A14
217
Donne,
politica
e istituzioni
Percorsi, esperienze e idee
a cura di
M. Antonella Cocchiara
Copyright © MMIX
ARACNE editrice S.r.l.
www.aracneeditrice.it
[email protected]
via Raffaele Garofalo, 133 A/B
00173 Roma
(06) 93781065
ISBN
978–88–548–2546-8
I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica,
di riproduzione e di adattamento anche parziale,
con qualsiasi mezzo, sono riservati per tutti i Paesi.
Non sono assolutamente consentite le fotocopie
senza il permesso scritto dell’Editore.
I edizione: giugno 2009
Indice
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64
76
83
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Presentazione
M. Antonella Cocchiara
Le donne nei processi decisionali politici:
una prospettiva storico–giuridico–sociale
Introduzione
Decodifica di stereotipi e pregiudizi di genere
Ignazia Crocè
Donne e linguaggio: la cultura della differenza
Lucrezia Zingale
Il femminismo e la ricerca dell’identità di genere
Antonella Cammarota
Spazio politico, spazio narrativo: il laboratorio “Genere e generazioni”
Milena Meo e Giovanna Incardona
Il laboratorio di Teatro dell’Oppresso
Maria Rita Giordano
Donne e cittadinanza politica: una prospettiva storica
Breve storia del diritto di voto alle donne in Italia
M. Antonella Cocchiara
Donne e diritti: un lungo, difficile percorso
Daniela Novarese
Donne diritti democrazia. Un libro a cura di Giovanna Fiume
Introduzione: M. Antonella Cocchiara
Riflessioni: Angela Bottari e Daniela Novarese
Conclusioni: Giovanna Fiume
5
6
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164
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246
260
Politica, corpi e libertà femminile
Introduzione
Politica, cultura, religione e corpo delle donne: la pratica
del parto cesareo (secc. XVII–XVIII)
Carmen Trimarchi
Lavorare per la salute delle donne. I consultori familiari a
Messina tra passato, presente e futuro
Luisa Barbaro
APPENDICE: Raccontare il consultorio
Silvana Polizzi
La violenza di genere
Carmen Currò
Tra pregiudizio e discriminazione. La violenza omofobica
o per diverso orientamento sessuale
Paolo Patanè
Istituzioni internazionali ed europee
e promozione delle pari opportunità di genere
Introduzione
Organismi internazionali e pari opportunità
Deborah Scolart
Donne e islam
Deborah Scolart
Le pari opportunità e il mainstreaming di genere: dalle
politiche ai programmi
Paolo Cessari
Politica di coesione e pari opportunità
Dhebora Mirabelli
7
Sistemi elettorali
e rappresentanza di genere
284
Introduzione
302
Genere e riequilibrio della rappresentanza politica
Alberto Russo
285
316
333
377
385
406
407
423
Breve storia dei sistemi elettorali in Italia
Vittoria Calabrò
Il riequilibrio della rappresentanza fra i sessi e la legge elettorale
della Regione Siciliana
M. Antonella Cocchiara
TAVOLA ROTONDA: Donne e riequilibrio della rappresentanza
politica: bastano le “quote”?
Introduzione: M. Antonella Cocchiara
Relazioni e interventi al dibattito: Bianca Beccalli, Alisa del Re,
Marisa Forcina, Carmen Leccardi, Mariella Crisafulli e Milena Carone.
Una proposta di legge di iniziativa popolare: la campagna
“50 e 50 ovunque si decide”
Concetta Carrà
APPENDICE NORMATIVA
Donne e uomini nel parlamento della Repubblica italiana
(I-XVI legislatura): analisi di una disuguaglianza
Antonino Anastasi
Autonomia degli enti territoriali
Introduzione
L’ordinamento regionale: dalla Costituzione del 1948 alla
riforma del Titolo V del 2001
Anna Lazzaro
Per una storia della Regione Siciliana. La stagione separatista
e il progetto autonomistico
Daniela Novarese
8
430
444
466
481
497
515
530
533
539
Il sistema delle autonomie territoriali
Valentina Prudente
Cos’è e come si redige un bilancio di genere?
Luisa Pulejo
Dinamiche e tecniche
della comunicazione in pubblico
Donne tra rappresentazione e percezione delle identità
di genere nei media
Domenico Carzo
Donne davanti allo schermo tv: dai riti tradizionali
alla rivoluzione digitale
Antonia Cava
Primi elementi della comunicazione interpersonale
Elio Vigorita
Nuove forme di comunicazione istituzionale e politica
Antonio Tavilla
Qualche conclusione…
La prima edizione del corso “Donne, politica e istituzioni”: non
solo un percorso formativo
M. Antonella Cocchiara
Il IV ciclo del corso “Donne, politica e istituzioni”: le premesse
per una seconda edizione
Antonella Cammarota
Le autrici e gli autori
Presentazione
Prossima alla conclusione della prima edizione del corso “Donne, politica
e istituzioni”, dopo quattro anni di un’esperienza didattica e formativa che ha
attraversato come un fiume in piena la mia già convulsa vita di docente universitaria divisa tra ricerca scientifica, attività didattica e compiti di gestione,
ho proposto ai colleghi del Comitato Scientifico del corso di lasciare memoria di questo singolare e innovativo percorso di formazione, rivelatosi sotto
molteplici aspetti positivo.
Da quella proposta, grazie alla ricchezza e proficuità del dialogo con i
colleghi e con quanti hanno partecipato alla realizzazione del percorso formativo messinese, ai loro contributi e anche alle curiosità sollecitate nelle e dalle
corsiste, nasce questo volume che raccoglie se non tutte, la maggior parte delle lezioni tenute nel IV ciclo del corso. È incluso anche qualche saggio in più,
per l’utilità che avrebbero potuto trarne le allieve e gli allievi della seconda
edizione (2007/2008–2008/2009), cui lo destiniamo quale materiale didattico.
Il volume è articolato in sezioni che grosso modo rispecchiano la divisione in moduli del piano didattico del corso; segue pertanto, anche temporalmente, lo svolgersi delle lezioni. Esattamente come avveniva durante il corso,
ciascuna sezione è preceduta da mie più o meno brevi premesse che, ora come allora, hanno lo scopo di introdurre i diversi argomenti o di restituire segmenti di riflessioni e discorsi maturati prima, durante o dopo le attività formative, nella fitta e costante interazione con le allieve, con le tutor e con i docenti.
Corredato dall’ulteriore materiale didattico (appendici normative, slides e
documenti indicati e/o predisposti dai docenti) scaricabile dal sito internet del
corso messinese1, il volume va letto insieme al “Report2”2 che, completando
idealmente il tragitto intrapreso con un precedente “Report” sul primo ciclo,
pubblicato nel 20053, è stato curato in collaborazione con due giovani giorna1
Alla voce “Materiali didattici” del IV ciclo, sito: http://ww2.unime.it/donne.politica/cicli_precedenti.html.
2
Donne, politica e istituzioni. Percorsi formativi per la promozione delle pari opportunità
nei centri decisionali della politica. Report2, a cura di M.A. COCCHIARA, L. GALLETTA e L.
ZINGALE, Messina, Samperi Editore, 2008, pp. 3-99.
3
Si tratta del Report “Donne, politica e istituzioni. Percorsi formativi per la promozione delle
pari opportunità nei centri decisionali della politica” curato da C. CIAVIRELLA e E. RIZZI per conto
dell’Università degli Studi di Messina. Dato alle stampe a conclusione della prima edizione del Corso e mentre il secondo ciclo era ai nastri di partenza, era stato originariamente pensato, nell’ambito
del percorso formativo messinese, come azione di pubblicità e di marketing locale per le edizioni
9
10
Presentazione
liste, entrambe ex allieve del corso, le quali, nell’intento di restituire un’immagine meno accademica e forse più fedele e organica dell’intera esperienza
di formazione, si sono soffermate a illustrare le attività integrative del II, III e
IV ciclo, che hanno arricchito il percorso curriculare, ma anche a monitorare
le ricadute più evidenti del corso, dedicando ampio spazio alle corsiste, sottraendole alla indeterminatezza e dando loro un volto, un nome, aspettative e
pensieri, nel tentativo di assaporare il senso di un’esperienza che per molte di
loro non è finita con la giornata conclusiva del corso e la consegna di un attestato.
Su iniziativa della ministra on. Stefania Prestigiacomo, il corso è stato
proposto al mondo accademico nel marzo 2004 dal Dipartimento per le pari
opportunità. Utilizzando risorse assegnate dalla delibera del CIPE n. 17/2003
al finanziamento di progetti volti a ridurre il disagio occupazionale e sociale
delle donne, si configurava come un’azione positiva riservata alle donne e
destinata, attraverso il potenziamento delle conoscenze teoriche, ma anche di
certe prassi e, quindi, del funzionamento di determinati meccanismi istituzionali e politici, a «promuovere il più possibile la partecipazione» delle donne
«alla vita politica» arricchendone la preparazione e contribuendo per questa
via «ad assicurare le pari opportunità anche in un campo come la politica, che
sembra impermeabile alle istanze di parità»4. Insomma, un progetto formativo per avvicinare e interessare le donne alla politica attiva, con il fine ultimo
di agevolarne «l’inserimento […] nelle professioni di alto profilo istituzionale e nelle assemblee politiche»5, dove le donne italiane sono ampiamente sottorappresentate.
Inizialmente la proposta è stata rivolta alle sole università delle regioni
“Obiettivo 1” (Basilicata, Campania, Molise, Puglia, Calabria, Sardegna e Sicilia), dove più accentuata appare l’asimmetria tra uomini e donne nei centri
decisionali della politica e delle istituzioni: vi hanno aderito 17 atenei del
Centro–Sud6, che si sono impegnati a realizzare, in cofinanziamento, quattro
cicli del concordato percorso formativo, i primi due finanziati dal Dipartimento per le pari opportunità, i successivi a carico delle Università.
Il consistente e inatteso numero di richieste di partecipazione e il gradimento registrato a conclusione del primo anno di attività hanno indotto il Dipartimento per le pari opportunità a estendere l’iniziativa a tutti gli altri Atesuccessive, ma ha finito per diventare occasione per una riflessione più ampia sulla condizione delle
donne nella provincia di Messina e sul loro rapporto con la politica e le istituzioni.
4
Cfr. S. PRESTIGIACOMO, Presentazione a Ministero per le Pari Opportunità, in collaborazione con la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, Donne, politica e istituzioni.
Percorsi formativi per la promozione delle pari opportunità nei centri decisionali della politica,
Roma, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2006, p. 7.
5
Così si legge nell’Introduzione del volume sopra citato, p. 9.
6
Gli Atenei meridionali che hanno aderito alla prima edizione del corso sono stati quelli di
Bari, Università della Calabria, Cagliari, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Molise, Napoli
L’Orientale, Napoli Federico II, Napoli II Università degli Studi, Napoli Parthenope, Palermo,
Reggio Calabria, Salerno, Sannio-Benevento, Sassari.
Presentazione
11
nei italiani. Ad aderire sono stati 24 atenei del Centro–Nord7, che hanno ripetuto per due annualità un corso analogo a quello proposto agli Atenei meridionali, seppure inferiore per numero di ore (60 ore anziché 90). Pressoché in
tutte le 41 sedi universitarie convenzionate, i corsi hanno registrato un lusinghiero successo di partecipazione (circa 14.000 domande di adesione nei
primi due anni) e di risultati. Se obiettivo dichiarato era quello di ridurre il
deficit di presenza femminile nei luoghi della decisione politica, agendo sul
piano culturale e formativo e coniugando «la promozione di una cultura dei
diritti e delle pari opportunità con la più specifica formazione ai linguaggi
della politica», tra i meriti di tali corsi va certamente incluso anche quello di
aver introdotto, in alcuni casi per la prima volta e con ampia eco, le tematiche
di genere nelle aule universitarie.
Ai responsabili scientifici dei corsi che, anche sulla base delle “risorse
umane” e delle competenze sulle quali ciascun Ateneo poteva contare, hanno
tradotto il piano didattico predisposto dalla Scuola Superiore della Pubblica
Amministrazione in azione didattica originale e adeguata alle esigenze dei
territori di riferimento, va riconosciuto l’ulteriore merito di aver saputo “far
rete tra loro”, scambiando proficuamente le diverse esperienze e collaborando
perché questo singolare percorso didattico–formativo non si esaurisse nei
termini previsti dalle convenzioni stipulate tra il Dipartimento per le pari opportunità e le singole sedi universitarie, ma avesse un seguito8.
Sensibili a tali istanze sono stati la ministra per i diritti e le pari opportunità, on. Barbara Pollastrini, e il ministro dell’università e della ricerca, on.
Fabio Mussi, che, con lettera del 7 agosto 2007 indirizzata ai Rettori delle
Università italiane, hanno manifestato l’intenzione di «promuoverne una riedizione da svolgere nei prossimi due anni». Caso raro di continuità istituzionale, pur nell’alternanza degli esecutivi, dei corsi “Donne, politica e istituzioni” è stata così bandita una seconda edizione, attraverso un avviso pubblico9 che, con qualche modifica rispetto all’impianto precedente, ha per7
Successivamente, hanno aderito alla proposta ministeriale le seguenti Università del Centro–Nord: Bologna, Brescia, Camerino, Cassino, Ferrara, Genova, Insubria, La Tuscia, Macerata,
Milano Bicocca, Milano, Padova, Pavia, Pisa, Roma La Sapienza, Roma Tor Vergata, Roma Tre,
Siena, Trento, Teramo, Torino, Trieste, Verona, Udine. In qualche caso – per esempio, a Trieste,
a Udine – dopo i due cicli previsti dalla convenzione, gli Atenei, talvolta in convenzione con enti
locali particolarmente sensibili alle tematiche di genere, hanno organizzato dei corsi avanzati,
con priorità alle donne che avevano frequentato negli anni precedenti il corso base.
8
Il merito di aver avviato tali proficui scambi di esperienze va ad Alisa De Re, che ha organizzato, il 19 gennaio 2006, presso l’Università di Padova, il primo Incontro nazionale di valutazione e analisi della partecipazione al corso; sono seguiti, gli incontri di Pisa (2-3 maggio 2006),
Messina (27-28 settembre 2006) e Milano Bicocca (5 febbraio 2007), nel corso dei quali si è
consolidata la costituzione della Rete informale delle coordinatrici e dei coordinatori dei corso
DPI e si è assistito alla nascita della Rete delle ex corsiste.
9
Mentre la partecipazione alla prima edizione è scaturita dall’adesione alla proposta ministeriale e dalla sottoscrizione di una convenzione che impegnava le parti – Dipartimento per le
pari opportunità e singole università – alla realizzazione dei corsi, alla seconda edizione, biennale e da realizzare sempre in cofinanziamento, gli Atenei interessati sono stati ammessi al finan-
12
Presentazione
messo agli Atenei interessati e ammessi al cofinanziamento di ripetere
l’esperienza.
La novità più significativa della seconda edizione riguarda l’obiettivo di
fondo e, di conseguenza, il target di destinazione: non più solo donne, di diversa età e formazione, purché diplomate (studentesse universitarie, disoccupate, impiegate, professioniste, casalinghe, pensionate, ma anche donne già
impegnate in politica o nel sindacato etc.), cui i corsi erano rivolti per sollecitare o consolidare il loro desiderio di partecipazione alla politica attiva e contribuire così a ridurre l’evidente squilibrio di presenza femminile nei luoghi
decisionali della politica e nelle istituzioni. La seconda edizione dei corsi
“Donne, politica e istituzioni”, non più configurata come un’azione positiva
di riequilibrio, avendo per sottotitolo “percorsi formativi per la diffusione
della cultura di genere e delle pari opportunità”, è stata rivolta anche agli uomini, studenti o lavoratori o disoccupati o inattivi, purché diplomati, e ciò
con esiti sostanzialmente soddisfacenti.
Tra le ricadute positive della prima edizione 2004–2007 dei corsi “Donne,
politica e istituzioni”, merita attenzione il fiorire di pubblicazioni maturate al
loro interno o che sembrano da questi suggerite10. Al loro fianco si pone ideziamento a seguito di un progetto predisposto e presentato nei termini e modi prescritti
nell’avviso, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, serie generale n. 298 del 18 dicembre 2007, e
preso in esame da apposita Commissione. Hanno presentato domanda di partecipazione 38 università; 36 sono state ammesse al finanziamento, e cioè Roma Tre, Bologna, Milano Bicocca,
Salerno, Roma La Sapienza, Venezia Ca’ Foscari, Verona, Genova, Napoli Federico II, Pisa,
Trieste, Catania, Teramo, Firenze, Napoli Jean Monnet, Ferrara, Messina, Università della Calabria, Padova, Trento, Torino CIRSDe, Siena, Brescia, Milano, Bergamo, Molise, Perugina, Cassino, La Sapienza sede di Latina, Macerata, Camerino, Mediterranea di Reggio Calabria, Università del Salento, Università del Sannio – DADES, Sassari, Napoli Parthenope.
10
Il citato Report “Donne, politica e istituzioni. Percorsi formativi per la promozione delle pari
opportunità nei centri decisionali della politica” a cura di C. CIAVIRELLA e E. RIZZI (Messina, La
Grafica Editoriale, 2005, pp. 63) è forse la prima pubblicazione maturata all’interno di tali corsi. Il
Comitato Scientifico della prima edizione del Corso messinese ha, in seguito, deliberato la pubblicazione, a chiusura dell’intero ciclo formativo, di questo volume di saggi sui temi più significativi
trattati durante le lezioni, corredato da un Report2 sull’esperienza del II, III e IV ciclo del Corso.
L’Università degli Studi di Padova, forte della solida esperienza negli studi, nella ricerca empirica e
nella didattica di genere della coordinatrice scientifica del Corso Alisa Del Re e delle sinergie con
l’efficiente Comitato Pari Opportunità dell’Ateneo, a conclusione del I ciclo del Corso, ha con prontezza dato alle stampe il volumetto Donne, politica e istituzioni. Percorsi formativi per la promozione delle pari opportunità nei centri decisionali della politica (I ciclo 2005), a cura di A. DEL RE,
A. BUTTICCI, R. MUNGIELLO, L. PERINI (Padova, Cleup, 2005, pp. 116), che descrive l’esperienza
formativa padovana e, in supporto alla didattica, offre un’interessante riflessione della Del Re sul
tema delle ‘quote’ e gli abstract delle lezioni tenute al Corso. Va ricordato, peraltro, che a Padova è
stato istituito l’Osservatorio veneto sulle donne in politica ed è stato avviato un progetto, finanziato
dalla Regione Veneto e patrocinato dall’ANCI Veneto, per monitorare la presenza femminile in politica a livello locale, a partire dall’immediato dopoguerra: anche di ciò si dà conto nel volume in
questione. Nel 2006, fuori dai circuiti del Corso ma con le caratteristiche necessarie per fungere da
agile manuale per il variegato target di allieve dei Corsi “Donne, politiche e istituzioni”, G. BRUNELLI ha pubblicato, per i tipi de il Mulino, nella collana «Farsi un’idea», Donne e politica (Bologna, il Mulino, 2006, pp. 118). Con analoghe finalità didattiche, collocando il tema della sottorappresentanza femminile in prospettiva storica, prestando attenzione al confronto internazionale e
Presentazione
13
almente questo volume, che risponde alle esigenze già dette: essere di supporto alla didattica della seconda edizione del Corso (2007/08 e 2008/09) e
racchiudere nella stabile e rassicurante veste di un testo scritto, se non le emozioni e le dinamiche irripetibili che il “nero-su-bianco” fissato in un libro
non riesce a rispecchiare, almeno i contenuti delle lezioni di un Corso che è
stato comunque qualcosa di più di quanto si leggerà in questo volume.
Messina, dicembre 2008.
M. Antonella Cocchiara
dando risposta agli interrogativi e alle riflessioni maturate in seno al corso tenuto presso l’Università
Statale di Milano nell’autunno 2005, M. D’AMICO e A. CONCARO hanno pubblicato Donne e istituzioni politiche. Analisi critica e materiali di approfondimento (Torino, Giappichelli, 2006), con una
breve presentazione di B. BECCALLI e un’utilissima appendice di fonti normative e giurisprudenziali
(pp. XI-XVI; pp. 1-85; Materiali e Bibliografia pp. 87-153). A conclusione del primo biennio formativo, il Ministero per le Pari Opportunità, in collaborazione con la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione, ha pubblicato, il volume Donne, politica e istituzioni, cit., che descrive l’intero
progetto formativo e raccoglie i contributi del corso avanzato di una settimana realizzato a Roma e
destinato alle migliori allieve selezionate nelle diverse sedi universitarie. Il volume si conclude con
un breve intervento su La rappresentanza politica femminile e le “quote rosa” di S. PRESTIGIACOMO (cui va riconosciuto il merito di aver avviato, in qualità di ministra delle Pari Opportunità, questi
corsi) e con un’Appendice Documentale (pp. 89-175) sulla normativa e la giurisprudenza italiana ed
europea in materia di parità di trattamento tra uomini e donne nell’accesso alle cariche politiche.
Donne, Politica e Istituzioni: materiali di lavoro 2006 è stato pubblicato nel dicembre 2006, a conclusione della seconda annualità del corso realizzato dall’Università degli Studi di Trieste. Il volumetto (pp. 1-105) è stato curato da G. PAOLIN e T. TONCHIA, componenti del Comitato Scientifico
del corso, che nell’introduzione restituiscono le incertezze e difficoltà iniziali e lo stupore per
l’inatteso successo del corso e propongono se non tutti i testi delle lezioni, almeno «i tre più corposi
contributi di Michela Del Piero, di Gian Matteo Apuzzo e di Elisabetta Vezzosi», gli abstract di altri interventi accompagnati da una breve bibliografia di riferimento e due ulteriori brevi e interessanti contributi della Vezzosi (coordinatrice scientifica del corso triestino), raccolti con l’intento di aiutare le allieve «a riflettere, a rielaborare ed a ricordare». Ancora, nell’ambito del corso realizzato
dall’Università del Salento, è stato pubblicato il corposo volume Donne, politica e istituzioni, a cura
di M. FORCINA, FIORELLA e FRANCESCA PERRONE (Lecce, Edizioni Milella, 2007, pp. 9-361), che
contiene i testi delle lezioni tenute nella quarta edizione del corso. Alla coordinatrice scientifica del
corso leccese, Marisa Forcina, e alle sue entusiaste e appassionate collaboratrici va il merito di aver
saputo consolidare e “fermare nel tempo” un’esperienza didattica e teorica innovativa, per alcuni
versi non traducibile in un testo scritto, ma per altri ricca di originali spunti di riflessione che non
devono andare dispersi. Ad esse anche la promessa di dedicare al volume un’attenzione maggiore di
questo semplice riferimento in nota, così come merita. Anche l’Università di Udine, a conclusione
delle edizioni 2005 e 2006 del corso, ha pubblicato Donne, politica e istituzioni. Il punto di vista
dell’Università di Udine, a cura di F. FUSCO, Udine, Forum Editrice Universitaria Udinese, 2007,
che segnaliamo pure per la ristampa delle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua
italiana, estratte dall’introvabile volume curato da Alma Sabatini per la Presidenza del Consiglio
dei Ministri – Commissione Nazionale per la parità e le Pari Opportunità tra uomo e donna, Il sessismo nella lingua italiana (1987). Tali Raccomandazioni, dapprima scaricabili dal sito web del Ministero per i diritti e le pari opportunità, sono state anche incluse tra i documenti riprodotti alla voce
“Materiale didattico” del nostro sito. Merita, infine, attenzione il n. 160 (aprile-giugno 2008) della
rivista trimestrale «Inchiesta», anno XXXVIII, edizioni Dedalo, intitolato Donne tra politica e istituzioni: questioni di genere e ricerca sociale, a cura di A. DEL RE, che, insieme a numerosi interessanti contributi, pubblica anche i risultati della ricerca politologica svolta sui progetti formativi
“Donne, politica e istituzioni” tenutisi negli Atenei italiani.
Le donne nei processi decisionali politici:
una prospettiva storico-giuridico-sociale
Introduzione
Il corso “Donne, politica e istituzioni” ha finito per avere, tra le sue ricadute, quella di sollecitare, all’interno delle università e dei relativi territori di
appartenenza, una riflessione “corale” sulla scarsa presenza delle donne in
generale nell’attività politica e in particolare nei luoghi decisionali (parlamenti, assemblee elettive regionali e locali, governi, giunte etc.). Mentre partiti, governi e persino qualche associazione femminile danno l’impressione di
voler accantonare il problema quasi che l’attuale legge elettorale a liste bloccate, in fin dei conti, possa considerarsi un sufficiente strumento di regolamentazione della presenza femminile in Parlamento, all’interno di questi corsi di formazione politica si è sviluppato un dibattito che, anche per il numero
di studiose e di allieve coinvolte, meriterebbe più attenzione sia da parte della
politica che dell’accademia. C’è tuttavia un pericolo, un’insidia nascosta nell’affrontare questo argomento. Ne fa cenno Giuditta Brunelli in apertura del
suo libro Donne e politica1, ricorrendo a due esempi tratti dalla cronaca. Uno
riguarda un Paese molto lontano da noi per distanza, cultura e tradizioni: la
Cina; l’altro ci è invece molto più vicino. A questi esempi ne aggiungerò un
altro, a me vicinissimo.
A) Nell’estate del 2004 la stampa nazionale parlò di un piano di aiuti
che il governo cinese aveva approntato per le famiglie con figlie, al fine di
porre rimedio al fenomeno degli aborti selettivi di feti femminili, un fenomeno così ampio da determinare, nelle nascite, un rapporto di 120 maschietti a
fronte di 100 femminucce. Era la conseguenza della politica governativa che,
per frenare la crescita demografica, aveva imposto, nel 19792, che ogni famiglia potesse avere solo un figlio. Da ciò – quale frutto di credenze popolari
tipiche delle società contadine che considerano le femmine meno produttive e
inferiori ai maschi – la pratica dell’infanticidio delle neonate, quando non era
ancora diffusa l’ecografia e non si poteva conoscere in anticipo il sesso del
nascituro, e poi dell’aborto dei feti di sesso femminile. Una reazione così diffusa e radicata da richiedere un intervento governativo. Del resto, in molti paesi in via di sviluppo donne e bambine, in base alle stesse credenze, e quindi
al minor “valore” dato alle donne, subiscono gravi discriminazioni nell’ali1
G. BRUNELLI, Donne e politica, Bologna 2006, pp. 7-8.
Per risolvere il problema della sovrappopolazione, nel 1979 il governo cinese ha emanato
la legge intitolata: “Legge eugenetica e protezione della salute”, che introduceva un duro regime
di controllo delle nascite.
2
16
Introduzione
17
mentazione e nelle cure sanitarie, causando nel rapporto numerico tra i due
sessi un tale squilibrio a favore dei maschi da indurre l’economista indiano
Amartya Sen a parlare di “donne mancanti”, di milioni di donne mancanti.
B) Sempre nell’estate 2004, i media diedero rilievo a un’altra notizia:
un “commercio” di neonati provenienti dalla Bulgaria e venduti a coppie italiane per una cifra che andava dai 5.000 ai 17.000 euro: 5.000 per una femmina; fino a 17.000 per un maschietto...
C) E adesso un ultimo esempio, segnalatomi da un’ex corsista: l’associazione sportiva organizzatrice della “MezzaMaratona Città di Messina”, per
promuovere l’iniziativa ha pubblicato un manifesto in cui si leggeva tra
l’altro:
L’assoluta novità del 2008 è rappresentata dall’introduzione di un ricco montepremi per i primi cinque atleti/e che giungeranno al traguardo. Al primo
classificato andranno 1000 euro, 800 euro al secondo, 600 al terzo, 400 al
quarto e 200 al quinto. Alla migliore donna 500 euro e poi a scalare: 250 euro,
150, 100 e 50.
Le graduatorie non lasceranno dubbi: all’atleta donna classificatasi prima,
dopo aver concluso l’identico percorso degli uomini, sarebbe stato assegnato
un premio in danaro che era esattamente la metà di quello assegnato all’uomo
giunto per primo al traguardo…
Insomma, cambiano le latitudini, ma la percezione del diverso valore di
maschietti e femminucce, di uomini e donne, nella lontana Cina come pure a
casa nostra, suggerisce pensieri amari e inquietanti, mostra che la vita delle
donne, il loro rapporto con la società e con lo Stato rimane disseminato di
pregiudizi, di luoghi comuni, di pratiche discriminatorie ingiustificate e talvolta così crudeli da mettere a repentaglio la loro stessa vita, la loro integrità
fisica e psicologica.
Che c’entra questo con la presenza delle donne nei processi decisionali
politici e con il riequilibrio della rappresentanza politica femminile?
Poco prima ho detto che, nell’affrontare il tema della scarsa presenza delle donne in politica, e in particolare nei luoghi in cui si prendono le decisioni
e si assumono le responsabilità, c’è nascosta un’insidia che – come osserva la
Brunelli – risiede nel trattarlo come un problema settoriale, una sorta di difetto marginale di funzionamento dei sistemi politici superabile attraverso aggiustamenti tecnico-giuridici, come le tanto discusse quote riservate nelle liste elettorali3. Non è così: non finiremo mai di dirlo in questo corso. Le leggi
di riequilibrio sono, in certe circostanze, necessarie, ma sicuramente non sufficienti e teoricamente persino inutili. Ne parleremo in seguito. Adesso diciamo solo: ci vuole dell’altro per superare gli ostacoli di carattere sociale e
culturale, alcuni dei quali derivanti anche dai tempi e dalle modalità della po-
3
Ibidem, p. 8.
18
M. Antonella Cocchiara
litica: ci vuole una trasformazione culturale, l’onestà intellettuale da parte di
molti uomini (specie tra i politici di professione) di lasciare spazio alle donne
dei loro partiti, un cambiamento di mentalità anche tra le donne, che devono
assumere un atteggiamento diverso nei confronti di se stesse, delle altre donne e delle regole in vigore; ci vuole una sensibilizzazione diffusa, e non solo
di tipo giornalistico, avviata nelle Aule universitarie, con tutta la forza legittimante impressa a livello istituzionale e simbolico dal luogo della formazione/informazione.
Ecco perché la prima lezione, affidata a Ignazia Crocè, è stata dedicata al
tema degli stereotipi di genere, cioè di quelle immagini ipersemplificate del
maschile e del femminile, fortemente radicate, trasmesse da tradizioni millenarie, da credenze difficili da rimuovere, che influenzano il comune sentire e
finiscono per riempire di contenuto specifico «le convinzioni e le idee di un
determinato gruppo sociale rispetto a uomini e donne e ai rapporti tra essi»4,
rispetto al ruolo che sono chiamati a ricoprire nella società, legandovi per un
verso le aspettative che la comunità nutre nei confronti dell’uno e dell’altro
sesso e per altro verso un potente e persistente sistema di gerarchie all’interno
del quale sopravvivono modelli “idealizzati” di donna e di uomo ancora polarizzati. Una recente indagine condotta da “Arcidonna” tra studenti di istituti
scolastici superiori della provincia di Palermo ha restituito un’immagine dell’uomo percepito come forte, razionale, logico, indipendente, mentre la donna è specularmente definita come dipendente, tranquilla, incline all’ascolto,
all’affetto e al lavoro di cura5. Stereotipi di genere, pertanto, identificati come
incrostazioni mentali dure da scalfire e rimuovere, manifestate spesso anche
da un linguaggio sensibile al sessismo, causa/effetto di pregiudizi e discriminazioni. Ne parla la Zingale nel suo contributo.
E uno dei pregiudizi che più pesantemente incrosta le menti, impedendo
persino di riconoscere modalità e valore delle conquiste femminili e quindi
degli stessi diritti conquistati, è quello sul femminismo, sul significato da dare
a un termine a lungo e tutt’oggi decifrato come ostilità verso gli uomini, come espressione di antagonismo tra i sessi. Ad esempio, la pensava così, nei
primi decenni del Novecento, Gina Lombroso, figlia di Cesare, scrittrice di
successo e autrice anche dell’opuscolo Il pro e il contro. Riflessioni sul voto
alle donne (1919), in cui, prima di affrontare la questione del suffragio femminile, si soffermava sul significato di femminismo, da lei considerato come
“lotta di sesso”. Alla Lombroso rispondeva allora Elisa Lollini Agnini, pacifista e attiva organizzatrice del movimento femminile socialista, asserendo
che il femminismo era invece «risveglio della coscienza femminile troppo
oppressa dalle secolari catene […] collaborazione più intima, senso ardente
4
Tra i più recenti e interessanti contributi in materia, cfr. F. MOLFINO, Donne, politica e stereotipi. Perché l’ovvio non cambia?, Milano 2006; F. ZAJCZYK, La resistibile ascesa delle donne in Italia. Stereotipi di genere e costruzione di nuove identità, Milano 2007.
5
Cfr. Con la parità si vince in due. Indagine sulla percezione delle pari opportunità tra le
ragazze e i ragazzi delle scuole italiane, a cura di Arcidonna, Palermo 2005.
Introduzione
19
di giustizia e libertà, bisogno del riconoscimento della propria personalità e
del proprio valore sociale come madre, come sposa, come cittadina»6.
Parole “antiche” che rispecchiano tuttavia visioni contrapposte e ancora
persistenti.
Racconto spesso l’impressione, sgradevole, ricevuta in una riunione del Comitato per le Pari Opportunità del nostro Ateneo, quando una delle componenti,
prima di esporre una sua proposta, quasi a voler rassicurare le colleghe, premetteva: «sia chiaro: io non sono femminista!», come dire: state tranquille, la mia proposta non è frutto di risentimento verso i maschi, di idee estremiste e impraticabili da parte di signore evolute, sì, ma pacate e ragionevoli come siamo noi! In quel
momento avrei avuto voglia di gridare «ma io sono stata e sono femminista! e
verso gli uomini nutro solo desiderio di condivisione di percorsi comuni, di diritti
e di doveri»; poi ho capito che non era reagendo d’impulso che potevo contribuire a rimuovere quei pregiudizi. Appena ne avessi avuto la possibilità, dovevo fare
di tutto per dimostrare quanto sbagliata, parziale, fuorviante fosse quell’idea di
femminismo, quanta parte avessero avuto il pensiero e le pratiche del femminismo nel lungo cammino verso la conquista dei diritti delle donne e come, a certe
immagine stereotipate (se non addirittura minacciose) del femminismo degli anni
Settanta, fissate nella memoria collettiva, dovesse sostituirsene un’altra, più completa e veritiera. Le occasioni ci sono state. Una di queste, il corso “Donne, politica e istituzioni”, dove l’argomento è stato affrontato con approcci diversi. Lo ha
sviluppato, soprattutto, la sociologa Antonella Cammarota nelle sue lezioni sul
genere e sul femminismo, anzi sui femminismi, femminismi da raccontare alle
giovani generazioni non solo per trasmetterne memoria, ma anche a garanzia di
percorsi e di patrimoni che meritano di essere conservati e rafforzati se non si
vuole rischiarne la dispersione.
Un altro veicolo per acquisire consapevolezza del valore sia dei movimenti e del pensiero delle donne, sia dei diritti da esse conquistati è la storia.
Se la lezione sulla storia del diritto di voto alle donne italiane riguarda quello
che è stato definito l’«elemento politico» della cittadinanza, la lezione di Daniela Novarese attiene al cosiddetto «elemento civile»7; eppure le due storie,
a lungo parallele8, ricostruiscono un orizzonte unico la cui ampiezza misura il
graduale processo di superamento della distinzione tra sfera pubblica e priva6
Ricostruisce la vicenda F. TARICONE, Associazionismo femminile e diritto di voto: rivendicazione, concessione, dovere, in Desiderio e diritto di cittadinanza, 1997, 94-95.
7
Cfr. in proposito T.H. MARSHALL, Cittadinanza e classe sociale (1950), a cura di S. Mezzadra, Roma-Bari, Laterza 2002.
8
Ne sono consapevoli già le suffragiste, concordi nel ritenere «che l’esclusione delle donne
dalla sfera pubblica era in stretto rapporto con la loro soggezione nella sfera privata» e che, di
conseguenza, «la entrata delle donne nella vita politica avrebbe implicato la conquista della libertà nella vita privata»; cfr. A. ROSSI-DORIA, Il pensiero politico delle suffragiste, in La sfera
pubblica femminile. Percorsi di storia delle donne in età contemporanea, a cura di D. Gagliani e
M. Salvati, Bologna, Clueb, 1992, p. 19. Più diffusamente su questi temi cfr. La libertà delle
donne. Voci della tradizione politica suffragista, a cura di A. Rossi-Doria, Torino, Rosenberg &
Sellier, 1990.
20
M. Antonella Cocchiara
ta e – dopo secoli di pregiudiziale esclusione – la faticosa inclusione delle
donne nella inaccessibile sfera pubblica contestualmente al modificarsi della
concezione della sfera privata. Storia di un’evoluzione ancora in corso che,
senza riguardi verso la “truffa” della presunzione universalistica, riesce a restituire la complessità di una vicenda che merita di essere conosciuta meglio
e più diffusamente.
Potrà sembrare inverosimile, ma sono davvero tante le donne, giovanissime
e no, che ignorano le condizioni di vita delle generazioni di donne che hanno
preceduto la loro, non conoscono i limiti giuridici alla loro libertà e la normativa cui erano sottoposte. Parlarne è il modo più efficace per dare valore ai diritti
di cui oggi esse godono e anche per provare che l’asimmetria tra maschile e
femminile è un costrutto storico, e pertanto modificabile. Se le donne italiane,
che fino al 1° febbraio 1945 erano prive dei diritti politici, da quella data ne sono state finalmente titolari, e ciò anche grazie alle battaglie per il diritto di voto
combattute dalle pioniere del femminismo italiano tra la seconda metà
dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, non c’è motivo di disperare che
le richieste di una piena e vitale cittadinanza politica femminile avanzate dalle
femministe di oggi non possano trovare risposte adeguate in un imminente futuro, perché non c’è nulla di ontologicamente dato in quest’ambito, niente di
innato e immutabile. Si è, piuttosto, di fronte a una situazione di obiettivo squilibrio che è per un verso frutto di antichi e inveterati pregiudizi che hanno dominato la cultura e la storia occidentale e, per altro verso, è espressione di un
conflitto tra i due sessi, una contrapposizione persistente tra chi detiene le leve
del potere, e vuole continuare a farlo, e chi aspira a prenderne il posto o addirittura a occupare quei luoghi di potere non per farne lo stesso uso ma per cambiare le regole… Niente di più e niente di meno.
Introduzione
21
È chiaro che in presenza di un simile scontro è inevitabilmente perdente
la parte che 1) non riconosce valore agli obiettivi da raggiungere; 2) ritiene
che il problema non esista, perché ormai le donne sono giuridicamente uguali in tutto e per tutto agli uomini, senza accorgersi che i diritti oltre che
essere riconosciuti sulla carta devono anche essere concretamente esercitati; 3) non fa niente per cambiare le cose, e anzi ne sottovaluta il peso specifico.
Che invece continuino a esserci disparità ce lo dicono i freddi numeri che,
al 31 dicembre 2007, inchiodavano l’Italia al 66° posto nella classifica mondiale di presenze femminili nei parlamenti, insieme al Nepal, dopo l’Uzbekistan e prima delle isole Mauritius.
Oggi la posizione è migliorata: rispetto alla XV legislatura in cui le donne
elette alla Camera costituivano il 17,14% e al Senato il 13,66%, le ultime elezioni del 13–14 aprile 2008 hanno fatto registrare un incremento di presenza
femminile.
Un trend positivo9 che, tuttavia, considerata l’attuale legge elettorale a
liste bloccate (da tutti criticata, ma che nessun gruppo parlamentare sembra
avere seriamente intenzione di modificare…), rende semmai la responsabilità dei partiti politici ancora più evidente. A loro e alla recuperata e accentuata centralità da essi rivestita nel sistema politico italiano va imputato il perdurante squilibrio della rappresentanza, che nel nostro Paese finisce per mettere in gioco la democrazia e il rispetto del diritto di parità come diritto fondamentale, fondato sulla dualità del genere umano e sul diritto all’uguaglianza.
Durante le attività del corso – per esempio, in occasione del seminario su
Diritti umani e diritti delle donne tenuto da Andrea Romano – nel ripercorrere cronologicamente e comparativamente oltre due secoli di storia giuridica,
si è messo in evidenza, tra l’altro, come il pregiudizio “escludente” dal godimento e dall’esercizio di diritti apparentemente proclamati a vantaggio di tutti gli uomini non operasse solo rispetto alle donne, per le quali, però, il cammino verso la conquista dei diritti negati e il pieno accesso alla cittadinanza e
alla democrazia sarebbe stato comunque più lungo. E di Donne, diritti, democrazia si è parlato anche presentando l’omonimo libro curato da Giovanna
Fiume, ospite gradita dell’incontro.
In questa prima sezione del volume trovano posto anche due contributi
che descrivono esperienze di laboratorio introdotte nel corso messinese con
l’obiettivo prioritario di superare le difficoltà incontrate all’inizio nella gestione di un “gruppo–classe” numeroso ed eterogeneo come quello dei corsi
DPI, ma poi rivelatesi metodologicamente interessanti e proficue anche al di
là delle esigenze di socializzazione delle allieve: si tratta del laboratorio “Ge9
Nella XIV legislatura alla Camera le donne costituivano solo l’11,5% dei deputati e al Senato l’8,1% dei senatori: in tutto, perciò, il 9,8% dei parlamentari, collocando l’Italia all’85° posto nella classifica dei parlamenti del mondo quanto a presenza femminile (dati al 30 novembre
2005 dell’Unione interparlamentare).
22
M. Antonella Cocchiara
nere e generazioni” realizzato sia attraverso il racconto e il metodo dell’osservazione diretta che ricorrendo al “Teatro dell’Oppresso”. Ne parlano le
giovani studiose e operatrici che, coordinate da Antonella Cammarota, hanno
guidato le corsiste messinesi in una sperimentazione particolarmente apprezzata10 e rivelatasi utile strumento di analisi, di liberazione e di “coscientizzazione”.
10
A titolo d’esempio, trascrivo di seguito una tra le molte valutazioni positive di tali attività
data da una delle allieve del IV ciclo, raccolta attraverso i periodici questionari somministrati, a
conclusione di ciascun modulo, per accertare il gradimento dei docenti e delle attività svolte: «è
stata un’esperienza che mi ha arricchito molto. Sono riuscita a sentirmi vicina ad una donna molto
più grande di me che non conoscevo prima. Inventare una storia fantastica, leggere le nostre storie,
riscontrarci è stato un modo per capire che se solo lo vogliamo non siamo sole. Possiamo riuscire
a modificare il mondo che ci circonda solo se ci uniamo, solo se ci crediamo fino in fondo».
Decodifica di stereotipi e pregiudizi di genere
IGNAZIA CROCÈ
Noi siamo nani di fronte ai giganti,
ma anche i nani possono salire
sulle spalle dei giganti per consentire un orizzonte più ampio
Blaise Pascal
Extemplo simul pares esse coeperint, superiores erunt
Catone1
1. Introduzione
Si considerano stereotipi e pregiudizi di genere quei particolari “protocolli” mentali, o linguistici, che perpetuano e consolidano un ancestrale atteggiamento discriminatorio nei riguardi delle donne, in ragione esclusiva dell’appartenenza di genere. Si tratta di “scorciatoie del pensiero” che limitano e
mistificano la rappresentazione delle identità, dei saperi, e delle azioni femminili, sclerotizzano i ruoli identitari, riducono il valore dei contributi di genere, omologano la percezione dei diversi modi di essere, compromettono la
possibilità di una effettiva comunicazione tra i generi. Dunque, costituiscono
autentiche forme di sessismo, e perciò, sono chiari elementi di discriminazione e di segregazione, verticale e orizzontale.
In modo ancor più specifico, essi sono il principale ostacolo nella realizzazione di una democrazia compiuta.
2. “Decodifica”: perché?
Per rendere possibile l’empowerment, è del tutto indispensabile sfrondare
il terreno da stereotipi e pregiudizi di genere, in quanto gender gap derivanti
da astratte e illegittime categorie sub culturali che considerano il “femminile”
come ambito poco autorevole su cui si possono dirigere gli strali di una misoginia mai sopita.
1
“Non appena (le donne) cominceranno ad essere uguali a noi, subito saranno superiori” Catone, in LIVIO, Ab urbe condita, XXXIV, 3, 2.
23
24
Ignazia Crocè
Tali categorie fanno parte integrante di archetipi culturali che affondano
l’origine nella notte dei tempi. E purtroppo, il termine “culturale” in questo
caso non è da intendere soltanto nell’accezione antropologica. Ci sono, infatti, esempi di pregiudizi … “colti” (sic!):
La virtù delle donne finisce sull’uscio di casa (Menandro)
Adamo è stato condotto al peccato da Eva, non Eva da Adamo. È giusto, quindi,
che la donna accolga come padrone chi ha indotto a peccare (sant’Ambrogio)
Donna : il silenzio non è soltanto la sua suprema bellezza, ma è soprattutto la
sua sapienza più grande (Kierkegaard)
Non sta bene, per più ragioni, che una donna studi e sappia tante cose (Molière)
La donna è fatta per sottomettersi all’uomo e sopportare le ingiustizie (Rousseau)
Il dovere della donna sulla faccia della terra è l’obbedienza (Schiller)
Le donne sono una proprietà da custodire sotto chiave (Nietzsche)
Ecc. ecc. ecc.
È evidente che a certe “debolezze di genere” non si sono sottratti nemmeno i grandi uomini della cultura occidentale.
Nel “ragionare” sulle donne, il loro Io–pensante si è orientato verso sentieri
mentali le cui pietre miliari risultano, ahinoi, contrassegnate dal nulla foderato
di niente. Un “nulla” che, però, elevato a valore (si fa per dire..), sminuzzato e
seminato in percorsi più o meno carsici, ha tracimato rovinosamente nella secolare quotidianità dei rapporti uomo–donna (Crocè, 2008, 7).
L’asserto menandriano, infatti, ha rappresentato una lugubre costante nella
cultura meridionale, dove ha trovato la sua “traduzione locale” in «a fimmina chi
fora niscìu, malanova a casa purtàu», aforisma da logos latitante cui hanno fatto
da contrappunto altre “chicche” idiomatiche del tipo «bucca ‘ndavi e parola no»
(v. il Kierkegaard di cui sopra), e «undi a menti, sta» (v. il Nietzsche di cui sopra). Tali enunciati hanno assunto un imprinting “valoriale” talmente segregante,
da azzerare l’autonomia della soggettività femminile e da minare seriamente
l’autostima di genere nei casi di “tentata deroga” da siffatto “corpus iuris”. Questi
modi di “pensare” hanno trovato ampia “enciclopedizzazione” nel linguaggio.
3. La riflessione sul linguaggio (verbale e iconografico)
«La lingua riflette i diversi aspetti della società, incluse le disparità e gli
stereotipi di genere»: è quanto si legge nel Documento accompagnatorio al
Decodifica di stereotipi e pregiudizi di genere
25
Codice POLITE (IV Programma di Azione comunitaria per le P.O. uomo–
donna).
Il linguaggio, infatti, come sistema altamente strutturato, reca con sé le
“leggi” della storia da cui risulta inevitabilmente condizionato, dunque, ne riflette i rapporti di potere, inclusi gli stereotipi e i pregiudizi che hanno contribuito (contribuiscono?) a mantenere, e a rafforzare, tali rapporti di potere.
Succede, quindi, che il “femminile”, al cospetto dell’universale “Uomo”,
stretto affine del concretissimo “maschile”, venga annullato, e inglobato dallo
stesso Maschile lievitato a riferimento universale. Questo “gioco linguistico”,
ancor oggi molto in voga, nella realtà concreta è risultato, però, molto poco
ludico: ne è testimonianza quanto fino ad oggi è stato “coniugato” e “declinato” dalla pragmatica dei rapporti umani (Crocè, 2003 a, 5).
Insomma, il linguaggio, è passato tutt’altro che indenne sotto le forche
caudine della disparità di genere. Già a livello grammaticale, basta riflettere
su un indizio: quello di un plurale maschile che fagocita un femminile annullato nel numero e nel genere. Una regola grammaticale, questa, che riflette
una “grammatica” della vita fin troppo strutturata, e altrettanto consolidata in
certi rapporti di genere.
Si parla perciò di un sessismo linguistico che supporta e alimenta, la “segregazione di genere”, cementando quei “pavimenti di pece” e “tetti di cristallo” che condizionano negativamente le identità femminili nella strutturazione del sé. Basti pensare a certe disimmetrie semantiche, ovvero a certe
“traduzioni di genere”, per cui una parola, al maschile ha un significato positivo, che però degrada al femminile: ad esempio, Maestro/maestra.
Si possono citare altre “libere femminilizzazioni” semiologiche (con relative inferenze semantiche):
libero (olé!)–libera (ehm ehm....); scapolo (olé!)–zitella (ohibò); e poi… eccentrico–squilibrata, forte–dura, deciso–tosta, egregio–gentile, determinato–
terribile, incisivo–velenosa, grintoso–aggressiva, sottile–acida, bello–oca,
stregone–strega, intelligente–pericolosa, attivo–servizievole, leale–fedele, istrione–esibizionista, vivace–rompiballe» (Crocè, 2008, 27).
Per non parlare, poi, di termini come “decisionista”, “intransigente”, et
similia, i quali, declinati al maschile, indicano l’uomo “di carattere”, mentre,
tradotti al femminile, indicano la donna “di pessimo carattere”. E che dire,
poi, della summa di certa disimmetria, quella riferita al termine “pubblico”,
ovvero “uomo pubblico/donna pubblica”? La differenza e la “specificità ermeneutico–assiologica” saltano agli occhi.
Afferma Adriana Perrotta Rabissi:
lo scopo più o meno consapevole di certi meccanismi linguistico-concettuali è
il richiamo continuo a un ordine simbolico e materiale che ha confinato le
26
Ignazia Crocè
donne nell’ambito del corpo, della sessualità, delle funzioni biologiche, della
cura familiare; ogni situazione che veda la donna al di fuori di questa sfera va
considerata provvisoria, accessoria, spesso negativa. Da questo deriva il controllo sociale sulle donne (Crocè, 2008, 28).
Il linguaggio, dunque, rischia di trascinarsi la zavorra culturale di una tradizione storica sicuramente non favorevole all’autodeterminazione femminile. È necessario, quindi, riflettere sulle varie modalità e peculiarità di comunicazione, linguistica e iconografica: per escludere ogni pericolo di consolidamento (conscio o inconscio) di visioni acritiche, sia nella percezione delle
identità di genere, sia nella valutazione delle dinamiche relazionali e delle situazioni concretamente definite, e definentesi.
È assolutamente fondamentale ripensare e rimodulare i linguaggi anche in
riferimento alla comunicazione mediatica, spesso ricettacolo di elementi di
chiara segregazione culturale.
4. Media – stereotipi – pregiudizi: un nodo gordiano?
I media hanno un ruolo cardine nel diffondere, consolidare, decodificare e
modificare opinioni, convinzioni e valori.
Diceva Marcel Proust «si leggono i giornali allo stesso modo in cui si ama: con la benda sugli occhi». Dunque, se i media non prestano adeguata attenzione alla mutata realtà sociale, e quindi al nuovo “essere” e al nuovo “sapere” delle donne, rischiano di contribuire alla sopravvivenza di stereotipi e
pregiudizi di genere vecchi come il mondo.
In questa ottica si può ben comprendere l’affermazione di Anna Maria
Crispino, direttora di “Leggendaria”: «Nella realizzazione di una democrazia
paritaria, la questione Media è dirimente tanto quanto le quote parlamentari»
(e questo al di là dell’essere favorevoli o contrarie/i alle quote).
Constatiamo, infatti, che nell’informazione, e nell’analisi mediatica, il
gender mainstreaming ha ben poco spazio.
Sebbene le analisi e i contributi di genere prodottisi in questi ultimi decenni abbiano messo in discussione molti dei presupposti che fanno da sfondo non solo alle teorie politiche, economiche e sociali, ma anche alle modalità di comunicazione che caratterizzano la nostra epoca, nonostante ciò, l’esperienza di quanto le donne impegnate pensano, e fanno, rimane fuori dal circuito mediatico, mentre viene concesso pieno “diritto di cittadinanza” a icone
femminili espressione di un immaginario collettivo che continua a percepire
la femminilità tutta frizzi e lazzi: «donne inventate», come scriveva un po’ di
anni fa Carla Ravaioli, tristi idola da “riposo del guerriero”.
Spesso il sistema dei Media finisce con l’essere caratterizzato da un impianto
sessista che perpetua e rafforza gli stereotipi di genere, e riduce la molteplicità
delle innumerevoli, diverse, concrete, esistenze femminili a categoria, astratta
e non sempre positiva… Tutto questo, infatti, può determinare, nei confronti
Decodifica di stereotipi e pregiudizi di genere
27
della figura femminile, una percezione di poca autorevolezza che sicuramente
alimenta quei processi segreganti che bloccano o riducono l’affermazione della piena soggettività femminile (Crocè, 2003 b, 27).
Dunque, la rappresentazione mediatica del femminile riflette molto poco
la mutata realtà di genere, anzi risulta spesso appiattita proprio su stereotipi e
pregiudizi. Ad esempio, non si capisce perché certi giornali siano definiti
“femminili”, quando, invece, risultano fortemente connotati da non poca riduttività percettiva nei riguardi dell’autentico “essere” delle donne. E ci si
chiede perché le immagini dei servizi di moda spesso debbano essere al limite del volgare, e debbano costantemente riproporre un’idea di trasgressione
decisamente noiosa, banale, resa logora – tra l’altro – dall’inerzia ripetitiva
con cui si persiste nel cercare di rendere, per così dire, “compatibile” la libertà femminile, con certa iconografia mentale (maschile) lontana anni luce dalle concrete soggettività femminili.
È per questo che è necessario procedere a decodificare i processi di surrealtà rappresentativa attivati dai media quando trattano argomenti inerenti le
donne. È fondamentale che il settore della comunicazione rispecchi un po’ di
più il mondo che cambia, in tutti i suoi molteplici aspetti. È indispensabile
che il mondo della comunicazione si difenda dall’assedio dell’“ordine simbolico” di cavareriana memoria.
Strumento utilissimo a tale fine è il Codice di autoregolamentazione per
la promozione dell’impatto di genere nei media.
5. Il Codice di autoregolamentazione per l’impatto di genere nei media
Unico nel suo genere, il Codice muove da premesse normative di respiro
internazionale: si colloca nel solco del Programma di Azione comunitaria (istituito con Decisione del Consiglio Ue del dicembre 2000) che prende atto
dell’evoluzione dei ruoli delle donne e degli uomini nella società, e mira a
modificare i linguaggi, i comportamenti, le norme e i valori che risultano ormai fuori dal tempo.
Il Codice è stato «ideato e redatto da Ignazia Crocè coordinatrice del
gruppo di lavoro “Donne e Media” della CPO Calabria, presentato nell’ambito del Forum europeo delle pari opportunità nel 2003, diffuso in Italia e all’estero, recante importantissimi indicatori culturali» (Eurispes 2004, 662).
È stato discusso e apprezzato nei Forum di GR Parlamento e dalle Commissioni Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri e della
Federazione nazionale Stampa italiana, pubblicizzato come esempio di best
practice al convegno dei professionisti della comunicazione istituzionale
(COMPA, Bologna, 2004). Contiene note conclusive a cura del Comitato Pari Opportunità del Consiglio nazionale Ordine Giornalisti e della responsabile
del settore “Comunicazione” della Commissione nazionale Pari Opportunità;
28
Ignazia Crocè
è entrato a far parte del Libro Bianco Women and Media in Europe curato dal
CENSIS per la parte italiana.
Il Codice reca
importantissime disposizioni riguardo […] gli indicatori culturali utili a promuovere l’impatto di genere in ambito mediatico, per consolidare la consapevolezza critica di ciò che si comunica, per consentire l’avvio di buone prassi e,
last but not least, per favorire azioni positive nel settore mediatico. Il Codice è
stato scritto, dunque, nella convinzione che le operatrici e gli operatori mediatici debbano ricoprire una funzione assolutamente fondamentale: quella di
pungolo culturale nella promozione di dibattiti forti e universalmente partecipati (Eurispes 2004, p. 663).
Propone una tipologia della comunicazione mediatica caratterizzata dai
seguenti punti cardine:







rimodulazione dei codici semiologici e semantici nel processo di
comunicazione;
eliminazione di ogni forma di sessismo (espresso o latente) dal
linguaggio mediatico;
utilizzo di un’iconografia emancipata;
inclusione di genere;
valorizzazione del pluralismo di genere;
approfondimenti sui contributi di genere;
diffusione della cultura della differenza di genere (Crocè, 2003 a,
pp. 14, 15, 16, 17)
Ma la strada è ancora tutta in salita, e del tutto ripida.
In ogni caso, è indispensabile che i media si difendano dai residui (più o
meno carsici) del sessismo, e dalle secche culturali degli stereotipi e dei pregiudizi di genere. Anche perché, parafrasando Francisco Goya e Massimo
Bucchi, se il «sonno della ragione genera mostri», «il sonno della ragione–
di–genere può generare… soltanto inchiostri».
6. Donne… sotto accertamento
Per singolari situazioni di ordine culturale, le donne hanno come destino
assicurato (gratis…) quello di essere perennemente sotto esame: devono sempre dimostrare qualcosa. Soprattutto quando si inseriscono in ambiti di
tradizionale appannaggio maschile (l’ambito politico è uno di quelli). Più
precisamente, devono dimostrare di essere “in gamba come un uomo” (?), e
devono dimostrarlo al doppio, per essere considerate la metà. Pena assicurata:
la sferza linguistica (ancora il linguaggio!), sempre pronta all’uso. Basti pensare a certa querelle relativa a termini come ministressa (invece di ministra),
Decodifica di stereotipi e pregiudizi di genere
29
avvocatessa (invece di avvocata), direttrice (invece di direttora), e all’ ironia
e al sarcasmo posti à coté.
Quando gli avvenimenti sociali consentono l’inserimento delle donne in ambiti considerati tradizionalmente maschili, ciò viene visto come un processo di
smottamento sociale, di indesiderata tracimazione culturale, e quindi viene
prontamente arginato con quel tanto di eclatante cacofonia, e quindi di ironia,
anzi di sarcasmo, con cui si bollano certi sostantivi femminilizzati (Crocè,
2001, 19).
Da queste “tracimazioni” (soprattutto da quelle che interessano la politica) conseguono “chicche” di varia volgarità, provenienti da ogni versante:
•
•
chicca “destrogira”: una parlamentare che ha dissentito dalla
leadership maschile è stata definita con certo epiteto volgarissimo.
chicca “levogira”: a proposito di certi meccanismi elettorali favorevoli alla rappresentanza politica femminile, qualcuno ha parlato di
“collegi… a due piazze”.
Questi pregiudizi di genere rigurgitano ed esplodono, con “pari opportunità”,
sia a destra sia a sinistra dello schieramento politico: d’altra parte, quando c’è da
alimentare i pregiudizi di genere, per dirla con le parole di Goethe nel Faust:
«Von Harz bis Ellas immer vettern», («dallo Harz all’Ellade, tutti fratelli»)! Ma
perché succede questo? Succede – oltre che per quella “banalità” di cui scrive
Hannah Arendt – anche per quell’“ordine simbolico” (Adriana Cavarero) costituito da un ancestrale immaginario collettivo (maschile) cibato a pregiudizi e stereotipi di genere annaffiati con massicce dosi di misoginia DOC.
7. Una conseguenza dei pregiudizi e degli stereotipi di genere: la
violenza sulle donne
Dati di fatto testimoniano non solo che la violenza contro le donne è una
piaga ancora sanguinante all’interno delle società europee, ma addirittura che
c’è – tra coloro che hanno responsabilità di rappresentanza politica – chi risulta del tutto indifferente a ciò.
A riferirlo è il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa,
Thomas Hammarberg:
Durante le mie visite nei vari paesi europei -ha detto- spesso discuto di questa
problematica con i più influenti politici, la maggior parte dei quali sono uomini. Alcuni di loro ne afferrano l’importanza, ma altri mostrano una avvilente
compiacenza, e affermano che “non c’è bisogno di discutere di questo argomento nel nostro paese”: dunque, non solo respingono del tutto il discorso, ma
alcuni di loro fanno battute triviali che dovrebbero appartenere al passato
(Delt@ News, 2008, 2).
30
Ignazia Crocè
Ciò fa riflettere, e non poco.
Certo, la violenza contro le donne può essere interpretata, oltre che in
termini di continuità (ovvero di mantenimento di certe “attitudini maschili”),
anche in termini di “novità”, ovvero di una “risposta” (alle mutate relazioni
tra i generi) che nasce da una piccolezza esistenziale (certamente non pascaliana) che produce un’insicurezza che ha orrore e timore di se stessa. Da ciò,
il tentativo di esorcizzare il vuoto del proprio “io” costruendo un proprio “potere” sulle donne, capziosamente considerate alla stregua di oggetti, cinicamente intese come esseri inferiori e perciò naturalmente deputate a sopportare ed a soffrire.
In questa ottica deformata, accade che certe forme maschili di prevaricazione siano anche considerate naturali: questo succede lì dove certi atteggiamenti finiscono con l’assumere carattere di “normalità”, ovvero quando la
violenza diventa parte integrante della quotidianità, familiare o lavorativa. E
ciò è dovuto anche al mantenersi di quei ruoli di sopportazione e di ciliciata
rassegnazione che una secolare tradizione misogina ha collocato sulle spalle,
e dentro l’anima, delle donne.
Questo conflitto di genere (a senso unico) che da secoli ribolle e rigurgita
nei meandri della nostra cultura, ormai non è più carsico: emerge a cadenze
sempre più raccapriccianti, per esplodere con deflagrante virulenza nei periodi di crisi economica, culturale e sociale.
Il fenomeno – nelle sue varie modalità – non è un fatto eccezionale ma è,
purtroppo, il tessuto intrinseco, tutt’altro che logoro, di una parte della nostra
società. Quindi, è necessario smantellare quella cultura patriarcale che è
all’origine dei gender gap, e che innerva i rapporti di disuguaglianza tra uomini e donne.
Come si legge nell’ultimo Rapporto Annuale ONU sulla violenza contro le
donne, è necessario «eliminare l’autorità maschile garantita dal patriarcato».
L’unico conflitto che è legittimo alimentare è quello contro gli stereotipi,
i pregiudizi e le culture che sono complici della violenza e che narcotizzano
ogni forma di coscienza civile.
8. Un “paradigma” di gender gap ?
Nel Malleus Maleficarum2 si legge: «le donne sono deboli […] volubili
[…] cattive […] mendaci per natura […] difettose di tutte le forze tanto
dell’anima quanto del corpo» e quindi «più inclini a ricevere le rivelazioni attraverso il marchio degli spiriti separati» ovvero «protese ad essere indiavolate», se non fanno «buon uso della loro complessione», «già nella prima donna
è evidente che ha minor fede […] femmina viene da “fede” e “meno” […] il
2
È il testo ufficiale della Chiesa controriformistica sulla stregoneria. Pubblicato nel 1486, ha
avuto ben 34 edizioni fino al 1669.
Decodifica di stereotipi e pregiudizi di genere
31
suo nome è morte […] non c’è da meravigliarsi se il mondo soffre ancora per
la malizia delle donne» (Institor, Sprengher, 1486, sezione VI ).
Da qui, l’evergreen «chi dice donna dice danno».
9. Una nota
Nel 2003, dopo che è stata proibita alle donne l’ordinazione presbiteriale
e diaconale, è stato reso problematico anche il loro accesso alle mini attività
liturgiche quando la presenza delle chierichette durante la messa è stata considerata “abuso liturgico”. Tale presenza, peraltro, era già stata concessa fin
dal 1994 nell’ottica della modernizzazione della Chiesa, e sulla scorta degli
autorevoli contributi delle organizzazioni internazionali delle donne, mirate
all’affermazione della religiosità di genere3.
10. Donne, stereotipi, religione, spiritualità
Nel suo libro “Il Dio delle donne” la filosofa Luisa Muraro si pone il problema di quale esempio di vita femminile la Chiesa voglia proporre con la
beatificazione di madre Teresa.
Muraro afferma che questa beatificazione contiene un messaggio subliminale, in quanto rafforza la dimensione valoriale dell’accettazione del sacrificio e dell’abnegazione del sé, caratteristiche tradizionalmente intese come
esclusivo appannaggio delle donne. Beate, e non beate.
Secondo Muraro, a tale “inclusione” fa da triste controcanto l’esclusione
di ogni altro modello femminile che si stacchi dalla dimensione, esclusivamente oblativa, del “fare” e del “dare”.
La filosofa nota che «considerare l’esperienza come femminile, e più precisamente, come riduttivamente femminile – la vecchia storia secondo cui le
donne sanno fare, ma non sanno pensare – si pone agli antipodi, di fatto, anche se non di diritto, rispetto alla “dottrina” intesa come epocale appannaggio
maschile».
Questo significa, tra l’altro, rimuovere l’esistenza di una linea di pensiero
che è espressione intensa e autorevole delle diverse forme di spiritualità femminile.
Insomma, secondo certe “indicazioni”, alle donne toccherebbe l’esperienza ricca (sic!) di sacrificio e di abnegazione […], agli uomini, invece, spetterebbe la forza del pensiero e della dottrina. Dunque, anche in sede spirituale,
3
In risposta a tale affermazione di “abuso liturgico”, il Sinodo europeo delle Donne, riunitosi a Barcellona, (settecento rappresentanti dei vari paesi europei e di alcuni paesi extraeuropei tra
cui gli USA, il Sud Africa e il Messico) ha affermato con determinazione il ruolo fondamentale
che la spiritualità ricopre nella vita femminile, e ha rivendicato il diritto a viverla in comunità
aperte e inclusive, ribadendo il valore di una spiritualità connessa con la modalità femminile di
fare esperienza di vita.
32
Ignazia Crocè
dove bisognerebbe volare alto per raffinatezza culturale, sembrano rimanere
endemici certi stereotipi di genere.
Muraro, nel ricordare che le donne beatificate e santificate sono tutte mistiche, rileva come si sia sempre trattato di donne che hanno sublimato una dimensione naturale fatta anche di sensualità. Ovvero, si è trattato di donne che, nella
sublimazione estatica (v. santa Teresa d’Avila) hanno annullato una parte di sé
perché considerata “poco canonica”. «Ma perché – si chiede Lacan – non interpretare una faccia dell’Altro, la faccia di Dio, come supportata dal godimento
femminile?» (Lacan, 1972, 73). Ma è possibile che le ingerenze di certo “antropomorfismo” (riconosciuto al linguaggio biblico dalla enciclica Mulieres Dignitatem del 1998,) si caratterizzino anche oggi in senso antifemminile, col mantenersi del contestato (dalle femministe e dal mondo femminile) modello antropologico dell’ “eunuco–femmina”? Muraro sostiene di sì, e proprio per il fatto che
le donne beatificate sono quelle in cui la spiritualità si è espressa nella dimensione dell’annullamento di sé, e dunque nella dimensione dell’“esperienza” (mistica, naturalmente) intesa come polo opposto alla “dottrina”.
La posizione della filosofa è peraltro supportata anche dalle considerazioni della storica Chiara Frugoni che ricorda il principio dottrinale tacet mulier
in ecclesia. La Frugoni ricorda anche i tristi tempi in cui alle donne era precluso l’accesso in chiesa dopo il parto, o durante le mestruazioni, perché considerate “impure”. Un problema, questo, che ha turbato anche le notti insonni
di san Tommaso, dilaniato da un poderoso interrogativo: «la Madonna ha le
mestruazioni, oppure no?».
La questione era di evidente impianto shakespeariano. E il san–filosofo,
così chiosò: «l’immagine di Dio la troverai nell’uomo non nella donna». Ipse
dixit (san Tommaso era aristotelico…).
Nell’enciclica Mulieres Dignitatem del 1998, sesta sezione, si legge che l’essere
«Vergine» e «Madre» sull’esempio della Madonna è considerata espressione di
«due dimensioni particolari nella realizzazione della personalità femminile».
Così l’enciclica. Segregante? Innalzante? Tacet mulier. «Di ciò di cui non
è dato parlare, è meglio tacere» diceva Ludwig Wittegenstein (ma qui, corre
l’obbligo di ricordare che si sta facendo riferimento ad un grande logicomatematico assolutamente sensibile al problema metafisico).
Nella stessa enciclica, quarta sezione, si legge : «la descrizione biblica del
peccato originale […] distribuisce i ruoli che in esso hanno avuto la donna e
l’uomo». Ed ecco riapparire l’eterno femminino, Eva la tentatrice… Anche
se, a ben considerare, l’albero a cui Eva non resistette era l’albero del Bene e
del Male, ovvero l’albero della Conoscenza…
A san Tommaso, e a Tertulliano (per il quale la donna era da considerare
«un tempio costruito su una cloaca») risponde, pacata, tutta un’autorevole
tradizione di pensiero orientato verso una spiritualità intesa non come cilicio
ma come fonte di ricchezza interiore. Qualche nome: Ipazia di Alessandria,
Hannah Arendt, Simone Weil, Luisa Muraro.
Ciascuna di loro Assolut–a–mente avvinghiata alla/dalla Conoscenza.
Decodifica di stereotipi e pregiudizi di genere
33
11. Fondare l’autostima
Dice Gloria Steinem: «le donne possono dimostrare quanto vogliono di
avere la stoffa giusta, ma senza l’approvazione degli uomini è come se
l’avessero sbagliata».
E allora, è del tutto indispensabile strutturare l’autostima, quale essenziale valore aggiunto che si fonda sull’autocoscienza e sui processi di auto-consapevolezza.
L’autostima scaturisce da un preciso percorso culturale, sostanziato dalla
conoscenza della cultura di genere, dalla rilettura della propria specificità di
genere, e dal distacco sia da modelli pseudo–emancipatori che sollecitano
l’assunzione di stili di comportamento di tipo maschile, in omaggio ad una
malinteso modo di concepire le pari opportunità, sia da categorie tradizionali,
che propongono modelli femminili fuori dal tempo.
E comunque, la femminilità della tradizione, specifico topos di genere
martoriato da una volgarità percettiva e comportamentale più o meno “estetizzata”, merita, senza dubbio, una considerazione e una rilettura critica di
forte caratura culturale, col supporto di un’adeguata ottica storica.
Fin dai tempi antichi, le donne, cosiddette “costole di Adamo” (reductio
ad hominem… ad usum delphini?), hanno avuto un ruolo decisivo nella vita
delle comunità. Pertanto, bisogna re-interpretare la tradizionale dimensione
femminile anche in termini di dinamiche storiche di tipo collettivo, non solo
privato. Quel ruolo di donna “produttrice, tacita, muta e sottoposta” di cui
tanto s’è scritto, se per molti versi ha funzionato come una terribile spada di
Damocle sul destino delle stesse donne (pena l’ostracismo sociale in caso di
rifiuto di tale ruolo), è stato, comunque, funzionale al mantenersi di una comunità in cui le stesse donne hanno avuto un ruolo enorme anche a livello
economico: in effetti, una corretta analisi dei meccanismi economici non può
prescindere dagli stretti rapporti che intercorrono tra economia di cura ed economia di mercato. Così procedendo, svecchiando la mente, oltre che da ridicoli pregiudizi, anche da desuete ottiche storiografiche, si potrà riconoscere
la giusta dignità allo specifico femminile, recuperandolo, e valorizzandolo,
nella sua effettiva realtà e nel suo indiscutibile – tradizionale – valore economico, culturale, storico.
La Storia delle donne è da ri–scrivere senz’altro. Ed è da ri–definire anche
nella quotidianità, senza fare capziosa archeologia alla ricerca del buon tempo antico, prendendo le distanze da ruoli identitari da supermarket del pensiero, e riconoscendo al femminile la sua irriducibile “singolarità” e “alterità”
esistenziale, sia a livello individuale sia a livello collettivo.
Il pluralismo di genere è assolutamente indispensabile per fondare una
società che parli «a different voice» (Carol Gilligan). È necessario sostanziare
la coralità sociale con l’antropologia della complementarietà e della corresponsabilità: ricordando bene, comunque, che il costante esercizio critico,
ovvero il costante processo di “decodifica” è condicio sine qua non per orientarsi – effettivamente – verso una “democrazia compiuta”.
34
Ignazia Crocè
BIBLIOGRAFIA
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comunitaria per le P.O. uomo–donna.
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genere nei Media, ed. Artemis, Reggio Calabria, p. 5.
CROCÈ I. (2003 b), Atti del Convegno “Donne e Qualità dell’Informazione”, ed. Artemis, Reggio Calabria, p. 27.
DELT@ NEWS, 18-19 gennaio 2008, 2.
EURISPES (2004), Ricerca “Analisi e Tendenze delle Donne in Calabria”, Rapporto
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GIOVANNI PAOLO II (1998), enciclica Mulieres Dignitatem, sezioni IV e VI.
LACAN J. (1972), Le séminaire. Livre XX, Encore, p. 73.
LIVIO, Ab urbe condita, XXXIV, 3,2.
MURARO L. (2003), Il Dio delle donne, Mondadori, Milano.
Pari Opportunità on the Road (2008), a cura di I. Crocè, ed.Città del Sole, Reggio Calabria pp. 7, 27.
SPRENGER J. e INSTITOR H. (1486), Malleus Maleficarum tr. F. Buia, E. Caetani, R.
Castelli, V. La Via, F. Mori, Marsilio, Padova-Venezia, 1997, pp. 86, 89-95.
APPENDICE
A corredo delle tematiche affrontate da Ignazia Crocè, nel sito http://ww2.unime.it/donne.politica/cicli_precedenti.html, alla voce MATERIALI DIDATTICI del IV ciclo, sono pubblicati: 1. il Codice di auto-regolamentazione per la promozione
dell’impatto di genere nei media ideato e redatto dalla stessa Crocè e pubblicato col
patrocinio del Consiglio regionale della Calabria – Commissione regionale per le pari
opportunità, con le Note conclusive di Benedetta Barzini, Norma Rangeri e Sandra
Cioffi; 2. il testo della Dichiarazione allegata alla Piattaforma d’azione di Pechino;
3. il Cap. I, Le donne e i media, §§. 234-235, della Piattaforma d’azione di Pechino;
4. l’articolo di Benedetta Barzini, Sugli stereotipi femminili la stampa non mente mai.
Donne e linguaggio: la cultura della differenza
LUCREZIA ZINGALE
1. Premessa: il linguaggio come forma di potere
L’uomo e la donna si distinguono dalle altre specie per la loro capacità di
comunicare attraverso l’uso della lingua.
Il linguaggio e i suoi segni sono fondamentali per consentire ad un soggetto di esprimere il proprio pensiero e di essere compreso da uno o più destinatari della comunicazione attraverso l’uso del medesimo codice linguistico. Il sociologo Luciano Paccagnella afferma che:
il linguaggio verbale caratterizza l’uomo rispetto a tutte le altre specie animali, rendendo possibile la genesi di una civiltà e rappresentando la premessa per
mezzi di comunicazione via via più sofisticati (la scrittura, la stampa, il telefono, internet) destinati ad accompagnare mutamenti sociali in rapida accellerazione (Paccagnella, 2004, 37).
Persone che non parlano la stessa lingua non possono conversare fra loro.
Potranno comunicare in modo parziale e primitivo utilizzando un codice di
segni, solo a condizione che sappiano decodificare lo stesso linguaggio non
verbale.
In Wikipedia il “linguaggio” viene definito come:
uno dei sistemi di segni adoperati nella normale comunicazione, tipicamente
umano e dotato di caratteristiche del tutto peculiari. Un sistema di simboli finiti arbitrari combinati in accordo alle regole della grammatica per poter
comunicare. I vari linguaggi usano suoni, combinazioni degli stessi e altri
simboli per rappresentare oggetti, concetti, emozioni, idee e pensieri.
Sempre in Wikipedia si legge che
La lingua (detta anche favella, idioma, parlata; dal latino lingua; probabilmente dalla radice indoeuropea dang-va) è il modo concreto e determinato
storicamente in cui si manifesta la capacità del linguaggio umano dal quale si
distingue in senso proprio. I tratti comuni che individuano una lingua sono il
vocabolario, il sistema fonematico comune, la grammatica e la sintassi, lo stile
e la pragmatica; nel caso vi siano sia una versione scritta che una orale, anche
un sistema di segni comune.
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Lucrezia Zingale
Ancora, nella più famosa enciclopedia on–line il termine “parola” viene
definito come:
l’espressione orale o scritta di una informazione o di un concetto, ovvero la
rappresentazione di una idea svolta a mezzo e nel presupposto di un riferimento convenzionale. In morfologia la parola è definita come un elemento linguistico costituito da un morfema libero o da una sequenza di morfemi legati. In
sintassi si fa riferimento alla parola come a un’entità della frase associata a
una determinata parte del discorso. Elemento basilare della comunicazione
verbale, la parola assume in questa il ruolo di unità minima di trasmissione dei
concetti e come tale è stata anche definita “monade logica”, sebbene siano state mosse obiezioni a questa visione atomistica, soprattutto per effetto dei numerosi esperimenti di manipolazione verbale prodotti particolarmente nell’arte o in usi strumentali speciali della comunicazione.
Secondo la tesi della relatività dei due linguisti statunitensi Sapir e Whorf
(1956), la lingua determina non solo il modo in cui parliamo nel mondo che
ci circonda, ma anche ciò che di questo mondo conosciamo. In tal senso la
lingua non solo esplicita il pensiero, ma lo condiziona. Ne deriva che, come
ha scritto Cecilia Robustelli in Lingua e identità di genere:
da qui a sostenere che se non disponiamo delle parole specifiche non possiamo affermare determinate realtà, e che queste di conseguenza, non esistono, il
passo è breve. Secondo questa posizione per la quale la lingua determina la
realtà, ad ogni mutamento della realtà deve corrispondere un mutamento della
lingua secondo un rapporto di biunivocità significante–significato che impregna tutto il processo comunicativo (Robustelli, 2000, 55).
Il linguaggio ha sia una funzione cognitiva nel senso che pensare una cosa
equivale a nominarla verbalmente o mentalmente, sia una funzione comunicativa che utilizza alcuni elementi (emittente, ricevente, canale, codice e
messaggio).
È chiaro, quindi, che la presenza nel vocabolario di una parola implica
l’esistenza nella realtà di ciò che essa rappresenta nell’immaginario di chi decodifica. Come ha affermato il filosofo Ralph Waldoemerson (1836), «la parola è potere: parla per persuadere, per convincere o per costringere», ma se
la parola non esiste o la si rifiuta, come accade per il linguaggio di genere,
quali influssi avrà sulla costruzione del femminile?
L’ipotesi della relatività linguistica, nella sua versione più radicale, è fortemente deterministica: visto che anche i pensieri formulati nella nostra testa
sono espressi in una lingua, non possiamo pensare cose per le quali non abbiamo parole a disposizione (Paccagnella, 2004, 37).
Vi è, quindi, una stretta relazione e una fitta trama di interconnessioni tra
linguaggio, conoscenza e struttura sociale. I contenuti della conoscenza, alla
Donne e linguaggio: la cultura della differenza
37
cui base troviamo il linguaggio, sono relativi e validi limitatamente al contesto storico–sociale in cui si sviluppano. Essi non sono neutrali, ma indicatori
di un punto di vista. È sempre Paccagnella ad affermare:
la parola rappresenta l’universo della nostra conoscenza, delimitando le cose
di cui possiamo parlare e che possiamo comunicare ai nostri simili […] le parole con cui la conoscenza viene espressa possiedono un valore politico: dietro
ogni definizione, dietro ogni scelta lessicale è nascosta la costruzione sociale
di ciò che è comunicato […] decidere di nominare le cose rappresenta una
forma importante di potere» (Paccagnella, 2004, 38).
L’uso di un vocabolo rispetto ad un altro comporta una modificazione del
pensiero e dell’atteggiamento. Hjelmslev mette in evidenza che se è pur vero
che nel linguaggio si manifesta l’essere, è altrettanto vero che l’essere non
coincide completamente con il linguaggio.
La diversità tra essere e linguaggio esiste affinché si possa dire che non ogni
linguaggio rappresenta adeguatamente l’essere. La diversità permette all’essere
di salvaguardarsi dalle pretese del linguaggio e permette allo stesso linguaggio
di non fossilizzarsi in definizioni astratte e dogmatiche, cioè prive di storicità.
Nel linguaggio permane sempre, a prescindere dal soggetto, un’ambiguità di
fondo, proprio perché la sua piena identificazione coll’essere, sul piano storico,
è impossibile. Ciò significa che è possibile leggere in un qualunque linguaggio
dei significati a cui il suo autore non aveva dato particolare importanza, o addirittura non aveva previsto. Nel linguaggio c’è sempre uno scarto fra ciò che appare e il suo rimando concreto, effettivo (Hjelmslev, 1968).
Per una comunicazione efficace, un primo imprescindibile elemento è
l’uso di un comune linguaggio verbale che utilizzi parole alle quali gli e le interlocutrici (emittente e destinatario) attribuiscono un preciso e chiaro significato. Non è sufficiente conoscere la lingua parlata e non anche le parole utilizzate all’interno di una frase, non è sufficiente utilizzare il maschile neutro
per descrivere un soggetto femminile, occorre esercitare il potere delle parole
per una efficace e chiara comunicazione.
2. Il linguaggio sessista: dalle battaglie femministe alle posizioni che
hanno dominato a partire dalle prime ricerche americane
È il movimento femminista che pone l’attenzione sul linguaggio sessista,
prendendo in considerazione il rapporto delle donne con la lingua e in particolare il contrasto fra la rivolta sociale delle donne e la rigidità di una lingua
fatta dagli uomini e per gli uomini.
Si afferma l’idea secondo la quale la lingua non veicola adeguatamente la
nozione di genere, dandone una ricostruzione deformata e si chiede il superamento di abitudini linguistiche di tipo androcentrico e l’utilizzazione di un
linguaggio non sessista.
38
Lucrezia Zingale
Alla base del pensiero femminista c’è la narrazione del sé. Questa può
avvenire solo qualora esistano parole per identificare le figure femminili che
abitano la società, quando si utilizzano e si accettano i nuovi vocaboli che
stanno entrando per la prima volta a pieno diritto nel mondo degli uomini e
delle donne. «È con il femminismo che la narrazione si coniuga con la politica» (Cammarota, 2005, 10).
Una delle più rilevanti rivendicazioni femministe era l’abolizione dei termini “Signora/Signorina”, ritenuti asimmetrici rispetto al termine “Signor”,
utilizzato per gli uomini, perché identificano le donne non rispetto a se stesse,
ma in relazione a qualcun altro.
Il pensiero femminista ha aperto una riflessione sul fatto che l’uso della
lingua riflette differenze legate al sesso/genere.
Fino agli anni Settanta/Ottanta le riflessioni sull’identità di genere si sono
focalizzate nei campi della letteratura, filosofia, psicologia. La linguistica era
dominata dall’interesse verso i modelli formali, per i quali sesso e genere non
costituivano alcun tipo di parametro.
Successivamente la relazione lingua–sesso/genere è diventata un costante
punto di riferimento per i ricercatori di altri campi come la sociologia, la filosofia, la critica letteraria, etc.
Al linguaggio è stato riconosciuto un ruolo primario per la costituzione
dell’identità di genere. Se in passato lo studio del comportamento linguistico
di uomini e donne veniva distinto nettamente da quello della loro rappresentazione in testi di linguistica, oggi essi sono visti come le due facce di un unico processo, quello della costruzione dell’identità di genere che attraversa e
interessa i diversi campi del sapere.
I primi studi pionieristici, su lingua e sesso/genere si interrogavano sul
diverso uso della lingua di donne e uomini; sul modo in cui la lingua riflette e
contribuisce a costruire la disuguaglianza sessuale; su come cambiare una lingua sessista (Kramer, Thorne and Henley, 1978).
Nel tempo si sono affermati due filoni di pensiero: uno che riconosceva le
donne come gruppo “altro” rispetto a quello maschile e sottolineava la differenza nell’uso della lingua tra uomini e donne in quanto appartenenti a due
sottogruppi culturali diversi; l’altro, che vedeva nella “diversità” un contrasto
di predominio tra i due gruppi, dei quali quello riconosciuto come ‘diverso’
diventava “inferiore”. Le differenze linguistiche fra uomini e donne erano intese come il riflesso sulla lingua del dominio maschile e della subordinazione
femminile.
Oggi entrambe le posizioni risultano invecchiate: dalle generalizzazioni sulla
‘lingua delle donne’ si è passati alla focalizzazione della specificity, che consiste nello studio di uomini e donne ben definiti in contesti specifici, e della
complexity, che prende in esame le interazioni fra genere, altre categorie che
identificano l’identità, e relazioni di potere (Cameron, 1999).
Donne e linguaggio: la cultura della differenza
39
Ed è lo studio della lingua in contesti comunicativi reali, più che dei singoli fatti linguistici in isolamento, ad attirare attualmente l’interesse dei ricercatori. Uno studio di Coates (1996) su un corpus di conversazioni tra ventisei
donne e ragazze ha rivelato, per esempio, che «la comunicazione all’interno
di un gruppo di amiche contribuisce all’identificazione dell’identità di persona e di genere perché la situazione ‘permette di essere se stesse’ e che la lingua è il mezzo attraverso il quale si realizza questa presa di coscienza» (Robustelli, 2000, 55).
In Europa gli studi sulla rappresentazione linguistica di uomini e donne e
sul carattere discriminatorio riscontrabile in certi usi della lingua cominciano
a presentare una certa vitalità intorno alla fine degli anni Novanta. Essi partono dalla considerazione che il principio del maschile come genere dominante, variamente parametrizzato in ciascuna lingua, è causa alternativamente
di invisibilità e di eccessiva visibilità delle donne: da un lato ne oscura la presenza, nascondendole sotto una morfologia maschile, e dall’altro, qualora
venga usato il femminile anziché il maschile, ne enfatizza la presenza, così da
farla apparire deviante rispetto alla norma.
Viene fatto rilevare che coppie di termini apparentemente equivalenti presentano spesso asimmetrie semantiche: la forma maschile connota «potere,
statuto, indipendenza, libertà», e quella femminile «trivialità, negatività, dipendenza e sesso».
Una funzione di enfasi, inoltre, si può riconoscere anche nei vuoti terminologici, cioè in quei casi dove si ha un’asimmetria semantica per la quale esiste
solo la parola femminile e manca il corrispondente negativo: è il caso di concubina, prostituta, etc. che non hanno il corrispondente maschile perché “gli
uomini non (li) vogliono per sé”. E a proposito di linguaggio e sessualità, è da
segnalare come la pornoglossia si caratterizzi per l’uso sia di termini al femminile per insultare donne sia di una costruzione (del tipo “figlio di…”), applicata ai maschi che in ultima analisi, con effetto boomerang […] rimanda alla figura femminile» (Robustelli, 2000, 56).
In Italia le prime riflessioni sulla necessità di un uso rispettoso della lingua per una corretta rappresentazione dell’identità di genere risalgono alle
Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini (1987). «Il fine minimo – scrive Sabatini – è quello di dare visibilità linguistica alle donne e pari valore linguistico ai termini riferiti al sesso femminile» per stabilire un vero rapporto tra valori simbolici nella lingua e valori
concreti nella vita.
Nel 1988 si aprì sulla questione il dibattito scientifico con una recensione
sulle Raccomandazioni di Giulio Lepschy, dal titolo Lingua e sessismo, nella
quale vennero affrontati i problemi del rapporto lingua–pensiero, del legame
tra lingua, cultura e società, della relazione fra norma e uso, della nascita della categoria del genere grammaticale.
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Lucrezia Zingale
Successivamente nell’introduzione a Donna & Linguaggio – Atti del convegno di Sappada–Plodu del 1995, la curatrice Gianna Marcato sottolineava
la necessità di ricorrere ad un modello di analisi che facesse riferimento ad
una struttura di comunicazione capace di collegare tra loro modelli di riferimento individuali e sociali così da permettere di considerare non solo il rapporto parlante–interlocutore, ma anche i processi di percezione, rappresentazione, valutazione che stanno alla base della conoscenza linguistica.
Nel dibattito è centrale il pensiero della differenza sessuale e l’opera di
Luce Irigaray (1975; 1985; 1991). Non può esistere un linguaggio neutro,
perché il genere non è neutro, ma maschile e femminile. La cultura della differenza caratterizza l’umanità, mentre i pensatori – uomini – hanno prodotto
una cultura apparentemente valida per tutti, ma, in realtà segnata dalla differenza maschile; essi
hanno collocato il maschile dalla parte del pensiero e il femminile dalla parte
del corpo, hanno cioè presentato la donna come l’immagine allo specchio,
come il contrario, come l’opposto simmetrico dell’uomo; la donna è stata definita come mancanza rispetto alla pienezza rappresentata dall’uomo. Contro
questa impostazione di pensiero, Irigaray usa l’ironia mostrando che nei discorsi degli uomini la donna non è che l’immagine speculare di ciò che essi
mettono in scena di se stessi (Tommasi, 2001, 1).
Irigaray, in Etica della differenza sessuale (1985), sul presupposto che le
donne hanno bisogno di parole e di un mondo simbolico conforme all’esperienza femminile per abitare e per ritrovare una propria dimora, prova a delineare le forme simboliche di un linguaggio in grado di riprodurre fedelmente
l’esperienza delle donne.
Il linguaggio è, quindi, indicato come luogo dove è possibile abitare, come terreno dello scambio. Nel 2004, Irigaray scrive:
Lo spazio tra i due sarà conservato grazie al silenzio, un silenzio che non equivale a una mancanza di parole ma alla salvaguardia di un luogo che non
appartiene né all’uno né all’altro, che non è proprio di nessuno e non è comune ai due. Questo silenzio mantiene la possibilità di entrare in presenza in
quanto due, due differenti, e di parlare insieme un linguaggio che non è già
definito né il medesimo per entrambi. Questo modo di comunicare richiede
un’altra maniera di ascoltare: non più un riconoscimento di significati già codificati per trasmettere informazioni, ma un ascoltare alle parole dell´altro ancora non dette, a un discorso specifico di lui o di lei, per di più rivolto a una
persona specifica. L’accento è così spostato da un’attività solo mentale a
un’attenzione percettiva globale […] Purtroppo in un gruppo – nel contesto
cioè di uno tra molti, la situazione che gli uomini preferiscono – questa percezione dell’altro svanisce in un linguaggio generico e impersonale. Questa perdita della dualità soggettiva – che esisteva ancora all´inizio della nostra cultura, anche nelle forme sintattiche – risulta da un passaggio a una tradizione più
patriarcale e fallocratica. Allora l’essere a due diviene il sinonimo soltanto di
Donne e linguaggio: la cultura della differenza
41
un atteggiamento materno, di una relazione sessuale o emotiva che non va oltre un livello sensibile o naturale. A meno che la soggettività maschile non
proietti il tu in Dio per sfuggire alla mancanza di differenziazione rispetto
all’origine materna (Irigaray, 2006, 21-22).
3. La contaminazione linguistica
Una lingua universale, qualunque ella mai si fosse, dovrebbe certamente essere, di necessità e per sua natura, la più schiava, povera, timida, monotona, uniforme, arida e brutta lingua [...] uno scheletro, un’ombra di lingua, piuttosto
che lingua veramente (Leopardi, 1823).
Il linguaggio è soggetto a modificazioni nel tempo, esso si contamina ed
arricchisce di nuove forme e di nuovi vocaboli.
Se mettiamo a confronto i testi di oggi con quelli di un secolo fa ci accorgiamo che il linguaggio utilizzato è profondamente diverso: termini in disuso,
arcaici e termini di nuovo conio. Diversi i vocaboli, diverse le forme lessicali
e grammaticali.
Molti di quelli che oggi chiamiamo dialetti erano vere e proprie lingue.
Le lingue sono fenomeni sociali dinamici che variano nello spazio e mutano
nel tempo. Le mutazioni, tuttavia, non sono soltanto territoriali e diacroniche.
Anche nello stesso momento (cioè, dal punto di vista sincronico) e nella stessa
popolazione, le lingue variano a seconda della collocazione dei parlanti nello
spazio sociale (Bagnasco, Barbagli, Cavalli, 2004, 90).
Il linguaggio si modifica e risente della storia, della cultura, delle tradizioni e delle abitudini. Il lessico è più permeabile alle innovazioni, mentre la
morfologia e la sintassi sono più restie ai cambiamenti e non di rado conservano forme e usi che si rivelano datati.
L’italiano, per esempio, come molte altre lingue distingue sul piano formale tra genere femminile e genere maschile. La scelta fra l’uno e l’altro genere grammaticale non è neutra ed ha risentito di una tradizione nella quale,
inevitabilmente, si sono stratificate le convenzioni sociali determinate, a loro
volta, dalle caratteristiche storiche e culturali delle varie epoche.
La lingua è una struttura dinamica che cambia in continuazione. Ciononostante la maggior parte della gente è conservatrice e mostra diffidenza – se non
paura – nei confronti dei cambiamenti linguistici, che la offendono perché disturbano le sue abitudini o sembrano una violenza “contro natura”. Toccare la
lingua è come toccare la persona stessa (Sabatini, 1987, 97).
Eppure se nuove parole entrano con naturalezza nel linguaggio corrente,
tra la gioventù in particolare, per alcune di esse, per il linguaggio di genere ad
esempio, non si riesce a trovare uno spazio. L’introduzione di termini nuovi,
professionalizzanti per le donne, come dottora, avvocata, ministra, questora,
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Lucrezia Zingale
magistrata etc., viene osteggiata in ogni modo con diverse giustificazioni:
«suona male», «non è corretto», «è inutile, non serve», «vi sono altri vocaboli
sostitutivi», «esistono vocaboli neutri che si riferiscono a uomini e donne»,
«perché forzare la lingua», «che motivo c’è di cambiare se uomini e donne
sono uguali» etc.
In realtà le resistenze si registrano anche tra le stesse donne che spesso
preferiscono definirsi al maschile, forse perché si sentono più titolate e riconosciute nel mondo degli uomini.
Naturalmente, accanto a donne che negano vi sono donne che affermano.
Per esempio, la “Bizzarra”, personaggio sottratto alla polvere del Fondo giudiziario sul brigantaggio nell’Italia meridionale e restituitoci attraverso la
descrizione romanzata che Maria Rosa Cutrufelli affida alle parole della protagonista del suo libro:
una e una soltanto – Maria Orsola Cardona, la Bizzarra – faceva realmente
parte della banda. Nessuno conosceva per certo la sua storia. Si sapeva soltanto che aveva partecipato alla sollevazione di un villaggio di montagna, Troiano, nell’inverno appena trascorso. Si era poi unita al gruppo di un ex caporale
borbonico […] Ora si aggirava per la masseria vestita da uomo, con due pistoloni in cintura, e prendeva parte a tutte le scorrerie […] Quando la vidi, a me
parve brutta e goffa, ma era la prima volta che mi trovavo di fronte a una donna in calzoni e giacchetta di fustagno […] Gli occhi però li aveva belli. Nerissimi e languidi […] E gli uomini le stavano dietro, per quanto lei li tenesse a
distanza (Cutrufelli, 1990, 44-45).
A conclusione del romanzo, la protagonista, anch’essa componente della
banda, rientrando in cella dopo il proprio processo, ricorda la Bizzarra:
«mentre tornavo in cella udii, chiara nella mia testa, la voce della Bizzarra
che rispondeva alle arguzie poco gradite di un capobanda: “Sono briganta, io,
non donna di brigante”. E il ricordo di quelle parole mi dette forza e dignità»
(Cutrufelli, 1990, 147).
L’autrice, nella Postfazione, narra la storia di questo suo primo romanzo,
La briganta, storia racchiusa nella più vasta vicenda della repressione del
“grande brigantaggio”, e ricorda come, per essere in grado di affrontare il
racconto, avesse avvertito il bisogno di essere più vicina ai protagonisti del
dramma, di accostarsi in modo diverso alla loro vita e alle loro ragioni.
Per mesi frequentai l’Archivio di stato, spulciando il Fondo giudiziario sul brigantaggio nell’Italia meridionale e tentando di decifrare i verbali dei processi
[…] A poco a poco riuscii a forzare la porta che ci divide dal passato, a entrare
in quel mondo e in quel linguaggio, a figurarmi sensazioni e panorami, a scorgere i lineamenti d’ogni singolo uomo e di ogni singola donna… Ora riuscivo a
vederli. Uno per uno. Una per una… Le contadine, la tessitrice calabrese che al
suo processo aveva detto: «Sono briganta, non donna di brigante».
Donne e linguaggio: la cultura della differenza
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Affermazione di non poco conto, che ha indotto la Cutrufelli a concludere:
«evidentemente la coscienza di sé non è appannaggio esclusivo del nostro
tempo, come credono alcuni» (Cutrufelli, 1990, 155-156).
Un ulteriore spunto di riflessione sull’uso di alcuni termini al femminile è
dato dalla storia del termine dottoressa riportata in «Quaderns d’Italià» (6,
2001) che qui si ripropone:
attestato da circa cinque secoli è dottoressa, che però in tutto il corso della sua
storia fino ai primi del Novecento, è stato usato in modo prevalentemente negativo e beffardo, per indicare donne saccenti e presuntuose. I vocabolari dell’Ottocento danno anche la forma dottora (preferito anche nelle raccomandazioni di Alma Sabatini). Per dottoressa il Fanfani (1855) dà la definizione
«donna sacciuta, e salamistra» e per dottora «dottoressa, salamistra, e dicesi
donna che vuol far la saputa e metter la bocca in quel che non le tocca». Il Rigutini–Fanfani (1875) dà per dottoressa «donna che vuol far la saputa, che
vuol parer dotta: “Si cheti lei, dottoressa: – La signora Lucrezia è una gran
dottoressa, e vuol parer di intendersi di tutto”; e per dottora «lo stesso che dottoressa, e dicesi di donna che vuol far la saputa e metter bocca da per tutto…».
Il Tommaseo–Bellini (1865–1879) osserva che la dottora non «ha il senso veramente di donna addottorata», e ancora nel 1905 il Panzini, alla voce dottora,
commenta: «femminile di dottore e meno comune di dottoressa. Ora le donne
addottorate in qualche disciplina, così fiere come esse oggi sono della loro dignità, come chiamarle? A dottora non ci ausa e dottoressa sa di saccente, e pare contenere in sé alcuna parte di scherno o almeno estraneo all’ideale femminista: onde è che le donne che hanno diploma di laurea, scrivono spesso sul
biglietto dottore, quasi nome partecipante». Nell’ottava edizione postuma, del
1942, si legge solo che dottora è il femminile di dottore, meno comune di dottoressa. Quest’ultimo si era evidentemente del tutto affermato (Lingua italiana
e femminile, 2001, 17).
Si assiste alla negazione delle donne nella politica e nelle professioni, una
negazione che trova nell’assenza di un termine che le rappresenti, la prima
mancanza verso un reale riconoscimento di nuovi ruoli e posizioni.
L’immagine stereotipata della donna e dell’uomo che il linguaggio continua ad alimentare e rappresentare si riflette sulla realtà, così cercando sul motore di ricerca “Google immagini” la parola “segretaria” appaiono una serie
di figure femminili davanti a scrivanie, in mezzo alle carte, spesso svestite e
in atteggiamenti provocatori e sensuali. I sottotitoli sono esplicativi «AAA
cercasi segretaria» (appare l’immagine di una donna seminuda seduta davanti
ad una scrivania); «foto segretaria sexi»; «la giornata della segretaria» (appare l’immagine di una donna che seduce un uomo); inserendo la parola “segretario” appaiono foto di uomini davanti alla scrivania con i seguenti sottotitoli
«il segretario di stato dott…»; «il segretario comunale…»; «il segretario di
sezione»; «il segretario generale dott…».
Se poi si passa alla grammatica il problema per alcuni si complica perché
essa ha regole immodificabili.
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Sembra un problema formalistico, ma in realtà è un ostacolo al pieno sviluppo della persona umana, alla piena cittadinanza di uno dei due generi,
quello femminile.
4. Verso un nuovo atteggiamento “politically & linguistically correct”
È necessario oggi, alla luce dei cambiamenti avvenuti nella società e al fine di costruire la coscienza di tali innovazioni, rinnovare la lingua, introdurre
e utilizzare parole nuove di genere femminile, mutare il significante, cioè la
forma di una parola (sia essa un sostantivo o una forma verbale) usata fino ad
oggi solo al maschile, affinché essa denoti un referente femminile.
Non possono essere invocate ragioni di grammatica, sintassi, morfologia
per giustificare il conservatorismo.
Prima non esisteva la donna magistrata, ministra, avvocata (qualcuna).
Erano ruoli maschili e come tali erano definiti. Non era necessario ripensare a
queste professioni al femminile perché nessuna donna ricopriva la carica o il
ruolo.
Intervengono qui fattori sociali e culturali per i quali alla donna non è ancora
riconosciuta la piena possibilità di esercitare professioni di prestigio fino a ieri
riservate agli uomini: finché si tratta di fare la cassiera, o la cameriera, va bene […] ma quando si punta più in alto, la situazione cambia. Quindi, ancora
oggi, si “permette” alle donne di svolgere la professione di chirurgo, avvocato, ingegnere ma, in un certo senso, “non lo si dice”. Si tace il fatto. Non si
nomina. E il “non nominare” significa “non riconoscere l’esistenza di qualcosa”. Proprio in contesti comunicativi comuni, nei quali il riferimento è a una
persona precisa, sembra opportuno quindi sottolineare il genere grammaticale,
e sanare così una anomala situazione di disparità per cui una donna non si identifica in un ruolo sociale e professionale (Robustelli, 2000, 59).
Per un uso dell’italiano attento e rispettoso della differenza di genere, già
nel 1987, la Sabatini nelle Raccomandazioni consigliava numerosi e sostanziosi interventi sulla morfologia, in particolare:
a) di evitare l’uso del maschile come genere “non marcato” (sostituire la parola
“persona” o “individuo” a quella di “uomo”);
b) di evitare l’uso del maschile neutro parlando di popoli, categorie, gruppi (es.
usare bambine e bambini);
c) evitare di dare sempre la precedenza al maschile nelle coppie oppositive (es.
donne e uomini);
d) evitare le parole “fraternità”, “paternità” se riferite anche a donna (es. la maternità dell’opera è attribuita a Maria Rossi);
e) modificare l’accordo grammaticale (in presenza di soggetti di sesso maschile e
femminile gli aggettivi e i participi passati vanno accordati con i nomi che sono in
maggioranza e in caso di parità con l’ultimo nome);
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f) non utilizzare il termine “signorina”, ormai da tempo è in disuso il maschile signorino;
g) sostituire “signora” con il titolo professionale;
h) introdurre nella lingua italiana i termini femminili di cui non dispone, per indicare titoli professionali riferiti a donne per le varie professioni.
Come spiega la stessa Sabatini (1987, 101) «le Raccomandazioni consistono in due liste di parole o frasi, l’una contraddistinta dal NO, con gli esempi di forme linguistiche da evitare, l’altra, contraddistinta dal SI, con le
corrispondenti proposte di forme alternative non sessiste».
Nella sezione dedicata a “titoli, cariche, professioni, mestieri” la Sabatini
raccomanda di
1. Evitare di usare il maschile di nomi di mestieri, professioni, cariche, per segnalare posizioni di prestigio quando il femminile esiste ed è regolarmente usato solo per lavori gerarchicamente inferiori e tradizionalmente collegato al
“ruolo” femminile (amministratrice unica, segretaria generale) […] 2. Evitare
di usare al maschile nomi di cariche che hanno la regolare forma femminile
(senatrice, notaia) […] 3. Evitare di usare al maschile, con articoli e concordanze maschili, nomi epiceni (la stessa forma ha doppia valenza maschile e
femminile) o di formare un femminile con l’aggiunta del suffisso –essa, o anteponendo o posponendo il modificatore donne (la parlamentare, la preside, la
comandante, la presidente) […] 4. Evitare di usare al maschile o di femminilizzare con il suffisso –essa nomi di professione che hanno un regolare femminile in –a (deputata, avvocata è un participio passato dal latino advocatus, advocata); vedi la preghiera “Salve Regina”; Eia ergo, advocata nostra […]
(Satta, 1971) […] 5. Evitare di usare al maschile o di femminilizzare con il
suffisso –essa sostantivi riferiti a professioni e cariche il cui femminile può
esser formato senza recar disturbo alla lingua (la ministra, la sindaca) […] 6.
Evitare di usare al maschile o con il modificatore “donna” i seguenti nomi
terminanti in –tore (pretora) (Sabatini, 1987, 109-119).
Sul tema, Raffaella Setti, consulente linguistica dell’Accademia della
Crusca ha scritto:
i nomi maschili uscenti in –tore, detti anche nomi d’agente in quanto designano “chi compie un’azione”, formano nella maggior parte dei casi il femminile
in –trice (quindi, ad esempio, attore/attrice, lettore/lettrice, pittore/pittrice,
scrittore/scrittrice). Alcuni problemi nel passaggio alla forma femminile si
hanno quando il suffisso –tore sia preceduto da una consonante diversa da t
(esempio impostore, gestore, pastore, tintore): in questi casi infatti le sequenze
–strice e –ntrice, che ne derivano, risultano abbastanza difficili e forme del tipo pastrice, tintrice, impostrice non sono ammesse, mentre è attestata (cfr. Dizionario Italiano Sabatini Coletti) la forma gestrice anche se segnalata come
non comune. In questi casi meno lineari sono possibili, anche se non frequentissimi, i femminili in –tora (quindi pastora, tintora, impostora, ecc.). Leggermente diverso è il caso dei nomi maschili uscenti in –sore (del tipo evaso-
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Lucrezia Zingale
re, possessore, trasgressore) che invece formano quasi sempre il femminile in
–itrice dalla radice, terminante per d, dell’infinito del verbo da cui derivano
(evad-ere; possed-ere; trasgred-ire); si avranno quindi le forme, anche queste
non comuni nell’uso, evaditrice, posseditrice, trasgreditrice. Abbiamo poi casi
in cui la terminazione popolare –sora si affianca a quella in –itrice e possiamo
quindi trovare le forme evasora, uccisora, ecc. Fanno parte di questa categoria
di sostantivi anche alcuni nomi professionali indicanti mestieri e professioni
tradizionalmente riservati agli uomini che, con l’aumento della presenza
femminile, stanno subendo un riassestamento: un caso emblematico, tra quelli
uscenti in –sore, è assessore (dal verbo assidere, propriamente “sedere accanto”) di cui possiamo trovare, in sintonia con le Raccomandazioni per un uso
non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini in cui erano caldeggiate le
forme femminili del tipo avvocata, ministra, soldata, la forma femminile assessora, favorita anche dall’impossibilità, iniziando per vocale, di indicare il
femminile attraverso la scelta dell’articolo (es. il giudice e la giudice; il deputato e la deputato, ecc.). Dello stesso tipo in –sore è confessore che però, vista
la prerogativa di indicare un agente che può essere soltanto maschile, non conosce la forma femminile. In questo caso, per usare il nome d’agente riferito
ad una donna, sarà preferibile optare per un sinonimo, ad esempio confidente1.
La risposta data dall’Accademia e l’adozione della recente direttiva Nicolais–Pollastrini del 23 maggio 2007 sono segni evidenti delle difficoltà incontrate dal linguaggio sessuato di diffondersi nella società italiana. Sono trascorsi più di venti anni dalla pubblicazione delle Raccomandazioni della Sabatini, eppure esse sono state disattese quasi tutte e quasi in ogni contesto. Non è comune
l’utilizzo di un linguaggio non sessista: il maschile rimane un genere non marcato
ed è al maschile che si accordano più nomi di diverso genere. Le stesse donne
manifestano una ritrosia a definirsi con un linguaggio sessuato. In maniera lenta e
non uniforme si sta diffondendo l’uso di termini professionalizzanti ai livelli più
alti: ministra, segretaria comunale, avvocata, ingegnera etc.
5. Conclusioni
Dobbiamo trovare modi nuovi per rileggere e reinterpretare la complessità del linguaggio. Dobbiamo imparare ad usare una lingua sessuata
per far emergere la pregnanza della presenza femminile superando la simbolizzazione maschile/femminile nella lingua che rispecchia ancora un ordine patriarcale che vede il maschile come termine primo e il femminile
come suo derivato.
I media dovrebbero prestare particolare attenzione al linguaggio di genere.
1
La risposta della Setti è scaricabile dal sito www.accademiadellacrusca.it, La lingua in rete
– Consulenza linguistica – Domande ricorrenti. Si veda in proposito anche la risposta data da
Luca Serianni al Quesito del professor Gianni Malesci di Firenze sul femminile professionale,
pubblicata in «La Crusca per voi», n° 13, ottobre 1996, pp. 10-11.
Donne e linguaggio: la cultura della differenza
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Nelle scuole la classe insegnante dovrebbe essere sensibile ad una rilettura di tutte le materie scolastiche paritaria e rispettosa delle diversità, usando
un linguaggio di genere ed adottando libri di testo moderni e innovativi.
Tutte le donne dovrebbero utilizzare e monitorare che venga adottato un
linguaggio di genere, limitando le forme neutre.
Il legislatore dovrebbe adeguare i testi legislativi e introdurre norme che
agevolino questo mutamento di tendenza. In questo senso è stata adottata la
direttiva Nicolais–Pollastrini del 23 maggio 2007, nella quale si rinviava al
Manuale di stile di Fioritto (1999) e alle Raccomandazioni di Sabatini (1987)
e si invitavano le amministrazioni pubbliche a «utilizzare in tutti i documenti
di lavoro (relazioni, circolari, decreti, regolamenti, ecc.), un linguaggio non
discriminatorio come, ad esempio, usare il più possibile sostantivi o nomi
collettivi che includano persone dei due generi (es. persone anziché uomini,
lavoratori e lavoratrici anziché lavoratori)».
Un ruolo fondamentale lo gioca l’educazione e la formazione dei bambini
e delle bambine sin dalla tenera età. In questa direzione, è interessante la rilettura delle fiabe fatta da uno scrittore americano di Chicago, James Finn
Garner, che ha riscritto alcune vecchie favole con un pizzico di ironia, proprio in perfetto stile politically correct. Nel libro in questione Politically Correct Bedtime Stories, Cappuccetto Rosso, la nonna e il lupo hanno fondato
«una famiglia alternativa basata sul reciproco rispetto, sulla cooperazione, e
hanno vissuto insieme nel bosco, felici e contenti» (Arcangeli, 2004).
Cappuccetto Rosso era una bimba risoluta e femminista che andava nella
casa della nonna con un grande cesto pieno di frutta e di acqua minerale,
«non perché fosse un lavoro da donna, badate bene, ma perché era generosa e
voleva infondere un senso di solidarietà». Molta gente credeva che il bosco
fosse un posto pericoloso e non vi aveva mai messo piede. Cappuccetto Rosso, invece, era talmente fiduciosa «nella sua sessualità in erba da non lasciarsi
intimidire dalla ovvia valenza freudiana». Il lupo non più cattivo, dal canto
suo, godeva di uno status al di fuori della società che lo lasciava libero di non
adeguarsi «ai canoni conformistici della società occidentale». Poteva indossare la cuffia della nonna perché non era ostacolato da «nozioni rigide e tradizionaliste su ciò che è maschile e femminile».
Anche il lupo che insidiava i tre porcellini, in fondo, era un buon diavolo.
Viveva in armonia con i piccoli suini e con l’ambiente circostante. Era vegetariano ed ecologista. Usava materiali non importati e con questi aveva costruito una bella casa per sé e per i tre porcellini.
Il libro è stato scritto con un linguaggio depurato da ogni possibile rischio
di offesa agli animali, alle minoranze etniche, ai bambini, agli «economicamente svantaggiati», ai nani. Questi ultimi, «verticalmente svantaggiati»,
possono aspirare all’amore di Biancaneve su un piede di parità con il bel
principe azzurro.
Un altro importante progetto verso il cambiamento è stato realizzato dalla
“rete informativa di genere femminile Lilith sull’elaborazione di fili di senso,
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Lucrezia Zingale
a partire dalla differenza sessuale, nelle attività di raccolta e trattamento dei
materiali bibliografici (libri) e documentari (materiale grigio, volantini, testi
etc)”, che ha realizzato il primo “thesaurus” di genere “linguaggiodonna”. Si
tratta, come chiarisce Piera Codognotto
di uno strumento utilizzato dai centri di documentazione per descrivere i propri materiali ed è fatto da un insieme di parole con delle relazioni precise tra
loro […] non è un semplice elenco. Le parole hanno dei rapporti tra loro […]
parliamo di necessità di linguaggio sessuato […] c’è inoltre la necessità di accogliere alcuni concetti che innovano la lingua ed il pensiero, che danno prospettive diverse da quelle definite dall’ordine simbolico dominante.
Ad esempio, a “violenza sessuale” si sostituisce “inviolabilità del corpo
femminile” delineando così un insieme di significati dell’essere donna oggi.
L’associazione palermitana “Arcidonna”, da anni impegnata per incrementare la presenza femminile nei luoghi della decisione politica e per il superamento degli stereotipi di genere, di recente, nell’ambito dell’iniziativa
comunitara “Equal – II fase”, ha rivolto, all’interno del progetto Laboratorio
di Pari Opportunità: pratiche per il superamento degli stereotipi, un’efficace
campagna di sensibilizzazione, intitolata “Non pensare a sesso unico”, rivolta
agli studenti e alle studentesse siciliane degli ultimi due anni della scuola
media superiore. Ad essi è stato, tra l’altro, distribuito il Glossario della democrazia paritaria (2008), versione aggiornata e corredata da un’Appendice
storica del precedente opuscolo Le parole della parità. Il lessico essenziale
del rapporto tra donne e politica (2003), edito nell’ambito di altri due progetti comunitari (Esserci e Donne in progress) realizzati sempre da “Arcidonna”. Si tratta di una sorta di vocabolario dove è possibile rileggere con un’ottica di genere il significato di alcune parole e di alcune frasi (ad es. “contratto
sociale in base al sesso”, “deficit democratico”).
Importante ripartire dalle parole perché la negazione dell’esistenza dei
due sessi che si riscontra, ancora oggi, nel nostro ordine linguistico–simbolico rende invisibili non solo le donne penalizzate nella percezione del proprio
spazio di esistenza, ma ogni diversità di singoli soggetti in carne ed ossa che
non si omologano e non si ritrovano nell’idea di quell’uno di cui si parla.
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APPENDICE
Il contributo di Lucrezia Zingale è corredato da un’APPENDICE documentaria pubblicata nel sito http://ww2.unime.it/donne.politica/cicli_precedenti.html, alla voce
MATERIALI DIDATTICI del IV ciclo.
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Donne, politica e istituzioni