116 Spedizione in Abbonamento Postale 70% - Filiale di Brescia - 2° Semestre 2014 forniture elettriche e meccaniche per auto Brescia - viale Italia 7/9 - tel. 0303751100 - fax 0303753246 email: [email protected] Parcheggio interno DAL 1956 AL SERVIZIO DELL’AUTOMOBILISTA proiettori lampade dischi e pastiglie freno fanali rotanti specchi retrovisori fanaleria e fari COBO filtri: olio, nafta, aria ricambi per motorini avviamento e alternatori batterie: FIAMM climatizzatori - ricambi originali Fronte del ghiacciaio del Dosegù, 30 giugno 2013 (foto R. Scotti) Q VHPHVWUH Buon Natale e Felice 2015 Direzione - redazione - amministrazione Organizzazione di volontariato iscritta al registro regionale Regione Lombardia foglio n. 659 prog. 2630 Sez. B - Onlus via Villa Glori 13 - tel. 030 321838 25126 Brescia direttore responsabile: GIUSEPPE ANTONIOLI redattori: PIERANGELO CHIAUDANO, RICCARDO DALL’ARA, RITA GOBBI, FAUSTO LEGATI, ANGELO MAGGIORI, PIA PASQUALI, FRANCO RAGNI, TULLIO ROCCO, MARCO VASTA La collaborazione è aperta a tutti, le opinioni espresse dai singoli autori negli articoli firmati non impegnano né la Sezione né la Rivista. La Rivista viene inviata gratuitamente ai Soci ordinari, vitalizi della Sezione e delle Sottosezioni. A chi intende scrivere su “Adamello” si ricorda che, per una equilibrata distribuzione dello spazio nella Rivista, ogni articolo non deve superare gli 8000 caratteri, spazi inclusi. Gli articoli devono pervenire alla Segreteria della Sezione entro le seguenti date: ENTRO IL 30 SETTEMBRE PER IL NUMERO DI DICEMBRE ORARI DELLA SEZIONE DI BRESCIA dal martedì al sabato dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 19.00 giovedì anche dalle 21.00 alle 22.00 chiuso lunedì e festivi .12.1954 escia n. 89 - 15 aut. trib. di Br stale - 70% po o nt me na abbo spedizione in Filiale di Brescia i- che Artigianell escia Via Ferri, 73 Br 54) (m 35 dell’Adamello parete ovest NA LI In copertina: CO SO Foto di FRAN LQWHUQH W Z Z Z F DLEVLW VRPPDULR 5 Vita Associativa Rinnovo cariche sociali: Comunicazione Carlo Fasser 6 Cultura La “collana” sconosciuta: storia dei rifugi del CAI Brescia La nostra biblioteca, ovvero: molti i volumi, pochissimi i lettori Primi salitori italiani della Nord dell’Eiger e Cavalieri della Repubblica 10 Rifugi e Bivacchi Vita e lavori nei nostri rifugi Mirella Zanetti Casali 12 Gemellaggi L’Aquila e Brescia sul Gran Sasso: due Sezioni nate nel 1874 Dario Di Pietro 15 Ambiente Motori sui sentieri, ovvero: le nuove invasioni barbariche Fausto Camerini Bilanci invernali 2012/2013 in Lombardia Riccardo Scotti 24 Storia Nel centenario della 1ª guerra mondiale Enzo Franzoni Il prestigioso “Adamello” nella toponomastica e nella letteratura Gualtiero Laeng, a cura di Silvio Apostoli Da Ortler a Ortles… passando da Ortelio Franco Ragni Omobono Beltracchi l’autore del “miracolo” Giulio Franceschini ENTRO IL 30 APRILE PER IL NUMERO DI GIUGNO Stampa: Grafi HPDLO DLEVLW F # D L F F D L E UH V 43 Extraeuropeo L’uragano Bir travolge anche i turisti del fiume Omo Angelo Maggiori 46 Escursionismo Via Francigena… in bici sulle tracce di Sigerico Roberto Micheli Ramingando in Valvestino: da Cima Rest al Monte Tombea Davide “Ramingone” Dall’Angelo e Lorenzo “Ramingazzo” Rota 53 Gruppo Gite di Scialpinismo Brescia Gruppo Gite di Scialpinismo Brescia Michele Peroni Calendario 2015 54 Corsa in montagna 11° Trofeo Paolo Ravasio: prendi per mano il tuo limite… Gigi Mazzocchi 56 Scuola di Alpinismo Gli Istruttori si riuniscono in assemblea Riccardo Dall’Ara Che cosa c’è dietro uno sguardo di un Uomo di montagna? Massimiliano Merigo 58 Alpinismo Grandes Jorasses, parete Nord, via Colton-MacIntyre Daniele Frialdi e Claudio Inselvini Prime ascensioni a cura di Fausto Camerini 36 Montagne altre Il Sentiero di Cinzia Angiolino Goffi 67 G.P.E. L’esordio di un GPEista Franco Ragni Fra i colli di Valpolicella e Lessinia Arturo Milanesi Cesenatico mare e monti Ancilla Duina G.P.E. Seniores: programma escursioni 1° semestre 2015 Gruppo G.P.E. Giovedì: programma escursioni 1° semestre 2015 Convenzione con Medical Fitness 39 Storie di vita Lo spazzacamino Lorenzo Bezzi 73 Biblioteca Claudio Chiaudano Invito alla lettura di… Novità 2014 34 Ricordo Angelo Beretti Gli amici del G.P.E. Tullio Stefani Fausto Baronio Mariuccia Bresciani Verdina Giulio Franceschini 40 Medicina Montagna, mente e corpo Fabrizio Bonera Il ginocchio Pablo Ayala 41 Proiezioni “Agostino Gentilini” Programma proiezioni 2015 76 Vita della Sezione Vita della Sezione Tabella rifugi e bivacchi Escursioni C.A.I. Brescia 2015 Gite Soft 2015 Gite Alpinismo Giovanile 2015 Per Chiara Apostoli Vita associativa Rinnovo cariche sociali: Comunicazione a tutti i soci del Club Alpino Italiano Sez. di Brescia Premesso: UÊ che in data 31 marzo 2015 tutte le cariche sociali verranno a scadere per compiuto triennio, come previsto dall’art. 20 dello Statuto; UÊ che conseguentemente durante la prossima Assemblea, convocata entro tale data, si procederà alle elezioni di tutte le cariche sociali scadute; UÊ che il Consiglio Direttivo della Sezione, convocato per il giorno 21 ottobre 2014, ha deliberato sulla nomina dei componenti del Comitato Elettorale nel numero di 5 membri, come previsto dallo statuto all’art. 27. Tutto ciò premesso si è ritenuto opportuno anticipare a tutti Soci maggiorenni della Sezione e delle Sottosezioni la seguente nota: “Si informano tutti i Soci della Sezione e delle Sottosezioni del Club Alpino Italiano Sezione di Brescia che il prossimo anno sono in scadenza tutte le cariche sociali della nostra Sezione. Pertanto si invitano tutti i Soci interessati, che ne hanno i requisiti previsti dall’art. 29 dello Statuto, disponibile presso la Segreteria della sede o consultabile sul sito http://www.cai.bs.it/ vedit/pagina.asp?pagina=1234, a presentare la propria candidatura alle varie cariche in scadenza, sotto indicate: UÊ n. 1 Presidente; UÊ n. 2 Vicepresidenti; UÊ n. 10/14 (min/max) Consiglieri; UÊ n. 3 Revisori dei conti UÊ n. 10 Delegati (salvo rettifica in base al numero degli iscritti). I Soci che intendono candidarsi dovranno farlo compilando l’apposita scheda pubblicata sul sito della Sezione (www.cai.bs.it) inviandola poi via mail, lettera o altra modalità, mediante comunicazione alla Segreteria; l’invito è rivolto principalmente ai giovani dei quali si auspica una numerosa partecipazione soprattutto all’interno del Consiglio Direttivo. Il Comitato Elettorale nominato dal Consiglio Direttivo il 21 ottobre provvederà alle valutazioni formali di tutte le candidature pervenute. Si ricorda a tutti i Soci che intendono candidarsi che la loro eventuale elezione comporta l’assunzione di compiti e responsabilità ben descritti nello Statuto e la conseguente partecipazione attiva alla vita sociale della Sezione, e che tali incarichi sono ricoperti in modo completamente gratuito e con la massima disponibilità. Si precisa che la “nota” su trascritta, inviata a tutti i Soci di cui è noto l’indirizzo e-mail, verrà inserita in ogni comunicazione che la Segreteria inoltrerà settimanalmente ai Soci per informarli delle varie attività della Sezione, fino al 31 gennaio 2015, termine ultimo per la presentazione delle candidature. I componenti del Comitato Elettorale, dopo la loro nomina, sono disponibili a dare ai Soci tutte le informazioni ed i chiarimenti richiesti, i nominativi degli stessi verranno pubblicati sul nostro sito internet. In calce si riporta l’estratto dello statuto sulle condizioni di eleggibilità e sulla durata delle cariche. il Presidente Carlo Fasser 1) CONDIZIONI DI ELEGGIBILITÀ (art. 29 dello Statuto) Sono eleggibili alle cariche sociali i Soci con diritto di voto in possesso dei seguenti requisiti: siano iscritti all’associazione da almeno due anni; non abbiano riportato condanne per un delitto non colposo; siano soggetti privi di interessi personali diretti o indiretti nella gestione del patrimonio sociale; siano persone di capacità e competenza per attuare e conseguire gli scopi indicati dallo Statuto e dal Regolamento generale del Club Alpino Italiano. La gratuità della cariche esclude esplicitamente l’attribuzione e l’erogazione al Socio, al coniuge o convivente, ai parenti entro il secondo grado di qualsiasi tipo di compenso, comunque configurato a partire dal momento della sua designazione ad una carica sociale, durante lo svolgimento del relativo mandato o attribuzione di incarico, nonché per almeno tre anni dopo la loro conclusione. Non sono eleggibili alle cariche sociali o candidabili ad incarichi quanti hanno rapporto di lavoro dipendente con il Club Alpino Italiano o quanti intrattengono un rapporto economico continuativo con le strutture centrali o periferiche. 2) CONDIZIONI DI ELEGGIBILITÀ DEL PRESIDENTE (stralcio art. 23 dello Statuto) Il candidato alla carica di Presidente della Sezione al momento della elezione deve aver maturato esperienza almeno triennale negli organi centrali o negli organi delle strutture periferiche e deve avere anzianità di iscrizione alla Sezione non inferiore a due anni sociali completi. 3) DURATA DELLE CARICHE (art. 20 - 26 - 27 dello Statuto) Il Presidente e i due Vicepresidenti durano in carica tre anni e sono rieleggibili una prima volta e lo possono essere ancora dopo almeno un anno di interruzione. I Consiglieri durano in carica tre anni e sono rieleggibili per altri due mandati consecutivi; possono essere nuovamente rieletti dopo almeno un triennio di interruzione. Il Collegio dei Revisori dei Conti è l’organo di controllo contabile e amministrativo della gestione finanziaria, economica e patrimoniale della Sezione. È costituito da almeno tre componenti, Soci ordinari con anzianità di iscrizione alla Sezione non inferiore a due anni sociali completi. Durano in carica tre anni, sono rieleggibili come i Consiglieri. I Delegati rappresentano l’Associazione all’Assemblea del CAI ed al Club Alpino Italiano - Regione Lombardia, durano in carica tre anni e sono rieleggibili come i Consiglieri. Adamello 116 – pag. 5 Cultura La “collana” sconosciuta: la storia dei rifugi del CAI Brescia N emo propheta in patria? Silvio Apostoli e Giulio Franceschini hanno scritto e pubblicato moltissimo su persone, eventi e realizzazioni del CAI Brescia, ma quanti dei nostri Soci conoscono i loro libri? Sul numero scorso di questa rivista (“Adamello”, n. 115, 1° semestre 2014) Giulio Franceschini ha firmato un pezzo sulla storia della Sezione di Brescia, elencando in chiusura i principali titoli (articoli e libri, anche di altri autori) che negli anni hanno dato conto di questa storia. Tra questi, quattro volumi (dovuti appunto al binomio Apostoli-Franceschini, tra i principali protagonisti di almeno mezzo secolo di vita del nostro sodalizio) hanno tra l’altro un’uniformità di impostazione e veste grafica (peraltro gradevole) da farli configurare come una autentica collana. Sono: Il Rifugio di Salarno, del 2004; La Lobbia salvata, del 2007; I Rifugi Coppellotti, del 2010; Dalla pag. 6 – Adamello 116 Capanna Brescia al Rifugio Maria e Franco, del 2014. Le narrazioni rispettive toccano aspetti di sorprendente interesse storico-ambientale e ci riportano a un mondo di avventurose iniziative dei cui frutti siamo eredi, tutto sommato fortunati, grazie alla volontà e alla dedizione di persone di eccezionale spessore. Brevemente l’argomento dei volumi: Il “Salarno” – antesignano ancora visibile (nel suo nucleo fondamentale) dell’attuale “Prudenzini” – fu il primo rifugio eretto dal CAI Brescia (1882) e si segnalò, tra l’altro, per la sua letterale scomparsa durata 17 mesi tra 1887 e 1888 sotto una eccezionale copertura nevosa (nevicate e valanghe). La “Lobbia” (denominazione popolare: la sua dedica è “Ai Caduti dell’Adamello”), croce e delizia del nostro sodalizio fin da quando nacque nel 1929 a oltre 3.000 metri di quota. Storia affascinante e complessa, di gloria (un Papa, due volte, e un Presidente della Repubblica) e di problemi (ristrutturazioni e consolidamenti a ripetizione). I rifugi “Coppellotti”: storia che sotto questa dizione riassume quella dell’attuale “San Fermo” (ex Capanna Moren ed ex “vecchio” Coppellotti) e di un “nuovo” Coppellotti distrutto nel 1944 e di cui restano solo i ruderi. Tutti, comunque, sui monti di Borno. Il “Maria e Franco”, nato come “Brescia” a presidio del passo Dernal e realizzato dal CAI Brescia negli anni immediatamente precedenti la Grande Guerra. Due volte distrutto e due volte ricostruito, oggi è il “Maria e Franco”, isolato e affascinante. I volumi sono disponibili in Sede e sarebbero un interessante complemento alla biblioteca di montagna dei nostri Soci. A proposito di biblioteca: presso la Sede c’è quella del CAI Brescia, ricca di titoli e aperta ai Soci, ma ne parliamo di seguito. Cultura La nostra biblioteca, ovvero: molti i volumi, pochissimi i lettori S i dice che siano più numerose le persone che scrivono di quelle che leggono; e forse è vero. Nella nostra Sede di via Villa Glori è attiva una bella e ricca biblioteca, forte di non meno di 1.700 volumi, oltre che di un grande patrimonio fotografico. È intitolata dal 2005 a Claudio Chiaudano. Vi operano con una costanza pari alla passione Eros Pedrini e Riccardo Dall’Ara, e con loro Giovanna Bellandi, Luigi Bazzana, Giancarlo Cristini, Elisabetta Saia, Ines Pasinetti e Ruggero Gardoni (sperando di non incorrere in dimenticanze…); sennonché, a tanta passione e a tanto lavoro non fa riscontro purtroppo una significativa presenza di “utenti” in genere (e dei Soci in particolare!). È una situazione abbastanza sconcertante, anche solo considerando che sulle pagine di questa Rivista è regolarmente presente una sezione “Biblioteca” completa di belle recensioni sulle ultime novità venute ad arricchire gli scaffali: titoli vari in grado di appagare qualsiasi variante di gusto. Viene perciò un sospetto: ma queste pagine vengono lette? O almeno “guardate” con quel minimo di attenzione che meritano? Da cosa nasce cosa e qui coltiviamo la speranza che con queste poche righe si riesca a suggerire al lettore un minimo di curiosità, per dare un’occhiata non fuggevole a questa bella biblioteca, dove effettivamente ce n’è per tutti i gusti: guide relative a ogni gruppo montuoso della penisola, testi letterari, altri storici, o biografici, altri ancora scientifici, senza contare quelli sulla “guerra bianca”, o le moltissime annate di periodici e riviste CAI (“nostri” e nazionali). E ancora: vi si trovano autentiche “chicche” come i manoscritti preziosi di questi 150 anni di alpinismo bresciano, dovuti a guide, soci illustri o semplici alpinisti. E poi molto altro. Gli orari: ogni giovedì dalle 14 alle 16 e dalle 21 alle 23; al venerdì dalle 16 alle 18. Va da sé che gli orari sono forzatamente limitati data la oggi fisiologica scarsa affluenza di “lettori”, ma è chiaro che tutto cambierebbe, con orari molto più ampi, in presenza di una frequentazione più ricca come la biblioteca meriterebbe. Per finire l’attività dei curatori non è statica, ma è sempre in progress nel senso dell’adeguamento alle nuove tecnologie, dell’informatizzazione del catalogo, della digitalizzazione di quel patrimonio fotografico – di grande valore storico – al quale più sopra abbiamo fatto cenno. Un grande e complessivo patrimonio documentale e di testimonianze storiche, insomma: peccato non goderne anche da parte dei Soci. Tanto per cominciare, un’indicazione per la prima esplorazione: consultare il catalogo della biblioteca digitando all’indirizzo elettronico: www.winiride.it/iride/dbbrescia2 Adamello 116 – pag. 7 Cultura Primi salitori italiani della Nord dell’Eiger e Cavalieri della Repubblica Il CAI nazionale ha scelto Brescia per il festeggiamento M artedì 28 ottobre Palazzo Loggia, simbolo civico di Brescia e prestigiosa sede municipale, ha visto la celebrazione di un evento altamente significativo per il nostro mondo legato alla montagna, e in forza di più motivi, che però tutti ruotano attorno al meritato conferimento del Cavalierato al Merito della Repubblica ai fortissimi scalatori che nell’agosto 1962 furono protagonisti della prima salita italiana alla parete nord dell’Eiger, parete e montagna che non hanno certo bisogno di presentazione per i nostri lettori. “Due cordate per una parete” è il titolo del bellissimo e fortunato volume dedicato all’impresa da Giovanni Capra e in effetti due furono le cordate che s’incontrarono fortuitamente nel primo tratto della parete in quell’occasione. La prima formata dal carismatico roveretano Armando Aste, dal suo “amico per la vita” Franco Solina (che in Brescia esemplifica nel nome il concetto stesso di “montagna” perfino anche in chi in montagna proprio non ci va), e il forte Pierlorenzo Acquistapace, di Mandello Lario. La seconda invece contava su un altro magnifico terzetto: i due lecchesi Gildo Airoldi e Romano Perego, e il torinese Andrea Mellano. Unirono gli sforzi e fu una combinazione perfetta: tre “orientalisti” (o “dolomitisti”) e tre “occidentalisti”. Il risultato fu una salita ragionata e sicura, conclusa da una meritata conquista. Per la sua storia vale l’invito a “frequentare” il bel volume di Giovanni Capra che circostanzia e racconta sia l’Eiger che l’impresa dei nostri, in una bella sintesi stilistica tra rigore storico e brio giornalistico. La vittoria sull’Orco faceva giustizia di una serie di precedenti italiani segnati dalla sfortuna e – secondo il caso – dalla tragedia, ma il risultato sul piano mediatico, anche nell’ambiente alpinistico na- zionale (che in pratica vede al massimo livello rappresentativo il CAI), fu tiepido e tardivo. Non tiepido, certamente, è stato invece il ruolo del CAI (condiviso da altri amici, soprattutto dell’area agordina) nel patrocinio dell’attuale “Cavalierato”, la cui proposta in realtà mirava come traguardo al 2012, cinquantesimo anniversario del lontano exploit. Pazienza per il leggero ritardo. Oggi il CAI nazionale, nella persona del presidente generale Umberto Martini ha voluto, in certo modo, riscattare la lontana “distrazione” con la volontà di un degno e pubblico riconoscimento ai protagonisti di quell’evento; con questo incontro in Brescia. La città è stata scelta probabilmente per la sua posizione baricentrica – in senso territoriale – e per il fatto di ospitare nelle sue mura sia il “nostro” Franco Solina, che Giacomo Stefani, presidente del Club Alpino Accademico Italiano: due presenze non da poco… Nella Sala dei Giureconsulti di Palazzo Loggia, al tavolo, da sinistra, Giovanni Capra, il sindaco Emilio Del Bono, il presidente del Cai nazionale Umberto Martini e il presidente del Cai Brescia Carlo Fasser pag. 8 – Adamello 116 Cultura Franco Solina, Carlo Fasser, di schiena il presidente generale del Cai Umberto Martini, e il presidente nazionale dello ”Accademico” Giacomo Stefani, in conversazione Armando Aste e Franco Solina con l’Attestato ricevuto dalle mani del sindaco di Brescia per il Cavalierato, oltre che esponenti del Gism, Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, di cui era presente anche il vicepresidente Giovanni Di Vecchia. E poi, molto significativa è stata la presenza di Giuseppe “Det” Alippi e Nando Nusdeo, pure scalatori di eccezionale livello che proprio in quei giorni, mentre i sei delle “due cordate” erano già grosso modo a mezza parete, avevano a loro volta attaccato la mitica “Nord”. Dovettero però prestare aiuto a due alpinisti inglesi, uno dei quali seriamente ferito alla testa e con una gamba rotta. I due italiani riuscirono a condurli, dopo lunghe e difficili operazioni di soccorso in piena parete, al famoso “buco della galleria” del trenino della Jungfrau. Addio Eiger, perciò, ma la loro fu una nobile vittoria morale che giustamente ha meritato il festeggiamento in Loggia accanto ai colleghi più fortunati. Dopo l’introduzione di Giovanni Capra e il bell’indirizzo di saluto del sindaco di Brescia, hanno parlato gli ospiti, a partire dal presidente Martini, e il filo conduttore degli interventi è in genere riandato al motto sulla “montagna che unisce”, motto che aveva caratterizzato i festeggiamenti di pochissimi anni fa per i 150 anni del Club Alpino Italiano. A nome dei “festeggiati dell’Eiger”, che sono stati omaggiati di un volume monografico sul Palazzo Loggia, ha infine parlato Armando Aste, a nome di quel “sestetto dell’Impresa” di cui resta sicuramente l’interprete emblematico, pur sempre tra grandi uomini: i “sei più due”. La città e il suo sindaco, a loro volta onorati dall’evento, hanno concesso il Palazzo Loggia e la sua raccolta e splendida “Sala dei Giureconsulti” ad ospitare una celebrazione dalle formalità dovute ma ridotte al minimo necessario, come si conviene tra gente di montagna. I presenti… Purtroppo i protagonisti per definizione, i conquistatori dell’Eiger, non c’erano tutti perché Pierlorenzo “Canèla” Acquistapace è mancato già dodici anni fa a causa di un incidente stradale; c’erano comunque i familiari a testimoniarne l’ideale presenza. Assente anche Romano Perego, ma solo per occasionali motivi di salute. Per inciso, motivi di salute hanno motivato anche l’essenza di Aldo Garioni, presidente della Ugolini, la società nei ranghi della quale un giovane Franco Solina si era “fatto le ossa”. Già detto della presenza del presidente nazionale CAI Umberto Martini, da rimarcare la presenza del suo vicepresidente Goffredo Sottile e del presidente della Sezione di Brescia Carlo Fasser. Gli onori di casa, concretizzati in uno stimolante discorso sul legame non solo geografico ma anche, diremmo, “spirituale” tra Brescia e la montagna, sono stati del sindaco Emilio Del Bono, mentre l’introduzione e la presentazione dell’evento erano affidate a Giovanni Capra, forte della sua profonda conoscenza storica che rende attuali circostanze ed eventi di un mezzo secolo fa. Bella presenza anche quella di Bepi Pellegrinon, che fu alpinista di vaglia e oggi è titolare della casa editrice Nuovi Sentieri, e di Loris Santomaso, entrambi tra i principali promotori dell’iniziativa Festosa foto di gruppo degli alpinisti, col sindaco Emilio Del Bono, Giovanni Capra, Bepi Pellegrinon, e il pittore Eugenio Busi Adamello 116 – pag. 9 Rifugi e bivacchi Vita e lavori nei nostri rifugi Nuovo impianto fotovoltaico Rifugio Bozzi di Mirella Zanetti Casali Diamo informazioni a tutti i Soci su conduzione e lavori eseguiti o conclusi nei nostri rifugi nell’anno 2014. Rifugio Bozzi Gestione: Come anticipato nel precedente numero, durante la scorsa stagione estiva (20 giugno - 30 settembre 2014) il Rifugio Bozzi è stato condotto in gestione diretta dalla Sezione. La nostra referente è stata Monica Fantino, infermiera professionale appartenente al Soccorso Alpino e Speleologico Lombardo in qualità di cinofila, ricerca in superficie e valanga, socia CAI, con precedente esperienza di gestione nei rifugi piemontesi. La gestione è stata più che buona, nonostante le negative condizioni atmosferiche; la presenza femminile nel rifugio è stata apprezzata (anche con mail di conferma) dai frequentatori, sia riferita alla pulizia che alle varie offerte gastronomiche. Per la stagione estiva 2015 la gestione diretta o indiretta (con gestore) sarà oggetto di delibera da parte del nuovo Consiglio Direttivo. Lavori: Inizio lavori giugno 2014 / fine lavori ottobre 2014. U Sostituzione completa dell’impianto fotovoltaico (il precedente non era più funzionante). La spesa complessiva è stata di ca. 60.000 €; a fronte dovremmo incassare 20.000 € dal Ministero dell’Ambiente (per Bando Ministero Ambiente 02/08/2012) e 12.600 € dal C.A.I. Centrale (Bando pro Rifugi 2013). U Adeguamento servizi igienici (nuovi e rifatti) che ora sono due interni (di cui uno per il personale) e due esterni. Adattamento locale invernale per n. 5 posti letto, ricavati al primo piano nella stanza n. 3 con accesso dalla scala esterna di sicurezza. La spesa complessiva è stata di 33.000 €, tutta a nostro carico. pag. 10 – Adamello 116 Rifugio Garibaldi La gestione è continuata con il gestore Odoardo Ravizza. Locale invernale Bozzi Lavori: Inizio lavori aprile 2013 / fine lavori agosto 2014. U Sostituzione di tutti gli infissi. U Costruzione locale esterno deposito scarponi e stenditoio. U Adeguamento servizi igienici. La spesa complessiva è stata di 174.500 €; a fronte dovremmo incassare 78.000 € dalla Regione Lombardia (Bando Regionale per adeguamento rifugi del 16/07/2007) e abbiamo già incassato 46.721 € dal CAI Centrale per Bando pro Rifugi 2012. Rifugio Maria e Franco La gestione è continuata con il gestore Giacomo Massussi. Lavori interni: Coibentazione e isolamento parte camerone. La spesa complessiva è di 22.500 € tutta a nostro carico. Rifugio Berni Bagni esterni Bozzi La gestione è continuata con il gestore Elena Bonetta. Sono stati eseguiti normali lavori interni di manutenzione. Rifugi e bivacchi Rifugio Prudenzini: La gestione è continuata con il gestore Giorgio Germano. Lavori: I lavori di adeguamento agli standard della Legge Regionale sui Rifugi iniziati nel 2012 si sono conclusi il 30/10/2014. Essendo in corso la rendicontazione daremo il dettaglio nel prossimo numero. A conclusione esprimiamo la nostra riconoscenza ai gestori che hanno sopportato i disagi dei lavori in corso e a quelli che sono ancora in paziente attesa degli interventi, programmati con la diluizione resa necessaria dal gravoso impegno economico. Ringraziamo anche le imprese che hanno realizzato tutti i lavori sopra descritti per la competenza e la disponibilità dimostrate. Rifugio Garibaldi Interno locale scarponi Garibaldi Ampliamento locale scarponi Garibaldi Rifugio Tonolini Rifugio Gnutti La gestione è continuata con il gestore Fabio Madeo. I lavori di ristrutturazione erano già stati conclusi nel 2013 (v. Rivista Adamello n. 113). La gestione è continuata con il gestore Gianluca Madeo. Nuova cucina Rifugio Gnutti Lavori interni: Nella ricorrenza del 10° anniversario della scomparsa del Cavaliere del Lavoro Franco Gnutti, la Franco Gnutti Holding Spa, tramite la Fondazione della Comunità Bresciana Onlus, ci ha elargito un contributo di 15.000 € destinato alla sostituzione dell’arredo e del pavimento della cucina del nostro rifugio intitolato alla Medaglia d’oro Serafino Gnutti (fratello del Cavaliere). Sono quindi rimasti a nostro carico i soli lavori idraulici di allaccio e l’elitrasporto del materiale. Questo intervento ha notevolmente migliorato l’utilizzo della cucina del rifugio e consentirà a Gianluca di esprimere al meglio la sua professionalità di cuoco. Con l’occasione vogliamo ringraziare ancora una volta la famiglia Gnutti, orgogliosi di partecipare con il nostro rifugio a tenere vivo il ricordo del loro eroico parente. Camerone Maria e Franco Adamello 116 – pag. 11 Gemellaggi L’Aquila e Brescia sul Gran Sasso: due Sezioni nate nel 1874 di Dario Di Pietro L’ amicizia con il Gran Sasso e la fede per quel meraviglioso gioiello d’architettura naturale che è il Corno Piccolo furono i sentimenti che animavano il mio spirito quel giorno. Perché al pari di ogni altra vetta, con il facile e il difficile, il Corno Piccolo ha più di tutte le altre un fascino speciale, stregante, che spinge a tornarci dopo esserci stati una prima volta. Gli stessi sentimenti che animavano i propositi tra due soci del CAI, così lontani eppur così vicini, la sera appunto di una domenica di agosto a Pietracamela. È questo il paesino ai piedi del Gran Sasso che ha segnato la storia dell’alpinismo sul colosso degli Appennini, quando nel 1930 era Capo degli “Aquilotti” Ernesto Sivitilli. Una ascensione al Corno Piccolo era cosa inverosimile a quei tempi, e chi non per le cure mediche ma per comprenderne lo sforzo si rivolgeva a lui, amato dottore laureato a Padova, provava fascino non meno che incredulità. Era forse un genio, giovane e inquieto, che conduceva una vita senza misura incapace di stare fermo, e che a capo degli “Aquilotti” di Pietracamela ha imposto il suggello sulle sue montagne. Il Corno Piccolo, il fratello minore del Corno Grande con cui forma tout court il massiccio centrale del Gran Sasso, fu dunque nell’agosto dello scorso 2013 il testimone tra L’Aquila e Brescia, due Sezioni che hanno compiuto proprio quest’anno i 140 anni: entrambe nate nel 1874, si sono date appuntamento all’agosto del 2014 per incontrarsi a più battute. Nati invece a venti anni di distanza, Salvatore Perinetti, aquilano e presidente del CAI di L’Aquila, ed io Dario, aquilano trapiantato a Brescia da anni, non ci saremmo mai incontrati se non fosse stato per il “ritorno” di Sivitilli dopo 83 muti anni, con la ristampa in anastatica del suo volume “Il Corno Piccolo” già pubblicato nel 1930 dalla forte Sezione Aquilana del CAI, e con la 1 quale Ernesto si sentiva riconoscente e fratello1. Quella sera nel minuscolo paese patria dell’alpinismo la decisione fu quindi presa. Ero sceso a Pietracamela per accordarmi con Salvatore, ma come piaceva fare a Sivitilli una volta raggiunta la cima, scesi solo dopo un bel piatto di pasta al Rifugio Franchetti. Maccheroni col sugo di agnello… Gli agnelli, le pecore, i pastori: il Gran Sasso è storia antica di transumanza. Anche se sembrano ormai lontani i tempi in cui il poeta Gabriele D’Annunzio osservava immense greggi dirigersi verso i miti pascoli pugliesi alla prima comparsa del freddo autunnale, nella memoria dei luoghi e degli abitanti di questa parte di Abruzzo montano, la pastorizia, la dura vita degli stazzi e la produzione di formaggio pecorino, da conservare con cura perché unico sostentamento nel viaggio verso terre lontane, rimangono elementi imprescindibili della storia e della tradizione di questi luoghi. Elementi che il CAI di Brescia quando approda il 2 agosto a Campo Imperatore ritrova tutti, giorno dopo giorno: siamo sull’altopiano più vasto d’Italia con i suoi gendarmi di Il volume è disponibile presso la Biblioteca della nostra Sezione. pag. 12 – Adamello 116 pietra e le sue smarginate praterie, per le quali lo sguardo corre a perdifiato e si perde nelle brulicanti greggi e nelle immote mucche al pascolo. La martoriata L’Aquila dopo un blitz nel centro storico non è che un punto del passato, mentre il paesaggio che ora si presenta a noi è diverso: un erbal fiume silente… La nostra sistemazione è duplice, spaiata. Il Rifugio Racollo, piccolo e grazioso, resta nel cuore della piana, dove si è isolati da tutto e circondati da centinaia di vacche libere che ci fanno le poste per abbeverarsi accanto all’omonimo laghetto. L’accoglienza è delle migliori, con Paolo e Azzurra coppia imbattibile, per il cibo ottimo ed abbondante e per la gentilezza e la cordialità con le quali coccolano ogni loro ospite. Il Rifugio Fonte Vetica è piuttosto un “porto di mare”, un ossimoro d’alta quota sempre pieno di viandanti e turisti, in testa ad una lunga strada asfaltata dal Comune di Castel Del Monte. Singolare per la sua posizione, strategico per chi giunge dalla pianura, è il primo che offre ristoro: meta di motociclisti e camperisti, è conosciuto nei set cinematografici dei film e nelle pubblicità video, ben apprezzato per il suo naturale ambiente scenografico. Lo stesso Antonio, l’anziano proprietario, ricorda ancora quando il figlio Fausto non aveva che pochi anni mentre giocava con Terence Hill durante le riprese dei film di Sergio Leone: era proprio lui a portare i fagioli appena cotti a Trinità. Il 18 agosto 1573 Francesco De Marchi, ingegnere militare di stanza a L’Aquila al seguito di Margherita d’Austria, con la conquista della vetta Occidentale del Monte Corno sancì la conseguente nascita dell’alpinismo europeo: una conquista motivata dal desiderio di conoscenza e di scoperta, la prima documentata da un’attenta relazione. A 450 anni dalla straordinaria impresa del capitano bolognese siamo ritornati sulle Il Corno Grande, visto da Campo Imperatore sue tracce: 8 giorni sull’acrocoro abruzzese senza un attimo di tregua, immersi nel mondo dei pastori e circondati dalla corona dei giganti di Campo Imperatore. Il viaggio prende inizio dalla Catena Orientale con la salita al Camicia. Dalla cima è ancor più spettacolare la sua parete Nord, l’Eiger dell’Appennino, e sulla sella del Tremoggia le più grandi stelle alpine d’Italia ci salutano gremite, a voler dimostrare che il Gran Sasso è l’unico gruppo al di fuori delle Alpi che presenti autentiche caratteristiche di alta montagna. Carlo Diodati, presidente nazionale del CAI Escursionismo, si è unito a noi per augurarci il benvenuto e condividere appieno un’appagante e luminosa domenica. Intorno al Bolza, sui Contrafforti Meridionali, un inconfondibile odore di ovino impregna l’aria dalle pendici fin quasi sulla cresta: procedere attraverso le greggi di pecore è di una bellezza selvaggia ed incantevole, avvolti dai fragorosi belati suscitati dalla nostra incursione, fintanto che il pastore nel quale ci imbattiamo non ci ragguaglia della sua vita di tutti i giorni sotto il sole cocente. Nel Canyon dello Scoppaturo ritroviamo invece l’azione erosiva di un’antica lingua glaciale, che ha scavato e modellato la valle fluviale e che ne caratterizza tutta la morfologia: ci regala meraviglia ed inquietudine e, quasi fossimo nella gola del Colorado, ci potremmo aspettare l’improvviso assalto di una tribù di Cheyenne durante le riprese di un film. Il pranzo ricalca il tema del giorno: presso i ristori dove arriviamo in processione ognuno provvede a sé, cucinando sulle braci all’aperto rosse rastrelliere di arrosticini di pecora appena frollati. Ho ancora l’acquolina... Dentro la Rocca di Calascio, il poderoso castello più alto e scenografico d’Italia, vengono per noi evocati i trascorsi di importanti famiglie dei Medici, qui insediate per negoziar la lana con le signorie aquilane, mentre il borgo medievale più antico d’Abruzzo compone la cornice conclusiva alla nostra cena presso il Rifugio La Rocca. La rotta converge ora verso il Massiccio Centrale, quando un fortissimo vento in quota ci impone una cadenza con il dovuto rispetto a sua maestà: per la cresta ovest affrontiamo la salita al Corno Grande, emozionante arrampicata, e giunti sulla cima si scopre che la vista è semplicemente superba! La vetta degli Appennini è davvero la miglior terrazza su tutta l’Italia Centrale, l’unico punto di osservazione che ci regala la singolare vista su entrambi i mari del Mediterraneo. Sotto di noi, avvolto dalla cerchia delle tre vette, si adagia ancora vivo il ghiacciaio del Calderone, frusto residuo dell’ultima glaciazione ed unico caso in Europa a questa latitudine. La marcia prosegue e dirige verso la Catena Occidentale, con una lunga traversata sul sentiero N.1: ci porta alla scoperta della verdissima Valle del Chiarino, la parte più remota del Gran Sasso, che ne circoscrive con il Lago di Provvidenza i limiti orografici. Prossimi a Campotosto, il comune più alto dell’Appennino, l’omonimo lago segna l’inizio della conformazione dei Monti della Laga, tipici per la straordinaria ricchezza di specie animali e vegetali, nonché per la varietà di ecosistemi e paesaggi veramente unici. Si piega un’altra volta sul Massiccio Centrale, dal versante teramano dei Prati di Tivo, meritevole di tutta la nostra attenzione paesaggistica: è uno dei luoghi montani più caratteristici, dove è possibile osservare da vicino l’imponente parete settentrionale della cima del Corno Grande, “il Paretone”, e l’asperità del suo aspetto calcareodolomitico. Ci scorta per tutta l’ascesa, mentre lo sguardo fissa da lontano il docile traguardo del Rifugio Franchetti, uno dei più frequentati d’Italia e punto di accesso alle maggiori vette del Gran Sasso: sorge su uno sperone roccioso, al centro del Vallone delle Cornacchie, stretto tra le pareti del Corno Grande e del Corno Piccolo, sul fragile ghiacciaio del Calderone, ultimo modesto residuo di antiche ere glaciali. Adamello 116 – pag. 13 Gemellaggi Il gruppo dei bresciani in cima al Brancastello Siamo agli sgoccioli del nostro incedere, ed il cammino volge verso gli ultimi scorci sul Corno Grande: dal Vado di Piaverano ridisegniamo un tratto del Sentiero del Centenario, la più bella cresta degli Appennini, che come un’odalisca distesa sul mare mira il suo Adriatico selvaggio. Cinge al tempo Carlo Fasser e Salvatore Perinetti, i due presidenti di Sezione pag. 14 – Adamello 116 stesso tutto l’altopiano, da capo a fondo, e dall’alto del Brancastello ci regala il suggello conclusivo: in discesa verso l’epilogo del nostro andare seguitiamo sempre innanzi lo spallone sulla Valle dell’Inferno, mentre migliaia di stelle alpine occhieggiano dai prati di una esplosiva fioritura. L’8 di agosto, l’ultima sera a Campo Imperatore, Salvatore Perinetti riserva a noi di Brescia un ricevimento superlativo, secondo quelle che furono le intenzioni nell’agosto dell’anno precedente: i saluti del CAI di L’Aquila presso l’albergo storico degli anni Trenta, ed il concerto del coro della Sezione con il brindisi finale, a degno compimento del nostro straordinario giro abruzzese. Il testimone tra L’Aquila e Brescia era così passato agli aquilani, e dava loro appuntamento a fine agosto a visitare le montagne condivise tra il Trentino e la Lombardia, tra la Val di Genova e l’Alta Val Camonica, tra la Presanella e l’Adamello. Il 30 di agosto toccherà ai bresciani dare ospitalità agli aquilani: per la prima volta la sezione di Brescia riceve nella propria sede l’intera delegazione di un’altra Sezione d’Italia del CAI, L’Aquila a 5 anni dal terremoto. Con i mutui saluti dei presidenti Carlo Fasser e Salvatore Perinetti, è stato ricordato il legame delle due Sezioni che proprio quest’anno compiono i 140 anni: dal principio che fu lo scorso anno a Pietracamela, l’evento è progredito nel pieno consenso delle due compagini, fino a quella sera in Maddalena quando si è tenuta la cena conclusiva. L’ultimo sorso del brindisi ha trascinato tutti in un unico travolgente coro, che non ha risparmiato nessuno dei presenti, finché aquilani e bresciani si sono uniti dalla stretta corale dell’armonia di tutta la sala. Ritirando verso casa pel tratturo antico, dalle note dei canti aquilani si risveglia l’eco di un calpestio lontano, ed il viaggio in questi luoghi di uomini forti e gentili sembra volgere davvero a conclusione: è il rito del calare del sole come ogni sera sulla piana, che non tralascia quel pizzico di malinconia propria di chi riparte. Tra le canzoni abruzzesi ascoltate ne riecheggia una che maggiormente richiama il sentimento di appartenenza alla terra d’Abruzzo: “Vola vola vola” è quella che più rievoca le immagini del Gran Sasso, e mi ritorna in mente il Corno Grande, il Corno Piccolo e tutto Campo Imperatore… “Vola, vola, vola, vola / e vola lu gallinacce / mo si ti guarde ‘n facce / mi pare di sugnà...” Ambiente Motori sui sentieri, ovvero: le nuove invasioni barbariche di Fausto Camerini I barbari premono sui sentieri delle nostre belle montagne. Una infame legge regionale approvata dal Consiglio Regionale Lombardo permette ai sindaci di autorizzare manifestazioni (leggi colonne di moto o quad rumorosi e puzzolenti) di motori sui sentieri di montagna. Pare proprio di vivere in un mondo alla rovescia. Il poeta Davide Sapienza scriveva che le motoslitte “sono come il maltempo”. Cosa scriverebbe di fronte a questa nuova minaccia di invasione? Un tornado? Una tromba d’aria? Il ritorno della peste? Ma i signori del consiglio regionale sanno perché esistono i sentieri? Tracce impervie in zone impervie diventate sentieri per il secolare passaggio dei montanari e dei cacciatori. Sentieri oggi percorsi soprattutto da cacciatori ed escursionisti, segnalati e mantenuti sicuri dal lavoro volontario di soci del CAI, dei gruppi escursionistici, delle sezioni dell’Associazione Nazionale Alpini, delle Pro Loco. Sentieri che rappresentano storia, cultura, valorizzazione del territorio. Sentieri dove l’uomo ha il diritto di respirare l’aria pulita e di non avere nelle orecchie il frastuono del traffico cittadino, il diritto a non essere investito da mezzi senza targa e magari guidati da incompetenti. Il patrimonio sentieristico lombardo appartiene alla comunità; è un bel volano per il turismo, anche internazionale. Pensiamo solo a quanti tedeschi si incontrano, in ogni stagione, sui bellissimi sentieri delle montagne del Lago di Garda. E proprio nel Parco Alto Garda si è registrato il primo sconfinamento dei barbari (vedi l’articolo di Bresciaoggi pubblicato a lato). Bene ha fatto il sindaco di Tignale a dire di no. Peccato che altri politici non abbiano avuto il suo stesso coraggio. Politici che, cedendo alle pressioni di qualche lobby, fanno finta di non rendersi conto che una invasione di mezzi motorizzati sui nostri sentieri farebbe scappare tantissimi turisti, non disposti a camminare affiancati a colonne di mezzi motorizzati. Qualcuno (la maggioranza del governo regionale lombardo) dice che siamo una “sparuta minoranza”. A parte che in pochi giorni il CAI ha raccolto nella nostra regione 42.000 firme contro la legge, la vera “sparuta minoranza” sono quei talebani maniaci dei motori ovunque che minacciano da vicino la civiltà della cultura montana e dell’escursionismo. Scriveva Aldous Huxley nel romanzo “L’Isola” già nel lontano 1936: “… Ascensori, aeroplani e automobili, soltanto gommapiuma e immobilità interminabili su una sedia. La forza vitale che un tempo trovava sfogo attraverso i muscoli striati ripiega sui visceri e sul sistema nervoso e lentamente li distrugge”. Sembra proprio la descrizione della malattia peggiore dell’uomo moderno, la pigrizia. Camminate gente, camminate. La vostra salute non potrà che trarne giovamento. E soprattutto eviterete di rompere le scatole agli altri che vogliono solo camminare o cacciare o meditare in santa pace sui nostri sentieri. Una legge che porta tristemente a dire che la verde Lombardia è sempre meno verde. Cosa possono fare i Soci e le Sezioni del CAI e tutti gli appassionati di montagna? Chiedere ad ogni sindaco un impegno formale a non permettere manifestazioni motoristiche sui sentieri e sulle strade di montagna. Censire ogni evento rendendo noti i nomi dei sindaci che consentono queste manifestazioni e condividere l’informazione a livello regionale. Premere sui consiglieri regionali di ogni schieramento perché muovano le chiappe per abrogare, senza mezzi termini, la possibilità di manifestazioni motorizzate. Verificare che, quando ci sono queste manifestazioni, gli organizzatori diano garanzie fidejussorie come prevede la legge regionale. E ricordare a tutti che gli appassionati di montagna in Lombardia non sono una sparuta minoranza, sono tanti, e che votano. Motori sui sentieri, sì o no? La questione torna d’attualità nel Parco dell’alto Garda bresciano, dopo l’approvazione (l’8 luglio) della proposta di legge di Forza Italia-Pdl e Lega, che consente ai Comuni di autorizzare manifestazioni con mezzi a motore su sentieri, boschi e mulattiere. A SCATENARE la questione è la richiesta a tutti i Comuni aderenti al Parco di un Tour operator bresciano, specializzato in «off road», per il permesso di passaggio su alcune strade sterrate in occasione di un evento turistico previsto sabato e domenica prossimi. “La carovana - fanno sapere dall’agenzia di viaggio - sarà composta da una dozzina di quad più alcuni mezzi di assistenza al seguito; sabato saremo tra Gardone, Toscolano Maderno, Gargnano e Valvestino mentre domenica, dopo il pernottamento a Persone, saremo a Capovalle nelle zone della Grande Guerra”. E ancora: “Sarà anche una forma di prova per la prossima estate, quando proporremo altri tour di questo tipo”. Contrario il sindaco di Tignale Franco Negri, che ha comunicato le sue ragioni al presidente della Comunità montana, Davide Pace. «NON CAPISCO - scrive Negri - perché qualche giorno fa avrei dovuto autorizzare il transito di tre quad sul territorio montano del Comune per tracciare il percorso di un evento già organizzato per domenica 28 settembre. Da anni stiamo investendo nella sistemazione delle strade montane, cercando di valorizzare e promuovere l’entroterra in modo ecosostenibile, senza mezzi a motore, per i quali dal 2007 è in vigore l’ordinanza di divieto di transito a tutela della fauna e della àRUDGHOQRVWUR3DUFR0LVSLDFHLQYHFHFRQVWDWDUHFRQFOXGHFKHLQ un unico Parco esistano approcci di difesa del patrimonio agro-silvopastorale diversi e non coordinati”. Pollice verso anche da Ersaf che ha vietato il passaggio nella zona di Palazzo Archesane nel comune di Toscolano. Dispiaciuti, per queste reazioni, gli organizzatori: “Spiace che qualcuno non abbia compreso lo spirito dell’iniziativa - dicono dal tour operator - ma l’intento è di convogliare sul Garda questa fetta di turismo escursionistico”. Chi ha ragione? Dibattito aperto. “Il mio augurio per il futuro aggiunge il sindaco Negri - è che si possa confrontarsi e operare tutti coesi verso un unico obiettivo”. L.SCA. Adamello 116settembre – pag. 15 2014) (da Bresciaoggi del 24 www.servizioglaciologicolombardo.it Bilanci invernali 2012/2013 in Lombardia Dati dai siti nivologici del Servizio Glaciologico Lombardo di Riccardo Scotti, 8 luglio 2013 L a stagione di accumulo 2012/2013 verrà ricordata per l’abbondanza delle nevicate tardo primaverili. Queste sono state in grado di trasformare una situazione moderatamente negativa nella seconda miglior stagione degli ultimi anni. I rilievi sono infatti stati duramente ostacolati dal maltempo e dalle condizioni nivologiche eccezionali costringendo gli operatori a rimandare più volte le missioni o raggiungere i siti di misura con grande difficoltà. Per questo motivo, mediamente i rilievi sono stati effettuati 1-2 settimane più tardi rispetto al periodo di riferimento. Tale ritardo non inficia in alcun modo il valore dei dati visto che proprio in concomitanza dei rilievi è stato toccato l’apice dell’accumulo stagionale. Fig. 1a-b. (a) La stagione di accumulo inizia a produrre una serie di importanti nevicate a partire dall’evento del 16 gennaio 2013, 60 cm di neve fresca in una notte a Pescegallo in Valle del Bitto di Gerola. (b) Le nevicate invernali apportano accumuli discreti ma lontani dall’eccezionalità. Circa 2 metri di neve sono presenti al 10 aprile sul rock glacier del Sobretta nel comprensorio sciistico di S. Caterina Valfurva. (foto R. Scotti) Fig. 2. Il dualismo della primavera 2013 è ben evidente dalla composizione delle immagini webcam del Rif. Benigni 2222 m s.l.m. Le forti nevicate del mese di maggio hanno bloccato l’ablazione e riportato condizioni invernali anche a quote estremamente basse per la stagione. (composizione a cura di C. Mazzoleni). pag. 16 – Adamello 116 Ambiente Fig. 3. L’improvvisa ed intensa fase calda di metà aprile ha provocato un rapido surriscaldamento del manto nevoso, il quale a sua volta ha causato una serie di eventi valanghivi di grandi dimensioni diffusi sul territorio. Il Pizzo Alto e l’alpeggio di Luserna in Val Lesina interessato da un numero straordinario di valanghe il 25 aprile 2013. (Foto R.Scotti). Fig. 4. L’attività valanghiva prosegue nel mese di maggio a causa delle intense nevicate. Una valanga di grandi dimensioni asporta una porzione dell’accumulo nevoso del Glacionevato della Calotta (Adamello). 18 maggio 2013. (Foto S. Brunelli). Le nevicate di maggio hanno incrementato nettamente gli accumuli portando la stagione 2012/2013 a raggiungere valori di innevamento secondi soltanto all’irraggiungibile 2001. La presenza di neve fresca e la conservazione della neve vecchia fino ai primi giorni di giugno, anche a quote nettamente più basse rispetto a quelle dove sono collocati i ghiacciai, ha permesso una eccellente resistenza alla fase calda di giugno. Questo è stato possibile grazie all’elevato albedo1 che ha inficiato il riscaldamento del terreno oltre i 2000 m di quota. In termini assoluti gli accumuli più abbondanti sono stati registrati al Ghiacciaio del Lupo (628 cm) al Ghiacciaio di Suretta Sud ed al Ghiacciaio del Pizzo Scalino (520 cm). Tut- ti i siti nivologici mostrano accumuli sopra la media tanto che l’anomalia positiva a livello regionale raggiunge il 45 % e contro il 36 % del 2009 (Fig. 7). La principale differenza fra le due stagioni è data dalla maggiore uniformità degli accumuli in tutta la regione. Nel 2009 nella zona orientale della regione (Campo Nord, Alpe Sud e Pisgana) il 2009 era stato solo leggermente sopra media mentre quest’anno l’anomalia positiva è talvolta superiore rispetto ai siti più occidentali (Fig. 6). Un esempio in tal senso è dato dai due valori estremi di anomalia: + 27 % del Vazzeda e + 75 % di Alpe Sud. Le cause sono da ricercarsi nelle nevicate primaverili, tipicamente meglio distribuite rispetto a quelle invernali che invece privilegiano i settori più sud-occidentali. 1 L'albedo (dal latino albďdo, "bianchezza", da album, "bianco") di una superficie è la frazione di luce o, più in generale, di radiazione incidente che viene riflessa in tutte le direzioni. Essa indica dunque il potere riflettente di una superficie. L'albedo massima è 1, quando tutta la luce incidente viene riflessa. L'albedo minima è 0, quando nessuna frazione della luce viene riflessa. (fonte wiki). L’albedo della neve fresca raggiunge gli 0,9 mentre quello del ghiaccio di ghiacciaio scende a 0,4. Adamello 116 – pag. 17 Ambiente Data HN media (cm) ed intervallo HN variazione % rispetto alla media 2003-2012 545 cm 471 kg/m³ 2,6 m w.eq 2770 m Spluga-Lei 7-giu operatori P. Rocca, L. Ruvo, U. Taranto, R. Rampazzo, I. Angioletti, S. Prosperi 389 cm (1999-12)* + 46% 2910 m Disgrazia - Malleoro 450 cm 484 kg/m³ operatori M. Butti 366 cm (1994-12)** + 27% Sito nivologico Quota (m s.l.m.) e settore HN Densità altezza neve neve (kg/m³) (cm) Equivalente in acqua (m w.eq) Suretta Sud Vazzeda Pizzo Scalino 3094 m Scalino - Painale operatori A. Bolis, G. Neri, G. Zanolin Campo Nord 18-giu 520 cm n.d. n.d. 16-giu 255 cm 456 kg/m³ 1,2 m w.eq 7-giu Media 2010-2012: 453 cm operatori 2975 m Livigno A. Bera, D. Colombarolli operatori 320 cm 419 kg/m³ 1,3 m w.eq 23-mag 195 cm (1998-12)*** 3170 m Ortles - Cevedale M .Fioletti, L. Bonetti (ARPA Lombardia ± Centro Nivo-Meteorologico di Bormio) Alpe Sud Dosegù 2,2 m w.eq 198 cm (2000-12)* + 40% + 75% 200 cm 480 kg/m³ 1,0 m w.eq 3000 m Ortles - Cevedale 04-lug 173 cm (1996-12)**** n.d. operatori M .Fioletti, E. Meraldi , F. Berbenni, A. Praolini (ARPA Lombardia ± Centro Nivo-Meteorologico di Bormio) Pisgana Ovest 337 cm 589 kg/m³ 3150 m Adamello operatori P. Pagliardi, M. Binda, G. Prandi, F. Roveda 2,0 m w.eq 19-giu 273 cm (2000-12)* + 40% Lupo 628 cm 538 kg/m³ 2560 m Orobie operatori R. Scotti, F. Olivotti, R. Garzonio 3,4 m w.eq 11-giu 436 cm (1996-12) + 41% Tab. 1. Quadro riassuntivo dei rilievi nivologici 2013. (* manca il 2002, ** manca il 1997, *** manca il 2012, **** mancano gli anni dal 2002 al 2006) Fig. 5a-b. La fronte del Ghiacciaio del Pizzo Scalino mostra l’incremento di innevamento tardo primaverile. Foto A. G. Neri – A. Bolis. Ghiacciaio del Pizzo Scalino Sito 1 2 3 4 5 6 7 Nivologia 8 9 10 Coordinate punto (Gauss Boaga) 1575330 1575402 1575432 1575420 1575397 1575393 1575395 - 5126035 5125993 5125933 5125840 5125718 5125691 5125487 - Quota (m s.l.m.) 2935 2953 2974 2999 3025 3031 3080 3094 3110 3150 19 mag 2010 415 380 430 445 410 450 - 22 mag 2011 465 17 mar 2012 60 130 100 170 270 250 420 300 400 27 apr 2012 325 375 - Tab. 2. Rilievi primaverili al Ghiacciaio del Pizzo Scalino (a cura di G. Neri e A. Bolis). pag. 18 – Adamello 116 4 mag 2012 275 320 380 420 - 19 mag 2012 260 250 305 365 410 450 - 2 mar 2013 215 255 260 270 305 330 350 - 14 apr 2013 270 345 330 345 375 400 - 16 giu 2013 350 410 390 375 450 485 520 - Ambiente Fig. 6a-b. Altezza neve (HS) ai siti del Lupo (a) e Alpe Sud (b). Oltre alle differenze in valore assoluto, il 2013 è la terza miglior stagione al Lupo dopo 2001 e 2009 mentre ad Alpe Sud solo il 2001 è stato più nevoso rispetto al 2013 mentre il 2009 è superato anche dal 2010. I dati relativi alla distribuzione dello snow water equivalent (ovvero l’effettivo quantitativo di acqua contenuta nella neve nel punto del rilievo) confermano il quadro descritto per quanto riguarda l’altezza neve: il Ghiacciaio del Lupo misura 3,4 m w.eq e 2,6 per Suretta Sud mentre il valore più basso è misurato a Campo Nord con 1,2 m w.eq. Delle ultime 5 stagioni di accumulo 4 sono risultate sopra la media (Fig. 7). In senso assoluto non si può parlare di stagioni eccezionalmente nevose visto che la media di riferimento è molto breve e recente (2003-2012). Occorre constatare come, nonostante questa serie di buone annate di accumulo, i ghiacciai non siano mai riusciti a chiudere poi l’estate con dei bilanci in equilibrio o in incremento (tranne poche eccezioni). Un ottimo innevamento sembra stia diventando utile soltanto a limitare le perdite più che per produrre bilanci a fine stagione realmente positivi. La fase molto calda di metà giugno ha ridotto il manto nevoso senza fare danni irreparabili (soprattutto grazie alla grande estensione dell’innevamento che ha permesso di assorbire efficacemente l’ondata di calore). L’ultima settimana del mese ha visto nuove nevicate e temperature rigide che hanno bloccato l’ablazione. Ai primi di luglio l’innevamento è quasi continuo oltre i 2500-2700 m lasciando coperte quasi tutte le fronti glaciali lombarde, un abisso rispetto alle magrissime stagioni come 2003, 2006 e 2007 quando già a fine maggio le fronti iniziavano la fusione ed alla data odierna i ghiacciai erano già quasi completamente scoperti. I ghiacciai guadagneranno massa quest’estate? Secondo la nostra esperienza è troppo presto per sbilanciarsi. Le prospettive sono buone per i settori sud occidentali (Orobie, Spluga, Masino e Disgrazia) ma tutto dipenderà dalle temperature dei prossimi due mesi. Le uniche certezze a questo punto sono che 1) non si potrà ripetere una stagione tanto negativa quale quella passata (2012) caratterizzata da una gravissima perdita di massa; 2) allo stesso modo se l’esta- l d ll’ l (HN) i ii i l i i SGL i ll di Fig. 7. Variazione percentuale dell’altezza neve (HN) presso i siti nivologici SGL rispetto alla media 2003/2012. Non è stato possibile utilizzare una media di riferimento più lunga a causa di alcuni dati mancanti. Il valore indicato nel grafico equivale alla media degli scarti percentuali sui diversi siti campione. 1998 e 2002: 3 siti, 1999: 4, 2012: 5 siti, dal 2000 al 2001 e dal 2003 al 2011: 6. te dovesse essere fresca si potrebbe arrivare ad un bilancio generalizzato di equilibrio o poco negativo ma che non riuscirebbe neanche lontanamente a controbilanciare il bilancio negativo della scorsa estate o peggio la lunghissima serie di decrementi degli ultimi anni. Queste considerazioni sono indispensabili per dare il giusto contesto ad una situazione attuale, sì molto positiva, ma che non può rappresentare lo stato di salute dei nostri ghiacciai. Solo fra due mesi avremo il responso definitivo della stagione 2013. Adamello 116 – pag. 19 Ambiente Fig. 8. La carta della neve in Lombardia, con rappresentati i valori del 2013 confrontati con il miglior anno precedente (dal 2002 in poi). Nei settori di Nord-Est solo nel sito del Dosegù il 2009 è stato un anno decisamente sopra la media. Fig. 9a-b-c-d. Rilievi nivologici al Lupo (alto sx, foto F. Olivotti), Vazzeda (alto dx, foto M. Butti), Campo Nord (basso sx, foto A. Bera – D. Colombarolli) e gli strati di neve colorata che emergono al Passo Venerocolo nei pressi del sito del Pisgana. (foto P. Pagliardi) pag. 20 – Adamello 116 Fig. 10. Il sito nivologico del Suretta Sud il 7 giugno 2013 (Foto U. Taranto). Ambiente Fig. 11a-b. Mappa dell’altezza neve presso il Ghiacciaio di Suretta Sud nel 2012 e nel 2013 basate sull’interpolazione (kriging) dei sondaggi distribuiti sul ghiacciaio (punti gialli). L’innevamento è più profondo nel 2013 soprattutto nella parte alta del ghiacciaio dove si toccano i 900 cm di neve mentre lo scorso anno l’altezza massima non superava i 600 cm. A cura di R. Scotti e L. Ruvo. Fig. 12. Interpretazione schematizzata dei profili nivologici. In evidenza la profondità alla quale sono stati trovati gli strati colorati di polvere sahariana depositatisi negli episodi nevosi di maggio e la spessa lente di ghiaccio relativa al periodo caldo di metà aprile. L’analisi comparata ci permette di apprezzare come in tutti i siti nivologici da 1/3 a metà dell’accumulo complessivo si sia depositato fra gli ultimi giorni di aprile ed i primi di giugno. In particolare i dati del Suretta ci mostrano come l’accumulo di maggio-giugno superi i 4,5 m con più di 2 m di neve caduta nell’ultima fase perturbata di inizio giugno (priva di neve colorata). Adamello 116 – pag. 21 Ambiente Fig. 14. Torrente di fusione nivale presso la Valle del Dosegù, l’ablazione si è temporaneamente bloccata e un velo di neve fresca ha migliorato l’albedo. (Foto R. Scotti). Fig. 15. L’innevamento nella Val Ventina permette ai ghiacciai del Disgrazia una copertura abbondante e continua al 25 giugno. (Foto R. Scotti). pag. 22 – Adamello 116 Elimast Helicopter Service opera con personale di grande esperienza, pronto a soddisfare qualsiasi richiesta di intervento, mettendo a disposizione attrezzature specifiche per ogni tipologia di lavoro. La flotta è costituita da elicotteri mirati a svolgere al meglio ogni esigenza di lavoro aereo e di trasporto passeggeri e voli turistici. 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Infatti è sempre esistito, ed esiste tuttora, lo stretto binomio di “alpinista ed alpino”, ambedue condizionati e plasmati appunto da quel fattore unico e comune che è la Montagna. E questo (come varie amicizie mi hanno dimostrato personalmente) aldilà della lingua natia o dell’esercito di appartenenza. Raccogliendo l’eco ormai lontana di quegli avvenimenti, mi sento di inviare per la nostra Rivista “ADAMELLO” (che conservo molto gelosamente) queste mie “memorie” chiaramente assai personali che testimoniano un “modus vivendi” forse scomparso, ma che fa sempre parte della nostra Storia! Approfitto per rendere noto che, già fin dal 17 Aprile 2014, protocollavo una lettera al Sindaco di Brescia per una maggior cura al nostro Masso Adamellino e per il ripristino dell’indicazione della vicina Via XXIV Maggio (1915). pag. 24 – Adamello 116 Storia Q uale socio ultracinquantennale del C.A.I. mi sono sempre sentito onorato di appartenere ad un Sodalizio che fin dal 1874 ha nobilitato l’Alpinismo bresciano in tutte le sue multiformi e svariate attività, permeando generazioni di giovani con una filosofia di vita sana e sportiva, temprata e pronta alle prove della vita. Leggendo l’ultimo numero della nostra pregevole rivista “Adamello”, sono ancora una volta infinitamente grato agli amici Fasser, Franceschini, Preti, Bonomo, Apostoli, Mazzocchi, Ragni e a tutti quanti hanno tracciato e collaborato alla Storia del nostro Sodalizio così ben descritta e documentata. Quest’anno, in cui le vicende del centenario della Prima Guerra Mondiale già ritornano prepotenti alla ribalta in tutti i Paesi a quel tempo coinvolti nel conflitto, viene ancor più esaltato lo stretto legame tra Alpinisti ed Alpini, come in più occasioni ricorda la Storia ultracentenaria della nostra Sezione in concomitanza della terribile, logorante “Guerra bianca” sulle nostre Alpi e non solo. E molto felice fu la scelta del nome “Adamello” dato tanti anni fa alla nostra Rivista, ricordando così in un unico nome la nostra Montagna più alta e i sacrifici immensi dei nostri concittadini e valligiani che improvvisamente si ritrovarono per la gran parte tutti arruolati in perfetta simbiosi nelle Truppe Alpine. In me lo spirito “montanaro-alpino” venne instillato in modo estremamente naturale fin dalla nascita. Sono figlio del Capitano Cesare Franzoni, cl. 1895, in forza al Btg. “Vestone”, che combatté all’Ortigara, “Altare della Patria” con i suoi 22.000 Caduti alpini, ebbe la promozione sul campo, conobbe la prigionia a Dunaszerdahely (Ungheria) da cui fuggì in modo rocambolesco per rientrare nei ranghi; fu a lungo consigliere della neonata Associazione Nazionale Alpini (costituita a Brescia il 14 Novembre 1920) che nel 1932 gli donò una grande “penna nera” dorata – gelosamente conservata dal sottoscritto – per ornare la culla dei figli gemelli Aldo ed Enzo. Nella 2ª G.M. ebbe il richiamo in servizio sul Fronte Occidentale, conoscendo poi il dramma dell’8 Settembre 1943 e le dolorose vicende del nostro Esercito... Non ha mai avuto manifestazioni di trionfalismo nel ricordare quei fatti, ma ha saputo infondermi la passione per la montagna in tutte le sue espressioni e creare in me ammirazione per quella serie infinita di sofferenze che stavano alla base di ogni atto di eroismo e del forte senso del dovere. Ecco perché ho sempre salito con lui quelle cime con grande rispetto, inchinandomi lassù davanti a quei resti e a quelle testimonianze che assumevano per me grande valore, quasi permeato di una vena di profonda sacralità. La mia casa era allora frequentata dagli amici di mio Padre, che mi piace qui ricordare perché hanno costituito la migliore alpinità bresciana: Vignola, Materzanini, Soncini, Belpietro, Perfumi, Piazzoni, Lorenzotti, Gariboldi; e poi Gelmi, il nostro Presidente Sezionale Quilleri, Cenci, Reverberi, Ragnoli, Daz, Spagnolli (che poi sarà il Presidente Nazionale del C.A.I.), Panazza, Viviani, Bajetti, Fritzsch (di cui, più tardi, sposerò la figlia Giuliana, alpina più di me…) e tanti altri commilitoni, ognuno reduce da terribili esperienze vissute in quell’aspro ambiente montanaro che incominciavo a praticare. Ma anche i loro racconti, che io ascoltavo in silenzio con grande interesse, erano fatti senza esaltazione, senza retorica; quasi con pudore! Da essi trasparivano la solidarietà nel pericolo, la disciplina e l’amor di patria che – rettamente intesi – hanno sempre una grande valenza anche nella società borghese. Cimitero di guerra Ecco perché, diventato artigliere da montagna, ho sentito il bisogno – nel cinquantesimo anniversario di quei fatti – di rivalutare lassù in tre anni di duro lavoro manuale e di ricerca storica il piccolo cimitero italo-austriaco al Mandrone 2.412m (Adamello), stringendo legami di vera amicizia con i Reduci della “Guerra bianca” e donando incondizionatamente ad ambo le parti (Alpini e Kaiserjäger) il mio rispetto e la mia stima. Rivado qui alla mia stretta amicizia con le guide alpine Liberio Collini, trentino, e “Spera” Zani, camuno, figura emblematica di quel periodo, unitamente al caro col. Aldo Daz che mobilitò il nostro IV Corpo d’Armata Alpino di Bolzano permettendomi di trasportare lassù una grande Croce in ferro alta 4 m con targa bilingue e dal peso enorme. E in quella occasione, per mia insistenza, le bandiere di due Stati exnemici sventolarono insieme ed in pace nella grande, commovente cerimonia finale! Ricordo pure la marcia di 54 km compiuta insieme all’amico Edoardo Ciollaro col cappello alpino in testa salendo il Corno Battisti 1.701 m (M. Pasubio) presso il cippo ove fu catturato Cesare Battisti nel 1916, per scendere poi alla famosa campana dei Caduti di Rovereto e giungere fino al luogo del suo martirio nel Castello del Buon Consiglio a Trento, deponendo una personale corona d’alloro in ciascuna località. O il voler tagliare a tutti i costi il traguardo della Marcialonga a Cavalese, dopo 70 km sofferti sugli sci, con il cappello alpino “rubato” pochi metri prima ad un bòcia in servizio! Ma l’attesa più impaziente era per gli annuali “Pellegrinaggi in Adamello”, ideati dall’amico camuno Gianni de Giuli, che portano tuttora lunghe cordate di Penne nere da tutta Italia nel magico, splendido scenario costituito da quella serie infinita e suggestiva di cime e ghiacciai tanto sofferta dai nostri padri. Il mio ricordo struggente (per un’emozione intensa, per una gioventù lontana…) va allo stupendo Pian di Neve che mi vide prescelto nell’ammainare con orgoglio il tricolore della tendopoli alpina creata dal nulla sul ghiacAdamello 116 – pag. 25 Storia cio dai nostri “nipoti”. Scesa la sera di quella giornata densa di emozioni e mentre imperversava un furioso nevischio, le fotoelettriche dell’Esercito inondavano con imponenti fasci di luce tricolore il “bianco, soffice mantello” frugando le tenebre ben oltre i vecchi reticolati austriaci della Lobbia Alta; nell’aria gelida risuonavano le note del “silenzio”, che ancora oggi sanno commuovere chi ha fatto la “naja”… Aderii subito all’idea della creazione del Nucleo Alpini Donatori di Sangue, voluto da Franco Benedini – vivace espressione del CAI e dell’ANA di Brescia – e nel 1965 l’AVIS si arricchì così di nuovi donatori, che percorsero le vie d’Italia col nostro striscione “Ieri alla Patria, oggi all’umanità”. Intanto, per non dimenticare l’eroismo innegabile dei nostri predecessori e le due medaglie d’argento custodite in famiglia, aderendo alle disposizioni associative nazionali divenni membro del “Nastro Azzurro” e la Federazione di Brescia ebbe in tal modo un alfiere con la penna nera. E così, per spiegare quella solidarietà propria delle Penne nere che sa esprimersi nella vita di ogni giorno e per ricordare i sacrifici di quanti andarono al fronte, sentii l’intimo bisogno di parlare nelle scuole cittadine di ogni grado per spiegare ai ragazzi un tratto della nostra Storia, corredando il tutto con cimeli e fotografie. In verità, l’entusiasmo col quale mi presentavo è sempre stato ampiamente ricambiato! Erano tutti questi pensieri, tutti questi sentimenti che rimuginavo tra me nel tramonto luminoso di una tranquilla serata di primavera mentre ero seduto in un angolo della Piazza Vittoria cittadina, rimessa a nuovo da pochi giorni. Piazza che, pur esaltante nel nome, non mi faceva certo dimenticare quando – durante la 2ª G. M. – ospitava la testimonianza di un’altra tragedia: le centinaia di reduci che tornavano in pag. 26 – Adamello 116 patria feriti dal fronte sfilando in carrozzella o in lettiga, assistiti dalle benemerite Crocerossine tra sgomente ali di popolo. La Storia è fatta così... Mi alzai e sentii il bisogno di portarmi a fianco del Masso dell’Adamello, il nostro simbolo che dal 1932 testimonia con la sua presenza immota e solenne la sofferenza infinita nel fisico e nella mente di tanti soldati mandati sul fronte più alto dell’immenso scacchiere belligerante. Nell’accarezzarlo, ritrovai familiare l’aspra rugosità della sua tonalite: chiudendo gli occhi, per un attimo mi passarono davanti le cime più belle delle nostre Alpi e i Reparti gloriosi delle nostre Truppe da montagna, sentendomi commosso e fiero di essere bresciano e di essere alpino. Storia Il prestigioso “Adamello” nella toponomastica e nella letteratura a cura di Silvio Apostoli “ADAMELLO” – Un nome ben noto agli alpinisti bresciani: ma perché “Adamello” e non “Picco d’Adamo”? Qual è l’origine del nome assegnato al Gruppo montano, oggetto di indagine da oltre due secoli? Molti letterati affascinati dall’etimologia dettarono, nel decorso del tempo, il loro referto, frutto di ricerca, con tanto studio ed un pizzico di storia locale. Questa interessante e dotta lettura ci riporta ad un trascorso letterario, dove le citazioni latine ed i riferimenti storici contribuirono ad affrontare la ricerca. Così il nostro autore G. Laeng, uomo di scienze, che tanto ha dato alla letteratura alpinistica, presenta il suo lavoro ed arricchisce il testo con una ricca e molto opportuna bibliografia. È sicuramente uno studio approfondito teso ad ampliare storia e letteratura alpina. Gualtiero Laeng (1888-1968) colse l’invito a studiare il quesito propostogli da un congressista del C.A.I. e presentò così il lavoro “ IL PRESTIGIOSO ADAMELLO” pubblicandolo sulla Rivista scientifica “L’Universo” nel 1967. di Gualtiero Laeng, C.A.I. e G.L.A.S.G. (da “L’Universo, Firenze I.G.M. 1967) nostro Gruppo, conglobante nel suo complesso anche il notevole massiccio della Presanella, ricco di vette e di vallate. avvio a queste note trae la sua ragione dalla elegante pubblicazione “Come potremo sciare sull’Adamello”, che l’Ente Provinciale per il Turismo di Brescia ha di recente diffuso. Nella presentazione del fascicolo, l’esimio presidente dell’E.P.T. stesso, avv. sen. Donati, fa, infatti, un simpatico accenno al mio nome. Il riferimento non è però in rapporto (come era da attendersi dato il genere di pubblicazione) a qualche cosa di “sciistico”, bensì ad un quesito di natura linguistica: precisare l’origine ed il significato del nome Adamello. Nel rimandare a più tardi la “chiamata in causa” che in proposito mi riguarda, sono intanto lieto di vedermi con ciò offerta l’occasione di dire alcuna cosa su di un tema interessante; tanto più che, anche nella tanto lungamente attesa e finalmente pubblicata (nel 1954) “Guida” alpinistica del massimo Gruppo alpino della provincia di Brescia, una efficace scorsa panoramica nella storia e nella letteratura del passato non è stata fatta base di serio argomento per una “Introduzione informativa” diffusa e soddisfacente, ma dall’ordinatore generale della Guida stessa è stata effettuata in modo troppo disinvolto, confuso e sbrigativo; insomma malamente. Vediamo pertanto di provvedere alla meglio: avvertendo tuttavia subito che, nel dire “letteratura” intendiamo per ora riferirci soltanto a quella strettamente geografica; ignorando perciò relazioni e narrazioni di imprese alpinistiche (anche se spesso narrate con agile penna) ma che riguardano soltanto qualche parziale elemento (cima o cresta) dell’immenso A ben pensarci appare sommamente strano che di un complesso montuoso tanto esteso, di un gruppo alpino cioè che enumera centinaia di vette, dà origine a notevoli fiumi (Oglio, Nos, Sarca, Chiese, Caffaro) ed è sotteso d’ogni lato da un nastro stradale di quasi 200 km di sviluppo (BresciaEdolo-Tonale-Dimaro-Passo di Carlomagno-Campiglio-Tione-Sella di Bondo-Ponte Càffaro-Bagolino-Passo di Croce Domini-Breno) circuito che interessa pertanto, oltre a gran parte della Val Camonica, l’alta Valle di Sole, la Val Meledrio, la Rendena e la Giudicaria con parte della Val del Chiese; è ben sorprendente, ripetiamo, che per poterci incontrare sulle Carte con i nomi di Adamello e Presanella si abbia dovuto attendere fino ai tempi napoleonici. Prima infatti che venisse pubblicata la Carta del gen. Bacler d’Albe (1797) la quale reca i due nomi sotto la forma alterata di Adamelli e Presseveta, soltanto quella dell’Anich (1774) ci dava (pure alterato) il nome di Presserela. Inutile cercare in tutte le precedenti (Ortelius, Magini, Coronelli, Pallavicini, Bleauw, Sanson, De l’Isle e perfino in quella, di ottima incisione, del 1778, dello Zatta) qualsiasi indicazione relativa al nostro massiccio1. D’altra parte anche quando lo Stato austriaco dà inizio alla pubblicazione delle Carte ufficiali (Generalstabkarte, del 1824) non trova di meglio per indicare i ghiacciai che si affacciano alla conca del Mandrone, che usare la dizione “Vedretta di Caresallo” (errore per “Carisolo”). E assai lenti sono i progressi successivi, quando lo stato maggiore austriaco decise di fare un primo rilievo, (triangolazione) del Gruppo, L’ I nomi che compaiono ad opera dello Zatta, tanto su quest’ultima carta quanto sul testo che l’accompagna, si riferiscono solo ai valichi principali allora noti e frequentati nella nostra Provincia (Mortirolo, Tonale, Croce Domini, Maniva). La carta dello Sperges “Sudtirol” del 1762 notifica invece un vero e proprio monte, il Recastèl M.; ed è già un progresso notevole. 1 pag. 27 – Adamello 116 Storia nel 1854, seguito da altro nel 1859-60; alle cui carte fa osservazioni relative alle altimetrie di alcune vette il Pechmann nel 1864. In sostanza è soltanto con le appassionate campagne alpinistico-topografiche del ten. Giulio Payer (1864 e 1868) e con le sue interessanti monografie pubblicate nella Rivista Geografica del Petermann, stampate a Ghota dall’Istituto cartografico del Perthes, che abbiamo la prima, ampia (ed al possibile completa) registrazione dei vari toponimi del Gruppo, ben distinto nei suoi due nuclei di Adamello e Presanella; ed è ancora coll’opera del Payer che inizia la vera e propria cartografia alpinistica della nostra zona, di cui si vedono tosto i frutti anche nella “Spezial Karte” (1875) del Ministero della Guerra di Vienna e nelle edizioni revisionate (reambulirte) e corrette del 1891 e 92, e poste poi in vendita nella tavoletta al 75.000 “Tione und Monte Adamello” contenente al completo la rappresentazione del nostro massiccio. In tempi più recenti, e ad ogni modo prima dello scoppio della guerra 1915-18, l’Istituto Geografico Militare austriaco aveva provveduto anche ad un eccellente rilievo al 25.000 di varie tavolette della zona irredenta, ma queste erano state tenute riservatissime e fuori commercio2. Naturalmente in questo frattempo anche l’Istituto Geografico Militare di Firenze (I.G.M.) non se n’è stato con le mani in mano: ha provveduto al rilievo al 100.000 e poi al 50.000 e infine – in buona parte – al 25.000, continuamente rivedendo ed aggiornando le successive edizioni dei fogli e delle tavolette, e pubblicandone anzi ultimamente diverse, rilevate col precisissimo sistema fotogrammetrico, e stampate sia in bianco e nero sia a colori e con uso di caratteri di tipo unico (bastoncino). Per la parte che in questo caso a noi interessa, citeremo le ultimissime intitolate a Breno, Bazena, Temù, Ponte di Legno, Passo del Tonale, ben ricche di toponimi e di particolari fisici ed economici controllatissimi. Per cui oggi, salvo poche lacune (che grado grado vanno colmandosi) possiamo disporre per la nostra zona di uno strumento eccellente cui fa da bordone con sottigliezza estrema l’elenco dei toponimi, contenuti nel volume Adamello della “Guida dei Monti d’Italia” pubblicata unitamente dal C.A.I. (che ne fornisce il testo) e dal T.C.I. (che se ne fa editore). Nondimeno anche questo ricco elenco, particolarmente per quanto ha riguardo al settore bresciano, è largamente passibile di revisione, soprattutto con riferimento alle etimologie, avanzate con faciloneria dal popolino e – quel che è peggio – non di rado anche da parte di persone serie, ma purtroppo ignare completamente delle ferree leggi della fonetica locale e delle fonti d’archivio, storiche e corografiche: le sole e vere che debbono costituire un apprezzabile punto di partenza insieme alla conoscenza diretta del terreno e della sua morfologia per dipanare l’intricata matassa. Questa metodica revisione occupa da decenni (ed oggi più che mai impegna) quel diversivo, quell’otium, nel senso latino, di cui un anziano “pensionato” come me ricerca e gradisce il richiamo, perché riempie quelle ore che non possono essere dedicate, e per ragioni economiche e per ragioni fisiologiche, allo sport attivo e soprattutto all’alpinismo, di cui una volta figurava fra i campioni più attivi. Ma è gran tempo di tornare al nostro primitivo assunto. Che cosa significa, in realtà, il nome Adamello? E donde deriva? E perché Adamello e non “Picco d’Adamo”? Per bene impostare il problema toponomastico è senz’altro utile riportare integralmente quanto l’ottimo e autorevole sen. Donati ha al proposito scritto nella “Presentazione” dell’opuscolo. Ed eccolo: “Il caro prof. Laeng attribuisce all’etimo greco adàmas (adàms = diamante, cristallo, ghiaccio) il termine che, per essere quello della vetta più alta, sarebbe poi stato dato per sineddoche a tutto il sistema sottostante. Forzando le regole dell’etimologia che per altro fanno risplendere come un diamante il ghiacciaio tanto caro agli italiani, saremmo tentati di ravvisare altresì nell’appellativo “Adamello” il vezzeggiativo di “Adamo”. La più alta guglia lombarda dal nome del progenitore di tutta l’umanità”. Ebbene, diciamo subito che la dichiarata simpatia per questa seconda versione non è da condannarsi “ipso facto” e che il nostro alto interlocutore può ben appoggiarsi a due diversi motivi rappresentati da ordini di natura spirituale: porre l’Uomo al di sopra della Natura bruta, concetto a cui si può aderire ben facilmente e cordialmente, anche se può costituire agli occhi di un supercritico un atto di superbia; di conseguenza, ma anche per tradizioni diffuse da nostri antichi predecessori (soprattutto gli abitatori dell’Asia), il nome del primo uomo Adamo è stato in più casi dato – e conservato poi negli Atlanti – a molteplici montagne. Per ricordarne una sola, citeremo il famoso “Picco d’Adamo” che si eleva nell’isola di Ceylon3. Ma purtroppo l’esempio non fa al caso nostro: il quale si ispira, al contrario, a concetti puramente fisici, morfologici e geografici. E vediamone il perché e il per come. Ho già avuto occasione in un mio studio intitolato “Ricerche su alcuni toponimi di glaciologia alpina”4 di dire come anche i gruppi alpini più importanti, quali per esempio la catena del Monte Bianco e quella del Monte Rosa – che noi ora conosciamo così profondamente e le cui carte topografiche vediamo oggi costellate di centinaia di toponimi – nell’antichità non fossero individuati che attraverso una nomenclatura unica e del tutto generica, che ne poneva però subito in risalto ed a confronto i loro aspetti ostili o addirittura proibitivi rispetto all’uomo: la piccolezza e la fralezza della creatura umana di fronte al terribile gigante e al terreno impervio, ai pericoli patenti e a quelli latenti delle frane, delle slavine, dei precipizi; e prima di tutto a quelli offerti dai ghiacciai e dalle fiumane di gelide acque impetuose da essi sgorganti. Così infatti troviamo nominate quelle maestose giogaie nelle memorie scritte e nelle prime cartografie: i Pirenei ricevono definizione e battesimo espressivo da quello del 2 Le dette tavolette servirono evidentemente, insieme ai propri rilievi personali, al topografo Aegerter per la preparazione (e traduzione in abilissimo disegno ed a colori) della stupenda “Karte der Adamello und Presanella-Gruppe” edita dal Club Alpino Tedesco Austriaco (D.O. e.A.V.) nel 1903 e ripresa – dopo la prima grande Guerra Mondiale – con lievi modificazioni strutturali (ma con aggiornamento ed arricchimento di topònimi e di particolari notevoli) dal Touring Club Italiano, carta tuttora in uso e vivamente apprezzata dagli alpinisti. 3 Vedi il volume di G. Latronico e G. Laeng: “Qua e là per il mondo” (2ª ed. alle pagg. 138/9, Brescia, “La Scuola” Editrice) 4 Pubblicato nell’annata per il 1959 dei “Commentari dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti” della città di Brescia, pagg. 327/345, e più precisamente a pag. 340, verso la fine. Adamello 116 – pag. 28 Storia loro massimo culmine, il Pico de la Maledetta; la catena del Bianco viene indicata come la giogaia dei “Monts Maudits” (maledetti) od anche con la cruda espressione Les Glacières (i ghiacciai); analogamente con un termine, che è probabilmente retico-vallesano (rosa, roisa) vengono battezzate le giogaie del Cervino e del Rosa (rosa, roisa, rosa significano precisamente ghiacciaio); e così è parimente accaduto ai nostri massicci Retici dell’Adamello, del Bernina, dell’Ortles, tutto un ammasso di vedrette, cioè di duri, antichi nevai e ghiacciai. Ora, è proprio dall’equivalenza, dal valore semàntico dei vocaboli pre-latini e latini crystallum, adàmas, glacies, vitrum che alla nostra massima montagna è derivato il primitivo generico nome, conservatosi poi attraverso i secoli fino a noi. Ché, non dimentichiamolo (anzi fissiamo subito una sua caratteristica), esso, agli sguardi di chi si faceva a rimontare le vallate dell’Oglio e dell’Adda, si rivelava già ben da lungi: per chi proveniva da Brescia e dalla Franciacorta, già dal Sebino e per lungo tratto della bassa Valcamonica; per coloro che provenivano dalla Valtellina, già prima di giungere a Sondrio, delineandosi esso biancheggiante al disopra del profilo della Sella di Briga (Aprica), mentre non si mostravano affatto dal fondovalle abduano le vedrette (ben più prossime) dei massicci dell’Albigna-Disgrazia e del Bernina. Dalla bassa Valcamonica l’Adamello col suo biancheggiante e brillante cono appuntito, che sembrava bloccarne il fondo, appariva come la cuspide di un grandioso cristallo, splendente, isolato e supremo, anche al colmo delle più calde ed afose estati. Adàmas (in latino Adamas) donde derivarono poi i nomi Adamello (singolare) e Adamè (collettivo plurale con suffisso -etu, vale a dire Adamétulus, stroncato in “Adamè” dall’uso del vernacolo bresciano, ma col significato di pluralità, cioè di un assieme adamantino) del fenomeno glaciale era già in modo traslato adoperato dagli antichi latini (Cfr. Marziale, 7,99) a significare durissimo, repellente, inaccesso ed inaccessibile, mentre al tempo stesso, in senso materiale, l’Adamante di Cipro (il nostro “zaffiro) ne coglieva traslatamene l’aspetto azzurrino dei ghiacci. Era già pertanto una definizione perfetta e geomorfologica del massiccio delle valli caratterizzate dagli alti gradoni precipiti rupestri e sormontate dai “cilestrini “ ghiacciati; ma col vocabolo crystallum – derivato dal greco e inglobato poi nella lingua di Virgilio, sostantivo che ancora ai giorni nostri figura conservato quale toponimo applicato a vette ghiacciate tanto nel nostro Gruppo (nella zona del Baitone) quanto in quello dell’Ortles (in Valle Furva e Val Zebrù) e perfino nelle Dolomiti di Cortina (sopra il valico di Tre Croci) – i nostri pre- La parete Ovest e lo spigolo Nord dell’Adamello. Veduta presa dalla cima di Plem. (Foto Laeng) decessori intendevano indicare propriamente “il ghiaccio”5 e, per estensione, “il ghiacciaio”. Credo di avere ormai raggiunto l’intento di fornire una spiegazione sufficiente e chiara dell’origine e del reale significato – cosa non mai tentata finora con successo6 – del nome “Adamello”. E faccio perciò punto. Altra volta vedremo la vera e propria “letteratura” del nostro Gruppo, che ci mostrerà quanto poco fosse conosciuta la sua struttura anche fra la gente istruita, anche fra i “Magistrati ai confini” della Repubblica Veneta, ancora alle soglie del secolo XVII; mentre potremo assistere allo spettacolo e all’operare, ai suoi margini e nelle valli e montagne boschive o pascolive, dei montanari del luogo già fin dal XII secolo. 5 Il Lexicon del Forcellini, alla voce “Cristallum”, confermatane la derivazione dal greco, lo definiva (traducendo ora in italiano il suo testo latino) come “un particolare liquido che fra gli spacchi delle rupi il freddo congela e conserva”; aggiungendo che per tal modo “da parecchi era riputato come ghiaccio”, ossia come acqua solidificatasi (aqua frigore concreta) o, meglio, “a somiglianza di ghiaccio”. E lo stesso vocabolario, al termine glacies conferma: “ghiaccio, crystallos, aqua gelu concreta, quasi gelaces” ed al vocabolo glacians spiega: “a mò di gemma” (in modum gemmae). 6 Infatti tanto il Gnaga (Vocabolario topografico-toponomastico della Prov. di Brescia), quanto la recente “Guida dell’Adamello” si limitano a dire che “Adamello” prende il nome della sottoposta valle di Adamè (il che non spiega un bel niente). Quanto all’Olivieri (Vocabolario toponomastico Lombardo) si può accollargli il tentativo di farlo derivare (sia pure dubitativamente) da “Adamo”. Il Lorenzi (Dizionario toponomastico tridentino) dice, pur esso, che “Adamello” vale per “Monte della Valle di Adamé”; ciò che non ha senso, perché semmai la nostra montagna domina soprattutto la Valle d’Avio e, secondariamente, la Valle del Miller. Il medesimo autore (che pur merita il nostro apprezzamento per tante altre felici e documentate etimologie e costituisce perciò una fonte di primo ordine) aggiunge una… trasecolante notizia: “Adamé è nome collettivo di pianta (ignota!); ma poi aggiunge: “o di particolarità locali come Fontané, Grosté, Lasté” (e qui è assai più vicino al vero, perché fra le particolarità locali stanno le vedrette, con quel significato che abbiamo spiegato nel nostro presente scritto (unitamente a ghiaccio, cristallo, gemma) e viene inoltre riconosciuta la qualità di nome collettivo, collimante col parere da noi espresso. Forse non trascurabile il significato di Adamitae che il Du Cange (Totius et infimae latinitatis Lexicon) fornisce e che il Lorenzi riporta: “pietre bianche durissime (albi lapides durissimi) e che pensa potrebbe benissimo ridursi alla forma “ Adamé “ attuale. (?) pag. 29 – Adamello 116 Storia Da Ortler a Ortles… passando da Ortelio di Franco Ragni L a modernizzazione degli Stati (diciamo 200-250 anni fa o giù di lì) è andata a braccetto con il rilievo scientifico e l’esatta rappresentazione del territorio, coniugandoli necessariamente a una meticolosa toponomastica. In ambienti remoti come quello alpino i toponimi vennero spesso da trascrizioni di quelli d’uso nelle parlate locali e da eventuali traduzioni in lingua, e ne nacquero anche curiosi equivoci come quello, da noi ormai noto, per il quale il monte Guglielmo deve il suo nome all’errata traduzione in lingua di una voce dialettale che in realtà derivava da “culmine” ma era equivocabile, appunto, con il nome che poi restò. Un’onomastica consolidata già esisteva invece nelle città, derivata per lo più da caratteri locali o presenze religiose: via dei Ferraioli, piazza delle Erbe, contrada del Duomo, ecc. Ma nelle città la situazione si modificò con quella che abbiamo definito “modernità” dello Stato e con la nascita delle ideologie a essa connaturate, col discutibile risultato della frequente conversione su “voci” più aderenti alle retoriche e alle mitizzazioni di volta in volta correnti. Si pensi in questo caso alla sostituzione di un’onomastica tradizionale, vista come retaggio del passato, con nuovi esempi (a valenza anche didattica, nelle intenzioni…) legati per esempio al “Risorgimento”, prima, e poi alla Grande Guerra, poi ancora al fascismo, infine ad antifascismo e Resistenza, ecc. Le montagne, per loro natura meno esposte a rischi del genere, restarono coinvolte nel processo solo in presenza di eventi traumatici incidenti sulla geografia politica. Come nel caso, che qui ci riguarda, della cosiddetta Grande Guerra. Chi scrive è in possesso di una serie di vecchie cartoline risalenti agli anni Venti/Trenta relative al gruppo montuoso dell’Ortles (o Ortler nella toponomastica tedesca). La curiosità nasce dal fatto che in luogo di Ortles vi compare il nome “Ortelio” o “Ortellio”… Era, questo, un nome di fantasia, totalmente artificiale, o per certi versi plausibile? È plausibile, sicuramente. Tutti i nomi di questa nobile montagna sono in realtà storicamente intrecciati, e lo stesso toponimo Ortles – oggi d’uso in lingua italiana – è in realtà registrabile come il più antico nell’onomastica di lingua tedesca, a volte anche con varianti come Orteles. Ad esempio, nella carta di Peter Anich del 1763 è usato il nome Ortles, ma poi nella cartografia austriaca prevalse, ma solo a XIX secolo avanzato, la forma definitiva: “Ortler”. Il monte era molto prossimo al territorio etnicamente italiano (anche politicamente dal 1859) e il toponimo austriaco era in uso regolare anche di qua dell’antico confine. La famosa guida di Aldo Bonacossa del 1915, della prima collana “Guida dei Monti d’Italia” del Cai1, era intitolata “Regione dell’Ortler”. È da notare peraltro che nei decenni precedenti era comparsa talora anche la voce Ortelspitze, che – guarda caso – nel suono richiama i nomi Ortelio, Ortellio e Orteglio, oggi dimenticati ma che nella terminologia ottocentesca di lingua italiana erano ricorrenti. In altre parole si potrebbe dire che in Italia per la lingua “colta” il nome del monte era Ortelio – con le sue deformazioni – mentre nel linguaggio essenziale e per sua natura anche “internazionale” degli alpinisti era Ortler, alla tedesca. Ma venne poi la Grande Guerra e alla sua conclusione nacque il problema della toponomastica sud-tirolese, come peraltro di quella in Venezia Giulia, dove la matrice con cui fare i conti era invece slovena. Se non è questa la sede per un’analisi socio-politica, un qualche accenno storico è inevitabile, oltre che opportuno. Questione nata dopo la Grande Guerra, si è detto, e generalmente messa in relazione con l’avvento del fascismo. Per la verità la questione è solo “esplosa” con la conclusione della guerra mentre in realtà era nata già prima e con l’avallo dei governi liberaldemocratici di anteguerra. Se al fascismo la cosa certamente non dispiacque, il lavoro aveva avuto già da tempo il suo imprimatur. Un “Prontuario dei nomi locali dell’Alto Adige” era stato steso infatti a partire dal 1906 ad opera di Ettore Tolomei (1865-1952), geografo e irredentista trentino che con terminologia attuale classificheremmo tra i “falchi” del movimento, quelli che ambivano a un confine nazionale portato al suo limite geografico del Brennero, a differenza delle “colombe” (come Cesare Battisti, ad esempio) che erano orientate ad un confine fissato in termini solo etnico-linguistici in corrispondenza della cosiddetta “stretta di Salorno”2. Il Prontuario fu pubblicato dapprima nel 1909 e poi nel 1916 dalla Reale Società Geografica Italiana. L’iniziativa (commissionata da un governo Giolitti e condivisa dai successori), come già accennato comprendeva anche la toponomastica slovena in Venezia Giulia. 1 La collana “Guida dei Monti d’Italia” che oggi conosciamo, edita da CAI e TCI congiuntamente, con volumetti dalla tipica rilegatura in tela o simil-tela, è nata nel 1934. Degno di nota è però il fatto che raccoglieva l’eredità di una precedente collana con lo stesso titolo e con gli stessi intendimenti, nata nel 1908, edita dal solo CAI e rimasta limitata a soli 8 fascicoli, più 4 “leggeri” dedicati a piccoli sottogruppi montuosi. 2 Tolomei scalò nel 1904 il Glockenkarkopf (2.912 m) nelle Alpi Aurine e gli diede il nome di Vetta d’Italia poi ufficializzato nel dopoguerra, in quanto punto più settentrionale del confine fisico alpino che lui ipotizzava anche come futuro confine nazionale. Adamello 116 – pag. 30 Storia Un Regio Decreto del 29.3.1923 ufficializzò infine il tutto. L’iniziativa si era presentata nobilitata pretestuosamente da motivazioni storiche e linguistiche di restituzione all’uso corrente di voci originarie che a loro volta si dicevano deformate nei secoli precedenti dalla sovrapposizione di altre parlate; nel caso che ci riguarda la tedesca3, pur ammettendo che in diversi casi sarebbe stato necessario creare toponimi del tutto nuovi. Andò come andò; l’epoca era di nazionalismi esasperati, non solo in Italia ma anche altrove, e le conseguenze – dalle più drammatiche alle più innocenti – si trascinarono a lungo e ancora oggi alimentano il dibattito. Un’altra curiosità: tra i primissimi libri entrati in casa del sottoscritto ci furono i quattro volumi del Dizionario Enciclopedico Moderno delle Edizioni Labor, del 1954. Il contenuto, visto con occhi che l’età ha reso più attenti, denuncia la riedizione, con vari aggiustamenti, di un’opera verosimilmente risalente alla fine anni Trenta. Orbene, nonostante la pubblicazione fosse avvenuta negli anni Cinquanta, non compariva la voce “Ortles”, ma solo “Ortelio (o Ortles, ted. Ortler)”, e nella didascalia della foto che corredava il testo rifaceva capolino la forma “Ortellio” con due “l”. Meno di quindici anni dopo calcavo – grande soddisfazione! – la bellissima vetta di questo Ortles a 3.905 m, ma ovviamente non sapevo che avrebbe potuto chiamarsi Ortelio se solo quell’insieme di casualità e di volubilità che governa la storia degli uomini e delle cose avesse così voluto. Quel nome oggi suona strano, ma un secolo fa poteva vantare qualche plausibilità; poi se n’è voluto forzare oltremisura l’uso e siccome – come dice l’antico proverbio – “chi troppo vuole nulla stringe”, sul nobile Ortelio è infine calato l’oblio. Restano queste cartoline… È qui usata la forma “Ortellio” Anche in questo caso è scritto “Ortellio”, e il “Pizzo Garibaldi” da cui l’immagine è scattata corrisponde al “Dreisprachenspitze” (Pizzo delle tre Lingue), poiché vi s’incrociavano i confini di Regno d’Italia, Impero A.U. e Svizzera Nell’intitolazione di questa cartolina il nome Ortelio ha una sola “l” (più correttamente, riteniamo) 3 Nella citata guida del Bonacossa del 1915 è interessante leggere che il toponimo Gran Zebrù era ai tempi quasi scomparso, avendo la corrente terminologia italiana assunto il toponimo austriaco di Konigspitze (Cima del Re), ampiamente meritato dall’aspetto regale della nobile piramide di 3.859 metri. Adamello 116 – pag. 31 Storia Omobono Beltracchi Omobono Beltracchi l’autore del “miracolo” di Giulio Franceschini D urante le laboriose ricerche sulla storia dell’ex Rifugio Brescia, confluite, com’è noto, nella recente pubblicazione “Dalla capanna Brescia al Rifugio Maria e Franco”, sfogliando il vecchio Libro dell’allora Rifugio Brescia, mi ero imbattuto nella straordinaria figura del dott. Achille Camplani, bergamasco di Riva di Solto che nel 1925 soggiornò nel Rifugio e vi firmò numerose pagine. Si trattava di un diario d’imprese alpinistiche che ritenni meritevole di riportare integralmente nel libro per il loro interesse umano, oltre che alpinistico. Alpinista di notevole livello e nello stesso tempo personaggio singolare, aveva chiuso la sua esistenza in convento probabilmente a seguito di un “miracolo” testimoniato da una locandina e da uno spezzone di corda tuttora visibili nel Museo del Beato Innocenzo a Berzo Inferiore in Valcamonica e riprodotte nel libro in discorso. La vicenda del “miracolo” occupò per diversi mesi me e l’amico Apostoli nella ricerca della verità su una vicenda che, nel racconto della locandina, aveva dell’incredibile: infatti, mi riusciva difficile credere ciò che è scritto nella locandina e cioè che l’uomo caduto nel crepaccio fosse tratto in salvo da una misteriosa corda discesa dal cielo senza l’ausilio di una presenza umana! E tuttavia il mistero rimaneva per la difficoltà di avere riscontri sia a Berzo sia presso gli ormai lontani parenti dai quali, solo dopo estenuanti ricerche, riuscii ad avere un insperato documento che mi mise sulla strada della verità. Lo scopo di questa mia nota non è però quello di rivelare Agosto 1929 – Omobono davanti al “suo” Rifugio pag. 32 – Adamello 116 la verità del cosiddetto miracolo, del resto già rivelata nel capitolo del libro, ma di ricordare il personaggio che ne fu protagonista. Si tratta di Omobono Beltracchi, figura di grande prestigio che ha onorato lo sci alpino portando il suo paese natale, Ponte di Legno, nei primi anni del Novecento, ai fasti di stazione sciistica internazionale. Pioniere dello sci e alpinista di valore, Omobono nasce a Ponte di Legno il 13 settembre 1888. Fin da giovanissimo emigra a lavorare in Svizzera dove impara a sciare alla scuola del norvegese Kind e da lì importa a Ponte di Legno i primi sci “deriso dai suoi compagni perché dicevano che aveva lavorato per portare in Italia due assi” (testimonianza scritta del grande Sperandio Zani). Negli anni 1908-09 è alpino di leva nel Battaglione Edolo, e sui Pirenei, in competizione con sciatori militari di diverse nazioni, porta la sua squadra alla vittoria italiana. Nel 1909, primo atleta dalignese, vince il Campionato Lombardo nelle tre specialità (salto, fondo e stile). Nel 1911 è tra i fondatori dello “Ski Club Ponte di Legno”. Nel 1912, con Sandrini, Donati e Zambotti, porta alla prima vittoria il sodalizio, contro le guide valdostane, vincendo la prestigiosa Coppa Marinoni. Ed è in conseguenza di questi primati e di numerose altre manifestazioni che, per merito di Beltracchi e dei suoi compagni del neonato Ski Club, il Touring Club Italiano nomina Ponte di Legno “La prima stazione italiana di turismo e sport invernali”. Seguono anni di vittorie nelle innumerevoli competizioni che sotto la sua guida hanno arricchito di coppe lo ski Club di Ponte di Legno. Diventa maestro di sci e nel 1932 apre a Ponte di Legno una scuola sci basata sull’insegnamento del “telemark” di cui era un perfetto esecutore. Tuttavia, una delle sue passioni era il salto per il quale da anni costruiva trampolini stagionali, affatto insufficienti alle sue ambizioni. Lui voleva superare il famoso “Olimpia” di S. Moritz e ci riuscì col suo “Gigante” in Val Sozzine: fu il primo trampolino naturale d’Europa. Sorto negli anni del primo dopoguerra, fu denominato in origine “Littorio” con chiaro riferimento all’epoca, poi divenne “Il Gigante” e su di esso si fecero onore molti atleti dalignesi e molti di fama internazionale fino all’ultima edizione del 1963 (La Coppa Konsberg), soppiantato forse perché mancante delle moderne tecnologie che oramai si richiedevano per queste gare o forse anche perché l’insorgente passione per la discesa aveva appannato quella per il salto. La sua prematura morte, avvenuta il 30 gennaio 1949, suscitò grande emozione e commozione non solo nella sua Ponte di Legno, ma in tutta la Valcamonica e anche all’estero dove i suoi primati e la dedizione alle tre specialità dello sci (salto, fondo e discesa) erano ben noti. Ma sulla sua figura umana e sulle circostanze della sua Storia 1929 - La squadra del Beltracchi alla vigilia dell’inaugurazione morte lascio la parola al giornalista Mino Pezzi che così lo ricorda sul Giornale di Brescia del 31 gennaio 1949: Omissis… “Era entusiasta e buono, semplice come un fanciullo, leale nel viso perennemente scurito dal sole. Quando non poté più gareggiare fu prezioso come insegnante, istruttore, accompagnatore di squadre. Ogni anno in questa stessa gara, Beltracchi era sul trampolino investito di un incarico di fiducia: o direttore di pista, o capo dei misuratori, o giudice di partenza, o segnalatore al dente. Amava il grande solco aperto nel bosco, a poca distanza dalla sua casa, al limite del paese verso il Castellaccio e la sagra annuale del “Gigante” era la sua sagra. Quest’anno, malato di cuore per un colpo ricevuto dalla caduta di un tronco, stava sdraiato in poltrona, soffrendo l’insoffribile per un uomo a sessant’anni svelto sugli sci come un ventenne. Si fece portare in slitta sino alla pista di atterraggio. Esaurita la prima serie di salti il dott. Scola, che gli stava accanto, lo vide abbandonarsi all’indietro, stroncato dalla paralisi cardiaca. Pietosa e dolce fine che ci penetra l’animo di mestizia. “Bono”si è spento come un poeta che si china, morendo, sulla pagina prediletta.”. Ecco dunque l’uomo la cui vicenda umana s’incrocia a un certo punto con quella di colui che, dopo tante affannose sfortunate ricerche, è diventato il mio “amico” Achille. Era l’estate del 1929: il nostro Beltracchi, capo cantiere alla costruzione del Rifugio “Ai caduti dell’Adamello” alla Lobbia Alta, sta guidando la “corvée” di operai che, dal Rifugio Garibaldi, attraverso la vedretta del Mandrone, porta materiali e viveri al cantiere della Lobbia. Il 12 luglio la comitiva, attirata da flebili lamenti, si porta sull’orlo di un crepaccio sul fondo del quale giace, stremato di forze fisiche e d’intelletto, il nostro Achille: gettano una corda, anzi il Beltracchi scende nel crepaccio per imbragare il malcapitato che a fatica è riportato in superficie, stravolto e pressoché privo di conoscenza. Viene rifocillato alla meglio sul posto e, ripreso un barlume di coscienza, riesce a dire “sono Achille Camplani”. Le sue condizioni destano grande preoccupazione, si teme per la sua vita, presenta principio di congelamento alle estremità. Caricato su una delle slitte adibite ai materiali, lo trasportano al Rifugio quasi ultimato (sarà inaugurato il 25 agosto 1929) e qui riprende coscienza. Racconta di essere rimasto nel crepaccio per tre giorni e proprio quando si vedeva imminente la morte, l’intervento miracoloso del Beato Innocenzo da Berzo, da lui invocato, lo ha salvato facendo sì che le sue oramai flebili grida fossero udite dai suoi salvatori. “Ma perché proprio il Beato Innocenzo da Berzo, l’umile “fratasì”, così poco noto all’infuori del suo paese natale?” chiede il Beltracchi. Risponde l’Achille che, trovandosi sul treno Brescia-Edolo aveva letto la biografia di questo fraticello di Berzo su un opuscolo abbandonato su un sedile: ne era rimasto commosso e edificato così che aveva invocato il suo aiuto in quel drammatico frangente, ricevendone la salvezza. Così si convinse del miracolo e ne lasciò testimonianza nella teca del Museo di Berzo con lo spezzone di corda “miracolosa” e con la locandina (non si sa se proprio opera sua o se è stata manipolata, perché il testo originale da lui scritto non fu mai trovato), con la nota descrizione mitizzata dell’evento, che, pur se avvenuto per intervento umano, date le circostanze, possiamo comunque ritenerlo un miracolo. A completamento di queste mie note voglio riportare un documento eccezionale, ritrovato fortunosamente, purtroppo senza data. Esso rappresenta un omaggio al Beltracchi, ma anche, forse, la testimonianza dell’evento che ha coinvolto il Camplani. Il testo é scritto da semplici operai in una lingua speciale… l’italiano-camuno. Le rime non saranno perfette, ma il contenuto, a mio parere, è altamente poetico. Lobbia Alta Adamello 116 – pag. 33 Ricordo Angelo Beretti Angelo e i sentieri del Paradiso Era una bella giornata di sole in Val di Viso. Una di quelle giornate che ti infondono gioia e che ti portano a rendere grazie per il Creato e per farne parte. Angelo sul Ponte Tibetano (foto Giuseppe Solazzi) Siamo saliti sereni, lungo il sinuoso sentiero, a piccoli gruppi come di consueto. Consueta la voglia di stare insieme tra di noi e le nostre montagne. Eravamo quasi alla meta. Il grande volo di Angelone Eri pochi passi avanti con un incedere costante, la tua fascia blu per contenere il sudore e la preziosa maglietta azzurra del G.P.E. Oltre il mezzodì ti sei adagiato sulla tua montagna Angilù! Sembrava tu volessi ascoltare il rumore dei nostri passi uniti ai suoni della natura. Ci hai colto di sorpresa, sei andato avanti lasciandoci il tuo sorriso. Ci siamo chinati su di te per sostenere il soffio della vita, mani ferme e delicate hanno profuso l’estremo tentativo ma l’ora era decisa. Una preghiera ci è uscita dal cuore con la presunzione di accompagnare il tuo Spirito. Poi con mani incerte abbiamo assegnato a poche pietre il primo compito del ricordo lungo il sentiero. Continuerai a raccontare le tue barzellette, ne siamo certi, hai solo cambiato pubblico e tra questi i nostri amici che ti hanno preceduto. Il nostro animo è pesante ma non disperato, ci uniamo a tutti quelli che ti hanno voluto bene perché tutti possiamo sentirci meno soli in occasione della tua Pasqua. Non conosciamo né il giorno né l’ora ma ci rivedremo e continueremo a camminare insieme certi di raggiungere la meta che conta, mistero per tutti! Non sei lontano, sei solo dall’altro lato della strada, rimani in vista. Sappiamo che seguirai con il tuo sorriso i tuoi cari, i tuoi adorati nipotini di cui parlavi con gioia e non mancherai di sorridere anche a noi compagni di giorni sereni lungo i nostri sentieri. Ciao Angilù, un abbraccio e non sarà mai l’ultimo. I tuoi amici del G.P.E. (Michele) Val di Viso - Rifugio Bozzi - 6 agosto 2014 Vetta della Presanella (1959). Tullio Stefani (a sinistra) e Fausto Baronio Tullio Stefani L’8 ottobre scorso è mancato don Tullio Stefani. Incontrai per la prima volta Tullio a Ponte di Legno: era l’agosto del 1959 e insieme ad uno studente di Roma salimmo l’Adamello e la Presanella. Era il nostro primo approccio con la montagna e a loro devo se ho continuato a godere di questa passione. L’amicizia con Tullio durò negli anni, grazie anche alla comune passione per la musica: io come venditore, lui per gli studi intrapresi. Dopo gli studi classici e teologici (era diventato sacerdote) si diplomò presso il Pontificio Istituto di Musica Sa- pag. 34 – Adamello 116 Ricordo Bellamonte 16 dicembre, Mariuccia e Mario (foto G. Franceschini) Mariuccia Il grave lutto di Mario Verdina Non sentiremo più la sua voce argentina, allegra, vivace, pronta a corrispondere alla battuta scherzosa del marito oppure a riprenderlo con quel suo “Ma Mario!…” quando questi, sempre prolifico di sprazzi arguti, se ne usciva un poco sopra le righe. L’abbiamo vista per l’ultima volta a Oropa quel giovedì 22 maggio, giornata non proprio fortunata per il tempo e per la troppa neve calpestata. Nulla faceva presagire ciò che sarebbe successo nel giro di poco più di un mese: aveva camminato, affondando nella neve marcia, prendendo con la solita allegria la sfortunata escursione. Poi, le prime assenze agli appuntamenti del giovedì: non ci davano motivo di preoccupazione, era normale, qualche malessere passeggero capita a tutti, invece per lei le cose stavano silenziosamente precipitando fino al tragico epilogo del 29 giugno. Non aveva mai accusato dolori, solo il progressivo, rapido dimagramento era il segnale della gravità del male che l’aveva colpita. Si è spenta dolcemente e serenamente, come il lume della candela, lasciando nello sgomento l’amico Mario e noi tutti con lui. Quarta dei sette figli del rag. Ugo Bresciani, nota figura di professionista in città, si era diplomata alla Scuola interpreti e parlava correttamente diverse lingue europee e non. Amante della letteratura e dell’arte in generale, aveva cominciato a frequentare la Sezione negli anni Sessanta (era sulla soglia del cinquantesimo d’iscrizione al CAI) e da allora era iniziata la nostra amicizia sui sentieri montani delle escursioni domenicali del CAI insieme a un gruppo di giovani entusiasti, fra i quali conobbe quello che sarebbe diventato, nel 1971, il suo Mario. Tanti ricordi mi legano a lei e all’amico Mario: escursioni, estive e invernali, ma anche collaborazioni ai miei allora difficili compiti d’ispettore dei Rifugi. Un episodio ritornava spesso nei suoi ricordi, quello del famoso “Il risotto con le cipolle” da me creato in una serata allegra trascorsa con gli amici al Rifugio “Bonardi”: conclusione conviviale di una giornata intensa di fatiche sugli sci a seguire le varie fasi della classica “Staffetta” del Maniva. “Sic transit…” con quel che segue, ma se la gloria passa rimane la memoria, il ricordo dell’amicizia e dell’affetto ricevuto, del quale noi del Gruppo GPE siamo grati a Mariuccia. All’amico Mario, ai fratelli Enrico (mio compagno di studi per otto anni), Luigi, Maria Angiola, Lia e Laura il cordoglio mio personale e quello di tutto il GPE. Giulio Franceschini Sella di Freshfield (1959). Sullo sfondo la Presanella. Da sinistra Fausto Baronio, Anacleto Martinelli, Tullio Stefani cra a Roma e studiò Composizione nel Conservatorio di Brescia con il maestro Giancarlo Facchinetti. Insegnò poi nei Conservatori di Venezia, di Milano e di Brescia; diresse complessi vocali e strumentali (Camerata di Cremona) e fu Fondatore e Direttore della Suola Diocesana di Musica santa Cecilia a Brescia. I giornali lo hanno ricordato come valente musicista, io voglio dargli l’ultimo affettuoso saluto da una rivista di montagna. Fausto Baronio Adamello 116 – pag. 35 La Joëlette Il sentiero di CINZIA la montagna accessibile di Angiolino Goffi, Sottosezione CAI Gavardo A ndare in montagna, soprattutto per un appassionato, è liberarsi dalla quotidianità, alleggerire lo spirito e volare in un’altra dimensione fatta di spazi, di luoghi, di immagini, di rumori e di silenzi che ti proietta là dove ti portano i tuoi sogni. Per questo quando ho incontrato Cinzia, appassionata di montagna ma relegata su una carrozzina per una grave malattia, è subito maturata in me la voglia di fare qualcosa per poterle permettere di continuare a vivere di emozioni e non solo di ricordi. Per portare un disabile in montagna ci vuole sicuramente una carrozzina speciale per cui cercando in internet ho individuato, tra le varie offerte, quella che secondo me era la migliore per quello che ormai si stava delineando essere un “Progetto”. Avrei potuto optare per una carrozzina motorizzata e cingolata che avrebbe consentito all’utente di muoversi in autonomia e con pochissimo dispendio di energia, ma avrebbe significato lasciarlo solo e invece, si sa, la condivisione dei momenti di gioia raddoppia la felicità. Ecco perché la mia scelta è caduta su un’altra carrozzina, prodotta in Francia dall’intuizione di un alpinista rimasto paralizzato: la Joëlette. Questo è il nome del mezzo che consente, con l’aiuto di accompagnatori volontari, di percorrere sentieri anche impervi e stretti in assoluta sicurezza. Con la Joëlette il disabile non è solo, ma al centro di un gruppo di persone che, condividendo la stessa passione, lo accompagnano sia in escursioni dedicate, sia nelle normali gite proposte dalle varie associazioni. Era ottobre 2013 e mentre i colori dell’autunno mi riempivano gli occhi e il cuore, la mente era in continuo subbuglio, pensavo e ripensavo a come poter fare per coinvolgere persone sia come volontari sia come sponsor, a quali costi avrei dovuto far fronte, a quanto tempo mi sarebbe servito per questo progetto. Ad essere sincero all’inizio il problema che più mi assillava era quello finanziario, il puro costo di una carrozzina si ag- pag. 36 – Adamello 116 Con Cinzia al passo della Vacca Camminata dei 15 Ponti con l'AVIS di Gavardo Alla Madonna della Neve in Selvapiana Montagne... altre girava sui 3000 euro. Il primo pensiero è stato la ricerca di un bando al quale accedere per poter finanziare l’acquisto, ma per poter partecipare era necessario essere strutturati, individuare un’associazione, una ONLUS che sposasse l’idea. Immediatamente ho scelto di coinvolgere il CAI che mi avrebbe potuto aiutare sia come ente di supporto sia Di ritorno dal Pasubio Di ritorno dal lago della Vacca Con Giorgio all'Altissimo di Nago come cassa di risonanza per raggiungere i potenziali volontari accompagnatori. Sono di Gavardo e, dati gli ottimi rapporti di stima e di collaborazione col vecchio presidente Angiolino, è bastato accennargli la proposta per ricevere subito la sua approvazione. Avuto l’ok dal Consiglio, l’idea ha iniziato a prender forma concreta e la voce a circolare fra amici e soci. Da qui il percorso è stato in discesa e in breve sono emersi anche i nomi di possibili sponsor per l’iniziativa. Il responsabile dell’Associazione Calcio Gavardo da un lato e un dipendente del gruppo Camozzi dall’altro mi hanno manifestato la volontà di sostenere economicamente l’iniziativa. Tengo a dire comunque che i primi a contribuire sono stati i miei figli che, come regalo di Natale, hanno devoluto una piccola somma per l’acquisto della prima Joëlette. Intanto il progetto andava avanti e, tra contatti col CAI BRESCIA per la condivisione del percorso (quella di Gavardo è una Sottosezione), scambi di e-mail e preventivi con la ditta francese produttrice, contatti con esperti per capire fino a che punto c’erano coperture assicurative, l’intuizione si stava rapidamente trasformando in realtà. La nascita ufficiale è stata sancita dall’apertura del sito www.ilsentierodicinzia.net che ha dato visibilità al progetto ed è servito per informare e raggiungere i tanti potenziali accompagnatori. Ancora una volta il primo e naturale bacino di raccolta è stato il CAI Gavardo, dove i futuri accompagnatori venivano “adescati” al momento del rinnovo della tessera. La primavera era ormai vicina e volevo essere pronto a partire con la prima uscita della nuova stagione. Un altro passaggio fondamentale è stata la formazione dei volontari. Sempre da internet avevo infatti contattato Leonardo Paleari, presidente onorario dell’Associazione “Il cammino possibile” fra le prime in Italia a utilizzare la Joëlette. Leonardo non solo era titolato per tenere un corso di formazione per gli accompagnatori, ma si è dimostrato una persona di straordinaria disponibilità, venendo da Roma a sue spese per due giorni di addestramento nell’utilizzo della Joëlette. Sono usciti i primi articoli sui giornali e il passaparola fra amici alpinisti e non ha fatto il resto: all’A.C. Gavardo e alla Camozzi si sono aggiunti altri sponsor e supporter: il CAI Gavardo stesso, la MORI2A, gli Amici del presepe del Mulì di Gavardo, l’AVIS, la Special Spurghi, il Comune di Gavardo e altri ditte o privati che hanno preferito l’anonimato. Significativo e toccante un piccolo contributo arrivato per posta da un socio di Rovigo. Il problema economico, che credevo essere il più difficile da risolvere, era ormai superato. Inaspettatamente, anche se altre Adamello 116 – pag. 37 Montagne... altre Vita associativa associazioni che avevo contattato mi avevano già messo in guardia, le resistenze maggiori che ho riscontrato sono state di tipo ideologico/burocratico da parte purtroppo di soci, più o meno titolati che, mascherati dietro a cavilli, non sono però riusciti a nascondere la loro diffidenza di fronte all’iniziativa. Il giorno dell’apertura del calendario estivo tutto era pronto, ma il meteo quest’anno ci ha messo lo zampino, così la giornata piovosa non ci ha consentito di portare Cinzia nella prima escursione programmata. Così per tante domeniche il tempo ci è stato avverso e le due carrozzine acquistate restavano nuove e fiammanti in attesa del “debutto”. Finalmente, tra rinvii e false partenze, siamo riusciti a rompere il ghiaccio proprio in occasione del Raduno ufficiale di Joëlette di Bolzano, un’occasione importante anche per confrontarsi con altre realtà che a livello nazionale utilizzano questo mezzo. Oltre a questa, siamo riusciti a portare a Al rifugio Trivena in Val Breguzzo pag. 38 – Adamello 116 termine altre 5 uscite durante l’estate; al Rifugio Trivena, a Madonna della Neve, sul Monte Baldo, al Pasubio e al Lago della Vacca, gita alla quale Cinzia teneva in modo particolare perché più le ricordava le emozioni provate in montagna. A tutt’oggi siamo una trentina di volontari che si rendono disponibili ad accompagnare gli amici disabili, ma approfitto di questo articolo per sollecitare tutti coloro che sono sensibili a queste tematiche perché si aggiungano a noi visto che piano piano il progetto cresce e avremo sempre più bisogno di braccia. Siamo infatti in contatto con l’Università di Brescia, dove un ingegnere con alcuni studenti sta progettando una carrozzina simile alla Joëlette. Gli abbiamo dato la disponibilità per testare il nuovo progetto e per compararlo sul campo, nella speranza di poter arricchire con questa il nostro “parco macchine”. Vorrei sottolineare che il servizio offerto è completamente gratuito, previa prenotazione, e si può partecipare sia alle uscite in calendario che, accordandosi, mettere a punto gite su misura. Inoltre tutte le Sottosezioni del CAI, oltre ad altre Associazioni che si occupano a vario titolo di disabilità, possono avere in comodato d’uso gratuito le Joëlette da utilizzare per loro iniziative. Nel frattempo è nata anche una pagina facebook che – insieme al sito – ci aiuta a promuovere “il Sentiero” e che invito a visitare. Approfitto dell’ opportunità di questo articolo per ringraziare coloro che si sono dati da fare per la realizzazione di questa iniziativa, il CAI Brescia che col suo Presidente si è dimostrato subito molto interessato e partecipe e gli amici che mi hanno sostenuto e mi supportano nella gestione del progetto. Un grazie speciale poi a Cinzia che, oltre a fornirmi l’idea iniziale del progetto, ci ha dimostrato con il suo ottimismo e il suo entusiasmo che la passione per la montagna può dare gambe a un sogno. Sorie di vita Lo spazzacamino di Lorenzo Bezzi, Maestro spazzacamino C ome si dice? Ah, sì! C’era una volta... tanto tanto tempo fa... Ebbene sì! Anni or sono, dopo aver trascorso una breve parte della sua vita sulle navi della Marina Militare Italiana, approda a Brescia e si iscrive al corso di roccia presso la Scuola di Alpinismo del CAI. Come scriveva il poeta Manzoni: “dall’Alpe alle piramidi…”, noi possiamo dire: dal mare all’Alpe. Lorenzo, il nostro personaggio, nasce nella valle di Sole in Trentino (vuoi vedere che prima dovevo scrivere, dall’alpe al mare e non viceversa?). Non si sa bene come, ma va a finire imbarcato sulle navi della nostra Marina in qualità di radiotelegrafista. Finita la sua carriera settennale, migra in quel della nostra provincia ed è così che comincia la sua collaborazione con la nostra Scuola. Dopo il corso roccia e roccia perfezionamento, diventa Istruttore sezionale di alpinismo, seguendo i corsi di roccia, alpinismo, ghiaccio-alta montagna e cascate. La sua attività alpinistica viene condivisa maggiormente con quelli che poi diventeranno gli Amici, non quelli con la sola A maiuscola, ma anche con la M, la I, la C e la I. Tutte rigorosamente maiuscole. L’Ardy, il Baro, il Vince e il Pera. Frequenta il corso di Istruttore regionale che supera con successo. Nel 1999, a seguito di un triste evento che colpisce la nostra Scuola, diventa direttore del corso roccia. Nel 2000, vicissitudini della vita lo riportano nella sua val- le natia in Trentino, ed è qui che una “illuminazione” lo porta a fare un antico mestiere che si stava perdendo: lo spazzacamino. Frequenta corsi presso vari enti, associazioni ed aziende private, sia in Italia che all’estero, raggiungendo posizioni di tutto riguardo come Presidente del gruppo fumisti e spazzacamini nell’ambito dell’Associazione artigiani e piccole imprese della provincia autonoma di Trento, Vice Presidente nazionale della famiglia spazzacamini di Anfus (Associazione nazionale fumisti e spazzacamini), nonché docente della Scuola per spazzacamini, che ha sede proprio nella nostra bella Brescia. La cosa però che più lo distingue è che Lorenzo è “Lo spazzacamino più in alto d’Europa” e forse del mondo, in quanto è andato a pulire i camini al rifugio Mantova sul monte Vioz (gruppo Ortles/Cevedale) a quota 3.543 m slm. Questo rifugio, tra le altre cose, fu gestito da suo padre nel lontano 1953/55, il Maestro Quirino che poi diventò nientemeno che presidente della SAT di Trento. Ma ritorniamo al nostro spazzacamino/alpinista o alpinista/spazzacamino. Se passate per una “passeggiata” sia al Mantova al Vioz che al Denza in Presanella, cercate bene... su una parete troverete qualche cosa che ricorda il suo lavoro su quei tetti. E ora che cosa succede? Nostalgico del suo periodo trascorso tra noi Bresciani, fa il vero lavoro dello spazzacamino itinerante (come era ai primi del 1900) e così si divide tra la sua valle e la nostra provincia. Perciò se avrete occasione di incrociare per strada un furgone nero come la fuliggine e un uomo con il cilindro... è lui! Adamello 116 – pag. 39 Medicina Montagna, mente e corpo Considerazioni in margine ad un incontro di montagnoterapia di Fabrizio Bonera I n margine alla giornata di venerdì 17 ottobre riguardante “La Montagnoterapia” promossa dalla Commissione Sanitaria del CAI di Brescia ritengo opportune alcune considerazioni. È ormai noto che la pratica della montagna può essere intesa come valido ausilio per la riabilitazione dei pazienti psichiatrici. È meno noto quali sono i meccanismi che sottendono queste affermazioni. Spesso, in anni meno attuali, me lo sono chiesto. In particolare ho sempre cercato quale fosse il rapporto fra paesaggio e stato mentale cercando una risposta al quesito postomi durante la salita della Vertainspitze, ovvero se un paesaggio fisico poteva diventare un paesaggio mentale. Esplorare la possibilità di questo rapporto poteva essere il passaggio chiave per trovare un nesso fra montagna e mente, un passaggio delicato che avviene tramite il corpo e che poteva costituire la base e la chiave di volta che potesse dare legittimità alla Montagnoterapia. Durante la salita mi venne in mente un brano di Italo Calvino. Questo avrebbe potuto essere lo spunto per tutte le successive considerazioni. “Facendo il bagno alla spiaggia, alla signora Isotta Barbarino capitò un increscioso contrattempo… aveva perso il costume da bagno… del nuovo due pezzi che portava, le restava solo il reggiseno. Per verificare quanto di lei si intravedesse da occhi estranei, la signora Isotta ogni tanto si fermava e cercava di guardarsi. E con ansia vedeva nell’acqua i raggi del sole mettere in luce il suo corpo. Invano lei, avvitandolo a gambe serrate, tentava di nasconderlo allo stesso suo sguardo. Era una fuga dal suo corpo, che lei stava tentando, come da un’altra persona. Eppure questo corpo così ricco ed innascondibile era ben stato una sua gloria, un suo motivo di compiacimento; solo una contraddittoria catena di circostanze in apparenza sensate poteva farne ora una ragione di vergopag. 40 – Adamello 116 gna. Oppure no, forse sempre la sua vita consisteva solo in quella della signora vestita che lei era stata anche in ciascuno dei suoi giorni e la sua nudità le apparteneva così poco, era un inconsulto stato della natura che si rivelava di tempo in tempo destando meraviglia negli esseri umani e in lei per prima. Ad avere un corpo la signora si era abituata con un poco di riluttanza e se ne era investita come chi apprende di poter disporre di una proprietà da molti ambita. Ora, la coscienza di questo suo diritto rispariva tra le antiche paure, nell’incombere di quella spiaggia urlante. La signora pensava al destino di modesto decoro e di gioie rispettose che credeva predisposto per lei e all’incongruenza spregevole che sopravveniva a contraddirlo, come il castigo di una colpa non commessa. Non commessa? Ma forse quel suo abbandono balneare, quella sua voglia di nuotare da sola, quell’allegria del proprio corpo nel costume a due pezzi scelto con troppa spavalderia, non erano i segni di una inclinazione al peccato, le tappe di una folle corsa a quello stato di nudità che ora le appariva in tutto il suo misero pallore? Ma troppo tempo era stata immersa. Ecco, in quei brividi che la scuotevano, Isotta si riconobbe viva, e in pericolo di morte, e innocente. Perché quella nudità che le era ad un tratto cresciuta addosso, lei l’aveva sempre accettata non come una colpa, ma come la sua innocenza ansiosa, come la fraternità segreta con gli altri, come carne e radice del suo essere al mondo”. La salita alla Vertainspitze mi ha richiamato questo memorabile pezzo. Non per assonanze paesaggistiche e nemmeno per incontri con improbabili bagnanti. Qualche dolore alle mani, un crampo muscolare, a volte l’affanno del respiro, hanno richiamato l’attenzione al mio corpo. La signora Isotta ha avuto bisogno di un incidente balneare per potersi vedere con “occhio da estraneo”; a me sono stati sufficienti gli impulsi e i segnali provenienti dal mio corpo per farmi capire di possedere un corpo. Il possesso del corpo era una cosa a cui non avevo mai pensato. Eppure in passato le mie esperienze erano state molto intense, non solo in senso alpinistico: mi basti il ricordo di memorabili partite di rugby. Il riposo meritato sulla cima della Vertainspitze, in questa giornata di sole limpido settembrino e con la vasta distesa di ghiacci ai miei piedi, mi conduce al pensiero dell’antinomia dell’essere e dell’avere. Ora io sono un corpo ma al tempo stesso sento di avere un corpo. I segnali che esso mi manda me lo confermano. Prima il mio corpo era parte integrante del mio essere senza alcun segno di oggettivazione. Sintomo di invecchiamento? La signora Isotta scopre il senso del possesso del corpo guardandosi da sé come davanti ad uno specchio, ne avverte un inizio di decadimento e ne rimane sgomenta. Io lo scopro con la sensazione che mi deriva dallo sforzo. In un certo senso l’avere il corpo è indice di una sua oggettivazione. Ricorro allora al dualismo cartesiano della res extensa e della res cogitans, in cui il corpo è ridotto a pura estensione anatomica e diviene il corpo della indagine scientifica. Se esamino il mio corpo solo ed esclusivamente dal punto di vista scientifico, come res extensa, ne perdo la possibilità della totale intelleggibilità. Ma Cartesio, ad una attenta lettura, mi dice anche qualcosa di più. Egli afferma che gli insegnamenti della natura rivelano il significato della sua esperienza vissuta. Husserl, il fondatore della filosofia fenomenologica, ha usato il temine Erlebnis ed il suo verbo erleben che in generale indicano l’esperienza sensoriale come sinonimi del sopravvivere all’esperienza, come si realizza nell’avventura. Termini successivamente mutuati da Merlau-Ponty e Gabriel Marcel per indi- Medicina care quella particolare forma di vivere il proprio corpo come vissuto soggettivo. In realtà quando analizzo il mio corpo, se lo esamino con gli occhi della scienza e lo considero un oggetto, questo “muore”, perde ciò che lo rende umano. Quando lo sperimento come mio proprio, quando lo vivo (erleben) e posso osservare le sue parti, posso oggettivare le sue parti e mai l’intera unità. Il mio corpo è oggetto e soggetto al tempo stesso, è totalmente mio, visto parzialmente da me, ma totalmente visto dagli altri. L’esperienza della montagna mi aiuta a ricostituire il dualismo mente corpo in una unica indicibile unità. Ed è proprio nel terreno della montagna che debbo scendere per attuare questa ricomposizione, per far sì che anche il sapere che riguarda la persona sia un sapere di confine e non un sapere di frontiera. Chi è avvezzo alla geografia alpina sa che la frontiera è ciò che, producendo opposizione, genera frattura mentre il confine è garanzia di osmosi. Bisogna scendere sul terreno di un sapere di confine per ricomporre il dualismo mente-corpo e far sì che l’esperienza sensoriale dell’avventura alpina e della relazione con questo ambiente si traducano nell’unità dell’individuo e nella soggettività. La ricomposizione della mente e del corpo costituisce la base teorica della montagnoterapia finalizzata al recupero dei pazienti psichiatrici. La riappropriazione del corpo è la riappropriazione del proprio essere persona, considerato che è il corpo lo strumento con cui ci apriamo al mondo. Ma se ogni patologia è una frattura, una lacerazione, consideriamo anche le lacerazioni di cui siamo un poco tutti portatori: lo svuotamento di senso, la perdita di intenzionalità nell’agire, la diminuzione della motivazione e il venir meno dell’entusiasmo che creano un allontanamento fra noi e le cose. Siamo quasi tutti vittime di una patologia della normalità legata, fra le altre cose, alla mancanza del senso di disvelamento e che ci conduce ad essere stranieri con noi stessi. La montagna si rivela una occasione insostituibile in quanto, ponendoci a confronto con il nostro corpo e con ciò che ci circonda, è un serbatoio di senso atto a fungere da strumento terapeutico non solo nei confronti degli psicotici e dei nevrotici ma diretto anche verso la normalità inconsapevolmente patologica, dirottandola dal rituale del tempo libero alla dimensione del tempo liberato. Il concetto di montagnoterapia allora diviene un concetto allargato, inteso non solo relativamente alla sfera dei pazienti ma anche del resto della collettività: una montagnoterapia per tutti. 6HUDWHSURLH]LRQL"Agostino Gentilini” - 8º anno DATA PERSONAGGIO TITOLO SERATA Martedì 13 gennaio 2015 GIANNI PASINETTI Il magico mondo del trekking. Esperienze 2014: Kirghizistan, Nepal, Perù. Martedì 10 febbraio 2015 GIANCARLO SARDINI Verso l’alto. Verso l’altro. Racconti di vita per un turismo solidale sulle Ande peruviane Martedì 10 marzo 2015 GIOVANNA BELLANDI Il castello dimenticato di Tor dei Pagà Martedì 14 aprile 2015 VALERIO GARDONI Il viaggio di Ermoaldo Martedì 12 maggio 2015 ROBERTO CIRI, RUGGERO BONTEMPI e FAUSTO CAMERINI Le Prealpi Bresciane Martedì 8 settembre 2015 ANDREA PAGLIARI Vagabondaggi nella natura Martedì 6 ottobre 2015 IAGO CORAZZA Oceano Pacifico: le isole Vanatu Martedì 11 novembre ROSANGELA SIMONCELLI Nar - Phu Tilichgo Lake. Trekk “l’incontro dell’uomo con la magia di un Nepal quasi ignorato” Martedì 15 dicembre 2015 ANDREA GUERZONI Magica Concarena Le serate si tengono alle ore 21 presso la sede del C.A.I. di Brescia - ingresso libero Adamello 116 – pag. 41 Medicina Il ginocchio Distinguiamo pertanto, tra le patologie del ginocchio, delle situazioni traumatiche, dei sovraccarichi articolari dovuti all’eccessiva usura, e dei sovraccarichi articolari dovuti ad anomalie congenite del ginocchio. di Pablo Ayala R ieccoci!! Passata una buona estate, sicuramente tra trekking, passeggiate e arrampicate, ma a proposito come stanno le vostre ginocchia, vi siete ricordati di fare un po’ di esercizi alla fine di ogni gita? Chi di noi non ha mai avuto almeno un po’ di dolore al ginocchio? Eppure è una parte del nostro corpo molto importante anche se tendiamo a trattarla sempre male. Il ginocchio è composto dal femore con i suoi due condili ricoperti di cartilagine, due menischi che sono gli ammortizzatori del ginocchio, la tibia su cui si appoggia in parte il femore e che a sua volta è ricoperta anche lei sul piatto tibiale da cartilagine. Inoltre il ginocchio è composto da due legamenti crociati che lo sostengono e lo tengono in linea, uno anteriore e uno posteriore, e da due legamenti collaterali. Infine per ultimo la rotula partecipa a distribuire la forza del quadricipite e permette il funzionamento del ginocchio. Tutte queste strutture in sincronia con la muscolatura ci permettono di muoverci e di fare sport. Il tutto però deve funzionare in perfetta sincronia, non deve essere stressato troppo e deve lavorare secondo degli angoli ben precisi. pag. 42 – Adamello 116 Tra le anomalie genetiche del ginocchio ricordo le più comuni che possono essere o il ginocchio varo, che porta a un sovraccarico del condilo interno, o il ginocchio valgo, che porta a un sovraccarico del condilo esterno. Queste due situazioni portano col tempo a usurare prima i menischi e poi le cartilagini, l’importante è saperlo e non sottovalutare la cosa. Spesso è sufficiente mettere un piccolo plantare fatto su misura e su indicazione di un Tecnico Ortopedico, per alleviare anche di poco la pressione sui condili. Cambiare di qualche grado l’angolo di lavoro del nostro ginocchio va a togliere la pressione in quel punto, è chiaro che il plantare in questione può essere messo anche solo nelle scarpe che utilizziamo per le gite. Per quanto riguarda invece i sovraccarichi per eccessiva usura ricordo tra i più comuni le patologie del menisco e delle cartilagini sia del femore che della tibia e della rotula. Il menisco è un piccolo foglietto di cartilagine a forma di spicchio, la sua funzione è quella di permettere la rotazione del ginocchio e la sua flessione facendo in modo di non far strofinare troppo le cartilagini e permettendo una buona fluidità di movimento. Chiaramente le pressioni della muscolatura, un eccessivo uso in situazioni anomale o delle anomalie nell’appoggio possono portare prima a un assottigliamento della cartilagine e poi alla rottura del menisco, quasi sempre se la rottura è circoscritta a una piccola zona si opera in artroscopia e si toglie il pezzettino rotto. Diversa invece è la situazione per le condropatie delle cartilagini articolari, le cartilagini del ginocchio si rovinano sempre per usura o per sovraccarico, in prima fase c’è un’infiammazione e poi c’è una lacerazione della cartilagine con conseguente artrosi del ginocchio. Sia nelle cause congenite che in quelle da sovraccarico l’evoluzione è la stessa: c’è una zona del ginocchio che lavora male, le cartilagini o i menischi si infiammano e col tempo, se non prendiamo provvedimenti, si rompono e rendono il ginocchio dolorante e instabile. Mentre per il primo caso a volte bastano delle piccole solette per ridare al ginocchio un movimento fisiologico, per il secondo caso è necessario prendersi cura della situazione e con esercizi mirati e un po’ di fisioterapia risolvere il problema. Nelle patologie da sovraccarico i responsabili siamo sempre noi: dobbiamo capire che una buona muscolatura, forte ma elastica, permette al ginocchio dei movimenti corretti, ma soprattutto fa in modo che le cartilagini non si usurino. Ricordo sempre che un po’ di esercizi di streching per allungare la muscolatura e di potenziamento mirato insieme a un po’ di ginnastica sono la migliore medicina preventiva. Per quanto riguarda invece gli eventi traumatici purtroppo quelli sono imprevedibili, può capitare che per una banale scivolata il ginocchio si pieghi improvvisamente e quindi il menisco si rompa oppure che per una storta si rompano i legamenti crociati o collaterali. In queste situazioni spesso l’unica cosa da fare è consultare un buon ortopedico e decidere insieme il da farsi. Sperando di aver fatto cosa gradita con questa piccola rubrica auguro un buon proseguimento a tutti. Extraeuropeo L’uragano Bir travolge anche i turisti del fiume Omo Note critiche sul fotografare“l’ultima Africa” di Angelo Maggiori O l’Africa vista nei video filmati etnico-naturalistici facendo di tutto per evitare quella cruda dei telegiornali e dei drammi umani che la percorrono. Occhio non vede coscienza non duole. L’Africa non esiste, ma le persone sì. In quel preciso luogo e determinato contesto storico. Il turista è un privilegiato del mondo. L’Africa è il mondo più altro rispetto al nostro. Come fare per avviciGuerrieri Karo narlo senza rimanere schiavi dell’immaginario da colonizzatori che ancora alberga nella testa degli europei? Pensiamo solo alla locuzione “Ultima Africa”, usata dalle compagnie di viaggio per pubblicizzare un viaggio nel sud dell’Etiopia. La vera Africa ci viene incontro dal momento che sbarchiamo dall’aereo, non solo quando giungiamo in villaggi dimenticati anche da Dio e non solo dal progresso. Il viaggio è un’esperienza che prende valore giorno per giorno nel rapporto tra aspettative e fatti vissuti. È elaborazione mentale di input sensoriali mediati dalla cultura e sensibilità personale. Ogni viaggio in Africa è una sorpresa. Ogni luogo visitato è unico. Il patrimonio di diversità è la ricchezza di questo mondo. Diversità di uomini, culture, tradizioni, storia, di ambienti e forme di vita. L’Africa non è solo un grande continente, è un insieme infinito di microcosmi, unici e irripetibili, che racchiudono tutte le facce dell’esistenza. Guerriero dell'etnia Karo Tutto questo dovrebbe essere noto a chi Premessa: L’Africa non esiste si pone in viaggio per incontrare popoli che Ad affermarlo in maniera forte e provocatoria è Renato si pensa siano ancora fermi al neolitico. Kizito Sesana, missionario comboniano. La realtà africana Eppure quando accade che la realtà non corrisponda supera ogni costrizione concettuale, tassonomica o geoall’immaginario fantasioso che la vuole immutabile regno grafica. L’immagine euro-centrica dell’Africa troppe volte misterioso per l’avventura nell’incontaminato, si instaurano è parziale, superficiale, schematica, affetta da pregiudizi meccanismi di difesa basati sul rifiuto dell’esistente. Ed il e preconcetti, sempre viziata da scarsa informazione. Il ricaso più eclatante è proprio quello che riguarda il sud dell’Etiopia. schio, per chi ci va da turista, è quello di andare a cercare gni viaggio è storia a sé. È risaputo. Eppure basta poco per dimenticarlo e imboccare lo scivolo perverso del “chissà com’era più autentico prima”. Il rischio è alto, soprattutto per i viaggi mirati ad incontrare etnie con usi e costumi definiti “primitivi”. La delusione delle aspettative è sempre dietro l’angolo. Ed il fastidio di scoprire che i cambiamenti corrono veloci anche per chi è rimasto dimenticato dal dio progresso a volte impedisce di vivere esperienze di conoscenza guastando il viaggio stesso. L’occasione per queste riflessioni è venuta da un colloquio con amici ritornati dal sud dell’Etiopia quasi depressi per l’insopportabile richiesta di denaro per fotografare e l’aggressività di alcune tribù in caso di diniego. 120 anni or sono l’esploratore italiano Vittorio Bottego, seguendo il fiume Omo per scoprirne origini, certamente ha visto le tribù nella manifestazione più genuina delle loro antiche usanze. I turisti che all’inizio del terzo millennio vanno nella valle dell’Omo, invece, che cosa cercano, che cosa trovano? “L’ultima Africa” delle agenzie di viaggio? Avendone udite di tutti i colori provo a sintetizzare in poche note l’aspetto critico di valenza generale connesso al fotografare che, in molti amanti dei viaggi avventura, lascia l’amaro in bocca nonostante il viaggio sia, a mio avviso, tra i più interessanti e belli che ancora oggi l’Africa riserva. Adamello 116 – pag. 43 Vita Extraeuropeo associativa Hammer Giovane dell'etnia Banna Un mondo senza tempo? L’area geografica connotata dal fiume Omo è terra di antiche fragranze. Tribù primitive con costumi da alba dei tempi e kalashnikov seguono i ritmi legati allo scorrere del fiume e alla sabbia sospesa nel vento. Dai tempi di Bottego poco è cambiato nel modo di sopravvivere. Molto è mutato sul piano del rapporto con la civiltà. Permane l’esaltazione estetica dei corpi. Scarificazioni, pitture della pelle e costumi tradizionali sono ancora attuali. Stupefacenti per la creatività che esprimono. Visitarli significa compiere un tuffo vertiginoso nella realtà di una delle facce dell’Uomo più affascinanti. L’ambiente è sempre dominato dalle piante spinose. I villaggi rimangono aggregati umani tra i più poveri al mondo. La novità tra le tribù Hammer, Karo, Dassanech, Banna, Mursi, Surma, per citare solo i più famosi, è che oggi quasi tutti, giovani e vecchi, aspettano il turista per recuperare qualche Bir, la moneta etiope. Quando ad Addis Abeba mi avevano avvertito di fare buona scorta di banconote da 1 Bir non Hammer - cicatrici dopo le scudisciate al rito del salto del toro pag. 44 – Adamello 116 immaginavo che la richiesta di denaro avesse imboccato la deriva di una corsa affannosa simile all’irritante richiesta di bakshish in Egitto. Un vento che ogni anno che passa diventa violento come un uragano che mina pericolosamente le antiche tradizioni. Nell’enfasi del viaggio nel continente magico il desiderio prevalente è quello d’incontrare un angolo di mondo senza tempo, almeno di vedere un mondo fermo a prima dell’avvento della nostra civiltà. È un desiderio legittimo? Sì, fino a che rimane nell’illusione che il tempo possa fermarsi in un mondo che ogni giorno che passa cambia diventando più piccolo. Anche per i popoli del basso fiume Omo la storia è in movimento. La loro cultura dà risposta alle esigenze di sopravvivenza ad un ambiente severo, sta diventando merce da vendere agli amanti dell’esotico. L’estetica della bellezza del proprio corpo che rende unici questi popoli è ciò che più attira sul loro territorio i bianchi armati di macchina fotografica. Lo scambio inevitabile, parafrasando un noto frame pubblicitario, è riassumibile in “No Bir, no photo”. E l’incontro con la gente dell’Omo catapulta nel prosaico presente che fa scordare all’istante lo stereotipo del mondo fermo al neolitico. Il contrasto è forte e disorienta. Ci appaiono fuori dal mondo, ma sono fuori solo dal nostro mondo sviluppato. Assaliti dalla frase reiterata come un mantra “one photo, one Bir”, diventa ineludibile la domanda: pagare o non pagare? Foto o non foto? Per rispondere inizio da alcune considerazioni necessarie per contestualizzare la questione. Fossimo in Occidente non ci porremmo nemmeno il problema. A nessuno verrebbe in mente di fotografare una persona puntandole un cannone in faccia senza chiederle, e ottenere, preliminarmente il consenso. Soprattutto, non lo faremmo se non vuole. Abbasseremmo la fotocamera, ma non perché violeremmo la sua privacy o rischieremmo querele, quanto per normale buona educazione e rispetto dell’altro. Perché invece si cede alla tentazione di non fare altrettanto visitando villaggi sperduti o comunità “primitive”? Perché si rimane sconcertati dall’os- Hammer - cicatrici per bellezza Estrazione del sale nel cratere di Yabelo Extraeuropeo sessiva richiesta di denaro per concederci il permesso delle foto? Per due motivi. Il primo è che trovandoci d’innanzi all’oggetto del desiderio che ha motivato il viaggio pare impossibile rinunciare a prendere immagini che consentano di documentarlo. Il secondo è che la richiesta di denaro cozza duramente con l’idea che avevamo del soggetto. È come se il denaro ne sminuisse il valore e annullasse l’illusione dell’incontaminato che si è andati a cercare. Per chi ha solo la propria immagine da vendere per sopravvivere, all’opposto, il denaro che il turista è disposto a dare per acquisirla fotografando rappresenta l’unica risorsa per migliorare le condizioni al limite della sussistenza del vissuto quotidiano. Nel contempo il denaro compensa parzialmente il sentimento di diminuzione della propria dignità. Stato d’animo frustrante che acuisce l’orgoglio del diniego e che, frequentemente, rende alcuni gruppi, tipo i Karo o i Mursi, molto aggressivi. Sul campo la domanda esige rapida risposta. Alcuni ripongono la macchina fotografica nella custodia e rinunciano tout court alle riprese. La giustificazione è però diversa per due tipologie di turisti. Alcuni non pagano perché gli scatti sarebbero “innaturali” e quindi privi di pathos. Altri perché s’ingenera un costume poco dignitoso che lede l’orgoglio di questi popoli. All’opposto per gli esagitati che se non hanno fotografato vivono come se non avessero vissuto il viaggio, il dilemma è tra chi esagera pur di acquisire immagini rovinando “il mercato” perché fanno alzare i costi per i futuri turisti, oppure comportarsi da barbari violentatori che se ne fregano dei dinieghi mancando di rispetto nel modo più becero e arrogante. Comportamento che presso alcune tribù comporta anche il rischio di violente reazioni. Pagare per fare foto richiede sensibilità per capire il contesto nel quale avviene la transazione. Non sempre è possibile pattuire un compenso una tantum con il capo villaggio in cambio della libertà di fotografare. In questi casi si contribuisce alla comunità. Se invece ogni individuo battaglia per se stesso, come avviene fastidiosamente nel sud dell’Etiopia a inizio millennio, ogni incontro è una guerra stancante e demotivante. D’altro canto non siamo agli infami safari etnologici e il rispetto delle persone passa anche dal rispetto delle loro usanze, anche quando ciò risulta di difficile comprensione e accettazione. Piroga sul fiume Omo Miseria e povertà nel sud dell'Etiopia Andata e ritorno Come scrisse il filosofo francese Budrillard: “La fotografia è il nostro esorcismo. La società primitiva aveva le sue maschere, la società borghese i suoi specchi, noi abbiamo le nostre immagini. Crediamo di costringere il mondo con la tecnica. Ma attraverso la tecnica è il mondo che s’impone a noi”. Saper vedere il mondo che andiamo a cercare mettendoci in viaggio significa anche accettare il mondo per quello che è. Non possiamo salvarlo, ma possiamo contribuire se non a migliorarlo, almeno a non peggiorarlo. I viaggi del turista contemplano sia l’andata che il ritorno. Se il viaggio è stata vera esperienza chi ritorna non è lo stesso dell’andata. È migliore? Io penso e spero che sia vero il proverbio dell’etnia Bamileke del Camerun che recita: “È viaggiando che si acquisisce la saggezza”. Non è però un dato scontato. Dipende da chi viaggia. Ed ascoltando alcune persone parlare del loro viaggio, eufemisticamente parlando, ho il dubbio che non sia nemmeno cosa così facile. Dassanech Adamello 116 – pag. 45 Val d’Orcia Via Francigena… in bici sulle tracce di Sigerico di Roberto Micheli T utte le esperienze di viaggio iniziano molto prima del viaggio stesso, nel momento in cui si comincia ad individuare la destinazione e ad immaginare come verrà pianificato. L’organizzazione di una vacanza in bicicletta di alcuni giorni in autonomia può includere qualche mese di preparazione, dall’illuminazione dell’idea a quando si è pronti per iniziare l’avventura. Potrei addirittura arrivare a concludere che questa fase può essere assolutamente più impegnativa del viaggio stesso. Nel mio caso specifico, dopo tantissime esperienze di trekking e viaggi in bicicletta, ogni volta che mi impegno a pensare qualcosa di nuovo scattano in me dei meccanismi irrefrenabili. Innanzitutto mi si apre l’armadio delle fantasie e si spalanca sulle idee che si sono immagazzinate nel tempo, dovute a letture, internet, contatti, curiosità; da qui arriva il primo impulso creativo. Il parlarne poi a mia moglie ed agli amici che abitualmente mi accompagnano dà la spinta necessaria allo start organizzativo. Anche in questo caso è accaduto così: nella ricerca della meta l’attualità dei viaggi di pellegrinaggio (in primis Santiago de Compostela) aveva già insinuato in me qualche idea; ero però alla ricerca di qualcosa di un pochino più “esclusivo”, non amo le situazioni troppo frequentate. Ecco farsi avanti l’idea della Via Francigena. Il pellegrinaggio è sempre stato una componente fondamentale per tutte le religioni. Per il Cristianesimo si evidenziano in particolare tre località: Gerusalemme come fulcro della Terra Santa, Santiago de Compostela per San Giacomo ed ovviamente Roma per il martirio di San Pietro e di San Paolo e come sede papale. Prendevano il nome di vie francigene quei molteplici tracciati che arrivavano a Roma dal Nord-Ovest europeo in quanto arrivavano dalle terre dei “Franchi”. È probabile che gli itinerari seguiti fossero più di uno in quanto non esisteva una rete viaria stabilita; facilmente venivano seguite le vie consolari romane, ma rimane sicuro che non esistesse un itinerario preciso. Nel 990 D.C. l’arcivescovo di Canterbury, Sigerico, compì il pellegrinaggio dalla sua città a Roma e nel viaggio di ritorno ebbe la felice intuizione di annotare in un diario tutti i luoghi in cui fece sosta, creando così uno dei primi itinerari di viaggio, da Canterbury a Roma: 1600 km in circa 80 giorni. Da queste note si è cercato di ricostruire uno dei percor- pag. 46 – Adamello 116 si che probabilmente seguivano a quel tempo i pellegrini. È sicuro che i tracciati originari nei secoli siano stati fagocitati dalle grandi arterie che attualmente noi percorriamo, ovvio che nel recupero si sia cercato di seguire carrarecce, sentieri, strade secondarie poco trafficate per permetterne un utilizzo pedonale e ciclabile. Scattata la molla decisionale mi sono buttato a 360° nella ricerca di dati e notizie per cercare di scoprire un itinerario fattibile in bicicletta per raggiungere la Città Eterna. Deciso che il periodo ideale potesse essere la tarda primavera e che il tempo a disposizione fosse di 8-10 giorni, ho pensato che il tragitto più adatto e coinvolgente fosse dalla dorsale appenninica emiliana fino a Roma, più precisamente da Fornovo di Taro, appena prima del passo della Cisa. Esistono descrizioni dettagliate del percorso pedonale e mi sono rifatto a queste per cercare di avere la migliore garanzia dal punto di vista della tranquillità e dell’isolamento a discapito ovviamente della ciclabilità, che rimane un fattore importante tenendo conto che si sarebbe viaggiato con tutto il bagaglio sulle bici. Ho cercato poi di formare delle tappe di ragionevole lunghezza che avessero però la sosta serale in una località interessante. In totale circa 600 km in otto tappe, con una media di 75 km al giorno. Ci siamo quindi procurati la “credenziale del pellegrino”, un cartoncino in cui si devono apporre i timbri di tutte le località attraversate per testimoniare la percorrenza. È chiaro che il pellegrinaggio in quanto tale deve avere una fondamentale componente spirituale e religiosa, condizione assolutamente personale che ovviamente ognuno vive come meglio crede. Questo voglio che sia esclusivamente un resoconto ciclo-turistico e quindi non mi addentrerò in questo importante aspetto. A completare la logistica e tenendo conto che preferisco che il viaggio debba partire in bici da casa, ho deciso per l’abbinamento treno+bici. Spendo due parole su questa possibilità che secondo me è vincente, comoda ed ecologica, se non fosse che nel nostro paese l’organizzazione del trasporto delle bici sui treni è molto carente; spero che in futuro le nostre Ferrovie si rendano conto delle potenzialità e si organizzino adeguatamente (come peraltro già fatto in altri paesi europei). Partendo da Brescia abbiamo utilizzato il treno regionale “Freccia della Versilia” fino a Fornovo, mentre Altopascio per il ritorno il Roma-Pisa e poi Pisa-Brescia. Finalmente si parte, siamo in sei: io, mia moglie e quattro amici fidati… l’ avventura ha inizio! 11 maggio 2012 PRIMA TAPPA Raggiunto Fornovo con il treno si parte per il passo della Cisa. Abbiamo deciso, dopo approfondite indagini, che questo tratto appenninico fosse meglio percorrerlo sulla vecchia statale in quanto il tracciato pedonale sarebbe stato troppo lento e difficoltoso con le biciclette zavorrate dalle borse del bagaglio. In effetti abbiamo percorso questo tratto a piedi in un’altra occasione e direi che la scelta è stata più che mai azzeccata. Tra l’altro la statale è molto panoramica, corre sul crinale, regala scorci suggestivi ed è poco trafficata, tranne il sabato e la domenica quando viene percorsa da moltissime motociclette a velocità sostenuta, da evitare. Pernottiamo all’ostello della Cisa dove i carinissimi gestori ci coccolano con una cena deliziosa. 12 maggio 2012 SECONDA TAPPA Dal passo della Cisa scendiamo a valle su strade secondarie attraversando borghi interessanti, purtroppo semiab- Arrivando a San Quirico d' Orcia bandonati. All’ingresso di Pontremoli ci accoglie la piccola abbazia di San Giorgio con l’abside romanica risalente all’anno Mille. Dopo il paese ci inseriamo nel percorso pedonale “ufficiale”. Il crescente interesse verso questa via ha fatto sì che le varie istituzioni (Comuni, CAI, gruppi escursionistici) abbiano tracciato tutto il percorso con i caratteristici segni bianco-rossi. La traccia GPS che avevo scaricato è stata praticamente inutile, non abbiamo quasi mai avuto dubbi sulla strada da percorrere. Inoltre spesso si incontrano anche le segnalazioni che riportano il simbolo della via, cioè il pellegrino con il bordone e la bisaccia. Questi accessori erano al tempo la carta d’identità del viandante. Pochi km dopo Pontremoli troviamo il vecchio ponte sul fiume Magra crollato durante l’alluvione del 2011 e questo ci obbliga a un simpatico guado. Attraversiamo Sarzana, gradevole e preziosa cittadina ricca di storia, il corso è colmo di persone e lo percorriamo piacevolmente con le bici a mano. A Massa non troviamo nessuna chiesa aperta per ricevere il timbro di passaggio, ci accontentiamo di quello dell’Associazione dell’orchestra di Massa e Carrara che il ragazzo dell’ufficio turistico ci appone. Continuiamo e la fine di que- Escursionismo Mulattiera vicino a Pontremoli sta tappa è a Marina di Massa, dove alloggiamo all’ostello dopo aver percorso un tratto del lungomare tirrenico. 13 maggio 2012 TERZA TAPPA Questa giornata ci porta fino alla bellissima città di Lucca. Passiamo per il centro di Pietrasanta con la bella piazza arricchita da sculture colorate e, dopo Camaiore, ci attende la salita per Monteggiori, vero Gran Premio della Montagna. Mentre proseguiamo con un su e giù impegnativo il cielo si oscura minacciosamente e dopo poco scarica un temporale degno della T maiuscola. Gli ultimi 15 km prima dell’arrivo sono tutti sotto un acquazzone e l’arrivo a Lucca è da tregenda. Veniamo amichevolmente accolti dai gentilissimi proprietari del bed&breakfast e noi li ricambiamo allagandogli le scale e le camere; non potevamo altrimenti. Lavati e ristorati ci concediamo una piacevole passeggiata serale tra le viuzze cittadine, il tempo è tornato sereno. San Giminiano 14 maggio 2012 QUARTA TAPPA I primi km d’uscita dalla città sono un pochino tristi, in una zona industriale densa di capannoni, testimonianza di lavoro e quindi benessere, ma non appaganti alla vista. Arrivati in campagna la musica cambia ed Altopascio ci riceve con tutta la sua storia, otteniamo uno dei timbri più coreografici di tutto il viaggio presso l’ordine dei Tau. Raggiungiamo a fatica la rocca di San Miniato a causa di un inconveniente al cambio di una bicicletta, da soli non riusciamo a ripararlo e quindi, non trovando alcun meccanico, siamo costretti a scendere a Castelfiorentino dove risolviamo il problema. Abbiamo lasciato la Valdarno per la Val d’Elsa, siamo entrati in provincia di Siena e tra prati verdeggianti risaliamo e raggiungiamo la “magica” San Giminiano. L’arrivo con i primi colori del tramonto che si riflettono sulle case di mattoni tutte della stessa tonalità è un toccasana per il corpo e per lo spirito. Alloggiamo nel monastero di San Girolamo gestito dall’ordine delle Vallombrosane; ci accoglie una suora veramente moderna e speciale. La solita passeggiata serale acquista un valore particolare tra le torri dello splendido centro storico Sentiero a Sutri medievale. 15 maggio 2012 QUINTA TAPPA Si riparte e dopo pochi km ci giriamo indietro, la vista delle torri e delle case monocromatiche di San Giminiano ci lasciano per l’ennesima volta a bocca pag. 48 – Adamello 116 aperta, io mi ritengo un romanticone estremamente sensibile alla sindrome di Stendhal ed in questa esperienza ho avuto parecchie occasioni per verificarlo. Passiamo Colle Val d’Elsa e dopo una decina di km iniziamo a vedere la rocca turrita di Monteriggioni, dominante la via Cassia. Arriviamo alla base e ci aspetta una sterrata molto ripida che ci fa guadagnare la porta di accesso. La fatica viene ripagata dal gioiello della vasta piazza centrale. Troviamo, vicino alla casa del pellegrino, un piccolo ma interessante museo sulla Via. Mancano ormai solo una quindicina di km per Siena e li facciamo tutti sull’impegnativa Montagnola Senese. Boschi cedui a perdita d’occhio, colline apparentemente selvagge punteggiate raramente da qualche casale. Prima di raggiungere la meta si presenta una sorpresa, la via passa vicino all’imbocco della galleria del Pian del Lago (o canale del Granduca). Questa galleria fu fatta costruire intorno al 1770 dal Granduca Leopoldo di Lorena per bonificare, per svuotamento, questa ampia zona paludosa e malsana che creava problemi di malattie alla città. È lunga 2,3 km e la si può percorrere a piedi, è molto ben conservata. Il posizionamento di tutte queste città e villaggi sui cocuzzoli delle colline avrà avuto negli anni un’importanza strategica vitale ma al cicloturista riservano degli arrivi da gran fiatone e lo stesso è per Siena. Ma, come ormai ho ripetuto parecchie volte, tutto viene superato dalla magnificenza dei luoghi e su Siena è inutile che aggiunga altro. 16 maggio 2012 SESTA TAPPA Si parte per quella che sarà la Sul basolato della tappa più lunga ed impegnativa del vecchia Via Appia viaggio: 99 km con circa 1900 metri di dislivello. Il mattino ci riserva un tempo molto nuvoloso: durante la notte in effetti è piovuto. I primi km di sterrato ci riempiono ben bene le bici di un fango di terra rossastra argillosa, estremamente attaccaticcia. La Val d’Orcia si apre davanti a noi e con lei appare anche il sole, che ci accompagnerà per tutto il resto del viaggio. Bianche strade sterrate con vista su crinali punteggiati di cipressi, campi verdeggianti di grano ormai vicini alla fase di completa maturazione rendono molto piacevole il procedere. Si attraversano Buonconvento, San Quirico d’Orcia e Bagno Vignoni, ognuno dei quali meriterebbe una sosta ben più approfondita, ma la nostra spietata tabella di marcia ci impone solamente brevi visite. Già pochi km dopo Siena abbiamo ini- Escursionismo ziato a riconoscere il cono vulcanico di Radicofani, nostra odierna meta, ma è una visuale ingannevole, passano i km ma il cono rimane sempre là, incredibilmente distante. Questa sensazione diventerà il tema di una delle battute più ricorrenti per il resto del viaggio: una meta a portata di mano ma che sembra sfuggirci attimo dopo attimo, km dopo km. Alla fine, intorno alle 20 e con il contachilometri ormai prossimo alle tre cifre, finalmente raggiungiamo la rocca di Ghino di Tacco. Alloggiamo in un albergo dove il proprietario, intuita la situazione, si fa in quattro per metterci a nostro agio, riuscendoci perfettamente. Inutile dire che dopo una lauta cena niente passeggiata serale ma subito a letto. La visita del borgo è solo rimandata al mattino dopo. La chiesa romanica di San Pietro custodisce pregevoli opere tra cui alcune terrecotte invetriate della scuola di Andrea della Robbia ed una copia in grandezza naturale della Sacra Sindone. Ci fa da cicerone don Elia, colto e simpatico, che scopriamo essere uno dei maggiori sostenitori dello sviluppo della Via Francigena. 17 maggio 2012 SETTIMA TAPPA Tanto è stata faticosa l’ascesa al cono vulcanico tanto è gradevole e agognata la discesa fino al Ponte sul Rigo dove ricominciano i saliscendi. Raggiungiamo Acquapendente e quindi il bucolico lago di Bolsena, con il capoluogo con un bel centro storico, poi Montefiascone. La discesa da questo borgo ci fa transitare su un pezzo della vecchia Cassia che non è stato fagocitato dalla modernità. Pedalare sull’antico basolato ci fa riflettere su quante persone avranno calcato prima di noi queste pietre ed il pensiero ci emoziona. Siamo ormai in vista di Viterbo, ma prima di entrare in città passiamo dalle sorgenti termali del Bagnaccio dove troviamo parecchie persone in ammollo, proseguendo entriamo in città dalla porta Fiorentina. Viterbo fu sede papale per 24 anni dal 1257 al 1281 ed ha un bel centro storico. Sul portale del duomo noto un simbolo che mi ricorda qualcosa di familiare: un gambero. Difatti il cardinale Giovan Francesco Gambara, discendente di una nobile famiglia bresciana, grazie alla protezione della potente famiglia Farnese fu vescovo di Viterbo nel 1500, da lì la presenza dello stemma di famiglia, un gambero appunto. 18 maggio 2012 OTTAVA TAPPA Siamo ormai all’ ultima tappa, iniziamo uscendo dalla città tra campi coltivati e distese di noccioleti, raggiungiamo pag. 49 – Adamello 115 Vetralla e da lì saliamo dolcemente sui monti Cimini, boschi di querce altissime e prati con tante mucche e pecore, ancora un’atmosfera molto bucolica. Raggiunta Capranica ormai mancano pochi km all’etrusca Sutri ma qui il percorso pedonale entra in un canyon con un single track molto stretto ed impegnativo, che ci impone a volte dei passaggi acrobatici con le biciclette a mano, guadi improvvisati e apertura di passaggi tra la vegetazione. In effetti all’inizio del sentiero per un centinaio di metri abbiamo notato una piccola ruspa che stava allargando la sede; probabilmente ad oggi sarà tutto sistemato ma per noi è stato molto difficoltoso, d’altronde fa parte del gioco: non è la prima volta che ci complichiamo la vita e molto probabilmente non sarà neanche l’ultima. Giungiamo a Sutri accaldati e disidratati, una sosta rigeneratrice e poi si riparte. Si è fatto parecchio tardi e si decide per un taglio veloce verso il lago di Bracciano senza seguire la via per raggiungere Anguillara Sabazia dove si era già deciso di prendere il treno per avvicinarsi a Roma. In effetti è da tutti sconsigliato l’avvicinamento all’Urbe in bici a causa del traffico caotico della periferia. Scendiamo all’Ostiense e da lì arriviamo trionfanti in piazza San Pietro. L’euforia è tale che entriamo pedalando sulle nostre compagne di viaggio e veniamo immediatamente redarguiti dai vigili urbani in quanto in piazza è vietato; ma non ci fa nulla, obbediamo e a piedi ci posizioniamo per le innumerevoli foto ricordo. L’emozione è grande e nella complicità del momento un gruppo di salernitani ci festeggia, vuole farsi fotografare con noi, insomma una piacevolissima bagarre. Ci trasferiamo poi all’ufficio dei pellegrini dove esibiamo la nostra credenziale e ci viene accordato il “Testimonium Peregrinationis”, un certificato nominale dell’avvenuto pellegrinaggio. Per ottenerlo bisogna dimostrare di aver compiuto almeno 140 km a piedi o 400 km in bicicletta. Un tramonto perfetto fa da sfondo a questi momenti euforici, siamo tutti molto contenti. Questi percorsi così importanti del nostro passato possono essere vissuti in modi molto diversi: religiosamente, come funzione originale; turisticamente, visitando uno spaccato della nostra bellissima Italia; ma anche come momento introspettivo individuale, momento stimolato in modo perfetto da tutti i grandi viaggi, in particolare quelli che vengono vissuti lentamente… e la bicicletta secondo me è il mezzo ideale! In direzione di Radicofani Ramingando in Valvestino: da Cima Rest al Monte Tombea di Davide “Ramingone” Dall’Angelo e Lorenzo “Ramingazzo” Rota www.raminghidelleterrealte.it I Prati di Rest Dati escursione: Giro ad anello: Sì in parte Differenza altimetrica: 740m (da 1200m a 1940m) Lunghezza totale: 15km circa Tempo percorrenza: 5h30min (giro completo) Difficoltà: Escursionisti Nel Parco dell’Alto Garda Bresciano, tra il Lago di Idro ed il Benaco, si incunea la selvaggia Valvestino coi suoi ameni paesini, ognuno dei quali sede di partenza di numerosi percorsi. Una delle mete più conosciute di questo territorio è sicuramente il Monte Tombea, sulle cui creste correva il confine con l’Impero Austro-Ungarico prima della Grande Guerra. Arrivati al parcheggio nei pressi del rifugio di Cima Rest, veniamo subito accolti dalle splendide e caratteristiche costruzioni conosciute come “i fienili di Rest”, piccole casette dallo spiovente tetto in paglia. Da Wikipedia sappiamo che ricerche storiche datano questa tipologia di costruzione al VII secolo, attribuendola alle tradizioni dei Goti o dei Longobardi. La tecnica di copertura si basava sull’allineamento e sovrapposizione di centinaia di pannelli di paglia, legati con steli di lantana. Il risultato finale era dato da un manto compatto e perfettamente funzionale: infatti la paglia, oltre che essere un ottimo idrorepellente, è anche un ottimo isolante termico che permette una perfetta conservazione del foraggio. Da informazioni locali veniamo a sapere che erano fatte con paglia di grano saraceno che una volta veniva coltivato in loco (oggi invece si coltiva nella bassa bresciana per conto dei valligiani). Dopo un centinaio di metri di cammino dal parcheggio, nei Adamello 116 – pag. 50 pressi della chiesetta degli alpini, imbocchiamo il sentiero n. 69, che attraversa gli splendidi alpeggi. I colori dell’Autunno e la limpida giornata rendono questi pascoli particolarmente suggestivi. Superiamo un paio di malghe ed entriamo in un bel bosco di faggi, ma, distratti dalla bellezza del percorso, sbagliamo pietosamente strada proseguendo sul sentiero 69 anziché prendere il n. 66. Accorgendoci del misfatto, mestamente ritorniamo sui nostri passi fino al bivio della discordia che troviamo ampiamente indicato da esaurienti frecce segnaletiche... Abbandoniamo così la facile stradina per continuare su sentiero. Dopo una ventina di minuti di buona salita, raggiungiamo una piccola radura dove spartane panche ci regalano un breve riposo. Ramingazzo ci offre alcune barrette energetiche che tutti di primo acchito rifiutiamo, memori del pessimo gusto di quelle che ci aveva offerto la volta scorsa. Oggi però, alle disgustose barrette al gusto cappuccino ha sostituito quelle più buone alla mela ed al limone, ed alcuni di noi accettano di assaggiarle. Riposati e rifocillati, riprendiamo il sentiero che, attraversato il bosco, sbuca nei pascoli sotto la cima del Tombea. La splendida giornata non fa che accentuare la bellezza del panorama che da qui in poi continuerà ad accompagnarci. Con qualche tornante attraversiamo i prati cercando di trovare lungo il percorso qualche fossile di conchiglie e ammoniti, che dicono essere numerosi da queste parti. Purtroppo a mani vuote raggiungiamo la Malga Tombea, adagiata proprio sotto la cima del monte. Qui arriva anche la vecchia strada di arroccamento, usata dagli alpini nella Prima Guerra Mondiale, sulla quale, poco oltre la malga, vediamo una freccia che indica il sentiero verso la vetta. Noi però decidiamo di salire percorrendo una traccia non segnata che si inerpica partendo proprio da sopra la baita Tombea. Con un poco di salutare fatica, siamo in cresta dove il panorama a 360 gradi ci lascia senza fiato. Di sicuro non pensavamo che il Monte Tombea offrisse uno spettacolo del genere. Dietro di noi il Lago di Garda con la penisola di Sirmione ed il Monte Pizzocolo, a ovest il Lago di Idro, le montagne del Maniva, il Colombine ed il dosso dei Galli con gli inconfondibili radar. Verso nord la nera sagoma del Cornone di Blumone, il Frerone, l’Adamello, il Carè Alto, le Dolomiti di Brenta, mentre a est il Monte Baldo con le sue ondulate cime e la vista che arriva fino alle Dolomiti ed alla Marmolada. Approfittiamo di questo spettacolare posto per scattare centinaia di foto e mangiarci un panino in contemplazione del paesaggio. Dopo pranzo, un po’ a malincuore, riprendiamo il sentiero verso ovest, percorrendo alcuni panoramici e non difficili tratti di cresta. Qui passava la linea di confine con l’Impero AustroUngarico; durante la Grande Guerra queste montagne furono dapprima occupate dal 7° Reggimento Bersaglieri ed in seguito fortificate dal Regio Esercito che costruì strade, trinceramenti e posti d’osservazione. Troviamo parti di trincee arditamente arroccate alla montagna e moltissimi ripari di guerra scavati nella roccia che ci costringono ad un breve momento di riflessione. Sulla parete esterna di uno di questi ripari, affissa sulla roccia, leggiamo la splendida poesia dedicata all’alpino che riportiamo a fine articolo. Cominciamo pian piano a scendere raggiungendo nuovamente la stradina e proseguendo con essa sempre verso ovest, accompagnati anche dai colori bianco-gialli del percorso Antonioli. Raggiunta la Bocca di Caplone, proseguiamo in discesa più marcata (sentiero n. 67) lungo la strada che, con molti tornanti, attraversa la località Cordeter, la Selva dal Ponte, fino a sbucare sulla stradina percorsa all’andata. È questo un tratto di discesa molto tranquillo anche se abbastanza lungo. Infatti il Sole sta repentinamente calando e le luci della sera cominciano a farsi strada, allungando le ombre, riscaldando i colori ed accompagnandoci placidamente verso le auto. Ritroviamo così la chiesetta degli alpini e, arrivati al parcheggio, ci concediamo una bibita al rifugio di Cima Rest, prima di riprendere le auto per il ritorno a casa. Salendo al Tombea Panorama dalla cresta del Tombea Raminghi sul sentiero n. 66 Punto d'osservazione sulla cresta del Tombea pag. 52 – Adamello 116 Raminghi delle Terre Alte GRUPPO GITE DI SCIALPINISMO 2015 Gruppo Gite di Scialpinismo Brescia di Michele Peroni Come ogni anno, verso la fine della stagione “transitoria per gli scialpinisti” i coordinatori del gruppo gite si mettono in contatto per definire quello che sarà il programma della stagione… il carnet è molto vario, ma purtroppo le uscite non sono illimitate, perciò bisogna scegliere le gite migliori, che, almeno nella maggior parte, sono già state percorse dai coordinatori nella stagione precedente o già studiate a tavolino. TUTTO PRONTO! Sì, ma madre natura non è tutti gli anni la stessa, dunque il giovedì precedente all’uscita della gita prevista è indispensabile trovarsi per stabilire se ci sono, o no, le condizioni favorevoli per fare l’uscita in ragionevole tranquillità. SÌ SÌ!!! ma non ci sono solo i coordinatori!... 5… 10... 15… un gruppo sempre in crescendo di scialpinisti, chi veterano, chi nuovo, ma tutti determinati a passare una giornata (o due) nel grandioso mondo della montagna invernale, piena di fatiche, a volte di attese e magari altre di rinunce, ma senza mai perdere quello spirito ESSENZIALE che ci accomuna tutti. Il gruppo gite scialpinismo di Brescia è diventato, grazie a tutte queste persone, una realtà radicata, all’insegna della condivisione, dell’altruismo e dello star bene insieme. POI BEH… vogliamo parlare della merenda a fine gita?!? MA QUELLA È UN’ALTRA STORIA!!! Un grande augurio a tutti per un’altra stagione eccezionale come quella del 2014. DOMENICA 11 GENNAIO: Madonna di Campiglio (TN) Cima Serodoli 2708m Partenza: loc. Zangola 1634m - diff. BS - disl. 1070m - esposizione nord/est Durante la giornata si effettuerà una ricerca A.R.T.VA Coordinatori: Anna Stefani 3346550272 - Enrico Cadenelli 3487616291 DOMENICA 25 GENNAIO: Valle del Chiese (TN) Cima Pissola 2063m Partenza: Boniprati 1172m - diff. MS - disl. 880m - esposizione est Durante la giornata si effettuerà una prova di autosoccorso in valanga di gruppo. Coordinatori: Tiziano Osio 3920847660 - Stefania Amato 3357070244 DOMENICA 1 FEBBRAIO: Gruppo della Presolana (BG) Pizzo Corzene 2200m Partenza: Albergo Grotta 1200m - diff. BS - disl. 1000m - esposizione est Coordinatori: Paolo Turina 3473105079 - Stefano di Matteo 3382589238 SABATO 21 FEBBRAIO: Dolomiti di Brenta (TN) Cima Croz dell’Altissimo 2360m Partenza: loc. Val Biole (Andalo) diff.MS+ disl. 1280 - esposizione est Coordinatori: Massimo Minelli 3286346082 - Barbara Saleri 3388951329 DOMENICA 8 MARZO: Vipiteno Val di Vizze (BZ) Cima Felbes 2808m Partenza: San Giacomo in Vizze 1440m - diff. BSA - disl. 1411m esposizione nord/ovest - sud/ovest Coordinatori: Riccardo Dall’Ara 3485941376 - Paolo Malizia 3351304031 Marzo Fine settimana in Val D’Aosta (pernottamento in valle) SABATO 21: Pointe de la Pierre 2653 diff. MS - disl. 1300m – esposizione nord/ovest DOMENICA 22: Becca di Tos 3302m diff. BS - disl. 1903m - esposizione nord Coordinatori: Siro Richini 335260123 - Roberto Conti 3388562971 Aprile Fine settimana in Val Formazza Traversata Punta D’Arbola 3235m Partenza: Riale Lago di Morasco 1815m (uso piccozza, ramponi, imbrago, corda) SABATO 11: Arrivo al rifugio Mores 2515m diff. BS - disl.700m - esposizione nord/est DOMENICA 12: Cima D’Arbola - diff. Bsa - disl. 720m - esposizione nord/est Coordinatori: Tiziano Osio 3920847660 - Andrea Braga 3471511907 Aprile Fine settimana nel gruppo dell’Adamello 3554m Partenza: Passo Tonale 1883m (uso piccozza, ramponi, imbrago, corda) SABATO 25: Cresta Croce/cannone diff. BSA - disl. 760m - esposizione varia DOMENICA 26: Cima Adamello diff. BSA - disl. 700m - esposizione sud/est Coordinatori: Michele Peroni 3395080910 - Claudia Lauro 3383292488 Maggio Fine settimana nel Gruppo del Gran Combin (G.S. Bernardo) Partenza: Bourg S. Pierre 1620m (uso piccozza, ramponi, imbrago, corda) SABATO 9: Arrivo alla Cabane du Velan 2642m - diff. BS - disl. 937m - esposizione nord DOMENICA 10: Mont Velan 3727 - diff. BSA - disl. 1085m - esposizione nord Coordinatori: Davide Pighetti 3392021098 - Martino Pelizzari 3493621388 Pizzo Scalino 3323 Per ulteriori informazioni è possibile contattare la Segreteria della Sezione, a Brescia in Via Villa Glori 13, negli orari di apertura della sede: da martedì a sabato dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 19.00, il giovedì dalle 21.00 alle 22.00 Tel. 030-321838 e-mail [email protected] Adamello 116 – pag. 53 Corsa in montagna 11° Trofeo Paolo Ravasio Prendi per mano il tuo limite e accompagnalo sino al traguardo di Gigi Mazzocchi U n vincitore del Ravasio c’è ma non ci sono vinti, ho la presunzione di credere che tutti coloro che sono partiti dal Bazzena abbiano portato a casa una vittoria personale, compreso chi ha dovuto fermarsi prima della diga del Garibaldi. Il numero uno è per molti un viaggio che parte con pic- pag. 54 – Adamello 116 cole o grandi velleità e si conclude quasi sempre con una lacrima; un viaggio che si svolge in posti a noi tutti molto cari, in luoghi che 100 anni fa hanno fatto da sfondo a storie di grande e meravigliosa solidarietà. Sono i luoghi di una guerra che ha visto più vittime della montagna che del nemico, una guerra vissuta senza tregue Corsa in montagna perché se non era il nemico ad assalirti era il freddo, la neve, le valanghe; un immenso altare sul quale sono stati sacrificati uomini che altro non erano se non ragazzi appena maggiorenni, ragazzi che, come qualcuno ha scritto, partivano per la guerra con l’entusiasmo e l’allegria di chi va a una festa e che si sono in poco tempo ritrovati faccia a faccia con il limite estremo. È in questi luoghi meravigliosi e spaventosi che con grande umiltà andiamo a cercare il nostro limite personale; è su queste pietre e sulle trincee della guerra che ci sfidiamo e ci incontriamo: sulla sottile linea che collega i cinque rifugi, una linea che spesso risulta visibile e rimane impressa nella mente e negli occhi solo di chi la percorre. Quella linea lungo la quale molti concorrenti si trovano non a competere ma a condividere un viaggio dentro la propria mente in quel posto dove risiede “l’eroe dell’inutile”; l’eroe che ci chiede di esplorare i nostri confini, che nella quotidianità ci fa rialzare dopo le cadute, che trova forza nell’amicizia e nella condivisione di esperienze e sensazioni vissute in condizioni che la stanchezza fisica e mentale rendono estreme. Sono condizioni in cui non c’è posto per le maschere, dove si può essere solo ciò che realmente si è, condizioni dove esiste solo il bianco o il nero, dove si è unici giudici di se stessi, e non sempre l’esito è positivo, ma anche questa consapevolezza aiuta a capire quali sono le cose che realmente contano ed è nel confronto con il proprio limite che si cresce e si migliora. Nel confronto con se stessi non c’è vincitore o vinto ma crescita intima, personale, difficilmente condivisibile con chi non è abituato a guardarsi dentro. Per questo credo molto nella condivisione di chi ha percorso l’uno, negli occhi di tutti voi ho la presunzione di vedere chi ha saputo giudicare se stesso ed ha saputo accettare i limiti e la grandezza del proprio “eroe dell’inutile”. Grazie ancora a tutti coloro che hanno, con il loro impegno e la loro collaborazione, reso possibile lo svolgimento dell’11° Ravasio, grazie al presidente del CAI e al Consiglio che anche quest’anno ha creduto nella manifestazione, e grazie a Paolo che ancora una volta ci ha riuniti nel suo ricordo. Adamello 116 – pag. 55 Scuola di alpinismo Gli Istruttori si riuniscono in assemblea di Riccardo Dall’Ara A ssemblea animata quella che si è tenuta il 22 ottobre scorso nel salone della sede del CAI. Il Direttore della Scuola di Alpinismo-Sci Alpinismo e Arrampicata Libera “Adamello-Tullio Corbellini” Roberto Boniotti ha introdotto la serata con una relazione in cui ha delineato il percorso della Scuola negli ultimi tre anni e definito gli obiettivi futuri. Il suo incarico triennale terminerà ad aprile 2015, ma ha ventilato l’ipotesi di gradire un’eventuale nomina per i prossimi tre anni. Ha sottolineato, con una certa soddisfazione, che dopo tanti anni di assenza di aspiranti, adesso sarebbero due i candidati disposti ad accogliere la nomina di Direttore: Raffaele Poli, INSA (Istruttore Nazionale di Sci Alpinismo) e Mauro Torri, INA (Istruttore Nazionale di Alpinismo). La relazione è stata seguita con grande attenzione dai presenti che, con varie domande, hanno animato gli interessanti argomenti esposti da Boniotti. L’Assemblea ha deliberato sull’andamento dei prossimi corsi: SA1 (Sci Alpinismo di base), SA2 (Sci Alpinismo avanzato), Arrampicata su Ghiaccio (Cascate), AR1 (Roccia base), AG1 (Ghiaccio Alta Montagna), A1 (Alpinismo base), AL1 (Arrampicata Libera), AL2 (Arrampicata Libera avanzato). Accolte da calorosi applausi e ma- nifestazioni di simpatia sono state le nomine a Istruttori Sezionali di: Francesca Bosio, Erica Lonati, Manuel Alfieri, Daniele Tosoni. Dopo aver partecipato al corso/esame di Arrampicata Libera, Paolo Ballini e Giorgio Orizio hanno conseguito il brevetto di IRAL (Istruttore Regionale di Arrampicata Libera) e Valerio Calzoni è entrato in possesso del titolo di IRSA (Istruttore Regionale di Sci-Alpinismo). Mauro Torri ha ottenuto la qualifica di INA (Istruttore Nazionale di Alpinismo). Daniele Tosoni La Redazione della rivista Adamello fa i più sinceri auguri di buon lavoro alle nuove nomine e a tutto il corpo Istruttori e li ringrazia vivamente per il loro costante impegno per la divulgazione degli ideali della montagna. Sul prossimo numero della rivista saranno pubblicati alcuni articoli che tratteranno argomenti di alpinismo, in particolare sulla “libertà in alpinismo”. Erica Lonati Manuel Alfieri pag. 56 – Adamello 116 Giorgio Orizio Francesca Bosio Scuola di alpinismo Che cosa c’è dietro uno sguardo di un Uomo di montagna? di Massimiliano Merigo M i chiedevo che cosa rendesse il mio amico Marco sempre così sereno con un’espressione “piena” e felice. Ora l’ho scoperto!!! Mi sono iscritto al Corso NeveGhiaccio 2014 appena terminato e ho potuto vivere forti emozioni che ti lasciano appagato e sereno, nutrito da un ambiente affascinate, sempre misterioso, “non per uomini” come l’ha definito il Direttore durante un’escursione, dove capisci che non puoi mai “abbassare la guardia”. Non avevo mai “calpestato la neve in modo serio”, nonostante i miei 46 anni e in questo corso ho potuto creare un principio di feeling, dopo le prime grandi incertezze a contatto con un qualcosa che non conosci e devi scoprire piano piano, in punta di piedi. È difficile spiegarlo in parole, bisogna viverlo! Grazie a tutti per la grande accoglienza, professionalità e voglia di dare. Un abbraccio a tutti! Grandes Jorasses, Parete Nord, via Colton-MacIntyre di Daniele Frialdi e Claudio Inselvini D ella Parete Nord delle Grandes Jorasses si potrebbe parlare lungamente e forse anche noiosamente. Alta 1200 m è uno dei simboli dell’alpinismo europeo e forse anche mondiale. Qualcuno la definisce la parete delle pareti. Al suo interno sono stati tracciati nel tempo moltissimi itinerari ed alcuni in particolare si ergono a simbolo della scalata moderna su ghiaccio e misto. Fra tutti, fatta eccezione per lo sperone Walker, che è per altro una via di roccia, spicca la ‘Colton-MacIntyre’. Questa via fu tracciata nel 1976 da due grandissimi dell’alpinismo, due inglesi, due icone del ‘British Style’: Nick Colton e Alex MacIntyre. Tralasciando la lunga lista delle loro realizzazioni, ci piace invece ricordare che il loro modo di scalare si riassume nella celeberrima dichiarazione di MacIntyre: la parete era l’ambizione, lo stile divenne l’ossessione. Qui di seguito troviamo il racconto a quattro mani di Daniele e Claudio, racconto relativo ad una recente ripetizione nel settembre 2014; l’idea è quella di dare due visioni personali della medesima salita, raccontando, ognuno per sé ma insieme, quello che l’esperienza sulle Jorasses ha lasciato. Un doppio percorso parallelo che conduce infine, in vetta, al comune sentire. Claudio È sempre in un giorno improvviso che si pensa a lei, alla ‘città foresta’, alle Grandes Jorasses (Jorasse deriva dal celtico Juris, foresta d’alta quota, n.d.a). Ed in questo giorno improvviso nasce l’idea del viaggio ed inizia il cammino. Il viaggiatore crede spesso che il viaggio inizi dal primo passo, mentre in realtà il viaggio inizia dal primo pensiero. Se è così da lungo tempo io percorro il cammino immobile verso questa città, da lungo tempo rincorro il desiderio della sua ‘via maestra’, di quella via che, nell’ immaginario, rappresenta il percorso ideale, ambito quanto temuto, attraverso la città foresta. Come il viaggiatore sconosciuto di Calvino, mi accingo perciò alla partenza verso un’idea, anzi verso un simbolo e con malcelata ansia di azione trascorro i giorni che precedono la partenza per Chamonix. Chamonix, la bella, la luminosa, l’incredibile. Per le sue strade si agita un miscuglio di razze e di atteggiamenti uniti da un’armonia che altrove sarebbe impensabile. L’uomo d’affari con la puzza al naso cammina a fianco della pag. 58 – Adamello 116 ragazzina che invece il naso l’ha all’insù, mentre il turista occasionale si attarda e si mescola al popolo degli scalatori. Gli scalatori! popolo nel popolo, eleganti e ipertecnici o consumati e irsuti si muovono qui a loro agio, questa è la loro casa, e mai, mai ti è dato di sapere cosa si nasconde sotto gli abiti di chi incroci. Ed ecco che anche noi oggi, indecifrabili, con grandi zaini e volti rilassati, che vorrebbero esser rilassati, camminiamo per queste strade, attratti come falene dal rosso colore del celebre trenino a cremagliera di Montenvers. Il viaggiatore che si rechi, che intenda recarsi, nella città foresta, deve, nella prima parte del suo cammino, superare alcune prove: le lunghe scale che depositano sul ghiacciaio, la grande distesa di ghiaccio nota come ‘la Mer de Glace’, la risalita alla locanda Leschaux, nobile rifugio che ha ospitato i nomi più grandi dell’alpinismo, ma soprattutto dalla cui terrazza si gode la visione della parete nord delle Jorasses. Si gode… quale ossimoro!!! Il timore ed il desiderio sono presenti insieme e con intensità assoluta. Il godimento è quindi atipico, forse perverso. La locanda è gestita con pugno di ferro da una lady gentile. A riprova che questo è senza dubbio il luogo dei contrasti. La notte serena fuga i dubbi della sera, mentre una traccia, appena accennata, ci guida verso l’imbocco della città foresta. Come preannunciato la città non si concede facilmente, le sue porte sono ben difese. Con perizia e con timore varchiamo il solo punto debole che la barriera iniziale presenti, e lo facciamo con sfida ed eleganza, passando all’interno, scalando le viscere della crepaccia terminale e credendoci conquistatori laddove invece non siamo che conquistati. Anche se rapiti forse si addice di più. La città foresta è astuta, non intende concedersi senza lottare, senza respingere prima di accogliere, senza impressionare prima di lasciarsi amare. Il luogo è severo ed ardua la scalata, ma poco prima che la luce lambisca il nostro sguardo siamo oltre le porte, finalmente ed incredibilmente già sulla via maestra. A questo punto dovrei raccontare di gradi, di verticalità, di impegno e di fatica. Ma un viaggiatore che percorra la ‘città foresta’ sarà prima di ogni altra cosa attratto dal luogo, dalle meraviglie fino ad ora solo udite raccontare, dai colori improvvisi. Ma attenzione, non si deve abbassare la guardia, la città foresta cattura e come prima difendeva l’accesso, ora trattiene e invischia: ripidi corridoi si alternano a percorsi sbarrati da alti cancelli, mentre spesso le indicazioni conducono in vicoli senza uscita. Ed oltre a questo la neve, quella neve leggera, soffiata con forza, forse senza rabbia ma anche senza pietà, quella neve che raffredda e paralizza, che fa urlare di rabbia e di impotenza. E poi finalmente il percorso si compie, la città docile si concede, mostra l’uscita e accompagna il viaggiatore, in verità molto provato, verso la degna conclusione del suo viaggio, verso la guglia del suo monumento più intenso, verso la vetta. Daniele Il ritrovo a Brescia centro ormai è consuetudine, il fatto che si andrà con la mia auto è ormai una certezza. Carichiamo il materiale nel portabagagli e partiamo. Gli zaini son quelli delle grandi occasioni, pieni di materiale, di entusiasmo e di aspettative. Avremo preso tutto? Il dubbio è di rito come un rito è scannerizzare il proprio corpo dai piedi alla testa, ad occhi chiusi, vestendosi mentalmente pezzo per pezzo: “calze, scarponi, ramponi, pantaloni, imbrago, maglietta, pile, goretex, guanti, picche, casco… ok, c’è tutto!”. L’autostrada scorre veloce nonostante il traffico di un giorno feriale. Pian piano ci lasciamo caselli e barriere alle spalle. Quanto costa ’sto viaggio ogni volta! Meglio non pensarci e l’immancabile sosta per un toast al Viverone ci aiuta a sentirci un po’ più a nostro agio proiettando i nostri pensieri altrove, là sulle grandi pareti dove l’asfalto sarà solo un ricordo. Ed è così che l’ultimo tratto di strada pare scorrere ancora più veloce e finalmente il traforo ci sputa al di là del confine, in Francia, a Chamonix. Al parcheggio della stazione di Mon- tenvers si mettono nello zaino le ultime cose, materiale e ricordi. Mi viene in mente la prima volta qui, con Johnny per il Linceul, o il primo tentativo alla Colton con Marco, andato a vuoto, qualche mese prima della nostra salita del 2012. Mi piace immaginare che anche Claudio stia ripensando alla sua ultima volta qui, con Beppe, per la Walker, o a quella prima per il loro tentativo alla Colton oppure a quando con Maurizio salì il Linceul. Ognuno col proprio bagaglio quindi ci ritroviamo presto giù dal trenino a percorrere la Mer de Glace fin sotto al rifugio Leschaux che da lassù, dal suo punto d’osservazione privilegiato, domina la valle e la nord delle Jorasses. Piove quando varchiamo la porta del piccolo rifugio, piove a dirotto. Ad accoglierci la giovane e dinamica padrona di casa col suo splendido micio pel di carota. Durante la cena, gli occhi dei presenti guardano uno nel piatto e uno fuori dalla finestra con la speranza che smetta di piovere. All’improvviso uno squarcio di sereno spezza in due le nubi, il cielo rasserena e con lui anche il nostro stato d’animo. Si va a letto più tranquilli con la convinzione che la notte rigelerà. E così sarà… Il sonno è molto breve, il mio in verità non comincia neppure. Passo le ore a guardare la luce della luna che entra dall’oblò. Ripenso all’ultima volta con Marco quando quella stessa luce l’avevamo sul viso e negli occhi avendo bivaccato ai piedi della parete. Allora eravamo completamente soli e non vi erano tracce per giungere all’attacco, stavolta le super condizioni invernali hanno favorito numerose ripetizioni quindi vi è una piccola superstrada che conduce fin sotto alla via. La colazione viene consumata in fretta e, velocemente, ci incamminiamo verso la parete. È notte fonda e la luna ormai si è nascosta dietro le vette circostanti. Quando arriviamo alla crepaccia terminale, dopo circa tre ore, restiamo a bocca aperta: un luogo incredibile. Pare di stare sulla luna. Si deve scendere nel cuore dell’enorme buco passando su architettonici ponti e tappi di neve per poi rimontare un muro verticale attraverso uno stretto ed entusiasmante camino che lo spezza in due. Osserviamo le cordate davanti a noi impegnate in questo passaggio e, con le luci delle frontali immerse in questa sorta di grotta naturale nel ghiaccio, ci pare di vedere un presepe fuori stagione. Semplicemente stupendo. Superato questo ostacolo siamo in parete, in piena parete. Un lungo e faticoso nevaio ‘spaccapolpacci’ ci conduce all’attacco delle goulottes centrali. Intanto il sole è sorto in un tripudio di colori e lassù in vetta un vento beffardo ci scarica addosso continue docce gelate di neve farinosa che rallentano e complicano la progressione. Le condizioni però sono super, ed il ghiaccio abbondante delle goulottes ci deposita in breve alla base del tiro chiave; un vero e proprio muro di neve incollata ad una placca verticale. L’altra volta questo tiro non era salibile e mi aveva obbligato alla difficilissima variante ‘Alexis’ sulla destra. Stavolta invece mi godo la scalata a pieno, metro per metro, centimetro per centimetro. “Claudio molla tutto!” Anche questo ostacolo è alle spalle. La neve continua ad investirci, le mani sono gelate. Un tè caldo e uno sguardo al panorama ci rinfrancano anima e corpo. La giornata è magnifica. Procediamo affrontando tutta la parte alta della via tra entusiasmanti risalti di misto e goulottes ghiacciate fino a giungere sugli ultimi tiri dello sperone Walker dove storia e ricordi si mescolano tra loro in un crescendo di emozioni. Qui con Marco arrivai dopo un bivacco in parete… Claudio e Beppe anche. Adesso la vetta è vicina, davvero vicina, così vicina che pare di poterla toccare… Claudio e Daniele Pianto le picche sul pianoro sommitale, la testa sbuca dalla cornice ed il panorama da verticale si fa orizzontale. Non c’è più nulla da salire. Me ne sto fermo così per qualche istante ed in silenzio mi godo il momento. Il mio compagno mi sorride, mentre le luci del tramonto inondano i monti circostanti di rosso. Un ultimo sforzo, sono fuori, sono in vetta. Appoggio lo zaino, alzo la testa e mi guardo intorno. Mille pensieri e nessuno si affollano nella mente. C’ero già stato qui, proprio esattamente qui, ma come sempre è tutto nuovo. È sempre un’emozione nuova ad ogni volta. Tendo la mano al mio compagno, o forse lo abbraccio non ricordo più. Forse tutte e due le cose. Una voce mi ricorda che non è finita, che serve ancora concentrazione, si deve scendere ora e trovare un posto decente per bivaccare. Ma non ancora, non subito, fra un attimo. Adesso, ancora per qualche minuto è tempo di sentire l’anima leggera. Adamello 116 – pag. 59 Alpinismo Il tracciato della via Lost in Concarena. Riconoscibile a sinistra l’imponente Cimone della Bacchetta Prime ascensioni a cura di Fausto Camerini OROBIE SOTTOGRUPPO DELLA CONCARENA. CORNA ROSSA. Parete Est. Via “Lost in Concarena”. La via è stata aperta il 24 gennaio 2014 da Andrea Tocchini e Massimo Simoncelli. Lunghezza 350 metri (più di 200 nel canale). Difficoltà: su ghiaccio/ 4°+ su roccia/ 5°su misto/ canale a 40° - 45°/TD. Esposizione: Est-Sudest. In arrampicata tra ghiaccio e roccia sulla via Lost in Concarena Rilassati e scherzosi i due salitori alla fine della via pag. 60 – Adamello 116 ACCESSO: Dal paese di Ono San Pietro, seguire la strada per Losine. Prima di arrivare all’azienda vitivinicola Monchieri (Losine) lasciare l’auto ed imboccare una stretta via sterrata che vi conduce ad un’altra strada, questa asfaltata; seguirla verso sinistra fino al ponte che sovrasta il ruscello Glera. Quindi salire sul fianco destro della valletta formata da fiumiciattolo; lì si trova il sentiero bollato di rosso e bianco che porta ad incrociare un’altra stradina. Proseguire dritti raggiungendo una presa per l’acqua; ancora dritti per sentierino bianco e rosso, poi giallo e di nuovo bianco rosso, puntando ad una grossa slavina, fino a raggiungere un cartello che indica per il rifugio Baita Iseo. Da qui abbandonare il sentiero e proseguire dritti puntando la slavina. Appena è visibile deviare a destra in un canale con dei grossi massi. Salire per tracce tutta la valle che piega verso sinistra, da prima lungo ghiaioni e poi per una grandissima slavina che porta dritti al canale base della via. 3 ore dall’auto. MATERIALE: per una ripetizione portare una serie di friend fino al 4 bd (utile in parecchi punti) doppiare il verde e il viola, utili i micro e i tricam, un poco superflui i nuts. I chiodi usati solo per le soste sono già tutti in loco. Le soste sono tutte a 2 chiodi, munite di anello per la calata e collegate con cordino. ITINERARIO: risalire il canale fino ad arrivare ad un tappo di rocce e neve alto una trentina di metri; sulla destra cordino in clessidra; si può notare un piccolo risalto verticale che dà l’accesso ad un altro stretto canale sormontato da un enorme masso incastrato: è lì che ha inizio la via. L1: attaccare il muro verticale e risalire il canale fino ad una comoda nicchia, sosta 50 metri. L2: salire la placca a sinistra della grottina per poi spostarsi in centro al canale su di un muretto di ghiaccio/neve a 95° gradi, rimontato il muro proseguire sul fianco sinistro del canale, superare un altro muro di roccia e neve puntando ad un camino sulla sinistra al di sotto del quale sempre in comoda nicchia si trova la sosta. 50 metri 5°su ghiaccio 3° su misto. L3: (la rosa): salire direttamente al di sopra della sosta il bellissimo camino strapiombante con ottimi appigli fino a riprendere il canale nevoso, seguirlo per una trentina di metri spostandosi sul fianco destro fino a raggiungere una parete strapiombante, prima che esso curvi verso destra, alla base della quale è situata la sosta. 50 metri 4+ su roccia. L4: continuare lungo il canale che a questo punto piega decisamente a destra fino a raggiungere la sosta, situata poco prima di una diramazione a sinistra, sul fianco sinistro del canale. 55 metri 45°. L5: imboccare la deviazione verso sinistra, superare un masso incastrato, passo delicato, occhio al buco, e proseguire fino alla sosta posta a sinistra del canale sotto una paretina vetricale. 55 metri 45°. L6: superare la parete a destra della sosta e proseguire lungo il canale fino alla sosta, posta sul fianco sinistro, al centro di una placchetta verticale fessurata. 2 chiodi in fessura. 50 metri 4°su misto. L7: proseguire lungo il canale, a questo punto ricco di erba e di rocce, fino ad un buon larice sul quale sostare. 50 metri 45°. DISCESA: per la discesa, in corda doppia, seguire a ritroso tutte le soste, tranne alla penultima, dove è comodo saltare la prima sosta all’interno del grottino e con sessanta metri giusti si arriva all’ultima calata, posta sul fianco destro dritta sotto il masso incastrato, da dove con un’ultima calata di quaranta metri si è all’attacco della via. Andrea Tocchini Alpinismo SOTTOGRUPPO DELLA CONCARENA. CIMONE DELLA BACCHETTA. Via “L’ultima sigaretta”. La via è stata aperta il 21 agosto 2014 da Andrea Guerzoni e Paolo Dolcini. Lunghezza 150 metri con difficoltà V/R3/ III/, (5 lunghezze). Da Ono San Pietro seguire il sentiero che porta in un’ora al rif. Baita Iseo. Da qui proseguire in direzione ovest verso le Baite Natù fino ad intersecare il sentiero che porta al Toc de la Nef. Appena usciti dal bosco si nota alla propria destra il pilastro Beppe Chiaf; lo si raggiunge per un ghiaione costeggiandolo alla sua destra. Si prosegue sul ripido ghiaione fino ad individuare un evidente diedro sulla sinistra, circa 300 metri oltre il pilastro Chiaf. Si raggiunge la base dove si trova un cordino di segnalazione per l’attacco. L1: tiro friabile nei primi tratti, con alcuni passaggi delicati su roccia instabile. IV+. Sosta attrezzata dentro una nicchia. L2: uscire dalla nicchia a dx e con ribaltamento delicato portarsi su leggero strapiombo fino ad una grande cengia dove si torna alla sosta attrezzata. Qui ci si trova esattamente sul colle che dà accesso alla lunga cresta di pilastri che parte dal pilastro Beppe Chiaf. L3: per facili roccette ci si sposta a dx e si raggiunge la base delle evidenti placche. III L4: dalla sosta su cordone incastrato si sale verticalmente su stupende placche, con passaggi in fessura e diedro, V. Ci si porta sul filo di cresta che prosegue perpendicolarmente verso ovest. L5: su cresta esposta e delicata si raggiunge l’evidente cima di uno dei mille e più gendarmi della Concarena. Discesa in doppia lungo le soste attrezzate. Andrea Guerzoni Andrea Guerzoni ADAMELLO SOTTOGRUPPO DEL CARÈ ALTO. MONTE FOLLETTO. Parete Ovest. Via “Mondi Selvaggi”. La nuova via di 380 m e difficoltà VI+ A1 o VII+ (ED-) è stata aperta il 17 luglio 2014 da Giorgio Tameni e Massimo Fogazzi. In arrampicata sulla via L’ultima sigaretta Saliamo la via in otto ore, e una per la discesa, utilizzando lungo i tiri solo protezioni veloci quali chiodi, friends e dadi. Abbiamo lasciato qualche chiodo solo sui passaggi difficili; le soste sono attrezzate con un fix artigianale di diametro 8 mm, comunque tutte rinforzabili con friends o qualche chiodo. L’arrampicata su un ottimo granito è tipica di fessura, a tratti atletica e mai banale; una arrampicata di soddisfazione. Il granito è bellissimo, la zona fuori dal mondo, tanto che per arrivare all’attacco servono 4 ore di cammino. (Noi abbiamo bivaccato poco lontano, dividendo l’avvicinamento! consigliato!!!) Posti per dormire in zona ce ne sono parecchi, grossi massi con belle e “comode” coperture! C’è la possibilità di bivaccare anche a dieci minuti dalla via, tramite un grosso masso che era stato sigillato con un muro a secco dal grande Tiberio Quecchia nel 1996 quando aprì con Alberto Tonoli la sua via “Dove nasce l’arcobaleno” sempre sullo stesso pilastro. AVVICINAMENTO: dal rifugio Val di Fumo si prosegue per la valle per circa cinquanta minuti fino al bivio (cartelli) per salita al Passo della Porta. Da qui salire ancora 200 m per la valle giungendo in corrispondenza di un “prato” che si nota sul lato destro della valle; raggiungere il punto per l’attraversamento del torrente (masso con ometto e corda fissa su tre spit) per poi salire seguendo il più possibile le zone erbose prima, poi moreniche fin sotto al nostro pilastro ben visibile da lontano (dal rifugio 4 ore) prendere come riferimento il tetto squadrato appena sopra le placche grigie di partenza seguendo una facile fessura da sx a destra. Adamello 116 – pag. 61 Alpinismo RELAZIONE: 1) Salire l’evidente fessura che da sinistra va verso destra arrivando ad una stretta cengia seguita da una corta placca; rimontarla spostandosi poi verso sinistra fin sotto il tetto squadrato. Qui fare sosta con fix e friends (35 m; V e V+) 2) seguire la placca verso sinistra recuperando un difficile diedro sbarrato dopo 10 metri da uno strapiombo; lo si supera sulla destra, poi diritti su magnifica placca arrivando sotto lo spigolo sinistro di un altro strapiombo; qui c’è la sosta con fix, friends micro (30 m VI+ A1 o VII+); lasciati due chiodi. 3) ora scalare la placca verso destra proteggendosi con la bella fessura sotto il tetto fino al suo termine; abbassarsi (2 metri circa) e recuperare un’altra fessura che sale verticale fino alla sosta dentro il camino fix e friends (35m VI); lasciati due chiodi. 4) con bella arrampicata salire le lame nel camino fino al suo termine; superare una bella placchetta a destra fino alla comoda sosta su un fix (50 m IV e V +). 5) tiro facile, diritti per 55 m sostando su friends poco prima dello spigolone (III). 6) adesso rimontare ancora alcuni metri un tratto facile (III) puntando una fessura obliqua per 10 m verso sinistra, poi salire diritti (passaggino difficile; V+) salendo sulla dorsale dello spigolone (destra) fno ad un chiodo; si scala poi una difficile placchetta (VI+) fino alla sosta su un fix (50 m V+ e VI +); lasciato un chiodo. 7) proseguire diritti (15 m circa) per lo spigolo fino al chiodo, qui con difficile arrampicata attraversare a sinistra (passaggio esposto) recuperando una fessura obliqua; seguirla fino al suo termine alla base di un bellissimo grosso camino; sosta su due fix (50 m VI+); lasciati 2 chiodi. 8) tiro bellissimo nel grosso camino. I friends “si divertono” un mondo… e non solo loro!!! (50 m V+ e VI); sosta su due fix (alcuni metri a dx si vede la sosta della via di Tiberio Quecchia che utilizzeremo per il ritorno in doppia). 9) con un passaggio difficile raggiungere il chiodo (VII), recuperare poi la bellissima fessura ad arco con un’arrampicata atletica ma divertente, si raggiungono piccoli diedrini fino sulla sommità del pilastro dove c’è la sosta con due fix (35 m VII e VI+); un chiodo lasciato. DISCESA: calarsi alla penultima sosta, poi scendere utilizzando le soste della via “Dove nasce l’arcobaleno” di Tiberio Quecchia dall’altra parte del pilastro (soste quasi tutte su spit). MATERIALE: per una ripetizione portarsi serie completa friends camalot dai micro al 3 grande, il (2 - 0,75 - 0,50 doppi), dadi, qualche chiodo da granito, martello e corde da 60. Giorgio Tameni In arrampicata sulla via Mondi selvaggi La falesia di Opera in un disegno di Giovanni Lonati PREALPI BRESCIANE SOTTOGRUPPO DEL GUGLIELMO. FALESIA OPERA. La falesia inaugurata l’1 giugno 2014 offre 16 vie, per ora dal 5b al 7c, ma molte ad oggi (ottobre 2014) risultano ancora non liberate e sono quindi in attesa di forti climber motivati a sfidare le nere compatte placche molto tecniche o i gialli strapiombi fisici. Tutte le vie sono ottimamente chiodate con fix inox 10 mm. Soste attrezzate con catena e moschettone. Lo sviluppo massimo è di 35 metri; risultano quindi necessari, per le vie più lunghe, una corda da minimo 70 metri di lunghezza (ricordatevi il nodo al capo libero della corda! Consigliata da 80 metri), e 18 rinvii. DOVE: la falesia si trova nel comune di Marone, nella Valle dell’Opol, nota per altre falesie; su tutte “Madonna della Rota”. Dirigersi verso l’abitato di Zone e, prima di raggiungerlo, imboccare, con una brusca deviazione verso destra, la stretta via “Madonna della Rota”; percorrerla sino al decimo tornante; qui cartello segnaletico e spazio per posteggiare 6/7 auto (si raccomanda di parcheggiare con buon senso, senza occupare la carreggiata o invadere proprietà altrui). Avvicinamento praticamente nullo. QUANDO: la falesia, essendo molto soleggiata, è prettamente invernale, ma scalabile anche nelle giornate non troppo calde di mezza stagione. CHI: disboscamento, terrazzamenti, disgaggio e spittatura a cura del trio Maddalena Volterrani, Alan Turelli e Giovanni Lonati. Si ringraziano Valentina e Davide del negozio “Blocco mentale” per il supporto tecnico. NOMI E GRADI ALLA BASE DELLE VIE. 1) I masnadieri (6c+); 2) La scala di seta (NL); 3) Don Giovanni (NL); 4) Capriccio (NL); 5) Una follia (NL); 6) Il fanatico burlato (NL); 7) Il ratto dal serraglio (NL); 8) La finta giardiniera (6a+); 9) La pietra del paragone (6°); 10) Il flauto magico (5c); 11) Così fan tutte (5b); 12) Tristan und Isolde (7c); 13) Il cavaliere della rosa (7a+); 14) Il crepuscolo degli dèi (6c); 15) La carriera di un libertino (NL); 16) Il califfo di Bagdad (7b). DOLOMITI DI BRENTA SOTTOGRUPPO CENTRALE. MASSICCIO DI CIMA BRENTA. CIMA BRENTA. Il 26 ottobre e il 9 novembre 2013 Daniele Frialdi e Gianfranco Duina hanno aperto la via “Vento di Ghiaccio”. Lunghezza 380 metri. Difficoltà: WI 3+, M5 M6, V+ roccia, IV. Materiale necessario: Indispensa- bili 2 corde da 60 metri, 2-3 viti corte, serie di friend fino al 3 camelot, scelta di chiodi da roccia, cordini per le clessidre, qualche nut. Discesa: In corda doppia lungo la via sfruttando tutte le soste attrezzate usate in salita (Saltando quella facoltativa alla fine di L5 che infatti non è attrezzata). Arrivati all’ultima doppia (S1, chiodo e nut incastrato). Periodo consigliato: Tendenzialmente direi che, data la natura della via, si potrebbero trovare condizioni buone per gran parte della stagione. Evitare dopo periodi di abbondanti nevicate, soprattutto per i due tiri alti nel camino che potrebbero essere parecchio intasati. Soprattutto ad inizio stagione, quando le condizioni delle cascate non sono ancora ottimali, questa via può essere una valida alternativa perché non necessita di gran formazione di ghiaccio. Tuttavia necessita almeno un buon rigelo notturno della neve per poter affrontare i tratti di pendio nevoso senza sprofondare. Avvicinamento: Da Madonna di Campiglio prendere la strada per il rif. Vallesinella (quando l’innevamento lo consente). Parcheggiare al rifugio, prendere per il rifugio Casinei e quindi per il rifugio Tuckett. Dal rifugio proseguire in direzione della bocca di Tuckett. Una volta giunti sul nevaio risalirlo fino a quando questo si allarga. Seguire la biforcazione verso destra e risalire in direzione dello scivolo nord di cima Brenta. Ad una grossa grotta si possono lasciare gli zaini e cambiarsi. Usciti dalla grotta risalire subito a destra e puntare dritti allo scivolo nord per una lunga e larga pala. Quando questa si restringe deviare a destra per evidenti terrazzini di neve. Spostarsi verso destra per circa 150-200 metri obliquando su piccoli risalti di neve roccia fino a trovarsi in un piccolo anfiteatro. Da qui spostarsi verso la parete rocciosa sulla sinistra fino all’attacco (chiodo con cordino rosso). 1° TIRO: Salire la parete per circa 20 metri lungo una serie di risaltini di candelette di ghiaccio (WI 3+) intervallati da brevi tratti di neve e misto. Al termine della parete (cordone rosso in clessidra) con due delicati risaltini di neve e ghiaccio portarsi su un bel pendio di neve (45°-50°) e risalirlo obliquando leggermente verso destra e puntando ad una parete rocciosa. La sosta (chiodo alto in fessura orizzontale e nut incastrato in fessura verticale più in basso a destra) si trova nel punto che si raggiunge quando le corde sono ‘finite’. In pratica, essendo la parete obliqua, se a corde tese siete ancora lontani dalla parete dovete abbassarvi fino ad incontrarla. 60m, WI 3+, M, Neve 50°. 2° TIRO: Proseguire per il pendio di neve (50°) costeggiando la parete obliqua fino a quando questa finisce. Puntare dritti ad un risalto roccioso verticale solcato da una netta fessura. La sosta (2 chiodi e fettuccia rossa) si trova alla destra della fessura, in una evidente macchia nera sulla parete. 40m neve 50°. Adamello 116 – pag. 63 Alpinismo 3° TIRO: Dalla sosta spostarsi un paio di metri a sinistra, abbassandosi leggermente e portandosi sulla parete di roccia chiara aggirando uno spigolino e risalire direttamente la grossa crepa verticale che dalla sosta non si vede (M6, proteggibile bene con i friend) con bellissimi incastri di picca ma piedi molto precari. Uscita molto delicata su toppe di neve ghiacciata. Proseguire ora nel vago canale tenendosi sul lato sinistro e seguendo dei bei risalti di misto e ghiaccio (M4+, cordino viola in clessidra). Pochi metri dopo il cordino aggirare una gobba nevosa sulla destra e proseguire dritti per risaltini e pendio di neve-ghiaccio (55° 60°) fino ad un piccolo anfiteatro solcato sulla sinistra da una sorta di arco roccioso che forma una vaga grotta. La sosta (un nut incastrato, una clessidra e un chiodo) è al centro dell’anfiteatro, all’altezza circa dell’arco, sotto un grosso masso che forma una piccola grottina (durante il primo tentativo la sosta era su enorme clessidra un po’ più a destra ma essendo bassa era sommersa dalla neve). 58m, M6, M4+, Neve-ghiaccio 60°. Variante: dalla sosta risalire direttamente la fessurina sopra di essa che porta direttamente al canale soprastante (M5). 4° TIRO: Dalla sosta portarsi un po’ a sinistra verso l’arco roccioso e risalire alcuni facili risalti di roccia-ghiaccio (M4) fino ad arrivare ad un aperto pendio di risalti nevosi-neve ghiacciata (55°) che si risale dritto fino ad una evidente grotta dove si trova la sosta (due ottimi chiodi e cordino azzurro). 55m, M4, Neve 55°. 5° TIRO: Uscire dalla grotta verso destra ed aggirare un risalto roccioso rimontandolo grazie ad una spaccatura con risaltini di roccia-neve (M3) e proseguire lungo il pendio/goulotte che pian piano si incunea nel grosso camino fino ad un piccolo risalto/strapiombino. Qui noi al primo tentativo abbiamo fatto sosta (clessidra da attrezzare alla destra dello strapiombino) per mancanza neve. 35m, M, Neve 45°-50°. 6° TIRO: Superare lo strapiombino sulla destra con due passi delicati di incastro picche (condizioni apertura) poi proseguire facilmente nella goulottina di neve fino ad un anfiteatro alla base di un evidente camino (sosta sulla sx in alto su un terrazzino. Cordino azzurro in bella clessidra). 20m, M, Neve 45°. N.B. L5 e L6 si possono fare in un unico tiro. Valutare solo eventuali attriti corde. 7° TIRO: Dalla sosta spostarsi nell’evidente camino di destra, anche se la ‘logica’ porterebbe a salire stando a sinistra del camino stesso. Risalirlo con arrampicata non semplice spesso in spaccata. In alcuni punti non ho utilizzato le picche (V roccia) in altri si sfruttano incastri e toppe di neve gelata (M5, attenzione ad alcune rocce instabili nonostante abbia cercato di pulire il più possibile). Con bei passaggi delicati arrivare fino ad uno strapiombino (chiodo a lama sulla sinistra nella grottina un po’ delicato). Giunti su un piccolo terrazzino di neve risalire la goulottina di sinistra (M4, clessidra circa a metà) fino al termine dove sulla parete di destra si trova la sosta (2 chiodi, cordino). 35m, M5. Variante: Dalla sosta salire direttamente i risalti a sinistra del camino fino a ricongiungersi alla parte finale del tiro. 8° TIRO: Ora la goulotte prosegue per qualche metro ma poi finisce, quindi non proseguire per essa. Risalire direttamente il muretto roccioso sopra la sosta con ottimi agganci di picca e buoni appoggi per i piedi (M3+/M4) fino al suo termine. Deviare a destra entrando nell’evidente goulottina. Seguirla fino a quando si restringe. Superata la strettoia proseguire puntando leggermente a sinistra, abbandonando la vaga prosecuzione della goulotte e mirando ad una crestina rocciosa che si raggiunge con divertenti risalti di neve-ghiaccio a 60°. La sosta è in ottima clessidra con cordino azzurro. 55m, M4, Ghiaccio 60°. Daniele Frialdi Vento di Ghiaccio pag. 64 – Adamello 116 Alpinismo SOTTOGRUPPO CENTRALE. MASSICCIO DI CIMA BRENTA. CIMA BRENTA. Il 9 novembre 2013 Daniele Frialdi e Gianfranco Duina hanno aperto la via “Fulmine d’Autunno”. Lunghezza 80 metri. Difficoltà: 5, M5, IV. Materiale necessario: 2 corde da 60 metri, 2-3 viti corte, scelta di friends medio-piccoli, scelta di chiodi da roccia. Discesa in doppia lungo la via. Periodo consigliato: Inizio stagione, prima delle grandi nevicate. La goulotte sopra si riempirebbe di neve ed inoltre all’uscita della via c’è un amplissimo pendio nevoso. Eventuali slavine si incanalerebbero proprio sulla via. Avvicinamento: Fino alla grotta ed alla lunga e larga pala seguire la descrizione dell’itinerarrio precedente. Oltrepassata una piccola parete rocciosa sulla sinistra, la colata è ben visibile sulla sinistra in alto. Risalire direttamente il pendio nevoso fino all’attacco (15 minuti dalla grotta a seconda dell’innevamento. Noi abbiam trovato neve dura). 1° TIRO: Salire la bella ed esile colata di ghiaccio sottile aiutandosi con la roccia fessurata sulla sinistra fino ad un primo terrazzino che si insinua in una grotta (M5). Entrare nella grotta e poi uscire a sinistra con delicato passo in strapiombino (5, M5) che porta ad un secondo terrazzino nevoso. Qui la via si insinua verso destra. Proseguire quindi brevemente su pendio nevoso fino a trovarsi davanti un risalto roccioso che forma una grotta. Risalire con faticosi movimenti lo strapiombo stando sulla destra (a sinistra si può aggirare apparentemente in modo facile ma vi sono tutte rocce e massi instabili) utilizzando una netta fessurina per proteggersi ed incastrare le picche (M5). La grossa difficoltà sta nei piedi perché il sinistro si ritrova nel vuoto sotto allo strapiombo. Uscita delicata che porta ad un terzo pianoro di neve che poi diventa suggestiva goulotte. Sosta sulla parete di sinistra (2 bei chiodi artigianali e cordone rosso) 30m, M5, WI5. 2° TIRO: Proseguire per la facile ma bella goulotte che con un paio di brevi risalti di misto conduce al pendio di neve soprastante (45°/50°) che si risale fino a raggiungere la sosta su un roccione a destra (2 chiodi, cordone rosso e moschettone di calata). 50m, M, pendio di neve 50. Daniele Frialdi Fulmine d’Autunno ALPI CARNICHE GRUPPO DEI CLAUTANI. PILASTRO DEI MONFALCON DI MONTANAIA. La via “Solo mostri al Perugini” è stata aperta dal basso il 28 settembre 2014 da Roberto Conti, istruttore della Scuola “Adamello”, da Gabriele Tonelli e Stefano Manestra. Lunghezza: 175 metri. Difficoltà: VI/VI+ obbl. VI+/R2+/II. Tutte le soste sono atrezzate a fix, cordone, e maglia rapida. Una volta arrivati sul Pilastro i tre si sono accorti che in realtà è staccato dalla cresta principale per cui si tratterebbe di una nuova vetta, sulla quale non sono state recuperate altre informazioni. MATERIALE NECESSARIO: Normale dotazione alpinistica. Indispensabili una serie di nuts, friends da 0.3 a 4 Camalot, martello e qualche chiodo perlopiù corto. Adamello 116 – pag. 65 Alpinismo La via Solo mostri al Perugini percorre con logica linea il grande pilastro sud-ovest ben visibile dal bivacco del Monfalcon di Montanaia. La via alterna tiri in placca di roccia compatta con bei passaggi tecnici a muretti strapiombanti faticosi ma su buone prese. La roccia lungo la via non è sempre solida e necessita di attenzione e molte ripetizioni per essere ripulita. La chiodatura è scarsa e va integrata con protezioni veloci. La bella linea e le difficoltà non estreme rendono appetibile l’itinerario, tuttavia la scarsissima chiodatura, la difficoltà nel piazzare buone protezioni e la roccia non sempre buona, rendono la via abbastanza impegnativa. 1°tiro: Salire la placca grigia verticale, per poi proseguire obliquando verso destra su terreno un po’ più facile fino alla sosta. (2 fix + cordone + maglia rapida). 30 m, V°, IV°. 2°tiro: Innalzarsi utilizzando l’evidente lama che sovrasta la sosta. Proseguire dritti fino a giungere alla base di un muretto strapiombante (chiodo) ma ben appigliato. Risalirlo e raggiungere un comodo terrazzino dove sostare (2 fix + cordone + maglia rapida). 25 m, V°, IV°, VI°, 2 chiodi. 3°tiro: Dalla sosta inizialmente per qualche metro a destra, per poi prendere la facile rampa che sale verso sinistra. Risalirla fino a quando diventa più verticale. Vincere direttamente la bella placca fino al suo termine, per poi aggirare a destra un pilastrino staccato sbucando su un piccolo pulpito sovrastato da uno strapiombo (2 fix + cordone + maglia rapida). 27 m, IV°, V+°, 1 nut incastrato. 4°tiro: Dalla sosta traversare a destra servendosi di una buona fessura in piena esposizione. Dopo qualche metro proseguire dritti lungo la placca strapiombante, ma ben appigliata, per poi proseguire su terreno facile fino a raggiungere una comoda cengia dove si sosta (2 fix + cordone + maglia rapida). 25 m, VI°+, IV°, 2 chiodi vicini. 5°tiro: Dalla cengia salire obliquando verso destra seguendo la compatta placca nera. Giunti ad una clessidra con cordino proseguire dritti tenendo leggermente la sinistra. Superare un delicato passaggio in placca per poi uscire verso destra risalendo le balze rocciose che portano in sosta (2 fix + cordone + maglia rapida). 30 m, IV°+, VI°+, 2 chiodi, clessidra con cordino. Discesa: Giunti all’ultima sosta effettuare una calata fino alla sosta sottostante. Da qui è possibile raggiungere l’attacco della via con 2 calate da 60 m. È comunque possibile rientrare calandosi da qualunque sosta. Dalla base, ripercorrere a ritroso il sentiero di avvicinamento e in circa 2 ore e 30 raggiungere il parcheggio del rifugio Pordenone. Roberto Conti A destra La via Solo mostri al Perugini In basso Conca e pilastro visti dal bivacco Monfalcon di Montanaia pag. 66 – Adamello 116 G.P.E. L’esordio di un GPEista di Franco Ragni G li amici – Andrea, Francesco (Mascoli), Vittorio (Martinelli), ecc. – mi parlavano sempre di questo GPE, come nella… preistoria me ne parlava Renato (Floreancigh); e poi conoscevo Mario (Verdina). Ero curioso e veramente ansioso di provare questo tipo di esperienza, ma la prima e indispensabile condizione era quella di andare in pensione, ostacolo non da poco, anche se all’epoca non si parlava ancora di “Legge Fornero”. Fu così che finalmente c’arrivai, mentre ero... in Cina. Ero infatti partito per questa “gita organizzata” con gli ultimi giorni di ferie della mia lunga parabola lavorativa, e fu una cosa interessantissima, anche se l’inizio fu da sardina stipata con altre 400 circa (sardine in forma umana, intendo) su un Boeing 747 per un buon dodici ore di volo fino a Pechino. Sbarcai anchilosato, e con me mia moglie. Dopo qualche giorno, mentre il programma della giornata prevedeva un’eccitante visita all’Esercito di Terracotta, a Xian, mi svegliai da felice pensionato. Fu una dozzina di giorni in tutto sotto i cieli del Celeste Impero, e a conclusione sbarcai a Malpensa dallo stesso “747”, ancora anchilosato, naturalmente. Per raddrizzarmi ci voleva proprio una bella gita in montagna, telefonai a Mario e il posto c’era per quella mia prima occasione, che fu a Borno con percorso Tegola, Balestrini, Malga Mine e ritorno deviato verso l’Annunciata, con discesa finale a Erbanno. Percorso che, pur conoscendo già un po’ la zona, trovai molto interessante ed eccitante. Avevo rotto il ghiaccio, senza molta fatica per la verità: era bastato “andare in pensione”! Feci però, prima di imbrancarmi nel Gruppo con continuità, un lungo rodaggio cui non fu estranea la prima impressione che non fu in realtà così entusiasmante come pensavo, pur conoscendo la mia congenita difficoltà a trovarmi a mio agio in esperienze nuove. Ovviamente era stato bello lo stare insieme agli amici citati in apertura, oltre il ritrovare un certo numero di altre facce note: “Ma guarda chi si vede…! Anche tu qui?”. Poi decine di estranei, come del resto mi aspettavo, e – fin qui – niente di strano, salvo quella piccola difficoltà di rodaggio che mi riconoscevo. Strano invece fu l’essere ripiombato in quella “atmosfera da pullman” che da trentaquarant’anni non mi era più familiare, con le stesse vecchie battute, gli stessi vecchi canti (si cantava ancora…) e tutto il resto che nella mia testa era legato al mondo dei vent’anni, l’epoca in cui il possesso di un’automobile era una prospettiva che appariva lontanissima e il pullman era lo strumento indispensabile per ogni evasione. Era una sensazione strana l’assistere a manifestazioni che mi pare- vano di “tardivo giovanilismo” da parte di persone anziane, ma poi dovetti – tra me e me e piano piano – fare ammenda di un tale pensiero che era assolutamente ingeneroso tanto più che la cinquantina di persone che riempiva il pullman costituiva dopo tutto un campione di umanità migliore e più selezionato di quelli coi quali avevo convissuto nel corso della vita: a scuola, in caserma e nel mondo del lavoro era stato peggio, avendo dovuto fare i conti con campioni di umanità del tutto casuali, e tuttavia ero riuscito a viverci insieme tranquillamente, tutto sommato. Col GPE, fatto salvo questo sconcerto iniziale (ingiustificato, è vero, ma ci fu), era tutta un’altra cosa dato che almeno un comun denominatore c’era, e non dei più banali: il forte interesse, quando non addirittura l’amore, per la montagna… Mi ci volle comunque ancora qualche tempo di indecisione, ma per lo più dovuta all’inerzia nella gestione di una vita caratterizzata da diversi “fronti di impegno” (impegno in senso lato, ovviamente, comprendendo anche aspetti definibili come hobby). Inerzia, perché essendo le giornate già piene tra occupazioni familiari, impegni “paraprofessionali” e i molti interessi trasversali cui ho accennato, avevo la necessità di semplificare e riorganizzare i miei tempi. Era una stupidaggine la mia, perché il giovedì la gita col GPE ci stava benissimo e quell’ipotetico vantaggio che ne avrei ricavato stando a casa era del tutto illusorio. Per un po’, ogni settimana fu la stessa solfa, ma poi divenne troppo importante rivedermi ogni sette giorni con i vecchi e nuovi amici del GPE. E il martedì? E il mercoledì? È vero: avevo e ho amici e conoscenti anche nei gruppi del martedì e del mercoledì, ma qui il fatto era che per vari motivi non ritenevo di permettermi, salvo eccezioni, più di un giorno di “evasione” alla settimana e perciò tanto valeva che restassi fedele allo schema consolidato. Risoltomi a prendere sul serio l’impegno del canonico giovedì e trovato il posto (allora, mi sembra, era meno difficile di oggi) non lo mollai più, salvo i casi fisiologici di assenza motivata da problemi veri. Era diventato un appuntamento fondamentale per ricaricare le batterie, a tutto vantaggio del fisico e del morale. Tutto merito degli amici e tra loro, in prima fila, la “dinastia” dei Verdina, senza dimenticare i loro collaboratori più stretti e soprattutto quel bel manipolo di “quasi e ultra novantenni” che col loro esempio mi fanno (ci fanno) così ben sperare per il mio (nostro) avvenire… L’ho già scritto in altra occasione ma, per chiarire ulteriormente, qui non si tratta solo di considerazione o invidia per una sorta di “forma fisica” alla quale ambirei arrivare tra più o meno tanti anni. C’è anche quello, ma soprattutto vedo in queste persone una affascinante capacità di relazione e di amicizia, oltre alla voglia “giovanile” di cogliere l’attimo fuggente che nella vita si presenta sempre, in qualsiasi forma. Chi l’ha detto che il “grande alpinista” è solo quello delle grandi imprese? Tanto di cappello a lui (detto con ammirazione, ovvio), ma di grandi alpinisti ne abbiamo conosciuti e ne conosceremo anche a quote molto più basse, e pure ad età molto più alte. A Dio piacendo, e mettendocela tutta, vedrò di farcela anch’io e credo che il desiderio sia di tutti i miei amici e sodali del giovedì, del mercoledì e del martedì. Adamello 116 – pag. 67 Fra i colli di Valpolicella e Lessinia di Arturo Milanesi Alberi di ciliegi fra l’alta Valpolicella e la bassa Lessinia. Dopo la vite, il ciliegio è l’albero da frutto più coltivato in questi territori G iovedì, 24 aprile 2014. Poco prima delle sette il nostro gruppo escursionistico si ritrova in Piazzale Vivanti ad attendere il pullman che ci porterà verso est, in provincia di Verona. Tra saluti e battute sul buon vino che ci aspetta, i nostri occhi si muovono a osservare l’azzurro del cielo senza una nuvola, poi a ricercare il primo sole. Lo scorgiamo sopra il colle di Sant’Eusebio, apparire e ben presto sparire oltre la valle di Nave, là molto stretta. Ci sembra un occhio beffardo che si apra e si chiuda, come per annunciarci una burla. “Ci rivediamo più avanti, dove la Maddalena si abbassa – gli fa uno di noi, in dialetto bresciano – e là non potrai mica continuare a nasconderti per giocare a cucù!”. Lo ritroviamo infatti, zio Sole, dopo Rezzato, splendente in un cielo che sembra lavato dal temporale di ieri. A nord osserviamo le cime del gruppo dell’Adamello, coperte di neve. “Dovrebbe essere così anche il Baldo”, osserva uno. Ma un altro: “È impossibile, perché il monte Baldo si trova qui vicino, molto più a sud di quelle montagne là sopra”. Il dibattito continua sempre più animato e coinvolge mezzo pullman; finché un terzo amico, disturbato nel suo quieto dormire, non si sveglia ed impreca: “Il Baldo lo vedrete tutto fra poco, così non ci sarà mica bisogno di rompermi… il sonno!”. Tutti si ride e poi si chiudono gli occhi, per una specie di suggestione collettiva. Li riapriamo dopo mezz’ora, quando il pullman lascia l’autostrada e si dirige dentro una vasta pianura in leggero declivio, coperta di viti a perdita d’occhio, con grandi costruzioni dove si lavora, s’invecchia e si vende il prezioso vino locale. “Arrivederci a stasera, o mie belle cantine”, grida uno di noi, tra l’approvazione di tutti. Approdiamo così a S. Ambrogio in Valpolicella, un centro di grande importanza all’epoca degli antichi Romani e nell’Età comunale: lo dimostrano i numerosi documenti custoditi La «strada carrareccia che ci porta fra i poderi, su un fondo di rotaie pietrose tracciate dalle ruote dei trattori, con in mezzo una fascia di erba in rigoglio». A destra, un caratteristico muretto di cinta con le lastre di calcare grezzo della “Pietra di prun”, molto usata in Lessinia Un gruppo di escursionisti, appena scesi dal pullman nel centro di S. Ambrogio, attende il ritorno della pattuglia di “esperti” mandati in avanscoperta alla ricerca di un bar pag. 68 – Adamello 116 In alto: Il Monte Baldo innevato, visto da una fascia di territorio fra l’alta Valpolicella e la bassa Lessinia G.P.E. negli archivi locali e di Verona. I dati ufficiali più recenti ci informano che fra il 2001 e il 2011 il numero degli abitanti è aumentato da 9.681 a 11.422: arrotondando, un incremento di quasi 2000 persone in dieci anni. L’aspetto del paese è molto armonioso, qua e là anche nobile, per la presenza di alcune ville antiche. Dopo la colazione, il nostro pullman ci porta a Purano a 420 m slm, una frazione del comune Marano. Su un muro notiamo un grande manifesto comunale recente, dove – assieme ad alcune note organizzative per quattro riunioni e discussioni comunitarie – campeggiano queste parole: Ma il bello del vivere dov’è andato a finire? Sarà difficile avere una risposta. Ma certo la troverà prima di altri la simpatica gente di qui, che almeno ha il coraggio di porsi il problema. Noi, da parte nostra, cerchiamo una soluzione provvisoria infilando scarponi e zaini per puntare a nord verso i prati e i boschi dove si spiana il territorio dei monti Lessini. Con noi vi sono due accompagnatori locali, Pierantonio e Raffaello, molto competenti discreti e simpatici, del gruppo Larici del CAI Seniores di S. Pietro in Cariano: guidano sempre le nostre escursioni sul loro territorio, e noi ricambiamo il favore quando vengono nelle nostre vallate. Imbocchiamo una strada carrareccia che ci porta fra i poderi, su un fondo di rotaie pietrose tracciate dalle ruote dei trattori, con in mezzo una fascia di erba in rigoglio. Ma i vitigni di qui non sono trattati con sistemi agroindustriali come i vitigni che abbiamo osservato a sud/est di Sant’Ambrogio: là si usano macchinari moderni per potare e irrorare gli alberi, e infine per raccogliere l’uva; qui invece è tutto più frammentato in piccoli poderi, contadini e tradizionali, come sui declivi della bassa Valle Camonica. Poco più sopra, entriamo in un bosco pieno di maggiociondoli dai grappoli fitti di fiori giallo-dorati, di robinie dai grappoli di fiori bianchi, di castagni, roverelle, querce e frassini. Il sentiero di terra battuta è regolare e pulito, come se qualcuno, passando, avesse scopato le ramaglie e il fogliame, secondo l’usanza dei boscaioli e dei contadini nel tempo e nei luoghi del nostro passato lontano. Ora le voci umane si fanno sempre più tenui, mentre sale la melodia degli A B C D E uccelli: prevalgono i canti amorosi dei merli e delle merle che si chiamano e si rispondono dai rami del bosco, con sfumature di suono che sembrano imitare gli usignoli; come musica di fondo, il cinguettare fitto di una massa di piccoli uccelli; su tutto, a intervalli regolari, la voce di un cuculo pirla che canta, sempre uguali, le sole due note che sa. Si raggiunge così una salita dal fondo sassoso, fra terreni dove all’erba si mischiano chiazze di ranuncoli gialli mischiati al turchino della salvia di prato. Tocchiamo la frazione di Mondrago a 610 m slm e alla nostra sinistra osserviamo, vicina, la grande massa del Baldo coperta di neve ancora abbondante lungo lo spartiacque e dentro i canali del suo declivio che volge a mezzogiorno. Fra noi e la montagna si abbassa una conca sassosa, vasta e piatta quasi come quella di Odolo. Percorriamo una parte del suo orlo più alto e raggiungiamo il piccolo abitato agropastorale di Costa, ordinato tranquillo e sereno. Sopra questo, abbastanza lontani, si scorgono la chiesa, il campanile e l’abitato di Cerna a 739 m slm, dove c’è un ristorante e ci attende il pullman per il nostro ritorno. Dopo un pasto irrigato da un buon Valpolicella, visitiamo il paese e ci imbarchiamo al tramonto, sazi, stanchi, felici. Sul pullman ci lasciamo avvolgere dalle ali del sonno fino a quando, ormai in autostrada, ci sveglia la voce disperata di uno che si scuote all’improvviso, guarda fuori ed esclama: “E la visita alle nostre cantine?”. Niente da fare, ormai è troppo tardi. Forse è questo lo scherzo che ci annunciava l’occhiolino arguto del vecchio zio sole, quando alla partenza ci burlava dalla cima della valle di Nave. A Una casa colonica e un piccolo podere coltivato a vite fra le colline meridionali dei Monti Lessini. B Un prato fiorito nella bassa Lessinia. C Sosta nella frazione di Mondrago. D Cerna, la «Casa dei mascaroni». E Cerna oscurata da un nuvolone di passaggio, ritratta sulla via del ritorno. (foto di Alberto Maggini) Adamello 116 – pag. 69 Cesenatico Mare E Monti di Ancilla Duina Cesenatico mare e monti acqua dovunque, da tutte le fonti acqua dal cielo, acqua dal mare, acqua per terra da scansare acqua ovunque in abbondanza per ravvivare la vacanza. $5LFRUGR GLXQD9DFDQ]D*3( Tra una pioggia e un acquazzone la pioggerella faceva incursione poi nebbie soavi evaporavano e a gl’irti colli esalavano, aprendo squarci di sereno ÀQFKpO·D]]XUURGLYHQLYDSLHQR Ma il Cuor solare dei Gippieini DQQLHQWDWXWWLTXDQWLLFRQÀQL vince le piogge, abbatte i venti supera tutti gli inconvenienti, guarda oltre la perturbazione va al di là di ogni previsione. Così non ci siamo mai bagnati nel comodo pullman ben riparati DEELDPULPHGLDWRFRQ&KLHVHH&DVWHOOL FRQJLDFFKHDYHQWRVRWWRJOLRPEUHOOL HDSSHQDÀQLYDOD9LVLWDJXLGDWD la pioggia non era più bagnata. La sera poi ci siam rifatti FRQGDQ]HHPXVLFKHGDPDWWL si è scatenata l’Età senile in un Campus giovanile facendo invidia ai bei ragazzi con canti e balli esagerati e pazzi. 3RLFKpQHO&XRUGHOOD5RPDJQD non solo piove, ma pur si magna ecco alla spiaggia le Grigliate con Musica, Cori e Serenate LO.DUDRNHHXQD&KLWDUUD per una simpatica “cagnarra”. Ben imbottiti a colazione a pranzo attendeva un Bel Panone solitamente con formaggio per riprendere coraggio e con variazione sopra il tema la giornata era sempre piena. *LRUQDWHÀWWHGLVSRVWDPHQWL VHUDWHULFFKHGLPRYLPHQWL notti stellate e caldi tramonti albe infuocate, valli e monti e poi la notte la Luna piena FKHFDPSHJJLDYDWXWWDVHUHQD ËVWDWDSURSULRXQDEHOOD9DFDQ]D ognuno aveva nella sua stanza tanti letti a disposizione e la Compagnia di altre persone per condividere Pioggia e Sole e non sentirsi per niente sole. “Dulcis in fundo” un Berrettino con Doppio Logo, proprio carino KDXQLÀFDWRWXWWHOH*HQWL da tanti Mondi provenienti creando un senso d’Appartenenza FKHQRQSRWUHPRSLIDUQHVHQ]D È stato come andare in Colonia con la divisa e le Camerate con senso spartano d’adattamento e tanto sano divertimento. 5LWRUQHUHPRFRQJUDQGH9RJOLD DOOXQJR9LDOHGHOOD&RORQLD PROGRAMMA ESCURSIONI G.P.E. SENIORES 1º SEMESTRE 2015 Per ogni escursione giornaliera è previsto un percorso ridotto. Si effettuano di norma martedì, mercoledì e giovedì mar mer giov 7-13 gennaio 13-19 gennaio Itinerario T/Esc sci Settimana Bianca – Pontresina (Cantone Grigioni Alta Val Engadina CH) E csp sci Quota/Dislivello Ore Km Coordinatori Partenza Ventura M. Maggi G. 9.00 Vivanti / 9.15 S. Polo 7.00 Vivanti / 7.15 S. Polo 7/1 8/1 Riva del Garda – Via del Ponale Lago di Garda (TN) Esc 500 450 5.00 17 Ognibene F. 7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo 14/1 15/1 Cima Dosso Grande – Castello di Drena Arco di Trento (TN) Esc 595 +726 -426 4.00 11 Nalli R. 6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo 20/1 21/1 Val Canale – Passo del Branchino Valle Seriana (BG) Esc 1821 770 5.30 11 Arici E. 6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo 27/1 28/1 Peschiera del Garda – Garda Lago di Garda (VR) Esc 60 -- 4.00 18 Bignotti G. 7.30 Vivanti / 7.40 S. Polo 3/2 4/2 Borno – Malga Pratolungo Valle Camonica (BS) E csp 1600 +700 -500 5.30 10 Bazzani A. 6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo Monte Maddalena per ricordare Ettore Quaroni e Gianni Bledig Brescia Esc 820 700 5.00 15 Tutti mezzi propri 12/2 Passo Lavazè – Pala di Santa o Zanggenberg Val di Fiemme (BZ) E csp 2488 750 6.00 11 Faini G. 5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo 19/2 Malghe Haniger Schwaige sotto le Torri Vajolet Passo Nigra (BZ) E csp 1912 +390 -800 4.00 9 Maggini A. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo Trekking urbano a Venezia T 10 50 6.00 20 Cerretelli C. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo Domenica 8/2 10/2 11/2 17/2 18/2 24/2 25/2 3/3 4/3 5/3 Vermiglio – Gaggio Dassare – Malga Boai Val di Sole (TN) E csp 1875 690 5.00 12 Ventura M. 5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo 3/3 via Campane 10/3 11/3 12/3 Passo Mendola – Rif. Oltradige – Monte Roen Val di Non (TN) E csp 2166 753 5.00 18 Maggi G. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo 17/3 18/3 19/3 Dorsale delle frazioni di Verona in collaborazione con CAI S. Pietro in Cariano Esc 275 450 5.00 15 Bignotti G. 7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo E csp 2626 620 5.30 10 Maggi G. 5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo 24/3 25/3 26/3 Lago di Fedaia – Rif. Pian dei Fiacconi Val di Fassa (TN) 31/3 1/4 2/4 Lodrino – Nasego – Passo della Cavada Val Trompia (BS) Esc 1290 750 5.00 15 Quadri P. 7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo 7/4 8/4 9/4 Pontevico – Ostiano Sentiero Verde dell'Oglio (BS) Esc 50 +30 -20 6.00 18 Bignotti G. 7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo 700 6.00 10 Faini G. Quadri P. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo 200 4.00 7 Trekking ligure: 1° giorno: Via Dei Santuari da Manarola a Monterosso – Santuario di Soviore 2° giorno: Isola di Palmaria da Porto Venere 13-14/4 15-16/4 Giovedì 16/4 Esc Cogno – Ossimo – Borno I sentieri dellOlcese – Valcamonica (BS) Esc 950 700 6.30 19 Bazzani A. 6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo 21/4 22/4 23/4 Brentino – Belluno – Spiazzi – Ferrara Monte Baldo (VR) Esc 856 677 5.30 15 Cerretelli C. 7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo 28/4 29/4 30/4 Coredo – Due Laghi – Don - Sant.S.Romedio Val di Non (TN) Esc 1305 790 6.30 16 Maggini A. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo 28/4 via Campane 5/5 6/5 7/5 Ferriere – Monte Crocilia – Monte Carevolo Appennino Piacentino Esc 1552 770 5.30 16 Cinelli O. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo 12/5 13/5 14/5 Passo Bordala – M. Stivo – Passo S. Barbara Valle dei Laghi (TN) Esc 2059 +810 -890 5.30 8 Fracassi R. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo 19/5 20/5 21/5 Da San Liberale a Cima Grappa Prealpi Venete per il centenario della 1^ guerra mondiale Esc 1750 +1150 - ------ 5.00 9 Moreschi E. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Pol Raduno regionale Seniores Esc Da Passo Duron a Cima Sera Valli Giudicarie (TN) Esc Alta Via dei Parchi – Appenn. Tosco-Emiliano Da Passo Cisa (Pr) a S. Pellegrino Alpe (MO) (max 23 posti – percorso unico) E Via Valeriana da Edolo a Passo Aprica Valle Camonica (BS) Esc 1175 505 6.00 18 Quadri P. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo Raduno annuale gruppi Sentiero 3V Nave – Val Listrea – Conche (BS) percorso ridotto: escursione soft CAI BS Esc 1093 800 4.30 15 Bignotti G. Mezzi propri Mercoledì 27/5 3/6 4/6 Da mercoledì 3 a lunedì 8/6 9/6 10/6 11/6 Domenica 14/6 Cerretelli C. 1908 950 5.00 12 Manni E. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo Maggi G. 16/6 17/6 18/6 Giazzera -Rifugio Papa – Strada degli Eroi Valli del Pasubio (VI) per il centenario della 1^ guerra mondiale Esc 2232 1000 7.15 23 Faini G. 5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo 23/6 24/6 25/6 Passo Maniva – Corna Blacca – Collio Val Trompia (BS) con CAI Seniores S. Pietro in Cariano (VR) Esc 2005 +600 -1200 6.00 19 Bignotti G. 7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo Parco Nazionale dei Monti Tatra in Slovacchia Esc Prestine – Campolaro – Baita Fontaneto Valle Camonica (BS) Esc Da sabato 27/6 a sabato 4/7 30/6 1/7 14-15-16/7 29-30/7 Trekking da Passo Costalunga a Passo Sella Dolomiti (TN – BZ) (3 giorni - percorso unico) Trekking da Passo Maniva – Bazena – Lago della Vacca – Gaver (BS) (2 giorni – percorso unico) Faini G. 1400 Esc Max 2250 Esc Max 2360 800 Max +1000 -800 Max +600 -900 6.00 15 Panteghini G. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo Max 6.00 Faini G. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo 6.00 +6.00 Panteghini G. 6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo Da sabato 5 a sabato 12/9 Santa Severa – mare e monti Roma Esc Faini G. 7 tappe da fine settembre Alta Via dei Parchi - Appenn. Tosco-Emiliano Da S. Pellegrino A. (MO) a Monghidoro (BO) (max 23 posti – percorso unico) E Maggi G. Adamello 116 – pag. 71 ESCURSIONI GRUPPO G.P.E. GIOVEDì I° SEMESTRE 2015 2015 DATA LOCALITÀ E META T.ESC. ORA COORDINATORE 08/01/2015 Renon - Cornetto (BZ) Neve 6.00 Albertini Natalina 15/01/2015 Lavazè - Cavalese - Cermis (TN) Neve 6.00 Maffioli Giovanni 22/01/2015 Andalo - Montanara - Molveno (TN) Neve 6.00 Scutra Armando 29/01/2015 San Martino Sarentino - Gendrum (BZ) Neve 6.00 Bertussi Rolando 05/02/2015 Folgaria - Passo Coe - Serrada (TN) Neve 6.00 Pelucchi Ercole 12/02/2015 Passo Costalunga - Nigra - Nova Ponente (BZ) Neve 6.00 Guarnieri Andrea 19/02/2015 Obereggen - Pampeago (BZ – TN) Neve 6.00 Scutra Armando 26/02/2015 Bellamonte - Lusia (TN) Neve 6.00 Albertini Natalina 05/03/2015 Alpe di Siusi - Molignon (BZ) Neve 5.30 Maffioli Giovanni 12/03/2015 Passo San Pellegrino - Fuciade (TN) Neve 6.00 Bertussi Rolando 19/03/2015 Maranza - Malga Olle (BZ) Neve 5.30 Albertini Natalina 26/03/2015 Valtournenche - Chamois (AO) Neve 5.30 Pelucchi Ercole 02/04/2015 Giovedì Santo - Da destinarsi 09/04/2015 Levanto - Bonassola - Framura (SP) Esc. 6.00 Mascoli Francesco 16/04/2015 Cembra - Lago Santo - Salorno (TN-BZ) Esc. 6.00 Guarnieri Andrea 23/04/2015 Monte Campione - Muffetto (BS) Esc. 6.00 Scutra Armando 30/04/2015 Piuro - Savogno Acquafragia (SO) Esc. 6.00 Maffioli Giovanni 07/05/2015 Lagdei - Lago Santo - Marmagna (PR) Esc. 6.00 Mascoli Francesco 14/05/2015 Prada di Monte Baldo e salita (VR) Esc. 6.00 Bertussi Rolando 21/05/2015 San Simone - P. Carcano - Porcile (BG) Esc. 6.00 Pelucchi Ercole 28/05/2015 Mercoledì - Comunitaria Val Brembana (BG) Esc. 6.00 Comitato 04/06/2015 Borno - Zumella - Lova - Mignone (BS) Esc. 6.00 Scutra Armando 11/06/2015 Carona - Rif. Longo (BG) Esc. 6.00 Mascoli Francesco 18/06/2015 Vezza d’Oglio - Val Grande Bivacco Occhi (BS) Esc. 6.00 Maffioli Giovanni 25/06/2015 Val Malene - Rif. Sorgazzo - C.Asta (TN) Esc. 6.00 Bertussi Rolando Comitato Con NEVE si intende escursione invernale con ramponi, ciaspole, sci discesa o fondo Con ESC. si intende escursione in primavera o estate con abbigliamento e calzature del caso CONVENZIONE CON La Sezione C.A.I. di Brescia ha stipulato una convenzione con MEDICAL FITNESS (Kinesis S.r.l.) Ambulatori di medicina sportiva Via Rieti, 4 - Brescia (Ambulatorio di Brescia) VISITE MEDICHE PER L’IDONEITÀ ALLA PRATICA SPORTIVA Per effettuare le visite è necessario PRENOTARE (ai numeri 030.3532337 - 030.348386 dalle ore 9.00 alle ore 19.00 ogni giorno dal lunedì al venerdì). È necessario poi munirsi, presso la sede C.A.I. di via Villa Glori, di specifica AUTORIZZAZIONE da parte della Segreteria C.A.I. che verrà rilasciata solo ai Soci in regola con il bollino annuale. Con tale autorizzazione e previa l’indicata prenotazione ci si deve presentare con puntualità e muniti di documento di identità in regola. Costi da Convenzione: Visite non agonistiche Euro 20,00 Elettrocardiogramma a riposo Elettrocardiogramma sotto sforzo Esame spirometrico Visite agonistiche Euro 30,00 (per soggetti non iscritti a società sportive affiliate al C.O.N.I.) pag. 72 – Adamello 116 Elettrocardiogramma a riposo Elettrocardiogramma sotto sforzo Esame spirometrico Esame urine Controllo della capacità visiva ed esame obiettivo eseguito da medico specialista in medicina dello sport La Convenzione prevede altri accertamenti diagnostici ed esami di vario tipo che non precisiamo in questa sede. Naturalmente è possibile prendere visione della tipologia, del contenuto e dei relativi costi di questi ulteriori accertamenti presso la Segreteria C.A.I. A titolo informativo comunichiamo che MEDICAL FITNESS è presente anche in Chiari (via Brescia 35/b) e in Carpenedolo (via Treccani, 7/d) Biblioteca Claudio Chiaudano Invito alla lettura di… Arturo Tanesini “Tita Piaz, il diavolo delle Dolomiti” Arturo Tanesini è stato il biografo, nonché l’amico che raccoglie gli aneddoti della vita di Tita Piaz “il Diavolo delle Dolomiti”. Piaz, il fanciullo ribelle, Piaz, il giovane irridentista che abbraccia la lotta di Cesare Battisti per l’indipendenza del Trentino dall’Austria e che per questo viene incarcerato durante il primo conflitto mondiale. Piaz, l’anarchico che viene messo in galera durante le nozze dell’erede Savoia, per timore di attentati alla corona (ironia della sorte sarà poi la guida del padre della sposa, Re Alberto I del Belgio). Piaz, l’alpinista invincibile, capace di imprese sovrumane. Piaz, il gestore del Rifugio del Vajolet, che poi gli viene tolto; ma il Vajolet è il regno di Piaz e la sua risposta è l’apertura del piccolo Rifugio a fianco del maltolto (che lui dedica allo scomparso amico Preuss) e successivamente del Rifugio Alberto I, proprio di fronte alle Torri, suo incontrastato campo di battaglia. Tanesini rende qui un sentito omaggio a quest’uomo dalla personalità contrastante, dal carattere burbero e irascibile (i suoi clienti sono spesso insultati, anche se disposti a ben pagare pur di averlo come guida), ma al tempo stesso capace di slanci umanitari e di assoluta disponibilità se si tratta di aiutare dei poveracci o di trarre in salvo i numerosi alpinisti che vanno a incrodarsi nel suo regno del Vajolet. Sergio Campagnoni, maggio 2014 Mick Fowler Su ghiaccio sottile La “normalità” delle imprese straordinarie La curiosità del titolo mi ha spinto a leggere questo libro. Che cosa voleva dire con la “normalità” delle imprese straordinarie Mick Fowler? La normalità va ricercata nella tradizione dell’alpinismo inglese che della ricerca continua di nuovi terreni d’avventura fa una caratteristica peculiare. Fowler è quel che diremmo noi un alpinista “trad”. È cresciuto alpinisticamente sulle pareti della Scozia in inverno e d’estate sulle scogliere e falesie di arenaria dell’Inghilterra dove si usano essenzialmente protezioni veloci, e l’uso del chiodo è una pratica “clandestina”. Le sue imprese, tutte in stile alpino, sono caratterizzate da una “filosofia” che lo porta a prestazioni eccezionali su montagne e pareti speciali. Leggendo il libro scoprirete, pagina dopo pagina, il singolare personaggio “Fowler”, come ama definirsi, e i fantastici luoghi che ha visitato per compiere le sue straordinarie imprese. Ric, settembre 2014 Sylviane de Decker Photographier le Mont Blanc “Meglio dei racconti queste fotografie aiutano a comprendere le difficoltà ed i pericoli di questo viaggio rischioso. E tuttavia come opere esse superano tutto ciò che si potrebbe trovare di più perfetto” Théophile Gautier “Photographier le Mont Blanc” è il catalogo generale dell’esposizione fotografica presentata al Musée Savoisien di Chambéry nel 2002. Il testo è in lingua francese, è vero, tuttavia la preziosità del volume è data dalle fotografie riprodotte, appartenenti alla collezione Jérome et Sophie Seydoux, che raccontano il periodo 1850-1900. I clichés presentati sono le prime fotografie di montagna. “Grandi nomi, come quelli dei fratelli Bisson, si legge nell’introduzione del volume, i primi ad aver osato salire sui ghiacciai della valle di Chamonix, sulla via del monte Bianco, con 250 chili di apparecchi fotografici e di piastre al collodio molto fragili”. O i fratelli Tairraz di Chamonix, vera dinastia di fotografi: “A Chamonix, i Tairraz sono diventati l’equivalente dei Bach per la musica” racconta l’editore Guérin nel suo catalogo. La realtà, la luce, il rilievo: i primi fotografi venivano a Chamonix per questo… Opere di artisti, documenti originali, perfezione tecnica della definizione delle stampe su carta, inquadra- ylv iane de D k ture artistiche, malgrado l’altitudine, il freddo, il terrore per un mondo sconosciuto nel quale essi sono entrati per tentativi. Pier Chiaudano, ottobre 2014 Biblioteca Claudio Chiaudano Novità 2014 Manuale di meteorologia Centro Epson Meteo; a cura del Colonnello Mario Giuliacci Milano Alpha Test, 2005 I miei ricordi: scalate al limite del possibile Walter Bonatti Milano: Baldini Castoldi Dalai, 2008 Arrampicate sportive e moderne in Valtellina, Valchiavenna, Engadina Guido Lisignoli, Eraldo Meraldi, Andrea Pavan, Milano Versante Sud, 2004 v. 1: Val d’Ambiez Franco Cappellari; Elio Orlandi Piazzola sul Brenta (PD) Idea Montagna editoria e alpinismo, 2013 Le montagne di Franco Solina: cento panorami dell’ambiente bresciano, introduzione di Manuel Vigliani Giornale di Brescia, 1988 I ghiacciai della Lombardia: evoluzione e attualità Servizio Glaciologico Lombardo a cura di Luca Bonardi Milano Hoepli, 2012 Il “chiodo d’oro” di Bagolino (Italia settentrionale, Provincia di Brescia): concetti stratigrafici e inquadramento geologico del sito italiano di riferimento globale (GSSP, Global boundary Stratotype Section and Point) per la base del piano Ladinico Paolo Schirolli & Peter Brack Brescia Museo Civico di Scienze Naturali, 2011 150 vette: per il 150° del Club Alpino Italiano le più belle vette d’Italia salite dai suoi soci a cura di Gianluigi Montresor, Giacomo Stefani Scarmagno Priuli & Verlucca, 2013 I valichi alpini contributi di Francesco Dal Negro, Gabriella Motta, Mariangela Tonelli; fotografie di Carlo Pessina Brescia: Grafo, 1992 Scialpinismo tra Piemonte e Francia: 110 itinerari scialpinistici tra cuneese, torinese, briançonnais e Valle d’Aosta Roberto Aruga Torino Centro documentazione alpina, 1999 Le valli del Monte Bianco. Il tour du Mont Blanc Luca Zavatta, Carlo Coronati Rimini L’escursionista, 2000 Gruppo di Brenta testi ed itinerari Dr. Gerd Wagner Bolzano Kompass-Fleischmann Istituto geografico, 1993 pag. 74 – Adamello 116 Mountain bike nelle valli bresciane: proposte di itinerari turistici e sportivi su strade, mulattiere e sentieri Massimo Moriggia Chiari Nordpress, 1990 Mountain bike in Valcamonica Massimo Moriggia Chiari Nordpress, 1991 Grandi trekking italiani: 200 giorni di cammino su Alpi e Appennini Riccardo e Cristina Carnovalini Roma Edizioni mediterranee, 1987 Guida escursionistica del gruppo Adamello-Presanella Severangelo Battaini e Fausto Camerini Chiari Nordpress La breve guerra dell’alfiere austroungarico Egon Ogriseg = Kriegstagebuch von Egon Ogriseg: 3 marzo - 6 Giugno 1916 “Strafexpedition” Presentazione, commento e note di Vittorio Martinelli, Pinzolo Edizioni di D. & C. Povinelli, 2002 La breve guerra dell’alfiere austroungarico Egon Ogriseg = Kriegstagebuch von Egon Ogriseg: Le circostanze della morte di questo eroe del 47° reggimento - Appendice - 1916 “Strafexpedition” A cura di Vittorio Martinelli; con il contributo di Siro Offelli Valanga: riconoscere le 10 più importanti situazioni tipo (ST.) di pericolo valanghe manuale pratico di Rudi Mair e Patrick Nairz Bolzano Athesia, 2012 1911-2011. I rifugi Coppellotti: memoria di due rifugi alpini nel centenario della prima costruzione a cura di Giulio Franceschini; ricerche d’archivio di Silvio Apostoli Brescia Club Alpino Italiano, Sezione di Brescia, 2011 Dalla Capanna Brescia al Rifugio Maria e Franco: storia di un Rifugio nel centenario della sua nascita 1911-2011 a cura di Giulio Franceschini; ricerche d’archivio di Silvio Apostoli Brescia Club Alpino Italiano, Sezione di Brescia, 2014 Sentieri dei Colli Berici: 20 percorsi guidati per osservare e conoscere Giuseppe Baruffato, Silvano Campagnolo Grancona Libreria Pederiva, 1991 Free solo: la vita nelle mani Roberto Vaiana Piazzola sul Brenta (PD) Idea Montagna editoria e alpinismo, 2013 Pucahirca Central Arturo Rampini Torino Club Alpino Italiano, Sezione di Torino, 1962 Huascaran 1993: verso l’alto, verso l’altro Franco Michieli, Cedegolo Club Alpino Italiano, Sezione di Cedegolo, 2013 Monte Bianco, classico & plaisir Marco Romelli Piazzola sul Brenta (PD) Idea Montagna editoria e alpinismo, 2012 Salite in bicicletta: le più grandi arrampicate ciclistiche d’Europa Daniel Friebe e Pete Goding - Milano Rizzoli, 2013 Rifiuti verticali di Alessandro Gogna e Mario Pinoli Lecco Alpine Studio, 2012 Montagna da vivere montagna da conoscere: per frequentarla con rispetto e consapevolezza a cura del Coordinamento degli Organi Tecnici Centrali del CAI ed. speciale per i 150 anni del CAI Milano Club Alpino Italiano Touring Club Italiano, 2013 Una notte nella medina: incursioni sulla costa punica da Tunisi a Zarzis Luciano Anelli con un saggio di Artemisia Botturi Bonini BAMS, 2011 Frammenti di vita alpina Carlo Negri a cura di Marco Dalla Torre Missaglia Bellavite, 2013 Senza ritorno: Hans Christian Doseth Lecco Alpine Studio, 2010 Montagne per un uomo vero Pierre Mazeaud Lecco Alpine Studio, 2011 Ghiaccio delle Orobie: itinerari con piccozze e ramponi nelle Alpi Orobie, Presolana, Grigne, Concarena, Resegone Valentino Cividini, Marco Romelli Versante Sud, 2013 Forse accade così Roberto Iannilli Alpine Studio, 2011 L’uomo del Torre: pensieri nel vento Ermanno Salvaterra con Piero Calvi Parisetti Alpine Studio, 2011 Le Piccole Dolomiti di Gino Solda catalogo della mostra a cura di Adriano Tomba 2001 Alpinismo moderno a cura di Giancarlo Del Zotto Milano Il Castello, 1970 Sci alpinismo Paul Beylier Sperling & Kupfer, 1976 Cantico delle Dolomiti Severino Casara Milano Martello, 1955 Guerra alpina sull’Adamello Vittorio Martinelli Pinzolo (Tn) 1997 1: 1915-1917 2: 1917-1918 Biblioteca Claudio Chiaudano Corno di Cavento: guerra sull’Adamello Vittorio Marinelli Pinzolo, 2000 Everest: 33 giorni di scalata sulla parete sudovest Chris Bonington Milano Rusconi, 1977 Le mie montagne Walter Bonatti Milano Club italiano dei lettori, 1977 Dalle Alpi all’Artico: a 140 anni dalla spedizione alla Franz Joseph Land: Trento, Palazzo Trentini, 26 aprile-19 maggio 2012 / testi di Roberto Bombarda, Christian Casarotto e Riccardo Decarli Photographier le Mont Blanc Sylviane de Decker Heftler Chamonix Guérin, 2001 Moiazza: roccia tra luce e mistero Stefano Santomaso Teolo (PD) Idea Montagna editoria e alpinismo, 2011 I roccoli della bassa Valtrompia: i luoghi, gli uomini, le tecniche dell’uccellagione Giampietro Corti Brescia Grafo, 2009 I roccoli della media Valtrompia: i luoghi, gli uomini, le tecniche dell’uccellagione Giampietro Corti Brescia Grafo, 2011 I roccoli dell’alta Valtrompia: i luoghi, gli uomini, le tecniche dell’uccellagione Giampietro Corti Comunità Montana di Valle Trompia, 2004 La Grande Guerra sul Fronte Dolomitico: piccole grandi avventure di uomini straordinari Antonella Fornari Feltre DBS-Danilo Zanetti editore, 2014 Da John Ball al 7° grado: note di storia alpinistica del Pelmo, a 150 anni dalla prima ascensione Ernesto Majoni San Vito di Cadore Club Alpino Italiano, Sezione di San Vito di Cadore, 2007 Incontro con l’Asia di Fosco Maraini; a cura di Franco Marenco Bari De Donato, 1973 Io Africa Folco Quilici Bari De Donato, 1977 Oceano Folco Quilici Bari De Donato, 1972 L’alba dell’uomo Carlo Alberto Pinelli; Folco Quilici Bari De Donato, 1974 Canti aquilani vecchi e nuovi: con le canzoni di Andrea Bafile Club Alpino Italiano, Sezione dell’Aquila, 2013 Il Corno Piccolo: Gruppo del Gran Sasso d’Italia Ernesto Sivitilli Teramo Ricerche&Redazioni, 2013 Dolomiti: tesori di cristallo Michael Wachtler Bolzano Athesia touristik, 2004 ...quel cappello che onora Nicola Di Mauro Milano RCS Quotidiani, 2011 Alpini: un racconto contemporaneo testi di Paolo Bill Valente Bolzano Provincia autonoma di Bolzano Alto Adige, 2012 Il cinema della grande guerra Nicola Bultrini, Antonio Tentori Chiari Nordpress, 2008 Guida ai musei della Grande Guerra in Trentino a cura di Anna Pisetti e Donato Riccadonna Rovereto: Museo Storico Italiano della Guerra, 2011 La fiamma dell’avventura di Simon Yates Lecco Alpine Studio, 2011 La traversata delle Alpi da Thonon a Trento escursioni e scalate in Svizzera, Lombardia e Trentino di Douglas W. Freshfield Milano Itinera Alpina, 2014 La strada per Olmo Lunring [DVD] regia e fotografia: Fulvio Mariani; soggetto e sceneggiatura: Andrea Gobetti; montaggio: Alberto Eisenhardt Torino CDA & Vivalda, 1998 Compagni di cordata [DVD] Marco Preti Brescia Club Alpino Italiano Sezione di Brescia, 2014 Tracce: Roberto Ghidoni. Alaska. Idita Trail Invitational un film di Marco Preti Riedil Costruzioni spa, 2006 Dolomiti [DVD]: 106 vette in 50 giorni un film di Giuliano Torghele Torino Vivalda, 2009 Torre del vento: 1974 la conquista del Cerro Torre parete ovest un film dei Ragni di Lecco Torino Vivalda, 1996 Big stone [DVD]: arrampicare in Yosemite un film di Valerio Folco Torino Vivalda, 2009 Monte Bianco [DVD] = Mont Blanc: der grosse grat von Peutérey: la grande cresta di Peutérey Kurt Diemberger Torino Vivalda, 2009 The fatal game [DVD]: avventura all’Everest regia di Richard Dennison Torino Vivalda, 2009 Non la vogliono capire [DVD]: il Cerro Torre in inverno sulla via Maestri-Egger regia Christoph Frutiger, Christine Kopp, Thomas Ulrich Torino Vivalda, 2003 Oriente selvaggio: le Giulie un film di Carlo Alberto Pinelli Torino Vivalda, 2009 Il figliol prodigo [DVD] = der verlorene Sohn un film di Luis Trenker Torino Vivalda, 1996 Montagne in fiamme [DVD] = Berge in flammen un film di Luis Trenker Torino Vivalda, 1995 La zona della morte [DVD] = zone de la mort un film di Claude Andrieux Torino Vivalda, 1998 Au-delà des cimes [DVD] = beyond the summits Catherine Destivelle Milano Cinehollywood, 2012 Il vento fa il suo giro [DVD] un film di Giorgio Diritti Dolmen Home Video srl, 2009 Montasio [DVD]: sulla nord del drago un film di Giorgio Gregorio Torino Vivalda, 2009 Everest [DVD] = Everest: sea to summit: dal mare alla vetta un film di Michael Dillon Torino Vivalda, 1996 La grande cordata: la traversata delle Alpi di Patrick Berhault un film di Gilles Chappaz Torino Vivalda, 2009 Sergio Dalla Longa: le sue montagne [DVD] Sulle tracce della salamandra [DVD] regia di Pino Brambilla Milano Club Alpino italiano, Regione Lombardia, Comitato scientifico lombardo, 2010 Acque ipogee [DVD]: un patrimonio da studiare e salvaguardare Gruppo Grotte CAI Carnago Tracce di storia [DVD]: 19582008; 50 anni di scuola di alpinismo e sci alpinismo una produzione Scuola di Alpinismo e Sci Alpinismo “Remo e Renzo Minazzi” CAI Varese 2009 Tra natura e storia alla scoperta della Linea Cadorna [DVD]: opere di fortificazione 1915-18 regia e produzione esecutiva Giuseppe Galliano Perle del Luinese [DVD]: territorio, tradizioni, turismo e sorprese... coordinamento generale di Massimo Motti Adamello 116 – pag. 75 Quote sociali 2015 nativo del Socio, il bollino comprovante l’avvenuta associazione verrà poi spedito dalla segreteria direttamente al Socio. Si comunica inoltre che è possibile effettuare i pagamenti presso la nostra Segreteria con l’utilizzo del bancomat. Nella riunione del Consiglio Direttivo del 21-10-2014 sono state stabilite le quote sociali per il 2015. Quota in € Categorie di Soci Ordinario Ordinario tra i 18 e 25 anni Familiare Giovane Giovane (quota 2º figlio con ordinario abbinato) Quota 1ª iscrizione Quota 1ª iscrizione giovani 51,50 32,00 32,00 20,00 9,00 10,00 8,00 L’aumento di 1,50 € per i Soci ordinari è conseguente alla delibera dell’Assemblea Nazionale del CAI tenutasi a Grado ed è finalizzato a incrementare il Fondo pro Rifugi del CAI Centrale, da distribuire poi fra tutte le Sezioni proprietarie di Rifugi. Si rende noto che il rinnovo dell’associazione al C.A.l. può essere effettuato versando la quota annuale a mezzo vaglia postale o tramite il conto corrente postale, intestando il bollettino come segue: “Club Alpino Italiano Sez. di Brescia”, Via Villa Glori n. 13, c/c/p n. 14355259 ed aggiungendo il costo delle spese postali oppure effettuare un bonifico bancario intestato a C.A.l. Sezione di Brescia Banca Credito Bergamasco Gruppo Banco Popolare Sede di Brescia c/c n. 8189 ABI 03336 CAB 11200. IBAN IT85X0503411200000000008189. Banca popolare di Sondrio filiale di Brescia IBAN IT98B0569611200000013699X19. Per evitare disguidi, si raccomanda di indicare chiaramente il nomi- Sono Soci “giovani” i Soci aventi meno di 18 anni. Sono Soci “familiari” i conviventi con un Socio ordinario della stessa sezione. La quota di iscrizione offre notevoli vantaggi: sconto del 50% sui pernottamenti effettuati nei rifugi del C.A.I. e del 10% sulle tariffe viveri; assicurazione fino a € 25.000,00 per il soccorso alpino; abbonamento alle Riviste della Sede Centrale ed all’“Adamello” della nostra Sezione; sconto sull’acquisto di volumi, guide e cartine; libera lettura dei volumi della biblioteca sezionale. Da gennaio 2012 il mensile “Lo Scarpone” è diventato una testata on line consultabile all’indirizzo www.loscarpone.cai.it. Cambi di indirizzo Raccomandiamo vivamente ai Soci di volerci comunicare con cortese sollecitudine ogni cambiamento d’indirizzo. Verrà facilitata la spedizione di riviste, avvisi e convocazioni, ecc. Ricordiamo ai Soci che, come il resto della Rivista, anche la rubrica Vita della Sezione è aperta a tutti i Soci. Invitiamo pertanto tutti i nostri Soci a comunicarci, per la pubblicazione, eventuali nascite, matrimoni, lauree oppure lutti. Nascite 18.06.2014 30.10.2014 Jacopo Bonomo di Manuel e Federica Rossetti Elena Maria Egea Di Pietro di Dario e Sara Raucci Matrimoni 26.04.2014 29.11.2014 Daniela Citro con Giovanni Decongino Chiara Apostoli con Salvatore Atzori Soci scomparsi 29.06.2014 Mariuccia Bresciani Verdina 06.08.2014 Angelo Beretti TABELLA DEI RIFUGI E BIVACCHI DELLA SEZIONE RIFUGIO Telefono Località e gruppo Locale Anno di invernale costruzione posti n. Categoria Quota s.l.m. Posti letto n. Giuseppe Garibaldi tel. 0364 906209 Val d’Avio D 2548 98 8 1958 1996 Odoardo Ravizza tel. 0364 92534 Estate Arnaldo Berni Gavia tel. 0342 935456 Ortles-Cevedale A 2541 71 – 1933 – Elena Bonetta tel. 0342 945466 Estate Angelino Bozzi Montozzo tel. 0364 900152 Ortles-Cevedale D 2478 24 – 1928 1968 Paolo Prudenzini tel. 0364 634578 Val Salarno Adamello D 2235 63 6 1908 – Giorgio Germano 0364 71157 Estate Serafino Gnutti tel. 0364 72241 Val Miller Adamello D 2166 34 4 1975 – Gianluca Madeo Estate 339 7477766 D 2574 37 10 1911 1979 Giacomo Massussi tel. 030 9196647 Estate D 2450 45 10 1891 2012 C 1335 27 2 1980 1981 E 3040 120 12 1929 2005 – 3149 9 9 1958 – Maria e Franco Val Paghera tel. 0364 634372 Adamello Franco Tonolini tel. 0364 71181 Baitone Adamello Baita Iseo tel. 0364 339383 Natù Concarena BIVACCO Ai Caduti dell’Adamello* Lobbia Alta tel. 0465 502615 Adamello Passo Brizio Zanon Morelli Adamello Anno di ristrutturazione Gestione Periodo di e telefono apertura Gestione diretta CAI BS - Monica Fantino 335 6215363 Estate Fabio Madeo Estate tel. 0364 75107 cell. 338 9282075 Adelchi Zana Estate tel. 0364 433038 0465 503311 335 6664234 Estate Sempre Incustodito aperto Arrigo Giannantonj Passo Salarno Adamello – 3168 6 6 1980 – Incustodito Sempre aperto Gualtiero Laeng Passo Cavento Adamello – 3191 6 6 1972 – Incustodito Sempre aperto * proprietà “Fondazione Ai Caduti dell’Adamello” pag. 76 – Adamello 116 ESCURSIONI C.A.I. BRESCIA 2015 Data Escursioni Gennaio 2015 25/01/15 Ciaspolata Loc. Sette Larici e Malga di Coredo Febbraio 2015 08/02/15 Ciaspolata Conca del Farno 22/02/15 Marzo 2015 01/03/15 08/03/15 15/03/15 29/03/15 Aprile 2015 Grotta del Calgeròn - gita speleologica Madonna del Rio Parco delle Fucine Altopiano di Renon (BZ) - nordic walking Dosso Sassello Sentiero del Ponale da Riva del Garda al Lago di Ledro 12/04/15 nordic walking 19/04/15 Cima Parè 26/04/15 Lago di Terlago - Lago di Lamar Maggio 2015 Rifugio Telegrafo per la Val di Nogare e la Piana delle 03/05/15 Buse 10/05/15 Bivacco Testa 17/05/15 24/05/15 31/05/15 30/05 - 7/06/2015 Giugno 2015 Monte Misone Biciclettata da Cavalese a Canazei Da Mezzocorona a Malga Kraun Trekking delle Isole Egadi 07/06/15 Laghetti del Mignolo da Crapa de Vaia 14/06/15 Monte Campioncino 21/06/15 Giro Rifugio Peller - Passo della Nana 27 - 28/06/2015 Monte Mattaciul (2 gg.) 28/06/15 Le cascate della Valle di Narcanello Luglio 2015 05/07/15 Monte Macaion - Gandkofel 12/07/15 11 - 12/07/2015 Passo delle Graole Traversata dall'Alpe Devero all'Alpe Veglia (2 gg.) 19/07/15 Via Ferrata Burrone Giovannelli 25 - 26/07/2015 Agosto 2015 Cima d'Asta (2 gg.) - intersezionale con CAI Bozzolo (MN) 08 - 09/08/2015 Attorno alle Pale di San Martino di Castrozza 16/08/15 Rifugio Croce di Marone 23/08/15 Monte Ventasso 30/08/15 Da S. Apollonia ai Laghi di Monticelli Settembre 2015 Dislivello Tempo EAI - F 430 m 4,15 ore EAI - M 500 m 6 ore EEA 450 m 5 ore E E T/E E 300 m 500 m 200 m 700 m 5 ore 4 ore 5 ore 4 ore E 700 m 7 ore E 900 m 5 ore E 900 m 7,30 ore E 1050 m 7 ore E 1000 m 7 ore E 900 m 5 ore E E 900 m 5,30 ore E 300 m 5 ore E EE EE E 850 m 700 m 1° g: 765 m 2° g: 922 m 650 m 6 ore 6 ore 1° g: 2,30 ore 2° g: 7 ore 5 ore EE 930 m 5,30 ore EE 1150 m 6/7 ore E 1° g: 400 m 2° g: 1150 m 1° g: 4 ore 2° g: 7 ore EEA 700 m 6 ore EE 1° g: 1050 m 2° g: 400 m EE 1° g: 1599 m 2° g: 718 m E 770 m E 524 m E 900 m Accompagnatori Alberto Maggini - Luca Bonfà Matteo Gilberti - Riccardo Ponzoni Dario Di Pietro - Marco Micheli Giovanna Bellandi Francesco Scalvini - Alberto Maggini Piero Borzi - Giorgio Monteverdi Francesco Scalvini - Alberto Maggini Piero Borzi - Tiziano Rossi Matteo Gilberti - Luigi Bazzana Riccardo Ponzoni - Matteo Gilberti Stefano Frugoni Alberto Maggini - Roberto Nalli Daniele Poli - Elena Poli - Stefano Frugoni Marco Micheli - Dario Di Pietro Luca Bonfà - Francesco Scalvini Stefano Frugoni Riccardo Ponzoni - Luca Bonfà Roberto Nalli - Alberto Maggini Dario Di Pietro - Marco Micheli Oscar Rossini - Renato Roversi Luigi Bazzana - Renato Roversi Alberto Maggini - Roberto Nalli Daniele Poli - Giovanna Bellandi Piero Borzi - Renato Roversi Alberto Maggini - Francesco Scalvini Piero Borzi - Tiziano Rossi Marco Micheli - Dario Di Pietro Matteo Gilberti - Riccardo Ponzoni 1° g: 3,50 ore 2° g: 5,30 ore Luca Bonfà - Riccardo Ponzoni 1° g: 5,15 ore 2° g: 5,30 ore Daniele Poli - Elena Poli - Tiziano Rossi 3 ore Renato Roversi - Giorgio Monteverdi 4 ore Luca Bonfà - Francesco Scalvini Alberto Maggini Roberto Nalli - Alberto Maggini E EE 1° g: 200 m 2° g: 700 m 730 m 1000 m E 1250 m 7 ore Corna Piana OTTOBRATA La Val delle Scaie e il Passo delle Cornelle Monte Casale EE 1200 m 7 ore Diego Micheli - Matteo Gilberti E EE 850 m 1013 m 5 ore 6 ore Piero Borzi - Giovanna Bellandi Barbara Cocchini - Tiziano Rossi Sentiero dei Tubi EE 400 m 2,30 ore Oscar Rossini - Barbara Cocchini 05 - 06/09/2015 Sentiero Vidi n. 390 - Ferrata Benini n. 305 13/09/15 Rifugio Loa 20/09/15 Monte Cadelle e Laghi di Porcile 27/09/15 Ottobre 2015 04/10/2015 11/10/15 18/10/15 25/10/15 Novembre 2015 08/11/2015 Difficoltà Lago di Piccolo EEA 1° g: 5 ore 2° g: 5 ore 5 ore 7 ore Dario Di Pietro - Marco Micheli Giovanna Bellandi Renato Roversi - Luigi Bazzana Barbara Cocchini - Elena Poli Marco Micheli - Dario Di Pietro Giovanna Bellandi Adamello 116 – pag. 77 GITE SOFT 2015 GITE ALPINISMO GIOVANILE 2015 pag. 78 – Adamello 116 GARMIN • navigatore GPS • altimetro • bussola • funzione trac back • cardiofrequenzimetro • modalità sci ^/KWZKdZ<WZtϲϬϬϬ ͻůƟŵĞƚƌŽ ͻĂƌŽŵĞƚƌŽ ͻƵƐƐŽůĂ ͻdĞƌŵŽŵĞƚƌŽ ͻZŝĐĂƌŝĐĂƐŽůĂƌĞ ͻZĂĚŝŽĐŽŶƚƌŽůůĂƚŽ ͻ^ƵďϭϬϬŵƚ ͻƌŽŶŽƟŵĞƌƐƵŽŶĞƌŝĞ CASIO SGW-300H ͻůƟŵĞƚƌŽ ͻĂƌŽŵĞƚƌŽ ͻdĞƌŵŽŵĞƚƌŽ € 89,00 CONCESSIONARIO: Lorenz ^/KWZKdZ<WZtϯϬϬϬ Perseo ͻůƟŵĞƚƌŽ ͻĂƌŽŵĞƚƌŽ Citizen ͻƵƐƐŽůĂ Casio ͻdĞƌŵŽŵĞƚƌŽ Suunto ͻZŝĐĂƌŝĐĂƐŽůĂƌĞ Emporio Armani ͻZĂĚŝŽĐŽŶƚƌŽůůĂƚŽ ͻĂůĐŽůŽĚŝƐůŝǀĞůůŝ Fossil ͻƌŽŶŽĂůůĂƌŵĞƟŵĞƌ Diesel ͻDŝƐƵƌĂnjŝŽŶĞƋƵŽƚĂŝƐƚĂŶƚĂŶĞĂ *armin Corso Mameli 2 - BRESCIA - Tel. 030.3757310 www.gioilelleriavantini.com [email protected]