Domenica
il reportage
Il business del Vietnam “coloniale”
La
di
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
FEDERICO RAMPINI
il racconto
Repubblica
Teschio e tibie, la vera storia dei pirati
STEFANO MALATESTA
Guerre
bambine
I piccoli soldati raccontano
Kalashnikov e granate
invece di giocattoli:
una piaga diffusa
in Africa, ma non solo
Una mostra di disegni
adesso la denuncia
GUIDO RAMPOLDI
prima vista i bambini-soldati dell’Uganda disegnano la guerra come potrebbero disegnarla i nostri figli. Carri armati, elicotteri, spari: sembrano scene
d’un film d’azione. Ma a osservarli un po’, scopri che
quei disegni africani descrivono violenze e scontri
armati come potrebbe solo chi c’è finito dentro. Le
armi, per esempio. Un kalashnikov è esattamente un kalashnikov,
con il caricatore dall’inconfondibile linea curva e la baionetta innestata sulla parte inferiore della canna. Poi: alcune uccisioni sono realistiche. Rivedi la fatica del corpo-a-corpo, lo sforzo che sfigura il volto, le braccia della vittima alzate per tentare di fermare il
machete, insomma la manualità laboriosa che non c’è nei film ma
è familiare a chi ha ucciso o visto uccidere. Soprattutto, in quei disegni trovi quello che di solito non c’è nei disegni con cui i nostri figli raccontano quel che hanno visto solo nei telegiornali: trovi il
sangue. Fiotti, pozze, scie. Sgorga dalle bocche dei morti, gocciola dai ventri degli agonizzanti, allaga la terra intorno ai colli di sgozzati e decapitati. È ovunque. E in alcuni disegni diventa uno scarabocchio frenetico, un tratto ossessivo di matita rossa che inonda e
copre l’intera figura umana, come a voler cancellare, insieme con
quella, anche l’intollerabile ricordo dell’assassinio.
Da secoli i bambini raccontano la guerra molto meglio dei cronisti. Non accade spesso che riescano a farsi ascoltare, ma quan-
A
do accade ci sorprendono con uno stile che vola più alto delle cronache. Di loro si potrebbe dire quel che un filosofo tedesco scrisse dei poeti: vanno dritti a «l’essenza del dolore, della morte e dell’amore di cui è privo questo tempo povero». Per secoli hanno
spiegato cos’era la ferocia semplicemente opponendole il loro
sguardo muto. Quale immagine, quale articolo racconta il nazismo meglio di quella foto polacca, il bambino ebreo con le mani
alzate mentre un SS gli punta il fucile nella schiena? L’SS è grasso
e divertito, il bambino così magro che sembra perso sotto un cappello troppo grande. Eppure fatichiamo a ritrovare nel passato
un’arte consapevole di questa capacità assoluta che ha la figura
del bambino, rappresentare così bene il contrasto tra la dignità
della vittima e l’infamia del carnefice. Sarà perché fino a ieri i bambini apparivano, fin dalla soglia della pubertà, adulti di taglia minore. La Chiesa teneva in sospetto quegli esseri così indisciplinati («innocente è la fragilità delle membra infantili, ma non innocente è l’animo», annnotava sant’Agostino). Non destava scandalo che nella Ginevra calvinista un diciassettenne fosse ucciso
per aver irriso la Vera Fede mediante amputazione della lingua,
taglio d’una mano e rogo a fuoco lento. Fin quando l’umanità è
stata molto povera e la vita precaria, il valore affettivo dei bambini è rimasto così basso che non si riconosceva all’infanzia uno statuto particolare né di conseguenza particolare protezione.
(segue nelle pagine successive)
la memoria
Carolina Invernizio, regina dei best seller
GUIDO CERONETTI e PAOLO MAURI
cultura
Flaubert e il suo doppio in 500 lettere
DARIA GALATERIA e AMBRA SOMASCHINI
la lettura
Gli inediti del reporter Mario Soldati
NELLO AJELLO e MARIO SOLDATI
l’incontro
Umberto Veronesi, un po’ di luce nel buio
DARIO CRESTO-DINA
con una testimonianza di EMMANUEL DONGALA
Repubblica Nazionale
30 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
la copertina
Guerre bambine
Una mostra di disegni dei piccoli ugandesi finiti come combattenti-schiavi
nelle milizie tribali e “riscattati” grazie all’Avsi, un’ong italiana,
sta per essere inaugurata a Milano dalla Fondazione Pubblicità Progresso
Immagini che portano in primo piano una tragedia ancora troppo diffusa
La memoria di sangue
deisoldatiragazzini
GUIDO RAMPOLDI
(segue dalla copertina)
erò negli ultimi due secoli le
cose hanno cominciato a migliorare e oggi non appare più
“normale” che milizie feroci
rapiscano bambini per farne
soldati o servi. Non si può dire che il mondo faccia molto per evitarlo
ma già è cruciale che proprio questo genere di crimini sia all’origine del primo
processo imbastito dalla Corte penale
internazionale (contro il capo d’una milizia congolese). Inoltre è successo qualcosa di paradossale. Per il solo fatto d’essere percepiti non solo come vittime ma
anche come potenziali assassini di adulti, i bambini hanno potuto pubblicare libri sulla guerra: la guerra come la vedono loro. Negli ultimi anni la diaristica degli ex bambini-soldato è diventata quasi
un genere editoriale. All’inizio queste
autobiografie non avevano la freschezza
dell’infanzia e il tono “morale” che le
percorreva sembrava prestato dagli editor delle case editrici. M’ero convinto
che quel tratto moraleggiante fosse un
esorcismo di adulti, come per rassicurarci dal sospetto che qualcosa di spaventoso stesse accadendo ai nostri figli. Che i bambinisoldato fossero cugini dei Columbine
killer, gli inquieti
scolaretti americani che sterminano i
compagni di scuola
con il mitra di papà.
Ma un’ottima giornalista Rai, Monica
Maggioni, ci suggerisce una spiegazione più realistica, e
più atroce: per non
essere ammazzati i
bambini-soldato
sono costretti a compiere azioni spaventose per le quali devono discolparsi a vita. Monica ha parlato a lungo con ex
bambini-soldato ugandesi oggi assistiti
dall’Asvi, un’ong italiana, ma non è riuscita a capire se a renderli così guardinghi fosse ancora la paura o piuttosto «il timore del giudizio»: «Anche quando sopravvivono e tornano a casa questi ragazzi continuano a essere vittime. La prima volta perché sono stati rapiti. La seconda adesso, additati come
responsabili di crimini commessi loro
malgrado».
Per quanto i bambini-soldato non siano affatto un fenomeno moderno, è probabile che nel passato non fossero obbligati ad ammazzare (altri bambini o più
spesso adulti). Questo pare un metodo
recente, indubbiamente astuto: lega il
P
bambino alla milizia convincendolo
d’essere un reietto che non può avere altro posto nel mondo. Ma almeno oggi i
bambini-soldato non sono invisibili
com’erano da tempi immemorabili. E
da quando le loro storie hanno colpito
con forza l’immaginazione di giovani
scrittori africani trapiantati negli Stati
Uniti, riescono perfino a farsi ascoltare.
Oggi ci parlano dalle pagine di romanzi
come Johnny Mad Dog di Emmanuel
Dongala, segnalato dal Los Angeles Times tra i dieci migliori romanzi pubblicati nel 2005, o come il più recente Bestie
senza patria di Uzodinma Iweala, un
ventenne cui tutti pronosticano un futuro straordinario. Sono libri molto crudi,
che guardano alla ferocia delle guerre civili africane con una specie di sguardo
stuporoso, ipnotico. Ma non sono necessariamente uno specchio fedele della condizione del bambino-soldato africano. Iweala è stato ispirato dall’incontro con una ragazzina
ruandese, ma il suo, mi dice,
è un romanzo, non un documento. Però è riuscito a suscitare interesse per un fenomeno che altrimenti il mondo
tende a ignorare, per una ragione che
a Iweala
pare perfino ovvia: «I
bambinisoldato non
hanno un valore economico». Se minacciassero
oleodotti, attentassero alle
rotte del commercio o assaltassero miniere
di minerali preziosi,
allora sì che gli stati
si darebbero da fare
per porre fine al reclutamento.
Non so se Iweala abbia ragione. Quando i bambini-soldato attentano ad interessi forti, in genere rischiano d’essere
fatti fuori nell’indifferenza generale. Lo
dico con cognizione di causa. Leggo in
Johnny Mad Dog che il nome di battaglia
più comune tra le milizie africane è, manco a dirlo, Rambo. Anch’io ho conosciuto una milizia di bambini-soldato con un
Rambo al seguito, ma in Asia. Nella valle
del fiume Kwai, regione birmana al confine con la Thailandia. In quella giungla
dove tutto è gigantesco — bambù altissimi, elefanti, farfalle poderose, sanguisughe porpora penzolanti dai rami, termitai più alti d’un uomo — l’esercito più
piccolo del mondo cercava di sopravvivere alla fanteria birmana, alle granate
dei mortai thailandesi, alle mine anti-uomo, ai cobra, alle malattie, alla fame. Lo
comandavano i leggendari gemelli
Luther e Johnny Htoo, all’epoca noti alla
stampa internazionale come i capi dell’Esercito di Dio. Giornali autorevoli
(Newsweek, Le Monde) ne scrivevano come di un’organizzazione guerrigliera e
Per non essere
ammazzati
devono fare
cose spaventose
per le quali
sono poi costretti
a discolparsi a vita
PENSIERI DI CARTA
Qui sopra il disegno Durante la battaglia è difficile trovare riparo
A sinistra, Senza i ribelli il villaggio è veramente bello. A destra, Fuga dalla guerra
La foto del bimbo che piange è stata scattata in Uganda dall’Avsi
Repubblica Nazionale
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 31
LIBRI E MOSTRE
S’inaugura l’11 dicembre a Milano, in piazza Duomo,
la mostra, promossa e realizzata dalla Fondazione Pubblicità
Progresso in collaborazione con l’Avsi, Bambini-soldato
del Nord Uganda. La rassegna è in programma fino
al 7 gennaio 2007. Tra i libri che raccontano l’orrore
delle guerre bambine segnaliamo: Bestie senza una patria
di Uzodinma Iweala, (Einaudi, 130 pagine, 9,50 euro)
e Johnny Mad Dog di Emmanuel Dongala (Epoché, 323
pagine, 15 euro)
Il combattimento permette di vivere le loro fantasie
Per modello eroi da teleschermo
di nome Rambo, Ninja o Saddam
EMMANUEL DONGALA
i ricordo ancora perfettamente del mio primo incontro con i bambini-soldato della guerra civile del Congo Brazzaville, davanti a uno sbarramento di fortuna che avevano eretto in una stradina. Malgrado la mia paura, fui sul punto
di scoppiare a ridere di un riso nervoso, quando il capo del gruppo interpellò uno di
loro dicendogli: «Ehi, Chuck Norris, dammi una granata». La situazione era quantomeno surreale: nel vicolo di un quartiere poverissimo di una città africana in piena
guerra fratricida, un giovane combattente aveva scelto come nome di battaglia
quello di un attore americano di film di serie B! Dove diavolo lo aveva imparato?
Solo molto dopo mi sono reso conto che non mi sarei dovuto sorprendere del
fatto che quel ragazzo si facesse chiamare Chuck Norris e si ritrovasse senza manifestare emozioni in una milizia, considerando la quantità di videocassette e dvd
pirata che inondano la maggioranza dei paesi del continente africano. In città come Brazzaville o Kinshasa, dove le sale cinematografiche hanno smesso di esistere da un bel po’ di tempo, giovani intraprendenti si guadagnano da vivere
proiettando videocassette pirata. Equipaggiati con televisori e videoregistratori “tropicalizzati” per farli funzionare con batterie di automobili, data la penuria di corrente elettrica, affittano una sala dove proiettano i loro film. Spesso
trasformano in sala di proiezione la loro stessa camera da letto, spingendo un
letto contro il muro qua, un tavolo di là e aggiungendo qualche panca. Per la
pubblicità, fotocopiano le illustrazioni del cofanetto della videocassetta e le
appendono davanti alla sala. Le proiezioni di giorno, dove si ritrovano spesso bambini, costano in genere venticinque franchi Cfa (tre o quattro centesimi di euro, ndr); i prezzi triplicano o quadruplicano se si tratta di film “per adulti”, per non dire porno. Va da sé che non esiste nessuna selezione, tutto quello su cui si
riesce a mettere la mano in questo mercato di prodotti piratati va bene. Ho chiesto a un
giovane di annotarmi i titoli dei film proiettati nel corso di un mese; com’era prevedibile, i più gettonati erano i film d’azione violenti e i film di karatè, seguiti dalle pellicole
di Bollywood. I nomi di Schwarzenegger, Stallone, Chuck Norris e compagnia erano popolarissimi.
Per bambini che non sanno che i film sono “fabbricati”, le violenze “immaginate” dei
film sono reali quanto quelle del mondo reale — Kosovo, Ruanda, Iraq, Sierra Leone…
— che arrivano loro senza mediazione, senza spiegazioni, sui canali satellitari internazionali, che oggi sono captati in tutte le grandi città africane. Questa incapacità di fare
la differenza tra la realtà e la fantasia rende questi bambini particolarmente pericolosi
quando sono arruolati nelle milizie. Sono incoscienti perché non hanno il senso del pericolo, e possono esercitare una grande crudeltà senza rendersi conto della sofferenza
che stanno infliggendo. A questo bisogna aggiungere il loro retroterra culturale africano, la credenza nella magia, questa credenza radicata che con i gri-gri e le pozioni che i
loro capi gli danno da bere diventano invisibili e invulnerabili alle pallottole.
Non sono così ingenuo da credere che questi film, queste immagini, siano le ragioni
che spingono questi bambini a diventare bambini-soldato. La ragione è semmai che
quando lo Stato va in bancarotta, come è successo in Congo, scoppiano dei conflitti, si
instaura il caos e questi ragazzini, o per incitamento dei signori della guerra o per istinto, corrono a impersonare i loro eroi, a vivere direttamente le loro fantasie. E così, nel
conflitto del Congo, i quartieri venivano ribattezzati Sarajevo, Kosovo, Beirut, Kuwait.
Dei combattenti hanno preso come nomi di battaglia Rambo, Ninja, Cobra, Saddam o
Bin Laden. Mentre la generazione dei loro genitori sognava belle auto, grandi case con
piscina e dollari quando sognavano l’America, loro sognano di essere gli eroi di Hollywood… O i figli di Bin Laden.
La grande sfida per la riabilitazione di questi bambini, una volta smobilitati, sarà trovare un mezzo per reinstradare le loro fantasie verso altre visioni, più foriere di futuro e
di speranza. Mostrare loro che alla fine la magia dell’istruzione è più forte della magia
dell’invisibilità o dell’invulnerabilità e che il vero potere, il potere ultimo, è utilizzare il
proprio fucile per proteggere una vita umana.
Emmanuel Dongala, originario della Repubblica Centrafricana, è autore
di“Johnny Mad Dog”, edito in Italia da Epoché , dedicato al tema dei baby-soldato
(Traduzione dal francese di Fabio Galimberti)
M
INFANZIA NEGATA
Qui sopra,
il disegno di Obedi
Francis Robinson
Continueremo
ad andare a scuola
In alto nelle pagine,
lo schizzo a matita
fatto da Auma
Jackline Pa nel 2002
I bambini sono
condotti nei campi
ribelli. A destra,
un bambino soldato
protegge
con l’elmetto
il piccolo che porta
sulle spalle
terrorista, responsabile, tra l’altro, dell’odioso assalto all’ospedale di Ratchaburi e
del sequestro di settecento malati, poi liberati dalle teste di cuoio thailandesi mediante massacro dei sequestratori.
Quando riuscii a scovare i fratelli Htoo
li trovai insieme a quanto restava del loro esercito, un elefante e venti soldati
quasi tutti febbricitanti, chi per malaria
e chi per tubercolosi; cinque non raggiungevano i sedici anni; il più anziano,
Rambo, ne aveva ventotto e una faccia
grigia da malato cronico. Il loro arsenale
era composto da quattro vecchi M16,
due moschetti, un kalashnikov, due roncole, una fionda. Alcuni avevano sandali di plastica; i bambini neppure i sandali, e i loro piedi orlati di fango mostravano tra le dita la pomata arancione applicata sulle ferite.
Quel giorno Luther volle mostrarmi la
sua ottima mira, e poggiato un moschetto sulla testa di una recluta, centrò un alberello a cento metri, proprio nel punto
in cui un soldato l’aveva scortecciato. All’inizio discutemmo di armi. Preferiva il
kalashnikov all’M16 americano, gli pareva più potente e più preciso. Quando
s’accese una sigaretta fabbricata con foglie arrotolate, grossa quanto un havana,
scoprì l’avambraccio su cui erano tatuate le parole «Figlio
di Dio». Invece sulla
camicia mimetica
era stampato «Air
Force One», dicitura bizzarra perché
l’Esercito non aveva alcuna forza aerea, e neppure più
un quartier generale, da quando tre
battaglioni birmani
gli avevano bruciato le tre capanne in
cui dormivano.
Luther aveva rischiato d’essere
ammazzato varie
volte ma non dava peso a questi episodi.
«Qualche volta le pallottole mi sono fischiate vicino», minimizzò con la sua voce sottile. Era un tipo molto simpatico
ma intervistarlo risultava complicato:
quando si stufava, e accadeva spesso,
correva a cercare granchi con le reclute
oppure si rannicchiava tra le braccia di
Rambo. Tutto questo non deve sorprendere perché il comandante Luther aveva
dodici anni. Sembrava anche più piccolo della sua età, e i suoi pantaloncini da
ginnastica profilavano la pancia gonfia
dei bambini denutriti. Poiché non v’è un
esercito al mondo che abbia divise della
sua taglia, la sua camicia mimetica doveva essere di quelle che anche in Thailandia si comprano dai giocattolai perché i figli si divertano a giocare alla guerra.
La leggenda dei due gemelli divini era
molto più grande dell’Esercito di Dio, in
origine la milizia di tre villaggi nel frattempo bruciati dai birmani. Incrociava
antiche leggende del popolo Karen,
oscure profezie, attese messianiche di
missionari cristiani, la disperazione di
un popolo sconfitto. E il gas delle isole
Andamane. I Karen sono sette milioni,
più degli svizzeri. Fino al 1995 la loro organizzazione indipendentista, il Karen
national union (Knu), controllava con le
sue milizie una delle sette province della
Birmania orientale. Poi le trivellazioni
compiute nel mare antistante le isole
Andamane portarono alla scoperta di
immensi giacimenti di idrocarburi. A
quel punto la giunta birmana concluse
accordi con società petrolifere occidentali ed ebbe il denaro per lanciare un’offensiva che travolse l’esercito dei Karen;
questi ultimi divennero manodopera
coatta per il gasdotto delle Andamane,
che oggi passa nel loro territorio.
Fu proprio durante la rotta che nacque la leggenda dei due gemelli divini.
Cominciò quando quattordici Karen, tra
i quali Luther e Johnny Htoo, espugnarono una postazione birmana. L’azione
successiva fu ancora più fortunata, e il
gruppo tornò carico di fucili presi ai nemici (hai ucciso, Luther? «Non so. Ho
sparato, e ho visto corpi sul terreno»). Era
improbabile che da allora i due gemelli
avessero partecipato ai combattimenti
che seguirono, meno fortunati: l’Esercito di Dio aveva subito tredici morti, due
dei quali bambini, e la gran parte dei suoi
soldati s’era sbandata. Però i missionari cristiani che nel
2000 incontrai sul
confine birmanothailandese raccontavano di miracoli: la mano di Dio,
giuravano, protegge Luther e Johnny
dalle pallottole. In
realtà l’Esercito di
Dio era solo un
drappello inoffensivo che cercava di
non farsi ammazzare mentre cacciava
scimmie e linci per
sfamarsi. Ormai erano accerchiati, per
questo il Knu aveva organizzato l’incontro con due giornalisti occidentali: forse
l’intervento dei media avrebbe indotto
le truppe birmane e thailandesi a risparmiare quei poveri fuggiaschi. Un anno
dopo, nel giugno 2001, a Bangkok, lo stato maggiore annunciò la resa del nemico: i due gemelli e i loro compagni s’erano consegnati al glorioso esercito del
Siam. Nel darne notizia la France Press
precisò che Luther e Johnny Htoo erano
«considerati i capi del gruppo estremista». Nel 2004 seppi che Luther era ancora in un campo di raccolta thailandese,
dove s’era appena sposato. Con una ragazza molto bella, come prescrive ai giovani eroi la trama delle favole. Ma le storie dei bambini-soldato non sono favole,
se non per il fatto che pullulano di orchi.
“Bestie senza patria”,
romanzo molto duro
di Uzodinma Iweala,
è stato scritto
dopo l’incontro
con una bambina
ruandese
Repubblica Nazionale
32 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
il reportage
Viaggi rétrò
Gli hotel di Greene e Maugham
restaurati, visite guidate sui luoghi
dell’“Amante” della Duras,
minicrociere nel tragico mare dei boatpeople. Il regime di Hanoi cavalca
il business del turismo di lusso e mette
in scena il teatro di quel colonialismo
che ha odiato e sconfitto con guerre spietate
Così il Vietnam “neo-com”
vende l’Indocina coloniale
me animali da circo negli hotel per stranieri, dove le loro danze folcloristiche fanno da
sfondo ai buffet di ostriche e aragosta.
È di moda il Vietnam “rétrò”. Un paese
immaginario di paradisi perduti, fantasie
erotiche dell’uomo bianco, languori nostalgici da imperi decadenti. Nell’era del
suo boom economico, consacrato in questi giorni ad Hanoi dal maxivertice dell’Apec (Associazione Asia-Pacifico) con
George Bush e Hu Jintao, il regime comunista cavalca il business del turismo di lusso, accoglie a braccia aperte le multinazionali degli ex-invasori, se si chiamano Sofitel o Sheraton e portano visitatori di alta
gamma e portafoglio. Pierre Loti e André
Malraux, Francis Ford Coppola e Oliver
Stone, tutti gli autori della letteratura e del
cinema occidentale che hanno visitato
questi luoghi sono riciclati per contribuire
a una sofisticata menzogna: è la gaudente
ricostruzione di un passato idealizzato, un
paese che recita il teatro del colonialismo
come se dimenticasse di averlo odiato e di
averlo sconfitto in guerre spietate. I francesi sono i primi a comprare questo inganno. Air France li sbarca direttamente da
Parigi ad Hanoi per sorbire all’ora dell’aperitivo un kir royal davanti al teatro dell’opera che è una replica esatta del Palais
Garnier. Li vedi sognare a occhi aperti in
mezzo al fruscio delle cameriere dai fianchi snelli, avvolte negli aderenti ao dai di
seta. Gollisti o di sinistra, dopo qualche
bicchiere al bar si lanciano in appassionate requisitorie contro i bombardamenti al
napalm di Lyndon Johnson, dimenticando che a pochi metri dal loro albergo il governatore francese negli anni Cinquanta
faceva torturare centinaia di prigionieri
politici, uomini donne e anziani.
Nella città di Hue il migliore albergo ha
ripreso il nome della dinastia transalpina
che lo fondò, i Morin. Nelle camere esibisce foto d’epoca della ricca famiglia anche
se oggi è di proprietà di un’azienda statale
vietnamita. Il concierge dell’albergo organizza visite alla vicina piantagione di caucciù per chi vuole rituffarsi negli antichi
splendori ricreati dal film Indochine, con
Catherine Deneuve nella parte della intraprendente latifondista. In omaggio al turista parigino la guida pudicamente sorvola
sul fatto che quel caucciù fu una delle grandi rapine coloniali: 10mila tonnellate prodotte nel solo 1929 nella regione dell’Annam. La gomma di qui fu all’origine della
FEDERICO RAMPINI
Lao Cai il ponte sull’affluente del Fiume Rosso è
attraversato da una folla di
pedoni indaffarati, contadini vietnamiti curvi sotto cesti stracarichi
di frutta, ciclisti con le sporte piene che
dondolano ai lati delle ruote, carretti trainati da buoi, qualche camion di carbone.
Sono oziosi e indolenti solo i poliziotti che
presidiano il confine: ormai i frontalieri
che lasciano Lao Cai e percorrono il ponte
per fare commerci in Cina non hanno
neanche bisogno di un visto.
In mezzo ai segni del nuovo benessere
che dalla Cina contagia il Vietnam non c’è
un solo monumento, non un museo,
neanche una targa che ricordi il ruolo di
questa cittadina nella storia. Sulla ferrovia
a scartamento ridotto nel 1954 arrivavano
gli aiuti cinesi alle truppe viet-minh del generale Giap che umiliarono i francesi nella battaglia di Dien Bien Phu, costringendo la Quatrième République a chiudere ingloriosamente la guerra d’Indocina. Con
la débacle francese venne l’accordo di Ginevra che divise in due il Vietnam lungo il
17° parallelo. Sul ponte di Lao Cai il flusso
di armi da quel momento non fece che aumentare, dalla Cina di Mao verso il compagno Ho Chi Minh: ad Hanoi erano già in
cantiere i piani per invadere il Vietnam del
Sud. Nessuna traccia qui ricorda la solidarietà comunista tra Cina e Vietnam durante la guerra contro l’America, e neppure il
suo tragico capovolgimento. Lao Cai fu
uno dei luoghi martirizzati nel breve ma feroce conflitto del 1979 tra cinesi e vietnamiti, rivali per il controllo sulla Cambogia.
La storia è un fardello ingombrante nel
Vietnam “neo-com” di oggi, il nuovo dragone asiatico invitato di recente con tutti
gli onori nell’Organizzazione del commercio mondiale (Wto).
I turisti occidentali possono evitare le
stanze fetide degli alberghi a ore di fronte
alla stazione, i ratti sui marciapiedi, i vagoni-letto dall’odore di latrina. Per le comitive straniere Lao Cai è solo la breve tappa
d’arrivo del Victoria Sapa Express, lussuoso treno wagons-lits ricostruito nello stile
coloniale. È un gemello dell’Orient Express, i coloni francesi lo usavano nel primo Novecento per sfuggire al caldo tropicale delle pianure e rifugiarsi su queste
montagne a 1.800 metri. Le avevano battezzate “Pyrénées Tonkinoises” (il Tonchino era la parte settentrionale del Paese, nella tripartizione amministrativa decisa dall’impero francese) e nell’aspetto sono tornate ad esserlo da qualche anno. Nella vicina Sapa si riaprono raffinati alberghi francesi restaurati nello stile di allora, un
gradevole incrocio architettonico tra gli
chalet dell’Alta Savoia e l’estetica indocinese. Sulle montagne coltivate a terrazze
dove cresce il “riso che s’incolla”, in mezzo
ai bufali d’acqua, i bambini della minoranza etnica Hmong hanno imparato a dire
hello, bonjour e anche ciao, per esibirsi co-
edili di Saigon, avviata verso lo stesso disastro ambientale di Bangkok o Shanghai.
Ma la voglia di sognare prevale, il Vietnam
onirico ha ormai partorito un genere letterario e giornalistico inarrestabile. Un recente reportage di Matt Gross sul New York Times è stato dedicato al pellegrinaggio nei
luoghi della memoria di Marguerite Duras,
alla disperata ricerca di ogni traccia della
perversa relazione sessuale che la scrittrice
ebbe da adolescente con un ricco cinese.
Non importa se la Chinatown di Saigon
(Cholon) è resa irriconoscibile dall’esplosione del capitalismo: c’è sempre un mercante abbastanza sveglio per “ritrovare”
miracolosamente nella sua soffitta le
foto sbiadite — garantite autentiche
— dell’amante cinese e di altri personaggi del romanzo autobiografico.
L’apice di questa messinscena è
firmato dagli abili gestori dell’hotel
Métropole di Hanoi, il palace glorioso che nella prima metà del Novecento ospitò tutte le celebrità del mondo. Dopo un periodo di decadenza durante il comunismo
di guerra — vi pioveva dai soffitti pieni di buchi e colonie
di topi spadroneggiavano nelle sue cucine
— l’albergo è stato restaurato
nello splendore originario
da una joint
venture tra
una banca
locale e i
francesi di
Sofitel. Parquet in mogano, mobili in tek,
antiche
maioliche
blu incastonate nella parete dietro la reception, la tettoia di
bambù e vimini attorno alla
piscina: tutto è
tornato d’incanto come ai tempi in
cui la piazza di fianco si chiamava
Square Chavassieux, le mogli dei
diplomatici andavano in calesse al
Petit Lac e lo chef si vantava di fare
la miglior bouillabaissemarsigliese
a est del Cairo. Gli ospiti dell’albergo
possono, per una tariffa non proprio
modica, prenotare la suite dove alloggiò Somerset Maugham, o quella di
Graham Greene, o infine dormire nello
stesso letto dove Charlie Chaplin con-
FOTO CORBIS
A
HANOI
fortuna dei Michelin e anche dei lauti profitti della Banque d’Indochine, ai tempi in
cui un usciere francese della banca guadagnava il triplo di un docente universitario
vietnamita.
L’amnesia storica concessa ai turisti fa il
gioco del regime di Hanoi, che ha le sue ragioni per stendere un velo su altre pagine
del passato. A Ha Long, splendida baia marina di montagne carsiche, gli occidentali
sono invitati a vivere per un budget modesto un’esperienza da nababbi. Navigano
nelle calde acque color smeraldo sulle
giunche a vela, con marinai e camerieri
dalla gentilezza squisita, cuochi che cucinano i granchi pescati all’istante. Gli stranieri ignorano che questa placida invasione di mini-crociere di lusso avviene nella
zona che vent’anni fa era il teatro del tragico esodo dei boat-people, tre milioni di disperati costretti a fuggire dalla fame e dalle persecuzioni degli eredi di Ho Chi Minh.
Da quando ha sposato l’economia di mercato, il governo accoglie a braccia aperte gli
emigrati che vogliono tornare, proprio come fece Deng Xiaoping con la ricca diaspora cinese. Ma guai a riaprire le ferite del
passato. Nessuno deve ricordare che negli
anni 1965-75, insieme all’aggressione
americana, ci fu anche una vera guerra civile nord-sud e i vincitori imposero il comunismo soffocando la parte più ricca e
moderna del Paese.
Qualche volta la realtà rovina il revival di
atmosfere coloniali. Malgrado gli sforzi di
fantasia delle agenzie di viaggio, il Mekong
non è più lo scenario selvaggio e tenebroso
del film Apocalypse Nowcon Marlon Brando, quel fiume avvolto nell’insidiosa vegetazione tropicale dove le motovedette Usa
subivano micidiali incursioni dei vietcong
travestiti da pescatori. Quando il regista
francese Jean-Jacques Annaud, per filmare L’amante, ha cercato le acque placide e
sensuali descritte da Marguerite Duras, è
rimasto deluso da un paesaggio «simile a
un’autostrada di Città del Messico». Il delta del Mekong oggi attraversa una regione
di venti milioni di abitanti, con un’agricoltura fra le più produttive del mondo. Il fiume è una metropoli galleggiante, le sue acque inquinate brulicano di chiatte che trasportano cemento e ghiaia per i cantieri
LOTI
MAUGHAM
Sopra, Pierre Loti
A sinistra, un’antica
veduta dell’hotel
Metropole ad Hanoi
Sopra, lo scrittore
Somerset Maugham
A destra, la baia
vietnamita di Ha Long
Repubblica Nazionale
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 33
POSTER LIBERTY
Il poster dell’Esposizione
di Hanoi del 1902-1903
a cura del Ministero
delle Colonie francese
Sopra e in basso,
etichette da bagaglio
e immagini d’epoca tratte
dal libro Sofitel
Metropole Hanoi
di Andreas Augustine
sumò la luna di miele con Paulette Goddard nell’aprile 1936. Nella biblioteca dell’albergo figurano in bella vista le opere del
principe Henri d’Orléans, che nel suo diario di viaggio De Paris à Tonkin à travers le
Tibet inconnu (1891) fu uno dei primi ad
ammaliare i francesi con lo spaesamento
esotico del turismo in Estremo Oriente. Il
management del Métropole non trascura
nessun segmento di clientela, ha un occhio di riguardo anche per la sensibilità
politically correct dei turisti più liberal:
l’opuscolo in carta patinata sulla storia
dell’albergo sottolinea che fra gli ospiti
ci furono le due più famose contestatrici americane della guerra del Vietnam,
l’attrice Jane Fonda detta Hanoi-Jane
e la cantante folk Joan Baez (si deve
presumere, vista la cronologia, che
accettarono di convivere coi topi).
La sofisticata attrazione di questo
restyling coloniale del Vietnam deve
molto alle qualità indubbie dei suoi
abitanti. Sono di una cortesia disarmante con gli occidentali, mai contaminata da tracce di risentimento per il passato (gli americani trasecolano di fronte a tanta simpatia, i francesi la considerano un
normale omaggio alla loro missione civilizzatrice). I vietnamiti
hanno un savoir faire così spontaneo che ancora non sembra
trasformato in professionalità
come in altri paesi del Sudest
asiatico, abituati al turismo da
decenni. Sono per natura più
educati e delicati dei loro vicini cinesi. Questi modi raggiungono
la perfezione nelle donne e
compongono una inebriante
miscela erotica per il maschio
occidentale. Poche ore dopo essere sbarcato in Vietnam, circondato da ragazze discinte
nella discoteca
Apocalypse
Now di Saigon, o
avvolto nei profumi di olio aromatico che una
massaggiatrice gli
spalma
sulla
schiena, l’uomo
bianco di mezza
età si rispecchia
inevitabilmente
nella parte di Michael Caine. L’attore protagonista del
film L’americano
tranquillo, tratto da
un romanzo di
Graham Greene e
ambientato nel 1951,
interpreta il ruolo di
un anziano giornalista che convive con
una splendida fanciulla locale, dolce e desiderabile, accattivante e sottomessa. Lei
naturalmente lo tradirà alla prima occasione andando a letto con uno ben più giovane e più ricco di lui. Good morning Vietnam: business is business.
DURAS
GREENE
Sopra, la scrittrice
Marguerite Duras
A destra, portale
del tempio Kien An Kung
Sopra, lo scrittore
Graham Greene
A destra, l’antica
stazione di Hanoi
Repubblica Nazionale
34 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
il racconto
Verità e leggenda
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
La saga letteraria dei corsari è certamente più lunga,
ricca ed eroica della loro vita reale. Ora viene pubblicato
anche in Italia “Storia generale dei pirati”, scritto
nel Settecento, uno dei libri su cui si fonda il mito
di questa genìa di avidi tagliagole che lettori e spettatori
di ogni epoca vedono piuttosto come simpatici mascalzoni
Sul ponte sventola
bandiera nera
L
STEFANO MALATESTA
a vita letteraria dei pirati è stata più lunga, infinitamente più
confortevole e possibilmente anche più redditizia della vita reale.
Long John Silver, il più famoso filibustiere che abbia mai solcato i
mari della fiction, ha fatto guadagnare in diritti d’autore agli eredi
e alla moglie del suo creatore, Robert Louis Stevenson, l’equivalente del tesoro di cui il pirata stesso andava alla ricerca. Per due o
tre secoli le storie dei pirati e dei corsari hanno costituito uno dei filoni più popolari della letteratura romanzesca e di avventure. Nel 1814 The corsairdi George Byron — una storia letta sui giornali e ispirata alla eroica difesa di New Orleans di Jean Lafitte, un prototipo del romantico “outlaw” che piacerà molto a
Verdi e a Berlioz — vendette diecimila copie in una settimana e si ristampò in
sette edizioni nel giro di un mese. Per un curioso contrappasso due anni più tardi una flotta congiunta anglo-olandese si era presentata davanti ad Algeri, radendo al suolo il porto e affondando decine di quelle velocissime, snelle barche
cariche di velature con le quali i pirati attraversavano in lungo e in largo il Mediterraneo. Un attacco dal quale la pirateria mussulmana non si riprese mai più.
Non so se qualcuno dei Fratelli della Costa, come anche si chiamavano i pirati della Tortuga, sia mai stato consapevole di aver dato vita ad un genere popolare, dove gli eroi sono tutti dei fior di mascalzoni che verranno sostituiti nel
mondo romanzesco, in tempi più moderni, da altri “malamente” e picciotti, i
mafiosi per esempio, altro caso luminoso di delinquenti puri innalzati al ruolo di protagonisti letterari. Il vasto pubblico non solo dei lettori amanti dell’avventura, ma dei cittadini timorati di Dio, ha sempre guardato con un occhio
benevolo queste truci vicende, forse perché erano così imbottite di esotismo e
di inverosimiglianza da renderle irreali e pertanto innocue. Ancora oggi il termine pirata, pronunciato scherzosamente, ma con tono di ammirazione e di
invidia, sta ad indicare un simpatico mascalzone, con
il quale quasi tutti si scambierebbero volentieri...
Il vero eroe dell’Isola del tesoroè Long John Silver, non
il giovanotto Jack Hawkins; e chi non avrebbe dato una
mano a Morgan per andare a saccheggiare Panama,
con tutti quei tesori e quei forzieri rigurgitanti di oro azteco e di argento del Potosì? La modesta furbizia di un
ristoratore dalle parti di Mentone, che negli anni Cinquanta e Sessanta si presentava agli avventori a torso
nudo e con la testa fasciata “a la pirate” da un fazzoletto di seta, ha reso celebre in tutto il mondo il suo locale.
Mi domando se avrebbe avuto la stessa fortuna presentandosi come Jack lo squartatore o il signor Landru
o Scarpuzzedda, quello dei corleonesi che torturava i rivali della banda nell’appartamento di corso dei Mille, a
Palermo.
La maggioranza di queste storie di pirati proviene da
due o tre raccolte, responsabili di quasi tutto quello che
noi sappiamo su di loro, miti ed esagerazioni compresi. Una delle più note è laStoria generale dei pirati, che risale al 1724, firmata da
un capitano Charles Johnson, allora un grande successo, ristampato e ampliato più volte, ora pubblicato anche in italiano. Negli anni Trenta del Novecento il libro, per le sue qualità di scrittura venne attribuito a Daniel Defoe, l’autore di Robinson Crusoe, ma è un’attribuzione indebita ed è rimasto il mistero
di questo autore che nessuno ha mai visto. Per la verità, nel passato, un curioso atteggiamento della storiografia, che considerava l’argomento pirateria secondario, troppo folcloristico e cinematografaro per meritare un analisi seria,
aveva lasciato le avventure di questi signori nelle mani dei fantasisti. Ma da
qualche tempo abbiamo dei sicuri testi di riferimento e uno dei migliori è Under the Black Flag: Romance and reality among the pirates, di David Cordingly,
uscito sette o otto anni fa, che ci ha spianato la strada per sapere quello che è
vero e quello che è falso in queste vicende.
Con una certa sorpresa, dal libro di Cordingly risulta che l’immagine popolare, quella che noi tutti ci siamo fatti dei pirati leggendo libri come la Storia generale o andando da ragazzi al cinema a vedere Captain Blood con Erroll Flynn o Il corsaro dell’isola verde con Burt Lancaster, è rimasta abbastanza fedele per quanto riguarda l’aspetto
fisico, la tipologia del vestiario.
I pirati indossavano, come
tutti i comuni marinai,
una giacchetta corta
color blu infilata sopra
un rude camiciotto,
calzoni spampanati retti da bretelle vistose e
spesso un gilet rosso in soprannumero e il classico fazzoletto, a volte sostituito da una più larga sciarpa, annodato
sopra la testa: una pratica soluzione per difendersi dal
sole implacabile dei tropici. Ogni pirata aveva diverse pistole infilate in un’altra sciarpa annodata alla vita e questa
sovrabbondanza di armi era un’ottima precauzione per continuare a sparare anche se la polvere della prima pistola era bagnata, come succedeva spesso in mare.
Si distinguevano, all’inizio, solo i bucanieri, un termine nato per
definire i cacciatori che si aggiravano nei boschi di Hispaniola dando la caccia ai bovini importati nel Nuovo Mondo dagli spagnoli,
moltiplicati in un numero incredibile per l’assenza ai Caraibi di predatori naturali. I bucanieri, che tagliavano la carne in strisce sottili e la
vendevano dopo averla affumicata, come avevano imparato dagli indiani Arawak (il processo di affumicamento si chiamava boucaner) vestivano tutti con abiti di pelle conciata con i loro escrementi e tra il puzzo che
emanavano e le macchie di sangue che cospargevano questi indumenti, non
avevano un aspetto invitante. Più tardi si stabilirono nell’isolotto della Tortuga, formando una confederazione chiamata “I fratelli della costa”, che non
aveva scopi caritatevoli, come starebbe ad indicare il nome.
Il racconto stupefatto delle imprese di questi manigoldi, per adoperare un
termine usato nel passato nei loro confronti, aveva avuto dei precedenti rispetto alla Storia Generale. La narrazione più antica, in effetti il primo libro che
affrontasse in modo sistematico le vicende piratesche era stato pubblicato più
di cinquant’anni prima in Olanda e poi in Inghilterra, diventando subito un best seller. Si intitolava: Buccaneers of America, di Alexander Exquemelin, un francese di Honfleur, in Normandia, passato alla Tortuga come giovane barbiere,
che aveva servito sotto Henry Morgan e Francois l’Olonese, uno psicopatico
Dai vecchi testi
sulla pirateria
esce un’umanità degradata,
dedita a un assassinio
dopo l’altro, con una ridicola
aspettativa di vita e destinata
in breve alla rovina o alla forca
ALL’ARREMBAGGIO
I disegni di queste
pagine sono tratti
da una serie realizzata
da Gipi nel giugno
2006. Sono dipinti
ad acquarello,
inchiostri
e matite colorate
Repubblica Nazionale
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 35
che torturava tutti i prigionieri con variazioni a seconda del rango. Il metodo
più comune, per semplici marinai, consisteva nello stringere la fronte con una
corda fino a che gli occhi del poveretto non uscivano fuori delle orbite. I personaggi importanti li curava lui stesso, tagliandoli a fette come un pezzo di bue
con un coltello affilatissimo, e poi leccando il sangue rimasto rappreso lungo
il filo della lama. Se qualche lettore si è fatto un’idea romanticizzata dei pirati
come dei simpatici bellimbusti, una lettura anche parziale del libro di Exquemelin gliela farà passare. Perché i singoli ritratti vengono a comporre l’immagine complessiva di un’umanità degradata, priva di qualsiasi orizzonte che
non sia un assassinio dietro l’altro, con un’aspettativa di vita ridicola, e destinata in poco tempo alla rovina finanziaria o alla forca. Oppure eliminata fraudolentemente da quelli che dovevano essere i suoi compagni.
Uno dei pochissimi che si salvò dalla sorte comune è stato Morgan, tostissimo gallese, anche lui accusato da Exquemelin di essere un mostro di depravazione e di crudeltà. Ma il corsaro riuscì a portare l’autore del libro in una corte
inglese, dimostrando come tutti i suoi raid fossero stati autorizzati dal governatore della Giamaica, Sir Thomas Modyford, e vinse la causa per diffamazione ricevendo un sostanziale risarcimento. Tornato a Londra per le proteste degli spagnoli inviperiti, venne immediatamente fatto “sir” da Carlo II e rimandato nelle Indie Occidentali con la nomina a vice governatore della Giamaica.
E qui visse ancora numerosi anni da ricco piantatore, fino a quando le colossali bevute a base di rum che faceva con i vecchi compari del sacco di Panama
non lo portarono alla tomba, senza che le cure di uno stregone africano, che gli
aveva fatto bere la sua urina, riuscissero a salvarlo.
Per quanto possa sembrare incongruo, tra i pirati vigeva una certa democrazia, nel senso che capitano si diventava per scelta della ciurma e comunque
tutte le azioni più importanti e gli obiettivi erano decisi a maggioranza. Questo
non voleva dire che gli uomini con maggiore personalità non s’imponessero,
consapevoli di essere più dotati di tutti gli altri. Erano loro a indossare gli abiti più ricchi e più sgargianti che potevano trovare, riempiendosi di anelli, di
orecchini, di spille, di collane, com’era l’uso del tempo, nel tentativo di rassomigliare a quello che proprio non erano: un gentiluomo.
Bartholemew Roberts, conosciuto anche come
Barbanera, uno dei più irriducibili briganti dei Caraibi e del Sud Atlantico americano, che si diceva
avesse catturato quattrocento vascelli, era diventato il terrore dei piantatori nel Sud degli Stati Uniti.
Messo finalmente in trappola da un giovanotto di
quelle parti, il luogotenente Maynard, si preparò al
suo ultimo scontro con una vestizione degna di un
grande torero, come si legge nella Storia generale:
«Indossò un vestito lungo di damasco rosso, appuntò una lunga penna pure rossa sul suo cappello
a larghe falde, si infilò al collo una pesante catena
d’oro che nascondeva solo in parte una collana a
crocifisso in diamanti». La sua apparizione doveva fare un certo effetto
perché sistemava i suoi capelli lunghi, neri e unti in treccioline che penzolavano sopra la sua faccia. E dal cappello al momento dell’assalto
spuntavano degli zolfanelli che lui accendeva per avere l’aspetto di
un demone uscito in quel momento dal Tartaro.
La sua morte è uno dei classici dell’epopea piratesca, paragonabile a Morgan che prende Maracaibo, o all’Olonese che viene mangiato dai caribe del Darien: «Maynard diede il segnale
ai suoi uomini e questi attaccarono con un coraggio di cui non
si era visto l’uguale. Barbanera e il luogotenente si scambiarono un paio di pistolettate andate a vuoto, passando poi alle
sciabole fino a quando quella di Maynard non si spezzò. Mentre il luogotenente arretrava cercando di riprendere le pistole,
Barbanera gli fu subito addosso con un pugnale e lo avrebbe ammazzato se una sciabolata di uno degli uomini di Maynard non l’avesse raggiunto squarciandogli il petto immediatamente sotto la gola. La lotta continuò fino a quando Maynard non estrasse l’ultima pistola carica, sparandogli a distanza ravvicinata. Il pirata ebbe un sussulto, ma rimase ancora in piedi a combattere per qualche altro istante fino a quando girò su se stesso e cadde sul ponte morto. Gli contarono venticinque ferite solo di arma da taglio. Subito la sua testa fu spiccata dal busto e
appesa al bompresso della corvetta di Maynard, che fece un ritorno trionfale così addobbato».
La storia della pirateria riguarda il mondo intero. Ma solo nel Cinquecento e
in una particolare area, quella dei Caraibi, c’è stata una tale concentrazione di
ricchezza allo stato primario, oro, argento, pietre preziose, dovuta alla caduta
dell’impero azteco, alla requisizione di tutti i metalli preziosi da parte degli spagnoli e all’immediata spedizione verso l’Europa della parte che spettava al re.
I capitani sapevano che in Spagna l’oro non bastava mai e che le loro fortune
erano legate al momento in cui il re o chi per lui entravano realmente in possesso di tutti quei tesori di cui si erano vantati per lettera. Quando si sparse la
voce, due anni dopo la caduta di Tenochtitlan, che un capitano francese, Jean
Fleury, aveva trovato nelle stive di due modeste caravelle spagnole inviate da
Cortez tre enormi ceste cariche di lingotti d’oro appena fusi, 500 libbre di polvere d’oro, 650 libbre di perle, smeraldi, topazi, maschere d’oro tempestate di
gemme, elmetti pure d’oro e preziosissimi mantelli intessuti di piume del quetzal, fu come se per i lupi di ogni nazione e razza fosse arrivato il più potente richiamo della foresta mai sentito. Francesi, olandesi, inglesi si divisero l’Atlantico e il mar dei Carabi a seconda di chi aveva una posizione strategica a terra
migliore di quella degli altri. E il bottino per lunghi anni fu talmente grande che
quando gli spagnoli, per proteggere le loro navi dalle incursioni, cominciarono a organizzare convogli scortati, i pirati decisero di andare a prendere l’oro
direttamente dove si concentrava prima di imbarcarsi: nelle città come Panama o Maracaibo.
Vorrei aggiungere qualche curiosità, per gli amanti del genere. L’età media
dei pirati si aggirava sui ventisei-ventisette anni e, secondo un calcolo accurato, nella prima metà del Settecento le percentuali per nazionalità erano queste: il 35 per cento erano inglesi, il 25 americani, il 20 caraibici, il 10 scozzesi. E
poi francesi, spagnoli, portoghesi, olandesi e qualche africano. Ma in altre isole, che non rientravano nella sfera d’influenza inglese, i francesi e gli olandesi
erano molti di più. C’erano sicuramente anche pirati italiani, ma solo di uno si
è potuto accertare con sicurezza la presenza: Matteo Luca, che aveva catturato tre vascelli inglesi ed era stato poi impiccato a Giamaica. Quanto alla celeberrima bandiera dei pirati, non tutti battevano quella classica con il teschio e
le tibie incrociate. Ce n’erano di rosse e con immagini di cuori che sanguinavano, di coltellacci, di scheletri interi. Solo a partire dal 1730 i pirati francesi,
spagnoli e inglesi concordarono una bandiera unica: «Per evitare spiacevoli
equivoci», dissero.
Per il suo ultimo duello
Barbanera indossò un vestito
di damasco rosso, appuntò
una lunga penna rossa
sul cappello, si infilò al collo
una catena d’oro
e un crocifisso di diamanti
IL LIBRO
S’intitola Storia generale
dei pirati (Cavallo di ferro,
432 pagine, 16,50 euro)
e il suo autore,
il fantomatico capitano
Charles Johnson,
è stato probabilmente
egli stesso un pirata
del XVIII secolo
Racconta, a metà
tra realtà e finzione,
e con dovizia di immagini,
le vite e le peripezie dei più
terribili e pericolosi corsari
da Capitan Kidd a Barbanera,
da Anne Bonnie a Capitan
Morgan, ladri, mercenari
e anarchici eroi del mare
Il volume sarà nelle librerie
dal 24 novembre
Repubblica Nazionale
36 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
la memoria
Alte tirature
La Invernizio, autrice di incredibile successo
di oltre 130 romanzi popolari ottocenteschi a fosche
tinte, moriva nel novembre di novant’anni fa
Gramsci la definì “un’onesta gallina”, fu oggetto di feroci
battute da parte di critici e letterati. Eppure i suoi titoli
si trovano ancora oggi facilmente nelle librerie...
Carolina, la Madamin
che faceva leggere l’Italia
PAOLO MAURI
a prima stranezza è che, a
novant’anni dalla morte,
avvenuta il 27 novembre
1916, si trovino ancora facilmente i suoi libri in libreria: Il treno della morte; Lara, l’avventuriera; La via del peccato; La
vendetta di una pazza (tutti in edizione
Mursia, a cura di Roberto Fedi). Non ho
trovato al momento Il bacio d’una morta, che è tra i suoi titoli più noti. Sto parlando di Carolina Invernizio, celebre
ed esecrata scrittrice popolare che sfornava (parliamo all’ingrosso di un secolo fa) romanzi e racconti in continuazione. «Un’onesta gallina», la definì
Antonio Gramsci, una sorta di coniglia
della narrativa azzardò un critico. Era
destinata ai sociologi, molto meno ai
letterati. Correvano battute feroci su di
lei, sembra avesse scritto sciocchezze
del tipo: «Aveva le mani viscide come
quelle di una biscia»; «Con una mano
l’afferrò per la gola e con l’altra le sputò
in viso»; «Ah!, disse il conte in portoghese», ma naturalmente chi ha voglia
di controllare nella prosa dei suoi centotrenta romanzi e più? Non ne varrebbe comunque la pena. Le sue storiacce
mettono in fila un numero spaventoso
di morti, tanto che in famiglia qualcuno controllava per evitare, come accadde, che un personaggio dato per defunto inopinatamente risorgesse.
Ad attirare i lettori (e le lettrici) erano
sicuramente gli intrecci ad effetto, con
colpi di scena continui, agnizioni e
morti violente, ma anche il sesso aveva
la sua parte. La Invernizio amava mettere in scena fanciulle assai graziose e
ingenue che venivano concupite da
vecchi gentiluomini in veste di satiri, o,
variante, da giovani bellimbusti che
dopo aver ottenuto quello che volevano buttavano la maschera e gettavano
le malcapitate nella più nera disperazione, quando non le inducevano a meditare l’estremo gesto.
Sebbene il pudore sia quello dell’epoca e Carolina non sia de Sade, le scene ad effetto non mancano e può capitare (in un romanzo storico ambientato
nella Torino del Seicento) che un condannato all’impiccagione — che naturalmente è innocente — venga torturato e poi portato in giro su una carretta
mentre il boia con le tenaglie roventi gli
strappa carne viva per il piacere della
folla. In un racconto esemplare per esaminare in vitro l’arte della Invernizio
(tra l’altro un volume di racconti, Nero
per signora, a cura di Riccardo Reim e
con prefazione di Sanguineti, è stato
appena ristampato da Editori Riuniti) si
legge la storia di Minuzzola. In poche righe diventa un’orfanella: il padre muore accoltellato, la madre ubriacona, che
la picchiava in continuazione, muore
nel sonno. Minuzzola è allevata da una
parente, detta la Masca, termine che in
piemontese vuol dire strega. Costei è
L
una vera mezzana piena di soldi e di
traffici: sua mira è quella di allevare la
ragazzina per offrirla poi ad un laido
conte pieno di voglie…
Storiacce e successo (la Invernizio
vendeva molto) avevano indubbiamente attratto l’attenzione dei letterati
del tempo. Marino Moretti le dedicò addirittura una poesia in cui dichiarava il
suo amore, dopo aver detto, poco simpaticamente, che aveva un nome da serva. «Seguendo il libro tuo ch’io preferiva/ io li guardava i miei compagni, attento,/ dubbioso ancor della Sepolta viva/ io li guardavo con la faccia smorta,/
con la mia smania di pervertimento,/
dubbioso ancor del Bacio d’una morta».
Marino Moretti pubblicava quella
poesia in una raccolta del 1915. Qualche anno prima Guido Gozzano era andato a casa della scrittrice delle sartine
per intervistarla, insieme ad un giornalista amico, Emilio Zanzi, che molti anni dopo avrebbe rievocato la
vicenda sulla
Gazzetta del
Popolo del 12
agosto 1932 (la
si può più agevolmente leggere nel Sofista
subalpino, un
prezioso volumetto di studi e
documenti
gozzaniani di
Franco Contorbia, pubblicato
nel 1980 dall’Arciere di Cuneo). La Invernizio, racconta Zanzi, abitava in via
Goito ma figurava col suo nome da sposata: Carolina Quinterno, moglie, appunto del colonnello Quinterno. Una
portinaia che sarebbe piaciuta a Fruttero sbarra la strada ai due e commenta in piemontese che se la signora
Quinterno è la scrittrice Invernizio,
quella dei romanzi, lei non ci crede proprio, e aggiunge: «A l’è tanto brava!».
Entrati finalmente in casa i due trovano un appartamento molto ottocentesco con la pendola dorata sotto la
campana di vetro, alle pareti paesaggi
romantici di Giuseppe Falchetti e una
libreria dove, rilegati in azzurro, sono
raccolti i romanzi della Invernizio. La
signora è gentile, ma reticente, maternamente severa. Non vuole che si faccia nessuna festa per essere quasi arrivata al centesimo titolo (questa la scusa per l’intervista) e subito nega a Goz-
zano, che gliela chiede come uno sfacciato cronista, una sua fotografia. «Lei,
Gozzano, è un poeta che ha molto successo tra le signore perché scrive molto
bene, è molto elegante ed è molto giovane: forse sarebbe meglio che ella
pubblicasse la sua fotografia, non la
mia. Io sono una signora per bene: sono la moglie di un colonnello del Commissariato: non sono un’attrice, non
sono una ballerina...».
Ci racconti allora come ha cominciato, chiede Gozzano. «Avevo diciassette
anni. Sono nata nel 1860. Non nascondo l’età. Per disgrazie famigliari dovetti interrompere gli studi che avevo iniziato a Cuneo. Poiché leggevo continuamente romanzi di Dumas, di Ponson du Terrail e di Walter Scott mi venne vaghezza di scriverne uno anch’io.
Mi misi al lavoro e tirai giù, senza una
correzione, la storia dell’avventura di
una ragazza fuggita di casa per amore:
tradita dall’innamorato ritornava, qualche
anno dopo, disonorata e desolata, a cercar
pietà in casa
della madre
piangente.
Mandai il manoscritto ad un
giornale di Torino, esponendo in una lettera il desiderio
che venisse
pubblicato e,
insieme, la speranza di un piccolo compenso. Dopo circa sei mesi…
ricevetti l’annunzio che la Direzione
aveva accettato il romanzo: l’avrebbe
pubblicato a puntate in appendice…».
Per festeggiare, la signora si mise un
abito azzurro ed essendo ospite in villa
da un’amica si pavoneggiò come scrittrice. Morto suo padre nel 1882, dovette fare di necessità virtù e scrivere divenne un mestiere: «Impiegavo a scrivere un romanzo da 200 o 250 pagine
non più di una settimana: non facevo
mai correzioni. La trama la scoprivo
leggendo le cronache giudiziarie». Poi
Carolina si sposò e seguì il marito in giro per l’Italia. Firenze fu la sua seconda
patria e molti suoi libri sono ambientati in una Firenze trasfigurata in Parigi:
una città però «dove non sono mai stata». Ammette, la signora, di avere uno
stile sciatto, ma rivendica di scrivere
sempre cose fondamentalmente mo-
“Se avessi potuto
studiare sarei diventata
una discreta scrittrice:
ma ho fatto solo la quinta
a Cuneo e allora!...
Potevo anche diventare
una brava sarta”
rali. Richiesta dei suoi gusti letterari fa i
nomi di Leopardi, Manzoni, Walter
Scott e, tra i viventi, Verga. D’Annunzio
lo giudica «troppo di lusso» mentre
scaglia un anatema contro Fogazzaro
che scrive «libri brutti, le donne sono
tutte viziose anche se imbevute di
idee religiose e molto educate nel linguaggio e nei gesti…».
Prima del congedo, racconta ancora Zanzi, la Invernizio ci offre un
rosolio squisito e mostra una sua
foto fatta a Roma quando aveva
trent’anni. «Volto gentile e pensoso da maga buona». Dopo una domanda sul teatro e sui suoi gusti,
la curiosità inevitabile: ha guadagnato molto? «Bisogna calcolare», risponde la Invernizio, «che
colla pubblicazione in appendice e colla pubblicazione in volume nessuna mia opera mi ha
fruttato più di mille lire. Sono
oltre trentacinque anni che
scrivo e tutto quello che ho
guadagnato l’ho messo in casa
per tirare avanti onestamente
la baracca. Bisogna sapere
che la moglie di un colonnello del Commissariato deve
mantenere il decoro della
casa e la sua dignità». Ecco il
decoro che tanto piace alla
portinaia! I due si congedano e vedono, uscendo, un
pappagallo imbalsamato e
una vecchia Singer: la signora si cuciva gli abiti da
sé e commenta: «Se avessi
potuto studiare sarei diventata una discreta
scrittrice: ma ho fatto solo la quinta a Cuneo e allora!... Potevo anche diventare una brava sarta…».
Bel finale molto
(troppo?) gozzaniano,
con Loreto impagliato… Zanzi ha senz’altro sovrapposto il poeta alla scrittrice. Anche ciò che le fa dire è
approssimativo: la
data di nascita vera è
il 1851, il luogo di nascita Voghera (Arbasino le dedicherà un
divertito saggetto unendola a Garibaldi, autore, anche lui, di un feuilleton). A
Firenze ci andò con la sua famiglia e lì
conobbe il futuro marito. Tutto sbagliato? Ci sono casi in cui la realtà pare
proprio solo un dettaglio senza importanza. Strana invece una coincidenza: la Invernizio morì il 27 novembre del 1916, come si è detto, di
polmonite. Il giovane ed elegante
Gozzano l’aveva preceduta, morendo di tisi il 9 agosto di quello
stesso anno.
Repubblica Nazionale
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 37
LA VITA
L’INFANZIA
LO SCANDALO
LE OPERE
LA MONDANITÀ
Il luogo di nascita
è certo: Voghera. La data
è invece controversa
Gli atti dell’anagrafe
vogherese attestano
“1851”; lei ha sempre
detto di essere nata
nel 1858. Le origini
sono borghesi: è figlia
di un funzionario delle imposte
Per una promozione
del padre si trasferisce
nel 1865 a Firenze
Qui frequenta un istituto
magistrale ma nel 1875
viene espulsa per aver
scritto sul giornale
scolastico un racconto
di “perdizione e castigo”,
Amore e morte
Nel 1877 pubblica,
con grande successo
di vendite, il romanzo
Rina, o l’angelo delle Alpi
Ne seguiranno oltre 130,
apparsi su quotidiani
o pubblicati
dall’editore Salani
Uno di questi verrà messo
all’Indice dal Vaticano
Nel 1881 sposa
un ufficiale
da cui ha una figlia
Grande amante
della mondanità
ama invitare nel suo salotto
Nel 1886 si trasferisce
a Torino e nel 1914
a Cuneo. Muore
nel 1916 di polmonite
la lettera
Ma allora anche Tolstoj
veniva “inverniziato”
GUIDO CERONETTI
ome non bastassero, ogni anno, i centenari commemorativi, stanno avanzando adesso anche i
novantennari. Paura di non arrivare a tempo? Di
essere preceduti? Colonne e frequenze disoccupate?
Come scrittore mi rallegro: non dormirò cent’anni, appena saranno novanta scatterà la riscoperta, qualcuno
dirà che non meritavo tanto oblio e si organizzerà fin
dall’anno prima il Convegno, parteciperanno i più bei
nomi della Cultura futura, tirati giù dalle loro astronavi, ospitati e compensati bene.
Oggi il novantennario tocca a Carolina Invernizio,
nata a Voghera e morta a Cuneo, a sessantacinque anni, a lungo vissuta a Torino, autrice di una sequela di romanzi, tutti di un’illeggibilità senza ombre, eppure alonata di popolarità e tirature per decenni di Belle Epoque, quando Zola e Hugo erano spacciati in Italia in traduzioni che riducevano anche dei così grandi autori al
rango Carolina. E mettiamoci anche Tolstoj, Dostoevskij, Conrad, Dickens... Quei traduttori da fame inverniziavano tutto quel che toccavano, Mida alla rovescia,
nessuno si salvava...
Ma l’accanita Madamin piemontese non rispunta
oggi da novant’anni di meritato oblio: ha avuto edizioni recenti con fior di prefazioni dotte, qualcuna delle
sue storie è stata trasposta a metà del secolo in adeguati fotogrammi (forse ce ne sono locandine al Museo del
Cinema di Torino), nella terza divisione del Cimitero
maggiore di Torino, il luogo dei torinesi e piemontesi famosi, ne riposano gli ossicini. E accanto a lei c’è il grande Fred Buscaglione, c’è Antonio Fontanesi e c’era, prima che lo trasportassero a Santo Stefano del Belbo, Cesare Pavese! Di livello conforme, invece, l’antropologo
Lombroso, il pittore Giacomo Grosso... Nel famedio,
con la Carolina, c’è anche lo scultore Davide Calandra
di cui, a Torino, la via omonima mantenne viva la memoria in città finché la sua attrazione suprema furono i
numeri civici 13 e 15 illuminati bene, in cui abitavano a
turno una trentina di meretrici, prone ai desideri dei lettori maschi sia dell’Invernizio che dell’autorevole Gazzetta del Popolo, o in edizione Nerbini della storia dell’assassino Raskolnikov, che davanti a una di loro, di nome Sonia, si era inginocchiato, eleggendola totem di
tutta la sofferenza umana.
Non so quanto spazio il necrologio di Carolina ebbe
sui giornali del tempo: il coccodrillo, mirabile invenzione, traguardo di tutti noi scribi, non era nato ancora.
E l’Italia era distratta da forti grane che si era andata a
cercare sulle Dolomiti e nel Carso, dove dirigeva le operazioni di salasso della stirpe il funesto generale Cadorna, e in quello stesso anno, in luglio, il boia di Vienna,
chiamato in gran fretta, impiccava Cesare Battisti e Fabio Filzi, mentre a Torino, credo in via Cibrario, moriva
anche un poeta che non ho mai amato ma di qualche
merito, quello del Meleto di Agliè, Guido Gozzano.
E mio padre era al suo secondo anno di guerra, in
qualcuna di quelle via via sempre meno ricordate trincee trentine o isontine, dove non si leggeva Il bacio di
una morta e i baci delle madrine vive in lontananza non
bastavano a dare sollazzo, distribuiti dalla censurata
Posta militare. Un evento strano, percepito da pochi
spiriti, si andava producendo: morivano artisti e letterati, e questo era normale, l’anomalia era che stava morendo, tra ultimi getti e slanci, ogni nobiltà della guerra,
e ne abbiamo un memorabile necrologio nei due libretti di meditazioni che scrisse tra 1916 e 1917, a
Bourg-la-Reine, il profetico Léon Bloy.
Tempo... Tempo divorato dal proprio Nume, cessato
tutto, libri sparsi a migliaia sommersi dalle piene, vigilia amara di anni con molta più igiene personale, casalinga, assistenziale (inimmaginabile allora) ma ancora
più ingordo di far cacciare dall’uomo, per ridurlo in
schiavitù e sterminarlo, l’uomo... E la storiografia medica considera il 1916 anno d’inizio della pandemia di
grippe detta Spagnola, partita da Marsiglia e battezzata
allora influenza degli Annamiti, una enorme falce sospesa, più grande della luna, nel cielo dell’Europa.
ANNI TRENTA
A destra in questa
pagina, riedizioni
Salani anni Trenta
di alcuni dei titoli
di maggiore
successo
della Invernizio
PRIME EDIZIONI
A centro pagina, Carolina Invernizio
Qui sopra, il frontespizio
di Paradiso e Inferno, Salani 1888
Più sopra, Il calvario di una donna,
Mazzoni Empoli 1892
A sinistra, La vendetta di una pazza
in edizione Salani 1923
Repubblica Nazionale
FOTO GRAZIA NERI
C
38 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
Esce in Italia per Fazi l’epistolario dello scrittore francese. Uno stile
istintivo, non appesantito dal tormento del genio capace di torturarsi
un giorno intero su una parola e buttare giù di getto nottetempo
decine di pagine, indirizzate a un amico o alla donna che amava. Uno zibaldone
di esperienze, viaggi e avventure erotiche più ampio di qualsiasi educazione sentimentale
DARIA GALATERIA
utti i romanzi che Flaubert
non ha scritto sono nella
fluviale corrispondenza,
tremila e settecento e più
lettere. Il Conte oriental,
per esempio. Flaubert lo ha
composto nelle missive dall’Egitto; ci
sono subito i danzatori «abbastanza
brutti ma affascinanti di corruzione, di
degradazione intenzionale nello
sguardo», femminili nei movimenti: il
«trillo di muscoli», con pube, reni e inizio delle natiche a nudo, velati da una
garza nera. «Avanzano verso di voi, le
braccia distese», e la faccia, «sotto il
trucco e il sudore, rimane più inespressiva di una statua». Si parla della propria sodomia in pubblico, e a tavola:
«Viaggiando per istruirci, e con un incarico governativo, abbiamo considerato nostro dovere dedicarci a questo
tipo di eiaculazione». L’occasione non
si è ancora presentata, ma Gustave la
cerca, nei bagni, dove si pratica. Il deserto è una curiosa distesa viola all’alba, grigia a mezzogiorno e rosa la sera;
nella sabbia Flaubert avanza correndo
verso la vecchia Sfinge, che esce dalla
terra come un cane che si levi. Una
scimmia per strada cerca a forza di masturbare un asino, che scalcia; la scimmia stride; ovunque, sentore di spezie.
Girando nel bazar, lo scrittore finisce
nel quartiere delle puttane, cinque o sei
strade di case di fango; le vesti larghe
fluttuano al vento caldo; le collane di
piastre d’oro «schioccano come carrette». La celebre cortigiana Kuciuk-Hanem si addormenta nella notte con le
dita intrecciate alla mano di Flaubert,
che sembra soddisfatto delle sue «cinque scopate e tre pompini», ma si affretta a immalinconirsi qualche lettera
più in là di aver ritrovato la danzatrice
del ventre «cambiata. Era stata malata.
Ho fatto una sola scopata». Il clima è pesante; Flaubert assapora tutta quell’amarezza, «è la cosa più importante»,
cioè è già metafora, e letteratura.
Il curatore Franco Rella ha ritagliato
in cinquecento pagine il continente di
questa corrispondenza (Gustave Flaubert, l’opera e il suo doppio. Dalle lettere, Fazi) con la splendida ansia, da innamorato e da studioso, di restituire un
po’ tutto, anche e soprattutto quello
che il genio ci ha sottratto, impigliato
nella «croce dello stile». La scrittura è
infatti qui di straordinaria immediatezza («dopo una giornata passata a
tornire una sola e singola frase, si abbandona di notte a lunghe lettere di
dieci o quindici pagine», riflette il curatore); c’è un Flaubert istintivamente
colorito, gagliardo, e amabile subito.
Così, il romanzo sentimentale è tra
le zone più visitate di questa scelta.
Rella ci guida e ci sorveglia da lontano
— nelle note — lungo gli amori di Flaubert; ci ricorda che la frase «via, ti avrò
molto amata prima di non amarti più»
è stata scritta alla poetessa Colet il
giorno dopo il primo amplesso — favorito da una passeggiata in calesse al
Bois de Boulogne («mi ricordo l’ondeggiare delle molle»: gli «sballottamenti» che torneranno nella Bovary, e
saranno evocati nel processo intentato al romanzo per immoralità). Lasciando lei e Parigi, Gustave trova la
madre che lo aspetta alla stazione della loro Rouen; «ha pianto vedendomi
ritornare. Tu hai pianto vedendomi
partire»: non può spostarsi senza che
si spargano lacrime «da entrambi i lati». Evidentemente non sono frasi atte
a tenere a distanza una donna, specie
col temperamento effervescente di
Louise Colet. Lo scrittore Alphonse
Karr aveva riso di lei per la relazione
con lo studioso, e anche ministro della Pubblica istruzione, Victor Cousin:
la poetessa, aveva scritto, è incinta per
effetto di una puntura di pappataci
T
Flaubert
Nelle lettere il romanzo mai scritto
Il lettore scopre
che l’amplesso
di Emma in carrozza
è ispirato a una storia
vera capitata dentro
un calesse in un parco
parigino. E Gustave
ebbe a scrivere
con civetteria:
“Mi immerdo
nella perfezione”
(piqûre de cousin). Louise Colet era
andata a cercare Karr coltello in mano,
e lo aveva assalito per pugnalarlo — lui
era riuscito a fatica a disarmarla.
In quello stesso primo giorno di lontananza Flaubert la rassicura così:
«Questo mese verrò a vederti. Resterò
un giorno tutt’intero». Le racconta che
ha amato dai 14 ai 20 anni una donna
santenne in una “toilette d’amore” rosa pesco) cerca di spezzare quel «ritiro
da rinoceronte, perché il dolore deriva
dall’attaccamento» — in realtà Gustave difende il lavoro di scrittore, che è
una difesa. Cerca di ubriacarsi con
l’inchiostro, come gli altri con l’acquavite: perché, scrive a un’ennesima
esuberante scrittrice, «sono alto cin-
Parla il curatore del nuovo libro
In bilico tra luce e tenebra
Monsieur Bovary e il suo doppio
AMBRA SOMASCHINI
IN USCITA
La copertina
dell’epistolario di Flaubert
edito da Fazi
Étienne Klein
www.raffaellocortina.it
senza dirglielo, senza toccarla (sarà la
madame Arnoux dell’Education sentimentale); «e in seguito sono stato quasi tre anni senza sentire il mio sesso».
Si capisce che Flaubert già rimpiange
che lei sia venuta «con la punta del dito a rimescolare tutto questo». Molto
più tardi, anche George Sand (i perfidi
Goncourt ritraggono la mulatta ses-
Sette volte
la rivoluzione
I grandi della
fisica contemporanea
crittura notturna, scrittura imperfetta, flusso di coscienza inarrestabile, grafia incandescente: l’altro Flaubert. L’altro Flaubert in 500 lettere. Agli amici, agli scrittori, ai parenti, alle amiche, alle amanti. Lettere corte, lunghe, appassionanti, travolgenti, celebri in Francia (Gallimard, Conard) perlopiù inedite in Italia. Confidenze, osservazioni, appunti, annotazioni. L’epistolario, «la sua opera più grande» secondo André Gide, esce domani rivisto, tagliato, selezionato: Gustave Flaubert, l’opera e il suo doppio. Dalle lettere (Fazi, 500 pagine, 24,50 euro) a cura di
Franco Rella, docente di estetica allo Iuav di Venezia.
Professor Rella, L’opera e il suo doppiodimostra l’esistenza di un Flaubert scrittore e di un Flaubert confidente?
«Flaubert romanziere vuole essere perfetto nella stesura, nella sterminata
documentazione (in Madame Bovary le poche pagine dei comizi agricoli lo
occupano per tre mesi). Nel romanzo non c’è traccia di Flaubert, delle sue
idee, espressi invece nelle lettere. L’epistolario coglie le due facce dello scrittore in un ritratto che nessun biografo ha mai potuto raggiungere».
Lo può dimostrare?
«Con lo stralcio di una lettera. Chiede a George Sand il primo gennaio
1869: “Troverò il mio soggetto, mi cadrà dal cielo un’idea in sintonia completa con il mio temperamento? Potrei fare un libro in cui darmi tutto intero?” Ecco, il luogo in cui si dà tutto intero è la lettera».
Cinquecento selezionate su alcune migliaia. In che modo, quali e
scritte a chi?
«Sono stato costretto a fare un atto sacrificale. Ho scelto le più significative, quelle che esprimono l’estetica flaubertiana, ho scelto il suo “romanzo nascosto”. Lavorava a Madame Bovary e scriveva a Louise Colet, il
suo grande amore. Scriveva agli amici Chevalier, Alfred Le Poittevin, alle
amiche e amanti, Léonie Brainne, Madame Roger des Genettes, agli scrittori, Sand, Maupassant, Zola, Goncourt. Alla madre, alla sorella, alla nipote Caroline...».
Una scrittura notturna e fluviale? Uno stream of consciousness alla Joyce?
«Sì. Flaubert diceva che il romanzo doveva essere perfetto, come il Partenone. Era lì la scrittura assoluta. Le lettere invece, comunicano il suo
flusso interiore, il grottesco, il lato basso della vita, il sublime visto dal basso. Un gioco tra perfezione e aspetti oscuri. Flaubert e il suo doppio, l’altro Flaubert».
S
Repubblica Nazionale
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
que piedi e otto pollici»
(un colosso che aveva fatto
tremare i Goncourt e il loro prezioso lampadario della camera da
pranzo), «ho spalle da facchino e
un’irritabilità nervosa da damigella».
C’è poi il romanzo dell’amicizia; le parole «ti ho amato a prima vista» o «ho ricevuto la tua lettera tanto desiderata. Mi
sono bagnato» sono rivolte a Feydeau, e
a Louis Bouilhet. Nulla è dolce come l’amicizia, ah dolce amicizia, sospira a dieci anni, e quando gli amici gli stroncano
un po’ allibiti La tentazione di Sant’Antonio, o gli promettono a prezzi irrisori di
rivedergli la Bovary, «troppo rimpinzata», lui commenta: «Madornale!», ma
non se la prende. In realtà, tutte le manifestazioni di stupidità lo confortano, e lo
divertono un mondo.
La prima lettera, a nove anni, si apre
con la parola bête. Poi sempre riderà
dell’imbecillità umana, prima di
farne l’inventario nello stupidario di Bouvard e Pécuchet. Anche qui, c’è una
ferita autobiografica;
«stava per ore con un
dito in bocca, assorto,
l’aria da scemo», racconterà di lui la nutrice, che sarà, dopo
mezzo secolo di dedizione, «coll’abito a
scacchi neri che aveva
portato la mamma»,
la straziante cameriera del Coeur simple.
Ma la stupidità diventa, lungo tutta la
corrispondenza, la
più costante lente
per osservare il
mondo: la facile letteratura, la società,
la politica. La noia e
il pessimismo lo
rendono divinatorio: «l’asinata» del
luogo comune non
cede davanti alla
scienza e alla tecnica, «anzi, con il
progresso, progredisce». Ma se la
realtà è sordida,
lui si ostina a applicarsi alla bellezza: “Mi immerdo nella perfezione».
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 39
ORIGINALI
In alto, pagine originali
del manoscritto dell’inizio
e dei primi paragrafi
di Madame Bovary
A destra, Gustave
Flaubert visto da Pericoli
Repubblica Nazionale
40 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
la lettura
Anniversari
‘‘
Alla fine del ’44 lo scrittore non ancora
quarantenne sale da Roma verso nord
al seguito degli Alleati come giornalista
Vede per la prima volta i confusi reparti
dell’esercito italiano combattere contro
i tedeschi e sente rinascere la speranza
La pazienza dei muli
MARIO SOLDATI
piedi, contro un vento
gelido, sotto una pioggia fitta e minuta, scendemmo la collina dov’era la villa del Comando,
per una piccola strada
tortuosa, solcata da carreggiate di
fango, molli e profonde. Ci accompagnava un tenente americano dai capelli rossi, dallo strano viso equino:
capo scoperto, maniche di camicia,
stivaletti e speroni. Della pioggia non
se ne accorgeva neanche. Un tipo così forte, così deciso, che ad osservarlo
mentre ci camminava al fianco, il
paesaggio appenninico tutto nostrano diventava il Far West.
Il deposito dei muli era in fondo alla
vallata, in pianura: prati circondati di
un semplice steccato, e segnati qua e là
dal tronco spoglio di un gelso. I muli
stavano all’addiaccio, immobili, a
gruppi o in file, e alcuni isolati: immobili quasi tutti, sotto la pioggia, con il
pelo dei mantelli bagnato, lustro, appiccicato in ciocche, e scosso di tanto
in tanto da un brivido breve, quasi
un riflesso nervoso che faceva ancora più solenne quella loro immobilità.
Qualcuno pascolava lentamente, muovendosi appena.
L’erba, del resto,
era calpestata o
mangiata, ridotta a
uno strato di fango,
come quella dei recinti dei giardini zoologici. Ed anche i muli, nella loro quiete e
tristezza, ricordavano i
bufali del Central Park.
Muli d’ogni razza,
spiegava il tenente
americano: muli di ogni
provenienza, confusi e
riuniti qui dopo lunghi
viaggi e peregrinazioni. Muli di Sardegna,
piccoli, bruni; muli
della Siria e del Libano, bianchicci e rosei, dal naso camuso
quasi semita.
Notte e giorno vivono in questo recinto, mangiando la
biada che il tenente
puntuale fornisce
loro, bevono da
lunghi truogoli di
legno, allineati tra
gelso e gelso, in
mezzo al prato, e
dormono in piedi, allo scoperto,
senza alcun pregiudizio della
loro salute. Finché sono inviati al fronte, a sostituire i muli morti o feriti delle nostre salmerie.
Resistenti, pazienti, tranquillissimi,
l’espressione dei loro musi e sguardi
ed atteggiamenti non è affatto stupida.
È, piuttosto, troppo intelligente: triste
cioè, rassegnata, conscia di un destino
che nessuno sforzo varrebbe mutare.
A guardarli lungamente, noi uomini
siamo presi da una certa vergogna:
non perché li sfruttiamo o li facciamo
soffrire o li uccidiamo: non per questo
ma forse perché il loro aspetto ci suggerisce e consiglia, nelle nostre sciagure, un contegno più dignitoso.
Ritornammo al Comando. La pioggia era cessata. Di tanto in tanto un
raggio di sole rompeva tra le nubi che
il vento spingeva veloci.
Nel cortile della fattoria, alcuni soldati neri americani facevano la cucina.
C’era anche un contadino, che trattava con un sergente bianco della vendita di certi pali per farne steccati. E c’erano tre alpini delle nostre salmerie. I
fornelli a petrolio della cucina sibilavano dolcemente, il cuoco nero si affaccendava attorno canticchiando a
A
r
mezza voce, sorridendo il contadino
ripeteva al sergente che il numero dei
pali era centocinquantatré.
A vedere quelle persone, provenienti da luoghi così lontani e diversi, riunite in un piccolo spazio, ci vergognammo della nostra vergogna di poco prima. Dal punto di vista della stella Sirio, la sorte di quegli uomini non
era troppo diversa da quella dei muli;
ma il loro contegno, l’agitarsi del contadino, la malinconica siesta degli alpini, il gaio sfaccendare dei neri era comunque la prova di una benedizione
che non toccava agli animali: la speranza di un tempo migliore.
Soldati
ep
r
r
o te
ario Soldati, corrispondente di guerra. Quando, nell’autunno-inverno del 1944, raggiunge la Linea gotica con
l’incarico di descrivere sui giornali l’avanzata delle truppe alleate verso il nord d’Italia, lo scrittore torinese ha trentotto anni ed è già noto sia come letterato che come regista di cinema. Ha
al suo attivo una raccolta di racconti, Salmace, un romanzo, La verità sul caso Motta, un libro colmo di
umori etico-religiosi, L’amico gesuita. Su tutto spicca America primo amore, un reportage “ragionato”
sugli Stati Uniti: Soldati vi si era trattenuto fra il ‘29 e
il ‘31. Al ritorno in Italia, il cinema: un lungo apprendistato che portò Soldati «di colpo, da anni di studi
letterari e artistici in un ambiente tecnico» e che culminò nel 1941 nella regia di quel Piccolo mondo antico (dal romanzo di Antonio Fogazzaro), che viene
considerato il suo film più felice.
Questo era Mario Soldati alla soglia dei quarant’anni. Ma i precedenti del lavoro giornalistico di cui qui diamo
conto (i due articoli che appaiono in queste pagine sono rimasti inediti per sessant’anni) sono più direttamente politici. Già sulla metà
degli anni Trenta lo scrittore era sulla lista degli indagati in quanto
antifascista: lo si sospettava di essere collegato al nucleo clandesti-
M
La guerra
di Mario
NELLO AJELLO
no di Giustizia e libertà. Nel luglio ‘43, caduto provvisoriamente il regime, Soldati diventa fiduciario del Sindacato lavoratori del cinema,
“compromettendosi” in maniera ufficiale. Al punto che, sei giorni dopo l’8 settembre, decide di raggiungere l’Italia del sud liberata dagli Alleati. È un viaggio avventuroso. Dura venti giorni, da Roma a Napoli,
attraverso paesi semidistrutti dalla guerra, posti di blocco, bombardamenti, scene di desolazione e di paura. Tutti episodi che racconterà
più tardi, nel 1947, nel volume dal titolo Fuga in Italia. Scena culminante per Soldati e i suoi compagni di fuga — Leo Longanesi, Dino De
Laurentiis, Riccardo Freda, Gabriele Baldini — l’incontro con i primi
militari americani, un reggimento di pellirosse in armi, provenienti
dall’Oklahoma, che ha luogo in un piccolo centro dell’Avellinese, Torella dei Lombardi. Il romanziere-regista vive l’evento come un’agnizione gioiosa: «L’America lontana, esaltata e invocata, quell’America
che mi ricorda la mia adolescenza e la prima prova della mia vita, quell’America è lì, torna a me».
Alla fine del ‘44, come dicevo all’inizio, Soldati — di cui in occasione dei cent’anni della nascita i Meridiani Mondadori pubblicano ora
il primo volume dell’opera omnia — compie un nuovo viaggio in Italia, stavolta da Roma verso il nord ancora occupato dalle truppe del
Terzo Reich. Questo tragitto viene descritto negli inediti che qui pubblichiamo. Esso implica un nuovo incontro con gli anglo-americani
Repubblica Nazionale
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 41
REGISTA E ATTORE
Nella foto grande, Mario Soldati aiuto regista negli anni Trenta
In piccolo a sinistra, Soldati negli anni Settanta. Sotto, Soldati attore
in uno dei suoi film; regista; con in braccio il figlio Wolfango
nel 1948 nella sua casa di Roma. Nella pagina accanto in basso, truppe
alleate in cammino in direzione della Linea Gotica nell’aprile 1945
‘‘
Nel centenario della nascita,
ecco due corrispondenze inedite
in cui l’Appennino diventa il Far West,
gli animali ci insegnano la dignità
e la voce muore in gola a un gruppo
di militari che tentavano di cantare
Il silenzio degli alpini
MARIO SOLDATI
a stanza, stretta, stretta, lunga, dal soffitto molto basso,
è quasi interamente occupata dalla mensa. Un grande fuoco arde nel camino.
Gli alpini cantano a squarciagola: Prendi il tuo mulo / e vattene a
Monte Sole/ là c’è il tedesco / là c’è il tedesco/ là c’è il tedesco / che la tua patria infetta. Il cappellano accompagna con la
fisarmonica. Era a letto, con la febbre a
trentanove. Ma si è alzato ed è venuto a
suonare in onore a noi giornalisti. È un
giovane alto, magro, coi capelli rasi e gli
L
che risalgono in armi la penisola. Lo scrittore è in veste di giornalista al seguito, appunto, dei “liberatori”, e con l’occhio rivolto soprattutto a quei reparti del Corpo italiano di liberazione che — costituito da personale e mezzi corazzati che erano appartenuti a varie unità del nostro esercito, la Legnano e
la Mantova — combattono per la prima volta contro gli ex-alleati tedeschi. Così l’autore stesso rievocherà quell’esperienza: «Scrivevo per L’Avanti! e per L’Unità: il mio articolo usciva lo stesso giorno, e identico, sull’uno e sull’altro quotidiano. Il governo militare alleato aveva concesso un giornalista
dal fronte per ciascuno degli altri quattro giornali di partito
(Democrazia cristiana, liberali, repubblicani, Partito d’azione) ma ai partiti socialista e comunista aveva concesso un
giornalista solo per tutti e due, e quel giornalista ero io!».
Entusiasmo, stupore esclamativo. In realtà, al giornalismo
Soldati era tutt’altro che nuovo. Lo marchiava, com’è naturale, della sua personalità di narratore immaginoso. «Soldati», ha scritto Emilio Cecchi, «non può agire e vivere se non
drogato da certi avvenimenti; e se non capitano da sé, li cerca, li inventa, li provoca». Da America primo amorea Un viaggio a Lourdes (pubblicato nel 1934 sul Corriere padano), ai
Taccuini che scriverà per L’Espresso alle Boutique di Mario
Soldati che gli ospitava Gaetano Afeltra sul Corriere d’informazione, dai Notes composti per Il Giorno alla collaborazione al
Corriere della sera e alle svariate trasmissioni che lo videro in
tivù, questo dono che ne faceva un cronista inimitabile emergerà in tante occasioni. Fino a quegli ultimi exploit che furono,
per lui, i campionati mondiali del 1982 o l’alluvione in Valtellina, che a ottantun anni lo vide inerpicarsi su un elicottero per
meglio descrivere ai lettori del Corriere campagne devastate e
umanità in fuga.
Una passione speciale anima queste cronache di guerra del
‘44: a lui piemontese, legato agli ideali del Risorgimento, la presenza degli italiani fra coloro che combattono per riunire i due
lembi d’Italia sembra un motivo di riscatto, un’occasione di
gioia. Colpiscono ancora una volta il suo talento per la metafora e la sua capacità affabulatoria. Sono queste doti a trasformare — il lettore se ne accorgerà — una carovana di muli in marcia
attraverso le valli italiane in un esempio di pazienza, tenacia e
nobiltà quasi eroiche: è come se quei quadrupedi assumano
una parvenza antropomorfica. Ancora una volta, scrivendo,
Soldati dà l’impressione di divertirsi. O almeno, vista dal fronte
accanto ai “liberatori”, ciò che egli chiamava «la rovina della nostra patria» gli sarà parsa meno amara.
occhiali. Suona con gli occhi chiusi, diligentemente, devotamente. Accompagna anche le canzoni più sboccate serio
e composto, come se accompagnasse
ancora Mira il tuo popolo sull’armonium, ai bambini dell’oratorio.
Il capitano, tenore, e il dottore, basso,
sostengono il coro. Il capitano è di Cuneo: piccolo, forte, con un pizzetto da capra, spelacchiato ed incolto, l’opposto
dei pizzi fascisti. Il dottore è di Genova:
alto, ossuto, porta una barba nerissima,
lunga e quadrata, una barba assira: in testa ha una strana papalina azzurra, di seta, bassa e rigida, per coprire una
ferita. Il coro mi-
sto al suono della fisarmonica riempie la
piccola stanza, rintrona, travolge.
Sembra di stare all’altra guerra. Avete
notato che questa guerra, da una parte e
dall’altra, se si eccettua Lili Marlene che
è poi una canzone disfattista, non ha
avuto canzoni?
Ma gli alpini, unici, conservano il loro
entusiasmo, e inventano nuove parole
alle vecchie arie. Monte Sole, ultima propaggine dell’Appennino davanti a Bologna, è ancora in mano ai tedeschi. Istintivamente, gli alpini ricreano l’epopea di
Monte Nero. Una valle, dei muli, dei cannoni, una casa come questa dove stiamo adesso, defilata dal tiro dell’artiglieria nemica, e un gran fuoco dentro, e una bottiglia di grappa, e una fisarmonica, e cantare.
C’è il tenente M. che è stato venti
giorni in linea, a due chilometri di
qui, venti giorni a dormire dentro
una galleria, nel freddo e nell’umidità. Stamane un collega con un
nuovo plotone è andato a dargli il
cambio. E adesso lui è qui: è la prima sera che passa al caldo e all’asciutto, dopo venti giorni. Beve,
canta e ride, ride continuamente,
felice di vivere. Basta guardarlo,
per capire che la guerra è bella.
La guerra è brutta. Ma se si
pensa che la guerra è soltanto
brutta, come si fa a vincerla? La
guerra è anche bella. Perché la
guerra è un modo, o un momento eroico della vita. Un
modo, o un momento, in cui la
vita è più strettamente collegata alla morte.
Gli alpini cantano. A un
tratto si apre la porta, ed appaiono tre borghesi. Si arrestano sulla soglia, mentre da
fuori entra vento freddo e
pioggia. Hanno attraversato
le linee, sono stati interrogati dal comando alleato, e poi
messi in libertà. Li facciamo
sedere tra noi, diamo loro da bere. Parlano delle atrocità commesse
dai tedeschi nella regione. In un paese, tra la fine di settembre ed i primi di
ottobre, più di cinquecento vittime.
Fu anche uccisa una donna con un
bambino di soli dieci giorni. In un altro
villaggio, venticinque persone furono
chiuse in un cimitero e mitragliate. In
un altro, sempre nel cimitero, cento
persone. Ancora in quest’ultimo paese,
le SS estraevano il corpo di un partigiano
dalla tomba, dopo un mese che era stato
seppellito, e vedendo la stella rossa ancora visibile sul suo petto, lo mitragliavano. Parlano di Bologna, che è ormai in
stato d’assedio entro la cerchia delle
vecchie mura, per uscire od entrare nelle quali occorre un salvacondotto. Fra i
capi italiani che lavorano con i tedeschi parlano di Franz Paliani; e di Certo Tartarotti, capitano delle SS italiane. Quattrocento donne, emigrate da
Firenze, armate di tutto punto, e vestite di nero, in pantaloni, girano per
la città. [...]
Gli alpini non cantano più.
Usciamo nella notte, tra la pioggia
e il vento. Le batterie alleate sparano da tutte le direzioni, intorno a
noi, sotto e sopra di noi, ostinatamente. In alto, a mezza costa sul
versante opposto, della vallata, un
lume appare e dispare, progredendo lentamente lungo una
strada invisibile. Pensiamo a Roma. Ad una frase che avevamo
colto a volo, in un crocchio di conoscenti: «Se viene un governo
che fa la mobilitazione generale, succede una rivoluzione».
Come può un italiano pensare ad una cosa simile? Quelli
che si battono, al di là delle linee, in una situazione terribile, con eroico valore, che cosa direbbero di un italiano che vive tranquillo a Roma e preferisce attendere al suo
privato interesse anziché partecipare alla guerra in condizioni molto meno scomode e pericolose delle loro?
Repubblica Nazionale
42 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
Cinquant’anni di carriera, centotrenta film. Il libro-catalogo
2006 di France Cinéma è dedicato interamente a questo
“monumento” della cinematografia transalpina, molto
amato anche dalle platee italiane. Ne esce il ritratto inatteso di uno straordinario
professionista che prese la via delle ribalte e dei set soltanto perché
a scuola era “ un disastro” e che ancora odia rivedersi nelle scene girate
MARIA PIA FUSCO
hilippe Noiret, pericoloso da mezzogiorno alle due» era
scritto sullo schienale della poltrona dell’attore sul set di Il
postino. È uno dei tanti ricordi italiani
che Noiret evoca con una risata: «Erano le ore in cui soffrivo di calo ipoglicemico e potevo esplodere in collere
improvvise. Fingevano tutti di averne
timore, in realtà non mi prendevano
sul serio. C’era un clima bello su quel
set, perché c’era Massimo Troisi, con
la sua natura delicata e tenera, con la
sua dolcezza stoica. Un amico che non
ho mai dimenticato», dice l’attore.
Gli piace parlare del passato, soprattutto di quello italiano — «perché io
amo ridere e gli italiani sanno ridere,
non hanno la seriosità compunta dei
francesi» —, ma Noiret non guarda indietro «con il sentimento della nostal-
«P
Come
Mastroianni,
dice di lui
Tornatore,
recita
“con divina
semplicità”
SUL SET
A centro pagina,
un’immagine recente
di Philippe Noiret
In alto a destra,
l’attore su due
vecchi set:
con Romy Schneider,
e con Michel Serrault
e la cantante-attrice
Dorothée
Philippe
Noiret
gia per il tempo della giovinezza. Non
sopporto gli eccessi di spudoratezza e
di nudità esibiti in questi anni, ma un
po’ di nostalgia mi viene se penso ai
giovani che oggi scoprono la sessualità
e il corpo femminile senza le difficoltà
e i complessi che avevano quelli della
mia generazione nell’adolescenza».
I ricordi gli servono «per confrontarmi con me stesso, com’ero e come sono. Per esempio la collera. Da giovane
era piuttosto violento, sempre pronto
a scattare, con il tempo ho imparato a
dominarmi. Mi sono fatto una mia filosofia del vivere: soltanto l’amore e la
salute sono importanti, a tutto il resto
si può rimediare. Il mestiere dell’attore è molto importante, ma non è tutto,
vale almeno quanto la mia famiglia, il
tempo con gli amici. Ho imparato a
non farmi impressionare da niente, è
giusto pensare agli altri e ribellarsi
contro le ingiustizie del mondo, ma bisogna anche conoscere i limiti delle
proprie possibilità di intervento per
non cadere nella frustrazione. Ho perfino imparato ad accettare il mio fisico,
per anni ho sofferto per il mio aspetto
e per il mio peso. Ancora detesto guardarmi sullo schermo, ma è facile cambiare canale».
Philippe Noiret ha 76 anni, cinquan-
L’astuzia
di fare
l’attore
Repubblica Nazionale
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 43
IL LIBRO
Il libro-catalogo dell’edizione 2006 di France Cinéma è dedicato a Philippe
Noiret e alla retrospettiva che si è tenuta a Firenze all’inizio di novembre.
È curato da Aldo Tassone e Joël Magny (Aida edizioni, 289 pagine, 19 euro)
e raccoglie interviste rilasciate dall’attore francese nell’arco di una vita,
ricordi e immagini di scena dei suoi 130 film e di vita privata, ritirata
e lontana dai riflettori. Il libro contiene anche una lunga serie di testimonianze
di gente di cinema che svela i segreti e il talento dell’uomo che da molti è stato
considerato il più grande attore di Francia. Ma ricco è anche il “versante”
italiano della biografia artistica e umana di Noiret che lavorò per registi come
Ferreri, Monicelli e Tornatore che ne ricordano la figura.
‘‘
L’unica volta che Mario
Monicelli mi ha parlato
del film Amici miei era
a tavola. La conversazione
si è svolta così. «Che pensa
della storia?», mi chiede
Mario. «È molto buffa
e molto triste», rispondo
E lui, alludendo al menù,
mi fa: «Pasta o minestrone?»
Fine della conversazione
Ancora oggi detesto vedermi sullo schermo,
la mia figura mi dà fastidio... Cercare di non darmi
troppo fastidio è un po’ il mio motto. È chiaro che
se ho voluto fare l’attore è stato per nascondermi.
Gli attori non sono tutti esibizionisti come si crede,
molti fanno questo mestiere per timidezza
FRANCE SOIR
1997
ta di carriera, centotrenta film con autori di tutto il mondo, francesi e italiani, ma anche Hitchcock, Peter Ustinov, Richard Lester. «Monumento del
cinema francese», scrissero alla fine
degli anni Ottanta quando uscì La vie
et rien d’autre di Tavernier, il regista
che lo ha diretto più di chiunque altro.
Un bel risultato per uno che è arrivato
alla professione di attore «non certo
per vocazione, piuttosto come rifugio
visto che non sapevo bene cosa fare. A
scuola ero un disastro, non mi piaceva
studiare, avevo sempre la testa altrove,
finché uno dei professori del collegio
non mi inserì nelle recite studentesche. Fu come una rivelazione. Non
tutti scelgono di recitare per esibirsi,
per me, come per molti altri, è stato un
modo per nascondersi dietro un altro
e superare la timidezza. Quando poi il
mestiere è diventato il modo per guadagnare da vivere anche i miei genitori si sono tranquillizzati».
Recite studentesche, prima a Lille,
sua città natale, poi a Toulouse, corsi di
arte drammatica a Parigi fino ad entrare nel prestigioso Teatro Nazionale
Popolare di Jean Vilar, «il più prezioso
dei maestri» secondo l’attore. Il cinema arriva nei primi anni Cinquanta,
piccoli ruoli fino all’incontro con
Agnès Varda (La pointe courte), poi con
Louis Malle e il personaggio dello stravagante zio Gabriel in Zazie dans le
métro. Uomini d’affari disonesti, ministri viziosi, proprietari terrieri arroganti: nella prima parte della carriera
sullo schermo i personaggi di Noiret
sono spesso antieroi, antipatici, in
contrasto con il suo fisico bonario e il
sorriso rassicurante. È solo verso la fine degli anni Sessanta, con film come
Alessandro il fortunato, che si afferma
come simbolo di serenità e di pigrizia,
un’immagine che gli fa conquistare i
primi successi di pubblico.
«Appena ho avuto un po’ di successo mi sono concesso il lusso di fare con
i produttori l’attore scomodo, uno di
quelli che discutono i contratti chiedendo più soldi. Non l’ho fatto per i
soldi ma perché su un set gli attori più
pagati sono i più coccolati, riempiti di
attenzioni. Non mi sembra giusto. È
vero che lo star system ha le sue regole, ma una maggiore equità non sarebbe male».
Alla condizione di star Noiret preferisce l’immagine di sé che ha imposto
nel tempo, il gentiluomo di campagna
che va a cavallo e fuma il sigaro accanto al camino, l’uomo elegante che colleziona scarpe. «Adoro stare nella mia
casa di campagna a Carcassonne e andare a cavallo è stato il mio sport preferito. Le scarpe? Quelle fatte a mano
sono il mio debole, ho trovato un artigiano fantastico, ha creato un paio di
stivaletti ai quali ha dato il mio nome.
Non sono un esibizionista, ho ereditato da mio padre il gusto per l’eleganza
e per le cose belle. Mio padre lavorava
nell’abbigliamento, aveva un ufficio a
Faubourg Saint-Honoré vicino a un famoso negozio di scarpe: è lì che ho preso il virus».
Elegante, pigro, schivo, solitario: sono gli aggettivi usati più spesso per
Noiret. Quanto alla pigrizia, malgrado
l’elogio che ne fa spesso, è finta, come
era finta la pigrizia di Marcello Mastroianni, l’attore al quale Noiret viene
spesso avvicinato per la leggerezza e
per il modo di vivere la professione con
ironico distacco. Una «divina semplicità», come dice di entrambi Giuseppe
Tornatore. Non a caso tra i due nacque
un’amicizia profonda e reciproca ammirazione fin dal primo incontro sul
set di La grande abbuffata di Marco
Ferreri, il film che, malgrado l’indignazione stizzita dei critici francesi, conquistò il pubblico d’oltralpe e non solo.
TÉLERAMA
30 agosto 1975
Alfred Hitchcock era
affascinante sul piano
professionale
e appassionante su quello
umano. C’era un’autentica
reale tenerezza dietro
il personaggio che si creava
La cosa incredibile è che
non diceva una parola del film;
la cinepresa però era sempre
al posto giusto. Aveva
un controllo stupefacente
dell’immagine: una volta che
ci aveva messo ai nostri posti
non c’era più niente da dire
PREMIÈRE
novembre 1987
Invecchiare è terribilmente scocciante, ma bisogna
farlo, è la vita. La paura è di diventare un vecchio
scemo, bisogna fare molta attenzione. Bisogna stare
in guardia, perché può capitare all’improvviso.
Tutto d’un colpo ti senti parlare e pensi: «Ma questi
sono discorsi da vecchio rincoglionito!»
INTERVISTA A JEAN-PIERRE LAVOIGNAT
agosto 2006
Pigrizia finta perché Noiret, com’era Mastroianni, è amatissimo da tutti i
registi per la puntualità e la preparazione con cui arriva sul set e perché
«sono sempre pronto a partire, se c’è
un film, un autore o un personaggio
che mi attirano. Mai, neanche nei momenti critici, ho perso la curiosità per
questo mestiere». E in questi ultimi anni in cui il cinema sembra trascurarlo,
Noiret è tornato al teatro, otto mesi in
scena con Anouk Aimée in Love letters.
«Non lo facevo da anni, mi ero allontanato anche per polemica contro tanti
registi che mettono in scena le pièces
attenti più a dare un segno della propria presenza che a valorizzare il testo
e gli attori. È stato emozionante tornare sul palcoscenico e sentire ogni sera
il calore degli applausi di una sala piena di ottocento persone».
Schivo sì, «ma non sono scontroso.
Non amo la mondanità, le serate in
mezzo a tante persone più o meno sconosciute, tutte con un bicchiere in mano e un sorriso falso sulle labbra. Frequento gli incontri pubblici solo se necessari al mio lavoro. La verità è che
con l’età il mio tempo è diventato sempre più prezioso, non posso sprecarlo,
sono troppo occupato a vivere la mia
vita tranquilla».
La sua vita, aggiunge, è «scandalosamente tranquilla, vivo con la stessa
moglie dal 1952. Per il mondo di oggi e
per la stampa pettegola sono un pessimo soggetto. Ho avuto la fortuna di
sposare la donna più seducente di tutte, è stata lei a darmi sicurezza e, nei
momenti di scelte difficili, i suoi consigli sono stati preziosi», dice di Monique Chaumette, che per amore della
famiglia — hanno una figlia — ha messo da parte il lavoro di attrice.
Malgrado il rapporto talvolta infelice con i critici — «non pretendo di essere immune da errore, ma i critici
spesso sono solo maligni; come diceva
Cézanne: “Non bisogna chiedere a un
artista più di quanto possa fare né al
critico più di quanto possa capire”» —
raramente di Noiret si è scritto al di
fuori del cinema. Neanche per la politica: «Ho il cuore a sinistra ma non sono un militante. E se c’è una cosa che
mi fa ridere sono i politici che si prendono troppo sul serio. È incredibile come il potere possa trasformare una
persona onesta e perbene in un imbonitore dalle parole vuote. L’unico impegno che ho avuto è stato con Amnesty International, ma questo fa parte
della mia vita privata, ho avuto troppa
fortuna per non rendere qualcosa».
Fortuna è un termine che Noiret usa
spesso. «Non sono credente ma ogni
tanto sento il desiderio di ringraziare
qualcuno, non so chi, per la vita fortunata che mi è stata regalata. Una bella
famiglia, un lavoro che amo e che mi
permette di vivere bene, infiniti incontri con persone meravigliose che mi
hanno arricchito di umanità e di conoscenza. Potevo desiderare di più? È vero, non ho il fisico del conquistatore e
non ho mai fatto una commedia romantica, ma tra le mia braccia o nel
mio letto sullo schermo ci sono stare le
donne più belle del mondo, Romy Schneider, Sophia Loren, Catherine Deneuve, Fanny Ardant, Ornella Muti.
Quanti uomini possono vantare la
stessa cosa?».
L’unica nota di malinconia nella sua
bella voce sonora si insinua al ricordo
dei tanti amici scomparsi. «Il tempo
che passa è triste per le perdite che porta con sé, sento la mancanza di quelli
che ho amato e non ci sono più. La
morte? Ci penso da quando avevo 25
anni, ogni giorno da cinquant’anni.
Ma non è un pensiero che mi fa paura,
anzi mi spinge a sentire ancora più forte la gratitudine per la vita fantastica
che mi è concesso di vivere».
Repubblica Nazionale
44 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
i sapori
Riti d’autunno
itinerari
Un fornellino
a centro tavola,
una marmitta tonda
e dentro il liquido
che sobbolle e che trasformerà i pezzetti di cibo
disposti nei piatti in bocconi golosi. La “fondue”,
che sia di origine alpina o mongola, che si basi
su formaggio, olio o acqua, è da sempre l’apoteosi
del cibo condiviso, la vera summa del “comfort food”
Bourguignonne
Rapida frittura di matrice
francese in un pentolino
di olio, aromatizzato
con rosmarino, alloro
o ginepro. Ingrediente
principe, la carne: filetto
di manzo o vitellone,
in cubetti. Altre scelte:
tocchetti di wurstel, gruyère
(cottura quasi istantanea),
verdura (i pezzi piccoli,
cuociono in un paio di minuti)
Una patata inserita a freddo
mantiene l’olio chiaro
Nelle ciotoline, sale grosso,
maionese semplice
o arricchita con senape,
sottaceti, erbe tritate. Il vino?
Rosso, strutturato, allegro
(Barbaresco, Nero d’Avola)
Chinoise
La gastronomia cinese
prevede un’infinità
di varianti, a partire dalle tre
ricette-base: Pechino,
Shanghai e Canton.
Dalla mongola alla shacha,
la “hot pot” prevede brodo
di pollo o manzo, in cui
vengono immerse listarelle
di polpa di maiale, seppie,
polpettine, filetti di pesce
I bocconcini cotti vengono
rifiniti in salse, tuorli crudi,
erbe tritate, spezie. Il liquido
di cottura può avere foglie
di tè, boccioli di crisantemo,
gamberetti disidratati,
peperoncino, latte
Si gusta il brodo con riso
o spaghetti di soia
Chocolat
Il cioccolato fondente
in scaglie va sciolto
con latte e panna,
aggiungendo zucchero,
caffè, liquore, spezie
(cannella, noce moscata,
liquirizia, vaniglia) a piacere
È importante che
la temperatura resti dolce,
perché sopra i 50 gradi
si bruciano gli aromi primari
del cioccolato
Con le apposite forchette
si intingono frutta secca,
disidratata e fresca
in piccole porzioni. Golosi
i cubetti di pan di spagna,
panettone, pane speziato,
biscotti, cocco
e le scorzette candite
Il veterinario
Sergio Capaldo
ha fondato
insieme a Slow Food
l’associazione
“La Granda”,
per la valorizzazione
della razza piemontese
La sua bourguignonne
ideale è a base di scamone,
noce e sottofesa
della coscia, tagli bovini
privi di connettivo
e quindi magrissimi
Fonduta
L’arte di mangiare insieme
LICIA GRANELLO
uttI a tavola! Meglio se rotonda, o quadrata, perché chi ha le braccia lunghe
non se ne approfitti. In mezzo, troneggia un minuscolo fornello, che regge
una marmitta tonda. Dentro, a bollire
piano, il liquido che trasformerà i tocchetti disposti nei piatti in altrettanti bocconcini
bollenti e golosi, golosissimi.
Fuori, l’autunno cede all’inverno: vetri appannati, umidità nelle ossa. Gli umori uggiosi contagiano quanto e più del raffreddore. Ma la fondue
può il miracolo. Perché questa è l’ineguagliabile
bellezza del cibo condiviso: non c’è priorità di servizio, grandi e piccini, maschi e femmine, alti e bassi in grado. Tutti ad attingere alla stessa pentola,
nello stesso momento (compatibilmente con l’incrociarsi delle forchettine). Apoteosi del mangiare
insieme: impossibile, una volta cominciato il rito,
restare estranei all’atmosfera di allegria, morbidezza, calore. Stomaco che si riempie e sorrisi che
si allargano. Quando gli americani inneggiano ai
cibi rassicuranti dell’infanzia — polpette e polpettoni, zuppe e budini — tralasciano l’elemento fondante del conforto individuale, ovvero la trasformazione in rito collettivo. È la pentola comune —
meglio se squisita — la vera summa del comfort
food.
In un passato nemmeno troppo passato, in montagna — l’intera catena alpina — d’inverno il cibo
scarseggiava: orto a riposo, animali a fine lattazione, carne poca, da tener cara, uova col contagocce.
In dispensa, pochi alimenti, nemmeno molto appetitosi: patate, formaggi sopravvissuti all’estate,
qualche conserva di carne e pesce, l’immancabile
pane raffermo, una bottiglia di acquavite.
Che altro fare, quando la primavera con il suo carico di cibi freschi è invisibile all’orizzonte e bisogna combattere in una volta sola contro freddo, fame e povertà, se non provare a fondere il formaggio
duro sul camino con un poco di liquore, magari
strofinare uno spicchio d’aglio dentro il calequon
(l’indispensabile marmitta di coccio) per aggiungere sapore?
Così trasformata in zuppa, la toma cotta diventa
companatico. Basta tenerla vicino al fuoco perché
non si raggrumi di nuovo, e inzupparci dentro il pane vecchio — buttarlo è una bestemmia — o metterla a cucchiaiate sulle patate cotte nella cenere o
bollite, su quella poca carne messa a seccare in momenti di “grassa”, sulle verdure cotte in estate nell’aceto. È nata così la prima fondue à fromage:
T
quando si dice che il bisogno aguzza l’ingegno…
Se nei ristoranti della Val d’Aosta, terra di fontina, negli ultimi anni la fonduta ha traslocato dalla
pentola alle fondine individuali, e in Piemonte è
diventata il supporto godurioso al tartufo bianco — incontro memorabile — altrove la tradizione del calequon è rimasta intatta, e viene riproposta in infinite varianti, tante quanti sono i formaggi — soli o assemblati — da mettere a fondere, prima sul fuoco di cucina e
poi sul piccolo trespolo da tavola.
Dal formaggio alla carne il salto è economico prima che alimentare. Non a caso,
l’aggettivo bourguignonne accompagna,
dal burro al manzo, alcune tra le preparazioni più importanti e preziose della cucina francese, figlie delle sontuosità culinarie dell’Ottocento, quando i rapporti politici internazionali — storico un duetto
gastronomico tra Tayllerand e lo zar Alessandro I, che sancì la nascita delle escargots à la bourguignonne, le lumache al
forno — si consolidavano davanti a zuppiere fumanti.
Anche oggi, la fondue bourguignonne
sancisce il trionfo dei grassi e delle proteine, tra cubetti di carne (dal “facile” filetto ai tagli più colti e succulenti, come
scamone e cappello del prete), l’extravergine per la frittura, e le tante salse (a partire da tartara, bernese, cocktail e bourguignonne) di contorno. Così, tra pinguedine
e colesterolo in ascesa verticale, abbiamo
scoperto la versione “magra”, importata
dall’Oriente, dove al posto dell’olio c’è il
brodo. Anzi, i brodi, perché a differenza della bourguignonne, alla conclusione del pasto il liquido di cottura si trasforma a sua volta in cibo, arricchito dai tanti bocconcini di
carni diverse, pesci e verdure che bollendo
hanno “ceduto” parte dei loro umori.
In realtà, l’originaria fonduta mongola è figlia della cucina di campo, praticata nel medioevo. Da un accampamento all’altro, senza
potersi portare appresso ammennicoli da cucina,
i cavalieri mongoli si riunivano intorno al fuoco e
mettevano a scaldare i loro elmi rovesciati e colmati d’acqua, scodelle improvvisate dove scaldare
sottili strisce di carne. Al termine del pasto, l’acqua
era diventata brodo ristoratore, da sorbire prima
del sonno o prima di riprendere la cavalcata.
Oggi, sottratti all’emergenza del cibo, l’unico vero problema è come afferrare gli spaghettini di soia
da assaporare nel brodo finale, scivolosissimi per
bacchette e cucchiai. Comportatevi da veri orientali e bevete rapidamente dalla ciotola, possibilmente senza fare troppo rumore.
Repubblica Nazionale
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
Chamonix (Francia)
Champoluc (Ao)
Il crocevia
del Cantone
dei Grigioni, sud est
della Svizzera,
“scoperto”
dai Grandi
dell’economia
grazie ai summit
degli ultimi anni,
è il paradiso degli sciatori. Dal coté francese
ha assorbito la tradizione di fondute dolci e salate
La capitale dello sci
francese, dominata
dal Monte Bianco
e circondata
da ghiacciai,
è frequentata anche
dai non sciatori,
merito di trenini,
teleferiche (la più
alta del mondo!) e di golosi percorsi gastronomici,
a partire dalle fondue à fromage
A quota 1.600,
nel cuore della Val
d’Ayas, ai piedi
del monte Rosa,
è una delle mete
eccellenti dello sci
fino a primavera
inoltrata.
Godibilissime
le passeggiate per raggiungere laghi e rifugi.
Il rito delle fondute è praticato in ristoranti e rifugi
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
DOVE DORMIRE
CASANNA
Alteinstrazse 6
Tel. (0041) 0814.170404
Camera doppia da 150 euro, colazione inclusa
CROIX BLANCHE
87 rue Vallot
Tel. (0033) 04.50530011
Camera doppia da 112 euro, colazione inclusa
RELAIS DES GLACIERS
(con cucina, apre il 7 dicembre)
Route Dondeynaz, Tel. 0125-308182
Mezza pensione da 85 euro a persona
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
DOVE MANGIARE
RESTAURANT BAR ALTE POST
Berglistutz 4
Tel. (0041) 0814.135403
Chiuso domenica e lunedì, menù da 50 euro
L’IMPOSSIBLE
9 Chemin du Cry
Tel. (0033) 04.50532036
Chiuso lunedì, menù degustazione da 25 euro
BRASSERIE DU BREITHORN
(con camere, apre il 5 dicembre)
Rue Ramey 26, Tel. 0125-308745
Menù da 35 euro
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
DOVE COMPRARE
GOURMET KAECH
Talstrasse 33
Tel.
(0041) 0814.130850
LE REFUGE PAYOT
166 rue Vallot
Tel. (0033) 04.50531871
ALIMENTARI FOSSON
Via Chamoux 1,
Antagnod
Tel. 0125-306610
Bressane
Prende il nome dal celebre
poulet de Bresse, allevato
ibero nella campagna
francese di Bourg-en-Bresse
e nutrito con farina di mais,
grano saraceno e latte
Una ricetta prevede che
i tocchetti di pollo vengano
passati prima nella panna
liquida e poi nella chapelure,
mollica di pan carrè
grattugiata finissima. Dopo
la frittura in extravergine,
si appoggia il bocconcino
su un trancio di pane che
ne assorbe l’olio in eccesso
e si intinge in salse a base
di maionese variamente
aromatizzate: scalogno,
senape, roquefort, curry
Formaggi
Le ricette sono tutte alpine
In Francia: la Savoyarde
(comté, beaufort,
emmentaler) e la Jurassienne
(comtè fresco e stagionato)
In Svizzera la Neuchâteloise,
(emmentaler e gruyère)
e la Fribourgeoise di solo
vacherin. Il pentolino va
strofinato con aglio. Il mix
di formaggi si arricchisce
con kirsch, acquavite,
vino. Dentro,
pane raffermo,
noci, verdura,
patate
bollite.
Due uova
ben amalgamate
per gli ultimi bocconi
Raclette
‘‘
Manuel Vázquez Montalbán
...La fondue vietnamita consisteva
in un’equivalente della fondue bourguignonne,
ma ... si cuocevano dei pezzetti di pollo, maiale,
gambero e calamaro in un brodo leggero....
Ciascun pezzetto di carne o di pesce veniva
insaporito in potenti salse piccanti...
Da GLI UCCELLI DI BANGKOK
‘‘
Davos (Svizzera)
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 45
Nei paesi del Vallese,
in Svizzera, il raclette –
formaggio di latte vaccino
crudo e intero, a pasta
semidura – si gusta cotto
Il nome deriva da racler;
grattare: la superficie
si ammorbidisce
su uno strumento con
morso, che stringe la mezza
forma, e piccola griglia
superiore, o con palette
e fornello. Quando
si formano le bollicine,
si raschia con un coltello
e si adagia sui vari elementi
nei piatti: rondelle di patate
bollite con buccia, sottaceti,
carne salata, salumi. Il vino
ideale è il bianco secco
Repubblica Nazionale
46 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
le tendenze
Look e manie
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
Abiti in pvc, stivaletti ultralucidi, ciondoli
da bambina, occhiali esagerati: così la moda
apre le porte alle eroine made in Japan
COLPIRE AL CUORE
Le borsette a forma di cuore,
griffate Kipling, si portano
agganciate al polso e sono
molto femminili. Su ogni
borsetta è appeso
uno scimpanzè di peluche,
la mascotte del marchio belga
Tornano in vetrina le borse stampate
con disegni infantili e gli stilisti portano
in passerella modelli variopinti e surreali
GIOIE PLASTICHE
DIRITTE ALLA META
Anche lo stile manga
ha la sua versione fetish. Il sandalo
argento di Donatella Versace
ha la zeppa gigante con grande
oblò profilato di bianco
SUI TRAMPOLI
Per i momenti
di seduzione,
è indispensabile
la scarpa con tacco
alto. Il sandalo
di Miu Miu
è in colore
bluette e bronzo
BABY COCCOLE
Le spillette in plastica
delle Superchicche
realizzate da Caterina
Zangrando fanno parte
di una collezione
che comprende
anche divertenti collane
a moda apre le porte alle eroine manga, quelle dei fumetti giapponesi, ragazze sexy, dai molti poteri, impegnate in storie d’amore e tradimenti,
con una passione smodata per tutto
ciò che fa moda. In Italia, gli stilisti
che per primi si sono convertiti all’estetica delle
manga-girls, delle lucide protagoniste dei cartoon, sono stati i Dolce e Gabbana. A sorpresa,
sulla loro passerella di inizio stagione sono approdate modelle con micro-abiti in pvc e organza, vernice e chiffon, lattice, veli trasparenti, capigliature nipponiche e occhiali stratosferici.
«Le eroine manga sono ipermoderne — spiegano i Dolce e Gabbana — piacciono perché sono sexy, ironiche, scattanti. Mostrano le gambe e
adorano i colori decisi, come quelli delle carte
delle caramelle». Le girl variopinte nate dalla
creatività giapponese piacciono anche Francesco Coveri che si è lasciato volentieri sedurre da
questa nouvelle vague e propone adesso borse di
L
È della linea baby
di Christian Dior
il pupazzetto Dou
dou, morbidissimo,
con orecchie
e occhiali neri
Da coccolare
EFFETTO BORCHIATO
Sono pensate per le manga girls
le borse Rubens di Diesel, con
la chiusura e le borchie laccate
di rosso, da vere fan della moda
Manga
Belle come un fumetto
LAURA ASNAGHI
IN CORSETTO
L’eroina manga
dei Dolce
e Gabbana sfoggia
un corsetto
ipersexy,
quasi una scultura
modellata
sul corpo,
che esalta
fianchi e seno
Il tutto portato
con sandali
dai tacchi
alti e camicia
con fiocco
seta stampate con “mostriciattoli” che ricordano l’iconografia manga. Tra i cultori del genere
c’è anche Alessandro De Benedetti, uno dei giovani talenti delle passerelle milanesi, cresciuto
a pane, manga e musica rock. «Nella mia moda
un po’ surreale e esoterica — spiega — ci sono
spesso piccole streghe, studentesse in versione
gothic e lolite super-sexy che ho vestito pensando alle eroine manga». Personaggi che le ragazzine giapponesi imitano con un carico di inventiva e spettacolarità. Ci sono le ragazze
ganjiro dalla carnagione chiarissima, con un
trucco normale e capelli tinti di biondo modello Candy Candy. Le ganguro perennemente abbronzate (sono fanatiche delle lampade a raggi
uv), con capelli ossigenati, rossetto bianco e occhi truccatissimi con ombretto color gesso e
quintali di mascara. Le lolite, si travestono da
bambine maliziose, con abiti dai colori chiari
(rosa o azzurro). Spesso girano con l’orsacchiotto nella borsa e molte osano parrucche
bionde con boccoli. Le gothic, infine, sono le più
dure, ascoltano la musica metal, vestano abiti
d’epoca vittoriana e hanno il volto pallidissimo.
In questa fine 2006, insomma, le manga girl
non vivono “relegate” nel mondo dei fumetti o
nei quartieri di Shibuya e Harajuku di Tokyo,
dove si ritrovano per fare shopping di gruppo.
Varcano i confini. E in Italia si fanno largo le ragazzine con zeppe alte e colorate, look appariscenti e accessori copiati dai fumetti. Nel corredo manga figurano mega-bracciali, collane
fantasiose, orologi, anelli, cerchietti, borse e
minigonne. E per rendersi conto di quanto il fenomeno stia prendendo piede dal Nord al Sud,
basta andare il sabato nelle librerie specializzate in video e fumetti japan dove si ritrovano i fan
del genere. Con il pretesto di comprare le nuove avventure delle loro beniamine, arrivano vestite di tutto punto con mini strepitose, make
up vistosi e zeppe da geisha. E, in omaggio alla
“febbre manga”, c’è persino un jeans della Firetrap, un marchio inglese di grande impatto
creativo. Il loro simbolo è lo gnomo Deadly, un
inno al mondo underground nipponico, mescolato all’arte manga, ai tattoo e al linguaggio
del corpo, con cui milioni di ragazzi esprimono
le loro emozioni e i loro valori.
FREDDO POLARE
Per ascoltare la musica
nelle fredde giornate
invernali ecco le cuffie
di Simonetta Ravizza
per l’Mp3 in volpe polare
style
FINTA LOLITA
Jean Charles
De Castelbajac
porta
in passerella
le lolite japan
che provocano
con maliziose
minigonne
e magliette baby
che riproducono
il profilo
di una ragazzina
con i classici
capelli
a caschetto
PICCOLE FAN
Le bambine
vanno pazze
per la moda sfiziosa
e divertente
Nella collezione
Tim Camino
ci sono
tante magliette,
dai colori accessi,
dedicate al trio
delle Superchicche
Repubblica Nazionale
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2006
LA DOMENICA DI REPUBBLICA 47
LADY OSCAR
NAUSICAA
RAYHEART
Il fumetto esce
in Giappone
nel 1972 su Shukan
Margaret. La serie tv,
che ha come
protagonista
la bella Lady
spadaccina,
arriva in Italia
nel 1979, mentre
il manga viene
pubblicato nel 1983
L’eroina
nata dalla matita
di Hayao Miyazaki
nel 1982 diventa
nel 1984 protagonista
del film capolavoro
del regista che ha
avuto il Leone d’oro
alla carriera a Venezia
Il manga è stato
pubblicato in Italia
a metà degli anni ’90
È la storia di Hikaru
Shido, Umi Ryuzaki
e Fu Hooji tre ragazze
che si incontrano
durante una gita
alla torre di Tokyo
e vengono portate
a Sephiro, un altro
mondo. Il manga
è uscito in Giappone
nel 1994 e in Italia
quattro anni dopo
SGUARDO DA PANTERA
Le vere ragazze manga non escono mai
di casa senza un volto ben truccato
e un paio di grandi occhiali dalle lenti scure
Il modello rosso
di Kenzo si chiama Odontonia
ISPIRAZIONE DARK
Per le supermanga Fornarina
ha creato gli zoccoli con la fascetta
in vernice e la fibbia decorata
con un cuore e le ossa incrociate
Tutto questo per creare un effetto
romantico mescolato a tocchi dark
Così è nato un successo annunciato
Storie dell’altro mondo
che stregano i nostri figli
LUCA RAFFAELLI
BASSO PROFILO
Lo stivaletto
della Camper,
in pelle color bronzo
e tacco basso,
non può mancare
nel guardaroba
di una manga girl
PRONTI SI PARTE
Il casco della Vemar
Helmets, della linea
Urban, è dedicato
alle Superchicche
Con un copricapo così,
pieno di scritte colorate,
non si corre il rischio
di passare inosservati
Il cosmonauta in oro
bianco con fiore monogran
è di Louis Vuitton. La griffe
francese scherza
con il mondo dei manga japan
e propone i robot ciondolo
in versione anni Settanta
FOTO EMMA MORI
AMICO ROBOT
i sono cose che si possono prevedere anche
senza essere maghi e profeti. Per esempio alla fine degli anni Settanta si poteva prevedere l’attuale invasione dei manga, cioè dei fumetti
giapponesi, che affollano edicole e fumetterie. Si
poteva già quando i cartoni nipponici conquistarono lo spazio televisivo di solito appannaggio dei
prodotti americani e anche il cuore dei bambini
italiani. A quei tempi non un solo manga veniva
pubblicato in Italia, e poco si sapeva del fumetto
giapponese. Ma non era difficile immaginare che
nel giro di una decina d’anni o poco più, quei personaggi, quelle atmosfere, quelle emozioni nipponiche avrebbero appassionato anche sulla carta i ragazzi cresciuti con la tivù di Mazinga e Heidi.
Eppure nessuno lo previde, nessuno ne parlò. Forse era stata sottovalutata la passione per quelle
storie provenienti dal Sol Levante.
Nonostante il successo irrefrenabile, e nonostante tutte le grandi
polemiche che hanno suscitato,
troppo spesso si è preferito pensare
che tanto i bambini si appassionano a qualsiasi cosa si muova in un teleschermo. Non è vero: e comunque non è stato così. La passione è durata ed
è cresciuta con il tempo.
I manga (cioè i fumetti) sono arrivati lentamente. Il primo, nel 1990, è stato Akira, fumetto d’autore di Katsuhiro Otomo. Poi, a poco a poco, sono
arrivati tutti gli altri, in diversi formati ma soprattutto in quello piccolo tascabile che in Giappone
favorisce la lettura anche in treno e in metropolitana. Così come avevano fatto nei cartoni, ma nel
fumetto rivolgendosi agli adolescenti, gli autori
giapponesi, proprio quelli della cultura considerata la più lontana dalla nostra, hanno saputo capire i nostri ragazzi molto più di quanto siano riusciti a fare statunitensi ed europei. Ne hanno colto le angosce. Hanno drammatizzato il conflitto
generazionale, la solitudine, la paura del futuro.
Tutto quello su cui il cartone americano aveva cercato di sorridere con Topolino, Bugs Bunny e Braccobaldo. Ma evidentemente, dopo il Sessantotto,
su certe cose non era più il caso di scherzare. Questo i genitori italiani non hanno capito, non hanno
voluto capire: da qui il rifiuto, spesso generalizzato, a priori. E non solo qui da noi. Perché il successo dell’immaginario giapponese è mondiale. Anche la Francia — che (Giappone a parte) non teme
confronti al mondo per quanto riguarda la diffusione di fumetti in libreria — vede più del trenta
per cento del mercato in mano agli autori nipponici. E lo stesso in Germania, in Spagna, negli Stati Uniti, perfino in Cina dove adesso si pongono il
problema di arginare i personaggi nipponici con le
produzioni nazionali.
Ma il fatto è che, aldilà delle trame e delle atmosfere, i giapponesi hanno saputo disegnare i personaggi più attraenti e comunicativi. Con i loro occhioni grandi e luccicanti, i nasi e le bocce piccole,
certi ammiccamenti provocanti, hanno attraversato le generazioni e modificato il gusto. E c’è poco da criticare, da dire «non mi piace». Se si guardano attentamente i cartoni, se si leggono senza
pregiudizi i manga dei nuovi personaggi di grande
successo, per ragazzi e per ragazze, da Sailor Moon
a Evangelion, da Dragonball a Naruto, si avverte la
grande capacità di parlare al cuore dei ragazzi, di
conoscerne e sentirne i problemi. Anche quando
si racconta d’altro, anche quando si fa avventura o
si parla di magie. Perché la cultura occidentale ha
molti punti di contatto con quella giapponese
(quando si tratta di orgoglio, di appartenenza al
gruppo, di competitività) e perché certa drammatizzazione nipponica è la stessa della letteratura
per ragazzi europea di qualche tempo fa. Quella
che da noi si leggeva prima dell’arrivo dei cartoni
giapponesi, che faceva commuovere ed autocommiserare i ragazzi italiani degli anni Cinquanta. Si
piangeva sulle pagine di Piccole donne, dei Ragazzi della via Pal o di Senza famiglia. Il quale peraltro, tradotto in cartone giapponese, fu più semplicemente Remì.
C
Repubblica Nazionale
48 LA DOMENICA DI REPUBBLICA
DOMENICA 19 NOVEMBRE 2005
l’incontro
Maestri della medicina
A 81 anni il grande oncologo
italiano dorme quattro o cinque ore
per notte ed è sempre tra i primi
al lavoro: “Sono un uomo senza
fantasia”, dice di sé. Eppure ha vissuto
intensamente,
ha fatto sette figli,
ha amato moltissimo
E ha dedicato
l’intera esistenza
a battere il cancro
Una battaglia che ammette
di non avere vinto:
“Ho portato solo un po’ di luce nel buio
Lo sconfiggeremo. Ma io non
riuscirò a vedere il traguardo”
Umberto Veronesi
i comincia con la metafora
della macchina a vapore. Lei
si ricorda chi è stato a inventare la macchina a vapore?,
mi domanda Umberto Veronesi. Naturalmente no. Allora lui fa: «A me succederà la stessa cosa, tra due generazioni
sarò come la macchina a vapore. Nessuno si ricorderà di me, di ciò che ho fatto
nella lunga stagione che ha caratterizzato la rivoluzione dell’oncologia». Dimentichiamo sempre più in fretta. Le cose restano, mentre i vivi passano. «Non
sono neppure una persona interessante», dice. «A volte sono bugiardo, a volte
piango, adoro il poeta Majakovskij e il
film Ladri di biciclette di De Sica. Dimenticavo, sono goloso di cioccolato. Non mi
viene in mente altro».
Si abbandona sulla sedia, incrocia le
braccia fra le gambe. Attende. Se dovesse
scegliere una frase per descrivere quello
che è il suo modo di intendere l’esistenza, credo che non gli dispiacerebbe la seguente: questa è la tua vita e sta finendo
un minuto alla volta. Un carpe diem. Dice: «Non vado mai a dormire prima delle
due di notte. Mi sveglio verso le sei, sei e
mezzo». Quasi ogni sera è al cinema. Tornato a casa scrive una recensione del
film. Una pagina, non di più. Gli piacciono i film poveri, e sui poveri. «Sono nato
nel 1925, l’anno del delitto Matteotti. Da
bambino, ricordo che alle pareti delle nostre stanze erano appese le fotografie di
giovani morti in guerra, tutti i caduti erano poveri, venivano dalle campagne. Diventato ragazzo, mi iscrissi al Cine Guf di
Milano. Era un covo di oppositori al regime. Mi piacevano i film dei francesi Marcel Carné e Julien Duvivier. Erano film
sulla povertà, sul lavoro». Adesso apprezza Crialese, Sorrentino, Tornatore, Garrone. Tutti registi meridionali che parlano di povertà, di lavoro, di disperazione.
«Sono un meridionalista convinto. Sul
piano intellettuale e artistico il Mezzogiorno è molto più avanti del Nord, ma
oggi si crede, sbagliando, che la sola cosa
che conta è la produttività economica.
un sogno: sconfiggere il cancro. Sa che
non lo realizzerà. Va ammirato per questa sua disillusione. Dice: «Ho pensato
davvero di farcela. Forse è stata presunzione, forse eccesso di ottimismo. La mia
convinzione era nata nei laboratori di
anatomia patologica. Ho fatto centinaia
di autopsie. Vivere con i morti fa riflettere sui vivi. Grazie a loro ho capito che tutte le malattie hanno una causa. La vita
biologica non ha segreti né misteri, ma
soltanto qualche enigma che la nostra
mente non è in grado di risolvere. Cinquant’anni fa, con una vita davanti, ho
pensato di farcela combattendo prima la
passività dei medici e dei malati, poi, con
le nuove forze della scienza, cercando di
svelare l’enigma del cancro. Ho portato
solo un po’ di luce nel buio».
Lui, oltre a essere uno straordinario comunicatore, cosa che sa e non nasconde
affatto («dobbiamo uscire dai nostri
ospedali e parlare, parlare»), è anche un
“ottimista biologico”. Sostiene che noi
umani non siamo molto diversi dai cani,
dai cavalli, dalle scimmie. In più di loro
possediamo un cervello sofisticato e un
linguaggio che siamo riusciti a perfezionare grazie alla conquista della posizione
eretta e alla particolare conformazione
anatomica della laringe. Certo, faremo
ancora grandi cose. «Sconfiggeremo il
Coltiviamo
un esagerato
interesse
per il nostro corpo
e uno molto più scarso
per il nostro cervello
Così in giro ci sono
troppi corpi e troppo
pochi cervelli
FOTO GRAZIA NERI
S
MILANO
Un falso valore che ha scavato un solco
profondo e non più accettabile tra ricchi
e poveri. Il primo messaggio che il governo ha il dovere di trasmettere al Paese è la
volontà di rivedere la politica sociale e la
redistribuzione del reddito. Abbiamo dimenticato che la Repubblica italiana è
fondata sul lavoro, non sul capitale. Stiamo subendo un ribaltamento anche di tipo culturale, coltiviamo un esagerato interesse per il nostro corpo e uno molto
più scarso per il nostro cervello. Succede
così che in giro ci sono troppi corpi e troppo pochi cervelli».
Veronesi è seduto nel suo ufficio di direttore scientifico dell’Istituto europeo
di oncologia, in fondo a via Ripamonti,
periferia di Milano. Non c’è giorno che
non sia qui. Arriva sempre alle sette, alle
sette e mezzo se il traffico lo rallenta. Alle
otto entra in sala operatoria. Nel garage la
sua Jaguar xj verde scuro — stesso modello da trent’anni — con gli interni di
pelle bianca è tra le prime a occupare un
posto. Tornando allo Ieo, a distanza di
qualche mese dall’ultima volta, si viene
accolti da un nuovo popolo costretto a
una sorta di confino. Stanno vicino alla
sbarra biancorossa del parcheggio o in fila sul bordo dell’asfalto, immersi nella
nebbia come dentro un bicchiere di acqua e anice. Hanno cappotti buttati sopra grembiuli o pantaloni bianchi di tela
grezza che scendono sulle scarpe da ginnastica o sugli zoccoli del dottor Scholl’s.
Sono medici, infermieri, impiegati. Oppure sono famigliari di pazienti che portano sul volto le tracce della preoccupazione e della speranza che convivono fino alla fine, qualunque sia la fine. Il loro
segno di riconoscimento è quella sigaretta che tengono tra l’indice e il medio, o avvicinano alla bocca, o schiacciano sotto
la punta della scarpa. Stanno qui, in mezzo a lunghi prati verdi e alle autostrade,
possono scorgere qualche mucca che
cerca un ultimo filo d’erba e, dall’altra
parte, i tir che sbuffano nell’immobilità
delle loro interminabili colonne. Stanno
qui perché non possono stare in un altro
posto. Dal primo ottobre dentro il perimetro dell’istituto è proibito fumare.
In quel cartello di divieto c’è tutta l’ostinazione di un uomo molto amato,
molto invidiato, molto criticato. Un uomo intelligente e furbo. Un uomo dolce e
un po’ cinico. Un uomo bello e anziano.
Un uomo timido che sta sempre sui giornali e in televisione. Un ossimoro che
cammina, un po’ come tutti coloro a cui
una vita non basta e scavano in sé altre
esistenze più o meno segrete. Allo Ieo
non ho mai visto Umberto Veronesi in
giacca e cravatta. L’ho sempre incontrato con il camice verde chiaro da sala operatoria o, come questa volta, con quello
bianco che indossa quando è nel suo ufficio. Quella gente lontana dalle sue finestre che succhia avidamente una sigaretta sembra uscita da un libro di Saramago,
Cecità. «Si deve lottare sempre contro le
cose che ci vogliono uccidere. E non bisogna avere pietà. Le sigarette sono il killer più spietato in circolazione, il principale alleato del cancro». Veronesi aveva
cancro. Questo sì. Ma io non riuscirò a vedere questo traguardo. Non riuscirò a vedere la sconfitta del cancro. Se credessi
ancora nei miracoli non lo penserei, ma
Dio è uscito dai miei orizzonti ed è il tempo a disegnarli adesso. È la realtà del tempo che si riduce davanti a convincermi
che non vedrò la fine di questa malattia.
Certo, può succedere per caso, anche ora
o domani, ma le probabilità diminuiscono giorno dopo giorno. La dimensione
della mia fiducia nella possibilità di risalire alle cause di ogni male, per debellarlo, è la stessa di cinquant’anni fa, ma la
dimensione del mio futuro no. Ciò che
attenua il mio senso di sconfitta è che lascio una generazione di giovani sulla
strada giusta per affrontare quella che
credo, questo sì, sia l’ultima sfida della
malattia. Sto parlando della via del dna.
La cellula del cancro ha una vitalità che
ci può uccidere, ci vuole eliminare perché lei vuole vivere e moltiplicarsi. È ribelle, anarchica, non segue le regole del
resto dell’organismo: lo studio dei geni,
le particelle più elementari dal punto di
vista biologico, ci condurrà a risolvere
l’enigma della sua origine e del suo sviluppo. È, appunto, solo una questione di
tempo. D’altra parte, abbiamo fatto più
progressi negli ultimi vent’anni che nei
duemila precedenti».
Umberto Veronesi ha mani nodose,
una stretta forte e calorosa. Da contadino. Dice: «Sono uno scettico, non un cinico». E ancora: «Sono un uomo senza
fantasia». Eppure, in ottantuno anni si è
riempito di vita. L’ha bevuta a grandi sorsi. Ha sette figli e dodici nipoti, ogni domenica a pranzo li invita a casa. Chi può
si presenta, chi non c’è non avrà sensi di
colpa da espiare. Lui li accoglie come faceva suo padre nella cascina alle porte di
Milano nella quale è stato bambino, si è
inginocchiato davanti a Dio per recitare
il rosario tutte le sere e un giorno si è alzato e quel Dio ha rifiutato per sempre. Due
dei suoi figli sono chirurghi, gli altri avvocato, direttore d’orchestra, economista a
Chicago e architetto. Anche il più piccolo studia architettura. Un giorno gli chiesero quale fosse il suo primo pensiero del
mattino. Lui rispose: la donna. E l’ultimo
della notte? La donna. Ha sedotto, è stato
sedotto. Qualche sera fa, racconta, si è
messo alla scrivania di casa e ha tirato giù
due conti: «Ho fatto finora trentamila interventi chirurgici, ma nella mia carriera
di medico ho visitato quasi quattrocentomila persone». La maggior parte donne. «Ho scoperto che sono migliori degli
uomini. Sono più coraggiose, più aperte
sul piano intellettuale, meno conformiste. La donna ha una carica vitale positiva. Ha la capacità, se riesce a usarla, di rimanere una persona senza farsi seppellire dal ruolo che riveste e trasformarsi
così in un alieno che non capisce più chi
gli sta di fronte. C’è qualcosa nella donna
che la tiene saldamente ancorata alla vita di tutti e non la rende estranea a nessuno. Per questo, per esempio, sa essere un
ottimo medico».
Veronesi ama le donne. Se ne circonda. Qui allo Ieo e nello studio di via Salvi-
ni. Lucia, Giusi, Francesca, Donata, Eva,
Mariagrazia, Giovanna. Lo coccolano
come fossero amanti, madri, sorelle. Il
prof qui, il prof là, il prof ha detto, il prof
adesso è libero, portiamo un caffè al prof.
Per tutte lui è semplicemente il prof. Guai
a criticarlo in loro presenza, neppure per
scherzo. Dice Veronesi: «Mi sono innamorato tre volte. Da molti anni non mi
succede più». È guarito dalla malattia.
«L’innamoramento è una forma patologica dell’amore, un sentimento egoista e
possessivo. Amare davvero una persona,
invece, significa semplicemente volere il
suo bene». Non esiste amore senza spavento, scriveva un poeta milanese, Giovanni Raboni. «È vero, amare significa
soffrire». Ma non parlategli di fedeltà e infedeltà. «Sono parole che non ho mai
usato, chi predica la fedeltà rinuncia alla
sua capacità critica. L’infedeltà, lo dico in
senso filosofico, non può essere demonizzata. Una coppia che si ama firma un
patto sentimentale e umano, stipula un
accordo tra le parti. Chi lo rompe è sleale,
non infedele. Ed è peggio. Per la slealtà
non esiste perdono».
Non piace a tutti, ma, assieme a Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini,
Umberto Veronesi è lo scienziato italiano più conosciuto nel mondo. Dicono che è un egoista e amico soltanto dei
poteri forti, ma aveva accettato di candidarsi per il centrosinistra come sindaco di Milano. Poi la sinistra lo ha fregato e lui è stato un signore, neanche
una polemica nonostante la ferita e l’amarezza fossero profonde. E pure molto. Il fatto che qualcuno sia morto per
una causa non vuol dire che la causa sia
giusta, diceva Oscar Wilde. Veronesi ha
combattuto anche le battaglie perdute.
Liberalizzazione della droga, eutanasia, fecondazione assistita e staminali.
È stato un uomo fortunato, impudente
e, in fondo, non solo ma solitario. Uno
sciamano più che un patriarca.
Quand’era giovane cercava la solitudine in montagna, ora che è vecchio preferisce il mare. Un altro infinito, senza
ostacoli davanti allo sguardo. Gli piace,
soprattutto, staccare l’ombra da terra.
«Prendere un aereo e scomparire. Non
farmi più raggiungere da nessuno».
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DARIO CRESTO-DINA
Repubblica Nazionale
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I piccoli soldati raccontano