Domenica il reportage Il business del Vietnam “coloniale” La di DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 FEDERICO RAMPINI il racconto Repubblica Teschio e tibie, la vera storia dei pirati STEFANO MALATESTA Guerre bambine I piccoli soldati raccontano Kalashnikov e granate invece di giocattoli: una piaga diffusa in Africa, ma non solo Una mostra di disegni adesso la denuncia GUIDO RAMPOLDI prima vista i bambini-soldati dell’Uganda disegnano la guerra come potrebbero disegnarla i nostri figli. Carri armati, elicotteri, spari: sembrano scene d’un film d’azione. Ma a osservarli un po’, scopri che quei disegni africani descrivono violenze e scontri armati come potrebbe solo chi c’è finito dentro. Le armi, per esempio. Un kalashnikov è esattamente un kalashnikov, con il caricatore dall’inconfondibile linea curva e la baionetta innestata sulla parte inferiore della canna. Poi: alcune uccisioni sono realistiche. Rivedi la fatica del corpo-a-corpo, lo sforzo che sfigura il volto, le braccia della vittima alzate per tentare di fermare il machete, insomma la manualità laboriosa che non c’è nei film ma è familiare a chi ha ucciso o visto uccidere. Soprattutto, in quei disegni trovi quello che di solito non c’è nei disegni con cui i nostri figli raccontano quel che hanno visto solo nei telegiornali: trovi il sangue. Fiotti, pozze, scie. Sgorga dalle bocche dei morti, gocciola dai ventri degli agonizzanti, allaga la terra intorno ai colli di sgozzati e decapitati. È ovunque. E in alcuni disegni diventa uno scarabocchio frenetico, un tratto ossessivo di matita rossa che inonda e copre l’intera figura umana, come a voler cancellare, insieme con quella, anche l’intollerabile ricordo dell’assassinio. Da secoli i bambini raccontano la guerra molto meglio dei cronisti. Non accade spesso che riescano a farsi ascoltare, ma quan- A do accade ci sorprendono con uno stile che vola più alto delle cronache. Di loro si potrebbe dire quel che un filosofo tedesco scrisse dei poeti: vanno dritti a «l’essenza del dolore, della morte e dell’amore di cui è privo questo tempo povero». Per secoli hanno spiegato cos’era la ferocia semplicemente opponendole il loro sguardo muto. Quale immagine, quale articolo racconta il nazismo meglio di quella foto polacca, il bambino ebreo con le mani alzate mentre un SS gli punta il fucile nella schiena? L’SS è grasso e divertito, il bambino così magro che sembra perso sotto un cappello troppo grande. Eppure fatichiamo a ritrovare nel passato un’arte consapevole di questa capacità assoluta che ha la figura del bambino, rappresentare così bene il contrasto tra la dignità della vittima e l’infamia del carnefice. Sarà perché fino a ieri i bambini apparivano, fin dalla soglia della pubertà, adulti di taglia minore. La Chiesa teneva in sospetto quegli esseri così indisciplinati («innocente è la fragilità delle membra infantili, ma non innocente è l’animo», annnotava sant’Agostino). Non destava scandalo che nella Ginevra calvinista un diciassettenne fosse ucciso per aver irriso la Vera Fede mediante amputazione della lingua, taglio d’una mano e rogo a fuoco lento. Fin quando l’umanità è stata molto povera e la vita precaria, il valore affettivo dei bambini è rimasto così basso che non si riconosceva all’infanzia uno statuto particolare né di conseguenza particolare protezione. (segue nelle pagine successive) la memoria Carolina Invernizio, regina dei best seller GUIDO CERONETTI e PAOLO MAURI cultura Flaubert e il suo doppio in 500 lettere DARIA GALATERIA e AMBRA SOMASCHINI la lettura Gli inediti del reporter Mario Soldati NELLO AJELLO e MARIO SOLDATI l’incontro Umberto Veronesi, un po’ di luce nel buio DARIO CRESTO-DINA con una testimonianza di EMMANUEL DONGALA Repubblica Nazionale 30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 la copertina Guerre bambine Una mostra di disegni dei piccoli ugandesi finiti come combattenti-schiavi nelle milizie tribali e “riscattati” grazie all’Avsi, un’ong italiana, sta per essere inaugurata a Milano dalla Fondazione Pubblicità Progresso Immagini che portano in primo piano una tragedia ancora troppo diffusa La memoria di sangue deisoldatiragazzini GUIDO RAMPOLDI (segue dalla copertina) erò negli ultimi due secoli le cose hanno cominciato a migliorare e oggi non appare più “normale” che milizie feroci rapiscano bambini per farne soldati o servi. Non si può dire che il mondo faccia molto per evitarlo ma già è cruciale che proprio questo genere di crimini sia all’origine del primo processo imbastito dalla Corte penale internazionale (contro il capo d’una milizia congolese). Inoltre è successo qualcosa di paradossale. Per il solo fatto d’essere percepiti non solo come vittime ma anche come potenziali assassini di adulti, i bambini hanno potuto pubblicare libri sulla guerra: la guerra come la vedono loro. Negli ultimi anni la diaristica degli ex bambini-soldato è diventata quasi un genere editoriale. All’inizio queste autobiografie non avevano la freschezza dell’infanzia e il tono “morale” che le percorreva sembrava prestato dagli editor delle case editrici. M’ero convinto che quel tratto moraleggiante fosse un esorcismo di adulti, come per rassicurarci dal sospetto che qualcosa di spaventoso stesse accadendo ai nostri figli. Che i bambinisoldato fossero cugini dei Columbine killer, gli inquieti scolaretti americani che sterminano i compagni di scuola con il mitra di papà. Ma un’ottima giornalista Rai, Monica Maggioni, ci suggerisce una spiegazione più realistica, e più atroce: per non essere ammazzati i bambini-soldato sono costretti a compiere azioni spaventose per le quali devono discolparsi a vita. Monica ha parlato a lungo con ex bambini-soldato ugandesi oggi assistiti dall’Asvi, un’ong italiana, ma non è riuscita a capire se a renderli così guardinghi fosse ancora la paura o piuttosto «il timore del giudizio»: «Anche quando sopravvivono e tornano a casa questi ragazzi continuano a essere vittime. La prima volta perché sono stati rapiti. La seconda adesso, additati come responsabili di crimini commessi loro malgrado». Per quanto i bambini-soldato non siano affatto un fenomeno moderno, è probabile che nel passato non fossero obbligati ad ammazzare (altri bambini o più spesso adulti). Questo pare un metodo recente, indubbiamente astuto: lega il P bambino alla milizia convincendolo d’essere un reietto che non può avere altro posto nel mondo. Ma almeno oggi i bambini-soldato non sono invisibili com’erano da tempi immemorabili. E da quando le loro storie hanno colpito con forza l’immaginazione di giovani scrittori africani trapiantati negli Stati Uniti, riescono perfino a farsi ascoltare. Oggi ci parlano dalle pagine di romanzi come Johnny Mad Dog di Emmanuel Dongala, segnalato dal Los Angeles Times tra i dieci migliori romanzi pubblicati nel 2005, o come il più recente Bestie senza patria di Uzodinma Iweala, un ventenne cui tutti pronosticano un futuro straordinario. Sono libri molto crudi, che guardano alla ferocia delle guerre civili africane con una specie di sguardo stuporoso, ipnotico. Ma non sono necessariamente uno specchio fedele della condizione del bambino-soldato africano. Iweala è stato ispirato dall’incontro con una ragazzina ruandese, ma il suo, mi dice, è un romanzo, non un documento. Però è riuscito a suscitare interesse per un fenomeno che altrimenti il mondo tende a ignorare, per una ragione che a Iweala pare perfino ovvia: «I bambinisoldato non hanno un valore economico». Se minacciassero oleodotti, attentassero alle rotte del commercio o assaltassero miniere di minerali preziosi, allora sì che gli stati si darebbero da fare per porre fine al reclutamento. Non so se Iweala abbia ragione. Quando i bambini-soldato attentano ad interessi forti, in genere rischiano d’essere fatti fuori nell’indifferenza generale. Lo dico con cognizione di causa. Leggo in Johnny Mad Dog che il nome di battaglia più comune tra le milizie africane è, manco a dirlo, Rambo. Anch’io ho conosciuto una milizia di bambini-soldato con un Rambo al seguito, ma in Asia. Nella valle del fiume Kwai, regione birmana al confine con la Thailandia. In quella giungla dove tutto è gigantesco — bambù altissimi, elefanti, farfalle poderose, sanguisughe porpora penzolanti dai rami, termitai più alti d’un uomo — l’esercito più piccolo del mondo cercava di sopravvivere alla fanteria birmana, alle granate dei mortai thailandesi, alle mine anti-uomo, ai cobra, alle malattie, alla fame. Lo comandavano i leggendari gemelli Luther e Johnny Htoo, all’epoca noti alla stampa internazionale come i capi dell’Esercito di Dio. Giornali autorevoli (Newsweek, Le Monde) ne scrivevano come di un’organizzazione guerrigliera e Per non essere ammazzati devono fare cose spaventose per le quali sono poi costretti a discolparsi a vita PENSIERI DI CARTA Qui sopra il disegno Durante la battaglia è difficile trovare riparo A sinistra, Senza i ribelli il villaggio è veramente bello. A destra, Fuga dalla guerra La foto del bimbo che piange è stata scattata in Uganda dall’Avsi Repubblica Nazionale DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31 LIBRI E MOSTRE S’inaugura l’11 dicembre a Milano, in piazza Duomo, la mostra, promossa e realizzata dalla Fondazione Pubblicità Progresso in collaborazione con l’Avsi, Bambini-soldato del Nord Uganda. La rassegna è in programma fino al 7 gennaio 2007. Tra i libri che raccontano l’orrore delle guerre bambine segnaliamo: Bestie senza una patria di Uzodinma Iweala, (Einaudi, 130 pagine, 9,50 euro) e Johnny Mad Dog di Emmanuel Dongala (Epoché, 323 pagine, 15 euro) Il combattimento permette di vivere le loro fantasie Per modello eroi da teleschermo di nome Rambo, Ninja o Saddam EMMANUEL DONGALA i ricordo ancora perfettamente del mio primo incontro con i bambini-soldato della guerra civile del Congo Brazzaville, davanti a uno sbarramento di fortuna che avevano eretto in una stradina. Malgrado la mia paura, fui sul punto di scoppiare a ridere di un riso nervoso, quando il capo del gruppo interpellò uno di loro dicendogli: «Ehi, Chuck Norris, dammi una granata». La situazione era quantomeno surreale: nel vicolo di un quartiere poverissimo di una città africana in piena guerra fratricida, un giovane combattente aveva scelto come nome di battaglia quello di un attore americano di film di serie B! Dove diavolo lo aveva imparato? Solo molto dopo mi sono reso conto che non mi sarei dovuto sorprendere del fatto che quel ragazzo si facesse chiamare Chuck Norris e si ritrovasse senza manifestare emozioni in una milizia, considerando la quantità di videocassette e dvd pirata che inondano la maggioranza dei paesi del continente africano. In città come Brazzaville o Kinshasa, dove le sale cinematografiche hanno smesso di esistere da un bel po’ di tempo, giovani intraprendenti si guadagnano da vivere proiettando videocassette pirata. Equipaggiati con televisori e videoregistratori “tropicalizzati” per farli funzionare con batterie di automobili, data la penuria di corrente elettrica, affittano una sala dove proiettano i loro film. Spesso trasformano in sala di proiezione la loro stessa camera da letto, spingendo un letto contro il muro qua, un tavolo di là e aggiungendo qualche panca. Per la pubblicità, fotocopiano le illustrazioni del cofanetto della videocassetta e le appendono davanti alla sala. Le proiezioni di giorno, dove si ritrovano spesso bambini, costano in genere venticinque franchi Cfa (tre o quattro centesimi di euro, ndr); i prezzi triplicano o quadruplicano se si tratta di film “per adulti”, per non dire porno. Va da sé che non esiste nessuna selezione, tutto quello su cui si riesce a mettere la mano in questo mercato di prodotti piratati va bene. Ho chiesto a un giovane di annotarmi i titoli dei film proiettati nel corso di un mese; com’era prevedibile, i più gettonati erano i film d’azione violenti e i film di karatè, seguiti dalle pellicole di Bollywood. I nomi di Schwarzenegger, Stallone, Chuck Norris e compagnia erano popolarissimi. Per bambini che non sanno che i film sono “fabbricati”, le violenze “immaginate” dei film sono reali quanto quelle del mondo reale — Kosovo, Ruanda, Iraq, Sierra Leone… — che arrivano loro senza mediazione, senza spiegazioni, sui canali satellitari internazionali, che oggi sono captati in tutte le grandi città africane. Questa incapacità di fare la differenza tra la realtà e la fantasia rende questi bambini particolarmente pericolosi quando sono arruolati nelle milizie. Sono incoscienti perché non hanno il senso del pericolo, e possono esercitare una grande crudeltà senza rendersi conto della sofferenza che stanno infliggendo. A questo bisogna aggiungere il loro retroterra culturale africano, la credenza nella magia, questa credenza radicata che con i gri-gri e le pozioni che i loro capi gli danno da bere diventano invisibili e invulnerabili alle pallottole. Non sono così ingenuo da credere che questi film, queste immagini, siano le ragioni che spingono questi bambini a diventare bambini-soldato. La ragione è semmai che quando lo Stato va in bancarotta, come è successo in Congo, scoppiano dei conflitti, si instaura il caos e questi ragazzini, o per incitamento dei signori della guerra o per istinto, corrono a impersonare i loro eroi, a vivere direttamente le loro fantasie. E così, nel conflitto del Congo, i quartieri venivano ribattezzati Sarajevo, Kosovo, Beirut, Kuwait. Dei combattenti hanno preso come nomi di battaglia Rambo, Ninja, Cobra, Saddam o Bin Laden. Mentre la generazione dei loro genitori sognava belle auto, grandi case con piscina e dollari quando sognavano l’America, loro sognano di essere gli eroi di Hollywood… O i figli di Bin Laden. La grande sfida per la riabilitazione di questi bambini, una volta smobilitati, sarà trovare un mezzo per reinstradare le loro fantasie verso altre visioni, più foriere di futuro e di speranza. Mostrare loro che alla fine la magia dell’istruzione è più forte della magia dell’invisibilità o dell’invulnerabilità e che il vero potere, il potere ultimo, è utilizzare il proprio fucile per proteggere una vita umana. Emmanuel Dongala, originario della Repubblica Centrafricana, è autore di“Johnny Mad Dog”, edito in Italia da Epoché , dedicato al tema dei baby-soldato (Traduzione dal francese di Fabio Galimberti) M INFANZIA NEGATA Qui sopra, il disegno di Obedi Francis Robinson Continueremo ad andare a scuola In alto nelle pagine, lo schizzo a matita fatto da Auma Jackline Pa nel 2002 I bambini sono condotti nei campi ribelli. A destra, un bambino soldato protegge con l’elmetto il piccolo che porta sulle spalle terrorista, responsabile, tra l’altro, dell’odioso assalto all’ospedale di Ratchaburi e del sequestro di settecento malati, poi liberati dalle teste di cuoio thailandesi mediante massacro dei sequestratori. Quando riuscii a scovare i fratelli Htoo li trovai insieme a quanto restava del loro esercito, un elefante e venti soldati quasi tutti febbricitanti, chi per malaria e chi per tubercolosi; cinque non raggiungevano i sedici anni; il più anziano, Rambo, ne aveva ventotto e una faccia grigia da malato cronico. Il loro arsenale era composto da quattro vecchi M16, due moschetti, un kalashnikov, due roncole, una fionda. Alcuni avevano sandali di plastica; i bambini neppure i sandali, e i loro piedi orlati di fango mostravano tra le dita la pomata arancione applicata sulle ferite. Quel giorno Luther volle mostrarmi la sua ottima mira, e poggiato un moschetto sulla testa di una recluta, centrò un alberello a cento metri, proprio nel punto in cui un soldato l’aveva scortecciato. All’inizio discutemmo di armi. Preferiva il kalashnikov all’M16 americano, gli pareva più potente e più preciso. Quando s’accese una sigaretta fabbricata con foglie arrotolate, grossa quanto un havana, scoprì l’avambraccio su cui erano tatuate le parole «Figlio di Dio». Invece sulla camicia mimetica era stampato «Air Force One», dicitura bizzarra perché l’Esercito non aveva alcuna forza aerea, e neppure più un quartier generale, da quando tre battaglioni birmani gli avevano bruciato le tre capanne in cui dormivano. Luther aveva rischiato d’essere ammazzato varie volte ma non dava peso a questi episodi. «Qualche volta le pallottole mi sono fischiate vicino», minimizzò con la sua voce sottile. Era un tipo molto simpatico ma intervistarlo risultava complicato: quando si stufava, e accadeva spesso, correva a cercare granchi con le reclute oppure si rannicchiava tra le braccia di Rambo. Tutto questo non deve sorprendere perché il comandante Luther aveva dodici anni. Sembrava anche più piccolo della sua età, e i suoi pantaloncini da ginnastica profilavano la pancia gonfia dei bambini denutriti. Poiché non v’è un esercito al mondo che abbia divise della sua taglia, la sua camicia mimetica doveva essere di quelle che anche in Thailandia si comprano dai giocattolai perché i figli si divertano a giocare alla guerra. La leggenda dei due gemelli divini era molto più grande dell’Esercito di Dio, in origine la milizia di tre villaggi nel frattempo bruciati dai birmani. Incrociava antiche leggende del popolo Karen, oscure profezie, attese messianiche di missionari cristiani, la disperazione di un popolo sconfitto. E il gas delle isole Andamane. I Karen sono sette milioni, più degli svizzeri. Fino al 1995 la loro organizzazione indipendentista, il Karen national union (Knu), controllava con le sue milizie una delle sette province della Birmania orientale. Poi le trivellazioni compiute nel mare antistante le isole Andamane portarono alla scoperta di immensi giacimenti di idrocarburi. A quel punto la giunta birmana concluse accordi con società petrolifere occidentali ed ebbe il denaro per lanciare un’offensiva che travolse l’esercito dei Karen; questi ultimi divennero manodopera coatta per il gasdotto delle Andamane, che oggi passa nel loro territorio. Fu proprio durante la rotta che nacque la leggenda dei due gemelli divini. Cominciò quando quattordici Karen, tra i quali Luther e Johnny Htoo, espugnarono una postazione birmana. L’azione successiva fu ancora più fortunata, e il gruppo tornò carico di fucili presi ai nemici (hai ucciso, Luther? «Non so. Ho sparato, e ho visto corpi sul terreno»). Era improbabile che da allora i due gemelli avessero partecipato ai combattimenti che seguirono, meno fortunati: l’Esercito di Dio aveva subito tredici morti, due dei quali bambini, e la gran parte dei suoi soldati s’era sbandata. Però i missionari cristiani che nel 2000 incontrai sul confine birmanothailandese raccontavano di miracoli: la mano di Dio, giuravano, protegge Luther e Johnny dalle pallottole. In realtà l’Esercito di Dio era solo un drappello inoffensivo che cercava di non farsi ammazzare mentre cacciava scimmie e linci per sfamarsi. Ormai erano accerchiati, per questo il Knu aveva organizzato l’incontro con due giornalisti occidentali: forse l’intervento dei media avrebbe indotto le truppe birmane e thailandesi a risparmiare quei poveri fuggiaschi. Un anno dopo, nel giugno 2001, a Bangkok, lo stato maggiore annunciò la resa del nemico: i due gemelli e i loro compagni s’erano consegnati al glorioso esercito del Siam. Nel darne notizia la France Press precisò che Luther e Johnny Htoo erano «considerati i capi del gruppo estremista». Nel 2004 seppi che Luther era ancora in un campo di raccolta thailandese, dove s’era appena sposato. Con una ragazza molto bella, come prescrive ai giovani eroi la trama delle favole. Ma le storie dei bambini-soldato non sono favole, se non per il fatto che pullulano di orchi. “Bestie senza patria”, romanzo molto duro di Uzodinma Iweala, è stato scritto dopo l’incontro con una bambina ruandese Repubblica Nazionale 32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 il reportage Viaggi rétrò Gli hotel di Greene e Maugham restaurati, visite guidate sui luoghi dell’“Amante” della Duras, minicrociere nel tragico mare dei boatpeople. Il regime di Hanoi cavalca il business del turismo di lusso e mette in scena il teatro di quel colonialismo che ha odiato e sconfitto con guerre spietate Così il Vietnam “neo-com” vende l’Indocina coloniale me animali da circo negli hotel per stranieri, dove le loro danze folcloristiche fanno da sfondo ai buffet di ostriche e aragosta. È di moda il Vietnam “rétrò”. Un paese immaginario di paradisi perduti, fantasie erotiche dell’uomo bianco, languori nostalgici da imperi decadenti. Nell’era del suo boom economico, consacrato in questi giorni ad Hanoi dal maxivertice dell’Apec (Associazione Asia-Pacifico) con George Bush e Hu Jintao, il regime comunista cavalca il business del turismo di lusso, accoglie a braccia aperte le multinazionali degli ex-invasori, se si chiamano Sofitel o Sheraton e portano visitatori di alta gamma e portafoglio. Pierre Loti e André Malraux, Francis Ford Coppola e Oliver Stone, tutti gli autori della letteratura e del cinema occidentale che hanno visitato questi luoghi sono riciclati per contribuire a una sofisticata menzogna: è la gaudente ricostruzione di un passato idealizzato, un paese che recita il teatro del colonialismo come se dimenticasse di averlo odiato e di averlo sconfitto in guerre spietate. I francesi sono i primi a comprare questo inganno. Air France li sbarca direttamente da Parigi ad Hanoi per sorbire all’ora dell’aperitivo un kir royal davanti al teatro dell’opera che è una replica esatta del Palais Garnier. Li vedi sognare a occhi aperti in mezzo al fruscio delle cameriere dai fianchi snelli, avvolte negli aderenti ao dai di seta. Gollisti o di sinistra, dopo qualche bicchiere al bar si lanciano in appassionate requisitorie contro i bombardamenti al napalm di Lyndon Johnson, dimenticando che a pochi metri dal loro albergo il governatore francese negli anni Cinquanta faceva torturare centinaia di prigionieri politici, uomini donne e anziani. Nella città di Hue il migliore albergo ha ripreso il nome della dinastia transalpina che lo fondò, i Morin. Nelle camere esibisce foto d’epoca della ricca famiglia anche se oggi è di proprietà di un’azienda statale vietnamita. Il concierge dell’albergo organizza visite alla vicina piantagione di caucciù per chi vuole rituffarsi negli antichi splendori ricreati dal film Indochine, con Catherine Deneuve nella parte della intraprendente latifondista. In omaggio al turista parigino la guida pudicamente sorvola sul fatto che quel caucciù fu una delle grandi rapine coloniali: 10mila tonnellate prodotte nel solo 1929 nella regione dell’Annam. La gomma di qui fu all’origine della FEDERICO RAMPINI Lao Cai il ponte sull’affluente del Fiume Rosso è attraversato da una folla di pedoni indaffarati, contadini vietnamiti curvi sotto cesti stracarichi di frutta, ciclisti con le sporte piene che dondolano ai lati delle ruote, carretti trainati da buoi, qualche camion di carbone. Sono oziosi e indolenti solo i poliziotti che presidiano il confine: ormai i frontalieri che lasciano Lao Cai e percorrono il ponte per fare commerci in Cina non hanno neanche bisogno di un visto. In mezzo ai segni del nuovo benessere che dalla Cina contagia il Vietnam non c’è un solo monumento, non un museo, neanche una targa che ricordi il ruolo di questa cittadina nella storia. Sulla ferrovia a scartamento ridotto nel 1954 arrivavano gli aiuti cinesi alle truppe viet-minh del generale Giap che umiliarono i francesi nella battaglia di Dien Bien Phu, costringendo la Quatrième République a chiudere ingloriosamente la guerra d’Indocina. Con la débacle francese venne l’accordo di Ginevra che divise in due il Vietnam lungo il 17° parallelo. Sul ponte di Lao Cai il flusso di armi da quel momento non fece che aumentare, dalla Cina di Mao verso il compagno Ho Chi Minh: ad Hanoi erano già in cantiere i piani per invadere il Vietnam del Sud. Nessuna traccia qui ricorda la solidarietà comunista tra Cina e Vietnam durante la guerra contro l’America, e neppure il suo tragico capovolgimento. Lao Cai fu uno dei luoghi martirizzati nel breve ma feroce conflitto del 1979 tra cinesi e vietnamiti, rivali per il controllo sulla Cambogia. La storia è un fardello ingombrante nel Vietnam “neo-com” di oggi, il nuovo dragone asiatico invitato di recente con tutti gli onori nell’Organizzazione del commercio mondiale (Wto). I turisti occidentali possono evitare le stanze fetide degli alberghi a ore di fronte alla stazione, i ratti sui marciapiedi, i vagoni-letto dall’odore di latrina. Per le comitive straniere Lao Cai è solo la breve tappa d’arrivo del Victoria Sapa Express, lussuoso treno wagons-lits ricostruito nello stile coloniale. È un gemello dell’Orient Express, i coloni francesi lo usavano nel primo Novecento per sfuggire al caldo tropicale delle pianure e rifugiarsi su queste montagne a 1.800 metri. Le avevano battezzate “Pyrénées Tonkinoises” (il Tonchino era la parte settentrionale del Paese, nella tripartizione amministrativa decisa dall’impero francese) e nell’aspetto sono tornate ad esserlo da qualche anno. Nella vicina Sapa si riaprono raffinati alberghi francesi restaurati nello stile di allora, un gradevole incrocio architettonico tra gli chalet dell’Alta Savoia e l’estetica indocinese. Sulle montagne coltivate a terrazze dove cresce il “riso che s’incolla”, in mezzo ai bufali d’acqua, i bambini della minoranza etnica Hmong hanno imparato a dire hello, bonjour e anche ciao, per esibirsi co- edili di Saigon, avviata verso lo stesso disastro ambientale di Bangkok o Shanghai. Ma la voglia di sognare prevale, il Vietnam onirico ha ormai partorito un genere letterario e giornalistico inarrestabile. Un recente reportage di Matt Gross sul New York Times è stato dedicato al pellegrinaggio nei luoghi della memoria di Marguerite Duras, alla disperata ricerca di ogni traccia della perversa relazione sessuale che la scrittrice ebbe da adolescente con un ricco cinese. Non importa se la Chinatown di Saigon (Cholon) è resa irriconoscibile dall’esplosione del capitalismo: c’è sempre un mercante abbastanza sveglio per “ritrovare” miracolosamente nella sua soffitta le foto sbiadite — garantite autentiche — dell’amante cinese e di altri personaggi del romanzo autobiografico. L’apice di questa messinscena è firmato dagli abili gestori dell’hotel Métropole di Hanoi, il palace glorioso che nella prima metà del Novecento ospitò tutte le celebrità del mondo. Dopo un periodo di decadenza durante il comunismo di guerra — vi pioveva dai soffitti pieni di buchi e colonie di topi spadroneggiavano nelle sue cucine — l’albergo è stato restaurato nello splendore originario da una joint venture tra una banca locale e i francesi di Sofitel. Parquet in mogano, mobili in tek, antiche maioliche blu incastonate nella parete dietro la reception, la tettoia di bambù e vimini attorno alla piscina: tutto è tornato d’incanto come ai tempi in cui la piazza di fianco si chiamava Square Chavassieux, le mogli dei diplomatici andavano in calesse al Petit Lac e lo chef si vantava di fare la miglior bouillabaissemarsigliese a est del Cairo. Gli ospiti dell’albergo possono, per una tariffa non proprio modica, prenotare la suite dove alloggiò Somerset Maugham, o quella di Graham Greene, o infine dormire nello stesso letto dove Charlie Chaplin con- FOTO CORBIS A HANOI fortuna dei Michelin e anche dei lauti profitti della Banque d’Indochine, ai tempi in cui un usciere francese della banca guadagnava il triplo di un docente universitario vietnamita. L’amnesia storica concessa ai turisti fa il gioco del regime di Hanoi, che ha le sue ragioni per stendere un velo su altre pagine del passato. A Ha Long, splendida baia marina di montagne carsiche, gli occidentali sono invitati a vivere per un budget modesto un’esperienza da nababbi. Navigano nelle calde acque color smeraldo sulle giunche a vela, con marinai e camerieri dalla gentilezza squisita, cuochi che cucinano i granchi pescati all’istante. Gli stranieri ignorano che questa placida invasione di mini-crociere di lusso avviene nella zona che vent’anni fa era il teatro del tragico esodo dei boat-people, tre milioni di disperati costretti a fuggire dalla fame e dalle persecuzioni degli eredi di Ho Chi Minh. Da quando ha sposato l’economia di mercato, il governo accoglie a braccia aperte gli emigrati che vogliono tornare, proprio come fece Deng Xiaoping con la ricca diaspora cinese. Ma guai a riaprire le ferite del passato. Nessuno deve ricordare che negli anni 1965-75, insieme all’aggressione americana, ci fu anche una vera guerra civile nord-sud e i vincitori imposero il comunismo soffocando la parte più ricca e moderna del Paese. Qualche volta la realtà rovina il revival di atmosfere coloniali. Malgrado gli sforzi di fantasia delle agenzie di viaggio, il Mekong non è più lo scenario selvaggio e tenebroso del film Apocalypse Nowcon Marlon Brando, quel fiume avvolto nell’insidiosa vegetazione tropicale dove le motovedette Usa subivano micidiali incursioni dei vietcong travestiti da pescatori. Quando il regista francese Jean-Jacques Annaud, per filmare L’amante, ha cercato le acque placide e sensuali descritte da Marguerite Duras, è rimasto deluso da un paesaggio «simile a un’autostrada di Città del Messico». Il delta del Mekong oggi attraversa una regione di venti milioni di abitanti, con un’agricoltura fra le più produttive del mondo. Il fiume è una metropoli galleggiante, le sue acque inquinate brulicano di chiatte che trasportano cemento e ghiaia per i cantieri LOTI MAUGHAM Sopra, Pierre Loti A sinistra, un’antica veduta dell’hotel Metropole ad Hanoi Sopra, lo scrittore Somerset Maugham A destra, la baia vietnamita di Ha Long Repubblica Nazionale DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33 POSTER LIBERTY Il poster dell’Esposizione di Hanoi del 1902-1903 a cura del Ministero delle Colonie francese Sopra e in basso, etichette da bagaglio e immagini d’epoca tratte dal libro Sofitel Metropole Hanoi di Andreas Augustine sumò la luna di miele con Paulette Goddard nell’aprile 1936. Nella biblioteca dell’albergo figurano in bella vista le opere del principe Henri d’Orléans, che nel suo diario di viaggio De Paris à Tonkin à travers le Tibet inconnu (1891) fu uno dei primi ad ammaliare i francesi con lo spaesamento esotico del turismo in Estremo Oriente. Il management del Métropole non trascura nessun segmento di clientela, ha un occhio di riguardo anche per la sensibilità politically correct dei turisti più liberal: l’opuscolo in carta patinata sulla storia dell’albergo sottolinea che fra gli ospiti ci furono le due più famose contestatrici americane della guerra del Vietnam, l’attrice Jane Fonda detta Hanoi-Jane e la cantante folk Joan Baez (si deve presumere, vista la cronologia, che accettarono di convivere coi topi). La sofisticata attrazione di questo restyling coloniale del Vietnam deve molto alle qualità indubbie dei suoi abitanti. Sono di una cortesia disarmante con gli occidentali, mai contaminata da tracce di risentimento per il passato (gli americani trasecolano di fronte a tanta simpatia, i francesi la considerano un normale omaggio alla loro missione civilizzatrice). I vietnamiti hanno un savoir faire così spontaneo che ancora non sembra trasformato in professionalità come in altri paesi del Sudest asiatico, abituati al turismo da decenni. Sono per natura più educati e delicati dei loro vicini cinesi. Questi modi raggiungono la perfezione nelle donne e compongono una inebriante miscela erotica per il maschio occidentale. Poche ore dopo essere sbarcato in Vietnam, circondato da ragazze discinte nella discoteca Apocalypse Now di Saigon, o avvolto nei profumi di olio aromatico che una massaggiatrice gli spalma sulla schiena, l’uomo bianco di mezza età si rispecchia inevitabilmente nella parte di Michael Caine. L’attore protagonista del film L’americano tranquillo, tratto da un romanzo di Graham Greene e ambientato nel 1951, interpreta il ruolo di un anziano giornalista che convive con una splendida fanciulla locale, dolce e desiderabile, accattivante e sottomessa. Lei naturalmente lo tradirà alla prima occasione andando a letto con uno ben più giovane e più ricco di lui. Good morning Vietnam: business is business. DURAS GREENE Sopra, la scrittrice Marguerite Duras A destra, portale del tempio Kien An Kung Sopra, lo scrittore Graham Greene A destra, l’antica stazione di Hanoi Repubblica Nazionale 34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA il racconto Verità e leggenda DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 La saga letteraria dei corsari è certamente più lunga, ricca ed eroica della loro vita reale. Ora viene pubblicato anche in Italia “Storia generale dei pirati”, scritto nel Settecento, uno dei libri su cui si fonda il mito di questa genìa di avidi tagliagole che lettori e spettatori di ogni epoca vedono piuttosto come simpatici mascalzoni Sul ponte sventola bandiera nera L STEFANO MALATESTA a vita letteraria dei pirati è stata più lunga, infinitamente più confortevole e possibilmente anche più redditizia della vita reale. Long John Silver, il più famoso filibustiere che abbia mai solcato i mari della fiction, ha fatto guadagnare in diritti d’autore agli eredi e alla moglie del suo creatore, Robert Louis Stevenson, l’equivalente del tesoro di cui il pirata stesso andava alla ricerca. Per due o tre secoli le storie dei pirati e dei corsari hanno costituito uno dei filoni più popolari della letteratura romanzesca e di avventure. Nel 1814 The corsairdi George Byron — una storia letta sui giornali e ispirata alla eroica difesa di New Orleans di Jean Lafitte, un prototipo del romantico “outlaw” che piacerà molto a Verdi e a Berlioz — vendette diecimila copie in una settimana e si ristampò in sette edizioni nel giro di un mese. Per un curioso contrappasso due anni più tardi una flotta congiunta anglo-olandese si era presentata davanti ad Algeri, radendo al suolo il porto e affondando decine di quelle velocissime, snelle barche cariche di velature con le quali i pirati attraversavano in lungo e in largo il Mediterraneo. Un attacco dal quale la pirateria mussulmana non si riprese mai più. Non so se qualcuno dei Fratelli della Costa, come anche si chiamavano i pirati della Tortuga, sia mai stato consapevole di aver dato vita ad un genere popolare, dove gli eroi sono tutti dei fior di mascalzoni che verranno sostituiti nel mondo romanzesco, in tempi più moderni, da altri “malamente” e picciotti, i mafiosi per esempio, altro caso luminoso di delinquenti puri innalzati al ruolo di protagonisti letterari. Il vasto pubblico non solo dei lettori amanti dell’avventura, ma dei cittadini timorati di Dio, ha sempre guardato con un occhio benevolo queste truci vicende, forse perché erano così imbottite di esotismo e di inverosimiglianza da renderle irreali e pertanto innocue. Ancora oggi il termine pirata, pronunciato scherzosamente, ma con tono di ammirazione e di invidia, sta ad indicare un simpatico mascalzone, con il quale quasi tutti si scambierebbero volentieri... Il vero eroe dell’Isola del tesoroè Long John Silver, non il giovanotto Jack Hawkins; e chi non avrebbe dato una mano a Morgan per andare a saccheggiare Panama, con tutti quei tesori e quei forzieri rigurgitanti di oro azteco e di argento del Potosì? La modesta furbizia di un ristoratore dalle parti di Mentone, che negli anni Cinquanta e Sessanta si presentava agli avventori a torso nudo e con la testa fasciata “a la pirate” da un fazzoletto di seta, ha reso celebre in tutto il mondo il suo locale. Mi domando se avrebbe avuto la stessa fortuna presentandosi come Jack lo squartatore o il signor Landru o Scarpuzzedda, quello dei corleonesi che torturava i rivali della banda nell’appartamento di corso dei Mille, a Palermo. La maggioranza di queste storie di pirati proviene da due o tre raccolte, responsabili di quasi tutto quello che noi sappiamo su di loro, miti ed esagerazioni compresi. Una delle più note è laStoria generale dei pirati, che risale al 1724, firmata da un capitano Charles Johnson, allora un grande successo, ristampato e ampliato più volte, ora pubblicato anche in italiano. Negli anni Trenta del Novecento il libro, per le sue qualità di scrittura venne attribuito a Daniel Defoe, l’autore di Robinson Crusoe, ma è un’attribuzione indebita ed è rimasto il mistero di questo autore che nessuno ha mai visto. Per la verità, nel passato, un curioso atteggiamento della storiografia, che considerava l’argomento pirateria secondario, troppo folcloristico e cinematografaro per meritare un analisi seria, aveva lasciato le avventure di questi signori nelle mani dei fantasisti. Ma da qualche tempo abbiamo dei sicuri testi di riferimento e uno dei migliori è Under the Black Flag: Romance and reality among the pirates, di David Cordingly, uscito sette o otto anni fa, che ci ha spianato la strada per sapere quello che è vero e quello che è falso in queste vicende. Con una certa sorpresa, dal libro di Cordingly risulta che l’immagine popolare, quella che noi tutti ci siamo fatti dei pirati leggendo libri come la Storia generale o andando da ragazzi al cinema a vedere Captain Blood con Erroll Flynn o Il corsaro dell’isola verde con Burt Lancaster, è rimasta abbastanza fedele per quanto riguarda l’aspetto fisico, la tipologia del vestiario. I pirati indossavano, come tutti i comuni marinai, una giacchetta corta color blu infilata sopra un rude camiciotto, calzoni spampanati retti da bretelle vistose e spesso un gilet rosso in soprannumero e il classico fazzoletto, a volte sostituito da una più larga sciarpa, annodato sopra la testa: una pratica soluzione per difendersi dal sole implacabile dei tropici. Ogni pirata aveva diverse pistole infilate in un’altra sciarpa annodata alla vita e questa sovrabbondanza di armi era un’ottima precauzione per continuare a sparare anche se la polvere della prima pistola era bagnata, come succedeva spesso in mare. Si distinguevano, all’inizio, solo i bucanieri, un termine nato per definire i cacciatori che si aggiravano nei boschi di Hispaniola dando la caccia ai bovini importati nel Nuovo Mondo dagli spagnoli, moltiplicati in un numero incredibile per l’assenza ai Caraibi di predatori naturali. I bucanieri, che tagliavano la carne in strisce sottili e la vendevano dopo averla affumicata, come avevano imparato dagli indiani Arawak (il processo di affumicamento si chiamava boucaner) vestivano tutti con abiti di pelle conciata con i loro escrementi e tra il puzzo che emanavano e le macchie di sangue che cospargevano questi indumenti, non avevano un aspetto invitante. Più tardi si stabilirono nell’isolotto della Tortuga, formando una confederazione chiamata “I fratelli della costa”, che non aveva scopi caritatevoli, come starebbe ad indicare il nome. Il racconto stupefatto delle imprese di questi manigoldi, per adoperare un termine usato nel passato nei loro confronti, aveva avuto dei precedenti rispetto alla Storia Generale. La narrazione più antica, in effetti il primo libro che affrontasse in modo sistematico le vicende piratesche era stato pubblicato più di cinquant’anni prima in Olanda e poi in Inghilterra, diventando subito un best seller. Si intitolava: Buccaneers of America, di Alexander Exquemelin, un francese di Honfleur, in Normandia, passato alla Tortuga come giovane barbiere, che aveva servito sotto Henry Morgan e Francois l’Olonese, uno psicopatico Dai vecchi testi sulla pirateria esce un’umanità degradata, dedita a un assassinio dopo l’altro, con una ridicola aspettativa di vita e destinata in breve alla rovina o alla forca ALL’ARREMBAGGIO I disegni di queste pagine sono tratti da una serie realizzata da Gipi nel giugno 2006. Sono dipinti ad acquarello, inchiostri e matite colorate Repubblica Nazionale DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35 che torturava tutti i prigionieri con variazioni a seconda del rango. Il metodo più comune, per semplici marinai, consisteva nello stringere la fronte con una corda fino a che gli occhi del poveretto non uscivano fuori delle orbite. I personaggi importanti li curava lui stesso, tagliandoli a fette come un pezzo di bue con un coltello affilatissimo, e poi leccando il sangue rimasto rappreso lungo il filo della lama. Se qualche lettore si è fatto un’idea romanticizzata dei pirati come dei simpatici bellimbusti, una lettura anche parziale del libro di Exquemelin gliela farà passare. Perché i singoli ritratti vengono a comporre l’immagine complessiva di un’umanità degradata, priva di qualsiasi orizzonte che non sia un assassinio dietro l’altro, con un’aspettativa di vita ridicola, e destinata in poco tempo alla rovina finanziaria o alla forca. Oppure eliminata fraudolentemente da quelli che dovevano essere i suoi compagni. Uno dei pochissimi che si salvò dalla sorte comune è stato Morgan, tostissimo gallese, anche lui accusato da Exquemelin di essere un mostro di depravazione e di crudeltà. Ma il corsaro riuscì a portare l’autore del libro in una corte inglese, dimostrando come tutti i suoi raid fossero stati autorizzati dal governatore della Giamaica, Sir Thomas Modyford, e vinse la causa per diffamazione ricevendo un sostanziale risarcimento. Tornato a Londra per le proteste degli spagnoli inviperiti, venne immediatamente fatto “sir” da Carlo II e rimandato nelle Indie Occidentali con la nomina a vice governatore della Giamaica. E qui visse ancora numerosi anni da ricco piantatore, fino a quando le colossali bevute a base di rum che faceva con i vecchi compari del sacco di Panama non lo portarono alla tomba, senza che le cure di uno stregone africano, che gli aveva fatto bere la sua urina, riuscissero a salvarlo. Per quanto possa sembrare incongruo, tra i pirati vigeva una certa democrazia, nel senso che capitano si diventava per scelta della ciurma e comunque tutte le azioni più importanti e gli obiettivi erano decisi a maggioranza. Questo non voleva dire che gli uomini con maggiore personalità non s’imponessero, consapevoli di essere più dotati di tutti gli altri. Erano loro a indossare gli abiti più ricchi e più sgargianti che potevano trovare, riempiendosi di anelli, di orecchini, di spille, di collane, com’era l’uso del tempo, nel tentativo di rassomigliare a quello che proprio non erano: un gentiluomo. Bartholemew Roberts, conosciuto anche come Barbanera, uno dei più irriducibili briganti dei Caraibi e del Sud Atlantico americano, che si diceva avesse catturato quattrocento vascelli, era diventato il terrore dei piantatori nel Sud degli Stati Uniti. Messo finalmente in trappola da un giovanotto di quelle parti, il luogotenente Maynard, si preparò al suo ultimo scontro con una vestizione degna di un grande torero, come si legge nella Storia generale: «Indossò un vestito lungo di damasco rosso, appuntò una lunga penna pure rossa sul suo cappello a larghe falde, si infilò al collo una pesante catena d’oro che nascondeva solo in parte una collana a crocifisso in diamanti». La sua apparizione doveva fare un certo effetto perché sistemava i suoi capelli lunghi, neri e unti in treccioline che penzolavano sopra la sua faccia. E dal cappello al momento dell’assalto spuntavano degli zolfanelli che lui accendeva per avere l’aspetto di un demone uscito in quel momento dal Tartaro. La sua morte è uno dei classici dell’epopea piratesca, paragonabile a Morgan che prende Maracaibo, o all’Olonese che viene mangiato dai caribe del Darien: «Maynard diede il segnale ai suoi uomini e questi attaccarono con un coraggio di cui non si era visto l’uguale. Barbanera e il luogotenente si scambiarono un paio di pistolettate andate a vuoto, passando poi alle sciabole fino a quando quella di Maynard non si spezzò. Mentre il luogotenente arretrava cercando di riprendere le pistole, Barbanera gli fu subito addosso con un pugnale e lo avrebbe ammazzato se una sciabolata di uno degli uomini di Maynard non l’avesse raggiunto squarciandogli il petto immediatamente sotto la gola. La lotta continuò fino a quando Maynard non estrasse l’ultima pistola carica, sparandogli a distanza ravvicinata. Il pirata ebbe un sussulto, ma rimase ancora in piedi a combattere per qualche altro istante fino a quando girò su se stesso e cadde sul ponte morto. Gli contarono venticinque ferite solo di arma da taglio. Subito la sua testa fu spiccata dal busto e appesa al bompresso della corvetta di Maynard, che fece un ritorno trionfale così addobbato». La storia della pirateria riguarda il mondo intero. Ma solo nel Cinquecento e in una particolare area, quella dei Caraibi, c’è stata una tale concentrazione di ricchezza allo stato primario, oro, argento, pietre preziose, dovuta alla caduta dell’impero azteco, alla requisizione di tutti i metalli preziosi da parte degli spagnoli e all’immediata spedizione verso l’Europa della parte che spettava al re. I capitani sapevano che in Spagna l’oro non bastava mai e che le loro fortune erano legate al momento in cui il re o chi per lui entravano realmente in possesso di tutti quei tesori di cui si erano vantati per lettera. Quando si sparse la voce, due anni dopo la caduta di Tenochtitlan, che un capitano francese, Jean Fleury, aveva trovato nelle stive di due modeste caravelle spagnole inviate da Cortez tre enormi ceste cariche di lingotti d’oro appena fusi, 500 libbre di polvere d’oro, 650 libbre di perle, smeraldi, topazi, maschere d’oro tempestate di gemme, elmetti pure d’oro e preziosissimi mantelli intessuti di piume del quetzal, fu come se per i lupi di ogni nazione e razza fosse arrivato il più potente richiamo della foresta mai sentito. Francesi, olandesi, inglesi si divisero l’Atlantico e il mar dei Carabi a seconda di chi aveva una posizione strategica a terra migliore di quella degli altri. E il bottino per lunghi anni fu talmente grande che quando gli spagnoli, per proteggere le loro navi dalle incursioni, cominciarono a organizzare convogli scortati, i pirati decisero di andare a prendere l’oro direttamente dove si concentrava prima di imbarcarsi: nelle città come Panama o Maracaibo. Vorrei aggiungere qualche curiosità, per gli amanti del genere. L’età media dei pirati si aggirava sui ventisei-ventisette anni e, secondo un calcolo accurato, nella prima metà del Settecento le percentuali per nazionalità erano queste: il 35 per cento erano inglesi, il 25 americani, il 20 caraibici, il 10 scozzesi. E poi francesi, spagnoli, portoghesi, olandesi e qualche africano. Ma in altre isole, che non rientravano nella sfera d’influenza inglese, i francesi e gli olandesi erano molti di più. C’erano sicuramente anche pirati italiani, ma solo di uno si è potuto accertare con sicurezza la presenza: Matteo Luca, che aveva catturato tre vascelli inglesi ed era stato poi impiccato a Giamaica. Quanto alla celeberrima bandiera dei pirati, non tutti battevano quella classica con il teschio e le tibie incrociate. Ce n’erano di rosse e con immagini di cuori che sanguinavano, di coltellacci, di scheletri interi. Solo a partire dal 1730 i pirati francesi, spagnoli e inglesi concordarono una bandiera unica: «Per evitare spiacevoli equivoci», dissero. Per il suo ultimo duello Barbanera indossò un vestito di damasco rosso, appuntò una lunga penna rossa sul cappello, si infilò al collo una catena d’oro e un crocifisso di diamanti IL LIBRO S’intitola Storia generale dei pirati (Cavallo di ferro, 432 pagine, 16,50 euro) e il suo autore, il fantomatico capitano Charles Johnson, è stato probabilmente egli stesso un pirata del XVIII secolo Racconta, a metà tra realtà e finzione, e con dovizia di immagini, le vite e le peripezie dei più terribili e pericolosi corsari da Capitan Kidd a Barbanera, da Anne Bonnie a Capitan Morgan, ladri, mercenari e anarchici eroi del mare Il volume sarà nelle librerie dal 24 novembre Repubblica Nazionale 36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 la memoria Alte tirature La Invernizio, autrice di incredibile successo di oltre 130 romanzi popolari ottocenteschi a fosche tinte, moriva nel novembre di novant’anni fa Gramsci la definì “un’onesta gallina”, fu oggetto di feroci battute da parte di critici e letterati. Eppure i suoi titoli si trovano ancora oggi facilmente nelle librerie... Carolina, la Madamin che faceva leggere l’Italia PAOLO MAURI a prima stranezza è che, a novant’anni dalla morte, avvenuta il 27 novembre 1916, si trovino ancora facilmente i suoi libri in libreria: Il treno della morte; Lara, l’avventuriera; La via del peccato; La vendetta di una pazza (tutti in edizione Mursia, a cura di Roberto Fedi). Non ho trovato al momento Il bacio d’una morta, che è tra i suoi titoli più noti. Sto parlando di Carolina Invernizio, celebre ed esecrata scrittrice popolare che sfornava (parliamo all’ingrosso di un secolo fa) romanzi e racconti in continuazione. «Un’onesta gallina», la definì Antonio Gramsci, una sorta di coniglia della narrativa azzardò un critico. Era destinata ai sociologi, molto meno ai letterati. Correvano battute feroci su di lei, sembra avesse scritto sciocchezze del tipo: «Aveva le mani viscide come quelle di una biscia»; «Con una mano l’afferrò per la gola e con l’altra le sputò in viso»; «Ah!, disse il conte in portoghese», ma naturalmente chi ha voglia di controllare nella prosa dei suoi centotrenta romanzi e più? Non ne varrebbe comunque la pena. Le sue storiacce mettono in fila un numero spaventoso di morti, tanto che in famiglia qualcuno controllava per evitare, come accadde, che un personaggio dato per defunto inopinatamente risorgesse. Ad attirare i lettori (e le lettrici) erano sicuramente gli intrecci ad effetto, con colpi di scena continui, agnizioni e morti violente, ma anche il sesso aveva la sua parte. La Invernizio amava mettere in scena fanciulle assai graziose e ingenue che venivano concupite da vecchi gentiluomini in veste di satiri, o, variante, da giovani bellimbusti che dopo aver ottenuto quello che volevano buttavano la maschera e gettavano le malcapitate nella più nera disperazione, quando non le inducevano a meditare l’estremo gesto. Sebbene il pudore sia quello dell’epoca e Carolina non sia de Sade, le scene ad effetto non mancano e può capitare (in un romanzo storico ambientato nella Torino del Seicento) che un condannato all’impiccagione — che naturalmente è innocente — venga torturato e poi portato in giro su una carretta mentre il boia con le tenaglie roventi gli strappa carne viva per il piacere della folla. In un racconto esemplare per esaminare in vitro l’arte della Invernizio (tra l’altro un volume di racconti, Nero per signora, a cura di Riccardo Reim e con prefazione di Sanguineti, è stato appena ristampato da Editori Riuniti) si legge la storia di Minuzzola. In poche righe diventa un’orfanella: il padre muore accoltellato, la madre ubriacona, che la picchiava in continuazione, muore nel sonno. Minuzzola è allevata da una parente, detta la Masca, termine che in piemontese vuol dire strega. Costei è L una vera mezzana piena di soldi e di traffici: sua mira è quella di allevare la ragazzina per offrirla poi ad un laido conte pieno di voglie… Storiacce e successo (la Invernizio vendeva molto) avevano indubbiamente attratto l’attenzione dei letterati del tempo. Marino Moretti le dedicò addirittura una poesia in cui dichiarava il suo amore, dopo aver detto, poco simpaticamente, che aveva un nome da serva. «Seguendo il libro tuo ch’io preferiva/ io li guardava i miei compagni, attento,/ dubbioso ancor della Sepolta viva/ io li guardavo con la faccia smorta,/ con la mia smania di pervertimento,/ dubbioso ancor del Bacio d’una morta». Marino Moretti pubblicava quella poesia in una raccolta del 1915. Qualche anno prima Guido Gozzano era andato a casa della scrittrice delle sartine per intervistarla, insieme ad un giornalista amico, Emilio Zanzi, che molti anni dopo avrebbe rievocato la vicenda sulla Gazzetta del Popolo del 12 agosto 1932 (la si può più agevolmente leggere nel Sofista subalpino, un prezioso volumetto di studi e documenti gozzaniani di Franco Contorbia, pubblicato nel 1980 dall’Arciere di Cuneo). La Invernizio, racconta Zanzi, abitava in via Goito ma figurava col suo nome da sposata: Carolina Quinterno, moglie, appunto del colonnello Quinterno. Una portinaia che sarebbe piaciuta a Fruttero sbarra la strada ai due e commenta in piemontese che se la signora Quinterno è la scrittrice Invernizio, quella dei romanzi, lei non ci crede proprio, e aggiunge: «A l’è tanto brava!». Entrati finalmente in casa i due trovano un appartamento molto ottocentesco con la pendola dorata sotto la campana di vetro, alle pareti paesaggi romantici di Giuseppe Falchetti e una libreria dove, rilegati in azzurro, sono raccolti i romanzi della Invernizio. La signora è gentile, ma reticente, maternamente severa. Non vuole che si faccia nessuna festa per essere quasi arrivata al centesimo titolo (questa la scusa per l’intervista) e subito nega a Goz- zano, che gliela chiede come uno sfacciato cronista, una sua fotografia. «Lei, Gozzano, è un poeta che ha molto successo tra le signore perché scrive molto bene, è molto elegante ed è molto giovane: forse sarebbe meglio che ella pubblicasse la sua fotografia, non la mia. Io sono una signora per bene: sono la moglie di un colonnello del Commissariato: non sono un’attrice, non sono una ballerina...». Ci racconti allora come ha cominciato, chiede Gozzano. «Avevo diciassette anni. Sono nata nel 1860. Non nascondo l’età. Per disgrazie famigliari dovetti interrompere gli studi che avevo iniziato a Cuneo. Poiché leggevo continuamente romanzi di Dumas, di Ponson du Terrail e di Walter Scott mi venne vaghezza di scriverne uno anch’io. Mi misi al lavoro e tirai giù, senza una correzione, la storia dell’avventura di una ragazza fuggita di casa per amore: tradita dall’innamorato ritornava, qualche anno dopo, disonorata e desolata, a cercar pietà in casa della madre piangente. Mandai il manoscritto ad un giornale di Torino, esponendo in una lettera il desiderio che venisse pubblicato e, insieme, la speranza di un piccolo compenso. Dopo circa sei mesi… ricevetti l’annunzio che la Direzione aveva accettato il romanzo: l’avrebbe pubblicato a puntate in appendice…». Per festeggiare, la signora si mise un abito azzurro ed essendo ospite in villa da un’amica si pavoneggiò come scrittrice. Morto suo padre nel 1882, dovette fare di necessità virtù e scrivere divenne un mestiere: «Impiegavo a scrivere un romanzo da 200 o 250 pagine non più di una settimana: non facevo mai correzioni. La trama la scoprivo leggendo le cronache giudiziarie». Poi Carolina si sposò e seguì il marito in giro per l’Italia. Firenze fu la sua seconda patria e molti suoi libri sono ambientati in una Firenze trasfigurata in Parigi: una città però «dove non sono mai stata». Ammette, la signora, di avere uno stile sciatto, ma rivendica di scrivere sempre cose fondamentalmente mo- “Se avessi potuto studiare sarei diventata una discreta scrittrice: ma ho fatto solo la quinta a Cuneo e allora!... Potevo anche diventare una brava sarta” rali. Richiesta dei suoi gusti letterari fa i nomi di Leopardi, Manzoni, Walter Scott e, tra i viventi, Verga. D’Annunzio lo giudica «troppo di lusso» mentre scaglia un anatema contro Fogazzaro che scrive «libri brutti, le donne sono tutte viziose anche se imbevute di idee religiose e molto educate nel linguaggio e nei gesti…». Prima del congedo, racconta ancora Zanzi, la Invernizio ci offre un rosolio squisito e mostra una sua foto fatta a Roma quando aveva trent’anni. «Volto gentile e pensoso da maga buona». Dopo una domanda sul teatro e sui suoi gusti, la curiosità inevitabile: ha guadagnato molto? «Bisogna calcolare», risponde la Invernizio, «che colla pubblicazione in appendice e colla pubblicazione in volume nessuna mia opera mi ha fruttato più di mille lire. Sono oltre trentacinque anni che scrivo e tutto quello che ho guadagnato l’ho messo in casa per tirare avanti onestamente la baracca. Bisogna sapere che la moglie di un colonnello del Commissariato deve mantenere il decoro della casa e la sua dignità». Ecco il decoro che tanto piace alla portinaia! I due si congedano e vedono, uscendo, un pappagallo imbalsamato e una vecchia Singer: la signora si cuciva gli abiti da sé e commenta: «Se avessi potuto studiare sarei diventata una discreta scrittrice: ma ho fatto solo la quinta a Cuneo e allora!... Potevo anche diventare una brava sarta…». Bel finale molto (troppo?) gozzaniano, con Loreto impagliato… Zanzi ha senz’altro sovrapposto il poeta alla scrittrice. Anche ciò che le fa dire è approssimativo: la data di nascita vera è il 1851, il luogo di nascita Voghera (Arbasino le dedicherà un divertito saggetto unendola a Garibaldi, autore, anche lui, di un feuilleton). A Firenze ci andò con la sua famiglia e lì conobbe il futuro marito. Tutto sbagliato? Ci sono casi in cui la realtà pare proprio solo un dettaglio senza importanza. Strana invece una coincidenza: la Invernizio morì il 27 novembre del 1916, come si è detto, di polmonite. Il giovane ed elegante Gozzano l’aveva preceduta, morendo di tisi il 9 agosto di quello stesso anno. Repubblica Nazionale DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37 LA VITA L’INFANZIA LO SCANDALO LE OPERE LA MONDANITÀ Il luogo di nascita è certo: Voghera. La data è invece controversa Gli atti dell’anagrafe vogherese attestano “1851”; lei ha sempre detto di essere nata nel 1858. Le origini sono borghesi: è figlia di un funzionario delle imposte Per una promozione del padre si trasferisce nel 1865 a Firenze Qui frequenta un istituto magistrale ma nel 1875 viene espulsa per aver scritto sul giornale scolastico un racconto di “perdizione e castigo”, Amore e morte Nel 1877 pubblica, con grande successo di vendite, il romanzo Rina, o l’angelo delle Alpi Ne seguiranno oltre 130, apparsi su quotidiani o pubblicati dall’editore Salani Uno di questi verrà messo all’Indice dal Vaticano Nel 1881 sposa un ufficiale da cui ha una figlia Grande amante della mondanità ama invitare nel suo salotto Nel 1886 si trasferisce a Torino e nel 1914 a Cuneo. Muore nel 1916 di polmonite la lettera Ma allora anche Tolstoj veniva “inverniziato” GUIDO CERONETTI ome non bastassero, ogni anno, i centenari commemorativi, stanno avanzando adesso anche i novantennari. Paura di non arrivare a tempo? Di essere preceduti? Colonne e frequenze disoccupate? Come scrittore mi rallegro: non dormirò cent’anni, appena saranno novanta scatterà la riscoperta, qualcuno dirà che non meritavo tanto oblio e si organizzerà fin dall’anno prima il Convegno, parteciperanno i più bei nomi della Cultura futura, tirati giù dalle loro astronavi, ospitati e compensati bene. Oggi il novantennario tocca a Carolina Invernizio, nata a Voghera e morta a Cuneo, a sessantacinque anni, a lungo vissuta a Torino, autrice di una sequela di romanzi, tutti di un’illeggibilità senza ombre, eppure alonata di popolarità e tirature per decenni di Belle Epoque, quando Zola e Hugo erano spacciati in Italia in traduzioni che riducevano anche dei così grandi autori al rango Carolina. E mettiamoci anche Tolstoj, Dostoevskij, Conrad, Dickens... Quei traduttori da fame inverniziavano tutto quel che toccavano, Mida alla rovescia, nessuno si salvava... Ma l’accanita Madamin piemontese non rispunta oggi da novant’anni di meritato oblio: ha avuto edizioni recenti con fior di prefazioni dotte, qualcuna delle sue storie è stata trasposta a metà del secolo in adeguati fotogrammi (forse ce ne sono locandine al Museo del Cinema di Torino), nella terza divisione del Cimitero maggiore di Torino, il luogo dei torinesi e piemontesi famosi, ne riposano gli ossicini. E accanto a lei c’è il grande Fred Buscaglione, c’è Antonio Fontanesi e c’era, prima che lo trasportassero a Santo Stefano del Belbo, Cesare Pavese! Di livello conforme, invece, l’antropologo Lombroso, il pittore Giacomo Grosso... Nel famedio, con la Carolina, c’è anche lo scultore Davide Calandra di cui, a Torino, la via omonima mantenne viva la memoria in città finché la sua attrazione suprema furono i numeri civici 13 e 15 illuminati bene, in cui abitavano a turno una trentina di meretrici, prone ai desideri dei lettori maschi sia dell’Invernizio che dell’autorevole Gazzetta del Popolo, o in edizione Nerbini della storia dell’assassino Raskolnikov, che davanti a una di loro, di nome Sonia, si era inginocchiato, eleggendola totem di tutta la sofferenza umana. Non so quanto spazio il necrologio di Carolina ebbe sui giornali del tempo: il coccodrillo, mirabile invenzione, traguardo di tutti noi scribi, non era nato ancora. E l’Italia era distratta da forti grane che si era andata a cercare sulle Dolomiti e nel Carso, dove dirigeva le operazioni di salasso della stirpe il funesto generale Cadorna, e in quello stesso anno, in luglio, il boia di Vienna, chiamato in gran fretta, impiccava Cesare Battisti e Fabio Filzi, mentre a Torino, credo in via Cibrario, moriva anche un poeta che non ho mai amato ma di qualche merito, quello del Meleto di Agliè, Guido Gozzano. E mio padre era al suo secondo anno di guerra, in qualcuna di quelle via via sempre meno ricordate trincee trentine o isontine, dove non si leggeva Il bacio di una morta e i baci delle madrine vive in lontananza non bastavano a dare sollazzo, distribuiti dalla censurata Posta militare. Un evento strano, percepito da pochi spiriti, si andava producendo: morivano artisti e letterati, e questo era normale, l’anomalia era che stava morendo, tra ultimi getti e slanci, ogni nobiltà della guerra, e ne abbiamo un memorabile necrologio nei due libretti di meditazioni che scrisse tra 1916 e 1917, a Bourg-la-Reine, il profetico Léon Bloy. Tempo... Tempo divorato dal proprio Nume, cessato tutto, libri sparsi a migliaia sommersi dalle piene, vigilia amara di anni con molta più igiene personale, casalinga, assistenziale (inimmaginabile allora) ma ancora più ingordo di far cacciare dall’uomo, per ridurlo in schiavitù e sterminarlo, l’uomo... E la storiografia medica considera il 1916 anno d’inizio della pandemia di grippe detta Spagnola, partita da Marsiglia e battezzata allora influenza degli Annamiti, una enorme falce sospesa, più grande della luna, nel cielo dell’Europa. ANNI TRENTA A destra in questa pagina, riedizioni Salani anni Trenta di alcuni dei titoli di maggiore successo della Invernizio PRIME EDIZIONI A centro pagina, Carolina Invernizio Qui sopra, il frontespizio di Paradiso e Inferno, Salani 1888 Più sopra, Il calvario di una donna, Mazzoni Empoli 1892 A sinistra, La vendetta di una pazza in edizione Salani 1923 Repubblica Nazionale FOTO GRAZIA NERI C 38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 Esce in Italia per Fazi l’epistolario dello scrittore francese. Uno stile istintivo, non appesantito dal tormento del genio capace di torturarsi un giorno intero su una parola e buttare giù di getto nottetempo decine di pagine, indirizzate a un amico o alla donna che amava. Uno zibaldone di esperienze, viaggi e avventure erotiche più ampio di qualsiasi educazione sentimentale DARIA GALATERIA utti i romanzi che Flaubert non ha scritto sono nella fluviale corrispondenza, tremila e settecento e più lettere. Il Conte oriental, per esempio. Flaubert lo ha composto nelle missive dall’Egitto; ci sono subito i danzatori «abbastanza brutti ma affascinanti di corruzione, di degradazione intenzionale nello sguardo», femminili nei movimenti: il «trillo di muscoli», con pube, reni e inizio delle natiche a nudo, velati da una garza nera. «Avanzano verso di voi, le braccia distese», e la faccia, «sotto il trucco e il sudore, rimane più inespressiva di una statua». Si parla della propria sodomia in pubblico, e a tavola: «Viaggiando per istruirci, e con un incarico governativo, abbiamo considerato nostro dovere dedicarci a questo tipo di eiaculazione». L’occasione non si è ancora presentata, ma Gustave la cerca, nei bagni, dove si pratica. Il deserto è una curiosa distesa viola all’alba, grigia a mezzogiorno e rosa la sera; nella sabbia Flaubert avanza correndo verso la vecchia Sfinge, che esce dalla terra come un cane che si levi. Una scimmia per strada cerca a forza di masturbare un asino, che scalcia; la scimmia stride; ovunque, sentore di spezie. Girando nel bazar, lo scrittore finisce nel quartiere delle puttane, cinque o sei strade di case di fango; le vesti larghe fluttuano al vento caldo; le collane di piastre d’oro «schioccano come carrette». La celebre cortigiana Kuciuk-Hanem si addormenta nella notte con le dita intrecciate alla mano di Flaubert, che sembra soddisfatto delle sue «cinque scopate e tre pompini», ma si affretta a immalinconirsi qualche lettera più in là di aver ritrovato la danzatrice del ventre «cambiata. Era stata malata. Ho fatto una sola scopata». Il clima è pesante; Flaubert assapora tutta quell’amarezza, «è la cosa più importante», cioè è già metafora, e letteratura. Il curatore Franco Rella ha ritagliato in cinquecento pagine il continente di questa corrispondenza (Gustave Flaubert, l’opera e il suo doppio. Dalle lettere, Fazi) con la splendida ansia, da innamorato e da studioso, di restituire un po’ tutto, anche e soprattutto quello che il genio ci ha sottratto, impigliato nella «croce dello stile». La scrittura è infatti qui di straordinaria immediatezza («dopo una giornata passata a tornire una sola e singola frase, si abbandona di notte a lunghe lettere di dieci o quindici pagine», riflette il curatore); c’è un Flaubert istintivamente colorito, gagliardo, e amabile subito. Così, il romanzo sentimentale è tra le zone più visitate di questa scelta. Rella ci guida e ci sorveglia da lontano — nelle note — lungo gli amori di Flaubert; ci ricorda che la frase «via, ti avrò molto amata prima di non amarti più» è stata scritta alla poetessa Colet il giorno dopo il primo amplesso — favorito da una passeggiata in calesse al Bois de Boulogne («mi ricordo l’ondeggiare delle molle»: gli «sballottamenti» che torneranno nella Bovary, e saranno evocati nel processo intentato al romanzo per immoralità). Lasciando lei e Parigi, Gustave trova la madre che lo aspetta alla stazione della loro Rouen; «ha pianto vedendomi ritornare. Tu hai pianto vedendomi partire»: non può spostarsi senza che si spargano lacrime «da entrambi i lati». Evidentemente non sono frasi atte a tenere a distanza una donna, specie col temperamento effervescente di Louise Colet. Lo scrittore Alphonse Karr aveva riso di lei per la relazione con lo studioso, e anche ministro della Pubblica istruzione, Victor Cousin: la poetessa, aveva scritto, è incinta per effetto di una puntura di pappataci T Flaubert Nelle lettere il romanzo mai scritto Il lettore scopre che l’amplesso di Emma in carrozza è ispirato a una storia vera capitata dentro un calesse in un parco parigino. E Gustave ebbe a scrivere con civetteria: “Mi immerdo nella perfezione” (piqûre de cousin). Louise Colet era andata a cercare Karr coltello in mano, e lo aveva assalito per pugnalarlo — lui era riuscito a fatica a disarmarla. In quello stesso primo giorno di lontananza Flaubert la rassicura così: «Questo mese verrò a vederti. Resterò un giorno tutt’intero». Le racconta che ha amato dai 14 ai 20 anni una donna santenne in una “toilette d’amore” rosa pesco) cerca di spezzare quel «ritiro da rinoceronte, perché il dolore deriva dall’attaccamento» — in realtà Gustave difende il lavoro di scrittore, che è una difesa. Cerca di ubriacarsi con l’inchiostro, come gli altri con l’acquavite: perché, scrive a un’ennesima esuberante scrittrice, «sono alto cin- Parla il curatore del nuovo libro In bilico tra luce e tenebra Monsieur Bovary e il suo doppio AMBRA SOMASCHINI IN USCITA La copertina dell’epistolario di Flaubert edito da Fazi Étienne Klein www.raffaellocortina.it senza dirglielo, senza toccarla (sarà la madame Arnoux dell’Education sentimentale); «e in seguito sono stato quasi tre anni senza sentire il mio sesso». Si capisce che Flaubert già rimpiange che lei sia venuta «con la punta del dito a rimescolare tutto questo». Molto più tardi, anche George Sand (i perfidi Goncourt ritraggono la mulatta ses- Sette volte la rivoluzione I grandi della fisica contemporanea crittura notturna, scrittura imperfetta, flusso di coscienza inarrestabile, grafia incandescente: l’altro Flaubert. L’altro Flaubert in 500 lettere. Agli amici, agli scrittori, ai parenti, alle amiche, alle amanti. Lettere corte, lunghe, appassionanti, travolgenti, celebri in Francia (Gallimard, Conard) perlopiù inedite in Italia. Confidenze, osservazioni, appunti, annotazioni. L’epistolario, «la sua opera più grande» secondo André Gide, esce domani rivisto, tagliato, selezionato: Gustave Flaubert, l’opera e il suo doppio. Dalle lettere (Fazi, 500 pagine, 24,50 euro) a cura di Franco Rella, docente di estetica allo Iuav di Venezia. Professor Rella, L’opera e il suo doppiodimostra l’esistenza di un Flaubert scrittore e di un Flaubert confidente? «Flaubert romanziere vuole essere perfetto nella stesura, nella sterminata documentazione (in Madame Bovary le poche pagine dei comizi agricoli lo occupano per tre mesi). Nel romanzo non c’è traccia di Flaubert, delle sue idee, espressi invece nelle lettere. L’epistolario coglie le due facce dello scrittore in un ritratto che nessun biografo ha mai potuto raggiungere». Lo può dimostrare? «Con lo stralcio di una lettera. Chiede a George Sand il primo gennaio 1869: “Troverò il mio soggetto, mi cadrà dal cielo un’idea in sintonia completa con il mio temperamento? Potrei fare un libro in cui darmi tutto intero?” Ecco, il luogo in cui si dà tutto intero è la lettera». Cinquecento selezionate su alcune migliaia. In che modo, quali e scritte a chi? «Sono stato costretto a fare un atto sacrificale. Ho scelto le più significative, quelle che esprimono l’estetica flaubertiana, ho scelto il suo “romanzo nascosto”. Lavorava a Madame Bovary e scriveva a Louise Colet, il suo grande amore. Scriveva agli amici Chevalier, Alfred Le Poittevin, alle amiche e amanti, Léonie Brainne, Madame Roger des Genettes, agli scrittori, Sand, Maupassant, Zola, Goncourt. Alla madre, alla sorella, alla nipote Caroline...». Una scrittura notturna e fluviale? Uno stream of consciousness alla Joyce? «Sì. Flaubert diceva che il romanzo doveva essere perfetto, come il Partenone. Era lì la scrittura assoluta. Le lettere invece, comunicano il suo flusso interiore, il grottesco, il lato basso della vita, il sublime visto dal basso. Un gioco tra perfezione e aspetti oscuri. Flaubert e il suo doppio, l’altro Flaubert». S Repubblica Nazionale DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 que piedi e otto pollici» (un colosso che aveva fatto tremare i Goncourt e il loro prezioso lampadario della camera da pranzo), «ho spalle da facchino e un’irritabilità nervosa da damigella». C’è poi il romanzo dell’amicizia; le parole «ti ho amato a prima vista» o «ho ricevuto la tua lettera tanto desiderata. Mi sono bagnato» sono rivolte a Feydeau, e a Louis Bouilhet. Nulla è dolce come l’amicizia, ah dolce amicizia, sospira a dieci anni, e quando gli amici gli stroncano un po’ allibiti La tentazione di Sant’Antonio, o gli promettono a prezzi irrisori di rivedergli la Bovary, «troppo rimpinzata», lui commenta: «Madornale!», ma non se la prende. In realtà, tutte le manifestazioni di stupidità lo confortano, e lo divertono un mondo. La prima lettera, a nove anni, si apre con la parola bête. Poi sempre riderà dell’imbecillità umana, prima di farne l’inventario nello stupidario di Bouvard e Pécuchet. Anche qui, c’è una ferita autobiografica; «stava per ore con un dito in bocca, assorto, l’aria da scemo», racconterà di lui la nutrice, che sarà, dopo mezzo secolo di dedizione, «coll’abito a scacchi neri che aveva portato la mamma», la straziante cameriera del Coeur simple. Ma la stupidità diventa, lungo tutta la corrispondenza, la più costante lente per osservare il mondo: la facile letteratura, la società, la politica. La noia e il pessimismo lo rendono divinatorio: «l’asinata» del luogo comune non cede davanti alla scienza e alla tecnica, «anzi, con il progresso, progredisce». Ma se la realtà è sordida, lui si ostina a applicarsi alla bellezza: “Mi immerdo nella perfezione». LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39 ORIGINALI In alto, pagine originali del manoscritto dell’inizio e dei primi paragrafi di Madame Bovary A destra, Gustave Flaubert visto da Pericoli Repubblica Nazionale 40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 la lettura Anniversari ‘‘ Alla fine del ’44 lo scrittore non ancora quarantenne sale da Roma verso nord al seguito degli Alleati come giornalista Vede per la prima volta i confusi reparti dell’esercito italiano combattere contro i tedeschi e sente rinascere la speranza La pazienza dei muli MARIO SOLDATI piedi, contro un vento gelido, sotto una pioggia fitta e minuta, scendemmo la collina dov’era la villa del Comando, per una piccola strada tortuosa, solcata da carreggiate di fango, molli e profonde. Ci accompagnava un tenente americano dai capelli rossi, dallo strano viso equino: capo scoperto, maniche di camicia, stivaletti e speroni. Della pioggia non se ne accorgeva neanche. Un tipo così forte, così deciso, che ad osservarlo mentre ci camminava al fianco, il paesaggio appenninico tutto nostrano diventava il Far West. Il deposito dei muli era in fondo alla vallata, in pianura: prati circondati di un semplice steccato, e segnati qua e là dal tronco spoglio di un gelso. I muli stavano all’addiaccio, immobili, a gruppi o in file, e alcuni isolati: immobili quasi tutti, sotto la pioggia, con il pelo dei mantelli bagnato, lustro, appiccicato in ciocche, e scosso di tanto in tanto da un brivido breve, quasi un riflesso nervoso che faceva ancora più solenne quella loro immobilità. Qualcuno pascolava lentamente, muovendosi appena. L’erba, del resto, era calpestata o mangiata, ridotta a uno strato di fango, come quella dei recinti dei giardini zoologici. Ed anche i muli, nella loro quiete e tristezza, ricordavano i bufali del Central Park. Muli d’ogni razza, spiegava il tenente americano: muli di ogni provenienza, confusi e riuniti qui dopo lunghi viaggi e peregrinazioni. Muli di Sardegna, piccoli, bruni; muli della Siria e del Libano, bianchicci e rosei, dal naso camuso quasi semita. Notte e giorno vivono in questo recinto, mangiando la biada che il tenente puntuale fornisce loro, bevono da lunghi truogoli di legno, allineati tra gelso e gelso, in mezzo al prato, e dormono in piedi, allo scoperto, senza alcun pregiudizio della loro salute. Finché sono inviati al fronte, a sostituire i muli morti o feriti delle nostre salmerie. Resistenti, pazienti, tranquillissimi, l’espressione dei loro musi e sguardi ed atteggiamenti non è affatto stupida. È, piuttosto, troppo intelligente: triste cioè, rassegnata, conscia di un destino che nessuno sforzo varrebbe mutare. A guardarli lungamente, noi uomini siamo presi da una certa vergogna: non perché li sfruttiamo o li facciamo soffrire o li uccidiamo: non per questo ma forse perché il loro aspetto ci suggerisce e consiglia, nelle nostre sciagure, un contegno più dignitoso. Ritornammo al Comando. La pioggia era cessata. Di tanto in tanto un raggio di sole rompeva tra le nubi che il vento spingeva veloci. Nel cortile della fattoria, alcuni soldati neri americani facevano la cucina. C’era anche un contadino, che trattava con un sergente bianco della vendita di certi pali per farne steccati. E c’erano tre alpini delle nostre salmerie. I fornelli a petrolio della cucina sibilavano dolcemente, il cuoco nero si affaccendava attorno canticchiando a A r mezza voce, sorridendo il contadino ripeteva al sergente che il numero dei pali era centocinquantatré. A vedere quelle persone, provenienti da luoghi così lontani e diversi, riunite in un piccolo spazio, ci vergognammo della nostra vergogna di poco prima. Dal punto di vista della stella Sirio, la sorte di quegli uomini non era troppo diversa da quella dei muli; ma il loro contegno, l’agitarsi del contadino, la malinconica siesta degli alpini, il gaio sfaccendare dei neri era comunque la prova di una benedizione che non toccava agli animali: la speranza di un tempo migliore. Soldati ep r r o te ario Soldati, corrispondente di guerra. Quando, nell’autunno-inverno del 1944, raggiunge la Linea gotica con l’incarico di descrivere sui giornali l’avanzata delle truppe alleate verso il nord d’Italia, lo scrittore torinese ha trentotto anni ed è già noto sia come letterato che come regista di cinema. Ha al suo attivo una raccolta di racconti, Salmace, un romanzo, La verità sul caso Motta, un libro colmo di umori etico-religiosi, L’amico gesuita. Su tutto spicca America primo amore, un reportage “ragionato” sugli Stati Uniti: Soldati vi si era trattenuto fra il ‘29 e il ‘31. Al ritorno in Italia, il cinema: un lungo apprendistato che portò Soldati «di colpo, da anni di studi letterari e artistici in un ambiente tecnico» e che culminò nel 1941 nella regia di quel Piccolo mondo antico (dal romanzo di Antonio Fogazzaro), che viene considerato il suo film più felice. Questo era Mario Soldati alla soglia dei quarant’anni. Ma i precedenti del lavoro giornalistico di cui qui diamo conto (i due articoli che appaiono in queste pagine sono rimasti inediti per sessant’anni) sono più direttamente politici. Già sulla metà degli anni Trenta lo scrittore era sulla lista degli indagati in quanto antifascista: lo si sospettava di essere collegato al nucleo clandesti- M La guerra di Mario NELLO AJELLO no di Giustizia e libertà. Nel luglio ‘43, caduto provvisoriamente il regime, Soldati diventa fiduciario del Sindacato lavoratori del cinema, “compromettendosi” in maniera ufficiale. Al punto che, sei giorni dopo l’8 settembre, decide di raggiungere l’Italia del sud liberata dagli Alleati. È un viaggio avventuroso. Dura venti giorni, da Roma a Napoli, attraverso paesi semidistrutti dalla guerra, posti di blocco, bombardamenti, scene di desolazione e di paura. Tutti episodi che racconterà più tardi, nel 1947, nel volume dal titolo Fuga in Italia. Scena culminante per Soldati e i suoi compagni di fuga — Leo Longanesi, Dino De Laurentiis, Riccardo Freda, Gabriele Baldini — l’incontro con i primi militari americani, un reggimento di pellirosse in armi, provenienti dall’Oklahoma, che ha luogo in un piccolo centro dell’Avellinese, Torella dei Lombardi. Il romanziere-regista vive l’evento come un’agnizione gioiosa: «L’America lontana, esaltata e invocata, quell’America che mi ricorda la mia adolescenza e la prima prova della mia vita, quell’America è lì, torna a me». Alla fine del ‘44, come dicevo all’inizio, Soldati — di cui in occasione dei cent’anni della nascita i Meridiani Mondadori pubblicano ora il primo volume dell’opera omnia — compie un nuovo viaggio in Italia, stavolta da Roma verso il nord ancora occupato dalle truppe del Terzo Reich. Questo tragitto viene descritto negli inediti che qui pubblichiamo. Esso implica un nuovo incontro con gli anglo-americani Repubblica Nazionale DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41 REGISTA E ATTORE Nella foto grande, Mario Soldati aiuto regista negli anni Trenta In piccolo a sinistra, Soldati negli anni Settanta. Sotto, Soldati attore in uno dei suoi film; regista; con in braccio il figlio Wolfango nel 1948 nella sua casa di Roma. Nella pagina accanto in basso, truppe alleate in cammino in direzione della Linea Gotica nell’aprile 1945 ‘‘ Nel centenario della nascita, ecco due corrispondenze inedite in cui l’Appennino diventa il Far West, gli animali ci insegnano la dignità e la voce muore in gola a un gruppo di militari che tentavano di cantare Il silenzio degli alpini MARIO SOLDATI a stanza, stretta, stretta, lunga, dal soffitto molto basso, è quasi interamente occupata dalla mensa. Un grande fuoco arde nel camino. Gli alpini cantano a squarciagola: Prendi il tuo mulo / e vattene a Monte Sole/ là c’è il tedesco / là c’è il tedesco/ là c’è il tedesco / che la tua patria infetta. Il cappellano accompagna con la fisarmonica. Era a letto, con la febbre a trentanove. Ma si è alzato ed è venuto a suonare in onore a noi giornalisti. È un giovane alto, magro, coi capelli rasi e gli L che risalgono in armi la penisola. Lo scrittore è in veste di giornalista al seguito, appunto, dei “liberatori”, e con l’occhio rivolto soprattutto a quei reparti del Corpo italiano di liberazione che — costituito da personale e mezzi corazzati che erano appartenuti a varie unità del nostro esercito, la Legnano e la Mantova — combattono per la prima volta contro gli ex-alleati tedeschi. Così l’autore stesso rievocherà quell’esperienza: «Scrivevo per L’Avanti! e per L’Unità: il mio articolo usciva lo stesso giorno, e identico, sull’uno e sull’altro quotidiano. Il governo militare alleato aveva concesso un giornalista dal fronte per ciascuno degli altri quattro giornali di partito (Democrazia cristiana, liberali, repubblicani, Partito d’azione) ma ai partiti socialista e comunista aveva concesso un giornalista solo per tutti e due, e quel giornalista ero io!». Entusiasmo, stupore esclamativo. In realtà, al giornalismo Soldati era tutt’altro che nuovo. Lo marchiava, com’è naturale, della sua personalità di narratore immaginoso. «Soldati», ha scritto Emilio Cecchi, «non può agire e vivere se non drogato da certi avvenimenti; e se non capitano da sé, li cerca, li inventa, li provoca». Da America primo amorea Un viaggio a Lourdes (pubblicato nel 1934 sul Corriere padano), ai Taccuini che scriverà per L’Espresso alle Boutique di Mario Soldati che gli ospitava Gaetano Afeltra sul Corriere d’informazione, dai Notes composti per Il Giorno alla collaborazione al Corriere della sera e alle svariate trasmissioni che lo videro in tivù, questo dono che ne faceva un cronista inimitabile emergerà in tante occasioni. Fino a quegli ultimi exploit che furono, per lui, i campionati mondiali del 1982 o l’alluvione in Valtellina, che a ottantun anni lo vide inerpicarsi su un elicottero per meglio descrivere ai lettori del Corriere campagne devastate e umanità in fuga. Una passione speciale anima queste cronache di guerra del ‘44: a lui piemontese, legato agli ideali del Risorgimento, la presenza degli italiani fra coloro che combattono per riunire i due lembi d’Italia sembra un motivo di riscatto, un’occasione di gioia. Colpiscono ancora una volta il suo talento per la metafora e la sua capacità affabulatoria. Sono queste doti a trasformare — il lettore se ne accorgerà — una carovana di muli in marcia attraverso le valli italiane in un esempio di pazienza, tenacia e nobiltà quasi eroiche: è come se quei quadrupedi assumano una parvenza antropomorfica. Ancora una volta, scrivendo, Soldati dà l’impressione di divertirsi. O almeno, vista dal fronte accanto ai “liberatori”, ciò che egli chiamava «la rovina della nostra patria» gli sarà parsa meno amara. occhiali. Suona con gli occhi chiusi, diligentemente, devotamente. Accompagna anche le canzoni più sboccate serio e composto, come se accompagnasse ancora Mira il tuo popolo sull’armonium, ai bambini dell’oratorio. Il capitano, tenore, e il dottore, basso, sostengono il coro. Il capitano è di Cuneo: piccolo, forte, con un pizzetto da capra, spelacchiato ed incolto, l’opposto dei pizzi fascisti. Il dottore è di Genova: alto, ossuto, porta una barba nerissima, lunga e quadrata, una barba assira: in testa ha una strana papalina azzurra, di seta, bassa e rigida, per coprire una ferita. Il coro mi- sto al suono della fisarmonica riempie la piccola stanza, rintrona, travolge. Sembra di stare all’altra guerra. Avete notato che questa guerra, da una parte e dall’altra, se si eccettua Lili Marlene che è poi una canzone disfattista, non ha avuto canzoni? Ma gli alpini, unici, conservano il loro entusiasmo, e inventano nuove parole alle vecchie arie. Monte Sole, ultima propaggine dell’Appennino davanti a Bologna, è ancora in mano ai tedeschi. Istintivamente, gli alpini ricreano l’epopea di Monte Nero. Una valle, dei muli, dei cannoni, una casa come questa dove stiamo adesso, defilata dal tiro dell’artiglieria nemica, e un gran fuoco dentro, e una bottiglia di grappa, e una fisarmonica, e cantare. C’è il tenente M. che è stato venti giorni in linea, a due chilometri di qui, venti giorni a dormire dentro una galleria, nel freddo e nell’umidità. Stamane un collega con un nuovo plotone è andato a dargli il cambio. E adesso lui è qui: è la prima sera che passa al caldo e all’asciutto, dopo venti giorni. Beve, canta e ride, ride continuamente, felice di vivere. Basta guardarlo, per capire che la guerra è bella. La guerra è brutta. Ma se si pensa che la guerra è soltanto brutta, come si fa a vincerla? La guerra è anche bella. Perché la guerra è un modo, o un momento eroico della vita. Un modo, o un momento, in cui la vita è più strettamente collegata alla morte. Gli alpini cantano. A un tratto si apre la porta, ed appaiono tre borghesi. Si arrestano sulla soglia, mentre da fuori entra vento freddo e pioggia. Hanno attraversato le linee, sono stati interrogati dal comando alleato, e poi messi in libertà. Li facciamo sedere tra noi, diamo loro da bere. Parlano delle atrocità commesse dai tedeschi nella regione. In un paese, tra la fine di settembre ed i primi di ottobre, più di cinquecento vittime. Fu anche uccisa una donna con un bambino di soli dieci giorni. In un altro villaggio, venticinque persone furono chiuse in un cimitero e mitragliate. In un altro, sempre nel cimitero, cento persone. Ancora in quest’ultimo paese, le SS estraevano il corpo di un partigiano dalla tomba, dopo un mese che era stato seppellito, e vedendo la stella rossa ancora visibile sul suo petto, lo mitragliavano. Parlano di Bologna, che è ormai in stato d’assedio entro la cerchia delle vecchie mura, per uscire od entrare nelle quali occorre un salvacondotto. Fra i capi italiani che lavorano con i tedeschi parlano di Franz Paliani; e di Certo Tartarotti, capitano delle SS italiane. Quattrocento donne, emigrate da Firenze, armate di tutto punto, e vestite di nero, in pantaloni, girano per la città. [...] Gli alpini non cantano più. Usciamo nella notte, tra la pioggia e il vento. Le batterie alleate sparano da tutte le direzioni, intorno a noi, sotto e sopra di noi, ostinatamente. In alto, a mezza costa sul versante opposto, della vallata, un lume appare e dispare, progredendo lentamente lungo una strada invisibile. Pensiamo a Roma. Ad una frase che avevamo colto a volo, in un crocchio di conoscenti: «Se viene un governo che fa la mobilitazione generale, succede una rivoluzione». Come può un italiano pensare ad una cosa simile? Quelli che si battono, al di là delle linee, in una situazione terribile, con eroico valore, che cosa direbbero di un italiano che vive tranquillo a Roma e preferisce attendere al suo privato interesse anziché partecipare alla guerra in condizioni molto meno scomode e pericolose delle loro? Repubblica Nazionale 42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 Cinquant’anni di carriera, centotrenta film. Il libro-catalogo 2006 di France Cinéma è dedicato interamente a questo “monumento” della cinematografia transalpina, molto amato anche dalle platee italiane. Ne esce il ritratto inatteso di uno straordinario professionista che prese la via delle ribalte e dei set soltanto perché a scuola era “ un disastro” e che ancora odia rivedersi nelle scene girate MARIA PIA FUSCO hilippe Noiret, pericoloso da mezzogiorno alle due» era scritto sullo schienale della poltrona dell’attore sul set di Il postino. È uno dei tanti ricordi italiani che Noiret evoca con una risata: «Erano le ore in cui soffrivo di calo ipoglicemico e potevo esplodere in collere improvvise. Fingevano tutti di averne timore, in realtà non mi prendevano sul serio. C’era un clima bello su quel set, perché c’era Massimo Troisi, con la sua natura delicata e tenera, con la sua dolcezza stoica. Un amico che non ho mai dimenticato», dice l’attore. Gli piace parlare del passato, soprattutto di quello italiano — «perché io amo ridere e gli italiani sanno ridere, non hanno la seriosità compunta dei francesi» —, ma Noiret non guarda indietro «con il sentimento della nostal- «P Come Mastroianni, dice di lui Tornatore, recita “con divina semplicità” SUL SET A centro pagina, un’immagine recente di Philippe Noiret In alto a destra, l’attore su due vecchi set: con Romy Schneider, e con Michel Serrault e la cantante-attrice Dorothée Philippe Noiret gia per il tempo della giovinezza. Non sopporto gli eccessi di spudoratezza e di nudità esibiti in questi anni, ma un po’ di nostalgia mi viene se penso ai giovani che oggi scoprono la sessualità e il corpo femminile senza le difficoltà e i complessi che avevano quelli della mia generazione nell’adolescenza». I ricordi gli servono «per confrontarmi con me stesso, com’ero e come sono. Per esempio la collera. Da giovane era piuttosto violento, sempre pronto a scattare, con il tempo ho imparato a dominarmi. Mi sono fatto una mia filosofia del vivere: soltanto l’amore e la salute sono importanti, a tutto il resto si può rimediare. Il mestiere dell’attore è molto importante, ma non è tutto, vale almeno quanto la mia famiglia, il tempo con gli amici. Ho imparato a non farmi impressionare da niente, è giusto pensare agli altri e ribellarsi contro le ingiustizie del mondo, ma bisogna anche conoscere i limiti delle proprie possibilità di intervento per non cadere nella frustrazione. Ho perfino imparato ad accettare il mio fisico, per anni ho sofferto per il mio aspetto e per il mio peso. Ancora detesto guardarmi sullo schermo, ma è facile cambiare canale». Philippe Noiret ha 76 anni, cinquan- L’astuzia di fare l’attore Repubblica Nazionale DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43 IL LIBRO Il libro-catalogo dell’edizione 2006 di France Cinéma è dedicato a Philippe Noiret e alla retrospettiva che si è tenuta a Firenze all’inizio di novembre. È curato da Aldo Tassone e Joël Magny (Aida edizioni, 289 pagine, 19 euro) e raccoglie interviste rilasciate dall’attore francese nell’arco di una vita, ricordi e immagini di scena dei suoi 130 film e di vita privata, ritirata e lontana dai riflettori. Il libro contiene anche una lunga serie di testimonianze di gente di cinema che svela i segreti e il talento dell’uomo che da molti è stato considerato il più grande attore di Francia. Ma ricco è anche il “versante” italiano della biografia artistica e umana di Noiret che lavorò per registi come Ferreri, Monicelli e Tornatore che ne ricordano la figura. ‘‘ L’unica volta che Mario Monicelli mi ha parlato del film Amici miei era a tavola. La conversazione si è svolta così. «Che pensa della storia?», mi chiede Mario. «È molto buffa e molto triste», rispondo E lui, alludendo al menù, mi fa: «Pasta o minestrone?» Fine della conversazione Ancora oggi detesto vedermi sullo schermo, la mia figura mi dà fastidio... Cercare di non darmi troppo fastidio è un po’ il mio motto. È chiaro che se ho voluto fare l’attore è stato per nascondermi. Gli attori non sono tutti esibizionisti come si crede, molti fanno questo mestiere per timidezza FRANCE SOIR 1997 ta di carriera, centotrenta film con autori di tutto il mondo, francesi e italiani, ma anche Hitchcock, Peter Ustinov, Richard Lester. «Monumento del cinema francese», scrissero alla fine degli anni Ottanta quando uscì La vie et rien d’autre di Tavernier, il regista che lo ha diretto più di chiunque altro. Un bel risultato per uno che è arrivato alla professione di attore «non certo per vocazione, piuttosto come rifugio visto che non sapevo bene cosa fare. A scuola ero un disastro, non mi piaceva studiare, avevo sempre la testa altrove, finché uno dei professori del collegio non mi inserì nelle recite studentesche. Fu come una rivelazione. Non tutti scelgono di recitare per esibirsi, per me, come per molti altri, è stato un modo per nascondersi dietro un altro e superare la timidezza. Quando poi il mestiere è diventato il modo per guadagnare da vivere anche i miei genitori si sono tranquillizzati». Recite studentesche, prima a Lille, sua città natale, poi a Toulouse, corsi di arte drammatica a Parigi fino ad entrare nel prestigioso Teatro Nazionale Popolare di Jean Vilar, «il più prezioso dei maestri» secondo l’attore. Il cinema arriva nei primi anni Cinquanta, piccoli ruoli fino all’incontro con Agnès Varda (La pointe courte), poi con Louis Malle e il personaggio dello stravagante zio Gabriel in Zazie dans le métro. Uomini d’affari disonesti, ministri viziosi, proprietari terrieri arroganti: nella prima parte della carriera sullo schermo i personaggi di Noiret sono spesso antieroi, antipatici, in contrasto con il suo fisico bonario e il sorriso rassicurante. È solo verso la fine degli anni Sessanta, con film come Alessandro il fortunato, che si afferma come simbolo di serenità e di pigrizia, un’immagine che gli fa conquistare i primi successi di pubblico. «Appena ho avuto un po’ di successo mi sono concesso il lusso di fare con i produttori l’attore scomodo, uno di quelli che discutono i contratti chiedendo più soldi. Non l’ho fatto per i soldi ma perché su un set gli attori più pagati sono i più coccolati, riempiti di attenzioni. Non mi sembra giusto. È vero che lo star system ha le sue regole, ma una maggiore equità non sarebbe male». Alla condizione di star Noiret preferisce l’immagine di sé che ha imposto nel tempo, il gentiluomo di campagna che va a cavallo e fuma il sigaro accanto al camino, l’uomo elegante che colleziona scarpe. «Adoro stare nella mia casa di campagna a Carcassonne e andare a cavallo è stato il mio sport preferito. Le scarpe? Quelle fatte a mano sono il mio debole, ho trovato un artigiano fantastico, ha creato un paio di stivaletti ai quali ha dato il mio nome. Non sono un esibizionista, ho ereditato da mio padre il gusto per l’eleganza e per le cose belle. Mio padre lavorava nell’abbigliamento, aveva un ufficio a Faubourg Saint-Honoré vicino a un famoso negozio di scarpe: è lì che ho preso il virus». Elegante, pigro, schivo, solitario: sono gli aggettivi usati più spesso per Noiret. Quanto alla pigrizia, malgrado l’elogio che ne fa spesso, è finta, come era finta la pigrizia di Marcello Mastroianni, l’attore al quale Noiret viene spesso avvicinato per la leggerezza e per il modo di vivere la professione con ironico distacco. Una «divina semplicità», come dice di entrambi Giuseppe Tornatore. Non a caso tra i due nacque un’amicizia profonda e reciproca ammirazione fin dal primo incontro sul set di La grande abbuffata di Marco Ferreri, il film che, malgrado l’indignazione stizzita dei critici francesi, conquistò il pubblico d’oltralpe e non solo. TÉLERAMA 30 agosto 1975 Alfred Hitchcock era affascinante sul piano professionale e appassionante su quello umano. C’era un’autentica reale tenerezza dietro il personaggio che si creava La cosa incredibile è che non diceva una parola del film; la cinepresa però era sempre al posto giusto. Aveva un controllo stupefacente dell’immagine: una volta che ci aveva messo ai nostri posti non c’era più niente da dire PREMIÈRE novembre 1987 Invecchiare è terribilmente scocciante, ma bisogna farlo, è la vita. La paura è di diventare un vecchio scemo, bisogna fare molta attenzione. Bisogna stare in guardia, perché può capitare all’improvviso. Tutto d’un colpo ti senti parlare e pensi: «Ma questi sono discorsi da vecchio rincoglionito!» INTERVISTA A JEAN-PIERRE LAVOIGNAT agosto 2006 Pigrizia finta perché Noiret, com’era Mastroianni, è amatissimo da tutti i registi per la puntualità e la preparazione con cui arriva sul set e perché «sono sempre pronto a partire, se c’è un film, un autore o un personaggio che mi attirano. Mai, neanche nei momenti critici, ho perso la curiosità per questo mestiere». E in questi ultimi anni in cui il cinema sembra trascurarlo, Noiret è tornato al teatro, otto mesi in scena con Anouk Aimée in Love letters. «Non lo facevo da anni, mi ero allontanato anche per polemica contro tanti registi che mettono in scena le pièces attenti più a dare un segno della propria presenza che a valorizzare il testo e gli attori. È stato emozionante tornare sul palcoscenico e sentire ogni sera il calore degli applausi di una sala piena di ottocento persone». Schivo sì, «ma non sono scontroso. Non amo la mondanità, le serate in mezzo a tante persone più o meno sconosciute, tutte con un bicchiere in mano e un sorriso falso sulle labbra. Frequento gli incontri pubblici solo se necessari al mio lavoro. La verità è che con l’età il mio tempo è diventato sempre più prezioso, non posso sprecarlo, sono troppo occupato a vivere la mia vita tranquilla». La sua vita, aggiunge, è «scandalosamente tranquilla, vivo con la stessa moglie dal 1952. Per il mondo di oggi e per la stampa pettegola sono un pessimo soggetto. Ho avuto la fortuna di sposare la donna più seducente di tutte, è stata lei a darmi sicurezza e, nei momenti di scelte difficili, i suoi consigli sono stati preziosi», dice di Monique Chaumette, che per amore della famiglia — hanno una figlia — ha messo da parte il lavoro di attrice. Malgrado il rapporto talvolta infelice con i critici — «non pretendo di essere immune da errore, ma i critici spesso sono solo maligni; come diceva Cézanne: “Non bisogna chiedere a un artista più di quanto possa fare né al critico più di quanto possa capire”» — raramente di Noiret si è scritto al di fuori del cinema. Neanche per la politica: «Ho il cuore a sinistra ma non sono un militante. E se c’è una cosa che mi fa ridere sono i politici che si prendono troppo sul serio. È incredibile come il potere possa trasformare una persona onesta e perbene in un imbonitore dalle parole vuote. L’unico impegno che ho avuto è stato con Amnesty International, ma questo fa parte della mia vita privata, ho avuto troppa fortuna per non rendere qualcosa». Fortuna è un termine che Noiret usa spesso. «Non sono credente ma ogni tanto sento il desiderio di ringraziare qualcuno, non so chi, per la vita fortunata che mi è stata regalata. Una bella famiglia, un lavoro che amo e che mi permette di vivere bene, infiniti incontri con persone meravigliose che mi hanno arricchito di umanità e di conoscenza. Potevo desiderare di più? È vero, non ho il fisico del conquistatore e non ho mai fatto una commedia romantica, ma tra le mia braccia o nel mio letto sullo schermo ci sono stare le donne più belle del mondo, Romy Schneider, Sophia Loren, Catherine Deneuve, Fanny Ardant, Ornella Muti. Quanti uomini possono vantare la stessa cosa?». L’unica nota di malinconia nella sua bella voce sonora si insinua al ricordo dei tanti amici scomparsi. «Il tempo che passa è triste per le perdite che porta con sé, sento la mancanza di quelli che ho amato e non ci sono più. La morte? Ci penso da quando avevo 25 anni, ogni giorno da cinquant’anni. Ma non è un pensiero che mi fa paura, anzi mi spinge a sentire ancora più forte la gratitudine per la vita fantastica che mi è concesso di vivere». Repubblica Nazionale 44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 i sapori Riti d’autunno itinerari Un fornellino a centro tavola, una marmitta tonda e dentro il liquido che sobbolle e che trasformerà i pezzetti di cibo disposti nei piatti in bocconi golosi. La “fondue”, che sia di origine alpina o mongola, che si basi su formaggio, olio o acqua, è da sempre l’apoteosi del cibo condiviso, la vera summa del “comfort food” Bourguignonne Rapida frittura di matrice francese in un pentolino di olio, aromatizzato con rosmarino, alloro o ginepro. Ingrediente principe, la carne: filetto di manzo o vitellone, in cubetti. Altre scelte: tocchetti di wurstel, gruyère (cottura quasi istantanea), verdura (i pezzi piccoli, cuociono in un paio di minuti) Una patata inserita a freddo mantiene l’olio chiaro Nelle ciotoline, sale grosso, maionese semplice o arricchita con senape, sottaceti, erbe tritate. Il vino? Rosso, strutturato, allegro (Barbaresco, Nero d’Avola) Chinoise La gastronomia cinese prevede un’infinità di varianti, a partire dalle tre ricette-base: Pechino, Shanghai e Canton. Dalla mongola alla shacha, la “hot pot” prevede brodo di pollo o manzo, in cui vengono immerse listarelle di polpa di maiale, seppie, polpettine, filetti di pesce I bocconcini cotti vengono rifiniti in salse, tuorli crudi, erbe tritate, spezie. Il liquido di cottura può avere foglie di tè, boccioli di crisantemo, gamberetti disidratati, peperoncino, latte Si gusta il brodo con riso o spaghetti di soia Chocolat Il cioccolato fondente in scaglie va sciolto con latte e panna, aggiungendo zucchero, caffè, liquore, spezie (cannella, noce moscata, liquirizia, vaniglia) a piacere È importante che la temperatura resti dolce, perché sopra i 50 gradi si bruciano gli aromi primari del cioccolato Con le apposite forchette si intingono frutta secca, disidratata e fresca in piccole porzioni. Golosi i cubetti di pan di spagna, panettone, pane speziato, biscotti, cocco e le scorzette candite Il veterinario Sergio Capaldo ha fondato insieme a Slow Food l’associazione “La Granda”, per la valorizzazione della razza piemontese La sua bourguignonne ideale è a base di scamone, noce e sottofesa della coscia, tagli bovini privi di connettivo e quindi magrissimi Fonduta L’arte di mangiare insieme LICIA GRANELLO uttI a tavola! Meglio se rotonda, o quadrata, perché chi ha le braccia lunghe non se ne approfitti. In mezzo, troneggia un minuscolo fornello, che regge una marmitta tonda. Dentro, a bollire piano, il liquido che trasformerà i tocchetti disposti nei piatti in altrettanti bocconcini bollenti e golosi, golosissimi. Fuori, l’autunno cede all’inverno: vetri appannati, umidità nelle ossa. Gli umori uggiosi contagiano quanto e più del raffreddore. Ma la fondue può il miracolo. Perché questa è l’ineguagliabile bellezza del cibo condiviso: non c’è priorità di servizio, grandi e piccini, maschi e femmine, alti e bassi in grado. Tutti ad attingere alla stessa pentola, nello stesso momento (compatibilmente con l’incrociarsi delle forchettine). Apoteosi del mangiare insieme: impossibile, una volta cominciato il rito, restare estranei all’atmosfera di allegria, morbidezza, calore. Stomaco che si riempie e sorrisi che si allargano. Quando gli americani inneggiano ai cibi rassicuranti dell’infanzia — polpette e polpettoni, zuppe e budini — tralasciano l’elemento fondante del conforto individuale, ovvero la trasformazione in rito collettivo. È la pentola comune — meglio se squisita — la vera summa del comfort food. In un passato nemmeno troppo passato, in montagna — l’intera catena alpina — d’inverno il cibo scarseggiava: orto a riposo, animali a fine lattazione, carne poca, da tener cara, uova col contagocce. In dispensa, pochi alimenti, nemmeno molto appetitosi: patate, formaggi sopravvissuti all’estate, qualche conserva di carne e pesce, l’immancabile pane raffermo, una bottiglia di acquavite. Che altro fare, quando la primavera con il suo carico di cibi freschi è invisibile all’orizzonte e bisogna combattere in una volta sola contro freddo, fame e povertà, se non provare a fondere il formaggio duro sul camino con un poco di liquore, magari strofinare uno spicchio d’aglio dentro il calequon (l’indispensabile marmitta di coccio) per aggiungere sapore? Così trasformata in zuppa, la toma cotta diventa companatico. Basta tenerla vicino al fuoco perché non si raggrumi di nuovo, e inzupparci dentro il pane vecchio — buttarlo è una bestemmia — o metterla a cucchiaiate sulle patate cotte nella cenere o bollite, su quella poca carne messa a seccare in momenti di “grassa”, sulle verdure cotte in estate nell’aceto. È nata così la prima fondue à fromage: T quando si dice che il bisogno aguzza l’ingegno… Se nei ristoranti della Val d’Aosta, terra di fontina, negli ultimi anni la fonduta ha traslocato dalla pentola alle fondine individuali, e in Piemonte è diventata il supporto godurioso al tartufo bianco — incontro memorabile — altrove la tradizione del calequon è rimasta intatta, e viene riproposta in infinite varianti, tante quanti sono i formaggi — soli o assemblati — da mettere a fondere, prima sul fuoco di cucina e poi sul piccolo trespolo da tavola. Dal formaggio alla carne il salto è economico prima che alimentare. Non a caso, l’aggettivo bourguignonne accompagna, dal burro al manzo, alcune tra le preparazioni più importanti e preziose della cucina francese, figlie delle sontuosità culinarie dell’Ottocento, quando i rapporti politici internazionali — storico un duetto gastronomico tra Tayllerand e lo zar Alessandro I, che sancì la nascita delle escargots à la bourguignonne, le lumache al forno — si consolidavano davanti a zuppiere fumanti. Anche oggi, la fondue bourguignonne sancisce il trionfo dei grassi e delle proteine, tra cubetti di carne (dal “facile” filetto ai tagli più colti e succulenti, come scamone e cappello del prete), l’extravergine per la frittura, e le tante salse (a partire da tartara, bernese, cocktail e bourguignonne) di contorno. Così, tra pinguedine e colesterolo in ascesa verticale, abbiamo scoperto la versione “magra”, importata dall’Oriente, dove al posto dell’olio c’è il brodo. Anzi, i brodi, perché a differenza della bourguignonne, alla conclusione del pasto il liquido di cottura si trasforma a sua volta in cibo, arricchito dai tanti bocconcini di carni diverse, pesci e verdure che bollendo hanno “ceduto” parte dei loro umori. In realtà, l’originaria fonduta mongola è figlia della cucina di campo, praticata nel medioevo. Da un accampamento all’altro, senza potersi portare appresso ammennicoli da cucina, i cavalieri mongoli si riunivano intorno al fuoco e mettevano a scaldare i loro elmi rovesciati e colmati d’acqua, scodelle improvvisate dove scaldare sottili strisce di carne. Al termine del pasto, l’acqua era diventata brodo ristoratore, da sorbire prima del sonno o prima di riprendere la cavalcata. Oggi, sottratti all’emergenza del cibo, l’unico vero problema è come afferrare gli spaghettini di soia da assaporare nel brodo finale, scivolosissimi per bacchette e cucchiai. Comportatevi da veri orientali e bevete rapidamente dalla ciotola, possibilmente senza fare troppo rumore. Repubblica Nazionale DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 Chamonix (Francia) Champoluc (Ao) Il crocevia del Cantone dei Grigioni, sud est della Svizzera, “scoperto” dai Grandi dell’economia grazie ai summit degli ultimi anni, è il paradiso degli sciatori. Dal coté francese ha assorbito la tradizione di fondute dolci e salate La capitale dello sci francese, dominata dal Monte Bianco e circondata da ghiacciai, è frequentata anche dai non sciatori, merito di trenini, teleferiche (la più alta del mondo!) e di golosi percorsi gastronomici, a partire dalle fondue à fromage A quota 1.600, nel cuore della Val d’Ayas, ai piedi del monte Rosa, è una delle mete eccellenti dello sci fino a primavera inoltrata. Godibilissime le passeggiate per raggiungere laghi e rifugi. Il rito delle fondute è praticato in ristoranti e rifugi DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE DOVE DORMIRE CASANNA Alteinstrazse 6 Tel. (0041) 0814.170404 Camera doppia da 150 euro, colazione inclusa CROIX BLANCHE 87 rue Vallot Tel. (0033) 04.50530011 Camera doppia da 112 euro, colazione inclusa RELAIS DES GLACIERS (con cucina, apre il 7 dicembre) Route Dondeynaz, Tel. 0125-308182 Mezza pensione da 85 euro a persona DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE DOVE MANGIARE RESTAURANT BAR ALTE POST Berglistutz 4 Tel. (0041) 0814.135403 Chiuso domenica e lunedì, menù da 50 euro L’IMPOSSIBLE 9 Chemin du Cry Tel. (0033) 04.50532036 Chiuso lunedì, menù degustazione da 25 euro BRASSERIE DU BREITHORN (con camere, apre il 5 dicembre) Rue Ramey 26, Tel. 0125-308745 Menù da 35 euro DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE DOVE COMPRARE GOURMET KAECH Talstrasse 33 Tel. (0041) 0814.130850 LE REFUGE PAYOT 166 rue Vallot Tel. (0033) 04.50531871 ALIMENTARI FOSSON Via Chamoux 1, Antagnod Tel. 0125-306610 Bressane Prende il nome dal celebre poulet de Bresse, allevato ibero nella campagna francese di Bourg-en-Bresse e nutrito con farina di mais, grano saraceno e latte Una ricetta prevede che i tocchetti di pollo vengano passati prima nella panna liquida e poi nella chapelure, mollica di pan carrè grattugiata finissima. Dopo la frittura in extravergine, si appoggia il bocconcino su un trancio di pane che ne assorbe l’olio in eccesso e si intinge in salse a base di maionese variamente aromatizzate: scalogno, senape, roquefort, curry Formaggi Le ricette sono tutte alpine In Francia: la Savoyarde (comté, beaufort, emmentaler) e la Jurassienne (comtè fresco e stagionato) In Svizzera la Neuchâteloise, (emmentaler e gruyère) e la Fribourgeoise di solo vacherin. Il pentolino va strofinato con aglio. Il mix di formaggi si arricchisce con kirsch, acquavite, vino. Dentro, pane raffermo, noci, verdura, patate bollite. Due uova ben amalgamate per gli ultimi bocconi Raclette ‘‘ Manuel Vázquez Montalbán ...La fondue vietnamita consisteva in un’equivalente della fondue bourguignonne, ma ... si cuocevano dei pezzetti di pollo, maiale, gambero e calamaro in un brodo leggero.... Ciascun pezzetto di carne o di pesce veniva insaporito in potenti salse piccanti... Da GLI UCCELLI DI BANGKOK ‘‘ Davos (Svizzera) LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45 Nei paesi del Vallese, in Svizzera, il raclette – formaggio di latte vaccino crudo e intero, a pasta semidura – si gusta cotto Il nome deriva da racler; grattare: la superficie si ammorbidisce su uno strumento con morso, che stringe la mezza forma, e piccola griglia superiore, o con palette e fornello. Quando si formano le bollicine, si raschia con un coltello e si adagia sui vari elementi nei piatti: rondelle di patate bollite con buccia, sottaceti, carne salata, salumi. Il vino ideale è il bianco secco Repubblica Nazionale 46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA le tendenze Look e manie DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 Abiti in pvc, stivaletti ultralucidi, ciondoli da bambina, occhiali esagerati: così la moda apre le porte alle eroine made in Japan COLPIRE AL CUORE Le borsette a forma di cuore, griffate Kipling, si portano agganciate al polso e sono molto femminili. Su ogni borsetta è appeso uno scimpanzè di peluche, la mascotte del marchio belga Tornano in vetrina le borse stampate con disegni infantili e gli stilisti portano in passerella modelli variopinti e surreali GIOIE PLASTICHE DIRITTE ALLA META Anche lo stile manga ha la sua versione fetish. Il sandalo argento di Donatella Versace ha la zeppa gigante con grande oblò profilato di bianco SUI TRAMPOLI Per i momenti di seduzione, è indispensabile la scarpa con tacco alto. Il sandalo di Miu Miu è in colore bluette e bronzo BABY COCCOLE Le spillette in plastica delle Superchicche realizzate da Caterina Zangrando fanno parte di una collezione che comprende anche divertenti collane a moda apre le porte alle eroine manga, quelle dei fumetti giapponesi, ragazze sexy, dai molti poteri, impegnate in storie d’amore e tradimenti, con una passione smodata per tutto ciò che fa moda. In Italia, gli stilisti che per primi si sono convertiti all’estetica delle manga-girls, delle lucide protagoniste dei cartoon, sono stati i Dolce e Gabbana. A sorpresa, sulla loro passerella di inizio stagione sono approdate modelle con micro-abiti in pvc e organza, vernice e chiffon, lattice, veli trasparenti, capigliature nipponiche e occhiali stratosferici. «Le eroine manga sono ipermoderne — spiegano i Dolce e Gabbana — piacciono perché sono sexy, ironiche, scattanti. Mostrano le gambe e adorano i colori decisi, come quelli delle carte delle caramelle». Le girl variopinte nate dalla creatività giapponese piacciono anche Francesco Coveri che si è lasciato volentieri sedurre da questa nouvelle vague e propone adesso borse di L È della linea baby di Christian Dior il pupazzetto Dou dou, morbidissimo, con orecchie e occhiali neri Da coccolare EFFETTO BORCHIATO Sono pensate per le manga girls le borse Rubens di Diesel, con la chiusura e le borchie laccate di rosso, da vere fan della moda Manga Belle come un fumetto LAURA ASNAGHI IN CORSETTO L’eroina manga dei Dolce e Gabbana sfoggia un corsetto ipersexy, quasi una scultura modellata sul corpo, che esalta fianchi e seno Il tutto portato con sandali dai tacchi alti e camicia con fiocco seta stampate con “mostriciattoli” che ricordano l’iconografia manga. Tra i cultori del genere c’è anche Alessandro De Benedetti, uno dei giovani talenti delle passerelle milanesi, cresciuto a pane, manga e musica rock. «Nella mia moda un po’ surreale e esoterica — spiega — ci sono spesso piccole streghe, studentesse in versione gothic e lolite super-sexy che ho vestito pensando alle eroine manga». Personaggi che le ragazzine giapponesi imitano con un carico di inventiva e spettacolarità. Ci sono le ragazze ganjiro dalla carnagione chiarissima, con un trucco normale e capelli tinti di biondo modello Candy Candy. Le ganguro perennemente abbronzate (sono fanatiche delle lampade a raggi uv), con capelli ossigenati, rossetto bianco e occhi truccatissimi con ombretto color gesso e quintali di mascara. Le lolite, si travestono da bambine maliziose, con abiti dai colori chiari (rosa o azzurro). Spesso girano con l’orsacchiotto nella borsa e molte osano parrucche bionde con boccoli. Le gothic, infine, sono le più dure, ascoltano la musica metal, vestano abiti d’epoca vittoriana e hanno il volto pallidissimo. In questa fine 2006, insomma, le manga girl non vivono “relegate” nel mondo dei fumetti o nei quartieri di Shibuya e Harajuku di Tokyo, dove si ritrovano per fare shopping di gruppo. Varcano i confini. E in Italia si fanno largo le ragazzine con zeppe alte e colorate, look appariscenti e accessori copiati dai fumetti. Nel corredo manga figurano mega-bracciali, collane fantasiose, orologi, anelli, cerchietti, borse e minigonne. E per rendersi conto di quanto il fenomeno stia prendendo piede dal Nord al Sud, basta andare il sabato nelle librerie specializzate in video e fumetti japan dove si ritrovano i fan del genere. Con il pretesto di comprare le nuove avventure delle loro beniamine, arrivano vestite di tutto punto con mini strepitose, make up vistosi e zeppe da geisha. E, in omaggio alla “febbre manga”, c’è persino un jeans della Firetrap, un marchio inglese di grande impatto creativo. Il loro simbolo è lo gnomo Deadly, un inno al mondo underground nipponico, mescolato all’arte manga, ai tattoo e al linguaggio del corpo, con cui milioni di ragazzi esprimono le loro emozioni e i loro valori. FREDDO POLARE Per ascoltare la musica nelle fredde giornate invernali ecco le cuffie di Simonetta Ravizza per l’Mp3 in volpe polare style FINTA LOLITA Jean Charles De Castelbajac porta in passerella le lolite japan che provocano con maliziose minigonne e magliette baby che riproducono il profilo di una ragazzina con i classici capelli a caschetto PICCOLE FAN Le bambine vanno pazze per la moda sfiziosa e divertente Nella collezione Tim Camino ci sono tante magliette, dai colori accessi, dedicate al trio delle Superchicche Repubblica Nazionale DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006 LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47 LADY OSCAR NAUSICAA RAYHEART Il fumetto esce in Giappone nel 1972 su Shukan Margaret. La serie tv, che ha come protagonista la bella Lady spadaccina, arriva in Italia nel 1979, mentre il manga viene pubblicato nel 1983 L’eroina nata dalla matita di Hayao Miyazaki nel 1982 diventa nel 1984 protagonista del film capolavoro del regista che ha avuto il Leone d’oro alla carriera a Venezia Il manga è stato pubblicato in Italia a metà degli anni ’90 È la storia di Hikaru Shido, Umi Ryuzaki e Fu Hooji tre ragazze che si incontrano durante una gita alla torre di Tokyo e vengono portate a Sephiro, un altro mondo. Il manga è uscito in Giappone nel 1994 e in Italia quattro anni dopo SGUARDO DA PANTERA Le vere ragazze manga non escono mai di casa senza un volto ben truccato e un paio di grandi occhiali dalle lenti scure Il modello rosso di Kenzo si chiama Odontonia ISPIRAZIONE DARK Per le supermanga Fornarina ha creato gli zoccoli con la fascetta in vernice e la fibbia decorata con un cuore e le ossa incrociate Tutto questo per creare un effetto romantico mescolato a tocchi dark Così è nato un successo annunciato Storie dell’altro mondo che stregano i nostri figli LUCA RAFFAELLI BASSO PROFILO Lo stivaletto della Camper, in pelle color bronzo e tacco basso, non può mancare nel guardaroba di una manga girl PRONTI SI PARTE Il casco della Vemar Helmets, della linea Urban, è dedicato alle Superchicche Con un copricapo così, pieno di scritte colorate, non si corre il rischio di passare inosservati Il cosmonauta in oro bianco con fiore monogran è di Louis Vuitton. La griffe francese scherza con il mondo dei manga japan e propone i robot ciondolo in versione anni Settanta FOTO EMMA MORI AMICO ROBOT i sono cose che si possono prevedere anche senza essere maghi e profeti. Per esempio alla fine degli anni Settanta si poteva prevedere l’attuale invasione dei manga, cioè dei fumetti giapponesi, che affollano edicole e fumetterie. Si poteva già quando i cartoni nipponici conquistarono lo spazio televisivo di solito appannaggio dei prodotti americani e anche il cuore dei bambini italiani. A quei tempi non un solo manga veniva pubblicato in Italia, e poco si sapeva del fumetto giapponese. Ma non era difficile immaginare che nel giro di una decina d’anni o poco più, quei personaggi, quelle atmosfere, quelle emozioni nipponiche avrebbero appassionato anche sulla carta i ragazzi cresciuti con la tivù di Mazinga e Heidi. Eppure nessuno lo previde, nessuno ne parlò. Forse era stata sottovalutata la passione per quelle storie provenienti dal Sol Levante. Nonostante il successo irrefrenabile, e nonostante tutte le grandi polemiche che hanno suscitato, troppo spesso si è preferito pensare che tanto i bambini si appassionano a qualsiasi cosa si muova in un teleschermo. Non è vero: e comunque non è stato così. La passione è durata ed è cresciuta con il tempo. I manga (cioè i fumetti) sono arrivati lentamente. Il primo, nel 1990, è stato Akira, fumetto d’autore di Katsuhiro Otomo. Poi, a poco a poco, sono arrivati tutti gli altri, in diversi formati ma soprattutto in quello piccolo tascabile che in Giappone favorisce la lettura anche in treno e in metropolitana. Così come avevano fatto nei cartoni, ma nel fumetto rivolgendosi agli adolescenti, gli autori giapponesi, proprio quelli della cultura considerata la più lontana dalla nostra, hanno saputo capire i nostri ragazzi molto più di quanto siano riusciti a fare statunitensi ed europei. Ne hanno colto le angosce. Hanno drammatizzato il conflitto generazionale, la solitudine, la paura del futuro. Tutto quello su cui il cartone americano aveva cercato di sorridere con Topolino, Bugs Bunny e Braccobaldo. Ma evidentemente, dopo il Sessantotto, su certe cose non era più il caso di scherzare. Questo i genitori italiani non hanno capito, non hanno voluto capire: da qui il rifiuto, spesso generalizzato, a priori. E non solo qui da noi. Perché il successo dell’immaginario giapponese è mondiale. Anche la Francia — che (Giappone a parte) non teme confronti al mondo per quanto riguarda la diffusione di fumetti in libreria — vede più del trenta per cento del mercato in mano agli autori nipponici. E lo stesso in Germania, in Spagna, negli Stati Uniti, perfino in Cina dove adesso si pongono il problema di arginare i personaggi nipponici con le produzioni nazionali. Ma il fatto è che, aldilà delle trame e delle atmosfere, i giapponesi hanno saputo disegnare i personaggi più attraenti e comunicativi. Con i loro occhioni grandi e luccicanti, i nasi e le bocce piccole, certi ammiccamenti provocanti, hanno attraversato le generazioni e modificato il gusto. E c’è poco da criticare, da dire «non mi piace». Se si guardano attentamente i cartoni, se si leggono senza pregiudizi i manga dei nuovi personaggi di grande successo, per ragazzi e per ragazze, da Sailor Moon a Evangelion, da Dragonball a Naruto, si avverte la grande capacità di parlare al cuore dei ragazzi, di conoscerne e sentirne i problemi. Anche quando si racconta d’altro, anche quando si fa avventura o si parla di magie. Perché la cultura occidentale ha molti punti di contatto con quella giapponese (quando si tratta di orgoglio, di appartenenza al gruppo, di competitività) e perché certa drammatizzazione nipponica è la stessa della letteratura per ragazzi europea di qualche tempo fa. Quella che da noi si leggeva prima dell’arrivo dei cartoni giapponesi, che faceva commuovere ed autocommiserare i ragazzi italiani degli anni Cinquanta. Si piangeva sulle pagine di Piccole donne, dei Ragazzi della via Pal o di Senza famiglia. Il quale peraltro, tradotto in cartone giapponese, fu più semplicemente Remì. C Repubblica Nazionale 48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA DOMENICA 19 NOVEMBRE 2005 l’incontro Maestri della medicina A 81 anni il grande oncologo italiano dorme quattro o cinque ore per notte ed è sempre tra i primi al lavoro: “Sono un uomo senza fantasia”, dice di sé. Eppure ha vissuto intensamente, ha fatto sette figli, ha amato moltissimo E ha dedicato l’intera esistenza a battere il cancro Una battaglia che ammette di non avere vinto: “Ho portato solo un po’ di luce nel buio Lo sconfiggeremo. Ma io non riuscirò a vedere il traguardo” Umberto Veronesi i comincia con la metafora della macchina a vapore. Lei si ricorda chi è stato a inventare la macchina a vapore?, mi domanda Umberto Veronesi. Naturalmente no. Allora lui fa: «A me succederà la stessa cosa, tra due generazioni sarò come la macchina a vapore. Nessuno si ricorderà di me, di ciò che ho fatto nella lunga stagione che ha caratterizzato la rivoluzione dell’oncologia». Dimentichiamo sempre più in fretta. Le cose restano, mentre i vivi passano. «Non sono neppure una persona interessante», dice. «A volte sono bugiardo, a volte piango, adoro il poeta Majakovskij e il film Ladri di biciclette di De Sica. Dimenticavo, sono goloso di cioccolato. Non mi viene in mente altro». Si abbandona sulla sedia, incrocia le braccia fra le gambe. Attende. Se dovesse scegliere una frase per descrivere quello che è il suo modo di intendere l’esistenza, credo che non gli dispiacerebbe la seguente: questa è la tua vita e sta finendo un minuto alla volta. Un carpe diem. Dice: «Non vado mai a dormire prima delle due di notte. Mi sveglio verso le sei, sei e mezzo». Quasi ogni sera è al cinema. Tornato a casa scrive una recensione del film. Una pagina, non di più. Gli piacciono i film poveri, e sui poveri. «Sono nato nel 1925, l’anno del delitto Matteotti. Da bambino, ricordo che alle pareti delle nostre stanze erano appese le fotografie di giovani morti in guerra, tutti i caduti erano poveri, venivano dalle campagne. Diventato ragazzo, mi iscrissi al Cine Guf di Milano. Era un covo di oppositori al regime. Mi piacevano i film dei francesi Marcel Carné e Julien Duvivier. Erano film sulla povertà, sul lavoro». Adesso apprezza Crialese, Sorrentino, Tornatore, Garrone. Tutti registi meridionali che parlano di povertà, di lavoro, di disperazione. «Sono un meridionalista convinto. Sul piano intellettuale e artistico il Mezzogiorno è molto più avanti del Nord, ma oggi si crede, sbagliando, che la sola cosa che conta è la produttività economica. un sogno: sconfiggere il cancro. Sa che non lo realizzerà. Va ammirato per questa sua disillusione. Dice: «Ho pensato davvero di farcela. Forse è stata presunzione, forse eccesso di ottimismo. La mia convinzione era nata nei laboratori di anatomia patologica. Ho fatto centinaia di autopsie. Vivere con i morti fa riflettere sui vivi. Grazie a loro ho capito che tutte le malattie hanno una causa. La vita biologica non ha segreti né misteri, ma soltanto qualche enigma che la nostra mente non è in grado di risolvere. Cinquant’anni fa, con una vita davanti, ho pensato di farcela combattendo prima la passività dei medici e dei malati, poi, con le nuove forze della scienza, cercando di svelare l’enigma del cancro. Ho portato solo un po’ di luce nel buio». Lui, oltre a essere uno straordinario comunicatore, cosa che sa e non nasconde affatto («dobbiamo uscire dai nostri ospedali e parlare, parlare»), è anche un “ottimista biologico”. Sostiene che noi umani non siamo molto diversi dai cani, dai cavalli, dalle scimmie. In più di loro possediamo un cervello sofisticato e un linguaggio che siamo riusciti a perfezionare grazie alla conquista della posizione eretta e alla particolare conformazione anatomica della laringe. Certo, faremo ancora grandi cose. «Sconfiggeremo il Coltiviamo un esagerato interesse per il nostro corpo e uno molto più scarso per il nostro cervello Così in giro ci sono troppi corpi e troppo pochi cervelli FOTO GRAZIA NERI S MILANO Un falso valore che ha scavato un solco profondo e non più accettabile tra ricchi e poveri. Il primo messaggio che il governo ha il dovere di trasmettere al Paese è la volontà di rivedere la politica sociale e la redistribuzione del reddito. Abbiamo dimenticato che la Repubblica italiana è fondata sul lavoro, non sul capitale. Stiamo subendo un ribaltamento anche di tipo culturale, coltiviamo un esagerato interesse per il nostro corpo e uno molto più scarso per il nostro cervello. Succede così che in giro ci sono troppi corpi e troppo pochi cervelli». Veronesi è seduto nel suo ufficio di direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia, in fondo a via Ripamonti, periferia di Milano. Non c’è giorno che non sia qui. Arriva sempre alle sette, alle sette e mezzo se il traffico lo rallenta. Alle otto entra in sala operatoria. Nel garage la sua Jaguar xj verde scuro — stesso modello da trent’anni — con gli interni di pelle bianca è tra le prime a occupare un posto. Tornando allo Ieo, a distanza di qualche mese dall’ultima volta, si viene accolti da un nuovo popolo costretto a una sorta di confino. Stanno vicino alla sbarra biancorossa del parcheggio o in fila sul bordo dell’asfalto, immersi nella nebbia come dentro un bicchiere di acqua e anice. Hanno cappotti buttati sopra grembiuli o pantaloni bianchi di tela grezza che scendono sulle scarpe da ginnastica o sugli zoccoli del dottor Scholl’s. Sono medici, infermieri, impiegati. Oppure sono famigliari di pazienti che portano sul volto le tracce della preoccupazione e della speranza che convivono fino alla fine, qualunque sia la fine. Il loro segno di riconoscimento è quella sigaretta che tengono tra l’indice e il medio, o avvicinano alla bocca, o schiacciano sotto la punta della scarpa. Stanno qui, in mezzo a lunghi prati verdi e alle autostrade, possono scorgere qualche mucca che cerca un ultimo filo d’erba e, dall’altra parte, i tir che sbuffano nell’immobilità delle loro interminabili colonne. Stanno qui perché non possono stare in un altro posto. Dal primo ottobre dentro il perimetro dell’istituto è proibito fumare. In quel cartello di divieto c’è tutta l’ostinazione di un uomo molto amato, molto invidiato, molto criticato. Un uomo intelligente e furbo. Un uomo dolce e un po’ cinico. Un uomo bello e anziano. Un uomo timido che sta sempre sui giornali e in televisione. Un ossimoro che cammina, un po’ come tutti coloro a cui una vita non basta e scavano in sé altre esistenze più o meno segrete. Allo Ieo non ho mai visto Umberto Veronesi in giacca e cravatta. L’ho sempre incontrato con il camice verde chiaro da sala operatoria o, come questa volta, con quello bianco che indossa quando è nel suo ufficio. Quella gente lontana dalle sue finestre che succhia avidamente una sigaretta sembra uscita da un libro di Saramago, Cecità. «Si deve lottare sempre contro le cose che ci vogliono uccidere. E non bisogna avere pietà. Le sigarette sono il killer più spietato in circolazione, il principale alleato del cancro». Veronesi aveva cancro. Questo sì. Ma io non riuscirò a vedere questo traguardo. Non riuscirò a vedere la sconfitta del cancro. Se credessi ancora nei miracoli non lo penserei, ma Dio è uscito dai miei orizzonti ed è il tempo a disegnarli adesso. È la realtà del tempo che si riduce davanti a convincermi che non vedrò la fine di questa malattia. Certo, può succedere per caso, anche ora o domani, ma le probabilità diminuiscono giorno dopo giorno. La dimensione della mia fiducia nella possibilità di risalire alle cause di ogni male, per debellarlo, è la stessa di cinquant’anni fa, ma la dimensione del mio futuro no. Ciò che attenua il mio senso di sconfitta è che lascio una generazione di giovani sulla strada giusta per affrontare quella che credo, questo sì, sia l’ultima sfida della malattia. Sto parlando della via del dna. La cellula del cancro ha una vitalità che ci può uccidere, ci vuole eliminare perché lei vuole vivere e moltiplicarsi. È ribelle, anarchica, non segue le regole del resto dell’organismo: lo studio dei geni, le particelle più elementari dal punto di vista biologico, ci condurrà a risolvere l’enigma della sua origine e del suo sviluppo. È, appunto, solo una questione di tempo. D’altra parte, abbiamo fatto più progressi negli ultimi vent’anni che nei duemila precedenti». Umberto Veronesi ha mani nodose, una stretta forte e calorosa. Da contadino. Dice: «Sono uno scettico, non un cinico». E ancora: «Sono un uomo senza fantasia». Eppure, in ottantuno anni si è riempito di vita. L’ha bevuta a grandi sorsi. Ha sette figli e dodici nipoti, ogni domenica a pranzo li invita a casa. Chi può si presenta, chi non c’è non avrà sensi di colpa da espiare. Lui li accoglie come faceva suo padre nella cascina alle porte di Milano nella quale è stato bambino, si è inginocchiato davanti a Dio per recitare il rosario tutte le sere e un giorno si è alzato e quel Dio ha rifiutato per sempre. Due dei suoi figli sono chirurghi, gli altri avvocato, direttore d’orchestra, economista a Chicago e architetto. Anche il più piccolo studia architettura. Un giorno gli chiesero quale fosse il suo primo pensiero del mattino. Lui rispose: la donna. E l’ultimo della notte? La donna. Ha sedotto, è stato sedotto. Qualche sera fa, racconta, si è messo alla scrivania di casa e ha tirato giù due conti: «Ho fatto finora trentamila interventi chirurgici, ma nella mia carriera di medico ho visitato quasi quattrocentomila persone». La maggior parte donne. «Ho scoperto che sono migliori degli uomini. Sono più coraggiose, più aperte sul piano intellettuale, meno conformiste. La donna ha una carica vitale positiva. Ha la capacità, se riesce a usarla, di rimanere una persona senza farsi seppellire dal ruolo che riveste e trasformarsi così in un alieno che non capisce più chi gli sta di fronte. C’è qualcosa nella donna che la tiene saldamente ancorata alla vita di tutti e non la rende estranea a nessuno. Per questo, per esempio, sa essere un ottimo medico». Veronesi ama le donne. Se ne circonda. Qui allo Ieo e nello studio di via Salvi- ni. Lucia, Giusi, Francesca, Donata, Eva, Mariagrazia, Giovanna. Lo coccolano come fossero amanti, madri, sorelle. Il prof qui, il prof là, il prof ha detto, il prof adesso è libero, portiamo un caffè al prof. Per tutte lui è semplicemente il prof. Guai a criticarlo in loro presenza, neppure per scherzo. Dice Veronesi: «Mi sono innamorato tre volte. Da molti anni non mi succede più». È guarito dalla malattia. «L’innamoramento è una forma patologica dell’amore, un sentimento egoista e possessivo. Amare davvero una persona, invece, significa semplicemente volere il suo bene». Non esiste amore senza spavento, scriveva un poeta milanese, Giovanni Raboni. «È vero, amare significa soffrire». Ma non parlategli di fedeltà e infedeltà. «Sono parole che non ho mai usato, chi predica la fedeltà rinuncia alla sua capacità critica. L’infedeltà, lo dico in senso filosofico, non può essere demonizzata. Una coppia che si ama firma un patto sentimentale e umano, stipula un accordo tra le parti. Chi lo rompe è sleale, non infedele. Ed è peggio. Per la slealtà non esiste perdono». Non piace a tutti, ma, assieme a Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, Umberto Veronesi è lo scienziato italiano più conosciuto nel mondo. Dicono che è un egoista e amico soltanto dei poteri forti, ma aveva accettato di candidarsi per il centrosinistra come sindaco di Milano. Poi la sinistra lo ha fregato e lui è stato un signore, neanche una polemica nonostante la ferita e l’amarezza fossero profonde. E pure molto. Il fatto che qualcuno sia morto per una causa non vuol dire che la causa sia giusta, diceva Oscar Wilde. Veronesi ha combattuto anche le battaglie perdute. Liberalizzazione della droga, eutanasia, fecondazione assistita e staminali. È stato un uomo fortunato, impudente e, in fondo, non solo ma solitario. Uno sciamano più che un patriarca. Quand’era giovane cercava la solitudine in montagna, ora che è vecchio preferisce il mare. Un altro infinito, senza ostacoli davanti allo sguardo. Gli piace, soprattutto, staccare l’ombra da terra. «Prendere un aereo e scomparire. Non farmi più raggiungere da nessuno». ‘‘ DARIO CRESTO-DINA Repubblica Nazionale