116
Spedizione in Abbonamento Postale 70% - Filiale di Brescia - 2° Semestre 2014
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Brescia - viale Italia 7/9 - tel. 0303751100 - fax 0303753246
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Fronte del ghiacciaio del Dosegù, 30 giugno 2013 (foto R. Scotti)
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Buon Natale
e Felice 2015
Direzione - redazione - amministrazione
Organizzazione di volontariato
iscritta al registro regionale
Regione Lombardia foglio n. 659
prog. 2630 Sez. B - Onlus
via Villa Glori 13 - tel. 030 321838
25126 Brescia
direttore responsabile:
GIUSEPPE ANTONIOLI
redattori:
PIERANGELO CHIAUDANO, RICCARDO
DALL’ARA, RITA GOBBI, FAUSTO LEGATI,
ANGELO MAGGIORI, PIA PASQUALI,
FRANCO RAGNI, TULLIO ROCCO,
MARCO VASTA
La collaborazione è aperta a tutti, le
opinioni espresse dai singoli autori
negli articoli firmati non impegnano
né la Sezione né la Rivista. La Rivista
viene inviata gratuitamente ai Soci
ordinari, vitalizi della Sezione e delle
Sottosezioni.
A chi intende scrivere su
“Adamello” si ricorda che, per una
equilibrata distribuzione dello spazio
nella Rivista, ogni articolo non deve
superare gli 8000 caratteri, spazi
inclusi. Gli articoli devono pervenire
alla Segreteria della Sezione entro le
seguenti date:
ENTRO IL 30 SETTEMBRE
PER IL NUMERO DI DICEMBRE
ORARI DELLA SEZIONE DI BRESCIA
dal martedì al sabato
dalle 9.30 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 19.00
giovedì
anche dalle 21.00 alle 22.00
chiuso
lunedì e festivi
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Vita Associativa
Rinnovo cariche sociali: Comunicazione
Carlo Fasser
6
Cultura
La “collana” sconosciuta:
storia dei rifugi del CAI Brescia
La nostra biblioteca, ovvero:
molti i volumi, pochissimi i lettori
Primi salitori italiani della Nord
dell’Eiger e Cavalieri della Repubblica
10 Rifugi e Bivacchi
Vita e lavori nei nostri rifugi
Mirella Zanetti Casali
12 Gemellaggi
L’Aquila e Brescia sul Gran Sasso:
due Sezioni nate nel 1874
Dario Di Pietro
15 Ambiente
Motori sui sentieri, ovvero:
le nuove invasioni barbariche
Fausto Camerini
Bilanci invernali 2012/2013 in Lombardia
Riccardo Scotti
24 Storia
Nel centenario della 1ª guerra mondiale
Enzo Franzoni
Il prestigioso “Adamello”
nella toponomastica e nella letteratura
Gualtiero Laeng,
a cura di Silvio Apostoli
Da Ortler a Ortles… passando da Ortelio
Franco Ragni
Omobono Beltracchi l’autore del “miracolo”
Giulio Franceschini
ENTRO IL 30 APRILE
PER IL NUMERO DI GIUGNO
Stampa: Grafi
HPDLO
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43
Extraeuropeo
L’uragano Bir travolge
anche i turisti del fiume Omo
Angelo Maggiori
46 Escursionismo
Via Francigena… in bici sulle tracce di Sigerico
Roberto Micheli
Ramingando in Valvestino:
da Cima Rest al Monte Tombea
Davide “Ramingone” Dall’Angelo
e Lorenzo “Ramingazzo” Rota
53 Gruppo Gite di Scialpinismo Brescia
Gruppo Gite di Scialpinismo Brescia
Michele Peroni
Calendario 2015
54 Corsa in montagna
11° Trofeo Paolo Ravasio:
prendi per mano il tuo limite…
Gigi Mazzocchi
56 Scuola di Alpinismo
Gli Istruttori si riuniscono in assemblea
Riccardo Dall’Ara
Che cosa c’è dietro uno sguardo
di un Uomo di montagna?
Massimiliano Merigo
58 Alpinismo
Grandes Jorasses, parete Nord,
via Colton-MacIntyre
Daniele Frialdi e Claudio Inselvini
Prime ascensioni
a cura di Fausto Camerini
36 Montagne altre
Il Sentiero di Cinzia
Angiolino Goffi
67 G.P.E.
L’esordio di un GPEista
Franco Ragni
Fra i colli di Valpolicella e Lessinia
Arturo Milanesi
Cesenatico mare e monti
Ancilla Duina
G.P.E. Seniores:
programma escursioni 1° semestre 2015
Gruppo G.P.E. Giovedì:
programma escursioni 1° semestre 2015
Convenzione con Medical Fitness
39 Storie di vita
Lo spazzacamino
Lorenzo Bezzi
73 Biblioteca Claudio Chiaudano
Invito alla lettura di…
Novità 2014
34 Ricordo
Angelo Beretti
Gli amici del G.P.E.
Tullio Stefani
Fausto Baronio
Mariuccia Bresciani Verdina
Giulio Franceschini
40 Medicina
Montagna, mente e corpo
Fabrizio Bonera
Il ginocchio
Pablo Ayala
41 Proiezioni “Agostino Gentilini”
Programma proiezioni 2015
76 Vita della Sezione
Vita della Sezione
Tabella rifugi e bivacchi
Escursioni C.A.I. Brescia 2015
Gite Soft 2015
Gite Alpinismo Giovanile 2015
Per Chiara Apostoli
Vita associativa
Rinnovo cariche sociali:
Comunicazione a tutti i soci del
Club Alpino Italiano Sez. di Brescia
Premesso:
UÊ che in data 31 marzo 2015 tutte le
cariche sociali verranno a scadere
per compiuto triennio, come previsto
dall’art. 20 dello Statuto;
UÊ che conseguentemente durante la
prossima Assemblea, convocata entro tale data, si procederà alle elezioni di tutte le cariche sociali scadute;
UÊ che il Consiglio Direttivo della Sezione, convocato per il giorno 21 ottobre 2014, ha deliberato sulla nomina
dei componenti del Comitato Elettorale nel numero di 5 membri, come
previsto dallo statuto all’art. 27.
Tutto ciò premesso si è ritenuto opportuno anticipare a tutti Soci maggiorenni della Sezione e delle Sottosezioni
la seguente nota:
“Si informano tutti i Soci della Sezione e delle Sottosezioni del Club Alpino
Italiano Sezione di Brescia che il prossimo anno sono in scadenza tutte le cariche sociali della nostra Sezione.
Pertanto si invitano tutti i Soci interessati, che ne hanno i requisiti previsti
dall’art. 29 dello Statuto, disponibile
presso la Segreteria della sede o consultabile sul sito http://www.cai.bs.it/
vedit/pagina.asp?pagina=1234, a presentare la propria candidatura alle varie
cariche in scadenza, sotto indicate:
UÊ n. 1 Presidente;
UÊ n. 2 Vicepresidenti;
UÊ n. 10/14 (min/max) Consiglieri;
UÊ n. 3 Revisori dei conti
UÊ n. 10 Delegati (salvo rettifica in base
al numero degli iscritti).
I Soci che intendono candidarsi
dovranno farlo compilando l’apposita
scheda pubblicata sul sito della Sezione
(www.cai.bs.it) inviandola poi via mail,
lettera o altra modalità, mediante comunicazione alla Segreteria; l’invito è rivolto principalmente ai giovani dei quali si
auspica una numerosa partecipazione
soprattutto all’interno del Consiglio Direttivo.
Il Comitato Elettorale nominato dal
Consiglio Direttivo il 21 ottobre provvederà alle valutazioni formali di tutte le
candidature pervenute. Si ricorda a tutti
i Soci che intendono candidarsi che la
loro eventuale elezione comporta l’assunzione di compiti e responsabilità ben
descritti nello Statuto e la conseguente
partecipazione attiva alla vita sociale
della Sezione, e che tali incarichi sono
ricoperti in modo completamente gratuito e con la massima disponibilità.
Si precisa che la “nota” su trascritta,
inviata a tutti i Soci di cui è noto l’indirizzo e-mail, verrà inserita in ogni comunicazione che la Segreteria inoltrerà
settimanalmente ai Soci per informarli
delle varie attività della Sezione, fino al
31 gennaio 2015, termine ultimo per la
presentazione delle candidature.
I componenti del Comitato Elettorale, dopo la loro nomina, sono disponibili
a dare ai Soci tutte le informazioni ed i
chiarimenti richiesti, i nominativi degli
stessi verranno pubblicati sul nostro sito
internet.
In calce si riporta l’estratto dello statuto sulle condizioni di eleggibilità e sulla
durata delle cariche.
il Presidente
Carlo Fasser
1) CONDIZIONI DI ELEGGIBILITÀ (art. 29 dello Statuto)
Sono eleggibili alle cariche sociali i Soci con diritto di voto in possesso dei seguenti requisiti: siano iscritti all’associazione da almeno due anni; non abbiano riportato condanne per un delitto non colposo; siano soggetti privi di interessi personali diretti o indiretti nella
gestione del patrimonio sociale; siano persone di capacità e competenza per attuare e conseguire gli scopi indicati dallo Statuto e dal
Regolamento generale del Club Alpino Italiano. La gratuità della cariche esclude esplicitamente l’attribuzione e l’erogazione al Socio,
al coniuge o convivente, ai parenti entro il secondo grado di qualsiasi tipo di compenso, comunque configurato a partire dal momento
della sua designazione ad una carica sociale, durante lo svolgimento del relativo mandato o attribuzione di incarico, nonché per almeno tre anni dopo la loro conclusione. Non sono eleggibili alle cariche sociali o candidabili ad incarichi quanti hanno rapporto di lavoro
dipendente con il Club Alpino Italiano o quanti intrattengono un rapporto economico continuativo con le strutture centrali o periferiche.
2) CONDIZIONI DI ELEGGIBILITÀ DEL PRESIDENTE (stralcio art. 23 dello Statuto)
Il candidato alla carica di Presidente della Sezione al momento della elezione deve aver maturato esperienza almeno triennale
negli organi centrali o negli organi delle strutture periferiche e deve avere anzianità di iscrizione alla Sezione non inferiore a due anni
sociali completi.
3) DURATA DELLE CARICHE (art. 20 - 26 - 27 dello Statuto)
Il Presidente e i due Vicepresidenti durano in carica tre anni e sono rieleggibili una prima volta e lo possono essere ancora dopo
almeno un anno di interruzione. I Consiglieri durano in carica tre anni e sono rieleggibili per altri due mandati consecutivi; possono
essere nuovamente rieletti dopo almeno un triennio di interruzione. Il Collegio dei Revisori dei Conti è l’organo di controllo contabile e
amministrativo della gestione finanziaria, economica e patrimoniale della Sezione. È costituito da almeno tre componenti, Soci ordinari con anzianità di iscrizione alla Sezione non inferiore a due anni sociali completi. Durano in carica tre anni, sono rieleggibili come
i Consiglieri. I Delegati rappresentano l’Associazione all’Assemblea del CAI ed al Club Alpino Italiano - Regione Lombardia, durano in
carica tre anni e sono rieleggibili come i Consiglieri.
Adamello 116 – pag. 5
Cultura
La “collana” sconosciuta:
la storia dei rifugi del CAI Brescia
N
emo propheta in patria? Silvio
Apostoli e Giulio Franceschini
hanno scritto e pubblicato
moltissimo su persone, eventi e realizzazioni del CAI Brescia, ma quanti dei
nostri Soci conoscono i loro libri? Sul
numero scorso di questa rivista (“Adamello”, n. 115, 1° semestre 2014) Giulio
Franceschini ha firmato un pezzo sulla
storia della Sezione di Brescia, elencando in chiusura i principali titoli (articoli e
libri, anche di altri autori) che negli anni
hanno dato conto di questa storia. Tra
questi, quattro volumi (dovuti appunto
al binomio Apostoli-Franceschini, tra i
principali protagonisti di almeno mezzo
secolo di vita del nostro sodalizio) hanno
tra l’altro un’uniformità di impostazione
e veste grafica (peraltro gradevole) da
farli configurare come una autentica collana.
Sono: Il Rifugio di Salarno, del
2004; La Lobbia salvata, del 2007;
I Rifugi Coppellotti, del 2010; Dalla
pag. 6 – Adamello 116
Capanna Brescia al Rifugio Maria e
Franco, del 2014.
Le narrazioni rispettive toccano
aspetti di sorprendente interesse storico-ambientale e ci riportano a un mondo di avventurose iniziative dei cui frutti
siamo eredi, tutto sommato fortunati,
grazie alla volontà e alla dedizione di
persone di eccezionale spessore.
Brevemente l’argomento dei volumi:
Il “Salarno” – antesignano ancora
visibile (nel suo nucleo fondamentale)
dell’attuale “Prudenzini” – fu il primo rifugio eretto dal CAI Brescia (1882) e si
segnalò, tra l’altro, per la sua letterale
scomparsa durata 17 mesi tra 1887 e
1888 sotto una eccezionale copertura
nevosa (nevicate e valanghe).
La “Lobbia” (denominazione popolare: la sua dedica è “Ai Caduti dell’Adamello”), croce e delizia del nostro sodalizio fin da quando nacque nel 1929
a oltre 3.000 metri di quota. Storia affascinante e complessa, di gloria (un
Papa, due volte, e un Presidente della
Repubblica) e di problemi (ristrutturazioni e consolidamenti a ripetizione).
I rifugi “Coppellotti”: storia che sotto
questa dizione riassume quella dell’attuale “San Fermo” (ex Capanna Moren
ed ex “vecchio” Coppellotti) e di un
“nuovo” Coppellotti distrutto nel 1944
e di cui restano solo i ruderi. Tutti, comunque, sui monti di Borno. Il “Maria
e Franco”, nato come “Brescia” a presidio del passo Dernal e realizzato dal
CAI Brescia negli anni immediatamente
precedenti la Grande Guerra. Due volte
distrutto e due volte ricostruito, oggi è il
“Maria e Franco”, isolato e affascinante.
I volumi sono disponibili in Sede e
sarebbero un interessante complemento alla biblioteca di montagna dei nostri
Soci.
A proposito di biblioteca: presso la
Sede c’è quella del CAI Brescia, ricca di
titoli e aperta ai Soci, ma ne parliamo di
seguito.
Cultura
La nostra biblioteca, ovvero:
molti i volumi,
pochissimi i lettori
S
i dice che siano più numerose le
persone che scrivono di quelle
che leggono; e forse è vero.
Nella nostra Sede di via Villa Glori è
attiva una bella e ricca biblioteca, forte
di non meno di 1.700 volumi, oltre che di
un grande patrimonio fotografico.
È intitolata dal 2005 a Claudio Chiaudano. Vi operano con una costanza pari
alla passione Eros Pedrini e Riccardo
Dall’Ara, e con loro Giovanna Bellandi,
Luigi Bazzana, Giancarlo Cristini, Elisabetta Saia, Ines Pasinetti e Ruggero
Gardoni (sperando di non incorrere in
dimenticanze…); sennonché, a tanta
passione e a tanto lavoro non fa riscontro purtroppo una significativa presenza
di “utenti” in genere (e dei Soci in particolare!). È una situazione abbastanza
sconcertante, anche solo considerando
che sulle pagine di questa Rivista è regolarmente presente una sezione “Biblioteca” completa di belle recensioni
sulle ultime novità venute ad arricchire
gli scaffali: titoli vari in grado di appagare qualsiasi variante di gusto. Viene
perciò un sospetto: ma queste pagine
vengono lette?
O almeno “guardate” con quel minimo di attenzione che meritano?
Da cosa nasce cosa e qui coltiviamo
la speranza che con queste poche righe
si riesca a suggerire al lettore un minimo di curiosità, per dare un’occhiata
non fuggevole a questa bella biblioteca,
dove effettivamente ce n’è per tutti i gusti: guide relative a ogni gruppo montuoso della penisola, testi letterari, altri storici, o biografici, altri ancora scientifici,
senza contare quelli sulla “guerra bianca”, o le moltissime annate di periodici e
riviste CAI (“nostri” e nazionali).
E ancora: vi si trovano autentiche
“chicche” come i manoscritti preziosi di
questi 150 anni di alpinismo bresciano,
dovuti a guide, soci illustri o semplici alpinisti. E poi molto altro.
Gli orari: ogni giovedì dalle 14 alle
16 e dalle 21 alle 23; al venerdì dalle 16
alle 18. Va da sé che gli orari sono forzatamente limitati data la oggi fisiologica
scarsa affluenza di “lettori”, ma è chiaro
che tutto cambierebbe, con orari molto
più ampi, in presenza di una frequentazione più ricca come la biblioteca meriterebbe.
Per finire l’attività dei curatori non
è statica, ma è sempre in progress nel
senso dell’adeguamento alle nuove
tecnologie, dell’informatizzazione del
catalogo, della digitalizzazione di quel
patrimonio fotografico – di grande valore storico – al quale più sopra abbiamo
fatto cenno.
Un grande e complessivo patrimonio documentale e di testimonianze storiche, insomma: peccato non goderne
anche da parte dei Soci.
Tanto per cominciare, un’indicazione
per la prima esplorazione: consultare il
catalogo della biblioteca digitando all’indirizzo elettronico:
www.winiride.it/iride/dbbrescia2
Adamello 116 – pag. 7
Cultura
Primi salitori italiani
della Nord dell’Eiger
e Cavalieri della Repubblica
Il CAI nazionale ha scelto Brescia per il festeggiamento
M
artedì 28 ottobre Palazzo Loggia, simbolo civico di Brescia
e prestigiosa sede municipale,
ha visto la celebrazione di un evento altamente significativo per il nostro mondo legato alla montagna, e in forza di più
motivi, che però tutti ruotano attorno al
meritato conferimento del Cavalierato
al Merito della Repubblica ai fortissimi
scalatori che nell’agosto 1962 furono
protagonisti della prima salita italiana
alla parete nord dell’Eiger, parete e montagna che non hanno certo bisogno di
presentazione per i nostri lettori.
“Due cordate per una parete” è il
titolo del bellissimo e fortunato volume
dedicato all’impresa da Giovanni Capra
e in effetti due furono le cordate che
s’incontrarono fortuitamente nel primo
tratto della parete in quell’occasione.
La prima formata dal carismatico roveretano Armando Aste, dal suo “amico
per la vita” Franco Solina (che in Brescia
esemplifica nel nome il concetto stesso
di “montagna” perfino anche in chi in
montagna proprio non ci va), e il forte
Pierlorenzo Acquistapace, di Mandello
Lario.
La seconda invece contava su un
altro magnifico terzetto: i due lecchesi
Gildo Airoldi e Romano Perego, e il torinese Andrea Mellano.
Unirono gli sforzi e fu una combinazione perfetta: tre “orientalisti” (o
“dolomitisti”) e tre “occidentalisti”. Il risultato fu una salita ragionata e sicura,
conclusa da una meritata conquista. Per
la sua storia vale l’invito a “frequentare” il bel volume di Giovanni Capra che
circostanzia e racconta sia l’Eiger che
l’impresa dei nostri, in una bella sintesi
stilistica tra rigore storico e brio giornalistico.
La vittoria sull’Orco faceva giustizia
di una serie di precedenti italiani segnati
dalla sfortuna e – secondo il caso – dalla
tragedia, ma il risultato sul piano mediatico, anche nell’ambiente alpinistico na-
zionale (che in pratica vede al massimo
livello rappresentativo il CAI), fu tiepido e
tardivo. Non tiepido, certamente, è stato
invece il ruolo del CAI (condiviso da altri
amici, soprattutto dell’area agordina) nel
patrocinio dell’attuale “Cavalierato”, la
cui proposta in realtà mirava come traguardo al 2012, cinquantesimo anniversario del lontano exploit. Pazienza per il
leggero ritardo.
Oggi il CAI nazionale, nella persona
del presidente generale Umberto Martini ha voluto, in certo modo, riscattare
la lontana “distrazione” con la volontà di
un degno e pubblico riconoscimento ai
protagonisti di quell’evento; con questo
incontro in Brescia.
La città è stata scelta probabilmente per la sua posizione baricentrica – in
senso territoriale – e per il fatto di ospitare nelle sue mura sia il “nostro” Franco
Solina, che Giacomo Stefani, presidente
del Club Alpino Accademico Italiano:
due presenze non da poco…
Nella Sala dei Giureconsulti di Palazzo Loggia, al tavolo, da sinistra, Giovanni Capra, il sindaco Emilio Del Bono, il presidente del Cai nazionale
Umberto Martini e il presidente del Cai Brescia Carlo Fasser
pag. 8 – Adamello 116
Cultura
Franco Solina, Carlo Fasser, di schiena il presidente generale del Cai Umberto Martini, e il presidente nazionale dello ”Accademico” Giacomo Stefani, in conversazione
Armando Aste e Franco Solina con l’Attestato
ricevuto dalle mani del sindaco di Brescia
per il Cavalierato, oltre che esponenti
del Gism, Gruppo Italiano Scrittori di
Montagna, di cui era presente anche il
vicepresidente Giovanni Di Vecchia.
E poi, molto significativa è stata la
presenza di Giuseppe “Det” Alippi e
Nando Nusdeo, pure scalatori di eccezionale livello che proprio in quei giorni,
mentre i sei delle “due cordate” erano
già grosso modo a mezza parete, avevano a loro volta attaccato la mitica
“Nord”.
Dovettero però prestare aiuto a due
alpinisti inglesi, uno dei quali seriamente
ferito alla testa e con una gamba rotta.
I due italiani riuscirono a condurli, dopo
lunghe e difficili operazioni di soccorso
in piena parete, al famoso “buco della
galleria” del trenino della Jungfrau. Addio Eiger, perciò, ma la loro fu una nobile
vittoria morale che giustamente ha meritato il festeggiamento in Loggia accanto
ai colleghi più fortunati.
Dopo l’introduzione di Giovanni Capra e il bell’indirizzo di saluto del sindaco di Brescia, hanno parlato gli ospiti,
a partire dal presidente Martini, e il filo
conduttore degli interventi è in genere
riandato al motto sulla “montagna che
unisce”, motto che aveva caratterizzato
i festeggiamenti di pochissimi anni fa
per i 150 anni del Club Alpino Italiano.
A nome dei “festeggiati dell’Eiger”,
che sono stati omaggiati di un volume
monografico sul Palazzo Loggia, ha infine parlato Armando Aste, a nome di
quel “sestetto dell’Impresa” di cui resta
sicuramente l’interprete emblematico,
pur sempre tra grandi uomini: i “sei più
due”.
La città e il suo sindaco, a loro volta
onorati dall’evento, hanno concesso il
Palazzo Loggia e la sua raccolta e splendida “Sala dei Giureconsulti” ad ospitare
una celebrazione dalle formalità dovute
ma ridotte al minimo necessario, come
si conviene tra gente di montagna.
I presenti… Purtroppo i protagonisti
per definizione, i conquistatori dell’Eiger, non c’erano tutti perché Pierlorenzo
“Canèla” Acquistapace è mancato già
dodici anni fa a causa di un incidente
stradale; c’erano comunque i familiari a
testimoniarne l’ideale presenza. Assente
anche Romano Perego, ma solo per occasionali motivi di salute.
Per inciso, motivi di salute hanno
motivato anche l’essenza di Aldo Garioni, presidente della Ugolini, la società
nei ranghi della quale un giovane Franco
Solina si era “fatto le ossa”.
Già detto della presenza del presidente nazionale CAI Umberto Martini,
da rimarcare la presenza del suo vicepresidente Goffredo Sottile e del presidente della Sezione di Brescia Carlo
Fasser. Gli onori di casa, concretizzati in
uno stimolante discorso sul legame non
solo geografico ma anche, diremmo,
“spirituale” tra Brescia e la montagna,
sono stati del sindaco Emilio Del Bono,
mentre l’introduzione e la presentazione dell’evento erano affidate a Giovanni
Capra, forte della sua profonda conoscenza storica che rende attuali circostanze ed eventi di un mezzo secolo fa.
Bella presenza anche quella di Bepi
Pellegrinon, che fu alpinista di vaglia e
oggi è titolare della casa editrice Nuovi
Sentieri, e di Loris Santomaso, entrambi tra i principali promotori dell’iniziativa
Festosa foto di gruppo degli alpinisti, col sindaco Emilio Del Bono, Giovanni Capra, Bepi Pellegrinon, e il pittore Eugenio Busi
Adamello 116 – pag. 9
Rifugi e bivacchi
Vita e lavori nei nostri rifugi
Nuovo impianto fotovoltaico Rifugio Bozzi
di Mirella Zanetti Casali
Diamo informazioni a tutti i Soci su
conduzione e lavori eseguiti o conclusi
nei nostri rifugi nell’anno 2014.
Rifugio Bozzi
Gestione:
Come anticipato nel precedente numero, durante la scorsa stagione estiva
(20 giugno - 30 settembre 2014) il Rifugio Bozzi è stato condotto in gestione
diretta dalla Sezione. La nostra referente
è stata Monica Fantino, infermiera professionale appartenente al Soccorso Alpino e Speleologico Lombardo in qualità
di cinofila, ricerca in superficie e valanga, socia CAI, con precedente esperienza di gestione nei rifugi piemontesi.
La gestione è stata più che buona,
nonostante le negative condizioni atmosferiche; la presenza femminile nel rifugio è stata apprezzata (anche con mail
di conferma) dai frequentatori, sia riferita
alla pulizia che alle varie offerte gastronomiche.
Per la stagione estiva 2015 la gestione diretta o indiretta (con gestore) sarà
oggetto di delibera da parte del nuovo
Consiglio Direttivo.
Lavori:
Inizio lavori giugno 2014 / fine lavori
ottobre 2014.
U Sostituzione completa dell’impianto
fotovoltaico (il precedente non era
più funzionante). La spesa complessiva è stata di ca. 60.000 €; a fronte
dovremmo incassare 20.000 € dal
Ministero dell’Ambiente (per Bando
Ministero Ambiente 02/08/2012) e
12.600 € dal C.A.I. Centrale (Bando
pro Rifugi 2013).
U Adeguamento servizi igienici (nuovi e rifatti) che ora sono due interni
(di cui uno per il personale) e due
esterni. Adattamento locale invernale per n. 5 posti letto, ricavati al
primo piano nella stanza n. 3 con
accesso dalla scala esterna di sicurezza. La spesa complessiva è stata
di 33.000 €, tutta a nostro carico.
pag. 10 – Adamello 116
Rifugio Garibaldi
La gestione è continuata con il gestore Odoardo Ravizza.
Locale invernale Bozzi
Lavori:
Inizio lavori aprile 2013 / fine lavori
agosto 2014.
U Sostituzione di tutti gli infissi.
U Costruzione locale esterno deposito scarponi e stenditoio.
U Adeguamento servizi igienici.
La spesa complessiva è stata di
174.500 €; a fronte dovremmo incassare 78.000 € dalla Regione Lombardia
(Bando Regionale per adeguamento rifugi del 16/07/2007) e abbiamo già incassato 46.721 € dal CAI Centrale per
Bando pro Rifugi 2012.
Rifugio Maria e Franco
La gestione è continuata con il gestore Giacomo Massussi.
Lavori interni:
Coibentazione e isolamento parte
camerone.
La spesa complessiva è di 22.500 €
tutta a nostro carico.
Rifugio Berni
Bagni esterni Bozzi
La gestione è continuata con il gestore Elena Bonetta.
Sono stati eseguiti normali lavori interni di manutenzione.
Rifugi e bivacchi
Rifugio Prudenzini:
La gestione è continuata con il
gestore Giorgio Germano.
Lavori:
I lavori di adeguamento agli standard
della Legge Regionale sui Rifugi iniziati
nel 2012 si sono conclusi il 30/10/2014.
Essendo in corso la rendicontazione daremo il dettaglio nel prossimo numero.
A conclusione esprimiamo la nostra riconoscenza ai gestori che hanno
sopportato i disagi dei lavori in corso
e a quelli che sono ancora in paziente
attesa degli interventi, programmati con
la diluizione resa necessaria dal gravoso
impegno economico.
Ringraziamo anche le imprese che
hanno realizzato tutti i lavori sopra descritti per la competenza e la disponibilità dimostrate.
Rifugio Garibaldi
Interno locale scarponi Garibaldi
Ampliamento locale scarponi Garibaldi
Rifugio Tonolini
Rifugio Gnutti
La gestione è continuata con il gestore Fabio Madeo.
I lavori di ristrutturazione erano già
stati conclusi nel 2013 (v. Rivista Adamello n. 113).
La gestione è continuata con il gestore Gianluca Madeo.
Nuova cucina Rifugio Gnutti
Lavori interni:
Nella ricorrenza del 10° anniversario della scomparsa del Cavaliere del
Lavoro Franco Gnutti, la Franco Gnutti
Holding Spa, tramite la Fondazione della
Comunità Bresciana Onlus, ci ha elargito
un contributo di 15.000 € destinato alla
sostituzione dell’arredo e del pavimento
della cucina del nostro rifugio intitolato
alla Medaglia d’oro Serafino Gnutti (fratello del Cavaliere). Sono quindi rimasti
a nostro carico i soli lavori idraulici di
allaccio e l’elitrasporto del materiale.
Questo intervento ha notevolmente migliorato l’utilizzo della cucina del rifugio
e consentirà a Gianluca di esprimere al
meglio la sua professionalità di cuoco.
Con l’occasione vogliamo ringraziare ancora una volta la famiglia Gnutti,
orgogliosi di partecipare con il nostro
rifugio a tenere vivo il ricordo del loro
eroico parente.
Camerone Maria e Franco
Adamello 116 – pag. 11
Gemellaggi
L’Aquila e Brescia sul Gran Sasso:
due Sezioni nate nel 1874
di Dario Di Pietro
L’
amicizia con il Gran Sasso e la
fede per quel meraviglioso gioiello d’architettura naturale che
è il Corno Piccolo furono i sentimenti
che animavano il mio spirito quel giorno.
Perché al pari di ogni altra vetta, con il
facile e il difficile, il Corno Piccolo ha
più di tutte le altre un fascino speciale,
stregante, che spinge a tornarci dopo
esserci stati una prima volta. Gli stessi
sentimenti che animavano i propositi tra
due soci del CAI, così lontani eppur così
vicini, la sera appunto di una domenica
di agosto a Pietracamela. È questo il
paesino ai piedi del Gran Sasso che ha
segnato la storia dell’alpinismo sul colosso degli Appennini, quando nel 1930
era Capo degli “Aquilotti” Ernesto Sivitilli. Una ascensione al Corno Piccolo
era cosa inverosimile a quei tempi, e chi
non per le cure mediche ma per comprenderne lo sforzo si rivolgeva a lui,
amato dottore laureato a Padova, provava fascino non meno che incredulità.
Era forse un genio, giovane e inquieto,
che conduceva una vita senza misura
incapace di stare fermo, e che a capo
degli “Aquilotti” di Pietracamela ha imposto il suggello sulle sue montagne.
Il Corno Piccolo, il fratello minore del
Corno Grande con cui forma tout court
il massiccio centrale del Gran Sasso, fu
dunque nell’agosto dello scorso 2013
il testimone tra L’Aquila e Brescia, due
Sezioni che hanno compiuto proprio
quest’anno i 140 anni: entrambe nate
nel 1874, si sono date appuntamento all’agosto del 2014 per incontrarsi a
più battute. Nati invece a venti anni di
distanza, Salvatore Perinetti, aquilano
e presidente del CAI di L’Aquila, ed io
Dario, aquilano trapiantato a Brescia da
anni, non ci saremmo mai incontrati se
non fosse stato per il “ritorno” di Sivitilli dopo 83 muti anni, con la ristampa
in anastatica del suo volume “Il Corno
Piccolo” già pubblicato nel 1930 dalla
forte Sezione Aquilana del CAI, e con la
1
quale Ernesto si sentiva riconoscente e
fratello1. Quella sera nel minuscolo paese patria dell’alpinismo la decisione fu
quindi presa. Ero sceso a Pietracamela
per accordarmi con Salvatore, ma come
piaceva fare a Sivitilli una volta raggiunta
la cima, scesi solo dopo un bel piatto di
pasta al Rifugio Franchetti. Maccheroni
col sugo di agnello…
Gli agnelli, le pecore, i pastori: il Gran
Sasso è storia antica di transumanza.
Anche se sembrano ormai lontani i tempi in cui il poeta Gabriele D’Annunzio
osservava immense greggi dirigersi verso i miti pascoli pugliesi alla prima comparsa del freddo autunnale, nella memoria dei luoghi e degli abitanti di questa
parte di Abruzzo montano, la pastorizia,
la dura vita degli stazzi e la produzione
di formaggio pecorino, da conservare
con cura perché unico sostentamento
nel viaggio verso terre lontane, rimangono elementi imprescindibili della storia e
della tradizione di questi luoghi. Elementi
che il CAI di Brescia quando approda il 2
agosto a Campo Imperatore ritrova tutti,
giorno dopo giorno: siamo sull’altopiano
più vasto d’Italia con i suoi gendarmi di
Il volume è disponibile presso la Biblioteca della nostra Sezione.
pag. 12 – Adamello 116
pietra e le sue smarginate praterie, per
le quali lo sguardo corre a perdifiato e si
perde nelle brulicanti greggi e nelle immote mucche al pascolo. La martoriata
L’Aquila dopo un blitz nel centro storico
non è che un punto del passato, mentre
il paesaggio che ora si presenta a noi è
diverso: un erbal fiume silente…
La nostra sistemazione è duplice,
spaiata. Il Rifugio Racollo, piccolo e
grazioso, resta nel cuore della piana,
dove si è isolati da tutto e circondati da
centinaia di vacche libere che ci fanno
le poste per abbeverarsi accanto all’omonimo laghetto. L’accoglienza è delle migliori, con Paolo e Azzurra coppia
imbattibile, per il cibo ottimo ed abbondante e per la gentilezza e la cordialità
con le quali coccolano ogni loro ospite.
Il Rifugio Fonte Vetica è piuttosto un
“porto di mare”, un ossimoro d’alta quota sempre pieno di viandanti e turisti, in
testa ad una lunga strada asfaltata dal
Comune di Castel Del Monte. Singolare
per la sua posizione, strategico per chi
giunge dalla pianura, è il primo che offre
ristoro: meta di motociclisti e camperisti,
è conosciuto nei set cinematografici dei
film e nelle pubblicità video, ben apprezzato per il suo naturale ambiente scenografico. Lo stesso Antonio, l’anziano
proprietario, ricorda ancora quando il
figlio Fausto non aveva che pochi anni
mentre giocava con Terence Hill durante
le riprese dei film di Sergio Leone: era
proprio lui a portare i fagioli appena cotti
a Trinità.
Il 18 agosto 1573 Francesco De Marchi, ingegnere militare di stanza a L’Aquila al seguito di Margherita d’Austria,
con la conquista della vetta Occidentale del Monte Corno sancì la conseguente nascita dell’alpinismo europeo:
una conquista motivata dal desiderio
di conoscenza e di scoperta, la prima
documentata da un’attenta relazione. A
450 anni dalla straordinaria impresa del
capitano bolognese siamo ritornati sulle
Il Corno Grande, visto da Campo Imperatore
sue tracce: 8 giorni sull’acrocoro abruzzese senza un attimo di tregua, immersi
nel mondo dei pastori e circondati dalla
corona dei giganti di Campo Imperatore.
Il viaggio prende inizio dalla Catena
Orientale con la salita al Camicia. Dalla cima è ancor più spettacolare la sua
parete Nord, l’Eiger dell’Appennino, e
sulla sella del Tremoggia le più grandi
stelle alpine d’Italia ci salutano gremite,
a voler dimostrare che il Gran Sasso è
l’unico gruppo al di fuori delle Alpi che
presenti autentiche caratteristiche di
alta montagna. Carlo Diodati, presidente nazionale del CAI Escursionismo, si è
unito a noi per augurarci il benvenuto e
condividere appieno un’appagante e luminosa domenica.
Intorno al Bolza, sui Contrafforti
Meridionali, un inconfondibile odore di
ovino impregna l’aria dalle pendici fin
quasi sulla cresta: procedere attraverso le greggi di pecore è di una bellezza
selvaggia ed incantevole, avvolti dai fragorosi belati suscitati dalla nostra incursione, fintanto che il pastore nel quale ci
imbattiamo non ci ragguaglia della sua
vita di tutti i giorni sotto il sole cocente.
Nel Canyon dello Scoppaturo ritroviamo
invece l’azione erosiva di un’antica lingua glaciale, che ha scavato e modellato la valle fluviale e che ne caratterizza
tutta la morfologia: ci regala meraviglia
ed inquietudine e, quasi fossimo nella
gola del Colorado, ci potremmo aspettare l’improvviso assalto di una tribù di
Cheyenne durante le riprese di un film.
Il pranzo ricalca il tema del giorno: presso i ristori dove arriviamo in processione ognuno provvede a sé, cucinando
sulle braci all’aperto rosse rastrelliere di
arrosticini di pecora appena frollati. Ho
ancora l’acquolina... Dentro la Rocca di
Calascio, il poderoso castello più alto e
scenografico d’Italia, vengono per noi
evocati i trascorsi di importanti famiglie
dei Medici, qui insediate per negoziar la
lana con le signorie aquilane, mentre il
borgo medievale più antico d’Abruzzo
compone la cornice conclusiva alla nostra cena presso il Rifugio La Rocca.
La rotta converge ora verso il Massiccio Centrale, quando un fortissimo
vento in quota ci impone una cadenza
con il dovuto rispetto a sua maestà: per
la cresta ovest affrontiamo la salita al
Corno Grande, emozionante arrampicata, e giunti sulla cima si scopre che la
vista è semplicemente superba! La vetta degli Appennini è davvero la miglior
terrazza su tutta l’Italia Centrale, l’unico punto di osservazione che ci regala
la singolare vista su entrambi i mari del
Mediterraneo. Sotto di noi, avvolto dalla
cerchia delle tre vette, si adagia ancora
vivo il ghiacciaio del Calderone, frusto
residuo dell’ultima glaciazione ed unico
caso in Europa a questa latitudine.
La marcia prosegue e dirige verso
la Catena Occidentale, con una lunga traversata sul sentiero N.1: ci porta
alla scoperta della verdissima Valle del
Chiarino, la parte più remota del Gran
Sasso, che ne circoscrive con il Lago di
Provvidenza i limiti orografici. Prossimi a
Campotosto, il comune più alto dell’Appennino, l’omonimo lago segna l’inizio
della conformazione dei Monti della
Laga, tipici per la straordinaria ricchezza di specie animali e vegetali, nonché
per la varietà di ecosistemi e paesaggi
veramente unici.
Si piega un’altra volta sul Massiccio Centrale, dal versante teramano
dei Prati di Tivo, meritevole di tutta la
nostra attenzione paesaggistica: è uno
dei luoghi montani più caratteristici,
dove è possibile osservare da vicino
l’imponente parete settentrionale della
cima del Corno Grande, “il Paretone”,
e l’asperità del suo aspetto calcareodolomitico. Ci scorta per tutta l’ascesa,
mentre lo sguardo fissa da lontano il docile traguardo del Rifugio Franchetti,
uno dei più frequentati d’Italia e punto
di accesso alle maggiori vette del Gran
Sasso: sorge su uno sperone roccioso,
al centro del Vallone delle Cornacchie,
stretto tra le pareti del Corno Grande e
del Corno Piccolo, sul fragile ghiacciaio
del Calderone, ultimo modesto residuo
di antiche ere glaciali.
Adamello 116 – pag. 13
Gemellaggi
Il gruppo dei bresciani in cima al Brancastello
Siamo agli sgoccioli del nostro incedere, ed il cammino volge verso gli ultimi scorci sul Corno Grande: dal Vado
di Piaverano ridisegniamo un tratto del
Sentiero del Centenario, la più bella cresta degli Appennini, che come
un’odalisca distesa sul mare mira il suo
Adriatico selvaggio. Cinge al tempo
Carlo Fasser e Salvatore Perinetti,
i due presidenti di Sezione
pag. 14 – Adamello 116
stesso tutto l’altopiano, da capo a fondo, e dall’alto del Brancastello ci regala
il suggello conclusivo: in discesa verso
l’epilogo del nostro andare seguitiamo
sempre innanzi lo spallone sulla Valle dell’Inferno, mentre migliaia di stelle alpine occhieggiano dai prati di una
esplosiva fioritura.
L’8 di agosto, l’ultima sera a Campo
Imperatore, Salvatore Perinetti riserva a
noi di Brescia un ricevimento superlativo, secondo quelle che furono le intenzioni nell’agosto dell’anno precedente: i
saluti del CAI di L’Aquila presso l’albergo storico degli anni Trenta, ed il concerto del coro della Sezione con il brindisi
finale, a degno compimento del nostro
straordinario giro abruzzese.
Il testimone tra L’Aquila e Brescia era
così passato agli aquilani, e dava loro
appuntamento a fine agosto a visitare le
montagne condivise tra il Trentino e la
Lombardia, tra la Val di Genova e l’Alta
Val Camonica, tra la Presanella e l’Adamello.
Il 30 di agosto toccherà ai bresciani
dare ospitalità agli aquilani: per la prima
volta la sezione di Brescia riceve nella propria sede l’intera delegazione di
un’altra Sezione d’Italia del CAI, L’Aquila
a 5 anni dal terremoto. Con i mutui saluti
dei presidenti Carlo Fasser e Salvatore
Perinetti, è stato ricordato il legame delle due Sezioni che proprio quest’anno
compiono i 140 anni: dal principio che
fu lo scorso anno a Pietracamela, l’evento è progredito nel pieno consenso
delle due compagini, fino a quella sera
in Maddalena quando si è tenuta la cena
conclusiva. L’ultimo sorso del brindisi
ha trascinato tutti in un unico travolgente coro, che non ha risparmiato nessuno
dei presenti, finché aquilani e bresciani
si sono uniti dalla stretta corale dell’armonia di tutta la sala.
Ritirando verso casa pel tratturo antico, dalle note dei canti aquilani si risveglia l’eco di un calpestio lontano, ed il
viaggio in questi luoghi di uomini forti e
gentili sembra volgere davvero a conclusione: è il rito del calare del sole come
ogni sera sulla piana, che non tralascia
quel pizzico di malinconia propria di chi
riparte. Tra le canzoni abruzzesi ascoltate ne riecheggia una che maggiormente
richiama il sentimento di appartenenza
alla terra d’Abruzzo: “Vola vola vola” è
quella che più rievoca le immagini del
Gran Sasso, e mi ritorna in mente il
Corno Grande, il Corno Piccolo e tutto
Campo Imperatore…
“Vola, vola, vola, vola /
e vola lu gallinacce /
mo si ti guarde ‘n facce /
mi pare di sugnà...”
Ambiente
Motori sui sentieri, ovvero:
le nuove invasioni barbariche
di Fausto Camerini
I
barbari premono sui sentieri delle nostre belle montagne.
Una infame legge regionale approvata dal Consiglio Regionale Lombardo permette ai sindaci di autorizzare manifestazioni (leggi colonne di moto o quad rumorosi e puzzolenti) di motori sui sentieri di montagna. Pare proprio di
vivere in un mondo alla rovescia.
Il poeta Davide Sapienza scriveva che le motoslitte “sono
come il maltempo”. Cosa scriverebbe di fronte a questa nuova minaccia di invasione? Un tornado? Una tromba d’aria? Il
ritorno della peste?
Ma i signori del consiglio regionale sanno perché esistono i sentieri? Tracce impervie in zone impervie diventate
sentieri per il secolare passaggio dei montanari e dei cacciatori. Sentieri oggi percorsi soprattutto da cacciatori ed
escursionisti, segnalati e mantenuti sicuri dal lavoro volontario di soci del CAI, dei gruppi escursionistici, delle sezioni
dell’Associazione Nazionale Alpini, delle Pro Loco. Sentieri
che rappresentano storia, cultura, valorizzazione del territorio. Sentieri dove l’uomo ha il diritto di respirare l’aria pulita e
di non avere nelle orecchie il frastuono del traffico cittadino,
il diritto a non essere investito da mezzi senza targa e magari
guidati da incompetenti. Il patrimonio sentieristico lombardo appartiene alla comunità; è un bel volano per il turismo,
anche internazionale. Pensiamo solo a quanti tedeschi si incontrano, in ogni stagione, sui bellissimi sentieri delle montagne del Lago di Garda. E proprio nel Parco Alto Garda si è
registrato il primo sconfinamento dei barbari (vedi l’articolo
di Bresciaoggi pubblicato a lato). Bene ha fatto il sindaco di
Tignale a dire di no. Peccato che altri politici non abbiano
avuto il suo stesso coraggio. Politici che, cedendo alle pressioni di qualche lobby, fanno finta di non rendersi conto che
una invasione di mezzi motorizzati sui nostri sentieri farebbe
scappare tantissimi turisti, non disposti a camminare affiancati a colonne di mezzi motorizzati.
Qualcuno (la maggioranza del governo regionale lombardo) dice che siamo una “sparuta minoranza”. A parte che in
pochi giorni il CAI ha raccolto nella nostra regione 42.000
firme contro la legge, la vera “sparuta minoranza” sono quei
talebani maniaci dei motori ovunque che minacciano da vicino la civiltà della cultura montana e dell’escursionismo.
Scriveva Aldous Huxley nel romanzo “L’Isola” già nel
lontano 1936: “… Ascensori, aeroplani e automobili, soltanto gommapiuma e immobilità interminabili su una sedia. La
forza vitale che un tempo trovava sfogo attraverso i muscoli
striati ripiega sui visceri e sul sistema nervoso e lentamente li distrugge”. Sembra proprio la descrizione della malattia
peggiore dell’uomo moderno, la pigrizia. Camminate gente,
camminate. La vostra salute non potrà che trarne giovamento. E soprattutto eviterete di rompere le scatole agli altri
che vogliono solo camminare o cacciare o meditare in santa
pace sui nostri sentieri.
Una legge che porta tristemente a dire che la verde Lombardia è sempre meno verde. Cosa possono fare i Soci e le
Sezioni del CAI e tutti gli appassionati di montagna? Chiedere ad ogni sindaco un impegno formale a non permettere manifestazioni motoristiche sui sentieri e sulle strade di
montagna. Censire ogni evento rendendo noti i nomi dei
sindaci che consentono queste manifestazioni e condividere l’informazione a livello regionale. Premere sui consiglieri
regionali di ogni schieramento perché muovano le chiappe
per abrogare, senza mezzi termini, la possibilità di manifestazioni motorizzate. Verificare che, quando ci sono queste
manifestazioni, gli organizzatori diano garanzie fidejussorie
come prevede la legge regionale. E ricordare a tutti che gli
appassionati di montagna in Lombardia non sono una sparuta minoranza, sono tanti, e che votano.
Motori sui sentieri, sì o no? La questione torna d’attualità nel
Parco dell’alto Garda bresciano, dopo l’approvazione (l’8 luglio) della
proposta di legge di Forza Italia-Pdl e Lega, che consente ai Comuni
di autorizzare manifestazioni con mezzi a motore su sentieri, boschi
e mulattiere.
A SCATENARE la questione è la richiesta a tutti i Comuni aderenti al Parco di un Tour operator bresciano, specializzato in «off
road», per il permesso di passaggio su alcune strade sterrate in occasione di un evento turistico previsto sabato e domenica prossimi.
“La carovana - fanno sapere dall’agenzia di viaggio - sarà composta da una dozzina di quad più alcuni mezzi di assistenza al seguito;
sabato saremo tra Gardone, Toscolano Maderno, Gargnano e Valvestino mentre domenica, dopo il pernottamento a Persone, saremo a Capovalle nelle zone della Grande Guerra”. E ancora: “Sarà anche una
forma di prova per la prossima estate, quando proporremo altri tour
di questo tipo”. Contrario il sindaco di Tignale Franco Negri, che ha
comunicato le sue ragioni al presidente della Comunità montana, Davide Pace. «NON CAPISCO - scrive Negri - perché qualche giorno fa
avrei dovuto autorizzare il transito di tre quad sul territorio montano
del Comune per tracciare il percorso di un evento già organizzato per
domenica 28 settembre. Da anni stiamo investendo nella sistemazione
delle strade montane, cercando di valorizzare e promuovere l’entroterra
in modo ecosostenibile, senza mezzi a motore, per i quali dal 2007 è
in vigore l’ordinanza di divieto di transito a tutela della fauna e della
àRUDGHOQRVWUR3DUFR0LVSLDFHLQYHFHFRQVWDWDUHFRQFOXGHFKHLQ
un unico Parco esistano approcci di difesa del patrimonio agro-silvopastorale diversi e non coordinati”.
Pollice verso anche da Ersaf che ha vietato il passaggio nella zona
di Palazzo Archesane nel comune di Toscolano.
Dispiaciuti, per queste reazioni, gli organizzatori: “Spiace che
qualcuno non abbia compreso lo spirito dell’iniziativa - dicono dal tour
operator - ma l’intento è di convogliare sul Garda questa fetta di turismo escursionistico”.
Chi ha ragione? Dibattito aperto. “Il mio augurio per il futuro aggiunge il sindaco Negri - è che si possa confrontarsi e operare tutti
coesi verso un unico obiettivo”. L.SCA.
Adamello
116settembre
– pag. 15 2014)
(da Bresciaoggi
del 24
www.servizioglaciologicolombardo.it
Bilanci invernali 2012/2013
in Lombardia
Dati dai siti nivologici
del Servizio Glaciologico Lombardo
di Riccardo Scotti, 8 luglio 2013
L
a stagione di accumulo 2012/2013 verrà ricordata per
l’abbondanza delle nevicate tardo primaverili. Queste
sono state in grado di trasformare una situazione moderatamente negativa nella seconda miglior stagione degli
ultimi anni.
I rilievi sono infatti stati duramente ostacolati dal maltempo e dalle condizioni nivologiche eccezionali costringendo
gli operatori a rimandare più volte le missioni o raggiungere
i siti di misura con grande difficoltà. Per questo motivo, mediamente i rilievi sono stati effettuati 1-2 settimane più tardi
rispetto al periodo di riferimento.
Tale ritardo non inficia in alcun modo il valore dei dati
visto che proprio in concomitanza dei rilievi è stato toccato
l’apice dell’accumulo stagionale.
Fig. 1a-b. (a) La stagione di accumulo inizia a produrre una serie di importanti nevicate a partire dall’evento del 16 gennaio 2013, 60 cm di neve
fresca in una notte a Pescegallo in Valle del Bitto di Gerola. (b) Le nevicate invernali apportano accumuli discreti ma lontani dall’eccezionalità.
Circa 2 metri di neve sono presenti al 10 aprile sul rock glacier del Sobretta nel comprensorio sciistico di S. Caterina Valfurva. (foto R. Scotti)
Fig. 2. Il dualismo della primavera 2013 è ben evidente dalla composizione delle immagini webcam del Rif. Benigni 2222 m s.l.m. Le forti nevicate
del mese di maggio hanno bloccato l’ablazione e riportato condizioni invernali anche a quote estremamente basse per la stagione. (composizione
a cura di C. Mazzoleni).
pag. 16 – Adamello 116
Ambiente
Fig. 3. L’improvvisa ed intensa fase calda di metà aprile ha provocato un rapido surriscaldamento del manto nevoso, il quale a sua
volta ha causato una serie di eventi valanghivi di grandi dimensioni
diffusi sul territorio. Il Pizzo Alto e l’alpeggio di Luserna in Val Lesina
interessato da un numero straordinario di valanghe il 25 aprile 2013.
(Foto R.Scotti).
Fig. 4. L’attività valanghiva prosegue nel mese di maggio a causa
delle intense nevicate. Una valanga di grandi dimensioni asporta una
porzione dell’accumulo nevoso del Glacionevato della Calotta (Adamello). 18 maggio 2013. (Foto S. Brunelli).
Le nevicate di maggio hanno incrementato nettamente
gli accumuli portando la stagione 2012/2013 a raggiungere valori di innevamento secondi soltanto all’irraggiungibile
2001.
La presenza di neve fresca e la conservazione della neve
vecchia fino ai primi giorni di giugno, anche a quote nettamente più basse rispetto a quelle dove sono collocati i
ghiacciai, ha permesso una eccellente resistenza alla fase
calda di giugno.
Questo è stato possibile grazie all’elevato albedo1 che ha
inficiato il riscaldamento del terreno oltre i 2000 m di quota.
In termini assoluti gli accumuli più abbondanti sono stati
registrati al Ghiacciaio del Lupo (628 cm) al Ghiacciaio di
Suretta Sud ed al Ghiacciaio del Pizzo Scalino (520 cm). Tut-
ti i siti nivologici mostrano accumuli sopra la media tanto
che l’anomalia positiva a livello regionale raggiunge il 45 % e
contro il 36 % del 2009 (Fig. 7).
La principale differenza fra le due stagioni è data dalla
maggiore uniformità degli accumuli in tutta la regione. Nel
2009 nella zona orientale della regione (Campo Nord, Alpe
Sud e Pisgana) il 2009 era stato solo leggermente sopra media mentre quest’anno l’anomalia positiva è talvolta superiore rispetto ai siti più occidentali (Fig. 6). Un esempio in tal
senso è dato dai due valori estremi di anomalia: + 27 % del
Vazzeda e + 75 % di Alpe Sud. Le cause sono da ricercarsi
nelle nevicate primaverili, tipicamente meglio distribuite rispetto a quelle invernali che invece privilegiano i settori più
sud-occidentali.
1 L'albedo (dal latino albďdo, "bianchezza", da album, "bianco") di una superficie è la frazione di luce o, più in generale, di radiazione incidente che
viene riflessa in tutte le direzioni. Essa indica dunque il potere riflettente di una superficie. L'albedo massima è 1, quando tutta la luce incidente
viene riflessa. L'albedo minima è 0, quando nessuna frazione della luce viene riflessa. (fonte wiki). L’albedo della neve fresca raggiunge gli 0,9
mentre quello del ghiaccio di ghiacciaio scende a 0,4.
Adamello 116 – pag. 17
Ambiente
Data
HN media (cm) ed
intervallo
HN variazione
% rispetto alla
media
2003-2012
545 cm 471 kg/m³
2,6 m w.eq
2770 m Spluga-Lei
7-giu
operatori P. Rocca, L. Ruvo, U. Taranto, R. Rampazzo, I. Angioletti, S. Prosperi
389 cm (1999-12)*
+ 46%
2910 m Disgrazia - Malleoro 450 cm 484 kg/m³
operatori M. Butti
366 cm (1994-12)**
+ 27%
Sito
nivologico
Quota
(m s.l.m.)
e settore
HN
Densità
altezza neve
neve
(kg/m³)
(cm)
Equivalente
in acqua
(m w.eq)
Suretta Sud
Vazzeda
Pizzo Scalino
3094 m Scalino - Painale
operatori A. Bolis, G. Neri, G. Zanolin
Campo Nord
18-giu
520 cm n.d.
n.d.
16-giu
255 cm 456 kg/m³
1,2 m w.eq
7-giu
Media 2010-2012: 453 cm
operatori
2975 m Livigno
A. Bera, D. Colombarolli
operatori
320 cm 419 kg/m³
1,3 m w.eq 23-mag 195 cm (1998-12)***
3170 m Ortles - Cevedale
M .Fioletti, L. Bonetti (ARPA Lombardia ± Centro Nivo-Meteorologico di Bormio)
Alpe Sud
Dosegù
2,2 m w.eq
198 cm (2000-12)*
+ 40%
+ 75%
200 cm 480 kg/m³
1,0 m w.eq
3000 m Ortles - Cevedale
04-lug
173 cm (1996-12)**** n.d.
operatori M .Fioletti, E. Meraldi , F. Berbenni, A. Praolini (ARPA Lombardia ± Centro Nivo-Meteorologico di Bormio)
Pisgana Ovest
337 cm 589 kg/m³
3150 m Adamello
operatori P. Pagliardi, M. Binda, G. Prandi, F. Roveda
2,0 m w.eq
19-giu
273 cm (2000-12)*
+ 40%
Lupo
628 cm 538 kg/m³
2560 m Orobie
operatori R. Scotti, F. Olivotti, R. Garzonio
3,4 m w.eq
11-giu
436 cm (1996-12)
+ 41%
Tab. 1. Quadro riassuntivo dei rilievi nivologici 2013.
(* manca il 2002, ** manca il 1997, *** manca il 2012, **** mancano gli anni dal 2002 al 2006)
Fig. 5a-b. La fronte del Ghiacciaio del Pizzo Scalino mostra l’incremento di innevamento tardo primaverile. Foto A. G. Neri – A. Bolis.
Ghiacciaio del Pizzo Scalino
Sito
1
2
3
4
5
6
7
Nivologia 8
9
10
Coordinate punto
(Gauss Boaga)
1575330
1575402
1575432
1575420
1575397
1575393
1575395
-
5126035
5125993
5125933
5125840
5125718
5125691
5125487
-
Quota
(m s.l.m.)
2935
2953
2974
2999
3025
3031
3080
3094
3110
3150
19 mag
2010
415
380
430
445
410
450
-
22 mag
2011
465
17 mar
2012
60
130
100
170
270
250
420
300
400
27 apr
2012
325
375
-
Tab. 2. Rilievi primaverili al Ghiacciaio del Pizzo Scalino (a cura di G. Neri e A. Bolis).
pag. 18 – Adamello 116
4 mag
2012
275
320
380
420
-
19 mag
2012
260
250
305
365
410
450
-
2 mar
2013
215
255
260
270
305
330
350
-
14 apr
2013
270
345
330
345
375
400
-
16 giu
2013
350
410
390
375
450
485
520
-
Ambiente
Fig. 6a-b. Altezza neve (HS) ai siti del Lupo (a) e Alpe Sud (b). Oltre alle differenze in valore assoluto, il 2013 è la terza miglior stagione al Lupo dopo
2001 e 2009 mentre ad Alpe Sud solo il 2001 è stato più nevoso rispetto al 2013 mentre il 2009 è superato anche dal 2010.
I dati relativi alla distribuzione dello snow water equivalent (ovvero l’effettivo quantitativo di acqua contenuta nella
neve nel punto del rilievo) confermano il quadro descritto per
quanto riguarda l’altezza neve: il Ghiacciaio del Lupo misura
3,4 m w.eq e 2,6 per Suretta Sud mentre il valore più basso
è misurato a Campo Nord con 1,2 m w.eq.
Delle ultime 5 stagioni di accumulo 4 sono risultate sopra la media (Fig. 7). In senso assoluto non si può parlare di
stagioni eccezionalmente nevose visto che la media di riferimento è molto breve e recente (2003-2012). Occorre constatare come, nonostante questa serie di buone annate di
accumulo, i ghiacciai non siano mai riusciti a chiudere poi
l’estate con dei bilanci in equilibrio o in incremento (tranne
poche eccezioni). Un ottimo innevamento sembra stia diventando utile soltanto a limitare le perdite più che per produrre bilanci a fine stagione realmente positivi. La fase molto
calda di metà giugno ha ridotto il manto nevoso senza fare
danni irreparabili (soprattutto grazie alla grande estensione
dell’innevamento che ha permesso di assorbire efficacemente l’ondata di calore). L’ultima settimana del mese ha visto nuove nevicate e temperature rigide che hanno bloccato
l’ablazione.
Ai primi di luglio l’innevamento è quasi continuo oltre i
2500-2700 m lasciando coperte quasi tutte le fronti glaciali
lombarde, un abisso rispetto alle magrissime stagioni come
2003, 2006 e 2007 quando già a fine maggio le fronti iniziavano la fusione ed alla data odierna i ghiacciai erano già
quasi completamente scoperti.
I ghiacciai guadagneranno massa quest’estate? Secondo la nostra esperienza è troppo presto per sbilanciarsi. Le
prospettive sono buone per i settori sud occidentali (Orobie,
Spluga, Masino e Disgrazia) ma tutto dipenderà dalle temperature dei prossimi due mesi. Le uniche certezze a questo
punto sono che 1) non si potrà ripetere una stagione tanto
negativa quale quella passata (2012) caratterizzata da una
gravissima perdita di massa; 2) allo stesso modo se l’esta-
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(HN)
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Fig. 7. Variazione percentuale dell’altezza neve (HN) presso i siti nivologici SGL rispetto alla media 2003/2012. Non è stato possibile
utilizzare una media di riferimento più lunga a causa di alcuni dati
mancanti. Il valore indicato nel grafico equivale alla media degli scarti
percentuali sui diversi siti campione. 1998 e 2002: 3 siti, 1999: 4,
2012: 5 siti, dal 2000 al 2001 e dal 2003 al 2011: 6.
te dovesse essere fresca si potrebbe arrivare ad un bilancio
generalizzato di equilibrio o poco negativo ma che non riuscirebbe neanche lontanamente a controbilanciare il bilancio
negativo della scorsa estate o peggio la lunghissima serie
di decrementi degli ultimi anni. Queste considerazioni sono
indispensabili per dare il giusto contesto ad una situazione
attuale, sì molto positiva, ma che non può rappresentare lo
stato di salute dei nostri ghiacciai. Solo fra due mesi avremo
il responso definitivo della stagione 2013.
Adamello 116 – pag. 19
Ambiente
Fig. 8. La carta della neve in Lombardia, con rappresentati i valori del 2013 confrontati con il miglior anno precedente (dal 2002 in poi). Nei settori
di Nord-Est solo nel sito del Dosegù il 2009 è stato un anno decisamente sopra la media.
Fig. 9a-b-c-d. Rilievi nivologici al Lupo (alto sx, foto F. Olivotti), Vazzeda (alto dx, foto M. Butti), Campo Nord (basso sx, foto A. Bera – D.
Colombarolli) e gli strati di neve colorata che emergono al Passo Venerocolo nei pressi del sito del Pisgana. (foto P. Pagliardi)
pag. 20 – Adamello 116
Fig. 10. Il sito nivologico del Suretta Sud il 7 giugno 2013
(Foto U. Taranto).
Ambiente
Fig. 11a-b. Mappa dell’altezza neve presso il Ghiacciaio di Suretta Sud nel 2012 e nel 2013 basate sull’interpolazione (kriging) dei sondaggi distribuiti sul ghiacciaio (punti gialli). L’innevamento è più profondo nel 2013 soprattutto nella parte alta del ghiacciaio dove si toccano i 900 cm di
neve mentre lo scorso anno l’altezza massima non superava i 600 cm. A cura di R. Scotti e L. Ruvo.
Fig. 12. Interpretazione schematizzata dei profili nivologici. In evidenza la profondità alla quale sono stati trovati gli strati colorati di polvere sahariana depositatisi negli episodi nevosi di maggio e la spessa lente di ghiaccio relativa al periodo caldo di metà aprile. L’analisi comparata ci permette
di apprezzare come in tutti i siti nivologici da 1/3 a metà dell’accumulo complessivo si sia depositato fra gli ultimi giorni di aprile ed i primi di giugno. In particolare i dati del Suretta ci mostrano come l’accumulo di maggio-giugno superi i 4,5 m con più di 2 m di neve caduta nell’ultima fase
perturbata di inizio giugno (priva di neve colorata).
Adamello 116 – pag. 21
Ambiente
Fig. 14. Torrente di fusione nivale presso la Valle del Dosegù, l’ablazione si è temporaneamente bloccata e un velo di neve fresca ha migliorato
l’albedo. (Foto R. Scotti).
Fig. 15. L’innevamento nella Val Ventina permette ai ghiacciai del Disgrazia una copertura abbondante e continua al 25 giugno. (Foto R. Scotti).
pag. 22 – Adamello 116
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Storia
Timbro commemorativo delle manifestazioni
del Cinquantenario disegnato da Enzo Franzoni
Nel centenario della
1ª guerra mondiale
di Enzo Franzoni
Ritrovo, a quasi 50 anni di distanza, un mio vecchio timbro che ebbi occasione di consegnare a tutti i Rifugi del Gruppo
Adamello, sia bresciani che trentini, per il cinquantenario della “Guerra bianca” e che – opportunamente variato nelle date – per
me sarebbe valido ancor oggi per celebrare il Centenario di quei fatti storici. Infatti è sempre esistito, ed esiste tuttora, lo stretto
binomio di “alpinista ed alpino”, ambedue condizionati e plasmati appunto da quel fattore unico e comune che è la Montagna. E
questo (come varie amicizie mi hanno dimostrato personalmente) aldilà della lingua natia o dell’esercito di appartenenza.
Raccogliendo l’eco ormai lontana di quegli avvenimenti, mi sento di inviare per la nostra Rivista “ADAMELLO” (che conservo
molto gelosamente) queste mie “memorie” chiaramente assai personali che testimoniano un “modus vivendi” forse scomparso, ma
che fa sempre parte della nostra Storia! Approfitto per rendere noto che, già fin dal 17 Aprile 2014, protocollavo una lettera al Sindaco
di Brescia per una maggior cura al nostro Masso Adamellino e per il ripristino dell’indicazione della vicina Via XXIV Maggio (1915).
pag. 24 – Adamello 116
Storia
Q
uale socio ultracinquantennale del C.A.I. mi sono
sempre sentito onorato di appartenere ad un Sodalizio che fin dal 1874 ha nobilitato l’Alpinismo bresciano in tutte le sue multiformi e svariate attività, permeando generazioni di giovani con una filosofia di vita sana e
sportiva, temprata e pronta alle prove della vita.
Leggendo l’ultimo numero della nostra pregevole rivista
“Adamello”, sono ancora una volta infinitamente grato agli
amici Fasser, Franceschini, Preti, Bonomo, Apostoli, Mazzocchi, Ragni e a tutti quanti hanno tracciato e collaborato
alla Storia del nostro Sodalizio così ben descritta e documentata. Quest’anno, in cui le vicende del centenario della
Prima Guerra Mondiale già ritornano prepotenti alla ribalta in
tutti i Paesi a quel tempo coinvolti nel conflitto, viene ancor
più esaltato lo stretto legame tra Alpinisti ed Alpini, come in
più occasioni ricorda la Storia ultracentenaria della nostra
Sezione in concomitanza della terribile, logorante “Guerra
bianca” sulle nostre Alpi e non solo. E molto felice fu la scelta del nome “Adamello” dato tanti anni fa alla nostra Rivista,
ricordando così in un unico nome la nostra Montagna più
alta e i sacrifici immensi dei nostri concittadini e valligiani che
improvvisamente si ritrovarono per la gran parte tutti arruolati in perfetta simbiosi nelle Truppe Alpine.
In me lo spirito “montanaro-alpino” venne instillato in
modo estremamente naturale fin dalla nascita. Sono figlio
del Capitano Cesare Franzoni, cl. 1895, in forza al Btg. “Vestone”, che combatté all’Ortigara, “Altare della Patria” con
i suoi 22.000 Caduti alpini, ebbe la promozione sul campo,
conobbe la prigionia a Dunaszerdahely (Ungheria) da cui
fuggì in modo rocambolesco per rientrare nei ranghi; fu a
lungo consigliere della neonata Associazione Nazionale Alpini (costituita a Brescia il 14 Novembre 1920) che nel 1932 gli
donò una grande “penna nera” dorata – gelosamente conservata dal sottoscritto – per ornare la culla dei figli gemelli
Aldo ed Enzo. Nella 2ª G.M. ebbe il richiamo in servizio sul
Fronte Occidentale, conoscendo poi il dramma dell’8 Settembre 1943 e le dolorose vicende del nostro Esercito...
Non ha mai avuto manifestazioni di trionfalismo nel ricordare quei fatti, ma ha saputo infondermi la passione per la
montagna in tutte le sue espressioni e creare in me ammirazione per quella serie infinita di sofferenze che stavano alla
base di ogni atto di eroismo e del forte senso del dovere.
Ecco perché ho sempre salito con lui quelle cime con grande
rispetto, inchinandomi lassù davanti a quei resti e a quelle
testimonianze che assumevano per me grande valore, quasi
permeato di una vena di profonda sacralità.
La mia casa era allora frequentata dagli amici di mio Padre, che mi piace qui ricordare perché hanno costituito la
migliore alpinità bresciana: Vignola, Materzanini, Soncini,
Belpietro, Perfumi, Piazzoni, Lorenzotti, Gariboldi; e poi Gelmi, il nostro Presidente Sezionale Quilleri, Cenci, Reverberi,
Ragnoli, Daz, Spagnolli (che poi sarà il Presidente Nazionale
del C.A.I.), Panazza, Viviani, Bajetti, Fritzsch (di cui, più tardi, sposerò la figlia Giuliana, alpina più di me…) e tanti altri
commilitoni, ognuno reduce da terribili esperienze vissute in
quell’aspro ambiente montanaro che incominciavo a praticare. Ma anche i loro racconti, che io ascoltavo in silenzio con
grande interesse, erano fatti senza esaltazione, senza retorica; quasi con pudore! Da essi trasparivano la solidarietà
nel pericolo, la disciplina e l’amor di patria che – rettamente
intesi – hanno sempre una grande valenza anche nella società borghese.
Cimitero di guerra
Ecco perché, diventato artigliere da montagna, ho sentito il bisogno – nel cinquantesimo anniversario di quei fatti
– di rivalutare lassù in tre anni di duro lavoro manuale e di
ricerca storica il piccolo cimitero italo-austriaco al Mandrone
2.412m (Adamello), stringendo legami di vera amicizia con
i Reduci della “Guerra bianca” e donando incondizionatamente ad ambo le parti (Alpini e Kaiserjäger) il mio rispetto
e la mia stima.
Rivado qui alla mia stretta amicizia con le guide alpine
Liberio Collini, trentino, e “Spera” Zani, camuno, figura emblematica di quel periodo, unitamente al caro col. Aldo Daz
che mobilitò il nostro IV Corpo d’Armata Alpino di Bolzano
permettendomi di trasportare lassù una grande Croce in ferro alta 4 m con targa bilingue e dal peso enorme. E in quella
occasione, per mia insistenza, le bandiere di due Stati exnemici sventolarono insieme ed in pace nella grande, commovente cerimonia finale!
Ricordo pure la marcia di 54 km compiuta insieme all’amico Edoardo Ciollaro col cappello alpino in testa salendo
il Corno Battisti 1.701 m (M. Pasubio) presso il cippo ove
fu catturato Cesare Battisti nel 1916, per scendere poi alla
famosa campana dei Caduti di Rovereto e giungere fino al
luogo del suo martirio nel Castello del Buon Consiglio a Trento, deponendo una personale corona d’alloro in ciascuna località.
O il voler tagliare a tutti i costi il traguardo della Marcialonga a Cavalese, dopo 70 km sofferti sugli sci, con il cappello alpino “rubato” pochi metri prima ad un bòcia in servizio!
Ma l’attesa più impaziente era per gli annuali “Pellegrinaggi in Adamello”, ideati dall’amico camuno Gianni de Giuli,
che portano tuttora lunghe cordate di Penne nere da tutta
Italia nel magico, splendido scenario costituito da quella
serie infinita e suggestiva di cime e ghiacciai tanto sofferta
dai nostri padri. Il mio ricordo struggente (per un’emozione
intensa, per una gioventù lontana…) va allo stupendo Pian
di Neve che mi vide prescelto nell’ammainare con orgoglio
il tricolore della tendopoli alpina creata dal nulla sul ghiacAdamello 116 – pag. 25
Storia
cio dai nostri “nipoti”. Scesa la sera di quella giornata densa
di emozioni e mentre imperversava un furioso nevischio, le
fotoelettriche dell’Esercito inondavano con imponenti fasci
di luce tricolore il “bianco, soffice mantello” frugando le tenebre ben oltre i vecchi reticolati austriaci della Lobbia Alta;
nell’aria gelida risuonavano le note del “silenzio”, che ancora
oggi sanno commuovere chi ha fatto la “naja”…
Aderii subito all’idea della creazione del Nucleo Alpini Donatori di Sangue, voluto da Franco Benedini – vivace
espressione del CAI e dell’ANA di Brescia – e nel 1965 l’AVIS
si arricchì così di nuovi donatori, che percorsero le vie d’Italia col nostro striscione “Ieri alla Patria, oggi all’umanità”.
Intanto, per non dimenticare l’eroismo innegabile dei nostri
predecessori e le due medaglie d’argento custodite in famiglia, aderendo alle disposizioni associative nazionali divenni
membro del “Nastro Azzurro” e la Federazione di Brescia
ebbe in tal modo un alfiere con la penna nera.
E così, per spiegare quella solidarietà propria delle Penne nere che sa esprimersi nella vita di ogni giorno e per ricordare i sacrifici di quanti andarono al fronte, sentii l’intimo
bisogno di parlare nelle scuole cittadine di ogni grado per
spiegare ai ragazzi un tratto della nostra Storia, corredando il
tutto con cimeli e fotografie. In verità, l’entusiasmo col quale
mi presentavo è sempre stato ampiamente ricambiato!
Erano tutti questi pensieri, tutti questi sentimenti che rimuginavo tra me nel tramonto luminoso di una tranquilla serata di primavera mentre ero seduto in un angolo della Piazza
Vittoria cittadina, rimessa a nuovo da pochi giorni. Piazza
che, pur esaltante nel nome, non mi faceva certo dimenticare quando – durante la 2ª G. M. – ospitava la testimonianza
di un’altra tragedia: le centinaia di reduci che tornavano in
pag. 26 – Adamello 116
patria feriti dal fronte sfilando in carrozzella o in lettiga, assistiti dalle benemerite Crocerossine tra sgomente ali di popolo. La Storia è fatta così...
Mi alzai e sentii il bisogno di portarmi a fianco del Masso
dell’Adamello, il nostro simbolo che dal 1932 testimonia con
la sua presenza immota e solenne la sofferenza infinita nel
fisico e nella mente di tanti soldati mandati sul fronte più
alto dell’immenso scacchiere belligerante. Nell’accarezzarlo,
ritrovai familiare l’aspra rugosità della sua tonalite: chiudendo gli occhi, per un attimo mi passarono davanti le cime più
belle delle nostre Alpi e i Reparti gloriosi delle nostre Truppe
da montagna, sentendomi commosso e fiero di essere bresciano e di essere alpino.
Storia
Il prestigioso “Adamello”
nella toponomastica e nella letteratura
a cura di Silvio Apostoli
“ADAMELLO” – Un nome ben noto agli alpinisti bresciani: ma perché “Adamello” e non “Picco d’Adamo”? Qual è l’origine del
nome assegnato al Gruppo montano, oggetto di indagine da oltre due secoli? Molti letterati affascinati dall’etimologia dettarono,
nel decorso del tempo, il loro referto, frutto di ricerca, con tanto studio ed un pizzico di storia locale. Questa interessante e dotta
lettura ci riporta ad un trascorso letterario, dove le citazioni latine ed i riferimenti storici contribuirono ad affrontare la ricerca. Così
il nostro autore G. Laeng, uomo di scienze, che tanto ha dato alla letteratura alpinistica, presenta il suo lavoro ed arricchisce il
testo con una ricca e molto opportuna bibliografia. È sicuramente uno studio approfondito teso ad ampliare storia e letteratura
alpina.
Gualtiero Laeng (1888-1968) colse l’invito a studiare il quesito propostogli da un congressista del C.A.I. e presentò così il
lavoro “ IL PRESTIGIOSO ADAMELLO” pubblicandolo sulla Rivista scientifica “L’Universo” nel 1967.
di Gualtiero Laeng, C.A.I. e G.L.A.S.G.
(da “L’Universo, Firenze I.G.M. 1967)
nostro Gruppo, conglobante nel suo complesso anche il notevole massiccio della Presanella, ricco di vette e di vallate.
avvio a queste note trae la sua ragione dalla elegante pubblicazione “Come potremo sciare sull’Adamello”, che l’Ente Provinciale per il Turismo di
Brescia ha di recente diffuso. Nella presentazione del fascicolo, l’esimio presidente dell’E.P.T. stesso, avv. sen. Donati,
fa, infatti, un simpatico accenno al mio nome. Il riferimento
non è però in rapporto (come era da attendersi dato il genere
di pubblicazione) a qualche cosa di “sciistico”, bensì ad un
quesito di natura linguistica: precisare l’origine ed il significato del nome Adamello.
Nel rimandare a più tardi la “chiamata in causa” che in
proposito mi riguarda, sono intanto lieto di vedermi con ciò
offerta l’occasione di dire alcuna cosa su di un tema interessante; tanto più che, anche nella tanto lungamente attesa e finalmente pubblicata (nel 1954) “Guida” alpinistica
del massimo Gruppo alpino della provincia di Brescia, una
efficace scorsa panoramica nella storia e nella letteratura
del passato non è stata fatta base di serio argomento per
una “Introduzione informativa” diffusa e soddisfacente, ma
dall’ordinatore generale della Guida stessa è stata effettuata
in modo troppo disinvolto, confuso e sbrigativo; insomma
malamente.
Vediamo pertanto di provvedere alla meglio: avvertendo
tuttavia subito che, nel dire “letteratura” intendiamo per ora
riferirci soltanto a quella strettamente geografica; ignorando
perciò relazioni e narrazioni di imprese alpinistiche (anche se
spesso narrate con agile penna) ma che riguardano soltanto qualche parziale elemento (cima o cresta) dell’immenso
A ben pensarci appare sommamente strano che di un
complesso montuoso tanto esteso, di un gruppo alpino cioè
che enumera centinaia di vette, dà origine a notevoli fiumi
(Oglio, Nos, Sarca, Chiese, Caffaro) ed è sotteso d’ogni lato
da un nastro stradale di quasi 200 km di sviluppo (BresciaEdolo-Tonale-Dimaro-Passo di Carlomagno-Campiglio-Tione-Sella di Bondo-Ponte Càffaro-Bagolino-Passo di Croce
Domini-Breno) circuito che interessa pertanto, oltre a gran
parte della Val Camonica, l’alta Valle di Sole, la Val Meledrio,
la Rendena e la Giudicaria con parte della Val del Chiese; è
ben sorprendente, ripetiamo, che per poterci incontrare sulle
Carte con i nomi di Adamello e Presanella si abbia dovuto
attendere fino ai tempi napoleonici.
Prima infatti che venisse pubblicata la Carta del gen. Bacler d’Albe (1797) la quale reca i due nomi sotto la forma
alterata di Adamelli e Presseveta, soltanto quella dell’Anich
(1774) ci dava (pure alterato) il nome di Presserela. Inutile
cercare in tutte le precedenti (Ortelius, Magini, Coronelli,
Pallavicini, Bleauw, Sanson, De l’Isle e perfino in quella, di
ottima incisione, del 1778, dello Zatta) qualsiasi indicazione
relativa al nostro massiccio1.
D’altra parte anche quando lo Stato austriaco dà inizio
alla pubblicazione delle Carte ufficiali (Generalstabkarte, del
1824) non trova di meglio per indicare i ghiacciai che si affacciano alla conca del Mandrone, che usare la dizione “Vedretta di Caresallo” (errore per “Carisolo”). E assai lenti sono
i progressi successivi, quando lo stato maggiore austriaco
decise di fare un primo rilievo, (triangolazione) del Gruppo,
L’
I nomi che compaiono ad opera dello Zatta, tanto su quest’ultima carta quanto sul testo che l’accompagna, si riferiscono solo ai valichi principali allora noti e frequentati nella nostra Provincia (Mortirolo, Tonale, Croce Domini, Maniva). La carta dello Sperges “Sudtirol” del 1762 notifica
invece un vero e proprio monte, il Recastèl M.; ed è già un progresso notevole.
1
pag. 27 – Adamello 116
Storia
nel 1854, seguito da altro nel 1859-60; alle cui carte fa osservazioni relative alle altimetrie di alcune vette il Pechmann
nel 1864.
In sostanza è soltanto con le appassionate campagne
alpinistico-topografiche del ten. Giulio Payer (1864 e 1868)
e con le sue interessanti monografie pubblicate nella Rivista Geografica del Petermann, stampate a Ghota dall’Istituto cartografico del Perthes, che abbiamo la prima, ampia
(ed al possibile completa) registrazione dei vari toponimi del
Gruppo, ben distinto nei suoi due nuclei di Adamello e Presanella; ed è ancora coll’opera del Payer che inizia la vera
e propria cartografia alpinistica della nostra zona, di cui si
vedono tosto i frutti anche nella “Spezial Karte” (1875) del
Ministero della Guerra di Vienna e nelle edizioni revisionate
(reambulirte) e corrette del 1891 e 92, e poste poi in vendita
nella tavoletta al 75.000 “Tione und Monte Adamello” contenente al completo la rappresentazione del nostro massiccio.
In tempi più recenti, e ad ogni modo prima dello scoppio
della guerra 1915-18, l’Istituto Geografico Militare austriaco
aveva provveduto anche ad un eccellente rilievo al 25.000 di
varie tavolette della zona irredenta, ma queste erano state
tenute riservatissime e fuori commercio2.
Naturalmente in questo frattempo anche l’Istituto Geografico Militare di Firenze (I.G.M.) non se n’è stato con le
mani in mano: ha provveduto al rilievo al 100.000 e poi al
50.000 e infine – in buona parte – al 25.000, continuamente
rivedendo ed aggiornando le successive edizioni dei fogli e
delle tavolette, e pubblicandone anzi ultimamente diverse,
rilevate col precisissimo sistema fotogrammetrico, e stampate sia in bianco e nero sia a colori e con uso di caratteri di
tipo unico (bastoncino). Per la parte che in questo caso a noi
interessa, citeremo le ultimissime intitolate a Breno, Bazena,
Temù, Ponte di Legno, Passo del Tonale, ben ricche di toponimi e di particolari fisici ed economici controllatissimi. Per
cui oggi, salvo poche lacune (che grado grado vanno colmandosi) possiamo disporre per la nostra zona di uno strumento eccellente cui fa da bordone con sottigliezza estrema
l’elenco dei toponimi, contenuti nel volume Adamello della
“Guida dei Monti d’Italia” pubblicata unitamente dal C.A.I.
(che ne fornisce il testo) e dal T.C.I. (che se ne fa editore).
Nondimeno anche questo ricco elenco, particolarmente
per quanto ha riguardo al settore bresciano, è largamente
passibile di revisione, soprattutto con riferimento alle etimologie, avanzate con faciloneria dal popolino e – quel che è
peggio – non di rado anche da parte di persone serie, ma
purtroppo ignare completamente delle ferree leggi della fonetica locale e delle fonti d’archivio, storiche e corografiche:
le sole e vere che debbono costituire un apprezzabile punto di partenza insieme alla conoscenza diretta del terreno e
della sua morfologia per dipanare l’intricata matassa. Questa
metodica revisione occupa da decenni (ed oggi più che mai
impegna) quel diversivo, quell’otium, nel senso latino, di cui
un anziano “pensionato” come me ricerca e gradisce il richiamo, perché riempie quelle ore che non possono essere
dedicate, e per ragioni economiche e per ragioni fisiologiche,
allo sport attivo e soprattutto all’alpinismo, di cui una volta
figurava fra i campioni più attivi.
Ma è gran tempo di tornare al nostro primitivo assunto.
Che cosa significa, in realtà, il nome Adamello? E donde
deriva? E perché Adamello e non “Picco d’Adamo”?
Per bene impostare il problema toponomastico è senz’altro utile riportare integralmente quanto l’ottimo e autorevole sen. Donati ha al proposito scritto nella “Presentazione”
dell’opuscolo. Ed eccolo:
“Il caro prof. Laeng attribuisce all’etimo greco adàmas
(adàms = diamante, cristallo, ghiaccio) il termine che, per
essere quello della vetta più alta, sarebbe poi stato dato per
sineddoche a tutto il sistema sottostante. Forzando le regole
dell’etimologia che per altro fanno risplendere come un diamante il ghiacciaio tanto caro agli italiani, saremmo tentati di
ravvisare altresì nell’appellativo “Adamello” il vezzeggiativo di
“Adamo”. La più alta guglia lombarda dal nome del progenitore di tutta l’umanità”.
Ebbene, diciamo subito che la dichiarata simpatia per
questa seconda versione non è da condannarsi “ipso facto” e che il nostro alto interlocutore può ben appoggiarsi a
due diversi motivi rappresentati da ordini di natura spirituale:
porre l’Uomo al di sopra della Natura bruta, concetto a cui
si può aderire ben facilmente e cordialmente, anche se può
costituire agli occhi di un supercritico un atto di superbia; di
conseguenza, ma anche per tradizioni diffuse da nostri antichi predecessori (soprattutto gli abitatori dell’Asia), il nome
del primo uomo Adamo è stato in più casi dato – e conservato poi negli Atlanti – a molteplici montagne. Per ricordarne
una sola, citeremo il famoso “Picco d’Adamo” che si eleva
nell’isola di Ceylon3. Ma purtroppo l’esempio non fa al caso
nostro: il quale si ispira, al contrario, a concetti puramente
fisici, morfologici e geografici. E vediamone il perché e il per
come.
Ho già avuto occasione in un mio studio intitolato “Ricerche su alcuni toponimi di glaciologia alpina”4 di dire come
anche i gruppi alpini più importanti, quali per esempio la catena del Monte Bianco e quella del Monte Rosa – che noi ora
conosciamo così profondamente e le cui carte topografiche
vediamo oggi costellate di centinaia di toponimi – nell’antichità non fossero individuati che attraverso una nomenclatura unica e del tutto generica, che ne poneva però subito in
risalto ed a confronto i loro aspetti ostili o addirittura proibitivi rispetto all’uomo: la piccolezza e la fralezza della creatura
umana di fronte al terribile gigante e al terreno impervio, ai
pericoli patenti e a quelli latenti delle frane, delle slavine, dei
precipizi; e prima di tutto a quelli offerti dai ghiacciai e dalle
fiumane di gelide acque impetuose da essi sgorganti.
Così infatti troviamo nominate quelle maestose giogaie nelle memorie scritte e nelle prime cartografie: i Pirenei
ricevono definizione e battesimo espressivo da quello del
2 Le dette tavolette servirono evidentemente, insieme ai propri rilievi personali, al topografo Aegerter per la preparazione (e traduzione in abilissimo disegno ed a colori) della stupenda “Karte der Adamello und Presanella-Gruppe” edita dal Club Alpino Tedesco Austriaco (D.O. e.A.V.) nel
1903 e ripresa – dopo la prima grande Guerra Mondiale – con lievi modificazioni strutturali (ma con aggiornamento ed arricchimento di topònimi
e di particolari notevoli) dal Touring Club Italiano, carta tuttora in uso e vivamente apprezzata dagli alpinisti.
3 Vedi il volume di G. Latronico e G. Laeng: “Qua e là per il mondo” (2ª ed. alle pagg. 138/9, Brescia, “La Scuola” Editrice)
4 Pubblicato nell’annata per il 1959 dei “Commentari dell’Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti” della città di Brescia, pagg. 327/345, e più precisamente a pag. 340, verso la fine.
Adamello 116 – pag. 28
Storia
loro massimo culmine, il Pico de la Maledetta; la catena del
Bianco viene indicata come la giogaia dei “Monts Maudits”
(maledetti) od anche con la cruda espressione Les Glacières
(i ghiacciai); analogamente con un termine, che è probabilmente retico-vallesano (rosa, roisa) vengono battezzate le
giogaie del Cervino e del Rosa (rosa, roisa, rosa significano
precisamente ghiacciaio); e così è parimente accaduto ai
nostri massicci Retici dell’Adamello, del Bernina, dell’Ortles,
tutto un ammasso di vedrette, cioè di duri, antichi nevai e
ghiacciai.
Ora, è proprio dall’equivalenza, dal valore semàntico dei
vocaboli pre-latini e latini crystallum, adàmas, glacies, vitrum
che alla nostra massima montagna è derivato il primitivo generico nome, conservatosi poi attraverso i secoli fino a noi.
Ché, non dimentichiamolo (anzi fissiamo subito una sua caratteristica), esso, agli sguardi di chi si faceva a rimontare le
vallate dell’Oglio e dell’Adda, si rivelava già ben da lungi: per
chi proveniva da Brescia e dalla Franciacorta, già dal Sebino
e per lungo tratto della bassa Valcamonica; per coloro che
provenivano dalla Valtellina, già prima di giungere a Sondrio,
delineandosi esso biancheggiante al disopra del profilo della Sella di Briga (Aprica), mentre non si mostravano affatto
dal fondovalle abduano le vedrette (ben più prossime) dei
massicci dell’Albigna-Disgrazia e del Bernina. Dalla bassa
Valcamonica l’Adamello col suo biancheggiante e brillante
cono appuntito, che sembrava bloccarne il fondo, appariva
come la cuspide di un grandioso cristallo, splendente, isolato
e supremo, anche al colmo delle più calde ed afose estati.
Adàmas (in latino Adamas) donde derivarono poi i nomi
Adamello (singolare) e Adamè (collettivo plurale con suffisso
-etu, vale a dire Adamétulus, stroncato in “Adamè” dall’uso
del vernacolo bresciano, ma col significato di pluralità, cioè
di un assieme adamantino) del fenomeno glaciale era già in
modo traslato adoperato dagli antichi latini (Cfr. Marziale,
7,99) a significare durissimo, repellente, inaccesso ed inaccessibile, mentre al tempo stesso, in senso materiale, l’Adamante di Cipro (il nostro “zaffiro) ne coglieva traslatamene
l’aspetto azzurrino dei ghiacci.
Era già pertanto una definizione perfetta e geomorfologica del massiccio delle valli caratterizzate dagli alti gradoni
precipiti rupestri e sormontate dai “cilestrini “ ghiacciati; ma
col vocabolo crystallum – derivato dal greco e inglobato poi
nella lingua di Virgilio, sostantivo che ancora ai giorni nostri
figura conservato quale toponimo applicato a vette ghiacciate tanto nel nostro Gruppo (nella zona del Baitone) quanto in
quello dell’Ortles (in Valle Furva e Val Zebrù) e perfino nelle
Dolomiti di Cortina (sopra il valico di Tre Croci) – i nostri pre-
La parete Ovest
e lo spigolo Nord
dell’Adamello.
Veduta presa
dalla cima di Plem.
(Foto Laeng)
decessori intendevano indicare propriamente “il ghiaccio”5
e, per estensione, “il ghiacciaio”.
Credo di avere ormai raggiunto l’intento di fornire una
spiegazione sufficiente e chiara dell’origine e del reale significato – cosa non mai tentata finora con successo6 – del
nome “Adamello”. E faccio perciò punto. Altra volta vedremo
la vera e propria “letteratura” del nostro Gruppo, che ci mostrerà quanto poco fosse conosciuta la sua struttura anche
fra la gente istruita, anche fra i “Magistrati ai confini” della
Repubblica Veneta, ancora alle soglie del secolo XVII; mentre potremo assistere allo spettacolo e all’operare, ai suoi
margini e nelle valli e montagne boschive o pascolive, dei
montanari del luogo già fin dal XII secolo.
5
Il Lexicon del Forcellini, alla voce “Cristallum”, confermatane la derivazione dal greco, lo definiva (traducendo ora in italiano il suo testo latino)
come “un particolare liquido che fra gli spacchi delle rupi il freddo congela e conserva”; aggiungendo che per tal modo “da parecchi era riputato come ghiaccio”, ossia come acqua solidificatasi (aqua frigore concreta) o, meglio, “a somiglianza di ghiaccio”. E lo stesso vocabolario, al
termine glacies conferma: “ghiaccio, crystallos, aqua gelu concreta, quasi gelaces” ed al vocabolo glacians spiega: “a mò di gemma” (in modum
gemmae).
6 Infatti tanto il Gnaga (Vocabolario topografico-toponomastico della Prov. di Brescia), quanto la recente “Guida dell’Adamello” si limitano a dire
che “Adamello” prende il nome della sottoposta valle di Adamè (il che non spiega un bel niente). Quanto all’Olivieri (Vocabolario toponomastico
Lombardo) si può accollargli il tentativo di farlo derivare (sia pure dubitativamente) da “Adamo”. Il Lorenzi (Dizionario toponomastico tridentino)
dice, pur esso, che “Adamello” vale per “Monte della Valle di Adamé”; ciò che non ha senso, perché semmai la nostra montagna domina soprattutto la Valle d’Avio e, secondariamente, la Valle del Miller. Il medesimo autore (che pur merita il nostro apprezzamento per tante altre felici e
documentate etimologie e costituisce perciò una fonte di primo ordine) aggiunge una… trasecolante notizia: “Adamé è nome collettivo di pianta
(ignota!); ma poi aggiunge: “o di particolarità locali come Fontané, Grosté, Lasté” (e qui è assai più vicino al vero, perché fra le particolarità locali
stanno le vedrette, con quel significato che abbiamo spiegato nel nostro presente scritto (unitamente a ghiaccio, cristallo, gemma) e viene inoltre
riconosciuta la qualità di nome collettivo, collimante col parere da noi espresso. Forse non trascurabile il significato di Adamitae che il Du Cange
(Totius et infimae latinitatis Lexicon) fornisce e che il Lorenzi riporta: “pietre bianche durissime (albi lapides durissimi) e che pensa potrebbe benissimo ridursi alla forma “ Adamé “ attuale. (?)
pag. 29 – Adamello 116
Storia
Da Ortler a Ortles…
passando da Ortelio
di Franco Ragni
L
a modernizzazione degli Stati (diciamo 200-250 anni
fa o giù di lì) è andata a braccetto con il rilievo scientifico e l’esatta rappresentazione del territorio, coniugandoli necessariamente a una meticolosa toponomastica.
In ambienti remoti come quello alpino i toponimi vennero
spesso da trascrizioni di quelli d’uso nelle parlate locali e da
eventuali traduzioni in lingua, e ne nacquero anche curiosi
equivoci come quello, da noi ormai noto, per il quale il monte
Guglielmo deve il suo nome all’errata traduzione in lingua di
una voce dialettale che in realtà derivava da “culmine” ma
era equivocabile, appunto, con il nome che poi restò.
Un’onomastica consolidata già esisteva invece nelle città, derivata per lo più da caratteri locali o presenze religiose:
via dei Ferraioli, piazza delle Erbe, contrada del Duomo, ecc.
Ma nelle città la situazione si modificò con quella che abbiamo definito “modernità” dello Stato e con la nascita delle
ideologie a essa connaturate, col discutibile risultato della
frequente conversione su “voci” più aderenti alle retoriche e
alle mitizzazioni di volta in volta correnti.
Si pensi in questo caso alla sostituzione di un’onomastica tradizionale, vista come retaggio del passato, con nuovi
esempi (a valenza anche didattica, nelle intenzioni…) legati per esempio al “Risorgimento”, prima, e poi alla Grande
Guerra, poi ancora al fascismo, infine ad antifascismo e Resistenza, ecc.
Le montagne, per loro natura meno esposte a rischi del
genere, restarono coinvolte nel processo solo in presenza di
eventi traumatici incidenti sulla geografia politica. Come nel
caso, che qui ci riguarda, della cosiddetta Grande Guerra.
Chi scrive è in possesso di una serie di vecchie cartoline
risalenti agli anni Venti/Trenta relative al gruppo montuoso
dell’Ortles (o Ortler nella toponomastica tedesca). La curiosità nasce dal fatto che in luogo di Ortles vi compare il nome
“Ortelio” o “Ortellio”…
Era, questo, un nome di fantasia, totalmente artificiale, o
per certi versi plausibile?
È plausibile, sicuramente. Tutti i nomi di questa nobile
montagna sono in realtà storicamente intrecciati, e lo stesso
toponimo Ortles – oggi d’uso in lingua italiana – è in realtà
registrabile come il più antico nell’onomastica di lingua tedesca, a volte anche con varianti come Orteles.
Ad esempio, nella carta di Peter Anich del 1763 è usato
il nome Ortles, ma poi nella cartografia austriaca prevalse,
ma solo a XIX secolo avanzato, la forma definitiva: “Ortler”.
Il monte era molto prossimo al territorio etnicamente italiano
(anche politicamente dal 1859) e il toponimo austriaco era
in uso regolare anche di qua dell’antico confine. La famosa guida di Aldo Bonacossa del 1915, della prima collana
“Guida dei Monti d’Italia” del Cai1, era intitolata “Regione
dell’Ortler”.
È da notare peraltro che nei decenni precedenti era comparsa talora anche la voce Ortelspitze, che – guarda caso
– nel suono richiama i nomi Ortelio, Ortellio e Orteglio, oggi
dimenticati ma che nella terminologia ottocentesca di lingua
italiana erano ricorrenti. In altre parole si potrebbe dire che in
Italia per la lingua “colta” il nome del monte era Ortelio – con
le sue deformazioni – mentre nel linguaggio essenziale e per
sua natura anche “internazionale” degli alpinisti era Ortler,
alla tedesca.
Ma venne poi la Grande Guerra e alla sua conclusione
nacque il problema della toponomastica sud-tirolese, come
peraltro di quella in Venezia Giulia, dove la matrice con cui
fare i conti era invece slovena. Se non è questa la sede per
un’analisi socio-politica, un qualche accenno storico è inevitabile, oltre che opportuno.
Questione nata dopo la Grande Guerra, si è detto, e generalmente messa in relazione con l’avvento del fascismo.
Per la verità la questione è solo “esplosa” con la conclusione
della guerra mentre in realtà era nata già prima e con l’avallo
dei governi liberaldemocratici di anteguerra. Se al fascismo
la cosa certamente non dispiacque, il lavoro aveva avuto già
da tempo il suo imprimatur.
Un “Prontuario dei nomi locali dell’Alto Adige” era stato
steso infatti a partire dal 1906 ad opera di Ettore Tolomei
(1865-1952), geografo e irredentista trentino che con terminologia attuale classificheremmo tra i “falchi” del movimento, quelli che ambivano a un confine nazionale portato al suo
limite geografico del Brennero, a differenza delle “colombe”
(come Cesare Battisti, ad esempio) che erano orientate ad
un confine fissato in termini solo etnico-linguistici in corrispondenza della cosiddetta “stretta di Salorno”2.
Il Prontuario fu pubblicato dapprima nel 1909 e poi nel
1916 dalla Reale Società Geografica Italiana. L’iniziativa
(commissionata da un governo Giolitti e condivisa dai successori), come già accennato comprendeva anche la toponomastica slovena in Venezia Giulia.
1 La collana “Guida dei Monti d’Italia” che oggi conosciamo, edita da CAI e TCI congiuntamente, con volumetti dalla tipica rilegatura in tela o
simil-tela, è nata nel 1934. Degno di nota è però il fatto che raccoglieva l’eredità di una precedente collana con lo stesso titolo e con gli stessi
intendimenti, nata nel 1908, edita dal solo CAI e rimasta limitata a soli 8 fascicoli, più 4 “leggeri” dedicati a piccoli sottogruppi montuosi.
2 Tolomei scalò nel 1904 il Glockenkarkopf (2.912 m) nelle Alpi Aurine e gli diede il nome di Vetta d’Italia poi ufficializzato nel dopoguerra, in
quanto punto più settentrionale del confine fisico alpino che lui ipotizzava anche come futuro confine nazionale.
Adamello 116 – pag. 30
Storia
Un Regio Decreto del 29.3.1923 ufficializzò infine il tutto.
L’iniziativa si era presentata nobilitata
pretestuosamente da motivazioni storiche e linguistiche di restituzione all’uso corrente di voci originarie che a loro
volta si dicevano deformate nei secoli
precedenti dalla sovrapposizione di altre
parlate; nel caso che ci riguarda la tedesca3, pur ammettendo che in diversi casi
sarebbe stato necessario creare toponimi
del tutto nuovi.
Andò come andò; l’epoca era di nazionalismi esasperati, non solo in Italia
ma anche altrove, e le conseguenze –
dalle più drammatiche alle più innocenti
– si trascinarono a lungo e ancora oggi
alimentano il dibattito.
Un’altra curiosità: tra i primissimi libri
entrati in casa del sottoscritto ci furono i
quattro volumi del Dizionario Enciclopedico Moderno delle Edizioni Labor, del
1954. Il contenuto, visto con occhi che
l’età ha reso più attenti, denuncia la riedizione, con vari aggiustamenti, di un’opera verosimilmente risalente alla fine
anni Trenta. Orbene, nonostante la pubblicazione fosse avvenuta negli anni Cinquanta, non compariva la voce “Ortles”,
ma solo “Ortelio (o Ortles, ted. Ortler)”, e
nella didascalia della foto che corredava il
testo rifaceva capolino la forma “Ortellio”
con due “l”.
Meno di quindici anni dopo calcavo
– grande soddisfazione! – la bellissima
vetta di questo Ortles a 3.905 m, ma ovviamente non sapevo che avrebbe potuto
chiamarsi Ortelio se solo quell’insieme
di casualità e di volubilità che governa la
storia degli uomini e delle cose avesse
così voluto.
Quel nome oggi suona strano, ma un
secolo fa poteva vantare qualche plausibilità; poi se n’è voluto forzare oltremisura
l’uso e siccome – come dice l’antico proverbio – “chi troppo vuole nulla stringe”,
sul nobile Ortelio è infine calato l’oblio.
Restano queste cartoline…
È qui usata la forma “Ortellio”
Anche in questo caso è scritto “Ortellio”, e il “Pizzo Garibaldi” da cui l’immagine
è scattata corrisponde al “Dreisprachenspitze” (Pizzo delle tre Lingue),
poiché vi s’incrociavano i confini di Regno d’Italia, Impero A.U. e Svizzera
Nell’intitolazione di questa cartolina il nome Ortelio ha una sola “l”
(più correttamente, riteniamo)
3
Nella citata guida del Bonacossa del 1915 è interessante leggere che il toponimo Gran Zebrù era ai tempi quasi scomparso, avendo la corrente
terminologia italiana assunto il toponimo austriaco di Konigspitze (Cima del Re), ampiamente meritato dall’aspetto regale della nobile piramide
di 3.859 metri.
Adamello 116 – pag. 31
Storia
Omobono Beltracchi
Omobono Beltracchi
l’autore del “miracolo”
di Giulio Franceschini
D
urante le laboriose ricerche sulla storia dell’ex Rifugio Brescia, confluite, com’è noto, nella recente
pubblicazione “Dalla capanna Brescia al Rifugio Maria e Franco”, sfogliando il vecchio Libro dell’allora Rifugio
Brescia, mi ero imbattuto nella straordinaria figura del dott.
Achille Camplani, bergamasco di Riva di Solto che nel 1925
soggiornò nel Rifugio e vi firmò numerose pagine. Si trattava
di un diario d’imprese alpinistiche che ritenni meritevole di
riportare integralmente nel libro per il loro interesse umano,
oltre che alpinistico.
Alpinista di notevole livello e nello stesso tempo personaggio singolare, aveva chiuso la sua esistenza in convento
probabilmente a seguito di un “miracolo” testimoniato da
una locandina e da uno spezzone di corda tuttora visibili nel
Museo del Beato Innocenzo a Berzo Inferiore in Valcamonica
e riprodotte nel libro in discorso.
La vicenda del “miracolo” occupò per diversi mesi me e
l’amico Apostoli nella ricerca della verità su una vicenda che,
nel racconto della locandina, aveva dell’incredibile: infatti, mi
riusciva difficile credere ciò che è scritto nella locandina e
cioè che l’uomo caduto nel crepaccio fosse tratto in salvo
da una misteriosa corda discesa dal cielo senza l’ausilio di
una presenza umana!
E tuttavia il mistero rimaneva per la difficoltà di avere riscontri sia a Berzo sia presso gli ormai lontani parenti dai
quali, solo dopo estenuanti ricerche, riuscii ad avere un insperato documento che mi mise sulla strada della verità.
Lo scopo di questa mia nota non è però quello di rivelare
Agosto 1929 – Omobono davanti al “suo” Rifugio
pag. 32 – Adamello 116
la verità del cosiddetto miracolo, del resto già rivelata nel
capitolo del libro, ma di ricordare il personaggio che ne fu
protagonista.
Si tratta di Omobono Beltracchi, figura di grande prestigio che ha onorato lo sci alpino portando il suo paese natale,
Ponte di Legno, nei primi anni del Novecento, ai fasti di stazione sciistica internazionale.
Pioniere dello sci e alpinista di valore, Omobono nasce
a Ponte di Legno il 13 settembre 1888. Fin da giovanissimo
emigra a lavorare in Svizzera dove impara a sciare alla scuola del norvegese Kind e da lì importa a Ponte di Legno i primi
sci “deriso dai suoi compagni perché dicevano che aveva
lavorato per portare in Italia due assi” (testimonianza scritta
del grande Sperandio Zani).
Negli anni 1908-09 è alpino di leva nel Battaglione Edolo,
e sui Pirenei, in competizione con sciatori militari di diverse
nazioni, porta la sua squadra alla vittoria italiana.
Nel 1909, primo atleta dalignese, vince il Campionato
Lombardo nelle tre specialità (salto, fondo e stile). Nel 1911
è tra i fondatori dello “Ski Club Ponte di Legno”. Nel 1912,
con Sandrini, Donati e Zambotti, porta alla prima vittoria il
sodalizio, contro le guide valdostane, vincendo la prestigiosa
Coppa Marinoni. Ed è in conseguenza di questi primati e di
numerose altre manifestazioni che, per merito di Beltracchi
e dei suoi compagni del neonato Ski Club, il Touring Club
Italiano nomina Ponte di Legno “La prima stazione italiana di
turismo e sport invernali”.
Seguono anni di vittorie nelle innumerevoli competizioni
che sotto la sua guida hanno arricchito di coppe lo ski Club
di Ponte di Legno. Diventa maestro di sci e nel 1932 apre a
Ponte di Legno una scuola sci basata sull’insegnamento del
“telemark” di cui era un perfetto esecutore.
Tuttavia, una delle sue passioni era il salto per il quale
da anni costruiva trampolini stagionali, affatto insufficienti
alle sue ambizioni. Lui voleva superare il famoso “Olimpia” di
S. Moritz e ci riuscì col suo “Gigante” in Val Sozzine: fu il primo trampolino naturale d’Europa. Sorto negli anni del primo
dopoguerra, fu denominato in origine “Littorio” con chiaro
riferimento all’epoca, poi divenne “Il Gigante” e su di esso si
fecero onore molti atleti dalignesi e molti di fama internazionale fino all’ultima edizione del 1963 (La Coppa Konsberg),
soppiantato forse perché mancante delle moderne tecnologie che oramai si richiedevano per queste gare o forse anche
perché l’insorgente passione per la discesa aveva appannato quella per il salto.
La sua prematura morte, avvenuta il 30 gennaio 1949,
suscitò grande emozione e commozione non solo nella sua
Ponte di Legno, ma in tutta la Valcamonica e anche all’estero
dove i suoi primati e la dedizione alle tre specialità dello sci
(salto, fondo e discesa) erano ben noti.
Ma sulla sua figura umana e sulle circostanze della sua
Storia
1929 - La squadra del Beltracchi alla vigilia dell’inaugurazione
morte lascio la parola al giornalista Mino Pezzi che così lo
ricorda sul Giornale di Brescia del 31 gennaio 1949:
Omissis… “Era entusiasta e buono, semplice come un
fanciullo, leale nel viso perennemente scurito dal sole. Quando non poté più gareggiare fu prezioso come insegnante,
istruttore, accompagnatore di squadre. Ogni anno in questa
stessa gara, Beltracchi era sul trampolino investito di un incarico di fiducia: o direttore di pista, o capo dei misuratori, o
giudice di partenza, o segnalatore al dente. Amava il grande
solco aperto nel bosco, a poca distanza dalla sua casa, al
limite del paese verso il Castellaccio e la sagra annuale del
“Gigante” era la sua sagra. Quest’anno, malato di cuore per
un colpo ricevuto dalla caduta di un tronco, stava sdraiato in
poltrona, soffrendo l’insoffribile per un uomo a sessant’anni
svelto sugli sci come un ventenne. Si fece portare in slitta
sino alla pista di atterraggio. Esaurita la prima serie di salti il
dott. Scola, che gli stava accanto, lo vide abbandonarsi all’indietro, stroncato dalla paralisi cardiaca. Pietosa e dolce fine
che ci penetra l’animo di mestizia. “Bono”si è spento come
un poeta che si china, morendo, sulla pagina prediletta.”.
Ecco dunque l’uomo la cui vicenda umana s’incrocia a
un certo punto con quella di colui che, dopo tante affannose
sfortunate ricerche, è diventato il mio “amico” Achille.
Era l’estate del 1929: il nostro Beltracchi, capo cantiere alla costruzione del Rifugio “Ai caduti dell’Adamello” alla
Lobbia Alta, sta guidando la “corvée” di operai che, dal Rifugio Garibaldi, attraverso la vedretta del Mandrone, porta
materiali e viveri al cantiere della Lobbia.
Il 12 luglio la comitiva, attirata da flebili lamenti, si porta
sull’orlo di un crepaccio sul fondo del quale giace, stremato
di forze fisiche e d’intelletto, il nostro Achille: gettano una
corda, anzi il Beltracchi scende nel crepaccio per imbragare
il malcapitato che a fatica è riportato in superficie, stravolto
e pressoché privo di conoscenza. Viene rifocillato alla meglio
sul posto e, ripreso un barlume di coscienza, riesce a dire
“sono Achille Camplani”. Le sue condizioni destano grande
preoccupazione, si teme per la sua vita, presenta principio
di congelamento alle estremità. Caricato su una delle slitte
adibite ai materiali, lo trasportano al Rifugio quasi ultimato
(sarà inaugurato il 25 agosto 1929) e qui riprende coscienza. Racconta di essere rimasto nel crepaccio per tre giorni
e proprio quando si vedeva imminente la morte, l’intervento
miracoloso del Beato Innocenzo da Berzo, da lui invocato, lo
ha salvato facendo sì che le sue oramai flebili grida fossero
udite dai suoi salvatori.
“Ma perché proprio il Beato Innocenzo da Berzo, l’umile
“fratasì”, così poco noto all’infuori del suo paese natale?”
chiede il Beltracchi. Risponde l’Achille che, trovandosi sul
treno Brescia-Edolo aveva letto la biografia di questo fraticello di Berzo su un opuscolo abbandonato su un sedile: ne
era rimasto commosso e edificato così che aveva invocato il
suo aiuto in quel drammatico frangente, ricevendone la salvezza.
Così si convinse del miracolo e ne lasciò testimonianza nella teca del Museo di Berzo con lo spezzone di corda
“miracolosa” e con la locandina (non si sa se proprio opera
sua o se è stata manipolata, perché il testo originale da lui
scritto non fu mai trovato), con la nota descrizione mitizzata
dell’evento, che, pur se avvenuto per intervento umano, date
le circostanze, possiamo comunque ritenerlo un miracolo.
A completamento di queste mie note voglio riportare un
documento eccezionale, ritrovato fortunosamente, purtroppo senza data. Esso rappresenta un omaggio al Beltracchi,
ma anche, forse, la testimonianza dell’evento che ha coinvolto il Camplani. Il testo é scritto da semplici operai in una
lingua speciale… l’italiano-camuno. Le rime non saranno
perfette, ma il contenuto, a mio parere, è altamente poetico.
Lobbia Alta
Adamello 116 – pag. 33
Ricordo
Angelo Beretti
Angelo e i sentieri del Paradiso
Era una bella giornata di sole in Val di Viso.
Una di quelle giornate che ti infondono gioia e che ti portano a rendere grazie per il Creato e per farne parte.
Angelo sul Ponte Tibetano (foto Giuseppe Solazzi)
Siamo saliti sereni, lungo il sinuoso sentiero, a piccoli gruppi come
di consueto.
Consueta la voglia di stare insieme tra di noi e le nostre montagne.
Eravamo quasi alla meta.
Il grande volo di Angelone
Eri pochi passi avanti con un incedere costante, la tua fascia blu per
contenere il sudore e la preziosa maglietta azzurra del G.P.E.
Oltre il mezzodì ti sei adagiato sulla tua montagna Angilù!
Sembrava tu volessi ascoltare il rumore dei nostri passi uniti ai suoni
della natura. Ci hai colto di sorpresa, sei andato avanti lasciandoci il tuo
sorriso. Ci siamo chinati su di te per sostenere il soffio della vita, mani
ferme e delicate hanno profuso l’estremo tentativo ma l’ora era decisa.
Una preghiera ci è uscita dal cuore con la presunzione di accompagnare il tuo Spirito.
Poi con mani incerte abbiamo assegnato a poche pietre il primo
compito del ricordo lungo il sentiero.
Continuerai a raccontare le tue barzellette, ne siamo certi, hai solo cambiato pubblico e tra questi i nostri amici che ti hanno preceduto.
Il nostro animo è pesante ma non disperato, ci uniamo a tutti quelli che ti hanno voluto bene perché tutti possiamo sentirci
meno soli in occasione della tua Pasqua.
Non conosciamo né il giorno né l’ora ma ci rivedremo e continueremo a camminare insieme certi di raggiungere la meta
che conta, mistero per tutti!
Non sei lontano, sei solo dall’altro lato della strada, rimani in vista.
Sappiamo che seguirai con il tuo sorriso i tuoi cari, i tuoi adorati nipotini di cui parlavi con gioia e non mancherai di sorridere anche a noi compagni di giorni sereni lungo i nostri sentieri.
Ciao Angilù, un abbraccio e non sarà mai l’ultimo.
I tuoi amici del G.P.E. (Michele)
Val di Viso - Rifugio Bozzi - 6 agosto 2014
Vetta della Presanella (1959).
Tullio Stefani (a sinistra)
e Fausto Baronio
Tullio Stefani
L’8 ottobre scorso è mancato don Tullio Stefani.
Incontrai per la prima volta Tullio a Ponte di Legno: era
l’agosto del 1959 e insieme ad uno studente di Roma salimmo l’Adamello e la Presanella.
Era il nostro primo approccio con la montagna e a loro
devo se ho continuato a godere di questa passione.
L’amicizia con Tullio durò negli anni, grazie anche alla
comune passione per la musica: io come venditore, lui per
gli studi intrapresi.
Dopo gli studi classici e teologici (era diventato sacerdote) si diplomò presso il Pontificio Istituto di Musica Sa-
pag. 34 – Adamello 116
Ricordo
Bellamonte 16 dicembre, Mariuccia e Mario
(foto G. Franceschini)
Mariuccia
Il grave lutto di Mario Verdina
Non sentiremo più la sua voce argentina, allegra, vivace, pronta a
corrispondere alla battuta scherzosa del marito oppure a riprenderlo con
quel suo “Ma Mario!…” quando questi, sempre prolifico di sprazzi arguti,
se ne usciva un poco sopra le righe.
L’abbiamo vista per l’ultima volta a Oropa quel giovedì 22 maggio,
giornata non proprio fortunata per il tempo e per la troppa neve calpestata.
Nulla faceva presagire ciò che sarebbe successo nel giro di poco
più di un mese: aveva camminato, affondando nella neve marcia, prendendo con la
solita allegria la sfortunata escursione.
Poi, le prime assenze agli appuntamenti del giovedì: non ci davano motivo di preoccupazione, era normale, qualche
malessere passeggero capita a tutti, invece per lei le cose stavano silenziosamente precipitando fino al tragico epilogo del
29 giugno.
Non aveva mai accusato dolori, solo il progressivo, rapido dimagramento era il segnale della gravità del male che l’aveva
colpita. Si è spenta dolcemente e serenamente, come il lume della candela, lasciando nello sgomento l’amico Mario e noi
tutti con lui.
Quarta dei sette figli del rag. Ugo Bresciani, nota figura di professionista in città, si era diplomata alla Scuola interpreti
e parlava correttamente diverse lingue europee e non. Amante della letteratura e dell’arte in generale, aveva cominciato a
frequentare la Sezione negli anni Sessanta (era sulla soglia del cinquantesimo d’iscrizione al CAI) e da allora era iniziata la
nostra amicizia sui sentieri montani delle escursioni domenicali del CAI insieme a un gruppo di giovani entusiasti, fra i quali
conobbe quello che sarebbe diventato, nel 1971, il suo Mario.
Tanti ricordi mi legano a lei e all’amico Mario: escursioni, estive e invernali, ma anche collaborazioni ai miei allora difficili
compiti d’ispettore dei Rifugi. Un episodio ritornava spesso nei suoi ricordi, quello del famoso “Il risotto con le cipolle” da
me creato in una serata allegra trascorsa con gli amici al Rifugio “Bonardi”: conclusione conviviale di una giornata intensa di
fatiche sugli sci a seguire le varie fasi della classica “Staffetta” del Maniva.
“Sic transit…” con quel che segue, ma se la gloria passa rimane la memoria, il ricordo dell’amicizia e dell’affetto ricevuto,
del quale noi del Gruppo GPE siamo grati a Mariuccia.
All’amico Mario, ai fratelli Enrico (mio compagno di studi per otto anni), Luigi, Maria Angiola, Lia e Laura il cordoglio mio
personale e quello di tutto il GPE.
Giulio Franceschini
Sella di Freshfield (1959).
Sullo sfondo la Presanella.
Da sinistra Fausto Baronio,
Anacleto Martinelli, Tullio Stefani
cra a Roma e studiò Composizione nel Conservatorio di
Brescia con il maestro Giancarlo Facchinetti. Insegnò poi
nei Conservatori di Venezia, di Milano e di Brescia; diresse
complessi vocali e strumentali (Camerata di Cremona) e
fu Fondatore e Direttore della Suola Diocesana di Musica
santa Cecilia a Brescia.
I giornali lo hanno ricordato come valente musicista,
io voglio dargli l’ultimo affettuoso saluto da una rivista di
montagna.
Fausto Baronio
Adamello 116 – pag. 35
La Joëlette
Il sentiero di
CINZIA
la montagna accessibile
di Angiolino Goffi, Sottosezione CAI Gavardo
A
ndare in montagna, soprattutto
per un appassionato, è liberarsi
dalla quotidianità, alleggerire lo
spirito e volare in un’altra dimensione
fatta di spazi, di luoghi, di immagini, di
rumori e di silenzi che ti proietta là dove
ti portano i tuoi sogni. Per questo quando ho incontrato Cinzia, appassionata
di montagna ma relegata su una carrozzina per una grave malattia, è subito
maturata in me la voglia di fare qualcosa
per poterle permettere di continuare a
vivere di emozioni e non solo di ricordi.
Per portare un disabile in montagna ci vuole sicuramente una carrozzina speciale per cui cercando in internet
ho individuato, tra le varie offerte, quella che secondo me era la migliore per
quello che ormai si stava delineando essere un “Progetto”.
Avrei potuto optare per una carrozzina motorizzata e cingolata che avrebbe
consentito all’utente di muoversi in autonomia e con pochissimo dispendio di
energia, ma avrebbe significato lasciarlo
solo e invece, si sa, la condivisione dei
momenti di gioia raddoppia la felicità.
Ecco perché la mia scelta è caduta su
un’altra carrozzina, prodotta in Francia
dall’intuizione di un alpinista rimasto paralizzato: la Joëlette. Questo è il nome
del mezzo che consente, con l’aiuto di
accompagnatori volontari, di percorrere
sentieri anche impervi e stretti in assoluta sicurezza. Con la Joëlette il disabile
non è solo, ma al centro di un gruppo
di persone che, condividendo la stessa passione, lo accompagnano sia in
escursioni dedicate, sia nelle normali
gite proposte dalle varie associazioni.
Era ottobre 2013 e mentre i colori
dell’autunno mi riempivano gli occhi e il
cuore, la mente era in continuo subbuglio, pensavo e ripensavo a come poter
fare per coinvolgere persone sia come
volontari sia come sponsor, a quali costi
avrei dovuto far fronte, a quanto tempo
mi sarebbe servito per questo progetto.
Ad essere sincero all’inizio il problema
che più mi assillava era quello finanziario, il puro costo di una carrozzina si ag-
pag. 36 – Adamello 116
Con Cinzia al passo della Vacca
Camminata dei 15 Ponti con l'AVIS di Gavardo
Alla Madonna della Neve in Selvapiana
Montagne... altre
girava sui 3000 euro. Il primo pensiero
è stato la ricerca di un bando al quale
accedere per poter finanziare l’acquisto,
ma per poter partecipare era necessario essere strutturati, individuare un’associazione, una ONLUS che sposasse
l’idea. Immediatamente ho scelto di
coinvolgere il CAI che mi avrebbe potuto aiutare sia come ente di supporto sia
Di ritorno dal Pasubio
Di ritorno dal lago della Vacca
Con Giorgio all'Altissimo di Nago
come cassa di risonanza per raggiungere i potenziali volontari accompagnatori.
Sono di Gavardo e, dati gli ottimi rapporti di stima e di collaborazione col
vecchio presidente Angiolino, è bastato
accennargli la proposta per ricevere subito la sua approvazione. Avuto l’ok dal
Consiglio, l’idea ha iniziato a prender
forma concreta e la voce a circolare fra
amici e soci. Da qui il percorso è stato in
discesa e in breve sono emersi anche i
nomi di possibili sponsor per l’iniziativa.
Il responsabile dell’Associazione Calcio
Gavardo da un lato e un dipendente del
gruppo Camozzi dall’altro mi hanno manifestato la volontà di sostenere economicamente l’iniziativa. Tengo a dire comunque che i primi a contribuire sono
stati i miei figli che, come regalo di Natale, hanno devoluto una piccola somma per l’acquisto della prima Joëlette.
Intanto il progetto andava avanti e, tra
contatti col CAI BRESCIA per la condivisione del percorso (quella di Gavardo
è una Sottosezione), scambi di e-mail e
preventivi con la ditta francese produttrice, contatti con esperti per capire fino
a che punto c’erano coperture assicurative, l’intuizione si stava rapidamente
trasformando in realtà.
La nascita ufficiale è stata sancita dall’apertura del sito www.ilsentierodicinzia.net che ha dato visibilità al
progetto ed è servito per informare e
raggiungere i tanti potenziali accompagnatori. Ancora una volta il primo e naturale bacino di raccolta è stato il CAI
Gavardo, dove i futuri accompagnatori
venivano “adescati” al momento del
rinnovo della tessera. La primavera era
ormai vicina e volevo essere pronto a
partire con la prima uscita della nuova
stagione.
Un altro passaggio fondamentale è
stata la formazione dei volontari. Sempre da internet avevo infatti contattato
Leonardo Paleari, presidente onorario
dell’Associazione “Il cammino possibile” fra le prime in Italia a utilizzare la
Joëlette. Leonardo non solo era titolato
per tenere un corso di formazione per
gli accompagnatori, ma si è dimostrato
una persona di straordinaria disponibilità, venendo da Roma a sue spese per
due giorni di addestramento nell’utilizzo
della Joëlette.
Sono usciti i primi articoli sui giornali
e il passaparola fra amici alpinisti e non
ha fatto il resto: all’A.C. Gavardo e alla
Camozzi si sono aggiunti altri sponsor
e supporter: il CAI Gavardo stesso, la
MORI2A, gli Amici del presepe del Mulì
di Gavardo, l’AVIS, la Special Spurghi, il
Comune di Gavardo e altri ditte o privati
che hanno preferito l’anonimato. Significativo e toccante un piccolo contributo
arrivato per posta da un socio di Rovigo.
Il problema economico, che credevo essere il più difficile da risolvere, era ormai
superato.
Inaspettatamente, anche se altre
Adamello 116 – pag. 37
Montagne...
altre
Vita associativa
associazioni che avevo contattato mi
avevano già messo in guardia, le resistenze maggiori che ho riscontrato sono
state di tipo ideologico/burocratico da
parte purtroppo di soci, più o meno titolati che, mascherati dietro a cavilli, non
sono però riusciti a nascondere la loro
diffidenza di fronte all’iniziativa.
Il giorno dell’apertura del calendario estivo tutto era pronto, ma il meteo
quest’anno ci ha messo lo zampino, così
la giornata piovosa non ci ha consentito
di portare Cinzia nella prima escursione
programmata.
Così per tante domeniche il tempo
ci è stato avverso e le due carrozzine
acquistate restavano nuove e fiammanti
in attesa del “debutto”. Finalmente, tra
rinvii e false partenze, siamo riusciti a
rompere il ghiaccio proprio in occasione
del Raduno ufficiale di Joëlette di Bolzano, un’occasione importante anche per
confrontarsi con altre realtà che a livello
nazionale utilizzano questo mezzo. Oltre a questa, siamo riusciti a portare a
Al rifugio Trivena in Val Breguzzo
pag. 38 – Adamello 116
termine altre 5 uscite durante l’estate; al
Rifugio Trivena, a Madonna della Neve,
sul Monte Baldo, al Pasubio e al Lago
della Vacca, gita alla quale Cinzia teneva
in modo particolare perché più le ricordava le emozioni provate in montagna.
A tutt’oggi siamo una trentina di
volontari che si rendono disponibili ad
accompagnare gli amici disabili, ma approfitto di questo articolo per sollecitare
tutti coloro che sono sensibili a queste
tematiche perché si aggiungano a noi visto che piano piano il progetto cresce e
avremo sempre più bisogno di braccia.
Siamo infatti in contatto con l’Università
di Brescia, dove un ingegnere con alcuni
studenti sta progettando una carrozzina
simile alla Joëlette. Gli abbiamo dato la
disponibilità per testare il nuovo progetto e per compararlo sul campo, nella
speranza di poter arricchire con questa
il nostro “parco macchine”.
Vorrei sottolineare che il servizio offerto è completamente gratuito, previa
prenotazione, e si può partecipare sia
alle uscite in calendario che, accordandosi, mettere a punto gite su misura.
Inoltre tutte le Sottosezioni del CAI, oltre
ad altre Associazioni che si occupano a
vario titolo di disabilità, possono avere
in comodato d’uso gratuito le Joëlette
da utilizzare per loro iniziative. Nel frattempo è nata anche una pagina facebook che – insieme al sito – ci aiuta a
promuovere “il Sentiero” e che invito a
visitare.
Approfitto dell’ opportunità di questo articolo per ringraziare coloro che si
sono dati da fare per la realizzazione di
questa iniziativa, il CAI Brescia che col
suo Presidente si è dimostrato subito
molto interessato e partecipe e gli amici
che mi hanno sostenuto e mi supportano nella gestione del progetto.
Un grazie speciale poi a Cinzia che,
oltre a fornirmi l’idea iniziale del progetto, ci ha dimostrato con il suo ottimismo
e il suo entusiasmo che la passione per
la montagna può dare gambe a un sogno.
Sorie di vita
Lo spazzacamino
di Lorenzo Bezzi, Maestro spazzacamino
C
ome si dice?
Ah, sì!
C’era una volta... tanto tanto tempo fa...
Ebbene sì! Anni or sono, dopo aver trascorso una breve
parte della sua vita sulle navi della Marina Militare Italiana,
approda a Brescia e si iscrive al corso di roccia presso la
Scuola di Alpinismo del CAI. Come scriveva il poeta Manzoni: “dall’Alpe alle piramidi…”, noi possiamo dire: dal mare
all’Alpe.
Lorenzo, il nostro personaggio, nasce nella valle di Sole
in Trentino (vuoi vedere che prima dovevo scrivere, dall’alpe
al mare e non viceversa?). Non si sa bene come, ma va a
finire imbarcato sulle navi della nostra Marina in qualità di
radiotelegrafista.
Finita la sua carriera settennale, migra in quel della nostra
provincia ed è così che comincia la sua collaborazione con
la nostra Scuola.
Dopo il corso roccia e roccia perfezionamento, diventa
Istruttore sezionale di alpinismo, seguendo i corsi di roccia,
alpinismo, ghiaccio-alta montagna e cascate.
La sua attività alpinistica viene condivisa maggiormente
con quelli che poi diventeranno gli Amici, non quelli con la
sola A maiuscola, ma anche con la M, la I, la C e la I. Tutte
rigorosamente maiuscole.
L’Ardy, il Baro, il Vince e il Pera.
Frequenta il corso di Istruttore regionale che supera con
successo.
Nel 1999, a seguito di un triste evento che colpisce la
nostra Scuola, diventa direttore del corso roccia.
Nel 2000, vicissitudini della vita lo riportano nella sua val-
le natia in Trentino, ed è qui che una “illuminazione” lo porta
a fare un antico mestiere che si stava perdendo: lo spazzacamino.
Frequenta corsi presso vari enti, associazioni ed aziende
private, sia in Italia che all’estero, raggiungendo posizioni di
tutto riguardo come Presidente del gruppo fumisti e spazzacamini nell’ambito dell’Associazione artigiani e piccole imprese della provincia autonoma di Trento, Vice Presidente
nazionale della famiglia spazzacamini di Anfus (Associazione nazionale fumisti e spazzacamini), nonché docente della
Scuola per spazzacamini, che ha sede proprio nella nostra
bella Brescia. La cosa però che più lo distingue è che Lorenzo è “Lo spazzacamino più in alto d’Europa” e forse del mondo, in quanto è andato a pulire i camini al rifugio Mantova sul
monte Vioz (gruppo Ortles/Cevedale) a quota 3.543 m slm.
Questo rifugio, tra le altre cose, fu gestito da suo padre
nel lontano 1953/55, il Maestro Quirino che poi diventò nientemeno che presidente della SAT di Trento.
Ma ritorniamo al nostro spazzacamino/alpinista o alpinista/spazzacamino.
Se passate per una “passeggiata” sia al Mantova al Vioz
che al Denza in Presanella, cercate bene... su una parete
troverete qualche cosa che ricorda il suo lavoro su quei tetti.
E ora che cosa succede?
Nostalgico del suo periodo trascorso tra noi Bresciani,
fa il vero lavoro dello spazzacamino itinerante (come era ai
primi del 1900) e così si divide tra la sua valle e la nostra
provincia. Perciò se avrete occasione di incrociare per strada
un furgone nero come la fuliggine e un uomo con il cilindro...
è lui!
Adamello 116 – pag. 39
Medicina
Montagna, mente e corpo
Considerazioni in margine
ad un incontro di montagnoterapia
di Fabrizio Bonera
I
n margine alla giornata di venerdì 17
ottobre riguardante “La Montagnoterapia” promossa dalla Commissione
Sanitaria del CAI di Brescia ritengo opportune alcune considerazioni. È ormai
noto che la pratica della montagna può
essere intesa come valido ausilio per la
riabilitazione dei pazienti psichiatrici. È
meno noto quali sono i meccanismi che
sottendono queste affermazioni. Spesso, in anni meno attuali, me lo sono
chiesto.
In particolare ho sempre cercato quale
fosse il rapporto fra paesaggio e stato
mentale cercando una risposta al quesito postomi durante la salita della Vertainspitze, ovvero se un paesaggio fisico
poteva diventare un paesaggio mentale.
Esplorare la possibilità di questo rapporto poteva essere il passaggio chiave per
trovare un nesso fra montagna e mente, un passaggio delicato che avviene
tramite il corpo e che poteva costituire
la base e la chiave di volta che potesse
dare legittimità alla Montagnoterapia.
Durante la salita mi venne in mente
un brano di Italo Calvino. Questo avrebbe potuto essere lo spunto per tutte le
successive considerazioni.
“Facendo il bagno alla spiaggia, alla
signora Isotta Barbarino capitò un increscioso contrattempo… aveva perso
il costume da bagno… del nuovo due
pezzi che portava, le restava solo il reggiseno. Per verificare quanto di lei si intravedesse da occhi estranei, la signora
Isotta ogni tanto si fermava e cercava di
guardarsi. E con ansia vedeva nell’acqua i raggi del sole mettere in luce il suo
corpo. Invano lei, avvitandolo a gambe
serrate, tentava di nasconderlo allo stesso suo sguardo. Era una fuga dal suo
corpo, che lei stava tentando, come da
un’altra persona. Eppure questo corpo
così ricco ed innascondibile era ben stato una sua gloria, un suo motivo di compiacimento; solo una contraddittoria catena di circostanze in apparenza sensate
poteva farne ora una ragione di vergopag. 40 – Adamello 116
gna. Oppure no, forse sempre la sua vita
consisteva solo in quella della signora
vestita che lei era stata anche in ciascuno dei suoi giorni e la sua nudità le apparteneva così poco, era un inconsulto
stato della natura che si rivelava di tempo in tempo destando meraviglia negli
esseri umani e in lei per prima. Ad avere
un corpo la signora si era abituata con
un poco di riluttanza e se ne era investita come chi apprende di poter disporre
di una proprietà da molti ambita. Ora, la
coscienza di questo suo diritto rispariva
tra le antiche paure, nell’incombere di
quella spiaggia urlante. La signora pensava al destino di modesto decoro e di
gioie rispettose che credeva predisposto per lei e all’incongruenza spregevole
che sopravveniva a contraddirlo, come
il castigo di una colpa non commessa.
Non commessa? Ma forse quel suo abbandono balneare, quella sua voglia di
nuotare da sola, quell’allegria del proprio corpo nel costume a due pezzi scelto con troppa spavalderia, non erano i
segni di una inclinazione al peccato, le
tappe di una folle corsa a quello stato di
nudità che ora le appariva in tutto il suo
misero pallore? Ma troppo tempo era
stata immersa. Ecco, in quei brividi che
la scuotevano, Isotta si riconobbe viva, e
in pericolo di morte, e innocente. Perché
quella nudità che le era ad un tratto cresciuta addosso, lei l’aveva sempre accettata non come una colpa, ma come
la sua innocenza ansiosa, come la fraternità segreta con gli altri, come carne e
radice del suo essere al mondo”.
La salita alla Vertainspitze mi ha richiamato questo memorabile pezzo.
Non per assonanze paesaggistiche e
nemmeno per incontri con improbabili
bagnanti.
Qualche dolore alle mani, un crampo muscolare, a volte l’affanno del respiro, hanno richiamato l’attenzione al
mio corpo. La signora Isotta ha avuto
bisogno di un incidente balneare per potersi vedere con “occhio da estraneo”;
a me sono stati sufficienti gli impulsi e
i segnali provenienti dal mio corpo per
farmi capire di possedere un corpo. Il
possesso del corpo era una cosa a cui
non avevo mai pensato. Eppure in passato le mie esperienze erano state molto
intense, non solo in senso alpinistico: mi
basti il ricordo di memorabili partite di
rugby.
Il riposo meritato sulla cima della
Vertainspitze, in questa giornata di sole
limpido settembrino e con la vasta distesa di ghiacci ai miei piedi, mi conduce al pensiero dell’antinomia dell’essere
e dell’avere. Ora io sono un corpo ma
al tempo stesso sento di avere un corpo. I segnali che esso mi manda me lo
confermano. Prima il mio corpo era parte integrante del mio essere senza alcun
segno di oggettivazione. Sintomo di invecchiamento?
La signora Isotta scopre il senso del
possesso del corpo guardandosi da sé
come davanti ad uno specchio, ne avverte un inizio di decadimento e ne rimane sgomenta. Io lo scopro con la sensazione che mi deriva dallo sforzo.
In un certo senso l’avere il corpo è
indice di una sua oggettivazione. Ricorro allora al dualismo cartesiano della
res extensa e della res cogitans, in cui
il corpo è ridotto a pura estensione anatomica e diviene il corpo della indagine
scientifica. Se esamino il mio corpo solo
ed esclusivamente dal punto di vista
scientifico, come res extensa, ne perdo
la possibilità della totale intelleggibilità.
Ma Cartesio, ad una attenta lettura, mi
dice anche qualcosa di più. Egli afferma
che gli insegnamenti della natura rivelano il significato della sua esperienza
vissuta.
Husserl, il fondatore della filosofia fenomenologica, ha usato il temine
Erlebnis ed il suo verbo erleben che in
generale indicano l’esperienza sensoriale come sinonimi del sopravvivere all’esperienza, come si realizza nell’avventura. Termini successivamente mutuati da
Merlau-Ponty e Gabriel Marcel per indi-
Medicina
care quella particolare forma di vivere il
proprio corpo come vissuto soggettivo.
In realtà quando analizzo il mio corpo,
se lo esamino con gli occhi della scienza
e lo considero un oggetto, questo “muore”, perde ciò che lo rende umano.
Quando lo sperimento come mio
proprio, quando lo vivo (erleben) e posso osservare le sue parti, posso oggettivare le sue parti e mai l’intera unità.
Il mio corpo è oggetto e soggetto al
tempo stesso, è totalmente mio, visto
parzialmente da me, ma totalmente visto dagli altri.
L’esperienza della montagna mi aiuta a ricostituire il dualismo mente corpo
in una unica indicibile unità. Ed è proprio
nel terreno della montagna che debbo
scendere per attuare questa ricomposizione, per far sì che anche il sapere
che riguarda la persona sia un sapere di
confine e non un sapere di frontiera. Chi
è avvezzo alla geografia alpina sa che la
frontiera è ciò che, producendo opposizione, genera frattura mentre il confine è
garanzia di osmosi.
Bisogna scendere sul terreno di un
sapere di confine per ricomporre il dualismo mente-corpo e far sì che l’esperienza sensoriale dell’avventura alpina e
della relazione con questo ambiente si
traducano nell’unità dell’individuo e nella soggettività.
La ricomposizione della mente e del
corpo costituisce la base teorica della
montagnoterapia finalizzata al recupero
dei pazienti psichiatrici.
La riappropriazione del corpo è la
riappropriazione del proprio essere
persona, considerato che è il corpo lo
strumento con cui ci apriamo al mondo. Ma se ogni patologia è una frattura,
una lacerazione, consideriamo anche
le lacerazioni di cui siamo un poco tutti portatori: lo svuotamento di senso,
la perdita di intenzionalità nell’agire, la
diminuzione della motivazione e il venir
meno dell’entusiasmo che creano un allontanamento fra noi e le cose.
Siamo quasi tutti vittime di una patologia della normalità legata, fra le altre
cose, alla mancanza del senso di disvelamento e che ci conduce ad essere
stranieri con noi stessi.
La montagna si rivela una occasione insostituibile in quanto, ponendoci a
confronto con il nostro corpo e con ciò
che ci circonda, è un serbatoio di senso
atto a fungere da strumento terapeutico
non solo nei confronti degli psicotici e
dei nevrotici ma diretto anche verso la
normalità inconsapevolmente patologica, dirottandola dal rituale del tempo
libero alla dimensione del tempo liberato. Il concetto di montagnoterapia allora
diviene un concetto allargato, inteso non
solo relativamente alla sfera dei pazienti
ma anche del resto della collettività: una
montagnoterapia per tutti.
6HUDWHSURLH]LRQL‡"Agostino Gentilini” - 8º anno
DATA
PERSONAGGIO
TITOLO SERATA
Martedì 13 gennaio 2015
GIANNI PASINETTI
Il magico mondo del trekking.
Esperienze 2014: Kirghizistan, Nepal, Perù.
Martedì 10 febbraio 2015 GIANCARLO SARDINI
Verso l’alto. Verso l’altro.
Racconti di vita per un turismo solidale sulle Ande peruviane
Martedì 10 marzo 2015
GIOVANNA BELLANDI
Il castello dimenticato di Tor dei Pagà
Martedì 14 aprile 2015
VALERIO GARDONI
Il viaggio di Ermoaldo
Martedì 12 maggio 2015
ROBERTO CIRI, RUGGERO BONTEMPI
e FAUSTO CAMERINI
Le Prealpi Bresciane
Martedì 8 settembre 2015
ANDREA PAGLIARI
Vagabondaggi nella natura
Martedì 6 ottobre 2015
IAGO CORAZZA
Oceano Pacifico: le isole Vanatu
Martedì 11 novembre
ROSANGELA SIMONCELLI
Nar - Phu Tilichgo Lake. Trekk
“l’incontro dell’uomo con la magia di un Nepal quasi ignorato”
Martedì 15 dicembre 2015 ANDREA GUERZONI
Magica Concarena
Le serate si tengono alle ore 21 presso la sede del C.A.I. di Brescia - ingresso libero
Adamello 116 – pag. 41
Medicina
Il ginocchio
Distinguiamo pertanto, tra le patologie del ginocchio, delle situazioni
traumatiche, dei sovraccarichi articolari
dovuti all’eccessiva usura, e dei sovraccarichi articolari dovuti ad anomalie
congenite del ginocchio.
di Pablo Ayala
R
ieccoci!! Passata una buona
estate, sicuramente tra trekking,
passeggiate e arrampicate, ma
a proposito come stanno le vostre ginocchia, vi siete ricordati di fare un po’
di esercizi alla fine di ogni gita?
Chi di noi non ha mai avuto almeno
un po’ di dolore al ginocchio?
Eppure è una parte del nostro corpo
molto importante anche se tendiamo a
trattarla sempre male.
Il ginocchio è composto dal femore
con i suoi due condili ricoperti di cartilagine, due menischi che sono gli ammortizzatori del ginocchio, la tibia su cui si
appoggia in parte il femore e che a sua
volta è ricoperta anche lei sul piatto tibiale da cartilagine.
Inoltre il ginocchio è composto da
due legamenti crociati che lo sostengono e lo tengono in linea, uno anteriore
e uno posteriore, e da due legamenti
collaterali.
Infine per ultimo la rotula partecipa
a distribuire la forza del quadricipite e
permette il funzionamento del ginocchio.
Tutte queste strutture in sincronia
con la muscolatura ci permettono di
muoverci e di fare sport.
Il tutto però deve funzionare in perfetta sincronia, non deve essere stressato troppo e deve lavorare secondo degli
angoli ben precisi.
pag. 42 – Adamello 116
Tra le anomalie genetiche del ginocchio ricordo le più comuni che possono
essere o il ginocchio varo, che porta a
un sovraccarico del condilo interno, o il
ginocchio valgo, che porta a un sovraccarico del condilo esterno.
Queste due situazioni portano col
tempo a usurare prima i menischi e poi
le cartilagini, l’importante è saperlo e
non sottovalutare la cosa.
Spesso è sufficiente mettere un piccolo plantare fatto su misura e su indicazione di un Tecnico Ortopedico, per
alleviare anche di poco la pressione sui
condili.
Cambiare di qualche grado l’angolo di lavoro del nostro ginocchio va
a togliere la pressione in quel punto, è
chiaro che il plantare in questione può
essere messo anche solo nelle scarpe
che utilizziamo per le gite.
Per quanto riguarda invece i sovraccarichi per eccessiva usura ricordo tra i
più comuni le patologie del menisco e
delle cartilagini sia del femore che della
tibia e della rotula.
Il menisco è un piccolo foglietto di
cartilagine a forma di spicchio, la sua
funzione è quella di permettere la rotazione del ginocchio e la sua flessione
facendo in modo di non far strofinare
troppo le cartilagini e permettendo una
buona fluidità di movimento.
Chiaramente le pressioni della muscolatura, un eccessivo uso in situazioni
anomale o delle anomalie nell’appoggio
possono portare prima a un assottigliamento della cartilagine e poi alla rottura
del menisco, quasi sempre se la rottura
è circoscritta a una piccola zona si opera in artroscopia e si toglie il pezzettino
rotto.
Diversa invece è la situazione per le
condropatie delle cartilagini articolari,
le cartilagini del ginocchio si rovinano
sempre per usura o per sovraccarico,
in prima fase c’è un’infiammazione e poi
c’è una lacerazione della cartilagine con
conseguente artrosi del ginocchio.
Sia nelle cause congenite che in
quelle da sovraccarico l’evoluzione è la
stessa: c’è una zona del ginocchio che
lavora male, le cartilagini o i menischi si
infiammano e col tempo, se non prendiamo provvedimenti, si rompono e rendono il ginocchio dolorante e instabile.
Mentre per il primo caso a volte bastano delle piccole solette per ridare al
ginocchio un movimento fisiologico, per
il secondo caso è necessario prendersi cura della situazione e con esercizi
mirati e un po’ di fisioterapia risolvere il
problema.
Nelle patologie da sovraccarico i responsabili siamo sempre noi: dobbiamo
capire che una buona muscolatura, forte ma elastica, permette al ginocchio dei
movimenti corretti, ma soprattutto fa in
modo che le cartilagini non si usurino.
Ricordo sempre che un po’ di esercizi di streching per allungare la muscolatura e di potenziamento mirato insieme
a un po’ di ginnastica sono la migliore
medicina preventiva.
Per quanto riguarda invece gli eventi
traumatici purtroppo quelli sono imprevedibili, può capitare che per una banale scivolata il ginocchio si pieghi improvvisamente e quindi il menisco si rompa
oppure che per una storta si rompano i
legamenti crociati o collaterali.
In queste situazioni spesso l’unica
cosa da fare è consultare un buon ortopedico e decidere insieme il da farsi.
Sperando di aver fatto cosa gradita
con questa piccola rubrica auguro un
buon proseguimento a tutti.
Extraeuropeo
L’uragano Bir travolge
anche i turisti del fiume Omo
Note critiche sul fotografare“l’ultima Africa”
di Angelo Maggiori
O
l’Africa vista nei video filmati
etnico-naturalistici facendo di
tutto per evitare quella cruda
dei telegiornali e dei drammi
umani che la percorrono. Occhio non vede coscienza non
duole. L’Africa non esiste, ma
le persone sì. In quel preciso
luogo e determinato contesto
storico.
Il turista è un privilegiato del mondo. L’Africa è il
mondo più altro rispetto al
nostro. Come fare per avviciGuerrieri Karo
narlo senza rimanere schiavi
dell’immaginario da colonizzatori che ancora alberga nella testa degli
europei? Pensiamo solo alla locuzione “Ultima Africa”, usata dalle compagnie di viaggio
per pubblicizzare un viaggio nel sud dell’Etiopia.
La vera Africa ci viene incontro dal momento che sbarchiamo dall’aereo, non solo
quando giungiamo in villaggi dimenticati
anche da Dio e non solo dal progresso. Il
viaggio è un’esperienza che prende valore
giorno per giorno nel rapporto tra aspettative e fatti vissuti. È elaborazione mentale di
input sensoriali mediati dalla cultura e sensibilità personale.
Ogni viaggio in Africa è una sorpresa.
Ogni luogo visitato è unico. Il patrimonio di
diversità è la ricchezza di questo mondo.
Diversità di uomini, culture, tradizioni, storia, di ambienti e forme di vita. L’Africa non
è solo un grande continente, è un insieme
infinito di microcosmi, unici e irripetibili, che
racchiudono tutte le facce dell’esistenza.
Guerriero dell'etnia Karo
Tutto questo dovrebbe essere noto a chi
Premessa: L’Africa non esiste
si pone in viaggio per incontrare popoli che
Ad affermarlo in maniera forte e provocatoria è Renato
si pensa siano ancora fermi al neolitico.
Kizito Sesana, missionario comboniano. La realtà africana
Eppure quando accade che la realtà non corrisponda
supera ogni costrizione concettuale, tassonomica o geoall’immaginario fantasioso che la vuole immutabile regno
grafica. L’immagine euro-centrica dell’Africa troppe volte
misterioso per l’avventura nell’incontaminato, si instaurano
è parziale, superficiale, schematica, affetta da pregiudizi
meccanismi di difesa basati sul rifiuto dell’esistente. Ed il
e preconcetti, sempre viziata da scarsa informazione. Il ricaso più eclatante è proprio quello che riguarda il sud dell’Etiopia.
schio, per chi ci va da turista, è quello di andare a cercare
gni viaggio è storia
a sé. È risaputo. Eppure basta poco per
dimenticarlo e imboccare lo
scivolo perverso del “chissà
com’era più autentico prima”.
Il rischio è alto, soprattutto
per i viaggi mirati ad incontrare etnie con usi e costumi
definiti “primitivi”. La delusione delle aspettative è sempre
dietro l’angolo. Ed il fastidio
di scoprire che i cambiamenti
corrono veloci anche per chi
è rimasto dimenticato dal dio
progresso a volte impedisce
di vivere esperienze di conoscenza guastando il viaggio stesso.
L’occasione per queste riflessioni è venuta da un colloquio con amici ritornati dal
sud dell’Etiopia quasi depressi per l’insopportabile richiesta di denaro per fotografare
e l’aggressività di alcune tribù in caso di diniego. 120 anni or sono l’esploratore italiano Vittorio Bottego, seguendo il fiume Omo
per scoprirne origini, certamente ha visto le
tribù nella manifestazione più genuina delle
loro antiche usanze. I turisti che all’inizio del
terzo millennio vanno nella valle dell’Omo,
invece, che cosa cercano, che cosa trovano? “L’ultima Africa” delle agenzie di viaggio? Avendone udite di tutti i colori provo
a sintetizzare in poche note l’aspetto critico
di valenza generale connesso al fotografare
che, in molti amanti dei viaggi avventura, lascia l’amaro in bocca nonostante il viaggio
sia, a mio avviso, tra i più interessanti e belli
che ancora oggi l’Africa riserva.
Adamello 116 – pag. 43
Vita
Extraeuropeo
associativa
Hammer
Giovane dell'etnia Banna
Un mondo senza tempo?
L’area geografica connotata dal fiume Omo è terra di
antiche fragranze. Tribù primitive con costumi da alba dei
tempi e kalashnikov seguono i ritmi legati allo scorrere del
fiume e alla sabbia sospesa nel vento. Dai tempi di Bottego
poco è cambiato nel modo di sopravvivere. Molto è mutato
sul piano del rapporto con la civiltà. Permane l’esaltazione
estetica dei corpi. Scarificazioni, pitture della pelle e costumi
tradizionali sono ancora attuali. Stupefacenti per la creatività
che esprimono. Visitarli significa compiere un tuffo vertiginoso nella realtà di una delle facce dell’Uomo più affascinanti.
L’ambiente è sempre dominato dalle piante spinose. I villaggi rimangono aggregati umani tra i più poveri al mondo. La
novità tra le tribù Hammer, Karo, Dassanech, Banna, Mursi,
Surma, per citare solo i più famosi, è che oggi quasi tutti,
giovani e vecchi, aspettano il turista per recuperare qualche
Bir, la moneta etiope. Quando ad Addis Abeba mi avevano avvertito di fare buona scorta di banconote da 1 Bir non
Hammer - cicatrici dopo le scudisciate al rito
del salto del toro
pag. 44 – Adamello 116
immaginavo che la richiesta di denaro avesse imboccato la
deriva di una corsa affannosa simile all’irritante richiesta di
bakshish in Egitto. Un vento che ogni anno che passa diventa violento come un uragano che mina pericolosamente le
antiche tradizioni.
Nell’enfasi del viaggio nel continente magico il desiderio
prevalente è quello d’incontrare un angolo di mondo senza
tempo, almeno di vedere un mondo fermo a prima dell’avvento della nostra civiltà. È un desiderio legittimo? Sì, fino a
che rimane nell’illusione che il tempo possa fermarsi in un
mondo che ogni giorno che passa cambia diventando più
piccolo. Anche per i popoli del basso fiume Omo la storia
è in movimento. La loro cultura dà risposta alle esigenze di
sopravvivenza ad un ambiente severo, sta diventando merce
da vendere agli amanti dell’esotico. L’estetica della bellezza
del proprio corpo che rende unici questi popoli è ciò che
più attira sul loro territorio i bianchi armati di macchina fotografica. Lo scambio inevitabile, parafrasando un noto frame
pubblicitario, è riassumibile in “No Bir, no photo”. E l’incontro con la gente dell’Omo catapulta nel prosaico presente
che fa scordare all’istante lo stereotipo del mondo fermo al
neolitico. Il contrasto è forte e disorienta. Ci appaiono fuori
dal mondo, ma sono fuori solo dal nostro mondo sviluppato.
Assaliti dalla frase reiterata come un mantra “one photo, one
Bir”, diventa ineludibile la domanda: pagare o non pagare?
Foto o non foto?
Per rispondere inizio da alcune considerazioni necessarie per contestualizzare la questione. Fossimo in Occidente
non ci porremmo nemmeno il problema. A nessuno verrebbe
in mente di fotografare una persona puntandole un cannone
in faccia senza chiederle, e ottenere, preliminarmente il consenso. Soprattutto, non lo faremmo se non vuole. Abbasseremmo la fotocamera, ma non perché violeremmo la sua
privacy o rischieremmo querele, quanto per normale buona
educazione e rispetto dell’altro. Perché invece si cede alla
tentazione di non fare altrettanto visitando villaggi sperduti o
comunità “primitive”? Perché si rimane sconcertati dall’os-
Hammer - cicatrici per bellezza
Estrazione del sale nel cratere di Yabelo
Extraeuropeo
sessiva richiesta di denaro per concederci il permesso delle
foto?
Per due motivi. Il primo è che trovandoci d’innanzi all’oggetto del desiderio che ha motivato il viaggio pare impossibile
rinunciare a prendere immagini che consentano di documentarlo. Il secondo è che la richiesta di denaro cozza duramente
con l’idea che avevamo del soggetto. È come se il denaro ne
sminuisse il valore e annullasse l’illusione dell’incontaminato
che si è andati a cercare.
Per chi ha solo la propria immagine da vendere per sopravvivere, all’opposto, il denaro che il turista è disposto a dare
per acquisirla fotografando rappresenta l’unica risorsa per
migliorare le condizioni al limite della sussistenza del vissuto
quotidiano. Nel contempo il denaro compensa parzialmente
il sentimento di diminuzione della propria dignità. Stato d’animo frustrante che acuisce l’orgoglio del diniego e che, frequentemente, rende alcuni gruppi, tipo i Karo o i Mursi, molto
aggressivi.
Sul campo la domanda esige rapida risposta. Alcuni ripongono la macchina fotografica nella custodia e rinunciano tout
court alle riprese. La giustificazione è però diversa per due
tipologie di turisti. Alcuni non pagano perché gli scatti sarebbero “innaturali” e quindi privi di pathos. Altri perché s’ingenera un costume poco dignitoso che lede l’orgoglio di questi
popoli.
All’opposto per gli esagitati che se non hanno fotografato
vivono come se non avessero vissuto il viaggio, il dilemma è
tra chi esagera pur di acquisire immagini rovinando “il mercato” perché fanno alzare i costi per i futuri turisti, oppure comportarsi da barbari violentatori che se ne fregano dei dinieghi
mancando di rispetto nel modo più becero e arrogante. Comportamento che presso alcune tribù comporta anche il rischio
di violente reazioni.
Pagare per fare foto richiede sensibilità per capire il contesto nel quale avviene la transazione. Non sempre è possibile pattuire un compenso una tantum con il capo villaggio in
cambio della libertà di fotografare. In questi casi si contribuisce alla comunità. Se invece ogni individuo battaglia per se
stesso, come avviene fastidiosamente nel sud dell’Etiopia a
inizio millennio, ogni incontro è una guerra stancante e demotivante. D’altro canto non siamo agli infami safari etnologici
e il rispetto delle persone passa anche dal rispetto delle loro
usanze, anche quando ciò risulta di difficile comprensione e
accettazione.
Piroga sul fiume Omo
Miseria e povertà nel sud dell'Etiopia
Andata e ritorno
Come scrisse il filosofo francese Budrillard: “La fotografia è
il nostro esorcismo. La società primitiva aveva le sue maschere, la società borghese i suoi specchi, noi abbiamo le nostre
immagini. Crediamo di costringere il mondo con la tecnica. Ma
attraverso la tecnica è il mondo che s’impone a noi”. Saper
vedere il mondo che andiamo a cercare mettendoci in viaggio
significa anche accettare il mondo per quello che è. Non possiamo salvarlo, ma possiamo contribuire se non a migliorarlo,
almeno a non peggiorarlo. I viaggi del turista contemplano sia
l’andata che il ritorno. Se il viaggio è stata vera esperienza chi
ritorna non è lo stesso dell’andata. È migliore? Io penso e spero che sia vero il proverbio dell’etnia Bamileke del Camerun
che recita: “È viaggiando che si acquisisce la saggezza”. Non
è però un dato scontato. Dipende da chi viaggia. Ed ascoltando alcune persone parlare del loro viaggio, eufemisticamente
parlando, ho il dubbio che non sia nemmeno cosa così facile.
Dassanech
Adamello 116 – pag. 45
Val d’Orcia
Via Francigena…
in bici sulle tracce di Sigerico
di Roberto Micheli
T
utte le esperienze di viaggio iniziano molto prima del
viaggio stesso, nel momento in cui si comincia ad
individuare la destinazione e ad immaginare come
verrà pianificato. L’organizzazione di una vacanza in bicicletta di alcuni giorni in autonomia può includere qualche
mese di preparazione, dall’illuminazione dell’idea a quando
si è pronti per iniziare l’avventura. Potrei addirittura arrivare
a concludere che questa fase può essere assolutamente più
impegnativa del viaggio stesso.
Nel mio caso specifico, dopo tantissime esperienze di
trekking e viaggi in bicicletta, ogni volta che mi impegno a
pensare qualcosa di nuovo scattano in me dei meccanismi
irrefrenabili. Innanzitutto mi si apre l’armadio delle fantasie e
si spalanca sulle idee che si sono immagazzinate nel tempo,
dovute a letture, internet, contatti, curiosità; da qui arriva il
primo impulso creativo. Il parlarne poi a mia moglie ed agli
amici che abitualmente mi accompagnano dà la spinta necessaria allo start organizzativo.
Anche in questo caso è accaduto così: nella ricerca della
meta l’attualità dei viaggi di pellegrinaggio (in primis Santiago de Compostela) aveva già insinuato in me qualche idea;
ero però alla ricerca di qualcosa di un pochino più “esclusivo”, non amo le situazioni troppo frequentate. Ecco farsi
avanti l’idea della Via Francigena. Il pellegrinaggio è sempre
stato una componente fondamentale per tutte le religioni.
Per il Cristianesimo si evidenziano in particolare tre località: Gerusalemme come fulcro della Terra Santa, Santiago de
Compostela per San Giacomo ed ovviamente Roma per il
martirio di San Pietro e di San Paolo e come sede papale.
Prendevano il nome di vie francigene quei molteplici
tracciati che arrivavano a Roma dal Nord-Ovest europeo in
quanto arrivavano dalle terre dei “Franchi”. È probabile che
gli itinerari seguiti fossero più di uno in quanto non esisteva
una rete viaria stabilita; facilmente venivano seguite le vie
consolari romane, ma rimane sicuro che non esistesse un
itinerario preciso. Nel 990 D.C. l’arcivescovo di Canterbury,
Sigerico, compì il pellegrinaggio dalla sua città a Roma e nel
viaggio di ritorno ebbe la felice intuizione di annotare in un
diario tutti i luoghi in cui fece sosta, creando così uno dei
primi itinerari di viaggio, da Canterbury a Roma: 1600 km in
circa 80 giorni.
Da queste note si è cercato di ricostruire uno dei percor-
pag. 46 – Adamello 116
si che probabilmente seguivano a quel tempo i pellegrini. È
sicuro che i tracciati originari nei secoli siano stati fagocitati
dalle grandi arterie che attualmente noi percorriamo, ovvio
che nel recupero si sia cercato di seguire carrarecce, sentieri, strade secondarie poco trafficate per permetterne un
utilizzo pedonale e ciclabile. Scattata la molla decisionale mi
sono buttato a 360° nella ricerca di dati e notizie per cercare
di scoprire un itinerario fattibile in bicicletta per raggiungere
la Città Eterna.
Deciso che il periodo ideale potesse essere la tarda primavera e che il tempo a disposizione fosse di 8-10 giorni,
ho pensato che il tragitto più adatto e coinvolgente fosse
dalla dorsale appenninica emiliana fino a Roma, più precisamente da Fornovo di Taro, appena prima del passo della
Cisa. Esistono descrizioni dettagliate del percorso pedonale
e mi sono rifatto a queste per cercare di avere la migliore
garanzia dal punto di vista della tranquillità e dell’isolamento
a discapito ovviamente della ciclabilità, che rimane un fattore
importante tenendo conto che si sarebbe viaggiato con tutto
il bagaglio sulle bici.
Ho cercato poi di formare delle tappe di ragionevole lunghezza che avessero però la sosta serale in una località interessante. In totale circa 600 km in otto tappe, con una media
di 75 km al giorno. Ci siamo quindi procurati la “credenziale
del pellegrino”, un cartoncino in cui si devono apporre i timbri di tutte le località attraversate per testimoniare la percorrenza. È chiaro che il pellegrinaggio in quanto tale deve avere
una fondamentale componente spirituale e religiosa, condizione assolutamente personale che ovviamente ognuno vive
come meglio crede. Questo voglio che sia esclusivamente
un resoconto ciclo-turistico e quindi non mi addentrerò in
questo importante aspetto.
A completare la logistica e tenendo conto che preferisco che il viaggio debba partire in bici da casa, ho deciso
per l’abbinamento treno+bici. Spendo due parole su questa
possibilità che secondo me è vincente, comoda ed ecologica, se non fosse che nel nostro paese l’organizzazione del
trasporto delle bici sui treni è molto carente; spero che in
futuro le nostre Ferrovie si rendano conto delle potenzialità e
si organizzino adeguatamente (come peraltro già fatto in altri
paesi europei). Partendo da Brescia abbiamo utilizzato il treno regionale “Freccia della Versilia” fino a Fornovo, mentre
Altopascio
per il ritorno il Roma-Pisa e poi Pisa-Brescia. Finalmente si
parte, siamo in sei: io, mia moglie e quattro amici fidati… l’
avventura ha inizio!
11 maggio 2012 PRIMA TAPPA
Raggiunto Fornovo con il treno si parte per il passo della
Cisa. Abbiamo deciso, dopo approfondite indagini, che questo tratto appenninico fosse meglio percorrerlo sulla vecchia
statale in quanto il tracciato pedonale sarebbe stato troppo
lento e difficoltoso con le biciclette zavorrate dalle borse del
bagaglio. In effetti abbiamo percorso questo tratto a piedi in
un’altra occasione e direi che la scelta è stata più che mai
azzeccata. Tra l’altro la statale è molto panoramica, corre sul
crinale, regala scorci suggestivi ed è poco trafficata, tranne il
sabato e la domenica quando viene percorsa da moltissime
motociclette a velocità sostenuta, da evitare. Pernottiamo
all’ostello della Cisa dove i carinissimi gestori ci coccolano
con una cena deliziosa.
12 maggio 2012 SECONDA TAPPA
Dal passo della Cisa scendiamo a valle su strade secondarie attraversando borghi interessanti, purtroppo semiab-
Arrivando a San Quirico d' Orcia
bandonati. All’ingresso di Pontremoli ci accoglie la piccola
abbazia di San Giorgio con l’abside romanica risalente all’anno Mille. Dopo il paese ci inseriamo nel percorso pedonale
“ufficiale”. Il crescente interesse verso questa via ha fatto sì
che le varie istituzioni (Comuni, CAI, gruppi escursionistici)
abbiano tracciato tutto il percorso con i caratteristici segni
bianco-rossi.
La traccia GPS che avevo scaricato è stata praticamente
inutile, non abbiamo quasi mai avuto dubbi sulla strada da
percorrere. Inoltre spesso si incontrano anche le segnalazioni che riportano il simbolo della via, cioè il pellegrino con
il bordone e la bisaccia. Questi accessori erano al tempo la
carta d’identità del viandante.
Pochi km dopo Pontremoli troviamo il vecchio ponte sul
fiume Magra crollato durante l’alluvione del 2011 e questo ci
obbliga a un simpatico guado. Attraversiamo Sarzana, gradevole e preziosa cittadina ricca di storia, il corso è colmo di
persone e lo percorriamo piacevolmente con le bici a mano.
A Massa non troviamo nessuna chiesa aperta per ricevere
il timbro di passaggio, ci accontentiamo di quello dell’Associazione dell’orchestra di Massa e Carrara che il ragazzo
dell’ufficio turistico ci appone. Continuiamo e la fine di que-
Escursionismo
Mulattiera vicino
a Pontremoli
sta tappa è a Marina di Massa, dove alloggiamo all’ostello dopo aver percorso un tratto del lungomare tirrenico.
13 maggio 2012 TERZA TAPPA
Questa giornata ci porta fino alla
bellissima città di Lucca. Passiamo
per il centro di Pietrasanta con la bella piazza arricchita da sculture colorate e, dopo Camaiore, ci attende la salita
per Monteggiori, vero Gran Premio della
Montagna. Mentre proseguiamo con un su
e giù impegnativo il cielo si oscura minacciosamente e dopo poco scarica un temporale degno della
T maiuscola.
Gli ultimi 15 km prima dell’arrivo sono tutti sotto un acquazzone e l’arrivo a Lucca è
da tregenda. Veniamo amichevolmente
accolti dai gentilissimi proprietari del
bed&breakfast e noi li ricambiamo
allagandogli le scale e le camere;
non potevamo altrimenti. Lavati e ristorati ci concediamo una piacevole
passeggiata serale tra le viuzze cittadine, il tempo è tornato sereno.
San Giminiano
14 maggio 2012 QUARTA TAPPA
I primi km d’uscita dalla città sono un
pochino tristi, in una zona industriale densa
di capannoni, testimonianza di lavoro e quindi
benessere, ma non appaganti alla vista. Arrivati in
campagna la musica cambia ed Altopascio ci
riceve con tutta la sua storia, otteniamo uno
dei timbri più coreografici di tutto il viaggio presso l’ordine dei Tau.
Raggiungiamo a fatica la rocca di
San Miniato a causa di un inconveniente al cambio di una bicicletta, da
soli non riusciamo a ripararlo e quindi, non trovando alcun meccanico,
siamo costretti a scendere a Castelfiorentino dove risolviamo il problema. Abbiamo lasciato la Valdarno per
la Val d’Elsa, siamo entrati in provincia
di Siena e tra prati verdeggianti risaliamo
e raggiungiamo la “magica” San Giminiano.
L’arrivo con i primi colori del tramonto che si riflettono sulle case di mattoni tutte della stessa tonalità è un toccasana per il corpo e per lo spirito.
Alloggiamo nel monastero di San Girolamo
gestito dall’ordine delle Vallombrosane; ci
accoglie una suora veramente moderna
e speciale. La solita passeggiata serale acquista un valore particolare tra le
torri dello splendido centro storico
Sentiero a Sutri
medievale.
15 maggio 2012 QUINTA TAPPA
Si riparte e dopo pochi km ci giriamo indietro, la vista delle torri e delle
case monocromatiche di San Giminiano
ci lasciano per l’ennesima volta a bocca
pag. 48 – Adamello 116
aperta, io mi ritengo un romanticone estremamente sensibile alla sindrome di Stendhal ed in questa esperienza ho avuto
parecchie occasioni per verificarlo.
Passiamo Colle Val d’Elsa e dopo una
decina di km iniziamo a vedere la rocca turrita di Monteriggioni, dominante
la via Cassia.
Arriviamo alla base e ci aspetta una
sterrata molto ripida che ci fa guadagnare
la porta di accesso. La fatica viene ripagata
dal gioiello della vasta piazza centrale. Troviamo, vicino alla casa del pellegrino, un piccolo
ma interessante museo sulla Via. Mancano ormai solo
una quindicina di km per Siena e li facciamo tutti
sull’impegnativa Montagnola Senese. Boschi
cedui a perdita d’occhio, colline apparentemente selvagge punteggiate raramente
da qualche casale.
Prima di raggiungere la meta si presenta una sorpresa, la via passa vicino
all’imbocco della galleria del Pian del
Lago (o canale del Granduca). Questa galleria fu fatta costruire intorno al
1770 dal Granduca Leopoldo di Lorena
per bonificare, per svuotamento, questa
ampia zona paludosa e malsana che creava problemi di malattie alla città. È lunga
2,3 km e la si può percorrere a piedi, è molto
ben conservata.
Il posizionamento di tutte queste città e villaggi
sui cocuzzoli delle colline avrà avuto negli anni
un’importanza strategica vitale ma al cicloturista riservano degli arrivi da gran fiatone e
lo stesso è per Siena. Ma, come ormai ho
ripetuto parecchie volte, tutto viene superato dalla magnificenza dei luoghi e
su Siena è inutile che aggiunga altro.
16 maggio 2012 SESTA TAPPA
Si parte per quella che sarà la
Sul basolato della
tappa più lunga ed impegnativa del
vecchia Via Appia
viaggio: 99 km con circa 1900 metri di
dislivello. Il mattino ci riserva un tempo
molto nuvoloso: durante la notte in effetti è
piovuto. I primi km di sterrato ci riempiono ben
bene le bici di un fango di terra rossastra argillosa,
estremamente attaccaticcia.
La Val d’Orcia si apre davanti a noi e con lei
appare anche il sole, che ci accompagnerà
per tutto il resto del viaggio. Bianche strade sterrate con vista su crinali punteggiati
di cipressi, campi verdeggianti di grano
ormai vicini alla fase di completa maturazione rendono molto piacevole il
procedere. Si attraversano Buonconvento, San Quirico d’Orcia e Bagno
Vignoni, ognuno dei quali meriterebbe
una sosta ben più approfondita, ma la
nostra spietata tabella di marcia ci impone solamente brevi visite.
Già pochi km dopo Siena abbiamo ini-
Escursionismo
ziato a riconoscere il cono vulcanico di Radicofani, nostra
odierna meta, ma è una visuale ingannevole, passano i km
ma il cono rimane sempre là, incredibilmente distante. Questa sensazione diventerà il tema di una delle battute più ricorrenti per il resto del viaggio: una meta a portata di mano
ma che sembra sfuggirci attimo dopo attimo, km dopo km.
Alla fine, intorno alle 20 e con il contachilometri ormai prossimo alle tre cifre, finalmente raggiungiamo la rocca di Ghino
di Tacco. Alloggiamo in un albergo dove il proprietario, intuita
la situazione, si fa in quattro per metterci a nostro agio, riuscendoci perfettamente. Inutile dire che dopo una lauta cena
niente passeggiata serale ma subito a letto.
La visita del borgo è solo rimandata al mattino dopo. La
chiesa romanica di San Pietro custodisce pregevoli opere tra
cui alcune terrecotte invetriate della scuola di Andrea della Robbia ed una copia in grandezza naturale della Sacra
Sindone. Ci fa da cicerone don Elia, colto e simpatico, che
scopriamo essere uno dei maggiori sostenitori dello sviluppo
della Via Francigena.
17 maggio 2012 SETTIMA TAPPA
Tanto è stata faticosa l’ascesa al cono vulcanico tanto è
gradevole e agognata la discesa fino al Ponte sul Rigo dove
ricominciano i saliscendi. Raggiungiamo Acquapendente e
quindi il bucolico lago di Bolsena, con il capoluogo con un
bel centro storico, poi Montefiascone. La discesa da questo
borgo ci fa transitare su un pezzo della vecchia Cassia che
non è stato fagocitato dalla modernità. Pedalare sull’antico
basolato ci fa riflettere su quante persone avranno calcato
prima di noi queste pietre ed il pensiero ci emoziona.
Siamo ormai in vista di Viterbo, ma prima di entrare in
città passiamo dalle sorgenti termali del Bagnaccio dove troviamo parecchie persone in ammollo, proseguendo entriamo
in città dalla porta Fiorentina. Viterbo fu sede papale per 24
anni dal 1257 al 1281 ed ha un bel centro storico. Sul portale
del duomo noto un simbolo che mi ricorda qualcosa di familiare: un gambero. Difatti il cardinale Giovan Francesco Gambara, discendente di una nobile famiglia bresciana, grazie
alla protezione della potente famiglia Farnese fu vescovo di
Viterbo nel 1500, da lì la presenza dello stemma di famiglia,
un gambero appunto.
18 maggio 2012 OTTAVA TAPPA
Siamo ormai all’ ultima tappa, iniziamo uscendo dalla città tra campi coltivati e distese di noccioleti, raggiungiamo
pag. 49 – Adamello 115
Vetralla e da lì saliamo dolcemente sui monti Cimini, boschi
di querce altissime e prati con tante mucche e pecore, ancora un’atmosfera molto bucolica. Raggiunta Capranica ormai
mancano pochi km all’etrusca Sutri ma qui il percorso pedonale entra in un canyon con un single track molto stretto
ed impegnativo, che ci impone a volte dei passaggi acrobatici con le biciclette a mano, guadi improvvisati e apertura di
passaggi tra la vegetazione.
In effetti all’inizio del sentiero per un centinaio di metri
abbiamo notato una piccola ruspa che stava allargando la
sede; probabilmente ad oggi sarà tutto sistemato ma per noi
è stato molto difficoltoso, d’altronde fa parte del gioco: non
è la prima volta che ci complichiamo la vita e molto probabilmente non sarà neanche l’ultima.
Giungiamo a Sutri accaldati e disidratati, una sosta rigeneratrice e poi si riparte.
Si è fatto parecchio tardi e si decide per un taglio veloce
verso il lago di Bracciano senza seguire la via per raggiungere Anguillara Sabazia dove si era già deciso di prendere il
treno per avvicinarsi a Roma. In effetti è da tutti sconsigliato
l’avvicinamento all’Urbe in bici a causa del traffico caotico
della periferia. Scendiamo all’Ostiense e da lì arriviamo trionfanti in piazza San Pietro.
L’euforia è tale che entriamo pedalando sulle nostre
compagne di viaggio e veniamo immediatamente redarguiti
dai vigili urbani in quanto in piazza è vietato; ma non ci fa
nulla, obbediamo e a piedi ci posizioniamo per le innumerevoli foto ricordo.
L’emozione è grande e nella complicità del momento un
gruppo di salernitani ci festeggia, vuole farsi fotografare con
noi, insomma una piacevolissima bagarre. Ci trasferiamo poi
all’ufficio dei pellegrini dove esibiamo la nostra credenziale e
ci viene accordato il “Testimonium Peregrinationis”, un certificato nominale dell’avvenuto pellegrinaggio. Per ottenerlo
bisogna dimostrare di aver compiuto almeno 140 km a piedi
o 400 km in bicicletta. Un tramonto perfetto fa da sfondo a
questi momenti euforici, siamo tutti molto contenti.
Questi percorsi così importanti del nostro passato possono essere vissuti in modi molto diversi: religiosamente,
come funzione originale; turisticamente, visitando uno spaccato della nostra bellissima Italia; ma anche come momento
introspettivo individuale, momento stimolato in modo perfetto da tutti i grandi viaggi, in particolare quelli che vengono
vissuti lentamente… e la bicicletta secondo me è il mezzo
ideale!
In direzione di Radicofani
Ramingando in Valvestino:
da Cima Rest al Monte Tombea
di Davide “Ramingone” Dall’Angelo
e Lorenzo “Ramingazzo” Rota
www.raminghidelleterrealte.it
I Prati di Rest
Dati escursione:
Giro ad anello: Sì in parte
Differenza altimetrica: 740m (da 1200m a 1940m)
Lunghezza totale: 15km circa
Tempo percorrenza: 5h30min (giro completo)
Difficoltà: Escursionisti
Nel Parco dell’Alto Garda Bresciano, tra il Lago di Idro ed
il Benaco, si incunea la selvaggia Valvestino coi suoi ameni
paesini, ognuno dei quali sede di partenza di numerosi percorsi. Una delle mete più conosciute di questo territorio è sicuramente il Monte Tombea, sulle cui creste correva il confine con l’Impero Austro-Ungarico prima della Grande Guerra.
Arrivati al parcheggio nei pressi del rifugio di Cima Rest,
veniamo subito accolti dalle splendide e caratteristiche costruzioni conosciute come “i fienili di Rest”, piccole casette
dallo spiovente tetto in paglia. Da Wikipedia sappiamo che
ricerche storiche datano questa tipologia di costruzione al VII
secolo, attribuendola alle tradizioni dei Goti o dei Longobardi.
La tecnica di copertura si basava sull’allineamento e sovrapposizione di centinaia di pannelli di paglia, legati con steli di
lantana. Il risultato finale era dato da un manto compatto e
perfettamente funzionale: infatti la paglia, oltre che essere un
ottimo idrorepellente, è anche un ottimo isolante termico che
permette una perfetta conservazione del foraggio. Da informazioni locali veniamo a sapere che erano fatte con paglia di
grano saraceno che una volta veniva coltivato in loco (oggi invece si coltiva nella bassa bresciana per conto dei valligiani).
Dopo un centinaio di metri di cammino dal parcheggio, nei
Adamello 116 – pag. 50
pressi della chiesetta degli alpini, imbocchiamo il sentiero
n. 69, che attraversa gli splendidi alpeggi. I colori dell’Autunno e la limpida giornata rendono questi pascoli particolarmente suggestivi. Superiamo un paio di malghe ed entriamo in un bel bosco di faggi, ma, distratti dalla bellezza
del percorso, sbagliamo pietosamente strada proseguendo
sul sentiero 69 anziché prendere il n. 66. Accorgendoci del
misfatto, mestamente ritorniamo sui nostri passi fino al bivio della discordia che troviamo ampiamente indicato da
esaurienti frecce segnaletiche... Abbandoniamo così la facile stradina per continuare su sentiero. Dopo una ventina
di minuti di buona salita, raggiungiamo una piccola radura
dove spartane panche ci regalano un breve riposo. Ramingazzo ci offre alcune barrette energetiche che tutti di primo
acchito rifiutiamo, memori del pessimo gusto di quelle che
ci aveva offerto la volta scorsa. Oggi però, alle disgustose
barrette al gusto cappuccino ha sostituito quelle più buone
alla mela ed al limone, ed alcuni di noi accettano di assaggiarle. Riposati e rifocillati, riprendiamo il sentiero che, attraversato il bosco, sbuca nei pascoli sotto la cima del Tombea.
La splendida giornata non fa che accentuare la bellezza del
panorama che da qui in poi continuerà ad accompagnarci.
Con qualche tornante attraversiamo i prati cercando di trovare lungo il percorso qualche fossile di conchiglie e ammoniti, che dicono essere numerosi da queste parti. Purtroppo a mani vuote raggiungiamo la Malga Tombea, adagiata
proprio sotto la cima del monte. Qui arriva anche la vecchia
strada di arroccamento, usata dagli alpini nella Prima Guerra
Mondiale, sulla quale, poco oltre la malga, vediamo una freccia che indica il sentiero verso la vetta. Noi però decidiamo
di salire percorrendo una traccia non segnata che si inerpica
partendo proprio da sopra la baita Tombea. Con un poco di
salutare fatica, siamo in cresta dove il panorama a 360 gradi
ci lascia senza fiato.
Di sicuro non pensavamo che il Monte Tombea offrisse uno spettacolo del genere. Dietro di noi il Lago di Garda con la penisola di Sirmione ed il Monte Pizzocolo, a
ovest il Lago di Idro, le montagne del Maniva, il Colombine ed il dosso dei Galli con gli inconfondibili radar. Verso
nord la nera sagoma del Cornone di Blumone, il Frerone,
l’Adamello, il Carè Alto, le Dolomiti di Brenta, mentre a est
il Monte Baldo con le sue ondulate cime e la vista che arriva fino alle Dolomiti ed alla Marmolada. Approfittiamo di
questo spettacolare posto per scattare centinaia di foto e
mangiarci un panino in contemplazione del paesaggio.
Dopo pranzo, un po’ a malincuore, riprendiamo il sentiero
verso ovest, percorrendo alcuni panoramici e non difficili
tratti di cresta.
Qui passava la linea di confine con l’Impero AustroUngarico; durante la Grande Guerra queste montagne furono dapprima occupate dal 7° Reggimento Bersaglieri ed
in seguito fortificate dal Regio Esercito che costruì strade,
trinceramenti e posti d’osservazione. Troviamo parti di trincee arditamente arroccate alla montagna e moltissimi ripari di guerra scavati nella roccia che ci costringono ad un
breve momento di riflessione. Sulla parete esterna di uno
di questi ripari, affissa sulla roccia, leggiamo la splendida
poesia dedicata all’alpino che riportiamo a fine articolo.
Cominciamo pian piano a scendere raggiungendo nuovamente la stradina e proseguendo con essa sempre verso
ovest, accompagnati anche dai colori bianco-gialli del percorso Antonioli. Raggiunta la Bocca di Caplone, proseguiamo in discesa più marcata (sentiero n. 67) lungo la strada
che, con molti tornanti, attraversa la località Cordeter, la Selva dal Ponte, fino a sbucare sulla stradina percorsa all’andata. È questo un tratto di discesa molto tranquillo anche se
abbastanza lungo. Infatti il Sole sta repentinamente calando
e le luci della sera cominciano a farsi strada, allungando le
ombre, riscaldando i colori ed accompagnandoci placidamente verso le auto. Ritroviamo così la chiesetta degli alpini
e, arrivati al parcheggio, ci concediamo una bibita al rifugio
di Cima Rest, prima di riprendere le auto per il ritorno a casa.
Salendo al Tombea
Panorama dalla cresta del Tombea
Raminghi sul sentiero n. 66
Punto d'osservazione sulla cresta del Tombea
pag. 52 – Adamello 116
Raminghi delle Terre Alte
GRUPPO GITE DI SCIALPINISMO 2015
Gruppo Gite
di Scialpinismo
Brescia
di Michele Peroni
Come ogni anno, verso la fine della stagione “transitoria
per gli scialpinisti” i coordinatori del gruppo gite si mettono
in contatto per definire quello che sarà il programma della
stagione… il carnet è molto vario, ma purtroppo le uscite
non sono illimitate, perciò bisogna scegliere le gite migliori,
che, almeno nella maggior parte, sono già state percorse dai
coordinatori nella stagione precedente o già studiate a tavolino. TUTTO PRONTO! Sì, ma madre natura non è tutti gli
anni la stessa, dunque il giovedì precedente all’uscita della
gita prevista è indispensabile trovarsi per stabilire se ci sono,
o no, le condizioni favorevoli per fare l’uscita in ragionevole
tranquillità.
SÌ SÌ!!! ma non ci sono solo i coordinatori!... 5… 10...
15… un gruppo sempre in crescendo di scialpinisti, chi veterano, chi nuovo, ma tutti determinati a passare una giornata
(o due) nel grandioso mondo della montagna invernale, piena di fatiche, a volte di attese e magari altre di rinunce, ma
senza mai perdere quello spirito ESSENZIALE che ci accomuna tutti. Il gruppo gite scialpinismo di Brescia è diventato,
grazie a tutte queste persone, una realtà radicata, all’insegna
della condivisione, dell’altruismo e dello star bene insieme.
POI BEH… vogliamo parlare della merenda a fine gita?!?
MA QUELLA È UN’ALTRA STORIA!!!
Un grande augurio a tutti per un’altra stagione eccezionale come quella del 2014.
DOMENICA 11 GENNAIO:
Madonna di Campiglio (TN) Cima Serodoli 2708m
Partenza:
loc. Zangola 1634m - diff. BS - disl. 1070m - esposizione nord/est
Durante la giornata si effettuerà una ricerca A.R.T.VA
Coordinatori:
Anna Stefani 3346550272 - Enrico Cadenelli 3487616291
DOMENICA 25 GENNAIO:
Valle del Chiese (TN) Cima Pissola 2063m
Partenza:
Boniprati 1172m - diff. MS - disl. 880m - esposizione est
Durante la giornata si effettuerà una prova
di autosoccorso in valanga di gruppo.
Coordinatori:
Tiziano Osio 3920847660 - Stefania Amato 3357070244
DOMENICA 1 FEBBRAIO:
Gruppo della Presolana (BG) Pizzo Corzene 2200m
Partenza:
Albergo Grotta 1200m - diff. BS - disl. 1000m - esposizione est
Coordinatori:
Paolo Turina 3473105079 - Stefano di Matteo 3382589238
SABATO 21 FEBBRAIO:
Dolomiti di Brenta (TN) Cima Croz dell’Altissimo 2360m
Partenza:
loc. Val Biole (Andalo) diff.MS+ disl. 1280 - esposizione est
Coordinatori:
Massimo Minelli 3286346082 - Barbara Saleri 3388951329
DOMENICA 8 MARZO:
Vipiteno Val di Vizze (BZ) Cima Felbes 2808m
Partenza:
San Giacomo in Vizze 1440m - diff. BSA - disl. 1411m
esposizione nord/ovest - sud/ovest
Coordinatori:
Riccardo Dall’Ara 3485941376 - Paolo Malizia 3351304031
Marzo Fine settimana in Val D’Aosta (pernottamento in valle)
SABATO 21:
Pointe de la Pierre 2653 diff. MS - disl. 1300m – esposizione nord/ovest
DOMENICA 22:
Becca di Tos 3302m diff. BS - disl. 1903m - esposizione nord
Coordinatori: Siro Richini 335260123 - Roberto Conti 3388562971
Aprile Fine settimana in Val Formazza
Traversata Punta D’Arbola 3235m
Partenza:
Riale Lago di Morasco 1815m (uso piccozza, ramponi, imbrago, corda)
SABATO 11:
Arrivo al rifugio Mores 2515m diff. BS - disl.700m - esposizione nord/est
DOMENICA 12:
Cima D’Arbola - diff. Bsa - disl. 720m - esposizione nord/est
Coordinatori: Tiziano Osio 3920847660 - Andrea Braga 3471511907
Aprile Fine settimana nel gruppo dell’Adamello 3554m
Partenza: Passo Tonale 1883m (uso piccozza, ramponi, imbrago, corda)
SABATO 25:
Cresta Croce/cannone diff. BSA - disl. 760m - esposizione varia
DOMENICA 26:
Cima Adamello diff. BSA - disl. 700m - esposizione sud/est
Coordinatori: Michele Peroni 3395080910 - Claudia Lauro 3383292488
Maggio Fine settimana nel Gruppo del Gran Combin (G.S. Bernardo)
Partenza: Bourg S. Pierre 1620m (uso piccozza, ramponi, imbrago, corda)
SABATO 9:
Arrivo alla Cabane du Velan 2642m - diff. BS - disl. 937m - esposizione nord
DOMENICA 10:
Mont Velan 3727 - diff. BSA - disl. 1085m - esposizione nord
Coordinatori: Davide Pighetti 3392021098 - Martino Pelizzari 3493621388
Pizzo Scalino 3323
Per ulteriori informazioni è possibile contattare la Segreteria della Sezione, a Brescia in Via Villa
Glori 13, negli orari di apertura della sede: da martedì a sabato dalle 9.30 alle 12.00 e dalle
16.00 alle 19.00, il giovedì dalle 21.00 alle 22.00 Tel. 030-321838 e-mail [email protected]
Adamello 116 – pag. 53
Corsa in montagna
11° Trofeo Paolo Ravasio
Prendi per mano il tuo limite
e accompagnalo sino al traguardo
di Gigi Mazzocchi
U
n vincitore del Ravasio c’è ma non ci sono vinti, ho
la presunzione di credere che tutti coloro che sono
partiti dal Bazzena abbiano portato a casa una vittoria personale, compreso chi ha dovuto fermarsi prima della
diga del Garibaldi.
Il numero uno è per molti un viaggio che parte con pic-
pag. 54 – Adamello 116
cole o grandi velleità e si conclude quasi sempre con una
lacrima; un viaggio che si svolge in posti a noi tutti molto
cari, in luoghi che 100 anni fa hanno fatto da sfondo a storie
di grande e meravigliosa solidarietà.
Sono i luoghi di una guerra che ha visto più vittime della
montagna che del nemico, una guerra vissuta senza tregue
Corsa in montagna
perché se non era il nemico ad assalirti era il freddo, la neve,
le valanghe; un immenso altare sul quale sono stati sacrificati uomini che altro non erano se non ragazzi appena maggiorenni, ragazzi che, come qualcuno ha scritto, partivano per
la guerra con l’entusiasmo e l’allegria di chi va a una festa
e che si sono in poco tempo ritrovati faccia a faccia con il
limite estremo.
È in questi luoghi meravigliosi e spaventosi che con grande umiltà andiamo a cercare il nostro limite personale; è su
queste pietre e sulle trincee della guerra che ci sfidiamo e
ci incontriamo: sulla sottile linea che collega i cinque rifugi,
una linea che spesso risulta visibile e rimane impressa nella
mente e negli occhi solo di chi la percorre.
Quella linea lungo la quale molti concorrenti si trovano
non a competere ma a condividere un viaggio dentro la propria mente in quel posto dove risiede “l’eroe dell’inutile”;
l’eroe che ci chiede di esplorare i nostri confini, che nella
quotidianità ci fa rialzare dopo le cadute, che trova forza
nell’amicizia e nella condivisione di esperienze e sensazioni vissute in condizioni che la stanchezza fisica e mentale
rendono estreme. Sono condizioni in cui non c’è posto per
le maschere, dove si può essere solo ciò che realmente si è,
condizioni dove esiste solo il bianco o il nero, dove si è unici
giudici di se stessi, e non sempre l’esito è positivo, ma anche
questa consapevolezza aiuta a capire quali sono le cose che
realmente contano ed è nel confronto con il proprio limite
che si cresce e si migliora.
Nel confronto con se stessi non c’è vincitore o vinto ma
crescita intima, personale, difficilmente condivisibile con chi
non è abituato a guardarsi dentro. Per questo credo molto
nella condivisione di chi ha percorso l’uno, negli occhi di tutti
voi ho la presunzione di vedere chi ha saputo giudicare se
stesso ed ha saputo accettare i limiti e la grandezza del proprio “eroe dell’inutile”.
Grazie ancora a tutti coloro che hanno, con il loro impegno e la loro collaborazione, reso possibile lo svolgimento
dell’11° Ravasio, grazie al presidente del CAI e al Consiglio
che anche quest’anno ha creduto nella manifestazione, e
grazie a Paolo che ancora una volta ci ha riuniti nel suo ricordo.
Adamello 116 – pag. 55
Scuola di alpinismo
Gli Istruttori si riuniscono
in assemblea
di Riccardo Dall’Ara
A
ssemblea animata quella che si
è tenuta il 22 ottobre scorso nel
salone della sede del CAI.
Il Direttore della Scuola di Alpinismo-Sci Alpinismo e Arrampicata Libera “Adamello-Tullio Corbellini” Roberto
Boniotti ha introdotto la serata con una
relazione in cui ha delineato il percorso
della Scuola negli ultimi tre anni e definito gli obiettivi futuri.
Il suo incarico triennale terminerà ad
aprile 2015, ma ha ventilato l’ipotesi di
gradire un’eventuale nomina per i prossimi tre anni.
Ha sottolineato, con una certa soddisfazione, che dopo tanti anni di assenza di aspiranti, adesso sarebbero
due i candidati disposti ad accogliere la
nomina di Direttore: Raffaele Poli, INSA
(Istruttore Nazionale di Sci Alpinismo) e
Mauro Torri, INA (Istruttore Nazionale di
Alpinismo).
La relazione è stata seguita con
grande attenzione dai presenti che, con
varie domande, hanno animato gli interessanti argomenti esposti da Boniotti.
L’Assemblea ha deliberato sull’andamento dei prossimi corsi: SA1 (Sci Alpinismo di base), SA2 (Sci Alpinismo
avanzato), Arrampicata su Ghiaccio
(Cascate), AR1 (Roccia base), AG1
(Ghiaccio Alta Montagna), A1 (Alpinismo base), AL1 (Arrampicata Libera),
AL2 (Arrampicata Libera avanzato).
Accolte da calorosi applausi e ma-
nifestazioni di simpatia sono state le
nomine a Istruttori Sezionali di: Francesca Bosio, Erica Lonati, Manuel Alfieri, Daniele Tosoni.
Dopo aver partecipato al corso/esame di Arrampicata Libera, Paolo Ballini e Giorgio Orizio hanno conseguito il
brevetto di IRAL (Istruttore Regionale
di Arrampicata Libera) e Valerio Calzoni è entrato in possesso del titolo di
IRSA (Istruttore Regionale di Sci-Alpinismo).
Mauro Torri ha ottenuto la qualifica
di INA (Istruttore Nazionale di Alpinismo).
Daniele Tosoni
La Redazione della rivista Adamello
fa i più sinceri auguri di buon lavoro alle
nuove nomine e a tutto il corpo Istruttori
e li ringrazia vivamente per il loro costante impegno per la divulgazione degli ideali della montagna.
Sul prossimo numero della rivista saranno pubblicati alcuni articoli che tratteranno argomenti di alpinismo, in particolare sulla “libertà in alpinismo”.
Erica Lonati
Manuel Alfieri
pag. 56 – Adamello 116
Giorgio Orizio
Francesca Bosio
Scuola di alpinismo
Che cosa c’è dietro uno sguardo
di un Uomo di montagna?
di Massimiliano Merigo
M
i chiedevo che cosa rendesse
il mio amico Marco sempre
così sereno con un’espressione “piena” e felice.
Ora l’ho scoperto!!!
Mi sono iscritto al Corso NeveGhiaccio 2014 appena terminato e ho
potuto vivere forti emozioni che ti lasciano appagato e sereno, nutrito da un
ambiente affascinate, sempre misterioso, “non per uomini” come l’ha definito
il Direttore durante un’escursione, dove
capisci che non puoi mai “abbassare la
guardia”.
Non avevo mai “calpestato la neve in
modo serio”, nonostante i miei 46 anni
e in questo corso ho potuto creare un
principio di feeling, dopo le prime grandi
incertezze a contatto con un qualcosa
che non conosci e devi scoprire piano
piano, in punta di piedi.
È difficile spiegarlo in parole, bisogna viverlo!
Grazie a tutti per la grande accoglienza, professionalità e voglia di dare.
Un abbraccio a tutti!
Grandes Jorasses, Parete Nord,
via Colton-MacIntyre
di Daniele Frialdi e Claudio Inselvini
D
ella Parete Nord delle Grandes Jorasses si potrebbe parlare lungamente e forse anche noiosamente. Alta 1200 m è uno
dei simboli dell’alpinismo europeo e forse anche mondiale. Qualcuno la definisce la parete delle pareti. Al suo interno
sono stati tracciati nel tempo moltissimi itinerari ed alcuni in particolare si ergono a simbolo della scalata moderna su
ghiaccio e misto. Fra tutti, fatta eccezione per lo sperone Walker, che è per altro una via di roccia, spicca la ‘Colton-MacIntyre’.
Questa via fu tracciata nel 1976 da due grandissimi dell’alpinismo, due inglesi, due icone del ‘British Style’: Nick Colton e Alex
MacIntyre. Tralasciando la lunga lista delle loro realizzazioni, ci piace invece ricordare che il loro modo di scalare si riassume nella
celeberrima dichiarazione di MacIntyre: la parete era l’ambizione, lo stile divenne l’ossessione.
Qui di seguito troviamo il racconto a quattro mani di Daniele e Claudio, racconto relativo ad una recente ripetizione nel settembre 2014; l’idea è quella di dare due visioni personali della medesima salita, raccontando, ognuno per sé ma insieme, quello che
l’esperienza sulle Jorasses ha lasciato. Un doppio percorso parallelo che conduce infine, in vetta, al comune sentire.
Claudio
È sempre in un giorno improvviso
che si pensa a lei, alla ‘città foresta’, alle
Grandes Jorasses (Jorasse deriva dal
celtico Juris, foresta d’alta quota, n.d.a).
Ed in questo giorno improvviso nasce
l’idea del viaggio ed inizia il cammino. Il
viaggiatore crede spesso che il viaggio
inizi dal primo passo, mentre in realtà
il viaggio inizia dal primo pensiero. Se
è così da lungo tempo io percorro il
cammino immobile verso questa città,
da lungo tempo rincorro il desiderio
della sua ‘via maestra’, di quella via
che, nell’ immaginario, rappresenta il
percorso ideale, ambito quanto temuto,
attraverso la città foresta. Come il
viaggiatore sconosciuto di Calvino,
mi accingo perciò alla partenza verso
un’idea, anzi verso un simbolo e con
malcelata ansia di azione trascorro i
giorni che precedono la partenza per
Chamonix.
Chamonix, la bella, la luminosa, l’incredibile. Per le sue strade si agita un
miscuglio di razze e di atteggiamenti
uniti da un’armonia che altrove sarebbe impensabile. L’uomo d’affari con la
puzza al naso cammina a fianco della
pag. 58 – Adamello 116
ragazzina che invece il naso l’ha all’insù,
mentre il turista occasionale si attarda e
si mescola al popolo degli scalatori. Gli
scalatori! popolo nel popolo, eleganti e
ipertecnici o consumati e irsuti si muovono qui a loro agio, questa è la loro
casa, e mai, mai ti è dato di sapere cosa
si nasconde sotto gli abiti di chi incroci.
Ed ecco che anche noi oggi, indecifrabili, con grandi zaini e volti rilassati, che
vorrebbero esser rilassati, camminiamo
per queste strade, attratti come falene
dal rosso colore del celebre trenino a
cremagliera di Montenvers.
Il viaggiatore che si rechi, che intenda recarsi, nella città foresta, deve, nella
prima parte del suo cammino, superare
alcune prove: le lunghe scale che depositano sul ghiacciaio, la grande distesa
di ghiaccio nota come ‘la Mer de Glace’,
la risalita alla locanda Leschaux, nobile
rifugio che ha ospitato i nomi più grandi
dell’alpinismo, ma soprattutto dalla cui
terrazza si gode la visione della parete
nord delle Jorasses. Si gode… quale
ossimoro!!! Il timore ed il desiderio sono
presenti insieme e con intensità assoluta. Il godimento è quindi atipico, forse
perverso.
La locanda è gestita con pugno di
ferro da una lady gentile. A riprova che
questo è senza dubbio il luogo dei contrasti.
La notte serena fuga i dubbi della
sera, mentre una traccia, appena accennata, ci guida verso l’imbocco della città foresta. Come preannunciato la
città non si concede facilmente, le sue
porte sono ben difese. Con perizia e con
timore varchiamo il solo punto debole
che la barriera iniziale presenti, e lo facciamo con sfida ed eleganza, passando
all’interno, scalando le viscere della crepaccia terminale e credendoci conquistatori laddove invece non siamo che
conquistati. Anche se rapiti forse si addice di più. La città foresta è astuta, non
intende concedersi senza lottare, senza
respingere prima di accogliere, senza
impressionare prima di lasciarsi amare.
Il luogo è severo ed ardua la scalata, ma
poco prima che la luce lambisca il nostro
sguardo siamo oltre le porte, finalmente
ed incredibilmente già sulla via maestra.
A questo punto dovrei raccontare
di gradi, di verticalità, di impegno e di
fatica. Ma un viaggiatore che percorra
la ‘città foresta’ sarà prima di ogni altra
cosa attratto dal luogo, dalle meraviglie
fino ad ora solo udite raccontare, dai
colori improvvisi. Ma attenzione, non si
deve abbassare la guardia, la città foresta cattura e come prima difendeva
l’accesso, ora trattiene e invischia: ripidi
corridoi si alternano a percorsi sbarrati
da alti cancelli, mentre spesso le indicazioni conducono in vicoli senza uscita.
Ed oltre a questo la neve, quella neve
leggera, soffiata con forza, forse senza rabbia ma anche senza pietà, quella
neve che raffredda e paralizza, che fa
urlare di rabbia e di impotenza.
E poi finalmente il percorso si compie, la città docile si concede, mostra
l’uscita e accompagna il viaggiatore,
in verità molto provato, verso la degna
conclusione del suo viaggio, verso la
guglia del suo monumento più intenso,
verso la vetta.
Daniele
Il ritrovo a Brescia centro ormai è
consuetudine, il fatto che si andrà con
la mia auto è ormai una certezza. Carichiamo il materiale nel portabagagli e
partiamo. Gli zaini son quelli delle grandi
occasioni, pieni di materiale, di entusiasmo e di aspettative. Avremo preso
tutto? Il dubbio è di rito come un rito è
scannerizzare il proprio corpo dai piedi
alla testa, ad occhi chiusi, vestendosi
mentalmente pezzo per pezzo: “calze,
scarponi, ramponi, pantaloni, imbrago,
maglietta, pile, goretex, guanti, picche,
casco… ok, c’è tutto!”.
L’autostrada scorre veloce nonostante il traffico di un giorno feriale. Pian
piano ci lasciamo caselli e barriere alle
spalle. Quanto costa ’sto viaggio ogni
volta! Meglio non pensarci e l’immancabile sosta per un toast al Viverone ci
aiuta a sentirci un po’ più a nostro agio
proiettando i nostri pensieri altrove, là
sulle grandi pareti dove l’asfalto sarà
solo un ricordo.
Ed è così che l’ultimo tratto di strada
pare scorrere ancora più veloce e finalmente il traforo ci sputa al di là del confine, in Francia, a Chamonix.
Al parcheggio della stazione di Mon-
tenvers si mettono nello zaino le ultime
cose, materiale e ricordi. Mi viene in
mente la prima volta qui, con Johnny per
il Linceul, o il primo tentativo alla Colton con Marco, andato a vuoto, qualche
mese prima della nostra salita del 2012.
Mi piace immaginare che anche Claudio
stia ripensando alla sua ultima volta qui,
con Beppe, per la Walker, o a quella prima per il loro tentativo alla Colton oppure a quando con Maurizio salì il Linceul.
Ognuno col proprio bagaglio quindi ci ritroviamo presto giù dal trenino a
percorrere la Mer de Glace fin sotto al
rifugio Leschaux che da lassù, dal suo
punto d’osservazione privilegiato, domina la valle e la nord delle Jorasses. Piove quando varchiamo la porta del piccolo rifugio, piove a dirotto. Ad accoglierci
la giovane e dinamica padrona di casa
col suo splendido micio pel di carota.
Durante la cena, gli occhi dei presenti
guardano uno nel piatto e uno fuori dalla finestra con la speranza che smetta
di piovere. All’improvviso uno squarcio
di sereno spezza in due le nubi, il cielo
rasserena e con lui anche il nostro stato
d’animo. Si va a letto più tranquilli con la
convinzione che la notte rigelerà. E così
sarà…
Il sonno è molto breve, il mio in verità non comincia neppure. Passo le ore
a guardare la luce della luna che entra
dall’oblò. Ripenso all’ultima volta con
Marco quando quella stessa luce l’avevamo sul viso e negli occhi avendo bivaccato ai piedi della parete. Allora eravamo completamente soli e non vi erano
tracce per giungere all’attacco, stavolta
le super condizioni invernali hanno favorito numerose ripetizioni quindi vi è una
piccola superstrada che conduce fin
sotto alla via.
La colazione viene consumata in
fretta e, velocemente, ci incamminiamo
verso la parete. È notte fonda e la luna
ormai si è nascosta dietro le vette circostanti. Quando arriviamo alla crepaccia
terminale, dopo circa tre ore, restiamo a
bocca aperta: un luogo incredibile. Pare
di stare sulla luna. Si deve scendere nel
cuore dell’enorme buco passando su
architettonici ponti e tappi di neve per
poi rimontare un muro verticale attraverso uno stretto ed entusiasmante camino che lo spezza in due. Osserviamo le
cordate davanti a noi impegnate in questo passaggio e, con le luci delle frontali
immerse in questa sorta di grotta naturale nel ghiaccio, ci pare di vedere un
presepe fuori stagione. Semplicemente
stupendo.
Superato questo ostacolo siamo in
parete, in piena parete. Un lungo e faticoso nevaio ‘spaccapolpacci’ ci conduce all’attacco delle goulottes centrali.
Intanto il sole è sorto in un tripudio di
colori e lassù in vetta un vento beffardo ci scarica addosso continue docce
gelate di neve farinosa che rallentano
e complicano la progressione. Le condizioni però sono super, ed il ghiaccio
abbondante delle goulottes ci deposita
in breve alla base del tiro chiave; un vero
e proprio muro di neve incollata ad una
placca verticale. L’altra volta questo tiro
non era salibile e mi aveva obbligato alla
difficilissima variante ‘Alexis’ sulla destra. Stavolta invece mi godo la scalata
a pieno, metro per metro, centimetro per
centimetro.
“Claudio molla tutto!” Anche questo
ostacolo è alle spalle. La neve continua
ad investirci, le mani sono gelate. Un tè
caldo e uno sguardo al panorama ci rinfrancano anima e corpo. La giornata è
magnifica. Procediamo affrontando tutta
la parte alta della via tra entusiasmanti
risalti di misto e goulottes ghiacciate fino
a giungere sugli ultimi tiri dello sperone
Walker dove storia e ricordi si mescolano tra loro in un crescendo di emozioni.
Qui con Marco arrivai dopo un bivacco in parete… Claudio e Beppe anche.
Adesso la vetta è vicina, davvero vicina,
così vicina che pare di poterla toccare…
Claudio e Daniele
Pianto le picche sul pianoro sommitale, la testa sbuca dalla cornice ed il panorama da verticale si fa orizzontale. Non c’è più
nulla da salire. Me ne sto fermo così per qualche istante ed in silenzio mi godo il momento. Il mio compagno mi sorride, mentre
le luci del tramonto inondano i monti circostanti di rosso. Un ultimo sforzo, sono fuori, sono in vetta. Appoggio lo zaino, alzo la
testa e mi guardo intorno. Mille pensieri e nessuno si affollano nella mente. C’ero già stato qui, proprio esattamente qui, ma come
sempre è tutto nuovo. È sempre un’emozione nuova ad ogni volta. Tendo la mano al mio compagno, o forse lo abbraccio non
ricordo più. Forse tutte e due le cose. Una voce mi ricorda che non è finita, che serve ancora concentrazione, si deve scendere ora
e trovare un posto decente per bivaccare. Ma non ancora, non subito, fra un attimo. Adesso, ancora per qualche minuto è tempo
di sentire l’anima leggera.
Adamello 116 – pag. 59
Alpinismo
Il tracciato della via Lost in Concarena.
Riconoscibile a sinistra l’imponente Cimone della Bacchetta
Prime
ascensioni
a cura di Fausto Camerini
OROBIE
SOTTOGRUPPO DELLA CONCARENA. CORNA ROSSA. Parete Est.
Via “Lost in Concarena”. La via è stata aperta il 24 gennaio 2014 da Andrea
Tocchini e Massimo Simoncelli. Lunghezza 350 metri (più di 200 nel canale).
Difficoltà: su ghiaccio/ 4°+ su roccia/
5°su misto/ canale a 40° - 45°/TD. Esposizione: Est-Sudest.
In arrampicata
tra ghiaccio
e roccia
sulla via Lost
in Concarena
Rilassati e scherzosi i due salitori
alla fine della via
pag. 60 – Adamello 116
ACCESSO: Dal paese di Ono San Pietro, seguire la strada per Losine. Prima di arrivare all’azienda vitivinicola Monchieri (Losine) lasciare l’auto ed imboccare una stretta
via sterrata che vi conduce ad un’altra strada, questa asfaltata; seguirla verso sinistra
fino al ponte che sovrasta il ruscello Glera. Quindi salire sul fianco destro della valletta
formata da fiumiciattolo; lì si trova il sentiero bollato di rosso e bianco che porta ad incrociare un’altra stradina. Proseguire dritti raggiungendo una presa per l’acqua; ancora
dritti per sentierino bianco e rosso, poi giallo e di nuovo bianco rosso, puntando ad una
grossa slavina, fino a raggiungere un cartello che indica per il rifugio Baita Iseo.
Da qui abbandonare il sentiero e proseguire dritti puntando la slavina. Appena è
visibile deviare a destra in un canale con dei grossi massi. Salire per tracce tutta la valle
che piega verso sinistra, da prima lungo ghiaioni e poi per una grandissima slavina che
porta dritti al canale base della via. 3 ore dall’auto.
MATERIALE: per una ripetizione portare una serie di friend fino al 4 bd (utile in parecchi punti) doppiare il verde e il viola, utili i micro e i tricam, un poco superflui i nuts.
I chiodi usati solo per le soste sono già tutti in loco.
Le soste sono tutte a 2 chiodi, munite di anello per la calata e collegate con cordino.
ITINERARIO: risalire il canale fino ad arrivare ad un tappo di rocce e neve alto una
trentina di metri; sulla destra cordino in clessidra; si può notare un piccolo risalto verticale che dà l’accesso ad un altro stretto canale sormontato da un enorme masso incastrato: è lì che ha inizio la via.
L1: attaccare il muro verticale e risalire il canale fino ad una comoda nicchia, sosta
50 metri.
L2: salire la placca a sinistra della grottina per poi spostarsi in centro al canale su di
un muretto di ghiaccio/neve a 95° gradi, rimontato il muro proseguire sul fianco sinistro
del canale, superare un altro muro di roccia e neve puntando ad un camino sulla sinistra
al di sotto del quale sempre in comoda nicchia si trova la sosta. 50 metri 5°su ghiaccio
3° su misto.
L3: (la rosa): salire direttamente al di sopra della sosta il bellissimo camino strapiombante con ottimi appigli fino a riprendere il canale nevoso, seguirlo per una trentina di
metri spostandosi sul fianco destro fino a raggiungere una parete strapiombante, prima
che esso curvi verso destra, alla base della quale è situata la sosta. 50 metri 4+ su roccia.
L4: continuare lungo il canale che a questo punto piega decisamente a destra fino a
raggiungere la sosta, situata poco prima di una diramazione a sinistra, sul fianco sinistro
del canale. 55 metri 45°.
L5: imboccare la deviazione verso sinistra, superare un masso incastrato, passo delicato, occhio al buco, e proseguire fino alla sosta posta a sinistra del canale sotto una
paretina vetricale. 55 metri 45°.
L6: superare la parete a destra della sosta e proseguire lungo il canale fino alla sosta, posta sul fianco sinistro, al centro di una placchetta verticale fessurata. 2 chiodi in
fessura. 50 metri 4°su misto.
L7: proseguire lungo il canale, a questo punto ricco di erba e di rocce, fino ad un
buon larice sul quale sostare. 50 metri 45°.
DISCESA: per la discesa, in corda doppia, seguire a ritroso tutte le soste, tranne alla
penultima, dove è comodo saltare la prima sosta all’interno del grottino e con sessanta
metri giusti si arriva all’ultima calata, posta sul fianco destro dritta sotto il masso incastrato, da dove con un’ultima calata di quaranta metri si è all’attacco della via.
Andrea Tocchini
Alpinismo
SOTTOGRUPPO DELLA CONCARENA. CIMONE DELLA BACCHETTA.
Via “L’ultima sigaretta”. La via è stata aperta il 21 agosto 2014 da Andrea
Guerzoni e Paolo Dolcini. Lunghezza
150 metri con difficoltà V/R3/ III/, (5 lunghezze).
Da Ono San Pietro seguire il sentiero che porta in un’ora al rif. Baita Iseo.
Da qui proseguire in direzione ovest verso le Baite Natù fino ad intersecare il
sentiero che porta al Toc de la Nef. Appena usciti dal bosco si nota alla propria
destra il pilastro Beppe Chiaf; lo si raggiunge per un ghiaione costeggiandolo alla
sua destra. Si prosegue sul ripido ghiaione fino ad individuare un evidente diedro
sulla sinistra, circa 300 metri oltre il pilastro Chiaf.
Si raggiunge la base dove si trova un cordino di segnalazione per l’attacco.
L1: tiro friabile nei primi tratti, con alcuni passaggi delicati su roccia instabile.
IV+. Sosta attrezzata dentro una nicchia.
L2: uscire dalla nicchia a dx e con ribaltamento delicato portarsi su leggero
strapiombo fino ad una grande cengia dove si torna alla sosta attrezzata. Qui ci si
trova esattamente sul colle che dà accesso alla lunga cresta di pilastri che parte
dal pilastro Beppe Chiaf.
L3: per facili roccette ci si sposta a dx e si raggiunge la base delle evidenti
placche. III
L4: dalla sosta su cordone incastrato si sale verticalmente su stupende placche, con passaggi in fessura e diedro, V. Ci si porta sul filo di cresta che prosegue
perpendicolarmente verso ovest.
L5: su cresta esposta e delicata si raggiunge l’evidente cima di uno dei mille e
più gendarmi della Concarena.
Discesa in doppia lungo le soste attrezzate.
Andrea Guerzoni
Andrea Guerzoni
ADAMELLO
SOTTOGRUPPO DEL CARÈ ALTO.
MONTE FOLLETTO. Parete Ovest. Via
“Mondi Selvaggi”. La nuova via di 380
m e difficoltà VI+ A1 o VII+ (ED-) è stata
aperta il 17 luglio 2014 da Giorgio Tameni e Massimo Fogazzi.
In arrampicata sulla via L’ultima sigaretta
Saliamo la via in otto ore, e una per la discesa, utilizzando lungo i tiri solo protezioni veloci quali chiodi, friends e dadi.
Abbiamo lasciato qualche chiodo solo sui passaggi difficili; le soste sono attrezzate con un fix artigianale di diametro 8 mm,
comunque tutte rinforzabili con friends o qualche chiodo.
L’arrampicata su un ottimo granito è tipica di fessura, a tratti atletica e mai banale; una arrampicata di soddisfazione.
Il granito è bellissimo, la zona fuori dal mondo, tanto che per arrivare all’attacco servono 4 ore di cammino.
(Noi abbiamo bivaccato poco lontano, dividendo l’avvicinamento! consigliato!!!) Posti per dormire in zona ce ne sono parecchi, grossi massi con belle e “comode” coperture!
C’è la possibilità di bivaccare anche a dieci minuti dalla via, tramite un grosso masso che era stato sigillato con un muro
a secco dal grande Tiberio Quecchia nel 1996 quando aprì con Alberto Tonoli la sua via “Dove nasce l’arcobaleno” sempre
sullo stesso pilastro.
AVVICINAMENTO: dal rifugio Val di Fumo si prosegue per la valle per circa cinquanta minuti fino al bivio (cartelli) per
salita al Passo della Porta. Da qui salire ancora 200 m per la valle giungendo in corrispondenza di un “prato” che si nota sul
lato destro della valle; raggiungere il punto per l’attraversamento del torrente (masso con ometto e corda fissa su tre spit) per
poi salire seguendo il più possibile le zone erbose prima, poi moreniche fin sotto al nostro pilastro ben visibile da lontano (dal
rifugio 4 ore) prendere come riferimento il tetto squadrato appena sopra le placche grigie di partenza seguendo una facile
fessura da sx a destra.
Adamello 116 – pag. 61
Alpinismo
RELAZIONE:
1) Salire l’evidente fessura che da sinistra va verso destra arrivando ad una stretta cengia seguita da una corta placca;
rimontarla spostandosi poi verso sinistra fin sotto il tetto squadrato. Qui fare sosta con fix e friends (35 m; V e V+)
2) seguire la placca verso sinistra recuperando un difficile diedro sbarrato dopo 10 metri da uno strapiombo; lo si supera
sulla destra, poi diritti su magnifica placca arrivando sotto lo spigolo sinistro di un altro strapiombo; qui c’è la sosta con fix,
friends micro (30 m VI+ A1 o VII+); lasciati due chiodi.
3) ora scalare la placca verso destra proteggendosi con la bella fessura sotto il tetto fino al suo termine; abbassarsi (2 metri
circa) e recuperare un’altra fessura che sale verticale fino alla sosta dentro il camino fix e friends (35m VI); lasciati due chiodi.
4) con bella arrampicata salire le lame nel camino fino al suo termine; superare una bella placchetta a destra fino alla comoda sosta su un fix (50 m IV e V +).
5) tiro facile, diritti per 55 m sostando su friends poco prima dello spigolone (III).
6) adesso rimontare ancora alcuni metri un tratto facile (III) puntando una fessura obliqua per 10 m verso sinistra, poi salire
diritti (passaggino difficile; V+) salendo sulla dorsale dello spigolone (destra) fno ad un chiodo; si scala poi una difficile placchetta (VI+) fino alla sosta su un fix (50 m V+ e VI +); lasciato un chiodo.
7) proseguire diritti (15 m circa) per lo spigolo fino al chiodo, qui con difficile arrampicata attraversare a sinistra (passaggio
esposto) recuperando una fessura obliqua; seguirla fino al suo termine alla base di un bellissimo grosso camino; sosta su due
fix (50 m VI+); lasciati 2 chiodi.
8) tiro bellissimo nel grosso camino. I friends “si divertono” un mondo… e non solo loro!!! (50 m V+ e VI); sosta su due fix
(alcuni metri a dx si vede la sosta della via di Tiberio Quecchia che utilizzeremo per il ritorno in doppia).
9) con un passaggio difficile raggiungere il chiodo (VII), recuperare poi la bellissima fessura ad arco con un’arrampicata
atletica ma divertente, si raggiungono piccoli diedrini fino sulla sommità del pilastro dove c’è la sosta con due fix (35 m VII e
VI+); un chiodo lasciato.
DISCESA: calarsi alla penultima sosta, poi scendere utilizzando le soste della via “Dove nasce l’arcobaleno” di Tiberio
Quecchia dall’altra parte del pilastro (soste quasi tutte su spit).
MATERIALE: per una ripetizione portarsi serie completa friends camalot dai micro al 3 grande, il (2 - 0,75 - 0,50 doppi),
dadi, qualche chiodo da granito, martello e corde da 60.
Giorgio Tameni
In arrampicata
sulla via
Mondi selvaggi
La falesia di Opera
in un disegno di Giovanni Lonati
PREALPI BRESCIANE
SOTTOGRUPPO DEL GUGLIELMO. FALESIA OPERA. La falesia inaugurata l’1 giugno 2014 offre 16 vie, per
ora dal 5b al 7c, ma molte ad oggi (ottobre 2014) risultano ancora non liberate e
sono quindi in attesa di forti climber motivati a sfidare le nere compatte placche
molto tecniche o i gialli strapiombi fisici.
Tutte le vie sono ottimamente chiodate
con fix inox 10 mm. Soste attrezzate
con catena e moschettone. Lo sviluppo
massimo è di 35 metri; risultano quindi
necessari, per le vie più lunghe, una corda da minimo 70 metri di lunghezza (ricordatevi il nodo al capo libero della corda! Consigliata da 80 metri), e 18 rinvii.
DOVE: la falesia si trova nel comune di Marone, nella Valle dell’Opol, nota
per altre falesie; su tutte “Madonna della
Rota”. Dirigersi verso l’abitato di Zone e,
prima di raggiungerlo, imboccare, con
una brusca deviazione verso destra, la
stretta via “Madonna della Rota”; percorrerla sino al decimo tornante; qui cartello segnaletico e spazio per posteggiare
6/7 auto (si raccomanda di parcheggiare con buon senso, senza occupare la
carreggiata o invadere proprietà altrui).
Avvicinamento praticamente nullo.
QUANDO: la falesia, essendo molto
soleggiata, è prettamente invernale, ma
scalabile anche nelle giornate non troppo calde di mezza stagione.
CHI: disboscamento, terrazzamenti, disgaggio e spittatura a cura del trio
Maddalena Volterrani, Alan Turelli e
Giovanni Lonati. Si ringraziano Valentina e Davide del negozio “Blocco mentale” per il supporto tecnico.
NOMI E GRADI ALLA BASE DELLE
VIE. 1) I masnadieri (6c+); 2) La scala di seta (NL); 3) Don Giovanni (NL);
4) Capriccio (NL); 5) Una follia (NL); 6)
Il fanatico burlato (NL); 7) Il ratto dal
serraglio (NL); 8) La finta giardiniera
(6a+); 9) La pietra del paragone (6°);
10) Il flauto magico (5c); 11) Così fan
tutte (5b); 12) Tristan und Isolde (7c);
13) Il cavaliere della rosa (7a+); 14) Il
crepuscolo degli dèi (6c); 15) La carriera di un libertino (NL); 16) Il califfo
di Bagdad (7b).
DOLOMITI DI BRENTA
SOTTOGRUPPO CENTRALE. MASSICCIO DI CIMA BRENTA. CIMA BRENTA. Il 26 ottobre e il 9 novembre 2013 Daniele Frialdi e Gianfranco Duina hanno
aperto la via “Vento di Ghiaccio”. Lunghezza 380 metri. Difficoltà: WI 3+, M5
M6, V+ roccia, IV.
Materiale necessario: Indispensa-
bili 2 corde da 60 metri, 2-3 viti corte,
serie di friend fino al 3 camelot, scelta di
chiodi da roccia, cordini per le clessidre,
qualche nut.
Discesa: In corda doppia lungo la
via sfruttando tutte le soste attrezzate
usate in salita (Saltando quella facoltativa alla fine di L5 che infatti non è attrezzata). Arrivati all’ultima doppia (S1,
chiodo e nut incastrato).
Periodo consigliato: Tendenzialmente direi che, data la natura della via,
si potrebbero trovare condizioni buone
per gran parte della stagione. Evitare
dopo periodi di abbondanti nevicate, soprattutto per i due tiri alti nel camino che
potrebbero essere parecchio intasati.
Soprattutto ad inizio stagione, quando
le condizioni delle cascate non sono ancora ottimali, questa via può essere una
valida alternativa perché non necessita
di gran formazione di ghiaccio. Tuttavia
necessita almeno un buon rigelo notturno della neve per poter affrontare i tratti
di pendio nevoso senza sprofondare.
Avvicinamento: Da Madonna di Campiglio prendere la strada per il rif. Vallesinella (quando l’innevamento lo consente).
Parcheggiare al rifugio, prendere per il rifugio Casinei e quindi per il rifugio Tuckett. Dal rifugio proseguire in direzione della
bocca di Tuckett. Una volta giunti sul nevaio risalirlo fino a quando questo si allarga. Seguire la biforcazione verso destra e
risalire in direzione dello scivolo nord di cima Brenta. Ad una grossa grotta si possono lasciare gli zaini e cambiarsi. Usciti dalla
grotta risalire subito a destra e puntare dritti allo scivolo nord per una lunga e larga pala. Quando questa si restringe deviare
a destra per evidenti terrazzini di neve. Spostarsi verso destra per circa 150-200 metri obliquando su piccoli risalti di neve
roccia fino a trovarsi in un piccolo anfiteatro. Da qui spostarsi verso la parete rocciosa sulla sinistra fino all’attacco (chiodo
con cordino rosso).
1° TIRO: Salire la parete per circa 20 metri lungo una serie di risaltini di candelette di ghiaccio (WI 3+) intervallati da brevi
tratti di neve e misto. Al termine della parete (cordone rosso in clessidra) con due delicati risaltini di neve e ghiaccio portarsi su
un bel pendio di neve (45°-50°) e risalirlo obliquando leggermente verso destra e puntando ad una parete rocciosa. La sosta
(chiodo alto in fessura orizzontale e nut incastrato in fessura verticale più in basso a destra) si trova nel punto che si raggiunge
quando le corde sono ‘finite’. In pratica, essendo la parete obliqua, se a corde tese siete ancora lontani dalla parete dovete
abbassarvi fino ad incontrarla. 60m, WI 3+, M, Neve 50°.
2° TIRO: Proseguire per il pendio di neve (50°) costeggiando la parete obliqua fino a quando questa finisce. Puntare dritti
ad un risalto roccioso verticale solcato da una netta fessura. La sosta (2 chiodi e fettuccia rossa) si trova alla destra della
fessura, in una evidente macchia nera sulla parete. 40m neve 50°.
Adamello 116 – pag. 63
Alpinismo
3° TIRO: Dalla sosta spostarsi un paio di metri a sinistra, abbassandosi leggermente e portandosi sulla parete di roccia
chiara aggirando uno spigolino e risalire direttamente la grossa crepa verticale che dalla sosta non si vede (M6, proteggibile
bene con i friend) con bellissimi incastri di picca ma piedi molto precari. Uscita molto delicata su toppe di neve ghiacciata.
Proseguire ora nel vago canale tenendosi sul lato sinistro e seguendo dei bei risalti di misto e ghiaccio (M4+, cordino viola
in clessidra). Pochi metri dopo il cordino aggirare una gobba nevosa sulla destra e proseguire dritti per risaltini e pendio di
neve-ghiaccio (55° 60°) fino ad un piccolo anfiteatro solcato sulla sinistra da una sorta di arco roccioso che forma una vaga
grotta. La sosta (un nut incastrato, una clessidra e un chiodo) è al centro dell’anfiteatro, all’altezza circa dell’arco, sotto un
grosso masso che forma una piccola grottina (durante il primo tentativo la sosta era su enorme clessidra un po’ più a destra
ma essendo bassa era sommersa dalla neve). 58m, M6, M4+, Neve-ghiaccio 60°. Variante: dalla sosta risalire direttamente la
fessurina sopra di essa che porta direttamente al canale soprastante (M5).
4° TIRO: Dalla sosta portarsi un po’ a sinistra verso l’arco roccioso e risalire alcuni facili risalti di roccia-ghiaccio (M4) fino
ad arrivare ad un aperto pendio di risalti nevosi-neve ghiacciata (55°) che si risale dritto fino ad una evidente grotta dove si
trova la sosta (due ottimi chiodi e cordino azzurro). 55m, M4, Neve 55°.
5° TIRO: Uscire dalla grotta verso destra ed aggirare un risalto roccioso rimontandolo grazie ad una spaccatura con risaltini di roccia-neve (M3) e proseguire lungo il pendio/goulotte che pian piano si incunea nel grosso camino fino ad un piccolo
risalto/strapiombino. Qui noi al primo tentativo abbiamo fatto sosta (clessidra da attrezzare alla destra dello strapiombino) per
mancanza neve. 35m, M, Neve 45°-50°.
6° TIRO: Superare lo strapiombino sulla destra con due passi delicati di incastro picche (condizioni apertura) poi proseguire facilmente nella goulottina di neve fino ad un anfiteatro alla base di un evidente camino (sosta sulla sx in alto su un
terrazzino. Cordino azzurro in bella clessidra). 20m, M, Neve 45°. N.B. L5 e L6 si possono fare in un unico tiro. Valutare solo
eventuali attriti corde.
7° TIRO: Dalla sosta spostarsi nell’evidente camino di destra, anche se la ‘logica’ porterebbe a salire stando a sinistra
del camino stesso. Risalirlo con arrampicata non semplice spesso in spaccata. In alcuni punti non ho utilizzato le picche (V
roccia) in altri si sfruttano incastri e toppe di neve gelata (M5, attenzione ad alcune rocce instabili nonostante abbia cercato di
pulire il più possibile). Con bei passaggi delicati arrivare fino ad uno strapiombino (chiodo a lama sulla sinistra nella grottina un
po’ delicato). Giunti su un piccolo terrazzino di neve risalire la goulottina di sinistra (M4, clessidra circa a metà) fino al termine
dove sulla parete di destra si trova la sosta (2 chiodi, cordino). 35m, M5. Variante: Dalla sosta salire direttamente i risalti a
sinistra del camino fino a ricongiungersi alla parte finale del tiro.
8° TIRO: Ora la goulotte prosegue per qualche metro ma poi finisce, quindi non proseguire per essa. Risalire direttamente
il muretto roccioso sopra la sosta con ottimi agganci di picca e buoni appoggi per i piedi (M3+/M4) fino al suo termine. Deviare
a destra entrando nell’evidente goulottina. Seguirla fino a quando si restringe. Superata la strettoia proseguire puntando leggermente a sinistra, abbandonando la vaga prosecuzione della goulotte e mirando ad una crestina rocciosa che si raggiunge
con divertenti risalti di neve-ghiaccio a 60°. La sosta è in ottima clessidra con cordino azzurro. 55m, M4, Ghiaccio 60°.
Daniele Frialdi
Vento
di Ghiaccio
pag. 64 – Adamello 116
Alpinismo
SOTTOGRUPPO CENTRALE. MASSICCIO DI CIMA BRENTA. CIMA BRENTA. Il 9 novembre 2013 Daniele Frialdi e
Gianfranco Duina hanno aperto la via
“Fulmine d’Autunno”. Lunghezza 80 metri. Difficoltà: 5, M5, IV.
Materiale necessario: 2 corde da
60 metri, 2-3 viti corte, scelta di friends
medio-piccoli, scelta di chiodi da roccia.
Discesa in doppia lungo la via.
Periodo consigliato: Inizio stagione, prima delle grandi nevicate. La goulotte sopra si riempirebbe di neve ed
inoltre all’uscita della via c’è un amplissimo pendio nevoso. Eventuali slavine si
incanalerebbero proprio sulla via.
Avvicinamento: Fino alla grotta ed alla lunga e larga pala seguire la descrizione dell’itinerarrio precedente. Oltrepassata una piccola parete rocciosa sulla
sinistra, la colata è ben visibile sulla sinistra in alto. Risalire direttamente il pendio
nevoso fino all’attacco (15 minuti dalla grotta a seconda dell’innevamento. Noi
abbiam trovato neve dura).
1° TIRO: Salire la bella ed esile colata di ghiaccio sottile aiutandosi con la roccia fessurata sulla sinistra fino ad un primo terrazzino che si insinua in una grotta
(M5). Entrare nella grotta e poi uscire a sinistra con delicato passo in strapiombino
(5, M5) che porta ad un secondo terrazzino nevoso. Qui la via si insinua verso
destra. Proseguire quindi brevemente su pendio nevoso fino a trovarsi davanti
un risalto roccioso che forma una grotta. Risalire con faticosi movimenti lo strapiombo stando sulla destra (a sinistra si può aggirare apparentemente in modo
facile ma vi sono tutte rocce e massi instabili) utilizzando una netta fessurina per
proteggersi ed incastrare le picche (M5). La grossa difficoltà sta nei piedi perché il
sinistro si ritrova nel vuoto sotto allo strapiombo. Uscita delicata che porta ad un
terzo pianoro di neve che poi diventa suggestiva goulotte. Sosta sulla parete di sinistra (2 bei chiodi artigianali e cordone rosso) 30m, M5, WI5.
2° TIRO: Proseguire per la facile ma bella goulotte che
con un paio di brevi risalti di misto conduce al pendio di
neve soprastante (45°/50°) che si risale fino a raggiungere
la sosta su un roccione a destra (2 chiodi, cordone rosso e
moschettone di calata). 50m, M, pendio di neve 50.
Daniele Frialdi
Fulmine d’Autunno
ALPI CARNICHE
GRUPPO DEI CLAUTANI. PILASTRO DEI MONFALCON DI MONTANAIA. La via “Solo mostri al Perugini” è
stata aperta dal basso il 28 settembre 2014 da Roberto Conti, istruttore della Scuola “Adamello”, da Gabriele Tonelli e
Stefano Manestra. Lunghezza: 175 metri.
Difficoltà: VI/VI+ obbl. VI+/R2+/II. Tutte le soste sono
atrezzate a fix, cordone, e maglia rapida. Una volta arrivati
sul Pilastro i tre si sono accorti che in realtà è staccato dalla
cresta principale per cui si tratterebbe di una nuova vetta,
sulla quale non sono state recuperate altre informazioni.
MATERIALE NECESSARIO: Normale dotazione alpinistica. Indispensabili una serie di nuts, friends da 0.3 a 4 Camalot, martello e qualche chiodo perlopiù corto.
Adamello 116 – pag. 65
Alpinismo
La via Solo mostri al Perugini percorre con logica linea il grande pilastro sud-ovest ben visibile dal bivacco del Monfalcon
di Montanaia. La via alterna tiri in placca di roccia compatta con bei passaggi tecnici a muretti strapiombanti faticosi ma su
buone prese. La roccia lungo la via non è sempre solida e necessita di attenzione e molte ripetizioni per essere ripulita. La
chiodatura è scarsa e va integrata con protezioni veloci. La bella linea e le difficoltà non estreme rendono appetibile l’itinerario,
tuttavia la scarsissima chiodatura, la difficoltà nel piazzare buone protezioni e la roccia non sempre buona, rendono la via
abbastanza impegnativa.
1°tiro: Salire la placca grigia verticale, per poi proseguire obliquando verso destra su terreno un po’ più facile fino alla
sosta. (2 fix + cordone + maglia rapida). 30 m, V°, IV°.
2°tiro: Innalzarsi utilizzando l’evidente lama che sovrasta la sosta. Proseguire dritti fino a giungere alla base di un muretto
strapiombante (chiodo) ma ben appigliato. Risalirlo e raggiungere un comodo terrazzino dove sostare (2 fix + cordone + maglia rapida). 25 m, V°, IV°, VI°, 2 chiodi.
3°tiro: Dalla sosta inizialmente per qualche metro a destra, per poi prendere la facile rampa che sale verso sinistra. Risalirla fino a quando diventa più verticale. Vincere direttamente la bella placca fino al suo termine, per poi aggirare a destra un
pilastrino staccato sbucando su un piccolo pulpito sovrastato da uno strapiombo (2 fix + cordone + maglia rapida). 27 m, IV°,
V+°, 1 nut incastrato.
4°tiro: Dalla sosta traversare a destra servendosi di una buona fessura in piena esposizione. Dopo qualche metro proseguire dritti lungo la placca strapiombante, ma ben appigliata, per poi proseguire su terreno facile fino a raggiungere una
comoda cengia dove si sosta (2 fix + cordone + maglia rapida). 25 m, VI°+, IV°, 2 chiodi vicini.
5°tiro: Dalla cengia salire obliquando verso destra seguendo la compatta placca nera. Giunti ad una clessidra con cordino
proseguire dritti tenendo leggermente la sinistra. Superare un delicato passaggio in placca per poi uscire verso destra risalendo le balze rocciose che portano in sosta (2 fix + cordone + maglia rapida). 30 m, IV°+, VI°+, 2 chiodi, clessidra con cordino.
Discesa: Giunti all’ultima sosta effettuare una calata fino alla sosta sottostante. Da qui è possibile raggiungere l’attacco
della via con 2 calate da 60 m. È comunque possibile rientrare calandosi da qualunque sosta. Dalla base, ripercorrere a ritroso
il sentiero di avvicinamento e in circa 2 ore e 30 raggiungere il parcheggio del rifugio Pordenone.
Roberto Conti
A destra La via Solo mostri al Perugini
In basso Conca e pilastro visti dal bivacco
Monfalcon di Montanaia
pag. 66 – Adamello 116
G.P.E.
L’esordio
di un GPEista
di Franco Ragni
G
li amici – Andrea, Francesco (Mascoli), Vittorio (Martinelli), ecc. – mi parlavano sempre di questo GPE,
come nella… preistoria me ne parlava Renato (Floreancigh); e poi conoscevo Mario (Verdina). Ero curioso e
veramente ansioso di provare questo tipo di esperienza, ma
la prima e indispensabile condizione era quella di andare in
pensione, ostacolo non da poco, anche se all’epoca non si
parlava ancora di “Legge Fornero”. Fu così che finalmente
c’arrivai, mentre ero... in Cina. Ero infatti partito per questa
“gita organizzata” con gli ultimi giorni di ferie della mia lunga
parabola lavorativa, e fu una cosa interessantissima, anche
se l’inizio fu da sardina stipata con altre 400 circa (sardine in
forma umana, intendo) su un Boeing 747 per un buon dodici
ore di volo fino a Pechino. Sbarcai anchilosato, e con me
mia moglie.
Dopo qualche giorno, mentre il programma della giornata prevedeva un’eccitante visita all’Esercito di Terracotta, a
Xian, mi svegliai da felice pensionato.
Fu una dozzina di giorni in tutto sotto i cieli del Celeste
Impero, e a conclusione sbarcai a Malpensa dallo stesso
“747”, ancora anchilosato, naturalmente. Per raddrizzarmi ci voleva proprio una bella gita in montagna, telefonai a
Mario e il posto c’era per quella mia prima occasione, che
fu a Borno con percorso Tegola, Balestrini, Malga Mine e
ritorno deviato verso l’Annunciata, con discesa finale a Erbanno. Percorso che, pur conoscendo già un po’ la zona,
trovai molto interessante ed eccitante. Avevo rotto il ghiaccio, senza molta fatica per la verità: era bastato “andare in
pensione”! Feci però, prima di imbrancarmi nel Gruppo con
continuità, un lungo rodaggio cui non fu estranea la prima
impressione che non fu in realtà così entusiasmante come
pensavo, pur conoscendo la mia congenita difficoltà a
trovarmi a mio agio in esperienze nuove.
Ovviamente era stato bello lo stare insieme
agli amici citati in apertura, oltre il ritrovare
un certo numero di altre facce note: “Ma
guarda chi si vede…! Anche tu qui?”. Poi
decine di estranei, come del resto mi
aspettavo, e – fin qui – niente di strano, salvo quella piccola difficoltà di
rodaggio che mi riconoscevo. Strano
invece fu l’essere ripiombato in quella
“atmosfera da pullman” che da trentaquarant’anni non mi era più familiare, con
le stesse vecchie battute, gli stessi vecchi
canti (si cantava ancora…) e tutto il resto
che nella mia testa era legato al mondo
dei vent’anni, l’epoca in cui il possesso
di un’automobile era una prospettiva
che appariva lontanissima e il pullman
era lo strumento indispensabile per ogni
evasione. Era una sensazione strana
l’assistere a manifestazioni che mi pare-
vano di “tardivo giovanilismo” da parte di persone anziane,
ma poi dovetti – tra me e me e piano piano – fare ammenda
di un tale pensiero che era assolutamente ingeneroso tanto
più che la cinquantina di persone che riempiva il pullman
costituiva dopo tutto un campione di umanità migliore e più
selezionato di quelli coi quali avevo convissuto nel corso
della vita: a scuola, in caserma e nel mondo del lavoro era
stato peggio, avendo dovuto fare i conti con campioni di
umanità del tutto casuali, e tuttavia ero riuscito a viverci insieme tranquillamente, tutto sommato. Col GPE, fatto salvo
questo sconcerto iniziale (ingiustificato, è vero, ma ci fu), era
tutta un’altra cosa dato che almeno un comun denominatore c’era, e non dei più banali: il forte interesse, quando non
addirittura l’amore, per la montagna… Mi ci volle comunque
ancora qualche tempo di indecisione, ma per lo più dovuta
all’inerzia nella gestione di una vita caratterizzata da diversi “fronti di impegno” (impegno in senso lato, ovviamente,
comprendendo anche aspetti definibili come hobby). Inerzia,
perché essendo le giornate già piene tra occupazioni familiari, impegni “paraprofessionali” e i molti interessi trasversali
cui ho accennato, avevo la necessità di semplificare e riorganizzare i miei tempi.
Era una stupidaggine la mia, perché il giovedì la gita col
GPE ci stava benissimo e quell’ipotetico vantaggio che ne
avrei ricavato stando a casa era del tutto illusorio.
Per un po’, ogni settimana fu la stessa solfa, ma poi divenne troppo importante rivedermi ogni sette giorni con i
vecchi e nuovi amici del GPE. E il martedì? E il mercoledì?
È vero: avevo e ho amici e conoscenti anche nei gruppi del
martedì e del mercoledì, ma qui il fatto era che per vari motivi non ritenevo di permettermi, salvo eccezioni, più di un
giorno di “evasione” alla settimana e perciò tanto valeva che
restassi fedele allo schema consolidato. Risoltomi a prendere sul serio l’impegno del canonico giovedì e trovato il posto
(allora, mi sembra, era meno difficile di oggi) non lo mollai
più, salvo i casi fisiologici di assenza motivata da problemi
veri. Era diventato un appuntamento fondamentale per ricaricare le batterie, a tutto vantaggio del fisico e del morale.
Tutto merito degli amici e tra loro, in prima fila, la “dinastia”
dei Verdina, senza dimenticare i loro collaboratori più stretti
e soprattutto quel bel manipolo di “quasi e ultra novantenni”
che col loro esempio mi fanno (ci fanno) così ben sperare per
il mio (nostro) avvenire…
L’ho già scritto in altra occasione ma, per chiarire ulteriormente, qui non si tratta solo di considerazione o invidia per una sorta di “forma fisica” alla
quale ambirei arrivare tra più o meno tanti anni. C’è anche quello, ma soprattutto
vedo in queste persone una affascinante
capacità di relazione e di amicizia, oltre
alla voglia “giovanile” di cogliere l’attimo fuggente che nella vita si presenta
sempre, in qualsiasi forma.
Chi l’ha detto che il “grande alpinista” è solo quello delle grandi imprese?
Tanto di cappello a lui (detto con ammirazione, ovvio), ma di grandi alpinisti ne
abbiamo conosciuti e ne conosceremo
anche a quote molto più basse, e pure
ad età molto più alte.
A Dio piacendo, e mettendocela
tutta, vedrò di farcela anch’io e credo
che il desiderio sia di tutti i miei amici
e sodali del giovedì, del mercoledì e del
martedì.
Adamello 116 – pag. 67
Fra i colli di Valpolicella e Lessinia
di Arturo Milanesi
Alberi di ciliegi fra l’alta Valpolicella
e la bassa Lessinia.
Dopo la vite, il ciliegio è l’albero da frutto
più coltivato in questi territori
G
iovedì, 24 aprile 2014. Poco prima delle sette il
nostro gruppo escursionistico si ritrova in Piazzale
Vivanti ad attendere il pullman che ci porterà verso est, in provincia di Verona. Tra saluti e battute sul buon
vino che ci aspetta, i nostri occhi si muovono a osservare
l’azzurro del cielo senza una nuvola, poi a ricercare il primo
sole. Lo scorgiamo sopra il colle di Sant’Eusebio, apparire e
ben presto sparire oltre la valle di Nave, là molto stretta. Ci
sembra un occhio beffardo che si apra e si chiuda, come per
annunciarci una burla.
“Ci rivediamo più avanti, dove la Maddalena si abbassa
– gli fa uno di noi, in dialetto bresciano – e là non potrai mica
continuare a nasconderti per giocare a cucù!”.
Lo ritroviamo infatti, zio Sole, dopo Rezzato, splendente
in un cielo che sembra lavato dal temporale di ieri. A nord osserviamo le cime del gruppo dell’Adamello, coperte di neve.
“Dovrebbe essere così anche il Baldo”, osserva uno. Ma un
altro: “È impossibile, perché il monte Baldo si trova qui vicino, molto più a sud di quelle montagne là sopra”. Il dibattito
continua sempre più animato e coinvolge mezzo pullman;
finché un terzo amico, disturbato nel suo quieto dormire, non
si sveglia ed impreca: “Il Baldo lo vedrete tutto fra poco, così
non ci sarà mica bisogno di rompermi… il sonno!”. Tutti si
ride e poi si chiudono gli occhi, per una specie di suggestione collettiva.
Li riapriamo dopo mezz’ora, quando il pullman lascia
l’autostrada e si dirige dentro una vasta pianura in leggero
declivio, coperta di viti a perdita d’occhio, con grandi costruzioni dove si lavora, s’invecchia e si vende il prezioso vino
locale. “Arrivederci a stasera, o mie belle cantine”, grida uno
di noi, tra l’approvazione di tutti.
Approdiamo così a S. Ambrogio in Valpolicella, un centro
di grande importanza all’epoca degli antichi Romani e nell’Età comunale: lo dimostrano i numerosi documenti custoditi
La «strada carrareccia che ci
porta fra i poderi,
su un fondo di rotaie pietrose
tracciate dalle ruote
dei trattori,
con in mezzo una fascia
di erba in rigoglio».
A destra, un caratteristico
muretto di cinta con le lastre
di calcare grezzo
della “Pietra di prun”,
molto usata in Lessinia
Un gruppo di escursionisti, appena scesi dal pullman
nel centro di S. Ambrogio, attende il ritorno della pattuglia
di “esperti” mandati in avanscoperta alla ricerca di un bar
pag. 68 – Adamello 116
In alto:
Il Monte Baldo innevato,
visto da una fascia
di territorio fra l’alta
Valpolicella
e la bassa Lessinia
G.P.E.
negli archivi locali e di Verona. I dati ufficiali più recenti ci informano che fra il
2001 e il 2011 il numero degli abitanti
è aumentato da 9.681 a 11.422: arrotondando, un incremento di quasi 2000
persone in dieci anni. L’aspetto del paese è molto armonioso, qua e là anche
nobile, per la presenza di alcune ville
antiche.
Dopo la colazione, il nostro pullman
ci porta a Purano a 420 m slm, una frazione del comune Marano. Su un muro
notiamo un grande manifesto comunale recente, dove – assieme ad alcune
note organizzative per quattro riunioni
e discussioni comunitarie – campeggiano queste parole:
Ma il bello del vivere
dov’è andato a finire?
Sarà difficile avere una risposta. Ma
certo la troverà prima di altri la simpatica gente di qui, che almeno ha il coraggio di porsi il problema. Noi, da parte
nostra, cerchiamo una soluzione provvisoria infilando scarponi e zaini per
puntare a nord verso i prati e i boschi
dove si spiana il territorio dei monti
Lessini. Con noi vi sono due accompagnatori locali, Pierantonio e Raffaello,
molto competenti discreti e simpatici,
del gruppo Larici del CAI Seniores di
S. Pietro in Cariano: guidano sempre
le nostre escursioni sul loro territorio,
e noi ricambiamo il favore quando vengono nelle nostre vallate.
Imbocchiamo una strada carrareccia che ci porta fra i poderi, su un
fondo di rotaie pietrose tracciate dalle
ruote dei trattori, con in mezzo una fascia di erba in rigoglio. Ma i vitigni di
qui non sono trattati con sistemi agroindustriali come i vitigni che abbiamo
osservato a sud/est di Sant’Ambrogio:
là si usano macchinari moderni per
potare e irrorare gli alberi, e infine per
raccogliere l’uva; qui invece è tutto più
frammentato in piccoli poderi, contadini e tradizionali, come sui declivi della
bassa Valle Camonica.
Poco più sopra, entriamo in un bosco pieno di maggiociondoli dai grappoli fitti di fiori giallo-dorati, di robinie
dai grappoli di fiori bianchi, di castagni,
roverelle, querce e frassini. Il sentiero di
terra battuta è regolare e pulito, come
se qualcuno, passando, avesse scopato le ramaglie e il fogliame, secondo
l’usanza dei boscaioli e dei contadini
nel tempo e nei luoghi del nostro passato lontano.
Ora le voci umane si fanno sempre
più tenui, mentre sale la melodia degli
A
B
C
D
E
uccelli: prevalgono i canti amorosi dei
merli e delle merle che si chiamano e
si rispondono dai rami del bosco, con
sfumature di suono che sembrano imitare gli usignoli; come musica di fondo,
il cinguettare fitto di una massa di piccoli uccelli; su tutto, a intervalli regolari,
la voce di un cuculo pirla che canta,
sempre uguali, le sole due note che sa.
Si raggiunge così una salita dal fondo sassoso, fra terreni dove all’erba si
mischiano chiazze di ranuncoli gialli
mischiati al turchino della salvia di prato. Tocchiamo la frazione di Mondrago a 610 m slm e alla nostra sinistra
osserviamo, vicina, la grande massa
del Baldo coperta di neve ancora abbondante lungo lo spartiacque e dentro i canali del suo declivio che volge
a mezzogiorno. Fra noi e la montagna
si abbassa una conca sassosa, vasta e
piatta quasi come quella di Odolo. Percorriamo una parte del suo orlo più alto
e raggiungiamo il piccolo abitato agropastorale di Costa, ordinato tranquillo
e sereno. Sopra questo, abbastanza
lontani, si scorgono la chiesa, il campanile e l’abitato di Cerna a 739 m slm,
dove c’è un ristorante e ci attende il
pullman per il nostro ritorno.
Dopo un pasto irrigato da un buon
Valpolicella, visitiamo il paese e ci imbarchiamo al tramonto, sazi, stanchi,
felici.
Sul pullman ci lasciamo avvolgere
dalle ali del sonno fino a quando, ormai
in autostrada, ci sveglia la voce disperata di uno che si scuote all’improvviso, guarda fuori ed esclama: “E la visita
alle nostre cantine?”.
Niente da fare, ormai è troppo tardi.
Forse è questo lo scherzo che ci
annunciava l’occhiolino arguto del vecchio zio sole, quando alla partenza ci
burlava dalla cima della valle di Nave.
A
Una casa colonica e un piccolo
podere coltivato a vite fra le colline
meridionali dei Monti Lessini.
B
Un prato fiorito nella bassa Lessinia.
C
Sosta nella frazione di Mondrago.
D
Cerna, la «Casa dei mascaroni».
E
Cerna oscurata da un nuvolone di
passaggio, ritratta sulla via del ritorno.
(foto di Alberto Maggini)
Adamello 116 – pag. 69
Cesenatico Mare E Monti
di Ancilla Duina
Cesenatico mare e monti
acqua dovunque, da tutte le fonti
acqua dal cielo, acqua dal mare,
acqua per terra da scansare
acqua ovunque in abbondanza
per ravvivare la vacanza.
$5LFRUGR
GLXQD9DFDQ]D*3(
Tra una pioggia e un acquazzone
la pioggerella faceva incursione
poi nebbie soavi evaporavano
e a gl’irti colli esalavano,
aprendo squarci di sereno
ÀQFKpO·D]]XUURGLYHQLYDSLHQR
Ma il Cuor solare dei Gippieini
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vince le piogge, abbatte i venti
supera tutti gli inconvenienti,
guarda oltre la perturbazione
va al di là di ogni previsione.
Così non ci siamo mai bagnati
nel comodo pullman ben riparati
DEELDPULPHGLDWRFRQ&KLHVHH&DVWHOOL
FRQJLDFFKHDYHQWRVRWWRJOLRPEUHOOL
HDSSHQDÀQLYDOD9LVLWDJXLGDWD
la pioggia non era più bagnata.
La sera poi ci siam rifatti
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si è scatenata l’Età senile
in un Campus giovanile
facendo invidia ai bei ragazzi
con canti e balli esagerati e pazzi.
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non solo piove, ma pur si magna
ecco alla spiaggia le Grigliate
con Musica, Cori e Serenate
LO.DUDRNHHXQD&KLWDUUD
per una simpatica “cagnarra”.
Ben imbottiti a colazione
a pranzo attendeva un Bel Panone
solitamente con formaggio
per riprendere coraggio
e con variazione sopra il tema
la giornata era sempre piena.
*LRUQDWHÀWWHGLVSRVWDPHQWL
VHUDWHULFFKHGLPRYLPHQWL
notti stellate e caldi tramonti
albe infuocate, valli e monti
e poi la notte la Luna piena
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ËVWDWDSURSULRXQDEHOOD9DFDQ]D
ognuno aveva nella sua stanza
tanti letti a disposizione
e la Compagnia di altre persone
per condividere Pioggia e Sole
e non sentirsi per niente sole.
“Dulcis in fundo” un Berrettino
con Doppio Logo, proprio carino
KDXQLÀFDWRWXWWHOH*HQWL
da tanti Mondi provenienti
creando un senso d’Appartenenza
FKHQRQSRWUHPRSLIDUQHVHQ]D
È stato come andare in Colonia
con la divisa e le Camerate
con senso spartano d’adattamento
e tanto sano divertimento.
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DOOXQJR9LDOHGHOOD&RORQLD
PROGRAMMA ESCURSIONI G.P.E. SENIORES 1º SEMESTRE 2015
Per ogni escursione giornaliera è previsto un percorso ridotto. Si effettuano di norma martedì, mercoledì e giovedì
mar
mer
giov
7-13 gennaio
13-19 gennaio
Itinerario
T/Esc
sci
Settimana Bianca – Pontresina
(Cantone Grigioni Alta Val Engadina CH)
E csp
sci
Quota/Dislivello
Ore
Km
Coordinatori
Partenza
Ventura M.
Maggi G.
9.00 Vivanti / 9.15 S. Polo
7.00 Vivanti / 7.15 S. Polo
7/1
8/1
Riva del Garda – Via del Ponale
Lago di Garda (TN)
Esc
500
450
5.00
17
Ognibene F.
7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo
14/1
15/1
Cima Dosso Grande – Castello di Drena
Arco di Trento (TN)
Esc
595
+726
-426
4.00
11
Nalli R.
6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo
20/1
21/1
Val Canale – Passo del Branchino
Valle Seriana (BG)
Esc
1821
770
5.30
11
Arici E.
6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo
27/1
28/1
Peschiera del Garda – Garda
Lago di Garda (VR)
Esc
60
--
4.00
18
Bignotti G.
7.30 Vivanti / 7.40 S. Polo
3/2
4/2
Borno – Malga Pratolungo
Valle Camonica (BS)
E csp
1600
+700
-500
5.30
10
Bazzani A.
6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo
Monte Maddalena per ricordare
Ettore Quaroni e Gianni Bledig
Brescia
Esc
820
700
5.00
15
Tutti
mezzi propri
12/2
Passo Lavazè – Pala di Santa o Zanggenberg
Val di Fiemme (BZ)
E csp
2488
750
6.00
11
Faini G.
5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo
19/2
Malghe Haniger Schwaige sotto le Torri
Vajolet
Passo Nigra (BZ)
E csp
1912
+390
-800
4.00
9
Maggini A.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
Trekking urbano a Venezia
T
10
50
6.00
20
Cerretelli C.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
Domenica 8/2
10/2
11/2
17/2
18/2
24/2
25/2
3/3
4/3
5/3
Vermiglio – Gaggio Dassare – Malga Boai
Val di Sole (TN)
E csp
1875
690
5.00
12
Ventura M.
5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo
3/3 via Campane
10/3
11/3
12/3
Passo Mendola – Rif. Oltradige – Monte Roen
Val di Non (TN)
E csp
2166
753
5.00
18
Maggi G.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
17/3
18/3
19/3
Dorsale delle frazioni di Verona
in collaborazione con CAI S. Pietro in Cariano
Esc
275
450
5.00
15
Bignotti G.
7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo
E csp
2626
620
5.30
10
Maggi G.
5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo
24/3
25/3
26/3
Lago di Fedaia – Rif. Pian dei Fiacconi
Val di Fassa (TN)
31/3
1/4
2/4
Lodrino – Nasego – Passo della Cavada
Val Trompia (BS)
Esc
1290
750
5.00
15
Quadri P.
7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo
7/4
8/4
9/4
Pontevico – Ostiano
Sentiero Verde dell'Oglio (BS)
Esc
50
+30
-20
6.00
18
Bignotti G.
7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo
700
6.00
10
Faini G.
Quadri P.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
200
4.00
7
Trekking ligure:
1° giorno: Via Dei Santuari da Manarola a
Monterosso – Santuario di Soviore
2° giorno: Isola di Palmaria da Porto Venere
13-14/4
15-16/4
Giovedì 16/4
Esc
Cogno – Ossimo – Borno
I sentieri dellOlcese – Valcamonica (BS)
Esc
950
700
6.30
19
Bazzani A.
6.30 Vivanti / 6.40 S. Polo
21/4
22/4
23/4
Brentino – Belluno – Spiazzi – Ferrara
Monte Baldo (VR)
Esc
856
677
5.30
15
Cerretelli C.
7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo
28/4
29/4
30/4
Coredo – Due Laghi – Don - Sant.S.Romedio
Val di Non (TN)
Esc
1305
790
6.30
16
Maggini A.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
28/4 via Campane
5/5
6/5
7/5
Ferriere – Monte Crocilia – Monte Carevolo
Appennino Piacentino
Esc
1552
770
5.30
16
Cinelli O.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
12/5
13/5
14/5
Passo Bordala – M. Stivo – Passo S. Barbara
Valle dei Laghi (TN)
Esc
2059
+810
-890
5.30
8
Fracassi R.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
19/5
20/5
21/5
Da San Liberale a Cima Grappa
Prealpi Venete
per il centenario della 1^ guerra mondiale
Esc
1750
+1150
- ------
5.00
9
Moreschi E.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Pol
Raduno regionale Seniores
Esc
Da Passo Duron a Cima Sera
Valli Giudicarie (TN)
Esc
Alta Via dei Parchi – Appenn. Tosco-Emiliano
Da Passo Cisa (Pr) a S. Pellegrino Alpe (MO)
(max 23 posti – percorso unico)
E
Via Valeriana da Edolo a Passo Aprica
Valle Camonica (BS)
Esc
1175
505
6.00
18
Quadri P.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
Raduno annuale gruppi Sentiero 3V
Nave – Val Listrea – Conche (BS)
percorso ridotto: escursione soft CAI BS
Esc
1093
800
4.30
15
Bignotti G.
Mezzi propri
Mercoledì 27/5
3/6
4/6
Da mercoledì 3 a
lunedì 8/6
9/6
10/6
11/6
Domenica 14/6
Cerretelli C.
1908
950
5.00
12
Manni E.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
Maggi G.
16/6
17/6
18/6
Giazzera -Rifugio Papa – Strada degli Eroi
Valli del Pasubio (VI)
per il centenario della 1^ guerra mondiale
Esc
2232
1000
7.15
23
Faini G.
5.30 Vivanti / 5.40 S. Polo
23/6
24/6
25/6
Passo Maniva – Corna Blacca – Collio
Val Trompia (BS)
con CAI Seniores S. Pietro in Cariano (VR)
Esc
2005
+600
-1200
6.00
19
Bignotti G.
7.00 Vivanti / 7.10 S. Polo
Parco Nazionale dei Monti Tatra in Slovacchia
Esc
Prestine – Campolaro – Baita Fontaneto
Valle Camonica (BS)
Esc
Da sabato 27/6 a
sabato 4/7
30/6
1/7
14-15-16/7
29-30/7
Trekking da Passo Costalunga a Passo Sella
Dolomiti (TN – BZ)
(3 giorni - percorso unico)
Trekking da Passo Maniva – Bazena – Lago
della Vacca – Gaver (BS)
(2 giorni – percorso unico)
Faini G.
1400
Esc
Max
2250
Esc
Max
2360
800
Max
+1000
-800
Max
+600
-900
6.00
15
Panteghini G.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
Max
6.00
Faini G.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
6.00
+6.00
Panteghini G.
6.00 Vivanti / 6.10 S. Polo
Da sabato 5 a
sabato 12/9
Santa Severa – mare e monti
Roma
Esc
Faini G.
7 tappe da fine
settembre
Alta Via dei Parchi - Appenn. Tosco-Emiliano
Da S. Pellegrino A. (MO) a Monghidoro (BO)
(max 23 posti – percorso unico)
E
Maggi G.
Adamello 116 – pag. 71
ESCURSIONI GRUPPO G.P.E. GIOVEDì I° SEMESTRE 2015
2015
DATA
LOCALITÀ E META
T.ESC.
ORA
COORDINATORE
08/01/2015
Renon - Cornetto (BZ)
Neve
6.00
Albertini Natalina
15/01/2015
Lavazè - Cavalese - Cermis (TN)
Neve
6.00
Maffioli Giovanni
22/01/2015
Andalo - Montanara - Molveno (TN)
Neve
6.00
Scutra Armando
29/01/2015
San Martino Sarentino - Gendrum (BZ)
Neve
6.00
Bertussi Rolando
05/02/2015
Folgaria - Passo Coe - Serrada (TN)
Neve
6.00
Pelucchi Ercole
12/02/2015
Passo Costalunga - Nigra - Nova Ponente (BZ)
Neve
6.00
Guarnieri Andrea
19/02/2015
Obereggen - Pampeago (BZ – TN)
Neve
6.00
Scutra Armando
26/02/2015
Bellamonte - Lusia (TN)
Neve
6.00
Albertini Natalina
05/03/2015
Alpe di Siusi - Molignon (BZ)
Neve
5.30
Maffioli Giovanni
12/03/2015
Passo San Pellegrino - Fuciade (TN)
Neve
6.00
Bertussi Rolando
19/03/2015
Maranza - Malga Olle (BZ)
Neve
5.30
Albertini Natalina
26/03/2015
Valtournenche - Chamois (AO)
Neve
5.30
Pelucchi Ercole
02/04/2015
Giovedì Santo - Da destinarsi
09/04/2015
Levanto - Bonassola - Framura (SP)
Esc.
6.00
Mascoli Francesco
16/04/2015
Cembra - Lago Santo - Salorno (TN-BZ)
Esc.
6.00
Guarnieri Andrea
23/04/2015
Monte Campione - Muffetto (BS)
Esc.
6.00
Scutra Armando
30/04/2015
Piuro - Savogno Acquafragia (SO)
Esc.
6.00
Maffioli Giovanni
07/05/2015
Lagdei - Lago Santo - Marmagna (PR)
Esc.
6.00
Mascoli Francesco
14/05/2015
Prada di Monte Baldo e salita (VR)
Esc.
6.00
Bertussi Rolando
21/05/2015
San Simone - P. Carcano - Porcile (BG)
Esc.
6.00
Pelucchi Ercole
28/05/2015
Mercoledì - Comunitaria Val Brembana (BG)
Esc.
6.00
Comitato
04/06/2015
Borno - Zumella - Lova - Mignone (BS)
Esc.
6.00
Scutra Armando
11/06/2015
Carona - Rif. Longo (BG)
Esc.
6.00
Mascoli Francesco
18/06/2015
Vezza d’Oglio - Val Grande Bivacco Occhi (BS)
Esc.
6.00
Maffioli Giovanni
25/06/2015
Val Malene - Rif. Sorgazzo - C.Asta (TN)
Esc.
6.00
Bertussi Rolando
Comitato
Con NEVE si intende escursione invernale con ramponi, ciaspole, sci discesa o fondo
Con ESC. si intende escursione in primavera o estate con abbigliamento e calzature del caso
CONVENZIONE CON
La Sezione C.A.I. di Brescia ha stipulato una convenzione con
MEDICAL FITNESS (Kinesis S.r.l.) Ambulatori di medicina sportiva
Via Rieti, 4 - Brescia (Ambulatorio di Brescia)
VISITE MEDICHE PER L’IDONEITÀ
ALLA PRATICA SPORTIVA
Per effettuare le visite è necessario PRENOTARE (ai numeri
030.3532337 - 030.348386 dalle ore 9.00 alle ore 19.00 ogni giorno
dal lunedì al venerdì).
È necessario poi munirsi, presso la sede C.A.I. di via Villa Glori, di
specifica AUTORIZZAZIONE da parte della Segreteria C.A.I. che
verrà rilasciata solo ai Soci in regola con il bollino annuale. Con tale
autorizzazione e previa l’indicata prenotazione ci si deve presentare
con puntualità e muniti di documento di identità in regola.
Costi da Convenzione:
Visite non agonistiche Euro 20,00
Elettrocardiogramma a riposo
Elettrocardiogramma sotto sforzo
Esame spirometrico
Visite agonistiche Euro 30,00
(per soggetti non iscritti a società sportive affiliate al C.O.N.I.)
pag. 72 – Adamello 116
Elettrocardiogramma a riposo
Elettrocardiogramma sotto sforzo
Esame spirometrico
Esame urine
Controllo della capacità visiva ed
esame obiettivo eseguito da medico specialista in medicina dello
sport
La Convenzione prevede altri
accertamenti diagnostici ed
esami di vario tipo che non
precisiamo in questa sede.
Naturalmente è possibile
prendere visione della tipologia, del contenuto e dei
relativi costi di questi ulteriori accertamenti presso la
Segreteria C.A.I.
A titolo informativo comunichiamo che
MEDICAL FITNESS è presente anche in Chiari (via Brescia 35/b)
e in Carpenedolo (via Treccani, 7/d)
Biblioteca Claudio Chiaudano
Invito alla lettura di…
Arturo Tanesini
“Tita Piaz, il diavolo delle Dolomiti”
Arturo Tanesini è stato il biografo, nonché l’amico che raccoglie gli aneddoti della vita di Tita Piaz “il
Diavolo delle Dolomiti”. Piaz, il fanciullo ribelle, Piaz, il giovane irridentista che abbraccia la lotta di Cesare
Battisti per l’indipendenza del Trentino dall’Austria e che per questo viene incarcerato durante il primo
conflitto mondiale. Piaz, l’anarchico che viene messo in galera durante le nozze dell’erede Savoia, per
timore di attentati alla corona (ironia della sorte sarà poi la guida del padre della sposa, Re Alberto I
del Belgio). Piaz, l’alpinista invincibile, capace di imprese sovrumane. Piaz, il gestore del Rifugio del
Vajolet, che poi gli viene tolto; ma il Vajolet è il regno di Piaz e la sua risposta è l’apertura del piccolo
Rifugio a fianco del maltolto (che lui dedica allo scomparso amico Preuss) e successivamente del Rifugio Alberto I, proprio di fronte alle Torri, suo incontrastato campo di battaglia. Tanesini rende qui un
sentito omaggio a quest’uomo dalla personalità contrastante, dal carattere burbero e irascibile (i suoi
clienti sono spesso insultati, anche se disposti a ben pagare pur di averlo come guida), ma al tempo
stesso capace di slanci umanitari e di assoluta disponibilità se si tratta di aiutare dei poveracci o di
trarre in salvo i numerosi alpinisti che vanno a incrodarsi nel suo regno del Vajolet.
Sergio Campagnoni, maggio 2014
Mick Fowler
Su ghiaccio sottile La “normalità”
delle imprese straordinarie
La curiosità del titolo mi ha spinto a leggere questo libro. Che cosa voleva dire con la “normalità”
delle imprese straordinarie Mick Fowler? La normalità va ricercata nella tradizione dell’alpinismo inglese che della ricerca continua di nuovi terreni d’avventura fa una caratteristica peculiare. Fowler è quel
che diremmo noi un alpinista “trad”. È cresciuto alpinisticamente sulle pareti della Scozia in inverno
e d’estate sulle scogliere e falesie di arenaria dell’Inghilterra dove si usano essenzialmente protezioni
veloci, e l’uso del chiodo è una pratica “clandestina”. Le sue imprese, tutte in stile alpino, sono caratterizzate da una “filosofia” che lo porta a prestazioni eccezionali su montagne e pareti speciali. Leggendo il
libro scoprirete, pagina dopo pagina, il singolare personaggio “Fowler”, come ama definirsi, e i fantastici
luoghi che ha visitato per compiere le sue straordinarie imprese.
Ric, settembre 2014
Sylviane de Decker
Photographier le Mont Blanc
“Meglio dei racconti queste fotografie aiutano a comprendere
le difficoltà ed i pericoli di questo viaggio rischioso.
E tuttavia come opere esse superano tutto ciò che si potrebbe trovare di più perfetto”
Théophile Gautier
“Photographier le Mont Blanc” è il catalogo generale dell’esposizione fotografica presentata al
Musée Savoisien di Chambéry nel 2002. Il testo è in lingua francese, è vero, tuttavia la preziosità del
volume è data dalle fotografie riprodotte, appartenenti alla collezione Jérome et Sophie Seydoux, che
raccontano il periodo 1850-1900. I clichés presentati sono le prime fotografie di montagna. “Grandi
nomi, come quelli dei fratelli Bisson, si legge nell’introduzione del volume, i primi ad aver osato salire
sui ghiacciai della valle di Chamonix, sulla via del monte Bianco, con 250 chili di apparecchi fotografici e di piastre al collodio molto fragili”. O i fratelli Tairraz di Chamonix, vera dinastia di fotografi: “A
Chamonix, i Tairraz sono diventati l’equivalente dei Bach per la musica” racconta l’editore Guérin nel
suo catalogo. La realtà, la luce, il rilievo: i primi fotografi venivano a Chamonix per questo… Opere
di artisti, documenti originali, perfezione tecnica della definizione delle stampe su carta, inquadra- ylv
iane de D
k
ture artistiche, malgrado l’altitudine, il freddo, il terrore per un mondo sconosciuto nel quale essi sono entrati
per tentativi.
Pier Chiaudano, ottobre 2014
Biblioteca Claudio Chiaudano
Novità 2014
Manuale di meteorologia Centro
Epson Meteo; a cura del Colonnello Mario Giuliacci Milano Alpha
Test, 2005
I miei ricordi: scalate al limite del
possibile Walter Bonatti Milano:
Baldini Castoldi Dalai, 2008
Arrampicate sportive e moderne in Valtellina, Valchiavenna,
Engadina Guido Lisignoli, Eraldo
Meraldi, Andrea Pavan, Milano
Versante Sud, 2004
v. 1: Val d’Ambiez Franco Cappellari; Elio Orlandi Piazzola sul Brenta (PD) Idea Montagna editoria e
alpinismo, 2013
Le montagne di Franco Solina:
cento panorami dell’ambiente bresciano, introduzione di Manuel Vigliani Giornale di Brescia, 1988
I ghiacciai della Lombardia: evoluzione e attualità Servizio Glaciologico Lombardo a cura di Luca
Bonardi Milano Hoepli, 2012
Il “chiodo d’oro” di Bagolino
(Italia settentrionale, Provincia
di Brescia): concetti stratigrafici
e inquadramento geologico del
sito italiano di riferimento globale
(GSSP, Global boundary Stratotype Section and Point) per la base
del piano Ladinico Paolo Schirolli
& Peter Brack Brescia Museo Civico di Scienze Naturali, 2011
150 vette: per il 150° del Club
Alpino Italiano le più belle vette
d’Italia salite dai suoi soci a cura
di Gianluigi Montresor, Giacomo
Stefani Scarmagno Priuli & Verlucca, 2013
I valichi alpini contributi di Francesco Dal Negro, Gabriella Motta,
Mariangela Tonelli; fotografie di
Carlo Pessina Brescia: Grafo, 1992
Scialpinismo tra Piemonte e
Francia: 110 itinerari scialpinistici
tra cuneese, torinese, briançonnais e Valle d’Aosta Roberto Aruga
Torino Centro documentazione alpina, 1999
Le valli del Monte Bianco. Il tour
du Mont Blanc Luca Zavatta, Carlo Coronati Rimini L’escursionista,
2000
Gruppo di Brenta testi ed itinerari
Dr. Gerd Wagner Bolzano Kompass-Fleischmann Istituto geografico, 1993
pag. 74 – Adamello 116
Mountain bike nelle valli bresciane: proposte di itinerari turistici e sportivi su strade, mulattiere e
sentieri Massimo Moriggia Chiari
Nordpress, 1990
Mountain bike in Valcamonica Massimo Moriggia Chiari
Nordpress, 1991
Grandi trekking italiani: 200 giorni di cammino su Alpi e Appennini Riccardo e Cristina Carnovalini
Roma Edizioni mediterranee, 1987
Guida escursionistica del gruppo Adamello-Presanella Severangelo Battaini e Fausto Camerini
Chiari Nordpress
La breve guerra dell’alfiere austroungarico Egon Ogriseg =
Kriegstagebuch von Egon Ogriseg: 3 marzo - 6 Giugno 1916
“Strafexpedition” Presentazione,
commento e note di Vittorio Martinelli, Pinzolo Edizioni di D. & C.
Povinelli, 2002
La breve guerra dell’alfiere austroungarico Egon Ogriseg =
Kriegstagebuch von Egon Ogriseg: Le circostanze della morte di
questo eroe del 47° reggimento
- Appendice - 1916 “Strafexpedition” A cura di Vittorio Martinelli;
con il contributo di Siro Offelli
Valanga: riconoscere le 10 più
importanti situazioni tipo (ST.) di
pericolo valanghe manuale pratico di Rudi Mair e Patrick Nairz Bolzano Athesia, 2012
1911-2011. I rifugi Coppellotti:
memoria di due rifugi alpini nel
centenario della prima costruzione a cura di Giulio Franceschini;
ricerche d’archivio di Silvio Apostoli Brescia Club Alpino Italiano,
Sezione di Brescia, 2011
Dalla Capanna Brescia al Rifugio Maria e Franco: storia di un
Rifugio nel centenario della sua
nascita 1911-2011 a cura di Giulio
Franceschini; ricerche d’archivio di
Silvio Apostoli Brescia Club Alpino
Italiano, Sezione di Brescia, 2014
Sentieri dei Colli Berici: 20 percorsi guidati per osservare e
conoscere Giuseppe Baruffato,
Silvano Campagnolo Grancona Libreria Pederiva, 1991
Free solo: la vita nelle mani Roberto Vaiana Piazzola sul Brenta
(PD) Idea Montagna editoria e alpinismo, 2013
Pucahirca Central Arturo Rampini
Torino Club Alpino Italiano, Sezione di Torino, 1962
Huascaran 1993: verso l’alto,
verso l’altro Franco Michieli, Cedegolo Club Alpino Italiano, Sezione di Cedegolo, 2013
Monte Bianco, classico & plaisir
Marco Romelli Piazzola sul Brenta
(PD) Idea Montagna editoria e alpinismo, 2012
Salite in bicicletta: le più grandi
arrampicate ciclistiche d’Europa
Daniel Friebe e Pete Goding - Milano Rizzoli, 2013
Rifiuti verticali di Alessandro Gogna e Mario Pinoli Lecco Alpine
Studio, 2012
Montagna da vivere montagna
da conoscere: per frequentarla
con rispetto e consapevolezza a
cura del Coordinamento degli Organi Tecnici Centrali del CAI ed.
speciale per i 150 anni del CAI Milano Club Alpino Italiano Touring
Club Italiano, 2013
Una notte nella medina: incursioni sulla costa punica da Tunisi a Zarzis Luciano Anelli con un
saggio di Artemisia Botturi Bonini
BAMS, 2011
Frammenti di vita alpina Carlo
Negri a cura di Marco Dalla Torre
Missaglia Bellavite, 2013
Senza ritorno: Hans Christian Doseth Lecco Alpine Studio, 2010
Montagne per un uomo vero
Pierre Mazeaud Lecco Alpine Studio, 2011
Ghiaccio delle Orobie: itinerari
con piccozze e ramponi nelle Alpi
Orobie, Presolana, Grigne, Concarena, Resegone Valentino Cividini,
Marco Romelli Versante Sud, 2013
Forse accade così Roberto Iannilli Alpine Studio, 2011
L’uomo del Torre: pensieri nel vento Ermanno Salvaterra con Piero
Calvi Parisetti Alpine Studio, 2011
Le Piccole Dolomiti di Gino Solda catalogo della mostra a cura di
Adriano Tomba 2001
Alpinismo moderno a cura di
Giancarlo Del Zotto Milano Il Castello, 1970
Sci alpinismo Paul Beylier Sperling & Kupfer, 1976
Cantico delle Dolomiti Severino
Casara Milano Martello, 1955
Guerra alpina sull’Adamello Vittorio Martinelli Pinzolo (Tn) 1997
1: 1915-1917 2: 1917-1918
Biblioteca Claudio Chiaudano
Corno di Cavento: guerra sull’Adamello Vittorio Marinelli Pinzolo,
2000
Everest: 33 giorni di scalata sulla
parete sudovest Chris Bonington
Milano Rusconi, 1977
Le mie montagne Walter Bonatti Milano Club italiano dei lettori,
1977
Dalle Alpi all’Artico: a 140 anni
dalla spedizione alla Franz Joseph Land: Trento, Palazzo Trentini, 26 aprile-19 maggio 2012 / testi
di Roberto Bombarda, Christian
Casarotto e Riccardo Decarli
Photographier le Mont Blanc
Sylviane de Decker Heftler Chamonix Guérin, 2001
Moiazza: roccia tra luce e mistero Stefano Santomaso Teolo (PD)
Idea Montagna editoria e alpinismo, 2011
I roccoli della bassa Valtrompia:
i luoghi, gli uomini, le tecniche
dell’uccellagione
Giampietro
Corti Brescia Grafo, 2009
I roccoli della media Valtrompia: i luoghi, gli uomini, le tecniche dell’uccellagione Giampietro
Corti Brescia Grafo, 2011
I roccoli dell’alta Valtrompia: i
luoghi, gli uomini, le tecniche
dell’uccellagione
Giampietro
Corti Comunità Montana di Valle
Trompia, 2004
La Grande Guerra sul Fronte Dolomitico: piccole grandi avventure di uomini straordinari Antonella Fornari Feltre DBS-Danilo
Zanetti editore, 2014
Da John Ball al 7° grado: note
di storia alpinistica del Pelmo, a
150 anni dalla prima ascensione
Ernesto Majoni San Vito di Cadore Club Alpino Italiano, Sezione di
San Vito di Cadore, 2007
Incontro con l’Asia di Fosco Maraini; a cura di Franco Marenco
Bari De Donato, 1973
Io Africa Folco Quilici Bari De Donato, 1977
Oceano Folco Quilici Bari De Donato, 1972
L’alba dell’uomo Carlo Alberto Pinelli; Folco Quilici Bari De Donato,
1974
Canti aquilani vecchi e nuovi:
con le canzoni di Andrea Bafile Club Alpino Italiano, Sezione
dell’Aquila, 2013
Il Corno Piccolo: Gruppo del
Gran Sasso d’Italia Ernesto Sivitilli Teramo Ricerche&Redazioni,
2013
Dolomiti: tesori di cristallo Michael Wachtler Bolzano Athesia
touristik, 2004
...quel cappello che onora Nicola
Di Mauro Milano RCS Quotidiani,
2011
Alpini: un racconto contemporaneo testi di Paolo Bill Valente Bolzano Provincia autonoma di Bolzano Alto Adige, 2012
Il cinema della grande guerra Nicola Bultrini, Antonio Tentori Chiari
Nordpress, 2008
Guida ai musei della Grande
Guerra in Trentino a cura di Anna
Pisetti e Donato Riccadonna Rovereto: Museo Storico Italiano della Guerra, 2011
La fiamma dell’avventura di Simon Yates Lecco Alpine Studio,
2011
La traversata delle Alpi da Thonon a Trento escursioni e scalate
in Svizzera, Lombardia e Trentino
di Douglas W. Freshfield Milano Itinera Alpina, 2014
La strada per Olmo Lunring
[DVD] regia e fotografia: Fulvio
Mariani; soggetto e sceneggiatura:
Andrea Gobetti; montaggio: Alberto Eisenhardt Torino CDA & Vivalda, 1998
Compagni di cordata [DVD] Marco Preti Brescia Club Alpino Italiano Sezione di Brescia, 2014
Tracce: Roberto Ghidoni. Alaska. Idita Trail Invitational un film
di Marco Preti Riedil Costruzioni
spa, 2006
Dolomiti [DVD]: 106 vette in 50
giorni un film di Giuliano Torghele
Torino Vivalda, 2009
Torre del vento: 1974 la conquista del Cerro Torre parete ovest
un film dei Ragni di Lecco Torino
Vivalda, 1996
Big stone [DVD]: arrampicare in
Yosemite un film di Valerio Folco
Torino Vivalda, 2009
Monte Bianco [DVD] = Mont
Blanc: der grosse grat von
Peutérey: la grande cresta di
Peutérey Kurt Diemberger Torino
Vivalda, 2009
The fatal game [DVD]: avventura
all’Everest regia di Richard Dennison Torino Vivalda, 2009
Non la vogliono capire [DVD]: il
Cerro Torre in inverno sulla via
Maestri-Egger regia Christoph
Frutiger, Christine Kopp, Thomas
Ulrich Torino Vivalda, 2003
Oriente selvaggio: le Giulie un
film di Carlo Alberto Pinelli Torino
Vivalda, 2009
Il figliol prodigo [DVD] = der verlorene Sohn un film di Luis Trenker
Torino Vivalda, 1996
Montagne in fiamme [DVD] =
Berge in flammen un film di Luis
Trenker Torino Vivalda, 1995
La zona della morte [DVD] =
zone de la mort un film di Claude
Andrieux Torino Vivalda, 1998
Au-delà des cimes [DVD] = beyond the summits Catherine Destivelle Milano Cinehollywood, 2012
Il vento fa il suo giro [DVD] un
film di Giorgio Diritti Dolmen Home
Video srl, 2009
Montasio [DVD]: sulla nord del
drago un film di Giorgio Gregorio
Torino Vivalda, 2009
Everest [DVD] = Everest: sea to
summit: dal mare alla vetta un
film di Michael Dillon Torino Vivalda, 1996
La grande cordata: la traversata
delle Alpi di Patrick Berhault un
film di Gilles Chappaz Torino Vivalda, 2009
Sergio Dalla Longa: le sue montagne [DVD]
Sulle tracce della salamandra
[DVD] regia di Pino Brambilla Milano Club Alpino italiano, Regione
Lombardia, Comitato scientifico
lombardo, 2010
Acque ipogee [DVD]: un patrimonio da studiare e salvaguardare Gruppo Grotte CAI Carnago
Tracce di storia [DVD]: 19582008; 50 anni di scuola di alpinismo e sci alpinismo una produzione Scuola di Alpinismo e Sci
Alpinismo “Remo e Renzo Minazzi” CAI Varese 2009
Tra natura e storia alla scoperta
della Linea Cadorna [DVD]: opere di fortificazione 1915-18 regia
e produzione esecutiva Giuseppe
Galliano
Perle del Luinese [DVD]: territorio, tradizioni, turismo e sorprese... coordinamento generale di
Massimo Motti
Adamello 116 – pag. 75
Quote
sociali
2015
nativo del Socio, il bollino comprovante l’avvenuta associazione verrà
poi spedito dalla segreteria direttamente al Socio.
Si comunica inoltre che è possibile effettuare i pagamenti
presso la nostra Segreteria con l’utilizzo del bancomat.
Nella riunione
del Consiglio Direttivo
del 21-10-2014
sono state stabilite
le quote sociali
per il 2015.
Quota in €
Categorie di Soci
Ordinario
Ordinario tra i 18 e 25 anni
Familiare
Giovane
Giovane (quota 2º figlio con ordinario abbinato)
Quota 1ª iscrizione
Quota 1ª iscrizione giovani
51,50
32,00
32,00
20,00
9,00
10,00
8,00
L’aumento di 1,50 € per i Soci ordinari è conseguente alla delibera
dell’Assemblea Nazionale del CAI tenutasi a Grado ed è finalizzato a incrementare il Fondo
pro Rifugi del CAI Centrale, da distribuire poi fra tutte le Sezioni proprietarie di Rifugi.
Si rende noto che il rinnovo dell’associazione al C.A.l. può essere
effettuato versando la quota annuale a mezzo vaglia postale o tramite
il conto corrente postale, intestando il bollettino come segue: “Club
Alpino Italiano Sez. di Brescia”, Via Villa Glori n. 13, c/c/p n. 14355259
ed aggiungendo il costo delle spese postali oppure effettuare un bonifico bancario intestato a C.A.l. Sezione di Brescia Banca Credito Bergamasco Gruppo Banco Popolare Sede di Brescia c/c n. 8189 ABI 03336
CAB 11200. IBAN IT85X0503411200000000008189. Banca popolare
di Sondrio filiale di Brescia IBAN IT98B0569611200000013699X19.
Per evitare disguidi, si raccomanda di indicare chiaramente il nomi-
Sono Soci “giovani” i Soci aventi meno di 18 anni. Sono Soci “familiari”
i conviventi con un Socio ordinario della stessa sezione. La quota di iscrizione offre notevoli vantaggi: sconto del 50% sui pernottamenti effettuati
nei rifugi del C.A.I. e del 10% sulle tariffe viveri; assicurazione fino a €
25.000,00 per il soccorso alpino; abbonamento alle Riviste della Sede
Centrale ed all’“Adamello” della nostra Sezione; sconto sull’acquisto di
volumi, guide e cartine; libera lettura dei volumi della biblioteca sezionale.
Da gennaio 2012 il mensile “Lo Scarpone” è diventato una testata on line
consultabile all’indirizzo www.loscarpone.cai.it.
Cambi di indirizzo
Raccomandiamo vivamente ai Soci di volerci comunicare con cortese
sollecitudine ogni cambiamento d’indirizzo. Verrà facilitata la spedizione di riviste, avvisi e convocazioni, ecc.
Ricordiamo ai Soci che, come il resto della Rivista, anche la rubrica
Vita della Sezione è aperta a tutti i Soci. Invitiamo pertanto tutti i nostri
Soci a comunicarci, per la pubblicazione, eventuali nascite, matrimoni, lauree oppure lutti.
Nascite
18.06.2014
30.10.2014
Jacopo Bonomo di Manuel e Federica Rossetti
Elena Maria Egea Di Pietro di Dario e Sara Raucci
Matrimoni
26.04.2014
29.11.2014
Daniela Citro con Giovanni Decongino
Chiara Apostoli con Salvatore Atzori
Soci scomparsi
29.06.2014
Mariuccia Bresciani Verdina
06.08.2014
Angelo Beretti
TABELLA DEI RIFUGI E BIVACCHI DELLA SEZIONE
RIFUGIO
Telefono
Località
e gruppo
Locale
Anno di
invernale
costruzione
posti n.
Categoria
Quota
s.l.m.
Posti
letto n.
Giuseppe Garibaldi
tel. 0364 906209 Val d’Avio
D
2548
98
8
1958
1996
Odoardo Ravizza
tel. 0364 92534 Estate
Arnaldo Berni
Gavia
tel. 0342 935456 Ortles-Cevedale
A
2541
71
–
1933
–
Elena Bonetta
tel. 0342 945466 Estate
Angelino Bozzi
Montozzo
tel. 0364 900152 Ortles-Cevedale
D
2478
24
–
1928
1968
Paolo Prudenzini
tel. 0364 634578
Val Salarno
Adamello
D
2235
63
6
1908
–
Giorgio Germano
0364 71157 Estate
Serafino Gnutti
tel. 0364 72241
Val Miller
Adamello
D
2166
34
4
1975
–
Gianluca Madeo Estate
339 7477766
D
2574
37
10
1911
1979
Giacomo Massussi
tel. 030 9196647 Estate
D
2450
45
10
1891
2012
C
1335
27
2
1980
1981
E
3040
120
12
1929
2005
–
3149
9
9
1958
–
Maria e Franco
Val Paghera
tel. 0364 634372 Adamello
Franco Tonolini
tel. 0364 71181
Baitone
Adamello
Baita Iseo
tel. 0364 339383
Natù
Concarena
BIVACCO
Ai Caduti dell’Adamello* Lobbia Alta
tel. 0465 502615 Adamello
Passo Brizio
Zanon Morelli
Adamello
Anno di
ristrutturazione
Gestione Periodo di
e telefono apertura
Gestione diretta CAI BS - Monica Fantino
335 6215363 Estate
Fabio Madeo Estate
tel. 0364 75107
cell. 338 9282075
Adelchi Zana
Estate
tel. 0364 433038
0465 503311
335 6664234 Estate
Sempre
Incustodito aperto
Arrigo
Giannantonj
Passo Salarno
Adamello
–
3168
6
6
1980
–
Incustodito
Sempre
aperto
Gualtiero Laeng
Passo Cavento
Adamello
–
3191
6
6
1972
–
Incustodito
Sempre
aperto
* proprietà “Fondazione Ai Caduti dell’Adamello”
pag. 76 – Adamello 116
ESCURSIONI C.A.I. BRESCIA 2015
Data
Escursioni
Gennaio 2015
25/01/15 Ciaspolata Loc. Sette Larici e Malga di Coredo
Febbraio 2015
08/02/15 Ciaspolata Conca del Farno
22/02/15
Marzo 2015
01/03/15
08/03/15
15/03/15
29/03/15
Aprile 2015
Grotta del Calgeròn - gita speleologica
Madonna del Rio
Parco delle Fucine
Altopiano di Renon (BZ) - nordic walking
Dosso Sassello
Sentiero del Ponale da Riva del Garda al Lago di Ledro 12/04/15 nordic walking
19/04/15 Cima Parè
26/04/15 Lago di Terlago - Lago di Lamar
Maggio 2015
Rifugio Telegrafo per la Val di Nogare e la Piana delle
03/05/15 Buse
10/05/15 Bivacco Testa
17/05/15
24/05/15
31/05/15
30/05 - 7/06/2015
Giugno 2015
Monte Misone
Biciclettata da Cavalese a Canazei
Da Mezzocorona a Malga Kraun
Trekking delle Isole Egadi
07/06/15 Laghetti del Mignolo da Crapa de Vaia
14/06/15 Monte Campioncino
21/06/15 Giro Rifugio Peller - Passo della Nana
27 - 28/06/2015 Monte Mattaciul (2 gg.)
28/06/15 Le cascate della Valle di Narcanello
Luglio 2015
05/07/15 Monte Macaion - Gandkofel
12/07/15
11 - 12/07/2015
Passo delle Graole
Traversata dall'Alpe Devero all'Alpe Veglia (2 gg.)
19/07/15 Via Ferrata Burrone Giovannelli
25 - 26/07/2015
Agosto 2015
Cima d'Asta (2 gg.) - intersezionale con CAI Bozzolo
(MN)
08 - 09/08/2015 Attorno alle Pale di San Martino di Castrozza
16/08/15 Rifugio Croce di Marone
23/08/15 Monte Ventasso
30/08/15 Da S. Apollonia ai Laghi di Monticelli
Settembre 2015
Dislivello
Tempo
EAI - F
430 m
4,15 ore
EAI - M
500 m
6 ore
EEA
450 m
5 ore
E
E
T/E
E
300 m
500 m
200 m
700 m
5 ore
4 ore
5 ore
4 ore
E
700 m
7 ore
E
900 m
5 ore
E
900 m
7,30 ore
E
1050 m
7 ore
E
1000 m
7 ore
E
900 m
5 ore
E
E
900 m
5,30 ore
E
300 m
5 ore
E
EE
EE
E
850 m
700 m
1° g: 765 m
2° g: 922 m
650 m
6 ore
6 ore
1° g: 2,30 ore
2° g: 7 ore
5 ore
EE
930 m
5,30 ore
EE
1150 m
6/7 ore
E
1° g: 400 m
2° g: 1150 m
1° g: 4 ore
2° g: 7 ore
EEA
700 m
6 ore
EE
1° g: 1050 m
2° g: 400 m
EE
1° g: 1599 m
2° g: 718 m
E
770 m
E
524 m
E
900 m
Accompagnatori
Alberto Maggini - Luca Bonfà
Matteo Gilberti - Riccardo Ponzoni
Dario Di Pietro - Marco Micheli Giovanna Bellandi
Francesco Scalvini - Alberto Maggini
Piero Borzi - Giorgio Monteverdi
Francesco Scalvini - Alberto Maggini
Piero Borzi - Tiziano Rossi
Matteo Gilberti - Luigi Bazzana
Riccardo Ponzoni - Matteo Gilberti Stefano Frugoni
Alberto Maggini - Roberto Nalli
Daniele Poli - Elena Poli - Stefano
Frugoni
Marco Micheli - Dario Di Pietro
Luca Bonfà - Francesco Scalvini Stefano Frugoni
Riccardo Ponzoni - Luca Bonfà
Roberto Nalli - Alberto Maggini
Dario Di Pietro - Marco Micheli
Oscar Rossini - Renato Roversi
Luigi Bazzana - Renato Roversi
Alberto Maggini - Roberto Nalli
Daniele Poli - Giovanna Bellandi
Piero Borzi - Renato Roversi
Alberto Maggini - Francesco Scalvini
Piero Borzi - Tiziano Rossi
Marco Micheli - Dario Di Pietro
Matteo Gilberti - Riccardo Ponzoni
1° g: 3,50 ore
2° g: 5,30 ore Luca Bonfà - Riccardo Ponzoni
1° g: 5,15 ore
2° g: 5,30 ore Daniele Poli - Elena Poli - Tiziano Rossi
3 ore
Renato Roversi - Giorgio Monteverdi
4 ore
Luca Bonfà - Francesco Scalvini Alberto Maggini
Roberto Nalli - Alberto Maggini
E
EE
1° g: 200 m
2° g: 700 m
730 m
1000 m
E
1250 m
7 ore
Corna Piana
OTTOBRATA
La Val delle Scaie e il Passo delle Cornelle
Monte Casale
EE
1200 m
7 ore
Diego Micheli - Matteo Gilberti
E
EE
850 m
1013 m
5 ore
6 ore
Piero Borzi - Giovanna Bellandi
Barbara Cocchini - Tiziano Rossi
Sentiero dei Tubi
EE
400 m
2,30 ore
Oscar Rossini - Barbara Cocchini
05 - 06/09/2015 Sentiero Vidi n. 390 - Ferrata Benini n. 305
13/09/15 Rifugio Loa
20/09/15 Monte Cadelle e Laghi di Porcile
27/09/15
Ottobre 2015
04/10/2015
11/10/15
18/10/15
25/10/15
Novembre 2015
08/11/2015
Difficoltà
Lago di Piccolo
EEA
1° g: 5 ore
2° g: 5 ore
5 ore
7 ore
Dario Di Pietro - Marco Micheli Giovanna Bellandi
Renato Roversi - Luigi Bazzana
Barbara Cocchini - Elena Poli
Marco Micheli - Dario Di Pietro Giovanna Bellandi
Adamello 116 – pag. 77
GITE SOFT 2015
GITE ALPINISMO GIOVANILE 2015
pag. 78 – Adamello 116
GARMIN
• navigatore GPS
• altimetro
• bussola
• funzione trac back
• cardiofrequenzimetro
• modalità sci
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CASIO SGW-300H
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Storia - Sezione di Brescia