Enrico Zaccaria
Un Pico frignanese dimenticato nel giovane Carlo Montecuccoli
In “Lo Scoltenna. Atti e memorie”, s. II, fasc. V-VI-VII (1916-1919)
Il Leopardi scrisse che la celebrità dipende più da fortuna che da ragione. Questa sentenza ci torna a
mente ripensando alla sorte del nome di Carlo Montecuccoli tanto diversa da quella toccata a Pico
della Mirandola. Questi ancor vivente godé una fama immensa, tanto che sul suo sepolcro fu posta
la pomposa iscrizione: “Joannes iacet hic Mirandula: cetera norunt / Et Tagus et Ganges, forsan et
antipodes”; e un secolo dopo l’Anonimo Mirandolano lo chiamava enfaticamente “Giovanni la fenice, il divino ingegno; vaso d’ogni scienza e d’ogni bellezza”. E una tale riputazione della fenice
degl’ingegni restò per lungo tempo ancora, nonostante gli sghignazzamenti di Voltaire che le diedero un forte crollo; sicché oggi pure non c’è persona anche mezzanamente colta che non conosca il
nome di Pico. Viceversa anche uomini dotti ignorano il nome di Carlo Montecuccoli. Eppure questi
non parmi per nulla inferiore a Pico. Proporzionatamente alla durata della vita, scrisse più e forse
meglio di Pico, e per ingegno e buon gusto per lo meno lo uguaglia. Il trattare adunque di questo
Carluccio ne pare cosa importante, perché egli è un soggetto meritevole se altri mai; e contribuisce
altresì a gettare un po’ di luce sulla sua famiglia, ossia su quel ramo dei Montecuccoli che proprio
allora assumeva importanza preminente che conservò per due e più secoli.
Carlo nacque a Ferrara il 15 di gennaio 1592 da Enea Montecuccoli e Leonora Negrisoli. Su Enea
non ci stenderemo a lungo, come pur si potrebbe, perché questo ci porterebbe assai lontano dal nostro tema e richiederebbe molto spazio. Ci basterà il dire che fu il più ragguardevole individuo di
quel ramo che poco dopo pigliò l’aggiunta di Laderchi, e che egli fu in gran parte l’autore della fortuna privata e patrimoniale della famiglia mediante la sua operosità1 e valentia. Alla morte di suo
padre Francesco nel 1596, Enea s’ebbe la contea di Semese, laddove il fratello Orazio otteneva
quella di Ranocchio, e l’altro fratello don Ercole era arciprete a Maserno. Circa il figlio Carlo, ci
servirà di guida per delinearne la vita e le opere il panegirico che di lui tessé nel 1613 il canonico
Gandolfi arciprete di Carpi stampato ivi dal Vaschieri nel 1614. Leggendo il Gandolfi, vediamo
spiccare due tratti caratteristici in questo conte Carlo: il carattere morale che ne fe’ un altro S. Luigi,
e il carattere scientifico per cui grande analogia presenta col Pico. Il Gandolfi espone minutamente i
tratti e i segni caratteristici della fervida e profonda pietà di Carlo. Dice che appena snodata la lingua cominciò a recitar orazioni, che si dilettava d’immagini sacre, che aspettava con impazienza i dì
festivi per trattenersi a lungo in chiesa, e si doleva se chi doveva guidarvelo indugiava a venire. Non
usciva di camera senza aver recitate le preghiere, leggeva moltissimo i libri divoti, faceva altarini
con sacre immagini, recitava sermoni spirituali, non si curava della ricchezza, disprezzava la bellezza. Accompagnò a Loreto il padre che colà recavasi per soddisfare un voto già fatto per la guarigione del figlio quando questi aveva quindici anni. Colà insieme col padre per un miglio camminò a
pie’ scalzi fino all’ingresso del tempio.
Il gesuita Giorgio Tolomei che ivi lo confessò e conversò anche con lui lo giudicò una bell’anima e
un bello spirito e più tardi a bello studio si recò a Carpi per godere della compagnia del giovane.
Tornato a Carpi da Loreto, si die’ intensamente alla pietà e allo studio: non stimava la chiarezza del
sangue, spregiava le ricchezze, e tra lo splendore della casa e gli allettamenti del secolo menava una
vita quasi da cappuccino. Non amava le lodi, anzi si umiliava quanto più veniva lodato, come seguì
specialmente nel 1606 nella solenne occasione di cui si dirà. Poco amante del divertimento, appena
per breve tempo attendeva al giuoco della racchetta. I suoi trastulli erano passeggiare per le loggie
del palazzo con uomini dotti discorrendo di lettere scienze ed arti, copiar arazzi e disegnare. Odiava
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Fra le sue molte cariche, oltre a quella di Vice-Duca in Ferrara, notabilissima per molti rispetti fu quella di Governatore di Carpi ch’egli tenne dal 1598 al 1614 in cui morì. Per effetto di essa Carlo passò la più lunga e importante parte della vita a Carpi.
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la bestemmia e mormorazione e detestava chi n’era infetto. Orava spesso e con gran fervore. Limosiniere, caritativo, amico dei poveri, interceditore presso il padre a favore dei miseri, benefattore
delle chiese; non s’adirava mai. Digiunava e faceva astinenze a segno che il padre dovette moderarlo per conservarne la salute. Pari alla pietà fu la sua purezza di mente e di corpo; portava persino il
cilizio; e si credeva che se fosse vissuto avrebbe finito per farsi cappuccino.
Nella malattia di sette mesi che precedette la morte commosse talmente tutti con la sua pazienza che
la comunità magistrati e popolo di Carpi fecero solenni funzioni nella chiesa dei cappuccini per la
sua salute. Nondimeno egli morì con strazio indicibile del padre. Tale sotto brevità il quadro delle
virtù di questo giovane: vediamo ora le doti dell’ingegno e i frutti de’ suoi studi.
Sappiamo dal Gandolfi che Carlo ebbe uno sviluppo d’intelligenza precocissimo, e che fin dall’infanzia die’ segno d’elevato ingegno. Appena snodata la lingua recitava le orazioni cristiane in modo
perfetto.
Introdotto alla dottrina fece subito stupir tutti quelli che l’udivano, ché di cinque anni senza errori
tutta la recitava nella chiesa dei gesuiti, e incredibile era la prestezza con cui l’imparava a memoria
e la disputava cogli altri. Sì segnalati erano i pregi che spiccavano in questo fanciullo che il duca
Alfonso, che pure stava sempre sul grave e in sussiego, attirato dalla vivacità della intelligenza e
dall’acutezza delle risposte e dalle maniere del bambino, non mai per via in lui s’incontrò che non si
fermasse a vezzeggiarlo e a provocarlo al discorso e a predicarlo ai cavalieri come fanciullo di singolare aspettazione. In breve tempo non solo imparò a leggere e scrivere ottimamente, ma i primi
rudimenti della grammatica; sicché di sette anni era in grado di esporre in volgare e in latino le
composizioni dettate solamente dal maestro a scolari ad alta voce in toscana favella. Di otto o nove
anni con tale prontezza e assiduità studiò le umane lettere che precorreva tutti; e fra l’altro si racconta che mentre l’insegnante spiegava, egli talora leggeva un libro diverso; e tuttavia finita la lezione sapeva ripetere per l’appunto quanto il maestro aveva spiegato. Il padre ammirando tanta felicità d’ingegno nel figlio, lo provvide di ottimi maestri di latino, nella qual lingua fe’ tanto profitto
che a dieci anni sapeva spiegare il suo concetto o in volgare o in latino con eccellenza; del che die’
saggio in occasione che si presentò di riverire il duca Cesare, a cui, presenti signori e cavalieri, rivolse subito una orazione latina che fe’ stupire tutti. Dopo si die’ allo studio delle lingue greca ebraica e caldaica che in breve possedette in guisa che parevan la sua favella naturale. Dalle lingue
passò alle scienze: logica, filosofia naturale, aritmetica, astronomia; e scrisse effemeridi e pronostici. A quattordici anni, nel 1606, tenendosi a Carpi il capitolo degli Eremitani presenti i principali
prelati di detta religione, sostenne pubblicamente in latino e in greco conclusioni in teologia, in filosofia, logica, agricoltura, metereologia, nautica e abito dei corpi dedicate al card. Alessandro d’Este
e destò la meraviglia di tutti. Nello studio perseverò tutta la vita con tale ardore che poteva dire di sé
“altro diletto che a imparar non provo”. Quindi i suoi divertimenti consistevano nel conversare con
uomini dotti specialmente con Daniele Boccalizio matematico di Stiria stipendiato apposta dal padre; disegnava, fabbricava oriuoli, faceva opere di stucco, lambiccava, raccoglieva e ordinava semplici fatti venire anche dall’Appennino. Un tanto ardore fu dovuto moderare dal padre che ne aveva
moderate anche le penitenze, ricordandogli che era tenuto a mantenere la vita non solo a sé stesso,
ma al padre, alla patria, a tutta la casata dei Montecuccoli, la quale sperava già d’innalzarsi ognor
più alla gloria nella persona di lui.
Sventuratamente questa speranza che Enea aveva concepito del figlio fu presto tronca dalla morte il
7 gennaio 1611, quando il giovane aveva appena 18 anni 11 mesi e 22 giorni. Ma già due anni prima nel castello di Montecuccolo era nato un altro fanciullo che più fortunato di Carlo doveva propagare la gloria della famiglia: il general Raimondo, quarto cugino di Carlo. Tornando ora a
quest’ultimo, ricorderò che il Gandolfi nota che quando il cadavere per ordine del padre fu sepolto
nella cappella di famiglia in S. Spirito di Ferrara, un’immensa moltitudine di gente accorse per vederlo, invitata dalla gran fama che per l’universo volava delle sue eccellenze.
Quali fossero le produzioni e gli scritti di Carlo, le diremo colle parole del Gandolfi, aggiungendo
poscia alcune nostre considerazioni.
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Il Gandolfi dunque dice: “Ha tradotto dal greco in latino l’opera di Polemone fisionomista, ornandola di note. Ha scritto un’orazione latina in onore di S. Giacinto. Ha scritto un libro di Cabala. Ha
esposto le prime otto distinzioni del primo libro delle sentenze del Maestro con sottili e profonde
dichiarazioni delle questioni che nascono da quelle. Tutte queste opere sono di già stampate d’ordine del conte Enea col mezzo del conte Francesco figlio dell’uno e fratello dell’altro. Sonosi trovati
pure scritti di sua mano diversi trattati di logica, fisica, metafisica, anima, della materia prima,
dell’astrologia, aritmetica e altre materie. Evvi un discorso sopra il commento del primo libro delle
sentenze. Un trattato de Horologio, un compendio de Herbis, un’opera ebraica detta Succus viridari, e un’altra detta Succus hortuli. Ha scritto assai d’umanità, un compendio di epistole, un discorso
di varie cose, una raccolta di sentenze, un trattato degli uccelli. V’è un libro intitolato Computus ecclesiasticus, un altro Notae aegyptiorum. Ha scritto sopra l’ufficio della Vergine, sopra i sette salmi! Desiderava tessere una storia della sua casa, e aveva per ciò raccolto memoriali e scritture. Evvi
una versione del libro Pardes; vi son libri di geometria, di terre e di acque, di giuochi di mano. Non
mancano infinite sue fatiche come versi volgari, latini, orazioni diverse, e altre opere intraprese da
lui con animo di perfezionarle se l’immatura morte non l’avesse involato al mondo per ornarne il
cielo. Ora se così di passaggio un giovane compose tanti e sì contrarii libri, che si doveva aspettare
se fosse giunto all’ordinario corso degli uomini? Se infermo ed affannato tanto studiò e scrisse, che
altri e savi volumi avrebbe composti in sanità perfetta? Ma argomentino gli altri dalla sua singolare
virtù le prerogative da Dio concesse al conte Carlo, e quale copia di frutti dalla lunghezza di sua vita con ragione si poteva sperare”.
Ma l’elogio del Gandolfi, vago e generico, restringendosi a dare l’elenco degli scritti di Carlo, noi a
mettere in rilievo le attitudini del precoce ingegno dell’individuo, vogliamo esaminare partitamente
almeno alcune delle sue produzioni. E prima ci occuperemo della disputa pubblica da lui sostenuta a
Carpi nel 1606 quando aveva 14 e 2 mesi.
Nell’Archivio di Stato c’è di Carlo una lettera e un foglio stampato. La prima è del 5 aprile 1606 diretta al Duca cui invitava a intervenire alla disputa. Scritta in carattere bellissimo, pel contenuto e la
forma non è certo gran cosa; ma bisogna tener conto dell’età dello scrivente.
Il foglio stampato che l’accompagnava si può considerar diviso in tre compartimenti. Nel superiore
v’è in mezzo lo stemma Estense. Di qua e di là da questo vi sono sei distici latini, di evidente composizione del giovinetto, che s’era proposto di celebrare le lodi dell’aquila per omaggio all’aquila
Estense.
Sotto poi allo stemma v’è un distico greco, fattura anch’esso di Carlo. Il secondo scompartimento,
quello di mezzo contiene una lettera latina al duca Cesare. Nel terzo spartimento v’è poi l’enunciazione e il sunto delle venti tesi che il giovanetto si proponeva di sostenere come effettivamente sostenne il 13 aprile. Ad ognuna di esse fa seguito un testo talvolta latino, più spesso greco, desunto
dalla Sacra Scrittura o da un Padre o da un Dottore della Chiesa, ma per lo più da Aristotile: testo
che serve o di fonte o di ragione o di conferma per la tesi stessa. Un tale programma, ancorché in
alcuni punti ambiziosetto e anche un po’ ridicolo, come là dove tratta di agricoltura e di nautica, attesa l’età del disserente – 14 anni appena compiuti – ha del prodigioso assai più che la disputa che
su 900 tesi aveva sostenuto il Pico a 24 anni. Una cosa però merita speciale attenzione; ed è il punto
della lettera dedicatoria, ove Carlo asserisce ch’egli non s’era indotto spontaneamente alla disputa,
ma v’era stato spinto dal padre, il quale “me vagientem puerum disputare voluit, decrevit, impulit,
provocavit”.
E’ troppo evidente che Enea era orgoglioso d’un tal figlio, e che premevagli di metterne in mostra i
talenti. E’ quindi facile capire quale schianto al cuore egli dovesse provare quando il diletto figlio
gli fu strappato da morte immatura, sebbene ormai prevista e aspettata. Resta la lettera del 8 gennaio
1611 che Enea da Carpi scriveva al Duca per annunciargli la morte di Carlo. Giova riportarla.
Ser.mo Principe
Questa notte Carlo mio figliuolo maggiore se n’è passato a miglior vita, ed ha lasciato me in questa valle di miserie, il più afflitto padre che viva, essendo privo in questa età in ch’io mi trovo d’un
figlio della qualità nota a V. A. sopra cui ragionevolmente avevo collocata ogni mia speranza. Id3
dio che per sua misericordia ha dato ricetto al figlio in paradiso, come tengo per fermo, dia pazienza a me povero padre, che con lagrime di sangue bagno questa carta. Do parte a V. A. d’una tanta
perdita, assicurandomi di dover trovare in lei quella compassione che richiede il caso e la disgrazia del servitore.
Faccio umile riverenza a V. A., pregandole dal Signore ogni bene.
Di Carpi lì 8 gennaio 1611.
D. V. A. Ser.ma Enea Montecuccoli
Dato che ebbe sfogo all’immenso dolore, Enea rivolse in appresso il pensiero a conservare più che
fosse possibile la memoria del figlio. E prima di tutto ingiunse al figlio minore Francesco di provvedere alla pubblicazione delle scritture del defunto. In secondo luogo procurò che fosse fatta una
solenne commemorazione di Carlo, che seguì in Carpi nel 1613 con panegirico recitato dal teologo
G. F. Gandolfi, arciprete del duomo, panegirico che fu subito dato alle stampe; ed è un documento
prezioso non solo rispetto al conte Carlo, ma anche alla vita di suo padre Enea, e alle vicende innestatevi degli antichi Montecuccoli, desunte, dice l’autore, da una cronaca che serbavasi presso la
famiglia. Di esso si prevalse il Tiraboschi pel suo cenno sul conte Carlo, inserito nella Biblioteca
Modenese, e ce ne siamo prevalsi anche noi. Certo se per la parte relativa alla storia antica dei Montecuccoli le parole del Gandolfi hanno un’autorità assai discutibile, come quelle che si basano su
una cronaca antica, deve per contrario essere ritenuto attendibile ciò che dice della vita di Carlo, cui
egli aveva conosciuto da vicino e praticatolo, di cui era stato confessore, e l’aveva assistito nella
morte. Al panegirico è annesso un ritratto del giovanetto che si presenta tutto curvo, tristanzuolo e
tisicuzzo, proprio com’era a quell’età il Leopardi, con cui offre anche altri punti di simiglianza.
Ma torniamo alle scritture di Carlo che possono darci un’idea adeguata dell’ingegno di lui, e che per
ordine del padre furono, come già s’è accennato, stampate dall’altro figlio minore, Francesco. Di
questo, che poi diventò marchese di Guiglia e primo dei Montecuccoli-Laderchi, e della sua grande
fortuna, molto ci sarebbe da dire, se non esorbitasse dal nostro assunto. Aggiungeremo soltanto che
questo conte Francesco doveva possedere anche una certa coltura, se sono sue, come pare che siano,
le dediche e le prefazioni premesse alle opere del fratello, quand’egli aveva solo sedici o diciassette
anni.
La prima delle scritture di Carlo edita da Francesco, fu la Introductio in Cabalam. E’ un opuscolo di
circa 10 pagine stampato a Modena dal Cassiani nel 1612. Precede una dedica al Duca Cesare, dove
Francesco dichiara di fare tal dedica per tre ragioni: perché il Duca era padrino del defunto, perché
questi aveva più volte manifestato un tal proposito, e anche per sua inclinazione personale. V’è poi
anche un lungo avviso al lettore, sempre in latino, che è tutto un rimpianto per la perdita d’un fratello che prometteva tanto. La seconda delle pubblicazioni è l’Aurea primarum octo distinctionum libri primi sententiarum Magistri. L’edizione, corredata d’un ritratto del povero giovanetto gobbo e
tisicuzzo ma dall’aria intelligente, fu fatta a Carpi nel 1613 presso il Vaschieri. E’ preceduta dalla
dedica che il conte Francesco fa dell’opera allo zio don Ercole Montecuccoli, dedica che doveva testificare i sentimenti dei due nipoti verso lo zio. L’opera è un grosso volume di 650 pagine, e costituisce un saggio chiarissimo del prodigioso sapere filosofico e teologico che l’autore aveva già acquistato a 18 anni quando s’ammalò. La terza pubblicazione fu fatta, sempre dal fratello conte Francesco, a Modena coi tipi del Verdi 1612. E’ la versione dal greco in latino, che Carlo fece a 15 anni,
dell’opera di Polemone sulla fisionomia, aggiuntevi annotazioni in latino dello stesso Carlo, e la
versione che il conte Francesco fece in italiano del lavoro del fratello a 16 anni. La dedica qui Francesco la fa al duca Cesare, e vi ricorrono le solite deplorazioni per la morte del fratello indimenticabile, e i lamenti contro la fortuna crudele che aveva ritolto precocemente alla famiglia un tanto tesoro d’ingegno.
La quarta delle opere è l’Orazione in onore di San Giacinto, edita a Modena coi tipi del Verdi nel
1612, e dedicata al principe Alfonso d’Este. Consiste in un’orazione latina contenente le lodi di S.
Giacinto per le sue geste apostoliche in Polonia e paesi limitrofi. Fu composta da Carlo nel settembre 1609. Dichiara egli stesso in principio che gliela aveva fatta scrivere suo padre, l’illustrissimo
conte Enea governatore di Carpi, divoto di S. Giacinto a segno da avere a lui edificati due oratorii
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con beneficio semplice e giuspatronato a Semese e a Novi e una cappella in Carpi; e questa divozione originava da un voto fatto da Enea durante una grave malattia nel 1596. Un tal culto grande
per S. Giacinto trapassò nel figlio Carlo, e lo pervase in modo che in onore di lui, oltre all’orazione,
scrisse anche un’elegia latina; e S. Giacinto, subito dopo la Madonna, egli invoca nella ode saffica
latina scritta nella sua ultima malattia; e molto più si proponeva di fare e di scrivere in onore di lui
qualora fosse vissuto. Dell’orazione panegirica si può dire che non meno delle opere precedenti dimostra la fecondità dell’ingegno di lui e della sua coltura, giacché pochi a 17 anni sarebbero in grado di scrivere intorno a S. Giacinto un centinaio di pagine in latino.
All’orazione per S. Giacinto fa seguito un carme latino di quindici distici composto in onore di S.
Giacinto, quando n’ebbe finita l’orazione; ed eccone i primi 3 distici per saggio: “Inclite nostrorum
patrone Hyacinthe parentum / Sidereoque micans lux veneranda polo; En hunc est sortita tui laudatio finem / Hoc nostra exili dictio septa modo; Mutus in immensos laudum prodire tuarum / Haud
metui campos osque aperire puer”.
Viene poi un’ode saffica di quindici strofe composta nel tempo dell’ultima malattia durata quasi un
anno. Il Leopardi, col quale Carlo offre parecchi punti di somiglianza nel fisico e nel morale, quando alla stessa età ammalò gravemente compose egli pure una poesia; ma sebbene allora non avesse
peranco perduto del tutto la fede, non ha aspirazioni religiose. La sua poesia si perde in una vaga e
vaporosa deplorazione del venir meno della vita. L’ode di Carlo in quella vece si può chiamare una
specie di litania, ove invoca Dio, la Vergine, S. Giacinto, S. Paolo, S. Agostino ed altri apostoli santi e sante. La prima strofa suona così “Præpotens cœli rutilantis autor / Fonsque cunctarum columenque rerum / Subveni strato; vegetat qui pio / Cuncta vigore”.
Se questi versi non sono di una grande finezza ed eleganza, e la forma è ancora ruvida e greggia,
conviene tuttavia riconoscervi l’attitudine alla verseggiatura latina che cogli anni sarebbesi certo
svolta e perfezionata artisticamente. Da ultimo è da tener presente che se quattro o cinque sono le
pubblicazioni che ci restano di Carlo, a queste non si riduce la sua produzione.
Il conte Francesco nelle varie dediche e prefazioni dice che erano innumerevoli le carte e gli scritti
lasciati dal fratello, ma che per essere tutti scheletri, schemi e abbozzi di future pubblicazioni, egli li
aveva scartati come inutile ingombrime. D’altra parte s’è già visto che il Gandolfi accenna partitamente ad alcuni titoli e disegni di lavori a cui Carlo intendeva di darsi in appresso. Questi erano intorno a soggetti di vario genere. Tra essi è notabile il disegno che egli aveva concepito e vagheggiato di scrivere una storia della sua stirpe; al quale effetto aveva già radunato materiali. E’ da dolersi
che Carlo non potesse incarnare il suo disegno; ché una storia della famiglia, dettata da un membro
di questa, non poteva a meno di non riuscire interessante; e avrebbe contribuito a diradare, almeno
in parte, le incertezze e le tenebre che avvolgono le vicende dei primi secoli della schiatta.
Conchiudiamo osservando che da tutto ciò che s’è detto s’inferisce che Carlo aveva un ingegno non
solo precoce, ma, direi quasi, straordinario. Si può senza esitazione affermare ch’egli fu in questa
parte per lo meno pari a Pico della Mirandola, e che forse gli fu superiore; giacché a 14 anni egli sostenne la disputa pubblica sulle 20 tesi; laddove Pico solo a 24 anni s’accinse a sostenere le sue 900:
nel che non è da tacere la differenza delle due indoli. Carlo vi s’indusse costrettovi dal padre; Pico
la fe’ spontaneamente, e, passi la parola, anche un po’ spavaldamente; sicché il titolo stesso De omnibus rebus porse il destro a Voltaire di aggiungere sarcasticamente et de quibusdam aliis. E nondimeno Pico ebbe la fortuna di essere chiamato la fenice degl’ingegni, appellazione non solo enfatica, ma alquanto disgustosa e ridicola, ove si pensi che non è mai stata data neppure a Dante che
dell’ingegno ne doveva avere più di Pico; laddove di Carlo, toltone il cenno del Tiraboschi, nessun
altro ha fatto mai menzione alcuna.
Ad ogni modo noi crediamo pienamente giustificato il rammarico, il cordoglio e lo schianto che per
la morte immatura di Carlo provarono suo fratello Francesco e suo padre Enea, che si ripromettevano da lui grande lustro per la loro famiglia. E con ragione: ché se Carlo fosse vissuto più a lungo,
l’intera casata dei Montecuccoli avrebbe senza fallo avuto in esso un grand’uomo nel campo delle
lettere e nelle scienze, come nel quarto cugino di lui, Raimondo, lo ebbe nel campo delle discipline
militari. Ma, sebbene Carlo avesse destino sì avverso che non gli consentì di esplicare tutta la po5
tenza dell’ingegno, egli è pur sempre da ascrivere a quella pleiade dei Montecuccoli illustri della linea di Montese che conta un Bersanino, un Girolamo seniore, un Camillo, Luigi di Montese, Alfonsino di Riva, il general Ernesto, ed Enea padre dello stesso Carlo, senza contare altri minori ma pur
ragguardevoli.
I Montecuccoli di Montese - Percorso storico
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