4-001
GIOVEDI’ 16 NOVEMBRE 2006
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4-002
PRESIDENZA DELL’ON. JANUSZ
ONYSZKIEWICZ
Vicepresidente
4-003
Apertura della seduta
4-004
(La seduta inizia alle 10.00)
4-005
Edward McMillan-Scott (PPE-DE). – (EN) Signor
Presidente, prendo la parola soltanto per riferire
all’Assemblea una buona notizia: ieri sera il Presidente
del Pakistan, che era stato nostro ospite qualche
settimana fa, ha commutato la condanna a morte di un
cittadino del mio collegio elettorale – Mirza-Tahir
Hussain, che si trovava nel braccio della morte ormai da
18 anni, ma è ritenuto generalmente innocente delle
accuse che sono state mosse nei suoi confronti. Alcuni
deputati al Parlamento europeo, guidati dall’onorevole
Karim, si sarebbero recati in Pakistan il mese prossimo
per presentare un ultimo appello. Adesso naturalmente
concentreremo i nostri sforzi per garantire che il signor
Hussain possa tornare a Leeds prima di Natale.
Sono lieto di questa notizia e mi auguro che il Presidente
del Parlamento voglia fare una dichiarazione in
proposito nel corso della giornata. So che anch’egli,
come altri deputati al Parlamento europeo, si è
impegnato a fondo in questo caso.
(Applausi)
4-006
Relazione annuale del Mediatore (2005) (discussione)
4-007
Presidente. – L’ordine del giorno reca la relazione (A60309/2006), presentata dall’onorevole Andreas Schwab
a nome della commissione per le petizioni, sulla
relazione 2005 in merito alle attività del Mediatore
europeo [2006/2117(INI)]
4-008
Nikiforos Diamandouros, Mediatore. – (EN) Signor
Presidente, vorrei ringraziarla per avermi dato
l’occasione di parlare dinanzi a quest’Assemblea e di
presentare la relazione annuale per il 2005, anno in cui
l’ufficio del Mediatore europeo ha celebrato una tappa
importante: il suo decimo anno di attività.
La relazione annuale illustra i progressi ottenuti nel
trattare le denunce, favorire la buona amministrazione e
informare l’opinione pubblica in merito al lavoro del
Mediatore. Complessivamente, il nostro ufficio ha
ricevuto 3 920 denunce, con un aumento del 5 per cento
rispetto all’anno precedente.
Vorrei notare che un aumento delle denunce non si
spiega necessariamente con un peggioramento della
condotta amministrativa delle Istituzioni europee, ma
potrebbe semplicemente riflettere la maggiore sensibilità
dei cittadini nei confronti delle questioni europee e la
crescente consapevolezza dei propri diritti e del modo di
esercitarli.
Questa generale consapevolezza è stata osservata nel
corso del 2005 nella partecipazione dei cittadini al
dibattito sul futuro dell’Unione europea e sulla
Costituzione. Per approfondire ulteriormente questa
generale consapevolezza, ho fatto ogni sforzo per
informare i cittadini in merito ai loro diritti, e per
metterli al corrente dei positivi risultati raggiunti nella
lotta per la difesa di tali diritti. Complessivamente, i miei
collaboratori e io abbiamo tenuto più di 170 conferenze
pubbliche, presentazioni e interviste alla stampa, oltre a
incontri con mediatori, funzionari pubblici e altri
interlocutori.
Nel 2005 a queste attività di comunicazione è stata
affiancata una serie di manifestazioni per celebrare il
decimo anniversario del Mediatore; tali manifestazioni si
rivolgevano a gruppi specifici, ossia la società civile, il
mondo accademico, la stampa e le Istituzioni stesse. Il
27 settembre si è tenuto un ricevimento in onore del
Parlamento europeo, al quale è intervenuto lo stesso
Presidente Borrell Fontelles.
Nel 2005, sono riuscito a offrire la mia assistenza a più
del 75 per cento delle persone che mi avevano inviato
una denuncia. Tale assistenza si è concretizzata
nell’istruzione di un’indagine, nel trasferimento della
denuncia a un organismo competente o nell’offerta di
consulenza riguardo alle sedi a cui rivolgersi per una
soluzione tempestiva ed efficace del caso in esame. Nel
corso dell’anno ho chiuso 312 indagini. Nel 36 per cento
dei casi, l’indagine non ha accertato alcun caso di cattiva
amministrazione. Un simile risultato non è sempre
negativo per il denunciante, che se non altro riceve una
spiegazione esaustiva dall’organismo istituzionale
interessato. Inoltre, laddove non venga accertata la
cattiva amministrazione, l’organismo ha l’occasione di
migliorare la qualità della propria amministrazione per il
futuro. In simili casi, faccio un’ulteriore osservazione al
momento di adottare una decisione conclusiva.
Ogni volta che accerto un caso di cattiva
amministrazione cerco, se possibile, di raggiungere un
risultato positivo per entrambe le parti – il denunciante e
l’Istituzione. Nel 30 per cento dei casi le mie indagini si
sono concluse con la composizione della vertenza da
parte dell’Istituzione – con la soddisfazione del
denunciante – o con una soluzione amichevole. Qualora
non sia possibile una soluzione amichevole, io chiudo il
caso con un’osservazione critica, oppure presento un
progetto di raccomandazione.
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Uno dei progetti di raccomandazione accettati nel 2005
riguardava un caso in cui la Commissione ha concesso
ex gratia un indennizzo a un denunciante il cui progetto
era stato cancellato con brevissimo preavviso. La
Commissione ha acconsentito a pagare 56 000 euro, il
più alto indennizzo mai ottenuto dal Mediatore.
Se un organismo istituzionale comunitario non risponde
in maniera soddisfacente a un progetto di
raccomandazione, il Mediatore non può far altro che
presentare una relazione speciale al Parlamento. Nel
2005 sono state elaborate tre relazioni speciali: una sulla
prassi del Consiglio di legiferare a porte chiuse; una
sulla responsabilità della Commissione per quanto
riguarda i figli dei suoi funzionari con particolari
esigenze educative e didattiche; e la terza sul tipo di
informazioni fornite dall’OLAF al Mediatore durante
un’indagine precedente.
Sono grato al Parlamento per il suo sostegno manifestato
nelle sue risoluzioni del 4 e del 6 aprile 2006, sulla base
delle relazioni Hammerstein Mintz e De Rossa,
relativamente alle prime due di queste relazioni speciali.
Adesso vorrei parlare brevemente delle mie priorità per
il futuro. Come ho già detto, la mia prima priorità sta nel
favorire un approccio incentrato sui cittadini da parte
delle Istituzioni e degli organismi dell’Unione europea,
in tutte le loro attività. A tal fine, colgo ogni occasione
per avvicinarmi alle Istituzioni europee, incoraggiare le
migliori prassi e favorire soluzioni amichevoli. La
cooperazione attiva delle Istituzioni e degli organismi è
essenziale per il successo dell’opera che il Mediatore
svolge a favore dei cittadini. La relazione annuale
contiene numerosi esempi di azioni intraprese
tempestivamente dalle Istituzioni per risolvere i casi
sottoposti alla loro attenzione e rispondere positivamente
alle mie proposte e raccomandazioni.
Nel corso delle mie visite a organismi e Istituzioni, ho
sottolineato l’importanza di reagire in maniera
tempestiva e costruttiva alle denunce. L’obiettivo finale
di noi tutti dev’essere quello di garantire il miglior
servizio possibile ai cittadini.
La Commissione ha già intrapreso misure costruttive per
migliorare i propri servizi ai cittadini mediante una
revisione del sistema di trattamento delle indagini del
Mediatore motivate da denunce. Nella sua
comunicazione del novembre 2005, la Commissione ha
definito la nuova procedura da applicare a partire da quel
momento. L’idea del Commissario Wallström
nell’elaborare la nuova procedura era di offrire ai singoli
Commissari maggiore titolarità dei casi, senza negare il
prezioso ruolo del Segretariato generale. Sono
particolarmente grato agli sforzi della signora
Commissario che ha portato a compimento tale obiettivo
e si è costantemente impegnata per la sua adeguata
applicazione.
La nuova procedura consente ai singoli Commissari di
interessarsi ai casi precocemente, quando vi sono ancora
diverse opzioni di soluzione. La rapidità della nuova
16/11/2006
procedura ha già dato i suoi frutti in un caso in cui ho
accertato che la risposta della Commissione a una
denuncia di infrazione da parte di un cittadino era stata
insoddisfacente. Mi sono incontrato con il Commissario
McCreevy, il quale mi ha informato che la Commissione
si stava già adoperando per risolvere quella particolare
questione. Ritengo che la felice soluzione del caso
dimostri l’importanza del ruolo del Mediatore nel
favorire la buona amministrazione nelle procedure di
infrazione, e il concetto di maggiore titolarità dei casi da
parte dei singoli Commissari. Desidero quindi
ringraziare la Commissione, nella persona della
Vicepresidente Wallström.
Ho riconsiderato la questione dello statuto del Mediatore
presentando al Presidente Borrell Fontelles, nel mese di
luglio, concrete proposte di adeguamento, in risposta alle
precedenti risoluzioni elaborate da quest’Assemblea
sulla relazione annuale del Mediatore. Nell’insieme, lo
statuto continua a fornire una buona base per le indagini
del Mediatore e per una sua efficace cooperazione con le
Istituzioni, per favorire la buona amministrazione e
combattere la cattiva amministrazione.
Propongo quindi modifiche limitate – sia per numero
che per portata complessiva. Il mio obiettivo principale è
di garantire che i cittadini nutrano piena fiducia nella
capacità del Mediatore di accertare la verità, ascoltando i
testimoni o esaminando i documenti del caso.
Vorrei inoltre collaborare con il Parlamento per far sì
che le denunce dei cittadini in merito a violazioni dei
diritti fondamentali menzionati nella Carta possano
essere portate dinanzi alla Corte di giustizia qualora non
sia possibile risolvere altrimenti un’importante questione
di principio. Il Parlamento inoltre, nella sua veste di
Istituzione, gode già del pieno diritto di avviare una
causa dinanzi alla Corte. In tale contesto, sarebbe utile
per il Mediatore disporre del potere di intervenire in
simili casi, potere che è già stato concesso al supervisore
europeo per la protezione dei dati, con il quale ho
sviluppato una stretta relazione di lavoro.
Attendo con ansia di poter lavorare con gli onorevoli
Guardans Cambó e Matsouka allorché cominceranno a
redigere una relazione e un parere su quest’aspetto,
rispettivamente in seno alla commissione per gli affari
costituzionali e alla commissione per le petizioni.
La mia terza priorità sta nell’approfondimento della mia
collaborazione con i mediatori degli Stati membri
all’interno della rete europea dei mediatori, per
promuovere la buona amministrazione in tutta l’Unione
europea affinché i cittadini possano godere dei propri
diritti in virtù della legislazione europea. Constato con
piacere che la commissione per le petizioni partecipa
alla rete a pieno titolo, ed è stata rappresentata alla
riunione dei mediatori nazionali tenutasi all’Aia nel
settembre 2005. La settimana prossima si terrà a Londra
una riunione simile per mediatori regionali dell’Unione
europea, che mi sono impegnato a incontrare ogni due
anni.
16/11/2006
Desidero ringraziare i membri della commissione per le
petizioni, e in particolare il relatore di quest’anno,
onorevole Schwab, per il loro sostegno e le costruttive
proposte contenute nella relazione del Parlamento.
Oggi ho già ricordato molte delle questioni su cui la
relazione avanza consigli al Mediatore. Mi impegno a
migliorare la qualità delle informazioni offerte al
Parlamento e ai cittadini sui servizi forniti da me e dalla
rete europea dei mediatori. Ho già chiesto di comparire
dinanzi alla commissione per le petizioni ogni volta che
presenterò una relazione speciale a quest’Assemblea.
Per l’anno prossimo, intendo inserire una guida
interattiva sul nostro sito per aiutare i denuncianti a
trovare il mediatore giusto, sia a livello europeo, che a
livello nazionale o regionale. Ritengo che questo sarà di
grande aiuto per i cittadini e contribuirà ad affrontare le
preoccupazioni, cui ha dato giustamente voce la
relazione dell’onorevole Schwab, sull’alta percentuale di
denunce irricevibili.
L’anno scorso abbiamo consolidato con successo
l’ufficio del Mediatore europeo, e ci siamo mossi con
decisione per accrescere la capacità, da parte di
quest’Istituzione, di trattare con efficacia le denunce e le
indagini che i cittadini conducono sull’Unione europea
allargata. A tal fine, abbiamo sempre potuto contare sul
sostegno di due dei funzionari più anziani, che stanno
per andare in pensione o lo hanno appena fatto – i
signori Priestley e Garzón Clariana. La loro consulenza e
la loro assistenza al Mediatore sono state molto preziose
e saranno ricordate a lungo.
Credo che il rapporto di buona volontà, fiducia e
comprensione che è stato allacciato negli ultimi dieci
anni tra il Mediatore europeo e le Istituzioni dell’Unione
europea rappresenti una preziosa risorsa per migliorare
la qualità della pubblica amministrazione in Europa a
beneficio dei cittadini. E’ per me estremamente
tranquillizzante, sia a livello personale che istituzionale,
sapere che a questo proposito il Parlamento europeo e la
commissione per le petizioni sono partner cruciali per il
Mediatore europeo. E’ mia intenzione ottenere il
massimo da tale partenariato, per cercare di approfondire
una cultura dei servizi a vantaggio dei cittadini
dell’Unione europea. Vi ringrazio per la vostra
attenzione.
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l’onore di riferire all’Assemblea a nome della
commissione per le petizioni; colgo quindi l’occasione
per ringraziare tutti i deputati dell’Assemblea i quali,
con i loro emendamenti e i loro commenti personali,
hanno svolto un ruolo concreto nell’elaborazione della
relazione – soprattutto il coordinatore, onorevole Atkins,
e il mio predecessore dello scorso anno, onorevole
Mavrommatis.
Mi compiaccio del fatto che fin dall’inizio lei abbia
sottolineato l’esigenza di definire chiaramente lo status
del Mediatore, in considerazione del crescente carico di
lavoro derivante dalle denunce dei cittadini, e le sono
grato per averlo fatto, ancora una volta, in questa sede.
Dal momento che dobbiamo tracciare una linea di
demarcazione netta tra le funzioni delle diverse
Istituzioni europee, le considerazioni contenute nella sua
lettera al nostro Presidente Borrell potrebbero dare
risultati soddisfacenti.
Il Mediatore europeo è un’Istituzione europea
importante, soprattutto per lo sviluppo europeo; essa
riveste un ruolo speciale agli occhi dei cittadini europei.
Esiste infatti per avvicinare l’Unione europea ai suoi
cittadini e per renderla più trasparente. E’ al Mediatore
che i cittadini europei possono rivolgersi per denunciare
eventuali inadempienze delle Istituzioni, e questo gli
assicura una relazione assai personale con l’Europa, una
relazione che non può essere la stessa ovunque, e ciò
rende la sua posizione così speciale.
E’ quest’idea – l’idea che nella politica europea debbano
contare di più le considerazioni di carattere pratico e
l’interesse dei cittadini – che in futuro dovremmo
prendere più a cuore. Dobbiamo rivolgere di più le
nostre politiche ai cittadini, per dimostrare che li
prendiamo sul serio e che abbiamo a cuore le loro
preoccupazioni – indipendentemente dal grado di
importanza o di gravità. Per raggiungere tale obiettivo,
dovremo innanzi tutto comunicare meglio il contenuto
della politica europea e, in secondo luogo, assicurare una
maggiore trasparenza – due punti importanti tra quelli
che ho sottolineato in merito alla sua relazione annuale.
La commissione per le petizioni ha ricevuto la relazione
annuale del Mediatore europeo, che discute le attività
dello scorso anno, e questo mi spinge a ringraziarla per il
suo splendido lavoro. Lei è in carica dal 1° aprile 2003, e
la sua attività è stata coronata da successo.
(Applausi)
4-009
Andreas Schwab (PPE-DE), relatore. – (DE)
Signor Presidente,
signor Diamandouros,
signora
Commissario Wallström, onorevoli colleghi, sono lieto
che siate riusciti tutti a essere così mattinieri e a essere
qui presenti alla discussione sulla relazione concernente
la relazione 2005 in merito alle attività del Mediatore
europeo.
Esordisco
ringraziandola
con
calore,
signor
Diamandouros, per il costruttivo contributo che ha
offerto con la sua relazione annuale, sulla quale ho
Ritengo che la relazione prodotta da quest’Assemblea
sia estremamente equilibrata; ho cercato di esaminare gli
emendamenti presentati dai colleghi e, laddove mi è
sembrato possibile, di inserirli. Credo che la relazione
sia di facile comprensione, e questa è la cosa più
importante ma, dopo il voto in seno alla commissione
parlamentare, non mi è sembrato opportuno ripresentare
tutti gli emendamenti e, per tale ragione, raccomanderò
al mio gruppo di respingerli. Su questo chiedo la vostra
comprensione, giacché abbiamo trascorso molto tempo
alla ricerca di un compromesso.
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Lei ha già esposto i punti principali della sua relazione.
Nel 2005 si è registrato un alto numero di denunce – il
più alto mai registrato da un Mediatore – e ciò dimostra
prima di tutto che un numero sempre crescente di
persone si sta interessando attivamente all’Unione
europea e al modo in cui essa lavora.
Colpisce però, come lei stesso ha ricordato, il persistente
alto numero di denunce – circa il 70 per cento delle
denunce presentate – che non rientrano fra le sue
competenze, molto spesso perché i cittadini che le
presentano non sanno con precisione a chi rivolgersi; è
per questo motivo che apprezzo molto la sua proposta di
inserire un modulo online nella vostra homepage per
guidare il cittadino verso l’istituzione giusta; sarebbe
certamente utile per tutti coloro che desiderino
contattarla online.
Di conseguenza, i poteri e le responsabilità delle
Istituzioni devono essere definiti ancora più chiaramente
affinché i cittadini possano comprendere quali sono,
nell’Unione europea, gli organismi responsabili nei
diversi settori, e lei potrà contribuire alla trasparenza di
questo intreccio di istituzioni e poteri – un compito che
spetta senz’altro in primo luogo al Parlamento e ai suoi
deputati che operano nei diversi collegi elettorali, nelle
relative regioni, ma a cui anche lei potrà offrire il suo
contributo.
Rivolgiamo altresì il nostro saluto alla rete europea dei
mediatori e a simili organismi, che assumono forme
diverse nei diversi Stati membri, e per questo motivo
abbiamo ricordato le manifestazioni organizzate da
questi organismi per informare i cittadini.
Passando alla sostanza delle varie denunce, queste
riguardano soprattutto la mancanza di trasparenza, e su
questo punto, dal momento che la relazione ripete le
richieste del Mediatore – avanzate nella relazione
speciale sul tema – di aprire ai cittadini tutte le riunioni
del Consiglio nella sua funzione legislativa, lei ha
servito anche la causa della democrazia e della
trasparenza in Europa.
Anche noi abbiamo bisogno di maggiore trasparenza se
vogliamo garantire il funzionamento democratico
dell’Unione europea, ed è per questo che nella nostra
relazione – e in questo momento mi rivolgo soprattutto a
lei, Commissario Wallström – chiediamo di
riorganizzare il portale Internet europa.eu affinché
divenga uno strumento di accesso a tutte le Istituzioni, e
di inserire nella homepage una guida chiara a tutte le
Istituzioni europee, piuttosto che un catalogo delle varie
attività dell’Unione europea.
Vorrei concludere con una constatazione: lei ha
presentato la sua relazione annuale per l’anno scorso in
gennaio, ma soltanto adesso – nel novembre dell’anno
seguente – ne stiamo discutendo. Noi membri della
commissione per le petizioni dobbiamo cercare di
discutere queste relazioni subito dopo la loro
pubblicazione.
16/11/2006
4-010
Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione.
– (EN) Signor Presidente, in primo luogo vorrei
congratularmi con il relatore, onorevole Schwab, per il
suo lavoro sulla relazione 2005 in merito alle attività del
Mediatore europeo. Si tratta di una importante relazione
del Parlamento sui principi generali, la situazione attuale
e il futuro sviluppo della collaborazione tra il Mediatore
e le altre Istituzioni europee.
Desidero inoltre congratularmi con il Mediatore, signor
Diamandouros, per la sua relazione annuale. Come
sempre è per me un piacere ascoltare il signor
Diamandouros che conferma il proprio impegno a favore
dei più alti standard di amministrazione nelle Istituzioni
europee, un impegno che la Commissione condivide.
Condivido senza riserve l’apprezzamento espresso
dall’onorevole Schwab per il ruolo del Mediatore quale
meccanismo di controllo esterno per una sana
amministrazione; con il suo lavoro infatti, il Mediatore
contribuisce a promuovere la buona amministrazione.
Sono convinta che la collaborazione con il Mediatore
sostenga le Istituzioni dell’Unione europea in
quell’approccio orientato al cittadino, che deve guidarle
nella loro attività quotidiana. Ciò significa garantire una
maggiore trasparenza al processo decisionale
dell’Unione, e lavorare per elaborare migliori prassi che
soddisfino le aspettative dei cittadini e tutelino i loro
diritti. In tal modo si potrà colmare il divario che separa
le Istituzioni dai cittadini dell’Unione europea.
Vorrei adesso commentare tre punti specifici della
relazione. In primo luogo, credo che la cooperazione tra
il Mediatore e la Commissione abbia seguito
un’evoluzione positiva negli ultimi anni. Come si è
evidenziato nella relazione, la Commissione ricorre a
una nuova procedura interna che autorizza ogni
Commissario ad adottare e trasmettere comunicazioni al
Mediatore. Sono lieta che sia il Mediatore, sia
l’onorevole Schwab apprezzino quest’innovazione nelle
loro relazioni. Inoltre, la Commissione ha modificato la
propria normativa interna per accelerare il trattamento
delle proprie risposte al Mediatore, e intende continuare
a sviluppare la propria cooperazione con il Mediatore.
Secondo il relatore sarebbe opportuno introdurre la
medesima procedura di autorizzazione per il trattamento
delle petizioni. La Commissione europea continuerà a
lavorare in stretto contatto con la commissione per le
petizioni, ma non ritiene possibile introdurre tale
modifica; la commissione per le petizioni e il Mediatore
europeo hanno ruoli distinti, e a ognuno di essi i cittadini
attribuiscono un valore diverso.
In secondo luogo, la relazione menziona il sito web
Europa, uno dei siti più visitati al mondo, in cui la
navigazione è divenuta piuttosto complessa. In
considerazione di tutto ciò, il rinnovamento del portale
Europa, per quanto riguarda la sezione della
Commissione, è in fase avanzata. L’obiettivo finale è
quello di trasformare il sito Europa in un portale di più
facile utilizzo, ben articolato e coerente. Sarà una
16/11/2006
struttura opportunamente plurilingue e la
presentazione sarà orientata ai cittadini e
comunicazione.
9
sua
alla
In terzo luogo, e concludo, la decisione di rivedere lo
statuto del Mediatore spetta al Parlamento europeo,
previa approvazione del Consiglio. La Commissione
tuttavia è stata consultata e segue da vicino gli sviluppi
concernenti la proposta, anche quelli pertinenti alle
commissioni interessate. La Commissione attualmente
sta esaminando la proposta nei dettagli, ed è in contatto
con l’ufficio del Mediatore per avere alcuni chiarimenti
su specifici aspetti della proposta.
Infine, mi risulta che il prossimo anno il Mediatore
intenda includere nella propria relazione annuale alcuni
casi di successo: si tratta di casi in cui, a quanto mi
risulta, le denunce sono state trattate in maniera
esemplare da parte delle Istituzioni dell’Unione europea
– indipendentemente dal fatto che sia stata accertata la
cattiva amministrazione. Mi sembra un’ottima iniziativa,
e attendo con impazienza la relazione del prossimo anno.
4-011
Manolis Mavrommatis, a nome del gruppo PPE-DE. –
(EL) Signor Presidente, Commissario Wallström, signor
Diamandouros, onorevoli colleghi, per cominciare
desidero congratularmi con il relatore, onorevole
Andreas Schwab, per lo straordinario impegno che ha
dedicato alla relazione al fine di dimostrare che, anno
dopo anno, il Mediatore europeo sta diventando
estremamente importante per i cittadini europei, grazie
al lavoro svolto dal Mediatore stesso.
Desidero inoltre ringraziare il signor Diamandouros,
poiché i nuovi dati che egli, nella sua veste, è riuscito a
portare alla nostra attenzione rappresentano punti di
riferimento per la fiducia che i cittadini ripongono nelle
Istituzioni.
Sono stato relatore per la relazione annuale sulle attività
del Mediatore europeo nel 2004, e vorrei sottolineare
che, rispetto ad allora, quando si era registrato un
aumento delle denunce pari al 53 per cento rispetto
all’anno precedente, nel 2005 il Mediatore ha ricevuto
un totale di 3 920 denunce – in altre parole c’è stato un
aumento nell’ordine del 5 per cento. Ciò non significa
che i casi di cattiva amministrazione da parte delle
Istituzioni dell’Unione europea siano aumentati, ma che
i cittadini sono più consapevoli dei propri diritti. Un
fattore importante per garantire l’efficacia del Mediatore
è la sua cooperazione con le Istituzioni dell’Unione: mi
riferisco per esempio ai costanti aggiornamenti e alle
riunioni tra il signor Diamandouros, la commissione per
le petizioni e l’ufficio di quest’ultima. La relazione
annuale del Mediatore illustra, tra l’altro, gli sforzi fatti
dal Mediatore – e ovviamente dalla Commissione – per
ampliare e rafforzare la rete dei mediatori nazionali e
regionali, favorendo lo scambio di informazioni in
merito alle migliori prassi.
La partecipazione della commissione per le petizioni del
Parlamento europeo a questa rete è importante, e
favorirebbe una reale cooperazione tra le Istituzioni
europee e i mediatori nazionali e regionali, permettendo
di aumentare i contatti regolari con le commissioni per le
petizioni dei parlamenti nazionali e con i mediatori degli
Stati membri.
Se confrontiamo le relazioni del Mediatore per il 2004 e
il 2005, vediamo che il risultato è stato positivo, quindi
possiamo concentrarci sui punti a cui la commissione
per le petizioni è particolarmente interessata. Inoltre, in
questo modo possiamo constatare il ruolo essenziale che
egli svolge e i progressi registrati nel giro di un anno.
4-012
Proinsias De Rossa, a nome del gruppo PSE. – (EN)
Anch’io vorrei ringraziare l’onorevole Schwab, nonché i
colleghi degli altri gruppi politici, per il considerevole
contributo che hanno offerto a questa relazione con il
loro lavoro.
La relazione del Mediatore, e in particolare il
compendio, mi sembra un ottimo esempio del modo di
presentare il nostro lavoro ai cittadini: è chiara, concisa e
puntuale. A mio avviso, la trasparenza è la chiave della
democrazia europea, il suo elemento portante.
Mi compiaccio per l’accresciuta consapevolezza del
ruolo del Mediatore europeo, che si riflette nel maggior
numero di denunce che gli vengono inviate. Non mi
preoccupa il fatto che molte di queste non rientrino
direttamente fra le sue competenze; ciò dimostra
comunque che egli è riuscito a portare l’attività del suo
ufficio all’attenzione dell’opinione pubblica, e forse
anche l’incapacità delle altre istituzioni di illustrare
chiaramente il proprio ruolo e il modo per accedere ai
loro servizi.
Non possiamo aspettarci che i cittadini si orientino
facilmente nel labirinto delle Istituzioni dell’Unione
europea; essi hanno cose più importanti da fare nella
vita. Quando devono fare una denuncia, ricorrono allo
strumento più familiare a loro disposizione. Credo che il
diritto del cittadino di sporgere denuncia sia un elemento
positivo.
L’azione con cui il Mediatore rinvia i casi per cui non è
direttamente competente agli enti responsabili è il modo
più opportuno per trattare tali denunce, e credo che
anche le altre Istituzioni dovrebbero seguire questo
esempio.
Un’ultima osservazione: sono passati dieci anni
dall’elaborazione dello statuto del Mediatore, ed è
evidente che si è reso necessario un adeguamento.
Accolgo l’iniziativa del Mediatore a tale proposito, e
attendo con impazienza la possibilità di discuterne in
Parlamento in un prossimo futuro.
(Applausi)
4-013
Diana Wallis, a nome del gruppo ALDE. – (EN) Signor
Presidente, anch’io voglio ringraziare il Mediatore, sia
per la sua relazione che per la sua interessante
10
presentazione odierna. Vorrei inoltre ringraziare
l’onorevole Schwab per la competenza con cui ha
redatto la sua relazione, offrendo un’efficace analisi
della relazione del Mediatore. C’è poco da aggiungere:
le cose sembrano procedere nel verso giusto giacché i
nostri cittadini dimostrano una maggiore consapevolezza
riguardo alle attività del Mediatore. E se le denunce
aumentano per una maggiore consapevolezza delle
opportunità che si offrono loro, ciò contribuisce a
colmare la distanza che ci separa dai nostri cittadini. Ed
è proprio questo il punto fondamentale. Relazioni di
questo tipo ci offrono un’immagine della situazione
attuale, e di come sia possibile migliorare le cose per il
futuro; questa relazione infatti ce ne offre vari esempi.
Vorrei concentrare le mie osservazioni su una questione
che è già stata menzionata da altri oratori: se vogliamo
orientare la nostra attività verso i cittadini, dobbiamo
garantire che essi possano sporgere una denuncia
facilmente, magari attraverso uno sportello unico.
Disporre unicamente di un buon sito web potrebbe non
bastare.
Attualmente esistono numerose entità che si occupano di
denunce, problemi e questioni di vario tipo. C’è il
Mediatore – che offre un ottimo servizio –, la
commissione per le petizioni, la Commissione europea –
che riceve le denunce – e ci siamo noi deputati – perché
è a noi che vengono sottoposti i casi dei cittadini dei
nostri collegi elettorali; poi ci sono SOLVIT ed Eurojust.
Temo che alcuni cittadini dell’Unione europea, che si
rivolgono a uno di questi organismi per poi essere
rinviati a un altro, finiranno per rinunciare. Dobbiamo
pensare a come riunire questi diversi filoni di attività,
affinché i nostri cittadini sentano che i loro problemi
vengono affrontati tempestivamente, e che essi vengono
indirizzati all’ufficio giusto. Dovremmo riflettere su
questo punto per il futuro.
La ringrazio ancora una volta per la relazione.
4-014
David Hammerstein Mintz, a nome del gruppo
Verts/ALE. – (ES) Signor Presidente, desidero
ringraziare il Mediatore, nonché l’onorevole Schwab,
per la completa e esaustiva relazione e l’approccio
positivo.
In primo luogo vorrei manifestare il mio accordo sulla
proposta dell’onorevole Wallis e far mia la proposta di
uno sportello unico europeo per le denunce dei cittadini.
Tale sportello potrebbe riunire SOLVIT, il Mediatore
europeo e la commissione per le petizioni, e il suo
compito sarebbe quello di indirizzare le denunce dei
cittadini all’istituzione responsabile. Non possiamo
sperare che i cittadini possano orientarsi in un labirinto
complesso come l’Unione europea.
Il mio unico rammarico per la relazione, che in generale
è molto positiva, riguarda la sua riflessione sulla terza
relazione speciale del Mediatore, che doveva essere una
relazione sull’OLAF e che è stata bloccata dalla
Conferenza dei presidenti. Alcune parti della relazione
16/11/2006
Schwab sembrano legittimare i tentativi della
Conferenza dei presidenti di ostacolare il Mediatore
europeo nella sua attività di monitoraggio degli
organismi europei, fra cui l’OLAF.
In particolare dobbiamo ringraziare il Mediatore per
alcune delle sue attività, come quelle concernenti
l’ambiente, per il quale esistono diffuse preoccupazioni.
Vorrei ricordare il caso del porto industriale di
Granadilla, nelle isole Canarie, per il quale il Mediatore
ha cercato di garantire una più rigorosa applicazione
della direttiva Habitat, con un certo successo.
E’ altresì importante ricordare la relazione speciale sulla
trasparenza del Consiglio quando esercita la propria
funzione legislativa, una relazione alla cui stesura ho
partecipato personalmente. In questo settore possiamo
osservare un progresso lento e graduale, ma effettivo.
Concluderò ricordando che il ruolo della commissione
per le petizioni non contraddice affatto il ruolo del
Mediatore, e che i loro ruoli sono complementari. Il
Mediatore controlla le Istituzioni europee nella loro
attività quotidiana, mentre la commissione per le
petizioni svolge il ruolo di intermediario diretto tra i
cittadini e il corpo del diritto comunitario. Sarebbe
auspicabile una cooperazione giornaliera più fluida tra
loro, basata su maggiori informazioni e più frequenti
contatti.
Onorevole Schwab, la ringrazio per la sua relazione, e
ringrazio anche lei, signor Diamandouros, per il suo
lavoro energico, ampio e importante.
4-015
Willy Meyer Pleite, a nome del gruppo GUE/NGL. –
(ES) Signor Presidente, anch’io desidero ringraziare il
Mediatore, signor Diamandouros, e il nostro relatore,
onorevole Schwab, poiché entrambi lavorano per cercare
di migliorare la nostra risposta alle denunce,
amministrative o di altro tipo, presentate dai cittadini
europei.
In effetti, credo che sia giunto il momento di adottare
iniziative concrete per realizzare tali miglioramenti.
Alcune interessanti iniziative sono già state ricordate,
come il modulo online e la migliore demarcazione tra le
competenze dei diversi organismi, ma credo che
dovremmo essere più ambiziosi. Dobbiamo progredire
verso un codice di buona condotta amministrativa per
tutte le Istituzioni europee, e anche lo sportello unico, di
cui ha parlato l’onorevole Hammerstein, potrebbe
rivelarsi un’iniziativa importante.
Nelle relazioni si legge che il 24 per cento delle denunce
riguarda la mancanza di trasparenza. Dobbiamo quindi
fare uno sforzo per promuovere un pubblico dibattito in
Europa sui rapporti tra cittadini e Istituzioni, e per
garantire che le Istituzioni agiscano in piena trasparenza.
A questo proposito vorrei ricordare un altro problema
che i membri della commissione per le petizioni
dovranno risolvere. Molte delle denunce che ci giungono
16/11/2006
dai cittadini riguardano le grandi opere, le grandi
infrastrutture che vengono realizzate nell’Unione
europea senza gli studi obbligatori d’impatto ambientale.
Talvolta la Commissione europea giunge troppo tardi a
presentare una relazione, quando i danni provocati da
alcune opere faraoniche sono già irreversibili.
Credo che la Commissione europea debba agire molto
più rapidamente, per evitare che tali danni abbiano un
gravissimo impatto ambientale. A tal fine, ognuno di noi
dovrà fare la sua parte per istituire meccanismi di
valutazione rapida per questo tipo di opere, in modo da
scongiurare simili danni.
Ritengo che la rete europea dei mediatori sia importante,
poiché potrebbe fornire la chiave di molte soluzioni
scongiurando così le denunce dei cittadini europei e, se
necessario, migliorare le nostre risposte.
4-016
Marcin Libicki, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor
Presidente, in un certo senso mi presento qui in una
duplice veste. Come lei ha detto, parlo a nome del
gruppo UEN nonché in qualità di presidente della
commissione per le petizioni, e questo mi rende
particolarmente qualificato a parlare su questo tema.
Ringrazio naturalmente l’onorevole Schwab per la sua
relazione, che è stata stilata con particolare cura e quindi
adottata dalla nostra commissione, e condivido ogni
affermazione dell’onorevole Schwab. Vorrei anche
ringraziare il signor Diamandouros; egli svolge il suo
lavoro con estrema efficacia e questo viene apprezzato
giacché, mi permetto di ricordarvelo, egli è stato rieletto
con una maggioranza superiore al novanta per cento dei
voti.
Apprezzo i contatti che il signor Diamandouros
intrattiene con i cittadini europei, al di là del suo
compito principale di Mediatore. Egli ha partecipato a
più di 170 riunioni. Io stesso ero presente a uno di tali
incontri in Polonia, cui hanno partecipato più di 150
persone, che erano venute apposta per vederlo, per
sentirlo parlare e per capire quale fosse il messaggio che
il Mediatore europeo aveva per loro. Questo è uno dei
successi dell’approccio diretto e personale del signor
Diamandouros.
Ripeterò ciò che è già stato detto da altri: la
partecipazione attiva del Mediatore europeo rispecchia
l’accresciuta coscienza che i cittadini europei hanno dei
propri diritti; è strettamente legata e dà forma a tale
consapevolezza, che del resto deriva proprio dalle
attività del Mediatore europeo. La commissione per le
petizioni, di cui sono presidente, lavora in stretto
contatto con il Mediatore europeo; abbiamo competenze
simili, ma non identiche. E’ perciò importante
apprezzare le differenze tra le competenze del Mediatore
e quelle della commissione per le petizioni.
Se il Presidente mi consente di parlare ancora per pochi
secondi, vorrei attirare la vostra attenzione su un’altra
questione. La commissione per le petizioni è un
organismo del Parlamento europeo. E’ quindi
11
deprecabile che il Parlamento europeo e i suoi organismi
talvolta scavalchino la nostra commissione nei loro
rapporti con il Mediatore. Ne abbiamo avuto un esempio
il 15 marzo 2006, quando il Parlamento europeo ha
firmato un nuovo accordo con il Mediatore senza
consultare la commissione che io presiedo e che non è
stata affatto coinvolta in questo processo.
4-017
Witold Tomczak, a nome del gruppo IND/DEM. – (PL)
Signor Presidente, la relazione del Mediatore per il 2005
dimostra che un numero crescente di cittadini è
insoddisfatto dell’attività svolta dagli organismi
dell’Unione europea.
Un’attività che è caratterizzata da scarsissima
trasparenza e da carenti controlli sul modo di spendere il
denaro pubblico. La violazione del diritto dei cittadini
all’informazione è particolarmente dannosa, come
dimostra la campagna di sostegno della cosiddetta
Costituzione per l’Europa.
Nel marzo dello scorso anno mi sono rivolto al
Mediatore europeo per denunciare la spesa di 8 milioni
di euro per la promozione della Costituzione europea.
Tale finanziamento era accessibile soltanto ai sostenitori
della Costituzione, come è stato confermato dal
portavoce della Commissione europea il 16 febbraio
2005. Rispondendo ai media che gli chiedevano se fosse
possibile utilizzare il denaro dell’Unione europea per
finanziare una campagna organizzata dagli oppositori
della Costituzione europea, egli ha dichiarato, cito
testualmente: “La Commissione considera la
Costituzione europea una sua creatura e si preoccupa
della sua ratifica” e “l’Ufficio delle pubblicazioni
ufficiali dell’Unione europea non intende pubblicare
materiale scritto dagli oppositori della Costituzione”.
Queste esplicite dichiarazioni rilasciate dal portavoce del
Commissario, signora Wallström, dimostrano che gli
oppositori della Costituzione non avevano e non hanno
alcuna occasione di presentare le proprie opinioni. Per
esempio, prima del referendum in Spagna, la
Commissione ha speso un milione di euro per stampare
cinque milioni di opuscoli e adesivi a favore della
Costituzione, che sono stati distribuiti in luoghi pubblici.
Si è scelto deliberatamente di non fornire informazioni
sugli aspetti negativi della Costituzione europea,
violando quindi palesemente il diritto fondamentale dei
cittadini europei a un accesso equo all’informazione.
Dopo aver esaminato la mia denuncia per un anno, il
Mediatore europeo ha deciso che la Commissione
europea non aveva violato il diritto dei cittadini a un
equo accesso all’informazione. E dunque chi era il
colpevole di tale violazione?
Con il venir meno della loro credibilità, le Istituzioni
dell’Unione
europea
ricorrono
sempre
più
frequentemente a una propaganda mendace, finanziando
e imponendo l’idea dell’unica “vera” unità europea.
Apprezzo gli sforzi del Mediatore nella sua lotta per la
trasparenza dell’attività delle Istituzioni europee, ma c’è
12
ancora molta strada da fare. Le cene con i rappresentanti
degli organismi su cui il Mediatore sta indagando non
servono ad accrescere la credibilità e l’autorità del suo
ufficio – un ufficio in cui un vero Mediatore dovrebbe
difendere i nostri diritti, battersi per la verità e difendere
i cittadini dai tentacoli della burocrazia europea. Ma per
agire così servono coraggio e autonomia.
4-018
Robert Atkins (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente, mi
congratulo con l’onorevole Schwab, che ha elaborato
un’ottima relazione, a cui sono lieto di aver contribuito.
Il Mediatore ha avuto notevole successo nelle sue
attività, ma per ironia il suo successo ha destato
maggiore interesse – un fattore evidentemente positivo
per la commissione per le petizioni, a cui il Mediatore
riferisce e il cui lavoro comune con lui è così importante.
Condivido appieno il contenuto dell’intervento
dell’onorevole Diana Wallis: è essenziale informare i
cittadini dell’Unione europea in merito alle opportunità
di ottenere giustizia, soprattutto mediante gli auspici del
Mediatore e della commissione per le petizioni.
Insieme a tutti i colleghi, mi congratulo con il signor
Diamandouros per i suoi successi, e in particolare – se
mi è concesso esprimere un parere – per la sua
determinazione, passata, presente e futura, nell’illustrare
l’utilizzo dei suoi poteri ai nuovi Stati membri e
nell’incoraggiarli a ricorrere ai suoi servizi. Intendiamo
fare la stessa cosa a nome della commissione per le
petizioni, e devo dire che l’associazione tra un
Commissario svedese – la Svezia è il paese dove è nata
l’istituzione del mediatore – e un Mediatore greco – la
Grecia è il paese in cui è nata la democrazia – si è
rivelata efficace e influente.
Nutro particolare interesse per le relazioni speciali del
Mediatore. Egli sa certamente che io sono il relatore
“mancato” per una di tali relazioni, concernente l’OLAF.
Egli deve sapere, e lo stesso vale per quest’Assemblea,
che non lascerò passare la questione. La trasparenza e la
chiarezza dei rapporti dev’essere considerata cruciale, e
questa relazione dovrà essere affrontata – e lo sarà – al
termine del procedimento giudiziario.
Come ha dichiarato il suo presidente, la commissione
per le petizioni assume crescente importanza, e dovrà
presto cessare di essere la commissione cenerentola,
l’ultima della lista e di scarso rilievo. Le attività del
Mediatore e della commissione per le petizioni sono
varie, numerose e crescono in modo esponenziale.
Dovranno quindi essere riconosciute dal Parlamento e
dalla Conferenza dei presidenti, ottenendo l’autorità che
meritano.
(Applausi)
4-019
Inés Ayala Sender (PSE). – (ES) Signor Presidente,
comincerò il mio intervento congratulandomi con il
signor Diamandouros per la sua accurata relazione, che
ci indica la strada per migliorare e progredire nei
16/11/2006
rapporti tra cittadini e amministrazione europea. Vorrei
inoltre congratularmi con il Commissario, signora
Wallström, e ringraziarla per i suoi instancabili sforzi
volti a favorire la comunicazione dei cittadini con le
Istituzioni europee e a realizzare soluzioni agili, più
semplici e interattive. Desidero inoltre congratularmi
con l’onorevole Schwab, soprattutto per la profondità
con cui ha trattato questi temi, che possono sembrare
routine ma certamente rappresentano il progresso sulla
strada che ci porterà “più Europa”.
Sono particolarmente soddisfatta dei progressi ottenuti
nell’attività di mediazione e risposta alle richieste dei
cittadini, e osservo con particolare piacere e interesse le
soluzioni amichevoli che sono state proposte.
Signor Diamandouros, la invito anche a creare uno
schema per la composizione amichevole delle
controversie, che serva da modello per tutta l’Europa.
Sono certa che la democrazia di cui godono sia
l’amministrazione che i cittadini si rafforzerà con
un’amministrazione migliore e più trasparente.
Apprezzo inoltre l’esplicita proposta di offrire i siti
Internet di tutte le Istituzioni in tutte le lingue ufficiali
dell’Unione.
Alla luce del suo approccio costruttivo, condivido la
preoccupazione dell’onorevole Schwab in merito alla
necessità di migliorare la cooperazione, senza alcun
ostacolo o malinteso, tra il Parlamento e il Mediatore
europeo, evitando al contempo ogni sovrapposizione
delle loro funzioni: la commissione per le petizioni e il
Mediatore stanno ancora cercando di definire il proprio
orientamento, ed è perciò positivo che la commissione
per le petizioni partecipi alla rete europea dei mediatori.
Infine, forse perché non sono pienamente consapevole
dell’entità della questione, sono piuttosto preoccupata
per il fatto che, apparentemente, il futuro del Mediatore
sarà nei tribunali; mi auguro che ciò non comporti il
precoce abbandono di ogni attività volta a migliorare
l’informazione e, soprattutto, a raggiungere la pacifica
composizione
delle
controversie.
L’approccio
giudiziario proposto non è il modo più opportuno per
migliorare i rapporti fra i cittadini e l’amministrazione
pubblica dell’Unione europea, come ci ricordano gli
esempi che sono già stati menzionati.
Credo fermamente che la fiducia dei cittadini europei nel
Mediatore dipenda da una maggiore capacità di
comporre pacificamente le controversie.
4-020
Mairead McGuinness (PPE-DE). – (EN) Signor
Presidente, desidero ringraziare il signor Diamandouros
per la sua relazione, e l’onorevole Schwab per la
relazione di cui stiamo discutendo oggi. Condivido le
sue preoccupazioni: effettivamente è un po’ tardi per
discutere una simile questione, ma meglio tardi che mai!
Il Mediatore è il cane da guardia del sistema. Preferisco
pensare a lui come un rottweiler – di cui abbiamo
16/11/2006
bisogno – piuttosto che a una razza più docile. I miei
colleghi irlandesi rideranno alla parola rottweiler perché,
in termini politici, ne abbiamo uno nel nostro parlamento
nazionale.
Il Mediatore ha un importante ruolo da svolgere, e non
condivido i timori di coloro secondo i quali il 70 per
cento delle denunce ricadrebbe all’esterno delle sue
competenze. Come altri prima di me hanno già
affermato, ciò riflette un alto grado di frustrazione e il
fatto che la gente ha bisogno di qualcuno a cui
rivolgersi. Questo è un punto importante che dev’essere
sottolineato. Sono lieta che il Mediatore, nella sua
saggezza, non allontani i cittadini, ma anzi li assista, e
credo che debba continuare a farlo. Altri potrebbero non
essere d’accordo, ma questo fa parte del suo lavoro, e
abbiamo bisogno di tale flessibilità.
Mi congratulo con il Mediatore per gli sforzi tesi a
promuovere la sua attività. Tutti noi, deputati al
Parlamento europeo, abbiamo il compito di aiutarlo in
questo senso, sebbene io stessa consideri il mio ufficio –
e credo che altri colleghi la pensino come me – uno
sportello unico. In ultima analisi, mi auguro che i
deputati europei siano i primi interlocutori ai quali i
cittadini si rivolgono quando hanno problemi. La
proposta dell’onorevole Wallis di istituire uno sportello
unico è interessante, ma non dobbiamo dimenticare che,
in quanto rappresentanti eletti, siamo qui anche per
ottenere informazioni per i cittadini.
Il Mediatore deve ricordare che noi, in quest’Assemblea,
proviamo spesso un senso di profonda frustrazione,
proprio come i cittadini, quando si tratta di ottenere
informazioni dalla Commissione europea. Gli
amministratori hanno il dovere di considerarsi al servizio
dell’opinione pubblica e non protettori del sistema. Se
sarà necessario, ci occuperemo della formazione dei
cittadini e di cambiarne la cultura. Vorrei sapere se il
Mediatore ha considerato l’atteggiamento di coloro che
sono alla radice dei problemi. In altre parole, nelle
denunce che ha accolto c’è forse un evidente e cattivo
atteggiamento tra gli amministratori? In tal caso,
dobbiamo fare qualcosa in merito.
Desidero ringraziare ancora una volta tutti coloro che
hanno partecipato, e mi auguro che il carico di lavoro del
Mediatore aumenti in modo esponenziale, come è giusto
che sia.
4-021
Thijs Berman (PSE). – (NL) Signor Presidente, la
relazione annuale del Mediatore europeo rivela che un
quarto delle denunce presentate giunge da cittadini che
lamentano la scarsa trasparenza delle Istituzioni europee.
Sebbene tali denunce non siano sempre giustificate,
naturalmente – come si può leggere anche in questa
ampia relazione – rimane comunque una percentuale
piuttosto alta, e quindi vi è un gran margine di
miglioramento. Il relatore osserva giustamente che, in
virtù del Trattato di Nizza, ogni Istituzione europea deve
cercare di garantire la massima apertura e accessibilità.
13
Gran parte delle denunce è rivolta alla Commissione,
ovviamente, poiché essa è l’Istituzione che è a più stretto
contatto con i cittadini, sebbene, in effetti, sia soprattutto
il Consiglio dei ministri a provocare i ritardi.
Nell’antiquata cultura del potere paternalistico e
dell’approccio dall’alto, l’apertura non è certo una
priorità. Ma la fiducia dei cittadini è una condizione
fondamentale se vogliamo garantire l’efficacia delle
nostre politiche, e il mondo ha bisogno di un’Unione
europea vigorosa la cui forza propulsiva venga dai
cittadini, perché la posta in gioco è assai più alta della
mera attività di governo.
L’Europa è disposta a battersi a favore di una
globalizzazione diversa, e di uno sviluppo sociale,
sostenibile ed equo? Soltanto se l’Europa si impegnerà
per raggiungere questo obiettivo, l’UE potrà ottenere la
fiducia dei propri cittadini; ma tale fiducia sarà concessa
solo a un’Europa che si dimostri aperta in tutte le sue
decisioni. Se vogliamo stimolare la fiducia degli europei
nell’Unione europea e renderla permanente, apertura e
accessibilità sono priorità politiche assolute. Chiedo
quindi all’Europa di spalancare le porte.
4-022
Andreas Schwab (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente,
un richiamo al Regolamento; vorrei fare un commento
sull’intervento
della
stimatissima
collega,
onorevole McGuinness. I rottweiler a cui lei ha fatto
riferimento provengono proprio dalla città in cui sono
nato, e quindi mi considero un rottweiler. Se potrò
esserle d’aiuto, signor Diamandouros, e fungere da
rottweiler, sarò lieto di farlo.
4-023
Richard Seeber (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente,
signora
Vicepresidente
della
Commissione,
signor Diamandouros,
onorevole Schwab,
vorrei
ringraziare in particolare il Mediatore europeo e il
relatore per l’eccellente lavoro svolto, ed esprimere la
speranza che l’onorevole Schwab continui a dimostrare
la stessa grinta – soprattutto per quanto riguarda la
politica – della nota razza di cani della sua città natale di
Rottweil. In ogni caso gli auguro grandi successi.
Anche lei, signor Diamandouros, ha un ruolo importante
da svolgere, soprattutto dal momento che, a mio avviso,
lei è il punto di contatto tra l’opinione pubblica e le
Istituzioni europee; è a lei che i cittadini manifestano le
preoccupazioni che nutrono in merito alle Istituzioni
stesse. Il suo ruolo è quello di comporre le controversie e
lei si adopera per trovare soluzioni. L’anno scorso sono
state presentate 3 920 denunce, e nel 75 per cento dei
casi è stato possibile offrire una soluzione al denunciante
avviando indagini o rinviando la denuncia agli uffici
competenti; si tratta effettivamente di una percentuale
altissima.
Anche la Commissione ha un ruolo importantissimo da
svolgere giacché, attraverso varie iniziative volte a
garantire la trasparenza, cerca di dimostrare la propria
apertura, e non posso che incoraggiarla in questo – e
incoraggiare lei, signora Vicepresidente, ad adoperarsi in
questo ambito. Come sappiamo, molte grandi istituzioni
14
– non solo la Commissione ma anche quelle attive nel
mondo degli affari – hanno la tendenza a diventare
autosufficienti e ad acquisire vita propria, così che
diventa difficile per un esterno avere un’immagine
chiara della loro attività; vi chiedo quindi di procedere
con la vostra iniziativa a favore della trasparenza.
Al collega polacco vorrei dire che mi sembra ipocrita
accusare la Commissione di fornire soltanto
informazioni che mettono in buona luce il Trattato
costituzionale. Le pubblicazioni che ho avuto modo di
consultare mi sono sembrate relativamente obiettive, e si
sono dimostrate uno strumento necessario per informare
i cittadini sull’argomento.
(Applausi)
E’ veramente ipocrita chiedere, da un lato, maggiore
informazione, e dall’altro il taglio di alcune
informazioni. Per questo motivo dobbiamo accelerare
insieme su questa strada per poter costruire un’Europa
comune.
(Applausi)
4-024
Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE). – (PL)
Signor Presidente, la relazione per il 2005 ci consente di
affermare che il Mediatore europeo sta realizzando con
successo l’obiettivo di migliorare l’efficacia della sua
Istituzione, nel campo della buona prassi amministrativa
e del rispetto dei principi dello Stato di diritto e dei
diritti umani.
A questo punto dobbiamo ringraziare il professor
Diamandouros, che guida tale Istituzione. Il carattere
pubblico delle attività del Mediatore merita un elogio,
ma preoccupa che il 70 per cento delle denunce
presentate esuli dalle competenze del Mediatore. Ciò
dipende, quasi sempre, dal fatto che le denunce
sostanzialmente non sono dirette contro organismi e
Istituzioni dell’Unione europea, e dimostra che per molti
cittadini dell’Unione la divisione delle competenze tra le
Istituzioni e il processo decisionale sono ancora tutt’altro
che chiari.
E’ quindi essenziale definire e precisare il ruolo del
Mediatore e della commissione per le petizioni del
Parlamento europeo, affinché risulti chiaro ai cittadini
dell’Unione europea. L’anno scorso il numero delle
denunce è aumentato del 5 per cento rispetto all’anno
precedente; tale incremento riflette forse l’accresciuta
notorietà dell’opera del Mediatore, ma può anche
dipendere dal fatto che non tutti gli Stati membri
dell’Unione europea dispongono di un’istituzione
analoga, e che quindi molte persone si rivolgono al
Mediatore europeo per problemi che riguardano
organismi amministrativi locali, regionali o nazionali.
Il Mediatore deve moltiplicare gli sforzi per fornire
all’opinione pubblica informazioni attendibili. E’
necessario che i cittadini possano accedere facilmente
alle informazioni nella propria lingua madre; in tal modo
16/11/2006
sapranno di essere cittadini dell’Unione europea a pieno
titolo, il cui benessere è importante e la cui voce può
farsi sentire.
Mi congratulo infine con il relatore, onorevole Schwab,
per la sua ottima relazione; sono certa che egli
continuerà a svolgere il suo ruolo di cane da guardia,
anzi di rottweiler, della legge.
4-025
Marie Panayotopoulos-Cassiotou (PPE-DE). – (EL)
Signor Presidente, undici mesi dopo aver celebrato il
decimo anniversario dell’istituzione del Mediatore
europeo, approviamo oggi la relazione annuale del
decimo anno. Mi congratulo con il signor
Diamandouros, che incarna degnamente e con efficacia
il ruolo di difensore della trasparenza e della buona
amministrazione nell’Unione europea.
Forse l’anno prossimo esamineremo prima e più
rapidamente la relazione annuale del Mediatore, e la
commissione per le petizioni – che è quella competente
– sarà direttamente in contatto con il Mediatore e potrà
essere informata in merito alla procedura per la firma
degli accordi interistituzionali conclusi tra lui e il
Parlamento europeo.
Il paragrafo 6 della relazione Schwab esprime –
giustamente – il nostro rammarico per la firma del nuovo
accordo entrato in vigore il 1° aprile 2006, ossia prima
dell’approvazione della relazione per il 2005. L’11
luglio, il Mediatore ha poi presentato una proposta per
l’adeguamento del proprio statuto, e il paragrafo 13 della
relazione Schwab se ne compiace. Desidero però notare
che i temi da lui toccati nella richiesta sono
particolarmente delicati, e le sue argomentazioni
particolarmente deboli. Il divieto di intervenire nei casi
pendenti di fronte a un tribunale non si può contestare
sulla base dei Trattati; i funzionari della Comunità
devono essere vincolati dal segreto professionale.
Disponiamo di istituzioni competenti per l’esame dei
diritti umani; ma anche noi, in quanto Parlamento
controllato dai cittadini, abbiamo la giurisdizione per
esaminare e presentare denunce, ed esistono numerose
procedure extragiudiziarie. Il Mediatore svolge
numerose funzioni, e si può solo sperare che la sua
Istituzione abbia il tempo e il personale – quest’ultimo è
fortunatamente aumentato, da 38 a 51 membri, e poi a
57 nel 2006 – per rispondere al maggior numero di
denunce. Se tuttavia il Mediatore condanna la scarsa
trasparenza dei lavori del Consiglio, con l’emendamento
n. 1, che vi chiedo di sostenere, lo invitiamo a
controllare – di propria iniziativa e non dopo denunce
specifiche da parte dei cittadini – la trasparenza dello
svolgimento dei concorsi organizzati dall’Ufficio
europeo di selezione del personale (EPSO), oltre che i
metodi di assunzione in uso presso i vari organismi
europei, compresa la sua stessa Istituzione. Questo tema
è particolarmente importante e delicato per i nuovi
cittadini europei, che a migliaia partecipano a concorsi e
colloqui di lavoro, senza avere il diritto di sapere perché
l’esito sia stato negativo.
16/11/2006
Ringrazio anche la signora Commissario per aver posto
in risalto l’intenzione del Mediatore di dedicare il
proprio tempo a elogiare la Commissione.
4-026
Nikiforos Diamandouros, Mediatore. – (EN) Signor
Presidente, desidero ringraziare calorosamente tutti i
colleghi di questa esimia Assemblea, per le loro parole
estremamente incoraggianti. Traggo quindi conforto dal
sostegno che mi giunge dalla vostra Istituzione, la cui
cooperazione è per me preziosa. Mi impegno quindi
personalmente, e credo di poterlo fare anche a nome del
personale che lavora per me, ad andare avanti,
perseverando in ciò che sto già facendo, accogliendo le
richieste che mi vengono rivolte e traendo quindi nuovi
spunti per la mia attività.
Non mi è certo possibile rispondere a tutte le
osservazioni che sono state fatte nel corso della
discussione, ma vorrei affrontare alcune questioni in
particolare.
In primo luogo, sono molto grato per il sostegno che ho
ricevuto in merito allo statuto. Con il permesso
dell’onorevole
Panayotopoulos-Cassiotou,
vorrei
chiarire due punti a riguardo, e lo farò in greco dal
momento che ella si è rivolta a me in greco.
4-027
(EL) Signor Presidente, onorevole Panayotopoulos,
desidero assicurarvi che l’Ufficio europeo di selezione
del personale rientra già nella sfera di competenza del
Mediatore europeo; si tratta anzi di una questione che ci
sta molto a cuore e che seguiamo con estremo rigore.
Per quanto riguarda poi le mie raccomandazioni, posso
garantire che la mia richiesta…
(Il Presidente interrompe l’oratore, per segnalargli un
problema relativo al servizio di interpretazione)
4-028
(EN) Signor Presidente, mi scuso, ma non mi ero reso
conto che ci fosse un problema con il servizio di
interpretazione. Pensavo che fosse un tentativo di
mettere alla prova la mia capacità di esprimermi nella
mia lingua madre!
Con il permesso del Presidente vorrei brevemente
rassicurare l’onorevole Panayotopoulos-Cassiotou e
l’Assemblea: l’Ufficio europeo di selezione del
personale rientra già fra le competenze del Mediatore e
dedichiamo infatti molto tempo a questioni concernenti
il reclutamento.
Quanto allo statuto, vorrei chiarire che il Mediatore non
sta assolutamente chiedendo il diritto di avviare
procedimenti giudiziari dinanzi alla Corte; ovviamente
non spetta a noi. La Corte e il Mediatore sono due
organismi separati. Chiediamo piuttosto il diritto di
intervenire dinanzi alla Corte, giacché tale diritto è stato
conferito al supervisore europeo per la protezione dei
dati in casi di gravi violazioni dei diritti fondamentali. Si
tratta di una differenza importante. Lo ripeto: non stiamo
15
assolutamente cercando di accedere alla Corte in un
modo che, in pratica, esulerebbe dal mio mandato.
Apprezzo l’incoraggiamento sulla questione del codice
unico, e sto collaborando appunto con il Commissario,
signora Wallström, per vedere se ciò sia possibile; ella
infatti ha accennato a questo tema nel suo intervento.
Desidero ringraziare Sir Robert Atkins per la sua
determinazione e il suo impegno a far discutere da
quest’Assemblea tutte le relazioni speciali che le
vengono presentate dal Mediatore, e spero che il suo
impegno sarà premiato.
L’idea di uno sportello unico mi sembra molto
importante. Sarei molto interessato a collaborare con il
Commissario, signora Wallström, e con le altre
Istituzioni, e forse ad avviare un processo di riflessione
su quest’idea, per poter servire meglio i nostri cittadini.
Devo sottolineare che il Mediatore europeo e la
commissione per le petizioni sono organismi
complementari; sono grato a questa commissione
parlamentare con la quale intendo continuare a
collaborare costantemente per ottenere concreti successi.
Infine vorrei fare alcune osservazioni. Le denunce
irricevibili sono molto importanti e cercheremo di
ridurne il numero. Ma continueremo ad aiutare tutti i
cittadini che si rivolgono a noi per la ragione sbagliata,
utilizzando la rete dei mediatori dell’Unione europea
come meccanismo per rinviare loro le denunce, aiutando
quindi quei cittadini e, in un certo senso, cercando di
applicare la sussidiarietà in meccanismi non giudiziari.
Collaboriamo con i nostri colleghi a livello nazionale e
regionale per servire meglio i cittadini, ed è a tal fine che
rinviamo le denunce irricevibili.
Ringrazio moltissimo l’onorevole McGuinness per i suoi
elogi. Mi considero un meccanismo di controllo esterno
sull’amministrazione e quindi, se le cose vanno male,
anch’io dovrò svolgere il ruolo di rottweiler. Lasciando
da parte i sottintesi irlandesi – non intendo affrontare qui
le implicazioni di carattere teologico o divino – credo
però che questa sarebbe l’ultima spiaggia. Il primo
passo, su cui sto lavorando in stretta cooperazione con la
Commissione, con il Segretariato generale della
Commissione e con il Commissario, signora Wallström,
è quello di entrare in contatto con le Istituzioni, in
particolare con la Commissione, e aiutarle a capire quali
sono i loro obblighi; aiutarle a capire che, se le
Istituzioni europee – e quindi anche la Commissione –
devono rendersi conto che le istituzioni esistono per
servire il cittadino, e non viceversa, abbiamo estremo
bisogno di un cambiamento culturale.
Vi ringrazio per avermi dato il tempo di fare questi
chiarimenti. Ancora una volta, ringrazio l’Assemblea per
il sostegno e l’incoraggiamento offerti alla mia
relazione.
(Applausi)
4-028-500
16
16/11/2006
Presidente. – La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà oggi, alle 12.00.
Dichiarazione scritta (articolo 142 del Regolamento)
4-030
András Gyürk (PPE-DE). – (HU) Desidero ricordare
un problema legato alla relazione del signor
Diamandouros sulla sua attività di Mediatore nel 2005,
in merito al quale il Parlamento europeo ha già adottato
quest’anno una risoluzione.
Nel 2005 il Mediatore europeo aveva presentato al
nostro Parlamento una relazione speciale, dopo aver
riscontrato una discriminazione ingiustificata nel
trattamento economico applicato nei confronti del
personale dell’Unione europea con figli che presentano
particolari esigenze educative e didattiche. Nel suo
progetto di raccomandazione egli aveva invitato la
Commissione ad adottare le misure necessarie per
garantire che i genitori, i cui figli sono esclusi dalle
scuole europee per il loro grado di disabilità, non
dovessero essere costretti a contribuire al costo
dell’istruzione della loro prole. La risoluzione approvata
in merito dal Parlamento chiedeva alla Commissione di
rispettare il principio della parità di trattamento.
Le misure necessarie però non sono state adottate:
purtroppo, nel corso delle iscrizioni scolastiche di
quest’autunno è avvenuto ancora una volta che un
alunno dalle particolari esigenze educative sia stato
respinto da scuola; tale prassi, che viola il rispetto dei
diritti umani, costringe le famiglie a dividersi e a lasciare
Bruxelles, e talvolta persino le Istituzioni europee.
Secondo la Carta dei diritti fondamentali e il Trattato
dell’Unione europea, il diritto all’istruzione, la parità di
trattamento e il divieto di qualsiasi forma di
discriminazione costituiscono i principi fondamentali del
diritto comunitario. Chiedo quindi che la Commissione
europea, tenendo conto della raccomandazione del
Mediatore e della risoluzione del Parlamento in materia,
crei le condizioni per garantire pari opportunità
educative e didattiche ai bambini che presentano
esigenze particolari, conformemente ai principi europei.
4-030-500
PRESIDENZA DELL’ON. MOSCOVICI
Vicepresidente
4-031
Libro bianco su una politica europea di
comunicazione (discussione)
4-032
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione
sulla
relazione
(A6-0365/2006),
presentata
dall’onorevole Herrero-Tejedor a nome della
commissione per la cultura e l’istruzione, sul Libro
bianco su una politica europea di comunicazione
[2006/2087(INI)].
4-033
Luis Herrero-Tejedor (PPE-DE), relatore. – (ES)
Signor Presidente, quando il Commissario, signora
Wallström, ha presentato al Parlamento europeo il Libro
bianco su una politica di comunicazione europea e ho
appreso che avrei avuto l’onore di essere il relatore
incaricato della relazione su quel Libro bianco, un mio
amico giornalista che lavora qui, al Parlamento europeo,
mi ha detto che la cosa migliore che avrei potuto fare era
pubblicare una relazione brevissima, di una sola frase,
vale a dire “Commissario Wallström, questo Libro
bianco può essere usato solo come carta da pacchi
perché, sebbene le sue intenzioni siano lodevoli, è
assolutamente inutile”.
Io gli ho risposto: “Penso che tu sia un po’ ingiusto.
Credo infatti che il Commissario Wallström si stia
adoperando per creare una politica di informazione e
comunicazione valida. Inoltre, a rischio di essere
tacciato di ingenuità, in più occasioni mi ha dimostrato
che quello è il suo obiettivo. Il problema è che
attualmente non esistono le condizioni per poter
articolare una siffatta strategia di informazione e
comunicazione nell’Unione europea”.
Perché? Perché attualmente non esiste una base giuridica
per strutturare tale politica e, dunque, per intraprendere
azioni e controllarle adeguatamente.
Facciamo pertanto un passo avanti – e questo è
l’approccio che ho adottato nel preparare la presente
relazione – cercando di cambiare la situazione in cui ci
troviamo, in quanto, ogni volta che ci riuniamo per
parlare della strategia di informazione e comunicazione,
formuliamo tutta una serie di raccomandazioni generiche
che non portano a nulla. Proviamo a creare quello che
ancora non abbiamo. Definiamo quella base giuridica
indispensabile per agire, in futuro, in maniera molto più
efficace.
Approfondendo tale aspetto, ho scoperto che esiste una
sola formula per creare una base giuridica:
l’applicazione dell’articolo 308 del Trattato.
Quando mi sono state spiegate le circostanze in cui
sarebbe possibile applicare detto articolo, ho avuto la
tentazione di rispondere: “E’ impossibile, non
riusciremo a farlo”. Occorrono tre condizioni
concomitanti che è molto difficile riunire. Primo: la
Commissione deve formulare la richiesta; secondo:
occorre che il Parlamento sia d’accordo; terzo
condizione più difficile, è necessario che il Consiglio dia
la sua approvazione unanime.
Ho parlato con il Commissario Wallström e mi ha detto
che la Commissione era d’accordo. Ho consultato tutti i
relatori ombra e mi hanno riferito che il Parlamento
sarebbe potuto essere d’accordo. In seno al gruppo
interistituzionale, abbiamo avuto la possibilità di
ascoltare il parere del ministro che in quella occasione
rappresentava il Consiglio, il quale ci ha detto che non
era in grado di garantire l’unanimità del Consiglio
poiché era un impegno che non poteva assumersi, ma
16/11/2006
poteva perlomeno affermare di ritenere che tale
unanimità fosse potenzialmente raggiungibile.
Ora coesistono dunque tutti gli elementi, ma è molto
improbabile che tale situazione favorevole si riproponga
in futuro. In politica, la cosa più importante è saper
sfruttare le condizioni createsi in un determinato
momento.
Attualmente abbiamo un’opportunità che probabilmente
non si ripresenterà, un’opportunità straordinaria di
migliorare le cose creando una base giuridica, che certo
non rappresenta la panacea di tutti i mali, ma senza
dubbio costituisce un passo avanti, e possiamo scegliere
di accettarla o respingerla. Io propongo di accettarla.
Onorevole Christa Prets, la prego di aiutarmi perché so,
avendo udito l’intervento dell’onorevole Corbett, che il
suo partito voterà contro l’applicazione dell’articolo 308.
L’onorevole Corbett ritiene che vi sia un altro modo per
ottenere tale base giuridica. Per me non esiste e, se
esiste, vi prego di indicarmelo. Trattiamo. Parliamone.
Non vi sono stati emendamenti da parte della
commissione per gli affari costituzionali che ci abbiano
offerto un’alternativa. L’onorevole Gérard Onesta,
relatore ombra di questa relazione, che ringrazio per aver
parlato a nome del gruppo Verts/ALE, ha capito che al
momento abbiamo questa opportunità e ha convenuto
sulla necessità di coglierla.
Lei sa, onorevole Prets, che all’interno della
commissione per la cultura e l’istruzione vi è stato solo
un voto contrario alla presente relazione, che sollecita
l’applicazione dell’articolo 308. Cerchiamo di sfruttare
la situazione. Non si tratta di una questione ideologica.
Ho elogiato il Commissario Wallström, che non è del
mio partito, perché credo che stia facendo la cosa giusta.
Ringrazio inoltre l’onorevole Bono per il suo ruolo di
relatore ombra del gruppo PSE in seno alla commissione
per la cultura e l’istruzione. So che mi aiuterebbe se
potesse, ma so anche che la disciplina di gruppo talvolta
impone criteri non necessariamente corretti.
Vi prego di riflettere prima del voto affinché la presente
relazione sia adottata. Vi esorto a farlo dal profondo del
cuore perché non si tratta di una questione ideologica. Si
tratta invece di una questione politica, di una questione
di opportunità che è necessario cogliere adesso,
altrimenti in futuro sarà estremamente difficile.
Questo è il modo migliore di strutturare la politica che
auspichiamo. Diversamente, onorevoli membri della
commissione per la cultura e l’istruzione oggi presenti in
quest’Aula, ci riuniremo ogni anno e ascolteremo un
elenco di buone intenzioni che, oltre a rappresentare un
notevole dispendio di denaro, comunicheremo al
Commissario all’ultimo momento, senza alcuna
possibilità di controllo. Non sapremo esattamente come
viene speso il denaro o a cosa può servire. Non faremo
altro che girare in tondo.
17
Onorevole Bono, onorevole Prets, onorevole
Badia i Cutchet, voi che siete i membri della
commissione per la cultura e l’istruzione presenti in
Parlamento, abbiamo discusso la relazione e l’abbiamo
approvata in commissione con un solo voto contrario.
L’emendamento dell’onorevole Corbett non ha avuto
buon esito in seno alla commissione per gli affari
costituzionali. Non ci è stata presentata alcuna
alternativa.
Cogliamo l’opportunità politica che ci viene offerta. Vi
esorto a farlo dal più profondo del cuore.
4-034
Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione.
– (EN) Signor Presidente, vorrei esordire ringraziando il
relatore, onorevole Herrero-Tejedor, per l’eccellente
lavoro svolto, il tono positivo della presente relazione e
il sostegno da essa offerto alle idee della Commissione.
Devo dire, tuttavia, che spero che il suo amico sia un
giornalista migliore di quanto sia esperto delle Istituzioni
dell’Unione europea.
Quando la Commissione ha adottato il Libro bianco in
febbraio, ha affermato che era sua intenzione aprire un
nuovo capitolo per quanto concerne la comunicazione
tra l’Unione europea e i suoi cittadini. Così come
l’abbiamo formulata, la nuova politica di comunicazione
dovrebbe evolvere dal monologo al dialogo. Dovrebbe
dare all’Unione europea una maggiore capacità di
ascolto. Dovrebbe passare da una comunicazione
incentrata sulle Istituzioni ad un approccio incentrato sui
cittadini basato sul diritto fondamentale dei popoli
all’informazione e all’ascolto. Dovrebbe passare da una
comunicazione basata su Bruxelles a un approccio
decentrato, da uno strumento accessorio a una vera e
propria politica europea, al pari delle altre politiche
comunitarie. In altre parole, dovrebbe diventare una
politica a tutti gli effetti.
Tali premesse mi conducono direttamente alla questione
della base giuridica per la politica di comunicazione che,
ne convengo, in questo caso è un problema con aspetti
molto difficili e controversi da affrontare. La base
giuridica è un mezzo per dare legittimità a ciò che
facciamo, per creare impegno, e dovrebbe enunciare i
principi in base ai quali abbiamo lavorato sul tema della
comunicazione.
La Commissione ha proposto una carta dei cittadini, un
codice di condotta come noi l’abbiamo chiamato, che gli
attori istituzionali, compresi gli Stati membri, potrebbero
sottoscrivere su base volontaria.
La relazione suggerisce un approccio leggermente
diverso invitando la Commissione a lavorare su un
progetto di accordo interistituzionale ed esortandola a
sondare la possibilità di intraprendere un vero e proprio
programma comunitario per l’informazione e la
comunicazione sull’Europa a norma dell’articolo 308 del
Trattato CE.
18
La Commissione è disposta, come voi raccomandate, a
esplorare tutte le possibilità per individuare una base
solida per un’azione comune, da una carta dei cittadini
ad una base giuridica formale, e sono più che lieta di
abbracciare le idee formulate perché, lo ribadisco, il
nostro intento è dare legittimità a ciò che facciamo.
Mi compiaccio nel vedere che la vostra relazione
riconosce l’importanza dell’educazione civica e del
coinvolgimento dei cittadini nel processo decisionale.
Essa esorta la Commissione a garantire la consultazione
del pubblico in una fase precoce della definizione di una
politica, e questa posizione è anche condivisa da gran
parte della società civile. Sicuramente intraprenderemo
azioni in proposito.
Siamo più che consapevoli del ruolo cruciale svolto dai
mezzi di comunicazione – stampa, televisione, radio e
Internet – nella democrazia contemporanea. Noi tutti
sappiamo che gran parte delle lacune a livello di
comunicazione dipende dal fatto che gli affari europei
sono trattati alquanto marginalmente e spesso in maniera
impropria dai mezzi di informazione.
Al riguardo vorrei essere chiara, perché avete chiesto
alla Commissione di definire con la massima precisione
quale ruolo vorrebbe assegnare ai mezzi di
comunicazione. Il problema, tuttavia, non può essere
affrontato da tale angolazione. L’unico ruolo che i mezzi
di comunicazione possono svolgere è quello che la
nostra tradizione democratica ha affidato loro, ossia
informare i cittadini in maniera indipendente, pluralistica
e critica sui temi europei, come avviene per le questioni
interne. Il problema è come creare le condizioni affinché
ciò avvenga, e questo sarà il tema di una conferenza
delle parti interessate che si terrà a Helsinki in dicembre,
quale seguito dato al Libro bianco.
Un altro tema centrale del Libro bianco è la
comprensione dell’opinione pubblica. Le nostre società
stanno vivendo cambiamenti senza precedenti per la
maggiore mobilità interna, la migrazione e la
globalizzazione. L’opinione pubblica è diventata sempre
più complessa da definire e da comprendere. Negli
ultimi 30 anni, l’Eurobarometro è stato uno strumento
molto utile per misurare l’opinione pubblica, le sue
percezioni e i suoi orientamenti. Riteniamo, tuttavia, che
si possa fare molto di più e, in tal senso, prendo atto
delle vostre esitazioni in riferimento alla nostra proposta
di un osservatorio dell’opinione pubblica europea, ma
possiamo adottare un approccio più pragmatico o
graduale alla questione. Per esempio, l’idea di istituire
reti di esperti per scambiare buone prassi e sfruttare
sinergie ha raccolto un consenso notevole durante la
consultazione pubblica.
Non mi soffermerò sui tanti altri aspetti giustamente da
voi affrontati nella vostra relazione molto completa
come, per esempio, il ruolo degli Stati membri,
l’importanza del livello regionale e locale, il
coinvolgimento dei parlamenti nazionali o le
responsabilità dei partiti politici, aspetti che sono tutti,
ovviamente, fondamentali. In linea di principio,
16/11/2006
concordiamo su tali temi, e sono lieta che l’ambito del
mio mandato mi consenta di elaborare proposte concrete
per contribuire alla realizzazione di queste aspirazioni
comuni.
La vostra relazione costituisce una pietra miliare nel
processo che abbiamo avviato con il Libro bianco. Essa
contiene un forte incoraggiamento a procedere sulla base
di una collaborazione ancora più stretta tra le nostre due
Istituzioni. La Commissione produrrà la propria
relazione definitiva sul Libro bianco la prossima
primavera, una relazione che delineerà una serie di
proposte concrete e alla quale seguiranno piani di azione
operativi. Il cammino che ci attende è ancora lungo e
tutt’altro che privo di ostacoli, ma confido nel fatto che,
con il vostro appoggio, riusciremo ad operare un reale
cambiamento nel modo in cui l’Europa comunica con i
suoi cittadini permettendo loro di esprimere
concretamente la propria voce e ascoltandoli. Una
politica di comunicazione dell’Unione europea può
essere uno strumento per rafforzare la democrazia e
attendo con ansia le prossime discussioni al riguardo.
4-035
Michael Cashman (PSE), relatore per parere della
commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari
interni. – (EN) Signor Presidente, non senza
complimentarmi con il relatore, nel minuto a mia
disposizione vorrei concentrarmi direttamente su ciò che
dovremmo fare, ossia analizzare il modo in cui
comunichiamo con i nostri cittadini, e ciò significa che
dobbiamo essere assolutamente chiari sul linguaggio da
utilizzare, un linguaggio che deve essere diretto,
semplice, chiaro e preciso. E’ inutile parlare di strumenti
e barometri. Non desteremmo alcun interesse. Dobbiamo
invece mettere passione in ciò che facciamo e nel modo
in cui lo facciamo.
Il nostro Parlamento è incontestabilmente l’Istituzione
europea più riuscita. Eppure siamo criticati e raramente
ci difendiamo. Abbiamo 25 Stati membri con culture e
convinzioni politiche diverse che operano insieme per il
bene comune di 450 milioni di cittadini. Un risultato più
che brillante! Ma vendiamo e promuoviamo ciò che
facciamo in maniera efficace? La risposta è no.
Facciamo in modo che i parlamenti nazionali si
impegnino nel loro ruolo di scrutinio? Ancora una volta,
no. Semplicemente subiamo le critiche senza reagire in
alcun modo.
Concludendo, approfitterei ancora di quattro secondi per
sollecitare la Commissione a procedere con la sua
proposta di revisione del regolamento (CE) n.
1049/2001. Non è un tema contenuto nella relazione, ma
rientra nel suo programma di lavoro. Possiamo essere
ritenuti efficaci e affidabili soltanto se i cittadini
comprendono ciò che facciamo per loro.
4-036
Gérard Deprez (Verts/ALE), relatore per parere della
commissione per gli affari costituzionali. – (FR) Signor
Presidente, la commissione per gli affari costituzionali
ha chiaramente espresso il proprio consenso per una
politica di comunicazione corretta e accoglie
16/11/2006
favorevolmente l’operato del Commissario Wallström.
D’altronde, è più che giunto il momento di disporre di
una siffatta politica se crediamo agli Eurobarometri che
dimostrano il profondo scarto tra le nostre Istituzioni e le
aspettative dei cittadini. La commissione per gli affari
costituzionali, inoltre, si rallegra per il fatto che la
Commissione ipotizza una comunicazione bilaterale, il
che rappresenta un elemento di indubbia novità: le
Istituzioni parlano ai cittadini e i cittadini possono
rivolgersi alle Istituzioni.
Il problema è che, dopo aver sancito questo eccellente
principio sin dalle prime righe del Libro bianco, si
ricercano un po’ a tentoni gli strumenti per garantire
concretamente tale possibilità di espressione ai cittadini.
Questa è la pecca, signora Commissario, della vostra
proposta. Forse potreste trarre utile ispirazione dai
suggerimenti del Parlamento, soprattutto quelli relativi
alla creazione di un forum aperto dei cittadini, organo di
concertazione che inizierà a essere testato nel 2007.
In linea di principio, la nostra commissione non è
contraria ad un nuovo strumento interistituzionale, che si
tratti di una carta o di un codice, ma chiede che le
garanzie e gli obblighi che ciò implica siano
attentamente studiati, rammentando peraltro che la Carta
dei diritti fondamentali già definisce diritti in materia di
informazione e che occorre in ogni caso rispettare le
prerogative del nostro Parlamento, specialmente il suo
potere di rivolgersi liberamente ai cittadini.
Occorre inoltre tener conto del ritmo molto particolare
del dibattito a livello europeo, completamente svincolato
dalle agende nazionali. In proposito, ricordiamo la nostra
volontà di tenere un dibattito annuale sul tema in
plenaria, qui, al Parlamento. Quanto alle nuove
tecnologie, siamo d’accordo sul loro utilizzo, a patto
tuttavia che non si crei una frattura digitale tra i cittadini
che avranno accesso a queste nuove tecnologie e quelli
che non vi avranno accesso. Riteniamo peraltro che
sarebbe meglio gerarchizzare i nostri partenariati tra
società civili, partiti politici europei e giornalisti, nel
pieno rispetto, ovviamente, dell’indipendenza di questi
ultimi. Osiamo persino formulare una proposta
iconoclasta: lo sviluppo di un’amministrazione europea
di prossimità affinché Bruxelles si avvicini ai cittadini.
Ciò che nella mia relazione non figura è la questione
della base giuridica. La commissione per gli affari
costituzionali non ha infatti voluto pronunciarsi
sull’articolo 308. Con una votazione molto misurata non
ha voluto fare espressamente riferimento a tale articolo,
ma con una votazione dai margini altrettanti stretti, e
ringrazio l’onorevole Andrew Duff, non ha scartato
formalmente il ricorso a questo stesso articolo 308. A
buon intenditor... La discussione sulla base giuridica
resta dunque assolutamente aperta, anche se
personalmente e a livello tattico, mi schiero senza
riserve per quanto propone il vostro relatore Luis
Herrero-Tejedor, con il quale colgo l’occasione per
complimentarmi per l’apertura e la giovialità, oltre che
per il suo lavoro costruttivo.
19
4-037
Doris Pack, a nome del gruppo PPE-DE. – (DE) Signor
Presidente, signora Commissario, mi compiaccio
realmente per il fatto che la discussione sulla politica
dell’informazione si tenga subito dopo quella sul
Mediatore europeo poiché spesso, questa mattina, il
Mediatore è stato citato in riferimento alle sue relazioni
con il pubblico. Trovo problematico, e lo abbiamo
riscontrato anche in commissione, che la Commissione,
per quanto concerne le sue relazioni con il pubblico,
spesso sia in ritardo rispetto a quanto il Mediatore
desidera effettivamente ottenere.
Le risposte della Commissione alle tante richieste
formulatele dal pubblico o da quanti realizzano progetti
nell’Unione europea sono sovente scortesi, se non
addirittura arroganti, e questo è semplicemente
inaccettabile. Sono proprio i cittadini interessati, che
rispondono a domande per la presentazione di proposte,
a essere spesso oggetto di tale trattamento scostante, per
cui perdono interesse per qualsiasi forma di ulteriore
collaborazione con progetti europei.
Cosa ne sarà dunque dei cittadini che già in partenza
hanno altri interessi e non sono coinvolti? Non è certo
quello il modo giusto per trasmettere il nostro messaggio
ai cittadini e devo dire che, se stiamo ricercando un loro
maggiore coinvolgimento, la nuova strategia di
comunicazione della Commissione non conseguirà tale
obiettivo. Abbiamo bisogno che i cittadini restino dove
sono ed è lì che dobbiamo comunicare con loro; non
possiamo farlo da Bruxelles. La signora Commissario ha
buone intenzioni, vuole veramente comunicare, ma il
problema è che il pubblico non ha alcun interesse per
quanto la signora Commissario propone alla sua
attenzione, poiché ritiene che la Commissione sia già
comunque tutta a favore ed in essa non ha alcuna
fiducia. Ciò di cui abbiamo bisogno, pertanto, sono
cittadini eletti sul loro territorio, abbiamo bisogno dei
membri di questo Parlamento, del Bundestag tedesco,
dei parlamenti regionali, con i quali parlare delle
questioni che rivestono interesse per l’Europa, sebbene
questo non ovvi al grande problema che essi si reputano
i responsabili. Nella comunicazione dobbiamo cercare di
avvicinarci maggiormente al pubblico potenziando i
punti di informazione nelle città e creandone altri,
perché sono proprio questi punti di informazione nei
municipi che trasmettono il messaggio ai cittadini.
Infine, ovviamente, dobbiamo avvalerci dei programmi
già istituiti dall’Unione europea nel campo
dell’istruzione. Programmi educativi come COMENIUS,
ERASMUS e LEONARDO rappresentano la migliore
strategia di comunicazione, per cui utilizziamoli e poi
troveremo i cittadini di cui abbiamo bisogno per far
progredire il progetto europeo.
4-038
Guy Bono, a nome del gruppo PSE. – (FR) Signor
Presidente, in veste di relatore per i socialisti in merito al
progetto di relazione relativo al Libro bianco sulla
politica di comunicazione europea, vorrei in primo luogo
complimentarmi, come ha fatto poc’anzi l’onorevole
Onesta, per il fatto che, finalmente, la comunicazione è
concepita come un processo bilaterale tra Istituzioni e
20
cittadini, e non più come una semplice operazione di
marketing. Nondimeno resta molta strada da percorrere
prima di creare una comunicazione europea che consenta
di porre le questioni europee al centro dello spazio
pubblico a livello nazionale.
L’ho detto in commissione e lo ribadisco in questa sede:
mi dispiace che il Libro bianco continui a sopravvalutare
le nuove tecnologie e a sottovalutare le televisioni
nazionali. Sappiamo che i canali generalisti nazionali
restano, e lo dimostrano le ricerche dell’Eurobarometro,
la fonte di informazione privilegiata dai cittadini
dell’Unione ed è opportuno, mi pare, agire a tale livello.
Inoltre, il Libro bianco stranamente tace sui mezzi
finanziari. Orbene, noi tutti sappiamo che la democrazia
e, dunque, la comunicazione hanno un costo.
Fintantoché il bilancio pluriennale dell’Unione sarà
inferiore al bilancio di un’agenzia pubblicitaria europea,
si potranno di fatto attuare ben poche cose. Vorrei
ovviamente complimentarmi con il relatore, onorevole
Herrero, e dirgli che, per quanto riguarda la questione
dell’articolo 308, la discussione non è chiusa. La mia
collega, onorevole Christa Prets, tornerà più tardi
sull’argomento.
Signora Commissario, purtroppo la Commissione parla
di politica della comunicazione ogniqualvolta l’Europa è
in crisi! La Commissione sente il bisogno di comunicare
soltanto quando le cose vanno male. Il problema per la
Commissione è il contenuto stesso della sua
comunicazione. I cittadini identificano la Commissione
con un organo ultraliberale che non si preoccupa affatto
di tutelare i cittadini europei dai venti impetuosi della
globalizzazione.
Ai cittadini e alla democrazia dobbiamo offrire una
spiegazione migliore di ciò che accade a Bruxelles. La
maggior parte dei cittadini europei non ha coscienza
delle realizzazioni divenute possibili grazie alle politiche
e ai finanziamenti dell’Unione europea. Inoltre, i
cittadini troppo spesso ignorano che tutto ciò che viene
deciso a Bruxelles emerge dalla volontà degli Stati
membri. Se si sono liberalizzati elettricità, gas, trasporto
ferroviario, trasporto stradale e, ora, il servizio postale è
perché l’hanno voluto gli Stati membri! Senza questa
volontà degli Stati membri, tutto questo non sarebbe
accaduto.
In conclusione, ritengo che non abbiamo tanto bisogno
di un codice di condotta delle Istituzioni europee in
materia di comunicazione con i cittadini quanto di un
codice di condotta per la Commissione affinché attui una
politica più vicina alle preoccupazioni dei nostri
concittadini. Infine, è un codice di condotta tout court
che va sottoposto agli Stati membri affinché si assumano
le proprie responsabilità e, una volta per tutte, smettano
di
“nazionalizzare”
i
successi
europei
e
“comunitarizzare” gli insuccessi nazionali. Solo così
l’Europa crescerà.
4-039
16/11/2006
Karin Resetarits, a nome del gruppo ALDE. – (DE)
Signor Presidente, signora Commissario, il Libro bianco
sulla comunicazione in merito al quale oggi votiamo è
un esempio di come si possa trasformare qualsiasi cosa
in scienza e imparare una serie di cose veramente
interessanti. Se la casa è in fiamme, però, ciò che
occorre concretamente fare per evitare che tutto sia
distrutto è, anziché filosofeggiare sul fuoco, individuare
la fonte dell’incendio, isolarla e afferrare un estintore.
L’Unione europea ha un grave problema di
comunicazione e una pessima immagine. La cosa
peggiore della quale i cittadini ci accusano è la nostra
eccessiva burocratizzazione con leggi troppo avulse
dalla realtà che non procurano loro alcun beneficio.
Questo ovviamente non è vero, ma è proprio in tale
ambito che dobbiamo trasmettere il messaggio, e spesso
non lo facciamo.
In proposito, l’esempio più recente è quello dei
regolamenti di sicurezza dell’Unione europea riguardanti
il bagaglio a mano sugli aeromobili. Ascoltando gli
utenti che ne parlano negli aeroporti, si può avere
facilmente un’idea di quanto siano irritati dalla
situazione, ma si comprende anche che ne attribuiscono
tutte le colpe a Bruxelles e non a Osama bin Laden o
altri terroristi. Siamo noi ad essere sul banco di accusa
perché non è più possibile portare neanche una bottiglia
di acqua a bordo, noi ad essere derisi quando insistiamo
sui contenitori da 100 ml, anche se tali contenitori sono
irreperibili in tutto il mercato unico dell’Unione europea.
Detto ciò, visto che questa controversa normativa è stata
elaborata dalla Commissione, ad essa chiederei cosa ha
fatto per migliorare il modo in cui è stata comunicata.
Ha forse distribuito opuscoli ai passeggeri pregandoli di
portare pazienza? Se lo ha fatto, io non ne ho sentito
parlare. Ha riposto tutta la sua fiducia nelle notizie dei
mezzi di comunicazione? Non basta. Ciò che occorre
fare è rivolgersi direttamente al pubblico perché si sta
interferendo direttamente con la sua vita e, considerato
che sono le sue libertà ad essere limitate da queste
norme di sicurezza, è necessario fornire ottime
argomentazioni a loro favore. Questa è comunicazione.
Allo stato attuale, abbiamo dedicato due anni e mezzo al
miglioramento della comunicazione, ma ne sono emersi
solo concetti intellettuali, antitesi per eccellenza di una
comunicazione efficiente. Vi esorto dunque ad essere
più pratici, più concreti e, anziché trasformare la
comunicazione in una scienza astratta, a vederla
semplicemente per quello che è, ossia uno strumento e
non un estintore quando qualcosa è in fiamme.
4-040
Diamanto Manolakou, a nome del gruppo GUE/NGL.
– (EL) Signor Presidente, ad oggi gli opuscoli
informativi e i mezzi di comunicazione elettronici
dell’Unione europea hanno formulato le sue politiche
sfavorevoli alla base nei termini più allettanti nel senso
che, anche se vanno a vantaggio del capitale, si
presentano come se fossero a vantaggio dei lavoratori
16/11/2006
eliminando in tal modo qualsiasi opinione contraria;
eppure i risultati sono stati nulli.
I lavoratori, giudicando sulla base della loro esperienza
di vita, iniziano a mettere in discussione la visione
dell’Unione europea, come ha dimostrato il notevole
astensionismo alle ultime elezioni europee, con i
referendum e i voti contrari sulla Costituzione europea
in Francia e nei Paesi Bassi, con le reazioni all’euro e
all’inflazione e con i grandi movimenti contro la
privatizzazione (nell’istruzione, nella sanità e nel
welfare) e i rapporti di lavoro (per quanto concerne
l’assicurazione e altri aspetti), fatti che dimostrano come
la credibilità dell’Unione europea stia vacillando agli
occhi della gente. Pertanto, lentamente ma
inesorabilmente, sta emergendo una tendenza verso
scontri sociali e politici sempre più acuti.
Parrebbe che l’insoddisfazione della base si stia
trasformando in una lotta alla politica inumana della
povertà, dell’ingiustizia e della guerra. Così, la
Commissione, nel suo Libro bianco su una politica
europea della comunicazione, elenca tutti i mezzi,
iniziando dalle sue Istituzioni, passando per gli Stati
membri, i parlamenti nazionali, le autorità locali e i
mezzi di comunicazione, spingendosi fino all’uso della
formazione nel campo delle nuove tecnologie e di
Internet, per individuare le preoccupazioni e
l’insoddisfazione dell’opinione pubblica e della base e
utilizzare le informazioni così ottenute per la sua
propaganda.
Il suo obiettivo, sfruttando il denaro dei contribuenti,
come nel caso del programma PRINCE, attraverso
presunte azioni di informazione, è migliorare la sua
propaganda ed esercitare pressione per l’adozione della
Costituzione europea che militarizza l’Europa e
condanna i suoi cittadini a meno diritti, ad un’austerità
permanente, nonché alla tolleranza e all’accettazione
della sua politica generale.
Essa concentra i propri sforzi sul controllo del modo in
cui l’informazione è trasmessa dalle emittenti nazionali,
dai giornali nazionali e regionali, dai canali privati, la
stragrande maggioranza dei quali sono nelle mani del
capitale, da Internet e così via, in maniera da formularne
l’esatto contenuto atto a dissimulare la politica
imperialista europea rendendola allettante e persuasiva
agli occhi dei cittadini.
Il Libro bianco essenzialmente sviluppa una politica di
comunicazione dinamica e attiva adducendo falsamente
a pretesto la libertà di espressione e la comprensione
delle sue politiche applicate. In tal modo, essa intende
nascondere le sue scelte politiche unilaterali attraverso
un dialogo sociale rafforzato che salvaguardi
l’indispensabile regolare funzionamento dell’Unione
europea quale meccanismo di consenso sociale e del
capitale alle sue scelte politiche e/o di complicità con
esse.
4-041
21
Zdzisław Zbigniew Podkański, a nome del gruppo
UEN. – (PL) Signor Presidente, abbiamo una buona
ragione per tenere oggi una discussione sulla politica
europea della comunicazione in quanto si tratta di una
politica inesistente. Ciò che attualmente definiamo
comunicazione è, di fatto, nulla più di una comune
propaganda. Parole e argomentazioni formulate non
hanno fatto vibrare le corde dei nostri concittadini, né lo
faranno, perché ciò che essi vogliono è dialogo e non
propaganda unilaterale. Finché verranno proposte loro
soluzioni dogmatiche preconfezionate, non si sentiranno
coinvolti nella discussione, si rinchiuderanno in loro
stessi e si trincereranno dietro le loro convinzioni. Se
realmente vogliamo una comunicazione moderna o,
ancor meglio, un dialogo sociale, dobbiamo prima
chiederci se siamo pronti a parlare con la gente e, in caso
di risposta affermativa, dobbiamo avviare un dibattito su
ciò che dovrebbe essere l’Unione europea. Dovrebbe
essere uno Stato federale o un’Europa di paesi e nazioni
che operano in stretta collaborazione? Se vogliamo un
dialogo, dobbiamo riconoscere i risultati dei referendum
costituzionali in Francia e nei Paesi Bassi e non ritornare
ostinatamente sul progetto di Costituzione ormai morto.
Smettiamola di discutere se si debba parlare di Europa
per i cittadini o di cittadini per l’Europa. Cerchiamo
invece di tenere un grande dibattito europeo sulla
direzione che l’Europa sta prendendo e avviciniamo
l’Europa ai cittadini, non con la propaganda, ma
attraverso soluzioni valide, normative chiare, procedure
semplificate, meno burocrazia, Istituzioni rispettose dei
cittadini e opportunità di discussione tra partner alla
pari.
4-042
Thomas Wise, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN)
Signor Presidente, la politica di comunicazione
dell’Unione europea che la presente relazione valuta è
stata elaborata nel tentativo di arrestare la crescita
dell’euroscetticismo. E’ dunque un’ennesima reazione al
rifiuto inequivocabile da parte dei cittadini di Francia e
Paesi Bassi sia del progetto di Trattato costituzionale sia
di un’ulteriore integrazione.
Anziché accettare il fatto che “no” vuol dire “no”, l’élite
politica si illude che francesi e olandesi non abbiano
basato il proprio “no” su motivazioni sensate frutto di
un’adeguata informazione. Un funzionario della
Commissione è stato infatti recentemente citato per aver
detto: “Vista la recente esperienza in Francia e nei Paesi
Bassi in merito ai referendum, non consiglieremmo a
nessuno di organizzarne uno”. Dunque, chiedere alla
popolazione di esprimere la sua volontà è diventato un
tabù.
Posso darvi un consiglio? Siete sprofondati in una fossa
che vi siete scavati voi stessi. Vi suggerisco di smettere
di scavare e di buttare via la pala. Perché? Molto
semplice: perché non avete capito la cosa fondamentale.
Poco importa con quanto stile e con quanta vernice si
ricopra un progetto perché, se la sostanza è marcia, il
progetto fallirà. Affinché la comunicazione abbia
22
successo, è necessario ascoltare. Gridare più forte è
assolutamente inutile!
Le Istituzioni non sono sincere nei confronti dei cittadini
che affermano di rappresentare. Francesi e olandesi
hanno affondato il progetto, eppure andate avanti come
se nulla fosse mai accaduto. Vi assicuro che se e quando
i britannici avranno la stessa opportunità, i risultati
saranno ancor più decisivi, e nessuna politica di
comunicazione potrà mutare questa crescente presa di
coscienza del fatto che, proprio negli Stati membri, il
progetto dell’Unione europea è un costoso fallimento.
4-043
Philip Claeys (NI). – (NL) Signor Presidente, sebbene la
relazione giustamente sottolinei che i cittadini vanno
ascoltati, risulta deprecabilmente lacunosa laddove si
tratta di proporre soluzioni specifiche. Apparentemente
si ipotizza che una politica di comunicazione migliore
sia possibile soltanto se vi è più Europa, da cui l’arringa
a favore della Costituzione europea e di partiti politici
paneuropei. Sembra che non si sia appreso molto dai
referendum in Francia e Paesi Bassi.
Certo, devo ammettere che è difficile entusiasmare i
cittadini con una politica di comunicazione se le altre
politiche si scontrano con l’opinione pubblica. Penso,
per esempio, alla politica di allargamento. Sebbene
Commissione e Consiglio sappiano fin troppo bene che
la grande maggioranza degli europei è contraria
all’adesione di un paese non europeo come la Turchia,
non se ne preoccupano minimamente. Possiamo
comunicare fino all’esaurimento delle forze, ma nulla
colmerà il divario abissale tra l’opinione pubblica da un
lato e le Istituzioni europee dall’altro.
La relazione lascia intendere che gli uffici di
informazione della Commissione non sono in grado di
suscitare l’interesse pubblico, concetto espresso, direi, in
termini assai blandi. Nelle Fiandre, per esempio, il
partito più grande del paese, il Vlaams Belang, non ha
ricevuto neanche un invito ai dibattiti sui temi europei
organizzati nelle province, dibattiti dunque riservati a
coloro che la pensano nella stessa maniera, perché
l’unico partito critico nei confronti della politica di
allargamento e della Costituzione ne è stato escluso. Ma
c’è di più. Il Commissario Wallström ha ammesso
apertamente dinanzi al parlamento federale belga che
tale discriminazione prosegue. Di conseguenza, nel mio
paese, la cosiddetta comunicazione europea non è altro
che propaganda, una propaganda che nessuno prende sul
serio e che non alimenta alcuna credibilità. E’, in altre
parole, uno sperpero di denaro.
4-044
Maria da Assunção Esteves (PPE-DE). – (PT) Signor
Presidente, signora Commissario, il problema della
comunicazione tra l’Europa delle Istituzioni e l’Europa
dei cittadini è stato ignorato troppo a lungo.
L’Europa non ha ancora formato un centro politico in
grado di coinvolgere e mobilitare i cittadini e
conquistarsene il sostegno in un’epoca assai mutevole.
Le ragioni che spiegano tale situazione sono semplici:
16/11/2006
l’assenza di una riforma strutturale adeguata, la
prevalenza del potere della rappresentanza indiretta in
Consiglio rispetto a quello della rappresentanza diretta in
Parlamento, nonché la prevalenza della burocrazia e del
lavoro svolto a porte chiuse sugli sforzi reali per
pubblicizzare e informare.
Come ci ricorda l’Eurobarometro, i cittadini vedono le
Istituzioni europee come una libertà remota o persino
estranea. Non hanno neanche la più vaga idea di alcune
di esse. La distanza dai centri di potere è lunga e il
sistema politico non risponde al contesto sociale. La
verità è che la cittadinanza europea, transnazionale,
cosmopolita esiste soltanto quando è imposta per motivi
politici, proprio perché le manca quel vigore spontaneo
delle nostre cittadinanze nazionali. Abbiamo dunque
urgentemente bisogno di cogliere l’importanza strategica
dei mezzi di comunicazione di massa generalisti,
dobbiamo urgentemente inserire l’Europa come materia
nei programmi di studio in scuole, università e centri di
formazione, è necessario pubblicizzare urgentemente le
nostre Istituzioni nei mezzi di comunicazione, abbiamo
urgentemente bisogno di prendere sul serio il lavoro
svolto dagli uffici di informazione di Commissione e
Parlamento negli Stati membri ed è essenziale non
accantonare il progetto costituzionale per rimodellare
l’Europa: senza una riforma istituzionale seria e senza
una politica di informazione efficace, l’Europa sarà un
gigante con i piedi di argilla.
4-045
Christa Prets (PSE). – (DE) Signor Presidente, signora
Commissario, abbiamo appena sentito parlare dei
referendum sul progetto di Costituzione europea nei
Paesi Bassi e in Francia, ma vanno anche citati i motivi
per i quali i cittadini si sono espressi in tal senso, poiché
l’esito non è imputabile a manchevolezze dell’Unione
europea e la maggior parte degli europei ha già votato a
favore della Costituzione.
Occorre tuttavia pensare a come comunicarlo, e sul
tavolo è stata portata una serie di proposte pratiche in tal
senso sotto forma di Libro bianco, e, se vogliamo
colmare le lacune a livello di conoscenza, è anche
necessario sviluppare e promuovere un lavoro di alta
qualità sulle relazioni pubbliche ad ogni livello, il che
significa, tra l’altro, un maggior numero di punti di
informazione in grado di fornire risposte utili ad un
pubblico che vaga a tentoni nelle città alla ricerca di un
modo per stabilire un contatto. Abbiamo infine bisogno
di più mezzi di comunicazione a livello locale, regionale
e nazionale, poiché spesso accade che le notizie diffuse
dai mezzi di comunicazione assumano connotazioni
negative.
Il Consiglio, peraltro, sia esso a Bruxelles o a
Strasburgo, parla una lingua diversa da quella
abitualmente usata dai cittadini. E’ colpa dell’Unione
europea se tale o tal’altra decisione è stata recepita nel
modo sbagliato, per cui, anche in questo ambito, occorre
agire ed è per questo, proprio come chiede la relazione,
che è importante incoraggiare il dialogo tra Consiglio,
16/11/2006
Commissione, Parlamento e cittadini, perché, grazie ad
esso, forse avremo un’opportunità.
Condivido l’importanza dei programmi citati.
Programmi come LEONARDO ed ERASMUS, per
esempio, fanno molto per promuovere la comunicazione.
Eppure stiamo riducendo gli stanziamenti a loro favore
anziché incrementarli. Iniziative quali la cittadinanza
attiva e i gemellaggi tra città sono importanti, e ne
abbiamo bisogno in quanto preferibili a innumerevoli
opuscoli. Eppure è proprio qui, dove non si dovrebbe,
che stiamo operando tagli.
Quanto all’articolo 308, esso indebolirebbe il
Parlamento, visto che non lo cita in alcun modo. Ci
escluderebbe da qualsiasi consultazione ed è un risvolto
dal quale dobbiamo difenderci.
4-046
Frédérique Ries (ALDE). – (FR) Signor Presidente, un
Libro bianco sulla politica di comunicazione europea,
che buona idea! E che buona idea aver aspettato tanto!
Questo è, come è stato già affermato, l’unico effetto
positivo del rifiuto della Costituzione in Francia e nei
Paesi Bassi che ha infine messo i dirigenti d’Europa di
fronte alle loro enormi responsabilità in termini di
comunicazione. L’Europa non soffre di un deficit
democratico – è un’accusa ingiusta – ma di un deficit di
informazione, di spiegazione, di comunicazione
adeguata, interattiva e comprensibile.
Se mi rallegro per questo Libro bianco, mi rammarico
per il fatto che si accontenta di questioni e di principi.
Non è più tempo di parlare di forum, consultazioni,
inchieste, reti; non è più tempo di chiedersi quali misure
vadano adottate: occorre adottarle.
I tre punti essenziali del presente documento sono, a mio
giudizio, i punti 23, 24 e 32. Questa battaglia della
cittadinanza europea si vince a scuola. Lo
sperimentiamo tutti i giorni nei nostri incontri con gli
studenti. E’ nell’ambito dell’insegnamento superiore che
si coltivano, grazie a ERASMUS, veri cittadini europei
imbevuti delle nostre culture e delle nostre differenze; è
con i mezzi di comunicazione tradizionali – io non credo
ai mezzi di comunicazione alternativi – che dobbiamo
lavorare per fare valere il quotidiano delle nostre attività
e decodificare il valore aggiunto delle nostre normative.
Concludo dicendo, signor Presidente, che questa sfida è
immensa e che questo dibattito è essenziale perché la
vera minaccia in Europa, oggi, non è lo scetticismo,
bensì l’indifferenza. Orbene, la nostra arma per
combatterla è comunicare.
4-047
Alessandro Battilocchio (NI). – Signor Presidente,
onorevoli colleghi, parlo a nome del nuovo PSI. Sono
d’accordo con la Commissione nel sostenere
l’importanza di avvicinare le istituzioni ai cittadini,
anche grazie ad un’efficiente politica di comunicazione.
Condivido, tuttavia, l’approccio del relatore, secondo cui
definire una linea comune a tutte le istituzioni ridurrebbe
23
lo spazio per la libertà di espressione e anche per
adattare, come è necessario, la comunicazione ai diversi
settori d’azione e al divenire della realtà sociale e
tecnologica. Un quadro giuridico in materia, infatti, non
farebbe che appesantire inutilmente un settore che vive
di creatività e spontaneità. Ma non dimentichiamoci che
la comunicazione è uno strumento non un fine ultimo: se
vogliamo che i cittadini si riavvicinino alle istituzioni,
occorre che queste facciano il possibile per avvicinarsi a
loro ed ascoltino le istanze che arrivano dal territorio.
Occorre quindi evitare legislazioni inutili; occuparsi di
politiche ed azioni che concretamente abbiano un
impatto positivo sulla crescita e lo sviluppo; rilanciare il
progetto di Costituzione; aumentare l’efficienza, in
primis, smettendola con questo assurdo e costosissimo
trasloco mensile. Se sapremo fare tutto questo e sapremo
poi in grado di comunicarlo, saremo più vicini ai
cittadini.
4-048
Péter Olajos (PPE-DE). – (HU) Signor Presidente,
secondo una teoria diffusa, è stata la capacità di
espressione, ossia di comunicazione, che ha innalzato gli
esseri umani al di sopra del loro ambiente. Non essendo
un etologo, non sono in grado di dire se questo sia ciò
che è realmente accaduto o se siano intervenuti anche
altri fattori. E’ tuttavia un fatto certo che l’essere umano
è l’essere più comunicativo sulla terra. In altre parole, la
comunicazione avanzata è una caratteristica naturale
distintiva dell’umanità.
Il problema è che non solo noi umani, ma anche
istituzioni, organizzazioni e gruppi che creiamo vogliono
comunicare, atto che non è intrinseco nella loro essenza
o natura. Un’analisi storica ci porta a concludere che, in
passato, le istituzioni responsabili dell’organizzazione e
della direzione delle nostre vite non hanno sempre
ricercato una comunicazione di alta qualità, bensì di
fatto l’hanno spesso espressamente rifuggita. L’impegno
per ottenere una comunicazione sempre migliore con la
società è un tratto distintivo della democrazia ed è stata
resa possibile dalla rivoluzione delle telecomunicazioni
del XX secolo. Senza radio, televisione e Internet non
saremmo neanche stati in grado di affrontare oggi
l’argomento.
Alla luce di quanto precede, sostengo che l’Unione
europea è una delle organizzazioni più aperte e
comunicative che abbiamo mai avuto in Europa. Non è
ovviamente perfetta, al contrario, ma sinora è la
migliore. Certo potrebbe usare meno abbreviazioni o
termini tecnici, i suoi concetti potrebbero essere più
chiari e comprensibili, e così via.
Tutto ciò, però, sarebbe inutile se l’Unione europea,
come comunicatrice, non godesse di credibilità. Senza
credibilità, anche un messaggio comprensibile non viene
recepito e, al riguardo, va aggiunto anche che i più
grandi distruttori della credibilità dell’Unione europea
altro non sono che i politici e i governi dei suoi Stati
membri, ossia coloro nelle cui dichiarazioni l’Unione
europea viene presentata unicamente come causa di
24
difficoltà, mentre i suoi risultati positivi sono sempre
citati come traguardi raggiunti dal governo di turno.
Anche il Libro bianco avrà successo unicamente se gli
Stati membri si impegneranno a sviluppare e sostenere
una nuova politica di comunicazione comune europea.
4-049
Maria Badia i Cutchet (PSE). – (ES) Signor
Presidente, signora Commissario, onorevoli colleghi,
nella discussione sulla presente relazione ancora una
volta ci poniamo la questione del divario che separa le
Istituzioni comunitarie dai cittadini analizzando i modi
per ridurlo.
Sebbene io riconosca i grandi sforzi profusi dalla
Commissione e da questo Parlamento per colmare lo
scarto esistente, è assolutamente indispensabile
coinvolgere i mezzi di comunicazione e i parlamenti
nazionali.
E’ opinione diffusa tra i mezzi di comunicazione negli
Stati membri che ciò che accade qui non faccia notizia o
in generale non interessi i cittadini. Pertanto, dovremmo
in primo luogo coinvolgere più direttamente i mezzi di
comunicazione, in maniera che ci possano aiutare a
divulgare e ad avvicinare la dimensione comunitaria ai
cittadini evitando il gergo tecnico, una collaborazione
che probabilmente ci permetterebbe anche di
comunicare le notizie di attualità dell’Unione europea
nelle fasce orarie di programmazione che registrano i
maggiori ascolti.
Dal canto nostro, dobbiamo facilitare il lavoro di tali
professionisti ed è indispensabile semplificare le
procedure e renderle più trasparenti. Occorre creare
forme di cooperazione e lavoro congiunto con i
parlamenti nazionali, affinché questi possano informare i
cittadini sulle questioni che li preoccupano a livello
nazionale, regionale e locale, generando così,
nell’ambito del loro normale lavoro, un riscontro sui vari
temi, inclusi quelli inerenti la politica europea.
Ritengo inoltre che dovremmo continuare a guardare a
Internet come a uno dei principali fornitori di
informazione comunitaria, sebbene esso raggiunga solo
una fetta di pubblico che già dimostra interesse per
questo mezzo, mentre noi abbiamo anche un altro
pubblico, che utilizza unicamente mezzi di
comunicazione tradizionali – televisione e radio –
attraverso emittenti e canali nazionali, regionali o locali.
Le nuove tecnologie possono schiudere nuovi orizzonti
in tale ambito integrando diversi servizi e prodotti che
possono agevolare la trasmissione multimediale
dell’informazione, aumentando in tal modo il numero di
quanti la ricevono.
4-050
Marian Harkin (ALDE). – (EN) Signor Presidente,
desidero congratularmi con il relatore.
Nello scarso tempo a mia disposizione vorrei ricordare
la strategia che l’ex Presidente di questo Parlamento,
onorevole Pat Cox, adoperava per comunicare l’Europa.
16/11/2006
In un celebre discorso, egli iniziò a parlare dell’impatto
dell’Unione a livello locale su una piccola comunità
dell’Irlanda meridionale che si valeva della legislazione
europea per conservare i propri servizi telefonici, per poi
spostarsi a livello globale, europeo, citando valori e
questioni comunitari come le spiagge contrassegnate
dalla bandiera blu, la tessera sanitaria europea e altri
vantaggi di cui godono i nostri cittadini. Comunicare il
valore aggiunto dell’Europa a livello locale, regionale,
comunitario e mondiale è una strategia vincente.
Considerate la settimana in corso e i documenti
legislativi che abbiamo approvato: abbiamo accolto un
emendamento alla Convenzione di Aarhus, che già
garantisce una partecipazione pubblica al processo
decisionale e l’accesso alla giustizia in materia
ambientale. A questo abbiamo aggiunto gli OGM, un
elemento che farà la differenza a livello locale, dove i
cittadini possono ottenere un beneficio economico.
Abbiamo infine approvato la direttiva sui servizi, un
ulteriore documento di impatto positivo sui nostri
cittadini.
4-051
Luca Romagnoli (NI). – Signor Presidente, onorevoli
colleghi, il Libro bianco su una politica europea di
comunicazione
intendeva
arrestare
l’aumento
dell’euroscetticismo, visti gli esiti dei referendum in
Francia e Olanda. Questo è il diabolico ritrovato per
cercare di colmare la distanza tra l’Unione e i cittadini,
invece che finirla di imporre astrattezze e vessazioni
attraverso regolamenti e direttive.
Elaborare norme di condotta a cui tutte le Istituzioni
europee dovrebbero attenersi – concordo pienamente
con il relatore – riduce ulteriormente lo spazio per pareri
indipendenti. Questo vale tanto più per il Parlamento,
ove i già ristrettissimi spazi di libertà – basti vedere ad
esempio come viene eletto il Presidente o come per i non
iscritti siano compressi i tempi di parola e conculcata la
possibilità di incidere sul processo legislativo –
sarebbero ulteriormente ridotti da un codice che ne
definisca le modalità di comunicazione. Basta buttare
soldi in assurda propaganda!
4-052
Reinhard Rack (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente,
dire che vendere l’Unione europea è difficile non è tanto
un’affermazione relativa alla sua potenziale utilità,
quanto una considerazione di ordine fattuale sul come
informare le persone in materia. Le problematiche che
l’Europa deve affrontare sono altamente complesse: le
nostre procedure sono prolisse e laboriose, una
caratteristica che rende difficile ai nostri cittadini capirne
l’utilità.
La colpa di tutto ciò, tuttavia, ricade almeno in parte su
noi stessi, in quanto la Commissione è così presa dalla
propria ricerca di obiettività che le riesce impossibile
dire un sonoro sì alla Costituzione europea, e le autorità
di questo nostro Parlamento fanno di tutto per relegare i
visitatori di Bruxelles e Strasburgo nelle sale più remote
o nei sotterranei.
16/11/2006
Questa è la ragione per cui necessitiamo di
un’informazione fresca e di migliore qualità, senza stare
a discutere circa la sua base giuridica. Quello di cui
abbiamo bisogno sono servizi televisivi ben fatti e
accuratamente confezionati che raccontino quello che
l’Europa fa a vantaggio dei cittadini, mentre non ci
servono affatto lussuosi dépliant che nessuno legge e
che tutti buttano nel cestino.
4-053
Andrew Duff (ALDE). – (EN) Signor Presidente, a
nostro avviso, perderci in aspetti legali in un settore
sensibile come questo sarebbe un grosso errore, E’
chiaro che una legge europea sui media sarebbe
complessa, controversa e impopolare. Per tale ragione il
mio gruppo si oppone strenuamente al ricorso
all’articolo 308, che non risulta necessario, né
opportuno. Preferiamo di gran lunga la pragmatica
proposta originale della Commissione relativa alla
stesura di un codice di condotta.
4-054
Alejo Vidal-Quadras (PPE-DE). – (ES) Signor
Presidente, il 1° febbraio 2006 la Commissione ha
presentato il Libro bianco su una politica europea di
comunicazione; la relazione dell’onorevole Herrero,
approvata a larga maggioranza dalla commissione per la
cultura e l’istruzione, raccoglie i principali spunti della
Commissione, introducendo tuttavia una novità
essenziale, che ha dato origine a un serio e profondo
dibattito sia in seno a questo Parlamento che a livello
interistituzionale.
Al punto 10 la relazione Herrero invita la Commissione
a valutare la possibilità di avviare un programma
comunitario per l’informazione e la comunicazione, ai
sensi dell’articolo 308 del Trattato.
Nella mia veste di Vicepresidente responsabile per
l’informazione di questo Parlamento, ho seguito con
particolare attenzione la discussione e devo segnalare
che il gruppo interistituzionale si è espresso a favore
della creazione di una base giuridica e che, come ha
detto l’onorevole Herrero, altrettanto hanno fatto tutte le
Istituzioni. A mio avviso vale la pena di tentare.
Sono cosciente delle riserve che tale proposta ha
suscitato circa una possibile perdita di controllo da parte
del Parlamento, ma trovo che questo sia strano,
onorevoli colleghi, perché è difficile perdere qualcosa
che non si possiede.
Nondimeno, è necessario tener presente tre cose.
Anzitutto la relazione stabilisce chiaramente che, se la
Commissione presenterà una proposta, il Parlamento
dovrà partecipare appieno all’elaborazione del suo
contenuto. Secondariamente, il Parlamento detiene un
potente strumento, ossia il controllo di bilancio, ed
infine
esiste
il
gruppo
interistituzionale
sull’informazione, che ha il mandato di fissare le linee
guida della politica di comunicazione.
Dobbiamo avere il coraggio di creare una strategia di
comunicazione capace di presentare, spiegare e
25
difendere l’Europa non solo con la ragione, ma anche
con l’entusiasmo, la passione e l’emozione.
Per tale ragione desidero esprimere il mio pieno
sostegno all’onorevole Herrero e alla sua relazione, per
la creazione di un programma ai sensi dell’articolo 308
del Trattato.
4-055
Margot Wallström, Vicepresidente della Commissione.
– (EN) Signor Presidente, devo ammettere che questa
discussione mi ha lasciato un po’ perplessa. Nel Libro
bianco su una nuova politica europea di comunicazione
abbiamo cercato anzitutto di analizzare che cosa non
andava nelle precedenti politiche in materia e di
individuare cosa dovevamo fare per tutelare in modo
democratico il diritto all’informazione dei cittadini e
permettere loro di intervenire nei processi decisionali
dell’Europa.
Abbiamo definito cinque aree di azione. Ora dobbiamo
definire principi comuni, come la libertà di espressione,
la diversità, l’inclusione e la partecipazione. Dobbiamo
dare ai cittadini maggiore potere, dobbiamo coinvolgerli
in vari modi, dall’educazione civica, fornendo loro una
conoscenza di base su quanto succede, all’impegno
attivo nella società civile. Non possiamo ignorare i nuovi
mezzi di comunicazione e le nuove tecnologie. Se
pensiamo che pubblicare un articolo sul Financial Times
sia sufficiente per comunicare con i cittadini, sono
spiacente di comunicare che siamo nel 2006. Il dibattito
prende vita anche in altre sedi.
La vera divisione, come qualcuno ha detto in occasione
di una delle nostre conferenze con le parti interessate, è
quella tra coloro che prendono le decisioni e coloro che
utilizzano Internet.
Se guardate alla campagna in Francia, la maggior parte
dei siti web sulla Costituzione era a favore del “no”.
Dove si trovavano quelli che volevano esprimere
un’opinione a favore? Non ricorrevano abbastanza a
Internet. Dobbiamo capire e accogliere le nuove
tecnologie.
Il quarto capitolo è capire l’opinione pubblica.
Dobbiamo essere più professionali nel monitorare
l’opinione pubblica e nel rapportarci con essa. Come
molti di voi hanno osservato, dobbiamo operare di
concerto: tutte le Istituzioni devono farsene responsabili.
Nel corso della discussione, alcuni ci hanno accusato di
fare propaganda ad ogni piè sospinto, mentre altri
sembrano ritenere che basti aumentare il numero di Info
Point sull’Europa presenti sul territorio. Così non può
funzionare. Dobbiamo dotarci di una politica di
comunicazione seria, quale strumento di democrazia a
beneficio dei cittadini. Essi hanno il diritto di capire
meglio, di partecipare a una sfera pubblica dove esistano
una cultura politica davvero europea e mezzi di
comunicazione realmente paneuropei, che riflettano il
dibattito in atto e ci aiutino a capire e seguirne il filo.
26
16/11/2006
Abbiamo bisogno altresì di luoghi di partecipazione per i
cittadini.
di addivenire a una politica di comunicazione corretta
per l’Unione europea e tutte le sue Istituzioni.
Voi dite che in Europa abbiamo già la democrazia.
Ebbene, soffriamo di un deficit di partecipazione. La
maggior parte dei cittadini sostiene ancora di sapere
molto poco o comunque non abbastanza dell’Unione
europea e delle sue Istituzioni e di non essere in grado di
seguire l’operato del Parlamento europeo o della
Commissione. Possiamo forse dire che la cosa non ci
interessa e continuare ad agire come abbiamo sempre
fatto? Dobbiamo modificare il modo di comunicare con i
cittadini; essi hanno il diritto di impegnarsi al nostro
fianco.
(Applausi)
Continueremo a lavorare su tutte le questioni che avete
sollevato. Abbiamo sensibilmente aumentato il numero
di centri di informazione diretta sull’Europa: ora ne
abbiamo 400 e per la prima volta ne abbiamo aperti
anche nel Regno Unito. Il prossimo anno il loro numero
è destinato a salire di 30 unità e noi proseguiremo nel
nostro impegno di informare i cittadini, ma questo non è
ancora sufficiente. Non si tratta semplicemente di
informazione, ma di comunicazione: questo deve
diventare un processo interattivo.
La maggior parte dei nostri cittadini ricava molte delle
proprie informazioni dalla radio o dalla televisione,
perciò dobbiamo far sì che radio e televisione, a tutti i
livelli, possano riferire ai cittadini cosa accade in
Europa. Anche questo fa parte della nostra politica.
Rivedremo il regolamento (CE) n. 1049/2001, perché
l’accesso all’informazione è di cruciale importanza.
Trasparenza, apertura e accesso all’informazione sono al
centro di una nuova politica di comunicazione.
Naturalmente discuteremo il contenuto delle varie
politiche: ciò sta alla base del nostro modo di operare.
Una politica di comunicazione non può sostituirsi né ai
sani contenuti né a una buona politica. Per questa
ragione ci impegniamo nel “Piano D”, che invita i
cittadini a partecipare al dibattito politico sul futuro
dell’Europa.
Prendiamo in seria considerazione le proposte di
carattere pratico come Agora, che reputiamo
estremamente importanti.
Abbiamo analizzato i problemi legati alla mancanza di
una vera e propria politica di comunicazione, abbiamo
identificato le cinque aree di azione e ora attendiamo una
reazione seria da parte del Parlamento. Le aree
individuate sono corrette? Se avete proposte alternative,
saremo più che lieti di ricavarne idee estremamente
pratiche, in modo da poter tornare a chiedere le risorse di
bilancio necessarie a metterle in atto. Otterremo questo
risultato riformando il nostro modus operandi, così da
diventare più professionali, più aperti, più trasparenti e
più democratici.
Vi ringrazio per il dibattito e spero che continueremo a
discutere questi importantissimi principi con l’obiettivo
4-056
Presidente. – Grazie, signora Commissario.
Non vedevo l’ora di intervenire in questo dibattito. La
signora Commissario si è spiegata in modo molto
corretto e la ringrazio per essersi espressa con tanta
forza, ma mi fermo qui altrimenti rischio di abusare
della mia posizione.
La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà oggi, alle 12.00.
Dichiarazioni scritte (articolo 142 del Regolamento)
4-057
Zita Gurmai (PSE). – (EN) La comunicazione diviene
pragmatica nella misura in cui si basa su un dialogo
costante con i cittadini europei, sulla discussione e sul
chiarimento degli obiettivi e delle strategie dell’Unione
volti allo sviluppo del progetto europeo. Parte di questa
responsabilità ricade sull’Unione, ma quel che resta
ricade sugli Stati membri. Il principale obiettivo è
l’efficacia, pertanto la comunicazione dev’essere
orientata in tal senso e dovrebbe poggiare su una base
giuridica.
E’ assolutamente necessario che la stessa società
europea, col suo dinamismo, svolga un ruolo decisivo.
La comunicazione dovrebbe raggiungere tutti i membri
della società tramite una serie di strumenti, tra cui i
metodi tradizionali e le nuove tecnologie di
comunicazione. Comunicare per mezzo di messaggi ben
definiti, visioni chiare dell’Europa e politiche europee
sulle lingue dei cittadini.
I cittadini europei vorrebbero vedere l’Europa come un
modello di economia in crescita, competitività, coesione
sociale e solidarietà e vorrebbero sentirsi parte attiva dei
processi decisionali. Una comunicazione corretta,
tuttavia, non deve mirare a trasmettere esclusivamente
storie di successi e punti di forza, ma riferire anche sfide
e problemi che le nostre società devono prepararsi ad
affrontare e a risolvere assieme. Questa è la direzione in
cui dovremmo muoverci.
4-058
Gábor Harangozó (PSE). – (HU) Scetticismo, una
mancata Costituzione e una crescente incertezza sul
processo di allargamento, sui nuovi Stati membri e
persino sulla stessa Unione europea: sono tutte
conseguenze di una politica di comunicazione
inadeguata. Alla luce di questa considerazione
dovremmo plaudire al Libro bianco della Commissione e
alla sua intenzione di migliorare la comunicazione tra
l’Unione e i suoi cittadini. La creazione di una sfera
pubblica europea composta da cittadini ben informati su
quanto accade al di là delle rispettive frontiere nazionali
16/11/2006
27
dev’essere indubbiamente al centro di una politica
europea di comunicazione efficace.
Da un lato dobbiamo compiere progressi significativi
nell’informazione sul funzionamento e sugli obiettivi
delle Istituzioni europee, dall’altro dobbiamo essere
capaci di ascoltare i cittadini degli Stati membri e
renderli parte attiva nella creazione delle politiche
europee. E’ a livello locale, regionale e nazionale che
possiamo raggiungere i cittadini in modo più efficace,
pertanto possiamo rendere il nostro processo di
informazione più efficace solo rafforzando la
comunicazione e rendendo più efficiente il flusso di
informazioni tra questi livelli e le Istituzioni dell’Unione
europea.
Non si tratta di creare semplicemente adeguati canali di
comunicazione a due corsie, è lo stesso messaggio che
dev’essere reso più chiaro e comprensibile. Dobbiamo
pertanto smettere di utilizzare il gergo tecnico
comunitario, che spesso risulta di difficile comprensione
anche per un pubblico esperto. Il progetto europeo ed il
suo successo dipendono, tra le altre cose, dal fatto che le
persone che ne sono al contempo gli attori e lo scopo
primo, ovvero i cittadini dell’Unione europea, li facciano
propri.
4-066
– Dopo la votazione
4-067
Véronique De Keyser (PSE). – (FR) Signor Presidente,
poiché l’ultima volta abbiamo avuto qualche difficoltà
con gli appelli nominali per alzata di mano, mi chiedo
per quale ragione oggi abbiamo fatto ricorso a un
appello di questo tipo, che per altro non è indicato nella
mia lista di voto.
4-068
Presidente. – La ragione è che un gruppo politico ne ha
fatto richiesta.
4-069
Situazione a Gaza (votazione)
4-070
– Prima della votazione sul paragrafo 4
4-071
Pasqualina Napoletano (PSE). – Signor Presidente,
alla fine del paragrafo 4, bisognerebbe aggiungere la
seguente frase: “Condemns the recent rocket attack in
Sderot and the killing of innocent Israeli civilians”.
4-072
(Il Parlamento approva l’emendamento orale)
4-073
4-059
Comunicazione delle posizioni comuni del Consiglio:
vedasi processo verbale
Convenzione sull’interdizione delle armi biologiche e
tossiniche (BTWC), bombe a frammentazione e armi
convenzionali (votazione)
4-074
4-060
Una strategia per la dimensione settentrionale
incentrata sul Mar Baltico (votazione)
PRESIDENZA DELL’ON. TRAKATELLIS
Vicepresidente
4-075
4-061
Dichiarazione della Presidenza
4-062
Presidente. – Desidero fare un annuncio a tutti voi,
onorevoli colleghi. Con nostro grande sollievo ci è stato
riferito che la pena di morte che gravava su Mirza-Tahir
Hussain, un cittadino britannico detenuto in Pakistan, è
stata commutata.
Il Presidente del Parlamento europeo e i membri
dell’Assemblea si sono enormemente adoperati per
salvare la vita di questo cittadino: Accogliamo con
grande piacere il fatto che il nostro messaggio sia stato
ascoltato.
Attuazione della strategia europea in materia di
sicurezza nel contesto della PESD (votazione)
4-076
– Prima della votazione sull’emendamento n. 21
4-077
Karl von Wogau (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor
Presidente, questo emendamento presenta un problema
di natura redazionale. Consiglio pertanto di non seguire
la lista di voto che avevo proposto e di votare contro
l’emendamento n. 21.
4-078
(Il Parlamento approva l’emendamento orale)
– Prima della votazione sull’emendamento n. 7
(Vivi applausi)
4-079
4-063
Turno di votazioni
4-064
Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di
votazioni.
(Per i risultati e ulteriori dettagli sulle votazioni: cfr.
Processo verbale)
4-065
Accordo di pesca UE/Mauritania (votazione)
Helmut Kuhne (PSE). – (DE) Signor Presidente, il
gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per
l’Europa mi ha chiesto di apportare una piccola
modifica. Accolgo volentieri la richiesta, poiché essa
non modifica in nulla la valenza politica del testo.
All’ultima riga si legga:
4-080
(EN) “si compiacerebbe della disponibilità degli Stati
Uniti a partecipare a tali negoziati con l’Iran.”
4-081
28
16/11/2006
(DE) Faccio mia la proposta dei liberali e chiedo che il
testo sia modificato di conseguenza.
4-094
Relazione annuale del Mediatore (2005) (votazione)
4-095
4-082
(Il Parlamento approva l’emendamento orale)
– Prima della votazione
4-096
4-083
Successioni e testamenti (votazione)
4-084
– Prima della votazione sull’emendamento n. 3
4-085
Maria Berger (PSE). – (DE) Signor Presidente,
propongo che il nostro emendamento n. 3 sia modificato
cosicché nella versione inglese la parola testator sia
sostituita in due punti con il termine deceased e la durata
minima per la residenza sia ridotta da tre a due anni.
Andreas Schwab (PPE-DE), relatore. – (DE) Signor
Presidente, intervengo per una questione di procedura.
Questa mattina abbiamo discusso con il Mediatore
europeo le funzioni di vigilanza che egli esercita
sull’EPSO, l’Ufficio europeo di selezione del personale,
ed egli ci ha confermato che tali funzioni rientrano nelle
sue competenze. Inviterei pertanto i colleghi presenti
alla discussione di questa mattina ad approvare
l’emendamento n. 1 dell’onorevole PanayotopoulosCassiotou poiché esso conferma quanto detto dal
Mediatore europeo.
4-086
(Il Parlamento approva l’emendamento orale)
4-097
Libro bianco su una politica europea di
comunicazione (votazione)
– Prima della votazione sull’emendamento n. 1
4-098
4-087
Maria Berger (PSE). – (DE) Signor Presidente,
l’emendamento in questione è stato presentato allo scopo
di cancellare alcune parole dal testo originale del
relatore, ma in realtà ne sono state tagliate alcune di
troppo, perché l’espressione with binding effect doveva
restare e non essere cancellata.
4-088
(Il Parlamento approva l’emendamento orale)
4-089
Donne nella politica internazionale (votazione)
4-090
Lotta contro la tratta di esseri umani – approccio
integrato e proposte per un piano d’azione
(votazione)
– Prima della votazione sul paragrafo 44
4-098-002
Marc Tarabella (PSE). – (FR) Signor Presidente, mi
sembra che sia insorto un piccolo equivoco. Stavamo in
realtà votando la seconda parte del paragrafo 44 quando
sullo schermo era indicato paragrafo 44, prima parte.
Questo potrebbe avere dato adito a confusione.
4-098-001
Vittorio Agnoletto (GUE/NGL). – Signor Presidente,
volevo solo confermare che, per il voto precedente, sullo
schermo appariva 44/1 e non 44/2, nell’ultima votazione
che ha fatto. Quindi c’è stata molta confusione.
4-099
Presidente. – Con questo si conclude il turno di
votazioni.
4-090-001
– Prima della votazione sull’emendamento n. 4
4-100
Dichiarazioni di voto
4-090-002
Lissy Gröner (PSE). – (DE) Signor Presidente,
vogliamo che sia verificata la votazione sul paragrafo 1,
seconda parte. La richiesta è stata presentata per tempo e
la invitiamo pertanto a verificare la votazione.
4-091
– Prima della votazione sull’emendamento n. 21
4-092
Edit Bauer (PPE-DE), relatore. – (EN) Signor
Presidente, vorrei chiedere ai colleghi di sostituire per
maggiore chiarezza la dicitura dell’attuale emendamento
n. 21 con il seguente testo: “la Commissione dovrebbe
affrontare il problema del traffico di bambini nel settore
sportivo nel contesto della decisione quadro
2002/629/GAI del Consiglio prestando particolare
attenzione ai casi in cui alcuni club sportivi possono
prendere in esame la possibilità di concedere contratti a
giovanissimi al fine di aggirare la regola dei “vivai
giovanili”.
4-093
(Il Parlamento approva l’emendamento orale)
4-101
– Situazione a Gaza (RC-B6-0588/2006)
4-102
Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) Nel
votare a favore della risoluzione comune desidero
sottolineare l’appello affinché l’UE utilizzi ora tutti gli
strumenti a sua disposizione, ivi compreso l’accordo di
associazione con Israele, al fine di porre termine agli
scontri a Gaza che condannano i palestinesi a una lenta
morte e rischiano di incendiare l’intero Medio Oriente.
In quanto Stato democratico, Israele deve porsi degli
interrogativi. Non è possibile rispondere all’illegalità
con altra illegalità. Il governo israeliano deve
abbandonare l’assedio di Gaza e gli aiuti alla Palestina
devono essere ripristinati immediatamente, unitamente a
forme di sostegno per il governo di unità nazionale.
Sono favorevole a richiedere un’inchiesta internazionale
sul possibile ricorso ad armi di distruzione di massa da
parte delle forze israeliane, in particolare in Libano.
Sono altresì favorevole a una conferenza di pace
16/11/2006
internazionale che riunisca tutte le forze in gioco nel
Medio Oriente, Siria e Iran compresi. Richiedo la
presenza di una forza internazionale a Gaza.
Siamo corresponsabili del caos che domina in Palestina
e abbiamo consentito agli israeliani di spingersi troppo
oltre in nome del diritto legittimo alla salvaguardia della
loro sicurezza. E’ stato un errore cui dobbiamo porre
rimedio.
4-103
Vasco Graça Moura (PPE-DE), per iscritto. – (PT)
Vorrei dichiarare il mio voto contrario alla risoluzione
comune sulla situazione a Gaza.
Ho scelto di votare contro non perché ritenga che gli
eccessi militari contro la popolazione civile non meritino
di essere condannati, ma perché mi pare che il tenore
generale della risoluzione sia molto negativo nei
confronti dello Stato di Israele, che ha subito attentati
terroristici continui. Non posso condividere questa
posizione.
4-104
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT)
Israele ha moltiplicato le sue aggressioni a danno del
popolo palestinese con impunità, come dimostrato dal
massacro di Beit Hanun e dall’assedio criminale e
disumano alla Striscia di Gaza, trasformata in un enorme
campo di concentramento. Alla luce di questi fatti, il
Parlamento europeo condanna l’esercito israeliano per il
massacro commesso e per la sua risposta che definisce
“sproporzionata”, mentre evita di menzionare che ha
avallato la partecipazione dell’UE al blocco finanziario a
danno dell’Autorità palestinese.
Di fronte alle prove schiaccianti della brutalità con cui
Israele si accanisce contro il popolo palestinese, il
Parlamento si limita a “deplorare” il veto degli Stati
Uniti alla proposta di risoluzione del Consiglio di
sicurezza dell’ONU in cui viene condannata
l’aggressione di Israele, quando invece dovrebbe
denunciare la complicità e corresponsabilità degli USA
negli attacchi e nei crimini perpetrati in Medio Oriente e
più precisamente in Israele.
Piuttosto che proporre lo spiegamento di truppe straniere
a Gaza e in Cisgiordania con il solo effetto di contribuire
a mantenere lo status quo, occorre condannare Israele
per la sua politica imperialista, la costruzione illegittima
del muro, la repressione sistematica del popolo
palestinese, la distruzione delle infrastrutture e tutti gli
ostacoli con cui impedisce all’Autorità palestinese di
lavorare, inibendo la creazione di uno Stato palestinese
sovrano e indipendente con Gerusalemme come capitale.
4-105
Marco Pannella (ALDE), per iscritto. – A nome del
Partito
Radicale
Transnazionale
ho
votato
convintamente contro la risoluzione sulla situazione
nella Striscia di Gaza (così come avrei fatto per tutte le
proposte di tutti i vari “Gruppi”), ritenendo tutte le
risoluzioni presentate inadeguate a risolvere i problemi
strutturali del Medio Oriente.
29
Non credo che la posizione comune europea sul conflitto
più antico del Medio Oriente possa continuare ad essere
la vecchia politica dei “due popoli, due Stati”. Come ha
ricordato l’ambasciatore israeliano presso le Nazioni
Unite, ogni vittima civile causata dagli attacchi
dell’esercito israeliano è un errore tragico, vissuto come
tale nella società democratica israeliana, mentre ogni
israeliano ammazzato dai razzi o dai kamikaze di Hamas
o Hezbollah viene rivendicato come un successo contro
Israele, considerato come un tumore da estirpare dal
Medio Oriente.
In realtà, Signor Presidente, l’alternativa europea
possibile ed urgente per costruire la Pace tra Israele e i
palestinesi (e nel Medio Oriente) è: due popoli, due
democrazie! Perché soltanto proponendo a tutto il
Mediterraneo riforme democratiche ed il modello
federalista europeo antinazionalista, sarà possibile
eliminare alla radice le cause strutturali del conflitto
Medio Orientale, così simili alle cause di tutte le guerre
che hanno devastato il nostro continente, fino alla
decisione di rinunciare al valore assoluto della Sovranità
nazionale.
4-106
Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La
soluzione del conflitto mediorientale dipende dalla forza
con cui sosteniamo la pace e il riconoscimento reciproco
e con cui condanniamo la violenza, il terrorismo e
l’aggressione militare gratuita. Dobbiamo anche
accettare che uno Stato democratico ha il diritto di
esistere e di difendersi. La risoluzione non fa nulla di
tutto questo, dimostrandosi esagerata dove dovrebbe
dare prova di ragionevolezza e cieca laddove
occorrerebbe particolare lungimiranza.
Non possiamo considerare gli attacchi terroristici contro
Israele come azioni di “combattenti” e accusare
successivamente Israele di compiere massacri. Questo
Parlamento non dovrebbe permettersi di giudicare la
composizione di un governo democratico, quando a
governi eletti ma niente affatto democratici chiede
appena il minimo ossia di riconoscere Israele, una
richiesta che tra l’altro non è neppure menzionata nella
risoluzione. Inoltre non intendo sottoscrivere una
risoluzione in cui apparentemente si conclude che gli
Stati Uniti sono la causa del perdurare del conflitto e si
minaccia in maniera poco velata di mettere in
discussione l’accordo di associazione con Israele quando
sta per essere approvato un accordo analogo con la Siria.
La sincera solidarietà nei confronti delle vittime e il
rifiuto di lasciare impunito l’attacco di Beit Hanun non
rendono trascurabile la necessità di un maggiore
equilibrio, né indurmi a votare a favore di una
risoluzione che è sproporzionata e controproducente.
4-107
Frédérique Ries (ALDE), per iscritto. – (FR) Ho votato
contro questa risoluzione su Gaza.
L’intenzione non è certo di minimizzare la tragedia di
Beit Hanun, costata la vita a 19 palestinesi a causa di un
30
errore di tiro da parte israeliana. Un errore che si è
rivelato dalle conseguenze drammatiche e che è nostro
dovere denunciare.
Senza nulla togliere alla gravità di tale tragedia, non
possiamo votare questa risoluzione che è la più
squilibrata che io abbia mai visto nei sette anni che ho
trascorso in questo Parlamento. Mi è impossibile
enumerare tutti i punti contestabili e faziosi presenti nel
testo.
Nel suo insieme, la risoluzione è un attacco unilaterale
contro Israele. L’unica concessione che gli viene fatta, al
paragrafo 4, è un riferimento al suo diritto inalienabile
alla sicurezza. Per il resto, sulla pioggia di missili
Qassam che cade ogni giorno sulle città israeliane non
viene sprecata neppure una parola. Per Gilad Shalit,
rapito ormai da tre mesi, appena tre parole e non una di
più – inserite alla chetichella al fondo del paragrafo 19,
senza menzione alcuna dei suoi compagni rapiti in
Libano. In alcuni momenti la discussione ha assunto toni
spregevoli, laddove è stata evocata “la società israeliana,
grezza e razzista” o quando si è parlato di “morti
palestinesi che valevano meno dei morti israeliani”.
Oggi tutto sembra permesso e il confine tra
atteggiamento anti-israeliano e antisemita è scavalcato
senza che nessuno fiati. E’ insopportabile.
4-108
Olle Schmidt (ALDE), per iscritto. – (SV) Nella
risoluzione odierna sulla situazione a Gaza, che ho
sostenuto con il mio voto favorevole, avrei voluto vedere
un esame più equilibrato dei motivi che hanno obbligato
Israele e il suo esercito a impiegare metodi che, visti
fuori contesto, possono sembrare spropositati. Il diritto
di uno Stato a proteggere i propri cittadini è
fondamentale e un giudizio deve essere formulato
tenendo conto dell’intero quadro anziché di singoli
eventi.
4-109
– Armi biologiche e tossiniche (RC-B6-0585/2006)
4-110
Gerard Batten, Derek Roland Clark, Roger
Knapman e Thomas Wise (IND/DEM), per iscritto. –
(EN) Il Regno Unito è all’avanguardia nella ricerca per
sistemi di difesa dalle armi biologiche e tossiniche e il
nostro paese deve continuare ad avere libertà d’azione e
piena autonomia in questo tipo di questioni. Deploriamo
l’impiego delle armi contro la popolazione civile e
siamo sostenitori convinti delle Convenzioni di Ginevra,
ivi compresa la quarta Convenzione, che rappresenta
uno strumento giuridico a tutela dei civili in tempo di
guerra ed è stata ratificata da 194 paesi.
16/11/2006
Bisogna rivedere completamente il funzionamento della
BTWC al fine di individuare, discutere e concordare
soluzioni volte a un rafforzamento della Convenzione e
all’interdizione delle armi biologiche e tossiniche
tramite uno strumento giuridico vincolante e
universalmente riconosciuto del diritto internazionale.
L’UE deve sollevare la questione nei consessi
transatlantici e in particolare presso la NATO per
persuadere l’amministrazione USA ad abbandonare la
sua posizione unilaterale e a contribuire al rilancio di
una soluzione multilaterale rafforzata.
Accolgo con favore l’entrata in vigore, questo mese, del
Protocollo V alla Convenzione sulle armi convenzionali
relativo ai residui bellici esplosivi e spero che molti altri
Stati ancora firmino tale Convenzione e ratifichino i
cinque protocolli.
Mi appello all’UE e agli Stati membri affinché
definiscano tempestivamente dei protocolli sui sistemi di
armi in questione e vietino senza mezzi termini, tramite
un protocollo, la produzione, il magazzinaggio, il
trasporto e l’uso di qualsiasi tipo di bombe a grappolo
(bombe a frammentazione).
4-112
Richard Howitt (PSE), per iscritto. – (EN) Il partito
laburista del Parlamento europeo ha deciso oggi di
votare unitamente agli altri deputati a favore della
campagna internazionale per la messa al bando delle
bombe a grappolo. Inoltre desideriamo precisare che il
fosforo bianco è considerato un’arma convenzionale e
non chimica e che il Regno Unito – ma non l’America –
ha firmato il Protocollo III alla Convenzione del 1980 su
talune armi convenzionali che vieta l’impiego di armi
incendiarie contro le popolazioni civili. I laburisti
ritengono valido lo studio sugli effetti dell’uranio
impoverito sulla salute condotto dalla Royal Society
britannica e sostengono ulteriori ricerche da parte
dell’Organizzazione mondiale della sanità. Le truppe
britanniche meritano di essere equipaggiate sempre con
la migliore attrezzatura protettiva disponibile; ad ogni
modo le voci relative all’impiego di granate al fosforo
bianco in Iraq si sono rivelate infondate e il Regno Unito
non possiede arsenali di uranio impoverito in questo
paese.
4-113
Geoffrey Van Orden (PPE-DE), per iscritto. – (EN) La
delegazione britannica del partito conservatore appoggia
incondizionatamente la BTWC e gli sforzi internazionali
volti a garantire l’applicazione universale e l’attuazione
efficace della Convenzione.
4-111
Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN)
Sottoscrivo la proposta di vedere riconfermato in
occasione della sesta conferenza per la revisione della
Convenzione sulle armi biologiche e tossiniche (BTWC)
l’impegno da parte dei 155 Stati contraenti verso la
prima convenzione multilaterale sul disarmo che vieta
un’intera categoria di armi, nell’ottica di un’interdizione
totale delle armi biologiche.
Da anni abbiamo adottato una linea coerente anche a
favore della messa al bando delle mine antiuomo,
seppure non riteniamo prioritario procedere allo
sminamento di territori disabitati e non sfruttati a fini
economici, come lo sono ad esempio alcune aree delle
isole Falkland, fermo restando che tutte le aree
potenzialmente minate devono essere chiaramente
segnalate.
16/11/2006
Siamo altresì molto cauti verso le campagne mirate a un
ampliamento
della
portata
delle
convenzioni
internazionali al fine di includere anche le bombe a
grappolo e altre munizioni. Siamo favorevoli alle misure
adottate per ridurre al minimo i danni post-bellici, come
nel caso di ordigni inesplosi, e diffondere l’uso di armi
“intelligenti” (in grado di autodistruggersi, ad alta
precisione, ecc.) nei casi opportuni.
31
progetti di infrastrutture connessi all’energia sono
strumenti fondamentali per salvare il Baltico. Il mio voto
sarà pertanto a favore della relazione, sebbene non
condivida altre proposte ivi contenute, come
l’incremento dei controlli alle frontiere e altri progetti
infrastrutturali insostenibili nella regione.
4-118
– Relazione von Wogau (A6-0366/2006)
4-119
Siamo favorevoli all’interdizione del fosforo bianco
come arma, ma questa sostanza è utilizzata in guerra
anche per altri scopi, ad esempio come cortina
fumogena. Di certo non sosterremo alcuna iniziativa
passibile di incrementare il rischio per i militari
britannici o di privare l’esercito britannico di armi
essenziali. Pur condividendo molte parti della
risoluzione, in questo momento non possiamo votare a
favore di un’interdizione generalizzata degli ordigni a
grappolo o del fosforo bianco. Abbiamo pertanto votato
contro gli emendamenti e ci siamo astenuti dal voto
sull’intera risoluzione.
4-114
– Relazione Stubb (A6-0367/2006)
4-115
Jan Andersson, Anna Hedh, Ewa Hedkvist Petersen e
Inger Segelström (PSE), per iscritto. – (SV) Siamo
favorevoli al progetto per l’autostrada Via Baltica a
condizione che sia condotto uno studio d’impatto
ambientale scrupoloso.
4-116
Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per
iscritto. – (SV) La Lista di giugno è lieta che il Mar
Baltico sia oggetto di discussioni politiche. La relazione
ha diversi aspetti positivi, tra cui quello di dedicare ai
problemi ambientali della regione l’attenzione che
meritano. Vediamo con favore anche il paragrafo 13, in
cui si lascia agli Stati membri la libertà di introdurre una
normativa ambientale più severa di quella proposta
dall’UE.
Tuttavia non siamo d’accordo che sia l’UE a finanziare
il progetto per l’autostrada Via Baltica. La relazione
propone anche un rafforzamento della cooperazione con
l’Europol; possiamo convenire su questo punto solo a
condizione che si limiti a un maggiore scambio di
informazioni. Non deve essere la premessa né a un
mandato di arresto europeo, né all’intervento delle forze
di polizia di uno Stato all’interno di un altro paese.
Oggi abbiamo votato a favore della relazione nel suo
insieme poiché riteniamo che in essa gli elementi
positivi superino quelli negativi.
4-117
Carl Schlyter (Verts/ALE), per iscritto. – (SV) La
relazione intende innanzi tutto sottolineare che il Baltico
è un mare di acqua salmastra particolarmente sensibile.
Il paragrafo 13 che assicura agli Stati membri il diritto di
adottare una normativa più restrittiva a tutela del Mar
Baltico e il paragrafo 11 che stabilisce la necessità di
opportune valutazioni di impatto ambientale per i
Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per
iscritto. – (SV) La relazione su cui votiamo oggi è un
elenco di buoni propositi per i fautori di un’Unione
europea militarizzata. Fortunatamente è solo una
relazione di iniziativa, ma rimane nondimeno un segnale
chiaro della maggioranza parlamentare alle altre
Istituzioni europee sulla direzione che l’Unione europea
dovrebbe imboccare.
La creazione di una forza navale permanente nel
Mediterraneo è una delle idee più balzane tra quelle
avanzate. Come se non bastasse, la maggioranza della
commissione auspica l’istituzione di una linea di
bilancio separata per le operazioni militari e tenta altresì
di resuscitare l’ormai sepolta Costituzione. Come accade
ogni volta che il Parlamento europeo ha la possibilità di
esprimere il proprio parere, viene manifestato il
desiderio che ai deputati siano conferiti maggiori poteri.
Abbiamo preso posizione anche sull’emendamento che
chiede la creazione di un servizio di guardiacoste sotto
l’egida dell’UE.
Gli sviluppi prefigurati nella relazione sono
estremamente preoccupanti e dovrebbero servire da
campanello d’allarme anche per i fautori più inveterati di
uno Stato UE. Data l’insicurezza in cui viviamo oggi a
seguito dei diversi conflitti in atto nel mondo, dovremmo
chiederci se la creazione di un esercito comunitario sia il
modo corretto di affrontare questi problemi. La scelta da
parte di un paese di inviare o meno i propri soldati spetta
sempre e comunque al parlamento nazionale e non a
ipotetici Stati Uniti d’Europa nati dall’Unione europea.
Abbiamo votato contro la relazione e la maggioranza
degli emendamenti proposti.
4-120
Richard Howitt (PSE), per iscritto. – (EN) Il partito
laburista del Parlamento europeo sottoscrive la relazione
per molti aspetti, in particolare per la sua volontà di
rendere più efficace la PESD al fine di trasformarla in
uno strumento di aiuto per le aree di crisi in tutto il
mondo. In uguale misura vediamo con favore una
cooperazione più stretta tra UE e NATO sulla base delle
esperienze passate e concordiamo sulla necessità di
sviluppare nuove capacità.
Tuttavia non condividiamo il contenuto del paragrafo 52
in cui si ipotizza l’istituzione di un ministro europeo
della Difesa o la creazione di una forza navale europea
permanente. Non concordiamo neppure con il paragrafo
44 laddove si raccomanda che le operazioni militari
siano finanziate direttamente dal bilancio UE. Con
32
16/11/2006
riferimento al paragrafo 51, è importante rammentare
che ci troviamo ora in un momento di riflessione sul
futuro della Costituzione e sottolineare che la PESD non
prelude alla creazione di un’Unione di sicurezza e di
difesa.
Con queste motivazioni ho votato a favore della
risoluzione, poiché concordo nella sostanza sulle sue
analisi e preoccupazioni, seppure non condivida né
consideri necessario condividere tutti i suoi assiomi e le
sue conclusioni.
4-121
4-123
Fernand Le Rachinel (NI), per iscritto. – (FR) Alcune
considerazioni dell’onorevole von Wogau sono in
sintonia con le nostre, in particolare per quanto attiene
alle minacce che gravano sulla sicurezza europea: il
terrorismo, la vulnerabilità del nostro sistema di
approvvigionamento energetico, la permeabilità delle
nostre frontiere. In effetti, in contrasto con quanto hanno
affermato i nostri governi quando hanno voluto
smantellare i rispettivi sistemi di difesa nazionali, il
mondo è oggi un luogo più pericoloso di quanto non lo
fosse prima del crollo del muro di Berlino.
Lars Wohlin (PPE-DE), per iscritto. – (SV) La
cooperazione comune dell’UE nella politica estera e di
sicurezza non deve entrare in antagonismo con la
NATO. Riscontro quindi con piacere che il Parlamento
europeo si è espresso qui chiaramente a favore di un
rafforzamento dei legami transatlantici e ribadisce
l’importanza di una cooperazione più stretta con la
NATO.
Le proposte illustrate nella relazione si reggono su una
seconda illusione, ovvero che le nazioni possano
rimettersi a organismi sopranazionali per vedere
garantita la loro sicurezza. Nella realtà dei fatti, le
nazioni sono sempre lasciate a se stesse.
Al giorno d’oggi gli Stati Uniti destinano il 3,5 per cento
del PIL alla difesa, mentre i venticinque Stati membri
dell’Unione europea vi dedicano meno dell’1 per cento.
Certo, occorre un’armonizzazione europea per i
materiali da difesa, ma guardiamoci dall’abbandonare i
nostri eserciti a favore di un ipotetico esercito europeo in
cui gli ordini sarebbero impartiti in ventuno lingue e che
per il tramite della NATO finirebbe sotto il comando
degli americani. Pensiamo piuttosto a rafforzare la difesa
di ogni Stato membro.
Tale sforzo può essere richiesto solo a nazioni
indipendenti, consapevoli della propria identità. Ma a
tale fine occorre trasformare l’Europa di Bruxelles,
senz’anima né frontiere, in un’Europa di nazioni
sovrane.
4-122
Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Il
documento proposto merita il mio sostegno perché è
realistico nel definire ciò che è auspicabile e al tempo
stesso ambizioso su ciò che è fattibile.
La sicurezza è uno dei temi che sta maggiormente a
cuore ai cittadini europei, in particolare per quanto
attiene alle potenziali minacce in Europa. Su questo
tema il relatore si è sforzato di essere realistico e di
comprendere l’immediatezza e la natura delle minacce
nonché il loro pericolo effettivo. Nel contempo il
relatore ha avuto l’ambizione di adottare un’ottica più
ampia che comprendesse non solo l’aspetto militare ma
anche i risvolti in ambito tecnologico, dell’informazione
e dell’intelligence. Anche noi dobbiamo essere
ambiziosi per quanto riguarda la promozione della pace
e dello sviluppo economico nei paesi terzi, poiché ciò è
essenziale per la nostra stessa sicurezza e per un mondo
migliore, un obiettivo quest’ultimo da perseguire con
altrettanta determinazione.
L’UE dispone già di una politica estera e di sicurezza
comune, ma la relazione compie un passo ulteriore e
prefigura un livello più approfondito di cooperazione su
questi aspetti che rischierebbe di togliere alla Svezia la
libertà di scelta in merito alla propria politica estera e di
sicurezza. Le risorse militari nazionali degli Stati
membri dovrebbero continuare a costituire la base di
questa cooperazione anche in futuro. E’ deplorevole che
la relazione si dichiari in favore del mandato d’arresto
europeo, in base al quale i cittadini svedesi potrebbero
essere consegnati ad altri Stati dell’Unione senza la
possibilità di subire un processo in Svezia. La relazione
si esprime anche a favore della Costituzione. Questi
aspetti mi hanno indotto a votare contro la relazione nel
voto finale, anche se condivido i suoi contenuti
relativamente al rafforzamento della cooperazione tra
UE e NATO.
4-124
– Relazione Gargani (A6-0359/2006)
4-125
Charlotte Cederschiöld, Lena Ek, Christofer
Fjellner, Gunnar Hökmark e Anna Ibrisagic (PPEDE), per iscritto. – (SV) Abbiamo votato a favore della
relazione sulle successioni e testamenti (A6-0359/2006)
affinché venga fatta chiarezza in merito alle norme di
conflitto. Considerato però che la relazione aspira a
un’armonizzazione delle leggi sulle successioni e
testamenti, vogliamo ribadire con forza che a nostro
avviso un’armonizzazione del diritto sostanziale non è
auspicabile e che, ai sensi del Trattato CE, questo ambito
deve essere e rimanere esclusivamente di competenza
nazionale.
4-126
Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Con questo
tentativo di risoluzione dei conflitti tra leggi e
giurisdizioni nell’ambito delle successioni e dei
testamenti, il Parlamento europeo è riuscito per una volta
a evitare d’immischiarsi in questioni di esclusiva
competenza degli Stati membri.
Pur tenuto conto che ogni anno si aprono nel territorio
dell’Unione europea tra le 50 000 e le 100 000
successioni caratterizzate da elementi di internazionalità,
questo non giustifica un ennesimo tentativo di
unificazione forzata delle norme di diritto sostanziali,
bensì richiede solo un’armonizzazione delle norme del
16/11/2006
diritto internazionale privato e la creazione di un
certificato successorio europeo.
Sottoscriviamo pertanto la seconda raccomandazione del
Parlamento che aspira soltanto a uniformare le regole
che disciplinano i conflitti di leggi e di competenza
giurisdizionale. A nostro avviso questa è la sola via che
consentirà agli Stati membri di preservare i loro sistemi
giuridici, nonché gli usi e costumi giuridici caratteristici.
Allora e soltanto allora sarà possibile coordinare in
maniera efficace i sistemi giuridici nazionali implicati in
una data successione. Conoscere in maniera certa e
incontestabile quale sarà il diritto applicabile è quanto
occorre e basta per prevenire potenziali conflitti
legislativi in materia di successioni.
4-127
Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per
iscritto. – (SV) La relazione creerebbe un caos giuridico
e, se le sue proposte fossero attuate, si metterebbero in
conflitto tra loro le varie norme e prassi giuridiche
nazionali. La Lista di giugno è fermamente contraria
all’adozione di leggi comuni a livello di UE in materia
civile e penale. L’approvazione di queste proposte
significherebbe anche che i cittadini svedesi
perderebbero il loro diritto incondizionato al divorzio –
previo periodo di riflessione di sei mesi.
Possiamo fornire un esempio: una coppia sposata di
cittadinanza svedese prende residenza a Malta,
dopodiché uno dei coniugi ritorna in Svezia e presenta a
un tribunale svedese un’istanza di divorzio. Ai sensi
dell’attuale normativa svedese, tale coniuge otterrebbe il
divorzio secondo il diritto svedese. Se fosse approvata la
proposta odierna, si applicherebbero invece le leggi di
Malta. In pratica potrebbe essere addirittura impossibile
divorziare, poiché il divorzio è proibito a Malta e in
taluni altri Stati europei. Di conseguenza, i cittadini
svedesi non avrebbero diritto agli alimenti per i figli e a
metà del patrimonio posseduto in comune con il
coniuge. Per la Lista di giugno, questa prospettiva è
assolutamente inaccettabile. La legislazione in questa
materia è un’espressione di valori nazionali, religiosi e
sociali. L’UE non deve permettersi di calpestare tali
valori. Per l’ennesima volta riscontriamo che la
sussidiarietà e il pluralismo esistono soltanto nei grandi
discorsi, mentre la realtà è dominata da una spinta
inesorabile verso l’armonizzazione.
4-128
– Relazione Gomes (A6-0362/2006)
4-129
Françoise Castex (PSE), per iscritto. – (FR) Ho votato
a favore della relazione Gomes sulle donne nella politica
internazionale.
La volontà politica espressa al Vertice di Pechino del
1995 e le convenzioni internazionali in essere hanno
effettivamente permesso di sensibilizzare l’opinione
pubblica e i politici sul tema della parità a tutti i livelli
della società. Purtroppo tali dichiarazioni non hanno
eliminato in termini concreti gli ostacoli di natura non
33
giuridica che ancora si frappongono a una partecipazione
completa delle donne alla vita pubblica. E’ pertanto
necessario che gli Stati membri adottino provvedimenti
che consentano di conciliare vita sociale, professionale e
familiare in sintonia con le conclusioni del Consiglio
europeo di Barcellona e della strategia di Lisbona.
Plaudo alla creazione di un Istituto europeo per
l’uguaglianza di genere al fine di ovviare all’inadeguata
presenza delle donne nella politica e di promuovere una
maggiore rappresentanza delle donne nella politica
internazionale.
Occorre urgentemente trovare nuovi canali che
consentano alle donne di essere maggiormente coinvolte
nelle questioni della pace e della sicurezza, in particolare
tramite nomine più paritarie in seno alle Nazioni Unite o
nelle delegazioni esterne dell’Unione europea.
4-130
Proinsias De Rossa (PSE), per iscritto. – (EN) La
strategia di Lisbona ha posto le politiche economiche
che tengono conto della dimensione di genere al centro
della strategia per la crescita e la competitività, ma un
requisito essenziale per l’attuazione di questo tipo di
politiche è la piena partecipazione delle donne alla vita
politica.
Un traguardo importante verso una maggiore
uguaglianza di genere è stato raggiunto dalla Conferenza
di Pechino del 1995. Stando ai dati dell’Unione
interparlamentare però, soltanto il 16,4 per cento dei
43 961 deputati parlamentari nel mondo sono donne. La
percentuale di donne elette al Parlamento europeo oscilla
tra il 58 e lo 0 per cento, con una media di poco
superiore al 30 per cento. La percentuale di donne elette
nei parlamenti nazionali degli Stati membri varia tra il
45 e il 9 per cento.
Questi dati evidenziano un grave deficit democratico a
livello europeo e nel più vasto contesto internazionale.
Mi appello agli Stati membri affinché rivedano la loro
legislazione nazionale in un’ottica di promozione della
parità e di un’effettiva democrazia nella politica,
rivedano la costituzione, la legislazione e la prassi,
sanciscano la parità di genere quale principio
fondamentale nelle rispettive costituzioni e adottino
misure volte a conciliare vita sociale, familiare e
professionale, in sintonia con le conclusioni del
Consiglio europeo di Barcellona e la strategia di
Lisbona, al fine di creare un contesto favorevole a una
piena partecipazione delle donne alla vita politica.
4-131
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La
relazione è incentrata sulle donne nella politica
internazionale e constata l’esistenza di un problema
reale, ma non analizza le restrizioni che impediscono
alle donne di partecipare attivamente alla vita politica e
sociale. Il documento non contiene alcun riferimento ai
motivi economici e sociali che costringono le donne a
una partecipazione marginale. Per esempio, viene
menzionata la differenza tra le retribuzioni e la necessità
34
di condividere le responsabilità domestiche con gli
uomini, ma non si approfondiscono le difficoltà reali, in
particolare quelle relative a condizioni di lavoro,
sfruttamento, paghe inadeguate, insicurezza del posto di
lavoro, lavoro part-time, assenza di strutture sociali a un
prezzo accessibile.
Nell’affrontare il tema la relazione ignora le differenze
di classe e si riferisce esclusivamente a quanto accade
nella classe dominante. Non viene fatto pertanto alcun
riferimento esplicito a politiche economiche,
occupazionali o sociali. Di conseguenza, tra le misure
proposte, la relazione continua a suggerire come
soluzione a mio avviso inaccettabile quella di un sistema
di quote obbligatorio con sanzioni per i partiti, mentre
ignora i problemi e gli ostacoli esistenti, che
comprendono, ad esempio, le condizioni economiche e
sociali alla base e gli stessi sistemi elettorali.
In Portogallo, ad esempio, il partito socialista ha
approvato un sistema di quote, ma nel contempo sta per
rimaneggiare l’attuale sistema elettorale, e in pratica la
riforma elettorale potrebbe avere per effetto l’elezione di
un numero ancora inferiore di donne.
4-132
Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La
partecipazione delle donne alla politica internazionale
(come pure alla politica nazionale, all’economia e
all’arte) è segno di una società sviluppata e equilibrata.
Un mondo di soli uomini è peggiore di un mondo di
uomini e donne. Ciò non significa tuttavia che l’elezione
di una donna o la formazione di un governo composto da
un numero uguale di uomini e donne siano di per sé
motivo di soddisfazione. Le donne non sono solo donne,
contrariamente a quanto sembrano pensare alcuni
promotori del sistema a quote e della pari
rappresentanza.
Fortunatamente il valore di ogni donna risiede in ciò che
ella pensa, fa, propugna e rappresenta. Non ritengo
ragionevole applaudire senza criterio l’elezione di una
donna solo in quanto donna. Non credo che il risultato
cui aspiriamo possa essere ottenuto imponendo quote e
parità di rappresentanza. Questa parità deve essere una
conquista matura, non un bel gesto. Credo di poter
parlare senza troppi freni su questo argomento, visto che
il Centro democratico sociale (CDS) è l’unico partito ad
avere avuto una donna come deputato, capo del partito,
ministro della Giustizia o segretario generale. A queste
donne va tutto il mio rispetto, non per motivi simbolici,
ma per i loro stessi meriti.
4-133
Margie Sudre (PPE-DE), per iscritto. – (FR) In
Germania, Liberia, Cile e, più di recente, anche nel
Congresso degli Stati Uniti, la nomina di donne a
posizioni chiave è stato motivo di plauso. Mi associo
volentieri a questi applausi, pur esprimendo l’auspicio
che un giorno questi successi al femminile non
assurgano più a simbolo esemplare, ma possano
diventare avvenimenti di tutti i giorni.
16/11/2006
Per una donna dedita alla politica non è più sufficiente
basare il proprio discorso mediatico sul maschilismo
reale o supposto dei propri avversari, come si è
purtroppo verificato nella campagna interna al partito
socialista francese per l’investitura presidenziale.
Dobbiamo dare prova di maggiore responsabilità
piuttosto che di spirito di rivalsa, poiché la
rappresentanza equa tra i generi è ormai una logica
acquisita. La delegazione dell’UMP al Parlamento
europeo, composta da nove donne e otto uomini, è
esemplare in questo senso.
Spero che incoraggeremo la vocazione e motivazione di
una nuova generazione di donne a dedicarsi alla politica.
Anziché moltiplicare all’infinito le regolamentazioni
puntigliose e talvolta troppo estremiste a favore delle
donne, dovremmo tuttavia avere fiducia nella loro
capacità d’imporsi e di fare valere le proprie convinzioni
a tutti i livelli – locale, nazionale o europeo – e lo dico
come donna certo, ma anche come rappresentante eletta.
4-134
– Relazione Bauer (A6-0368/2006)
4-135
Patrick Gaubert (PPE-DE), per iscritto. – (FR) Vorrei
complimentarmi con l’onorevole Bauer per questa
relazione eccellente; la sua approvazione unanime in
seno alla commissione LIBE è una riprova della sua
qualità.
Essa rammenta con tempestività che la tratta
internazionale di esseri umani interessa ogni anno tra
600 000 e 800 000 uomini, donne e bambini. Circa l’80
per cento delle vittime è costituito da donne, di cui la
metà minorenni. La maggioranza delle vittime della
tratta sono destinate allo sfruttamento sessuale
commerciale.
Per fare fronte all’incremento di questi traffici e alla loro
portata sempre più internazionale, la relazione propone
una serie di misure integrate da adottare su scala europea
che mi paiono all’altezza delle problematiche associate a
questo male. In particolare, la relazione sottolinea la
volontà dell’UE di seguire un’impostazione incentrata
sui diritti umani e sulle vittime, che mi pare
fondamentale.
Per i motivi illustrati e perché la lotta per la salvaguardia
della dignità umana merita tutto il nostro sostegno, ho
votato a favore di questo testo che propone
l’approvazione di una raccomandazione del Parlamento
europeo destinata al Consiglio sulla lotta contro la tratta
degli esseri umani.
4-136
Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) E’ strano che
la relazione insista nell’operare una netta distinzione tra
la tratta degli esseri umani e l’immigrazione clandestina.
Eppure in molti casi esiste tra loro una somiglianza
inconfutabile, perché l’immigrazione clandestina si è
trasformata in una vera e propria tratta di esseri umani la
16/11/2006
cui espressione più efferata è il commercio di persone ai
fini dello sfruttamento sessuale.
Ma chi sono i veri colpevoli ? Sono senz’altro i
passatori, i narcotrafficanti, gli sfruttatori o altri
oppressori che approfittano di un territorio europeo privo
di controlli alle frontiere interne e totalmente permeabile
ai flussi migratori. Ma la colpa ricade anche sui politici
nazionali e europei che non hanno intrapreso nulla di
serio contro gli ingressi clandestini, l’immigrazione di
massa, i finti matrimoni o, ancor peggio, che mettono in
atto una politica apertamente “immigrazionista”.
Sanzionare più severamente i passatori, sgominare le reti
della criminalità organizzata, programmare nuove forme
di cooperazione tra gli Stati sono senz’altro obiettivi da
perseguire. Ma l’effetto placebo non durerà a lungo
perché il vero male rimane l’assenza di controlli alle
frontiere interne dell’Unione europea. Se non rimettiamo
in discussione la libera circolazione delle persone che
non sono cittadine dell’Unione – un dogma questo
imposto da Bruxelles – l’immigrazione clandestina
continuerà a crescere incontrollata.
4-137
Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per
iscritto. – (SV) La Convenzione del Consiglio d’Europa
sull’azione contro la tratta degli esseri umani è già stata
firmata da 30 paesi e ratificata in vari altri, tra cui la
Moldavia e la Romania; la sua ratifica è in corso anche
in Svezia. La Convezione si applica a qualsiasi forma di
tratta degli esseri umani, sia essa perpetrata a livello
nazionale o internazionale o legata al crimine
organizzato. La Convenzione integra in questo modo le
disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite
contro il crimine organizzato transnazionale.
La Lista di giugno ritiene che l’UE dovrebbe osservare
gli accordi nazionali e internazionali già sottoscritti dagli
Stati membri. A nostro giudizio, spetta ai parlamenti
nazionali democraticamente eletti dei vari paesi decidere
in merito all’adesione a trattati giuridicamente
vincolanti. Siamo favorevoli alla lotta contro la tratta
degli esseri umani e ci complimentiamo con i governi di
Romania e Moldavia per il coraggio dimostrato con la
ratifica di questa Convenzione tanto importante.
Riteniamo superfluo che l’UE ne solleciti a sua volta la
ratifica. Le nazioni sovrane dell’Europa hanno già
intrapreso questa lotta da sole, senza l’interferenza di
entità sopranazionali.
4-138
Pedro Guerreiro (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) Nel
complesso siamo favorevoli alla relazione, anche se
notiamo con rammarico che alcuni emendamenti
approvati non servono a rendere più efficace la lotta
contro la tratta degli esseri umani e soprattutto delle
donne.
Con delusione abbiamo assistito all’eliminazione dei
paragrafi che sancivano la necessità di “considerare
reato l’acquisto del corpo di un’altra persona a scopo
sessuale” al fine di conseguire una riduzione della tratta
a scopi sessuali. Come dimostrato da numerosi studi,
35
l’interdizione dello sfruttamento della prostituzione
riduce drasticamente il crimine organizzato e la tratta, in
particolare delle donne e dei minori.
Cionondimeno, la relazione ha mantenuto alcuni
elementi positivi, quali la necessità d’imporre sanzioni
severissime alle aziende che fanno uso di manodopera a
basso prezzo sfruttando la tratta degli esseri umani, o
l’assunzione della responsabilità da parte degli Stati
membri per le vittime della tratta degli esseri umani e
per efficaci misure antiriciclaggio dei proventi derivati
dalla tratta degli esseri umani.
La relazione avrebbe potuto anche spingersi oltre e
confrontarsi con il problema alla fonte, tramite una
politica di cooperazione con i paesi di origine e di
sostegno per progetti specifici di sviluppo
socioeconomico, aiutando così a ridurre le cause
principali della tratta, che sono la povertà, la
disoccupazione e l’emarginazione sociale.
4-139
Carl Lang (NI), per iscritto. – (FR) La relazione
stabilisce una distinzione artificiosa e illusoria tra la
tratta degli esseri umani e l’immigrazione clandestina. A
partire dai disastrosi accordi di Schengen del 1985, con
cui sono stati eliminati i controlli alle frontiere interne
dell’Unione europea, questi due fenomeni, che nessuno
dubita siano strettamente legati, si sono tuttavia
sviluppati in maniera esponenziale.
Da quando l’Europa si è incaricata in luogo e in vece
degli Stati membri della realizzazione di uno “spazio di
libertà, sicurezza e giustizia”, le associazioni criminali, i
protettori e le reti organizzate di passatori hanno
ottenuto profitti lauti come mai in passato. Queste reti
criminali proliferano e prosperano sfruttando un numero
sempre maggiore di esseri umani.
Con l’intento di trovare una soluzione a questi drammi
umani, la Commissione e il Parlamento propongono di
organizzare dialoghi politici tra Stati e gli ennesimi
programmi e progetti di cooperazione. A che pro? E’
giunta l’ora di colpire la vera causa della tratta degli
esseri umani e dell’immigrazione clandestina: la
mancanza di frontiere sicure e protette in Europa. E’
vero tuttavia che i nostri eurocrati non vogliono a nessun
costo rimettere in questione la sacrosanta regola della
libera circolazione delle persone!
4-140
Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) La tratta
degli esseri umani è la versione moderna del commercio
degli schiavi, anzi sotto alcuni aspetti è ancora peggiore.
Infatti oggi la disperazione spinge le vittime a pagare per
essere incluse nella tratta e le autorità, spesso con le
migliori intenzioni umanitarie, talvolta finiscono con
l’attuare politiche che promuovono la tratta e
incrementano gli affari dei trafficanti.
Come accade spesso, anche in questo ambito bisogna
essere crudeli per essere buoni. In pratica, dobbiamo
essere severi verso chi fornisce impiego, severi con chi
arriva, con chi rimane e, soprattutto, severi e rigorosi
36
16/11/2006
nell’applicazione della legge. Chiudere gli occhi di
fronte all’immigrazione clandestina equivale a favorire e
rendersi complice della tratta degli esseri umani.
una normale e necessaria politica democratica di
comunicazione in una vera e propria propaganda ad uso
e consumo della classe dominante.
Credo che dobbiamo riconoscere senza esitazioni i
vantaggi dell’immigrazione clandestina e difendere con
determinazione la legalità, poiché se non si adotta il
pugno di ferro nella lotta contro tale immigrazione si
finisce per incoraggiare le reti criminali che organizzano
la tratta. Tuttavia non è sufficiente concentrarsi sulle
leggi per l’immigrazione. Per affrontare il problema in
maniera efficace – e umana – dobbiamo cercare di
incoraggiare una crescita e uno sviluppo economico
simili ai nostri anche nei paesi di origine dei migranti.
Questa è la direzione verso cui noi tutti dovremmo
orientarci.
Sebbene la relazione si occupi anche di altri temi meno
controversi, quali i programmi settoriali per i giovani
nell’istruzione,
l’intensificazione
del
confronto
parlamentare e altro ancora, in realtà il suo leitmotiv è la
propaganda finalizzata al balzo qualitativo che vogliono
conseguire verso la cosiddetta Costituzione europea. Da
qui il nostro voto contrario.
4-141
Lydia Schenardi (NI), per iscritto. – (FR) Le cifre e le
stime relative alla tratta di esseri umani fanno
rabbrividire. La relazione dell’onorevole Bauer parla di
600 000-800 000 uomini, donne e bambini che
diventano oggetto di traffici internazionali ogni anno. Si
tratta di una forma di sfruttamento che spazia come
minimo dalla prostituzione al lavoro o ai servizi forzati,
per spingersi fino alla schiavitù e al prelievo di organi.
La relazione non dice però che il numero di questi
drammi umani continua a crescere da quando i disastrosi
accordi di Schengen del 1985 hanno abolito i controlli
alle frontiere interne.
Il paradiso europeo, “lo spazio di sicurezza, libertà e
giustizia” tanto atteso e agognato da tutti si rivela presso
tutti gli Stati membri inesistente o peggio ancora
pericoloso e favorevole alla proliferazione delle reti
mafiose e del crimine organizzato.
Fintanto che i nostri politici nazionali ed europei
rifiuteranno di riconoscere che all’origine dello sviluppo
di questa tratta internazionale si trova la permeabilità
delle frontiere e che qualsiasi politica di lotta contro la
tratta degli esseri umani e l’immigrazione clandestina
presuppone il ripristino immediato dei controlli alle
frontiere in Europa, i programmi e i progetti
continueranno a succedersi con un’efficacia pari a quella
di un cerotto su una gamba di legno.
4-142
– Relazione Herrero-Tejedor (A6-0365/2006)
4-143
Ilda Figueiredo (GUE/NGL), per iscritto. – (PT) La
relazione su una comunicazione estremamente
controversa della Commissione suggella in ultima
analisi alcuni degli aspetti più deteriori dei metodi
propagandistici messi in atto nel tentativo di riproporre il
progetto per una cosiddetta Costituzione europea.
Dopo il colpo inferto alla classe politica europea dai
referendum sulla proposta di Trattato costituzionale in
Francia e in Olanda, si vuole andare avanti come se nulla
fosse e senza rischiare altri contraccolpi, puntando il più
possibile su una campagna di propaganda che trasforma
4-144
Bruno Gollnisch (NI), per iscritto. – (FR) Il fine
dichiarato della politica europea di comunicazione è di
“controbilanciare l’effetto della mancata approvazione
del Trattato costituzionale [...] e arrestare l’aumento
generalizzato dell’euroscetticismo”.
Qual è la posta in gioco, secondo voi ? L’informazione
sull’Europa, tronca, deformata, strumentalizzata dai
media e dalle classi politiche nazionali. La soluzione?
Lo sbandieramento delle buone iniziative dell’Unione
europea organizzato da una “Propaganda Staffel” di
Bruxelles. L’obiettivo? I cittadini europei, il cui
euroscetticismo è direttamente proporzionale alla loro
ignoranza del paradiso predisposto per loro da Bruxelles
e che bisogna convertire alla cieca ammirazione e
all’incondizionato sostegno.
Chi volete prendere in giro? Non avete sentito e capito
nulla. E’ proprio perché sono stati informati e si sono
informati alla fonte, leggendone il testo, che i cittadini
francesi e olandesi hanno bocciato in massa la
Costituzione. E’ proprio perché vivono ogni giorno sulla
loro pelle i disastri economici e sociali della vostra
politica che sono diventati euroscettici. E’ proprio
perché, per una volta, sono stati interpellati direttamente
che si sono interessati all’Europa.
E’ per la vostra paura viscerale del popolo che preferite
il lavaggio del cervello alla consultazione diretta dei
cittadini, che voi, in fondo, considerate degli idioti. Vi
hanno reso pan per focaccia.
4-145
Hélène Goudin e Nils Lundgren (IND/DEM), per
iscritto. – (SV) La politica di comunicazione dell’UE
non deve ridursi a un tentativo di propinare gli Stati
Uniti d’Europa ai cittadini. Le Istituzioni europee
devono fornire relazioni finanziarie precise e concrete,
relazioni sulle attività svolte o comunque informazioni
relative per esempio ai progetti di scambio offerti per gli
studi superiori.
Al contrario di quanto sottintende la relazione, non è
detto che un’informazione approfondita degli elettori li
trasformi automaticamente in fautori di un superstato
UE. Le opinioni delle persone in merito alla
collaborazione intergovernativa o alla sopranazionalità
quali metodi di cooperazione all’interno dell’UE sono
formulate sulla base di valori e non di dati concreti.
16/11/2006
Inoltre non crediamo che Bruxelles debba preoccuparsi
di lanciare iniziative top-down o finanziare i partiti
dell’UE affinché possano stabilire un dialogo con il loro
elettorato sulle questioni inerenti all’Unione. L’interesse
politico alle tematiche comunitarie deve essere costruito
dal basso attraverso i partiti e le organizzazioni politiche.
37
Ordine del giorno della prossima tornata: vedasi
processo verbale
4-152
Famagosta / Varosha (discussione)
4-153
Nella relazione si sottolinea altresì l’importanza di
imperniare la comunicazione su iniziative che facciano
leva su vettori di comunicazione “gran pubblico” quali i
programmi culturali (premi letterari o cinematografici),
gli eventi sportivi, eccetera. Anche in questo caso
ribadiamo che siffatti metodi di marketing del prodotto
“UE” indicano disistima nei confronti dei cittadini
europei. Non è questo il modo in cui l’Unione europea
dovrebbe informare le persone della propria esistenza e
del proprio operato.
4-146
Luís Queiró (PPE-DE), per iscritto. – (PT) Pur
concordando nella sostanza sulle posizioni e sulle
preoccupazioni espresse dalla Commissione per quanto
concerne la politica di comunicazione, e in particolare la
necessità di trasparenza e di vicinanza ai cittadini,
ritengo necessario ribadire che la politica di
comunicazione è un mezzo e non un fine, e come tale
deve essere considerata. L’illusione che tutto è
comunicazione e che la comunicazione è tutto ci porta
verso una società priva di significato, in cui importa
soltanto l’esistenza del messaggio e ben poco è investito
nei contenuti.
A mio parere, una politica di comunicazione efficace
dell’UE dipende dalla capacità dell’Unione di essere
vista come utile dai cittadini degli Stati membri.
Sottolineo utile e essere vista come utile. Qui entrano in
gioco entrambi gli elementi: la sostanza e la
comunicazione. L’UE deve promuovere riforme
politiche atte a incentivare lo sviluppo economico, la
sicurezza, l’ordine internazionale e la speranza. Questo
per la sostanza. Una volta appurato che la sostanza è
buona, la comunicazione diventa un’arte, ma rimane
solo un aspetto della questione, e non il più importante.
Inoltre questo non è il momento adatto per confondere la
comunicazione con la propaganda. Accetto la prima, ma
rifiuto la seconda.
4-147
Correzioni e intenzioni di voto: vedasi processo
verbale
4-148
(La seduta, sospesa alle 13.10, riprende alle 15.05)
4-149
PRESIDENZA DELL’ON. OUZKÝ
Vicepresidente
4-150
Approvazione del processo verbale della seduta
precedente: vedasi processo verbale
4-151
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione
sull’interrogazione presentata dall’onorevole Marcin
Libicki, a nome della commissione per le petizioni, e
sulla risposta orale relativa all’inclusione della
restituzione di Varosha ai suoi legittimi abitanti tra le
misure globali volte a porre fine all’isolamento della
comunità turcocipriota (O-0106/2006-B6-0446/2006).
4-154
Marcin Libicki (UEN), autore. – (PL) Signor
Presidente, abbiamo atteso a lungo che l’interrogazione
orale su Varosha, nella zona di Famagosta, fosse iscritta
all’ordine del giorno del Parlamento europeo. Oggi
accade che affrontiamo per la seconda volta questioni
collegate alla commissione per le petizioni; la prima è
stata questa mattina, quando la nostra commissione ha
presentato la propria relazione sulla relazione del
Mediatore europeo.
Sono molto lieto che entrambi gli argomenti siano stati
affrontati nello stesso giorno, anche se abbiamo dovuto
attendere a lungo prima di discuterne. E’ grande la
soddisfazione di poter discutere oggi una petizione
molto importante, tanto più che la commissione per le
petizioni ha come vocazione quella di avvicinare le
Istituzioni dell’Unione europea al cittadino. Mi
compiaccio anche che alcuni tra gli autori della petizione
siano presenti in Aula, nella tribuna d’onore. Ho il
piacere di dare il benvenuto ai signori Afxentiou e
Christofidis che, come ho detto, sono due degli autori
della petizione venuti ad assistere alla discussione
odierna.
Signor Presidente, la decisione di presentare
un’interrogazione orale è stata presa in seno alla
commissione nella riunione del 14 luglio 2005. Gli
autori della petizione, tra cui quelli presenti qui oggi,
erano presenti anche a tale riunione. Essi rappresentano
un’organizzazione molto importante di Cipro, chiamata
Famagusta Refugees Movement. Questo movimento è
stato istituito nel 1976 dagli abitanti evacuati di
Famagosta. Purtroppo, il Parlamento europeo ha
rimandato la discussione più volte, causando notevoli
ritardi nell’organizzazione della discussione odierna. Nel
frattempo, il problema è diventato ancora più urgente.
Gli autori della petizione hanno sottolineato che sono
trascorsi 30 anni da quando Famagosta fu occupata
dall’esercito turco e la zona della città chiamata Varosha
fu chiusa. Quando hanno illustrato i problemi ed esposto
la petizione in sede di riunione della nostra
commissione, essi hanno sottolineato che Varosha,
diventata ormai in una vera e propria città fantasma, sta
causando una frattura profonda tra i profughi e i loro
discendenti. Essa costituisce un ostacolo alla ripresa
economica generale della città e non contribuisce certo a
38
promuovere una migliore comprensione tra le comunità
di Cipro.
Gli autori della petizione propongono in particolare che
Varosha sia restituita ai suoi abitanti originari in
conformità delle disposizioni che adotterà la comunità
internazionale e in particolare l’Unione europea. Essi
dichiarano di essere a favore degli sforzi volti ad aiutare
i turcociprioti che, da un punto di vista giuridico e
sociale, sono parte integrante di Cipro, ma esprimono
altresì preoccupazione per i regolamenti attuati che
favoriscono la comunità turcocipriota. I loro timori sono
motivati dal fatto che queste misure sono a sé stanti e
dissociate dalla strategia generale mirata a una
riunificazione dell’isola.
Gli autori della petizione sottolineano che seppure il
regolamento del Consiglio dichiari nella sua
motivazione di mirare a creare uno strumento di aiuto
finanziario atto a promuovere lo sviluppo economico
della comunità turcocipriota, il pacchetto di misure
intende incoraggiare la riunificazione di Cipro
sostenendo lo sviluppo economico e sociale e
concentrandosi
in
particolare
sull’integrazione
economica.
Non è stata attuata una politica coerente al fine di
conseguire questi obiettivi. Da parte loro, gli autori della
petizione propongono innanzi tutto che siano attuate
misure di promozione del commercio e del turismo che
potrebbero migliorare il benessere della comunità e la
sua situazione finanziaria, oltre a consentire un uso
ottimale della struttura portuale di Famagosta con una
rivitalizzazione dell’intera regione circostante.
Gli autori della petizione propongono altresì che una
parte degli stanziamenti dell’Unione europea destinati a
fornire aiuto alla comunità turcocipriota sia versata in un
fondo speciale gestito da un’organizzazione non
governativa in cui siano equamente rappresentate
entrambe le comunità, sotto l’egida dell’Unione europea
e la supervisione della Commissione europea. Essi
suggeriscono anche di riservare tali risorse alla
ristrutturazione, all’ammodernamento e all’utilizzo del
porto di Famagosta.
La commissione per le petizioni ha presentato a nome
degli autori un’interrogazione alla Commissione europea
in cui chiede quali strumenti la Commissione intende
impiegare al fine di assicurare una soluzione dei punti
sollevati dagli autori della petizione.
Il 27 febbraio 2006 il Consiglio “Affari generali” ha
deciso di chiedere alla Commissione di proseguire i
propri sforzi a favore di scambi diretti a beneficio delle
comunità turcocipriote, sulla base dei negoziati svoltisi
nel corso della Presidenza del Lussemburgo, quando le
questioni della zona chiusa di Varosha e del porto erano
state prese in esame insieme con le tematiche sul libero
scambio. Nel contempo venne anche affermato che
questa zona di Famagosta, ossia Varosha, attualmente
non è utilizzata. Tale situazione è motivo di profonda
sofferenza per i profughi e i loro discendenti, oltre a
16/11/2006
rendere difficile la ripresa economica della città e a non
favorire certo un clima di fiducia tra le comunità
cipriote. Come intende procedere la Commissione, in
base alla decisione summenzionata, per far sì che la zona
chiusa di Famagosta possa essere restituita ai suoi
legittimi abitanti?
Signor Presidente, questo Parlamento ha discusso in
diverse occasioni questioni inerenti a Cipro, alla Turchia
e ai problemi causati dall’aggressione turca contro
Cipro. La petizione e l’interrogazione orale ad essa
collegata affrontano direttamente il cuore del problema
che è di grande rilevanza per quella parte d’Europa e si
ripercuote sull’intera Unione europea. Sarei pertanto
molto grato se, oltre a ricevere una risposta in merito, si
desse effettivamente seguito alle proposte presentate da
varie Istituzioni europee e alle richieste degli autori della
petizione.
La questione è importante perché la sua soluzione sarà
indicativa per la società turca, greca e cipriota del grado
di efficacia con cui le Istituzioni europee riescono a
risolvere i problemi legati alle speranze dei cittadini
europei.
Signor Presidente, signor Commissario, ho davvero a
cuore di ricevere una risposta che spero possa soddisfare
gli autori delle petizioni, la commissione per le petizioni
e il Parlamento europeo.
4-155
Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor
Presidente, desidero ringraziare innanzi tutto l’onorevole
Libicki e la commissione per le petizioni per avere
sollevato la questione. Alcuni miei amici di lunga data
sono profughi da Varosha e dunque conosco
l’importanza della questione non soltanto in ragione del
mio mandato, ma anche per contatti personali.
Le Nazioni Unite hanno la responsabilità e le
competenze per perseguire una composizione completa
della questione di Cipro. La Commissione appoggia le
Nazioni Unite in questi sforzi e incoraggia le parti
coinvolte a riprendere i negoziati alla ricerca di una
soluzione.
La restituzione di Varosha ai suoi legittimi abitanti è uno
dei temi cruciali nel processo guidato dall’ONU. Se le
parti accetteranno l’accordo, Varosha dovrebbe essere
restituita sotto l’egida delle Nazioni Unite.
Il piano di Annan prevedeva una restituzione precoce di
Varosha ai suoi legittimi abitanti, ma fu abbandonato nel
2004, nonostante il sostegno delle Nazioni Unite e
dell’Unione europea.
La restituzione di Varosha è una questione separata
dall’introduzione di scambi diretti tra la comunità
turcocipriota e il resto dell’Unione europea. Il
commercio diretto è di competenza comunitaria. La
Commissione ha proposto un progetto di regolamento in
tal senso nel luglio 2004.
16/11/2006
Nel tentativo di pervenire a un’intesa in merito al
regolamento sul commercio diretto in seno al Consiglio,
le successive Presidenze dell’UE hanno sondato varie
alternative, finora senza alcun esito. La Presidenza
finlandese sta compiendo grandi sforzi diplomatici nel
tentativo di sbloccare l’attuale situazione di stallo e la
Commissione dà il suo totale appoggio a tali azioni. La
formula finlandese consentirebbe di creare una
situazione di vantaggio reciproco per entrambe le
comunità e per tutte le parti coinvolte. Questo passo
contribuirebbe a rafforzare la fiducia verso una
soluzione completa che includerebbe anche la
restituzione di Varosha. Creare situazioni senza sconfitti
è il principio ispiratore dell’integrazione europea fin
dall’epoca di Robert Schuman e Konrad Adenauer che
riuscirono a unire Francia e Germania appena cinque
anni dopo il conflitto più aspro e devastante che fosse
mai stato combattuto sulla loro terra.
Negli ultimi 42 anni si è parlato spesso di “linee rosse” e
“ricatti” nel Mediterraneo orientale. Sono discussioni
ormai antidiluviane nell’Europa postmoderna di oggi. E’
davvero tempo di costruire ponti anziché tracciare
confini e pensare a soluzioni che prevedano solo
vincitori, perché questo è il senso profondo dell’Unione
europea.
4-156
Panayiotis Demetriou, a nome del gruppo PPE-DE. –
(EN) Signor Presidente, Famagosta è una questione
essenzialmente umanitaria e su questa base è stata
presentata alla commissione per le petizioni la petizione
del movimento dei profughi di Famagosta.
Da 32 anni ormai oltre 30 000 persone sognano notte e
giorno di ritornare alle loro case. Trentadue anni sono un
periodo troppo lungo. La bella cittadina di Famagosta è
ancora disabitata, una città fantasma. Con cinismo, la
Turchia insiste nel tenerla come strumento di
contrattazione e ovviamente gli abitanti di Famagosta si
domandano cosa stia facendo la comunità internazionale,
e in particolare l’Unione europea, per aiutarli a tornare
alle loro case. Il Commissario ha affermato che tutti si
stanno dando da fare. Ma la questione è molto semplice.
C’è una città vuota che deve essere restituita ai suoi
legittimi abitanti. La Turchia può avvalersi di altri
strumenti di contrattazione.
Non stiamo trasmettendo alla Turchia il giusto
messaggio sul da farsi. Le decisioni su Famagosta sono
un primo passo importante verso una soluzione adeguata
del problema cipriota in linea con le risoluzioni delle
Nazioni Unite e i valori europei. La Turchia deve
compiere questo passo ora, nell’interesse della giustizia,
nei suoi interessi e negli interessi dei ciprioti greci e
turchi, come ha detto l’onorevole Libicki.
L’appello accorato dei profughi di Famagosta ancora in
vita è: “Aiutateci a tornare a casa”. Aiutiamoli, signor
Commissario. E’ giunto il momento di farlo.
4-157
Maria Matsouka, a nome del gruppo PSE. – (EL)
Signor Presidente, onorevoli colleghi, la maggior parte
39
di noi è abbastanza fortunata da potersi concedere
piccoli lussi, come, ad esempio, vivere in una casa di
proprietà in un quartiere abitato da amici e conoscenti.
Oggi parliamo invece degli sforzi che alcuni cittadini
appartenenti alla grande famiglia europea sono costretti
a fare per riavere proprio ciò che consideriamo
ragionevole nella nostra vita quotidiana.
Il movimento dei profughi di Famagosta è formato dai
cittadini sfollati da quella che da 32 anni è una città
fantasma. Queste persone sono ovviamente riuscite a
rifarsi una vita a Cipro, ma provate a pensare per un
attimo cosa significhi sapere che la prima casa che avete
posseduto o la casa dei vostri genitori è abbandonata e
per voi inaccessibile, pur trovandosi a solo pochi
chilometri di distanza, per motivi di cui non avete la
minima colpa.
Il ritorno della città di Famagosta ai suoi legittimi
abitanti nella comunità grecocipriota e turcocipriota
comporterà molti vantaggi economici e sociali.
Famagosta era una famosa località turistica. Se
ricostruita, potrà tornare agli antichi fasti e costituire un
enorme potenziale da sfruttare a fini commerciali grazie
al porto, che, come richiesto, può essere riaperto e dotato
delle tecnologie più moderne, per garantirne un utilizzo
ottimale. Se la città sarà resa nuovamente vivibile per i
suoi abitanti in modo tale da salvaguardare il
rafforzamento dei legami tra le due comunità, con la
protezione
della
comunità
internazionale
e,
naturalmente, dell’Unione europea durante il periodo di
ricostruzione e sviluppo, le due comunità potranno
instaurare rapporti ragionevoli. Se verrà creato un clima
di sicurezza, certezza e fiducia per lo sviluppo e la
cooperazione in termini economici, di pari passo con una
maggiore
collaborazione
nell’occupazione
e
nell’economia, si svilupperanno anche i legami sociali.
Infine, ciò di cui la città ha bisogno per potersi
sviluppare è di generare uno slancio proprio, uno slancio
autonomo in grado di fungere da esempio e precursore.
Dato che la richiesta proviene dagli stessi abitanti della
città, e conoscendo i buoni legami tra le persone di
entrambe le parti, mi chiedo se abbiamo il diritto di
rifiutare, se abbiamo il diritto di negare il nostro aiuto.
Tuttavia, non dovremmo fare di questa opportunità
un’occasione per mandare all’aria gli sforzi di progresso
a Cipro. Dovremo assumerci ciascuno le sue
responsabilità – responsabilità nei confronti delle
persone, ma anche nei confronti del futuro.
4-158
Marios Matsakis, a nome del gruppo ALDE. – (EN)
Signor Presidente, la presa di ostaggi da parte di
terroristi e il susseguente sequestro a fini di riscatto è
stato un evento alquanto frequente negli scorsi anni. Si
tratta di un deplorevole atto di perversione criminale e
satanica, condannato ampiamente e universalmente da
chiunque sia in possesso anche di un solo briciolo di
buon senso. Del pari, la presa in ostaggio di un’intera
città da parte di uno Stato che ne ha invaso un altro e
sfrutta quella città per trarre vantaggi politici attraverso
il ricatto è un caso di barbarie psicopatica di enormi
40
16/11/2006
proporzioni, frutto di argomentazioni insostenibili.
Questo è quanto è successo a Famagosta.
come a uno strumento potentissimo per contrastare la
minaccia dei fondamentalisti islamici.
Fino al 1974 Famagosta era una città fiorente, piena di
vita e di vigore, con una ricca storia antica di migliaia di
anni, una città circondata da agrumeti in fiore, distesa su
una costa di sabbia dorata. Città di invidiabile bellezza,
Famagosta era considerata da molti il gioiello del
Mediterraneo orientale. I suoi pacifici abitanti erano
abituati a lavorare sodo per migliorare le proprie
condizioni di vita e renderle più prospere. Ma nell’estate
del 1974 tutti i loro sogni andarono in frantumi.
Pertanto, onorevoli colleghi, oggi ci ritroviamo a parlare,
parlare e ancora parlare del diritto dei cittadini di
Famagosta di ritornare a casa. Molto probabilmente, se
la Turchia continuerà a imporre la propria volontà, ne
parleremo ancora a lungo, mentre la grande Unione
europea continuerà a vantarsi dei suoi principi e dei suoi
valori, e quasi tutti saranno felici – soprattutto il governo
turco – tranne i cittadini di Famagosta.
Dopo ripetuti, pesanti bombardamenti aerei dagli effetti
catastrofici, la città fu invasa da orde di soldati, carri
armati e mezzi blindati turchi, che lasciarono sulla loro
strada morte e devastazione. Terrorizzati, gli abitanti
fuggirono, cercando disperatamente di salvare la vita dei
loro cari e portando con sé il minimo necessario per la
sopravvivenza. La maggior parte di loro trovò rifugio in
una zona collinare pochi chilometri a sud della città,
dove questa gente ha vissuto in una sorta di campo
profughi e da dove ha assistito al saccheggio delle
proprie case da parte dei soldati turchi.
Oltre al mobilio e alle suppellettili domestiche, gli
invasori portarono via porte, finestre, grondaie, tegole e
qualsiasi altra cosa su cui riuscirono a mettere le mani;
poi recintarono l’intera città, la dichiararono zona
militare e ci misero soldati di guardia. Questo stato di
cose persiste tuttora, 33 anni dopo. Ogni volta che uno
degli ex abitanti di Famagosta, preso dalla nostalgia e
dalla disperazione, ha cercato di avvicinarsi alla sua città
recintata, è stato ucciso sul posto o arrestato dai soldati
turchi e processato in corti marziali turche per aver
violato una zona militare ad alta sicurezza.
La città fantasma di Famagosta è stata più volte oggetto
di numerose risoluzioni delle Nazioni Unite e, tra i “se”,
i “quando” e i “come” del fumoso linguaggio
diplomatico, i suoi abitanti si sono sforzati ogni volta di
credere che avrebbero potuto far ritorno nelle loro case.
Ma questa è rimasta una pia illusione, perché nel mondo
reale della diplomazia politica sono sempre i più forti a
dettare le condizioni. Nel caso di Cipro, la Turchia è
stata ed è tuttora la parte più forte.
Proprio quando i profughi di Famagosta stavano per
perdere ogni fiducia nei vari ONU e consigli di sicurezza
di questo mondo, nuove speranze sono state
improvvisamente alimentate dall’adesione di Cipro
all’Unione europea.
Uomini, donne e bambini hanno d’un tratto cominciato a
parlare dell’“acquis comunitario europeo”, dei “principi
e valori sui cui si fonda l’Unione europea”. Molti si sono
addirittura convinti che, dopo l’adesione, l’Unione
avrebbe costretto la Turchia a restituire Famagosta ai
suoi abitanti legittimi: beata ingenuità! Non hanno capito
che ciò che interessa all’Unione europea più di tutto è
fare affari con il vasto mercato turco, non difendere
principi antiquati come la giustizia e la libertà. Non
hanno capito che l’Unione europea guarda alla Turchia
Un po’ alla volta ci abitueremo al loro dolore nel dover
assistere alla lenta agonia della loro città, il gioiello del
Mediterraneo orientale, sotto l’occhio vigile delle
Nazione Unite, del Consiglio di sicurezza e, ora, anche
dell’Unione europea.
4-159
Kyriacos Triantaphyllides, a nome del gruppo
GUE/NGL. – (EL) Signor Presidente, il problema della
restituzione della zona vietata di Famagosta ai suoi
legittimi abitanti non è mai stato incluso nell’accordo
generale sulla questione cipriota che è stato oggetto delle
relative risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite.
Vorrei sottolineare proprio quest’annosa questione
dell’esclusione della restituzione della città dall’accordo
generale. Un secondo punto che mi preme ricordare è
che la Commissione, nell’ultima relazione sui progressi
compiuti riguardante la Turchia, ha evidenziato come
l’applicazione del protocollo sia un obbligo giuridico a
sé stante, e non possa pertanto essere condizionata allo
status della comunità turcocipriota. La Turchia ha
dunque torto quando fa dipendere il rispetto dei propri
impegni dalla cessazione del cosiddetto isolamento dei
turcociprioti, che, nella misura in cui è una realtà, è
dovuto solo ed esclusivamente all’occupazione turca.
Altrettanto torto hanno quegli ambienti europei che
accettano tale collegamento. Tuttavia, se lo si accetta, la
proposta del governo cipriota di un uso congiunto del
porto di Famagosta sotto l’egida delle Nazioni Unite e
con la supervisione della Commissione europea, insieme
al ritorno in città dei suoi legittimi abitanti, può essere la
chiave di volta necessaria per superare l’attuale
sgradevole situazione di stallo. La Turchia vedrebbe così
soddisfatta la sua richiesta di porre fine al cosiddetto
isolamento dei turcociprioti, i quali, pur non avendo
assolutamente nulla da perdere nel restituire ai suoi
legittimi abitanti una città deserta da 32 anni,
tutelerebbero il loro diritto di svolgere attività
commerciali di esportazione attraverso il porto. Nel
contempo, tutti i legittimi abitanti di Famagosta
potrebbero riprendere possesso della loro città, mentre i
porti e gli aeroporti turchi si aprirebbero alle navi e agli
aerei ciprioti. Infine, la coesistenza delle due comunità a
Famagosta potrà sostenere gli sforzi volti a definire una
soluzione globale al problema di Cipro.
Per concludere, la restituzione della città ai suoi legittimi
abitanti è la mossa decisiva per superare le attuali
difficoltà in modo tale da soddisfare i sinceri interessi di
16/11/2006
tutte le parti. Se qualcuno saprà cogliere questa
occasione e se prevarrà il buon senso, possiamo essere
moderatamente ottimisti sulle probabilità di affrontare
con successo questa difficile situazione.
4-160
Kathy Sinnott, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN)
Signor Presidente, Famagosta è tenuta in ostaggio. E’
stata descritta come una città fantasma: è abbandonata,
isolata e vuota. Famagosta è una città sulla costa
orientale di Cipro. Nel 1974 è stata invasa dalle truppe
turche e da allora è segregata dal resto del mondo.
Attualmente è disabitata ed è sotto la vigilanza
dell’esercito turco. Non ci abita anima viva. Chiunque
cerchi di entrarvi viene fermato immediatamente con le
armi o processato da una corte marziale.
Famagosta ha goduto dell’indipendenza per soli 14 anni,
durante i quali ha svolto un ruolo di vitale importanza
per l’economia cipriota. Aveva 60 000 abitanti e 15 000
pendolari, il suo porto era ricco di traffici. Nonostante
ospitasse solo il 7 per cento della popolazione di Cipro,
contribuiva per oltre il 10 per cento all’occupazione e
alla produzione industriale complessiva dell’isola.
Malgrado queste cifre e gli indiscutibili benefici per
Cipro, la città è abbandonata e versa in una situazione
che, ovviamente, è intollerabile sia per l’isola che per la
sua popolazione. E’ del tutto evidente che occorre fare
qualcosa.
Mi pare incredibile che l’Unione europea non esiga
l’immediata e incondizionata restituzione di Famagosta
ai suoi abitanti, che, incidentalmente, sono cittadini
europei. Ci troviamo, invece, nella bizzarra situazione in
cui l’Unione e molti governi dei suoi Stati membri si
sforzano di soddisfare tutti gli esecrabili desideri e
pretese della Turchia. Sappiamo bene che la Turchia
vuole aderire all’Unione europea, sappiamo quanto sia
potente quel paese, però dobbiamo chiederci se la
Turchia è pronta per entrare a far parte dell’Unione.
La Turchia non sta favorendo la propria causa di
adesione. Quando sono entrata per la prima volta in
quest’Aula ho votato a favore di colloqui aperti con quel
paese, ma nell’ultima votazione su tale argomento mi
sono astenuta. La prossima volta sarò forse costretta a
votare contro l’adesione della Turchia, o questa si
deciderà finalmente a dimostrare un po’ di buona
volontà?
Non c’è nulla di positivo in questa situazione. La
restituzione di Famagosta sarebbe un’eccellente
occasione per la Turchia di dimostrare non solo agli
abitanti originari della città, ma anche all’Unione
europea e al resto del mondo, che persegue e appoggia la
pace.
4-161
Charles Tannock (PPE-DE). – (EN) Signor Presidente,
dall’invasione turca del 1974 Cipro è rimasta
tragicamente divisa e la città di Famagosta è stata
occupata dalle forze armate turche.
41
Ora, grazie alla Presidenza finlandese dell’Unione
europea, inizia a delinearsi un accordo promettente che
prevede, sotto il rigido controllo dell’Unione, la
riapertura agli scambi commerciali diretti, attraverso il
porto di Famagosta, della parte settentrionale dell’isola,
occupata dai turchi. In cambio, la Turchia si obbliga a
restituire la zona vietata di Varosha ai suoi originari
abitanti grecociprioti, sotto il controllo delle Nazioni
Unite. Fortunatamente, il ritorno di questi non crea
problemi in quanto non comporta il trasferimento di
nessuno, dato che l’area spopolata di Varosha è stata
isolata nel 1974 ed è sotto il controllo diretto
dell’esercito turco.
L’accordo ad alto livello Kyprianou-Denktas del 1979
conteneva un riferimento al ripopolamento di Varosha.
Già a quell’epoca fu stabilito che il ripopolamento
sarebbe stato attuato senza attendere gli esiti delle
discussioni su altri aspetti della questione cipriota, e che
non sarebbe stato usato come moneta di scambio nella
risoluzione di altri aspetti connessi con tale questione.
E’ evidente che la restituzione di Famagosta non può
essere messa in relazione con l’impegno della Turchia di
assolvere il proprio preciso impegno, in quanto
candidato all’adesione all’Unione europea, di aprire i
suoi porti a tutte le navi cipriote, come concordato dalla
Turchia nell’ambito del Protocollo di Ankara
sull’allargamento dell’unione doganale, che dev’essere
applicato a tutti gli Stati membri dell’UE. E tra gli Stati
membri dell’UE c’è anche la Repubblica di Cipro, che la
Turchia risibilmente si rifiuta di riconoscere in via
ufficiale, anche se Cipro è a pieno titolo un paese
membro dell’Unione europea.
Anche la linea verde dovrà essere monitorata
accuratamente se e quando riprenderanno gli scambi
commerciali diretti dal nord, riservando particolare
attenzione a un potenziale aumento dell’immigrazione
illegale e della tratta di esseri umani, soprattutto di
donne dell’Europa orientale. Inoltre, non si può più
permettere che la cosiddetta Repubblica di Cipro del
nord continui a dare asilo a criminali in fuga, in
particolare a noti latitanti inglesi come Asil Nadir, che si
sottraggono alla giustizia.
4-162
Mechtild Rothe (PSE). – (DE) Signor Presidente,
onorevoli colleghi, signor Commissario, secondo i
canoni europei è intollerabile che Varosha continui a
versare nell’attuale situazione: una città fantasma, una
città circondata da filo spinato e isolata dal mondo che,
dopo aver avuto 30 000 abitanti, è deserta da ormai 32
anni. Ai suoi ex abitanti non è rimasto altro che guardare
da lontano le loro vecchie case dietro il filo spinato; il
desiderio di farvi ritorno non è mai venuto meno, e credo
che tale desiderio sia anche un loro diritto.
So, signor Commissario, che né a noi in quest’Aula né a
lei in Commissione è possibile sollevare la questione
cipriota di nostra iniziativa. Se le cose fossero andate
come voleva il Parlamento o la Commissione, oggi
avremmo una soluzione fondata sul piano Annan; ma,
42
per quanto delusi dallo schiacciante “no” dei
grecociprioti, abbiamo nondimeno il dovere di
rispettarlo, e – lasciatemelo dire apertamente – così
abbiamo fatto. Ci auguriamo comunque che tra breve sia
possibile giungere a una soluzione.
Se c’è una cosa che potrebbe veramente creare un clima
di fiducia e incoraggiare ulteriori sviluppi positivi è la
restituzione di Varosha ai suoi abitanti originari e
l’insediamento di un’amministrazione cittadina formata
da esponenti di entrambe le comunità, nonché la
convivenza di ambedue le etnie cipriote a Famagosta.
Signor Commissario, lei ha affermato che la Presidenza
finlandese del Consiglio è impegnata attualmente a
facilitare gli scambi diretti tra l’Unione europea e Cipro
del nord, come promesso oltre due anni fa. Abbiamo
dato ai turcociprioti la nostra parola che lo avremmo
fatto.
Aprire Varosha alle condizioni dei firmatari della
petizione aiuterebbe tuttavia le persone che da 32 anni
attendono di potervi tornare e, inoltre, permetterebbe
loro di convivere secondo modalità nuove, tali da
preparare il terreno a una soluzione globale. Mi auguro
che la Presidenza finlandese riconsidererà la propria
proposta al riguardo.
4-163
Jaromír Kohlíček (GUE/NGL). – (CS) Onorevoli
colleghi, Cipro è da molto tempo divisa in tre settori. Il
tre per cento del suo territorio ospita basi militari
britanniche. Nessuno degli abitanti del posto sa cosa vi
succeda, ma è evidente che si tratta di posti nei quali
molti stranieri percepiscono ottimi stipendi.
Il Consiglio “Affari generali” ha invitato la
Commissione a sostenere gli scambi diretti con la
comunità turca di Cipro in relazione all’apertura di
Famagosta – nota anche con il nome turco di Varosha –,
che attualmente è isolata. Dato che il Parlamento ha
discusso dello stanziamento di una certa somma di
danaro per lo sviluppo e l’ammodernamento delle
infrastrutture nella parte settentrionale di Cipro, vorrei
sapere, nel caso in cui Famagosta sia compresa nella
parte settentrionale di Cipro, quando inizieranno i lavori
di ricostruzione finanziati con tale stanziamento e
quando essa sarà nuovamente accessibile alla
popolazione locale. Nel caso in cui, invece, Famagosta
sia compresa nella parte meridionale, chiedo quando
sarà permesso alla popolazione locale di iniziarne la
ricostruzione.
O c’è, forse, una terza via, signor Commissario?
Dovrebbero essere forse le truppe inglesi stanziate
sull’isola a risolvere il problema?
4-164
Bernd Posselt (PPE-DE). – (DE) Signor Presidente,
dopo la Seconda guerra mondiale Ernest Bevin, politico
laburista britannico, propose di nominare Strasburgo,
questa splendida città dove il Parlamento europeo ha la
sua unica sede e, ci auguriamo, continuerà ad averla
anche in futuro, capitale di un’Europa unita. Egli
16/11/2006
sostenne all’epoca che nessun’altra città aveva sofferto
tanto per la stupidità umana quanto Strasburgo, che era
quindi particolarmente adatta a diventare il luogo in cui
superare la stupidità umana.
Mi auguro che tra non molto potremo dire una cosa del
genere di Famagosta, teatro e simbolo di un’espulsione
brutale che non solo è contraria al diritto internazionale,
ma viola anche i diritti umani, ed è tanto brutale quanto
insensata; eppure, senza difficoltà e con un semplice
gesto di buona volontà, quella città potrebbe diventare il
simbolo della fine delle politiche fondate sul
nazionalismo e sull’espulsione – un gesto il cui impatto
si farebbe sentire a molti chilometri di distanza da Cipro.
Ricordo che una volta, mentre mi trovano nella parte
settentrionale di Cipro, avevo un autista turcocipriota
che parlava bene il greco e mi disse: “Ho una profonda
simpatia per i miei compatrioti ciprioti che parlano
greco, e il nostro problema non sono i grecociprioti; il
nostro problema sono l’esercito turco e i nuovi arrivati,
portati qua con l’inganno”. Sono questi i soggetti che
hanno un interesse legittimo a mantenere viva la disputa,
ed è quindi qui che dovremmo intervenire. Dovremmo
garantire che entrambi i gruppi etnici possano
riconciliarsi e che le persone cacciate dalle loro case a
Famagosta vi possano far ritorno; in tal modo
lanceremmo all’intero bacino del Mediterraneo,
all’Europa e al mondo intero il segnale che persone
appartenenti a gruppi etnici diversi possono convivere in
pace sotto la tutela dello Stato di diritto.
A tale proposito, Cipro potrebbe diventare un esempio
per molti, molti altri luoghi tormentati; sono pertanto
grato ai firmatari di questa petizione per aver sollevato la
questione. E’ nostro dovere sostenerli in ogni modo e
garantire loro ciò cui hanno diritto e che stanno
attendendo da così tanto tempo, cioè che Famagosta
possa ridiventare il fiorente centro di commercio e
cultura che la città è stata nel corso di tutta la sua storia –
una storia ricca di orgogliose tradizioni che, ci
auguriamo, possano di nuovo prosperare in futuro.
(Applausi)
4-165
Panagiotis Beglitis (PSE). – (EL) Signor Presidente,
signor Commissario, onorevoli colleghi, dopo 32 anni di
continua occupazione, seguita all’invasione militare, le
immagini che ci giungono dalla zona vietata di Varosha,
sotto l’esclusivo controllo dell’esercito turco,
testimoniano in modo incontrovertibile la tragedia
cipriota, le violazioni del diritto internazionale ed
europeo, il collasso della civiltà democratica europea.
La richiesta dei cittadini grecociprioti – anch’essi
profughi nel loro stesso paese, al pari dei loro
concittadini turcociprioti – di rientrare in possesso delle
loro case e proprietà è una richiesta basilare per quanto
attiene al rispetto dei principi umanitari. Al contempo è
un’iniziativa vitale per ricostruire un clima di fiducia,
sicurezza e riconciliazione tra le due comunità,
un’iniziativa che supera la dura realtà della divisione e
16/11/2006
sosterrà gli sforzi volti a realizzare uno sviluppo
congiunto e una convivenza possibile, nonché a colmare
il divario psicologico tra le due parti.
Se l’Unione europea agirà in maniera coerente e decisa
sul versante di misure volte a creare fiducia – ed è
senz’altro in grado di farlo, signor Commissario –,
saranno poste le premesse necessarie per la ripresa di un
dialogo franco con l’obiettivo di trovare una soluzione
praticabile e funzionale alla questione cipriota. La
ricerca di tale soluzione non può essere lasciata ai soli
leader politici e alla loro volontà, essendo strettamente
collegata con la comunità e con i cittadini, nonché con il
senso di giustizia, che va consolidato.
43
seriamente. A giudicare dalla riunione di lunedì scorso
del Consiglio dei ministri degli Affari esteri dell’Unione
europea, gli Stati membri dell’UE sono effettivamente
favorevoli all’iniziativa finlandese, al pari della
Commissione, che è disposta a offrire sia i mezzi e gli
strumenti politici che le competenze giuridiche e d’altro
tipo per facilitare la ricerca di soluzioni.
In sintesi, tutti dovrebbero cogliere quest’opportunità per
creare una situazione che vada a vantaggio di tutte le
parti interessate, anche dei profughi di Varosha.
4-168
Presidente. – La discussione è chiusa.
4-169
Nella storia di Cipro ci sono state molte occasioni
mancate a livello politico; dobbiamo saper cogliere
quelle a livello sociale, per promuovere una
riunificazione pacifica dell’isola a beneficio di tutti i
suoi cittadini, siano essi grecociprioti o turcociprioti.
Discussioni su casi di violazione dei diritti umani,
della democrazia e dello Stato di diritto
(discussione)
4-170
Etiopia
4-166
Zbigniew Zaleski (PPE-DE). – (PL) Signor Presidente,
per quanto riguarda i fatti, molto è già stato detto sullo
status di Famagosta. Vorrei ora sottolineare tre punti.
Primo, gli abitanti hanno il diritto di rientrare in
possesso delle loro proprietà e di farvi ritorno. Secondo,
il problema di Famagosta può essere paragonato alla
schizofrenia o a un cancro che dilania il corpo
dell’Unione europea. Se non siamo in grado di gestire
questa situazione, dubito che, in un futuro più o meno
prossimo, saremo in grado di gestire l’adesione della
Turchia. Infine, signor Presidente, lei stesso, tutte le
Istituzioni europee e la democrazia europea nel suo
complesso sarete un giorno giudicati e accusati di non
aver tutelato il patrimonio culturale che ha influenzato la
formazione di noi tutti. Famagosta è un buon esempio di
questo patrimonio culturale e non possiamo tollerare che
quella città vada completamente in rovina, come sembra
stia già accadendo. Se abbiamo a che fare con una
potenza occupante, credo che dovremmo adottare una
strategia diversa, posto che quella attuale è inefficace –
cosa di cui siamo tutti responsabili, lei compreso, signor
Presidente.
4-167
Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor
Presidente, molti oratori hanno affermato che la
divisione di Cipro è un fatto tragico. Ne sono convinto
anch’io. La riunificazione sarebbe dovuta avvenire ieri
al più tardi.
L’Unione europea appoggia con coerenza tutti gli sforzi
compiuti in tal senso e ha cercato anche di fornire il
proprio contributo attraverso un attivo coinvolgimento
da parte della Commissione. Grazie alla partecipazione
di tutte le Presidenze a tali azioni da un paio d’anni a
questa parte, l’Unione europea ha investito una quantità
enorme di energie e si è impegnata a fondo per risolvere
la questione cipriota.
Oggi, la formula della Presidenza finlandese sembra
essere l’ultima occasione per molti anni di sbloccare
l’attuale situazione di stallo. Va quindi presa molto
4-171
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su
sei proposte di risoluzione sull’Etiopia1.
4-172
Adam Jerzy Bielan (UEN), autore. – (PL) Signor
Presidente, le notizie dei continui arresti, delle
umiliazioni e delle intimidazioni ai danni di politici
dell’opposizione e di studenti in Etiopia hanno suscitato
indignazione. Simili azioni vanno condannate con
fermezza. Il recente arresto e l’espulsione dall’Etiopia di
due funzionari dell’Unione europea, accusati di aver
cercato di aiutare Yalemzewd Bekele, avvocato e
difensore dei diritti delle donne che lavora per la
Commissione europea ad Addis Abeba, non fa che
evidenziare la gravità della situazione. Non dobbiamo,
poi, dimenticare che 111 persone sono tuttora detenute
dopo gli arresti in massa di sostenitori dell’opposizione
durante le dimostrazioni di giugno e novembre 2005.
Invito la Commissione e il Consiglio a fare tutto quanto
in loro potere per avviare in Etiopia un dialogo di vasta
portata, in cui coinvolgere i partiti politici, le
organizzazioni della società civile e le autorità, per
concordare una soluzione definitiva all’attuale crisi
politica. Dobbiamo fare tutto quello che possiamo per
garantire che in Etiopia siano applicati nuovamente i
sempre validi principi del rispetto dei diritti umani e
dello Stato di diritto. Affinché ciò possa realizzarsi, le
autorità etiopi devono dimostrare al mondo che sono
intenzionate a risolvere la crisi attuale. In tale ottica, il
rilascio immediato e incondizionato di tutti i prigionieri
politici sarebbe sicuramente interpretato come un
segnale di buona volontà.
4-173
Marios Matsakis (ALDE), autore. – (EN) Signor
Presidente, la questione dei diritti umani in Etiopia è
stata oggetto di molte proposte di risoluzione adottate in
passato in quest’Aula. Purtroppo, sembra che i nostri
1
Cfr. Processo verbale.
44
consigli e le nostre parole di saggezza e decisa condanna
non siano state ascoltate all’interno del governo etiope.
Del resto, come biasimarlo per il suo comportamento
arbitrario e assolutamente inaccettabile nei confronti del
Parlamento europeo dopo che la Commissione, per
ragioni note solo a se stessa, ha invitato il Primo
Ministro etiope Meles Zenawi a discettare
specificamente di questioni di governance in occasione
delle Giornate europee dello sviluppo? Quell’invito ha
lanciato – né poteva essere diversamente – il segnale
sbagliato in merito alla linea politica dell’UE in materia
di rispetto dei diritti umani, dei principi democratici,
dello Stato di diritto e del buon governo. Forse oggi il
Commissario sarà così gentile da spiegarci quale logica
fosse sottesa a tale invito.
Noi tutti comprendiamo le difficoltà che l’Etiopia si è
trovata ad affrontare durante la sua travagliata storia
post-coloniale, e ci rendiamo conto del fatto che una
parte della colpa va chiaramente e giustamente attribuita
agli ex colonizzatori. Noi tutti vogliamo aiutare il popolo
etiope a raggiungere un livello di vita accettabile, a
liberarsi dai demoni delle lotte intestine e dei conflitti
regionali. Ma il regime al governo ad Addis Abeba deve
capire, in maniera piena e inequivocabile, che non potrà
realizzare l’auspicata stabilità politica se continuerà a
compiere arresti, maltrattamenti, detenzioni arbitrarie,
umiliazioni e intimidazioni ai danni di politici
dell’opposizione, di attivisti della società civile, di
studenti e altri comuni cittadini. Al contrario, azioni del
genere sono destinate ad aggravare la già fragile
situazione politica, e il temuto ulteriore peggioramento
di quest’ultima diventerà una realtà concreta, più che
una semplice possibilità.
Invito vivamente i colleghi ad appoggiare questa
proposta di risoluzione. Ascolterò con interesse i
commenti che il Commissario vorrà fare sulla questione
dell’invito al Primo Ministro Meles Zenawi.
4-174
Ana Maria Gomes (PSE), autore. – (PT) La
repressione degli studenti e dei gruppi etnici degli
oromo, amhara e altri; i continui arresti e i processi farsa
dei capi eletti dell’opposizione, di leader sindacali,
giornalisti, insegnanti, attivisti dei diritti umani e dello
sviluppo, nonché di molti altri cittadini etiopi che lottano
per la libertà e la democrazia; la manipolazione da parte
del governo Meles Zenawi delle conclusioni cui è giunta
la commissione d’inchiesta sul massacro di 193 persone
nel giugno e nel novembre 2005, in seguito a
manifestazioni di protesta contro le frodi elettorali, e la
persecuzione contro i membri di quella commissione che
si sono rifiutati di manipolare i dati e che sono stati
perciò costretti a fuggire dal paese; la detenzione
dell’avvocato Yalemzewd Bekele, che lavorava per la
delegazione dell’Unione europea; l’ingiustificata
espulsione di diplomatici europei, in violazione della
Convenzione di Vienna: tutti questi fatti non solo
dimostrano quanto sia antidemocratico e totalitario il
regime di Meles Zenawi, ma ne rivelano altresì la
crescente fragilità e disperazione.
16/11/2006
Già dalla fine della missione degli osservatori elettorali
dell’UE, nel 2005, i governi degli Stati membri,
all’interno del Consiglio, e la Commissione avrebbero
dovuto lavorare insieme per adottare misure concrete nei
confronti del regime di Meles Zenawi. Come ha detto
Teshale Aberra, uno dei giudici della commissione
d’inchiesta che ha dovuto abbandonare il paese, il
governo di Meles Zenawi è almeno altrettanto brutale, se
non addirittura peggiore, del regime di Mengistu.
L’Etiopia riceve aiuti finanziari dall’Unione europea;
pertanto, quest’ultima ha il dovere di chiedere il rilascio
immediato di tutti i prigionieri politici. Deve chiedere
inoltre che sia condotta un’inchiesta internazionale sui
massacri del 2005 e che i loro responsabili siano
assicurati alla giustizia. L’Unione europea deve adottare
gli idonei provvedimenti previsti dall’articolo 96
dell’accordo di Cotonou, di cui l’Etiopia è uno dei
firmatari, come chiede il Parlamento europeo.
Tali provvedimenti comprendono il congelamento dei
beni europei di Meles Zenawi e dei membri del suo
governo, nonché il rifiuto di concedere loro visti
d’ingresso in Europa. Tutte queste misure devono essere
predisposte in modo tale che vadano a colpire i
principali responsabili, risparmiando il popolo etiope. I
nostri governi e la Commissione devono smetterla di
giustificare il loro atteggiamento tollerante verso quel
regime antidemocratico che viola i diritti umani, con la
scusa che sarebbe un alleato nella lotta contro il
terrorismo.
L’Europa e gli Stati Uniti devono smettere di illudersi.
L’intervento etiope in Somalia, con il pretesto di
contrastare il terrorismo, è servito soltanto a rafforzare i
tribunali islamici a Mogadiscio, ma le sue disastrose
conseguenze non si fermano qui: screditato e privo di
sostegno popolare, il regime di Meles Zenawi ha
spalancato le porte, in quello che è il secondo paese più
popoloso dell’Africa, a infiltrazioni da parte di terroristi.
4-175
Michael Gahler (PPE-DE), autore. – (DE) Signor
Presidente, onorevoli colleghi, il mese scorso
l’onorevole Kinnock ed io, insieme con due colleghi
africani, abbiamo avuto l’onore di guidare una
delegazione in Etiopia, dove abbiamo avuto colloqui con
esponenti sia del governo sia dell’opposizione, nonché
con familiari dei dissidenti incarcerati.
Siamo molto preoccupati per la situazione in quel paese.
Abbiamo riscontrato una totale mancanza di
disponibilità – in particolare da parte del governo – a
trarre qualche insegnamento concreto tanto dai risultati
delle elezioni quanto dai risultati di una commissione
d’inchiesta sul parlamento insediata dal governo stesso.
Abbiamo sollecitato il Primo Ministro a considerare i
risultati della commissione d’inchiesta come spunto per
avviare un dialogo a livello nazionale. A tale richiesta, il
Primo Ministro non ha dato una risposta precisa; per
contro, abbiamo scoperto che i membri di quella
commissione hanno subito violenze e che alcuni di essi
16/11/2006
sono dovuti fuggire all’estero. Se la relazione della
commissione sarà mai pubblicata, lo sarà di certo in una
versione ripulita e falsificata.
Siamo grati al Presidente della Commissione per aver
parlato con il Primo Ministro in termini invero
chiarissimi durante la visita di quest’ultimo; è però un
peccato che il Commissario competente per l’ambiente,
invitando il Primo Ministro Meles a Bruxelles, abbia
minato la posizione della Commissione.
Ritengo importante, ora che ci stiamo dotando di un
nuovo strumento per la democrazia e i diritti umani,
assicurarci che esso sia efficace e tale da metterci in
condizione di appoggiare le forze politiche
democratiche. A tale scopo, il nuovo regolamento deve
comprendere una formulazione linguistica specifica,
perché, altrimenti, come potremo fornire consulenza
giuridica all’opposizione, o come potremo aiutare i
parlamentari neoeletti che non dispongono di danaro per
esercitare i loro diritti costituzionali? Per questo motivo
sollecito non solo la Commissione ma anche e
soprattutto gli Stati membri a superare le loro resistenze
alla redazione in questi termini di uno strumento efficace
per la democrazia e i diritti umani.
4-176
Alyn Smith (Verts/ALE), autore. – (EN) Signor
Presidente, in queste discussioni sottolineiamo
periodicamente l’importanza del dialogo e di una
discussione franca. Nel caso dell’Etiopia, tale dialogo
sarà cruciale, sia per la sua importanza, sia per la nostra
posizione critica nei confronti delle attuali pratiche del
governo etiopico.
Gli auspici non sono dei migliori: i disordini di giugno e
di novembre 2005 hanno fatto circa 193 morti. La
relazione su quell’inchiesta resta inedita, contiene
omissis ed è ancora poco chiara. Da allora diversi etiopi
sono stati incarcerati, e di recente due funzionari UE
sono stati espulsi dal paese. Tutto questo non è niente di
nuovo per i partecipanti a questa discussione, ma gli
eventi incalzano e le cose non si stanno mettendo bene
per l’Etiopia.
Il dialogo sarà infatti di importanza cruciale e, come
dichiara l’onorevole Matsakis, il paragrafo 7 della
presente risoluzione esprime rammarico per l’imminente
visita del Primo Ministro Zenawi a Bruxelles, il quale
verrà a parlarci di buon governo. E’ un’ironia che
sarebbe ridicola se non fosse tragica. Ma cerchiamo di
essere positivi: speriamo che il Commissario oggi ci dica
che avremo l’opportunità di parlare al Primo Ministro
Zenawi e di informarlo con franchezza dei nostri timori.
Spero che il Commissario confermerà che non si debba
sprecare questa opportunità, quando il Primo Ministro
Zenawi verrà qui a Bruxelles.
L’Etiopia riveste un ruolo importante nell’ambito
dell’Unione africana e in tema di sviluppo. Potremmo
agire molto meglio in cooperazione reciproca. Tuttavia,
tale cooperazione, come è stato ricordato dai colleghi,
45
non va data per scontata e deve fondarsi su principi
comuni e, soprattutto, sull’adesione ad essi.
Se noi non restiamo fedeli ai nostri principi, non
possiamo aspettarci che gli altri lo facciano, pertanto
spero che avremo una discussione franca e aperta con il
Primo Ministro quando giungerà a Bruxelles.
4-177
Karin Scheele, a nome del gruppo PSE. – (DE)
Signor Presidente, dopo l’esito delle elezioni
parlamentari del 15 maggio 2005, ancora una volta
sull’Etiopia è calata un’atmosfera di repressione politica,
e ancora una volta, quindi, ci troviamo riuniti in
quest’Aula a discutere di quel paese.
La sua manipolazione delle elezioni e la sua risposta
repressiva ai tumulti popolari sono costate al governo
etiopico il rispetto all’interno del paese e all’estero e
all’Etiopia la propria stabilità. L’unico modo di
controbilanciare questi sviluppi è quello di riavviare il
processo di democratizzazione coinvolgendo i partiti
dell’opposizione. Un anno fa, il parlamento etiopico creò
una commissione che doveva indagare sugli omicidi
commessi a giugno e a novembre 2005, pertanto
chiediamo al governo etiopico di pubblicare senza
indugio la relazione finale di tale commissione, senza
alterazioni e per intero. Le sue conclusioni devono
essere portate dinanzi ai tribunali competenti e utilizzate
come base per procedimenti giuridici equi.
Chiediamo anche al governo etiopico di rilasciare tutti i
detenuti politici senza indugio e incondizionatamente.
4-178
Marcin Libicki, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor
Presidente, siamo ben consapevoli del fatto che tutti i
paesi e le società di tutto il mondo hanno diritto alla
libertà e all’indipendenza. Dovrei sottolineare che oggi
stiamo parlando di un paese molto particolare, un paese
più antico di molti paesi, perfino europei, che affonda le
proprie radici ai tempi del Vecchio Testamento: ai tempi
del re Davide e della regina di Saba.
Questo paese, che adottò il cristianesimo prima di molti,
se non della maggioranza dei paesi europei, è un paese
senza eguali nel continente africano. Ha conservato la
sovranità per tutta la sua storia, ad eccezione di un breve
periodo negli anni ’30, quando fu conquistato da uno
Stato europeo. Perfino allora, conservò la sua
indipendenza dal punto di vista legale. Anche durante
quell’invasione, che fu un tentativo di imporre un
dominio coloniale, l’Imperatore Haile Selassie, l’onorato
sovrano del paese, molto rispettato in tutto il mondo e in
Etiopia, rappresentò il suo paese da profugo e da esule.
Negli anni ’70, l’Etiopia cadde vittima di un complotto
comunista ordito dal Cremino e da Cuba. Da allora, non
è più ritornata alla normalità. Non voglio ripetere ciò che
è già stato detto riguardo alle attuali sofferenze del
popolo etiopico, ma è veramente nostro dovere aiutare
questo paese e la sua società.
4-179
46
Ryszard Czarnecki (NI). – (PL) Signor Presidente,
signor Commissario, purtroppo la Commissione europea
si è comportata come un elefante in un negozio di
porcellane quando ha invitato il Primo Ministro etiopico
alle Giornate europee dello sviluppo. Questo evento, a
cui il Primo Ministro dell’Etiopia è stato invitato come
ospite, ha avuto inizio lo stesso giorno della sessione
parlamentare e terminerà domani. Il Primo Ministro
etiopico ha persino preso parte all’evento in qualità di
oratore. La Commissione europea ha deciso che
preferisce non dare ascolto alle notizie delle
persecuzioni che ci giungono dall’Etiopia.
Tuttavia, l’Unione europea non può far finta di avere a
che fare con un paese normale: al contrario. Abbiamo a
che fare con un paese che è una prigione politica per
molti giornalisti, sindacalisti e attivisti per i diritti
umani. Non sappiamo neanche quanto è grande questa
prigione perché il governo etiopico si rifiuta
sistematicamente di rivelare quanti sono i suoi detenuti
politici o le persone arrestate.
Di recente, sono stati arrestati esponenti di un’altra
professione:
gli
insegnanti.
E’
chiaro
che
l’atteggiamento della Commissione europea e del
Consiglio nei confronti dell’Etiopia deve dipendere
dall’atteggiamento di quel paese rispetto alla tutela dei
diritti umani e, in primo luogo, rispetto al rilascio dei
suoi detenuti politici. Tuttavia, deve essere chiaro che
questa problematica non riguarda soltanto l’Unione
europea: anche l’Unione africana dovrà prendere
provvedimenti. E’ per questo che sottolineo che
entrambe le unioni devono affrontare il problema.
4-180
Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor
Presidente, dopo la crisi seguita alle elezioni del 2005, la
Commissione, in stretta collaborazione con gli Stati
membri dell’UE e con la comunità internazionale, compì
sforzi per disinnescare le tensioni e invitò il governo
etiopico
a
ridare
fiducia
al
processo
di
democratizzazione rilasciando i detenuti politici. L’UE,
in linea con la comunità internazionale dei donatori, ha
dato priorità al mantenimento di un dialogo aperto e
strutturato con il governo etiopico, considerandolo il
modo più adatto per migliorare la situazione.
In seguito a una visita a detenuti politici di spicco, il
Commissario Michel ha ottenuto l’impegno del Primo
Ministro Zenawi, durante un colloquio a febbraio, di
sottoporli a un processo breve e imparziale. Il Presidente
Barroso ha incontrato il Primo Ministro Zenawi ad
Addis Abeba lo scorso ottobre per esprimere i timori
della Commissione per tali processi e per i detenuti. Il
Presidente Barroso ha sottolineato che si attendeva che il
processo fosse rapido, imparziale e trasparente. Ha
anche sottolineato che non ritiene che i procedimenti
penali siano una risposta adeguata alle divergenze
politiche etiopiche. Invece, ha suggerito che la
riconciliazione e il dialogo rappresentano l’unica strada
percorribile per creare un clima di fiducia.
16/11/2006
Quando due membri della delegazione della
Commissione furono arrestati ed espulsi dall’Etiopia e fu
arrestato anche un dipendente locale della delegazione, il
Presidente Barroso, il Commissario Michel e gli Stati
membri dell’UE espressero subito la loro grande
preoccupazione per questi fatti, che rappresentavano una
chiara violazione della Convenzione di Vienna. La
Commissione respinse fermamente le accuse mosse alla
sua delegazione e al suo personale. Il quartier generale
della Commissione espresse il proprio sostegno e
solidarietà al personale della delegazione e fu soddisfatto
del fatto che questa sua reazione forte e immediata portò
al rilascio su cauzione dell’agente locale arrestato.
Sono stati sollevati dubbi in merito alla saggezza
dell’invito al Primo Ministro Zenawi alle Giornate
europee dello sviluppo. La Commissione ritiene che
occorra ricercare il dialogo e compiere ulteriori sforzi
per comunicare le preoccupazioni dell’UE al governo
etiopico e per ottenere l’impegno di questo alla
realizzazione delle riforme democratiche e del buon
governo. Gli incontri e le discussioni previste per le
Giornate europee dello sviluppo saranno un’occasione
per recapitare direttamente questi messaggi e per
esprimere la nostra profonda preoccupazione.
4-181
Presidente. – La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà al termine della discussione.
4-182
Bangladesh
4-183
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su
sei proposte di risoluzione sul Bangladesh2.
4-184
Jaromír Kohlíček (GUE/NGL), autore. – (CS)
Onorevoli colleghi, il Bangladesh è uno dei paesi più
sovrappopolati e poveri del mondo. Negli anni ’40 il
Bangladesh fu diviso in due parti su basi religiose, il che
non riuscì a sbrogliare una situazione già complessa. La
successiva guerra per l’indipendenza dal Pakistan non
fece altro che aggravare l’estrema povertà del paese, non
solo nelle province.
La costituzione del paese prevede uno speciale
meccanismo che affida il potere nelle mani del governo
in carica nel periodo precedente le elezioni. Tutto il
mondo sa che il microcredito è stato un grande successo.
Meno noto è che questo successo è stato dovuto, in
questo paese profondamente islamico, soprattutto
all’impegno delle donne. Come ogni altro paese
sovrappopolato e poverissimo, esso ha gravi problemi
legati
all’inadeguatezza
delle
infrastrutture
e
all’intolleranza religiosa ed etnica. Credo sia possibile
mitigare questi problemi e ritengo che una tradizione
laica possa trionfare.
Un difficile problema in qualunque elezione, non solo
nei paesi in via di sviluppo, è stabilire chi detiene il
2
Cfr. Processo verbale.
16/11/2006
diritto di voto. In Bangladesh il problema è aggravato
dal fatto che una parte della popolazione è analfabeta. La
cosa più importante dopo l’effettiva correttezza dei
registri elettorali è che i candidati abbiano la possibilità
di presentare il proprio programma. Non c’è da stupirsi
che il testo proposto della risoluzione evidenzi anche
questo aspetto. A questo punto, desidero sottolineare che
non credo che il riconoscimento dei giornalisti da parte
di alcun paese al mondo possa servire da criterio di
valutazione del grado di democratizzazione. Ad ogni
modo, la libertà di stampa è strettamente correlata alla
concorrenza democratica delle idee e dei programmi. E’
qualcosa su cui non bisogna transigere in alcun modo nel
periodo precedente alle elezioni. Allo stesso modo, è
compito di tutti i governi eliminare i gruppi terroristici.
Un problema più spinoso è stabilire come definire la
parola “terrorista” e come condurre la lotta al terrorismo
in una società democratica. All’ultima riunione del
gruppo per la cooperazione con i paesi del sudest
asiatico, che ho avuto l’onore di presiedere, i presenti
hanno espresso il parere che sia possibile indire elezioni
veramente democratiche in Bangladesh.
Le osservazioni contenute nella proposta di risoluzione
hanno lasciato il segno nella riunione che ho presieduto,
e ritengo che inviare una missione di osservatori del
Parlamento europeo contribuirà alla gestione
democratica delle elezioni.
Il gruppo confederale della Sinistra unitaria
europea/Sinistra verde nordica appoggia la proposta di
risoluzione in discussione, inoltre credo sia nostro
dovere sostenere il processo di democratizzazione nel
Bangladesh, e contribuire a rendere queste elezioni il più
democratiche possibile.
4-185
Frédérique Ries (ALDE), autore. – (FR)
Signor Presidente, il Bangladesh, terra di tradizione
democratica, di rispetto per i diritti umani, di
indipendenza della magistratura e di libertà di stampa,
oggi è tormentato dall’ascesa di un violento
fondamentalismo islamico. L’ultima relazione di
“Reporters sans frontières” segnala centinaia di attentati
alla libertà di stampa. Solo quest’anno, tre giornalisti
sono stati uccisi, almeno altri 95 sono stati aggrediti e
decine, se non centinaia, di corrispondenti sono stati
costretti a fuggire dopo aver subito intimidazioni per
aver scritto articoli giudicati “non islamici”.
Era mio desiderio che il Parlamento esprimesse con
urgenza il suo parere in merito a questa situazione oggi,
perché, proprio ora, a Dhaka, si sta celebrando un
processo per sedizione contro Salah Choudhury. Questo
giornalista, direttore di Weekly Blitz, è un fervente
sostenitore dell’islam moderato, è a favore dell’apertura
e del dialogo tra le religioni e del riconoscimento da
parte del suo paese dello Stato di Israele. Per questi
motivi, e solo per questi motivi, oggi rischia la pena
capitale.
47
Invitiamo la Commissione a seguire gli sviluppi di
questo processo al fine di garantire che siano rispettati i
diritti dell’imputato e le convenzioni internazionali in
tema di libertà di stampa.
Dal momento che mi rimane qualche secondo, vorrei
dichiarare il mio appoggio agli sforzi del governo
provvisorio per garantire che anche il processo preelettorale sia conforme agli standard democratici
internazionali: con un apposito registro elettorale, una
commissione elettorale veramente indipendente e (vi
tornerò sopra più avanti) mezzi di informazione
imparziali e liberi durante la campagna elettorale,
naturalmente. E’ chiaro che i quattro canali televisivi
privati del paese faticano a presentare un punto di vista
diverso da quello del governo, se intendono conservare
le loro licenze.
Due terroristi di spicco sono stati arrestati in
Bangladesh; a questo proposito occorre compiere
continui sforzi per disarmare le milizie islamiche che
cercano di esercitare pressioni sugli elettori alla vigilia
delle elezioni. Ci attendiamo che anche il governo
confermi il suo impegno a questo riguardo.
4-186
Lidia Joanna Geringer de Oedenberg (PSE), autore. –
(PL) Signor Presidente, il Bangladesh è un partner
importante per l’Unione europea. E’ un paese che ha
registrato sensibili progressi economici negli ultimi anni.
Attualmente, il suo cittadino più famoso è Mohammad
Junus, insignito del Nobel per la Pace 2006 per il
contributo alla lotta alla povertà dato dal suo sistema di
microcrediti.
Tuttavia il Bangladesh non sta combattendo soltanto la
povertà, ma anche la corruzione e il crescente
antagonismo dei seguaci dell’islam. La formazione di un
governo temporaneo guidato dal Presidente Iajuddin
Ahmed è stata accolta con proteste da parte della società
bangladese. Secondo quanto riferito dagli osservatori
esteri e dalla Lega Awami, le autorità hanno allungato
illegalmente le liste elettorali delle prossime elezioni di
13 milioni di cognomi. Il governo di transizione deve
garantire elezioni libere conformi agli standard
internazionali: anche l’indipendenza del comitato
elettorale va garantita mentre la lista elettorale deve
essere più che altro credibile.
Un accordo tra il partito nazionalista bangladese, la Lega
Awami e gli altri partiti sulla creazione di un programma
economico comune, essenziale per migliorare le
condizioni di vita e le libertà civili del popolo del
Bangladesh, costituirebbe indubbiamente una solida
base per la futura stabilità nel paese. Ai sensi delle
principali convenzioni internazionali sui diritti umani, il
governo provvisorio deve combattere l’illegalità, le
esecuzioni extragiudiziali e la tortura, solitamente opera
della polizia o delle forze di pubblica sicurezza.
Intanto la situazione è la seguente: l’anno scorso tre
giornalisti sono stati uccisi e circa 100 persone sono
state vittime di intimidazioni o hanno subito lesioni
48
fisiche. Le aggressioni al personale delle organizzazioni
non governative si intensificano di giorno in giorno. Le
minoranze religiose, ovvero indù e cristiani, vivono nel
pericolo. Gli stupri e la tratta di donne e bambini sono
all’ordine del giorno. L’impressione è che tutto ciò che è
stato conquistato in termini di democrazia nel paese stia
scomparendo sotto le crescenti violenze dei
fondamentalisti islamici.
Il Consiglio e la Commissione europea devono
monitorare sistematicamente il rispetto dei diritti umani
in Bangladesh. Devono inoltre monitorare la situazione
della libertà di parola e di stampa. Speriamo che la
prevista missione di osservazione dell’Unione europea
in Bangladesh che dovrà vigilare sulle prossime elezioni
di gennaio contribuisca a far sì che il processo elettorale
sia democratico.
4-187
Thomas Mann (PPE-DE), autore. – (DE)
Signor Presidente, tutto ha avuto inizio due settimane fa,
quando il Primo Ministro uscente del Bangladesh,
Khaleda Zia, ha pronunciato un controverso discorso
televisivo, provocando violenti scontri nella capitale,
Dhaka, che hanno fatto tre morti e centinaia di feriti.
L’opposizione ha accusato Zia di inserire nei posti
chiave del suo governo provvisorio i suoi simpatizzanti,
ha denunciato la commissione elettorale per la sua
parzialità e ha sostenuto che sono stati inseriti 13 milioni
di nomi non validi nel registro elettorale. All’inizio di
questa settimana si sono registrate ulteriori violenze, con
il blocco di tutte le vie di transito per Dhaka via terra o
fiume, nel corso delle quali sono stati aggrediti e feriti
gravemente alcuni giornalisti, mentre 20 000 membri
delle forze di sicurezza hanno sparato gas lacrimogeni e
proiettili di gomma nel corso di scontri per le strade che
hanno provocato diciassette morti e migliaia di feriti.
Si registra un numero crescente di attentati da parte dei
fondamentalisti islamici nei confronti dei seguaci delle
altre religioni, pertanto, a nome del gruppo del Partito
popolare europeo (Democratici cristiani) e dei
Democratici europei, io condanno le azioni di violenza
sanguinaria e i costanti assalti da parte di estremisti
islamici contro minoranze religiose come i cristiani, gli
ahmadi e gli indù, nonché la soppressione della libertà di
stampa, che altri deputati hanno già denunciato.
Coloro che sono al potere (e che appartengono al partito
nazionalista del Bangladesh) e l’opposizione della Lega
Awami, devono mettere da parte una volta per tutte le
loro animosità personali e avviare un dialogo costruttivo.
E’ stata fissata una data per le elezioni che va rispettata;
la commissione elettorale deve iniziare i preparativi fin
da ora, e ciò significa, in particolare, assicurarsi che la
lista elettorale sia corretta.
Le condizioni attuali (che equivalgono a una guerra
civile) vanno normalizzate il prima possibile, e i
fondamentalisti islamici disarmati. Per dare una chance
alla democrazia occorre che i cittadini possano avvalersi
del diritto di voto senza timore di rappresaglie.
16/11/2006
Accolgo con favore la disponibilità della Commissione a
inviare osservatori alle elezioni in Bangladesh: questa
Assemblea deve decidersi a fare altrettanto.
4-188
Gérard Onesta (Verts/ALE), autore. – (FR)
Signor Presidente, signor Commissario, qualche
settimana fa, il Parlamento europeo, nel quadro della sua
delegazione interparlamentare per le relazioni con i paesi
dell’Asia meridionale, ha invitato diversi rappresentanti
della società civile bangladese a un dibattito
estremamente interessante.
E’ stato interessantissimo, in primo luogo, vedere la
reazione dell’ambasciatore bangladese, che era stato
nominato, ahimè per lui, il giorno stesso e che stava
scoprendo cos’era il Parlamento proprio in
quell’occasione: egli ha visto le devastazioni che la
democrazia e la trasparenza possono portare quando
vengono applicate! Abbiamo, infatti, appreso molto quel
giorno, il che è stato utilissimo perché i rappresentanti
della Commissione presenti in Aula non erano ben
predisposti, di prima mattina, ad andare a verificare sul
campo cosa stava accadendo. Avendo udito quello che
tutti noi abbiamo udito, sono stati obbligati, a fine
riunione, a riconoscere che occorreva intervenire, tanto è
grave la situazione sul campo.
Non tornerò su ciò che è stato detto dai colleghi deputati
riguardo alla povertà, alla corruzione, alla violenza e alla
tortura, inflitta non solo dagli squadroni delle varie
milizie, ma anche dalla polizia. Le cifre a tal proposito
sono terribili: nel 2005 si sono registrati 2 297 casi di
tortura commessa dalla polizia. Ricorderò il caso del
giornalista Salah Uddin Shoaib Choudhury, il quale
rischia di essere condannato a morte soltanto per aver
espresso liberamente le proprie opinioni: questo è
assolutamente inaccettabile! Potrei anche citare un dato
proveniente dalla Commissione, signor Commissario: i
vostri servizi stimano che alla lista elettorale siano stati
aggiunti oltre 13 milioni di nomi non validi. Come è
possibile prevedere lo svolgimento delle elezioni quando
è già chiaro che ci saranno frodi di queste proporzioni,
frodi così ben organizzate?
E’ per questo che, al di là del voto favorevole che la
grande maggioranza di noi, come spero, emetterà oggi,
la Commissione dovrà veramente dotarsi di tutte le
risorse necessarie per inviare sul campo segnali volti a
convincere il governo a cambiare rapidamente le regole
del gioco, riportandole in linea con gli standard
democratici che esistevano nel paese fino a qualche anno
fa, ponendo così fine alla violenza istituzionale che sta
purtroppo degenerando in violenza sociale.
4-189
Charles Tannock, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN)
Signor Presidente, per l’UE deve essere prioritario
garantire che l’anno prossimo si tengano elezioni libere
e corrette in Bangladesh, un paese di 140 milioni di
abitanti tradizionalmente laico e democratico.
16/11/2006
Per molti anni dalla sua fondazione nel 1971, il
Bangladesh è stata l’eccezione nel mondo islamico, una
nazione del Bengala che percorreva la sua strada in
autonomia, in modo pacifico e democratico.
Sfortunatamente, dal 2001 vi è stata una crescente
islamizzazione del Bangladesh, quando i fondamentalisti
islamici hanno cercato di colmare il vuoto lasciato da
partiti laici corrotti e in guerra tra loro. L’ONG Task
Force against Torture ha documentato oltre 500 casi di
tortura e di intimidazione da parte di fondamentalisti
islamici più radicali, i quali hanno anche assassinato
sostenitori del partito comunista. In realtà sono stati
presi di mira anche indù, ahmadi, cristiani, le
popolazioni tribali del Chittagong Hill Tract e buddisti.
Di recente, per il diffuso malcontento, la gente è scesa
per le strade dando vita a violente manifestazioni,
quando l’opposizione, composta dalla Lega Awami, ha
messo in dubbio l’imparzialità della commissione
elettorale, l’integrità della lista elettorale o addirittura
l’imparzialità della figura inizialmente designata come
Primo Ministro ad interim.
L’accordo di cooperazione UE-Bangladesh del 2000 si
fonda sul rispetto dei principi democratici ai sensi
dell’articolo 1, e la loro violazione può condurre alla
sospensione dell’accordo e, con esso, alla sospensione
dell’importante sistema UE di preferenze tariffarie
generalizzate e degli aiuti UE verso l’estero, che
rappresentano il 70 per cento degli aiuti totali del
Bangladesh.
L’UE e tutti i principali donatori ora devono coordinarsi
per tenere alta la pressione al fine di contribuire alle
riforme e al pieno rispetto della democrazia, della libertà
di stampa e dei diritti umani per tutti i cittadini del
Bangladesh prima delle elezioni parlamentari previste
per il prossimo gennaio. Dobbiamo inviare un discreto
numero di osservatori politici del Parlamento europeo
nel breve periodo. Queste elezioni sono di importanza
cruciale ed è essenziale che l’UE mantenga una presenza
consistente e visibile per tutto il periodo di governo
provvisorio, perché altrimenti a qualche generale
frustrato e assetato di potere potrebbe venire in mente di
organizzare un colpo di Stato militare.
4-190
Marek Aleksander Czarnecki, a nome del gruppo
UEN. – (PL) Signor Presidente, come sicuramente
sappiamo bene, la popolazione del delta del Gange e del
Brahmaputra non nasconde la propria ammirazione per i
talebani afghani, inoltre vuole emulare, nel proprio
paese, l’Emirato d’Afghanistan del Mullah Omar. Per
raggiungere il loro scopo, questi sostenitori della guerra
santa fanno un uso spregiudicato della violenza.
E’ stato un peccato che il governo del Bangladesh non
abbia trattato con sufficiente serietà le prime avvisaglie
della rapida ascesa di questi gruppi terroristici. Gli
eventi hanno dimostrato ben presto che non sono
un’invenzione della febbrile immaginazione di gelosi
esponenti dell’opposizione o di giornalisti in cerca di
sensazionalismi. Molti di loro hanno pagato il prezzo più
49
alto per aver rivelato la verità, e molti altri sono stati
costretti a lasciare il paese.
In questa situazione, è rassicurante sapere che sono state
arrestate due persone con l’accusa di essere a capo di
gruppi terroristici. Tuttavia, non dobbiamo accontentarci
di questo. Se esaminiamo attentamente la situazione di
questo paese, il quale da diversi anni non rispetta i
parametri europei riconosciuti nel campo dei diritti
umani, nonostante i drastici provvedimenti adottati dal
governo per prevenire la violenza estremista verso le
minoranze religiose, continuiamo ad assistere a eventi
agghiaccianti.
Il paese è afflitto da molti altri problemi: è per questo
che sostengo incondizionatamente la decisione della
Commissione di inviare una missione di osservazione
elettorale e chiedo al Parlamento europeo di fare lo
stesso.
4-191
Kathy Sinnott, a nome del gruppo IND/DEM. – (EN)
Signor Presidente, in qualità di deputati al Parlamento
europeo sosteniamo di essere impegnati nella difesa dei
diritti umani, pertanto spero che adotteremo una
posizione energica di fronte alla difficile situazione di
Choudhury.
Choudhury è un giornalista accusato di sedizione per
una serie di articoli da lui pubblicati che le autorità
bangladesi hanno giudicato favorevoli a Israele e critici
nei confronti dell’estremismo islamico. Le sue
osservazioni a favore della moderazione e del dialogo
saranno senza dubbio appoggiate da tutti i deputati di
questa Assemblea. Nulla di quanto ha detto è privo di
fondamento e, in qualunque paese democratico e
moderno, articoli come quello sarebbero considerati
obiettivi e informativi per il pubblico.
Tuttavia, le cose non vanno così in Bangladesh, dove
Choudhury è stato incriminato e potrebbe essere
giustiziato per i suoi articoli. Ha ricevuto minacce di
morte ed è stato aggredito, arrestato, picchiato e
torturato. Salah Choudhury ora sta affrontando un
processo ingiusto e ha scarse probabilità di essere
trattato secondo giustizia. Il presidente della corte ha
commentato in pubblica udienza che Choudhury ha
ferito i sentimenti dei musulmani: è chiaro che spera in
una condanna a morte.
In qualità di deputati al Parlamento europeo, non
possiamo restare a guardare mentre un giornalista
innocente affronta un processo arbitrario e rischia
probabilmente di essere giustiziato. Sono lieto di vedere
che la sua situazione viene espressamente menzionata in
questa risoluzione, oltre all’appoggio a elezioni libere e
imparziali in Bangladesh.
(Applausi)
4-192
Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor
Presidente, la Commissione condivide le preoccupazioni
50
16/11/2006
del Parlamento e vede positivamente l’opportunità di
discutere del Bangladesh oggi.
Il paese si trova a un punto critico della sua fragile
democrazia. La posta in gioco nelle prossime elezioni è
alta in questo popoloso paese. Sfortunatamente, tuttavia,
il quadro istituzionale e gli aspri rapporti tra i due
principali partiti politici non fanno ben sperare per un
processo elettorale pacifico e democratico.
Nelle scorse settimane e mesi, la Commissione e i sette
Stati membri con uffici di rappresentanza a Dhaka, oltre
alla comunità internazionale nel suo insieme, si sono
impegnati assiduamente con i principali capi di partito e
con i responsabili elettorali, invitandoli tutti a
concordare un quadro elettorale che ottenga la fiducia di
tutti i partiti. La troika regionale dell’UE a febbraio, i
rappresentanti locali dell’UE e diverse visite di alto
livello da parte della Commissione e degli Stati membri
hanno coerentemente sottolineato l’esigenza di una
guida imparziale del paese da parte del governo
provvisorio nel periodo preelettorale, di una
commissione elettorale neutrale e di una lista elettorale
credibile.
Come forse già sapete, il Commissario Ferrero-Waldner
ha preso la decisione politica di dispiegare una missione
di osservazione elettorale UE in occasione di queste
elezioni. Attualmente si stanno effettuando i preparativi
per l’invio degli osservatori UE, ivi incluse le procedure
interne tra le Istituzioni per il finanziamento della
missione. Nella sua lettera al Presidente, o Consigliere
principale, il Commissario sottolinea che le tematiche
descritte
sopra
rappresentano
le
principali
preoccupazioni dell’Unione europea.
La missione partirebbe circa sei settimane prima della
data delle elezioni, e resterebbe nel paese per altre
due/tre settimane, per monitorare il periodo postelettorale, specialmente alla luce dell’infausta possibilità
di violenze post-elettorali, in particolare contro le
minoranze.
La Commissione condivide i timori del Parlamento per
le diffuse violenze contro i giornalisti. Il fatto che
l’ultima relazione di Reporters sans Frontières
classifichi il Bangladesh come un luogo molto
pericoloso per i giornalisti parla da sé, sfortunatamente.
La Commissione ha condannato fermamente le
intimidazioni e l’ampia impunità di cui godono gli atti
violenti nei confronti dei giornalisti in quel paese.
4-193
Presidente. – La discussione è chiusa.
La votazione si svolgerà al termine della discussione.
4-194
Iran
4-195
Presidente. – L’ordine del giorno reca la discussione su
sei proposte di risoluzione sull’Iran3.
3
Cfr: Processo verbale.
4-196
Daniel Strož (GUE/NGL), autore. – (CS) Signor
Presidente, signor Commissario, onorevoli colleghi,
nessuno oggi può dubitare del fatto che le politiche
neoconservatrici, ivi inclusa la dottrina dell’intervento
globale, hanno fallito. Hanno fallito in Iraq, Palestina e
Afghanistan, e anche per l’Iran.
La “guerra al terrorismo” guidata dagli USA ha
rafforzato il potere e l’influenza dell’Iran in Medio
Oriente, e finché non vi sarà stabilità nella regione,
l’influenza dell’Iran è destinata ad aumentare, così come
i suoi sforzi di far fronte alle pressioni dell’Occidente.
Inoltre, più l’Occidente minaccia l’Iran, più aiuta le
forze radicali nel paese. Allo stesso tempo, non è
possibile ignorare che il solo paese della regione che ha
perseguito una chiara politica di pluralismo e che ha
conosciuto significativi mutamenti interni è proprio
l’Iran. Se esiste un solo paese al mondo a non avere
bisogno di alcun aiuto esterno per liberarsi
dell’estremismo, questo è l’Iran. Se esiste un regime a
cui l’Occidente non dovrebbe fornire alcuna scusa per
acquisire armamenti nucleari, è proprio l’Iran. La
politica statunitense e britannica in particolare, tuttavia,
stanno andando in questa direzione, invece di
impegnarsi in delicati negoziati politici. L’Iran dovrebbe
naturalmente sottolineare la sua determinazione a far
fronte ai suoi obblighi internazionali.
Vorrei ribadire, tuttavia, che il Parlamento deve favorire
la tutela dei diritti umani e la non discriminazione in
tutto il mondo. Devo fare un’ultima osservazione: nel
territorio degli Stati membri dell’UE, si sta accumulando
un numero così alto di problemi sociali comprendenti
un’inevitabile dimensione relativa ai diritti umani che le
discussioni sulla questione dovrebbero fare riferimento
anche a questi Stati.
4-197
Christa Prets (PSE), autore. – (DE) Signor Presidente,
signor Commissario, è tristissimo che dobbiamo
continuare ad adottare risoluzioni sulle violazioni dei
diritti umani che si commettono in questo o quel paese.
Negli ultimi due anni sono state adottate ben sei
risoluzioni, dichiarazioni e relazioni di varie istituzioni e
organizzazioni aventi come oggetto l’Iran.
Con nostro rammarico, non possiamo non giungere alla
conclusione che la situazione in quel paese è peggiorata
e non migliorata. Non vi è libertà né di opinione, né di
stampa; Internet è censurata e i giornali indipendenti
sono stati chiusi. Pare vi siano più giornalisti in carcere
nella Repubblica islamica dell’Iran che in qualunque
altro paese del Medio Oriente, mentre la tortura è
all’ordine del giorno. Coloro tra noi che fecero parte
della
delegazione
interparlamentare
furono
continuamente rassicurati, durante vari colloqui, del
fatto che le suddette affermazioni non corrispondevano
affatto alla realtà. Purtroppo, coloro che hanno subito
tutto questo raccontano una storia ben diversa.
Non vi è alcun rispetto per i diritti delle donne: per
esempio, si impedisce loro di festeggiare pubblicamente
la Giornata internazionale delle donne. Il 12 giugno una
16/11/2006
dimostrazione di donne e uomini che protestavano
contro la discriminazione legale delle donne è stata
dispersa con la violenza.
Il fatto che vi sia stata una prima visita a questa
Assemblea da parte di una delegazione del Majlis è stato
un passo nella direzione giusta nella ricerca del dialogo
con i parlamentari e con la gente, e il rispetto dei diritti
umani e della dignità umana sono stati al centro di
questo dibattito, un dibattito in cui ci hanno riferito che
tutte le accuse mosse all’Iran erano ben lontane dalla
verità. Ora chiediamo all’organo rappresentativo degli
iraniani (il Majlis) e al governo iraniano di fare tutto ciò
che è in loro potere per confermarlo, corroborando
queste dichiarazioni con i fatti.
Il dialogo sui diritti umani tra l’Unione europea e l’Iran
è arrivato a una situazione di stallo, ma dobbiamo
assicurarci che riprenda. Forse, signor Commissario, si
potrebbe contemplare la possibilità di una stazione
radiotelevisiva che potrebbe trasmettere in Iran
informazioni sull’Europa e sulle politiche europee, che
potrebbero essere utili agli abitanti di quel paese.
4-198
Frédérique Ries (ALDE), autore. – (FR)
Signor Presidente, ripetere continuamente che la
situazione dei diritti umani in Iran è preoccupante è un
eufemismo, tanto è sprezzante delle libertà e dei diritti
fondamentali il regime teocratico di Teheran.
Come si fa a non stabilire un legame tra l’elezione nel
giugno 2005 del presidente conservatore e revisionista,
Mahmoud Ahmadinejad, e la crescente tendenza alla
repressione e alla persecuzione, le cui vittime non sono
soltanto le minoranze araba, azera e curda e le
minoranze religiose, cristiani, ebrei, bahaisti e sufi, ma
anche gli omosessuali e le donne, le quali non sono una
minoranza, ma continuano a essere vittime di
innumerevoli forme di discriminazione?
Se potessi citare soltanto due punti della nostra
risoluzione, sottolineerei, in primo luogo, che l’Iran
detiene il record mondiale per il numero di esecuzioni di
giovani, ladri di pane o di biciclette, e omosessuali.
Quindi sottolineerei il fatto che il governo ha dichiarato
illegale il Centro per la difesa dei diritti umani,
cofondato dal premio Nobel per la pace 2003, la signora
Shirin Ebadi.
La diplomazia europea deve farsi sentire su esempi
concreti come questi. Dato che il governo iraniano osa
dichiarare che la pena della lapidazione non esiste più
nel suo paese, chiedo alla Commissione di discutere con
Teheran del caso di 11 persone condannate alla
lapidazione: ho qui i nomi di nove donne e di due
uomini. Teheran non deve perdere tempo nel farci avere
le prove delle sue asserzioni e nel suffragare le sue
parole con i fatti.
4-199
Bernd Posselt (PPE-DE), autore. – (DE)
Signor Presidente, potrebbe sorprendersi nell’apprendere
che concordo con gran parte di ciò che l’onorevole Strož
51
ha dichiarato nel suo discorso, ma questo perché credo
che occorra in realtà dipingere un quadro molto
variegato dell’Iran, ed è per questo che abbiamo
elaborato una risoluzione ad ampio raggio ed esauriente,
dimostrando, da un lato, quanto siamo preoccupati per la
situazione del paese, e dall’altra quanto lo prendiamo sul
serio e lo riteniamo importante.
Si tratta di una delle culture più antiche del mondo, ed è
stata una potenza mondiale per millenni; dobbiamo
cercare, tramite politiche e una diplomazia astute, di
reintegrarlo, passo dopo passo, nella comunità
internazionale, tra i paesi che coesistono in rapporti di
buon vicinato. Affinché ciò accada, tuttavia, occorre che
in Iran avvengano mutamenti fondamentali.
E’ stato menzionato anche il tema delle minoranze, e, in
Iran, che in realtà è uno Stato multietnico, perciò non si
può parlare veramente di minoranze, sono proprio le
diverse nazioni ed etnie ad essere riuscite a convivere
bene fin dai tempi antichi. In passato ha anche dato
prova di maggiore tolleranza religiosa rispetto a molti
altri paesi della regione, ma oggi la situazione è tale che
l’ideologia islamica ufficiale dello Stato rende la vita
molto difficile per le minoranze come gli azeri o i
seguaci di altre religioni, nonché di altre correnti
islamiche come i sufi.
D’altro canto, tuttavia, esistono sicuramente prove
provenienti dall’Iran che indicano che sempre più donne
sicure di sé stanno entrando in politica, che una nuova
generazione sta percorrendo strade del tutto nuove e
questo fa ben sperare per il futuro.
Dobbiamo pertanto considerare questa struttura
variegata per quello che è, senza isolarla. Dobbiamo
ricercare contatti con le varie comunità e le varie etnie, e
con ogni generazione di questo popolo, chiarendo al
contempo che non siamo pronti in alcun modo ad
accettare lo Stato di polizia, la repressione della libertà
di coscienza, o le persecuzioni per motivi religiosi o per
reati di opinione, e che ripudiamo a maggior ragione le
dichiarazioni anti-Israele del Presidente Ahmadinejad,
sotto la cui guida (va detto con rammarico) le condizioni
in questo grande paese sono andate deteriorandosi.
Adottare provvedimenti energici per correggere questo
stato di cose è nostro dovere di europei; per farlo,
dobbiamo cooperare con gli Stati Uniti d’America, e
spero che una conseguenza dei recenti sviluppi politici
sarà un miglioramento della nostra cooperazione con
loro.
4-200
Adam Jerzy Bielan (UEN), autore. – (PL) Signor
Presidente, nel corso dell’ultimo anno, nonostante il
grande impegno del governo iraniano per la promozione
dei valori universali, dei diritti civili, delle libertà
politiche, la situazione dei diritti umani è andata
deteriorandosi in quel paese. Ci giungono continuamente
notizie sull’uso della tortura e sul trattamento disumano
dei prigionieri. Le notizie sempre più frequenti di arresti
di giornalisti e di minacce nei loro confronti sono
52
particolarmente preoccupanti. Dall’inizio dell’anno,
sono stati arrestati almeno 16 giornalisti, il che pone
l’Iran tra i peggiori paesi al mondo in fatto di restrizione
della libertà di stampa.
Siamo anche preoccupati perché l’Iran, nonostante gli
sforzi dell’Unione europea, non ha concordato una
seconda tornata di colloqui sui diritti umani, avviati nel
2002. E’ giunto il momento che l’Unione europea usi
fermezza e decisione nei suoi colloqui con l’Iran sul
tema dei diritti umani. L’Iran diventerà un legittimo
partner dell’Unione europea e di tutto il mondo soltanto
se garantirà a tutti l’accesso ai diritti civili e alle libertà
politiche.
4-201
Carl Schlyter (Verts/ALE). – (SV) Signor Presidente,
l’Iran è una nazione con migliaia di anni di storia e di
cultura alle spalle, un paese dalle grandi ricchezze che
può offrire molto al suo popolo e al mondo. Tuttavia,
cosa offre l’attuale regime al suo popolo? Oppressione,
prigionia,
disoccupazione
e
censura!
Il
Presidente Ahmadinejad si è insediato il 3 agosto 2005:
da quel momento la situazione è andata deteriorandosi.
L’attuale governo riserva al suo popolo feroci punizioni
corporali. Seicento bambini tengono compagnia alle loro
madri in prigione. Ma se è vero che i detenuti hanno
soltanto tre metri quadrati in cui muoversi, sono
fortunati rispetto ai condannati alla pena capitale. L’Iran
riesce persino a giustiziare più persone degli USA:
centoundici giustiziati negli ultimi 12 mesi.
Ma in assoluto la violazione più palese della
Convenzione sui diritti del fanciullo, di cui l’Iran è
firmatario, è la pena di morte per i minori. Un regime
che non permette ai minori di scontare la propria pena e
di ravvedersi non ha futuro; è destinato a cadere.
L’Iran ha grandi potenzialità, ma finché il regime
iraniano si dedicherà alla persecuzione di accademici,
giornalisti e attivisti politici invece di sfruttare le loro
potenzialità, il paese e il suo popolo continueranno a
soffrire. Molte mani sono state tese all’Iran e il
Parlamento europeo ne sta tendendo un’altra oggi.
Rilasciare i detenuti politici, i giornalisti e i
rappresentanti delle minoranze citati nella risoluzione
odierna non è una grossa richiesta, ma se sarà esaudita,
sarà possibile gettare le basi per un dialogo migliore.
Perché il regime iraniano ha così paura delle donne? Che
partecipino, siano elette, lavorino, vivano e svolgano il
proprio ruolo alla pari degli uomini. Fare questo
significa raddoppiare le potenzialità di sviluppo di una
società. C’è di che sperare: già le delegazioni ONU
hanno il permesso di ispezionare varie strutture, e alcuni
prigionieri politici sono stati liberati. Tuttavia, il nuovo
governo deve cogliere l’opportunità di adottare una
politica che non chiuda più la porta davanti al mondo
esterno e che garantisca alle donne i diritti democratici.
Questo è il futuro.
4-202
John Purvis, a nome del gruppo PPE-DE. – (EN)
Signor Presidente, tre settimane fa ho partecipato al
16/11/2006
conferimento di una laurea honoris causa all’ex
Presidente iraniano Khatami presso la mia ex università
nella mia città natale di St. Andrews, l’università più
antica della Scozia e una delle università più antiche e
rispettabili d’Europa.
Nel corso della sua lezione di commiato, l’ex Presidente
Khatami ha rivolto un appello al dialogo tra le civiltà, tra
le religioni. Questo, sicuramente, è l’unico modo per
ottenere la comprensione delle nostre rispettive
posizioni, che è di estrema importanza. E’ in quello
stesso spirito che appoggio questa mozione.
Facciamo appello alle autorità iraniane e al popolo
iraniano perché comprendano quanto è difficile per noi
accettare le numerose e ripetute violazioni di diritti
umani indubbiamente fondamentali quali i diritti
religiosi, i diritti delle donne, i diritti dei bambini, i
diritti delle minoranze, i diritti alla giustizia, i diritti alla
libertà di parola e di pensiero, e alla libertà di stampa,
così come sono elencati nella presente risoluzione.
Invitiamo le autorità iraniane a rispondere positivamente
ai nostri appelli affinché possiamo avviare un dialogo
positivo, che potrà andare solo a vantaggio dell’Europa e
dell’Iran, della pace e della comprensione tra i nostri
popoli.
4-203
Józef Pinior, a nome del gruppo PSE. – (PL) Signor
Presidente, nel corso del nuovo anno accademico,
iniziato a fine settembre, in Iran è stato negato l’accesso
all’istruzione superiore a oltre una decina di studenti, a
causa delle loro idee politiche. Altri sono stati informati
che avrebbero potuto iniziare gli studi soltanto dopo aver
firmato una specie di dichiarazione di lealtà all’attuale
regime.
Secondo Human Rights Watch, le autorità iraniane
hanno negato ad almeno diciassette studenti l’accesso
all’istruzione universitaria: sei nell’anno accademico
2005-2006 e undici nel settembre di quest’anno. Dal
luglio 2005, le commissioni disciplinari hanno sospeso
almeno 41 studenti per almeno due semestri. Human
Rights Watch ha anche i nomi dei 35 studenti condannati
a partire dal 2005 per le loro attività politiche
nell’ambito delle organizzazioni studentesche. I più
brillanti giovani iraniani vedono limitato il loro diritto
all’istruzione superiore per le loro convinzioni politiche
e per la loro visione del mondo. Ciò non è
semplicemente un segno dell’autoritarismo di questo
regime, ma è anche particolarmente nocivo per lo
sviluppo della società iraniana, oltre ad andare contro gli
interessi nazionali iraniani.
L’Unione europea deve creare un fondo di borse di
studio che possano permettere ai giovani iraniani ai quali
sia stato impedito di studiare in Iran per le loro
convinzioni di proseguire i loro studi presso istituti
universitari degli Stati membri europei. E’ anche
particolarmente importante per l’Unione europea creare
una rete radiotelevisiva che trasmetta programmi in farsi
di informazione sulla cultura, sulla politica e sulla
società dell’Unione europea.
16/11/2006
4-204
Marios Matsakis, a nome del gruppo ALDE. – (EN)
Signor Presidente, nel corso dell’anno abbiamo
improvvisamente assistito a un peggioramento della
situazione del rispetto dei diritti civili e delle libertà
politiche in Iran. Ciò è stato riconosciuto dalle stesse
autorità iraniane: una mossa che in sé rappresenta già un
segnale positivo.
Una relazione redatta dalla magistratura fornisce prove
chiare e dettagliate di violazioni dei diritti umani, ivi
incluse la tortura e il maltrattamento dei prigionieri.
Inoltre, sono stati riferiti numerosi casi di esecuzioni di
delinquenti minorenni e di persecuzioni di accademici e
giornalisti liberali e secolari in Iran. Inoltre, la libertà di
religione, la libertà di stampa e i diritti delle donne,
nonché i diritti delle minoranze, non sono
adeguatamente tutelati.
Le autorità di Teheran devono capire che non esistono
giustificazioni per la violazione dei diritti umani
fondamentali del suo fiero popolo e che, se tali
violazioni proseguiranno, non faranno altro che
danneggiare i tentativi dell’Iran di conseguire stabilità,
progresso e prosperità per i suoi cittadini, e influiranno
senza dubbio sui suoi rapporti con l’Occidente.
4-205
Marcin Libicki, a nome del gruppo UEN. – (PL) Signor
Presidente, questo è un elenco degli atti più spregevoli
che incontriamo più di frequente quando discutiamo di
varie deplorabili dittature. Naturalmente, tra questi atti vi
è la persecuzione religiosa, nella fattispecie la
persecuzione dei cristiani. Di recente è apparso un
servizio
giornalistico
sull’esecuzione
di
un
quattordicenne che ha dichiarato “Non sto per morire
perché sono un peccatore, ma perché sono cristiano.” La
pena di morte viene applicata con incredibile leggerezza.
Essa è crudele e comprende la lapidazione di minori e la
persecuzione di gruppi nazionali diversi da quelli al
potere.
Queste sono tutte questioni di cui discutiamo
continuamente senza mai giungere a una soluzione.
Dobbiamo fermarci a riflettere. Oggi è stato suggerito
che è chiaro che dovremmo collaborare con gli Stati
Uniti, perché gli USA sono una potenza pronta a
intervenire nei momenti in cui l’Unione europea non
intende autorizzare un intervento militare, almeno finché
questa non avrà una propria capacità militare. Dobbiamo
sviluppare una strategia. Forse sarebbe d’aiuto informare
in modo massiccio le popolazioni di quei paesi, per
mostrare loro che esistono possibilità di sviluppo diverse
da quelle attuate contro di loro dai rispettivi regimi.
4-206
Olli Rehn, Membro della Commissione. – (EN) Signor
Presidente, la Commissione accoglie con favore e
appoggia l’impulso dato dalle proposte di risoluzione
relative alla situazione dei diritti umani in Iran. La nostra
valutazione è che per tutto il 2006 nel paese si sono
registrate gravi violazioni dei diritti umani. In effetti,
non sono stati compiuti passi in avanti nei principali
53
ambiti di interesse dell’UE, e sotto molti aspetti la
situazione si è aggravata.
L’elenco degli esempi è lungo e scoraggiante:
l’incremento nel ricorso alla pena di morte e le
esecuzioni di minori continuano a destare gravi
preoccupazioni; le minoranze etniche e religiose
continuano a subire discriminazioni; la condizione delle
donne resta difficile; la libertà di espressione è stata
ulteriormente ridotta; mentre proseguono la chiusura dei
giornali, le intimidazioni e la persecuzione dei
giornalisti, nonché la stretta nei confronti dei blogger.
L’Unione europea ha sollevato questi timori dinanzi alle
autorità iraniane nel corso dell’anno, mediante iniziative
e dichiarazioni pubbliche. Purtroppo, come è stato detto
in questa Assemblea, sembra che le autorità iraniane
siano meno disponibili rispetto al passato a prendere in
considerazione le nostre richieste o a compiere sforzi
tangibili per migliorare la situazione. Detto questo,
alcune autorità dello Stato, come i giudici della corte
suprema, sembrano di fatto in qualche misura impegnate
nella causa delle riforme. Tuttavia, dato il
deterioramento complessivo della situazione, l’UE ha
deciso di patrocinare insieme al Canada la risoluzione in
tema di diritti umani in Iran in occasione del Terzo
Comitato ONU a fine mese.
Poiché Teheran afferma che il dialogo bilaterale sui
diritti umani e le risoluzioni stile ONU si escludono a
vicenda, ha dichiarato che avrebbe preso in
considerazione la revoca della sessione dei colloqui UEIran sui diritti umani, previsti per dicembre. Noi,
naturalmente, respingiamo fermamente collegamenti di
questo tipo. Ma miriamo ancora a riprendere il dialogo a
breve, restiamo convinti che un dialogo costruttivo,
accompagnato da progetti di cooperazione, sia bilaterali,
sia tramite agenzie ONU, siano gli strumenti più
realistici per impegnarsi nel campo dei diritti umani.
L’onorevole Prets ha proposto il finanziamento di
programmi radiofonici o televisivi da parte dell’Unione.
Non ho le competenze adatte per fornire una risposta
affermativa a tale riguardo, ma per quanto riguarda i
contatti tra i popoli, vale la pena di notare che un
milione di iraniani hanno visitato la Turchia nel 2005: lo
hanno fatto per respirare una boccata di aria fresca,
guardare “Beautiful” e verificare il livello democratico
di quella tormentata regione.
Il nocciolo della questione delle nostre relazioni con
l’Iran è che, a prescindere da sviluppi positivi o negativi
sulla questione nucleare, una questione di capitale
importanza, senza un sistematico miglioramento della
situazione dei diritti umani, i nostri rapporti con quel
paese non possono svilupparsi adeguatamente, quali che
siano le potenzialità future dei nostri rapporti in termini
di cooperazione economica ed energetica.
Vorrei concludere esprimendo il mio apprezzamento per
il lavoro intrapreso dalla delegazione per le relazioni con
l’Iran,
presieduta
dall’onorevole
Beer.
Vedo
positivamente gli sforzi del Parlamento per instaurare
54
16/11/2006
contatti con i vostri interlocutori del Majlis e con il più
ampio spettro della società iraniana. La recente visita a
questa Assemblea da parte di Akbar Ganji (per la cui
liberazione ci siamo tutti instancabilmente prodigati) ne
è un importante esempio.
4-222
Interruzione della sessione
4-223
Presidente. – Dichiaro interrotta la sessione del
Parlamento europeo.
4-207
Presidente. – La discussione è chiusa.
Procediamo ora con le votazioni.
4-208
Turno di votazioni
4-209
Presidente. – L’ordine del giorno reca il turno di
votazioni.
(Per i risultati e altre informazioni relative alla
votazione: vedasi Processo verbale)
4-210
Etiopia (votazione)
4-211
Bangladesh (votazione)
4-212
Iran (votazione)
4-213
Presidente. – Con questo si conclude il turno di
votazioni.
4-214
Richiesta di difesa dell’immunità parlamentare:
vedasi processo verbale
4-215
Richiesta di revoca dell’immunità parlamentare:
vedasi processo verbale
4-216
Composizione delle commissioni e delle delegazioni:
vedasi processo verbale
4-217
Storni di stanziamenti: vedasi processo verbale
4-218
Decisioni concernenti taluni documenti: vedasi
processo verbale
4-219
Dichiarazioni scritte che figurano nel registro
(articolo 116 del Regolamento): vedasi processo
verbale
4-220
Trasmissione dei testi approvati nel corso della
presente seduta: vedasi processo verbale
4-221
Calendario delle prossime sedute: vedasi processo
verbale
(La seduta termina alle 17.05)
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GIOVEDI` 16 NOVEMBRE 2006 PRESIDENZA DELL