ferrette
per 42 anni. Nel 1271 prese la decisione di vendere al vescovo di
Basilea tutti i suoi possedimenti
– buona parte del Sundgau – per
riaverli come feudi. Nell’atto di
vendita sono enumerati tutti que-
Saint Thiébaut, vescovo di Gubbio, patrono di Thann
Sappiamo che esisteva nel 1287
una chiesa che stava sorgendo
nella piccola città. Era dedicata a saint Thiébaut. Il testo che
la menziona non precisa né le
qualità né l’origine del patrono.
Su una lettera d’indulgenza del
1340 il soggetto è rappresentato
sotto le sembianze di un vescovo con il pastorale e la mitra.
In quel periodo, agli occhi degli abitanti di Thann quel santo non poteva che essere saint
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Thiébaut, Ubaldus-Theobaldus, vescovo di Gubbio, di cui
la chiesa possedeva una reliquia e di cui si parlava nel
racconto della fondazione della città.
Nel 1544 il capitolo delegò i canonici Ulrich e Thiébaut
Hess di andare a Gubbio a cercare nuove reliquie, che
però gli vennero rifiutate. Essi tuttavia poterono vedere le
spoglie mortali del santo conservate in un’arca nella chiesa del convento del monte Ingino, sopra la città. Al loro
ritorno a Thann i canonici sostennero di aver constatato
che al corpo mancava solo il pollice della mano destra.
Ora ecco che nel 1699 nel tomo III della monumentale
raccolta degli Acta Sanctorum dei Bollandisti, un dotto gesuita, padre Papebroch, contestò la tradizione di Thann
per quanto riguarda la persona del santo patrono della
città e del pellegrinaggio (dei due canonici). Secondo lui
c’è una totale confusione a Thann tra l’eremita saint Thibault de Provins , figlio di un conte di Champagne, e saint
Thiébaut che in vita era vescovo di Gubbio. Il vero patrono di Thann sarebbe saint Thibaut l’Eremita.
Per rafforzare la sua tesi, Padre Papebroch pubblicò il
processo verbale d’una verifica sul corpo di saint Thiébaut, voluta nel 1593 dalle autorità locali di Gubbio. Secondo questo documento, il corpo del santo è stato ritrovato intatto in tutte le sue parti. Gli abitanti di Thann
dunque si sbagliavano credendo di possedere come reliquia il pollice o una falange del pollice del santo vescovo
di Gubbio.
È facile immaginare l’emozione che la pubblicazione di
Padre Papebroch provocò al capitolo e al magistrato. Nel
loro smarrimento, essi inviarono nel 1705 l’eremita Louis
de Rouffach a Gubbio con l’incarico di ottenere l’autorizzazione di sottoporre a verifica il corpo del santo. L’autorizzazione gli venne rifiutata e l’eremita riportò a Thann
una copia del verbale del 1593. I canonici Sigismondo
Gobel e Colin di Valoreilles, partirono per Gubbio nel
1730, ma non ebbero maggior successo.
Nel 1873 uno storico alsaziano, X. Mossmann, riprese
nella Revue d’Alsace il problema della identità del patrono
venerato a Thann, mettendosi al riparo «della grande e
legittima autorità dei Bollandisti». Anche per lui soltanto
saint Thibaut l’Eremita era il vero patrono di Thann. La
sua tesi con vari argomenti e molta immaginazione venne
sviluppata nel 1903 da H. Lempfrid nel Bulletin de la Société
pour la Protection des Monuments Historiques.
Quasi mezzo secolo doveva passare prima che uno studioso riaprisse il dossier Thiébaut di Gubbio – Thibaut
di Provins. In seguito ad alcune pubblicazioni da parte
dell’abate A. Moschenross, l’erudito specializzato nella
storia religiosa dell’Alsazia, il canonico Médard Barth dedicò al problema un nuovo studio basato su una enorme
documentazione che gli permise di concludere definitivamente che il patrono di Thann è senz’altro il vescovo
saint Thiébaut, al quale fin dai tempi più remoti della sto-
ria di Thann, si riferiscono tanti documenti, tante sculture, tante opere iconografiche, e che non può sussistere il
minimo dubbio.
Da allora l’ipotesi che il figlio dei conti di Champagne,
Thibaut l’Eremita, sia stato all’origine il patrono di Thann
appare più come una seducente costruzione dello spirito,
non sostenuta da nessuna prova; essa poggiava soltanto
nel rifiuto ostinato di ammettere l’esistenza e l’autenticità
della reliquia di cui parlava la tradizione di Thann.
La reliquia
Questa reliquia esiste. Essa ha avuto un ruolo troppo
grande nelle controversie ubaldiane, perché lo storico
possa permettersi di non considerarla. È curioso che nel
momento di maggior contestazione le autorità religiose
locali non abbiano creduto opportuno verificare la reliquia racchiusa, da un tempo indeterminato, in un cristallo
di rocca molto opaco sorretto da un angelo d’oro. Questo reliquiario ha la forma di un pollice... il pollice della
leggenda!
Nel 1864, il curato-decano (della collegiale) J. B. Grienenberger procedette alla verifica. La reliquia si rivelò
come un frammento di pelle arrotolata. Nuova verifica
nel 1947, in presenza del tutto particolare di monsignor
Weber, vescovo di Strasburgo. Essa venne effettuata dai
dottori Léon e Juliette Mangeney, medici a Mulhouse. Al
termine del loro verbale, la reliquia risulta un frammento
laterale di pelle palmare o plantare di 35 mm di altezza, di 9
mm di larghezza alla base, di 5,5 mm alla sommità e di 4
mm circa di spessore.
Nel 1975 il Comune di Gubbio si appellò a specialisti del
Museo Vaticano per applicare misure di conservazione
alle spoglie mummificate del santo protettore della città.
Nel corso di questa operazione che permetteva di prendere con delle macrofotografie le impronte delle mani,
di radiografare, di fotografare, di esaminare attentamente tutto il corpo, gli studiosi poterono constatare che in
tempo molto antico era stato prelevato un frammento
di pelle sulla parte esterna del mignolo destro. Le misure della
parte distaccata corrispondono esattamente a quelle del
frammento di pelle conservato a Thann…
Si ignora in quale epoca la reliquia sia stata portata a
Thann. Secondo uno storico italiano, i Ferrette erano imparentati con la famiglia Baldassini, da cui proveniva saint
Thiébaut, canonizzato nel 1192.
Si può pensare che essi (i Ferrette) potevano ricavare tutti
i vantaggi nel vedere svilupparsi nella città, che avevano
appena fondato, un centro religioso che possedeva la reliquia di un santo diventato famoso per i suoi miracoli.
Christian Wilsdorf, pur ammettendo che all’origine ci sia
stata confusione tra i due Thibaut – Thiébaut, fa presente
che Benvenuto, vescovo di Gubbio, si era recato nel 1289
come legato pontificio in Alsazia. Non sarà stato lui ad
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aver portato a Thann la reliquia di saint Thiébaut, per
essere stato il suo predecessore?
Fonti e bibliografie
Manoscritti
Christian Wilsdorf, Les comtes de Ferrette. Leurs possessions et leurs
droits. Thèse de l’Ecole de Chartes, Colmar 1950. Manoscritto presso
A.D. Colmar.
Pubblicazioni consultate e da consultare
A. Bach, Die deutschen Ortsnamen, Heidelberg, 1953, t. I.
Medard Barth, Zur Geschichte der Thanner St Theobalduswallfahrt
im Mittelalter, in Annuaire de la Société d’histoire des régions de
Thann-Guebwiller, 1948-1950.
Joseph Baumann, La «restauration» du corps de saint Thébaut à Gubbio, in L’Alsace, 29.6.1977.
G. Kiesel, Lexikon der christlichen Ikonographie. Ikonographie der Heilingen. Herder Freibourg i. Br. verbo Theobald von Thann, Theobald von
Provins, Ubald von Gubbio.
Mons. Beniamino Ubaldi, Thann e Gubbio. Nella storia et nella legenda di S. Ubaldo, Gubbio 1947.
A. Vincent, Toponymie de la France, Bruxelles 1937.
C. Wilsdorf, Dans la vallée de la Thur aux XIII et XIV siècles. Les
transformations d’un paysage per la route, in Bulletin philologique et
historique, Paris 1969.
Il portale ovest della Collegiale (sec. XIV)
Portale ovest: la Vergine con il Bambino (sec. XIV)
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Statua processionale di St-Thiebaut (ca. 1500)
Reliquario conservato nella cappella dedicata a St-Thiebaut
La reliquia è contenuta in un cristallo di rocca a forma di pollice portata
da un angioletto in oro
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Iconografia ubaldianA
Ettore A. Sannipoli
Le sculture, le incisioni, i dipinti che raffigurano Sant’Ubaldo sono numerosissimi. Il Comitato tecnico scientifico ha pensato di riportare nei Quaderni Ubaldiani quelle opere che si conservano nelle parrocchie, nelle chiese della Città e della Diocesi. Logicamente l’iter inizia con la Basilica dove
è custodito il corpo di Sant’Ubaldo.
Basilica di Sant’Ubaldo
1. Giovanni Maria Baldassini (Gubbio, ante 1537 - 29 marzo 1601), La Trasfigurazione di Gesù
Cristo al cospetto dei santi Tommaso d’Aquino, Domenico di Guzman, Francesco d’Assisi, Caterina Benincasa da Siena, Ubaldo vescovo di Gubbio, di un santo vescovo non identificato (forse Sant’Agostino) e del
donatore Vincenzo Buffi.
1585, olio su tela, mm. 302 x 202, Gubbio, Basilica di Sant’Ubaldo, parete a cornu epistulae.
2. Salvio Savini (doc. tra il 1580 e il 1610), Madonna col Bambino in gloria tra i Santi Giovanni
Battista e Ubaldo; in basso il messo ducale annuncia agli eugubini la nascita di Federico Ubaldo Della
Rovere (la ‘Pala del Voto’).
1608-1613, olio su tela, cm 311 x 230, Gubbio, Basilica di Sant’Ubaldo, parete a cornu evangelii.
1. La Trasfigurazione di Gesù Cristo
Il dipinto è composto da due figurazioni giustapposte. In alto è rappresentata la Trasfigurazione di Gesù Cristo sul monte Tabor,
ricavata con qualche variante dal celeberrimo soggetto di Raffaello. Il Signore, con le vesti «candide come la luce», si libra in
un alone luminoso tra Mosè ed Elia, alla presenza dei discepoli prediletti Pietro, Giacomo e Giovanni prostrati «con la faccia
a terra» e «presi da grande timore». In basso si trova un nutrito drappello di santi in adorazione. In secondo piano, da sinistra
a destra, si riconoscono San Tommaso d’Aquino, San Domenico di Guzman, San Francesco d’Assisi e una santa cardiofora
con il libro ed il giglio in mano, la quale può essere identificata con Santa Caterina Benincasa da Siena. In primo piano, invece,
campeggiano due santi vescovi in tutta la dorata ricchezza dei loro paramenti sacri. Quello a sinistra è sicuramente il patrono di
Gubbio Sant’Ubaldo, come ci indica il nome leggibile nel titolo corrente di uno dei libri posati ai suoi piedi. Ha il capo ricoperto
da una mitra bianca e gemmata; sopra il camice pieghettato indossa un piviale di broccato d’oro con figurine di apostoli ricamate
sullo stolone e tenuto al petto da un prezioso fermaglio. Le sue mani sono ricoperte da guanti bianchi le dita sono inanellate. Il
suo pastorale, dal riccio elegantemente sbalzato, assume una centralità pari a quella del Cristo trasfigurato nella parte superiore
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del quadro. L’altro vescovo, vestito con paramenti sacri paragonabili per fattura e ricchezza a quelli di Sant’Ubaldo, regge con
la sinistra un libro rosso oltre che il pastorale. Potrebbe trattarsi di Sant’Agostino, alla cui regola si rifacevano sia i domenicani
(dalla cui chiesa eugubina il dipinto proviene) sia i canonici regolari lateranensi (che in quel tempo custodivano le spoglie del
patrono di Gubbio). Irrimediabilmente deturpato dalla vandalica asportazione avvenuta nel 1985, nell’angolo in basso a destra,
in primissimo piano, si trova il ritratto a mezzo busto e di profilo del donatore orante. Il suo nome è ricavabile dall’iscrizione
posta sul plico che è posato per terra nell’altra parte del quadro: «vincentio buffi / fece fare. 1585 / .G.B.F.». Tale scritta ci permette
di ricavare anche l’anno di esecuzione dell’opera e il nome dell’autore della stessa («Gianmaria Baldassini fece»).
Cogliamo l’occasione per ricordare come Giovanni Maria Baldassini, ai suoi tempi, fosse considerato un discendente collaterale
di Sant’Ubaldo. Ce lo dimostra la memoria della sua morte annotata da Girolamo Orsaioli il 29 marzo 1601, in cui si dice che
il pittore proveniva «ex stirpe D. Ubaldi». Ciò ovviamente lo poneva in una situazione del tutto particolare ogniqualvolta egli si
accingeva a raffigurare il suo illustre antenato.
Bibliografia essenziale
F. Cece, E.A. Sannipoli, scheda sulla Trasfigurazione e Santi (1585) di Giovanni Maria Baldassini, in «Santuario di S. Ubaldo», a. XIV (1995), nn. 5-6, pp. 13-20.
2. La ‘Pala del Voto’
Il dipinto è diviso in due parti giustapposte. Nella porzione superiore compare la Madonna col Bambino, in gloria tra due santi
genuflessi e come loro posata su una coltre di nuvole. La Vergine ha lo sguardo rivolto verso San Giovanni Battista, posto alla
sua destra; tiene con ambedue le mani Gesù Bambino, ritto dinnanzi a lei e completamente nudo. Il Bambino ha il volto girato
verso Sant’Ubaldo, sulla spalla del quale si appoggia con il braccio sinistro, mentre con la destra alzata è intento a benedire. San
Giovanni è visto a tre quarti di tergo, in atto di indicare con la mano sinistra Gesù. Sant’Ubaldo, in posa a tre quarti di fronte,
ha il volto attempato con la barba bianca, il capo mitrato e indossa ricchi paramenti episcopali: il suo sontuoso piviale verde,
dal bordo perlato e tenuto al petto da un prezioso fermaglio, è ornato da uno stolone in cui sono ricamate le figure degli apostoli Pietro e Paolo. Il patrono eugubino impugna con la mano sinistra il pastorale; con la destra indica invece la scena che sta
accadendo sotto di loro. Attorno ai sacri personaggi testé descritti si dispongono numerosi serafini e angioletti aventi diverse
pose e funzioni.
Nella porzione inferiore del dipinto è raffigurato l’annuncio al magistrato e al popolo di Gubbio della nascita del desiderato successore Federico Ubaldo Della Rovere, venuto alla luce il 16 maggio 1605, giorno di Sant’Ubaldo, dopo pubblici voti e preghiere
degli eugubini. L’evento, che a tutti subito apparve come miracoloso, incoraggiò la comunità a realizzare una serie di allegrezze
e di apparati straordinari per impegno e per ampiezza. E proprio dalla «Descrittione delle feste fatte in Gubbio nel natale del Serenissimo
Prencipe d’Urbino, l’anno 1605» prendiamo il brano relativo all’arrivo del messo e all’annuncio della nascita dell’erede ducale, per
descrivere sommariamente la parte bassa del quadro:
«Hor mentre la truppa di questa soldatesca - cioè l’armata che si faceva per la festa di Sant’Ubaldo - si ritrovava alla piazza grande, avanti
il Palazzo del Magistrato, e con diversi giri, e ravvolgimenti era intenta alla mostra, venuto il tempo che ’l Contestabile dovea restituire al Magistrato
l’Insegna antica per la fiera, mentre il Confaloniero teneva proprio la mano sopra dell’Insegna ecco in un momento comparire all’improvviso il primo
Corriero, che necessitò ’l Confaloniero, che con una mano sosteneva l’insegna à prender con l’altra la lettera d’aviso, ma prima ch’ei la sciogliesse dato il
corriero nelle voci d’allegrezza, gridando Maschio, Maschio, Viva, Viva, fù accompagnato dal popolo che si ritrovava in piazza quasi innumerabile,
e seguitò una salva d’archibusate così grande, che riempié ogni cosa di rimbombo, tanto che parea voler mutar sede e la terra, e ’l Cielo; alché s’aggiunse
’l darsi poi subbito fuoco in Palazzo à buon numero di Moschettoni, et a quattro pezzetti di ferro di convenevole, e più che mediocre misura [...]; né si
perdonò alle campane, così di Palazzo come di tutti Monasteri della Città, con suoni di festa, maggiormente accrescevano il giubilo universale, che in
tutti era così intenso, ch’io per me stesso non saprei con quali concetti, con che parole esprimerlo, ò farlo altrui palese, poiché come affetto interno è quasi
inesplicabile, e da gli effetti pareva più tosto che ciascheduno fusse fuori di se stesso, che punto capace di ragione: et in vero qual maggior causa di giubilo
poteva attender mai questa Città, e questo popolo, che vedersi conceduto quello che tanto ansiosamente bramavano dal Cielo; haverlo per intercessione
di Sant’Ubaldo suo singolar protettore; nascere nel giorno della festività sua; nello stesso giorno haverne certezza, et in tempo, che tutta la Città era in
ordine, e quasiché studiosamente preparata per ricevere, e riconoscere una tanta gratia, un sì particolar favore: O’ immortale Iddio, che privilegi speciali
sono questi della Città di Gubbio e come gradisci l’intercessioni del nostro Tutelare Ubaldo Santo?»
Sull’alzata del gradino più basso della scalea, tra la figura del messo e quella del cavallo, compare la firma del pittore: «Salvi Savini F.».
Ad perpetuam memoriam di questo evento eccezionale, si inizia subito la costruzione della cappella e dell’altare nella chiesa di Sant’Ubaldo già promessi solennemente dalla Comunità di Gubbio al Patrono. Il 25 marzo 1608 viene allogata a maestro «Salvio
Savini», fiorentino dimorante a Città della Pieve, la pala della cappella votiva per il prezzo di 200 scudi. Il quadro è consegnato
ai committenti solo nell’agosto del 1610.
Bibliografia essenziale
F. Cece, E.A. Sannipoli, scheda sulla “Pala del Voto” (1608-1610) di Salvio Savini, in «Santuario di S. Ubaldo», a. XIV (1995), nn. 5-6, pp. 57-68 (a cui si rimanda anche per la precedente bibliografia).
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(continua)
Il Libro secondo
della Regula Clericorum
• modalità del vestire e del coprirsi di notte (abiti,
calzature, coperte da tenere sul letto) nelle stagioni calde e fredde (cap. XXI);
• norme sul trattamento di malati e moribondi; sui
medicinali da somministrare; sull’uso dei bagni e
dei salassi per ristabilire la salute del corpo (capp.
XXII-XXIV);
• indicazioni sul trattamento di anziani, infermi,
fanciulli e adolescenti (XXV-XXVI);
• esortazioni allo studio dei frati e dei laici capaci e
meritevoli (capp. XXVII-XXVIII).
La prima parte (capp. I-XVII), studiata da Patrizia Biscarini (capp. I-XI) ed Elena Giglio (capp. XII-XVII), dà innanzitutto istruzioni ai fratres sul consumo di pasti, a base
di carne e di cibi a base di sangue, consentito durante i
diversi periodi dell’anno e sui digiuni da osservare. Sono
considerate tutte le festività e i periodi ad esse precedenti
e seguenti, durante i quali si stabilisce quando mangiare
carne, quando cibi a base di sangue, quando digiunare.
Riferendo su tali giorni, in modo più preciso, si stabilisce:
che di domenica, nei giorni di Natale, dell’Apparizione e
della Resurrezione fino alle ottave di quelle feste, sia escluso ogni digiuno, ma si debba proibire ai fratres di mangiare
carne, ad eccezione del mercoledì e del venerdì, durante i
quali, tuttavia, non sia del tutto abolito l’uso dei cibi con
il sangue. Dall’ottava della Resurrezione e della Natività
fino alla Pentecoste e all’Epifania, si esorta, poi, a smettere il digiuno, ad eccezione di quei giorni nei quali si debba
digiunare o sia imposto dall’Autorità o indicato secondo
la consuetudine della Chiesa. Tra questi, tanto nei giorni
di Pasqua e di Natale che il mercoledì, il venerdì e il sabato, è negato ai frati, come negli altri tempi, di mangiare
carne, ma è concesso l’uso di cibi contenenti sangue nel
giorno di mercoledì e sabato. Dal giorno santo di Pentecoste fino alla Natività di S. Giovanni Battista, inoltre,
si deve rinunciare all’uso della carne e dei cibi a base di
sangue e proporre di digiunare il lunedì, il mercoledì e il
venerdì. Invece dalla Natività di S. Giovanni Battista fino
alla festa di S. Matteo: il mercoledì, il venerdì e il sabato
si deve impedire l’uso della carne e dei cibi con il sangue
e stabilire di digiunare il venerdì. Dalla festa di S. Matteo
fino alle calende di Novembre e dalle ottave dell’Epifania
fino alla Settuagesima è comandato di digiunare il lunedì,
il mercoledì e il venerdì e negli stessi giorni e di sabato
è impedito l’uso della carne e dei cibi a base di sangue.
Dalle calende di Novembre fino alla Natività del Signore
e dalla Settuagesima fino alla santa Pasqua è impedito l’uso
della carne e dei cibi contenenti sangue, delle interiora e si
Patrizia Biscarini e Elena Giglio
È qui presentata la sintesi del Prologus e del Liber II della
Regula Clericorum, attribuita a Pietro degli Onesti. Si ricorda che il contenuto e la struttura generale del Prologus e
del Liber I sono stati curati da don Ubaldo Braccini, Patrizia Biscarini, Elena Giglio, Filippo Paciotti e pubblicati in
Quaderni Ubaldiani, a. II, n. 3 (dicembre 2011), sulla base
della trascrizione del testo, composto da tre libri: Petri de
Honestis clerici ravennatis, Regula Clericorum, inserita in J.
P. Migne, Patrologia latina, volume 163, da colonna 689 a
748.
Anche questo Libro II è introdotto da un Prologus (analizzato da Patrizia Biscarini), ma molto più breve di quello
che precede il Libro I. In esso si introduce il contenuto
di buona parte dei capitoli costituenti il libro e, “divina
gratia inspirante”, si riferisce che sono chiarite alcune
osservazioni dei fratres; sono specificate le modalità e i
periodi in cui si consumano uno o due pasti al dì; sono
dettate le regole dell’astinenza e dell’uso della carne, dei
cibi a base di sangue, delle uova, del formaggio, dei pesci,
dell’olio e del vino; sono stabiliti la qualità e il numero
delle pietanze e quale debba essere la quantità del pane e
del vino da assumere.
Il Liber secundus della Regula, composto da ventotto capitoli, si sofferma soprattutto sulle esigenze del corpo, considerandone non solo il nutrimento, ma anche gli aspetti
concernenti il suo riparo dal freddo e dal caldo stagionali,
le sue malattie, la morte, le esigenze della vecchiaia e della
giovinezza, tanto dei fratres che dei laici ospitati nel convento. Non si trascurano, tuttavia, anche se trattate velocemente negli ultimi tre capitoli, le esigenze della mente, da coltivare nei frati e nei laici più pronti e capaci. è
ovunque sottinteso, infine, ma anche esplicitato in diversi
passaggi, che corpo e mente vadano sempre nutriti dallo
spirito e dalle cure dettate dalla tradizione e dai precetti
della religione.
Si può, quindi, a nostro parere, suddividere questo Libro secondo in sei parti, che trattano rispettivamente i
seguenti temi:
• regole da osservare sul consumo di alimenti e bevande durante l’anno, tenendo conto delle varie
festività e dei numerosi periodi di digiuno (capp.
I-XVII);
• indicazioni sulle letture da fare durante ciascuna settimana; sull’organizzazione della giornata
del sabato e sulla carità; sull’organizzazione della
cena della domenica (capp. XVIII-XX);
Il Tempo di Settuagesima è un tempo liturgico penitenziale di preparazione
alla Quaresima; trae il nome dal numero approssimato di giorni di distanza dalla
Pasqua e cade la terza domenica prima della Quaresima.
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auspica che la devozione dei fratres si rafforzi nel ricrearsi
una volta al giorno. Nel mercoledì, venerdì e sabato dei
Quattro Tempora e nelle vigilie e negli altri digiuni più
antichi e universalmente istituiti, senza dubbio, non solo
i canonici, ma anche tutti i Cristiani devono digiunare;
negli altri giorni e tempi, invece, è permesso di ricrearsi
due volte al giorno.
afferma in particolare che ci si deve astenere dal cibo e
dal vino ogni venerdì del periodo di Quaresima fino a Pasqua, mentre il venerdì dei Quattro Tempora sono concesse
frutta e verdura cruda. Diverse invece sono le regole per
l’astensione o solo dal vino o solo dal cibo, ma anche qui
si procede con precisione ad indicare in quali tempi si
deve praticare l’astinenza; da notare come la regola conceda ai fratelli di nutrirsi quel poco che serve a portare
avanti i loro compiti, se la loro umana fragilità non consente di praticare appieno l’astinenza.
Nell’VIII capitolo di questo Liber secundus, poi, si specifica
quando si debbano consumare interiora, uova e formaggio e si stabilisce di astenersene in modo assoluto dalla
Quinquagesima fino al Pasqua e dall’Avvento fino alla Natività del Signore e in tutti i legittimi digiuni. Dallo stesso giorno di Pentecoste fino alla Natività di S. Giovanni
Battista, dalle calende di Novembre fino all’Avvento del
Signore, dalla Settuagesima sino alla Quaresima, nel mercoledì e nel venerdì, se non cadesse la festa in nove lezioni,
si consiglia, invece, ma non si proibisce di astenersi dalle
uova e dal formaggio.
I capitoli XIII e XVI contengono invece norme riguardanti casi particolari di digiuno: troviamo qui la raccomandazione di assumere sempre un po’ di cibo prima di
ricominciare a bere vino; l’invito ad usare moderazione
nel digiunare nei periodi di grande freddo o fatica o dopo
altri digiuni; il permesso ad assumere uno dei frugali pasti
previsti per la Quaresima, se uno o più dei giorni di digiuno coincide con una festa popolare; si prevede inoltre
che in alcuni giorni di astinenza si prepari comunque il
cibo per due o tre fratelli; si stabilisce, infine, che olio e
pesce possono essere usati in ogni periodo in cui cibo e
vino sono concessi.
La normativa nei seguenti capitoli IX-XI dettaglia quando i digiuni possano essere rotti, quando siano legittimi
e in quali occasioni di festa debba essere concesso l’uso
della carne e dei cibi a base di sangue. In base a tali norme i digiuni possono essere rotti in ogni tempo e giorno
in cui si celebra la festività o l’ottava in nove lezioni; in
quei periodi nessuna Autorità vieta l’uso di due refezioni,
ad eccezione dei giorni e dei tempi del legittimo digiuno. Dalla prima domenica dopo la Resurrezione fino alla
Pentecoste, dall’ottava della domenica della Natività fino
all’Epifania, dall’ottava dell’Epifania fino alla Settuagesima
e dalla Natività di S. Giovanni fino alle calende di Novembre, se il venerdì fosse festa o l’ottava in nove lezioni,
si permette di non impedire l’uso dei cibi con il sangue; se
invece fosse lunedì o mercoledì o sabato, con l’eccezione
dei legittimi digiuni, è concesso l’uso della carne. I tempi di digiuno legittimo, perciò, sono dal mercoledì della
Quinquagesima settimana, che è detta Capitolo del digiuno,
fino alla Santa Pasqua. Anche i Quattro Tempora e le vigilie
statuite dai Santi Padri; e così quelle altre che sempre la
Chiesa comanda di ritenere sante o da quando saranno
comandate. In tutte quelle, se la festa cadesse in nove lezioni, certo deve essere celebrata, ma il digiuno non può
essere rotto.
Dal cap. XVII al cap. XX (analizzati, come i restanti capitoli, da Elena Giglio), troviamo invece le indicazioni relative alla gestione pratica della vita dei fratres: il cibo deve
essere distribuito in maniera equa secondo le necessità di
ognuno (la quantità destinata a ciascuno è indicata con
precisione), la quantità deve essere uguale e sufficiente
per tutti e non deve essere dato del superfluo, nemmeno
in condizioni di abbondanza, perché tutto quello che è in
più deve essere destinato ai poveri. A questo primo consiglio segue l’esortazione a scegliere un lettore che legga
durante i pasti dei fratres: sono indicati in modo preciso
non solo i compiti di quest’ultimo, ma anche il rito che si
deve seguire nel momento della scelta. Allo stesso modo
vengono date indicazioni precise per l’assegnazione settimanale a due fratelli del compito relativo alla cucina: particolarmente interessante il fatto che i due fratres prescelti
debbano compiere nei confronti degli altri il rito della Lavanda dei Piedi e delle Mani, rito che tutti i fratelli sono
esortati a ripetere nei confronti dei poveri nel giorno del
Giovedì Santo, oltre alla distribuzione di elemosine e alla
preghiera comune insieme ai fratelli laici.
Nei capp. XII-XVII si indicano i giorni in cui ci si deve
astenere dal consumo di vino e delle pietanze, in quali, invece, se ne possa fare un uso discreto, quando si possano
mangiare pesce e condire con olio, quale sia la quantità
di pane e di vino e la qualità delle pietanze per una dieta adeguata alla vita monastica. Nel cap. XII, dunque, si
Con il cap. XXI la Regula continua a dare indicazioni
concernenti la vita dei fratelli, in quanto sono elencati in
modo dettagliato i vestiti che ognuno deve possedere e il
tipo di letto in cui deve dormire, fermo restando il fatto
che tale guardaroba può essere modificato a seconda delle forze, dell’età e dello stile di vita di ognuno: da notare
il fatto che la decisione di dare altre coperte o altri capi di
Sono i tempi che si pongono a cavallo delle quattro stagioni.
Il Tempo della Quinquagesima cade la prima domenica prima della Quaresima.
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vestiario oltre a quelli previsti deve essere presa alla presenza di tutti i fratelli per evitare mormorazioni. L’invidia
per i malati che ottengono qualche comodità in più sarà
punita, a detta dell’estensore, con la pena eterna.
ma almeno lo ascolti e, una volta che si sia ripreso, faccia ammenda delle sue negligenze. Per quanto riguarda i
bagni, se è necessario usufruirne con qualche forma di
assistenza, essa non sia negata.
Nei capitoli successivi (XXII-XXIV) si passa ad illustrare
il comportamento da tenere nei confronti dei fratelli ammalati o moribondi: il priore deve scegliere le persone più
adatte per visitare gli infermi, secondo le esortazione del
Vangelo. Oltre all’assistenza e alla consolazione i malati
dovranno avere la possibilità di fare una buona confessione; gli incaricati della pietosa visita devono compiere i
riti dell’Acqua Benedetta, dell’Olio Santo e portare la Comunione con il Corpo e il Sangue di Cristo. Molto precise
anche le indicazioni per l’assistenza ai moribondi: devono
essere accompagnati fino
alla fine con la preghiera e
poi, dopo essere stati composti con cura, il trasporto
e la sepoltura devono avvenire secondo precise regole
e devono essere celebrate
messe per l’anima del defunto.
Nel cap. XXV si danno particolari indicazioni per quanto
riguarda gli anziani: se la stagione è particolarmente fredda, devono essere portati in una stanza più accogliente, in
modo che i disagi e le infermità dovute all’età non impediscano loro di osservare la Regola. Per quanto riguarda
la recita dell’Ufficio, se non riescono, cantino solo i salmi.
Per quanto riguarda la S. Messa, sia allestita una cappella
dove anziani e infermi possano seguirla con minor disagio.
Nel cap. XXVI si parla invece dell’educazione dei fanciulli allevati in convento: essi
devono essere cresciuti nel
corpo e nello spirito secondo buoni principi; devono essere scelti maestri
che li istruiscano riguardo
ai buoni costumi, alla santa
conversazione e a tutto ciò
che riguarda la Chiesa. Devono condividere la vita dei
fratres e trascorrere il tempo necessario nella scuola
allestita per loro: questa
convivenza nel convento li
obbliga anche ad obbedire
alle decisioni del priore nei
loro confronti.
Con il cap. XXIII si passa
a trattare la cura dei malati in via di guarigione: essi
devono essere assistiti con
particolare cura, ma non
devono chiedere più di
quello che è loro necessario; la cura dell’anima deve
Nel cap. XXVII si contiavere la precedenza, così
nua a parlare dell’erudiziocome deve essere fatta una
ne: se il priore individua
buona confessione sui pecin qualcuno dei fanciulli
cati commessi durante la
particolare doti umane e
malattia. Appena ristabiliti,
poi, i fratres dovranno torspirituali di intelletto e sollecitudine, faccia in modo
nare alle loro faccende, in
che questi siano istruiti
modo che la pigrizia non
anche nella grammatica,
diventi una cura peggiore
Lorenzo
Monaco,
(1370-1425ca.)
La
sepoltura
di
un
confratello
senza però dimenticare di
del male, così come duran(Roma, Pinacoteca Vaticana)
te la malattia devono tenere
impartire i precetti illustrati
un comportamento adatto e non incorrere nei peccati di nel capitolo precedente. Allo stesso modo il priore dovrà
fare attenzione se fra i laici che prendono i voti nell’età
gola e simulazione.
Nel cap. XXIV troviamo le ultime indicazioni riguardanti adulta ci siano dei letterati (cap. XXVIII): questi dovrangli infermi e i malati: si raccomanda di utilizzare i salassi no essere sollevati dalle fatiche inutili e non adatte a loro,
quando necessario e sempre con attenzione nei periodi di per dedicarsi al lavoro intellettuale che più gli compete ed
digiuno. Chi si sottopone al salasso può essere esentato è più utile ai fratelli.
dai vari compiti, ma non dal cantare i salmi. Se il malato
proprio non riesce a recitare l’ufficio non sia costretto,
(continua)
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Biblioteca Sperelliana
mostra
BIBLIOTECA UBALDIANA
Francesco Mariucci
Biblioteca Ubaldiana. Le Vite, la storia, la
devozione, a cura della Biblioteca Comunale Sperelliana, Gubbio 2012.
Quello che sappiamo sulla vita di
Sant’Ubaldo deriva in toto dalla Vita
Beati Ubaldi di Giordano, canonico
regolare e priore della canonica di
San Florido di Città di Castello e dalla Vita Beati Ubaldi scritta da Tebaldo, monaco di Fonte Avellana e suo
successore alla guida della Diocesi di
Gubbio. I due biografi scrissero immediatamente a ridosso della morte
del vescovo avvenuta, come noto, il
16 maggio del 1160.
Giordano, come sostengono gli studiosi, scrisse quella che oggi viene
convenzionalmente chiamata vita
prima verso la metà del 1161, mentre
Tebaldo terminò il lavoro, rinominato vita seconda, al massimo nella
primavera del 1163. Gli studi hanno
anche chiarito che la Vita di Tebaldo, adottata dalle autorità civiche ed
ecclesiastiche di Gubbio, è un rifacimento colto del testo ‘concorrente’
di Giordano, lavoro importantissimo
capace di delineare il “vero volto”
di Sant’Ubaldo, ma presto dimenticato e scomparso dalla circolazione.
In pratica la perdita del manoscritto
contenente la vita prima di Giordano
eclissò quasi totalmente questa tradizione letteraria.
E quando a partire dalla fine del
Cinquecento gli storici e gli agiografi sentirono la necessità di rileggere
e trascrivere i documenti originali su
Ubaldo la Vita di Giordano risultava
scomparsa, mentre quella di Tebaldo
era disponibile in almeno due versioni, una ‘forma lunga’, conservata
presso la cancelleria episcopale e una
‘forma breve’ inserita nel registro trecentesco degli atti consiliari del Comune di Gubbio.
Nascono e si diffondono allora diverse trascrizioni, traduzioni e volgarizzamenti della Vita tebaldiana che
iniziano a circolare soprattutto negli
ambienti dei canonici regolari lateranensi, congregazione religiosa che
promosse con forza la figura di Sant’Ubaldo, determinandone in pratica
la straordinaria fortuna come taumaturgo e potente guaritore contro
la possessione diabolica. Importanti
biografie del Santo defensor civitatis
vennero dunque edite, senza significative interruzioni, tra Cinquecento e Ottocento, quando ancora
il pellegrinaggio al santuario è meta
d’obbligo per i supplici, soprattutto
per impetrare grazie e chiedere l’esorcismo per gli ossessi. Solo agli inizi
del Novecento, a seguito di una complessa ricerca d’archivio condotta da
Pio Cenci, insigne storico eugubino,
furono rintracciati due brevi fram24
menti della perduta Vita di Giordano.
Il confronto con l’opera di Giordano, impostato dal Cenci in maniera
acuta, ma necessariamente parziale,
fu portato a termine nel 1977 da un
campione della ricerca agiografica
ubaldiana, François Dolbeau, che
rintracciò a Bologna un manoscritto del 1473 contenente la Vita Beati
Ubaldi del primo biografo da Città
di Castello. Giordano era dunque
tornato a raccontare la vita e le gesta
di Sant’Ubaldo.
Ora, la storia complessa e avventurosa delle biografie ubaldiane è stata
oggetto di una prima mostra bibliografica allestita presso la Biblioteca
Comunale Sperelliana di Gubbio tra
il giugno e il luglio scorso (2012).
L’iniziativa, dal titolo emblematico
Biblioteca Ubaldiana. Le Vite, la storia, la devozione, rientra nel più vasto progetto La Biblioteca nascosta:
storie di autori e libri antichi che risponde all’esigenza di rendere pubblico il prezioso patrimonio librario
del Fondo Antico della Sperelliana,
altrimenti poco noto, proponendo
percorsi espositivi tematici.
Si è trattato di una prima occasione per offrire ad una consultazione
unitaria e straordinaria quanto di
rilevante la Biblioteca possiede rispetto al Santo che più di ogni altro
riceve la sincera devozione e gratitudine degli eugubini: un’occasione
– come ha ribadito l’Assessore alla
Cultura del Comune di Gubbio
Marco Bellucci – per aprire un percorso che, auspicabilmente, possa
condurci ad un’esposizione più ambiziosa, capace di catalizzare documenti ed attestazioni anche oltre il
patrimonio librario cittadino.
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Quaderno 4 - Basilica di S.Ubaldo