Giuseppe Bonazzi
IL VANGELO E GLI SCIAMANI :
UNA MISSIONE CATTOLICA IN AMAZZONIA
Premessa
Io non sono un antropologo e il mio scritto non ha alcuna pretesa di fornire un contributo
conoscitivo in questa materia. Le mie pagine vanno lette piuttosto come il racconto etnografico del
viaggio da me compiuto nel febbraio del 2010 nella foresta amazzonica presso la Missione della
Consolata di Catrimani dove vive una comunità di indios Yanomami. Il viaggio, durato una
settimana, è stato il momento saliente di un mio più lungo soggiorno presso la Missione della
Consolata di Boa Vista nello stato brasiliano del Roraima.
Per capire il motivo del mio interesse e il modo in cui tratto l’argomento sono necessarie due
premesse. La prima riguarda gli Yanomami Su questo popolo è fiorita, a partire dalla seconda metà
del secolo scorso, una letteratura immensa e tuttora crescente. Le ricerche di taglio più canonico su
usanze, credenze, mitologia e organizzazione sociale degli Yanomami (Chagnon 1968; Cocco 1975;
Lizot 1985; Peters 1998) si sono presto incrociate con ricerche e interventi volti a denunciare il
rischio del loro completo sterminio a causa delle malattie portate dai bianchi, delle stragi, dello
sfruttamento e dell’inquinamento della foresta amazzonica (Re 1983; Ramos 1995; Albert 1985;
Eusebi 1991; Rocha 2001). Più di recente, superato il rischio dell’estinzione fisica, il dibattito
riguarda le nuove forme di organizzazione sociale e le possibilità di mobilitazione politica degli
Yanomami nella prospettiva di una conciliazione tra la conservazione della loro identità etnica e
l’inserimento nella società brasiliana (Ramos 1998; Bruce e Ramos 2000; Bruce e Kopenawa 2003;
Peres 2008).
Qui si colloca la seconda premessa del mio scritto che riguarda l’ azione dei Missionari della
Consolata. Basta andare su Internet per rendersi conto dell’immensa quantità di denunce fatte da
quei Missionari dei soprusi e delle violenze che ancora oggi vengono compiute contro gli indios e
delle richieste drammatiche di aiuto che partono dalle loro Missioni in Amazzonia. Mi ha colpito
come alla difesa della vita e dei diritti negati ai popoli indigeni sia dedicato nei loro bollettini uno
spazio molto maggiore di quello dato all’attività religiosa delle Missioni. Ma quelle denunce non mi
bastavano. Io cercavo ricerche sulle Missioni cattoliche nel mondo e in particolare nel SudAmerica, ma constatai che esse sono molto scarse soprattutto in Italia se si eccettuano alcuni
contributi di taglio antropologico (Colajanni 2004; Gnerre 2004; Cuturi 2004) 1 .
Scoprii invece che uno dei temi più controversi nel dibattito interno alla Chiesa riguarda il
cosiddetto modello dell’inculturazione. Tale modello, elaborato non a caso dopo la fine dell’epoca
1
In Brasile esiste una vivace comunità di ricercatori storico-antropologici sulle missioni sia cattoliche che evangeliche
(cfr. Montero 2006 ).
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coloniale e nella scia del Concilio Vaticano II, supera il semplice adattamento delle culture locali al
messaggio cristiano (Luzbetak 1991) e consiste nell’“incarnazione del Vangelo nelle culture
autoctone ed insieme l'introduzione di esse nella vita della Chiesa” (enciclica Slavorum Apostoli
1985). L’inculturazione implica l'adozione e la trasformazione in senso cristiano di riti e credenze
di culture non cristiane. Ma proprio qui cominciano i problemi: in che modo la religione cristiana
nata sul ceppo giudaico può essere innestata su un ceppo culturale totalmente diverso? In che limiti
e con che cautele è possibile sviluppare analogie tra i racconti biblici e le mitologie di altri popoli?
Non c’è il rischio di alimentare disinvolti sincretismi? Oppure bisogna riconoscere l’importanza di
altre correnti di pensiero interne alla Chiesa che propongono di superare il modello dell’
inculturazione e contestano che l’azione missionaria debba necessariamente proporsi la conversione
dei nativi ? (Amaladoss 2000).
Per rispondere non mi bastavano le letture e nemmeno i colloqui con i missionari di ritorno da
quelle terre. Dovevo recarmi sul posto e osservare di persona come si opera concretamente in una
Missione. Grazie all’ intervento di alcune mie conoscenze in campo ecclesiastico riuscii a realizzare
il mio progetto e andare a Catrimani. Come ho già detto una settimana è un tempo troppo breve per
una ricerca degna di questo nome, ma mi è stata sufficiente per trarre alcune impressioni su:
• Come vive una comunità di Yanomami gravitante intorno a una Missione della Consolata
• Che rapporti esistono tra Indios e Missionari
• Come questi ultimi cerchino di conciliare la difesa dell’identità etnica Yanomami con l’
“addolcimento” di alcuni loro costumi tradizionali.
A questo materiale ho dato la forma di brevi capitoli, ciascuno dedicato ad un aspetto
specifico. Procedo rispettando l’ordine in cui quegli aspetti mi sono apparsi nel corso di quei
giorni, ossia da quelli immediatamente visibili a quelli più interiori o complessi, che ho potuto
cogliere solo grazie all’aiuto dei missionari operanti in loco. Concludo con alcune riflessioni sulla
peculiarità dei Missionari della Consolata rispetto ad altri ordini missionari.
2.Pudore
Sceso dall'aero-taxi, percorso il lieve pendio che separa la pista di terra rossa dalla prima
baracca della Missione, mi viene incontro un ometto alto non più di un metro e mezzo. E'
totalmente nudo, mi stende la mano e si presenta in portoghese come il Tushawa (capo) del
villaggio. Sfoggia un sorriso da cerimonia, come primo cittadino della comunità spetta a lui l' onore
di dare il benvenuto all'ospite. Gli altri uomini intorno a lui, tutti giovani, indossano variopinti e
stinti bermuda. Di fronte al Tushawa, l'unico con il membro così in evidenza, così accuratamente
allacciato dalla cordicella che cingendogli i fianchi glielo tiene alto e appoggiato al ventre, mi
chiedo se quella prerogativa non sia per caso un simbolo di comando, il segno del suo ruolo esibito
per l'occasione, un po' come la fascia tricolore dei nostri sindaci o una coccarda onorifica. Poi vedo
altri ometti, tutti piuttosto anziani, che se ne vanno a spasso per la Missione nudi e con il membro
infiocchettato. Capisco allora che quell'abbigliamento non è un simbolo di status ma è una semplice
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usanza che i giovani di oggi sembrano avere abbandonato. Mi tornano in mente le pagine che Peters
(1998) dedica all' argomento. Negli anni '60 si era recato come pastore evangelico in una comunità
di Yanomami (gruppo Xilixana) e vi aveva soggiornato a lungo. Trent'anni dopo vi era tornato in
veste di antropologo. Si era portato appresso le centinaia di fotografie scattate trent'anni prima, con
gli indigeni integralmente nudi. Racconta Peters che i giovani Yanomami degli anni '90, figli di
quegli stessi indigeni non credevano ai loro occhi: divertiti e sbalorditi, quasi imbarazzati dall'idea
che i loro genitori fossero ancora tanto “primitivi”. Nel giro di una generazione tutto era cambiato
così in fretta che soltanto le fotografie restavano a testimoniare il passato, nota Peters con la
soddisfazione puritana del pastore evangelico di fronte all'estinguersi di un costume tanto
scostumato. Ma ciò che vedo a Catrimani, nella missione cattolica della Consolata, smentisce
Peters. E' solo una casuale differenza geografica dovuta al fatto che il territorio abitato dagli
Yanomami è tanto vasto da impedire generalizzazioni o è l'effetto della volontà politica dei
Missionari della Consolata di mantenere le tradizioni? Mi riprometto di approfondire l’argomento
non appena intervisterò un missionario.
Prendo rapidamente confidenza con un allegro giovanotto che dice di chiamarsi Agenore. Il
rocchio di tabacco in bocca gli deforma il labbro inferiore. Spesso quando parla se lo toglie e lo
pone in tasca, poi se lo rimette lesto e io devo abituarmi come con chiunque tenga il sigaro spento a
un angolo delle labbra. Agenore ha molto humour e si è spontaneamente offerto di farmi da guida.
E' già stato alcune volte a Boa Vista, conosce il mondo, per così dire. Prendo coraggio e gli chiedo
se nella lingua Yanomami esiste un nome per indicare il laccio che imbriglia il membro maschile.
Senza imbarazzo mi risponde di sì, si chiama xenarù-ukù (filo di cotone). Lo xenarù è un artefatto
semplicissimo con una raffinata funzione simbolica. Sta a significare che il membro, proprio perché
esibito in quella posizione innaturale non è disponibile. C'è, ma è come se non ci fosse perché lo
xenarù impedisce non solo l'atto sessuale ma anche di urinare. Per uno Yanomami il pudore non
consiste nel coprire quella parte del corpo, ma nell'annunciare che in pubblico essa è impedita nelle
sue funzioni. Lo xenarù può essere slacciato soltanto nell'intimità, quando si è soli o con la propria
donna.
La naturale nudità degli Yanomami – piumaggi e strisce di pelle non servono a coprire ma,
come la pittura del corpo, hanno funzioni puramente ornamentali e rituali – non sopprime il senso
del pudore ma lo svincola da uno dei postulati più scontati nelle civiltà dei climi temperati. Da noi il
vestirsi, oltre a proteggere dal freddo e a svolgere svariate funzioni estetiche e sociali rispetta, pur
nel succedersi delle mode, un'approssimata e piuttosto meccanica connessione tra pudicizia e
quantità di pelle esibita in particolare intorno alle parti intime. L'assenza di questa connessione
conduce i “selvaggi” - nel senso di abitatori della selva - a elaborare un codice di comportamento
più sofisticato del nostro.
Il giorno dopo faccio un’altra scoperta quando per ringraziare Agenore per il tempo che mi
dedica, gli regalo uno dei miei bermuda. Agenore li accetta con piacere e li vuole subito indossare.
Si cava davanti a me quelli rossi e sporchi che indossa e noto che al di sotto ne porta già un paio
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verde. Prende i miei, li mette su quelli verdi e si riinfila i rossi. In tal modo se ne va in giro con ben
tre paia di calzoni e sebbene siano leggeri mi chiedo se non gli diano fastidio in quel caldo
equatoriale. Le tre paia di calzoni mi ricordano la storia di quel tale che non avendo mai posseduto
un orologio, nel momento in cui può finalmente permettersi il lusso, se ne allaccia tre sul braccio.
Non li porta per vedere l'ora ma per mostrare innanzitutto a se stesso che finalmente li possiede. La
sera torno con Agenore sull'episodio. A dispetto dello scarso portoghese di entrambi si è creato tra
di noi un clima di confidenza scherzosa e mi sfugge la battuta: scommetto che sotto i tre calzoni tu
porti ancora lo xenarù. Stavolta Agenore non ride, mi guarda di sfuggita e in silenzio volge gli
occhi lontano come per fissare gli alberi dove comincia la selva. Senza volerlo la mia battuta
infelice ha colpito nel segno.
Ne parlo con Rosalino, il responsabile della Missione. Sa con certezza che almeno un paio di
ragazzi che frequentano la Missione portano lo xenarù sotto le brache e non può escludere che
anche altri lo facciano. Agenore, se ha reagito a quel modo, con ogni probabilità è uno di loro. D'
improvviso mi rendo conto che per gli indios il pudore e la nudità hanno un senso ribaltato rispetto
ai bianchi. Per noi basta vestirsi per rispettare il pudore, e quanto più una persona è pudica tanto più
tende a coprirsi. Ma per un indio della foresta i vestiti non sono che degli impacci ridicoli e se
qualcuno di loro decide di indossarli non è per pudore ma soltanto per imitare i bianchi. Agenore
può divertirsi a indossare tre paia di calzoni uno sull’ altro ma se il suo sesso non resta imbrigliato
nello xenarù, di sicuro sente il disagio di infrangere una regola. Non conta che gli abiti coprano il
sesso, conta che lo xenarù lo renda “non pronto all'uso”. Per contro, agli occhi degli indios siamo
noi bianchi ad apparire impudichi. Che importa essere vestiti dal momento che essi sanno bene che
sotto gli abiti noi non portiamo alcuno xenarù?
C'è qualcosa che mi ricorda i popoli che praticano la circoncisione nel bisogno indio di
radicare la propria identità nella parte più intima del corpo. Ma con la fondamentale differenza che
la circoncisione rende quel radicamento irreversibile. Per gli indios non è così, lo xenarù si può
mettere e togliere, indossarlo in certe occasioni e abbandonarlo in altre, fino a dimenticarlo per
sempre quando ci si sente definitivamente assimilati. Ma chi può saperlo? Lo xenarù come metafora
dell' insondabile indianità profonda. Lo xenarù come ottimo indicatore empirico in una ricerca che
non potrà mai essere fatta.
3. Donne
A differenza degli uomini le donne indossano un costume talmente identico per tutte le età, da
sembrare una divisa. Si chiama pessimaki. Bimbette di cinque anni, giovani mamme, nonne che
ridono con la bocca sdentata non hanno addosso che una frangetta di cotone rosso vivo per coprire
il sesso e che a mo' di cintura avvolge i fianchi al di sopra delle natiche. E' una nudità antropologica
così generalizzata e così priva di intenzionalità seduttiva da farmi sentire come imbrigliato in uno
xenarù mentale. Sono arrivato a Catrimani da meno di un'ora e mi trovo seduto accanto a quelle
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donne che ridono, scherzano, discutono, allattano i loro piccoli come se io non ci fossi. Il mio
guardarle è come proiettare un faro nella notte, la luce si disperde nel buio senza rimbalzare su
nulla.
Con gli occhi scelgo a caso alcune di quelle giovani madri e mi sforzo di immaginarle
oggetto di desiderio. Non mi riesce, mi appaiono come l' “altro” assoluto, creature lontane anni luce
perché si possa lanciare un ponte, non dico di desiderio ma di curiosità reciproca. So anche che
pochi giorni basterebbero per far nascere gentilezze e sorrisi e scoprirci persone. Ma la mia
condizione di estraneo appena arrivato mi conduce a non vedere in loro che una nudità
insipidamente casta volta esclusivamente alla procreazione. I fondoschiena bene incorniciati dalla
cintura rossa, tutti dignitosamente piatti e alteri, paiono forgiati per il puro asessuato compito di
sedersi. I seni al vento non possiedono malizie erotiche ma sono soltanto ciò che stabilisce madre
natura, ghiandole mammarie per garantire nutrimento alla prole. In alcuni casi mi incuriosisce la
loro forma stramba. Forse per essere stati troppo a lungo poppati alcuni capezzoli sono cresciuti a
dismisura come polipetti violacei; in altri casi la base di un seno si è talmente ristretta da farlo
assomigliare a una banana curiosamente rivolta all'insù. Molte volte le due mammelle non sono
simmetriche, come se una fosse stata sfruttata più dell'altra. Sono seni succhiati per anni fino ad
inaridirsi e bambini già grandicelli si divertono ancora ad attaccarsi ogni tanto al capezzolo
materno. Non conoscono il ciuccio i bambini Yanomami e le mamme lasciano fare. I vizzi
rimasugli penduli delle nonne avvertono crudamente quale sarà il destino per tutte.
Sono tantissime le giovani donne Yanomami ad avere già partorito, mi dicono che di fatto non
c'è nessuna sopra i vent'anni che non abbia già partorito almeno una volta. Ragazzine di dodici,
tredici anni sembrano giocare con il fratellino e invece già porgono il seno al figlio. Se i neonati non
conoscono il ciuccio, le bambine non hanno tempo di conoscere le bambole. La maternità non
uccide l'infanzia, perché sono mamme-bambine quelle che allattando ridono e giocano tra di loro.
Alcune lasciano il figlioletto a sorelle o zie per correre con le amiche, altre in attesa si dondolano
nelle amache esibendo la grossa pancia nuda su cui la frangetta coprisesso diventa ancora più
esigua.
- Oi Segundo, tudo bem ?- Rosalino scambia qualche parola con un giovanotto che gli si avvicina
con due ragazze sorridenti e quattro marmocchi più o meno della stessa età. Le due ragazze si
tengono per mano, si vede che sono amiche strette. Sono anche molto simili e per un attimo ho la
sensazione di vedere doppio. Quando il gruppetto se ne va Rosalino mi spiega che le due ragazze
sono sorelle, entrambe mogli di Segundo. Poiché tra gli Yanomami vige il costume che lo sposo si
impegna a lavorare per la famiglia della sposa, chi desidera avere due mogli cerca di sposare due
sorelle, in modo che non aumenti il lavoro dovuto alla famiglia da cui le spose provengono. Chiedo
a Rosalino quanti sono a Catrimani i casi di bigamia. Non tanti, risponde, non più di cinque o sei in
tutta l’area. Quando tornai a Boa Vista Carlo mi diede una spiegazione in parte diversa delle
bigamie. Molte non nascono dalla “libidine” dell’uomo, ma dai complicati tabù che vigono nei
rapporti di parentela tra gli Yanomami. Può avvenire che un uomo sia l’ unico ad avere determinati
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requisiti legali e in quel caso le sorelle si possono sposare sol con lui. Carlo mi raccontò che in
passato incontrò , in un’ altra regione, un uomo sposato con ben quattro sorelle.
E' soprattutto sul finire del giorno che gli Yanomami di Catrimani appaiono ciò che sono
oggi, un giovane popolo di genitori che con i figlioletti scende dalle maloche e si sparpaglia negli
spiazzi intorno alla Missione a ciacolare con fratelli, cugini, cognati, zii, nonni sopravvissuti alla
moria di vent’anni prima. Alcuni si mettono in fila davanti all' ambulatorio gestito dalla FUNASA.
Sono esigenti e pignoli, mi dicono le assistenti sanitarie, spesso tornano a reclamare vaccinazioni
già fatte e medicine già distribuite. Altri si intrufolano nelle baracche della Missione alla disinvolta
ricerca di piccoli oggetti per la vita quotidiana (un sapone, del sale, una pila, una scatola di
fiammiferi, una grattugia per la manioca); altri ancora si sdraiano sull'erba per il solo piacere di star
lì. Un giovane mostra agli amici l'arco che si è appena costruito e lo tende verso il cielo per
controllarne l' efficacia, domattina lo inaugurerà in una battuta di caccia. E' quasi il tramonto.
Decine di mamme in lunga fila indiana, come antilopi di ritorno dall' abbeveraggio, risalgono lente
dal fiume con i figlioletti infilati nella bandoliera per alleviarne il peso. I loro uomini le aspettano
sui prati ma non ci sono effusioni d'affetto, gli Yanomami sono castigatissimi in pubblico. Scorgo
altoparlanti tra le fronde degli alberi ma non c'è musica, solo brusio umano e gli schiamazzi di tanti,
tantissimi bambini. Poi quando rapidamente imbruna tutti se ne tornano alla loro maloca. Alle sette
di sera, nel buio fitto della repentina notte equatoriale non c'è più nessuno tra le baracche della
Missione, ora i Padri sono soli e possono improvvisarsi la cena.
Quella scena di pace mi conferma l'impressione che la caratteristica dominante degli
Yanomami sia una sessualità spiccia e pudica, immediatamente rivolta a procreare. Pare che tutta la
loro vita ruoti intorno ai figli già nati e al prepararne di nuovi. Ma è sbagliato ritenere questo
comportamento come un tratto stabile di quel popolo, bisogna vedere il fenomeno storicamente e
salutarlo come una straordinaria ed entusiasmante reazione alle malattie e gli stermini che negli anni
'80 e '90 condussero gli Yanomami sull' orlo dell' estinzione. Non più di qualche centinaio ne erano
rimasti in tutta la foresta intorno al fiume Catrimani e oggi sono tornati ad essere qualche migliaio
con uno dei più alti tassi demografici del Brasile.
Come altri popoli massacrati e poi rinati, anche gli Yanomami sono oggi un popolo
miracolosamente rinato, che delle tragedie passate conosce solo il racconto dei sopravvissuti e per
esorcizzarle riempie il futuro di progetti e di figli. Ma senza la mobilitazione esterna di tante forze
amiche e in primo luogo dei Missionari della Consolata non ce l' avrebbero fatta. Dopo averli
salvati negli anni dello sterminio, quegli stessi Missionari gli insegnano oggi che imparare a
scrivere nella loro lingua, parlare portoghese, usare il computer non sono talenti da usare per
fuggire in città ma risorse per vivere più sicuri nella foresta. Sono sempre quei Missionari che con
un intuito prodigioso li aiutano a distinguere il grano dal loglio nello sterminato bazar dei beni
proposti dal mondo esterno. I pericoli non sono soltanto alcol e droga. Novità dall'apparenza
innocua avrebbero effetti devastanti sui fragilissimi equilibri di una comunità come quella che sta
crescendo nel bacino del Catrimani. I Missionari operano in modo che i loro amici indios ne restino
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immuni, almeno il più a lungo possibile.
Ne è un buon esempio il pessimaki che le donne portano come una divisa. Con una cintura
intorno ai fianchi, una frangetta sulla vagina e nulla sulle natiche non è possibile andarsene in giro
nei giorni del mestruo. Le donne di Catrimani si trovano oggi nelle identiche condizioni delle loro
nonne quando le videro i primi antropologi che agli inizi del secolo scorso raggiunsero gli
Yanomami nella foresta: per tutti i giorni del flusso destinate a restare chiuse nella maloca,
accoccolate in terra in modo che il sangue coli e affondi nella cenere del focolare. Chiedo a
Rosalino perché non usino gli assorbenti igienici. Un po' di fretta, un po' confuso mi risponde che
quelle sono cose da donna e lui non ci ha mai pensato. Mi rivolgo ad un' assistente sanitaria. Si
stringe tra le spalle, quella è l' usanza, dice, la FUNASA non ci ha mai dato disposizioni al riguardo.
Con un po' di faccia tosta ripeto la domanda ad un' altra donna. E' Suor Mary, una suorina kikuyu
del Kenia, nera come l'ebano e dal riso scoppiettante sui denti bianchissimi. Suor Mary ha studiato
e preso i voti a Roma, parla abbastanza bene l'italiano e altre sei lingue, lavora tra gli yanomami da
otto anni. Da quando è in Roraima si dedica alla causa delle donne indie di tutta la regione. Le
organizza, le aiuta a difendere i loro diritti e la loro dignità sul lavoro e in famiglia. Parlo con lei e
la sento in tutto una di noi, della nostra civiltà. Eppure non posso fare a meno di pensare che appena
una generazione fa, così nera, così riccia, così prognata, l'avrei percepita “un' altra”: prodigiosa
mutevolezza dei confini tra il noi e l’ altro.
Suor Mary mi spiega che proprio i giorni critici delle donne yanomami sono un punto su cui
noi bianchi dobbiamo capovolgere il nostro modo di pensare. Pannolini, assorbenti, tamponi, tutte
le cose che da noi le donne hanno salutato come una conquista di civiltà, un passo per mettere fine
all' inferiorità rispetto all' uomo, per le donne yanomami sarebbero una sciagura.
- Lo sai che qui le donne faticano come gli uomini se non peggio?- mi dice - Che oltre a curare i
figli e tenere pulita la maloca, devono aggiustare le amache, curare il pollame, grattugiare per ore la
manioca, fare cento lavori? Lo sai che gli uomini finita la caccia, se ne stanno a dondolare nell'
amaca tutto il giorno? E allora ben vengano quei quattro giorni di sangue tra le gambe, le donne li
aspettano come un riposo, sono l' unico momento in cui madre natura le protegge. E sta sicuro che
non si annoiano, rannicchiate accanto al fuoco trovano sempre qualcosa da fare! Mary si infervora:
-E poi non pensi alle altre conseguenze se dovessero arrivare gli assorbenti? Primo, bisogna pagarli
e gli Yanomami dove prendono i soldi? Ne hanno pochi, perché sprecarli in una cosa di cui non
hanno bisogno? Secondo, gli assorbenti bisogna buttarli via e dove li gettano? In poche settimane ci
sarebbero montagne di rifiuti puzzolenti. Terzo, i pessimaki che fine farebbero? Fanno parte della
cultura degli Yanomami, lo sai che tutte le donne imparano fin da bambine a tessere a mano il loro
pessimaki personale? E' l'indumento più pulito, più pratico ed economico che gli Yanomami
potessero inventare. Per me è anche il più elegante. Ti rendi conto che se il sangue non colasse nella
cenere non ci sarebbero che stracci sporchi e insanguinati?-.
E’ tardi ma Mary mi vuole ancora raccontare un episodio. Qualche mese prima c’era stato a
Boa Vista il primo grande raduno di donne indie nella storia del Roraima. C'era il problema di
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mandare una delegazione di donne Yanomami, e insieme al Tushawa lei ne scelse cinque tra le più
capaci di parlare. Non potevano presentarsi in pessimaki e Mary dedicò una settimana ad insegnare
come si fa ad indossare una gonna e una blusa. Alla più giovane capitò di avere il ciclo proprio nei
giorni del convegno e Mary dovette procurarle un pacco di assorbenti. La ragazza provò un tale
disgusto nel vedere il proprio sangue rappreso che si tolse l' assorbente, rinunciò a tenere la
relazione e restò tutto il tempo chiusa in albergo.
- E come farete la prossima volta?- chiesi a Mary.
- Non lo so ancora, forse la Madonna della Consolata ci darà un'idea! - rispose e scoppiò in una
squillante risata kikuju.
4. Infanticidi
Venni a sapere che gli Yanomami praticano l' infanticidio nella prima conferenza che mi
accadde di ascoltare su quel popolo. Parlava Silvano, come ho scritto all’ inizio di queste pagine:
- Se usate i vostri criteri di bianchi, di europei, di benpensanti, di cresciuti nella comodità e nel
benessere voi potrete solo condannare e deprecare, ma non capirete mai le ragioni di quel popolo-.
Spiegò che gli Yanomami se sopprimono un bambino che nasce in tempi troppo ravvicinati al
fratello maggiore, lo fanno soltanto per salvare la vita di quest'ultimo. Una madre che sceglie di
tenere in vita il secondo figlio condanna a morte lui e anche il primo.- affermò perentoriamente. Poi
proseguì: - Nella selva amazzonica un bimbo fino a tre anni non cammina da solo, la mamma deve
caricarselo sulle spalle e più di uno alla volta non può. Di conseguenza possono avere un figlio solo
ogni tre anni, la lotta per la sopravvivenza obbliga a sacrificare chi si affaccia alla vita per salvare
chi già vive-.
Erano parole insolite sulle labbra di un sacerdote e mi chiesi se quella giustificazione
darwiniana dell' infanticidio non fosse che il soliloquio di un missionario eccentrico a cui ha fatto
male vivere troppi anni in Amazzonia oppure se esprimesse la comprensione di una parte della
Chiesa per situazioni estreme che motivi di opportunità consigliano di far circolare solo tra gli
addetti ai lavori. Ma se è così, mi chiedevo, la sacralità della vita fin dall’istante del concepimento è
un obbligo solo per i popoli privilegiati che possono permettersi questo lusso? Dove va a finire
allora la condanna del relativismo etico?
Più tardi lessi in alcuni libri (Cocco, Peters, Chagnon) che tra gli Yanomami vige il costume
di sopprimere anche i neonati deformi o troppo gracili., il più debole di due gemelli, le femmine se
ce ne sono già troppe in famiglia e i bambini che i padri ritengono non siano loro figli. Non pesa
quindi solo il criterio dei più adatti alla sopravvivenza, pesano anche criteri sessuali e genetici. Un
neonato può avere tutti i crismi per stare al mondo ma se il padre per qualche motivo sa o sospetta
che non è suo, può decidere che sia soppresso. Poco prima di partire per il Brasile mi venne tra le
mani un opuscolo evangelico che denunciava la natura demoniaca delle credenze yanomami e come
prova riportava che quel popolo usa mangiare la carne dei neonati soppressi. Ce n'era abbastanza
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perché arrivato a Catrimani l'infanticidio fosse una delle mie prime domande[GB1].
- Che gli Yanomami mangino la carne dei bambini uccisi alla nascita è una delle tante menzogne
fatte circolare dagli YWAM, un gruppo estremista evangelico - mi risponde secco Laurindo, un
missionario grande e grosso con un cappellaccio alla texana in testa. Mentre parliamo continua a
riparare il motore del vecchissimo autocarro della Missione. Anche lui ha visto delle fotografie in
cui pare che alcuni Yanomami stiano banchettando con resti di bambino:
- Ma quelle non sono che scimmiette uccise con una freccia al curaro. Anch’io ho mangiato carne di
scimmia. Certo che quando te le portano davanti arrostite, devi avere stomaco e fame perché a un
bambino somigliano per davvero. Ma non lo sono, ti rassicura vedere che hanno la coda- .
So che gli Yanomami cremano i morti e mangiano un po’ della loro cenere mescolata a
manioca. Chiedo a Laurindo se fanno lo stesso con i neonati uccisi. Mi risponde di no, quello è il
rituale funebre per i morti. Ma i bambini eliminati alla nascita non sono considerati morti, per gli
Yanomami non sono nemmeno nati.
- Allora che ne fanno? - Li gettano in un buco. Qualche tronco d'albero, la tana di un armadillo o di qualche altro animale.
O semplicemente li lasciano alle formiche - Come li uccidono? - Gli riempiono la bocca di foglie o gli schiacciano il collo con il piede-. Chiedo a Laurindo se
hanno mai cercato di salvarne qualcuno - Certo che ci proviamo ma non sempre riusciamo. Bisogna avere pronta un’altra madre o magari
una suora che si impegna ad allevarlo. Dopo qualche anno può avvenire che i genitori accettino il
figlio e se lo riprendono. Ma bisogna sempre stare attenti a non urtarli-.
Intuisco amarezza nelle sue parole. Mi confida che una volta si incaponì a salvare un bambino
che sapeva sarebbe nato con dei problemi. E’ vissuto nove anni e poi è morto, racconta.
Ripensandoci era quasi meglio lasciar perdere. Laurindo ebbe tensioni con la sua famiglia perché
non capivano la sua ostinazione. Poi spiega:
- Dobbiamo sempre ricordare che per gli Yanomami essere partorito non equivale a cominciare a
vivere. Appena uscito dal ventre della madre è come se il bambino dovesse passare un esame e può
non passarlo. Per loro la vita comincia soltanto nel momento in cui la mamma prende in braccio il
neonato e lo allatta. Allora il piccolo entra nella comunità anche se prenderà il nome soltanto a
cinque anni, quando avrà un carattere abbastanza formato per averne uno adatto. Prima è chiamato
solo come figlio di sua mamma -.
Per gli Yanomami nascere non è dunque un atto biologico ma un atto sociale, un processo che
si completa nel tempo. Ma la natura sociale del nascere non è che l' effetto dell’assoluta mancanza
di mezzi per intervenire prima (se si esclude l'aborto provocato a furia di calci e pugni sul ventre
della gestante). Da noi, gente ricca e tecnologica, una coppia può decidere se e quando avere un
figlio, curare la fertilità o bloccarla, abortire in anestesia o ricorrere alla fecondazione artificiale:
tutti atti sociali che riducono il parto alla conseguenza puramente biologica di decisioni precedenti.
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In queste condizioni è chiaro che l'infanticidio ci fa raccapriccio. Ma per gli Yanomami è tutto
capovolto. La libertà di scegliere che noi diluiamo nell' arco di mesi e di anni, per loro si concentra
drammaticamente nell'istante della nascita, quando la natura ha fatto il suo corso e subentra la
responsabilità umana di far vivere o sopprimere. Obbligati ad accettare le gravidanze come eventi
naturali e inevitabili gli Yanomami non possono fare altro che scegliere alla fine (il preservativo è
sconosciuto, ma anche se lo conoscessero apparirebbe come l'ennesima grottesca stramberia dei
bianchi, un ridicolo pendaglio capace soltanto di togliere spontaneità e piacere all'atto sessuale).
Presto altre chiacchierate mi aiutano a capire che queste mie riflessioni colgono solo una
parte del problema. Rosalino mi informa che durante la grande moria degli anni '80 e '90 gli
infanticidi erano quasi scomparsi. Gli Yanomami facevano vivere perfino gli sciancati, ogni rara
nascita era preziosa per salvare la comunità. Gli infanticidi sono ricomparsi dopo, quasi come un
freno alla crescita demografica fin troppo vivace. E poi non bisogna dimenticare l' abbandono quasi
totale degli aborti, continua Rosalino. Le donne non accettano più la tortura di essere prese a calci
in pancia rischiando di morire, preferiscono portare avanti la gravidanza fino alla fine e poi si vedrà.
Se decidono che il bambino non deve vivere hanno il vantaggio di offrire il nuovo prezioso latte di
puerpere ai figli che già esistono. Non è raro vedere bambini di quattro o cinque anni che poppano
ancora.
Le parole di Rosalino mi ricordano che in antropologia come in qualsiasi altra scienza sociale
è necessario avere una visione storica, che i costumi cambiano sotto l’impatto di eventi esterni, che
anche tra gli Yanomami i singoli soggetti hanno un margine di libertà nel decidere una cosa o
l'altra. Mi ritrovo a pensare che in certi casi perfino il crollo degli aborti a favore dell'infanticidio
può essere paradossalmente visto come un progresso del costume.
- Va a vedere le statistiche demografiche - Rosalino mi consiglia alla fine - Ho l' impressione che
negli ultimi anni gli infanticidi siano un po' diminuiti-.
C’è una propaggine di burocrazia statale a Catrimani, nella baracca delle assistenti sanitarie.
Qui tre ragazze lavorano con contratti precari rinnovati di tre mesi in tre mesi come dipendenti del
Ministero brasiliano della salute. Oltre che a vaccinare e a dispensare farmaci generici, devono
tenere aggiornato lo stato civile. Due di loro sono bianche, la terza, Aldemira, è un' india makuxì ed
è quella più disposta ad aiutarmi. I Makuxì condividono con gli Yanomami la sorte di vivere nel
Roraima e di essere stati tra gli anni '70 e '90 oggetto di attacchi, soprusi e stragi da parte dei coloni
bianchi bramosi di appropriarsi delle loro terre. Molto più evoluti degli Yanomami, hanno saputo
organizzarsi politicamente e difendere con successo l' area in cui abitano. Oggi quasi tutti i giovani
Makuxì vanno a scuola e molti trovano lavori non tradizionali. Con il suo diploma di assistente
sanitaria Aldemira è una di questi. Mi fa specie percepire lei, india, come “una di noi” e sentirla
parlare degli Yanomami come di gente affidata alle sue cure professionali ma con cui lei non ha
nulla da spartire.
Aldemira mi porge due grandi quadernacci in cui sono segnati a penna i nati e i morti di
tutte le diciassette maloche di loro competenza. Tra le morti la causa principale sono gli infanticidi.
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Pagine e pagine sono burocraticamente ricoperte da questa parola, intervallata ogni tanto da qualche
altra causa di morte: morso di serpente, polmonite, trauma cranico, causa sconosciuta. A occhio e
croce calcolo che quasi quattro morti su cinque sono infanticidi. Se non ci fossero, i nugoli di
bambini di Catrimani sarebbero ancora più fitti di quelli che ho visto al mio arrivo. Chiedo ad
Aldemira come fanno a sapere di tutti quegli infanticidi, mica gli Yanomami vengono a denunciarli.
- E’ molto facile – mi risponde - Noi teniamo sotto controllo tutta la popolazione delle nostre
maloche. Se vediamo una donna con il pancione e d'un tratto ci ricompare davanti sgravata e senza
bimbo è chiaro che è stato ucciso e allora lo registriamo.
- Nessuna viene a partorire nell'ambulatorio?- Nessuna. Non abbiamo le attrezzature e non siamo levatrici. Tutte continuano a partorire nella
foresta con l'aiuto di altre donne. Così possono continuare a decidere in libertà se tenere il bambino
oppure buttarlo via -. Le chiedo se non hanno mai fatto una statistica del rapporto tra nascite e
infanticidi nel corso degli anni. Aldemira si stupisce della mia domanda, non è previsto dal loro
lavoro e non ci hanno mai pensato. Le tre ragazze registrano diligentemente nascite e cause di
morte nelle diciassette maloche, poi tutto si ferma lì, nessuno gli ha mai chiesto un riepilogo, una
statistica. Eppure è facile fare un calcolo, basta confrontare i due quadernacci che riportano i dati
degli ultimi tre anni, dal 2007 a tutto il 2009, fino all' ultima nascita di ieri 25 febbraio. In meno di
mezzora mi vengono fuori queste cifre :
nascite
infanticidi totale % infanticidi
2007
2008
2009
41
49
39
13
12
6
54
61
45
24,1 %
19,7 %
13,3 %
E’ anche registrato un solo aborto nel 2007. Dunque in tre anni gli infanticidi sono quasi
dimezzati e nessuno lo sapeva! Sono cifre che inducono all’ottimismo e mi viene voglia di andare a
commentarle subito con Suor Mary. La trovo nella sua baracca intenta a riordinare delle carte. Tra
un paio di giorni lascerà la Missione di Catrimani e andrà per tre mesi oltre Yawaripë, in una
comunità isolata a quattro ore di marcia. Lassù non ci sono missionari e farà lo stesso lavoro che ha
fatto a Catrimani per otto anni, dialogare con le donne e aiutarle a organizzarsi. In quel villaggio
parlano una versione di lingua yanomami differente da quella di Catrimani e almeno nei primi
tempi avrà problemi di comunicazione. Si impiegano anni per imparare una lingua astrusa parlata
da poche migliaia di persone, poi basta spostarsi di qualche ora di marcia per trovare un'altra lingua
e dover ricominciare da capo. Tutto dipende dalla drammatica carenza di missionari.
Porto il discorso sul calo degli infanticidi. Non conoscevo queste cifre, mi dice, ma so quanti
bambini che dovevano morire abbiamo salvato. Racconta che qualche volta sono state le madri a
venire a chiedere aiuto alla Missione, altre volte si è recata lei da loro per cercare di convincerle:
- L’ ultima volta sono andata in una comunità dove una donna doveva partorire, sono rimasta tre
settimane di fila nella maloca. La mamma voleva uccidere, ma io ero là nel momento della nascita,
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non volevano aiutare la bambina a respirare, allora io l’ho presa, le ho dato un colpo nella schiena e
si è messa a piangere. Mi hanno detto tu hai chiamato la bambina che era già andata nell’ Utumosi ,
perché l’hai fatto? Non vedi che la mamma ha già un’altra bambina? Va bene, ho risposto, io posso
aiutarvi. E’ diventata una bambina bellissima, poco a poco hanno cominciato ad accettarla, mi
hanno solo chiesto che quando compie cinque anni, sarò io responsabile di darle un nome. Io ho già
scelto il nome ma non lo dico. Mi hanno anche chiesto, nel caso che muoia prima, di mangiare le
sue ceneri e io ho accettato. Questo è stato un aiuto, ho dimostrato che la vita è importante -.
Chiedo a Mary come reagisce se nonostante le sue insistenze i genitori uccidono il neonato:
- Resto in silenzio e vedono la mia tristezza. Non ho bisogno di parlare, mi basta che sappiano che
non sono contenta e forse servirà per la prossima volta. Anche perché nel fondo del cuore io sono
convinta che per loro non è uccidere. Questa è una parola nostra, loro decidono solo se ammetterli
alla vita. Proibire, condannare non serve a niente. Io ho sempre paura di dare giudizi che causano
disaccordo tra di noi. Il nostro è un dialogo inter-culturale e deve restare così. Io spiego soltanto
quando secondo me comincia la vita e poi continuiamo a parlare. Loro mi dicono che la nostra
biologia è tutta sbagliata, non credono che la vita comincia con lo spermatozoo che entra nell’ovulo.
Non sanno nulla di tutto questo. Per loro conta solo l’uomo che mette il seme nella donna e il
bambino si forma da solo, prima la testa, poi il corpo, poi i piedi e le mani. Ma quando esce il
bambino è inanimato e allora tocca alla mamma dargli la vita prendendolo in braccio. Io gli spiego
che non è così, adesso alcune mamme mi credono, altre non ancora. Non ho fretta che mi credano,
voglio solo che sappiano che un altro popolo la pensa in modo diverso.Le parole di Mary mi avvertono che la spiegazione hard sull’ infanticidio come effetto della
mancanza di tecnologie per intervenire su concepimento ed embrione deve essere completata da una
spiegazione soft, vale a dire culturale, sulla convinzione yanomami di come si forma la vita. Solo
negando che il bambino sia già vivo possono sopportare il peso di sopprimerlo. Al tempo stesso
Mary mi avverte che quella spiegazione sta vacillando perché sempre più mamme vogliono salvare
le loro creature. Ancora una volta siamo di fronte a un esempio concreto di come l’antropologia
tradizionale alla Malinowski che vede un gruppo etnico come “altro da noi” perché compattamente
legato a credenze e tradizioni stabili, debba essere rimpiazzata da una visione dinamica e interattiva,
dove i neovenuti, siano essi missionari, mercanti, studiosi o garimpeiros, intrecciano una rete di
scambi con la comunità dei nativi e contribuiscono a cambiarla. La sfida dei Missionari di
Catrimani è di mantenere l’identità etnica degli Yanomami e al tempo stesso “umanizzarli” secondo
criteri in cui l’ etica cristiana coincide con un’ etica laica di civiltà. In questa prospettiva Mary e
altre suore che non ho conosciuto conducono un lavoro paziente, capillare, fatto di dialogo, di
presenza e di negoziati. Ma non posso fare a meno di chiedermi: adesso che Mary va via il suo
lavoro sarà salvato oppure l’ infanticidio tornerà a salire?
Quando lasciai Catrimani e tornai a Boa Vista un pensiero continuò ad arrovellarmi: gli
infanticidi calano ma è solo la superficie del fenomeno. Che cosa cambia nel profondo delle
coscienze e nella decisione di far vivere o di eliminare il neonato? Forse il maggior numero di
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bambini ammessi alla vita è una spia che sta crescendo di importanza il parere della mamma
rispetto a quello del padre, della famiglia e soprattutto delle levatrici. Ma è solo una mia congettura
o è proprio così ? Chi veramente decide, quando e come, se tenere un bambino o buttarlo via ?
Rivolgo queste domande a Gianfranco, un missionario che è vissuto cinque anni tra gli
Yanomami. Gianfranco mi risponde che dipende da caso a caso perché giocano fattori e circostanze
diversissime. Ma ricordati sempre una cosa, mi dice: che per gli Yanomami ci sono le parole che si
dicono di giorno e quelle che si dicono di notte. Le prime hanno poco valore, solo quelle dette di
notte ne hanno. Ma sono le parole che noi bianchi non sapremo mai. Io credo che tra gli Yanomami
tutte le nascite e tutte le morti sono decise da parole dette di notte.
5. Maloca
Ventidue maloche gravitano intorno alla Missione di Catrimani, per un totale di quasi mille
persone. Le maloche più vicine si trovano a un quarto d’ora di cammino, le più lontane a oltre sei
ore di marcia. Con Agenore mi avvio alla prima maloca. Annunciata dal crescente via vai della
gente man mano che ci avviciniamo, eccola d’improvviso come un enorme ovulo rovesciato in uno
spiazzo in mezzo alla foresta. In cima una lunga trabeazione la conclude e la orna come un ciuffo.
La paglia spessa e ben pettinata dell’unica, avvolgente parete corre a raccogliersi verso l’alto ma per
illusione ottica pare che sia essa a uscire dalla trave sospesa nel cielo e a calare fino a terra. Ben
chiusa nella sua scorza di foglie a chiazze giallastre e marroni, la maloca unisce la rustica eleganza
di un sofisticato pagliaio alla misteriosa solennità di un tempio arcaico. In cima sventola la bandiera
giallo-verde del Brasile, chissà se issata per gioco o per avvertire che anche quegli indios sono
cittadini brasiliani.
Penetro curvandomi in un basso pertugio. Abbacinato dal sole non vedo nulla, poi piccoli
squarci di luce sapientemente collocati qua e là come in una chiesa postmoderna mi aiutano a
muovermi nella penombra. Sotto quella cupola ardita e fragile, interamente fatta con incastri di pali
e intrecci di liane, contemplo l’ingegnosità costruttiva a cui è potuto giungere un popolo fermo a
una tecnologia neolitica.
In quell’ora mattutina la maloca sembra vuota, rudimentali tramezzi segnano le aree delle
famiglie che ci vivono e che adesso sono fuori a cacciare a pescare, a raccogliere bacche e frutti.
Solo una vecchia seduta in terra accanto a un braciere spento è intenta a grattugiar manioca. La
saluto e lei mi porge un po’ della sua farina. Tante amache sovrapposte penzolano qua e là come le
sartie di un veliero a riposo. Mi occorre un po’ di tempo per accorgermi che in alcune di esse si
nasconde una mamma con il suo piccino e mi spia. La notte qui dentro dormono più di quaranta
persone. Immagino il loro sonno, il russare, il frignare dei bambini, i rumori del corpo, il calore
umano di una comunità preistorica che si raccoglie e si sente sicura in quel guscio di legno e paglia.
Non ci sono latrine intorno alla maloca, la gente va “alla natura”. A Boa Vista Carlo mi confidò che
anni prima un errore dei missionari fu di tentare di convincere gli indigeni a usare il gabinetto. Essi
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rifiutarono disgustati che si potesse accumulare tanta lordura in un luogo specifico, dal momento
che la natura decompone e assorbe in pochissimo tempo la materia espulsa dal corpo. Per gli
Yanomami, come il fluire del sangue mestruale nella cenere del focolare è la via più semplice e
igienica per liberarsene, così lo è il disperdere gli escrementi nella selva. In un sistema
integralmente regolato dalla natura ogni artificialità può provocare un collasso ecologico.
Dentro la maloca mi aspettavo di respirare un’aria pregna di odori organici, l’aria invece è
pulita e la terra scura e piana. La maloca è nuovissima, mi spiega Agenore, non ha ancora avuto il
tempo di assorbire il trasudare quotidiano dei suoi abitanti. Ogni due o tre anni gli Yanomami
distruggono quella vecchia e ne erigono una nuova più distante. Lo fanno un po’ per liberarsi della
sporcizia e dei parassiti che pullulano nella maloca abitata da troppo tempo e un po’ per insediarsi
in un’area meno sfruttata di frutti e di prede[GB2]. Poiché per costruirne una ci vogliono alcuni
mesi, vuol dire che almeno un quarto della vita di una comunità yanomami è dedicata a fare e
disfare l’ abitazione.
Ma gli Yanomami non hanno soltanto la maloca come tipo di casa. Hanno anche lo shabono,
una sorta di ciambella suddivisa in tante sezioni quante sono le famiglie che ci abitano e con al
centro un grande spiazzo scoperto. Alti pali tutto intorno allo spiazzo sorreggono il tetto di paglia
spiovente all’esterno fino al suolo. Anche qui si accede attraverso pochi varchi facili da ostruire.
Entro in un grande shabono non ancora finito, alcune famiglie già abitano la loro sezione, altre se la
stanno costruendo. Non hanno fretta, per settimane e forse mesi vivono sotto stuoie improvvisate
dondolandosi per ore nelle amache. Arrivano due ragazze curve sotto il peso di due grandi gerle
colme di foglie di palma. Le riconosco, sono le spose di Segundo e proprio lui ora spunta
dall’amaca dove si era acquattato ad aspettarle. Svuotano le gerle, poi Segundo prende a cucire le
foglie una accanto all’altra. Servono ad allungare il tetto sopra i pali dove già pendono le loro tre
amache.
Chiedo ad Agenore perché alcuni Yanomami preferiscono lo shabono alla maloca. Lui non lo
sa e si limita a rispondermi che la scelta è presa sempre da tutta la comunità insieme agli Xapuri
(sciamani) e al Tushawa. [GB3]Lo shabono, dove ogni famiglia vive in uno spazio separato da
pareti laterali[GB4], mi sembra il primo passo verso una maggiore riservatezza. Non si dorme
ammassati sotto lo stesso tetto dove nulla se non l’oscurità nasconde i gesti intimi. Penso che lo
shabono potrebbe essere il compromesso tra la vita totalmente comunitaria della maloca e la spinta
individualistica che già induce altre comunità Yanomami a costruirsi capanne unifamiliari. Ma
difficilmente sarà così perché oggi la vera sfida passa tra la maloca e le capanne unifamiliari.
Per capire l’importanza della posta in gioco bisogna tenere presente che la maloca non è solo
un’abitazione, è il simbolo dell’intera vita materiale e spirituale di una comunità Yanomami. Le
ragioni per cui i Missionari della Consolata la difendono sono esattamente le stesse per cui tanti altri
bianchi vogliono distruggerla.
-La maloca è un luogo teologico – mi disse un giorno Silvano, il vecchio missionario che per primo
mi raccontò degli Yanomami. Parlava di getto, la nostalgia del popolo presso cui aveva trascorso
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gli anni più intensi della sua vita gli dava un’ energia emozionata e lucida:
- E’ un luogo teologico perché vi abita Dio, nel senso che la maloca è il cuore della comunità, è il
ventre in cui si costruisce la società. La maloca è il luogo dove si compiono tutte le azioni che
definiscono l’orientamento della persona e della comunità, che formano quindi la struttura e la
cultura, che associano il mito al rito e al costume. La maloca è il luogo dove agiscono le persone
specializzate in una forma di sacerdozio: dove c’è lo sciamano curatore e mediatore tra le forze
soprannaturali e quelle umane e dove c’è un liturgista che sa tutto sui riti e sui miti, che riesce
quindi a dirigere la comunità come cantatore e danzatore perché nel loro culto danza e canto sono
essenziali secondo formule tradizionali che non possono essere modificate.
Nel suo apologo delle comunità Yanomami intrise di senso religioso e naturalmente buone
coglievo accenti di Durkheim e Rousseau:
-Nella maloca la scuola non è istituzionale come da noi, è una scuola esistenziale dove tutti i
membri della comunità sono maestri e dove tutti insegnano qualcosa, dove i bambini si inseriscono
armonicamente perché si trovano in mezzo alla realtà e si sentono bene, perché guardano le cose in
modo conforme alla loro capacità di intenderle… Con lo scorrere degli anni il bambino se è
maschio diventa cacciatore e guerriero, se è femmina si prepara alla maternità. Così tutti, maschi e
femmine, si inseriscono nella comunità -. Non resistetti alla tentazione di replicare:
-Tu descrivi un mondo ideale. Ma quanto tempo pensi che potrà durare?-. Ci fu un lungo silenzio e
quando Silvano riprese a parlare la sua voce era tornata fioca:
-Noi Missionari della Consolata abbiamo sempre difeso la maloca con tutte le nostre forze. Allo
stesso tempo è inevitabile l’incontro con il bianco che noi cerchiamo di ritardare ma non possiamo
evitare. Questa linea ci ha messo contro la maggioranza dei politici locali, i militari, gli agrari, tutti
coloro che in nome del progresso vorrebbero “normalizzare” gli Yanomami e sfruttarne la terra.- Poi
mi raccontò un episodio. Anni prima il presidente della FUNAI in una visita a Catrimani andò su
tutte le furie quando scoperse che non c’erano casette unifamiliari ma soltanto maloche. Tornato a
Manaus dichiarò in una conferenza stampa: i Missionari della Consolata la dovranno pagare perché
permettono ancora agli indios di vivere in un porcile!
Il suo era un argomento facile perché in verità è impossibile avere una maloca pulita secondo i
nostri criteri. Pulci penetranti, pidocchi, scarafaggi, moscerini succhiasangue infestano la maloca
provocando malattie e infezioni. Ecco il vero dilemma: avere il coraggio dei Missionari della
Consolata che per rispetto della cultura yanomami e dei suoi valori comunitari mantengono la
maloca con la sua sudicia spiritualità ? Oppure fare come i Salesiani che in nome del Vangelo e del
progresso hanno distrutto le maloche, svuotato miti e riti dei significati originari, battezzato in
massa, imposto il portoghese, trasformato la gioventù Yanomami in ordinati scolaretti di Don
Bosco?[GB5]
6. Sciamani
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Sui trent’anni, alto, pasciuto, in braghette azzurre, con un berrettino a visiera nero ben calcato
in testa, avrei potuto prenderlo per un meccanico, un elettricista o magari un benzinaro per via del
berrettino. Mai avrei sospettato che fosse uno sciamano, e invece subito me lo indicano quattro o
cinque giovani amici di Agenore, non appena mi lamento che da quando sono a Catrimani non ho
ancora incontrato uno xapuri, vale a dire uno sciamano. Si chiama Ateman e non capisco se è il suo
nome vero – cosa improbabile perché tra gli Yanomami il nome vero è conosciuto solo dagli intimi o se è il suo soprannome, e allora mi chiedo perché non si sia scelto un rotondo e sonoro nome
portoghese. Ateman sta chiacchierando con Laurindo a pochi passi da me. Mi avvicino e gli chiedo
se mi può curare il collo che tem doença. Un po’ è vero perché ogni tanto soffro di artrosi cervicale,
un po’ è falso perché da quando sono in Brasile non ho più avuto attacchi. Ateman interroga
Laurindo con gli occhi, Laurindo gli accenna di sì e Ateman viene subito con me. Sono quasi le
sette di sera e intorno c’è il solito via vai di gente. Mi siedo sugli scalini della mia baracca e indico
ad Ateman dove mi fa male. Lui in piedi comincia a recitare una nenia ritmata, con molti gorgoglii
di gola e schiocchi di lingua e intanto mi preme le dita sul collo. La nenia cresce di tono, suppongo
che Ateman si stia rivolgendo allo spirito che mi tormenta. Le sue parole diventano più forti e
imperiose, urla e impreca contro il maligno, cerca di fargli paura. Intanto il massaggio si fa più
profondo, mi sembra che le sue dita quasi mi entrino nel collo e nella spalla, avverto dei guizzi
nervosi. D’un tratto nenia e massaggio si affievoliscono come se Ateman dovesse riprendere forza.
Ma poi eccolo riesplodere con urla, minacce, intimazioni allo spirito cattivo di andarsene, le sue dita
tornano a guizzarmi come serpi sul collo. Il rito dura una buona mezzora, è molto più lungo di una
terapia con gli ultrasuoni. Ateman ce la sta mettendo tutta, un ultimo sforzo, un rantolo e alla fine
esausto tace. Lo spirito se ne è andato ma non è finita. Un attimo di pausa, poi Ateman prende a
soffiare come per disperdere nell’ aria le rimanenze dello spirito cattivo e si stropiccia le mani come
per nettarsele da ciò che ha dovuto toccare per guarirmi.
Per riconoscenza mi tolgo la maglietta e gliela porgo. Sul petto è stampato un quadro di
Jeronimus Bosch, un grande pesce con in groppa due ragazzi. Molti Yanomami l’avevano guardato
incuriositi, quel disegno gli accende la fantasia, probabilmente evoca qualche loro mito. La
maglietta è sporca ma non fa nulla, Ateman la prende contento e se ne va. Mi sento stranamente
stanco e devo riposare un bel po’ prima di raggiungere a cena i miei amici missionari .
Di sciamani a Catrimani ce ne sono parecchi e certamente alcuni sono molto più importanti di
Ateman. Ma per un estraneo è difficile sapere chi sono e ancora più difficile è vederli impegnati in
veri riti. A Manaus e dintorni un turista può pagare per uno spettacolo con tutti gli ingredienti più
appetitosi, ma a Catrimani gli sciamani sono una cosa seria e per fortuna i turisti non sono mai
arrivati.
Su una parete della minuscola cappella della Missione è appeso il quadro della Madonna
Consolata, sulla parete accanto c'è l'ingenuo affresco di sei figurine con le braccia alzate che
sostengono un arco azzurro. Sono gli sciamani che reggono il cielo come racconta uno dei maggiori
miti yanomami e se dovessero morire, il cielo cadrebbe sulla terra. Albert (1995) ha tradotto il mito
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in una metafora comprensibile agli occidentali: la scomparsa degli sciamani significherebbe la
scomparsa del popolo Yanomami e la distruzione della foresta amazzonica con conseguenze
catastrofiche per il pianeta. Suor Mary mi dice che nella cappelletta non entra mai nessun indigeno
e ne desumo che l'affresco non è lì per loro ma per ricordare ai missionari che essi operano in
mezzo a un popolo che crede in quel mito e che la religione sciamanica merita rispetto come tutte le
grandi religioni umane.
Luigi Cocco (1975) scriveva che tra missionari e sciamani ci sono rapporti cordiali. Oggi
dopo le stragi degli anni '80-'90, cordialità e buon vicinato di villaggio non bastano più. Per salvare
gli Yanomami e dargli un futuro occorrono iniziative politiche estese a tutta la loro regione. Uno dei
maggiori ostacoli è la distanza fisica: poche migliaia di persone vivono su un territorio impervio e
grande come l'Italia settentrionale (senza contare quelli che vivono in Venezuela). Di qui la
necessità di moltiplicare gli incontri, prima tra le tante comunità Yanomami e poi tra queste e gli
altri popoli indios. I Missionari della Consolata hanno capito che per realizzare il progetto
occorreva puntare innanzi tutto sugli sciamani che sono l’élite del popolo Yanomami. Hanno deciso
così di organizzare ogni anno un raduno nei pressi di Catrimani. Sciamani di ogni parte, distanti
anche settimane di cammino, arrivano a piedi, in canoa, se possono in aero-taxi e per tre giorni
vivono in una maloca interamente riservata al loro incontro. Con i missionari discretamente dietro
le quinte, i convenuti ornati di piume e pitture sul corpo danzano, cantano, si inalano yakoana nelle
narici, vanno in trance, sanano persone, discutono il loro modo di essere sciamani e il rapporto tra le
cure tradizionali e quelle dei bianchi, si scambiano informazioni sulle loro comunità, sui pericoli
scampati e quelli incombenti, su come affrontare nuove battaglie per i loro diritti. Gli Yanomami
non conoscono la distinzione bianca tra festa religiosa, spettacolo, guarigioni e politica. In loro arti
antiche e problemi nuovi si mescolano in un flusso indistinto. Spesso sono costretti a parlarsi in
portoghese perché le loro versioni di Yanomami sono ormai cosi distanti da non potersi più capire.
Nasce in quegli incontri la consapevolezza di essere un popolo e non soltanto un insieme
sparso di comunità in perpetua diffidenza reciproca. Cresce un impegno politico vent'anni fa
impensabile in una casta dedicata unicamente a mediare tra mondo degli uomini e mondo degli
spiriti. Come essere poeta o sacerdote non impedisce altre attività, così oggi essere sciamano non
impedisce, anzi aiuta a cimentarsi in esperienze lontane dal terreno tradizionale.
E' la straordinaria avventura di Davi Kopenawa. Sulle prime manco lo riconobbi quando
tornato da Catrimani a Boa Vista mi recai all'Hutukara, il centro sociale yanomami di quella città.
Seduto a un tavolino nell' ingresso, tutto preso nel fare i conti dei soldi raccolti in una
sottoscrizione, quell'indio ormai troppo pingue mi parve un ragioniere alle prime armi. Invece era
proprio lui, Davi, il leader carismatico del popolo yanomami. Orfano di padre fu allevato dal
secondo marito della madre e quando anche lei morì in un’ epidemia di morbillo fu accolto da una
missione protestante. Ma non vi rimase molto tempo. Pieno di rabbia per le violenze dei bianchi,
tornò dal patrigno che gli insegnò l'arte dello sciamano. Davi fu tra i primi a capire la necessità che
fosse un indio a dare voce alla protesta del suo popolo senza delegarla a un bianco e così di podio in
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podio giunse a Brasilia e poi fino all' assemblea dell'ONU e nei parlamenti di molti paesi. Ora i
suoi discorsi in un elementare portoghese viaggiano in rete su tutti i siti impegnati a difendere la
causa degli indios e dell'Amazzonia. Quel giorno all'Hutukara non c'era nessuno al banco e così fu
Davi in persona a vendermi alcuni oggetti di artigianato del suo popolo.
Sul raduno di Catrimani mi piace finire con un episodio. Rosalino mi disse che quell'anno
sarebbero giunti per la prima volta anche alcuni sciamani cattolici delle missioni salesiane dell'alto
Rio Negro.
-Sciamani cattolici? Mi prendi in giro!- quelle parole più che un ossimoro mi parvero una
irriverente freddura. Ma Rosalino non scherzava, mi assicurò che gli sciamani cattolici esistono per
davvero.
-Ma il pragmatismo dei Salesiani dovrà pure avere un limite!- esclamai- gli sciamani sono i
sacerdoti di un'altra religione e hanno dei poteri ambigui. Non fanno solo del bene, possono fare dei
malefici con effetti mortali. Come è possibile battezzarli?
-Mah, vallo a chiedere ai Salesiani- rispose Rosalino. Non c’era nessun Salesiano a cui chiedere ma
ancora una volta fu suor Mary a darmi una traccia per capire. Cominciò a raccontare:
- Io non ho incontrato sciamani cattolici, ma ho conosciuto donne Yanomami metodiste, allevate in
missioni protestanti. Qualche mese fa alcune di loro hanno partecipato per la prima volta alla
riunione generale delle donne indie del Roraima che si tiene ogni anno. Le riconoscevi subito, tutte
vestite con gonne lunghe scure, calze bianche e camicette chiuse fino al collo. La prima sera
rimasero così, tutte vestite a vedere le altre donne che ballavano in costume tradizionale. La
seconda sera un paio di loro cominciarono a svestirsi ma non ballavano ancora. La terza e ultima
sera arrivarono tutte in costume tradizionale, che vuol dire solo con il pessimaki e il seno nudo.
Erano le più scatenate a ballare, felici di avere ritrovato le loro origini-.
7. Scrittura
Una baracca di legno sulla terra nuda e un atrio senza porta. Un lungo tavolaccio e una panca
dove possono sedersi una quindicina di persone. Una pesante lavagna di ardesia, come quelle che si
usavano un tempo nelle nostre scuole elementari e sulla lavagna la scrittura fitta, in gessetto bianco,
di una lingua sconosciuta con tante parole brevi e ripetute. Le parole sono scritte in alfabeto latino
con l'aggiunta di alcuni altri segni per significare suoni particolari di quella lingua. E’ lo Yanomami
nella trascrizione grafica ora riconosciuta ufficialmente dopo il lungo lavoro di missionari e
linguisti cominciato negli anni '80. Alla lavagna un ragazzo a torso nudo spiega con una bacchetta,
parola per parola, il significato di quei segni. Ad ascoltarlo seduti sulla panca c'è una dozzina di
studenti, quasi tutti ragazzini e c'è anche una mamma dai grossi seni al vento con i suoi due bambini
che le ruzzano intorno. Tutti hanno un quaderno dove ricopiano le parole scritte sulla lavagna man
mano che il maestro spiega. La più attenta a non perdere nemmeno una sillaba è la giovane madre.
La osservo tutta presa nello sforzo di afferrare una logica a lei sconosciuta: scomporre nelle sue
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componenti foniche una parola fino ad allora sempre pronunciata come un tutto; esaminare come la
propria bocca si muove nel sillabare quei suoni; individuarli come entità a se stanti a cui
corrispondono sulla lavagna dei segni scritti; imparare a memoria quelle connessioni tra suoni e
segni e riconoscerle anche in altre parole dal significato diversissimo ma in parte pronunciate allo
stesso modo. Infine l'operazione più difficile, cominciare pian piano a cercare da sola altre parole
che contengono quelle connessioni. Insomma, imparare a leggere.
Noi cominciamo a cinque anni e anche prima, perché il mondo in cui viviamo ci abitua fin
dalla nascita alla continua spola tra parlato e scritto, tra suono e immagine. Ma quella mamma con
le poppe al vento non è soltanto analfabeta, lei non sa che cosa è la televisione, non ha mai visto un
film, né un cartellone pubblicitario, né un segnale stradale. Non c’è da stupirsi se di fronte alla
scoperta che oltre al suo mondo quotidiano c'è un altro mondo fatto di segni, e che tra i due mondi
esistono delle connessioni che permettono di comunicare tutto ciò che si vuole attraverso il tempo e
lo spazio, quella mamma tocchi il limite delle sue capacità mentali e si senta smarrita.
Ancor più che la scrittura, agli Yanomami riesce ostico il far di conto. In una lingua che per
esprimere idee di quantità conosce solo le espressioni uno, due, pochi e molti, i primi missionari
dovettero importare in blocco la numerazione in portoghese. Ciò accadeva verso la metà del secolo
scorso. Le difficoltà nascevano proprio allora perché gli indigeni abituati a vivere nella foresta dove
sfide e pericoli si valutano in termini di qualità e non di quantità, non riuscivano a capire a che cosa
servissero tutti quei numeri. Fu l’incontro con il denaro a farli ricredere. A Boa Vista Carlo mi
raccontò che ancora pochi anni fa quando era a Catrimani i suoi amici yanomami tornavano alla
Missione dopo giorni di duro lavoro per i bianchi e gli mostravano orgogliosi una manciata di
monetine: guarda quanto ho guadagnato! Toccava a Carlo avvertirli che con tutto quel denaro
riuscivano a comprarsi appena una presa di tabacco. Impararono sulla loro pelle il sistema metrico
decimale quando capirono che la forma fisica del denaro non è nulla rispetto al suo valore simbolico
e che un biglietto nuovo fiammante di dieci reals vale mezza banconota logora di venti reals.
Obbligati a furia di inganni a conoscere l'astratto.
Un espediente per insegnare agli Yanomami a contare fu escogitato da Corrado, un giovane
entusiasta missionario che io conobbi in Italia e che sarebbe tornato a Catrimani alcune settimane
dopo il mio rientro da laggiù. Un paio di anni prima Corrado aveva avuto il compito di formare
quindici giovani maestri yanomami che avrebbero poi insegnato a leggere e a scrivere al resto della
loro comunità. Poiché non riuscivano a capire come e perché ad esempio il numero 53 è superiore
di sei unità al numero 47, Corrado gli propose di scrivere su un foglio tutti i numeri da 1 a 100 in
modo che su ogni riga ce ne fosse una decina. Poi li invitò a vedere se 53 si trovava più alto o più in
basso di 47. Collegando il valore concettuale del numero alla sua posizione materiale sul foglio
Corrado riuscì nel suo intento. Ciò avveniva quando quei ragazzi non avevano ancora toccato il
denaro. Ora che sono diventati maestri ricevono tutti i mesi dallo stato brasiliano uno stipendio di
300 reais. Ricevono uno stipendio statale anche i due giovani microscopisti che nella baracca del
servizio sanitario controllano se vi sono tracce di malaria nel sangue delle persone visitate.
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Ogni mese quindi un piccolo gruzzolo di denaro arriva a Catrimani e un compito nuovo per i
missionari è di consigliare come spenderli Si sa già che una parte se ne va in tabacco, quelle palline
o rocchi che tanti indigeni succhiano per ore dando alla propria bocca una linea deforme. Ma
un’altra parte dei soldi ahimè, se ne va in alcol e questo è oggi il problema maggiore. Corrado aveva
instaurato un sistema degno di una comune cinese durante la rivoluzione culturale. Tranne pochi
spiccioli tutto il denaro affluiva in una cassa comune e poi tutti insieme si discuteva come spenderlo
in cose utili per la comunità: soprattutto attrezzi da lavoro e alimenti necessari tra cui il sale. Ma
quando Corrado partì per l'Italia quel sistema poco a poco si è allentato. Il suo proposito non appena
tornerà è di ripristinarlo ma chissà se avrà successo come prima.
Il denaro come un dolce virus fa compiere mutazioni genetiche, prima minuscole e innocenti,
poi sempre più grandi. Fiammiferi e chiodi, per esempio, chi può obiettare sulla loro utilità? Basta il
tocco di uno zolfanello ed ecco il fuoco che prima bisognava conquistarsi strofinando due
bastoncini di legno di cacao. Operazione lunga e laboriosa che non riusciva in caso di umidità. Viva
gli zolfanelli dunque ma sapendo che si impoverisce il mito. I bambini difficilmente ricorderanno
che il fuoco fu regalato agli Yanomami da un colibrì che lo rubò dalle fauci di un caimano mentre
rideva e lo andò a nascondere nel cavo di un albero di cacao, e questa è la ragione per cui ancora
oggi i bastoncini per accendere il fuoco si preparano solo con legno di cacao. E i chiodi, cosa c'è di
più innocente di piantare un chiodo? Eppure a furia di piantare comodi chiodi finirà che gli
Yanomami smetteranno poco alla volta di intrecciare liane, tecnica in cui oggi sono maestri e le loro
maloche perderanno un tratto essenziale che le rende inimitabili opere d'arte.
Altre novità portate dai bianchi convivono invece senza danni con la tradizione. Corrado mi
parlò di Uti, uno dei suoi collaboratori più svegli:
-Ci vediamo domattina alle nove per continuare il lavoro – gli disse un giorno. Uti rispose che alle
nove non poteva, doveva andare a caccia perché sua moglie aveva naiki, fame di carne. Sarebbe
arrivato nel pomeriggio. Quella sera Uti consultò lo sciamano che gli indicò l’area dove avrebbe
trovato un branco di scimmie urlatrici. Uti non preparò la carabina perché una scimmia colpita dal
proiettile muore sull’albero e vi marcisce con la coda attorcigliata al ramo. Controllò invece che
l’arco fosse a posto e si procurò una dose di curaro fresco. Le scimmie sugli alberi bisogna sempre
colpirle con frecce al curaro perché ha l’effetto di allentare i muscoli, la coda si srotola dal ramo e la
scimmia cade al suolo. Uti seguì il consiglio dello sciamano ed ebbe fortuna. Tornò alla maloca con
una pesante preda sulle spalle e secondo l’usanza yanomami la gettò in terra davanti alla moglie
senza dire una parola. Poi invece di riposarsi sull’amaca, prese la sua pennetta e corse alla
Missione. Passò alcune ore con Corrado a controllare un glossario yanomami-portoghese e alla fine
ne caricò il file sulla pennetta.
8. Dintorni
E’ venuto il giorno che suor Mary lascia Catrimani per andare oltre gli Yawaripë in una minuscola
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località di cui non ricordo il nome, dove vivono indios definiti a contatto saltuario, vale a dire che
incontrano qualche bianco si e no una volta all’anno. L’accompagnano Edo, un linguista che si
propone di studiare a che ceppo appartiene il loro idioma e Giuliana studentessa di antropologia a
Manaus, uno scricciolo di ragazza giunta alla Missione con l’espresso proposito di fare esperienza
in situazioni estreme. L’ho vista nella cappelletta pregare insieme a suor Mary per la riuscita della
loro impresa. Tra quegli indigeni, come mi diceva suor Mary, dovranno cominciare tutto da zero.
Laurindo ha già preparato l’autocarro con cui le accompagnerà finché la strada permette, poi
proseguiranno a piedi. Quell’autocarro è una leggenda a Catrimani e dintorni. Risale alla seconda
guerra mondiale e arrivò ai Missionari della Consolata che era già vecchio. Negli anni ‘80 quando
la giunta militare che governava il Brasile decise di costruire la Calha Norte – la strada che avrebbe
dovuto penetrare nel cuore dell’Amazzonia lungo tutto il confine nord occidentale del paese - anche
l’area di Catrimani fu collegata al resto del Roraima. In quello sconquasso ambientale l’unico
vantaggio per i missionari fu che poterono portare l’autocarro alla Missione. Ma quando le proteste
politiche e i costi proibitivi imposero di rinunciare al progetto Calha Norte, le strade iniziate
rimasero interrotte, i ponti caddero e la selva tornò presto a impossessarsi della terra che le era stata
sottratta. Catrimani tornò ad essere isolata e l’autocarro destinato a rimanervi per sempre. Ma non
inerte perché una quarantina di chilometri di strada rimasero praticabili verso oriente. L’autocarro
arrugginito, ansimante, senza più sportelli alla cabina – lo hanno chiamato Burro Preto (somaro
nero), peccato che non gli abbiano dato un nome umano, se lo meritava! – riesce ancora a marciare
ed è una risorsa preziosa perché permette ai Missionari di Catrimani di restare collegati con una
quantità di microcomunità indigene.
Insieme a suor Mary, Edo e Giuliana, montano sull’autocarro anche i quindici maestri formati
da Corrado. Laurindo gli da un passaggio fin dove la pista lo permette, poi proseguiranno a piedi
per Boa Vista. Vanno in città a firmare il loro contratto annuale di insegnamento. Ogni anno
ripetono quel viaggio di quattro giorni tra andata e ritorno, unico bagaglio l’amaca da appendere la
notte a un paio d’alberi e una maglietta per non entrare negli uffici a torso nudo.
Monto anch’io nel cassone dell’autocarro e si parte. In cabina accanto a Laurindo c’è Ramon
un missionario laico che gli fa da aiutante. Dopo i primi chilometri la pista si restringe e le fronde
degli alberi sulle due sponde si piegano creando un tappeto verde davanti a noi. Ci curviamo per
non essere flagellati dai rami e procediamo a rilento sul terreno sempre più sconnesso. Grandi
coloratissimi uccelli svolazzano su di noi, ogni tanto alcuni indios seminascosti tra gli alberi ci
guardano stupiti. Laurindo e Ramon col cappellaccio calcato in testa scendono per sgomberare la
pista a colpi di machete e di motosega. Il viaggio è avvincente, sembra una scena all’Indiana Jones.
E’ passata oltre un’ora dalla partenza quando suor Mary e i suoi due compagni smontano, sono
giunti al sentiero che li porterà al loro villaggio. Buona fortuna Mary, sei una donna straordinaria. Il
viaggio prosegue su un terreno che è solo più una parvenza della pista. Laurindo è una testa dura e
vorrebbe arrivare fino al ponte crollato ma ad un certo punto è costretto ad arrendersi perché la pista
annega in uno stagno. I quindici maestri smontano con l’amaca sulla spalla e in fila indiana e colpi
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di machete spariscono nella foresta. Per loro è una marcia del tutto normale, hanno il fiuto di dove
dirigersi e dove mettere i piedi. Laurindo avvia l’autocarro a marcia indietro e raggiunge una radura
dove può fare manovra.
Il ritorno è tutto diverso. Ci fermiamo in un villaggetto che all’ andata non avevo notato. Sono
indios Yawaripë detti anche Yanomami della strada. Ma loro non si considerano Yanomami, mi
spiega Ramon, anzi ci sono sempre state scaramucce e sfide con i loro vicini di Catrimani e per
generazioni si sono rubati le donne a vicenda con le immancabili rappresaglie. Solo da quando sono
arrivati i missionari i rapporti sono migliorati e adesso organizzano ogni tanto delle feste in comune
in cui si combinano matrimoni e altri affari. Visito il villaggio e mi si stringe il cuore al confronto
con Catrimani. Non c’è la maloca ma solo una tettoia con una ventina di amache appese. Enormi
pesci affumicati dondolano da un gancio e un bambino affumicato come i pesci gli gioca intorno.
Poco più in là quattro catapecchie con muri di fango (le cosiddette abitazioni individuali!) e le solite
amache fuori dell’uscio. Qualche reggiseno e cenci scuri a coprire il sedere delle donne che ci
vengono incontro con il figlioletto in braccio. Un paio di ragazzini stendono la mano in cerca di un
soldo. Tutte cose impensabili a Catrimani: qui siamo in una comunità abbandonata a se stessa e già
contaminata dagli scarti dei bianchi. Laurindo seduto su un’ amaca conversa con il Tushawa, si
vede che si conoscono bene. Il Tushawa gli chiede aiuto, soprattutto medicinali. Un ragazzo soffre
di epilessia, gli è rimasta solo più una pastiglia perché l’assistente sanitaria questa settimana non si
è vista, per caso Laurindo può fare qualcosa? Il ragazzo mi si avvicina e mi chiede di scattargli una
foto. E’ la prima volta che incontro un indio che desidera farsi fotografare, così ti ricorderai la mia
tristezza, mi dice.
Un’ora di sosta poi si riparte ed ecco la pista affollarsi di indigeni. Sono gruppetti, famiglie,
frotte ai bordi della strada in marcia verso chissà dove. L’autocarro è ancora lontano e già gli fanno
segno di fermarsi. Laurindo si ferma e li carica tutti come se guidasse un autobus del servizio
pubblico, forse è corsa la voce che quel giorno doveva passare proprio di lì. L’autocarro è
stracolmo, gente che scende e altra che smonta e si avvia per sentieri sconosciuti. Non immaginavo
tanta mobilità su quella strada che taglia la foresta.
- Vanno da una comunità all’altra a scambiarsi visite rituali - mi spiega Laurindo- sono capaci di
camminare per giorni interi-.
- Perché ci tengono tanto a montare sull’autocarro se gli accorcia la via di un tratto irrisorio ?- Ciò che conta per loro è proprio montare sul nostro autocarro- replica Laurindo. Constato che la
fama dei Missionari della Consolata si estende su un’area ben più vasta di Catrimani. Indigeni
abituati da sempre a guardarsi in cagnesco se ne stanno ora tutti insieme a traballare pacificamente
nel cassone che gli evita di andare a piedi. Quell’ autocarro sgangherato, continuamente rattoppato,
ridotto all’osso e che pur resiste eroico e testardo nel fare il suo dovere mi appare come il simbolo
stesso della Missione.
Non vivono solo indigeni nei dintorni di Catrimani. Ho fatto il bagno nel fiume, in una delle
poche anse dove la corrente non ti porta via. Immaginavo chiare fresche e dolci acque e invece
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come immergo la testa, gli occhi mi bruciano e le labbra mi pizzicano fino alla soglia del dolore.
Non ci sono più pesci in quel fiume. Corrado in Italia mi disse che tutto intorno a Catrimani,
nonostante i divieti, si nascondono dozzine di garimpeiros per arricchirsi con l’oro. Sorvolando l’
area intorno alla Missione egli scorse ben quattro squarci nel manto della foresta, altrettante piste
clandestine d’atterraggio. Quel pizzicore negli occhi e sulle labbra mentre nuotavo è il segno che
pochi chilometri più a monte qualcuno alla ricerca di oro ha versato chissà che porcherie nel fiume
e ha inquinato la natura. Oggi Catrimani appare un paesaggio incontaminato ma i garimpeiros si
acquattano tutto intorno così come i germi si annidano in un corpo che sembra sano.
Eppure i garimpeiros non sono che degli avventurieri fai-da-te ed è stato relativamente facile
sconfiggerli. Vent’anni fa erano migliaia e dopo una dura battaglia politica furono cacciati dalle
terre indigene. Tutti, tranne i pochi rimasti o tornati di frodo. Oggi il vero pericolo è un altro, che la
loro artigianale avidità sia sostituita da una rapacità ben più spietatamente razionale: quella delle
imprese multinazionali pronte a sventrare il sottosuolo dell’Amazzonia con tecnologie d’
avanguardia. E’ sufficiente che in Brasile torni al potere un governo che gli apra la strada. Non
basterebbero allora mille missioni. La sorte degli Yanomami, di tutti gli indios, dell’ intera
Amazzonia resta appesa a un filo.
9. Boa Vista
Prima di partire per l’Amazzonia mi ero documentato con letture e colloqui. Di particolare
interesse fu un libro di Damioli e Saffirio (1996) che riguardava proprio la Missione della Consolata
di Catrimani. Vi lessi che fin dalla sua fondazione (1965) quei Missionari non si proposero di
convertire gli Yanomami al cristianesimo ma piuttosto di:
1.
2.
tutelare la loro salute fisica
rispettare e salvaguardarne la cultura, i valori, le tradizioni la lingua e lo stile di vita
3.
4.
alfabetizzarli nella loro lingua e insegnare i rudimenti del portoghese
aiutarli ad adattarsi ai cambiamenti sociali ed economici causati dai non Yanomami.(p. 32)
Per un profano abituato allo stereotipo dei missionari che girano il mondo ad annunciare la
buona novella e portare la salvezza eterna mediante battesimo quella novità era sorprendente.
Perché rinunciavano a convertire? Gli autori spiegano che “ come evoluzione e adattamento diedero
origine alla grande varietà e diversità biologica attuale, così evoluzione intellettuale e adattamento
culturale producono necessariamente varietà e diversità culturali e religiose (p. 34-5). Quindi
proseguono: “ Cristo difficilmente si sarebbe incarnato in un popolo diverso dall’ ebraico prima
dell’anno 4-5 a-C … quando i gruppi umani con una organizzazione sociale senza classi, non
conoscevano la scrittura, non esistevano città né grandi centri di commercio e i mezzi di trasporto
erano precari” [grassetti nel testo]. Sulla base di questo argomento dal sapore storicista Damioli e
Saffirio sostengono che gli Yanomami “ sono ancora un popolo neolitico ( in gran parte illetterato)
di cacciatori, raccoglitori e orticoltori la cui storia evolve verso la ‘pienezza del tempi’: condizione
24
necessaria per la scoperta e la comprensione del messaggio cristiano”. Nel frattempo essi “hanno il
diritto umano e divino di conservare le loro tradizioni, di vedere rispettata la loro antica religione.
Allo stesso modo come la Chiesa rispetta le convinzioni religiose e i modelli di vita di Indù,
Buddisti, Ebrei e Mussulmani, essa deve avere rispetto verso le religioni dei popoli raccoglitori e
orticoltori (p. 37).
Non mi sembrava un discorso pacificamente accolto nel mondo cattolico e suscitava in me
diverse domande. La prima nasceva dal fatto che i missionari pur rispettando la religione yanomami
incoraggiano l’abbandono di usanze come l’infanticidio, il ratto delle donne e i malefici per
stregoneria, che in base alla morale cristiana e ad una più generale etica civile ci appaiono
inaccettabili. Ammettiamo pure che ratto delle donne e infanticidio possano essere eliminati senza
intaccare la religione tradizionale. Ma i malefici per stregoneria sono parte integrante dei riti
sciamanici: ed allora come è possibile indurre gli Yanomami ad abbandonare quell’usanza senza
abbattere un pilastro fondamentale della loro religione?
Una seconda domanda nasceva da un’oscillazione nel discorso di Damioli e Saffirio. Prima
scrivono che in futuro gli Yanomami saranno abbastanza inculturati “per capire, accettare o
rigettare il messaggio cristiano o qualunque altro messaggio religioso esistente nel terzo millennio “
(p. 37). Sembra che gli autori ammettono la possibilità di sbocchi diversi da quello cristiano. Nelle
conclusioni però essi tornano a una posizione ispirata alla teoria dell’inculturazione quando
affermano che “attraverso il lavoro dello Spirito, il passare del tempo… molta pazienza,
comprensione e umiltà… gli Yanomami creeranno la loro forma di cristianesimo (p. 211). Di
fronte a queste due prospettive qual è la posizione dei Missionari della Consolata? La prima più
aperta e spregiudicata o la seconda più tranquillizzante e canonica? O forse coesistono tutte e due
nel senso che l’Ordine ammette posizioni diverse al suo interno?
Infine mi sorgeva una terza domanda: sono soltanto i Missionari della Consolata ad aver
scelto di non evangelizzare gli Yanomami o è una scelta condivisa da altri ordini missionari ? Nei
miei colloqui prima di partire per il Brasile non riuscii a capire se le risposte dei miei interlocutori
fossero opinioni personali o se riflettessero l’indirizzo dell’Ordine. Quando chiesi a Silvano che
rapporti ci fossero tra l’Ordine della Consolata e altri Ordini, per esempio i Salesiani, lui mi
sussurrò: E’ un terreno minato! e non volle aggiungere altro. Non mi restava che recarmi sul posto,
osservare con i miei occhi, e sulle cose viste tempestare di domande i padri di laggiù. Mentre le
pagine scritte finora riguardano Catrimani, le ultime che mi accingo a scrivere riguardano Boa Vista
dopo il mio viaggio tra gli Yanomami.
Scorrazzano le iguane nel prato e cascano con un tonfo i manghi troppo maturi nel giardino
della grande, serena, silenziosa residenza dei Missionari della Consolata alla periferia di Boa Vista,
lungo il Rio Branco. Conception, la cuoca della minuscola comunità è affaccendata a preparare il
solito menù: pranzo e cena con arroz e frango (riso e pollo), zuppa di verdura con colli di gallina e
provvidenziali succhi di frutta amazzonica. Mangiano da anni le stesse cose, c’è dell’eroismo anche
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a tavola e io sento che non resisterei. Tutto è immerso in un’immobile calura equatoriale. Nell’
ampia veranda, unico luogo dove spirano rari refoli di vento, a torso nudo passo le ore a leggere, a
scrivere, a giochicchiare al computer, a intervistare i padri che sacrificano un po’ del loro tempo per
darmi ascolto. Qualche volta vado in città ad ascoltare dibattiti presso Nos Existimos, l’associazione
degli Indios del Roraima fondata con l’appoggio determinante dei Consolatinos come vengono
chiamati da queste parti.
Nei quasi due mesi trascorsi a Boa Vista ho constatato ogni giorno che dopo la breve Messa
mattutina l’attività dominante dei missionari sta nel portare avanti iniziative molto concrete per
difendere la vita e i diritti dei tanti popoli indios del Roraima (Araùjo 2006). Paradossalmente gli
indigeni più acculturati e già cristiani come i Wapishana, i Macuxi, i Wai Wai sono i più minacciati
perché non vivono nella foresta ma in zone fertili appetite dai coloni bianchi. Il riconoscimento
ufficiale del diritto di vivere in terre sottratte al dominio bianco non li protegge da continue
intimidazioni e tentativi di corromperli. I Consolatinos gli insegnano a riconoscere i pericoli e li
aiutano a organizzarsi. Per questo sono odiati, sabotati, talvolta minacciati di morte dai potenti di
Boa Vista: una città esplosa negli anni della corsa all’oro e che al centro dei giardini pubblici si
fregia di un monumento in onore dei garimpeiros. Non mi sorprende che quando chiedo a padre
Fernando, il superiore della casa missionaria, perché a Catrimani in tutti questi anni non hanno
battezzato nemmeno uno Yanomami, lui mi risponde:
- Che senso ha battezzare un popolo che sta per estinguersi? Il primo sacramento è salvare la vita.
Cerchiamo allora prima di tutto di salvargli la vita, rispettiamo la loro cultura, la loro lingua che
dobbiamo imparare, studiamo la loro mitologia che è ricchissima e ha una sacralità molto grande -.
Gli faccio osservare che le sue parole vanno oltre il paradigma vaticano dell’ inculturazione e lui di
fatto lo conferma:
-Noi diciamo che qui non c’è solo un lavoro di inculturazione, dove tu ascolti, conosci, favorisci.
Qui c’è un lavoro che richiede di andare verso il dialogo inter-religioso: avendo chiaro che questo
popolo ha una sua religiosità, che ti invita al dialogo, a metterti al suo stesso livello e a non essere
più solo quello che arriva per aiutare e fare del bene-.
Con il passare dei giorni, tra interviste registrate e scampoli di discorso raccolti qua e là,
parlo con quasi tutti i missionari presenti nella casa di Boa Vista. La maggioranza sono italiani e gli
italiani sono tutti del nord: Carlo della Val Sesia, ormai anziano, magro e asciutto come un asceta
ha vissuto per oltre vent’anni tra gli Yanomami e mi conduce nel retroscena dei loro costumi;
Gianfranco con l’aria di un raffinato intellettuale milanese mi descrive i riti funebri yanomami e poi
mi accenna ai non facili rapporti tra Consolatini e Salesiani; Tiago tracagnotto e trasandato, mi
rivela in veneto la sua profonda conoscenza dei Macuxi che sebbene cristiani credono fermamente
nel kanaimé, essere malefico che può dare la morte. Rivedo infine Corrado che mi ospitò a Mantova
a casa dei suoi e che per primo mi parlò della necessità di oltrepassare il paradigma dell’
inculturazione. Quando gli obiettai che se si rinuncia ad evangelizzare, anche persone non credenti
potrebbero scegliere di vivere accanto agli Yanomami per aiutarli e difenderli egli mi rispose: in
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astratto sì, ma in concreto solo chi ha molta fede trova la forza per affrontare questo compito.
10.Conclusioni
Tutti questi colloqui arricchiscono la mia conoscenza su quattro punti importanti. Il primo
riguarda il significato da dare alla conclamata parità nel dialogo inter-religioso. Abbiamo visto che i
missionari, mentre rispettano gli aspetti più caratteristici della religione yanomami come cerimonie,
feste e ruolo degli sciamani, cercano di persuaderli ad abbandonare pratiche tradizionali come
l’infanticidio e il ratto delle donne. Questa azione non può essere semplicemente intesa come una
pressione volta a “ingentilire” i costumi. Essa introduce di fatto, nel modo tradizionale di pensare
degli Yanomami una distinzione prima sconosciuta, quella tra la sfera civile e la sfera religiosa dell’
agire umano. La distinzione altera l’originaria concezione olistica del mondo tipica del popolo
yanomami e rappresenta quindi un tacito intervento “pedagogico” all’interno del dialogo interreligioso. Un secondo aspetto è che proprio in virtù del principio di uguaglianza su cui poggia il
dialogo inter-religioso, i missionari non si limitano ad apprendere riti e mitologia yanomami, ma
spiegano agli indigeni che anche i cristiani hanno le loro feste e li invitano a partecipare ai riti più
importanti come la messa di Natale. Essi evitano tuttavia predicazioni su Gesù figlio di Dio, nato da
una vergine, morto crocifisso e poi risorto perché gli Yanomami lo prenderebbero come un racconto
simile ai loro miti. Cercano piuttosto di far capire lo spirito del Vangelo attraverso azioni concrete,
tra cui la più importante è schierarsi dalla parte dei deboli e condividerne la vita e la causa. Tuttavia
ad alcuni Yanomami che ne fanno esplicita richiesta i missionari cominciano a spiegare le verità
cristiane (Padre Fernando mi accenna che alcuni Yanomami hanno persino partecipato come
osservatori a un recente convegno di Teologia India) .
Il secondo punto consiste nel fatto che la previsione teologica della conversione degli
Yanomami in una “loro forma di cristianesimo” è sostituita dalla previsione più laica di esiti
diversificati: alcuni Yanomami resteranno ancorati alla religione tradizionale, altri diventeranno
cristiani cattolici od evangelici sia pure con forti sincretismi, altri ancora è possibile che aderiscano
ad altre religioni. Questa previsione richiede un commento: è ragionevole presumere che la
diversificazione sarà il frutto di una libera scelta soltanto a Catrimani dove, come si è visto. i
missionari operano nel rispetto della religione tradizionale. Per le restanti comunità Yanomami è
probabile che la diversificazione non sarà altro che l’esito della competizione tra le varie chiese e
religioni che hanno missioni in quella terra: cattolici in missioni cattoliche, evangelici in missioni
evangeliche e così via, tanto che si potrebbe aggiornare il detto cujus regio ejus religio in cujus
missio ejus religio. (Si ha notizia2 che in Venezuela al posto delle missioni protestanti americane
cacciate da Chavez operano alcune missioni sciite con la conseguenza che quei poveri Yanomami
hanno dovuto passare in un giorno dalla Bibbia al Corano…il che da l’idea di come questo popolo
sia ancora argilla plasmabile da mani esterne ).
2
Cesnur on line marzo 2007
27
Il terzo punto riguarda il futuro di Catrimani. La scelta dei missionari di difendere alcuni
elementi identitari profondi come la maloca, il ruolo centrale degli sciamani, lo spirito comunitario,
ma anche aspetti minori come il mantenimento del pessimaki non va confusa con la conservazione
inerziale del passato e non ha nulla a che vedere con l’idealizzazione nostalgica degli Yanomami.
Come nota Jackson (1994) ogni iniziativa volta a conservare aspetti della tradizione in un mondo
che cambia assume il significato politico di proporsi come un programma attivo che inserisce quegli
elementi in un quadro di significati profondamente diversi dal passato. Si può fare il paragone con
una città antica di secoli che incontra improvvisamente la modernità: una scelta è di abbattere tutto
ciò che ostacola “il progresso”, spianare monumenti e viuzze per far posto ad autostrade urbane e a
parcheggi-silos. Un’altra scelta è invece accettare selettivamente solo le novità utili a mantenere
viva la città ma inserendole armoniosamente nel vecchio tessuto urbano. Qualcosa di simile al
differente destino che può avere una città investita dal nuovo sta avvenendo nelle diverse comunità
Yanomami. Mentre la maggioranza di esse, soprattutto a causa di agenti esterni, sembra avviata
verso l’accettazione indiscriminata della modernizzazione, Catrimani grazie al “governo” dei
Missionari della Consolata è l’unica in cui pare prevalere la seconda scelta. La scommessa è proprio
su questo punto: quante chances ha Catrimani di conciliare gli elementi più caratterizzanti della sua
cultura tradizionale con le novità provenienti dal contesto esterno? Più in particolare: una volta che
saranno cresciuti politicamente e in grado di scegliere da soli, quanti Yanomami apprezzeranno e
conserveranno il lavoro svolto dai Missionari della Consolata, e quanti invece abbagliati dal
progresso bianco si avvieranno sulla strada opposta?
Giungiamo così al quarto e ultimo punto: i costi economici e politici che i Missionari della
Consolata pagano per la loro scelta. Per avere un’idea della loro entità è sufficiente il raffronto con i
Missionari Salesiani operanti tra gli Yanomami dell’alto Rio Negro3. A differenza dei Consolatini, i
Salesiani puntano sull’ evangelizzazione di massa anche a rischio di tacite forme di sincretismo ( gli
sciamani cattolici ne sono l’espressione più clamorosa). La diversità si prolunga nella politica verso
le minoranze indigene. Scontato che entrambi gli Ordini difendono la vita fisica degli indios, i
Salesiani contrariamente ai Missionari della Consolata sono favorevoli alla loro assimilazione nella
società brasiliana con l’effetto di impoverire poco a poco, fino a farla sparire, la cultura originaria.
In questa luce va vista la distruzione delle maloche, l’introduzione della sepoltura al posto della
cremazione, il primato dell’insegnamento del portoghese a scapito della lingua indigena, la
diffusione del denaro con l’incoraggiamento a ricercare l’utile famigliare piuttosto che quello
comunitario. E’ facile di conseguenza comprendere anche il differente rapporto che i due Ordini
hanno con le autorità e i maggiorenti locali. Mentre i Missionari della Consolata sono guardati con
malcelata ostilità e soffrono di permanente penuria economica, i Salesiani godono del plauso
unanime dell’establisment e soprattutto di appoggi politici e finanziari che ne fanno uno degli ordini
missionari più influenti e prosperi in tutto il Brasile.
3
Le informazioni sui Salesiani sono state ottenute mediante varie interviste effettuate dallo scrivente presso la sede
salesiana di Manaus prima e dopo il soggiorno a Boa Vista. Quelle informazioni , qui sommariamente ricordate,
saranno oggetto di esame in un altro articolo.
28
BIBLIOGRAFIA
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Giuseppe Bonazzi IL VANGELO E GLI SCIAMANI