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INDICE
PREFAZIONE............................pag.3
Repressione:Cos'è chi la subisce......pag.6
Il Sistema penitenziario, tra
speculazione finanziaria e
gestione penale della crisi...........pag.10
TORTURA IN ITALIA.....................pag.16
ANTIMILITARISMO.......................pag.17
Una nuova stagione di
licenziamenti politici................pag.19
SPESE MILITARI:
tra imperialismo e repressione........pag.23
CRIMINALI DI GUERRA...................pag.25
LA MILITARIZZAZIONE DEI TERRITORI:
il caso di Pisa, nodo strategico
dell'imperialismo.....................pag.26
EUROGENDFOR O GLADIO?
La costruzione di una polizia
sovranazionale europea................pag.28
I proletari non hanno nulla da perdere nella rivoluzione
fuorché le loro catene.
E hanno un mondo da guadagnare.
Marx
La Repressione in tempo di crisi
pag.3
PREFAZIONE
Questo opuscolo nasce dal confronto tra alcuni compagni e compagne che hanno
iniziato a riflettere e a confrontarsi sulla crisi economica, sulle trasformazioni in
atto e sulle ripercussioni sociali, economiche e politiche. Siamo partiti da punti di
vista e approcci differenti (tra di noi c'è chi opera nel mondo della conoscenza, chi
nelle realtà operaie o del settore pubblico, chi proviene da associazioni e collettivi
che si dedicano a tematiche settoriali), per approdare tutti ad una valutazione
comune sugli effetti della crisi. Abbiamo contestualmente analizzato la svolta
repressiva attuata nei posti di lavoro e nei confronti di quanti lottano nel mondo
dell'università, o nei territori: le lotte dei disoccupati napoletani, siciliani e
pugliesi, le lotte contro la devastazione\inquinamento del territorio (prima tra tutte
la lotta contro la TAV), le lotte a difesa degli spazi sociali autogestiti,
l'antifascismo ecc.
Ciascuno di noi ha offerto un contributo, analizzando le logiche repressive che
sentiva più vicine alla sua esperienza politica e sociale militante.
Il minimo comune denominatore, o se preferite il Comune tra gli autori
dell'opuscolo è insito nella prospettiva anticapitalista e antimperialista. Crediamo
che il capitalismo e la sua stessa evoluzione/crisi siano le ragioni scatenanti della
repressione da parte dello Stato, con l'immancabile trafila di criminalizzazioni
individuali\di massa, stravolgimento dei diritti collettivi e individuali, riscrittura
delle pagine di storia. Tutto ciò a sostegno del trionfo economico, politico e
ideologico di una nuova borghesia tecnocratica che sta cancellando migliaia di
posti di lavoro, riducendo sul lastrico le classi lavoratrici di interi paesi e
cancellando ogni parvenza di sovranità nazionale, tutto ciò per assecondare i
dettami del Fondo Monetario Internazionale e della Banca europea. Per
raggiungere tali scopi la repressione e la criminalizzazione sono strumenti
indispensabili da utilizzare a tutto campo e in ogni sfera della società.
pag.4
La Repressione in tempo di crisi
Proprio per questa ragione pensiamo sia preferibile partire da alcune riflessioni di
carattere generale per capire meglio come e da chi venga attuata la repressione,
perché i bersagli sono sempre gli stessi, ovvero tutti coloro che
creano opposizione sociale.
Oggi ,infatti, ogni critica “antisistema” può essere ancora più pericolosa perché
siamo in una fase in cui i governi di tutta Europa stanno attuando delle “politiche
anticrisi” che colpiscono la maggioranza della popolazione, politiche che
vengono propinate nella veste di farmaci salva-vita tanto amari quanto necessari
per non far “fallire” l'intero Stato.
Se dovessimo immortalare gli scenari vigenti in un fotogramma vedremmo la
borghesia finanziaria e imperialista che di fronte alla crisi economica ha bisogno
di “convincere” gli operai europei a lavorare in condizioni retributive e lavorative
sempre più precarie, affermando una condizione di sfruttamento funzionale agli
interessi del capitale e ai suoi investimenti nei paesi europei.
La competitività capitalista si presenta ancora una volta nelle vesti di sfruttamento
intensivo della forza lavoro e di estrazione massiccia di plusvalore, ma per
costruire una forma presentabile che la legittimi agli occhi dei media utilizza le
teorie giuslavoriste che cancellano diritti, e tutele, legittimando la libertà di
licenziamento.
Dall'altra parte, invece, nella stessa istantanea vediamo lo Stato, agente del potere
economico, che deve mettere in salvo i grandi interessi colpiti dalla crisi
scaricando il peso della stessa (sotto forma di tagli occupazionali, tagli al welfare,
peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro) sulle classi subalterne sempre
più sfruttate e con tutele ormai ridotte ai minimi termini.
I provvedimenti del governo, e l'approfondirsi della crisi, erodono sempre più
interi settori di classe media e di piccola borghesia in via di proletarizzazione
colpiti dal maglio del governo Monti, vera espressione della dittatura del capitale
finanziario (ben condensata con la introduzione, addirittura nella Costituzione,
della norma sul pareggio in bilancio).
La Repressione in tempo di crisi
pag.5
Questi aspetti, che chiariscono il ruolo dello Stato e dell'attuale Governo,
necessitano di un'apparato repressivo statale efficiente ma allo stesso tempo che il
suo operato repressivo sia il più occulto, selettivo e meno rumoroso possibile.
Di tale repressione sono complici anche le forze c.d. “progressiste” della sinistra
parlamentare che negli anni hanno mantenuto e rafforzato le legislazioni
emergenziali degli anni settanta arrivando perfino a promuovere gli autori e i
protagonisti della macelleria messicana a Genova nelle tragiche giornate del G8.
Insieme alle forze cosiddette progressiste operano i fautori della "rivoluzione
neoliberista" che all'inizio del nuovo secolo era descritta come una
“globalizzazione” buona portatrice di “sviluppo e ricchezza" con spericolate
operazioni finanziarie e attraverso la crescita speculativa nei nuovi settori
dell'informatica,dell'outsourcing,dell'immobiliare e della finanza tutta.
Adesso che l'impatto della crisi è evidente in ogni settore dell'economia e il suo
peso sulla vita di milioni di uomini e donne (parlare di proletariato è d'obbligo) si
sta facendo ogni giorno più insopportabile, diventa di fondamentale importanza
costruire un moderno apparato repressivo in grado per colpire e isolare tutti
coloro che quel sistema lo stanno combattendo. Da qui nasce la criminalizzazione
delle lotte sociali, delle lotte in difesa dei territori, la criminalizzazione delle lotte
intraprese dai lavoratori.
pag.6
La Repressione in tempo di crisi
Repressione: cos'è', chi la subisce
“La disciplina consiste nell'insieme di quei sistemi di controllo totalitari che vengono
applicati sul posto di lavoro (sorveglianza, lavoro ripetitivo, imposizione di ritmi di
lavoro, quote di produzione, cartellini da timbrare all'entrata e all'uscita). La disciplina è
ciò che la fabbrica, l'ufficio e il negozio condividono con la prigione, la scuola e il
manicomio” (Bob Black)
Repressione, significato:“Controllo, freno imposto a emozioni, ad affetti
ecc. Azione di forza del potere costituito contro gli oppositori, o contro chi
arreca danno alla convivenza civile”
La questione della repressione è uno degli argomenti che troppo spesso viene
posto in secondo piano o come accade il più delle volte viene volutamente
nascosto al dibattito pubblico, finendo così per diventare una sorta di tabù con il
quale tuttavia dovremmo confrontarci.
Parlare di repressione in un contesto di crisi economica e sociale come quella che
stiamo attraversando non è soltanto utile, ma necessario.
I continui attacchi dei vari governi europei e mondiali alle fasce sociali più deboli
sono all'ordine del giorno: le varie riforme del lavoro e dell'istruzione, le manovre
finanziarie di austerity, le spese militari che aumentano e le continue riforme in
tema di giustizia, hanno tutte un minimo comune denominatore e un un unico
mandante: il PROFITTO.
É indispensabile, quindi, affrontare la questione repressiva inquadrandola
nell'ANTICAPITALISMO perché, come dimostra la fase attuale, è proprio
quando i profitti e i grossi capitali sono a rischio che le forze repressive statali e/o
fasciste (da sempre a braccetto) così come gli apparati ideologici e di controllo, si
scatenano contro coloro che cercano di opporsi a quelle misure che ledono la
dignità e i diritti dei ceti sociali più deboli.
La Repressione in tempo di crisi
pag.7
La violenza repressiva arriva al grande pubblico soltanto nella sua fase più
eclatante, quella della “spettacolarizzazione”, ovvero quando diviene impossibile
nasconderla. Entra nelle nostre case solo quando i media lo vogliono; esempi
concreti li possiamo trovare ad ogni manifestazione nelle varie piazze o nella Val
di Susa quando i vari media asserviti al potere cercano a tutti i costi lo “scontro”,
le cariche, tralasciando volutamente situazioni politiche sicuramente più
interessanti.
Molto spesso quando si affronta il tema della repressione, anche all'interno del
“movimento”, si tende a porre l'attenzione solo sulle brutalità e sulle violenze
compiute dalla polizia, o comunque sui suoi aspetti più eclatanti e “mediatizzati”.
Questo accade anche perché spesso si è costretti a trattare questi temi in
condizioni di emergenza, nei tempi e nei modi imposti dalla violenza e dalla
repressione del potere.
In ogni caso tutto ciò ci porta a vedere la questione in modo quantomeno parziale,
se non addirittura distorto.
Uno dei principali rischi è quello di vedere i momenti di tensione sociale, in cui lo
Stato scatena tutta la propria violenza, come un semplice conflitto: come una
contrapposizione tra due parti che usano allo stesso modo mezzi violenti. La
repressione è violenza imposta, nei modi più differenti, a chi lotta per una società
diversa. La repressione è violenza diffusa, che rompe i legami di solidarietà tra gli
sfruttati e impedisce che il malcontento e la tensione sociale possano trasformarsi
in lotta cosciente. La repressione è connaturata ad un potere che detiene il
“monopolio della violenza”.
E' quindi evidente da che parte stia la violenza, dalla parte di chi reprime, di chi
per difendere i propri profitti e privilegi sfrutta ed opprime la maggior parte della
popolazione. Lo scontro tuttavia presuppone l'esistenza di due parti violente,
quando in realtà -oggi- la violenza nella quotidianità è utilizzata dalle istituzioni
per reprimere tutti coloro propongono un altro tipo di società.
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La Repressione in tempo di crisi
La durezza della repressione contro i singoli o i gruppi più organizzati è
proporzionale alla percezione della pericolosità delle loro idee. Infatti la
repressione si abbatte verso tutti coloro che non accettano e contestano l'attuale
stato delle cose. Essa non è certo proporzionale né ai danni generati (questo è
spesso il ragionamento di autolegittimazione del potere statale), né è
proporzionale alle infrazioni delle leggi (che pur ci sono).
È evidente che la repressione si abbatta in maniera considerevolmente maggiore
verso quegli strati di dissenso più attivi, piuttosto che nei confronti di chi
commette ingiustizie e infrange leggi in modo ben più grave, ma che non
rappresenta alcun pericolo né per il profitto né per gli interessi dello Stato.
Ed è proprio la Val Susa e il movimento NO TAV, nato in difesa e tutela del
proprio territorio contro l'arroganza dello Stato, che in questo momento offre una
serie di spunti importanti per comprendere meglio il fenomeno repressivo.
In questo contesto tutte le contraddizioni del sistema dominante emergono
prepotentemente; da una parte c'è lo Stato con il suo apparato repressivo che
vuole a tutti i costi “la grande opera” presentata come qualcosa di indispensabile
per il “progresso”, per accrescere la competitività dell'Italia e dell'Europa.
Dall'altra parte c'è un popolo che non vuole sottomettersi a decisioni prese da terzi
in modo autoritario.
La reazione dello Stato si è manifestata tramite espropri forzati di terre,
perquisizioni, arresti collettivi in tutta Italia e, cosa peggiore, la demonizzazione
di un intero movimento per spezzare quel legame di solidarietà che si è creato
all'interno dei confini nazionali e oltre.
In questo ultimo periodo inoltre assistiamo ad uno sproporzionato interesse
investigativo verso aree politiche, centri sociali, siti internet e più in generale
verso tutti i luoghi di aggregazione politica. Da quando i media nazionali hanno
lanciato la campagna sul pericolo del cosiddetto terrorismo “anarcoinsurrezionalista”, possiamo notare come siano stati colpiti tutti coloro che hanno
la volontà di generare attivismo, di alzare la conflittualità e di portare avanti una
solidarietà tra le fasce sociali che vengono sfruttate.
La Repressione in tempo di crisi
pag.9
Le ultime operazioni poliziesche sono “legittimate” da prove giudiziarie create ad
hoc dagli organi statali, tenendo conto semplicemente della condotta dell'indagato
e delle idee dei gruppi di cui fa parte. In pratica la legge è applicata in maniera
selettiva: la macchina repressiva va a cercare “l'infrazione” ogni qualvolta
percepisce un fastidio.
Una volta fabbricata “la prova”, la repressione si traduce in una moltiplicazione di
indagini nel tentativo di allargare l'inchiesta a tutta quella rete di compagni e
compagne che si battono contro questa società. Le perquisizioni poi segnano
l'inasprimento della repressione e dell'invadenza. L'intrusione in case e luoghi di
ritrovo per i militanti è spesso motivata con una semplice collocazione nella
mappa della lotta politica, piuttosto che sul fondato sospetto di reati.
Qualche esempio possono essere le misure prese in seguito ai fatti accaduti a
Roma per la Manifestazione nazionale del 15 ottobre 2011, dove a margine della
giornata sono partite perquisizioni e arresti, insieme alla demonizzazione di vari
gruppi politici per mezzo dei media nazionali; o la stretta repressiva subita dal
movimento universitario fiorentino del 2011 con decine di arresti e perquisizioni
nelle abitazioni. Esempi simili ce ne sono a centinaia.
Chi perpetua la repressione sostiene che l'attuale ordine costituito sia “libero” e
“democratico”, sebbene allo stesso tempo voglia imporre a chi si oppone modalità
e contenuti del dissenso, decidendo cosa sia permesso e cosa sia invece
perseguibile.
In tal modo qualsiasi dissenso ritenuto non compatibile dal “potere democratico”
viene duramente perseguito in quanto ritenuto “antidemocratico”. In tal modo il
dissenso viene gestito in modo da renderlo al servizio del capitalismo stesso per
ottenere l'obbedienza ad un ordine sociale altamente discriminatorio e parassitario
verso le classi più deboli.
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La Repressione in tempo di crisi
Il Sistema penitenziario, tra
speculazione finanziaria e
gestione penale della crisi.
Affrontare il tema delle morti in
carcere e dei continui episodi di
violenza nelle istituzioni totali
italiane non significa limitarsi alla
pur sacrosanta denuncia degli
aspetti cosiddetti fenomenici del
problema: le vite distrutte e spezzate
per il solo fatto di essersi trovate
nelle mani di forze la cui impunità
autorizza a violare diritti umani e
civili, a violare i codici stessi,
distruggendo le più elementari norme del diritto. La realtà del carcere in Italia è
oggi tragica come mai prima: sopravvivono con estrema difficoltà limitate
esperienze carcerarie di tipo attenuato. Prevale invece largamente un'impostazione
ad un tempo anticostituzionale ed illegale della pena, si afferma e si consolida un
trattamento detentivo che non recepisce minimamente neppure le piccole aperture
date dalla riforma penitenziaria di metà anni “70. Prevale, cioè, un sistema
autoritario di tipo “concetrazionario” e metodi di repressione e annichilimento
fisico e psichico degni di una dittatura.
In carcere si muore, si viene pestati per un nulla, si vivono condizioni di
assembramento disumane, per le quali decine di detenuti si sono rivolti alla Corte
Europea di Strasburgo.
La Repressione in tempo di crisi
pag.11
Lo Stato italiano, le forze politiche locali e nazionali fautrici delle politiche
repressive e securitarie, si rendono una volta di più responsabili di violazioni di
diritti umani fondamentali riservate sistematicamente agli esclusi da questo
Sistema e dalla crisi generale in cui versa.
Dalla approvazione della Legge Reale ad oggi sono migliaia gli uomini e le donne
vittime del sistema repressivo, sono decine solo negli ultimi anni le vittime di
violenza nelle caserme e nelle carceri: una lunga sequela di abusi che solo in
minima parte sono stati oggetto di inchiesta da parte della Magistratura.
Se 30 anni fa era prioritario avviare un lavoro di informazione o di
controinformazione, oggi è opportuno ricostruire una critica del sistema
penitenziario e punitivo nel suo insieme e fin dalle sue origini, valorizzando quei
frammenti di memoria critica spesso dispersi o sovrastati dal securitarismo che
ormai pervade ogni ambito della politica.
Non si tratta solo di affermare una critica antagonista al sistema capitalistico e alle
sue istituzioni totali- è per questo utile individuare passo dopo passo, tutti quegli
aspetti che legano politiche sulla sicurezza, repressione e controllo sociale alle
dinamiche proprie del sistema economico e politico nel quale viviamo. Occorre
individuare i nessi tra la crisi irrisolvibile di questo sistema ed i compiti affidati
agli apparati repressivi, atti al controllo ed al condizionamento sociale, o di tipo
controrivoluzionario, apparati che mutano strategie e pratiche a seconda dei
contesti storici e politici nei quali operano. Se in anni passati, ma rimossi con
troppa facilità, uomini al servizio dello Stato ed agli ordini delle sue massime
cariche, non hanno esitato a praticare la tortura nei confronti di militanti politici e
appartenenti al Movimento Rivoluzionario, oggi l'attenzione repressiva si
focalizza nel tentare di sbarrare la strada ai movimenti di massa.
L'obbiettivo è evitare che movimenti popolari e settori di classe si uniscano,
rischiando così di divenire la base di un progetto e di una opposizione capace di
mettere in discussione gli attuali indirizzi ed il modello sociale da essi
rappresentato.
pag.12
La Repressione in tempo di crisi
Diversi aspetti di natura normativa, vedi l'articolo 4 bis dell'ordinamento
penitenziario, le norme sulla recidiva, le leggi sulla immigrazione e sul consumo
di sostanze psicotrope, le leggi sui reati associativi ecc. investono tutti i differenti
piani del corpo sociale con l'intento di indirizzare il conflitto, la marginalità,
isolando ogni prospettiva politica nel contesto repressivo, imponendo il ricatto
della collaborazione in luogo delle misure alternative (in teoria alla base della
applicazione dei criteri costituzionali della pena).
Permangono, proprio nel mondo sottosopra del carcere, i bracci speciali, i regimi
detentivi ex-EIV e 41 bis, dove si praticano forme di annichilimento e di
privazione volte al ricatto della collaborazione, tali da costituire una sistematica e
prolungata tortura ai danni dei detenuti ivi ristretti, sepolti vivi anche da vent'anni
senza la minima attenuazione.
In alcuni paesi, come in Spagna,
sono già all'opera provvedimenti
legislativi
che
introduco
addirittura il reato di “resistenza
passiva”, in Italia si espande il
ricorso ai reati di pericolo
presunto (i reati associativi, come
il 270bis e correlati) per impedire
perfino
manifestazioni
di
opposizione pacifica nelle piazze
o occupazioni con finalità sociale, mentre d'altro canto non si è mai data
soluzione, lì come qui, al problema della detenzione politica.
In questo quadro, proprio nel pieno di una crisi in larga parte prodotta dai settori
speculativi e finanziari oggi al governo, nella continua corsa al cosiddetto
risparmio, non poteva mancare l'ennesima sortita da giocoliere di chi, sulla pelle
di decine di migliaia di proletari prigionieri, barcamenandosi tra consorterie ed
affari al limite della stessa legalità, tenta di governare il sistema penitenziario
italiano.
La Repressione in tempo di crisi
pag.13
In linea con i nuovi indirizzi di liberalizzazione, già utilizzati a suo tempo nella
Inghilterra della Thatcher, il governo Monti non ha certo pensato a varare una
Amnistia, o a modificare le leggi vergogna che riempiono il carcere di immigrati,
di uomini e donne che sono ai margini della società e costituiscono una parte della
attuale forza lavoro in esubero. Il Governo Monti sta nella sostanza continuando il
lavoro intrapreso dal governo Berlusconi con il piano carceri, dove si erano già
palesati gli interessi speculativi riguardo le opere di edilizia penitenziaria.
Nell'ottica della liberalizzazione e di una presunta razionalizzazione verrà dato in
pasto ai capitali privati l'ambito boccone del settore penitenziario, sulla falsariga
di quanto già fatto sul piano della protezione civile, magari aggirando anche
quelle normative che dovrebbero rappresentare la base di ogni legalità.
Già i precedenti governi avevano subodorato l'affare, sotto forma di appalti
sottratti a ogni gara o verifica, ma il governo Monti, forte del consenso bipartisan,
pare avere una marcia in piùe così arriva una iniziativa che potrebbe in breve
tempo portare il nostro sistema penale in una situazione simile a quanto avviene
negli Stati Uniti d'America, dove le prigioni private, e lo sfruttamento della
manodopera prigioniera, sono una realtà.
Nel silenzio generale è infatti passato l'articolo 44 del decreto liberalizzazioni del
Governo Monti in tema di carceri, il Decreto Legge 24 gennaio 2012
(Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la
competitività), con queste norme si individuano i soggetti privati non solo per le
opere di costruzione ma anche per alla gestione (privata) delle carceri.
Il progetto, chiamato "Project financing”, ossia (per utilizzare l’espressione
impiegata dal legislatore) "la realizzazione di opere pubbliche senza oneri
finanziari per la pubblica amministrazione", è un modello per il finanziamento e
la realizzazione di opere pubbliche. Ma tra tutte le opere pubbliche di cui il nostro
paese ha bisogno (scuole, ospedali, centri di riabilitazione, aree verdi attrezzate)
perché i privati sono tanto interessati alle carceri?
pag.14
La Repressione in tempo di crisi
E il Governo Monti e il ministro Severino non si erano presentati come i fautori di
una diversa politica in tema di detenzione rispetto al Governo Berlusconi? solo
parole, visto che il decreto sulle liberalizzazioni è in piena sintonia con il piano
carceri voluto dalla destra.
Gli aspetti qualificanti delle nuove norme sul piano economico sono :
a) la finanziabilità del progetto, ossia la produzione di un flusso di cassa (cash
flow) sufficiente a coprire i costi operativi, remunerare i finanziatori assicurando
un certo margine di profitto.
b) la concentrazione del finanziamento in un autonomo centro di riferimento
giuridico e finanziario (Special Purpose Vehicle, una sorta di società di progetto),
a cui affidare i mezzi finanziari e la realizzazione del progetto stesso.
c) la costituzione a favore dei finanziatori esterni dell’iniziativa di "garanzie
indirette", attraverso una ampia gamma di accordi tra le parti interessate limitando
ai minimi termini la possibilità di rivalsa dei finanziatori e degli altri creditori
(appaltatori dei lavori, fornitori ecc.) nei confronti degli sponsors.
L'articolo prima menzionato del decreto recita: “Al fine di assicurare il
perseguimento dell'equilibrio economico-finanziario dell'investimento, al
concessionario è riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione
dell'infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia”.
La gestione carceraria, eccezion fatta per le guardie, sarà quindi affidata a
imprenditori privati che nelle carceri intravedono un affare lucroso. Ed è da
considerare dunque che ogni figura non prettamente di polizia sarà di formazione
privata, così la gestione amministrativa, il che in un carcere significa gestire quasi
tutto.
"Il concessionario nella propria offerta deve prevedere che le fondazioni di
origine bancaria contribuiscano alla realizzazione delle infrastrutture di cui al
comma 1, con il finanziamento di almeno il 20 per cento del costo di
investimento", così si assicura alle banche l'ingresso nell'affare.
La Repressione in tempo di crisi
pag.15
Sulla falsariga di quanto avviene da decenni negli stati Uniti tra qualche anno
pure nel nostro universo carcerario dominerà la logica della gestione privata, del
profitto e perché no pure dello sfruttamento a tal fine della manodopera detenuta,
ciò costituirebbe una involuzione definitiva in favore di un business securitario
inarrestabile capace di condizionare, così come avviene negli Stati Uniti, l'intero
regime istituzionale.
Certo non mancheranno le controtendenze, sia nel corpo della popolazione
detenuta, finora costretto al silenzio, sia nelle componenti corporative di un
universo nel quale sopravvivono abitudini e codici non scritti antichissimi, uno
degli ambiti, quello penitenziario, meno aperti a qualsiasi cambiamento; ma è
altrettanto certo che l'ingresso dei capitali e degli investimenti finanziari prima nel
settore sicurezza, difesa, ora nel campo penitenziario, costituisce una delle
principali novità di questi anni.
In Italia, la popolazione carceraria è composta in larga maggioranza da detenuti
per reati collegati al consumo di sostanze e a violazioni delle norme in materia di
immigrazione, mentre cresce il numero di chi va dentro per piccoli reati causati
dalla miseria crescente di larghi strati della popolazione, in forte aumento anche la
detenzione per cause politiche e sociali, legata ai movimenti di protesta, in difesa
dell'ambiente e delle condizioni di vita di larghe masse.
In questo quadro sociale la priorità del
Governo non è quella di rimuovere le
leggi vergogna (la Bossi-Fini, la Cirielli,
la Fini-Giovanardi, la modifica dell'art.4
bis dell'ordinamento penitenziario ecc.),
ma semplicemente razionalizzare il
settore
per darlo in pasto al capitale
privato. Si tratta insomma di utilizzare gli
scarti sociali della crisi per produrre nuovi
profitti sulla pelle di questi stessi scarti, tali sono per costoro quelle categorie
sociali spinte ai margini dalla crisi economica, una crisi prodotta dagli stessi
settori che al momento stanno al governo del Paese.
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La Repressione in tempo di crisi
TORTURA IN ITALIA
Nelle ultime settimane sono state pubblicate interviste e prove documentarie
sull'uso sistematico della tortura contro i prigionieri politici degli anni settanta ed
ottanta, percosse e violenze fisiche e sessuali, finte esecuzioni, l'uso della corrente
elettrica ad opera di squadrette autorizzate dai massimi responsabili della
sicurezza e dai più alti vertici dello Stato.
Alcuni giornalisti de L'Espresso furono perfino arrestati per avere rivelato la
tortura nelle caserme di PS e CC, l'ordine tanto della maggioranza che
dell'opposizione (il vertice del PCI di allora) era quello di tacere.
Su Piazza Fontana e Bolzaneto sono usciti film con ricostruzioni storiche
discutibili se non addirittura revisioniste, le giovani generazioni sono
rincoglionite da messaggi fuorvianti che con la verità storica hanno poco da
spartire.
In questo clima, l'assenza del reato di tortura nel codice italiano non poteva
passare inosservata, tanto è vero che perfino il ministro Paola Severino ha detto:
«È un tema che voglio approfondire, per capire perché non si è dato seguito ai
protocolli internazionali»
In realtà la Severino sta recitando, come hanno scritto esponenti radicali, visto che
il tema tortura dovrebbe conoscerlo fin dalle aule universitarie e soprattutto per
averlo aggirato nel decreto sulle carceri licenziato per salvaguardare il business
penitenziario, naturalmente senza toccare l'orrore della tortura scientificamente
applicata nei reparti speciali come il 41 Bis.
Eppure la «Dichiarazione sulla protezione di tutte le persone sottoposte a forme di
tortura e altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti», contenuta nella
Risoluzione n. 3452 è stata adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite
nel lontano 1975. In questi 33 anni non si contano gli episodi di tortura nelle
carceri italiane e nelle caserme, una tortura di Stato accompagnata da legislazioni
emergenziali e carcerazioni preventive. Dobbiamo attendere altri 40 anni prima
che si ponga fine a questa barbarie?
La Repressione in tempo di crisi
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ANTIMILITARISMO
L'apparato militare di questo e di altri paesi è in costante crescita sia in termini
tecnologici che di specializzazione alla guerra.
La guerra e i suoi strumenti: eserciti ed armi sono sempre stati intrinsecamente
proni ai diktat del potere imperialista e messaggeri di distruzione e sopraffazione.
Gli eserciti nascono storicamente per una duplice finalità: una di repressione e
controllo interno e una di integrità territoriale (nazionale).
Il Capitale ha sempre beneficiato della guerra tramite i massicci investimenti
pubblici nel complesso industriale di guerra (industria pesante) che spingevano gli
stati fuori dal pericolo della recessione economica (“Keynesianismo militare”).
Oggi la guerra, soprattutto quella strategico-tattico-politica, conviene ed è
benvoluta dal Capitale, perché non solo favorisce l'incremento dell'industria
pesante ma perché spinge in alto prezzi e l’inflazione tramite l'aumento dei
profitti petroliferi e il costante controllo a ribasso dei salari a causa della
competizione globale con la manodopera dei mercati emergenti.
In una fase tipica del Capitalismo, la crisi, gli ordini costituiti, i governi e i
potentati economici sono ben lontani dal non investire in armi e in tecnologia di
guerra anzi in una fase economica di recessione, in cui la popolazione stenta a
sopravvivere, le basi NATO e statunitensi dislocate nel territorio vengono
potenziate e ingrandite, come nel caso della base “Dal Molin” di Vicenza; gli
aeroporti militari diventano dei veri e propri hub di guerra, come nel caso
dell'aeroporto militare “Dall'Oro” di Pisa; le armi tecnologiche da costi abnormi
vengono a far parte degli arsenali nazionali, come nel caso dei 90 aerei F-35
acquistati dal governo italiano per un costo complessivo di 10 miliardi di euro; gli
eserciti sempre più specializzati vengono ben pagati ed equipaggiati al punto che
in vista della costruzione di un esercito europeo il governo italiano riesce anche a
reperire gli ammortizzatori per i circa 40.000 soldati “esodati”.
Insomma, in uno scenario geopolitico di aggressione senza esclusione di colpi, si
discute molto di bandire le armi di distruzione di massa, soprattutto per chi non le
ha, ma ipocritamente vengono utilizzate armi all'uranio impoverito, si propaganda
la pace ma si propugnano le ignominiose “guerre umanitarie”, diverse forze
politiche, tra cui il PD pisano, si proclamano pacifiste ma indottrinano i giovani
con metodi militaristi e autoritari proponendo le “visite in caserma”.
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La Repressione in tempo di crisi
“Fantomatici” governi tecnici varano la riforma della difesa in cui si sbandiera la
riduzione dell' organico militare, circa 30000 soldati in meno, ma si glissa su un
cospicuo investimento in tecnologia militare e sulla pianificazione di interventi
strategici.
Ovviamente per tutti questi governi, da quello Andreotti del 1991 a quello attuale,
svariati articoli della Costituzione vanno neutralizzati. Questo è il caso
dell'articolo 11: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà
degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Il governo locale della città di Pisa maschera ancora una volta una “educazione”
alla militarizzazione spacciandola come kermesse di solidarietà. Questo quanto
avverrà in città il 27 aprile 2012.
In una fase come questa vanno riprese le lotte antimilitariste, contrarie
all'istituzione militare e agli eserciti, che hanno aperto la strada nel 1904 e nel
1907.
Vanno scardinate le connivenze tra apparati militari, istituzioni pubbliche ufficiali
ed eversive (P2, P3, etc...)
Vanno aboliti gli stretti legami tra sistema capital-finanziario e guerra come
strumento socio-economico fondante.
Vanno reindirizzati i fondi militari per sopperire alle innumerevoli carenze di
sussistenza e sociali che l'attuale Sistema continua reiteratamente a lesinare.
Va scardinata questa società e il suo assetto economico; sono in questo modo
potremmo essere certi di attuare delle reali lotte antimilitariste.
La Repressione in tempo di crisi
pag.19
Una nuova stagione di licenziamenti
politici.
La Fiat, nonostante la pronuncia della Corte d'Appello che ordina l'immediato
reintegro dei tre operai di Melfi, continua a non rispettare le decisioni della
Magistratura e ha inviato ai 3 operai lo stesso telegramma inoltrato nel 2010
quando ne decise la cacciata dalla fabbrica: La Fiat «non intende avvalersi delle
prestazioni lavorative».
L'esempio appena riportato è sotto gli occhi dei media perchè il licenziamento dei
3 operai di Melfi è parte di quella strategia della tensione e della provocazione
(chiamiamola cosi') instaurata dalla Fiat di Marchionne contro i sindacati scomodi
(Fiom e Cobas) rei di non accettare contratti farsa che annullano diritti,
aumentano i ritmi di lavoro, diminuiscono le pause e derogano al contratto
nazionale su materie rilevanti sulle quali non è ammissibile una deformatio in
peius.
Non esiste una statistica aggiornata dei licenziamenti politici, possiamo
menzionarne tanti altri saliti agli onori della cronaca, ma ogni numero sarebbe
sicuramente inferiore ai dati reali.
Altro caso emblematico è quello del ferroviere Riccardo Antonini licenziato Il 7
novembre 2011. Riccardo è tra i promotori dell’assemblea 29 giugno, costituitasi
immediatamente dopo la strage di Viareggio, consulente dei familiari delle
vittime e dalla Filt-Cgil di Lucca nell’incidente probatorio (ambito che precede il
processo nella formazione di prove irripetibili). Per il suo impegno, Riccardo è
stato prima diffidato, poi sospeso 10 giorni ed infine licenziato con motivazioni
risibili ma determinanti per perdere il posto di lavoro. A Riccardo viene contestato
un non meglio definito “evidente conflitto d’interessi”, quel conflitto che viene
invece ammesso , e spesso taciuto, per tutti quei consulenti di Ferrovie spa
chiamati nelle commissioni di inchiesta o negli incidenti probatori come tecnici
super partes.
Ironia della sorte, l'Amministratore di FS, Moretti, indagato con altri vertici delle
Fs per la strage di Viareggio, licenzia il ferroviere consulente di familiari e del
sindacato e tra i motivi addotti c'è anche la partecipazione ad una manifestazione
tenutasi a fine estate 2010 a Genova dove Moretti venne contestato dai No Tav e
dai familiari delle vittime.
pag.20
La Repressione in tempo di crisi
Ma la lista dei ferrovieri licenziati per motivi politici è assai più lunga, ne citiamo
solo due: Bruno Bellomonte, capostazione sardo, arrestato e detenuto per anni in
carcere con accuse di terrorismo e poi prosciolto da ogni accusa.
Anche nel suo caso le Fs non hanno perso tempo inviandogli una lettera con
licenziamento “per giusta causa“ salvo poi essere condannati dal Tribunale del
lavoro che ne ha ordinato il reintegro.
Lottare per treni sicuri e condizioni di lavoro nel rispetto della salute dei ferrovieri
è costato il licenziamento anche al rappresentante dei lavoratori alla sicurezza
Dante de Angelis, la cui vicenda non è ancora conclusa in presenza di un ricorso
dei vertici di Ferrovie spa dopo la sentenza che lo riammetteva in servizio.
Esistono poi casi locali ma altrettanto degni della massima attenzione e visibilità,
per esempio i lavoratori delle cooperative (per lo più migranti) organizzatisi in
Lombardia negli appalti di Esselunga. o alla Gls In questi ed altri casi, a parte il
collaborazionismo di Cgil Cisl Uil sempre disposti ad accettare condizioni di
lavoro disumane monetizzando la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici per
pochi euro, sottolineiamo il carattere emblematico di una vertenza che vede
protagonisti operai migranti che da settimane sono mobilitati con presidi
permanenti, manifestazioni ripetutamente attaccati dal caporalato (che esiste
anche nella Pianura padana e non solo nel sud agricolo) e dai reparti mobili di Ps
e CC chiamati dalle aziende per rimuovere i picchetti. I protagonisti di queste
battaglie (la paga oraria era di 4/5 euro all'ora ) sono stati sospesi e licenziati ma il
loro esempio è stato seguito da altri lavoratori . Anche in questo caso la
repressione non ha avuto l'effetto sperato e lotte condotte da pochi operai sono
state via via sostenute e rafforzate dai comitati spontanei di supporto e dai
lavoratori del territorio che hanno deciso di estendere ad altri appalti settori,
rivendicazioni e forme di lotta.
La crisi economica e sociale viene interamente scaricata sulle classi sociali meno
abbienti e sul lavoro salariato, da qui la necessità del Capitale di rivedere le
normative in materia di lavoro per avere maggiore libertà di azione nei
licenziamenti politici di quanti si opporranno a salari da fame e sfruttamento
selvaggio. Nasce da qui, e non solo in Italia ma in molti altri paesi europei un
attacco complessivo ai diritti collettivi ed individuali che in Italia si materializza
con la cancellazione dell'art 18 dello statuto dei lavoratori.
La Repressione in tempo di crisi
pag.21
Vediamo insieme alcune buone ragioni per difendere lo Statuto e l'art 18.
Il governo vorrebbe monetizzare il licenziamento ma quando viene
illegittimamente leso un diritto, il lavoratore dovrebbe essere reintegrato
nell’identica “posizione” in cui si trovava precedentemente e proprio per questo
semplice motivo barattare il posto di lavoro con il licenziamento è una
mostruosità da respingere 2) La forfettizzazione del risarcimento in caso di
licenziamento illegittimo, nella misura variabile da 15 a 27 mensilità retributive
costituisce una misura standard che non prende in esame caso per caso e nei fatti è
una sorta di ammissione della colpa del lavoratore.
Se approvata dal Parlamento passerebbe la norma del licenziamento per motivi
oggettivi o economici al fine di “espellere” dall’azienda lavoratori scomodi ed in
particolare gli attivisti sindacali, anche perchè l'onere di dimostrare l'assenza di
carattere oggettivo ed economico spetterebbe non all'azienda ma al lavoratore che
di solito non ha alcun accesso a dati tenuti segretamente dall'azienda (con il
beneplacito della "giustizia" e dei sindacati compiacenti. Il “nuovo” art. 18 S.L.
consentirebbe alle aziende il licenziamento per motivi oggettivi o economici per
“espellere” dall’azienda i lavoratori più anziani e più costosi, quelli che hanno
prescrizioni per patologie e infortuni contratti sul lavoro (nelle fabbriche sono
migliaia), con le notorie difficoltà per questi lavoratori di trovare una nuova
occupazione lavorativa.
Il licenziamento per motivi oggettivi o economici potrebbe anche essere utilizzato
in alternativa ai licenziamenti collettivi per crisi aziendale, evitando le prescritte
procedure di confronto con le organizzazioni sindacali(L.223/91) e in questo
modo si metterebbe fuori gioco il Sindacato. Le normative sui licenziamenti si
estenderanno al pubblico impiego e qui lo scenario greco(con migliaia di
dipendenti pubblici licenziati) è più vicino di quanto ci si aspetti.
I licenziamenti politici già oggi numerosi diventeranno la norma nell'immediato
futuro se passerà la riforma del lavoro e non mancheranno casi, per altro già
verificatisi in questi anni, nei quali si scomoderanno anche i “reati associativi” per
reprimere lavoratori e lavoratrici, disoccupati (è accaduto a Napoli e a Brindisi nel
2011) utilizzando presto lo spauracchio dei "reati associativi" verso tutti coloro
che tentano di organizzarsi lungo un percorso autonomo ed alternativo".
pag.22
La Repressione in tempo di crisi
Tra i principali obiettivi dei nuovi governi tecnici (che si presentano nelle vesti
ultraliberisti) è quello di abrogare in ogni paese le legislazioni sul lavoro
prodotte negli anni passati e frutto delle lotte sindacali degli anni sessanta e
settanta .
Per questo in Italia e in Spagna, e ben presto in altri paesi ,prendono corpo
riforme del lavoro che avranno come base la eliminazione e contrazione delle
pause, degli ammortizzatori sociali, l’intensificazione dei ritmi per approvare
normative assai peggiori in fatto di malattia, maternità, ferie, turnazioni. La difesa
dei diritti e degli interessi collettivi non può che andare di pari con una lotta che
dai posti di lavoro si estenda ad ogni ambito sociale.
La Repressione in tempo di crisi
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SPESE MILITARI: TRA IMPERIALISMO E
REPRESSIONE
Come risulta dal dossier dell'Archivio Disarmo dell'Istituto di Ricerche
Internazionali pubblicato alla fine del 2011, che prende in considerazione le spese
militari tra il 2002 ed il 2011, in questo lasso di tempo le spese militari sono
tendenzialmente aumentate. Dai dati risulta evidente che i picchi di crescita delle
spese militari corrispondono ai governi di centrosinistra, toccando il massimo nel
2007, con un aumento del 13,6% sull'anno precedente, operato da un governo che
vedeva la partecipazione, tra gli altri, di Italia dei Valori, Rifondazione
Comunista, Verdi, Comunisti Italiani. Non solo, ma i governi di centrosinistra
aumentano costantemente anno per anno sia la spesa militare destinata alle forza
armate che quella destinata all'ordine pubblico, al contrario di quelli di
centrodestra, che in taluni casi convogliano la maggior parte delle risorse alla
sicurezza (es. finanziamenti all'arma dei carabinieri) tagliando di contro le spese
per l'esercito, non certo per una inesistente vocazione "pacifista" ma perché più
strettamente legati al ceto medio e dipendenti da forze come la Lega Nord che
hanno spinto per politiche maggiormente securitarie.
La repressione in tempi di crisi
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TABELLA 1 - EVOLUZIONE TEMPORALE DEL BILANCIO DELLA DIFESA IN ITALIA
EVOLUZIONE DEGLI STANZIAMENTI PREVISIONALI PER LA DIFESA
ANNI 2007 – 2011 (in milioni di €)
2007
2008
2009
2010
2011
14.448,8
15.408,3
14.339,5
14.295,0
14.360,2
Variazione su anno
precedente
19,3%
6,6%
-6,9%
-0,3%
0,5%
Funzione Sicurezza
Pubblica
5.330,8
5.381,1
5.529,2
5.595,1
5.769,9
Variazione su anno
precedente
1,10%
0,90%
2,80%
1,20%
3,10%
111
112,2
116,4
150,5
100,7
Variazione su anno
precedente
-3,8%
1,1%
3,7%
29,3%
-33,1%
Trattamento di
Ausiliaria
304,1
230,8
309,2
323,8
326,1
Variazione su anno
precedente
5,3%
-24,1%
34,0%
4,7%
0,7%
20.194,7
21.132,4
20.294,3
20.364,4
20.556,9
13,6%
4,6%
-4,0%
0,3%
0,9%
Funzione Difesa
Funzioni Esterne
Totale
Variazione su anno
precedente
PIL
1.543.824 1.605.043
1.520.870 1.554.718
1.602.836
Percentuale del PIL
1,31%
1,32%
1,33%
1,31%
1,28%
Fonte: Nota Aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa per l’anno 2011 presentata al Parlamento dal Ministro della Difesa on. Ignazio La Russa;
La Repressione in tempo di crisi
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CRIMINALI DI GUERRA
A partire dalla guerra contro la Jugoslavia l'Italia ha, negli ultimi 15 anni,
partecipato a tutte le principali missioni di guerra che si sono susseguite,
dell'Afghanistan, all'Iraq, fino al recente intervento in Libia fortemente voluto sia
da Napolitano che dal PD. E' significativo che il primo governo a guida di un
dirigente di provenienza PCI, Massimo D'Alema, insieme al PdCI che operò una
scissione a destra di Rifondazione proprio sulla questione del sostegno, prima al
governo Prodi e poi al nascente governo D'Alema, abbia deciso la partecipazione
alla prima guerra di aggressione con un paese confinante,
in totale
subordinazione alla NATO ed in disprezzo della posizione dell'ONU. La NATO,
sotto la guida di Clinton e Madeleine Albright e con il fedele alleato D'Alema, ha
compiuto pesanti bombardamenti su siti civili come gli ospedali di Surdulica e di
Belgrado, la sede della televisione, ponti, corriere, abitazioni. Tutti obbiettivi
vietati dalle convenzioni internazionali e per cui sono stati utilizzati armamenti
comprendenti uranio impoverito, con drammatiche conseguenze sulla
popolazione locale e, ironia della sorte, anche tra gli stessi soldati italiani. La
partecipazione dell'Italia a queste missioni è stata decisa e negli anni confermata,
tanto dai governi di centrodestra quanto da quelli di centrosinistra in perfetta
continuità.
Questo malgrado la grande borghesia italiana e i partiti suoi rappresentanti
manchino di una strategia tanto a breve quanto a lungo termine sul piano
internazionale e si subordinino volta per volta agli interessi dell'imperialismo
dominante statunitense sotto la guida della NATO.
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La Repressione in tempo di crisi
LA MILITARIZZAZIONE DEI TERRITORI:
IL CASO DI PISA, NODO STRATEGICO
DELL'IMPERIALISMO
Sul piano generale l'aumento costante delle spese militari avviene a fronte di tagli
incondizionati, privatizzazioni selvagge e riduzione progressiva dei servizi
essenziali: dalla sanità, ai servizi agli anziani o ai disabili, alle pensioni,
all'istruzione, passando per il trasporto pubblico e la ricerca universitaria. Nello
specifico del nostro territorio, lo spreco di risorse pubbliche legato alla
subordinazione agli interessi degli Stati Uniti risulta evidente in questi mesi
dall'avviamento della costruzione dell'HUB militare nazionale nell'area
dell'aeroporto militare Dall'Oro di Pisa, una gigantesca struttura di stoccaggio e
distribuzione di materiale bellico e con la capacità operativa di uomini armati fino
a un totale di 36.000 al mese.
Come confermato dai vertici dell'aereonautica italiana e dal governo, l'HUB
militare nazionale sarà al servizio anche della NATO, cosa che si traduce
inevitabilmente, al servizio degli Stati Uniti. Con la concentrazione in pochi
chilometri della più grande base logistica europea, Camp Darby, e dell'HUB
militare nazionale, fino ai progetti di allargamento del canale dei Navicelli che
collega direttamente il Camp Darby con il porto di Livorno, gli Stati Uniti
progettano di costruire un enorme bacino militare da cui far partire tutte le
principali operazioni militari in Africa ed in Medio Oriente.
Una militarizzazione del territorio che porterà con sé un aumento di pericolosità
per le città vicine, con aumento del trasporto aereo con carichi di materiale
esplosivo e con un aumento impattante dell'inquinamento acustico e chimico
come già risultato durante la guerra di Libia, in particolar modo per quei quartieri
adiacenti all'aeroporto militare su cui i velivoli passano in partenza ed atterraggio
a bassa quota.
La Repressione in tempo di crisi
pag.27
Nel corso degli ultimi 15 anni il PD (in tutte le sue trasformazioni dal PDS ai DS)
si è fatto veicolo anche nelle scuole di ogni grado (da elementari ad università)
dell'ingresso della mentalità militarista nel tessuto cittadino, a partire dal
condizionamento delle fasce più giovani dei ragazzi, come dimostra il sostegno
che ogni anno il comune offre alla cosiddetta "Festa della Solidarietà",
organizzata dalla ONLUS Nicola Ciardelli1, un evento che sino allo scorso anno
ha previsto visite guidate per i bambini delle scuole elementari di Pisa presso la
Caserma Gamerra del corpo dei Paracadutisti, mentre da quest'anno ha in
programma una vera e propria manifestazione cittadina con percorsi a tema e
conclusione in piazza XX Settembre con la composizione di un puzzle che
rappresenterebbe simbolicamente il progetto "La casa dei bambini di Nicola",
destinata a supportare l'Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze nell'accoglienza di
bambini provenienti da ogni parte del mondo e bisognosi di cure mediche, e dei
loro familiari, costruito quindi idealmente con l'apporto di tutti.
Il sindaco Filippeschi e la sua giunta, in particolare l'assessore Chiofalo, hanno
sempre sostenuto apertamente a chiare parole questo progetto spacciandolo per
un'iniziativa al contempo umanitaria ed educativa. In realtà lo scopo di questo tipo
di manifestazioni ed iniziative è quello di stravolgere i bambini in età
preadolescenziale attraverso l'accostamento della dimensione ludica con quella
militare, facendoli giocare all'ombra di cartelloni colorati, striscioni e coccarde e
alla contemporanea presenza di
soldati in divisa da guerra e di
strumenti di morte, per dare
un'immagine
affascinante,
coinvolgente ed assolutamente
falsa
della
funzione
dell'esercito.
pag.28
La Repressione in tempo di crisi
A livello universitario il PD, attraverso le sue associazioni studentesche e con la
partecipazione di quella parte del corpo docenti che controlla direttamente o che a
lui fa riferimento, organizza periodicamente convegni o conferenze con tematiche
strettamente legate allo sviluppo civile-militare della città. Questo tipo di
operazioni dimostra come la militarizzazione ideologica e culturale dei territori
avvenga anche sotto questo duplice procedimento: da un lato si pesca nelle scuole
di eccellenza e nelle università, come il Sant'Anna, con la finalità di costruire
personale politico-militare che sia capace di gestire le crisi e le trasformazioni del
capitale e dall'altro lato si rinsalda il legame tra università e industria bellica,
formando personale tecnico che andrà a fare ricerca di tipo militare proprio nei
dipartimenti dell'Ateneo e delle scuole d'eccellenza. Non è un caso infatti che tra
ospiti e relatori di questi convegni e conferenze sia sempre presente un qualche
rappresentante della locale Confindustria o Finmeccanica.
EUROGENDFOR O GLADIO?
LA COSTRUZIONE DI UNA POLIZIA
SOVRANAZIONALE IN EUROPA
Il secondo governo Prodi e tutte le forze che lo hanno
sostenuto, per non smentire la propria vocazione
militarista e di subordinazione ai diktat della NATO e
dell'UE, ha ratificato attraverso il suo ministro della
Difesa Arturo Parisi, il 18 ottobre 2007, in Olanda, il
trattato di Velsen.
Al momento dell'approvazione alla Camera, il trattato ha
ricevuto il voto favorevole di 442 deputati, con un solo
astenuto.
La Repressione in tempo di crisi
pag.3
Analogamente è accaduto al Senato. Questa decisione è avvenuta in perfetta
sintonia e continuità con il governo Berlusconi che precedentemente aveva
firmato, per mezzo del suo ministro della Difesa Martino, il trattato di Noordwijk,
il 17 Settembre 2004 insieme ai ministri della Difesa di Francia, Spagna,
Portogallo ed Olanda.
Dal 17 Dicembre 2008 anche la gendarmeria di Romania entra tra i membri a
pieno titolo mentre i reparti di Polonia e Lituania sono partner con compiti non
meglio specificati e la Turchia partecipa come osservatore. Questi due trattati
segnano l'atto di nascita e la vera e propria costituzione dell'EUROGENDFOR o
EGF, il primo corpo militare a carattere sovranazionale di cui si è dotata l'Unione
Europea.
E' significativo che il Quartier Generale dell'EGF si trovi presso la Caserma
"Generale Chinotto" a Vicenza, ossia a due passi dalla base americana di Camp
Ederle. L'EGF è una sorta di superpolizia dalle libertà di esecuzione pressoché
illimitate che potrà occuparsi di sostanzialmente ogni attività di polizia dal
controllo del traffico all'acquisizione di informazioni o allo svolgere operazioni di
intelligence.
Scorrendo gli articoli (21,22,23,28) del trattato si scopre che: i locali, gli edifici e
gli archivi (anche informatici) appartenenti all'EGF sono inviolabili; le proprietà e
i capitali dell'EGF sono immuni da provvedimenti esecutivi dell'autorità
giudiziaria; tutte le comunicazioni degli ufficiali dell'EGF non possono essere
intercettate; i paesi firmatari rinunciano a chiedere indennizzi per i danni procurati
alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni dell'EGF.
In particolare l'articolo 29 prevede che gli appartenenti all'EGF non potranno
subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di
loro, sia nello Stato ospitante sia in quello ricevente, in uno specifico caso
collegato all'adempimento del loro servizio. Il controllo politico e militare di
questa forza è operato esclusivamente dal CIMIN (Comitato interministeriale di
alto livello) composto dai rappresentanti dei ministri della Difesa e degli Esteri
dei paesi aderenti al trattato. Quindi il parlamento viene completamente escluso
non solo da tutta la gestione di questa forza, ma anche di ogni tipo di controllo,
seppur formale, di essa.
Un dato che emerge con chiarezza dunque, è come siano prevalentemente governi
ed amministrazioni di centrosinistra, perlomeno nei nostri territori, a fungere da
principale raccordo tra i grandi gruppi economici legati all'economia di guerra (es.
Finmeccanica) e lo sviluppo dei territori stessi e delle grande decisioni politiche
in merito.
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La Repressione in tempo di crisi
le scelte della borghesia e le
risposte del proletariato
I governi di centrodestra, che di certo non fanno mancare il loro supporto a queste
politiche, appaiono però più che altro a traino delle decisioni del centrosinistra, ne
siano da esempio i notevoli tentennamenti che l'ultimo governo Berlusconi ha
avuto nel prendere parte alla guerra imperialista in Libia, per la quale è stato
pesantemente forzato da Napolitano stesso. Il legame tra queste politiche ed i
grandi gruppi economici è ancora più evidente se si osserva che alla distruzione
causata dalle guerre subentra poi un'opera che la propaganda occidentale definisce
"ricostruzione" e che si traduce spesso in delocalizzazioni in paesi "normalizzati"
ed impoveriti dove le aziende occidentali possono contare su manodopera a prezzi
insignificanti. Contemporaneamente al ruolo sempre più interventista che l'Europa
sta assumendo, si assiste anche ad una stretta repressiva che i governi dei paesi
dell'UE stanno da tempo attuando e che sta subendo una accelerazione sulla spinta
della crisi generalizzata del capitalismo. Ne è un esempio recentissimo
l'annunciata riforma del codice penale in Spagna che introduce il reato di
"resistenza passiva" che di fatto vieta qualunque tipo di libera manifestazione.
All'interno di questo panorama, un disegno più a lungo termine ed articolato è la
costruzione ed il rafforzamento dell'EUROGENDFOR. Un elemento di dubbio su
quest'ultimo punto è rappresentato dall'assenza della Germania, vero e proprio
pilastro del capitalismo europeo, all'interno dei trattati costitutivi dell'EGF.
Assenza di cui andrà compreso il perché.
L'unica strada percorribile, per sottrarsi a questa spirale di guerre, spese militari,
repressione quotidiana è quella di lavorare giorno dopo giorno per abbattere il
sistema capitalista, poiché guerre imperialiste e repressione sono essenzialmente
strumenti del capitale e possono essere sconfitti solamente dalla Rivoluzione
proletaria.
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